Luigi Speranza -- Grice e Contri: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del Napoleone di Hegel
– scuola di Cazzano di Tramgina – filosofia veronese – filosofia veneta --filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cazzano di Tramigna). Filosofo veronese.
Filosofo Veneto. Cazzano di Tramigna, Verona, Veneto. Grice: “I like Contri –
he reminds me of my days at Rossall! Of course Contri is interested in Hegel –
“a la ricerca del segreto sofisma di Hegel” – and attempts to reveal it as
Stirling never could! But Contri is also interested in ‘il bello’ – being an
Italian! – The interesting thing is that he goes back to Italy – Aquino! He has
a good exploration on ‘verum’ in Aquino, too, which reminds me of Bristol,
Revisited!” Allievo di Zamboni, elabora una minuziosa critica alla logica di
Hegel di cui mise in rilievo le incongruenze gnoseologiche e metodologiche che
portano alla errata concezione hegeliana della realtà come vita dell'idea. Rovesciando
l'immanentismo hegeliano, scopre un mondo di realtà sviluppando una concezione
di filosofia della storia che denomina “storiosofia”. Studia a Verona. Si
laurea a Padova. Discepolo fervente di Zamboni, di cui accolse e sostenne la
dottrina della gnoseologia pura. In alcune occasioni si descrisse come
elaboratore in contemporanea al suo maestro Zamboni di alcune teorie, collegate
all’estetica ma non solo. Insegna a Bologna. Zamboni fu espulso dall'Università
Cattolica con la motivazione di allontanamento dalla ortodossia tomistica e con
accusa di non conformità al Magistero della Dottrina Cattolica Romana. C.
definì la posizione della Cattolica con il termine da lui coniato di “archeo-scolastica”.
La posizione “archeo-scolastica” della Cattolica di Milano, di una conoscenza indimostrata,
a priori, dell’essere e degl’esseri era bersaglio di critiche da parte di
filosofi cristiani e non che la ritenevano inadeguata nell’ambito del pensiero
moderno. Contri sostenne che la dimostrazione della conoscenza dell’essere e
degl’esseri data dalla Gnoseologia Pura di Zamboni superava definitivamente
tali critiche e ridava certezza dimostrata della conoscenza e dell’esistenza di
Dio. Accusa di plagio Gemelli per aver pubblicato nella monografia Il mio
contributo alla filosofia neoscolastica (Milano) pagine già scritte da Mercier
e Wulf, senza indicare le citazioni. Gemelli diede le dimissioni da Rettore
della Università Cattolica ma rimase in carica. Insegna Bologna. Il prof.
Ferdinando Napoli, Generale dei Barnabiti, cultore di scienze naturali, venne
depennato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, allora presieduta dal
Gemelli. Venne dato ordine di non pubblicare articoli a firma di C.. Continuando
la difesa della dottrina di Zamboni, fondò la rivista quadrimestrale di
polemica e di dottrina neoscolastica “Criterion”. Il confronto con l’Università
Cattolica di Milano continuò negli anni successivi con relazioni a numerosi
congressi di cui C. da resoconto sulla rivista. Insegna a Ivrea. Sulla
rivista Criterion apparvero intanto i saggi del C. sui suoi studi hegeliani che
prelusero all'opera definitiva dLa Genesi fenomenologica della Logica
hegeliana. Partecipa attivamente agli organi culturali del fascismo. Sscrisse
su giornali quali Il Secolo Fascista, Quadrivio, Il Regime Fascista, Il
meridiano di Roma e La Crociata Italica. Contri si avvalse della tribuna
offerta da queste testate per promuovere i suoi studi filosofici e critica
filosoficamente l’ ebraismo di Spinoza, di Durkheim e di Bergson. Insegna a Milano
e tenne conferenze su studi hegeliani. Sorse una disputa con Zamboni in seguito
all'articolo Il campo della gnoseologia, il campo della storiosofia, in
risposta alla pubblicazione del Contri Dallo storicismo alla storiosofia. Prese
parte attiva a congressi tomistici internazionali e a congressi
rosminiani. Partecipa attivamente alla “Missione di Milano”, lanciata
dall’allora Arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini. Come riconoscimenti
ai suoi studi conseguì alcuni premi fra i quali uno indetto dall'Angelicum sul
tema “Quid est veritas”, e una segnalazione all'Accademia dei Lincei per
l'opera: Punti di trascendenza nell'immanentismo hegeliano, Milano, LSU. Discepolo
e geniale continuatore di Zamboni. Così potrebbe definire la situazione
filosofica di oggi. Il mondo del pensiero, perduta la bussola non teologica
d'orientamento, è costituito da una miriade di metafisiche che cozzano le une
contro le altre tanto da definirsi che heghelianicamente come il divenire in
sè, che è puro fenomenismo. A tale fenomenismo corrispondono molteplici
fenomenologie. Per esempio quella di
Heidegger, afferma che il reale è un solo, una totalità onniafferrante
(Hegel direbbe begriff), tanto come essere quanto come niente. Anche Hidegger
poi tenta la via della salvezza ammettendo la realtà del mondo esterno come di
un che, che resiste al soggetto, ponendosi nel solco del pensiero di Zamboni.
In questo modo Hidegger tocca il problema che si volle e che si vuole eludere:
la realtà del mondo esterno. Esistono queste realtà, come la mia realtà, indipendentemente
dal pensarle? Per dare risposta a questo interrogativo cruciale, è necessaria
la gnoseologia pura. La gnoseologia secondo C., scoprì la risoluzione
definitiva del problema della certezza della conoscenza umana. Essa permise di
risolvere il problema dell'esistenza di Dio, riavvalorando criticamente le
cinque vie della dimostrazione Aquino. Sono meriti del metodo filosofico di
Zamboni il poter affermare la sostanzialità del mio “io” personale, la mia
realtà individua e dimostrare l'esistenza di Dio, trascendente, personale. Il
metodo zamboniano distingue gli elementi della conoscenza umana tra la
sensazione, che e sempre oggettiva, e lo stato d'animo e tra questi
"quello stato d'animo che è anche atto: l'attenzione". Ogno stato
d'animo e sempre soggettivo. La gnoseology riesce a cogliere la realtà del
proprio “io”, nei suoi atti e stati. Essi sono reali, perché immediatamente
presenti all'”io”, e se sono reali gli accidenti dell'io, perché essi sono modo
di essere dell'io, reale è l'io, come sostanza, cui essi ineriscono. Perciò
dall'immediata certezza della realtà degli accidenti di un ente si giunge alla
certezza della realtà sostanziale dell'io." La critica alla posizione
della neoscolastica di Gemelli, Olgiati e Masnovo sulla conoscenza indimostrata
dell'ente e la soluzione tramite la gnoseologia pura. Rispetto alla dimostrazione
della realtà dell'ente, si fonda così nell'esperienza immediata ed integrale il
concetto di essere e ‘esseri’ che non è più necessario assumere acriticamente,
come qualcosa di razionalmente immediato, pena l'impossibilità di una logica
razionale. L'assunzione acritica del concetto di essere ed esseri è propria del
neotomismo dell'Università Cattolica, che in un suo autore, Masnovo, perviene
alla sua massima teorizzazione nel "mio hic et nunc diveniente atto di pensiero".
Ma con questo l'essere e gli esseri è solo pensato e ammesso acriticamente come
pensiero, è un presupposto, mentre nella gnoseologia zamboniana è il risultato
di un processo di astrazione, che deriva da una realtà immediatamente presente
all'autocoscienza dell'io, che non ha la natura del pensiero, non è pensiero
essa stessa, ma qualcosa di diverso. Si può pertanto uscire dalla formula
logica della ragion sufficiente, che è sempre e comunque razionalista e riduce
al razionalismo anche il neotomismo. Nell'ambito dell'esperienza immediata ed
integrale si scopre invece non la ragion sufficiente, ma la sufficienza ad
esistere o no. E la fondazione ed il ripensamento delle prove dell'esistenza di
Dio, e in particolare della terza via tomistica, diventano inoppugnabili.
Nessuno più può dubitare dell'esistenza del sufficiente ad esistere, che è
Dio." Secondo Peretti la fondazione gnoseologica della metafisica è
il più grande merito di Zamboni. L'ambiente filosofico dell'Università Cattolica
non accetta la gnoseologia zamboniana e fonda la metafisica sul concetto di
ente, assunto acriticamente, come un presupposto indimostrabile. Esso finì per
identificarsi con l'ente di ragione (ens rationis), non sfuggendo all'insidia
hegeliana, che lo aveva dialettizzato sia come essenza che come esistenza. La
dialettica negativa di Hegel produsse ben presto nella corrente neotomista di
Milano (ma anche in altre università cattoliche) i suoi effetti devastanti. Aveva
messo in guardia i neotomisti dalla fraus hegeliana, che si svela nell'antitesi
(contra-posizione) come negazione. Seguendo la metodologia gnoseologica,
Contri affronta Hegel, il "padre del fenomenismo" compiendo una
minuziosa e sistematica analisi della fenomenologia hegeliana. Dopo averle
individuate ha messo in rilievo le incongruenze gnoseologiche e perciò
metodologiche che sfocia nella concezione della realtà come vita dell'idea,
presentandola come uno svolgimento dialettico del ‘begriff’, come qualche cosa
che non mai in sé, ma diviene eternamente in sé e per sé. C. resa evidente
questa impostazione, anima del fenomenismo, e scoperta nella deficienza
gnoseologica e pertanto metodologica, derivata dall'impostazione razionalista
ed empirista che al fondo dello stesso criticismo, rovescia l'immanentismo
hegeliano, che si gli scopre non più come mondo di idee, ma di realtà, di cui
ognuna è altro del suo altro, in un ordito cosmologico, di cui la storia
dell'uomo rappresenta l'essenza. Ed ecco la storiosofia, che reclama,
al posto dell'immanentismo gnoseologicamente insostenibile, la
trascendenza della trama di questo ordito, che a questo punto in sé e per sé
non può più essere spiegato (si ricordi che l'anima della spiegazione hegeliana
è la "negazione"!). Tale trascendenza prova l'esistenza di un Dio
trascendente, che ha concepito la trama creando le realtà ordito di questa
trama, di realtà in reciproca relazione, in cui non c'è membro che sia fermo.
In questo ordine si risolvono in modo nuovo i rapporti tra le realtà, che per
esempio tra l'anima e il corpo, superando così gli scogli di una spinosa
questione di eredità aristotelica, di grande importanza anche oggi, in cui le
realtà terrene e spirituali non trovano la sintesi equilibratrice. La
storiosofia rappresenta uno sviluppo del metodo di Zamboni, considerandolo la
via per rinnovare tutta la filosofia poiché esso non è storicismo filosofico,
non è naturalismo, è avanti positivistico, non è speculazione, ma metodo
appunto, (metodo) che da secoli la filosofia europea ha cercato, perdendolo
oggi nella disperazione del momento." Altri saggi: “Il concetto
aristotelico della verità in Aquino” (Torino, SEI); “Gnoseologia” (Bologna,
L.Cappelli); “Il concetto d’armonia” (Bologna); “Il tomismo e il pensiero
moderno secondo le recenti parole del Pontefice, Bologna, Coop. tipografica
Azzoguidi): “Del bello” (Firenze, Libreria Editrice Fiorentina); “La filosofia
scolastica in Italia nell' era presente” (Bologna, Cuppini); “L’essere e
gl’esseri” (Bologna, C. Galleri); Un confronto istruttivo: Mercier, Gemelli, De
Wulf ed altri ancora, Bologna, C. Galleri); “Pane al pane: riassunto d'una
situazione, Bologna, Costantino Gallera. “Neo-scolastici e archeo-scolastici”
(palaeo-scholastici) sulla rivista Italia letteraria; “Il segreto sofisma di
Hegel” (Bologna, La Grafolita), “Mussoliniana: il discorso del duce” (Bologna,
La Diana scolastica); “Gnoseologia pura di A. Hilckmann; Il segreto di Hegel di
S. Contri, Bologna, Stabilimento Tipografico Felsineo); “Hegel, Ivrea, ed.
Criterion); “La genesi fenomenologica della logica hegeliana” (Bologna,
ed.Criterion; Ambrogino o della neoscolastica, dialogo filosofico,
Bologna); “La soluzione del nodo centrale della filosofia della storia,
Bologna, Criterion); “Complementi di storiosofia, Bologna, Criterion); “Punti
di storiosofia, Bologna, Criterion; Lettera a S.S. Pio XII sulla filosofia
della storia, Bologna, Criterion; Il Reiner Begriff (=concetto puro) hegeliano
ed una recensione gesuitica, Bologna, Criterion; Dallo storicismo alla
storiosofia. Lettura prima, Verona, Albarelli; I tre chiasmi della storia del
pensiero filosofico. Inquadratura unitotale della controversia sulla
storiosofia, Milano, ed. Criterion); “Rosmini” (Domodossola, La cartografica C.
Antonioli); Ispirazione da dei” divina della S. Scrittura secondo
l'interpretazione storiosofica” (Milano, Criterion); “La sapienza di Salomone,
Milano, ed. Criterion; “La riforma della metafisica” (Milano, ed. Criterion); Filosofia
medioevale. Raggiungere la forma nuova, Fiera Letteraria; Punti di
trascendenza nell'immanentismo hegeliano, alla luce della momentalità
storiosofica” (Milano, Libreria Editrice Scientifico Universitaria); “Rosmini”
(Milano, Centro di cultura religiosa); “Posizioni dello spiritualismo
Cristiano: La dottrina della poieticita in un quadro rosminiano” (Domodossola,
Tip. La cartografica C. Antonioli); “Assiologia ed estetica”, Theorein; Posizione
dello spiritualismo cristiano. La dottrina della poieticità, in un quadro
rosminiano, Rivista rosminiana; Heidegger in una luce rosminiana: la favola di
Igino e il sentimento fondamentale, Domodossola, La cartografica); Missione di
Milano. Chiosa storico-filosofica, Ragguaglio); “Heidegger in una luce rosminiana,
Rivista rosminiana); La coscienza infelice nella filosofia hegeliana” (Palermo,
Manfredi); “Husserl edito e Husserl inedito” (Palermo, Manfredi); “Kierkegaard:
profeta laico dell'interiorità umana”; “Saggio di una poetica vichiana” (Milano,
Il ragguaglio librario); La fenomenologia dello spirito di G. Hegel, Rivista
rosminiana; L'unità del pensiero filosofico, Sapienza; Il pluralismo filosofico
nell'ambito di una concezione cristiana, Sapienza; In margine al centenario
dantesco, Sapienza; La negazione come principio metodologico di unificazione
speculativa, Theorein; Vita e pensiero di Hegel, Rivista rosminiana; Possibilità
di un accordo tra la dottrina rosminiana del sentimento fondamentale e le
concezioni moderne sull'inconscio, Rivista rosminiana; Morale e
religione nella Fenomenologia dello spirito di G. Hegel, Palermo); “Parallelo
tra Hegel e Rosmini, Palermo, Mori); “Metafisica e storia, Palermo, Mori); “Il
sofisma di Hegel” (Milano, Jaca book). “Il caso Contri”; “Gnoseologia”;
noseologia, storiosofia; Contri, Note mazziane; La propedeutica metafisica
hegeliana al problema del pensare e la lettura rosminiana di S. Contri, Contri
tra gnoseologia e storiosofia, Punti di trascendenza in S. Contri, in Sophia,
Crociata Italica, Fascismo e religione nella Repubblica di Salò, L'Estetica di
Benedetto Croce. Certi gestiscriveva la Vanni Rovighiche gli furono
rimproverati come acquiescenza al potere politico fascista (e furono ben pochi
in confronto a quelli di molti altri) furono dettati dalla preoccupazione di
difendere la sua Università dalla minaccia di chiusura da parte del potere
politico, minaccia tutt’altro che immaginaria. E forse fu il timore di fronte
alle obiezioni di un’altra autorità, quella ecclesiastica, che gli premeva ben
più di quella politica, a indurlo ad allontanare dall’Università un uomo di
grande ingegno e di purezza adamantina: Zamboni, un gesto che non può non
essergli rimproverato e che lasciò anche a noi allora studenti dell’amaro in
bocca. Contri, (Circa il volume di Croce 'La storia come pensiero e come
azione. Siro Contri Presidente dell' Istituto di Cultura Fascista. CONDOTTA POLITICO-MILITARE ESPRESSA
DAI FATTI UNIVERSALMENTE NOTI, I QUALI CELEBRANO COTANTO LA SINGOLARITÀ DI
BONAPARTE. Paralello degli uomini ipiù celebrati dalla Storia dei
Secoli. Non è del mio proposito il qui premettere alle azioni di NAPOLEONE
le cause che rivoluzionarono la Francia, e i fatti che a danno proprio, o
di altrui operarono i Francesi, poiché questi sono noti a tutti, o
se qualcuno' vi è, che non li sappia, da quelli stessi, che io
dirò, operati da Lui, meglio si rileverà la grandezza degli altri
distinguendosi troppo bene riunite in un solo quelle grandi
ia qualità, con le quali si va a riordinare, e regolare in
pace il cittadino, come in guerra a vincere e superare l'inimico.
Nè vi voleva di meno: conobbe BONAPARTE opportunamente, che non si ha la
pace, se non si fa la guerra, che non può tornare all'ordine il Francese,
se non è vittorioso, subito che la gloria di aver vinto altrui
richiama, per goder dei frutto, al dovere di vincere se stesso se non si
dipende? Col dipendere dagl'ordini di BONAPARTE nel campo di battaglia,
si volò dal Francese alla vittoria: che meraviglia, se all'un fatto
autorevole perciò riesci agevole inculcare con altri i doveri di
giustizia, nell'osservanza de' quali, rimesso l'ordine pubblico, si passò
ad unire a quelli di conquista i frutti preziosi della pace.
Troppo è singolare NAPOLEONE BONAPARTE nella storia dei
secoli. Quegli uomini che arrichirono di beni, che fornirono di
gloria la Patria, ed i regni, di cui erano signori, di cui erano cittadini,
con le loro imprese in guerra, con i loro consigli in pace, daranno a
me tutto quel meglio che ciascuno di essi possedeva parzialmente,
per provarlo riunito in BONAPARTE a riordinare la Francia, a
pacificare V Europa. Non si vuol qui osservare l'ordine dei fatti,
nei quali BONAPARTE si mostrò da prima grande Capitano, ma presa sibbene
l'epoca del Consolato tanto glorioso per Lui, e dove Egli si mostrò
grande politico, si faranno servire i fatti nell 9 uno, e
nell'altro stato operati all'espressione di quella condotta, la quale praticata
da Lui solo, celebra veracemente la sua Singolarità. Dirò
pertanto, con tutto che io non ignori, che Giulio Cesare fu l'uomo
in Roma, il quale più d'ogni altr'uomo delle storie antiche può dare a me
una qualche simigliala di NAPOLEONE in Francia, pure i fatti che me
lo descrivono per grande, non sono quegli stessi che ora mi dimostrano
grandissimo BONAPARTE. 11 ritorno di GIULIO CESARE dal Governo della
Spagna non è simile a quello di BONAPARTE dopo V occupazione dell'
Egitto; Cesare trovò la Repubblica Romana divisa in due fazioni, una di GNEO
POMPEO, e l'altra di MARIO CRASSO. BONAPARTE trova la Repubblica non divisa in
fazioni, ma in tanto disordine e confusione, che più non è divisibile, poiché
l'eccesso dell'anarchia produce la serie indefinita delle divisioni
sempre rinascenti e rovinose; pure non altri vi fu, se non che Egli,
tanto potente, che la divise per trarla dalla sua confusione. GIULIO
CESARE vien pregato da ognuno dei due rivali a farsi del suo partito, e
Cesare si fa mediatore di pace. BONAPARTE non pregato va da
se a rimproverare d'ingiustizia, e di oppressione i Governanti, e a nome
del Popolo Francese ingiustamente oppresso intima la loro
destituzione. Giulio Cesare si fa pacificatore di chi voleva la
pace. BONAPARTE assicura la pace a fronte di coloro che volevan la
guerra. Giulio Cesare dee vincere con la persuasione due nemici, che erano
nel seno della Patria a promovere con la divisione l'interna discordia. BONAPARTE
dee vincere con la forza i nemici esterni della Francia, e dee persuadere
la Francia in disordine della necessità di un nuovo ordine di cose
per felicitarla. Giulio Cesare accetta l' incarico di
mediatore non per servire, ma per regnare; perchè coll'esser così fra Crasso
e Pompeo, ambidue li vedeva dipendenti da Lui; regna chi non
dipende, non dipende chi giudica, e quello che giudica si fa arbitro dei
due nemici: non voleva Cesare con la sua dipendenza rendere più
forte uno dei rivali, ma voleva col pretesto della sua mediazione
indebolire ambidue. Trattò la pace non per unirli fra di loro, ma per unirli a
se, non perchè fossero amici, ma perchè fossero disarmati.
BONAPARTE instruito dei disordini della Francia e delle sue perdite,
con eroica risoluzione veste il carattere di guerriero, di
pacificatore; si mostrò così al Consiglio dei Cinquecento, dove era
maggiore l'autorità, e dove erano tanti che volevano governare; non si
ritiene da dirli indegni di quest'ufficio, quando per due anni
avevano così male governata la Francia. Il rimprovero di un simile
delitto, la fermezza di chi rimprovera, ed il coraggio, avvilì e disperse
i delinquenti, (molto più di Trasibulo che cacciò d'Atene i trenta suoi
tiranni): si rimi* se allora BONAPARTE al voto del Popòlo Francese, che
lo acclamò Liberatore; ed assicurato di lealtà, annunziò il Consolato, e
la sua Costituzione. Fatta la pace fra Pompeo, e Crasso per opera di
Cesare, tutti due concorsero a farlo Console, e in tutto il tempo n
Consolato il di Lui Collega non comparve mai a palazzo. Si
vide BONAPARTE Primo Console, e gli altri due furono sempre con Lui nel
Consolato. Se fu solo Cesare a comandare fu con usurpazione.
Se ha BONAPARTE nel comando la primazia, glie la concede la
costituzione: Cesare non soffriva che gli applausi di buon governo
fossero attribuiti ad alcun altro che a Lui: per tal modo andava
avvezzando Roma al governo di un solo, e disponeva gli animi ad approvare
nel Consolato la Monarchia. BONAPARTE sebbene il primo
nel Consolato, ed il maggiore nella autorità; è però sempre insieme
con gli altri a governare; non sprezza l'opera altrui, non sfugge
l'altrui consiglio, e vuole che tutti abbiano parte al merito della sua bontà,
della sua aggiustatezza; non vuol cambiar governo nei momenti che tanto
si opera per stabilirlo; tutto quello che si fa, si fa per
conoscere, 3e il Francese può essere buon repubblicano: il grido
della libertà democratica non è un voto valevole per la esclusione della
monarchia; quantunque siansi veduti i Francesi eletrizzati andare
incontro alla morte per vendicare la libertà; si deve dar ciò alla
forza di quel barbaro terrore difuso per avvilimento universale con la
oppressione dell'innocente; sostenuto con la franchigia ed esaltazione
del malvagio per accrescere il numero dei terroristi; non già ad un maturo
consiglio, ad una risoluzione giudiziosa, unanime, universale, che però
il procedere di BONAPARTE fu assai prudente per richiamare all'ordine i
Francesi in rivoluzione, e metterli veracemente in libertà, col
costituire la forma di un buon governo. Cesare ha finito il
Consolato. BONAPARTE viene dichiarato a Vita Primo
Console. Cesare dopo il Consolato si elesse il Governo delle Gallie
dove andò con E-sercito, e fece guerra a molte nazioni. Vide pesare che
le fazioni lo potevano fare il primo della Repubblica, ma non
bastavano a farlo padrone, per cui era necessario un esercito: come
armarsi però senza scoprire il suo disegno? Ecco l'arte di Cesare;
si armò per servizio della Repubblica, la servì valorosamente per poterla
signoreggiare, la esaltò per poterla opprimere: nel regnare l'arte del
segreto non è tacere, ma consiste in rivelare una intenzione
verisimile che nasconda la vera, ma che non sia la principale: la
più fina simulazione del mondo consiste nel sapersi ben servire
della verità. BONAPARTE fu fatto Primo Console non dalle fazioni, ma dal
voto libero di una gran nazione: i meriti della guerra, e quelli
maggiori della pace precedettero la sua perpetuità nel Consolato; non
servì alla Francia per signoreggiarla, non la esaltò per opprimerla,
quando con averla levata da suoi disordini, e fatta amica di tutte
le nazioni 5 non cercò di escludere i tanti dall'onore di questa
grand'opera, i quali ora sono con Lui nel governo vigilantissimi per conservarla. Per
dare però una maggior rilevanza al paragone di BONAPARTE con Giulio
Cesare, mi farò a tracciar questi nè suoi principj per condurmi così a
provar meglio la singolarità dell'altro; e giusta la diversità di tante sue
virtuose azioni, mi farò pure a dir di quelli, i quali nei bei
secoli della Grecia, e di Roma onorarono la loro patria, perchè i più
valorosi nell' arte della guerra, i più sapienti nel governo dei popoli
tra coloro tutti, che il precedettero, scorrendo la vita de' medesimi,
dimostrerò, senza osservare l'ordine dei tempi, giacché non è ciò del mio
soggetto, riunite in BONAPARTE le grandi virtù di tutti quelli
celebratissimi nella storia delle nazioni. CeSare nella sua più fresca età
passò la prima volta a militare sotto Marco Minucio GermOj allora Pretore
in Asia., e mandato in Bitinia all'assedio di Mitiiene, la sola città che
ricusava sottomettersi ai Romani, si distinse tanto nella sua presa, che
meritò diverse corone civiche, le quali davansi a chi aveva salvata la vita ad
alcun cittadino romano. BONAPARTE che nel principio della
Rivoluzione Francese trovavasi in Parigi tutto intento a coltivare i
grandi suoi talenti nella scuola militare, e nella vera filosofia, fu
mandato all'assedio di Tolone Ufficiale in una compagnia d'artiglieri,, allora
di soli ventitre anni, ed ivi le prove del suo valore furono tanto
luminose e così sollecite, che i Rappresentanti del popolo ivi presenti, non
tardarono a promoverlo Generale di Brigata, nel qual posto più
d'ogn'altro suo pari si mostrò esperto nell'arte difficilissima di
condur i soldati alla vittoria; e singolarmente intrepido si rendette in
quei terribili momenti di assalto, sotto l'impeto del quale ebbe a tornar
Tolone in potere dei Repubblicani. Giulio Cesare fu accusato da L.
Vezio cavalier romano complice nella cospirazione di
Catilina. BONAPARTE fu accusato, e fatto arrestare a Nizza dal
Convenzionale Befroi come terrorista. Il terrore allora era diretto a
dominare sugli uomini per disordinarli, per perderli. La Congiura di
Catilina si volgeva a fare un dominatore di Roma per felicitarla. Il
Valore mostrato nell'armi da BONAPARTE mosse l'invidia di tanti ad
accreditarne l'accusazione. Fu accusato Giulio Cesare di troppa
parzialità per Lentulo, Gabinio, Cetego, Statilio capi dei congiurati.
Questi per salvar la vita ebbe bisogno di un CICERONE; fuggì gli occhi di
tutti; si rinserrò nella propria casa timoroso d'incontrare
nuovamente il risentimento dei Padri. BONAPARTE va da se a Parigi per fare
delle rimostranze al Comitato di salute pubblica contro una simigliante
ingiustizia, ha cuore di orare la propria causa in faccia a quel
Tribunale istesso eretto per distruggere gli innocenti; e non avendo più
dove ricorrere per denegata giustizia, chiede il permesso di
ritirarsi a Costantinopoli, perchè soverchiamente delicato, non vuol
vivere a fronte di un'accusa troppo ingiusta. Il patrocinio delle
Vestali, l'amor del Popolo tant'altre volte come in questa capriccioso,
perchè mosso dall'ingenita avversione al volere dei grandi, richiama
Giulio Cesare al suo uffizio. Affidato BONAPARTE al patrocinio più
sicuro della sua giustizia, attende da filosofo il momento propizio alla
sua gloria, poiché il Vendemiatore vide BONAPARTE col comando di un
corpo numeroso di linea tanto ben disposto, e regolato, trarre
dall'estremo periglio la Convenzione, e salvar Parigi dal furore di
un nuovo disordine, che urtando liberamente, poteva nelle sue rovine aprire
la tomba a tutti i Cittadini : un'operazione tanto salutare, li procurò dei
potenti amici, li meritò la pubblica ammirazione, la riconoscenza
nazionale; in questo giorno egli trionfò di tutti i cuori: gli
amici lo amavano teneramente, lo temevano grandemente gl'inimici : il suo
trionfo fu molto dissimile a quello di Mario, di Siila, di Cesare, e di
Pompeo; questi volevano, trionfando, signoreggiare, ed avvilire
tutti i Romani: BONAPARTE riponeva nella grandezza dei Francesi, e
nella maggiore loro felicità il suo trionfo, la sua gloria era di vincere., lasciando
alla nazione di trionfare. La prima azione di questo Giovine Guerriero fu
quella di sostenere nella Patria i diritti delle supreme podestà
contro un forte partito dei suoi, il qual voleva nella morte dei
Governanti assicurare al disordine la sua dominazione, che è quanto dire,
a Lui viene affidata la grande impresa di frenare, di avvilire
gl'inimici interni della Patria, che sono i più potenti, i più terribili,
perchè i più sicuri di unire alla forza aperta i funesti progressi
di una domestica prodizione. Per tutto questo era mal sicuro
dell'istes^ ssl sua vita, perchè Comandante di tanti altri armati
troppo facili a cedere alla seduzione di alcuni di quelli, coi quali oltre ad
aver comune la patria, erano del medesimo sangue, divisi soltanto di
sentimento per la formazione di questo, o dell'altro Governo pure
BONAPARTE superiore ad ogni pericolo, va, come si disse, condotto
dal suo genio a farsi il terrore dei sediziosi, il salvatore dei Governanti:
molto più grande questa impresa di quella di Petrejo contro Catilina, poiché
questi comandava all'aperto a piè dell'Alpi i suoi Armati, dove la cognizione
del luogo, e la sua ampiezza dava al Capitano in caso di perdita il
piano per una gloriosa ritirata. Quando per BONAPARTE il campo di
battaglia era Parigi; aveva pertanto comune con gl'inimici
gFistessi ostacoli, i medesimi pericoli, che anzi si facevano
maggiori per Lui; perchè doveva esser sempre nel sospetto, che
quella immensa popolazione rivoluzionata, inquieta per l'incertezza di un
felice destino, potesse fornire ad ogni momento di un maggior
numero di soldati le legioni dei ribelli: con tutto questo le sue
disposizioni furono così giudiziose, il suo coraggio tanto sorprendente, che
con poco sangue sparso vinse interamente la fazion nemica, e levò ad essa
ogni speranza di risorgere, per tornare contro di Lui a nuova pugna. Egli
adunque, come Filopemene mandato a guerreggiare contro gFistessi
Greci suoi, non si disse per Lui ventura il trionfar di loro, ma una soda
virtù, mentre quelli, che eguali han tutte le cose, non possono che per
virtù primeggiare sugli altri, e distinguersi più di loro. Se fu capace
BON APARTE di trionfare sugl'istessi suoi Francesi, e ciò non per se, ma
per il solo bene dei vinti, ragion voleva, che i Governanti ad una prova
tanto singolare d'amore, scegliesscio Lui Comandante in Capo dell'Armata
d'Italia, siccome gl'interpreti sicuri del voto universale dei Francesi,
per aprire cosi un nuovo campo di gloria ai suo valore, ed
assicurare a loro il bene della vittoria sugl'esterni nemici della
Francia. NAPOLEONE va senza ritardo al luogo, ^ove lo attende la
grandezza de' suoi destini; quivi essendo si mostra a tutti i suoi,
come Marc'Autonio mirabilissimo nella idea delle sue imprese, le
concepisce quali dovevano essere nella mente di un regnante; e più di Marc’Antonio
l'eseguisce con facilità, mentre questi mancava di una pronta
attività per una felice esecuzione. È dunque BONAPARTE, dove nasce
l'Appennino e mancan l'Alpi, fra strette gole ed inaccessibili dirupi, in
quei luoghi istessi praticati altra volta con bravura da un Flaminio, da un
Postumio celebratissimi Capitani di Roma; quivi egli è a fronte di
un inimico, che si avanza vittorioso da Voltri per battere Monteligino,
ultimo trinceramento repubblicano, di dove poi andar più oltre con
maggior speditezza, perchè minori gli ostacoli del luogo, ed arrivare una volta
a por piede sul terreno Francese, per risvegliare così, ed animare
il partito nemico delia libertà. Con tutto questo che pareva tanto
prossimo ad eseguirsi, BONAPARTE nelle concepite disposizioni guerresche, vede
sicura l'occupazione dell'Italia; e più oltre andando, non vede tanto
incerto l'approssimarsi alla Capitale dell'Alemagna: le grandi distanze,
gl'infiniti pericoli, che si frappongono, non lo distraggono un momento dal
porsi sulle mosse per dar principio all'opera, e giungere ad
occupare la grandezza del suo fine: i modi sono presti per vincere; in
caso di mancanza, sono pronti gli altri per trarre dalla sua difesa
gli utili di una grande vittoria. Sagace nella previdenza di tutte
le cose, passa con risolutezza dallo stato di difesa, a quello di offesa;
e mentre si occupava rinimico a vincere le resistenze del Capo di Brigata
Rampon, BONAPARTE, seguitato dai prodi Generali Berthier, e Massena,
dirige le truppe dei suo centro, e della sua sinistra sul fianco, e alle
spalle degli Alemanni. Questa manovra tanto difficile nel luogo., ed
eseguita sugl'occhi di un inimico vigilantissimo, preparò la memorabile
vittoria di Montenotte, e la decise; poiché simile ad Alessandro, e
a Pirro nella prestezza delle disposizioni, nell'impeto, e violenza del
conflitto, divise il corpo di Beaulieu dagli Austro-Sardi; e mentre
batteva un corpo, l'altro era tenuto a bada, e poi piombando su di
questo, ambedue furon vinti, disordinati, dispersi; la conseguenza di ciò
fu l'essersi reso padrone del Cairo, di Dego, e della posizione
importantissima di santa Margherita, per cui trovossi al di là delle cime
dell'Alpi, su i declivi, che guardano la bella Italia. La impresa
non fu strepitosa soltanto per essere stata eseguita nel breve
corso di quattro giorni, ma perchè opera di un Capitano di
soli ventisette anni, come Pompeo nell'Affrica contro Domizio della
Fazion Mariana, e Jarba Re de' Mori suo aleato, per cui questi ebbe da
Siila, allora Dittatore in Roma, il titolo di Grande. BONAPARTE però più grande
di Pompeo per aver superatigli ostacoli della natura in un con quelli
opposti dall'arte militare la più studiata, la più perfetta. A che
ricordarsi più con meraviglia del passaggio dell'Alpi fatto da Annibale?
sebben'egli partito dal Rodano con la sua armata di Numidi, e di
Spagnuoli per passar le Gole transalpine, e le Alpi* per nove
giorni di cammino fino alle sue vette combatter dovesse ad ogni passo i Galli
che in imboscata e con prodizione attraversavano, estremamente molesti,
la sua gita; e negli altri sei giorni impiegati nella discesa,
niuno essendovi più, che il molestasse, pure le nevi altissime, i
ghiacci, e le bufere rendessero tanto più malagevole, e pericoloso il suo
tragitto: ciò non pertanto più maraviglioso fu il salire, e il
discendere di BONAPARTE, quando in questo si deve aggiugnere il
dover vincere passo passo un inimico, che in un momento era pronto alla
difesa, e nell'altro prontissimo all'Offesa; per cui gli avvenne di
essere una qualche volta respinto; lo che sembrava, e ciò a tutti,
una volontaria ritirata, tant'era presto a riprendere il
combattimento con più veemenza, e risoluzione; come chi, per
accrescere il colpo contro le mura nemiche, par si discosti per
levar più alto l'ariete, e la mazza ferrata a far maggiore la
gravità del colpo, e più sollecita la sua distruzione: ed è per questo
che il General Augereau forza le Gole di Millesimo; Menard, e Joubert
discaccian l'inimico da tutte le posizioni di quei contorni; ma l'inimico
è sulle alture a riprenderne delle nuove, e più formidabili per cui i Francesi
in ogni ora sono chiamati a nuovi disastrosissimi conflitti essi vi
vanno non un movimento pronto, ben regolato e risoluto, in ogni luogo
perciò sormontano il potere dell'inimico. Dopo fatiche così eccedenti,, e
sì luminosi vantaggi più non si teme della vittoria; in fatti quando
sugl'albori del sesto dì della battaglia Beaulieu gli attacca, supera il
villaggio del Dego, respinge il general Massena per tre volte assalitore,
Victor, e Lannes per ordine di BONAPARTE piombano sulla sinistra
dell'inimico; ma l'inimico è più forte; le truppe repubblicane vacillano
per un istante; indi ritornano all'assalto; raddoppiano il
coraggio, e Dego è nuovamente in lor potere. Il piano delle operazioni dei
diversi corpi d'armata è troppo concorde perchè il risultato non lasci mai
d'essere utilissimo al loro avanzamento: i suoi capi sono sempre insieme a
combinare su d'un piano troppo attivo e giudizioso, mosso e regolato
dal capo supremo, che lo ideò, che lo compose. La valle pertanto di
Borimela, e quella del Tanaro sono aperte ai repubblicani; le
trincee di Montezimo, e di Ceva sono superate; passano questi il Tanaro,
e rinimico è in piena ritirata per la strada del Mondovì: sul far del
giorno i due eserciti sono a fronte l'uno dell'altro; comincia nel villaggio di
Vico la zuffa, Fiorella, e Dammartin attaccano con impeto il ridotto, che
cuopre il centro del nemico, questi abbandona il campo, passa la Stura, e
si pone fra Cuneo, e Cherasco entro un recinto bastionato; Massena si muove
contro, e rovescia le gran guardie nemiche. Dopo questa operazione i
Francesi si trovano vicino a Turino: il General Colli propone una sospension
d'armi; BONAPARTE vi acconsente con la condizione, che vengano a lui
rimesse Cuneo, e Tortona; il Re non sa non approvarlo, e BONAPARTE con
ciò dà alla sua armata in Italia una situazione sicura ed imponente, e
vede aperta senz'altri ostacoli la sua libera comunicazione con la
Francia. Ogni giorno pertanto crescono gli armati,, BONAPARTE gl'impiega
al passo del Pò nella grande battaglia di Lodi; con marce, e contromarce cuopre
air inimico i veri suoi movimenti, si fa strada tra l'Adda, e il
Ticino per dirigere la sua marcia sopra Milano, mentre Beaulieu
ingannato, si affaticava a fortificarsi tra il Ticino, e la Sesia.
Il resultato di queste felici operazioni non aveva in se tutto, che si voleva,
per andare senz'altro intoppo dritto dritto alla capitale della
Lombardia. Sono eccellenti le disposizioni del generale inimico per apporne dei
nuovi. Questi ritardarono la marcia, non l'impedirono', Beaulieu col suo corpo
d'armata dall'opposta parte dell'Adda guarda con numerosa
artiglieria l'estremità del ponte di Lodi, che lo cavalca per l'estensione di
cento tese; non volle tagliare il ponte, lusingandosi cosi di meglio
dirigere il fuoco alla distruzione di tanti nemici insieme strettamente riuniti
al suo passaggio. Il soldato francese, sotto un tanto Duce, conosce
il grande pericolo, ma troppo è animato a superarlo; vede che il
passo del ponte è angusto e micidiale, ma ad impadronirsene ve li sprona
l'onore, e gl'interessi della patria: la morte di alcuni aprirà il varco
a molti, si muoja, dicevan essi, purché si vinca. Quanti mai sono
che vogliono essere i primi, contenti di assicurare ai superstiti col
loro sangue gli utili d'una grande vittoria: il secondo hattaglione
de'carahinieri precede l'armata francese serrata in colonna: i prodi si
presentano sul ponte, il fuoco dell'inimico è tanto terribile e
continuato, che la testa della colonna stette in forse per alcuni momenti a
fronte di un sì alto pericolo, e se un solo istante di più s'indugiava,
tutto era perduto:Berthier, Massena, Cervoni, Duprat si precipitarono
alla testa delle truppe, e fissarono la fortuna ancor vacillante: l'inimico
nell'istante è rovesciato, l'Adda è aperta alla cavalleria, la vittoria è
definitivamente decisa. Più di Cesare glorioso BONAPARTE poiché
quello sostenne il ponte sul Aisne contro Galba, che con le sue forze
numerosissime tentava superarlo; quando l 'a i t ro acquistò il ponte di
Lodi contro gli Alemanni, che lo guardavano tanto forti: Noyon atterrita
apre le porte a Cesare. Milano festeggiante incontra BONAPARTE; in quello Noyon
teme il suo tiranno; in questo Milano ama il suo benefattore: Cesare vinceva
per far schiavi i vinti: BONAPARTE trionfa per farli liberi.
Dalle divisate azioni guerresche chi non vede riunito in BONAPARTE
il cova ^gio, l'operativa prontezza di Marcella; ìa circospezione, ed il
provedimento Fabio Massimo? Conobbe troppo be> bON APARTE la
importanza delle <e imprese; e potè dire molto avanti to quello,
che solo aveva pensato di . Si valse opportunamente dei suoi .ta^i
con non lasciarsi alle spalle altrui inimico: vinto uno dalle sue
armi, gli altri maravigliati, ed atterriti dalle sue vittorie
fecero delle proposizioni di pace, che furono accordate con i vantaggi
dovuti al vincitore; i quali però non portavano il vinto ad un odioso
avvilimento. Riunì BONAPARTE in queste operazioni la esecuzione dei
pensieri di Marcello in Siracusa; di Fabio Massimo nella capitale de'
Tarentini, popolazioni da loro debellate. Marcello per
trattato leva molti bel1 issimi simulacri, perchè servissero di ornamento
alla sua patria; la quale siuo allora non aveva, ne avuti, nè veduti
abbigliamenti cosi gentili ed isquisiti. Fabio Massimo trasse fuori denari e
ricchezze, lasciando ai Tarentini i loro numi sdegnati che eran di marmo.
Marcello fu applaudito dal popolo e condannato dagli uomini di
probità. Fabio Massimo fu celebrato da questi, e non curato dagli
altri. Siro Contri, «Il regime fascista». Siro Contri. Contri. Keywords: il
Napoleone di Hegel, del bello, il bello, assiologia, poetica vichiana,
Mussolini, discorso, duce, logica di Hegel, filosofia dell’essere, l’essere e
gli esseri, Hegel contraddetto, il bello, pulchrum, archeo-scolastici,
paleo-scolastici, Aquino, aristotele, il vero, l’errore di Croce, l’equivoco di
Croce, percezione del bello, l’armonia e il bello, del storicismo alla
storiosofia, storiosofia o filosofia della storia, interpretazione dommatica di
Aquino, la negazione di hegel, il concetto puro di Hegel, la negazione come
metodo in Hegel, nihilismo e negazione in Hegel, l’errore di Hegel, il sofisma
di Hegel, Gentile e il bello. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Contri” – The
Swimming-Pool Library. Contri.
Luigi Speranza -- Grice e Corbellini:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del darwinismo
politizzato – scuola di Cadeo – filosofia piacentina – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cadeo). Filosofo piacentino. Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Cadeo, Piacenza, Emilia-Romagna. Grice: “I like
Corbellini; of course he has to defend science versus what he calls – alla
Popper? – ‘pseudoscenza’ in Italy, which he calls ‘il paese della pseudoscenza’
– I thought that was Oxford!” I sui interessi riguardano la grammatical del
vivente, la storia della medicina e la bioetica. Insegna Roma. Si laurea con
“L’epistemologia evoluzionistica”.I suoi interessi di studio hanno riguardato
la storia e la filosofia della biologia evoluzionistica, delle immunoscienze e
delle neuroscienze, per includere poi anche lo studio della storia della
malaria e della malariologia in Italia, delle ricadute della genetica
molecolare, delle implicazioni dell’evoluzione e l'evoluzione. L'approccio
storico-epistemologico all'evoluzione trovato una sintesi nella ricostruzione
della storia delle idee di “salute” e malattia e delle trasformazioni
metodologiche a cui è andata incontro la ricerca delle spiegazione causale
della salute. La sua ricerca si è orientata anche verso l'esame delle radici delle
controversie bioetiche. Difende un'idea non confessionale della bioetica, che
ha radici filosofiche in uno scetticismo morale radicale, naturalistico e non
relativista (Bioetica per perplessi. Una guida ragionata, Mondadori). Coltiva anche un interesse per la percezione
sociale e il ruolo della scienza nella costruzione del valore civile. Sostiene
che l'invenzione e l'espansione del metodo scientifico hanno consentito e
favorito l'evoluzione del libero mercato e della stato di diritto, ovvero che
la scienza ha funzionano come catalizzatore nella costruzione e manutenzione
dei valori critico-cognitivi e morali che rendono possibile il funzionamento
del sistema liberal-democratico. Altre
opere: “Nel Paese della Pseudoscienza. Perché i pregiudizi minacciano la nostra
libertà” (Milano, Feltrinelli); “Cavie? Sperimentazione e diritti animali”
(Bologna, Il Mulino); “Tutta colpa del cervello: un'introduzione alla neuro-etica”
(Milano, Mondadori Università,; Scienza, Torino, Bollati Boringhieri); “Dalla
cura alla scienza” (Milano, Encyclomedia Publishers); “Scienza, quindi
democrazia, Torino, Einaudi); “Perché gli scienziati non sono pericolosi”
(Milano, Longanesi); “La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria in
Italia (con Giovanni Jervis), Torino, Bollati Boringhieri, EBM); “Medicina
basata sull'evoluzione” (Roma-Bari, Laterza); “Bi(blio)etica” (Torino,
Einaudi); “Breve storia delle idee di salute e malattia” (Roma, Carocci); “La
grammatica del vivente. Storia della biologia e della medicina molecolare”
(Roma-Bari, Laterza); “L'evoluzione del pensiero immunologico” (Bollati
Boringhieri, Torino). L’errore di Darwin. Introduzione; Dall’etica medica alla
bioetica; Il senso morale umano e le controversie bioetiche; 3. Sperimentazione
sull’uomo e consenso informato; Scelte di fine vita; Scelte di inizio vita;
Medicina genetica; Sperimentazione animale; Medicina dei trapianti e
definizione di morte; Etica della ricerca responsabile; Medicina rigenerativa e
staminali; Neuroetica; Etica ambientale e OGM; Etica della comunicazione scientifica,
della percezione della scienza e del «gender»; Indice dei box; Indice
analitico; Indice dei nomi. Come nota C. nella prefazione all’edizione italiana
del libro di Ru- bin, il tentativo di applicare l’approccio evoluzionistico
alla filosofia politica spesso rischia di venire frainteso. Il fraintendimento
più comune e pericoloso deriva dalla mancata distinzione tra il darwinismo
politicizzato e la politica darwiniana: il primo è costituito, come è accaduto
nel caso del “social darwinismo”, dall’nterpretazione strumentale e priva di
coerenza logica o di basi scientifiche delle idee darwiniane per difendere
qualche particolare ideologia politica»; la seconda, invece, consiste nell’«uso
delle conoscenze evoluzionistiche sulla natura umana per meglio comprendere le
origini delle preferenze politiche individuali, la loro distribuzione sociale e
le dissonanze tra gli adattamenti ancestrali e l’ambiente attuale. Ridley si
mostra ben consapevole del rischio di trasformare la politi- ca darwiniana in
ideologia. Questo, tuttavia, non gli impede di avanzare alcuni suggerimenti di
politica economica Cfr. Skyrms, The Evolution of Social Contract, e Festa
“Teoria dei giochi, metodo delle scienze sociali e filosofia della politica”,
Prefazione a de Jasay, Scelta, contratto, consenso). Alcune immani tragedie che
hanno segnato la storia degli ultimi due secoli sembrano dovute, almeno in
parte, all’ignoranza – e, talvolta, alla ne- gazione – di alcune
caratteristiche essenziali della natura umana. Per esempio, Ridley osserva che
Marx vagheggia un sistema sociale che avrebbe funzionato solo se fossimo stati
degli angeli, ed è fallito perché siamo invece degli animali. Singer, Una
sinistra dawiniana. Politica, evoluzione e CO0OPERAZIONE, Torino, Edizioni di
Comunità, Arnhart, Darwinian Conservatism, Exeter (UK), Imprint Academic,
Rubin, La politica secondo Darwin; Corbellini, “Politica darwiniana vs
darwinismo politicizzato”, prefazione a Rubin, La politica secondo Darwin; Ridley.Origini.Virtu.indd
Le origini della virtùsi vedano soprattutto gl’ultimi tre capitoli del saggio –
che gli sembrano compatibili con le nostre tendenze evolutive. La prospettiva
filosofico-politica che ne emerge è un libe- ralismo con tendenze anarchiche,
che non sarebbe inappropriato chiamare anarco-liberalismo. Tale prospettiva,
ispirata dalla grande fiducia di Ridley negl’ISTINTI CO-OPERATIVI e altruistici
degl’esseri umani, sfocia infatti nella difesa di un ordine politico-economico
nel quale il ruolo del gover- no e dell’intervento pubblico è ridotto ai minimi
termini: Recuperiamo la visione di Kropotkin, che immaginava un mondo di liberi
individui. Non sono così ingenuo da pensare che ciò possa accadere da un giorno
all’altro, o che qualche forma di governo non sia necessaria. Ma metto se-
riamente in dubbio la necessità di uno Stato che decide ogni minimo dettaglio
della nostra vita e si attacca come una gigantesca pulce alla schiena della
nazione. D’altra parte, Ridley si rende conto che, mentre le soluzioni
politico-economiche da lui favorite si accordano con alcune tendenze evolutive
umane, confliggono però con altre. Per esempio, egli osserva che certe istituzioni
economi- camente adeguate nella società moderna, come la proprietà privata,
possono entrare in tensione con le tendenze primi- tive all’egualitarismo, alla
redistribuzione e al rifiuto dell’accumulazione di ricchezza. L’analisi dei
conflitti tra le moderne istituzioni politico-economiche e le nostre ten- denze
primitive è uno degli argomenti centrali del già citato libro di Rubin.Le
“Imperfezioni umane” di Pani e C. Covato Mailing Le “Imperfezioni umane” di
Pani e C. Fornire un punto di vista innovativo, cioè evoluzionistico, di tutto
quello che riguarda la salute e le disfunzioni comportamentali, e suggerire
qualche punto di vista originale sul perché nonostante le dissonanze evolutive,
la condizione umana è globalmente migliorata. È questo l’obiettivo del libro
dal titolo “Imperfezioni umane. Cervello e dissonanze evolutive: malattie e
salute tra biologia e cultura” (Rubbettino), scritto da Luca Pani e C., Roma, Centro
studi americani a Via Caetani. Dopo i saluti di Messa, direttore Centro
studi americani, interverranno alla presentazione moderata da Palmieri (Tg1)
monsignor Leuzzi, Vescovo ausiliare di Roma, Mingardi, direttore generale
Istituto Leoni, Ippolito, professore di storia della Filosofia a Roma. Negli
ultimi vent’anni una nuova ipotesi di lavoro si è fatta strada in ambito medico
sanitario, definita nel mondo anglosassone «evolutionary mismatch» (dissonanza
evoluzionistica) – raccontano gl’autori -. Questa teoria assume, in pratica,
che l’ambiente nel quale la nostra specie ha acquisito i suoi tratti adattativi
sia drammaticamente cambiato in un tempo troppo breve perché predisposizioni o
tratti genetici e fenotipici dell’organismo fossero in grado di adeguarsi, per
selezione naturale, alle novità”. Le conseguenze di queste dissonanze?
“Disfunzioni o disturbi o rischi che richiedono un approccio medico”. “Il
libro è diviso in tre parti – spiegano Pani e Corbellini – Si inizia con
un’illustrazione dei presupposti di qualunque strategia motivazionale, cioè dei
meccanismi che sono alla base del piacere e delle ricompense, e da cui deriva –
in ultima istanza – la possibilità di acquisire nuove conoscenze che consentono
di affrontare le incertezze psicologiche che si accompagnano a qualunque
comportamento esplorativo. La riflessione prosegue con esemplificazioni di
risposte comportamentali che in particolari (o mutate) condizioni si
manifestano come malattie. Il terzo capitolo è dedicato in modo specifico al
comportamento alimentare e discute l’esempio più eclatante di dissonanza
evoluzionistica: il mismatch metabolico. Gl’ultimi due capitoli affrontano una
serie d’imperfezioni e predisposizioni comportamentali umane che scaturiscono
da compromessi evolutivi, e che risultavano vantaggiose o meno nel contesto
dell’adattamento evolutivo, mentre i cambiamenti ambientali determinati
dall’evoluzione culturale hanno generato, a loro volta, ulteriori fenomeni
disadattativi”. Nel dettaglio gli autori descrivono le dissonanze create
dai nuovi contesti di vita per quanto riguarda cicli del sonno, accesso al
cibo, comunicazione, cooperazione ovvero isolamento sociale, oppure di
comportamenti più complessi come la rabbia aggressiva o l’altruismo; ma anche
le preferenze politiche o l’intelligenza. Negli ultimi capitoli del volume
emergono anche idee e ipotesi relative a scoperte cognitive e innovazioni che
hanno migliorato la condizione umana, o reso possibili cambiamenti
comportamentali incredibili.Il concetto di libero arbitrio implica che sussista
nelle persone, dato un certo grado di sviluppo cognitivo e morale, la capacità
di decidere e di agire, scegliendo tra diverse alternative disponibili, senza
essere condizionati da fattori fisici o biologici di qualunque genere. Si
assume, in altri termini, che le persone maturino una cosiddetta “agenticità”,
cioè una capacità di agire e decidere in un quadro di consapevolezza degli
effetti prodotti, che non è riducibile o spiegabile sulla base dei processi
neurobiologici che hanno luogo nel cervello e/o alle leggi fisiche che li governano.
Di libero arbitrio si può parlare, comunque, in molti modi e da diverse
prospettive: filosofica, metafisica, giuridica, psicologica, etc. Nel
corso dell’evoluzione della specie, abbiamo sviluppato strutture cerebrali che
ci fanno appunto credere di essere liberi e poter decidere in completa
autonomia, e su questa finzione abbiamo costruito il nostro straordinario
successo di animali sociali Negli ultimi decenni le neuroscienze
cognitive e comportamentali hanno profondamente messo in dubbio, con una quantità
crescente di prove, la visione classica di libero arbitrio, aprendo un
dibattito scientifico ancora in corso. Qual è la sua posizione
all’interno del dibattito? La mia posizione è che il libero arbitrio è
una credenza senza senso, come aveva spiegato bene, molto prima delle
neuroscienze, il filosofo Spinoza. Se ci fosse qualcosa come il libero
arbitrio, allora davvero potrebbe esserci qualsiasi cosa ci possiamo
immaginare. Tuttavia, è vero che,nel corso dell’evoluzione della specie,abbiamo
sviluppato strutture cerebrali che ci fanno appunto credere di essere liberi e
poter decidere in completa autonomia, e su questa finzione abbiamo costruito il
nostro straordinario successo di animali sociali. Il libero arbitrio è
un’illusione, ma un’illusione molto produttiva. L’intuizione di ritenersi
liberi, in un senso vago o indefinito, è una forma di autoinganno, come tante
altre che sono prodotte dalla nostra coscienza, che nel tempo è stata
socialmente addomesticata per inventare un altro autoinganno, cioè un senso
individuale di responsabilità, con tutte le conseguenze che ne derivano anche
per l’organizzazione di un ordine sociale efficiente sulla base di un sistema
di obblighi. Ovviamente questa strategia è modulata da specifiche
condizioni ecologiche e sociali, per cui in alcuni contesti questa illusione si
può espandere e diventare la base di sistemi anche molto progrediti per qualità
di vita, come quelli occidentali, mentre in altri ambienti di vita sarà più
adattativo che tale intuizione e illusione non maturi neppure, o maturi in
forme che sono funzionali a all’accettazione di un comportamento
consapevolmente eterodiretto. L’intuizione di ritenersi liberi è
una forma di autoinganno che nel tempo è stata socialmente addomesticata per
inventare un altro autoinganno, cioè un senso individuale di
responsabilità Quali sono i rapporti fra emozioni e pensiero razionale?
Con quali modalità le due componenti guidano il comportamento umano? In
che misura siamo (o possiamo essere) consapevoli di queste influenze? Non
è del tutto chiaro nei dettagli come interagiscano le strutture del cervello
che controllano le emozioni o le reazioni impulsive, e quelle che controllano
la pianificazione di azioni calcolate. Quello che si sa è che alcune
condizioni, come trovarsi di fronte un’altra persona preferibilmente con le
proprie stesse caratteristiche somatiche o un parente, induca l’inibizione di
un comportamento utilitaristico, cioè volto a massimizzare qualche beneficio in
generale a prescindere dai danni che si possono arrecare alle persone; ovvero
che induca un comportamento di accudimento o altruistico, di carattere
parentale o reciproco. Mentre situazioni contrarie all’ordine morale
appreso socialmente e attraverso l’educazione scatenano quasi automaticamente
reazioni di disgusto o qualche altra avversione emotiva (ad esempio, rabbia o
disprezzo). Se non ci sono di mezzo contatti fisici, o rapporti parentali
con altre persone, o impulsi emotivi avversi, le persone possono applicare un
calcolo razionale e quindi scegliere un’azione in base all’utilità percepita o
calcolata. Comunque esistono diverse teorie su come emozioni e ragione
entrano in gioco nelle scelte in generale, e in quelle morali in particolare.
Quello che si sta sottovalutando, penso, è il ruolo che le emozioni, che
mediano i valori morali, possono giocare nell’apprendimento di comportamenti,
che a loro volta retroagiscono sui valori, cioè che possono cambiare nel tempo
le predisposizioni delle persone nel rispondere a situazioni identiche o diverse.
In altre parole, le emozioni servono direttamente alla sopravvivenza ed entrano
in azione quando è minacciata l’omeostasi funzionale a qualche livello, e
quindi servono a premiare o punire i comportamenti appresi sulla base della
funzionalità che manifestano. Ma questi nuovi comportamenti possono far
scoprire nuovi valori, cioè trovare premianti strategie diverse da quelle
prevalenti nella società, e quindi modulare le emozioni originarie, evitando
che gli impulsi emotivi inducano risposte non calcolate e che potrebbero essere
deleterie. In fondo, dato che noi occidentali sul piano genetico siamo
praticamente uguali agli altri gruppi umani, qualcosa del genere potrebbe
spiegare come ci siamo affrancati moralmente e politicamente da schemi
decisionali tribali od oppressivi. Credits to Unsplash. Parliamo del
legame tra violenza ed evoluzione: qual è il ruolo ricoperto dall’aggressività
nell’evoluzione della specie, e quali sono le possibili determinanti genetiche
del comportamento aggressivo? L’aggressività, come la cooperazione,
è stata un fattore chiave per la sopravvivenza e l’evoluzione della nostra
specie. Come tutti i tratti, l’aggressività è polimorfica e quindi ci sono
persone geneticamente più predispostedi altre all’aggressività. È
verosimile che la selezione sociale abbia col tempo reso più vantaggiosi i geni
della cooperazione in alcuni contesti ecologici, e quindi favorito il processo
socio-culturale che nell’età moderna ha ridotto drammaticamente la violenza sul
pianeta, e soprattutto nel mondo che ha inventato la scienza e ha abbracciato
lo stato di diritto. I governi occidentali continuano giustamente la lotta
contro la criminalità e la violenza, ma nella storia del pianeta non c’è mai
stata così poca violenza e aggressività, non solo in occidente ma nel mondo in
generale, rispetto a oggi. Pinker ha dimostrato questo fatto in un
dettagliatissimo e acuto saggio, “Il declino della violenza”. Nella
storia del pianeta non c’è mai stata così poca violenza e aggressività, non
solo in occidente ma nel mondo in generale, rispetto a oggi E per quanto
riguarda la differenza di genere? Cosa sappiamo dei rapporti tra cervello
maschile, cervello femminile e comportamento aggressivo? Le differenze di
genere nel comportamento aggressivo esistono. Studiando complessivamente
l’aggressività di bambini e bambine si è visto che i due generi sono egualmente
aggressivi verbalmente, mentre i bambini lo sono di più fisicamente rispetto
alle bambine. Nel complesso i bambini sono più aggressivi delle bambine sul
piano dell’aggressione diretta. Mentre le bambine sono indirettamente
aggressive anche più dei bambini. Queste differenze, come altre, dipendono
verosimilmente da stimoli ormonali nel corso dello sviluppo e rispondono a
strategie adattative selettivamente vantaggiose nell’ambiente dell’evoluzione.
Il modo in cui maturano il cervello maschile e femminile dipende molto dai
contesti e si conoscono diversi fattori ambientali e culturali che influenzano,
ad esempio, la violenza a carico delle donne. Ci sono prove concrete del fatto
che il patriarcato e la sua istituzione giuridica sono fattori importanti per
la persistenza della violenza maschile ai danni delle donne, e del fatto che
ridurre il dominio maschile attraverso delle adeguate politiche sociali riduce
la violenza maschile e che la cooperazione tra donne riduce la violenza
maschile sia contro le donne sia contro altri uomini. Parliamo ora delle
differenze individuali nel controllo degli impulsi. Non ci sono moltissimi
dati, ma uno studio di qualche anno fa ha esaminato cosa avviene nel cervello
quando si fanno scelte impulsive, che svalutano una ricompensa ritardata,
ovvero come viene rappresentata dinamicamente nel cervello la svalutazione del
ritardo quando si sta aspettando e anticipando una ricompensapossibile che è
stata desiderata e scelta. La corteccia prefrontale ventromedialemanifesta
uno schema caratteristico di attività durante il periodo di ritardo nel
ricevere la ricompensa, oltre a esercitare un’attività modulatoria durante la
scelta, che è coerente con la codificazione del tempo durante il quale avviene
una svalutazione del valore soggettivo. Lostriato ventrale esibisce a sua volta
uno schema di attività simile, ma preferenzialmente negli individui impulsivi.
Un profilo contrastante di attività collegata al ritardo e alla scelta è stata
osservata nella corteccia prefrontale anteriore, ma selettivamente in persone
pazienti, cioè non impulsive. Quindi corteccia prefrontale ventromediale e
corteccia prefrontale anteriore esercitano – sebbene ciò sia ancora da chiarire
come – influenze modulatorie ma opposte rispetto all’attivazione dello striato
ventrale. Ovvero quell’esperimento ci dice che il comportamento impulsivo e
l’autocontrollo sono collegati a rappresentazioni neurali del valore di future
ricompense, non solo durante la scelta, ma anche nelle fasi di ritardo
post-scelta. Cosa può voler dire tutto questo per il nostro discorso? Mi
lasci citare ancora Spinoza, per il quale è «libera quella cosa che esiste e
agisce unicamente in virtù della necessità della sua natura». La vera libertà,
è autonomia e indipendenza, non arbitrio o scelta indeterminata. Quindi si è
tanto più liberi e non soggetti a impulsi, quanto più alcune strutture del
nostro cervello, altamente connesse e addestrate dall’esperienza, lo rendono
autonomo e meno soggetto o costrizioni esterne. Credits to
Unsplash.com Quali sono le possibili influenze delle disfunzioni cognitive e
dei fattori ambientali sulla capacità decisionale (anche ai fini
dell’imputazione penale)? Può condividere con noi qualche caso di
studio? Casi di studio ce ne sono diversi, ma quelli al momento più
esemplari riguardano gli effetti delle varianti alleliche del gene della mono-amin-ossidasi
A, detto anche “gene del guerriero”, in quanto collegato all’aggressività su
basi osservazionali mirate. In sostanza, le persone con la variante che produce
meno mon-amino-ossidati A. rispondono in modi più aggressivi e violenti,
rispetto a chi esprime livelli più alti. Il fatto interessante è che se
queste persone predisposte all’aggressività sono state allevate in ambienti
accoglienti, esprimono un’aggressività minore rispetto a omologhi genetici
cresciuti in famiglie disagiate. Anche dati sperimentali in ambito psicologico
e di economia comportamentale dimostrano che le aggressioni hanno luogo con
maggiore intensità e frequenza, quando provocate in un contesto sperimentale,
soprattutto in soggetti con una bassa attività di mono-amino-ossidati A. Gli studi sperimentali mostrano anche che il mono-amin-ossidati
A è meno associato con la comparsa dell’aggressione in una condizione di bassa
provocazione, ma predice più significativamente il comportamento aggressivo in
una situazione molto provocatoria. Esiste ormai una letteratura
sterminata anche sui casi di persone con anomalie morfologiche e funzionali
dell’amigdala che regolarmente esprimono un profilo sociopatico, ovvero che non
provano emozioni negative quando provocano sofferenze in altri individui. Si
conoscono inoltre casi di tumori cerebrali o lesioni neurologiche che alterano
la personalità individuale, e non poche persone hanno commesso crimini in
quanto un tumore cerebrale ha alterato le loro capacità decisionali. La memoria
del testimone: in particolare, come si accerta l’attendibilità della
testimonianza e quali sono i principali metodi di verifica? Il sistema
giudiziario si fonda sulla memoria: interrogatorio/confronto, testimonianze,
ricordo dei giurati al momento di discutere il verdetto. Ma la memoria umana è
falsata: il cervello non è una videocamera né un computer. Siamo suscettibili a
false memorie. Gli stati emotivi influenzano la qualità della memoria. La
nostra storia personale influenza il modo in cui ricordiamo. Gli psicologi e
gli esperti studiano soprattutto il problema della testimonianza oculare,
perché in ben tre casi su cinque le identificazioni si rivelano
sbagliate. Esistono diversi metodi di controllo/verifica e volti a
ridurre gli errori nelle testimonianze. Uno di questi analizza per esempio
l’accuratezzadella testimonianza oculare e delle modalità di interrogatorio del
testimone, per arrivare a una probabilità relativa al caso. Il
sistema giudiziario si fonda sulla memoria. Ma la memoria umana è falsata: il
cervello non è una videocamera né un computer. Siamo suscettibili a false memorie.
Esiste anche un diritto alla riservatezza per i nostri ricordi. Nel senso che
se io non intendo comunicare a qualcuno un ricordo, ho diritto a tenerlo per
me. Un giudice deve avere forti ragioni per forzare l’accesso alla mia memoria,
ed è comunque tenuto a rispettare i miei diritti fondamentali se ci prova. Se
davvero si riuscirà a costruire affidabili brain lie detector, macchine della
verità con accesso alle memorie cerebrali, si configurerà un problema sul
fronte di normare i limiti del diritto di un giudice far rilevare impronte
mnestiche del nostro cervello, i ai fini di un’indagine processuale. Non tanto
per la riservatezza del dato di interesse, cioè se un imputato o un testimone
mentono o dico la verità nel caso in specie, ma per il fatto che quell’accesso
può rendere noti dei fatti che non hanno rilevanza con l’indagine e che
potrebbero danneggiare la persona. Inoltre, alcuni farmaci e tecnologie
possono potenziare la memoria individuale. Ebbene, sarebbe lecito consentire a
o incentivare alcuni attori del procedimento giudiziario (giudici e giurati) a
potenziare le loro memorie ai fini di un più efficiente funzionamento del
sistema? La morale ha, o potrebbe avere, un fondamento biologico? La
morale ha un fondamento biologico. La morale serve a tenere insieme i gruppi
umani sociali, e ha creato le premesse sociobiologiche per l’affermarsi della
religiosità quale sistema di controllo incorporato nelle persone e alimentato
socialmente per garantire che i valori morali adattativi in società meno
complesse delle nostre siano mantenuti e trasmessi. In prospettiva: quali
sono a suo avviso i possibili intrecci tra acquisizioni neuroscientifiche e
diritto penale? Quale impatto potrebbero avere sugli attuali meccanismi di
attribuzione della responsabilità e di applicazione della pena? Su questo
punto la penso come chi ha detto che con l’arrivo delle neuroscienze, nel
diritto, cambia tutto e non cambia niente. Vale a dire che il concetto di
libero arbitrio e quello intuitivo di giustizia come retribuzione
(caratteristico del diritto naturale) sono destinati a essere abbandonati,
perché privi di basi teorico-fattuali. Mentre si potrebbe affermare un concetto
consequenzialista(utilitarista) della concezione della pena, più vicino al
diritto positivo. Il concetto di libero arbitrio e quello intuitivo
di giustizia come retribuzione (caratteristico del diritto naturale) sono
destinati a essere abbandonati, perché privi di basi teorico-fattuali In
Italia, come vengono accolte dalla magistratura le evidenze neuroscientifiche?
E a livello internazionale? L’Italia è all’avanguardia, se così si può
dire, nell’uso di prove neuroscientifiche in tribunale. Due sentenze in
particolare, Trieste e Como, riconobbero il ruolo causale di tratti
neurogenetici nel comportamento delittuoso, e di conseguenza attribuirono uno
sconto di pena. Le sentenze italiane sono state accolte con allarme in
diversi contesti internazionali. Ma c’è poco da fare: se queste conoscenze e
tecnologie acquisiranno una base sperimentalmente solida e consentiranno di
prevedere con buona attendibilità le predisposizioni a commettere reati, è
inevitabile che entreranno a far parte dello strumentario di lavoro dei
giudici. Tuttavia, esiste un’ambivalenza in Italia, come in altri paesi,
verso l’uso delle prove neuroscientifiche. Intanto in Italia non tutti i
giudici hanno ancora chiaro cosa sia una perizia neuroscientifica e ignorano
criteriepistemologicamente validi e formalmente definiti per scegliere periti
che apportino davvero prove scientifiche e controllate nel contesto di un
dibattimento processuale. Ciò sebbene la Cassazione abbia in sentenze recenti
fatto proprio lo Standard Daubert, che elenca regole di ammissibilità delle
prove nei processi statunitensi. Inoltre, si tratta comunque di definire cosa
implica una diminuita imputabilità per colui che commette un reato, in quanto
le sue azioni e decisioni dipendevano dal modo di funzionare del cervello e
dalla sua dotazione genetica. Questo individuo è meno libero di altri e quindi
anche meno responsabile, e quindi le sanzioni dovrebbero essere volte a ridurre
al minimo le probabilità di reiterazione del o dei reati. Il riferimento è
al noto scritto di Greene, J. Cohen, For the law, neuroscience changes nothing
and everything, in Philos Trans R Soc Lond B Biol Sci. Ricerca Storia del
pensiero evoluzionista aspetti storici dell'evoluzionismo Lingua Segui Modifica
Evoluzione CollapsedtreeLabels- simplified.svg Meccanismi e processi
Adattamento Deriva genetica Equilibri punteggiati Flusso genico Mutazione
Radiazione adattativa Selezione artificiale Selezione ecologica Selezione
naturale Selezione sessuale Speciazione Storia dell'evoluzionismo Storia
del pensiero evoluzionista Lamarckismo Charles Darwin L'origine delle specie
Neodarwinismo Saltazionismo Antievoluzionismo Campi della Biologia
evolutiva Biologia evolutiva dello sviluppo Cladistica Evoluzione della vita
Evoluzione molecolare Evoluzione degli insetti Evoluzione dei vertebrati
Evoluzione dei dinosauri Evoluzione degli uccelli Evoluzione dei mammiferi
Evoluzione dei cetacei Evoluzione dei primati Evoluzione umana
Filogenetica Genetica delle popolazioni Genetica ecologica Medicina
evoluzionistica Genomica della conservazione Portale Biologia La prima
traccia dell'idea di un'evoluzione biologicadegli esseri viventi è la teoria
sull'origine della vitaattribuita ad Anassimandro di Mileto. Gli animali ebbero
origine nell'acqua, dove erano tutti simili a pesci; con il tempo sono saliti
sulla terraferma dove, liberati dalle scaglie, hanno continuato a vivere. Tale
fu anche l'origine dell'uomo. Con l'avvento del Cristianesimo, e fino almeno
all'evo moderno, l'indagine scientifica fu dominata dall'impianto filosofico
essenzialista di derivazione aristotelica, nel quale la possibilità stessa
della conoscenza si fonda sulla fissità della specie; inoltre, l'evoluzione non
si armonizza con la Genesi e non trova collocazione in un sistema di
riferimento che considera le specie immutabili perché perfette, in quanto
create ex nihilo da Dio. Nel XVII secolo, col riaffiorare delle antiche
concezioni, la parola evoluzione cominciò ad essere utilizzata come riferimento
a un'ordinata sequenza di eventi, particolarmente quando un risultato si
trovava, in qualche modo, già dall'inizio contenuto all'interno di essa. La
storia naturale si sviluppò enormemente, mirando ad investigare e catalogare le
meraviglie dell'operato di Dio. Le scoperte effettuate dimostrarono
l'estinzione delle specie, che fu spiegata dalla teoria del catastrofismo di
Cuvier, secondo cui gli animali e le piante venivano periodicamente annientati
a causa di catastrofi naturali per poi essere rimpiazzate da nuove specie
create dal nulla. In contrapposizione ad essa, la teoria dell'Uniformitarismo
di James Hutton, del 1785, ipotizzava un graduale sviluppo della Terra, il cui
aspetto non era dovuto ad eventi catastrofici ma a un lento processo
perpetuatosi attraverso gli eoni. Darwin, nonno di Charles, avanza delle
ipotesi sulla discendenza comune affermando che gli organismi acquisivano
"nuove parti" in risposta a degli stimoli e che questi cambiamenti
venivano trasmessi alla loro discendenza; nel 1802 suggerì la selezione
naturale. Lamarck sviluppò una teoria simile (l'"ereditarietà dei
caratteri acquisiti"), la quale ipotizzava che tratti
"necessari" venissero ereditati col passaggio da una generazione alla
successiva. Queste teorie di trasmutazione furono sostenute in Gran Bretagna
dai Radicali come Robert Edmond Grant. In questo periodo l'opera di Malthus,
Saggio sul principio della popolazione, influenzò il libero pensiero mostrando
come l'incremento della popolazione mondiale fosse correlato a un eccesso nelle
risorse disponibili. Varie teorie furono proposte per riconciliare la
Creazione biologica con le nuove scoperte scientifiche, incluso l'attualismo di
Charles Lyell secondo cui ogni specie aveva un suo "centro di
creazione" ed era progettata per un particolare habitatil cui cambiamento
portava inevitabilmente alla sua estinzione. Charles Babbage ritenne che Dio
avesse creato le leggi per un programma divino che operava per la produzione
delle specie e Owen seguì Johannes Müller nel pensiero che la materia vivente
avesse un'"energia organizzativa", una forza vitale (Lebenskraft)
che, dirigendo lo sviluppo dei tessuti, determinava l'arco di vita degli
individui e delle specie. Antichità Greci Ipotesi secondo cui un tipo di
animale, perfino l'essere umano, potesse discendere da altri tipi di animali
erano state formulate dai filosofi greci Presocratici. Anassimandro di Mileto suppose
che i primi animali vivessero in acqua, durante una fase umida del passato
della Terra, e che i primi avi viventi a terra della razza umana dovevano
essere nati in acqua, e aver passato solo una parte della loro vita sulla
terraferma. Intuì anche che il primo umano della forma conosciuta oggi doveva
essere stato il figlio di un altro tipo di animale, perché l'uomo ha bisogno di
un lungo periodo di accudimento per raggiungere l'autonomia. Empedocle di
GIRGENTI; intuì che quello che noi chiamiamo nascita e morte degli animali sono
solamente il mischiarsi e il separarsi degli elementi che formano
"l'infinita tribù delle cose mortali". Più in particolare, i primi
animali e le prime piante erano simili alle parti divise che formano quelli che
vediamo oggi, qualcuna delle quali sopravvisse unendosi in differenti
combinazioni, e poi mescolandosi di nuovo, finché "tutto riuscì come se
fosse stato fatto di proposito, lì le creature sopravvissero, essendo
accidentalmente composte in modo corretto". Altri filosofi diventarono più
importanti nel Medioevo, fra cui Platone, Aristotele, ed esponenti della scuola
stoica di filosofia, credevano che le specie di tutte le cose, non solo viventi,
fossero state stabilite da un progetto divino. Epicuro dell’ORTO ha
anticipato l'idea della selezione naturale. Il filosofo romano e atomista
LUCREZIO espone queste idee nel suo poema De rerum natura (Sulla natura delle
cose). Nel sistema Epicureo, si è ipotizzato che molte specie siano state
generate spontaneamente da Gea in passato, ma che solo le forme più funzionali
siano sopravvissute e abbiano avuto progenie. Gli epicurei non sembrano aver
anticipato l'intera teoria dell'evoluzione come la conosciamo oggi, ma sembra
che abbiamo postulato una teoria abiogeneticaseparata per ciascuna specie,
piuttosto che postulare un singolo evento abiogenetico con la differenziazione
delle specie a partire da uno o più organismi progenitori originari.
Cinesi Antichi pensatori cinesi come Zhuang Zhou, un filosofo taoista, hanno
espresso varie idee su come le specie biologiche si siano diversificate.
Secondo Joseph Needham, il Taoismo nega esplicitamente la fissità delle specie
biologiche, e filosofi taoisti ipotizzano che le specie abbiano sviluppato
diversi attributi in risposta ad ambienti differenti. Il Taoismo insegna che
gli esseri umani, la natura e il cielo sono in uno stato di
"trasformazione costante" noto come il Tao, una visione della natura
in contrasto con quella più statica tipica del pensiero occidentale.
Romani Il poema di Lucrezio De rerum natura fornisce la migliore spiegazione
superstite del pensiero dei filosofi epicurei greci. Esso descrive lo sviluppo
del cosmo, la Terra, gli esseri viventi, e la società umana attraverso
meccanismi puramente naturalistici, senza alcun riferimento al coinvolgimento
soprannaturale. De rerum natura potrebbe aver influenzato le speculazioni
cosmologiche ed evolutive di filosofi e scienziati durante e dopo il
Rinascimento. Il suo punto di vista è in forte contrasto con le opinioni di
filosofi romani della scuola stoica come CICERONE, Seneca, e PLINIO il Vecchio che
avevano una visione fortemente teleologica del mondo naturale che ha
influenzato la teologia cristiana. CICERONE riporta che la visione peripatetica
e stoica delle natura riguarda fondamentalmente il produrre vita "capace
di sopravvivere nel migliore dei modi", cosa data per scontata tra l'élite
ellenistica. Agostino. Agostino in un dipinto di Lippi In linea con il
precedente pensiero greco, il vescovo e teologo del IV secolo, Agostino di
Ippona, scrisse che la storia della creazione nel libro della Genesi, non
doveva essere letta troppo alla lettera. Nel suo libro De Genesi ad litteram
("Sul significato letterale della Genesi"), ha dichiarato che in
alcuni casi le nuove creature potrebbero essersi originate attraverso la
"decomposizione" di precedenti forme di vita. Per Agostino — a
differenza di quelle che considerava le forme teologicamente perfette degli
angeli, il firmamento e l'anima umana — le "piante, uccelli e la vita
animale non sono perfetti… ma creati in uno stato di potenzialità". L'idea
di Agostino che le forme di vita siano state trasformate "lentamente nel
corso del tempo" ha spinto padre Giuseppe Tanzella-Nitti, docente di
teologia presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, a sostenere
che Agostino abbia suggerito una forma di evoluzione. Osborn scrisse in From
the Greeks to Darwin: "Se l'ortodossia di Agostino fosse rimasta una
dottrina della Chiesa, la scoperta dell'evoluzione sarebbe avvenuta molto prima
di quanto non abbia fatto, certamente nel corso del XVIII invece del XIX
secolo, e la controversia su questa verità della Natura non sarebbe mai sorta…
Chiaramente la creazione diretta o istantanea di animali e piante sembrava
essere insegnata dalla Genesi, Agostino lesse questo alla luce del nesso di
causalità primaria e il graduale sviluppo da imperfetto a perfetto spiegato da
Aristotele. Questo influente insegnante ha così tramandato ai suoi seguaci
pareri strettamente conformi alle vedute progressiste di questi teologi del
nostro tempo che hanno accettato la teoria evoluzione. In Storia della lotta
della scienza con la teologia nella cristianità (A History of the Warfare of
Science with Theology in Christendom), dove White scrisse sui tentativi di
Agostino di preservare l'antico approccio evolutivo alla creazione:
"Per secoli una dottrina largamente accettata era che l'acqua, la
sporcizia, e le carogne avevano ricevuto il potere dal Creatore per generare
vermi, insetti, e una moltitudine di piccoli animali; e questa dottrina era
stata accolta con particolare favore da Sant'Agostino e molti dei padri
fondatori, in quanto solleva l'Onnipotente dal creare, Adamo dal nominare, e
Noè dal vivere nell'arca con queste innumerevoli specie disprezzate. In De
Genesi contra Manichæos, Agostino dice: "Supporre che Dio creò l'uomo
dalla polvere con le mani è molto infantile… Dio non plasmò l'uomo con le mani
né soffiò su di lui con la gola e le labbra…" Agostino suggerisce in altri
lavori la sua teoria dello sviluppo degli insetti dalle carogne, e l'adozione
della vecchia teoria dell'evoluzione, mostrando che "alcuni animali molto
piccoli non possono essere stati creati nei giorni quinto e sesto, ma possono
essere stati originati in seguito dalla putrefazione della materia." Per
quanto riguarda l'agostiniana De Trinitate ("Sulla Trinità"), White
ha scritto che Agostino "…sviluppa finalmente l'idea che dietro la creazione
di esseri viventi c'è qualcosa di simile a un'evoluzione, di cui Dio è l'autore
ultimo, che opera attraverso le cause seconde; e, infine, sostiene che alcune
sostanze sono dotate da Dio del potere di produrre alcune classi di piante e
animali.. Una pagina del Kitāb al-Hayawān (libro degli animali) di Al-Jāḥiẓ La
filosofia islamica e la lotta per l'esistenzaModifica Anche se le idee
evolutive di greci e romani si estinsero in Europa dopo la caduta dell'Impero
romano d'Occidente, non furono abbandonate dai filosofi e scienziati islamici.
Nell'Epoca d'oro islamica, i filosofi esplorarono nuove idee nel campo della
storia naturale, quali la trasmutazione dal non vivente al vivente: "dal
minerale al vegetale, dalla pianta all'animale, e dall'animale all'uomo. Nel
mondo islamico medievale, lo studioso al-Jahiz(776 -868) scrisse un libro sugli
animali nel IX secolo, dove descrive la catena alimentare. Khaldun scrive il
Muqaddimah in cui afferma che gli esseri umani si sono sviluppati dal
"mondo delle scimmie", in un processo attraverso il quale "le
specie diventano più numerose". Alcuni dei suoi pensieri, secondo alcuni
commentatori, anticipano la teoria biologica dell'evoluzione. Nel primo
capitolo si legge: "Il mondo con tutte le cose in esso create ha un certo
ordine e la sua solida costruzione mostra nessi tra cause ed effetti,
combinazioni fra alcune parti della creazione ed altre, trasformazioni di
alcune cose esistenti in altre, in uno straordinario reticolo senza fine. Aquino
in un dipinto di Carlo Crivelli Durante il Medioevo, la cultura classica greca
decadde in Occidente. Tuttavia, il contatto con il mondo islamico, dove i
manoscritti greci erano stati conservati e ampliati, ben presto portò a
un'ondata massiccia di traduzioni latine, che re-introdussero in Europa le
opere greche, nonché quelle del pensiero islamico. La maggior parte dei
teologi cristiani credeva che il mondo fosse progettato secondo una gerarchia
immutabile, la grande catena dell'essere o scala naturae, che influenzò il
pensiero della civiltà occidentale per secoli. Altri teologi erano più aperti
alla possibilità che il mondo si fosse sviluppato attraverso processi naturali.
AQUINO si spinse oltre il pensiero di Agostino nel sostenere che i testi sacri
come la Genesi non dovessero essere interpretati in modo letterale, poiché ciò
si poneva in conflitto con quello che i filosofi naturali avevano imparato sul
funzionamento del mondo naturale, e li vincolava dallo scoprire nuove cose[non
chiaro]. L'Aquinate pensava che l'autonomia della natura fosse un segno della
bontà di Dio, e che non vi era alcun conflitto tra il concetto di un universo
divinamente creato, e l'idea che l'universo si potesse essere evoluto nel tempo
attraverso meccanismi naturali.Tuttavia, Tommaso contestava i sostenitori di
Empedocle, che sostenevano che l'universo avrebbe potuto svilupparsi anche
senza un obiettivo di fondo. Rinascimento e IlluminismoModifica
Comparazione di uno scheletro umano con uno scheletro di uccello ad opera di
Belon La filosofia meccanica di Cartesio incoraggiò l'uso della metafora
dell'universo come macchina, un concetto che avrebbe caratterizzato la
rivoluzione scientifica. Alcuni naturalisti, come Benoît de Maillet, produssero
teorie che sostenevano che l'universo, la Terra, e la vita, si erano sviluppati
meccanicamente, senza una guida divina. Maupertuis virò verso un'idea più
materialista, scrivendo che le modifiche naturali si verificano durante la
riproduzione e si accumulano nel corso di molte generazioni, producendo razze e
specie nuove; una descrizione che ha anticipato il concetto di selezione
naturale. La parola evoluzione (dal latino evolutio, "srotolare,
svolgere") è stata inizialmente utilizzata in riferimento allo sviluppo
embrionale; il suo primo impiego in relazione allo sviluppo della specie è
venuto nel 1762, quando Charles Bonnet la ha utilizzata per il suo concetto di
"pre-formazione", in cui le donne portavano una forma in miniatura di
tutte le generazioni future. Il termine ha poi guadagnato gradualmente il
significato più generale di crescita o sviluppo progressivo. Più tardi nel
XVIII secolo, il filosofo francese Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, uno
dei più importanti naturalisti del tempo, ha suggerito che le specie erano in
realtà solo delle varietà ben delineate, prodotte dalle modifiche, dovute a
fattori ambientali, di un organismo originale. Ad esempio, credeva che leoni,
tigri, leopardi e gatti di casa potessero avere tutti un antenato comune.
Leclerc ha inoltre ipotizzato che le circa 200 specie di mammiferi conosciute
in quel periodo potessero essere derivate da solo 38 forme animali originali.
Le idee evolutive del conte erano però limitate; credeva che ciascuna delle
forme originali fossero sorte per generazione spontanea e che ognuno fosse
stata modellata da "muffe interne" che limitavano la quantità di
cambiamenti possibili. Le opere di Buffon, Histoire Naturelle e Époques de la
nature, contengono teorie ben sviluppate sull'origine materialista della Terra;
la sua messa in discussione della fissità della specie è stata estremamente
influente.[24] Un altro filosofo francese, Denis Diderot, scrive che le
cose viventi possono essere sorte per generazione spontanea, e che le specie
sono in uno stato di costante evoluzione attraverso un processo in cui nuove
forme di vita sorgono continuamente, e possono sopravvivere o meno in base al
caso; un'idea che può essere considerata un'anticipazione parziale della teoria
della selezione naturale. Burnett, Lord di Monboddo, incluse nei suoi scritti,
non solo il concetto che l'uomo era disceso dai primati, ma anche che, in
risposta all'ambiente, le creature avevano trovato metodi di trasformare le
loro caratteristiche in lunghi intervalli di tempo. Il nonno di Darwin, Darwin,
pubblicò Zoonomi, dove suggerì che "tutti gli animali a sangue caldo sono
sorti da un filamento vivente".[26] Nel suo poema Tempio della Natura,
Erasmus ha descritto il progredire della vita dai minuscoli organismi viventi
nel fango fino a giungere alla biodiversità moderna. La nascita della teoria di
Darwin All'Università di Edimburgo, durante gli studi, Charles Darwin fu
coinvolto direttamente negli sviluppi della teoria evoluzionistica di Robert
Edmund Grant, ispirata dalle idee di Erasmus Darwin e Lamarck. In seguito,
all'Università di Cambridge, i suoi studi di teologia lo convinsero ad
accettare le considerazioni di William Paley sul "disegno" di un
Creatore, mentre il suo interesse nella storia naturale aumentò grazie al
botanico John Stevens Henslow e al geologo Adam Sedgwick, entrambi fermamente
credenti in una creazione divina e nell'antico uniformismo della terra. Durante
il viaggio del Beagle, Darwin si convinse della fondatezza dell'attualismo di
Lyell e cercò di conciliare le varie teorie creazionistiche con le prove che
riuscì ad evidenziare. Al suo ritorno, Richard Owen dimostrò che i fossili che
Darwin aveva trovato, appartenevano a specie estinte mostranti relazioni con
delle specie viventi in alcune località. Gould rivelò con sorpresa che gli
uccelli completamente diversi ritrovati nelle Isole Galápagos erano, in realtà,
13 specie diverse di fringuelli (conosciuti ora, volgarmente in tutto il mondo,
come i Fringuelli di Darwin). Schizzo di un albero filogeneticodisegnato
da Darwin negli appunti preparatori del suo First Notebook on Transmutation of
Species. Darwin medita sulla trasmutazionein una serie di appunti segreti. Si
occupò inoltre della selezione artificiale delle razze domestiche, consultando
William Yarrell e leggendo un opuscolo scritto da un amico, Sebright, il quale
commentava come "con un severo inverno, o una scarsità di cibo, attraverso
l'uccisione degli individui deboli e malaticci, si avessero tutti i migliori
effetti della più abile selezione". Nel 1838, in uno zoo, vide per la
prima volta una scimmia antropomorfa: il bizzarro comportamento di un orango lo
impressionò per la somiglianza con quello di un "bambino dispettoso"
e, dalla sua esperienza sui nativi della Terra del Fuoco, lo portò a pensare
che non ci fosse poi un grande abisso tra gli uomini e gli animali, a dispetto
della dottrina teologica che considera solo la specie umana possedente
un'anima. Darwin comincia a leggere la sesta edizione del Saggio sul
principio della popolazione di Malthus, con la quale ricordò la dimostrazione
statistica secondo cui la popolazione umana, riproducendosi al di sopra dei
propri mezzi, competesse per la sopravvivenza. In questo periodo tentò di
applicare per primo questi principi alle specie animali. Darwin applicò nella
sua ricerca il pensiero liberista sulle leggi di Natura, considerando la pura
lotta per la vita priva di sostegni esterni. Dal dicembre 1838 intravide una
somiglianza tra il concetto della selezione artificiale e la Natura Malthusiana
che selezionava, attraverso il cambiamento, le varianti da eliminare, in modo
che ogni parte delle nuove strutture acquisite fosse pienamente pratica e
perfetta. L'origine delle specieModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: L'origine delle specie. La sintesi evolutiva
modernaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Neodarwinismo.Anassimandro di Mileto afferma che dall'acqua e dalla terra
riscaldate sarebbero nati dei pesci o degli animali molto simili a pesci; in
questi concrebbero gli uomini, e i feti vi rimasero rinchiusi fino alla
pubertà. Quando questi si spezzarono, allora finalmente ne uscirono uomini e
donne che potevano già nutrirsi." (Censorino, De die natali) Anassimandro dice
pure che da principio l'uomo fu generato da animali di altra specie." (Plutarco,
Doxa) ^ Franco Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, Colin A. Ronan, The
Shorter Science and Civilisation in China: An Abridgement by Ronan of Needham's
Original Text, Cambridge; New York, Cambridge, Miller James, Daoism and Nature,
su jamesmiller.ca Sedley, Lucretius, in Stanford Encyclopedia of Philosophy,
Stanford, CA, Stanford, Bowler, The Earth Encompassed: A History of the
Environmental Sciences., in Norton History of Science, New Yorki, Norton, CICERONE
(si veda), De Natura Deorum. Sant'Agostino, La genesi alla lettera. ^ Gill,
Meredith J., Augustine in the Italian Renaissance: Art and Philosophy from
Petrarch to Michelangelo, Cambridge; New York, Cambridge, Owen, Vatican buries
the hatchet with Charles Darwin, su Times, Bergoglio, "Teoria del Big Bang
non contraddice la creazione divina. Dio non è stato un mago", su
huffingtonpost.it, Huffington Post, Fairfield, From the Greeks to Darwin: An
Outline of the Development of the Evolution Idea, New York, Macmillan, Dickson
White, Storia della lotta della scienza con la teologia nella cristianità,
edizione inglese: A History of the Warfare of Science with Theology in
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Joseph Johnson, Erasmus Darwin, Tempio della Natura, ossia L'origine della
Società: Un poema con note filosofiche, Londra, Joseph Johnson, Voci correlate Evoluzione
Creazionismo Dibattito fra creazionismo ed evoluzionismo Storia del pensiero
evoluzionista, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Modifica su
Wikidata Portale Biologia Portale Filosofia
Portale Storia L'origine delle specie saggio di divulgazione scentifica
di Charles Darwin Darwinismo teoria dell'evoluzione proposta da Charles
Darwin Evoluzionismo teista dottrina. In the few years of the pre-
Christian period that remained the teaching of Empedocles, and of Epicurus as
the mouthpiece of the y atomic theory, was revived by LUCREZIO in his “De Rerum
Natura.” Of that remarkable man but little is recorded, and the record is
untrustworthy. LUCREZIO died by his own hand, Jerome says, but of this
there is no proof. It is difficult, taking up LUCREZIO’s wonderful poem, to
resist the temptation to make copious extracts from it, since, even
through the vehicle of Munro's annotations, it is probably little
known to the Oxford pupil in Literae Humaniores in these evil days of
snippety philosophy. But the temptation must be resisted, save in
moderate degree. With the dignity which his high mission inspires, LUCREZIO
appeals to us in the threefold character of teacher, reformer, and poet. First,
by reason of the greatness of my argument, and because I set the
mind free from the close-drawn bonds of your Roman superstitions; and next
because, on so dark a theme, I compose such lucid verse, touching every point
with the grace of poesy. As a teacher, LUCREZIO expounds the doctrines of
The Garden (L’Orto) concerning life and nature. As a reformer, LUCREZIO attacks
the Roman superstitions. As a philosophical poet, LUCREZIO informs both the
atomic philosophy and its moral application with harmonious and beautiful verse
swayed by a fervour that is akin to religious emotion. Discussing at the
outset various theories of origins, and dismissing these, notably that which asserts
that things came from nothing for if so, any kind might be born of
anything, nothing would require seed," LUCREZIO proceeds to expound
the teaching of the atomists as to the constitution of things by
particles of matter ruled in their movements by unvarying laws. This
theory LUCREZIO works all round, explaining the processes by which the
atoms unite to carry on the birth, growth, and decay of things, the
variety of which is due to variety of form of the atoms and to
differences in modes of their combination; the combinations being
deter- mined by the affinities or properties of the atoms
themselves, " since it is absolutely decreed what each thing can and
what it cannot do by the conditions of Nature." Change is the law of
the universe;. what is, will perish, but only to reappear in another
form. Death is "the only immortal"; and it is that and
what may follow it which are the chief tormentors of men. " This
terror of the soul, therefore, and this darkness, must be dispelled, not
by the rays of the sun or the bright shafts of day, but by the
outward aspect and harmonious plan of Nature." LUCREZIO explains
that the soul, which he places in the centre of the breast, is also formed
of very minute atoms of heat, wind, calm air, and a finer essence, the
pro- portions of which determine the character of both men and
animals. It dies with the body, in support of which statement LUCREZIO
advances XVIII arguments, so determined is he to " deliver those who
through fear of death are all their lifetime subject to bondage. These themes
fill the first three books. In the fourth he grapples with the mental
problems of sensation and conception, and explains the origin
of belief in immortality as due to ghosts and appari- tions which
appear in dreams. " When sleep has prostrated the body, for no other
reason does the mind's intelligence wake, except because the very
same images provoke our minds which provoke them when we are awake, and
to such a degree that we seem without a doubt to perceive him whom life
has left, and death and earth gotten hold of. This Na- ture
constrains to come to pass because all the senses of the body are then
hampered and at rest throughout the limbs, and cannot refute the unreal by
real things." In the fifth book Lucretius deals with
origins — of the sun, the moon, the earth (which he held to be
flat, denying the existence of the antipodes); of life and its
development; and of civilization. In all this he excludes design,
explaining everything as pro- duced and maintained by natural agents,
"the masses, suddenly brought together, became the rudiments
of earth, sea, and heaven, and the race of living things." He
believed in the successive appearance of plants and animals, but in their
arising separately and di- rectly out of the earth, " under the
influence of rain and the heat of the sun," thus repeating the
old speculations of the emergence of life from slime, "
wherefore the earth with good title has gotten and keeps the name of
mother." He did not adopt Empedocles's theory of the " four roots of
all things," and he will have none of the monsters — ^the
hippo- griflFs, chimeras, and centaurs — ^which form a part of the
scheme of that philosopher. These, he says, ** have never existed,"
thus showing himself far in advance of ages when unicorns, dragons, and
such-like fabled beasts were seriously believed to exist. In one respect,
more discerning than Aristotle, he accepts the doctrine of the survival
of the fittest as taught by the sage of GIRGENTI. For he argues that
since upon "the increase of some Nature set a ban, so that they
could not reach the coveted flower of age, nor find food, nor be united
in marriage," many races of living things have died out, and
been unable to beget and continue their breed." LUCREZIO speaks of GIRGENTI
in terms scarcely less exaggerated than those which he applied to
Epi- curus. The latter is " a god " who first found out
that plan of life which is now termed wisdom, and who by tried skill
rescued life from such great billows and such thick darkness and moored it in
so perfect a calm and in so brilliant a light, ... he cleared men's
breasts with truth-telling precepts, and fixed a limit to lust and fear,
and explained what was the chief good which we all strive to reach."
As to GIRGENTI," that great country (Sicily) seems to have
held within it nothing more glorious than this man, nothing more holy,
marvellous, and dear. The verses, too, of this godlike genius cry with
a loud voice, and make known his great discoveries, so that he
seems scarcely bom of a mortal stock." Continuing his speculations
on the development of living things, Lucretius strikes out in bolder
and l.^ original vein. The past history of man,
he says, lies in no heroic or golden age, but in one of struggle
out of savagery. Only when "children, by their coaxing ways, easily
broke down the proud temper of their fathers," did there arise the
family ties out of which the wider social bond has grown, and soft-
ening and civilizing agencies begin their fair offices. In his battle for
food and shelter, " man's first arms were hands, nails and teeth and
stones and boughs broken off from the forests, and flame and fire, as
soon as they had become known. Afterward the force of iron and copper was
discovered, and the use >^. ' of copper was known before that of iron,
as its nature is easier to work, and it is found in greater
quantity. With copper they would labour the soil of the earth and
stir up the billows of war. Then by slow steps the sword of iron gained
ground and the make of the copper sickle became a byword, and with
iron they began to plough through the earth's [soil, and the
struggles of wavering man were rendered equal." As to language,
" Nature impelled them to utter the various sounds of the tongue,
and use struck out the names of things." Thus does Lucretius point
the road along which physical and mental evolution have since
travelled, and make the whole story subordi- nate to the high purpose of
his poem in deliverance of the beings whose career he thus traces from
super- stition. Man " seeing the system of heaven and the
different seasons of the years could not find out by what causes this was
done, and sought refuge in handing over all things to the gods and
supposing all things to be guided by their nod." Then, in the
sixth and last book, the completion of which would seem to have been
arrested by his death, LUCREZIO explains the law of winds and storms, of
earth-quakes and volcanic outbursts, which men " foolishly lay to
the charge of the gods," who thereby make known their
anger. So, loath to suffer mute, We, peopling the void air,
Make Gods to whom to impute The ills we ought to bear ; With God
and Fate to rail at, suffering easily. And what a motley crowd of
gods they were on whose caprice or indifference he pours his vials
of anger and contempt! The tolerant pantheon of Rome gavie welcome
to any foreign deity with respectable credentials; to Cybele, the Great Mother,
imported in the' shape of a rough-hewn stone with pomp and rejoicings
from Phrygia 204 b. c; to Isis, welcomed from Egypt; to Herakles,
Demeter, As- klepios, and many another god from Greece. But these are
dismissed from a man's thought when the prayer or sacrifice to them had
been offered at the due season. They had less influence on the
Roman's life than the crowd of native godlings who were thinly
disguised fetiches, and who controlled every action of the day. For the
minor gods survive the changes in the pantheon of every race. Of the
Greek peasant of to-day Mr. Rennel Rodd testifies, in his Custom and
Lore of Modern Greece, that much as he would sliudder at the accusation
of any taint of paganism, the ruling of the fates is more immediately
real to him than divine omnipotence. Mr. Tozer confirms this in his
Highlands of Turkey. He says: " It is rather the minor deities and
those as- sociated with man's ordinary life that have escaped the
brunt of the storm, and returned to live in a dim twilight of popular
belief. In India, Lyall tells us that, " even the supreme triad of
Hindu allegory, which represents the almighty powers of creation,
preservation, and destruction, have long ceased to preside actively over
any such correspond- ing distribution of functions. Like limited
monarchs, they reign, but do not govern. They are superseded by the
ever-increasing crowd of godlings whose influence is personal and
special, as shown by Mr. Crooke in his instructive Introduction to
the Popular Religion and Folk-lore of Northern India. The old ROMAN
CATALOGUE of spiritual beings, abstractions as they were, who gfuarded
life in minute detail, is a long one. From the indigitamenta^ as
such lists are called, we learn that no less than forty- three were
concerned with the actions of a child. When the farmer asked Mother Earth
for a good harvest, the prayer would not avail unless he also
invoked " the spirit of breaking up the land and the spirit of
ploughing it crosswise; the spirit of furrow- ing and the spirit of
ploughing in the seed; and the spirit of harrowing; the spirit of weeding
and the spirit of reaping; the spirit of carrying com to the barn;
and the spirit of bringing it out again." The country, moreover,
swarmed with Chaldaean astrolo- gers and casters of nativities; with
Etruscan harus- pices full of " childish lightning-lore, who
foretold eve'tits from the entrails of sacrificed animals; while in
competition with these there was the State-supported college of augurs to
divine the will of the gods by the cries and direction of the flight of
birds. Well might the satirist of such a time say that the place was
so densely populated with gods as to leave hardly room for the
men." It will be seen that the justification for
including Lucretius among the Pioneers of Evolution lies in his two
signal and momentous contributions to the science of man; namely, the
primitive savagery of the human race, and the origin of the belief in
a soul and a. future life. Concerning the first, an- thropological
research, in its vast accumulation of materials during the last sixty
years, has done little more than fill in the outline which the insight
of LUCREZIO enabled him to sketch. As to the second, he anticipates,
well-nigh in detail, the ghost-theory of the origin of belief in spirits
generally which Her- bert Spencer and Dr. Tylor, following the lines
laid down by Hume and Turgot, have formulated and sustained by an
enormous mass of evidence. The credit thus due to Lucretius for the
original ideas in his majestic poem — Greek in con- ception and Roman in
execution — has been obscured in the general eclipse which that poem suf-
fered for centuries through its anti-theological spirit. Grinding at the
same philosophical mill, Aristotle, because of the theism assumed to be
involved in his " perfecting principle," was cited as " a
pillar of the faith" by the Fathers and Schoolmen; while
Lucre- tius, because of his denial of design, was “anathema
maranatha.” Only in these days, when the far-reach- ing effects of the
theory of evolution, supported by observation in every branch of inquiry,
are apparent, are the merits of Lucretius as an original seer, more
than as an expounder of the teachings of GIRGENTI and L’ORTO, made clear.
Standing well-nigh on the threshold of the Chris- tian era, we may
pause to ask what is the sum of the speculation into the causes and
nature of things which, begun in Ionia (with impulse more or less
slight from the East), by Thales, ceased, for many centuries, in the poem
of Lucretius, thus covering an active period of about five hundred years.
The caution not to see in these speculations more than an approximate
ap- proach to modern theories must be kept in mind. There is a
primary substance which abides amidst the general flux of things.
All modern research tends to show that the various combinations of
matter are formed of some prima ma- teria. But its ultimate nature
remains unknown. 2. Out of nothing comes nothing. Modern
science knows nothing of a beginnings and, moreover, holds it to be
unthinkable. In this it stands in direct opposition to the theological
dogma that God created the universe out of nothing; a dogma still
accepted by the majority of Protestants and binding on Roman Catholics.
For the doctrine of the Church of Rome thereon, as expressed in the Canons
of the Vatican Council, is as follows: " If any one confesses
not that the world and all things which are contained in it, both
spiritual and mental, have been, in their whole substance, produced by
God out of nothing; or shall say that God created, not by His free will
from all necessity, but by a necessity equal to the necessity
whereby He loves Himself, or shall deny that the world was made for the
glory of God: let him be anathemaJ' The primary substance is
indestructible. The modern doctrine of the Conservation of Energy
teaches that both matter and motion can neither be ere- ated nor
destroyed. The universe is made up of indivisible particles called
atoms, whose manifold combinations, ruled by unalterable affinities,
result in the variety of things. With modifications based on
chemical as well as mechanical changes among the atoms, this theory
of Leucippus and Democritus is confirmed. (But recent experiments
and discoveries show that reconstruction of chemical theories as to the
properties of the atom may happen.) Change is the law of things, and
is brought about by the play of opposing forces. Modern
science explains the changes in phenomena as due to the antagonism of
repelling and attracting modes of motion; when the latter overcome the
former, equilibrium will be reached, and the present state of
things will come to an end. 6. Water is a necessary condition of
life. Therefore life had its beginnings in water; a theory
wholly indorsed by modern biology, Life arose out of non-living
matter. Although modern biology leaves the origin of life as
an insoluble problem, it supports the theory of fundamental continuity
between the inorganic and the organic. Plants came before animals:
the higher organ- isms are of separate sex, and appeared subsequent
to the lower. Generally confirmed by modern biology, but with
qualification as to the undefined borderland between the lowest plants
and the lowest animals. And, of course, it recognises a continuity in the
order and succession of life which was not grasped by the
Greeks. Aristotle and others before him believed that some of the
higher forms sprang from slimy matter direct. 9. Adverse conditions
cause the extinction of some organisms, thus leaving room for those
better fitted. Herein lay the crude germ of the modern
doctrine of the survival of the fittest. Man was the last to appear, and
his primi- tive state was one of savagery. His first tools and
weapons were of stone; then, after the discovery of metals, of copper;
and, following that, of iron. His body and soul are alike compounded of
atoms, and the soul is extinguished at death. The science of
Prehistoric Archceology confirms the theory of man's slow passage from
barbarism to civili- zation; and the science of Comparative Psychology
de- clares that the evidence of his immortality is neither stronger
nor weaker than the evidence of the immortality of the lower
animals. Such, in very broad outline, is the legacy of sug- gestive
theories bequeathed by the Ionian school and its successors, theories
which fell into the rear when Athens became a centre of intellectual life
in which discussion passed from the physical to those ethical
problems which lie outside the range of this survey. Although Aristotle,
by his prolonged and careful observations, forms a conspicuous exception,
the fact abides that insight, rather than experiment, ruled Greek
speculation, the fantastic guesses of parts of which themselves evidence
the survival of the crude and falsei deas about earth and sky long
prevailing. The more wonderful is it, therefore, that so much
therein points the way along which inquiry travelled after its subsequent long
arrest; and the more apparent is it that nothing in science or art, and
but little in theological speculations, at least among us Westerns, can
be understood without reference to Greece. Approxi-Namb. Place. mate
Speciality. Thales. Miletus.Cosmological (Ionia).Ae Pri f Water.Substance
Anaximender. the Boundless. Anaximenes.Air. Pythagoras. Samos Numbers: the
Ionian a Cosmos built coast). up of geometrical figures or(Grote, Plato)
generated out of number. Xenophanes. Colophon. Founder of the (Ionia).
Eleatic school. Heraditus. Ephesus Ionia Fire. Empedocles. Agrigentum Fire,
Air,Earth, (Sicily). And Water ruled by Love and Strife. Anaxagoras.
Clazomenae (Ionia). Nous. Leucippus Democritus. Abdera. Formulators of the
Atomic Thrace Theory Aristotle. Stagira (Macedonia).
Naturalist. i Epicurus. Samos. Expounder of the Atomic Theory and
Ethical Philosopher. LUCREZIO. Roma Interpreter of Epicurus and
EMPEDOCLE DI GIRGENTI: the first Anthropologist. Gilberto Corbellini. Keywords:
darwinismo politizzato, Dawkins’ selfish gene – read selfish gene – medicina in
Roma antica -- evoluzione, emergentismo, biologia filosofica, grammatical del
vivente, cooperazione, altruismo, razionalita, utilitarismo, darwinismo
sociale, evolluzione, filosofia dell’evoluzione, progresso ed evoluzione.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Corbellini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cordeschi:
la ragione conersazionale e l’implicatura conversazionale della logica della
guerra – scuola dell’Aquila –filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (L’Aquila).
Filosofo abruzzes. Filosofo italiano. L’Aquila, Abruzzo. Grice: “Cordeschi is
fine if you are into how we can model a pirot from an automaton – Descartes’s
old idea!” -- Roberto Cordeschi (L'Aquila) filosofo. Si laurea a Roma sotto Somenzi. Si appassiona subito
alla storia della cibernetica, di cui Somenzi fu tra i primi studiosi e
contributori in Italia. Con la co-supervisione di Radice discute una tesi sui
Teoremi di incompletezza di Gödel. Insegna a Morino, Avezzano, Torino, Roma, e
Saerno. Altre opere: “Turing” – homo mechanicus (Alan Mathison); “Turing’s homo
mechanicus” (Pisa: Edizioni della Normale); “La cibernetica in Italia” (Roma:
Scienze, Istituto della Enciclopedia Italiana); “Un padrino per l’Intelligenza
Artificiale. Sapere; “L’intelligenza meccanica”; Alfabeta; “Dalla cibernetica a
internet: etica e politica tra mondo reale e mondo virtuale; “Dal corpo bionico
al corpo sintetico. Roma: Carocci); “Somenzi. testimonianze. Mantova: Fondazione
Banca Agricola Mantovana); “Natura, machina, cervello e conoscenza”; “Autonomia
delle macchine: dalla cibernetica alla robotica bellica” (Roma: Armando);
“Rap-resentare il concetto: filosofia e modello computazionale”. Sistemi
Intelligenti, “Fare a meno delle metafore: il metodo sintetico e la scienza
cognitive” (Milano: Franco Angeli). Nuove prospettive nell’Intelligenza
Artificiale, XXI SecoloNorme e idee. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana
Treccani), “Quale coscienza artificiale? Sistemi intelligenti, “Adattamento” e
“selezione” nel mondo della natura” (Milano: Franco Angeli); “Computazionalismo
sotto attacco” (Padova: CLEUP); Premessa al Documento di Dartmouth, Sistemi
Intelligenti, “Psicologia, fisicalismo e Intelligenza Artificiale. Teorie e Modelli;
“Forme e strutture della comunicazione linguistica. Intersezioni. Filosofia
dell’intelligenza artificiale. In Floridi L., a cura di. Linee di ricerca,
SWIF. Una lezione per la scienza cognitiva. Sistemi Intelligenti, Funzionalismo
e modelli nella Scienza Cognitiva. Forum SWIF. C Vecchi problemi filosofici per
la nuova Intelligenza Artificiale. Networks. Rivista di Filosofia
dell’Intelligenza Artificiale e Scienze Cognitive, In ricordo di Vittorio
Somenzi Quaderno Filosofi e Classici SWIF; Intelligenza artificiale. Manuale
per le discipline della comunicazione. Roma: Carocci. L’intelligenza
Artificiale: la storia e le idee. Roma: Carocci); “Naturale e artificiale”
(Bari: Edizioni Laterza); La scoperta dell’artificiale. Psicologia, filosofia e
macchine intorno alla cibernetica, Milano-Bologna: Dunod-Zanichelli); “Pensiero
meccanico” e giochi dell’imitazione. Sistemi Intelligenti; Prospettive della
Logica e della Filosofia della scienza. Atti del Convegno SILFS. Pisa: ETS. I
modelli della vita mentale, oggi e domani. Giornale Italiano di Psicologia, Filosofia
della mente. Quaderni di Le Scienze, L’intelligenza artificiale. In: Bellone,
E., Mangione, C., a cura di. Geymonat L., Storia del pensiero scientifico. Il
Novecento, Milano: Garzanti); Somenzi, La
filosofia degl’automi. Origini dell’intelligenza artificiale. Torino: Bollati
Boringhieri); Indagini meccanicistiche sulla mente: la cibernetica e
l’intelligenza artificiale. In: Somenzi, V., Cordeschi, R., a cura di. La
filosofia degl’automi. Origini dell’intelligenza artificiale. Torino: Bollati
Boringhieri: Qualche problema per l’IA classica e connessionista. Lettera
matematica PRISTEM, Una macchina protoconnessionista. Pisa: ETS: Le radici
moderne del recupero scientifico della teologia. Nuova Civiltà Delle Macchine);
Scienza e filosofia della scienza; La mente nuova dell’imperatore. La mente, i
computer, le leggi della fisica. Milano. Wiener. In: Negri, A., a cura di.
Novecento Filosofico e Scientifico. Protagonisti, Milano: Marzorati, Turing.
In: Negri, A., a cura di. Novecento Filosofico e Scientifico.
Protagonisti, Milano: Marzorati: Significato
e creatività: un problema per l’intelligenza artificiale. L’Automa spirituale:
Menti, Cervelli e Computer, Cervello, mente e calcolatori: précis storico
dell’intelligenza artificiale. In: Corsi, P., a cura di. La fabbrica del
pensiero. Dall’arte della memoria alle neuroscienze, Milano: Electa: L’intelligenza
artificiale tra psicologia e filosofia. Nuova Civiltà delle Macchine, Mente,
linguaggio e realtà. Milano: Adelphi. Linguaggio mentalistico e modelli
meccanici della mente. Osservazioni sulla relazione di Boden. L’evoluzione dei
calcolatori e l’intelligenza artificiale. Manuscript; La psicologia
meccanicistica, Storia e critica della psicologia, La teoria dell’elaborazione
umana dell’informazione. Aspetti critici e problemi metodologici. Roma: Editori
Riuniti); Dal comportamentismo alla simulazione del comportamento. Storia e
Critica della Psicologia, I sillogismi di Lullo. Atti del Convegno
Internazionale di Storia della Logica. San Gimignano: Il duro lavoro del
concetto: il neoidealismo e la razionalità scientifica. Giornale critico della
Filosofia Italiana; La psicologia come scienza autonoma: Croce, De Sarlo e gli
“sperimentalisti”. Per un’analisi storica e critica della Psicologia, 2Dietro
una recensione crociana di Couturat. Quaderni di Matematica, Metodi per la
risoluzione dei problemi nell’intelligenza artificiale, Per un’analisi storica
e critica della psicologia, Manuscript. La psicologia tra scienze della natura
e scienze dello spirito: Croce e De Sarlo. In: Cimino G., Dazzi, a cura di. Gli
studi di psicologia in Italia: Aspetti teorici scientifici e ideologici,
Quaderni di storia critica della scienza. Nuova serie. 9, Pisa: Domus Galileana);
Una critica del naturalismo: note sulla concezione crociana delle scienze.
Critica marxista; Introduzione alla logica. Roma: Editori Riuniti. Predicati.
In: CIntroduzione alla logica. Roma: Editori Riuniti. Elementi di logica
matematica. Roma: Riuniti); Bilancio dell’empirismo contemporaneo. Scientia; La
filosofia di Leibniz: esposizione critica con un’appendice antologica. Roma:
Newton Compton Italiana); Filosofia e informazione. Padova: La Cultura;
Validità e reiezione nella logica aristotelica. Il problema della decisione.
Report: Storia della Filosofia Antica. Istituto di Filosofia, Roma. Manuscript.
In generale, nella implicatura robotica c’è la tendenza a ricorrere al
vocabolario delle rappresentazioni solo quando, per così dire, non se ne può
fare a meno, ovvero, più precisamente, quando si lascia il livello puramente
reattivo nel quale il lessico delle rappresentazioni sarebbe banale, per
passare a quello topologico e, a maggior ragione, a quello metrico o delle
mappe cognitive. Due robot puramente reattivi sono capaci di risolvere alcuni
compiti per i quali, nella ricerca su animali (la squarrel Toby di Grice), si
erano invocate rappresentazioni complesse come le mappe cognitive. Questi
stessi robot reattivi, man mano che si riducono le restrizioni sull’ambiente,
diventano sempre meno abili nell’affrontare quegli stessi compiti, che possono
essere risolti solo da agenti dotati di stati interni (attitudine psicologica)
ai quali essi riconoscono lo status di rappresentazioni. La massima sarebbe in
questi casi quella di esaminare tutti i modi possibili di spremere l’ultima
goccia di informazione dal livello reattivo prima di parlare dell’influenza
della rappresentazione, modello del mondo o mappa sul comportamento
intelligente. Circa la natura delle rappresentazioni, una volta ammesse, le
opinioni sono contrastanti, e riflettono la varietà dei punti di vista ormai
usuale in intelligenza artifiziale e intelligenza naturale, classica o nouvelle
che sia. Si può parlare di rappresentazione anche per i pattern connessionisti,
a patto di distinguere la relativa computazione. La rappresentazione e solo
simbolica, quale che sia la loro complessità, e un pattern connessionista, non
essendo considerato simbolico, non e una rappresentazione. Si parla di una
rappresentazione che possono essere di diversa complessità e accuratezza,
esplicita (spliegatura) o implicita (impiegatura), metrica o topologica,
centralizzata o distribuita. E in generale si parla di ra-presentazione
simbolica quando si è in presenza di un costrutto dotato di proprietà ritenuta
analoga a quella del segno. Ricorrenti valutazioni polemiche da parte di alcune
tendenze dell’IA nouvelle identificano nell’Ipotesi del Sistema Fisico di
Simboli il paradigma linguistico per eccellenza dell’IA classica. Tuttavia, un
confronto di qualche anno fa tra sostenitori e critici di questa ipotesi mostra
come questa interpretazione sia quanto meno opinabile. Sarebbe opportuno
tenerne conto, per evitare di porre in un modo troppo sbrigativo l’identificazione
tra simbolo e il concetto piu generale
di segno in IA classica e per affrontare senza pregiudizi i difficili problemi
che stanno alla base della costruzione di un modello di conversazione, tra i
quali quello della natura della rappresentazione. Mi riferisco
all’interpretazione in termini di un sistema di elaborazione simbolica
dell’informazione (dunque in termini di un sistema fisico materiale di simboli)
di sistemi tradizionalmente non considerati tali, come quelli proposti dai
teorici dell’azione situata. L’idea di simbolo che sta alla base di questa
ipotesi è che un simbolo è un pattern che denota, e la nozione di denotazione è
quella che dà al simbolo la sua capacità rappresentazionale. Il pattern puo
denotare altro pattern, sia interni al Si veda per una formulazione particolarmente
esplicita (Gallistel). Detto in breve, tali proprietà riguardano, tra l’altro,
la produttività, ovvero la capacità di generare e capire un insieme illimitato
di frasi, e la sistematicità, ovvero la capacità di capire ad esempio tanto aRb
quanto bRa. Fodor ne ha fatto la base per la sua controversa ipotesi del
“linguaggio del pensiero” Per una introduzione all’argomento, si veda
(Francesco). Per pattern si intende, come sarà più chiaro nel seguito, una
struttura fisica, biologica o inor- ganica, che può essere oggetto di processi
computazionali—codifica, decodifica, registrazione, cancellazione, cambiamento,
confronto—i quali occorrono in sistemi diversi, in un calcolatore e nel sistema
nervoso, anche se in quest’ultimo caso non sappiamo nei dettagli come. Questa
tesi provocò diverse reazioni (si vedano Cognitive Science). Si noti che nelle
intenzioni di Simon e Vera la tesi non comporta che ogni pattern sia dotato di
meccanismo sistema che esterni ad esso (nel mondo reale), e anche stimoli
sensoriali e azioni motorie. Processi tanto biologici quanto inorganici possono
essere simbolici in questo senso e, dal punto di vista sostenuto da Simon e
Vera, i relativi sistemi sono sempre sistemi fisici di simboli, ma a diversi
livelli di complessità. Per esempio, nel caso più semplice che riguarda gli
organismi, anche l’azione riflessa (subcorticale) è un processo simbolico: la
codifica di un simbolo provocata da un ingresso sensoriale, poniamo la
bruciatura di una mano, dà luogo alla codifica di un simbolo motorio, con la
conseguente rapida effettuazione dell’azione, in questo caso il ritirare la
mano. Più precisamente, l’idea è che “il sistema nervoso non trasmette certo la
bruciatura, ma ne comunica l’occorrenza. Il simbolo che denota l’evento [la
brucia- tura] viene trasmesso al midollo spinale, che a sua volta trasmette un
simbolo ai mu- scoli, i quali esercitano la contrazione che consente di ritirare
la mano.” Nel caso degli artefatti, già il solito termostato è un sistema
fisico di sim- boli, sebbene particolarmente semplice: il suo livello di
tensione è un simbolo che denota uno stato del mondo esterno. Come ho
ricordato, anche Brooks ha finito per riconoscere alle rappresentazioni un loro
ruolo nel comportamento dei suoi robot, se non altro alle rappresentazioni
“relati- ve al particolare compito per il quale sono usate” (i “modelli
parziali del mondo”), quali potrebbero essere, a diversi livelli di
complessità, quelle usate da agenti naturali come Cataglyphis o da agenti
artificiali come Toto o il solutore di labirinti sopra ri- cordato. Simon e
Vera considererebbero senz’altro agenti del genere come sistemi fisici di
simboli, dotati di un’attività rappresentazionale molto sofisticata, anche se
specializzata a un compito particolare. Ma essi includono tra i sistemi fisici
di simboli anche artefatti molto più semplici, come il ricordato termostato, e
agenti robotici pu- ramente reattivi o collocabili al livello del taxon system
(che, seguendo Prescott, era stato definito come una catena di associazioni consistenti
in coppie <stimolo, risponsa>). Secondo i due autori, i primi robot alla
Brooks sono (un tipo relativamente sem- plice di) sistemi fisici di simboli:
anche l’interazione senso-motoria diretta di un agen- te con l’ambiente nella
misura in cui dà luogo a un comportamento coerente alle rego- larità
dell’ambiente, non può essere considerata se non come manipolazione simboli-
ca. Ho ricordato sopra il semplice comportamento reattivo di Allen, che tramite
sonar evita ostacoli presenti in un ambiente reale. In questo caso, i suoi
ingressi sensoriali danno luogo a un processo di codifica, e i costrutti in
gioco (i simboli, secondo la definizione sopra ricordata) che risultano da tale
interazione sensoriale, e poi motoria, dell’agente con l’ambiente sono rappresentazioni
interne (degli ostacoli esterni da evitare) in un senso non banale:
l’informazione sensoriale captata dal robot è converti- ta in simboli, i quali
sono manipolati al fine di determinare gli appropriati simboli motori che
evocano o modificano un certo comportamento. L’assenza di memoria in questo
tipo di agente comporta che l’azione sia eseguita senza una rappresentazione
esplicita del piano e dell’obiettivo che orienta l’azione stessa (senza
pianificazione), ma non che non ci sia attività rappresentazionale simbolica.
Qual è la natura di questi simboli, di queste rappresentazioni simboliche?
denotazionale, cosa che evidentemente renderebbe banale questa definizione di
simbolo: ci sono pattern che non denotano, tanto naturali quanto artificiali. Sulla
sufficienza della denotazione per caratterizzare la nozione di simbolo (come di
rappresen- tazione) si è molto discusso. Nel caso degli artefatti più semplici
si tratta di rappresentazioni analogiche che stabiliscono e mantengono la
relazione funzionale del sistema con l’ambiente. Questo, si è visto, è già vero
per il solito termostato. Nel caso di (come pure di certi sistemi
connessionisti, o che includono sistemi connessioni- sti), tali
rappresentazioni (analogiche) hanno carattere temporaneo (senza intervento di
memoria) e distribuito (non sono sottoposte a controllo centralizzato). In
questi casi, una rappresentazione certo imprecisa ma sufficientemente efficace
è fornita da un sonar sotto forma di un pattern interno fisico (un pattern di
nodi della rete, nel caso di un sistema connessionista): essa denota o
rappresenta per il robot un ostacolo o una certa curvatura di una parete o di
un percorso. Una volta che tale pattern venga comu- nicato a uno sterzo, esso
determina l’angolo della ruota sterzante del carrello del robot. Per quanto
diversa a seconda dei casi, è sempre presente un processo di codifica-
elaborazione-decodifica non banale, che stabilisce una ben precisa relazione
funziona- le tra il sistema e l’ambiente, e spiega il comportamento coerente
dell’agente nell’interazione con il mondo. Non parlare di rappresentazioni
interne, e limitarsi a dire che un agente “intrattiene certe relazioni causali
con il mondo, non spiega come tali relazioni vengano mantenute. E’ del tutto
ragionevole sostenere che un agente mantiene l’orientamento verso un oggetto
tramite una relazione causale (Grice, “La teoria causale della percezione”) con
esso e che tale relazione è un pattern di interazione, ma non ha senso pensare
che tale pattern venga prodotto per magia, senza un corrispondente cambiamento
di stato rappresenta- zionale dell’agente, ovvero che esso possa aver luogo
senza una rappresentazione interna fosse pur minima.” Rappresentazioni più
complesse, che sono alla base di un’attività non semplicemente percettiva
diretta, sono presenti in altri casi, quando entrano in gioco la me- moria,
l’apprendimento, il riconoscimento di oggetti e l’elaborazione di concetti, la
formulazione esplicita di una mappa o di piani alternativi, sotto forma di
rappresentazioni off-line, e ancora. In molte di queste attività “alte”
intervengono rappresentazioni esplicite, linguistiche e metriche, ma se si
riconosce che la cognizione richiede questo tipo di rappresentazioni, è
difficile mettere in dubbio che tali attività non condividono con attività più
“basse” come la percezione, sulle quali esse vengono elaborate, il meccanismo
denotazionale, sia pure in una forma minimale. A meno di restringere
arbitrariamente la nozione di rappresentazione e di simbolo, non c’è ragione di
riservarla esclusivamente a pattern linguistici, o ai costrutti della semantica
denotazionale (variabili da vincolare ecc.). Penso si possa sottoscrivere
questa conclusione di Bechtel: “la nozione base [di rappresentazione] è
effettivamente minimale, tale da rende- re le rappresentazioni più o meno
ubique. Esse sono presenti in ogni sistema organiz- zato che si è evoluto o è
stato progettato in modo da coordinare il suo comportamento con le
caratteristiche dell’ambiente. Ci sono dunque rappresentazioni nel regolatore,
nei sistemi biochimici e nei sistemi cognitivi”. Il riferimento di Bechtel al
regolatore di Watt è polemico nei confronti di van Gelder, che ne faceva il
prototipo della sua concezione non computazionale e non simbolica della co-
gnizione. In realtà questo tipo di artefatti analogici (sistemi a feedback
negativo e servomecca- nismi) erano stati interpretati come sistemi
rappresentazionali già all’epoca della cibernetica, in primo luogo da Craik,
che ne aveva fatto la base per una “teoria simbolica del pensie- ro”, come egli
la chiamava, per la quale “il sistema nervoso è visto come una macchina
calcola- trice capace di costruire un modello o un parallelo della realtà”. Non
entriamo in questa sede sui diversi problemi relativi al contenuto delle Simon
e Vera distinguono il livello della modellizzazione simbolica da quello della
realizzazione fisica (sia biologica che inorganica) di un agente.
Nell’interazione con l’ambiente, un agente ha un’attività rappresentazionale
che è data dalle caratteri- stiche specifiche del suo apparato fisico di
codifica-elaborazione-decodifica di simboli. Si pensi ancora alla codifica,
molto approssimativa ma generalmente efficace, at- traverso sonar degli
ostacoli da parte di un robot reattivo, e alla relativa decodifica che si
conclude in un ben determinato movimento. La modellizzazione simbolica di
questa capacità non appare in linea di principio diversa da quella “alta” sopra
ricordata. L’idea è che tutti questi tipi o livelli di rappresentazioni, da
quelli legati alla percezio- ne a quelli più alti della “ricognizione”, possono
essere opportunamente modellizzati attraverso regole di produzione, come
livello di descrizione di un sistema fisico di simboli. Un robot basato
sull’architettura della sussunzione non fa eccezione. Ad esempio, il
funzionamento di un modulo reattivo al livello più basso dell’architettura, che
con- trolla la reazione di evitamento di ostacoli, potrebbe essere reso da
un’unica regola di produzione del tipo “se c’è un ostacolo rilevato attraverso
sonar e bussola allora fermati”. Questa possibilità sembra essere stata presa
in considerazione dallo stesso Brooks, che però la respingeva in questi
termini: “Un sistema di produzione standard in realtà è qualcosa di più [di un
robot behavior-based], perché ha una base di regole dalla quale se ne seleziona
una attraverso il confronto tra la precondizione di ogni regola e una certa
base di dati. Le precondizioni possono contenere variabili che de- vono essere
confrontate con costanti nella base di dati. I livelli dell’architettura della
sussunzione funzionano in parallelo e non ci sono variabili né c’è bisogno di
tale confronto. Piuttosto, vengono estratti aspetti del mondo, che evocano o
modificano direttamente certi comportamenti a quel livello. Tuttavia, se
distinguiamo il livello della realizzazione fisica da quello della sua
modellizzazione, quella che Brooks chiama l’estrazione degli “aspetti del
mondo” rilevanti per l’azione è descritta in modo adeguato da un opportuno
sistema di regole di produzione, e tramite tale sistema un certo comportamento
di una sua creatura può essere evocato o modificato nell’interazione con
l’ambiente. E questo modello (a regole di produzione) delle regolarità
comportamentali di diversi livelli dell’architettura della sussunzione può
essere implementata in un dispositivo che, grazie all’elevato grado di
parallelismo, presenta doti di adattività, robustezza e rispo- sta in tempo
reale paragonabili a quelle di un dispositivo behavior-based. In questo senso,
le regole di descrizione danno una modellizza- zione adeguata del comportamento
di un agente situato. Oltre alle risposte automatiche, che nel caso dell’azione
riflessa o “innata” e di quella reattiva possono essere rese attraverso un’unica
regola di produzione (qualcosa che corrisponda a una relazione comportamentista
S→R), esistono le azioni automa- rappresentazioni, al ruolo dell’utente degli
artefatti e alla natura della spiegazione cognitiva. L’articolo di Bechtel
contiene una disanima efficace di questi problemi, rispetto a posizioni diverse
come quella sostenuta da Clancey contro la tesi di Vera e Simon. In breve, le
regole di produzione hanno la forma “se... allora”, o CONDIZIONE → AZIONE. La
memoria a lungo termine di un sistema fisico di simboli è costituita da tali
regole: gli antecendenti CONDIZIONE permettono l’accesso ai dati in memoria,
codificati dai conseguenti AZIONE. tizzate a seguito dell’apprendimento,
quando cioè le regolarità relative a un certo comportamento sono state
memorizzate, o quelle che comportano una relazione “di- retta” con il mondo
tramite le affordance alla Gibson. Un esempio sono le risposte immediate che
fanno seguito a sollecitazioni improvvise o impreviste provenienti
dall’ambiente Ora i teorici dell’azione situata (e, come si è visto, i nuovi
robotici) insistono sul fatto che questi casi di interazione diretta con
l’ambiente si svolgono in tempo reale, senza cioè che sia possibile quella
presa di decisione, diciamo così, meditata che ri- chiede la manipolazione di
rappresentazioni e la pianificazione dell’azione. Si pensi all’esempio di
Winograd e Flores dell’automobilista che, guidando, affronta una curva a
sinistra. In primo luogo, secondo i due autori, non è necessario che egli
faccia continuamente riferimento a conoscenze codificate sotto forma di regole
di produzione—non è necessario riconoscere una strada per accorgersi che è
“percorribi- le” (la “percorribilità”, questa è la tesi, è colta nella
relazione diretta agente- ambiente). In secondo luogo, la decisione è presa
dall’agente, per così dire, senza pensarci (senza pensare di posizionare le
mani, di contrarre i muscoli, di girare lo sterzo in modo che le ruote vadano a
sinistra ecc.). Tutto ciò avviene automaticamente e immediatamente, dunque
senza applicare qualcosa come una successione di regole di produzione “se p, q”.
In conclusione, la tesi è che non è possibile modellizzare questo aspetto della
presa di decisione istantanea, o in tempo reale, attraverso un dispositivo che
comporta codifica-elaborazione-decodifica di simboli, dunque computazioni,
regole di produzione e così via. L’obiettivo della critica di Winograd e Flores
è la teoria della presa di decisione nello spazio del problema, con il quale ha
a che fare l’agente a razionalità limitata di Simon. Ora, se prendiamo sul
serio la teoria di Simon, va detto che alla base del carat- tere limitato della
razionalità dell’agente sta la complessità dell’ambiente non meno dei limiti
interni dell’agente stesso (limiti di memoria, di conoscenza della situazione
ecc.). Nel prendere la decisione, quest’ultimo, secondo la teoria di Simon, in
generale non è in grado di considerare, come spazio delle alternative
pertinenti, lo spazio di tutte le possibilità, ma solo una parte più o meno
piccola di esso, e questa selezione avviene sulla base delle sue conoscenze,
aspettative ed esperienze precedenti. Ora una presa di decisione istantanea,
non meno di una presa di decisione meditata, è condi- zionata da questi
elementi, i quali, una volta che abbiano indotto, poniamo attraverso l’apprendimento,
la formazione di schemi automatici di comportamento (di risposte motorie,
nell’esempio di sopra), finiscono per determinare l’esclusione immediata di
certe alternative possibili (come, nell’esempio della guida, innestare la
marcia indietro) a vantaggio di altre (come scalare marcia, frenare ecc.), e
tra queste altre quelle suggerite dalla conoscenza dell’ambiente stesso (fondo strada
bagnato ecc.) e dalle Le affordance, nella terminologia di Gibson sono
invarianti dell’ambiente che vengo- no “colte” (picked up) dall’agente
“direttamente” nella sua interazione con l’ambiente stesso, e “direttamente”
viene interpretato come: senza la mediazione di rappresentazioni e di computa-
zioni su esse. Un esempio sono i movimenti dell’agente in un ambiente nel quale
deve evitare oggetti o seguirne la sagomatura e così via: un po’ quello che
fanno i robot reattivi di cui ho parlato. L’esempio del termostato è ricorrente
in scienza cognitiva e in filosofia della mente dai tempi della cibernetica. E’
evidente che definire sistemi fisici di simboli artefatti di questo tipo (e del
tipo dei robot di Brooks, come vedremo) comporta rinunciare al requisito
dell’universalità per tali sistemi (sul quale si veda Newell). aspettative
pertinenti.17 Secondo le stesse parole di Simon “il solutore di problemi non
percepisce mai Dinge an sich, ma solo stimoli esterni filtrati attraverso i
propri pre- concetti” (Simon). Di norma, dunque, l’informazione considerata
dall’agente non è collocata in uno spazio bene ordinato di alternative,
generato dalla formulazione del problema: tale informazione è generalmente
incompleta, ma è pur sempre sostenuta dalla conoscenza della situazione da
parte dell’agente. La proposta è, dunque, che la modellizzazione a regole di
produzione di un’azione del genere, e in generale di una affordance, è un
simbolo che, via il sistema percettivo di codifica, raggiunge la memoria del
sistema per soddisfare la CONDIZIONE di una regola di produzione esplicita. In
questo modo, soddisfatta la CONDIZIONE, si attiva la regola, e la produzione
(la decodifica) del simbolo di AZIONE avvia la risposta motoria. Da questo
punto di vista, le affordance sono rappresentazioni di pattern del mondo
esterno, ma con una particolarità: quella di essere codificate in un modo
particolar- mente semplice. Nell’esempio di sopra, una volta che si sia
imparato a guidare, la regola è qualcosa come: “se la curva è a sinistra allora
gira a sinistra”.Questa regola rappresenta la situazione al livello funzionale
più alto nel quale la rappresentazione che entra in gioco è “minima”. Un
termine del genere, a proposito delle rappresentazioni, lo abbiamo visto usato
da Gallistel, ma per Simon e Vera il termine rimanda alla forma della regola
indicata, che può essere rapidamente applicata: in questo caso, cioè, non c’è
bisogno di evocare i livelli “bassi” o soggiacenti, quelli coinvolti con
l’analisi dettagliata dello spazio del problema e con l’applicazione delle
opportune strategie di soluzione, che comportano computazioni generalmente
complesse, sotto forma di successioni di regole di produzione. Questi livelli
intervengono nelle fasi dell’apprendimento (quando si impara come affrontare le
curve), e possono essere evocati dall’agente quando la situazione si fa
complicata (si pensi a una curva a raggio variabile, che rivela la complessità
dell’interazione codi- fica percettiva-decodifica motoria). E tanto un
apprendimento imperfetto quanto una carenza, per i più svariati motivi,
dell’informazione percettiva rilevante possono anche ostacolare l’accesso ai livelli
soggiacenti che potrebbero dare luogo alla risposta cor- retta (non tutti
coloro che hanno imparato a guidare riescono ad affrontare tutte le curve con
pieno successo in ogni situazione possibile). Insomma, in questa
interpretazione di Simon e Vera l’interazione in tempo reale dell’agente con
l’ambiente è data non dal fatto di essere non simbolica e di non poter essere
modellizzata mediante regole di produzione, ma dal fatto di non dover accede-
re, per dare la risposta corretta, alla complessità delle procedure di
elaborazione sim- bolica dei livelli soggiacenti a quello alto. E’ nell’attività
cognitiva ai livelli soggiacenti, allorché si elaborano piani e strategie di
soluzione di problemi, che viene evidenziata la consapevolezza dell’agente.
Simon e Vera ponevano infine un problema che riguarda i limiti degli approcci
reattivi, sul quale mi sono già soffermato, e che mi sembra condivisibile: “E’
tuttora dubbio se questo approccio behavior-based si possa estendere alla
soluzione di pro- blemi più complessi. Le rappresentazioni non centralizzate e
le azioni non pianificate possono funzionare bene nel caso di creature
insettoidi, ma possono risultare insuffi- cienti per la soluzione di problemi
più complessi. Certo, la formica di Simon non ha 17 Su questo tipo di
comportamento, che può essere visto in termini di “percezione attesa”, si veda bisogno
di una rappresentazione centralizzata e stabile del suo ambiente. Per tornare
al nido zigzagando essa non usa una rappresentazione della collocazione di
ciascun gra- nello di sabbia in relazione alla meta. Ma gli organismi superiori
sembrano lavo- rare su una rappresentazione del mondo più robusta, una
rappresentazione più complessa di quella di una formica, più stabile e tale da
poter essere manipolata per astrarre nuova informazione”. La successiva
evoluzione della robotica sembra confermare questa osservazione. Wikipedia
Ricerca Entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale Dichiarazione di
guerra dell'Italia verso gli alleati nella seconda guerra mondiale 1leftarrow
blue.svg Voce principale: Storia del Regno d'Italia. A seguito dell'attacco
tedesco contro la Polonia, il capo del governo Benito Mussolini, nonostante un
patto di alleanza con la Germania, dichiarò la non belligeranza italiana.
L'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale avvenne con una serie di atti
formali e diplomatici solo dopo nove mesi,, e fu annunciata da Mussolini stesso
con un celebre discorso dal balcone di Palazzo Venezia. Durante i nove mesi di
incertezza operativa, il Duce, impressionato dalle folgoranti vittorie
tedesche, ma conscio della grave impreparazione militare italiana, restò a
lungo dubbioso fra diverse alternative, a volte contrastanti fra loro,
oscillando tra la fedeltà all'amicizia con Adolf Hitler, l'impulso a rinnegarne
la soffocante alleanza, la voglia di indipendenza tattica e strategica, il
desiderio di facili vittorie sul campo di battaglia e la brama di essere ago
della bilancia nello scacchiere della diplomazia europea. Mussolini annuncia
la dichiarazione di guerra dal balcone di Palazzo Venezia a Roma
AntefattiModifica Gli attriti con la Francia e l'avvicinamento alla
GermaniaModifica L'ambasciatore francese in Italia André François-Poncet.
Il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop incontra a Roma MUSSOLINI e il
ministro degli esteri italiano CIANO. Durante il colloquio, Ribbentrop parlò di
un possibile patto di alleanza fra Germania e Italia, argomentando che, forse
nel giro di tre o quattro anni, un confronto armato contro Francia e Regno
Unitosarebbe stato inevitabile. Alle molte domande di Mussolini, il ministro degli
esteri tedesco spiegò che esisteva un'alleanza fra inglesi e francesi, i quali
avrebbero cominciato insieme a riarmarsi, che esisteva un patto di assistenza
reciproca fra sovietici e francesi, che gli Stati Uniti d'America non erano
nelle condizioni di intromettersi in prima persona e che la Germania era in
ottimi rapporti con il Giappone, concludendo che «tutto il nostro dinamismo può
dirigersi contro le democrazie occidentali. Questa la ragione fondamentale per
cui la Germania propone il Patto e lo ritiene adesso tempestivo. Il Duce non
sembrava convinto e iniziò a tergiversare, ma Ribbentrop catturò la sua
attenzione affermando che il mar Mediterraneo, nelle intenzioni di Adolf
Hitler, sarebbe stato posto sotto il totale dominio italiano, aggiungendo che
l'Italia aveva in passato dimostrato la sua amicizia verso la Germania e che
adesso era «la volta dell'Italia di profittare dell'aiuto tedesco. L'obiettivo
di Hitler, cogliendo l'importanza strategica di avere Roma dalla propria parte,
consisteva nel ridurre il numero dei potenziali nemici in una futura guerra,
scongiurando l'eventuale avvicinamento dell'Italia a Francia e Regno Unito, il
che avrebbe significato il ritorno al vecchio schieramento della prima guerra
mondiale e al blocco marittimo che aveva contribuito a piegare l'Impero tedesco
di Guglielmo II. L'incontro fra Ribbentrop, MUSSOLINI e CIANO, però, si
concluse con un momentaneo nulla di fatto. Dopo la conferenza di Monaco
del 1938 la Francia si era riavvicinata all'Italia, inviando a Roma un suo
ambasciatore nella persona di André François-Poncet, e Mussolini ritenne di
poter approfittare del periodo di buoni rapporti per farle tre richieste
riguardanti il mantenimento della particolare condizione degli italiani in
Tunisia, l'ottenimento di alcuni posti nel consiglio di amministrazione della
compagnia del Canale di Suez e un arrangiamento relativo alla città di Gibuti,
che era il terminale dell'unica ferrovia esistente per Addis Abeba, all'epoca
capitale dell'Africa Orientale Italiana. Infatti, gli obiettivi del Duce non
comprendevano la conquista di territori europei. Il primo ministro inglese
Chamberlain e il suo ministro degli esteri, lord Halifax, si recarono a Parigi
e ultimarono i dettagli per la collaborazione militare tra Francia e Regno
Unito, mentre i rapporti fra Italia e Francia iniziavano a deteriorarsi. Il successivo
30 novembre, durante un discorso alla Camera dei fasci e delle corporazioni, il
ministro degli esteri Ciano pronunciò un discorso durante il quale, accennando
alle rivendicazioni irredentistiche italiane, venne interrotto dalle
acclamazioni Nizza!, Savoia!, Corsica!, partite da una trentina di deputati. In
quel momento, nella tribuna diplomatica, assisteva alla seduta anche
l'ambasciatore francese André François-Poncet, arrivato a Roma da appena una
settimana. Una manifestazione simile si verificò il giorno stesso in piazza di
Monte Citorio, dove un centinaio di dimostranti esternò le stesse acclamazioni.
Nonostante la parvenza di spontaneità, si era trattato di iniziative
organizzate da Ciano e da Achille Starace, i quali, chiedendo molto di più
delle tre richieste di Mussolini per poi fingere di accontentarsi del poco
ottenuto per via negoziale, avevano inscenato le manifestazioni per
impressionare François-Poncet, il quale infatti avvisò immediatamente Parigi
dell'accaduto.[8] Il governo francese gli ordinò allora di chiedere spiegazioni
e arrivò alla conclusione che, se la situazione era quella, una futura guerra
contro l'Italia sarebbe stata inevitabile. La sera stessa, durante una seduta
del Gran consiglio del fascismo, Mussolini prese però le distanze da quanto
accaduto in aula, dato che l'Italia aveva da poco ripreso buone relazioni con
la Francia e che la protesta era stata intrapresa a sua insaputa. François-Poncet
chiese a CIANO se le grida dei deputati potevano rappresentare gli orientamenti
della politica estera italiana e se l'Italia riteneva ancora in vigore
l'accordo franco-italiano. Ciano, dissimulando la propria paternità su quanto
accaduto, rispose che il Governo non poteva assumersi la responsabilità delle
affermazioni dei singoli, ma che le riteneva un chiaro campanello d'allarme del
sentire comune nazionale, e che era auspicabile, secondo la sua opinione, una
revisione dell'accordo. Di fronte a
risposte così poco rassicuranti, la Francia iniziò ad aspettarsi un attacco
italiano. Tuttavia, lo stato d'animo dei vertici militari d'oltralpe era
improntato all'ottimismo: il generale Henri Giraud affermò infatti che un
eventuale conflitto sarebbe stato, per le truppe francesi, «una semplice
passeggiata nella pianura del Po», mentre altri ufficiali parlavano di
un'azione militare «facile come infilare un coltello nel burro. Il primo
ministro francese Édouard Daladier, irrigidendo la propria posizione nei
confronti dell'Italia, affermò che non avrebbe mai ceduto ad alcuna pretesa
straniera, facendo così sfumare anche la speranza di accoglimento delle tre
richieste del Duce su Tunisia, Suez e Gibuti. Lo Stato Maggiore francese, fin
dal 1931, aveva disposto dei piani per l'invasione militare dell'Italia,
ampliandoli dopo ma il generale Alphonse Georges fece notare che nessuna azione
sarebbe stata possibile contro l'Italia se, sulla Francia, fosse pesata una
minaccia tedesca. Mussolini decise di aderire al patto italo-germanico,
comunicando a Ribbentrop il proprio impegno. Secondo Ciano, il Duce si convinse
ad accettare la proposta tedesca a causa della comprovata alleanza militare tra
Francia e Regno Unito, dell'orientamento ostile del governo francese nei
confronti dell'Italia e dell'atteggiamento ambiguo degli Stati Uniti d'America,
che mantenevano una posizione defilata, ma che sarebbero stati pronti a
rifornire di armamenti Londra e Parigi. Il maresciallo Pietro Badoglio,
ribadendo la linea mussoliniana tracciata l'anno precedente, riferì allo Stato
Maggiore Generale il contenuto di un suo colloquio avuto con il Duce due giorni
prima, durante il quale «il Capo del Governo mi ha dichiarato che, nelle
rivendicazioni verso la Francia, non intende affatto parlare di Corsica, Nizza
e Savoia. Queste sono iniziative prese da singoli, le quali non entrano nel suo
piano di azione. Mi ha dichiarato, inoltre, che non intende porre domande di
cessioni territoriali alla Francia perché è convinto che essa non ne può fare:
quindi si metterebbe nella situazione o di ritirare una eventuale richiesta (e
ciò non sarebbe dignitoso) o di fare la guerra -- e ciò non è nelle sue
intenzioni. Gli sforzi sostenuti per la guerra d'Etiopia del 1935-36 e per il
supporto alla guerra civile spagnola del 1936-39avevano comportato spese
eccezionali per l'Italia, le quali, unite alla limitata capacità produttiva
dell'industria, alla lentezza del riarmo e alla scarsa preparazione
dell'esercito, spinsero il Duce ad annunciare al Gran consiglio del fascismo,
il 4 febbraio 1939, che il Paese non avrebbe potuto partecipare a un nuovo
conflitto. La firma del Patto d'AcciaioModifica Italia e Germania,
rappresentate rispettivamente dai ministri degli esteri Ciano e Ribbentrop,
concretizzarono la proposta tedesca dell'anno precedente e firmarono a Berlino
un'alleanza difensiva-offensiva, che Mussolini aveva inizialmente pensato di
battezzare Patto di Sangue, ma che poi aveva più prudentemente chiamato Patto
d'Acciaio. Il testo dell'accordo prevedeva che le due parti contraenti fossero
obbligate a fornirsi reciproco aiuto politico e diplomatico in caso di
situazioni internazionali che mettessero a rischio i propri interessi vitali.
Questo aiuto sarebbe stato esteso anche al piano militare qualora si fosse scatenata
una guerra. I due Paesi si impegnavano, inoltre, a consultarsi permanentemente
sulle questioni internazionali e, in caso di conflitti, a non firmare eventuali
trattati di pace separatamente.[16] Pochi giorni prima, Ciano aveva
incontrato Ribbentrop per chiarire alcuni punti del trattato prima di firmarlo.
In particolare la parte italiana, conscia della propria impreparazione
militare, voleva rassicurazioni sul fatto che i tedeschi non avessero
intenzione di iniziare a breve una nuova guerra europea. Il ministro Ribbentrop
tranquillizzò Ciano, dicendo che «la Germania è convinta della necessità di un
periodo di pace che dovrebbe essere non inferiore ai 4 o 5 anni» e che le
divergenze con la Polonia per il controllo del Corridoio di Danzica sarebbero
state appianate «su una strada di conciliazione». Siccome la rassicurazione di
nessun conflitto armato per quattro o cinque anni faceva arrivare al 1943 o al
1944e, quindi, coincideva con la previsione di Mussolini del 4 febbraio 1939 di
essere militarmente pronto per il 1943, il Duce diede il suo assenso definitivo
per la firma dell'alleanza. Vittorio Emanuele III, nonostante la decisione di
Mussolini, continuò a manifestare i propri sentimenti antigermanici e il
successivo 25 maggio, al ritorno di Ciano da Berlino, commentò che «i tedeschi
finché avran bisogno di noi saranno cortesi e magari servili. Ma alla prima
occasione, si riveleranno quei mascalzoni che sono». Dal 27 al 30 maggio il
Duce fu impegnato nella stesura di un testo indirizzato ad Hitler, successivamente
passato alla storia come memoriale Cavallero dal nome del generale che glielo
consegnò ai primi di giugno, nel quale venivano inserite alcune interpretazioni
italiane del Patto da poco stipulato. Nello specifico, Mussolini, nonostante
ritenesse inevitabile una futura «guerra fra le nazioni plutocratiche e quindi
egoisticamente conservatrici e le nazioni popolose e povere», ribadì che Italia
e Germania avevano «bisogno di un periodo di pace di durata non inferiore ai
tre anni» allo scopo di completare la propria preparazione militare, e che un
eventuale sforzo bellico avrebbe potuto avere successo. Ciano si recò al
Berghof, vicino Berchtesgaden, per un colloquio con Hitler. Quest'ultimo,
parlando del Corridoio di Danzica, prospettò un eventuale confronto armato
circoscritto a Germania e Polonia qualora Varsavia avesse rifiutato le
trattative proposte dai tedeschi, specificando che, in base alle informazioni
in suo possesso, né Parigi né Londra sarebbero intervenute. Inoltre, il
Cancelliere tedesco accennò a delle trattative segrete in corso con l'Unione
Sovietica per un'alleanza. Ciano ricordò che era stato definito, alla firma del
Patto d'Acciaio, di far passare alcuni anni prima di intraprendere azioni
belliche, ma il Führer lo interruppe dicendo che «li avrebbe attesi, secondo
quanto era stato concordato. Ma le provocazioni della Polonia e l'aggravarsi
della situazione» avevano «reso urgente l'azione tedesca. Azione però che non
provocherà un conflitto generale. Hitler chiede al Capo del Governo italiano di
quali mezzi e di quali materie prime avesse bisogno per riuscire a prendere
parte a un'eventuale nuova guerra. Nella speranza che il Paese ne fosse
esonerato, il Duce rispose con una lunghissima lista appositamente abnorme e
impossibile da soddisfare, talmente esagerata da essere definita da Galeazzo
Ciano «tale da uccidere un toro. L'elenco - soprannominato Lista del molibdeno
a causa delle 600 tonnellate richieste di questo materiale - comprendeva, fra
petrolio, acciaio, piombo e numerosi altri materiali, un totale di quasi
diciassette milioni di tonnellate di rifornimenti e specificava che, senza tali
forniture da ricevere subito, l'Italia non avrebbe potuto assolutamente
partecipare a una nuova guerra. Il Führer, nonostante il sospetto che Mussolini
lo stesse ingannando, rispose dicendo che comprendeva la precaria situazione
italiana e che poteva inviare una piccola parte del materiale, ma che gli era
impossibile soddisfare per intero le richieste nostrane. La Germania inviò alla
Polonia un ultimatum per la cessione del Corridoio di Danzica e la Polonia
ordinò la mobilitazione generale. La mattina del giorno successivo, nonostante
la situazione fosse già disperata, Mussolini si offrì come mediatore presso
Hitler affinché la Polonia cedesse pacificamente Danzica alla Germania, ma il
ministro degli esteri inglese Halifax rispose che tale soluzione era
inaccettabile. Appresa la notizia, nel pomeriggio dello stesso giorno il Duce
propose allora a Francia e Regno Unito una conferenza per il successivo 5
settembre, «con lo scopo di rivedere quelle clausole del trattato di Versaglia
che turbano la vita europea». Mussolini, precedentemente, aveva già tentato di
instradare la situazione nell'alveo di una soluzione diplomatica. Ciano, nel
suo diario, in più momenti annotò che il Duce «è d'avviso che una coalizione di
tutte le altre Potenze, noi compresi, potrebbe frenare l'espansione germanica»;
«Il Duce sottolinea la necessità di una politica di pace»; «si potrebbe parlare
col Führer di lanciare una proposta di conferenza internazionale»; «Il Duce
tiene molto a che io provi ai tedeschi che lo scatenare una guerra adesso
sarebbe una follia [...] Mussolini ha sempre in mente l'idea di una conferenza
internazionale. Il Duce raccomanda ancora ch'io faccia presente ai tedeschi che
bisogna evitare il conflitto con la Polonia il Duce ha parlato con calore e
senza riserve della necessità della pace»;«Vedo nuovamente il Duce. Tentativo
estremo: proporre a Francia e Inghilterra una conferenza per il 5 settembre»; «facciamo
cenno a Berlino della possibilità di una conferenza». Durante la sera del 31
agosto, però, Mussolini venne informato che Londra aveva tagliato le
comunicazioni con l'Italia. La scelta della non belligeranzaModifica
Truppe tedesche, il 1º settembre 1939, rimuovono una sbarra di confine tra
Germania e Polonia All'alba del 1º settembre le forze armate tedesche,
utilizzando come casus belli l'incidente di Gleiwitz, diedero inizio alla
campagna di Polonia, varcandone il confine alla volta di Varsavia. Mussolini,
avendo firmato solo tre mesi prima l'alleanza con il Reich, fu messo di fronte
alla scelta se scendere o meno in campo a fianco di Hitler. Ricevuta notizia
dell'attacco tedesco e conscio dell'impreparazione italiana, la mattina dello
stesso giorno il Duce telefonò subito all'ambasciatore italiano a Berlino,
Bernardo Attolico, chiedendo che Hitler gli mandasse un telegramma per
sganciarlo dagli obblighi del Patto, in modo da non passare per traditore agli
occhi dell'opinione pubblica. Il Führer rispose immediatamente, in modo molto
cortese, accogliendo senza problemi la posizione dell'Italia, dicendo che
ringraziava Mussolini per l'appoggio morale e politico e rassicurandolo sul
fatto che non aspettava il sostegno militare italiano. Il telegramma, però,
probabilmente per punire la beffa italiana della Lista del molibdeno, non venne
pubblicato da alcun quotidiano del Reich e non venne trasmesso alla radio,
facendo successivamente nascere, nell'opinione pubblica tedesca, una crescente
ostilità nei confronti degli italiani, percepiti come inaffidabili e traditori
del Patto.[32] Galeazzo Ciano riferì che Mussolini, avendo percepito questa
crescente avversione, ancora il 10 marzo 1940 disse a Ribbentrop di essere
«molto riconoscente al Führer per il telegramma nel quale questi ha dichiarato
che non aveva bisogno dell'aiuto militare italiano per la campagna contro la
Polonia», ma che sarebbe stato meglio «se questo telegramma fosse stato
pubblicato anche in Germania». Non potendo scegliere la neutralità per non
tradire l'amicizia con Hitler, nella seduta del Consiglio dei Ministri delle
15:00 del 1º settembre 1939 il Duce rese nota ufficialmente la posizione di non
belligeranza. La mancata consultazione dell'Italia da parte della Germania
prima dell'invasione della Polonia e prima della firma del patto
Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 fra Germania e Unione Sovietica,
comunque, secondo l'interpretazione italiana erano violazioni dei tedeschi
dell'obbligo di consultazione fra i due Paesi, previsto dal testo del Patto
d'Acciaio, consentendo perciò a Mussolini di dichiarare la non belligeranza
senza formalmente venir meno ai patti sottoscritti. Il 2 settembre
Mussolini ripropose l'idea di una conferenza internazionale: inaspettatamente,
Hitler rispose dichiarandosi disposto a fermare l'avanzata tedesca e a
intervenire in una conferenza di pace cui avrebbero partecipato Germania,
Italia, Francia, Regno Unito, Polonia e Unione Sovietica. Gli inglesi,
tuttavia, posero come condizione inderogabile che i tedeschi abbandonassero
immediatamente i territori polacchi occupati il giorno prima. Galeazzo Ciano
riportò nel suo diario che «non tocca a noi dare un consiglio di tale natura a
Hitler, che lo respingerebbe con decisione e forse con sdegno. Dico ciò ad
Halifax, ai due Ambasciatori e al Duce, e infine telefono a Berlino che, salvo
avviso contrario dei tedeschi, noi lasciamo cadere le conversazioni. L'ultima
luce di speranza si è spenta». Secondo lo storico Renzo De Felice: «Così, nelle
prime ore tra il 2 e il 3 settembre, sulle secche dell'intransigenza inglese
forse più che su quelle dell'intransigenza tedesca, naufragò la navicella della
mediazione italiana». Il Regno Unito e Francia, in virtù di un trattato di
alleanza con la Polonia, dichiararono guerra alla Germania. L’ambasciatore
Attolico, facendo riferimento all'accordo fra Hitler e Mussolini per una non
immediata entrata in guerra dell'Italia e al telegramma di conferma di Hitler,
comunicò che nel Reich «le grandi masse popolari, ignare dell'accaduto,
cominciano già a dar segno di una crescente ostilità. Le parole tradimento e
spergiuro ricorrono con frequenza». A conferma dell'impreparazione italiana, il
Commissariato Generale per le Fabbricazioni di Guerra sondò il grado di
approntamento delle Forze Armate, ricevendo come risposta dagli Stati Maggiori
che, salvo imprevisti, la Regia Aeronautica sarebbe riuscita a ripianare
sufficientemente le proprie carenze entro la metà del 1942, la Regia Marina
alla fine del 1943 e il Regio Esercito alla fine del 1944. Inoltre l'economia
italiana risultava fortemente danneggiata dal blocco navale alle esportazioni
tedesche di carbone, imposto da Regno Unito e Francia e dall'applicazione del
diritto di angheria, il quale prevedeva che Londra e Parigi potessero non solo attaccare
il naviglio nemico, ma anche controllare il naviglio neutrale (o non
belligerante) e porre sotto sequestro merci e navi neutrali (o non
belligeranti) provenienti da una nazione nemica o dirette verso di essa.
Dall'agosto al dicembre 1939, infatti, gli inglesi fermarono a Gibilterra e a
Suez, con vari pretesti, 847 navi mercantili e passeggeri italiane (cifra poi
salita a 1.347 navi al 25 maggio 1940), rallentando fortemente i traffici di
qualsiasi merce nel Mar Mediterraneo, arrecando grave danno alla produttività
nazionale e peggiorando i rapporti fra Roma e Londra.[39] Durante
l'inverno il Regno Unito fece sapere di essere disposto a vendere carbone
all'Italia, ma ad un prezzo stabilito unilateralmente da Londra, senza garanzia
sulle tempistiche di consegna e a patto che l'Italia rifornisse di armamenti
pesanti Regno Unito e Francia. Siccome l'accettazione di una simile proposta
avrebbe comportato il crollo delle relazioni fra Italia e Germania e una sicura
reazione di Hitler, Galeazzo Ciano comunicò il rifiuto del governo italiano. La
cronica mancanza di carbone e di approvvigionamenti causata dal blocco navale
anglo-francese, però, minava fortemente la stabilità nazionale e rischiava di
portare il Paese all'asfissia economica. La Germania intervenne, rifornendo
l'Italia del carbone necessario e rendendola così ancora più dipendente da
Berlino, anche se la fornitura era molto rallentata perché, per aggirare il
blocco marittimo, doveva obbligatoriamente avvenire via rotaie dal passo del
Brennero. Per i generi di prima necessità, invece, l'Italia sopperì
parzialmente mediante l'estensione delle politiche autarchiche adottate ai
tempi della guerra d'Etiopia. Gli esorbitanti costi di gestione dell'Africa
Orientale Italiana, uniti ai suoi magri guadagni, stavano però rivelando che la
conquista dell'impero era stata più un aggravio che un beneficio per le casse
dello Stato. Per quanto riguarda le risorse umane, le truppe italiane
risultavano impreparate sotto ogni aspetto: nonostante le «otto milioni di
baionette» millantate da Mussolini, la stragrande maggioranza dei soldati
italiani non era motivata da alcun odio contro inglesi e francesi, non era
addestrata a impieghi specifici come l'assalto a opere fortificate o
l'aviotrasporto ed era cronica la mancanza di munizioni, mezzi motorizzati e
indumenti adatti. Il Duce, a conoscenza della crescente ostilità dei
tedeschi nei confronti degli italiani, aveva paura di una possibile ritorsione
di Hitler vincitore e si era posto il problema di quale sorte, in caso di vittoria
tedesca, il Führer avrebbe riservato all'Italia qualora questa si fosse
sottratta ai suoi doveri di alleata. Il generale Faldella, infatti, testimoniò
che «più si profilava l'eventualità della vittoria germanica, più Mussolini
temeva la vendetta di Hitler».Sulla situazione, poi, pesava la questione
dell'Alto Adige, una zona di territorio italiano popolata prevalentemente da
abitanti di lingua e cultura tedesca che, nonostante le rassicurazioni
sull'inviolabilità dei confini, Hitler avrebbe potuto sfruttare come casus
belli, nell'ottica pangermanista di unificare tutte le popolazioni di stirpe
germanica, per annettere quel territorio al Reich e per invadere militarmente
l'Italia settentrionale.[46]Addirittura, il Duce fu anche sfiorato dall'idea che
convenisse cambiare campo e schierarsi con gli anglo-francesi. Infatti,
alludendo alla scarsità delle riserve di carburante necessarie per la guerra,
commentò che, senza tali scorte, non sarebbe stato possibile impegnarsi «né col
gruppo A né col gruppo B», facendo perciò supporre che, almeno in linea
teorica, il Duce non escludeva a priori un ribaltamento delle alleanze.
Spaventato dalla situazione, diffidente nei confronti dei tedeschi e
preoccupato da una loro eventuale calata nella Penisola, il successivo 21
novembre Mussolini ordinò il prolungamento difensivo del Vallo Alpino del
Littorioanche sul confine con il Reich, nonostante l'alleanza fra Italia e
Germania, creando il Vallo Alpino in Alto Adige. La zona, massicciamente
fortificata a tempo di record, venne poi soprannominata dalla popolazione
locale "Linea non mi fido", con evidente riferimento ironico alla
Linea Sigfrido. Il problema della non belligeranzaModifica La bandiera da
guerra tedesca e la bandiera italiana sventolano insieme Gli esiti della
campagna di Polonia, contraddistinta da una serie di impressionanti e fulminee
vittorie dei tedeschi, contrastavano con la condizione di non belligeranza
italiana, mettendo implicitamente in risalto il fallimento della politica
militarista che Mussolini aveva condotto durante tutto il suo governo e dando
l'inaccettabile impressione che l'Italia potesse essere considerata, in sede
internazionale, come un Paese debole, ininfluente, secondario o codardo. Il
Duce era infatti convinto che, nonostante l'insufficienza militare nostrana,
l'Italia non avrebbe potuto astenersi dalla guerra. Secondo il cosiddetto
Promemoria segretissimo, infatti, l'Italia non poteva restare non belligerante
«senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello
di una Svizzera moltiplicata per dieci». Il problema, secondo Mussolini, non
consisteva nel decidere se il Paese avrebbe partecipato o no al conflitto,
«perché l'Italia non potrà fare a meno di entrare in guerra, si tratta soltanto
di sapere quando e come: si tratta di ritardare il più a lungo possibile,
compatibilmente con l'onore e la dignità, la nostra entrata in guerra».[49]
Nello stesso testo, il Duce tornò a riflettere sull'opportunità di denunciare
il Patto d'Acciaio e di schierarsi al fianco di Londra e Parigi, concludendo
però che si trattava di una strada non praticabile e che, anche «se l'Italia
cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco-inglesi, essa non
eviterebbe la guerra immediata colla Germania», ritenendo uno scontro con il
Reich un'eventualità più disastrosa di un conflitto contro Francia e Regno
Unito.[49] Nonostante ciò Mussolini stesso covava la speranza, ormai
flebile, di riuscire ancora a riportare la situazione nell'alveo delle
trattative diplomatiche, credendo possibile una sorta di ripetizione della
conferenza di Monaco del 1938. Per alcuni mesi il Duce restò infatti dubbioso
fra tre possibili alternative:[51] fungere da mediatore in una riconciliazione
per via negoziale fra tedeschi e anglo-francesi, in modo da ottenere da tutti
qualche sorta di ricompensa, oppure rischiare e scendere in guerra al fianco
della Germania (ma solo quando quest'ultima sarebbe stata a un passo dalla
vittoria finale), oppure condurre una sorta di guerra parallela a quella della
Germania, in piena autonomia da Hitler e con obiettivi limitati ed
esclusivamente italiani, che gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo dei
vincitori e di raccogliere qualche guadagno con il minimo sforzo, essendo
costretto a centellinare le poche risorse disponibili,[52] e senza perdere la
faccia.[53] Scartata la prima ipotesi, dal momento che le richieste di
trattative avanzate da Hitler erano state respinte, Mussolini si orientò allora
sulla seconda e sulla terza, in realtà strettamente interconnesse fra loro,
maturando questa convinzione almeno già dal 3 gennaio 1940, quando scrisse una
lettera al Führer per comunicargli che l'Italia avrebbe preso parte al
conflitto, ma solo nel momento che avrebbe ritenuto più favorevole:[54] non
troppo presto per evitare una guerra logorante, e non troppo tardi da arrivare
ormai a cose fatte.[55] Nella stessa lettera, però, nonostante l'impegno a
entrare in guerra, Mussolini dimostrò di nuovo la propria titubanza, suggerendo
contraddittoriamente a Hitler di trovare un accomodamento pacifico con Parigi e
Londra, in quanto «non è sicuro che si riesca a mettere in ginocchio gli
alleati franco-inglesi senza sacrifici sproporzionati agli obiettivi». Dopo un
incontro con il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop, il Duce confermò
questa linea, come risulta dal contenuto di una sua telefonata con Claretta
Petacci intercettata dagli stenografi del Servizio Speciale Riservato.[N 2]
Nella telefonata, Mussolini parlò dell'eventuale entrata dell'Italia in guerra
come di un fatto ineludibile, senza però precisare come e quando. I dubbi sul
da farsiModifica Mussolini e Hitler. Mussolini e Hitler si incontrarono
per un colloquio al passo del Brennero. Secondo Galeazzo Ciano, l'obiettivo del
Duce era dissuadere il Führer dal proposito di iniziare un'offensiva terrestre
contro l'Europa occidentale. L'incontro, invece, finì in un lunghissimo
monologo del Cancelliere tedesco, con il Duce che a stento riuscì ad aprire
bocca. Fra marzo e aprile Hitler intensificò la sua pressione psicologica su
Mussolini, mentre il fronte antitedesco sembrava crollare in una serrata
sequenza di vittorie germaniche. Le Forze Armate del Reich, mettendo in atto
l'efficace tattica del Blitzkrieg, travolsero infatti la Danimarca, la
Norvegia, i Paesi Bassi, il Lussemburgo, il Belgio e iniziarono l'attacco alla
Francia. I vertici militari italiani prevedevano, secondo il generale Paolo
Puntoni, la «liquidazione della Francia entro giugno e dell'Inghilterra entro
luglio». Le folgoranti vittorie tedesche, unite alle risposte tardive e
inefficaci di inglesi e francesi,[59]fecero rimanere gli italiani col fiato
sospeso, tutti più o meno consapevoli che dal conflitto sarebbero dipese le
sorti dell'Europa e dell'Italia, e causarono in Mussolini una serie di reazioni
contrastanti che, «con gli alti e bassi tipici del suo carattere», continuarono
ad accavallarsi, rendendolo incapace di prendere una decisione che sapeva di
dover prendere, ma alla quale cercava di sottrarsi. A chi gli chiedeva un
parere sull'eventualità che l'Italia restasse fuori dal conflitto, Mussolini,
riferendosi all'attacco tedesco in corso in quei mesi, rispondeva che: «se gli
inglesi e i francesi reggono il colpo ci faranno pagare non una, ma venti
volte, Etiopia, Spagna e Albania, ci faranno restituire tutto con gli
interessi». Pio invia un messaggio al Duce per convincerlo a restare fuori dal
conflitto. Ciano, riferendosi al messaggio, annotò sul suo diario che:
«l'accoglienza di Mussolini è stata fredda, scettica, sarcastica». Il re
Vittorio Emanuele III, accennando alla «macchina militare ancora debolissima»,
sconsigliò l'entrata in guerra, raccomandando al Duce di rimanere nella
posizione di non belligeranza il più a lungo possibile. Contemporaneamente la
diplomazia europea si impegnò per evitare che Mussolini scendesse in campo al
fianco della Germania: per impreparata che fosse l'Italia, il suo apporto
rischiava di essere decisivo per piegare la resistenza francese e avrebbe
potuto creare grosse difficoltà anche al Regno Unito. Il 14 maggio, su insistenza
francese, il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano
Rooseveltindirizzò al Duce un messaggio dai toni concilianti, il quarto da
gennaio, per dissuaderlo dall'entrare in guerra. Due giorni dopo anche il primo
ministro inglese Winston Churchill seguì l'esempio, ma con un messaggio più
intransigente, in cui avvertiva che il Regno Unito non si sarebbe sottratto
alla lotta, qualunque fosse stato l'esito della battaglia sul continente. Il 26
maggio partì un quinto messaggio di Roosevelt al Duce. Tutte le risposte di
Mussolini confermarono che voleva rimanere fedele all'alleanza con la Germania
e agli "obblighi d'onore" che essa comportava, ma privatamente non
aveva ancora raggiunto la certezza sul da farsi. Pur parlando continuamente di
guerra con Galeazzo Ciano e con gli altri suoi collaboratori,ed essendo
profondamente colpito dai successi tedeschi, almeno fino al 27-28 maggio (se si
esclude un'improvvisa convocazione dei tre sottosegretari militari la mattina
del 10 maggio) non risulta che il numero dei colloqui con i responsabili delle
Forze Armate avesse avuto alcun incremento, e nulla faceva presagire un
intervento a breve. Mentre i francesi si aspettavano un lento avanzare della
fanteria tedesca attraverso il Belgio, o al massimo un improbabile attacco
frontale contro le fortificazioni della Linea Maginot, circa 2.500 carri armati
tedeschi penetrarono in Francia dopo aver attraversato in modo fulmineo la
foresta delle Ardenne, una regione collinare caratterizzata da profonde vallate
e da fitti arbusti che Parigi riteneva, fino a quel momento, del tutto inadatta
a essere attraversata da carri armati. Alla sorpresa di un'azione tatticamente
così brillante seguì il rapido e totale collasso delle Forze Armate francesi,
che fece nascere la convinzione, nei vertici militari italiani, che il Regno
Unito non sarebbe stato in grado di fronteggiare da solo un attacco tedesco e
che sarebbe stato costretto a scendere a patti con Berlino e che gli Stati
Uniti non avrebbero avuto la volontà né il tempo utile di impegnarsi
direttamente nel conflitto, dato che non lo avevano fatto neanche per salvare
la Francia e per servirsi di essa come una testa di ponte sul continente
europeo.[68] Inoltre, la maggioranza dell'opinione pubblica statunitense era
contraria alla guerra e Franklin Delano Roosevelt, impegnato nella campagna
elettorale per le elezioni presidenziali, non poteva non tenerne conto. Il
direttore dell'OVRA, Guido Leto, dispose la raccolta di indiscrezioni,
informazioni riservate e intercettazioni telefoniche per sondare i sentimenti
degli italiani nei confronti della guerra, allo scopo di creare uno spaccato il
più aderente possibile alla realtà da sottoporre al Duce, che chiedeva un
quadro completo della situazione. Secondo tali relazioni, «i nostri informatori
segnalarono, prima sporadicamente, poi con maggiore frequenza ed ampiezza, uno
stato di timore - che andava diffondendosi rapidamente - che la Germania fosse
sul punto di riuscire a chiudere assai brillantemente e da sola la tremenda
partita e che, di conseguenza, noi - se pure ideologicamente alleati - saremmo
rimasti privi di ogni beneficio per quanto aveva tratto colle nostre
aspirazioni nazionali. Che, a causa della nostra prudenza - di cui veniva
attribuita la responsabilità a Mussolini - saremmo stati, forse, anche puniti
dal tedesco e che, quindi, se ancora in tempo, bisognava bruciare le tappe ed
entrare subito in guerra». Leto, inoltre, aggiunse che «pochissime voci, e non
certo di politicanti delle due parti avverse e con debolissimi echi nel paese,
si levarono ad ammonire sulle tremende incognite che la situazione presentava».
In questo clima, perciò, anche Mussolini si convinse che l'Italia potesse
«arrivare tardi», in quanto era opinione comune che il Regno Unito avesse i
giorni contati e che la conclusione della guerra fosse ormai prossima. A nulla
servirono le opposizioni del re e di Pietro Badoglio, motivate
dall'impreparazione del Regio Esercito e da un giudizio prudente sulle vittorie
tedesche in Francia. Il sovrano, inoltre, pose l'accento sull'importanza che
avrebbe potuto avere nel conflitto un eventuale intervento armato statunitense,
che sarebbe stato foriero di numerose incognite. Dello stesso avviso era anche
il principe ereditario Umberto di Savoia. Galeazzo Ciano scrisse nel suo
diario: «Vedo il Principe di Piemonte. È molto antitedesco e convinto della
necessità di rimanere neutrali. Scettico, impressionantemente scettico sulle
possibilità effettive dell'esercito nelle attuali condizioni, che giudica
pietose, di armamento». Secondo Mussolini, invece, le rapide vittorie
tedesche erano il presagio dell'imminente fine della guerra, per cui
l'insufficienza effettiva delle Forze Armate italiane assumeva ormai
un'importanza trascurabile. Accanto al suo timore che l'Italia non avrebbe
ricevuto alcun beneficio nella futura conferenza di pace qualora il conflitto
fosse terminato prima dell'intervento nostrano, nacque in Mussolini la convinzione che gli
fosse necessario «solo un pugno di morti» per potersi sedere al tavolo dei
vincitori e per avere diritto a reclamare parte dei guadagni, senza la
necessità di un esercito preparato e adeguatamente equipaggiato in una guerra
che, secondo l'opinione pubblica nella tarda primavera del 1940, sarebbe durata
ancora solo poche settimane e il cui destino era già scritto in favore della
Germania. L'entrata in guerra dell'ItaliaModifica Ultimi tentativi di
mediazioneModifica Il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt A
fine maggio, nei giorni in cui i tedeschi vincevano la battaglia di Dunkerque
contro gli anglo-francesi e il re del Belgio Leopoldo III firmava la resa del
proprio paese, il Duce si convinse che fosse arrivato il «momento più
favorevole» che attendeva da gennaio ed ebbe una decisiva virata verso
l'intervento: il 26 ricevette una lettera dal Führer che lo sollecitava a
intervenire e, contemporaneamente, un rapporto inviato a Roma dall'ambasciatore
italiano a Berlino Dino Alfieri, che era succeduto a Attolico, su un suo
colloquio con Hermann Göring. Quest'ultimo aveva suggerito all'Italia di
entrare in guerra quando i tedeschi avessero «liquidata la sacca
anglo-franco-belga», situazione che si stava verificando proprio in quei
giorni. Entrambi produssero nel dittatore una forte impressione, tanto che
Ciano annotò nel proprio diario che Mussolini «si propone di scrivere una
lettera ad Hitler annunciando il suo intervento per la seconda decade di
giugno». Ogni settimana, di fronte all'ampiezza della vittoria tedesca, poteva
essere quella decisiva per la fine della guerra e l'Italia, secondo Mussolini,
non poteva farsi trovare non in armi. Lo stesso giorno, in un estremo tentativo
di scongiurare la partecipazione italiana al conflitto, il primo ministro
inglese Winston Churchill aveva, previo accordo con il suo omologo francese
Paul Reynaud, inviato al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt
la bozza di un accordo, che quest'ultimo avrebbe dovuto successivamente
trasmettere al Duce. Secondo tale documento, conservato presso i National
Archives di Londra con il nome Suggested Approach to Signor Mussolini, Regno
Unito e Francia ipotizzavano la vittoria finale della Germania e chiedevano a
Mussolini di moderare le future richieste di Hitler. Nello specifico, secondo
questa proposta di accordo, Londra e Parigi promettevano di non aprire alcun
negoziato con Hitler qualora quest'ultimo non avesse ammesso il Duce,
nonostante la mancata partecipazione italiana al conflitto, alla futura
conferenza di pace in posizione uguale a quella dei belligeranti. Inoltre,
Churchill e Reynaud si impegnavano a non ostacolare le pretese italiane alla
fine della guerra (che principalmente consistevano, in quel momento,
nell'internazionalizzazione di Gibilterra, nella partecipazione italiana al
controllo del Canale di Sueze in acquisizioni territoriali nell'Africa
francese). Mussolini, però, in cambio avrebbe dovuto garantire di non aumentare
successivamente le proprie richieste, avrebbe dovuto salvaguardare Londra e
Parigi frenando le pretese di Hitler vincitore, avrebbe dovuto revocare la non
belligeranza e dichiarare la neutralitàitaliana e avrebbe dovuto mantenere tale
neutralità per tutta la durata del conflitto. Roosevelt si dichiarò
personalmente garante per il futuro rispetto di tale accordo. L'ambasciatore
degli Stati Uniti a Roma, Phillips, recò a Ciano la missiva, indirizzata a
Mussolini, con il testo dell'accordo. Lo stesso giorno il governo di Parigi,
per rendere la proposta di Roosevelt ancora più allettante, mediante
l'ambasciatore francese in ItaliaAndré François-Poncet fece sapere al Duce di
essere disponibile a trattare «sulla Tunisia e forse anche sull'Algeria». Secondo
lo storico Ciro Paoletti, «Roosevelt prometteva per un futuro incerto e
lontano. Sarebbe stato in grado di mantenere? E se per allora non fosse stato
più presidente? L'Italia aveva già avuto in passato, nel 1915 e negli anni
seguenti, delle notevoli promesse, poi non mantenute a Versailles nel 1919,
come ci si poteva fidare? Mussolini doveva scegliere fra le promesse a lunga
scadenza, fatte per di più da un presidente che di lì a sei mesi doveva
presentarsi alla rielezione, e le possibilità vicine, concrete, date da una
Francia al collasso, da un'Inghilterra allo stremo e dalla paura di cosa
avrebbe potuto fargli subito dopo la ormai certa vittoria in Francia - e assai
prima di qualsiasi intervento americano - una Germania trionfante». Secondo gli
storici Emilio Gin ed Eugenio Di Rienzo, inoltre, il Duce non avrebbe mai
accettato di sedersi al futuro tavolo delle trattative di pace, accanto a un
Hitler trionfante, solo "per concessione" degli Alleati, senza aver
combattuto, in quanto la sua figura in sede internazionale ne sarebbe uscita
debolissima e la sua autorità, paragonata a quella del Führer, sarebbe stata
del tutto irrilevante. Ciano, nel suo diario riportò infatti che Mussolini «se
pacificamente potesse avere anche il doppio di quanto reclama, rifiuterebbe». La
risposta a Phillips, infatti, fu negativa. Gli atti formali e l'annuncio
pubblicoModifica La folla, radunata di fronte a Palazzo Venezia, assiste
al discorso sulla dichiarazione di guerra dell'Italia a Francia e Gran Bretagna.
Il Duce comunicò a Badoglio la decisione di intervenire contro la Francia e, la
mattina successiva, si riunirono a Palazzo Venezia i quattro vertici delle
Forze Armate, Badoglio e i tre capi di Stato Maggiore (Graziani, Cavagnari e
Pricolo): in mezz'ora tutto fu definitivo. Mussolini comunicò ad Alfieri la sua
decisione e il 30 maggio annunciò ufficialmente a Hitler che l'Italia sarebbe
entrata in guerra mercoledì 5 giugno. Mesi prima, in realtà, il Duce aveva
ipotizzato un'entrata in guerra per la primavera 1941, data poi avvicinata al
settembre 1940 dopo la conquista tedesca di Norvegia e Danimarca e
ulteriormente accorciata dopo l'invasione della Francia, fatto che faceva
presagire un'ormai imminente fine del conflitto. Il 1º giugno il Führer
rispose, chiedendo di posticipare di qualche giorno l'intervento per non
costringere l'esercito tedesco a modificare i piani in corso di attuazione in
Francia. Il Duce si mostrò d'accordo, anche perché il rinvio gli permetteva di
completare gli ultimi preparativi. In un messaggio del 2 giugno, però,
l'ambasciatore tedesco a Roma Mackensen comunicò a Mussolini che la richiesta
di posticipare l'azione era stata ritirata e, anzi, la Germania avrebbe gradito
un anticipo. Il Duce, tramite il generale Ubaldo Soddu, chiese a Vittorio
Emanuele III che gli venisse ceduto il comando supremo delle forze armate che,
in base allo Statuto Albertino, era detenuto dal sovrano. Secondo Galeazzo
Ciano il re avrebbe opposto notevole resistenza, finendo con il concordare una
formula di compromesso: il comando supremo sarebbe rimasto in capo a Vittorio
Emanuele III, ma Mussolini lo avrebbe gestito in delega. Il 6 giugno il Duce,
scontento di questa soluzione e irritato dalla difesa del sovrano delle proprie
prerogative statutarie, sbottò: «Alla fine della guerra dirò a Hitler di far
fuori tutti questi assurdi anacronismi che sono le monarchie».[89] Volendo
evitare l'entrata in guerra venerdì 7 giugno, data che era stata
superstiziosamente considerata di cattivo auspicio, si giunse a lunedì 10
giugno. Galeazzo Ciano fece convocare per le 16:30 a Palazzo Chigi
l'ambasciatore francese André François-Poncet e, secondo la prassi diplomatica,
gli lesse la dichiarazione di guerra, il cui testo recitava: «Sua Maestà il Re
e Imperatore dichiara che l'Italia si considera in stato di guerra con la
Francia a partire da domani 11 giugno». Alle 16:45 dello stesso giorno venne
ricevuto da Ciano l'ambasciatore britannico Percy Loraine, che ascoltò la
lettura del testo: «Sua Maestà il Re e Imperatore dichiara che l'Italia si
considera in stato di guerra con la Gran Bretagna a partire da domani 11
giugno». Entrambi gli incontri si svolsero, secondo i diari di Galeazzo Ciano,
in un clima formale, ma di reciproca cortesia. L'ambasciatore francese avrebbe
detto che considerava la dichiarazione di guerra come un colpo di pugnale a un
uomo già a terra, ma che si aspettava una tale situazione già da due anni, dopo
la firma del Patto d'Acciaio fra Italia e Germania, e che comunque nutriva
stima personale per Ciano e non poteva considerare gli italiani come nemici. L'ambasciatore
inglese, invece, sempre secondo Ciano avrebbe partecipato all'incontro restando
imperturbabile, limitandosi a domandare educatamente se quella che stava
ricevendo dovesse essere considerata un preavviso o la vera e propria
dichiarazione di guerra. Preceduto dal vicesegretario del Partito Nazionale
Fascista Pietro Capoferri, che ordinò alla folla il saluto al Duce, alle 18:00
dello stesso giorno Mussolini, indossando l'uniforme da primo caporale d'onore
della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, di fronte alla folla
radunatasi in Piazza Venezia, annunciò, con un lungo discorso trasmesso anche
via radio nelle principali città italiane, che «l'ora delle decisioni
irrevocabili» era scoccata, mettendo al corrente il popolo italiano delle
avvenute dichiarazioni di guerra. Di seguito, l'incipit e explicit del
discorso: «Combattenti di terra, di mare, dell'aria. Camicie nere della
rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno
d'Albania. Ascoltate! Un'ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra
patria. L'ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già
stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. La parola
d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed
accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare
finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al
mondo. Popolo italiano! Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo
coraggio, il tuo valore!». Le reazioni dell'opinione pubblicaModifica La
prima pagina de Il Popolo d'Italia dell'11 giugno 1940 La notizia fu accolta
con entusiasmo dai gruppi industriali italiani, che vedevano l'inizio del
conflitto come un'occasione per aumentare la produzione e la vendita di armi e
macchinari, e da una buona parte dei vertici fascisti, nonostante le più alte
personalità del regime avessero in precedenza espresso scetticismo
sull'intervento italiano e avessero abbracciato la linea di condotta tracciata
da Mussolini il 31 marzo 1940, che prevedeva di entrare in guerra il più tardi
possibile allo scopo di evitare un conflitto lungo e insopportabile per il
Paese. In ogni caso, fra le personalità che avevano espresso dubbi - se non
veri e propri atteggiamenti ostili - sull'intervento militare italiano, nessuna
palesò pubblicamente la propria opposizione al conflitto e sulla scrivania del
Capo del Governo non vennero recapitate lettere di dimissioni. La stampa
italiana, condizionata da censura e controllo imposti dal regime fascista,
diede la notizia con grande enfasi, utilizzando titoli a caratteri cubitali che
facevano uso entusiasta di citazioni del discorso e manifestavano completa
adesione alle decisioni prese: «Corriere della Sera: Folgorante annunzio del
Duce. La guerra alla Gran Bretagna e alla Francia. Il Popolo d'Italia: POPOLO
ITALIANO CORRI ALLE ARMI! Il Resto del Carlino: Viva il Duce Fondatore
dell'Impero. GUERRA FASCISTA. L'Italia in armi contro Francia e Inghilterra. Il
Gazzettino: Il Duce chiama il popolo alle armi per spezzare le catene del Mare
nostro. L'Italia: I dadi sono gettati. L'ITALIA È IN GUERRA. La Stampa: Il Duce
ha parlato. La dichiarazione di guerra all'Inghilterra e alla Francia.
Bertoldo: Londra non sarà piena di tedeschi, ma fra poco sarà piena di
italiani.» L'unica voce critica che si levò, oltre ai giornali
clandestini, fu quella de L'Osservatore Romano: «E il duce (abbagliato) salì
sul treno in corsa». Questo titolo fu accolto con grande disappunto dai vertici
italiani, tanto che Roberto Farinacci, segretario del partito fascista, in un
commento alla stampa affermò che: «La Chiesa è stata la costante nemica
dell'Italia». Il capo dell'OVRA, Guido Leto, prendendo atto della
reazione dell'opinione pubblica italiana, riferì che: «Come la polizia rilevò e
riferì il quasi unanime dissenso del paese verso un'avventura bellica, così
nella primavera del 1940 essa segnalò il rovesciamento della pubblica opinione
presa da un ossessionante timore di arrivare tardi. E nel primo e nel secondo tempo
operò come un termometro: non determinò, né influenzò, né menomamente alterò la
temperatura del paese, ma semplicemente la misurò». Hitler, venuto a conoscenza
dell'annuncio pubblico, inviò immediatamente due telegrammi di solidarietà e
ringraziamento, uno indirizzato a Mussolini e uno a Vittorio Emanuele III,
anche se, privatamente, espresse delusione per le scelte del Duce, in quanto
avrebbe preferito che l'Italia attaccasse a sorpresa Malta e altre importanti
posizioni strategiche inglesi anziché dichiarare guerra a una Francia già
sconfitta. In sede internazionale l'intervento italiano contro la Francia fu
visto come un gesto vile, al pari di una pugnalata alle spalle, in quanto
l'esercito francese era già stato messo in ginocchio dai tedeschi e il suo
comandante supremo, il generale Weygand, aveva già impartito ai comandanti
delle forze superstiti l'ordine di ritirarsi per mettere in salvo il maggior
numero possibile di unità. Il giudizio di Churchill sull'ingresso dell'Italia
nel conflitto bellico e sull'operato di Mussolini fu affidato al commento
pronunciato a Radio Londra: «Questa è la tragedia della storia italiana. E
questo è il criminale che ha tessuto queste gesta di follia e vergogna». Quando
venne raggiunto dalla notizia dell'intervento italiano contro un nemico ormai
sconfitto, il presidente degli Stati Uniti Roosevelt rilasciò a Charlottesville
una dura dichiarazione radiofonica: «In questo 10 giugno, la mano che teneva il
pugnale l'ha affondato nella schiena del suo vicino». Piani di
guerraModifica L'entrata in guerra fu la notizia principale su tutti i
quotidiani italiani. I preparativi bellici italiani erano stati delineati dallo
Stato Maggiore dell'esercito e prevedevano una condotta strettamente difensiva
sulle Alpi Occidentali ed eventuali azioni offensive (da iniziare solamente in
condizioni favorevoli) in Jugoslavia, Egitto, Somalia francese e Somalia
britannica. Si trattava di indicazioni di massima per la dislocazione delle
forze disponibili, non di piani operativi, per i quali veniva lasciata al Duce
piena libertà di improvvisazione. I vertici militari riconobbero l'inadeguatezza
del Paese ad affrontare una guerra ma, allo stesso tempo, non presero posizione
dinanzi all'intervento, ribadendo la loro totale fiducia in Mussolini. L'approccio
del Duce al conflitto appena iniziato dall'Italia si concretizzò in direttive
più o meno frammentarie, che egli indirizzava ai vertici militari: furono
formulate richieste di operazioni nei teatri più disparati, mai trasformatesi
in scelte precise e piani concreti. Venivano a mancare, in questo quadro, una
strategia complessiva e di ampio respiro, obiettivi reali e un'organizzazione
razionale della guerra. Ciò fu evidente fin da subito, quando lo Stato Maggiore
Generale notificò che: «A conferma di quanto comunicato nella riunione dei Capi
di Stato Maggiore tenuta il giorno 5 ripeto che l'idea precisa del Duce è la
seguente: tenere contegno assolutamente difensivo verso la Francia sia in terra
che in aria. In mare: se si incontrano forze francesi miste a forze inglesi, si
considerino tutte forze nemiche da attaccare; se si incontrano solo forze francesi,
prendere norma dal loro contegno e non essere i primi ad attaccare, a meno che
ciò ponga in condizioni sfavorevoli». In base a quest'ordine la Regia
Aeronautica ordinò di non effettuare alcuna azione offensiva, ma solo di
compiere ricognizioni aeree mantenendosi in territorio nazionale, e altrettanto
fecero il Regio Esercito e la Regia Marina, la quale non aveva intenzione di
uscire dalle acque nazionali salvo per il controllo del canale di Sicilia, ma
senza garantire le comunicazioni con la Libia. Come preannunciato nella
corrispondenza con il governo tedesco, dall'11 giugno le truppe italiane
cominciarono le operazioni militari al confine francese in vista della
pianificata occupazione delle Alpi occidentali ed effettuarono bombardamenti
aerei, di carattere puramente dimostrativo, su Porto Sudan, Aden e sulla base
navale inglese di Malta. L'alto comando delle operazioni venne affidato al
generale Graziani, un ufficiale esperto in guerre coloniali contro nemici
inferiori per numero e per mezzi, che non aveva mai avuto il comando su un
fronte europeo e che non aveva alcuna
familiarità con la frontiera occidentale. I vertici militari italiani,
costretti a centellinare le poche risorse disponibili, decisero di muovere le
truppe solo in concomitanza con i movimenti dei tedeschi:[108]l'aggressione
alla Francia avvenne infatti solo quando la Germania l'aveva già praticamente
sconfitta, poi ci fu un periodo di inattività italiana contemporaneo
all'inattività tedesca nell'estate 1940, poi le azioni italiane ripresero
quando la Germania iniziò la pianificazione dell'aggressione al Regno Unito.
Secondo lo storico Ciro Paoletti: «Ogni volta che i Tedeschi si muovevano
poteva essere quella decisiva per la fine vittoriosa del conflitto; e l'Italia
doveva farsi trovare impegnata quel tanto che bastasse a dire che anch'essa
aveva combattuto lealmente e godeva il diritto di sedersi al tavolo dei
vincitori». L'atteggiamento dell'Italia, che «entrava in guerra senza essere
attaccata» né sapeva dove attaccare, e che «addensava le truppe alla frontiera
francese perché non aveva altri obiettivi», venne sintetizzato dal generale
Quirino Armellini con la massima: «Intanto entriamo in guerra, poi si vedrà. Il
Promemoria segretissimo 328 era una relazione, stilata da Mussolini, con
destinatari Vittorio Emanuele III, Galeazzo Ciano, Pietro Badoglio, Rodolfo
Graziani, Domenico Cavagnari, Francesco Pricolo, Attilio Teruzzi, Ettore Muti e
Ubaldo Soddu. cfr. Il «promemoria segretissimo» relativo ai piani di guerra
redatto da Benito Mussolini, su larchivio. Il Servizio Speciale Riservato era un organo,
istituito ai tempi di Giovanni Giolitti, per tenere sotto controllo le
principali personalità del Paese. ^ Diversa, invece, la versione su toni e
parole data dall'ambasciatore francese: «E così, avete aspettato di vederci in
ginocchio, per accoltellarci alle spalle. Se fossi in voi non ne sarei affatto
orgoglioso», e Ciano avrebbe risposto, arrossendo: «Mio caro Poncet, tutto
questo durerà l'espace d'un matin. Ben presto ci ritroveremo tutti davanti a un
tavolo verde», riferendosi a un futuro tavolo delle trattative al termine del
conflitto. cfr. Niente pugnale alla schiena in Internet Archive., in Il Tempo. Di
seguito i testi dei due telegrammi, qui fedelmente riportati secondo le fonti
reperibili. cfr. La Dichiarazione di Guerra di Mussolini, su
storiaxxisecolo. Berlino, telegramma di Hitler al Re La provvidenza
ha voluto che noi fossimo costretti contro i nostri stessi propositi a
difendere la libertà e l'avvenire dei nostri popoli in combattimento contro
Inghilterra e Francia. In quest'ora storica nella quale i nostri eserciti si
uniscono in fedele fratellanza d'armi, sento il bisogno d'inviare a Vostra
Maestà i miei più cordiali saluti. Io sono della ferma convinzione che la
potente forza dell'ITALIA e della GERMANIA otterrà la vittoria sui nostri
nemici. I diritti di vita dei nostri due popoli saranno quindi assicurati per
tutti i tempi. Berlino, telegramma di Hitler a Mussolini Duce, la
decisione storica che Voi avete oggi proclamato mi ha commosso profondamente.
Tutto il popolo tedesco pensa in questo momento a Voi e al vostro Paese. Le
forze armate germaniche gioiscono di poter essere in lotta al lato dei camerati
italiani. Nel settembre dell'anno scorso i dirigenti britannici dichiararono al
Reich la guerra senza un motivo. Essi respinsero ogni offerta di un regolamento
pacifico. Anche la Vostra proposta di mediazione si ebbe una risposta negativa.
Il crescente sprezzo dei diritti nazionali dell'ITALIA da parte dei dirigenti
di Londra e di Parigi ha condotto noi, che siamo stati sempre legati nel modo
più stretto attraverso le nostre Rivoluzioni e politicamente per mezzo dei
trattati, a questa grande lotta per la libertà e per l'avvenire dei nostri
popoli. Fonti ^ Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Paoletti, Acerbo, Paoletti,
Paoletti, Le Moan, Ciano, Schiavon, Ciano, Ciano, Corpo di Stato Maggiore,
Candeloro, Paoletti, Paoletti, Ciano, Collotti, Ciano, Paoletti, Bocca, Costa
Bona, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Ciano, Paoletti, Ciano,
Bocca, De Felice, Ciano, Paoletti, Paoletti, Paoletti, Candeloro, Ciano,
Candeloro, Bocca, Candeloro, Faldella, Paoletti, Bottai, Bernasconi e Muran, Rochat,
Il «promemoria segretissimo» relativo ai piani di guerra redatto da Benito
Mussolini, su larchivio.com, Candeloro, Paoletti, Rochat, Paoletti, Candeloro,
Corrispondenza Mussolini – Hitler, su digilander.libero.it. Speroni, Ciano,
Candeloro, Felice, Costa Bona, Ciano, Ciano, De Felice, De Felice, Vedovato,
G., et Grandi. Grandi al Duce. Questo è il momento di astenersi dalla guerra».
Rivista di Studi Politici, Felice, De Felice, Paoletti, Paoletti, Leto,
Paoletti, Felice, Faldella, Speroni, Speroni, Faldella, Badoglio, De la Sierra,
De Felice, Il carteggio Churchill-Mussolini? Una traccia nei National Archives
di Londra, su nuovarivistastorica, Paoletti, Ciano, Ciano, Felice, Carteggio
Hitler Mussolini L'Archivio "storia - history", su larchivio. Felice,
Ciano, Lepre, Corpo di Stato Maggiore, Niente pugnale alla schiena, in Il
Tempo, Speroni, Felice, La Dichiarazione di Guerra di Mussolini, su storiaxxisecolo, Pietrantonio,
L’Italia dichiara guerra a Francia e Gran Bretagna, su abitarearoma, Santis,
Bocca, Fiori, Mussolini: il discorso che cambiò la storia d'Italia, in
Repubblica, Campagna di Francia, su storiaxxisecolo, Rochat, Rochat, Faldella,
Rochat, Cicchino. Il testo della dichiarazione di guerra, su larchivio.com, Bocca,
Faldella, Battistelli, I rapporti militari italo-tedeschi, Paoletti, Rochat, p.
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Cappelli, Grimaldi e Bozzetti, Il giorno della follia, Roma-Bari, Laterza,
1974, ISBN non esistente. Pietro Badoglio, L'Italia nella seconda guerra
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Trento, Temi, Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista, Milano, Mondadori,
Bottai, Diario, a cura di Bruno Guerri, Milano, Rizzoli, Candeloro, Storia
dell'Italia moderna, Volume 10, Milano, Feltrinelli, Ciano, L'Europa verso la
catastrofe. La politica estera dell'Italia fascista, Verona, Mondadori, Ciano,
Diario, a cura di Felice, Milano, Rizzoli, Collotti ed Enrica Collotti Pischel,
La storia contemporanea attraverso i documenti, Bologna, Zanichelli, Corpo di
Stato Maggiore, Bollettini della guerra, Roma, Stato Maggiore R. Esercito,
Ufficio Propaganda, Corpo di Stato Maggiore, Verbali delle riunioni tenute dal
Capo di S.M. Generale, Roma, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico,
Costa Bona, Dalla guerra alla pace: Italia-Francia, Milano, Angeli, Felice,
Mussolini il duce. Lo stato totalitario, Milano, Einaudi, Sierra, La guerra
navale nel Mediterraneo, Milano, Mursia, 1Santis, Lo spionaggio nella seconda
guerra mondiale, Firenze, Giunti, Faldella, L'Italia e la seconda guerra
mondiale, Bologna, Cappelli, Moal, La perception de la menace italienne par le
Quai d'Orsay à la veille de la Seconde Guerre Mondiale, intervento alle
«Journées d’études France et Italie en guerre. Bilan historiographique et
enjeux mémoriels», Roma, Ecole Française, Lepre, Mussolini l'italiano. Il duce
nel mito e nella realtà, Milano, Mondadori, Leto, OVRA-Fascismo e antifascismo,
Rocca San Casciano, Cappelli, Paoletti, Dalla non belligeranza alla guerra
parallela, Roma, Commissione Italiana di Storia Militare, Quartararo, Roma tra
Londra e Berlino - La politica estera fascista, Roma, Bonacci, Rochat, Le
guerre italiane, Milano, Einaudi, Schiavon, La perception de la menace
italienne par l'État-Major français à la veille de la Seconde Guerre Mondiale,
intervento alle «Journées d'études France et Italie en guerre. Bilan
historiographique et enjeux mémoriels», Roma, Ecole Française, Speroni, Umberto
II. Il dramma segreto dell'ultimo re, Milano, Bompiani, Voci correlate
Battaglia delle Alpi Occidentali Lista del molibdeno Occupazione italiana della
Francia meridionale Storia del Regno d'Italia Italia nella seconda guerra
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Bretagna: il discorso di Mussolini, su patrimonio.archivioluce. Portale
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II guerra mondiale Memoriale Cavallero. Roberto Cordeschi. Cordeschi. Keywords:
la logica della guerra, la guerra del fascismo, Croce, sperimentalismo
italiano, mente, homo mechanicus, Turing, Craik, artificiale e naturale,
filosofia, rappresentare il concetto, logica matematica, reiezione in
Aristotele, predicate, significato, communicazione, creativita, informazione.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cordeschi” – The Swimming-Pool Library. Cordeschi.
Luigi Speranza -- Grice e Corleo: all’isola
-- la ragione conversazionale – scuola di Salemi – filosofia trapanesi – filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Salemi). Filosofo
trapanese. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Salemi, Trapani, Sicilia. Grice:
“Corleo is a genius -- His keyword is
identity, the Hegelian type, and that’s why he attracted Gentile’s attention!
But my favourite is his excursus on language! He talks like a veritable
Griceian – about ‘intenzione’ and ‘pre-convezione’ – and the spontaneous cry to
seek attention, Romolo from Remo, say – He very much elaborates on the subject
and the predicate and the copula, and the other parts of speech – But he
retains an empiricist, evolutionary viewpoint with which I wholly agree!” Studia
nel Seminario vescovile di Mazara del Vallo, laureandose a Palermo. Crea un
seminario di psicologia filosofica. Liberale, aderì alla rivoluzione siciliana.
Su saggio, “Progetto per una adeguata costituzione siciliana”. Durante la spedizione dei mille, fu nominato
da Garibaldi governatore di Salemi – Saggio: “Garibaldi e i Mille”. Saggio:
“Storia dell’enfiteusi dei terreni ecclesiastici in Sicilia”. Diviene conte di
Salemi. Altre opere: “Meditazioni
filosofiche”; “Il sistema della filosofia universale; ovvero, la filosofia
dell’identità”; “Per la filosofia morale”; “Lezioni di filosofia morale”. Dizionario
biografico degli italiani. La regola d'identità, dipendente dall’esperienza e
dal concetto appartene a qualunque specie di giudizio, giudizio affermativo (S
e P) o giudizio negativo -- S non e P --, giudizio condizionale -- Se p, q --, giudizio
tetico -- S e P -- giudizio ipotetico --
si p, q --, giudizio disgiuntivo -- p v q -- e via via. Poichè,ogni proposizione o
giudizio, semplice or complessa, debbe congiungere un predicate ad un soggetto --
S e P -- o negare un predicato ad un soggetto -- S non e P --, e ciò non può
farsi altrimenti che in forza della identità parziale o totale del predicato
stesso col soggetto, ovvero del contrario o contrapposto del predicato in caso
di giudizio negativo, sia cotesta identità assoluta, o sperimentale, sotto
condizione, problematica, o in forma disgiuntiva. Il raciocinio è un complesso
di giudizi che serve a scoprire una verità incognita per mezzo di una verità
nota, o a dimostrare il nesso ignoto tra due verità conosciute. Onde il
raciocinio deve esser fodato sulla medesima legge d'identità, che costituisce
l'essenza dei giudizi di cui è composto. Ogni passaggio da una verità ad
un'altra, da un giudizio ad un altro, è giustificato dalla connessione che deve
esistere tra loro. Se connessione non vi è, non si può dall'uno inferir
l'altro, non vi è passaggio legittimo o accettabile dal noto all'ignoto, e
molto meno si può scoprire il nesso incognito tra due veri conosciuti. Or,
questa stessa connessione non è che effetto d'identità. Parrà strano che la
connessione si debba risolvere anch'essa in identità; ma riflettendo con
attenzione, si scorge chiaro che in fondo è così, nè può essere altrimenti. Se
S è connesso con P, ciò non importa che S sia identico con P, ma importa invece
che ambidue sieno identici con S-P, cioè, che sieno parti integranti del tutto
S-P, di guisa che la loro connessione non *significa* o signa altro, che il
loro legame necessario per la formazione di quel tutto complesso proposizionale
– “S e P” -- onde se essi non fossero con nessi a comporre il tutto S-P, quel
tutto non sarebbe mai quello che è, non sarebbe identico alla somma delle parti
che lo costituiscono. Due o più giudizi, tra loro connessi, sono parti
integranti di un giudizio di maggiore estensione che tutti li abbraccia, ed è
identico con essi come il tutto è identico con la somma delle sue parti. Laonde
non può esser vero l'uno senza che sia vero l'altro, perocchè in diverso non
sarebbe vero quel giudizio maggiore che risulta dalla verità di tutti i giudizi
subalterni dai quali è costituito. Se, per cagion d'esempio, prendiamo ad
esaminare ogni teorema geometrico intorno alle proprietà del “triangolo” in
genere e delle varie sue specie, scorgiamo tosto che vi ha una continua connessione
tra cotesti teoremi, nè puo uno esser vero se non sieno veri tutti gli altri di
seguito; onde essi si dimo strano a vicenda. La ragione di ciò è semplicissima.
Essi non sono che le parti necessarie di un solo tutto, del concetto di triangolo
e delle sue specie subalterne, e tutti più o meno mediatamente in quel concetto
complessivo sono compresi. Pertanto non vi ha che un identico totale (talora
nemmeno avvertito ), il quale, per esser quello che è, ha bisogno che ciascuna
delle sue parti sia quella che è, e che tutte insieme concorrano con unità di
nesso a costituirlo, come le parti si debbon legare fra loro per unirsi nella
identità di un sol tutto. Metto una grande importanza in queste osservazioni
sul raziocinio e sulla connessione (consequenza logica) de' suoi membri; poichè
l'unica che sembrerebbe scappare dalla rigorosa legge della identità sarebbe la
connessione tra i giudizi diversi (premessa e conclusion), di cui consta un
ragionamento. Eppure, quella connessione non è altro che il frutto
dell'identità totale di un giudizio maggiore e più esteso, il quale abbraccia come
sue parti necessarie ogni giudizio subalterno; e quelli sono per l'appunto
connessi, perchè tutti in sieme formano un solo e identico giudizio di più
larga estensione. Nè fa d'uopo che nel ragionare si abbia presente quel giudizio
maggiore, nel quale si congiungono con identità totale i giudizi connessi. Esso
opera senza che il ragionatore lo sappia, poichè è virtù dell'identico totale
riunire per necessità le parti fra di lor, senza di cui egli non potrebbe esser
quello che è. Ciò sapendo, chi ragiona può benissimo salire dai veri connessi a
quel vero più ampio che tutti li abbraccia e nella sua unità totale li
identifica. Sarà questo un sistema più completo di ragionare, perocchè non ci
contenteremo di scorgere il nesso tra parecchi giudizi, di procedere per mezzo
di tal nesso alla scoperta di un giudizio novella e di dire che uno essendo
vero, tutti gli altri debbono pure esser veri; ma cercheremo ancora in qual
giudizio plenario e più esteso essi tutti vadano a connettersi per la identità
di unico comune risultato. In ciò consiste l'analiticita logica. Il raciocinio
analitico ercano la dimostrazione dei teoremi singoli o la risoluzione dei
singoli problemi nella proprietà, o nella funzioni e simili, che sono appunto i
giudizii più ampli e plenary, nei quali tutti quei singoli s'identificano come
parti di un sol tutto. Nella parte logica la connessione non è che l'identità
del tutto più ampio con le sue parti subalterne, senza il cui necessario legame
egli non risulterebbe quello che è. Il ragionamento è dimostrativo, quando
serve a chiarire il nesso tra verità e verità. Dimostrare niente altro è che
legare tra loro i giudizi come connessi, e la connessione pertanto vi è, perchè
i loro rispettivi subbietti, quand'anco non si sappia, si raggruppano in unico
e identico subbietto più esteso che tutti li abbraccia come tante sue parti:
onde vi ha passaggio, dalla identità parziale di un predicato P col suo
soggetto S, all'identità parziale dell'altro predicato P2 con l'altro suo
soggetto S2, e così di seguito; perocchè essi tutti costituiscono un solo
subbietto più esteso, che di tutti quei predicati si compone, e che perciò è
identico con la loro somma. Un subbietto subalterno non potrebbe concorrere
alla costituzione del subbietto totale, se non possedesse quel tale predicato e
se gli altri subalterni non possedessero quelli altri predicati; onde la
connessione fra tutti, se è vero l'uno, debbono esser veri gli altri, ed *implicitamente*
deve esser vero il giudizio totale, con cui tutti s'identificano. È inventivo e
non dimostrativo il raziocinio, quando, dalla verità che si conosce, si passa a
quella che s'ignora; ed anco in tal caso la ragion del passaggio è fondata
sulla connessione, e perciò sulla legge d'identità, in quanto che dalla
identità parziale che si conosce, si sospetta prima e poi si scopre la identità
totale. Per causa di alcuni punti d'identità o di parziali somiglianze tra un
fenomeno ed un altro, si concepisce la *possibile* identità dei loro elementi
in un sol tutto, e delle leggi che li governano. In questo caso vi ha l'*ipotesi*
o supposizione, che annunzia come *possibile* identico totale quello che
tuttora non è che un identico parziale. La conoscenza dei punti, della cui
identità bisogna ancora certificarsi, conduce a cercare la medesima identità
con quei mezzi, coi quali essa ordinariamente si osserva in altri simili. Ed
allora uno dei due, o si giunge all'accertamento della identità di tutti gli
elementi essenziali tra un fenomeno e l'altro, tra una legge e l'altra, e si ha
perciò l'identità totale, si ha la tesi o posizione; o non si giunge ad
accertarla per ostacoli presentemente insuperabili, di cui però dobbiamo
renderci conto, e si resta in tal caso nella identità parziale, nella ipotesi o
supposizione, pur sapendo quello che manca e perchè manchi, per poterla
trasformare in tesi o posizione quando che sia. Tanto il raziocinio
dimostrativo, quanto l'inventivo si valgono dell’esperienza concetto; poichè la
*testificazione* della identità parziale tra predicato e soggetto di ogni
giudizio, che compone un raziocinio, deve esser data dall’esperienza. Se è
composto di giudizi sperimentali, risulta pur esso sperimentale; e la
connessione dipende dalla loro parziale identità con un giudizio sperimentale
di ordine superiore, il quale talvolta nemmeno è conosciuto, ma vi si deve
giungere in forza di altre esperienze, come per lo più accade nel raziocinio
inventivo. Siccome pero il giudizio sperimentale e tale temporaneamente, cioè
fino a tanto che l'identità del predicato P col soggetto S sia solo testificata
dall'esperienza, perchè ancora tutti gli elementi di essa non sono conosciuti,
nè si ha l'identico concettuale che dovrebbe trasformare in concettuale il
giudizio em pirico, così i raziocinî sperimentali, o anco misti, potranno
divenire quando che sia raziocinî concettuali, fondati sull'identità assoluta
dei concetti, quando cioè l'esperienza, per la perfetta analisi e sintesi delle
parti col tutto, si eleva a concetto fisso ed assoluto con la conoscenza degli
elementi proporzionali che costituiscono l'identico totale.Vi ha dunque
passaggio dalle verità empiriche e dai ragionamenti empirici alle verità
assolute ed ai raziocinî concettuali, a misura che la scienza progredisce nel
conoscimento delle parti integranti che costituiscono i subbietti dei giudizi
sperimentali, ed a misura che essa discopre il nesso tra quei subbietti
parziali ed il subbietto più esteso che tutti l'identifica in un complesso
solo. È questo il doppio scopo finale dell’uomo: la cognizione concettuale e
necessaria dei fatti sperimentali per mezzo degli elementi proporzionali che li
costitui scono, e lo svolgimento dei concetti più complessi nei loro con cetti
subalterni, che sono del pari i loro elementi costitutivi. Pertanto l'essenza
del raziocinio non può essere collocata in una forma piuttosto che in un'altra;
essa consiste nel passaggio dalla identità totale alle identità sparziali che
la costituiscono, o dalle identità parziali alla totale per mezzo della
scoperta di quelle altre identità parziali che sono con loro connesse per compiere
l'identità totale. Bisogna dunque assi curarsi, per mezzo dei concetti, della
doppia identità delle parti e del tutto per avere ragionamenti rigorosi; e non
potendo giungervi per mezzo dei concetti, assicurarsene per mezzo della esperienza.
In questi due soli modi è possibile il raziocinio. Chi cura soltanto la forma
esteriore del ragionamento e ripone la logica nello studio delle leggi della
FORMA LOGICA, non prende di mira lo scopo vero del raziocinio, che è l'accertamento
della identità de' giudizi connessi col tutto di cui sono parti; e perciò corre
l'aringo di un VUOTO FORMALISMO alla Hilbert, che non è mai garanzia sicura di
esatti ragionamenti. Or, perchè mai i subbietti di tali giudizi son dive nuti
concettuali e perciò includono necessariamente i loro pre. Tre sono state le più
grandi logiche formali. La prima e l’induzione primitiva: quella che argomenta
dal particolare al particolare per mezzo di un generale appoggiato ad altri particolari.
La seconda, quella che argomenta il generale dai particolari (necessario se i
particolari si presentano con caratteri di necessità, empirico se si presentano
soltanto come fatti di esperienza) per poter poi discendere dal generale ad
altri particolari: il sillogismo di Aristotele preceduto dalla classificazione
dei necessari e degli empirici, predicabili e predicamenti, che costituiscono
le sue categorie. Terza legge formale: la induzione di Bacone, e quella che
ascende dai particolari empirici ai generali pure empirici, adottata da ogni
naturalista sensista e positivista. Il sillogismo di Aristotele fu scompagnato
dalla sua precedente classificazione categorica per opera dei neoplatonici come
Porfirio e BOEZIO, che vollero così conciliare a forza Aristotele con Platone,
e poi per opera degli scolastici e dei moderni idealisti. Essi hanno adottato
la sola argomentazione dal generale al particolare ponendo il generale come
idea, che si afferma da sè per la sua evidenza e pei caratteri di necessità, di
universalità e di assolutezza che la distinguono, senza indurre le categorie dalla
classificazione dei fatti, come fa Aristotele. Niuna pero di queste
argomentazioni formali costituisce da sè un esatto ragionamento: esse sono o
inutili allo scoprimento del vero, o pericolose di errore, o tali almeno che non
posson menare al concetto scientifico e necessario, perchè non conducono al
vero identico totale. Difatti la induzione primitiva argomenta da un particolare
all'altro in forza d'identità parziali; e peggio, da un certo numero di
particolari, che si somigliano in taluni punti, argomenta il generale. Perchè
questa casa fuma, perciò si brucia! E perchè il legno delle nostre cucine
fumando si brucia, perciò: OGNI cosa che fuma si brucia! Da somiglianze o
identità parziali si vuole argomentare l'identità totale di un fatto con un
altro, o anche più, l'identità totale di tutti i fatti che parzialmente si assomigliano.
Il sillogismo dei neoplatonici e degli scolastici, conchiudendo dal generale al
particolare e ponendo il generale in virtù della luce dell'idea, non trova mai
verità nuove. Poichè, s'io dico, che il tutto é maggiore della parte, e percið
ne deduco che il libro dicati, mentre altri rimangono soltanto empirici e
perciò la identità tra predicato e subbietto dev'essere soltanto attestata dal
l'esperienza? Chi fa che taluni giudizi siano concettuali ed altri non? D'altra
parte, è poi sicuro che le idee che noi abbiamo siano tutte esatte, e non può
accadere che vi si contengano predicati che loro non appartengano veramente, in
modo che apparisca una identità necessaria tra predicato e subbietto, mentre
essa non è che l'effetto di una inclusione di predicato che veramente nel
concetto non deve entrare? Quanto alla formazione di un concetto si deve
notare, che essa avviene per opera di astrazione, la quale procede in due modi,
o spontaneamente, per effetto d'identica presentazione dei punti identici delle
percezioni e di separazione dei diversi, ovvero riflessivamente e
volontariamente, cioè per deve esser maggiore di ciascuna pagina, non affermo
in conclusione una verità nuova; ma dico due proposizioni, di cui l'una è tanto
vera e tanto evidente, quanto è vera ed evidente l'altra, nè vi è affatto
ragionamento. Se però il generale è posto in forza di un cumulo di esperienze o
di fatti (sia quanto si voglia lungo ed esteso quel cumulo) si corre pericolo
di errare; poichè allora dalla similitudine, o dalla identità par ziale che
hanno fra loro alcuni fatti, si vuol provare che tutti gli altri, i quali
abbiano identità parziali conformi, debbano somigliarli in tutto il resto. È
allora una induzione mascherata sotto le forme assolute di un sillogismo.
Poichè, una delle due: o il particolare, di cui si cerca, si ebbe già presente
nella formazione del generale, o il generale fu formato per gli altri particolari
simili, ma senza di lui. Nel primo caso, lungi che il particolare, di cui si
cerca, acquisti luce dal generale, è desso che con corre a formarle. Nel second,
si ha il solito vizio di argomentare da alcune identità parziali, tra un fatto
particolare e gli altri dello stesso genere, alla loro totale identità. Perchè
moltissimi esseri che hanno la figura umana hanno la ragione, percio qua lunque
selvaggio che presenta la figura umana, deve avere la ragione? La induzione
baconiana ha lo stesso difetto, perocchè non potendo raccogliere che un certo
numero di fatti particolari, grande quanto pur si voglia, da’ essi soli suo
generale, e poi ne argomenta agli altri casi particolari per ragione di
parziali somiglianze. Essa inoltre non perviene mai al necessario ed
all'assoluto, perchè non giunge alla identità concettuale del tutto cogli
elementi che lo costituiscono. Tutto al più, vi giunge come la categorizzazione
di Aristotele (che per lui deve precedere il sillogismo), cioè ritiene
l'assoluto ed il necessario nel generale, perchè i particolari si presentano
anch’essi con tali caratteri di necessità e di assolutezza. Il tutto è
necessariamente maggiore della parte, o è assolutamente identico alla somma
delle parti, perchè con tale necessità ed assolutezza nei fatti singoli il
tutto si presenta in tali rapporti con le sue parti. Non si perviene mai
all'identico, si rimane sempre nell'empirico, in tutte coteste forme di
ragionare. Come la necessità ed assolutezza dell'idea si accetta empiricamente,
perchè essa con tali caratteri si presenta alla coscienza, cosi nelle varie suddette
forme di ragionare si rimane pur sempre nel passaggio empirico da identità parziali
ad altre parziali, o peggio, ad altre total, senza assicurarne la totale
identità. rea analisi che l'uomo fa di proposito sui complessi ancora inde
composti delle percezioni, e sugli stessi primi astratti tuttavia
decomponibili. Seguendo sempre la regola dell'identico e del di verso, con la
quale si forma idee tipiche e concettuali delle parti più salienti delle
percezioni, e di quelle altre che, pur connettendosi con le percezioni stesse,
non potranno mai divenire oggetto immediato di percezione. Nasce da ciò un
doppio ordine di concetti ben distinti, cioè di quelli che si formano spontaneamente
e primitivamente per l'identica presentazione dei punti identici delle
percezioni e per la spontanea separazione dei diversi, e di quelli altri che da
sè non si offrono, ma è neces sario l'uomo se li procuri colla propria
riflessione e col proprio studio, cioè con l'applicazione della legge
dell'identità nelle analisi ulteriori, e se li trasmetta tradizionalmente per
non per derli. Nel primo caso, l'identico tipico del concetto si costituisce da
sè spontaneamente, e perciò il predicato si trova tosto incluso nel soggetto
concettuale di cui fa parte. Nel secondo, l'identico tipico del concetto
riflesso si costituisce mediante la voro mentale, e per lungo tempo, in
mancanza dell'idea, è d'uopo ricorrere all'esperienza, affinchè essa testifichi
l'identità del predi cato col soggetto, non potendo nel soggetto trovarsi il
predicato a prima fronte, sino a tanto che non sorga netta e chiara l'idea in
tutte le sue parti costitutive. Nei concetti spontanei e primitivi, formati
dalla identificazione tipica dei punti più chiaramente identici delle percezioni,
non può esservi pericolo di errore, logicamente parlando; poichè identicamente
si presenta e si presenterà sempre ciò che identicamente si presenta, e
diversamente il diverso. Onde i concetti fissi, fondati sulla identità logica,
e perciò as loluti e necessarî. All'incontro, le idee (concetti riflessi) ela
borate dall'uomo, ben vero con la stessa regola della identità, ma composte di
elementi ch'egli astrae da gruppi diversi e che egli poi mette insieme, possono
per avventura non es sere logicamente esatte; poichè per un momento si fallisca
o per disattenzione, o per precipitanza, o per pregiudizi, alla rigorosa regola
della identità nel condurre l'analisi riflessa, o nel mettere insieme gli
elementi astratti dai gruppi diversi, potrà uscirne un'idea monca ed imperfetta
nel primo caso, erronea nel secondo. E quel ch'è peggio, divenuta tipica tale
idea che contiene o non contiene il predicato, l'operazione del giudizio o del
raziocinio, che verrà a cercarlo in essa, riuscirà difettiva oppure erronea,
come difettosa o erronea era l'idea. Difettiva o erronea l'idea (cioè, mancante
di elementi necessari, o intrusi in essa elementi che non le convengono), sarà
sempre causa di errore nel giudizio ideale che su di essa si fonderà per legge
logica d'identità, e conseguentemente nel raziocinio. Nello stesso modo,
un'esperienza mal condotta o per difetto o per syista e confusione di una cosa
con un'altra, sarà fonte d'errore nel giudizio empirico, e quindi nel
ragionamento che da esso prenderà le mosse. Gl’errori di esperimento si
correggono con la ripetizione e col controllo di tutti quelli che se ne
occupano. Gl’errori però dell'idea debbonsi correggere con un buono ed accurato
esame ideologico, al quale debbono collaborare tutti gli studiosi delle
rispettive materie. Ma qual sarà la regola, con la quale si potrà fare l'esame
delle idee, o di quei concetti riflessi che l'uomo si è formati col proprio
lavoro, per conoscere se elementi vi man chino, o se vi siano intrusi degli elementi
che non possono en trarvi? La regola dell'esame non può essere che quella
stessa la quale deve presiedere alla loro formazione, cioè quella del
l'identità totale dell'idea con l'identità parziale dei singoli ele menti che
la costituiscono. L'idea deve essere decomposta nei suoi elementi, e deve
essere osservato se tra essi e l'idea vi sia perfetta e totale identità: così
soltanto potranno includersi quelli che difettano e potranno escludersi quelli
che non convengono; poichè nell'uno e nell'altro caso l'identico totale mostra
quello che gli manca, o quello che gli conviene, per essere quel che è. In tal
modo è possibile l'esame, e la rettificazione delle idee, occorrendo; ed in ciò
consiste un buon trattato d'Ideologia. La scuola empirica, duce il Locke, aveva
già compreso la necessità dell'esame delle idee, all'oggetto di non ammetterle
soltanto in forza dei loro caratteri este riori di evidenza, necessità,
universalità ed assolutezza, con cui s'impongono. La disposizione che si dà al
complesso de' giudizi ed ai ragionamenti, sia per esporre, sia per dimostrare,
sia per avviare alla ricerca, costituisce il metodo, il quale non può avero
altro scopo, che quello di condurre all'identico totale per mezzo di tutti i
suoi parziali, o ai parziali per la decomposizione del loro totale. Il metodo
sta ai ragionamenti, come il ragionamento sta ai giudizi: egli ha lo scopo di
fare un ragionamento com plessivo di tutti i ragionamenti subalterni mediante
la regola della doppia identità parziale e totale. Onde il vero metodo
scientifico è certamente analitico e sintetico insieme, man è l'ana lisi sola,
nè la sola sintesi, nè entrambe unite, potrebbero con durre a risultati
scientifici, se non avessero per rigorosa regola l'identità, e se non mirassero
al suo conseguimento finale in tutti i giudizi e raziocinî, sperimentali,
concettuali, o misti. Parlo del vero metodo scientifico; poichè per comunicare
alle masse i risultati della scienza, o per indurre in loro la persua sione
necessaria all'adempimento dei proprî doveri, una esatta analisi degli elementi
delle idee o dell'esperienze, ed una esatta loro sintesi, all'oggetto di
condurle a rigorosa identità totale, Perd essa voleva rimontare, senza alcuna
ragione nè possibilità di riuscita, alla ori gine cronologica delle idee.
Voleva inoltre, far provenire le idee dai sensi. Onde, in vece della vera
origine cronologica, ben difficile a trovarsi per le singole idee, diede spesso
supposizioni romanzesche sulla prima nascita delle medesime, e sopra tutto
delle idee morali, col preteso stato naturale e col contratto sociale. Tutte
quelle idee che non potè giustificare coi sensi, le rigetto, o le ammise alla
credenza pubblica come necessità indemostrabili della nostra natura. Onde i
posteriori idealisti, visto l'inte lice esito dell'esame, son tornati ad
ammettere le idee in virtù della loro evidenza e dei loro caratteri che
s'impongono alla nostra ragione, sia ritenendole verità prime indiscutibili ed
indispensabili ad ogni ragionare (scuola del senso comune); sia supponendole
forme assolute del pensiero quidquid
recipitur ad formam recipientis recipitur (scuola kantiana ); sia riputandole
innate e facienti parte del nostro intel letto, almeno in una prima idea fondamentale,
quella dell'essere (*scuola rosminiana*); sia ammettendole come frutto
d'interne azioni e reazioni dello spirito (scuola di Herbart); sia credendole
comunicazioni della mente medesima di Dio, intuizioni, tocchi misteriosi (*scuole
giobertiane*), o anche evoluzioni della stessa idea divina, assumente caratteri
di progressiva attuazione per la legge dialettica de contrari (scuola hegeliana
), attuazione dell'idea in forza di volontà preordinante e producente (scuola
di Schopenauher ), o attuazione inconscia (scuola di Hartmann ). Tutti
supposti, appoggiati a me tafore, a superficiali osservazioni, o a dogmi, per
dare una spiegazione dei caratteri delle idee senza volerle esaminare in sè
stesse, nei loro attuali elementi costitutivi, adducendo a prova della
impossibilità dello esame l'infelice risultato ottenuto dagli empirici, i quali
ebbero bensì il buon volere, ed anche la presunzione dell'esame, senza mai
averne studiato i mezzi convenienti non sono punto possibili, nè anche utili.
Laonde è d'uopo r correre ad esperienze ovvie, a idee evidenti e generalment
ammesse, per inferirne le bramate conseguenze. Or se è vero che percepire
distintamente, sintetizzare, analizzare, ricordare, astrarre, concettuare,
ideare, giudicare, connettere e ragionare, non sono altro che più o men
largamente identificare le parti ed il tutto, spontaneamente o riflessivamente,
in forma sperimentale o in forma tipica assoluta, se cid è vero, diviene pur
troppo evidente che, per potere scorgere l'identità più prontamente e con
maggiore chiarezza, sarebbero assai utili due cose. Primo, abbreviare e
ravvicinare tra loro con SEGNI le percezioni ed i loro elementi, le idee ed i
loro elementi. Secondo indicare con segni le successive operazioni che vengon
fatte spontaneamente o riflessivmente sui detti complessi e loro elementi.
L'algebra ed il *calcolo* per sè non sono scienza, ma sono potenti mezzi di
scienza, in quanto abbracciano e ravvicinano le idee e le operazioni su di esse
fatte rendendo più facile e più sicuro il colpo d'occhio su di loro per
scorgerne le identità e le differenze. Or, perchè non sarà possibile una logica
aritmetica o matematica per agevolare la conoscenza delle identità parziali e
totali, dalle quali dipende tutto l'eser cizio della intelligenza? Non vale il
dire che nell’aritmetica e la geometria si tratta di rapporti tra sole
quantità, e perciò e possibile un segno abbre viativi e le operazioni
identiche. Mentre invece nella logica generale si dovrebbero trattare molti
altri rapporti di QUALITà, che variano tra loro indefinitamente, e perciò
l'aritmetica non si potrebbe applicare alla logica. Non vale il dire questo;
poichè tutti i rapporti tra le QUANTITà hanno unico fondamento comune,
l'identità costante di ogni unità con sè stessa, in guisa che non possa
crescere nè decrescere in alcun modo, e che ogni unità valga quanto un'altra.
Onde il fondamento vero dell’aritmetica e dei loro processi è tutto nella
identità, come in generale il fondamento di tutte le operazioni
dell'intelletto; e la loro unica regola consiste nella IDENTIFICAZIONE. Non vi
ha dunque difficoltà vera contro la formazione di un'aritmetica logica; il cui scopo
non dev'essere altro che quello di fissare, abbreviare, e con un segno,
costante e certo, ravvicinare fra loro le idee ed i loro elementi, e le
operazioni che su di esse si fanno. Nella scelta del segno per tale oggetto, non
occorre far tutto a nuovo. Come nell'aritmetica, si posson prendere le lettere
alfabetiche per indicare i complessi della percezione e dell'idea, non che i
loro elementi, cioè le lettere maiuscole (A, B, C…) pei complessi, e le lettere
minuscole (a, b, c, …) per gli elementi, se fossero gli uni e gli altri
conosciuti e categorizzati. Se ancora non fossero conosciuti distintamente,
potrebbero adoperarsi i soli punti. Ogni segno dell’aritmetica, più, meno,
eguale, maggiore, minore, hanno posto nella logica o semiotica matematica o
aritmetica. Il dubbio ha un segno nella scrittura ordinaria, l’interrogativo –
la quesserzione --. Un segno pure abbiamo nella stessa scrittura per indicare
un seguito di cose simili, che corrisponde all' &. Soltanto resterebbero a
stabilirsi un segno per quell’operazione che nell'aritmetica e nel linguaggio
ordinario non esiste. Questo segno si riducono a distinguere lo stato spontaneo
dal stato riflesso, che sono i due stati del nostro animo, ed ambidue i detti
stati dal di fuori di essa. Per tale scopo descrivo due spazi, uno spazio inferiore
e l'altro spazio superiore, chiusi da tre linee parallele orizzontali. Il di
fuori è tutto quello ch'è al disotto dello spazio inferiore e lo spazio
superior. Lo spazio inferiore indica lo *spontaneo*. Lo spazio superiore indica
il *riflesso*. Indico con quadrati di linee, di punti, o di lettere, i
complessi e le loro parti, sia percepito, sia non percepito, o sia salito allo
stato di riflessione. Un punto e una lettera minuscola indicano i loro
elementi. Il punto indica che l’elemento non e conosciuto. La lettere indica
che l’elemento e conosciuto. Denoto il simile con due parallele verticali.
Rappresento l'identico con la convergenza di due linee in un angolo verticale.
Se l’identità non è completa, ma sol tanto parziale, una delle due linee sarà
più corta dell'altra, quasi per indicare la mancanza. Due quadrilateri che
convergono e si toccano con un lato rispettivo in un angolo vertical rappresentano
la sintesi dei punti identici. Se i due lati divergono, le quadrilateri rappresentano
l'analisi dei diversi. Indico il connesso con una serie di anelli di una
catena. Esprimo il negativo col segno 3 del meno sovrapposto a quello che
voglio negare, il non identico, il non simile, il non dubbio, ecc. $ 54. Ecco
così la serie dei segni principali: + più, meno, = uguale, <: maggiore; ‘>’: minore; ‘ll’
simile, 1 identico, ^ identico parziale,? dubbio, 000 connesso, (II) in
contatto, et etcetera, -1-- non simile, ^ non identico,?- non dubbio cioè
riflesso spontaneo, [ ] non percepito, I percepito in comcerto, plesso,
percepito distintamente senza categorizzazione di TAI parti, 71 percepito e sintetizzato,
!! percepito e analizzato, DU U IV / TAL sintesi ed analisi spontanea e
riflessa, |A| astratto com Ul Tala plessivo, Tala astratto con la parte a. | A
la S 55. Quando non occorre distinguere lo stato di spontaneità da quello di
riflessione, cioè quando si è nei concetti riflessi (idee), nei giudizii e nei
raziocinii nei quali non entrino l'esperienze e le percezioni, i due spazî, che
segnano lo spontaneo ed il riflesso, si trascurano. L'idea ed i suoi elementi
si rappresentano così ovvero al ovvero A:, ovvero secondo chè sieno più o meno
distinte e conosciute le sue parti elementari. Il giudizio ha una delle due
formole: 10 AA? Bİ, il concetto o la percezione A è identica a B? A A? Bİ, non
è identica certamente, oppure la risposta contraria: è iden tica certamente, 1
-?-; 2º Aja?, l'elemento a fa parte dell'idea a _?. o della percezione A? La
risposta si dà col negare il dubbio (A) а h g bAt a b A. cde? с a hg an. Or,
dire che a fa parte di A è lo stesso che dire 1A | {4} +/ biali, с de cioè
l'elemento a è identico ad uno degli elementi di A, essendo OOO gli altri
elementi b c d e f g h. Il raziocinio in generale ha la formola della
connessione logica, cioè della connessione nello stato riflesso, che è
l'identità de’ suoi membri in un tutto mag giore, di cui sono parti; onde è
necessario che sieno veri i membri con reciproca connessione, affinchè sia vero
il loro tutto. Onde la formola del raziocinio in generale sarebbe: ^()()(). Con
le parentesi esprimo i membri di versi del raziocinio che fanno da premesse (e
possono essere parecchi) e quello che fa da conclusione, indicando la loro connessione
e l'identità di essi in un sol tutto più ampio con quel segno intermedio di
connessione riflessa e d'identità, che qui equivale al dunque. Il ragionamento
erroneo si esprimerebbe con l'identico non identico Â, con la contraddizione. $
56. Il raciocinio è o dimostrativo, o inventivo; ed in ogni caso esso passa
dalla identità parziale di una idea con un'altra, o di un esperimento con un
altro, alla identità totale (S 43). Onde la formola generale di ogni raziocinio
ne' suoi passaggi è i sempre questa: (a"B') (a000bcdefghh), a h g с de b h
g ovvero OOO d e (a), (^Bİ). Quanto a dire: A e B contengono a, sono
parzialmente identici. Come si farà per sapere se sieno totalmente identici?
Bisogna dalla parziale identità a riconoscere se pur vi sieno le altre parziali
identità b c d e f g h. Ciò si può sapere in due modi: o che vi sia connessione
tra a e tutti quegli altri, o che a li contenga. Bisogna accertare uno dei due,
o decomponendo i rispettivi concetti, o sperimentalmente. Accertato uno dei
due, o per connessione 000 che signa l’identità dei membri col loro tutto, o
per continenza che signa lo stesso (il tutto che contiene le parti), si ha
passaggio logico legittimo 000 al dunque, alla conclusione; e pongo il segno
d'identità 1 sul dunque, perchè ogni connessione di membri esprime la loro identità
col tutto che li contiene $57. Lo scopo di cotesti segni non deve esser quello
di sostituirli al linguaggio ordinario; poichè in tal caso ogni ragionamento
prenderebbe l'aspetto della matematica e del convenzionalismo di Poincare e il
formalism di Hilbert; onde sarebbero ben pochi coloro che avrebbero la forza di
mente e l'abitudine necessaria per condurre così i loro raziocinî. Io mi son
limitato nella mia semiotica (significa) universale a servirmene come mezzi di
reddiconto e di controllo, a ragionamenti finiti; poichè giova il riassumerli
con segni e presentare la forma logica della percezione, dell’idea e del
concetto, i loro rispettivi elementi, e le varie serie di operazioni su di loro
eseguite, per potere a colpo d'occhio discernere il cammino della identità in
tutti i giudizi e ragionamenti. Nella cennata mia opera ne ho fatto largo uso
in questo modo, nè domando per ora che sieno adoperati altrimenti. Qui pero, in
questo lavoro sintetico e riassuntivo del sistema, non renderebbero più facile
la comprensione delle idee, alla quale aspiro; onde io non me ne servirò,
lasciando che i leggitori di mente più ferma ne prendano esperimento nelle
singole dimostrazioni, alle quali già li ho applicati nella suddetta semiotica universale.
Sotto il generico vocabolo “parola” (cf. Grice, ‘to utter’) si può intendere
qualunque segno communicativo che serve a rappresentare una percezione o
un'idea o concetto. Pur nondimeno questa voce “parola” – cf. Grice “to utter”
-- nell'uso ordinario è ristretta a signare un suono articolato, con cui l’uomo
esprime e communica la pércezione o la idea o concetto ad altro uomo; e siccome
il suono articolato e stato legato ad altro segno, così la parola, oltre di esser
pronunziata (pro-nuntiatum), è anche scritta. Orche cosa è mai questa *communicazione*
da un'uomo all'altro? Questa communicazione propriamente è un mezzo di
suscitare nell’altro uomo, al quale si dirigge, una percezione o una idea o
concetto consimile a quelle che ha e che vuol *communicare* (o signare) colui
che ‘signa’. Perciò la communicazione consiste nel far sorgere nell’altro
quella stessa percezione o quella stessa idea. Ciò in due modi può succedere,
cioè: o mediante una convenzione, arbitrio, concordo, patto, sul segno, sia
volontariamente fatta, sia abitualmente seguita, cosicchè ogni segno per ragion
di associazione convenzionale desti una percezione o un'idea corrispondente; o
pure mediante una naturale (iconica, assoziativa) associazione o meglio
co-relazione che si stabilisce tra un segno e una percezione o idea o concetto,
cosicchè non abbisogni altro che imitare (proffere) appositamente questo segno
per suscitare nell’altro la percezione o idea o concetto naturalmente (iconico,
assoziativo) annessa o co-relata. È del primo modo – il modo di correlazione
convenzionale -- la maggior parte dei segni; poichè una convenzion prima
espressamente o tacitamente fatta, e l'uso che ciascun trova del sistema di
communicazione del suo popolo, fan sì che appena si manipula un determinato
segno, tosto si destino in coloro che ascoltano le percezioni e le idee
co-rispondenti. Sono del secondo modo ogni segno che per lo più imitano una
proprieta naturale, come la voce del cane (“Daddy wouldn’t buy me a bow-wow”),
il romore del vento, lo scorrer del fiume il rimbombo del tuono, della
esplosione, ed altri simili. Ancorchè l'uomo non sa per antecedente convenzione
il ‘signato’ di tale ‘segno,’ egli tosto si fa l'idea del ‘segnato’ che
s'indica, perchè la imitazione – iconicita, assoziativita – della proprieta
naturale sveglia la percezione socia. Sentendo “bac-buc” dei tedeschi, quantunque
non sa l'alemanno, mi debbo far tosto l'idea del vuotarsi di un vaso a bocca
stretta. In questa categoria va pure il vocativo “o”, perchè la pronunzia molto
spontanea di questa vocale fa volgere la persona verso il punto donde “o” vien
pronunziato: e quindi da per sè stesso il vocativo “o” serve a chiamare, perchè
ottiene spontaneamente questo effetto o risponsa nell’recipiente. Intanto il
segno, oltre che serve a mettere in communicazione due uomini fra loro ed a far
nascere in essi la ri-produzione (o trasferenza psicologica) di una percezione
e di una idea secondo la volontà del ‘signante,’ è al tresi utile ad un'uomo
solo, allorchè egli si racchiude in se stesso e si va rappresentando le cose
per meditarvi. Difatti è un'osservazione ben comune che noi parliamo dentro noi
stessi, allorquando pensiamo le diverse cose, e principalmente allor quando ci
rappresentiamo una idea astratta. La influenza del segno sull’astrazione
comincia ad esser guardata con attenzione quando i filosofi della scuola
sensista credettero che l'unica differenza tra l'uomo ed il bruto consistesse
nel segno communicativo. In verità è ben facile rilevare che senza gl'innumerevoli
segni articolati l’uomo non puo mai formarsi e ritenere l'immensa serie d'idee
astratte, e per dirla più esattamente, non puo egli nè sintetizzare ne
analizzare in sì gran copia, posciachè l’astrazione è figlia dei grandi
incrociamenti delle sintesi e delle analisi. Certamente i punti simili delle
percezioni rappresentandosi similmente si sintetizzano, ed i dissimili si
analizzano rappresentandosi dissimilmente. Ma se per ciascuno di quei punti simili
e dissimili non vi fosse un segno associato, non e mica possibile riprodurre e
ritenere la immensità delle similitudini e delle differenze che offrono da un
momento all’altro la percezione. Imperciocchè tra moltissimi punti simili, che
fra loro si differenziano in picciola cosa, sarebbe più fa eile la confusione,
anzichè la distinta rappresentazione di ciascun grado minimo di somiglianza e
di differenza per mezzo delle percezioni medesime. Al contrario, il segno
articolati e diversissimi d’altro segno articolato; e perciò attaccando un
segno a ciascuna di quelle minute sintesi ed analisi, si ha di già quanto basta
per poterle esattamente richiamare, senza poterle mai confondere un segno per
altro. Per esempio, quante gradazioni diverse non offre un colore solo, il
concetto di “bianco” (o “bianca”)? Or si potrebbero mai ritenere senza
confonderle tutte queste gradazioni? Ma l’uomo vi adatta un segno diverso per
signarle, e la confusione è evitata. Egli dice “bianco chiaro”, “bianco
sbiadito”, “bianco lordo”, “bianco latte”, ec. Vi sono poi delle parti di percezioni
che si isolano dal complesso mediante l’astrazione, e se non vi fosse un segno
per risvegliarne l'idea, non puo esser pensate giammai. Per esempio, l'idea o
il concetto astratto o generale o universale di “colore” – il nero non e un
colore; il bianco no e un colore --, siccome abbraccia ogni colore, con qual di
essi partitamente o complessivamente si puo rappresentare, se non vi fosse un
segno distinto (gaelico glas: verde o blu?) da tutti i co fori singoli per
richiamarla? Vi e pure un gruppo d'idee astratte che con maggior ragione han
bisogno di un segno per essere pensate, come la “gloria”, la “virtù”, l’
“onore”, il “dovere”, ec. Cosi anche e
il concetto meta-fisico dell’essere sopra-sensibile, Iddio, la sostanza, ec. É
in forza dell'unità del segno, che sorge l'unica idea astratta; poichè, se
vogliam provarci a idear (o mentare) la cosa senza segno alcuno,
particolarmente in una nozione astratta che non ra-presentano o signa un essere
reale, ma soli rapporti fra gli esseri, non sappiamo veramente come farcene
l'idea. Oltre a tutto ciò il segno ha una virtù speciale, che fa vedere il
legame di una idea coll’altra; perciocchè, messo un segno radicale o di radice
(“amare”), ogni variazione di desinenza e e ogni derivativo indica o signa,
come un gruppo che costituisce un'azione risultante venga variandosi in mille
modi: il che importa una sintesi mista all'analisi, perchè la radicale ferma
indica il punto fondamentale della somiglianza, mentre ogni desinenza e ogni
derivato fa vedere ogni categoria: quantita, qualita, relazione, modalita – per
citare la funzione kantiana della categoria d’Aristotele -- tempo, luogo. Questo
vantaggio non si puo altrimenti ottenere, che coll’articolazione del segno
sub-segmentale (prima e seconda articolazione), poichè rimanendo fermo un segno
come segno radicale sub-segmentale (articolazione prima e seconda) (“am-”), il
segno articolato (mutato della radice) indica la differenza (“amans”, “amatus”,
“amiamo” “ambi due amiemo”) fine a formare una proposizione compieta: il
mittente con il signans signa al recipient *che* il mittente crede che ama al
recipiente. Siegue da tutto ciò che il segno articolato ha un'influenza
grandissima nella operazione della sintesi, dell'analisi e dell'astrazione; e
siccome senza del segno articolato l'uomo non può nè giudicare (operare con una
proposizione) nè ragionare (inferire una proposizione d’altra), cosi il segno
articolato ha un'influenza suprema nel giudizio e la volizione e nel raziocinio
(di giudizio e di volizione). Infatti il sordo-muto ha un limite strettissimo
nella sintesi, nell’analisi e
nell’astrazione; ed a misura che si allarga in loro la sfera dei segni per
mezzo della gesticolazione, e più anche per mezzo di un sistema alternativo, il
sordo-muto inoltransi nell'astrazione, il suo giudizio, la sua volunta, ed il
suo ragionamento – di giudizio o di volonta -- divene più estesi e più esatti.
Dopo che si disse che l'uomo non puo mai dare origine al segno articolato o
communicativo, la scuola di Bonald si valse di questa stessa dottrina per
fondarvi sopra l'edificio della divina rivelazione, che dovette communicarsi al
primo uomo coll'insegnamento diretto del segno communicativo, e che dovette
tradizionalmente discendere col segno medesimo in tutta l'umana generazione,
fino a che colla dispersion babeliana delle lingue venne a guastarsi la forma
genuina primitiva del segno soppranaturale, praeternaturale rivelato, e varii
innesti di origine umana si attaccarono al primitivo tronco, cosicchè insiem
col segno furono anche travisate le idee della rivelazione prima. Questa stessa
dottrina è stata abbracciata con molta facilità da Gioberti, quantunque in
tutt'altro alla scuola di Bonald egli non appartenesse. Non entro in questa questione
dal lato teologico (o genitoriale), molto più che non veggo nella antica
religione romana nessuna espressione che alluda all'insegnamento primitivo del
segno per mezzo di un dio. Veggo per altro che le anzidette scuole han preso a
dimostrare filosoficamente che l'uomo da sè stesso non può dare origine al
linguaggio, e con questa dimostrazione negativa credono dare il più saldo
appoggio alla necessità della primitiva rivelazione della parola. Guarderò
adunque le loro ragioni da questo stesso lato filosofico, e porrò così il
quesito: È egli vero che per poter ‘signare’ comunicativamente in qualunque
guisa bisogna l’uso preventivo dell’astrazione, e viceversa per potere astrarre
bisogna l'uso antecedente del ‘signare communicativo? Se ciò fosse vero, sarebbe
questo un circolo vizioso (“a Schifferian loop”), da cui non potrebbe mai
uscire l'origine puramente umana del ‘signare communicativamente’; e perciò,
essendo un fatto che l'uomo signa communicativamente, ed ammesso che egli sia
stato *creato* da un dio (Prometeo), re sterebbe come una ipotesi interamente
consona alla divina bontà di Prometeo che egli stesso gli abbia insegnato o
signato a signare communicativamente fin dalla origine o dalla genesi alle
rivelazioni! Resterebbero cosi giustificati gli argomenti della scuola teologica
o genitoriale di Gioberti. Ma a me pare che, posto a quel modo il quesito, la
necessità del circolo vizioso venga tutta dal non voler discendere nella minuta
analisi di un tutto complessivo – un complesso proposizionale --, e dal volere
la spiegazione sintetica di un fatto che costa d'innumerevoli elementi, senza
volere esaminare come nascano gli elementi medesimi, e come gradatamente si
combinino fra loro per costituire il fatto totale nel modo che oggi si presenta.
Uno dei difetti delle scuole dell'età nostra è questo precisamente, che i nodi
voglionsi tagliare invece di scioglierli; e cosi mi pare sia accaduto al
problema che riguarda l'origine del signare communicativamente. Infatti, se si
domaada: l'uomo può esercitare quella vastità di astrazione che attualmente
esercita senza fare uso del signare communicativamente? La risposta è facile:
nol può: perchè il segno communicativo, siccome testé abbiam veduto, influisce
grandemente nell'esercizio dell’astrazione. Parimente se si domanda: l'uomo può
signare communicativamente (con “o”) senza l’esercizio dell’astrazione? è anche
facile ugualmente la risposta che nol può: perchè la convenzione implica la conoscenza
dell'utilità del signare communicativamnte, ed implica nel tempo stesso
l'attaccamento di un'idea (“presta attenzione”) ad un segno articolato (“o”),
il che è un'effetto di astrazione. Ma il problema non è ben presentato col
porre le due anzidette domande; perocchè non si vuol sapere se l'esercizio
completo del signare communicativamente, qual'è attualmente, può stare senza
l’uso dell'astrazione, nè anche si vuol sapere se lo sviluppo immenso che ha
preso l’astrazione nelle molte successive generazioni del popolo italiano possa
mai stare senza l'uso del segno articulato. Invece il problema vero è quest'altro.
Vi può essere un atto di signare communicativamente primitivo, un primo uso di
un segno articolato (“o – o – o”), colla sola influenza di un'astrazione (o
articolazione) di primo grado, la quale per compiersi non ha bisogno dell'uso
del atto di signare communicativo. Quando due cose s’influiscono a vicenda, in
modo che non può crescer l’una senza che cresca l’altra, se si guardano *sinteticamente*
dopo un lunghissimo periodo di mutuo accrescimento, non pajono più naturalmente
spiegabili, e comparisce quella specie di circolo vizioso, di cui si parla
inpanzi, perchè lo sviluppo pieno del l’una suppone lo sviluppo pieno dell’altra,
ed amendue si suppongono talmente a vicenda, che non si sa più qual delle due
debba esser prima. Per isciogliere un problema di tal fatto bisogna
incominciare dal periodo o fase o stadio primo, cioè dal momento men complicato
e meno sviluppato. Allora soltanto si può scorgere la influenza mutua, e come
mano mano vengano accrescendosi l’una coll’altra. Qui trovo un’obbiezione ben
facile. Mi si dirà: avete voi elementi storici ben certi per poter determinare
qual sia stato il periodo primo dell’atto di signare communicamente in Romolo e
Remo. Anzi taluni credono trovare nell'etnografia una base sufficiente per
poter sostenere che il segno communicativo più antico e più elevato e più ricco
di forza plastica. Onde da quelli si crede che l’atto del signare
comunicativamente e andati mano mano deteriorando. Veramente, se debbo
esaminare il mio problema sull’appoggio del solo dato storicio non mi credo autorizzato a dare una soluzione
diffinitiva. Imperciocchè io non son’ uso a sciogliere un problema a posteriori,
e viceversa, so che la *ragione* necessaria delle cose governa la storia. Non
entro ad esaminare se l’uomo e creato adulto o no; o se, dimenticato il
primitivo atto del signare communicativamente, sia stata possibile la nascita
di un atto *nuovo* di signare communicativemente. Non entro in un esame
storico, dal quale la mia semiotica non puo sempre ricavare un risultato
filosoficamente rigoroso. Invece, domando se e possibile, senza precedente
arbitrio alcuno, stabilirsi una communicazione di un segnato tra due uomini per
mezzo di un segno (“o”) anche *involontariamente* (spontaneamente,
naturalemnte) adoperati, e, se trovata l'utilità pratica o prammatica di un
arbitrio mutuo di tal fatto. Si puo fare avvertitamente e per mutuo arbitrio ciò
che prima si è fatto *spontaneamente*. Posta così la questione, non ha bisogno
più della ricerca storica. Si attacca alla natura comune – la ragione -- di due
uomini – una diada conversazionale, Romolo e Remo, Niso ed Eurialo --,
quantunque anche la storia puo venire in conferma di ciò che la cosa deve essere
per natura sua propria – uomo animale razionale. Distingo due specie del genero
segno: ma non e necessario moltiplicare i sensi di ‘segno’ sine necessita.
Primo e un segno naturale, spontaneo, imitative, mimetico, iconico,
assoziativo. Secondo, e a posteriori altro segno – un segno devenuto segno dopo
un mutuo arbitrario. Or sebbene il mittente che usa un specimen particolare di
segno “o” che imita una proprieta naturale spontanea, il segno “o”, sieno per
sè stesso assai ristretto, pure ha questo di particolare. Senza bisogno di
arbitrio mutuo alcuno, e senza anchie aver lo scopo di *conimunicare*
(transfere il segnato) all’altro un qualunque segnato (sensum, percipito), puo
essere adoperati, e producono l’effetto della communicazione (communicato,
segnato) che non e primariamente nell' *intenzione* di nessuna delle due parti.
Nessuno più di un bambino italiano è da natura inclinato ad imitare (‘bow wow’)
i romori che sente o perceve. Non è necessario supporre che questa imitazione (‘bow
wow’) ha uno scopo, fine, volizione, o intenzione (volutum). Il bambino
italiano imita spontaneamente, e signa che e in relazione con un cane, è come
la ri-petizione naturale della cadenza che si esieguono non dall'uomo solo, ma
anche dai bruti. Comincio da questo caso semplicissimo, non perchè io creda che
l’atto del signare communicativamente sia nato in questo preciso modo, ma
quando si cerca la possibilità di una cosa, bisogna ricercarla tra le
possibilità più semplici e più comuni. Imperciocchè, pria che si dice che una
cosa non può essere, è mestieri osservare in quante maniere ben semplici ella
può avvenire. Or vediamo, allorchè un’uomo imita spontaneamente un suono
qualunque naturale (“o-o-o”), che cosa accade nell’altr’uomo che lo interpreta
(l’interprete). Il segno imitato per ragione di semplice associazione o
iconicita richiama naturalmente la percezione della causa che suole ordinariamente
emettere cotal segno. Per esempio, se un bạmbino italiano, senza la menoma
intenzione communicativa, e solo per il puro piacere imitare, esiegue il belato
(‘bah bah’) della sua pecora, chiunque lo sente si rappresenta in quel momento
l'animale che fa quel belạto. Senza *voler* o avere l’intenzione di communicare,
i. e. d’informare ad altro, vi è di già tutto quello – il principio razionale
-- che costituisee la communicazione e
la conversazionale. Un segno, a cui è attaccato una percezione, adoperato la
prima volta, ‘one-off’, spontaneamente, per caso, per imitazione, per qualunque
altra causa, desta la percezione socia, e senza arbitrio mutuo alcuno divien
segno della medesima causa (‘bah bah’ = pecora). Infatti, se il bambino italiano
che imitava poc' anzi il belato della sua pecora, non conosce punto il segno
articolato ‘pecora’, e se io voglio più tardi rinnovare in lui la percezione della
pecora, che altro dovrei se non che imitare il belato medesimo? Nè ciò dipende
da che io conosco l'utilità del segno. Giacchè potrei supporre all'inverso che
il bambino italiano il quale, imitando spontaneamente il belato della pecora
(“bah bah”), si accorse o da un segno (“bah bah”), o dallo sguardo ch’io do
alla pecora, che già mi feci ricordanza della pecora, più tardi il bambino stesso
potrebbe servirsi a ragion veduta di quel belato per riprodurre in me or di proposito
la stessa percezione. Immagino un’altro caso. Se alla vista (visum) di un
pericolo (leone) l'uomo (Eurialo) gitta un grido – “o-o-o” --, un suono
qualunque, quand’anche non sapesse che vi fossero altr’ uomo (Niso), dal che
potrebbe essere soccorso, il grido spontaneo che suole uscire per lo più
involontariamente, spontaneamente, naturalmente - sotto il dominio della paura o
pena, e se a quel grido si ve dessero accorrere altr’uomo, il quale, scorgendo
la posizione pericolosa, viene in aiuto, non sarebbe tosto quel grido spontaneo
“o-o-o” un segno della “chiamata” in aiuto, segno non devenuto da mutuo
arbitrio in principio, nia che per l’effetto ottenuto o la risponsa ottentua
divene base di un mutuo arbitrio in avvenire? Immagino anche un’altro caso più
semplice. Se un'uomo spontaneamente, e senza *intenzione* communicative alcuna,
signa “o-o-o”, il segno più facile ad articolare, e se altr’uomo (Remo, Niso) e
presente e sente o perceve che Romo ha profferito un specimen di un segno, che
cosa mai dovrà avvenire? Non si voltera verso colui che signa? Non è naturale
il rivolgersi verso il punto donde parte il segno? Ebbene, un'effetto si è
ottenuto. Questo segno profferito senza intento alcuno o intenzione
comunicativa alcuna richiama l’attenzione dell’altra parte della diada
conversazionale. Ciò che si è dapprima, one-off, ottenuto senza intento
communicativo o intenzione communicativa, può la seconda volta esser voluto *di
proposito*, voluntariamente, -- def. di verbum in Aquino -- per la utilità che
se n’è ricavata: ripetendosi dunque avvedutamente lo stesso segno, quello è
divenuto un vocativo naturale. E noi osservammo che appunto questa vocale “o” è
il vocative nella Roma di Remo (o tempora o mores) e nella Roma di oggi. L’arbitrio
mutuo o duale dunque non nasce dapprima a ragion veduta, ma nasce per mezzo di
un'effetto o risponsa, che un segno, EMESSO per accidente (“o”) o per
imitazione, consigue. Volendo di nuovo ottenere avvedutamente lo stesso effetto
o la stessa risponsa, non ci vuol’altro che ripetere un altro specimen del
stesso genero di segno (“o”). L’arbitrio mutuo dual è bello e fatto. Or quando
vi sono tante possibilità d'incominciare l'uso di un segno articolato e di dar
luogo spontaneamente a un arbitrio mutuo e duale, come si può dire in tuono
assoluto che sia impossibile l'uso del segno senza aver la preventiva conoscenza
della utilità del segno medesimo? Non dico che l’atto del signare
communicativamente nacque in questo o in quell’altro modo. Dico che vi sono
moltissime possibilità tutte *naturali*, nelle quali l'uomo può avvertire
l'utilità dell'uso di un segno articolato per l’effetto o la risponsa
spontanea, no intenzionata, che ne ottiene, e senza il bisogno di un preventivo
arbitrio duale. Basta questo per distruggere a rigor di logica le basi tutte di
quell'edificio che si vuol fondare sull’impossibilità assoluta che l’uomo signa
senza prima aver conosciuto l'uso e l'utilità dell segno. Ma invero il brutto
ebbero forse insegnato da Dio l'uso del atto di signare communicativamente, con
che communica (o transferre) il suo bisogni, la sua gioia, il suo pericolo, la
domanda del soccorso? Forse non vediamo fin dal loro nascere i varii animali communicarsi
per mezzo di un segno, per lo più *istintivo* -- che causa una risponsa
istintiva, i diversi loro stati? Non puo il brutto perfezionare il suo atto di
signare communicativamente, perchè non ha facoltà di sintetizzare e di
analizzare gli elementi della percezioni, e molto meno ha facoltà astrarre,
siccome vedremo a suo luogo. Ma la co-rispondenza o co-relazione dell’effetto o
stimolo, in esito al suo primo segno istintivo fa si che il brutto lo ripeta
volontariamente; e tutti conosciamo come un animale domnanda il cibo o la
libertà del movimento per mezzo di segni speciali, nel che dalla sua parte vi
ha una specie di “tacito” arbitrio duale (Androcle e il leone), perché l’effetto
ottenuto o la risponsa ottenuta una volta, per ragion di associazione o
co-relazione iconica istintiva associativa, fa appunto le veci di un arbitrio
duale. Se dunque questo segno inferiore è possibile nel bruto, il quale non
astragge, perchè lo stesso principio di spontaneo tacito arbitrio duale non è
possibile fra due uomini! Un uomo, che ha la piena capacità di astrarre,
riconosce più facilmente l'utilità dell’effetti ottenuto o della risponsa
ottenuta dall’altra parte della diada conversazionale, e si crea l'idea
generica del arbitrio duale del segno, dalla quale discende poi come
conseguenza la necessità di *variare*, fare piu ricco, illimitato, creativo, e
di fine aperto, in ragione di questo o quello bisogne, in ragion di questa o
quella percezione, o in ragione di questo o quello concetto astratta. Concepita
una volta l’utilità dell’uso del atto di signare communicativemente, del segno
articolato (terza articolazione), non ci vuol’altro che possedere in fatto la
capacità di variare e combinare *indefinitamente* in modo aperto e illimitato,
l'articolazione e la operazione di questo o quello segno primitivo, e l'uomo
possiede già questa capacità meravigliosa. L’uomo adunque può, da un certo
numero di fatti spontanei in cui il segno è riuscito a *stabilire* un arbitrio
duale, elevarsi all'idea astratta dell’arbitrio duale del segno, poichè da un
fatto singole si forma la sintesi, l'astrazione, e l'idea generica; e
possedendo in fatto la varietà indefinita, componibile, di questo o quello
segno articulato primitivo, è già nel caso di far da sè tutto il resto. Quantunque
il segno che compone l’atto del signare communicativo e per arbitrio muto, pure
siccome debbono *signare* una percezione (S e P), gli tre elementi delle
medesime (S, e, P) ed i concetti astratti, debbono quindi ritrarre le proprietà
fondamentali dell’uomo, cioè la relazione costanti che debbono avere fra ogni
percezione, e ogni operazione o combinazione. Perciò, sebbene e diverso il
segno che si adoperano ne' varii paese dell’Italia per signare il medesimo
segnato, pure in ogni dia-letto vi sono parti fisse del discorso o
dell’orazione, vi è una sintassi necessaria, vi sono in somma una relazione che
e comuni a ogni segno. In primo luogo, siccome ogni percezione rappresenta un
risultamento esteriore ed e anch' esso del risultamento organico subbiettivo,
perciò vi ha un fondo comune in ogni percezione ed è l'azione risultante, che
equivale alla somma di ogni azione sostanziale aggregate insieme. L’azione
sostantiva e la aggregazione di questa o quella azione sostantiva, ecco ciò che
è comune a ogni reale ed a ogni percezione. Quindi in ogni atto del signare
communicativamente debbe esistere un segno addetto ad indicare l’azione
risultante in tutta la loro immensa varietà. Questo e il segno del “verbo” –
Varrone, verbum, greco rheo --, cioè il segno per eccellenza, per chè in
verità, tutto quello che si può rappresentare, ad azione sostanziale si riduce,
e perciò il segno del verbo (la copula) è il fondamento di ogni segno. Ogni
proposizione si aggira intorno al segno del verbo (il S e P), e se vuol farsene
un'analisi, la mossa si dee sempre prendere dal segno del verbo, perchè un
segno che non e un verbo non puo indicare, se non che un rapporto dell’azione
risultante signata dal segno verbo. Inoltre, per questo stesso che ogni azione *risultante*
e non basica, e composte della combinazione di questa o quella azione
sostanziali intransitive ed immutabili, è necessario che ogni verbo ha il loro
fondamento in un solo segno di verbo, e che quel segno del verbo e *intransitivo*
(la copula e intransitiva), siccome e questa o quella azione sostanziale, dalla
che nasce ogni azione risultante, la quale e ra-presentata dal resto della
classe del segno del verbo. Infatti abbiam notato già da molto tempo che in
ogni atto di signare communicavemente vi è un verbo sostantivo intransitivo, il
verbo “essere”, al quale si possono facilmente ridurre ogni altro verbo,
decomponendoli in “copula e predicato”. Io amo è lo stesso che io sono amante.
Ed è notevole che ogni segno di verbo chiamati attivo, o meglio transitivi,
perchè denota un’azione che passa dal soggetto all'oggetto, si sciolgono tutti
in un segno di verbo fondamentale che è intransitivo, o come i modisti dicono
neutro – epiceno, mezza voce --, cioè nè attivo nè passivo. Poichè ciò che è
veramente transitivo é la forma del risultato, ma ognuna delle azioni
sostanziali componenti è intransitiva. La sintesi e necessaria e l'analisi e
necessaria, perchè una percezioni e complessiva e costa di questo o quello
elemento, che colla riproduzione, sovrapponendosi gli uni agli altri, si
sintetizzano nel punto simile e si analizzano nel punto dissimile. Bisogna
dunque che ogni segno indica un composto o complesso proposizionale, e che ogni
segno articulato composito e de-compo nibili. Però, siccome gli elementi di
ogni risultato e una azioni sostantiva, perciò è necessario che ogni segno si
puosciogliere in un segno solo che indica l’azione sostantiva, non come occulta
(sub-stantia), ma come realtà, cioè come essere, onde il *nome* (nomen, onoma –
nomen substantivum, nomen adjectivum) non meno che il segno del verbo, si
sciolgono tutti nell'essere, il quale è verbo e nome allo stesso tempo, ed è
appunto verbo sostantivo, perchè indica un’azione che sta per sè stessa, e che
non ha bisogno dell'altrui appoggio. Un nomine addiettivo e ogni altro segno
sin-categorematico che indica quantita, qualita, relazione, o modalità o
relazione, ra-presentano la composizione, il risultato, la combinzione di
questa o quella azione sostanziale, e perciò non e mai da sè sole, ma ha
bisogno di un segno di verbo o di un segno di nomine (S e P), su cui debbono
appoggiarsi. Conciossiachè in verità la consposizione e qualunque suo modo di essere
non può stare senza questo o quello componenti, anzi non è altro che la somma
medesima di questo o quello componento. Però, siccome la composizione è una
forma complessa, e come tale si distingue da cia scun componente, quindi è che
tutte le parole indicanti modd lità, quantità e relazi ni, conie gli avverbii,
le preposizioni, le congiunzioni, gli aggettivi, ec. non sono riduttibili al
solo verbo essere, nè al solo nume essere, a differenza del segno del verbo e
del segno del nome che ogni segno si reduce al verbo sostantivo “essere”. Nel
tempo stesso non possono sussistere per sè, ed han continuo bisogno di questo o
quello essere (il S, il P), perchè la composizione non può stare senza di
questo o quello singolo componento. Sotto tai riguardo la differenza che passa
tra ogni segno che indicano la quantita, la qualita, la relazione, e la
modalità dell’azione sostanziale e quella che indica l'azione medesima, e
quella stessa differenza che esiste tra il tutto e la collezione di questa o
quella parte che lo compone; imperocchè il segno del verbo, e principalmente il
verbo “essere”, nel quale ogni segno di verbo si sciolgono, indica la
collezione di questa o quella azione, mentrechè il segno del nome aggettivo, il
segno del avverbo (ad-verbium, come la particola “non”), la preposzione (in
latino, i casi), il signo di congiunzione (copulativa, e, adversative, ma), ec.
indica come questa o quella azione e disposte, e che relazione ha fra loro, in
ogni vario gruppo che compone. Siccome ogni gruppo di azioni è un *risultato*
che subisce questa o quella modificazione (declinazione, congiuggazione) secondo
i cangiamenti parziali del numero (singolare, duale, plurale) e della posizione
di questo o quello componento, cosi vi ha una sintesi fondamentale in ogni
parte simile che nel risultato e ferma, e vi ha una continua analisi di ogni
parte variabile ed accessoria. Per questa ragione e necessario il segno radicale
che esprimono la parte *sintetica* fondamentale, cioè, il fondo permanente
dell’azione: il radicale poi si va cangiando nella sua desinenza (uomo, uomni,
pater e familia, paterfamilias), o in suo articolo definito (il – ille, la --
illa) o indefinito, “segna-caso”, ed ausiliare, per indicare ogni variazione e
accessorio che in torno a quel gruppo fondamentale di questa o quella aziona si
effettua. Il atto di signare monosillabica dei cinesi supplisce a ciò coll’accozzare
diverse sillabe, cioè diverse segni, di cui ognuna esprime una idea, e tutte unite
esprimono un complesso. Una idea fissa si esprime con un signo fisso. Una
segnato variabile si esprime con un segno variantie. Sorge da ciò la necessità
del segno derivativo, del segno della desinenza e del segno del prefisso,
infisso, e suffisso, come anche la necessità di trasformare in maniera
avverbiale un nome e un verbo, e di operare ogni cangiamento di preposizione in
verbo ed in nome, dell’aggettivo in sostantivi e viceversa. Poichè, fissa la
forma fondamentale, ogni mutamento di forma debbe esprimersi con cangiarli secondo
il bisogno e secondo la relazione che vuolsi esprimere tra un gruppo di azioni
ed un'altra. Finalmente vi ha un'altra forma obbligata in ogni costruzioni del
discorso, ed è quella del giudizio, poichè ogni proposizione – in ogni modo –
indicativo, imperative -- in giudizio o volizione si risolvono, e come si va da
un giudizio all'altro per mezzo di una connessione, così la proposizione prende
forma concatenata e compone un period (protasi, apodosis), e questo periodo
s'incatena con quello periodo e forman un discorso. Però è no ievole che
l’operazione dell'analisi e l’operazione della sintesi spontanea non puo
altrimenti annunziarsi che sotto forma di “proposizione”, cioè di giudizio o
volizione; quantunque agli occhi perspicaci del filosofo anche un segno solo,
considerata nella sua radicale o nella sua derivazione, indica benissimo l’operazione
analitica che vi è dentro. La ragione, per cui non si può annunziare ad altri,
che sotto forma di giudizio, una completa operazione di sintesi e di analisi,
si è appunto questa, che quando si annunziano ad altri cotali operazione di
sintesi o analisi, vi è di già il concorso della riflessione, e perciò non si
annunzia altro che il risultato ultimo della sintesi e dell'analisi riflessa, il
qual risultato e il giudizio e la volizione, ambe due con contenuto
proposizionale. Onde si ha che nello singolo signo si rappresenta le sintesi e
le analisi spontaneamente fatte, e nel complesso si rappresenta il risultato
totale, che perciò appunto veste la forma di giudizio o volizione con contenuto
proposizionale. Da tutte queste osservazioni emerge che il segno e la sua
costruzione (sintassi) in ogni popolo – o paese d’Italia -- debbe avere una
forma fissa (semiotica agglutinativa) e una forme variabile (semiotica
componenziale), siccome il risultamento organico subbiettivo ed il risultamento
esteriori obbiettivo ha una forma fissa e una forme variabile, poiché il segno
debbe necessariamente prendere lo stesso aspetto del segnato. In ogni segno
possono riguardarsi due parti distinte, cioè il segno e la costruzione del segno.
Ogni segno è segno di una percezione, o di una parte di percezione, o di
un'idea o concetto (signato). La costruzione del segno ra-presenta ogni
relazione che ha questa o quella percezione, questa o quella idea, questo o
quello segnato. Onde il signo è lo specchio più sicuro del grado delle
conoscenze di un emittente del segno. Poiché la povertà o la ricchezza del
repertorio semiotico e di questa o quella forma di costruzione indica quante
percezioni, quante idee, esistano presso il medesimo emittente, ed in quante
maniere sa metterle in relazione fra di
loro. Però è notevole una cosa, che forse non è stata abbastanza studiata sino
al presente. C’e un segno (“colletivo”) che non esprime una percezione sola o
una idea sola, ma serve ad esprimerne più di una. Per sapere se mai una di tale
segno esprima una idea piuttosto che un'altra, fa d'uopo stare attento alla *forma*
del discorso, dall' insieme del medesimo, come anche dalla forma della
costruzione, si ricava ciò che precisamente si vuol signare col segno che si
adopera. Questo fatto è ben noto ai filosofi sensista; ma forse la causa del
fatto non è da loro cercata con rigore semiotico. Acciocchè un segno sia
adoperato a signare un segnato diverso d’altro segnato (equivocazione), è
necessario che il segno in origine appartenga ad un segnato solo; poichè non è
presumibile che siasi voluta fare un arbitrio dual anfi-bologico (equivocazione
– para-bologica – il rasaio di Occam), cioè un arbitrio duale di usare un segno
solo per rappresentare un segnato e altro segnato, appunto per far nascere la
dubbietà di sapere il segnato che propriamente vuolsi indicare. Allorchè dunque
si presenta un segnato nuovo, che perciò non ha ancora segno proprio, il
segnato stesso fa sperimentare il bisogno di trovare o inventare o concevire un
segno per indicarlo, ed in pari tempo il segnato (es. spirito) fa svegliare
l'idea socia di un segnato simile avente un segno proprio (spirare). Allora
l'uomo prende quel segno, e se ne serve per indicare il segnabile novello ch' è
ancora propriamente IN-segnato. Questo bisogno si sperimenta più di tutto
nell'esprimere una idee astratta (‘implicatura’), a cui mano mano un emittente
si eleva; e perciò si serve del segno che indica un segnato, quanto più è possibile,
somigliante a quella idea (im-piegare). Nasce cosi l'uso del traslato: un
segno, che propriamente è servito ad indicare una segnato (lo spirare), è
adoperata a signare un'altra (lo spirito) che solo ha con essa qualche
somiglianza. Il traslato di tal fatta e una necessità, perchè la presentazione
di un segnabile IN-signato conduce al bisogno di signarlo, e non potendo formarsi
sul momento un segno apposito per l'impossibilità di fare un pronto arbitrio
duale, si ricorre più prestamente al segno del segnato simile, lasciando pure
al resto del discorso l’incarico di mostrare la diversità e la novità del
signabile previamente IN-segnato, pel quale si adopera una segno. Ma oltre a
ciò vi ha pure una necessità di usare un segno da traslati o metaforicamente,
quantunque il signato che vuolsi esprimere ha segno suo proprio. L’esattezza
del segno appartiene sopra tutto a quel filosofo oxoniense che e avvezzo alla
precisione del segnato e del segnabile non segnato, e che valutano ciò che
propriamente esprima ciascuno dei segni, che essi adoperano per indicarle. Ma
il numero maggiore degli uomini non può mai aver fatto queste esatte
meditazioni, e molto meno può aver l'abitudine del linguaggio preciso. Inoltre
gli uomini, spinti dal momentaneo bisogno di communicare il segnato, e molto
più quando sono sotto il dominio delle passioni che maggiormente l'incalzano,
non han tempo a ricercare il segno che esattamente corrisponde al segnabile
IN-segnato. Allora succede un'effetto ch' è tutto proprio dell'associazione
delle idee. Si presenta un segnabile che non richiama prontamente alla memoria
il suo segno, ed invece richiama per ragion di similitudine un'altra percezione
segnata che ha pronto il segno. Allora l’emittente, senza metter tempo ir mezzo,
si approfitta di questo segno cognosciuto per indicare, non il segnato proprio,
ma un segnabile simile; e cosi si la un'altro genere di traslato, cioè il
traslato metaforico. L’interprete o recipiente e pur'essi obbligato da quel
segno a passare dal segnato simile non propria al segnato propri; e ciò, quando
la similitudine calza bene, riesce a proccurare una maggior persuasione, come
pure riesce a rappresentare lo stato di esaltamento dell'animo del emittente,
quando lo si vede correre rapidamente di segnato in segnato, senza aspettare la
corrispondenza esatta del segno, é con servirsi di un segno che indicano un
segnato simile. Quest'altro genere di trasláti è anch'esso una necessità,
perchè la maggioranza degli uomini non può sempre misurare il segno, e molto
meno lo può, quando è sotto l' ardore delle passioni, o nel momento di una
pubblica arringa, in cui il segno naturalmente si eleva colla metafora per l’imperioso
bisogno di esprimersi con qualunque segno si presenti più adatta. Con questi criterii
è ben facile giudicare, perchè vi sieno emittente di repertorio ricco ed
emittente di repertorio povero, perchè vi sieno emittente di repertorio riccho
e emittente di repertorio povere di forme, ed in qual rapporto stieno tra loro
l'abbondanza e la povertà degli uni e delle altre. Il emittente men civilizzato
e meno avvezz alla riflessione filosofica, avendo un minor numero di segnati, debbono
esseri poveri di segni; ed a misura che son poveri di sengi, più abbondano di
traslati, perocchè ad ogni nuovo sengabile che ai medesimi si presenta debbono
adattare per similitudine un segno. Queste emittente però diventa di un
repertorio ricchissime di forme, ed inclinano quasi sempre alle circonlocuzioni
(perifrasi) ed al figurato (metafora). Ciò è ben naturale, perché la forma
stessa del discorso deve dare a comprendere che el sengo non venga adoperata
nel uso suo ordinario, ma in un uso di somiglianza, in un uso figurato o
allegorico. Questo emittente si presta anche facilmente alla nascita di un
segno composto (bi-cicletta), perchè sentono il bisogno di accoppiare due segni
indicanti oggetti proprii, per segnare un segnabie che ha una somiglianza con
ambidue uniti insieme (portmanteau). Perciò questo emittente contiene un signo
radicale che si prestano ad inflessioni molto diverse, e per quanto son povere
di radice originaei, tanto son ricche di composti e derivati. Per ciò sogliono
chiamarsi il più anticho emittente. Non vuolsi confondere un ricco repertorio
delle forma con un ricco repertorio di segni, nè si deve credere che la
ricchezza delle forme sia indice della perfezione maggiore dell’emittente,
molto più quando non è congiunta a - ricchezza vera di signo. Al contrario, i
segni di più avanzati nella riflessione e nella civiltà hanno un più esteso
numero di vocaboli proprii, e fanno molto conto della purità e della proprietà
del segno: onde esse sono più aliene dalla sinonimia, scansano le figure, e
adoperano al bisogno strettissimo i traslati. Queste linyne si prestano meglio
all’esattezza scientifica, ma quanto sono rigorose, tanto son più fredde,
poichè non si confanno collo stato dell'uomo appassionato, il quale afferra
qualunque segno avente somiglianza col segnable che vuole signare. Un emittente
i di tal sorta non e nato con quella esattezza fin dalla loro origine; perciò
porta l' impronta di molte radicali, di molti decivativi e di traslati che
appartennero all'epoca più antica. Tutti questi però coll'andare del tempo
hanno acquistato segnati loro proprie; cosicché non si ha più l’idea di un
traslato o di una metafora in ciascun segno, ma vi si scorge un segnato tutto
proprio (By uttering ‘You’re the cream in my coffee’ I sign that you are my
pride and joy). Ciò prova che questo fenomeno e recente, e figli, anzichè padre.
L’emittente e ricchissimo nel repertorio di segni, ma molto povero nel
repertorio di forme poichè ogni segnato ha segno proprio che esattamente lo
segna, e perciò le relazioni delle proposizioni sono meno intralciate, son più
semplici, e sempre più si avvicinano alla forma fondamentale di ogni giudizio o
proposizione: soggetto copula e predicato. Un'altra osservazione debbesi pur
fare intorno a queste due specie di emittente. Quello che e più antico, più
abbondante di figure e di traslati, meno ricchi di segni che di forme, segna il
segnato per come si presenta in forza del l'associazione, e perciò nella loro
costruzione-riescono sempre più intralciati; cosicchè il soggetto dell'azione
sostanziale, l'azione sostanziale stessa, ed il suo oggetto, non van sempre in
ordine progressivo, ma per come si associano tumultuosamente un signato
coll’altro, cosi l'esprime: quindi la necessità di molti incisi e di molte
trasposizioni del signo. Al contrario, l’emittente più riflessivo, più
abbondanti di segni e men ricche di forme, abitua ad un'associazione d'idee più
ordinata, e perciò la proposizione conserva la fisonomia ordinaria del
giudizio, senza il tumulto d'idee bruscamente congiunte. Per questo un
emittente antico (Catone) non e più intelligibili a noi, se prima non mutiamo
la sua costruzione, da noi chiamata “indiretta”, in un’altra costruzione più
conforme all'ordine logico delle idee che diciamo “diretta” e che a noi è
divenuta più abituale. Se si interpreta an pezzo di Catone colla costruzione
stessa che ha nell'originale, non sarebbe mica intelligibile. Intanto si scorye
da ciò che al linguaggio appassionato ed oratorio, a quel linguaggio, che ha
bisogno di esprimere le idee per come si presentano nel tumulto delle passioni
o nel calore della perorazione, l’emittente antico e meglio adatto, e quella
stessa costruzione intralciata rileva vie maggiormente l'originalità e la
spontaneità dell'associazione delle idee. Al contrario, l’emittente nuovo si
presta meglio alle opere scientifiche, e per sostenersi nella poesia e
nell'oratoria ha bisogno di pensieri per sé stessi clevati, non potendo sperare
il loro effetto dalla varietà della forma e dallo stile figurato. Io non scendo
a particolari confronti tra stile e stile, poi che qui m'intrattengo dell'alta
semiotica generale. Lascio al non-filosofo lo applicare questo principio che nascono
dalla natura stessa del segno, dallo stato più o meno amplo delle idee e dal
corso delle loro associazioni. Solamente debbo notare che il migliore emittente
debbe esser quello, il quale accoppi i due diversi vantaggi, dello stile
figurato e dei traslati quando abbisognano, e della precisione rigorosa quando
è necessaria. L’emittente antico non puo riunire questi due vantaggi insieme,
se non che in un caso solo, quando cioè il popolo italiano è passato colla
medesima lingua dal primo periodo della spontaneità a quello della riflessione,
dall'epoca della poesia (mythos) a quello della filosofia (logos). Bisogna però
in tal caso che il popolo italiano mantenga i due registry in un solo sistema:
l'ordinario o basso ed il sublime o alto, il rigoroso ed il figurato. Questo
emittente e ricco di segni e di forme allo stesso tempo, ma pecca di molta
sinonimia, ed in generale offre un'esempio rilevante, che coloro, i quali
adoperano il rigistro esatto, non sa più riuscire nell'altro registro. Wikipedia
Ricerca Affezione Lingua Segui Modifica Il termine affezione (dal latino
affectio, sinonimo di affectus) nel linguaggio comune è usato nel significato
di "affetto", inteso come un sentimento di benevolenza verso il
prossimo, di intensità minore della passione. In filosofia il lemma
indica tutto ciò che avviene nell'animo determinandone una modificazione:
l'affezione è ogni «fenomeno passivo della coscienza», ossia la condizione in
cui si trova chiunque subisca un'azione o una modificazione[2].
AristoteleModifica In Aristotele, in senso generico, l'affezione è ciò che si
contrappone all' ἔργον, (azione): il πάϑος, il "patire", una delle
dieci categorie che si possono predicare dell'essere. I sensi producono
affezioni con i dati sensibili, che provengono dagli oggetti esterni,
sull'anima, che come una tabula rasane viene impressa, dando luogo così all'inizio
del processo conoscitivo. L'affezione può anche riguardare un
cambiamento di stato, cioè «una modificazione o carattere sopravvenienti a una
sostanza, come l'essere musico o l'essere bianco per l'uomo» In senso più
ampio, sempre in Aristotele, poiché dagli oggetti esterni provengono quegli
elementi che provocano nell'anima modifiche non solo sensibili ma anche
sentimentali come il piacere, il dolore, il desiderio...ecc., le affezioni
coincidono con le "passioni" della sfera etica Quest'ultimo
significato si ritrova anche in Cicerone, che adotta affectionescome sinonimo
di perturbatio animi o concitatio animi. Anche Agostino d'Ippona usa i termini perturbationes,
affectus, affectiones come sinonimi di passiones. La funzione delle
affezioni. Nella storia del pensiero la funzione delle affezioni viene
considerata in tre diversi modi: con Platone e il platonismo, poiché il
comportamento buono si basa sulla conoscenza del vero, le affezioni sono
dannose perché influiscono negativamente sia sulla conoscenza che sul
comportamento morale. Su questa stessa linea di giudizio sono Cartesio,
Spinoza, Leibniz, e soprattutto Hegel, che fanno rientrare le affezioni — sia
per la conoscenza che per la moralità — nell'ambito della false o confuse idee.
Nella filosofia aristotelica e in quella epicurea le affezioni sono valide
nell'ambito conoscitivo, poiché i dati sensibili ricevuti passivamente dal
soggetto sono sempre veri, mentre falsi sono i nostri giudizi anticipatori
(prolessi) delle sensazioni vere e proprie. Le affezioni sono valutate
positivamente anche dal punto di vista morale, poiché non esiste uomo senza
passioni, quindi il problema non è quello di eliminarle ma di moderarle
(μετριοπάϑεια). Con lo stoicismo le affezioni sono ineliminabili dal punto di
vista del processo conoscitivo, mentre vanno messe da parte nei comportamenti
morali, che non devono essere compromessi dalle passioni. Il saggio è colui che
raggiunge l'apatia, l'indifferenza alle passioni. Kant Secondo Kant, per le
nostre intuizioni è indispensabile che il nostro animo sia "afflitto"
(affiziert, "affettato") dalle affezioni. Quella della ragione
sarebbe una falsa conoscenza senza le affezioni sensibili. Se invece noi
intendiamo le affezioni come passioni allora il loro ruolo è puramente
negativo: esse sono, non diversamente da quanto aveva inteso Cartesio, «cancri
della ragion pura pratica, per lo più inguaribili. Il concetto di
affezione tuttavia fa nascere nella dottrina kantiana un problema relativo alla
dicotomia fra fenomeno e cosa in sé. Se l'affezione è tale nel senso per cui i
sensi del soggetto vengono modificati dall'oggetto, poiché spazio e tempo sono
parte della nostra intuizione sensibile come "a priori", indipendenti
dall'esperienza, e il noumeno è per definizione inaccessibile ai sensi, dove
mai l'affezione fisicamente modificherà la nostra sensibilità? Kant per uscire
dalla difficoltà parla allora di affezione come il risultato di un rapporto
causale, intellettivo e non intuitivo sensibile, tra l'oggetto e il soggetto
percipiente. Le categorie senza intuizione sono vuote, ma l'intuizione empirica
senza le categorie non porta ad alcuna conoscenza. NoteModifica ^
Dizionario Treccani di filosofia alla voce corrispondente; Enciclopedia
Garzanti di Filosofia alla voce corrispondente Aristotele, De Anima,
Aristotele, Metaphisica, (in Sapere.it alla voce "Affezione") ^
Aristotele, Rhetorica, Cicerone, Tusculanae Agostino, De civitate Dei, La
passioni sono una "malattia" della razionalità. Sono utili per la
vita come l'istinto di sopravvivenza ma impediscono la serenità dell'uomo
razionale. (In Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Giunti, Dizionario
Treccani di filosofia alla voce corrispondente ^ I. Kant, Critica della ragion
pura, Estetica trascendentale Cfr. I. Kant, id., Dialettica
trascendentale ^ I. Kant, Antropologia pragmatica Kant, Critica della Ragion
pura, Analitica trascendentale, 24 Voci correlateModifica Modo (filosofia) «affezione» Portale Filosofia. Intelletto
facoltà della mente di intendere e concepire Critica della ragion pura
libro del 1781 di Immanuel Kant Pensiero di Kant Wikipedia Il contenutoSimone
Corleo. Keywords: filosofia morale, filosofia dell’identita, filosofia universale,
meditazione filosofica, logica, antropologia, sofologia, noologia, noetica-estetica
-- linguaggio ordinario, principio dell’identita, Aristotele, la sostanza,
l’universale ontologico, la categoria come universale ontologico, segno,
signare communicativamente, segnabile, sensibile – nihil est in intellectu quod
prius non fuerit in sensu -- segnato, emettente, repertorio di segni,
repertorio di forme, composizionalita, communicazione primitive, pre-arbitrio pre-convenzione,
pre-consenso mutuo, spontaneita, naturalita, associazione, iconicita, bah-bah,
peccora, conversazione adulto-bambino, il vocativo “o” emesso sense intent
communicative – signa naturalmente che e necessaria l’attenzione spontanea,
scenario ii. Romolo e Remo, Eurialo e Niso. Le parti dell’orazione, il verbo e
le categorie agruppatta in quattro funzione: quantita, qualita, relazione,
modalita. Il nome sostantivo, il nome addgietivo, il avverbo, le particelle, la
congiunzione, il vocative “o” – la forma del giudizio e la proposizione
semplice “S e P” – modelo filosofico dello svilupo del signare
communicativamente – dello spontaneo (arbitrio duale tacito) al arbitrio duale,
l’idea di un gesto come SEGNO di una affezione dell’animo – DUALISMO? Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Corleo” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cornelio:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Giove, Ganimede,
e Prometeo – scuola di Rovito – filosofia cosentina – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Rovito). Filosofo cosentino. Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Rovito, Cosenza, Calabria. Grice: “I love
Cornelio – he has a gift for titling his treatises: gyymnasma!” “My favourite
of his gymnasmata is the one on what he calls the ‘generation’ of ‘man’ – in
Roman, ‘homo’ is said to come from mud, humus – and this is strange because
Prometeo created man out of mud – In Rome, the more Catholic your philosophy
is, the more ‘Aquinate’, as it were, the less Hegelian and Platonic – so trust
an Italian philosopher to believe in the Graeco-Roman myth of the ‘generation
of man’ than the story of Adam’s spare rib, etc.!” Si forma alla scuola
cosentina sulle teorie anti-aristoteliche diTelesio, molto studiato nei
salotti. Studia a Roma, approfondendo e facendo proprie molte tesi galileiane.
Conobbe il naturalismo telesiano e campanelliano, di cui fu erede il suo tutore
Severino. Insegna a Napoli, portando la filosofia di Cartesio e di Gassendi.
Nel “Pro-gymnasmata physica” sono esposte la sua teoria filosofiche. Altre
opere: “Pro-gymnasmata physica”; “Epistola ad illustriss. marchionem Marcellum
Crescentium”; “De cognatione aëris et aquae”; “Epistola Ad Marcum Aurelium
Severinum”. Dizionario biografico degli italiani. Quæ in hoc volumine
continentur animalium conformatio ex inspectione er ex aque, ac terre expira
ouorum percipi facile patest tionibus
ætheri permiftis con animalium ex semine conformatio de stituitur scribitur aer
ob vsum respirationis recentari de animalium pars primigenia non iecur neque cor,
neque fanguis ter præter modum diſtraktus aut com animantes exſectis teftibus
quandoque preffus vite animalium et ignis con filios generant. fernationi
inutilis antiquorum varix de.rerum initijs opi aer nisi vaporibus aqueis
permiſtus re niones spiritioni inutilis apoplecticorum et ftrangulatorum aer
infra aquam demerſus à fuperftan mitis est exitus tis aqua pondere comprimitur Aqua
frigore concreta rarefcit, et in ma. Aeris in reſpiratione quis vſus. iorem
molem ampliatur. aeris per neceſitas tum ad vitam ani aqua quomodo in vapores
foluatur malium tum ad ignem conferuan in glaciem concreſcat dum Aqua fenfu
iudice neque contrahi,neque Aeris grauitas diftrahi potest Aeris color
caeruleus onde aqua triformis Arris, Aquarum pondus fub eifdem Aquis ineſſe non
poteſtnotabilis quanti demerſi curnon ſentiamus. tas aeris Akris compreffio,ea
diſtractio nifi æthere Archimedes ingenj doctrinæque prin admiſſo nequit
explicari ceps Aeris ex aqua generatio Ariſtoteles animaduertit in generatione
Aztheris ſubſtantia omnino admitten diuiparorum fieri.conceptus ouifor da
Alibilis fuccusad cor confluit Aristoteles ab attico platonico philo animalia
amphibia cur sub aquis distid fopho notatus si le ſine spiritu viuant
Aristoteles cur priuationem inter prin Animalia pulmonibus prædita cur niſi
cipia numerauerit reſpiraverint citiffimemoriuntur Aristotelis de loco
fententia improba animalia, quæ interclufo fpiritu fiiffa cantur dexterum
cordis ventriculum, Ariſtotelis principia diffentanea. pulmones babent multo
fanguine Ariftotelis quàm galena doctrina de ge refertos. neratione animalium
fanior ar mes tur arteriæin vteros prezrintinm perti mentuan mentes
frequentiores, ampliores Calor omnis animalium eflà Janguine fiunt Aiteris non
moventur à ri pulſifica eiſ- calor nonnunquam diſſimilis nature cor dem à corde
communicata, fid ab im pore congregat pulfu fanguinis Calore corpora non
femperrarefiunt, Arteriæ omnes eoderntemporis puncto Calore cur omnia diffoluantur,
atque li. ab impulſu fanguinis mouentur, tam queſcant que cordis proximefunt,
quam quæ à Caloris naturaex Platone explicatur corde longiſſimèabfunt. Cauernæ in
quibushomines fuffocantur, arteriarum venarumqueplexus, atque ignisextinguithi'
implicatio ibi eße folet vbi fit aliqua Chyli in ſanguinem mutatio quomodo
ſecretio fiat. Aſtrologia conieéturalis vanitas Cloylus ad inteſtina de aplies
duobus li quoribuspermiſcetur attractioni vulgo tributi motus re vera chylum
ounem per lacteas venas trana. pendent à circumpulſione refulſo
prodideruntiuniorcs Auftifichs ſuccusper membranas, a Chymix cognitio ad
Thyſiologiam illis neruos in partes diffunditur ſirandam perutilis Auftificus
fuccus ab Arabibus obfer- chymici magnam cladem galenicæ fa Uatus,fedperperam iudicatus.
&tioni attulere cibaria non eo quo ingeruntur ordine Ilis à fanguine in
iecinore fecerni B permanentin ventriculo tur cibi pars e ventriculo fiatim
elabitur Bilis nõ eſt fanguinisexcrementun antequam integra maſa confefta fue
Bilis nutritiumfuccum diluit, et fluxum reddit ciborum concoétionem auctores
diuerſa Bilis vtilitas rationeexplicant Brahaus illuftris Aftronomus à predi-
cibus in ventriculo quomodo conficia Etionibus aftrologicis abstinuit Bruni de mundanorum innumerabilitate cibus non
à folo calore conficitur sententia refellitur cibus in ventriculo fermentarur
Brunus voluminibus ſuis nugas inferuit. Cibus in ventriculo coctus non femper
albicat Cibus non detinetur in ventriculo donec Alidorum halituum magna vis in
totusfuerit confectus exterendis duris corporibus Cola piſcis cur amphibiorum
more diu Calor cæleftis est eiufdem nature, atque tule fub aquis viuere
potuerit elemenearis Conceptus omnes viviparorum ouifor culor innatus
eftmedicorum inane com mes ſunt Con rit. tur. с Copernicus ab Italis mundani
systematis FFelleus, Gʻaqueus humor cuit Condensatio, et rarefaétiofine
tenuiſſima quod ob defluxum bydrargyri inane ætheris fubftantia explicari non
po videtur teft F Elle nullum animal caret. notitiam arripuit quibus Copernicus
maximus astronomus prædi. chylus diluitur,iterato fæpius circuitu &tiones
aſtrologicas improbauit ad inteftina reuoluuntur cor motum non habet à cerebro,
fed inſe Fermentatio quid ſit ex Platone, ip, o cietur, cpalpitat Fermenti vis
à calore excitatur. ibid. Cordis motus fit ab balitibusin eiuſdem Firmicus
reprehenditur lofibras influentibus flamma cur fine pastu permanere ne Cordis
motus nõ excitatur àferuorefan queat guinis, vt Ariftoteli, Carteſio pla-
Flamma cur faſtigietur in conum, ibid. Fæmina ſubminiſtrat materiam omnem
Corpora je inuicem propellere poffunt, ex qua fætuscorporatur non autem
attrahere Fæminæ genitura non carent D Feminarumgenitura an aliquid conferat
Ifferentis inter conceptus ouip.rros, adgenerationem Fætus vita non pendet à
vita matris Dɔny Volumen de natura hominis fætus cum propria tum parentis vi ab
utero excluditur E Frigore nonnunquam diſſimilis nature Lectrum
quomodofeſtucasattrahat. corpora ſegregantur experimenta ludicra quatuor primum
Alenus ab Ariſtotele maximis de orbiculorum in aqua alternatim a rebus
diſſentit frendentium, defcendentium Galenus Platonis fententiam de circum secundum
orbiculorum in tubo dque pulſione non eſt affecutus pleno fuerfum deorſumque
recurrena Galeni experimentum de fistula in arte. - tium ad nutum eius, qui
tubi oftium riam immiſa oſtendit arterias ab im digito obturat pulſie fanguinis
moueri tertium orbiculorum in tubo retorto Galeni Secta cæpit deficere
aſcendentium defcendentium pro Galenice fattioni magna clades d chy paria tubi
inclinatione micis eſt illata quartum orbiculorum ex imo furfum galenice
medicine summa aſcendentium propter diſtractionein Galilæus de atomis, inani
aliter vidé aeris in eiſdem conclufi tur decernere, ac Democritus et Epi
Experimentum quo Verulamius probat curus aquam comprimipole eſt fallax Galileus
omnium primus physiologiam experimentum Torricelli de spario, com Geometria
iugauie Ga Gevens ifotelemaximisde Galilcus aſtronomicarum rerum peritif
Hippocratimulta tribuuntur, quecom. fimus improbauit aſtrologicas prædi mentitia
funt ctiones" Hobbes fententia de ſubſtantia inter al GALILEI (si veda) Carteſi
aliorumque iuniorum rem et aquam media. doctrina phyſicapræftantior quam homo à
teneris annisita potefl educari, antiquorum vt amphibiorum more ſub aquisdiu
Genituraquid,vnde prodeato tius viuat Genitura non fit in teftibus Homo incerto
gignitur fpatio Genitura in procreatione animalium ef- Hominis genitura non est
eiufdem ratio ficientis tantum caufa vim habet. nis cum femine ſtirpium Genitura
non eſt pars, feu materia con Hornunculorum generatio à Paracelſo fituendi
conceptus: propoſita commentitia eft Genituræ craffamentum oua, et conte
Humanusfætus recens formatusmaiu ptus minimè ingreditur Sculæ formica
magnitudinem vix fum Geniturepars, quæ efficiendi vim habet, perat oculorum
fugit aciem Geniture vis per occultum agit corpora quantumuis denfa penetrat Sanguinefecernere.
Ecinorisprecipuum munusest bilen Geometrie Paradoxa nonſemper plyſInanenihil
eft. cis diſquiſitionibus aptantur so Ingenia ad philofophandum idonea que
Glandulg cur maiores et frequentiores nam fint. in tenellis, et pinguibusanimalibus,
Initia rerum naturalium abftrufa. quam in ſenioribus, &macilentis, in omni motu
fit reciproca corporum dla translatio Glandule
fecernunt auctificum ſuccum Iuniores multa fulicius inuenere quam à reliquo
fanguine Priſci. 4 Glandularum vtilitas. ibid. K Græci curdoctrine ſudijs cæteris
natio nibuspræcelluerint probauit aftrologicas predi&tio Grauiora corpora
etiam à leuioribus ju. perftantibus premuntur L Grauitas quid L Ac quibus vis
feratur' ad mam H mas Hanimalium accuratiſſima. Aruei obſeruationes
degeneratione lacervberibus virorum, &virginum frequenti fuetu prolicitur Harueius
in obferuando diligētior, qaam Lace papillisrecens natorum extillans.. in
iudicando Hippocratis de calore Paradoxum. lac in ventriculo pueri coagulatur Hippocratesanimaduertitfetum
in man ' Latte columbs-nutriunt pullos ſuosprin tris vtero alimentum exfugere
mis diebus Laa nes Luuleirum venarum nonnulla cum me. Saraicis coniunguntur medicina
praua quadam conſuetudina Lamine complanatæ mutuo contactu co. hominibus
infimæfortis tractanda re hærentes cur niſi magno conatu diuelli linquitur
nequeant Medicina rationalis ſuper falſis hypothe. Lansbergius' excellens
Aftronomus à fibus hactenus fuit ſuperstructa predi& tionibus aſtrologicis
abſtinuit. Medicina Græcorum continet inanes conie turas et fallaces
præceptiones, Lien per flexuojam arteriam craffioren fanguinem excipit Medicina
inconftantia, Seftarum va Lien craffiorē et impuriorem ſuccum ex rietas. cibireliquisſecretum
ſuſcipit Medicinam pauciffimi Romanorum fa Lienis vtilitas, Arụctura Etitarunt Lumennon
eft in rebus, fed fit in ipfo Membranarum
vtilitas, dentis oculo Motus ad fugam vacui vulgo relati pen Luminis
naturaexplicatur dent à circumpulſionefuperftantis ae. ris maseratica vis
diſimilis elektrick: Mund for printeriplexdifferentia mini. Men Maßarias
iuniorum gloriæ infenſus Mundi magnitudo
incomprehenſa. ibid. Materia exqua fætus corporatur eſt al N bugineus lentor
ſinailis ouorum albus Aturæ ratio ex ipſa potiusrerum Mathematicæ diſciplinæ
fummam inge paranda stü aciem defiderant Naturalis historie cognitio ad
Phyſiolo Mathematicarum disciplinarum notabile giam malde necellaria incrementum
O Medici latina verba importunèeffutiunt, Bferuatio noua deforaminibus in vt
imperitorum plaaſum aucupen. interiorem pentriculi tunicam.: tur biantibus.
Medici periculofus, &ancipites morbo- obſeruatio noua de pensatorum ventri.
rum curationes inftituunt, culis. Medici perperam diuidunt partes in ſper.
Obferuatio noua lenti humoris in ventri maticas,atque fanguineas', culo
exiſtentis Medici rationales quam profitentur', Obſeruatio viarum, que nouum
alimentū. ſcientiam omnino ignorant ex ventricnli fundo excipient Medicis
familiare eft mutuainter fe ia. Oetimestris partus non minus pitalis Etare
conuicia quam ſeptimeſtris Medicorum improbitas Ouiformis conceptus in
viviparis habet Medicorum inſcitia reprehenditur, vcram ſeminis rationem Ouum
gr Pusega Perguedus nouisobfervationibusfretus R Frisvarijoeleis queriamlitar $
Strguis I i Ouum fæcundum b.abet rationem femi- Ptolemai Copernici, &Brahei
mundan nis in ouiparis Systematis pofitiones manca im perfecte Ancreatis ductus
vtilitas Pueri cur facilius mathematici effe pof fant,quàm phyſici,aut
politici. Paracelſus d plerifque propter obſcurita- Pulli ex quo generatio defcribitur
tem deſertus R opinion Erum natura vix alibi quàm in li Pecquetus
obferuationibus quæriſolita bematofin tribuit cordi, non iecinori. Refpiratione
cordis æſlum temperari fal sò creditum est Pestilentix confideratio philosophandi
ratio inſtituta à noftri fæ Anguis non eſt ſuceus ſimplex, nec culi auctoribus
laudatur. tamen continet quatuor decantatos Philoſophia noftris temporibus in
liber humores tatem vindicata eft Sanguis in omne corpus per arterias dif
Philosophia Cartesii quails funditur Ploilofophiæ ftudium à pleriſque peruer-
Sanguis per arterias in membra influen's titur vitalitatem magis, quam nutrimen
Philoſoplrorum in definiendis rerum ini. tum infert tijs conſenſus sanguis non
calore, motuue liquefcit, fed Phyſiologia parum hactenus adoleuit permiftione
tenaifimihalitus pbyſiologia plurimarum rerum cognitio nem, et experientiam
requirit Sanguis non fuapte natura caliduseſt, Phyſiologia onde ordienda nec
calorem accipit à corde, fed motu, Phyſiologia poteft ex falfis hypotheſibus
atque agitatione incalefcit veras naturalium rerumaffectiones Sanguis non in
iecinore, nec in corde, vel concludere alio certo viſcere conficitur Phyſiologie
obſcuritas onde proficifca. Sanguinis duapartes altera viuifica tera auctifica
Phyſiologiæ perfetta cognitio cur defpe- Sanguinis natura admirabilis Eius
randa potior pars aciem fugit Phyſiologiam noftre etatis fcriptores Sanguinis
motusà corde a præclaris inuentis illuſtrarunt Sanguinis circulationem ab
Harueio de Phyſiologiam nemo Geometriæ ignarus fcriptam indicauerant,ante
Pizulus Mis aſequitur Sarpa, &Anstress Cefalpinus. Planetarum corpora ad
ætheris liquidif- Sanguinem fal coire, &denfere noir par ſui motum
circumferripoflunt titur Plato materiam voluit eſſe locum Sapientia illa quam
in ætatibus habet ſe weêtus nostræ potius cetati, quins pria e feq. tør. ſeis
fcis temporibus debetur Vacuipropugnatores corporis naturam à Semen animalium
quidnam fit cx Aris tałtu determinant Stotele P'ene lactea non deferuntomnem
fuc Senfus non ea omnia percipit, qua in na. cum alibilem jura exiſtunt Venis
la &teis animantesquædam carere Senſu quæcumquepercipiuntur falsò ta
videntur lia iudicantur qualia videntur. ibid. Venarum lymphaticarum
progreffus, ego Soli nibilſimiliusquamflamma vſus leg. Solem igneum esſe tactus
et oculorum Vene meſaraica fuccum nutritium ex teftimonio probat Cleanthes inteſtinis
ad iecur Stelliole Encyclopedia Vens meſaraicæ non ſunt deſtinate nú Stelliola
nouitate verborum abſtruſe do. tricationi inteftinorum et alui Etrina caliginem
offudit Vene vmbilicales maiores ampliorefque Stirpium ex ſemine propagatio
compre funt coniugibusarterijs. 88 hendi facile poteſi Ventriculi,&
inteftinorum motus Stoicis materia
corpuseffe videtur Vermes in iecinorè, liene,corde,pulmoni Sympathia Antipathiæ
et Antiperiſia bus et cerebro animaliū fis inania commenta Verulamius opes
ætatemque inter expe rimenta conſumpſit Elefius putauit poße ſpatiumma Vix
quibus humores d corpore per aluum gna vi conatuque pacuum fieri. expurgantur
Vita hominis in continuata fanguinis Telefiusveteresphilofophos, é precipuè.
motione conſiſtit Ariſtotelem exercuit Vitalis halitus in ſanguine existensquo
Testes priuerfo corpori robur conferunt. modo percipiatur Vitri denſitatem
penetrat hydrargyrus Theologi Hegyptü Deos omnes ex ouo prognatos
eſetradiderunt Vniuerſum vnum indiuiduum, atque im Tyndaridæ ex ouo editi mobile
Torricelli Paradoxum geometricum Vrina per quas vias in renes, &veficam
profunditur. Acuum experimento Torricelli Vvirjungiani ductus vtilitas Vacuum
neque mouere corpora poteſt ne Enonis de natura geniture fenten que ne
moueantur inbibere Ztia. Wikipedia Ricerca Ganimede (mitologia)
personaggio della mitologia greca, figlio di Troo, coppiere degli dei Lingua
Segui Modifica Ganimede Ganymede eagle Chiaramonti Inv1376.jpg Ganimede e
l’aquila, Nome orig.Γανυμήδης Sessomaschio Luogo di nascitaDardania
Professionedio dell'amore omosessuale e principe dei Troiani Ganimede (in greco
antico: Γανυμήδης, Ganymḕdēs) è un personaggio della mitologia greca. Fu un
principe dei Troiani. Omero lo descrive come il più bello di tutti i mortali
del suo tempo. «La vicenda mitologica di Ganimede servì da emblema
significante per la natura dell'amore tra uomini, un amore filosoficamente più
elevato rispetto a quello rivolto alle donne: la vicenda dell'aquila divina si
assicurò così un posto d'onore tra i riferimenti artistici al desiderio
omoerotico[1].» In una versione del mito viene rapito da Zeus in forma di
aquila divina per poter servire come coppiere sull'Olimpo: la storia che lo
riguarda è stata un modello per il costume sociale della pederastia greca,
visto il rapporto, di natura anche erotica, istituzionalmente accettato tra un
uomo adulto e un ragazzo. La forma latina del nome era Catamitus, da cui deriva
il termine catamite, indicante un giovane che assume il ruolo di partner
sessuale passivo-ricettivo. Genealogia Figlio di Troo e di Calliroe (o di
Acallaride). Le varianti della sua ascendenza sono molte, Marco Tullio
Cicerone scrive che sia figlio di Laomedonte[7], Tzetzes che sia figlio di
Ilo[8], per Clemente Alessandrino è figlio di Dardano[9] e secondo Igino suo
padre fu Erittonio[10] oppure Assarco. Non risulta aver avuto spose o
progenie. Mitologia Bassorilievo di epoca romana raffigurante l'aquila, GANIMEDE
che indossa il suo berretto frigio e una terza figura, forse il padre in lutto
Il tema mitico fondante di Ganimede è costituito dalla sua bellezza, di cui si
invaghirono sia il re di CretaMinosse sia Tantalo ed Eos, come infine il re
degli dei Zeus, così come si racconta nelle varie versioni della stessa leggenda.
Nell'Iliade di Omero, Diomede racconta che il Signore degli Dei, affascinato
dalla sublime beltà rappresentata dal ragazzo, lo volle rapire nei pressi di
Troia in Frigia, offrendo in cambio al padre una coppia di cavalli divini e un
tralcio di vite d'oro[12]: il padre si consolò pensando che suo figlio era
ormai divenuto immortale e sarebbe stato d'ora in avanti il coppiere degli Dei,
una posizione che era considerata di gran distinzione. Zeus per sottrarre
Ganimede alla vita terrena si sarebbe camuffato da enorme aquila; sotto tale
aspetto si avventò sul giovanetto mentre questi stava pascolando il suo gregge
sulle pendici del monte Ida, nelle vicinanze della città iliaca, se lo portò
quindi sull'Olimpo dove ne fece il suo amato. Per questo motivo nelle opere
d'arte antiche Ganimede è spesso raffigurato accanto a un'aquila, abbracciato a
essa, o in volo su di essa, e, in varie opere d'arte, è quindi raffigurato con
la coppa in mano. Walter Burkert ha trovato un precedente riguardante il
mito di Ganimede in un sigillo in lingua accadicaraffigurante l'eroe-re Etana
di Kish volare verso il cielo a cavalcioni proprio di un'aquila[13]. Da alcuni
viene anche associato con la genesi della sacra bevanda inebriante
dell'idromele, la cui origine tradizionale è proprio la terra di Frigia. Tutti
gli dei erano riempiti di gioia nel vedere il bel giovane in mezzo a loro, con
l'eccezione di Era; la consorte di Zeus considerava difatti Ganimede come un
rivale più che mai pericoloso nell'affetto del marito. Il padre degli Dei ha
successivamente messo Ganimede nel cielo come costellazione dell'Acquariola
quale è strettamente associata con quella dell'Aquila e da cui deriva il segno
zodiacale dell'Acquario. Busto di Ganimede, opera romana d'epoca
imperiale (Parigi, Museo del Louvre) Mito iniziatico Lo stesso argomento in
dettaglio: Pederastia § Origini iniziatiche. La coppia Zeus-Ganimede
costituisce il modello mitico del rapporto omoerotico tra maschio adulto e
giovinetto, relazione colorantesi spesso di un significato iniziatico (vedi la
pederastia cretese) in quanto finalizzata - anche attraverso il legame sessuale
- all'inserimento del giovane nella comunità dei maschi adulti. Questi amori
"paidici" di un adulto amante-erastès che rapiva simbolicamente un
giovinetto passivo-eromenos potevano venir praticati attraverso schemi rituali
imitanti i veri e propri rapporti matrimoniali e dove, in un luogo appartato,
avveniva la sua iniziazione sessuale. Zeus e Ganimede, rappresentando la
perfetta coppia di amanti maschili, sono stati come tali cantati dai poeti. Il
cosiddetto "tema di Ganimede" era adottato durante il simposio a
modello dell'amore efebico: se anche il Signore degli dei fu incapace di
resistere alle grazie di un fanciullo, come avrebbe potuto farlo un mortale e
poter rimanerne immune? Certamente nella mitologia greca si riscontra la grande
voglia di Zeus nel sedurre le Dee, ninfe, ecc.; per questo a volte si considera
il padre degli dei strettamente d'accordo all'eterosessualità. Filosofia Platone
rappresenta l'aspetto pederastico del mito attribuendo la sua origine a Creta e
ponendo, quindi, il rapimento sull'omonimo monte Ida dell'isola: la sua è una
critica dell'usanza della pederastia cretese che aveva oramai perduto quasi
completamente la sua funzione originaria, accusando quindi i Cretesi di essersi
inventati il mito di Zeus e Ganimede per giustificare i loro
comportamenti[17]. Nel dialogo platonico poi Socrate nega che il bel
giovane possa mai esser stato l'amante carnale del padre degli Dei, proponendone,
invece, un'interpretazione del tutto spirituale: Zeus avrebbe amato l'anima e
la mente o psiche del ragazzo, non certo il suo corpo. Il neoplatonismo
ci offre una rappresentazione mistica del rapimento di Ganimede; esso sta a
significare il rapimento dell'anima a Dio, e in questo senso è stato usato,
anche in opere d'arte funerarie e anche durante il Neoclassicismo, sia
nell'arte figurativa sia in letteratura. Si veda, per un esempio, il Ganymed di
Goethe. Mazza (attribuzione), Ratto di Ganimede (National Gallery, Londra)
PoesiaModifica In poesia Ganimede divenne un simbolo dell'attrazione e del
desiderio omosessuale rivolto verso la bellezza giovanile dell'adolescenza. La
leggenda fu menzionata per la prima volta da Teognide, poeta del VI secolo
a.C., anche se la tradizione potrebbe essere più antica; di essa parla anche il
poeta latino Publio Ovidio Nasone nella sua opera Le metamorfosi[20], poi
Publio Virgilio Marone nell'Eneide all'interno del proemio, Apuleio[21] e
infine anche Nonno di Panopoli nel suo poema epico intitolato Dionysiaca
narrante la vita e le gesta del dio Dioniso. Virgilio ritrae con pathos
la scena del rapimento: il ragazzo che lo accompagna tenta invano di
trattenerlo con i piedi sulla terra, mentre i suoi cani abbaiano inutilmente
contro il cielo. I cani fedeli che continuano a chiamarlo con latrati disperati
anche dopo che il loro padrone è sparito nell'alto dei cieli è un motivo
frequente nelle rappresentazioni visive e vi fa riferimento anche Stazio.
Ma egli non è sempre raffigurato come acquiescente: ne Le Argonautiche di
Apollonio Rodio ad esempio Ganimede risulta essere furibondo contro Eros per
averlo truffato nel gioco d'azzardo con gli astragali, Afrodite si trova così
costretta a rimproverare il figlio di barare come un principiante.
Nell'opera Come vi pare di William Shakespeare il personaggio di Rosalind si
traveste da uomo quando deve andare nella foresta di Arden, scegliendo il nome
di Ganimede: ciò ha portato ad approfondire lo studio del rapporto che si era creato
tra Rosalind e sua cugina Celia, il quale andava ben oltre la semplice
amicizia, avendo dei tratti molto simili all'amore, in questo caso
omosessuale. Statuina di Zeus-Aquila e Ganimede di epoca
paleocristiana AstronomiaModifica Per il rapporto esistente fra Giove e
Ganimede, il maggiore satellite naturale del pianeta Giove - il pianeta più
grande del sistema solare e per questo chiamato per omologia come la versione
latina di Zeus, ovvero Giove - è stato battezzato appunto Ganimede da Simon Marius.
Gli è inoltre stato dedicato l'asteroide, 1036 Ganymed. Nelle arti Nella
scultura una delle immagini più famose di Ganimede è il gruppo scultoreo di
Leocare del IV secolo a.C. (lo stesso a cui viene attribuito anche l'Apollo del
Belvedere) e tanto ammirato da Plinio il Vecchio: «Leocare realizza un'aquila
che trattiene con forza Ganimede; innalza il fanciullo piantandogli gli artigli
nella sua veste.» Questo particolare del rapimento tramite l'aquila è stato
spesso elogiato anche in seguito. Stratone di Sardi lo evoca in uno dei suoi
epigrammi, così come fa anche Marco Valerio Marziale. La leggenda di
Ganimede ha ispirato anche un gruppo in terracotta, probabilmente originario di
Corinto e oggi conservato nel Museo Archeologico di Olimpia: questo è uno dei
pochi esempi di grande scultura in terracotta, e una rappresentazione scultorea
molto rara della coppia in cui Zeus si mantiene in forma umana. Nella
ceramica il tema di Ganimede si ripete spesso, di solito raffigurato nei
crateri, quei particolari grandi vasi entro cui venivano mescolati acqua e vino
durante i banchetti (o simposi) che si svolgevano solo tra uomini, in cui gli
ospiti gareggiavano in immaginazione poetica e filosofica per celebrare i
meriti dei loro rispettivi eromenos. Tra i più famosi è incluso il craterea
figure rosse che ritrae da un lato Zeus in pieno esercizio, dall'altro Ganimede
mentre sta giocando con un grande cerchio, il simbolo della sua giovinezza: il
ragazzo è completamente nudo, così come vuole la tradizione antica sportiva di origine
in parte pederastica (vedi nudità atletica). Il ratto di Ganimede,
di Sueur Il Rinascimento ha visto riapparire innumerevoli rappresentazioni di
questo mito, con artisti quali Michelangelo Buonarroti, Benvenuto Cellini e
Antonio Allegri tra tutti. In questo periodo è anche uno dei temi con più forte
significato omoerotico, divenendo una sorta di icona gay ante litteram.
Quando il pittore-architetto Baldassarre Peruzziinclude un pannello riguardante
il rapimento di Ganimede in uno dei soffitti di Villa Farnesina a Roma, i
lunghi capelli biondi del ragazzo e l'aspetto effeminato contribuiscono a farlo
rendere identificabile a prima vista: si lascia difatti catturare verso l'alto
senza opporre la minima resistenza. Nel Ratto di Ganimede di Antonio
Allegri detto Il Correggio la sua figura e l'intera scena è più
contestualizzata intimamente. La versione del Ratto di Ganimede di Pieter Paul
Rubens ritrae invece un giovane uomo. Ma quando Rembrandt dipinse il suo Ratto
di Ganimede per un mecenate calvinista olandese, ecco che un'aquila scura porta
in alto un bambino paffuto in stile putto, che strilla e si fa la pipì addosso
per lo spavento. Ratto di Ganimede, di Gabbiani Gli esempi di
Ganimede nel XVIII secolo in Francia sono stati studiati da Worley. L'immagine
raffigurata era invariabilmente quella di un adolescente ingenuo accompagnato
da un'aquila, mentre gli aspetti più omoerotici della leggenda sono stati
raramente affrontati: in realtà, la storia è stata spesso
"eterosessualizzata". Inoltre, l'interpretazione del mito data dal
Neoplatonismo, così comune nel Rinascimento italiano, in cui lo stupro di
Ganimede ha rappresentato la salita alla condizione di perfezione spirituale,
sembrava non essere di alcun interesse per i filosofi e i mitografi dell'Illuminismo.
Jean-Baptiste Marie Pierre, Charles-Joseph Natoire, Guillaume II Coustou,
Pierre Julien, Jean-Baptiste Regnault e altri hanno contribuito ad arricchire
le immagini di Ganimede nell'arte francese. La scultura che ritrae
Ganimede e l'aquila di José Álvarez Cubero, eseguita a Parigi, ha portato
all'immediato riconoscimento dell'artista spagnolo come uno degli scultori più
importanti del suo tempo. L'artista Thorvaldsen, di gran lunga il più
notevole degli scultori danesi, ha scolpito una scultura dedicata alla scena di
Ganimede e l'aquila. Particolare di una scultura, da un modello
tardo ellenistico a sua volta derivato dall'ambito figurativo greco del IV
secolo a.C. Conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli. AltroModifica
Nel linguaggio corrente il nome di Ganimede è passato a indicare un
bellimbusto, un damerino o anche un giovane amante omosessuale.
Pittore di Berlino, Ganimede gioca con il cerchio, tenendo in mano un
gallo, dono di corteggiamento di Zeus. Cratere attico a figure rosse (Parigi,
museo del Louvre). Ganimede e Zeus, e Apollo e Ciparisso,
illustrazione di due miti a carattere omosessuale per le Metamorfosi di Ovidio
(Venezia) Illustrazione gli Emblemata di Alciati. Ganimede
rappresenta allegoricamente l'anima che si "rallegra" in Dio.
Raffaello da Montelupo, Giove bacia Ganimede (Ashmolean Museum, Oxford)
Cherubino Alberti, Copia rovesciata da originale di Polidoro da
Caravaggio, Giove bacia Ganimede. La borsa di denaro in mano al giovane allude
alla prostituzione, in spregio al mito pagano. Il Ganimede di
Antonio Canova "Ganimede" (1804), di José Álvarez Cubero
Ganimede abbevera l'Aquila divina, di Thorvaldsen Albero genealogicoModifica
AtlantePleioneScamandroIdea Elettra ZeusTeucro DardanoBatea
Erittonio Ilo Troo Calliroe EuridiceIlo AssarcoIeromnene Ganimede
Laomedonte Strimo (o "Leukyppe")TemisteCapi
PriamoEcubaAnchiseAfroditeLatino EttoreParideCreusaEneaLavinia AscanioSilvio
Silvius Enea Silvio Bruto di TroiaLatino Silvio Alba Atys Capys Capeto
Tiberino Silvio Agrippa Romolo Silvio Aventino Proca NumitoreAmulio MarteRea
Silvia ErsiliaRomolo Remo Età regia di RomaShe-wolf suckles Romulus and
Remus. Zanotti Il gay, dove si raccnta come è stata inventata l'identità
omosessuale Fazi Secondo l'AMHER ("The American Heritage Dictionary of the
English Language, catamite, Apollodoro, Biblioteca su theoi.com. Omero, Iliade
XX, 213 e seguenti, su theoi Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, su theoi. Dionigi
di Alicarnasso, Antichità romane su penelope.uchicago.edu. Cicerone, Tusculanae
disputationes, Tzetzes a Licofrone Clemente Alessandrino, su theoi.com. Igino,
Fabulae Igino, Fabulae Iliade, Burkert; Burkert fa purtuttavia notare che non
esiste un nesso diretto con l'iconografia. ^ Veckenstedt. ^ Guidorizzi, Il mito
greco Volume primo - Gli dèi Guidorizzi, Il mito greco Volume primo - Gli dèi
Platone, Leggi, Platone, Fedro, Platone, Simposio, Ovidio, Metamorfosi,
Apuleio, L'asino d'oro, Virgilio, Eneide, Stazio, Tebaide, 1.549. ^
Marius/Schlör, Mundus Iovialis, Worley, The Image of Ganymede in France: The
Survival of a Homoerotic Myth, in Art Bulletin, Chisholm, Alvarez, Don José, in
Enciclopedia Britannica, XI, Cambridge Ganimede), di Ferrier Apollonio Rodio,
Le Argonautiche. Apuleio, L'asino d'oro. Cicerone, De natura deorum. Diodoro
Siculo, Bibliotheca historica. Euripide, Ifigenia in Tauride. Nonno di
Panopoli, Dionisiache. Omero, Iliade. Omerico, Piccola Iliade. Ovidio, Le
metamorfosi. Pausania, Periegesi della Grecia. Pindaro, Olimpiche, 1821.
Platone, Fedro. Platone, Leggi. Platone, Simposio. Pseudo-Apollodoro,
Biblioteca. Strabone, Geografia. Teognide, Frammenti. Virgilio, Eneide. AA.VV.,
Suda. Christian Wilhelm Allers, Giove rapisce Ganimede, Veckenstedt,
Ganymedes, Libau, Saslow, Ganymede in the Renaissance: Homosexuality in Art and
Society, New Haven (Connecticut), Yale, Burkert, The Orientalizing Revolution:
Near Eastern Influence on Greek Culture in the Early Archaic Age, Cambridge
(Massachusetts), Harvard, Graves e Elisa Morpurgo, I miti greci, Milano,
Longanesi, Carassiti, Dizionario di mitologia greca e romana, Roma, Newton et Compton,
Cerinotti, Miti greci e di Roma antica, Firenze-Milano, Giunti, Ferrari,
Dizionario di mitologia, Torino, UTET, Eva C. Keuls, The Reign of the Phallus. Sexual
Politics in Ancient Athens, Berkeley, University of California Press, Bernard
Sergent, Homosexualité et initiation chez les peuples indo-européens, coll. «
Histoire », Parigi, Payot, Gély, Ganymède ou l'échanson. Rapt, ravissement et
ivresse poétique, Presses Universitaires de Paris, Guidorizzi (a cura di), Il
mito greco, 1 (Gli dèi), Particolare di Zeus accanto a Ganimede, di Griepenkerl
Voci correlateModifica Icona gay Mito di Etana Omoerotismo Pederastia Re latini
Re di Troia Temi LGBT nella mitologia The Androphile Project, The myth of Zeus
and Ganymede. (EN) Peter R. Griffith, Visual arts: Gaymede.
"Ganymed" (testo, in tedesco e italiano). (EN) Circa 200 immagini di
Ganimede nel Warburg Institute Iconographic Database Internet Archive. Portale
LGBT Portale Mitologia greca
Leda personaggio della mitologia greca, figlia di Testio e moglie di
Tindaro Estia dea greca del focolare, della casa e della famiglia. Figlia
di Crono e Rea Laomedonte re di Troia nella mitologia greca, figlio di
Ilo Wikipedia Il contenutoGrice: “It’s best to represent Cornelio as
representing Cartesio – yes, the Cartesio that Ryle attacked! But Italy never
had a Ryle, so that’s good!” Tommaso Cornelio. Cornelio. Keywords: Giove,
Ganimede, e Prometeo, pro-gymnasmaton, gymnasmaton, gymnasta, gymnasium,
ginnasio, ginnasiale, nudo romano, nudita romana, corpo nudo, snudare, atleta,
atletismo, lotta ginnastica, competizione ginnastica, implicatura ginnastica,
l’implicatura ginnastica di Socrate, Socrate al ginnasio, implicatura
ginnasiale, the eagle, Giove come aquila, aquila come impero romano, aquila
come impero nazi – le due aquile -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cornelio” –
The Swimming-Pool Library. Cornelio.
Luigi Speranza -- Grice e Cornello: la ragione
conversazionale – scuola di Sorento – filosofia sorrentina – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sorrento). Filosofo sorrentino. Filosofo campanese. Filosofo
italiano. Sorrento, Campania. Gabriele Tasso and his wife, Caterina, are
cousins.They come of the Bergamesque family dei Tassi del Cornello. The family,
originally from ALMENNO, can be traced with certainty to anOMODEO who
established himself in the Brembana valley known as’del Cornello.’ Nearby is
Mount Tasso, which gets its name from the yews (tassi) which cover the slopes. KEYWORD:
DE’ TASSI DEL CORNELLO (feudo) – dai Torreggiani di Milano – tasso: badger – skin
carried by horses. O CORNETTO --A branch of YEW originally appeared in the upp
half oof the family crest The lower half is occupiedby the figure of a badger
(tasso). La sua opera più importante è
la Gerusalemme liberate, in cui vengono cantati gli scontri tra cristiani e
musulmani durante la prima crociata, culminanti nella presa cristiana di
Gerusalemme. Ultimo dei tre figli di Bernardo TASSO, letterato e
cortigiano nato a Venezia, ma di antica nobiltà bergamasca, poi al servizio del
principe di Salerno Ferrante Sanseverino del regno di Napoli, compreso
nella monarchia spagnola, e di Porzia de' Rossi, nobildonna napoletana di
origini toscane, pistoiesi da parte paterna e pisane da parte materna. Di
Sorrento e della «dolce terra natìa» il poeta conserverà sempre un magnifico
ricordo, rimpiangendo «... le piagge di Campagna amene, pompa maggior de
la natura, e i colli che vagheggia il Tirren fertili e molli.»
(Gerusalemme liberata) Quando C. era ancora bambino, il principe di Salerno fu
bandito dal regno e Bernardo seguì il suo protettore. All'età di 6 anni si recò
in Sicilia e dalla fine del 1550 fu con la famiglia a Napoli, dove lo seguì il
precettore privato Giovanni d'Angeluzzo. Frequentò per due anni la scuola dei
Gesuiti appena istituita e conobbe Ettore Thesorieri con il quale poi restò in
corrispondenza epistolare. Ebbe un'educazione cattolica e da giovane
frequentò spesso il monastero benedettino di Cava de' Tirreni (dove si trovava
la tomba di Urbano II, il papa che aveva indetto la prima crociata), e
ricevette il sacramento dell'Eucaristia quando «non avea anco forse i
nov'anni», come scrisse egli stesso. Due anni dopo la sorella Cornelia, che nel
frattempo si era sposata con il nobile sorrentino Marzio Sersale, rischiò di
essere rapita durante un'incursione ottomana a Sorrento, e questo rimase
impresso nella sua memoria. Guidobaldo II Della Rovere. Rimase a
Napoli fino ai dieci anni, poi seguì il padre a Roma, abbandonando con grande
dolore la madre che fu costretta a rimanere nella città partenopea perché i
suoi fratelli «rifiutavano di sborsarle la dote». Nella città pontificia fu
Bernardo a educare privatamente il figlio, ed entrambi subirono un grave trauma
quando vennero a sapere della morte di Porzia, probabilmente avvelenata
dai fratelli per motivi d'interesse. La situazione politica a Roma subì
però uno sviluppo che preoccupò Bernardo: era scoppiato un dissidio tra Filippo
II e Paolo IV e gli spagnoli sembravano sul punto di attaccare l'Urbe. Mandò
allora Torquato a Bergamo presso Palazzo Tasso e la Villa dei Tasso da alcuni
parenti e si rifugiò presso la corte urbinate di Guidobaldo II Della Rovere,
dove fu raggiunto dal figlio pochi mesi dopo. A Urbino C. studiò assieme
a Rovere, figlio di Guidobaldo, e a Monte, poi illustre matematico. In questo
periodo ebbe maestri di assoluto livello quali il poligrafo Girolamo Muzio, il
poeta locale Galli e il matematico Federico Commandino. Torquato passava a
Urbino solo l'estate, dal momento che la corte trascorreva l'inverno a Pesaro,
dove Tasso entrò in contatto con il poeta Bernardo Cappello e con Dionigi
Atanagi, e scrisse il primo componimento a noi noto: un sonetto in lode della
corte. Bernardo si sposta intanto a Venezia, indiscussa capitale
dell'editoria, per occuparsi della pubblicazione del suo Amadigi. Poco tempo
dopo, quindi, anche il figlio cambiò una volta di più città, stabilendosi in
laguna. Sembra che proprio a Venezia, non ancora sedicenne, abbia cominciato a
mettere mano al poema sulla prima crociata e al Rinaldo. Il Libro I del
Gierusalemme (conservato dal Codice vaticano-urbinate 413) fu scritto dietro
consiglio di Giovanni Maria Verdizzotti e Danese Cataneo, due poeti mediocri
che allora frequentava e che già avevano scorto nel Tasso un talento
straordinario. Si iscrisse per volere paterno alla facoltà di legge dello
Studio patavino, raccomandato a Sperone Speroni, la cui casa frequentò più
delle aule universitarie, affascinato dalla vastissima cultura dell'autore
della Canace. Tasso non amava la giurisprudenza, tanto che attendeva più alla
produzione poetica che allo studio del diritto. Così, dopo il primo anno
ottenne dal padre il consenso per frequentare i corsi di filosofia ed eloquenza
con illustri professori tra cui spicca il nome di Carlo Sigonio. Quest'ultimo
rimarrà un modello costante per le dissertazioni teoriche tassesche futureprime
fra tutte quelle dei Discorsi dell'arte poetica, in cui si nota anche
l'influsso dello Speronie lo avvicinò allo studio della Poetica
aristotelica. È in quest'epoca che si colloca il primo innamoramento del
ragazzo, già molto sensibile e sognatore. Il padre era stato introdotto nella
corte del cardinale Luigi d'Este, e nel settembre 1561 si era recato col figlio
a fare la conoscenza dei familiari del suo protettore. Conobbe nell'occasione
Lucrezia Bendidio, dama di Eleonora d'Este, sorella di Luigi. Lucrezia,
quindicenne, era molto bella ed eccelleva nel canto, anche se era piuttosto
frivola. Avendo notato un interessamento della fanciulla, Tasso cominciò a
dedicarle rime petrarcheggianti, ma dovette presto essere ricondotto alla
realtà, poiché nel febbraio 1562 scoprì che la ragazza era promessa sposa al
conte Baldassarre Macchiavelli. Non si arrese, continuando a cantarla in
poesia, ma dopo le nozze si lasciò andare al risentimento e alla
delusione. Intanto, l'entourage cominciava ad avvedersi del talento
del Tassino (come veniva chiamato per essere distinto dal padre), e gli furono
commissionate delle rime per alcuni funerali. Confluendo in due raccolte,
furono le prime poesie pubblicate da Torquato. Ancora più notevoli erano
gli sforzi prodigati per il Rinaldo, composto in soli dieci mesi e dedicato a
Luigi d'Este. Il poema epico cavalleresco, incentrato sulle avventure del
cugino di Orlando, fu stampato a Venezia nel 1562 e contribuì a diffondere il
nome di Tasso, che aveva ancora soltanto diciotto anni. Il padre intanto
lo aveva messo nel 1561 al servizio del nobile Annibale Di Capua, e il duca
d'Urbino gli aveva procurato una borsa di studio di cinquanta scudi annui per
permettergli di continuare i corsi universitari. Dopo due anni a Padova, Tasso
proseguì gli studi all'Bologna, ma durante il secondo anno di permanenza nella
città felsinea, nel gennaio 1564, fu accusato di essere l'autore di un testo
che attaccava pesantemente, con una satira sferzante, alcuni studenti e
professori dello Studio. Espulso e privato della borsa di studio, fu costretto
a ritornare a Padova, dove poté beneficiare dell'ospitalità di Scipione
Gonzaga, che gli fornì il necessario per continuare il percorso di
formazione. Ritrovò tra i maestri Francesco Piccolomini e seguì le
lezioni di Federico Pendasio. In casa del principe Gonzaga era appena stata
istituita l'Accademia degli Eterei, ritrovo di seguaci dello Speroni che
miravano alla perfezione della forma, non senza scadere nell'artificiosità.
Tasso vi entrò assumendo il nome di Pentito e leggendovi molti componimenti,
tra cui quelli scritti per Lucrezia Bendidio e per una donna che la critica ha
per lungo tempo identificato in Laura Peperara. Secondo questa
versione Torquato conobbe Laura nell'estate del 1563, quando aveva raggiunto a
Mantova Bernardo, nel frattempo messosi al servizio del duca Guglielmo Gonzaga.
La delicatezza nei modi della giovane fece dimenticare presto al Nostro le
ancor fresche pene amorose per Lucrezia Bendidio. Lo spirito del Petrarca
rivisse allora nelle liriche del ragazzo nuovamente innamorato. L'anno dopo,
rivedendola, fu però deluso, e pur continuando a cantarla dovette ben presto
rassegnarsi al secondo scacco. Ricerche recenti hanno tuttavia collocato la
nascita della Peperara nel 1563, rendendo quindi impossibile che fosse lei la
seconda musa del Tasso. I due canzonieri amorosi andarono in parte a
finire tra le Rime degli Accademici Eterei, stampate a Padova nel 1567, assieme
ad alcune che scriverà nel primo anno ferrarese. Si legò anche
all'Accademia degli Infiammati. A Ferrara Torquato Tasso all'eta di
22 anni ritratto da Jacopo Bassano. Giunse a Ferrara in occasione del secondo
matrimonio (quello con Barbara d'Austria) del duca Alfonso II d'Este, al servizio
del cardinale Luigi d'Este, fratello del duca, spesato di vitto e alloggio,
mentre dal 1572 sarà al servizio del duca stesso. I primi dieci anni
ferraresi furono il periodo più felice della vita di Tasso, in cui il poeta
visse apprezzato dalle dame e dai gentiluomini per le sue doti poetiche e per
l'eleganza mondana. Il cardinale lasciò al Nostro la possibilità di
attendere solamente all'attività poetica, e Tasso poté così continuare il poema
maggiore. Rapporti particolarmente intensi intercorsero con le due sorelle del
duca, Lucrezia e Leonora. La prima era uno spirito libero e incarnava ideali di
vivacità e vitalità, mentre la seconda, malata e fragile, fuggiva la vita
mondana e conduceva un'esistenza ritirata. Per quanto Tasso fosse attratto da
entrambe e per quanto si sia avallata l'ipotesi di una relazione amorosa con
Leonora, la critica tassesca ha concluso che non si andò al di là di forti
simpatie. La ricchezza culturale della corte estense costituì per lui un
importante stimolo; ebbe infatti modo di conoscere Battista Guarini, Giovan
Battista Pigna e altri intellettuali dell'epoca. In questo periodo riprese il
poema sulla prima crociata, dandogli il nome di Gottifredo. Nel 1566 i canti
erano già sei, e aumenteranno negli anni appresso. Nel 1568 diede alle
stampe le Considerazioni sopra tre canzoni diPigna, dove emerge la concezione
platonica e stilnovistica che il Tasso aveva dell'amore, con alcune note però
affatto peculiari, che lo portavano a ravvisare il divino in tutto ciò che è bello,
e a definire di matrice soprannaturale anche l'amore puramente fisico. I
concetti vennero ribaditi nelle cinquanta Conclusioni amorose pubblicate due
anni più tardi. Compose anche i quattro Discorsi dell'arte poetica e in
particolare sopra il poema eroico, anche se videro la luce solo nel 1587 a
Venezia, per i tipi di Licino. Nell'ottobre 1570 partì per la Francia al
seguito del cardinale e, temendo gli potesse accadere qualche disgrazia nel
lungo e pericoloso viaggio, volle dettare le proprie volontà all'amico Ercole
Rondinelli, richiedendo la pubblicazione dei sonetti amorosi e dei madrigali,
mentre precisava che «gli altri, o amorosi o in altra materia, c'ho fatti per
servizio di alcun amico, desidero che restino sepolti con esso meco», ad
eccezione di Or che l'aura mia dolce altrove spira. Per il Gottifredo
afferma di voler far conoscere «i sei ultimi canti, e de' due primi quelle
stanze che saranno giudicate men ree», il che prova che il numero dei canti era
salito almeno a otto. Intanto, sempre nel 1570, Lucrezia d'Este sposò
Francesco Maria II Della Rovere, compagno di studi di Torquato nel periodo
urbinate. Il soggiorno transalpino fu di sei mesi, ma, siccome Luigi
aveva messo a disposizione del poeta poco denaro, questi trascorse il periodo
francese sostanzialmente nell'ombra, con il solo onore di essere ricevuto da
Caterina de' Medici, la moglie di Enrico II. Di ritorno a Ferrara, il 12 aprile
1571 decise di lasciare il seguito del cardinale. Credeva incorrere in
miglior fortuna presso Ippolito II, e scese pertanto a Roma. Anche il cardinale
di villa d'Este però lo deluse, e Tasso decise di risalire la penisola,
facendosi ospitare qualche tempo da Lucrezia e Francesco a Urbino, prima di
entrare al servizio di Alfonso II. In questo periodo continuò ad
attendere al capolavoro, ma si diede anche al teatro, e scrisse l'Aminta,
celebre favola pastorale che rientrava nei gusti delle corti cinquecentesche.
Rappresentata con ogni probabilità all'isola di Belvedere, dov'era una delle
«delizie» estensi, ebbe un grande successo e fu richiesta anche da Lucrezia
d'Este a Urbino l'anno successivo. Nell'euforia del successo, scrive una
tragedia, Galealto re di Norvegia, ma la abbandona all'inizio del secondo atto, salvo rimettervi
mano molto più tardi trasformandola nel Re Torrismondo. Il capolavoro e
la revisione L'impegno principale rimaneva comunque il poema epico, per il
quale l'autore non aveva ancora stabilito un titolo. Nel novembre '74 l'opera
era quasi completa, visto che «io aveva comincio quest'agosto l'ultimo canto»,
ma si deve aspettare per avere l'annuncio del completamento del testo, quando
in una lettera al cardinale Giovan Girolamo Albano leggiamo: «Sappia dunque
Vostra Signoria illustrissima, che dopo una fastidiosa quartana sono ora
per la Dio grazia assai sano, e dopo lunghe vigilie ho condotto finalmente al
fine il poema di Goffredo». Completato quindi il poema maggiore, si apre
il periodo della nevrosi e del terrore di aver portato a termine un lavoro non
gradito all'Inquisizione, allora in una fase di rigidità estrema (il concilio
di Trento si era concluso da soli dodici anni). Da una lettera emerge
l'inquietudine del poeta: «Qui va pur intorno questo benedetto romore de la
proibizione d'infiniti poeti: vorrei sapere se ve n'è cosa alcuna di vero.
Scipione Gonzaga Tasso sottopose il testo al giudizio di cinque autorevoli
personaggi romanigaranzia di validi consigli concernenti l'estetica e la
moralenevroticamente insoddisfatto delle proprie scelte estetiche ma
principalmente preoccupato, come s'è visto, dalle questioni religiose. I
cinque erano il maestro ed erudito Speroni, il principe e cardinale Gonzaga, il
cardinale Antoniano, il poeta Bargeo e il grecista Nobili. Cndivise in
parte i consigli degli illustri letterati, che gli avevano rivolto critiche di
stampo moralistico, ma talvolta li respinse bruscamente. Ne nacquero missive
quasi quotidiane che mettono in luce un autore intimamente travagliato e
continuamente bisognoso di dimostrare (forse soprattutto a sé stesso) di non trasgredire
principi di poetica né tanto meno di fede. Ossessivo nell'apportare
modifiche al testo, era continuamente combattuto e incerto sul da farsi, al
punto che nell'ottobre arrivò a scrivere al Gonzaga: «Forse a questao condotto
finalmente al fine il poema di Goffredo. Completato quindi il poema maggiore,
si aprì per Tasso il periodo della nevrosi e del terrore di aver portato a
termine un lavoro non gradito all'Inquisizione, allora in una fase di rigidità
estrema (il concilio di Trento si era concluso da soli dodici anni). Da una
lettera emerge l'inquietudine del poeta. Qui va pur intorno questo benedetto
romore de la proibizione d'infiniti poeti: vorrei sapere se ve n'è cosa alcuna
di vero. Tasso sottopose il testo al giudizio di cinque autorevoli personaggi
romanigaranzia di validi consigli concernenti l'estetica e la
moralenevroticamente insoddisfatto delle proprie scelte estetiche ma
principalmente preoccupato, come s'è visto, dalle questioni religiose. I
cinque erano il maestro ed erudito Sperone Speroni, il principe e cardinale
Scipione Gonzaga, il cardinale Silvio Antoniano, il poeta Pier Angelio Bargeo e
il grecista Flaminio de' Nobili. Torquato condivise in parte i consigli
degli illustri letterati, che gli avevano rivolto critiche di stampo moralistico,
ma talvolta li respinse bruscamente. Ne nacquero missive quasi quotidiane che
mettono in luce un autore intimamente travagliato e continuamente bisognoso di
dimostrare (forse soprattutto a sé stesso) di non trasgredire principi di
poetica né tanto meno di fede. Ossessivo nell'apportare modifiche al
testo, era continuamente combattuto e incerto sul da farsi, al punto che
nell'ottobre arrivò a scrivere al Gonzaga: «Forse a questa particolare
istoria di Goffredo si conveniva altra trattazione; e forse anco io non ho
avuto tutto quel riguardo che si doveva al rigor de' tempi presenti. E le giuro
che se le condizioni del mio stato non m'astringessero a questo, ch'io non
farei stampare il mio poema né così tosto, né per alcun anno, né forse in vita
mia; tanto dubito de la sua riuscita».[26] Nemmeno l'entusiastica ammirazione
di Lucrezia d'Este cui leggeva il poema ogni giorno «molte ore in
secretis»[27], né l'essere venuto a conoscenza del grande piacere con cui da
più parti l'opera veniva letta, poterono placare le sue angosce. Scrive
“Allegoria”, con cui rivisitava tutto il poema in chiave allegorica cercando di
emanciparsi dalle possibili accuse di immoralità. Ma non bastava: gli scrupoli
di carattere religioso assunsero la forma di vere e proprie manie di persecuzione.
Per mettere alla prova la propria ortodossia nella fede cristiana si sottopose
spontaneamente al giudizio dell'Inquisizione di Ferrara, ricevendo due sentenze
di assoluzione.[29] Barbara Sanseverino Disagi presso la corte
estense e fughe Due belle signore, giunte alla corte nel 1575 e protrattesi
presso il duca fino all'anno dopo, costituirono un intermezzo piacevoleforse
l'ultimoin mezzo a tante preoccupazioni. Per loro, la contessa di Sala Barbara
Sanseverino e la contessa di Scandiano Leonora Sanvitale, cantò gioiosamente in
alcune rime amorose, che, com'era accaduto per Lucrezia e Leonora d'Este,
obbediscono alle conventions de genre e non rivelano altro che una sincera
amicizia. Ma il Tasso si era stancato anche di Alfonso, e sognava diandare a
Firenze, presso la corte medicea. Non è chiaro perché volesse abbandonare
Ferrara, ma i motivi adducibili sono vari e variamente intriganti, e tutti
hanno in loro almeno una parte di verità. «Ch'io desideri sommamente di mutar
paese, e ch'io abbia intenzione di farlo, assai per se stesso può essere
manifesto, a chi considera le condizioni del mio stato», scrive a
Gonzaga. Le «condizioni del mio stato» possono avere una valenza
materiale: Tasso riceveva dal duca solo cinquantotto lire marchesane mensili,
che sommate alle centocinquanta percepite in qualità di lettore all'Università
(carica che ricopriva per i soli giorni festivi) danno una cifra sicuramente
bassa che a un poeta ormai affermato doveva parere stretta, anche solo per una
questione di dignità, senza voler pensare a motivazioni di pretta bramosia
L'espressione tassesca può assumere però anche una connotazione morale e
psicologica: si erano in effetti verificati alcuni episodi spiacevoli presso la
corte estense. Ha una lite con il cortigiano Ercole Fucci. Provocato, aveva
rifilato uno schiaffo al Fucci, che in risposta lo colpì più volte con un
bastone. Un servo aveva inoltre rivelato al Tasso che, durante una sua
assenza, un altro cortigiano, Ascanio Giraldini, aveva fatto forzare la porta
della sua camera, nel tentativo di appropriarsi di alcuni manoscritti. Tasso
sarebbe anche riuscito a rintracciare il magnano ottenendone una confessione,
come risulta da un'altra lettera al Gonzaga, in cui si ipotizzano altre trame
ordite alle sue spalle, anche se «io non me ne posso accertare».[33] A
far precipitare il rapporto con il duca e la corte furono però gli scrupoli
religiosi del poeta. Si autoaccusò presso l'Inquisizione ferrarese (dopo
l'autoaccusa presso il tribunale bolognese avvenuta due anni prima), attaccando
inoltre influenti personaggi di corte. Si cercò allora di far desistere il
poeta dall'intenzione di confermare le sue affermazioni negli interrogatori
successivi, senza risparmiargli punizioni corporali che non riuscirono afar
cambiare idea al Tasso, che si presentò altre due volte davanti
all'inquisitore.[35] Le accuseerano rivolte in particolare contro
Montecatini, il segretario ducale. Siccome Torquato voleva recarsi a deporre
presso il Tribunale capitolino, l'inquisitore ferrarese, conscio del fatto che
una simile azione poteva mettere a repentaglio i rapporti con la Santa
Sede,vitali per casa d'Esteinformò immediatamente il duca con una missiva del 7
giugno. Alfonso mise il poeta sotto sorveglianza, e C., ritenendosi spiato da
un servo, gli scagliò contro un coltello. Il Castello Estense Tasso
rimase nella prigione del Castello fino all'11 luglio, quando Alfonso lo fece
liberare e lo accolse presso la villeggiatura di Belriguardo, dove però rimase
pochi giorni, venendo rimandato a Ferrara per essere consegnato ai frati del
convento di S. Francesco.[37] Il poeta supplicò allora i cardinali
dell'Inquisizione romana affinché lo sollevassero da una situazione ormai
insopportabile trovandogli una sistemazione nell'Urbe, e nel contempo si
lamentava con Scipione Gonzaga per il trattamento ricevuto, ma pochi giorni
dopo si ritrovò nuovamente nella prigione del Castello. Tentò quindi un'altra
via e chiese invano perdono al suo signore. E indubbiamente provato dalle
fatiche della Gerusalemme, e le lettere del periodo rivelano un animo inquieto
e agitato, spesso preoccupato di smentire chi voleva vedere in lui i germi
della pazzia. Le manie di persecuzione e l'instabilità si erano impadronite di
lui, ma fino a qual punto? Fino a qual punto invece certe manifestazioni del
poeta, che mantiene nelle missive una lucidità pressoché completa, funsero da
pretesto per emarginare un personaggio divenuto pericoloso? Su questo punto i
critici non sono mai riusciti a trovare un accordo. Intanto la prigionia
el Castello si prolungava, e non restava che la fuga: nella notte si travestì
da contadino e fuggì nei campi. Raggiunta Bologna, proseguì fino a Sorrento,
dove, ancora sotto mentite spoglie e fisicamente distrutto, si recò dalla
sorella, annunciandole la propria morte, così da vedere la sua reazione, e
svelandole la sua vera identità solo dopo aver osservato la reazione realmente
addolorata della donna. A Sorrento rimase parecchi mesi ma, volendo
riprendere parte alla vita di corte, fece inviare da Cornelia una supplica al
duca, in data 4 dicembre 1577, chiedendo di essere riammesso alle sue
dipendenze, in un testo che fu certamente dettato, almeno in parte, dal poeta
stesso: «La maggior colpa che io credo sia in lui, è la poca sicurezza, che ha
mostrata d'avere nella parola di V.A., e il molto diffidarsi della sua
benignità».[40] Così, nell'aprile 1578 ritornò a Ferrara, ma, tempo tre
mesi, era di nuovo in fuga; Mantova, Padova, Venezia. Presa la via di Pesaro,
da Cattolica mandò ad Alfonso una missiva in cui cerca di spiegare i motivi
dell'abbandono, che restano, anche nella testimonianza diretta del Tasso,
criptici: «ora me ne dono partito. per non consentire a quello, a che non dee
consentire uomo, che faccia alcuna professione d'onore, o ch'abbia nell'animo
alcuno spirito di nobiltà. Paura, instabilità? Quello che è certo è che
nello stesso mese le parole di Maffio Venierche lo aveva incontrato a
Veneziasembrano far perdere credibilità alle ipotesi di follia: «sebbene si può
dire che egli non sia di sano intelletto, scuopre tuttavia più tosto segni di
afflizione che pazzia». Anche gli scambi epistolari intrattenuti con Francesco
Maria Della Rovere paiono rivelare una personalità afflitta e agitata più che
folle. Il Leitmotiv, adesso più che mai, è il dolore. Il dolore si fa allora
poiesis, creazione. È proprio questo il periodo in cui vengono composti i versi
dell'incompiuta canzone Al Metauro, tra i più citati e famosi dell'opera
tassesca. Qui, in una rievocazione della propria vita sub specie doloris[44],
affiorano i ricordi delle proprie sofferenze e della morte dei genitori. Il
poeta è un esiliato, concretamente e metaforicamente, sin da quando bambino
dovette lasciare il luogo natìo: «In aspro esiglio e 'n dura povertà
crebbi in quei sì mesti errori; intempestivo senso ebbi a gli affanni: ch'anzi
stagion, matura l'acerbità de' casi e de' dolori in me rendé l'acerbità degli
anni» Intanto continuava a vagare. Percorse a piedi il tratto che separa
Urbino da Torino, ma non sarebbe riuscito a entrare nella cittàera stato
respinto dai doganieri perché in stato pietosose Angelo Ingegneri, amico di
Torquato da alcuni anni, non lo avesse riconosciuto e aiutato a entrare. A
Torino ricevette l'ospitalità del marchese Filippo d'Este, genero del duca di
Savoia, e godette di una certa tranquillità che gli permise di comporre poesie
e iniziare tre dialoghi, la Nobiltà, la Dignità e la Precedenza. In seguito a
nuovi pentimenti e nuove nostalgie della corte ferrarese, il poeta si adoperò
ancora una volta per il rientro nella città ducale, facendo leva sulle
intercessioni del cardinale Albano e di Maurizio Cataneo, e infine riguadagnò
la capitale estense, proprio mentre fervevano i preparativi per le terze nozze
di Alfonso, quelle con Margherita Gonzaga, figlia del duca di Mantova
Guglielmo. Fu ospitato da Luigi d'Este, ma nessuno badava a lui: «Ora le
fo sapere, che io qui ho trovato quelle difficoltà che m'imaginava, non
superate né dal favore di monsignor illustrissimo, né da alcuna sorte d'umanità
ch'io abbia saputo usare», scrisse a Maurizio Cataneo. In una missiva al
cardinale Albano, recante la data, Tasso chiede almeno gli si faccia riottenere
lo stipendio precedente.[47] A questo punto i fatti precipitano: «Iersera
l'altra si mandò il povero Tasso a Sant'Anna, per le insolenti pazzie ch'avea
fatte intorno alle donne del Signor Cornelio, e che era poi venuto a fare con
le Dame di Sua Altezza, quali, per quanto m'è stato rifferto, furono così
brutte e disoneste, che indussero il Signor Duca a quella risoluzione».[48] Non
è chiaro quando accadesse esattamente il fatto, si oscilla tma è certo che in
quest'ultima data il poeta fosse già stato recluso nella prigione di
Sant'Anna.[ Pare sicuro anche che le parole offensive pronunciate in preda
all'ira si siano indirizzate poi in modo esplicito allo stesso duca, ed è
probabile che si trattasse di gravi accuse (forse legate ancora una volta alla
vicenda dell'Inquisizione) che, fatte in pubblico, chiedevano una risoluzione
drastica. Il duca Alfonso II rinchiuse quindi Tasso nell'Ospedale
Sant'Anna, nella celebre cella detta poi "del Tasso", dove rimase per
sette anni. Qui, alle manie di persecuzione, si aggiunsero tendenze
autopunitive. Delacroix: Tasso all'ospedale di Sant'Anna
Nell'Ospedale veniva trattato alla stregua dei «forsennati», ricevendo poche
razioni di cibo scadente, privato di ogni comodità materiale e di ogni conforto
spirituale, visto che il cappellano, «se ben io ne l'ho pregato, non ha voluto
mai o confessarmi o comunicarmi».[50] È vero che dopo nove mesi ci fu un
miglioramento del vitto, ma dovette trattarsi di ben poca cosa, e i primi tre
anni coincisero con una sorta di isolamento. Scrisse comunque
ininterrottamente a principi, prelati, signori e intellettuali pregandoli di
liberarlo e difendere la propria persona. Le suppliche erano rivolte al solito
Gonzaga, alla mai dimenticata Lucrezia d'Este, a Francesco Panigarola (che
sarebbe divenuto vescovo di Asti), a Ercole Tasso e molti altri. I primi anni
di reclusione non impedirono a Torquato di scrivere; anzi, le tre canzoni del
periodo rivelano una poesia essenziale, magistrale nella gestione delle
armonie, simbolo di un'ormai indiscussa maturità e dimostrazione, una volta di
più, di come le facoltà mentali del poeta fossero ancora intatte. Ecco quindi A
Lucrezia e Leonora, con la celebre invocazione alle «figlie di Renata», in una
nostalgico ricordo dei tempi sereni trascorsi a corte, messo in contrasto con
la durezza del tempo presente, ecco Ad Alfonso, nuova supplica al duca che,
rimasta inascoltata, diventò un inno Alla Pietà nell'omonima canzone. Le
condizioni mutarono con gli anni: gli fu permesso di uscire qualche volta e di
ricevere visite, il vitto migliorò ulteriormente, mentre poté lasciare
Sant'Anna più volte alla settimana, «accompagnato da gentiluomini e qualche
volta fu condotto anche a corte».[52] Tuttavia il trattamento rimaneva molto
duro e, a distanza di secoli, pare spropositato se il motivo dovesse ridursi
alla pazzia o a delle offese personali. Certo, il Tasso soffriva di turbe
psichiche. A questo proposito è illuminante la lettera di aiuto che indirizzò
il 28 giugno 1583 al celebre medico forlivese Girolamo Mercuriale. Qui
troviamo un elenco e una descrizione dei mali che affliggono il poeta:
«rodimento d'intestino, con un poco di flusso di sangue; tintinni ne gli
orecchi e ne la testa, imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli:
la qual mi perturba in modo ch'io non posso applicar la mente a gli studi per
un sestodecimo d'ora», fino alla sensazione che gli oggetti inanimati si
mettano a parlare. È da notare tuttavia come tutte queste sofferenze non
l'abbiano reso «inetto al comporre. Si può poi ammettere che «il Tasso non fu
semplicemente un melanconico, ma di tratto in tratto veniva sorpreso da eccessi
di mania, da riescire pericoloso a sé ed agli altri»[54], ma, anche se questi
squilibri dovessero essersi manifestati realmente, essi non giustificano né la
tesi della pazzia né la necessità di allontanare il Tasso dalla corte per un
periodo così lungo. Con buone probabilità, quindi, la ragione principale deve
essere riallacciata ancora una volta ai tentativi tasseschi di ricorrere
all'Inquisizione romana, e l'imprigionamento era il solo modo per non
compromettere il rapporto con lo Stato Pontificio. Dopo l'edizione veneziana
"pirata" e mutila di Celio Malespini, sempre durante la prigionia,
vennero pubblicatenel tentativo di porre rimedio alla sciagurata operazionea
Parma e Casalmaggiore, ancora senza il suo consenso, due edizioni del poema
iniziato all'età di quindici anni. Il titolo di Gerusalemme liberata fu scelto
dal curatore di queste ultime versioni, Angelo Ingegneri, senza l'avallo
dell'autore. L'opera ebbe un grande successo. Siccome anche le stampe
dell'Ingegneri presentavano delle imperfezioni e la Gerusalemme era ormai di
dominio pubblico, bisognava approntare la versione migliore possibile, ma per
far questo era necessaria l'autorizzazione e la collaborazione del Tasso. Così,
seppur riluttante, il poeta diede il proprio consenso a Febo Bonnà, che diede
alla luce la Gerusalemme liberata il 24 giugno 1581 a Ferrara, restituendola in
modo ancora più preciso pochi mesi dopo. Queste traversie editoriali
addolorarono il Tasso, che avrebbe voluto mettere mano al poema in modo da
renderlo conforme alla propria volontà. All'amarezza per le pubblicazioni seguì
ben presto quella che gli fu causata dallapolemica con la neonata Accademia
della Crusca. La diatriba non fu scatenata, per la verità, né dal poeta né
dall'Accademia. La sua origine va ricercata nel dialogo Il Carrafa, o vero
della epica poesia, che il poeta capuano Camillo Pellegrino stampò presso
l'editore fiorentino Sermartelli. Nel dialogo Torquato viene esaltato assieme
alla sua opera, in quanto fautore di una poesia etica e fedele ai dettami
aristotelici, mentre l'Ariosto viene duramente condannato a causa della
leggerezza, delle fantasiose invenzioni e dell'eccessiva dispersione che si
possono riscontrare nell'Orlando Furioso. Il testo provocò la reazione
dell'Accademia, che rispose nel febbraio dell'anno seguente con la Difesa
dell'Orlando Furioso degli Accademici della Crusca, stroncando il Tasso ed
esaltando invece «il palagio perfettissimo di modello, magnificentissimo,
ricchissimo, e ornatissimo» che era il Furioso. La Difesa fu fondamentalmente
opera di Leonardo Salviati e di Bastiano de' Rossi. Tasso decise di scendere in
campo con l'Apologia in difesa della Gerusalemme Liberata, edita a Ferrara dal
Licino il 20 luglio. Rivendicando la necessità di un'invenzione che si fondi
sulla storia, il poeta si opponeva alle opinioni dei paladini del volgare
fiorentino, e respingeva le accuse di un lessico intriso di barbarismi e poco
chiaro. La polemica continuò, visto che il Salviati replicò in settembre con la
Risposta all'Apologia di Torquato Tasso (testo noto anche come Infarinato
primo), cui seguirono un nuovo opuscolo di Pellegrino e un Discorso del Nostro,
dopo di chese si esclude un ulteriore scritto del Salviati, l'Infarinato
secondo per qualche tempo le acque si calmarono, ma la querelle tra ariosteschi
e tasseschi proseguì fino al secolo successivo, e fu una delle più infiammate
della storia della letteratura italiana. Durante la reclusione Tasso
scrisse principalmente discorsi e dialoghi. Fra i primi quello Della gelosia,
Dell'amor vicendevole tra 'l padre e 'l figliuolo, Della virtù eroica e della
carità, Della virtù femminile e donnesca, “Dell'arte del dialogo”; “Il
Secretario” cui si deve aggiungere il Discorso intorno alla sedizione nata nel
regno di Francia e il Trattato della Dignità, già iniziato a Torino, come si è
visto. Queste opere sviluppano tematiche morali, psicologiche o strettamente
religiose. La virtù cristiana è proclamata come superiore alla pur nobile virtù
eroica, si afferma la comune origine di amore e gelosia, si valutano i talenti
specifici della donna, il tutto arricchito dal racconto di esperienze personali
che giustificano l'opinione dell'autore. Vengono affrontate anche questioni
politiche, in special modo nel Secretario, diviso in due parti, la prima
dedicata a Cesare d'Este, la seconda ad Antonio Costantini. Qui, nella
descrizione del principe ideale, si enucleano alcune caratteristiche come la
clemenza (chiaro il riferimento alla propria condizione), l'esser filosofo, e
soprattutto «un gentiluomo a la cui fede ed al cui sapere si possono confidare
gli Stati e la vita e l'onor del principe». Più copiosa ancora fu la
composizione di dialoghi, scritti sotto il nume ideale di Platone, ma
paragonabili più obiettivamente a quelli del sedicesimo secolo. Quasi ogni
tematica morale viene sviscerata in una serie davvero lunga di opere più o meno
prolisse e più o meno felici. Tasso scrisse, nell'ordine, Il Forno, o
vero de la Nobiltà, il Gonzaga, o vero del Piacer onesto, in seguito rivisto e
stampato con il titolo Il Nifo, o vero del piacere; Il Messaggero. Qui immaginò
di interagire amichevolmente con il folletto da cui si credeva perseguitato
nella realtà. Questo dialogo ispirò la celebre operetta morale leopardiana
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare), con una seconda lezione.
Il padre di famiglia (ispirato a un gentiluomo che lo ospitò a Borgo Sesia
prima dell'arrivo a Torino); Il cavalier amante e la gentildonna amata (con
dedica a Giulio Mosti, giovane ammiratore del poeta); Romeo o vero del giuoco,
rivisto e dato alle stampe con titolo Il Gonzaga secondo, o vero del
giuoco; La Molza, o vero de l'Amore (prende spunto dalla conoscenza che il
Tasso fece della celebre poetessa Tarquinia Molza a Modena, dedicato a Marfisa
d'Este); Il Malpiglio, o vero della corte (con riferimento al gentiluomo
ferrarese Lorenzo Malpiglio); Il Malpiglio secondo o vero del fuggir la
moltitudine; Il Beltramo, overo de la Cortesia; Il Rangone, o vero de la Pace
(in risposta a uno scritto di Fabio Albergati); Il Ghirlinzone, o vero
l'Epitafio. Il Forestiero napolitano, o vero de la Gelosia; Il Cataneo, o vero
de gli Idoli, e, infine, La Cavalletta, o vero de la poesia toscana. In tutto
questo non aveva dimenticato l'opera principe, dimostrando di avere al riguardo
idee piuttosto lontane da quella che sarà la realizzazione finale. A Lorenzo
Malpiglio espose intenzioni sostanzialmente opposte agli interventi che avrebbe
apportato negli anni successivi: parla di portare la Liberata da venti a
ventiquattro canti (secondo l'idea originaria) e di accrescere il numero delle
stanze, tagliando anche dei passaggi ma con il risultato che «la diminuzione
sarà molto minor de l'accrescimento. Qualche segnale, magari anche dettato da
semplice interesse, lasciava intravedere un astio meno severo nei confronti del
Nostro. Prima della reclusione a
Comacchio era stata rappresentata una commedia tassesca alla presenza della
corte. Ora Virginia de' Medici voleva che il testo fosse perfezionato e
completato per essere interpretato durante i festeggiamenti del suo matrimonio
con Cesare d'Este. Tasso si mise al lavoro ed esaudì la richiesta. L'opera
fu poi pubblicata e ricevette il titolo “Gli intrichi d'amor” edal Perini, uno
degli attori dell'Accademia di Caprarola, che aveva messo in scena la commedia.
L'opera, ricolma di intrecci amorosi e di agnizioni secondo il costume
dell'epoca, è sofisticata e inverosimile, ma non mancano pagine vivaci ed
episodi ispirati all'Aminta. Vi si possono inoltre vedere alcuni elementi che
confluiranno nella commedia dell'arte: il personaggio del Napoletano, parlando
in dialetto e «profondendosi in spiritosaggini sbardellate», richiama alla
mente la futura maschera di Pulcinella. La critica è stata piuttosto concorde
nel ritenerla infelice, tutta una goffaggine pedantesca e superficiale, nel giudizio
di Francesco D'Ovidio. F. Pourbus: Vincenzo Gonzaga Dopo la prigionia: le
delusioni, le sofferenze, le peregrinazioni. Finì la prigionia. Venne affidato
a Vincenzo Gonzaga, che lo volle alla sua corte di Mantova. Nelle intenzioni di
Alfonso, Tasso doveva restare presso il figlio di Guglielmo Gonzaga solo per un
breve periodo, ma di fatto il poeta non tornò più a Ferrara, e restò presso
Vincenzo, in un ambiente in cui conobbe Ascanio de' Mori da Ceno, diventandone
amico. A Mantova ritrova qualche barlume di tranquillità; riprese in mano
il Galealto re di Norvegia, la tragedia che aveva lasciato interrotta alla
seconda scena del secondo attoe che aveva frattanto avuto un'edizione nel 1582
-, e la trasformò nel Re Torrismondo, conglobando nei primi due atti quanto
aveva precedentemente scritto ma cambiando i nomi, e procedendo alla stesura
dei tre atti successivi in modo da arrivare ai cinque canonici. Quando
nell'agosto si recò a Bergamo, ritrovando amici e parenti, si mise subito in
azione per dare alle stampe la tragedia, e l'opera uscì, a cura del Licino e
per i tipi del Comin Ventura, con dedica a Vincenzo Gonzaga, nuovo duca di
Mantova. Si trattava comunque di una "libertà vigilata", e i fatti lo
dimostrano chiaramente. Dopo essere tornato a Mantova, deluso e preoccupato
di una possibile venuta di Alfonso, Tasso andò a Bologna e a Roma senza
chiedere al Gonzaga l'autorizzazione e questi, sotto la pressione del duca di
Ferrara, tentò in ogni modo di farlo tornare indietro. Antonio Costantini,
sedicente amico del poeta che metteva al primo posto l'ambizione e l'obiettivo
di essere tenuto in onore presso la corte mantovana, e Scipione Gonzaga si
mobilitarono, ma Torquato capì la situazione e rifiutò di ritornare, rendendo
impossibile qualsiasi mossa, dal momento che un intervento che lo riportasse
nel ducato mantovano con la forza non sarebbe mai stato tollerato dal
Pontefice. Il fatto che nessuno impedisse il viaggio a Bergamo mentre ci fosse
una mobilitazione generale per allontanare il poeta dall'Urbe rimane comunque
un segnale che pare ulteriormente ridimensionare il peso della presunta follia
di Torquato nelle preoccupazioni dei duchi del settentrione. Il santuario
di Loreto in un'incisione di Francisco de Hollanda (prima meta del sec. XVI)
Nel corso del tragitto Tasso passò da Loreto, raccogliendosi in preghiera nel
santuario e concependo quella canzone «a la gloriosa Vergine» che può forse
richiamare il Petrarca della Canzone alla Vergine in qualche scelta lessicale,
ma, in mezzo alla lode e alla supplica, è tanto più intessuta di travaglio e
sofferenza: «Vedi, che fra' peccati egro rimango, qual destrier, che si
volve nell'alta polve, e nel tenace fango.» Torquato fu a Roma.
L'irrequietudine era di nuovo alle stelle: le lettere registrano le sue
richieste di denaro e le lamentele per la propria condizione di salute. Il
poeta è ormai disilluso, e fa meno affidamento sulla possibilità che gli altri
lo aiutino. Come scrisse alla sorella in una lettera del 14 novembre, gli
uomini «non hanno voluto sanarmi, ma ammaliarmi. Tuttavia, il Nostro è in preda
al bisogno materiale e continua ad autoumiliarsi, scrivendo versi encomiastici
per Scipione Gonzaga, divenuto cardinale, senza ottenere alcunché. Anche la
speranza di essere ricevuto dal papa Sisto V viene delusa, nonostante le lodi
che Tasso rivolge al pontefice in varie poesie, confluite assieme ad altre del
periodo in un volumetto stampato a Venezia. Vista l'inutilità del soggiorno
romano, il peregrinante poeta pensò trovare maggior fortuna nell'amata Napoli.
Così, ritorna nella città vesuviana fortemente intenzionato a risolvere a
proprio favore le cause contro i parenti per il recupero della dote paterna e
di quella materna. Benché potesse contare su amici e congiunti, e sulle
conoscenze altolocate partenopee, tra cui i Carafa (o Carrafa) di Nocera, i
Gesualdo, i Caracciolo di Avellino, i Manso, preferì accettare l'ospitalità di
un convento di frati olivetani. Qui conobbe l'amico più caro degli ultimi anni:
Giovan Battista Manso, signore di Bisaccia e primo entusiasta biografo
dell'autore dopo la sua morte. Il clima amichevole in cui fu accolto, la
stima di amici e letterati, e il conforto di una «bellissima città, la quale è
quasi una medicina al mio dolore, riuscirono a risollevare per un breve periodol'infelice
animo tassiano. Per ringraziare i monaci scrisse il poemetto, rimasto
incompiuto, Monte Oliveto, in riferimento al convento in cui sorgeva il
complesso monastico che attualmente ospita la caserma dei carabinieri (resta
visitabile la chiesa Sant'Anna dei Lombardi). L'operaun resoconto encomiastico
delle principali tappe esistenziali e delle principali virtù di Bernardo
Tolomei, il fondatore della Congregazioneè fortemente intessuta di spirito
cristiano, in un severo richiamo ad una vita sobria, lontana dalle vanità del
mondo. Dedicata al cardinale Antonio Carafa, si interrompe alla centoduesima
ottava. Al pari del Re Torrismondo e di molta parte dell'ultima produzione
tassesca, il Monte Oliveto non ha goduto dei favori della critica. Guido
Mazzoni vi vide più una predica che un poema, mentre Eugenio Donadoni utilizzò
quasi le medesime parole che gli erano servite per stroncare il Torrismondo (v.
Re Torrismondo): questa è «l'opera non più di un poeta, ma di un letterato, che
cerca di dare forma e tono epico a una convenzionale vita di santo».[78] Come
per la tragedia nordica, la rivalutazione è arrivata con l'analisi di Luigi
Tonelli e di alcuni studiosi più recenti. In ogni caso, anche questo
periodo napoletano si rivelò problematico per Tasso, a causa delle precarie
condizioni di salute e delle ristrettezze economiche, a cui si aggiunsero anche
nuove polemiche letterarie e religiose sulla Gerusalemme liberata. Spostatosi a
Bisaccia, Tasso poté vivere un periodo di maggiore tranquillità. Manso ricorda
un episodio curioso: mentre sedeva con l'amico davanti al fuoco, questi disse
di vedere uno «Spirito, col quale entrò in ragionamenti così grandi e
meravigliosi per l'altissime cose in essi contenute, e per un certo modo non
usato di favellare, ch'io rimaso da nuovo stupore sopra me inalzato, non ardiva
interrompergli». Alla fine della visione, Manso confessò di non aver visto
nulla, ma il poeta gli si rivolse sorridendo: «Assai più veduto hai tu, di
quello che forse... E qui si tacque».[79] Viste le rare manifestazioni
allucinatorie di cui abbiamo notizia, (si ricordino quelle che erano state
descritte nel dialogo Il messaggero, in cui è descritto uno spirito amoroso che
appare a Tasso sotto la figura di un giovanetto dagli occhi azzurri, simili a
quelli che Omero alla dea d'Atene attribuisce), la risposta del Nostro assume
una valenza indubbiamente ambigua, e non può escludersi che avesse voluto
mettere alla prova il Manso per vedere se anche lui lo avrebbe considerato un
"folle". A dicembre era di nuovo a Roma, dove giunse nella
speranza di poter essere ospitato dal Papa in Vaticano, confidando negli
illusori pareri di alcuni amici.[80] Ad ospitare Tasso fu invece Scipione
Gonzaga, e il poeta si sentì di nuovo «più infelice che mai». Ricominciava la
routine: richieste d'aiuto a destra e a sinistra, con l'obiettivo di ricevere i
cento scudi che gli erano stati promessi per la stampa delle sue opere: «vorrei
in tutti i modi trovar questi cento ducati, per dar principio a la stampa,
avendo ferma opinione che di sì gran volume se ne ritrarrebbero molto più»,
scrisse ad Antonio Costantini.[82] I destinatari erano ancora una volta i più
disparati: il principe di Molfetta, il Costantini, il duca di Mantova Vincenzo
Gonzaga, gli editori. Il Nostro si umiliò per l'ennesima volta anche con
Alfonso, cui chiese nuovamente perdono, mentre al Granduca di Toscana
Ferdinando I domandò l'intercessione del cardinal Del Monte, lo stesso che
prenderà sotto la propria protezione Caravaggio. Tutte le speranze, però,
furono disattese. Al tempo stesso anche le missive ai medici si rifecero
intense. Tuttavia, in mezzo a tante delusioni e a tanto affanno non venne meno
la verve creativa: oltre ad aver raccolto le Rime in tre volumi, e avervi
scritto il commento, Tasso compose anche un poema pastorale che riprende, anche
se solo nel nome, alcuni personaggi dell'Aminta. È Il rogo di Corinna, dedicato
a Fabio Orsino. La prima pubblicazione dell'opera fu postuma. Per quanto
Grazioso Graziosi, agente del duca di Urbino, dicesse al suo signore del modo
eccellente in cui il Tasso era trattato presso il cardinale Gonzaga, egli
rilevava al contempo le infermità fisiche e mentali di Torquato, che privavano
la sua età «del maggior ingegno che abbian prodotto molte delle passate.
Tuttavia, è bene diffidare della prima quanto della seconda affermazione. Se
«il povero Signor Tasso è veramente degno di molta pietà per le infelicità
della sua fortuna»[85], come si legge in una missiva del Graziosi di due
settimane dopo, perché cacciare il poeta in malo modo, mentre Scipione Gonzaga
non era presente, e costringerlo a una nuova situazione di bisogno? In aiuto
del Tasso vennero ancora i monaci della Congregazione del Tolomei, che lo
ospitarono a Santa Maria Nuova degli Olivetani.[86] Gli ultimi anni del
Tasso, però, non conobbero pace duratura: le sofferenze psichiche si acuirono
nuovamente, certo per le nuove delusioni derivanti da richieste di denaro non
esaudite, dall'obbligo di piegarsi alla composizione di poesie a pagamento, e
il poeta fu costretto a farsi ricoverare nell'Ospedale dei Pazzarelli,
adiacente alla chiesa dei Santi Bartolomeo e Alessandro dei Bergamaschi,
la cui costruzione era appena stata ultimata. Il dolore emerge in modo chiaro
in una lettera inviata il primo dicembre 1589 ad Antonio Costantini, divenuto
ormai suo confidente. Ritornò presso Scipione Gonzaga, sempre lamentandosi per
la scarsa considerazione in cui era tenuto e sempre scrivendo della propria
infelicità.[88] Tasso premeva, come già più volte in passato, per essere
accolto a Firenze dal Granduca di Toscana, e accettò quindi con gioia l'invito
di Ferdinando de' Medici. A Firenze giunse in aprile, ospite prima dei fidati
Olivetani, poi di ricchi e illustri cittadini quali Pannucci e Gherardi. Alla
tranquillità necessaria per rivedere la Gerusalemme si aggiunsero anche
relative soddisfazioni economiche (sempre comunque in cambio di versi
encomiastici): dal Granduca ricevette centocinquanta scudi[89], da Giovanni III
di Ventimiglia, marchese di Geraci, sembrerebbe, duecento scudi.[90] Il
motivo di gioia principale era tuttavia un altro, era l'avvicinarsi dell'evento
più ambito da chi si sentiva, sopra ogni cosa, poeta: «Penso a la mia
coronazione, la qual dovrebbe esser più felice per me, che quella de' principi,
perché non chiedo altra corona per acquetarmi». Non ci fu nessuna
incoronazione. C'è chi ha asserito che questa lettera contenesse solo una
bislacca speranza del Tasso, senza alcun legame con la realtà.[92] Tuttavia, la
sicurezza con cui l'evento viene ormai dato per certo lascia pensare che le
illusioni del Nostro avessero un fondamento, e non fossero una pura
chimera. Un nuovo evento lo indusse all'ennesimo spostamento: papa Urbano
VII era succeduto a Sisto V, incoraggiando il Tasso a fare nuovamente
affidamento sugli aiuti pontifici. C. scese così a Roma, accolto dagli
Olivetani di Santa Maria del Popolo. Giovanni Battista Castagna morì tredici
giorni dopo l'elezione, lasciando il posto a Gregorio XIV. Anche questa volta
le lettere del poeta registrano un amaro scacco: «Ho perduto tutti gli appoggi;
m'hanno abbandonato tutti gli amici, e tutte le promesse ingannato», confidò,
sempre più afflitto, a Niccolò degli Oddi. L'autore della Gerusalemme è ogni
giorno che passa più confuso, sballottato qua e là dagli eventi come una barca
in mezzo al mare. Tutto questo riflette la condizione interiore di una persona
disincantata ma al tempo stesso ancora ingenuamente pronta a fidarsi delle
fallaci promesse che giungono dal mondo intorno, riflette un'instabilità ormai
cronica. È vero che la fede andò radicandosi sempre più in Tasso, ma il fatto
che al duca di Mantova scrivesse di volersi ritirare in un monastero e pochi
giorni dopo accettasse il suo invito a tornare a corte è l'evidente
manifestazione di un'anima senza pace. Ritornato quindi sul Mincio, accolto con
tutti gli onori, poté dedicarsi totalmente al lavoro letterario, e in
particolare alla revisione del capolavoro. La missiva a Maurizio Cataneo del 4
luglio ci informa del fatto che il poeta era già a buon punto, e illustra le
linee direttrici della propria opera correttrice: «sono al fine del penultimo
libro; e ne l'ultimo mi serviranno molte di quelle stanze che si leggono nello
stampeato. Desidero che la riputazione di questo mio accresciuto ed illustrato
e quasi riformato poema toglia il credito a l'altro, datogli dalla pazzia de
gli uomini più tosto che dal mio giudicio». Sono parole che possono parere
sciagurate, ma riflettono gli scrupoli religiosi sempre più pressanti.
Non si era comunque concentrato solo sul poema: aveva raccolto le Rime in
quattro volumi, e con l'editore veneziano Giolito parlava della possibilità
di stampare tutte le opere (esclusa la Gerusalemme) in sei libri. A tutto
questo va aggiunto un nuovo lavoro che aveva intrapreso, lasciandolo poi
incompiuto. La genealogia di Casa Gonzaga, con dedica a Vincenzo, si interruppe
dopo centodiciannove ottave, per essere pubblicato solo nel 1666, tra le Opere
non più stampate dell'edizione romana Dragondelli.[96] Il poemetto è
sicuramente trascurabile, fatto di una versificazione fredda, appesantita da
nozioni e nomi. Tra le fonti il ruolo principale è stato svolto da un regesto
di Cesare Campana, Arbori delle famiglie... e principalmente della Gonzaga,
uscito a Mantova l'anno prima, e dall'Historia sui temporis di Paolo Giovio,
accanto a cui va ricordata la tradizione orale legata alla battaglia del Taro.
La calma, tuttavia, era ormai un ricordo di gioventù, e ogni soggiorno
diventava insopportabile dopo un certo numero di mesi. Così, ridiscese la
penisola, con l'intenzione di raggiungere nuovamente Roma. Il viaggio fu
travagliato e appesantito dal fatto che Tasso si ammalò più volte durante il
tragitto, costretto a sostare in varie località, fra cui Firenze. Giunto
nell'Urbe, ricevette l'ospitalità di Cataneo. Poche settimane dopo era ancora
in viaggio, diretto a Napoli A questo
punto, inaspettatamente, ci fu spazio per qualche luce e qualche reale
soddisfazione. Il soggiorno napoletano non tradì, né per quanto riguarda l'accoglienza
ricevuta (fu ospitato dal principe di Conca Matteo di Capua e poi da Manso con
grandi onori e affetto), né sulle questioni letterarie, né su quelle relative
alla salute dell'artista. In effetti, in virtù della «purità dell'aria,
comincia a sentirsi meglio, e di conseguenza poté dedicarsi in modo più
proficuo alle proprie attività. In questi mesi completò la Conquistata, e,
sempre durante il soggiorno partenopeo, mise mano all'ultima opera
significativa, Le sette giornate del Mondo creato. Gli ultimi tre anni di vita
lo videro prevalentemente a Roma. L'elezione al soglio pontificio di Clemente
VIII lo fece venire nell'Urbe, e anche qui ebbe un trattamento decisamente
migliore rispetto alle recenti esperienze. Poté infatti alloggiare nel palazzo
dei nipoti del Papa, Pietro e CinzioAldobrandini, in procinto di diventare
cardinali. Cinzio sarà di fatto il vero mecenate dell'ultimo periodo. La
produzione letteraria ebbe nuovi sussulti, consacrandosi ormai quasi
esclusivamente agli argomenti sacri: compose i Discorsi del poema eroico e
altri Dialoghi, carmi latini e rime religiose. Addolorato per la morte di
Scipione Gonzaga, gli dedicò, nel marzo 1593, Le lagrime di Maria Vergine e Le
lagrime di Gesù Cristo.Tasso aveva intanto finito di rivedere il poema, e
sempre nel 1593 vide la luce a Roma, per i tipi di Guglielmo Facciotti, la
Gerusalemme conquistata. Esistono inoltre chiare testimonianze del fatto
che ci fosse l'intenzione di incoronare Tasso in Campidoglio, nonostante alcuni
studiosi si siano osti negarlo e a considerarla un'invenzione del poeta. È
veramente degno il Signor Torquato Tasso di esser celebrato in questi medesimi
tempi come raro per la sua poesia, ed è parimente degno della grandezza
dell'animo del Signor Cinzio Aldobrandini di erigergli una statua laureata, con
mill'altre cerimonie e specie, come dicono che tosto si vedrà, e dargli luogo
in Campidoglio fra le più degne ed antiche cerimonie [...]», rivela Matteo
Parisetti in una lettera ad Alfonso II, risalente all'agosto del Lo stesso
Tasso è esplicito al riguardo: «Qui in Roma mi voglion coronar di lauro»,
scrive al Granduca di Toscana il 20 dicembre 1594, «o d'altra foglia».
Sennonché, pur essendo ancora bisognoso di soldi e continuando a fare richiesta
per ottenerli, il poeta sentiva sempre più lontane le preoccupazioni del mondo,
e sempre meno si curava della vanità e dei successi terreni. La salute, dopo la
parentesi napoletana, andava aggravandosi nuovamente, e Torquato cominciava a
capire che la fine non era lontana. Per questo ritornò alle falde del Vesuvio,
per concludere rapidamente in proprio favore la questione legata all'eredità
materna: il risultato fu soddisfacente, acconsentendo il principe di Avellino a
versargli duecento ducati all'anno, ai quali vanno aggiunti cento ducati annui
che il Papa si risolverà a dargli a partire dal febbraio 1595. A Napoli
rimase dal giugno al novembre del 1594, alloggiato al monastero benedettino di
san Severino, sempre più votato alla vita monastica e attratto ancora dalla
letteratura agiografica. Fu probabilmente nei mesi trascorsi presso i
benedettini che Tasso abbozzò l'incompiuta Vita di San Benedetto. Alla fine
dell'anno ritornò a Roma. Cambiò città per l'ultima volta: la fine era
dietro l'angolo. Riconosciuta la definitiva infermità che gli rendeva ormai
impossibile scrivere e correggere, non sentì più che un ultimo bisogno,
tralasciando tutto il resto, il bisogno della «fuga dal mondo». Entra al
monastero di S. Onofrio, sul Gianicolo, senza più nemmeno curarsi del fatto che
il Mondo creato non era stato ancora rivisto. Tutto svaniva, di fronte
all'importanza di prepararsi al trapasso: «Che dirà il mio signor Antonio,
quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio avviso non tarderà molto la
novella, perch'io mi sento al fine de la mia vita. Non è più tempo ch'io parli
de la mia ostinata fortuna, per non dire de l'ingratitudine del mondo». Tutto
perdeva importanza, a fronte della dolcezza della «conversazione di questi
divoti padri», che cominciava «la mia conversazione in cielo. Monumento in
Sant'Onofrio Il 25 aprile, all'«undecima ora». Tasso muore. E una morte serena,
ricevuta con tutti i conforti dei sacramenti.La morte del Tasso è
stata accompagnata da una particolar grazia di Dio benedetto, perché in questi
ultimi giorni le duplicate confessioni, le lagrime e insegnamenti spirituali
pieni di pietà e di giudizio, mostrarono che fosse affatto guarito dall'umor
malinconico, e che quasi uno spirito gli avesse accostato al naso l'ampolle del
suo cervello. Venne sepolto nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo.
Presso il monastero, accanto alla strada è ancora visibile la rampa della
quercia, dove si trova il tronco nero di una quercia secolare sostenuto da un
sopporto metallico. Secondo la tradizione locale si tratta della cosiddetta
quercia del Tasso, l'albero alla cui ombra il poeta spesso sedeva per
riposarsi. Albero genealogico Reinerius de Tassis Sconosciuta Omedeo
Tasso ( Sconosciuta Ruggero Tasso SconosciutaBenedetto Tasso SconosciutaPalazzo
de Tassis Tonola de Magnasco, Pasimo (o Paxio) de Tassis. SconosciutaPietro
Tasso. SconosciutaGiovanni Tasso
Catalina de Tassi Gabriel Tasso Porzia de RossiBernardo Tasso Torquato
Tasso Opere Un ritratto a Sorrento. Gerusalemme Scritto quando egli aveva
solo 15 anni il Gierusalemme rappresenta il primissimo tentativo di Tasso di
maneggiare il genere epico nonché il suo primo impegno letterario di rilievo.
Se ne possiedono soltanto centosedici stanze del canto I. Oltre a condividere
con la Liberata l'argomento (la prima Crociata), si notano pure alcune
somiglianze tra il proemio di questo esordio poetico giovanile e quello del
capolavoro della maturità. Rinaldo All'età di diciotto anni Tasso riprese
la materia del romanzo cavalleresco e pubblicò il Rinaldo, poema in ottave che
narra in dodici canti la giovinezza del paladino della tradizione carolingia e
le sue imprese di armi e di amori. Nella prefazione al poema Tasso dichiara di
voler imitare in parte gli "antichi" (Omero e Virgilio), in parte i
"moderni" (Ariosto). Si concentra però su un unico protagonista, secondo
le esigenze di unità proposte dall'aristotelismo. Si tratta di un'opera
tipicamente giovanile, ancora priva di originalità, ma compaiono già alcuni
temi e toni fondamentali che caratterizzeranno il Tasso maturo e formato
culturalmente. Rime Torquato Tasso compose un gran numero di poesie
liriche, lungo l'arco di tutta la sua vita. Le prime furono pubblicate col
titolo di Rime degli Accademici Eterei. Uscirono Rime e prose. Tasso lavorò
fino al 1593 ad un riordino complessivo dei testi, distinguendo rime amorose e
rime encomiastiche. Previde poi una terza sezione, dedicata alle rime religiose
e una quarta di rime per musica, ma non realizzò il progetto. Nelle Rime
amorose è ben riconoscibile l'influenza della poesia petrarchesca e della vasta
produzione petrarchistica del Quattrocento e Cinquecento; contemporaneamente,
però, il gusto per le preziosità linguistiche e l'intensa sensualità rivelano
l'evoluzione verso un linguaggio nuovo che maturerà nel Seicento. L'uso
frequente di forme metriche poco usate dai poeti precedenti, come il madrigale,
e la raffinata musicalità dei versi fecero sì che molti di essi fossero
musicati da grandi autori come Claudio Monteverdi e Gesualdo da
Venosa. Più solenni e classicheggianti le Rime encomiastiche,
dedicate alle figure e alle famiglie signorili che ebbero rilievo nella vita
del poeta. Per la loro creazione si ispira a Pindaro, Orazio e al celebre
Monsignor della Casa. Fra tutte, la più famosa è la Canzone al Metauro,
intessuta di elementi autobiografici. Le Rime religiose sono caratterizzate
dal tono cupo e plumbeo, forse dovuto al fatto che le scrisse negli ultimi anni
di vita. Qui il poeta manifesta il desiderio di sconfiggere l'ansia
esistenziale e il tormentoso senso del peccato attraverso la fede e
l'espiazione. Discorsi dell'arte poetica Attorno alla metà degli Anni
Sessanta scrisse i quattro libri dei Discorsi dell'arte poetica ed in
particolare sopra il poema eroico, letti all'Accademia Ferrarese e pubblicati
molto più tardi, nel 1587, dal Licino. Il testo fornisce una chiara visione
della concezione tassesca del poema eroico, piuttosto distante da quella
ariostesca, che dava la prevalenza all'invenzione e all'intrattenimento del
pubblico. Perché possa essere giudicato di buon livello, deve basarsi su
un evento storico, da rielaborare in modo inedito. Infatti, «la novità del
poema non consiste principalmente in questo, cioè che la materia sia finta, e
non più udita; ma consiste nella novità del nodo e dello scioglimento della
favola. Al verosimile deve essere unito il meraviglioso, e Tasso trova l'unione
perfetta di queste due componenti nella religione cristiana. Intiera, l'opera
deve essere una, ossia prevedere l'unità d'azione, ma senza schemi rigidi: ci
può essere largo spazio per la varietà, e per la creazione di numerosi racconti
nel racconto, e in questo senso la Gerusalemme liberata costituisce una piena
realizzazione delle idee dell'autore. Lo stile, infine, deve adeguarsi alla
materia, e variare tra il sublime e il mediocre a seconda dei casi.
Aminta Magnifying glass icon mgx2.svg Aminta (Tasso). Le sofferenze di
Aminta, dipinto di Bartolomeo Cavarozzi «L'Aminta non è un dramma pastorale e
neppure un dramma. Sotto nomi pastorali e sotto forma drammatica è un poemetto
lirico, narrazione drammatizzata, anzi che vera rappresentazione, com'erano le
tragedie e le commedie e i così detti drammi pastorali in Italia … Essa è in
fondo una novella allargata a commedia, di quel carattere romanzesco che
dominava nell'immaginazione italiana, aggiuntavi la parte del buffone, che è il
Ruffo, la cui volgarità fa contrasto con la natura cavalleresca de' due
protagonisti, Virginia e il principe di Salerno. Gli avvenimenti più strani si
accavallano con magica rapidità, appena abbozzati, e quasi semplice occasione a
monologhi e capitoli, dove paion fuori i sentimenti dei personaggi misti alla
narrazione L'Aminta è un'azione fuori del teatro, narrata da testimoni o da
partecipi con le impressioni e le passioni in loro suscitate. L'interesse è
tutto nella narrazione sviluppata liricamente e intramessa di cori, il cui
concetto è l'apoteosi della vita pastorale e dell'amore: "s'ei piace, ei
lice". Il motivo è lirico, sviluppo di sentimenti idillici, anzi che di
caratteri e di avvenimenti. Abbondano descrizioni vivaci, soliloqui,
comparazioni, sentenze, movimenti appassionati. Vi penetra una mollezza
musicale, piena di grazia e delicatezza, che rende voluttuosa anche la lacrima.
Semplicità molta è nell'ordito, e anche nello stile, che senza perder di
eleganza guadagna di naturalezza, con una sprezzatura che pare negligenza ed è
artificio finissimo. Ed è perciò semplicità meccanica e manifatturata, che dà
un'apparenza pastorale a un mondo tutto vezzi e tutto concetti. È un mondo
raffinato, e la stessa semplicità è un raffinamento. A' contemporanei parve un
miracolo di perfezione, e certo non ci è opera d'arte così finamente
lavorata.» (De Sanctis) L'Aminta è una favola pastorale. Presenta un
prologo, 5 atti, un coro. Ogni canto si conclude a lieto fine. Ha
ispirato la composizione della favola pastorale Flori di Maddalena Campiglia
lodata dallo stesso Tasso. Sulle ali dell'entusiasmo per il successo
dell'Aminta Tasso incominciò una tragedia, Galealto re di Norvegia, che però
interruppe alla seconda scena del secondo atto. Il poeta la riprese e la completò
a Mantova, subito dopo la liberazione dall'Ospedale di Sant'Anna cambiando però
il titolo, diventato Re Torrismondo, e il nome del protagonista.
L'ambientazione è nordica: in essa sono frequenti le immagini di distese
boschive. In questo, il Tasso mostra la sua forte curiosità per le leggende
nordiche, come ad esempio mostra la lettura dell'Historia de gentibus
septentrionalibus di Olao Magno. L'editio princeps è quella bergamasca
del 1587; seguirono a ruota le edizioni di Mantova, Ferrara, Venezia e Torino,
ma poi ci fu un lungo silenzio. L'opera fu rappresentata per la prima volta
soltanto al Teatro Olimpico di Vicenza. Trama Torrismondo è intimamente
segnato dal conflitto tra amore e amicizia: il sovrano (d'una ignota regione
nordica, non di Norvegia) ama Alvida, che a causa di un debito passato
(Germondo aveva salvato la vita a Torrismondo) deve sposarsi con l'amico
Germondo, re di Svezia, regno nemico a quello di Alvida poiché Germondo stesso
era stato accusato di omicidio del fratello di Alvida. Germondo dunque non può
sposarsi con la donna amata poiché il padre di quest'ultima lo odia. Germondo
decide allora che Torrismondo per sdebitarsi avrebbe dovuto chiedere la mano di
Alvida e al momento delle nozze avrebbe dovuto scambiare la sposa. Ottenuta da
Torrismondo la mano di Alvida i due consumano l'amore. La storia prenderà
un'altra china quando Torrismondo scoprirà che la donna amata non è altri che
la sorella, la situazione culminerà nel suicidio dei due. Il Re Torrismondo è
molto importante perché anticipa le tragedie barocche, nelle quali si
riprendono alcune caratteristiche fondamentali delle tragedie senecane: la
meditatio mortis (il Memento mori) e il gusto dell'orrido. Nel Tasso, però, ciò
che compare fortemente e caratterizza le sue tragedie è il conflitto intimo che
dilania l'animo dei personaggi: l'uomo si sente intrappolato dal fato, poiché
impossibilitato all'agire, a modificare il corso degli eventi ormai già
predisposti. Tuttavia, la critica non si è espressa positivamente in
merito all'opera: Solerti ed Ovidio si sono mostrati ostili verso il
Torrismondo come lo erano stati nei confronti degli Intrichi d'amore, e severo
si è dimostrato anche Umberto Renda, che alla tragedia ha dedicato una
monografia. Ancora più duro il giudizio
di Eugenio Donadoni, che arrivò a parlare di «opera di un ex-poeta, non più di
un poeta, e nemmeno Giosuè Carducci, pur
apprezzando lo sforzo di unire elementi pagani e religiosi, classici ed
esotici, ha ritenuto il dramma degno dell'ingegno tassesco. Solo Tonelli fa
presente che superava pur sempre «la maggior parte delle tragedie
cinquecentesche e rivaleggiava con le migliori del tempo. Gerusalemme liberata
Gerusalemme liberata. Tasso con la sua Gerusalemme liberata La
Gerusalemme liberata è considerata il capolavoro di Tasso. Il poema tratta di
un avvenimento realmente accaduto, ossia la prima crociata. Tasso iniziò a
scrivere l'opera con il titolo di Gierusalemme durante il soggiorno a Venezia.
L'opera fu pubblicata integralmente con il titolo di Gerusalemme liberata. In
seguito alla pubblicazione del poema il poeta rimise mano all'opera e la
riscrisse eliminando tutte le scene amorose e accentuando il tono religioso ed
epico della trama. Cambiò anche il titolo in Gerusalemme conquistata. In realtà
la Conquistata fu immediatamente dimenticata e la redazione che continuò ad
avere grande successo e ad essere ristampata, in Italia e nei paesi stranieri,
fu la Liberata. Trama Goffredo di Buglione nel sesto anno di guerra
raduna i crociati, viene eletto comandante supremo e stringe d'assedio
Gerusalemme. Uno dei guerrieri musulmani decide di sfidare a duello il crociato
Tancredi. Chi vince il duello vince la guerra. Il duello però viene sospeso per
il sopraggiungere della notte e rinviato. I diavoli decidono di aiutare i
musulmani a vincere la guerra. Uno strumento di Satana è la maga Armida che con
uno stratagemma riesce a rinchiudere tutti i migliori eroi cristiani, tra cui
Tancredi, in un castello incantato. L'eroe Rinaldo per aver ucciso un altro
crociato che lo aveva offeso viene cacciato via dal campo. Il giorno del duello
arriva e poiché Tancredi è scomparso viene sostituito da un altro crociato
aiutato da un angelo. I diavoli aiutano il musulmano e trasformano il duello in
battaglia generale. I crociati sembrano perdere la guerra quando arrivano gli
eroi imprigionati liberati da Rinaldo che rovesciano la situazione e fanno
vincere la battaglia ai cristiani. Goffredo ordina ai suoi di costruire una
torre per dare l'assalto a Gerusalemme ma Argante e Clorinda (di cui Tancredi è
innamorato) la incendiano di notte. Clorinda non riesce a entrare nelle mura e
viene uccisa in duello proprio da colui che l'ama, Tancredi, che non l'aveva
riconosciuta. Tancredi è addolorato per aver ucciso la donna che amava e solo l'apparizione
in sogno di Clorinda gli impedisce di suicidarsi. Il mago Ismeno lancia un
incantesimo sul bosco in modo che i crociati non possano ricostruire la torre.
L'unico in grado di spezzare l'incantesimo è Rinaldo, prigioniero della maga
Armida. Due guerrieri vengono inviati da Goffredo per cercarlo e alla fine lo
trovano e lo liberano. Rinaldo vince gli incantesimi della selva e permette ai
crociati di assalire e conquistare Gerusalemme. I Dialoghi La stesura di prose
dialogiche impegnò Tasso fin dal 1578, anno della composizione del Forno overo
de la Nobiltà. La dialogistica tassiana è stata da sempre relegata al
margine dalla critica: De Sanctis accenna soltanto al Minturo overo della
Bellezza, limitandosi ad asserire che Tasso da giovane fu “infetto dalla peste
filosofica”. Un giudizio a dir poco sminuente se si considera che il poeta
compose venticinque dialoghi (e questa è solo la cifra canonica; non si fa
riferimento, infatti, agli abbozzi e ai rimaneggiamenti) e vi pose il suo
impegno fino alla morte. Una valutazione più precisa è fornita da
Donadoni: lo studioso dedica un intero capitolo della sua monografia ai
Dialoghi indagandone trame, fonti e suggestioni. La prima edizione moderna
del corpus dialogico tassiano è quella di Guasti, il quale, però, non riuscendo
a reperire tutti i manoscritti dei Dialoghi si basa sui testimoni a stampa,
dando vita ad un’edizione, che presenta corruttele da far rabbrividire i
moderni filologi. Un grande passo in avanti nella fortuna dei Dialoghi è
rappresentato dall’edizione critica di Ezio Raimondi pubblicata nel 1958, di
capitale importanza per gli studiosi tassiani i quali, ancora oggi, continuano
a considerarla punto di riferimento. Raimondi considerò i Dialoghi tassiani
come opere postume, scegliendo la versione più attendibile fra manoscritti e
stampe in base alla loro storia individuale. Questo criterio non è stato
accettato da Stefano Prandi e Carlo Ossola, i quali hanno proposto un’edizione
storica dei Dialoghi che tenesse conto dei testi effettivamente circolanti
all’epoca dello scrittore. L’edizione in realtà non ha mai visto la luce e si è
fermata ad uno specimen che avrebbe dovuto anticipare una successiva edizione
completa. Negli ultimi anni gli studiosi della prosa tassiana sono aumentati:
si è posta attenzione al Tasso politico, con due edizioni commentate della
Risposta di Roma a Plutarco e al Tasso egittologo di cui si è occupato Bruno
Basile. Non mancano letture dei singoli dialoghi: Basile e Arnaldo Di Benedetto
si sono occupati del Padre di Famiglia (rispettivamente, Fonti culturali e
invenzione letteraria nel «Padre di famiglia» di Torquato Tasso; e Torquato
Tasso, «Il padre di famiglia»); Emilio Russo del Manso (Amore e elezione nel
"Manso" di Tasso), Massimo Rossi del Malpiglio Secondo e del Rangone
(Io come filosofo era stato dubbio. La retorica dei "Dialoghi" di
Tasso); Maiko Favaro, dopo la monografia di Prandi/Ossola, ha offerto una
puntuale lettura del Forno, premiata con il premio Tasso (Le virtù del tiranno e le passioni
dell’eroe. Il “Forno overo de la Nobiltà” e la trattatistica sulla virtù
eroica); Angelo Chiarelli si è, invece, occupato del Malpiglio overo de la
corte (Una «congregazione di uomini raccolti per onore». Tentativi di
aggiornamento della teoria cortigiana nella dialogistica e nella prosa
tassiana), preceduto dal contributo di Massimo Lucarelli sullo stesso argomento
(Il nuovo «Libro del Cortegiano»: una lettura del «Malpiglio» di C.) e del
Costante («Questa concordia è sempre nelle cose vere». Note per una
contestualizzazione de «Il Costante overo de la clemenza» di Tasso).
L'edizione critica di Raimondi fornisce il testo dei venticinque dialoghi
tassiani, con un'appendice che ci permette di conoscere i manoscritti
superstiti e le stampe. Questo il titolo dei vari dialoghi: Il Forno
overo de la Nobiltà; Il Beltramo overo de la cortesia; Il Forestiero Napoletano
overo de la gelosia; Il N. overo de la pietà; Il Nifo overo del piacere; Il
messaggiero; Il padre di famiglia; De la dignità; Il Gonzaga secondo overo del
giuoco; Dialogo; Il Rangone overo de la pace; Il Malpiglio overo de la corte;
Il Malpiglio secondo overo del fuggir la moltitudine; La Cavalletta overo de la
poesia toscana; Il Gianluca overo de le maschere; Il Cataneo overo de gli
idoli; Il Ghirlinzone overo l'epitaffio; La Molza overo de l'amore; Il Costante
overo de la clemenza; Il Cataneo overo de le conclusioni amorose; Il Manso
overo de l'amicizia; Il Ficino overo de l'arte; Il Minturno overo de la
bellezza; Il Porzio overo de le virtù; Il Conte overo de le imprese. Le sette
giornate del mondo creato È un poema in endecasillabi sciolti, accanto ad altre
opere di contenuto religioso di impronta chiaramente controriformistica. Il
poema venne pubblicato postumo. Si fonda sul racconto biblico della creazione
ed è suddiviso in sette parti, corrispondenti come dice il titolo ai sette
giorni nei quali Dio creò il mondo, e presenta una continua esaltazione
della grandezza divina della quale la realtà terrena è un pallido
riflesso. Le lacrime di Maria Vergine e Le lacrime di Gesù Cristo Si
tratta, come nel caso de Le sette giornate del mondo creato, di due scritti
facenti parte delle cosiddette "opere devote" del Tasso. Nello
specifico, sono due poemetti in ottave che riprendono la tradizione della
"poesia delle lacrime", in voga nella seconda metà del Cinquecento,
appena qualche anno prima della morte. Influenze culturali Statua
di Tasso a Sorrento La figura del Tasso, anche per la sua pazzia, divenne
subito popolare. La lucidità delle opere scritte durante il periodo di
prigionia nell'Ospedale di Sant'Anna fece diffondere la leggenda secondo cui il
poeta non era veramente pazzo ma fu fatto passare per tale dal duca Alfonso che
voleva punirlo per aver avuto una relazione con sua sorella, imprigionandolo
(anche se, come si è visto, è assai più probabile che la vera ragione della
reclusione consistesse nell'autoaccusa del poeta di fronte al tribunale
dell'Inquisizione). Questa leggenda si diffuse rapidamente e rese
particolarmente popolare la figura del Tasso, fino a ispirare a Goethe il
dramma C.. In età romantica il poeta divenne il simbolo del conflitto
individuo-società, del genio incompreso e perseguitato da tutti coloro che non
sono in grado di comprendere il suo talento straordinario. In particolare
Giacomo Leopardi, che quando si recò a Roma il giorno venerdì 15 febbraio del
1823 pianse sul sepolcro del Poeta in S. Onofrio (commentando in una lettera
che quella esperienza era stata per lui "il primo e l'unico piacere che ho
provato in Roma"), considerava Torquato Tasso come un fratello spirituale,
ricordandolo in numerosi passi dei propri scritti (tra cui quello citato) e nel
Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare (una delle Operette
morali). Molta parte della poesia recanatese è impregnata di stile tassesco:
i notturni di alcuni canti, come La sera del dì di festa o Canto notturno di un
pastore errante dell'Asia, richiamano quelli della Gerusalemme, mentre nella
canzone Ad Angelo Mai Leopardi crea una forte empatia con il «misero Torquato,
spirito fraterno «concepito come un alter ego. I due nomi femminili più celebri
presenti nei Canti, Silvia e Nerina, furono ripresi dall'Aminta. In
generale, l'attenzione si spostò dai personaggi della Liberata al dramma
esistenziale vissuto dal suo autore. Ferretti scrisse le parole del Torquato
Tasso, melodramma in tre atti musicato da Gaetano Donizetti e rappresentato per
la prima volta al Teatro Valle. Il "mito" conquistò anche Franz
Liszt: era quando l'apostolo del Romanticismo metteva in musica l'opera
byroniana Il lamento del Tasso, dando vita al poema sinfonico Tasso. Lamento e
Trionfo. Il poeta vicentino ottocentesco Jacopo Cabianca ha dedicato al
Tasso un poema in dodici canti intitolato appunto Il Torquato Tasso. Nei
primi anni del ventesimo secolo il compositore catanese Pietro Moro si
concentrò sugli ultimi momenti di vita del poeta con Ultime ore di Torquato
Tasso, carme in un atto sulle parole di Giovanni Prati (riviste per l'occasione
da Rojobe Fogo). Torquato Tasso nel cinema Torquato Tasso, regia di Luigi
Maggi, Torquato Tasso, regia di Roberto Danesi. Adattamenti cinematografici de
La Gerusalemme liberata Il primo regista a girare un film sull'opera fu Enrico
Guazzoni. Ne farà due remake; Gerusalemme liberata, di Enrico Guazzoni;
La Gerusalemme liberata, di E. Guazzoni); La Gerusalemme liberata, di Carlo
Ludovico Bragaglia; I due crociati, parodia di Giuseppe Orlandini con Franco e
Ciccio. Alitalia gli ha dedicato uno dei suoi Airbus, Laurea poetica nastrino
per uniforme ordinariaLaurea poetica (postuma) — Roma. Giovan Pietro
D'Alessandro, Vita di Torquato Tasso, ed. da C. Gigante, in «Giornale storico
della Letteratura Italiana», Giovan Battista Manso, Vita di Torquato Tasso, B.
Basile, Roma, Salerno Editrice, Pier Antonio Serassi, La vita di Torquato
Tasso, Bergamo, Stamp. Locatelli, 2 to. Solerti, Vita di C., Torino-Roma,
Loescher, Tonelli, C., Torino, Paravia, Giulio Natali, Torquato Tasso, Roma,
Tariffi, Capitoli di storie letterarie Ettore Bonora, in Storia della
letteratura italiana, dir. E. Cecchi e N. Sapegno, Milano, Garzanti, Marziano
Guglielminetti, in Storia della civiltà letteraria italiana, dir. G. Barberi
Squarotti, Torino, Pomba, Guido Baldassarri, in Storia generale della
letteratura italiana, N. Borsellino e W. Pedullà, V. L'età della Controriforma. Il tardo
Cinquecento, Milano, Motta,. Monografie: Francesco Falco, Dottrine filosofiche
di Torquato Tasso, Lucca, Serchio, 1895. Felice Vismara, L'animo di Torquato
Tasso rispecchiato ne' suoi scritti, Milano, Hoepli, Bianchini, Il pensiero
filosofico di Torquato Tasso, Verona, Drucker, A. Sainati, La lirica di
Torquato Tasso, Pisa, Nistri, E. Donadoni, C., Venezia, La Nuova Italia, Getto,
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sulla letteratura del Rinascimento, Firenze, La Nuova Italia, Walter Moretti,
Torquato Tasso, Roma-Bari, Laterza, Arnaldo Di Benedetto, Con e intorno a
Torquato Tasso, Napoli, Liguori, Franco Fortini, Dialoghi con T., Torino,
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e leggiero» Torquato Tasso e la cultura del suo tempo, Pasquale Sabbatino,
Dante Della Terza, Giuseppina Scognamiglio, Napoli, Edizioni Scientifiche
Italiane, Claudio Gigante, Tasso, Roma, Salerno, Aminta, Sozzi, in T. Tasso,
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Successori Le Monnier, Dialoghi, E. Raimondi, Firenze, Sansoni («Autori
classici e Documenti di lingua pubblicati dall'Accademia della Crusca»),
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d'Italia»), Discorso della virtù feminile e donnesca, M.L. Doglio, Palermo,
Sellerio, Gerusalemme conquistata, L. Bonfigli, Bari, Laterza («Scrittori
d'Italia»), Gerusalemme conquistata. Ms. Vind. Lat. 72 della Biblioteca
Nazionale di Napoli, C. Gigante, Alessandria, Edizioni dell'Orso,. Gerusalemme
liberata, L. Caretti, Milano, Mondadori («I Meridiani»). Giudicio sovra la
‘Gerusalemme' riformata, C. Gigante, Roma, Salerno Editrice («Testi e documenti
di letteratura e di lingua», Il Gierusalemme, L. Caretti, Parma, Zara («Le
parole ritrovate»), Il Monte Oliveto, Lagomarzini, in «Studi tassiani», Il Re
Torrismondo, V. Martignoni, Parma-[Milano], Guanda-Fondazione Pietro Bembo
(«Biblioteca di scrittori italiani»),
Intrichi d'amore, E. Malato, Roma, Salerno Editrice («Testi e documenti
di letteratura e di lingua», I), Le Lettere di T. T. disposte per ordine di
tempo ed illustrate da C. Guasti, Firenze, Le Monnier, Le prose diverse, C.
Guasti, 2 voll., Firenze, Le Monnier, Le Rime, B. Basile, Roma, Salerno Editrice, Le Rime, edizione
critica su i manoscritti e le antiche stampe A. Solerti, Bologna,
Romagnoli-Dall'Acqua,Lettere poetiche, C. Molinari, Parma-[Milano],
Guanda-Fondazione Pietro Bembo («Biblioteca di scrittori italiani»), Mondo
creato, G. Petrocchi, Firenze, Le Monnier. Opere minori in versi, A. Solerti,
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Plutarco, E. Russo, commento di E. Russo e C. Gigante, Torino, RES, Teatro, M.
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fortuna Arnaldo Di Benedetto, «La sua vita stessa è una poesia»: sul mito
romantico di Torquato Tasso, in Dal tramonto dei Lumi al Romanticismo.
Valutazioni, Modena, Mucchi, Doglio,
Origini e icone del mito di Torquato Tasso, Roma, Bulzoni, Anderson Magalhães,
«Uno scrittore di cose secrete»: la fortuna de Il Secretario di C. fra Italia e
Francia, in «Il Segretario è come un angelo». Trattati, raccolte epistolari,
vite paradigmatiche, ovvero come essere un buon segretario nel Rinascimento,
Atti del XIV Convegno Internazionale di Studio organizzato dal Gruppo di Studio
sul Cinquecento francese, Verona, Rosanna Gorris Camos, Fasano, Schena, Umberto
Lorenzetti, Cristina Belli Montanari, L'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di
Gerusalemme. Tradizione e rinnovamento all'alba del Terzo Millennio, Fano Sulle
Rime Arnaldo Di Benedetto, Fra petrarchismo e Barocco: le «Rime» di Torquato
Tasso, «A me versato il mio dolor sia tutto», Lo sguardo di Armida (Un'icona
della «Gerusalemme liberata»), Per un anonimo in meno: l'autore del dialogo «Il
Tasso», in Tra Rinascimento e Barocco. Dal petrarchismo a Torquato Tasso,
Firenze, Società Editrice Fiorentina, Massimo Colella, «Parmi ne’ sogni di
veder Diana». Emersioni seleniche nelle Rime di Torquato Tasso, in
«Griseldaonline», 1Sull'«Aminta» Mario Fubini, L'«Aminta»: intermezzo alla
tragedia della «Liberata», in Studi sulla letteratura del Rinascimento, Accorsi,
«Aminta»: ritorno a Saturno, Soveria Mannelli, Rubbettino, Arnaldo Di
Benedetto, Il sorriso dell'«Aminta», in «Giornale storico della letteratura
italiana», Arnaldo Di Benedetto, Tasso, Haller, Ungaretti, in «Studi tassiani»,
Sui Dialoghi A. Benedetto, Torquato Tasso, «Il padre di famiglia», in
L'«incipit» e la tradizione letteraria italiana. Dal Trecento al tardo
Cinquecento, Pasquale Guaragnella e Stefania De Toma, Lecce-Brescia, Pensa
MultiMedia, Chiarelli, «Questa concordia è sempre nelle cose vere». Note per
una contestualizzazione de «Il Costante overo de la clemenza» di Tasso, in
«Filologia e Critica», Angelo Chiarelli, Una «congregazione di uomini raccolti
per onore». Tentativi di aggiornamento della teoria cortigiana nella
dialogistica e nella prosa tassiana, in «La Rassegna della letteratura
italiana», Raimondi Ezio, Il Problema
Filologico e Letterario dei Dialoghi di T. Tasso, in Rinascimento Inquieto,
Einaudi, Torino. Bozzola Sergio, «Questo quasi arringo del ragionare». La
Tecnica dei «Dialoghi» Tassiani, in «Italianistica, Rivista di Letteratura
Italiana», Baldassarri Guido, L’arte del dialogo in Torquato Tasso, in «Studi
Tassiani», Guido Armellini e Adriano
Colombo, Torquato TassoL'uomo, in Letteratura italianaGuida storica: Dal
Duecento al Cinquecento, Zanichelli Editore, Luperini, Cataldi, Marchiani, La
scrittura e l'interpretazione, Palumbo, L. Tonelli, C., Torino); Lettere di
Torquato Tasso (Firenze, Le Monnier); L. Tonelli, G. Natali, Torquato Tasso,
Roma, G. Natali, cA. Solerti, Vita di Torquato Tasso, Torino. Altri pensano
invece che queste sperimentazioni risalgano al periodo patavino o addirittura a
quello bolognese. G. Natali, cit., Luperini, Cataldi, Marchiani, La scrittura e
l'interpretazione, Palumbo, G. Natali, cG. Natali, Tonelli, cit.68 G. Natali,
L. Tonelli, Durante, A. Martellotti, «Giovinetta Peregrina». La vera
storia di Laura Peperara e Torquato Tasso, Firenze, Olschki, W. Moretti, C., Roma-Bari Baldi, Giusso,
Razetti, Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo, Milano:
Paravia, L. Tonelli, cil rapporto
amoroso è stato ipotizzato in particolare da Angelo de Gubernatis in T. Tasso,
Roma, Tipografia popolare, L. Tonelli, c Lettere, cit., I22 L. Tonelli, cit.89 L. Tonelli, Lettere, cit., I49 Secondo Doglio la data non è casuale e si
inserirebbe nella tradizione petrarchesca. Petrarca avrebbe infatti visto per
l'unica volta Laura, cfr. Doglio, Origini e icone del mito di C., Roma Lettere,
c Lettere, Lettere, Si tratta di
un'epistola al Gonzaga; Lettere, cit.,
L. Tonelli S. Guglielmino, H. Grosser, Il sistema letterario, Milano,
Principato, L. Tonelli, Lettere, Si
trattava comunque di uno stipendio oggettivamente basso, che a una persona
comune avrebbe garantito a stento la sopravvivenza; L. Tonelli, cit.172 Lettere, L. Chiappini, Gli Estensi, Milano,
Dall'Oglio, A. Solerti, cA. Solerti, cit., II,
120-121 A. Solerti, L. Tonelli,
cit. G. B. Manso, Vita del Tasso, in Opere del Tasso, Firenze, M. Vattasso, Di
un gruppo sconosciuto di preziosi codici tasseschi, Torino, M. Vattasso, cA.
Solerti, L. Tonelli, c M. L. Doglio, I. De Bernardi, F. Lanza, G. Barbero,
Letteratura Italiana, 2, SEI, Torino,
Lettere, cit., I298 Lettere, cit.,
I299 A. Solerti, ccosì scrive al
cardinale Luigi un suo informatore L. Tonelli, Lettere, Tonelli, Solerti, Lettere, Guasti, Napoli, Rondinella, A. Corradi, Delle infermità di Torquato
Tasso, Regio Instituto Lombardo, Tonelli, M. L. Doglio, cit., 41 e ss.
Opere di Torquato Tasso, Firenze, Tartini e Franchi, L. Tonelli,
cInfarinato era il nome accademico assunto dal Salviati Tra parentesi sono indicate le date di
pubblicazione L. Tonelli, Opere, cit.,
Tra parentesi si indicano due date, quella di composizione e quella di
pubblicazione Lettere. La prima versione di quelli che saranno Gli
intrichi d'amore non ci è pervenuta L.
Tonelli, L. Tonelli, Ovidio, Saggi critici, Napoli, Morano, Non fu più tenero
il Solerti; L. Chiappini, c L. Tonelli, cit.
L.Tonelli, Solerti, cLettere, L.
Tonelli, cit., 266-267 Lettere, c L. Tonelli, Mazzoni, Del Monte
Oliveto e del Mondo creato di C., in Opere minori in versi di Torquato Tasso,
Bologna, Zanichelli, E. Donadoni, C.,
Firenze, Battistelli, G. B. Manso, Vita
di T. Tasso, in Opere di C., Firenze; Lettere, Così al Costantini;
Lettere, Lettere, L. Tonelli, Passo riportato in A. Solerti, A.
Solerti, L. Tonelli, Lettere, Lettere, cit.,Lettere, cit., Lettere, A niuno
sono più obligato che a Vostra Eccellenza, ed a niuno vorrei essere
maggiormente; perché è cosa da animo grato l'esser capace de le grazie e de gli
oblighi. Laonde non ho voluto più lungamente ricusare il secondo suo dono
di cento scudi, bench'io non abbia mostrato ancora alcuna gratitudine del
primo; ma la conservo ne l'animo, e ne le scritture: e ne l'uno sarà forse
eterna, e ne l'altre durerà tanto, quanto la memoria de le mie fatiche. Niuno
de' presenti o de' posteri saprà chi mi sia, che non sappia insieme quant'io
sia debitore a la cortesia di Vostra Eccellenza, ed a la sua liberalità; con la
quale supera tutti coloro che possono superar la fortuna." Così scrive il
Tasso al marchese Giovanni Ventimiglia da Firenze. Soltanto C. dedica al
marchese due composizioni encomiastiche, non portando però a compimento il
promessogli poema Tancredi normando.
Lettera a Scipione Gonzaga, Lettere. E. Rossi, Il Tasso in Campidoglio,
in Cultura, Lettere, cit., V6 L.
Tonelli, cit.278 Lettere, cit., V62 L. Tonelli, Cipolla, Le fonti storiche della
«Genealogia di Casa Gonzaga», in Opere minori in versi di Torquato Tasso,
cit., I
L. Tonelli, G. B. Manso, L.Tonelli, L. Tonelli, E. Rossi, c A. Solerti,
Lettere, cit., Lettere, cLettera ad Antonio Costantini, in Lettere, Lettera di
Maurizio Cataneo a Ercole Tasso; A. Solerti, cit., II363 Lettera di monsignor Quarenghi a Giovan
Battista Strozzi, A. Solerti, cAlmanach du gotha, de J.-H. de Randeck, Les plus
anciennes familles du monde: répertoire encyclopédique des 1.400 plus anciennes
familles du monde, encore existantes, originaires d'Europe, de Karl Hopf, Historisch-genealogischer
Atlas: Seit Christi Geburt bis auf unsere Zeit, de A. M. H. J. Stokvis, Manuel
d'histoire: Les états de Europe et leurs colonies, de Pierantonio Serassi, La
vita de Torquato Tasso8. de Niccolò Morelli
di Gregorio, Della vita di Torquato Tasso, de Pierantonio Serassi, La vita di
Torquato Tasso10. (DE) de Karl Hopf,
Historisch-genealogischer Atlas: Seit Christi Geburt bis auf unsere Zeit, de
Heinrich Léo Dochez, Histoire d'Italie pendant le Moyen-âge C., Discorsi
dell'arte poetica, I, 12 in Le prose diverse di Torquato Tasso (C. Guasti),
Firenze, Monnier, Discorsi dell'arte poetica, cit., I, 15 A. Solerti, F. D'Ovidio, Saggi critici,
Napoli, Morano, U. Renda, Il Torrismondo di Torquato Tasso e la tecnica tragica
nel Cinquecento, Teramo, E. Donadoni, G. Carducci, Il Torrismondo, testo
premesso all'ed. Solerti delle Opere minori in versi di Torquato Tasso, L.
Tonelli, C., Risposta di Roma a Plutarco, Res, Risposta di Roma a Plutarco e
marginalia | Edizioni di Storia e Letteratura, su storiaeletteratura. Angelo
Chiarelli, Una «congregazione di uomini raccolti per onore». Tentativi di
aggiornamento della teoria cortigiana nella dialogistica e nella prosa
tassiana, in «La Rassegna della letteratura italiana». Questa concordia è
sempre nelle cose vere». Note per una contestualizzazione de «Il Costante overo
de la clemenza» di Tasso, in «Filologia e Critica», Sul muro esterno della
Chiesa di S. Onofrio, a Roma, una tavola con iscrizione tedesca ricorda il
soggiorno di Goethe e l'ispirazione che lo portò a scrivere il dramma, dopo
aver veduto la tomba del poeta custodita all'interno dell'edificio sacro Ad Angelo Mai, v. 124 Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria, Dal testo
alla storia dalla storia al testo, Milano, Paravia, Failla, Ante Musicam
Musica. C. nell'Ottocento musicale italiano, Acireale-Roma, Bonanno, Emersioni
seleniche nelle Rime di C. Colella | Griselda Online, su griseldaonline.
2Torquato Tasso, commedia goldoniana Tasso, dramma di Goethe, Torquato Tasso,
opera di Gaetano Donizetti Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare,
dalle Operette morali di Giacomo Leopardi Thurn und Taxis, ramo austriaco della
famiglia Tasso di Bergamo, fondatori delle prime poste europee Museo tassiano,
museo dedicato a Torquato Tasso Accademia dei Catenati Cella del Tasso, attuale
ubicazione a Ferrara. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Torquato Tasso, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Torquato Tasso, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. To Tasso, su BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Opere di Torquato Tasso, su
Liber Liber. Opere di C., su openMLOL,
Horizons Unlimited srl. Opere di Torquato Tasso,. Opere Progetto Gutenberg.
Libri Vox. C., in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company. Spartiti o
libretti di Torquato Tasso, su International Music Score Library Project,
Project Petrucci Tasso, su Internet Movie Database, IMDb.com. Torquato Tasso Testi completi e cronologia
delle opere. Opere integrali in più volumi dalla collana digitalizzata
"Scrittori d'Italia" Laterza Opere di C., testi con concordanze,
lista delle parole e lista di frequenza Due segregazioni: il Cantico spirituale
di Giovanni della Croce e Il Re Torrismondo di C., su midesa). Opere di C.
colle controversie sulla Gerusalemme poste in migliore ordine, ricorrette
sull'edizione fiorentina, ed. illustrate dal professore Gio. Rosini, Pisa,
presso Niccolò Capurro, Le lettere di Torquato Tasso disposte per ordine di
tempo e illustrate da Cesare Giusti, 5 voll., Firenze, Felice Le Monnier, I
dialoghi, Cesare Guasti, Firenze, Felice Le Monnier, Le rime di Torquato Tasso.
Edizione critica su i manoscritti e le antiche stampe Angelo Solerti, Bologna,
presso Romagnoli-Dall'Acqua, Opere di C.. DELL'ARTE DEL DIALOGO. Voi mi
pregate, pad* molto reverendo, nelle vostre lettere, eh' io voglia darvi alcuno
ammaestramento: e i chiedete, se non m'inganno, dello scrivere i
dialoghi, perchè son quelle medesime nelle quali m'avvisate d' aver ricevuti
quelli della poesia toscana e della pace. E se propriamente ragionale, io
non posso compiacervi, perchè tanto a me disdioevol sarebbe la persona di
maestro, quanto a voi quella di scolare: né rifiutandola io temo di poterne
esser biasimato, come Giotto, perch'agli ricusò convenevole onore: io non
accetto ufficio non conveniente. Bla se volete onorarmi con questo nome, e
ammaestramento chiamate l' opinione» io la scriverò; perchè niuna cosa
debbo tenervi celata, la qual possa giovar agli altri, oppure a me stesso'; ed
allora stimerò buone le mie ragioni» che dal vostro giudicjo saran
confermate. E se -delle regola avviene quel che delie leggi : siccome
altre leggi hanno i Genovesi diverse da quelle oV Veneziani o de/
Ragusei, oasi potrebbero avere altri precetti nell'artificio del bene scrivere»
Ma io non gli voglio dar questo nome, nò voi gliele scrivete in fronte ;
perciocché io l'ho raccolte in un'operetta assai breve per assomigliar
alcuni dottori cortigiani, i quali' non potendo sostener persona così
grave, vestono di corto. E a' in questo abito potranno sensa fastidio
esser lette dagli amid ' e da parenti, non v' incresca di
leggere.Nell'imitazione o s'imitano l' azioni degli uomini o i
ragionamenti: e quantunque poche operazioni si facciano alla mutola, e
pochi discorsi senza operazione, almeno dell' intelletto, nondimeno assai
diverse giudico quelle da questi : e degli speculativi è proprio il discorrere,
siccome degli attivi l'operare. Due sàran dunque i primi generi
dell'imitazione: l'un dell'azione, nel quale son rassomigliati gli
operanti: l' altro delle parole, nel quale sono introdotti i ragionanti.
E. 1 primo genere si divide in altri, che sono la tragedia e la commedia,
ciascuna delle quali patisce alcune divisioni: e '1 secondo si può
divider parimente. Ed Aristide un de' più famosi Greci, i quali scrissero e
non parlarono, così parve che gli dividesse, dicendo che Platone avea
comicamente rappresentato Ippia, Prodico, Protagora, Gorgia, Eutedemo,
Bonisidoro, Agatone, Cinesia e gli altri: e ch'egli medesimo chiama le
sue leggi tragedia, e si confessa ottimo tragico. Ma tra' moderni v*è chi
gli divide altramente, facendone tre specie: l'una delle quali può
montare in palco, e si può nominare rappresentativa, perciocché in essa
vi siano persone introdotte a ragionare cioè in alto, com' è usanza
di farsi nelle commedie e nelle tragedie: e simil maniera è tenuta
da Platone nei suoi Ragionamenti, e da Luciano ne' suoi; ma un'altra
ce n' è, che non può montare in palco, perciocché conservando1' autore
la" sua persona, come isterico narra quel che disse il tale e '1
cotale: e questi due ragionamenti si possono domandare istorici o
narrativi, e tali sono per- lo più quelli di Cicerone. E c'è ancora la
terza maniera ed è di quelli, che son mescolati della prima e della
seconda maniera, conservando l'autore la sua prima persona, e narrando
come istorio): e poi introducendo a favellar tyafiarix&s come s'usa
<fi far nelle tragedie e nelle commedie: e può e non montare in palco, cioè
non può montarvi, in quanto l' autore conserva la sua persona ed è come
1* istorico: e può montarvi in quanto s'introducono le persone
rappresentativamente a favellare: e Cicerone fece alcuni ragionamenti sì fatti.
E quantunque questa- divisione sia tolta dagli antichi e paia diversa
dall' altra, nondimeno l'intenzione forse è l'istessa; perchè la tragedia
si divide in quella che si dice tragedia propriamente, e nell'altra
nella qual parla il poeta: e tragedia sì fatta compose Omero. E questa
divistone perchè è fatta in due membri, è più perfetta; nondimeno i àiaIoghi
sono stati detti tragici e comici per similitudine, perchè le tragedie e le
commedie propriamente sono l'imitazione dell'azione; però tragici si
posson chiamar sopra tutti gli altri il Critone e 1 Fedone: Dell' un de'
quali Socrate condannato alla morte, ricusa di fuggirsene con gli amici:
nell'altro dopo lunga deputazione dell' immortalità dell'anima bee il veleno. E
comico è il convito nel quale Aristofane è impedito dal rutto nel
favellare; ed Alcibiade ubriaco si mescola fra i convitati. Ma il
Menesseno par misto di queste due specie: perciocché Socrate battuto
dalla maestra Aspasia è persona comica; ma lodando i morti ateniesi
innalza il dialogo all' altezza della tragedia. Pur questi medesimi
dialoghi non son vere tragedie, ovvero commedie; perchè nell' une e nelT
altre le quistioai e i ragionamenti son descritti per l'azione; ma ne'
dialoghi l'azione è quasi giunta de' ragionamenti : e 8' altri la rimovesse,
il dialogo non perderebbe la sua l'orma. Dunque in lui queste differenze
sono accidentali piuttosto che • altramente ; ma le proprie si terranno
dal ragionamento jslesso e da' problemi in lui contenuti, cioè dalle cose
ragionate, non sol dal modo di ragionare. Per eh' i ragionamenti sono o
di cose che appartengono alla contemplazione, oppur di quelle che son
convenevoli all' azione e negli uni sono i problemi intenti all' elezione
e alla fuga, negli altri quelli che riguardano la scienza, e là verità; laonde
alcuni dialoghi debbono esser detti civili e costumati,, altri
speculativi. E '1 soggetto degli uni e degli altri; o sarà la quistione
infinita, come se la virtù si possa insegnare; o la finita che debba far
Socrate condannato alla morte. E perciocché gran parte de' platonici
dialoghi sono speculativi e quasi in tutti la quistione è infinita, non
pare che lor si convenga la scena in modo alcuno, né meno agli altri che
son de' costumi, perchè son pieni d' altissime speculazioni. Anzi piuttosto non
si conviene ad alcun dialogo, se non forse per rispetto dell'elocuzione,
la quale alcuna volta pare istrionica, siccome disse il Falereo, awengachè
nella scena si rappresenti l'azione o atto dal quale son denominate le
favole e le rappresentazioni dramma-* tiche. Ma nel dialogo
principalmente s' imita il ^ragionamento il qual non ha bisogno di palco:
e quantunque vi fosse recitato qualche dialogo di Platone, l'usanza fu
ritrovata dopo lui senza necessità. Perchè se in alcuni luoghi
l'elocuzione pare accomodata all'istrione, come nell'Eridemo, può leggersi
dallo scrittore medesimo, ed aiutarsi colla pronuncia. Né egli conviene
ancora il verso, come hanno detto, mala prosa ; perciocché la prosa è
parlar conveniente allo speculativo e all' uomo civile, il qual ragioni degli
uffici e delle virtù. E i sillogismi, e l'induzioni, e gli entimemi e gli
esempi non potrebbono esser convenevolmente fatti in versi. E se leggiamo
alcun dialogo in versi, come è l'amicizia bandita di Ciro predentissimo,
non stimeremo lodevole per questa cagione, ma per al* tra: e diremo, che
il dialogo- sia imitazione di ragionamento scritto in prosa senza
rappresentazione per giovamento degli uomini civili e speculativi : e ne
porremo due specie, 1' una contemplativa, e Y altra costumata : e 1 soggetto
nella prima specie sarà la quistione infinita o la finita : e quale è la
invola nel poema, tale è nel dialogo la quistione : e dico la sua forma, e
quasi Y anima. Però se una è la favola, uno dovrebbe essere il soggetto,
del quale si propongono i problemi. E nel dialogo sono oltre di ciò T
altre parti, cioè la sentenza^ e '1 costume,* e Y elocuzione ; ma
trattiamo prima della prima. Dico adunque, che la quistione si forma
della dimanda e della risposta; e perchè 1 dimandare s'appartiene
particolarmente al dialettico, par, che lo scrivere il dialogo sia
impresa di lui : ma '1 dialettico non dee richieder più cose d' uno, oppur una
cosa di molti ; perchè se altri rispondesse non sarebbe una V affermitene
o la negazione: e non chiamo una cosa quella, ch'ha un nome solo se non
si fa una cosa di quelle: come l'uomo è animai con dne piedi e mansueto :
ma di tutte questo si fa una sola cosa ; ma dell' esser bianco e dell'essere
uomo e del camminare, come dice Aristotile, non se ne fa uno; però s' alcuno
affermasse qualche cosa, non sarebbe, una affermazione ; ma una voce, e
molte l' affermazioni. Se dunque l'interrogazione dialettica ò una dimanda
della risposta, ovvero della proposizione, ovvero dell'altra parto della
contradizione: e la proposizione è una parte della contradizione, a queste cose
non sarà una risposta, né una dimanda. Ma se al dimostrativo non s'
appartiene il dimandare, a lui non converrà di scriver dialogo. E par, che
Aristotile assai chiaramente faccia questa differenza nel primo delle
prime risoluzioni fra la proposizkm dimostrativa e la dialettica,
dicendo, che la dimostrativa prende l'altra parte della contradizione;
perciocché 'colui, il qual dimostra, non dimanda, ma piglia ; ma la
dialettica è dimanda della contradlzione. Nondimeno nel primo delle
posteriori egli dice, che s' è il medesimo l' interrogazione sillogistica e la
proposizione : e le proposizioni si fanno in ciascuna scienza, ancora si posson
fare le dimando. Laonde io raccolgo, che si posson fare i dialoghi
nell'aritmetica, nella geometria, nella musica e nell' astronomia e nella
morale e nella naturale e netta divina filosofia, e in tutte F arti e in
tutte le scienze si posson fu le richieste e conseguentemente i dialoghi.
E se oggi fossero in looe dell'arte del dialogo i dialoghi scritti da
Aristotile, non ce ne sarebbe perawentura dubbio alcuno. Ma leggendo quei
di Platone, i quali son pieni di proposizioni appartenenti a tutte le scienze,
potremo chiaramente conoscere lMstcsso. Nondimeno siccome il dimandare è
proprio al dialettico, così a lui si conviene il dialogo più; che a tutti
gl’altri. Laonde Aristotele nel capitolo seguente pare, che faccia
differenza fra le matematiche e ì dialoghi, dicendo, che se fosse impossibile
mostrar dal falso il vero, sarebbe
facile il risolvere, perchè, si convertirebbono di necessità. Ma si
convertono più quelle, che son nelle matematiche, perchè non ricevono alcuno
accidente, e in ciò son differenti da quelle, che son ne’ dialoghi. E dialoghi
chiama i parlari dialettici, i quali son composti della dimanda e della
risposta. Al dialetttico dunque converrà principalmente di scrivere il dialogo,
o a colui, che vuol rassomigliarsi. E'1 dialogo sarà imitazione d' una disputa
dialettica. Va perchè quattro sono i generi delle dispute, il dottrinale,
il dialettico, il tentativo e il contenzioso, l'altre dispute ancora si
possono imitare ne' dialoghi. E forse in quelli d'Aristotele sono tutte IV.
Ma in quelli di Platone si troverebbono similmente, perchè Socrate per via d'
ammaestramento e d'esortazione parla con Alcibiade, con Fedro e con
Fedone, e come dialettico disputa con Zenone, e con Parmenide;. e come
tale riprova Ippia, GORGIA, Trasimaco e gli altri sofisti e talora gli
tenta. Ma i sofisti son contenutosi, e vaghi di gloria, come appare nell'
Eutiemo, detto altramente il Litigioso. Nondimeno questi IV generi non
sono così partitamente distinti dagl’interpreti di Platone i quali
pongono tre mdftUre di dialoghi; l'una, nella quale Socrate esorta i
giovanetti; nell’altra riprova i sofisti; la terza è mescolata dell' una
e dell' altra, la qual senza dubbio è più soave per la mescolanza.
Ma chi volesse scriver dialoghi secondo la dottrina ó? Aristotele e
arricchir di questo ornamento le scuole peripatetiche, potrebbe scriverli
in tutte IV le maniere. Ma principalmente son lodevoli le due prime: la
dottrinale e la dialettica, l'artificio della quale consiste
principalmente nella dimanda usata con mollo artificio di Socrate ne’ libri
di Platone, come appare nel primo dialogo nel quale Socrate richiede ad
Ipparco quel, che sia la cupidigia del guadagno; e in tutti gli altri
simiglianlt, non eccettuando quelli, ne’ quali sotto la persona di forestiero
ateniese dà le nuove leggi d’una città: e 'n quelli di Senofonte ancora
con arte molto simile Socrate chiede a Critobulo se l'economia è
nome di scienza, come la medicina e l'architettura. E nel Tirreno
Simonide a Jerone, che differenza aia fra la vita reale e la privata: e
dalla risposta, eh' è fatta, prendono occasione d'insegnare. Ma da questo
artificio si dipartì M. Tullio, Il quale nelle partizioni oratorie pone
la dimanda in bocca, non di quel, eh' insegna, ma di colui, ch'impara.
Ed. egli medesimo ci dimostra la diversità fra i ROMANI in quelle parole
di CICERONE: figlinolo, tuo) dunque eh' io ti dimandi scambievolmente IN
LINGUA LATINA di quelle cose medesime, delle quali tu mi suoli
addomandare nella Greca ordinatamente? Laonde pare, che la dimanda, fatta dal
discepolo, 6ia derivata da CICERONE, e l' artificio sia proprio de’ROMANI,
il quale s’usò dal Possevino e da altri nella dottrina peripatetica,
perchè forse è più facile. Ma è non così lodevole, né fu, eh' io mi
ricordi, usata dagl’antichi. E per questa ragione M. Tullio nelle
Quistioni Tuscalane più s' avvicina all' arte de’ Greci ; perciocch' egli
comandava, che alcun de' suoi famigliari ponesse quello, che gli pareva,
ed egli contraddiceva alla conclusione in questo modo. Auditore. La
morte mi pare esser male. M. A quelli che son morti o a quelli eh' han
da morire P La quale è vecchia e Socratica ragione di disputar contra
l' altrui opinione. Tuttavolta il por la conclusione ha dello scolastico: e
però dice d'aver poste ne' V libri le scuole de' V giorni. Tanto potè l' amor
della filosofia in un vecchio senator romano, padre della patria, il qual
quistiona secondo il costume de' Greci forse per ingannar se stesso in
questo modo e consolarsi nella servitù. Ma non si dimenticò ne’ libri dell'
oratore di quel, eh' era convenevole a' romani Senatori; laonde CRASSO e MARC’ANTONIO
in altra maniera introduce a favellare. Ma fra tutti i dialoghi Greci,
lodevorrssimi sono que' di Platone; perciocché superano gl’altri d'arte,
di SOTTILITÀ, d'acume, e d'eleganza e di varietà di concetti e
d'ornamento di parole. E pel secando luogo son quei di Senofonte; e quei di LUCIANO
nel terso. Ma CICERONE è primo fra' LATINI, il quale volle forse
assomigliarsi a Platone: nondimeno nelle quistioni, e nelle dispute alcuna
volta è più simile agli oratori, che a' dialettici. Ma nel secondo luogo non so
che se gli avvicini, o chi possa paragonare a' Greci. E NELLA NOSTRA LINGUA coloro,
che hanno scritto dialoghi, per la maggior parte hanno seguita la maniera
meno artificiosa, nella quale dimanda quegli, che vuole imparare, non quel, che
riprova. E se alcuno s'è dipartito da questo modo di scrivere, merita
lode maggiore: e tanto basti della prima parie, che è la quistione. Ma
perchè il dialogo è imitazione del ragionamento, e il dialogo dialettico
imitazione della disputa, è necessario, che i ragionanti e i disputanti abbiano
qualche opinione delle cose disputate, e qualche costume, il qual si
manifesta alcuna volta nel disputare. Da quelli derivano l'altre due
parti nel dialogo, io dico la sentenza, e il costume: e lo scrittore del
dialogo deve imitarlo non altramente, che faccia il poeta ; perchè egli è
quasi mezzo fra il poeta e ri dialettico. E niun meglio l'imita, e
meglio l'espresse di Platone, che, descrive nella persona di Socrate il
costume d'un uomo dabbene, che ammaestra la gioventù, e risveglia gli
ingegni taidl e raffrena i precipitosi, e richiama gli erranti, e riprova
la falsità de' sofisti, e confonde l'insolenza e la vanità, amator del
giusto e del vero, magnanimo, non che. mansueto nel tollerar l'ingiurie,
intrepido nella guerra, costante nella morte. Ma in quella d'Ippia, e di GORGIA
DI LEONZIO, e d'Eutidemo, e degl’altri sì fatti si descrivono gl’avari, e
ambiziosi, e amatori di gloria, i quali non hanno vera scienza d'alcuna
cosa, ma parlano per opinione. In quella di Menoue e di Grifone descrive
il buon padre e il buon amico, e in quella d'Alcibiade, di Fedro, e di Carmide
i costumi de' nobili son descritti maravigliosamente. Oltra queste parti del
dialogo ci sono le digressioni, come nel poema gli episodj : e tale è quella d'
Eaco, e di Minos, e di Radamanto nel GORGIA, e quella di Teutdemone degl’Egizi
nel Fedro, d'Ero Panfilio ne' dialoghi della Repubblica. Ma perchè abbastanza
s'è ragionato del soggetto del dialogo, e della sentenza, e de' costumi
di coloro, che sono introdotti a favellare; resta, che parliamo
dell'ultima parte, la quale è l'elocuzione: e se crediamo ad Artemone,
che ricopiò l'epistole d'Aristotele, bisogna scriver col medesimo stilo
il dialogo e l'epìstola, perchè il dialogo è quasi una sua parte. Ma
Demetrio Falereo dice, che il dialogo è imitazione del ragionare
all'improvviso. Ma l'epistola si scrive, e si manda in dono in qualche
modo. Però dee esser fatta e polita con maggiore studio. Tultavolta nò
Platone, ne M. Tullio pare, che sempre avessero questa considerazione. Perchè
ne' dialoghi l'elocuzione dell'uno e dell'altro non è meno ornata, che quella
dell'epistole: e in tutti gli altr’ornamenti i dialoghi paiono superiori. E ciò
non par fatto senza molta ragione. Conciossiacosaché i dialoghi di
Platone e di M. Tullio sono imitazione de' migliori, e nell'imitazioni sì
fatte, le persone e le cose imitate debbono piuttosto accrescere che diminuire,
come ci insegna Demetrio medesimo, il qual vuole, che la magnificenza sia nelle
cose, se il parlare è del cielo o della terra. Oltre di ciò laddov/egli
parla od periodo ne fa tre generi : il primo isterico, il secondo
dialogico» il teno oratorio: e vuole, che ristorico sia nel meno dell'uno
e dell'altro, non molto ritondo, né molto rimesso: ma la forma
dell'oratorio sia contorta e circolare: e quella del dialogico più
semplice dell'istoria) in guisa che appena dimostri d' esser periodo. I
quali ammaestramenti sono stati meglio osservati da' Greci, che, da M.
Tullio, che imitò Platone solamente; perchè egli così nel periodo, come in
tiascun'-altra parte, ricercò la grandezza più dr Senofonte e degli
altri. Laonde usa le metafore pericolosamente in luogo delle Immagini,
che sono osate da Senofonte: e somiglia colui, 11 quale cammina in luogo,
dove è pericolo di Bdrucciolare, compiacendo a se medesimo, e avendo molto
ardire, siccome è proprio delle nature sublimi ; talché fu detto di lai,
ch'egli molto s'innalzava sovra il parlar pedestre: e che il suo parlare non
era in tutto, simile al verso, né in tutto simile alla prosa : e ch'egli
usava l'ingegno non altramente, che i re facciano la podestà: e insomma
niun ornamento di parole, niun color rettorico, ninn lume d'orazione par,
che sia rifiutato da Platone. Ma s’in alcuna parte del dialogo dobbiamo
aver risguardo agli avvertimenti di Demetrio, è in quella, nella qual si
disputa, perchè in lei si conviene la purità, e la simplicità
dell'elocuzione, e '1 soverchio ornamento par che impedisca gli
argomenti, e che rintuzzi, per così dire, l'acume, e la sottilità. Ma l'
altre parti debbono essere ornate con maggior diligenza : e dovendo lo
scrittore del dialogo assomigliare i poeti nell'espressione, e nel per le
cose innanzi agli occhi, Platone meglio di ciascuno ce le fa quasi
vedere, il qual nel Protagora parlando d'Ippocrate, che s' era arrossito,
essendo ancora di notte, soggiunge: Già appariva la luce, onde il color
pareva esser veduto e la chiarezza, die evidenza è chiamata dai Latini, nasce
dalla cura usata nel parlare, essersi ricordato, che Ippo- crate era da
lui veduto di notte. E nel medesimo dialogo leggiamo con maraviglioso
diletto, che l'eunuco portinaio, perchè i sofisti gli erano venuti a
noia, serra con ambe le mani la porta a Socrate e al com- pagno : e
appena l' apre, udendo, che non erano di loro. E ci piace il passeggiar
di Protagora e degli altri, che passeggiando con tanto or- dine ascoltavano
il ragionare : e ci par vedere lppia seder nel trono, e Prodico giacere
avviluppato. E con piacer incredibile leggiamo simil- mente che due
giovanetti appoggiati sovra il gomito descrivessero ccr-3!i, e altre
inclinazioni della sfera : e che Socrate pur col gomito, di- mandasse, di
chi ragionavano. Né con minor espressione ci pone in- nanzi agli occhi
Garmide e gli amici : e quasi veggiamo gli estremi, che sedevano da
questa parte e da quella, l'uno cadere e l'altro es- ser costretto a
levarsi. Ma sopra tutte le cose c'empie di compassione e di maraviglia il
venir di Garmide alla prigione innanzi al giorno, e l'aspettar, che si
destasse Socrate, condannato alla morte: e poi, che il medesimo raccolga
la gamba, la quale era stata legata, e grattandosi discorra del dolore e del
piacere, l'estremità de' quali son con- giunte insieme : e distendendosi,
e postosi a sedere sovra la lettiera dia principio a maggiore e più alta
contemplazione. E nel medesimo dialogo tempera il dolore, quando scherza
colle belle chiome di Fedone, le quali dovevano il giorno tagliarsi : e
nella descrizione parimente è maravi- glioso. E se leggiamo i
ragionamenti di Socrate sotto il platano, e quelli del forestiero
ateniese all'ombra degli alberi frondosi, mentre col La- cedemonio e col
Gandiano vanno all'antro di Giove, ci par di vedere, e ascoltare quello,
che leggiamo. Queste son le perfezioni di Platone, veramente
maravigliose: le quali, sebben saranno considerate, non ci rimarrà dubbio
alcuno, che lo scrittore del dialogo non sia imitatore, o quasi mezzo fra
il poeta e il dialettico. Àbbiam dunque, che IL DIALOGO sia imitazione di
ragionamento, fatto in prosa per giovamento de- gli uomini civili e
speculativi, per la qual cagione egli non ha bisogno di scena o di palco
: e che due sian le specie, l' una nel soggetto della quale sono i
problemi, che risguardano l'elezione e la fuga: l'altra speculativa, la
qual prende per subietto quistione, jche appartiene alla verità e alla
scienza; e nell'una e nell'altra non imita splamente la disputa, ma il
costume di coloro, che disputano, con elocuzioni in alcune parti piene di
ornamento, in altre di purità, come par, che si convenga alla materia. Tasso.
Tasso. Cornello. Keywords: l’arte del dialogo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Tasso”, “Grice e Cornello” – The Swimming-Pool Library. Cornello.
Luigi Speranza -- Grice e Cornificio: la ragoone conversazionae e la vera etimologia
-- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Autore di un’opera
etimologica in tre libri, composta fra il tempo di Cicerone e Ottaviano. Das
Werk des C. Longus de etymis deorum. a) Prise. GLK, C. in 1 de etymis deorum.
Macr. C. etymorum libro tertio. Cornificius in etymis: vgl. noch wo Anschlufs
an die stoische Philosophie (vgl. W. A. Baehrens, Hermes; K. Reinhardt, Kosmos
und Sympathie, München); Arnob., Festus, M. bemerkt bezüglich der Etymologie
von Minerva: C. vero, quod fingatur pingaturque minitans armis, eandem dictam
putat. (nare); (nuptiae); (oscillare); (Rediculus; s. Ed. Meyer, Herm. (lalassus). Der bloße Name Cornificius ohne
Glosse erscheint. Das diese Glossen aus dem Werk „de etymis deorum"
geflossen sind, vermuten R. Merkel. Ovids
Fasten, Berlin.; Th. Bergk, Kl. phil. Schr. Willers, De Verrio Flacco glossarum
interprete disput. crit., Halle. C. hat dann auch andere als Götteretymologien
behandelt, vermutlich wenn er von Kultusgebräuchen und Kultus-einrichtungen
sprach. Wahrscheinlich dürfen wir den gleichen Schriftsteller finden auch in
dem C. Longus bei Serv. Aen., wo es sich ebenfalls um Etymologien handelt:
invenitur tamen apud C. Longum lapydem et Icadium profectos a Creta in diversas
regiones venisse, lapydem ad Italiam, Icadium vero duce delphino ad montem
Parnasum et a duce Delphos cognominasse et in memoriam gentis, ex qua profectus
erat, subiacentes campos Crisaeos vel Cretaeos appellasse et aras
constituisse. Dieser kann dann aber
nicht identisch sein mit dem Dichter und
Feldherrn C. (Bergk.), der nie den
Beinamen Longus trug, den außerdem die Zeitverhältnisse unmöglich machen. Denn
der Verfasser der etymo'ogischen Schrift zitiert nach Macr.das Werk Ciceros de
natura deorum, das im J. 44 erschien, so das sie in den folgenden drei Jahren
von dem stark beschäftigten Statthalter Afrikas hätte geschrieben sein müssen.
Benutzt hat dann Verrius die Abhandlung 'de etymis deorum'. — J. Becker, C.Longus
und C. Gallus, Ztschr. für die Altertumsw. Wissowa, Realenz.; Funaioli 473. A
stoic wrote a book on etymology. Cornificio Lungo. Cornificio.
Luigi
Speranza -- Grice e Cornuto: la ragione conversazionale a Roma antica -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). A slave in Rome, he became one of
the city’s leading intellectuals. A member of the porch. The name Anneo points
to a connection of some kind with the family of Seneca. He taught rhetoric and
philosophy, his pupils including Agathino, Petronio Aristocrate, Lucano, and
Persio. In his will, Persio left C. his books, which he accepted, and his
money, which he rejected. He was sent into exile by Nerone. He wrote an
influential commentary on Aristotle’s Categories. He argues that the categories
reflect divisions within language, rather than within reality. In a different
essay, the Epidrome, he surveys the myths and by means of linguistic analysis
and allegorical interpretation he seeks to extract what he considers to be
their true meaning. Lucio Anneo Cornuto Cornuto. Cornuto.
Luigi Speranza -- Grice e Corrado:
la ragione conversazionale e la dieta di
Crotone e la semiotica magica– scuola d’Oria – filosofia brindisese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Oria). Filosofo
brindisese. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Oria, Brindisi, Puglia. Grice:
“I like Corrado; of course we have the beefsteak, the English do; but Corrado
philosophised on the near ‘cibo pitagorico’ a Crotone and produced a
philosophical cookbook for the noblemen!” --
Uomo di grande cultura, fu soprattutto grande gastronomo e uno dei
maggiori cuochi che si distinsero tra il '700 e l'800 nelle corti nobiliari di
Napoli, simbolo del suo tempo nella variegata realtà partenopea. E il primo
cuoco che mette per iscritto la "cucina mediterranea", il primo, a
valorizzare la grande cucina regionale italiana. Scrisse “Il cuoco
galante”, definito all'epoca un libro di alta cucina, testo richiesto in tutto
il mondo dalle principali autorità dell'epoca, e ristampato per ordini del
principe per ben 6 volte. Preparava elegantissimi banchetti in principio
alla corte di Don Michele Imperiali Principe di Francavilla presso il palazzo
Cellamare di Napoli, dove coordinava un piccolo esercito di maggiordomi,
domestici, volanti e paggi e preparava i pranzi o le cene con particolare
assortimento di vivande accoppiandole con tanta fantasia e particolari
accorgimenti architettonici ed artistici al fine di formare una coreografia
sontuosa e raffinata. Figlio di Domenico e di Maddalena Carbone. Rimasto
orfano per la morte del padre, ancora adolescente, divenne paggio alla corte di
Michele Imperiali che era Principe di Modena e Francavilla Fontana, Marchese di
Oria e Gentiluomo di camera di S.M. il Re delle due Sicilie, che lo condusse a
Napoli dove risedette per diversi anni. Appena maggiorenne, entrò a far parte
della Congregazione dei Padri Celestini nel convento di Oria. Dopo l'anno
di noviziato, fu chiamato dal Superiore Generale De Leo nella residenza
napoletana di San Piero in Maiella, dove si specializzò negli studi di filosofia.
Dallo stesso padre generale fu avviato, anche, allo studio delle scienze
naturali e dell'arte culinaria, per la quale divenne famoso. Non diventò mai
sacerdote per cui, dopo la soppressione degli ordini religiosi si stabilì a
Napoli, ove risedette per oltre cinquant'anni, insegnando la lingua francese ai
figli delle famiglie aristocratiche della città, pubblicando contemporaneamente
molte sue opere che gli diedero successo e notorietà. Per i molti impegni che
ebbe a Napoli, non tornò più ad Oria, anche se non mancarono momenti di
nostalgia per la lontananza dalla sua famiglia e dalla sua città natale.
Il Principe di Francavilla gli attribuì la mansione di Capo dei Servizi di
Bocca -- antica mansione con cui veniva chiamato colui che era preposto a
sovrintendere alla cucina, alla preparazione delle vivande e all'organizzazione
dei banchett -- di Palazzo Cellamare,
sito sulla collina delle Mortelle prospiciente il golfo di Napoli e della
famiglia del Principe, poiché molti illustri personaggi di un certo livello e
rango, che venivano a Napoli, invitati a mensa poterono constatare la fama di
questa opulenta ospitalità più spagnolesca e tipicamente partenopea che era in
uso al tempo. Parlando del suo lavoro Vincenzo Corrado così si
esprimeva: «L'abbondanza, la varietà, la delicatezza delle vivande, la
splendidezza e la sontuosiotà delle tavole richiedevano una schiera di uomini
d'arte, saggi e probi. Questa mastodontica organizzazione, era guidata proprio
da lui. Alle sue dipendenze lavoravano un maestro di casa, un maestro di cucina
ed un maestro di scalco che aveva il compito di acquistare, di cucinare, di
dissodare e di trinciare ogni tipo di animale, mentre una schiera di cuochi,
rispettando la gerarchia allora in uso, lavorava secondo la propria
specializzazione (oggi le grandi cucine dei Ristoranti hanno i cuochi di rango):
vi era il cuoco friggitorie, quello per le insalate, il pasticciere, il
bottigliere e il ripostiere. Tutti questi erano aiutati da una serie di
sguatteri e di serventi che avevano il compito di girare intorno al tavolo per
esibire lo spettacolo fantasioso delle portate prima ancora di servirle. Tutta
questa organizzazione era coadiuvata da un piccolo esercito di maggiordomi,
domestici, volanti e paggi che interveniva non appena il servizio di cucina
consegnava le varie portate artisticamente decorate. C., a seconda degli
ospiti del Principe preparava i pranzi o le cene con particolare assortimento
di vivande accoppiandole con tanta fantasia e particolari accorgimenti
architettonici ed artistici al fine di formare una coreografia sontuosa e
raffinata. Egli stesso ci descrive queste splendide composizioni con pregevole
gusto e raffinatezza, lasciando, anche, delle visioni grafiche. Gli elementi
decorativi della tavola erano affidati al maestro ripostiere che usava gusto
artistico e genialità: grandi vasi in porcellana ricolmi di fiori variopinti,
alzate di cristallo e argento a tre o quattro piani colmi di dessert o frutta o
fiori o ortaggi, bianchi gruppi di porcellana raffiguranti scene arcadiche o bucoliche;
puttini d'argento; gabbiette dorate con piccoli uccellini cinguettanti; coppe
di cristallo di varie fogge in cui guizzavano pesciolini tra foglie di rose ed
altri fiori. Il centro veniva racchiuso da una cornice di frutta, di fiori
freschi e di ortaggi, secondo la stagione variante, disposti, intervallati da
piccole spalliere di agrumi in porcellana con ortolani nell'atto di
raccoglierli. La composizione era la sintesi di un artista di provata
esperienza, di raffinata fantasia e di vivace estro, capace di accoppiare tanti
svariati elementi fondendoli insieme a formare uno spettacolo di gran gusto e
di particolare gradevolezza. Il valore del tavolo di gala completato dal
vasellame, cristalleria e argenteria di grande pregio era inestimabile. Questo
senso artistico, anche, nell'arte culinaria C. lo aveva ereditato da un suo
antenato letterato di mestiere. Ma per quanto dotato di una cultura
autodidatta, di vivacità d'ingegno, di originalità e di una particolare
facilità nell'insegnamento, se non avesse avuto la fortuna di conoscere Don
Michele Imperiali, che ne coltivò le particolari doti incoraggiandolo a
scrivere della sua specifica arte per tramandarla ai posteri, probabilmente
sarebbe rimasto un ottimo organizzatore, un appassionato gastronomo, ma la sua
fama si sarebbe estinta con lui. Le opere “Il cuoco galante’. Il primo
libro vegetariano della nostra storia. il credenziere: colui che si prendeva
cura della credenza. L'opera fu sottoposta a ben 7 ristampe. Prodotta in 7500
copie, Dalla dedica si ricava il leitmotiv dello scritto nonché la filosofia in
cui credeva l'autore, che è di questo tenore: il “buon gusto nella tavola”
inteso come “sano pensare”. Di questo trattato di gastronomia, il successo fu
istantaneo e inaspettato, in quanto la precedente opera gastronomica, La
lucerna dei cortigiani, stampata presso Napoli e dedicata a Ferdinando II duca
di Toscana, non era riuscita ad attirare l'interesse del pubblico che la
trascurò ignorandola. Invece grande successo ottenne la prima edizione
del "Cuoco Galante" che si esaurì rapidamente, tanto che il Principe
ne ordinò una seconda edizione che ebbe eguale successo. Intanto Vincenzo
Corrado migliorò e ampliò il testo di questa opera e ne preparò una terza
edizione. La fama del libro superò i confini del Regno di Napoli e
dell'Italia; infatti dall'estero giunsero richieste da tutti quegli stranieri
che avevano conosciuto ed apprezzato il Corrado alla corte degli Imperiali, per
cui si pervenne ad una quarta edizione, seguita dalla quinta e infine la sesta
pubblicata. Assolute novità introdotte dall'autore erano allora la patata, il
pomodoro, il caffè e la cioccolata. Altre saggi: Incoraggiato dal
successo del Cuoco Galante, il Principe spinse l'autore a pubblicare nel un
Credenziere del buon gusto, del bello, del soave e del dilettevole per
soddisfare gli uomini di sapere e di gusto. Egli scrive e pubblica inoltre “Il
cibo Pitagorico”, “Trattato sulle patate”, “Manovre del cioccolato” e “Manovra
del caffè”; “Trattato sull'agricoltura e la pastorizia ed infine, “Poesie
baccanali per commensali”. -- è il faro della cucina moderna della nobiltà a
cavallo del periodo della rivoluzione francese. Egli privilegia i personaggi di
rango in visita alla mensa del principe con opulenta ospitalità. Orbene in
questo contesto di sfarzo godereccio, di lusso e di differenze sociali
abissali, rimase fin abbagliato dalla nobiltà, la gente ricca e potente, verso
la quale nutre sempre sentimenti di grande reverenza se non addirittura di
venerazione. Proprio per riconoscenza al Principe, dando alle stampe i suoi due
libri, confessa. “Questi due libri che del buon gusto trattano, con la guida e
norma scrissi, e pur mercé la tua generosità mandai alle stampe, e tu di
propria mano ne *segnasti* il titolo “Il Cuoco Galante” -- l'uno e “Il
credenziere del buon gusto” l'altro, tutti e due a te li porgo come frutto di
un albero dalla mano piantato. Mio Scopo egli è di richiamare alla memoria dei
nobili uomini dei quali tu fosti la gloria l'ornamento alla memoria e la lode.
Ah? Ma qual Tu fosti non basterebbe di dire di cento e mille lingue, per cui io
stimo meglio il tacere e con il silenzio benedire gli anni che ti fu
appresso. L'organizzazione dei magnifici
banchetti e delle cene lussuose gli diedero l'appellativo di “il cuoco
galante”. La cosa straordinaria è che dietro gli scenari di un favoloso pranzo
o cena vi era una preparazione, quasi orchestrale della quale il direttore era
il filosofo. Alle sue dipendenze vi era una vera e propria squadra di addetti
alle cucine formata da precettori cuochi e servienti. La presentazione
estetica, oltre al gusto, acquista la sua importanza in cucina, ed dedica
grande spazio alle decorazioni e al modo di imbandire le tavole dei banchetti.
Nell'opera sono anche presentati i sorbetti, in vari gusti, ed il caffè, che, a
differenza dall'attuale espresso, veniva bollito in apposite caffettiere.
Precettori un precettore di alloggio e sistemazione posti per gli invitati, un
precettore di preparazione dei cibi, un precettore abile con utensili
domestici, che aveva la mansione di far provviste e comperare il necessario al
mercato per le mense, di dissodare e di affettare ogni tipo di carne o pesce.
Chef e Cuochi “Il cuoco friggitore”, il cuoco per le insalate, il pasticciere,
il bottigliere, il ripostiere. Serventi lavapiatti,
camerieri, maggiordomi, domestici, volteggianti e giullari che
intervenivano non appena il servizio di cucina consegnava le varie portate
artisticamente decorate. Non era solo una semplice cena, era un vero e
proprio spettacolo, fuori dall'immaginato. A volte comprendeva l'utilizzo di
100 persone per altrettanti o più invitati. I banchetti o le cene con
caratteristiche e assortimenti di piatti erano accoppiate con tanta inventiva e
particolari astuzie architettoniche ed eleganti al fine di plasmare una
scenografia sfarzosa e affinata. Egli stesso nelle sue opere e nei suoi
diari ci descrive queste splendide composizioni culinarie come opere d'arte,
quasi uno spreco consumarle. Bicchieri e coppe di cristallo, posate in argento
intagliate, tovaglie di pizzo fiorentino, buche e composizioni floreali, piatti
in porcellana di Capodimonte. Termini culinari "Il Cuoco Galante",
proprio nella terza edizione, alfine di una maggiore comprensione, spiega
alcuni termini "cucinarj" usati per la preparazione delle varie
pietanze, ne riportiamo un esempio: Bianchire: Far per poco bollire in
acqua quel che si vuole; Passare: Far soffriggere cosa in qualsiasi grasso;
Barda: Fetta di lardo; Inviluppare: Involgere cosa in quel che si dirà;
Arrossare: Ungere con uova sbattute cosa; Stagionare: Far ben soffrigere le
carni o altro; Piccare: Trapassar esteriormente con fini lardelli carne; Farsa:
Pastume di carne, uova, grasso ecc.; Farcire: Riempire cosa con la sarsa;
Adobare: Condire con sughi acidi, erbette, ed aromi; Bucché: Mazzetto d'erbe
aromatiche che si fa bollire nelle vivande; Salza: Brodo alterato con aromi,
con erbe, o con sughi acidi; Colì: Denso brodo estratto dalla sostanza delle
carni; Purè: Condimento che si estrae dai legumi, o d'altro; Sapore: La polpa
della frutta condita, e ridotta in un denso liquido; Entrées: Vivande di primo
servizio; Hors-dœuvres: Vivande di tramezzo a quelle di primo servizio;
Entremets: Vivande di secondo servizio; Rilevé: Vivande di muta alle zuppe, potaggi,
o d'altro. Pitagora nell’atto, che dalla
cattedra nella nostra italica scuola dettava sistemi, che riguardavano quanto
mai fosse fuori di esso lui, e di noi per pascere l’animo e l'intelletto, non
trascure di sistemare peranche ciò che meglio, e piu opportunamente al
nutrimento ed alla conservazione del meccanico nostro vivere conducesse. E però
dettando il canone o la legge, come dir si voglia, per la cucina delli suoi
mentati, non di *carni* di animali ei ditte quadrupedi, o volatili, o di pelei
imbandite vengano le mente di quanti han voglia di più lungamente, e più
lanamente vivere, ma soltanto di vegetabili erbe, di radici, di foglie, di
fiori. Ebbe cotesso filosofante la somma disgrazia di non essere da ogni
filosofo inteso, come sovente la savia donna stobeo sua moglie e espose li g
luf'J\ l&- r menti: e com’egli la tras-migrazione dell’anime avesse
ingegnata, così dalli silenziari scolari suoi, e da parecchi altri prevenuti da
quel di lui fatto sistema si divieta del cibo animalesco, e la preferizione del
solo cibo erbaceo furon pref nel sinistro senso di una supertiziosa venerazione,
cK egli aveffe per l’animale, nella macchina del quale l’anima dell’uomo dopo
la morte fojfcro tras-migrate. Ma ’ che chefané di ciò, egli è indubitata cosa,
che il cibo erbaceo fallo più confacenti all’verno, per cui vedef la più parte
dei Naturalifi a quella opinione indicimata, che l'uomo naturalmente non è
carnivoro. E se noi ponghiamo mente al parlare dell’antica filosofia, rilevaremo
con tutta chiarezza che le frutta della terra defluiate vennero al nutrimento
dell'uomo, e che sopra del pesce, dell’animale terrestre, e del volatile n eh
he lo fie[fio uomo soltanto il domini; Jlcchè l efifierfii poi dati alcuni
uomini ad alimentarsi di animali j'offe fiata una necessità di alcuni luoghi,
oppure un lusso! Non senza ragione quindi la italiana gente, ansi avvedutamente
oggi più che in altro tempo la legge pitagorica ha ripigliata ad oficrvare con
tutto impegno nella cucina del filosofo galante, e nelle mensa: e le nazioni
anche più culte, che da Italia sono lontane, han preso il gufo di dare al corpo
nutrimento più sano, gusiosso, e facile per mezzo dell’erba. Ed ecco perciò
tutta la scuola cucinaria pofia in movimento per inventar un nuovo modo a poter
preparare e condire l’erba per mezzo di altri fingili vegetabili, onde non
solamente grato al palato si renda il semplice pitagorico cibo, ma eziandio
pofia sioddisfarsii al lusso nell' imbandire laute Menfie da filmili
siempìicità compofie. E quesio è il fine della mia filosofia, difiefio, ed a
comune uso e utilità. Vero egli è, che non tutti li vegetabili dei quali ferie
preferìve qui la preparazione filano li più perfetti, e giovevoli ai nutrimento
nostro. Ma ciò ha dovuto farsi per accomodarsì af gufo comune, ed alla moda
presiente della tavola fu,di che qualunque Aristarco non avrà che opporre.
Nella mia filosofia volendosi imitare la filmile semplicittà della materia del
soggetto, con sempiice e chiaro discorso si da la pratica come ogni erba
italiana dando il suo proporzionato condimento con fughi di carne, con latte
Animali, e di fórni, con butirro, con olio, con uova, e con altr’erbe odorifere
e gusiofe debano preparar f. E intanto per a et tare, ad ogni articolo alcuna
cosa verrà premefi, che rifguarda la natura, e le virtù del vegetabile di cui
fe ne voglidn preparare la vivanda. E già qui fiegue in prima, la maniera di
far i brodi, i coli e le buri neceJTarj
pel condimento: ed in secondo luogo h nòta del vegetabile del quale nella mia
filosofia fe ne preferivo il modo di prepararli: avendo io in ciò fare
procurato di mettere in J'alvo anche il Injjo nell' imbandire con simili generi
una mensa di formalità e gala, e nel tempo Jìeffo di soddisfare il gusto
delicato dei nobili, e di provvedere alla conservazione dell’utterato. INDICE:
Velli Brodi, Coli, e Purè p. I Velli Coli a Velie Purè i tutta la c minarla
prepa- ragione de’ vegetabili, Lattuca, Spinaci, Cavolo Cappuccio, Selleri,
Zucca, Zucca lunga ia Delle Zucche Vernine ivi Cavai fiore Finocchi Iudivia
Cardoni Cavoli Torgi Carciofi Broccoli Boraggine Senape Cipolle ivi Rape
Ravanelli CicoriaPetronciane Pafiinacbe Pomidoro Cedriuoli Peparoli Pifelli
Sparaci Raperortzpli Velli Ceci Fave Faggioli 3^ De//** I-enfe 39 Funghi
Tartufi Erba per condiment, Maggiorana, Targone, Pimpinella, Santa Maria
Crefcione Origano Timo Acetofa Salvia Menta Cerfoglio Porcellana Bafiltco Ruta
Sambuco Rosmarino Tralci Vite Zafferano Anafi Cappari Scalogne Dettagli Rafano
o Ramolaccio Bettonica Idea dell'ufo delle frutta ivi. Grice: “My favourite
chapter from ‘Il cuoco galante’ is the philosophical one, on Pythagoras! I
vitto pitagorico consiste l’erba fresca, la radice, il fiore, la frutta, il
seme, e tutto cid che dalla terra produce per nostro nutrimento. Vien detto
pittagorico poiche Pitagora, com’ è tradizione, di questi prodotti della terra
soltanto fece uso. Pitagora mangia l’erba semplice e naturale, ma gli uomini
de’ nostri di li vogliono conditi, e manovrari; ed io nel voler conversare con
distinzione dell’erba procuro eseguire l’uno, e soddisfare l’altro, con
escludere le carni, e di servirmi del condimento, anche pitagorico, com'è il
ſugo di carne, il lasase, le uova, l’olio, ed il burirro per compiacere qualche
particolar palato, servirmi pure delle parti più delicate degli animali. Molte
fonti filosofica suggeriscono l'idea di un'origine mitica comune per la
semiotica e la filosofia: entrambe le pratiche, infatti, figurano come doni di
Apollo e sono a lui variamente collegate. Così, per esempio, Platone nel
Simposio: "In verità, Apollo scoprì l'arte del tiro con l'arco e la
medicina e la divinazione". È molto suggestivo, dal punto di vista
semiotico, che le due pratiche primordiali che inaugurano un sapere basato sui
segni, siano avvertite come originariamente collegate. E un effettivo stretto
collegamento esse lo trovano nella figura antichissima dello iatromantis, il
filosofo-cum-medico-indovino, che unisce in sé le facoltà di un veggente e la
capacità di curare le malattie. L'appellativo del filosofo come iatromantis è
riferito in prima istanza allo stesso dio Apollo; ma passa poi a una serie di
filosofi in vario modo legati al dio, che uniscono al dono della mantica e
della medicina, anche quello di effettuare delle purificazioni. Un elemento
fondamentale che caratterizza la figura dell filosofo iatromantis è la sua
capacità di usare una procedura diagnostica: trattandosi di un veggente, egli
è in grado di individuare la causa nascosta (il segnato) di una malattia (il
segnante), causa che è da attribuirsi sempre a un intervento sopra-naturale.
In epoca antichissima, la malattia è concepita infatti come miasma, come
contaminazione, dovuta a un contatto con un'entità divina o demonica. Si
tratta di una concezione (vale la pena sottolineado) che affonda le radici in
una religione italica pre-olimpica, animistica e demonica; cfr. Lanata;
Detienne; Dodds; Lloyd; Parker. Un'ampia panoramica sul movimento magico e
catartico era già stata fornita dagli studi del Rohde. Per questa ragione, c'è
bisogno di un filosofo-cum-medico-indovino, in grado di leggere i segni che gli
rendono accessibile il mondo delle forze oscure e sopra-naturali alle quali è
imputato il presente stato di contaminazione; in seguito alla sua diagnosi, il
filosofo-cum-iatromantis [those spots mean measles, black cloud means
rain] può indicare gli strumenti magici atti a purificare il miasma. Questa
concezione è ben iliustrata da una notizia di un filosofo della scuola
pitagorica a Crotona, Poliistore, che cita le "Memorie
pitagoriche"."L'aria, secondo i pitagorici, è piena di anime. Ed essi
le considerano demoni ed eroi e pensano che siano essi a inviare agli uomini
i sogni e i segni premonitori (semeia) e le malattie, e non solo agli uomini,
ma anche alle greggi e agli altri animali da pascolo. E a questi demoni ed
eroi sono dirette le cerimonie catartiche e apo-tropaiche e tutta la mantica e
i vaticini e tutto ciò che è di tal genere" (Diog. Laert., Vitae, D-K). Va
notato, di sfuggita, che il carattere italico molto arcaico della concezione
espressa dal brano è garantito dal riferimento al bestiame coinvolto nelle
stesse vicende della comunità umana. C'è la rappresentazione di una comunità
agricola in cui uomini e bestie formano una unità inscindibile (Cfr. Deticnne.
Sono presenti in questo passo tutti gli elementi di una semiologia SACRA e
magica abbinata a una filosofia esoterica e medicina magica. I demoni sono la
fonte delle malattie che affliggono gli uomini. Ma, contemporaneamente, sono
anche la fonte dell'informazione che concerne il mondo in-visibile o
in-perceptibile, in-sensibile, inviando agli uomini i segni (compreso quel
particolare tipo di segno che sono i sogni) dai quali si rende riconoscibile
l'origine della malattia. Del resto il circolo comunicativo si chiude
attraverso gli speciali segni che gli uomini sono chiamati a produrre: i riti
catartici e apo-tropaici. In particolare, le cerimonie apo-tropaiche sono
costituite dalla recita di epoidai, cioè di formule verbali incantatorie,
ritenute idonee a scongiurare il male. Si tratta di segni linguistici che da
una parte chiudono il circuito comunicativo con il sopra-naturale, dall'altra
sono efficaci, nel senso che intendono agire sul mondo e non rispecchiarlo.Grice:
“Oddly, my mother was keen on Mrs. Beeton, I’m keen on Signore Corrado!”
La cucina e la credenza, ad esami parlando, son sorelle gemelle, poichè
le due appartengono al buon gusto del cibo, e le due nacquero, cresceron, e
s’ingrandirono nello stesso temp, e nella nostra Italia che in altri luoghi,
sotto i fastosi e dominanti romani, e divennero tutte e due arti d’ingegno, di
piacere, e di utile; ed il cuoco ed il credenziere debbono esser d'accordo nel
loro, quantunque dissimile, lavoro. Della estesa ed elevata cucina se n’è
discorso abbastanza. Dico abbastanza ma non già al fine; e compimento, poichè
ciò accade quando non vi saranno più uomini al mondo. Ora vengo a trattare di
quanto la credenza include, e di quanto un credenziere dee esser fornito. E se nel
dar l’istruzione per la cucina pensai e scrissi da cuoco, ura collo stesso
metodo filosofo da credenziere. Come tale intendo ragionare al dilettante.
Procuro di aggiugnere quanto di bello, di buono, e di dilettevole mi ha potuto
suggerire la fantasia. Gradisci dunque, o cortese mentato, questa mia fatica, e
sappi, ch’io resto soprabondevolmente pagato col piacere di avervi servito.
Vivi felice. Vincenzo Corrado. Corrado. Keywords: la dieta di Crotone, il cibo
pitagorico, il concetto di conversazione galante, gala --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Corrado” – The
Swimming-Pool Library. Corrado.
Luigi
Speranza -- Grice e Corsano: la ragione conversazionale (Roma). Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano.
Roma. Il pensiero di Bruno nel suo svolgimento storico; a cura di Adele
Spedicati users.png Galatina, : Congedo, mas.png Materiale a stampa Lo trovi
qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui 2. : Il pensiero
di.. users.png Galatina, : Congedo, 1999 mas.png Materiale a stampa Lo
trovi qui: Univ. di Salerno Opac:Controlla la disponibilità qui 6. : Umanesimo
e rel... users.png Napoli, : Guida mas.png Materiale a stampa Lo
trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Bayle, Leibniz
e la ...CORSANO, Antonio users.png Milano : Signorelli, mas.png
Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la
disponibilità qui De la causa, princip...BRUNO, Giordano users.png
mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la
disponibilità qui G. B. Vico / Antoni...CORSANO, Antonio users.png
Napoli, : Libreria Scientifica, mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ.
di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Leibniz / Anton...users.png
Bari, : Laterza, mas.png Materiale a
stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac:Controlla la disponibilità qui
Giambattista Vico / ... users.png Firenze, : Sansoni, stampa 1940 mas.png
Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la
disponibilità qui tutti checked_false.png Il pensiero educativo del
Rinascimento italiano / Antonio Corsano, Maria Ricciardi Ruocco users.png
Firenze, : La Nuova Italia mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ. di
Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Il pensiero educativ...
users.png Bari : Laterza mas.png Materiale a stampa Lo trovi qui: Univ.
di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Il pensiero religios...CORSANO,
Antonio users.png Galatina, : Congedo, 2002?- rgrafbi.png Grafica
Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui Opere
scelte / Anton... users.png Bologna, : Cappelli- mas.png Materiale
a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui
Storia del problema .. users.png Bari, : Laterza, mas.png Materiale
a stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui U.
Grozio : l'umanis... users.png Bari, : Laterza, mas.png Materiale a
stampa Lo trovi qui: Univ. di Salerno Opac: Controlla la disponibilità qui
Umanesimo e religion... <18... 11 - 20 di 19 risultati tro. Antonio Corsano.
Corsano. Refs.: L. Speranza, “Grice e Corsano”, The Swimming-Pool Library.
Corsano.
Luigi Speranza -- Grice e Corsini: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della filosofia in roma
antica – scuola di Fellicarolo – filosofia modenese – filosofia emiliana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Fellicarolo). Filosofo modenese. Filosofo
emiliano. Filosofo italiano. Fellicarolo, Modena, Emilia-Romagna. Grice: “I
like Corsini; if we at Oxford had a sublime history as they do in Italy, we
surely would be philosophising about it! Corsini taught philosophy at Pisa and
spent most of his efforts in deciphering what the Romans felt interesting about
Greek philosophy!” Grice: “Corsini also explored the roots of Roman philosophy
from the earliest times – ab urbe condita,’ as the Italians put it!” Studia nel
Collegio dei padri scolopi fananesi, dove in seguito entra quale novizio e si trasferì nel Noviziato di Firenze. Le
sue capacità lo portarono a diventare docente di filosofia a soli vent'anni presso
la stessa scuola. Si trasferì quindi a Pisa dove insegna. Eletto Superiore
Generale e dovette trasferirsi a Roma. I principali campi di studio ai
quali si applica furono: la filosofia, la cronologia, l'epigrafia, la filologia
e la numismatica ma si interessò anche di matematica, di logica, di fisica, di
idraulica, di didattica, di storia e di lettere antiche e moderne. Altre
opere: “Illustrazione relativa alle recensioni su De Minnisari e Dubia de
Minnisari pubblicate ne gli Acta Eruditorum; “Illustrazione relativa all'Epistola
ad Paulum M. Paciaudum, pubblicata negli Acta Eruditorum”; “Ragionamento
istorico sopra la Valdichiana” (Firenze); “Index notarum Graecarum quae in
aereis ac marmoreis Graecorum tabulis observantur” (Firenze); “De Minnisari
aliorumque Armeniae regum nummis et Arsacidarum epocha dissertation” (Firenze);
A. Fabbroni, Vitae Italorum..., Pisis E. de Tipaldo, Biografie degli italiani
illustri, X, Venezia); Dizionario
biografico degli italiani. Elogio di C. (con lettere di Fananese a Rondelli). Fanani
nianae, quod in ditione est oppidum Ducum provinciae Ateftinorum Fri, III. Non.
natus eft C. optimis quidem parentibus, honestissimaque familia, quippe quae
jamdiu civitate Mutinensi donata fuerat. Is ubi primum adolevit Sodalitatem
hominum Scholarum Piarum, quos praeceptores puer in patria habuerat, ingressus
est. Multa diligentia, multoque labore in humaniorum litterarum [cf. Grice,
Lit. Hum.], philosophiae ac theologiae studiis Florentiae se exercuit apud
suos; et cum omnes condiscipulos gloria anteiret, ab omnibus tamen in deliciis
habebatur. Erat enim bonitate suavitateque morum prope singulari; et cum
plurimuin faceret non solum in excolendis studiis, sed etiam in officiis
omnibus religiosi hominis obeundis, minimum tamen ipse de se loquebatur. Vix
ferre poterat Eduardus peripateticos quofadam horridos, durosque oratione et moribus,
quibuscum versari cogebatur; intelle xeratque jam falsos hujusmodi sapientiae
magistros de veritate jugulanda potius, quam de fendenda assidue certantes, philosophiam
artem fecisse subtiliter et laboriose infaniendi. Relictis igitur disputandi
spinis, ad Academiam se convertit, cujus ratio inquirendi verum libero
folutoque judicio, et fine ulla contentio ne et pertinacia non poterat non
magnope reprobari homini natura leniſſimo. Nec forum in philosophorum libris
corum dogmata, quae disputationibus huc et illuc trahuntur, ut ipse per se perpenderet,
inveſtigavit C., sed etiam philosophiae adminicula et an ſas, qualem Xenocrates
geometriam appellabat, in Euclide, Apollonio et Archimede quae sivit. Quo in itinere
felicem adeo habuit exitum, ut fervore quodam aetatis impulsus, břevi condere
potuerit libellum de circulo quadrando, quem ad Guidam Grandium mi fit. Novit
in eo Grandius eximium et admirabile adolescentis ingenium, eumdemque hortatus
est, ut pergeret porro in eo studio, quod ceteris et studiis et artibus antecede
ret, et in quo ipse futurus effet excellens. At C. praeſertim trahebatur ad
humaniores litteras, quibus a puero mirifice dedicus fuerat, quaſque vel in
sublimiorum disciplinarum occupationibus, ne obsoleſcerent, legendo
renovaverat. Itaque moleste tulit demandatam fibi a majoribus fuisse provinciam
tradendi publice FIRENZE philosophiam, quasi ad ea detru deretur, quae sui non
essent ingenii. Principio sequi coactus est Goudinium, cui brėvi substituit
Hamelium. Atque hos auctores sic interpretatus est, ut facile intelligeretur
non eſſe ex illorum doctorum numero, pud quos tantuin opinio praejudicata
poteſt, ut etiam fine ratione valeat auctoritas eo rum, quos ſequi ſe
profitentur. Poftremo ad ſcholae fuae utilitatem et ornamentum maxime pertinere
exiſtimavit, fi e multis, quae ſunt in philoſophia et gravia et utilia a
recentioribus praefertiin FILOSOFI tracta ta, quantum quoque modo videretur
deli geret, in quo adoleſcentes exerceret. Sa pienter etiam faciebat, quod
ipſos non ſolum quibus luminibus ab illa omnium laudanda rum artium
procreatrice Philoſophia petitis a mentem illuſtrare, fed etiam quibus virtuti
bus omnem vitam tueri deberent fedulo e rudiebat. Quare minime eſt mirandum fi
in tantam claritudinem brevi pervenerit, ut fuis et Florentinis vehementer
carus, quibuſdam vero hominibus nudari ſubfellia ſua, et cor nicum oculos
configi dolentibus eſſet invim diofifſimus. Fuerunt et nonnulli (tantum in
vidia, aut inſcitia potuit ) qui apud eos, quorum munus eſt providere, ne quid
er roris in religionem moreſque irrepat, Corſi nium accufarunt, multa illum
tradere, in exponendis praeſertim Gassendi et Cartesio ſententiis, a recta
religione abhorrentia. Stomachatus eft homo religiofiflimus, caftif fimuſque
obtrectatorum temeritatem. Hos ve ro ut falſae et iniquae inſimulationis publi
ce convinceret, utque ab omni metu diſci pulos fuos liberaret, ftatuit in lucem
profer re, quae in ſchola et domi iiſdem expoſue rat. Quod cum praeftitiffet,
id evenit, ut alteros reprehendiſſe poeniteret, alteri fe di diciſſe gauderent.
Inſcripfit opus: Inſtitutio nes philoſophicae ad ufum Scholarum Piarum, et illud
in quinque volumina diſtribuit si ma mum continet hiſtoriam philoſophiae et lo
gicam; ſecundum verfatur in indagandis prin cipiis, et tanquam feminibus unde
corpora funt orta et concreta, horumque proprieta tibus et qualitatibus; agit
tertium de cor poribus inanimatis, quae caelo, aere, ri et terra continentur;
examinat quartum animata corpora, multipliceſque eorum fpecies, et elementa
metaphyſicae tradit; quia tum denique morum doctrinam complectitur. Nec folum
in conficiendis his libris res no vas inveſtigavit C., fed etiam eas, quae funt
ab antiquis traditae, quarum cognitionem eo utiliorem putavit, quod faepe.
philoſophos nova proferre judicamus, cum pervetera proferant. Praeter quam quod
in ea erat opinione C., illi, fitum eſt veritatem invenire, fingulas nofcen das
effe diſciplinas, ut ex omnibus, quod probabile videri poſſit, eliciat,
praeſertim cum doceamur a ſapientiffimis viris, nullam fectam fuiffe tam deviam,
neque philoſopho rum quemquam tam delirantem, qui non vi derit aliquid ex vero.
Nec modo quid fibi probaretur, fed aliorum etiam fententias, et quid cui propo quid
in quamque ſententiam dici poſſet, pera fecutus eſt, quod ea modeſtia
praeſtitit, ut: non vincere maluiſſe, quam vinci oſtenderid. Hanc opinionum
varietatem ex fuis fone tibus fincere deductam, ut potentius in die fcipuloruin
animos influeret, non modo ora, vine diſpoſuit., ſed etiam claritate et nitore,
LATINO SERMONE illuſtravit. Praeclare enjin, CICERONE: mandare quemquam
litteris cogitationes fitas, qui eas nec difponere poffit, nec illuftra-: re,
nec delectationé. aliqua lectorem allicere, hominis est. intemperanter
abitentis otio et like cris. Sunt nonnulli qui in hiſce. Insitus, rionibus dum
pleniflimo ore laudant ima menſam prope eruditionis copiam,, politio remque
elegantiam, quibus ornantur, defide; rare videntur abditiorem 'reconditioremque
tractationem earum rerum, quae primum ii) phyſica tenent locum, quales ex. gr.
ſunt Trotus., Newtoniana' attractia, harumque lo ges, non tam.ut ceteros, quam
ut ſe ipſum, qui nunquam adduci potuit, ut Newtoni fententiae affentiretur,
convinceret. Sed ii meminiſſe debent quibus ſcripſerit:C., hribuſque temporibus
ſcripferit. Quoniam ve to plurima ſunt in phyfica, quae fine 'gea metriae ope
tractari non poffunt, hoc quo que adjumențum a fe afferri oportere diſci pulis
ſuis putavit. Itaque Philoſophicis Ma thematicas Institutiones adjecit, in
quibus fi ordinem excipias (initium enim facit a pro portionibus, quas nemo
ignorat difficillimam effe geometriae partem) cetera ſatis belle procedunt.
Neque multo poft retexuit hoe ipſum opus, in quo eo elaboravit attentius, quod
fperabat aditum fibi facturum ad mu nus tradendi mathematicas diſciplinas in LIZIO
Florentino. Acceptum illud cum plauſu fuit propter dilucidam brevitatem atque
ele gantiam, licet in eo acutiores peritioreſque geometrae pauca quaedam jure
ac merito teprehenderint. Praeſtantiam, quam conſe cutus fuerat C. in rebus
geometricis, yoluit ad hydroſtaticam transferre; cumque fedulo evolviffet quae
in ea facultate ſcris ptis mandaverant poft GALILEI (vide), BRUNI Torricellius,
Michelinius, Guglielminius, Grandius, alii. que pauci, in ſcenam prodire non
dubitavie fuftinens perſonam non modo conſiliarii et arbitri de dirigendis
avertendiſque aquis, ſed etiam ſcriptoris. Etenim ex ejus officina prow diit
liber, qui infcriptus eft: Ragionamenti intorno allo stato del Fiume Arno e
dell' acque della Valdinievole, quique editus fuit fum ptibus. Marchionis
Ferronii, cujus cauffam praeſertim defendebat. Spe dejectus Eduar dus
perveniendi in LIZIO Florentini docto rum numerum, qui praeter modum iis tem-.
poribus. creverat, animum ad Academiam Piſanam convertit, petiitque dari ſibi
va cuum eo tempore logicae interpretis locum. Celeriter quod optabat impetravit,
propte rea quod Joannes Gaſto Magnus Etruriae Dux eximiam illius ſcientiam in
omni re philo ſophica cognoverat. Vir non tam doctrina praeſtans, quam docendo
prudens (etenim quaedam etiam ars, eſt docendi ) magno erat emolumento
ſtudiofis adoleſcentibus, qui non uſitata frequentia fcholam illius celebrabant.
Cum vero de fchola in otium folitudinem que se conferret, tempus potiffimum
conſu mebat in augendis. perficiendiſque ſuis Phi lofophicis Institutionibus,
abſolvendoque, quod inſtituerat, opere de Practica Geometria. Ins ter haec
magna fuit amnis Arni inundatio,ut fi inundationes excipias, quae annis
acciderunt, nul lam unquam majorem fuiſſe conſtaret. Pere vaſerat opinio per
animos Florentinorum huic luctuofae calamitati cauſſam praefertim dediffe
Clanis aquas in Arnum deductas, et quae ad eaſdem moderandas aquas facta fue
rant opera. Hunc errorem ut eriperet Edu. ardus, utque perſuaderet eadem opera
fuiſſe utiliffima ac faluberrima, libro expoſuit qua lis fuiſſet, et quis eſſet
ſtatus Claniae val lis, quidque conſultum et actum ad fua uſque tempora, ut
peſti lentiſſima regio convaleſcere aliquando et fa nari poſſeti, utque
controverſiae inter finia timos Principes de dirigendis aquis ejuſdem regionis
tollerentur. Piſis erat C. con tubernium cum Alexandro Polito, qui hum maniores
litteras profitebatur, cujuſque vi tam ſupra explicavimus. Hominis Graecis et Latinis
litteris eruditiffimi exemplum et vo. ces, ſelectiſſimorumque librorum copia,
qua is abundabat, C. per fe jam flagran tem vehementiffime incenderunt ad eas
ar tes, quibus ab ineunte aetate deditus fuerrat, celebrandas. Sciebat Graece,
cujus ſermonis elementa juvenis Florentiae acce perat a ſodali ſuo Franciſco
Maria Baleſtrio, fed non luculenter. Itaque multo ſudore ac labore in arte
grammatica primum ſe exer euit, poftea Graeca multa convertit in LATINVM,
Graecorumque libros et eos pracſer tim, qui res geſtas et orationes ſcripſe
runt, utilitatem aliquam ad dicendum aucu- | pans, ftudiofiffime legebat. Cum
vero ei eſſet perſuaſum ingentes ac prope immenſos cam pos illi proponi, qui
eloquentiae ceterife que humanioribus litteris vacare cupit, acom mico hac de
re aliquando ſciſcitanti reſpon dit: percipiendam ei effe omnem antiquitatem,
cognoscendam hiſtoriam, omnium bonarum artium ſcriptores et doctores et legendos
et pervolu tandos, et exercitationis cauſa laudan.los, in terpretandos,
corrigendos, refellendos; diſputan dumque de omni re in contrarias partes, et quid
quid erit in quaque re, quod probabile videre poffit, eliciendum atque dicendum.
Hujuſmodi exercitationes, quas diu incluſas habuit, Core finius in veritatis
lucem tandem proferre ſe poffe putavit, cum Faſtos Atticos illustrandos
fuſcepiſſet; magnum ſane opus et prae clarum, quod omnem fere Athenienfium hi
ftoriam complecti debebat, cum qua philofophiae, omniumque laudatarum artium hi
ſtoria arctiſfime eſt conjuncta. Diviſit illud ipſum opus in partes duas,
quarum prio rem veluti apparatum Faftorum effe voluit, quod in illa fuſe
lateque ea exponerentur, quae commode in ipfis Faftis, ad quos ta men
pertinebant, 'exponi haud poffe vide bantur. Agit itaque de Archontum inſtitu
tione, numero, varietate, muneribus et re rie, de Archontico anno, atque ordine
men fium Athenienfium. Cum vero Archontigiis annus non in menſes ſolum, ſed in
Pryta nias etiam diviſus eſſet, ac Tribuum Athe nienfium fingulae aequali
temporis, annique parte Prytaniae munere fungerentur, de ie pſarum Tribuum ac
Prytaniarum numero, ordine ac ſerie, deque Atticae populis, ex quibus illae
conſtabant, eruditiſſime differit. Neque ab his ſeparandam putavit tractatio
nem de Athenienſium Senatu et Ecclefiis, dcque Proedrorum, ac Epiſtatum numero,
diſtinctione et officiis. Tranſit inde ad contexendam Archontum ſeriem
diſtinguens eponymos a pseudeponymis. Quam diſtinctionem licet nonnulli
agnoverint, nemo tamen exſtitit, qui Pſeudeponymorum Archontum feriem
illuftrandae Atticae hiſtoriae maxime neceffariam recenſere tentaverit. Agit de
mum de civilibus Graecarum gentium annis, ipfarumque menfibus, cyclis atque
periodo, cum antea declaraſſet tempus, verumque di em, quo varia Athenienſium
feſta peragi et redire confueverant. Id facere neceſſe fuit propterea quod
eadem fefta, veluti perſpi cuae certaeque temporis notae, rerum gefta rum
memoriaé ſaepiffimè a ſcriptoribus adji ciuntur. Haec quidem in priori operis
par te. In fecunda vero Fafti exponuntur a pri ma Olympiade, qua Coroebus
palman retus lit, uſque ad Olympiadein cccxvi. Causa fuit juſta C. praetereundi
antiquiora tempora, quod iſta laterent craſſis occultata tenebris, et circumfuſa
fabulis. Ne tamen primam Athenienfis imperii formam deſpice. re videretur (nam
Athenis initio Reges, inde perpetui Archontes, mox decennales, tandemque annui
imperarunt) qui Reges et Archontes perpetui, et qua aetate fuerint in
Prolegomenis perſecutus eft. Ceterum Fa. ftos fic contexuit C., ut nullum ad
nos pervenerit nomen Archontum, Olympioni čarum et Pythionicarum, nulla lex,
neque pax, neque bellum, neque caſus neque res illuſtris et memoranda populi
Athenien fis, quae in iis ſuo tempore non fit notata. Interdum etiam attigit
Spartanorum, Phoceli fium, Thebañoruin, aliorumque Graecorum gefta, conſilia,
pugnas, diſcrimina, quod ca maxime ſint Atticae hiſtoriae conjuncta. Graecos
vero philosophos, poetas, oratores, cete roſque tum pacis, tum inilitiae
artibus claros viros ita commemoravit, ut quibus Olympicis annis, et quo loco
in lucem fint editi, vitam que ' finierin't intelligi poffit. Atque haec o
Innia capitulatim ſunt dicta. Etenim nimis lon gus effem fi praecipua, et nova
vellem deſcri bere, quae in his Faftis continentur. Nihil poſuit in iis C. fine
locuplete auctori täte et teſte, aut faltem ſine probabili conje: ctura;
quodque difficillimum fuit, fcriptorum Graecoruin loca aut vitiata aut minime
intel lecta, aut mutilata'ſic reſtituit, illuſtravit, fupplevitque, ut dubitari
poffe videatur plus ne jis reddiderit luminis, quam ab iiſdem aco ceperit.
Neque minori perſpicientia Athe nienfium nummos vidit, ex quibus non pau. ca
quidem in rein ſuam hauſit; ſed multo plura e marmoreis monumentis fumpfit, ta
li modo dirimens controverſiam, quae ex fufcitata fuerat a ſummis viris
Spanhemio, et Gudio, nummis ne, an inſcriptionibus princeps locus dandus effet
in explicandis ri tibus, feſtis, Numinibus, ludis, magiſtrati bus, rebuſque
geſtis Athenienfium. Inter nobiliores inſcriptiones, quas refert Corfi nius, et
miro prorſus acumine atque eru ditione explicat, et interdum etiam fupplet, eft
Florentina quaedam apud Riccardios ile luſtrandis Athenienfium Tribubus maxime
idonea. Sed haec mirifice corrupta erat, au gebatque corruptelam collocatio.
Etenim cum ex tribus fragmentis conſtaret, imperi tus artifex fic illa in
pariete diſpoſuerat, ut media pars primae, finiſtra mediae, dextera vero omnium
poftremae partis locum Occu paret. Vidit haec mala Corſinius, qui 2 tutiſſime
indagabat omcia, iifque remedia goadhibuit. At puduit Joannem Lamium ſe non
adeo lynceum fuiffe, cum ufus effet sadem inſcriptione in ſuis ad Meurfium
Scholiis, et ex pudore orta eſt invidia. Ex quo intelligi poteſt quare is
debitas mun quam tribuerit laudes operi, quod omnium judicio longe multumque
ſuperat quidquid in hoc rerum Atticarum genere ſcripſerunt Sigonius, Scaliger,
Petavius, Petitus, Sponius, et vel ipfi Meurfius, et Dodwellus, quorum errorés
dum faepe corrigit C., et dum minime ab iis animadverſa pro fert, fatis
declarat iiſdem detrahere voluiffe Haerentem capiti multa cum laude coro nam.
Rumor erat ea parare Lamium, quibus fpe rabat hominibus fe probaturum, C. in
emendanda illuſtrandaque Riccardiana in fcriptione ſurripuiffe fibi fegetem et mate
riem gloriae ſuae. Porro Lamius poft edi tas Corſinii emendationes fupponere
cogita verat in locum impreſſae jam paginae in I. Meurſii operum volumine, quae
prae fe fe rebat inſcriptionem corruptam, aliam pagi nam, in qua emendatior
inſcriptio legebatur; C.: 1 bancque mutationem, omnibus occultari pof ſe
putaverat, quod Meurſii liber nondum efe ſet in vulgus editus. Non latuit certe
Core finium, in cujus manus pervenit etiam pria mum impreffa pagina, qua omnem
a fe prow pulſare poterat injuriam. Id ut audivit Lami mius aliam rationem
iniit perficiendi confi lii ſui. Dedit ad Angelum Bandiniun litte ras plenas
iracundiae ac minarum, ſpecie qui dem ut ea, quae jamdiu ſepoſuerat ad
Riccardianum marmor explanandum, aliquando proferret; re autem ipſa ut quae a C.
didicerat, perpaucis additis aut mutatis, le ctori aut occupato aut indiligenti
vendita Yet pro ſuis. Atque id utrumque ſcriptorem conferenti luce clarius eft.
Quare mirari ſa tis non poffum hominis frontem, qui furti C. infimulet in eo
loco, in quo ipfo cum re aliena, atque etiam cum telo eſt de prehenſus. Atque
haec an. v. ſunt geſta, cum Fafti Attici anno ſuperiori lu cem vidiſſent. Sed
tamen res defenſionem apud multitudinem potuit habere uſque ad cum annum, quo
Meurſii opera cum Lamii animadverſionibus vulgata funt fimul universa. Tum
enini primum jejuna illa marmoris interpretatio, quam ante annos xxII. Lamius
in l. operum volumen intulerat, lecta eft.: ad calcem vero ejus voluminis
ſecundae Aucto ris curae in eum lapidem, et quaſi retra Statio quaedam ante
dictorum edita eſt. Qua in mantiſſa bina extant indicia Corſinii cauffam mire
tuentia, alterum quod nihil hoc in loco proponatur, quod non ille in Faſtorum
libro occupaverit; alterum quod mantiſſae characteres ab ejuſdem voluminis
characteribus forma et figura longe abſunt, teſtanturque non niſi poſt annos
multos quam liber fuerat impreſſus, diſtractis jam aut obſoletis formis illis
prioribus, additam eſſe appendicem, de qua meminimus. Sed jam fatis multa de
homine meo quidem judicio paucis comparando, niſi regnum in litteris, quod FIRENZE
perdiu tenuit, malis inter dum artibus et clarorum virorum vexatione
confirmandum putaſſet. Quamvis in Fa. Hujus rei narrationen pluribus etiam
verbis exa pofitam vide in libello cujus eſt infcriptio: Paffatem po Autuntile,
quo in libcllo Si quis est qui dictum in se ir clemencius Exis. Atis Articis
elaborare C, maxime glorio fum fuerit, non minorem tamen laudem rea portavit ex
Agoniſticis Differtationibus, de qui bus Ludovicus Muratorius, intelligens
ſane. judex, dicere folebat, poſſe eas per ſe ſo las aeternum nomen Auctori
comparare. His Diſſertationibus oftendere voluit C., quo tempore Graeci
celebrare conſueverunt ludos Olympicos, Pythicos, Nemeaeos, et Iſthmiacos, quod
tempus eatenus fuerat vel incompertum, vel faltem obſcurum. In hoc autem non
mediocrem utilitatem chronolo giae et hiſtoriae ſe allaturum putavit, quod
iiſdem ludis fcriptores uterentur ad notanda deſignandaque rerum geſtarum
tempora. Ab Olympicis exordiens, qui ceteros fplendore et frequentia ſuperabant,
breviter cos percurrit, quos ab Hercule primum inſti tutos Trojano bello
deſiiſſe, moxque ab. Iphito reftitutos iterum intermiffos fuiffe fcriptores
narrant. Etenim illud caput eſſe videbatur, ut de Olympiade illa quaereret, qua
Coroe bus palmam accepit, et quae prima dicitur, omnes Exiflimayit ele, fit
exiſtimet Reſponſum, d.ctum effe, qu'a
lacris prior quod ab illa ceterarum Olympiadum ordo et feries incipiat. Hanc
celebratam fuiſſe putat an. periodi Julianae circiter folftitium aeſtivum, plenilunii tempo
re, qui mos ſemper manſit non folum anti quioribus, quibus civiles Graecorum
anni lunares erant, fed recentioribus etiam, qui bus ſolares anni a Romanis ad
Graecos tran. fierunt. Primus is erat anni menſis, in quem incidiffent Olympici
ludi. Quinque diebus eorum certamina abſolvebantur, inter quae curſus, quo, uno
certatum eſt ad Olympia dein uſque, primas tenebat. Neque. in Aelide folum, fed
et in aliis Graeciae ur bibus fumma cum populi frequentia ac faca. crorum
caeremonia Olympici celebraba ntur, donec v. ineunte reparatae falutis faeculo,
jidem cum Pyticis. ſublati fuerunt., Pyticos primum inftituit Apollo, eofque
jamdiu in-. termiffos, confecto. Criſſenfi bello, Olympiade. Amphictyones
revocarunt. Ii dem Olympicorum inſtar pentaéterici erant; neque ſecundis annis,
aut quartis, ut Petavius et Dodwellus, exiſtimarunt, ſed tertiis, hiſque
exeuntibus circa Elaphebalionis menfis finem, tum Delphis, tum in aliis
Graeciae urbibus peragi confueverunt, Proxime poft Pythia Olympiade ſcilicet
Lill. inſtaura ta fuerunt Nemea, quorum origo reperitur a ſeptem Argivis
ducibus, qui ad lenien dum defiderium pueruli Archemori a ſerpen te occiſi
funebres hoſcę agones ante Olympiadem primam prope Ne meaeum nemus inftituerunt.
At Nemeadem illam, ex qua veluti cardine ceterae infe quentes numerari
coeperunt, in annum Olympiadis LxxII. poft Marathoniam pu gnam incidiffe fatis
probabiliter Eduardus af firmat. Nemeades aeſtivae aliae, aliae hibere nae,
omnes vero trietericae fuerunt; eaeque alternis annis ita peragebantur, ut
hibernae quidem in medios ſecundos, aeſtivae vero in quartos ineuntes
Olympiadum annos in currerent. Cum Nemeis ludis quaedam erat Iſthmicis a Theſeo,
ut ferțur, conſtitutis fia militudo. Funebres erant ambo, ambo trie terici, et qui
utrolibet in certamine viciſſent apio coronabantur, Ithmici quoque alii em rant
aeſtivi, non tamen alii hiberni, ut qui dem Dodyellus putabat, fed verni brabantur
illi primis Olympiadum annis Hea catombeone menſe, hi Thargelione, exeun te
fere tertio Olympico anno. Sic definivit C. tempora quatuor illuſtrium Graea
ciae ludorum, patefaciens obſcura et ignota vel ipſis chronologiae luminibus
Scaligero Petavio, et Dodwello, quorum auctoritate abreptus ipfe in primo
Faſtorum Atticorum libro Pythiades ſecundis Olympicis annis cona cefferat.
Agoniſticis hiſce Differtationibus, veluti faftigium operis, idem adjecit
feriem Hieronicarum alphabetico, ut dicitur, ordi ne diſpoſitam, et Dodwelliana
longe ube riorem accuratioremque. Nam feptuaginta. ſupra centum vitores
recenſuit, qui Dod weilum prorſus fugerant; fonteſque indic cavit (in quo
Dodwelli diligentia ſaepiffi, me deſiderabatur ) unde uniuſcujufque vin ctoris
nomen, aud patria, aut aetas, aut tertaminis genus, quo viciffet, hauriebatur.
Hoc opus vehementer adeo Auctori fuo pro batum erat, ut vir modeftiffimus in eo
quo daininodo gloriari videretur. Etenim, ut At rico fcripfit CICERONE, fua
cuique Sponfa,fuus quiqua Quoniam autein tumuin his Agoniſticis
Diſſertationibus, tum in Faltis ſcribendis faepe uſus eſt C. ſubſidio
marmoreorum monumentorum, in quibus multae occurrunt notae, quarum neque fa
cilis, neque prompta fuit explicatio, fepara tum opus. a ſe expectare putavit
Graecarum antiquitatum ftudiofos, quo in opere non ſolum ex marmoreis, fed
etiam ex aereis Graecorum tabulis: varias eorum notas colli geret, haſque
explicaret atque illuſtraret. Quae dum animo verſaret, fcriptionique jam manum
admoviffet, ecce in lucem prodit Scipionis Maffeii liber de Graecorum figlis
l.z pidariis, in quo trecenta fere vocum com pendia ingeniofe: feliciterque
enodantur.. Cum C. ab amico librum accepiſſet, ei epi ſtolam fcripfit (relata
haec fuit in volumen. diarii Litteratorum. Florentiae editi ) in qua ſummas
tribuit Maffejo laudes, quod primus ex omnibus materiem hanc ſeorſim tractandam
füfceperit,, magnam in illam con ferens.eruditionis copiam, et acre: prudenſ
que judicium.. Non, propterea tamen: ſpar tam, quam fibi ſumpſerat, ille
deſeruit, quia, ut ait Auſonius, is crat campus, in quo alius alio plura
invenire poteft, nemo om. nia. Et plura certe C. invenit, cum mille fere notas, aut numerorum
vocum que compendia uno volumine colligere po tuerit et explicare illo ſuo
acutiffimo inge nio, cui inquirenti et contemplanti omnia occurrere ſe ſeque
oftendere videbantur. Ut vero delectatione aliqua alliceret adoleſcen tes,
quibus inſuavis fortaſſe et aſperior via deri poterat ſiglarum inveſtigatio,
poftquam multa eruditiſſime praefatus effet de notarum origine, vi,
utilitateque, opportune ſparſit in toto libro non pauca ad hiftoriam, geos
graphiam, chronologiam, ac mythologiam ſpectantia. Ex quibus aliiſque
diſciplinis ube riora etiam hauſit, ut ornaret dissertatio nes ſex, quas,
abſoluta univerſa notarum ſerie, confecit, ut eſſent operis corollarium.
Explicant illae inſignes quaſdam Chriſtianac et profanae antiquitatis
inſcriptiones, ficque explicant, ut facile exiſtimari queat, eum qui non
comprehenderit rerum plurimarum ſci entiam, quique judicio certo et ſubtili non
fit praeditus, in his antiquitatis ftudiis ſatis callide verſari et perite non
poſſe. Inſcriptit C. hoc ſuum opus: Norse Graecorum five vocum et numerorum
compendia, quae in gereis atque marmoreis Graecorum, tabulis obſer vantur,
dedicavitque Cardinali Quirinio, a quo pecuniam ad illud ipſum evulgandum dono
accepit. Etenim his temporibus haud illi magna res erat, quae vix fatis efle
vide batur ad vitam ſuſtentandam, neceſſarioſque. libros emendos. Praepoſitus dialecticae
ſcholae, nihil aliud annui ſtipendii obtinuit nifi octingentos denarios. Hoc
eſia fatum videtur nobiliilimae. quidein diſcipli nae, ut pote quae per omnes
diſciplinas ma: nat ac funditur, ut qui illam profitentur me: diocribus
afficiantur praemiis. Vel ipſi Graeci, quamvis ellent aequi liberalium artium
aeftimatores, minam, eſſe voluerunt inerce dem Dialecticorum. Coin.nodiori in
ftatu res C. eſſe coeperunt cum traductus fuit ad metaphyſi cam atque ethicam
docendam. Tunc eniin ipfius ftipendium erat bis millenorum et am plius
denariorum, poſteaque illud ipſum ad quatuor. mille ducentos quinquaginta uſque
pervenit, cum proſperae. res multae confecutae fuiſſent. Satis ſuperque id erat
homi ni temperato ad vitam beatiſſimam; videba turque libi ſuperare Craffum
divitiis. Quan tum vero ſorte ſua contentụs, quantiſque a moris vinculis
Academiae Piſanae obftrictus effet, ex eo conjici poteſt, quod mortuo Lu dovico
Muratorio Mutinenfis Ducis bibliothe cae praefecto in illius locum fuccedere
recu favit, quamvis liberaliſſime ipfius Ducis ver bis invitaretur. Quo cognito
ab Emmanue le Comite Richecourtio, qui Franciſci I. Cae faris nomine res
Etruriae adminiſtrabat, ipſe fingularibus verbis ei gratias agendas cenſuit,
eidemque prolixe de ſua non modo, fed et Cae aris voluntate pollicitus eſt. Id
non potuit C. non fumme eſſe jucundum; utque viro de fe et de Sodalitate ſua
bene ſemper merito gratum fe oftenderet dedica vit illi PLUTARCO opus de
Placitis Philoſopho. tum a se LATINVM factum, vitaque Scriptoris, fcholiis, et diſſertationibus
ornatum. Causam ſuſcipiendae novae interpretationis ei dem dederunt naevi
quidam, quibus maçı lantur Budaei, Xylandri, et Crụſerii honi num ceteroquin
doctiſſimorum interpretationes; ſuſceptam vero ita perfecit, ut ver bu pro
verbo reddiderit, multaque etiam attulerit de fuo, quae funt diverfo chara
ctere notata, ne attenuata nimis diligentia perſpicuitati officeret, et ne res
ipfa omni LATINAE orationis dignitate cultuque deſtitu ta ſordeſceret. In
limine operis Plutarchi vi tam ex illius aliorumque veterum ſcriptis a ſe
diligentiſſime colletam, et feriem philo ſophorum, quorum placita a Plutarcho
pro feruntur, aetatemque, in qua vixerunt, ex. poſuit. Singulis vero operis
capitibus brevia adjecit commentaria, quae aut mutilos et hiulcos Plutarchi
locos ſupplent, aut de pravatos emendant, aut obſcuros atque per plexos,
opportune allatis aliorum philoſo phorum ſententiis, illuſtrant. Siquando au
tem longioris eſſe orationis putavit Corſi nius lucem aliquam afferre rebus
obſcuriſſi mis, cum non Heraclitus ſolum, ſed et quiſ que fere antiquitatis
philofophorum, quo rum ſententias coarctavit et peranguſte re ferſit PLUTARCO,
Exotélv8 cognomen me reatur, hujuſmodi illuſtrationes ad finem li bri rejecit.
Quo in loco voluit etiam recenfere illuſtriores ſententias, quae propriae di
cuntur recentiorum philoſophorum, cum ea rum tamen manifeſta appareant veſtigia
in Plutarchi libro, quod profecto ad veterum gioriam amplificandam plurimum
valet. Ta les ſunt attractionis leges, vireſque, ut di cuntur, centripeta et centrifuga,
Charteſiani vortices, lunae phaſes, maculae, quod que haec fit terra multarum
urbium et mone tium, converfio folis, planetarum, fiderum que certa quadam
celeritate ac periodo cir ca axes ſuos, natura, coſtans motus, rever lioque
cometarum, telluris motus, quodque ex eo cauſſa ' maris aelus repetenda fit
jegew’ewe explicatio, aliaque hujuſmodi mul ta tum ad corporum, tum ad animi na
turam pertinentia. Profecto nihil dulcius erat Corfinio quam per abdita
remotioris antiqui• tatis permeare, et inde nova et inexpecta ta deferre, quae
hominibus contemplanda bono in lumine exhiberet. Nam, ut Ari ſtoteles inquit,
fuo quiſque artifex ftudio atque opera impenſius delectatur. Cum igi tur
accepiffet ab Antonio Franciſco Gorio amiciſſimo ſuo graphidem eximii cujųſdam anaglyphi,
quod Romae viſitur in Aedibus Farneſianis, non magnopere hortandus fuit, ut in
illo exponendo elaboraret. Exhibet hoc ſuperiori in parte Herculem cuin Eų.
ropa, Hebe, Satyriſque quieri, voluptati que poſt exantlatos labores
indulgentem, in inferiori vero tripodem Apollini ſacrum, Ar givae Junonis
Sacerdotem, atque alatam Virginem, et Herculem demum ipſum ſe ſe expiantem, ut
purus ad Deorum conci lium afcenderet. Hinc et illinc anaglyphum ornant binae
columnae cum Graeca inſcrie ptione, quae multis verſuum decadibus Her culis
geſta commemorat: in ſupremo tan dein anaglyphi loco octodecim hexametra car
mina exculpta ſunt, quibus Herculis labores et certamina declarantur.
Praeclariſſimi hujus monumenti explicationem Eduardus libello quem ad Scipionem
Maffejum inſtituit, com plexus eſt; ex eoque judicari poteft, vehe mens
afiiduumque ftudium ipfi copiam eru ditionis dediſſe, naturam vero tribuiſſe in
genium ad conjiciendum divinandumque fa ctum. Et fane divinationis cujuſdam
vide illum potuiſſe laceras ac depravatas multorum verſuum lacinias feliciſſime
corri gere atque ſupplere. Magnae antiquitatis ar gumentum praebere ſuſpicatus
eſt Doricam dialectum, qua exarata eſt inſcriptio, ne- ! que ipfe affirmare.
dubitat opus paullo poſt Alexandri tempora', antequam Q. Flaminius priſtinam
Graecis libertatem redderet, perfe &um fuiſſe. Sed aliter alii ſentiunt qui
bus nunc plerique affentiri videntur. Hoc ipſo ferme tempore Corſinius ejuſdem
Gorii poſtulationibus Diſſertationes quatuor con ceſſit, quae impreſſae funt ab
illo in vi. vo lumine Symbolarum litterariarum. Extricat pri ma epigraphen
ſculptam in labro interiori cujuſdam crateris ahenei Mithridatis Eupa toris,
qui crater in muſeo Capitolino, Vide Winkelman, Monumenti antichi inediti Trel.
Prelim. Idem quaedam alia notat in quibus deceptum fuiſſe C. arbitratur Sic
interpretatur C. mire involutam in.
ſcriptionem: Regis Mithridatis Eupatoris Regni anno 54. Eupatoriftts GYMNASII--
hoc eft civibus Eupatoriae, qui IN GYMNASIO certarunt -- ſenectutem conſeival,
quod erat ad laudem vini, quo plenus crater vi &ori con cedebatur. Alii
aliter interpretanda extrema pracſertim inſcriptionis verba exiſtimarunt,
quorum fententiam plerique nunc fequuntur affervatur. Secunda patefacit
obſcuros igno ratoſque dies natalem et fupremum Plato nis, qua occafione
aliorum etiam virorum illuſtrium Archytae, Philolai, Iſocratis, Ly fiae, Dionis,
et Socratis aetates et tempora perſequitur. Explicat tertia adverſam par tem
numiſmatis Antonini Caeſaris, in qua Prometheus humanum corpus ex luto fin gens,
et Pallas capiti mentem, papilionis imagine expreſſam, inſerens confpiciuntur.
Curioſa ſunt quae excogitavit C., ut perſuaderet hominibus morem repraeſentandi
humanam mentem ſub papilionis imagine non ex miris hujus volucris affectionibus
et natura, non ex ipſa animi immortalitate, circuitu, aut tranſmigratione, non
ex Chal daicae, Graecaeque fapientiae fontibus, non ex arcanis amoris
myſteriis, fed ex fola ar tificum imperitia profluxiſſe. Cum enim unum idemque
nomen pſyches papilionem et ani nium deſignet, rudis artifex, qui primus ani
mum exprimendum ſuſcepit, non putavit hu jus ideam poffe melius excitari, quam
obje eta imagine illius rei, quacum is commune nomen habet. Quarta Diſſertatio
demum in eo verſatur, ut oftendat mentitam et falfam effe LATINAM quamdam
inſcriptionem, quae Piſis vilitur in Scortianis aedibus. Summi labores, quos C.
impendit in conficien dis, quos retulimus, libris, magna compen ſati fuerunt
gloria, ut unus e multis, qui illuſtrandae Graecae praefertim antiquitati ſe ſe
dederunt, excellere judicaretur. Cujus de praeſtanti in hoc rerum genere
doctrina tan ta etiam judicia fecit Scipio Maffejus, quan ta de nullo; cujus
teſtimonii auctoritas ma xima reputari debet non folum quod ab hox mine
prudentiſſimo proficifcitur, fed etiam quia figulus invidens figulo, faber
fabro, ut eſt Heſiodi dictum, alterius laudi et gloriae | minime favere ſoleat.
Ex mutua opinione doctrinae, fimilitudineque ftudiorum orta eft inter cos
jucundiffima amicitia, cujus tanta vis fuit, ut C. aeſtate an.quamvis non bene
valens, Veronam venerit aliquot menſes commoraturus apud amicum. Quo tempore
inter eos fuit familiariſſima focietas, et communicatio ftudiorum. Dono accepit
C. a Maffejo tercentum fere Graecas inſcriptiones (has Chici1shullius
collegerat, et fecundae Afiaticarum antiquitatum parti reſervaverat ) ea
conditio; ne, ut eas Latine redderet atque illuſtraret, Satisfecit ille aliqua
ex parte promiffo ſuo, cum anno inſequenti edidiſſet eas inſcriptio. nes, quae
ad Athenas ſpectabant; eaſdem que iterum cum commentariis edidit quam driennio
poft, ut eſſent ornamento quarto Faftorum volumini. Nono menſe poftquam in
Etruriam rediit C., moritur Alexander Politus, quocum ille ita vixit, uit. quem
pauci ferre poterant propter difficilli mam naturam, hujus fine offenfione ad
fum. mam fenectutem retinuerit benevolentiam. Mortuo autem Polito neque
inquirendum neque conſultandum fuit quis illi ſucceſſor in Academia Piſana
daretur, cum omnium oculi ftatim in C.conjecti fuiſſent. Ita hic exeuntė poftquam
octodecim fere annos philoſophiam tradidif ſet, munus docendi humaniores
litteras li bentiſſimo animo ſuſcepit. Initio propoſuit fibi (nam muneris ratio,
et adolefcentium utilitas ab eo poftulabant, ut cum Graecis Latina conjungeret
) explanare Plutarchi parallelas ROMANORVM vitas, ut inde occaſionem ſumeret
utriuſque populi leges inter ſe conferendi. Memoriter dicebat e ſuperiori loco,
quod ad praeceptoris et ſcholae dignitatem plurimum tum conferre putabatur; et quae
tradebat inſignita e rant luminibus ingenii, et conſperſa erudi tionis
ſententiarumque flore. Genus dicen di erat quiétum et lene, purum et elegans,
ut maxime teneret eos qui audiebant, et non folum delectaret, fed etiam fine
fatieta te delectaret. Nulli diſcipulorum aditum ſermonem, congreſſumque fuum
denegabat, quin immo eos bis in hebdomada domum ſuam invitabat, ut in ftudiis
exerceret ROMANORVM ANTIQVITATVM. Domi etiam tradebat metaphyſicam, quo onere
non placuit Academiae Moderatoribus illum libe rare niſi quo quidem tem pore Venetiis evulgavit ſuas
Inſtitutiones Me taphyficas. In his adornandis illud unum pro pofitum fibi fuit,
ut in animis adoleſcentium rectas de animae immortalitate, arbitrii li bertate,
Dei exiſtentia, ceteriſque naturalis theologiae dogmatibus notiones infereret, quibus
in gravioribus aliis diſciplinis veluti praeſidiis uti pofſent, quibuſque
caverent a peſte quadam hominum non tam religioni, quam reipublicae infeſta, quae
rationem per vertendo ubique venenatas opiniones diffe minare non veretur.
Subaccuſent aliqui, fi lubet, C., quod nimis, parcus fuerit in pertractandis
quibuſdam rebus, quae in ca, in qua nunc ſumus, luce ignorari mi nime poſſe
videntur; omnes profecto uno ore fateri debent tales effe hafce Inſtitutio nes,
ut cupidi metaphyſicae nullibi poffint refrigerari ſalubrius atque jucundius.
Poftre mum hoc operum fuit, quae C. Phi loſophiae dicavit, nifi dicere velimus,
eti am cum minime videretur tum maxime ila lum philofophari conſueviſſe, Quod
declarant ejus Latinae orationes ad Academicos Piſanos refertae Philoſophorum
fententiis, faluberri ma praecepta, quibus adoleſcentes ad omne officii munus
inftruebat, doctiflimoruin Philoſophorum familiaritates, quibus ſemper flo ruit,
et ars illa diſtinguendi vera a falſis, colligendi ſparſa, eaque inter ſe
conferendi, diligenter examinandi omnium rerum verbocum rumque pondera,
nihilque afferendi fine evi denti ratione, aut faltein probabili conjectu ra in
qua arte quantum inter omnes un Aus excelleret, praeſertim oftendebat, in
vetuftatis monumenta inquireret. Hujus inquiſitionis uber fane fructus fuit
Diſſertatia illa de Minniſari, aliorumque. Armeniae Regim nummis, Et.
Arſacidarum epocha, quam idem in lucem extulit. Difficulta tis maximae fuit
oftendere Minniſari num mum, quem praecipue illuſtrandum C. ſuſceperat, ad
illum fpectare Maniſarum Armeniae et Meſopotamiae. Regem, de quo Dio Caffius in
libro ROMANAE HISTORIAE mentionem fecit, et Arſacidarum epocham uon in
Parthiae. folum, fed etiam in: Arme niae regum nummis inſcriptam fuiffe, eam.
que ab anno Urbis conditae Dxxv. initium duxiſſe. Antea quidem doctiſſimorum
viro rum Uſſerii, Petavii, Noriſii, Spanhemii, Vaillantii, et Froelichij
fententia fuerat, ſe rius. Arſacidarum imperium incepiſſe, adver ſus quam
ſententiam C. ita pugnavit, ut veritas non minus quam modeſtia eluxe rit.
Quoniam vero in antiquitatis ftudio multae res inter fe ita nexae et jugatae
funt, ut, inventa una, aliae, quae prius latebant, ſe ſe contemplandas
offerant, ean ob rem Corfinius in Minniſari regis num mo explicando varia
ſcriptorum loca corri gere et ſupplere, verum Darii genus expo nere, Tiridatem
alterum, Arfamem, aliof que Armeniae Reges Vaillantio prorſus in cognitos
proferre potuit. Res in hac Differ tatione contentae, non fine laude oppugnatae
fuerunt a Jeſuitis Froelichio et Zacharia, reſponditque ad ea, quae objecta
fuerunt, ſine iracundia C.. Eteniin veritatis unice amans alios a fe diffentire
haud ini quo ferebat animo, ſemperque deteſtatus eſt eos, qui ſuis ſententiis
quaſi addicti et con. fecrati etiam ea, quae plane probare non poſſent,
conſtantiae, non veritatis cauſſa de. fenderent. Propugnationem quoque Corſinii
libello (*) ſuſcepit ejus convictor et fodalis Huic titulus eſt. Lettere
critiche di un Pafton r Arcade ad un Accademico Erruſco nelle quali ſi ſciola
gono le difficoltà fane contro un'opera del Reverendiſſia mo Padre Corſini nel
Tom. IX. della Storia leveraria of lialia &e, in Pisa in Carolus
Antoniolius, qui quidem non me. diocria adjumenta illi praebuit, cum pluri mum
valeret in omni genere ftudiorum quae ipſe excolebat. Magni quoque Acade miae
fuit Antoniolii opera in Graecis littea ris tradendis toto illo ſexennio, quo C.,
coactus capeſſere, ſummum Sodalitatis fuae magiſtratum, bona Principis cum ve
nia, et fine ulla ſtipendiorum jactura Piſis abfuit. Hic Romam venit menſe.
ardens. defiderio indicia veteris memoriae, quibus mirabiliter urbs. illa abun
dat (quacumque enim quis ingreditur in aliquam hiſtoriam veftigium ponit )
cogno ſcendi. Sed raro ei poteſtas dabatur huic ſuo. deſiderio, fatisfaciendi,
cum podagrae dolori bus ſaepiſſime vexaretur, et munus ſuum diligentiſſime
exequi vellet. Quanta vero pru dentia ac dexteritate fuerit in tractandis ne.
gotiis, quanta aequitate in conſtituendis, temperandiſque, ſi res pofcebat,
conſtitutis jam legibus, quanta humanitate erga omnes, quantaque vigilantia ac
providentia in con fulendo rebus. praeſentibus, praecavendoque futuras, fatis
praedicari non poteft. Cum autem nihil ſine aliorum conſilio agere ei mos eſſet,
et facilitate ſumma uteretur in füos adjutores procuratoreſque, inde norza
nulli materiem ſumpſerunt falſae criminatio nis, quod ad aliorum magis quam ad
ſuun arbitrium res Familiae adminiftraret. Omnino totum fe tradidit Sodalitati,
to tamque fic rexit, ut oblitus commodorum ſuorum omnibus proſpexerit. Non eſt
credi bile quanto animi dolore angeretur, fi ali quis ſuorum in crimen
vocabatur. Horrebar enim homo innocentiſſimus vel ipfam pecca ti ſuſpicionem.
Sed non propterea fontibus iraſcebatur, hofque clementia magis atque
manſuetudine, quam animadverſione et ca ftigatione ad frugem revocare ſtudebat.
Cum vero feveritatem, fine qua reſpublica adıni niftrari non poteſt, adhibere
cogebatur, similis, ut praeclare admonet CICERONE, legum erat, quae ad
puniendum non iracundia, fed aequitate ducuntur. In his occupationi bus muneris
ſui, ne plane ceſſäre a fcriben do videretur, extare voluit explicationem
đuarum Graecarum inſcriptionum, quae mus ſeum ornant Bernardi Nanii Veneti
Senatoris. quam feliciter id praeftiterit, perſcrutata prius litterarum
priſcarum, quibus illae con fcriptae ſunt, forma atque vi, facile judica bunt
ii, qui ſunt harum deliciarum amato Tes. Tentaverat eamdem rem Franciſcus Za
nettus, ſed longiſſime aberravit a vero ejus interpretatio. Ipſe C. cum Anconae
effet ineunte eoque prae ſente cum multis aliis detecta fuiſſent atque agnita
corpora Sanctorum Cyriaci, Marcelli ni et Liberii, quos ſingulari obfequio ea
dem civitas venerațur, incitatus fuit, ut ali quid laboris impertiret illorum
Sanctorum illuſtrandae hiſtoriae, definiendoque praeſer tim tempori, quo
tranſata eorumdem cor pora fuerunt in eum, ubi nunc jacent, lo cum, et quo
Anconae coli coeperunt. Haec C., edito commentariolo, accidiffe - ftendit
exeunte faeculo et ex ipfis an tiquitatis monumentis quibus ſententiam ſuam
confirmavit, quatuor Anconitanorum Epiſcoporum nomina in lucem protulit, quaç
uſque ad id tempus fuerant incognita, Per pauca in hoc commentariolo attigit de
S, Liberio, quod ejus hiſtoriam involutam tenebris et fabulis exiſtimabat, Mox
cum ei aliquid luminis affulfiſſet, et monumentorum ope, et mirabili illa ſua
conjiciendi arte pa tefacere potuit Liberium fuiſſe unum ex fo ciis S.
Gaudentii Abfarenſis Epiſcopi, qui circiter an. MxXxx. Anconam venit, fo
litariam vitam acturus in ſuburbano mona ſterio Portus Novi. Harum rerum
inventio multis laudibus. celebrata fuit a Scriptoribus annalium Camaldulenſium:
pergrata quo que fuit. Benedicto XIV. pro ejus. fingulari ftudio in Anconitanam
Ecclefiam. Hic cum ſaepe ad congreffum colloquiumque ſuum invitaret Eduardum,
quod ejus ſummum in genium, fuaviffimos. mores, atque eximiam probitatem et nofſet
et diligeret, ſaepe quo que ipſum hortabatur,, ut ea pergeret man dare litteris,
quae abdita Chriſtianae anti quitatis patefacerent. Sed fuerunt juftae ca uffae
quare. C. amantiffimis. Pontificis M. conſiliis minime obtemperavit; et quid
quid fubciſivorum temporum incurrebat, quae perire non patiebatur, libentiffime
concedebat ſuis priſtinis ftudiis. Ruſticabar cum eo in Tuſculano, quando
epiſtolam ſcripſit ad Paullum Mariam Paciaudium, in qua plura de Gotarzis
eximio nummo, ejuſque, Bar danis, et Artabani Parthiae Regum hiſtoria
perſecutus eſt, et pro jure noftrae amicitiae ab ipſo poftulabam, ut in otio,
quod raro da batur, et peroptato illi dabatur, ceffaret a libris et a ftilo.
Verum cuin is eſſet ut fi ne his ftudiis vitam inſuavem duceret, di cere
folebat hujuſmodi ſcriptiones non pre mere, ſed relaxare animum. Et relaxatione
certę aliqua ille indigebat, cui grave adeo erat, quod multi appetunt, ceteros
regendi munus, ut onus Aetna majus ſibi ſụſtinere videretur. Poterat quidein
illi eſſe lovaniens to recordatio multorum benefactorum, inas ter quae maximum
illud reputari debet quod eo ſexennio, quo ad Sodalitatis gum. bernaculum ſedit,
viginti domus, five cole legia conſtituta sunt. Interim advenit tem pus, quo
magiſtratu fe abdicare, et extre mos auctoritatis fuae fructus capere debe bat
in provehendo digno viro, qui fibi fuc cederet. Verum minime illi: contigit, ut
funt ancipites variique casus comitiorum, quem optabat, exitus. Peractis
comitiis, fine mora rediit ad Academiam Piſanam et ad il lamºquietam in rerum
contemplatione et co gnitione maxime poſitam degendae vitae rae tionem, qua qui
frueretur, negabat ei aliquid deeffe ad beatė vivenduin. Liber de Praefe. ctis
Urbis ei erat in manibus; Graecas in fcriptiones in Aſia repertas, quas, ut
ſupra retulimus, a Scipione Maffejo dono accepe rat, quafque jampridem Latinas
fecerat, co pioſis commentariis explicabat; aderat diſci pulis ſuis; veniebat
frequens in Academiam, afferebat res multum et diu cogitatas, facie batque fibi
audientiam hominis erudita, com pta et mitis oratio. Idem efflagitatu et coae
tu amicorum inftituta. hoc tempore opera abrupit, ut explicationem lucubraret
cujuf dam nummi recens in Auſtria reperti, in quo erat nomen et imago Sulpiciae
Dryan tillae Auguſtae. Conjecit ille feminam hanc libertam fuiſſe,
libertatémque accepiffe a Sul picio quodam, ab eoque in Sulpiciam ģen tem
receptam; nupfiffe demum Carinó fcea leftiffimo Imperatori. Haec porro incerta.
Illud unuin ſine ulla dubitatione colligi pof fe videtur ex nummi fabrica,
characterum forma, feminaeque ornatu, illum ipſum num mum cuſum fuiſſe inter
Elagabali et Diocle tiani imperium, proptereaque Dryantillam ad aliquem
Imperatorum, qui illo intervallo re gnarunt, pertinere. Neque his contentus Edu
ardus voluit etiam excutere hiſtoricorum et rei nummariae interpretum mire
inter fe dif ſidentes opiniones de Aureliani ac Vaballa thi imperio atque
aetate, ac poftremo ſuam ſententiam proferre. Fuit haec, Aurelianum exeunte
Julio, vel ineunte Auguſto imperium ſuſcepiſſe, eaque multis et gravibus
confirmatur argumentis. Ad ex vero diluenda, quae contra dici poterant ex
illorum ſententia, qui praeſertim niti vide bantur lege quadam data a Claudio
VII. Kal. Novembris Antiochiano et Orfito Con ſulibus, ut ſerius Aurelianum
inchoaffe im perium perſuaderent, diſtinguit Conſules or dinarios a ſuffectis.
Hac autem conſtabilita diſtinctione, quae maxime apta erat non fo lum ad id,
quod requirebat, ſed etiam ad expediendos alios, quos vel ipſe Scaliger in diffolubiles
in Chronologia exiſtimaverat now dos, concludit eamdem legem editam fuiffe anno
quando An tiochianus et Orfitus ſuffecti Conſules erant, minime vero anno
cclxx. iiſdem Confuli bus ordinariis. Nec minor difficultas erat o ſtendere,
qui fieri potuerit, ut Aurelianus ad vil. Imperii annum perveniffe dicatur, et explicare
locum Euſebii, qui tradit in ejuſdem tempora incidiffe in. Antiochenam Synodum:
exploratnm eft enim hanc Sya nodum anno cclxix. incoeptam et abſolutam fuiſſe.
Feliciter haec praeftitit Corſi nius, cum probaſſet Aurelianum anno et ultra
antequam a legionibus poft mortem Claudii Imperator fieret, ab ipfo Claudio
deſtinatum ſibi fuiſſe ſucceſſoreni, adeoque ampla poteſtate donatum ut ab hoc
tema pore nonnulli ejus Imperii initium ſumere potuerint. Quae vero de
Vaballatho diſream ruit C. haec ferme ſunt. Illum Ze nobia procreavit ex Athena
priori viro, ejuf demque nomine ab uſque dum Claudius in Gothicum bellum uni ce
intentus vixit, Orientis imperium te H4 ut nuit. Ex quo factum eſt, ut quae hoc
tem pore cuſa funt Vaballathi numiſmata, Impe. satorem Caefarem Auguftum illum
nominent. Poftquam vero ille deſciviſſet a matre, Aureliano adhaereret, huic
quidem conjun octus in nummis repraefentari voluit, minime vero paludamento,
radiata corona, fplendi doque Augufti nomine decoratus, ſolo Im peratoris
contentus. Praetereo alia multa Scitu digniſſima in hac Diſſertatione conten ta,
ne, cum nimis longus in recenfendis ſcriptis operibus fuerim, videar oblitus
con ſuetudinis et inſtituti mei. Hujus libelli (cil ra liberatus C. totus in eo
fuit, ut ab Solveret ſeriem Praefectorum Urbis ab Urbe con dita ad annum afque five
a Chri fto nato DC. Etenim poſteriora tempora mi nime inquirenda putavit,
quibus, penitus fere exſtincto Urbanae Praefecturae fplendo re ac dignitate,
nonniſi tenue nomen, ac leviſſima priſtinae majeſtatis umbra ſuperfuit; ex quo
fiebat, ut nihil inde lucis facra et profana ſperare poffet hiſtoria, cum
contra uberrimam fplendidiffimamque utraque acci. peret ex veterum Praefectorum
ferie, horumque aetate rite conſtituta. Ut vero non utilitate ſolum, ſed etiam
jucunditate lecto res invitaret C., operi varia opportu ne admifcuit, quae
marmora et ſcriptores, quorum teftimoniis ubique fere utitur, cor rigunt et illuſtrant,
interpretumque falſas opiniones atque errores emendant. Non ego ſum neſcius
multos anteceſſiſſe Corſinium in hujuſmodi pertractando argumento; ex qui bus
omnibus, ac praefertim Jacobo Gotho fredo ac Tillemontio plurima in rem ſuam
tranftulit. Sed ii exiguis finibus operam fuam continuerunt, fi unum excipias
Feli cem Contelorium, qui contextam a Panvi. nio Praefectorum ſeriem ad annum
uſque traduxit. Tale tamen non fuit Contelorii opus, quin eadem de re aliquid
politius, copiofius, perfectiuſque proferri a C. potuerit. Et protuliffe certe
ipſum oportet, cum magna fuorum laborum prac conia ab intelligentibus viris
reportaverit. Mi rari hi tantummodo viſi ſunt quod aut is in gnoraverit hac
ipſa in re plurimum quoque elaboraſſe Almeloveenium, aut quod hujus fcripta
conſulere praetermiſerit. Id profecto et praeſtitiſfet abundantius et copiofius
pro poſitae fibi rei ſatisfacere potuiſſet, neque poftea ventofiffimi homines
triftem fuftinuif fent notam calumniatorum, qui nullo in pre tio ob pauca
quaedam a C. praetermif ſa hujus opus habendum inflatis buccis clamitarunt. Ne
hi verbofis fibi famam ad quirerent ſtrophis vel apud imperitam mul titudinem,
factum eſt diligentia Cajetani Mari nii, qui librum Bononiae edidit, quo non
folum eorum obftitit injuriis, verum etiam nova a ſe inſcriptionum ope detecta
Praefectorum Urbis nomina in lucem protulit. Sed ad C. revertor, qui dum fine
intermiſſione obſequebatur ftudiis ſuis et adoleſcentium utilitati, oblitus
vide batur fe jam fenem factum (quando enim typis mandavit librum de Praefectis
Urbanis ſexageſimum primum aetatis annum agebat ) et infirma aegraque
valetudine effe. Sed ac Hujus eſt inſcriptio: Difefa per la ſerie de' Pree
fetti di Roma del Ch. P. Corfini contro la cenſura farie. le nelle offervazioni
ſul Giornale Piſano, in cui le della Serie si suppliſce anche in affai luoghi e
le emenda. In Bon logna e AQUINO (si veda) in 4. Vide Pilanas Ephcm meridcs eidit
miſerabilis caſus, qui repente ipſi onga nem ſpem non folum litteris, ſed etiam
na: turae vivendi praecidit. Erat haec conſuetu. do Academiae Piſanae, ut qui
humaniores lite teras profitebantur, Kalendis Novembris, quo tempore inftaurari
ftudia folebant, LATINAM om rationem haberent ad vehementius inflamman
dam cupidam doctrinarum juventutem. Di cebat eo ipſo die Eduardus (vertebat
tunc annus tertius fupra fexageſimum hujus fae tuli ) de viris, qui et ſcriptis
editis, in ventiſque rebus in Academia maxime florue runt, eaque erat oratio,
ut nunquam is di xiſſe melius judicaretur. Cum eo pervenirſet, ut exultaret in
immenſo GALILEI (si veda) laudum campo, repente apoplexis ipſum perculit, ac
ſemivivum reliquit. Dolore hujus caſus o ſtenſum eft quantum ille Academiae
eſſet ac ceptus. Aegre domum deductus, ibi quatri duo cum morte conflictatus
eſt. Quinto die, multis adhibitis remediis, levari coepit, ac praeter ſpem
paullatim convaluit. Ut arden ter deſideraret priſtinas recuperare vires,
efficiebat ille fuus ſingularis amor in Aca demiam, cui majus ſe non poſſe
munus afferre videbat, quam fi inſtitutum juſſu Prin cipis biennio fere ante
opus de ejuſdem Academiae ortu, progreſſu ac vicibus ad umbilicum perduceret.
Plurima collegerat at que vulgaverat ad hanc hiſtoriam pertinen tia vir
diligentiſſimus Stephanus Maria Fa bruccius Juris civilis in eadem Academia do
ctor, quae quidem ampla et bella materies effe poterant ad novum aedificandum
opus. Hoc igitur ſubſidio inſtructus Eduardus, ala cer ſe ſe ad rem accinxit.
Et primo quidem ILLUSTRIVM ITALICORVM GYMNASIORVM ori ginem ſubtexuit,
diſſerenfque quatuor prio ribus capitibus de prima GYMNASII PISANIi institutione,
neque ab xi. neque a xiv. Chris fti faeculo, ut multi ſcripſerunt, fed ab ine
unte XIII. vel exeunte xii. illam repeten dam effe exiſtimavit. Ex hoc tempore
ad annum uſque, quo anno Fa bruccius contendit coepiſſe Academiam Piſa nam,
hanc fi nullam dicere nolumus, mi nimain certe fuiſſe oportet. Conſecutae des
inceps yices multae, ut ipſa modo langues ſcere, modo ad interitum properare,
vires vitamque modo recuperare, ac faepe etiam veluti extorris ſedem mutare
viſa fuerit, Quae omnia octo conſeqılentibus capitibus perſecutus eft Eduardus.
Cum vero Acade miae res, imperante Coſmo I. ceteriſque.non solum Mediceis, sed
etiam Lotharingis Principibus, feliciflime proceſſiſſent, quibus ab his
beneficiis, ſplendore atque gloria aucta, quibuſque gubernata legibus
consuetudinibusque, variis interdum pro temporum varietate, exposuit in
quatuordecim capitibus, quo rum nonnulla adumbrata magis quam de fçripta
videntur. Haec omnia primam ope ris partem conficere debebant, cum refer vafſet
alteram, quam tamen minime attigit, Doctorum vitis. Dum haec scripta legebam
videbatur mihi pofſe ab Auctore defiderari major rerum copia, magiſque apta ac
preſ fa oratio. Inest quidem in omnibus C. scriptis luxuries quaedam, quae, ut
in herbis ruſtici ſolent, depaſcenda erat; quod fi eft vitium in omni oratione,
maximum tamen eſt in hiſtoria, in qua pura et illu fțris brevitas expetitur.
Eodem tempore, quo Eduardus in Academiae historiam incumbebat, ne plane superioris
aetatis Audia de servisse videretur, epistolam fcripfit ad ami cum et collegam
fuum Franciſcum Albi zium, in qua de Auſonii Burdigalensi consulatu egit,
Desperaverant vel ipsi chronologiae Patres Panvinius et Pagius, computationem
quamdam annorum ah. Auſonio factam in e pigrammate, ad Proculum, in quo, ab Urbe
condita ad consulatum suum annos enumeravit, conciliari posse, cum Varroniana epocha,
ideoque, novam excogitarunt epocham XIII. annis Varroniana pofte riorem, qua
non solum Ausonium, sed etiam Arnobium usos fuisse scripserunt. Horum aliorumque
Auſonii interpretum errorem ut corrigeret Eduardus, probare debuit. Auſonium
non Romanum, modo, fed et Bur digalenſem geffiffe consulatum, et Romanorum et Burdigalenfium
Consulum fastos conscripsisse. Qua distinctione constabilita, facile fuit
oftendere eumdem Aufonium in ea pigrammate, quod ad Heſperium filium ini fit
cum Romanis faſtis, de Romano, a ſe ges: ſto consulatu, in epigrammate autem
illo, quod est ad Proculum, de patrio, municipali, quinquennali (etenim in
municipis omnibus majores magiſtratus quinquennales eſſe ſolebant) de
Burdigalenſi nimirum con. ſulatu locutum fuisse. Hanc epistolam secuata est
altera ad Joannem Chrysostomum Trom. bellium Canonicum Regularem, in qua do
nummo quodam ab Athenienſibus Livia Augustae dicato, illiuſque aetate
differens, feminam illam non ſupremis tabulis, ſed matrimonii jure a marito
nomen Auguſtae accepiſſe pluribus monumentis comprobat. Quae quidem aliaque ex
abditiſſima antiqui. tate deprompta, quae fparfit C. in hac epiſtola, ut
jucunda lectoribus, ita iif dem plena moeroris fore arbitror, quae in extrema
pagina ejuſdem epifolae Trombel lius adnotavit. Scribit enim ille: Dum extre
mam hujus epiſtolae partem edimus, monemur, eodem fere tempore, quo Brixiae
egregius Maza zuchellius, inclytum Corfinium noftrum Pisis apoplexi repente ereptum.
Eheu litterae aflicłae ! o amicos incomparabiles ! o annum vere calami 10fum et
peffimum ! Dies, quo illum apople xis iterum invafit, fuit v. ante poft quem
caſum tribus ferme diebus vixit fine ſenſu, Sepultanta tus eft in Aede S.
Euphraſiae totius Acade miae luctu, quae hanc calamitatem acerbif fime doluit,
doletque adhuc reminiſcens ſe orbatam homine, in quo plurimae erant lit terae
eaeque interiores, divinum ingenium, ac induſtria fumma; fruebatur vero nominis
celebritate, ut hac fola muneris fui fplendorem tueri potuiſſet. Atque haec vi
tae decorabat dignitas et integritas. Quan tả gravitas mixta comitati in yultu
et moribus ! quantum pondus in verbis ! ut nihil inconſideratum exibat ex ore !
quam diligen ter inquirebat in fè ſe, atque ipſe ſe ſe ob Servabat I Oinnino
tantus erat in ipso ordo, conſtantia, et moderatio dictorum omnium atque
factorum, ut probitatem et religio nem prae se ferret, et ad omne virtutis de
cits natus videretur. Quidquid come loquens, et omnia dulcia dicens mirabiliter
ad se diligendum omnium ani mos alliciebat; si vero in familiari sermo ne a
quopiam dissentiret, contentiones disputationesque vitabat, quod non tam na
turae quam virtutis erat. Etenim iracun diae aculeos aliquando sentiebat, sed
hos perpetuus cupiditatum domitor frangebat, pla neque occultabat. Secum ipse
vivens animi triftitiam frequenter patiebatur, praeſertim si contemplaretur
misera, in quae incidimus, tempora, quibus corrumpere, et corrumpi saeculum
vocatur. Quod vero nonnulli per verſe adeo abuterentur philofophia, ac prae
ſertim metaphyſica, ut ea animos a religio ne avocarent, tanto illum
perfundebat horrore, ut vehementer poenitere eum non nunquam videretur
industriae suae, quam in erudienda juventute ad recentiorum philoſo phorum
dogmata inſumpſerat. Quae quidem poenitentia injurioſa mihi videtur; omnium
artium parenti philosophiae, quasi ejus culpa, quae deflebat mala C., accidif
ſent. Etenim ſunt unicuique ſcientiae: certi fines ac termini ab omnium rerum
modera tore Deo constituti, quos qui tranfilit, nae ille devius in praecipitem locum
ruat necese est. Sed ad C. revertor, de cujus laudibus non eft tacendum ſummae
illum bonitati ingenuitatique ſummam dexterita tem, ſi oportuiſſet, conjűxisse.
Liberalis minimeque cupidus pecuniae hanc facile a se extorqueri patiebatur.
Virorum litteris illus ftrium amicitias ftudiofillime coluit, amavitque in
primis Trombellium et Paciaudium, quo rum mentionem fupra fecimus, quorumque
conſuetudinis magnum cepit fructum eo prae sertim tempore, quo Romae fuit.
Dolui in pſum combufliffe, quas ab amicis accipere solebat, epistolas, quia
ſciebam in iis erudita multa contineri: eae quidem mihi non me diocri subsidio
futurae fuiſſent huic explican dae vitae. De qua fatis erit dictum, fi hoc unum
addam, eumdem ineditas reliquiffe bi nas Dissertationes de S. Petro Igneo, et B.
Joanne delle Celle; librum de civitatibus, quarum mentio sit in graecis nummis,
ſex que Latinas orationes habitas in Academia Piſana, ex quibus lenitas ejus
fine nervis cognoſci potest. Opere: “Instıutiones philosophicae, ac
Mathemaricae ad ufum Scholarum Piarum: Florentiae typis Paperini, continens
physicam generalem, continens libros de coelo Es mundo, continens tractarum de
anima, E metaphysicam continens ethicam
vel moralem continens institutiones mathematicas Editae iterum fucrunt hae
institutiones in V. mos diſtributae Bononiac ex ty pograghia Laclii a Vulpe cum
hoc titulo Cl. Reg: Scholarum Piarum, et in Pisana Academia Philosophiae
Professoris Institutiones Philosophicae ad un fum scholarum Piarum edirio
altera auctior et emendarior; Ragionamenti intorno allo fato del fiume Arno, dell
acque della Valdinievole, In Colania appresso Heng Werergroot, in 4. “Elementi
di Matiemasica, ne' quali sono con migliori ardine e nikovo metodo dimostrare
le più nobili e necesaria proposizioni di Euclide, Apollonio, e Archimede, Ch.
Reg. delle Scuole Pie: in Firenze. nella Stamperia di S. A. R. per li Tartini,
e Frasa ahi in 8. Hace elementa mathematica edita secundo fuerunt Year I 2 1
netiis apud Antonium Perlinum, in qua edie tione quaedam mutata ſunt,
emendatufque error, quo cao ptus fuerat Auctor, dum in priori editione exposuit
propoíitionem XXXV Venetae huic editioni a djc&us est ejusdem Auctoris liber
della Geometria Pranica; Ragionamento Istorico Sopra la Valdichiana, in cui si
descrive la antica e presente suo stato” (Firenze, Moucke); “Faſii Anici in
quibus Archonium Athenienfium sea ries, Philosophorum, aliorumque illustrium
Virorum deras arque praecipua Acicae historiae capita per Olympicos annos
disposita describuntur, novisque observationibus illustrantur: ACl. Reg. Scholarum
Piarum in Pisana Academia Philosophiae Professore, Florentiae, ex typographia. Giovannelli
ad insigne Palmae in Platea S. Eliſabeth. ex Imperiali typographia Cl. Reg. Scholarum
Piarum in Acadeo mia Pisana Philosophiae Profeſoris Differtationes. Agonisticae,
quibus Olympiorum, Phychiorum, Nemeurum, ale que Isthmorum lempus inquiriiur ac
demonftrarur: Aco redit Hieronicarum catalogus eduis longe uberior Es accurarior.
Florenciae ex typographia Imperiali. In cxtrema pagina hujus libri öxhibetur
integra feries menfium Macedonicorum, Atticorum, et Romanorum ad de mondirandun
veruna corum ficum ac connexionem; quam ſeriem hoc quoque in loco nos exponemus,
quia rem gratam antiquitatis ſtudioſis facturos arbitramur. Series enim a C. contexta
differt nonnullis in nienſibus ab ca quam Scaliger, Uſterius, Petavius,
Dodwellus, aliique descripferunt, i Macedonici Atrici Romani Lous Gorpiaeus
Hyperbercraeus Dlus Apellaeus Audynaeus Peritius Dystrus Xanthicus Artemisius
Daiſius Panemus Hecatombeeon Meragirnion Boedromion Pyanepſion Maemacterion
Pofideon Gamelion Anthefterion Elaphebolion Murychion Thargelion Scirrhophorion
Julius Augustus September October November December Januarius Februarius
Marrius Aprilis Majus Junius Lettere intorno al saggio di Maffei intitolato:
Graecorum Siglae lapidariae. Extat del Giornale de’ Letterati pubblicaro in
Firenze notae graecorum, five vocum Ex numerorum compen dia, quae in aereis
atque marmoreis Graecoruin rabulis ob. fervantur. Collegii, recenſuit,
explicavit, eaſdemque cabu las opportune riluftravia C. Cl. Reg. Scholas) rum
Piarum in academik Piſina Philoſophiae Profesor. Accedunt Differtationes ſex,
quibus marmora quaedam rum facra cum profana exponuntur ac emendantur.
Florentine Tographio Imperiali in fol. Plutarchi de Placitis Philofophorum
libri V. Larine reddidit, recenſuir, adnotationibus, variantibus lectionibus,
diferrationibus illuſtravit C. Cl. Reg. Schoe laruan Piarum in Pisana Acad.
Philosophia Professor Flo. seniige ex Imp. Typographio, Disertationes quibus
antiqua quaedam insignia moc sumente illuſtrantur. Vide eas, Symbolarara litercriarum
Antonii Francisci Gorii. Herculis quies et expiatio in eximio Farnesiano mere
more expresa: in fol. Inscriptiones Articae nunc primum ex Cl. Maffeii Schea
dis in lucem editae latina interpretatione brevibusque observationibus
illuſtratae Cler. Regul. Schole sunr Puarum in Academia Pisana Philosophiae
Professore. Florenciae ansio ex typographio Jo. Pauli Giovannel li in 4.
Solecta ex Graeciae Scriptoribus in usum ſtudiosae Juvent. sutis, Florentiae ex
Imperiali rypographio ir 8. Inſtitutiones Metaphyſicae in ufus Academicos
auctore Eduardo Corfi:n0 Clericorum Regularium Scholarum Piaruz in Academia
Pifana. Philoſophiae Profeſore. Vesieriis ex Typographia Balleoniana in 12 C. Cl.
Reg. Scholarum Piarum in Accodemia Pisana humaniorum litterarum Profeſſoris de
Minni fari aliorumque Armeniac Regum nummis, et Arſacidarum Epocha Differtario
Liburni typis Antonii Santini et Sociorum in 4. Spiegazione di due antichiſſime
inſcriçroni Greche indie ricare al Reverendiffimo Padre Anton Franceſco
Vezzofi, Prepoſto Generale de Cherici Regolari, Lettore nella Seo pienza Romana,
ed Eſaminatore de' Vefcovi da Edoardo Corfini Ch. Reg. delle Scuole Pie. In
Roma, nella Stamperia di Giovanni Zempel; Relazione dello scuoprimento e
ricognizione fatta in Ancona dei Sacri Corpi di S. Ciriaco, Marcellino, e Lia
berio Proiettori della Circà; e Riflefroni ſopra la translazione, ed il culto di
queſte Sanci. In Roma, nellu Stamperia di Zempel in 4. Eduardi Corfini Cler.
Regul. Scholarum Piarum, En in Academia Piſana humaniorum literarum Profeffuris
Dis Seseario, in qua dubia adverſus Minniſari Regis nummum, et novam
Arſacidarum epocham a Cl. Erasmo Froelichio s. J. proposita diluuntur. Romae ex
typographio Palla dis in 4. C. Cler. Regul. Scholarum Piarum et in Academia Pisana
humaniorum lirerarum Profeſoris ad Cles riflimam virum Paulum Mariam Paciaudium
Epiſtola, ir qua Gotarzis Parthiae Regis nummus hactenus ineditos expli Catur,
et plura Parthicae hiſtoriae capita illustrantur. Romae, in Typographio
Palladis. Excudebant Nicolaus et Marcus Palearini ir 4.Cl. Reg. Scholarum
Piarum in Pifar:& Academia humaniorum litterarum Profeſoris Epiftolae rres,
quibus Sulpiciae. Dryantillae, Aureliani ac Vaballathi Avea guſtorum nummi
explicantur et illuſtrantur. Liburni apud Jo. Paullus Fanthechiam ad fignum
Verit. in 4. Series Praefeciorum Urbis ab Urbe condira ad annum uſque sive a
Chriſto naro DC. collegit, rem cenſuit, illuſtravir Eduardus Corſinus Cler.
Reg. Scholarum Piarum in Academia Piſana humaniorum liuerarum Professor Pisis excudebar
Joh. Paulus Giovane nelius Academiae Pifunae Typographus cum Sociis in 4. Notizie
Iſtoriche intorno a S. Liberio ſepolto e venera 10 nella Cattedrale della città
di Ancona all' Eminentiffimo Signor Cardinale Acciajuoli Veſcovo di detta città.
In Are cona nella Sramperia Bellelli in 4. Cl. Reg. Scholarum Piarum, in Academia Piſana
humaniorum litterarum Profeſoris Epiſtola de Burdigalenfi Aufonii Confulatu.
Piſis Exe cudehar Joh. Paulus Giovannellius Academiae Pifanae inyo pographus cum
Sociis in 4. Clericor. Regular. Scholarum Pia rum Ex- generalis, et in Pifana
Univerſitare Primarii Les coris ed Joannem Chryſostomum Trombellium canonicorum
Regularium Congregationis S. Salvatoris Ex-generalem et S. Salvatoris Bononiae
Abbatem Epistola, Bunoniae, ex typographia
Longhi in 4; Disertazione sopra S. Pietro Ignes, sopra il B. Giovanni delle
Celle; De Civitatibus, quarum mentio sit in Graecis nummis, Pars I. Historiae
Academiae Pisenae, Latinae Orationes VI, Ad Academicos Pisanes; Les Storcien.s
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in JournaldePsychologie normale etpatho /ogique, luglio-settembre, VERNANT, Parole
et signes muets", in J.-P. Vernant (ed.), Divination et rationalité,
Seuil, Paris (tr. it. Divinazione e razionalità, Einaudi, Torino VERNANT,
Divination et rationalité, Seuil, Paris (tr. it. Divinazione e razionalità,
Einaudi, Torino VIANO Studi sulla logica di Aristotele: l'orizzonte linguistico
della logica aristotelica Rivista critica di storia della filosofia La
dialettica di Aristotele Rivista di filosofia La dialettica stoica Rivista di
filosofia VOLLI, U. 1979 La retorica delle stelle, L'Espresso Strumenti, Roma
WALD Le rapport entre signum et denotatum, dans la conception d'Augustin",
in S. Chatman-U. Eco-J.M. Klinkenberg (eds.), A semiotic landscapelpanorama
sémiotique, Mou ton. The Hague-Paris-New York, WEINOARTNER, R.H. 1969
"Making Sense of Cratylus", in Phronesis, WENSKUS, o. 1983
"Vergleich und Beweis im 'Hippokratischen Corpus' ", in F.
Lasserre-Ph. Mudry, Formes de pensée dans la Collection Hippocratique,
"Actes du IV Colloque interna tional hippocratique (Lausanne, 21-26 sept.
1981)", Droz, Genève WELTRING, G. 1910 Das SEMEION in der aristotelischen,
stoischen, epikureischen und skeptischen Philosophie, Hauptmann, Bonn (ried. in
Kodikas/Code) ZELLER, E. 1865 Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen
Entwick- -68 lung, Fues's Verlag, Leipzig (voli. I-III)Odoardo Corsini. Edoardo
Corsini. Silvestro Corsini. Corsini. Keywords: Romolo e Remo, segni naturali,
segni artificiale, i segni, il segno di Romolo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Corsini” – The Swimming-Pool Library. Corsini.
Luigi Speranza -- Grice e Cortese: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del segno naturale -- del
principio del significato – scuola di Milano – filosofia milanese – filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. e alpinista.
Grice: “I love Cortese; first he wrote on Frege, whose views on ‘aber’ are very
much like mine on ‘but’! – But then he also wrote on ‘irony,’ alla Socrates –
as per Kierkegaard’s example, “He’s a fine fellow! => He’s a scouncrel --,
and most ‘theoretically,’ as the Italians put it – on the ‘principle of
meaning’ – significato – which had me thinking – I very freely speak of the
principle of conversational helpfulness, but somehow, principle of
‘signification’ sounds obtuse! Signification seems too natural to require a
principle! If helpfulness and benevolence are evolutionary traits, they are
certainly NOT ‘instituted’ as principles, even if they are requirements for
trust and the ‘institution of decisions’!” “I am anything but a contractualist,
and principle has to be taken with a pinch of salt!” If I speak of a rational
constraint, the idea of a principle evaporates: it’s conversation as rational
cooperation – as I put it – as different from and stronger than ‘conversation
as mere cooperation’ – but this slogan frees us from a commitment to the
existence of a ‘principle’ to which we might want later to provide with some
sort of ‘psycho-logical’ validation!” Di una famiglia originaria di Sant’Angelo
Lodigiano. Si laurea a Trieste e Milano sotto Bontadini e Noce. Insegna a
Trieste. Studia Kierkegaard, Gioberti. Italianismi in Kierkegaard. Altre opere:
“Kirkegaardiana” (Milano); “Esistenzialismo e fenomenologia” SEI, Torino); “Protologia
e temporalità, Gregoriana, Roma); “Kierkegaard” (Milan); “Del principio di
creazione o del significato” Liviana, Padova, Kierkegaard” (La scuola,
Brescia); “Ironia” (Marietti, Genova); La Creazione: Un'apologia accidentale
della filosofia” (Marietti, Genova); “Il negozio del sapone, Liviana, Padova);
“Enten-Eller ([Victor Eremita” (Adelphi, Milano); “L'attrice” (Antilia,
Treviso); “Un discorso edificante” (Marietti, Genova); Il naturale e il
sovra-naturale (Padova); Ermeneutica” (Lint, Trieste), “Il responsabile” –
“Eden” – “Introduzione all’introduzione” del Gioberti – “Frege: signare il
concetto”; “Liberalismo”Meteorologia branca delle scienze dell'atmosfera Lingua
Segui Modifica Ulteriori informazioni Questa voce o sezione sull'argomento
meteorologia non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti.
La meteorologia[1] (dal greco μετεωρολογία, letteralmente "studio dei
fenomeni celesti"[2]) è il ramo delle scienze dell'atmosfera e della Terra
che studia i fenomeni fisici che avvengono nell'atmosfera terrestre
(troposfera) e responsabili del tempo atmosferico. Cumulonembo
calvus, nube convettiva in atmosfera StoriaModifica Magnifying glass icon
mgx2.svg Storia della meteorologia. Rappresentazione di venti e
meteorologia in una tavola degli Acta Eruditorum del 1716 Il termine deriva dal
greco μετεωρολογία, meteōrología, da μετέωρος metéōros, "elevato" e
λέγω légō, "parlo", quindi "discorso razionale intorno agli
oggetti alti": la parola μετέωρος ha un'etimologiaincerta, forse derivato
dal termine metá in italiano ‘’oltre’’ e ourea ovvero il termine arcaico greco
per ‘’montagne’’ quindi Oltre i Monti [3], o forse da μετά metá "con,
dopo" e αἴρω áirō "alzo".[4] Dopo le prime intuizioni dei greci
si è dovuto attendere fino alla seconda metà del XX secolo quando, con l'arrivo
dei calcolatori elettronici, l'uomo ha avuto la possibilità di eseguire in un
tempo ragionevole le tante operazioni di calcolo che caratterizzano
l'elaborazione a mezzo di un modello meteorologico. Gli oggetti che cadono dal
cielo più frequentemente sul nostro pianeta sono le idrometeore, vale a dire
particelle costituite da acquanella sua forma liquida (pioggia) o solida (neve,
cristalli di ghiaccio, grandine o neve tonda). DescrizioneModifica
Circolazione generale dell'atmosfera Ciclone extratropicale Fronte
caldo Fronte freddo Fronte occluso In particolare lo studio
dell'atmosfera è lo studio sia sperimentale dei suoi parametri fondamentali
(temperatura dell'aria, umidità atmosferica, pressione atmosferica, radiazione
solare, vento), attraverso l'uso di osservazioni e misurazioni dirette e
indirette a mezzo di stazioni meteorologiche, palloni, sonde, razzi e satelliti
meteorologici equipaggiati della necessaria strumentazione, sia teorico,
facente cioè uso dell'astrazione propria del linguaggio della fisica matematica
per la quantificazione delle leggi fisiche o processi (appartenenti alla fisica
dell'atmosfera) che intercorrono tra essi. I due approcci confluiscono
nel risultato finale ovvero l'ideazione, l'implementazione e l'inizializzazione
di modelli matematici in grado di ottenere una previsione o prognosi a breve
scadenza dei vari fenomeni atmosferici (nubi, perturbazioni, vento,
precipitazioni tramite i cosiddetti modelli meteorologici) su un dato
territorio (previsione del tempo). Tempo meteorologico e climaModifica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Tempo
meteorologico, Clima e Variabilità meteorologica. Obiettivo della meteorologia
è quello di misurare direttamente i parametri fisici atmosferici istantanei e
cercare di fornire previsioni su determinati eventi atmosferici futuri,
studiando dunque i fenomeni di breve durata che caratterizzano il tempo
meteorologico; la raccolta di dati sul lungo periodo è utile invece a livello
climatologico studiando l'andamento medio del tempo atmosferico di una regione
in un certo lasso temporale: mentre il tempo atmosferico è definito come
l'insieme delle condizioni atmosferiche in un certo istante temporale su un
dato territorio, il clima invece è l'insieme delle condizioni meteorologiche
medie di un territorio su di un arco temporale di almeno 30 anni, come
stabilito dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM): talune analisi che
si riferiscono in primis all'ambito meteorologico non possono dunque essere
estese all'ambito climatologico essendo questo una media statistica sul lungo
periodo, oggetto di studio di quella scienza affine che è appunto la
climatologia; quindi mentre la meteorologia ha come finalità ultime la
comprensione dei fenomeni atmosferici a breve scadenza con relativa previsione,
la climatologia studia invece i processi dinamici che modificano le condizioni
atmosferiche medie a lunga scadenza, come ad es. i cambiamenti climatici.
Principali fenomeni meteorologiciModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Fisica dell'atmosfera. L'atmosfera terrestre è un
gigantesco sistema termo-fluidodinamico, accoppiato con il sistema oceanico, la
biosfera e la criosfera, e mosso da una sorgente di energia termica sotto forma
di radiazioni che è il Sole. La natura dinamica e intrinsecamente caotica o
turbolenta dell'atmosfera si esplica attraverso la circolazione generale
dell'atmosfera e una serie innumerevole di fenomeni atmosferici che
quotidianamente osserviamo. Gran parte di questi fenomeni possono essere
inclusi in tre grandi categorie di processi: i processi di
redistribuzione del calore, sia in verticale attraverso il trasferimento
radiativo e convettivo, sia in orizzontale (a piccola, media e larga scala)
attraverso i venti e la circolazione generale dell'atmosfera. i processi
atmosferici coinvolti nel ciclo dell'acqua, innescati a loro volta dai processi
radiativi, quali evaporazione, condensazione, nubi, precipitazioni e i fenomeni
perturbativi ad essi associati (a piccola, media e larga scala) quali fronti
meteorologici, cicloni extratropicali, cicloni tropicali, temporali, rovesci,
tornado ecc. i processi legati all'elettricità atmosferica, come i fulmini. Le
prime due categorie di processi sono intimamente connesse giacché evaporazione,
condensazione e formazioni cicloniche contribuiscono anch'esse al trasporto
dell'energia nel sistema sia in verticale che in orizzontale e allo stesso
tempo da essi innescati. I vari fenomeni meteorologici sono classificati
all'interno della cosiddetta scala dei moti atmosferici a seconda delle
dimensioni del territorio, del tipo di analisi richiesta e dell'intervallo
temporale di interesse in cui essi insistono.
StrumentazioniModifica Strumentazione di una stazione meteorologica
Satellite meteorologico(Meteosat) Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso
argomento in dettaglio: Stazione meteorologica. L'uomo ha anche costruito nuovi
strumenti per osservare le varie interazioni; i seguenti strumenti sono stati
approvati dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), e molti di essi
vengono utilizzati in ogni stazione meteorologicamondiale:
radiometri e scatterometri localizzati su satelliti meteorologici
misurano l'energia elettromagnetica reirradiata dal pianeta verso lo spazio
esterno, fornendo quindi un'immagine dello stato dell'atmosfera e della
presenza di nuvole termometri (es. a minima e massima), per la misurazione
della temperatura; igrometri, per la misurazione dell'umidità; psicrometri, per
la misurazione dell'umidità; termoigrometri, per la registrazione della
temperatura e dell'umidità; pluviometri/pluviografi, per la misurazione delle
quantità di pioggia; nivometri, per la misurazione dell'accumulo di neve al
suolo; anemometri, per la misurazione della forza e della direzione dei venti;
trasmissometri, per la misurazione della visibilità; palloni sonda per
radiosondaggi: attraversano verticalmente l'atmosfera per ottenere profili
verticali di pressione, temperatura, umidità e vento (sono per ora la
principale fonte di dati per i modelli meteorologici); boe galleggianti e navi
meteorologiche, per l'osservazione delle condizioni meteorologiche in mare
aperto; radar meteorologici. Irradiano energia elettromagnetica e ricavano
informazioni sull'atmosfera analizzando le caratteristiche del segnale da essa
riflesso. Sono utilizzati per individuare eventi di precipitazione, stimarne
l'entità e prevederne l'evoluzione a breve termine (nowcasting), e in alcuni
casi per sondare la struttura interna delle nubi. Possono essere installati a
terra o su satellite; satelliti meteorologici, cioè satelliti che ruotano
attorno alla terra per inviare al suolo immagini del movimento delle nubi e le
mappe della temperatura. I satelliti si dividono in geostazionari e a orbita
polare. Si possono visualizzare le immagini dei satelliti su molti siti web.
Previsioni meteorologiche Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Previsione meteorologica. Manica a vento, uno dei simboli
della Meteorologia Immagine del NOAA Carta meteorologica di previsione
a 500 hp Le previsioni meteorologiche si ottengono solitamente dalla seguente
procedura: osservazione e misurazione delle variabili atmosferiche (es.
velocità e direzione del vento, temperatura dell'aria, umidità, pressione);
trascrizione, studio ed elaborazione dei dati rilevati su carte sinottiche o
assimilando i dati attraverso modelli matematici che girano su calcolatori
numerici, dove in quest'ultimo caso, viene prodotta la situazione meteorologica
di un determinato momento, chiamata analisi; prognosi futura a partire dalle
carte sinottiche oppure facendo evolvere la condizione iniziale tramite uso dei
modelli matematici meteorologici (previsione). Ambiti di studioModifica
All'interno della disciplina vi sono vari ambiti di studio: la meteorologia
sinottica che studia in maniera qualitativa e quantitativa l'evoluzione delle
condizioni atmosferiche di vaste porzioni dell'atmosfera stessa (superiori ai
1000 km) tramite l'uso di carte meteo, nozioni empiriche, metodo delle analogie
ecc. la meteorologia dinamica che, partendo dalle equazioni di base della
fluidodinamica, cerca di spiegare formazione e sviluppo dei fenomeni osservati
(detta anche meteorologia fisica o teorica). la meteorologia numerica, si
occupa di definire e affinare i modelli numerici di previsione meteorologica la
meteorologia satellitare, che si avvale delle analisi di telerilevamento
atmosferico e quindi dei relativi dati trasmessi a terra dai satelliti
meteorologicicome ad esempio i satelliti Meteosat. la radarmeteorologia che si
avvale dei dati raccolti dai radar meteorologici dislocati sul territorio per
affrontare la previsione meteo a brevissima scadenza (nowcasting). la
meteorologia aeronautica, che si occupa principalmente dei fenomeni rilevanti
per la navigazione aerea; la meteorologia spaziale che si occupa del cosiddetto
tempo meteorologico spaziale in alta atmosfera; la meteorologia ambientale che
studia pollini e dinamica degli inquinanti in atmosfera; l'agrometeorologia che
studia le relazioni tra tempo atmosferico e agricoltura[5]; Meteorologi
famosiModifica Edmondo Bernacca Andrea Baroni Plinio Rovesti Guido Caroselli
Mario Giuliacci Guido Guidi Paolo Sottocorona Paolo Corazzon Luca Mercalli
Andrea Giuliacci Daniele Izzo NoteModifica ^ Anche se spesso viene usata, la
grafia metereologia non è corretta, come dimostra l'etimologia greca; cfr.
anche l'abbreviazione meteo. ^ meteorologìa in Vocabolario, su Treccani Con la
stessa etimologia delle antiche divinità della cosmogonia greca Ouranos (Cieli)
e Ourea (Montagne) ^ Franco Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino,
Loescher, Mariani Clima e agricoltura Rivista I tempi della terra su
itempidellaterra.org. Navarra, Le previsioni del tempo, Il Saggiatore, Agrometeorologia Atmosfera Anticiclone
Avvezione Barometro Carta meteorologica Circolazione atmosferica Formula
ipsometrica Fisica dell'atmosfera Igrometro Isobara (meteorologia) Isoterma
(meteorologia) Grandine Ghiaccio Geopotenziale Legge della persistenza Legge
della compensazione Meteorognostica Nube Neve Pressione atmosferica
Precipitazione (meteorologia) Promontorio di alta pressione Riscaldamento
stratosferico Storia della meteorologia Stazione meteorologica Saccatura
Satellite meteorologico Strato limite Teoria del caos Temperatura Termometro
Tempo (meteorologia) Umidità Variabilità meteorologica Vortice polare Altri
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vietati. Organizzazioni nazionaliModifica Meteo Aeronautica Servizio
Meteorologico dell'Aeronautica Militare AMPRO Associazione Meteo Professionisti
Organizzazioni internazionali World Meteorological Organization Organizzazione
Meteorologica Mondiale (EN) European Centre for Medium-Range Weather Forecasts
Centro europeo per le previsioni meteo a medio termine (EN) Eumetnet
Raggruppamento di 29 servizi meteo nazionali europei (EN) Eumetsat Organizzazione
europea per i satelliti meteorologici European Meteological Society Portale
Meteorologia: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di meteorologia Ultima
modifica 3 mesi fa di Pav03 Storia della meteorologia Meteorologo Previsione
meteorologica Wikipedia Il contenutoGrice: Can a sign have a different meaning
for utterer and recipient? – If so, why do we keep calling communication –
signare seems to be still good enough! -- Alessandro Cortese. Cortese. Keywords:
del principio del significato, Kierkegaard, soap, sapone, actress, attrice,
edifying discourse, discorso edificante,
naturale/sopra-naturale/preter-naturale, Paul Carus, hyperphysical. Those spots
means she has the devil inside her. Praeter-natural implicatura, supra-natural
implicature, non-natural implicature, natural implicature. “Del significato”,
ironia socratica, sapone, Savona, signare il concetto, sovrannaturale,
liberalismo, il responsabile. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cortese” – The
Swimming-Pool Library. Cortese.
Luigi Speranza -- Grice e Corvaglia:
la ragione conversazionale, il
pessimismo e l’implicatura di Tantalo – scuola di Melissano – filosofia leccese
– filosofia pugliese-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Melissano).
Filosofo leccesse. Filosofo pugliese. Filosofo italiano. Melissano, Lecce,
Puglia. Grice: “I love Corvaglia – or corvus in diluvio, as he called himself!
– a very Italian philosopher and thus interested in the history of Italian
philosophy, especially Vannini – the fact that he wrote plays on philosophical
subjects – La casa di Seneca – helps!” Opera
nel campo della filosofia del rinascimento. Tra gli studi
filosofico-scientifici si distinguono per vastità e profondità i volumi Le
opere di Vanini e le loro fonti, e Vanini Edizioni e plagi, risposta polemica
condotta contro le veementi critiche ricevute Porzio. Pubblica il romanzo
Finibusterre, trasfigurazione quasi sacra della sua amata terra e del popolo
del Basso Salento, ch'egli incitava con ogni mezzo, anche se spesso travisato e
intralciato e persino calunniato a crescere, per migliorare materialmente e
moralmente. Il romanzo fu ben accolto dalla critica. Benedetto Croce, a cui
Corvaglia lo aveva dedicato, rimarcò "lo sfondo storico rappresentato in
modo assai vigoroso" e il "trattamento dei caratteri e degli
effetti". Con maggiore puntualità Annibale Pastore (già suo professore
all'Torino) gli confidava di sentire emergere nella sua mente, attraverso
figure e temi del romanzo, ricordi sepolti, "struggente malinconia",
un mondo molto simile a quello del Manzoni, "anch'esso celato alla
superficie, soffuso d'ironia-limite", e tuttavia turbato da altri
affascinanti caratteri, quali: "il sorprendente realismo, la perfetta
armonia, l'effusione poetica, l'occhio acuto e sicuro, che scruta l'animo umano
fin nelle più remote pieghe". Si dedica totalmente alla filosofia
del Rinascimento, animato dal bisogno di trarre alla luce obliterate sorgive e percorrendo il movimento spesso alquanto
sconosciuto della filosofia, che dal Rinascimento risale fino al Medio
Evo. S'apre nella sua vita uno spiraglio di fiducia verso gli uomini
impegnati, e si prestadoverosamente secondo la sua fede politica all'attività
politica, accogliendo e votandosi alla cultura mazziniana, cui rimane Fedele..
È di questo periodo la pubblicazione, tra l'altro, dei Quaderni Mazziniani: “Noi
Mazziniani”, “Mazzini ed il Partito di Azione”, “L'Acherontico retaggio”, “Il
Partito Repubblicano italiano”, il discorso Ai giovani, la conferenza (edita da
Laterza) su Giuseppe Mazzini. Dopo la proclamazione della Repubblica, però,
si allontana da ogni azione politica, ritenendola del tutto estranea e lontana
dall'ideale da lui vagheggiato e sperato. Si trasferisce a Roma, nell'ambiente
culturale a lui più consono, ritornando agli studi tra i suoi libri, dove
soltanto sente di vivere senza alcun compromesso, in assoluta libertà. Cascata
di S.M. di Leuca. Scaligero, un saggio di "speleologia". Saggio su Cardano.
Su iniziativa del comune di Melissano, è stato avviato un "Biennio di
Studio su Corvaglia", al fine di approfondirne e divulgarne la conoscenza.
Alla realizzazione del progetto collaborano, come protagonisti, anche
l'Amministrazione Provinciale di Lecce, l'Università degli Studi del Salento e
l'Istituto Comprensivo Statale di Melissano, che chiuderanno il biennio dei
lavori, organizzando un Convegno su Corvaglia", al fine di dibattere
argomenti di particolare interesse presenti nella sua opera. A tale riguardo si
sta già operando non solo sul piano della ricerca specialistica e accademica,
ma anche sulla promozione d'iniziative, che coinvolgano biblioteche e settori
culturali degli enti locali, creando opportunità per sviluppare in maniera
articolata e organica la ricognizione e la valorizzazione del patrimonio
culturale salentino in generale e melissanese in particolare, lasciato in
eredità da Corvaglia. La casa di Seneca- Commedia di L. Corvaglia. Altre
opere: “La casa di Seneca” (Tipografia Fratelli Carra, Matino (Lecce); “Rondini
(dedicata "Al mio povero innocente Nova, fuggevole visione di un
Infinito", che avvampa e dilegua in vicenda amara di avventi senza
natale"; Tipografia Fratelli Carra, Matino (Lecce); “Tantalo” Tipografia
Fratelli Carra, Matino (Lecce), Santa Teresa e Aldonzo (L. Cappelli Editore,
Bologna); Rondini- Commedia; “Romanzo Finibusterre, Editrice Dante Alighieri,
Milano); “Le fonti della filosofia di Vanini” (Anphitheatrum Aeternae
Providentiae, Società Dante Alighieri, Milano); “Introduzione semi-seria dialogata
per il lettore Vanini” (Edizioni e plagi, Tipografia Carra di Casarano); “Ricognizione
delle opere di G.C. Vanini, in "Giornale Critico della Filosofia
Italiana”; La poetica di Scaligero nella sua genesi e nel suo sviluppo, in
"Giornale Critico della Filosofia Italiana", Quaderni Mazziniani; “Noi
Mazziniani” Tipografica di Matino (Lecce), “Mazzini e il partito d' azione
(critica), Tipografica di Matino (Lecce), “ L'acherontico retaggio (con
l'elogio della vita comune), Tipografica di Matino (Lecce), Quaderni Mazziniani
n° 4. Il partito repubblicano italiano, Tipografica di Matino (Lecce). Discorso
tenuto a Lecce nel Teatro Paisiello. Giuseppe Mazzini, Discorso commemorativo
tenuto a Lecce nel Teatro Apollo, Laterza, Bari,"Rinascenza salentina",
Un Paese del Sud. Melissano. Storia e tradizioni popolari, Tipografia di
Matino. Meridionalista e Polemista, La Poetica di Giulio Cesare Scaligero nella
sua genesi e nel suo sviluppo, Musicaos Editore, Sulla Poetica di G.C. Scaligero.
Convegno sy Corvaglia. Il pensiero politico di Corvaglia. Popolo Sacralità
Religiosità. Wikipedia Ricerca Tantalo personaggio della mitologia greca,
figlio di Zeus, legato al famoso supplizio Lingua Segui Modifica Nota
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi
Tantalo (disambigua). Tàntalo Tantalus by J.Heintz the Elder, jpg Tantalo Nome
orig.Τάνταλος SessoMaschio Luogo di nascitaLidia ProfessioneRe di Lidia Tàntalo
(Τάνταλος) è un personaggio della mitologia greca. Re di Lidia (o della
Frigia) che per i suoi numerosi peccati fu punito dagli dei e gettato nel
Tartaro, la sua punizione è divenuta una figura retorica con cui si indica una
persona che desidera qualcosa che non può raggiungere. EtimologiaModifica
Secondo Platone, accordandosi alla radice greca τλα-/τλη- del verbo greco τλάω
(che significa "soffrire"), il nome Tantalo deriverebbe da
talànatos(infelicissimo) Genealogia Modifica Figlio di Zeus o di Tmolo[4] e
della ninfa Pluto sposò la ninfa Dione[2] (figlia di Atlante) o Eurinassa (figlia
di Pattolo) o Euritemiste (figlia di Xanto) o Clizia (figlia di Anfidamante) e fu padre di Pelope,
Brotea, Niobe e Dascilo[10]. MitologiaModifica Tantalo visse presso il
monte Sipylos in Anatolia, dove fondò la città di Tantalis[11]. Il
banchetto di Tantalo I misfattiModifica Tantalo, che grazie alle sue origini
era ben voluto dagli dei si rese responsabile di diverse offese nei loro
confronti e violò le regole della xenia cercando di rapire Ganimede, rubando
dell'ambrosia che in seguito distribuì ai suoi sudditi ed organizzando il furto
di un cane d'oro creato da Efesto e posto a guardia di un tempio di Zeus a
Creta (di tale furto l'artefice materiale fu Pandareo ma Tantalo giurò il falso
ad Hermes, inviato dagli dei proprio per recuperare l'animale; secondo un'altra
versione il cane era in realtà Rea trasformata in quel modo da Efesto).
Il re infine organizzò un banchetto a cui invitò gli dei stessi e, per mettere
alla prova la loro onniscienza, uccise suo figlio Pelope e lo fece servire come
pasto: Demetra, disperata per la perdita della figlia Persefone, non si accorse
di nulla e consumò parte di una spalla del ragazzo, ma gli altri dei notarono
immediatamente l'atrocità e gettarono i pezzi di Pelope in un
calderone[13]. Il supplizioModifica Il supplizio di Tantalo Gli dei
punirono Tantalo gettandolo negli inferi[12] e condannandolo ad avere per
sempre una fame e una sete impossibili da placare schiacciato dal peso di un masso, legato ad un
albero da frutto e immerso fino al collo in un lago d'acqua dolce: appena prova
ad abbeverarsi il lago si prosciuga e non appena prova a prendere un frutto i
rami si allontanano o un colpo di vento li fa volare lontano. Il sepolcro
di Tantalo sorgeva sul monte Sipylos ma gli onori gli furono pagati ad Argo, la
cui tradizione locale sosteneva anche di possedere le sue ossa[3]. Miti
successiviModifica I mitografi successivi cercarono in tutti i modi di
discolpare gli dei da un possibile atto di cannibalismo stravolgendo in tutto
la storia di Tantalo: secondo tale versione, infatti, egli era un sacerdote che
rivelò ogni segreto ai non iniziati, al che colpirono suo figlio con una
malattia orrenda. I chirurghi di allora, con varie operazioni, riuscirono a
ricostruire il corpo originale anche se di lì in poi esso portò innumerevoli
cicatrici. Filosofia Il mito di Tantalo venne successivamente ripreso dal
filosofo Arthur Schopenhauer nella sua opera più nota, Il mondo come volontà e
rappresentazione, come esempio della eterna insoddisfazione dell'uomo per cui
"contro un desiderio che viene appagato ne rimangono almeno dieci
insoddisfatti; la brama dura a lungo, le esigenze vanno all'infinito mentre
l'appagamento è breve e misurato con spilorceria". Curiosità. Il
furto dell'ambrosia a vantaggio degli esseri umani lo accomuna a Prometeo, ma
in questa veste il suo mito si trasforma da peccatore a benefattore. Tantalo,
alla stregua di Licaone, era uno dei re originali a cui era concesso, con il
favore degli dei, di condividerne la mensa: il suo gesto viene visto come un
atto di separazione fra divinità e umanità, che verrà poi ripreso da molti
altri miti come nel caso di Achille. Il supplizio di Tantalo viene citato anche
da Primo Levi in Se questo è un uomo nella frase: "Si sentono i dormienti
respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e
dimenano le mascelle. Sognano di mangiare (...). È un sogno spietato, chi ha
creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo." Oriana Fallaci, in Se il
sole muore, cita il mito di Tantalo dal momento che nella missione Apollo
11l'astronauta Michael Collins sarà costretto ad avvicinarsi alla Luna senza
avere la risposta a: "Com'è la Luna? Assomiglia alla Terra? È più bella?
Più brutta? Che effetto fa camminarci?". La tortura di Tantalo viene
ripresa anche da Thomas Mann in La montagna incantata. Un personaggio
dell'opera, la signora Stohr, riferendosi al prolungarsi indefinito delle
prescrizioni per le cure, afferma: «[omissis] Dio buono si è sempre allo stesso
punto, lo sa anche lei. Si fanno due passi avanti e tre indietro... Quando uno
ha fatto cinque mesi, arriva il vecchio e gliene rifila altri sei. Ah, è la
tortura di Tantalo. Si spinge, si spinge e quando si crede d'essere in
cima...». È evidente la confusione che la signora, avvezza alle gaffes, fa tra
Tantalo e Sisifo. L'interlocutore, il sarcastico e dotto umanista Settembrini,
risponde sul punto: «Oh, brava e generosa! Finalmente concede al povero Tantalo
un diversivo. Per variare gli fa spingere il famoso pietrone! È un atto di vera
bontà! [omissis]». Ne La valle dell'Eden John Steinbeck fa dire a Kate:
"Chi era quello che non riusciva a bere da un setaccio? Tantalo?".
Tantalo appare come sostituto di Chirone nel secondo libro della Saga di Percy
Jackson Il mare dei mostri. Il tantalio, elemento chimico di numero atomico 73,
prende il nome da Tantalo, e si trova sotto il niobio, il cui nome deriva
proprio da sua figlia Niobe. Platone, Cratilo, Igino, Fabulae Pausania il
Periegeta, Periegesi della Grecia, su theoi Scholia ad Euripide, Oreste Tzetzes
a Licofrone,Scholia ad Euripide, Oreste, Pausania il Periegeta, Periegesi della
Grecia, III, 22.4, su theoi Igino, Fabulae Apollodoro, Biblioteca, III, 5.6, su
theoi.com. il Scolio ad Apollonio Rodio, Le Argonautiche, Plinio il Vecchio
Naturalis historia, Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, su theoi Pindaro,
Olimpiche, 1.60 ff, su perseus.tufts Euripide, Oreste Liberale, Metamorfosi Apollodoro, Biblioteca,
Epitome II, 1, su theoi Tzetze, a Licofrone Pindaro, Olimpiche, 1, 59-63.
BibliografiaModifica Fonti primarie Esiodo, Teogonia Pausania, Pindaro,
Olimpica III, 41 Igino, Fabulae Graves, I miti greci, Milano, Longanesi Cerinotti,
Miti greci e di roma antica, Prato, Giunti, Ferrari, Dizionario di mitologia,
Litopres, UTET, Carassiti, Dizionario di mitologia classica, Roma, Newton,
Prometeo Issione Tizio Sisifo Altri progettiModifica Collabora a Wikimedia
Commons Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Tantalo
Collegamenti esterniModifica Tantalo, su Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata Carlo Gallavotti,
TANTALO, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Tantalo,
su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. La storia di Tantalo,
su haidukpress.Portale Mitologia greca: accedi alle voci di Wikipedia che
trattano di mitologia greca Ultima modifica 3 giorni fa di Nicola Gotti Enomao
re di Pisa nella mitologia greca, figlio di Ares Clitennestra personaggio
della mitologia greca, moglie di Agamennone e amante di Egisto Minia re e
fondatore di Orcomeno in Beozia nella mitologia greca Wikipedia Il
contenutoAlles Wollen entspringt aus Bedürfniß, also aus Mangel, also aus
Leiden. Diesem macht die Erfüllung ein Ende; jedoch gegen einen Wunsch, der
erfüllt wird, bleiben wenigstens zehn versagt: ferner, das Begehren dauert
lange, die Forderungen gehen ins Unendliche; die Erfüllung ist kurz und
kärglich bemessen. Sogar aber ist die endliche Befriedigung selbst nur
scheinbar : der erfüllte Wunsch macht gleich einem neuen Platz : jener ist ein
erkannter, dieser ein noch unerkannter Irrthum. Dauernde, nicht mehr weichende
Befriedigung kann kein erlangtes Objekt des Wollens geben: sondern es gleicht
immer nur dem Almosen, das dem Bettler zugeworfen, sein Leben heute fristet, um
seine Quaal auf Morgen zu verlängern. – Darum nun, solange unser Bewußtseyn von
unserm Willen erfüllt ist, solange wir dem Drange der Wünsche, mit seinem
steten Hoffen und Fürchten, hin- gegeben sind, solange wir Subjekt des Wollens
sind, wird uns nimmermehr dauerndes Glück, noch Ruhe. Ob wir jagen, oder
fliehn, Unheil fürchten, oder nach Genuß streben, ist im Wesentlichen einerlei:
die Sorge für den stets fordernden Willen, gleichviel in welcher Gestalt,
erfüllt und bewegt fortdauernd das Bewußtseyn; ohne Ruhe aber ist durchaus kein
wahres Wohlseyn möglich. So liegt das Subjekt des Wollens beständig auf dem
drehenden Rade des Ixion, schöpft immer im Siebe der Danaiden, ist der ewig
schmachtende Tantalus. Luigi Corvaglia. Corvaglia. Keywords: Tantalo,
Schopenhauer, Sisifo, assurdo, Camus, tragico. Refs.: Vanini, Bordon, poetica,
Mazzini, Pomponazzi, Cardano --. Luigi Speranza, “Grice e Corvaglia” – The Swimming-Pool
Library. Corvaglia.
Luigi
Speranza -- Grice e Corvino: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Imbevuto di
discorsi socratici, insigne per le sue attività politiche e militari, scrittore
e protettore di poeti. C. studia in Atene con Orazio e poi coltivò
l’eloquenza, la grammatica, la poesia. C. e incluso nelle liste di
proserizione perchè avversario di Cesare, ma salva la vita. C. combattò
con Bruto e Cassio a Filippi, poi si unì ad Marc'Antonio.In seguito, C. strinse
rapporti con Ottaviano. C. e console, combattè ad Azio ed ebbe comandi in
Oriente. Per una vittoria sugl'Aquitani, C. consegue il trionfo.C. rimase
però sempre fedele alle antiche convinzioni politiche, e perciò, dopo sei
giorni dalla nomina, abbandona l’ufficio di praefectus urbis. C. e curator
aquarum. A nome del Senato, C. salutò Augusto "pater
patriae."Corvino fu capo di un circolo filosofico al quale appartennero
Tibullo e Ligsdamo.C. scrive carmi bucolici e orazioni. Come oratore, C. e
molto lodato da Tacito e Quintiliano.C. compose un’opera storica, probabilmente
di memorie.Alcuni hanno rilevato influssi dell’Epicureismo, altri di Posidonio,
nel lungo frammento che ci rimane di un poema sulla caccia ("Cynegetica")
composto da Grattio, vissuto al tempo di Augusto.Ma abbiamo elementi troppo
scarsi per determinare le direttive del suo pensiero. Del poeta
Linceo (probabilmente questo era uno pseudonimo), Properzio, suo amico e rivale
in amore, dice che attingeva la sua sapienza ai libri socratici e che avrebbe
potuto trattare del corso delle cose, del sistema del mondo e di problemi,
escatologici e naturali. Marco Valerio Mesalla Corvino. Corvino.
Luigi Speranz -- Grice e Cosi:
l’implicatura conversazionale del cuore -- accordo – cuori -- l’accordo – scuola
di Firenze – filosofia fiorentina – filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza -- (Firenze). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. Grice: “I love Cosi; my favourite of his
philosophical essays on justice is the one on ‘l’accordo,’ for this is what my
principle of conversational helpfulness or co-operation is all about!” Giovanni Cosi. Si laurea a Firenze. Insegna a
Firenza, Sassari, Siena. Altre opere: “La liberazione artificiale: l’uomo e il
diritto di fronte a la droga” (Milano: Giuffrè); "Religiosità e teoria
critica" (Giuffre); "Secolarizzazione e ri-sacralizzazioni"
(Giuffre); "Il sacro e giusto: itinerario di archetipologia”
(FrancoAngeli). Dopo aver compiuto ricerche sull'espressione del dissenso in
forma non rivoluzionaria negli ordinamenti liberal-democratici, pubblica per la
Giuffrè Editore il volume "Saggio sulla disobbedienza civile";
"Il traviato”, “il filosofo traviato: il filosofo come gentiluomo (Giuntina);
“La obbedienza civile, la disobbedienza
civile: il consenso, il dissenso, la aristocracia, la plutocracia, la
democrazia, la repubblica (Milano: Giuffrè). Il giurista perduto: avvocati e
identità professionale” (Giuntina), “Logos e dialettica” (Giappichelli,
Torino); “Il filosofo risponsabile” (Giappichelli,Torino); “Lo spazio della
mediazione, -- il terzo escluso – chi media nella diada? (Giuffrè). “Invece di
giudicare” (Giuffrè); “Il spazio della mediazione nel conflitto della diada
conversazionale” (Giappichelli Torino); “Legge, Diritto, Giustizia”
(Giappichelli, Torino). “Giudicare, o Fare giustizia. – vendetta – il concetto
filosofico” (Giuffré Editore, Milano). La liberazione artificiale: l'uomo e il
diritto di fronte alla droga, Giuffrè, Milano; Saggio sulla disobbedienza
civile: storia e critica del dissenso in democrazia, Giuffrè, Milano; Il
giurista perduto: avvocati e identità professionale, Giuntina, Firenze; Il
sacro e il giusto: itinerari di archetipologia giuridica, Franco Angeli,
Milano; Il Logos del diritto, Giappichelli, Torino; La responsabilità del
giurista: etica e professione legale, Giappichelli, Torino; Società, diritto,
culture: introduzione all'esperienza giuridica, dispense di Sociologia del
Diritto, Firenze); La professione legale tra patologia e prevenzione: materiali
di etica professionale, dispense di Sociologia del Diritto, Firenze; Per una
politica del diritto del fenomeno droga: problemi e prospettive", Archivio
Giuridico; Il diritto e la droga" e "Per una comprensione culturale
dell'uso di droghe", Testimonianze; "Religiosità e Teoria Critica: la
teologia negativa di Max Horkheimer", Rivista di Filosofia Neo-scolastica, "Secolarizzazione
e risacralizzazioni: le sopravalutazioni post-illuministiche
dell'immanentismo", in L. Lombardi Vallauri - G. Dilcher, Cristianesimo,
secolarizzazione e diritto moderno, Giuffrè - Nomos Verlag, Milano - Baden-Baden);
"Sulla 'naturalità' dei diritti civili", Testimonianze;
"L'Uno o i Molti? Il 'nuovo politeismo' di Miller e Hillman",
Testimonianze; "Ordine e dissenso. La disobbedienza civile nella società
liberale", Jus; "Iniziazione e tossicomania: intorno a un libro di
Luigi Zoja", Testimonianze; "Le aporie del pacifismo: critica della
pace come ideologia", Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto;
"L'immagine sofferente della legge", L'Immaginale; "Diritto e
morale in tema di aborto", Testimonianze; "Professionalità e
personalità: riflessioni sul ruolo dell'avvocato nella società",
Sociologia del Diritto; "L'avvocato e il suo cliente: appunti storici e
sociologici sulla professione legale", Materiali per una storia della
cultura giuridica; "La coscienza, gli dei, la legge", Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto; "Il diritto del mondo
I", Anima; "Un anniversario dimenticato: Il Bill e la sua eredità", Sociologia del Diritto;
"Vecchio e nuovo nelle crisi di identità degli avvocati", in Storia
del diritto e teoria politica, Annali della Facoltà di Giurisprudenza
dell'Università degli Studi di Macerata; "Verso il paese di Inanna",
Anima;"Avvocato o giurista?", comunicazione al VI Convegno nazionale
di studio dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani, Firenze, Iustitia,
"Tutela del mondo e normatività naturale", in L. Lombardi Vallauri
(ed.), Il meritevole di tutela, Giuffrè, Milano); "Tutela del mondo e
strumenti giuridici", Testimonianze; "La professione legale tra etica
e deontologia", Etica degli Affari e delle professione; "Diritto
e realizzazione: un'introduzione alla fenomenologia del logos giuridico",
Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto; "La legge e le origini
della coscienza", Per la filosofia; "Naturalità del diritto e
universali giuridici", Rivista Internazionale di Filosofia del
Diritto,"Naturalità del diritto e universali giuridici", in F.
D'AGOSTINO (ed.), Pluralità delle culture e universalità dei diritti,
Giappichelli, Torino); "Etica secondo il ruolo", Rivista
Internazionale di Filosofia del Diritto; "Purezza e olocausto:
un'interpretazione psicologico-culturale", Per la Filosofia;
"Logos giuridico e archetipi normativi", in L. LOMBARDI VALLAURI, Logos
dell'essere, Logos della norma, Adriatica, Bari); “Giustizia senza giudizio.
Limiti del diritto e tecniche di mediazione”, in F. MOLINARI e A. AMOROSO,
Teoria e pratica della mediazione, FrancoAngeli, Milano); “Le forme
dell’informale”, comunicazione al Congresso Nazionale della Società di
Filosofia Giuridica e Politica, Trieste, Ora in Giustizia e procedure, Atti del
suddetto Convegno, Giuffrè, Milano); “L’idea di professione”, Dirigenti Scuola,
“Controllare la professione”, Dirigenti Scuola, “Professione, patologia e
prevenzione”, Dirigenti Scuola. Ricerca Cuore organo muscolare, centro motore
dell'apparato circolatorio. disambigua.svg Disambiguazione. Se stai cercando
altri significati, vedi Cuore (disambigua). Il cuore è un organo muscolare, che
costituisce il centro motore dell'apparato circolatorio e propulsore del sangue
e della linfa in diversi organismi animali, compresi gli esseri umani, nei quali
è formato da un particolare tessuto, il miocardio ed è rivestito da una
membrana, il pericardio. natomia del cuore umano EmbriologiaModifica Può
originare da un abbozzo mesodermico ventrale, come negli anfibi, nella parte
rostrale del celoma, oppure da due abbozzi pari, come nei mammiferi, che poi si
uniscono medialmente. In entrambi i casi il primo abbozzo cardiaco è compreso
nel mesentere ventrale che in seguito si dividerà in mesocardio dorsale e
ventrale; successivamente entrambi spariranno per far spazio al tubo cardiaco
che permane nella cavità pericardica, separatasi dalla cavità addominale per lo
sviluppo di un setto trasverso. In questa fase il cuore, che si trova
lungo il decorso del vaso sanguifero mediano nella regione subfaringea, non ha
ancora né valvole né altre suddivisioni: è rappresentato da un tubo con due
pareti, una muscolare più esterna, miocardio, e una endoteliale più interna,
endocardio. Anatomia comparataModifica Nei vertebrati l'apparato
circolatorio presenta una complessità crescente dai pesci ai mammiferi, le
modifiche che ha subito nel corso dell'evoluzione sono in relazione allo
sviluppo di un apparato respiratorio[1]sempre più efficiente. Nei pesci
il cuore è costituito da un solo atrio, che raccoglie il sangue povero di
ossigeno proveniente da tutto il corpo, e un solo ventricolo, che raccoglie il
sangue proveniente dall'atrio: esistono però un seno venoso nel punto di arrivo
delle vene e un bulbo arterioso all'inizio delle arterie, quindi le camere sono
in realtà quattro. Le camere nel cuore dei pesci La circolazione in questi
animali è definita semplice perché il sangue compie un intero ciclo passando
una sola volta per il cuore, da dove raggiunge le branchieper essere ossigenato
così da arrivare ai tessutitrasportato dalle arterie. Dopo aver ceduto alle
cellule l'ossigeno e aver prelevato il diossido di carbonio e i prodotti di
rifiuto, il sangue torna verso l'atrio per mezzo delle vene. A questo punto
torna nel ventricolo e da qui alle branchie: a questo punto il ciclo
ricomincia. Nei vertebrati terrestri, mammiferi e uccelli, vi è una
circolazione doppia (polmonare e sistemica), nella quale il sangue, nel corso
di un ciclo completo, passa due volte per il cuore. Negli anfibi e nella
maggior parte dei rettili il cuore ha due atri, ma un solo ventricolo così che
i due tipi di sangue finiscono nell'unico ventricolo, qui si rimescolano
parzialmente e riducono la quantità di ossigeno destinata ai tessuti; insieme
all'aorta, alle arterie e vene polmonari esiste un’arteria pulmo-cutanea che
porta il sangue alla pelle, dove il sangue circolante si ossigena.[1]
Cuore dei varani Anatomia: RVH= atrio destro; LVH= atrio sinistro; KK= circolazione
sistemica; LK= circolazione polmonare; SAK= valvole del setto
atrioventricolare; CP= cavità polmonare. Sistole: Frecce blu=
sangue venoso, Frecce rosse= sangue arterioso Diastole: Frecce blu=
sangue venoso, Frecce rosse= sangue arterioso Solo nei coccodrilli i
ventricoli sono separati, mentre l'aorta e l'arteria polmonare sono collegate
dal forame di Panizza. Per ricapitolare i diversi tipi di circolazione,
potremmo così riassumere[2]: Nei pesci la circolazione è semplice, è
unidirezionale e ha un solo ventricolo; Negli anfibi e nei rettili è doppia e
incompleta; Nei mammiferi e uccelli è doppia e completa, vi sono due ventricoli
completamente separati Anatomia umanaModifica Magnifying glass icon mgx2.svgLo
stesso argomento in dettaglio: Cuore umano. La posizione del cuore
all'interno del torace umano Negli esseri umani è posto al centro della cavità
toracica, precisamente nel mediastino in posizione anteroinferiore fra le due
regioni pleuropolmonari, dietro lo sterno e le cartilagini costali, che lo proteggono
come uno scudo, davanti alla colonna vertebrale, da cui è separato dall'esofago
e dall'aorta, e appoggiato sul diaframma, che lo separa dai visceri
sottostanti. Il cuore ha la forma di un tronco di conoad asse obliquo rispetto
al piano sagittale: la sua base maggiore guarda in alto, indietro e a destra,
mentre l'apice è rivolto in basso, in avanti e a sinistra;[4] pesa nell'adulto
all'incirca 250-300 g, misurando 12-13 cm in lunghezza, 9-10 cm in larghezza e
circa 6 cm di spessore (si sottolinea che questi dati variano con età, sesso e
costituzione fisica). Battito del cuore di un uomo a 61 bpm Fisiologia Il cuore
si contrae e si rilascia secondo il ciclo cardiaco. Il cuore è costituito
dalle cellule del miocardio, tipicamente striate, che si occupano della
contrazione e dalle cellule auto ritmiche non contrattili, da cui origina lo
stimolo di contrazione. Le cellule auto ritmiche possiedono la capacità di auto
depolarizzarsi, grazie all'apertura canali del sodio (detti fun), che spostano
il potenziale di membrana verso valori più positivi, consentendo l'apertura dei
canali del calcio. L'ingresso di calcio nella cellula è prolungato e porta il
potenziale a stabilizzarsi su valori positivi per qualche millisecondo,
generando un plateau. Il segnale termina grazie all'apertura dei canali del
potassio, che riportano il potenziale di membrana a valori negativi e
consentono ai canali funny di aprirsi nuovamente. La contrazione del miocardio
inizia grazie all'ingresso del calcio nella cellula, che provoca la fuoriuscita
di altro calcio dal reticolo sarcoplasmatico e quindi la contrazione. Il
cuore nelle culture umane. Nell'antichità classica (anche per il filosofo e
scienziato Aristotele) il cuore era ritenuto sede della memoria. Il verbo
ricordare deriva infatti dal verbo latino recordari e questo dal sostantivo cŏr
(genitivocŏrdis), cuore (come sede della memoria) col suffissore- di movimento
all'incontrario: quindi, propriamente, rimettere nel cuore (= nella memoria). Ancora
oggi l'espressione "a memoria" si traduce par coeur in francese, by
heart in inglese e de cor in portoghese ("coeur", "heart" e
"cor" significano "cuore"). Particolarmente cruento
era il sacrificio del cuore nel mondo azteco. Gli Aztechi prendevano un cuore,
estratto ancora palpitante dalle vittime sacrificali umane, e lo offrivano agli
dei. Apparato respiratorio nei vertebrati, su sapere La circolazione dei
vertebrati, su hischool.weebly. Fiocca, Testut e Latarjet, Dizionario
etimologico della lingua italiana, di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, ed.
Zanichelli. Léo Testut e André Latarjet, Miologia-Angiologia, in Trattato di
anatomia umana. Anatomia descrittiva e microscopica – Organogenesi, Torino,
UTET, Fiocca et al., Fondamenti di anatomia e fisiologia umana, 2ª ed., Napoli,
Sorbona, cuore, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Cuore, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Modifica su Wikidata ( EN ) Opere riguardanti Cuore, su Open
Library, Internet Archive.Cuore, in Treccani.it – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Portale Anatomia Portale
Biologia Portale Medicina Ultima modifica 18 giorni fa di Lorenzo
Longo Arteria vasi sanguigni che trasportano il sangue dalla periferia del
cuore al corpo Cuore umano organo muscolare cavo Apparato
circolatorio insieme degli organi deputati al trasporto di fluidi diversi –
come il sangue e, in un'accezione più generale, la linfa – che hanno il compito
di apportare alle cellule gli elementi necessari al loro sostentamento
Wikipedia Il contenutoGrice: “Italians are afraid of the ‘sacro’ because since
the fall of the Roman Empire, it means the evil Pope! – unless otherwise stated
by people like Evola, etc.” – Grice: “Hart should have spent more time
analysing the implicatures of ‘disobey,’ as Cosi does -- to realise how wrong
his theory is!” Grice: “Austin, who taught morals at Oxford, should have
examined, as Cosi does, what we mean by ‘responsible philosopher’ before
opening his mouth!” – Grice: “My idea of helpfulness does not quite include
that of ‘mediation’ but it should – the space of mediation in the conflict in
the conversational dyad! I owe this to Cosi.” Grice: “I decided to use
‘judicative’ versus ‘volitive’ after Cosi. – His ‘giudicare’ is a gem!” -- Giovanni
Cosi. Keywords: l’accordo, il secolare/il sacro; profane/sacro – secolare;
archetipo, il filosofo come gentiluomo, l’obbediente, il disobbediente, il consensus,
il disensus, to obey, conflitto, mediazione, diritto (right), giure, giurato –
legatum, vendetta, giudicare, fare giustizia, vendetta conversazionale, natura,
naturalita, non-naturale, legge naturale gius naturale, giusnaturalismo,
fenomenologia del giurato; normato naturale? Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Cosi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cosmacini: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del consenso e la compassione – sinestesia e simpatia – scuola
di Milano – filosofia milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo
italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Cosmacini; for one he wrote on
THREE areas of my concern: ‘cuore’, as when we say that two conversationalists
reach an ‘accord’! – on ‘empatia’ – a Hellenism, and most importantly, on
‘compassione,’ which is at the root of my principle of conversational
benevolence. -- Giorgio Cosmacini (Milano), filosofo. Studia a Milano e Pavia.la
“convenzione della mutua” o INAM(Istituto nazionale per l'assicurazione contro
le malattie) e apre un ambulatorio mutualistico Fare bene il mestiere di “medico
della mutua” non significa gestire un certo numero di “mutuanti”; voleva
inoltre dire aver cura di una comunità di persone, ciascuna delle quali con
esigenze proprie. raggiungendo in quel periodo circa trecento mutuanti. Quando
i suoi mutuanti erano circa millecinquecento, decise di realizzare un suo
sogno: la libera docenza. è autore di numerose opere d'argomento
filosofico-medico. Altre opere: la mutua, medico della mutua, mutuante,
mutuanti, ambulatorio mutualistico. “Scienza medica e giacobinismo in Italia: l'impresa
politico-culturale di Rasori (Collana La società, Milano, Franco Angeli); Röntgen.
Il "fotografo dell'invisibile", lo scienziato che scoprì i raggi x,
Collana Biografie, Milano, Rizzoli); “Gemelli. Il Machiavelli di Dio, Collana
Biografie, Milano, Rizzoli); “Storia della medicina e della sanità in Italia.
Dalla peste europea alla guerra mondiale. Gius. Laterza et Figli); “Medicina e
Sanità in Italia nel Ventesimo secolo. Dalla 'Spagnola' alla 2ª Guerra
Mondiale, Roma, Laterza); “La medicina e la sua storia. Da Carlo V al Re Sole,
Collana Osservatorio italiano, Milano, Rizzoli); “Una dinastia di medici. La
saga dei Cavacciuti-Moruzzi, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli); Storia
della medicina e della Sanità nell'Italia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, G.
C. Cristina Cenedella, I vecchi e la cura. Storia del Pio Albergo Trivulzio,
Roma-Bari, Laterza); “La qualità del tuo medico. Per una filosofia della medicina,
Roma-Bari, Laterza); “Medici nella storia d'Italia, Roma-Bari, Laterza, L'arte
lunga. Storia della medicina dall'antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza); “Il
medico ciarlatano. Vita inimitabile di un europeo del Seicento, Laterza); “Ciarlataneria
e medicina. Cure, maschere, ciarle, Milano, Cortina, La Ca' Granda dei
milanesi. Storia dell'Ospedale Maggiore, Roma-Bari, Laterza); “Il mestiere di
medico. Storia di una professione, Collana Scienze e Idee, Milano, Raffaello
Cortina); “Introduzione alla medicina, Roma-Bari, Laterza, Biografia della Ca'
Granda. Uomini e idee dell'Ospedale Maggiore di Milano, Laterza, Medicina e
mondo ebraico. Dalla Bibbia al secolo dei ghetti, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza, Il male del secolo. Per una storia del cancro, Roma-Bari,
Laterza); “La stagione di una fine, Terziaria); “Il medico giacobino. La vita e
i tempi di Rasori, Collana Storia e Società, Roma-Bari, Laterza); “Salute e bioetica,
Torino, Einaudi, G. C. Satolli, Lettera a un medico sulla cura degli uomini,
Roma, Laterza, La vita nelle mani. Storia della chirurgia, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza, Una vita qualunque, viennepierre edizioni, Il medico
materialista. Vita e pensiero di Jakob Moleschott, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza «La mia baracca». Storia della fondazione Don Gnocchi,
Presentazione del Cardinale Dionigi Tettamanzi, Laterza); “La peste bianca.
Milano e la lotta antitubercolare, Milano, Franco Angeli); “L'arte lunga.
Storia della medicina dall'antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza); “Il romanzo
di un medico, viennepierre edizioni, L'Islam a La Thuile nel Medioevo. Un
«tuillèn» alla terza crociata: andata, ritorno, morte misteriosa, KC Edizioni, Le
spade di Damocle. Paure e malattie nella storia, Collana Storia e Società,
Roma-Bari, Laterza); “La religiosità della medicina. Dall'antichità a oggi,
Collana Storia e Società, Roma-Bari, Laterza); “L'anello di Asclepio. L'età
dell'oro”; “La peste, passato e presente, Milano, Editrice San Raffaele); “La
medicina non è una scienza. Breve storia delle sue scienze di base” (Collana
Scienze e Idee, Milano, Raffaello Cortina); “Il medico saltimbanco. Vita e
avventure di Buonafede Vitali, giramondo instancabile, chimico di talento,
istrione di buona creanza” (Roma-Bari, Laterza); “Prima lezione di medicina,
Collana Universale.Prime lezioni, Roma-Bari, Laterza); “Il medico e il
cardinale, Milano, Editrice San Raffaele); “Testamento biologico. Idee ed esperienze
per una morte giusta” (Bologna, Il Mulino); “Politica per amore” (Milano,
Franco Angeli); “Guerra e medicina. Dall'antichità a oggi, Collana Storia e
Società, Roma-Bari, Laterza); “Compassione” (Bologna, Il Mulino); “La scomparsa
del dottore. Storia e cronaca di un'estinzione, Milano, Raffaello Cortina); “Camillo
De Lellis. Il santo dei malati, Roma-Bari, Laterza); “Il medico delle mummie.
Vita e avventure di Bozzi Granville, Collana Percorsi, Roma-Bari, Laterza); “Como,
il lago, la montagna, NodoLibri); “Tanatologia della vita e stetoscopio.
Bichat, Laënnec e la "nascita della clinica", AlboVersorio,. Medicina
e rivoluzione. La rivoluzione francese della medicina e il nostro tempo” (Collana
Scienza e Idee, Milano, Raffaello Cortina); “Un triennio cruciale. Como, il
lago, la montagna, NodoLibri); “La forza dell'idea. Medici socialisti e
compagni di strada a Milano. L'Ornitorinco,
Per una scienza medica non neutrale. Tre maestri della medicina tra
Ottocento e Novecento, L'Ornitorinco, Medicina Narrata, Sedizioni); “Galeno e il
galenismo. Scienza e idee della salute” (Milano, Franco Angeli); “La chimica
della vita” -- e microscopio. Pasteur e la microbiologia, AlboVersorio); “Per
una scienza medica non neutrale. Tre maestri della medicina in Italia fra
Ottocento e Novecento, L'Ornitorinco); “Il tempo della cura. Malati, medici,
medicine, NodoLibri); “Elogio della Materia” -- Per una storia ideologica della
medicina, Edra edizioni); “L'Infinito di Leopardi. Un impossibile congedo” (Sedizioni,.
Memorie dal lago e ricordi dal confine. Como, il lago, la montagna,
NodoLibri, Salute e medicina a Milano.
Sette secoli all'avanguardia, L'Ornitorinco); “La medicina dei papi, Collana
Storia e Società, Roma-Bari, Laterza); “Medici e medicina durante il fascismo”
(Pantarei); “Il viaggio di un ragazzo attraverso il fascismo, Pantarei); Historia
cordis, Ass. Beretta,. Curatele Dizionario di storia della salute, G.
Cosmacini, Giuseppe Gaudenzi, Roberto Satolli, Collana Saggi, Torino,
Einaudi. “mutua gratia” - Practicis
nostris, Muri LAPIDES, sine inscriptione, apud nus, gadinca, vel Hnoc. Non
liquet, “don mutual” – mutual gift -- Chartain Chartul. Hygenum de Limitibus
constituendis. inquit Somnerus. (Mutinæ carnes, in Con thesaur. S. Germ. Prat.
fol. 12. rº.: Dicta. mutuum, Exactio nomine mului, Charta suet. MSS. Eccl.
Colon. e Bibl. Eccl. Atre- Ysabellis exhibuit dicto thesaurario quasdam Rogerii
1. Reg. Sicil. ann. apud Mu bat, eædem quæ vervecinæ. Vide Multo, litteras
mutuæ gratiæ dudum confectas inter ralor. tom. 6. col. Nulla angaria, par I
mutio, id est, Patuus. Vocabul. dictam Ysabellam et prædictum defunctum
angaria, echioma, gabella,Muruum, extorsio utriusque Juris. dum vivebat, et
constante legitimo matrimo- jaciatur, imponatur. Chron. Parmense ad mutis,
Truncus, stirps. Pactum inter nio inter ipsos. aapud eumdem Humb. dalph. et
episc. Gratianopol. ann. “mutuare”, Mutuum, seu exactionem ec impositum fuit
per commune Parma in Reg:. Chartoph. reg.: nomine mutui impositam solvere. Vide
unum mutuum octo millium librarum impe recte tendendo ad pedem cujusdam
margassii mutuum. rialium per episcopatum, et quinque millium seu claperii in
quo margassio seu cleppe. Mutuatim, pro mutuo, in Vita Anti- per civitatem. Et
mutuum clericis fuit im rio sunt duæ mutes arborum. dii Archiep. Bisonticensis
cap. 5: Bene- positum duo millium librarum, etc. Chron. Åwwvíz, in Gloss. Græc.
Lat. dictionis ergo dono mutuatim dato, etc. Mutin.: Tria Mu [Mirac. S.
Bernhardi Episc. tom. 5. Julii (mutuatio, pro mutatio, in Consuet. tua
extorsit.] Historia Cortusiorum lib. 3. p.112, Eoque quippiam petere volente,
MSS. Auscior. art. 3: Fiat autem mutua cap. 14, Teutonici cruciabant Paduanos
verbis in ore reclusis, subito mulus effectus tio consulum annuatim in festo S.
Joan. *mutuis* el daciis. Infra: *mutual* imposuit et est; qui a plerisque tentatus,
an videlicet Baptistæ. datias. Lib. 7. cap. 1: V'exabantur Muluis astu
Muritatem simularet, et tandem certa ex Ital. Mutola, Muta. Oc- et daliis.
Albertinus Mussalus lib. 12. de loquendi impotentia comprobatur. Occurrit
currit in Vita B. Justinæ de Aretio n. 9. Reb. gest. Italic. pag. 86: Communes
da præterea toin. 2.Sanctorum Apr.], Idem quod Expeditatus, riæ, exactionesque
et Mutua publica el priMuronagium. Vide in Charta Forestæ cap. 9. forte pro
múti- vata etc. Charta R. Abbatis Monasterii Ka Mullo. latus. Locum vide in
Mastinus. roffensis in Pictonib. . ex (Ovis, Massiliensibus Mous, Nudus,
glaber. Regesto Philippi Pulcri Regis Franc. Tabu tonfede. Charta ann. 1390:
Quilibet Mu- Gloss. Lat. Græc. MSS. Sangerman. larii Regii n. 11: Non
recipiemus ibi Mu tofeda solvat xvi. denarios. * Castigat. in utrumque Glossar.
forte tuum, nisi gratis mutuare voluerint habitan Lugdunensibus, Feye. Vide
supra Menlulosus, ead'ns, ex Vulc. tes. Ita in Liberlatib. Novæ Bastidæ in Oc
Lex Ripuar. lit. 6o. S 4: Si citania ann. in alio Regesto ejusdem xudovicv,
Malum colo- autem ibidem infra terminationem aliqua in- Regis ann. n. 16. Vide
Credentia, neum. Supplem. Antiquarii et Gloss. MSS. dicia sua arte, vel butinæ,aut
Lat. Græc. Sangerm. Aliud itidem Gloss.: extiterint, ad sacramentum non
admittatur, mutuum coactum* exactio, quæ a Mutonium, Tepábeuo, Additio. etc.
Ubi mutuli, videntur esse aggeres ter- dominis in urgentibus negotiis suis ac
ne 1., quos Motes nostri vocant: aut forte cessitatibus fiebat super subditos,
vassallos, equilatus, quod sic describit Jovius Hist. lapides ii quosMuros
vocant Agrimensores,ac tenentes cum restitutionis conditione ac lib. 14:
Mutpharachæ admirabili virtute i. sine inscriptione, vice terminorum po-
pollicitatione: a qua quidem exactione præstantes, toto orbe conquisiti, ea
condi- siti. Vide Bonna 2. exempta pleraque oppida, quibus concessæ tione
militant, ut quos velint Deos, impune KF Errat Cangius, si fides Eccardo,
libertates, leguntur. Charla libertatum colant, præsentique tantum Imperatori
ope- in Notis ad Legem citatam, quam ad cal- Aquarum Mortuarum ann. 1246: Omnes
ram navent. Hæc post Carolum de Aquino cem Legis Salicæ edidit. Mútuli enim
sunt habitatores loci illius sint liberi et immunes in Lex. milit. machinaliones
clandestinæ, vel seditiones ab omnibus questis, talliis, et toltis, et clam
excitatæ, a veteri German.Meulen, tuo coucto, et omni ademptu coacto. Con
capitis tegumentum, quod monachi cap. | clandestine agere, unde Meutmacher,
Fla- suetudines Monspelienses MSS.: paronem vocabant. Gall. Christ. tom. 4.
bellum seditionis, Gall. Mutin. Hæc vir Toltam nec quistam, vel Mutuum coactum,
col uti. Mutrellis 782: Statuimus in dormitorio, quod liceat fratribus eruditus;
quæ tameninmeam fidem reci. vel aliquam exactionem coactam non habet;. Vide
Mitræ. necunquam habuit dominus Montispessulani I Vide Morth. I Gall. Mouton.
in hominibus Montispessulani. Eædem ver *, ut supra Muramen. Charta ann. exArchivis Massil.: naculæ, totas inquistas,
ni prest forsat, o Terrear.villæ de Busseul ex Cod. reg. Item super co quod
petebantdicti parerii alcuna action destrecha, etc. Libertates fol. 47. vº.:
Item unum Pariziensem Mut -I quartam partem Murunorum, astorium et concessæ
oppidis Castelli Amorosi et Va CANGII CLOSS. – T. IV. 2. Feda 2. pere nolim. etc.
lentiæ, in diæcesiAginnepsi, ab Edwardo I Eodem significatu, De S. 6: L.
FURPANIO L. Lib. PuILOSTORGO Mr. I. Rege Angliæ ex Regesto Constabulariæ
Juvenate Episc. tom. 1. Maii pag. 399: ROBRECHARIO VIX ann. LIJTI. Purpuria L.
Burdegalensis fol. : Nec recipiemus Episcopus Narniensis ex suo palatio, ialari
L. OLYMPUSA PECIT. in ibi Muruum, nisi
gratis nobis mutuare velint reste indutus, racheto et Muzzeta. Vide Inscript.
Vide Martin Lex. in habitantes. Eadem habent libertales Rio. Mozzetta. hac voce.
magi in Arvernis. vocatur letri rudoris in. Fantasia, miratores. Pa Mutuum
VIOLENTUM, in Charta liberta- quietudo terrena. Ita Apuleius de Muudo. pias.
tum Jasseropis, apud Guicheponum in A Græco nimium púxw, Mugio, reboo. Vide Ma
Histor. Bressensi Roga coacta, in I Piscis
genus, qui alius zer. Charta Ludovici Comitis Blesensis et Cla- videtur ab eo
quem Spelmannus piscem. in Statutis Mon romontens. ann. 1197. pro Creduliensi
viridem vocat. Computus ann. 1425. apud tis Regal. fol. 318: Debeat solvere
emptori villa: Omnes homines Credulio marentes Kennett. in Antiquit. Ambrosden.
pag. gabellæ piscium, solidos quatuor pro quoli taliam mihi debentes, el eorum
hæredes, a 575: Et in 111. copulis viridis piscis... Et bet rubo piscium, et
intelligatur detracta talia, ablatione, impruntato et Roga coacta inxv.
copulisde Myllewellminorissortisx: Myrta et cestis ac funibus. de cælero
penitus quilos et immunes esse sol. vi. d. et in xx. Myllewell majoris sortis
Eadem notione, usurpant Cat concedo. Exslat Statutum Philippi VI. Re- Xit, sol.
(* Vide Mulsellus.] lius Aurelianus, Celsus, et Apicius. Vide gis Frane. 3.
Febr. ann. 1343. quo vMoniales, ex Anglo -Sa- Murta. in posterum fieri ullum
Mutuum coactum xop. myn'e'cen'e, vel minicene, hodie Graviter, com super
subditos suos: quod scilicet paulo Anglis Minneken et minnekenlasse. Copeil.
posite ambulare. Chron. Ditm. Mersburz. anie exegisse docet Diploma anni 1342.
Ænbamiense in Anglia: l'episc. tom. 10. Collect. Histor. Frane. pag. 28. Junii,
sed et Philippum Pulerum Re- Episcopi et abbates, monachi et Mynecenæ, 131:
Henricus Dei gratia res inclytus à se. gem aliud ann. 1309. in 12. Regesto
Char- canonici et nonne, natoribus duodecim vallatus, quorum ser tophyl. Reg.
Ch. 15. et in 36. Regest. apud Ausonium in rasi barba,alii prolixa Mystace
incedebant Ch. 48. lemmate Epigrammatis. Cantharus po- cum buculis, etc.
Laudatum Philippi VI. Statutum torius Scaligero, qui a similitudine muris I Sacerdotum
præposi frustra quæsitum in Regestis publicis testa- et barbæ, quæ in conum
desinit, Myobar- tus; titulus honorarius Archiep. Toletani, tur D. de Lauriere
tom. 2. Ordinat. Reg. bum voce ibrida dietum existimat. Turne- ex Hierolex.
Macri. Franc. prg. 234. Undeexistimat D. Cangium bus vero Advers. lib. 3. cap.
19. putat ver- lapsum memoria art. 4. et 5. Statuti ejusd. | bum compositum mure
et barbo, quod |, Mysteriorum per. Regis . non3. Febr.spectasse, mensuram,
liquidorum sescunciam penitus, vel princeps. Prudent. Peristeph. 2. quo vetat
Philippus Rex in posterum a dentem sonat, ut sit tamquam muris cya- 349: Bene
est, quod ipse ex omnibus My subditis suis exigi equos, currus, ele. nisi thus.
Quidam le; emendat Lil. Gyraldus Epist, *mutuum
violatum* Exactio nomine xobarbaru, quod non placet. Vide Cupe. Zachariæ PP.
ann.748. tom. 1. Rer. Mo *mutui*, quæ a subditis exigitur. Charta rum in
Harpocrate pag. 78. gunt. pag. 255, Officium, sacra Li mutuum violatum, velmessionem
bajuli vel turgia. Pelagius Episcop. Ovetensis in Fer servientum. [ Leg.
Violentum ut, supra.) ctum... Si autem Myocepha aur ypopius fuerit,dinando Rege
Hispan.: Tunc Alfonsus Rez mutuum ebraldum. Charta Henrici Co- post inunctionem
ligabis oculos aut linteo in velociter Romam nuntios misi ad Papam mitis
Portugalliæ tom. 3. Monarchiæ Lusi- aqua infuso frigida, aut spongia in ipsa
Aldebrandum cognomento septimus Grego tanæ p.282, Non introducam *mutuum* aqua
infusa. rius. Ideo hoc fecit, quia Romanum Vyste Ebraldum Colimbriam. 9piratici
genus arium habere voluit in omni Regno. Infra: mutuum, stipendium datum in
ante-, ut placet Tur Confirmarit itaque Romanum Mysterium in cessum. Lit. ann.
1408. tom. 9. Ordinat. nebo lib. 3. Adversar. cap. 1. nomen omne regnum Regis
Adefonsi æra 1113. (Chr. reg. Franc.: Ordinamus adepti. Melius Scaliger, a
forma qevūves, 1088. ) per senescallos, receptores, thesaurarios,... hoc est,
angusta et oblonga, dictum ira- Missæ sacrifi tum nobilibus quam innobilibus,
cum ex dit. cium. Acta S. Gratil. tom. 3. Aug. pag. parte nostra mandati
fuerint ut ad guerras Hist. Franc. Sfortiæ ad ann. col. 2: Indutus est (Gratilianus)
ve nostras accedant, *mutuum* fieri priusquam apud Murator. tom. 31. Script.
Ital.col.stimentis a. Wikipedia Ricerca Sinestesia (psicologia) fenomeno
sensoriale/percettivo Lingua Segui Modifica Avvertenza Le informazioni
riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I
contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico:
leggi le avvertenze. La sinestesia è un fenomeno sensoriale/percettivo, che indica
una "contaminazione" dei sensi nella percezione. Il fenomeno
neurologico della sinestesia si realizza quando stimolazioni provenienti da una
via sensoriale o cognitiva inducono a delle esperienze, automatiche e
involontarie, in un secondo percorso sensoriale o cognitivo.[2]
Possibile visione dei mesi dell'anno da parte di una persona soggetta al
fenomeno della Sinestesia Descrizione generale del fenomenoModifica Con il
termine "sinestesia" si fa riferimento a quelle situazioni in cui una
stimolazione uditiva, olfattiva, tattile o visiva è percepita come due eventi
sensoriali distinti ma conviventi.[1] Nella sua forma più blanda è
presente in molti individui, spesso dovuta al fatto che i nostri sensi, pur
essendo autonomi, non agiscono in maniera del tutto distaccata dagli
altri. Più indicativo di un'effettiva presenza di sinestesia è il caso in
cui il percepire uno stimolo (come ad esempio il suono) provoca una reazione
netta e propria di un altro senso (ad esempio la vista). Per "forma
pura" si intende la sinestesia che si manifesta automaticamente come
fenomeno percettivo e non cognitivo. Il fenomeno è involontario, ma una
maggiore attenzione prestata dal soggetto può evocarlo con maggiore
consapevolezza, al punto che il sinestesico puro, vedendo i suoni e sentendo i
colori, può riuscire a trarre vantaggio da queste contaminazioni sensoriali; un
compositore che sfruttava questa sua capacità fu Olivier Messiaen, così come il
pittore Vasilij Vasil'evič Kandinskij, che affermava di poter sentire la voce dei
colori, che per lui erano suoni, entità vive e lo spiega bene nel suo libro Lo
spirituale nell’arte. Un altro sinestesico fu il pittore e musicista lituano,
Mikalojus Konstantinas Čiurlionis. Il compositore russo Aleksandr Nikolaevič
Skrjabin era particolarmente interessato agli effetti psicologici sul pubblico
quando sperimentavano suoni e colori contemporaneamente. La sua teoria era che
quando si percepiva il colore giusto con il suono corretto, si creava "un
potente risonatore psicologico per l'ascoltatore". La sua opera
sinestetica più famosa, che viene eseguita ancora oggi, è Prometeo: il poema
del fuoco [1]. Ma la lista degli artisti sinestesici è molto lunga, infatti le
ultime ricerche affermano che il fenomeno sinestesico interessi il 4% della
popolazione e di questo 4% la maggior parte sono artisti. Un'altra
caratteristica della sinestesia è poi che si presenta a volte nelle persone
mancine, o in concomitanza con altre caratteristiche come l'allochiria
(confusione della mano destra con la sinistra), scarso senso dell'orientamento,
dislessia, deficit dell'attenzione e, raramente, autismo. Spesso la
contaminazione sensoriale avviene a direzione unica: ad esempio, se vedo una
nota musicale come un colore, non è detto che vedendo quel colore la mia mente
evochi quella nota. Questa è una delle caratteristiche della sinestesia
percettiva, l'unidirezionalità. Secondo lo storico Angelo Paratico il mancino
Leonardo Da Vinci era affetto da sinestesia.[3] Esperienze di tipo
sinestetico possono essere indotte in maniera artificiale, mediante l'uso di
sostanze allucinogene, sostanze stupefacenti come l'LSD, esperienze di
deprivazione sensoriale, meditazione, ed in alcuni tipi di malattie che
colpiscono la corteccia cerebrale. Questo tipo di sinestesia è detta
pseudosinestesia, in quanto è indotta o non presente dalla nascita. La
sinestesia acquisita sembra riguardare solo le forme di sinestesia percettiva,
e non sono stati documentati casi di sinestesia concettuale acquisita. Le
persone che hanno esperienze sinestesiche nella "forma pura" sono un
numero relativamente ridotto. Studi recenti hanno mostrato una certa
variabilità: 1 ogni 2000 1 ogni 200 Queste esperienze sono quotidiane ed
iniziano sin dall'infanzia. Molti sinestesici si sorprendono scoprendo che
questa esperienza non è provata da tutte le persone. L'esperienza
sinestetica è composta da due elementi: L'evento induttore (inducer).
L'evento concorrente (concurrent). Per esempio, può accadere che un sinestesico
descriva il suono (inducer) del proprio bambino che piange come un colore
giallo sgradevole (concurrent). La relazione tra un inducer e un concurrent è
sistematica, nel senso che a ogni inducer corrisponde un preciso
concurrent. Grossenbacher et Lovelace, distinguono due tipi di sinestesia
a seconda che l'inducer sia percettivoo concettuale. Sinestesia
percettiva: l'inducer è uno stimolo percettivo (per es. la vista di lettere
produce anche la vista di colori "collegati"). Sinestesia
concettuale: i concurrent sono prodotti dal pensare a un particolare concetto
(per es: numero, mese dell'anno, posizione nello spazio). Si utilizza
intensivamente la sinestesia anche nella terminologia utilizzata nella
degustazione o nell'analisi sensoriale. Basi genetiche della
sinestesia Purtroppo con le competenze scientifiche attuali non è possibile
identificare singoli loci genici che determinino con certezza questo fenomeno
neurocognitivo. Il fenomeno è più probabilmente dovuto a un complesso
meccanismo neurale e non a singole proteine codificate da parti di genoma. In
ogni caso interessanti esperimenti di neuroimaging paiono confermare tale
fenomeno. Sinestesia: grafema-coloreModificaRamachandran e i suoi collaboratori
hanno notato che la forma più comune di sinestesia è quella grafema(lettera,
numero) - colore e infatti i rispettivi centri cerebrali sono molto vicini tra
loro. Tecniche di neuroimmagini (es. risonanza magnetica funzionale) hanno
permesso di individuare il "centro del colore" (es. Zeki et Marini,
Brain), l'area V4 nel giro fusiforme. L'area dei grafemi è stata
anch'essa individuata nel giro fusiforme, in particolare nell'emisfero sinistro
vicino all'area V4. L'area si attiva sia in seguito alla presentazione di
lettere sia in seguito alla presentazione di numeri. L'ipotesi di Ramachandran
è che ci sia una attivazione congiunta. La presentazione di un grafema fa
attivare l'area dei grafemi, che fa attivare contemporaneamente anche l'area
del colore, anche senza la presenza di uno stimolo. Questo è dovuto ad un
eccesso di connessioni tra le due aree, non presente in tutte le persone.
Le connessioni che si hanno alla nascita sono un numero superiore di quello che
si trovano in un cervello adulto. Quello che avviene nei primi mesi di vita è
un processo definito pruning (potatura, sfoltimento) delle connessioni
cerebrali. L'ipotesi di Ramachandran è che le connessioni tra area del colore e
area dei grafemi, che normalmente subiscono un processo di pruning, rimangono
invece intatte nei sinestesici. Probabilmente per una mutazione genetica che fa
fallire il processo di pruning. Esisteranno delle regole che in seguito
all'esperienza permetteranno di sviluppare connessioni particolari tra area dei
grafemi e area del colore. Questo spiegherebbe perché ad un grafema viene
sempre associato un certo colore. Ramachandran ipotizza che l'attivazione
del giro fusiforme non implichi un arrivo alla coscienza delle informazioni.
Perché sia possibile essere consapevoli dell'informazione percepita si dovranno
attivare altre aree superiori. Tuttavia, Grossenbacher sostiene che la
sinestesia non sia dovuta alla presenza di un numero maggiore di connessioni
neurali (le quali non sarebbero presenti nei non sinestesici); infatti, secondo
lo studioso tale fenomeno percettivo è imputabile al fatto che, nel cervello
dei sinestesici, alcune connessioni neurali risultano ancora attive, mentre non
vengono più "utilizzate" in chi non sperimenta tale modo di
percepire. Questo spiegherebbe il motivo per cui chi assume droghe psicoattive
sia in grado di esperire una condizione di "pseudo-sinestesia",
circoscritta esclusivamente al limite temporale in cui tali sostanze
dispieghino il loro effetto, per poi tornare a non percepire sinestesicamente
una volta terminato quest'ultimo. Secondo Grossenbacher è molto improbabile,
infatti, che si siano create nuove connessioni neurali durante l'assunzione di
tali droghe; piuttosto, risulta più probabile che vengano percorse
"strade" neurali solitamente "disattive". Influenza
dell'attenzione sulla percezioneModifica Esperimento di Ramachandran e Hubbard:
caso della figura gerarchica (un 5 composto da tanti 3), se ai soggetti veniva
chiesto di fare attenzione a livello globale vedevano il colore rosso, se
invece dovevano dirigere la loro attenzione a livello locale (3) vedevano verde.
Questo esperimento porta a concludere che l'attenzione influenza il
manifestarsi del fenomeno sinestesico. Sinestesici projector Nel caso di grafema-colore, il colore è visto
come una pellicola che ricopre il numero completamente. Un sinestesico testato
da Dixon, riferiva di provare un'esperienza irritante se il numero era di un
colore incongruente con quello del fotismo (l'effetto della sua sinestesia). Se
per esempio il numero 5 gli evocava il colore rosso, ma in realtà era scritto
con il giallo. Sinestesici associatorModifica Sempre nel caso di
grafema-colore, il colore appare nella mente, e non sopra il numero. In genere,
i sinestesici associator riferiscono che l'esperienza di vedere un numero con
un colore non congruente con quello del fotismo, non è un'esperienza per nulla
disturbante. La percezione del colore "reale" del numero è
un'esperienza molto più intensa del fotismo, per un sinestesico
associator. I sinestesici projector sembrano una minoranza rispetto ai
sinestesici associator (11 su 100, tra quelli intervistati da Dixon e
collaboratori). Tra i maggiori studiosi della sinestesia percettiva,
Richard Cytowic, Ramachandran, E. Hubbard, Sean Day, Bulat Galeyev, Irina
Vaneckina. Rapporto con i canali del calcioModifica Studiando nel
moscerino della frutta un gene coinvolto nell'elaborazione del dolore, alcuni
ricercatori hanno creato il primo modello della sinestesia. Con la tecnica
dell'interferenza a RNA hanno isolato 600 geni quali candidati a interessare
possibili geni del dolore. Il primo ad essere analizzato più in dettaglio è
stato quello che codifichi parte di un canale del calcio noto come α2δ3. Questi
canali che regolano il passaggio di Ca2+ attraverso la membrana cellulare sono
fondamentali per l'eccitabilità elettrica dei neuroni. Con questi canali
interferiscono diversi antidolorifici. Nei topi carenti di α2δ3 si è
dimostrato che questo gene controlli la sensibilità al dolore provocato dal
calore sia nella Drosophila sia nei mammiferi. Indagini condotte con la MRI
hanno anche rivelato che α2δ3 partecipi all'elaborazione del dolore termico a
livello cerebrale. In assenza di α2δ3 il segnale del dolore a genesi termica
arriva al talamo, ma poi non prosegue verso i suoi centri corticali superiori.
Le immagini di fMRI mostrano piuttosto un'attivazione crociata delle aree
corticali per la visione, l'olfatto e l'udito. Questa sinestesia si osserva
anche quando lo stimolo doloroso sia di natura tattile. Emozioni colorate | Le
Scienze, su lescienze.espresso.repubblica.it. ^ Harrison, John E.; Simon
Baron-Cohen (1996). Synaesthesia: classic and contemporary readings. Oxford:
Blackwell Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy, Lascar
Publishing, lascarpublishing.com/Leonardo in Internet Archive. ^ Baron- Cohen,
Ramachandran et Hubbard, Neurocognitive mechanism of synesthesia" Edward
M. Hubbard1 and V.S. Ramachandran, Neurocognitive mechanism of synesthesia, su
cell.com, November 3, 2005. URL consultato il libero. ^ percezione e idee, la
sinestesia | PsycHomer, su psychomer. Le Scienze: Non provo dolore, ma ne sento
l'odore e ascolto le note BibliografiaModifica Córdoba M.J. de, Hubbard E.M.,
Riccò D., Day S.A., III Congreso Internacional de Sinestesia, Ciencia y Arte,
Parque de las Ciencias de Granada, Ediciones Fundación Internacional Artecittà,
Edición Digital interactiva, Imprenta del Carmen. Granada. Córdoba M.J. de,
Riccò D. (et al.), Sinestesia. Los fundamentos teóricos, artísticos y
científicos, Ediciones Fundación Internacional Artecittà, Granada. Cytowic,
R.E., Synesthesia: A Union of The Senses, second edition, MIT Press, Cambridge,
Cytowic, R.E., The Man Who Tasted Shapes, Cambridge, MIT Press, Massachusetts,
Marks L.E., The Unity of the Senses. Interrelations among the modalities,
Academic Press, New York Riccò, Sinestesie per il design. Le interazioni
sensoriali nell'epoca dei multimedia, Etas, Milano, Riccò D., Sentire il
design. Sinestesie nel progetto di comunicazione, Carocci, Roma, 2Tornitore T.,
Storia delle sinestesie. Le origini dell'audizione colorata, Genova, 1986.
Tornitore T., Scambi di sensi. Preistoria delle sinestesie, Centro Scientifico
Torinese, Torino, Voci correlate Takete e Maluma Sinestesia tattile-speculare. «sinestesia»
Udire i colori, gustare le forme, su lescienze.espresso.repubblica.it, Le
Scienze. TED Talk: "I listen to color" Portale Psicologia: accedi
alle voci di che trattano di psicologia Qualia aspetti qualitativi delle
esperienze coscienti Locus ceruleus Sinestesia tattile-speculare raro
fenomeno sensoriale/percettivo Wikipedia Il contenutoGrice: “The grammar
of ‘mutuality’ can be extraordinarily complicated. But I’m sure Schiffer’s ‘A
and B mutually know that p’ doesn’t make sense as an analysandum.” Grice: “You
can trade (L mutate both ways) or exchange *information* -- The grammar is: A
and B are in love – implicated: ‘mutual’ --
A and B are friends – implicated: mutual. Dickens, who never attended
Oxford, would never catch the subtlety of his biggest solecism, “Our mutual
friend”! – Grice: “But I’m surprised from Schiffer, who did attend the
varsity!” -- Giorgio Cosmacini. Cosmacini. Keywords: compassione, salute, mens
sana in corpore sano, storia della medicina, Foucault, l’anello di Asclepio, la
medicina nella Roma antica, giacobinismo, fascismo, giacobinismo in Italia,
medici fascisti, medicina fascista, la medicina non e una scienza, tanatologia,
bio-chemica, la chemical della vita, bio-chemistry –Grice on life, the
philosophy of life, cooperation and compassion. Imperativo conversazionale,
compassione conversazionale, imperative della mutualita conversazionale –
mutualita conversazionale – imperative of conversational mutuality, mutuality,
mutual, the depth grammar of mutuality – Grice against Schiffer – Grice scared
by ‘mutual knowledge’ – and using it in scare quotes (“Such monsters as
Schiffer’s ‘mutual knowledge’ have been proposed to replace my regress when
there’s nothing wrong with stopping it elsewise!” Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Cosmacini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Cosmi: all’isola-- la ragione conversazionale el’implicatura
conversazionale dei discorsi: corsi e ricorsi -- metodo dei principi generali
del discorso – scuola di Casteltermini – filosofia girgentina – filosofia
siciliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Casteltermini). Filosofo
girgentino. Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Casteltermini, Gigenti,
Sicilia. Grice: “I love Cosmi – for one he uses the very exact phrase I do,
‘the general principles of discourse,’ and he also finds them to have a
rational (‘razionale’) basis – they involve those desiderata for helpful
communication, a co-operative principle – concerning most constraints I refer
to: the necessity to avoid superfluity (supperfluita) and to maximize clarity
(chiarezza) – so that’s genial!” – Grice: “Cosmi actually has two treatise, a
more theoretical one, “General principles of discourse,” and an applied tract,
“Metodo’ – of the “general principles of discourse’ – he had already elaborated
on all the figures of rhetoric, so he knew what he was talking about and where
he was leading --.” Grice: “The fact that he like me also loved Locke – and
perhaps was more of a ‘sensista’ than I am, makes him great, too!” Fu
un'imponente filosofo, no italiano, ma siciliano (Grice: “Sicily is not
considered part of the ‘peninsola italiana’). Formatosi nel Seminario dei
Chierici di Agrigento, ricopre la carica di rettore a Catania. Riceve dal re Ferdinando
l'incarico di redigere il piano regolatore della filosofia siciliana. Da un
rilevante contributo all'innovazione del illuministimo. Fu un grande filosofo,
il primo e il più geniale del regno meridionale e uno dei primi e più geniali
del Settecento italiano. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Principi
generali del discorso, e della ortografia italiana ad uso delle regie scuole
normali di Sicilia by C., edition published in Italian and held by 2 WorldCat
member libraries worldwide. E primo forne il D2 Cosmi. Questo e un aureo
libretto dei "Principi generali del discorso" – i. e. un principio
comune a ogni discorso. Questo affinchè il filosofo a una nozione direttrice,
non superflue. In questo trattato invano cercheresti quella immensa farragine
di precetti disordinati, e quelle infinite minuterie non necessarie, con cui si
sostitoleva confondere e stancare la prattica conversazionale del giovanetto.
Si spone un solo principio generale e fondamentale, sintetizzato nell'antico ma
verissimo motto: precetto uno. Il resto e uso. Questa mia preziosa filosofia è
un sapientissimo essamine pel filosofo che vuole adoperare il "metodo
conversazionale." Quivi si ricorda dapprimà quanto in occasione di
filosofare sulla maniera di dare la prima istruzione conversazionale al
ragazzo, in caso la necessita. Si ricorda come puo potè attuare la mia
prammatica conversazionale, mettendo in esecuzione un maniobra chiara, spedita,
uniforme per ogni topico conversazionale adattata alla maniera del civil
conversare -- è cosa necessaria il sapere la semantica e le implicature
conversazionale del volgare linguaggio. Il pirincipio della conversazionale e
un principio di chiarezza (perspicuita) -- e un principio di aggiustatezza
(approprio_ -- e un principio di mezzana eleganza (stilo estetico), e un
principio senza oscurità, e un principio con univoci e senza cattive equivoci
(un buon aequi-voce e accettable)– sensa non sunt multiplicanda praeter necessitatem
--, e un principio senza superfluità (economia dello sforzo conversazionale,
fortitudine conversazionale, candore conversazionale -- e un principio senza
barbarismi -- imperciochè la perfezione e efficenza del volgare linguaggio
guidato dalla semantica formale e il segno del reale. E vuole che al giovane si
da un principio generale e fondamentale -- e un principio generale della
conversazione, esposto con metodo ragionabile e calculable e con chiarezza. Un
solo principio o imperativo categorico, un principio di efficenza communicative
-- un principio soggetto il meno che si può all'eccezione o la violazione
involuntaria si non a la splotazione retorica -- e un principio stesso ben
capito e ben esercitato, chi forma il corpo di ogni parte della filosofia.
Ebbe un giorno a scrivere di CICERONE, che questo ingegno eminente prende a
gradi la sua maturità e si perfezionava coll’uso, colla riflessione e col
maneggio dei grandi affair. Or quello che osservo su Cicerone, intervenne
proprio me medesimo, i cui Elementi di filologia, non prometto continuazione;
ma osservazioni su l'uso dei Principj del Discorso, e qualche riflessione su i
primi pensieri, da cui era partito nell'immaginar il mio metodo, gli
somministrarono la materia di un secondo, e anche di un terzo volume di
preziose nozioni di metodica prammatica. Il secondo volume e come il primo, è diviso in due parti.
La prima parte ha per titolo, “PRINCIPJ GENERALI DEL DISCORSO applicati alla
lingua volgare”, per la quale avverto che, sebbene nelle parti già pubblicate
dei “Principj generalie del discorso” siesi detto ciò che basta per
l'istruzione della prima età; la sperienza mi ha fatto conoscere, che,
volendosi col metodo intrapreso tirare innanzi il cammino, per la piena
intelligenza, 1 C., Elem. di filol. ecc.,
Elem. di filol, ital. e latina, tomo II, Palermo; pag. III
ed imitazione dei classici principalmente italiani, era necessario ad
entrare in qualche più esteso rischiarimento, *non per multiplicare
l’imperativo conversazionale, ma per agevolarne l'uso, senza di cui inutili
sempre la massima conversazionale universalisable si rimarranno. Dietro di che,
in cinque paragrafi, filosofo, con la solita competenza, “Del Pronome in
generale”, “Del Pro-nome ed dell’Articolo”; “Del pronomi e del verbo che ne
dipendono; Della Preposizione, detta “segnacasi”, e “Della Costruzione
irregolare”. I quali cinque paragrafi, con la giunta delle prime due parti dei
PRINCIPJ GENERALI DEL DISCORSO --
PRINCIPIO GENERALE DEL DISCORSO -- già stampati a riprese. Egli fece riunire in
separato volumetto per uso degli scolari 3 Io non mi stancherei, dirò
col Blasi, di riportare varie altre
sentenze, che oggi pajono roba fresca, e pure da presso a un secolo il nostro
l'aveva annunziato con tanta chiarezza da farla scorgere anco ai ciechi; ed è
per tanto che riferisco qualche altro criterio, che dovrebbe aver nell'animo e
nella coscienza ognuno, che si dà all'educazione specialmente elementare:
Invece di sorprendere, cosi il C., l'età fanciullesca coll' apparenza dottrinale
di parole incognite, ingegnerassi il maestro a far vedere, che ciò che
s'insegna di nuovo, è presso a poco quanto sapeva il fanciullo o quanto avrebbe
potuto agevolmente sapere con un poco di riflessione 5. Anzi che ad un
giuoco di memoria desiderava che lo studio fosse diretto allo sviluppo
dell'intendimento; inculcava lo studio dell' aritmetica fatto a norma delle
regole predette, e indi tornava a ribadire che: Per mantenere sempre
desta l'attività nella mente degli allievi, è di somma importanza il non
sgomentarli giammai coll'apparenza di gravi difficoltà nelle operazioni che
loro si propongono; anzi colla frequenza degli esempi il far loro osservare,
che avrebbero da se sciolto le domande, se avessero fatto riflessione alle cose
sa pute 6. E poi seguiva cosi: Che se alle volte occorrerà di
dovere insegnare delle cose difficili, allora il maestro procurerà di scemare
la difficoltà colla curiosità della ricerca, perchè il piacere della scoverta
l'incoraggisca al tedio dell'operazione. Ma qualora la curiosità non è
infiammata, il fanciullo non sente altro che la fatica, e la fatica sola da se
ributta 7. Poi chiedeva a se stesso: É necessario il rappresentare
al naturale lo stato presente della educazione ncstra letteraria? Lo farò con
coraggio. Si è caricata la nostra memoria; perciò è rimasto senza energia e
senza originalità l'intelletto. La nostra filosofia, in vece C.,
Metodo dei principj generali del Discorso, Palermo, Metodo cit., BLABI, Note
storiche di G. A. De C.; Palermo, Cosmi, Metodo ecc., d'essere l'arte di
pensare, è stata l'arte di parlare di ciò che non s'intende; la nostra rettɔrica,
l'arte di csaggerare con parole, e di parlare a controsen 30. Gran servigio,
gran servigio, ridico, si presta al pubblico da chi indirizza per la strada
regia del sipere la presente gioventù, da chi coltiva la loro ragione e il loro
cuore. Era tempo oramai di aprirsi a tutti la strada alla coltura delle
scienze e delle arti; di venire nella comune estimazione le cognizioni
realmente utili all'umanità, di siudiarsi la Natura nei suoi varj regni e nel
suo vero prospetto. Era già il tempo ce la pubblica e la privata utilità
fossero rico 103ciute ch.n: la misar di calcolare l'importanza delle
cognizioni; che la Religione s'impari nella sua storia, nei suoi Dogmi, nella
sua Morale, mi senza il pru:ito della costroversia; che nelle lingue doite si
cerchi il gusto, ma senza pedanteria; che le matematiche, e l'analisi ci
servano di guida nelle cognizioni astratte; che nelle scienze naturali si
cerchino i mezzi per accrescere, o conservare la sanità dei nostri corpi, o per
influire ne la ricchezza nazionale, coltivando e migliorando i prodotti
dell'arte e della natura; e che finalmente la volgare e popolare lingua, vero
termometro della coltura nazionale, si perfezioni; che non pud perfezionarsi,
senza che si eserciti la ragione nello stesso tempo '. [ocr errors]
IV. A questa stupenda Direzione pei maestri, il De Cosmi unì la prima
parte dei Principj Generali del Discor30, che già aveva stampato a solo sin.
dal 1790; cui fece seguire ora dalla parte secondo, che delle proposizioni, dei
verbi, dei pronomi, delle congiunzioni s'intertiene, chiudendola con alcune
regole primarie ad illustrazione delle altre, messe in fine della prima parte;
e terminando l'aureo librettino con un capitolo sulla Scelta dei libri
necessari allo studio della lingua italiana; dove vuole che siano preferiti i
libri del Trecento; additando per libro di prima lettura il Fiore di virtù o il
Volgarizzamento dei Gradi di S. Girolamo, 'od anche gli Ammaestra. minti degli
antichi di frate Bartolomeo da San Concordio; e per la seconda classe, il
Trattato del Governo della famiglia di Agnolo Pandolfini 5. A sintesi di
tutto il libretto il De Cosmi conchiude così: Ciò che i maestri debbono
inculcar continuamente alle tenere orecchie degli scolari sarà la necessità
delle regole e dell'uso; perchè l'uso e le regole sono i veri arbitri di ogni
lingua. Nulla contro le regole, nissuna parola fuori dell'uso",
Questo pregevole volumetto incontrò l'applauso di tutti i letterati; e un di
essi, che si volle occultare sotto le iniziali 0. G. R. P., ne fece una
bellissima ed estesa rivista nelle Notizie Letterarie di Cesena Cosmi, Metodo
ecc. L'articolo dell' O. G. R. P. venne riprodotto da Angelo nelle Memorie per
servire alla Storia letteraria di Sicilia; Ms. della Biblioteca Comunale C..
Discorso concetto filosofico Un discorso è una modalità di
comunicazionelinguistica mediante cui si parla o scrive. La definizione del
termine varia a seconda dei campi di applicazione (antropologia, etnografia,
cultura, letteratura, filosofia, ecc.).
In semantica e analisi del discorso è una generalizzazione del concetto
di comunicazione all'interno di tutti i contesti. Nel campo dei codici è la
totalità del linguaggio utilizzato (vocabolario) in un determinato settore di
pratica sociale o ricerca intellettuale (es: discorso giuridico, discorso
religioso, discorso medico, ecc.). Michel Foucault ha definito il discorso come
"un ensemble de séquences de signes" (un insieme di sequenze di
segni).[1] Per quanto riguarda il campo delle scienze sociali e delle scienze
umanistiche, il termine ha rilevanza riguardo a un pensiero che si può
esprimere mediante il linguaggio. Il
discorso si differenzia dall'enunciato e dalla dichiarazione. Il discorso,
infatti, può rappresentare la manifestazione di un pensiero individuale
relativamente o meno a un determinato argomento; la dichiarazione invece
consiste in un atto ufficiale di solito è preparato e coinvolto in
documentazioni. Con il termine discorso
si identifica anche l'esposizione pronunciata in pubblico relativamente a un
argomento o materia (discorso inaugurale, discorso commemorativo, ecc.). Foucault, L'archéologie du savoir, Parigi,
Gallimard, 1969, p. 141. Voci correlateModifica Parti del discorso Parresia
Discorso diretto Discorso indiretto Frase Autore Dialettica Retorica Monologo
Dialogo «discorso» Portale
Antropologia Portale Filosofia Portale Linguistica Portale Sociologia Pregiudizio
Strutturalismo (filosofia) movimento filosofico
Le parole e le cose Libro di Michel Foucault. Grice: “I call it ‘principle’
not ‘principles’ – or at least I did in my first William James lecture: ‘some
general principle of discourse’ – I later found out that Aristotle is right: ‘arkhe’
is best used in the singular!.Grice: “So MY principle is ‘be cooperative’ –
principle of conversational helpfulness --. Maxims are not as important as ‘principle’ is
– as Kant would agree!” Cosmi. Giovanni Agostino De Cosmi. Giovanni Cosmi. R Cosmi.
Keywords: metodo dei principi generali del discorso, discorso, discursus,
principle versus principle – principio, principii -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cosmi” –
The Swimming-Pool Library. Cosmi.
Luigi Speranza -- Grice e Cosottini:
la ragione conversazionale el’implicatura
conversazionale di MELOPEA – scuola di Figline Valdarno – filosofia fiorentina
– filosofia toscana -- filosofia italiana –Luigi Speranza (Figline
Valdarno). Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Figline
Valdarno, Firenze, Toscana. Grice: “Cosotini considers ‘Home, sweet home,’ in
terms of linearity – surely Miss X can ‘improve’ on the score! Especially if
she did visit Payne’s little cottage by the sea – in Easthampton, and shed a
tear!”. Si laurea a Firenze con “Fenomenologia”. Fonda GRIM, Gruppo per la
Reserccia dell’Improvisazione Musicale. GRICE Gruppo por la research
dell’Improvisazione conversazione espressiva. Insegna Improvvisazione Musicale.
Le Fanfole, canzoni composte su testi del poemetto meta-semantico di Fosco
Maraini Gnosi delle Fanfole. Linearità e Nonlinearita in semiotica – sintagma
lineare, sintagma soprasegmentale – the volume of a sound – a ‘natural’
expression of pain – the higher the volume, the higher the pine --. Grice on
stress, intonation and implicature. I KNOW it. I KNOW it (you don’t have to
tell me). SMITH paid the bill. Due conversazionaliste si muovono pacatamente
per le loro vie, variando direzioni e anche versi, ascoltandosi sempre, ma con
dialoghi liberi e mai serrati. “La musica dei matti” creazione dialogica di
suoni del tutto libera e interamente legata all'istante, tale da produrre
mozzione conversazionale dallo sviluppo verticale. Improvvisare la verità. Il
concetto di ‘improvvisare’ improvissato – cf. English ‘improved’. Improvisation
– improvised. Musica e Filosofia. Realizza la partitura grafica Dettagliper tre
esecutori, che consiste di una mappa e ottantuno carte con segni grafici
codificati (la mappa e le carte sono i “veicoli” e il modo in cui si legge la
grafia genera molteplici possibilità di implicature. “wordless novel”. I suoi
studi si concentrano sulla filosofia della musica e sull’improvvisazione
musicale, scrivendo numerosi saggi per riviste specializzate come Musica
Domani, Perspectives of New Music, Aisthesis, Musicheria e la rivista online De
Musica. Inoltre pubblica un saggio sul
silenzio e sulle sue potenzialità performative. Metodologia
dell'Improvvisazione Musicale. Tra Linearità e Nonlinearità, un libro di
metodologia dell’improvvisazione musicale nel quale Cosottini teorizza la dicotomia
tra Linearità e Nonlineairtà come strumento per l’analisi dell’improvvisazione
musicale. Non-linearita EDT, il silenzio in contesto non lineare, Filosofia
della Musica. Non-linearità. Metodi non
lineari. EDT Non linearità. EDT Ascolto creativo e scrittura creativa di
un’improvvisazione musicale. Metodologia dell’improvvisazione musicale. Tra
Linearità e Nonlinearità Edizioni ETS, L’estetica dell’improvvisazione tra
suono e silenzio in Musica Domani, improvisation-research-center--musica-e-filosofia.
Do You Need A Sign. Wikipedia Ricerca Palazzo Bardi edificio a Firenze
Lingua Segui Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando
altri significati, vedi Palazzo Bardi (disambigua). Palazzo Bardi Palazzo
busini-bardi 11.JPG Esterno del Palazzo Bardi Localizzazione StatoItalia Italia
RegioneToscana LocalitàFirenze Indirizzovia de' Benci 5 Coordinate 43°46′02.99″N
11°15′32.75″E Informazioni generali CondizioniIn uso CostruzioneXV secolo
Realizzazione Committentebanchieri Busini Il palazzo Bardi o
Busini-Bardi-Serzelli si trova in via de' Benci 5 a Firenze.
Palazzo Bardi, il cortile attribuito a Brunelleschi StoriaModifica Fu
costruito su preesistenze negli anni Trenta del XV secolo per conto della
famiglia di banchieri Busini, su disegno forse di Filippo Brunelleschi: è
quindi evidente la sua grande importanza nel testimoniare, circa quindici anni
prima della costruzione di palazzo Medicidi via Larga ad opera di Michelozzo,
il definirsi della tipologia del palazzo rinascimentale, con cortile centrale,
in un momento di significativa crescita urbana promossa dai ceti dirigenti del
tempo. Giovanni de' Bardi (della linea di Gualtiero, non di quella di
Piero, esiliata nel 1343) acquistò il palazzo nel 1482: la famiglia già nel
secolo precedente aveva significative proprietà di là dal ponte. Agnolo de'
Bardi, nipote di Giovanni, fece fare dei lavori di ammodernamenti al palazzo,
forse con il concorso di Giuliano da Maiano, ma non ne venne modificato
l'assetto generale. Furono chiuse le grandi aperture sul fronte che davano
accesso a vari locali adibiti a botteghe (una successione di fornici è ancora
apprezzabile su via Malenchini e due permangono su via de' Vagellai). Da
sottolineare come i lavori, pur giungendo ad esiti formalmente diversi, si
sviluppassero in parallelo con quelli dell'antistante palazzo Corsi, ugualmente
volti a convertire la più antica struttura medievale in un palazzo adeguato
alla nuova concezione rinascimentale. Preesistenze sul lato sud in
via Malenchini Verso la fine del XVI secolo, come ricorda una lapide sulla
facciata, si riuniva in questo palazzo una comitivadi letterati, artisti e
musicisti, conosciuta sotto il nome di Camerata fiorentina di casa Bardi,
istituita dapprima allo scopo di risuscitare l'antico teatro greco e che più
tardi si occupò del melodramma teatrale, tanto che qui si eseguì per la prima
volta il canto dantesco del conte Ugolino, messo in musica da Vincenzo Galilei
e si eseguirono le Nuove Musiche di Giulio Caccini. Più tardi la Camerata
divenne Accademia, trasferendosi nell'odierno palazzo Corsi-Tornabuoni in via
Tornabuoni. Il palazzo fu abitato dai Bardi fino all'estinzione del ramo
familiare a inizio dell'Ottocento, per poi passare ai Bardi Serzelli, che
l'hanno abitato fino al 1954, anno della morte del conte Alberto.
Successivamente affittato alla Provincia di Firenze, è stato da questa scelto
negli anni settanta per ospitare il III Liceo Scientifico statale. Ha subito il
rifacimento degli intonaci sul fronte di via Malenchini. A partire dal 1990
circa, oramai liberato dalla presenza della scuola e acquistato da una società
immobiliare, è stato interessato da un complesso cantiere finalizzato al
recupero della fabbrica e alla suddivisione in appartamenti dei grandi ambienti
interni, conclusosi nel 2007. Il palazzo appare nell'elenco redatto nel
1901 dalla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, quale edificio
monumentale da considerare patrimonio artistico nazionale, ed è sottoposto a
vincolo architettonico. Descrizione Esterno La semplice facciata,
sviluppata sui canonici tre piani e graffita con una finta muratura a conci
rinnovata nel 1885 (al tempo della proprietà di Ferdinando Bardi, comunque da
considerare sostanzialmente fedele alle preesistenze), quindi restaurata e
integrata nell'ambito del recente intervento, presenta ai lati due scudi con le
armi, oramai consunte ma ancora ben leggibili, della famiglia Busini (d'azzurro,
a tre fasce increspate d'oro, e alla banda attraversante di rosso, caricata di
tre rosed'argento). Da segnalare sul fronte anche la lapide che ricorda come,
in questo palazzo, Giovanni Bardi conte di Vernio avesse riunito a Camerata
fiorentina di casa Bardi, in seno alla quale nacque il melodramma. IN
QUESTA CASA DEI BARDI VISSE GIOVANNI CONTE DI VERNIO CHE AL VALOR MILITARE
MOSTRATO NEGLI ASSEDI DI SIENA E DI MALTA CONGIUNSE LO STUDIO DELLE SCIENZE E
L'AMOR DELLE LETTERE COLTIVÒ LA POESIA E LA MUSICA E ACCOLSE E FU L'ANIMA DI
QUELLA CELEBRE CAMERATA LA QUALE INTESA A RIPORTARE L'ARTE MUSICALE IMBARBARITA
DALLE STRANEZZE FIAMMINGHE ALLA SUBLIMITÀ DELLA MELOPEA DI CUI SCRISSERO GLI
STORICI DELL'ANTICA CIVILTÀ APRÌ LA VIA GIÀ CHIUSA DA SECOLI AL RECITATIVO
CANTATO E ALLA MELODIA E CON LA RIFORMA DEL MELODRAMMA FU LA CUNA DELL'ARTE
MODERNA. Palazzo busini-bardi, targa camerata dei bardi. JPG Stemma Bardi
sul cancello d'ingresso Di rilievo l'androne, chiuso sul fondo da una elegante
cancellata (presumibilmente databile al Settecento) con sulla rosta l'arme dei
Bardi (d'oro, alla banda di losanghe accollate di rosso) accostata da due
aquile. Le fasce marcapiano aggettanti sono ornate da volute di fiori, primo
esempio di "stile nuovo" fiorentino. Semplici finestre centinate si
allineano su otto assi. all'esterno si trova murato anche un piccolo
tabernacolo con un affresco scarsamente leggibile con la Madonna in gloria
adorata da una monaca. L'elemento più interessante è il bel cortile
centrale porticato sui quattro lati, progettato forse dal Brunelleschi,
probabilmente il primo cortile privato signorile a Firenze (dopo i cortili
pubblici del Palazzo del Bargello e di Palazzo Vecchio): a pianta quadrata,
presenta arcate a tutto sesto con colonne con capitelli corinzi che scandiscono
lo spazio. I volumi sono scanditi ad altezza doppia rispetto al modulo usato
spesso successivamente del cubo sormontato da semisfera: qui l'altezza delle
colonne è doppia rispetto all'intercolumnio (a differenza per esempio del loggiato
dello Spedale degli Innocenti) e, pur mantenendo dimensioni armoniche, presenta
un maggior slancio. Tipicamente brunelleschiana è anche la disposizione delle
porte che si aprono sul cortile. "Si osservi anche il sonoro androne
d'ingresso, con volte a crociera su capitelli pensili strettamente analoghi a
quelli del palazzo di Niccolò da Uzzano; o lo splendido episodio dei capitelli
delle colonne del cortile stesso, che presentano un singolare episodio di
protocorinzio appunto brunelleschiano, cui non a caso rispondono i capitelli
del cortile della casa di Apollonio Lapi, posta in via del Corso 13, egualmente
attribuita all'esordio professionale di Filippo: per la qual cosa piacerebbe
datare pure il prezioso testo architettonico protobrunelleschiano di palazzo
Bardi (Morolli). All'interno molte stanze presentano dei soffitti in
legno risalenti all'epoca di Agnolo de' Bardi, che li fece uniformare.
BibliografiaModifica Tabernacolo Emilio Burci, Guida artistica della
città di Firenze, riveduta e annotata da Pietro Fanfani, Firenze, Tipografia
Cenniniana; Ministero della Pubblica Istruzione (Direzione Generale delle
Antichità e Belle Arti), Elenco degli Edifizi Monumentali in Italia, Roma,
Tipografia ditta Ludovico Cecchini; Ross, Florentine Palace and their stories,
with many illustrations by Adelaide Marchi, London, Dent; Schiaparelli, La casa
fiorentina e i suoi arredi, Firenze, Sansoni, Limburger, Die Gebäude von
Florenz: Architekten, Strassen und Plätze in alphabetischen Verzeichnissen,
Lipsia, F.A. Brockhaus, Bertarelli, Italia Centrale, II, Firenze, Siena,
Perugia, Assisi, Milano, Touring Club Italiano; Garneri, Firenze e dintorni: in
giro con un artista. Guida ricordo pratica storica critica, Torino et alt.,
Paravia; Bertarelli, Firenze e dintorni, Milano, Touring Club Italiano; Allodoli,
Arturo Jahn Rusconi, Firenze e dintorni, Roma, Istituto Poligrafico e Libreria
dello Stato, Barfucci, Giornate fiorentine. La città, la collina, i pellegrini
stranieri, Firenze, Vallecchi; Thiem, Christel Thiem, Toskanische
Fassaden-Dekoration in Sgraffito und Fresko, München, Bruckmann, Limburger, Le
costruzioni di Firenze, traduzione, aggiornamenti bibliografici e storici a
cura di Mazzino Fossi, Firenze, Soprintendenza ai Monumenti di Firenze,
Biblioteca della Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio
per le province di Firenze Pistoia e Prato); Bucci, Palazzi di Firenze, fotografie di
Raffaello Bencini, 4 voll., Firenze, Vallecchi, Quartiere di Santa Croce; Quartiere
della SS. Annunziata; Quartiere di S. Maria Novella, Quartiere di Santo
Spirirto; Lisci, I palazzi di Firenze nella storia e nell’arte, Firenze, Giunti
et Barbèra, Fanelli, Firenze architettura e città: atlante -- Firenze,
Vallecchi, Touring Club Italiano, Firenze e dintorni, Milano, Touring Editore; Salvagnini,
La guerra degli sporti, in "Granducato", Bargellini, Ennio Guarnieri,
Le strade di Firenze, Firenze, Bonechi, Il Monumento e il suo doppio: Firenze,
a cura di Marco Dezzi Bardeschi, Firenze, Fratelli Alinari; Firenze. Guida di
Architettura, a cura del Comune di Firenze e della Facoltà di Architettura
dell’Università di Firenze, coordinamento editoriale di Domenico Cardini,
progetto editoriale e fotografie di Lorenzo Cappellini, Torino, Umberto
Allemandi; MOROLLI, Vannucci, Splendidi palazzi di Firenze, con scritti di
Janet Ross e Antonio Fredianelli, Firenze, Le Lettere; Zucconi, Firenze. Guida
all’architettura, con un saggio di Pietro Ruschi, Verona, Arsenale; Cesati, Le
strade di Firenze. Storia, aneddoti, arte, segreti e curiosità della città più
affascinante del mondo attraverso vie, piazze e canti, 2 voll., Roma, Newton et
Compton editori; Touring Club Italiano, Firenze e provincia, Milano, Touring, Pecchioli,
‘Florentia Picta’. Le facciate dipinte e graffite dal XV al XX secolo,
fotografie di Antonio Quattrone, Firenze, Centro Di; Paolini, Case e palazzi
nel quartiere di Santa Croce a Firenze, Firenze, Paideia; Paolini, Lungo le
mura del secondo cerchio. Case e palazzi di via de’ Benci, Quaderni del
Servizio Educativo della Soprintendenza BAPSAE per le province di Firenze
Pistoia e Prato n. 25, Firenze, Polistampa; Paolini, Architetture fiorentine.
Case e palazzi nel quartiere di Santa Croce, Firenze, Paideia, Palazzo Bardi; Paolini,
scheda nel Repertorio delle architetture civili di Firenze di Palazzo
Spinelli(testi concessi in GFDL). Una pagina sulla conservazione del palazzo,
su limen. Portale Architettura Portale Firenze Ultima
modifica 2 anni fa di Omega Bot Palazzo Malenchini Alberti Palazzo Bardi-Tempi
Palazzo de' Benci Edificio a Firenze, Italia. Mirio Cosottini. Cossotini. Grice:
“I am sure that a suprasegmental or non-linear segment adds to what a
conversationalist means – he means THAT Smith did not pay the bill, and that
somebody else did” – By stressing on LOVE he means that he likes her AND that
he loves her.” Keywords: melopea, prosodia, Hjelmslev, Hockett, fonema, tratto
sopra-segmentale, stress – Grice’s examples: “Smith kicked the cat” – “Smith
didn’t pay the bill. Nowell did.” “Smith didn’t pay the bill”. “I knew it” “I
love her” -- segno, nonlinearita, codice, soprasegmento. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cosottini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Costa: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’interno e l’esterno
– l’internalizzazione-l’esternalizzazione -- uomini fuori di sé– scuola di
Torre del Greco – filosofia napoletana – filosofia campanese --filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torre del Greco). Filosofo napoletano.
Filosofo campanese. Filosofo italiano. Torre del Greco, Napoli, Campania. Grice:
“I love Costa; if I have to chose three of my favourite essays of his, those
would be, “Le passioni,” “L’uomo fuori di se: l’esternalissazione’ and above
all, his sublime, “l’estetica della communicazione,’ which is what my
philosophy is all about!” -- Mario Costa
(Torre del Greco), filosofo. È conosciuto, in particolare, per aver studiato le
conseguenze, nell’arte e nell’estetica, delle nuove tecnologie, introducendo
nel dibattito filosofico una nuova prospettiva teorica, attraverso concetti
come "estetica della comunicazione", "sublime tecnologico",
"blocco comunicante", "estetica del flusso". Professore
a Salerno e, come professore incaricato di Metodologia e storia della critica
letteraria e di Etica ed estetica della comunicazione, ha contemporaneamente
insegnato per molti anni nelle Università degli Studi di Napoli
"L'Orientale" e di Nizza (Sophia-Antipolis). A Salerno ha fondato e
diretto, daArtmedia, Laboratorio permanente dedicato al rapporto tra
tecno-scienza, filosofia ed estetica, organizzando su queste tematiche decine
di iniziative di studio, mostre e convegni internazionali. L'estetica dei media
ha ottenuto il Premio Nazionale Fabbri. Pubblicato una trentina di libri; alcuni di
essi e numerosi suoi saggi sono tradotti e pubblicati in Europa e in
America. Il suo lavoro teorico si è svolto in due momenti successivi ed ha
seguito due fondamentali direzioni di ricerca: l'interpretazione socio-politica
e filosofica delle avanguardie artistiche, e l'elaborazione di una filosofia
della tecnica costruita soprattutto attraverso l'analisi dei cambiamenti che la
nuova situazione tecno-antropologica ha indotto nell'arte e
nell'estetico. Per quanto riguarda la prima delle due direzioni indicate,
ha fornito un complesso di interpretazioni filosofiche ed estetiche di numerosi
movimenti dell'avanguardia artistica e letteraria. Momenti di particolare
rilievo in questo ambito di ricerca possono essere considerati i suoi lavori su
Duchamp e sulle funzioni della moderna critica d'arte, nonché i suoi studi sul
"lettrismo" e sullo "schematismo", movimenti artistici di
grande importanza, anche estetologica, ma, all'epoca, pressoché ignoti in
Italia. Per quanto riguarda la seconda delle direzioni indicate, il suo pensiero
si è a sua volta sviluppato secondo due assi fondamentali: uno riguardante le
conseguenze sociali ed etiche della comunicazione tecnologica, riassunte
soprattutto nel libro La televisione e le passioni che analizza gli effetti
disgreganti e distruttivi della televisione, e poi nel più recente La disumanizzazione
tecnologica, e l'altro, dominante rispetto al primo, consistente in un
ripensamento del senso che l'"estetico" e l'"artistico"
vanno assumendo nella fase attuale delle nuove tecnologie elettro-elettroniche
e digitali della scrittura, dell'immagine, della spazialità, del suono e della
comunicazione, ciò che lo ha condotto ad una radicale ed originale
reimpostazione teoretica di tutto il campo investigato. Negli ultimi suoi lavori
(Ontologia dei media, e Dopo la tecnica) la prospettiva teoretica si è andata
ulteriormente approfondendo dando luogo ad una compiuta filosofia dei media e
della tecnica in quanto tale. Alcune opere rappresentative L'estetica dei media
può considerarsi, per i contenuti trattati e per la inedita metodologia di
indagine instaurata e seguita, un libro che apre un nuovo campo di ricerca,
prima del tutto ignorato ed inesplorato dalle discipline estetologiche, quello
appunto della "estetica dei media", da non confondere, ad esempio,
con l'estetica della fotografia o con quella del cinema, alle quali ha comunque
dedicato altri suoi importanti lavori. Il libro in questione segue ai diversi
contributi teorici relativi all'estetica della comunicazione le cui
identificazione, nominazione e formulazione teorica risalgono, e che è ora
rappresentata, nella sola Italia, da numerose Cattedre e indirizzi universitari.
Il sublime tecnologico è considerato il lavoro più noto e più innovativo di
tutta la sua produzione teorica; è in esso che, considerando le conseguenze
indotte nel campo dell'arte e dell'estetico dalla nuova situazione
tecno-antropologica, si parla dell'oltrepassamento della dimensione dell'arte e
delle categorie ad essa connesse, nella direzione di una nuova forma di
sublime, quella appunto del sublime tecnologico, con tutto quello che questo
concetto implica e comporta. La nozione del sublime tecnologico è stata
diffusamente accolta e seguita sul piano internazionale della teoria estetica
ed ha sollecitato un incalcolabile numero di sperimentazioni da parte di
artisti di tutto il mondo. Arte contemporanea ed estetica del flusso traccia le
linee di una nuova estetica e della sperimentazione artistica che da essa può
scaturire. Si tratta da una parte di un violento e argomentato pamphlet contro
l'arte contemporanea, ritenuta “una congerie più o meno sgradevole di nullità
mercantili”, e dall'altra della tematizzazione ed elaborazione del concetto di
“flusso estetico tecnologico”, considerato come ultima e residua possibilità di
sperimentazione per gli artisti e come chiave per comprendere alcuni aspetti
dell'ontologia contemporanea. Dopo la tecnica ripercorre la storia delle varie
epoche della tecnica sottolineandone la discontinuità e la capacità di agire
configurando, ogni volta in maniera diversa, l'organizzazione antropologica di
chi da esse è abitato. Sulla base di questi presupposti, si mostra come la
tecnica, una volta connessa e dipendente dai bisogni umani, si va rendendo
incondizionatamente autonoma forzando l'uomo a vivere dentro di essa, ad
appartenerle e a favorire il suo sviluppo. Altre saggi: “Arte come soprastruttura”,
Napoli, CIDED, Teoria e Sociologia dell'arte, Napoli, Guida Editori, Sulle
funzioni della critica d'arte e una messa a punto a proposito di Marcel
Duchamp, Napoli, M.Ricciardi Editore, Il ‘lettrismo' di Isidore Isou.
Creatività e Soggetto nell'avanguardia artistica parigina posteriore, Roma,
Carucci Editore, Le immagini, la folla e il resto. Il dominio dell'immagine
nella società contemporanea, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, Il sublime
tecnologico, Salerno, Edisud, L'estetica dei media. Tecnologie e produzione
artistica, Lecce, Capone Editore, Il ‘lettrismo'. Storia e Senso di un'avanguardia,
Napoli, Morra, La televisione e le passioni, Napoli, A.Guida, 1Lo
‘schematismo'. Avanguardia e psicologia, Napoli, Morra, Lo ‘schématisme
parisien'.Tra post-informale ed estetica della comunicazione, Fondazione
Ghirardi, Piazzola sul Brenta (Padova), Sentimento del sublime e strategie del
simbolico, Salerno, Edisud, Della fotografia senza soggetto. Per una teoria
dell'oggetto tecnologico, Genova/Milano, Co.& Nolan, Il sublime
tecnologico. Piccolo trattato di estetica della tecnologia, Roma, Castelvecchi,
Tecnologie e costruzione del testo, Napoli, L'Orientale, L'estetica dei media.
Avanguardie e tecnologia, Roma, Castelvecchi, L'estetica della comunicazione.
Come il medium ha polverizzato il messaggio. Sull'uso estetico della
simultaneità a distanza, Roma, Castelvecchi, Dall'estetica dell'ornamento alla
computerart, Napoli, Tempo Lungo, Internet e globalizzazione estetica, Napoli,
Tempo Lungo, New Technologies, Artmedia-Museo del Sannio, oDimenticare l'arte.
Nuovi orientamenti nella teoria e nella sperimentazione estetica, Milano,
Franco Angeli, L'oggetto estetico e la critica, Salerno, Edisud, La
disumanizzazione tecnologica. Il destino dell'arte nell'epoca delle nuove
tecnologie, Milano, C. et Nolan, Della fotografia senza soggetto. Per una
teoria dell'oggetto estetico tecnologico, Milano, C. et Nolan, Arte
contemporanea ed estetica del flusso, Vercelli, Mercurio, Ontologia dei media, Milano, Post media books, Dopo la tecnica. Dal chopper alle similcose, Napoli,
Liguori. Il lavoro teorico di C. teso, tra l'altro, a definire la nuova epoca
dell'estetico connessa alle neo-tecnologie elettro-elettroniche e digitali, e a
fare in modo che questa si andasse ben configurando e definendo, si è, per ciò
stesso, sempre accompagnato ad un'intensa attività di promozione
estetico-culturale: agli inizi degli anni ottanta organizza a Napoli, col
supporto della RAI-TV, una grande esposizione di videoarte (Differenzavideo); per
sollecitare una riflessione sugli effetti estetico-antropologici indotti dalle
tecnologie della comunicazione, co-organizza (conPerniola) presso l'Salerno, il
Convegno Estetica e antropologia i cui Atti sono, in parte, pubblicati sulla
Rivista di estetica di Torino, necrea, con l'artista Forest, il movimento
internazionale dell'Estetica della comunicazione che presenta in vari contesti (Electra di Popper, al Centre Pompidou a La
Revue parlée di Gautier, ialla Sorbonne, al Séminaire de Philosophie de l'art
di Revault D'Allonnes); dà luogo al primo evento/rassegna di estetica della
comunicazione (L'immaginario tecnologico, Benevento, Museo del Sannio); concepisce
e dirige, presso l'Salerno, Artmedia, Convegno Internazionale di Estetica dei
Media e della Comunicazione; organizza presso l'Salerno un Convegno
Internazionale su estetica e tecnologia; organizza presso la stessa Università
il Convegno "Il suono da lontano". Eventi sonori e tecnologie della
comunicazione"; realizza, per la RAI-TV (Dipartimento Scuola e Educazione)
la trasmissione televisiva in tre puntate: Un'estetica per i media; fa
svolgere, presso la settecentesca Villa Bruno (S.GiorgioNapoli) Technettronica.
Laboratorio di Estetica dei Media e della Comunicazione; presenta per la prima
volta in Italia presso l'Salerno due videoplays di Samuel Beckett; fonda e
dirige, la Rivista Multilingue Epipháneia. Ricerca estetica e tecnologie, fonda
e dirige, presso le Edizioni Tempo Lungo di Napoli, Vertici, una «Collana di
Estetica e Poetiche» aperta alle questioni estetologiche connesse ai nuovi
media (testi di Piselli, Cauquelin, Adorno, C., Solulard, Dorfles); co-organizza a Parigi la Edizione di Artmedia;
co-organizza presso l'Salerno il Convegno Internazionale Tecnologie e forme
nell'arte e nella scienza; organizza presso il Museo del Sannio di Benevento la
Mostra New Technologies (Roy Ascott, Maurizio Bolognini, Forest, Kriesche, Mitropoulos);
norganizza presso l'Salerno la IX Edizione di Artmedia; nco-organizza a Parigi
la X Edizione di Artmedia; norganizza presso l'Salerno un seminario conclusivo
di Artmedia dal titolo "L'oggetto estetico dell'avvenire". Sulle
funzioni della critica d'arte e una messa a punto a proposito di Marcel
Duchamp, Napoli, Ricciardi, C., L'oggetto estetico e la critica, Edisud, Salerno.
C., Il 'lettrismo' di Isou. Creatività e Soggetto nell'avanguardia artistica
parigina, Carucci Editore, Roma,Il 'lettrismo'. Storia e Senso di
un'avanguardia, Morra, Napoli, Si veda anche Signe, forme, schéma, ornement, in
"Schéma et schématisation", L'estetica dei media. Avanguardie e tecnologia,
Castelvecchi, Roma, C.Il sublime tecnologico. Piccolo trattato di estetica
della tecnologia, Castelvecchi, Roma, Arte contemporanea ed estetica del
flusso, Mercurio, Vercelli. Inoltre: Technology, Artistic Production and the
"Aesthetics of communication", in "Leonardo", Tecnologie e
costruzione del testo, L'Orientale, Napoli, Reti e destino della scrittura. Sulla
diffusione e la rilevanza del suo pensiero, si vedano tra gli altri: Bootz, The
thesis of Benjamin and C., in Bootz, Baldwin, Regards Croisés, West Virginia, Abruzzese,
Il compiersi della pubblicità dal manifesto metropolitano ai linguaggi
elettronici del presente: pretesti, testi e questioni, in Lattuada, Nuove
tendenze ed esperienze nella comunicazione e nell'estetico, Napoli, Edizioni
Scientifiche Italiane. Kerckhove, L'estetica dei media e la sensibilità
spaziale. Riflessioni su un libro di C., in "Mass Media",Frank
Popper, L'art à l'âge électronique, Paris, Hazan, C., professore di estetica,
in MCmicrocomputer, Roma, Pluricom. esternalismo/internalismo. – La nozione di
esternalismo (externalism), usata in contrapposizione a quella di internalismo
(internalism), si è sviluppata principalmente in merito ai dibattiti sulla
filosofia della mente e sull’epistemologia ed è attualmente al centro del
dibattito filosofico sulla giustificazione epistemica, sull’epistemologia
sociale, sul ruolo dell’ambiente e dell’esterno negli stati mentali, nei
processi cognitivi e nei processi linguistici e comunicativi; si parla di e./i.
anche in filosofia morale. Nell’e. una conoscenza si considera giustificata se
è causata da processi affidabili derivati dall’esperienza esterna;
diversamente, nella prospettiva internalista, una credenza viene considerata
vera se fondata su esperienze interne al soggetto (per es. il
cogitocartesiano), riconducendo la conoscenza, anche sensibile, del mondo
esterno all’appercezione di stati di coscienza (Kornblith, Epistemology:
internalism and externalism; Bonjour, E. Sosa, Epistemic justification:
internalism vs. externalism, foundations vs virtues). Nella filosofia della
mente, gli stati mentali vengono ricondotti, in prospettiva esternalista, a
connessioni causali con l’ambiente esterno; in chiave internalista, a processi
e fattori interni alla mente. Nella teoria della motivazione morale si parla di
i. allorché si ritiene che vi sia una connessione necessaria fra considerazioni
morali e motivazione, costitutiva della considerazione morale stessa; si parla
invece di e. quando si ritiene che tale connessione si fondi su fattori
concomitanti contingenti. Con l’argomento della ‘Terra gemella’ (twin Earth),
il filosofo Hilary Putnam ha sostenuto che una differenza di estensione, ossia
dell’insieme degli individui cui si applica un concetto o un predicato, è anche
una differenza di significato; questo per dimostrare che i significati non sono
enti mentali, ossia che la medesima parola applicata a due enti diversi (anche
se non apparentemente tali) cambia di significato, benché averne o meno
cognizione dipenda dalla competenza semantica dei parlanti in merito
all’oggetto designato (The meaning of ‘meaning’, Gunderson, ed.,Language, mind
and knowledge). A partire dalle tesi dell’e. semantico (in filosofia del
linguaggio si privilegia la coppia di termini esternismo/internismo) il
dibattito si è esteso alle filosofie della mente e alle scienze cognitive,
indagando se il soggetto cognitivo sia circoscrivibile al cervello e al sistema
nervoso, o se la mente e il mentale includano anche fattori ambientali, sia
fisici sia sociali, ricalibrando i confini fra mente, corpo, ambiente. Nel
dibattito filosofico ha avuto rilievo anche la tesi della ‘mente estesa’ di Clark
e Chalmers (Chalmers, The extended mind, in Analysis; Clark, Supersizing the
mind: embodiment, action, and cognitive extension, ), che riconosce il ruolo
dei fattori extracorporei e ambientali nel costituirsi della mente, ma riguardo
agli aspetti cognitivi non fenomenici (non coscienti). Superando
contrapposizioni troppo rigide fra le due posizioni, nelle tesi esternaliste
più recenti si tende a riconoscere non unicamente la dipendenza causale
dall’esterno del mentale, ma a vedere l’origine del mentale nell’interazione
causale ambiente-corpo-cervello, ciascuno influente nei processi cognitivi e
mentali. In ambito sia semantico sia fenomenico si è differenziato l’e. dall’i.
in base alla possibilità di ‘individuare’ uno stato mentale ritenendo di poter
ricorrere, o meno, a fattori esterni (Wilson, Boundaries of the mind. The
individual in the fragile sciences: cognition). Più recentemente si è teso
invece a privilegiare l’aspetto della realizzazione fisica. Si parla, in tal
senso, di e. del veicolo o anche procedurali, spostando il punto di messa a
fuoco dall’identificazione del contenuto dello stato mentale (intenzionale o
fenomenico) alla natura del sistema di realizzazione fisica di tale stato
(Amoretti, La mente fuori dal corpo. Prospettive esternaliste in relazione al
mentale). Entro l’approccio incentrato sul veicolo e sulla realizzazione fisica
sono state elaborate posizioni differenziate, principalmente riguardo alla
possibilità di comprendervi o meno elementi fenomenici, ossia legati agli stati
cognitivi coscienti.Grice: “Costa uses words in ways we don’t allow at Oxford:
a sign by which nobody signs; and so on.Mario Costa. Keywords: – uomini fuori di sé, blocco comunicante, communicazione sine
contenuto, communicazione fatica, semiotica, estetica della comunicazione,
significante sine significato – segno sine segnato – autoreferenzialita –
asemanticita – sintassi – retorica – codice – intenzione communicative, medio,
messaggio, recursivita, self-reference, meta-linguaggio – linguaggio come
metalinguaggio -- - Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Costa” – The Swimming-Pool
Library. Costa.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Costa: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale della sinestesia conversazionale – scuola di Ravenna –
filosofia ravennese -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Ravenna).
Filosofo ravennese. Filosofo emiliano. Filosofo Italiano. Ravenna,
Emilia-Romagna. Grice: “My favourite keyword for Costa is ‘contrassegnare’!” –
Grice: ““I love Costa; for one, he improves on Locke; on the composition of
ideas and how to ‘countersignal’ them with ‘vocaboli precisi’ – I explored that
a little in my ‘Prejudices and Predilections,’ when I attack minimalism and
extensionalism, and provide a way which is meant to resemble Locke’s way of
words, or rather Locke’s way of ‘complex’ words, or ‘composite’ (Costa’s
‘comporre’) out of ‘simple’ ones – as in Quine’s worn-out ‘bachelor’ unmarried
male that I play with with Strawson in “In defense of a dogma.” In this
respect, it is interesting to see that Costa also wrote on ‘ellocution’ and ‘sintesi’
versus ‘analisi’!” Figlio di Domenico e Lucrezia Ricciarelli, studia a Ravenna
e Padova. Insegna a Treviso e Bologna, a Villa Costa, Bologna -- è costretto a
riparare a Corfù perché sospettato di essere affiliato alla Carboneria. Può
rientrare a Bologna. Altre opere: “I trattati della elocuzione e del modo di
esprimere l’idea e di segnarla con una espressione precisa a fine di ben
ragionare” – Colla profferenza, “Fa fredo,” C. segna che fa freddo. Il trattato
filosofico della sintesi e dell'analisi; i quattro sermoni dell'arte poetica,
un commento alla Divina Commedia, la Vita di Dante, il Dizionario della lingua
italiana, poesie (Laocoonte), lettere e traduzioni. Letterato neo-classico e dunque tipicamente
italiano e anti-romantico, ammira i corregionali Monti e Giordani e sostenitore
del purismo e del “sensismo” lucreziano in filosofia. Nella lettera a Ranalli
di introduzione al Della sintesi e dell'analisi così riassume le sue concezioni
filosofiche. È necessario, per togliere la infinita confusione che è nelle
scienze ideologiche, di dare all’espressione un determinato valore. Sostengo
che questo non si può ottenere, come crede Locke, colla de-finizione (horismos)
(la quale e una scomposizioni di una idea o di piu idee), se prima la idea non
sia stata ben composta. Sostengo che questa non si puo compor bene, se prima
non si conosce quale ne sieno gli elementi semplici – soggetto e predicato, il
S e P -- Sostengo che un elemento semplice e una reminiscenza relative a una
sensazione, e che la idea si compone di almenno due di sì fatti elementi – il S
e P – la proposizione, ‘segno che p’ -- e del sentimento del rapporto di una
reminiscenza e dell’altra, cioè dei proposizione – nel indicativo o imperative –
il giudizio – il giudicato – e la volizione – il volute. Da ciò conséguita che
l'esperienza (se l'esperienza vale ciò che si sente mediante l'attenzione) è il
fondamento della scienza umana. I kantisti ed altri filosofi distinguono una
idea in una idea soggettiva e in una idea oggettiva, ed attribuiscono
un'origine a posteriori e sintetico alla una ed un'origine a priori e analitico
all’ltra. Questa distinzione può esser buona, ma non è buona l'ammettere che abbiano
origini di natura diversa: a posteriori/sintetico, dal senso – e a
priori/analitico – dall’intelleto – nihil est in intellectus quod prior non
fuerit in sensu. Ogni idea ha un stesso
origine. e questo si fa palese per un solo esempio. Da una idea soggettiva puo
nascere sue proposizioni. Una
proposizione: "La reminiscenza S1 e la reminicenza S2 sono in me”. Altra
proposizione: “La reminiscenza S si associa con la reminiscenza P”. Qual è
l'origine dell’idea dalla quale deriva sì fatta proposizione? Il sentimento.
Dire che la reminiscenza del color di rosa è in me, è dire che sento che è in
me, e dico: “Vedo una macchia rosa”. Così direte dell'altra proposizione.
Dall’idea oggettiva puo nascere una proposizione e altra proposizione. Il corpo
pesa. La rosa manda odore. Da che nasce la proposizione? Dal sentimento (senso).
Perciocché dire che questo corpo pesa è lo stesso che dire che sento il peso di
questo corpo; giu-dico, ovvero, sento che la cagione (causante, causans) della
mia sensazione tattile del senso del tattoo è in questo corpo. Così dire che la
rose manda odore è lo stesso che dire che sento l'odore della rosa, giu-dico,
ovvero, sento che l'odore dela rosa ha una delle cagioni in cose fuori, cioè
che non sono in me. Fra una idea soggettiva e una idea oggettiva non vi è altra
differenza, se non che nella che si suppone oggetiva sento che la cagione (causans) è nella nostra
persona. Nell’idea che si suppone oggetiva sento che la cagione (causans) è in
me (o noi entrambi – nella diada --), nell’idea soggetiva nella cosa (il
reale). fuori. Ma come sentiamo noi che vi sia una cosa (il reale) fuori?
Questo è il gran problema dagl'ideologi non ancora solute. Ma l'ignoranza in
che siamo non dà facoltà legittima alla scuola trascendentali di concludere che
il giudizio dell’idea soggetiva non dipende dal sentire. Il giudicio è un
sentimento, cioè, un rapporto sentito fra una sensazione e altre sensazione,
una reminicenza (il S) e altra reminiscenza (il P); ché se tale non fosse,
nessuno potrebbe dire che l'idea che abiamo di una rosa p.e. ha la sue cagioni
fuori di noi entrambi, perciocché una sì fatta proposizione suppone che l'uomo
che proferisce questa proposizione o explicatura (spiegato) abbia o la
sensazione S e la sensazione P, o le reminiscenza S e la reminiscenza P in
relazione alla sensazione prodotte dalla rosa, e l'idea del sentente. Voi
vedete chiaramente, che nell'uno e nell'altro degli addotti esempii la
modificazione che chiamamo ‘idea,’ e il sentimento dei loro rapporti sono nella
nostre anime ambidue, e che quindi si esprimono falsamente coloro, che dicono
che sentiamo il corpo fuori di noi. Dovrebbero dire, strettamente, che sentiamo
che la cagione (causans) del nostro sentire (sentito) non è in noi entrambe.
Coi fondamenti da me posti si può stabilire una dottrina, se il buon desiderio
non mi acceca, per la quale vadano a terra le opinioni di coloro che disprezzano
il sensismo, e che con odiosa espressione la chiamano dottrina de' “sensuali”.
Con che danno a divedere, che essi mattamente opinano che il materiale organo
del senso (i cinque organi, i cinque sensi) senta e percepisca, senza
accorgersi che se gli occhi (visum) e le orecchie (auditum) e il naso (odore) sentissero
ciascuno separatamente, non potrebbe giammai nascere giudizio alcuno circa la
qualità della sensazione di natura
diversa. L’uomo non potrebbe mai dire che l’odore della rosa mi diletta più del
colore della rosa, e così via discorrendo. Il sentimento di un solo centro,
nostre anime ambidue: e nostre anima ambidue senteno in sé mesima, e non fuori
di sé. Puo parere che questa dottrina del sensismo sia la stessa che quella
dell'idealista irlandese Bercleio; ma essa è diversa, poiché ammette che oltre
la idea vi sieno fuori dell'uomo la cagione (causans) di essa idea. Di questa
cagione (causans) – il reale, il noumeno -- noi conosciamo l'esistenza, e nulla
più. Che cosa e un corpo in se stesso? A questa interrogazione non si può
rispondere se non dicendo che e ignota la cagione della nostra sensazione
condivisa. Sappiamo che esiste, sappiamo che si modifica, e tutto ciò sappiamo,
perché fa della mutazione nell'animo nostro ambedue o nell’anima nostra ambedue.
Dal che si deduce ciò che dianzi vi dissi, che ogni idea ha per loro due primitivi
elementi (il S e P) la sensazione, la reminiscenza, il sentimento che e nelle
nostre anime ambidue, e non fuori di lei. Così la pensa il filosofo chiamato
per beffa dal cattolico romano col nome di sensualista e di materialista.
Materialista a buona ragione si puo chiamare i nostri avversario, o almeno
materialista per metà, giacché ammette che il sentimento del corpo
percepiscano, e giudichino relativamente alla qualità del reale, della cosa
esterna. Leggete le lettere filosofiche di Galluppi stampate non è guari in
Firenze. In Galluppi troverete chiaramente esposte la dottrine sensista, quelle
di Hume circa la cagione, e segnatamente quelle di Kant. Se dalle mie teoriche
si possono ricavare gli argomenti validi a confutare le opinioni del filosofo
trascendentale, o di coloro, che oggi si danno il nome di eclettico – come ha
tempo Cicerone --, io vi prego di compilare alcune note, o vogliam dire
corollarii, pei quali si vegga manifesta la falsità di alcuni principii del
irlandese Bercleio, del scozzese Reid e del scozzese-tedesco Kant, la filosofia
dei quali è fonte della massima parte della moderne follia (Della Sintesi e
dell'Analisi, ed. Liber Liber / Fara Editore). Altre opere: “Alighieri”; “Della
elocuzione” Fara editore, S. Arcangelo di Romagna); “Della sintesi e
dell'analisi” (Giovanni Battista Borghi e Melchiorre Missirini); “La divina
commedia, con le note di Paolo Costa, e gli argomenti dell'Ab.G. Borghi. Adorna
de 500 vignette” (Giovanni Battista Niccolini e Giuseppe Bezzuoli, Firenze, Stabilimento
artistico Fabris,Claudio Chiancone, La scuola di Cesarotti e gli esordi del
giovane Foscolo, Pisa, Edizioni ETS (sulla formazione padovana del Costa, e sulla
sua amicizia giovanile col Foscolo) Filippo Mordani, Vite di ravegnani
illustri, Ravenna, Stampe de' Roveri. Dizionario biografico degli italiani. Una
delle facoltà, onde l'uomo è tanto superiore alle bestie, si è la favella [fabula
– da ‘fa’, speak – cf. fama], mercè della quale i primi uomini non solo si
strinsero in comunanza civile, ed ordinarono la legge ed il governo; ma a fare
più beata e gloriosa la vita crebbero le scienze e le arti, ed ispirarono con
queste l'odio al vizio ed al falso; l'amore della virtù, del vero, del bello; e
i fatti e i nomi degni di memoria ai tardi secoli tramandarono. E qual cosa è
più utile ai privati, ed alla repubblica e più degna e di maggiore onore, che
l'arte di gentilmenle parlare? Per questa ci è aperta la via alla dignità, alla
fortune ed alla fama; per questa le città si mantene ordinata e pacifica; per
questa sono animati i guerrieri – come
Niso ed Eurialo --, encomiato un principio; per questa con più degni modi si
loda e si prega il supremo autore elle cose, e pura e viva si mantiene nel cuor
degli uomini la religione. Laonde, se desiderate onore o giovamento a voi
stessi ed alla Italia, ardentemente volgete l'animo a questo nobilissimo studio
del parlare o discorsare civile. Che se vi fu dolce fatica l'interpretare e
l'imitare gli antichi filosofi romani, non meno dolce vi e il venire meco
investigando il magistero, che è nelle opere loro; imperciocchè, essendo la
favella [la lingua, il parlare] istrumento col quale si commovono e si traggono
gli animi degli uomini, uopo è di volgere sovente la considerazione alle
proprietà dell'intelletto e del cuore umano; il che, pel naturale desiderio,
che abbi mo di conoscere noi stessi, è dilettevolissimo. Mettiamoci dunque
volentieri a quest'opera; e per cominciare con ordine, poniam subitomente al
fine, che si propone chi scrive, perocche non sarà poi difficile temperare ed
ordinare secondo quello il modo del favellare. La favella – nella diada
conversazionale -- intende a *manifestare* (cfr. Vitters) ad altro un pensiero
e un affetto proprio con soddisfazione dell’altro. Ad ottenere questo FINE,
sono necessarie due codizioni. Prima: che la elocuzione sia chiarà – Grice:
“imperative of conversational clarity). Seconda condizione: che l’elocuzione
sia ornata convenevolmente. Parliamo tosto della chiarezza conversazionale, che
poco appresso diremo dell' ornament. La chiarezza da due cose procede. Prima:
dalla qualità dell’espresione, che si pone in uso. Secondo: dalla collocazione –
cum-locatio, syn-taxis -- loro. Prima diciamo della qualità dell’espressione,
L’espressione, che e un *segno* [cf. Grice: Words are not signs] di una idea,
fa perfettamente l'ufficio suo ogni qual volta sia ben determinata, cioè
appropriata a ciascuna idea singolare per nodo, che non possa a verun' altra
appartenere. Per meglio iutendere in che consista la natura loro, bisogna
considerare che ogni idea e composta – il S e P -; e che alcune, differendo da
altre in pochi elementi, abbisognano di segno particolare, per apparire
distinte. Quell’espressione che la distingue dicesi “proprio”. Vaglia un
esempio. L'idea di ‘frutto’ ha per suoi elementi le idee delle qualità comuni a
ogni frutto; l'idea di “melagrana,” oltre i detti elementi, comprende le idee
delle qualità particolari della melagrana: perciò è che, se chiameremo frutto
la melagrana, quando è mestieri distinguerla, non parleremo con proprietà. (cf.
Lawrence: What is that? E un fiore). Ho qui recato il materiale esempio di un
errore, in che è diſficile di cadere, affinché si vegga chiaramente non essere
molto dissimile da questo l'errore di coloro, che d'altre cose ragionando usano
i vocaboli generali (fiore) per ignoranza' de'particolari (tulipano). Tanto
sconvenevol cosa si repula l 'usare una espressione impropria, dice il Casa,
che si hanno per non costumali coloro, i quali, non dan dosene gran pensiero,
pare che amino di essere frantesi, e nulla curino il fastidio di chi si sforza
d'intenderli: all'incontro coloro, i quali usano l’espressione propria,
mostrano di essere civili, essendo solleciti di alleviare altrui la fatica [cf.
Grice, prinzipio di economia dello sforzo razionale], poichè pare che mercè
della espressione proprie le cose si mostrino, non coll’espressione, ma con
esso il dito. I poeti, che sono lodali per la evidenza, onde le cose ci pongono
dinanzi agli occhi ci somministrano
esempi del modo assai proprio. Giovi recarne qui alcuno a schiarimenlo di
quanto abbiamo detto: Come d'un tizzo verde, ch'arso sia dall'un de capi che
dall'altro geme, e cigola per vento, che va via. È qui da notare come
l’espressione “tizzo” e l’espressione “cigola” meglio ci rappresentano la cosa,
che arde, e l'effetto del fuoco, di quello che se Alighieri avesse detto: un
ramo verde fa romore per vento che va via, essendo questa SIGNIFICAZIONE alta a
denotare altra idea non simili in tutto a quella che si voleva esprimere. Cosi
Petrarca disse propriamente: raffigurato alle fattezze conte, piuttosto che
dire alla persona; e Alighieri: levando i moncherin per Ľaria fosca, in vece di
dire, levando le braccia tronche. Qui si vede come l’espressione “fattezza” e l’espressione
“moncherino” sieno meglio usati per essere espressione di SIGNIFICAZIONE
SINGOLARE. Se la proprietà [cf. be as informative as is required – avoid
ambiguity] è si necessaria a SIGNIFICARE la cosa che cade sotto i sensi, quanto
maggiormente nol sarà ella, quando si vogliono esprimere le idee intellettuali
e le morali, che se non fossero determinata in virtù dell’espressione, o svanirebbero
dalla mente nostra, o vi starebbero disordinate e mal ferme? A quel modo che
dalla precisione delle cifre dell'aritmetica dipende la esattezza de’ calcoli,
cosi dalla proprietà dell’espressione dipende quella delle idee e de'
ragionamenti in qualsivoglia delle scienze astratte; e quindi ottima è quella
sentenza del filosofo: consistere il sommo dell'arte di ragionare nel l'uso di
un discorso bene ordinata. Anche Piccolomini ha detto della sua parafrasi di
Aristotele, che la base e il fondamento della elocuzione si ha da stimar che
sia la purità, la netlezza e candidezza – cf. Grice, the imperative of
conversational candour -- di quel discorso, nella quale l'uom parla. Ad
acquistare l'abito di discurrire con proprietà tre cose si richieggono.
Prima, il saper bene dividere le idee
fino ai primi loro elementi. Secondo, il conoscere l'etimologia
dell’espressione (etimo: il vero), per quanto è possibile. Terzo, il rendersi
famigliari le opere degli antichi filosofi romani, ne'quali è dovizia di voci
pure e di modi assai propri. Chi non ha uso delle delle cose è spesso costretto
di adoperare le noiose circonlocuzioni in luogo di un solo vocabolo o di una
breve sentenza, e di abusare de sinonimi. Si dice “sinonimo” l’espressione di una
medesima sigoificazione, o quelli, che rappresentando le stesse idee
principali, differiscono in qualche accessoria. Della prima generazione sono i
seguenti: fine e finimenio; abbadia e badia; consenso e consentimenlo e simili.
Aliri ne trov po nella formazione de' tempi, e de'partecipii, come rendei e
rendetli; visto e veduto; parso e paruto; ma colali sinonimi non sono in gran
numero. La più parle è di quelli che differiscono per aumento, o diſelto di
qualche idea accessoria. Cavallo, corridore, destriero, palafreno, poledro,
rozza, sono espressioni istituite a significare il medesimo animale; ma ognuna
differisce dall'altra. “Cavallo” denola la qualità della specie; “corridore” la
particolarità d'esser veloce; “destriero” ricorda l'uso di menare il cavallo a
mano destra; “palafreno” quello di frenarlo colla mano; “poledro” la qualità
dell'essere giovane; “rozza” quella dell'essere vecchio e disadalto. Le voci
unico e solo sembrano per avventura la stessa cosa; ma il Petrarca disse la sua
donna essere “unica e sola” (one and only), volendo significare che nessun'altra
è nella schiera di Laura, e che nessuna può esserle dala in compagnia. Incontra
alle volte, che le parole istituile a significare un'idea stessa differiscono
per la virtù, che haono di richiainarne alla mente alcun'altra più o men nobile,
o per cagione del suono o vobile o rimesso, o per cagione dell'uso, che di
quella suol esser fatlo in umile o in illustre componimento. Tali sono, a
cagione d'esempio, i vocaboli “adesso” ed “ora”, che significano ‘il momento
presente’, ma “adesso” non sarebbe ricevuto in nobile componimento; dal che si
vede che sebbene ei denoli il punto presente del tempo, come fa l'altro, pure
trae in sua compagnia alcune idee, che il fanno parere di bassa condizione. É
dunque da por wenle che l’espressione, che si dice sinonimo, non sempre ci
rappresentano stesso complesso d'idee; e quindi può intervenire, che ingannali
dall'apparenza, alcuna votla siamo lralli ad usarli impropriamenle. È da
avvertire per ultimo, che ogni espressione antiquale, cioè quelle, che pel consenso
universale de’ filosofi sono stale abolite, non hanno più luogo tra le voci
proprie. Si uilmente sono improprie ogni espressione dei dialelli parlicolari,
e l’espressione forastiera, che dall'uso de' wigliori filosofi non hanno avuto
la cile tadinanza. Le quali tutte non sarebbero bene intese dall'intera Italia;
e perciò denuo essere, da chi desidera di discurrire chiaramente, a lullo
polere schivale. Questo basli aver dello della proprietà, che è la prima cosa, che
si richiede a render chiara le elocuzione. Direino poi a suo luogo come il
trasporlare con altra legge di proprietà l’espressione dal significato proprio
all'improprio giovi maravigliosamente alla chiarezza. In virtù dell’espressione
esprimiamo i nostri giudizii, e collegando insieme il giudizio espresso
formiamo i raziocioii, i quali verranno chiari alla menle altrui, qualvolta
sieno osservate le leggi, di che ora faremo parola; ma prima si vuole
avvertire, cha talora il discorso può es sere ordinato secondo le leggi, per le
quali ' riesce chiaro, ma non avere poi quella forza, quella virtù e quella
eſficacia, che avrebbe, se si disponessero le parole diversamente senza però
offendere le delle leggi. A suo luogo direno della disposizione (sintassi)
delle parole, che agagiunge efficacia al discorso. Ora è a dire solo tanto di
quella, che lo fa chiaro. Ogni giudizio espresso dicesi proposizione. Nel
ragionamento, il quale di nolle proposizioni si compone, alcuna vene ba, che
viene modificata dalle altre. Quella, che è modificata, dicesi principale, le
allre suballerne (o minore). Vaglia a ben distinguerle il seguente esempio del
Casa. Menire i nostri nobili cittadini gli agi e le morbidezze e i privuli loro
comodi abbracciano e stringono, l'impera lore, non dormendo nè riposandu, mu
travagliando e fabbricando, ha la sua fierezza e la sua forza accresciuta.
L'imperatore ha la sua fierezza e la sua forza accresciuta è la proposizione (premessa)
principale (maiore), le altre, che lei modificano, sono le subaltern (premessa
minore). La proposizio ne principale, a somiglianza della principale figura in
un dipinto, dee fra tutte le subalterne campeggiare e risplendere; per ciò è
che vuolsi evitare la frequenza di queste ultime, le quali, allorchè fossero
troppe, invece di raflorzare la principale o premessa maiore, siccome è loro
officio, verrebbero ad indebolirla. Questa si è la prima avvertenza, che circa
le proposizioni subalterne aver dee colui che discurre; indi si prenderà cura
di ben' collocarle. Prima che veniamo a dire quale sia la buona collocazione
loro, è necessario di osservare, che le delle proposizioni subalterne si distin
guono in espresse ed in implicite. Diconsi espresse quelle, nelle quali tutte
le parli loro sono manifeste, come nella seguente: ľuomo è ragionevole. Diconsi
implicite quando il giudizio che si esprime, e significati dall nome addiettivo
o dal nome sustantivo con preposizione o dall’avverbio, come nelle seguenti.
L’uomo GIUSTO è lodato. Pilade ama Oreste. CON. I romani amarono GRANDEMENTE la
patria. Quando si dice “l'uomo giusto” si viene ad affermare che ad esso si
appartiene la giustizia, che è quanto dire giudichiamo che egli è giusto. Si
dica il medesimo delle altre due proposizioni. Ama con FEDE GRANDEMENTE, La proposizione
IMPLICITA (entimema, implicatura) serve a significar del giudizio, che per
abilo la mente umana FEDE amarono suol fare rapidamente; perciò è che non si denno
usare in vece di quelle la proposizione espressa, SPLICITA (splicatura), perciocchè
impedirebbero la spedi tezza dell' intelletto di nostro compagno
conversazionale. Si dovranno ancora nello scegliere la proposizione implicita
(implicatura, impiegato) schivare le inutili, cioè quelle, che risveglierebbero
le idee, che in virtù del solo sustantivo o del solo verbo possono essere
richiamate a mente, e scegliere quelle, che meglio qualificano il significato.
Sarebbe, a cagione d ' esempio, vano (redundante) e noioso l'aggiunto di “bianca”
alla “neve” (salvo se il caso richiedesse di far conoscere parti colarmente
questa qualità), essendo che l’espressione “neve” trae seco, senz'altro aiulo,
la idea di ‘bianco’ (cf. ‘atleta’ ‘longo’). Rispello alla collocazione della
proposiziona suballerna, sia ella implicite o espresse, la regola (massima, imperativo)
si mostra di per sé: imperciocchè, essendo intese a denotare alcuna qualità del
signato o da' sustantivo o da' verbo o da' participio, deve chiaramente apparire
a quali di queste parti dell'orazione (l’otto parti dell’orazione – partes
orationis) vogliono appartenere; e perciò fa mestieri collocarle in luogo tale,
che mai non venga dubbio se sia poste a modificare piuttosto l'uno, che l'
altro o verbo o participio o sustantivo. Quao do a ciò si manca nasce
perplessità (“misleading, but true) come nel seguente luogo di Boccaccio. E
comechè Aligheri aver questo libretto fallo nell'età più matura si vergognasse.
Qui può sembrare che il libretto sia stato falto nell' età più matura; che se
avesse dello: comechè egli aver futto questo libretto si vergognasse nell'età
più matura, la proposizione sarebbe stata chiarissima. Alcuna perplessità è
ancora in quest'a tro di Passavanti: Leggesi, ed è scritto dal venerabile
dottor Beda, che negli anni domini ottocento sei un uomo passò di questa vila
in Inghilterra. Comechè non sia per cadere nel pensiero di alcuno che colui,
che si parle di questa vita, possa andare in Inghilterra, nulladimeno, per
quella collocazione di parole, la mente di chi legge resla alcun poco sospesa. Molte
TRASPOSIZIONE – Grice: William Blake: love that told cannot be, love that never
told can be --, che si biasimano nella lingua italiana, sono spesso con
venevoli NALLE LINGUA LATINA, perchè, nella lingua romana, il nome aggettivo,
che per le desinenze diverse nei generi, nei numeri e nei casi si accordano col
nome sustantivo, rade volte LASCIANO DUBBIO a cui vogliano appartenere, e rade
volte i casi obliqui si confondono col caso retto, comunque nella proposizione
sieno collocati. Bellissimo è in latino il seguente luogo di CRASSO, riportato
da CICERONE. HÆC TIBI EST EXCIDENDA LINGVA QVA VEL EVVLSA SPIRITV IPSO
LIBIDINEM TVAM LIBERTAS MEA REFVTABIT. Tenendo l'ordine di queste parole nella
lingua italiana si produce falsità nella sentenza. Sconvolgendolo si perde
tutta l'efficacia. Se dico. Questa lingua li è d'uopo recidere: recisa questa,
col fiato stesso la tua sfrenatezza la libertà mia reprimerà’ – Appare che LA
SFRENATEZZA reprima LA LIBERTÀ. Se, per
lo contrario, dico. La libertà mia reprimerà la tua sfrenatezza, toglieremo
alla sentenza molto della sua forza – devuta a una disobbedenza intenzionale
della massima conversazionale d’evitare l’ambiguità. Vedremo a suo luogo la
ragione, per cui la diversa collocazione di una espressione semplice rafforza o
snerva l'espressione complessa. Ora ci basta osservare, poichè cade in acconcio,
che le varie lingue -- parlando ora della sola facoltà, che hanno di PERMUTARE
IL LUGO ALLE PAROLE – “love that never told can be”/”love that told can never
be” -- luttochè sieno alle a qua. Junque
specie di componimento, nol sono ad esprimere uno stesso concetto nella stessa
FORMA – massima conversazinale della forma, non del contenuto --; perciò è che
quando si trasportano le scritture da una favella ad un'altra non dove
l'espositore darsi briga di ritrarre espressione per espressione. Avendo rispetto
al genio della lingua, cerca di produrre per altro convepevol modo nell’animo
di nostro compagno conversazionale gl’effetto che l’espressione in lui operano.
Per fuggire le equivocazioni [cf. Grice, avoid ambiguity] giov ancora badare
ne' verbi alla prima voce dell'imperfetto dell'indicativo – “amava” -- la quale
è simile alla terza, dicendosi “amava” +> “io amava”; “amava” +> “colui amava” – cf. latino: ‘amaba’/’amabaT’
--. Perciò a distinguerle è sovente bisogno di preineltere all’espressione ‘AMAVA’
– latino: AMABA/AMABAT -- il nome o il pronome. Giova spesso alla CHIAREZZA, e
segnatamente nell’espressione complessa o composita, il ben distinguere le
persone e le cose, delle quali si parla (il topico). E perciò sta bene talvolta
il *ripetere* il nome sostantivo per non confondere l’una coll'altra. Imperciocchè,
i pronomi e i relativi sogliono spesso essere cagione di equivoco – confusione
– cf. avoid ambiguity, be perspicuous [sic], the imperative of conversational
clarity. E questo interviene specialmente, quando nella proposizione
antecedente sono più nomi sustantivi di un medesimo genere e numero, che si
possono accordare coi relativi delle susseguenti. Perciò, conviene tal volta o
giovarsi di un sinonimo onde porre in luogo di alcun nome mascolino un
femminino. O inulare il numero del più in quello del meno. O viceversa. Può ancora
geverarsi PERPLESSITÀ nell'usare il possessivo “suo” e “suoi,” invece de
relativo lei, lui e loro; e perciò alle volle è necessario adoperar questo per
quello, come nel caso seguente. “MAI DA SÈ PARTIR NOL POTÈ, INFINO A LANTO CHE
EGLI [CIMONE] NON L’EBBE FINO ALLA CASA *DI LEI* ACCOMPAGNATA” (Boccaccio). Se Boccaccio avesse detto: “fino
alla casa SUA accompagnata”, si sarebbe potuto credere essere QUELLA DI CIMONE!
Per far maniſesta (esplicita, chiarissima) la connessione de'ragionamenti sono
assai opportune le particelle copulative (“e” – He went to bed and took off his
trousers” (Urmson); avversative (“ma” – Lei e povera, ma onesta – Frege,
FARBUNG), illative (“se” – se p, q – FILONE, DIODORO, CRISIPPO) e somiglianti –
e disgiuntiva (“o” – “Lei sta alla cucina o alla stanza di dormire”). Molli
fra' filosofi italiani, ad imitazione de’ filosofi francesi, sogliono scrivere
a piccoli membri, senza congiungerli insieme colle particelle, e in ciò sono da
biasimare, iaperciocchè costringono la mente o l’animo di nostro compagno
conversazionale a passare “di salto” da una proposizione all'altra senza dargli
occasione di scorgere subitamente le attenenze (pertinenza, relevanza – cf.
Grice, category of relation – be relevant – a ‘platitude’ -- Strawson) loro. JILL:
JACK IS AN ENGLISHMAN; HE IS, THEREFORE, BRAVE” – deduzione, induzione,
adduzione? --. Affinchè si vegga manifestamente quanto la mancanza de' legamenti
tolga di chiarezza al discorso, leverò dal seguente luogo di PASSAVANTI le
particelle che ne conneltono le parti. Qualunque persona sogna, pensi se il suo
sogno corrisponde all’affezione sua, a quella che più ta sprona. Se vede che si,
non a. spetti che al sogno suo debba altro seguitare. Quel sogno non è cagione alla
quale debba altro effetto seguitare; è l'effetto dell'affezione della persona.
Tale sogno oseservare, cioè considerare donde proceda, non è in sè male: è
l'effetto di naturale cagione. Facciamo congiunti questi membri colla
particella “e”, la particella “imperciocchè”, la particella “ma” e vedremo il
discorso apparire più chiaro (“She was poor and she was honest”). Qualunque
persona sogna, pensi se il suo sogno corrisponde all’affezione sua, a quella,
che più lu sprona. *E* se vede che si, non aspetti che al sogno suo debba altro
seguilare; *imperciocchè* quel sogno non è cagione, alla quale debba altro
effetto seguitare; *ma* è l'effetto del l'affezione della persona; e tale sogno
osservare, cioè considerare donde proceda, non è in sè male: imperciocchè è
l'effetto di natural cagione.” Questi pochi avvertimenti basteranno, se io non
erro, a render cauti i conversatori che desiderano di conversare chiaramente.
Tralascio le wolle cose che i filosofi hanno ragionato in torno la proposizione,
poichè mi pare che, qual volta siasi imparato a distinguere la proposizione principale
(premessa maiore) dalle proposizione subalterna (premessa minore), e siasi
conosciuto che la virtù di queste si è di modificare le parti dell'altra, non
faccia mestieri di *molto sottile* ragionamento a sapere in che modo elle si debbono
collocare nella orazione o espressione complessa; perciò senza più entro a
parlare dell' ornamento. La perſezione dell'arte del conversare nella LINGUA
LATINA, secondo CICERONE, consiste nell'esporre chiaramente, or nataniente e
convenevolmente le cose o il topico, che a trattare imprendiamo. Di quella
chiarezza e di quell'ornamento e decoro – CANDORE --, che dall’invenzione e
disposizione della materia procede, si ragiona nella rettorica – G. N. LEECH:
“H. P. GRICE’S CONVERSATIONAL RHETORIC”. Accade qui di parlare delle suddette tre
qualità solamente rispetto al modo di significare (modus significandi) il
concetto ritrovati. Avendo abbastanza detto della prima, diremo ora delle altre
due, che fanno il discorso – la mozione, mossa, o moto, conversazionale --
accetto a nostro compagno conversazionale. Grice: “I’m not surprised that the
Italians start the cataloguing of the maxims of conversations by the MANNER,
rather than the CONTENT!” -- Prima di tutto si vuole osservare che la proprietà
delle voci e l'ordinata (cf. Grice, be orderly) composizione loro generano gran
parte della BELLEZZA DEL DISCORSO – Grice: “My maxims aim at rational
cooperation, they are not moral or aesthetic in purpose.”. Imperciocchè fanno
sì, che esso sia inteso senza fatica, che è quanto dire con qualche sorta di
piacere. Ma questo non basta; chè nessuno per verità loda il conversatore
solamente perchè si fa intendere dal suo compagno conversazionale; ma lo
biasima e sprezza, s'ei fa altrimenti. Chi è dunque che faccia meravigliare gl’uomini
e tragga a sua voglia le volontà loro? Chi è applaudito e chi è venerato più
che more tale? Colui che NEL CONVERSARE è distinto, COPIOSO – ma non *troppo*
copioso --, splendido, armonioso, e che queste qualità, onde si forma
l'ornamento, congiunge al decoro – CANDOR – veracita e sincerita. Que' che
conversa co'rispetti, che la qualità delle materia e del compagno
conversazionale richiede, solo merita lode: che qualsivoglia ornamento DISGIUNTO
DAL DECORO diviene sconcezza e deformità. Molto leggiadre ed efficaci sono le
voci proprie, che per cagione del loro suono hanno somiglianza col significato,
o quelle che ne ricordano qualche particolare qualità. E espressione, che
ricorda il significato per somiglianza di suono le seguenti: “belato”;
“ruggito”; “soffio”; “nitrito”; “boato”; “rimbombo”; “tonfo”, e molte al tre,
che per alcuni furono sono termini figure, a differenza di quelle, che, non
avendo soosiglianza veruna col significato, sono delle termini memorativi o
cifre. Fra i termini figure voglionsi annoverare, oltre le voci che abbiamo
teste accennat, quelle che o provengono da altr’espressione, che è segno di
cosa somigliante al signficato che si vuol esprimere o communicare (cf. Grice
on the circularity of analyising ‘signare’ e ‘communicare’), o ricordano
l'origine o gl’usi del significato. L’espressione “spirito” è bella per certa
tal qual somiglianza, che il significato, cioè l’immateriale sostanza, sembra
avere col fialo o con qualsivoglia altra sottil materia, che SPIRI
(onomatopoeia) e preferibile a ‘animo’. Belle similmente e l’espressione
“moneta” e l’espressione “pecunia”. la prima delle quali, venendo da “moneo”, significa
che il metallo ed il conio ammoniscono la gente circa il valore di essa moneta.
La seconda, venendo da “pecus”, ricorda l'origine del denaro, che fu sostituito
ai buoi ed alle pecore, antica inisura delle cose mercatabili. Ho qui posti
questi due esempi ancora perchè si vegga quanto giovi alcuna volta
l'investigare l’etimologia. Concorrono co' termini propri e co' termini figure
a far bella la mozione conversazionale le parole nobili, qualvolta sieno
convenevolmente adoperate. Accade delle parole, dice Pallavicini, che
comunemente accade degli uomini nel civil conversare. Questi acquistano
ripulazione o vilipendio dalla qualità delle persone colle quali usano
farnigliarmente; e le parole dalla qualità delle persone da cui sono sovente
proſerite; e ciò interviene perchè tutti hanno per fermo, che i personaggi
illustri e gl’uomini letterati sieno ESPERTI A CONVERSARE *con legge*, e che la
plebe allo incontro parli e cianci barbaramente. Avviene da ciò che alcune
voci, che significano cose vili o laide [‘the --- bishop fell from the – stairs
– profanity – Grice], sono tuttavia tenute per nobilissime. All 'opposito altre
ve a'ba, che, nobili cose significando, in grave componimento non sarebbero
lodate. Della prima spezie sono in Italia l’espressione “lordo”; “lezzo”;
“tube”; “piaga”, ed altre, che nelle più nobili conversazione sogliono essere
usate. Dall'altro canto, l’espressione “papa”, siccome osserva il lodato cardinale
Pallavicini, la quale nobilissimo personaggio rappresenta, non sarebbe ricevuta
in grave componimento poetico. In tre schiere vengono separate da Pallavicini
le parole rispetto la maggiore o minore nobiltà loro. Nella prima si collocano
quelle, che dal conversatore in nobile conversazione e usata a significare un
concetto grande ed il lustre. Vocaboli di questa specie non si potranno senza AFFETAZIONE
adoperare in tenue argomento, o in famigliare discorso. Che se alcuno
famigliarmente usa l’espressione “pugna” in vece di “battaglia”; “luci” in vece
di “occhi”; “accento” o “nota” in vece di “parola”, certo è che moverebbe a
riso il compagno conversazionale. La seconda schiera è di quella espressione,
che vanno egualmente per le bocche degl’uomini ragguardevoli e del popolo, e
che si possono senza biasimo usare in ogni occorrenza. La terza poi è di
quelle, che sono avvilite nella bocca della plebe, come e l’espressione
“pancia”; “budella”; “corala” e simili, le quali possono essere opportune in
una conversazione intesa ad avvilire alcuna cosa, come e la mossa, noto, o mozione
conversazionale ‘satirica’. Anche le espressione antiche, qualvolta elle hanno convenevole
forma e non sieno passate ad altro significato [non multiplicare sensi piu di
la necessita], vagliono à nobilitare la conversazione. Ma si richiede somma
cautela in co lui che a vila le richiama, poichè una espressione antiquata,
ollrechè spesso portano seco oscurità [cf. Grice, ‘avoid obscurity of
expression, procrastinate obfuscation, be perspicuous [sic]], ‘avoid
unnecessary proliity [sic]’], più spesso fanno l'orazione ricercata e deforme.
E chi oggi potrebbe, senza indurre a riso il compagno conversazionale,
l’espressione “beninanza”; “bellore”; “dolzore”; “piota”, “spingare” ed altre
simili d’usare. Ora diremo della metafora (“You are the cream in my coffee), la
quale, usata opportunamente, è lume e vaghezza della orazione. Prima è a sapere
che gl’uomini selvaggi per essere scarsi di cognizioni mancarono
dell’espressione, e che volendo eglino significare alcuna cosa non ancora
significata, fanno uso naturalmente di quella espressione gia usata, la quale e
inventata a contras-segnare *altra* cosa somigliante in qualche parte all'idea
novella (“You are LIKE the cream in my coffee”). Occorrendo loro, per esempio,
di significare alcun uomo crudele, il chiamarono “tigre” per la somiglianza
dell'indole di colal bestia con quella dell'uomo crudele. Cosi dissero assetate
le campagne asciulle, “volpe” 1'uomo astuto (“sly as a fox” – he is a fox),
“capo del monte” la cima – ‘top of the heap’ ‘New York, New York’ -- e “piè” del
monte la falda di quello. Per gl’addotti esempi si vede questo trasporlamento (meta-bole,
transferenza, trans-latio) di una expression da un significato propio e vero ad
un significato impropio e falso (“You are the cream”) altro non essere che una
similitudine ristretta in una espressione (“You are like the cream –
simplifcata a “You are the cream”); imperciocchè la seguente similitudine
spiegata. La comparazione vera “Costui è crudele COME una tigre” si restringe, per
brevita, in questa forma metaforica falsa. “Costui è una tigre”. È dunque la
metafora una abbreviata similitudine [an elliptical simile], che si fa recando
una espressione dal significato proprio al signficato improprio: e perciò da
Aristotele è detta imposizione del nome d'altri. Siccome la metaſora e da
principio usata per *necessità*, potrà parere ad alcuno che crescendo il numero
delle idee determinate e della espressione propria, la metafora divenga
pressochè inutile – o una figura di retorica --; ma non accade cosi: perocchè,
sebbene fra le conversatori civili e culle non sia tanto necessaria quanto fra
le selvagge e rozze, pure la metafora è e sempre luce e VAGHEZZA della
conversazione per virtù e forza di quelle sue qualità. La metafora presenta
spesso all'animo più chiaramente ogni sorta di concetti, poichè, veslendo di
forma *sensibile* una idea non-sensibile, o intelleltuale (nihil est in
intellectu quod prior non fuerit in sensu), ce le pone davanli agli cinque
sensi. Vuole Alighieri significare che non è meraviglia se per la le nuità
della nostra fantasia non possiamo per venire ad imaginare le cose, che
Alighieri desidera narrare del Cielo; e questo con una metafora dicendo. E se
le fantasie nostre son basse a tant'altezza non è maraviglia. Per tal modo il
concetto, che era tutto non-sensibile e intelettuale, divenne sensibile e per
conseguente più chiaro (cfr. Grice, ‘be perspicuous [sic] – the imperative of
conversational clarity] e più popolare. E se taluno volendo dire che gl’uomini
bugiardi saono talvolta infingersi e comporre gl’atti e le parole a modo di
parer verilieri, dice che la menzogna prende talvolta il manto della verità,
non significherebbe egli il suo concetto assai vivamente. (He said that she was
the cream in her coffee, By uttering ‘You’re the cream in my coffee” U signs –
explicitly – THAT the addressee is the cream in the utterer’s coffee. Fra tutte
le metafore poi e più efficace quella metafora che si cava da una qualità
sensibile, corporea, materiale, che si mostra a le cinque sensi, e forse la
ragione si è questa. Alla reminiscenza della qualità di un corpo, la quale ci
vengono all'animo per i cinque sensi, più tenacemente si associano le idee, che
di essi ci vengono per gli altri sentimenti; quindi è che ogni qualvolta ci
riduciamo a memoria una della qualità sensibile (in questo caso visibile) del
reale (un oggetto) quasi tutte le altre appartenenti a quello pur si
risvegliano, e vivamente ed intero lo ci pongono dinanzi agli “occhi”
dell'intelletto. Laonde se belle sono le metafore – parola dolce. che si cávano
dalla qualità, da cui sono affetto: l'odorato (secondo senso dell’odore), il tatto
(terzo senso del tatto), l'udito (quarto senso dell’audizione) e il gustato
(quinto senso del gusto), come queste: odore di santità – odore santo, durezza
di cuore – duro cuore, ruggir di venti, vento ruggente -- dolcezza di parole;
parola dolce -- più bella, per che più viva si presenta all'animo, entrando
quasi per gli cinque organi de’cinque sensi, sono le seguenti. Splende la gloria
(visum). Folgoreggiano gli scudi. Ridono i prali (udito). Si rasserena la
fronte; l’anima è oscurata per tristezza. Piacquero ad Aristotele sommamente
quella metafora, che ci rappresenta (re-praesentatum, rappresentato) la cosa in
mozzo, e principalmente quando la metafora attribuisce a una in-animato una
operazione di un animato.Tali sono queste di Omero. Le saette di volar desiose;
inorridisce il mare. Anche VIRGILIO, parlando di una satta entrata nel petto di
una vergine, dice. Harsit virgineumque alle bibit hasta cruorem. Si dalla
metafora ci pone la cosa vivamente quasi innanzi agl’organi dei cinque sensi, e
per la “novità” o vita (no morte) loro ci fanno maravigliare. La metafora, siccome
dice Aristotele, partorisce dottrina, facendo conoscere fra le idee alcuna
attenenza dianzi non osservata. Quale attenenza scorgesi tosto fra un manto e
la nobillà della prosapia? Certamente nessuna: pure veggasi come Alighieri ce
la fa scorgere. O poca nostra nobiltà di sangue, ben tu se'manto, che tosto
raccorce, sì che se non s'appondi die in die lo tempo ya d'intorno co' la for
Coine un bello e ricco manto adorna la persona di colui che sen veste, così
adorna l'animo d' alcuni uomini quell'onore che ricevono pei pregi degli avi
loro, e che chiamasi nobiltà: ma, se per virtù novella non si rinfranca, ei viene
di giorno in giorno scemando. Questi pensieri il divino poeta ci reca alla
mente colla nuova similitudine, e ci dilella e ci illumina. Vale eziandio la
metafora a muovere con maggior forza l’affeto, perciocchè, laddove alcuna volta
parole proprie astretti a recare alla mente di nostro compagno conversazionale
le idee una dopo l'altra, la metafora, rappresentandole tutte ad un tempo,
assale l’animo con veemenza. Basti un solo esempio di PETRARCA, il quale rivolto
alla morte così le dice: con saremmo me dove lasci sconsolato e cieco, poscia che
il dolce ed amoroso e piano lume degli occhi miei non è più meco? Quali e
quanli pensieri si destano nella mente all’espessione “cieco” e la
frase/espressione frasale “lume degli ochi miei”! Ma circa l'uso della metaſora
nell’aſſetto si vuole por menle che ella non mostra il lavoro e la fatica dell’intelletto,
perocchè non è verisimile che colui, che ha l'animo perturbato, si perda a far
cerca d'ingegnosi concetti e figure retoriche. È ancora pregio della metafora
di coprire con velo di modestia e di gentilezza il segnato, che espressa con un
termino *proprio* (e non un termino figura como e la metafora) sarebbero odioso
o turpo. Ecco un bell’esempio di Passavanti. La innata concupiscenza, che nella
s vecchia carne e nell'ossa aride era addor meniata, si cominciò a svegliare:
la favilla, quasi spenta si raccese in fiamma; e le frigide membra, che come
morte si giacevano in prima, si risentirono con oltraggioso orgoglio. E VIRGILIO
dice. O luce magis dilecta sorori, Sola ne perpetua moerens curpere juventa?
Nec dulces natos, Veneris nec praemia noris? Questo e i principale vantaggio
della metaſora, onde sovente viene preferita al termino proprio. Diremo ora dei
vizii che talvolta elle possono avere. Se bella e la metafora che fa scorgere
una maniſesta somiglianza tra due segnati (‘you’ ‘the cream in my coffee’), da
che si toglie il vocabolo e l'altra, a cui si reca, chiaro è che deformi
saravno quelle, che tengono ji paragone di rose o polla e poco somiglianti, e
che sono male acconcie al proposto dne (“a woman without a man is a fish
without a bicycle”). Nessuna somiglianza si vede fra le cose paragonale nella
seguente metafora di MARINI. Folendo egli lodare un maestro, che formara
bellissimi esempi da scrivere, esalta la penna di lui, dicendo ch'ella deve
essere divina: Perchè una penna sela, Benchè s'alzi per sè pronto e sicura, Se
divina non è tanto non rola. E qual somiglianza è mai tra il relare e lo
scrivere? E tolta da peca somiglianza quella metafora che volendo segnare una
cosa piccola prende da una cosa grande l'imagine, e al contrario. Mariai
assomiglia le lacrime della sua douna a'lesori dell'Oriente, e Tertulliano il
diluvio universale al bucato. Erro similmente colui che dice a suo amante. Son
gli occhi resiri archiòugiati a ruote, Ele ciglia inarcale archi turcheschi. È
bellissina la metafora che Poliziano tolse al Boccaccio. E le biade ondeggiar
come fa il mare. Sarebbe difettosa quest’altra. E tremolare il mar come le
biade. Viziose come le sopraddeile sono la più parte delle metafore usate dagli
scrittori del secolo XVII, e soprattutto dai poeti, i quali sriscerarano i
monti per estrarne i metalli, face vano sudare i fuochi, ed avvelenavano l'obolio
colp inchiostro. Parmi inutile cosa l'estendermi in questa materia, essendochè
il nostro secolo, sebbene incorra in altri vizii, di così falle baie si mostra
nemico. Della metafora e l’analogia che e alquanto dura, ė da sapere che puo
essere mollificata per certa maniera di dire, quali sarebbero: quasi – per dir
cosi e che alcune ve nha, che sono state ammollite dall'uso, come la seguente:
Fabbro del bel parlare. Ė da biasimare ancora la metafora, che la sorvenire il
nostro compagno conversazionale di qualche bruttura, o di cosa rile, o che disconvenga
alla gravità della trattata materia o topico. Perciò meritamente Casa
rimprovera ALIGHIERI per essere talvolta caduto in questo difeilo, siccome
quando disse. L'allo fato di Dio sarebbe rotto se Lete si passasse, e lal
vivanda fosse gustala senza alcuno scollo di pentinento. E altrove. E vedervi,
se avessi avuto di tal tigna brama, colui poteri ec. Questa e una imagine
plebea e sconvenienti alla gravità del subbietto. Cosi merita biasimo
Pallavicini, comechè sia maestro sommo nel l'arte dello stile conversazionale,
quando disse, che il cardinal Bentivoglio aveca saputo illustrar la porpora
coll' inchiostro, e quando per accennare la qualità, ond'è costituita
l'eleganza della elocuzione, dice: saputi distintamente quali ingredienti
compongono quesla salsa, cioè l'eleganza; i quali modi sono da biasimare,
essendochè nel primo esempio li vedi dinanzi agli occhi la porpora brullala
d'inchiostro, e nell’altro t’infastidisce l'abbietta voce che sa di cucina.
Similmente non paiono degni di lode coloro, che sogliono usare per vezzo della
conversazione un idiotismo, e segnatamente quello, che ha origine da certa
anticha costumanze dimenticata oggidi. Non merita lode Davanzali quando volendo
dire: o nulla o lullo: disse: o asso o sette. Questo proverbio, oltre chè si è
di vilissima condizione, è tolto da un giuoco, che potrebbe essere sconosciuto
a molli. E proverbio, del quale non si sa l'origine, il seguente; e perciò
freddo od oscuro: Maria per Ravenna, invece di cercar la cosa dove ella non e.
Bastino questi pochi proverbi per moltissimi, che qui si po ebbero recare, e
de' quali vanno in traccia alcuni mal accorti conversatori, onde parere versali
nella lingua antica. Aucora è biasimevole alcune volte la metaſora, che si
deriva dalle materie filosofiche; imperciocchè, se il fine, pel quale il
conversatore usa di quella, si è di rendere più chiaro e più vivo i concetto,
questo non si potrà ottenere traendo la similitudine da cose poco nole o malagevoli
ad intendere, come a la metafisica, che spesso, ond'essere chiarita, hanno
bisogno delle similitudini tolle dalle cose materiali; ma di rado somministrano
imagini, che vagliano a cercar recar luce alle prose ed alle poesie. Pure in questi
tempi sono alcuni conversatori, i quali hanno per vezzo l'usare siffatta
metafora, avvisando d'illustrarne la sua mozzione conversazionale, e di mo
strarsi intendente e sottile; ma va grandemente errato, perciocchè non solamente
appor tano ombra ed oscurità (‘avoid obscurity of expression, be clear) alla
sentenza, ma danno segno di affettazione che è vizio sopra tutti spiacevole. si
è dello di sopra che la metafora diletta, non solamenle perchè ci pone dinanzi
agli oc ebi in forma quasi sensibile un pensiero astratto, ma ancora perchè ci
porge ammaestramento col farci apprendere fra le idee alcuna attenenze prima
non osservata; dal che si deduce che il conversatore, i quali vogliono recar
maraviglia, de guardarsi dall' usare una metafora troppo comunale, come quelle,
che, a somiglianza della monete passata per molle mani, sono rimase senza vaghezza.
Non ogni metafora poi, comechè sia ben derivata, potrà convenire ad ogni
conversazione. Poichè tra le metafore ve n'ha delle più o meno illustri,
converrà avvertire che il grado della nobiltà loro non disconvenga alla qualità
del componimenlo. Similmente nel formare la metafora si vuole avere riguardo al
pensare della gente nella cui lingua si conversa. La diversità de'luoghi e de'
climi fa che gli uomini abbiano diversi i costumi e le usanze, e perciò diverse
ancora le idee e le significazioni di esse. Impercioc chè, traendo ciascuna gente
le similitudini dalle cose, che più spesso le sono dinanzi agli occhi, incontra
che alcun popolo deriva una metafora da una cosa campestre, lal altro da una
cosa marittima, tal altro dal combinercio o dalle arti, secondo suo silo e
costume. Il rigore o la benignità del clima poi è spesso cagione che l'umana
imaginativa sia più vivace in un luogo e meno altrove; e quindi è che una
metafora naturalissime nel Trastevere appaia ardila e strana nel Tevere. Anche
l’essere le geoli più o meno civili cambia la natura della metafora; perciocchè
dove sono leggi meno buone, ivi è più ignoranza del vero; e dove è più ignoranza
del vero è più amore del verisimil; il che torna il medesimo, ove è minor virtù
intelleltiva, ivi abbonda la forza della fantasia. Cadono perciò in gravissimo
errore coloro, che, imilando il volgarizzamento di Ossian falio da Cesarolli,
sperano di venire in fama di sommi poeli toglieodo sempre la metafora da'venti
e dalle tempeste, dai torrenti, dalle nebbie e dalle nuvole. Paiono a costoro
inaravigliose squisitezze e delizie i seguenti, e simili modi: sparger lagrime di
bellà - i figli dell'acaciaro il tempestoso figlio della guerra siede sul
brando distruzione di eroi dar. deggiano gli sguardi rotola la morle - urlano i
torrenti. Cotale metaſora, che per avventura e naturale a'popoli selvaggi, sono
in Italia ridevoli e sciocche fantasie. Alla diversa indole delle genti debbe
anche por mente chi dall' una lingua all'allra trasporla i versi e le prose, se
non vuole produrre nell'animo di nostro compagno conversazionale effetto
contrario a quello che l'autore straniero o forastiero o del Trastevere
produsse in coloro, ai quali volse le sue parole. Affiuché si vegga
manifestamente che non lutte lete. metafore convengono a tulti i popoli,
recherò qui alcuni esempi che a questo proposito Tagliazucchi toglie dalla
lingua latina. Bella metafora si è questa presso Virgilio: classique im millit
habenas; deformità sarebbe tradu re in italiano: melte le briglie alla flolla.
Così per segnare il pane corrotto dall'acqua dice lo stesso poeta. Cererem
corruptam undis; mal si tradurrebbe: Cerere corrolla dall'onde. Orazio disse.
lene caput aquae sacrae; e si tradurrebbe malissimo in italiano: il dolce capo
dell'acqua sacra. Per segnare il liero sdegno d'Achille dice: gravem sioma chum
Pelidae; e malissimo si tradurrebbe: il grave stomaco del Pelide. Moltssime
altre metaſore potrei qui recare, che sono proprie solamente della lingua
latina; ma chi ha cognizione della lingua latina conoscerà di per sè la verità
di quello che io dico, ed argomenterà quanto debbono differire nella metafora
la lingua italiana e quelle de'popoli da noi disgiunli e per costume e per
clima, se tanto differiscono l'italiana e latina con islrelto vincolo di
parentela congiunte. Una regola o massima o omperativo da osservarsi nell'uso
della metafora si è di non aminassarle nella conversazione, ma collocarvele
parcamente e di guisa, che paiano, come dice Cicerone, esserci venule
volonterosamente, e non per forza nė per invadere il luogo altrui. È da
avvertire in secondo luogo, che la metafora o non si dee congiungere con altra
metafora o con voci proprie di maniera, che fra queste e quella si scorga
opposizione maniſesta. Se per esempio avrai detto che Scipione è un fulmine di
guerra, non dirai tosto che egli trioníò in Campidoglio. Se paragonerai
eloquenza ad un torrente, non le attribuirai poco appresso la qualità del
fuoco, ma avrai cura che la metafora sia sempre collegata (e no mista) colle
idee prossime di guise, che nostro compagno conversazionale non trovi mai
contrarietà ne' tuo concetto. In questo difetto caddero anche alcuni autori
eccellenti, come Petrarca nel Sonetto XXXII, dove, cominciando dal dire
metaforicamente, ch' egli ordisce una tela, prosegue: ſ ' farò forse un mio
lavor si doppio fra lo stil de'moderni e il sermon prisco, Che (paventosamente
a dirlo ardisco) Infino a Roma ne udirai lo scoppio. Ma non così egli fece nel
Sonetto che comincia Passa la nave mia colma d'obblio, chè in esso avendo preso
ad assomigliare gli amorosi affanni suoi alla nave, da questa imagine non si
diparte sino alla fine. Non intendo io però di affermare coll’esempio di questa
allegoria, che in breve discorso non possano star bene insieme più metafore di
natura diversa; ma di avveitire che assai disconviene il trapassare da una
similitudine ad un'altra inconsideratamente e quasi per salto. Giova moltissimo
talvolta a render chiare e naturali quella metafora, che per se medesime
sarebbero ardite e spiacenti, il preparare per convenevole modo l'animo di
nostro compagno conversazionale. Se taluno volendo dire che gli uomini per mal
esempio altrui caggiono in errore, dicesse caggiono nella “fossa” della falsa
opinione, use rebbe certamente ardita e spiacevole metafora: nulladimeno ella
diviene bellissima, qualvolta per le cose antecedenti ne siamo disposti. Va.
glia l'esempio di Alighieri. Dopo aver ricordata la nota sentenza se il cieco
al cieco sarà guida cadranno ambedue nella fossa prosegue: i ciechi
soprannominati, che sono quasi infiniti, con la mano in sula spalla a questi
mentitori sono caduti nella fossa della falsa opinione. Cosi l’ardita metafora
divenla parte di una vaghissima dipintura, che viene quasi per gli occhi alla
mente, ed ivi s'imprime e lungamente rimane. Sono certi scrittori, i quali
riducono le idee astratte a termini più astratti (obscurus per obscurius) di
quello che si converrebbe cercand a tulto potere di al lontanarle da' sensi: indi
a questi loro soltilis simi concelti uniscono molte metafore repugnanti fra
loro, il che fa che la mente di nostro compagno conversazionale tra questi estremi
e tra questi contrari confusa nulla comprenda, come si può di leggeri conoscere
nel seguente esempio tolto da un libro moderno: A giudizio dei savi scorgesi
palesement, che nelle vedute su blimi della gran madre anche l'emulazione,
principio avvedutamente inserito nella costituzione dell'uom, ' concorrer deve
a scuotere ed a sferzare l'industria, on de riguardo allo sviluppamento di
questa [Oh quanta confusione ed oscurità in tanta pompa di parole! Pare che il
conversatore volesse dire, che i savi conobbero che la natura ha posto nel
cuore dell' uomo il desiderio d'emulare gli altri; e che da questo procede
l'industri; ma accoppiando i vocaboli principio e costituzione, che sono segni
d'idee molto astratte, colla melaforica voce “inserire” ha composto un enigma;
perciocchè nessuno polrà imaginare chiaramente siffallo innesto. Più strana poi
diviene la metafor, quando l'astratto segnato dalla espressione “principio” si
fa a scuolere ed a sferzare l'ind stria falla inopportunamente persona per
trasformarsi losto in altra cosa, che si sviluppa a guisa di una malassa. In
questa forma la metafora, che e vaghezza e luce della favella, diviene tenebre
alla mente e vano suono (flatus vocis) agli orecchi. Conciossiache L’INTENZIONE
del conversatore non sia solamente di render chiaro il concetto, ma di farlo
talvolta dilettevole e maraviglioso, interviene che alcuni, per recare altrui
dilelto e maraviglia, si fango a derivare dalla metafora certe loro
conseguenze, come se in quella non già una simililudine si contenessa, ma come
se la cosa a cui si reca il nome novello, veramente si trasformasse nella cosa,
donde esso nome si toglie. Di questa specie di concetti si presero diletto i
prosatori ed i poeti del secolo decimo settimo, forse per desiderio di avanzare
gli scrittori delle altre elà, ed in fastidirono tutti i sani intellelli. Basti
di ques 1 [Atti dell' Costitulo pazionale. era sti vizi un solo esempio. Ugone
Grozio, per mostrare che non a dolere la morte di Giovanna d'Arco, dopo aver
lodate nel principio di un epigramma le virtù di lei, sog giunse: Necfas est de
morte queri, namque ignea tota aut numquam, aut solo debuit igne mori. Con
l’espressione “fuoco”, imposta a cagione di similitudine, viene il conversatore
a trasformare la misera vergine in vero fuoco materiale; e quindi trae la
strana conseguenza, che ella mai non dovesse morire, o morire nel fuoco.
Similmente si è frivolo modo e sciocco il derivare la metafora dalla
somiglianza ed uguaglianza de'noni imposti a cose diverse, ALLUDENDO all' una
di esse mentre si fa mostra di ſavellare dell'allra. In questo difetto incorse
anche il primo de'nostri poeti lirici quando, piangendo la sua donna, parla del
lauro, ed allude freddamente al nome di lei, come nella canzone, che comincia, Alla
dolce ombra delle belle fronde ed in molti altri luoghi si può vedere. Essendosi
fin qui parlato de' pregi e de'vizi delle metafore, cadrebbe in acconcio il
ragionare degli altri traslati di parole e di concetto e della figura: ma, perciocchè
queste cose sono state definite e largamente dichiarate da tutti i retlorici,
stimo che qui basti il ricordare che siffatte maniera di favellare non e bella,
se non in quanto vengono dal conversatore opportunamente adoperate. Per lo
stesso fine, che la metafora si propone, cioè di rendere più vivo il concetto,
melte bene talvolta il trasportare l’espressione a un segnato improprio o
nominando invece del tutto la parte (metonimia), o invece della cosa la materia,
ond'ella è composta, o il genere per la specie o il plurale pel singolare
(majestic plural – We are not amused), e viceversa. Si può cadere in difetto
usando questo traslato, che fu chiamato “sinedoche”, ogni qualvolla l'imagine
della cosa, da cui si prende l’espressione, non sia bene associata alle idee,
che si vo gliono svegliare in altrui, non sia atta a fare impressione nell'animo
più che le altre ide, che vanno in sua compagnia. Vaglia a dichiarazione di ciò
un solo esempio. Si dirà con maggior efficacia: fuggono per ſalto mare le vele,
di quello ch: fuggono per l'alto mare le prore; poichè l’imagine delle vele
gonfiate dal vento, come quella, che maggiormente percuote la vista di colui,
che mira la nave in alto, più strettamente d'ogni altra idea si associa
all'idea del fuggire: in altro caso però tornerà meglio chiamar la nave o poppa
o carena, cioè quando l'azione, che essa fa, o la passione, che riceve, meno
con venga alla vela che alle altre parti. Veggasi come ne ua Virgilio: vela
dabant laeti. Submersas obrue puppes si nomida ancora talvolla la causa per
l’effetto, o questo per quella: il contenente pel contenuto: il possessore per
la cosa posseduta: la virtù ed il vizio invece dell'uomo virtuoso e del vizioso:
il segno per il segnato ed il contrario; e questa figura, che dicesi “metonimia”,
giova per le delle ragioni, essa pure adoperala opportunamente, a dare evidenza
alla elocuzione. Ma di questi traslati e di quelli di concetto, che consistono
in sentenze da intendersi a contra-senso (ironia), tanto se ne parla, come già
dissi, in tutte le scuole, che qui, facendo la definizione dell'”allegoria”,
dell'”ironia” e di altri simili traslali, avvertirò solamente che questi
saranno diſellosi se verranno a collocarsi nella conversazione senza essere
mossi dagli affetti. Anche rispetto a quelle forme, che sovente adoperiamo per
rendere più efficaci i pensieri, e che si chiama con ispecial nome figura,
ricorderò che alcune ve n'ha, come l’ “interrogazione” e l’ “apostrophe”, che
nascono dall'affetto, ed alcune altre dall'ingegno, come l'”antitesi”
(contrapposizione) e la distribuzione; e che perciò vuolsi avvertire di non far
uso di queste seconde ne'luoghi, ove si possa credere che colui, che favella,
abbia l'animo perturbato. Ma nessuno avvertimento, per ' vero dire, è giovevole
a chi non sente nell'animo la forza degli affetti. Il più delle figure, come
detto è di sopra, muovono dalla passione, e, se dall'ingegno vengo. no cercal,
riescono fredde e di nessuna virtù: perciò è che male s'imparano da' rettorici.
Con più figure favella la rivendugliola, secondo il detto di un illustre
scrittore, contrattando sua merce, che il retſorico in suo studiato serino ne: tanto
egli è vero che procedono più dalla natura che dall'arte. Questo vogliamo che
ci basli aver dello così alla grossa delle figure. Dappoichè abbiamo detto in
che consista la proprietà dell’espressione e della metafore, e come queste e
quelle si debbano collegare per rendere chiaro ed accelto la mozzione
conversazionale a nostro compagno conversazionale, e fatto alcun cenno de'
traslati e delle figure, vérreio a dire, seguitando le dottrine di Palavicini,
degli elementi, onde è costituita la “eleganza” (cf. Grice, ‘aesthetic
maxims’), senza della quale ogni altro ornamento quasi vano riuscirebbe. L’espressione
“eleganza”deriva dal verbo “eligere” ed è usata a segnare quella certa tersezza
e gentilezza, per la quale una mozzione conversazionale non solamente viene ad
essere scevro da ogni errore, ma in ogni sua parte ornato di qualità che da
tutto ciò che ha del plebeo si allontana. Diciamo delle parti, delle quali ella
si compone, che sono quattro. La prima e la brevità (Grice, ‘be brief – avoid
unnecessary prolixity [sic].” La seconda e l'osservanza delle regole
morfosintattiche. Terzo, la civilita o l'urbanità. Quarta, la varietà
(non-detachability). Sebbene la chiarezza (conversational clarity, be
perspicuous [sic]) spesso si ottenga col l'ampio e largo mozzione
conversazionale, pure talvolta colla brevità si rende il pensiero più lucido e
più penetranti (Brevity is the soul of wit). Le parole, dice Seneca, vogliono
essere sparse a guisa della semenza, la quale comechè sia poca, molto
fruttifica. La sovrabbondanza (over-informativeness) delle parole all'incontro
empie le orecchie di vano suono (flatus vocis) e lascia vuote le menti. Perciò
è da guardare non solo che nostro compagno conversazionale non sia distratto da
una vana proposizione subaltern (premessa minore), ma che non sieno affetti più
da un segno che dall’idea segnata. Saranno perciò utili a togliere questo
inconveniente ed acconce a rendere elegante l'elocuzione quella espressione,
che somigliante alla moneta d'oro equivale al valore di più altre, come le
seguenti: disamare, disvolere, rileggere, ed altre molte, e con queste i diminutivi,
gli accrescitivi, i vezzeggiativi, i peggiorativi, de' quali abbonda la nostra
lingua. Vi sono ancora molti modi, che abbreviano la mozzione conversazione, e
questi consistono nel tralasciare o il verbo o il pronome o la particella o l’affissi,
che racchiusi nella diretta favella puo essere SOTTINTESO. (Implicatura). Basta
qui recarne alcuni ad esempio. Se io grido ho di che dammi bere quo ha di belle
cose onde fosti et cui figliuolo andovui il cielo imbianca - vergognando tacque
a baldanza del signore il baltè иот da faccende non se da ciò vedi cui do
mangiare il mio, ed altri moltissimi somiglianti modi, coi quali si ottiene
questa importantissima parle della eleganza, onde rice. ve nerbo l'orazione,
Avend’io delto che la brevità costituisce gran parte della eleganza, non intesi
di affermare che agli scrillori non sia lecito di esporre le cose
particolarizzando; chè questa anzi è l'arte colla quale si produce l'evidenza;
ma volli avvertire chi brama dilettare altrui colle proprie scritture, di ben
ponderare quali sieno le particolarità, che hanno virtù di far luminoso il
concetto, e di tralasciar quelle, che l'offuscano e pongono l’altrui mente in
falica. Secondo, dobbiamo eziandio osservare la regola morfosintattica, cioè
quelle leggi che la volontà de’ primi favellalori e l'uso di coloro, che
vennero dopo, banno imposto alla lingua italiana. Comechè il trascurarle non
induca sempre oscurità (avoid obscurity of expression) pure importa moltissimo
che sieno osservata, poichè ogni elocuzione irregolare apparisce plebea (un
solecismo). E perciò grande si è la stoltezza di coloro, che vando cercando
negli autori antichi i costrutti contro grammatica, e quelli come pellegrine
eleganze pongono nelle scritture: dal che ottengono effetto contrario al buon
desiderio: per ciocchè o portano oscurità nella sentenza, o in fastidiscono i
lettori facendo ridere gli uomini di lettere, non ignari che quelle strane
forme sono la più parte errori, o di amanuensi o di stampatori o di autori
plebei, de'quali non fu piccol numero anche nel bel secolo dell'oro (errata). Terzo,
siccome sono molli' vocaboli, secondo che è dello, i quali usati già da ' buoni
scrittori han no acquistata certa nobiltà e fanno nobile il conversare, così
pure sono molli modi, i quali, avendo in sè certa gentilezza, il fanno elegante,
e non essendo propri degli stranieri, gli danno quel paliyo colore, e direi
quasi fisonomia, per cui ciascuna favella da ogni allra si distingue. In che
precisamente sia riposta que sta vaghezza, che si chiama civilita o “urbanità”,
si è difficile dichiarare; e perciò assal meglio che con parole, si può
mostrare cogli esempi. Porrò qui dunque alcuni modi volgari, ed al fianco di
essi i moderni urbani o civile. Ciò che loro venisse in grado. A chicsa non
usava giammai. Seppegli reo. Ciò che loro piacesse. Non era solita di andare in
chiesa. Gli parve cosa calli va. Fece rivivere. Il prese per marito. “Era il
giorno in cui” -- Egli domandò al servo certa cosa. Ben io mi ricordo. A vila
recò. Il prese a marito. “Era il giorno che” – “Egli domandò il servo di certa
cosa” -- Ben mi ricorda, o ben mi torna a mente. Vicino di quell'isola.
Non-Upper: Viveva a modo di bestia. “Vicino a quell'isola” Upper: “Viveva come
una bestia” Moltissime sono le forme somiglianti a que ste, le quali, sebbene
non vadano per la bocca de ' comunali scrittori, pure sono chiare e naturali, e
per cerla loro indicibile gentilezza recano diletto. Vogliono però essere
parcamenle adoperate, perocchè in troppa copia ſarebbero il discorso ricercato;
e questo difetto dobbia mo schivare anche a pericolo di parere negligenti. La
negligenza è mancanza di virtù (salvo quando e falsa – nulla piu difficile che
falsare la negligenza), che rende meno lodevole il discorso, ma non meno
credibile: e l'affettazione è deforme vizio, che al dicitore toglie autorità e
fede. Modo più sconcio si è quello di coloro, i quali, per vaghezza di parere
eleganti ed SUO esperti della PATRIA LINGUA – LINGUA PATRIA -- patria lingua,
compongono prose con parole e modi fuor d'uso, e costruzioni contorte alla
boccaccesca; e della stessa guisa fanno versi oscuri e senza grazia e senza per
bo, e si argomentano poi di avere imitato Aligheri o Petrarca. Ma che altro per
verità fanno costoro, se non se muovere a sdegno i buoni ingegni, e dare
occasione al volgo di ridersi di quei pochi, che studiano a’libri antichi?
Un'altra generazione di scrillori (e questa è dei più ), alzato il segno
dell'anarchia, gridando che l’USO è l'ARBITRO della lingua (Wittgenstein), si
fa beffe di ogni gentilezza e di ogni proprietà: guida per entro l'idioma
nativo parole e forme forestiere, e il guasta sì, che non gli lascia di se non
la sola terminazione delle voci. Cosi due sette di contraria opinione
vorrebbero partire la repubblica letteraria. L'una tiinida e superstiziosa restringe
la lingua a que' termini, in cui stette nel trecento: l'altra licenziosa ed
arrogante vuole che ogni ar gine si rompa sì, che le purissime fonti del civil
conversare si facciano torbide e limacciose. Affinchè appaia manifesto il torlo
di questi se diziosi, dirò che cosa sia lingua; e dalla sua definizione trarrò
alcune conseguenze. La serie de' segni e dei modi vocali instituiti a rappre
sentare ogni generazione di pensieri, o, per meglio dire, ad esprimerc tulle
quante le idee, ond’è formata la scienza di una patria, è ciò che dicesi lingua
(come l’italiano dal latino, o il pidgin e il creole che e il francese). Da
questa definizione si deduce che nè una sola città nè un'età sola può essere
autrice e signora della lingua italiana – Roma e la citta della lingua romana;
ma che è forza che alla formazione di questa abbia avuto parte la nazione
intera, cioè tutti gli uomini congiunti di luogo e di costumi, che hanno idee
proprie da manifestare; e che a scernere il fiore dalla crusca abbiano dato e
diano opera gl'illustri scrittori. E così avvenne di vero nella formazione e
nell'incremento di questo, che Alighieri chiamò, ironicamente, il volgare
d'Italia, poichè, come dice BEMPO, e un siciliano e un Pugliese e un Toscano e
e un Marchegiano e un romagnolo e un lombardo e un veneto vi posero mano. Tutte
le parole dunque per tal guisa formate, che vagliono ad esprimere con chiarezza
i pensieri, potranno essere con lode usate, sieno elle an tiche o moderne; chè
le moderne ancora deb bono essere benignamente accolle, quando sie no
necessarie a segnare una idea novella. Quella facoltà, che fu conceduta agli
antichi, non si può togliere ai presenti uomini; perciocchè, se non si possono
prescrivere limiti all'umano sapere, nè meno alla quantità dei segni delle idee
si potrà prescrivere (quark, querk). Per la qual cosa ſu e sarà sempre lecito
a' sapienti, qualvolla la necessità il richiegga, l'inventare una nuova
espressione (“Deutero-Esperanto”) e un nuovo modo. Questa risposta è alla selta
dei superstiziosi. Ora ai libertini (Bennett – meaning-liberalismo –
libertinismo semiotico – Locke – liberty) brevemente diremo che la lingua
italica non è la lingua del volgo, ma, come è delto, si è quella, che gli
illustri scrittori di ogni secolo hanno ricevuta per buona, e che perciò quando
si dice che appo l'uso è la signoria, la ragione e la regola del parlare, non
si vuol dire l'uso del volgo, ma de' buoni scrittori. I più antichi die dero
vita e forma alla lingua romana, ed i posleri loro la arricchirono e la
potranno arricchire, non senza grande biasimo potranno toglierle l’essere suo.
Siccome ad ogni mazione è spe ma ciale la fisonomia e certa foggia di vestire,
cosi e speciale al idio-letto le voci ed i modi propri e figurati, i quali
hanno attenenza co'diversi costumi delle diverse genti; e perciò coloro, i
quali vogliono introdurre licenziosamente nell'idioma nativo espressione e modi
forestieri – implicate, non impiegato -- operano “contro ragione”, e, mentre ambiscono di essere tenuti uomini liberi
e filosofi, fanno mostra d'obbrobriosa ignoranza. Non si lascino dunque
sopraffare i gio vanelli da quei beffardi filosofastri, che con trassegnano per
derisione col nome di purista chi studia scrivere italianamente; ma alla co
storo petulanza coll'autorità di CICERONE ri spondano arditamente che colui, il
quale la patria favella vilipende e deforma, non solo non è oratore, non è
poela, ma non è uomo (CICERONE, de orat.). Quarta e ultima, se le parole
fossero sempre composte ugualmente, non sarebbero graziose a chi ascolla o
legge; e perciò un altro elemento della eleganza si è la variet. Il discorso può
ricevere varietà da sei luogh, che ad uno ad uno ver remo a dichiarare
brevemente, seguitando Pallavicini. Accade tante volte di dover nominare replicatamente
la cosa medesima, e ciò produce noia agli orecchi, i quali sopra tutti i sentimenti
del corpo sono vaghi di varietà; onde per isfuggire la ripetizione delle voci
sono molto giovevole il sinonimo, quando la piccola differenza, che è in essi,
non tolga al discorso laproprietà necessaria; per non peccare contro la quale
sarà mestieri aver considerazione, co me allrove si è detto, al vero
intendimento de vocaboli. Se, a cagion d'esempio, dovendo si cambiare
l’espressione “fanciullo”, si prendesse l’espressione “infante”, si osserverà che
questa, venendo dal verbo fari, segna non parlante, e che perciò non può strettamente
essere sempre sostituita a quella di “fanciullo”. Il secondo dai sei luogo
della varietà sta nel ra presentare una cosa pe' suoi effetti congiunti, come,
a cagion d'esempio, se poeticamente dicessimo; il sole velava i pesci, per dire
era il fine dell'inverno: al germogliare delle piante, per dire al tornare
della primavera. Con somma grazia e novità Aligheri rappresentò la sera pe'
suoi effetti dicendo: Era già l'ora, che volge il desio a' naviganti, e
inlenerisce il core lo di, che han detto a' dolci amici addio; E che lo nuovo
peregrin d'amore punge, se ode squilla di lontano, Che par il giorno pianger,
che si muore. Questo fonte di varietà è abbondantissimo, e possiamo vederne un
esempio in Bernardo Tasso, che in cento modi segna il sorgere del giorno. Nel
rappresentare le cose pe' suoi effetti porrai cura che questi non destino al
cun pensiero sordido od abbietlo, e che nel le scritture famigliari la
congiunzione loro coll'oggetto sia mollo nola, sicchè non paia puplo ricercata.
Il terzo luogo dai sei modi sono le definizioni o epiteto o apposizione delle
cose, o sia le brevi descrizioni loro, le quali si possono prendere invece
delle cose stesse, o que ste indicare per alcuna loro speciale proprietà; come
chi per nominare Giove dicesse il padre degli uomini e degli Dei, o per dire la
fortuna, Colei, che a suo senno gi infimi innalza ed i sovrani deprime. Il
quarto luogo dai sei modo si è l'uso promiscuo del signato attivo, medio, o
passivo da un verbio Potrai dire: Raffaele colori questa tavola, ovvero, da
Raffaele fu colorita questa tavola; e secon do che chiederà il bisogno, userai o
questo o quello segno. Il quinto luogo dai sei luoghi è la qualita (categoria
d’Aristotelel'uso negativo (o infinito – privazione) invece dell’affirmativo o
positivo; come chi sosliluisse alla proposizione positiva o affirmative
seguente, ma con signato negativo: Il sole si oscurò, quest' altra proposizione
splicitamente negative, per mezzo dell’adverbo di negazione, “non”: Il sole non
isplendette”. Il sesto luogo dai se luoghi e la metafora (you’re the cream in
my coffee), per la quale si può maravigliosamente variare il discorso, ora volgendo
in “senso” (segnato, strettamente) metaforico – Sensi non sunt multiplicanda
praeter necessitatem – uso metaforico -- un concetto allre volle espresso con
termini propri: ora usando una metafora tolta o dal genere o dalla specie o da
cose animate o da cose inanimate: ora quelle, che si presentano ai sensi: ora
le altre, che si riferiscono agli altri sentimenti del corpo. Ornamento, dal
quale l'elocuzione riceve molta gravità, e la sentenza. La sentenza o dogma o
assioma o principio o adagio o gnomico o proverbo (“Methinks the lady doth
protest too much” what the eye no longer sees the heart no longer grieves for”)
si è verità morale ed universale, segnata con la brevità, che all'intelletto
sia lieve il comprenderla ed il ritenerla. Tali sono le seguenti. Ipsa quidem
virlus sibimet pulcherri. ma ncrces. Quidquid erit, superanda omnis for tuna
ferendo est. La mala ineple non ha mai allegrezza di pace. Proprio de'tiranni è
il temere. La buona coscienza è sempre sicura. Avvegnachè la sentenze sia più
accomodata a quella conversazione che tratta di materie gravi, nulladimeno
possono adornare molte altre specie di componimenti, e perfino le lettere
famigliari, se ivi con moderazione sieno adoperate. Dico che sieno adoperate
con moderazione, perchè il soverchio uso delle sentenze, anche nelle materie
più gravi, è indizio che lo scrittore vuol ostentare sapienza, e perciò il fa
parere affettato. In cotal vizio cadde ro molli scrittori del secol nostro, i
quali me ritamente furono tacciali di “filosofismo” di Borsa, che in una sua dissertazione ra giopò
del presente gusto degl'italiani. Scon venevolissimo è l'abuso e talvolta anche
l'uso della sentenza pe' discorsi, che trattano di cose mediocri o umili. Ma
che diremo poi росо senno di coloro, che guidano in teatro i servied altre persone
rozze ed agresli a parlamentare ed a spular tondo, come se dal pergamo
predicassero? Questo è modo tanto sconcio, che il volgo slesso ne rimane
infastidito, on d'è qui da passare con silenzio. È da lodarsi segnatamente
nelle opere morali o politiche l'elocuzione, che a quando a quando sia ornata,
ma non tessuta di sentenze, la copia soverchia delle quali, stanca i lettori
invece di sollevarli, come si può sperimentare leggendo le opere morali di
Seneca. Lo scrittore dal quale più che da ogni altro si apprende a fare buon
uso della sentenza, è Cicerone, nelle cui filosofia mai non pare che quelle
sieno condotte nel discorso a pompa, ina sempre vi nascono naturalmenle per
recar luce e diletto. Diciamo alcuna cosa anche del concetto, onde viene grazia
o piacevolezza ai componimenti. Concetto propriamente si dice una certa
proposizione, che per essere nuove ed espresso con brevi parole recano altrui
diletto e maraviglia e scuoprono il sottile ingegno di chi le dice. Ve n'ha di
due maniere. La prima è dei delti gravi, l'altra dei ridevoli, che con proprio
nome si chiama una facezia. Gli uni e gli altri nascono da’ medesimi luo ghi, e
differiscono, secondo Cicerone, solamente in questo: che i gravi si traggono da
cose oneste; i ridevoli da cose deformi o alcun poco turpi: ma pare veramente
che a far ri devole un dello, sia necessario, il più delle 1 volle, che esso
comprenda in sè alcune idee discrepanti congiunte insieme di maniera, che la
congiunzione loro ben si convenga con una terza idea. Ciò sia chiaro per un
esempio. Un buon ingegno de' nostri tempi fcce incidere in rame la figura di un
vecchio venerabile con lunga barba, vestito alla francese, ornato di frangie e
di feltucce e tutto cascante di vezzi, e sotto vi pose queste parole. Traduzione
d' Omero di M. C. Tultii ne fecero le risa grandi. Se il ridicolo di questa
figura consistesse nel solo accoppiamento dell'imagine dell'uomo antico e grave
con quella de' giovani leziosi, ci ſarebbe ridere anche l'imagine di una sirena,
che è composta di due contrarie nature; lo che per verità non accade, ed
accadrebbe solamente qualora si dicesse che la bella donna, che termina in
pesce, figura delle folli poesie ricordate da Orazio nella Poetica. Pare dunque
manifesto che il ridicolo di sì falta deformità si generi dalla convenienza che
è tra esse e la cosa, cui si vogliono assomigliare. Per ciò s'intende quanto
diriltamente Castiglione dichiari che si ride di quelle cose, che hanno in sè
disconvenienza, e par che slieno male senza però slar male. Affinchè prima di
tutto si vegga che da’ luoghi, donde si cava la grave sentenza, si possono ancora
cavare i molli da ridere, re cherò l'esempio, che ne dà Castiglione. Lodando un
uom liberale, che fa comuni cogli amici le cose proprie, si polrà dire, che ciò
ch'egli ha, non è suo: il medesimo si può dire per biasimo di chi abbia rubato,
o con male arti acquistato quello che tiene. Di un buon servo fedele si suol
dire: non vi ha cosa che a lui sia chiusa e sigillata: e que sto similmente si
dirà di un servo malvagio destro a rubare. Le maniere de concelli ingegnosi
sono pres sochè infinile, e di moltissime ha ragionalo Cicerone nel terzo libro
dell'Oratore, ma noi toccheremo qui solamenle alcune principali. Cicerone
distingue primieramente le maniere graziose, che consistono nelle parole, da
quelle che stanno nella cosa, o che si esprimono col parlare continuato. Egli
dice che consistono nella cosa quelle (sieno gravi o piacevoli ), che mulale le
parole non cessano di generare maraviglia o riso: tali sono le narrazioni
verisimili, e fatte secondo il costume e le varie condizioni degli uomini, e di
queste molte ve n'ha nel Decamerone di Boccaccio. Una seconda consiste nella
imitazione de’ costumi altrui fatta per modo di parlare continuato, come quella
che fece Crasso, il quale in una sua orazione contraffacendo un uom supplichevole
con queste parole, per la tua nobiltà, per la tua famiglia, ne imitò cosi bene
la voce e gli alti, che mosse la gente a ridere; e proseguendo, per le statue,
distese il braccio, ed accompagnò la voce con geslo e con imitazione si
naturale, che le risa scoppiarono maggiori. Queste sono le due maniere, che
consistono nella cosa, e che si esprimono col parlar continuato. Quelle che maggiormente
si attengono alla materia che qui si tratta sono le maniere di que'concetti, la
grazia de quali sta nella parola. Recbiamone esempi. Alcuni molli graziosi si generano
in virtù della metafora. Avendo Lodovico Sforza duca di Milano eletta per sua
impresa una spazzetta, con che voleva segare se essere disposto a cacciare dall'Italia
gli oltremontani, domanda alcuni ambasciatori fiorentini, che loro ne paresse.
Quelli risposero. Bene ce ne pare, salvochè molle volle avviene che chi spazza
tira la polvere sopra di sè. Più grazioso ė il motto, quando ad alcuno, che
metaforicamente abbia parlato, si risponde cosa inaspettata continuando la metafora
stessa. Tale si fu detto il Cosimo de' Medici, il quale a' Fiorentini
ſuoruscili, che gli mandarono a dire che la gallina cova, rispose. Male potrà
covare fuori del nido. Anche il paragonare cose vili e piccole a cose grandi è
spesso cagione di ridere, come in questi versi del Berni: E prima, iodanzi
tutto, è da sapere che l’orinale è a quel modo tondo, Acciocchè possa più cose
tenere, E falto proprio come è falto il mondo. Dobbiamo in questa maniera della
facezia guardarci dal fare sovvenire il compagno conversazionale di cose laide
e stomachevoli, affiochè la piacevolezza non degeneri in buffoneria: lo che
sovente accade a coloro, che non sono piacevoli per naturale disposizione. Molti
molti ridevoli si formano per via di iperbole [“Every nice girl loves a
sailor”] accrescendo o diminuendo alcuna cosa. Diminui ed accrebbe a un tempo
le cose Cicerone parlando giocosamente di suo fratello, che essendo di piccola
slatura aveva cinto il fianco di una spada' smisurata. Chi ha, disse, cosi legato
mio fratello a quella spada? Dall’equivoco procede spesso i motti freddi ed
insulsi, ma spesse volte ancora gli arguli. Argulo parmi il seguente in biasimo
di una donna, che fosse di molli. Ella è donna d'assai: il qual molio potrebbe
ancora essere usato per lodare alcuna femmina prudente e buona. Molla venustà è
in que’ delli, che invece di esprimere due cose ne esprimono una sola, per la
quale l'altra s'intende (IMPLICATURA, SOTTITESSO). Assai leggiadro è questo in cui si favella di un'amazzone dormiente,
recato ad un esempio da Demetrio Falereo: in terra aveva posto l'arco, piena
era la faretr, e sotto il capo aveva lo scud: il cinto esse non isciolgono mai.
Similmente è grazioso il nominare con buone parole le cose non buone, come fece
lo Scipione, secondo che narra M. Tullio, con quel centurione, che non si era
trovato al conflitto di Paolo Emilio contro Annibale. Il centurione scusasi di
sua negligenza col dire. Io sono rimasto agli alloggiamenti per farli sicuri; perchè,
o Scipione, vuoi dunque tormi la civiltà? Cui rispose Scipione. Perchè non amo
gl;uomini troppo diligenti. Sono assai argute quelle risposte, per le quali si
DEDUCE da una medesima cosa il contrario di quello che altri deduceva. Appio
Claudio dice a Scipione. Lo maraviglio che un uomo ďalto affare, quale tu sei,
ignori il nome di tante persone. Non maravigliare, rispose Scipione, perocchè
io non sono mai 69 blato sollecito d’imparare a conoscer molti, ma a far si,
che molti conoscano me. Per egual modo Parnone rispose a colui che chiamava
sapientissimo il tempo: Di pari dunque potrai chiamarlo “ignorantissimo”, perchè
col tempo tutte le cose si dimenticano. Il concetto della risposta
conversazionale può essere grazioso solamente perchè racchiude alcun
insegnamento non aspettato da colui che fa la domanda. Fu chiesto ad uno spartano,
perchè si facesse crescere la barba, e quegli rispose. Acciocchè mirando in
essa i peli canuli io non faccia cosa, che all età mia disconvenga. Hauno
grazia similmente alcuni detti, perchè mollo convengono al costume della
persona, alla quale si attribuiscono. Essendo un colal uomo beone caduto
inſermo, era assai mole stalo dalla sete. I medici a piè del suo letto
parlavano tra loro del modo di trargli quella molestia, quando l'infermo disse:
Ponsate di grazia, o signori, a togliermi di dosso la febbre, e del cacciar via
la sete lasciate la briga a me solo. loducono a ridere anche que’ detti, che
procedono da sciocchezza o goffezz, finta o vera che ella sia. Tali sono le due
seguenti terzine di Berni: lo ho sentito dir che Mecenale Diede un fanciullo a
VIRGILIO Marone, che per martel voleva farsi frate; E questo fece per
compassione, ch'egli ebbe di quel povero cristiano, Che non si desse alla
disperazione. si può similmente cavare il ridicolo dalle parole composte di
nuov, che esprimono al cuna deformità del corpo, o dell'animo, come furono
queste usate dal Boccaccio: picchia. pello; madonna poco.fila; lava-ceci; bacia
santi. Si falte maniere, che direi quasi deſormità della lingua, poichè
dall'uso si allonta pano, essendo convenienti alla cosa segnata stanno bene, e
perciò inducono a ridere e han lode di graziose; ma se poi in forza dell'uso
divengono proprie, perdono, a somiglianza delle vecchie metafore, alquanto
della grazia primiera. Osserva Demetrio Falereo che la grazia del detto proviene
alcuna volla dall'ordine solamente, quando una cosa posta nel fine produce un
effetto, che posta nel mezzo o nel principio nol produrrebbe, o il produrrebbe
minore. Egli reca l'esempio seguente di Senofoole, che, parlando dei doni dali
da Ciro a certo Siennesi, disse. Gli donò un cavallo, una vesle, una collana, e
che i suoi campi non fossero guasti. L'ullimo dono è quello dove sta la grazia,
parendo cosa nuova, che si donasse a siennesi ciò che egli possedeva: se quel
dono fosse stalo collocato prima degli altri non avrebbe avuto grazia alcuna.
Bello pel medesimo artificio ci pare un detto di Benedetto XIV. Accomiatandosi
da lui due personaggi di religione luterana, egli avvisa di benedirli e di
ammonirli. Era di vero assai agevol cosa il fare che egli no ricevessero con
grato animo quell'atto di amore paterno: ma il venerabile vecchio ollenne il
buon effetto parlando così. Figliuoli, la benedizio ne de vecchi è acceita a
tutte le genti; il Signore v'illumini. Ingegnosissimo si è que sto detto per
l'ordine suo maraviglioso. Colla prima affeltuosa parola, “Figliuolo,” il papa
procacciasi la benevolenza del compagno conversazionale. Nella sentenza, la
benedizione de’vecchi è accetta a tulle le genti, chiude la prova della con
venevolezza di ciò ch'egli vuol fare. In quel l'io io vi benedico, trae la
conseguenza delle promesse. Nella precazione poi ripiglia la dignità di
pontefice, che accortamente aveva quasi deposta da principio e solto cortesi pa
role nasconde il documento, che a lui si ad dice di porgere a chi è fuori della
chiesa romana. Questo ci basti d'aver ragionato pei delli graziosi e piacevol,
chè il voler parlare di tulle le maniere loro o semplici o miste sarebbe
officio di chi volesse trattare solamente di questa materia: e diciamo con
maggior brevità de’ concetli sublimi. Alcuni haimo chiamato sublime
qualsivoglia concetto, coi nulla manchi di grazia e di perfezione; ina qui si
vuol prendere la parola nel segnato, in che viene usata da ' più de' moderni
reltorici e perciò così detiniamo i concetto sublime. Concetto sublime si
dicono quelli, che rappresentano con brevi parole l'idea di alcuna potenza o
forza straordinaria, per la quale chi ode resla compreso di alla maraviglia.
Tali sono i seguenti. Giove nel primo libro dell'Iliade promette a Teli di
vendicare Achill, e dopo il conforto delle sue parole i neri Sopraccigli inchinò:
sull immortale Capo del sire le divine chiome Ondeggiaro, e tremonne il vasto
Olimpo. Questo concetto, il quale ci fa maravigliare della potenza di Giove,
cesserebbe di essere sublime se con lunghezza di parole fosse segnato: perchè
quella lunghezza sarebbe contraria alla rapidità dell'alto divino e farebbe che
il pensiero del poeta non venisse improvviso alla mente di nostro compagno
conversazionale, che è quanto dire non generasse maraviglia. Sublime è ancora
quel luogo di T. LIVIO nella allocuzione di Annibale a Scipione. Ego Annibal
pelo pacem, poichè la parola Annibal reca al pensiero la virtù, le imprese, la
fero cia di quel capitano. Medesigiamente si fa maniſesta una straordinaria
fortezza di animo ne'due luoghi seguenti. Seneca, nella Medea, fa dire alla
nudrice: Abiere Colchi: conjugis nulla est fides, Nihilque superest opibus e
tantis tibi. Medea risponde: Medea superesto Corneille, ad imitazione di Senec:
Nerine: Dans un si grand revers que vous reste- t- il? Med. Moi. In luogo del
nome di Medea il poeta francese pose il pronone, ed ottenne effetto maraviglioso
e colla brevità e con quella cotal pienezza di suono, che è nella voce “moi”.
Il poeta latino col nome di Medea desta nel compagno conversazionale la memoria
della potenza, della sapienza e della magnanimità di quella maga. Divisata così
la natura de' motti graziosi e piacevoli e de' sublimi, e restando a dire al
cuna cosa dell'uso, che se ne può fare, ripe teremo ciò, che già detto abbiamo
delle sentenze, cioè che lo scrittore si guardi dal fare troppo uso de'
concetti ingegnosi e graziosi e de' sublimi, poichè non è cosa tanto contraria
alla grazia e alla grandezza, quanto l'artificio manifesto e l'affettazione. Le
grazie si dipinsero ignude appunto per insegnare che elle sono nemiche di tutto
che non è ingenuo e naturale. La grandezza similmente non va mai disgiunta
dalla semplicità, e piccole appaiono sempre quelle cose, che sono piene
d'ornamenti; imperciocchè la mente soffermandosi in ciascun d'essi riceve molle
e divise imaginet le in luogo di quella imagine sola, che ci rappresenta la
cosa continuata ed una. Male adoperano coloro che non avendo rispetto alla
materia, di che favellano, nè alle persone ne alla modestia nè alla gravità
conveniente allo scrittore, colgono tutte le occasioni, che loro porgono o le
cose o le parole, per trar materia di motleggiare; perocchè invece di mo strare
acutezza d'ingegno appaiono loquaci ed insulsi. Che dovrà dirsi poi di que, che
abusano dell'ingegno per empiere le scritture di freddi e falsi concelti, di
riboboli, di bislicci e d'indovinelli? di que', che tengono per finis sime
arguzie le allusioni delle parole, che erano la delizia del Marino e de' suoi
seguaci? Diremo che nali non sono per ricreare gli ani mi e sollevarli dalla
fatica, e per indur ſesta e riso, ma per noia, fastidio e sfinimento di chi è
costretto di udirli. Se il discorso si fa strada all’animo per gli orecchi, è
necessario che egli sia accompagnato dall' armonia, della quale niuna cosa ha
maggior forza negli uomini. L'armonia ci dispone al pianto e all'ira, e ci
rallegra e ci placa; e lulle le genti, avvegnachè barbare, sono tocche dalla
dolcezza di lei; laonde gran de mancamento sarebbe, se lo scrittore ad ac
crescere efficacia alle sue parole non se ne valesse. Dalla greca voce d.gpótely
(armosin), che segna connettere, è derivata la voce “armonia”. I maestri di
musica insegnano, che essa consiste nell'accordo di più voci sonanti nel
medesimo punto; ma coloro, che parlano del l'arte retorica e della poelica,
presero questa parola quasi nel significato, che i maestri di musica prendono
quella di melodia, come si vede aver fatto Aristotele, che usò in questa
significazione ora la voce melos, ora la voce armonia. La melodia consiste
nella altenenza, che hanno rispettivamente i gradi successivi di un suono nel
salire dal grave all'acut: e noi direino che rispetto al discorso l'armo nia
sta nell'altenenze delle lettere o delle sil labe o delle parole, che si
succedono con quel la certa legge che si affà alla natura dell'or gano
dell'udito. L'armonia, di che parliamo, è di due maniere, semplice o imitative.
L’una ba per fine soltanto la dileltazio ne degli orecchi, l'altra, oltre la
dilettazione degli orecchi, la imitazione del suono e dei movimenti delle cose
inanimate e delle animate, e quella degli umani affetti: colle quali imitazioni
inaggiormente ella si rende accetta all'intelletto e gli animi sigrioreggia. La
dilettazione degli orecchi si ottiene con parole costrutte e disposte in modo
analogo, come è dello, alla natura dell'organo del l'udito e fuggendo tutte le
voci e tutti gli accozzamenli di esse, che producono sensazio ne spiacevole.
L'imitazione poi si fa adope. rando e componendo suoni o gravi o acuti o inolli
o robusti, secondo che meglio si affanno a ciò che si vuole imitare. Diciamo
alcuna cosa più largamente e dell' una e dell'altra armonia, l’armonia semplice
e l’armonia composita o imitativa. Le parole, le quali, come tutti sanno, si
compongono di vocali e di consonanti, sono più o meno armoniche, secondo che le
lettere delle due specie suddelte si trovano disposte con certa proporzione. Le
vocali fanno dolce il vocabolo le consonanti robusto. Ma le troppe vocali, che
si succedono, producono quel suono spiacevole, che si dice iato; le troppe
consonanti fanno le parole aspre e diſficili a pronunciare: così l'incontro
delle sillabe somiglianti produce la cacofonia, Circa le parole non molto
armoniche, ma approvate dall' uso, diremo chę elle non si banno a rigettare; ma
si deve aver cura di collocarle in guisa, che il loro suono disarmonico serva
al l'armonia di tutto il discorso. Anzi sono da commendare quelle lingue che
ricche si trovano di vocaboli diversi di suono, i quali, giunti insieme con
bell'arte, sogliono rendere maravigliosa l'armonia del conversare. Sebbene,
circa l'arte del collocare le parole con armonia, non possa darsi maestro
infuori dell' orecchio avvezzo alla lettura de' classici scrittori, pure non
sarà del tutto vano il dire più particolarmente alcuna cosa delle parti, onde
l'armonia si coropone. E prima di tutto è a sapere che l’altenenza tra le
lettere, le sillabe e le parole, dalle quali risulta l'armonia, sono di due
ragioni: cioè altenenze di tempo, poichè si pronunciano o in tempi uguali o
disuguali; e attenenza di suono, poichè ogni sillaba differisce dall'altra per
aculezza e gravità e per più o meno di dolcezza o di asprezza. Diciamo prima
delle attenenze di tempo. Pie chiamamo I LATINI quella certa quantità di
sillabe, che pronunciandosi in tempi eguali, si potevano misurare colla battuta
del piede nel modo che oggi ancora fanno i suonatori. E, poichè si
pronunciavano più o meno sillabe (attesa la varia conformazione delle parole)
in ispazi uguali di tempo, avvenne che lunghe si dissero quelle che occupavano
la maggior parte del tempo misurato dalla battuta, e brevi le altre, che
occupavano la parte minore. “Coelum”, per esempio, si compone di due sillabe e
si pronuncia in ugual tempo che ful-mi-na, che è di tre: perciò coelum è un
piede di due lunghe, e ſulmina è un pie de di una lunga e di due brevi. I piedi
sono di molte specie, e ciascuna ha il suo nome. Ve n'ha de' semplici di due
sillabe, che sono o due brevi o due lunghe, una breve e una lunga, o una lunga
e una breve: ve n'ha di tre sillabe, che per la varia combinazione delle brevi
e delle lunghe risultano di otto specie: ve n'ha finalmente più di cento specie
dei composti, cioè formali dall' unione di due piedi semplici.
Dall'indelernipala quantità di piedi disposti con legge analoga alla natura
dell'organo del l'udito umano, la qual legge si sente nell'anima e definire non
si può, nasce il numero; e similmeple dall ' unione determinata di varii piedi,
i versi, che sono molle maniere, se condo la qualità de' piedi, onde sono
composti. Dalla varia qualità e quantità de’ versi nascono poi le differenti
specie del metro. A rendere armonioso il verso si congiunge al pu nero il
suono, che, siccome abbiamo accennato, si genera dalla proporzione, con che
sono di sposte le consonanti e le vocali. Da ciò nasce che, sebbene talvolta i
versi abbiano il medesimo número, non hanno il medesimo suono, ma variano nella
loro armonia maravigliosamente: per la qual cosa interviene che dalla unione di
molti versi che abbiano il medesimo numero, come a cagion d'esempio, di esametri,
si possono generare molle ed assai varie armo pie: la diversa upione di queste
armonie di cesi, “ritmo”. Come nella poesia dal ipovimento di molti versi upili
nasce il ritmo poetico, così da quello di minuti membri d' indeterminala mi
sura nasce quello della prosa, il quale pure è di varie sorla, siccome avremo
occasione di osservare in appresso. Ora veniamo a dire del l'armonia della
favella italiana. Gl’italiani non hanno determinata la quantità nelle sillabe,
come si vede aver fatto i latini, per la qual cosa nemmeno i piedi hanno potuto
determinare. Alcuni letterali del sesto decimo secolo, fra' quali il Caro,
tentarono di rinnovare fra noi i versi esametri ed i pentametri, ma quanto poco
(per la in sufficienza della lingua nostra) al buon volere rispondesse l'effett,
apparirà dai seguenti versi di Claudio Tolomei, i quali, se non sono molto
aiutati dall'arte del recitante, non possono ricevere soavità. Ecco il chiaro
rio, pien eccolo d'acque soavi, Ecco di verdi erbe carca la terra ride. Scacciano
gli alni i soli co' le frondi e co'ra (mi coprendo; Spiraci con dolce fato
auretta vaga. A noi servono invece di piedi le sillabe é gli accenti, e quindi
è che da un determinato numero di sillabe e da una determinata positura di
accenti nasce il numero, onde si generano molte specie di versi. Omettendo le
di spute de'rettorici e le loro opinioni circa questa materia, faremo qui alcun
cenno solamente rispetto agli accenti. Le parole sono di una o più sillabe: se
di una soltanto, l'accento è su quella, come in tu, me, no, si: se di più o
egli è nell'ullima, come in mori, o nella pri 79 ma, come in tempo, o nella
penullima come in andarono, o prima di essa, come in concedea glisi. L’indicati
accento si dice “acuto”, perchè alzano la pronuncia: dove questi non sono, si
trova il “grave”, che l'abbassano. Gli acuto e il grave alzando ed abbassando il discorso, por tano
seco certa proporzione di tempo, e perciò tengono fra noi il luogo de' piedi
Jalini, e formano varie specie di versi, che, secondo, la quantità delle
sillabe, si dicono o pentasillabi o senarii o seltenarii o ottonarii o
novenarii o decasillabi o endecasillabi. Dalle varie unioni di questi nascono i
diversi metri. E il ritmo nasce nel modo, che si è detto parlando della lingua
latina, e circa il verso e circa la prosa. Non si contenta l'animo upano
dell'armonia, onde è ricreato solamente l'orecchio, ma gran demente si piace di
que' suoni, che più vivamenle ci pougono innanzi il segnato; e questo
specialmente egli ricerca nella poesia, la quale o avendo, o mostrando di avere
per suo principal fine il diletto, dee apparire più d'ogni altro discorso
ordinala, e splendida: sarà quindi utile cosa l'investigare quale sia la virtù
imitativa delle parole. Questa e l’armonia imitativa. Dalla mescolanza delle
lettere liquide e delle vocali risulta infinita varietà di vocaboli dell’imitazione
delle grida, de’suoni, de’romori e de’movimenti, e chi, porrà mente alla nostra
lingua troverà, secondo che osserva BEMPO, voci sciolle, languide, dense,
aride, morbide, riserrate, tarde, mutole, rolle, impedite, scorrevoli e
strepitanti. Perciò è che variando la composizione di questi suoni si potranno
ordinare.e versi e ritmi, che ogni grido o romore o movimento vagliano ad imi.
tare. Jofinili esempi bellissimi di si ſalta imi. tazione sono nella Divina
Commedia: ma basti qui la sola descrizione dello strepito, che ALIGHIERI udi
nell'Inferno: Quivi' sospiri, pianti, ed alti guai risonavan per l'äer senza
stelle, Perch'io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle, parole
di dolore, accenti d'ira, voci alte ' e fioche, e suon di man con elle facevano
un tumulto, il qual s'aggira sempre in quell'aria senza tempo tinta, Come
l'arena, quando il turbo spira. Del medesimo genere sono i seguenti versi del
Poliziano. Di stormir, d'abbaiar cresce il romore: Di fischi e bussi tutto il
bosco suon: Del rimbombar de' corni il ciel rintrona. Con tal romor, qualor
l'äer discorda, Di Giove il foco d'alta nube piomba: Con tal tumulto, onde la
gente assorda, dall'alte cataratte il nil rimbomba. Con tal orror del latin
sangue ingorda Sonò Megera la tartarea tromba.Il Parioi ci fece sentir il
guaire di una ca goolina, e il risponder dell' eco in questi bellissimi vers.
Aita, aita, Parea dicesse; e dall'arcate volte a lei l'impielosita eco rispose.
Siccome il succedersi delle parole ora va lento or celere, è manifesto che
questo, che si può chiamare movimento del discorso, ba somiglianza coi
movimenti delle cose, e che per ciò aver dee virtù d'imitare le azioni loro.
Recherò qui per maniera d'esempio alcuni luo ghi cavali da' poeti. Odesi il
furore e l'impeto del vento in questi versi di Dante: Non altrimenti fatto che
d'un vento Impetüoso per gli avversi ardori, Che fier la selva senza alcuu rallento,
E i rami schianta, abbatte, e porta i fiori; Dinanzi polveroso va superbo, E fa
fuggir le belve ed i pastori. Mirabilmente Virgilio descrisse il tumullo dei
venti all'uscire della grotta di Eolo: Qua data porta ruunt et terras turbine
per flant. Incubuere mari, totumque a sedibus imis Una Eurusque, Notusque
ruunt, creber que procellis Africus, et vaslos volvunt ad sidera flu clus.
Insequitur clamorque virum, stridorque rudentum. Fra i versi che esprimono la
caduta de corpi sono bellissimi i seguenti: E caddi come corpo morto cade; il
qual verso è cadente, come il corpo che cade. Insequitur praeruplus aquae mons.
In queste parole di Virgilio si sente il piom bare dell'acqua precipitosa: ed
eccellentemente fece sentire il medesimo suono il Caro: E d' acque un monte
intanto Venne come dal cielo a cader giù. In virtù di quest'altro verso dello
stesso Caro, una nave sparisce in un subito, e si sente il romor dell'acqua che
l'inghiotte: Calossi gorgogliando e s'aſfondò. Lo stesso con una sola parola
lunga e scor revole dipinse il procedere del carro di Net tuno: Poscia sovra il
suo carro d'ogni intorno Scorrendo lievemente, ovunque apparve Agguagliò il
mare e lo ripose in calma. Nelle seguenti parole di Virgilio quasi sen tiamo a
stramazzare il bue; Procumbit humi bos. Dell’armonia che imita gli affetti col
suono, Onde conoscere per qual modo gli affelli vengano imitati dall'armonia,
uopo è d'inve sligare quali altenenze essi abbiano col suono e quali col
namero. In quanto alle altenenze si ponga mente che ad ogni sorta di affetli risponde
un particolar molo del l'organo vocale, per cui si formano voci di verse
secondo la diversità de' medesimi affetli; all'allegrezza risponde il riso,
alla mestizia il pianto; ed il riso ed il pianto si manifestano con suono al
tutto diverso: così presso tutte le geoli la subita maraviglia è significata
dal l'esclamazione ah, ovvero oh; il lamento dall' eh, o dall’ahi; e la paura
dall'uh. Que ste voci, che da principio sono elfelti naturali delle aſſezioni
dell'animo, diventano poi, merce dell'esperienza, segni di quelle: per la qual
cosa interviene che i vocaboli composti di ma, niera, che facciano mollo
sentire il suono di quelle leltere, che alle predette voci primitive si
assomigliano, avranno virtù d'imitare o questa o quella affezione. Le parole,
che s'in, nalzano per la a o per l'o, che sono lettere di largo suono, saranno
acconce ad esprimere l'allegrezza e gli affetti nobili ed alli: quelle, che
declinano per la é e per l'i, che sono lettere di molle suono, saranno
convenienti alla malinconia ed agli umili e miti affetti. [ Omnis enim motus
animi suum quemdam a natura habet vullum, et sonum et gesium (CICERONE, de
Orat. ). quelle, che si abbassano nell' u potranno e sprimere le cose paurose e
le perturbazioni dell'animo, che ne procedono. Questa particolare virtù delle
parole viene poi rafforzata dalle attenenze, che le passioni hanno col numero.
Volgendo la considerazione alle varie passioni, si potrà conoscere che l'
uomo'nell'ira è fatto impetuoso, frettoloso nell'allegrezza, lento nella
mestizia, svarialo nell' amore, immobile nella paura. Quindi av. viene che la
musica non solamente si giova delle note gravi o delle acute, ma delle rapi de
e delle tarde modulazioni a risvegliare ogni sorta d'affetto. A somiglianza di
quest' arte maravigliosa, anche la naturale favella, il suono ed il numero
adoperando, innalza o abbassa gli accenli, rallenta od accelera il corso delle
parole, secondo la natura degli affetti, che di esprimere intende. Con quest'
arte medesima l'accorto scrittore compone i ritmi diversi secondo la tenuità o
la gravità della materia, e secondo le qualità della persona che parla. Ma di
questo avremo altrove occasione di favellare. Ora in confer. mazione di quanto
abbiamo detto intorno gli affetti, recheremo alcuni esempi. Come la lettera a
innalzi il verso e lieto il faccia, si può conoscere da quel solo verso del PETRARCA:
Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono; il qual verso sarebbe rimesso se
dicesse: O voi, che udite in dolci rime il suono; sostituendo 1'i alla a.
Veggasi come Dante seppe significare uno stesso concetto con due diverse
armonie, che rispondono a due diversi affelti. Il conte Ugo lino sdegnalo, e
Francesca d' Arimino dolente dicono all’ALIGHIERIdi esser presti a rispon dere
alla sua domanda. Ma lo sdegnato dice con suono aspro e terribile: Parlare e
lagrimar vedrai insieme; e quella mesta con dolcissimo e tenue suono: Farò come
colui che piange e dice. Maravigliosamente esprime Dante con voci aspre lo
sdegno: E disse, taci, maladelto lupo, Consuma dentro le con la tua rabbia. La
velocità de' pensieri, che procedono dal l'aſſello, apparisce in questo esempio
dello stesso poeta: Dunque che è, perchè perchè ristai? Perchè tanta viltà nel
core allelte? Perchè ardire e franchezza non bai? Un verso, che esprime luogo
pauroso e cupo, si è questo: 10 venni in loco d'ogni luce mulo. Dove si vede
che se Dante, in vece di muto, avesse delto privo, il verso non avrebbe messo
nell'animo quel sentimento d'orrore. La e, che è lettera di suono lento, basso
ed oscuro, rende sommamente imitativi i se gucnti versi: Buio d'inferno e di
notte privata D'ogni pianeta solto pover cielo Quant' esser può di nuvol
tenebrata. In virtù di somiglianli armonie producono gli scriltori que'
maravigliosi effetti, che la più parte degli uomini sentono nell'animo, ene
ignorano il magistero. Di queslo cercai mani. festare la natura, non già perchè
io pensi che colui che scrive debba avere di continuo alle mani la regola; chè
anzi ho sempre creduto la dolcezza e proprietà del suono, al pari d'ogni allra
vaghezza poetica ed oratoria, nascere spontaneamente; ma questo volli fare,
perchè stimai che l'investigar le occulte ragioni del. l'arte aiuti l '
intelletto a dirittamente giudi carne, e quindi a formare quell'interior senso
si necessario a comporre lodevolmente, e quel l'abito, che prendono gli orecchi
alla lettura de'ben giudicati esemplari. Nulladimeno per compiacere agli
orecchi non si vuol mai turbare quell'ordine delle parole, in virtù del quale
diventa chiara l'elocuzione. Se per esprimere qualsisia o movimento o suono od
affello coll'armonia, o per formare un pe riodo numeroso e grave ci faremo
oscuri, nes suna lode al certo ce ne verrà. Nè solamente dobbiam sempre conciliare
l'ordine domandato dagli orecchi con l'ordine sopraddello, ma spesso ancora con
quello, che rende più evi. denti o più efficaci i concetti, del quale ora ci
rimane a parlare, siccome di sopra abbiamo promesso. Parliemo della
collocazione dell’espressione, per la quale si rende ‘efficace’ la mozzione
conversazionale. È manifesto che in ciascun periodo le pa role o le
proposizioni si possono, senza to gliere la chiarezza, alcuna volta posporre o
anteporre l'una all'altra in più maniere; ma è da por mente che, fra le molte
possibili permutazioni, poche sono quelle che meritino di essere lodate, e che
spesso una solamente si è l'ottima. Ho udito dire da molti che il più delle
volte l'ordine migliore delle parole nella proposizione si è l'ordine diretto,
e que sto in verità nell'italiana favella è spesso da preferirsi all'inverso,
segnatamente nei die scorsi didascalici o in quelli ove non si ma nifesta alcun
affetto; ma certo egli è che l'or. dine diretto (prescindendo dai mancamenti
che aver può rispello all'armonia) è alcuna volla degno di biasimo, siccome
freddo ed inefficace. A quale legge dunque dovremo ubbidire, ol. tre a quella
già stabilita circa la chiarezza e l'armonia, nel collocare le parole e le
propo. sizioni a fine di rendere più vive le descri zioni e più efficace
l'espressione degli affetti? La filosofia ci mostra che le idee tornano alla
mente associate in quell' ordine, che vennero all' anima per l'impressione
delle cose ester 88ne, o in quello, che si genera in virtù della forza
particolare di ciascuna idea, essendo che le più vivaci, o quelle che
maggiormente si attengono a' nostri bisogni, si risvegliano pri ma dell'altre;
e questo mostrandoci, ella ne insegna che, se vogliamo fedelmente ritrarre
nelle menli altrui cio che abbiamo veduto o imaginiamo di vedere, v ciò, che
sentiamo, ci è duopo di formare la catena delle parole se. condo quella delle
nostre idee, per quanto il comporta il genio della lingua. Questa verità
verremo ora con alcuni esempi mostrando, Si osservi primieramente nel seguente
esem pio, tolto dall'Ariosto, come nella descrizione delle cose, che non sono
in moto, sieno poste innanzi all'animo dell'ascoltalore quelle idee, che prima
farebbero impressione ne' sensi del riguardante, e poscia succedano a mano a
mano le altre secondo loro qualità e silo: La stanza quadra e spazïosa pare Una
devola e venerabil chiesa, Che su colonne alabastrine e rare Con bella
architellura era sospesa. Sorgea nel mezzo un ben locato altare, Che avea
d'innanzi una lampada accesa, E quella di splendente e chiaro ſoco Rendea gran
lume all'uno e all'altro loco. La prima impressione, che riceverebbero gli
occhi di chi mirasse un somigliante luogo, sa rebbe certamente la forma e
l'ampiezza di esso, e tosto occorrerebbe alla ' mente la cosa alla quale
somiglia, cioè la devota e venerabil chiesa: indi l'allenzione del riguardante
si indirizzerebbe alle parti del luogo più appari scenti, le colonne
alabastrine e rare: queste chiamano il pensiere a fermarsi alcun poco sulle
qualità dell'architellura, indi alle parli. più minute, cioè all'altare, alla
lampada, alla luce, che si spande d'intorno. Quanto giovi disporre le parole
nell'ordine, in che le idee sono naturalmente impresse nei sensi dalle
successive modificazioni delle ester ne cose, si può conoscere da questo
esempio di Virgilio, il quale, volendo rappresentare all'imaginazione nostra il
greco Sinone trallo al cospetto di Priamo, si esprime cosi: Namque ut conspectu
in medio turbatus, inermis Constitit, atque oculis Phrygia agmina circumspexit.
La collocazione di queste parole è secondo l' ordine, nel quale avrebbero
proceduto le sensazioni di colui, che avesse veduto cogli occhi propri sinone,
e che l'imagine di quella vista si riducesse a memoria. La prima cosa, che gli
verrebbe all'animo, sarebbe il luogo ov'era condotto Sipone, conspectu in
medio; indi la persona di lui colle sue più distinte qualità, turbatus, inermis;
poi l'azione, constitit; poi la parte del' vollo, che subito chiama a sè
l'altenzione del riguardante, co Die quella, che è indizio dello stato dell'ani
ma, oculis; poi le cose, sopra le quali gli occhi si volsero, Phrygia agmina;
infine l'ultima e lenla azione degli occhi dipinta colla tarda parola
circumspesil. go Un altro esempio dello stesso VIRGILIO dimo. slrerà come sieno
poste nel proprio luogo pro posizioni e parole. Ecce autem gemini a Tenedo
tranquilla per alla (Horresco referens ) immensis orbibus (angues Incumbunt
pelago, pariterque ad litora tendunt: Pectora quorum inter fluctus arrecta,
jubacque Sanguineae exsuperant undas: pars cae lera pontum Pone legit,
sinualque immensa volumine lerga. Fit Sonitus, spumante salo, jamque arva
tenebant; Ardentesque oculos suffecti sanguine et igni, Sibila lambebant
linguis vibrantibus ora. و Colui che fosse presente al descritto caso,
osserverebbe primamente di lontano due cose indistinte venir del luogo che gli
fosse al co spetto, gemini a Tenedo; indi le acque per le quali nuotassero,
tranquilla per alta; al l'avvicinarsi di quelle due indistinte cose, egli
comiocerebbe a distinguere il loro divincolare; poi ecco che le due cose, che
da prima indi stinte si mostravano, si vedrebbe essere due serpenti, angues, i
quali più s'accostano e più li vedi, e più discerni l'azione loro; prima del
gittarsi sul mare, poi del girarsi al lido, incumbunt pelago, pariterque ad
litora lendunt; ed a mano a mano più visibili la. cendosi le qualità de'
serpenti, si vedrebbero i pelti erti sui flutti ed alte le creste sangui. gne,
e il rimanente de'corpi con grandi volute nuolare, pectora quorum ec.
Finalmente udi rebbe il suono dell' acque, e ne vedrebbe le spume. Pervenuti al
lido i serpenli, discerne rebbe i loro occhi ardenli e sanguigni, ne
ascollerebbe i fischi, e vedrebbe a vibrare le lingue, fit sonitus ec. Per
l'addotto esempio maniſestamente si vede che nel collocare le parole secondo la
catena di quelle sole idee, che verrebbero al. l'animo di chi il descritto caso
avesse veduto, sta l'arte di rendere evidenti le descrizioni: di qualità che
all'uditore sia avviso non di udir raccontare ma di vedere cogli occhi pro pri.
Nel rappresentare colle parole le sole idee che vengono naturalmente all'animo
di chi mira le cose, e di chi è mosso dagli affetti, consiste l'arte del
particolareggiare: chi tra passasse Test limite cadrebbe nella prolissi tà, e
nella minutezza, la quale rende stucche voli que' poeti che eccessivamente
particola reggiando si pensano di produrre l'evidenza. Siccome poi le cose
hanno più o meno di forza sull'animo nostro a misura che più o meno vagliano a
concitare l'amore o l'odio, o a mettere timore; così interviene talvolta, che
esse al tornar che fanno alla mente tengono quell'ordine, che è secondo i gradi
della ri. spettiva loro forza. Perciò è che qualvolta le idee in virtù delle
parole sieno ordinate con formemente a siffatta legge, il discorso è caldo e
passionato; e freddo e di nessun efletto se l'ordine delle parole discorda da
quello delle idee. Nel libro IX dell'ENEIDE veggendo Niso l'amico EURIALO già presso
ad esser morto dai Rutuli, cosi esclama: Me me (adsum qui feci), in me conver:
tite ferrum, O Rutuli, mea fraus onnis: nihil iste nec, ausus, Nec potuit:
coelum hoc, et conscia si dera testor. Volendo il poeta esprimere le veemenza
della passione di NISO, soppresse il verbo interficile, e pose innanzi alle
altre la voce me quarto caso, poichè la prima idea, che viene all'animo del
giovanetlo, si è quella della propria persona, che egli vuole sacrificare per
l'amico suo; poi vengono le altre parole ordinata Diente seguitando la della
legge. Similipente PETRARCA: E i cor, che indura e serra Marle superbo e fero,
Apri tu, padre, inlenerisci e spoda. Se invece egli avesse dello: Apri tu,
padre, intenerisci e snoda I cor, che indura e serra Marte superbo e ſero,
l'elocuzione sarebbe riuscita fredda, perciocchè la prima imagine che si
presenta al commosso animo del poeta, sono i cuori, i quali egli con quelle
prime parole quasi pone innanzi a Dio, affinchè si piaccia d'intenerirli.
Accade alcuna volta che lo scrittore vuole accrescere vigore alla propria
sentenza, e in questo caso non dee disporre le sue parole a modo, che
all'uditore paia di aver inteso tutto al prinio detto, ma far sì, che le idee
vengano all' animo di lui crescendo gradatamente, come nel seguente esempio: Tu
se' buono, santo, divino. E in quest'altro del Boccaccio: Ri. prenderannomi,
morderannomi, lacereran nomi costoro. Similmente metterà bene il collocare l'ay
verbio dopo il verbo e l'addiettivo dopo il sustantivo, qualvolla sieno posti
nel discorso alfine di accrescergli vigore. Perciò è che me. glio si dirà: io
ti amerò sempre, che io sempre ti amerò: è facile il sentire come questa
seconda collocazione riesca fredda. Molli preclari ingegni, e Ira questi il
Caro, hanno biasimato il Boccaccio, perchè troppo frequentemente pone il verbo
alla fine del pe riodo; e per verità l'hanno biasimato a ragio ne; perchè non
solo con ciò si toglie al di. scorso la varietà, ma anche perchè il più delle
volle si viene a turbare la naturale associa zione delle idee. Alla quale
associazione se porrà mente lo scrittore troverà sempre molivo onde approvare o
disapprovare l'ordine che egli avrà posto nelle sue parole. Lunga opera sarebbe
il trattare qui minutamente questa materia e il prescrivere le regole
applicabili a tutti i casi particolari; queste si possono age volmente dedurre
dalla regola generale, che abbiamo assegnata, e perciò stimiamo che qui 94
basti fare qualche altra osservazione intorno ad alcuni luoghi, ne'quali il
verbo è posto in ultimo. Avendo il principe Tancredi, presso il Boccaccio,
rimproverato Ghismonda di avere eletto per suo amatore Guiscardo di nazione
vile, e non uomo dicevole alla nobiltà di lei, così ella, rinfacciandogli il
fatto rimprovero, gli dice: in che non taccorgi che non il mio pec cato, ma
quello della fortuna riprendi. Qui chiaro si vede che se Ghismonda avesse dello:
non taccorgi che non riprendi il mio pec cato, ma quello della fortuna, avrebbe
par. lalo freddamente. Il figliuolo di Perolla, in LIVIO, sdegnato che il padre suo gli abbia
inpedito di uccidere Annibale, si volge alla patria dicendo: O PATRIA FERRVM
QVO PRO TE ARMATVS HANC ARCEM DEFENDERE COLEBAM HODIE MINIME PARCENS QUANDO
PATER EXTORQVE ACCIPE. Ne'due citati luoghi son poste innanzi le idee, che
prima si presentano all'animo passionato di colui che favella, e in ullimo è il
verbo, che apporta luce alla MENTE SOSPESA dell'ascoltatore. Se T. LIVIO avesse
detto: O Patrin, accipe ferrum ec., oltrechè avrebbe parlalo fuori del modo
naturale di colui che ha l'animo commosso, avrebbe ancora mancato di
quell'arte, che l'attenzione altrui si procaccia: imperciocchè qualvolta egli
ci porge innanzi il ferro, col quale il giovane vuole difendere ostinatamente
la rocca, subito la mente sta attendendo impazientemente che cosa esser debba
di quel ferro; e, poiché ode la risoluzione di esso giovane, resla preso da
subita maraviglia e ne riceve diletto. Nel collocare le parole secondo la
catena delle idee, si vuol porre grande cura di conciliare quest'ordine con
quello che è richiesto dall'orecchio e dal genio della lingua, al quale non si
può contrariare. Qualvolta lo scrittore ciò pervenga ad ottenere, sembra che le
sue parole siensi di persé poste al luogo loro, e che chiunque avesse voluto
dire la stessa cosa l'avrebbe detta a quel modo. Questa si è quella facilità,
che molti avvisano di poter conseguire, ma spesso invano a ciò si affaticano e
sudano. Parliamo del carattere del discorso. Avendovi posti innanzitulli gl’elemenli,
onde si compongono accade ora di ragionare più parlicolarmente delle leggi
della CONVENEVOLEZZA, o sia del DECORO. Come dalla mescolanza de'sette colori
fatta con legge si genera la varietà e la vaghezza nella imagine delle cose dal
pittore imitate, cosi dalla mescolanza degl’elementi predetti, similmente fatta
con legge, nasce la varietà e la venustà della conversazione. Colui che si
facesse ad accozzare e ad ammassare alla rinfusa parole nobili, modi urbani,
mela fore, traslali, igure, sentenze, ec., verrebbe certamente a comporre di
buona materia as sai deforme Perſella riuscirà posizione, allorchè le parole e
i modi e l'armonia e le figure verranno e ben divisale le une con le altre e
lulle insieme, SECONDO I FINI che lo scrillore si propone, secondo la materia
della quale savella, secondo la condizione sua e di coloro che l'odono, secondo
i luoghi in cui parla; chè in queste tutte cose consiste IL DECORO. Dal decoro
nasce la leggiadria, che risplende nelle più belle opere dell'arle, e senza di
esso nessuna cosa al mondo è pregevole. Conciossiachè poi varii sono I FINI speciali,
che lo scrittore si propone, varii i subbielli, di che può ragionare, varie le
umane condizioni e le circostanze, conseguita che varii pur sieno i generi e le
specie de' conponimenti per loro proprio carattere distinti. Il qual carattere,
per le cose delle di sopra, definiremo nel modo seguente: Il carattere del
discorso si è la contemperanza degli ele nepli, da ' quali risultano la CHIAREZZA
e l'ornamento, fatta secondo la legge del decoro. E perciocchè la principal
legge del decoro si è quella, che riguarda IL FINE CHE CI PROPONIAMO QUANDO
ALTRUI MANFESTIAMO I NOSTRI CONCETTIi, a questo volgeremo tosto la nostra
considerazione. Chi scrive intende o a convincere o ä PERSSUADERE o dilettare altrui. Secondo questi tre fini
nasceno tre generi di scrivere o tre caratteri si diversi, che vogliono essere
di stigli e particolarmente considerati; cioè il filosofico, il PERSUASIVO, il
poetico. Di questi diremo prima alcuna cosa in generale, indine accenneremo le
specie. In quanto al carattere del discorso filosofico, Ufficio de'flosofi si è
il mostrare altrui la verità, e perciò le loro scritture intendono a fare che
il lettore od ascoltatore non sola. menle venga di buona voglia nella sentenza
a lui esposta, ma che sia costretto anche suo malgrado a vevirvi, che è quanto
dire ch'egli rimanga convinto. Se pertanto ci verrà fallo di scuoprire quella
virtù del linguaggio, per la quale si genera il convincimento, ci saranno
subito manifeste le qualità, onde il carallere filosofico si distingue dagli
altri. Il convincimento si genera nell'animo o qual volta per via de' sensi
percepiamo l’ATTENENZA ſra alcune qualità, e in questo caso diciamo esser
convinti dal fatto, o qualvolta ci vien posta innanzi una serie di proposizioni
insieme collegate e procedenti da una o da più altre conformi a'falli, le quali
si chiamano principii; ed in questo secondo caso diciamo di essere CONVINTI CON
EVIDENZA DI RAGIONE. A costringere l’animo con questa evidenza intendono i
filosofi, ed a tal fine son loro necessarii i vocaboli di singolare
significazione ed i modi precisi; imperciocchè se nella catena delle
proposizioni che formano il ragionamento, una sola vi fosse di perplesso
significato, o che accrescesse o menomasse di un solo elemento iniportante
alcuna idea, si mulerebbero le attenenze delle dette proposizioni, dal che
procederebbe l'errore, come accade nelle operazioni aritmeliche, qualvolta, no
solo numero si ponga iu luogo di un altro, Se agli uomini venisse dalo (che Dio
volesse) di ordinare la lingua italiana a modo che dalle percezioni delle
qualità semplici delle cose fino alle più complesse idee d'ogni maniera non
fosse vocabolo di mal fer ma significazione, non sarebbe malagevole il
ragionare dirittamente in qualsivoglia altra Ina teria, come si ragiona nella
matemalica; inn perciocchè in virtù de'segni ben determinali si verrebbe al
conoscimento delle attenenze delle idee complesse grado per grado fino ai loro
principii; e per tal forma ciascuno potrebbe sempre rendersi certo della
enunciata verità. Da tutto ciò si raccoglie che nella precisione delle parole e
dei modi sta la virtù di convincere; e che perciò essa precisione esser dee la
prerogativa dello scrivere filosofico. L'uso della metafora pertantoe delle
figure può divenire larghissima fonte d'errori, per ciocchè è facile che
l'animo umano ingannato dalle similitudini, di che si formano le metafore, e
commosso dagli artificii travegga, e quindi si faccia a comporre le nozioni,
non secondo la natura delle cose, ma secondo le apparenze e la capricciosa
indole della fantasia. Il sistema del Malebranche, ch'ebbe tanti se.guaci e
disputatori (per lacere di molli altri ) procede da una similitudine. E si
dovrà dunque nello scrivere insegnali vo schivare ogni metafora ed ogni figura,
e renderlo secco e ruvido, come quello de'ma temalici? V'hanno certamente
alcune malerie (e tale è per avventura la ideologia ), le quali richieggono un
linguaggio pressochè simile a quello della geometria o dell'algebra; ma non è
perciò che le altre parti della filosofia, ed anche talvolta la stessa austera
scienza delle idee, non dimandino ornamento sobrio e ve recondo. Niuna materia
filosofica vuol essere molto mollo fregiala, acciocchè il verisimile, in forza
degli artifizii oratorii, non venga ad invadere. il luogo del vero, nė paia che
il filosofo voglia invescare e prendere altrui: nulladimeno è necessario che a
quando a quando l'intelletto del leggitore, affaticato dal lungo ragionare,
trovi riposo, e venga alleltato, senza che la esposta verità rimanga oscurala.
Perciò il filosofo collo schivare le parole barbare, rance, oscure e
disarmoniche toglie ogni ruvidezza al suo discorso, e gli da grazia e
leggiadria convenevole co' modi urbani e gentili, colle vereconde metafore
scelte a maggiore schiarimento di quanto per le parole ben determinate e
espresso; colla BREVOTÀ e colla varietà de'modi, con alcune naturali figure,
quale sarebbe l'interrogazione, e specialmente coll’armonia facile e piana, e
con tutti gli allri modi naturali alla temperata favella. Questo carattere
filosofico e si ben divisato da CICERONE, che io stimo convenevole cosa di
recare le sue parole temperata e famigliare è l'orazione de’ filosofi: non è
composta di modi popolari; non è legata a cerle regole d'armonia, ma discorre
liberamente. Niente sa d'iralo, niente d'invidioso, niente di inirabile, niente
di astuto. Casla, vereconda, quasi pudica vergine, onde piuttosto ragionamento
che orazione può nominarsi. Parliamo del discorso di carattere PERSUASIVO o PROTETTICO [Grice –
‘protreptic’]. Poichè abbiamo dato contrassegno del carattere filosofico, veniamo
a fare il medesimo della mozzione conversazionale persuasiva. “Persuadere” (“to
influence and being influenced”) segna propriamente far credere altrui alcuna
cosa; dal che manifesto apparisce essere grande la differenza tra il “convincimento”
e la “persuasion”. Perchè siamo CONVINTI è forza che conosciamo ogni
proposizione che compone un ragionamento fino alla prima percezione, dalle
quali dipende il principio fondamentale di quello. Perchè siamo “PERSUASI” basta
che il ragionare abbia per fondamento o l'opinione o l'apparenza o l'autorità
(non come l’intende Courmayeur). Molti dicono, a cagion d' esempio, di essere “PERSUASI”
che il sole si giri intorno la terra, ed altri che la terra si volga intorno al
proprio asse. Gl’uni prestano fede all'apparenza, gli allri al detto degl’uomini
sapienti. Ma di quello che credono non sanno porgere altrui vera dimostrazione.
Da questo esempio, e da infiniti altri, si può vedere che la PERSUASINE non è
sempre generata dal conoscimento – o sceinza, ma credenza -- di ogni
proposizioe che si richieggono nella
dimostrazione, e che per conseguente a trarre le volontà, ed a tenere le menti
del più degl’uomini, non importa semipre il dimostrare sollilmente alla maniera
del filosofo, ma giova di far uso di qualsi voglia verisimile principio: di
comporre imaginazioni che abbiano faccia di verità: di adoperare figure che,
perlurbando l'aninmo di nostro compagno conversazionale, conformino i pensieri
di lui secondo la nostra volontà di guisa, che, se egli sia per venire nella
nostra sentenza, precipitosamente vi corra. Ma tutte queste cose si vogliono
adoperare a modo, che il discorso abbia sempre apparenza di vera dimostrazione;
perciocchè l’uditore di qualsivoglia condizione sempre domanda al conversatore
che sia loro mostra la verità. Converrà quindi dedurre il discorso, per natural
guisa e chiaramente, e da esso rimovere ogni proposizione ed ogni artificio,
nel quale apparisca alcuna ombra di falsità. Primo ufficio del conversatore si
è il provare la sua proposizione nella divisata maniera. Secondo, il dilettare.
Terzo, il commovere; accorgimento si richiede nelle prove; sobrieta dell’ornamento
che intendono al diletto; veemenza nel concitare l’affeto. Con queste arti si perviene a trionfare ed a
governare la volontà di nostro compagno conversazionale. Per le cose dette si
conosce che il conversatore, comechè dice di voler dare esatta dimostrazione di
quanto afferma, questo non fa sempr: del che si può aver prova nella disputa,
che fa in contraddilorin, per le quali talvolta appaiono vere due sentenze, una
delle quali, essendo opposta all'altra, deve di necessità esser ſalsa
(reduction ad absurdum, introduduzione della negazione). Non è dunque l'arte
della conversazione veramente l'arte di dimostrare (prendendo questa parola
nello stretto segnato del filosofo) ma, come la define Dionigi d'Alicarnasso, “l'arte
di farsi credere”. Ma qui potrà per avventura sembrare che, avendo io nel sopra
indicato modo divisata la natura di una mozzione conversazionale persuasiva, de
abbia fat 10 un'arte d'inganno. Chi però cosi pensasse а porterebbe opinione falsissima;
perciocchè non si ſa inganno agl’uomini adoperando a bene quell'arte, che sola
si conſà all'indole della più parte di essi. Pochi sono coloro, che possono
essere falli capaci della verità per via di sollile ed esatto ragionamento;
anzi avviene il più delle volte che, sembrando molti falsissimo il vero e piacesse
a Dio che così non fosse), è forz, per guadagnare l'opinione foro, venire ad
alcuna utile verità per le strade del verisimile; e questo non è certo
ingannare, ma giovare la umana famiglia. Vero ufficio dei conversatori si è l '
usare l'eloquenza non ad inganno, ma per indurre gl’uomini a fuggire il vizio,
a seguitare la virtù e la verità; per metter fine alle conlese, per sedare i
tumulti, per sollevare l'autorità della legge contro il volere di coloro, che
il privato bene antepongono a quello della repubblica: che se alcuni malvagi
intellelli abusano di tutte le arti civili, dovremo per questo sbandirle da
Roma e ricondurre gli uomini a viver di ghiaude? Finalmente e la mozzion
conversazionale di carattere poetico, come in Heidegger. La poesia fou dai
ROMANI inventata per proprio diletto, e poscia dagli autori della vila civile
ad ammaestramento di esso popolo adoperala. Piacque ad aleuni a solo ricreamen
to dell'animo usarla, ma i più nobili poeti sotto il velame delle favole, delle
imitazioni e dei mirabili concetti pascosero la dottrina, e con locuzione
accesa nella fantasia e con soavi armonie si aprirono la strada alle menli
volgari, le quali all'insegnamento dei filosofi sarebbero stale ritrose. Per lo
che niuno può dubitare che chiunque si dispone a fare una mozzione
conversazionale poetica non debba cercare di piacere alla più parte degli
uomini. Questo fece ad imagine degli antichi il nostro Alighieri, la cui divina
Commedia leggevano anche le persone d'umile condizione, e ne traevano documenti
a ben vivere. Questo ſecero l'Ariosto e il Tasso, e cosi dee fare chiunque ha
vaghezza di essere salutato un autore di una mozzione conversazionale poetica. Se
dunque investigheremo quali sieno quei modi che dilettano il più degli uomini,
e quali sieno que' che li noiano, giungeremo a conoscere quali convengano e
quali disconvengano al carattere della mozzione conversazionale poetica. E
primieramente e palese che le espressione apportano diletto e colla materiale
struttura loro e colla qualità delle idea, che recano alla mente; perciò è che
l'essere del carattere poetico dall'una e dall'altra di queste cose dovrà
generarsi. Una delle qualità necessarie alla mozzione conversazionale poetica
sarà dunque la più squisita armonia, onde siano dilettati i sensi ed appagato
l'intelletto in virtù della imitazione. Dell'armonia abbiamo dello abbastanza,
perchè passeremo tosto a dire della natura delle idee dilettevoli. Il diletto
si genera negli animi da ciò che, dolcemente i sensi movendo, fa operare la
mente senza tenerla in fatica: e perciò è che le imagini dei corpi diversi e
tulte quelle cose e que’ concetti, che hanno virtù di risvegliare gli affetti,
ci recano maraviglioso piacere e le idee astratte all'incontro non lo ci
recano, perciocchè, se non sono mollo complesse, fanno lieve impressione
nell’animo; se molto complesse, abbisognano di molta attenzione, e perciò
affaticano la mente. Proprii, saranno dunque del carattere poetico i vocaboli e
i modi acconci a svegliare ad un tempo la rimembranza di molte sensazioni
dilettevoli ed a concitare le varie passioni ed a rendere sensibili coll'aiuto
delle similitudini tolte dalle cose corporee i più sottili concetti della
mente. Cogli aggiunti opportunamente scelti vengono segnata la passione o l’azione,
e gli usi delle cose e le qualità loro proprie, le quali in virtù dei soli nomi
sustantivi non verrebbero all'animo di nostro compagno conversazionale, o ci
verrebbero debolmente; perciò al poeta conviene l'adoperare essi aggiunti più
frequentemente che all'oralore, quale dipinge meno parli colarmente le cose,
siccoine colui che non ha per fine principale il diletto. Colla metafora si dà
corpo a una nozione astratta, coi tropi si pone dinanzi agli occhi della mente
quella sola parte o qualità dell'obbietlo, che prima si presenterebbe al senso
di colui che cogli occhi del corpo il mirasse. Adoperando i predetti modi, si
perviene a dare a’ concetti intellettuali forma sensibile guisa, che nostro
compagno conversazionale, direi quasi, non più per segni percepisce le cose, ma
le vede, e con mano le tocca. Affincho palesemente si vegga questa prerogativa,
che sopra tutt e rende il carattere poetico distinto dagli altri, recherò ad
esempio alcuni concetti intellettuali, convertendoli in forma sensibile. Tutti
i viventi muoiono. La sede del romano impero fu da Costantino trasferitu a Bisanzio
Il popolo facilmente mula consiglio. Quello ch' ei fece dai tempi di Romolo,
sino a quello dei Tarquinii. Quello concetto si dice intellettuale, siccome
quelli che si denno giudicare secondo il segnato proprio di ciascuna parola;
sensibili saranno, qualvolla sieno espressi di maniera che giudicare si debbano
secondo l'apparenza o la similitudine, siccome divengono i predelti Trasformandoli
nel modo seguente. La morte batte egualmente alle capanne de poveri ed a’
palagi de’ re. Posciachè Costantin lo quila volse contro il corso del ciel, che
la seguiu Dietro quel grande, che Lavinia Wolse. Infida è ľaura popolare. E
guel cliei fe' dal mal delle Sabine Al do Tor di Lucrezia. Queste finzioni che
assai di lettano, e perchè contengono manifeste similitudini e perchè racchiudono
veri intellettuali concetti, sono talmente proprie della mozzione
conversazionale poetica, ch'elle sarebbero sconvenevoli nei discorsi, che non hanno
per fine primario il diletto. Come queste poi si addicano più a cerle specie,
che a certe altre, vedrenio a suo Juogo. Ora bastea di avere in genere contra-segnata
la natura del carattere poetico, onde apparisca che tengono mala strada coloro,
i quali cercando "fama tra i poeti fanno pompa ne’loro versi di dottrina e
di soltile ingegno, ed espongono i loro pensieri con ordine troppo minuto e
distinto. I concetti che si cavano dall’intrinseco della filosofia, recanó seco
molta oscurità e difficoltà, specialmente quando vengono segnato co' vocaboli e
commodi loro proprii, e perciò sono contrarii al diletto, che è il fine del
poet, o, come altri vuole, il mezzo necessario ad indurre il giovamento. E
quando si dice che il poeta dev'essere filosofo, non si vuol dire che a modo
dei filosofi debba scegliere, ordinare e segnare il concetto, ma che egli usi
molto di filosofia nello scegliere le materie più utili agli uomini, e nel dare
a quelle e forma e veste conveniente alla natura di ciascuna. Che se talvolta egli
vorrà togliere alcun concetto dalla filosofia, lo toglierà dalla superficie e
non dal profondo seno di lei, in quel modo, che ha fatto il Petrarca, qualvolta
si è giovato della filosofia di Platone, come si vede nel seguente esempio. Per
le cose mortali, che son scala al fattor chi ben le stima, D'una in altra
sembianza potea levarsi all'alta cagion prima. E in altri luoghi moltissimi si
vede con qual arle e cautela dalla flosofia nella poesia egli abbia trasportati
i concetti, gli abbia temperati ed ornati, sicchè non hanno nè ruvidezza alcuna
nè oscurità, ma naturalezza, novità, e magnificenza, che sono qualità popolari,
che è quanto a dire poetiche. C’e una e altra specia del discourse di carattere
filosofico. Le materie, intorno le quali cade l'insegnamento, sono: la
matematica, la fisica, la metafisica, la morale, la politica, l'arte oratoria e
la poetica, le arti liberali e le meccaniche, e tutte le conoscenze che da
queste principali procedono, ciascuna delle quali essendo più o meno astratta,
richiede o maggiore o minore soltigliezza d'ingegno e forza di attenzione in
chi le consider: per la qual cosa interviene che dovendo i conversatori usar
parole e modi con venevoli alla natura di ciascuna delle dette materie, ne risultano
diverse specie di caratteri insegnativi più o meno austeri. Rispelto poi alle
persone, cui vuolsi mostrare la verità, giova osservare che elle sono di due
maniere. Alcune letterale ed alcune mezzanamente istruite. Alle prime, che sono
avvezze al ragionamento, si converrà stretto sermone: più diffuso alle altre,
le quali hanno bisogno che le cose sieno esposte loro per minuto, ed anche
talvolta per via di similitudini e di esempi chiarile. Per tal cagione il
discorso filosofico prende spesso alcuna delle forme del persuasivo, senza mai
perdere però la precisione, che forma l'essenziale sua proprietà. Di tal sorta
sono molte mozzione conversazionale indirizzati all'insegnamento de' giovani, e
i dialoghi e le epistole filosofiche, le quali vengono usate affinchè certe
materie depongano alquanto della nativa loro austerità, ed allin cbè i
conversatori affaticati trovino riposo nelle digressioni e in altre parti
accessorie. C’e una e altra specia di discourse di carattere pesuasivo o
protrettico. Se al mondo fossero uomini dirittamente sapienti e perfettamente
savi, sicchè astuzia e lusinga di oratore non potessero negli animi loro, vana
riuscirebbe l'arte del persuadere, perciocchè tutti richiederebbero di essere
convinti con precisa e poco adorna favella: ma Blo non sono quaggiù nel mondo
cose perfette, e perciò è che, sebbene tutti gli uomini avvisando di poter
essere condotti alla verità per via di vera dimostrazione, sdegnino i manifesti
artificii; pure non v'ha alcuno, che vaglia a resistere alla seduzione di
astuta eloquenza; dal che si ricava che l'arte del persuadere si può adoperare
con ogni sorta di persone; po pendo menle però che quanto maggiore negli ascoltanti
è l'aculezza dell'intelletto e la sapienza, altrellanto esser deve la cura
nell'ora tore di occultare l’artificio. Dovranno dunqne i modi del discorso
persuasivo tanto più avvicinarsi a quelli del filosofico, quanto piu le
persone, cui si favella, sono sapienti ed arcorte; ed all'incontro tanto più
dovranno lingersi, direi quasi, del COLORE (Farbung) poetico, quanto nel
conversatore è minore l'altitudine ad argo nentare sottilmente: e la ragione di
questo si è che, a misura che negli uomini manca l'acı fezza dello intelletto,
cresce la forza della fan. tasia, dell'opinione e delle passioni. Ma no è
perciò che, anche favellando a sì falte persone, debba l'oratore ornare il
discorso d'imagini fantastiche a modo che esso perda le apparenze della buona
dimostrazione; essendo che' il popolo stesso, il qual pure, come è detto,
presume di sapere ragionare sottilmente, sde gna quella orazione che gli par
vuota di ragioni. Dovrà dunque il discorso persuasivo aver sempre l'aspetto di
vera dimostrazione; ma colale aspetto poi sarà diverso, secondo la maggiore o
minor perspicacia delle persone, che si vogliono persuadere, le quali si
possono dividere in tre schiere. La prima è degli uomini letterati: la seconda
degli uomini che banno convenevole discrezione di mente: la terza del popolo
basso. Per le quali tre schiere tre specie di carattere PERSUASIVO procedono.
La prima partecipa alquanto delle qualità del genere filosofico: la terza di
quelle del poelico: la seconda è stile medio e media fra le due. Della prima
specie e l’allegazione, che l’avvocato pronuncia al cospetto de' giudici; della
seconda i discorsi morali, la storia, l’elogio, ed altre opere intese a
persuadere circa il giusto e l'onesto le persone discrete; della terza la
predica e la allocuzione e il parlamento, che si fanno al popolo ed a; soldati.
Siccome poi varia si è la condizione delle persone che favellano, e varie le
cose di cui si può favellare, interviene che secondo queste e quelle verrà il
carattere PERSUASIVO a dividersi in altre specie: e perciocchè le per le cose
si possono considerare di tre ragioni, cioè di nobili, di mezzane e di umili,
piacque a' retorici di restringere sotto tre soli nomi i molli membri del carallere
persuasivo, e questi sono: il sublime, il temperato ed il tenue. Che a ciascuna
di queste specie si addicano e voci e modi particolari, è facile comprendere e
chi non vede che al discorso rivolto a celebrare le lodi di un eroe o di un
sapiente si convengono maniere diverse da quelle, che sarebbero accomodate a
descrivere o a lodare l’amenità della villa? Che la lettera famigliare intenla
a persuadere qualsivoglia verità ad alcuno, dev'e di natura diversa dall' orazione
che tralla della cosa medesima? Paren sone e I 2 domi che qui non sia bisogno
di allargarsi troppo in parole, una sola cosa ricorderò, cioè, che von
solamente si addicano a cfascuna spe. cie particolari maniere, ma ancora
particolare collocazione di parole e particolare armonia. Imperciocchè l'animo
di chi favella, essendo secondo i varii casi o tranquillo o perturbato, o
elevato o umiliato, non è dubbio che, nel seguitare questi diversi affetti,
variamente si devono ordinare le idee, e colle idee le paro le, e che
similmente dee variare l'armonia, se vero è ch'ella soglia naturalmente,
qualvolta favelliamo, accompagnare i moti dell'animo, Oltre di che vuolsi
considerare che que' che parlano alla moltitudine, o scrivono cose da
proferirsi ad alla voce, sogliono muoverla e modularla con diverso andamento da
quello che userebbe colui, il quale famigliarmente ragionasse e tranquillamente
in angusto loco alcun fatto narrasse; e perciò il ritmo di que ste due specie
di favellare è fatto diverso dalla necessità di pronunciare a modo, che le
nostre parole sieno ascoltate volentieri, e quan do in luogo pubblico di gravi
negozii a molti parliamo, e quando in camera a pochi di qual sivoglia materia.
Quale sia poi quella deter minala armonia, che in ciascun caso convenga,
insegnare uon si può. Qui basti l'avvertimento, chè l’esempio de classici
scrittori assai meglio ne può ammaestrare. Penso che sia convenevole cosa il
collocare fra le specie del carattere persuasivo anche quello che si addice
alla istoria; e ciò per le seguenti ni. Uſlicio dell'istorico si è di produrre
coll'insegnamenlo la prudenza civile e militare, il che si ottiene col porre
innanzi all ' animo del lettore i fatti importanti e le cagioni e gli effelli
di quelli. Al qual line, è mestieri di descrivere avvenimenti d'ogni ma piera e
particolari e generali, assalti, uccisioni, incendii, battaglie, saccheggi,
trattazioni, páci congiure, delilli e
virtù; di palesare nelle concioni poste in bocca ai re, ai magistrati, ai
capilani, i gravi consigli e i documenti della politica; di esprimere i
caratteri delle passioni, e di usare le più luminose sentenze. Le quali tulle
cose vogliono essere significate con modi che varino secondo il variare della
maleria. Comechè uguale a sè medesimo sia sempre il carattere della storia,
cioè grave, siccome si addice a chi le gravi cose racconta, certo egli è che
secondo la differenza degli avvenimenti dovrà variare nel sostenersi e nello innalzarsi,
ed apparire nelle concioni più alto ed eſti cace, nelle descrizioni più ameno
ed ordinato, e spesso più veemenle nella persona degli uo mini ivi introdolli a
parlare, ma sempre temperato in quella dello scrittore, che da ogni parteggiare
dee mostrarsi lontano. Non può dunque convenire al caraltere storico nè
l'autorità filosofica, la quale sarebbe contraria alle malerie, nè la poetica
pompa, che torrebbe fede alla narrazione; perciò é forza che gli sieno proprie
le prerogative generali del ca. rattere persuasivo, dal quale differisce sola
mente per le qualità speciali di sopra accennale. C’e una e altra specia del
discourse di carattere poetico. Se ſu bisogno dividere in alcune specie il
carattere persuasivo a cagione della maggiore o minore altitudine delle menti
umane a di scerncre la verità, ciò non occorrerà circa il carallere poetico;
imperciocchè tanto gli uo. mini di sottile ingegno, quanto quelli, in cui la fantasia
prevale all'intelletto, hanno tulli dinanzi al poela una medesima disposizione.
Se il popolo porge orecchio alle finzioni noe. tiche, quasi come a cose vere, i
sapienti le riguardano come simboli della verità e quasi come leggiadri sogni
della filosofia, e in questo loro dolce ricreamento sdegnano ogni austerilà e
fino l'apparenza delle faticose forme filoso. fiche. Perciò è palese che il
poeta rivolge sem. pre le parole ad vomini, i quali, sieno di qual sivoglia
condizione, amano che la mente loro şia condotta ad operare senza fatica. Da
que. sto si ricava che ogni specie di carattere poe tico dovrà avere sempre la
prerogativa di schivare, come dicemmo di sopra, le idee che tengono in falica
l'intelletto, e rappresentare quelle, che vestile di forme sensibili, eserci.
citano la imaginativa. Non sarà dunque diviso in ispecie questo genere per
rispelto della diversità degl'intel letti, ma della condizione del poeta o
delle persone che introduce a parlare, e delle varie cose, che ei ſa subbietto
del canto. Ma, prima di entrare in questo proposito, parni che sia da togliere
una falsa opinione circa la natura della poesia. Sono alcuni i quali avvisano
che 115 ma il l'essenza di lei consista nel metro, e fra que sti è il
Melaslasio, il quale nella sua esposi zione della Poetica d'Aristotele sostiene
che la lavella metrica, per essere l'istrumenlo con che l'imitazione si fa, ne
forma l'essenza. Ma io domanderei voleplieri a coloro che cosi la pensano, qual
nome vorrebbono dare all’ENEIDE tradolla in favella sciolta dal metro? Le daranno
per avventura nome di prosa? L’espressione “prosa” altro non segna che discorso
senza metro, e per ciò verranno a dire solamente che quell'illustre racconto è
fatto sce. mo di quella sola qualità, di che grandemente si diletta l'orecchio,
ma non già di tutte le altre, che stabiliscono la natura dei discorsi composti
a fine di diletto. Dal che appare manifesto che un altro general nome è bisogno
per distinguere i discorsi composti per dilettare. E quale è a ciò più
accomodalo vocabolo che quello di poesia? L’espressione “poeta”, secondo sua
origine, significa facilore o vogliam dire fabbricatore; e perciò poesia sonerà
lo stesso che fabbricazione o finzione, e tali sono di necessità quasi tutti i
discorsi, che si compongono a fine di dilellare, essendo che il nudo vero non è
dilettevole sempre e in ogni sua parle: perciò Varchi dice nell'Erco laro, che
il verso non è quello che faccia principalmente il poeta; e che Boccaccio
talvolla più poeta si mostra in una delle sue Novelle, che in tutta la Teseide.
Ed Orazio afferma che a distinguere la poesia da ciò che essa non è, basta
disgiungerne le membra, cioè loglierle il metro, e allora si vede
manifestamente che il carattere non le si toglie. Conchiudiamo pertanto, che il
metro induce diſſerenza di specie ma non determina la natura del genere; e
stabiliamo che a tutti i discorsi che
hanno per fine il dilettare con metro o senza, si conviene il nome di “poesia”.
Ora veniamo alle specie. Talvolta il
poeta rappresenta la persona d'uomo, che cantando, dice laudi degli Dei e degli
Eroi; talvolta quella, ch'esprime i moti dell'allegrezza, dell'affanno o dell’amore,
o solamente gli scherzevoli con cetli. Le poesie di questa maniera solevano
dagli antichi essere cantate sulla “lira,” e perciò presero il pome di “lirica”,
e tuttora il conservano. Varie essendo le passioni e le cose che esprimere si
possono dal conversatore lirico, interviene che ancora il canto si divide in
varie specie, che tutte poi si riducono a tre, come nel carattere persuasivo:
cioè al sublime, al mediocre ed al tenue. Ciascuno di questi canti ha qualità
sue proprie. Magnificenza e gravità di mod, di sentenze e di arinonia, e splendore
d'illustri parole e di concetti fantastici convengono a chi celebra le laudi
degli Dei e degli Eroi, ed esprime alte e generose passioni: più tenui maniere
e parole e più soave armonia a chi esprime gli affelli meno gravi e canta di
subbielli meno nobili: quegli poi, che dice i mili affetti o gli scherzi o le
umili cose, avrà nelle sue parole piacevolezza e semplicità da ogni fasto
lontana, ed armonia soave e varia, ma sempre tenue. Alla detta varietà
d'armonie, mirabilmente poi servono i metri, alcuni de' quali portano
secofl'umiltà, altri la mediocrità, altri l'allezza dell'armonia. Sono molti
esempi di questa varietà in Petrarca, Si ponga mente ai modi, al metro, al
ritmo delle due canzoni d'amore, una delle quali comincia, Chiure, fresche e
dolci ucque; e l'altra, Di pensiero in pensier, di monte in monte; e si vedrà
la prima essere in tutte le sue parti piena di soavità, di gentilezza e di grazia,
e l'allra di robustezza e di gravità. Talvolta il poeta narra gl ' illustri
ſalli; tal volla i mediocri; e talvolta i piacevoli: indi si generano i poemi
epici, i romanzi, i poemi burleschi e le novelle. Talvolta poi introduce a
parlare o le persone illustri o le mediocri o le umili, e quindi provengono le
tragedie, le commedie, le egloghe pastorali e le pisca torie. Ognuna di queste
specie, siccome è pa lese, ha modi ed armonia convenevole alla maleria ed alla
condizione delle persone. Perciò è che il poeta, specialmente nella tragedia,
nella commedia e nell' egloga, ove se medesimo nasconde introducendo altri a
par lare, dee rendere alquanto umili i modi, l'ar monia di guisa, che lo
spettatore, ascollando le tragiche persone o le coniche, abbia a dire: così
parlerebbero gli uomini di questa o di quella condizione, se loro naturale
favella fos sero i versi. Giovi questo generale avverli mento, perciocchè non
si possono mostrare i certi limili, fra i quali dee slarsi ciascuna spe 118 rie.
Tutte hanno nell'intero loro corpo faltezze particolari, alle quali colui che
ben vede di stintamente le raffigura: pure a quando a quando or questa or
quella viene a parteci. pare dell ' altrui colore di guisa, che l'epico nelle
forti passioni innalza le parole e i modi al pari del cantore degl'inni; e il
più sublime lirico parra alcuna volla, siccome fa l'epico. Lo stesso interviene
delle allre specie, fra le quali per fino la commedia talora si leva a
gareggiare colla Tragedia, e la tragedia al dire l'Orazio, spesso, si duole con
sermone pe destre. Nelle opere dell'arle, siccome in quelle dels la nalura, si
scorge infinita diversilà, ma per questa spesso non è tolto che moltissimi indi
vidui della medesima specie, sebbene molto dissimili, non sieno egualmente
belli e prege voli. Questo vedesi manifestamente per le la vole colorite da'
celebri dipinlori, de'quali uno essendo il fine, cioè quello dell'imitare la
bella natura, non in tutti una apparisce la sembianza del loro dipingere.
Raffaello, Correggio, Domenichino, Caraccio, Tiziano e Paolo, i quali cerlo non
mancano nelle regole invaria bili dell'arte, sono fra loro assai differenti.
Tutti mostrano invenzione lodevole e lodevole composizione, belle forme, ben
disposto colo. rito e conveniente a ciascuna cosa: tutti esprimono i costumi e
gli affelli, ma ciascuno d'essi ſa delle predette e di altre virtù una cotale
mislura, che siamo condolti a dire che nessu. 1 Til no di loro ha la maniera
dell'altro, comechè Tulli sieno eccellenti. Questa, che i pillori chia mano
maniera, è similmente comune a' filosofi, agli oratori, agli storici ed
a'poeli. Quanti scriltori sono tenuli meritevoli di pari commendazione, sebbene
tale fra loro sia la diſſerenza, che spesso ciascuno solamente a sè me, desinio
ed a nessun altro assomiglia? La rinsposizione dell'ingegno e delle affezioni
dela l'animo, che in ciascun uomo è diversa, è cagione che le dette maniere sieno
di numero pressochè infinito. Alcuno de' famosi scriitori ha il pregio della
perspicuità, alcuno della eleganza, allri della grazia, altri dell'aculezza.
Questi è grave e maestoso: quegli delicato e molle: chi è breve e robusto: chi
copioso, chi úrbano e chi veemente: ma tali poi sono tutti, che, se alcuno di
noi desiderasse di ottener gloria di ottimo scrillore, sarebbe incerto a quale
di loro volesse essere somigliante. L'accennata maniera particolare, per la
quale ciascuno scrittore è distinto dagli altri, si è quella che gli antichi
chiamarono “stile” (cf. Tannen, Conversational style), prendendo questa voce
dall'istrumento che per iscrivere adoperavano. La stessa parola “stile”, presa
più largamente che non fanno i filosofi, segna comunemente il carattere in
genere o in ispecie: ma è palese che, filosoficamente parlando, si è bene d'usarla
nel senso leste dichiarato. Ond'è che assai propriamente diremo in generale,
carattere filosofico, caruilere persuasivo o poetico; ed in ispecie carattere
oralorio, lirico, epico, tragico, sublime, medi cre e tenue: e stile di
Demostene, di CICERONE, di Ortensio, di Omero, di VIRGILIO: percioc chè nei
primi fu il solo carattere persuasivo, negli altri il poelico; ma in ciascuno
ebbe una particolare maniera, che modificando il carattere, l’essere suo non
gli tolse. E chi volesse invesligare le cagioni da che proceda colale maniera,
che stile si appella, vedrebbe ch'elle sono le qualità dell'intellello, della
fantasia di ciascuno scrillore, e le qualità degli affetti, a cui egli ha l'
animo disposto: laonde volendo dare alcuna definizione dello stile, paroi che far
si potesse nel modo seguente. Lo stile si è il carattere modificato secondo le
qualità dell'intellelto, della fantasia e degli affelli dello scrittore. Parliamo
sommeramente del modo di acquistare la qualita necessaria a conversare
civilmente. Ora che abbiamo poluto conoscere che cosa sia lo stile, non sarà
indarno l'investigare co me si possa acquistare forza, grazia e vaghezza nello
scrivere; e che è quanto dire come si possa formare lo stile convenevole e
pulito. Se lo stile si genera per la qualilà dell ' in tellelto, della fantasia
e degli affetti dello scrit tore, vera cosa è che, a formarlo convenevole e
pulito, bisognerà rendere perfette le mento vate tre cagioni il più che si può.
L'uomo nasce fornilo dell'intelletto, cioè della facollâ di sentire, di
percepire, di alten. dere, di paragonare, di giudicare, di astrarre, di
ricordarsi, di imaginare, ma d'uopo è che queste lacollà vengano poscia diriltamente
usate ed esercitale, onde sia generala quella virtù pressochè divina, che si
appella la ragione, la quale consiste nell'abito di. paragonare in sieme i
sentimenti distinti dell'anima e le idee, di derivar dai falli pariicolari le
nozioni gene. rali; di anteporre o posporre le une alle altre, di congiungerie
o di separarle, secondo la con venienza o disconvenienza loro, e secondo i loro
gradi di più o di meno. A formare que sl’abito, sarà bisogno di studiare le
opere de' filosoti, che trattano soltilmente delle cose na lurali, delle
proprietà dell'intelletto e del cuore umano; di apprendere l ' istoria, senza
la co gnizion della quale, al dire di Cicerone, l'uo mo si rimane sempre
fanciullo; di osservare la nalura, di pralicare fra le diverse condi. zioni
degli uomini, e di operare ne privati negozii e ne' pubblici. Ad arriccbire
l'imagi. nativa, la quale è l'abito di recare all'animo la reminiscenza delle
qualità sensibili che più ci muovono e dilellano; di congiugnere insie me con
verisimiglianza quelle, che sono di. sgiunte in nalura, e di significare per
siinili tudine delle cose corporee i concelli astralli, non solo metterà bene
di leggere gl'inventori di nuove e vaghe fantasie, ina di por menle a tutto ciò
che ai sensi porge diletlo, sia nelle azioni degli uomini e degli anigali sia
nel l’esteriore aspelto e movimento delle cose inanimate; e soprattullo gioverà
di ben con siderare le somiglianze che fanno fra loro le cose di qualsivoglia
genere e specie; chè que sto si è il fonte, dal quale si derivano le vuo ve e
maravigliose metafore. Di molla ulilità sarà poi all'intellelto ed
all'immaginativa lo sludio de' precelli dell'arte oratoria e della poetica, i
quali, essendo il compendio di quanto ove i filosofi hanno osservato intorno le
cagioni, onde piacciono e dispiacciono le opere degli scrillori, apportano
quella luce, che un uomo solo nel breve spazio della vila studierebbe indarno
di procacciarsi colla sola virtù del proprio ingegno. Vuolsi però sull'osservanza
de'precelli avvertire ciò che nell'arle poetica osserva Zanotti; cioè che le
cagioni del piacere e del dispiacere trovate da’ filosofi, essendo cagioni
universali ed indeterminale, mostrano bensi i luoghi, non vogliono che si
ecceda o si manchi, ma non prescrivono poi a qual segno si debba giugnere o
rimanere, per non ecce dere o non mancare; ond' è che, a fare buon uso del
precello, è bisogno di quella discre. zione, che si acquista con lungo sludio e
fatica. Rispetto agli affelli, io mi penso che, sel) bene sieno da natura, pure
a conciliarli in al trui grande aiuto si possa trarre dall'arte. Se l'amore,
l'odio, l'ira, la mansuetudine, la misericordia ed allre affezioni dell'animo
na. scono da cagioni determinale, come per eseni. pio l'amore da bellezza e da
virtù, l’odio da male qualità del corpo o dell'animo altrui, non v'ha dubbio
che gli aſſelti medesimi si deb bono in chi legge risvegliare per virtù della
viva' rappresentazione di quelle cagioni: dal che si raccoglie che lo
scrittore, considerando le varie disposizioni degli uomini passionali, e le
cagioni, per le quali la passione si genera, avrà materia onde gli animi
perlurbare. Cosi per aiuto dell'arte verrà ad operare in altrui quell'eſello, che
imperſellamente avrebbe operalo mercè della sola naturale sua disposi. zione.
Da quanto è dello apparisce che la scienza avvalora l'intellelto e
l'immaginativa, ed aiuta a muovere gli affetti, e che perciò ella si è il fonte
dello scrivere rettamente. La scienza poi è generala negli umani intellelli da
due cagioni: queste sono: la naturale disposizione delle organo corporale e
l'azione delle cose esterne sopra di esso; sì falte ca. gioni sono di necessità
diverse in ciascuno; perocchè non è da credere che si possano tro vare due
corpi nella stessa maniera conforma li; ed è poi certamente impossibile che uno
riceva dalle cose esterne nell'animo le mede sime impressioni che un altro. Per
la qual cosa avviene che diversa in ciascuno si generi la scienza, e quindi
diversa la forza dell'in gegno e dell'imaginaliya, diversa la qualilà degli
affetti, e per conseguente anche lo stile, che da queste procede, deve riuscire
diverso. Dal che si vede che imprendono opera dispe rala coloro, che si affaticano
ad imitare lo stile d'altri. E alcuni pur sono che andando passo passo sull'
orme di ALIGHIERI, del Petrarca o del Boccaccio, avvisano alla costoro gloria
di per venire; ma le opere loro per verità, in fuori di un poco di pulita
buccia, niun sugo hanno. Che cosa dovremo dunque apprendere dagli scrittori?
Rispondo che si vuole apprendere la lingua e i modi acconci ad esprimere chia
ramente, ornatamente e convenevolmente i no stri concelli. Da questo scrillore
ci sludieremo di procacciare una cosa, da quello un'altra, a seguileremo sempre
la nostra natura, secondo l'esempio di Dante, il quale lasciò scritto di sè: lo
mi son un che, quando amore spira, nolo, ed a quel modo che delta dentro, vo
significando. Che se allrove disse a VIRGILIO: Tu se' lo mio maestro e lo mio
autore, Tu se' solo colui, da cui io loisi Lo bello stile, che mi ha fallo
onore, non intese già d'avere tolto al maestro la ma niera propria di quel
poeta, ma sibbene la qualità, onde il carattere poetico é differente dal
filosofico e dal persuasivo. E chi è che pon senta la differenza che è dallo
stile di Dante a quello di Virgilio? Rimane per ultimo a dire degli autori, che
coloro che amano di scrivere nell'italiana favella, devono scegliere a maestri.
Nulla dirò dello studio della lingua greca e della latina, perciocchè essendo notissimo
che nell'una e nell'altra scrissero coloro, che insegnarono a tutto il mondo, e
che questa nostra da quelle procede, ciascuno conosce di per sé quanta ulilità
trarre se ne possa. Mi ristringerò dunque a fare alcuna parola de' solo il
conversatore italiano, che agli altri si devono preporre. E prima è a sapere
che nel secolo XIV alcuni prosatori ed alcuni poeti diedero al volgar nostro
tanta proprietà e grazia, che nessuno ha poi polulo eguagliarli: che nel secolo
XV questo volgare ſu quasi abbandonalo per soverchio amore della lingua latina
e per pusillanimità degli uomini d’Italia: che nel secolo XVI ſu dal Fortunio e
dal Bembo ridollo a regole deter. minate; e da molti ſu nobilmente adoperato in
varii generi di scritture: che nel secolo XVII fu da talupo acconciamente
impiegato ed ar ricchito di voci perlinenti alle scienze, fu da alcun altro
scrillo con eleganza, ma venne da moltissimi in parte corrotto e rivolto in
vanilà di falsi concelli: che nel XVIII finalmente ſu da pochi bene usato, e da
moltissimi con pa role e modi forestieri vituperato. Tale essendo stata la
fortuna di questa bellissima lingua, chi potrà dubitare che oggi non sia a noi
sa lutevole il consiglio, che ci porgono gli uomini sapienli, cioè quello di studiare
agli antichi esemplari? Se nel buon secolo della lingua la lina si stimava
essere opera di gran probllo ai giovani il molto leggere gli antichi scrittori
del Lazio, quanto maggiormente non si dee credere che lo studiare i nostri sia
per giovare a noi, che viviamo in un secolo, ove gl'ita liani, pressoché tutti,
più delle cose forestiere che delle proprie dilettandosi, scrivono sì, che
punto non pare alle loro scritture che sieno stali allevati in Italia?
Verissimo si ė (anche parlando delle arti) quello che dicono i politi ci, cioè
che qualvolta le cose sieno pervenule a corruzione, bisogna richiamarle ai loro
principii. Questa sentenza dovrebbe essere dinanzi all'animo di tutti coloro,
che amano il profitto de' giovani nelle lettere umane; pure sono al cuni cbe,
deridendo coloro che studiano i lesti della lingua, dicono essere sciocchezza
il darsi tanto pensiero delle parole ogni qualvolta si 1centisti, abbia cura
dei concelli; come se il recare alla mente altrui i nostri concelli non dipenda
dalla virtù di ben accoviodate parole. Colali persone, avendo posla loro usanza
o ne' soli domestici negozii o in alcuna scienza o arte, nè mai data opera allo
studio della lingua, vilipendono ciò che non conoscono, e perciò, non avendo
au. torità, non meritano alcuna risposta. Tutti gli uomini di mente discreta
non si maraviglie ranno, se qui vengono consigliati i giovanetti a studiare
prima nelle opere de’ trecentisti, ne’ quali è dovizia di vocaboli proprii e di
forme gentili, e chiarezza e semplicità e urba nità e maravigliosa dolcezza, ed
a riserbare agli anni loro più maturi lo studio dei cinque che scrissero
eloquentemenle di cose gravi e magnifiche. Ma per avventura alcuno dirà: non
dobbia. ino noi essere intesi dagli uomini del nostro secolo e cercare di
piacer loro seguendo l'usanza? Perchè dunque vorremo che la gioventù studii
ancora quelle opere, ove si trovano, ol tre le voci ed i modi, che sono fuor
d'uso, e barbarismi e pleonasmi e solecismi ed equivocazioni, e talvolta negligenza
e stranezza nel costrutti? Perchè non vorremo consigliarla piullosto a leggere
i soli scrillori del cinquecento, i quali seguitando le regole grammati. cali
dettate dal Fortunio e da Bembo, non solo scrissero correttamente, ma
trattarono eloquen temente di varie ed importanti materie? A queste obbiezioni
risponderemo che si dee se guire l'usanza, del buon conversatore, l'usanza del
volgo; che non si vuole negare che in molle opere del trecento non si trovino
ma non fra la copia delle maniere proprie, nobili e graziose, varii difelli; ma
che per questo non ci rimarremo da consigliare la gioventù di avere sempre caro
sopra tutti quel secolo beato, e di leggere per tempo i suoi eccellenti
scrittori, poichè ci teniamo certi che quanto è difficile il rendersi famigliari
e domestiche le maniere native e gentili, altrettanto è facile di perdere
l’abito di peccare contro la grammatica e contro l’uso. La predetta virtù non
si può acquistare se non con lungo esercizio: il diſello si può togliere assai
agevolmente dopo lo studio della grammatica, e dopoche per la filosofia e per
la erudizione ci verrà dato di ben conoscere il valore delle parole e di ben
distinguere la lingua nobile dalla plebea, e le maniere, che per vecchiezza ban
no perduta la grazia e la forza pativa, da quel le che sono ancora belle ed
efficaci. Quanto allo studio de'cinquecentisti, non du bitiamo che ei sia per
essere ulilissimo, essen do che molli eccellenti scrittori di quel tempo
adoperarono la lingua, che appresero da Alighieri, da Boccacio, da Petrarca e
dagli altri tre centisti, emulando mirabilmente i romani in molli generi di
scrilture: ma teniamo per ſermo che convenga alla gioventù di avvezzarsi al
candore ed alla semplicità del trecento prima di cercare lo splendore, la ma
gnificenza, la copia e l'altezza de' pensieri nei cinquecentisti. Perciocché
lulti coloro, che sfor zano di parere magnifici e splendidi primaché dalla
filosofia sieno ſalli ricchi di cognizioni, fanno l'orazione loro bella nella
buccia, una nell'intrinseco vana e puerile. Non potendo i giovanelli esprimere
con verila se non quei pensieri e quegli allelli, che sono proprii del la
tenera età, troveranno assai comodale al bisogno le parole ed i modi usati
da'trecentisti, la più parte de'quali, come que' che vissero nell'infanzia dell'italico
sapere, scrissero di tenui materie. Verrà poi quel tempo maturo, in che
a'giovani farà mestiero di alzare a'gravi concelli lo stile, ed allora
apprenderanno da Guicciardini gravità e nerbo; dal Segretario fiorentino
sobrietà ed evidenza; dal Carocopia, efficacia e gentilezza; da Casa splendore
e magnificenza; da GALILEI ordine e precisione; d’Ariosto e da Tasso i pregi
lulli, ond' ė divina la poesia. Ma allo studio di quesli e degli altri molli,
che fecero glorioso il secolo di papa Leone, non avranno l'animo ben di. sposto
se non coloro, cui prima sarà piaciuto di allingere ai puri fonti del trecento,
da'quali derivarono i sopraddetli abbondantissimi fiumi. Questo, o Giovani, è
quanto ho stimato op portuno di porvi dinanzi per indirizzarvi nel cammino
delle lettere, alle quali inolti vanno per vie distorte e per lo contrario. Vi
ho mo strato quali sieno gli elementi dell’ELOCUZIONE; come nel contemperarli
secondo le leggi del decoro si loronino i varii caratteri; e final. mente come
lo stile proceda da naturale di sposizione e come col sapere si perfezioni.
Darò fine coll'avvertirvi, se vero è che la scienza e l'esempio fanno l'arte, è
vero altresì che arte senza uso poco giova: onde, se dallo stile cercate onore,
vi sarà bisogno di neditare mollo, di leggere molto e di scrivere mollissimo. Ricerca
Sinestesia (figura retorica) Questa voce sull'argomento retorica è solo un
abbozzo. Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni La sinestesia (dal
greco syn, 'insieme', e aisthánomai, 'percepisco') è una figura retorica, in
particolare un tipo di metafora ("metafora sinestetica"), che prevede
l'accostamento di 2 parole appartenenti a due sfere sensoriali diverse. Ha
largo uso in poesia ed in genere nella versificazione: «L'odorino amaro»
(Giovanni Pascoli, Novembre.) «Voci di tenebra azzurra.» (Pascoli, La mia
sera.) «Venivano soffi di lampi.» (Pascoli, L'assiuolo.) «Urlo
nero» (Salvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici.) Tra le canzoni, si
può citare Il sogno di Maria di Fabrizio De André: «Quando mi chiese:
"Conosci l'estate?" io per un giorno per un momento, corsi a vedere
il colore del vento.» È usata anche nella lingua di tutti i giorni
("colori caldi", "giallo squillante" ecc.) e quindi anche
in prosa. NoteModifica ^ Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di
stilistica, Milano, Arnoldo Mondadori Wikizionario contiene il lemma di
dizionario «sinestesia» Portale Linguistica: accedi alle voci che
trattano di Linguistica Ultima modifica 2 mesi fa di Nima Tayebian, Enfasi
Sinestesia pagina di disambiguazione di un progetto Wikimedia Analogia
(retorica) Figura retorica Wikipedia Il contenutoWikipedia Ricerca
Sinestesia (psicologia) fenomeno sensoriale/percettivo Lingua Segui Modifica
Avvertenza Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non
essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono
il parere medico: leggi le avvertenze. La sinestesia è un fenomeno
sensoriale/percettivo, che indica una "contaminazione" dei sensi
nella percezione. Il fenomeno neurologico della sinestesia si realizza quando
stimolazioni provenienti da una via sensoriale o cognitiva inducono a delle
esperienze, automatiche e involontarie, in un secondo percorso sensoriale o
cognitivo. Possibile visione dei mesi dell'anno da parte di una
persona soggetta al fenomeno della Sinestesia Descrizione generale del
fenomenoModifica Con il termine "sinestesia" si fa riferimento a
quelle situazioni in cui una stimolazione uditiva, olfattiva, tattile o visiva è
percepita come due eventi sensoriali distinti ma conviventi. Nella sua forma
più blanda è presente in molti individui, spesso dovuta al fatto che i nostri
sensi, pur essendo autonomi, non agiscono in maniera del tutto distaccata dagli
altri. Più indicativo di un'effettiva presenza di sinestesia è il caso in
cui il percepire uno stimolo (come ad esempio il suono) provoca una reazione
netta e propria di un altro senso (ad esempio la vista). Per "forma
pura" si intende la sinestesia che si manifesta automaticamente come
fenomeno percettivo e non cognitivo. Il fenomeno è involontario, ma una
maggiore attenzione prestata dal soggetto può evocarlo con maggiore
consapevolezza, al punto che il sinestesico puro, vedendo i suoni e sentendo i
colori, può riuscire a trarre vantaggio da queste contaminazioni sensoriali; un
compositore che sfruttava questa sua capacità fu Messiaen, così come il pittore
Kandinskij, che affermava di poter sentire la voce dei colori, che per lui
erano suoni, entità vive e lo spiega bene nel suo libro Lo spirituale
nell’arte. Un altro sinestesico fu il pittore e musicista lituano, Mikalojus
Konstantinas Čiurlionis. Il compositore russo Skrjabin era particolarmente
interessato agli effetti psicologici sul pubblico quando sperimentavano suoni e
colori contemporaneamente. La sua teoria era che quando si percepiva il colore
giusto con il suono corretto, si creava "un potente risonatore psicologico
per l'ascoltatore". La sua opera sinestetica più famosa, che viene
eseguita ancora oggi, è Prometeo: il poema del fuoco. Ma la lista degli artisti
sinestesici è molto lunga, infatti le ultime ricerche affermano che il fenomeno
sinestesico interessi il 4% della popolazione e di questo 4% la maggior parte
sono artisti. Un'altra caratteristica della sinestesia è poi che si presenta a
volte nelle persone mancine, o in concomitanza con altre caratteristiche come
l'allochiria (confusione della mano destra con la sinistra), scarso senso
dell'orientamento, dislessia, deficit dell'attenzione e, raramente, autismo.
Spesso la contaminazione sensoriale avviene a direzione unica: ad esempio, se
vedo una nota musicale come un colore, non è detto che vedendo quel colore la
mia mente evochi quella nota. Questa è una delle caratteristiche della
sinestesia percettiva, l'unidirezionalità. Secondo lo storico Angelo Paratico
il mancino Leonardo Da Vinci era affetto da sinestesia. Esperienze di tipo
sinestetico possono essere indotte in maniera artificiale, mediante l'uso di
sostanze allucinogene, sostanze stupefacenti come l'LSD, esperienze di
deprivazione sensoriale, meditazione, ed in alcuni tipi di malattie che
colpiscono la corteccia cerebrale. Questo tipo di sinestesia è detta
pseudosinestesia, in quanto è indotta o non presente dalla nascita. La
sinestesia acquisita sembra riguardare solo le forme di sinestesia percettiva,
e non sono stati documentati casi di sinestesia concettuale acquisita. Le
persone che hanno esperienze sinestesiche nella "forma pura" sono un
numero relativamente ridotto. Studi recenti hanno mostrato una certa
variabilità: 1 ogni 2000 1 ogni 200 Queste esperienze sono quotidiane ed
iniziano sin dall'infanzia. Molti sinestesici si sorprendono scoprendo che
questa esperienza non è provata da tutte le persone. L'esperienza
sinestetica è composta da due elementi: L'evento induttore (inducer).
L'evento concorrente (concurrent). Per esempio, può accadere che un sinestesico
descriva il suono (inducer) del proprio bambino che piange come un colore
giallo sgradevole (concurrent). La relazione tra un inducer e un concurrent è
sistematica, nel senso che a ogni inducer corrisponde un preciso
concurrent. Grossenbacher et Lovelace (2001), distinguono due tipi di
sinestesia a seconda che l'inducer sia percettivoo concettuale.
Sinestesia percettiva: l'inducer è uno stimolo percettivo (per es. la vista di
lettere produce anche la vista di colori "collegati"). Sinestesia
concettuale: i concurrent sono prodotti dal pensare a un particolare concetto
(per es: numero, mese dell'anno, posizione nello spazio). Si utilizza intensivamente
la sinestesia anche nella terminologia utilizzata nella degustazione o
nell'analisi sensoriale. Basi genetiche della sinestesiaModifica
Purtroppo con le competenze scientifiche attuali non è possibile identificare
singoli loci genici che determinino con certezza questo fenomeno
neurocognitivo. Il fenomeno è più probabilmente dovuto a un complesso
meccanismo neurale e non a singole proteine codificate da parti di genoma. In
ogni caso interessanti esperimenti di neuroimaging paiono confermare tale
fenomeno. Sinestesia: grafema-coloreModifica Ramachandran e i suoi
collaboratori hanno notato che la forma più comune di sinestesia è quella
grafema(lettera, numero) - colore e infatti i rispettivi centri cerebrali sono
molto vicini tra loro. Tecniche di neuroimmagini (es. risonanza magnetica
funzionale) hanno permesso di individuare il "centro del colore" (es.
Zeki et Marini, Brain), l'area V4 nel giro fusiforme. L'area dei grafemi
è stata anch'essa individuata nel giro fusiforme, in particolare nell'emisfero
sinistro vicino all'area V4. L'area si attiva sia in seguito alla presentazione
di lettere sia in seguito alla presentazione di numeri. L'ipotesi di
Ramachandran è che ci sia una attivazione congiunta. La presentazione di un
grafema fa attivare l'area dei grafemi, che fa attivare contemporaneamente
anche l'area del colore, anche senza la presenza di uno stimolo. Questo è
dovuto ad un eccesso di connessioni tra le due aree, non presente in tutte le
persone. Le connessioni che si hanno alla nascita sono un numero
superiore di quello che si trovano in un cervello adulto. Quello che avviene
nei primi mesi di vita è un processo definito pruning (potatura, sfoltimento)
delle connessioni cerebrali. L'ipotesi di Ramachandran è che le connessioni tra
area del colore e area dei grafemi, che normalmente subiscono un processo di
pruning, rimangono invece intatte nei sinestesici. Probabilmente per una
mutazione genetica che fa fallire il processo di pruning. Esisteranno delle
regole che in seguito all'esperienza permetteranno di sviluppare connessioni
particolari tra area dei grafemi e area del colore. Questo spiegherebbe perché
ad un grafema viene sempre associato un certo colore. Ramachandran
ipotizza che l'attivazione del giro fusiforme non implichi un arrivo alla
coscienza delle informazioni. Perché sia possibile essere consapevoli
dell'informazione percepita si dovranno attivare altre aree superiori.
Tuttavia, Grossenbacher sostiene che la sinestesia non sia dovuta alla presenza
di un numero maggiore di connessioni neurali (le quali non sarebbero presenti
nei non sinestesici); infatti, secondo lo studioso tale fenomeno percettivo è
imputabile al fatto che, nel cervello dei sinestesici, alcune connessioni
neurali risultano ancora attive, mentre non vengono più "utilizzate"
in chi non sperimenta tale modo di percepire. Questo spiegherebbe il motivo per
cui chi assume droghe psicoattive sia in grado di esperire una condizione di
"pseudo-sinestesia", circoscritta esclusivamente al limite temporale
in cui tali sostanze dispieghino il loro effetto, per poi tornare a non
percepire sinestesicamente una volta terminato quest'ultimo. Secondo
Grossenbacher è molto improbabile, infatti, che si siano create nuove
connessioni neurali durante l'assunzione di tali droghe; piuttosto, risulta più
probabile che vengano percorse "strade" neurali solitamente
"disattive". Influenza dell'attenzione sulla percezioneModifica
Esperimento di Ramachandran e Hubbard: caso della figura gerarchica (un 5
composto da tanti 3), se ai soggetti veniva chiesto di fare attenzione a
livello globale vedevano il colore rosso, se invece dovevano dirigere la loro
attenzione a livello locale vedevano verde. Questo esperimento porta a
concludere che l'attenzione influenza il manifestarsi del fenomeno
sinestesico. Sinestesici projector Nel caso di grafema-colore, il colore
è visto come una pellicola che ricopre il numero completamente. Un sinestesico
testato da Dixon, riferiva di provare un'esperienza irritante se il numero era
di un colore incongruente con quello del fotismo (l'effetto della sua
sinestesia). Se per esempio il numero 5 gli evocava il colore rosso, ma in
realtà era scritto con il giallo. Sinestesici associator Sempre nel caso
di grafema-colore, il colore appare nella mente, e non sopra il numero. In
genere, i sinestesici associator riferiscono che l'esperienza di vedere un
numero con un colore non congruente con quello del fotismo, non è un'esperienza
per nulla disturbante. La percezione del colore "reale" del numero è un'esperienza
molto più intensa del fotismo, per un sinestesico associator. I
sinestesici projector sembrano una minoranza rispetto ai sinestesici associator
(11 su 100, tra quelli intervistati da Dixon e collaboratori). Tra i
maggiori studiosi della sinestesia percettiva, Richard Cytowic, Ramachandran,
E. Hubbard, Sean Day, Bulat Galeyev, Irina Vaneckina. Rapporto con i
canali del calcioModifica Studiando nel moscerino della frutta un gene
coinvolto nell'elaborazione del dolore, alcuni ricercatori hanno creato il
primo modello della sinestesia. Con la tecnica dell'interferenza a RNA hanno
isolato 600 geni quali candidati a interessare possibili geni del dolore. Il
primo ad essere analizzato più in dettaglio è stato quello che codifichi parte
di un canale del calcio noto come alfa 2 delta 3 (α2δ3). Questi canali che
regolano il passaggio di Ca2+ attraverso la membrana cellulare sono
fondamentali per l'eccitabilità elettrica dei neuroni. Con questi canali
interferiscono diversi antidolorifici. Nei topi carenti di α2δ3 si è dimostrato
che questo gene controlli la sensibilità al dolore provocato dal calore sia
nella Drosophila sia nei mammiferi. Indagini condotte con la MRI hanno anche
rivelato che α2δ3 partecipi all'elaborazione del dolore termico a livello
cerebrale. In assenza di α2δ3 il segnale del dolore a genesi termica arriva al
talamo, ma poi non prosegue verso i suoi centri corticali superiori. Le
immagini di fMRI mostrano piuttosto un'attivazione crociata delle aree
corticali per la visione, l'olfatto e l'udito. Questa sinestesia si osserva
anche quando lo stimolo doloroso sia di natura tattile. Emozioni colorate | Le
Scienze, su lescienze.espresso.repubblica.it. ^ Harrison, John E.; Simon
Baron-Cohen Synaesthesia: classic and contemporary readings. Oxford: Blackwell
Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy, Lascar Publishing,
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| PsycHomer, su psychomer.it Le Scienze:
Non provo dolore, ma ne sento l'odore e ascolto le note Córdoba M.J. de,
Hubbard E.M., Riccò D., Day S.A., III Congreso Internacional de Sinestesia,
Ciencia y Arte, Parque de las Ciencias de Granada, Ediciones Fundación
Internacional Artecittà, Edición Digital interactiva, Imprenta del Carmen. Granada
Córdoba M.J. de, Riccò D. (et al.), Sinestesia. Los fundamentos teóricos,
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Cytowic, R.E., Synesthesia: A Union of The Senses, second edition, MIT Press,
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Sentire il design. Sinestesie nel progetto di comunicazione, Carocci, Roma, Tornitore
T., Storia delle sinestesie. Le origini dell'audizione colorata, Genova, 1986.
Tornitore T., Scambi di sensi. Preistoria delle sinestesie, Centro Scientifico
Torinese, Torino, Voci correlate Takete e Maluma Sinestesia tattile-speculare
Altri progettiModifica Collabora a Wikizionario Wikizionario contiene il lemma
di dizionario «sinestesia» Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons
contiene immagini o altri file su sinestesia Collegamenti esterniModifica Udire
i colori, gustare le forme, su lescienze.espresso.repubblica.it, Le Scienze.
TED Talk: "I listen to color" Portale Psicologia. Qualia aspetti
qualitativi delle esperienze coscienti Locus ceruleus Sinestesia
tattile-speculare raro fenomeno sensoriale/percettivo Wikipedia
IlWikipedia Ricerca Sinestesia (film) film diretto da Bernasconi Sinestesia
Lingua originale italiano Paese di produzione Svizzera Durata 91 min
Rapporto1:1.85 Generedrammatico RegiaErik Bernasconi SceneggiaturaErik
Bernasconi ProduttoreVilli Hermann, Imagofilm Lugano e RSI FotografiaPietro
Zuercher MontaggioClaudio Cormio Effetti specialiFlavio Scarponi, Oltremondo
studio Lugano MusicheZeno Gabaglio, Christian Gilardi ScenografiaFabrizio
Nicora CostumiLaura Pennisi Interpreti e personaggi Alessio Boni: Alan Giorgia
Würth: Francoise Melanie Winiger: Michela Leonardo Nigro: Igor Teco Celio:
Padre di Francoise Bindu De Stoppani: Maide Roberta Fossile: Cathrine Igor
Horvat: Martin Federico Caprara: Uomo strano Eva Allenbach: Segretaria
Massimiliano Zampetti: Infermiere Daniele Bernardi: Fisioterapista Alessandro
Otupacca: Proprietario ristorante Sinestesia è un film del 2010 scritto e
diretto da Erik Bernasconi, prodotto da Villi Hermann e coprodotto da Giulia
Fretta per la RSI. I protagonisti sono Alessio Boni, Melanie Winiger, Würth e
Nigro. È stato nominato ai Quartz per la miglior sceneggiatura, per la miglior
attrice (Melanie Winiger) e per la miglior attrice esordiente (Giorgia Wurth).
La pellicola è uscita nelle sale ticinesi. Trama Il film racconta due momenti
della vita di quattro giovani adulti confrontati con le prove del destino.
Alan, sua moglie Françoise, la sua amante Michela, il suo migliore amico Igor,
vivono le sfaccettature del quotidiano dopo un incidente che costringe Alan su
una sedia a rotelle. Per questo la narrazione si compone, con una struttura
circolare, in quattro capitoli: uno per personaggio, ognuno ispirato a un
genere cinematografico. Sono quattro momenti di una stessa storia, che
esplorano le emozioni dei personaggi da quattro angolature diverse. La trama si
basa in larga parte sull'osservazione di fatti realmente accaduti e affronta
con accenti diversi (thriller psicologico, commedia, dramma…) i temi
dell'amicizia, dell'amore, dell'infedeltà e della disabilità.
ProduzioneModifica L'idea del film è partita nel dicembre 2006, con la lettura
di un trafiletto in un quotidiano. Poi nell'estate del 2007 il regista e
sceneggiatore Erik Bernasconi ha vinto un concorso indetto dal Dipartimento
della Cultura del Cantone Ticino e dalla RSI per progetti di scrittura di film.
Così Erik Bernasconi inizia a collaborare con il produttore Villi Hermann,
della Imagofilm, e parte la stesura della sceneggiatura.
AmbientazioneModifica Il film è stato girato quasi interamente nella Svizzera
italiana, a parte alcune scene girate a Lucerna e Ginevra. Le riprese hanno
avuto luogo nella primavera e nell'estate del 2009.
RiconoscimentiModifica 2010 - Premio del cinema svizzero Candidatura al premio
Quartz per la miglior sceneggiatura Collegamenti esterniModifica ( EN )
Sinestesia, su Internet Movie Database, IMDb.com. Sinestesia, su Rotten
Tomatoes, Flixster Inc. Sinestesia, su FilmAffinity. Modifica su Wikidata
Portale Televisione: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di
televisione Ultima modifica 2 mesi fa di Botcrux Melanie Winiger modella e
attrice svizzera Erik Bernasconi regista e sceneggiatore svizzero
Zeno Gabaglio Grice: “It may be said that my transcendental Kantian approach to
cooperative rational conversation is a response to Costa’s totally empiricist
(or ‘sensista’ as he prefers) invocations of ‘chiarezza’ (my imperative of
conversational clarity), and brevita, eleganza, and all the categories that
inform the maxims. Paolo Costa. Keywords: la teoria sensista della
communicazione – senso – consenso – aesthesis – synaesthesia --– idea dei chi
proferisce la proposizione “Me diletta l’odore di questa rosa piu del colore”,
cooperiamo, e la risponsa di nostre anime e “Contrariamente, a me mi diletta il
colore di questa rosa piu dell’odore” -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Costa”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Costantino: la ragione conversazionale a Roma – la scuola
di Naissus – i romani della Dardania -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma).
Filosofo italiano. Naissus, parte dell’Impero Romano, oggi, Nis, nella Serbia, capostipite
della dinastia costantiniana: Cloro Costanzo, romano d’origine illirica e
nativo della Dardania. Madrelingua: latina unicamente. Costantino I. Costantino
I Cesare e poi Augusto dell'Impero romano Testa dell'acrolito monumentale di
Costantino (Musei Capitolini) Nome originale: Flavius Valerius C. Regno
Cognomina ex virtute: Pius Felix Invictus Maximus Victor Triumphator Germanicus
maximus IV Sarmaticus maximus III Gothicus maximus II Dacicus maximus
Adiabenicus Arabicus maximus Armeniacus maximus Britannicus maximus Medicus
maximus Persicus maximus Nascita Naissus
Morte Nicomedia Sepoltura Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli
Predecessore Costanzo Cloro (per parte dei territori di competenza
amministrati) e Flavio Severo (per la carica di Cesare d'Occidente) Successore Costantino
II (cesare) Costanzo II Costante I (cesare dal 333) Dalmazio (cesare dal 335)
Coniuge Minervina Fausta Figli Crispo Costantina Costantino II Costanzo II
Costante I Elena Dinastia Costantiniana Padre Costanzo Cloro Madre Elena Flavio
Valerio Constantino (Constantino I) Moneta di Costantino con la
rappresentazione del monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale Nascita Naissus
Morte Nicomedia Cause della morte naturali Luogo di sepoltura Chiesa dei Santi
Apostoli a Costantinopoli Religione cristianesimo convertito dal paganesimo
Dati militari Paese servitor Impero romano Forza armata Esercito romano Grado
Augusto Comandanti Costanzo Cloro e Massimiano Guerre Guerra civile romana
Campagne germanico-sarmatiche di Costantino Invasioni barbariche del IV secolo
Campagne siriano-mesopotamiche di Sapore II Battaglie Battaglia di Verona
Battaglia di Torino Battaglia di Ponte Milvio Battaglia di Cibalae Battaglia di
Mardia Battaglia dell'Ellesponto Assedio di Bisanzio (324) Battaglia di
Adrianopoli Battaglia di Crisopoli Nemici storici Massenzio e Licinio
Comandante di Esercito romano voci di militari presenti su Wikipedia Manuale
San Costantino I Raffigurazione di san Costantino nella basilica di Santa Sofia
a Istanbul. L'imperatore, che la Chiesa ortodossa ha definito «Simile agli
Apostoli», proclamandolo santo, è raffigurato nell'atto di dedicare la
basilica. Imperatore Nascita Naissus Morte Nicomedia Venerato da Chiesa
cristiana ortodossa Santuario principale Chiesa dei Santi Apostoli Ricorrenza
21 maggio Manuale Battaglie di Costantino I nella guerra civile. Flavio Valerio
Aurelio Costantino, conosciuto anche come Costantino il Vincitore, Costantino
il Grande e Costantino I (in latino: Flavius Valerius Aurelius Constantinus;
iΚωνσταντῖνος ὁ Μέγας?, Konstantînos o Mégas; Naissus, Nicomedia), è un
filosofo italiano. Costantino è una delle figure più importanti dell'impero
romano, che riforma largamente e nel quale permise e favorì la diffusione del
cristianesimo. Tra i suoi interventi più significativi, la riorganizzazione
dell'amministrazione e dell'esercito, la creazione di una nuova capitale a
oriente, Costantinopoli, e la promulgazione dell'Editto di Milano sulla libertà
religiosa. La Chiesa ortodossa e le Chiese di rito orientale lo venerano
come santo, presente nel loro calendario liturgico, col titolo di Eguale agli
apostoli; mentre il suo nome non è presente nel Martirologio Romano, il
catalogo ufficiale dei santi riconosciuti dalla Chiesa cattolica. Le fonti
primarie sulla vita di Costantino e sulle relative vicende da imperatore devono
essere prese con la dovuta cautela. La principale fonte contemporanea è
costituita da Eusebio di Cesarea, autore di una Storia Ecclesiastica che non
manca di esaltare la gloria e la nobiltà di Costantino in quanto imperatore, a
cui fa seguito una Vita di Costantino che ne costituisce una vera e propria
agiografia. Anche Lattanzio, nel suo De mortibus persecutorum, delinea in modo
netto la distinzione fra il pio Costantino e il perverso Diocleziano (Salona).
Distinzione forse non del tutto disinteressata, visto che Lattanzio, nato in
Nordafrica da famiglia pagana e convertitosi al cristianesimo, dove fuggire
precipitosamente da Nicomedia, sede imperiale di Diocleziano, all'alba dell'ultima
persecuzione contro i Cristiani. La stessa cautela deve valere per la Storia
Nuova di Zosimo. Infine, l'appendice alla storia di Ottato di Milevi sullo
scisma donatista racchiude alcune lettere che C. invia ai cristiani del
Nordafrica e che, se autentiche, potrebbero rivelare alcuni tratti del pensiero
dell'imperatore riguardo alla questione. Albero genealogico della
dinastia costantiniana che ha in COSTANZO CLORO (si veda) il vero capostipite.
Costantino nacque a Naissus (odierna Niš, in Serbia), un modesto centro situato
nella provincia romana della Mesia Superiore, figlio di COSTANZO CLORO (si
veda), militare e politico romano di origini illiriche e nativo della Dardania.
Costantino e di madrelingua latina e, ha sempre difficoltà nel padroneggiare il
greco, tanto da doversi avvalere d'interpreti con locutori ellenofoni. Si
conosce pochissimo della sua gioventù. Perfino la sua data di nascita è incerta.
Forse è proprio durante l'adolescenza che gli è affibbiato il soprannome
dispregiativo “Trachala,” da interpretare nel senso di "viscido come una
lumaca". Nominato Prefetto del pretorio delle Gallie (cioè comandante
militare) e in base al sistema della Tetrarchia voluta da Diocleziano, nominato
Cesare dall'Augusto di Occidente, Massimiano, di cui sposa la figliastra
Teodora. Costantino e affidato all'Augusto d'Oriente, Diocleziano, ed educato a
Nicomedia presso la corte dell'imperatore, sotto il quale comincia la carriera
militare: fu tribunus ordinis primi e con questo grado fu al seguito dello
stesso Diocleziano nel suo viaggio in Egitto. Successivamente partecipò
attivamente alla campagna contro i Sasanidi condotta da Galerio per poi tornare
a servizio di Diocleziano con il quale lascia definitivamente l'Egitto
attraversando la Palestina. Combatté ancora tra le file dell'esercito di
Galerio sul confine danubiano, ove si distinse nelle guerre contro i Sarmati. Diocleziano
abdicò a favore del proprio Cesare Galerio e lo stesso fa Massimiano in
Occidente, a favore di Costanzo Cloro. Galerio nomina proprio Cesare il nipote
Massimino Daia e impone a Costanzo, con il sostegno di Diocleziano, come nuovo
Cesare Flavio Severo, un ufficiale di alto rango che aveva militato tra le file
dello stesso Galerio.E in questo frangente che Costantino raggiunse il padre in
Britannia (alcune fonti vogliono che quella di Costantino sia stata una vera e
propria fuga da Nicomedia, dove Galerio avrebbe voluto trattenerlo per
garantirsi la fedeltà di Costanzo Cloro) e condusse con lui alcune campagne
militari nell'isola.Circa un anno dopo, Costanzo Cloro morì nei pressi di
Eburacum, l'odierna York. Qui l'esercito, guidato dal generale germanico Croco
(di origine alamanna), proclama C. nuovo Augusto d'Occidente, mettendo a
repentaglio il meccanismo della tetrarchia, ideato da Diocleziano proprio per
porre termine all'uso ormai consolidato degli eserciti di proclamare di propria
iniziativa gli imperatori. Per tale ragione Galerio, che al tempo era l'unico
Augusto legittimo rimasto in carica, e inizialmente scettico nel riconoscere
l'investitura di Costantino, tuttavia alla fine si convinse a cooptarlo nel
collegio imperiale ma con il rango di Cesare, promuovendo invece come nuovo
Augusto d'Occidente Flavio Severo. Costantino da parte sua accettò la decisione
di Galerio e, per dimostrare come riconoscesse l'autorità di Severo quale nuovo
superiore in grado, cede a quest'ultimo il controllo della diocesi Iberica,
mentre a lui sarebbe rimasto il governo delle Gallie e della Britannia. La
sofferta nomina di C. a Cesare, per quanto gestita e riassorbita nei quadri
della tetrarchia, aveva mostrato la debolezza del sistema di successione per
cooptazione creato da Diocleziano. Infatti Massenzio, figlio dell'Augusto
emerito Massimiano, scontento di essere stato tagliato fuori da qualsiasi
posizione di potere, si fece acclamare imperatore a Roma con l'appoggio dei
pretoriani, dell'aristocrazia senatoria e della plebe urbana. Galerio per
l'occasione decise di agire senza indugi e con durezza, ordinando a Severo, che
risiedeva a Milano, di marciare verso Roma per sedare la rivolta ma, giunto in
prossimità della città, le truppe al suo comando disertarono poiché venute a
conoscenza che Massimiano, per il quale avevano militato prima della sua
abdicazione, si era schierato a sostegno del figlio. Severo, fatto prigioniero,
fu poi ucciso.Galerio allora tenta di organizzare in prima persona una
spedizione in Italia, ma non ottenne alcun risultato e fu costretto a ritirarsi
nell'Illirico. Durante questi eventi, Costantino e impegnato sul confine renano
a combattere con successo i Franchi e si era mantenuto neutrale nella disputa
tra Galerio e Massenzio. Massimiano cerca dunque di farselo alleato e, per
attirarlo alla sua causa, lo raggiunse a Treviri, offrendogli in sposa la
figlia Fausta e il titolo di Augusto. Costantino accettò l'offerta di alleanza
e, dopo essere convolato a nozze, si fa proclamare Augusto sul finire
dell'anno. Tornato a Roma, Massimiano entra in urto con Massenzio, al potere
del quale non voleva più essere subordinato e, costretto a fuggire dalla città
poiché le truppe erano rimaste leali al figlio, fu riaccolto alla corte di
Costantino in Gallia. Galerio, nel tentativo di porre rimedio alla crisi
istituzionale creatasi, convoca a Carnuntum un convegno al quale presero parte,
oltre a lui, anche Massimiano e, soprattutto, Diocleziano. In questa
circostanza e creato Augusto Liciniano Licinio, un commilitone di Galerio,
mentre Costantino fu degradato nuovamente a Cesare e Massimiano dovette
deporre, questa volta definitivamente, le vesti imperiali per una seconda
volta. Contestualmente Massenzio fu dichiarato hostis publicus («nemico
pubblico»). Tornato deprivato di ogni potere, Massimiano inizia a tramare
contro Costantino. Approfittando dell'assenza del genero, impegnato a sedare
una sollevazione dei Franchi, il vecchio Erculio si proclamò per la terza volta
imperatore e, assunto il comando della truppe stanziate a Marsiglia, si arroccò
nella città.[49] Costantino, tornato in fretta dal confine renano, la pose
d'assedio ma, ancor prima che iniziassero le ostilità, i soldati all'interno
della città si arresero e consegnarono Massimiano, a cui fu però risparmiata la
vita.[50] Agli inizi del 310, dopo un ennesimo complotto ordito da Massimiano e
sventato questa volta dalla figlia Fausta, Costantino ordinò la messa a morte
del suocero e successivamente, attorno alla metà dell'anno, decise di
riappropriarsi del titolo di Augusto che gli era stato tolto a Carnuntum,
ottenendo stavolta il consenso di Galerio. Alla morte di Galerio nel 311,
Costantino si alleò con Licinio, mentre Massenzio con Massimino Daia.
Costantino, ormai sospettoso nei confronti di Massenzio, riunito un grande
esercito formato anche da barbari catturati in guerra, oltre a Germani,
popolazioni celtiche e provenienti dalla Britannia, mosse alla volta
dell'Italia attraverso le Alpi, forte di 90 000 fanti e 8 000 cavalieri.[53]
Lungo la strada, Costantino lasciò intatte tutte le città che gli aprirono le
porte, mentre assediò e distrusse quante si opposero alla sua avanzata. Egli,
dopo aver battuto due volte Massenzio prima presso Torino e poi presso Verona,
lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Ponte Milvio,[54] presso i Saxa
Rubra sulla via Flaminia, alle porte di Roma. Con la morte di Massenzio, tutta
l'Italia passa sotto il controllo di C. Durante questa campagna sarebbe
avvenuta la celebre e leggendaria apparizione della croce sovrastata dalla
scritta In hoc signo vinces che avvicina C. al cristianesimo. Secondo Eusebio
di Cesarea questa apparizione avrebbe avuto luogo proprio nei pressi di Torino.
Ebbe dalla moglie Fausta Costantina. Augusto d'Occidente Schema della
battaglia avvenuta presso Adrianopoli, dove C., seppure in inferiorità numerica,
prevalse su Licinio, il quale lasciò sul campo secondo Zosimo ben 34.000
armati. Massimino Daia veniva sconfitto da Licinio e si dava la morte.
Entrando in Nicomedia Licinio emanò un rescritto (impropriamente detto editto
di Milano dal luogo dove era stato concordato con Costantino), con cui a nome
di entrambi gli augusti rimasti veniva riconosciuta anche in Oriente la libertà
di culto per tutte le religioni, ponendo fine ufficialmente alle persecuzioni
contro i cristiani, l'ultima delle quali, cominciata da Diocleziano tra il 303
e il 304, si era conclusa nel 311 su ordine di Galerio, prossimo a
morire. Il testo del decreto recita: Cum feliciter tam ego [quam] C.
Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque
universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu
haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel
in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia
continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi
religionem quam quisque voluisset, quod quicquid <est> divinitatis in
sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti,
placatum ac propitium possit existere» Noi, dunque C. Augusto e Licinio
Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti
gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni
che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo
posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai galilei
e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede,
affinché il divino, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia
pace e prosperità. -- Lattanzio, De mortibus persecutorum, capitolo
XLVIII) Nella prosecuzione il rescritto ordina l'immediata restituzione
ai galilei di tutti i luoghi di culto e di ogni altra proprietà delle
chiese. Costantino e Licinio, che ne aveva sposato la sorella Costanza,
entrarono una prima volta in conflitto
(in seguito alla riappacificazione l'Illirico passò a Costantino). In
seguito alla sconfitta di Licinio, che si arrese dopo le battaglie di
Adrianopoli e di Crisopoli e venne successivamente ucciso, Costantino rimase
l'unico augusto al potere. Questo periodo cominciò con una serie di uccisioni,
a partire da quella del suo antico rivale Licinio. L'anno seguente Costantino fa
uccidere a Pola il figlio primogenito Crispo, figlio di Minervina, per una
presunta relazione con Fausta e inoltre Liciniano, figlio della sorella
Costanza e di Licinio. Quindi anche la moglie Fausta venne uccisa soffocata o
annegata nel bagno termale, riscaldato oltre la temperatura normale. La
leggenda vuole che Crispo sia stato eliminato in seguito all'accusa di Fausta
di averla insidiata, e quindi anche lei venne giustiziata quando Costantino
riconosce l'innocenza del figlio. Forse erano entrambi vittime di falsi
delatori o lei volle assicurarsi l'eliminazione dei rivali dei propri figli
come successori di Costantino. Il rimorso di C. e grande, secondo quanto
riporta ne “I Cesari” il suo polemico successore, il principe Giuliano. Si
erano iniziati i lavori per la costruzione della nuova capitale Nuova Roma sul
sito dell'antica Bisanzio, fornendola di un senato e di uffici pubblici simili
a quelli di Roma. Il luogo venne scelto come capitale nper le sue
eccezionali qualità difensive e per la vicinanza ai minacciati confini
orientali e ai danubiani. Inoltre, particolare non secondario, consentiva a
Costantino di sottrarsi all'influenza invadente, arrogante e irritante degl’aristocratici
presenti nel Senato romano, che tra l'altro erano della religione dell’antica
Roma. Nova Roma e inaugurata e prese presto il nome di “Costantinopoli”. Rispetto
alla vecchia città, la nuova era quattro volte più vasta: dove c'era un'antica
porta Costantino pose un foro circolare, inoltre spostò le sue mura più a
occidente di 15 stadi. La città (oggi Istanbul) resterà poi fino al 1453
capitale dell'Impero romano d’oriente. Diocesi (impero romano) e
Prefettura del pretorio. Riprendendo la divisione della riforma tetrarchica
dioclezianea che prevedeva due Augusti e due Cesari, l'Impero venne ridisegnato
e suddiviso in quattro prefetture, tutte facenti capo a un unico Imperatore: delle
Gallie, comprendente la Gallia transalpina, la Spagna e la Britannia; d'Italia, comprendente l'Italia, la Sicilia,
Sardegna e Corsica, e l'Africa dalle Sirti alla Mauretania Caesariensis; d'Oriente,
comprendente tutte le province orientali con l'eccezione delle isole di Lemno,
Imbro e Samotracia, l'Egitto e la pentapoli di Libia, oltre alla Tracia e la
Mesia inferiore; d'Illirico, comprendente le province balcaniche, vale a dire
dalla Macedonia, alla Tessaglia, a Creta all'Ellade, ai due Epiri, all'Illiria,
a Dacia, Triballia e Mesia superiore, oltre alle Pannonie sino alla Valeria. All'interno
di queste prefetture mantenne rigidamente separati il potere civile e politico,
da quello militare: la giurisdizione civile e giudiziaria era affidata a un
prefetto del pretorio, cui erano subordinati i vicari delle diocesi e i
governatori delle province. I prefetti furono, quindi, privati in parte del
potere militare,[65] lasciando loro ancora compiti di logistica militare,[66] e
diventarono amministratori delle grandi prefetture in cui era diviso l'impero.
Essi svolgevano le seguenti funzioni:[67] la suprema amministrazione
della giustizia e delle finanze (sostenendo anche le spese militari[68]).
l'applicazione e, in alcuni casi, la modifica degli editti generali. controllo
dei governatori delle province, i quali in caso di negligenza o corruzione
venivano destituiti e/o puniti. Inoltre il tribunale del prefetto poteva
giudicare ogni questione importante, civile o penale, e la sua sentenza era
considerata definitiva, al punto che neanche gli imperatori osavano lamentarsi
della sentenza del prefetto. Costantino poi controbilanciava l'importanza e la
potenza dei prefetti del pretorio con la breve durata della carica. Ogni
prefettura, divisa in tredici diocesi, di cui una (Oriente) era governata da un
Conte d'Oriente, un'altra (Egitto) da un Prefetto Augusteo, e le altre undici
da altrettanti Vicari o sottoprefetti, i quali sottostavano all'autorità del
prefetto del pretorio.[69] Ogni diocesi era ulteriormente suddivisa in province.
L'apparato burocratico venne snellito e suddiviso tra gli affari della corte,
affidati a quattro alti dignitari, e gli affari dello Stato, affidati a tre
alti funzionari: costoro, insieme con i prefetti urbani componevano il
Concistorium principis o Sacrum concistorium ("Consiglio del
principe" o "Sacro collegio"). I quattro dignitari che
regolavano le attività della corte erano: il comes rerum privatarum
("ministro degli affari privati"), che si occupava di gestire il
patrimonio privato dell'imperatore[70], il praepositus sacri cubiculi
("preposito del sacro cubicolo"), una sorta di gran ciambellano che
si occupava della vita della corte imperiale e da cui dipendevano cortigiani e
schiavi, due comites domesticorum ("ministro dei domestici"), responsabili
l'uno del personale che svolgeva il proprio servizio a piedi e l'altro del
personale a cavallo e della guardia imperiale. I tre alti funzionari a cui
competeva l'amministrazione dello Stato erano: il magister officiorum
("maestro degli uffici"), un cancellerie che si occupava
dell'amministrazione interna e delle relazioni esterne, il quaestor sacri
palatii ("questore del sacro palazzo"), con competenza in materia di
leggi e di giustizia, che dirigeva inoltre il "Consiglio del
principe", il comes sacrarum largitionum ("ministro delle sacre
elargizioni"), che si occupava delle materie finanziarie statali. La
politica amministrativa di Costantino è controversa e in particolare è stata
aspramente criticata dallo storico illuminista Edward Gibbon, autore di Storia
del declino e della caduta dell'Impero romano (opera composta tra il 1776 e il
1788), che dà di Costantino un giudizio estremamente negativo. Per Gibbon al
tempo di Costantino: si istituì un poderoso sistema burocratico, coniando cariche
sconosciute in antecedenza (magnifico, illustre, conte, duca, ecc.), tali da
creare un controllo vessatorio e di spionaggio su tutte le province; i
pretoriani erano in numero spropositato ed erano di origine armena, con corazze
di argento e d'oro; la capitale trasferita da Roma a Costantinopoli (depredando
importanti opere di Fidia e altri scultori della Grecia classica) accentuò
l'emarginazione del Senato romano; la tassazione esorbitante finì per spopolare
anche una delle regioni (Campania) più produttive dell'Italia; si accentuò,
inoltre, la disgregazione dell'esercito romano, sia con la nomina di barbari al
massimo comando militare, sia con la penalizzazione economica dei soldati che
salvaguardavano il confine (limes) dalle invasioni. Complessivamente, per Gibbon,
neppure Caligola o Nerone fecero più danni all'impero di Costantino.
Politica estera e frontiere Lo stesso argomento in dettaglio: Campagne
germanico-sarmatiche di Costantino, Limes romano, Diga del Diavolo e Brazda lui
Novac (limes). Le frontiere romane settentrionali e orientali al tempo di
Costantino, con i territori acquisiti nel corso del trentennio di campagne
militari. La mappa qui sopra rappresenta anche il mondo romano poco dopo la
morte di Costantino, con i territori "spartiti" tra i suoi tre figli
(Costante I, Costantino II e Costanzo II) e i due nipoti (Dalmazio e
Annibaliano) Già ai tempi in cui era stato Cesare in Occidente, attorno agli
anni 306-310,[71] Costantino ottenne grandi successi militari su Alemanni e
Franchi, di cui si dice riuscì a catturare i loro re, dati in pasto alle belve
durante i giochi gladiatorii. Divenuto unico augusto in Occidente nel 313
respinse una nuova invasione di Franchi in Gallia. Dopo una prima crisi con
Licinio, al termine della quale i due augusti trovarono un nuovo equilibrio
strategico nel 317, ottenne nuovi successi contro le genti barbare lungo il
Danubio. Egli, infatti, batté sia i Sarmati Iazigi sia i Goti. Avendo ottenuto
da Licinio anche l'Illirico, Costantino non solo respinse numerose incursioni
di Sarmati Iazigi e Goti, ma potrebbe aver dato inizio alla costruzione di due
nuovi tratti di limes: il primo nella pianura ungherese chiamato diga del
Diavolo, formato da una serie di terrapieni che da Aquincum collegavano il
fiume Tibisco, per poi piegare verso sud e collegare il fiume Mureș, percorrere
il Banato fino al Danubio all'altezza di Viminacium; il secondo nella Romania
meridionale chiamato Brazda lui Novac, che correva parallelo a nord del basso
corso del Danubio, da Drobeta alla pianura della Valacchia orientale fin quasi
al fiume Siret.[74] Divenuto unico augusto nel 324, affidò ai figli la
difesa dell'Occidente contro Franchi e Alamanni (contro i quali ottenne nuovi
successi e il titolo di Alamannicus maximus, insieme con Costantino) mentre lui
stesso combatteva sul confine danubiano i Goti) e i Sarmati). Divise l'impero
tra i figli assegnando a Costantino II Gallia, Spagna e Britannia, a Costanzo
II le province asiatiche, l'Oriente e l'Egitto e a Costante I l'Italia,
l'Illirico e le province africane. Alla sua morte nel 337 si preparava ad
affrontare in Oriente i Persiani. Costantino nei suoi oltre trent'anni di
regno aveva aspirato a riconquistare, non solo tutti i territori appartenuti
all'Impero di Traiano, ma soprattutto a diventare il protettore di tutti i
Cristiani anche oltre le frontiere imperiali. Egli, infatti, costrinse molte
delle popolazioni barbariche sottomesse a nord del Danubio, a sottoscrivere
clausole religiose dopo averle battute più e più volte, come nel caso dei
Sarmati e dei Goti. Identica sorte sarebbe toccata al regno d'Armenia e ai
Persiani se non fosse morto. Esercito Riforma costantiniana dell'esercito
romano. Mappa della ex-Dacia romana con il suo complesso sistema di
fortificazioni e difesa. In grigio la cosiddetta diga del Diavolo e a destra
(in verde) il Brazda lui Novac, di epoca costantiniana. Le prime vere modifiche
apportate da Costantino nella nuova organizzazione dell'esercito romano, furono
effettuate subito dopo la vittoriosa battaglia di Ponte Milvio contro il rivale
Massenzio nel 312. Egli infatti sciolse definitivamente la guardia pretoriana e
il reparto di cavalleria degli equites singulares e fece smantellare
l'accampamento del Viminale. Il posto dei pretoriani fu sostituito dalla nuova
formazione delle schole palatine, le quali ebbero lunga vita poi a Bisanzio
ormai legate alla persona dell'imperatore e destinate a seguirlo nei suoi
spostamenti, e non più alla Capitale. Una nuova serie di riforme furono poi
portate a termine una volta divenuto unico Augusto, subito dopo la sconfitta
definitiva di Licinio nel 324. La guida dell'esercito fu sottratta ai prefetti
del pretorio, e ora affidata a: il magister peditum (per la fanteria) e il
magister equitum (per la cavalleria). I due titoli potevano tuttavia essere
riuniti in una sola persona, tanto che in questo caso la denominazione della
carica si trasformava magister peditum et equitum o magister utriusque
militiae[80] (carica istituita verso la fine del regno, con due funzionari
praesentalis). I gradi più bassi della nuova gerarchia militare prevedevano,
oltre ai soliti centurioni e tribuni, anche i cosiddetti duces,[65] i quali
avevano il comando territoriale di specifici tratti di frontiera provinciale, a
cui erano affidate truppe di limitanei. C., inoltre, sempre secondo Zosimo,
rimosse dalle frontiere la maggior parte dei soldati e li insediò nelle città
(si tratta della creazione dei cosiddetti comitatensi): «città che non
avevano bisogno di protezione, privò del soccorso quelle minacciate dai barbari
[lungo le frontiere] e procurò alle città tranquille il danno generato dalla
soldataglia, per questi motivi molte città risultano deserte. Lasciò anche che
i soldati rammollissero, frequentando i teatri, e abbandonandosi alla vita
dissoluta.» (Zosimo, Storia nuova) Nell'evoluzione successiva il
generale in campo svolse sempre più le funzioni di una sorta di ministro della
guerra, mentre vennero create le cariche del magister equitum praesentalis e
del magister peditum praesentalis ai quali veniva affidato il comando effettivo
sul campo. Costantino introdusse una riforma monetaria, necessaria anche
per fare fronte alla scarsità di monete d'oro. Venne, quindi, introdotto il
solidus d'oro, con un peso di 4,54 g pari a 1/72 di libbra, cioè più leggero
(anche se più largo e sottile) dell'aureo, che in quel momento valeva 1/60 di
libbra. Si ritornò inoltre al sistema bimetallico di Augusto coniando la
siliqua d'argento, di 2,27 g pari a 1/144 di libbra: il miliarense, con un
valore doppio della siliqua, aveva quindi lo stesso peso del solidus. Per
quanto riguarda i bronzi, il follis, ormai fortemente svalutato, venne
sostituito da una moneta di 3 g, detto nummus centonionalis, cioè 1/100 di
siliqua. Fu una riforma duratura, tanto che il peso aureo del solido
introdotto con la riforma di Costantino rimase invariato per secoli anche
durante l'impero bizantino. Ma a livello sociale le conseguenze furono
catastrofiche: tutti coloro che non avevano accesso alla nuova moneta d'oro,
infatti, dovettero subire le conseguenze dell'inflazione, a causa di una
svalutazione rispetto al solidus delle altre monete d'argento e di rame, che
non erano più protette dallo Stato. Il risultato fu una insuperabile spaccatura
tra una minoranza privilegiata di ricchi e la massa dei poveri. Morte e
successione Albero genealogico della dinastia costantiniana: i
discendenti di Costantino. Costantino morì il
non molto lontano da Nicomedia (in località Achyrona), mentre preparava
una campagna militare contro i Sasanidi. La sua salma fu portata a
Costantinopoli e sepolta in un sarcofago nella Chiesa dei Santi Apostoli.
C. preferì non nominare un unico erede, ma dividere il potere tra i suoi tre
figli cesari Costante I, Costantino II e Costanzo II e due nipoti Dalmazio e
Annibaliano. Costanzo, che era impegnato in Mesopotamia settentrionale a
supervisionare la costruzione delle fortificazioni frontaliere,[86] si affrettò
a tornare a Costantinopoli, dove organizzò e presenziò alle cerimonie funebri
del padre: con questo gesto rafforzò i suoi diritti come successore e ottenne
il sostegno dell'esercito, componente fondamentale della politica di
Costantino. Si ebbe un eccidio, per mano dell'esercito, dei membri maschili
della dinastia costantiniana e di altri esponenti di grande rilievo dello
stato: solo i tre figli di Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e
Giuliano, figli del fratellastro Giulio Costanzo) furono risparmiati. Le
motivazioni dietro questa strage non sono chiare: secondo Eutropio Costanzo non
fu tra i suoi promotori ma non tentò certo di opporvisi e condonò gli
assassini; Zosimo invece afferma che Costanzo fu l'organizzatore dell'eccidio. Nel
settembre dello stesso anno i tre cesari rimasti (Dalmazio e Annibaliano furono
vittime della purga) si riunirono a Sirmio in Pannonia, dove il 9 settembre
furono acclamati imperatori dall'esercito e si spartirono l'Impero: Costanzo si
vide riconosciuta la sovranità sull'Oriente, Costante sull'Illirico e
Costantino II sulla parte più occidentale (Gallie, Hispania e Britannia). La divisione
del potere tra i tre fratelli durò poco: Costantino II morì nel 340, mentre
cercava di rovesciare Costante, e Costanzo guadagnò i Balcani; nel 350 Costante
fu rovesciato dall'usurpatore Magnenzio, e Costanzo divenne unico
imperatore. Icona ortodossa bulgara con l'imperatore e la madre Elena e
la "vera croce". Il comportamento costantiniano in tema di culto
uffiziale ha dato spazio a molte controversie fra i filosofi -- controversie
particolarmente aspre quando essi hanno preteso di valutare non solo il
comportamento pubblico, ma le sue convinzioni interiori. In alternativa
all'opinione tradizionale, secondo cui Costantino si sarebbe convertito al
cristianesimo poco prima della battaglia di Ponte Milvio, è stata, invece,
asserita la sua costante adesione al CULTO SOLARE, mettendo in dubbio perfino
il battesimo in punto di morte. Secondo altri filosofi, poi, il culto
uffiziale e per Costantino un puro e semplice instrumentum regni. Burckhardt afferma:
«Nel caso di un uomo geniale, al quale l'ambizione e la sete di dominio non
concedono un'ora di tregua, non si può parlare del sacro consapevole -- un uomo
simile è essenzialmente a-religioso, e lo sarebbe anche se egli immaginasse di
far parte integrante di una comunità religiosa. Secondo altri filosofi ancora,
poi, occorre distinguere fra convinzioni private e comportamento pubblico,
vincolato dalla necessità di conservare il consenso delle proprie truppe e dei
propri sudditi, qualunque ne fosse l'orientamento religioso. Da questo punto di
vista è utile distinguere fra il comportamento di Costantino antecedente e
quello successivo alla battaglia di Crisopoli, grazie alla quale consegue il
dominio assoluto sull'impero. Dopo questo, si trova comunque d'accordo
molti studiosi di quell'epoca. Tra costoro, Veyne sostiene con sicurezza
l'autenticità della conversione di Costantino, ricordando, con Bury, che la sua
rivoluzione e forse l'atto più audace mai compiuto da un autocrate in spregio
alla grande maggioranza dei suoi sudditi. E ciò in considerazione del fatto che
la popolazione che segue il culto dei galilei e circa il 8% del totale nel
principato di Costantino.Veyne ha inoltre proposto un'interessante teoria per
tentare di spiegare in modo razionale il fenomeno leggendario della visione che
potrebbe aver spinto Costantino a una conversione solo apparentemente
improvvisa. Veyne ipotizza che un sogno abbia potuto avere azione catalitica su
un terreno psicologico predisposto da esperienze e suggestioni vissute
precedentemente. È comunque fuori di dubbio la sincerità costantiniana nella
ricerca dell'unità e concordia del culto, la cui necessità deriva da un preciso
disegno politico che considera l'unità del mondo condizione indispensabile alla
stabilità della potenza imperiale. Costantino infatti interpreta in questo
senso l'antico tema, caro alla Roma sul principato della “pax deorum”, nel
senso che la forza del principato non deriva semplicemente dalle azioni di un
principe illuminato, da una saggia amministrazione e dall'efficienza di un ben
strutturato e disciplinato esercito, ma direttamente dalla benevolenza del
divino. Mentre però, nella religione della Roma antica, vi era un rapporto DIRETTO
tra il potere del principe e il divino, il principe non puo ignorare istituzioni
che, tramite i suoi vescovi, adita la fonte divina del potere. Costantino non puo
fare a meno di essere co-involto nelle lotte teologiche. Su una tale base
ideologica, questa ricerca dell'unità e della concordia comporta quindi anche
interventi molto duri nei confronti di coloro che il principe considera
eretici, che sono trattati duramente, dei pagani. I conflitti teologici si
trovarono dunque ad avere una ricaduta politica, mentre d'altra parte le sorti
interne del principato sono sempre più dipendenti dai risultati delle lotte
teologiche. Gli stessi vescovi, infatti, sollecitavano continuamente
l'intervento del principe per la corretta applicazione delle decisioni dei
concili, per la convocazione dei sinodi e anche per la definizione di
controversie teologiche. Ogni successo di una fazione comportava la deposizione
e l'esilio dei capi della fazione opposta, con i metodi tipici della lotta
politica. La religione della Roma Antica si era fortemente trasformata: sulla
spinta della insicurezza dei tempi e dell'influsso dei culti di origine
orientale, le sue caratteristiche pubbliche e ritualistiche hanno sempre più
perso di significato di fronte a una più intensa e personale spiritualità. Si
era andato diffondendo un sincretismo venato di mono-teismo (il colto solare di
un divino unico, il re sole identificato con Giove -- e si tendeva a vedere
nelle immagini degli dei tradizionali – altri che Giove -- l'espressione di un
unico essere divino: Giove. Una forma politica a questa aspirazione
sincretistica e data dall'imperatore Aureliano con l'istituzione del culto
ufficiale del Sole Invitto con elementi del mitraismo e di altri culti solari
di origine orientale. Il culto e diffuso nell'esercito, soprattutto
nell'occidente, e a esso non furono estranei né Costanzo Cloro, il padre di
Costantino, né Costantino stesso. Costantino e certamente il primo a
comprendere l'importanza della religione per rafforzare la coesione culturale e
politica dell'impero romano. Fa vietare il concubinato dei mariti, mentre
fu reso più difficile il ripudio, antenato del divorzio. La domenica e elevata
a giorno festivo pubblico. Lo Stato inizia a finanziare il clero pubblico e la
costruzione di nuove edificii o fu l'imperatore a farle erigere personalmente,
ad esempio a Roma (Antica basilica di Pietro nel monte Vaticano), ma
especialmente fuora di Roma: a Betlemme
(Basilica della Natività), Gerusalemme (Basilica del Santo Sepolcro) e
Costantinopoli (Chiesa dei Santi Apostoli). In un decreto concesse che su
richiesta di una sola delle parti contendenti, le cause civili potessero essere
giudicate innanzi ai vescovi. Fu concesso agli ecclesiastici l'esonero dagli
oneri municipali. Moneta di Costantino, con una rappresentazione del Sol
Invictus e l'iscrizione SOLI INVICTO COMITI, "al Sole Invitto
compagno" Moneta di Costantino con la rappresentazione del
monogramma di Cristo sopra il labaro imperiale Le monete coniate da Costantino
forniscono indirettamente notizie sull'atteggiamento pubblico di Costantino
verso i culti religiosi. Quando ancora ricopriva il ruolo di principe, alcune
emissioni si inserirono nel classico filone della Tetrarchia, con dediche «al
Genio del Popolo Romano» ("Gen Pop Romani"), provenienti specialmente
dalla zecca di Londinium (Londra). Ancora per alcuni anni dopo la battaglia di
Ponte Milvio le zecche orientali (Alessandria, Antiochia, Cyzicus, Nicomedia,
ecc.) continuarono a produrre monete dedicate «a Giove salvatore» (Iovi
conservatori). Nello stesso periodo le monete delle zecche occidentali (Arles,
Londra, Lione, Augusta Treverorum, Pavia, ecc) continuarono a coniare monete
dedicate «al Sole invitto compagno» e, nel caso della zecca di Pavia, anche «a
Marte salvatore» (Marti Conservatori) e «a Marte Protettore della Patria»
(Marti Patri Conservatori). L'attributo «compagno» riferito al Sole, che
manca in monete analoghe di precedenti imperatori, è singolare e occorre
chiedersene il significato. Normalmente viene interpretato come «al compagno
(di Costantino), il Sole Invitto»; indicherebbe quindi una indiretta
deificazione dell'imperatore stesso. Il vero significato, però, potrebbe anche
essere completamente diverso. Nell'età imperiale, infatti, la parola latina
comes, oltre che «compagno» indicava un funzionario imperiale e perciò da essa
è derivato il titolo nobiliare «conte». Alle orecchie dei galilei, quindi,
questa strana legenda poteva ricordare che il sole non era un dio, ma una
potenza subordinata alla divinità suprema. A sua volta l'imperatore si presenta
come l'autorità suprema in terra allo stesso modo come il sole lo era in cielo;
autorità, però, entrambe subordinate. Questa interpretazione è confermata
dall'emissione (durante la prima guerra
civile contro Licinio), la cui legenda recita: SOLI INVIC COM DN (soli invicto
comiti domini), che potrebbe essere tradotto come «al sole invitto compagno del
signore», ma che sembra più logico tradurre «al sole invitto, ministro del
Signore». La maggior parte delle zecche sia in oriente sia in occidente
passarono a emissioni laiche benaugurali, fra cui per prima quella con la
legenda «Liete vittorie al principe perpetuo» (Victoriae laetae prin. perp.).Da
quell'anno dalle monete bronzee di Costantino iniziano a sparire gli dei
tradizionali, come Elio, Marte, Giove, sostituiti dall'immagine solitaria
dell'imperatore, che volge gli occhi verso l'alto, ad un divino generico, che
può essere interpretata come Giove. La monetazione aurea invece mantiene ancora
a lungo gli dei tradizionali, forse perché rivolta ai patrizi e a persone di
rango elevato, ancora legate alla religione tradizionale Le monete con
simboli dei galilei o supposti tali sono rare e costituiscono solo circa l'1%
delle tipologie conosciute. La zecca di Pavia (Ticinum) conia un medaglione
d'argento in cui il monogramma di Cristo era riprodotto sopra l'elmo piumato
dell'imperatore. Solo dopo la vittoria su Licinio compare la tipologia con il
labaro imperiale e il monogramma di Cristo, che trafiggono un serpente, simbolo
appunto di Licinio,[99] e simultaneamente scompaiono del tutto dalle monete sia
le immagini del sole invitto sia la corona radiata, altro simbolo apollineo e
solare. Nel 326 appare il diadema, simbolo monarchico di derivazione
ellenistica, e poco dopo il sovrano viene raffigurato con lo sguardo rivolto in
alto, come nei ritratti ellenistici, a simboleggiare il contatto privilegiato
tra l'imperatore e la divinità. L'ambiguitas constantiniana Quanto sopra
osservato a proposito delle monete di Costantino, cioè la volontà imperiale di
presentarsi come un prediletto dal cielo, senza, però, mettere in chiaro quale
fosse la divinità, può essere rilevato in molti altri aspetti dell'impero di
Costantino. Il ruolo determinante giocato da Costantino nell'ambito della
chiesa cristiana (ad esempio tramite la convocazione di concili e il
presiederne i lavori) non deve oscurare il fatto che Costantino svolse funzioni
analoghe nell'ambito di altri culti. Egli infatti mantenne la carica di
pontefice massimo della religione pagana; carica che era stata di tutti gli
imperatori romani a partire da Augusto. Lo stesso fecero i suoi successori
cristiani fino al 375. Anche la battaglia di Ponte Milvio, con cui nel
312 Costantino sconfisse Massenzio, diede origine a leggende discordanti, che,
però, potrebbero risalire tutte a Costantino, sempre attento a presentarsi come
prescelto dal divino, qualunque essa fosse. Per queste leggende si veda la voce
in hoc signo vinces. In questo senso si spiegano sia l'editto imperiale di
tolleranza o l'editto di Milano del 313 (conferma rafforzata di un editto di
Galerio del 30 aprile 311), sia l'iscrizione sull'arco di Costantino: entrambi
citano una generica "divinità", che poteva dunque essere identificata
sia con il Dio cristiano, sia con il dio solare. L'ambiguità dell'Editto di
Milano, però, è ovvia, dato che esso fu proclamato da Licinio. Costantino
persegue probabilmente il proposito di riavvicinare i culti presenti
nell'impero, nel quadro di un non troppo definito monoteismo imperiale. Vi fu
una grande confusione da parte degli osservatori esterni del cristianesimo che
portò molti ad identificare i cristiani come adoratori del sole. Molto prima
che Eliogabalo e i suoi successori diffondessero a Roma il culto siriaco del
Sol invictus, molti romani ritenevano che i cristiani adorassero il sole:
«Gli adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio
Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo» (Adriano) «…molti
ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo
rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla
gioia» (Tertulliano, Ad nationes, apologeticum, de testimonio
animae) Questa confusione era senz'altro favorita dal fatto che Gesù era
risorto nel primo giorno della settimana, quello dedicato al sole, e perciò i
cristiani avevano l'abitudine di festeggiare proprio in quel giorno (oggi
chiamato domenica): «Nel giorno detto del Sole si radunano in uno stesso
luogo tutti coloro che abitano nelle città o in campagna, si leggono le memorie
degli apostoli o le scritture dei profeti, per quanto il tempo lo consenta;
poi, quando il lettore ha terminato, il presidente istruisce a parole ed esorta
all'imitazione di quei buoni esempi. Poi ci alziamo tutti e preghiamo e, come
detto poco prima, quando le preghiere hanno termine, viene portato pane, vino e
acqua, e il presidente offre preghiere e ringraziamenti, secondo la sua
capacità, e il popolo dà il suo assenso, dicendo Amen. Poi viene la
distribuzione e la partecipazione a ciò che è stato dato con azioni di grazie,
e a coloro che sono assenti viene portata una parte dai diaconi. Coloro che
possono, e vogliono, danno quanto ritengono possa servire: la colletta è
depositata al presidente, che la usa per gli orfani e le vedove e per quelli
che, per malattia o altre cause, sono in necessità, e per quelli che sono in
catene e per gli stranieri che abitano presso di noi, in breve per tutti quelli
che ne hanno bisogno.» (Giustino) Questa scelta liturgica era
inevitabile. Il giorno del sole, infatti, non solo era proprio il primo della
settimana, quello in cui Gesù era risorto, ma anche aveva una valenza
metaforica teologicamente e scritturalmente corretta. L'abitudine di chiamare
tale giorno "giorno del Signore" (dies dominica, da cui, appunto il
nome domenica) compare per la prima volta alla fine del primo secolo
(Apocalisse 1, 10[100]) e poco dopo nella didaché, prima cioè che il culto del
Sol Invictus prendesse piede. Anche la decisione di celebrare la nascita
di Cristo in coincidenza col solstizio d'inverno ha dato origine a molte
controversie, dato che le date di nascita di Gesù fornite dai Vangeli sono
imprecise e di difficile interpretazione. Le prime notizie di feste cristiane
per celebrare la nascita di Cristo risalgono circa all'anno 200. Clemente Alessandrino
riporta diverse date festeggiate in Egitto, che sembrano coincidere con
l'Epifania o col periodo pasquale (cfr. Data di nascita di Gesù). Nel 204
circa, invece, Ippolito di Roma propone il 25 dicembre (e la correttezza
storica di tale scelta sembrerebbe essere stata approssimativamente confermata
da recenti scoperte). La decisione delle autorità romane, tuttavia, di
uniformare la data delle celebrazioni proprio il 25 dicembre potrebbe essere
stata stabilita in buona parte per motivi "politici" in modo da
congiungersi e sovrapporsi alle feste pagane dei Saturnali e del Sol
invictus. La confusione delle date liturgiche fra i culti continuò per un
certo periodo, anche perché ovviamente l'editto di Tessalonica, che proibiva i
culti diversi dal cristianesimo, non determinò la conversione immediata dei
pagani. Ancora ottanta anni dopo, nel 460, il papa Leone I sconsolato
scriveva: «È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni
cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver
salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano
in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per
questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono
astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei.» (Papa
Leone I, 7° sermone tenuto nel Natale del 460 - XXVII-4) La
sovrapposizione fra culto solare e culto cristiano ha dato origine a molte
controversie, tanto che alcuni hanno sostenuto che il cristianesimo sia stato
pesantemente influenzato dal mitraismo e dal culto del Sol invictus o
addirittura trovi in essi la sua radice vera. Questa ipotesi si forma durante
il Rinascimento, ma si è diffusa negli ultimi decenni del XX secolo, tanto da essere
considerata (se non accettata) perfino negli ambienti più progressisti delle
chiese cristiane. Un esempio di questa ipotesi ce lo fornisce il vescovo
siriano Jacob Bar-Salibi che, alla fine del XII secolo, scrive: «Era
costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del
quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano
parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani
erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la
"vera" Natività doveva essere proclamata in quel giorno.»
(Jacob Bar-Salibi) Anche l'allora cardinale Joseph Ratzinger (poi papa
Benedetto XVI) parla della cristianizzazione della festa antico romana dedicata
al sole e agli dei che lo rappresentavano. È introdotta la settimana di sette
giorni e fu decretato come giorno di riposo il dies Solis (il "giorno del
Sole", che corrisponde alla nostra domenica). (LA) «Imperator
Constantinus.Omnes iudices urbanaeque plebes et artium officia cunctarum venerabili
die solis quiescant. ruri tamen positi agrorum culturae libere licenterque
inserviant, quoniam frequenter evenit, ut non alio aptius die frumenta sulcis
aut vineae scrobibus commendentur, ne occasione momenti pereat commoditas
caelesti provisione concessa. * Const. A. Helpidio. * <a 321 PP. V NON.
MART. CRISPO II ET CONSTANTINO II CONSS. Nel venerabile giorno del Sole, si
riposino i magistrati e gli abitanti delle città, e si lascino chiusi tutti i
negozi. Nelle campagne, però, la gente sia libera legalmente di continuare il
proprio lavoro, perché spesso capita che non si possa rimandare la mietitura
del grano o la cura delle vigne; sia così, per timore che negando il momento
giusto per tali lavori, vada perduto il momento opportuno, stabilito dal cielo.»
(Codice giustinianeo) Benché dopo la sconfitta di Licinio il
cristianesimo di Costantino trovi sempre più conferme pubbliche, occorre non
dimenticare che: «Mentre egli e sua madre abbelliscono la Palestina e le grandi
città dell'impero di sfarzosissime chiese, nella nuova Costantinopoli egli fa
costruire anche dei templi pagani. Due di questi, quello della Madre degli dèi
e quello dei Dioscuri, possono essere stati semplici edifici decorativi
destinati a contenere le statue collocatevi come opere d'arte, ma il tempio e
la statua di Tyche, personificazione divinizzata della città, dovevano essere
oggetto di un vero e proprio culto». Probabilmente il progetto politico di
Costantino di tollerare il Cristianesimo, se non frutto di una conversione
personale autentica, nacque dalla presa d'atto del fallimento della
persecuzione contro i cristiani scatenata da Diocleziano. La sconfitta così
clamorosa di Diocleziano aveva dovuto persuadere Costantino che l'Impero aveva
bisogno di una nuova base morale che la religione tradizionale era incapace di
offrirgli. Bisognava, quindi, trasformare la forza potenzialmente disgregante
delle comunità cristiane, dotate di grandi capacità organizzative oltre che di
grande entusiasmo, in una forza di coesione per l'Impero. Questo è il senso
profondo della svolta costantiniana, che finì per chiudere la fase movimentista
del cristianesimo trascendente e aprire quella del cristianesimo politicamente
trionfante. I cristiani furono inseriti sempre di più nei gangli vitali del
potere imperiale. Inoltre, alla Chiesa cristiana, già alimentata cospicuamente
dal flusso delle contribuzioni spontanee dei fedeli, furono concesse numerose
esenzioni e privilegi fiscali, moltiplicandone la ricchezza. Dopo l'esercito,
la Chiesa cristiana grazie a Costantino stava diventando il secondo pilastro
dell'Impero. La leggenda della donazione costantiniana Secondo una tarda
leggenda medievale, Costantino, dopo la battaglia di Ponte Milvio, fece dono a
papa Silvestro I (convinto di essere stato da lui guarito dalla lebbra), dello
splendido Palazzo Laterano (di proprietà della moglie Fausta), consegnando così
al papa romano la città di Roma e dando avvio, con quell'atto di devoluzione,
al potere temporale dei papi, ma la cosiddetta Donazione di C. (nota in latino
come "Constitutum Constantini", ossia "decisione",
"delibera", "editto") è un documento apocrifo conservato in
copia nelle Decretali dello Pseudo-Isidoro e, come interpolazione, in alcuni
manoscritti del Decretum di Graziano (XII secolo). Nel 1440 il filologo
italiano Lorenzo Valla dimostrò in modo inequivocabile come il documento fosse
un falso. Colonna di Costantino I a Costantinopoli. Sotto di essa
l'imperatore avrebbe posto amuleti pagani e reliquie cristiane a protezione
della città La leggenda della donazione quindi probabilmente voleva dare un
fondatore illustre, il primo imperatore cristiano, al successivo disegno
politico di imporre il Cristianesimo come unica religione ufficiale dell'impero
romano. Tale sviluppo però ebbe luogo solo a partire dall'epoca tarda, con
Graziano e Teodosio quindi verso la fine del IV secolo (391). Dopo la caduta
dell'Impero d'occidente, nel 476, la "donazione" divenne la base
giuridica del Papato per legittimare il proprio potere temporale sulla città di
Roma e la sua indipendenza dall'imperatore. La conversione Costantino
mantenne il titolo di Pontifex Maximus che gli spettava come imperatore e
condusse una politica di mediazione tra i vari culti dell'Impero e anche tra le
diverse correnti del nascente Cristianesimo. Riceve il battesimo
cristiano solo IN PUNTO DI MORTE, per mano di un suo consigliere, il vescovo
ariano Eusebio di Nicomedia.[109] Alcuni storici, però, ritengono che questo
racconto possa essere stato tramandato per motivi politico-religiosi e propagandistici.[110].
Va detto che il battesimo ricevuto sul letto di morte da catecumeno era
un'usanza del tempo, quando non essendo stato ancora riconosciuto il sacramento
della confessione si preferiva annullare tutti i propri peccati prima della
morte, che avveniva così in albis. Senza escludere l'utilità politica
attesa da Costantino dall'alleanza con la Chiesa cattolica, alcuni documenti
risalenti al periodo dell'Editto di Milano rivelerebbero un avvicinamento
dell'imperatore al cristianesimo ben più marcato di quanto descritto da parte
della storiografia, in una lettera del 314-315 di Costantino a Elafio, suo
vicario imperiale in Africa, si rivolgeva infatti circa lo scisma donatista con
queste parole[111]: «… non sarò mai soddisfatto né mi aspetterò prosperità e
felicità dal potere misericordioso dell'Onnipotente fino a quando non sentirò
che tutti gli uomini offrono al Santissimo la retta adorazione della religione
cattolica in una comune fratellanza…» solo dieci anni più tardi scriveva
a Sapore II re di Persia con medesimi accenti[112]: «…Io sarò soddisfatto solo
quando vedrò che tutti pregheranno, con fraterna concordia d'intenti,
nell'autentico culto della Chiesa universale…» ciò farebbe pensare che il
battesimo venne amministrato in punto di morte a Nicomedia solo come termine di
un lungo processo di conversione che non fu estraneo a contaminazioni con
ambienti dell'arianesimo, nella cui fede fu battezzato. Tali contaminazioni gli
costarono la mancata canonizzazione cattolica (per la Chiesa cattolica,
coerentemente, la santificazione spetta solo a coloro che sono stati battezzati
secondo le norme cattoliche) e gli concessero l'inserimento ufficiale solo tra
i santi ortodossi; accadde diversamente per la madre Elena, che si commemora il
18 di agosto, il cui battesimo fu invece celebrato in osservanza di tale
liturgia. Fu dunque l'adesione all'arianesimo negli ultimi anni della sua vita,
quelli successivi alla partenza per la nuova Costantinopoli, a indurre la
Chiesa di Roma a prenderne le distanze; ciò avvenne attraverso la riscrittura
agiografica della vita, da parte di papa Silvestro così come descritta negli
Actus Silvestri. Non è altresì da escludere che sulla conversione di
Costantino abbiano influito in modo determinante gli eventi succedutisi dagli
inizi del IV secolo con la constatazione del fallimento delle persecuzioni del
303 e l'editto di Galerio del 311 che tentava di far rientrare la religione
cristiana nell'alveo di tutte le altre religioni ammesse nell'impero, che
tradiva il timore dell'universalismo del cristianesimo che metteva a rischio le
istituzioni romane basate sulle differenze etniche. Dal papiro di Londra
numero 878, che contiene una parte di un editto del 324, e da un'attenta
riconsiderazione storica pare che Costantino fosse animato da "un
effettivo accostamento al sentimento cristiano". Che sia stato per
convinzione personale o per calcolo politico, Costantino appoggiò comunque la
religione cristiana soprattutto dopo l'eliminazione di Licinio nel 324, costruendo
basiliche a Roma, Gerusalemme e nella stessa Costantinopoli; conferì alle
chiese il diritto di ricevere beni in eredità e quelle maggiori furono dotate
di vaste proprietà; diede ai vescovi vari privilegi e poteri giudiziari, quali
quello di essere giudicati da loro pari ponendo le basi al principio relativo
al vescovo di Roma del prima sedes a nemine iudicatur; concesse gli episcopalis
audientia. Fu in epoca costantiniana inoltre, una volta identificata la Chiesa
secondo la definizione paolina di Corpus Mysticum e ritenuta capace di ricevere
donazioni ed eredità, che ebbe luogo il concetto, prima sconosciuto nella
legislazione romana, di persona giuridica nella successiva legislazione.
Il riformatore cristiano Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio di Nicea
I. L'icona di San Costantino nel Castello di Lari (Toscana), opera
realizzata per i 1700 anni dell'editto di Milano La politica di Costantino
mirava a creare una base salda per il potere imperiale sull'assioma che c'era
un unico vero dio, una sola fede e quindi un unico legittimo imperatore. Nella
stessa religione cristiana per questo motivo era dunque importantissima
l'unità: Costantino fu promotore, pur non essendo battezzato, di diversi
concili, per risolvere le questioni teologiche che dividevano la Chiesa. In
tali concili presenziò come pontifex maximus dei romani o "vescovo di
quanti sono fuori della chiesa". Il primo fu quello convocato ad
Arelate (primo concilio di Arles), in Francia nel 314, che confermò una
sentenza emessa da una commissione di vescovi a Roma, che aveva condannato
l'eresia donatista, intransigente nei confronti di tutti i cristiani che si
erano piegati alla persecuzione dioclezianea: in particolare si trattava del
rifiuto di riconoscere come vescovo di Cartagine Cipriano, il quale era stato
consacrato da un vescovo che aveva consegnato i libri sacri. Ancora nel
325, convocò a Nicea il primo concilio ecumenico, che lui stesso inaugurò, per
risolvere la questione dell'eresia ariana: Ario, un prete alessandrino
sosteneva che il Figlio non era della stessa "sostanza" del padre, ma
il concilio ne condannò le tesi, proclamando l'omousia, ossia la medesima
natura del Padre e del Figlio. Il concilio di Tiro del 335 condannerà tuttavia
Atanasio, vescovo di Alessandria, il più accanito oppositore di Ario,
soprattutto a causa delle accuse politiche che gli vennero rivolte.
L'imperatore fece costruire numerose chiese cristiane, tra cui le basiliche del
Santo Sepolcro a Gerusalemme, la basilica di Mamre e la basilica della Natività
a Betlemme. A Roma eleva la basilica del Laterano e la prima basilica di San
Pietro. Per la sua sepoltura decise di non farsi seppellire nel mausoleo dove
era già la madre a Roma, ma si fece costruire un mausoleo a Costantinopoli
vicino o all'interno della chiesa dei Santi Apostoli, tra le reliquie di questi
ultimi, che cercò di radunare. Eusebio di Cesarea narra che Costantino fu
munifico e ornò gli edifici di oro, marmi, colonne, e splendidi arredi.
Purtroppo nessuna delle basiliche originali di Costantino si è conservata fino
ai giorni nostri, salvo pochi resti di fondazioni. In tutto l'impero, i templi
pagani, salvo poche eccezioni, non vennero riconvertiti in chiese, ma
abbandonati, perché inadatti al nuovo culto che richiedeva la presenza di
numerosi fedeli all'interno. I culti pagani invece si svolgevano all'aperto,
con la cella del tempio riservata al dio. Vi fu quindi la riconversione ad uso
religioso di un particolare tipo di edificio romano, la basilica civile.
Culto Anche se divenuto cristiano, alla morte Costantino venne divinizzato
(divus), per decreto del senato, con la cerimonia pagana dell'apoteosi, come
era consuetudine per gli imperatori romani. Costantino, nonostante avesse
iniziato a costruire un grandioso mausoleo di famiglia a Roma, lo lasciò a sua
madre (il cd. Mausoleo di Elena) e volle essere sepolto a Costantinopoli, nella
Chiesa dei Santi Apostoli, divenendo così il primo imperatore a essere sepolto
in una chiesa cristiana. Costantino è considerato santo dalla Chiesa
ortodossa, che secondo il Sinassario Costantinopolitano lo celebra assieme alla
madre Elena. La santità di Costantino non è riconosciuta dalla Chiesa
cattolica (infatti non è riportato nel Martirologio Romano), che tuttavia
celebra sua madre[117] il 18 agosto. A livello locale il culto di san
Costantino è comunque autorizzato anche nelle chiese di rito romano-latino. In
Sardegna, per esempio, la festa del santo (nella tradizione religiosa sarda)
ricorre il 7 luglio. Il 23 aprile invece, viene festeggiato a Siamaggiore, in provincia
di Oristano, l'unico paese dell'isola in cui Costantino Magno Imperatore ne è
anche il patrono. Nell'isola esistono due santuari principali dedicati
all'imperatore: uno si trova a Sedilo, nel centro geografico dell'isola, in
provincia di Oristano, dove il 6 e 7 luglio di ogni anno si corre l'Ardia, una
sfrenata e spettacolare corsa a cavallo di origine bizantina che rievoca la
vittoria del 312 a Ponte Milvio; l'altro è a Pozzomaggiore, in provincia di
Sassari. Altre attestazioni minori si hanno in vari luoghi della Sicilia;
l'ultimo sabato di luglio, a Capri Leone, paese in provincia di Messina, si
festeggia la festività in suo onore, dove per devozione paesana egli è divenuto
Santo Patrono. Suggestiva la processione serale, con il simulacro di Costantino
Imperatore portato a spalla dai fedeli. Titolatura imperiale Lo
stesso argomento in dettaglio: Monetazione tetrarchica e Monetazione di
Costantino e dei Costantinidi. Titolatura imperialeNumero di volteDatazione
evento Tribunicia potestas33 volte: la prima volta il 25 luglio del 306, la
seconda il 10 dicembre del 306, la terza nel settembre del 307, la quarta il 10
dicembre del 307 e poi annualmente ogni 10 dicembre fino al 337 (anno in cui
non assunse l'iterazione perché premorì). Consolato. Salutatio imperatoria: la
prima quando è proclamato Caesar, poi
rinnovata ogni anno. Titoli vittoriosi Germanicus maximus; Sarmaticus maximus);
Gothicus maximus); Dacicus maximus; Adiabenicus; Arabicus maximus; Armeniacus
maximus; Britannicus maximus; Medicus maximus; Persicus maximus. Altri titoli Caesar,
Filius Augustorum e augustus; Pius, Felix, Pontifex Maximus; Invictus, Pater
Patriae, Proconsul; Maximus; Victor (in sostituzione di Invictus); Triumphator
(titolo aggiunto tra il 328 ed il 332). Località italiane in cui è attestato il
culto a San Costantino imperatore Calabria Calabria, Provincia di Vibo
Valentia, San Costantino Calabro Calabria, Provincia di Vibo Valentia,
Briatico, San Costantino di Briatico (frazione) Lucania Basilicata,
Provincia di Potenza, San Costantino Albanese Basilicata, Provincia di Potenza,
Rivello, San Costantino (frazione) Sardegna Sardegna, Provincia di
Oristano, Siamaggiore, Parrocchiale di San Costantino Magno Imperatore
Sardegna, Provincia di Oristano, Sedilo, Santuario di Santu Antinu Sardegna,
Provincia di Sassari, Pozzomaggiore, Chiesa di San Costantino (Pozzomaggiore)
Toscana Toscana, Provincia di Pisa, Casciana Terme Lari, Castello dei
Vicari a Lari Toscana, Provincia di Pisa, Casciana Terme Lari, Santuario di San
Martino in Petraja a Casciana Terme Trentino-Alto Adige Trentino-Alto
Adige, comune di Fiè allo Sciliar, frazione di San Costantino/St. Konstantin,
Chiesa di San Costantino Trentino-Alto Adige, comune di Naz-Sciaves, frazione
di Raas, Chiesa dei Santi Egidio e Costantino Note ^ Costantino si attribuì il
titolo Invictus dopo la propria autoproclamazione ad Augusto, nella seconda
metà del 310. Si veda nel merito Thomas Grünewald, Constantinus Maximus
Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda
1990, pp. 46-61. Il senato di Roma gli accordò questo titolo dopo la
vittoria su Massenzio. Si veda Lattanzio, De mortibus persecutorum Costantino
adottò il titolo Victor in sostituzione di Invictus nel 324, dopo la vittoria
definitiva su Licinio. Si veda nel merito Thomas Grünewald, Constantinus
Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung,
Stoccarda 1990, pp. 134-144. Costantino adottò il titolo Triumphator al
tempo delle campagne gotiche sul confine danubiano. Si veda nel merito Thomas
Grünewald, Constantinus Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der
zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda 1990, pp. 147-150. Timothy
Barnes, The victories of Constantine, in Zeitschrift fur Papyrologie und
Epigraphik 20, 1976, pp.149-155. CIL. CIL Iscrizione databile al
319 sulla quale troviamo diversi titoli vittoriosi: «Imperatori Caesari Flavio
Constantino Maximo Pio Felici Invicto Augusto pontifici maximo, Germanico
maximo III, Sarmatico maximo Britannico maximo, Arabico maximo, Medico maximo,
Armenico maximo, Gothico maximo, tribunicia potestate XIIII, imperatori XIII,
consuli IIII patri patriae, proconsuli, Flavius Terentianus vir perfectissimus
praeses provinciae Mauretaniae Sitifensis numini maiestatique eius semper
dicatissimus.» (CIL VIII, 8412 (p 1916)) ^ Y.Le Bohec, Armi e
guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero, Roma; Scarre,
Chronicle of the roman emperors, New York. Eusebio di Cesarea, Historia
ecclesiastica; Malalas, Cronografia; IL Alg-1, (Africa proconsularis,
Tenoukla): Dddominis nnnostris Flavio Valerio Constantino Germanico Sarmatico
Persico et Galerio Maximino Sarmatico Germanico Persico et Galerio Valerio
Invicto Pio Felici Augusto XI. ^ Il giorno e il mese sono largamente accettati,
mentre l'anno è talvolta anticipato al 271 o ritardato al 275 o anche molto più
tardi (ad esempio "ca. 280" secondo l'Enciclopedia Europea della
Garzanti. Fonti WEB citano addirittura il 289.). Il suo biografo ufficiale,
Eusebio di Cesarea, dice soltanto che la sua vita fu approssimativamente lunga
il doppio del suo regno, cioè circa 62-63 anni. Purtroppo Eusebio dichiara che
il suo regno durò 32 anni (e non 31), in quanto contava come interi anche gli
spezzoni incompleti dell'anno di nascita e di morte; ciò ha indotto in errore
alcuni storici, che anticipano di due anni la sua nascita. Nel merito si veda
inoltre Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, pp. 39-42.
Sesto Aurelio Vittore, De Caesaribus, 41.16; Sofronio Eusebio Girolamo,
Cronaca; Eutropio, Breviarium historiae romanae, X, 8.2; Annales Valesiani, VI,
35; Orosio, Historiae adversos paganos; Chronicon paschale, p.532, 7-21;
Teofane Confessore, Chronographia A.M. 5828 (testo latino); Michele siriaco,
Cronaca, VII, 3. ^ Il titolo imperiale ufficiale era IMPERATOR CAESAR FLAVIVS
CONSTANTINVS PIVS FELIX INVICTVS AVGVSTVS; dopo il 312 aggiunse MAXIMVS
("il grande") e sostituì INVICTVS con VICTOR, in quanto INVICTVS
ricordava il culto del Sol Invictus. ^ Costantino I, in Santi, beati e
testimoni - Enciclopedia dei santi, santiebeati.it. ^ Origo Constantini
Imperatoris Barnes, Constantine and Eusebius; Elliott, Christianity of
Constantine, 17; Odahl, 15; Pohlsander, "Constantine I"; Southern,
Odahl, Constantine and the Christian empire, London, Routledge, Gabucci,
Ancient Rome : art, architecture and history, Los Angeles, CA, J. Paul Getty
Museum, Barnes, Constantine and Eusebius; Lenski, "Reign of
Constantine" (CC); Odahl, Drijvers, J.W. Helena Augusta: The Mother of
Constantine the Great and the Legend of Her finding the True Cross (Leiden,
1991) 9, 15–17. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 3; Barnes, New Empire,
39–40; Elliott, Christianity of Constantine, 17; Lenski, "Reign of
Constantine" (CC); Odahl, 16; Pohlsander, Emperor Constantine, 14. ^
Eleanor H. Tejirian e Reeva Spector Simon, Conflict, conquest, and conversion
two thousand years of Christian missions in the Middle East, New York, Columbia;
Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine. ^ Epitome de Caesaribus,
41.16 ^ Come convincentemente dimostrato in A. Alflödi, Constantinus...
proverbio vulgari Trachala... nominatus, in BHAC (Bonn). Nel merito si veda
anche V. Neri, Le fonti della vita di Costantino nell'Epitome de Caesaribus, in
Rivista storica dell'antichità XVII-XVIII/1987-88, Bologna; Lattanzio, De
mortibus persecutorum, Costantino I, Oratio ad sanctorum coetum Eusebio di
Cesarea, Vita di Costantino Origo Constantini Imperatoris 2, 3. Tra il 299 ed
il 307 i Tetrarchi iterano il titolo Sarmatico massimo per quattro volte e ciò
ben testimonia l'intenso sforzo bellico profuso contro tale popolazione
barbara. Si veda Barnes, Constantine. Dynasty, Religion and Power in the Later
Roman Empire, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum; Eutropio Lattanzio, De
mortibus persecutorum; Zosimo, Origo Constantini Imperatoris 2,4; Zonara
Epitome de Caesaribus, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 25, 1-5 ^ Moreau,
Lactance. De la mort des persécuteurs, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 26,
1-3; Zosimo Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De Mortibus
Persecutorum, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Barnes, Constantine. Dynasty,
Religion and Power in the Later Roman Empire, p. 71. ^ Pasqualini, Massimiano
Herculius. Per un'interpretazione della figura e dell'opera, p. 87. ^
Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De Mortibus Persecutoru; Zosimo,
Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Sulle deliberazioni di Carnuntum si veda
Roberto, Diocleziano, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, 29, 3. ^ Lattanzio,
De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De Mortibus Persecutorum, Lattanzio, De
Mortibus Persecutorum; Lattanzio, De
Mortibus Persecutorum, Zosimo, Storia nuova, Eutropio, Breviarium historiae
romanae, Barnes, C. and Eusebius Nella pianura tra Rivoli e Pianezza: Vittorio
Messori e Giovanni Cazzullo, Il Mistero di Torino, Milano, Mondadori, Zosimo,
Storia nuova, II, 26. ^ Zosimo, Storia nuova, II, 28. Zosimo, Storia
nuova, Battesimo di Costantino, su treccani Ruffolo, Quando l'Italia era una
superpotenza, Einaudi, Zosimo, Storia nuova, II, 30. Zosimo, Storia
nuova, Zosimo, Storia nuova, II, 33.2. Zosimo, Storia nuova, II, 33.3. ^
Ammiano Marcellino, Storie; Gibbon (Saunders), Zosimo, Storia nuova, Gibbon
(Saunders), Per la traduzione di "comes" con "ministro" si
interpreti: Ita etiam qui sacri Palatii ministeriis ac officiis
praeficiebantur, eorumdem ministeriorum ac officiorum Comites dicti, ut ex
infra observandis constat., cfr. Du Cange, Baroni, Cronologia della storia
romana, Eutropio, Breviarium historiae romanae, Zosimo, Storia nuova, Maxfield,
L'Europa continentale, Baroni, Cronologia della storia romana; Flavio Claudio
Giuliano, De Caesaribus, 329c. ^ C.R.Whittaker, Frontiers of the Roman empire.
A social ad economic study, Baltimora et London, 1Zosimo, Storia nuova, Bohec,
Armi e guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero, Roma,
Lido, De magistratibus; Zosimo, Storia nuova, Bohec, Armi e guerrieri di Roma
antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero, Roma, Zosimo, Storia nuova,
Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, Più tardi, nel 358, il
vescovo Macedonio fece traslare il sarcofago imperiale nell'attiguo mausoleo
del martyrium di S. Acacio. ^ Chronicon paschale, Bury, Chronicon paschale; Passio
Artemii; Zonara, L'epitome delle storie,
In particolare furono uccisi i fratellastri di Costantino I, Giulio
Costanzo, Nepoziano e Dalmazio, alcuni loro figli, come Dalmazio Cesare e
Annibaliano, e alcuni funzionari, come Optato e Ablabio. ^ Eutropio, Breviarium
historiae romanae, X, 9. ^ Zosimo, Storia nuova, ii.40. ^ Burckhardt,
Costantino il Grande e i suoi tempi, tr.it. Longanesi Ad esempio, Clemente,
titolare della cattedra di storia romana all'università di Firenze, autore di una
Guida alla storia romana; Fraschetti, docente di storia economica e sociale del
mondo antico presso la Sapienza di Roma, autore de La conversione. Da Roma
pagana a Roma cristiana; Arnaldo Marcone docente di Storia romana
all'università di Udine, autore di Pagano e cristiano. Vita e morte di Costantino;
Robin Lane Fox, docente di Storia antica presso il College di Oxford, autore di
Pagani e cristiani; e molti altri titolati studiosi del mondo antico, come
Andrea Alfoldi, Franchi de' Cavalieri, Baynes, Sordi, Bringmann. Veyne, Quando
l'Europa è diventata cristiana, Collezione Storica Garzanti, Milano, Filoramo,
La croce e il potere, Mondadori, Milano; Horst, Costantino il grande, Milano Il
ripudio nel tardo Impero: una costituzione di Teodosio II, su
jus.vitaepensiero.it. Dal Gesù storico al Cristo della fede: la svolta
costantiniana, su homolaicus.com. Costantino e la legislazione antiereticale.
La costruzione della figura dell'eretico Notizie in inglese sulle monete di C.
in bronzo con simboli cristiani Apocalisse su La Parola La Sacra Bibbia in italiano
in Internet. La nascita di Gesù è avvenuta secondo i vangeli circa quindici
mesi dopo l'annuncio a Zaccaria della nascita del Battista. La collocazione di
questo evento nell'ultima settimana di settembre, in accordo con la tradizione
cristiana, è compatibile con le notizie oggi disponibili sul turno di servizio
sacerdotale al tempio della classe sacerdotale di Abia, alla quale apparteneva
Zaccaria. Cfr. Data di nascita di Gesù ^ da Christianity and Paganism in the
Fourth to Eighth Centuries, Yale, Ramsay MacMullen, La scelta del 25 dicembre
per celebrare il Natale cristiano: dal dies natalis del Sol invictus,
espressione del culto solare di Emesa e del dio Mitra, alla celebrazione del
Cristo, “sole che sorge”, su gliscritti.it. Burckhardt Ruffolo, Quando l'Italia
era una superpotenza, Einaudi; Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza,
Einaudi, nella sua opera De falso credita et ementita Constantini donatione ^
Sozomeno, Historia Ecclesiastica, II,34; Eusebio di Cesarea, Vita Constantini,
IV,61–63; Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica; Cirro, Historia
Ecclesiastica, GIRLAMO (si veda), Chronicon. Barbero, Costantino il Vincitore,
Salerno, Epistula Constantini ad Aelafium, CSEL; Carile in L'imperatore e la
Chiesa. Dalla tolleranza alla supremazia della religione cristiana (380), alle
contese per la cattolicità delle chiese; Enciclopedia Costantiniana, Treccani
Gli Actus Silvestri sono menzionati la prima volta nel Decretum Gelasianum,
documento attribuito a papa Gelasio I, come affermato in: Marilena Amerise, Il
battesimo di Costantino il Grande. Storia di una scomoda eredità (Hermes
Einzelschriften, 95), Franz Steiner Verlag, München; Wilhelm Pohlkamp n
Internet Archive. aveva identificato nei manoscritti una versione più antica, e
una versione più recente. Carile in L'imperatore e la Chiesa cit. ^ Ranuccio
Bianchi Bandinelli e Mario Torelli, L'arte dell'antichità classica,
Etruria-Roma, Utet, Torino 1976, pag 112. ^ Alberto Perlasca, Il concetto di
bene ecclesiastico. Anche se si pensa che la madre di C. propendesse più per la
religione ebraica, tanto da restare delusa alla notizia della conversione al
cristianesimo del figlio (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una
superpotenza). Scarre, Grünewald, Constantinus Maximus Augustus.
Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda; Galerio
attribuì questo titolo a C. e Massimino Daia subito dopo il convegno di
Carnuntum, sostituendolo a quello di cesare. Si veda nel merito Stefan, Un rang
impérial nouveau à l’époque de la quatrième Tétrarchie: Filius Augustorum. Première
partie. Inscriptions révisées: problèmes de titulature impériale et de
chronologie, in Antiquité Tardive; Costantino si attribuì il titolo invictus, e
con ogni probabilità anche quello di Pater Patriae insieme alla carica di
Proconsul, dopo la propria auto-proclamazione ad OTTAVIANO (si veda). Si veda
nel merito Thomas Grünewald, Constantinus Maximus Augustus.
Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda; Costantino
adottò il titolo Victor in sostituzione di Invictus dopo la vittoria definitiva
su Licinio. Si veda nel merito Thomas Grünewald, Constantinus Maximus Augustus.
Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen Überlieferung, Stoccarda; Ammiano
Marcellino, Historiae (testo a fronte in inglese). Vittore, De Caesaribus
(versione latina) Consolaria costantinopolitana. Chronicon paschale. Costantino
I, Oratio ad sanctorum coetum. Epitome de Caesaribus (versione latina). Eusebio
di Cesarea, Vita di Costantino (latino); Storia ecclesiastica (traduzione
inglese). Eutropio, Breviarium historiae romanae (testo latino), IX-X .
Giordane, De origine actibusque Getarum; Vedi qui testo latino. Girolamo,
Cronaca, versione francese QUI. Lattanzio, De mortibus persecutorum; latino.
Origo Constantini Imperatoris; Vedi qui testo latino e traduzione in inglese.
Orosio, Historiarum adversus paganos libri Vedi qui testo latino. Notitia
dignitatum, Notitia dignitatum (latino) . Panegyrici latini, testo latino.
Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, I. Sozomeno, Historia Ecclesiastica,
I. Teodoreto di Cirro, Historia Ecclesiastica, I. Teofane Confessore,
Chronographia (testo latino) . Zonara, L'epitome delle storie, Vedi qui testo
latino. Zosimo, Storia nuova, traduzione inglese, QUI. Studi Andreas Alföldi,
Costantino tra paganesimo e cristianesimo, Laterza, Roma-Bari; Barbero,
Costantino il Vincitore, Salerno Editrice, Roma, Barnes, The victories of
Constantine, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik Timothy Barnes,
Constantine and Eusebius, Cambridge, MA Harvard; Barnes, The New Empire of
Diocletian and Constantine, Harvard, Barnes, Constantine. Dynasty, Religion and
Power in the Later Roman Empire, Wiley Blackwell, Malden - Oxford, Bandinelli e
Torelli, L'arte dell'antichità classica. Etruria-Roma, UTET, Torino,
Burckhardt, Costantino il Grande e i suoi tempi, tr.it. Longanesi, Milano,
Carpiceci e Marco Carpiceci, Come Costantin chiese Silvestro d'entro Siratti -
Costantino il grande, San Silvestro e la nascita delle prime grandi basiliche
cristiane, Edizioni Kappa, Roma Chastagnol, L'accentrarsi del sistema: la
tetrarchia e Costantino, Storia di Roma, Einaudi, Torino, Storia Einaudi dei
Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano; Cuneo, La legislazione di Costantino
II, Costanzo II e Costante; Giuffrè, Diehl, La civiltà bizantina, Garzanti,
Milano, Donati e Gentili, Costantino il Grande: la civiltà antica al bivio tra
Occidente e Oriente, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Fraschetti, La
conversione: da Roma pagana a Roma cristiana, Laterza, Bari; Grünewald,
Constantinus Maximus Augustus. Herrschaftspropaganda in der zeitgenössischen
Überlieferung, Stoccarda Eberhard Horst, C. il Grande, Milano, Bompiani, Bohec,
Armi e guerrieri di Roma antica: da Diocleziano alla caduta dell'impero, Carocci,
Roma, Marcone, Pagano e cristiano: vita e mito di Costantino, Laterza,
Roma-Bari, Maxfield, L'Europa continentale, in Il mondo di Roma imperiale. La
formazione, Laterza, Roma-Bari, Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza,
Bari; riediz. e successive rist.; Moreau, Lactance. De la mort des
persécuteurs, Parigi Percivaldi, Fu vero Editto? C. e il Cristianesimo tra
storia e leggenda, Ancora Editrice, Milano, Pasqualini, Massimiano Herculius.
Per un'interpretazione della figura e dell'opera. Roma, Rentetzi, Costantino,
Elena e la vera croce. Modelli iconografici nell'arte bizantina, Studi
Ecumenici. - Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino - Pontificia Università
Antonianum, archive
isevenezia.it/it/ pubblicazioni/ pubblicazioni_dell_ise /rivista_
di_studi ecumenici/ Roberto, Diocleziano, Roma Ruffolo, Quando l'Italia era una
superpotenza, Einaudi, Torino, The paradigmatic value of the depiction of
Constantine in the homonymous arch in the formation of the Christ in Throne's
iconography web.archive.org
/web/.ni.rs/ byzantium/ english.php (Paper presented to the Nis
and Byzantium Symposium”, Nis), Nis, Scarre, Chronicle of the roman emperors,
Pat Southern, The Roman Empire: from Severus to Constantine, Londra, Stefan, Un
rang impérial nouveau à l’époque de la quatrième Tétrarchie: Filius Augustorum.
Première partie. Inscriptions révisées: problèmes de titulature impériale et de
chronologie, in Antiquité Tardive Costantino e le sfide del cristianesimo. Tracce
per una difficile ricerca, a cura di Tanzarella - Adamiak, Il pozzo di Giacobbe,
Trapani. Whittaker, Frontiers of the Roman empire. A social ad economic study,
London, L'editto di Milano e il tempo della tolleranza. Costantino, Mostra di
Palazzo Reale a Milano, mostra a cura di Paolo Biscottini e Gemma Sena Chiesa,
catalogo a cura di Gemma Sena Chiesa, Ed. Mondadori Electa, Milano. Filmografia
Costantino il Grande, regia di Lionello De Felice, con Cornel Wilde, Belinda
Lee e Massimo Serato. Voci correlate Aeroporto C. il Grande Niš (Serbia) Antica
basilica di San Pietro in Vaticano Ardia Arco di Costantino Arco di
Malborghetto Arte costantiniana Basilica della Natività Basilica del Santo
Sepolcro Basilica Palatina di Costantino (ad Augusta Treverorum, oggi Treviri)
Basilica di Massenzio (a Roma) Basilica di San Giovanni in Laterano Basilica di
San Paolo fuori le mura Cesaropapismo Colonna di Costantino Monumento a
Costantino Imperatore Donazione di Costantino Flavia Giulia Elena In hoc signo
vinces Monogramma di Cristo Statua colossale di Costantino I Terme di
Costantino Ponte di Costantino (Danubio) Costantino I imperatore, detto il
Grande, su Treccani– Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana.Alberto Olivetti, COSTANTINO I imperatore, detto il Grande, in
Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Costantino I detto
il Grande, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
MacGillivray Nicol e J.F. Matthews, Constantine I, su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Costantino I, su BeWeb, Conferenza Episcopale
Italiana. Costantino I, in Diccionario biográfico español, Real Academia de la
Historia. Opere di Costantino I, su digilibLT, Università degli Studi del
Piemonte Orientale Amedeo Avogadro. Modifica su Wikidata Opere di Costantino I,
su openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere di Costantino I, su Open Library,
Internet Archive. C. I, su Goodreads. Costantino I, in Catholic Encyclopedia,
Robert Appleton Company. C. I, su Santi, beati e testimoni, santiebeati.it. The
Roman Law Library by Professor Yves Lassard and Alexandr Koptev, su
web.upmf-grenoble. Monete emesse da Costantino I, su wildwinds.com. Sito
dedicato alle monete di Costantino in bronzo, su constantine the great coins. Predecessore
Imperatore romano Successore Costanzo Cloro (con Galerio) Costantino IIVDM
Imperatori romani e relative linee di successione VDM Diocleziano Portale
Antica Roma Portale Biografie Portale Bisanzio Portale
Cristianesimo Categorie: Imperatori romani Santi romani Nati a Naissus Morti a
Nicomedia Costantino I Dinastia costantiniana Santi per nomeStoria antica del
cristianesimo Personalità del cristianesimo ortodosso Personaggi citati nella
Divina Commedia (Inferno) Personaggi citati nella Divina Commedia (Paradiso) Santi
della Chiesa ortodossa[altre] Costantino. Keywords: implicature. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Costantino.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Costanzi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’amore e la morte
– scuola di Pozzuolo Umbro -- filosofia perugina – filosofia umbra -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pozzuolo
Umbro). Filosofo italiano. Pozzuolo Umbro, Castiglione del Lago, Perugia,
Umbria. Grice: “I like Costanzi; possibly my favourite of his essays is the one
on ‘amore’ and ‘morte’ – eros and Thanatos for the Oxonian!” Si laurea a Bologna.
Ensegna a Bologna. Altre opere: “Pensiero ed essere” (Perrella, Roma); “Varisco:
l’uno e i molti” (Perrella, Roma); “Noluntas” (Perrella, Roma); “Schopenhauer”
(Roma); “L'asceta moderno” – L’asceta -- Arte e storia, Roma; Spinoza,
Universitas, Roma); “Il sentito in Platone” -- Arte e storia, Roma); “L'ascetica
di Heidegger” Arte e storia, Roma); “L'ascesi di coscienza e l'argomento
d’Aosta”, Arte e storia, Roma); “Meditazioni inattuali sull'essere e il senso
della vita” Arte e storia, Roma); “La terrenità edenica del Cristianesimo e la
contaminazione spiritualistica” (Patron, Bologna); “La donna angelicata e il
senso della femminilità nel Cristianesimo” (Patron, Bologna); “La filosofia
pura, Alfa, Bologna); “Il senso della storia, Alfa, Bologna); “Sul prologo di
Zarathustra (Nietzsche e Schopenhauer) con trad. dello stesso Prologo, in
Ethica; “L'etica nelle sue condizioni necessarie, Ed.ni di Ethica, Bologna); “L'estetica
pia, Patron, Bologna); “L'ora della filosofia, R. Patron, Bologna); “L'uomo
come disgrazia e Dio come fortuna” (Alfa, Bologna; “La critica disvelatrice” (Ed.ne dell'Istituto
di Filosofia dell'Bologna, Bologna); “Amore e morte” (L. Parma, Bologna); “La singolarità
della diada: compimento di un itinerario senza vie” (Cooperativa libraria universitaria
editrice, Bologna); “L'equivoco della filosofia cristiana e il cristianesimo-filosofia”
(Clueb, Bologna; e ragioni della miscredenza e quelle cristiane della fede,
Clueb, Bologna); “La fede sapiente e il Cristo storico” (Sala francescana di
cultura Antonio Giorgi, Assisi); “La rivelazione filosofica” (Sala francescana
di culturaAntonio Giorgi, Assisii); Il Cristianesimo: filosofia come tradizione
di realtà” (Sala francescana di cultura, Assisi); “Breviloquio della sera” (Sala
francescana di culturaAntonio Giorgi, Assisi); “L’immagine sacra” (Sala francescana
di cultura, Assisi); “L'identità del Lumen publicum nelle privatezze di Anselmo
e Tommaso” (Il Cristianesimo-filosofia, Le Lettere, Roma); Opere, E. Mirri e M.
Moschini, Bompiani, Milano). Sgarbi torna a Tuoro per presentare l'opera omnia
del filosofo Teodorico Moretti-Costanzi, "Umbria Left. Il filosofo imagliato dal Sessantotto,
"il Giornale"Dizionario Biografico degli Italiani. Wikipedia
Ricerca Al di là del principio di piacere saggio di Sigmund Freud Lingua
Segui Al di là del principio di piacere
Titolo originaleJenseitsdes Lustprinzips Freud Jenseits des Lustprinzips. djvu
Autore Freud Genere Saggio Sottogenere Psicoanalisi Lingua originale tedesco Al
di là del principio di piacere (tedesco: Jenseits des Lustprinzips) è un saggio
di Sigmund Freud incentrato sui temi dell'Eros e del Thanatos, ovvero
rispettivamente la "pulsione di vita" e la "pulsione di
morte" (Todestrieb[e]). Giuditta II di Klimt,, Venezia,
Galleria internazionale d'arte moderna. Achille sorregge Pentesilea dopo averla
colpita a morte, una delle leggende fiorite sull'episodio vuole che l'eroe se
ne innamori proprio in questo momento. Bassorilievo dal tempio di Afrodite a
Afrodisia Il dualismo di EmpedocleModifica Freud formula il conflitto
psicologico in termini dualistici fin dai suoi primi scritti, ma è solo in
questo testo che egli presenta un simile conflitto mediante concetti desunti
dal pensiero di Empedocle, il quale parla d'un dissidio cosmico fra i princìpi
o forze di Amore (o Amicizia) e Odio (o Discordia). Empedocle di Agrigento
si presenta come una figura fra le più eminenti e singolari della storia della
civiltà greca. Il nostro interesse si accentra su quella dottrina di Empedocle
che si avvicina talmente alla dottrina psicoanalitica delle pulsioni, da
indurci nella tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche
se non fosse per un'unica differenza: quella del filosofo greco è una fantasia
cosmica, la nostra aspira più modestamente a una validità biologica. I due
principi fondamentali di Empedocle – philìa (amore, amicizia) e
neikos(discordia, odio) – sia per il nome che per la funzione che assolvono,
sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione.»
Il nome di Eros deriva da quello della divinità greca dell'amore, e «tende a creare
organizzazioni della realtà sempre più complesse o armonizzate, [mentre]
Thanatos tende a far tornare il vivente a una forma d'esistenza inorganica.
Queste sono pulsioni. Eros rappresenta per Freud la pulsione alla vita, mentre
Thanatos quella della distruzione. Qualora l'autodistruzione diventasse oggetto
di malattia però Thanatos diviene il nome del conflitto che si crea tra energia
negativa (autodistruzione) e positiva (la rabbia del Thanatos viene utilizzata
per distruggere la malattia stessa).» Freud riscontra anche in un altro
filosofo, questa volta contemporaneo, un'anticipazione della sua scoperta:
"E ora le pulsioni nelle quali crediamo si dividono in due gruppi: quelle
erotiche, che vogliono convogliare la sostanza vivente in unità sempre più
grandi, e le pulsioni di morte, che si oppongono a questa tendenza e
riconducono ciò che è vivente allo stato inorganico. Dall'azione congiunta e
opposta di entrambe scaturiscono i fenomeni della vita, ai quali mette fine la
morte. Forse scrollerete le spalle: 'Questa non è scienza della natura, è
filosofia, la filosofia di Schopenhauer'. E perché mai, Signore e Signori, un
audace pensatore non dovrebbe aver intuito ciò che una spassionata, faticosa e
dettagliata ricerca è in grado di convalidare? Thanatos non compare negli
scritti di Freud, ma egli, a quanto riferisce Jones, l'avrebbe talvolta usato
nella conversazione. L'uso nel linguaggio psicoanalitico è probabilmente dovuto
a Federn.» Sabina Spielrein e Barbara LowM= Su esplicita influenza di Sabina
Nikolaevna Špil'rejn, citata in nota nel libro, per Freud Thanatos segnala il
desiderio di concludere la sofferenza della vita e tornare al riposo, alla
tomba. Concetto che non deve essere confuso con quello di destrudo, vale a dire
con l'energia della distruzione (che si oppone alla libido). Thanatos è
il principio di costanza,accennato fin dal capitolo sette de L'interpretazione
dei sogni e che adesso, sotto l'influsso del pensiero di Schopenhauer, diventa
identico al principio del Nirvana proposto da Low: le eccitazioni della mente,
del cervello, dell'"apparato psichico" non vengono più solo
sgomberate, tenute costanti al più basso livello possibile, bensì estinte,
eliminate sino al grado zero della realtà inanimata. La coazione a
ripetereModifica Nel testo del '20 Freud sostiene che «nella vita psichica
esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere
dal principio di piacere.» Sulla falsariga del motto errare humanum est,
perseverare autem diabolicum, essa viene definita per quattro volte
«demoniaca»: Vi sono individui che nella loro vita ripetono sempre, senza
correggersi, le medesime reazioni a loro danno, o che sembrano addirittura
perseguitati da un destino inesorabile, mentre un più attento esame rivela che
essi stessi si creano inconsapevolmente con le loro mani questo destino. In tal
caso attribuiamo alla coazione a ripetere un carattere "demoniaco". La
coazione a ripetere è riscontrabile anche nella nevrosi traumatica dei reduci
della prima guerra mondialeoppure di chi tende a rivivere o reinterpretare gli
eventi più violenti. Freud collocò la coazione a ripetere fra i sintomi
della nevrosi: si ripete il sintomo nevrotico invece di ricordare, si ripete
per non ricordare, con quello che Freud chiama «l'eterno ritorno dell'uguale. Per
la relazione tra pulsione e coazione a ripetere, Freud notò che le coazioni
tendono come la pulsione a una ripetizione assoluta e atemporale, mai
definitivamente appagata, e che tendono a sparire quando un fatto viene
riportato a conoscenza del paziente. Dalla rimozione di una pulsione (a
muoversi ovvero a ricordare un fatto doloroso o traumatico), la coazione a
ripetere trae l'energia per imporsi sulla volontà cosciente dell'Io. La
coazione a ripetere diventa il punto di partenza della terapia psicoanalitica.
Occorre ricordare per non ripetere gli errori del passato, gli stessi dubbi e
conflitti per tutta la vita, in amore, in amicizia, nel lavoro. Freud
rileva questa coazione anche nelle circostanze più ordinarie e naturali,
persino nel gioco dei bambini come quello con il rocchetto usato dal suo
piccolo nipote di diciotto mesi. Il bimbo, lanciando il rocchetto lontano da
sé, simboleggia la perdita della madre e, ritraendo il rocchetto a sé,
rappresenta il ritorno della madre. Imparerebbe così a padroneggiare l'assenza
materna attraverso un duplice movimento, che è sempre seguito dalla
vocalizzazione di un "oooo..." (ted. fort, «via!»), quando il
rocchetto è lontano, e da un "da" (ted. da, «Eccolo!»), quando il
rocchetto è di nuovo vicino. Dopo l'esposizione d'una serie di ipotesi (in
particolare l'idea che ogni individuo ripete le esperienze traumatiche per
riprendere il controllo e limitarne l'effetto dopo il fatto), Freud considera
l'esistenza di un essenziale desiderio o pulsione di morte, riferendosi al
bisogno intrinseco di morire che ha ogni essere vivente. Gli organismi, secondo
quest'idea, tendono a tornare a uno stato preorganico, inanimato – ma vogliono
farlo in un modo personale, intimo. In definitiva, «sembrerebbe proprio che il
principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte. A questo
punto sorgono innumerevoli altri quesiti cui non siamo in grado attualmente di
dare una risposta. Dobbiamo aver pazienza e attendere che si presentino nuovi
strumenti e nuove occasioni di ricerca. E dobbiamo esser disposti altresì ad
abbandonare una strada che abbiamo seguito per un certo periodo se essa, a
quanto pare, non porta a nulla di buono. Solo quei credenti che pretendono che
la scienza sostituisca il catechismo a cui hanno rinunciato se la prenderanno
con il ricercatore che sviluppa o addirittura muta le proprie opinioni. Implicazioni
Modifica Uno psicoanalista con competenze pure di antropologia filosofica come
Sciacchitano sostiene che «la vera psic[o]analisi fu il frutto tardivo
dell'attività teoretica di Freud. Bisogna aspettare la svolta degli anni Venti,
con l'invenzione della pulsione di morte, per parlare di vera e propria
psicoanalisi. Essa comincia con la rinuncia alle pretese e alle finalità
mediche della psicoterapia. Il nuovo modello freudiano individuava nello
psichico un nucleo patogeno fisso, qualcosa che non si scarica mai, ma continua
a ripetersi identicamente a se stesso e insensatamente, cioè fuori da ogni
intenzionalità soggettivistica e contro ogni teleologia vitalistica. Ce n'era
abbastanza per far crollare ogni illusione terapeutica. Parecchi allievi a
questo punto abbandonarono il maestro che toglieva avvenire, come si dice
terreno sotto i piedi, alle loro illusioni umanitarie». Freud non cambierà più
idea. Ciò significa che il fondatore della psicoanalisi asserirà la sostanziale
"inguaribilità'" del disagio psichico per lo stesso arco di tempo, un
ventennio, in cui egli precedentemente aveva affermato l'esatto
contrario. Reich, in La funzione dell'orgasmo e Analisi del carattere,
propose una propria ipotesi di confutazione alla teoria della pulsione di
morte. La madre morta, Egon Schiele, Vienna, Leopold Museum.
Nell'arte: Schiele Schiele sa che tutto ciò che vive è anche morto, porta in sé
il suo esistenziale compimento, fin dall'istante del concepimento, come attesta
il funesto dipinto: La madre morta, in cui il grembo appare come un lugubre
mantello, un involucro mortuario che racchiude il Sein zum Tode
[Essere-per-la-morte] del nascituro, ne circoscrive la parabola
esistenziale.» (Vozza) Agonia, Schiele, Monaco di Baviera, Neue
Pinakothek. Madre con i due bambini, Vienna, Österreichische Galerie
Belvedere. «Schiele introduce un evento di grande rilievo nell'iconografia della
malinconia e della vanitas, operandone una trasfigurazione tragica: l'uomo non
[...] medita più sulla morte raffigurata in un teschio posto nel suo studiolo
come altro da sé, ma assume sul proprio volto l'icona funebre, diventa morte
incarnata, esibita nel gesto d'esistere, nel godimento del sesso e nella
prostrazione della sofferenza. Nessuna iconoclastìa sopravvive nel gesto
pittorico di Schiele: si pensi all'Agonia, sacra rappresentazione di
stupefacente intensità cromatica, allegoria del dolore immedicabile, emblema di
una eterna e impietosa Passione, sublime omaggio a quell'incomparabile maestro
di sofferenza che è stato Grünewald.» (Marco Vozza) «La Madre con i due
bambini esibisce un volto già visibilmente cadaverico, mentre un infante
osserva sgomento il deliquio orizzontale del fratellino. Nessuno meglio di
Schiele ha saputo render visibile quella che l'analitica esistenziale ha
chiamato Geworfenheit, l'indifeso essere gettati in un mondo ostile. Insieme a
lui soltanto Kokoschka, in seguito Dubuffet e Bacon.» (Marco Vozza)
Quadro che Sabina Nikolaevna Špil'rejn sceglie come modello rappresentativo del
connubio Eros-Thanatos nel film biografico Prendimi l'anima (Roberto Faenza):
Perché Giuditta uccide Oloferne, estratto dal film su YouTube (vedi
screenshot). Freud, Al di là del principio di piacere(1920), in Opere di Freud
L'Io e l'Es e altri scritti; Torino, Bollati Boringhieri, . Ed. paperback
Freud, Analisi terminabile e interminabile, in OSF L'uomo Mosè e la religione
monoteistica e altri scritti, Torino, Bollati Boringhieri; Ed.
paperbackGalimberti, Enciclopedia di psicologia, Garzanti, Torino; Freud
Introduzione alla psicoanalisi, Edizioni Boringhieri; Jones, Vita e opere di
Freud: L'ultima fase, Milano, Garzanti, Laplanche, Jean-Bertrand Pontalis, a
cura di Luciano Mecacci e Cyhthia Puca, Enciclopedia della psicoanalisi,
Bari-Roma, Laterza, voce Thanatos, The language of psycho-analysis, Karnac,
Paperbacks, books.google.it. ^ Sigmund Freud, Al di là del principio del
piacere; Freud, Freud. Freud; Mugnani, Analisi del testo di S. Freud: "Il
problema economico del masochismo". Pasqua, Al di là del principio di
piacere: sul principio di Piacere e la Coscienza; Laplanche, Jean Bertrand
Pontalis, voce Principio di piacere. su books.google.it. Freud; Laplanche,
Pontalis, op. cit., voce Coazione a ripetere. Anteprima disponibile; Google
Libri. ^ Sigmund Freud; Cf. anche Il perturbante, OSF; Freud Introduzione alla
psicoanalisi,Boringhieri Freud, Al di là del principio di piacere, Torino,
Bollati Boringhieri, Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere; Freud,
op. cit. Sciacchitano, Il demone del godimento, Godimento e desiderio, aut aut,
Vozza, Il senso della fine nell'arte contemporanea, in L'Apocalisse nella
storia, Humanitas, Vozza Vozza, ibidem. Voci correlateModifica Psicoanalisi
Empedocle Eros (filosofia) Eros Il disagio della civiltà Libido Destrudo Morte
Sabina Nikolaevna Špil'rejn Tanato; Edizioni e traduzioni di Al di là del
principio di piacere, su Open Library, Internet Archive. Edizioni e traduzioni
di Al di là del principio di piacere, su Progetto Gutenberg. Laplanche,
Pontalis, The language of psycho-analysis, Karnac, Thanatos, Nirvana Principle,
e Compulsion to Repeat, Portale Letteratura Portale Psicologia
Nikolaevna Špil'rejn psicoanalista russa Differimento Resistenza
(psicologia) ciò che negli atti e nel discorso, si oppone all'accesso dei
contenuti inconsci alla coscienza Teodorico Moretti Costanzi. Keywords: amore
e morte, l’essere, il sentito, ascesi (verbo?), Zarathustra, il singolo della
diada, l’uno e i molti, nolere, nolitum, volitum, amore/morte, eros/tanatos,
immagine sacra, imaginatum, essere, un essere, due esseri, le due esseri
entrambi – rivelazione – la rivelazione filosofica – a new discourse on
metaphysics: from genesis to revelations – un nuovo discorso di metafisica: del
genesi alle rivelazione. – Zarathustra e cristita -- nollere in Schopenhauer --. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Costanzi” – The Swimming-Pool Library. Costanzi
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Courmayeur: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di Hegel in
Italia – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torino). Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo
italiano. Torino, Piemonte. Grice: “The most interesting thing about
Courmayeur’s philosophy is that he is a count; unlike Locke, or the
common-or-garden English Oxonian philosopher who doesn’t have a dime, this one
has, as the Italians say, ‘all the money in the world’! That helps with
philosophy! His forte is moral philosophy AND HEGEL, which proves that Hegel
becomes the taste of aristocrats and not just dons like Bosanquet!” - Dall'antica
famiglia valdostana dei Passerin d'Entrèves et Courmayeur. Ottenuta la maturità
classica al Massimo d'Azeglio di Torino, si laurea con Solari con “Hegel”
(Torino, Gobetti). Studia sotto Ruffini e Einaudi la filosofia politica del
medio evo e il concetto di costituzione. Insegna a Torino. Fu capitano di
complemento degli Alpini e membro del CLN, dal quale venne nominato, primo
prefetto di Aosta. Fu all'origine dello statuto della regione autonoma Valle
d'Aosta. Fra le sue opere più note, Il
concetto dello stato, è considerata da molti la sintesi del suo pensiero
storico-filosofico. Oltre che filosofo
del diritto e storico del pensiero politico, viene considerato il fondatore
della filosofia politica italiana come disciplina a sé stante, finalmente
distinta dalla filosofia dello stato. Paradossalmente ciò avviene proprio col
saggio, “Il concetto dello stato”. Ben diversamente dall'ordinamento tematico
della “Staatslehre” come pure dall'ordinamento cronologico per filosofi in uso
nella filosofia politica, ordina la filosofia politica secondo uno schema
concettuale schiettamente filosofico: "il concetto di forza – forzare ",
"il concetto di potere" (il verbo ‘potere’); "il concetto di autorità
– auctoritas --". Il concetto di faccia dello stato, secondo una scala di qualificazione
crescente. Il concetto di "forza" (il forzare) e qualificato di un
imperativo, un mando o commando efficace. Il concetto di "potere"
(potere del giurato) contiene il concetto di forza (il forzare – come un mando
o imperativo efficace), ma organizzato in una istituzione e qualificato dal
‘giurato’. Finalmente la terza faccia, il concetto di "autorità" come
contenendo la second faccia del potere del giurato, qualificato da una concetto
di legge variable: la promozione del giurato, la promozione del bene comune (la
res publica), o la promozione della piccolo patria. Altre opere: Il concetto
dello stato (Torino: Giappichelli); “La Valle d'Aosta, Bologna: Boni); “La
filosofia della politica, Torino: POMBA); “Filosofia politica nel medio evo italiano”
(Torino: G. Giappichelli); “La filosofia politica d’Alighieri” (Einaudi,
Torino); “Morale, diritto ed economia, Pavia: Libreria Internazionale F.lli
Treves); “Morale, Roma: Athenaeum); “Appunti di storia delle dottrine
politiche: la filosofia politica medioevale, Torino: Giappichelli); “Il concetto dello stato in Zwingli", in
Filosofia del diritto, Roma); La teoria del diritto e della politica in
Inghilterra all'inizio dell'età moderna, Torino: Istituto giuridico della R.
Università); “Obbedienza e resistenza” (Roma/Ivrea, Edizioni di Comunità). La
piccola patria, Milano: Franco Angeli); Obbligazione Politica, Pensa
Multimedia. Dizionario biografico degli
italiani. Biblioteca civica Passerin d'Entrèves. Ricerca Patria Lingua Nota disambigua.svg
Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Patria (disambigua).
La Patria (dal latino = la terra dei padri) è il concetto di nazione e paese,
natio interiorizzato e idealizzato. L'Altare della Patria a Roma.
Descrizione La patria è un topos prettamente letterario (concetto ricorrente)
che è possibile ritrovare in tantissimi temi trattati e argomentati nelle
scienze umane, con particolare frequenza nell'area umanistica.
BibliografiaModifica Vincenzo Cappelletti, Patria e Stato nel Risorgimento, in
«Il Veltro», Finotti, Italia. L’invenzione della patria, Milano, Bompiani,
Ceccarelli, Patria. Da patria a nazione, in Guido Pescosolido e Giuseppe
Bedeschi (a cura di), Dizionario di storia, vol. 3, Roma, Istituto della
Enciclopedia Italiana “Giovanni Treccani”, «patria» Collegamenti
esterniModifica patria, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. patria, in Dizionario di storia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Thesaurus Portale Antropologia Portale
Politica Portale Storia Popolo insieme delle persone fisiche che
sono in rapporto di cittadinanza con uno Stato Statista personaggio
politico deputato a governare e regolare gli affari di Stato Sciovinismo
forma fanatica ed esasperata di nazionalismo o patriottismo. Grice: “It’s only natural that Courmayeur had such an
intricate concept of ‘state’ – he was born in a minority, like Russell, who was
born in a place which some called England, some called Wales. The situation is
so borderline that it reminded me of my ancestors, the Ingvaeonic – and see all
the problem the Frisians are having in Germany! Now they do recognise the
‘anglo-frisiche’ – but hardly allow them to vote!” “It is not clear how the
collectivity has any bearing on the third state of ‘state’ – the ‘auctoritas’ –
but then perhaps ‘auctoritas’ is the wrong concept, since it just means
‘author’ – Courmayeur is making the point that all authority is legitimate authority.
“You have no authority” means ‘you have
no legitimate power’ – and you have no power, means you have no legal
force, and you have no force means you cannot command!” As Courmayeur would
say: it’s all different in valaestan, the vernacular of Aosta, which hardly has
the same status as Italian (since giuridically Aosta belongs to Italy) or
French (since French is the official language, along with Italian). But don’t
ask that imperialist Crystal for an answer!” Alexandre Passerin d'Entrèves et
Courmayeur. Alessandro Passerin d’Entrèves et Courmayeur. Courmayeur. Keywords:
Hegel in Italia, piccola patria, il concetto dello stato, filosofia politica
versus staatslehre, prima faccia: il forzare come imperativo efficace; seconda
faccia: il potere come il forzare organizzato in una istituzione e qualificato
dal giurato; la terza e ultima faccia: l’autorita, come il potere qualificator
da una legge centrata in un concetto ideale variabile: il giurato, il bene
comune (res publica), la piccola patria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Courmayeur” – The Swimming-Pool Library. Courtmayeur.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cotroneo:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della VIRTÙ – [andreia]
– scuola di Campo Calabro – scuola di Reggio Calabria – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Campo
Calabro). Filosofo italiano. Campo Calabro, Reggio Calabria, Calabria. Si
laurea Messina sotto Volpe con “L’implicatura di Kierkegaard”. Ensegna a
Messina. “Scritti”. “Lo storicismo di Cotroneo”. Altre opere: “Bodin teorico
della storia” (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane); “Croce e l'Illuminismo”
(Napoli, Giannini); “I trattatisti dell'arte storica” (Napoli, Giannini);
“Storicismo antico e moderno” (Roma, Bulzoni); “Rareta e storia” (Napoli,
Guida); “Societa chiusa, società aperta” (Messina, Armando Siciliano Editore);
“La ragione della libertà” (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane); “Trittico
siciliano: Scinà, Castiglia, Menza” (Roma, Cadmo); “Momenti della filosofia
italiana” (Napoli, Morano); “Questione post-crociane” (Napoli, Edizioni
Scientifiche Italiane); “Tra filosofia e politica” (Soveria Mannelli,
Rubbettino); “Le idee del tempo. L'etica. La bioetica. I diritti. La pace,
Soveria Mannelli, Rubbettino); “Un viandante della complessità. Morin filosofo
a Messina, Annamaria Anselmo, Messina, Armando Siciliano Editore); “Croce e
altri ancora, Soveria Mannelli, Rubbettino); “Etica ed economica” (Messina,
Armando Siciliano Editore); “La virtù” (Soveria Mannelli, Rubbettino); “Croce
filosofo italiano, Firenze, Le Lettere); “Illuminismo, Napoli, La scuola di Pitagora);
“Libertà” (Napoli, La scuola di Pitagora); “Storia della filosofia, Napoli, La
scuola di Pitagora); “Positivismo, Napoli, La scuola di Pitagora); “Filosofia
della storia, Napoli, La scuola di Pitagora); “Rinascimento, Napoli, La scuola
di Pitagora); “Aristotele e Perelman, Retorica vecchia e nuova” introduzione
(Napoli, Il Tripode); La retorica di Aristotele, retorica antica, Perelman, Itinerari
dell'idealismo italiano, Napoli, Giannini, Raffaello Franchini, Teoria della
pre-visione” (Messina, Armando Siciliano Editore, Croce, La religione della
libertà. Antologia degli scritti politici, Soveria Mannelli, Rubbettino, Il
diritto alla filosofia, Atti del Seminario di studi su Franchini” (Soveria
Mannelli, Rubbettino); “Croce filosofo, Atti del Convegno di studi, Napoli-Messina”
(Soveria Mannelli, Rubbettino); La Fenomenologia dello spirito” (Napoli,
Bibliopolis); Cavour, Discorsi su Stato e Chiesa” (Soveria Mannelli, Rubbettino,
Letteratura critica Giovanni Reale, Girolamo Cotroneo, in Dario Antiseri e
Silvano Tagliagambe, Storia della filosofia, Milano, Bompiani, Lo storicismo di
Cotroneo, Soveria Mannelli, Rubbettino, Giuseppe Giordano, Tra Storia della
Filosofia e Liberalismo, in Bollettino della Società Filosofica Italiana, Roma,
Carocci, Giordano, Rivista di storia della filosofia, Milano, Franco Angeli, C.,
in Treccani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Ricerca Virtù disposizione
d'animo volta al bene Lingua Segui Modifica Nota disambigua.svg Disambiguazione
– Se stai cercando altri significati, vedi Virtù (disambigua). La virtù (dal
latino virtus; in greco ἀρετή aretè) è una disposizione d'animo volta al bene,
che consiste nella capacità di una persona di eccellere in qualcosa, di
compiere un certo atto in maniera ottimale, o di essere o agire in un modo
ritenuto perfetto secondo un punto di vista morale, religioso, o anche sociale
in base a alla cultura di riferimento. Il significato di virtù ha
risentito di quello di bene, un concetto che assume significati diversi a
seconda delle modifiche intervenute nel corso delle varie situazioni storiche e
sociali. Concezione questa non condivisa dalle dottrine che ne negano il
relativismoconnesso e che intendono la virtù come l'assunzione di valori,
intesi come assoluti, immutabili nel tempo. La parola latina virtus, che
significa letteralmente "virilità", dal latino vir "uomo"
(nel senso specifico di "maschio" e contrapposto alla donna) si
riferisce ad esempio alla forza fisica e a valori guerreschi maschili, come ad
esempio il coraggio. Nella lingua italiana la virtù è invece la qualità
di eccellenza morale sia per l'uomo sia per la donna e il termine è riferito
comunemente anche a un qualche tratto caratteriale considerato da alcuni
positivo. Personificazione della virtù nella Biblioteca di Celso.
La virtù nella filosofia occidentale anticaModifica Il concetto
grecoModifica Niccolò Machiavelli Nella visione della vita secondo la
filosofia anticagreca, la concezione dell'aretè non era connessa all'azione per
il conseguimento del bene, bensì indicava semplicemente una forza d'animo, un
vigore morale e anche fisico. Essa coincide con la realizzazione dell'essenza
innata della persona, sia sul piano dell'aspetto fisico, il lavoro, il
comportamento e gli interessi intellettuali. Questa concezione di virtù
contiene l'eccellenza degli eroi omerici, quella degli statisti Ateniesi, o
quella descritta nel Menone di Platone ovvero la capacità di ben governare. In
questo senso il coraggio, la moderazione e la giustizia erano virtù morali.
Tale sarà, ad esempio, il senso nella concezione rinascimentale sulla politica
in Niccolò Machiavelli che vorrà distinguere l'aretè del principe moderno, come
la capacità di opporsi alla "fortuna" e di modificare le circostanze
ai propri fini di potere e con lo scopo principale del mantenimento dello stato
(senza tener conto del giudizio morale sui mezzi impiegati), dalla virtus
cristiana del sovrano medioevale che governa per grazia di Dio a cui deve
rispondere per la giustificazione della sua azione politica, diretta anche a
difendere i buoni e proteggere i deboli dalla malvagità. Nel Principe nessuna
considerazione morale né religiosa dovrà ostacolare la sua azione spregiudicata
e forte, frutto della sua "aretè", tesa a mettere ordine là dov'è il
caos della politica italiana. Non diversamente, nella visione di Nietzsche la
virtù consisterà nella "volontà di potenza" in opposizione alla
"morale degli schiavi" nata dallo spirito di risentimento del
Cristianesimo nei confronti degli uomini superiori. Le virtùModifica
Platone Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio:
Etica Socrate e Platone. La concezione
della virtù nel pensiero greco antico costituisce il fulcro centrale dell'etica
e delle sue trasformazioni nel corso del tempo. Così in Platone le virtù
corrispondono al controllo della parte razionale dell'anima sulle passioni. Ne
La Repubblica verranno indicate per la prima volta le quattro virtù, che da
Sant'Ambrogio in poi verranno chiamate "cardinali", vale a dire
principali: la temperanza, intesa come moderazione dei desideri che, se
eccessivi, sfociano nella sregolatezza; il coraggio o forza d'animo necessaria
per mettere in atto i comportamenti virtuosi; la saggezza o
"prudenza", variamente intesa dalla speculazione antica seguente, che
costituisce, come controllo delle passioni, la base di tutte le altre virtù; la
giustizia è quella che realizza l'accordo armonico e l'equilibrio di tutte le
altre virtù presenti nell'uomo virtuoso e nello stato perfetto. Le virtù
secondo Aristotele Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in
dettaglio: Aristotele L'Etica. Aristotele Mentre Platone parlava
genericamente di saggezza per l'esercizio della virtù, Aristotele la distingue
invece dalla "sapienza". La saggezza, o "prudenza", è una
"virtù dianoetica", propria cioè della razionalità comune a tutti che
ispira la condotta umana permettendo il giusto esercizio delle "virtù
etiche", quelle cioè che riguardano l'azione concreta. Tra le virtù
dianoetiche che presiedono alla conoscenza (intelletto, scienza, sapienza) o
alla attività tecniche (arte), la saggezza è propria di colui che, pur non
essendo filosofo, è in grado di operare virtuosamente. Se si dovesse acquisire
la sapienza filosofica per praticare le virtù etiche questo comporterebbe che
solo chi ha raggiunto l'età matura, divenendo filosofo, potrebbe essere
virtuoso mentre con la saggezza, grado inferiore della sapienza, anche i
giovani possono praticare quelle virtù etiche che permetteranno l'acquisto
delle virtù dianoetiche. La saggezza insomma permette una vita virtuosa,
premessa e condizione della sapienza filosofica, intesa come "stile di
vita" slegato da ogni finalità pratica, e che pur rappresentando
l'inclinazione naturale di tutti gli uomini solo i filosofi realizzano a pieno
poiché «Se in verità l'intelletto è qualcosa di divino in confronto
all'uomo, anche la vita secondo esso è divina in confronto alla vita
umana.» Virtù eticheVirtù dianoetiche Giustizia Coraggio Temperanza
Liberalità Magnificenza Magnanimità Mansuetudine Virtù calcolative Arte
Prudenza Virtù scientifiche Sapienza Scienza Intelligenza La saggezza può esser
fatta conseguire ai giovani tramite l'educazione che i saggi, o quelli ritenuti
tali dalla collettività, impartiranno anche con l'esempio concreto della loro
condotta. Da questi modelli il giovane apprenderà che le virtù etiche
consistono nella capacità di comportarsi secondo il "giusto mezzo"
tra i vizi ai quali si contrappongono (ad esempio il coraggio è l'atteggiamento
mediano da preferire tra la viltà e la temerarietà), sino a conseguire con
l'abitudine un abito spontaneamente virtuoso: infatti «La virtù è una
disposizione abitudinaria riguardante la scelta, e consiste in una medietà in
relazione a noi, determinata secondo un criterio, e precisamente il criterio in
base al quale la determinerebbe l'uomo saggio. Medietà tra due vizi, quello per
eccesso e quello per difetto» In medio stat virtus è il detto della
filosofia scolastica che traduce il concetto greco di mesotes. La virtù
secondo gli stoiciModifica Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento
in dettaglio: Stoicismo Etica. La saggezza, ossia la capacità di operare con
prudenza, è al centro della morale epicurea e stoicama, mentre per gli epicurei
la virtù si consegue attraverso un calcolo razionale dei piaceri stabilendo quali
di essi siano veramente necessari e naturali, per gli stoici invece il
comportamento virtuoso, risultato del conseguimento dell'"apatia",
cioè della liberazione ascetica dalle passioni, è di per sé portatore di
felicità. Per coloro che non riescono a condurre la loro vita secondo saggezza
lo stoicismo indicherà delle regole di condotta che insegneranno a operare
secondo ciò che è più "conveniente" od opportuno tenendosi sempre
lontano dagli eccessi delle passioni. La morale stoica ispirerà quella
dei filosofi come Cartesio, che rivaluterà tra le passioni quella della
"magnanimità", considerata virtù somma, e Spinoza che afferma che «il
primo e unico fondamento della virtù, ossia della retta maniera di vivere, è di
cercare il proprio utile» intendendo per "utile" solo ciò che
«conduce l'uomo a maggior perfezione» infatti «gli uomini che ricercano il
proprio utile sotto la guida della ragione non appetiscono per sé niente che
non desiderino gli altri uomini, e perciò essi sono giusti, fedeli, onesti» e
per ciò stesso la virtù è premio a sé stessa come portatrice di una vita serena
condotta secondo la razionalità. Le virtù secondo il cristianesimo Il
fine di una vita virtuosa consiste nel divenire simili a Dio Nel pensiero
cristiano oltre le virtù umane è possibile l'esercizio di quelle
soprannaturali: le virtù teologali di fede, speranza e carità che in qualche
modo dovranno conciliarsi con quelle dell'etica antica. San Tommaso
conserverà la validità delle virtù "cardinali" aristoteliche ma
considerandole inferiori a quelle teologali mentre Agostino riteneva false le
virtù umane dei pagani che mascherano sotto il nome di virtù quello che in
realtà è l'esercizio di vizi "splendidi", ma pur sempre negativi in
quanto causati dall'orgoglio e dalla ricerca dell'effimera gloria umana.
L'unica grande virtù è la carità, l'amore di Dio il cui esercizio, per quanto
essi facciano, non dipende dagli uomini ma dalla volontà divina che lo infonde
negli spiriti eletti, cioè dalla infusione nell'uomo della indispensabile
grazia divina. Concezione questa che riaffiorerà con la Riforma protestante e
nel Giansenismo. Inoltre uno dei nove cori delle gerarchie angeliche,
viene denominato Virtù ed indica secondo lo Pseudo-Dionigi il coro angelico
preposto a dispensare la grazia divina. La virtù nel pensiero moderno Nella
filosofia dell'età moderna la concezione della virtù oscilla tra quella che la
considera come l'esercizio di un controllo delle passioni a cui rinunciare e
quella che invece la ritiene rientrare nell'ambito di un comportamento
istintivo e naturale dell'uomo. Alla prima interpretazione si associano le
dottrine della corrente libertina da Bayle a Mandeville che ironizzano sulla
effettiva possibilità per gl’uomini dell'esercizio delle virtù che se anzi
fossero attuate provocherebbero la disgregazione della società. Il vizio è
tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per
obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione
celebre e gloriosa. Si è sempre parlato ipocritamente di virtù, osservano i
libertini, le quali in realtà sono la mascheratura dei propri vizi come ben
appare nella contrapposizione tra le ostentate "pubbliche virtù" e i
nascosti "vizi privati". La virtù come sacrificio del singolo
cittadino a vantaggio della patria di tutti, è anche nella concezione politica
di Montesquieu che riporta questo comportamento civile ai regimi repubblicani
mentre in quelli monarchici prevale l'orgoglio e in quelli dispotici la
paura. Anthony Ashley Cooper, III conte di Shaftesbury Nell'etica inglese
la virtù è intesa, in opposizione alle dottrine sull'"egoismo" di
Thomas Hobbes, come atteggiamento impulsivo naturale determinato dal sentimento
morale della benevolenza (Shaftesbury e Francis Hutcheson) che spinge l'uomo a
operare senza badare alla riprovazione morale dell'opinione pubblica, al
terrore di una punizione futura o all'intervento delle autorità, istituite come
incentivi alla bontà. L'azione virtuosa dell'uomo è invece ispirata dalla voce
della coscienza e dall'amore di Dio. Solo questi due fattori spingono l'uomo
verso la perfetta armonia, per il suo stesso bene e per quello dell'universo.
Lo stesso istinto alla virtù secondo David Hume e Adam Smith è quello della simpatia.
Le nostre sensazioni nelle relazioni con gli altri (e le azioni sono valutabili
moralmente in rapporto ad altri uomini), non possono essere ridotte a una
dimensione esclusivamente egoistica: ciò che noi proviamo è condizionato sempre
da ciò che provano gli altri in conseguenza delle nostre azioni.» (David
Hume, Trattato sulla natura umana, Libro terzo, Parte terza, sez. prima-terza)
«Per scoprire la vera origine della morale, e quella dell'amore e dell'odio che
deriva dalle qualità morali, dobbiamo considerare nuovamente la natura e la
forza della simpatia. Gli animi degli uomini sono simili nei loro sentimenti o
nelle loro operazioni, né esiste un sentimento che si produca in una persona di
cui non partecipino, in qualche grado, tutte le altre. Questa disposizione
naturale e spontanea dell'uomo all'esercizio della virtù troverà espressione
nel deismo e in seguito costituirà il nucleo della teoria romantica
dell'"anima bella" di Schiller. La virtù come sforzo. Kant Una
ripresa della concezione della virtù come repressione delle passioni umane è
nella filosofia morale di Kant che distingue una "dottrina della
virtù" dalla "dottrina del diritto". Nel diritto l'uomo si
sottomette alla legge per rispettarne la formalità esteriore senza considerare
il motivo della sua azione ma solo perché così prescrive la norma, mentre nella
morale ci si vuole comportare secondo il dettato morale indipendentemente da
qualsiasi motivo e conseguenza della propria azione: si realizza così la virtù
come soggezione della volontà all'"imperativo categorico". La
vetta, opera simbolista di Saccaggi, che esprime i concetti romantici di
Streben (sforzo) e Sehnuct (struggimento), ossia l'anelito dell'uomo verso un
ideale che si rivela sempre più arduo ed elevato. L'imperativo categorico,
ossia la virtù, implica che l'uomo debba compiere uno sforzo (Streben),
combattendo le inclinazioni sensibili e le passioni, nel conformare la sua
volontà a ciò che l'imperativo comanda, mentre pensare che questo possa
avvenire spontaneamente significa confondere la debolezza umana con ciò che è
proprio della santità che appartiene solo a Dio che non ha nessun dovere nei
confronti della legge morale. Ciò che prescrive la morale è identico sia per
gli uomini sia per la divinità, ma questa, poiché non ha niente che possa
ostacolarla nell'osservanza della legge morale, non ha neppure virtù. Questa
visione della virtù assimilerebbe il pensiero kantiano allo stoicismo che Kant
invece rifiuta laddove questo connette all'esercizio della virtù la felicità.
Certo l'uomo nella sua costituzione sensibile ha bisogno della felicità ma
nulla garantisce che egli possa raggiungerla. Un'esigenza di giustizia vuole
poi che l'uomo abbia una felicità bilanciata al suo comportamento virtuoso ma
poiché questo non accadrà mai nel nostro mondo terreno, egli allora postulerà
l'esistenza di un'anima immortale a cui un Dio giusto assicuri la giusta
felicità. L'etica kantiana, tradotta da Fichte e Schelling nella tensione
verso un ideale infinito a cui l'Io cerca progressivamente di conformare il
non-io, pur non raggiungendolo mai definitivamente, sarà invece messa in
discussione da Hegel, il quale vi vedrà l'espressione di un tipico
soggettivismo delle "virtù private" contrapposto a quella
"eticità" antica, ancora valida nel suo tempo, da apprezzare perché
rivolta alla collettività dove si realizza il bene tramite la famiglia, la
società civile e lo Stato.[Le virtù secondo il BuddhismoModifica Il Buddhismo
sostiene la conciliabilità tra saggezza e virtù come un desiderabile obiettivo
per l'uomo buono che ci ricorda l'antica concezione socraticaispirata a
quell'intellettualismo etico secondo cui il l'uomo fa il male perché ignora
cosa sia il bene. Le virtù nel Buddhismo sono il continuo applicare, come
regole di autodisciplina nella vita quotidiana, dei Tre rifugi o dei Cinque
precetti che consistono nello 1. Astenersi dall'uccidere o danneggiare
qualunque creatura vivente 2. Astenersi dal prendere ciò che non ci è stato
dato 3. Astenersi da una condotta sessuale irresponsabile 4. Astenersi da un
linguaggio falso o offensivo 5. Astenersi dall'assumere bevande alcoliche e
droghe Vivendo in questo modo si incoraggiano la disciplina e la sensibilità
necessarie per chi voglia coltivare la meditazione, che è il secondo aspetto
del sentiero. La virtù nella filosofia cinese La virtù (traduzione di
"de" 德) è un concetto importante anche nelle filosofie
cinesi come il confucianesimo e il taoismo. Le virtù cinesi comprendono
l'umanità, lo xiao (solitamente tradotta come pietà filiale) e zhong (lealtà).
Un valore importante, contenuto nella gran parte del pensiero cinese, è che lo
stato sociale di ciascuno debba essere determinato dall'insieme delle sue virtù
manifeste, e non da un qualunque privilegio di nascita. Nei suoi Analecta,
Confucio parla della pratica che conduce alla perfetta virtù. Le virtù
confuciane si sviluppano in due rami: il ren e il li; il ren può essere
tradotto come benevolenza, amore disinteressato, e l'uomo la può raggiungere
praticando cinque virtù: magnanimità, rispetto, scrupolosità, gentilezza e
sincerità. Confucio afferma che queste virtù devono essere praticate verso il
li, che è la parte pratica della virtù confuciana. Il li consiste in cinque
canali relazionali: marito/moglie, genitore/figlio, amico/amico, giovane/anziano,
suddito/sovrano. Romanus Cessario, Le virtù, Editoriale Jaca, Ancient
Ethical Theory (Stanford Encyclopedia of Philosophy) Ferroni, Machiavelli, o
Dell'incertezza: la politica come arte del rimedio, Donzelli Editore, Platone,
Repubblica o sulla giustizia. Testo greco a fronte, a cura di Vitali,
Feltrinelli, Aristotele, Etica Nicomachea, Aristotele, Etica Nicomachea,
Kambouchner, L'Hommes des passions. Commentaires sur Descartes, Paris, Albin
Michel, BODEI (si veda) Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità:
filosofia e uso politico, Feltrinelli, Eth. V, prop. 41 Eth. IV, prop. Gregorio
di Nissa, De beatitudinibus, oratio 1: Gregorii Nysseni opera, ed. W. Jaeger (Leiden
L'elenco è dedotto dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Rivestiti
della corazza della fede e della carità avendo come elmo la speranza» (1Ts 5,8)
Kostko, Beatitudine e vita cristiana nella Summa theologiae di S. Tommaso
d'Aquino, Edizioni Studio Domenicano, I vizi capitali considerati come gli
opposti delle virtù nella concezione cristiana sono superbia, avarizia,
lussuria, gola, ira, invidia e accidia (in Domenico Galvano, Catechismo della
diocesi di Nizza1) Mondin, Etica e politica, Edizioni Studio Domenicano,
Mandeville, La favola delle api ^ L'espressione si ritrova nell'operetta di
Bernard de Mandeville pubblicata anonima con il titolo The Grumbling Hive, or
Knaves Turn'd Honest (Ronzio di arnie, o Furfanti divenuti onesti), ristampata
con l'aggiunta del sottotitolo Vizi privati e pubbliche virtù e infine con il titolo
Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits (La favola delle api:
ovvero vizi privati, pubbliche virtù) Grande Antologia Filosofica, Marzorati,
Milano, Kant, Metafisica dei costumi Galli e Aa.Vv., Saccaggi: un poliedrico
pittore internazionale su gabbantichita.com, Studio d'Arte e Restauro
Gabbantichità. Nell'opera, intitolata anche La regina dei ghiacci,
l'atteggiamento passionale e implorante dell'uomo si contrappone alla gelida
irraggiungibilità della donna, allegoria della Montagna-Natura. Fraisopi, Adamo
sulla sponda del Rubicone: analogia e dimensione speculativa in Kant, Armando,
Pasquale Fernando Giuliani Mazzei, Kant e Hegel: un confronto critico, Guida; Hua,
Buddhismo: Une breve introduzione, Dharma Realm Buddhist Association, Pavolini,
Buddismo, Hoepli, Chiesa Cattolica,
Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano, New Catholic
Encyclopedia, Catholic University of America, Natoli, Dizionario dei vizi e
delle virtù, Feltrinelli UE Scheler, Per la riabilitazione della virtù. Aquino,
Le virtù. Quaestiones de virtutibus, I e V, Testo latino a fronte, Milano,
Bompiani, Paideia Bushidō Moralità Etica Bontà Teoria dei valori Giustizia
sociale Pietà (teologia) Sette peccati capitali Virtù cardinali Virtù teologali
Timè. virtù virtù, Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Virtù Virtù (altra versione),
su Enciclopedia Britannica.Virtù, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton
Company. Modifica su Wikidata The Four Virtues, su thefourvirtues.com. The
Virtues Project, su metamind. Virtue Science.com. Portale Filosofia
Portale Religione. Etica ramo
della filosofia Etica Nicomachea opera di Aristotele Virtù
dianoetiche ed etiche Girolamo Cotroneo. Cotroneo. Keywords: VIRTÙ, retorica, retorica di Aristotele,
retorica nuova, retorica moderna, Perelman, rareta e storia, Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Cotroneo” – The Swimming-Pool Library. Cottroneo.
Luigi Speranza –
Grice e Cotta: la ragione conversazionale all’accademia a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo italiano. He appears as a character in De natura deorum by
Cicerone. There he presents the points of view of the Accademia. However, he
spends some time in exile and almost certainly studies the doctrine of the
Porch and that of the Garden as well. Gaio Aurelio Cotta. Cotta.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cotta: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale nella storia del diritto romano
– filosofia fiorentina – filosofia toscana-- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Firenze).
Filosofo fiorentino. Filosofo toscano. Filosofo italiano. Grice: “My favourite
explorations by Cotta are three: ‘per che violenza?” – “dalla guerra alla pace:
un itinerario filosofico” and a secondary-literature study on ‘i concordati’
--- which is MY philosophy. You see, Plato thought that the soul resided in the
brain – cool as he was – but Aristotle corrected him: it resides in the HEART –
Cicero loved that and coined ‘cum-cor’ – i.e. something like my cum-operare:
your hearts convene!” -- Grice: “I would say Cotta is Italy’s H. L. A. Hart,
with a bonus – he wrote on essentialism, deontic logic, and from war to
peace!” Figlio di Alberto, studioso di
scienze forestali, e Maria Nicolis di Robilant. Da parte di madre è discendente
diretto di Eulero. Studia a Firenze presso l'istituto dei barnabiti La Querce.
Si laurea a Firenze. Chiamato alle armi con il grado di sottotenente, il giorno
dell'annuncio dell'armistizio, è in Friuli. Scioltosi l'esercito, scende in
barca lungo l'Adriatico per raggiungere l'Italia non ancora occupata dai
tedeschi. Ammalatosi di malaria, dopo svariate traversie decide di raggiungere
il Piemonte, dove partecipa alla guerra di resistenza come comandante di una
brigata partigiana nella VII Divisione Autonoma "Monferrato". È tra i
primi ad entrare a Torino nei giorni della liberazione. Per la sua
partecipazione alla guerra partigiana gli vengono attribuite la Medaglia di
bronzo al valor militare e la Croce di guerra. Dopo gli studi sul pensiero
politico dell'Illuminismo i suoi interessi si sono incentrati sulla filosofia
giusnaturalistica, che è stato in grado di fondere con elementi della
fenomenologia. Autore di saggi sulla visione politica di Montesquieu,
Filangieri, Aquino ed Agostino, dedicandosi in seguito a riflessioni teoriche
sul diritto e sulla politica. Insegna a Torino, Perugia, Trieste, Trento,
Firenze, Roma, e Teramo. Fu tra i componenti del comitato promotore del
referendum abrogativo della legge sul divorzio. Altre opere: “La società; “Il
concetto di ‘legge’ in Filangieri” (Torino, Giappichelli); “Il concetto di ‘legge’
in Aquino” (Torino, Giappichelli). “Il concetto di Roma come città in
Agostino”; “Filosofia e politica nell'opera di Rousseau”; “La sfida
tecnologica”; “L'uomo tolemaico” – la ferita narcissista di Galileo – “Quale
Resistenza?, Perché la violenza; “Il normato: tra il giurato e l’obbligato”; “Il
diritto nell'esistenza. Linee di ontofenomenologia giuridica”; “Dalla guerra
alla pace”; “l’uomo, la persona, il diritto umano”; “Il pensiero politico di Montesquieu,
Bari, Laterza); “L’inter-soggetivo giurato”; “I limiti della politica, “Il
sistema di valori e il diritto”; Perché il diritto Quid ius?” (Brescia, La
Scuola). Stante la concessione chirografata dall'ex re Umberto II, C. puo
fregiarsi del titulo nobiliare di “conte”, sia pure del tutto informalmente
stante l'instaurazione dell'ordinamento repubblicano e la XIV disposizione
finale e transitoria della Costituzione. Diritto romano ordinamento giuridico
della civiltà romana Lingua Segui Modifica Con diritto romano si indica
l'insieme delle norme che hanno costituito l'ordinamento giuridico romano per
circa tredici secoli, dalla data convenzionale della Fondazione di Roma fino
alla fine dell'Impero di Giustiniano (565 d.C.). Infatti, tre anni dopo la
morte di Giustiniano l'Italia fu invasa dai Longobardi: l'impero d'Occidente si
dissolse definitivamente e Bisanzio, formalmente imperiale e romana, si
allontanò sempre più dall'eredità dell'antica Roma e della sua civiltà (anche giuridica). Il
Corpus Iuris Civilis in una stampa, che raggruppava l'insieme di tutte le leggi
romane contemporanee e precedenti alla sua compilazione, avvenuta sotto
Giustiniano I «Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere, alterum non laedere,
suum cuique tribuere. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente,
non danneggiare nessuno, dare a ciascuno il suo.» (Eneo Domizio Ulpiano
Libro secondo delle Regole dal Digesto 1.1.10 principio [1]) L'importanza
storica del diritto romano si riflette ancora oggi in una lista di termini
legali latini. Infatti, dopo la dissoluzione dell'Impero romano d'Occidente, il
Codice giustinianeo rimase in effetti nell'Impero romano d'Oriente, conosciuto
come Impero bizantino. Il linguaggio legale in Oriente fu il greco. Il
diritto romano definisce un sistema legale applicato nella maggior parte
dell'Europa occidentale fino alla fine del XVIII secolo. In Germania, il
diritto romano venne utilizzato più a lungo sotto il Sacro Romano Impero. Il
diritto romano servì inoltre come base per la pratica legale attraverso
l'Europa occidentale continentale, così come nella maggior parte delle colonie
delle nazioni europee, inclusa l'America latina e pure l'Etiopia. Il sistema
inglese e nord americano della common law venne influenzato anche dal diritto
romano, in particolare nel loro glossario giuridico latineggiante. Anche la
parte orientale dell'Europa venne influenzata dalla giurisprudenza del Corpus
Iuris Civilis, specialmente nei paesi come la Romania medievale che creò un
nuovo sistema, un mix del diritto romano e locale. L'Europa orientale fu
inoltre influenzata dal diritto medievale bizantino. Il diritto romano
viene diviso approssimativamente in tre o cinque differenti stadi evolutivi. Dalla
fondazione di Roma alle leggi delle XII Tavole. Magnifying glass icon mgx2.svg Storia del
diritto romano, Ius Quiritium e Mos maiorum. La prima fase, detta del diritto
arcaico o quiritario, comprende il periodo che ha inizio con la fondazione di
Roma e giunge alle Leggi delle XII tavole. In questo periodo, il diritto
privato, compreso il diritto civile romano era applicato solo ai cittadini
romani, ed era legato alla religione. Si trattava di una forma giuridica non
sviluppata, quindi non contenente gli attributi di formalismo rigoroso, simbolismo
e conservatorismo. Il giurista Sesto Pomponio disse: "All'inizio della
nostra città, le persone iniziarono le loro prime attività senza alcun diritto
scritto, e senza alcuna regola fissa: tutte le cose erano governate
dispoticamente dai re". Si ritiene che il diritto romano sia radicato
nella mitologia etrusca, con un'enfatizzazione dei rituali. Diritto
repubblicano fino alla seconda guerra punica. Magnifying glass icon mgx2.svg Lo
stesso argomento in dettaglio: Leggi delle XII tavole, Leges Liciniae Sextiae,
Lex Canuleia, Lex Hortensia e Lex Aquilia. L'inizio del secondo periodo
coincide con il primo testo di diritto: le leggi delle XII tavole. Il tribuno
della plebe, Gaio Terentillo Arsa, propose che le leggi fossero scritte, per
evitare che i magistrati potessero applicarle in modo arbitrario.Dopo otto anni
di scontri politici, i plebei riuscirono a convincere i patrizia inviare
un'ambasceria ad Atene, per copiare le leggi di Solone; essi inviarono poi
altre delegazioni ad altre città greche per ottenerne il consenso. Secondo
quanto ci racconta Livio, furono scelti dieci cittadini romani per mettere per
iscritto le leggi. Mentre stavano eseguendo questo lavoro, gli vennero
attribuiti poteri politici supremi, detti imperium, mentre il potere dei
normali magistrativenne ridotto. I decemviri produssero le leggi su dieci
tavole, dette tabulae, ma lasciarono insoddisfatti i plebei. Un nuovo
decemvirato, si racconta, aggiunse due ulteriori tavole. La nuova legge delle XII
tavole venne ora approvata dall'assemblea popolare. Gli studiosi moderni
tendono a non dar credito alla precisione degli storici romani. Non credono in
genere che un secondo decemvirato abbia mai avuto luogo. Il decemvirato si
ritiene abbia incluso i punti più controversi del diritto consuetudinario, e di
aver assunto le funzioni principali a Roma. Inoltre, la questione sulla
influenza greca trovata nel diritto romano arcaico è ancora molto discussa.
Molti studiosi ritengono improbabile che i patrizi abbiano inviato una
delegazione ufficiale in Grecia, come gli storici romani credevano. Invece, gli
studiosi suggeriscono che i Romani abbiano acquisito leggi dalle città greche
della Magna Grecia, serbatoio principale dal mondo romano a quello greco. Il
testo originale delle XII tavole non si è conservato, anche perché furono
distrutte durante il sacco di Roma da parte dei Galli. I frammenti
sopravvissuti mostrano che non si trattava di un codice del diritto in senso
moderno. Non forniva infatti un sistema completo e coerente di tutte le norme
applicabili o nel dare soluzioni giuridiche per tutti i casi possibili.
Piuttosto, le tabelle contenevano disposizioni specifiche volte a modificare
l'allora esistente diritto consuetudinario, anche se le disposizioni erano
valide per tutti i settori del diritto, dove la parte più ampia era dedicata al
diritto privato e alla procedura civile. In seguito le leggi delle dodici
tavole vennero integrate da una serie di nuove leggi come: la Lex
Canuleia, che ammetteva il matrimonio (ius connubii) tra patrizi e plebei; le
Leges Licinae Sextiae che prevedevano restrizioni sui terreni pubblici (ager
publicus), dove almeno uno dei due consoli doveva essere plebeo; la Lex Ogulnia
dove i plebei ottennero l'accesso alle cariche sacerdotali; la Lex Hortensia
dove i verdetti delle assemblee plebee (plebiscita) ora riguardavano tutte le
persone; la Lex Aquilia, che poteva essere considerata come la fonte del
moderno diritto civile. Tuttavia, il contributo più importante di Roma alla
cultura giuridica europea non fu la promulgazione di leggi ben elaborate, ma
l'emergere di una classe di professionisti giuristi e della giurisprudenza.
Questo venne realizzato applicando in modo graduale e con metodo scientifico la
filosofia al soggetto del diritto, tema che i greci stessi mai trattarono come
una scienza. Tradizionalmente, le origini della giurisprudenza romana
sono collegate a Gneo Flavio, il quale sembra abbia pubblicato una serie di
"modi di dire" contenenti il linguaggio giuridico da utilizzare in
tribunale per intraprendere un'azione legale. Prima di Flavio, queste formule
sembra fossero segrete e note solo ai sacerdoti. La loro pubblicazione rese
così possibile, anche per chi non ricopriva cariche sacerdotali, di esplorare
il significato di questi testi di legge. Il periodo che successe dopo la
fine della seconda guerra punica fino all'avvento del principato, corrisponde
storicamente al periodo del diritto chiamato pre-classico. Questo periodo
coincise con una produzione da parte dei giuristi di un grande numero di trattati,
soprattutto a partire dal II secolo a.C. Tra i più famosi giuristi del periodo
repubblicano si ricordano, Quinto Mucio Scevolaautore di un voluminoso trattato
su tutti gli aspetti del diritto romano, che ebbe grande influenza nelle epoche
successive, e Servio Sulpicio Rufo, amico di Marco Tullio Cicerone. E benché
Roma avesse sviluppato un sistema del diritto molto evoluto, oltre a una
raffinata cultura legale, la Repubblica romanavenne rimpiazzata dal
principato. In questo periodo possiamo notare lo sviluppo di leggi più
flessibili per soddisfare le esigenze del momento. In aggiunta al vecchio e
formale ius civile venne creata una nuova classe giuridica: lo ius honorarium,
che può essere definita come "la legge introdotta dai magistrati che avevano
il diritto di promulgare editti al fine di sostenere, integrare o correggere la
giurisprudenza esistente. Con questa nuova legge il vecchio formalismo venne
abbandonato per i più flessibili principi dello ius gentium.
L'adattamento del diritto alle nuove esigenze fu dedicata alla pratica
giuridica dei magistrati, e soprattutto riguardante i pretori. Un pretore non
era un legislatore e non poteva tecnicamente creare una nuova legge quando
emetteva i suoi editti. I risultati delle sue sentenze godevano di tutela
giuridica[19] ed erano in effetti spesso fonte di nuove norme giuridiche. Il
successore del precedente pretore non era vincolato dalle disposizioni del suo
predecessore; comunque doveva rifarsi alle norme contenute negli editti del suo
predecessore che si dimostrassero utili. In questo modo si generò un modo
costante di operare da un punto di vista giuridico, editto per editto. Così,
nel corso del tempo, parallelamente al diritto civile, che andava integrandosi
e correggendosi, emerse un nuovo corpo di leggi pretorie. In realtà, la legge
pretoria venne così definita dal celebre giurista romano Papiniano. Ius
praetorium est quod praetores introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel
corrigendi iuris civilis gratia propter utilitatem publicam. Il diritto
pretorio è una legge introdotta da pretori per integrare o correggere il
diritto civile per il bene pubblico.» Alla fine, il diritto civile e il
diritto pretorio si fusero nel Corpus Iuris Civilis. I primi
duecentocinquant'anni da Augusto, fino alla morte dell'imperatore Alessandro
Severo corrispondono al cosiddetto "periodo classico". Questo momento
storico rappresentò per il diritto e la giurisprudenza romana il momento più
elevato dell'intera storia romana. I successi letterari e le pratiche dei giuristi
di questo periodo hanno dato una forma unica al diritto romano. I
giuristi lavorarono in diverse direzioni, dando pareri legali: su richiesta
delle parti private; ai magistrati a cui era affidata l'amministrazione della
giustizia, soprattutto i pretori; nella redazione degli editti dei pretori,
quando veniva annunciato pubblicamente l'inizio del loro mandato, su come
avrebbero gestito le loro funzioni, oltre alle formule, in base alle quali
vennero condotti procedimenti specifici. Alcuni giuristi vennero incaricati di
occuparsi di prestigiosi uffici giudiziari e amministrativi. I giuristi
produssero, inoltre, tutta una serie di commentari legali e trattati. Attorno
al 130 il giurista Salvio Giuliano redasse un modello standard di come doveva
essere redatto un editto di un pretore, che poi venne utilizzato da tutti i
pretori da quel momento in poi. Questo editto conteneva dettagliate descrizioni
di tutti i casi, nei quali il pretore avrebbe potuto compiere un'azione legale
e una difesa. L'editto standard funzionava come un codice di legge completa,
anche se formalmente non aveva forza di legge. Esso indicava i requisiti
giuridici per un'azione legale di successo. L'editto divenne pertanto la base
per numerosi commentari giuridici da parte dei giuristi classici di epoca tarda
come, Giulio Paolo e Eneo Domizio Ulpiano. I nuovi concetti e istituti
giuridici elaborati dai giuristi di epoca pre-classica e classica sono troppo
numerosi da menzionare qui. Seguono quindi alcuni esempi: i giuristi
romani separarono chiaramente l'utilizzo di una cosa (proprietà) nel diritto
legale, dalla possibilità di utilizzare e manipolare la cosa (possesso).
Elaborarono anche la distinzione tra contratto e colpa come fonti delle
obbligazioni legali. I contratti standard (di vendita, di lavoro, locazione,
appalto di servizi) furono regolati nei più importanti codici continentali e le
caratteristiche di ciascuno di questi contratti furono sviluppate nella
giurisprudenza romana. Il giurista classico Gaio creò un sistema di diritto privato
basato sulla divisione materiale di personae (persone), res (cose) e actiones
(azioni legali). Questo sistema fu usato per molti secoli successivi:
basterebbe ricordare i Commentaries on the Laws of England di Blackstone, gli
atti francesi del Codice Napoleonicooppure il codice civile tedesco
(Bürgerliches Gesetzbuch). L'ultimo periodo è quello denominato post-classico,
iniziato con la morte di Alessandro Severo
e segnò la fine del principato, dilaniato dalle guerre civiliper la
porpora imperiale e dalle continue invasioni dei barbari del nord e delle
armate persiane. Terminò, quindi, con il regno di Giustiniano. In questo
periodo le condizioni per il fiorire di una cultura giuridica raffinata
divennero meno favorevoli. La situazione politica ed economica generale si era
andata deteriorando, da quando gli imperatori romaniavevano assunto un
controllo più diretto di tutti gli aspetti della vita politica. Il sistema
politico del principato, che aveva mantenuto alcune caratteristiche della
costituzione repubblicana, cominciarono a trasformarsi nella monarchia
assolutadel dominato. L'esistenza di una giurisprudenza e di giuristi che
considerassero il diritto come una scienza, non come mero strumento per
raggiungere gli obiettivi politici stabiliti dal monarca assoluto, non si
adattarono al nuovo ordine di cose. La produzione letteraria cessò quasi di
esistere. Pochi furono i giuristi conosciuti dopo la metà del III secolo.
Tuttavia, mentre la maggior parte della giurisprudenza del diritto classico
finì per essere ignorata e, infine, dimenticata in Occidente, in Oriente prese
piede una fondamentale attività di codificazione delle leggi classiche e della
giurisprudenza e di armonizzazione con le leggi successive, soprattutto grazie
all'opera di Giustiniano I, che avrebbe costituito la base del diritto
medievale. Eredità del diritto romano In Oriente Edizione del Digesta,
parte del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano I. Quando la centralità
dell'Impero romano venne spostata a est della Grecia, apparvero nella legislazione
ufficiale romana molti concetti legali di origine greca. Questa influenza
risulta visibile perfino nel diritto privato inerente ai rapporti tra persone e
alla famiglia, che tradizionalmente faceva parte del diritto che subiva minori
cambiamenti. Per esempio Costantino I cominciò a porre delle restrizioni all'antico
concetto romano di patria potestas, il potere detenuto dal padre nei confronti
della famiglia e dei suoi discendenti, riconoscendo che le persone in
potestate, i discendenti, potevano avere diritti di proprietà. Egli
apparentemente fece delle concessioni al concetto molto più severo di autorità
paterna del diritto greco-ellenistico. Il Codex Theodosianus è una
codificazione delle leggi di Costantino. Gli imperatori successivi andarono
perfino oltre, fino a quando Giustiniano I decretò che un fanciullo in
potestate potesse diventare proprietario di tutto ciò che avesse acquistato,
con esclusione di quanto veniva acquistato da suo padre. L'opera giuridica di
Giustiniano, particolarmente il Corpus Iuris Civilis, continuò a costituire la
base della pratica legale dell'Impero bizantino. Leone III Isaurico emise un
nuovo codice, denominato Ecloga. Gli imperatori Basilio I il Macedone e Leone
VI il Saggiocommissionarono la traduzione in greco del Codice e del Digesto,
parti del codice di Giustiniano, conosciuta con il nome di Basilica. Il diritto
romano preservato nel corpus legislativo di Giustiniano e nella
Basilicarimasero la base della giurisprudenza greca e nelle corti della Chiesa
ortodossa perfino dopo la fine dell'Impero bizantino e la conquista dei Turchi,
formando così la base per gran parte del Fetha Negest, che rimase in essere in
Etiopia. Reintroduzione in Occidente Lo stesso argomento in dettaglio: Regni
romano-barbarici, Diritto barbarico e Diritto medievale. In seguito alle
invasioni barbariche, come fonte principale del diritto, il diritto romano
scomparve in gran parte dell'Europa occidentale. L’imperatore d'Oriente
Giustiniano I promulgò il Corpus iuris civilis che in futuro sarebbe diventato
la base per la reintroduzione del Diritto romano nell'Occidente. Nel Corpus,
Giustiniano fece confluire tutte le antiche leggi di Roma cercando di
armonizzarle con le nuove che nel frattempo erano state promulgate. Il Codice
di Giustiniano fu applicato nei territori italiani sottoposti all'autorità di
Bisanzio, ma le seguenti invasioni barbariche le cancellarono dall'Occidente,
riducendo il diritto romano a mero diritto comune. In seguito, l'insistenza
degli imperatori romano-germanici di proclamarsi diretti successori dell'Impero
romano, in particolare della Dinastia ottoniana di Sassonia favorì, anche
grazie alle università, la reintroduzione del Diritto romano in Occidente,
andando a rimpiazzare le tradizioni giuridiche degli invasori germanici. Nel
Regno di Sicilia il diritto romano fu reintrodotto per volontà dell'imperatore
Federico II con le due assise di Capua e Messina. Il diritto romano venne
riscoperto e dominò la pratica legale di molti paesi europei. Un sistema
giuridico, in cui il diritto romano venne mescolato con elementi di Diritto
canonico e di costume germanico, soprattutto con il diritto feudale, divenne
comune in tutta l'Europa continentale e conosciuto come lo ius commune, termine
che viene indicato nei sistemi giuridici anglosassoni come civil law. Diritto
romano e tutela dei monumenti La protezione delle opere pubbliche e delle
principali opere d'arte come anche, più in generale, dell'intera consistenza
cittadina era disciplinata da un insieme organico di statuti, leggi, costituzioni
e provvedimenti risalenti già alla prima età repubblicana. Nell'epoca classica
si creò una nuova serie di cariche pubbliche che sovrintesero alla tutela di
settori sempre più specifici, regolando e inserendo in un sistema altamente
efficiente una realtà in precedenza già presente, seppur in forma embrionale,
anche nel mondo greco. Le tracce di come un tanto imponente sistema si
sia trasmesso sino ai giorni nostri, influenzando la nascita delle prime
moderne forme di protezione dei monumenti pubblici, sono fin troppo evidenti.
Si pensi, per esempio, all'istituzione dei magistri aedificiorum et stratarum
voluti, nella Roma da papa Martino V. Diritto romano oggi Oggi, il diritto
romano non è più applicato nella giurisprudenza moderna, anche se negli
ordinamenti giuridici di alcuni Stati come il Sudafrica e San Marinoalcune
parti si basano ancora sullo ius commune. Tuttavia, anche se la giurisprudenza
si basa su un codice, si applicano molte regole derivanti dal diritto romano:
nessun codice ha completamente rotto i collegamenti con la tradizione romana.
Piuttosto, le disposizioni del diritto romano sono state create su misura in un
sistema più coerente, espresso nella lingua nazionale di molti Stati. Per
questa ragione, la conoscenza del diritto romano è indispensabile per capire i
sistemi giuridici contemporanei. Il diritto romano risulta spesso un argomento
obbligatorio per gli studenti di legge nelle varie giurisdizioni di diritto
civile. Come passo fondamentale verso l'unificazione del diritto privato
negli Stati membri dell'Unione europea, viene così adottato il vecchio Ius
Commune, che era la base comune della pratica legale in tutto il mondo,
permettendo poi molte varianti locali, ed è sentito da molti come un modello
basilare. Divisioni interne al diritto romanoModifica Il diritto romano
si suddivide in: ius Quiritium (deriva da "Quirites", sinonimo
di "Romani"), costituito da un insieme di consuetudini ancestrali,
non scritte, talmente remote che i Romani stessi non ne conoscevano l'origine.
Riguardava gli ambiti di diritto di famiglia, matrimonio, patria potestas e
proprietà privata, e non comprendeva le obbligazioni, che in età arcaica non
esistevano. Costituisce il nucleo più arcaico del ius civile. ius civile, era
l'insieme delle norme che regolano i rapporti tra i cives romani, considerato
nell'ottica romana come orgogliosa prerogativa dei cittadini di Roma. Di esso
il giurista romano Papiniano dà la seguente definizione tramandataci dal
Digesto giustinianeo: Ius autem civile est quod ex legibus, plebis scitis,
senatus consultis, decretis principum, auctoritate prudentium venit. Il ius
civile è il diritto che promana dalle leggi, dai plebisciti, dai
senatoconsulti, dai decreti degli imperatori e dai responsi dei
giurisperiti.» (Digesto) ius gentium, l'insieme di tutti gli istituti che
trovano tutela, oltre che nell'ordinamento statuale romano, anche presso altri
popoli. ius naturale, la lezione stoica proficuamente accolta da Cicerone, si
trasfuse nella coscienza giuridica romana. I giureconsulti, però, non essendo
filosofi, ne trassero scarsi e rozzi ammaestramenti, interpretando la natura come
atavico istinto comune anche agli esseri irrazionali. Ciò accadde
specificamente nella definizione che ne diede Ulpiano, allorché stabilisce che
"Il diritto naturale è quello che la natura ha insegnato a tutti gli
esseri animati. [Da esso] derivano l'unione del maschio e della femmina, che
noi chiamiamo matrimonio, la procreazione e l'allevamento dei figli. Vediamo
infatti che anche gli altri animali, perfino quelli selvaggi, conoscono e
praticano questo diritto. Questo passo di Ulpiano sarà inserito nel Digesto
giustinianeo e insieme con l'intero Corpus iuris civilis costituirà oggetto di
studio per le scuole giuridiche medievali. Gaio propende per una bipartizione
del diritto, cioè che il diritto si divida in ius civile, creazione artificiale
della civitas, e in ius gentium o ius naturale, diritto comune ai popoli e che
trova la sua ragion d'essere nella naturalis ratio, cioè in una ragione
naturale, dunque ritenuto anche eticamente migliore poiché ispirato dalla
natura: in questa visione la schiavitù è considerata come una situazione
naturale già predisposta dalla stessa natura; Ulpiano propende per una
tripartizione del diritto; come Gaio, pensa che lo ius civile sia creazione
artificiale, ma va oltre affermando che il ius gentium riguarda un regolamento
per i soli uomini, mentre lo ius naturale sarebbe quello di tutte le creature
viventi: in questo caso la condizione di schiavo viene vista come una condizione
predisposta dal diritto e non riconducibile alla condizione naturale dell'uomo.
ius honorarium (o ius praetorium), che riguarda le situazioni di diritto o di
fatto che, pur non trovando tutela nelle norme dello ius civile, sono state
regolamentate dall'attività giurisdizionale dei magistrati dotati di
iurisdictio. Lo stesso Papiniano, nel medesimo brano in cui definisce il ius
civile, racchiude il concetto di ius honorarium, che egli chiama ius
praetorium, nelle seguenti parole. Ius praetorium est quod praetores
introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel corrigendi gratia propter utilitatem
publicam; quod et honorarium dicitur ab honore praetorum. Il ius pretorium è il
diritto introdotto dai praetores al fine di aiutare, aggiungere, emendare lo
ius civileper la pubblica utilità; ciò che viene anche chiamato
honorariumdall'onore dei pretori.» Ius legitimum, il cui nome deriva da
lex è il diritto prodotto in sede assembleare attraverso la votazione e
approvazione di una legge comiziale; lo ius legitimum ha particolare vita in
età repubblicana e fiorisce particolarmente con Augusto per poi scomparire dopo
la sua morte e la trasformazione dello Stato in impero; con il venir meno delle
assemblee a favore del duopolio Senato-imperatore e del successivo monopolio
imperiale del potere la lex perde il suo carattere di comizialità e viene a
identificarsi con la definizione di norme da parte dell'imperatore stesso,
nella forma della "costituzione imperiale". Da questo momento lo ius
legitimum si estingue, confluendo nello ius civile. Durante la repubblica le
principali assemblee produttrici di ius legitimum erano i comitia centuriata e
i concilia plebis, in minore parte le altre assemblee. Eneo Domizio Ulpiano,
Digesto principio. Ad esempio stare decisis, culpa in contrahendoo in pacta
sunt servanda. In Germania, Art. BGB. Valacchia, Moldova e alcune altre
province medievali. Secondo Francisci (Sintesi storica del diritto romano) la
prima fase, denominata del diritto "primitivo", iniziava con la
fondazione di Roma e terminava con la fine della seconda guerra punica. Biondi,
Istituzioni di diritto romano, Ius civile Quiritium. Come ad esempio la pratica
rituale della mancipatio, una forma di vendita. "Roman Law", in
Catholic Encyclopedia, Appleton Company, New York. Jenő Szmodis, The Reality of
the Law From the Etruscan Religion to the Postmodern Theories of Law, Kairosz,
Budapest, Olga Tellegen-Couperus, A Short History of Roman Law, Livio, Ab Urbe
condita libri. Decemviri legibus scribundis. Pudentes, sing. prudens, o
jurisprudentes. Pietro De Francisci, Sintesi storica del diritto romano. Invece
Biondi lo accorpa in un unico periodo con il precedente e lo chiama
"repubblicano". Berger, Encyclopedic Dictionary of Roman Law, in The
American Philosophical Society. Magistratuum edicta. Actionem dare. Edictum traslatitium. Francisci, Sintesi
storica del diritto romano, Tellegen-Couperus et Tellegen-Couper, A Short
History of Roman Law. Ecloga | Byzantine law Britannica, su britannica. Cardini e
Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia. "È
questo il famoso Corpus iuris civilis, nel quale Giustiniano dettò le sue nuove
leggi preoccupandosi però di armonizzarle coerentemente con quelle antiche.
Tale monumento alla sapienza giuridica di Roma sarebbe stato alla base della
rinascita degli studi giuridici e delle istituzioni politiche della stessa
Europa; e costituisce ancora oggi il fondamento sul quale si appoggiano i
sistemi giuridici di gran parte dei paesi del mondo. Cardini e Montesano,
Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, "La pretesa di
questi re di atteggiarsi a imperatori romani non fu priva di risultati anche
importanti: essa fu ad esempio uno dei motivi per cui, a partire dalla metà del
XII secolo, il diritto romano rientrò nell'Europa occidentale e -anche grazie
al lavoro che fu allora espletato nelle università- s'impose come nuovo diritto
sostituendosi in tutto o in massima parte alle precedenti tradizioni giuridiche
ereditate dai germani delle invasioni." Cardini e Marina Montesano, Storia
Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, "Introdusse il diritto
romano, fondò l'Università di Napoli per disporre di un ceto di funzionari
fedeli istruiti all'interno dei confini (altrimenti i suoi sudditi avrebbero
dovuto andare fino a Bologna per studiare) e favorì lo "Studio"
medico di Salerno. Incluse tutte le proprietà private. Campanelli, L'antefatto:
leggi e norme di tutela nel diritto romano, "‘ANAΓKH", I curatores
viarum, operum publicorum, rei publicae, statuarum, ecc. ^ Platone, nel VI
capitolo delle Leggi, cita un tipo particolare di magistrati chiamati astynomi,
storicamente documentati (cfr. Die Astynomenischrift, Atene) dediti alla cura e
alla riparazione dei luoghi pubblici. Con la bolla Etsi in cunctarum. Che per
gli Stoici era permeata dalla ragione divina. Fassò: «Digesto, Fassò. La
ricostruzione dell'intero sistema di diritto romano è basata sul ritrovamento
di fonti giuridiche e storiche più o meno complete. Di seguito, un elenco, certamente
non esaustivom delle principali fonti di
produzione del diritto romano che ci sono pervenute: OTTAVIANO (si veda),
Res gestae divi Augusti, opera divisa in tabulæ, CICERONE (si veda) De legibus,
Codice Ermogeniano. Codice Teodosiano; il contraltare alla codificazione giustinianea,
in sedici libri densi di diritto e innovazioni strutturali, tra cui il Liber
Legum Novellarum Imperatoris Theodosi. Constitvtiones Sirmondianae: raccolta di
16 costituzioni imperiali, che disciplinano materie ecclesiastiche; presero il
nome dal primo loro editore, il gesuita Sirmond. Emanate non furono tutte
accolte nel Codice teodosiano, in appendice al quale sono pubblicate da
Mommsen. Corpus Inscriptionum Latinarum. Decretum Gelasianum, fonte di diritto
canonico più che di diritto romano (da The Latin Library); editto di Costantino
e Licinio; l'Editto di Teodorico, diviso in articoli, è un codice territoriale,
cioè contene disposizioni valide sia per i romani che per gl’ostrogoti.
Ciascuno degli articoli è ricavato da un testo delle leges o degli iura,
soprattutto dai codices, dalle Sententiæ di Paolo ecc. Vi sono anche alcune
norme nuove, di incerta origine: non si sa se di origine ostrogota oppure
derivate dalla pratica. Fontes Iuris Romani Ante-iustiniani in usum scholarum,
divise in libri (sulle Leges, sugli Auctores, e sui Negotia). Fragmenta
Vaticana, frammenti di un'ampia compilazione privata di costituzioni imperiali
e di passi desunti dalle opere di Papiniano, Ulpiano e Paolo. Il palinsesto è
scoperto da Mai nella Biblioteca Vaticana. Le costituzioni imperiali ivi
riportate sono varie. Giustiniano I, Corpus iuris civilis, composto da
Imperatoris Iustiniani Institutiones, (versione latina) -logo.svg; opera
didattica in 4 libri destinata a coloro che studiavano il diritto; Domini
Nostri Sacratissimi Principis Iustiniani Iuris Enucleati Ex Omni Vetere Iure
Collecti Digestorum seu Pandectarum (o Pandectae), antologia in libri di
frammenti estrapolati (non senza modifiche) dalle opere giuridiche dei più
eminenti giuristi della storia di Roma, testo latino; Domini Nostri
Sacratissimi Principis Iustiniani Codex, testo latino: raccolta di costituzioni
imperiali d’ADRIANO (si veda) allo stesso Giustiniano; Novellæ Constitutiones: costituzioni
emanate da Giustiniano dopo la pubblicazione del Codex. Istituzioni di Gaio
(Gai Institutionum). Leggi delle XII tavole (Duodecim Tabularum Leges). Lex
Romana Burgundionum, scritta all'inizio del VI secolo, è articolata in titoli e la si attribuisce a Gundobado, re
dei Burgundi, Gallia Orientale. È destinata ai soli sudditi romani del regno
dei Burgundi. Sententiae Pauli: i cinque titoli delle Sententiae receptae Pavlo
tributæ e i libri delle Pavli sententiarvm interpretatio. Senatus consultum de
Bacchanalibus; Ulpiano, Titvli ex corpore Ulpiani: opera piuttosto elementare,
destinata soprattutto all'insegnamento del diritto, contenuta in un manoscritto
della Biblioteca Vaticana. Secondo la dottrina prevalente, si tratta di una
compilazione post-classica, con molta probabilità dell'epoca di Diocleziano o
Costantino di passi rimaneggiati e rielaborati tratti da opere di Ulpiano).
Storiografia moderna; Annunziata, Temi e problemi della giurisprudenza
severiana. Annotazioni su Tertulliano e Menandro, Scientifica, Napoli, Ruiz,
Storia del diritto romano, Jovene, Ruiz, Istituzioni di diritto romano, Jovene,
Biondi, Istituzioni di diritto romano, Ed. Giuffré, Milano Burdese, Manuale di
Diritto Privato Romano, Utet giuridica, Burdese, Manuale di Diritto Pubblico
Romano, Utet giuridica, Costabile, Storia del diritto pubblico romano, Iriti,
Francisci, Sintesi storica del diritto romano, Roma Marzo, Istituzioni di
diritto romano, Giuffrè, Milano, Marzo, Manuale elementare di diritto romano,
Utet, Torino Marrone, Istituzioni di
diritto romano, Palumbo, Sanfilippo. Istituzioni di diritto romano, Rubbettino,
Schiavone, Ius: l'invenzione del diritto in Occidente, Torino, Einaudi, 2
International roman law moot court Diritto latino romano, diritto, su
Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.Diritto
romano, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Diritto romano,
su Enciclopedia Britannica, Corpus Iuris Civilis: Lion, Hugues de la Porte, Corpus
iuris civilis, su the latin library. The Roman Law Library (Lassard, Koptev)
Dizionario Storico del Diritto Romano Simone Diritto e Storia del Diritto
Romano, Vervaart, Rechtshistorieː A gateway to legal history - Roman Law, su
rechtshistorie. Fonti di diritto romano, su ancientrome (in russo). Portale
Antica Roma Portale Diritto Portale Roma Portale Storia
Corpus iuris civilis raccolta di materiale giurisprudenziale, voluta
dall'imperatore d'Oriente Giustiniano I Digesto Compilazione di frammenti
derivanti da opere di giuristi romani voluta da Giustiniano I. Basilika. Il
conte Sergio Cotta. Keywords: l’inter-soggetivo, il giurato, il normato. La prima
ferita narcissista, Filangieri, giurato, l’uomo galileano, l’obbligato, il
normato, Latin ‘normare’ – not recognized in Dizionario etimologico – il
giurato d’entrambi – il concordato d’entrambi – fenomenologia – Roma citta –
polis, politea, res publica – pubblico e privato -- Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Cotta” – The Swimming-Pool Library. Cotta.
Luigi
Speranza -- Grice e Crassicio: la ragione conversazionale e la diaspora di
Crotone -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo
italiano. He moves to Rome where he works as a teacher before joining the
school of Quinto Sestio. Crassicio Pasicle. Crassicio.
Luigi
Speranza -- Grice e Crasso: la ragione conversazionale a Roma – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. An orator and
a politican. He takes a keen interest in philosophy and at different times
studies with Metodoro, Carmada, Clitomaco and Mnesarco. Lucio Lucinio Crasso.
Crasso.
Luigi
Speranza -- Grice e Cratippo: la ragione conversazionale al lizio di Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Lizio.
Friend of Cicerone. Tutor of Orazio and Bruto. Marco Tullio Cratippo. Crattipo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Credaro: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del discorso al senato – scuola di Sondrio – filosofia lombarda
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sondrio). Filosofo
lombardo. Filosofo italiano. Sondrio, Lombardia. Grice: “I like Credaro; it is
as if he invented the universities! I especially love the way he connects it
all, in that uniquely Italian way, with the ‘assoluto’!” Si laurea a Pavia, dove fu convittore del
Collegio Ghislieri, divenne insegnante di liceo. Wi recò a Lipsia per
perfezionarsi nella psicologia filosofica sotto Wundt. Insegna a Pavia. Ministro
della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia nei governi Luzzatti e Giolitti IV
-- istituì il Liceo moderno. Relatore
nella presentazione della Legge che istitutiva dei Corsi di perfezionamento, o
più comunemente Scuole pedagogiche, di durata biennale, di preparazione per
l'esercizio all'ispettorato o per la direzione didattica delle scuole. Fu
l'ispiratore della legge Daneo-C., che stabiliva che lo stipendio dei maestri
delle scuole elementari fosse a carico del bilancio dello Stato, e non più dei
Comuni, contribuendo così in maniera determinante all'eliminazione
dell'analfabetismo in Italia. Prima di questa legge, infatti, i comuni di
campagna e quelli più poveri, specie nel Sud, non erano in grado di istituire e
mantenere scuole elementari e pertanto rendevano di fatto inapplicata la legge
Coppino sull'obbligo scolastico. Si
interessa attivamente dei problemi agricoli e forestali di Sondrio. Autore di
numerosi saggi, in particolare sui Kant e Herbart. Commissario Generale Civile della Venezia
Tridentina, ossia la suprema autorità del Trentino-Alto Adige che sta per essere
fannesso all'Italia. In tale veste tentò una politica particolarmente
conciliante verso la minoranza di lingua tedesca e rispettosa dell'ordinamento
amministrativo de-centrato della regione. In seguito, anche a causa delle
pressioni dei nazionalisti, la sua politica nei confronti della minoranza di
lingua tedesca si fece più intransigente. Testimonianza ne è la cosiddetta Lex
Corbino,elaborata da Credaro, sull'istituzione di scuole elementari nelle nuove
province che è considerata da una parte della storiografia strumento per
potenziare la presenza italiana soprattutto nel territorio misti-lingue della
regione a danno della minoranza tedesca. Ciononostante, sube l'assalto di una
squadra d'azione fascista che lo costrinse alle dimissioni per far luogo
all'insediamento di un prefetto di Trento. Termina quindi la sua carriera
politica in disparte rispetto al regime che si andava consolidando. Altre
opere: “Lo scetticismo degli platonisti (Roma, Terme Diocleziane); La libertà
di volere (Milano, Bernardoni); Herbart, Torino, Paravia), “Razionalismo
trascendente in Italia” Catania, Battiato); Wundt (Milano, Società Anonima
Editrice Dante Alighieri). Andrea Di Michele, L’italianizzazione imperfetta.
L’amministrazione pubblica dell’Alto Adige tra Italia liberale e fascismo,
Alessandria, Orso, Analfabetismo, Dizionario biografico degli italiani, Cr. un
italiano d'altri tempi articolo di Romano, Corriere della Sera, Sondrio. Se il nome di Carneade non è
completamente ignorato dalle persone colte, che non si occupano di storia della
filosofia, si deve alla parte giuridica del suo pensiero, la cui conoscenza è
tratta quasi interamente da pochi frammenti della famosa orazione (quasi-Trasimaco)
*contro* il concetto dello giusto tenuta a Roma frammenti conservati da
Lattanzio, il quale li ha presi dal trattato della repubblica di CICERONE.
Questa orazione alla Trasimaco *contro* la coerenza del concetto dello giusto –
gius – giustiziato, juratum, giurato cf. Cicerone jusjuratum --, che fa epoca
nella storia della cultura del popolo romano, non deve essere considerata
solamente un episodio della vita di Carneade, una semplice millanteria del
facondo oratore, che volesse fare impressione sugli animi dei Romani; ma il suo
contenuto deve venire integrato colle altre vedute di Carneade per cercarne il
legame ed esaminarne il valore. A tale fine bisogna anche qui muovere dallo
stoicismo. L'orazione *contro* lo giurato (Cicerone – iusiuratum) giustiziato
ha qualche rapporto con esso? Si sa che tutti e tre i filosofi ambasciatori --
Carneade accademico, Diogene stoico e Critolao peripatetico -- durante il lungo
soggiorno a Roma, sia per invito avuto dalla cittadinanza, che in quel tempo
godeva la pice decorsa tra la battaglia di Pidna e la terza guerra punica, sia
di propria iniziativa, per desiderio di far mostra di tutta la potenza della
loro parola e della loro scienza filosofica, a beneficio eziandio della causa
che patrocinavano, aprirono un corso di conferenze (GELLIO, Noct. Att.; MACROBIO,
Saturn.). É probabile che tutti e tre filosofi – Carneade accademico, Critolao
peripatetico del liceo – e Diogene stoico -- abbiano scelto l'argomento delle
loro orazioni dalla filosofia pratica, come quella che interessa vivamente i
loro ospiti, tutti dati alle armi, agli affari, alla politica,
all'amministrazione; anzi e le cito supporre che ciascuno abbia esposte le idee
della sua scuola – l’accademia, il lizio, e il portico -- intorno al “giurato”
– Cicerone iusiuratum, il principio o imperativo più importante della vita
pubblica e privata. Il soggetto del giurato – Cicerone, iusiuratum – dove
soddisfare pienamente le esigenze e i desideri dell'uditorio, poichè i romani,
a ragione o a torto, si credeno gli uomini più giusti (giuratura, iusiuraturus)
e alla virtù del giurato (Cicerone iusiuratum) attribuivano la grandezza, alla
quale era pervenuta la propria patria. In questa ipotesi lo stoico Diogene, con
parola modesta e sobria, come attesta POLIBIO, che ebbe opportunità di
ascoltarlo, spiega ai Romani l'idealismo morale e il cosmo-politismo della sua
setta. L'anima di tutti gli uomini è uguale; e come tutte le cose uguali si
attraggono, cosi anche gli esseri razionali; per ciò l'istinto della società è
insito nella stessa ragione, la quale insegna a ciascuno di noi che esiste una
sola città, un solo stato, la grande società umana; ciascuno si sente parte
integrante di questo immenso organismo governato da una sola legge (ius) e da
un solo diritto, la retta ragione (ius). Questa legge (ius) conforme alla
natura si fa sentire in tutti, immutabile, sempiterna, divina; invita col
comando al dovere, col divieto allontana dalla frode. È suprema, assoluta; non
è lecito crearne altre contrarie, nè abrogarla totalmente o parzialmente; non
voto di popolo, non decreto di senato possono dispensare dall'ubbidirla;
nessuno ha bisogno d'interprete per comprenderla; è la medesima in Atene e in
Roma, oggi e domani e sempre; l'inventore e il promulgatore di essa è uno solo,
il maestro e il comandante di tutti, Dio. Chi non vi obbedisce, va contro la
natura e per questo fatto solo soffrirà tutte le pene. L'uomo pensa e opera moralmente
(mos: costume) solo in quanto conformasi a questa unica legge; e poichè questa
è la medesima in tutti gli uomini, tutti debbono tendere allo stesso scopo, al
bene universale. Il uomo non deve vivere per sè, ma per l'umanità; l'interesse
personale deve essere asso lutarnente subordinato a quello umano Cic., de fin.;
de rep.; Plut., de comm. notit.; Zeller). In questo stato politico ed etico
regna perfetta concordia ed armonia. Tutti i cittadini hanno vivo il sentimento
dell'ordine, coltivano la virtù e reprimono gli appetiti irrazionali, che sono
la causa dell’inimicizia e della guerra (bellum, polemos). Sono sottomessi alla
volontà divina, al fato, alla serie universale e interminabile delle cause e
degli effetti. I doveri fondamentali sono il giurato (iusiuratum), in qua
virtutis splendor est maximus, e la benevolenza e la beneficenza.Questedue
virtù sono le basi della società civile (CICERONE, de fin.). Intorno ad esse
Diogene puo parlare a lungo ai Romani, perchè nel Portico e stato soggetto di
molte dispute e di scritti. Il suo tutore Crisippo gli aveva insegnato in
proposito una dottrina propria. Tutti gli altri esseri sono nati per il bene
degli uomini e degli dei, due uomini per formare una popolazione, una società,
una comunanza, una communita, un comune; è inerente alla natura che tra l'uomo
e il genere umano, come tra parte e tutto, interceda un diritto naturale. Colui
che lo osserva è giusto (promuove il giurato – iusiurato); ingiusto chi lo
trasgredisce. Tra il diritto pubblico e quello privato non avvi opposizione (CICERONE,
de fin.). Un uomo non si trova in rapporti giuridici con una bestia, ma solo con
suo simile. Affinchè si realizzi il regno del giurato (iusiuratum) e della moralità
occorre che la perfetta ragione sia presente in tutti. La ragione invece si
trova solamente nel sapiente; si formarono quindi gli stati singoli, che
tengono divisa l'umanità. Come gli stati, così le istituzioni che li governano
sono effetto di errore e stoltezza: quali l’istituzione del matrimonio, l’istituzione
della famiglia, l’istituzione della proprietà, l’istituzione dela moneta, l’istituzione
del ribunale, l’istituzione del ginnasio (Diog. L.). Stato conforme alla natura
umana, con istituzioni veramente buone, non esiste. Edotto di questo idealismo
politico, puo sul Campidoglio il pretore romano A. ALBINO, uomo erudito e
versato nella lingua greca, dire per ischerzo volgendosi a Carneade. “A te,
Carneade, non sembra io sia un pretore, nè questa una città, nè in essa abitino
cittadini). A cui Carneade, che subito capisce di essere stato preso per il
collega del Portico. “A questo del Portico non sembra cosi.” I filosofi
ateniesi non lasciano di contendere neppure in paese straniero; o certo
Carneade e stato assai lieto di osservare che al senso pratico dei romani la
dottrina de' suoi avversari si presenta come assolutamente *ridicola*; e
tornato in patria, crede il fatto degno di essere raccontato a' suoi discepoli
(L'aneddoto è ricordato da Clitomaco. CICERONE, Ac.). Sogliono gli storici
narrarci che Carneade tenne a Roma *due* discorsi ispirati a scopo opposto. Il
primo giorno dimostra l'esistenza del diritto naturale e loda la giustizia (il
giurato – il iusiuratum – dike – cf. lex). Il secondo giorno sostenne tutto il
contrario; onde gridano all'immoralità, all’audacia e alla sfacciataggine del
filosofo, che non si vergognò di difendere contraddizione si anorme. Anche non
tenendo conto che, se si applicasse questo criterio, tutta la filosofia dei
accademici sarebbe un' immoralità, perchè il loro metodo e di difendere in ogni
quistione le soluziori opposte. Idue discorsi (tesi ed antitesi, positio e
contra-positio, posizione e contra-posizione), tenuti in giorni successivi,
abbiano un'unità perfetta (la sintesi, o com-posizione) e si propongano il
medesimo fine: mostrare la falsità della dottrina della tesi di Diogene intorno
al giurato; e siccome costoro in questa parte della filosofia, molto più che in
altre, sono dipendenti da Platone e da Aristotele, bisogna prendere le mosse da
questi. Leggiamo in LATTANZIO. Carneades autem, ut Aristotelem refelleret ac
Platonem, IVSTITIAE patronos, prima illa disputatione collegit ea omnia, quae
pro IVSTITIA dicebantur, ut posset illa, sicut fecit, evertere. Carneades,
quoniam erant infirma, quæ a philosophis adserebantur, sumsit audaciam
refellendi, quia refelli posse intellexit (Lattanzio, Instit. div.). E al
trove. Nec immerito extitit Carneades, homo summo ingenio et acumine, qui
refelleret istorum (Platone e Aristotele ) orationem et iustitiam, quæ
fundamentum stabile non habebat, everteret, non quia vituperandam esse
iustitiam sentiebat, sed ut illos defensores eius ostenderet nihil certi, nihil
firmi de iustitia disputare (Epit.). Di qui è evidente che la prima orazione
non era che un esordio, un'introduzione, uno sguardo storico alla questione,
un'esposizione delle idee accettate da Diogene, che Carneade s'appresta a confutare
nel vegnente giorno (CICERONE., de rep.); confutazione, la quale non ha per
iscopo di vituperare la giustizia in sé, ma di colpire i filosofi avversari, o
almeno la loro teoria dommatica – il domma. Non è la virtù del Portico, che
Carneade demole, ma il sapere. E caso a noi pervennero frammenti solamente
della seconda orazione. Questa sola offre una filosofia nuova, da una scossa
inaspettata e forte all'intelligenza dei romani. Perciò eam disputationem, qua IVSTITIA
evertitur, apud CICERONE L. FURIO
recordatur (Lattanzio, Instit. dio.). E noi ora possiamo tentare di ricostruire
questo singolare discorso nelle sue linee generali. Per Carneade, non esiste
una giustizia (giurato – iusiurato) naturale nè verso due uomini. Se esso
esiste, le medesimecose sarebbero giurate (iusiurata) giuste o ingiuste, buone
o cattive, morali o immorali, per ogni uomo, come le cose calde e le fredde, le
dolci e le amare. Invece, chi conosce il mondo e la storia, sa che regna una grandissima
diversità di apprezzamenti morali e giuridici, di consuetudini tra il popolo romano
e il popolo sabino, da Roma a Sabinia, dal Tevere al Trastevere, da tempo a
tempo. I cretesi e gl’etoli reputano cosa onesta il brigantaggio. I lacedemoni
dichiarano loro proprietà tutti i campi che potevano toccare col giavellotto. Gl’ateniesi
soleno annunciare pubblicamente che loro appartene ogni terra che producesse
olive e biade. I barbari galli stimano disonorevole cosa procurarsi il frumento
col lavoro, invece che colle armi. I romani vietano ai transalpini la
coltivazione dell'ulivo e della vite, per impedire la concorrenza ai loro
prodotti e dar a questi un valore più elevato. Gli semitici egiziani, che hanno
una storia di moltissimi secoli, adorano come divinità il bue e belve di ogni
genere. I semitici persiani, disprezzano gli dei dell'Ellade, ne incendiarono i
tempii, persuasi essere cosa illecita che gli dei, i quali hanno per abitazione
tutto il mondo, fossero rinchiusi tra pareti. Filippo il Macedone idea e
Alessandro manda ad esecuzione la guerra contro i greci per punire quei numi. I
Tauri, gli Egiziani, i barbari galli (“Norma”) e i Fenici credeno che
tornassero assai accetti alle loro deità il sacrifizio umano. Si dice: E dovere
dell'uomo che fa il giurato (iusiuratum) ubbidire alla legge. Quale legge? A la
legge di ieri, o alla legge di oggi? A quelle fatte in questo lato del Tevere,
o nel Trastevere? Se una un imperativo o una legge suprema, universale, trascendente,
kantiana, costante s'impone alla coscienza dell’uomo, come pretende Diogene,
coteste variazioni non sarebbero possibili. Perciò non esiste un diritto
naturale, nè un uomo che per natura arriva al giurato (iusiuratum). Il diritto (IVS)
è una invenzione dell’uomo a scopo di utilità e didifesa; come prova anche il
fatto che non raramente la legge, le quale e fatta dal sesso maschile, assicura
a questo sesso un particolare vantaggio a danno di quello femminile. Nessuna ‘legislazione’,
attentamente esaminata, appare l'espressione di un imperative o principio
fisso, naturale, vero, immutabile, divino. Invece al profondo osservatore non
isfugge che ogni disposizione legale move da ragione di utile e viene cambiata
appena non risponde più ai bisogni e agl'interessi di coloro che hanno nelle
mani il potere. Ogni nazione cerca di provvedere al proprio bene e considera,
per istinto di natura, gl’animali e le altre nazione come istrumenti della
propria conservazione e felicità (CICERONE., de rep.). La storia insegna che
ogni popolo che diventa grande, potente, ricco, non pensa ai vantaggi altrui,
ma unicamente ai proprii. Voi stessi o ROMANI, dice Carneade parlando a un SCIPIONE
Emiliano, il futuro distruttore di Cartagine e di Numanzia, a LELIO il saggio,
al letterato FURIO Filone, a SCEVOLA il futuro giureconsulto, all'erudito
SUPICIO Gallo, al grande oratore GALBA, al vecchio CATONE, l'implacabile nemico
di Cartagine, al fiore di tutta la cittadinanza e alla presenza dei colti
ostaggi achei trasportati in Italia, tra i quali il grande storico e generale
Polibio. Voi stessi, o Romani, non vi siete impadroniti del mondo colla GIUSTIZIA.
Se volete essere giusti, restituite le cose tolte agl’altri, ritornate alle
vostre capanne a vivere nella povertà e nella miseria. Il criterio direttivo
della vostra vita non e il giurato (iusiuratum),
bensi l'utilità, che invano cercate di mascherara. Poichè voi, coll'intimare la
guerra per mezzo di araldi, col recare *in-giurie* sotto un pretesto di
legalità, col desiderare l'altrui, col rubire, siete per venuti al possesso di
tutto il mondo. Ma per temperare il cattivo effetto, che avesse potuto produrre
negli animi dei Romani questa audace analisi dei fattori della loro grandezza
politica, l'avveduto ambasciatore ateniese ricorda altri esempi, che sono celebri
e lodati in tutto il mondo. Rammenta la ben nota risposta data dal pirata
catturato ad Alessandro il grande. Io infesto breve tratto di mare con una sola
fusta, con quel medesiino diritto, col quale tu, o Alessandro, infesti tutto il
mondo con grande esercito e flotta. Il patriottismo, questa virtù somma e
perfetta, che suole essere portata fino al cielo colle lodi, è la negazione del
giurato (iusiuratum), perchè si alimenta della discordia seminata tra gli
uomini e consiste nell'aumentare la prosperità del proprio paese, naturalmente
a danno di un altro, coll’nvadere violentemente il territorio altrui, estendere
il dominio, aumentare le gabelle. Patriotta è colui che acquista dei beni alla
patria colla distruzione di altre città e nazioni, colma l'erario di denaro,
rese più ricchi i concittadini. E, quel che è peggio, non solo il popolo e la
classe incolta, ma eziandio i filosofi esortano e incoraggiano a commettere
cotali atti ingiusti. Cosicchè alla malvagità non manca neppure l'autorità
della scienza. Ovunque regnano inganno e ingiustizia, che invano si tentano di
nascondere e legittimare. Tutti quelli che hanno diritto di vita e di
morte sul popolo sono tiranni. Ma essi preferiscono chiamarsire per volontà
divina. Quando alcuni, o per ricchezze, o per ischiatta, o per potenza, hanno
nelle mani l'amministrazione di una città, costituiscono una setta. Ma i membri
prendono il nome di “ottimato”. Se il popolo ha il sopravvento nel maneggio dei
pubblici affari, la forma di governo si chiama libertà; ma è licenza. Ma poichè
gli uomini si temono l'un l'altro, e una classe ha paura dell'altra, interviene
una specie di *patto* o contratto fra popolo e potenti e si costituisce una
forma mista di governo, dove la giustizia è un effetto non di natura o di
volontà, ma di debolezza. Ed è naturale che cosi avvenga. Se l'uomo deve
scegliere tra le seguenti condizioni: recare *in-giuria* e non riceverne; e
farne e riceverne; nè farne, nè riceverne, egli repute ottima la prima, perchè
soddisfa meglio i suoi istinti. Poscia la terza, che dona quiete e sicurezza;
ultima e più infelice la condizione di chi sia costretto ad essere continuamente
in armi, sia perchè faccia, sia perché riceva *in-giurie”. Adunque alla Hobbes lo
stato naturale dei rapporti tra uomo e uomo è la lotta (uomo uominis lupo), la
guerra, la discordia, la rapina, la violenza, l'inganno, in una parola, la
negazione del giurato (giusgiurato). La giustizia è una virtù che si esercita
per effetto di debolezza e per proprio tornaconio. Ma Diogene, come vedemmo,
considera il giurato (iusiuratum) verso gli uomini. Carneade dove notare che
l’istituzione del tempio esiste solamente nel l'immaginazione de' suoi
avversari e dei filosofi, dai quali essi attinsero i loro principii. Non si
acquista, non si allarga potere, non si fonda regno senza le armi, le guerre,
le vittorie; le quali alla loro volta in generale presuppongono la presa e la
distruzione di città. E dalle distruzioni non vanno immuni le oggetti addorati
nei tempi, ne dalle stragi si sottragge il sacerdote del tempio; né dalle
rapine i tesori e gli arredi sacri. Quanti trofei di divinità
nemiche, quante sacre immagini, quante spoglie di tempii resero splendidi i
trionfi dei generali romani! E non sono cotesti sacrilegi? Non sono atti di somma
ingiustizia? No, innanzi al giudizio del popolo, all'opinione della gente
colta, degli storici, dei letterati, questa è gloria, è patriottismo, è
prudenza, sapienza, giustizia. Dunque la giustizia non solamente non viene
osservata in pratica, ma non esiste nep pure in fondo alla coscienza generale
dell’uomo. Anch'essa viene subordinata all'utile. Ma non s'arresta qui la
critica di Carneade. Con un esame sottile e profondo dell'antinomia esistente
tra i due concetti del ‘scitum’ e del ‘giurato’ e della natura morale dell'uomo
quale in realtà è, e quale egli si crede e vorrebbe essere, Carneade ha
chiarito un contrasto del cuore (ragione pratica) e della mente (ragione
teorica) umana, che tuttavia rimane e che ha servito di fondamento alle teorie
utilitaristiche inglesi di tempi a noi vicini. Lo ‘scitum’ – la sapienza
politica comanda al Cittadino di accrescere la potenza e la ricchezza della
patria, estenderne i confini e il dominio, renderne più intensa la vita con
nuove sorgenti di guadagni e di piaceri; e tutto questo non si può compiere senza
danno di altre genti. Il giurato (iusiuratum) invece comanda di risparmiare
tutti, di beneficare i propri simili indistintamente, restituire a ciascuno il
suo, non toccare i beni, non turbare i possedimenti altrui, non sminuire la
felicità d'alcuno. Ma se un uomo di stato vuole essere giusto, non ha mai
l'approvazione de' suoi amministrati, non gloria, non onori, i quali il popolo
attribuisce non al giusto (che promueve il giurato) e onesto e inetto; bensì al
sapiente, al prudente, all'accorto. Non per il giurato, ma per il ‘scitum’ i generali
di Roma hanno il soprannome di grandi. La violenza, la forza, la negazione
del giurato, hanno dato potere e consistenza agli stati. Ma per nascondere la
propria origine e fuggire la taccia de negare il giurato (iusiuratum), il
popolo, fatto grande e divenuto dominatore, va immaginando delle favole da
sostituire alla storia vera, come il mercante arricchito agogna un titolo di
nobiltà. Le stesse qualità, e solamente le stesse, mantengono gli stati liberi
o forti. Non ha nazione tanto stolta, la quale non preferisce il comandare con
la negazione del giurato, all'ubbidire con la promozione del giurato
(iusiuratum). La ragione di stato e la salvezza pubblica vincono e soffocano il
sentiment *dis-interessato*. Uno stato vuole vivere a prezzo di qualsiasi
negazione del giurato (iusiuratum), perchè sa che alla vittoria, con qualunque
mezzo acquistata, tien dietro la gloria. Nel concetto degli antichi, la fine
della propria nazione non sembra avvenimento naturale, come la morte di un
individuo, pel quale questa non solo è necessaria, ma talvolta anche
desiderabile. L'estinzione della patria era per essi in certo qual modo
l'estinzione di tutto il mondo. Dato questo concetto e un sentimento della
gloria diverso e molto più intenso che non sia in noi moderni, doveno in certa
guisa parere *giustificati* (giusti-ficati – fatto giurato – iusiuratum --
anche gli atti di violenza e di frode, che avevano per I scopo la conservazione
e la potenza del proprio stato; o, per meglio dire, il popolo e gl'individui
non hanno coscienza di un principio o imperativo che governa la propria vita.
Credeno, I ROMANI pei primi, di promovere il giurato (iusiuratum) e invece sommamente
negano il giurato (iusiuratum). Carneade fu il primo a chiarire questa opposizione
tra fatto e idea, tra sapienza machiavelica politica e il giurato (iusiuratum)
(CICERONE (si veda), de fin.). Il medesimo conflitto tra il giurato e il
‘scitum’ dimostra egli esistere nella vita privata, intendendo per sapiente
l'uomo che sa difendere il proprio interesse; e giusto colui che non lede
quello degli altri. Sono suoi i seguenti esempi, tolti dalla vita giornaliera e
assai chiari e appropriati alla vita romana affogata negli affari. Un tale
vuole vendere uno schiavo, che ha l'abitudine di fuggire, o una casa insalubre.
Egli solo conosce questi difetti. Ne rende avvisato il compratore? Se si,
s'acquista fama di uomo onesto, perchè
non inganna, maeziandio di stolto, per che vende a piccolo prezzo, o non vende
affatto; se no, sarà reputato sapiente, perchè fa il proprio interesse, ma
malvagio, perchè inganna. Parimenti, se egli s'incontra in uno che vende oro
per oricalco, o argento per piombo, tace per comperare a buon prezzo, o indica al
venditore lo sbaglio e sborsa di più per l'acquisto? Solamente lo stolto vorrà
pagare a maggior prezzo la merce. Se un tale, la cui morte a te recherebbe
vantaggio, sta per porsi a sedere in luogo, dove si nasconde serpe velenoso, e
tu il sai, dovrai avvertirlo del pericolo, o tacere? Se taci, sarai improbo, ma
accorto; se parli, sarai probo, ma stolto (Cic., de rep.). Dunque qui pure si
presenta la contraddizione: chi è giusto, è stolto; chi è sapiente, è ingiusto.
Ma in questi casi si tratta di una quantità maggiore o minore di denaro e di
vantaggi più o meno rilevanti, e v'ha chi potrebbe essere contento e felice
della povertà. Ma quando andasse di mezzo la vita, il conflitto diventerebbe
più spiccato. Un tale in un naufragio, mentre è poco lontano dall'affogare,
vede un altro più debole di lui mettersi in salvo appoggiandosi a una tavola, che
vale a sostenere uno solo. Nessuno testimonio è presente. Si fa sua la tavola e
si pone in salvo, lasciundo che l'altro perisca. Oppure, se, dopo che i suoi
furono sconfitti, incontra nella fuga un ferito a cavallo, che va sottraendosi
al ferro dei nemici inseguenti, lo getterà a terra per porre se stesso in
sella, o si lasce raggiungere e uccidere. Se egli è uomo sapiente, si salva a qualunque
costo. Ma se poi antepone il morire al far morire, sarà giusto, ma stolto. Tale
è il giudizio che intorno al suo operato porteranno il uomo. Cosicchè il giure naturale, la giustizia
naturale è stoltezza. Il giure civile è sapienza politica. Tutto è lotta
d'interessi. Si ha ragione di credere che Carneade nel suo discorso *contro* il
giurato civile tocca anche la questione della schiavitù, dicendo essere un
fatto che nega il giurato (iusiudicatum) naturale, che uomo servisse a uomo --
principio che, riconosciuto vero, puo essere assai valido per far conoscere
quanto esteso fosse il dominio della negazione del giurato e dare alla sua tesi
una grande forza. E ciò si induce a credere dal vedere che in più frammenti il
difensore del giurato, ossia il suo contraddittore, viene svolgendo la tesi
opposta, perchè la schiavitù, rettamente conservata, torna a utilità del stesso
schiavo, il quale sotto un governo buono e forte vive in maggiore sicurezza e
viene meglio educato che allo stato di libertà; e come Dio comanda all'uomo,
l'anima al corpo, la ragione alle parti appetitive dell'anima, cosi il
conquistatore tiene a freno il conquistato, il quale diventa tali appunto
perchè e peggiore di quello. Un tenue indizio ci sarebbe anche per farci
credere che egli risolve il rimorso nella paura della pena, negando che fosse
un sentimento più profondo e disinteressato. Diogene obbietta che in questa ipotesi
il malvagio sarebbe semplicemente un incauto e il buono uno scaltro (Cic. de
leg.). In conclusione: per Diogene, fondamento della morale e del diritto è
l'inclinazione ad amare gli uomini e a rispettare la divinità, inclinazione che
ha radice nella natura, la quale sola offre la norma per distinguere il giurato
dalla sua assenza, il bene dal male. Per Carneade, generatrice del diritto è
l'utilità, e l'utilità sola, e ogni giudizio morale e altrettanta opinione, la
quale non deriva da un imperativo kantiano, o un principio naturale fisso, come
provano la loro varietà e il dissenso degli uomini (CICERONE (si veda), de leg.).
Alla teoria giuridica di Carneade non si deve attribuire un significato di
domma o dommatico, che sarebbe in cotraddizione colle premesse teoretiche della
sua filosofia. L'egoismo e l'utilitarismo proclamato da Carneade in opposizione
all'idealismo morale di Diogene, non è una dottrina *precettiva*, alla Kant (il
sollen) ma l'investigazione e l'esposizione di un fatto psicologico e sociale –
come il principio cooperativo di Grice. Carneade non pare credere all'effetto
pratico della morale normativa e si limita ad analizzare il cuore dell’uomo, la
ragione pratica, saggezza, prudential, il quale, per la sua tendenza nativa, è
assai lontano dal realizzare il precetto dommatico stoico. Ma da filosofo prudente
s'astiene dal proporne del proprio precetto (idiosincrazia). Nota il fatto che
si presenta all'osservazione quotidiana con tutti i caratteri della
verosimiglianza più alta e sforzano a credere o ad operare; ma nè costruisce una
teoria assoluta, ne formula un domma. iusiuro: swear to a binding formula. NA
Wundt/1/IV/D/XIII/1 Estate Wundt Zeitungsausschnitte 100. Geburtstag Wundt NA Wundt. Estate Wundt Brief von Luigi
Credaro an Wilhelm Wundt Ricerca Sofistica Lingua Nota disambigua.svg
Disambiguazione – "Illuminismo greco" rimanda qui. Se stai cercando
il movimento culturale greco del XVIII secolo, vedi Nuovo illuminismo greco. La
sofistica (in greco σοφιστική τέχνη, sofistiké téchne) è stata una corrente
filosofica sviluppatasi nell'antica Grecia, ad Atene in particolare, a partire
dalla seconda metà del V secolo a.C., la quale, in polemica con la scuola
eleatica e avvalendosi del metodo dialettico di Zenone di Elea, pose al centro
della propria riflessione l'uomo e le problematiche relative alla morale e alla
vita sociale e politica. Non si trattò di una vera e propria scuola né di un
movimento omogeneo, ma fu estremamente variegata al suo interno: i suoi
esponenti (detti appunto sofisti), seppur accomunati dalla professione di
«maestro di virtù», si interessarono di vari ambiti del sapere, giungendo
ognuno a conclusioni differenti e a volte tra loro
contrastanti. L'Acropoli e l'agorà di Atene: qui fiorì la sofistica I
sofisti rinunciarono alla vastità delle congetture cosmologiche dei filosofi
naturalisti, concentrandosi sulla soggettività dell'uomo, sulla legittimità
delle opinioni e il valore dei fenomeni. L'approccio dei sofisti era quindi
orientato all'individualismo e al relativismo, alla critica dei valori
tradizionali, al razionalismo. I contemporanei avvertirono in queste posizioni
il rischio di derive ateistiche e di corruzione dei costumi. Certa storiografia
moderna ha invece evocato l'idea di un illuminismo greco. Etimologia.
Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός
(sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche
particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si
chiamarono «sofisti» quegli intellettuali che facevano professione di sapienza
e la insegnavano dietro compenso:[6] quest'ultimo fatto, che alla mentalità del
tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente.
Nell'antichità, il termine era spesso posto in antitesi con la parola
«filosofia», intesa come ricerca del sapere, che presuppone socraticamente il
fatto di non possedere alcun sapere. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti,
interessati al successo e ai soldi, più che alla verità. Il termine mantiene
anche nel linguaggio corrente un carattere negativo: con «sofismi» si intendono
discorsi ingannevoli basati sulla semplice forza retorica delle argomentazioni.
La sofistica è stata rivalutata, e oggi è riconosciuta come un momento
fondamentale della filosofia antica. Contesto storico-culturale
Magnifying glass icon mgx2. Svg Lo stesso argomento in dettaglio: Pentecontaetiae
Guerra del Peloponneso. Veduta dell’Acropoli di Atene Lo sviluppo della
sofistica ad Atene è legato a un insieme di fattori culturali, economici e
politico-sociali. Con la sconfitta dei Persiani a Salamina le poleis greche
affermarono la propria autonomia, e la loro potenza si ampliò progressivamente
nel corso dei successivi cinquant'anni di pace (la cosiddetta Pentecontaetia).
In particolare, a primeggiare su tutte furono le città rivali, ovvero Sparta e
Atene: la prima espanse la propria influenza su quasi tutto il Peloponneso
attraverso un'ampia rete di alleanze, mentre Atene, membro di primo piano della
Lega delio-attica, con l'avvento di Pericle finì con l'assumerne il comando.
Con il potere politico ed economico crebbe però anche l'ostilità tra le due
città, e il desiderio di supremazia sull'intera Grecia portò al disastro della
Guerra del Peloponneso. Pericle Pericle, leader carismatico della
fazione democratica, governò Atene per circa un trentennio, portando la città
al suo massimo splendore. Egli fece trasferire il tesoro della Lega
delio-attica da Deload Atene, e trasformò il volto della città con un imponente
piano di riforma architettonica (simbolo del potere dell'epoca sono gli edifici
dell'Acropoli: il Partenone, l'Eretteo, i Propilei); inoltre, si
intensificarono i rapporti con le altre città, attraverso alleanze e scambi
commerciali. Fu proprio questo nuovo clima di pace a favorire l'affermarsi
della sofistica, poiché permise ai sofisti, «maestri di virtù» itineranti, di
spostarsi di città in città, seguendo le rotte commerciali. Visitando luoghi
con tradizioni e ordinamenti politici differenti, talvolta varcando addirittura
i confini dell'Ellade, essi iniziarono ad interrogarsi sul valore intrinseco
delle leggi e della morale, giungendo ad un sostanziale relativismo eticoche
riconosceva il valore delle norme morali solo in relazione alle usanze della
città in cui ci si trova ad operare: la stessa areté (virtù) da loro insegnata
si riduceva all'insieme delle norme e delle convenzioni riconosciute valide dai
cittadini, alle quali il retore si deve adeguare per avere successo e buona
fama. Tuttavia, bisogna considerare che non erano considerati “cittadini” le
donne, gli stranieri (meteci) e gli schiavi. L'età di Pericle fu dunque al tempo
stesso l'età dello splendore e della crisi della polis, poiché coincise con la
crisi dei valori tradizionali, di cui i sofisti furono protagonisti; come
scrive Untersteiner, la sofistica è «l'espressione naturale di una coscienza
nuova pronta ad avvertire quanto contraddittoria, e perciò tragica, sia la
realtà». Il primo interesse dei sofisti è la rottura con la tradizione
giuridica, sociale, culturale, religiosa, fatta di regole basate sulla forza
dell'autorità e del mito (e per questo motivo sono talvolta guardati come
"precursori dell'Illuminismo"), a cui veniva contrapposta una morale
flessibile, basata sulla retorica. D'altra parte, la stessa retorica che essi
insegnavano aveva un'enorme importanza per la vita civile nel regime democratico
dell'epoca, il quale riconosceva a tutti i cittadini l'uguaglianza giuridica
(isonomia) e la libertà di parola durante l'assemblea pubblica
(parresia). Il tramonto dell'aristocrazia segnò il tramonto di una
mentalità, di un'epoca con le sue aspirazioni eroiche. Le eroiche lotte
sostenute contro i Persiani, le nuove leggi e le nuove costituzioni crearono un
grande senso di fiducia in se stessi. Nel pensiero dei sofisti si rispecchiano
le esigenze delle àlacri classi borghesi, l'arrivismo degli uomini nuovi, l'irriverenza
verso le tradizioni sacre ed il beffardo disprezzo del passato, le violente
lotte fra città e città, la corsa sfrenata alle cariche politiche. I sofisti
Rosa, Protagora e Democrito I sofisti erano considerati maestri di virtù che si
facevano pagare per i propri insegnamenti. Per questo motivo essi furono
aspramente criticati dai loro contemporanei, soprattutto da Platone e
Aristotele, ed erano offensivamente chiamati «prostituti della cultura».
Ironicamente, i sofisti furono i primi ad elaborare il concetto occidentale di
cultura (paideia), intesa non come un insieme di conoscenze specialistiche, ma
come "metodo di formazione" di un individuo nell'ambito di un popolo
o di un contesto sociale. Essi riscossero successo soprattutto presso i ceti
altolocati. La figura del sofista, come persona che si guadagna da vivere
vendendo il proprio sapere, si pone come precursore dell'educatore e
dell'insegnante professionista. Argomento centrale del loro insegnamento è la
retorica: mediante il potere persuasivo della parola essi insegnavano la
morale, le leggi, le costituzioni politiche; il loro intento era di educare i
giovani a diventare cittadini attivi, cioè avvocati o militanti politici e, per
essere tali, oltre ad una buona preparazione, bisognava anche essere
convincenti e saper padroneggiare le tecniche retoriche. I sofisti, a
differenza dei filosofi greci precedenti, non si interessano alla cosmologia e
alla ricerca dell'archèoriginario, ma si concentrano sulla vita umana,
diventando così i primi filosofi morali. Vengono distinte due generazioni di
sofisti: Sofisti della prima generazione: Protagora, Gorgia, Prodico e
Ippia Sofisti della seconda generazione: solitamente allievi dei primi, sono a
loro volta distinguibili in: Sofisti politici: Antifonte, Crizia, Trasimaco,
Licofrone, Callicle, Alcidamante, Polo, l'Anonimo di Giamblico Sofisti della
physis, si interessano del rapporto natura-uomo, spesso conducendo studi
naturalistici: Antifonte, (Ippia) Eristi, portano all'esasperazione il metodo
dialettico: Eutidemo e Dionisodoro, Eubulide di Mileto Altri: Seniade di
Corinto, forse l'anonimo autore dei Dissoi logoi Stando alle fonti, pare che
anche il filosofo Aristipposia stato un sofista prima di incontrare Socrate e
unirsi a lui; in particolare pare fosse allievo di Protagora e sappiamo per
certo che diede lezioni di eloquenza a pagamento. A questo proposito si
racconta un aneddoto: protagonisti sono Aristippo e il padre di un suo alunno,
il quale, contestando il prezzo troppo alto della retta annuale, gli avrebbe
detto: «Mille dracme? Ma io con mille dracme ci compro uno schiavo!», e
Aristippo avrebbe risposto: «E tu compralo questo schiavo, così ne avrai due in
casa, questo e tuo figlio!». A quanto pare Aristippo praticava tariffe
differenziate in base alle capacità degli allievi, così che se uno di questi
aveva la sfortuna di essere poco dotato la sua tariffa aumentava
vertiginosamente, mentre se al contrario era particolarmente brillante e
intuitivo la tariffa ammontava a poco più di 1 dracma, praticamente gratis.
Caratteri generali della sofistica Lo stesso argomento in dettaglio:
Relativismo etico sofistico. La sofistica, come detto, fu un movimento
disomogeneo, e ogni sofista differiva dagli altri per interessi e posizioni
personali. Tuttavia, è possibile riconoscere in questi autori alcuni caratteri
comuni. Centralità dell'uomo. I sofisti si interessarono prevalentemente
di problematiche umane ed antropologiche, tanto che gli studiosi parlano di
antropocentrismo sofistico. Essi approfondirono i temi legati alla vita
dell'uomo, che venne analizzata soprattutto dal punto di vista gnoseologico
(ciò che l'uomo può conoscere e ciò che non può conoscere), etico (ciò che è
bene e ciò che è male) e politico (il problema dello Stato e della giustizia).
L'essere umano veniva considerato a partire dalla sua condizione di individuo
posto all'interno di una comunità, caratterizzata da determinati valori
culturali, morali, religiosi e via dicendo. Essi insegnavano pertanto a
osservare formalmente le leggi e le tradizioni della polis, così da diventare
cittadini rispettati e di successo – quindi virtuosi. Rottura con la
“fisiologia” presocratica. Come conseguenza del punto precedente, i sofisti in
genere trascurarono le discipline naturalistiche e scientifiche, che invece
erano state tenute in grande considerazione dai filosofi precedenti. Per questa
ragione alcuni studiosi hanno definito "cosmologica" la filosofia
precedente ed "umanistico" o "antropologico" il pensiero
sofistico. In realtà, va precisato che tale generalizzazione è per certi versi
limitativa, poiché ad essa fanno eccezione i casi di Ippia di Elide (che,
mirando ad un sapere enciclopedico, coltivò studi inerenti a vari campi
scientifici, tra cui matematica, geometria e astronomia) e Antifonte (il quale,
studioso dei testi ippocratici, fu esperto di anatomia umana ed embriologia).
Relativismo ed empirismo. I sofisti concepivano la verità come una forma di
conoscenza sempre e comunque relativa al soggetto che la produce e al suo
rapporto con l'esperienza. Non esiste un'unica verità, poiché essa si frantuma
in una miriade di opinioni soggettive, le quali, proprio in quanto relative,
finiscono per essere considerate comunque valide ed equivalenti: si parla
pertanto di relativismo gnoseologico. Questo relativismo investe tutti gli
ambiti della conoscenza, dall'etica alla politica, dalla religione alle scienze
della natura.Dialettica e retorica. Le tecniche dialettiche dell'argomentare
(cioè dimostrare, attraverso passaggi logici rigorosi, la verità di una tesi) e
del confutare (cioè dimostrare logicamente la falsità dell'antitesi,
l'affermazione contraria alla tesi) erano già state utilizzate da Zenone
all'interno della scuola eleatica, ma fu soprattutto con i sofisti che esse si
affermarono e si affinarono. La dialettica divenne una disciplina filosofica
essenziale e influenzò profondamente la retorica, ponendo l'accento
sull'aspetto persuasivo dei discorsi, fino a scadere nell'eristica.Alla luce di
tutto ciò, alcuni studiosi hanno voluto vedere nel movimento sofistico una
sorta di “illuminismo greco” ante litteram, in quanto i miti e le credenze
tradizionali vennero criticati e sostituiti con nozioni razionali: in altre
parole la sofistica avrebbe in un certo senso anticipato alcuni motivi tipici
di quel movimento culturale sviluppatosi in Europa nel XVIII secolo,
l'Illuminismo appunto. L'insegnamento Greuter, "Socrate e i
suoi studenti", XVII secolo. Nell'Atene era costume che i maestri
tenessero lezione all'aperto, in piazza o sotto i portici Con la comparsa dei
sofisti nascono nuovi luoghi deputati all'insegnamento: le case dei cittadini
più ricchi, le palestre pubbliche e le piazze, le quali includevano dei portici
in cui i maestri potevano passeggiare con i loro discepoli o sedere in banchi
dove potevano discutere. In genere, la scelta del luogo in cui tenere lezione
era legata al tipo di "sapienza" professata: Socrate, ad esempio,
scelse la piazza pubblica per mostrare la sua disponibilità verso tutti i
cittadini e il disinteresse per il denaro – e lo stesso faranno i cinici in
epoca successiva – mentre gli accademici, i peripatetici e gli stoici
preferiranno luoghi attrezzati con strumenti scientifici e biblioteche. D'altra
parte, va ricordato ancora una volta che la sofistica non fu una scuola
filosofica, bensì un movimento caratterizzato da un ampio e variegato dibattito
interno. Capisaldi dell'insegnamento sofistico sono:
L'insegnabilità della virtù: essendo i sofisti "maestri di virtù", il
loro insegnamento si basava sulle strategie per conseguirla, con fini
eminentemente utilitaristici; non essendo infatti possibile conoscere il Bene
in sé, l'educazione era volta a diffondere i valori più convenienti alla vita
civile dell'individuo. Per questo motivo, essi si rivolsero non solo agli
aristocratici, ma anche ai ceti emergenti che aspiravano al successo.La
retorica: i sofisti non furono degli scienziati, poiché non limitavano il campo
del loro sapere ad una disciplina specifica; piuttosto, per loro era importante
il metodo di comunicazione, e per apprenderlo erano previsti due momenti, la
dialettica e l'eristica: la prima consiste nell'arte di saper argomentare, la
seconda nel saper vincere in una discussione. Il loro insegnamento abbracciava
molte tematiche, e oltre alla morale si occuparono di problemi di diritto,
ponendo la questione dell'esistenza o meno del diritto naturale (physis) e del
suo rapporto col diritto positivo (nomos).Per quanto riguarda le leggi e le
norme i sofisti, spostandosi di città in città, si accorsero che ogni cultura
ha diverse regole e leggi. Ciò fece sorgere in loro domande quali: Ci
sono regole uguali per tutti? In genere i sofisti propendono per il no, cioè
per il relativismo etico. Vi è una cultura superiore alle altre? Porre la
domanda già equivale ad una critica delle tradizioni e ad una propensione per
il relativismo culturale. La Seconda sofistica Lo stesso argomento in
dettaglio: Seconda sofistica. L'imperatore ADRIANO, in veste greca, offre
un sacrificio ad Apollo (Londra, British Museum) Dopo il successo del V secolo
a.C., nel secolo successivo la sofistica vide un progressivo ridimensionamento
della propria importanza, soprattutto a causa delle già menzionate critiche
rivolte ai sofisti dai filosofi dell’ACCADEMIA e del LIZIO, e dalle loro
scuole. Tuttavia, si assiste, in piena età imperiale, ad una rinascita della
sofistica, grazie a un movimento filosofico-letterario definito da Filostrato
Seconda sofistica[24] (detta anche Nuova sofistica o Neosofistica, per
differenziarla da quella antica). Diversamente dalla sofistica del V secolo,
però, la Seconda sofistica abbandona i temi di interesse filosofico ed etico
(come la divinità, la virtù e via dicendo), per occuparsi esclusivamente di
oratoriae retorica. La Nuova sofistica si presenta così subito come un
movimento di impronta essenzialmente letteraria, orientato allo studio e
all'esercizio dell'oratoria e ben distante dall'impegno politico e culturale
dei sofisti dell'età di Pericle. I nuovi sofisti mirano all'affermazione
personale e al successo pubblico, cercando (eccetto che in rari casi) di
ingraziarsi la simpatia e i favori dei potenti; la loro produzione letteraria,
improntata alla ricercatezza stilistica secondo lo stile del cosiddetto
asianesimo, spazia attraverso vari generi: dialoghi, trattati, opere satiriche,
novelle, fino a ben più leggere opere di intrattenimento, brani in cui veniva
ostentata la propria bravura retorica. Tra i vari autori di lingua greca
che rientrano in questo fenomeno letterario, i più importanti sono: Dione
Crisostomo («dalla bocca d'oro») ricoprì varie cariche politiche e svolse la
propria attività di retore e insegnante in Bitinia e a ROMA, dove però è
condannato all'esilio. Erode Attico, tra i più importanti e rinomati,
insegnante di retorica e amico dell'imperatore stoico Marco Aurelio ANTONINO,
ricoprì vari incarichi nell'amministrazione pubblica romana, tra cui il
consolato. Elio Aristide, allievo di Erode Attico, famoso soprattutto per le
opere di onirocritica e per la sua devozione al dio Asclepio; Luciano di
Samosata, uomo vicino alla famiglia imperiale romana -- dinastia degli Antonini
--, è autore di vari saggi sui più disparati argomenti, nonché modello di
purismo linguistico. Flavio Filostrato, membro di una famiglia di celebri
retori e sofisti, è tra i più potenti letterati alla corte dei Severi. La
Seconda sofistica perdura. Tratti tipici di questo movimento sono
rintracciabili in filosofi come Imerio, Libanio, Temistio e Sinesio, per
giungere infine alla Scuola di Gaza. La storiografia moderna considera
comunemente i sofisti come filosofi. Si veda a proposito: M. Untersteiner, Le
origini sociali della sofistica, appendice a: I sofisti, Milano Guthrie, The
Sophists, Cambridge Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Reale, Il pensiero
antico, Milano Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna. Più precisamente,
Untersteiner, riprendendo a sua volta Marrou e Levi, scrive: «Fu più volte
riconosciuto che nella sofistica non devesi scorgere una scuola filosofica
abbastanza uniforme e coerente, ma piuttosto sia meglio accogliere l'opinione
molto diffusa nell'antichità, “che considerava sofisti coloro che andavano da
una città all'altra della Grecia per insegnarvi pubblicamente la loro σοφία
dietro retribuzione. Il contenuto di questa sapienza variava secondo gli
insegnanti di essa; però (nemmeno Gorgia rappresenta un'eccezione) tutti i
sofisti professavano di essere maestri di ἀρετή (virtù), ossia dichiaravano
d'impartire ai loro discepoli un insegnamento rivolto a finalità insieme
individuali e sociali”» (I sofisti, Milano sofistica, in Dizionario di
filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Il sostantivo σοφιστής deriva dal
verbo σοφίζειν (sophízein), che significa «rendere sapiente». Cfr. Guthrie, The
Sophists, Cambridge Per le varie accezioni del sostantivo si veda anche: L. Rocci,
Dizionario Greco Italiano, Firenze Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna
Sofista» in origine indicava generalmente una personalità ritenuta sapiente, e
fu utilizzata per riferirsi anche a poeti come Omero ed Esiodo. DK. La rivalutazione della sofistica come
corrente filosofica iniziò a opera di Hegel e Nietzsche. Oggi ai sofisti è
riconosciuto lo statusnon solo di filosofi morali ma anche di teoreti. Cfr.
G.B. Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Untersteiner, I sofisti, Milano
Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna Untersteiner, I sofisti, Milano Faggin,
Storia della filosofia, volume primo, Principato editore, Milano, Così li
definisce Socrate in: Senofonte, Memorabili Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze
Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna
Diogene Laerzio Plutarco, De liberis educandis Untersteiner, I sofisti, Milano
Questo è l'argomento su cui verte il Teetetoplatonico, nel quale si analizza la
dottrina protagorea dell’homo mensura (Cfr. DK 80A1). Kerferd, I sofisti, trad.
it., Bologna Tra i cittadini ateniesi abbienti che patrocinarono l'attività dei
sofisti, il più famoso è senz'altro Callia, che compare come personaggio nel
Protagora di Platone (è in casa sua che avviene il dialogo e sono ospitati
Protagora, Prodico e Ippia). ^ M. Untersteiner, I sofisti, Milano Kerferd, I
sofisti, trad. it., Bologna Jaeger, Paideia, trad. it., Firenze Illuminanti al
riguardo sono le affermazioni di Antifonte (DK) e quelle contenute nei
cosiddetti Dissoi logoi (DK Filostrato, Vite dei sofisti I Corno, Letteratura
greca, Milano Corno, Letteratura greca, Milano
Edizioni dei frammentiModifica I frammenti e le testimonianze sui
sofisti sono raccolti in Die Fragmente der Vorsokratiker, a cura di Hermann
Diels e Walther Kranz. In traduzione italiana sono consultabili: I
presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di G. Giannantoni, Roma-Bari:
Laterza 1979. I presocratici. Prima traduzione integrale con testi originali a
fronte delle testimonianze e dei frammenti di Hermann Diels e Walther Kranz, a
cura di Giovanni Reale, Milano: Bompiani, 2006. I sofisti. Testimonianze e
frammenti, a cura di M. Untersteiner e A.M. Battegazore, Firenze: La Nuova
Italia, Milano: Bompianim con introduzione di REALE (si veda)). I sofisti, cur.
Bonazzi, pref. di F. Trabattoni, Milano: BUR, Abbagnano, Giovanni Fornero,
Protagonisti e testi della filosofia, Volume A, Tomo 1, Paravia Bruno
Mondadori, Torino Mauro Bonazzi, I sofisti, Roma: Carocci, Guthrie, The
Sophists, Cambridge: Cambridge, Kerferd, I sofisti, trad. it., Bologna: Mulino,
Parente, Sofistica e democrazia antica, Firenze: Sansoni, Jaeger, Paideia. La
formazione dell'uomo greco, Firenze, La nuova Italia (nuova edizione con
un'introduzione di REALE (si veda), Bompiani: Milano. Marrou, Storia
dell'educazione nell'antichità, Roma: Studium, Levi, Storia delle Sofistica,
Napoli, Morano, 1966. E. Paci, Storia del pensiero presocratico, Roma: Edizioni
Radio Italiana, Plebe, Breve storia della retorica antica, Bari: Laterza,
Reale, Il pensiero antico, Milano: Vita e Pensiero, Schreiber, Aristotle on
false reasoning: language and the world in the Sophistical refutations, State
University of New York Press, Untersteiner, I sofisti, Milano: Mondadori
Antropocentrismo Demagogia Dissoi logoi (Sofistica) Eristica Presocratici
Relativismo culturale Relativismo etico sofistico Retorica Seconda sofistica
Sofisma. «sofista» Sofistica, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. Taylor e Mi-Kyoung Lee, The Sophists, su Stanford Encyclopedia
of Philosophy. George Duke, The Sophists (Ancient Greek), su Internet
Encyclopedia of Philosophy. Portale Antica Grecia Portale Filosofia.
Protagora retore e filosofo greco antico Eristica arte della contesa
verbale Dissoi logoi opera filosofica. Luigi Credaro. Keywords: i
sofisti, il giurato, iusiuratum, Carneade, il secondo discorso, contro
Democrito, ragione pratica (saggezza), ragione teorica, a philosopher in
political linguistics: German minority, Italian majority in Trento. Il prefetto
di Trento. Lingua tedesca, lingua italiana, ordinamento
amministrativode-centrato, Wundt, Kant, razionalismo trascendente, Herbart,
scetticismo, accademia, prima accademia, seconda accademia, terza accademia, liberta di volere, freewill, volere libero, ambiascata
ateniense a roma, influenza dell’academia nell’elite romana – l’accademia come
perfezionamento per la dirigenza romana, Wundt, positivismo, suggestione, i
primordii del kantismo in Italia, Hegel vacuo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Credaro” – The Swimming-Pool Librrary. Credaro.
Luigi
Speranza -- Grice e Crescente: la ragione conversazionale al cinargo a Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A member
of the Cinargo in Rome. Taziano regards him as a greedy immoral hypocrite.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cresi: la ragione conversazionale -- cappuccino e ciserciano – scuola
dell’Aquila – filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (L’Aquila). Filosofo aquilese. Filosofo
abruzzese. Filosofo italiano. L’Aquila, Abruzzo. Essential Italian philosopher.
Filosofo italiano. Esponente di una nota famiglia abruzzese, grande studioso
nonché maestro di scherma, quindi, alla morte della madre, e decide di entrare
nell'ordine dei frati minori cappuccini. Dotato di una brillante vocazione
predicatoria che lo porta sino alla corte di Urbano VIII. Venne pubblicamente
lodato anche dal Duca di Osuna che gli propone il vescovato di Pozzuoli e dal
Granduca di Toscana che gli propone quello di Fiesole, ma in entrambi i casi V.
rifiuta. Nella prima metà Professoresi prodiga per aprire una sede dei
cappuccini nell’Aquila, colpito dalla morte di un suo confratello che il medico
non è riuscito a soccorrere nell'allora sede di San Giuseppe fuori le mura.
Acquista un vasto terreno sul margine orientale della cinta muraria e vi
costruì il convento e la chiesa di S. Michele, oggi inglobati nel complesso
monumentale dell'Emiciclo. Camerlengo dell'Aquila. Giacomo Di Marco, Storia del
complesso architettonico, in Zazzara, Palazzo dell’Emiciclo e palazzina ex G.I.
Maschile. Rigenerazione e adeguamento sismico a L’Aquila, Pescara, Carsa.
Dragonetti Frati minori cappuccini d'Abruzzo, Le attività del Convento Santi
Francesco e Chiara di L'Aquila, su frati cappuccini. L'Emiciclo Rinasce, La
storia, su emiciclo rinasce. Dragonetti, “Le vite degli illustri aquilani”
(L'Aquila, Perchiazzi). PER DNA DIFFAMAZIONE CON ABUSO DI UFFICIO Il R.
Commissario della S. Casa dogi' Incurabili E I COMPONENTI della disciolta
Amministrazione se vuoi che il ver ti sia ascoso Tutt' al contrario la storia
converti; che i greci vinti fur Troia vittrice E che Penelopea è meritrice!
Ariosto Orlando Furioso e. NAPOLI TIPOGRAFIA F. BIDERI HARVARD COLLEGE UHUIY
THE6IFT0P Hi NELSON GAY Indice Servizio Ospedaliero. PROGETTI PER NUOVE
COSTRUZIONI E NUOVI OSPEDALI RESTRIZIONE DEL NUMERO DEI MALATI. RIDUZIONE DI
SPESA PER MANTENIMENTO DEGL’INFERMI LA SOPPRESSIONE DEL VINO E L'ALTERAZIONE
DELLA VITTITAZIONE VIOLAZIONE DEL CONTRATTO PER LA FORNITURA DELLA CARNE
BIANCHERIA E CASERMAGGIO LA SOMMINISTRAZIONE DELLE MEDICATURE ANTISETTICHE
Condizioni finanziarie della Pia Casa Canee ohe prodassero le attuali
condizioni economiche Entrate Riduzioni di corrisposte ESCOMPUTI D'AMBRA,
MOCCIA E IZZO RIDUZIONE DI ESTAGLIO DEL FONDO SALICELLE Riduzioni di Canoni.
ESCOMPUTO SIGILLO Riduzioni nei fitti dei fabbricati. CONTRATTO ED ESCOMPUTO
FORINO Cauzione > 66 Inventario e consegna dei fondi urbani, Fabbricati
affidati in esazione al Tesoriere Fondi in Ariano Spese Personale
Amministrativo e Sanitario Lavori Forniture Provvedimenti per far danaro
PRELEVAMENTI SULLE CAUZIONI Alligato Rapporto d’Antonelli IGIENE DEI LOCALI
MANUTENZIONE CASA DI SALUTE CASA DI MATERNITÀ STANZE D' ISOLAMENTO STANZE DI
OPERAZIONI CUCINA CASERMAGGIO CONSULTAZIONI GRATUITE, SALA IDROTERAPICA E
STANZA PER RICEZIONE DISCIPLINA DEL BASSO PERSONALE. DIREZIONE DELL'OSPEDALE
STANZA DI MEDICATURA V anno iSgi il giorno io novembre in Napoli. Si sono
riuniti in casa del Comm. Vastarini- Cresi, il Comm. Prof. Salvatore Trinchese
y il Cav. avv. GSavio, Roberto e Cosenza. Constatatosi che tutti gP intervenuti
hanno letto P opuscolo intitolato u Relazione del R. Commissario della S. Casa
degli Jhcurabili sulla gestione, firmato Napodano Deputato ai Parlamento „,
sono stati unanimemente d'avviso che si debba rispondere a tale pubblicazione
per rimettere le cose a posto, smentire le infondate accuse e respingere gli
ingiusti apprezzamenti sugli atti cofnpiuti dalla disciolta Amministrazione, che
sono a studio travisati nel loro contenuto. U avvocato Vastarini ha fatto
rilevare che P opuscolo del R. Commissario, più che essere diretto a calunniare
gli atti compiuti dalla disciolta amministrazione, ha tutto il carattere delP
aggressione personale contro P ex So pr aintendente : se sonosi coti/use a
studio le responsabilità delle diverse amministrazioni ciò si e fatto allo
scopo di colpire, senza riguardo e mi sur a ^ la sua persona. Per la qual cosa
egli rivendica a se il diritto di rispondere personalmente alla suddetta
relazione per assumere tutta la responsabilità della forma da dare alla
risposta e della sostanza di quegli atti che non riguardano i componenti del
governo disciolto. V avv. Lo Savio ha fatto anch' egli rilevare: che gli
addebbiti contenuti nella relazione del R. Commissario riguardano in minima
parte la disciolta Amministrazione la quale è rimasta in ufficio; che parte
degli ingiusti apprezzamenti della relazione stessa si riferiscono ad epoca in
cui egli collaborò nella qualità di Governatore col Sopraintendente Vastarini e
coti altri Governatori ; che molti altri riguardano r Amministrazione
precedente presieduta dal conte Spinelli; che in ogni caso, essendo appunti
rivolti al potere esecutivo del Consiglio di Governo, feriscono direttamente
tutti coloro che tale potere esercitarono. Per la qual cosa aderisce al
desiderio espresso da C., ma non credendosi egli, nella qualità di Governatore
delegato, disinteressato nella disputa, intende di assumere, anche per parte
sua, tutta la responsabilità della sostanza e della forma della risposta da
dare al R. Commissario, nella compilazione della quale vuol collaborare con
Vastarini. Dopo le suddette dichiarazioni, i convenuti sono discesi alP esame
degli addebbiti contenuti rie Ila Relazione del R. Commissario ed hanno
constatato, che non si riferiscono alla disciolta Amminis trazione gli
addebiti: 1.° Per la deficienza della biancheria nel guardaroba; 2.° Per i
criteri che informarono la impostazione delle somme all'attivo ed al passivo
nel preventivo 1890; 3.° Per gli escomputi di estaglio agli affìttuarii Moccia,
d' Ambra e Izzo; Per la riduzione d' estaglio al fondo Salicelle, affittato al
d' Ambra; 5.° Pel conto 1887, 1888, 1889; Per Tescomputo accordato airenfiteuta
Giovanni Sigillo, Per la nuova pianta del personale amministrativo. Per i
lavori eseguiti. Che quelli rifer enfisi alla disciolfa Amminis frazione sono
limitati: i." Alla spesa votata per gì ingegneri; Al deliberato aumento di
un farmacista ; j.° Ai lavori eseguiti nel 1891; . 4? Alla generica ed
indimostrata accusa di sperpero di denaro. Fatta tale constatazione \ i signori
Trinchese, Di Roberto e Cosenza hanno dichiarato che avendo essi a suo tempo
preso cognizione esatta di molti atti compiuti dal Comm. Vasfarini coi poteri del
Consiglio dal 4 settembre al 30 dicembre iSgo, epoca in etti non esisteva un
governo regolare; ed avendo ratificato tali atti a norma della Legge e del
Regolamento^ non intendono scindere la loro responsabilità da quella dei
signori V astar ini e Lo Savio. Ma questi ultimi hanno vivamente insistito
nelle già fatte dichiarazioni e sulla necessita che la risposta al R.
Commissario, almeno per quanto riguarda la forma, abbia un carattere tutto
personale. Per la qual cosa i signori Trinchescy De Roberto e Cosenza, pur
rimanendo solidali con i signori Vastarmi e Lo Savio nella responsabilità degli
atti, compiuti col loro concorso o da loro ratificati > lasciano a questi la
libertà di rispondere in quella maniera che crederanno più conveniente a
difendere il decoro della disciolta Amministrazione e quello delle persone
singolarmente prese di mira dalla relazione del R. Commissario. C., G. Lo Savio
S. Trinchese D. Di Roberto L. Cosenza mmsm Mentre eravamo, il giorno 7 del
corrente mese, innanzi all' Ecc.ma Sezione IV del Consiglio di Stato per
discutere la nostra domanda di sospensione del r. decreto 31 Agosto 1891, T on.
Avvocato Erariale, nostro contraddittore, con cavalleresca cortesia ci mostrò
un opuscolo a stampa del quale vedevamo altri esemplari innanzi a ciascun
componente dell' alto consesso amministrativo. Ne leggemmo V intestazione, che
dicea: Relazione del r. Commissario della 5. Casa degli Incurabili sulla
gestione dal 4 Settembre al 4 Novembre iSgi, e ci riservammo di procurarcene
copia e di esaminarlo più tardi. È una pubblicazione, che vorrebbe
indirettamente combattere il ricorso, col quale i rappresentanti della
disciolta Amministrazione impugnarono il detto real decreto, senza parere d'
essere stata compilata a cotal fine. La forma inurbana e sgrammaticata , e il
contenuto riboccante di malafede, ci avrebbero consigliato di rispondervi con
la parola di Cambronne, se qualcuno ci avesse imposto V increscioso compito di
discuterne col redattore; ma tale non Eccone un saggio per ora: via via ne
daremo altri' Pag. 36. * Una rilevante quantità di fondi che 1* Opera Pia ha in
Ariano, aventi una rendita annua di circa lire 8000, è affidata in
amministrazione ad una persona del luogo; la quale non ha mai comunicato i
contratti che da lui si facevano, e da oltre 10 anni non ha inviato i resoconti
della sua gestione (che ora soltanto dopo la mia nomina, ha trasmesso)
limitandosi a mandare di quanto in quanto quel pò di danaro che egli credeva. è
il nostro dovere, e ne rendiamo grazie agli Dei immortali* Una cosa soltanto
c'importa di stabilir chiaramente, ed è che, dimostrato in modo innegabile dal
nostro ricorso, non essere la relazione del sig. Ministro dell' Interno,
precedente P impugnato decreto di scioglimento e redatta sulla falsariga d' un
rapporto prefettizio, se non un tessuto di audaci e meditate inesattezze, si
tenta ora con una mal dissimulata manovra di spostar la questione e di
fuorviare la pubblica opinione. Da ciò noi tragghiamo gli auspici più lieti per
l'esito della nostra causa innanzi alPEcc.ma Sezione IV del Consiglio di Stato,
dappoiché ivi la disputa è circoscritta fra termini precisi ed inamovibili,
quali sono, da una parte il real decreto con la relativa motivazione, e dalP
altra il ricorso coi suoi mezzi di annullamento. Il nostro avversario, che fa
proporre, come un litigante volgare, eccezioni dilatorie d' incompetenza,
sfatate, prima ancora d'essere svolte; che s* ingegna, con pubblicazioni,, come
quella, di cui dovremo occuparci, di uscir fuori dalla lizza e di trascinarvi
noi ed il pubblico, ci dà il gradito annunzio della vittoria, precorrendo la
decisione dell'alto consesso» amministrativo. Ad uomini però, come quelli, che
componevano la disciolta Amministrazione, non può bastare una decisione, che,
per la necessaria limitazione degli istituti sociali, soltanto prò veritate
habetur: essi han bisogno d* invocare il giudizio d 1 un tribunale più alto,
del tribunale della pubblica opinione, che confermi il pronunziato di quella e
lo completi. A questo giudice supremo è appunto rivolta la risposta, che ci
accingiamo a dare al libello famoso, che reca la firma del R. Commissario per
la temporanea gestione della S. Casa degP Incurabili. SERVIZIO OSPEDALIERO
Progetti per nuove costruzioni e nuovi Ospedali. li libello comincia dal
rilevare che il Governo della Santa Casa u preoccupato da strani progetti per
nuovi Ospedali da fondare, per nuove costruzioni ed abbellimenti da compiere,
mentre per quelli non si peritò di spendere somme rilevanti, studiò una severa
economia nel servizio ospedaliero con deplorevoli conseguenze per i poveri
ammalati. Una reminiscenza di pudore, fenomeno riflesso d'una sensazione
irrevocabilmente passata, fece premettere al redattore di cotesto periodo una
timida frase: Se non vado errato. Ora noi, se parlassimo con lui, gli diremmo:
Avete errato, e se con più coscienza aveste consultato i precedenti d'
archivio, ve ne sareste avveduto, perchè avreste trovato traccia di quel che
andiamo a riferirvi. Sul finire del 1889, prima ancora che il Parlamento
discutesse il progetto di legge sugli istituti pubblici di beneficenza, al
Soprintendente della disciolta Amministrazione balenò in mente il pensiero di
concentrare nell' Ospedale degli Incurabili gì* infermi dei nosocomi dipendenti
dal R. Albergo dei Poveri, Cesarea, Vita e Loreto. Era un pensiero, che,
attuato, aVrebbe potuto essere fecondo di grandi vantaggi per tutti e due i
colossi della carità napolitana. La S. Casa degl' Incurabili, assumendo il
ricovero e la cura degl' infermi del Real Albergo contro il pagamento annuale
della somma stessa, che questo spendeva per codesto titolo, avrebbe profittato
di tutta la differenza, che può derivare dalla unificazione di un servizio
duplicato. Le spese generali, come direbbe un commerciante, pel mantenimento
dei 300 infermi del R. Albergo, sarebbero state interamente, o quasi,
economizzate, perchè rispetto ad essi sarebbero state sufficienti, o con
qualche lievissimo aumento, quelle che sia si facevano per gl'infermi della S.
Casa* L' insegnamento ne avrebbe risentito senza dubbio il benefico influsso,
perchè 300 letti di più avrebbero allargato d' oltre un terzo il materiale
clinico, ciò che avrebbe richiamato un numero maggiore di studiosi in quel
libero ateneo della scienza medica napolitana, che il Soprintendente sognava di
far assorgere al grado di rivaleggiare senza svantaggio con T insegnamento
ufficiale di qualsivoglia Università d'Europa. Per l'Albergo dei Poveri il
disegno non era meno proficuo, perchè, liberandosi dalle cure proprie degli
istituti ospitalieri, avrebbe circoscritto i suoi fini al ricovero dei vecchi
inabili d* ambo i sessi ed all' istruzione ed educazione degli adolescenti.
Riacquistata la disponibilità dei vasti locali, occupati dai tre nosocomi, esso
avrebbe potuto curare V antica piaga, che rode quella grande istituzione, e che
le ha sempre impedito di dare i frutti, che Napoli ha dritto di aspettarne,
poiché avrebbe potuto separare completamente la famiglia dei vecchi, corrotti,
avanzi di pena, incorreggibili, dalla famiglia giovane, educabile, la quale può
produrre operai per ogni mestiere, agricoltori, giardinieri, marinari etc., ed
aprire per tal via una corrente nuova di vita con elementi istruiti ed educati
nelle sfere inferiori della nostra popolazione. Tolti di mezzo 300 letti, i
locali avrebbero di molto superato i bisogni della doppia famiglia dei vecchi e
dei giovani, e rimanendone disponibile qualcuno, poiché non per anco la crisi
edilizia s' era allora dichiarata, avrebbe potuto essere alienato a buone
condizioni. Con ciò un fabbricato, che per un istituto pubblico di beneficenza
rappresenta una passività, perchè soggetto alle tasse ed alla manutenzione, si
sarebbe trasformato in capitale fruttifero, atto a riequilibrare il bilancio
del R. Albergo, se ne avesse avuto bisogno. Ma perchè il pensiero del
Soprintendente si fosse potuto avvicinare air attuazione, era mestieri che la
S. Casa avesse avuto i locali necessari per ricevere i 300 infermi, che il R.
Albergo avrebbe dovuto affidare agli Incurabili. Domandi lo scrittore della
relazione ai suoi colleghi in Parlamento, on.li De Riseis e De Martino, e saprà
che il Governo del R. Albergo," in seguito ad una accurata relazione del
secondo, nella quale ebbe la cortesia di rilevare, con una forma ben diversa
dalla sua, appartenersi l' iniziativa di quel progetto al Soprintendente degl'
Incurabili, il governo del R. Albergo, diciamo, prese una deliberazione che
commetteva ai due lodati gentiluomini V incarico di trattare col governo della
S. Casa. Sorse così la necessità di far procedere allo studio dei progetti per
le nuove costruzioni, che determinò la spesa di quella somma, che il R.
Commissario avrebbe dovuto trovare tutt'altro che inutile, se dice sul serio a
pag. 4, di voler procedere al raggruppamento dei servizi ospedalieri della
città. L' ampliamento, che esigerà cotesta impresa, non può aver luogo
altrimenti che sulla base di quei progetti. Le trattative iniziate col governo
del R. Albergo furono interrotte pel sopravvenire della legge sulle Opere Pie,
e per non essersi trovata allora una via per regolare il trattamento d'un basso
personale d' infermieri, addetto agli Ospedali di quello, ma composto di
ricoverati, che non si poteva assumere dagl' Incurabili. Ciò non ostante le
difficoltà si sarebbero vinte sicuramente, se V una e 1' altra Amministrazione
non avessero dovuto, per le frequenti crisi, mutare e rimutare governatori. Ma,
posto pure che a nulla fossero approdate quelle trattative, la necessità e 1'
urgenza di ampliare i locali della S. Casa s* imponevano e s' impongono a
chiunque non è del tutto destituito di sentimento umano. Il modo come sono
allogati gl'infelici, affetti da tisi, è tale che stringe il cuore a chiunque
visita queir asilo di dolori, non leniti da alcuna speranza. I reclami del
corpo sanitario, insistenti, continui, giustificati, non ispirarono al
Soprintendente della disciolta Amministrazione, il giudizio che hanno ispirato
al R. Commissario intorno al niun bisogno ed alla niuna urgenza di quei
progetti ; ed egli, non solamente non si pente di averli ordinati, ma, se fosse
rimasto in ufficio, li avrebbe certamente attuati. E questo per i progetti,
riferentisi alle nuove costruzioni ; quanto ai nuovi Ospedali, da fondare,
l'allusione è diretta in-^ dubbiamente alla succursale di Torre del Greco. Ivi
la S. Casa possiede un podere ed un vecchio edificio, destinato principalmente
agli idropici ed a coloro, che un tempo si curavano con le stufe di vinacce, e
poi, per tolleranza dell' Amministrazione, agi' infermi che il Municipio del
luogo vi manda a pagamento, perchè non ha un ospedale proprio. Nella stessa
condizione di Torre del Greco, ossia senza ospedale proprio, si trovano le
finitime città di Resina, di Portici, di S. Giorgio a Cremano, di Ponticelli e
di Barra, e i loro infermi, affluendo a Napoli, gravano senza corrispettivo i
bilanci degli Ospedali di quest' ultima, perchè, come è noto, non v'ha nelle
province meridionali una legge che obblighi i comuni al rimborso delle spese di
spedalità. Trovar modo di diminuire 1' aggravio, che i suddetti municipii
producono al bilancio della S. Casa, e far sorgere una nuova ed importante
istituzione parve al Soprintendente una iniziativa non indegna della sua
sollecitudine. Ed accarezzando codesto pensiero, immaginò una forma di
consorzio, pel quale i mentovati municipii con le rispettive Congreghe di
Carità, così per Y impianto, come pel mantenimento, avrebbero fissato la misura
del proprio concorso proporzionalmente al numero dei letti, che ciascuno
avrebbe richiesto pei rispettivi bisogni. La S. Casa vi sarebbe intervenuta col
nome, col corpo sanitario, con la farmacia, con la somma stessa che vi spende
attualmente e con la cessione del suolo. Poteva sorgere in tal guisa un
ospedale di duecento letti, che, costruito e disposto secondo le ultime
esigenze della scienza; con padiglioni segregati per le malattie infettive e
con una trentina di stanze a pagamento, principalmente pei forestieri; servito
dalle più grandi illustrazioni medico-chirurgiche, sarebbe stato in quella
incantevole posizione il nucleo vero d' una interessantissima stazione
sanitaria. Se le città concorrenti e l' istituto promotore se ne sarebbero
vantaggiate, non è mestieri dimostrare, tanto la cosa è per sé stessa evidente.
Si fu perciò che fu commesso al Governatore prof, Giovanni Antonelli l'incarico
di studiare il problema, e di dare ad un ingegnere l' indirizzo scientifico pel
progetto d'arte che avrebbe dovuto risolverlo. V insigne uomo vi si dedicò con
amore, ed il progetto con la relazione si trovano ora nell'archivio del Pio
Luogo. Nocque all' idea 1' esser nata nel cervello d' un uomo politico, perchè
le bieche passioni di parte attraversarono a costui siffattamente la via, che
non gli fu possibile di tentare nemmeno di promuovere il consorzio. Rimane non
pertanto il progetto, ed il giorno, in cui la bufera politica sarà passata, non
vi sarà uomo di retti intendimenti, il quale non troverà che la somma, occorsa
per quel progetto, che potrà esser sempre utilmente ripreso, fu spesa assai
meglio di quella, che è servita per dare alle stampe le tremila copie del
libello famoso del r. Commissario. Restrizione del numero dei malati Questo
signore, del quale non sapremmo dire se è maggiore V ignoranza o la fallacia,
aggiunge che " mentre si spendeva nei progetti e nelle costruzioni,
indicate di sopra, si lasciò che i maggiori risparmi s'introducessero nel
servizio dell' ospedale. a II quale fu ridotto ad un numero di malati inferiore
a quello che era in passato e che il Regolamento prescrive. „ Se egli non
avesse ignorato quel Regolamento, che cita a sproposito, avrebbe saputo che,
non dallo stesso, ma dall'articolo 1 1 dello Statuto organico, è stabilito, che
hanno per anno, deliberandosi il bilancio preventivo, il Consiglio d'
amministrazione determina il numero dei letti, che, secondo la capacità dei
locali e la disponibilità dei mezzi finanziari, ravvisa potersi mantenere nel
corso dell' esercizio. Se avesse letto il citato articolo, avrebbe domandato la
deliberazione presa nella discussione del bilancio 1891 ed avrebbe trovato che
il numero degli infermi era stato fissato ad ottocento, mentre nell' esercizio
precedente era stato di ottocento cinquanta. E se avesse spinto più oltre le
sue indagini, come ne aveva il dovere, prima di scrivere ciò che scrisse,
avrebbe appreso che la misura non poteva essere più ragionevole. L' Ospedale
degl* Incurabili, per una strana antifrasi tra la sua denominazione e il suo
Statuto, non può accogliere che gì 1 infermi cronici di malattie curabili, ed è
contro il suo fine accogliere quelli affetti da morbi incurabili, per guisa
che, quando si constata che tale è divenuta la condizione d' un qualche
infermo, gli si dà la qualifica di depositario e lo si restituisce alla
famiglia o s' invitano le autorità municipali del comune, cui appartiene, per
mandarlo a rilevare . Nel corso del 1890 si verificò che cotesti depositari
erano mano mano giunti ad un centinaio, e poiché ciò contraddiceva allo scopo
dell' Opera Pia, in quanto che essi occupavano letti, che potevano essere
occupati da altri infermi, i quali con pochi Art. 546 del Reg. Gl'infermi
dichiarati insanabili, detti depositari, sono consegnati alle rispettive
famiglie. Se non abbiano parenti in Napoli, il Direttore ne informa caso per
caso la Sopraintendenza per richiedere le rispettive autorità municipali di
mandarli a rilevare. giorni di degenza potevan guarire, fu dato ordine alla
Direzione di rientrare nell* osservanza del Regolamento, fateendo sgombrare i
letti dai depositari. Havvi in archivio una voluminosa corrispondenza coi
Sindaci, col Prefetto, e col Questore di Napoli, che si riferisce a tale
argomento e che il r. Commissario non ha letta. Sbarazzate le sale dai
depositari, la forza fu diminuita di cinquanta infermi e si rimase così nei
limiti del numero ordinario di quelli che effettivamente la S. Casa ha obbligo
di ricevere. Non è vero dunque che il numero degF infermi fosse stato ridotto
al di sotto di quello che il Regolamento, ossia lo Statuto, prescrive ; ed è
men vero ancora che fosse ristretto a settecento. Il regio Commissario non sa
che neir Ospedale si compilano i quadri della statistica mensile : glielo
facciamo saper noi. Li consulti; li metta a raffronto coi registri e se egli
riuscirà ad indicarci una sola giornata, nella quale il numero degli infermi
sia stato di 700, noi ci obblighiamo a far onorevole ammenda ed a proclamarlo
un uomo di buona fede. Riduzione di spesa pel mantenimento degli infermi.
Quanto abbiamo detto basterebbe a dimostrare che la riduzione di L. 28,000
nella cifra stanziata nel bilancio preventivo del 1891, pel mantenimento dei
malati, era una conseguenza diretta e necessaria della riduzione del numero dei
letti. Ma non vogliamo contentarci di questa sola risposta, perchè abbiamo da
darne un' altra ancor più calzante. Per T esercizio 1889 era stata prevista pel
vitto degli infermi la spesa di lire 160,000, delle quali si trovarono spese in
meno a chiusura di conto lire 16,057,07 ; e perciò la previsione si riconobbe
eccessiva per una somma eguale (Vedi doc. V allig. al ricorso. Relaz. del
Segretario Generale sul conto 1889, pag. 28 air art. 22 Appalti). Il conto deir
esercizio suddetto fu dato il 3 agosto 1890, vale a dire, circa un mese prima
che si deliberasse il presuntivo del 1891, e per conseguenza le previsioni
furono commisurate alle risultanze di quello. Ora il regio Commissario avrebbe
riputata prudente la condotta della disciolta Amministrazione, se, non ostante
la provata eccedenza del preventivo per 850 infermi, avesse mantenuti invariati
gli stanziamenti, anche quando il numero veniva ridotto ad 800. E dire che
l'Italia s' abbia a dibattere nelle angustie d'una crisi economica e
finanziaria così intensa e così prolungata, mentre possiede un genio di questa
forza che potrebbe salvarla. La soppressione del vino e Y alterazione della
vittitazione u Per gì' infermi ridotti a così scarso numero con inopportune u
ed insane (!) economie fu alterata la vittitazione così conu tinua il libello
famoso e quindi per ordine dell' attuale Diu rettore, con autorizzazione del
Governo della Pia Opera, fu u soppressa totalmente la distribuzione normale del
vino, che u il Regolamento prescrive tassativamente fra V alimentazione u
ordinaria; e fu mantenuto in proporzioni molto tenui il quanu titativo del
cibo, che a ciascuno era fornito. „ Dalle trascritte parole ognuno avrà
compreso che si calunnia il Regolamento, prestando agli egregi uomini, che lo
compilarono criteri, che non ebbero, né potettero avere. A loro non passò mai
pel capo, che con ogni specie d' infermità fosse compatibile V uso del vino,
sicché potessero berne senza pregiudizio i cardiaci al pari dei tubercolotici,
quelli affetti da malattie dell' apparecchio genito-urinario, come i colpiti da
lesioni violente: da commozione cerebrale, etc. E non poteva cotesta stranezza
passar loro pel capo in quanto che non mancarono di farsi assistere, come
risulta dalla relazione che precede il Regolamento stesso, da un' apposita
Commissione Sanitaria, che li avrebbe certamente trattenuti dal prendere il
dirizzone che loro attribuisce il r. Commissario. Lo legga dunque il
Regolamento, o lo legga meglio, se non lo lesse bene la prima volta, e troverà
a pag. 268 la tabella indicativa della razione giornaliera per gì' infermi
nelle sale comuni ed in quelle a pagamento, e nell' angolo a destra, destra
della pagina, tra le annotazioni generali per tutti gl'infermi, vedrà 1' ultima
segnata con la lettera A così concepita: la razione del vino è data solo quando
è prescritta dal medico ! Richiami, dopo di ciò, le mappe della vittitazione
giornaliera, riferentisi all' epoca della quale parla, e se un qualche morbo
non gli ha offeso la retina, leggerà che i professori, non a tutti gì' infermi
indistintamente, permisero Y uso del vino, ma solo ad alcuni, così come si fa
pel latte, per le aranciate, granite e limonate. Quando avrà fatto cotesto
esame si persuaderà che, non dalla passata Amministrazione, ma da lui è stato
violato il Regolamento del P. Luogo e quello del senso comune ! Per le
proporzioni molto tenui del quantitativo del cibo il r. Commissàrio avrebbe
dovuto sapere che esse non si determinavano dall' Amministrazione, ma dalla
tabella annessa al Regolamento ed esistente alla citata pagina 268. Per
constatare poi se il Regolamento si osservava dalla dispensa e dalla cucina
doveva richiamare le mappe speciali di ciascuna. sala, e quella generale di
tutte; confrontare le prescrizioni mediche con le emissioni della dispensa e
con le ricevute della cucina; e se avesse trovate non regolari le liquidazioni,
allora avrebbe avuto il diritto di parlare, altrimenti avrebbe fatto meglio a
tacere. Compilata la mappa, il capo-sala la rassegna allo esame ed alla firma
del professore, e poi ne dà comunicazione all' ufficiale liquidatore. 643.
L'ufficiale liquidatore, riunite le mappe di ciascuna sala, le esamina
attentamente per accertare lo effettivo numeri) degli infermi presenti, tenuto
conto degli esistenti nel giorno precedente, di quelli ricevuti in giornata e
degli usciti e trapassati, e compila lo stato di giornata del movimento di
tutti gì' infermi. 644. Riconsegna poi le mappe di ciascuna infermeria ai
rispettivi capi-sala per servir loro di riscontro nella distribuzione del
vitto: ed essi ne fanno l'indomani trasmissione all'ispettore contabile. 643.
Liquidato l'effettivo numero degl'infermi presenti, l'ufficiale liquidatore lo
ripartisce sul modello in istampa, approvato dalla Soprintendenza, in distinte
categorie, secondo il trattamento disposto dai- professori di razioni intere ed
a metà, di dieta lattea e di ogni altra somministrazione straordinaria. 647. In
conformità del risultato di verificazione di cui all'art. 643, lo ufficiale
liquidatore rilascia, coll'approvazione del Direttore, le richieste ai
capi-sala per rilevare il pane dalla dispensa a mezzo dei serventi, e comunica
alla dispensa stessa ed alla cucina le quatti ita e le qualità delle
somministrazioni, tanto per la mattina, che per la sera, notando parimenti le
quantità del sale Violazione del contratto per la fornitura della carne Ma se
errò per ignoranza nel formulare le accuseche precedono, non si può dire
altrettanto per V addebito relativo al contratto della carne. Egli scrisse che
" con deplorevole condiscendenza s' era permesso al fornitore della carne,
violando il contratto di appalto, che avesse dato in vece della carne di manzo,
quella cosidetta di maglione „. Noi non troviamo la parola adatta a definire
cotesta asserzione: quella che ci verrebbe sotto la penna, non vogliamo
scriverla. Né può esimerlo dallo stigma che avremmo diritto di infliggergli T
aver citato in pruova della sua assertiva le dichiarazioni di anonimi malati,
usciti dall' Ospedale, quando il fatto affermato poteva e doveva esser
dimostrato dalle dichiarazioni delle Suore, che sovrintendono alla cucina, e
ricevonsi ogni giorno la carne; da quelle dell' Economo, che dee presenziare
air immissione e respingere i generi, se non corrispondono ai contratti, non
meno che da quelle dell'Ispettore contabile, che ha il dovere di controllare la
qualità e le quantità dei generi stessi . e del condimento corrispondente alle
proporzioni di regola, fissate dall'Amministrazione. Art. 64S. Il vitto è
trasportato dalla cucina alle infermerie ed è somministrato agli infermi per
cura dei rispettivi serventi. I capi sala e le suore di carità vigliano la
distribuzione, onde siano esattamente osservate le prescrizioni dei direttori
di sala. Art. 064. Il servizio della cucina è affidato ad una suora di carità o
ad apposito cuoco con quel numero di basso personale che il Consiglio creda
competente. Art. 668. La persona preposta alla cucina, suora o cuoco, deve
rifiutare i generi, che non le risultassero di buona qualità, facendone
rapporto al Direttore. Art. 104. L'Economo ha
obbligo di verificare l'immissione dei generi, di esaminarne la qualità e
quantità e non deve autorizzarne il ricevimento, se non quando siasi
accertato che essi corrispondono esattamente ai campioni ed alle
condizioni dei contratti per le qualità' ed alle richieste per le quantità'.
Art. 96 Egli (l'Ispettore contabile) adempie al disposto negli articoli
644, 646, 649, 714 e 718, ed ha incarico precipuo di verificare la
esattezza dello stato generale della visitazione giornaliera etc, che i
generi che si forniscono dagli appaltatori, o di ufficio dell' Economato,
rispondano per qualità e quantità al disposto dell'art. Il raccomandare le
proprie asserzioni ad ipotetici infermi usciti dall'Ospedale rivela, o
che non si ebbe la temerità d'interpellare per iscritto, come doveasi, coloro
che avrebbero potuto dar le vere notizie; o che s' ebbe il coraggio di
nasconderne le dichiarazioni. Neil' un caso o neir altro, si può esser
più ameni ? Eppure il r. Commissario lo è stato. In
fatti quest' accusa era andata su pei giornali della Prefettura, come una delle
più maravigliose scoperte del r. Commissario, che si sarebbe affrettato ad
informarne P Ill.mo Sig. Prefetto. Allora dai componenti della disciolta
Amministrazione si fece notare che era una brutta e sciocca invenzione,
perchè all'Ospedale non era entrata mai carne di maglione odi buffala,
come pure allora si diceva; essersi invece dato il manzetto, che è un
genere di carne migliore del manzo. Ed a questo proposito si faceva
notare altresì era stato incaricato il Direttore della Farmacia. Prof.
Reale di fare il confronto tra il valore nutritivo del brodo di manzo e
del brodo di manzetto. Il r. Commissario, in seguito di ciò,
ebbe, per bontà sua, la magnanimità d' interpellare il Prof. Reale, che gli
rispose in iscritto esser vero che la disciolta Amministrazione gli aveva
dato 1' incarico di far 1' analisi comparativa dei due brodi, di
averla egli fatta e di aver trovato che quello di manzetto era più
nutritivo . Ed // Paese,
organo della Prefettura e del r. Commissario, Di conseguenza, tutti
gli atti, relativi agli indicati movimenti, non possono considerarsi per
le liquidazioni dei conti in danaro, se non siano mun ti del visto di
riscontro dell' Ispettore contabile. Art. 97. L' Ispettore deve
apporre il visto suddetto ogni volta che non abbia ad osservare
irregolarità. Al
pubblico, e non al R. Commissario, che li ha letti, facciamo sapere che i
rapporti del Prof. Reale, diretti al governatore del carico, cav.
Cosenza, hanno le date del 27 e 29 Aprile ultimo, e che il primo prese il
n. di protocollo alla ricezione 1701, e 1' altro 1738. Da questo
fatto si può giudicare che, se si negarono al Soprintendente della
disciolta Amministrazione le copie legali dei documenti, ciò si fece per
poter diffamare a proprio libito, senza preoccupazione di possibili
smentite. agli 8 ottobre ultimo, anno III, n. 278, pubblicò' la lettera
del chiaro Professore, concepita nei seguenti termini : "
Ottemperando alle orali disposizioni della S. V. IlLma, mi u pregio di
rassegnarle quanto appresso : u Incaricato dal Governo di questa
Santa Casa, sottoposi " ad analisi il brodo fornitomi dalla cucina
della Pia Casa. u Con rapporti del 24 (è un errore, deve dir 27) e
del 29 " aprile di questo anno dettagliatamente mostrai i
risultamenti u delle mie analisi, epperò la composizione dei brodi esamia
nati etc. etc. „. Dopo di ciò, la realtà del fatto non si poteva
più revocare in dubbio, ed il giornale, per non mostrare d' essere stato
accoppato addirittura, chiudeva il suo articoletto di cronaca, rivolgendo al
Prof. Reale le due seguenti interrogazioni: a Crede egli d' aver
analizzato due brodi dell'identico tipo ? " cioè ottenuti da quantità uguali
ed in modo uguale ? „ Ora il r. Commissario scrive che il signor
Reale ha espressamente dichiarato, non solo di non aver manifestato
l'opinione che manifestò, ma di non esser stato mai interrogato su
tale questione. Ci vuole una bella faccia! Chi scrive non sa
se la carne di maglione sia poco o molto dura, perchè è la prima volta in
vita sua che ne sente parlare. La relazione dice che è durissima, ma v'è da
scommettere cento contro uno che non supera quella della faccia dell' on. r.
Commissario. In ultimo la relazione afferma " che dalle
dichiarazioni, fatte dallo stesso fornitore signor Pirozzi, è risultato
che si era prescelta quella qualità di carne per un sentimento di
malintesa economia. „ Se son vere coteste dichiarazioni e noi
protestiamo di non credervi, perchè il Pirozzi, nella sua modesta
condizione di beccaio, è uno dei più onesti galantuomini del mercato di
Napoli chi scrisse la relazione dev' essere persona
d' una. . . . ingenuità della forza di cento cavalli. Come ?
Se s' era permesso con deplorevole condiscendenza al fornitore della
carne di violare il contratto, non è da pensare che egli si prendesse
cotesta licenza nell' interesse della S. Casa. L' economia dovrebbe
averla fatta lui: eppure, a dare ascolto al r. Commissario, egli proprio,
il Pirozzi, gli avrebbe rivelato che era stata inspirata da un malinteso
sentimento! Pel Pirozzi sarebbe stato altro che ben inteso.
Il r. Commissario poteva dar la pruova del fatto asserito, se
avesse avuto i più elementari rudimenti di cose amministrative e doveva
darla, una volta che il fatto lo aveva asserito. Egli non avrebbe avuto
che a richiamare le liquidazioni dei conti del Pirozzi, e a rilevare
dalle stesse se la carne era stata a costui pagata in conformità dei
contratto, mentre ne aveva fornito di qualità inferiore allo stabilito. In
questo caso si sarebbe verificato un furto patente, nella consumazione
dei quale non potevano non esser coinvolte le suore addette alla cucina,
l'Economo dell' Ospedale, e V Ispettore contabile: ed il r. Commissario doveva
denunziarli al potere giudiziario insieme al Pirozzi ed ai componenti
della disciolta Amministrazione, se il fatto era seguito col loro
consenso. Se non l'ha fatto o se noi fa, egli dà la pruova d'essere....
quello che è. Se poi -le liquidazioni si son fatte sul prezzo della
carne di maglione, la responsabilità è della Ragioneria di
quella Ragioneria, che ha avuto le lodi del relatore (p. 27), mentre essa, se
non presenta un ordine scritto del Soprintendente o del Governo, che a
ciò la autorizzava, avrebbe proceduto a rovescio del suo dovere, passando
sopra al contratto. E in questo caso il r. Commissario, lungi dal far gli
elogi del Ragioniere, dovrebbe avere il coraggio di destituirlo. II
r. Commissario però non fa né questo né quello, perchè sa di non poterlo
fare, essendo la sua una vera innegabile e cosciente...
inesattezza. Biancheria e casermaggio Veniamo
ora al servizio della biancheria e del casermaggio " ridotto nelle
più squallide condizioni, perchè la disciolta Amministrazione, non avendo
per due anni consecutivi speso quasi nulla per lo acquisto di detti
generi, la scorta precedentemente esistente s' era venuta assottigliando di
giorno in giorno. I mobili, i letti e le matarasse sono in pessima
condizione e per mancanza di lenzuola non possono bene spesso rifarsi i
letti agli ammalati. „ A prescindere dalla smaccata esagerazione,
con la quale è Digitized by Google
presentata la suesposta accusa, convien rilevare, per rispondervi,
che T ultima provvista di biancheria fu fatta nel 1887, e doveva servire,
non solo per detto esercizio, ma anche pel successivo del 1888,
Nel maggio del 1889 air amministrazione del sig. conte Spinelli
succedette quella del sottoscritto, il quale trovò, com'era naturale,
deliberato ed in gran parte speso od impegnato il bilancio preventivo. In
questo, air art 25, era stanziata per biancheria una cifra di lire
25,000, la quale, come risulta dalla citata relazione del Segretario
Generale, fu quasi interamente spesa, poiché, a chiusura del conto, non
si trovò che un residuo di lire 705.63. Deliberato il bilancio del
1890, calcato sulle stesse orme di quello precedente per le ragioni
esposte nella nota, diretta il 16 maggio 1890 all' Illustrissimo signor
Prefetto Codronchi, il sottoscritto ed i suoi colleghi, dal modo
imbarazzato, col quale procedeva il servizio di cassa, si accorsero che
le condizioni economiche dell' istituto, a loro affidato, non eran quelle
che avevan creduto dapprima. Istituite perciò delle indagini
sopra ogni singolo ramo di servizio ebbero ad intravedere che il bilancio della
S. Casa era travagliato da un disavanzo di circa lire 170,000
Queste circostanze il r. Commissario avrebbe potuto rilevare dall'
incartamento relativo ai conti, nel quale si legge la sopradetta nota del 16
maggio 1890 (V. alligati al ricorso doc. IV, p. 17), che fu il primo
grido d 1 allarme dato dal Soprintendente Vastarini-Cresi. Da quel
momento il Governo del P. Luogo diede opera allo studio diligente ed accurato
dei conti; rimasti indiscussi, 1887 (secondo semestre) 1888 e 1889, per avere
al più presto il concetto preciso della vera condizione finanziaria dell'
Istituto; e, com' era ben naturale, si tennero stretti i cordoni della
borsa, e s'andò spendendo con grandissima parsimonia il bilancio del
1890, sopratutto in quegli articoli che portavano i maggiori
stanziamenti, tra' quali era pur quello relativo alla biancheria. Alla
chiusura del conto 1890 si trova in fatti che della cifra stanziata rimasero
non erogate lire 17,632,55. A tre agosto 1890 soltanto, con la
deliberazione che approvava i conti dei tre esercizii anzidetti 1887, 1888. e
1889, si potè veder chiaro nella situazione, e cessò la ragione
dell'incedere prudente e riservato nelle spese. Ma, se a quella
data i dubbi della situazione eransi dileguati, l' Amministrazione s' era
venuta sciogliendo. Il cav. GaetanoSavarese, per gli affari del suo commercio
era rimasto lungamente a Parigi, ed al suo ritorno si credette in dovere di
rassegnare le proprie dimissioni da Governatore. Il conte Ludolf, o poco
prima o poco dopo di lui, aveva fatto altrettanto. Il Prof. Giovanni
Antonelli intervenne per V ultima volta in ufficio per prender parte alla
deliberazione del 3 agosto e per mera deferenza personale al
Soprintendente. Non rimasero in carica che quest' ultimo e il cav. Lo
Savio, i quali a 4 settembre 1890, prima ancora che giungesse in Napoli
il comm. Basile, per prendere il posto del conte Codronchi, tramutato in
Milano, si affrettarono a spedire le proprie dimissioni (Ved. doc.
XVII allig. al ricorso pag. 77). Non ricevendo alcuna
risposta, il Soprintendente a 20 settembre rinnovò le sue preghiere all'
illustrissimo signor Prefetto, perchè prendesse atto delie date
dimissioni e provvedesse alla ricostituzione dell' Amministrazione (V.
doc. XVIII alligato al ricorso pag. 78). Se il sottoscritto
dicesse oggi che, essendo dimissionario, non credette d' avere il diritto
di trattare un affare così importante come era la rifornitura del
casermaggio e delia biancheria, il r. Commissario che, certo misura dalla
propria 1' altrui buona fede, e che, gestore temporaneo con mandato d'una
legittimità molto discutibile, non esita ad affrontare la responsabilità
d'un prestito di mezzo milione, sorriderebbe d' incredulità. Ma chi
scrive lo disse allora, il 20 settembre 1890, nella chiusa della citata
lettera "... io son costretto a far deliberazioni di ur* genza per una
parte, e per un' altra a rimandare molte cose " importanti con
detrimento degli interessi dell' Istituto. „ AH' Illustrissimo
signor Prefetto piacque di prolungare per ben quattro mesi la situazione
anormale della S. Casa, e più ancora V avrebbe prolungata, se il
Vastarini-Cresi non gli avesse rotti gli alti sonni nella testa il 17
dicembre 1890 (V. doc. XIX allig. al ricorso p. 79) e se non si fosse
tolto, per giunta,. la briga di chiedere il concorso di quattro
gentiluomini, ai quali ha il rimorso d'aver procurato tutte le molestie,
che si ponno subire, quando s* ha a combattere con V inurbanità e
la malafede. Per le ragioni sovraesposte, gli strali, che al
r. Commissario hanno temprato un Ragioniere ed un Segretario di
prefettura, e che egli, grottesco Griso del fiero Innominato, crede di
avventare suir aborrito capo dei Vastarini-Cresi, vanno a colpire in
pieno petto la venerata persona del Comm. Basile. Meno male che il r.
Commissario " ritiene presso di sé una tovaglia, rinvenuta nelle
stanze degli ammalati a pagamento, e che vuol conservare a memoria a"
imperituro disdoro^ certamente del Prefetto, che fu causa che la
biancheria non si rifornisse, perchè con essa potrà asciugare il sangue e
fasciar le ferite che gli ha prodotto per aberrazione di colpi ! Invece,
della lancia, sarà la tovaglia di Achille (Basile), che ferisce e sana
! Ma tutta cotesta lunga storia, ci si potrà dire, non
riguarda che il 18 C X), e, dato pure che vi si mandi buona, essa
giustifica un' Amministrazione che non è quella che è stata sciolta.
Ora voi dovete giustificare l'Amministrazione nominata il 31
dicembre 1890, che è rimasta in ufficio fino al 4 settembre 1891.
Che cosa ha essa fatto per provvedere alla biancheria ? Se non era
il r. Commissario non si sarebbe nemmeno saputo che il Grande Ospedale
versava in quelle angustie. La negligenza per questa parte
indubitabilmente è grave; e non si limita soltanto alla biancheria ed al
casermaggio. Se non era quella mente di aquila del r. Commissario,
la disciolta Amministrazione avrebbe esaurito il periodo sessennale della
sua gestione e non avrebbe pensato alle sale di operazioni segregate, come ci
ha dovuto pensare lui, per non far sentire agli altri ammalati le grida
strazianti dei paziente. E non e' è che lui, il quale abbia pensato
" ad una distribuzione razionale e sicura degli ammalati nei varii
reparti, per evitare lo sconcio, da lui riconosciuto, di veder confusi
tra gl'infermi comuni, alcuni affetti da tubercolosi e simili,,.
Non e' è che lui, che abbia pensato u ad invitare la commissione
sanitaria a guardare il modo come trovansi aerate le sale, studiando se
sia il caso di adottare per alcune di esse o per tutte appositi
ventilatori, non senza badare alla tenuta dei cessi e della loro
disinfezione. „ Non e' è che lui, che " ha creduto di
migliorare col nuovo bilancio la condizione dei salarii al personale
degli inservienti e delle camminanti : e a quest' ultime (che ne erano
prive e non aveano facoltà di uscire, e non son morte) ha dato il
vitto ogni giorno ed ai primi il vitto solamente nei giorni di guardia:
„ Non e' è che lui, che abbia pensato u a nominare una commissione
di professori sanitari e di un illustre ingegnere (sic) per istudiare un
piano regolatore per i diversi servizi e per i definitivi adattamenti dell'
Ospedale affinchè questo, mentre intende a raggiungere lo scopo umanitario, sia
altresì condotto (sic) all' altezza dei progressi scientifici e civili
(sic) richiesti dall'odierna coltura! „. Non e' è che lui, il
quale " abbia fatto notare al signor Prefetto, che probabilmente lo
ignorava, come e qualmente la S. Casa, mentre appresta agi' infermi la
cura ospedaliera, fornisce del pari alla gioventù studiosa il mezzo di
compiere la propria cultura (sic) professionale, mediante il suo (di chi
?) vasto materiale clinico ! Non e' è che lui ! Non e' è che lui ! O
Scarpetta, quante volte, nel leggere la relazione del r. Commissario per
la temporanea gestione della S. Casa degli Incurabili, la tua figura,
sbucando tra le carte, che ingombrano il mio scrittoio, come le
tentazioni nel quadro del S. Antonio di Morelli, mi guarda con quel
sorriso tra lo scemo e il malizioso che ne costituisce la nota
caratteristica, e mi ripete: Non e' è che lui ! non e' è che lui!
E T illusione per un momento mi esilara e mi rinfranca; ma poi di
nuovo la penna, impotente a tradurre con la parola il sentimento d'infinito
disprezzo che m* invade, freme sulla carta; perchè non sa lasciarvi
scorrere i feroci giambi di Archiloco. Alle iniziative ed ai
meriti, che il r. Commissario con tanta modestia si attribuisce, non v' è
che una lieve osservazione a fare, ed è quella che si desume da una deliberazione,
presa dalla disciolta Amministrazione il 17 giugno ultimo sovra un
rapporto del Direttore dell' Ospedale, sig. cav. Gaetano Antonella Riportiamo
qui il testo della prima ed in alligato quello del secondo, avendone, per
fortuna, il Governatore Cosenza, che concorse largamente a ciò che forma
il tema dell' una e dell' altro, conservato le copie tra le sue
carte. Se il r. Commissario e non ci parrebbe strano volesse contestare V autenticità dei due
menzionati documenti, tuttoché non ne ignori V esistenza in archivio, ed ha
provato di non ignorarla, saccheggiandoli, sarà utile che sappia altra
copia del rapporto del Direttore trovasi nelle mani del chiarissimo prof.
Cardarelli, che potrà anche informarlo da chi, perchè, come e quando la
ricevette. Ciò premesso, ecco la deliberazione: u
Presenti il funzionante Sopraintendente cav. Lo Savio e i governanti
comm. Trinchese e cav. Cosenza assistiti dal Segretario Generale barone De
Marinis. " Vista la elaborata relazione del Direttore di
questo Ospedale in data 16 corrente mese, con la quale da una parte si
rassegnano diverse proposte per provvedere: a) air igiene dei
locali: b) alla buona manutenzione: e) al miglioramento
della casa di salute per gli infermi a pagamento: d) della
casa di maternità: e) della cucina: della Direzione
Ospedaliera; g) della sala di medicatura; h) della
formazione di nuovi locali per stanze d'isolamento, per stanze di ricezione,
per la sala idroterapica e per le consultazioni gratuite; e da altra
parte si riferisce sul bisogno di provvedere il nuovo casermaggio e sui mezzi
più acconci per attuare questo intento, senza apportare alcuno spostamento al
bilancio della pia Opera. „ Ritenuto il pregio e V importanza del
detto lavoro e riconosciuta 1' utilità di seguirne le tracce: a
Ritenuto che in quanto alla prima parte, si rivela opportuno di procedere con
un piano regolatore, commettendo ad un ingegnere l' incarico di compilare
un regolare disegno estimativo per T attuazione delle sopraindicate molteplici
proposte; Ritenuto che in ordine alla seconda parte, è necessario
per procedere all' appalto per la provvista del nuovo casermaggio, e
per dismettere tutto il vecchio materiale inutile, un regolare capitolato,
da redigersi da persone competenti sotto tutti i rapporti;
" DELIBERA u 1° Esprimere la più sentita soddisfazio ne
al Direttore per la pregevole relazione, diretta a questo Consiglio, sui
più importanti miglioramenti da apportare all' opera ospedaliera.
" 2° Commettere al Soprintendente di far compilare da un
ingegnere, che egli crederà prescegliere, il piano regolatore col
progetto indicativo della spesa occorrevole alla relativa attuazione in base
alle proposte contenute nella relazione suddetta. fc 3° Commettere
ad una commissione, presieduta dal Governatore del carico cav. Cosenza e
composta dal Segretario Generale di quest* Amministrazione e dello stesso
Direttore dell' Ospedale, l' incarico di compilare un capitolato che possa
servire di base all'appalto pel nuovo casermaggio „. Or come si
vede dalla riferita deliberazione, ed an che meglio dalla Relazione del
Direttore, che si legge in alligato, non erano indispensabili gli sforzi
di quel poderoso intelletto del regio Commissario per discoprire i
bisogni dell' Ospedale e per proporre i mezzi di accorrervi. Quello che
sarebbe stato comandato dalla più elementare decenza, era di non tradire
la verità col manifesto fine di far emergere la propria persona,
diffamando, con la circostanza aggravante del mandato ricevuto, altri, che
tenea modestamente a fare il bene senza plagii e senza gran cassa.
La somministrazione delle medicature antisettiche Un
ultimo addebito la relazione del r. Commissario rivolge alla disciolta
Amministrazione per ciò che tiene al servizio ospedaliere e vogliamo riferirlo
con le parole testuali della relazione medesima: a Un altro
fatto gravissimo, tollerato dalla disciolta Am" ?nini s tra sione a danno
degli infermi ho trovato nella somu ministrazione delle medicature antisettiche,
la quale è affidata u ad un appaltatore per V annuo corrispettivo di lire
dodicimila. Tale servizio procedeva nel modo più irregolare che
possa " immaginarsi, sia perchè i preparati più costosi non
venivano " forniti addirittura, sia perchè quelli che erano
apprestati non " solo erano di pessime qualità, ma ancora di
quantità infeu riore a quella richiesta. u Tutto ciò ho assodato
non pure di persona (?), ma anche u dai reclami di molti professori,
Direttori di sale chirurgiche " e delle suore della Carità, preposte
a tale servizio, e sopra" tutto da un rapporto del Professore Annibale di
Giacomo, " direttore primario della sala delle lesioni
violente. u E debbo aggiungere che questo appaltatore è un impieu
gato stipendiato della S. Casa, che avrebbe dovuto prestare "
servizio in qualità di farmacista, ma per i favori che godeva "
facilmente si esimeva dai suoi obblighi, e tutto ciò mentre " il
Regolamento vieta in modo assoluto agli impiegati di con" correre o
prender parte agli appalti di qualsiasi natura „. Innanzi tutto ci
sia permesso di rilevare che, se rispondesse alla realtà dei fatti,
quanto afferma il r. Commissario, ci troveremmo di fronte ad un vero e proprio
reato, qual' è quello preveduto dall' articolo 321 del codice penale, che
suona così: " Chiunque essendo autorizzato alla vendita di
sostanze medicinali, le somministra in ispecie, qualità o quantità non
corrispondente alle ordinazioni mediche o diversa da quella dichiarata, o
pattuita,. è punito con la reclusione sino ad un anno e con la multa da
lire cinquanta a cinquecento. „ Cotesto reato, a prescindere da
tutte le prove che si ricordano nella relazione, il r. Commissario V ha
assodato di persona in tutte e tre le forme, in cui si è palesato, cioè
nel non fornirsi a dirittura i preparati più costosi, nel dar quelli, che
si fornivano, di pessima qualità, nel darli di quantità inferiore a
quella richiesta. Tutto ciò ho assodato di persona, egli dice. Or,
ciò non ostante, il r. Commissario non ha denunziato al potere
giudiziario il fornitore ed i suoi complici,; che, come vedremo, sarebbero
stati parecchi; anzi non ha nemmeno intentato contro di quello un giudizio
civile per la risoluzione del contratto ed il risarcimento dei danni.
Che vuol dire ciò? Una cosa soltanto: che il r. Commissario sa di
non aver detto il vero. Ed eccorie la dimostrazione limpida, matematica,
irrecusabile. Allorquando entrò neir amministrazione il sottoscritto,
trovò che il suo predecessore aveva concesso a trattativa privata
la fornitura a cottimo delle medicature antisettiche al signor Alfonso D'
Anna, che è precisamente il fornitore, che la relazione presenta nel modo
accennato di sopra. Siccome il Vastarini aveva ed ha pel signor
conte Spinelli, e pei suoi colleghi d' Amministrazione, tra i quali vi
era nientemeno che il comm. Francesco Saverio Correrà (un secolo di
probità e di dottrina!), non già la stima ordinaria, che si ha per ogni
galantuomo, ma quel rispetto che s' avvicina alla venerazione, tenne per
criterio direttivo dei suoi giudizii sugli atti dei suoi predecessori,
che nulla vi potesse essere che. non rispecchiasse la più alta ed
incontestabile moralità. E molti provvedimenti, dei quali non poteva
raccogliere dagli incartamenti la motivazione; li confermò sulla
considerazione che non potevano non essere giusti ed equi. Di tal natura
ritenne che fosse il contratto stipulato col D'Anna, prima d' essersi
informato della ragione òhe lo aveva determinato ; e se ne confermò,
dopo che T ebbe conosciuta. Essa gli risultò essere stata questa, che nell'anno
precedente al contratto medesimo, quando i generi di medicatura si
fornivano a consumo e non a cottimo, erasi constatata una spesa di L. 24000,
mentre il D' Anna offrì di fare servizio e lo lece per sole 12000.
Il d'Anna, anche allora, figurava nella pianta degli stipendiati in
qualità di farmacista del P. Luogo, ma non è altrimenti vero che per i
favori che godeva si esimesse dai suoi obblighi. Egli invece non prestava sotto
V amministrazione Spinelli, come non ha prestato sotto la amministrazione
Vastarini, il servizio di farmacista, perchè comandato a soprintendere
al forno. E neir esercizio di questa funzione egli portò tale una
diligente e coscienziosa sorveglianza, che la spesa pel panifìcio, che
era di L. 500 mensili, discese a sole 300, dal giorno in cui il D' Anna
se ne ebbe ad occupare. Il r. Commissario non ha che a riscontrare
in contabilità i documenti e si convincerà della verità di quanto
affermiamo. Scaduto il termine del contratto, stipulato dal D'Anna
colT Amministrazione Spinelli, alla fine del 1890, furono banditi gì'
incanti per la fornitura delle medicature antisettiche, come per ogni
altra provvista; fu indicata, come base dell'asta, la somma stabilita nel
contratto scaduto; ma non vi fu gara. All' infuori del D'Anna,
nessuno si presentò per la concessione dell' appalto. In tale stato di cose non
vi erano che due soluzioni del problema: o ripigliare il servizio in
economia con l'eventualità, più che certa, di ritornare al consumo di L.
24,000; od accettare la offerta del D'Anna, esaminando i documenti,
in base dei quali egli chiedeva d' essere autorizzato ad assumere f appalto,
quantunque fosse uno stipendiato del P. Luogo. Egli esibì i documenti
stessi, che aveva esibiti al conte Spinelli. Erano certificati di
parecchi Professori, che, letti dal Vastarini, lo determinarono così come
avevano determinato lo Spinelli, a concedere la domandata autorizzazione.
Ora che di ciò è piaciuto al r. Commissario plasmare un'accusa, il
Vastarini ha richiesto al D'Anna quei documenii per farne argomento della
propria difesa, e il D'Anna glieli ha fatto tenere con 1' aggiunta di due
altri, che meritano 1' onore d' essere intercalati nel testo di questa
risposta. Dei detti certificati, due furono rilasciati in settembre
del 1881 dai professori di chirurgia Folinea e Mazziotti ed uno il
27 agosto dello stesso anno dal signor professore Annibale Di Giacomo,
direttore primario della Sala delle lesioni violente, come dice la
relazione, per renderne più ponderosa V autorità. I signori Folinea e Mazziotti
attestavano d'essersi serviti per le rispettive cliniche chirurgiche
delle medicature Lister dal sig. Alfonso D' Anna e d' averle trovate di
ottima qualità e perfettamente corrispondenti allo scopo. Il prof.
Di Giacomo poi certificava, ed il documento è tutto di pugno del lodato
Professore, u che gli oggetti di medicau tura alla Lister, che vende il
farmacista d'Anna, sono di otu tima qualità ed identici a quelli che adopera lo
stesso Lister a a Londra (!?!), come avea potuto convincersi dal nome
della u Casa inglese, dalla quale li ritirava il D' Anna, non che
in u parecchi casi di operazioni, nei quali egli (il Di Giacomo) u
li aveva adoperati. Ed in fede etc. etc. „ I certificati anzidetti trovansi presso il
sottoscritto, che è pronto a mostrarli a chiunque avesse vaghezza di
esaminarli. Sarebbe deplorevole che il prof. Di Giacomo avesse con
leggerezza rilasciato il documento del 27 agosto 1881, perchè esso
principalmente fu quello, che determinò la risoluzione del Vastarini, stante
che il suo redattore, autorevole quanto gli altri due, gli era
personalmente noto, come uomo di carattere integro ed incapace di rilasciar
certificati o di far rapporti a partita doppia, secondo che ora vorrebbe
far credere la relazione del regio Commissario. Noi prevediamo che
si potrà dire d' esser vero il certificato del Di Giacomo di dieci anni
fa, ma siccome è possibile che il D'Anna siasi mutato da quel che era
allora, non è impossibile che il giudizio portato dal Di Giacomo sulla qualità
delle medicature, da lui ora fornite, sia anche mutato, e quindi
sia vero il rapporto che dice il r. Commissario aver ricevuto dal
eh. professore. Tutto questo ragionamento, come si vede, è fondato
sulla supposizione che il D' Anna non sia più quel coscienzioso fornitore
di una volta; ma a combattere codesta supposizione daremo lettura del documeuto
che segue, invitando il n Commissario ad ascoltarla nella posizione dell'
attenti ! e con la mano al berretto. Eccola: IL PREFETTO
DELLA PROVINCIA DI NAPOLI (Udite !) u Veduta la deliberazione in
data 27 maggio p. p., con cui " il Consiglio d' amministrazione
dello Spedale Clinico di questa
Città ha chiesta V autorizzazione di procedere, mediante trat"
tativa privata, all' appalto per la somministrazione degli ar41 ticoli di
medicatura a tutto 1' anno 1892; " Ritenuto che dall'atto
predetto risulta dimostrata la conu venienza e V opportunità che V appalto in
parola sia affidato " al sig. Alfonso D' Anna, il quale tiene in
appalto la detta som" ministrazione {Udite !) per 1' Ospedale militare di
questa Di" visione, per quello del 2° Dipartimento marittimo e per
quello " degl' Incurabili e dà le maggiori garantie {Udite! Udite!)
per u il buon andamento del servizio; u Ritenuto inoltre che
i prezzi dell' offerta, presentata dal u D'Anna ( Udite /), sono
notevolmente inferiori a quelli corriu sposti finora per tale somministrazione
; talché 1* Ospedale u Clinico potrà ritrarre una rilevante economia dal
novello apu paltò ; u Veduti gli articoli ecc. ecc. Decreta
: " V Ospedale Clinico è autorizzato a concedere,
mediante u trattativa privata, al sig. Alfonso D' Anna Y appalto per
la " somministrazione degli articoli di medicatura fino a tutto
il u 1892 ed in base alla tariffa alligata alla deliberazione 27
" maggio p. p. del Consiglio di amministrazione. u Napoli
{Udite!) 6 luglio 1891. Ma l'apprezzamento del decreto prefettizio
è solamente preventivo. Ascolti ancora il r. Commissario, senza ritirar la
mano dal berretto, perchè ora ce la mettiamo anche noi: Quando
parlano uomini, come quello; del quale ci apprestiamo a riferir la
parola, si ha il dovere, qualunque sia la posizione dell'ascoltatore, di
serbare P attitudine del rispetto, che impone la canizie, congiunta alla
scienza ed alla probità indiscutibili. OSPEDALE CLINICO DI NAPOLI „
u Certifico io qui sottoscritto che il sig. Alfonso D'Anna, dal u
mese di giugno del volgente anno, somministra a quest' Ou spedale gli articoli
di medicatura (bende compresse, garza ec.) u e che non ha dato motivo ad
alcun reclamo per la buona u qualità degli articoli somministrati.
u In fede del vero {udite !) ed a richiesta dell' interessato.
Napoli 12 novembre 1891 77 Presidente del Consiglio di
Ammiitistrasionv {Udite! udite!) Carlo Gallozzi u Visto
per la firma del signor Carlo Gallozzi nel presente "
certificato. u Napoli 23 novembre 1891 u II Delegalo
Municipale u Avv. Di Giulio „ Dopo di ciò potremmo cessare:
abbiamo rivendicato l'onore di un galantuomo, che per deferenza a noi,
come al nostro predecessore, ha fatto con grandissimi sacrifizi un
servizio inappuntabile air Ospedale, che fu già affidato alle nostre cure;
e ne avevamo il dovere, dappoiché egli fu calunniato, non perchè ne
avesse dato il menomo pretesto, ma perchè aveva la sventura d'esercitare
uh servizio così delicato, che, quando non si fa con coscienza, mette in
giuoco la vita degli infelici. Lanciare sul viso ai componenti
della disciolta Amministrazione T accusa del fatto gravissimo (il regio
Commissario ne intese tutta V importanza) d* aver tollerato a danno degli
infermi che quel servizio procedesse nel modo più irregolare che possa
htimaginarsi, era V ingiuria più atroce che si potesse far loro. Essa non ha un
equivalente che in quella che si facesse ad un soldato d' onore di avere
tradita la consegna per oscitanza nelP adempimento del proprio dovere,
perchè l'uno e gli altri avrebbero consegnato al nemico le vite umane,
alla lealtà, così dell' uno, come degli altri, affidata.
Rappresentando i componenti del disciolto Governo come traditori,
non per proposito, ma per ignavia, il regio Commissario li ha designati al
pubblico disprezzo. A poterlo fare logicamente però, egli doveva
passare a traverso del povero D' Anna; non ostante che questi fosse innocente.
Ma ciò, che importava? 11 regio Commissario non ha forse la
missione di dimostrare che il decreto del 31 agosto ultimo era stato
giusto e provvido, e che il Prefetto di Napoli è un fior di filantropo,
che, oltre 1' affetto per 1' umanità sofferente, non aveva nessun altro motivo ci
spieghiamo nessun altro motivo per volerne alla disciolta Amministrazione,
anzi al solo Soprintendente ? E chi oserà dire che innanzi al
bisogno di ottenere cotesto risultato dovesse arrestarsi, perchè rovinava
un padre di famiglia nella riputazione e negli interessi? Il r. Commissario
è milite obbediente e disciplinato, e a la guerre, comme à la
guerre ! Potremmo cessare; ma non vogliamo, perchè il r.
Commissario ha pagato di persona, assumendo d' aver egli, proprio egli,
assodato che i preparati più costosi non venivano forniti, e che quelli,
che erano apprestati, non solo erano di pessima qualità, ma ancora di
quantità inferiore a quella richiesta. Ora noi dobbiamo costringerlo con la
forza inesorabile della logica a confessare che non ha detto il vero, o,
che in un' ipotesi più mite, quando 'parla o scrive, non ha la coscienza
degli atti suoi. Prima di ogni altro rileviamo che non si è
contentato di affermare il fatto, che poteva esser caduto sotto la sua
personale osservazione, ma dice che quel fatto fu tollerato dalla disciolta
Amministrazione, ossia precedentemente alla sua entrata neir Ospedale e
che ciò l'ha assodato dai reclami di molti pròfessovi. Direttori di sale
chirurgiche e delle Suore di carità, preposte a tale servizio. Noi lo
sfidiamo a produrre un solo di tali reclami, diretto o alla Direzione
dell' Ospedale od alla Soprintendenza od al Governatore del carico; ma deve
produrlo col numero di protocollo, che ne accerti la data di
ricezione dal Segretariato Generale e con la immancabile decretazione,
che sta in tutte le centinaia di migliaia di carte di pugno del Soprintendente
o del Governatore Delegato. Se non lo fa, ha scritto una....
inesattezza. Egli dice d' aver assodato di persona i fatti, che
denunzia. Noi gli abbiamo dimostrato che sono reati, ora gli aggiungiamo
che non potevano esser consumati senza la complicità delle Suore, del
Ragioniere, del vice-Direttore e dei professori di Chirurgia. li D'
Anna deve fornire a cottimo tutta quella quantità di generi, che
occorrono per le svariate operazioni. La Suora, che è preposta al
servizio, gliene deve far la richiesta. Egli deve dalla Suora ritirare la
ricevuta di ciò che fornisce, non solo per garentir sé medesimo dalle
sottrazioni, che possono cornili ettere i suoi dipendenti, ma per presentarla
alla Ragioneria, che a sua volta deve mettere a riscontro le richieste
con le ricevute, per aver la pruova che fu osservato il contratto e
che si possono compilare i mandati pel pagamento. Or se la Suora ha
fatta la richiesta e non ha avuto il genere, e come mai avrà rilasciata
la ricevuta ? e se non 1* ha rilasciata, in base a qual documento la
Ragioneria avrà preparato i mandati e sottoposti alla firma del Soprintendente
?Avrà mentito la Suora e il Ragioniere, e perchè ? per far lucrare al D' Anna
qualche centinaio di lire, che avranno poi diviso fra loro?
Evi si sono arrischiati, non ostante gl'immancabili clamori dei
Direttori di sala, degli assistenti, dei coadiutori ? E impossibile. È
assurdo. Ma sapete voi come si fa la distribuzione dei generi di
medicatura ? Vi assiste il signor Tigani, infermiere maggiore, funzionante da
Vice-Direttore, o almeno vi si assisteva al tempo della passata
Amministrazione. Senza la sua presenza non si apre un pacchetto di
cotone, né si taglia un metro di garza. Se il genere richiesto non
si trova, o se è di pessima qualità o se è in quantità minore di quella
richiesta, Tigani lo deve sapere, lo deve consentire, ne deve trarre un
corrispettivo. Senza di lui la frode è impossibile. Egli non ha fatto
alcun reclamo mai, né al Direttore, né al Soprintendente, né al Governatore
del carico; dunque, se la frode è avvenuta, il complice necessario è
Tigani. Ma chi è costui? Il r. Commissario lo sa, quanto noi. È
il marito d'una Musolino, stretto affine di S. E. il Ministro dell'
Interno. Quest' indicazione dovrebbe bastare per far riconoscere al r.
Commissario quale assurdo egli abbia sballato, quando ha scritto che i
generi più costosi non si fornivano, o si fornivano in quantità o qualità
diverse dal contratto. Ma se egli, senza pensare, ha insultato con
la sua affermazione un uomo, che per le attinenze familiari ha il dovere
di credere onesto, ha egli pensato almeno all' ingiuria
atrocissima, che ha rivolto ai professori di chirurgia scrivendo quelle
insensate parole? Un professore Direttore di Sala, nella più parte
dei casi insegnante, procede ad una grande operazione chirurgica in presenza
dei suoi alunni. Si tratta di una laparotomia, di una nefrectomia, di una
grande amputazione. Il chirurgo ha fatta una giusta diagnosi; V occhio
della fronte V ha servito bene, come quello della mente; la mano armata
del ferro ha secondato il pensiero. L'angoscia che ha turbato
per tanti giorni l'operatore, più crudele di quella che tormenta il
giuocatore, quando segue collo sguardo smarrito il moto circolare della rollina,
si calma. L'operazione è riuscita; ma!., mancano i preparati più
costosi per assicurarne il risultato !... La vita del malato è in
pericolo !... T ammalato muore... e non pel fatto del chirurgo, ma per
l'ingordigia dell' appaltatore delle medicature. Il chirurgo è costretto
a scrivere nel suo passivo una partita perduta per colpa dell' appaltatore :
deve esporsi alla maldicenza degli emuli, alla critica degli invidiosi,
alla sfiducia degli alunni, perchè? Perchè il D'Anna gli ha fatto mancare dieci
pacchi di cotone fenicato o quindici metri di garza! E il
professore tace, e tacciono gli assistenti, 'e tacciono le Suore e
tacciono gl'inservienti e i preti e i colleghi e gli alunni e tutti,
perchè D'Anna possa dare meno di quel che dovrebbe per lire
dodicimila! Eh ! via, ditelo ! non sentite che quello che avete
affermato, di fronte a quel che noi vi diciamo, è un assurdo di cosi
sfolgorante evidenza, che la sua luce, percotcndo nel torbido specchio della
vostra coscienza, rimbalza e vi sospinge fino al labro ribelle la
confessione d' aver mentito ? Prima di dar la parola a chi
ha esercitato, in qualità di Governatore delegato, al pari di noi, il potere
esecutivo dell'Amministrazione, al nostro egregio e carissimo amico cav.
Lo Savio, per rispondere a quella parte della relazione, che tratta
delle Condizioni finanziarie della Pia Casa, sentiamo il dovere di
trovare una formola, che chiuda logicamente questo scritto. L'
abbiamo cercata, ma non a lungo, perchè era sul nostro tavolo un opuscolo,
dal titolo La maggioranza del disciolto Consiglio
Provinciale di Napoli al Paese Memorandum 22 gennaio 1889 Tipi
Giannini, In quest' opuscolo, sottoscritto fra altri, anche dall'
attuale r. Commissario per la temporanea gestione della S. Casa
degli Incurabili, evvi un capitolo, intitolato : u Le feste
Pompeiane, Un presidente contabile nel
quale per sei pagine fitte in8 j grande, si leggono a carico d'un uomo,
che copri V ufficio di Presidente del Consiglio provinciale di Napoli,
accuse tali, che parea dovessero, se fondate, sbarrargli per sempre la
via del ritorno all' alto seggio. Eppure queir uomo v' è ritornato e
col voto dei r. Commissario, sottoscrittore del ricordato memorandum ! Anzi, a
dimostrazione palpabile della confessata calunnia; queir uomo concede a questo
il permesso di farsi nominare suo Vice-Presidente e di portarsi insieme
con lui nella stessa lista candidato a consigliere comunale di Napoli !
11 capitolo, cui alludiamo, è preceduto da una epigrafe tolta dal
libro dei Proverbi, Capo 26 n. 27, nel suo testo latino, e con la
corrispondente traduzione italiana. È la conclusione più calzante,
che si possa dare a tutto quanto innanzi abbiamo detto. Qui fodit foveam incidet in eam, et qui volvit lapidem,
revertetur ad eum. Chi scava la fossa vi cadrà, e
la pietra cadrà addosso a chi l'ha smossa! Napoli. PERSONALE
AMMINISTRATIVO E SANITARIO Gravissima, dice il rapporto, é la
quistione del personale amministrativo, sanitario e di assistenza addetto alla
pia Casa. Esso, calcolate le pensioni, assorbisce quasi la metà delle
rendite nette del Luogo pio. E di ciò sono responsabili tutte le
amministrazioni, non esclusa l'amministrazione Vastarini-Cresi, che è,
manco a dirlo, la più colpevole. Dopo ciò ognuno s'aspetta di sentire,
non solo in che consista questa colpa, ma quali sono i criteri del r.
Commissario per procedere ad una razionale riforma del personale
amministrativo, sanitario e di assistenza: di questi due ultimi
specialmente che assorbiscono i quattro quinti di quella metà delle
rendite di cui parla il regio Commissario. Ma niente di tutto
ciò. Il Regio funzionante sa che un esercito di 1*20 professori, 86
inservienti, 50 infermiere o caminanti, 36 suore di carità, 20
ecclesiastici, rattoppatrici, lavandaie, bacilari per i teatri anatomici e
trasporto de' cadaveri, uscieri, portieri; oltie un personale speciale
per i gabinetti batteriologico, idroterapico, chimico, elettroterapico,
ortopedico ecc., insieme ai letti, biancheria, locale ecc. formano proprio V
opera ospedaliera. Dire che la somma sjjesa per tale personale è
sottratta al mantenimento dei malati è lo stesso che dire che la spesa
per le indennità ad un segretario ed un ragioniere di prefettura
che aiutano il r. Commissario a dire tante corbellerie ed i denari sciupati
nello stampare tante calunnie, sanano le piaghe dei poveri infermi!!... E
un argomento a contrariis, come dicono gli scolastici. Ma
tanto è vero che lo scrittore o firmatario del rapporto sapeva che il personale
sanitario e di assistenza non dovesse essere compreso a titolo di biasimo
nell'ammontare della spesa sottratta al mantenimento dei malati, che
immediatamente se ne scorda, e restringe i suoi benevoli, quanto esatti
apprezzamenti, al personale amministrativo. Ed allora perchè
parlare, con evidente malafede, di metà della spesa sottratta alla cura
dei poveri infermi? Perchè non parlare col linguaggio onesto delle cifre, e
dire che, sopra un'entrata annua che rasenta il milione, la spesa del personale
amministrativo è di lire 63,010.00 e non oltre, e che in questa sono
compresi gli stipendi ed i salari per tutto il personale della Direzione
ospedaliera e sue dipendenze, che potrebbe a buon dritto dirsi destinata
al servizio sanitario ? Se il regio Commissario fosse stato
assistito da buona fede e non avesse dovuto rispondere alle esigenze di
una diffamazione organizzata a detrimento di parecchi galantuomini, si
sarebbe reso conto delle innumerevoli difficoltà amministrative
della azienda affidata alla sua temporanea gestione, ed avrebbe
constatato di quale e quanta attitudine, di quale e quanto concorso
efficace di tutti fa d'uopo per porsi in grado di veder chiaro in ogni
singolo atto amministrativo e nel complesso di tutti. Se di ciò si
fosse reso conto il r. Commissario non si vedrebbe ora posto alla gogna delle
nostre categoriche smentite. Ma rientriamo presto nell'argomento
della spesa pel personale amministrativo e sbrighiamocene in poche
parole. Col regolamento generale del pio Luogo del 1879, con le
piante N. 1 e '*, la spesa per gli stipendii amministrativi fu fissata
a L. 40,420.00 a cui aggiunto il compenso di esazione dovuto al
tesoriere, compreso in detta pianta, ma non indicato, per il suo
ammontare di L. 4000,00, si ha un totale di. . L. 41,420.00 le quali, con
le modificazioni al regolamento deliberate nel 1885, discesero a L.
42,160.00 Però con l'attuazióne di detta pianta un personale
di stralcio rimase tagliato fuori, ma che però prestava un servizio indispensabile,
e che nel 1886 gravava sul bilancio per L. 20,850.00 Sicché
la spesa totale annua fu di L. 63,010.00 come fu rinvenuta dal
Vastarini-Cresi. L'amministsazione da questo presieduta, con
deliberazione 17 novembre 1889, approvata dalla Giunta provinciale il 21
gennaio 1890, approvò una nuova pianta per l'ammontare di lire 63,880 ridotta
poi a L. 57,680.00 Mantenne fuori pianta alcuni impiegati che
gravano sul bilancio per L. 5,330.00 sino a raggiungere le L.
63,010.00 che si pagavano prima. Se il regio
Commissario non ha perduto, fra l'altro, la virtù di comprendere
l'eloquenza delle cifre, dica come L. 63,010.00 sono superiori a L.
63,010.00. E se questa è la sostanza, qual valore possono avere gli
apprezzamenti del r. Commissario? Meno male che non ha trovato modo
di giustificare, con argomenti simili a quelli adoperati finora, la formazione
di una novella pianta per il personale contenzioso come fece la relazione
ministeriale. E per quanto riguarda la voluta pianta per il personale
tecnico e l'aumento dei farmacisti, riproduciamo dal ricorso alla IV
sezione del Consiglio di Stato il brano che a questi due argomenti si
riferisce: Non differenti
apprezzamenti l'altro appunto sulla spesa deliberata per
gl'Ingegneri. Basta far notare che la Giunta provinciale
amministrativa ha approvata tale spesa (Vedi verbale 16 settembre 1891
per notar Merola), renduta necessaria dalla esecuzione del
contratto per l'assunzione a partito forzoso delle rendite e della
manutenzione dei fabbricati ; e che, approvata per lire 7,000, se ne sono
assegnate solo 4680 per tre ingegneri ispettori, che debbono vegliare alla
esecuzione della manutenzione. Qui però cade in acconcio far notare che non
si tratta di una spesa di carattere organico e permanente, ma puramente
transitorio, che vive la vita di un' esercizio finanziario, e che,
mentre, il contratto di manutenzione ha avuto principio il 4 maggio 1890,
la spesa per gli ingegneri ispettóri non ha gravato neanche il bilancio
1891, essendosi stanziata per la prima volta sul bilancio del 1892.
(( E si noti ancora che uno degli ingegneri ispettori, il signor
Errico Migliaccio, era già impiegato antico dell'Amministrazione con uno
stipendio uguale a quello che oggi percepisce in lire 1680 e che perciò
in definitivo la novella spesa si riduce a L. 3000.00. Se l'amministrazione disciolta ha in ultimo
chiesto all'autorità tutoria r autorizzazione per aumentare uno e non due
posti nell'organico dei farmacisti, ciò ha fatto per le aumentate
esigenze del servizio. In
fatti, oltre che l'uso delle specialità chimiche e l'introduzione degli
alcaloidi mila farmacopea rendono più penoso il servizio farmaceutico,
l'amministrazione ha impreso a fornire i farmachi a due altri istituti
Pii, al Manicomio provinciale di S. Francesco di Sales, ed ai tre ospedali
(Vita, Cesarea e Loreto), dipendenti dal Reale Albergo dei Poveri. Come possa
l' antico personale rispondere alle nuove esigenze lo dica l'imparzialità
della IV Sezione del Consiglio di Stato (e qui la verecondia del R.
Commissario ! ) Da tutto
ciò chiaramente emerge che non infruttuosi richiami della R. Prefettura vi
furono, non aggravio di novelli stanziamenti nel 1891 per un aumento di
personale, non creazione di nuovi organici, non ingiustificata proposta di
aumento di farmacisti ; ma vigile e solerte cura degli amministratori
nel migliorare le rendite del pio Istituto e nel restringere il passivo
nei limiti del puro necessario ». E tutto ciò potrebbe bastare in
risposta alle calunniose menzogne contenute per questa parte nel rapporto del
R. Commissario. Ma per dare un'altra prova della serietà dei suoi studii
giuridici, a titolo di amenità, riportiamo l'articolo 231 del regolamento del
pio Luogo, dal quale vorrebbesi trarre l' obbligo da parte degli
ingegneri inscritti nell' albo, a norma dell' art. 222, di prestar
l'opera loro gratuitamente per l'ispezione permanente di cui nel contratto di
manutenzione. Art. In generale, per tutti i lavori commessi agli ina
gegneri ed architetti, questi non hanno dritto a riscuotere compensi o rimborsi di spese dal pio
Luogo e salvo ai medesimi lo esigere direttamente dagl'
intraprenditori nel caso di esecuzione delle opere e senzi
responsabilità del Pio Luogo, quei diritti e rimborsi che potessero loro
competere. Non è il caso di far commenti ! ! ! Che dire
poi dello appunto fatto per aver dato un alloggio conveniente al
Direttore dell' importante nosocomio ? Ha compreso perfettamente il
R. Commissario che, votata la nuova pianta, non era più il caso di far
ricorso alla disposizione del regolamento, che assegnava al Direttore una casa
della pigione di L. 400 all'anno, ed allora ha detto che lo
alloggio, di cui parla la nuova pianta, dovesse limitarsi a due o
tre stanze nello interno dell'ospedale. Per verità, se V
autore del rapporto si fosse doluto che un semplice infcrmieie maggiore occupa
una casa alla discesa Maria Longo della pigione di L. 125 al mese sol
perchè parente d' un Ministro (e che Ministro!) lo avremmo compreso, tanto più
che ora il R. Commissario ha concesso allo stesso impiegato un alloggio
suppletivo come fosse un supplemento di stipendio ! Ma rivolgere
censura air amministrazione Vastarini per aver concesso al Direttore un
alloggio rispondente alla importanza del posto che occupa, è la prova
provata che il R. Commissario, compreso dal voluttuoso desiderio di
riuscir gradito al sig. Prefetto, ha voluto parlar del Direttore in un modo
purchessia, conoscendo che la corda sensibile del cuore del chiaro uomo
che siede sulle cose della Provincia di Napoli avrebbe vibrato con
insolita frequenza! C'intendiamo, onorevole R. Commissario?
LAVORI Se per combattere le altre affermazioni del R.
Commissario ci ò bastato riassumere le accuse uà esporre i fatti da cui
risultava la evidente malafede con cui lanciavansi tali accuse; per
quanto riguarda la rubrica lavori non possiamo fare altrettanto. Sono
così condensate e tante le ingiuste affermazioni del R. Commissario, che
bisogna averle presenti nel loro contesto per comprendere, dopo averle
esaminato, qua! malgoverno si è fatto della riputazione dell'
amministrazione Vastarini col famoso rapporto. Prima però di
esporre i brani testuali della relazione del R. Commissario, faremo
precedere una breve ma chiara esposizione dello stato contabile e
contrattuale dei lavori, prima dell' amministrazione Vastarini, cioè fino a
tutto dicembre 1889, durante il 1890, e per il periodo dal 30 dicembre 1890 al
2 settembre 1891, che riguarda la dimoila amministrazione. Il 28
febbraio 1884 F amministrazione presieduta dal signor Conte Spinelli,
dietro regolare autorizzazione della Deputazione provinciale, e previo
esperimento dei pubblici incanti, stipulò con gF imprenditori Vincenzo
d'Errico, Mauro Abate e Antonio d'Ambrosio un contratto di appalto
generale per tutti i lavori bisognevoli ai fabbricati del pio Luogo, di
muratura, falegnameria e dipintura, per qualsivoglia ammontare e per la
durata di tutto il dicembre 1889. La tariffa posta a base di tale
contratto era quella del genio civile, il ribasso contrattuale per i
lavori in muratura era il 6 OjO, la liquidazione ed il pagamento si
convenne dovesse farsi dietro regolare misura degli ingegneri direttori
dei lavori. In virtù del suddetto contratto furono affidati ai
suddetti imprenditori tutti i lavori di manutenzione dell' ospedale e del
vastissimo patrimonio urbano appartenente al Pio luogo; i lavori di
riparazione e rifazione delle diverse infermerie dell' ospedale; od in
fine tutti i lavori necessari a ricostruire e ritornare in parte il
diruto ex monastero della Consolazione appartenente al Pio luogo e clie
non dava un soldo di rendita. Iniziati tali lavori nel 1884, furono
alacremente proseguiti negli anni successivi. Nel 1886 però
in parecchi importantissimi caseggiati del Pio luogo, per le condizioni
speciali del sottosuolo di Napoli, per Io stato deplorevole delle
fondazioni dei fabbricati di Napoli in generale, per le infiltrazioni delle
acque di Serino, e per il rigurgito di quelle delle antiche conserve,
sopravvennero schiacciamenti e lesioni in gran numero con imminente
pericolo di mina di molti fabbricati, per cui fu necessario accorrere
prontamente ad eseguire le più urgenti riparazioni. Ognuno
comprenderà di leggieri che ci riesce impossibile indicare la spesa occorsa per
tanta e cosi importante quantità di lavori, per non avere a nostra
disposizione la ragionerìa o l'archivio del Pio luogo e perchè non riguardano gestioni
della disciolta amministrazione. Però basterà fai* sapere che a chiusura
di conto 1889, dietro ordini severissimi e perentori del Vastarini, i
sig. ingegneri del Pio luogo fecero pervenire tutte le misure dei lavori
ordinati dalle precedenti amministrazioni ed eseguiti nel 1887, 1888 e
1889 e, secondo la liquidazione fatta dalla Ragioneria del Pio luogo di tali
misure, il loro ammontare complessivo ascese alla cifra di lire 211,003:89, di
cui figurava pagata la somma di lire 42,841:00, era a pagar la rimanenza di
lire 168,162,89 . (I) Nelle
suddette misure liquidate perla suindicata somma di lire 211003.89
figuravano : L. 70 mila circa per lavori di sottofondazione e
ricostruzione eseguiti nel gran caseggiato a via Cisterna dell' Olio ;
L. 50 mila per lavori eseguiti nel locale dell' ex monastero della
Consolazione, pel quale si erano spese, negli anni precedenti, altre L.
70 mila già pagate, e ciò allo scopo di ridurre detto locale
redditizio. L. 20 mila per lavori di sottofondazione e
ricostruzione nel fabbricato in via Carbonara n. 109. L. 13
mila per consimili lavori eseguiti nei caseggiati in via Montagnola ;
L. 150 mila in uno per lavori di carattere straordinario e patrimoniale.
Le rimanenti L. 70 mila rappresentavano V importo dei lavori eseguiti nel
1889 per la manutenzione dei caseggiati e del fabbricato ospedaliero, non che
per la rinnovazione di due infermerie ncll' ospedale stesso. Poiché però
si avea ragione di ritenere che la liquidazione eseguita dalla ragioneria
non fosse stata rigorosamente esatta e le misure stesse inviate dai sig.
ingegneri risentissero della fretta con cui erano state compilate, il
Governo si riserbò di sottoporre le liquidazioni dei lavori ad una severa
revisione contabile, tecnica e contrattuale. E, come fu dichiarato a pag.
21 della relazione morale a stampa sul conto 1890, tale
revisione eseguita per la parte tecnica dall' egregio
prof. Udalrico Ma soni, per la parte
contabile e contrattuale dalla Segreteria e dal
Governatore Lo Savio (non dalla ragioneria) si ottenne una RIDUZIONE D2
SPESA SULLA SEMPLICE PARTITA DELLE OPERE MURARIE di ben l. 33,670:53 ». Se si tien
conto che di tutti i lavori liquidati a chiusura di conto 1889, solo una
minima parte, per pochissime migliaia di lire e per bisogni impellenti,
fu ordinata dal Vastarini : che tutti iudistintamente tali lavori
furono eseguiti in base al regolare contratto del 26 febbraio 1884 e per
bisogni riconosciuti dai precedenti amministratori: che
sulla primitiva liquidazione già approvata dall'autorità tutoria, si fece
la rilevante economia di L. 33,670.53 come risulta dal rendiconto 1890:
che la disciolta amministrazione infine non fece essa la spesa, ma fu ben essa
invece a far Y economia suindicata, se si tien conto di tutto ciò,
Ora trattandosi di lavori eseguiti nel 1889 ed anni precedenti, la
responsabilità non può spettare ai Vastarini, nò per quanto si riferisce alla
ordinazione loro, nò per quanto tiene alla esecuzione. E se
tale responsabilità non spetta al Vastarini, molto meno spetta alla dìsciolta
amministrazione che fu nominata con decreto 30 dicembre 1890. Se
però si fa accenno a tale divisione di responsabilità, è perchè il R.
Commissario sappia a chi sono dirette le sue ingiuste e calunniose
osservazioni. Che per quanto tiene al merito degli apprezzamenti suoi
sugli atti compiuti dall' amministrazione Spinelli, sappia il R.
Commissario che per tutta la gran quantità di lavori eseguiti dal 1884 in
poi, essa non ebbe bisogno di altre risorse straordinarie fuorché delle lire
60(X) di rendita alienate nel 1888, le quali furono compensate dal
maggior utile rctratto dai locali della Consolazione, che ora rendono L.
14 mila all'anno. diciamo, qual uomo di buona fede presterà ascolto ai
calunniosi apprezzamenti del R. Commissario ? Questo per
quanto si riferisce ai lavori eseguiti fino a tutto il 1889.
Per quanto poi riguarda i lavori eseguiti nel 1890 bisogna aver
presente che, scaduto il contratto con gì' imprenditori d'Errico,
d'Ambrosio ed Abate col 31 dicembre 1889 e procedutosi a cottimo chiuso
col Forino per la riscossione delle rendite e manutenzione dei fabbricaliy il
quale contratto dovea avere il principio della sua esecuzione col 4
maggio 1890, era giuocoforza provvedere alla manutenzione dell'importante
patrimonio immobiliare per 4 mesi, cioè dal 31 dicembre 1889 al 4 maggio
1890. Se negli anni precedenti la manutenzione aveva assorbito
la somma di lire COmila all'anno, tutto lasciava supporre che tale
manutenzione per un quadrimestre (e nei 4 mesi invernali specialmente) avrebbe
assorbito la somma di oltre L. 20mila. Dall' altro canto il Forino,
che in tale quadrimestre dovea procedere ai novelli affitti per suo conto, avea
il massimo interesse a che gli accomodi locativi fossero fatti in
conformità dei patti da stipulare con i nuovi inquilini, verso dei quali
egli era 1' unico responsabile. Perciò l'amministrazione con
deliberazione 12 gennaio 1890 concesse a forfait al Forino la
manutenzione anticipata di tutti gli stabili compresi nel capitolato di
appalto per il compenso unico di L. lOmila. Se il R.
Commissario si fosse fatto guidare da quel sentimento di onesta
equanimità che invano si cerca nelle 45 pagine del suo rapporto, avrebbe
dovuto rilevare che i soli preventivi già presentati dagli ingegneri per
lavori di manutenzione, fino al 12 gennaio, epoca in cui fu adottata la
deliberazione, superavano le L* i Ornila accordate al Forino come
compenso a cottimo per lutto il quadrimestre. Né valga il
dire che bisognava sottoporre all'approvazione dell'autorità tutoria
tale, deliberazione, poiché la spesa trovavasi stanziata in bilancio e veniva
erogata in limiti molto inferiori allo stanziamento corrispondente; e poi,
approvato dall’autorità tutoria il contratto Forino, non era neeessario
sotto* porre a novella approvazione un atto che, altro non faceva
che anticiparne la esecuzione, anticipandone i vantaggi.
Esposte queste indispensabili notizie sullo stato contabile e
contrattuale dei lavori, veniamo alle accuse ganeriche del R.
Commissario. Udite : Dopo gli stipendii, la spesa che fino ad ora
ha assorbito le k migliori risorse della Pia opera, ò stata quella dei
lavori d'ogni genere che si sono eseguiti, laddove, essendo
la manutenzione dei fabbricati appaltata al riscuotitore di
essi, non si sarebbe a dovuto che erogare le somme occorrenti nei lavori
di carattere straordinario che si fossero potuti verificare
ed in quelli di manutenzioae del fabbricato ospedaliero e
delle poche case, la a cui esigenza è mantenuta direttamente
dall'Amministrazione b. Se quest'accusa generica fosse stata
corroborata con esempii, per verità la serietà del R. Commissario se ne
sarebbe avvantaggiata un tantino, non fosse altro nella forma, pur
rimanendo vacua nella sostanza. Ma veniamo a discuterla. Se
si tratta di lavori eseguiti fino a tutto il 18R9, questi non ci
riguardano, come abbiamo dimostrato: e d' altronde, non essendo la manutenzione
appaltata, ma eseguita in economia, in base a regolare contratto per la
valutazione dei lavori, e comprendendo gran parte delle somme spese fino a tal
epoca; lavori necessarii alla conservazione del patrimonio, l'accusa si
appalesa ingiusta e calunniosa per tale periodo precedente. Se poi
si tratta di lavori eseguiti nel 1890, bisogna aver presente: 1.
Che il contratto della manutenzione a cottimo ha avuto inizio il 4 maggio
1890 e che perciò la manutenzione per un quadrimestre era a carico dell'
amministrazione la quale erogò la somma suddetta di L. 10,000.00
2. Che essendo esclusa dal contratto Forino la manutenzione dell'
Opera ospedaliera e sue dipendenze, tale manutenzione preventivata per
lire 18mila si è verificata, per le opere straordinarie occorse nell' ospedale,
per ....;) 28,376.41) Cke è occorso pagare col bilancio 1890: a)
Parte dei lavori eseguiti nel 1889 per ri-', fare la seconda sala donne .
. L. 3954,60] b) Parte dei lavori eseguiti anche f nel
1889 per ricostruire la sala oftal- ; 11,240.80 (2) mici s.
4000,001 e) Parte dei lavori eseguiti per la ]
lavanderia a vapore ;, 3292,20' 4. Che non essendo comprese
nel contratto Forino le case soggette ad espropriazione per un
valore di L. 700 mila, e non essendo state espropriate per tutto il 1889, come
si era convenuto, è stato giocoforza manutenerle per poterle
af iìttare, erogando una somma di circa . . » 6,000,00 Tutte
le suddette somme hanno gravato sul bilancio 1890 per lo ammontare complessivo
di » 55,623.36 E sapete voi, onorevole regio Commissario, per
quanto figura nel consuntivo 1890 la cifra riguardante la partita lavori, ossia
per gli art. 14 e 44 del bilancio ? figura per » 68,702,11 Da
cui sottratta la somma di L. 55,623.36, che ha gravato sul 1890 per le
cause su esposte, si ha che la spesa sostenuta in detto esercizio
per i lavori straordinari è di sole .... » 13,079.76 Vedi conto del
Tesoriere 1890 e relazione a stampa del Segretario Generale del Pio luogo su
detto conto pag. 10. donde risulta che sull'art. 44 (Fabbricato
ospedaliero) fu fatto uno storno in aumento per L. 10,37f>,46.
(2) I lavori (a) furono eseguiti dai fratelli Russo con regolare
contratto su preventivo degli ingegneri Giambarba e Curcio ed ammontarono
a L. 12 mila circa I lavori furono eseguiti dal D* Errico in base
al contratto 28 febbraio 1884 I lavori (e) dallo stesso D' Errico col citato
contratto 28 febbraio 1884 e per speciale autorizzazione dell' autorità
tutoria (Ingegnere Fulvio). E tenuto conto dello stato gravissimo di molti
fabbricati, dei lavori che si sono eseguiti a piazza Cavour, a Porta
Carrese a Montecalvario, a Cisterna dell' Olio ecc., domandiamo alla
lealtà del R. Commissario se gli pare, non diciamo grossa, tale
cifra ma almeno sufficiente a provvedere ai più urgenti bisogni.
Ed allora perchè buttare delle frasi generiche e vuote e che non
sono altro se non la espressione della più sballata posa da grand' uomo
? Ma qui non s' arresta il R. Commissario. Egli seguita a
dire: I lavori si eseguivano senza autorizzazione, senza contratto,
senza preventivo, illegalmente, per colpa sempre
dell'Amministrazione, che anzi, con suo rincrescimento, .ce ne dispiace
davvero per lui) in ciò ha riscontrato le maggiori colpe e le più gravi ;
fino al punto da essere indotto ."senza rincrescimento, crediamo) a
promuovere giudizio di responsabilità verso i passati amministratori.
Era naturale. Premessa la incoscienza completa ed assoluta delle
condizioni contabili e contrattuali dei lavori e la deplorevole costante
oscitanza delle disposizioni di quelle leggi che invoca sempre a
sproposito, un simile linguaggio, se non si scusa si spiega ! È il
linguaggio di tutti coloro che, a corto di argomenti e di fatti, vogliono
produrre una certa impressione. E diciamo a corto di argomenti e di
fatti; perchè quelli citati dal R. Commissario stanno contro la sua
tesi. Esaminiamoli. Sarebbero illegali i lavori
eseguiti per riduzione della casa del Direttore dell' Ospedale, perchè
ordinati dal Soprintendente Vastarini, in data 10 dicembre 1 889, senza
autorizzazione del Consiglio. Per lo statuto organico del pio Luogo
il Sopraintendente è il potere esecutivo dell' amministrazione. Il
Consiglio vota il bilancio preventivo, il Sopraintendente spende le somme
tutte comprese nei singoli capitoli del bilancio. Tale disposizione,
chiara, categorica, precisa, giammai sconosciuta o posta semplicemente in
dubbio dall' autorità tutoria, dava il diritto al Soprintendente di
autorizzare la spesa per quello, come per altri lavori. E tale spesa fa
primieramente autorizzata per Lire 3000 e si elevò a Lire 8278,62 per essersi
riconosciuta posteriormente la necessità di rifare i lastrici solari
grandemente avariati. E tali lavori furono eseguiti dallo imprenditore d'
Errico in virtù del contratto 28 febbraio 1884, con uno speciale ribasso
del 10 0[0 ottenuto dal Soprintendente, Sarebbero illegali, secondo
il rapporto del R. Commissario, i lavori eseguiti a Piazza Cavour, :c per
i quali dall'Ingegnere Curcio il 22 dicembre 1890 furono presentati
quattro conti ammontanti ciascuno a Lire 499,97, 499,94,
499,96, 423,55». Per i gravissimi ed improvvisi danni manifestatisi nei
fabbricati a Piazza Cavour nel settembre 1890, fu dato ordine immediato agli
ingegneri Curcio e Fulvio di far procedere alla puntellatura della estesa
zona di case pericolanti ed ai lavori pili urgenti per assicurarne la
stabilità. Nel tempo stesso ai suddetti signori ingegneri fu dato
incarico di preparare un estimativo generale e complessivo per la sistemazione
definitiva di tutta la zona dei fabbricati minaccianti ruina.
Non ostante ripetuti richiami dall'Amministrazione, i suddetti
ingegneri tardarono a preparare V estimativo, per non essere facile rendersi un
conto preciso dello stato delle fondazioni e per non potersi procedere ad
una prova di esse, pendente una perizia giudiziaria, che si espletava per
assodare la causa delle lesioni. Sui primi di dicembre,
impartiti gli ordini a tutti gì' ingegneri di liquidare senza ritardo, sia con
misure finali, sia con misure parziali, tutti i lavori eseguiti nel 1890,
agli effetti della chiusura di conto; V ingegnere Curcio inviò, per
quelli eseguiti a Piazza Cavour, le quattro liquidazioni indicate dal R. Commissario. Però,
mentre furono inviate alla ragioneria per essere tenute presenti agli effetti
del conto lavori 1890, allo steso ingegnere Curcio fu impartito l'ordine di
presentare il preventivo generale complessivo e comprendervi anche lo ammontare
dei lavori eseguiti e liquidali, acciò la Giunta provinciale, esaminando
la pratica, potesse avere sott' occhio la vera e precisa esposizione
delle cose. E così avvenne. Inviato dagli ingegneri Curcio e Fulvio
il preventivo generale in cui i lavori già eseguiti e liquidati erano
compresi non solo, ma portavano una speciale indicazione, fu dal Governo,
con deliberazione 12 Febbraio 1891, approvato tale preventivo per lire
7260,94, e tale spesa fu sanzionata dall'autorità tutoria alla quale furono
esposti i fatti nel modo surriferito. Non pare al R. Commissario
che prima di lanciare una calunnia, avrebbe avuto il dovere di esaminare
l'incartamento di piazza Cavour, piuttosto che prendere a casaccio delle
misure in mano e dirne di così marchiane ? Porti i nostri ringraziamenti a chi
lo ha servito così bene: egli lo conosce !!! Non occorre parlare
dei lavori di manutenzione concessi a fortait al Forino per il
quadrimestre gennaio-maggio 1890 e per L. 10 mila, avendone discorso estesamente
innanzi. Non siamo in grado di dare una risposta air accusa
che riguarda i lavori del 1891 coi numeri del registro di ragioneria 7,
17, 34, 35, 36, 37, 48, 51, 68, 69, 74, 75, 77, 78, 80, 81, 82, e 83
(tombola !) ammontanti a L. 6000 complessivamente, perchè non abbiamo
presente il registro di ragioneria e non ci ha fatto l'onore il R.
Commissario di indicare la natura dei lavori eseguiti, altrimenti avrebbe
avuto per questa parte la degna risposta. Però è facile argomentare
che, trattandosi di 18 lavori differenti per T ammontare di L. 6000, deve
ognuno avere un importo inferiore a L. 500, e deve riguardare ognuno una
singola partita di lavoro. Prosegue il R. Commissario che sono
illegali i lavori in corso
di restauro della casa in via Oronzio Costa n. 12 afB dati senza contralto all' appaltatore medesimo
e che egli ha fatto perciò immediatamento sospendere ».
I lavori in via Oronzio Costa n. 12 sono lavori in condominio e
riguardano sottofondazioni e ricostruzioni di muro comune, e furono
concessi, di accordo fra tutti i condomini, all' imprenditore Francesco
Palmieri con conlraUo privalo del 27 ottobre 1890 {Beg. n. 9580 ufficio
atti priv. il 6 novembre 90, voi. 63 fol. 117 ecc.), tra la S. Casa,
Zampella, Pizzoli e Tagliatetela. La tariffa che è a base del
contratto è quella Folinea del 1886, tipi Giannini. Ah! occhi
di lince d'un R. Commissario ! Non è altrimenti vero e non risulta dall'
incartamento, a cui fa appello il R. Commissario, che i primi lavori
della lavanderia si siano dovuti distruggere per non essersi posto mente
a proporzionarli alla dimensione delle macchine; ma invece si son dovuti
modificare i primitivi lavori per modifiche apportale dallo stesso
fornitore delle macchine Ing*De Bollari nella dimensione ed ubicazione di queste.
Ciò risulta da un rapporto dell' Ing. Fulvio di cui non ricordiamo la
data e che è negli atti. Né possiamo tampoco preoccuparci
dell'altro appunto pel quale si vorrebbe far credere che sono stati posti
a carico della S. Casa dei lavori per l'ammontare di lire 2360,69 che
avrebbero dovuto cedere a carico di Forino. La stessa forma
generica dell'accusa, la dimostrata ignoranza da parte del R. Commissario
dei patti e condizioni del capitolato di appalto, ci autorizzano a ritenere
che', tali lavori sono stati posti a carico della S. Casa, perchè sono
dipendenti da altri lavori di costruzione di volte, muri maestri o
fondazioni. E ciò conformemente a quanto è disposto nel capitolato,
il quale pone a carico del pio Luogo la spesa per lavori straordinarii di
costruzione ecc. e per lavori da questi dipendenti. La
dimostrazione poi dell' asserita mancanza di preventivo, nella esecuzione
dei lavori il R. Commissario dice, che è ri sultata dall' aver fatto verificare da un
ingegnere di sua fi ducia(sic) alcuni
lavori nell'ospedale a pagamento delle donne, per i
quali, negli ultimi giorni dell'Amministrazione Vastarini, era
stato presentato dall'ingegnere Migliaccio un preventivo e
dall'essersi trovato che i lavori stessi erano invece da tempo stati
eseguiti ». Perii che, opportunamente interrogalo il Migliaccio, ha per
iscritto dichiarato che i lavori erano slati [verbalmente ordinati
dall'Amministrazione dicendoglisi di compilarlo poi il preventivo per corredo
della pratica ecc. Anche a quest'altra speciosa ed amena invenzione
una breve e precisa smentita. Sorto il bisogno di riformare
il reparto dei pagamenti donne, fu dall' Amministrazione dato incarico
air ingegnere Migliaccio di compilare il preventivo per tali lavori. Il
preventivo fu regolarmente compilato ; furono banditi i pubblici incanti per
lo appalto dei lavori stessi e ne rimase aggiudicatario l'imprenditore
Vincenzo d'Errico col ribasso del 33 0[0. Essendosi però preveduto
il caso del probabile aumento dei lavori oltre il limite del preventivo,
nella bozza del capitolato di appalto preparato dalla Segreteria, il
Governatore Lo Savio (quello in balia di cui restava l'amministrazione,
secondo la relazione ministeriale) aggiunse di suo pugno la clausola, che
in caso di aumento dei lavori per qualsiasi ammontare, anche oltre il
quinta voluto dalla legge (quella sui lavori pubblici, onorevole R.
Commissario ! ) / lavori si sarebbero intesi fatti alle medesime condizioni
delr aggiudicazione. L' aggiudicazione avvenne, come abbiam detto col 33
OjO di ribasso. Lungo il corso dei lavori il Governatore Cosenza,
che sorvegliava personalmente l'andamento di essi, riconobbe la necessità di
aumentarsi il numero delle camere a pagamento, e quindi di accordo col
Soprintendente e col Governatore Lo Savio, diede ordine di trasformarsi a
camere a pagamento per le donne un gran salone che aveva prima avuto
altra destinazione. Da ciò 1' aumento di lavori e la necessità di un
preventivo suppletivo per integrare la pratica. Ma era
naturale che essendosi preveduto nel capitolato di appalto il probabile aumento
dei lavori, ed essendo stati validamente garentiti gli interessi della S. Casa
con la clausola su. espressa, si poteva anche far di meno dell'altro
preventivo; potendo bastare che nella misura finale fosse compresa la
maggìor quantità di lavori eseguiti alle tnedesime condizioni della primitiva
aggiudicazione. Questo è quanto risulta dai documenti, onorevole R.
Commissario, ed affermando il contrario, (ciò che non può essere) l'ingegnere
Migliaccio ha mentito. E forte dubitiamo che l'ingegnere Migliaccio
abbia affermato ciò che asserisce il R. Commissario ; perchè, almeno
questa volta, trattandosi di una dichiarazione scritta, avrebbe
dovuto pubblicarne il testo preciso. Non diciamo parola sul
fatto per il quale il R. Commissario dice di aver prodotto formale
denunzia air autorità giudiziaria, poiché non saremo noi che
preoccuperemo il libero corso della giustizia. Però non vogliamo tacere
che non può un'amministrazione essere tenuta responsabile dell'accordo
fraudolento tra un ingegnere ed un imprenditore, se tale accordo vi
fu. Dopo avere esposto con la maggiore brevità possibile, ma
crediamo, con ugual chiarezza, l'organizzazione di questo ramo di
servizio, e dopo aver distrutto i fatti che dal R. Commissario sono posti a
base dei suoi ingiusti apprezzamenti, vegga ognuno se le ultime parole
contenute nel suo rapporto che accennano a enorme disordine, ad abusi, a
sistematico disprezzo delle leggi, possono meritare una seria
considerazione o non ci autorizzano piuttosto ad esclamare:
:: Le sue parole ci fan 1' effetto che ci farebbe fuso di feminetta o di
fanciullo stocco! FORNITURE Coloro che hanno seguito la storia
dello scioglimento dell' Amministrazione degli Incurabili, ricorderanno che,
fra le accuse della relazione ministeriale, ve n'era una la quale affermava
che, quando nell'aggiudicazione delle forniture seguivasi il sistema
delle pubbliche aste, non si osservavano le regole della legge di
contabilità. Il fatto posto a base di tale accusa era il seguente: Procedutosi
agli incanti pubblici per l'aggiudicazione della fornitura di carte e
stampe, sorse divergenza sulla interpetrazione di una cifra contenuta in una
scheda di offerta di ribasso. Il Soprintendente, che presiedeva alle
aste, invitò tutti i concorrenti a leggere la scheda allo scopo di evitare
contestazioni, e tutti meno uno, tal Guadagno, ritennero che la scheda
contenesse il ribasso del 46 OjO sul prezzo d'asta. Siccome era
quella la scheda che portava il maggior ribasso, a quell'offerente fu
aggiudicato lo appalto delle carte e stampe. Il Guadagno reclamò,
contro tale provvedimento, ma il reclamo fu respinto dall'amministrazione.
Ripetuto il reclamo al Prefetto, questi non vi provvide nei trenta giorni
voluti dalla legge. Ma dopo parecchi mesi, quando l'aggiudicatario avea
già fatto gran parte della fornitura, il signor Prefetto, che già covava
nell'animo il malcelato disegno di colpire i malvisi amministratori, mise fuori
il reclamo Guadagno e minacciando l'annullamento dell" asta seguita e dell
1 aggiudicazione verificata, pretese che V amministrazione trovasse modo di
far tacere il Guadagno !! Tale indecoroso aggiustamento fu respinto
dal Consiglio di Governo, che con sua novella deliberazione confermò le
precedenti. Il Prefetto inviò la pratica al Ministero dell'interno
perchè fòsse annullata l' asta per violazione di legge : e prima che
il Consiglio di Stato (Sezione interni) si fosse pronunziato sul chiesto
annullamento, la relazione ministeriale lanciò 1' accusa di inosservanza
delle norme della legge e del regolamento di contabilità. Ma nello
scorso settembre, la domanda del signor Prefetto per l'annullamento della
suddetta asta, sottoposta all'esame del Consiglio di Stato, fu da questo
respinta, per non essersi riscontrata nella deliberazione della disciolta
amministrazione alcuna violazione di legge e per avere il Soprintendente, che
presiedeva alle aste, bene giudicato in fatto. Altra accusa
contenuta nella relazione ministeriale era che, parecchie forniture, anche
superanti le lire 500 9 si aggiudicassero a trattativa privata e senza alcuna
autorizzazione. Il R. Commissario ha taciuto della decisione del
Consiglio di Stato sopra riferita, e non ha potuto fare a meno di
constatare che tutte le forniture sono regolari nella forma (questa
volta il R. Commissario smentisce il Prefetto ed il Ministro Cielo!)
Però siccome più che l'interesse della verità e della giustizia, lo
muove il malvolere ed il bisogno prepotente di calunniare, sostiene che,
gli appalti hanno nel più gran numero il difetto di essere stati
conclusi, a trattativa privata, in seguito a diserzione d' incanti, e con
diminuzione del prezzo di base d' asta; il che farebbe suppone che si
fissassero i prezzi alti negli incanti appositamente per [irli andare deserti
(?!!) e conchiudere poi i contratti con prezzi molto vantaggiosi con
persone che si credeva di favorire. Il fatto sta precisamente come
asserisce il R. Commissario! Alcuni incanti andarono deserti, ma non peri
prezzi alU, bensì per i prezzi bassi messi a base delle aste. Ma ad onta
dei prezzi bassi, e delle diserzioni dagli incanti, per quasi tutti i
contratti stipulati a trattativa privata, e con debita autorizzazione,
anche per somme inferiori a lire 500, o fu dai contraenti ottenuto un
lieve ribasso sul già basso prezzo d'asta, o fu accettato puramente e
semplicemente il prezzo d'asta ad onta che per la sua bassezza avesse
allontanato i concorrenti. £ per tal modo la Santa Casa potè
ottenere delle economie di carattere contrattuale per parecchie migliaia
di lire. E sappia # l'onorevole Commissario che i prezzi furono fissati
dietro indicazioni ufficiali ricevute dal Presidente della Camera di Commercio
!... Non rileviamo neanche la sconcia irriverenza contenuta
nelle ultime parole surriferite del rapporto, che vorrebbe far
credere al premeditato favoritismo seguito nelle aste, poiché grazie
al Cielo, i disciolti governatori' non sono né il Deputato di S. Angelo
dei Lombardi, ne il Vice Presidente del Consiglio provinciale di Napoli.
Che dire poi dell'altro addebito mosso dal Regio Commissario sull'appalto
degli apparecchi medici e chirurgi ? Egli ha affermato che per tale
fornitura il ribasso offerto deir80 e 90 per cento si credè senza
giustificato motivo ridurlo al 63 e 53 °[ . Basta esporre
come andarono le cose (e risulta dallo incartamento) per convincersi che anche
in ciò il R. Commissario è in aperta mala fede. L'asta per la
fornitura degli oggetti medici e chirurgi fu aperta sulla base di un
ribasso del 30 0[0 sui prezzi della tariffa precedentemente adottata dalla S.
Casa. Apertisi gli incanti ed accesasi calorosa gara fra i
concorrenti, il Giannattasio, esasperato per vedersi contrastare un servizio
che egli facea da moltissimi anni, offrì d'un colpo il ribasso del 90,05
0|0 sui prezzi della sua stessa tariffa, e rimase aggiudicatario dell'appalto.
Riunitosi il Consiglio di Governo considerò che era immorale ed
iniquo profittare di un momento di aberrazione di un fornitore e costringerlo
ad eseguire lo appalto a disastrose condizioni, e che d'altra parie potea
indurlo a non fornire un materiale atto al buon servizio ospedaliero ; chiese
perciò, con apposita deliberazione, alla Giunta provinciale
autorizzazione di ridurre tale ribasso al 63 e 53 per cento, che pur era
sempre superiore a quello offerto da altri concorrenti, E la
Giunta Provinciale, a relazione del senatore De Siervo, accordò la
chiesta autorizzazione, trovando giusto e morale il provvedimento del
Governo. In verità il R. Commissario comprenderà di leggieri che
tra l'accusa che muove da lui e l'encomio di Siervo (una probità
indiscussa) la scelta, per ogni uomo che si rispetta, non può esser dubbia e
non se l'abbia a malo ! Tanto più che il R. Commissario fa come
padre Zappata che predica bene e razzola male. Ed infatto ha
violato la legge ed il contratto facendo stampare il rapporto dal suo tipografo
particolare e non dal fornitore dell'Amministrazione, erogando una spesa
superiore a lire 500 (lire 700) senza lo esperimento dei pubblici incanti
e senza dispensa dell'autorità tutoria. PROVVEDIMENTI PER FAR
DENARO Prelevazioni sulle cauzioni Siamo
alla fine del rapporto e ci vediamo costretti a deplorare ancora una
volta la completa incoscienza deiraccuratore. Tali sistemi di amministrazione dovevano
naturalmente t creare un continuo dissesto nelle condizioni della pia
Casa, (prosegue il rapporto), la quale bene spesso
veniva perciò a trovarsi in urgente bisogno di denaro. Se il
R. Commissario si fosse reso conto delle date delle scadenze mensili degli
incassi e delle spese della S. a Casa, avrebbe appreso che non ai
deplorati sistemi di Amministrazione del disciolto Governo deve
attribuirsi Yurgente bisogno di danaro in cui normalmente si trova l'opera pia,
ma alla speciale natura del maturo delle spese e delle rendite.
Legga ed apprenda! Gli potrà servire per misurare tutta
l'importanza degli impegni che assume e delle spese che autorizza a casaccio
durante la sua gestione. Supposto un preventivo in pareggio, e sia quello
del 1890 ; nel mese di gennaio si incassano per interesse de' capitali,
estagli, affìtti fabbricati, quote di arrendamene, infermi a pagamento,
tesoreria ecc. ( con poche varianti in più od in meno per ogni anno) L.
46,532.17 Si pagano invece nello stesso mese di gennaio
:•; 62,583.60 Risulta una deficienza di .... »
16,051,43 Tale deficienza nel mese di febbraio, per la differenza in più
della spesa sull'incasso, è di . . L. 36,187.35 per la qual cosa
l'ammontare complessivo della de ficienza a fine febbraio aumenta a s
52,238.78 Riporto L. 52,238.78 In marzo il supero della epesa
sull'incasso è di » 17,589.97 Nell'aprile si verifica per »
18,394.64 In maggio continua ancora per » 14,647.31 Per
modo che a fine maggio la deficienza raggiunge l'ammontare complessivo di ....
» 102,870.70 Nel giugno invece, pel fatto dell'incasso del semestre
a fine mese, l'introito supera la spesa per » 41,102.25 perciò la
dficienza verificatasi nei mesi precedenti discende a »
58,768.45 A luglio riprende però il suo cammino ascendente; aumenta
di » 17,655.99 ed ammonta perciò a fine luglio a » 76,404.44
Nell'agosto per un avanzo di 202.84 vidiscende a »
76,201.60 Ma risale nel settembre per » 10,772.50 Sale
ancora nell'ottobre per >~^®^®^ ^^®~^^ -^-^i--' -^-^-~&
Rapporto d’Antonelli Direttore Amministrativo dell' Ospedale degl'
Incurabili All' III. sig. Soprintendente dello Stabilimento
stesso Napoli, li 16 Luglio t891. In seguito dei più
accurati studii, fatti col concorso dell' ili. mo signor Governatore cav.
Cosenza, circa le attuali condizioni del nostro Ospedale, relative alla igiene
dei locali, alla loro manutenzione, alla Casa di Salute, a quella di
Maternità, alle stanze d'isolamento, a quelle di operazioni, alla cucina,
al casermaggio, alle consultazioni gratuite, alla sala idroterapica, ed
alle stanze per la ricezione, alla disciplina del basso personale ed alla
Direzione dell' Ospedale; e quali dovrebbero essere per ottenere che questo
grande Istituto di beneficenza risponda alle esigenze del progresso della
scienza, e che di nulla manchi per venire in sollievo della umanità
languente", pregiomi sottometterle tutto un piano di riforme, che,
se troveranno benigna eco nell'animo dei signori componenti l'ilLmo Consiglio,
salvo quelle savie modifiche che crederà apportarvi, certamente potrà
dirsi: Maria Longo fonda gl’Incurabili, e l'attuale Amministrazione li
riformò. Pria di entrare nell' argomento, ho il dovere di dirle che base
degli studii è stata la riforma totale, progressiva, accelerata
dell'Opera, senza aggravare l'attuale bilancio, onde il pareggio
conseguito possa rimanere stazionario. Igiene dbi locali
Le attuali infermerie certamente non si possono abbattere per poi
ricostruirle, ma essendo antigieniche possono essere bonificate, sia con
l'apertura di vani nelle pareti interne per renderle maggiormente
arieggiate, sia con lo sterro di una superfìcie quadrata di terrapieno,
che attualmente trovasi a ridosso di alcune di esse nella Sezione " uomini
„. Dividere l'Ospedale chirurgia da quello medico, giacche la
promiscuità procura agl'infermi in chirurgia delle infezioni che lo isolamento
ovvia del tutto. Rifare l' Ospedale a donne „ sul tipo delle poche
sale, rifatte in quello a uomini „, togliendo le sale, che sono fomite e ricetto
d'infezioni. Costruire i cessi in modo, che, pur rimanendo in
vicinanza immediata delle sale per comodo degl'infermi, non mandino alle
sale stesse tutti quei miasmi, di cui oggi sono infetti e non propaghino
tutti quei microrganismi che nelle fecci di essi son contenuti, badando
che il sistema del cesso offra solidità e abbia tutte le garenzie per
essere inodoro. Manutenzione L' attuale manutenzione è
del tutto derisoria, poiché il danaro vien profuso per accomodare, a
misura del bisogno urgente, un fabbricato vecchio,sorto a spezzoni, senza
apportare alcuna modifica radicale al fabbricato stesso, ma producendo
invece del danno nel modo come vengono eseguiti i rappezzi, giacche le
fabbriche nuove pel proprio rassetto e per lo scuotimento che producesi alle
vecchie, ne fa conseguire la necessità di rifare quello che poco prima si
rifece, e, per la verità, informino i corsi sottostanti 1' Ospedale.
Verificare l'attuale incanalamento delle acque di rifiuto, le quali ora
si infiltrano in tutte le fabbriche, e si assiste al miserando spettacolo, che
mura, spesse parecchi palmi, piovano a permanenza. Anche le grondaie anno
oggi la missione di depreziare il fabbricato per la loro cattiva
costruzione e manutenzione. Sicché risulta necessaria la radicale
ricostruz 1 me di quanto vi è di fradicio, onde per parecchi anni si
possa essere esenti da manutenzioni, ovvero fare la parte minima, cioè
imbianchimento, rappezzi d'intonaco, tegole ed altro, con mezzi economici
e con qualche operaio del Pio luogo, evitando così la permanenza nelT
Ospedale di imprenditori di manutenzione e di squadre di muratori,che sono la
causa precipua dei guasti che si verificano e che essi stessi producono
per poi poter lavorare su più vasta scala. L'attuale ordinamento della
Casa di salute, se la rende non passiva, non può calcolarsi come un
cespite rilevante, se tengonsi presenti le spese che per essa si erogano
in quanto a vitto e casermaggio speciale ed alle rette che si esigono.
Pur apprezzando l'operato dell' ill.mo Governo per aver disposto il miglioramento
delle località e del mobile, certamente non si raggiungerà lo scopo di
avere una Casa di Salute, accessibile al gentiluomo, come all'individuo del
medio ceto, mantenendo ciascuno nel proprio ambiente e con quegli agi relativi
alla retta che ciascuno paga secondo la classe. La promiscuità
delle diverse classi nello stesso appartamento condannerà il
gentiluomo a non uscire di camera per non trovarsi a contatto con persone
che non sono del suo grado, e farà nascere invidia e sospetto nell'animo
di chi paga in meno, in vista del migliore trattamento che vedrà
usato, sia per vitto che per servitù, a chi ne ha dritto per
contributo di retta maggiore. In fatti oggi vedesi qualche
gentiluomo capitare nella nostra Casa di Salute, il quale resta confinato nella
sua stanza fino alla guarigione, privo anche del benefizio di poter
scambiare una parola, poiché la maggioranza degl'infermi è gente del
basso ceto. Si figuri la S. V. illustrissima, quando la retta sarà
aumentata e qualcuno crederà, venendo, di trovarsi in un ambiente di gente del
suo rango, e troverà poi della gente del volgo, quale discredito gitterà
costui sulla Casa di Salute, ed allora sarà accessibile soltanto alle infime
classi sociali con le rette mìnime, rimanendo vuote, con tutte le
migliorìe apportate, quelle stanze, la cui retta dovrebbe formare il
cespite maggiore della Casa di Salute. Risulta manifesta la necessità di
ampliare la Casa di Salute di un secondo piamo, onde ottenere la divisione
completa delle diverse classi, facendo vivere ogni elemento nel proprio
ambiente, e per conseguire lo scopo basterà costruire due sole tese di
scala in seguito delle esistenti e servirsi del suppenno soprastante la Casa di
Salute, ove le mura già sono abbastanza sviluppate, trasferendo la Biblioteca
ad altro posto, per ottenere un quadrato completo, così nella parte
settostante, come nella superiore. Casa di maternità'
La nostra casa di maternità forse è la prima in Italia pel numero delle
incinte, che vi affluisce e per le operazioni, che in essa si praticano, e per
la valentia dei professori, ma non è certamente all'altezza dei tempi per
le sue condizioni igieniche. Le incinte sono addossate l' una
all' altra, e l' aria che vi si respira non è la migliore: i pavimenti,
le pareti ed il soffitto lasciano a desiderare; le stanze del puerperio,
quelle di operazioni, l'altra da bagno sono in condizioni pessime e mancano
tutt' affatto le stanze d' isolamento per quelle donne che durante il puerperio
vanno soggette a complicanze. Devesi venire in soccorso di tale
istituzione, e porla in grado di funzionare secondo le esigenze della
igiene e della scienza e fare che risponda alle prescrizioni del Regolamento
circa la inaccessibilità a chiunque, mentre attualmente è un via vai di persone
estranee, in barba al Regolamento. Stanze d' isolamento Il difetto
assoluto di stanze d' isolamento nell' ospedale genera ogni giorno
giustissime doglianze da parte del Corpo Sanitario, poiché, sviluppatasi una
infezione qualsiasi in un infermo, questo resta in sala con grave danno
degli altri, segnatamente per le sale di chirurgia, ove sonovi operati di
recente. Cito un esempio: oggi dalla nostra casa di maternità od
anche per ricezione alla porla, perviene all' Ospedale una donna affetta da
infezione puerperale: questa devesi attualmente collocare in sala comune
ed essendosi in massima risoluto che in tali casi devesi collocare in
sala di medicina per non comunicare l' infezione in quelle di chirurgia, pure
non si è assolutamente certi della immunità per le ragioni che dirò in
seguito. Le stanze d' isolamento sono necessarie, tanto per i casi
citati, come per tanti altri, cioè per pustola maligna, tetano ecc. e
debbono essere poste fuori T ambito dell' Ospedale, poiché è risaputo
che, non solo la vicinanza dello infermo infetto propaga agli altri la
infezione, ma veicolo certo d' infezione può essere il Medico, colui che
è adibito per la medicatura, ovvero il basso personale destinato al cambio
della biancheria, al rifacimento del letto, all'apprestamento del cibo
etc. Ond' è mestieri che due quartierini nelT Interno deli' atrio dell'
Ospedale e propriamente quelli che oggi sono tenuti dal Rettore con
l'altro soprastante, vengano sfittati e messi a disposizione per lo
isolamento, uno per gli uomini ed uno per le donne, adattando due stanze
pei tetanici, delegandovi un personale a parte, sia medico come assistente ed
inserviente. Stanze di Operazioni Per quanto 1' antisepsi è garenzia
di quasi tutte le operazioni chirurgiche, pure per molte di esse è necessità
assoluta che l'ambiente, in cui si opera, sia del tutto asettico e che l'
infermo, dopo subita la operazione, possa essere trasferito in una
stanzetta attigua, restandovi per qualche giorno pria di passare in sala
comune, ond* evitare possibili complicanze. Si rendono massimamente
necessarie dal punto di vista, che dovendosi praticare apertura dell'addome,
l'ambiente, nel quale si opera, deve prestarsi ad un facile
riscaldamento, come ad una facilissima disinfezione completa, quindi località
piccola, ben disposta, pavimento di asfalto dipinto, letto di operazione
semplicissimo, e corredato^ di quanto è necessario per potere operare con
tutti' i rigori prescritti dai più recenti progressi
scientifici. L'attuale cucina, come ho avuto l'onore altra volta
d'intrattenere laS. V., non risponde per la sua costruzione alla buona preparazione
del cibo in generale e della pasta in particolare, la quale, non potendosi
cuocere in acqua a parte, dev' essere cotta col brodo; riducendo questo,
non dico guasto, ma certamente non buono, sia per 1' acqua che vi si
aggiunge per cuocere la pasta, sia per le impurità che questa vi lascia durante
le ebollizioni. Pel posto ov' è collocata, cioè tanto lontana dalle
infermerie, che il vitto arriva in esse quasi immangiabile, rendendosi vani gli
sforzi per ottenere dai fornitori materie prime buone, quando la cattiva
preparazione e la lontananza della cucina contribuiscono efficacemente a
rendere guasto il cibo, tale lontananza rende quel servizio quasi privo di
sorveglianza, tanto necessaria pel suo buon andamento. Per
ovviare a tutti siffatti sconci basta collocare la cucina in una località
più eentrale per potere apprestare con maggiore faciltà e sollecitudine il
vitto alle diverse infermerie, ed anche per esercitarvi, durante la
preparazione dei cibi, un' attiva vigilanza, costruendola in modo che la
preparazione delle vivande riesca tale da evitare gl'inconvenienti di sopra
enunciati. Casermaggio Le condizioni del casermaggio nell'
Ospedale degl' Incurabili sono deplorevolissime, come anche altra volta ho
avuto l'onore di rassegnarle, però non basterebbe il rifornire di tela la
guardaroba, ovviando cosi alle esigenze urgenti, ma credo che debbasi
radicalmente riformare il casermaggio dell'Opera in tutte le sue più
minute parti. I letti esistenti, composti di spalliere e tavole, sono covo
d' insetti nella stagione calda e fomite perenne d'infezione pei microrganismi
che in essi annidano. I pagliericci anch'essi sono fomite perenne di
infezione e coi progressi della scienza sono assolutamente da
abolirsi. Le materasse sono deficienti di lana e la lana che
contengono è tale, che dev' essere lavata e cardata. I guanciali
trovansi nelle stesse condizioni delle materasse. Le lenzuola, camice e
camici, cusciniere, traverse, salvietti, berretti etc. sono oggi in tale
deficienza che manca magari il servizio giornaliero. I zoccoli per
gì' infermi sono indecenti e parmi si dovessero abolire, sostituendo le
pantofole col sughero interno coverto, tanto per decenza, quanto per
evitare lo assorbimento da parte del legno, che oggi funziona da suola, mentre
le pantofole che si propongono possono facilmente sterilizzarsi con la
stufa. Quindi per ottenere un casermaggio che riesca soddisfacente
per le esigenze della scienza, occorre: Sostituire alle spalliere e tavole
un letto in ferro con grata di ferro invece delle tavole, leggiero, svelto, con
le minori connessure possibili, senza pomi, ond' evitare che in esso
trovino nido microbi infettivi. Sostituire all'attuale paglierìccio un
secondo materasso di lana nera, la quale, costando molto meno di quella
bianca, si presta benissimo al lavaggio ed alla disinfezione più
completa. Lavare e cardare l'attuale lana, aggiungendone tant'altra, per
quanto basti a rendere più soffici le attuali materasse e
guanciali. Provvedere ad una fornitura di tela, che possa bastare non
solamente ai bisogni ordinarli, ma bensì per tenere un deposito di
effetti nuovi, corrispondenti ad una metà almeno della dotazione generale in
uso. Abolire le scodelle sotto i letti e sostituirle con le sputacchiere
di metallo. Consultazioni gratuite, sala Idroterapica e
stanze per ricezione Trasferendo la cucina in posto più centrale, gli
attuali locali della cucina, uniti a quelli della ricezione, dovrebbero
servire a concentrare in un punto solo, con entrata a parte, senza alcuna
comunicazione con l'Ospedale, tanto le stanze per la ricezione, quanto
quelle per le consultazioni gratuite, ed il gabinetto idroterapico con
l'aggiunzione di una sala da bagno. Così facendo, potrebbero fittarsi gli
attuali locali di via Consolazione, adibiti per le consultazioni gratuite ; si
eviterebbe un via vai di gente nell'Ospedale, che recatisi al gabinetto
idroterapico ; si avrebbero le sale per la ricezione più decenti ed
igieniche, segnatamente per la stagione invernale; si avrebbe un dispensano
celtico decente, giacché lo esistente è indegno e con l'aggiunta della sala da
bagno, si potrebbero spedire sulle infermerie gli ammalati ricevuti, netti,
senza insetti e vestiti con gli abiti dell'Ospedale. Disciplina del
bas3o personale Per mantenere alta la disciplina nell'Ospedale e
per richiedere dal basso personale assistenza agli infermi, nettezza dei
locali, rifiuto delle mance, lecite ed illecite, e per essere certi che non si
perpetrino furti a danno del Pio Istituto ; è mestieri migliorare le condizioni
economiche della classe degl' inserventi e delle camminanti. Dal
modo come è pagato attualmente il basso personale, pare tacitamente
autorizzato a commettere furti; giacche, percependo un' inserviente soli 23
soldi al giorno risolve un problema, se, dopo di aver lavorato una
giornata intera, può satollare di solo pane i figli. Cito un
caso che può servire di pruova a quanto dico. Havvi un inserviente che fino ad
ieri ha tenuto delegati tutt' i suoi averi per pigione, e pure ha risoluto
il problema della vita. Domando come lo ha risoluto, essendo stato sempre
nell' Ospedale e non avendo avuto altri prowenti ? Io non voglio malignare, ma
certamente a danno di qualcuno avrà risoluto il problema dell' esistenza per sé
e per la sua famiglia. Le camminanti con sole 16 lire mensili, dovendo
provvedere a vitto e vestito debbono, se non altro, mangiare a danno delle
povere inferme, sottraendo dal cibo comune quanto basta ai loro bisogni.
Riconosciuta la necessità di migliorare le condizioni economiche di tale
elasse, è evidente che il miglioramento debba essere razionale e progressivo,
e senza spostare di molto, come dissi, la finanza del Pio Luogo.
Nell'attuale basso personale vi sono degli ottimi elementi, come ve ne
sono di quelli non suscettivi di miglioramento, e per fare che il basso
personale ben risponda alle esigenze del servizio, ritengo debba dividersi in
due classi distinte, cioè infermieri ed inservienti. GÌ' infermieri
dovrebbero essere quegli inservienti e camminanti intelligenti, che
previo esame dessero garenzia di capacità a prestar la cura prescritta
dai professori agi' infermi, ed evitare pure che continuasse il grave
sconcio che, mentre si opera un infermo, lo inserviente che appresta al
professore operatore quant' occorre per operare, tolga dal letto di un infermo
la traversa sporca, o venga dalla pulizia del cesso. Essi, gì'
infermieri, dovrebbero solamente assistere alla medicatura, alle operazioni,
allo esatto adempimento delle prescrizioni mediche ed alla distribuzione
del cibo. GÌ' inservienti, cioè V attuale personale meno intelligente
dovrebb' essere adibito alla nettezza dei pavimenti ed alle latrine, al
trasporto del vitto dalla cucina nelle infermerie ed a quello della
biancheria lurida dalle infermerie alla lavanderia e viceversa.
Ai primi concedere un aumento di salario, dividendo il servizio di 12 in
12 ore, senz' altro dritto, e pei secondi concedere il vitto a quelli di
guardia. Direzione dell' Ospedale L' Ufficio di Direzione,
ove attualmente trovasi, può essere considerato fuor dell' Ospedale,
giacche tutto il movimento svolgesi alla porta maggiore. Alla porta
maggiore affluisce il pubblico, che intende visitare gl'infermi nell'
Ospedale. Alla porta maggiore presentansi gì' infermi per chiedere
l'ammissione straordinaria. Alla porta maggiore si presenta il maggior
numero dei professori addetti nelle diverse sale. Per la
porta maggiore entra ed esce il basso personale e succedono tante
contrattazioni col pubblico, che è meglio tacerne. Alla porta
maggiore risiedono i Professori di guardia, delegati per la ricezione
degl'infermi e pei soccorsi urgenti. Alla porta maggiore deve risiedere il
Direttore, onde ovviare all' entrata nelV Ospedale di tante persone estranee al
servizio, proibire 1' uscita del personale e trovarsi nel centro dell'
Ospedale, onde poter sorvegliare tutti gli svariati servizii. Per le
ragioni espresse dovrebbesi trasferire la Direzione alla porta maggiore,
chiudendo l' attuale porta che mena sull' Ospedale Donne. Stanza di medicatura
Per un Ospedale come il nostro, che riceve le colpite da lesioni violenti,
si rende di somma necessità una stanza di medicatura, atta a fornire i
primi soccorsi alle infelici che si presentano, corredata in modo da non
lasciare a desiderare, con un corredo di ferri cerusici occorrevoli,
tanto per le ferite ed altre lesioni, quanto per venire in soccórso dei
bisogni urgenti nelT Ospedale senz' attendere che si apra 1'
armamentario, segnatamente di notte. Ecco detto in quali condizioni
versa 1' Ospedale degli Incurabili, e quanto è necessario che si faccia
per poter vedere all'altezza dei tempi e dei progressi scientifici questo
grande Istituto di beneficenza. Ora panni necessario discutere del
modo come conseguire gli scopi innanzi premessi, senz' aggravare la
finanza dell' Istituto, onde non abbia del poetico il presente
progetto. Attualmente 1' Amministrazione degf Incurabili spende
annualmente per l'Ospedale una vistosa cifra per mantenere un vecchio carname
senza mai potere ricostruire radicalmente nulla. Se all'
attuale spesa si aggiungesse altra cifra di circa lire 20,000 si otterrebbe una
cifra totale rilevantissima da potersi iscrìvere nel bilancio per le
spese di fabbriche. Se l’Amministrazione dell'Ospedale ordinasse un
piano regolatore generale per le riforme accennate, ponendo come base il
migliore conseguimento possibile sulla pianta dello attuale fabbricato e la
massima economia, potrebbesi bene erogare la cifra di lire 500.000 per
sola ricostruzione dell' Ospedale, senza tenere conto dei pavimenti, che già
fanno parte di altro contratto e pel quale la cifra annuale già è
prevista in bilancio. Pagandosi a lire 50.000 annue con l'interesse del 5 p.
0j0 a scalare, sarebbe più che sufficiente la cifra iscritta, giacché in essa
sarebbero anche compresi gl'interessi. Mi si potrebbe domandare, e
l'altra cifra di 20,000 lire per venire in soccorso dell' attuale spesa per
manutenzione? La Casa di Salute, com' è attualmente tenuta, e ristretta
com' è, dà all'Amministrazione un'entrata di circa L. 30,000 lorde; ma
ampliata, come si desidera, e con F aumento delle rette, F introito sarebbe
senz' altro triplicato. E quello che asserisco non potrà in verun modo
venire smentito, dal momento che tutt' i giorni debbono respingersi individui
richiedenti per mancanza di posti nella Casa di Salute. A
maggiormente confortare questa mia asserzione, valga anche l'ultima
deliberazione dell'onorevole Consiglio circa la cura delle malattie di occhi
nella Casa di Salute. Oggi quasi tutti i provinciali benestanti
affluiscono in Napoli sulle locande e colà sona operati e rimangono in un
ambiente settico, dovendo pagare 'cibo assistenza, e parecchie migliaia
di lire per operazioni. Ma quando la nostra Casa di Salute potrà
allogare per bene siffatti infermi, ad essi converrà pagare anche una retta
giornaliera di oltre lire 20, poiché in essa è compreso alloggio, vitto,
assistenza e cura, e qualunque possa essere la durata della degenza
nell'Ospedale di un tale infermo, gli costerà sempre molto meno di quanto
pagherebbe privatamente. Rifacendo l'Ospedale, come ho detto, non
si avrebbe bisogno di manutenzione pei primi dieci anni, ma solamente jii
conservazioni. Qneste potrebbero eseguirsi economicamente, aggiungendo
all'attuale operaio fabbricatore, che già paga l’Amministrazione, un
secondo per imbiancare le pareti delle sale annualmente, tanto per mantenerle,
quanto per disinfettarle, fare qualche rappezzo -d' intonaco o di
asfalto, rimettere qualche tegola o quadrone, senza andare incontro a contratti
di manutenzione. Circa poi alla esecuzione del lavoro son certo che non
uno ma dieci imprenditori verrebbero alla subasta per aggiudicazione, essendo
certa la riscossione di una vistosa cifra in ogni fine di anno, ovvero Y
imprenditore, avendo bisogno di danaro, troverà sicuramente i fondi a collocare
mercè una inftnitisimale differenza d'interesse. Vengo ora alla seconda
parte della riforma, cioè al casermaggio. Potrebbe 1'Amministrazione nelle
attuali condizioni del bilancio, appena conseguito il pareggio e tenendo ancora
iscritte delle cifre in esito per debiti precedenti, affrontare la grave spesa
per riformare tutto il casermaggio? Si potrà conseguire lo scopo di
mutare fondatamente 1' attuale casermaggio con le risorse normali del
bilancio? Converrà all' Amministrazione vendere gli attuali letti
per comprarne altri, secondo le norme più innanzi descritte, senza subire la
camorra di chi compra roba vecchia? Ed ammesso che si avveri
questa ultima previsione, sarà conveniente aggravare V erario dell' Opera,
iscrivendo una grossa cifra per casermaggio a detrimento di altri impegni del
bilancio? Converrà all' Ammintstrazione, non potendo venire in
soccorso del casermaggio con le risorse normali, fare una operazione finanziaria
per attuare la riforma con celerità, onde non andare incontro a vedere
per parecchi anni l’Ospedale messo per una porzione sul sistema moderno e
per 1' altra sull’antico? Io credo che qualunque dei mezzi sopra
citati non può essere conveniente per T Amministrazione, giacche, o non
si otterrebbe la riforma progressiva, accelerata di questa branca di servizio,
ovvero ne soffrirebbe non poco la finanza del Pio luogo. Una sola via resta,
onde compiere con sollecitudine e senza grave spesa la riforma accennata,
ed è la seguente: Bandire gì' incanti con un capitolato redatto in
modo da non lasciare scappatoie all' aggiudicatario, e questo scopo si
raggiunge presto, quando alla Direzione degli Ufficii Amministrativi presiede
quelf Egregio funzionario che è il barone De Marinis, dando il
casermaggio per retta giornaliera, per persona e giornata di degenza,
comprendendovi la lavatura ed il rattoppo. Base dell' incanto
dovrebb' essere il consumo di casermaggio sulla media della spesa e degl'
infermi di un decennio, da stabilire questo dato la retta giornaliera per
fornitura di casermaggio, lavatura e rattoppo da corrispondersi al
fornitore. Mettere per base all' inca nto un campionario completo
di letti, e quanto altro occorre agl'infermi di ambo i sessi coi rispettivi
prezzi di acquisto, pagati dall' Amministrazione, con 1' obbligo all'
aggiudicatario di rinnovare una sala per ogni mese. Apprezzare,
mercè periti scelti di accordo fra l'Amministrazione ed il fornitore, tutto
quanto possiede 1' Ospedale e sui prezzi del campionario calcolare il
valore dei capitale impiegato dal fornitore pel nuovo impianto, giusta il
numero dei letti completi ed accessorii forniti. La differenza fra i due
capitali sarebbe rimborsata al fornitore in tante rate mensili con gì'
interessi a scalare dal primo all' ultimo mese dell' appalto. Come
ben vede la S. V. IH. questo sarebbe certamente un mezzo da riformare in tempo
brevissimo tutto il casermaggio della Pia Opera, senza che l'Opera stessa si
aggravi di una spesa ingente, e noti che come ho avuto l'onore di esporle, in
fine dello appalto tutto il materiale sarebbe di esclusiva proprietà del Pio
Luogo, senza essere forzati a ricorrere ad un secondo appalto.
Aggiungo un' ultima riflessione e poi avrò finito. Ammesso
che 1' aggiudicatario dovesse spendere per mettere il casermaggio nei
modi richiesti L. 50,(KJ0 e che il nostro materiale attuale non valesse
altro che 20,000, le 30,000 lire di differenza spese dall' aggiudicatario
sarebbero rimborsate in un novennio, mese per mese, importando una
maggiore spesa mensile di lire 300 circa, ma, scaduto il contratto, 1'
Amministrazione si trova un capitale reale e non nominale di effetti per
casermaggio di lire 50,000, giacche, com' è risaputo, l' aggiudicatario
in fine dello appalto deve consegnare gli effetti come li ha ricevuti,
rifacendo i danni ove le condizioni si verificassero diverse. Ed
ora conchiudo con una speranza ed un augurio; la speranza, che, se ho
mancato di senno amministrativo e di forma nella esposizione delle mie idee,
voglia F Illustrissimo Governo essermi di ausilio, riparandovi con la sua
saggezza ; F augurio ò che, dopo un accurato esame e quelle modifiche che
crederà F 111. Governo apportarvi, venga attuato il presente progetto.
Il Direttore — G. Antonklli Vastarini
Cresi. Vastarini-Cresi. Vastarini. Perhaps under C? -- Refs.: The H. P. Grice
Papers, Bancroft, MS – Luigi Speranza,, “Grice e Cresi: cappuccino e
ciserciani” – The Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria. Cresi.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Crespi:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale d’Antonino e
compagnia – filosofia romana – scuola di Milano – filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice:
“Crespi is an interesting figure; Strawson calls him an Englishman since he
became a Brit! My favourite is his edition of Marcauurelio’s remembrances –
which is a n irony: he was a roman, but left his remembrances in Hellenic; and
the Italians needed a translation! It would be as if Pocahontas’s remembrances
were in Anglo-Saxon!” Collaboratore della Critica sociale, si avvicina alle
posizione modernista. Collaboraa Il Rinnovamento, L'Unità, La Rivoluzione
liberale, Coenobium. Emigrato durante il fascismo, ospita numerosi esuli antifascisti.
Altre opere: “Le vie della fede” (Roma, Libreria editrice romana); “Sintesi
religiosa” (Firenze, Tip. Bonducciana di A. Meozzi); “L’impero romano” (Milano,
Treves); “Dall'io al tu” (Modena, Guanda). Nunzio Dell'Erba, Rosselli e Sturzo,
"Annali della Fondazione Ugo La Malfa", Luigi Sturzo, Mario Sturzo,
Carteggio, Roma, Edizioni di storia e letteratura-Istituto Sturzo, Giovanni
Bonomi, C., Cremona, Padus). Wikipedia Ricerca Filosofia ellenistica periodo
della filosofia greca antica La filosofia ellenistica è il periodo della
filosofiaoccidentale e della filosofia greca antica durante il periodo
ellenistico. StoriaModifica Il mondo ellenistico. Il periodo
ellenistico seguì le conquiste di Alessandro Magno, che aveva diffuso la
cultura greca antica in tutto il Medio Oriente e nell'Asia occidentale, dopo il
precedente periodo culturale della Grecia classica. Il periodo classico della
filosofia greca antica era iniziato con Socrate, il cui allievo Platone aveva
insegnato ad Aristotele, che a sua volta aveva istruito Alessandro. Mentre i
pensatori classici avevano per lo più sede ad Atene, il periodo ellenistico
vide i filosofi attivi in tutto l'impero. Il periodo iniziò con la morte di
Alessandro nel 323 a.C. (poi quella di Aristotele), e fu seguito dal predominio
della filosofia dell'antica Roma durante il periodo imperiale romano.
Sviluppi e dibattiti sul pensieroModifica I fondatori dell'Accademia, i
peripatetici, i seguaci del cinismo e del cirenaismo erano stati tutti allievi
di Socrate, mentre lo stoicismo era soltanto indirettamente influenzato da
lui.Il pensiero di Socrate fu quindi influente per molte di queste scuole
dell'epoca, portandole a concentrarsi sull'etica e su come raggiungere
l'eudaimonia (la bella vita), e alcune di loro seguirono il suo esempio di
usare l'autodisciplina e l'autarchia a tal fine. Secondo Grayling, la maggiore
insicurezza e perdita di autonomia dell'epoca spinse alcuni a usare la
filosofia come mezzo per cercare sicurezza interiore dal mondo esterno. Questo
interesse nell'usare la filosofia per migliorare la vita è stato colto
nell'affermazione di Epicuro: "vuote sono le parole di quel filosofo che
offre una terapia per nessuna sofferenza umana". L'epistemologia degli epicurei è empirica, con
la conoscenza che alla fine proveniva dai sensi.[4]Epicuro sosteneva che le
informazioni sensoriali non sono mai false, anche se a volte possono essere
fuorvianti, e che "Se combatti contro tutte le sensazioni, non avrai uno
standard contro il quale giudicare anche quelle di coloro che dici si
sbagliano". Rispose a un'obiezione all'empirismo fatta da Platone in
Menone, secondo la quale non si può cercare informazioni senza avere un'idea
preesistente di cosa cercare, quindi significa che la conoscenza deve precedere
l'esperienza. La risposta epicurea è che la prolepsi (preconcetti) sono
concetti generali che consentono di riconoscere cose particolari e che queste
emergono da ripetute esperienze di cose simili. PlatonismoModifica
Il Platonismo rappresenta la filosofia dell'allievo di Socrate, Platone, e i
sistemi filosofici da esso strettamente derivati. Antica
AccademiaModifica Il platonismo primitivo, noto come "l'Antica
Accademia", inizia con Platone, seguito da Speusippo (nipote di Platone
dell’ACCADEMIA), che gli succedette come capo della scuola, e da Senocrate.
Entrambi cercarono di fondere le speculazioni pitagoriche sul numero con la
teoria delle forme di Platone. Scetticismo accademicoModifica
Carneade, copia romana dalla statua esposta nell'Agorà di Atene, Museo
Glyptothek Lo scetticismo accademico è il periodo dell'antico platonismo
risalente intorno a quando Arcesilao divenne capo dell'Accademia platonica,
fino a quando Antioco di Ascalona respinse lo scetticismo, sebbene i singoli
filosofi, come Favorino e il suo maestro Plutarco, continuassero a difendere lo
scetticismo accademico dopo questa data. Gli scettici accademici sostenevano
che la conoscenza delle cose è impossibile. Le idee o le nozioni non sono mai
vere; tuttavia, ci sono gradi di somiglianza con la verità, e quindi gradi di
credenza, che consentono di agire. La scuola era caratterizzata dai suoi
attacchi agli stoici e al dogma stoico che impressioni convincenti portavano
alla vera conoscenza. Arcesilao Carneade Cicerone Medioplatonismo Antioco
di Ascalona respinse lo scetticismo, lasciando il posto al periodo noto come
Medioplatonismo, in cui il platonismo era fuso con alcuni dogmi peripatetici e
molti stoici. Nel medioplatonismo, le forme platoniche non erano trascendenti
ma immanenti alle menti razionali, e il mondo fisico era un essere vivente e
animato, l'anima del mondo. La natura eclettica del platonismo in questo
periodo è dimostrata dalla sua incorporazione nel pitagorismo (Numenio di
Apamea) e nella filosofia ebraica (Filone di Alessandria). Plutarco Neoplatonismo
Il Neoplatonismo, o plotinismo, era una scuola di filosofia religiosa e mistica
fondata da Plotino nel III secolo e basata sugli insegnamenti di Platone e
degli altri platonici. Il vertice dell'esistenza era l'Assoluto o il Bene, la
fonte di tutte le cose. Nella virtù e nella meditazione l'anima aveva il potere
di elevarsi per raggiungere l'unione con l'Assoluto, la vera funzione degli
esseri umani. I neoplatonici non cristiani erano soliti attaccare il
cristianesimo fino a quando cristiani come Agostino, Boezio ed Eriugena non
adottarono il neoplatonismo. Plotino Porfirio Giamblico Proclo
CirenaismoModifica Il Cirenaismo fu fondato nel IV secolo a.C. da Aristippo,
allievo di Socrate. Aristippo, nipote del fondatore, sostene che il motivo per
cui il piacere era buono era che era evidente nel comportamento umano fin dalla
più giovane età, perché questo lo rende naturale e quindi buono (il cosiddetto
argomento della culla).I Cirenaici credevano anche che il piacere presente
liberasse dall'ansia del futuro e dai rimpianti del passato, lasciandoci in
pace.Queste idee furono prese ulteriormente da Anniceride di Cirene, che espanse
il piacere per includere cose come l'amicizia e l'onore. Teodoro l'Ateo non era
d'accordo e sosteneva che i legami sociali dovrebbero essere tagliati e
dovrebbe essere sposata l'autosufficienza. Egesia di Cirene, d'altra parte,
affermava che la vita alla fine non poteva essere complessivamente
piacevole. Cinismo Il pensiero dei Cinici si basava sul vivere con
il minimo necessario e nel rispetto della natura. Il primo cinico fu Antistene,
che era un allievo di Socrate. Introdusse le idee di ascetismo e opposizione
alle norme sociali Il suo seguace fu Diogene, che seguì questa direzione. Invece
del piacere, i cinici promuovevano il vivere intenzionalmente in difficoltà
(ponos). Tutto questo perché era visto come naturale e quindi buono, mentre la
società era innaturale e quindi cattiva, così come i benefici materiali. I
piaceri forniti dalla natura (che sarebbero stati immediatamente accessibili)
erano tuttavia accettabili. Cratete di Tebe affermava quindi che "la
filosofia è un chilo di fagioli e non si cura di nulla". Altri cinici
includevano Menippo e Demetrio . Scuola peripatetica. Un busto in marmo
di Aristotele La scuola peripatetica era composta dai filosofi che avevano
mantenuto e sviluppato la filosofia di Aristotele. Sostenevano l'esame del
mondo per comprendere il fondamento ultimo delle cose. Lo scopo della vita era
l'eudaimonia che nasceva da azioni virtuose, che consistevano nel mantenere la
media tra i due estremi del troppo e del troppo poco. Teofrasto Stratone di Lampsaco Alessandro di Afrodisia
Aristocle di Messene Pirronismo Pirro d'Elide, testa in marmo, copia
romana, Museo Archeologico di Corfù Il Pirronismo era una scuola di scetticismo
filosoficoche ebbe origine con Pirrone e fu ulteriormente avanzata da Enesidemo
nel I secolo a.C. Il suo obiettivo era l'atarassia (essere mentalmente
imperturbabile), che si ottiene attraverso l'epoché(cioè la sospensione del
giudizio) su questioni non evidenti (cioè, questioni di credenza).
Pirrone Timone di Fliunte Enesidemo Sesto Empirico Epicureismo Busto
romano di Epicuro L'epicureismo fu fondato da Epicuro. La sua epistemologia era
basata sull'empirismo, ritenendo che le esperienze sensoriali non possano
essere false, anche se possono essere fuorvianti, poiché sono il prodotto del
mondo che interagisce con il proprio corpo. Ripetute esperienze sensoriali
possono quindi essere utilizzate per formare concetti (prolepsi) sul mondo, e
tali concetti ampiamente condivisi ("concezioni comuni") possono
fornire ulteriormente le basi per la filosofia. Applicando il suo empirismo,
Epicuro sostenne l'atomismo notando che la materia non poteva essere distrutta
poiché alla fine si sarebbe ridotta a nulla e che doveva esserci vuotoaffinché
la materia potesse muoversi. Anche se questo di per sé non provava l'esistenza
degli atomi, si oppose all'alternativa osservando che gli oggetti infinitamente
divisibili sarebbero infinitamente grandi, simili ai paradossi di Zenone. Considera
l'universo governato dal caso, senza alcuna interferenza da parte degli dei.
Considerava l'assenza di dolore come il più grande piacere e sosteneva una vita
semplice. Epicuro Metrodoro Ermarco di Mitilene Zenone di Sidone Filodemo
di Gadara Lucrezio
StoicismoModifica Zenone di Cizio, il fondatore dello stoicismo Lo
stoicismo fu fondato da Zenone di Cizio nel III secolo a.C. Basato sulle idee
etiche dei cinici, insegnava che l'obiettivo della vita era vivere in accordo
con la natura. Sostenne lo sviluppo dell'autocontrollo e della forza d'animo
come mezzi per superare le emozioni distruttive. Zenone di Cizio Cleante
Crisippo Panezio Posidonio Seneca Epitteto Marco Aurelio Il giudaismo
ellenistico era un tentativo di stabilire la tradizione religiosa ebraica
all'interno della cultura e della lingua dell'ellenismo. Il suo principale
rappresentante fu Filone di Alessandria. Filone di Alessandria Flavio
Giuseppe Il neopitagorismo era una
scuola di filosofia che faceva rivivere le dottrine pitagoriche, prominente nel
I e II secolo. Era un tentativo di introdurre un elemento religioso nella
filosofia greca, adorare Dio vivendo una vita ascetica, ignorando i piaceri del
corpo e tutti gli impulsi sensoriali, per purificare l'anima. Publio
Nigidio Figulo. Apollonio di Tiana. Numenio di Apamea. Cristianesimo
ellenisticoModifica Il cristianesimo ellenistico è il tentativo di riconciliare
il cristianesimo con la filosofia greca, a partire dalla fine del II secolo.
Attingendo in particolare al platonismo e al neoplatonismo emergente, figure
come Clemente Alessandrino cercarono di fornire al cristianesimo un quadro
filosofico. Clemente Alessandrino. Origene. Agostino d'Ippona. Elia
Eudocia. Voci correlate Filosofia greca Filosofia antica Ellenismo Religione
ellenistica Cento scuole di pensiero Grayling, The History of Philosophy,
Penguin, Peter Adamson, Philosophy in the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford.
Grayling, The History of Philosophy, Penguin, John Sellars, Hellenistic
Philosophy, Oxford University Press, Adamson, Philosophy in the Hellenistic and
Roman Worlds, Oxford University Press, Sellars, Hellenistic Philosophy, Oxford
University Press, Platonismo su Enciclopedia Britannica. Adamson, Philosophy in
the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford, Adamson, Philosophy in the
Hellenistic and Roman Worlds, Oxford. Adamson, Philosophy in the Hellenistic
and Roman Worlds, Oxford University Press, Adamson, Philosophy in the
Hellenistic and Roman Worlds, Oxford. Adamson, Philosophy in the Hellenistic
and Roman Worlds, Oxford, Adamson, Philosophy in the Hellenistic and Roman
Worlds, Oxford. Adamson, Philosophy in the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford
University Press, Peter Adamson, Philosophy in the Hellenistic and Roman
Worlds, Oxford. Adamson, Philosophy in the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford,
Adamson, Philosophy in the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford. Adamson,
Philosophy in the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford, Adamson, Philosophy in
the Hellenistic and Roman Worlds, Oxford Long, Sedley, The Hellenistic
Philosophers, Cambridge, Reale, The Systems of the Hellenistic Age: History of
Ancient Philosophy (Suny Series in Philosophy), edito e tradotto dall'italiano
da Catan, Albany, New York "Platonismo." Cross, FL, ed. nel
dizionario di Oxford della chiesa cristiana . New York: Oxford. Portale Antica
Grecia Portale Antica Roma Portale Filosofia Atarassia
termine filosofico Scuola cirenaica Autarchia (filosofia) Wikipedia IlAngelo
Crespi. Grice: “His essay on Antonino is brilliant – his philosophy of history
is controversial. Keywords: la filosofia dell’impero romano, impero, impero
romano, impero britannico, funzione dell’impero, funzione storica dell’impero,
filosofia imperial, imperialismo, imperialismo romano, imperialism britannico,
post-imperialismo, Antonino. Filosofia
della storia – aporie, lingua latina, impero romano, lingua nazionale, nazione
romana, nazione italiana, lingua italiana, lingua fiorentina, lingua toscana,
toscano, -- Refs.: Luigi Speranza, “Crespi e Grice” – The Swimming-Pool
Library. Crespi.
Luigi Speranza -- Grice e Crespo: la
ragione conversazionale -- filosofo italiano.
Luigi Speranza -- Grice e Critolao:
la ragione conversazionale a Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Sent as a deputation to Rome. He emphasizes the
relative unimportance of material comforts for the good life.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Croce: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’idealismo – scuola
di Pescasseroli – filosofia aquilese – filosofia abruzzese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Pescasseroli).
Keywords: espressione. Grice: I wouldn’t say that when I say that p, I imply
that I believe that p; only that I EXPRESS that p. Filosofo italiano. Pescasseroli,
L’Aquila, Abruzzo, Italia. Grice: “I would think the fashionable Englishwoman
may think Croce is the most important philosopher that ever lived!” -- vide
under “Grice as Croceian” -- Grice as Croceian: expression and intention --
Croce, B., philosopher. As CROCE observes, it is a common-place in philosophy
that there is, or appears to be, a divergence in meaning between, on the one
hand, at least some of what PEANO call this or that FORMAL device, when it is
given a standard two-valued interpretation, and, on the other, what is taken to
be its analogues or counterpart in ITALIAN — such expressions as non, e, o, se,
ogni, alcuni (almeno uno), il. Some — PEANO, VAILATI, FORTI — *may* at some
time have wanted to claim that there is in fact no such divergence. But such a
claim, if made at all, has been somewhat rashly made. And those suspected of
making it — PEANO, VAILATI, FORTI — have been subjected to some pretty rough
handling — notably by CROCE! Those who do concede that such a divergence in
meaning (between, say, Peano’s inverted iota and ‘il’) exists adhere, in the
main, to one or the other of two rival groups: the formalists and the
informalists. An outline of a not uncharacteristic formalistic position may be
given as follows. Insofar as we are concerned with the formulation of very
general patterns of valid inference, a formal device possesses a decisive
advantage over its ITALIAN counterpart. For it will be possible to construct in
terms of the formal device a system of very general formulae, a considerable
number of which can be regarded as, or are closely related to, this or that
pattern of inference the expression of which involves such a device. Such a
system may consist of a certain set of simple formulae that must be acceptable
if the device has the meaning that has been assigned to it, and an indefinite
number of further formulae, many of which are less obviously acceptable and
each of which can be shown to be acceptable if the members of the original set
are acceptable. We have, thus, a way of handling a dubiously acceptable pattern
of inference, and if, as is sometimes possible, we can apply a decision
procedure, we have an even better way. Furthermore, from a PHILOSOPHICAL point
of view, the possession by, say, ‘il,’ of that element in its meaning, which it
does not share with inverted iota, is to be regarded as an *IMPETFECTION*. Such
an element is an undesirable excrescence. The very presence of this element has
a the double result that the concept which, say, ‘il,’ manifests cannot be
precisely or clearly defined, and that at least some statements involving it
cannot, in some circumstances, be assigned a definite truth value. The
indefinability of this concept — the definite article — is objectionable in
itself and leaves open the door to ‘metaphysics.’ We cannot be certain that
none of these expressions is metaphysically *loaded.* For these reasons, the
expressions of natural speech cannot be regarded as acceptable, as they may
turn out to be ultimately UNINTELLIGIBLE or coherent. The proper course is to
construct PERFECT, language — RAGIONATO, incorporating the formal device, the
sentences containing it will be clear, determinate in truth value, and
certifiably free from metaphysical incoherence. The foundations of philosophy
qua regina scientiarum will be secured, since the statements of a scientist
will be expressible within this perfect language. To this CROCE infamously
replied that the PHILOSOPHICAL demand for a perfect language rests on an
assumption not be conceded. The primary yard-stick by which to judge the
adequacy of Italian is hardly its ability to serve the needs of a particular
science. An expression in Italian can be guaranteed as fully intelligible even
if a precise definition, of the assertion of a logical equivalence of its
signification has been provided. Italian serves many purposes other than that
inquiry in this of that science. Proficient Italian speakers know perfectly
well what an expression in Italian means — and what they mean by it — and so, a
fortiori, that it is coherent) without knowing its definition. Indeed, the
provision of such a definition upon request may (and usually does) consist in
the specification, as generalised as possible, of the conditions that count for
or the applicability of sheer felicitous use, of the expression in question.
Moreover, while it may be granted that PEANO’s inverted iota may be
amenable to a systematic treatment, the facf remains that there are very
many inferences and arguments, expressed with ‘il’ and not with the inverted
iota, which are recognisably valid. There is room for an *unsimplified*
unreginented, and so more or less free and not systematic, use in
conversational discourse of ‘il’. This use may be aided and guided by the
*simplified* first-order predicate calculus of inverted iota (with identity)
but cannot be legally or officially supplanted by it. Indeed, not only do the
two enterprises differ, but sometimes they come into conflict. A rule that may
hold for inverted iota may not hold for ‘il.’ On the general question of the
place of the reformation of a natural language, I shall here have nothing to
say. I shall confine myself to the dispute in its relation to the *alleged*
divergence of meaning. In fact, I wish to maintain that the common assumption
shared by formalists and informalists that the divergence in meaning — between,
say, the inverted iota and ‘il’ — do in fact exist is (broadly speaking) a
*mistake* that arises from inadequate attention to the nature and importance of
the general conditions that, in one way or another, apply to conversation as
such, irrespective of its subject matter. Grice: “Another way to consider
Croce is as what I call an anti-formalist. It is a commonplace of philosophical
logic that there are, or appear to be, divergences in meaning between, on the
one hand, at least some of what I shall call the formal devices-~, A, V, D,
(Vx), (3x), (vx) (when these are given a standard two-valued interpretation)-and,
on the other, what are taken to be their analogues or counterparts in natural
language-such expressions as not, and, or, if, all, some (or at least one),
the. Some logicians may at some time have wanted to claim that there are in
fact no such divergences; but such claims, if made at all, have been somewhat rashly
made, and those suspected of making them have been subjected to some pretty
rough handling. Those who concede that
such divergences exist adhere, in the main, to one or the other of two rival
groups, which I shall call the formalist and the informalist groups. An outline
of a not uncharacteristic formalist position may be given as follows: Insofar
as logicians are concerned with the formulation of very general patterns of
valid inference, the formal devices possess a decisive advantage over their natural
counterparts. For it will be possible to construct in terms of the formal
devices a system of very general formulas, a considerable number of which can
be regarded as, or are closely related to, patterns of inferences the
expression of which involves some or all of the devices: Such a system may
consist of a certain set of simple formulas that must be acceptable if the
devices have the meaning that has been assigned to them, and an indefinite
number of further formulas, many of which are less obviously acceptable and
each of which can be shown to be acceptable if the members of the original set
are accept-able. We have, thus, a way of handling dubiously acceptable patterns
of inference, and if, as is sometimes possible, we can apply a decisionprocedure,
we have an even better way. Furthermore, from a philosophical point of view,
the possession by the natural counterparts of those elements in their meaning,
which they do not share with the corresponding formal devices, is to be
regarded as an imperfection of natural languages; the elements in question are
undesirable excres-cences. For the presence of these elements has the result
both that the concepts within which they appear cannot be precisely or clearly
de-fined, and that at least some statements involving them cannot, in some
circumstances, be assigned a definite truth value; and the indef-initeness of
these concepts not only is objectionable in itself but also leaves open the way
to metaphysics-we cannot be certain that none of these natural language
expressions is metaphysically "loaded." For these reasons, the
expressions, as used in natural speech, cannot be regarded as finally
acceptable, and may turn out to be, finally, not fully intelligible. The proper
course is to conceive and begin to construct an ideal language, incorporating
the formal devices, the sentences of which will be clear, determinate in truth
value, and certifiably free from metaphysical implications; the foundations of
science will now be philosophically secure, since the statements of the
scientist will be expressible (though not necessarily actually expressed)
within this ideal language. (I do not wish to suggest that all formalists would
accept the whole of this outline, but I think that all would accept at least
some part of it.) To this, an
informalist might reply in the following vein. The philosophical demand for an
ideal language rests on certain assumptions that should not be conceded; these
are, that the primary yardstick by which to judge the adequacy of a language is
its ability to serve the needs of science, that an expression cannot be
guaranteed as fully intelligible unless an explication or analysis of its
meaning has been provided, and that every explication or analysis must take the
form of a precise definition that is the expression or assertion of a logical
equivalence. Language serves many important purposes besides those of
scientific inquiry; we can know perfectly well what an expression means (and so
a fortiori that it is intelligible) without knowing its analysis, and the
provision of an analysis may (and usually does) consist in the specification,
as generalized as possible, of the conditions that count for or against the
applicability of the expression being ana-lyzed. Moreover, while it is no doubt
true that the formal devices are especially amenable to systematic treatment by
the logician, it remains the case that there are very many inferences and
arguments, expressed in natural language and not in terms of these devices,
which are nevertheless recognizably valid. So there must be a place for an
unsimplified, and so more or less unsystematic, logic of the natural
counterparts of these devices; this logic may be aided and guided by the
simplified logic of the formal devices but cannot be supplanted by it. Indeed,
not only do the two logics differ, but sometimes they come into conflict; rules
that hold for a formal device may not hold for its natural counterpart. On the general question of the place in
philosophy of the reformation of natural language, I shall, in this essay, have
nothing to say. I shall confine myself to the dispute in its relation to the
alleged diver-gences. I have, morcover, no intention of entering the fray on
behalf of either contestant. I wish, rather, to maintain that the common
assumption of the contestants that the divergences do in fact exist is (broadly
speaking) a common mistake, and that the mistake arises from inadequate
attention to the nature and importance of the conditions governing
conversation. I shall, therefore, inquire into the gen-cral conditions that, in
one way or another, apply to conversation as such, irrespective of its subject
matter. I begin with a characterization of the notion of
"implicature."I genitori appartenevano a due abbienti famiglie
abruzzesi: la famiglia Sipari, quella materna, originaria della stessa
Pescasseroli, ma radicatasi anche in Capitanata e Terra di Lavoro,
particolarmente legata agli ideali liberali, e l'altra, quella paterna,
originaria di Montenerodomo (in provincia di Chieti), ma trapiantata a Napoli,
legata invece ad una mentalità di stampo borbonico. C. crebbe in un ambiente
profondamente cattolico, dal quale però, ancora adolescente, si distaccò, non
riaccostandosi più per tutta la vita alla religiosità tradizionale. Il
terremoto di Casamicciola A diciassette anni perse i genitori, Pasquale C. e
Luisa Sipari, e la sorella Maria, periti
durante il terremoto di Casamicciola, nell'isola d'Ischia, dove C. si
trovava in vacanza con la famiglia. Un terremoto durato non più di 90 secondi
ma dalla potenza devastatrice enorme - e per questo rimasto come esempio
terribile di distruzione nel modo di dire delle popolazioni coinvolte - dove lo
stesso Benedetto rimase sepolto per
parecchie ore sotto le macerie e fracassato in più parti del corpo. Il
"problema del male", in sottofondo alla sua filosofia ottimistica sul
progresso, rimarrà insoluto, se non addirittura negato, e dietro le quinte del
suo pensiero, influenzato da questi eventi giovanili come evidenziato dalle
meditazioni private dei Taccuini personali. Quegli anni furono i miei più
dolorosi e cupi: i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul
guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano
sorti persino pensieri di suicidio.Fra i primi ad accorrere in suo aiuto fu il
cugino Petroni, la famiglia del quale lo assisté affettuosamente nei mesi
seguenti nella loro residenza di campagna a San Cipriano Picentino, paese non
troppo distante da Salerno. In seguito a questo tragico episodio fu affidato,
assieme al fratello superstite Alfonso, alla tutela del cugino Silvio Spaventa,
figlio della prozia Maria Anna C. e fratello del filosofo Spaventa, che,
mettendo da parte dei dissapori storici che aveva con la famiglia Croce, lo
accolse nella propria casa a Roma, dove il giovane Benedetto trascorse gli anni
dell'adolescenza ed ebbe modo di formarsi culturalmente[14] fino all'età di
vent'anni. Nel circolo culturale nella casa dello zio Silvio, C. ebbe modo di
frequentare importanti uomini politici ed intellettuali tra cui Labriola che lo
inizierà al marxismo. Pur essendo iscritto alla facoltà di giurisprudenza
dell'Università di Napoli, Croce frequentò le lezioni di filosofia morale a
Roma tenute dal Labriola. Non terminò mai i suoi studi universitari, ma si
appassionò a studi eruditi e filosofici, trascurando il pensiero hegeliano, di
cui criticava la forma incomprensibile. Il ritorno a Napoli Lasciata la
Roma troppo accesa di passioni politiche, Tornò a Napoli, dove acquistò, per
abitarvi, la casa dove aveva trascorso la sua vita VICO, il filosofo napoletano
amato da C. per la concezione filosofica anticipatrice, per certi aspetti,
della sua. Fu tra i fondatori della Società dei Nove Musi, un cenacolo di
intellettuali. Compì numerosi viaggi in Spagna, Germania, Francia e Regno
Unito mentre nella sua formazione culturale cresceva l'interesse per gli studi
storici e letterari, in particolare per la poesia di Carducci, e per le opere
di Sanctis. Attraverso Antonio Labriola con cui era rimasto in contatto, si
interessò al marxismo, di cui però criticava come astorica la visione che dava
del capitalismo. Da Marx risalì alla filosofia hegeliana che cominciò ad
apprezzare e ad approfondire. La fondazione de La critica e la vita
politica Uscì il primo numero della rivista La critica, con la collaborazione
di Gentile, e stampata a sue spese, allorché subentrò l'editore Laterza. Venne
nominato per censo senator e fu Ministro della Pubblica Istruzione nel quinto e
ultimo governo Giolitti. Con regio
decreto dgli fu concesso il titolo di "Nobile". Elaborò una riforma
della pubblica istruzione che fu poi ripresa e attuata da Gentile.
Posizione nella prima guerra mondiale Ardenti
e vivacissime furono in quei dieci mesi le polemiche tra interventisti» e neutralisti», come erano chiamati non si può
dire che [gli interventisti] avessero torto, come non si può dire che
l'avessero i loro oppositori, perché dissidî di questa sorta non sono materia,
nonché di tribunali, neppure di critica scientifica, e hanno questo carattere
entrambe le tesi, appassionatamente difese, sono necessarie per l'effetto
politico e, come suona il motto, che, se una delle due opposizioni non ci
fosse, converrebbe inventarla. Più di un cosiddetto neutralista» si sentiva talvolta scosso dalla
tesi avversaria e inclinava ad accoglierla, e il medesimo accadeva a più di un interventista. Storia d'Italia Bari, Laterza)
Il filosofo, nella scelta tra le due posizioni, neutralismo o interventismo
alla prima guerra mondiale, si rivolse alla prima; ma il suo era un neutralismo
che contemperava le posizioni liberali con la possibilità dell'intervento
(rimase comunque poco favorevole alla guerra, e, non obbligato ad arruolarsi,
per limiti di età - 49 anni -, non andò mai al fronte a differenza di altri
intellettuali come D'Annunzio, volontario. Scriveva a Bigot che era pronto ad
accettare quella guerra che saremo costretti a fare, quale che sia, anche
contro la Germania, ad accettarla come una dolorosa necessità, risoluto a non
provocarla per ragioni antinazionali e settarie» (C., Epistolario, Napoli)
Il rapporto con il fascismo L'iniziale fiducia al governo fascista C.
nella sua biblioteca Inizialmente C. fu vicino al fascismo. Ascoltò e applaudì
il discorso di MUSSOLINI al teatro San Carlo di Napoli, durante l'adunata
preparatoria per la marcia su Roma. In occasione delle votazioni al Senato,
successive all'uccisione del deputato socialista Matteotti, fu tra i 225
senatori che votarono la fiducia al governo MUSSOLINI, insieme a Gentile e
Morello. In seguito C. spiegò in un'intervista che il suo non era stato un voto
fascista, ha votato a favore del regime perché pensava che MUSSOLINI, se
sostenuto, puo esser sottratto all'estremismo fascista a cui C. fa risalire la
responsabilità del delitto Matteotti. Abbiamo deciso di dare il voto di
fiducia. Ma, intendiamoci, fiducia condizionata. Nell'ordine del giorno che
abbiamo redatto è detto esplicitamente che il senato si aspetta che il Governo
restauri la legalità e la giustizia, come del resto Mussolini ha promesso nel
suo discorso. A questo modo noi lo teniamo prigioniero, pronti a negargli la
fiducia se non tiene fede alla parola data. Vedete: il fascismo è stato un
bene; adesso è divenuto un male, e bisogna che se ne vada. Ma deve andarsene
senza scosse, nel momento opportuno, e questo momento potremo sceglierlo noi,
giacché la permanenza di Mussolini al potere è condizionata al nostro
beneplacito. C. scrive su Il Giornale d'Italiache il regime mussoliniano non poteva e non doveva essere altro che un
ponte di passaggio per la restaurazione di un più severo regime
liberale». La rottura e il Manifesto degli intellettuali antifascisti Il
filosofo abruzzese si allontanò definitivamente dal regime allorché, su
sollecitazione di Amendola, scrisse il Manifesto degli intellettuali
antifascisti in replica al Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile. Lo
scritto, pubblicato sul quotidiano Il Mondo, tra l'altro sosteneva. Contaminare
politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si
faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze
e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore
generoso. E non è nemmeno, quello degli intellettuali fascisti, un atto che
risplende di molto delicato sentire verso la patria, i cui travagli non è
lecito sottoporre al giudizio degli stranieri, incuranti (come, del resto, è
naturale) di guardarli fuori dei diversi e particolari interessi politici delle
proprie nazioni. In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la nuova religione,
la nuova fede, non si riesce a intendere dalle parole del verboso manifesto; e,
d'altra parte, il fatto pratico, nella sua muta eloquenza, mostra allo
spregiudicato osservatore un incoerente e bizzarro miscuglio di appelli
all'autorità e di demagogismo, di proclamata riverenza alle leggi e di
violazione delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di
atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di miscredenza e di
corteggiamenti alla Chiesa cattolica, di aborrimenti della cultura e di conati
sterili verso una cultura priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e
di cinismo. Per questa caotica e inafferrabile "religione" noi non ci
sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede che da due
secoli e mezzo è stata l'anima dell'Italia che risorgeva, dell'Italia moderna;
quella fede che si compose di amore alla verità, di aspirazione alla giustizia,
di generoso senso umano e civile, di zelo per l'educazione intellettuale e
morale, di sollecitudine per la libertà, forza e garanzia di ogni
avanzamento.» Secondo Norberto Bobbio, il Manifesto degli intellettuali
antifascisti sancì l'assunzione da parte di C. del ruolo di coscienza morale
dell'antifascismo italiano» e di filosofo
della libertà. Lo scritto segnò inoltre la rottura dell'amicizia con Gentile, a
causa delle ormai inconciliabili divergenze filosofiche e politiche. In seguito
Croce fu l'unica voce fuori dal coro tollerata dal regime. Il ruolo di Croce
come coscienza dell'antifascismo è testimoniato, tra gli altri, da Primo Levi,
che ricordò che negli anni del fascismo e della guerra, segnati per gli
antifascisti da smarrimento morale, isolamento e incertezze, solo La Bibbia, C., la geometria, la fisica, ci
apparivano fonti di certezza. Il mio liberalismo è cosa che porto nel sangue,
come figlio morale degli uomini che fecero il Risorgimento italiano, figlio di
Sanctis e degli altri che ho salutato sempre miei maestri di vita. La storia mi
metterà tra i vincitori o mi getterà tra i vinti. Ciò non mi riguarda. Io sento
che ho quel posto da difendere, che pel bene dell'Italia quel posto dev'essere
difeso da qualcuno, e che tra i qualcuni sono chiamato anch'io a quell'ufficio.
Ecco tutto.» (Lettera a Alfieri) Rifiutò di entrare nell'Accademia
d'Italia, e dopo un breve appoggio al movimento antifascista Alleanza Nazionale
per la Libertà, fondato dal poeta Lauro De Bosis, si allontanò dalla vita
politica, continuando peraltro ad esprimere liberamente le sue idee politiche,
senza che il regime fascista lo censurasse, almeno esplicitamente. L'unico atto
di ostilità violenta ed esplicita compiuto dal fascismo verso C. fu la
devastazione della sua casa napoletana. Negl’anni successivi, quelli della sua
affermazione e del cosiddetto consenso, il fascismo ritenne C. un avversario
poco temibile, sostenitore com'era della tesi di un fascismo inteso come
malattia morale inevitabilmente superata dal progresso della storia. Inoltre la
fama di C. presso l'opinione pubblica europea lo proteggeva da interventi
oppressivi da parte del regime. Ha altresì blandi rapporti culturali con
intellettuali in qualche modo vicini al regime, anche se marginali, come un
carteggio epistolare con il tradizionalista Julius Evola, a cui espresse
l'apprezzamento formale per due opere, da pubblicare presso Laterza con il
benestare dello stesso C., Saggi sull'idealismo magico, Teoria dell'individuo
assoluto e, successivamente, La tradizione ermetica. Il governo fascista
richiese ai docenti delle università italiane un atto di formale adesione al
regime in base all'articolo del regio decreto (il cosiddetto giuramento di
fedeltà al fascismo). A seguito di tale provvedimento, i docenti avrebbero
dovuto giurare di essere fedeli non solo alla patria, secondo quanto già
imposto dal regolamento generale universitario, ma anche al regime fascista. In
quell'occasione, C. incoraggia professori come Calogero e Einaudi a rimanere
all'università, per continuare il filo dell'insegnamento secondo l'idea di
libertà. Se la sua figura fu importante per l'area politica del liberalismo, la
sua scuola ha durante tutto il ventennio fascista una platea assai più ampia di
allievi: del resto, già prima dalle sue idee avevano tratto esempio anche
Gramsci e il gruppo comunista de L'Ordine Nuovo.Polemica sulla Giornata della
fede La non adesione di C. al fascismo parve messa in discussione dal gesto compiuto
durante la guerra d'Etiopia, quando il filosofo, in occasione della Giornata
della fede dona la propria medaglietta da senatore accompagnandola con questa
secca lettera al presidente del Senato. Eccellenza, quantunque io non approvi
la politica del Governo, ho accolto in omaggio al nome della Patria, l'invito
dell'E.V., e ho rimesso alla questura del Senato la mia medaglia, Il gesto
suscita negl’ambienti dell'antifascismo italiano, in patria e all'estero,
sorpresa, dolore e polemiche che colpirono dolorosamente C.. Al termine di un
drammatico colloquio con Ceva, inviata a sostenere il punto di vista degl’antifascisti,
dopo un iniziale tentativo di giustificazione, C. affermò. Dica che io sono
sempre lo stesso, che sono sempre con loro. Il regime varò la legislazione anti-semita.
C. non era presente nell'aula del Senato, quale forma di protesta. Egli fu uno
dei pochi a esprimersi contro di esse a livello pubblico. Il governo invia a
tutti i professori universitari e i membri delle accademie un questionario da
compilare ai fini della classificazione "razziale". Tutti gl’interpellati
risposero. L'unico intellettuale non ebreo che rifiuta di compilare il
questionario è Croce. L'unico effetto della richiesta dichiarazione
sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all'atto
odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando
questa gente è perseguitata. Il filosofo, invece di restituire compilata la
scheda, invia una lettera al presidente dell'Istituto veneto di scienze,
lettere ed arti, in cui scrive sarcasticamente. Gentilissimo collega, ricevo
oggi qui il questionario che avrei dovuto rimandare prima del 20. In ogni caso,
io non l'avrei riempito, preferendo di farmi escludere come supposto ebreo. Ha
senso domandare a un uomo che ha circa sessant'anni di attività letteraria e ha
partecipato alla vita politica del suo paese, dove e quando esso sia nato e
altre simili cose? (C. a Messedaglia, Presidente dell’Istituto Veneto di
Scienze, Lettere e Arti di Venezia, in A. CAPRISTO, L’espulsione degl’ebrei
dalle accademie italiane, Torino, Zamorani. C. è quindi espulso da quasi tutte
le accademie di cui è membro, comprese l'Accademia Nazionale dei Lincei e la
Società Napoletana di Storia Patria. All'Istituto Veneto di Scienze,
Lettere ed Arti, unica accademia che lo mantenne socio, alla fine della guerra
C. riconosce il merito di non averlo espulso durante il regime fascista. Dopo
aver denunciato la persecuzione degl’ebrei, C. però critica anche gli
atteggiamenti degl’ebrei stessi, sia quelli che hanno aderito al fascismo, sia
quelli che vivevano separati, ritenendo la specificità ebraica come pericolosa
per gl’ebrei stessi. Quando s'iniziò l'infame persecuzione contro gl’ebrei, io
ebbi, con un brivido di orrore, la piena rivelazione della sostanziale
delinquenza che è nel fascismo, come chi fosse costretto ad assistere allo
sgozzamento a freddo di un innocente e mi misi di lancio dalla loro parte con
tutto l'esser mio per fare quello che per loro si poteva a lenire o diminuire
il loro strazio. Molti danni e molte iniquità compiute dal fascismo non si
possono ora riparare per essi come per altr’italiani che le soffersero, né essi
vorranno chiedere privilegi o preferenze, e anzi il loro studio dovrebbe essere
di fondersi sempre meglio con gl’altri italiani; procurando di cancellare
quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli e che,
come ha dato occasione e pretesto in passato alle persecuzioni, è da temere ne
dia ancora in avvenire l'idea di popolo eletto, che è tanto poco saggia che la
fece sua Hitler, il quale, purtroppo, aveva a suo uso i mezzi che lo resero
ardito a tentarne la folle attuazione. Essi disconoscono le premesse storiche --
Grecia, ROMA, Cristianità -- della civiltà di cui dovrebbero venire a fare
parte. Lettera a Merzagora) Espresse quindi una posizione di perplessità per il
sionismo. Il rientro nella vita politica Dopo la caduta del regime C. rientra
in politica, accettando la nomina a presidente del Partito Liberale Italiano.
Durante la Resistenza cercò di mediare tra i vari partiti antifascisti e fu
Ministro senza portafoglio nel secondo governo Badoglio, benché non stimasse né
il Maresciallo né il re Vittorio Emanuele III, a causa della loro compromissione
col fascismo. Subito dopo la liberazione di Roma entrò a far parte del secondo
governo Bonomi, sempre come ministro senza portafoglio, ma diede le dimissioni
qualche mese dopo. Egli avrebbe preferito
l'abdicazione diretta del sovrano in favore del piccolo Vittorio Emanuele (con
rinuncia di Umberto al trono), la reggenza a Badoglio e l'incarico di capo del
governo a Carlo Sforza, ma i rappresentanti del Regno Unito si opposero. Al
referendum sulla forma dello Stato votò per la monarchia, inducendo tuttavia il
Partito Liberale (di cui rimane presidente) a non schierarsi, per far sì che
prevalesse sulla questione piena ed effettiva libertà di scelta, e dichiarando
in seguito: il buon senso fece
considerare a quei milioni di votanti favorevoli alla monarchia, che, se anche
essi avessero riportato la maggioranza legale, una monarchia con debole
maggioranza non avrebbe avuto il prestigio e l'autorità necessaria, e perciò
meglio valeva accettare la forma nuova della Repubblica e procurar di farla
vivere nel miglior modo, apportandovi lealmente il contributo delle proprie
forze. C. con Altavilla e il Capo provvisorio dello Stato, Concetti che C.
aveva, nella loro sostanza, già espresso; ben prima che Umberto II, nel
messaggio ribadisse tale indicazione. Eletto all'Assemblea Costituente, non
accettò la proposta di essere candidato a Capo provvisorio dello Stato, così
come in seguito rifiutò la proposta, avanzata da Luigi Einaudi, di nomina a
senatore a vita. Si oppose strenuamente alla firma del Trattato di pace, con un
accorato e famoso intervento all'Assemblea costituente, ritenendolo indecoroso
per la nuova Repubblica. Fonda a Napoli l'Istituto italiano per gli studi
storici destinando per la sede un appartamento di sua proprietà, accanto alla
propria abitazione e biblioteca nel Palazzo Filomarino dove oggi ha sede la
Fondazione Biblioteca C. Presidente dell'associazione PEN International e,
negli stessi anni, entrò a far parte del Consiglio di Amministrazione
dell'Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli. Per un ictus cerebrale rimase
semiparalizzato e si ritirò in casa continuando a studiare: morì seduto in
poltrona nella sua biblioteca. I funerali solenni si tennero nella sua Napoli e
le sue spoglie tumulate nella tomba di famiglia al Cimitero di Poggioreale. Il
rapporto con la cultura cattolica Pure
filosofo quale sono io stimo che il più profondo rivolgimento spirituale
compiuto dall'umanità sia stato il cristianesimo, e il cristianesimo ho
ricevuto e serbo, lievito perpetuo, nella mia anima. Il rapporto di C. con la
cultura cattolica varia nel corso del tempo. I filosofi idealisti, come C. e
Gentile, avevano esercitato assieme alla cultura cattolica una comune critica
al positivismo ottocentesco. Alla fine degli anni venti vi era stato un
progressivo allontanamento della cultura laica e idealistica dalla cultura
cattolica. C., pur non essendo un anticlericale militante, riteneva importante
la separazione liberale tra culto e stato, propugnata da CAVOUR. Il culto con i
Patti Lateranensi ha ormai raggiunto un rapporto equilibrato con le istituzioni
statali italiane distaccandosi quindi dalle posizioni politiche antifasciste
dell'idealismo crociano. C. fu contrario al Concordato e dichiara apertamente
in Senato che accanto o di fronte ad uomini che stimano Parigi valer bene una
messa, sono altri per i quali l'ascoltare o no una messa è cosa che vale
infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza. Mussolini gli
rispose dichiarandolo un imboscato della
storia», e accusando il filosofo di passatismo e di viltà di fronte al
progresso storico. Quando C. scrive la Storia d'Europa, il Vaticano critica
aspramente l'autore che difendeva le filosofie esaltanti una religione della
libertà senza Dio. Il Sant'Uffizio pose all'Indice questo saggio ma, non
ottenendo negli anni successivi da C. un qualsiasi ripensamento, ninserì
nell'elenco dei libri proibiti tutti i suoi scritti. La polemica
anti-concordataria crociana vide l'adesione del giovane filosofo nonviolento e
liberalsocialista Aldo Capitini che a Firenze, a casa di Luigi Russo, aveva
avuto modo di conoscere C., a cui aveva consegnato un pacco di dattiloscritti
che il filosofo napoletano aveva apprezzato e fatto pubblicare nel gennaio
dell'anno seguente presso l'editore Laterza di Bari con il titolo Elementi di
un'esperienza religiosa. In poco tempo gli Elementi diventarono uno tra i
principali riferimenti letterari della gioventù antifascista. La posizione
personale di C. nei confronti della religione cattolica è ben espressa nel suo
saggio Perché non possiamo non dirci "cristiani". Il termine
"cristiani" inserito nel titolo tra virgolette non voleva indicare
l'adesione a un credo confessionale, bensì la consapevolezza di un'inevitabile
appartenenza culturale rappresentata nella sua particolare prospettiva dal
fenomeno del cristianesimo: non si trattava di una professione di fede
cristiana dovuta a un rinnegamento dell'agnosticismo come volle fare intendere
la propaganda fascista, ma di riconoscere il valore storico e di rivolgimento spirituale»: Il cristianesimo è stato la più grande
rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e
profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo
attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un
miracolo, una rivelazione dall'alto, un intervento di Dio nelle cose umane, che
da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre
rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana,
non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate.
Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell'arte, della
filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per la capacità dei
princìpi cristiani di contrastare il neopaganesimo e l'ateismo propagandati dal
nazismo e dal comunismo sovietico. Sono profondamente convinto e persuaso che
il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell'impulso dato
da Gesù e da Paolo. Su di ciò ho scritto una breve nota, di carattere storico,
che pubblicherò appena ne avrò lo spazio disponibile. Del resto non sente Ella
che in questa terribile guerra mondiale ciò che è in contrasto è una concezione
ancora cristiana della vita con un'altra che potrebbe risalire all'età
precristiana, e anzi pre-ellenica e pre-orientale, e riattaccare quella
anteriore alla civiltà, la barbarica violenza dell'orda? C., in sintesi, vede
nel cristianesimo il fondamento storico della civiltà occidentale ma non
ripudia l'immanentismo radicale del suo pensiero che vede nella religione un
momento della realizzazione storica dello spirito che si avvia, superandolo, ad
una più alta sintesi. All'Assemblea Costituente lotterà contro l'inserimento,
voluto dalla DC, e dal comunista Togliatti, dei Patti Lateranensi nel secondo
comma dell'articolo della Costituzione della Repubblica Italiana, giudicandolo
come "sfacciata prepotenza pretesca". In vista delle elezioni
politiche, tuttavia, si accordò con il segretario della Democrazia Cristiana,
Alcide De Gasperi, per dare vita a un manifesto comune, Europa, cultura e
libertà, contro i totalitarismi passati e presenti. A seguito della vittoria
della DC, replicò severamente ai laici benpensanti schierati col Fronte
Popolare che sbeffeggiavano il ceto umile e contadino di cui era composto in
prevalenza l'elettorato cattolico: Beneditele quelle beghine di cui ridete,
perché senza il loro voto e il loro impegno oggi non saremmo liberi. Lasciando
disposizioni per la sua morte (che avverrà tre anni dopo) scriverà invece che
la sensibilità religiosa della moglie cattolica le consentirà di evitare che un
sacerdote tenti di "redimerlo" all'ultimo minuto, perché è "cosa
orrenda profittare delle infermità per strappare a un uomo una parola che sano
egli non avrebbe mai detta". C. fu
legato sentimentalmente e convisse con Angelina Zampanelli, fino alla morte di
lei. La coppia prese alloggio a Palazzo Filomarino, a Napoli. Angelina,
sofferente di cuore, morì poco più che quarantenne a Raiano, dove insieme a
Croce ella soggiornava spesso d'estate, presso il Palazzo Rossi-Sagaria, ospiti
della cugina del filosofo, Petroni, moglie di Rossi. C. sposa a Torino, con
rito religioso e poi civile, Adele Rossi, da cui ha V figli: Giulio, Elena,
Alda, Lidia (moglie dello scrittore e dissidente anticomunista polacco Grudziński)
e Silvia. Il filosofo, oggi, deve non già fare il puro filosofo, ma esercitare
un qualche mestiere, e in primo luogo, il mestiere dell'uomo.» (C., Lettere
a Vittorio Enzo Alfieri, Sicilia Nuova Editrice, Milazzo. L'opera di Croce può
essere suddivisa in tre periodi: quello degli studi storici, letterari e il
dialogo con il marxismo, quello della maturità e delle opere filosofiche
sistematiche e quello dell'approfondimento teorico e revisione della filosofia
dello spirito in chiave storicista. Come idealista, ritiene che la realtà sia
quella che viene concepita dal soggetto, in quanto riflesso della sua idea e
interiorità, ed è convinto che la razionalità e la libertà emergano nella
storia, pur tra immani difficoltà. La filosofia idealista riconduce totalmente
l'essere al pensiero, negando esistenza autonoma alla realtà fenomenica,
ritenuta il riflesso di un'attività interna al soggetto; l'idealismo, come in
Hegel, implica una concezione etica fortemente rigorosa, come ad esempio nel
pensiero di Fichte che è incentrato sul dovere morale dell'uomo di ricondurre
il mondo al principio ideale da cui esso ha origine; in C. questo ideale è la
libertà umana. Definito da Gramsci "papa laico della cultura
italiana", a sua filosofia ha goduto di enorme credito nella cultura
italiana del XX secolo, perlomeno fino agli anni settanta e ottanta, in cui si
sono levate molte critiche verso il suo approccio, ritenuto superato. C. È un
intellettuale rispettato anche al di fuori dell'Italia. La rivista Time gli
dedica la copertina e contestualmente alla rivalutazione del pensiero crociano,
si è registrato l'interesse della collana editoriale di Stanford, mentre la
rivista statunitense di politica internazionale Foreign Affairs lo inserì tra i
pensatori più attuali, accanto a intellettuali come Berlin, Fukuyama e Trotsky.
Parallelamente allo studio del marxismo, C. approfondisce anche il pensiero di
Hegel; secondo entrambi la realtà si dà come spirito che continuamente si
determina e, in un certo senso, si produce. Lo spirito è quindi la forza
animatrice della realtà, che si auto-organizza dinamicamente divenendo storia
secondo un processo razionale. Da Hegel egli recupera soprattutto il carattere
razionalistico e dialettico in sede gnoseologica: la conoscenza si produrrebbe
allora attraverso processi di mediazione dal particolare all'universale, dal
concreto all'astratto, per cui C. afferma che la conoscenza è data dal giudizio
storico, nel quale universale e particolare si fondono recuperando la sintesi a
priori di Kant e lo storicismo di VICO, suo altro filosofo di riferimento. Da
destra, Giovanni Laterza, Jacini, C. e Secly. Il divenire e la logica della
dialettica, in Hegel e in Marx, è esso stesso verità in movimento; anche per C.
la verità è dialettica, ma occorre esprimere un giudizio storico ed esistono
delle regole che arginano la pretesa giustificativa di ogni fenomeno: in Croce
lo Spirito - in quanto intelletto umano - si realizza nella storia ma nel
rispetto della libertà. Per questo ogni fatto è quindi calato nella realtà
storica, ma questo non può giustificare, con la scusa del divenire e del
progresso, aspetti deplorevoli come, ad esempio, il totalitarismo fascista o
comunista, il primo come necessario (concezione di Gentile e della sua idea di
realtà come atto puro di pensare e agire) e il secondo come fase storica
obbligata (seguendo il concetto marxiano della dittatura del proletariato, di
cui il filosofo tedesco parla nella sua teoria "razionalista" del
materialismo storico). Quindi il materialismo dialettico di Engels e quello
storico di Marx sono da ritenersi errati. In questo, il suo storicismo si
differenzia dal pensiero di un altro filosofo liberale, Popper, secondo cui
dialettica e storicismo finiscono invece per generare quasi sempre
totalitarismo (concezione assai diffusa nel pensiero del liberalismo
novecentesco). Al contrario di Popper e Arendt, per C. la radice totalitaria è
proprio nell'antistoricismo, cioè nel rifiuto dello storicismo stesso. Il
neoidealismo entrò in crisi, sostituito da nuove filosofie come
l'esistenzialismo e la fenomenologia; sempre in nome del libertà e
dell'umanesimo, C. critica l'esistenzialista Heidegger, divenuto poi
anti-umanistico e colpevole di accondiscendenza verso il nazismo, definendolo
anche "un Gentile più dotto e più acuto, ma sostanzialmente della stessa
pasta morale. Esprime così un tagliente
giudizio sul filosofo di Essere e tempo. Scrittore di generiche sottigliezze,
arieggiante a un Proust cattedratico, egli che, nei suoi libri non ha dato mai
segno di prendere alcun interesse o di avere alcuna conoscenza della storia,
dell'etica, della politica, della poesia, dell'arte, della concreta vita
spirituale nelle sue varie forme - quale decadenza a fronte dei filosofi, veri
filosofi tedeschi di un tempo, dei Kant, degli Schelling, degli Hegel! -, oggi
si sprofonda di colpo nel gorgo del più falso storicismo, in quello, che la
storia nega, per il quale il moto della storia viene rozzamente e
materialisticamente concepito come asserzione di etnicismi e di razzismi, come
celebrazione delle gesta di lupi e volpi, leoni e sciacalli, assente l'unico e
vero attore, l'umanità. E così si appresta o si offre a rendere servigi filosofico-politici:
che è certamente un modo di prostituire la filosofia.» (Conversazioni
Critiche, Serie Quinta, Bari, Laterza. L'asserzione di Hegel che "la
storia sia storia di libertà" viene da C. inquadrata nella sua concezione
dialettica della libertà vista nel suo iniziale nascere, nel successivo
crescere e infine nel raggiungimento di uno stadio finale e definitivo di
maturità. C. fa proprio questo detto hegeliano chiarendo però che non si vuole assegnare alla storia il tema del formarsi di
una libertà che prima non era e che un giorno sarà, ma per affermare la libertà
come l'eterna formatrice della storia, soggetto stesso di ogni storia. Come
tale essa è per un verso, il principio esplicativo del corso storico e, per
l'altro, l'ideale morale dell'umanità». I popoli e gli individui anelano sempre
alla libertà, e come dice Hegel ciò che
è razionale è reale» (cioè la ragione concepisce quello che può diventare
reale) e ciò che è reale è razionale»
(cioè esiste un'intrinseca razionalità, anche minima, in ogni fenomeno storico,
anche se non tutto il reale è ovviamente razionale). Alcuni storici, senza ben
rendersi conto di quello che scrivono, sostengono che ormai la libertà ha
abbandonato la scena della storia. Ma affermare che la libertà è morta vorrebbe
dire che è morta la vita. Non esiste nella storia un ideale che possa
sostituire quello della libertà che è
l'unica che faccia battere il cuore dell'uomo, nella sua qualità di uomo». Ciò
significa che la libertà non è una fase di presa di coscienza che conduce allo
Stato etico o al socialismo, venendo superata, ma è essa stessa la verità nel
divenire, non una fase. Egli critica Hegel, poiché secondo lui il filosofo ha
concepito la dialettica in modo riduttivo, ovvero semplicemente come dialettica
degli opposti, mentre secondo C. sussiste anche una logica dei distinti: non
ogni negazione è infatti opposizione, ma può essere semplice distinzione. Ciò
significa che certi atti ed eventi devono essere sempre considerati appunto
distinti rispetto ad altri ordini di atti ed eventi, e non ad essi opposti.
Elabora, quindi, un vero e proprio sistema, da lui denominato la filosofia
dello spirito. Inoltre, la prima importante differenza con Hegel è che nel sistema
crociano non vi rientra né la religione, né la natura. La religione sarebbe
infatti un complesso miscuglio di elementi poetici, morali e filosofici che le
impediscono di presentarsi come forma autonoma dello Spirito. La natura poi non
è altro che l'oggetto "mascherato" dell'attività economica, è il
frutto della considerazione economica diretta al mondo. Qui la realtà in quanto
attività (ovvero produzione dello spirito o della storia) è articolata in
quattro forme fondamentali, suddivise per modo (teoretico o pratico) e grado
(particolare o universale): estetica (teoretica - particolare), logica
(teoretica-universale), economia (pratica - particolare), etica (pratica -
universale). La relazione tra queste quattro forme opera la suddetta logica dei
distinti, mentre all'interno di ognuna di esse si ha la dialettica degli
opposti. All'interno dell'estetica infatti si ha opposizione dialettica tra
bello e brutto, all'interno della logica, l'opposizione è tra vero e falso;
nella economia tra utile e inutile e infine nell'etica tra bene e male.
Estetica C. scrisse anche importanti opere di critica letteraria (saggi su
Goethe, Ariosto, Shakespeare e Corneille, "La letteratura della nuova
Italia" e "La poesia d’ALIGHIERI (si veda)"). Egli si mosse
nell'ambito della sua teoria estetica che mirava alla scoperta delle
motivazioni profonde dell'ispirazione artistica. Quest'ultima era ritenuta
tanto più valida quanto più coerente con le categorie di bello-brutto. La prima
parte della teoria estetica la ritroviamo in opere come Estetica come scienza
dell'espressione e linguistica generale, Breviario di estetica e Aesthetica in
nuce. In seguito modificò questa iniziale teoria stabilendo per la storia un
nesso con la filosofia. L'estetica, dal significato originario del termine
aisthesis (sensazione), si configura in primo luogo come attività teoretica
relativa al sensibile, si riferisce alle rappresentazioni e alle intuizioni che
noi abbiamo della realtà. Come conoscenza del particolare l'intuizione
estetica è la prima forma della vita dello Spirito. Prima logicamente e non
cronologicamente poiché tutte le forme sono presenti insieme nello spirito.
L'arte, come aspetto dell'Estetica, è una forma della vita spirituale che
consiste nella conoscenza, intuizione del particolare che: come forma
dello spirito, come creatività non è sensazione, conoscenza sensibile che è un
aspetto passivo dello spirito rispetto ad una materia oscura e ad esso
estranea; come conoscenza (prima forma dell'attività teoretica) non ha a che
fare con la vita pratica. Bisogna quindi respingere tutte le estetiche che
abbiano fini edonistici, sentimentali e moralistici; quale espressione di un
valore autonomo dello spirito, l'arte non può né deve essere giudicata secondo
criteri di verità, moralità o godimento; come intuizione pura va distinta dal
concetto che è conoscenza dell'universale: compito proprio della filosofia. L'arte
può essere definita quindi come intuizione-espressione, due termini
inscindibili per cui non è possibile intuire senza esprimere né è possibile
espressione senza intuizione. Ciò che l'artista intuisce è la stessa immagine
(pittorica, letteraria, musicale ecc.) che egli per ispirazione crea da una
considerazione del reale, nel senso che l'opera artistica è l'unità
indifferenziata della percezione del reale e della semplice immagine del
possibile. La distinzione tra arte e non arte risiede nel grado di intensità
dell'intuizione-espressione. Tutti noi intuiamo ed esprimiamo: ma l'artista è
tale perché ha un'intuizione più forte, ricca e profonda a cui sa far
corrispondere un'espressione adeguata. Coloro che sostengono di essere artisti
potenziali poiché hanno delle intense intuizioni ma che non sono capaci di
tradurre in espressioni, non si rendono conto che in realtà non hanno alcuna intuizione
poiché se la possedessero veramente essa si tradurrebbe in espressione. L'arte
non è aggiunta di una forma ad un contenuto ma espressione, che non vuol dire
comunicare, estrinsecare, ma è un fatto spirituale, interiore come l'atto
inscindibile da questa che è l'intuizione. Nell'estetica dobbiamo far rientrare
anche quella forma dell'espressione che è il linguaggio che nella sua natura
spirituale fa tutt'uno con la poesia. L'estetica quindi come una linguistica in generale». Dall'estetica deriva
la critica letteraria crociana, espressa in molti saggi. Della logica, C.
tratta essenzialmente nella Logica come scienza del concetto puro); essa
corrisponde al momento in cui l'attività teoretica non è più affidata alla sola
intuizione (all'ambito estetico), ma partecipa dell'elemento razionale, che
attinge dalla sfera dell'universale. Il punto di arrivo di questa attività è
l'elaborazione del concetto puro, universale e concreto che esprime la verità
universale di una determinazione. La logica crociana è anche storica, nella
misura in cui essa deve analizzare la genesi e lo sviluppo (storico) degli
oggetti di cui si occupa. Il termine logica in C. assume quindi un significato
più vicino al termine dialettica ovvero ricerca storiografica. In genere, la
Logica di C. è lontana da criteri scientifico-razionali, e si ispira ai metodi
dell'immaginazione artistica e dell'eleganza estetico-letteraria, nei quali il
filosofo raggiunge risultati eccellenti. Di carattere decisamente diverso è
invece la filosofia delle scienze fisiche, matematiche e naturali delle quali C.
non si occupa affatto nei suoi studi. Del resto, come segnala Geymonat nel suo
Corso di filosofia - immagini dell'uomo, la vera indubbia grandezza di C. va
cercata assai più nella sua opera di storiografo, di critico letterario, ecc.,
che non nella sua opera di filosofo. Gentile ai tempi del direttorato alla
Scuola normale di Pisa. In ogni caso la logica e la filosofia della scienza è
stata sviluppata in Italia da altre correnti di pensiero contemporaneo a quello
crociano, con studiosi fra quali PEANO (si veda) e lo stesso GEYMONAT (si veda).
Un orientamento parzialmente diverso ebbe invece Gentile che, pur criticando
gli eccessi del positivismo, intrattenne anche rapporti con matematici e fisici
italiani e cercò di instaurare un rapporto costruttivo con la cultura
scientifica. Invece C. ha con la logica e la scienza un rapporto difficile. La
sua posizione portò in Italia nella prima metà del Novecento ad uno scontro
dialettico fra due culture contrapposte: quella artistico-letteraria e quella
tecnico-scientifica. Il rapporto conflittuale con le scienze matematiche e
sperimentali Un caso emblematico del giudizio di C. nei confronti della
matematica e delle scienze sperimentali è la sua nota diatriba con il
matematico e filosofo della scienza Enriques, avvenuta in seno al congresso
della Società Filosofica Italiana, fondata e presieduta dallo stesso Enriques.
Questi sostene che una filosofia degna di una nazione progredita non potesse
ignorare gli apporti delle più recenti scoperte scientifiche. La visione di
Enriques mal si confaceva a quella idealistica di C. e Gentile, come pure a
gran parte degli esponenti della filosofia italiana di allora, per lo più
formata da idealisti crociani. C., in particolare, rispose ad
Enriques[84], liquidando in modo deciso - antifilosofico secondo Enriques - la
proposta di considerare la scienza come un valido apporto alle problematiche
filosofiche e sostenendo, anzi, che matematica e scienza non sono vere forme di
conoscenza, adatte solo agli ingegni
minuti» degli scienziati e dei tecnici, contrapponendovi le menti universali», vale a dire quelle dei
filosofi idealisti, come C. medesimo. I concetti scientifici non sono veri e
propri concetti puri ma degli pseudoconcetti, falsi concetti, degli strumenti
pratici di costituzione fittizia. La realtà è storia e solo storicamente
la si conosce, e le scienze la misurano bensì e la classificano come è pur
necessario, ma non propriamente la conoscono né loro ufficio è di conoscerla
nell'intrinseco. Sul tema C. sostenne, tra l'altro, che: Gli uomini di
scienza sono l'incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione
degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all'organismo
filosofico-storico. (C. da Il risveglio filosofico e la cultura italiana, A
proposito dello sviluppo della logica matematica e dell'introduzione dei
formalismi simbolici, ad opera di matematici e filosofi quali Frege, Peano,
Russell, C. dichiara. I nuovi congegni della logica matematica sono stati
offerti sul mercato. E tutti, sempre, li hanno stimati troppo costosi e
complicati, cosicché non sono finora entrati né punto né poco nell'uso. Vi
entreranno nell'avvenire? La cosa non sembra probabile e, ad ogni modo, è fuori
della competenza della filosofia e appartiene a quella della pratica riuscita:
da raccomandarsi, se mai, ai commessi viaggiatori che persuadano dell'utilità
della nuova merce e le acquistino clienti e mercati. Se molti o alcuni
adotteranno i nuovi congegni logici, questi avranno provato la loro grande o
piccola utilità. Ma la loro nullità filosofica rimane, sin da ora, pienamente
provata. (C. da Logica come scienza del concetto puro. Anni dopo, ancora scrive.
Le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia, hanno ceduto
alla filosofia il privilegio della verità, ed esse rassegnatamente, o
addirittura sorridendo, confessano che i loro concetti sono concetti di comodo
e di pratica utilità, che non hanno niente da vedere con la meditazione del
vero. C. da Indagini su Hegel e e schiarimenti filosofici e ribadiva
come: Le finzioni delle scienze
naturali e matematiche postulano di necessità l'idea di un'idea che non sia
finta. La logica, come scienza del conoscere, non può essere, nel suo oggetto
proprio, scienza di finzioni e di nomi, ma scienza della scienza vera e perciò
del concetto filosofico e quindi filosofia della filosofia. C. da Indagini su
Hegel e schiarimenti filosofici. Tuttavia ebbe altresì un cordiale e rispettoso
scambio epistolare con Albert Einstein. Secondo diversi storici e filosofi (es.
Giorello, Bellone, Massarenti), l'influenza antiscientifica di C. e di Gentile
sarebbe stata fortemente deleteria sia sul piano dell'istituzione scolastica
per gli orientamenti pedagogici della scuola italiana, che si sarebbe
indirizzata prevalentemente agli studi umanistici considerando quelli
scientifici di secondo piano, sia per la formazione di una classe politica e
dirigente che attribuisse importanza alla scienza e alla tecnica e portando,
per conseguenza, ad un ritardo dello sviluppo tecnologico e scientifico
nazionale. La scuola sarà caratterizzata dal primato dell'umanesimo
letterario e in particolare dell'umanesimo classico. Tutte le istituzioni
culturali saranno improntate al primato delle lettere, della filosofia e della
storia. Giorello nel quarantennale della morte di C. ha scritto che
"predicò la religione della libertà e per questo gli siamo riconoscenti.
Ma la sua condanna della scienza e la sua estetica hanno causato danni
gravissimi alla nostra cultura. Che ora esige riparazione. Lo stesso Giorello però ha in parte ritrattato
l'affermazione, negando che sia da attribuire a C. il mancato sviluppo
scientifico italiano, adducendo che quelle che lui considerava una
"colpa" sarebbero da accreditare maggiormente alla Chiesa, agli
scienziati stessi e alla classe politica, più che all'idealismo, che trascura
le scienze ma nemmeno le ostacola, definendo la filosofia di Croce interessante sotto altri profili, ma poco
interessante, quando si parla di scienza. C. riteneva le scienze umane e
sociali prive di qualunque validità e del tutto inutili per lo studio dei
fenomeni umani. Lui stesso dichiarò più volte di non riuscire a capire perché
si dovesse sprecare del tempo a studiare i cretini, i bambini e i selvaggi, quando
esistono pensatori come Kant. ilosofia della pratica La legge morale è la suprema forza della vita
e la realtà della Realtà.» (Filosofia della pratica. Etica ed economica, Laterza,
Bari) Economia ed etica vengono trattate in Filosofia della pratica. Economica
ed etica. C. dà molto rilievo alla volizione individuale che è poi l'economia,
avendo egli un forte senso della realtà e delle pulsioni che regolano la vita
umana. L'utile, che è razionale, non sempre è identico a quello degli altri:
nascono allora degli utili sociali che organizzano la vita degli individui. Il
diritto, nascendo in questo modo, è in un certo qual senso amorale, poiché i
suoi obiettivi non coincidono con quelli della morale vera e propria.
Egualmente autonoma è la sfera politica, che è intesa come luogo di
incontro-scontro tra interessi differenti, ovvero essenzialmente conflitto, quello
stesso conflitto che caratterizza il vivere in generale. C. critica anche
l'idea di Stato etico elaborata da Hegel ed estremizzata da Gentile. Lo stato
non ha nessun valore filosofico e morale, è semplicemente l'aggregazione di
individui in cui si organizzano relazioni giuridiche e politiche. L'etica è poi
concepita come l'espressione della volizione universale, propria dello spirito;
non vi è un'etica naturale o un'etica formale, e dunque non vi sono contenuti
eterni propri dell'etica, ma semplicemente essa è l'attuazione dello spirito,
che manifesta in modo razionale atti e comportamenti particolari. Questo
avviene sempre in quell'orizzonte di continuo miglioramento umano. Teoria e
storia della storiografia La storia non
è giustiziera, ma giustificatrice» C., Teoria e storia della
storiografia) La storia e lo spirito: lo storicismo assoluto VICO Come si
evince anche da Teoria e storia della storiografia la filosofia di C., ispirata
soprattutto a VICO, è fortemente storicista. Per ciò, se volessimo riassumere
con una formula la filosofia di C., questa sarebbe storicismo assoluto, ossia
la convinzione che tutto è storia, affermando che tutta la realtà è spirito e
che questo si dispiega nella sua interezza all'interno della storia. La storia
non è dunque una sequela capricciosa di eventi, ma l'attuazione della Ragione.
La conoscenza storica ci illumina a proposito delle genesi dei fatti, è una
comprensione dei fatti che li giustifica con il suo dispiegarsi. Si delinea in
quest'ottica il compito dello storico: egli, partendo dalle fonti storiche,
deve superare ogni forma di emotività nei confronti dell'oggetto studiato e
presentarlo in forma di conoscenza. In questo modo la storia perde la sua
passionalità e diviene visione logica della realtà. Quanto appena affermato si
può evincere dalla celebre frase la
storia non è giustiziera, ma giustificatrice». Con questo afferma che lo
storico non giudica e non fa riferimento al bene o al male. Quest'ultimo
delinea, inoltre, come la storia abbia anche un preciso orizzonte gnoseologico,
poiché in primo luogo è conoscenza, e conoscenza contemporanea, ovvero la
storia non è passata, ma viva in quanto il suo studio è motivato da interessi
del presente. Il bisogno pratico, che è nel fondo di ogni giudizio storico,
conferisce a ogni storia il carattere di "storia contemporanea",
perché, per remoti e remotissimi che sembrino cronologicamente i fatti che vi
entrano, essa è, in realtà, storia sempre riferita al bisogno e alla situazione
presente, nella quale quei fatti propagano le loro vibrazioni.La storiografia è
in seconda istanza utile per comprendere l'intima razionalità del processo
dello spirito, e in terzo luogo essa è conoscenza non astratta, ma basata su
fatti ed esperienze ben precise. Anche se subisce l'influsso dello storicismo
di Voltaire, C. critica gli illuministi e in generale tutti coloro che
pretendono di individuare degli assoluti che regolino la storia o la
trascendano: invece la realtà è storia nella sua totalità, e la storia è la
vita stessa che si svolge autonomamente, secondo i propri ritmi e le proprie
ragioni. La storia è un cammino progressivo per cui Nulla c'è al di fuori dello spirito che
diviene e progredisce incessantemente: nulla c'è al di fuori della storia che è
per l'appunto questo progresso e questo divenire. Ma il positivo destinato a
superare storicamente la negatività dei periodi bui della storia non è una
certezza su cui adagiarsi: questa consapevolezza del progresso storico deve
essere confermata da un impegno costante degli uomini in azioni i cui risultati
non sono mai scontati né prevedibili. La storia diviene, allora, anche storia
di libertà, dei modi in cui l'uomo promuove e realizza al meglio la propria
esistenza. La libertà si traduce, sul piano politico, in liberalismo: una sorta
di religione della libertà o di metodo interpretativo della storia e di
orientamento dell'azione, che è imprescindibile nel processo del progresso
storico-politico, come si evince dal volume. La storia come pensiero e come
azione Per C. la libertà può essere apprezzata solo difendendola costantemente
in maniera dialettica, poiché la storia è necessariamente contrasto. Chi
desideri in breve persuadersi che la libertà non può vivere diversamente da
come è vissuta e vivrà sempre nella storia, di vita pericolosa e combattente,
pensi per un istante a un mondo di libertà senza contrasti, senza minacce e
senza oppressioni di nessuna sorta; e subito se ne ritrarrà inorridito come
dall'immagine, peggio che della morte, della noia infinita.» (La storia
come pensiero e come azione). Ciò però non vuol dire che C. giustifichi la
violenza come necessaria; nello stesso saggio ammonisce infatti che la violenza non è forza ma debolezza, né mai
può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla». La
concezione storica crociana ebbe grande seguito in Italia per molto tempo ed
ebbe notevole influenza anche all'estero, ad esempio per quanto riguarda la
formazione del maggior storico americano del nazismo, George Mosse. C. interviene
al congresso liberale. C. critico letterario, specie quello di Poesia e non
poesia, esercitò molta influenza successiva, quasi una "dittatura
intellettuale sulla cultura italiana, ma ricevette anche critiche: ad esempio
furono ritenute scorrette, "pseudoconcetti" (riprendendo una parola
usata da Croce), poiché non presentate come opinione personale ma come veri
canoni estetici, varie tesi, come la sua opposizione alle novità letterarie
europee, esemplificate dalle stroncature verso gran parte dell'opera di
Annunzio, Pascoli (di cui apprezzò solo alcune parti di Myricae e dei Canti di
Castelvecchio criticando i saggi e le poesie civili), del crepuscolarismo e di Leopardi:
di quest'ultimo salvò, nei Canti, gli idilli e i canti pisano-recanatesi, ma
criticò le poesie dottrinali e polemiche (in particolare i Paralipomeni della
Batracomiomachia e la Palinodia al marchese Capponi) e le opere filosofiche
(apprezzò solo una minima parte delle Operette morali), affermando che quella
leopardiana non era vera filosofia, ma solo uno sfogo poetico in prosa,
inferiore comunque alle liriche, dovuto esclusivamente alle condizioni fisiche
e psicologiche del poeta recanatese. C. non considera Leopardi un vero
filosofo, come Schopenhauer, a cui invece riconosce dignità filosofica ma che
non apprezza come individuo poiché ritenuto cinico e indifferente, ma solo un
pensatore, il cui pensiero è essenzialmente al servizio della sua poesia. Sulla
scorta di Sanctis, esprime simpatia umana al poeta recanatese per lo spirito
civile, l'impegno e la lotta eroica contro le sofferenze fisiche, come espresso
nella poesia La Ginestra. Egli fu grande ammiratore soprattutto del Carducci,
in quanto classicista, razionale e sentimentale al tempo stesso, ma senza
scadere nel sentimentalismo irrazionale, e, a proposito del decadentismo e
degli autori di questo movimento, scrisse, in Del carattere della più recente
letteratura italiana: Nel passare da
Carducci a questi tre, sembra, a volte, come di passare da un uomo sano a tre
malati di nervi». La polemica contro il decadentismo è figlia di quella contro
il positivismo: Croce sostiene che il misticismo decadente, che egli disapprova
come sintomo di vuoto spirituale e filosofico (C. è razionalista e idealista al
tempo stesso), è figlio dello scientismo positivistico e delle pseudoscienze da
esso generate (come lo spiritismo): Di qua il positivismo, di fronte il
misticismo; perché questo è figlio di quello: un positivista dopo la gelatina
dei gabinetti, non credo abbia altro di più caro che l'inconoscibile, cioè la
gelatina dove si coltiva il microbio del misticismo». Le opere di C. spaziano
dalla filosofia, alla storiografia, all'aneddotica, alla critica letteraria e
all'erudizione storica. Qui si indicano le più importanti. Per un elenco
completo si veda L'opera di Benedetto Croce, bibliografia a cura di S. Borsari,
Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, I principi dell'estetica
crociana, oltre ad essere formulati in opere organiche, trovarono anche
applicazione critica in prefazioni e curatele di opere altrui. Tale è, ad
esempio, la prefazione all'opera di Parodi, Poesia e letteratura: conquista di
anime e studi di critica, pubblicata postuma da Laterza, a cura di C.. Il
filosofo napoletano collabora inoltre con numerosi articoli su vari argomenti
pubblicati su molti giornali e riviste stranieri e italiani (Cfr. Panetta,
Settant'anni di militanza: C., tra riviste e quotidiani) Ad esempio la sua
collaborazione con il quotidiano Il Resto del Carlino dura per più di 40 anni. Filosofia
dello spirito Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale
Logica come scienza del concetto puro Filosofia della pratica. Economica ed
Etica Teoria e storia della storiografia; Problemi di estetica e contributi
alla storia dell'estetica italiana La filosofia di VICO Saggio sullo Hegel
seguito da altri scritti di storia della filosofia Materialismo storico ed
economia marxistica Nuovi saggi di estetica Etica e politica. La poesia.
Introduzione alla critica e storia della poesia e della letteratura La storia
come pensiero e come azione Il carattere della filosofia moderna Discorsi di
varia filosofia; Filosofia e storiografia; Indagini su Hegel e schiarimenti
filosofici; Perché non possiamo non dirci "cristiani"; Primi saggi
Cultura e vita morale L'Italia. Pagine sulla guerra Pagine sparse; Nuove pagine
sparse; Terze pagine sparse; Scritti e discorsi politici; Carteggio C.-Vossler;
C. - Papini, Carteggio; Il caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria
italiana; Saggi sulla letteratura italiana del Seicento La rivoluzione
napoletana La letteratura della nuova Italia; I teatri di Napoli dal
Rinascimento alla fine del secolo decimottavo La Spagna nella vita italiana
durante la Rinascenza Conversazioni critiche Storie e leggende napoletane
Manifesto degli intellettuali antifascisti Goethe Una famiglia di patrioti ed
altri saggi storici e critici Ariosto, Shakespeare e Corneille Storia della
storiografia italiana nel secolo decimonono; La poesia di Dante Poesia e non
poesia Storia del Regno di Napoli Uomini e cose della vecchia Italia Storia
d'Italia; Storia dell'età barocca in Italia Nuovi saggi sulla letteratura
italiana del Seicento Storia d'Europa nel secolo decimonono Poesia popolare e
poesia d'arte Varietà di storia letteraria e civile Vite di avventure, di fede
e di passione Poesia antica e moderna Poeti e scrittori del pieno e del tardo
Rinascimento La letteratura italiana del Settecento Letture di poeti e
riflessioni sulla teoria e la critica della poesia Aneddoti di varia
letteratura Morra e Castro Edizione nazionale La casa editrice Bibliopolis ha
in corso di pubblicazione l'edizione nazionale delle opere di C., promossa con
Decreto del Presidente della Repubblica. Eugenio Montale, Tutte le poesie,
Milano, Mondadori, Enciclopedia italiana Treccani alla voce "neoidealismo"
Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo. La filosofia contemporanea, Milano,
Rizzoli, Giorello, Dimenticare Croce? C.
- Senato Partito Liberale Italiano nato nel 1924, sciolto durante il fascismo e
ricostituito». In Enciclopedia Treccani alla voce "Partito Liberale
Italiano" Pagina jpg del Corriere del Mezzogiorno: Luigi Mosca,
L'America innamorata di C. La prestigiosa rivista USA "Foreign
Affairs" lo incorona tra i pensatori più attuali, Einaudi infatti
sosteneva che il liberismo non è né
punto né poco "un principio economico", non è qualcosa che si
contrapponga al liberalismo etico; è una "soluzione concreta" che
talvolta e, diciamo pure, abbastanza sovente, gli economisti danno al problema,
ad essi affidato, di cercare con l’osservazione e il ragionamento quale sia la
via più adatta, lo strumento più perfetto per raggiungere quel fine o quei
fini, materiali o spirituali che il politico o il filosofo, od il politico
guidato da una certa filosofia della vita ha graduato per ordine di importanza
subordinandoli tutti al raggiungimento della massima elevazione umana.» (in Einaudi,
Il buongoverno. Saggi di economia politica, a cura di Rossi, Il filosofo dedica
ai paesi degli avi, sia paterni che materni, due monografie, intitolate
Montenerodomo: storia di un comune e due famiglie e Pescasseroli, uscite per
Laterza e in seguito collocate in appendice alla Storia del Regno di Napoli
(Laterza, Bari). È noto, a tal
proposito, l'aneddoto narrato in un testo coevo, secondo il quale il padre del
filosofo, prima di morire tra le macerie, avrebbe detto al figlio offri centomila lire a chi ti salva». Cfr.
Balzo, Cronaca del tremuoto di Casamicciola, Tip. De Blasio e C., Napoli, Un'analisi
di quella traumatica esperienza anche in relazione all'opera di C. è in S.
Cingari, Il giovane C. Una biografia etico-politica, Rubbettino, Soveria
Mannelli, Il problema del male nell’indagine di Cucci. Testimonianza di C. sul
terremoto C., Memorie della mia vita,
Istituto italiano per gli studi storici, Napoli. "Il superstite è accolto allora nella
casa romana del politico Spaventa, cugino del padre e fratello del filosofo. Il
lutto, lo spaesamento, l’adolescenza: non stupisce che questa miscela abbia
precipitato il giovane in una crisi d’ipocondria; e l’ostentato contegno
olimpico dell’adulto deriva forse da questo periodo oscuro. Quegli anni», confessa l’autore del
Contributo, furono i soli nei quali
assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato
di non svegliarmi al mattino». Nella Roma del trasformismo, Benedetto si chiude
in biblioteca. Ma a scuoterlo è Labriola, che con le lezioni sull’etica di Herbart
gli offre un appiglio cui aggrapparsi nel naufragio della fede. C. ricorda di
averne recitato più volte i capisaldi sotto le coperte, come una
preghiera": v. A cento anni dal “Contributo” di C., di Matteo Marchesini,
Sole 24 ore, Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Ministri
della Pubblica Istruzione, su storia.camera.
Ultimo Governo Giolitti, su storia.camera. Jannazzo, C. e la corsa verso
la guerra, in Idem, C. e il prepartito degli intellettuali, Zisa, Palermo, Levi
della Vida, Fantômes retrouvés, Diogène, Gnoli, C. e il suo fantasma, in la
Repubblica, Camera dei deputati - Portale storico; citato in Levi Della Vida,
Fantasmi ritrovati, Venezia, Salvatore Guglielmino/Hermann Grosser, Il sistema
letterario. Guida alla storia letteraria e all'analisi testuale: Novecento; Casa
Editrice G. Principato S.p.A.,. Guglielmino/Grosser, Sambugar, Salà,
Letteratura italiana, C. e il manifesto antifascista. Levi, Potassio, in Il sistema periodico, poi
in Opere, Torino, Einaudi, La più
efficace difesa della civiltà e della cultura si è avuta in Italia, per opera
di C.. Se da noi solo una frazione della classe colta ha capitolato di fronte
al nemico a differenza di quel che è avvenuto in Germania, moltissimo è dovuto
al C.. (Ruggiero) Osserva Nicola Abbagnano nella sua Storia della filosofia: Il regime fascista, certo per costituirsi un
alibi di fronte agli ambienti internazionali della cultura, consentì
tacitamente a C. una certa libertà di critica politica; e Croce si avvalse di
questa possibilità [...] per una difesa degli ideali di libertà... Negli anni
del fascismo e della seconda guerra mondiale la figura di C. ha assunto perciò,
agli occhi degli italiani, il valore di un simbolo della loro aspirazione alla
libertà, e ad un mondo in cui lo spirito prevalga sulla violenza. E tale si
mantiene a distanza di anni. Il terzo volume del carteggio tra C. e Laterza
(l'editore delle opere crociane) offre una grande quantità di esempi delle
difficoltà di mantenersi in equilibrio “tra l'opposizione concreta e
organizzata al fascismo, e l'adesione o la cinica indifferenza”. Esempi “quasi
tutti orientati però verso una precisa direzione: quella dell'autocensura, a
volte praticata, altre volte orgogliosamente respinta... Tra i molti casi che
potrebbero essere citati a illustrazione di questo atteggiamento, è notevole
quello sorto attorno alla dedica apposta da Paolo Treves, nel libro sulla filosofia
di Campanella, al padre Claudio, scrittore e parlamentare socialista,
famigerato tra i fascisti soprattutto per il celebre duello ingaggiato con
Mussolini. La dedica recitava: “A mio padre, che mi additò con l'esempio la
dignità della vita”. Laterza scrive a C. accostando, con diplomatica
sottigliezza, la lettura di un volgare trafiletto anticrociano e antilaterziano
sul “Lavoro fascista” alla questione della dedica, che egli propone al Treves
di limitare “alle prime tre parole essenziali, non essendo opportuno motivarla
allo stato attuale delle cose”. Alla lettera C. risponde il giorno dopo,
tranquillizzando Laterza sulla “purezza” del lavoro storico del Treves e
sull'assenza in esso di riferimenti al presente, e aggiungendo, con maliziosa e
retorica ingenuità: “ma veramente non capisco perché vi abbia fatto senso quella
dedica affettuosa di un figlio al padre. O che la dignità della vita (il
corsivo è ovviamente di Croce) è un fatto politico del giorno?”. Comunque sia,
la dedica uscì poi nella versione “purgata”. Maurizio Tarantino, recensione a C.-Giovanni
Laterza, Carteggio, a c. di Antonella Pompilio, Napoli, Roma-Bari, Istituto
italiano per gli studi storici, Laterza, “L'indice”. L'episodio è narrato con dovizia
di particolari in una lettera di Nicolini a Gentile riportata da Sasso in Per
invigilare me stesso, Bologna, Il mulino, Barbera, La biblioteca esoterica.
Carteggi editoriali Evola-C.-Laterza, Roma, Fondazione Julius Evola, Cesare
Medail, Evola: mi manda Don Benedetto, in Corriere della Sera, Cfr. la
prefazione del testo Lettere di Julius Evola a C.. Regio Decreto Legge, Disposizioni
sull'istruzione superiore (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia,
Tacchi, Storia illustrata del fascismo, Giunti, La Repubblica, Giarrizzo
rivendicò con una punta di orgoglio l'essere annoverato tra i “nipotini” di C.
(se, nel corso di uno sgradevole scontro, sono stato per Martino un basco verde di Palazzo Filomarino. Giarrizzo,
Giuseppe, Di C. e del filosofare sine titulo, Archivio di storia della cultura:
Napoli: Liguori, si veda: Gramsci, Il
materialismo storico e la filosofia di C.
C., Epistolario, I, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, La
vicenda è descritta e analizzata da Sasso, La guerra d'Etiopia e la “patria”,
in Per invigilare me stesso, Bologna, Il mulino, Battista, Corriere della Sera,
B. Croce, Taccuini di lavoro, Napoli, La tentazione antisemita di tre
antifascisti liberali Dante Lattes,
Ferruccio Pardo, C. e l'inutile martirio d'Israele. L'ebraismo secondo C. e
secondo la filosofia crociana Sarfatti,
Il ritorno alla vita: vicende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda
guerra mondiale, Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e
guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore, C. rimane
fermo sulle sue posizioni: l'unica condizione alla quale i partiti antifascisti
dell'opposizione avrebbero accettato di entrare nel governo di Badoglio è
l'abdicazione di Vittorio Emanuele III. È stato il re, dice C., ad APRIRE LE
PORTE AL FASCISMO, favorendolo, appoggiandolo e servendolo per 'anni. Tompkins,
Operti, Lettera aperta a C., Torino, Lattes, Mazzini, poi in Scritti e discorsi
politici, Bari, Laterza; sulle caratteristiche "affettive" del
pronunciamento di C. al referendum, vedi Fulvio Tessitore, Il percorso
psicologico dalla monarchia alla repubblica attraverso i Taccuini di lavoro di
C., in C. e la nascita della Repubblica. Atti del convegno tenutosi presso il
Senato della Repubblica, Soveria Mannelli, Rubbettino, "non sono veri liberali...coloro che si
fregiano, come ora taluni hanno preso a fare, del nome di monarchici, perché il
liberalismo non ha altro fine che quello di garantire la libertà" e se
"la forma Repubblicana gli offre questa...garanzia quando non gliene offre
sicura la monarchia, sarà anche eventualmente repubblicano" (Taccuini di
lavoro; "se il tentativo la duplice abdicazione di Vittorio Emanuele III e
di Umberto II] fallisse, noi sosterremo il partito della Repubblica,
adoperandoci a farla sorgere temperata e non sfrenata, sennata e non
dissennata" (Taccuini di lavoro. C., mai nominato, formalmente rifiutò
prima ancora che la sua ventilata nomina potesse concretizzarsi. (In Galliani,
Il Capo dello Stato e le leggi, Giuffrè, Ente Morale, su Uni SOB.na.Senato
della Repubblica-Cinecittà Luce, Il filosofo della libertà: Napoli - il
funerale di C. C., Maria Curtopassi, Dialogo su Dio: carteggio, Archinto, Il
carteggio fra C. e Curtopassi è stato pubblicato presso la casa editrice
Archinto da Giovanni Russo, autore anche della nota introduttiva, Griffo, Il
pensiero di C. tra religione e laicità. La citazione è tratta da: C, Taccuini
di lavoro, vol. 6, Napoli. C., Perché non possiamo non dirci anticoncordatari.
Discorso contro i patti lateranensi, tratto da: C., Discorsi parlamentari, Bardi
editore, Roma, Atti parlamentari della Camera: Guido Verucci, Idealisti
all'Indice. C., Gentile e la condanna del Sant'Uffizio, Laterza, Capitini, La
compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano, La Critica. Rivista
di Letteratura, Storia e Filosofia diretta da C., Il ministro dell'Educazione
Nazionale, Bottai alluse ironicamente all'operetta crociana con un articolo
intitolato Benedetto Croce rincristianito per dispetto (In Ruggiero Romano,
Paese Italia: venti secoli di identità, Donzelli Editore,Perché non possiamo
non dirci "cristiani, in La Critica; poi in Discorsi di varia filosofia,
Laterza, Bari, Croce, M. Curtopassi, Dialogo su Dio. Carteggio op.cit. ibidem.
Focher, Rc. a Capanna, La religione in C.. Il momento della fede nella vita
dello spirito e la filosofia come religione, Bari, in Rivista di studi
crociati, Sandro Magister, Colloquio con Foa (Da l'Espresso, Documenti) In Vittorio Messori, Pensare la storia: una
lettura cattolica dell'avventura umana, Paoline, Nello Ajello, Solo per amore,
"La Repubblica, Sasso, Per invigliare me stesso, Bologna, Il mulino, Nel
registro mortuario di Raiano, vicino a L'Aquila, viene indicata erroneamente
come "moglie del senatore C." C. e l'amore Giannangeli, C. a Raiano, in
"L'Osservatore politico letterario", Milano-Roma, Morta Alda C.,
figlia di C. È morta Silvia C. l'ultima
nata del filosofo Morta Lidia, l'ultima
figlia ancora vivente di C. Si è spenta a Napoli. Il pensiero filosofico di C.
- senato C., La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari Saggio
sullo Hegel C., da "papa
laico" a grande dimenticato
Grassano, La filosofia politica di Popper: 1 - La critica della
dialettica hegeliana e dello storicismo; commento a La società aperta e i suoi nemici
e Miseria dello storicismo di Popper
Croce e il totalitarismo
Carteggio C.-Omodeo Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto,
Bompiani, Milano In opposizione al positivismo che voleva riportare la storia
ad una forma della scienza, Croce si era interessato dell'estetica nella quale
avrebbe dovuto essere compresa la storia; cfr. La storia sotto il concetto
generale dell'arte, Bari. Per questo
motivo C. della Divina Commedia di Dante apprezza la prima cantica dell'Inferno
in quanto risultato di una forte e sentita intuizione-espressione, mentre
apprezza meno la cantica del Paradiso dove Dante mescolerebbe poesia e
filosofia Nella premessa C. scrive di
aver trattato l'argomento nello scritto intitolato Lineamenti di una logica
come scienza del concetto puro pubblicato negli Atti dell’Accademia pontaniana.
In effetti però avverte C. che il volume È una seconda edizione del mio pensiero,
piuttosto che del mio libro» (C., Logica, Ricerca in Italia. Un passato da
salvare, conferenza del prof. Bernardini, dal sito Centro Studi Enriques, C.,
La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari. Quel che si scrivevano
Einstein e C. Dimenticare C.? (Corriere
della Sera) La scienza negata. Il caso
italiano, Codice, l'Italia della scienza negata (dal blog de Il Sole 24
Ore) Ministro dell'Istruzione del
governo MUSSOLINI, promotore della riforma scolastica varata in Italia. Radice
in Faracovi, Enriques, Approssimazione e
verità, Belforte, Livorno, Giorello, Dimenticare C.?, in Il Corriere della Sera,
L'arretratezza dell'Italia in campo scientifico è il risultato di cattive
scelte dei politici da una parte e di resistenze culturali e di incapacità
degli scienziati stessi a comunicare dall'altra e che quindi risultano
indipendenti dall'idealismo crociano. A livello culturale, casomai, esistono
altre forze che potrebbero essere imputate del ritardo scientifico, si veda per
esempio la nefasta influenza della Chiesa in merito ad alcuni aspetti delle
ricerche bioetiche. La mia perplessità nei confronti di Croce non riguarda le
pretese conseguenze della sua filosofia sullo sviluppo tecnico-scientifico del
nostro Paese. Mi sembra che sia una polemica datata e ormai superata. Non credo
che dalle posizioni antiscientifiche di Croce derivi un ritardo della società
italiana nei confronti della scienza. Quella di C. è una filosofia interessante
sotto altri profili, ma poco interessante, quando si parla di scienza e quindi
è deficitaria sotto il profilo di una seria trattazione del problema della
conoscenza.» (Giorello), in È vero che C. odiava la scienza? - Dialogo tra
Giorello e Ocone, Matera, Biscaldi, Giusti, Pezzotti, Rosci, Scienze umane -
Corso integrato, Marietti Scuola, 9. C., La storia come pensiero e come azione,
Laterza, Bari, Abbagnano, Storia della filosofia, Benadusi, Caravale, M.s
Italy: Interpretation, Reception, and Intellectual Heritage, Palgrave
Macmillan, Sambugar, Salà, Letteratura italiana
Paolo Ruffilli, Introduzione alle Operette morali di Leopardi, ed.
Garzanti Sebastiano Timpanaro,
Classicismo e illuminismo nell'Ottocento italiano C., Schopenhauer e il nome del male Si riferisce a d'Annunzio, Fogazzaro e
Pascoli Riportato in Pazzaglia,
Letteratura italiana III C., Del
carattere della più recente letteratura italiana, in Letteratura della nuova
Italia, Bari, Dino Biondi, Il Resto del Carlino, Edizioni Nazionali istituite
anteriormente alla legge su Ministero per i Beni e le Attività Culturali, concernente
l'«Edizione Nazionale delle opere di C. Integrazione della composizione della
Commissione» su Ministero per i Beni e le Attività Culturali, VISTO il D.P.R istitutivo
dell'Edizione Nazionale delle opere di C.».Bibliografia Fassò, C., in Novissimo
Digesto Italiano, diretto da Azara e Eula, Torino, Pomba, Antoni, Commento a C.,
Venezia, Neri Pozza, Alfredo Parente, Il pensiero politico di C. e il nuovo
liberalismo, Solmi, Il C. e noi, in "La Rassegna d'Italia", La
letteratura italiana contemporanea, a cura di Giovanni Pacchiano, Milano,
Adelphi). Nicolini, C., Pomba, Torino, Ottaviano Giannangeli, C. a Raiano, in
"L'Osservatore politico letterario", Milano-Roma, (ora in Id.,
Operatori letterari abruzzesi, Lanciano, Itinerari). Damiano Venanzio Fucinese,
Dieci lettere inedite di C., in "Dimensioni", Lanciano, Ulisse
Benedetti, C. e il Fascismo, Roma, Volpe Rditore, Roma, Sasso, C. La ricerca
della dialettica, Napoli, Morano, Badaloni, Muscetta, Labriola, Croce, Gentile,
Roma-Bari, Laterza (in part. di Muscetta: La versatile precocità giovanile di
Benedetto Croce. Profilo della sua lunga operosità, Critica e metodologia
letteraria di C., Croce scrittore: multiforme unità della sua prosa).
Gianfranco Contini, La parte di C. nella cultura italiana, in Altri esercizi, Torino,
Einaudi, Sasso, La "Storia d'Italia" di C.. Cinquant'anni dopo,
Napoli, Bibliopolis, Bonetti,
Introduzione a C., Laterza, Ryn, Will, Imagination and Reason: Babbitt, C. and
the Problem of Reality, Giammattei, Retorica e idealismo, Mulino, Bologna,
Sasso, Per invigilare me stesso. I taccuini di lavoro di C., Bologna, Mulino,
Galasso, C. e lo spirito del suo tempo, Milano, Saggiatore, C. e la cultura
meridionale. Atti del convegno di studi, Sulmona-Pescasseroli-Raiano, a cura di
Papponetti, Pescara, Ediars, Toni Iermano, Lo scrittoio di C. con scritti
inediti e rari, Napoli, Fiorentino, Antonio Cordeschi, C. e la bella Angelina.
Storia di un amore, Milano, Mursia, Sasso, Filosofia e idealismo. I – C.,
Napoli, Bibliopolis, Mengaldo, "C.", in: Profili critici del
Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, Sartori, Studi crociani, Bologna,
Mulino, Giannangeli, C.e la riconquista dell'Abruzzo e Due monografie e un
appunto, in Scrittura e radici. Saggi, Lanciano, Carabba, C. filosofo. Atti del
convegno internazionale di studi in occasione dell’anniversario della morte:
Napoli-Messina, Soveria Mannelli, Rubbettino, Paolozzi, L'estetica di C.,
Napoli, Guida, Rizi, C. and Italian fascism, University of Toronto, Visentin,
Il neoparmenidismo italiano, I. Le premesse storiche e filosofiche: C. e Gentile,
Napoli, Bibliopolis, Maria Panetta, C. editore, Napoli, Bibliopolis, Verucci,
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storia e filosofia» ai «Quaderni della “Critica”» su biblioteca filosofia.uniroma1.
C., il filosofo liberale, sul RAI Filosofia, su filosofia.rai. Alessandra
Tarquini, C., il filosofo liberale, Radio3. Aus dieser Schule sind die beiden
großen zeitgenössischen Philosophen Italiens hervorgegangen, C. und
Gentile. Beide Denker knüpfen an die J Gentile, Che cosa e il fascismo. Gentile
hat einen Neudruck seiner Werke veranlaßt. In seiner,,Introduzione alla
filosotia' sagt er: Damit aus einem Volke eine Nation werde, muß es sich
seiner Nationalität, seiner Kraft und seiner Kultur bewußt
sein. Philosophie Hegels an, die gerade in Italien, namentlich an der
Universität Neapel, von jeher gepflegt wurde. C. übernimmt von dem großen
deutschen Denker den Leitgedanken, nämlich die Idee des Geistes als einer
dialektischen Tätigkeit, die sich im Rhytmus von Gegensätzen bewegt. Diese
Gegensätze formuliert er allerdings etwas anders als Siegel, indem er
zwischen kontradiktorischen und nur konträren Momenten unterscheidet. Ferner
lehnt C. die empirischen Gedanken völlig ab; für ihn erzeugt nur der Geist die
Realität. Es gibt in der Welt nichts, was nicht Manifestation des Geistes
wäre. Er gliedert sich in zwei Hauptformen: theoretische Aktivität
(Erkennen) und praktische (Wollen und Handeln). Unterformen sind:
intuitives Anschauen (Kunst), intellektuelles Denken (Wissenschaft),
ulititalisches Handeln (Ökonomie), moralisches Wollen (Ethik). So schrieb
denn C. ein Buch über Lebendiges und Totes in Hegels Philosophie und
betonte seine innere Verwandtschaft mit Vico, dessen Lehre er gleichfalls
eine besondere Schrift gewidmet hat. Diese Verwandtschaft tritt besonders
in C. Werken über Historik und Ästhetik hervor. Diese und andere Bücher
des italienischen Philosophen haben internationales Ansehen erlangt.
Gentile schließt sich zwar im allgemeinen an den Geist der Hegelschen Dialektik
an. Er faßt sie aber nicht als abstrakte Reflexion auf, sondern als
konkretes Denken, das zugleich ein landein ist. Daher bezeichnet er seine
Philosophie als Aktualismus. Die wahre Realität liegt in dem
schöpferischen Akt des Geistes. Dieser ist nicht etwa nur Bewußtsein und
Kontemplation der Welt, sondern schöpferisches Hervorbringen der Welt;
Ethik und Politik sind daher ein Ausfluß des Geistes. Selbst die
historische Schau bedeutet nicht nur einen Bericht über Geschehnisse der
Vergangenheit, sondern auch eine geistige Schöpfung 1). In dieser Lehre
erblickt Gentile eine Fortführung der italienischen Tradition, die von
Bruno bis auf Vico, Gioberti und Spaventa reicht. Er hat sich vollkommen
dem Faschismus angeschlossen, war eine Zeitlang Unterrichtsminister und
Urheber einer tiefgreifenden Schulreform. Gentile hat auch wichtige
Beiträge zur Staatstheorie des Faschismus geliefert 2 ), welche weiter
unten erwähnt werden sollen. Es sei noch hinzugefügt, daß auf dem Gebiete
der Rechtsphilosophie sich G. Del Vecchio auch außerhalb Italiens einen Namen
gemacht hat durch seinen Kampf gegen den reinen Rechtspositivismus und
seine philosophische Begründung des Imperialismus; dadurch hat seine
Lehre eine nahe Beziehung zum Faschismus. Von den zahlreichen Schriften
Gentiles ist,,Der aktuale Idealismus“ auch in deutscher Übersetzung
erschienen. -I Vgl. besonders „Che cosa e il fascismo", „La
filosolia de] fascismo“. Charakteristisch ist der Satz:,,Lo stato del fascismo
e una creazionc tutta spirituale". Benedetto Croce. Croce. Keywords: idealism, la filosofia di Croce come
antecedente del fascismo, Mussolini giornalista, la ruttura Croce-Gentile –
l’idealismo di Croce pre-fascismo come fascista: hegel, idea dello spirito,
idealism assoluto, la relazione tra Vico e Hegel. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Croce:
implicatura: intenzione, espressione, e communicazione” Croce.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Cuoco:
l’implicatura conversazionale di Platone in Italia – scuola di
Civitacampomarano – filosofia campobassese – filosofia molisana -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Civitacampomarano).
Filosofo campobassano. Filosofo molisano. Filosofo italiano. Civitacampomarano,
Campobasso, Molise. C.. Litografia di C. Direttore del Tesoro del Regno di
Napoli Monarca Gioacchino Murat Dati generali Partito politico Murattiani
Professione Giurista, economista. Targa posta sulla casa natìa di C. a
Civitacampomarano. C. nacque a Civitacampomarano, un piccolo borgo del contado
di Molise, nel regno di Napoli (attualmente in provincia di Campobasso), figlio
di Michelangelo, un avvocato e studioso di economia, appartenente ad una
famiglia della locale borghesia di provincia, e di Colomba de Marinis.
Ricevuta una prima istruzione nel vivace ambiente illuministico del paese
natìo, animato dalla famiglia Pepe, a cui era imparentato (tra i parenti ebbe
come cugino Gabriele Pepe), si recò a Napoli per studiarvi diritto e fu allievo
privato di Ignazio Falconieri. Non terminò gli studi di legge, ma a partire da
questo periodo si interessò di questioni economiche, sociali, culturali,
filosofiche e politiche, materie che resteranno sempre al centro della sua
attività e dei suoi interessi. Nell'ambiente culturale napoletano conobbe
ed entrò in contatto con intellettuali illuminati del Sud, tra i quali anche il
conterraneo Galanti, che in una lettera del 4 settembre del 1790 al padre
Michelangelo, descrive Vincenzo: «capace, di molta abilità e di molto talento»,
ma «trascurato» e «indolente», forse non soddisfatto appieno della
collaborazione di Vincenzo alla stesura della sua Descrizione geografica e
politica delle Sicilie. Partecipò attivamente alla costituzione della
Repubblica Napoletana nel 1799 ed alle sue vicissitudini, ricoprendovi le
cariche di segretario del suo ex docente Ignazio Falconieri (che ricopriva la
carica di comandante militare del Dipartimento del Volturno) e di organizzatore
del Dipartimento del Volturno. In seguito alla capitolazione della
Repubblica per mano delle truppe sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo ed al
susseguente ritorno al potere dei Borboni, conobbe il carcere per alcuni mesi,
venendo inoltre condannato alla confisca dei beni e quindi costretto
all'esilio, dapprima a Parigi e poi a Milano, dove già nel 1801 pubblicò il suo
capolavoro, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, poi ampliato nella
successiva edizione del 1806. Sempre a Milano, tra il 1802 ed il 1804
diresse il Giornale Italiano, dando un'impronta economica di rilievo al
periodico e svolgendo una vivace attività pubblicistica, che proseguirà anche a
Napoli con la sua collaborazione al Monitore delle Sicilie. Nel 1806
pubblicò il suo Platone in Italia, originale romanzo utopistico proposto in
forma epistolare, e quindi rientrò nel Regno di Napoli governato da Giuseppe
Bonaparte, ricoprendovi importanti incarichi pubblici, prima come Consigliere
di Cassazione e poi Direttore del Tesoro, dove si distinse inoltre come uno dei
più importanti consiglieri del governo di Gioacchino Murat. In questo
ambito preparò nel 1809 un Progetto per l'ordinamento della pubblica istruzione
nel Regno di Napoli, nel quale l'istruzione pubblica è vista come
indispensabile strumento per la formazione di una coscienza nazional popolare.
Seguace del Pestalozzi, Cuoco prospetta «un'istruzione generale, pubblica ed
uniforme». Dal 1810 ebbe l'incarico di Capo del Consiglio Provinciale del
Molise e, durante la durata di tale impiego, scrisse nel 1812 Viaggio in
Molise, opera storico-descrittiva sulla sua regione natale a cui restò legato
grazie anche alla stretta parentela con la famiglia Pepe (Gabriele Pepe),
presso la quale si conservano ancora suoi scritti e ritratti. Gli ultimi
suoi anni furono funestati dalla follia, che lo colpì a partire dal 1816 (forse
anche a causa del travaglio interiore scatenato dalla Restaurazione),
spingendolo alla distruzione di molti suoi manoscritti, rimasti dunque inediti,
e costringendolo a ridurre progressivamente le sue attività sino alla morte,
avvenuta a Napoli nel 1823, per le conseguenze di una frattura del femore,
riportata in seguito a una caduta. Opere Studioso di letteratura,
giurisprudenza e filosofia, Vincenzo Cuoco si segnala, oltre che per la sua
attività pubblicistica, per il Platone in Italia, originale romanzo utopistico
in forma epistolare e, soprattutto, per il Saggio storico sulla rivoluzione
napoletana del 1799, opera di fondamentale importanza nella nostra
storiografia, forse non studiata e conosciuta quanto meriterebbe. Lavorò ad
altri saggi e opere letterarie, rimaste in gran parte incompiute (salvo il
saggio Viaggio nel Molise, scritto nel 1812) e da lui stesso distrutte nel
corso delle crisi nervose causate dalla malattia che lo accompagnò nei suoi ultimi
anni. Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 «Tutte le
volte che in quest'opera si parla di "nome", di "opinione",
di "grado", s'intende sempre di quel grado, di quella opinione, di
quel nome che influiscono sul popolo, che è il grande, il solo agente delle
rivoluzioni e delle controrivoluzioni.» (V. Cuoco - Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana del 1799, Prefazione alla seconda edizione) Il
Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 fu scritto durante l'esilio
a Parigi e pubblicato a Milano in forma anonima nel 1801. L'opera narra
gli eventi occorsi a Napoli tra il dicembre del 1798 (fuga di re Ferdinando IV
di Borbone in Sicilia) e la caduta della Repubblica Napoletana, comprese le
rappresaglie che ne seguirono la fine. Il saggio conobbe un vasto
successo (fu presto tradotto anche in tedesco) e andò abbastanza rapidamente
esaurito, tanto da spingere l'autore - anche per scoraggiare i tentativi di
ristampa abusiva - a porre mano ad una nuova edizione ampliata, che vide la
luce nel 1806. Nel 1807 il saggio fu tradotto anche in francese (quasi
contemporaneamente ad analoga traduzione del Platone in Italia). Accanto
alla dimensione puramente storiografica, attraverso la quale vengono ripercorsi
gli eventi che condussero alla nascita e alla rapida fine dell'effimero
esperimento repubblicano (inquadrati dall'autore nel burrascoso contesto delle
invasioni napoleoniche in Italia), l'opera si propone come un commento storico
e mira a delineare una lettura critica della vicenda rivoluzionaria. Il
racconto degli accadimenti viene proposto sotto forma di indagine rigorosa dei
fatti e investe l'esposizione dei principi teorici che mossero gli artefici
della rivoluzione napoletana. Senza indulgere in enfasi e retorica, viene
in tal modo offerto al lettore uno spaccato della vivace e avanzata cultura
filosofica e politica d'inizio secolo nella capitale del Sud d'Italia
(all'epoca in Europa seconda solo a Parigi per estensione), ove gli
insegnamenti di Mario Pagano (1748-1799), di Antonio Genovesi, di Gaetano
Filangieri (1752-1788), e di Giambattista Vico confluiscono a filtrare e
aggiornare la lettura sempre valida de Il Principe di Niccolò
Machiavelli. «I Francesi furono costretti a dedurre i princìpi loro dalla
più astrusa metafisica, e caddero nell'errore nel qual cadono per l'ordinario
gli uomini che seguono idee soverchiamente astratte, che è quello di confonder
le proprie idee con le leggi della natura.» (V. Cuoco - Saggio storico
sulla rivoluzione napoletana del 1799, cap. VII) Poste a confronto la
Rivoluzione francese e quella partenopea, Vincenzo Cuoco indaga le ragioni del
fallimento di quest'ultima e ne individua con lucidità e senza pregiudizi le
cause: ispirata e poi di fatto imposta dagli stranieri, la rivoluzione coinvolge
a Napoli solo un’élite molto limitata numericamente (e largamente impreparata
alla difficile arte del governo), senza penetrare nella coscienza popolare e
senza tenere in alcun conto le peculiarità, tradizioni, necessità reali e
aspirazioni più autentiche che caratterizzavano le genti napoletane: «Se
mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzione, diretta
dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del
popolo; se un'autorità, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di
parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato
de' beni reali, e liberato lo avesse da que' mali che soffriva; forse… noi non
piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte
migliore.» (V. Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del
1799, cap.XV) Se da un lato, secondo C., il governo rivoluzionario cadde
vittima - prima di tutto - della sua stessa imperizia tecnico-politica,
dall'altro l'esperimento era votato in partenza al fallimento in quanto mirava
ad applicare ciecamente il modello della Rivoluzione francese, tal quale, senza
minimamente preoccuparsi di adattarlo alla realtà napoletana e alle sue
peculiarità. D'altra parte, osserva C. con spirito squisitamente moderno
e rara acutezza, si pretendeva che il popolo aderisse ciecamente a una
rivoluzione della quale non poteva capire né i valori, né le ragioni: "«Il
vostro Claudio è fuggito, Messalina trema»… Era obbligato il popolo a saper la
storia romana per conoscere la sua felicità?" (Saggio) La
Rivoluzione fu dunque imposta al popolo, piuttosto che proposta o sorta dalle
sue istanze più autentiche e profonde, determinando pertanto una profonda e
insanabile frattura tra gli intellettuali che la guidarono e la popolazione che
se ne sentì sostanzialmente estranea e che spontaneamente seppe riconoscerla
per quel che certo essa era a livello geopolitico: un regime imposto
dall'interesse di una potenza straniera. L'acuta e onesta critica di C. -
sempre sostenuto nella sua opera da un raro attaccamento al realismo e da una
logica incalzante - nel condannare la cieca fiducia delle élite in teorie
generali che non tengono nel giusto conto la storia e la cultura più profonde e
vere dei popoli, individua dunque nella frattura tra classi dirigenti e istanze
popolari quello che sarà forse il più grave dramma dell'intera avventura
risorgimentale italiana e che tanto dovrà pesare sulla storia dell'Italia
unita, sino ai giorni nostri. Critiche al saggio storico L'opera di
Vincenzo Cuoco ricevette aspre critiche per la sua documentazione
storiografica. Al di là delle convinzioni politiche, gli è stata rimproverata
una certa parzialità nella ricerca storiografica. L'abate Domenico Sacchinelli,
segretario del cardinale Fabrizio Ruffo, fondatore e comandante dell'Esercito
della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo, principale responsabile della
sanguinaria caduta della Repubblica e della restaurazione dei Borboni al trono,
criticò aspramente la sua opera. Al fine di far conoscere la sua versione
dei fatti, Domenico Sacchinelli pubblicò un'opera intitolata Memorie storiche
sulla vita di Ruffo, scritta nove anni dopo la morte di Fabrizio Ruffo nella
quale, essendo stato segretario del cardinale e possedendo dei documenti del
periodo, contestava molte delle notizie su Ruffo e sui sanfedisti. Sacchinelli,
nella prefazione, asserisce che Cuoco, a sua differenza, non poteva sapere
quello che l'esercito della Santa Fede aveva fatto per filo e per segno, in
quali paesi era stato e quali paesi aveva saccheggiato o incendiato. Per
contro, CROCE (si veda) la segnalò quale prima vigorosa manifestazione del
pensiero vichiano, antiastrattista e storico, e l'inizio della nuova
storiografìa, fondata sul concetto dello svolgimento organico dei popoli, e
della nuova politica, la politica del liberalismo nazionale, rivoluzionario e
moderato insieme." (B. Croce, Storia della storiografia italiana,
Laterza) Platone in Italia Platone in Italia. «Se l'arte
dell'eloquenza è l'arte di persuadere, non vi è altra eloquenza che quella di
dire sempre il vero, il solo vero, il nudo vero. Le parole, onde è necessità di
nostra inferma natura di rivestire il pensiero, saranno tanto più potenti,
quanto più atte al fine, cioè quanto più nudo lasceranno il vero, che è nel
pensiero. C. - Platone in Italia) Il Platone in Italia, diviso in due
volumi, è un originale esempio di romanzo storico scritto in forma epistolare
che l'autore finge di aver tradotto dal greco. L'opera, scritta prima del
suo rientro a Napoli (e pubblicata nello stesso anno), è dedicata alla
celebrazione del mito di un'immaginata "Italia pitagorica", intesa
come antico e mitico luogo della saggezza. Nel racconto immaginario di
Cuoco si descrive il viaggio intrapreso dal giovane Cleobolo, discepolo di
Platone, in visita nella Magna Grecia in compagnia del suo maestro: il viaggio
fornisce lo spunto per esaltare l'originalità e la natura primigenia della
civiltà italiana, vista da Cuoco come più antica di quella ellenica: è
nell'Italia meridionale che quelle popolazioni raggiungono per prime l'apice
sia nel campo delle istituzioni civili, sia nelle scienze e nelle arti.
Anche in quest'opera è chiaramente rintracciabile l'influsso di Vico e del suo
De antiquissima Italorum sapientia, laddove Cuoco ne coglie non solo la
dimensione storica, ma anche quella filosofica. Importante dal punto di
vista ideologico, l'opera intende affermare la supremazia culturale italiana
rispetto alla Francia e al resto d'Europa e può essere considerata un preannuncio
della corrente d'orgoglio nazionale che si svilupperà in tutto il primo
Ottocento e che culminerà nel celebre Del primato morale e civile degli
Italiani di GIOBERTI (si veda). A tratti disorganica e monotona, l'opera
non rende giustizia al suo autore da un punto di vista squisitamente
letterario, specie se confrontata con lo stile straordinariamente persuasivo,
agile ed efficace del Saggio sulla rivoluzione napoletana. Opere Saggio
storico sulla rivoluzione napoletana, in Scrittori d'Italia 43, Bari, Laterza. L’ACCADEMIA
in Italia, in Scrittori d'Italia Bari, Laterza. L’ACCADEMIA in Italia, in
Scrittori d'Italia, Bari, Laterza, Scritti vari, in Scrittori d'Italia, Bari,
Laterza, Scritti vari, in Scrittori d'Italia, Bari, Laterza. Rapporto al re
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Open Library, Internet Archive. Portale Biografie Portale Due
Sicilie Portale Economia Portale Letteratura
Portale Risorgimento Categorie: Scrittori italiani Giuristi italiani
Politici italiani del XVIII secoloPolitici italiani Nati a Civitacampomarano Morti
a Napoli Economisti italiani Personalità del Risorgimento Personalità della
Repubblica Napoletana [altre] L'opera filosofica di Cuoco nella Repubblica e nel
Regno italico non si esaurisce nei molte plici articoli del “Giornale
italiano”. La filosofia italica di Cuoco si continua nel “Platone in Italia”,
nuova ed alta testimonianza di quello spirito che vediamo in opera
ininterrottamente dai frammenti agli scritti del foglio milanese. Questo
sentimento nazionalistico, che ha il suo centro sol nello spirito e non fuori
di esso, è la gran trovata, il punto fermo del molisano, e compenetra il suo
Platone. Quello stesso uomo, nota giustamente Hazard, che scrive che “ama di
morir per la sua patria,” con la sua Napoli, “poichè essa più non esiste”, mentre Cuoco vive ancora, ed aggiungeva che
ad essa ha consacrati tutti i suoi pensieri. Ora consapevole sempre di più di
quanto nel saggio storico ha pur detto, cioè che l'amore di patria nasce dalla
pubblica educazione. Ora scrive un saggio il cui solo fine è sempre lo stesso:
creare lo spirito nazionale, e crearlo, presentando quanto più spesso si possa
le memorie dei tempi gloriosi. Che questo e lo scopo del suo “Platone in
Italia” nessun dubbio. E Cuoco stesso che ce lo dice. Il Platone dice C., in
una lettera al vicerè Eugenio è “diretto a formar la morale pubblica
degl'italiani, ed ispirar loro quello spirito d’unione, quell’amor di patria,
quell’amor della milizia che finora non hanno avuto.” Il “Platone in Italia” di
C. perciò è un romanzo a tesi, o, se volete, un romanzo didattico, se con ciò
noi vogliamo riferirci al suo fine, lasciando impregiudicata assolutamente
l'ulteriore valutazione filosofica. E chi lo legge con cura non può non
accorgersi di questo scopo, estrinseco sì all'arte, ma non allo scrittore, di
questo scopo che C. persegue, e per il quale solo sembra vivere. La trama del
“Platone in Italia” in sè è tenuissima, tanto tenue che C. quasi non se ne
accorge, onde appena l'abbozza per tosto sorvolarla. Un greco, Cleobolo, fa un
viaggio culturale nella Magna Grecia con il suo tutore, Platone. Platone e il
suo scolaro visitano le più importanti città d'Italia: Crotone, Taranto,
Metaponto, Eraclea, Turio, Sibari, Locri, Reggio, ecc., e conosce direttamente
o indirettamente i più fieri popoli della pe [ROBERTI, Lettere inedite di G.
Botta, U. Foscolo e C., in Giornale storico della letteratura italiana. La
lettera del Cuoco è ora ri prodotta in Scritti vari. C., Saggio storico. BUTTI,
Una lettera di V. Cuoco al Vicerè Eugenio nella miscellanea Da Dante al
Leopardi, per Nozze Scherillo -Negri, Milano, Hoepli. La lettera è ora ripro.
dotta in Scritti vari] pennisola, i sanniti e i romani, ammira le opere d'arte,
disputa di filosofia, si innamora di Mnesilla. Cleobolo stringe con Mnesilla un
bel nodo d'amore. La trama è questa. Ma vien meno dinanzi all'urgere d'un
contenuto didascalico svariatissimo, che la spezza, la frantuma, e in fine ce
la fa dimenticare. Nè il “Platone in Italia” è sotto questo riguardo un romanzo
originale. Anzi ha i suoi bravi antecedenti, tra cui sopra tutti importante
quel “Voyage du jeune Anacharsis en Grèce,” che ha una grande diffusione in
Francia e fuori, che ovunque ebbe ammira tori ed imitatori. Ma nella maggior
parte de' casi, come nota il Sanctis, il viaggio di Platone e Cleobolo è “un
semplice mezzo, con un altro scopo ed un altro contenuto,” che non sia quello
vero e proprio di descrivere paesaggi e monumenti. Lo scopo non è più il
viaggio. Lo scopo e l'espressione di certe idee e sentimenti, fatta più
agevole, con questo mezzo. I secoli XVIII e XIX amarono il romanzo viaggio,
come del resto anche il romanzo-epistolario, perchè col suo meccanismo si piega
ad ogni finalità. Il “Platone in Italia” di C. anzi è nello stesso tempo
viaggio ed epistolario, è un insieme di lettere spedite visitando l'una dopo
l'altra le varie città d' Italia. Il viaggio, come forma letteraria, può
servire a qua lunque scopo ed avere qualunque contenuto. E cera, che può
ricevere ogni specie d'impressione; marmo, che può configurarsi secondo il
capriccio dello scultore. È difficile trovare una forma più libera, più
pieghevole al vostro volere. Passate da una città in un'altra: nessun limite
trovate al vostro pensiero. Potete incontrarvi con gli uomini che vi piace;
immaginare ogni specie d'accidenti; saltare dalla natura ai costumi, da'
costumi al l'anima; visitare, qua e colà, come vi torna meglio; rin chiudervi,
tutto solo, nella vostra stanza, e fantasticare, filosofare, poetare, mescere,
a vostro grado, sogni, ghiri bizzi e ragionamenti, dialoghi e soliloqui,
visioni e rac conti. Se voi vi proponete uno scopo particolare, questo v '
impone il tal contenuto, il tale ordine, la tal proporzione: insomma v’impone
un limite, che non procede dal mezzo liberissimo di cui vi valete, ma dal fine
che avete in mente. Ma se voi leggete l'opera del Barthélemy e la raffron tate
con l'opera cuochiana, una differenza vi balzerà su bito agl’occhi, nell'alto
fine che il nostro scrittore s'è proposto e che nel francese, naturalmente,
manca del tutto. È il fine, quello che interessa C., e che da lungo tempo egli
persegue ne' più vari modi. Il Giornale italiano, a questo proposito, ci mostra
come l'idea d'un viaggio educativo nei vari reami della storia si sia al
molisano altre volte presentata. Tra tante opere che ci si dànno ogni giorno,
buone, mediocri, cattive quella descrivente un viaggio, per esempio, nel secolo
di Leone X, non sa rebbe certamente la meno utile per la nostra istruzione e
per la nostra gloria ». Così scrive, e di questo viaggio ideale, di cui
immagina che un suo amico conservi l'an tico manoscritto d'un suo maggiore, dà
un saggio in quel colloquio col Machiavelli che abbiamo a più riprese ve duto .
Il fine dunque è quello che occupa l'animo del nostro, e questo domina tutto,
soffoca, purtroppo, ogni intendimento che pedagogico non sia [Il romanziere
cerca di scusare questa deficienza di trama, che si risolve in una deficienza
fantastica e quindi in una deficienza artistica, e nella prefazione scrive che
la sua storia e rinvenuta in un antico manoscritto, autentico, perchè ritrovato
da suo nonno proprio fra le fondamenta d'una sua casa, ergentesi sovra quel
suolo ove un dì superba e Eraclea, manoscritto che è lacerato in varî punti e
perciò lacunoso, onde varje situazioni, prima accennate, non sono poi svolte e
tanto meno condotte a fine: ma questa è una scusa che non scusa nulla, poichè
tutti sanno che il manoscritto non è se non nell'immaginazione del Cuoco, nè
più nè meno come l'anonimo ma [SANCTIS (si veda), Saggi critici, Giorn. ital.:
Varietà. (SETTEMBRINI] -noscritto dei Promessi Sposi è nell'immaginazione di
Don Alessandro. Perciò l'esiguità della trama si deve unicamente al sopravvento
di fini estrinseci all'arte, pedagogici e didascalici. E gli stessi personaggi,
che la piccola trama lega, sono e non sono. Noi li vediamo e non li vediamo.
Soprattutto, noi non li vediamo mai in azione, in atto, con i loro caratteri e
con le loro passioni. A rigore possiamo dire che non sono protagonisti di
nessun dramma, poichè ci – Platone e il suo scolaro italiano -- appaiono, se
mai, nella stessa funzione del prologo in certi antichi componimenti teatrali,
che si limita ad annunciare ciò che fu o sarà e fa alcune sue considerazioni.
Essi hanno perciò un nome, come ne potrebbero avere un altro. Non sono essi
quelli che contano, conta quel che dicono, o che per essi dice C. Da questa
condizion di cose, è evidente, scaturisce un dissidio insanabile tra quello che
è arte, e che perciò non ha nè può avere un fine estrinseco a sè stessa, e lo
scopo stesso dichiarato dall'autore: il rammentare agl’italiani che essi furono
una volta virtuosi, potenti, felici, he furono un giorno gl'inventori di quasi
tutte le cognizioni che adornano lo spirito umano. Come VICO (si veda) nel “De
antiquissima italorum sapiential” si pone dinanzi il fine di dimostrare qual
filosofia si debba trarre dalle origini della lingua latina, quella filosofia
che in antico dovè certo essere professata dai sapienti italiani. Così il Cuoco
si propone di dimostrare che, nel pas sato più remoto, tra i popoli, che
abitarono la nostra penisola, ve ne furono di civilissimi, popoli, la cui
civiltà fu persino anteriore alla civiltà ellenica, che dalla prima riceve
luce, e non viceversa. E come chi voglia intendere il ”De antiquissima” non
deve tenere nessun conto del suo titolo e del proemio, e di tutte le vane
investigazioni che qua e là, vi ricorrono dei riposti con cetti, che, secondo
Vico supporrebbero talune voci latine, per considerare unicamente in sè stessa
questa dottrina che Cuoco pretende rimettere in luce dal più vetusto tesoro
della mente e dell’anima italica, e che non è altro che una dottrina
modernissima, quale puo essere costruita da esso Vico. Così chi voglia
comprendere il vero spirito del “Platone in Italia” di C. deve prescindere
dall'esil nucleo romantico, come dalla faticosa ricostruzione archeologica, e
considerarlo nella sua attualità. Esso non esprime i pensieri nè di Archita di
TARANTO (si veda) nè di Cleobolo, ma i pensieri di C., scrittore del regno
italico, meditante sulle proprie personali esperienze, e non sulle esperienze
di venticinque secoli avanti. All'anno di grazia vanno, per esempio, riferite
tutte le abbondanti considerazioni sulle leggi, sulla religione, sulle
istituzioni, sulle rivoluzioni, Ma l'opera di Vico è un'opera dottrinale,
filosofica, per cui lo sforzo di superamento temporale è facile. L’opera del
Cuoco è un romanzo che vuol pure essere consi derato dal punto di vista
dell'arte. Da ciò un insormontabile dualismo, onde noi veniamo risospinti
dall'Italia del VI secolo di Roma all'Italia del secolo XIX di Cristo, da
Platone a Vico, da Archita a Napoleone, dai filoneisti di Taranto ai giacobini
di Francia, da Alcistenide e Nicorio a Monti. E in questo urto di due visioni
opposte e con trastanti l'arte fugge via, e noi non sappiamo ove finisca la
finzione e cominci la realtà. La funzione è troppo evidente, perchè noi
possiamo ingannarci. V'è troppa erudizione, troppi richiami di testi classici,
e non solo greci, ma anche latini, medievali, moderni, perchè la fantasia possa
godere d’una pura contemplazione. E chi è quella Mnesilla, che disputa così
bene d'arte e di musica, se non un'estetica moderna, che conosce Vico? E chi è
quel Cleobolo, che cita opinioni del Filangieri e del Pagano, e parafrasa
persino versi del Petrarca? GENTILE, Studi vichiani SETTEMBRINI, In una lettera
che Cleobolo scrive all'amata è detto. Così, passando di pensiero in pensiero e
dimonte in monte, spesso sopraggiunge la sera; e, mentre par che tutta la
natura dorma, solo il mio cuore veglia, innalzandosi col pensiero fino a quegli
astri eternamente lucenti che [ E chi è quel Platone, che non ignora i princípi
della nazionalità e con Archita disputa di filosofia moderna! La contaminazione
è troppo evidente, e la filosofia pitagorica e platonica si mesce in uno strano
viluppo con quella vichiana. Da ciò, notiamo, scaturisce non solo, come abbiam
detto una deficienza grande nell'opera d'arte, ma anche nell'importanza
filosofica del Platone in Italia. È questo un'opera d'arte? Un lavoro
filosofico? Uno scritto politico? Nulla di tutto ciò, e pure tutto ciò misto in
una unità singolare. Non scritto storico, perchè, a parte il valore molto
discutibile del suo metodo, che egli si propone di ragionare e giustificare più
tardi, con una di quelle dilazioni, che svelano appunto l'incertezza del
pensiero e l'oscurità da vincere, Cuoco è troppo preoccupato da fini estrinseci
alla storia, artistici ed educativi] non filosofia, perchè Cuoco non segue un
indirizzo unico, ma si trova costretto dal l'imbastitura della narrazione a
mescere quel che è patrimonio dell'antichità con quella vigile coscienza tutta
moderna e vichiana della spiritualità del reale. Non opera d'arte per ragioni
sovradette, poichè Cuoco non riesce mai a trovare in sè quell'assoluta
pacatezza della fantasia, che sola può generare creature vive. L'arte «non c'è
principalmente nota » il Gentile « perchè Cuoco non si dimentica abbastanza in
questa visione confortante, che a un tratto gli sorge nell'animo, di un'Italia
grande per virtù private e pubbliche, perchè retta da una saggia filosofia. E
corre a ogni po' col pensiero all'Italia per cui scrive, all'Italia presente,
piccola, inferma, senza spirito pubblico, senza amor di grandezza, senza
orgoglio di nazione, senza forze vive: e ondeggia tra la statua brillano sul
mio capo; e, dopoaverli riguardati ad uno ad uno, il mio occhio si ferma in
quella fascia immensa, la quale pare che tutto circondi l'universo. Di là si
dice che le nostre anime sien discese, ed ivi ritorneranno e rimarranno unite
per sempre! GENTILE, Studi vichiani che avrebbe da animare, e sè stesso che
egli quasi non crede da tanto; e gli trema la mano ». Non c'è l'opera d'arte,
ma il lavoro non è cosa del tutto morta e caduca. Ci sono parti molto belle, in
cui realmente l'animo si placa in una commossa visione d'amore, o in un
paesaggio italico, ricco di tinte forti calde sfumanti; poi c'è una sempre
vigile volontà, tesa in un fine, che, se è estrinseco all'arte, non è mai fuori
dall'autore, ma pur sempre in lui, e l'accende di sano amore di patria e d'alto
nazionalismo. C'è in somma una matura attività dello spirito, che, sia che [Per
dare un esempio dell'arte del “Platone in Italia” di Cuoco, trascrivo un brano,
che già al RUGGIERI apparve degno d'attenzione: è una lettera di Cleobolo. Ieri
sera sedevamo in quel poggio il quale tu sai che domina il mare e Taranto. È il
sito più delizioso della villa ch'ella tiene nell'Aulone. E noi non sedevamo
propriamente sulla sommità, ma in mezzo della falda, come in una valletta, la
quale, ren dendo più ristretto l'orizzonte, par che renda più ristretti e più
forti i sensi del cuore. Il sole tramontava; spirava dal l'occidente il fresco
venticello della sera, che scendeva a noi turbinosetto per l'opposta falda del
colle. Eravamo soli, io ed ella, e nessuno di noi due parlava, assorti ambedue
in quella languida estasi che ispira il soave profumo de' fiori di primavera,
forse più grave la sera che la mattina ne' luoghi frequenti di alberi. Di tempo
in tempo io rivolgevo i miei occhi a lei, ma un istante dipoi li abbassava;
ella li abbassava come per non incontrarsi coi miei, ma un istante dipoi li
rial zava, quasi dolendole di non averli incontrati. Vedi quel l'arboscello di
cotogno? — mi dice (e di fatti ve ne era uno a dieci passi da me) — vedi come
il vento, che si rompe in faccia agli annosi ulivi ed ai duri peri, pare che
sfoghi tutta la sua prepotenza contro quel debole ed elegante arboscello?
Quanta verità è in quei versi di Ibico: Il mio cuore è simile al cotogno
fiorito, che il vento della primavera afferra per la chioma e ne con torce
tutti i teneri rami!... Tu non hai detti tutti i versi di Ibico; no escləmai io
tu non li hai detti tutti.... Esso è stato nudrito colla fresca onda del
ruscello che gli scorre vicino; ma nel mio cuore un vento secco, simile al
soffio del vento di Tra cia, divora.... Io voleva continuare; ma ella mi guardò
e le vossi. Qual potere era mai in quel guardo, in quell'atto?... Io non lo so;
so che tacqui, mi levai e ritornai in casa, se guendola sempre un passo
indietro, senza poter mai più alzar gli occhi dal suolo.”] eccesso e analizzi
le antiche istituzioni del Sannio; sia che valuti i germi della futura
grandezza di Roma, sia che da questi discenda ai fatti moderni, e
indirettamente dica della rivoluzione francese e de' popoli, che tra un l'altro
amano posarsi nelle opinioni medie o magari tro vare la pace in un Napoleone,
tiranno restauratore del l'ordine, rivela pur sempre un uomo d'alta coscienza,
con sapevole di sè e del suo posto nel suo popolo. Noi dimentichiamo l'artista mal
riuscito, il metafisico contaminato, lo storico poco sicuro, ma ammiriamo il
pedagogo, che dai dati concreti della storia umana trae un non perituro
insegnamento. C. parla non a sè stesso, poi che non si pone dal rigido punto di
vista subiettivo proprio dell'arti sta, ma a noi, a noi italiani; e per noi
vibra, per noi di sputa, per noi parla. Platone non parla al suo discepolo
Cleobolo. Archita non parla ai suoi tarantini. Ponzio non parla ai suoi
sanniti. Ma tutti e tre, attraverso il Cuoco, si rivolgono a noi, e il loro
insegnamento mira a formare una più sicura anima italica. Certo questa
posizione è un po' monotona, e riporta l'autore ad insistere su punti già
precedentemente esposti nel Saggio, nei Frammenti, nel Giornale italiano, ma,
se guardiamo l'arduità dello scopo, la difficoltà d'attingerlo, le ripetizioni
non appariranno mai soverchie. Da noi non si tratta, dice C., di conservare lo
spirito pubblico, ma di crearlo, e la creazione è opera lunga, spesso do
lorosa. La tesi principale del ”Platone in Italia”, che del resto non è una
novità cuochiana, ma una trovata del Vico, è che nella nostra penisola vi sia
stata una civiltà, come ho detto, anteriore alla greca, quella etrusca, che per
il mondo ha diffuso luce di sapere filosofico e splendore d'arte, della quale
civiltà quella ellenica e pitagorea è un posteriore riverbero. L'opinione, sia
essa tramontata, come pretendono alcuni, per cui le origini greche del
pitagorismo sono indubbie, sia essa vera, come sostengono altri, per cui
l'autonomia della civiltà etrusca e delle susseguenti civiltà italiche è
parimenti comprovata, è profondamente radicata nel Cuoco, la di cui serietà
scientifica non può essere posta in dubbio. Il Cuoco è fortemente compenetrato
di essa, e, laddove crede di vederla comprovata dai fatti, l'animo suo trema
d'intima com mozione e di passionata esaltazione. Al tempo del viaggio di
Platone, la Magna Grecia è in decadenza. Molte città, che già furono grandi,
vennero nelle civili dissensioni rase al suolo. Altre, che un dì dominarono
molte terre, sono ridotte a piccoli borghi. Stirpi, che hanno un passato
glorioso, fiere delle loro milizie e dei loro trionfi, ora languono nell'ozio e
nella effemina tezza. Ma, ovunque, a chi mira intimamente le cose s'appalesano
i segni dell'antica grandezza e dell'antica forza, diffusi ne' monumenti
architettonici, vivi negli ordini civili, parlanti nelle costruzioni
filosofiche del pensiero e dell'arte. “Io credo, dunque,” dice Ponzio a
Cleobolo, “ciò che dicono i nostri sapienti, i quali dan per certo che ne'
tempi antichissimi l'Italia tutta fioriva per leggi, per agricoltura, per armi
e per commercio. Quando questo sia stato, io non saprei dirtelo. Troverai però
facilmente altri che te lo saprà dire meglio di me. Questo solamente posso
dirti io: che allora tutti gl'italiani formavano un popolo solo, ed il loro
imperio chiamavasi etrusco. Mentre la Grecia è ancor giovane, l'Italia è assai
antica e sul suo vecchio suolo già due epoche s'avvicendano: l'una è scomparsa,
l'altra è in isviluppo, e solo esteriormente potrà dirsi ellenica, nelle
innegabili im migrazioni dei greci. Nel suo spirito è italica, erede della
prim. Pitagora, che la impersona, null'altro è che un mito, ma un mito italico,
una sintesi concettosa della sapienza, ma una sintesi tutta italica. Come nella
natura vi sono terribili sconvolgimenti fisici, per cui la faccia della terra è
alterata, i monti si fendono ed aprono larghe valli, in cui scorrono nuovi
fiumi che prima non erano, mentre i vecchi veggono alterato il loro corso, così
nella storia antiche catastrofi hanno distrutto una fiorttura senza pari e
modificato organismi civili possenti. Sappi dunque, dice Cleobolo all’ACCADEMIA,
riferendo un colloquio che egli ha avuto con un sacerdote di Pesto, che un
tempo tutta l'Italia è stata abitata da un popolo solo, che chiamavasi etrusco.
Grandi e per terra e per mare eran le di lui forze; e, de' due mari che, a modo
d'isola, cingon l'Italia, uno chiamossi, dal nome co mune del popolo, Etrusco;
l'altro, dal nome di una di lui colonia, Adriatico. Antichissima è l'origine di
questi etruschi.. Le memorie della sua gloria si confondono con quella de'
vostri iddii e de ' vostri eroi. Ma chi potrebbe dirti tutto ciò che gli
etrusci opra rono nell’età de' vostri eroi e de'vostri iddii? Oscurità e favole
coprono le memorie di que' tempi. Posso dirti però che gl’etrusci estendevano
il loro commercio fino all'Asia. Gl’etruschi signoreggiavano tutte le isole che
sono nel Mediterraneo, ed anche quelle che sono vicinissime alla Grecia.
Dall'ampiezza dell'impero giudica dell'antichità. Quest'impero però era troppo
grande e poco omogeneo, più federazione di città che stato unitario, onde esso
avea in sè stesso il germe della dissoluzione. Non mai si era pensato a render
forte il vincolo che ne univa le varie parti. Ciascun popolo ha ritenuto il
proprio nome: era il nome della regione che abitava, era quello della città
principale. Che importa saper qual mai fosse? Non era il nome “etrusco”.
Ciascun popolo ha governo, leggi e magistrati diversi. Non vi e nè consiglio,
nè magistrato comune se non per far la guerra. Da ciò trassero origine grandi
mali che distrussero ogni organizzazione: La corruzione de' costumi produce la
corruzione delle arti, le quali sono de' costumi ed istrumenti ed effetti, e
poi generò la corruzione della religione, la quale, corrotta, accelera la morte
delle città. Perciò l'Etruria, o ItTALIA, si sfasciò per legge naturale di
cose. Così cade, o Cleobolo, commenta il pellegrino Platone, qualunque altro
impero ove non è unità. Così cade la Grecia,, se non cessa la disunione tra le
varie città che la compongono, tra gl’uomini che abitano ciascuna città.
Imperciocchè, ovunque è sapienza, ivi si tende al l'unità. All'unità si tende
ovunque è virtù, il fine della quale è di render i cittadini concordi e simili.
Nè possono. esserlo se non son buoni. La vita istessa di tutti gl’esseri non è
se non lo sforzo degl’elementi, che li compongono, verso l'unità. Ovunque non
vi è unità, ivi non è più nè sapienza, nè virtù, nè vita, e si corre a gran giornate
alla morte. Ma la morte non è mai interamente morte, bensì tra sformazione,
cioè riduzione in nuove forme di vita, forme nuove, che della prima vita
mantengono alcuni elementi originari ed altri novelli acquistano. Così
l'Italia, divenuta deserto nella ruina, tosto si ripopola di genti, di città,
si organizza, si riabbellisce, e si ri presenta composta all'ammirazione
universa. Ma la civiltà italica, che possiamo dire pitagorea, nella sua essenza
è pur essa autoctona, se pure apparentemente ellenistica. Quando le colonie si
sono stabilite in Italia, le stirpi indigene dalle montagne eran discese al
piano, e due civiltà s'erano espresse. Noi disputiamo, osserva un italico a
Cleobolo, per sapere se i ellenici abbian popolata l'Italia o gl'italiani abbian
popolata la Grecia. Ed intanto è l'una e l'altra regione sono state forse
popolate da un popolo – l’ario --, il padre comune degl’elleni e degl'italiani.
Comune è perciò l'origine dei due popoli, ma, stanziatisi in diverse sedi,
gl’italiani hanno avuta una fioritura più precoce che non gl’ellenici, che pure
ai tempi di cui trattiamo, sembrano i più civili, i maestri degl’italiani in
ogni campo dell'umana attività. L'antico primato italico però ancor si
conserva, trasformato sì, ma sempre attivo, e si manifesta. Su questo primato
italico il Cuoco insiste, insiste, insiste calorosamente. E la sua tesi
nucleare. La pittura e in Italia già vecchia ed evoluta, allorquando Panco,
fratello di Fidia, «ipinse ne' portici di Atene la battaglia di Maratona,
riempiendo di stupore i suoi concittadini per la rassomiglianza che seppe
mettere nelle immagini dei duci greci e dei capitani nemici [Furono gl'italiani
che primi danno opera alle matematiche, e ne fecero un istrumento principale
della loro filosofia. Prima che Teodoro reca agl’elleni la scienza degli
italiani, in Grecia, le idee geometriche sono puerili, frivole, con
traddittorie. Invece, gl'italiani, potenti per un istrumento di filosofia tanto
efficace, fanno delle scoperte ammirabili in tutte quelle parti delle nostre
cognizioni che versano sulla quantità: nella geometria, nella astronomia, nella
meccanica, nella musica; ed hanno spinte al punto più sublime e più lontano dai
sensi tutte quelle altre che versan sulla qualità. La stessa arte della guerra
e delle milizie in Italia si perde nella remotezza de' secoli, onde ancora ai
tempi di Platone gl’italici mantengono indiscussa la loro superiorità. La
guerra presso gl’elleni ancora è duello, scienza rudimentale. Presso
gl’italiani l’arte della guerra è savio urto di masse e organica distribuzione
di manipoli. La stessa legge, che regola la convivenza nella penisola, e
originaria e nazionale, frutto di una intima esperienza sociale, e perciò nel
loro complesso immuni da contaminazioni eterogenee. Le romane XII tavole quindi
non sono mai derivate, come alcune storie vogliono, da Atene, poiché Atene
nulla poteva dare a un popolo, come il romano, discendente da popoli
dell’ateniese più antichi. Vedete dunque, dice Cleobolo ad alcuni legati di
Roma, che una parte delle vostre leggi è più antica della città vostra.
Un'altra è sicuramente più antica di quei dieci che voi dite aver imitate le
leggi d’Atene. Voi mi avete recitate le leggi de’ dieci e quelle dei re, le
quali dite esser state raccolte da Sesto Papirio sotto il regno del buon Servio
Tullio. Alcune, che voi recitate tra quelle, le ripetete anche tra queste. Tali
sono tutte quelle che regolano gl’auspici, l’assemblee del popolo, il diritto
di giudicar della vita di un cittadino, e che so io! Queste dunque già esisteno
in ROMA; ed e superfluo correr tanti stadi e valicare un mare tempestosissimo
per prenderle da un popolo che non le ha. Tre quarti dunque del vostro diritto
non ha potuto esser imitato da noi. Vi rimane una quarta parte, ed è quella
appunto nella quale può aver luogo l’imitazione, perchè può stare, senza
sconcio alcuno, ed in un modo ed in un altro. Tali sono le leggi sulla patria
potestà, sulle nozze, sulle eredità, sulle tutele. Ma queste cose sono dalle
vostre leggi ordinate in un modo tanto diverso dal nostro, che, se mai è vero
che i vostri maggiori abbiano inviati de' legati in Atene, è forza dire che ve
li abbian spediti per imparare, non ciò che volevano, ma ciò che non volevano
fare. Passando nel campo delle arti belle, tra gl’elleni la poesia drammatica è
meno antica che tra gl'italiani. Ben poche olimpiadi, dice un comico italiano,
Alesside, a Platone e Cleobolo, contate dalla morte di Tespi e di Frinico,
padri della vostra tragedia. Quando il siciliano Epicarmo si ha già meritato
quel titolo di principe della commedia, che, più di un secolo dopo, gli ha dato
il principe de’ vostri filosofi, Magnete d'Icaria appena balbutiva tra voi un
dialogo goffo e villano, che tutta ancor oliva la rusticità del villaggio ove
era nato. Quando la commedia tra voi nasceva, tra noi era già adulta. I poemi
omerici stessi nel loro nucleo fondamentale sono stati elaborati in Italia,
poichè di favole omeriche gl’italiani ne hanno più degl’elleni, e quelle
elleniche cominciano ove le italiche finiscono. In tutto ciò noi non possiamo
non notare il partito preso, la volontà di dimostrare ad ogni costo quel che C.
a priori afferma, l'originario primato italico. Ma lo scopo nobilissimo, che ha
dinanzi, vale a fare perdonarelo varie inesattezze. Nel tempo in cui Platone e
Cleobolo iniziano il loro viaggio per l'Italia, la Magna Grecia è in
dissoluzione. I vari popoli hanno fra loro relazioni saltuarie ed estrinseche.
Non si sentono fratelli animati da un'unica missione. Guerre, dissensioni,
lotte sono frequenti, donde scaturisce una condizione di perpetua incertezza.
Vedi, da una parte, l'Italia simile a vasto edificio rovinato dal tempo, dalla
forza delle acque, dall'impeto del terremoto. Là un immenso pilastro ancora
torreggia intero, qua un portico si conserva ancora per metà. In tutto il
rimanente dell'area, mucchi di calcinacci, di colonne, di pietre, avanzi
preziosi, antichi, ma che oggi non sono altro che rovine. Ben si conosce che
tali materiali han formato un tempo un nobile edificio, e che lo potrebbero
formare un'altra volta. Ma l'antico non è più, ed il nuovo dev'essere ancora. È
l'unità che si è infranta, per cui alla primigenia unitaria forza statale è
sottentrata la debolezza della molteplicità, mal celata dall' invadente forza
belligera di alcune stirpi, come i sanniti, o dal fasto di altre, come i
tarentini. Ma questa molteplicità tende quasi per fatale legge di natura
all'unità, e dall'indistinto pullulare delle genti dove pur sorgere chi di esse
fa una sola gente, un nome unico: Italia. Pure, se tu osservi attentamente e
con costanza, ti avvedrai che le pietre, le quali formano quei mucchi di
rovine, cangiano ogni giorno di sito; non le ritrovi oggi ove le avevi lasciate
ieri. E mi par di riconoscere un certo quasi fermento intestino e la mano d'un
architetto ignoto che lavora ad innalzare un edificio no vello. È la gran fede di C. Da questa unità o da
questa frammentarietà dipende l'avvenire della penisola. Tutta l'Italia, dice
Cleobolo, riunisce tanta varietà di siti e di cielo e di caratteri, e nel tempo
istesso sono questi caratteri tanto marcati e forti, che per essi mi par che
non siavi via di mezzo. Da ranno gl'italiani nella storia, come han dato
finora, gl’esempi di tutti gl’estremi, di vizi e di virtù, di forza e di
debolezza. Se saranno divisi, si faranno la guerra fino alla distruzione. Tu
conti più città distrutte in Italia in pochi anni, che in Grecia in molti
secoli. Se saranno uniti, daranno leggi all'universo. C. però ha fede che
questo suo ideale non resterà mero ideale. Questo ideale si concreta in una
entità statale, in un impero, che all'itala gente dalle molte vite darà
organizzazione e potenza. Cuoco dice che questo ideale non è nuovo, ma quasi
conformandosi ad un antico vero, il dominio etrusco, è risorto e di continuo
risorge nelle più elette menti. Lo stesso Pitagora concepì l'ardito disegno di
ristabilir la pace e la virtù, senzadi cui la pace non può durare. Pitagora
volea far dell'Italia una sola città; onde l’energia di ciascun cittadino ha un
campo più vasto per esercitarsi, senza essere costretta a cozzare continuamente
con coloro, che la vicinanza, la lingua, il costume facean nascer suoi fratelli
e la divisione degl’ordini politici ne costringeva ad odiar come nemici. E
l'energia di tutti non logorata da domestiche gare, potesse più vigorosamente
difender la patria comune dalle offese de’ barbari. Egli dava il nome di
barbari a tutti coloro che s’intromettono armati in un paese che non è loro
patria, e chiama poi barbari e pazzi quegl’altri, i quali, parlando una stessa
lingua, non sanno vivere in pace tra loro ed invocano nelle loro contese
l'aiuto degli stranieri. Egli sole dire agl'italiani quello stesso che Socrate
ripete agl’elleni. Tra voi non vi può nè vi deve essere guerra: ciò, che voi
chiamate guerra, è sedizione, di cui, se amassivo veracemente la patria,
dovreste arrossire. Sia stato Pitagora un essere umano di fatto vissuto, sia
egli invece un'idea, un mito elaborato dalla fantasia delle stirpi indigene,
nel quale esse han fatto confluire i risultati ultimi di tutte le loro secolari
esperienze, ciò dimostra l'antica radice, le remote propaggini nella co scienza
collettiva del problema unitario. Ma come attingere l'unità? Ritorniamo a
posizioni che noi già sappiamo. Il problema è un problema etico e pedagogico
insieme. A questa meta non si può pervenire senza virtù e senza ottimi ordini
civili. Onde non vi sia chi voglia e chi possa comprar la patria, chi voglia e
chi possa venderla. Ma l'ambizione di ciascuno, vedendosi tutte chiuse le vie
della viltà e del vizio, sia quasi co stretta a prender quella della virtù. È
necessario istruir il popolo. Un popolo ignorante è simile all'atabulo, che
diserta le campagne: spirando con minor forza il vento delle montagne lucane,
porta sulle ali i vapori che le rinfrescano e le fecondano. È necessario
istruir coloro che devono reggerlo. Un popolo con centomila piedi ha sempre
bisogno di una mente per camminare, e, con centomila braccia, non ha una mente
per agire. Ma quest'educazione pubblica, che occorre diffondere, non deve
essere per sua natura uniforme, uguale per tutti, bensì multiforme, varia,
secondante le infinite varietà che la natura umana ci offre: deve essere
educazione vera, cioè deve parlare agl’spiriti, e perciò deve essere in essi, e
non fuori di essi. Diversa perciò l'educazione della classe dirigente da quella
delle classi povere, diversa però non nell'intima qualità. L'una e l'altra si
volgono alla stessa natura umana e alle stesse potenze dello spirito. Un
popolo, dicono alcuni, il quale conoscesse le vere cagioni delle cose, sarebbe
il più saggio ed il più virtuoso de'popoli. Non è invero così. Riunite i saggi
di tutta la terra, e formatene tante famiglie. Riunite queste famiglie, e
formatene una città: qual città potrà dirsi eguale a questa! Nessuna, risponde
C. o Archita da TARANTO (si veda) per lui. Essa non meriterebbe neanche il nome
di città, perchè le mancherebbe quello che solo cangia un'unione di uo mini in
unione di cittadini. La vicendevole dipendenza tra di loro per tutto ciò che
rende agiata e sicura la vita e la perfetta indipendenza dagli stranieri. È
necessario perciò ai fini dello stato che gl'indotti coesistano accanto ai
dotti, come i poveri accanto ai ricchi, perché si realizzi quell’armonica
convergenza di forze distinte che è la vita. Ciò, che veramente è neces sario
in una città, è che ciascuno stia al suo luogo, cioè che sappia lavorare e che
ami l'ordine. Ad ottener l'uno e l'altro, sono necessarie egualmente la scienza
e la subordinazione. Diversa sarà l'educazione dei poveri da quella dei dirigenti.
Ma una educazione per i primi deve pur esservi. E per istruirli bisogna avere
la loro stima. Non perdete la stima del popolo, se volete istruirlo. Il popolo
non ode coloro che disprezza. Di rado egli può conoscer le dottrine, ma giudica
severissimamente i maestri, e li giudica da quelle cose che sembrano spesso
frivole, ma che son quelle sole che il popolo vede. Che vale il dire che il
popolo è ingiusto? Quando si tratta d'istruirlo, tutt'i diritti sono suoi.
Tutt’i doveri son nostri, e nostre tutte le colpe. Al popolo occorre insegnare
tutto ciò che è necessario per agire, tutto ciò che può rendergli o più facile
o più utile il lavoro, più costante e più dolce la virtù. Al savio, invece, è
necessaria la conoscenza delle cagioni vere, perchè sol col mezzo della
medesima può render più chiara, più ampia e più sicura la conoscenza delle
stesse cose. Al volgo conoscer le vere cagioni è inutile, perchè non potrebbe
farne quell'uso che ne fanno i savi. È necessario però che ne conosca una, in
cui la sua mente si acqueti. E questa necessità è tanto imperiosa, che, se voi
non gli direte una cagione, se la farneticherà egli stesso. Errano perciò i
filosofi che credono opportuno divulgare la filosofia è mettere il popolo a
contatto con i sublimi princípi della vita. Del resto ben diversa è la natura
del dotto filosofo e del popolano. Laddove il savio è ragione, il popolano è
tutto senso e fantasia. Il popolo è un eterno fanciullo che ha sempre più cuore
che mente, più sensi che ragione. E quindi ad esso bisogna parlare con quello
stesso linguaggio che s'usa con il fanciullo, dan dogli in un certo qual modo
cose e massime già fatte. Bisogna parlare al popolo dei suoi cari interessi, e
parlarne con il linguaggio che a lui più si conviene, con parabole e proverbi.
Se è vero che gl’esempi muovon più dei precetti, le parabole, le quali non sono
altro che esempi, debbon muovere più degli argomenti. I proverbi, che a noi
possono sembrare inintelligibili, perchè ignoriamo i veri costumi dei popoli
per i quali furono immaginati, sono nella rude concettosità adattissimi per lo
scopo prefissoci. La stessa virtù non la si può inculcare al popolo se non con
mezzi diversi di quelli che ci si offrono nella filosofia. La virtù è saviezza:
la saviezza ha bisogno di ragione, e la ragione ha bisogno di tempo. I
pregiudizi, gl’errori, i vizi che nella fantasia de' popoli vanno e vengono
come le onde del nostro Jonio, riempi rebbero sempre di nuova arena quel
bacino, che tu vuoi scavare a poco a poco per formarne un porto. È necessità
piantare con mano potente una diga, che freni la violenza delle onde sempre
mobili. Prima di avvezzare il popolo a ragionare, convien comandargli di
credere. E, per convincerlo che il vero sia quello che tu gli dici, convien per
suadergli, prima, che non possa essere vero quello che tu non dici. Non
cerchiamo l'uomo che abbia detto più verità, ma quello che ha persuase verità
più utili. E, se talora la necessità ha mossi i grandi uomini ad illudere il
popolo, cerchiamo solo se l'hanno utilmente illuso. Sono queste conclusioni che
già sono implicite nel saggio storico, ma riescono sempre interessanti, sia per
il loro intrinseco valore, sia per la forma con la quale l'autore ce le
prospetta. Questa educazione che mira a far sentire l'interesse comune alla
virtù, e quindi a radicarla in eterno, deve precedere la stessa attività
legislativa, se non si vuole che essa cada nel vuoto. Quando tu avrai incise le
leggi della tua città sulle tavole di bronzo, nulla potrai dir di aver fatto,
se non avrai anche scolpita la virtù ne' cuori de' suoi cittadini. La legge e
la costume sono i principali oggetti di tutta la scienza politica. La prima
risponde all'ordine eterno che è nelle cose, sempre perciò buono e vero; i se
condi invece presentano estreme varietà, e, nella maggior parte dei casi, ci si
presentano anzi che come correttivo delle prime, come deviazione da esse; onde
coloro, che traggono da una corrotta natura de' popoli le norme obiettive del
vivere, invece di evitare il male, spesso lo sancisce, e la sua opera pedagogica
manca. La legge è sempre una, perchè la natura dell'intelligenza è immutabile.
Mutabile è la natura della materia, di cui gli uomini sono in gran parte
composti; e quindi è che il costume inclina sempre ad allontanarsi dalla legge.
È necessità, dunque, conoscere del pari la natura sempre mobile di questo fango
di cui siamo formati, onde sapere per quali cagioni i nostri costumi si
allontanano dalle leggi, per quali modi, per quali arti possano riavvicinarsi
alle medesime; il che forma l'oggetto di tutta la scienza dell’educazione. Nn
di quella educazione che le balie soglion dare ai nostri fanciulli, ma di
quell'altra che Licurgo e Minosse seppero dare una volta agli spartani ed ai
cretesi. La ignoranza di una di queste due scienze ha moltiplicati sulla terra
i funesti esempi di quei legisla tori, i quali, volendo tentare riforme di
popoli, hanno o cagionata o accellerata la loro ruina. Imperciocchè, pieni la
mente delle sole idee intellettuali delle leggi ed ignoranti de' costumi de '
popoli, li hanno spinti ad una meta a cui non potevan pervenire, perdendo in
tal modo il buono che poteano ottenere, per avere un ottimo che era follia
sperare; o, conoscendo solo i costumi ed igno rando il vero bene ed il vero
male, hanno sancito i me desimi, ed han fatto come quel nocchiero, il quale,
non conoscendo il porto in cui dovea entrare, e servendo ai venti ed all'onde,
ha rotto miseramente il suo legno tra gli scogli. La legge però resterà sempre un astratto, se
gl’uomini non ne intenderanno la sua necessarietà e, quel che più conta, la sua
utilità. È d'uopo a ciò che essa sia accom pagnata non solo da pene, onde possa
con efficacia di storre gli animi dai vizî, ma eziandio da premi, onde possa
allettare alla virtù. Occorre parlare agli uomini un lin guaggio utilitario ed
edonistico, se si vuole essere seguiti da essi. E questa scienza, che si occupa
dei premî e delle pene, è difficilissima, perchè inutili sono senza premî e
pene le leggi, e arduo è calcolare l'adeguato rapporto so pra tutto delle pene
con i costumi dei popoli. Il crimi nalista perciò deve studiare non tanto i
rapporti giuri dici, di per sé astratti, ma i soggetti di essi rapporti, entità
concrete e viventi, e rispetto a questi porsi piut tosto in veste d’educatore,
anzi che di carceriere, e peg gio di boia. « La scienza delle pene e de' premî
» dice C. con perfetta sicurezza « appartiene alla pubblica educazione. La
legge, date alla città, hanno necessità di uomini atti ad eseguirle, che
veglino alla loro esecuzione. Le leggi, ho detto, sono nell'ordine eterno delle
cose, onde la filosofia a lungo le ha ritenute provenienti dalla divi nità.
Perciò il primo dovere degli esecutori è di comandare ne' limiti di esse, sovra
la loro base, poichè solo così si adempie l'universa volontà di Dio, o meglio,
s'attua l'ar monia immanente nelle cose. Ora, ordinate le leggi di una città,
per qual modo ritroveremo noi gli uomini degni di eseguirle? Questa èla parte
più difficile della scienza della legislazione: perchè, da una parte, le buone
leggi senza il buon governo sono inutili; e, dall'altra, sulla natura del
migliore de’governi gli uomini son più discordi che su quella delle buone
leggi. Anche questo secondo problema è di natura spirituale e pedagogica: la
preparazione della classe dirigente, la sua natura, ecc. non possono non
rientrare in quella scienza, di cui abbiamo visto i caratteri e le forme. In
quanto al problema subordinato se sia da accogliere il governo di un solo, di
pochi, o di molti; il governo ereditario o l'elettivo; e tra quest'ultimo
quello regolato dalla nascita, dagli averi, dalla sorte, questo è un pro blema
essenzialmente relativo e che del resto abbiamo già storicamente esaminato in
altra parte di questo la voro. La risoluzione è offerta da C. in poche parole
che giova riportare. « Noi diremo il miglior de' governi esser quello che non è
affidato ad uno solo, perchè un solo può aver delle debolezze; non a tutti,
perchè tra tutti il maggior numero è di stolti; ma a pochi, perchè pochi sempre
sono gli ottimi. E questi pochi avranno obbligo di render ragione delle opere
loro, onde la spe ranza dell'impunità non li spinga o ad obbliare per
negligenza le leggi o a conculcarle per ambizione; e perciò divideremo il
pubblico potere in modo che le diverse parti del medesimo si temperino e
bilancino a vicenda, e, dando a ciascuna classe di cittadini quella parte a cui
pare per natura più atta, riuniremo i beni del governo di uno solo, di pochi e
di tutti. Ma piuttosto altre considerazioni occorre fare, che ci riportano ad
un punto troppo caro al Cuoco perchè noi possiamo dimenticarcelo: le
considerazioni intorno alla religione. Abbiamo già visto i rapporti tra
autorità reli giosa ed autorità statale, il posto che la religione deve
occupare nello Stato, e lo abbiamo visto da un punto essenzialmente storico,
cioè in rapporto ai tempi del mo lisano: ora dobbiamo esaminare lo stesso
problema da un diverso punto, osservando quale posto può occupare la religione
nella formazione spirituale dei popoli. La religione è un fatto spirituale dal
quale non si può prescindere. « Quindi è che erran egualmente e coloro i quali
credon poter tutto ottenere colle sole leggi civili, e coloro che credono poter
colla religione e coi costumi supplire alle medesime. Questi renderanno le vite
dei cittadini e le loro sostanze dubbie, incerte; quelli rende ranno vacillante
lo stato dell'intera città. È necessità che vi sieno egualmente costumi,
religione e leggi: uno che manchi, la città, o presto o tardi, ruina. Il
bisogno della religione per C. non si basa tanto su ragioni ideali quanto su
ragioni pratiche. Lo Stato, che assorbe in sè la religione, s'eleva agli occhi
de'singoli e acquista maggiore rispetto. Nè è a dire che esso con ciò menomi la
religione, in quanto vita dello spirito, poi che esso assorbe quel che può
assorbire, infine il lato estrinseco e mondano della religione, lasciando
intatto il dommatico. I paesi, in cui i patrizi conservano autorità, sono
quelli in cui essi esercitano il sacerdozio, e in questi paesi la religione può
moltissimo sui costumi. « E forse queste due cose [ religione e costumi, stato
e chiesa) sono naturalmente inseparabili tra loro; perchè nè mai religione emen
derà utilmente i costumi se non sarà dipendente dal go verno; nè mai religione,
che non emendi i costumi e non ispiri l'amor della patria, potrà esser utile
allo stato italiano. Ora concepite in questa maniera le due classi dei ricchi e
dei poveri, dei savi e degli stolti, C. riguarda la vita pubblica come una loro
armonizzazione continua, in una evoluzione ininterrotta. Ricco non vuol dire a
priori savio, ma è certo che il ricco, coeteris paribus, può pro curarsi
un'educazione superiore, che il povero non può procacciarsi che in casi
eccezionali, onde quasi sempre, nella sua indigenza, resterà ignorante e spesso
stolto. L'opposizione tra savi e stolti si può in linea generalis sima
presentare come opposizione tra patrizi e plebei, opposizione delucidata anche
dal fatto che i patrizi, cioè coloro che nelle epoche primitive s'affermano
negli Stati e perpetuano la loro posizione dirigente per eredità di sangue e di
censo, sono, per lunga consuetudine e pratica pubblica, i più atti al
reggimento civile, mentre i plebei, gente nova, spesso portata su da súbiti
guadagni, sono di solito inesperti e fiacchi, perchè ignari del nuovo go verno
della cosa statale. Il segreto della varia vita delle città è nella saggia ar
monia di queste due forze, l'esperienza matura dei patres e la giovinezza
audace delle classi nuove. Quelle nelle quali i primi furono troppo fieri difensori
dei loro diritti lan guirono: i patres non vollero essere giusti, preferirono
es sere i più forti, onde fu mestieri che divenissero tirannici ed oppressori:
conservarono i loro privilegi, ma il prezzo di questi privilegi fu la debolezza
dello Stato, che al primo urto divenne preda dell' inimico. Quelle altre, in
cui la plebe per atto rivoluzionario acquisì d'un tratto i suoi diritti, ebbero
sempre costituzioni ispirate più dalla vendetta che dalla sapienza, e poterono
durare, per lo più, breve tempo, per turbolenze e dissensioni interne. Ben
diversa è la vita degli Stati, ove si giunge ad una reciproca graduale
integrazione de' due opposti in una vitale sintesi. È nell'ordine eterno delle
cose che « le idee non possano mai retrocedere », ed hanno vita felice soltanto
« quelle città nelle quali e la plebe ed i grandi vengono tra loro ad eque
transazioni. Ma pur tuttavia C.. concepisce la lotta di classe non solo come un
utile spediente, purché mantenuta ne' limiti della legge per giungere ad un
buono e durevole reggimento politico, ma come necessità di vita: e qui è un
punto fermo della sua dottrina politica, che nel suo saggio storico non appare,
e che nel ‘romanzo’, “Platone in Italia,” si rivela nella sua luminosa
chiarezza. Or vedi tu questa lotta eterna tra gli ottimati e la plebe, tra i
ricchi ed i poveri? In essa sta la vita non solo di Roma, di Atene, di Sparta,
ma di tutte le città. Ove essa non è, ivi non è vita: ivi un giogo di ferro
impo sto al cittadino ha estinte tutte le passioni dell'uomo e, con esse, il
germe di tutte le virtù, lo stimolo a tutte le più grandi imprese. Al cospetto
del gran re, nessun uomo emula più l'altro: e che invidierebbe, se son tutti
nulla? Quanto dura la vera vita di una città? Tanto quanto dura la disputa.
Tutti popoli hanno un periodo di vita certo e quasi diresti fatale, il quale
incomincia dall'estrema barbarie, cioè dall'estrema ignoranza ed op pressione,
e finisce nell'estrema licenza di ordini, di co stumi, di idee. Nella prima età
i padri han tutto, sanno tutto, fanno tutto, posseggon tutto. Se le cose si
rima nessero sempre così, la città sarebbe sempre barbara, cioè sempre
fanciulla. È necessario che si ceda alla plebe, poco a poco, ed in modo che non
se le dia ne meno nè più di quello che le bisogna: l'uno e l'altro ec cesso
porta seco o pericolosa sedizione o languore più funesto della sedizione
istessa. È necessario che il popolo prosperi sempre e che abbia sempre nuovi
bisogni, per chè questo è il segno più certo della sua prosperità. Guai a
quella città in cui il popolo non ha nulla ! Ma due volte ma guai a
quell'altra, in cui, non avendo nulla, nulla chiede ! È segno che la miseria
gli abbia tolto non solo, come dice Omero, la metà dell'anima, ma anche
l'ultimo spirito di vita che ci rimane nelle afflizioni, e che consiste nel la
gnarsi. È necessario però che il popolo e pretenda con modestia, e riceva con
gratitudine, e non cessi mai di sperare. Da queste considerazioni il molisano
trae una impor tante conclusione. Se la vita è molteplicità, ma molte plicità
non inorganizzata, bensì tendente ad unità, la molteplicità è pur necessaria
per attingere quella diffe renziazione di funzioni, il cui convergere forma la
felicità dello stato italiano. La vita di questo perciò è varietà, e non può
essere diversamente: l'uguaglianza assoluta è un'u topia, anzi un'utopia
dannosa. « Vi saranno sempre pa trizi e plebei, perchè vi saranno sempre i
pochi ed i molti; pochi ricchi e molti poveri; pochi industriosi e molti
scioperati; pochissimi savi e moltissimi stolti. I partigiani de' primi si
diran sempre patrizi, quelli de'se condi sempre plebei. Allorquando la plebe
avrà tutto il potere pubblico, e i patrizi nulla più avranno a cedere, allora,
« dopo aver eguagliati a poco a poco gli ordini, si vorranno eguagliare anche
gli uomini; dopo aver eguagliati i diritti, si vorrà l'eguaglianza anco dei
beni: e sorgeranno da ciò dispute eterne e pericolose. Eterne, perchè la
ragione delle dispute sussisterà sempre: vi saranno sempre poveri, vi saranno
sempre uomini da poco, i quali pretenderanno e crede ranno di meritar molto.
Pericolose, perchè tali dispute moveranno sempre la parte più numerosa del
popolo: i poveri, gli scioperati, i viziosi, tutti coloro i quali, nulla avendo
che perdere, non ricusan qualunque modo si of fra a guadagnare.... Le assemblee
diventeranno più tu multuose, le decisioni meno prudenti. I cittadini dalle
sedizioni civili passeranno alla guerra. Fra tanti partiti nascerà la necessità
che ciascuno abbia un capo; tra tanti capi uno rimarrà vincitore di tutti. Ed
avrà fine così la lite e la vita della città. Da ciò scaturisce un'altra
conclusione, che è una ri prova di precedenti nostre osservazioni circa la
politica cuochiana: i più adatti al pubblico reggimento non sono nè i ricchi,
pochi e tirannici, nè i poveri, molti e ti rannici in senso inverso dei ricchi,
ma bensì quel ceto medio, che con forme diverse e diversi aspetti, secondo i
vari tempi e la mutevole realtà storica, è nello stato. I migliori ordini
pubblici sono inutili se non vengono affidati ai migliori cittadini. Quelli
sono, in parole ed in fatti, ottimi tra gli ordini, i quali fan sì che la somma
delle cose sia sempre in mano degli uomini ottimi. Ma dove sono gli uomini
ottimi? Essi non son mai per l'ordinario nè tra i massimi, corrotti sempre
dalle ric chezze, nè tra i minimi di una città, avviliti sempre dalla miseria.
Ecco qui ritornare il concetto da noi già esaminato di un governo temperato,
equilibrio di forze opposte, e perciò armonia e giustizia, la quale giustizia
null'altro è se non obiettiva elisione d'ogni antagonismo e d'ogni dissension.
Ove avvien che siavi un ordine scelto, ma nel tempo istesso la facoltà a tutti
d'entrarvi, tostochè per le loro azioni ne sien divenuti degni, ivi tu eviti
gli scogli del l'oligarchia e della democrazia. Il popolo non permetterà che i
grandi, per gelosia di ordine, trascurino il merito; i grandi non soffriranno
che altri si elevi per via di viltà e di corruzione: per opra de’secondi
eviterai quella dissi pazione che ne' tempi di pace dissolve le città popolari;
per opra de' primi eviterai quella viltà per cui le città oligarchiche temono i
pericoli, e quel livore col quale si oppongono ad ogni pensiero nobile ed
ardito, e che vien dal timore dei grandi di dover ricorrere al merito di un
uomo il quale non appartenga al loro numero. Queste città così temperate sono
quelle che fanno più grandi cose delle altre, perchè non vi manca mai nè chi le
pro ponga nè chi le esegua. Soltanto attraverso questa coscienza politica dei
diri genti, attraverso quest'educazione dei poveri, attraverso questa
organizzazione di classi, sarà possibile realizzare quell’unione che è nel
pensiero di C.: fare delle varie stirpi italiche un popolo unico. Come nelle
singole città è possibile un contemperamento di interessi e di volontà singole,
così nella più vasta Italia è possibile un armo nizzamento di stirpi, di genti,
d' ideali diversi. Ma, mentre nelle città il processo d’unità procede dal
l'interno all'esterno, poichè una tirannia imposta estrin secamente è sempre
nociva e deleteria; nell'Italia il processo unitario può essere affrettato
dalla conquista e poi cementato dall'opera pubblica e pedagogica, dalla
religione unica e dalla legge unica. Il primo effetto della filosofia, dice C.,
è quello di avvezzar gli uomini a considerar la conquista non come un mezzo di
distrug gersi, ma di difendersi. E e, aggiungiamo noi, si di fende spesso più
validamente colui, che, essendo forte impone la sua ragion civile, la sua legge
agli altri, e non si assopisce in una pace senza parentesi d'attività belli
gera, assopimento che può diventare anche sonno e poi ancora morte. La
conquista perciò non deve rimanere mera conquista, cioè estrinseca forza, ma
deve conver tirsi in attività pubblica, imporsi alle volontà, plasmarle di sè,
unificarle nel nome d'un superiore verbo, il diritto. Questa, ammonisce C., è
la missione d’un popolo tra i tanti popoli della penisola, che L’ACCADEMIA e
Cleobolo nel loro viaggio incontrano, missione divina, missione il cui
spiegamento d'altra parte è nell'attualità della storia. Certo L’ACCADEMIA e
Cleobolo, nel frammentarismo italico del V secolo, non avrebbero mai potuto
dire quel che C. pone in bocca loro; ma le loro osservazioni, per quanto il
nostro spirito critico le riferisca all'autore del romanzo, non possono non
commoverci, e la commozione è in noi com'è nel molisano. In una prima età,
scrive Platone all'amico Archita, le città vivono pacificamente, e perciò s '
ignorano; ma in un secondo tempo si conoscono, e quindi si fanno guerra, o con
le armi o con le sottigliezze del commercio; ma questa conoscenza e questa
guerra non sono mai distruzione, ma reciproca integrazione: « da questa
vicendevole guerra, sia d'armi, sia d'industria, io veggo un'irresistibile ten
denza di tutte le nazioni a riunirsi; e, siccome ciascuna di esse ama aver le
altre piuttosto serve che amiche..., così veggo che, ad impedire la servitù del
genere umano ed a conservar più lungamente la pace sulla terra, il miglior
consiglio è sempre quello di accrescer coll' unione di molte città il numero
de' cittadini, prima e principal parte di quella forza, contro la quale la
virtù può bene insegnare a morire, ma la sola cieca e non calcolabile fortuna
può dar talora la vittoria ». « Non pare a te » continua il filosofo antico
caldo ne' suoi accenti e attraverso lui il magnanimo C. « che la natura, colle
diramazioni de' monti e de' fiumi, col circolo de' mari, colla varietà delle
produzioni del suolo e della temperatura de'cieli, da cui dipende la diversità
de' nostri bisogni e de' costumi nostri, e colla varia mo dificazione degli
accenti di quel linguaggio primitivo ed unico che gli uomini hanno appreso
dalla veemenza de gli affetti interni e dall'imitazione de’vari suoni esterni;
non ti pare, amico, ch'essa abbia in tal modo detto agli abitanti di ciascuna
regione: — Voi siete tutti fratelli: voi dovete formare una nazione sola? Da ciò scaturisce la necessità della
conquista come mezzo per affrettare dall'esterno un processo naturale: chi si
assume questa missione, diviene arbitro e stru mento della Provvidenza,
Provvidenza che per C., come del resto per VICO (si veda), è nell'immanenza
della storia, piuttosto che nella celeste trascendenza del divino posto fuori
di noi: questo l'intimo concetto, se pur qualche volta tradito dall'esteriorità
delle parole e dei simboli, nonchè da una certa oscillanza di pensiero. In Italia,
intuisce L’ACCADEMIA, un solo popolo sarà di ciò capace, il ROMANO, che sovra
la fiera rudezza dei san niti, sovra la imbecillità effeminata dei greci del
mez zodì, sovra la volubilità dei galli del Nord imporrà la sua legge, il suo
diritto, strumento d’universale civiltà, e che, in un lontano avvenire, venuto
a contatto con i cartaginesi e poi con i greci, non solo li debellerà come
entità politiche, ma solo s'assiderà dominatore del Me diterraneo e del mondo.
Rimarrà un solo popolo dominatore di tutta la terra, innanzi al di cui cospetto
tutto il genere umano tacerà; ed i superbi vincitori, pieni di vizi e di
orgoglio, rivolge ranno nelle proprie viscere il pugnale ancor fumante del
sangue del genere umano; e quando tutte le idee liberali degli uomini saranno
schiacciate ed estinte sotto l'im menso potere che è necessario a dominar
l'universo, e le virtù di tutte le nazioni prive di vicendevole emula zione
rimarranno arrugginite, ed i vizi di un sol popolo e talora di un sol uomo
saran divenuti, per la comune schiavitù, vizi comuni, sarà consumata allora la
vendetta degli dèi, i quali si servono delle grandi crisi della natura per
distruggere, e dell'ignoranza istessa degli uomini per emendare la loro
indocile razza. Grande sogno questo, in cui vibra tutto l'animo nostro in uno
con quello del Cuoco, ma che noi critici non dob biamo lasciare nel passato
inerte e perciò morto, come quello che non ritornerà più, ma trasportare nel
presente del C., cioè nel presente, che noi vediamo e pensiamo tale, quando in
un' Italia scissa e menomata da straniere superfetazioni, sia pur benigne come
quelle napoleoniche, l'unità era davvero un sogno; nel nostro presente, nella
nostra vita, che non è stasi, ma divenire, e perciò slancio, espansione,
conquista prima di noi stessi, della nostra maggiore unità, e poi del vario
mondo dei commerci e delle genti, che noi non vogliamo lasciare fuori di noi,
inerte grandezza da contemplare taciti am miranti, ma rendere nostre, per la
nostra civiltà, che è civiltà latina. Considerato da questo punto di vista
altamente poli tico, prescindendo da ogni considerazione artistica o filo
sofica, il Platone in Italia riacquista una grandissima importanza, «
riacquista » come ben dice il Gentile « tutto il suo valore, ed è la più grande
battaglia, combattuta dal Cuoco, per il suo ideale della formazione dello
spirito pubblico italiano. È l'animato ricordo d'un tempo che fu e d'una
grandezza, che sta a noi rinnovel lare, in cui tutta l'Italia si pose maestra
di civiltà tra i popoli, che da essa appresero le cose belle della vita, la
poesia, il teatro, la musica, la scultura, la pittura, che da essa intesero i
primi precetti del vivere e le norme de ' savi reggimenti; in cui l'Italia ebbe
un'egemonia indi scussa, che nella storia non si ripresenterà più se non forse
nel Rinascimento: ma, oltre che ricordo, è nello stesso tempo vivo presente,
perchè molte considerazioni che si fanno riferendosi all'Impero etrusco, alla
Magna Grecia, a Roma calzano nella loro semplicità, s'adattano alla nostra
travagliata vita moderna: ciò fa del Platone un libro, la cui importanza
trascende la sua deficienza artistica, il suo ibridismo filosofico. Perciò un
solo raffronto legittimo, quello tra il Platone e un altro grande libro, il
Primato morale e civile degli italiani, come quelli il cui obietto è uno solo,
e la materia alfine è pur essa comune: un'alta nazionale pedagogia politica.
Questo parallelismo fu prima accennato dal Gentile, ma poi sbozzato da un
francese, acuto studioso del Cuoco, al quale nel nostro studio abbiamo
frequentemente cennato, Hazard. ac GENTILE, Studi vichiani, GENTILE, Studi
vichiani, HAZARD. Anche ROMANO, raffronta C. e Gioberti e dice che il “Platone
in Italia” è la preparazione del primato morale e civile degli Italiani. Il
principio genetico dei due libri è lo stesso: una na zione non può esplicare le
forze vere, che sono in essa in potenza, nè può di esse usare, se non ha la
coscienza d'avere queste forze, o almeno la coscienza di poterle sviluppare, e
quindi dispiegare nella storia: perciò bi sogna nutrire un orgoglio nazionale,
che, basato sulla concreta realtà, è legittimo, non arbitrario. Ma, d'altra
parte, laddove il primato giobertiano, pur riannodan dosi, attraverso le glorie
romane, alle remote genti italo pelasgiche, trova il suo asse, il suo fulcro
nel Papato, espressione di purità religiosa e d'originaria sapienza, e si
rinnoverà, se il presente sarà a sufficienza legato al passato, cioè alla
tradizione medievale- cattolica; C., pur mantenendo ferma la remotissima storia
italo -pela sgica ed estrusca e poi ancora romana, pur riconoscendo l'alta
missione civilizzatrice della Chiesa nel Medio Evo, questo primato vuol
rinnovellare solo nel gioco delle li bere forze, espresse da quella tragica
crisi che è la rivo luzione francese ed italiana, nel loro sviluppo, e nello
spiegamento della loro maggior coscienza; nello Stato laico, insomma, che
afferrni sì la religione, come luce alla plebi, ma affermi pure una sua intima
naturale ra gione, che con la religione non ha nulla a che fare. E in
quest'accettamento delle nuove forze popolaresche, alle quali bisogna parlare,
perchè la volontà di nazione sia realmente nazione, e la volontà di Stato
realmente Stato, C. si lega ad un altro grande, MAZZINI (si veda), tanto
diverso da GIOBERTI (si veda), ma pur con questi entusiasta caldo nella visione
del futuro popolo dell'Italia re denta. L'educazione nazionale nel pensiero
cuochiano. Il popolo e la scuola. Vincenzo Cuoco. Cuoco. Keywords: ITALIA,
ITALO. Refs.: L. Speranza, “Grice e Cuoco” – The Swimming-Pool Library. Cuoco.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Curcio:
all’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei
corpi esistenti – lucrezio epicureo – scuola di Noto – filosofia notese –
filosofia siracusana – filosofia siciliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Noto). Filosofo notese. Filosofo siracusano. Filosofo
siciliano. Filosofo Italiano. Noto, Siracusa, Sicilia. Grice: “Curcio is what
we could call at Oxford a poet; he wrote a little book ‘Esistentee,’ an obvious
parody on Sartre, ‘L’essistentialismo e un umanesimo.’ – His background is
philososophical though, and it shows!” Ensegna
a Noto e Messina. Direttore Generale per l'Ordine Ginnasiale. Altre opere:
“Armonia e dissonanza” – consonanza e dissonanza (Noto) – etimologia di armonia
– cognata con ‘armento’ e ‘aritmetica’ – “La sfinge” – “La piramide”. “Il
prezzo della salute” (Noto). Commenti, libri I-XXIV – Roma” – “Il giro del
templo” (Bonacci, Roma); “Mottetto” (Bonacci, Roma); “Fugato” (Bonacci, Roma);
“II grano di follia” (Bonacci, Roma); “Senza più peso” (Bonacci, Roma);
“Assolo, (Bonacci, Roma); “A due voci” (Bonacci, Roma); “L'avita vocazione”
(Bonacci, Roma); “Esistente” (Bonacci, Roma); “Altri occhi” (Bonacci, Roma);
“Le due cene” (Bonacci, Roma); “Sitio” (Bonacci, Roma); “Consummatum” (Bonacci,
Roma); “Derelictus” (Bonacci, Roma); “In horto” (Bonacci, Roma); “Paradossale”
(Bonacci, Roma); “Felix” (Bonacci, Roma); “Deliramentum” (Bonacci, Roma). MARIUS THE EPICUREAN. THE
RENAISSANCE : Studies in Art and Poetry. Globe. IMAGINARY PORTRAITS: A Prince
of Court Painters— Denys I'Auxerrois — Sebastian van Storck — Diike Carl of
Rosen- mold. Globe, APPRECIATIONS, with an Essay on Style. Globe. PLATO AND
PLATONISM : A Series of Lectures. Globe. MARIUS THE EPICUREAN. HIS SENSATIONS
AND IDEAS PATER. FELLOW OF BRASENOSE. a Xfiiiepivis Svapos, Sre fi^Kiarai ai
viKTCs m LIBRARY MACMILLAN The Religion of Numa. White-nights. Change of Air.
The Tree of Knowledge 5. The Golden Book 6. Euphuism. A Pagan End. Animula
Vagula. New Cyrenaicism. On the Way. The Most Religious City in the World. The
Divinity that doth hedge a King. The "Mistress and Mother" of Palaces
.Manly Amusement. Stoicism at Court. Second Thoughts. Beata Urbs. The Ceremony
of the Dart. The Will as Vision Two Curious Houses. Guests. Two Curious Houses.
The Church in Cecilia's House. The Minor Peace of the Church. Divine Service. A
Conversation not Imaginary . . Sunt Lacrim^e Rerum. The Martyrs. The Triumph of
Marcus Aurelius. Anima naturaliter Christiana. MARIUS THE EPICUREAN BY WALTER
PATER. ESSAYS FROM THE GUARDIAN. Extra Crown 8vo. 6s. G ASTON DE LATOUR : An
Unfinished Romance. Prepared for the Press by CHARLES L. SHADWELL, Fellow of
Oriel College. Extra Crown 8vo. 7s. 6d. MISCELLANEOUS STUDIES : A Series of
Essays. Prepared for the Press by CHARLES L. SHADWELL, Fellow of Oriel College.
Extra Crown GREEK STUDIES : A Series of Essays. Prepared for the Press by
SHADWELL, Fellow of Oriel. MARIUS THE EPICUREAN. His Sensations and Ideas.
IMAGINARY PORTRAITS : A Prince of Court Painters ; Denys 1'Auxerrois :
Sebastian van Storck ; Duke Carl of Rosenmold. THE RENAISSANCE : Studies in Art
and Poetry. Extra. PLATO AND PLATONISM : A Series of Lectures. Extra Crown 8vo.
8s. APPRECIATIONS, with an Essay on Style. Extra Crown. LIFE OF WALTER PATER.
By ARTHUR C. BENSON. English Men of Letters Series. MACMILLAN AND CO., LTD.,
LONDON. MARIUS THE EPICUREAN HIS SENSATIONS AND IDEAS WALTER PATER. FELLOW OF
BRASENOSE, OXFORD. Xet/u/nvos oVetpos, ore pjjcurrat at MACMILLAN AND CO.,
LIMITED ST. MARTIN'S STREET, LONDON. STOICISM AT COURT. SECOND THOUGHTS. BEATA
URBS. THE CEREMONY OF THE DART. THE WILL AS VISION. TWO CURIOUS HOUSES i.
GUESTS .TWO CURIOUS HOUSES 2. THE CHURCH IN CECILIA'S HOUSE. THE MINOR PEACE OF
THE CHURCH. DIVINE SERVICE. A CONVERSATION NOT IMAGINARY. SUNT LACRIM^E RERUM.
THE MARTYRS. THE TRIUMPH OF MARCUS AURELIUS . . 197 28. ANIMA NATURALITER
CHRISTIANA. Marius the Epicurean HIS SENSATIONS AND IDEAS. PATER. London. (The
Library Edition.). The Religion of Numa. White-Nights 3. Change of Air 4. The
Tree of Knowledge 5. The Golden Book 6. Euphuism. A Pagan End. Animula Vagula.
New Cyrenaicism On the Way. The Most Religious City in the World. The Divinity
that Doth Hedge a King. The “Mistress and Mother” of Palaces 14. Manly
Amusement. I have placed an asterisk immediately after each of Pater’s
footnotes and a + sign after my own notes, and have listed each of my notes at
that chapter’s end. Greek typeface: For this full-text edition, I have
transliterated Pater’s Greek quotations. If there is a need for the original
Greek, it can be viewed at my site, http://www.ajdrake.com/etexts, a
Victorianist archive that contains the complete works of Walter Pater and many other
nineteenth-century texts, mostly in first editions. MARIUS THE EPICUREAN,
VOLUME ONE WALTER PATER Χειμερινὸς ὄνειρος, ὅτε μήκισται αἱ νύκτες+ +“A winter’s dream, when nights are longest.” Lucian, The Dream MARIUS
THE EPICUREAN. “THE RELIGION OF NUMA” As, in the triumph of Christianity, the
old religion lingered latest in the country, and died out at last as but
paganism the religion of the villagers, before the advance of the Christian
Church; so, in an earlier century, it was in places remote from town-life that
the older and purer forms of paganism itself had survived the longest. While,
in Rome, new religions had arisen with bewildering complexity around the dying
old one, the earlier and simpler patriarchal religion, “the religion of Numa,”
as people loved to fancy, lingered on with little change amid the pastoral
life, out of the habits and sentiment of which so much of it had grown. Glimpses
of such a survival we may catch below the merely artificial attitudes of Latin
pastoral poetry; in Tibullus especially, who has preserved for us many poetic
details of old Roman religious usage. At mihi contingat patrios celebrare
Penates, Reddereque antiquo menstrua thura Lari: he prays, with unaffected
seriousness. Something liturgical, with repetitions of a consecrated form of
words, is traceable in one of his elegies, as part of the order of a birthday
sacrifice. The hearth, from a spark of which, as one form of old legend
related, the child Romulus had been miraculously born, was still indeed an
altar; and the worthiest sacrifice to the gods the perfect physical sanity of
the young men and women, which the scrupulous ways of that religion of the hearth
had tended to maintain. A religion of usages and sentiment rather than of facts
and belief, and attached to very definite things and places the oak of
immemorial age, the rock on the heath fashioned by weather as if by some dim
human art, the shadowy grove of ilex, passing into which one exclaimed
involuntarily, in consecrated phrase, Deity is in this Place! Numen Inest! it
was in natural harmony with the temper of a quiet people amid the spectacle of
rural life, like that simpler faith between man and man, which Tibullus
expressly connects with the period when, with an inexpensive worship, the old
wooden gods had been still pressed for room in their homely little shrines. And
about the time when the dying Antoninus Pius ordered his golden image of Fortune
to be carried into the chamber of his successor (now about to test the truth of
the old Platonic contention, that the world would at last find itself happy,
could it detach some reluctant philosophic student from the more desirable life
of celestial contemplation, and compel him to rule it), there was a boy living
in an old country-house, half farm, half villa, who, for himself, recruited
that body of antique traditions by a spontaneous force of religious veneration
such as had originally called them into being. More than a century and a half
had past since Tibullus had written; but the restoration of religious usages,
and their retention where they still survived, was meantime come to be the
fashion through the influence of imperial example; and what had been in the
main a matter of family pride with his father, was sustained by a native
instinct of devotion in the young Marius. A sense of conscious powers external
to ourselves, pleased or displeased by the right or wrong conduct of every
circumstance of daily life that conscience, of which the old Roman religion was
a formal, habitual recognition, was become in him a powerful current of feeling
and observance. The old-fashioned, partly puritanic awe, the power of which
Wordsworth noted and valued so highly in a northern peasantry, had its
counterpart in the feeling of the Roman lad, as he passed the spot, “touched of
heaven,” where the lightning had struck dead an aged labourer in the field: an
upright stone, still with mouldering garlands about it, marked the place. He
brought to that system of symbolic usages, and they in turn developed in him
further, a great seriousness an impressibility to the sacredness of time, of
lifeand its events, and the circumstances of family fellowship; of such gifts
to men as fire, water, the earth, from labour on which they live, really
understood by him as gifts a sense of eligious responsibility in the reception
of them. It was a religion for the most part of fear, of multitudinous
scruples, of a year-long burden of forms; yet rarely (on clear summer mornings,
for instanrce) the thought of those heavenly powers afforded a welcome channel
for the almost stifling sense of health and delight in him, and relieved it as
gratitude to the gods. The day of the “little” or private Ambarvalia was come,
to be celebrated by a single family for the welfare of all belonging to it, as
the great college of the Arval Brothers offici ated at Rome in the interest of
the whole state. At the appointed time all work ceases; the instruments of labour
lie untouched, hung with wreaths of flowers, while masters and servants
together go in solemn procession along the dry paths of vineyard and cornfield,
conducting the victims whose blood is presently to be shed for the purification
from all natural or supernatural taint o f the lands they have “gone about.”
The old Latin words of the liturgy, to be said as the procession moved on its
way, though their precise meaning was long since become unintelligible, were
recited from an ancient illuminated roll, kept in the painted chest in the
hall, together with the family records. Early on that day the girls of the farm
had been busy in the great portico, filling large baskets with flowers plucked
short from branches of apple and cherry, then in spacious bloom, to strew
before the quaint images of the gods Ceres and BACCO and the yet more
mysterious Dea Dia as they passed through the fields, carried in their little
houses on the shoulders of white-clad youths, who were understood to proceed to
this office in perfect temperance, as pure in soul and body as the air they
breathed in the firm weather of that early summer-time. The clean lustral water
and the full incense-box were carried after them. The altars were gay with
garlands of wool and the more sumptuous sort of blossom and green herbs to be
thrown into the sacrificial fire, fresh-gathered this morning from a particular
plot in the old garden, set apart for the purpose. Just then the young leaves
were almost as fragrant as flowers, and the scent of the bean-fields mingled
pleasantly with the cloud of incense. But for the monotonous intonation of the
liturgy by the priests, clad in their strange, stiff, antique vestments, and
bearing ears of green corn upon their heads, secured by flowing bands of white,
the procession moved in absolute stillness, all persons, even the children,
abstaining from speech after the utterance of the pontifical formula, Favete
linguis! Silence! Propitious Silence! lest any words save those proper to the
occasion should hinder the religious efficacy of the rite. With the lad Marius,
who, as the head of his house, took a leading part in the ceremonies of the
day, there was a devout effort to complete this impressive outward silence by
that inward tacitness of mind, esteemed so important by religious Romans in the
performance of these sacred functions. To him the sustained stillness without
seemed really but to be waiting upon that interior, mental condition of
preparation or expectancy, for which he was just then intently striving. The
persons about him, certainly, had never been challenged by those prayers and
ceremonies to any ponderings on the divine nature: they conceived them rather
to be the appointed means of setting such troublesome movements at rest. By
them, “the religion of Numa,” so staid, ideal and comely, the object of so much
jealous conservatism, though of direct service as lending sanction to a sort of
high scrupulosity, especially in the chief points of domestic conduct, was
mainly prized as being, through its hereditary character, something like a
personal distinction as contributing, among the other accessories of an ancient
house, to the production of that aristocratic atmosphere which separated them
from newly-made people. But in the young Marius, the very absence from those
venerable usages of all definite history and dogmatic interpretation, had
already awakened much speculative activity; and to-day, starting from the
actual details of the divine service, some very lively surmises, though
scarcely distinct enough to be thoughts, were moving backwards and forwards in
his mind, as the stirring wind had done all day among the trees, and were like
the passing of some mysterious influence over all the elements of his nature
and experience. One thing only distracted him a certain pity at the bottom of
his heart, and almost on his lips, for the sacrificial victims and their looks
of terror, rising almost to disgust at the central act of the sacrifice itself,
a piece of everyday butcher’s work, such as we decorously hide out of sight;
though some then present certainly displayed a frank curiosity in the spectacle
thus permitted them on a religious pretext. The old sculptors of the great
procession on the frieze of the Parthenon at Athens, have delineated the placid
heads of the victims led in it to sacrifice, with a perfect feeling for animals
in forcible contrast with any indifference as to their sufferings. It was this
contrast that distracted Marius now in the blessing of his fields, and
qualified his devout absorption upon the scrupulous fulfilment of all the
details of the ceremonial, as the procession approached the altars. The names
of that great populace of “little gods,” dear to the Roman home, which the
pontiffs had placed on the sacred list of the Indigitamenta, to be invoked,
because they can help, on special occasions, were not forgotten in the long
litany Vatican who causes the infant to utter his first cry, Fabulinus who
prompts his first word, Cuba who keeps him quiet in his cot, Domiduca
especially, for whom Marius had through life a particular memory and devotion,
the goddess who watches over one’s safe coming home. The urns of the dead in
the family chapel received their due service. They also were now become
something divine, a goodly company of friendly and protecting spirits, encamped
about the place of their former abode above all others, the father, dead ten
years before, of whom, remembering but a tall, grave figure above him in early
childhood, Marius habitually thought as a genius a little cold and severe. Candidus insuetum miratur limen
Olympi, Sub pedibusque videt nubes et sidera. Perhaps! but certainly needs his altar here below, and
garlands to-day upon his urn. But the dead genii were satisfied with little a
few violets, a cake dipped in wine, or a morsel of honeycomb. Daily, from the
time when his childish footsteps were still uncertain, had Marius taken them
their portion of the family meal, at the second course, amidst the silence of
the company. They loved those who brought them their sustenance; but, deprived
of these services, would be heard wandering through the house, crying
sorrowfully in the stillness of the night. And those simple gifts, like other
objects as trivial bread, oil, wine, milk had regained for him, by their use in
such religious service, that poetic and as it were moral significance, which
surely belongs to all the means of daily life, could we but break through the
veil of our familiarity with things by no means vulgar in themselves. A hymn
followed, while the whole assembly stood with veiled faces. The fire rose up
readily from the altars, in clean, bright flame a favourable omen, making it a
duty to render the mirth of the evening complete. Old wine was poured out
freely for the servants at supper in the great kitchen, where they had worked
in the imperfect light through the long evenings of winter. The young Marius
himself took but a very sober part in the noisy feasting. A devout, regretful
after-taste of what had been really beautiful in the ritual he had accomplished
took him early away, that he might the better recall in reverie all the
circumstances of the celebration of the day. As he sank into a sleep, pleasant
with all the influences of long hours in the open air, he seemed still to be
moving in procession through the fields, with a kind of pleasurable awe. That
feeling was still upon him as he awoke amid the beating of violent rain on the
shutters, in the first storm of the season. The thunder which startled him from
sleep seemed to make the solitude of his chamber almost painfully complete, as
if the nearness of those angry clouds shut him up in a close place alone in the
world. Then he thought of the sort of protection which that day’s ceremonies
assured. To procure an agreement with the gods Pacem deorum exposcere: that was
the meaning of what they had all day been busy upon. In a faith, sincere but
half-suspicious, he would fain have those Powers at least not against him. His
own nearer household gods were all around his bed. The spell of his religion as
a part of the very essence of home, its intimacy, its dignity and security, was
forcible at that moment; only, it seemed to involve certain heavy demands upon
him. To an instinctive seriousness, the material abode in which the childhood
of Marius was passed had largely added. Nothing, you felt, as you first caught
sight of that coy, retired place, surely nothing could happen there, without
its full accompaniment of thought or reverie. White-nights! so you might
interpret its old Latin name.* “The red rose came first,” says a quaint German
mystic, speaking of “the mystery of so-called white things,” as being “ever an
after-thought the doubles, or seconds, of real things, and themselves but
half-real, half-material the white queen, the white witch, the white mass,
which, as the black mass is a travesty of the true mass turned to evil by
horrible old witches, is celebrated by young candidates for the priesthood with
an unconsecrated host, by way of rehearsal.” So, white-nights, I suppose, after
something like the same analogy, should be nights not of quite blank
forgetfulness, but passed in continuous dreaming, only half veiled by sleep.
Certainly the place was, in such case, true to its fanciful name in this, that
you might very well conceive, in face of it, that dreaming even in the daytime
might come to much there. Ad Vigilias Albas. The young Marius represented an
ancient family whose estate had come down to him much curtailed through the
extravagance of a certain Marcellus two generations before, a favourite in his
day of the fashionable world at Rome, where he had at least spent his substance
with a correctness of taste MARIO might seem to have inherited from him; as he
was believed also to resemble him in a singularly pleasant smile, consistent
however, in the younger face, with some degree of sombre expression when the
mind within was but slightly moved. As the means of life decreased, the farm
had crept nearer and nearer to the dwelling-house, about which there was
therefore a trace of workday negligence or homeliness, not without its
picturesque charm for some, for the young master himself among them. The more
observant passer-by would note, curious as to the inmates, a certain amount of
dainty care amid that neglect, as if it came in part, perhaps, from a
reluctance to disturb old associations. It was significant of the national
character, that a sort of elegant gentleman farming, as we say, had been much
affected by some of the most cultivated Romans. But it became something more
than an elegant diversion, something of a serious business, with the household
of Marius; and his actual interest in the cultivation of theearth and the care
of flocks had brought him, at least, intimately near to those elementary
conditions of life, a reverence for which, the great Roman poet, as he has
shown by his own half-mystic pre-occupation with them, held to be the ground of
primitive Roman religion, as of primitive morals. But then, farm-life in Italy,
including the culture of the olive and the vine, has a grace of its own, and
might well contribute to the production of an ideal dignity of character, like
that of nature itself in this gifted region. Vulgarity seemed impossible. The
place, though impoverished, was still deservedly dear, full of venerable
memories, and with a living sweetness of its own for to-day. To hold by such
ceremonial traditions had been a part of the struggling family pride of the
lad’s father, to which the example of the head of the state, old Antoninus Pius
an example to be still further enforced by his successor had given a fresh
though perhaps somewhat artificial popularity. It had been consistent with many
another homely and old-fashioned trait in him, not to undervalue the charm of
exclusiveness and immemorial authority, which membership in a local priestly
college, hereditary in his house, conferred upon him. To set a real value on
these things was but one element in that pious concern for his home and all
that belonged to it, which, as Marius afterwards discovered, had been a strong
motive with his father. The ancient hymn Fana Novella! was still sung by his
people, as the new moon grew bright in the west, and even their wild custom of
leaping through heaps of blazing straw on a certain night in summer was not
discouraged. The privilege of augury itself, according to tradition, had at one
time belonged to his race; and if you can imagine how, once in a way, an
impressible boy might have an inkling, an inward mystic intimation, of the
meaning and consequences of all that, what was implied in it becoming explicit
for him, you conceive aright the mind of Marius, in whose house the auspices were
still carefully consulted before every undertaking of moment. The devotion of
the father then had handed on loyally and that is all many not unimportant
persons ever find to do a certain tradition of life, which came to mean much
for the young Marius. The feeling with which he thought of his dead father was
almost exclusively that of awe; though crossed at times by a not unpleasant
sense of liberty, as he could but confess to himself, pondering, in the actual
absence of so weighty and continual a restraint, upon the arbitrary power which
Roman religion and Roman law gave to the parent over the son. On the part of
his mother, on the other hand, entertaining the husband’s memory, there was a
sustained freshness of regret, together with the recognition, as MARIO fancies,
of some costly self-sacrifice to be credited to the dead. The life of the
widow, languid and shadowy enough but for the poignancy of that regret, was
like one long service to the departed soul; its many annual observances
centering about the funeral urn a tiny, delicately carved marble house, still
white and fair, in the family-chapel, wreathed always with the richest flowers
from the garden. To the dead, in fact, was conceded in such places a somewhat
closer neighbourhood to the old homes they were thought still to protect, than
is usual with us, or was usual in Rome itself a closeness which the living
welcomed, so diverse are the ways of our human sentiment, and in which the more
wealthy, at least in the country, might indulge themselves. All this Marius
followed with a devout interest, sincerely touched and awed by his mother’s
sorrow. After the deification of the emperors, we are told, it was considered
impious so much as to use any coarse expression in the presence of their
images. To Marius the whole of life seemed full of sacred presences, demanding
of him a similar collectedness. The severe and archaic religion of the villa,
as he conceived it, begot in him a sort of devout circumspection lest he should
fall short at any point of the demand upon him of anything in which deity was
concerned. He must satisfy with a kind of sacred equity, he must be very
cautious lest he be found wanting to, the claims of others, in their joys and
calamities the happiness which deity sanctioned, or the blows in which it made
itself felt. And from habit, this feeling of a responsibility towards the world
of men and things, towards a claim for due sentiment concerning them on his
side, came to be a part of his nature not to be put off. It kept him serious
and dignified amid the Epicurean speculations which in after years much
engrossed him, and when he had learned to think of all religions as
indifferent, serious amid many fopperies and through many languid days, and
made him anticipate all his life long as a thing towards which he must
carefully train himself, some great occasion of self-devotion, such as really
came, that should consecrate his life, and, it might be, its memory with
others, as the early Christian looked forward to martyrdom at the end of his course,
as a seal of worth upon it. The traveller, descending from the slopes of LUNA,
even as he got his first view of the Port-of-Venus, would pause by the way, to
read the face, as it were, of so beautiful a dwelling-place, lying away from
the white road, at the point where it began to decline somewhat steeply to the
marsh-land below. The building of pale red and yellow marble, mellowed by age,
which he saw beyond the gates, was indeed but the exquisite fragment of a once
large and sumptuous villa. Two centuries of the play of the sea-wind were in
the velvet of the mosses which lay along its inaccessible ledges and angles.
Here and there the marble plates had slipped from their places, where the
delicate weeds had forced their way. The graceful wildness which prevailed in
garden and farm gave place to a singular nicety about the actual habitation,
and a still more scrupulous sweetness and order reigned within. The old Roman
architects seem to have well understood the decorative value of the floor the
real economy there was, in the production of rich interior effect, of a
somewhat lavish expenditure upon the surface they trod on. The pavement of the
hall had lost something of its evenness; but, though a little rough to the
foot, polished and cared for like a piece of silver, looked, as mosaic-work is
apt to do, its best in old age. Most noticeable among the ancestral masks, each
in its little cedarn chest below the cornice, was that of the wasteful but
elegant Marcellus, with the quaint resemblance in its yellow waxen features to
Marius, just then so full of animation and country colour. A chamber, curved
ingeniously into oval form, which he had added to the mansion, still contained
his collection of works of art; above all, that head of Medusa, for which the
villa was famous. The spoilers of one of the old Greek towns on the coast had
flung away or lost the thing, as it seemed, in some rapid flight across the
river below, from the sands of which it was drawn up in a fisherman’s net, with
the fine golden laminae still clinging here and there to the bronze. It was
Marcellus also who had contrived the prospect-tower of two storeys with the
white pigeon-house above, so characteristic of the place. The little glazed
windows in the uppermost chamber framed each its dainty landscape the pallid
crags of Carrara, like wildly twisted snow-drifts above the purple heath; the
distant harbour with its freight of white marble going to sea; the lighthouse
temple of Venus Speciosa on its dark headland, amid the long-drawn curves of white
breakers. Even on summer nights the air there had always a motion in it, and
drove the scent of the new-mown hay along all the passages of the house.
Something pensive, spell-bound, and but half real, something cloistral or
monastic, as we should say, united to this exquisite order, made the whole
place seem to Marius, as it were, sacellum, the peculiar sanctuary, of his
mother, who, still in real widowhood, provided the deceased Marius the elder
with that secondary sort of life which we can give to the dead, in our
intensely realised memory of them the “subjective immortality,” to use a modern
phrase, for which many a Roman epitaph cries out plaintively to widow or sister
or daughter, still in the land of the living. Certainly, if any such
considerations regarding them do reach the shadowy people, he enjoyed that
secondary existence, that warm place still left, in thought at least, beside
the living, the desire for which is actually, in various forms, so great a
motive with most of us. And Marius the younger, even thus early, came to think
of women’s tears, of women’s hands to lay one to rest, in death as in the sleep
of childhood, as a sort of natural want. The soft lines of the white hands and
face, set among the many folds of the veil and stole of the Roman widow, busy
upon her needlework, or with music sometimes, defined themselves for him as the
typical expression of maternity. Helping her with her white and purple wools,
and caring for her musical instruments, he won, as if from the handling of such
things, an urbane and feminine refinement, qualifying duly his country-grown
habits the sense of a certain delicate blandness, which he relished, above all,
on returning to the “chapel” of his mother, after long days of open-air
exercise, in winter or stormy summer. For poetic souls in old Italy felt,
hardly less strongly than the English, the pleasures of winter, of the hearth,
with the very dead warm in its generous heat, keeping the young myrtles in
flower, though the hail is beating hard without. One important principle, of
fruit afterwards in his Roman life, that relish for the country fixed deeply in
him; in the winters especially, when the sufferings of the animal world became
so palpable even to the least observant. It fixed in him a sympathy for all
creatures, for the almost human troubles and sicknesses of the flocks, for
instance. It was a feeling which had in it something of religious veneration
for life as such for that mysterious essence which man is powerless to create
in even the feeblest degree. One by one, at the desire of his mother, the lad
broke down his cherished traps and springes for the hungry wild birds on the
salt marsh. A white bird, she told him once, looking at him gravely, a bird
which he must carry in his bosom across a crowded public place his own soul was
like that! Would it reach the hands of his good genius on the opposite side,
unruffled and unsoiled? And as his mother became to him the very type of
maternity in things, its unfailing pity and protectiveness, and maternity itself
the central type of all love; so, that beautiful dwelling-place lent the
reality of concrete outline to a peculiar ideal of home, which throughout the
rest of his life he seemed, amid many distractions of spirit, to be ever
seeking to regain. And a certain vague fear of evil, constitutional in him,
enhanced still further this sentiment of home as a place of tried security. His
religion, that old Italian religion, in contrast with the really light-hearted
religion of Greece, had its deep undercurrent of gloom, its sad, haunting
imageries, not exclusively confined to the walls of Etruscan tombs. The
function of the conscience, not always as the prompter of gratitude for
benefits received, but oftenest as his accuser before those angry heavenly
masters, had a large part in it; and the sense of some unexplored evil, ever
dogging his footsteps, made him oddly suspicious of particular places and
persons. Though his liking for animals was so strong, yet one fierce day in
early summer, as he walked along a narrow road, he had seen the snakes
breeding, and ever afterwards avoided that place and its ugly associations, for
there was something in the incident which made food distasteful and his sleep
uneasy for many days afterwards. The memory of it however had almost passed
away, when at the corner of a street in Pisa, he came upon an African showman
exhibiting a great serpent: once more, as the reptile writhed, the former
painful impression revived: it was like a peep into the lower side of the real
world, and again for many days took all sweetness from food and sleep. He
wondered at himself indeed, trying to puzzle out the secret of that repugnance,
having no particular dread of a snake’s bite, like one of his companions, who
had put his hand into the mouth of an old garden-god and roused there a
sluggish viper. A kind of pity even mingled with his aversion, and he could
hardly have killed or injured the animals, which seemed already to suffer by
the very circumstance of their life, being what they were. It was something
like a fear of the supernatural, or perhaps rather a moral feeling, for the
face of a great serpent, with no grace of fur or feathers, so different from
quadruped or bird, has a sort of humanity of aspect in its spotted and clouded
nakedness. There was a humanity, dusty and sordid and as if far gone in
corruption, in the sluggish coil, as it awoke suddenly into one metallic spring
of pure enmity against him. Long afterwards, when it happened that at Rome he
saw, a second time, a showman with his serpents, he remembered the night which
had then followed, thinking, in Saint Augustine’s vein, on the real greatness
of those little troubles of children, of which older people make light; but
with a sudden gratitude also, as he reflected how richly possessed his life had
actually been by beautiful aspects and imageries, seeing how greatly what was
repugnant to the eye disturbed his peace. Thus the boyhood of Marius passed; on
the whole, more given to contemplation than to action. Less prosperous in
fortune than at an earlier day there had been reason to expect, and animating
his solitude, as he read eagerly and intelligently, with the traditions of the
past, already he lived much in the realm of the imagination, and became
betimes, as he was to continue all through life, something of an idealist,
constructing the world for himself in great measure from within, by the
exercise of meditative power. A vein of subjective philosophy, with the
individual for its standard of all things, there would be always in his intellectual
scheme of the world and of conduct, with a certain incapacity wholly to accept
other men’s valuations. And the generation of this peculiar element in his
temper he could trace up to the days when his life had been so like the reading
of a romance to him. Had the Romans a word for unworldly? The beautiful word
umbratilis perhaps comes nearest to it; and, with that precise sense, might
describe the spirit in which he prepared himself for the sacerdotal function
hereditary in his family the sort of mystic enjoyment he had in the abstinence,
the strenuous self-control and ascêsis, which such preparation involved. Like
the young Ion in the beautiful opening of the play of Euripides, who every
morning sweeps the temple floor with such a fund of cheerfulness in his
service, he was apt to be happy in sacred places, with a susceptibility to
their peculiar influences which he never outgrew; so that often in after-times,
quite unexpectedly, this feeling would revive in him with undiminished
freshness. That first, early, boyish ideal of priesthood, the sense of
dedication, survived through all the distractions of the world, and when all
thought of such vocation had finally passed from him, as a ministry, in spirit
at least, towards a sort of hieratic beauty and order in the conduct of life.
And now what relieved in part this over-tension of soul was the lad’s pleasure
in the country and the open air; above all, the ramble to the coast, over the
marsh with its dwarf roses and wild lavender, and delightful signs, one after
another the abandoned boat, the ruined flood-gates, the flock of wild birds
that one was approaching the sea; the long summer-day of idleness among its
vague scents and sounds. And it was characteristic of him that he relished
especially the grave, subdued, northern notes in all that the charm of the
French or English notes, as we might term them in the luxuriant Italian
landscape. Dilexi decorem domus tuae. That almost morbid religious idealism,
and his healthful love of the country, were both alike developed by the
circumstances of a journey, which happened about this time, when Marius was
taken to a certain temple of Aesculapius, among the hills of Etruria, as was
then usual in such cases, for the cure of some boyish sickness. The religion of
Aesculapius, though borrowed from Greece, had been naturalised in Rome in the
old republican times; but had reached under the Antonines the height of its
popularity throughout the Roman world. That was an age of valetudinarians, in
many instances of imaginary ones; but below its various crazes concerning
health and disease, largely multiplied a few years after the time of which I am
speaking by the miseries of a great pestilence, lay a valuable, because partly
practicable, belief that all the maladies of the soul might be reached through
the subtle gateways of the body. Salus, salvation, for the Romans, had come to
mean bodily sanity. The religion of the god of bodily health, Salvator, as they
called him absolutely, had a chance just then of becoming the one religion;
that mild and philanthropic son of Apollo surviving, or absorbing, all other
pagan godhead. The apparatus of the medical art, the salutary mineral or herb,
diet or abstinence, and all the varieties of the bath, came to have a kind of
sacramental character, so deep was the feeling, in more serious minds, of a
moral or spiritual profit in physical health, beyond the obvious bodily
advantages one had of it; the body becoming truly, in that case, but a quiet
handmaid of the soul. The priesthood or “family” of Aesculapius, a vast
college, believed to be in possession of certain precious medical secrets, came
nearest perhaps, of all the institutions of the pagan world, to the Christian
priesthood; the temples of the god, rich in some instances with the accumulated
thank-offerings of centuries of a tasteful devotion, being really also a kind
of hospitals for the sick, administered in a full conviction of the
religiousness, the refined and sacred happiness, of a life spent in the
relieving of pain. Elements of a really experimental and progressive knowledge
there were doubtless amid this devout enthusiasm, bent so faithfully on the
reception of health as a direct gift from God; but for the most part his care
was held to take effect through a machinery easily capable of misuse for
purposes of religious fraud.Through dreams, above all, inspired by Aesculapius
himself, information as to the cause and cure of a malady was supposed to come
to the sufferer, in a belief based on the truth that dreams do sometimes, for
those who watch them carefully, give many hints concerning the conditions of
the body those latent weak points at which disease or death may most easily
break into it. In the time of Marcus Aurelius these medical dreams had become
more than ever a fashionable caprice. Aristeides, the “Orator,” a man of undoubted
intellectual power, has devoted six discourses to their interpretation; the
really scientific Galen has recorded how beneficently they had intervened in
his own case, at certain turning-points of life; and a belief in them was one
of the frailties of the wise emperor himself. Partly for the sake of these
dreams, living ministers of the god, more likely to come to one in his actual
dwelling-place than elsewhere, it was almost a necessity that the patient
should sleep one or more nights within the precincts of a temple consecrated to
his service, during which time he must observe certain rules prescribed by the
priests. For this purpose, after devoutly saluting the Lares, as was customary
before starting on a journey, Marius set forth one summer morning on his way to
the famous temple which lay among the hills beyond the valley of the Arnus. It
was his greatest adventure hitherto; and he had much pleasure in all its
details, in spite of his feverishness. Starting early, under the guidance of an
old serving-man who drove the mules, with his wife who took all that was
needful for their refreshment on the way and for the offering at the shrine,
they went, under the genial heat, halting now and then to pluck certain flowers
seen for the first time on these high places, upwards, through a long day of
sunshine, while cliffs and woods sank gradually below their path. The evening
came as they passed along a steep white road with many windings among the
pines, and it was night when they reached the temple, the lights of which shone
out upon them pausing before the gates of the sacred enclosure, while MARIO
becomes alive to a singular purity in the air. A rippling of water about the
place was the only thing audible, as they waited till two priestly figures,
speaking Greek to one another, admitted them into a large, white-walled and
clearly lighted guest-chamber, in which, while he partook of a simple but
wholesomely prepared supper, MARIO still seems to feel pleasantly the height
they had attained to among the hills. The agreeable sense of all this was
spoiled by one thing only, his old fear of serpents; for it was under the form
of a serpent that Aesculapius had come to Rome, and the last definite thought
of his weary head before he fell asleep had been a dread either that the god
might appear, as he was said sometimes to do, under this hideous aspect, or
perhaps one of those great sallow-hued snakes themselves, kept in the sacred
place, as he had also heard was usual. And after an hour’s feverish dreaming he
awoke with a cry, it would seem, for some one had entered the room bearing a
light. The footsteps of the youthful figure which approached and sat by his
bedside were certainly real. Ever afterwards, when the thought arose in his
mind of some unhoped-for but entire relief from distress, like blue sky in a
storm at sea, would come back the memory of that gracious countenance which,
amid all the kindness of its gaze, had yet a certain air of predominance over
him, so that he seemed now for the first time to have found the master of his
spirit. It would have been sweet to be the servant of him who now sat beside
him speaking. He caught a lesson from what was then said, still somewhat beyond
his years, a lesson in the skilled cultivation of life, of experience, of opportunity,
which seemed to be the aim of the young priest’s recommendations. The sum of
them, through various forgotten intervals of argument, as might really have
happened in a dream, was the precept, repeated many times under slightly varied
aspects, of a diligent promotion of the capacity of the eye, inasmuch as in the
eye would lie for him the determining influence of life: he was of the number
of those who, in the words of a poet who came long after, must be “made perfect
by the love of visible beauty.” The discourse was conceived from the point of
view of a theory Marius found afterwards in Plato’s Phaedrus, which supposes
men’s spirits susceptible to certain influences, diffused, after the manner of
streams or currents, by fair things or persons visibly present green fields,
for instance, or children’s faces into the air around them, acting, in the case
of some peculiar natures, like potent material essences, and conforming the
seer to themselves as with some cunning physical necessity. This theory,* in
itself so fantastic, had however determined in a range of methodical
suggestions, altogether quaint here and there from their circumstantial
minuteness. And throughout, the possibility of some vision, as of a new city
coming down “like a bride out of heaven,” a vision still indeed, it might seem,
a long way off, but to be granted perhaps one day to the eyes thus trained, was
presented as the motive of this laboriously practical direction. Ê aporroê tou
kallous. “Emanation from a thing of beauty.If thou wouldst have all about thee
like the colours of some fresh picture, in a clear light,” so the discourse
recommenced after a pause, “be temperate in thy religious notions, in love, in
wine, in all things, and of a peaceful heart with thy fellows.” To keep the eye
clear by a sort of exquisite personal alacrity and cleanliness, extending even
to his dwelling-place; to discriminate, ever more and more fastidiously, select
form and colour in things from what was less select; to meditate much on
beautiful visible objects, on objects, more especially, connected with the
period of youth on children at play in the morning, the trees in early spring,
on young animals, on the fashions and amusements of young men; to keep ever by
him if it were but a single choice flower, a graceful animal or sea-shell, as a
token and representative of the whole kingdom of such things; to avoid
jealously, in his way through the world, everything repugnant to sight; and,
should any circumstance tempt him to a general converse in the range of such
objects, to disentangle himself from that circumstance at any cost of place,
money, or opportunity; such were in brief outline the duties recognised, the
rights demanded, in this new formula of life. And it was delivered with
conviction; as if the speaker verily saw into the recesses of the mental and
physical being of the listener, while his own expression of perfect temperance
had in it a fascinating power the merely negative element of purity, the mere
freedom from taint or flaw, in exercise as a positive influence. Long
afterwards, when Marius read the Charmides that other dialogue of Plato, into
which he seems to have expressed the very genius of old Greek temperance the
image of this speaker came back vividly before him, to take the chief part in the
conversation. It was as a weighty sanction of such temperance, in almost
visible symbolism (an outward imagery identifying itself with unseen
moralities) that the memory of that night’s double experience, the dream of the
great sallow snake and the utterance of the young priest, always returned to
him, and the contrast therein involved made him revolt with unfaltering
instinct from the bare thought of an excess in sleep, or diet, or even in
matters of taste, still more from any excess of a coarser kind. When he awoke
again, still in the exceeding freshness he had felt on his arrival, and now in
full sunlight, it was as if his sickness had really departed with the terror of
the night: a confusion had passed from the brain, a painful dryness from his
hands. Simply to be alive and there was a delight; and as he bathed in the
fresh water set ready for his use, the air of the room about him seemed like
pure gold, the very shadows rich with colour. Summoned at length by one of the
white-robed brethren, he went out to walk in the temple garden. At a distance,
on either side, his guide pointed out to him the Houses of Birth and Death,
erected for the reception respectively of women about to become mothers, and of
persons about to die; neither of those incidents being allowed to defile, as
was thought, the actual precincts of the shrine. His visitor of the previous
night he saw nowhere again. But among the official ministers of the place there
was one, already marked as of great celebrity, whom Marius saw often in later
days at Rome, the physician Galen, now about thirty years old. He was standing,
the hood partly drawn over his face, beside the holy well, as Marius and his
guide approached it. This famous well or conduit, primary cause of the temple
and its surrounding institutions, was supplied by the water of a spring flowing
directly out of the rocky foundations of the shrine. From the rim of its basin
rose a circle of trim columns to support a cupola of singular lightness and
grace, itself full of reflected light from the rippling surface, through which
might be traced the wavy figure-work of the marble lining below as the stream
of water rushed in. Legend told of a visit of Aesculapius to this place,
earlier and happier than his first coming to Rome: an inscription around the
cupola recorded it in letters of gold. “Being come unto this place the son of
God loved it exceedingly:” Huc profectus filius Dei maxime amavit hunc locum;
and it was then that that most intimately human of the gods had given men the
well, with all its salutary properties. The element itself when received into
the mouth, in consequence of its entire freedom from adhering organic matter,
was more like a draught of wonderfully pure air than water; and after tasting,
Marius was told many mysterious circumstances concerning it, by one and another
of the bystanders: he who drank often thereof might well think he had tasted of
the Homeric lotus, so great became his desire to remain always on that spot:
carried to other places, it was almost indefinitely conservative of its fine
qualities: nay! a few drops of it would amend other water; and it flowed not
only with unvarying abundance but with a volume so oddly rhythmical that the
well stood always full to the brim, whatever quantity might be drawn from it,
seeming to answer with strange alacrity of service to human needs, like a true
creature and pupil of the philanthropic god. Certainly the little crowd around
seemed to find singular refreshment in gazin g on it. The whole place appeared
sensibly influenced by the amiable and healthful spirit of the thing. All the
objects of the country were there at their freshest. In the great park-like
enclosure for the maintenance of the sacred animals offered by the
convalescent, grass and trees were allowed to grow with a kind of graceful
wildness; otherwise, all was wonderfully nice. And thatfreshness seemed to have
something moral in its influence, as if it acted upon the body and the merely
bodily powers of apprehension, through the intelligence; and to the end of his
visit Marius saw no more serpents. A lad was just then drawing water for ritual
uses, and Marius followed him as he returned from the well, more and more
impressed by the religiousness of all he saw, on his way through a long
cloister or corridor, the walls well-nigh hidden under votive inscriptions
recording favours from the son of Apollo, and with a distant fragrance of
incense in the air, explained when he turned aside through an open doorway into
the temple itself. His heart bounded as the refined and dainty magnificence of
the place came upon him suddenly, in the flood of early sunshine, with the
ceremonial lights burning here and there, and withal a singular expression of
sacred order, a surprising cleanliness and simplicity. Certain priests, men
whose countenances bore a deep impression of cultivated mind, each with his
little group of assistants, were gliding round silently to perform their
morning salutation to the god, raising the closed thumb and finger of the right
hand with a kiss in the air, as the y came and went on their sacred business,
bearing their frankincense and lustral water. Around the walls, at such a level
that the worshippers might read, as in a book, the story of the god and his
sons, the brotherhood of the Asclepiadae, ran a series of imageries, in low
relief, their delicate light and shade being heightened, here and there, with
gold. Fullest of inspired and sacred expression, as if in this place the chisel
of the artist had indeed dealt not with marble but with the very breath of
feeling and thought, was the scene in which the earliest generation of the sons
of Aesculapius were transformed into healing dreams; for “grown now too
glorious to abide longer among men, by the aid of their sire they put away
their mortal bodies, and came into another country, yet not indeed into Elysium
nor into the Islands of the Blest. But being made like to the immortal gods,
they began to pass about through the world, changed thus far from their first
form that they appear eternally young, as many persons have seen them in many
places ministers and heralds of their father, passing to and fro over the
earth, like gliding stars. Which thing is, indeed, the most wonderful
concerning them!” And in this scene, as throughout the series, with all its crowded
personages, Marius noted on the carved faces the same peculiar union of
unction, almost of hilarity, with a certain self-possession and reserve, which
was conspicuous in the living ministrants around him. In the central space,
upon a pillar or pedestal, hung, ex voto, with the richest personal ornaments,
stood the image of Aesculapius himself, surrounded by choice flowering plants.
It presented the type, still with something of the severity of the earlier art
of Greece about it, not of an aged and crafty physician, but of a youth,
earnest and strong of aspect, carrying an ampulla or bottle in one hand, and in
the other a traveller’s staff, a pilgrim among his pilgrim worshippers; and one
of the ministers explained to Marius this pilgrim guise. One chief source of
the master’s knowledgeof healing had been observation of the remedies resorted
to by animals labouring under disease or pain what leaf or berry the lizard or
dormouse lay upon its wounded fellow; to which purpose for long years he had
led the life of a wanderer, in wild places. The boy took his place as the last
comer, a little way behind the group of worshippers who stood in front of the
image. There, with uplifted face, the palms of his two hands raised and open
before him, and taught by the priest, he said his collect of thanksgiving and
prayer (Aristeides has recorded it at the end of his Asclepiadae) to the
Inspired Dreams: “O ye children of Apollo! who in time past have stilledthe
waves of sorrow for many people, lighting up a lamp of safety before those who
travel by sea and land, be pleased, in your great condescension, though ye be
equal in glory with your elder brethren the Dioscuri, and your lot in immortal
youth be as theirs, to accept this prayer, which in sleep and vision ye have
inspired. Order it arig ht, I pray you, according to your loving-kindness to
men. Preserve me from sickness; and endue my body with such a measure of health
as may suffice it for the obeying of the spirit, that I maypass my days
unhindered and in quietness.” On the last morning of his visit Marius entered
the shrine again, and just before his departure the priest, who had been his
special director during his stay at the place, lifting a cunningly contrived
panel, which formed the back of one of the carved seats, bade him look through.
What he saw was like the vision of a new world, by the opening of some
unsuspected window in a familiar dwelling-place. He looked out upon a long-d
rawn valley of singularly cheerful aspect, hidden, by the peculiar conformation
of the locality, from all points of observation but this. In a green meadow at
the foot of the steep olive-clad rocks below, the novices were taking their
exercise. The softly sloping sides of the vale lay alike in full sunlight; and
its distant opening was closed by a beautifully formed mountain, from which the
last wreaths of morning mist were rising under the heat. It might have seemed
the very presentment of a land of hope, its hollows brimful of a shadow of blue
flowers; and lo! on the one level space of the horizon, in a long dark line,
were towers and a dome: and that was Pisa. Or Rome, was it? asked Marius, ready
to believe the utmost, in his excitement. All this served, as he understood
afterwards in retrospect, at once to strengthen and to purify a certain vein of
character in him. Developing the ideal, pre-existent there, of a religious
beauty, associated for the future with the exquisite splendour of the temple of
Aesculapius, as it dawned upon him on that morning of his first visit it
developed that ideal in connexion with a vivid sense of the value of mental and
bodily sanity. And this recognition of the beauty, even for the aesthetic
sense, of mere bodily health, now acquired, operated afterwards as an influence
morally salutary, counteracting the less desirable or hazardous tendencies of
some phases of thought, through which he was to pass. He came home brown with
health to find the health of his mother failing; and about her death, which
occurred not long afterwards, there was a circumstance which rested with him as
the cruellest touch of all, in an event which for a time seemed to have taken
the light out of the sunshine. She died away from home, but sent for him at the
last, with a painful effort on her part, but to his great gratitude, pondering,
as he always believed, that he might chance otherwise to look back all his life
long upon a single fault with something like remorse, and find the burden a
great one. For it happened that, through some sudden, incomprehensible
petulance there had been an angry childish gesture, and a slighting word, at
the very moment of her departure, actually for the last time. Remembering this
he would ever afterwards pray to be saved from offences against his own
affections; the thought of that marred parting having peculiar bitterness for
one, who set so much store, both by principle and habit, on the sentiment of
home. O mare! O littus! verum secretumque Mouseion,+ quam multa invenitis, quam
multa dictatis! PLINIO (si veda)’s Letters. It would hardly have been possible
to feel more seriously than did Marius in those grave years of his early life.
But the death of his mother turned seriousness of feeling into a matter of the
intelligence: it made him a questioner; and, by bringing into full evidence to
him the force of his affections and the probable importance of their place in
his future, developed in him generally the more human and earthly elements of
character. A singularly virile consciousness of the realities of life
pronounced itself in him; still however as in the main a poetic apprehension,
though united already with something of personal ambition and the instinct of
self-assertion. There were days when he could suspect, though it was a
suspicion he was careful at first to put from him, that that early, much
cherished religion of the villa might come to count with him as but one form of
poetic beauty, or of the ideal, in things; as but one voice, in a world where
there were many voices it would be a moral weakness not to listen to. And yet
this voice, through its forcible pre-occupation of his childish conscience,
still seemed to make a claim of a quite exclusive character, defining itself as
essentially one of but two possible leaders of his spirit, the other proposing
to him unlimited self-expansion in a world of various sunshine. The contrast
was so pronounced as to make the easy, light-hearted, unsuspecting exercise of
himself, among the temptations of the new phase of life which had now begun,
seem nothing less than a rival religion, a rival religious service. The
temptations, the various sunshine, were those of the old town of Pisa, where
Marius was now a tall schoolboy. Pisa was a place lying just far enough from
home to make his rare visits to it in childhood seem like adventures, such as
had never failed to supply new and refreshing impulses to the imagination. The
partly decayed pensive town, which still had its commerce by sea, and its
fashion at the bathing-season, had lent, at one time the vivid memory of its
fair streets of marble, at another the solemn outline of the dark hills of Luna
on its background, at another the living glances of its men and women, to the
thickly gathering crowd of impressions, out of which his notion of the world
was then forming. And while he learned that the object, the experience, as it
will be known to memory, is really from first to last the chief point for
consideration in the conduct of life, these things were feeding also the
idealism constitutional with him his innate and habitual longing for a world
altogether fairer than that he saw. The child could find his way in thought
along those streets of the old town, expecting duly the shrines at their
corners, and their recurrent intervals of garden-courts, or side-views of
distant sea. The great temple of the place, as he could remember it, on turning
back once for a last look from an angle of his homeward road, counting its tall
gray columns between the blue of the bay and the blue fields of blossoming flax
beyond; the harbour and its lights; the foreign ships lying there; the sailors’
chapel of VENERE, and her gilded image, hung with votive gifts; the seamen
themselves, their women and children, who had a whole peculiar colour-world of
their own the boy’s superficial delight in the broad light and shadow of all
that was mingled with the sense of power, of unknown distance, of the danger of
storm and possible death. To this place, then, Marius came down now from
White-nights, to live in the house of his guardian or tutor, that he might
attend the school of a famous rhetorician, and learn, among other things,
Greek. The school, one of many imitations of L’ACCADEMIA in the old Athenian
garden, lay in a quiet suburb of Pisa, and had its grove of cypresses, its
porticoes, a house for the master, its chapel and images. For the memory of
Marius in after-days, a clear morning sunlight seemed to lie perpetually on
that severe picture in old gray and green. The lad went to this school daily
betimes, in state at first, with a young slave to carry the books, and
certainly with no reluctance, for the sight of his fellow-scholars, and their
petulant activity, coming upon the sadder sentimental moods of his childhood,
awoke at once that instinct of emulation which is but the other side of
sympathy; and he was not aware, of course, how completely the difference of his
previous training had made him, even in his most enthusiastic participation in
the ways of that little world, still essentially but a spectator. While all
their heart was in their limited boyish race, and its transitory prizes, he was
already entertaining himself, very pleasurably meditative, with the tiny drama
in action before him, as but the mimic, preliminary exercise for a larger
contest, and already with an implicit epicureanism. Watching all the gallant
effects of their small rivalries a scene in the main of fresh delightful
sunshine he entered at once into the sensations of a rivalry beyond them, into
the passion of men, and had already recognised a certain appetite for fame, for
distinction among his fellows, as his dominant motive to be. The fame he
conceived for himself at this time was, as the reader will have anticipated, of
the intellectual order, that of a poet perhaps. And as, in that gray monastic
tranquillity of the villa, inward voices from the reality of unseen things had
come abundantly; so here, with the sounds and aspects of the shore, and amid
the urbanities, the graceful follies, of a bathing-place, it was the reality,
the tyrannous reality, of things visible that was borne in upon him. The real
world around a present humanity not less comely, it might seem, than that of
the old heroic days endowing everything it touched upon, however remotely, down
to its little passing tricks of fashion even, with a kind of fleeting beauty,
exercised over him just then a great fascination. That sense had come upon him
in all its power one exceptionally fine summer, the summer when, at a somewhat
earlier age than was usual, he had formally assumed the dress of manhood, going
into the Forum for that purpose, accompanied by his friends in festal array. At
night, after the full measure of those cloudless days, he would feel well-nigh
wearied out, as if with a long succession of pictures and music. As he wandered
through the gay streets or on the sea-shore, the real world seemed indeed
boundless, and himself almost absolutely free in it, with a boundless appetite
for experience, for adventure, whether physical or of the spirit. His entire
rearing hitherto had lent itself to an imaginative exaltation of the past; but
now the spectacle actually afforded to his untired and freely open senses,
suggested the reflection that the present had, it might be, really advanced
beyond the past, and he was ready to boast in the very fact that it was modern.
If, in a voluntary archaism, the polite world of that day went back to a
choicer generation, as it fancied, for the purpose of a fastidious self-correction,
in matters of art, of literature, and even, as we have seen, of religion, at
least it improved, by a shade or two of more scrupulous finish, on the old
pattern; and the new era, like the Neu-zeit of the German enthusiasts at the
beginning of our own century, might perhaps be discerned, awaiting one just a
single step onward the perfected new manner, in the consummation of time, alike
as regards the things of the imagination and the actual conduct of life. Only,
while the pursuit of an ideal like this demanded entire liberty of heart and
brain, that old, staid, conservative religion of his childhood certainly had
its being in a world of somewhat narrow restrictions. But then, the one was
absolutely real, with nothing less than the reality of seeing and hearing the
other, how vague, shadowy, problematical! Could its so limited probabilities be
worth taking into account in any practical question as to the rejecting or
receiving of what was indeed so real, and, on the face of it, so desirable?
And, dating from the time of his first coming to school, a great friendship had
grown up for him, in that life of so few attachments the pure and disinterested
friendship of schoolmates. He had seen Flavian for the first time the day on
which he had come to Pisa, at the moment when his mind was full of wistful
thoughts regarding the new life to begin for him to-morrow, and he gazed
curiously at the crowd of bustling scholars as they came from their classes.
There was something in Flavian a shade disdainful, as he stood isolated from
the others for a moment, explained in part by his stature and the distinction
of the low, broad forehead; though there was pleasantness also for the newcomer
in the roving blue eyes which seemed somehow to take a fuller hold upon things
around than is usual with boys. Marius knew that those proud glances made
kindly note of him for a moment, and felt something like friendship at first
sight. There was a tone of reserve or gravity there, amid perfectly disciplined
health, which, to his fancy, seemed to carry forward the expression of the
austere sky and the clear song of the blackbird on that gray March evening.
Flavian indeed was a creature who changed much with the changes of the passing
light and shade about him, and was brilliant enough under the early sunshine in
school next morning. Of all that little world of more or less gifted youth,
surely the centre was this lad of servile birth. Prince of the school, he had
gained an easy dominion over the old Greek master by the fascination of his parts,
and over his fellow-scholars by the figure he bore. He wore already the manly
dress; and standing there in class, as he displayed his wonderful quickness in
reckoning, or his taste in declaiming Homer, he was like a carved figure in
motion, thought Marius, but with that indescribable gleam upon it which the
words of Homer actually suggested, as perceptible on the visible forms of the
gods hoia theous epenênothen aien eontas.+ A story hung by him, a story which
his comrades acutely connected with his habitual air of somewhat peevish pride.
Two points were held to be clear amid its general vagueness a rich stranger
paid his schooling, and he was himself very poor, though there was an
attractive piquancy in the poverty of Flavian which in a scholar of another
figure might have been despised. Over Marius too his dominion was entire. Three
years older than he, Flavian was appointed to help the younger boy in his
studies, and Marius thus became virtually his servant in many things, taking
his humours with a sort of grateful pride in being noticed at all, and,
thinking over all this afterwards, found that the fascination experienced by
him had been a sentimental one, dependent on the concession to himself of an
intimacy, a certain tolerance of his company, granted to none beside. That was
in the earliest days; and then, as their intimacy grew, the genius, the
intellectual power of Flavian began its sway over him. The brilliant youth who
loved dress, and dainty food, and flowers, and seemed to have a natural alliance
with, and claim upon, everything else which was physically select and bright,
cultivated also that foppery of words, of choice diction which was common among
the élite spirits of that day; and Marius, early an expert and elegant penman,
transcribed his verses (the euphuism of which, amid a genuine original power,
was then so delightful to him) in beautiful ink, receiving in return the profit
of Flavian’s really great intellectual capacities, developed and accomplished
under the ambitious desire to make his way effectively in life. Among other
things he introduced him to the writings of a sprightly wit, then very busy
with the pen, one Lucian writings seeming to overflow with that intellectual
light turned upon dim places, which, at least in seasons of mental fair
weather, can make people laugh where they have been wont, perhaps, to pray.
And, surely, the sunlight which filled those well-remembered early mornings in
school, had had more than the usual measure of gold in it! Marius, at least,
would lie awake before the time, thinking with delight of the long coming hours
of hard work in the presence of FLAVIANO, as others dream of a holiday. It was
almost by accident at last, so wayward and capricious was he, that reserve gave
way, and Flavian told the story of his father a freedman, presented late in
life, and almost against his will, with the liberty so fondly desired in youth,
but on condition of the sacrifice of part of his peculium the slave’s
diminutive hoard amassed by many a self-denial, in an existence necessarily
hard. The rich man, interested in the promise of the fair child born on his
estate, had sent him to school. The meanness and dejection, nevertheless, of
that unoccupied old age defined the leading memory of Flavian, revived
sometimes, after this first confidence, with a burst of angry tears amid the
sunshine. But nature had had her economy in nursing the strength of that one
natural affection; for, save his half-selfish care for Marius, it was the
single, really generous part, the one piety, in the lad’s character. In him
Marius saw the spirit of unbelief, achieved as if at one step. The much-admired
freedman’s son, as with the privilege of a natural aristocracy, believed only
in himself, in the brilliant, and mainly sensuous gifts, he had, or meant to
acquire. And then, he had certainly yielded himself, though still with
untouched health, in a world where manhood comes early, to the seductions of
that luxurious town, and Marius wondered sometimes, in the freer revelation of
himself by conversation, at the extent of his early corruption. How often,
afterwards, did evil things present themselves in malign association with the
memory of that beautiful head, and with a kind of borrowed sanction and charm
in its natural grace! To Marius, at a later time, he counted for as it were an
epitome of the whole pagan world, the depth of its corruption, and its
perfection of form. And still, in his mobility, his animation, in his eager
capacity for various life, he was so real an object, after that visionary
idealism of the villa. His voice, his glance, were like the breaking in of the
solid world upon one, amid the flimsy fictions of a dream. A shadow, handling
all things as shadows, had felt a sudden real and poignant heat in them.
Meantime, under his guidance, Marius was learning quickly and abundantly,
because with a good will. There was that in the actual effectiveness of his
figure which stimulated the younger lad to make the most of opportunity; and he
had experience already that education largely increased one’s capacity for
enjoyment. He was acquiring what it is the chief function of all higher
education to impart, the art, namely, of so relieving the ideal or poetic
traits, the elements of distinction, in our everyday life of so exclusively
living in them that the unadorned remainder of it, the mere drift or débris of
our days, comes to be as though it were not. And the consciousness of this aim
came with the reading of one particular book, then fresh in the world, with
which he fell in about this time a book which awakened the poetic or romantic
capacity as perhaps some other book might have done, but was peculiar in giving
it a direction emphatically sensuous. It made him, in that visionary reception
of every-day life, the seer, more especially, of a revelation in colour and
form. If our modern education, in its better efforts, really conveys to any of
us that kind of idealising power, it does so (though dealing mainly, as its
professed instruments, with the most select and ideal remains of ancient literature)
oftenest by truant reading; and thus it happened also, long ago, with Marius
and his friend. Transliteration: Mouseion. The word means “seat of the muses.”
Translation: “O sea! O shore! my own Helicon, / How many things have you
uncovered to me, how many things suggested!” Pliny, Letters, Book I, ix, to
Minicius Fundanus. 50. +Transliteration: hoia theous epenênothen aien eontas.
Translation: “such as the gods are endowed with.” Homer, Odyssey, 8.365. The
two lads were lounging together over a book, half-buried in a heap of dry corn,
in an old granary the quiet corner to which they had climbed out of the way of
their noisier companions on one of their blandest holiday afternoons. They
looked round: the western sun smote through the broad chinks of the shutters.
How like a picture! and it was precisely the scene described in what they were
reading, with just that added poetic touch in the book which made it delightful
and select, and, in the actual place, the ray of sunlight transforming the rough
grain among the cool brown shadows into heaps of gold. What they were intent on
was, indeed, the book of books, the “golden” book of that day, a gift to
Flavian, as was shown by the purple writing on the handsome yellow wrapper,
following the title Flaviane! it said, Flaviane! lege Felicitur! Flaviane!
Vivas! Fioreas! Flaviane! Vivas! Gaudeas! It was perfumed with oil of
sandal-wood, and decorated with carved and gilt ivory bosses at the ends of the
roller. And the inside was something not less dainty and fine, full of the
archaisms and curious felicities in which that generation delighted, quaint
terms and images picked fresh from the early dramatists, the lifelike phrases
of some lost poet preserved by an old grammarian, racy morsels of the vernacula
r and studied prettinesses: all alike, mere playthings for the genuine power
and natural eloquence of the erudite artist, unsuppressed by his erudition,
which, however, made some people angry, chiefly less well “got-up” people, and
especially those who were untidy from indolence. No! it was certainly not that
old-fashioned, unconscious ease of the early literature, which could never come
again; which, after all, had had more in common with the “infinite patience” of
Apuleius than with the hack-work readiness of his detractors, who might so well
have been “self-conscious” of going slip-shod. And at least his success was
unmistakable as to the precise literary effect he had intended, including a
certain tincture of “neology” in expression nonnihil interdum elocutione
novella parum signatum in the language of CORNELIO FRONTONE (si veda), the
contemporary prince of rhetoricians. What words he had found for conveying,
with a single touch, the sense of textures, colours, incidents! “Like
jewellers’ work! Like a myrrhine vase!” admirers said of his writing. “The
golden fibre in the hair, the gold thread-work in the gown marked her as the
mistress” aurum in comis et in tunicis, ibi inflexum hic intextum, matronam
profecto confitebatur he writes, with his “curious felicity,” of one of his
heroines. Aurum intextum: gold fibre: well! there was something of that kind in
his own work. And then, in an age when people, from the emperor Aurelius
downwards, prided themselves unwisely on writing in Greek, he had written for
Latin people in their own tongue; though still, in truth, with all the care of
a learned language. Not less happily inventive were the incidents recorded
story within story stories with the sudden, unlooked-for changes of dreams. He
had his humorous touches also. And what went to the ordinary boyish taste, in
those somewhat peculiar readers, what would have charmed boys more purely
boyish, was the adventure: the bear loose in the house at night, the wolves
storming the farms in winter, the exploits of the robbers, their charming
caves, the delightful thrill one had at the question “Don’t you know that these
roads are infested by robbers?” The scene of the romance was laid in Thessaly,
the original land of witchcraft, and took one up and down its mountains, and
into its old weird towns, haunts of magic and incantation, where all the more
genuine appliances of the black art, left behind her by Medea when she fled
through that country, were still in use. In the city of Hypata, indeed, nothing
seemed to be its true self “You might think that through the murmuring of some
cadaverous spell, all things had been changed into forms not their own; that
there was humanity in the hardness of the stones you stumbled on; that the
birds you heard singing were feathered men; that the trees around the walls
drew their leaves from a like source. The statues seemed about to move, the
walls to speak, the dumb cattle to break out in prophecy; nay! the very sky and
the sunbeams, as if they might suddenly cry out.” Witches are there who can draw
down the moon, or at least the lunar virus that white fluid she sheds, to be
found, so rarely, “on high, heathy places: which is a poison. A touch of it
will drive men mad.” And in one very remote village lives the sorceress
Pamphile, who turns her neighbours into various animals. What true humour in
the scene where, after mounting the rickety stairs, LUCIO, peeping curiously
through a chink in the door, is a spectator of the transformation of the old
witch herself into a bird, that she may take flight to the object of her
affections into an owl! “First she stripped off every rag she had. Then opening
a certain chest she took from it many small boxes, and removing the lid of one
of them, rubbed herself over for a long time, from head to foot, with an ointment
it contained, and after much low muttering to her lamp, began to jerk at last
and shake her limbs. And as her limbs moved to and fro, out burst the soft
feathers: stout wings came forth to view: the nose grew hard and hooked: her
nails were crooked into claws; and Pamphile was an owl. She uttered a queasy
screech; and, leaping little by little from the ground, making trial of
herself, fled presently, on full wing, out of doors.” By clumsy imitation of
this process, Lucius, the hero of the romance, transforms himself, not as he
had intended into a showy winged creature, but into the animal which has given
name to the book; for throughout it there runs a vein of racy, homely satire on
the love of magic then prevalent, curiosity concerning which had led Lucius to
meddle with the old woman’s appliances. “Be you my Venus,” he says to the
pretty maid-servant who has introduced him to the view of Pamphile, “and let me
stand by you a winged Cupid!” and, freely applying the magic ointment, sees
himself transformed, “not into a bird, but into an ass!” Well! the proper
remedy for his distress is a supper of roses, could such be found, and many are
his quaintly picturesque attempts to come by them at that adverse season; as he
contrives to do at last, when, the grotesque procession of Isis passing by with
a bear and other strange animals in its train, the ass following along with the
rest suddenly crunches the chaplet of roses carried in the High-priest’s hand.
Meantime, however, he must wait for the spring, with more than the outside of
an ass; “though I was not so much a fool, nor so truly an ass,” he tells us,
when he happens to be left alone with a daintily spread table, “as to neglect
this most delicious fare, and feed upon coarse hay.” For, in truth, all through
the book, there is an unmistakably real feeling for asses, with bold touches
like Swift’s, and a genuine animal breadth. Lucius was the original ass, who
peeping slily from the window of his hiding-place forgot all about the big
shade he cast just above him, and gave occasion to the joke or proverb about
“the peeping ass and his shadow.” But the marvellous, delight in which is one
of the really serious elements in most boys, passed at times, those young
readers still feeling its fascination, into what French writers call the
macabre that species of almost insane pre-occupation with the materialities of
our mouldering flesh, that luxury of disgust in gazing on corruption, which was
connected, in this writer at least, with not a little obvious coarseness. It was
a strange notion of the gross lust of the actual world, that Marius took from
some of these episodes. “I am told,” they read, “that when foreigners are
interred, the old witches are in the habit of out-racing the funeral
procession, to ravage the corpse” in order to obtain certain cuttings and
remnants from it, with which to injure the living “especially if the witch has
happened to cast her eye upon some goodly young man.” And the scene of the
night-watching of a dead body lest the witches should come to tear off the
flesh with their teeth, is worthy of Théophile Gautier. But set as one of the
episodes in the main narrative, a true gem amid its mockeries, its coarse
though genuine humanity, its burlesque horrors, came the tale of Cupid and
Psyche, full of brilliant, life-like situations, speciosa locis, and abounding
in lovely visible imagery (one seemed to see and handle the golden hair, the
fresh flowers, the precious works of art in it!) yet full also of a gentle
idealism, so that you might take it, if you chose, for an allegory. With a
concentration of all his finer literary gifts, Apuleius had gathered into it
the floating star-matter of many a delightful old story. The Story of Cupid and
Psyche. In a certain city lived a king and queen who had three daughters
exceeding fair. But the beauty of the elder sisters, though pleasant to behold,
yet passed not the measure of human praise, while such was the loveliness of
the youngest that men’s speech was too poor to commend it worthily and could
express it not at all. Many of the citizens and of strangers, whom the fame of
this excellent vision had gathered thither, confounded by that matchless
beauty, could but kiss the finger-tips of their right hands at sight of her, as
in adoration to the goddess Venus herself. And soon a rumour passed through the
country that she whom the blue deep had borne, forbearing her divine dignity,
was even then moving among men, or that by some fresh germination from the
stars, not the sea now, but the earth, had put forth a new Venus, endued with
the flower of virginity. This belief, with the fame of the maiden’s loveliness,
went daily further into distant lands, so that many people were drawn together
to behold that glorious model of the age. Men sailed no longer to Paphos, to Cnidus
or Cythera, to the presence of the goddess Venus: her sacred rites were
neglected, her images stood uncrowned, the cold ashes were left to disfigure
her forsaken altars. It was to a maiden that men’s prayers were offered, to a
human countenance they looked, in propitiating so great a godhead: when the
girl went forth in the morning they strewed flowers on her way, and the victims
proper to that unseen goddess were presented as she passed along. This
conveyance of divine worship to a mortal kindled meantime the anger of the true
Venus. “Lo! now, the ancient parent of nature,” she cried, “the fountain of all
elements! Behold me, Venus, benign mother of the world, sharing my honours with
a mortal maiden, while my name, built up in heaven, is profaned by the mean
things of earth! Shall a perishable woman bear my image about with her? In vain
did the shepherd of Ida prefer me! Yet shall she have little joy, whosoever she
be, of her usurped and unlawful loveliness!” Thereupon she called to her that
winged, bold boy, of evil ways, who wanders armed by night through men’s
houses, spoiling their marriages; and stirring yet more by her speech his
inborn wantonness, she led him to the city, and showed him Psyche as she
walked. “I pray thee,” she said, “give thy mother a full revenge. Let this maid
become the slave of an unworthy love.” Then, embracing him closely, she
departed to the shore and took her throne upon the crest of the wave. And lo!
at her unuttered will, her ocean-servants are in waiting: the daughters of
Nereus are there singing their song, and Portunus, and Salacia, and the tiny
charioteer of the dolphin, with a host of Tritons leaping through the billows.
And one blows softly through his sounding sea-shell, another spreads a silken
web against the sun, a third presents the mirror to the eyes of his mistress,
while the others swim side by side below, drawing her chariot. Such was the
escort of Venus as she went upon the sea. Psyche meantime, aware of her
loveliness, had no fruit thereof. All people regarded and admired, but none
sought her in marriage. It was but as on the finished work of the craftsman
that they gazed upon that divine likeness. Her sisters, less fair than she,
were happily wedded. She, even as a widow, sitting at home, wept over her desolation,
hating in her heart the beauty in which all men were pleased. And the king,
supposing the gods were angry, inquired of the oracle of Apollo, and Apollo
answered him thus: “Let the damsel be placed on the top of a certain mountain,
adorned as for the bed of marriage and of death. Look not for a son-in-law of
mortal birth; but for that evil serpent-thing, by reason of whom even the gods
tremble and the shadows of Styx are afraid.” So the king returned home and made
known the oracle to his wife. For many days she lamented, but at last the
fulfilment of the divine precept is urgent upon her, and the company make ready
to conduct the maiden to her deadly bridal. And now the nuptial torch gathers
dark smoke and ashes: the pleasant sound of the pipe is changed into a cry: the
marriage hymn concludes in a sorrowful wailing: below her yellow wedding-veil
the bride shook away her tears; insomuch that the whole city was afflicted
together at the ill-luck of the stricken house. But the mandate of the god impelled
the hapless Psyche to her fate, and, these solemnities being ended, the funeral
of the living soul goes forth, all the people following. Psyche, bitterly
weeping, assists not at her marriage but at her own obsequies, and while the
parents hesitate to accomplish a thing so unholy the daughter cries to them:
“Wherefore torment your luckless age by long weeping? This was the prize of my
extraordinary beauty! When all people celebrated us with divine honours, and in
one voice named the New Venus, it was then ye should have wept for me as one
dead. Now at last I understand that that one name of Venus has been my ruin.
Lead me and set me upon the appointed place. I am in haste to submit to that
well-omened marriage, to behold that goodly spouse. Why delay the coming of him
who was born for the destruction of the whole world?” She was silent, and with
firm step went on the way. And they proceeded to the appointed place on a steep
mountain, and left there the maiden alone, and took their way homewards
dejectedly. The wretched parents, in their close-shut house, yielded themselves
to perpetual night; while to Psyche, fearful and trembling and weeping sore
upon the mountain-top, comes the gentle Zephyrus. He lifts her mildly, and,
with vesture afloat on either side, bears her by his own soft breathing over
the windings of the hills, and sets her lightly among the flowers in the bosom
of a valley below. Psyche, in those delicate grassy places, lying sweetly on
her dewy bed, rested from the agitation of her soul and arose in peace. And lo!
a grove of mighty trees, with a fount of water, clear as glass, in the midst;
and hard by the water, a dwelling-place, built not by human hands but by some
divine cunning. One recognised, even at the entering, the delightful hostelry of
a god. Golden pillars sustained the roof, arched most curiously in cedar-wood
and ivory. The walls were hidden under wrought silver: all tame and woodland
creatures leaping forward to the visitor’s gaze. Wonderful indeed was the
craftsman, divine or half-divine, who by the subtlety of his art had breathed
so wild a soul into the silver! The very pavement was distinct with pictures in
goodly stones. In the glow of its precious metal the house is its own daylight,
having no need of the sun. Well might it seem a place fashioned for the
conversation of gods with men! Psyche, drawn forward by the delight of it, came
near, and, her courage growing, stood within the doorway. One by one, she
admired the beautiful things she saw; and, most wonderful of all! no lock, no
chain, nor living guardian protected that great treasure house. But as she
gazed there came a voice a voice, as it were unclothed of bodily vesture
“Mistress!” it said, “all these things are thine. Lie down, and relieve thy
weariness, and rise again for the bath when thou wilt. We thy servants, whose
voice thou hearest, will be beforehand with our service, and a royal feast
shall be ready.” And Psyche understood that some divine care was providing,
and, refreshed with sleep and the Bath, sat down to the feast. Still she saw no
one: only she heard words falling here and there, and had voices alone to serve
her. And the feast being ended, one entered the chamber and sang to her unseen,
while another struck the chords of a harp, invisible with him who played on it.
Afterwards the sound of a company singing together came to her, but still so
that none were present to sight; yet it appeared that a great multitude of
singers was there. And the hour of evening inviting her, she climbed into the
bed; and as the night was far advanced, behold a sound of a certain clemency
approaches her. Then, fearing for her maidenhood in so great solitude, she
trembled, and more than any evil she knew dreaded that she knew not. And now
the husband, that unknown husband, drew near, and ascended the couch, and made
her his wife; and lo! before the rise of dawn he had departed hastily. And the
attendant voices ministered to the needs of the newly married. And so it
happened with her for a long season. And as nature has willed, this new thing,
by continual use, became a delight to her: the sound of the voice grew to be
her solace in that condition of loneliness and uncertainty. One night the
bridegroom spoke thus to his beloved, “O Psyche, most pleasant bride! Fortune
is grown stern with us, and threatens thee with mortal peril. Thy sisters,
troubled at the report of thy death and seeking some trace of thee, will come
to the mountain’s top. But if by chance their cries reach thee, answer not,
neither look forth at all, lest thou bring sorrow upon me and destruction upon
thyself.” Then Psyche promised that she would do according to his will. But the
bridegroom was fled away again with the night. And all that day she spent in
tears, repeating that she was now dead indeed, shut up in that golden prison,
powerless to console her sisters sorrowing after her, or to see their faces;
and so went to rest weeping. And after a while came the bridegroom again, and
lay down beside her, and embracing her as she wept, complained, “Was this thy
promise, my Psyche? What have I to hope from thee? Even in the arms of thy
husband thou ceasest not from pain. Do now as thou wilt. Indulge thine own
desire, though it seeks what will ruin thee. Yet wilt thou remember my warning,
repentant too late.” Then, protesting that she is like to die, she obtains from
him that he suffer her to see her sisters, and present to them moreover what
gifts she would of golden ornaments; but therewith he ofttimes advised her
never at any time, yielding to pernicious counsel, to enquire concerning his
bodily form, lest she fall, through unholy curiosity, from so great a height of
fortune, nor feel ever his embrace again. “I would die a hundred times,” she
said, cheerful at last, “rather than be deprived of thy most sweet usage. I
love thee as my own soul, beyond comparison even with Love himself. Only bid
thy servant ZEFIRO bring hither my sisters, as he brought me. My honeycomb! My
husband! Thy Psyche’s breath of life!” So he promised; and after the embraces
of the night, ere the light appeared, vanished from the hands of his bride. And
the sisters, coming to the place where Psyche was abandoned, wept loudly among
the rocks, and called upon her by name, so that the sound came down to her, and
running out of the palace distraught, she cried, “Wherefore afflict your souls
with lamentation? I whom you mourn am here.” Then, summoning ZEFIRO, she
reminded him of her husband’s bidding; and he bare them down with a gentle
blast. “Enter now,” she said, “into my house, and relieve your sorrow in the
company of Psyche your sister.” And Psyche displayed to them all the treasures
of the golden house, and its great family of ministering voices, nursing in
them the malice which was already at their hearts. And at last one of them asks
curiously who the lord of that celestial array may be, and what manner of man
her husband? And Psyche answered dissemblingly, “A young man, handsome and
mannerly, with a goodly beard. For the most part he hunts upon the mountains.”
And lest the secret should slip from her in the way of further speech, loading
her sisters with gold and gems, she commanded Zephyrus to bear them away. And
they returned home, on fire with envy. “See now the injustice of fortune!”
cried one. “We, the elder children, are given like servants to be the wives of
strangers, while the youngest is possessed of so great riches, who scarcely
knows how to use them. You saw, Sister! what a hoard of wealth lies in the
house; what glittering gowns; what splendour of precious gems, besides all that
gold trodden under foot. If she indeed hath, as she said, a bridegroom so
goodly, then no one in all the world is happier. And it may be that this
husband, being of divine nature, will make her too a goddess. Nay! so in truth
it is. It was even thus she bore herself. Already she looks aloft and breathes
divinity, who, though but a woman, has voices for her handmaidens, and can
command the winds.” “Think,” answered the other, “how arrogantly she dealt with
us, grudging us these trifling gifts out of all that store, and when our
company became a burden, causing us to be hissed and driven away from her
through the air! But I am no woman if she keep her hold on this great fortune;
and if the insult done us has touched thee too, take we counsel together.
Meanwhile let us hold our peace, and know naught of her, alive or dead. For
they are not truly happy of whose happiness other folk are unaware.” And the
bridegroom, whom still she knows not, warns her thus a second time, as he talks
with her by night: “Seest thou what peril besets thee? Those cunning wolves
have made ready for thee their snares, of which the sum is that they persuade
thee to search into the fashion of my countenance, the seeing of which, as I
have told thee often, will be the seeing of it no more for ever. But do thou
neither listen nor make answer to aught regarding thy husband. Besides, we have
sown also the seed of our race. Even now this bosom grows with a child to be
born to us, a child, if thou but keep our secret, of divine quality; if thou
profane it, subject to death.” And Psyche was glad at the tidings, rejoicing in
that solace of a divine seed, and in the glory of that pledge of love to be,
and the dignity of the name of mother. Anxiously she notes the increase of the
days, the waning months. And again, as he tarries briefly beside her, the
bridegroom repeats his warning: “Even now the sword is drawn with which thy
sisters seek thy life. Have pity on thyself, sweet wife, and upon our child,
and see not those evil women again.” But the sisters make their way into the
palace once more, crying to her in wily tones, “O Psyche! and thou too wilt be
a mother! How great will be the joy at home! Happy indeed shall we be to have
the nursing of the golden child. Truly if he be answerable to the beauty of his
parents, it will be a birth of Cupid himself.” So, little by little, they stole
upon the heart of their sister. She, meanwhile, bids the lyre to sound for
their delight, and the playing is heard: she bids the pipes to move, the quire
to sing, and the music and the singing come invisibly, soothing the mind of the
listener with sweetest modulation. Yet not even thereby was their malice put to
sleep: once more they seek to know what manner of husband she has, and whence
that seed. And Psyche, simple over-much, forgetful of her first story, answers,
“My husband comes from a far country, trading for great sums. He is already of
middle age, with whitening locks.” And therewith she dismisses them again. And
returning home upon the soft breath of Zephyrus one cried to the other, “What
shall be said of so ugly a lie? He who was a young man with goodly beard is now
in middle life. It must be that she told a false tale: else is she in very
truth ignorant what manner of man he is. Howsoever it be, let us destroy her
quickly. For if she indeed knows not, be sure that her bridegroom is one of the
gods: it is a god she bears in her womb. And let that be far from us! If she be
called mother of a god, then will life be more than I can bear.” So, full of
rage against her, they returned to Psyche, and said to her craftily, “Thou
livest in an ignorant bliss, all incurious of thy real danger. It is a deadly
serpent, as we certainly know, that comes to sleep at thy side. Remember the
words of the oracle, which declared thee destined to a cruel beast. There are
those who have seen it at nightfall, coming back from its feeding. In no long
time, they say, it will end its blandishments. It but waits for the babe to be
formed in thee, that it may devour thee by so much the richer. If indeed the
solitude of this musical place, or it may be the loathsome commerce of a hidden
love, delight thee, we at least in sisterly piety have done our part.” And at
last the unhappy Psyche, simple and frail of soul, carried away by the terror
of their words, losing memory of her husband’s precepts and her own promise,
brought upon herself a great calamity. Trembling and turning pale, she answers
them, “And they who tell those things, it may be, speak the truth. For in very
deed never have I seen the face of my husband, nor know I at all what manner of
man he is. Always he frights me diligently from the sight of him, threatening
some great evil should I too curiously look upon his face. Do ye, if ye can
help your sister in her great peril, stand by her now.” Her sisters answered
her, “The way of safety we have well considered, and will teach thee. Take a
sharp knife, and hide it in that part of the couch where thou art wont to lie:
take also a lamp filled with oil, and set it privily behind the curtain. And when
he shall have drawn up his coils into the accustomed place, and thou hearest
him breathe in sleep, slip then from his side and discover the lamp, and, knife
in hand, put forth thy strength, and strike off the serpent’s head.” And so
they departed in haste. And Psyche left alone (alone but for the furies which
beset her) is tossed up and down in her distress, like a wave of the sea; and
though her will is firm, yet, in the moment of putting hand to the deed, she
falters, and is torn asunder by various apprehension of the great calamity upon
her. She hastens and anon delays, now full of distrust, and now of angry
courage: under one bodily form she loathes the monster and loves the
bridegroom. But twilight ushers in the night; and at length in haste she makes ready
for the terrible deed. Darkness came, and the bridegroom; and he first, after
some faint essay of love, falls into a deep sleep. And she, erewhile of no
strength, the hard purpose of destiny assisting her, is confirmed in force.
With lamp plucked forth, knife in hand, she put by her sex; and lo! as the
secrets of the bed became manifest, the sweetest and most gentle of all
creatures, Love himself, reclined there, in his own proper loveliness! At sight
of him the very flame of the lamp kindled more gladly! But Psyche was afraid at
the vision, and, faint of soul, trembled back upon her knees, and would have
hidden the steel in her own bosom. But the knife slipped from her hand; and
now, undone, yet ofttimes looking upon the beauty of that divine countenance,
she lives again. She sees the locks of that golden head, pleasant with the
unction of the gods, shed down in graceful entanglement behind and before,
about the ruddy cheeks and white throat. The pinions of the winged god, yet
fresh with the dew, are spotless upon his shoulders, the delicate plumage
wavering over them as they lie at rest. Smooth he was, and, touched with light,
worthy of Venus his mother. At the foot of the couch lay his bow and arrows,
the instruments of his power, propitious to men. And Psyche, gazing hungrily
thereon, draws an arrow from the quiver, and trying the point upon her thumb,
tremulous still, drave in the barb, so that a drop of blood came forth. Thus
fell she, by her own act, and unaware, into the love of Love. Falling upon the
bridegroom, with indrawn breath, in a hurry of kisses from eager and open lips,
she shuddered as she thought how brief that sleep might be. And it chanced that
a drop of burning oil fell from the lamp upon the god’s shoulder. Ah! maladroit
minister of love, thus to wound him from whom all fire comes; though ’twas a
lover, I trow, first devised thee, to have the fruit of his desire even in the
darkness! At the touch of the fire the god started up, and beholding the
overthrow of her faith, quietly took flight from her embraces. And Psyche, as
he rose upon the wing, laid hold on him with her two hands, hanging upon him in
his passage through the air, till she sinks to the earth through weariness. And
as she lay there, the divine lover, tarrying still, lighted upon a cypress tree
which grew near, and, from the top of it, spake thus to her, in great emotion.
“Foolish one! unmindful of the command of Venus, my mother, who had devoted
thee to one of base degree, I fled to thee in his stead. Now know I that this
was vainly done. Into mine own flesh pierced mine arrow, and I made thee my
wife, only that I might seem a monster beside thee that thou shouldst seek to
wound the head wherein lay the eyes so full of love to thee! Again and again, I
thought to put thee on thy guard concerning these things, and warned thee in
loving-kindness. Now I would but punish thee by my flight hence.” And therewith
he winged his way into the deep sky. Psyche, prostrate upon the earth, and
following far as sight might reach the flight of the bridegroom, wept and
lamented; and when the breadth of space had parted him wholly from her, cast
herself down from the bank of a river which was nigh. But the stream, turning
gentle in honour of the god, put her forth again unhurt upon its margin. And as
it happened, Pan, the rustic god, was sitting just then by the waterside,
embracing, in the body of a reed, the goddess Canna; teaching her to respond to
him in all varieties of slender sound. Hard by, his flock of goats browsed at
will. And the shaggy god called her, wounded and outworn, kindly to him and
said, “I am but a rustic herdsman, pretty maiden, yet wise, by favour of my
great age and long experience; and if I guess truly by those faltering steps,
by thy sorrowful eyes and continual sighing, thou labourest with excess of
love. Listen then to me, and seek not death again, in the stream or otherwise.
Put aside thy woe, and turn thy prayers to Cupid. He is in truth a delicate
youth: win him by the delicacy of thy service.” So the shepherd-god spoke, and
Psyche, answering nothing, but with a reverence to his serviceable deity, went
on her way. And while she, in her search after Cupid, wandered through many
lands, he was lying in the chamber of his mother, heart-sick. And the white
bird which floats over the waves plunged in haste into the sea, and approaching
Venus, as she bathed, made known to her that her son lies afflicted with some
grievous hurt, doubtful of life. And Venus cried, angrily, “My son, then, has a
mistress! And it is Psyche, who witched away my beauty and was the rival of my
godhead, whom he loves!” Therewith she issued from the sea, and returning to
her golden chamber, found there the lad, sick, as she had heard, and cried from
the doorway, “Well done, truly! to trample thy mother’s precepts under foot, to
spare my enemy that cross of anunworthy love; nay, unite her to thyself, child
as thou art, that I might have a daughter-in-law who hates me! I will make thee
repent of thy sport, and the savour of thy marriage bitter. There is one who
shall chasten this body of thine, put out thy torch and unstring thy bow. Not
till she has plucked forth that hair, into which so oft these hands have
smoothed the golden light, and sheared away thy wings, shall I feel the injury
done me avenged.” And with this she hastened in anger from the doors. And Ceres
and Juno met her, and sought to know the meaning of her troubled countenance.
“Ye come in season,” she cried; “I pray you, find for me Psyche. It must needs
be that ye have heard the disgrace of my house.”And they, ignorant of what was
done, would have soothed her anger, saying, “What fault, Mistress, hath thy son
committed, that thou wouldst destroy the girl he loves? Knowest thou not that
he is now of age? Because he wears his years so lightly must he seem to thee
ever but a child? Wilt thou for ever thus pry into the pastimes of thy son,
always accusing his wantonness, and blaming in him those delicate wiles which
are all thine own?” Thus, in secret fear of the boy’s bow, did they seek to
please him with their gracious patronage. But Venus, angry at their light
taking of her wrongs, turned her back upon them, and with hasty steps made her
way once more to the sea. Meanwhile Psyche, tost in soul, wandering hither and
thither, rested not night or day in the pursuit of her husband, desiring, if
she might not soothe his anger by the endearments of a wife, at the least to
propitiate him with the prayers of a handmaid. And seeing a certain temple on
the top of a high mountain, she said, “Who knows whether yonder place be not
the abode of my lord?” Thither, therefore, she turned her steps, hastening now
the more because desire and hope pressed her on, weary as she was with the
labours of the way, and so, painfully measuring out the highest ridges of the
mountain, drew near to the sacred couches. She sees ears of wheat, in heaps or
twisted into chaplets; ears of barley also, with sickles and all the
instruments of harvest, lying there in disorder, thrown at random from the
hands of the labourers in the great heat. These she curiously sets apart, one
by one, duly ordering them; for she said within herself, “I may not neglect the
shrines, nor the holy service, of any god there be, but must rather win by
supplication the kindly mercy of them all.” And Ceres found her bending sadly
upon her task, and cried aloud, “Alas, Psyche! Venus, in the furiousness of her
anger, tracks thy footsteps through the world, seeking for thee to pay her the
utmost penalty; and thou, thinking of anything rather than thine own safety,
hast taken on thee the care of what belongs to me!” Then Psyche fell down at
her feet, and sweeping the floor with her hair, washing the footsteps of the
goddess in her tears, besought her mercy, with many prayers: By the gladdening
rites of harvest, by the lighted lamps and mystic marches of the Marriage and
mysterious Invention of thy daughter Proserpine, and by all beside that the
holy place of Attica veils in silence, minister, I pray thee, to the sorrowful
heart of Psyche! Suffer me to hide myself but for a few days among the heaps of
corn, till time have softened the anger of the goddess, and my strength,
out-worn in my long travail, be recovered by a little rest.” But Ceres answered
her, “Truly thy tears move me, and I would fain help thee; only I dare not
incur the ill-will of my kinswoman. Depart hence as quickly as may be.” And
Psyche, repelled against hope, afflicted now with twofold sorrow, making her
way back again, beheld among the half-lighted woods of the valley below a
sanctuary builded with cunning art. And that she might lose no way of hope,
howsoever doubtful, she drew near to the sacred doors. She sees there gifts of
price, and garments fixed upon the door-posts and to the branches of the trees,
wrought with letters of gold which told the name of the goddess to whom they
were dedicated, with thanksgiving for that she had done. So, with bent knee and
hands laid about the glowing altar, she prayed saying, “Sister and spouse of
Jupiter! be thou to these my desperate fortune’s Juno the Auspicious! I know
that thou dost willingly help those in travail with child; deliver me from the
peril that is upon me.” And as she prayed thus, Juno in the majesty of her
godhead, was straightway present, and answered, “Would that I might incline
favourably to thee; but against the will of Venus, whom I have ever loved as a
daughter, I may not, for very shame, grant thy prayer.” And Psyche, dismayed by
this new shipwreck of her hope, communed thus with herself, “Whither, from the
midst of the snares that beset me, shall I take my way once more? In what dark
solitude shall I hide me from the all-seeing eye of VENERE? What if I put on at
length a man’s courage, and yielding myself unto her as my mistress, soften by
a humility not yet too late the fierceness of her purpose? Who knows but that I
may find him also whom my soul seeketh after, in the abode of his mother?” And
Venus, renouncing all earthly aid in her search, prepared to return to heaven.
She ordered the chariot to be made ready, wrought for her by Vulcan as a
marriage-gift, with a cunning of hand which had left his work so much the
richer by the weight of gold it lost under his tool. From the multitude which
housed about the bed-chamber of their mistress, white doves came forth, and
with joyful motions bent their painted necks beneath the yoke. Behind it, with
playful riot, the sparrows sped onward, and other birds sweet of song, making
known by their soft notes the approach of the goddess. Eagle and cruel hawk
alarmed not the quireful family of Venus. And the clouds broke away, as the
uttermost ether opened to receive her, daughter and goddess, with great joy.
And Venus passed straightway to the house of Jupiter to beg from him the
service of Mercury, the god of speech. And Jupiter refused not her prayer. And
Venus and Mercury descended from heaven together; and as they went, the former
said to the latter, “Thou knowest, my brother of Arcady, that never at any time
have I done anything without thy help; for how long time, moreover, I have
sought a certain maiden in vain. And now naught remains but that, by thy
heraldry, I proclaim a reward for whomsoever shall find her. Do thou my bidding
quickly.” And therewith she conveyed to him a little scrip, in the which was
written the name of Psyche, with other things; and so returned home. And
Mercury failed not in his office; but departing into all lands, proclaimed that
whosoever delivered up to Venus the fugitive girl, should receive from herself
seven kisses one thereof full of the inmost honey of her throat. With that the
doubt of Psyche was ended. And now, as she came near to the doors of Venus, one
of the household, whose name was Use-and-Wont, ran out to her, crying, “Hast
thou learned, Wicked Maid! now at last! that thou hast a mistress?” And seizing
her roughly by the hair, drew her into the presence of Venus. And when Venus
saw her, she cried out, saying, “Thou hast deigned then to make thy salutations
to thy mother-in-law. Now will I in turn treat thee as becometh a dutiful
daughter-in-law!” And she took barley and millet and poppy-seed, every kind of
grain and seed, and mixed them together, and laughed, and said to her:
“Methinks so plain a maiden can earn lovers only by industrious ministry: now
will I also make trial of thy service. Sort me this heap of seed, the one kind
from the others, grain by grain; and get thy task done before the evening.” And
Psyche, stunned by the cruelty of her bidding, was silent, and moved not her
hand to the inextricable heap. And there came forth a little ant, which had
understanding of the difficulty of her task, and took pity upon the consort of
the god of Love; and he ran deftly hither and thither, and called together the
whole army of his fellows. “Have pity,” he cried, “nimble scholars of the
Earth, Mother of all things! have pity upon the wife of Love, and hasten to
help her in her perilous effort.” Then, one upon the other, the hosts of the
insect people hurried together; and they sorted asunder the whole heap of seed,
separating every grain after its kind, and so departed quickly out of sight.
And at nightfall Venus returned, and seeing that task finished with so
wonderful diligence, she cried, “The work is not thine, thou naughty maid, but
his in whose eyes thou hast found favour.” And calling her again in the morning,
“See now the grove,” she said, “beyond yonder torrent. Certain sheep feed
there, whose fleeces shine with gold. Fetch me straightway a lock of that
precious stuff, having gotten it as thou mayst.” And Psyche went forth
willingly, not to obey the command of Venus, but even to seek a rest from her
labour in the depths of the river. But from the river, the green reed, lowly
mother of music, spake to her: “O Psyche! pollute not these waters by
self-destruction, nor approach that terrible flock; for, as the heat groweth,
they wax fierce. Lie down under yon plane-tree, till the quiet of the river’s
breath have soothed them. Thereafter thou mayst shake down the fleecy gold from
the trees of the grove, for it holdeth by the leaves.” And Psyche, instructed
thus by the simple reed, in the humanity of its heart, filled her bosom with
the soft golden stuff, and returned to Venus. But the goddess smiled bitterly,
and said to her, “Well know I who was the author of this thing also. I will
make further trial of thy discretion, and the boldness of thy heart. Seest thou
the utmost peak of yonder steep mountain? The dark stream which flows down
thence waters the Stygian fields, and swells the flood of Cocytus. Bring me
now, in this little urn, a draught from its innermost source.” And therewith
she put into her hands a vessel of wrought crystal. And Psyche set forth in
haste on her way to the mountain, looking there at last to find the end of her
hapless life. But when she came to the region which borders on the cliff that
was showed to her, she understood the deadly nature of her task. From a great
rock, steep and slippery, a horrible river of water poured forth, falling
straightway by a channel exceeding narrow into the unseen gulf below. And lo!
creeping from the rocks on either hand, angry serpents, with their long necks
and sleepless eyes. The very waters found a voice and bade her depart, in
smothered cries of, Depart hence! and What doest thou here? Look around thee!
and Destruction is upon thee! And then sense left her, in the immensity of her
peril, as one changed to stone. Yet not even then did the distress of this
innocent soul escape the steady eye of a gentle providence. For the bird of
Jupiter spread his wings and took flight to her, and asked her, “Didst thou
think, simple one, even thou! that thou couldst steal one drop of that
relentless stream, the holy river of Styx, terrible even to the gods? But give
me thine urn.” And the bird took the urn, and filled it at the source, and
returned to her quickly from among the teeth of the serpents, bringing with him
of the waters, all unwilling nay! warning him to depart away and not molest
them. And she, receiving the urn with great joy, ran back quickly that she
might deliver it to Venus, and yet again satisfied not the angry goddess. “My
child!” she said, “in this one thing further must thou serve me. Take now this
tiny casket, and get thee down even unto hell, and deliver it to Proserpine.
Tell her that Venus would have of her beauty so much at least as may suffice
for but one day’s use, that beauty she possessed erewhile being foreworn and
spoiled, through her tendance upon the sick-bed of her son; and be not slow in
returning.” And Psyche perceived there the last ebbing of her fortune that she
was now thrust openly upon death, who must go down, of her own motion, to Hades
and the Shades. And straightway she climbed to the top of an exceeding high
tower, thinking within herself, “I will cast myself down thence: so shall I
descend most quickly into the kingdom of the dead.” And the tower again, broke
forth into speech: “Wretched Maid! Wretched Maid! Wilt thou destroy thyself? If
the breath quit thy body, then wilt thou indeed go down into Hades, but by no
means return hither. Listen to me. Among the pathless wilds not far from this
place lies a certain mountain, and therein one of hell’s vent-holes. Through
the breach a rough way lies open, following which thou wilt come, by straight
course, to the castle of Orcus. And thou must not go empty-handed. Take in each
hand a morsel of barley-bread, soaked in hydromel; and in thy mouth two pieces
of money. And when thou shalt be now well onward in the way of death, then wilt
thou overtake a lame ass laden with wood, and a lame driver, who will pray thee
reach him certain cords to fasten the burden which is falling from the ass: but
be thou cautious to pass on in silence. And soon as thou comest to the river of
the dead, Charon, in that crazy bark he hath, will put thee over upon the
further side. There is greed even among the dead: and thou shalt deliver to
him, for the ferrying, one of those two pieces of money, in such wise that he
take it with his hand from between thy lips. And as thou passest over the
stream, a dead old man, rising on the water, will put up to thee his mouldering
hands, and pray thee draw him into the ferry-boat. But beware thou yield not to
unlawful pity. “When thou shalt be come over, and art upon the causeway,
certain aged women, spinning, will cry to thee to lend thy hand to their work;
and beware again that thou take no part therein; for this also is the snare of
Venus, whereby she would cause thee to cast away one at least of those cakes
thou bearest in thy hands. And think not that a slight matter; for the loss of
either one of them will be to thee the losing of the light of day. For a
watch-dog exceeding fierce lies ever before the threshold of that lonely house
of Proserpine. Close his mouth with one of thy cakes; so shalt thou pass by
him, and enter straightway into the presence of Proserpine herself. Then do thou
deliver thy message, and taking what she shall give thee, return back again;
offering to the watch-dog the other cake, and to the ferryman that other piece
of money thou hast in thy mouth. After this manner mayst thou return again
beneath the stars. But withal, I charge thee, think not to look into, nor open,
the casket thou bearest, with that treasure of the beauty of the divine
countenance hidden therein.” So spake the stones of the tower; and Psyche
delayed not, but proceeding diligently after the manner enjoined, entered into
the house of Proserpine, at whose feet she sat down humbly, and would neither
the delicate couch nor that divine food the goddess offered her, but did
straightway the business of Venus. And Proserpine filled the casket secretly
and shut the lid, and delivered it to Psyche, who fled therewith from Hades
with new strength. But coming back into the light of day, even as she hasted
now to the ending of her service, she was seized by a rash curiosity. “Lo!
now,” she said within herself, “my simpleness! who bearing in my hands the
divine loveliness, heed not to touch myself with a particle at least therefrom,
that I may please the more, by the favour of it, my fair one, my beloved.” Even
as she spoke, she lifted the lid; and behold! within, neither beauty, nor
anything beside, save sleep only, the sleep of the dead, which took hold upon
her, filling all her members with its drowsy vapour, so that she lay down in
the way and moved not, as in the slumber of death. And Cupid being healed of
his wound, because he would endure no longer the absence of her he loved,
gliding through the narrow window of the chamber wherein he was holden, his
pinions being now repaired by a little rest, fled forth swiftly upon them, and
coming to the place where Psyche was, shook that sleep away from her, and set
him in his prison again, awaking her with the innocent point of his arrow. “Lo!
thine old error again,” he said, “which had like once more to have destroyed
thee! But do thou now what is lacking of the command of my mother: the rest
shall be my care. With these words, the lover rose upon the air; and being
consumed inwardly with the greatness of his love, penetrated with vehement wing
into the highest place of heaven, to lay his cause before the father of the
gods. And the father of gods took his hand in his, and kissed his face and said
to him, “At no time, my son, hast thou regarded me with due honour. Often hast
thou vexed my bosom, wherein lies the disposition of the stars, with those busy
darts of thine. Nevertheless, because thou hast grown up between these mine
hands, I will accomplish thy desire.” And straightway he bade Mercury call the
gods together; and, the council-chamber being filled, sitting upon a high
throne, “Ye gods,” he said, “all ye whose names are in the white book of the
Muses, ye know yonder lad. It seems good to me that his youthful heats should
by some means be restrained. And that all occasion may be taken from him, I
would even confine him in the bonds of marriage. He has chosen and embraced a
mortal maiden. Let him have fruit of his love, and possess her for ever.”
Thereupon he bade MERCURIO produce Psyche in heaven; and holding out to her his
ambrosial cup, “Take it,” he said, “and live for ever; nor shall CUPIDO ever
depart from thee.” And the gods sat down together to the marriage-feast. On the
first couch lay the bridegroom, and Psyche in his bosom. His rustic serving-boy
bare the wine to Jupiter; and Bacchus to the rest. The Seasons crimsoned all
things with their roses. Apollo sang to the lyre, while a little Pan prattled
on his reeds, and VENERE danced very sweetly to the soft music. Thus, with due
rites, did Psyche pass into the power of Cupid; and from them was born the
daughter whom men call Voluptas. So the famous story composed itself in the
memory of Marius, with an expression changed in some ways from the original and
on the whole graver. The petulant, boyish Cupid of APULEIO was become more like
that “Lord, of terrible aspect,” who stood at Dante’s bedside and wept, or had
at least grown to the manly earnestness of the Erôs of Praxiteles. Set in
relief amid the coarser matter of the book, this episode of Cupid and Psyche
served to combine many lines of meditation, already familiar to Marius, into
the ideal of a perfect imaginative love, centered upon a type of beauty
entirely flawless and clean an ideal which never wholly faded from his
thoughts, though he valued it at various times in different degrees. The human
body in its beauty, as the highest potency of all the beauty of material
objects, seemed to him just then to be matter no longer, but, having taken
celestial fire, to assert itself as indeed the true, though visible, soul or
spirit in things. In contrast with that ideal, in all the pure brilliancy, and
as it were in the happy light, of youth and morning and the springtide, men’s
actual loves, with which at many points the book brings one into close contact,
might appear to him, like the general tenor of their lives, to be somewhat mean
and sordid. The hiddenness of perfect things: a shrinking mysticism, a
sentiment of diffidence like that expressed in Psyche’s so tremulous hope
concerning the child to be born of the husband she had never yet seen “in the
face of this little child, at the least, shall I apprehend thine” in hoc saltem
parvulo cognoscam faciem tuam: the fatality which seems to haunt any signal+
beauty, whether moral or physical, as if it were in itself something illicit
and isolating: the suspicion and hatred it so often excites in the vulgar: these
were some of the impressions, forming, as they do, a constant tradition of
somewhat cynical pagan experience, from Medusa and Helen downwards, which the
old story enforced on him. A book, like a person, has its fortunes with one; is
lucky or unlucky in the precise moment of its falling in our way, and often by
some happy accident counts with us for something more than its independent
value. The Metamorphoses of APULEIO, coming to Marius just then, figured for
him as indeed The Golden Book: he felt a sort of personal gratitude to its
writer, and saw in it doubtless far more than was really there for any other
reader. It occupied always a peculiar place in his remembrance, never quite
losing its power in frequent return to it for the revival of that first glowing
impression. Its effect upon the elder youth was a more practical one: it
stimulated the literary ambition, already so strong a motive with him, by a
signal example of success, and made him more than ever an ardent, indefatigable
student of words, of the means or instrument of the literary art. The secrets
of utterance, of expression itself, of that through which alone any
intellectual or spiritual power within one can actually take effect upon
others, to over-awe or charm them to one’s side, presented themselves to this
ambitious lad in immediate connexion with that desire for predominance, for the
satisfaction of which another might have relied on the acquisition and display
of brilliant military qualities. In him, a fine instinctive sentiment of the exact
value and power of words was connate with the eager longing for sway over his
fellows. He saw himself already a gallant and effective leader, innovating or
conservative as occasion might require, in the rehabilitation of the
mother-tongue, then fallen so tarnished and languid; yet the sole object, as he
mused within himself, of the only sort of patriotic feeling proper, or
possible, for one born of slaves. The popular speech was gradually departing
from the form and rule of literary language, a language always and increasingly
artificial. While the learned dialect was yearly becoming more and more
barbarously pedantic, the colloquial idiom, on the other hand, offered a
thousand chance-tost gems of racy or picturesque expression, rejected or at
least ungathered by what claimed to be classical Latin. The time was coming
when neither the pedants nor the people would really understand CICERONE (si
veda); though there were some indeed, like this new writer, Apuleius, who,
departing from the custom of writing in Greek, which had been a fashionable
affectation among the sprightlier wits since the days of Hadrian, had written
in the vernacular. The literary prog ramme which Flavian had already designed
for himself would be a work, then, partly conservative or reactionary, in its
dealing with the instrument of the literary art; partly popular and
revolutionary, asserting, so to term them, the rights of the proletariate of
speech. More than fifty years before, the younger Pliny, himself an effective
witness for the delicate power of the Latin tongue, had said, “I am one of
those who admire the ancients, yet I do not, like some others, underrate
certain instances of genius which our own times afford. For it is not true that
nature, as if weary and effete, no longer produces what is admirable.” And he,
Flavian, would prove himself the true master of the opportunity thus indicated.
In his eagerness for a not too distant fame, he dreamed over all that, as the
young Caesar may have dreamed of campaigns. Others might brutalise or neglect
the native speech, that true “open field” for charm and sway over men. He would
make of it a serious study, weighing the precise power of every phrase and
word, as though it were precious metal, disentangling the later associations
and going back to the original and native sense of each, restoring to full
significance all its wealth of latent figurative expression, reviving or
replacing its outworn or tarnished images. Latin literature and the Latin
tongue were dying of routine and languor; and what was necessary, first of all,
was to re-establish the natural and direct relationship between thought and
expression, between the sensation and the term, and restore to words their
primitive power. For words, after all, words manipulated with all his delicate
force, were to be the apparatus of a war for himself. To be forcibly impressed,
in the first place; and in the next, to find the means of making visible to
others that which was vividly apparent, delightful, of lively interest to
himself, to the exclusion of all that was but middling, tame, or only half-true
even to him this scrupulousness of literary art actually awoke in Flavian, for
the first time, a sort of chivalrous conscience. What care for style! what
patience of execution! what research for the significant tones of ancient idiom
sonantia verba et antiqua! What stately and regular word-building gravis et
decora constructio! He felt the whole meaning of the sceptical Pliny’s somewhat
melancholy advice to one of his friends, that he should seek in literature
deliverance from mortality ut studiis se literarum a mortalitate vindicet. And
there was everything in the nature and the training of Marius to make him a
full participator in the hopes of such a new literary school, with Flavian for
its leader. In the refinements of that curious spirit, in its horror of
profanities, its fastidious sense of a correctness in external form, there was
something which ministered to the old ritual interest, still surviving in him;
as if here indeed were involved a kind of sacred service tothe mother-tongue.
Here, then, was the theory of Euphuism, as manifested in every age in which the
literary conscience has been awakened to forgotten duties towards language,
towards the instrument of expression: infact it does but modify a little the
principles of all effective expression at all times. ’Tis art’s function to
conceal itself: ars est celare artem: is a saying, which, exaggerated by
inexact quotation, has perhaps been oftenest and most confidently quoted by
those who have had little literary or other art to conceal; and from the very
beginning of professional literature, the “labour of the file” a labour in the
case of L’ACCADEMIA, for instance, or VIRGILIO (si veda), like that of the
oldest of goldsmiths as described by Apuleius, enriching the work by far more
than the weight of precious metal it removed has always had its function.
Sometimes, doubtless, as in later examples of it, this Roman Euphuism,
determined at any cost to attain beauty in writing es kallos graphein+ might
lapse into its characteristic fopperies or mannerisms, into the “defects of its
qualities,” in truth, not wholly unpleasing perhaps, or at least excusable,
when looked at as but the toys (so CICERONE (si veda) calls them), the strictly
congenial and appropriate toys, of an assiduously cultivated age, which could
not help being polite, critical, self-conscious. The mere love of novelty also
had, of course, its part there: as with the Euphuism of the Elizabethan age,
and of the modern French romanticists, its neologies were the ground of one of
the favourite charges against it; though indeed, as regards these tricks of
taste also, there is nothing new, but a quaint family likeness rather, between
the Euphuists of successive ages. Here, as elsewhere, the power of “fashion,”
as it is called, is but one minor form, slight enough, it may be, yet
distinctly symptomatic, of that deeper yearning of human nature towards ideal
perfection, which is a continuous force in it; and since in this direction too human
nature is limited, such fashions must necessarilyreproduce themselves. Among
other resemblances to later growths of Euphuism, its archaisms on the one hand,
and its neologies on the other, the Euphuism of the days of Marcus Aurelius
had, in the composition of verse, its fancy for the refrain. It was a snatch
from a popular chorus, something he had heard sounding all over the town of
Pisa one April night, one of the firstbland and summer-like nights of the year,
that Flavian had chosen for the refrain of a poem he was then pondering the
Pervigilium Veneris the vigil, or “nocturn,” of Venus. Certain elderly
counsellors, filling what may be thought a constant part in the little
tragi-comedy which literature and its votaries are playing in all ages, would
ask, suspecting some affectation or unreality in that minute culture of form:
Cannot those who have a thing to say, say it directly? Why not be simple and
broad, like the old writers of Greece? And this challenge had at least the
effect of setting his thoughts at work on the intellectual situation as it lay
between the children of the present and those earliest masters. Certainly, the
most wonderful, the unique, point, about the Greek genius, in literature as in
everything else, was the entire absence of imitation in its productions. How
had the burden of precedent, laid upon every artist, increased since then! It
was all around one: that smoothly built world of old classical taste, an
accomplished fact, with overwhelming authority on every detail of the conduct
of one’s work. With no fardel on its own back, yet so imperious towards those
who came labouring after it, Hellas, in its early freshness, looked as distant
from him even then as it does from ourselves. There might seem to be no place
left for novelty or originality, place only for a patient, an infinite,
faultlessness. On this question too Flavian passed through a world of curious
art-casuistries, of self-tormenting, at the threshold of his work. Was poetic
beauty a thing ever one and the same, a type absolute; or, changing always with
the soul of time itself, did it depend upon the taste, the peculiar trick of
apprehension, the fashion, as we say, of each successive age? Might one recover
that old, earlier sense of it, that earlier manner, in a mas terly effort to
recall all the complexities of the life, moral and intellectual, of the earlier
age to which it had belonged? Had there been really bad ages in art or
literature? Were all ages, even those earliest, adventurous, matutinal days, in
themselves equally poetical or unpoetical; and poetry, the literary beauty, the
poetic ideal, always but a borrowed light upon men’s actual life? Homer had
said Hoi d’hote dê limenos polybentheos entos hikonto, Histia men steilanto,
thesan d’ en nêi melainê... Ek de kai autoi bainon epi phêgmini thalassês.+ And
how poetic the simple incident seemed, told just thus! Homer was always telling
things after this manner. And one might think there had been no effort in it:
that here was but the almost mechanical transcript of a time, naturally,
intrinsically, poetic, a time in which one could hardly have spoken at all
without ideal effect, or, the sailors pulled down their boat without making a
picture in “the great style,” against a sky charged with marvels. Must not the
mere prose of an age, itself thus ideal, have coun ted for more than half of
Homer’s poetry? Or might the closer student discover even here, even in Homer,
the really mediatorial function of the poet, as between the reader and the
actual matter of his experience; the poet waiting, so to speak, in an age which
had felt itself trite and commonplace enough, on his opportunity for the touch
of “golden alchemy,” or at least for the pleasantly lighted side of things
themselves? Might not another, in one’s own prosaic and used-up time, so
uneventful as it had been through the long reign of these quiet Antonines, in
like manner, discover his ideal, by a due waiting upon it? Would not a future
generation, looking back upon this, under the power of the enchanted-distance
fallacy, find it ideal to view, in contrast with its own languor the languor
that for some reason (concerning which Augustine will one day have his view)
seemed to haunt men always? Had Homer, even, appeared unreal and affected in
his poetic flight, to some of the people of his own age, as seemed to happen
with every new literature in turn? In any case, the intellectual conditions of
early Greece had been how different from these! And a true literary tact would
accept that difference in forming the primary conception of the literary
function at a later time. Perhaps the utmost one could get by conscious effort,
in the way of a reaction or return to the conditions of an earlier and fresher
age, would be but novitas, artificial artlessness, naïveté; and this quality
too might have its measure of euphuistic charm, direct and sensible enough,
though it must count, in comparison with that genuine early Greek newness at
the beginning, not as the freshness of the open fields, but only of a bunch of
field-flowers in a heated room. There was, meantime, all this: on one side, the
old pagan culture, for us but a fragment, for him an accomplished yet present
fact, still a living, united, organic whole, in the entirety of its art, its
thought, its religions, its sagacious forms of polity, that so weighty
authority it exercised on every point, being in reality only the measure of its
charm for every one: on the other side, the actual world in all its eager
self-assertion, with Flavian himself, in his boundless animation, there, at the
centre of the situation. From the natural defects, from the pettiness, of his
euphuism, his assiduous cultivation of manner, he was saved by the
consciousness that he had a matter to present, very real, at least to him. That
preoccupation of the dilettante with what might seem mere details of form,
after all, did but serve the purpose of bringing to the surface, sincerely and
in their integrity, certain strong personal intuitions, a certain vision or
apprehension of things as really being, with important results, thus, rather
than thus, intuitions which the artistic or literary faculty was called upon to
follow, with the exactness of wax or clay, clothing the model within. Flavian
too, with his fine clear mastery of the practically effective, had early laid
hold of the principle, as axiomatic in literature: that to know when one’s self
is interested, is the first condition of interesting other people. It was a
principle, the forcible apprehension of which made him jealous and fastidious
in the selection of his intellectual food; often listless while others read or
gazed diligently; never pretending to be moved out of mere complaisance to
people’s emotions: it served to foster in him a very scrupulous literary
sincerity with himself. And it was this uncompromising demand for a matter, in
all art, derived immediately from lively personal intuition, this constant
appeal to individual judgment, which saved his euphuism, even at its weakest,
from lapsing into mere artifice. Was the magnificent exordium of Lucretius,
addressed to the goddess Venus, the work of his earlier manhood, and designed
originally to open an argument less persistently sombre than that protest
against the whole pagan heaven which actually follows it? It is certainly the
most typical expression of a mood, still incident to the young poet, as a thing
peculiar to his youth, when he feels the sentimental current setting forcibly
along his veins, and so much as a matter of purely physical excitement, that he
can hardly distinguish it from the animation of external nature, the upswelling
of the seed in the earth, and of the sap through the trees. Flavian, to whom,
again, as to his later euphuistic kinsmen, old mythology seemed as full of
untried, unexpressed motives and interest as human life itself, had long been
occupied with a kind of mystic hymn to the vernal principle of life in things;
a composition shaping itself, little by little, out of a thousand dim
perceptions, into singularly definite form (definite and firm as fine-art in
metal, thought Marius) for which, as I said, he had caught his “refrain,” from
the lips of the young men, singing because they could not help it, in the
streets of Pisa. And as oftenest happens also, with natures of genuinely poetic
quality, those piecemeal beginnings came suddenly to harmonious completeness
among the fortunate incidents, the physical heat and light, of one singularly
happy day. It was one of the first hot days of March “the sacred day” on which,
from Pisa, as from many another harbour on the Mediterranean, the Ship of Isis
went to sea, and every one walked down to the shore-side to witness the
freighting of the vessel, its launching and final abandonment among the waves,
as an object really devoted to the Great Goddess, that new rival, or “double,”
of ancient VENERE, and like her a favourite patroness of sailors. On the
evening next before, all the world had been abroad to view the illumination of
the river; the stately lines of building being wreathed with hundreds of
many-coloured lamps. The young men had poured forth their chorus Cras amet qui
nunquam amavit, Quique amavit cras amet as they bore their torches through the
yielding crowd, or rowed their lanterned boats up and down the stream, till far
into the night, when heavy rain-drops had driven the last lingerers home.
Morning broke, however, smiling and serene; and the long procession started
betimes. The river, curving slightly, with the smoothly paved streets on either
side, between its low marble parapet and the fair dwelling-houses, formed the
main highway of the city; and the pageant, accompanied throughout by
innumerable lanterns and wax tapers, took its course up one of these streets,
crossing the water by a bridge up-stream, and down the other, to the haven,
every possible standing-place, out of doors and within, being crowded with
sight-seers, of whom Marius was one of the most eager, deeply interested in
finding the spectacle much as Apuleius had described it in his famous book. At
the head of the procession, the master of ceremonies, quietly waving back the
assistants, made way for a number of women, scattering perfumes. They were
succeeded by a company of musicians, piping and twanging, on instruments the
strangest MARIO had ever beheld, the notes of a hymn, narrating the first
origin of this votive rite to a choir of youths, who marched behind them
singing it. The tire-women and other personal attendants of the great goddess
came next, bearing the instruments of their ministry, and various articles from
the sacred wardrobe, wrought of the most precious material; some of them with
long ivory combs, plying their hands in wild yet graceful concert of movement
as they went, in devout mimicry of the toilet. Placed in their rear were the
mirror-bearers of the goddess, carrying large mirrors of beaten brass or
silver, turned in such a way as to reflect to the great body of worshippers who
followed, the face of the mysterious image, as it moved on its way, and their
faces to it, as though they were in fact advancing to meet the heavenly visitor.
They comprehended a multitude of both sexes and of all ages, already initiated
into the divine secret, clad in fair linen, the females veiled, the males with
shining tonsures, and every one carrying a sistrum the richer sort of silver, a
few very dainty persons of fine gold rattling the reeds, with a noise like the
jargon of innumerable birds and insects awakened from torpor and abroad in the
spring sun. Then, borne upon a kind of platform, came the goddess herself,
undulating above the heads of the multitude as the bearers walked, in mystic
robe embroidered with the moon and stars, bordered gracefully with a fringe of
real fruit and flowers, and with a glittering crown upon the head. The train of
the procession consisted of the priests in long white vestments, close from
head to foot, distributed into various groups, each bearing, exposed aloft, one
of the sacred symbols of Isis the corn-fan, the golden asp, the ivory hand of
equity, and among them the votive ship itself, carved and gilt, and adorned
bravely with flags flying. Last of all walked the high priest; the people
kneeling as he passed to kiss his hand, in which were those well-remembered
roses. MARIO follows with the rest to the harbour, where the mystic ship,
lowered from the shoulders of the priests, was loaded with as much as it could
carry of the rich spices and other costly gifts, offered in great profusion by
the worshippers, and thus, launched at last upon the water, left the shore,
crossing the harbour-bar in the wake of a much stouter vessel than itself with
a crew of white-robed mariners, whose function it was, at the appointed moment,
finally to desert it on the open sea. The remainder of the day was spent by
most in parties on the water. Flavian and Marius sailed further than they had
ever done before to a wild spot on the bay, the traditional site of a little
Greek colony, which, having had its eager, stirring life at the time when
Etruria was still a power in Italy, had perished in the age of the civil wars.
In the absolute transparency of the air on this gracious day, an infinitude of
detail from sea and shore reached the eye with sparkling clearness, as the two
lads sped rapidly over the waves Flavian at work suddenly, from time to time,
with his tablets. They reached land at last. The coral fishers had spread their
nets on the sands, with a tumble-down of quaint, many-hued treasures, below a
little shrine of Venus, fluttering and gay with the scarves and napkins and
gilded shells which these people had offered to the image. FLAVIANO and MARIO
sit down under the shadow of a mass of gray rock or ruin, where the sea-gate of
the Greek town had been, and talked of life in those old Greek colonies. Of
this place, all that remained, besides those rude stones, was a handful of
silver coins, each with a head of pure and archaic beauty, though a little
cruel perhaps, supposed to represent the Siren Ligeia, whose tomb was formerly
shown here only these, and an ancient song, the very strain which Flavian had
recovered in those last months. They were records which spoke, certainly, of
the charm of life within those walls. How strong must have been the tide of
men’s existence in that little republican town, so small that this circle of
gray stones, of service now only by the moisture they gathered for the
blue-flowering gentians among them, had been the line of its rampart! An
epitome of all that was liveliest, most animated and adventurous, in the old
Greek people of which it was an offshoot, it had enhanced the effect of these
gifts by concentration within narrow limits. The band of “devoted youth,” hiera
neotês.+ of the brothers, devoted to the gods and whatever luck the gods might
afford, because there was no room for them at home went forth, bearing the
sacred flame from the mother hearth; itself a flame, of power to consume the
whole material of existence in clear light and heat, with no smouldering
residue. The life of those vanished townsmen, so brilliant and revolutionary,
applying so abundantly the personal qualities which alone just then Marius seemed
to value, associated itself with the actual figure of his companion, standing
there before him, his face enthusiastic with the sudden thought of all that;
and struck him vividly as precisely the fitting opportunity for a nature like
his, so hungry for control, for ascendency over men. Marius noticed also,
however, as high spirits flagged at last, on the way home through the heavy dew
of the evening, more than physical fatigue in Flavian, who seemed to find no
refreshment in the coolness. There had been something feverish, perhaps, and
like the beginning of sickness, about his almost forced gaiety, in this sudden
spasm of spring; and by the evening of the next day he was lying with a burning
spot on his forehead, stricken, as was thought from the first, by the terrible
new disease. NOTES 93. +Corrected from the Macmillan edition misprint “singal.”
98. +Transliteration: es kallos graphein. Translation: “To write
beautifully.”Iliad 1.432-33, 437. Transliteration: Hoi d’ hote dê limenos
polybentheos entos hikonto, Histia men steilanto, thesan d’ en nêi melainê...
Ek de kai autoi bainon epi phêgmini thalassês. Etext editor’s translation: When
they had safely made deep harbor They took in the sail, laid it in their black
ship... And went ashore just past the breakers. 109. +Transliteration: hiera
neotês. Pater translates the phrase, “devoted youth.” For the fantastical
colleague of the philosophic emperor Marcus Aurelius, returning in triumph from
the East, had brought in his train, among the enemies of Rome, one by no means
a captive. People actually sickened at a sudden touch of the unsuspected foe,
as they watched in dense crowds the pathetic or grotesque imagery of failure or
success in the triumphal procession. And, as usual, the plague brought with it
a power to develop all pre-existent germs of superstition. It was by dishonour
done to Apollo himself, said popular rumour to Apollo, the old titular divinity
of pestilence, that the poisonous thing had come abroad. Pent up in a golden
coffer consecrated to the god, it had escaped in the sacrilegious plundering of
his temple at Seleucia by the soldiers of Lucius Verus, after a traitorous
surprise of that town and a cruel massacre. Certainly there was something which
baffled all imaginable precautions and all medical science, in the suddenness
with which the disease broke out simultaneously, here and there, among both
soldiers and citizens, even in places far remote from the main line of its
march in the rear of the victorious army. It seemed to have invaded the whole
empire, and some have even thought that, in a mitigated form, it permanently
remained there. In Rome itself many thousands perished; and old authorities
tell of farmsteads, whole towns, and even entire neighbourhoods, which from
that time continued without inhabitants and lapsed into wildness or ruin.
Flavian lay at the open window of his lodging, with a fiery pang in the brain,
fancying no covering thin or light enough to be applied to his body. His head
being relieved after a while, there was distress at the chest. It was but the
fatal course of the strange new sickness, under many disguises; travelling from
the brain to the feet, like a material resident, weakening one after another of
the organic centres; often, when it did not kill, depositing various degrees of
lifelong infirmity in this member or that; and after such descent, returning
upwards again, now as a mortal coldness, leaving the entrenchments of the
fortress of life overturned, one by one, behind it. Flavian lay there, with the
enemy at his breast now in a painful cough, but relieved from that burning
fever in the head, amid the rich-scented flowers rare Paestum roses, and the
like procured by Marius for his solace, in a fancied convalescence; and would,
at intervals, return to labour at his verses, with a great eagerness to
complete and transcribe the work, while Marius sat and wrote at his dictation,
one of the latest but not the poorest specimens of genuine Latin poetry. It was
in fact a kind of nuptial hymn, which, taking its start from the thought of
nature as the universal mother, celebrated the preliminary pairing and mating
together of all fresh things, in the hot and genial spring-time the immemorial
nuptials of the soul of spring itself and the brown earth; and was full of a
delighted, mystic sense of what passed between them in that fantastic marriage.
That mystic burden was relieved, at intervals, by the familiar playfulness of
the Latin verse-writer in dealing with mythology, which, though coming at so
late a day, had still a wonderful freshness in its old age. “Amor has put his
weapons by and will keep holiday. He was bidden go without apparel, that none
might be wounded by his bowand arrows. But take care! In truth he is none the
less armed than usual, though he be all unclad.” In the expression of all this
Flavian seemed, while making it his chief aim to retain the opulent,
many-syllabled vocabulary of the Latin genius, at some points even to have
advanced beyond it, in anticipation of wholly new laws of taste as regards sound,
a new range of sound itself. The peculiar resultant note, associating itself
with certain other experiences of his, was to Marius like the foretaste of an
entirely novel world of poetic beauty to come. Flavian had caught, indeed,
something of the rhyming cadence, the sonorous organ-music of the medieval
Latin, and therewithal something of its unction and mysticity of spirit. There
was in his work, along with the last splendour of the classical language, a
touch, almost prophetic, of that transformed life it was to have in the rhyming
middle age, just about to dawn. The impression thus forced upon Marius
connected itself with a feeling, the exact inverse of that, known to every one,
which seems to say, You have been just here, just thus, before! a feeling, in
his case, not reminiscent but prescient of the future, which passed over him
afterwards many times, as he came across certain places and people. It was as
if he detected there the process of actual change to a wholly undreamed-of and
renewed condition of human body and soul: as if he saw the heavy yet decrepit
old Roman architectureabout him, rebuilding on an intrinsically better pattern.
Could it have been actually on a new musical instrument that Flavian had first
heard the novel accents of his verse? And still Marius noticed there, amid all
its richness of expression and imagery, that firmness of outline he had always
relished so much in the composition of Flavian. Yes! a firmness like that of
some master of noble metal-work, manipulating tenacious bronze or gold. Even
now that haunting refrain, with its impromptu variations, from the throats of
those strong young men, came floating through the window. Cras amet qui nunquam
amavit, Quique amavit cras amet! repeated Flavian, tremulously, dictating yet
one stanza more. What he was losing, his freehold of a soul and body so
fortunately endowed, the mere liberty of life above-ground, “those sunny
mornings in the cornfields by the sea,” as he recollected them one day, when
the window was thrown open upon the early freshness his sense of all this, was
from the first singularly near and distinct, yet rather as of something he was
but debarred the use of for a time than finally bidding farewell to. That was
while he was still with no very grave misgivings as to the issue of his
sickness, and felt the sources of life still springing essentially unadulterate
within him. From time to time, indeed, Marius, labouring eagerly at the poem
from his dictation, was haunted by a feeling of the triviality of such work
just then. The recurrent sense of some obscure danger beyond the mere danger of
death, vaguer than that and by so much the more terrible, like the menace of
some shadowy adversary in the dark with whose mode of attack they had no
acquaintance, disturbed him now and again through those hours of excited
attention to his manuscript, and to the purely physical wants of Flavian.
Still, during these three days there was much hope and cheerfulness, and even
jesting. Half-consciously Marius tried to prolong one or another relieving
circumstance of the day, the preparations for rest and morning refreshment, for
instance; sadly making the most of the little luxury of this or that, with
something of the feigned cheer of the mother who sets her last morsels before
her famished child as for a feast, but really that he “may eat it and die.” On
the afternoon of the seventh day he allowed Marius finally to put aside the
unfinished manuscript. For the enemy, leaving the chest quiet at length though
much exhausted, had made itself felt with full power again in a painful
vomiting, which seemed to shake his body asunder, with great consequent
prostration. From that time the distress increased rapidly downwards. Omnia tum
vero vitai claustra lababant;+ and soon the cold was mounting with sure pace
from the dead feet to the head. And now Marius began more than to suspect what
the issue must be, and henceforward could but watch with a sort of agonised
fascination the rapid but systematic work of the destroyer, faintly relieving a
little the mere accidents of the sharper forms of suffering. Flavian himself
appeared, in full consciousness at last in clear-sighted, deliberate estimate
of the actual crisis to be doing battle with his adversary. His mind surveyed,
with great distinctness, the various suggested modes of relief. He must without
fail get better, he would fancy, might he be removed to a certain place on the
hills where as a child he had once recovered from sickness, but found that he
could scarcely raise his head from the pillow without giddiness. As if now
surely foreseeing the end, he would set himself, with an eager effort, and with
that eager and angry look, which is noted as one of the premonitions of death
in this disease, to fashion out, without formal dictation, still a few more
broken verses of his unfinished work, in hard-set determination, defiant of
pain, to arrest this or that little drop at least from the river of sensuous
imagery rushing so quickly past him. But at length delirium symptom that the
work of the plague was done, and the last resort of life yielding to the enemy
broke the coherent order of words and thoughts; and MARIO, intent on the coming
agony, found his best hope in the increasing dimness of the patient’s mind. In
intervals of clearer consciousness the visible signs of cold, of sorrow and
desolation, were very painful. No longer battling with the disease, he seemed
as it were to place himself at the disposal of the victorious foe, dying
passively, like some dumb creature, in hopeless acquiescence at last. That old,
half-pleading petulance, unamiable, yet, as it might seem, only needing
conditions of life a little happier than they had actually been, to become
refinement of affection, a delicate grace in its demand on the sympathy of
others, had changed in those moments of full intelligence to a clinging and
tremulous gentleness, as he lay “on the very threshold of death” with a sharply
contracted hand in the hand of Marius, to his almost surprised joy, winning him
now to an absolutely self-forgetful devotion. There was a new sort of pleading
in the misty eyes, just because they took such unsteady note of him, which made
Marius feel as if guilty; anticipating thus a form of self-reproach with which
even the tenderest ministrant may be sometimes surprised, when, at death,
affectionate labour suddenly ceasing leaves room for the suspicion of some
failure of love perhaps, at one or another minute point in it. Marius almost
longed to take his share in the suffering, that he might understand so the
better how to relieve it. It seemed that the light of the lamp distressed the
patient, and Marius extinguished it. The thunder which had sounded all day
among the hills, with a heat not unwelcome to FLAVIANO, had given way at
nightfall to steady rain; and in the darkness MARIO lies down beside him,
faintly shivering now in the sudden cold, to lend him his own warmth,
undeterred by the fear of contagion which had kept other people from passing
near the house. At length about day-break he perceived that the last effort had
come with a revival of mental clearness, as Marius understood by the contact,
light as it was, in recognition of him there. “Is it a comfort,” he whispered
then, “that I shall often come and weep over you?” “Not unless I be aware, and
hear you weeping!” The sun shone out on the people going to work for a long hot
day, and Marius was standing by the dead, watching, with deliberate purpose to
fix in his memory every detail, that he might have this picture in reserve,
should any hour of forgetfulness hereafter come to him with the temptation to
feel completely happy again. A feeling of outrage, of resentment against nature
itself, mingled with an agony of pity, as he noted on the now placid features a
certain look of humility, almost abject, like the expression of a smitten child
or animal, as of one, fallen at last, after bewildering struggle, wholly under
the power of a merciless adversary. From mere tenderness of soul he would not
forget one circumstance in all that; as a man might piously stamp on his memory
the death-scene of a brother wrongfully condemned to die, against a time that
may come. The fear of the corpse, which surprised him in his effort to watch by
it through the darkness, was a hint of his own failing strength, just in time.
The first night after the washing of the body, he bore stoutly enough the tax
which affection seemed to demand, throwing the incense from time to time on the
little altar placed beside the bier. It was the recurrence of the thing that
unchanged outline below the coverlet, amid a silence in which the faintest
rustle seemed to speak that finally overcame his determination. Surely, here,
in this alienation, this sense of distance between them, which had come over
him before though in minor degree when the mind of Flavian had wandered in his
sickness, was another of the pains of death. Yet he was able to make all due
preparations, and go through the ceremonies, shortened a little because of the
infection, when, on a cloudless evening, the funeral procession went forth;
himself, the flames of the pyre having done their work, carrying away the urn
of the deceased, in the folds of his toga, to its last resting-place in the
cemetery beside the highway, and so turning home to sleep in his own desolate
lodging. Quis desiderio sit pudor aut modus Tam cari capitis? + What thought of
others’ thoughts about one could there be with the regret for “so dear a head”
fresh at one’s heart? NOTES 116. +Lucretius, Book VI.1153. 120. +Horace, Odes
I.xxiv.1-2. Animula, vagula, blandula Hospes comesque corporis, Quae nunc
abibis in loca? Pallidula, rigida, nudula. The Emperor Hadrian to his Soul
Flavian was no more. The little marble chest with its dust and tears lay cold
among the faded flowers. For most people the actual spectacle of death brings
out into greater reality, at least for the imagination, whatever confidence
they may entertain of the soul’s survival in another life. To Marius, greatly
agitated by that event, the earthly end of Flavian came like a final revelation
of nothing less than the soul’s extinction. Flavian had gone out as utterly as
the fire among those still beloved ashes. Even that wistful suspense of
judgment expressed by the dying Hadrian, regarding further stages of being
still possible for the soul in some dim journey hence, seemed wholly untenable,
and, with it, almost all that remained of the religion of his childhood. Future
extinction seemed just then to be what the unforced witness of his own nature
pointed to. On the other hand, there came a novel curiosity as to what the various
schools of ancient philosophy had had to say concerning that strange,
fluttering creature; and that curiosity impelled him to certain severe studies,
in which his earlier religious conscience seemed still to survive, as a
principle of hieratic scrupulousness or integrity of thought, regarding this
new service to intellectual light. At this time, by his poetic and inward
temper, he might have fallen a prey to the enervating mysticism, then in wait
for ardent souls in many a melodramatic revival of old religion or theosophy.
From all this, fascinating as it might actually be to one side of his
character, he was kept by a genuine virility there, effective in him, among
other results, as a hatred of what was theatrical, and the instinctive
recognition that in vigorous intelligence, after all, divinity was most likely
to be found a resident. With this was connected the feeling, increasing with
his advance to manhood, of a poetic beauty in mere clearness of thought, the
actually aesthetic charm of a cold austerity of mind; as if the kinship of that
to the clearness of physical light were something more than a figure of speech.
Of all those various religious fantasies, as so many forms of enthusiasm, he
could well appreciate the picturesque; that was made easy by his natural
Epicureanism, already prompting him to conceive of himself as but the passive
spectator of the world around him. But it was to the severer reasoning, of
which such matters as Epicurean theory are born, that, in effect, he now betook
himself. Instinctively suspicious of those mechanical arcana, those pretended
“secrets unveiled” of the professional mystic, which really bring great and
little souls to one level, for Marius the only possible dilemma lay between
that old, ancestral Roman religion, now become so incredible to him and the
honest action of his own untroubled, unassisted intelligence. Even the Arcana
Celestia of Platonism what the sons of Plato had had to say regarding the
essential indifference of pure soul to its bodily house and merely occasional
dwelling-place seemed to him while his heart was there in the urn with the
material ashes of Flavian, or still lingering in memory over his last agony,
wholly inhuman or morose, as tending to alleviate his resentment at nature’s
wrong. It was to the sentiment of the body, and the affections it defined the
flesh, of whose force and colour that wandering Platonic soul was but so frail
a residue or abstract he must cling. The various pathetic traits of the
beloved, suffering, perished body of Flavian, so deeply pondered, had made him
a materialist, but with something of the temper of a devotee. As a consequence
it might have seemed at first that his care for poetry had passed away, to be
replaced by the literature of thought. His much-pondered manuscript verses were
laid aside; and what happened now to one, who was certainly to be something of
a poet from first to last, looked at the moment like a change from poetry to
prose. He came of age about this time, his own master though with beardless face;
and at eighteen, an age at which, then as now, many youths of capacity, who
fancied themselves poets, secluded themselves from others chiefly in
affectation and vague dreaming, he secluded himself indeed from others, but in
a severe intellectual meditation, that salt of poetry, without which all the
more serious charm is lacking to the imaginative world. Still with something of
the old religious earnestness of hischildhood, he set himself Sich im Denken zu
orientiren to determine his bearings, as by compass, in the world of thought to
get that precise acquaintance with the creative intelligence itself, its
structure and capacities, its relation to other parts of himself and to other
things, without which, certainly, no poetry can be masterly. Like a young man
rich in this world’s goods coming of age, he must go into affairs, and
ascertain his outlook. There must be no disguises. An exact estimate of
realities, as towards himself, he must have a delicately measured gradation of
certainty in things from the distant, haunted horizon of mere surmise or
imagination, to the actual feeling of sorrow in his heart, as he reclined one
morning, alone instead of in pleasant company, to ponder the hard sayings of an
imperfect old Greek manuscript, unrolled beside him. His former gay companions,
meeting him in the streets of the old Italian town, and noting the graver lines
coming into the face of the sombre but enthusiastic student of intellectual
structure, who could hold his own so well in the society of accomplished older
men, were half afraid of him, though proud to have him of their company. Why
this reserve? they asked, concerning the orderly, self-possessed youth, whose
speech and carriage seemed so carefully measured, who was surely no poet like
the rapt, dishevelled Lupus. Was he secretly in love, perhaps, whose toga was
so daintily folded, and who was always as fresh as the flowers he wore; or bent
on his own line of ambition: or even on riches? Marius, meantime, was reading
freely, in early morning for the most part, those writers chiefly who had made
it their business to know what might be thought concerning that strange,
enigmatic, personal essence, which had seemed to go out altogether, along with
the funeral fires. And the old Greek who more than any other was now giving
form to his thoughts was a very hard master. From Epicurus, from the thunder
and lightning of Lucretius like thunder and lightning some distance off, one
might recline to enjoy, in a garden of roses he had gone back to the writer who
was in a ce rtain sense the teacher of both, Heraclitus of Ionia. His difficult
book “Concerning Nature” was even then rare, for people had long since
satisfied themselves by the quotation of certain brilliant, isolated, oracles
only, out of what was at best a taxing kind of lore. But the difficulty of the
early Greek prose did but spur the curiosity of Marius; the writer, the
superior clearness of whose intellectual view had so sequestered him from other
men, who had had so little joy of that superiority, being avowedly exacting as
to the amount of devout attention he required from the student. “The many,” he
said, always thus emphasising the difference between the many and the few, are
“like people heavy with wine,” “led by children,” “knowing not whither they go;”
and yet, “much learning doth not make wise;” and again, “the ass, after all,
would have his thistles rather than fine gold.” Heraclitus, indeed, had not
under-rated the difficulty for “the many” of the paradox with which his
doctrine begins, and the due reception of which must involve a denial of
habitual impressions, as the necessary first step in the way of truth. His
philosophy had been developed in conscious, outspoken opposition to the current
mode of thought, as a matter requiring some exceptional loyalty to pure reason
and its “dry light.” Men are subject to an illusion, he protests, regarding
matters apparent to sense. What the uncorrected sense gives was a false
impression of permanence or fixity in things, which have really changed their
nature in the very moment in which we see and touch them. And the radical flaw
in the current mode of thinking would lie herein: that, reflecting this false
or uncorrected sensation, it attributes to the phenomena of experience a
durability which does not really belong to them. Imaging forth from those fluid
impressions a world of firmly out-lined objects, it leads one to regard as a
thing stark and dead what is in reality full of animation, of vigour, of the
fire of life that eternal process of nature, of which at a later time Goethe
spoke as the “Living Garment,” whereby God is seen of us, ever in weaving at
the “Loom of Time.” And the appeal which the old Greek thinker made was, in the
first instance, from confused to unconfused sensation; with a sort of prophetic
seriousness, a great claim and assumption, such as we may understand, if we
anticipate in this preliminary scepticism the ulterior scope of his
speculation, according to which the universal movement of all natural things is
but one particular stage, or measure, of that ceaseless activity wherein the
divine reason consists. The one true being that constant subject of all early
thought it was his merit to have conceived, not as sterile and stagnant
inaction, but as a perpetual energy, from the restless stream of which, at
certain points, some elements detach themselves, and harden into non-entity and
death, corresponding, as outward objects, to man’s inward condition of
ignorance: that is, to the slowness of his faculties. It is with this paradox
of a subtle, perpetual change in all visible things, that the high speculation
of Heraclitus begins. Hence the scorn he expresses for anything like a
careless, half-conscious, “use-and-wont” reception of our experience, which
took so strong a hold on men’s memories! Hence those many precepts towards a
strenuous self-consciousness in all we think and do, that loyalty to cool and
candid reason, which makes strict attentiveness of mind a kind of religious
duty and service. The negative doctrine, then, that the objects of our ordinary
experience, fixed as they seem, are really in perpetual change, had been, as
originally conceived, but the preliminary step towards a large positive system
of almost religious philosophy. Then as now, the illuminated philosophic mind
might apprehend, in what seemed a mass of lifeless matter, the movement of that
universal life, in which things, and men’s impressions of them, were ever
“coming to be,” alternately consumed and renewed. That continual change, to be
discovered by the attentive understanding where common opinion found fixed
objects, was but the indicator of a subtler but all-pervading motion the
sleepless, ever-sustained, inexhaustible energy of the divine reason itself,
proceeding always by its own rhythmical logic, and lendingto all mind and
matter, in turn, what life they had. In this “perpetual flux” of things and of
souls, there was, as ERACLITO conceived, a continuance, if not of their
material or spiritual elements, yet of orderly intelligible relationships, like
the harmony of musical notes, wrought out in and through the series of their
mutations ordinances of the divine reason, maintained throughout the changes of
the phenomenal world; and this harmony in their mutation and opposition, was,
after all, a principle of sanity, of reality, there. But it happened, that, of
all this, the first, merely sceptical or negative step, that easiest step on
the threshold, had alone remained in general memory; and the “doctrine of
motion” seemed to those who had felt its seduction to make all fixed knowledge
impossible. The swift passage of things, the still swifter passage of those
modes of our conscious being which seemed to reflect them, might indeed be the
burning of the divine fire: but what was ascertained was that they did pass
away like a devouring flame, or like the race of water in the mid-stream too
swiftly for any real knowledge of them to be attainable. Heracliteanism had
grown to be almost identical with the famous doctrine of the sophist PROTAGORA,
that the momentary, sensible apprehension of the individual was the only
standard of what is or is not, and each one the measure of all things to
himself. The impressive name of Heraclitus had become but an authority for a
philosophy of the despair of knowledge. And as it had been with his original
followers in Greece, so it happened now with the later Roman disciple. He, too,
paused at the apprehension of that constant motion of things the drift of
flowers, of little or great souls, of ambitious systems, in the stream around
him, the first source, the ultimate issue, of which, in regions out of sight,
must count with him as but a dim problem. The bold mental flight of the old
Greek master from the fleeting, competing objects of experience to that one
universal life, in which the whole sphere of physical change might be reckoned
as but a single pulsation, remained by him as hypothesis only the hypothesis he
actually preferred, as in itself most credible, however scantily realisable
even by the imagination yet still as but one unverified hypothesis, among many
others, concerning the first principle of things. He might reserve it as a
fine, high, visionary consideration, very remote upon the intellectual ladder,
just at the point, indeed, where that ladder seemed to pass into the clouds, but
for which there was certainly no time left just now by his eager interest in
the real objects so close to him, on the lowlier earthy steps nearest the
ground. And those childish days of reverie, when he played at priests, played
in many another day-dream, working his way from the actual present, as far as
he might, with a delightful sense of escape in replacing the outer world of
other people by an inward world as himself really cared to have it, had made
him a kind of “idealist.” He was become aware of the possibility of a large
dissidence between an inward and somewhat exclusive world of vivid personal
apprehension, and the unimproved, unheightened reality of the life of those
about him. As a consequence, he was ready now to concede, somewhat more easily
than others, the first point of his new lesson, that the individual is to
himself the measure of all things, and to rely on the exclusive certainty to
himself of his own impressions. To move afterwards in that outer world of other
people, as though taking it at their estimate, would be possible henceforth
only as a kind of irony. And as with the Vicaire Savoyard, after reflecting on
the variations of philosophy, “the first fruit he drew from that reflection was
the lesson of a limitation of his researches to what immediately interested
him; to rest peacefully in a profound ignorance as to all beside; to disquiet
himself only concerning those things which it was of import for him to know.”
At least he would entertain no theory of conduct which did not allow its due
weight to this primary element of incertitude or negation, in the conditions of
man’s life. Just here he joined company, retracing in his individual mental
pilgrimage the historic order of human thought, with another wayfarer on the
journey, another ancient Greek master, the founder of the Cyrenaic philosophy,
whose weighty traditional utterances (for he had left no writing) served in
turn to give effective outline to the contemplations of Marius. There was
something in the doctrine itself congruous with the place wherein it had its
birth; and for a time Marius lived much, mentally, in the brilliant Greek
colony which had given a dubious name to the philosophy of pleasure. It hung,
for his fancy, between the mountains and the sea, among richer than Italian
gardens, on a certain breezy table-land projecting from the African coast, some
hundreds of miles southward from Greece. There, in a delightful climate, with
something of transalpine temperance amid its luxury, and withal in an inward
atmosphere of temperance which did but further enhance the brilliancy of human
life, the school of Cyrene had maintained itself as almost one with the family
of its founder; certainly as nothing coarse or unclean, and under the influence
of accomplished women. Aristippus of Cyrene too had left off in suspense of
judgment as to what might really lie behind flammantia moenia mundi: the
flaming ramparts of the world. Those strange, bold, sceptical surmises, which
had haunted the minds of the first Greek enquirers as merely abstract doubt,
which had been present to the mind of Heraclitus as one element only in a
system of abstract philosophy, became with Aristippus a very subtly practical
worldly-wisdom. The difference between him and those obscure earlier thinkers
is almost like that between an ancient thinker generally, and a modern man of
the world: it was the difference between the mystic in his cell, or the prophet
in the desert, and the expert, cosmopolitan, administrator of his dark sayings,
translating the abstract thoughts of the master into terms, first of all, of
sentiment. It has been sometimes seen, in the history of the human mind, that
when thus translated into terms of sentiment of sentiment, as lying already
half-way towards practice the abstract ideas of metaphysics for the first time
reveal their true significance. The metaphysical principle, in itself, as it
were, without hands or feet, becomes impressive, fascinating, of effect, when
translated into a precept as to how it were best to feel and act; in other words,
under its sentimental or ethical equivalent. The leading idea of the great
master of Cyrene, his theory that things are but shadows, and that we, even as
they, never continue in one stay, might indeed have taken effect as a languid,
enervating, consumptive nihilism, as a precept of “renunciation,” which would
touch and handle and busy itself with nothing. But in the reception of
metaphysical formulae, all depends, as regards their actual and ulterior
result, on the pre-existent qualities of that soil of human nature into which
they fall the company they find already present there, on their admission into
the house of thought; there being at least so much truth as this involves in
the theological maxim, that the reception of this or that speculative conclusion
is really a matter of will. The persuasion that all is vanity, with this
happily constituted Greek, who had been a genuine disciple of Socrates and
reflected, presumably, something of his blitheness in the face of the world,
his happy way of taking all chances, generated neither frivolity nor sourness,
but induced, rather, an impression, just serious enough, of the call upon men’s
attention of the crisis in which they find themselves. It became the stimulus
towards every kind of activity, and prompted a perpetual, inextinguishable
thirst after experience. With Marius, then, the influence of the philosopher of
pleasure depended on this, that in him an abstract doctrine, originally
somewhat acrid, had fallen upon a rich and genial nature, well fitted to
transform it into a theory of practice, of considerable stimulative power
towards a fair life. What Marius saw in him was the spectacle of one of the
happiest temperaments coming, so to speak, to an understanding with the most
depressing of theories; accepting the results of a metaphysical system which
seemed to concentrate into itself all the weakening trains of thought in
earlier Greek speculation, and making the best of it; turning its hard, bare
truths, with wonderful tact, into precepts of grace, and delicate wisdom, and a
delicate sense of honour. Given the hardest terms, supposing our days are
indeed but a shadow, even so, we may well adorn and beautify, in scrupulous
self-respect, our souls, and whatever our souls touch upon these wonderful bodies,
these material dwelling-places through which the shadows pass together for a
while, the very raiment we wear, our very pastimes and the intercourse of
society. The most discerning judges saw in him something like the graceful
“humanities” of the later Roman, and our modern “culture,” as it is termed;
while Horace recalled his sayings as expressing best his own consummate amenity
in the reception of life. In this way, for Marius, under the guidance of that
old master of decorous living, those eternal doubts as to the criteria of truth
reduced themselves to a scepticism almost drily practical, a scepticism which
developed the opposition between things as they are and our impressions and
thoughts concerning them the possibility, if an outward world does really
exist, of some faultiness in our apprehension of it the doctrine, in short, of
what is termed “the subjectivity of knowledge.” That is a consideration,
indeed, which lies as an element of weakness, like some admitted fault or flaw,
at the very foundation of every philosophical account of the universe; which
confronts all philosophies at their starting, but with which none have really
dealt conclusively, some perhaps not quite sincerely; which those who are not
philosophers dissipate by “common,” but unphilosophical, sense, or by religious
faith. The peculiar strength of Marius was, to have apprehended this weakness
on the threshold of human knowledge, in the whole range of its consequences.
Our knowledge is limited to what we feel, he reflected: we need no proof that
we feel. But can we be sure that things are at all like our feelings? Mere
peculiarities in the instruments of our cognition, like the little knots and
waves on the surface of a mirror, may distort the matter they seem but to
represent. Of other people we cannot truly know even the feelings, nor how far
they would indicate the same modifications, each one of a personality really
unique, in using the same terms as ourselves; that “common experience,” which
is sometimes proposed as a satisfactory basis of certainty, being after all
only a fixity of language. But our own impressions! The light and heat of that
blue veil over our heads, the heavens spread out, perhaps not like a curtain
over anything! How reassuring, after so long a debate about the rival criteria
of truth, to fall back upon direct sensation, to limit one’s aspirations after
knowledge to that! In an age still materially so brilliant, so expert in the
artistic handling of material things, with sensible capacities still in
undiminished vigour, with the whole world of classic art and poetry outspread
before it, and where there was more than eye or ear could well take in how
natural the determination to rely exclusively upon the phenomena of the senses,
which certainly never deceive us about themselves, about which alone we can
never deceive ourselves! And so the abstract apprehension that the little point
of this present moment alone really is, between a past which has just ceased to
be and a future which may never come, became practical with Marius, under the
form of a resolve, as far as possible, to exclude regret and desire, and yield
himself to the improvement of the present with an absolutely disengaged mind.
America is here and now here, or nowhere: as Wilhelm Meister finds out one day,
just not too late, after so long looking vaguely across the ocean for the
opportunity of the development of his capacities. It was as if, recognising in
perpetual motion the law of nature, Marius identified his own way of life
cordially with it, “throwing himself into the stream,” so to speak. He too must
maintain a harmony with that soul of motion in things, by constantly renewed
mobility of character. Omnis Aristippum decuit color et status et res. Thus
ORAZIO (si veda) had summed up that perfect manner in the reception of life
attained by his old Cyrenaic master; and the first practical consequence of the
metaphysic which lay behind that perfect manner, had been a strict limitation,
almost the renunciation, of metaphysical enquiry itself. Metaphysic that art,
as it has so often proved, in the words of Michelet, _de s’égarer avec
méthode_, of bewildering oneself methodically: one must spend little time upon
that! In the school of Cyrene, great as was its mental incisiveness, logical
and physical speculation, theoretic interests generally, had been valued only
so far as they served to give a groundwork, an intellectual justification, to
that exclusive concern with practical ethics which was a note of the Cyrenaic
philosophy. How earnest and enthusiastic, how true to itself, under how many
varieties of character, had been the effort of the Greeks after Theory Theôria
that vision of a wholly reasonable world, which, according to the greatest of
them, literally makes man like God: how loyally they had still persisted in the
quest after that, in spite of how many disappointments! In the Gospel of Saint
John, perhaps, some of them might have found the kind of vision they were
seeking for; but not in “doubtful disputations” concerning “being” and “not
being,” knowledge and appearance. Men’s minds, even young men’s minds, at that
late day, might well seem oppressed by the weariness of systems which had so
far outrun positive knowledge; and in the mind of Marius, as in that old school
of Cyrene, this sense of ennui, combined with appetites so youthfully vigorous,
brought about reaction, a sort of suicide (instances of the like have been seen
since) by which a great metaphysical acumen was devoted to the function of
proving metaphysical speculation impossible, or useless. Abstract theory was to
be valued only just so far as it might serve to clear the tablet of the mind
from suppositions no more than half realisable, or wholly visionary, leaving it
in flawless evenness of surface to the impressions of an experience, concrete
and direct. To be absolutely virgin towards such experience, by ridding
ourselves of such abstractions as are but the ghosts of bygone impressions to
be rid of the notions we have made for ourselves, and that so often only
misrepresent the experience of which they profess to be the representation
_idola_, idols, false appearances, as Bacon calls them later to neutralise the
distorting influence of metaphysical system by an all-accomplished metaphysic
skill: it is this bold, hard, sober recognition, under a very “dry light,” of
its own proper aim, in union with a habit of feeling which on the practical
side may perhaps open a wide doorway to human weakness, that gives to the
Cyrenaic doctrine, to reproductions of this doctrine in the time of Marius or
in our own, their gravity and importance. It was a school to which the young
man might come, eager for truth, expecting much from philosophy, in no ignoble
curiosity, aspiring after nothing less than an “initiation.” He would be sent
back, sooner or later, to experience, to the world of concrete impressions, to
things as they may be seen, heard, felt by him; but with a wonderful machinery
of observation, and free from the tyranny of mere theories. So, in intervals of
repose, after the agitation which followed the death of Flavian, the thoughts
of Marius ran, while he felt himself as if returned to the fine, clear,
peaceful light of that pleasant school of healthfully sensuous wisdom, in the
brilliant old Greek colony, on its fresh upland by the sea. Not pleasure, but a
general completeness of life, was the practical ideal to which this
anti-metaphysical metaphysic really pointed. And towards such a full or
complete life, a life of various yet select sensation, the most direct and
effective auxiliary must be, in a word, Insight. Liberty of soul, freedom from
all partial and misrepresentative doctrine which does but relieve one element
in our experience at the cost of another, freedom from all embarrassment alike
of regret for the past and of calculation on the future: this would be but
preliminary to the real business of education insight, insight through culture,
into all that the present moment holds in trust for us, as we stand so briefly
in its presence. From that maxim of Life as the end of life, followed, as a
practical consequence, the desirableness of refining all the instruments of
inward and outward intuition, of developing all their capacities, of testing
and exercising one’s self in them, till one’s whole nature became one complex
medium of reception, towards the vision the “beatific vision,” if we really
cared to make it such of our actual experience in the world. Not the conveyance
of an abstract body of truths or principles, would be the aim of the right
education of one’s self, or of another, but the conveyance of an art an art in
some degree peculiar to each individual character; with the modifications, that
is, due to its special constitution, and the peculiar circumstances of its
growth, inasmuch as no one of us is “like another, all in all.” Such were the
practical conclusions drawn for himself by Marius, when somewhat later he had
outgrown the mastery of others, from the principle that “all is vanity.” If he
could but count upon the present, if a life brief at best could not certainly
be shown to conduct one anywhere beyond itself, if men’s highest curiosity was
indeed so persistently baffled then, with the Cyrenaics of all ages, he would
at least fill up the measure of that present with vivid sensations, and such
intellectual apprehensions, as, in strength and directness and their
immediately realised values at the bar of an actual experience, are most like
sensations. So some have spoken in every age; for, like all theories which
really express a strong natural tendency of the human mind or even one of its
characteristic modes of weakness, this vein of reflection is a constant
tradition in philosophy. Every age of European thought has had its Cyrenaics or
Epicureans, under many disguises: even under the hood of the monk. But Let us
eat and drink, for to-morrow we die! is a proposal, the real import of which
differs immensely, according to the natural taste, and the acquired judgment,
of the guests who sit at the table. It may express nothing better than the
instinct of ALIGHIERI (si veda)’s Ciacco, the accomplished glutton, in the mud
of the Inferno;+ or, since on no hypothesis does man “live by bread alone,” may
come to be identical with “My meat is to do what is just and kind;” while the
soul, which can make no sincere claim to have apprehended anything beyond the
veil of immediate experience, yet never loses a sense of happiness in
conforming to the highest moral ideal it can clearly define for itself; and
actually, though but with so faint hope, does the “Father’s business.” In that
age of Marcus Aurelius, so completely disabused of the metaphysical ambition to
pass beyond “the flaming ramparts of the world,” but, on the other hand,
possessed of so vast an accumulation of intellectual treasure, with so wide a
view before it over all varieties of what is powerful or attractive in man and
his works, the thoughts of Marius did but follow the line taken by the majority
of educated persons, though to a different issue. Pitched to a really high and
serious key, the precept Be perfect in regard to what is here and now: the
precept of “culture,” as it is called, or of a complete education might at
least save him from the vulgarity and heaviness of a generation, certainly of
no general fineness of temper, though with a material well-being abundant
enough. Conceded that what is secure in our existence is but the sharp apex of
the present moment between two hypothetical eternities, and all that is real in
our experience but a series of fleeting impressions: so Marius continued the
sceptical argument he had condensed, as the matter to hold by, from his various
philosophical reading: given, that we are never to get beyond the walls of the
closely shut cell of one’s own personality; that the ideas we are somehow
impelled to form of an outer world, and of other minds akin to our own, are, it
may be, but a day-dream, and the thought of any world beyond, a day-dream
perhaps idler still: then, he, at least, in whom those fleeting impressions
faces, voices, material sunshine were very real and imperious, might well set
himself to the consideration, how such actual moments as they passed might be
made to yield their utmost, by the most dexterous training of capacity. Amid
abstract metaphysical doubts, as to what might lie one step only beyond that
experience, reinforcing the deep original materialism or earthliness of human
nature itself, bound so intimately to the sensuous world, let him at least make
the most of what was “here and now.” In the actual dimness of ways from means
to ends ends in themselves desirable, yet for the most part distant and for
him, certainly, below the visible horizon he would at all events be sure that
the means, to use the well-worn terminology, should have something of finality
or perfection about them, and themselves partake, in a measure, of the more
excellent nature of ends that the means should justify the end. With this view
he would demand culture, paideia,+ as the Cyrenaics said, or, in other words, a
wide, a complete, education an education partly negative, as ascertaining the
true limits of man’s capacities, but for the most part positive, and directed
especially to the expansion and refinement of the power of reception; of those
powers, above all, which are immediately relative to fleeting phenomena, the
powers of emotion and sense. In such an education, an “aesthetic” education, as
it might now be termed, and certainly occupied very largely with those aspects
of things which affect us pleasurably through sensation, art, of course,
including all the finer sorts of literature, would have a great part to play.
The study of music, in that wider Platonic sense, according to which, music
comprehends all those matters over which the Muses of Greek mythology preside,
would conduct one to an exquisite appreciation of all the finer traits of
nature and of man. Nay! the products of the imagination must themselves be held
to present the most perfect forms of life spirit and matter alike under their
purest and most perfect conditions the most strictly appropriate objects of
that impassioned contemplation, which, in the world of intellectual discipline,
as in the highest forms of morality and religion, must be held to be the
essential function of the “perfect.” Such manner of life might come even to
seem a kind of religion an inward, visionary, mystic piety, or religion, by
virtue of its effort to live days “lovely and pleasant” in themselves, here and
now, and with an all-sufficiency of well-being in the immediate sense of the
object contemplated, independently of any faith, or hope that might be entertained
as to their ulterior tendency. In this way, the true aesthetic culture would be
realisable as a new form of the contemplative life, founding its claim on the
intrinsic “blessedness” of “vision” the vision of perfect men and things. One’s
human nature, indeed, would fain reckon on an assured and endless future,
pleasing itself with the dream of a final home, to be attained at some still
remote date, yet with a conscious, delightful home-coming at last, as depicted
in many an old poetic Elysium. On the other hand, the world of perfected
sensation, intelligence, emotion, is so close to us, and so attractive, that
the most visionary of spirits must needs represent the world unseen in colours,
and under a form really borrowed from it. Let me be sure then might he not
plausibly say? that I miss no detail of this life of realised consciousness in
the present! Here at least is a vision, a theory, theôria,+ which reposes on no
basis of unverified hypothesis, which makes no call upon a future after all
somewhat problematic; as it would be unaffected by any discovery of an
Empedocles(improving on the old story of Prometheus) as to what had really been
the origin, and course of development, of man’s actually attained faculties and
that seemingly divine particle of reason or spirit in him. Such a doctrine, at
more leisurable moments, would of course have its precepts to deliver on the
embellishment, generally, of what is near at hand, on the adornment of life,
till, in a not impracticable rule of conduct, one’s existence, from day to day,
came to be like a well-executed piece of music; that “perpetual motion” in
things (so Marius figured the matter to himself, under the old Greek imageries)
according itself to a kind of cadence or harmony. It was intelligible that this
“aesthetic” philosophy might find itself (theoretically, at least, and by way
of a curious question in casuistry, legitimate from its own point of view)
weighing the claims of that eager, concentrated, impassioned realisation of
experience, against those of the received morality. Conceiving its own function
in a somewhat desperate temper, and becoming, as every high-strung form of
sentiment, as the religious sentiment itself, may become, somewhat antinomian,
when, in its effort towards the order of experiences it prefers, it is
confronted with the traditional and popular morality, at points where that
morality may look very like a convention, or a mere stage-property of the
world, it would be found, from time to time, breaking beyond the limits of the
actual moral order; perhaps not without some pleasurable excitement in so bold
a venture. With the possibility of some such hazard as this, in thought or even
in practice that it might be, though refining, or tonic even, in the case of
those strong and in health, yet, as Pascal says of the kindly and temperate
wisdom of Montaigne, “pernicious for those who have any natural tendency to
impiety or vice,” the line of reflection traced out above, was fairly
chargeable. Not, however, with “hedonism” and its supposed consequences. The
blood, the heart, of Marius were still pure. He knew that his carefully
considered theory of practice braced him, with the effect of a moral principle
duly recurring to mind every morning, towards the work of a student, for which
he might seem intended. Yet there were some among his acquaintance who jumped
to the conclusion that, with the “Epicurean stye,” he was making pleasure
pleasure, as they so poorly conceived it the sole motive of life; and they
precluded any exacter estimate of the situation by covering it with a
high-sounding general term, through the vagueness of which they were enabled to
see the severe and laborious youth in the vulgar company of Lais. Words like
“hedonism” terms of large and vague comprehension above all when used for a
purpose avowedly controversial, have ever been the worst examples of what are
called “question-begging terms;” and in that late age in which Marius lived,
amid the dust of so many centuries of philosophical debate, the air was full of
them. Yet those who used that reproachful Greek term for the philosophy of
pleasure, were hardly more likely than the old Greeks themselves (on whom
regarding this very subject of the theory of pleasure, their masters in the art
of thinking had so emphatically to impress the necessity of “making
distinctions”) to come to any very delicately correct ethical conclusions by a
reasoning, which began with a general term, comprehensive enough to cover
pleasures so different in quality, in their causes and effects, as the pleasures
of wine and love, of art and science, of religious enthusiasm and political
enterprise, and of that taste or curiosity which satisfied itself with long
days of serious study. Yet, in truth, each of those pleasurable modes of
activity, may, in its turn, fairly become the ideal of the “hedonistic”
doctrine. Really, to the phase of reflection through which Marius was then
passing, the charge of “hedonism,” whatever its true weight might be, was not
properly applicable at all. Not pleasure, but fulness of life, and “insight” as
conducting to that fulness energy, variety, and choice of experience, including
noble pain and sorrow even, loves such as those in the exquisite old story of
Apuleius, sincere and strenuous forms of the moral life, such as Seneca and
Epictetus whatever form of human life, in short, might be heroic, impassioned,
ideal: from these the “new Cyrenaicism” of Mariustook its criterion of values.
It was a theory, indeed, which might properly be regarded as in great degree
coincident with the main principle of the Stoics themselves, and an older
version of the precept “Whatsoever thy hand findeth to do, do it with thy
might” a doctrine so widely acceptable among the nobler spirits of that time.
And, as with that, its mistaken tendency would lie in the direction of a kind
of idolatry of mere life, or natural gift, or strength l’idôlatrie des talents.
To understand the various forms of ancient art and thought, the various forms
of actual human feeling (the only new thing, in a world almost too opulent in
what was old) to satisfy, with a kind of scrupulous equity, the claims of these
concrete and actual objects on his sympathy, his intelligence, his senses to
“pluck out the heart of their mystery,” and in turn become the interpreter of
them to others: this had now defined itself for Marius as a very narrowly
practical design: it determined his choice of a vocation to live by. It was the
era of the rhetoricians, or sophists, as they were sometimes called; of men who
came in some instances to great fame and fortune, by way of a literary
cultivation of “science.” That science, it has been often said, must have been
wholly an affair of words. But in a world, confessedly so opulent in what was
old, the work, even of genius, must necessarily consist very much in criticism;
and, in the case of the more excellent specimens of his class, the rhetorician
was, after all, the eloquent and effective interpreter, for the delighted ears
of others, of what understanding himself had come by, in years of travel and study,
of the beautiful house of art and thought which was the inheritance of the age.
The emperor Marcus Aurelius, to whose service Marius had now been called, was
himself, more or less openly, a “lecturer.” That late world, amid many
curiously vivid modern traits, had this spectacle, so familiar to ourselves, of
the public lecturer or essayist; in some cases adding to his other gifts that
of the Christian preacher, who knows how to touch people’s sensibilities on
behalf of the suffering. To follow in the way of these successes, was the
natural instinct of youthful ambition; and it was with no vulgar egotism that
MARIO, determined, like many another young man of parts, to enter as a student
of rhetoric at Rome. Though the manner of his work was changed formally from
poetry to prose, he remained, and must always be, of the poetic temper: by
which, I mean, among other things, that quite independently of the general
habit of that pensive age he lived much, and as it were by system, in
reminiscence. Amid his eager grasping at the sensation, the consciousness, of
the present, he had come to see that, after all, the main point of economy in
the conduct of the present, was the question: How will it look to me, at what
shall I value it, this day next year? that in any given day or month one’s main
concern was its impression for the memory. A strange trick memory sometimes
played him; for, with no natural gradation, what was of last month, or of
yesterday, of to-day even, would seem as far off, as entirely detached from him,
as things of ten years ago. Detached from him, yet very real, there lay certain
spaces of his life, in delicate perspective, under a favourable light; and,
somehow, all the less fortunate detail and circumstance had parted from them.
Such hours were oftenest those in which he had been helped by work of others to
the pleasurable apprehension of art, of nature, or of life. “Not what I do, but
what I am, under the power of this vision” he would say to himself “is what
were indeed pleasing to the gods!” And yet, with a kind of inconsistency in one
who had taken for his philosophic ideal the monochronos hêdonê+ of Aristippus
the pleasure of the ideal present, of the mystic now there would come, together
with that precipitate sinking of things into the past, a desire, after all, to
retain “what was so transitive.” Could he but arrest, for others also, certain
clauses of experience, as the imaginative memory presented them to himself! In
those grand, hot summers, he would have imprisoned the very perfume of the flowers.
To create, to live, perhaps, a little while beyond the allotted hours, if it
were but in a fragment of perfect expression: it was thus his longing defined
itself for something to hold by amid the “perpetual flux.” With men of his
vocation, people were apt to say, words were things. Well! with him, words
should be indeed things, the word, the phrase, valuable in exact proportion to
the transparency with which it conveyed to others the apprehension, the
emotion, the mood, so vividly real within himself. Verbaque provisam rem non
invita sequentur:+ Virile apprehension of the true nature of things, of the
true nature of one’s own impression, first of all! words would follow that
naturally, a true understanding of one’s self being ever the first condition of
genuine style. Language delicate and measured, the delicate Attic phrase, for
instance, in which the eminent Aristeides could speak, was then a power to
which people’s hearts, and sometimes even their purses, readily responded. And
there were many points, as Marius thought, on which the heart of that age
greatly needed to be touched. He hardly knew how strong that old religious
sense of responsibility, the conscience, as we call it, still was within him a
body of inward impressions, as real as those so highly valued outward ones to
offend against which, brought with it a strange feeling of disloyalty, as to a
person. And the determination, adhered to with no misgiving, to add nothing,
not so much as a transient sigh, to the great total of men’s unhappiness, in
his way through the world: that too was something to rest on, in the drift of
mere “appearances.” All this would involve a life of industry, of industrious
study, only possible through healthy rule, keeping clear the eye alike of body
and soul. For the male element, the logical conscience asserted itself now,
with opening manhood asserted itself, even in his literary style, by a certain
firmness of outline, that touch of the worker in metal, amid its richness.
Already he blamed instinctively alike in his work and in himself, as youth so
seldom does, all that had not passed a long and liberal process of erasure. The
happy phrase or sentence was really modelled upon a cleanly finished structure
of scrupulous thought. The suggestive force of the one master of his
development, who had battled so hard with imaginative prose; the utterance, the
golden utterance, of the other, so content with its living power of persuasion
that he had never written at all, in the commixture of these two qualities he
set up his literary ideal, and this rare blending of grace with an intellectual
rigour or astringency, was the secret of a singular expressiveness in it. He
acquired at this time a certain bookish air, the somewhat sombre habitude of
the avowed scholar, which though it never interfered with the perfect tone,
“fresh and serenely disposed,” of the Roman gentleman, yet qualified it as by
an interesting oblique trait, and frightened away some of his equals in age and
rank. The sober discretion of his thoughts, his sustained habit of meditation,
the sense of those negative conclusions enabling him to concentrate himself,
with an absorption so entire, upon what is immediately here and now, gave him a
peculiar manner of intellectual confidence, as of one who had indeed been
initiated into a great secret. Though with an air so disengaged, he seemed to
be living so intently in the visible world! And now, in revolt against that
pre-occupation with other persons, which had so often perturbed his spirit, his
wistful speculations as to what the real, the greater, experience might be,
determined in him, not as the longing for love to be with Cynthia, or Aspasia
but as a thirst for existence in exquisite places. The veil that was to be
lifted for him lay over the works of the old masters of art, in places where
nature also had used her mastery. And it was just at this moment that a summons
to Rome reached him. 145. +Canto VI. 147. +Transliteration: paideia. Definition
“rearing, education.” +Transliteration: theôria. Definition “a looking at ...
observing ... contemplation.” +Transliteration: monochronos hêdonê. Pater’s
definition “the pleasure of the ideal present, of the mystic now.” The
definition is fitting; the unusual adjective monokhronos means, literally,
“single or unitary time.” 155. +Horace, Ars Poetica 311. +Etext editor’s
translation: “The subject once foreknown, the words will follow easily.” Mirum est ut animus agitatione
motuque corporis excitetur. Pliny’s Letters. Many points in that train of thought, its harder and
more energetic practical details especially, at first surmised but vaguely in
the intervals of his visits to the tomb of Flavian, attained the coherence of
formal principle amid the stirring incidents of the journey, which took him,
still in all the buoyancy of his nineteen years and greatly expectant, to Rome.
That summons had come from one of the former friends of his father in the
capital, who had kept himself acquainted with the lad’s progress, and, assured
of his parts, his courtly ways, above all of his beautiful penmanship, now
offered him a place, virtually that of an amanuensis, near the person of the
philosophic emperor. The old town-house of his family on the Caelian hill, so
long neglected, might well require his personal care; and Marius, relieved a
little by his preparations for travelling from a certain over-tension of spirit
in which he had lived of late, was presently on his way, to await introduction
to Aurelius, on his expected return home, after a first success, illusive
enough as it was soon to appear, against the invaders from beyond the Danube.
The opening stage of his journey, through the firm, golden weather, for which
he had lingered three days beyond the appointed time of starting days brown
with the first rains of autumn brought him, by the byways among the lower
slopes of the Apennines of Luna, to the town of Luca, a station on the Cassian
Way; travelling so far mainly on foot, while the baggage followed under the
care of his attendants. He wore a broad felt hat, in fashion not unlike a more
modern pilgrim’s, the neat head projecting from the collar of his gray paenula,
or travelling mantle, sewed closely together over the breast, but with its two
sides folded up upon the shoulders, to leave the arms free in walking, and was
altogether so trim and fresh, that, as he climbed the hill from Pisa, by the
long steep lane through the olive-yards, and turned to gaze where he could just
discern the cypresses of the old school garden, like two black lines down the
yellow walls, a little child took possession of his hand, and, looking up at
him with entire confidence, paced on bravely at his side, for the mere pleasure
of his company, to the spot where the road declined again into the valley
beyond. From this point, leaving the servants behind, he surrendered himself, a
willing subject, as he walked, to the impressions of the road, and was almost
surprised, both at the suddenness with which evening came on, and the distance
from his old home at which it found him. And at the little town of Luca, he
felt that indescribable sense of a welcoming in the mere outward appearance of
things, which seems to mark out certain places for the special purpose of
evening rest, and gives them always a peculiar amiability in retrospect. Under
the deepening twilight, the rough-tiled roofs seem to huddle together side by
side, like one continuous shelter over the whole township, spread low and broad
above the snug sleeping-rooms within; and the place one sees for the first
time, and must tarry in but for a night, breathes the very spirit of home. The
cottagers lingered at their doors for a few minutes as the shadows grew larger,
and went to rest early; though there was still a glow along the road through
the shorn corn-fields, and the birds were still awake about the crumbling gray
heights of an old temple. So quiet and air-swept was the place, you could
hardly tell where the country left off in it, and the field-paths became its
streets. Next morning he must needs change the manner of his journey. The light
baggage-wagon returned, and he proceeded now more quickly, travelling a stage
or two by post, along the Cassian Way, where the figures and incidents of the
great high-road seemed already to tell of the capital, the one centre to which
all were hastening, or had lately bidden adieu. That Way lay through the heart
of the old, mysterious and visionary country of Etruria; and what he knew of
its strange religion of the dead, reinforced by the actual sight of the funeral
houses scattered so plentifully among the dwelling-places of the living,
revived in him for a while, in all its strength, his old instinctive yearning
towards those inhabitants of the shadowy land he had known in life. It seemed
to him that he could half divine how time passed in those painted houses on the
hillsides, among the gold and silver ornaments, the wrought armour and
vestments, the drowsy and dead attendants; and the close consciousness of that
vast population gave him no fear, but rather a sense of companionship, as he
climbed the hills on foot behind the horses, through the genial afternoon. The
road, next day, passed below a town not less primitive, it might seem, than its
rocky perch white rocks, that had long been glistening before him in the
distance. Down the dewy paths the people were descending from it, to keep a
holiday, high and low alike in rough, white-linen smocks. A homely old play was
just begun in an open-air theatre, with seats hollowed out of the turf-grown
slope. Marius caught the terrified expression of a child in its mother’s arms,
as it turned from the yawning mouth of a great mask, for refuge in her bosom.
The way mounted, and descended again, down the steep street of another place,
all resounding with the noise of metal under the hammer; for every house had
its brazier’s workshop, the bright objects of brass and copper gleaming, like
lights in a cave, out of their dark roofs and corners. Around the anvils the
children were watching the work, or ran to fetch water to the hissing, red-hot
metal; and Marius too watched, as he took his hasty mid-day refreshment, a mess
of chestnut-meal and cheese, while the swelling surface of a great copper
water-vessel grew flowered all over with tiny petals under the skilful strokes.
Towards dusk, a frantic woman at the roadside, stood and cried out the words of
some philter, or malison, in verse, with weird motion of her hands, as the
travellers passed, like a wild picture drawn from Virgil. But all along,
accompanying the superficial grace of these incidents of the way, Marius noted,
more and more as he drew nearer to Rome, marks of the great plague. Under
Hadrian and his successors, there had been many enactments to improve the
condition of the slave. The ergastula+ were abolished. But no system of free
labour had as yet succeeded. A whole mendicant population, artfully
exaggerating every symptom and circumstance of misery, still hung around, or
sheltered themselves within, the vast walls of their old, half-ruined
task-houses. And for the most part they had been variously stricken by the
pestilence. For once, the heroic level had been reached in rags, squints, scars
every caricature of the human type ravaged beyond what could have been thought
possible if it were to survive at all. Meantime, the farms were less carefully
tended than of old: here and there they were lapsing into their natural
wildness: some villas also were partly fallen into ruin. The picturesque,
romantic Italy of a later time the Italy of Claude and Salvator Rosa was already
forming, for the delight of the modern romantic traveller. And again Marius was
aware of a real change in things, on crossing the Tiber, as if some magic
effect lay in that; though here, in truth, the Tiber was but a modest enough
stream of turbid water. Nature, under the richer sky, seemed readier and more
affluent, and man fitter to the conditions around him: even in people hard at
work there appeared to be a less burdensome sense of the mere business of life.
How dreamily the women were passing up through the broad light and shadow of
the steep streets with the great water-pots resting on their heads, like women
of Caryae, set free from slavery in old Greek temples. With what a fresh,
primeval poetry was daily existence here impressed all the details of the
threshing-floor and the vineyard; the common farm-life even; the great bakers’
fires aglow upon the road in the evening. In the presence of all this Marius
felt for a moment like those old, early, unconscious poets, who created the
famousGreek myths of Dionysus, and the Great Mother, out of the imagery of the
wine-press and the ploughshare. And still the motion of the journey was
bringing his thoughts to systematic form. He seemed to have grown to the
fulness of intellectual manhood, on his way hither. The formative and literary
stimulus, so to call it, of peaceful exercise which he had always observed in
himself, doing its utmost now, the form and the matter of thought alike
detached themselves clearly and with readiness from the healthfully excited brain.
“It is wonderful,” says Pliny, “how the mind is stirred to activity by brisk
bodily exercise.” The presentable aspects of inmost thought and feeling became
evident to him: the structure of all he meant, its order and outline, defined
itself: his general sense of a fitness and beauty in words became effective in
daintily pliant sentences, with all sorts of felicitous linking of figure to
abstraction. It seemed just then as if the desire of the artist in him that old
longing to produce might be satisfied by the exact and literal transcript of
what was then passing around him, in simple prose, arresting the desirable
moment as it passed, and prolonging its life a little. To live in the concrete!
To be sure, at least, of one’s hold upon that! Again, his philosophic scheme
was but the reflection of the data of sense, and chiefly of sight, a reduction
to the abstract, of the brilliant road he travelled on, through the sunshine.
But on the seventh evening there came a reaction in the cheerful flow of our
traveller’s thoughts, a reaction with which mere bodily fatigue, asserting
itself at last over his curiosity, had much to do; and he fell into a mood,
known to all passably sentimental wayfarers, as night deepens again and again
over their path, in which all journeying, from the known to the unknown, comes
suddenly to figure as a mere foolish truancy like a child’s running away from
home with the feeling that one had best return at once, even through the
darkness. He had chosen to climb on foot, at his leisure, the long windings by
which the road ascended to the place where that day’s stage was to end, and
found himself alone in the twilight, far behind the rest of his
travelling-companions. Would the last zigzag, round and round those dark
masses, half natural rock, half artificial substructure, ever bring him within
the circuit of the walls above? It was now that a startling incident turned
those misgivings almost into actual fear. From the steep slope a heavy mass of
stone was detached, after some whisperings among the trees above his head, and
rushing down through the stillness fell to pieces in a cloud of dust across the
road just behind him, so that he felt the touch upon his heel. That was
sufficient, just then, to rouse out of its hiding-place his old vague fear of
evil of one’s “enemies” a distress, so much a matter of constitution with him,
that at times it would seem that the best pleasures of life could but be
snatched, as it were hastily, in one moment’s forgetfulness of its dark,
besetting influence. A sudden suspicion of hatred against him, of the nearness
of “enemies,” seemed all at once to alter the visible form of things, as with
the child’s hero, when he found the footprint on the sand of his peaceful,
dreamy island. His elaborate philosophy had not put beneath his feet the terror
of mere bodily evil; much less of “inexorable fate, and the noise of greedy
Acheron.” The resting-place to which he presently came, in the keen, wholesome
air of the market-place of the little hill-town, was a pleasant contrast to
that last effort of his journey. The room in which he sat down to supper,
unlike the ordinary Roman inns at that day, was trim and sweet. The firelight
danced cheerfully upon the polished, three-wicked lucernae burning cleanly with
the best oil, upon the white-washed walls, and the bunches of scarlet
carnations set in glass goblets. The white wine of the place put before him, of
the true colour and flavour of the grape, and with a ring of delicate foam as
it mounted in the cup, had a reviving edge or freshness he had found in no
other wine. These things had relieved a little the melancholy of the hour
before; and it was just then that he heard the voice of one, newly arrived at
the inn, making his way to the upper floor a youthful voice, with a reassuring
clearness of note, which completed his cure. He seemed to hear that voice again
in dreams, uttering his name: then, awake in the full morning light and gazing
from the window, saw the guest of the night before, a very honourable-looking
youth, in the rich habit of a military knight, standing beside his horse, and
already making preparations to depart. It happened that Marius, too, was to
take that day’s journey on horseback. Riding presently from the inn, he
overtook CORNELIO of the Twelfth Legion advancing carefully down the steep
street; and before they had issued from the gates of Urbs-vetus, the two young
men had broken into talk together. They were passing along the street of the
goldsmiths; and Cornelius must needs enter one of the workshops for the repair
of some button or link of his knightly trappings. Standing in the doorway,
Marius watched the work, as he had watched the brazier’s business a few days
before, wondering most at the simplicity of its processes, a simplicity,
however, on which only genius in that craft could have lighted. By what
unguessed-at stroke of hand, for instance, had the grains of precious metal
associated themselves with so daintily regular a roughness, over the surface of
the little casket yonder? And the conversation which followed, hence arising,
left the two travellers with sufficient interest in each other to insure an
easy companionship for the remainder of their journey. In time to come, Marius
was to depend very much on the preferences, the personal judgments, of the
comrade who now laid his hand so brotherly on his shoulder, as they left the
workshop. Itineris matutini gratiam capimus,+ observes one of our scholarly
travellers; and their road that day lay through a country, well-fitted, by the
peculiarity of its landscape, to ripen a first acquaintance into intimacy; its
superficial ugliness throwing the wayfarers back upon each other’s
entertainment in a real exchange of ideas, the tension of which, however, it
would relieve, ever and anon, by the unexpected assertion of something
singularly attractive. The immediate aspect of the land was, indeed, in spite
of abundant olive and ilex, unpleasing enough. A river of clay seemed, “in some
old night of time,” to have burst up over valley and hill, and hardened there into
fantastic shelves and slides and angles of cadaverous rock, up and down among
the contorted vegetation; the hoary roots and trunks seeming to confess some
weird kinship with them. But that was long ago; and these pallid hillsides
needed only the declining sun, touching the rock with purple, and throwing
deeper shadow into the immemorial foliage, to put on a peculiar, because a very
grave and austere, kind of beauty; while the graceful outlines common to
volcanic hills asserted themselves in the broader prospect. And, for
sentimental Marius, all this was associated, by some perhaps fantastic
affinity, with a peculiar trait of severity, beyond his guesses as to the
secret of it, which mingled with the blitheness of his new companion.
Concurring, indeed, with the condition of a Roman soldier, it was certainly
something far more than the expression of military hardness, or ascêsis; and
what was earnest, or even austere, in the landscape they had traversed
together, seemed to have been waiting for the passage of this figure to
interpret or inform it. Again, as in his early days with Flavian, a vivid
personal presence broke through the dreamy idealism, which had almost come to
doubt of other men’s reality: reassuringly, indeed, yet not without some sense
of a constraining tyranny over him from without. For Cornelius, returning from
the campaign, to take up his quarters on the Palatine, in the imperial guard,
seemed to carry about with him, in that privileged world of comely usage to
which he belonged, the atmosphere of some still more jealously exclusive
circle. They halted on the morrow at noon, not at an inn, but at the house of
one of the young soldier’s friends, whom they found absent, indeed, in
consequence of the plague in those parts, so that after a mid-day rest only,
they proceeded again on their journey. The great room of the villa, to which
they were admitted, had lain long untouched; and the dust rose, as they
entered, into the slanting bars of sunlight, that fell through the half-closed
shutters. It was here, to while away the time, that Cornelius bethought himself
of displaying to his new friend the various articles and ornaments of his
knightly array the breastplate, the sandals and cuirass, lacing them on, one by
one, with the assistance of Marius, and finally the great golden bracelet on
the right arm, conferred on him by his general for an act of valour. And as he
gleamed there, amid that odd interchange of light and shade, with the staff of
a silken standard firm in his hand, Marius felt as if he were face to face, for
the first time, with some new knighthood or chivalry, just then coming into the
world. It was soon after they left this place, journeying now by carriage, that
Rome was seen at last, with much excitement on the part of our travellers; CORNELIO,
and some others of whom the party then consisted, agreeing, chiefly for the
sake of MARIO, to hasten forward, that it might be reached by daylight, with a
cheerful noise of rapid wheels as they passed over the flagstones. But the
highest light upon the mausoleum of Hadrian was quite gone out, and it was
dark, before they reached the Flaminian Gate. The abundant sound of water was
the one thing that impressed MARIO as they passed down a long street, with many
open spaces on either hand: Cornelius to his military quarters, and MARIO to
the old dwelling-place of his fathers. . +E-text editor’s note: ergastula were
the Roman agrarian equivalent of prison-workhouses. 168. +Apuleius, The Golden
Ass, I.17. Marius awoke early and passed curiously from room to room, noting
for more careful inspection by and by the rolls of manuscripts. Even greater
than his curiosity in gazing for the first time on this ancient possession, was
his eagerness to look out upon Rome itself, as he pushed back curtain and
shutter, and stepped forth in the fresh morning upon one of the many balconies,
with an oft-repeated dream realised at last. He was certainly fortunate in the
time of his coming to Rome. That old pagan world, of which Rome was the flower,
had reached its perfection in the things of poetry and art a perfection which
indicated only too surely the eve of decline. As in some vast intellectual
museum, all its manifold products were intact and in their places, and with
custodians also still extant, duly qualified to appreciate and explain them.
And at no period of history had the material Rome itself been better worth
seeing lying there not less consummate than that world of pagan intellect which
it represented in every phase of its darkness and light. The various work of many
ages fell here harmoniously together, as yet untouched save by time, adding the
final grace of a rich softness to its complex expression. Much which spoke of
ages earlier than Nero, the great re-builder, lingered on, antique, quaint,
immeasurably venerable, like the relics of the medieval city in the Paris of
Lewis the Fourteenth: the work of Nero’s own time had come to have that sort of
old world and picturesque interest which the work of Lewis has for ourselves;
while without stretching a parallel too far we might perhaps liken the
architectural finesses of the archaic Hadrian to the more excellent products of
our own Gothic revival. The temple of Antoninus and Faustina was still fresh in
all the majesty of its closely arrayed columns of cipollino; but, on the whole,
little had been added under the late and present emperors, and during fifty
years of public quiet, a sober brown and gray had grown apace on things. The
gilding on the roof of many a temple had lost its garishness: cornice and
capital of polished marble shone out with all the crisp freshness of real
flowers, amid the already mouldering travertine and brickwork, though the birds
had built freely among them. What Marius then saw was in many respects, after
all deduction of difference, more like the modern Rome than the enumeration of
particular losses might lead us to suppose; the Renaissance, in its most
ambitious mood and with amplest resources, having resumed the ancient classical
tradition there, with no break or obstruction, as it had happened, in any very
considerable work of the middle age. Immediately before him, on the square,
steep height, where the earliest little old Rome had huddled itself together,
arose the palace of the Caesars. Half-veiling the vast substruction of rough,
brown stone line upon line of successive ages of builders the trim,
old-fashioned garden walks, under their closely-woven walls of dark glossy
foliage, test of long and careful cultivation, wound gradually, among choice
trees, statues and fountains, distinct and sparkling in the full morning
sunlight, to the richly tinted mass of pavilions and corridors above, centering
in the lofty, white-marble dwelling-place of Apollo himself. How often had
Marius looked forward to that first, free wandering through Rome, to which he
now went forth with a heat in the town sunshine (like a mist of fine gold-dust
spread through the air) to the height of his desire, making the dun coolness of
the narrow streets welcome enough at intervals. He almost feared, descending
the stair hastily, lest some unforeseen accident should snatch the little cup
of enjoyment from him ere he passed the door. In such morning rambles in places
new to him, life had always seemed to come at its fullest: it was then he could
feel his youth, that youth the days of which he had already begun to count
jealously, in entire possession. So the grave, pensive figure, a figure, be it
said nevertheless, fresher far than often came across it now, moved through the
old city towards the lodgings of Cornelius, certainly not by the most direct
course, however eager to rejoin the friend of yesterday. Bent as keenly on
seeing as if his first day in Rome were to be also his last, the two friends
descended along the _Vicus Tuscus_, with its rows of incense-stalls, into the _Via
Nova_, where the fashionable people were busy shopping; and Marius saw with
much amusement the frizzled heads, then _à la mode_. A glimpse of the
_Marmorata_, the haven at the river-side, where specimens of all the precious
marbles of the world were lying amid great white blocks from the quarries of
Luna, took his thoughts for a moment to his distant home. They visited the
flower-market, lingering where the _coronarii_ pressed on them the newest
species, and purchased zinias, now in blossom (like painted flowers, thought
Marius), to decorate the folds of their togas. Loitering to the other side of
the Forum, past the great Galen’s drug-shop, after a glance at the
announcements of new poems on sale attached to the doorpost of a famous
bookseller, they entered the curious library of the Temple of Peace, then a
favourite resort of literary men, and read, fixed there for all to see, the
_Diurnal_ or Gazette of the day, which announced, together with births and
deaths, prodigies and accidents, and much mere matter of business, the date and
manner of the philosophic emperor’s joyful return to his people; and,
thereafter, with eminent names faintly disguised, what would carry that day’s
news, in many copies, over the provinces a certain matter concerning the great
lady, known to be dear to him, whom he had left at home. It was a story, with
the development of which “society” had indeed for some time past edified or
amused itself, rallying sufficiently from the panic of a year ago, not only to
welcome back its ruler, but also to relish a _chronique scandaleuse;_ and thus,
when soon after Marius saw the world’s wonder, he was already acquainted with
the suspicions which have ever since hung about her name. Twelve o’clock was
come before they left the Forum, waiting in a little crowd to hear the
_Accensus_, according to old custom, proclaim the hour of noonday, at the
moment when, from the steps of the Senate-house, the sun could be seen standing
between the _Rostra_ and the _Græcostasis_. He exerted for this function a
strength of voice, which confirmed in Marius a judgment the modern visitor may
share with him, that Roman throats and Roman chests, namely, must, in some
peculiar way, be differently constructed from those of other people. Such
judgment indeed he had formed in part the evening before, noting, as a
religious procession passed him, how much noise a man and a boy could make,
though not without a great deal of real music, of which in truth the Romans
were then as ever passionately fond. Hence the two friends took their way
through the Via Flaminia, almost along the line of the modern Corso, already
bordered with handsome villas, turning presently to the left, into the
Field-of-Mars, still the playground of Rome. But the vast public edifices were
grown to be almost continuous over the grassy expanse, represented now only by
occasional open spaces of verdure and wild-flowers. In one of these a crowd was
standing, to watch a party of athletes stripped for exercise. Marius had been
surprised at the luxurious variety of the litters borne through Rome, where no
carriage horses were allowed; and just then one far more sumptuous than the
rest, with dainty appointments of ivory and gold, was carried by, all the town
pressing with eagerness to get a glimpse of its most beautiful woman, as she
passed rapidly. Yes! there, was the wonder of the world the empress Faustina
herself: Marius could distinguish, could distinguish clearly, the well-known
profile, between the floating purple curtains. For indeed all Rome was ready to
burst into gaiety again, as it awaited with much real affection, hopeful and
animated, the return of its emperor, for whose ovation various adornments were
preparing along the streets through which the imperial procession would pass.
He had left Rome just twelve months before, amid immense gloom. The alarm of a
barbarian insurrection along the whole line of the Danube had happened at the
moment when Rome was panic-stricken by the great pestilence. In fifty years of
peace, broken only by that conflict in the East from which Lucius Verus, among
other curiosities, brought back the plague, war had come to seem a merely
romantic, superannuated incident of bygone history. And now it was almost upon
Italian soil. Terrible were the reports of the numbers and audacity of the
assailants. Aurelius, as yet untried in war, and understood by a few only in
the whole scope of a really great character, was known to the majority of his
subjects as but a careful administrator, though a student of philosophy,
perhaps, as we say, a dilettante. But he was also the visible centre of
government, towards whom the hearts of a whole people turned, grateful for
fifty years of public happiness its good genius, its “Antonine” whose fragile
person might be foreseen speedily giving way under the trials of military life,
with a disaster like that of the slaughter of the legions by Arminius.
Prophecies of the world’s impending conflagration were easily credited: “the
secular fire” would descend from heaven: superstitious fear had even demanded
the sacrifice of a human victim. Marcus Aurelius, always philosophically
considerate of the humours of other people, exercising also that devout
appreciation of every religious claim which was one of his characteristic
habits, had invoked, in aid of the commonwealth, not only all native gods, but
all foreign deities as well, however strange. “Help! Help! in the ocean space!”
A multitude of foreign priests had been welcomed to Rome, with their various
peculiar religious rites. The sacrifices made on this occasion were remembered
for centuries; and the starving poor, at least, found some satisfaction in the
flesh of those herds of “white bulls,” which came into the city, day after day,
to yield the savour of their blood to the gods. In spite of all this, the legions
had but followed their standards despondently. But prestige, personal prestige,
the name of “Emperor,” still had its magic power over the nations. The mere
approach of the Roman army made an impression on the barbarians. Aurelius and
his colleague had scarcely reached Aquileia when a deputation arrived to ask
for peace. And now the two imperial “brothers” were returning home at leisure;
were waiting, indeed, at a villa outside the walls, till the capital had made
ready to receive them. But although Rome was thus in genial reaction, with much
relief, and hopefulness against the winter, facing itself industriously in
damask of red and gold, those two enemies were still unmistakably extant: the
barbarian army of the Danube was but over-awed for a season; and the plague, as
we saw when Marius was on his way to Rome, was not to depart till it had done a
large part in the formation of the melancholy picturesque of modern Italy till
it had made, or prepared for the making of the Roman Campagna. The old, unaffected,
really pagan, peace or gaiety, of ANTONINO PIO that genuine though unconscious
humanist was gone for ever. And again and again, throughout this day of varied
observation, Marius had been reminded, above all else, that he was not merely
in “the most religious city of the world,” as one had said, but that Rome was
become the romantic home of the wildest superstition. Such superstition
presented itself almost as religious mania in many an incident of his long
ramble, incidents to which he gave his full attention, though contending in
some measure with a reluctance on the part of his companion, the motive of
which he did not understand till long afterwards. Marius certainly did not
allow this reluctance to deter his own curiosity. Had he not come to Rome
partly under poetic vocation, to receive all those things, the very impress of
life itself, upon the visual, the imaginative, organ, as upon a mirror; to
reflect them; to transmute them into golden words? He must observe that strange
medley of superstition, that centuries’ growth, layer upon layer, of the
curiosities of religion (one faith jostling another out of place) at least for
its picturesque interest, and as an indifferent outsider might, not too deeply
concerned in the question which, if any of them, was to be the survivor.
Superficially, at least, the Roman religion, allying itself with much
diplomatic economy to possible rivals, was in possession, as a vast and complex
system of usage, intertwining itself with every detail of public and private life,
attractively enough for those who had but “the historic temper,” and a taste
for the past, however much a Lucian might depreciate it. Roman religion, as
Marius knew, had, indeed, been always something to be done, rather than
something to be thought, or believed, or loved; something to be done in
minutely detailed manner, at a particular time and place, correctness in which
had long been a matter of laborious learning with a whole school of ritualists
as also, now and again, a matter of heroic sacrifice with certain exceptionally
devout souls, as when Caius Fabius Dorso, with his life in his hand, succeeded
in passing the sentinels of the invading Gauls to perform a sacrifice on the
Quirinal, and, thanks to the divine protection, had returned in safety. So
jealous was the distinction between sacred and profane, that, in the matter of
the “regarding of days,” it had made more than half the year a holiday.
Aurelius had, indeed, ordained that there should be no more than a hundred and
thirty-five festival days in the year; but in other respects he had followed in
the steps of his predecessor, Antoninus Pius commended especially for his
“religion,” his conspicuous devotion to its public ceremonies and whose coins
are remarkable for their reference to the oldest and most hieratic types of
Roman mythology. Aurelius had succeeded in more than healing the old feud
between philosophy and religion, displaying himself, in singular combination,
as at once the most zealous of philosophers and the most devout of polytheists,
and lending himself, with an air of conviction, to all the pageantries of
public worship. To his pious recognition of that one orderly spirit, which,
according to the doctrine of the Stoics, diffuses itself through the world, and
animates it a recognition taking the form, with him, of a constant effort
towards inward likeness thereto, in the harmonious order of his own soul he had
added a warm personal devotion towards the whole multitude of the old national
gods, and a great many new foreign ones besides, by him, at least, not ignobly
conceived. If the comparison may be reverently made, there was something here
of the method by which the catholic church has added the cultus of the saints
to its worship of the one Divine Being. And to the view of the majority, though
the emperor, as the personal centre of religion, entertained the hope of
converting his people to philosophic faith, and had even pronounced certain
public discourses for their instruction in it, that polytheistic devotion was
his most striking feature. Philosophers, indeed, had, for the most part,
thought with Seneca, “that a man need not lift his hands to heaven, nor ask the
sacristan’s leave to put his mouth to the ear of an image, that his prayers
might be heard the better.” Marcus Aurelius, “a master in Israel,” knew all
that well enough. Yet his outward devotion was much more than a concession to
popular sentiment, or a mere result of that sense of fellow-citizenship with
others, which had made him again and again, under most difficult circumstances,
an excellent comrade. Those others, too! amid all their ignorances, what were
they but instruments in the administration of the Divine Reason, “from end to
end sweetly and strongly disposing all things”? Meantime “Philosophy” itself
had assumed much of what we conceive to be the religious character. It had even
cultivated the habit, the power, of “spiritual direction”; the troubled soul
making recourse in its hour of destitution, or amid the distractions of the
world, to this or that director philosopho suo who could really best understand
it. And it had been in vain that the old, grave and discreet religion of Rome
had set itself, according to its proper genius, to prevent or subdue all
trouble and disturbance in men’s souls. In religion, as in other matters,
plebeians, as such, had a taste for movement, for revolution; and it had been
ever in the most populous quarters that religious changes began. To the
apparatus of foreign religion, above all, recourse had been made in times of
public disquietude or sudden terror; and in those great religious celebrations,
before his proceeding against the barbarians, Aurelius had even restored the
solemnities of Isis, prohibited in the capital since the time of Augustus,
making no secret of his worship of that goddess, though her temple had been
actually destroyed by authority in the reign of TIBERIO (si veda). Her singular
and in many ways beautiful ritual was now popular in Rome. And then what the
enthusiasm of the swarming plebeian quarters had initiated, was sure to be
adopted, sooner or later, by women of fashion. A blending of all the religions
of the ancient world had been accomplished. The new gods had arrived, had been
welcomed, and found their places; though, certainly, with no real security, in
any adequate ideal of the divine nature itself in the background of men’s
minds, that the presence of the new-comer should be edifying, or even refining.
High and low addressed themselves to all deities alike without scruple;
confusing them together when they prayed, and in the old, authorised, threefold
veneration of their visible images, by flowers, incense, and ceremonial lights
those beautiful usages, which the church, in her way through the world, ever
making spoil of the world’s goods for the better uses of the human spirit, took
up and sanctified in her service. And certainly “the most religious city in the
world” took no care to veil its devotion, however fantastic. The humblest house
had its little chapel or shrine, its image and lamp; while almost every one
seemed to exercise some religious function and responsibility. Colleges,
composed for the most part of slaves and of the poor, provided for the service
of the Compitalian Lares the gods who presided, respectively, over the several
quarters of the city. In one street, Marius witnessed an incident of the
festival of the patron deity of that neighbourhood, the way being strewn with
box, the houses tricked out gaily in such poor finery as they possessed, while
the ancient idol was borne through it in procession, arrayed in gaudy attire
the worse for wear. Numerous religious clubs had their stated anniversaries, on
which the members issued with much ceremony from their guild-hall, or schola,
and traversed the thoroughfares of Rome, preceded, like the confraternities of
the present day, by their sacred banners, to offer sacrifice before some famous
image. Black with the perpetual smoke of lamps and incense, oftenest old and
ugly, perhaps on that account the more likely to listen to the desires of the
suffering had not those sacred effigies sometimes given sensible tokens that
they were aware? The image of the Fortune of Women Fortuna Muliebris, in the
Latin Way, had spoken (not once only) and declared; Bene me, Matronae! vidistis
riteque dedicastis! The Apollo of Cumae had wept during three whole nights and
days. The images in the temple of Juno Sospita had been seen to sweat. Nay!
there was blood divine blood in the hearts of some of them: the images in the
Grove of Feronia had sweated blood! From one and all CORNELIO had turned away:
like the “atheist” of whom Apuleius tells he had never once raised hand to lip
in passing image or sanctuary, and had parted from Marius finally when the
latter determined to enter the crowded doorway of a temple, on their return into
the Forum, below the Palatine hill, where the mothers were pressing in, with a
multitude of every sort of children, to touch the lightning-struck image of the
wolf-nurse of Romulus so tender to little ones! just discernible in its dark
shrine, amid a blaze of lights. Marius gazed after his companion of the day, as
he mounted the steps to his lodging, singing to himself, as it seemed. Marius
failed precisely to catch the words. And, as the rich, fresh evening came on,
there was heard all over Rome, far above a whisper, the whole town seeming
hushed to catch it distinctly, the lively, reckless call to “play,” from the
sons and daughters of foolishness, to those in whom their life was still green
Donec virenti canities abest! Donec virenti canities abest!+ MARIO could hardly
doubt how Cornelius would have taken the call. And as for himself, slight as
was the burden of positive moral obligation with which he had entered Rome, it
was to no wasteful and vagrant affections, such as these, that his Epicureanism
had committed him. Horace, Odes I.ix.17. Translation: “So long as youth is
fresh and age is far away.” But ah! Maecenas is yclad in claye, And great
Augustus long ygoe is dead, And all the worthies liggen wrapt in lead, That
matter made for poets on to playe.+ Marcus Aurelius who, though he had little
relish for them himself, had ever been willing to humour the taste of his
people for magnificent spectacles, was received back to Rome with the lesser
honours of the Ovation, conceded by the Senate (so great was the public sense
of deliverance) with even more than the laxity which had become its habit under
imperial rule, for there had been no actual bloodshed in the late achievement.
Clad in the civic dress of the chief Roman magistrate, and with a crown of myrtle
upon his head, his colleague similarly attired walking beside him, he passed up
to the Capitol on foot, though in solemn procession along the Sacred Way, to
offer sacrifice to the national gods. The victim, a goodly sheep, whose image
we may still see between the pig and the ox of the Suovetaurilia, filleted and
stoled almost like some ancient canon of the church, on a sculptured fragment
in the Forum, was conducted by the priests, clad in rich white vestments, and
bearing their sacred utensils of massive gold, immediately behind a company of
flute-players, led by the great choir-master, or conductor, of the day, visibly
tetchy or delighted, according as the instruments he ruled with his tuning-rod,
rose, more or less adequately amid the difficulties of the way, to the dream of
perfect music in the soul within him. The vast crowd, including the soldiers of
the triumphant army, now restored to wives and children, all alike in holiday
whiteness, had left their houses early in the fine, dry morning, in a real
affection for “the father of his country,” to await the procession, the two
princes having spent the preceding night outside the walls, at the old Villa of
the Republic. Marius, full of curiosity, had taken his position with much care;
and stood to see the world’s masters pass by, at an angle from which he could
command the view of a great part of the processional route, sprinkled with fine
yellow sand, and punctiliously guarded from profane footsteps. The coming of
the pageant was announced by the clear sound of the flutes, heard at length
above the acclamations of the people Salve Imperator! Dii te servent! shouted
in regular time, over the hills. It was on the central figure, of course, that
the whole attention of Marius was fixed from the moment when the procession
came in sight, preceded by the lictors with gilded fasces, the imperial
image-bearers, and the pages carrying lighted torches; a band of knights, among
whom was Cornelius in complete military, array, following. Amply swathed about
in the folds of a richly worked toga, after a manner now long since become
obsolete with meaner persons, Marius beheld a man of about five-and-forty years
of age, with prominent eyes eyes, which although demurely downcast during this
essentially religious ceremony, were by nature broadly and benignantly
observant. He was still, in the main, as we see him in the busts which
represent his gracious and courtly youth, when Hadrian had playfully called
him, not Verus, after the name of his father, but Verissimus, for his candour
of gaze, and the bland capacity of the brow, which, below the brown hair,
clustering thickly as of old, shone out low, broad, and clear, and still
without a trace of the trouble of his lips. You saw the brow of one who, amid
the blindness or perplexity of the people about him, understood all things
clearly; the dilemma, to which his experience so far had brought him, between
Chance with meek resignation, and a Providence with boundless possibilities and
hope, being for him at least distinctly defined. That outward serenity, which
he valued so highly as a point of manner or expression not unworthy the care of
a public minister outward symbol, it might be thought, of the inward religious
serenity it had been his constant purpose to maintain was increased to-day by
his sense of the gratitude of his people; that his life had been one of such
gifts and blessings as made his person seem in very deed divine to them. Yet
the cloud of some reserved internal sorrow, passing from time to time into an
expression of fatigue and effort, of loneliness amid the shouting multitude,
might have been detected there by the more observant as if the sagacious hint
of one of his officers, “The soldiers can’t understand you, they don’t know
Greek,” were applicable always to his relationships with other people. The
nostrils and mouth seemed capable almost of peevishness; and Marius noted in
them, as in the hands, and in the spare body generally, what was new to his
experience something of asceticism, as we say, of a bodily gymnastic, by which,
although it told pleasantly in the clear blue humours of the eye, the flesh had
scarcely been an equal gainer with the spirit. It was hardly the expression of
“the healthy mind in the healthy body,” but rather of a sacrifice of the body
to the soul, its needs and aspirations, that Marius seemed to divine in this
assiduous student of the Greek sages a sacrifice, in truth, far beyond the
demands of their very saddest philosophy of life. Dignify thyself with modesty
and simplicity for thine ornaments! had been ever a maxim with this dainty and
high-bred Stoic, who still thought manners a true part of morals, according to
the old sense of the term, and who regrets now and again that he cannot control
his thoughts equally well with his countenance. That outward composure was
deepened during the solemnities of this day by an air of pontifical
abstraction; which, though very far from being pride nay, a sort of humility
rather yet gave, to himself, an air of unapproachableness, and to his whole
proceeding, in which every minutest act was considered, the character of a
ritual. Certainly, there was no haughtiness, social, moral, or even
philosophic, in Aurelius, who had realised, under more trying conditions
perhaps than any one before, that no element of humanity could be alien from
him. Yet, as he walked to-day, the centre of ten thousand observers, with eyes
discreetly fixed on the ground, veiling his head at times and muttering very
rapidly the words of the “supplications,” the rich, fresh evening came on,
there was heard all over Rome, far above a whisper, the whole town seeming
hushed to catch it distinctly, the lively, reckless call to “play,” from the
sons and daughters of foolishness, to those in whom their life was still green
Donec virenti canities abest! Donec virenti canities abest!+ Marius could
hardly doubt how Cornelius would have taken the call. And as for himself,
slight as was the burden of positive moral obligation with which he had entered
Rome, it was to no wasteful and vagrant affections, such as these, that his
Epicureanism had committed him. . +Horace, Odes I.ix.17. Translation: “So long
as youth is fresh and age is far away.” But ah! Maecenas is yclad in claye, And
great Augustus long ygoe is dead, And all the worthies liggen wrapt in lead,
That matter made for poets on to playe.+ Marcus Aurelius who, though he had
little relish for them himself, had ever been willing to humour the taste of
his people for magnificent spectacles, was received back to Rome with the
lesser honours of the Ovation, conceded by the Senate (so great was the public
sense of deliverance) with even more than the laxity which had become its habit
under imperial rule, for there had been no actual bloodshed in the late
achievement. Clad in the civic dress of the chief Roman magistrate, and with a
crown of myrtle upon his head, his colleague similarly attired walking beside
him, he passed up to the Capitol on foot, though in solemn procession along the
Sacred Way, to offer sacrifice to the national gods.The victim, a goodly sheep,
whose image we may still see between the pig and the ox of the Suovetaurilia,
filleted and stoled almost like some ancient canon of the church, on a
sculptured fragment in the Forum, was conducted by the priests, clad in rich white
vestments, and bearing their sacred utensils of massive gold, immediately
behind a company of flute-players, led by the great choir-master, or conductor,
of the day, visibly tetchy or delighted, according as the instruments he ruled
with his tuning-rod, rose, more or less adequately amid the difficulties of the
way, to the dream of perfect music in the soul within him. The vast crowd,
including the soldiers of the triumphant army, now restored to wives and
children, all alike in holiday whiteness, had left their houses early in the
fine, dry morning, in a real affection for “the father of his country,” to
await the procession, the two princes having spent the preceding night outside
the walls, at the old Villa of the REPUBBLICA. MARIO, full of curiosity, had
taken his position with much care; and stood to see the world’s masters pass
by, at an angle from which he could command the view of a great part of the
processional route, sprinkled with fine yellow sand, and punctiliously guarded
from profane footsteps. The coming of the pageant was announced by the clear
sound of the flutes, heard at length above the acclamations of the people Salve
Imperator! Dii te servent! shouted in regular time, over the hills. It was on
the central figure, of course, that the whole attention of MARIO is fixed from
the moment when the procession came in sight, preceded by the lictors with gilded
fasces, the imperial image-bearers, and the pages carrying lighted torches; a
band of knights, among whom was CORNELIO in complete military, array,
following. Amply swathed about in the folds of a richly worked toga, after a
manner now long since become obsolete withmeaner persons, Marius beheld a man
of about five-and-forty years of age, with prominent eyes eyes, which although
demurely downcast during this essentially religious ceremony, were by nature
broadly and benignantly observant. He was still, in the main, as we see him in
the busts which represent his gracious and courtly youth, when Hadrian had
playfully called him, not Verus, after the name of his father, but Verissimus,
for his candour of gaze, and the bland capacity of the brow, which, below the
brown hair, clustering thickly as of old, shone out low, broad, and clear, and
still without a trace of the trouble of his lips. You saw the brow of one who,
amid the blindness or perplexity of the people about him, understood all things
clearly; the dilemma, to which his experience so far had brought him, between
Chance with meek resignation, and a Providence with boundless possibilities and
hope, being for him at least distinctly defined. That outward serenity, which
he valued so highly as a point of manner or expression not unworthy the care of
a public minister outward symbol, it might be thought, of the inward religious
serenity it had been his constant purpose to maintain was increased to-day by
his sense of the gratitude of his people; that his life had been one of such
gifts and blessings as made his person seem in very deed divine to them. Yet
the cloud of some reserved internal sorrow, passing from time to time into an
expression of fatigue and effort, of loneliness amid the shouting multitude,
might have been detected there by the more observant as if the sagacious hint
of one of his officers, “The soldiers can’t understand you, they don’t know
Greek,” were applicable always to his relationships with other people. The
nostrils and mouth seemed capable almost of peevishness; and Marius noted in
them, as in the hands, and in the spare body generally, what was new to his
experience something of asceticism, as we say, of a bodily gymnastic, by which,
although it told pleasantly in the clear blue humours of the eye, the flesh had
scarcely been an equal gainer with the spirit. It was hardly the expression of
“the healthy mind in the healthy body,” but rather of a sacrifice of the body
to the soul, its needs and aspirations, that Marius seemed to divine in this
assiduous student of the Greek sages a sacrifice, in truth, far beyond the
demands of their very saddest philosophy of life. Dignify thyself with modesty
and simplicity for thine ornaments! had been ever a maxim with this dainty and
high -bred Stoic, who still thought manners a true part of morals, according to
the old sense of the term, and who regrets now and again that he cannot control
his thoughts equally well with his countenance. That outward composure was
deepened during the solemnities of this day by an air of pontifical
abstraction; which, though very far from being pride nay, a sort of humility
rather yet gave, to himself, an air of unapproachableness, and to his whole
proceeding, in which every minutest act was considered, the character of a
ritual. Certainly, there was no haughtiness, social, moral, or even
philosophic, in Aurelius, who had realised, under more trying conditions
perhaps than any one before, that no element of humanity could be alien from
him. Yet, as he walked to-day, the centre of ten thousand observers, with eyes
discreetly fixed on the ground, veiling his head at times and muttering very
rapidly the words of the “supplications,” there was something many spectators
may have noted as a thing new in their experience, for Aurelius, unlike his
predecessors, took all this with absolute seriousness. The doctrine of the
sanctity of kings, that, in the words of Tacitus, Princes are as Gods Principes
instar deorum esse seemed to have taken a novel, because a literal, sense. For
ANTONINO (si veda), indeed, the old legend of his descent from NUMA (si veda),
from NUMA (si veda) who had talked with the gods, meant much. Attached in very
early years to the service of the altars, like many another noble youth, he was
“observed to perform all his sacerdotal functions with a constancy and
exactness unusual at that age; was soon a master of the sacred music; and had
all the forms and ceremonies by heart.” And now, as the emperor, who had not
only a vague divinity about his person, but was actually the chief religious
functionary of the state, recited from time to time the forms of invocation, he
needed not the help of the prompter, or ceremoniarius, who then approached, to
assist him by whispering the appointed words in his ear. It was that pontifical
abstraction which then impressed itself on MARIO as the leading outward
characteristic of ANTONINO (si veda); though to him alone, perhaps, in that
vast crowd of observers, it was no strange thing, but a matter he had
understood from of old. Some fanciful writers have assigned the origin of these
triumphal processions to the mythic pomps of Dionysus, after his conquests in
the East; the very word Triumph being, according to this supposition, only
Thriambos-the Dionysiac Hymn. And certainly the younger of the two imperial
“brothers,” who, with the effect of a strong contrast, walked beside Aurelius,
and shared the honours of the day, might well have reminded people of the
delicate Greek god of flowers and wine. This new conqueror of the East was now about
thirty-six years old, but with his scrupulous care for all the advantages of
his person, and a soft curling beard powdered with gold, looked many years
younger. One result of the more genial element in the wisdom of Aurelius had
been that, amid most difficult circumstances, he had known throughout life how
to act in union with persons of character very alien from his own; to be more
than loyal to the colleague, the younger brother in empire, he had too lightly
taken to himself, five years before, then an uncorrupt youth, “skilled in manly
exercises and fitted for war.” When Aurelius thanks the gods that a brother had
fallen to his lot, whose character was a stimulus to the proper care of his
own, one sees that this could only have happened in the way of an example,
putting him on his guard against insidious faults. But it is with sincere
amiability that the imperial writer, who was indeed little used to be ironical,
adds that the lively respect and affection of the junior had often “gladdened”
him. To be able to make his use of the flower, when the fruit perhaps was
useless or poisonous: that was one of the practical successes of his
philosophy; and his people noted, with a blessing, “the concord of the two
Augusti.” The younger, certainly, possessed in full measure that charm of a
constitutional freshness of aspect which may defy for a long time extravagant
or erring habits of life; a physiognomy, healthy-looking, cleanly, and firm,
which seemed unassociable with any form of self-torment, and made one think of
the muzzle of some young hound or roe, such as human beings invariably like to
stroke a physiognomy, in effect, with all the goodliness of animalism of the
finer sort, though still wholly animal. The charm was that of the blond head,
the unshrinking gaze, the warm tints: neither more nor less than one may see
every English summer, in youth, manly enough, and with the stuff which makes
brave soldiers, in spite of the natural kinship it seems to have with
playthings and gay flowers. But innate in Lucius Verus there was that more than
womanly fondness for fond things, which had made the atmosphere of the old city
of Antioch, heavy with centuries of voluptuousness, a poison to him: he had
come to love his delicacies best out of season, and would have gilded the very
flowers. But with a wonderful power of self-obliteration, the elder brother at
the capital had directed his procedure successfully, and allowed him, become
now also the husband of his daughter Lucilla, the credit of a “Conquest,”
though Verus had certainly not returned a conqueror over himself. He had
returned, as we know, with the plague in his company, along with many another
strange creature of his folly; and when the people saw him publicly feeding his
favourite horse Fleet with almonds and sweet grapes, wearing the animal’s image
in gold, and finally building it a tomb, they felt, with some un-sentimental
misgiving, that he might revive the manners of Nero. What if, in the chances of
war, he should survive the protecting genius of that elder brother? He was all
himself to-day: and it was with much wistful curiosity that Marius regarded
him. For Lucius Verus was, indeed, but the highly expressive type of a class,
the true son of his father, adopted by Hadrian. Lucius Verus the elder, also, had
had the like strange capacity for misusing the adornments of life, with a
masterly grace; as if such misusing were, in truth, the quite adequate
occupation of an intelligence, powerful, but distorted by cynical philosophy or
some disappointment of the heart. It was almost a sort of genius, of which
there had been instances in the imperial purple: it was to ascend the throne, a
few years later, in the person of one, now a hopeful little lad at home in the
palace; and it had its following, of course, among the wealthy youth at Rome,
who concentrated no inconsiderable force of shrewdness and tact upon minute
details of attire and manner, as upon the one thing needful. Certainly, flowers
were pleasant to the eye. Such things had even their sober use, as making the
outside of human life superficially attractive, and thereby promoting the first
steps towards friendship and social amity. But what precise place could there
be for Verus and his peculiar charm, in that Wisdom, that Order of divine
Reason “reaching from end to end, strongly and sweetly disposing all things,”
from the vision of which Aurelius came down, so tolerant of persons like him?
Into such vision Marius too was certainly well-fitted to enter, yet, noting the
actual perfection of Lucius Verus after his kind, his undeniable achievement of
the select, in all minor things, felt, though with some suspicion of himself,
that he entered into, and could understand, this other so dubious sort of
character also. There was a voice in the theory he had brought to Rome with him
which whispered “nothing is either great nor small;” as there were times when
he could have thought that, as the “grammarian’s” or the artist’s ardour of
soul may be satisfied by the perfecting of the theory of a sentence, or the
adjustment of two colours, so his own life also might have been fulfilled by an
enthusiastic quest after perfection say, in the flowering and folding of a
toga. The emperors had burned incense before the image of Jupiter, arrayed in
its most gorgeous apparel, amid sudden shouts from the people of Salve
Imperator! turned now from the living princes to the deity, as they discerned
his countenance through the great open doors. The imperial brothers had
deposited their crowns of myrtle on the richly embroidered lapcloth of the god;
and, with their chosen guests, sat down to a public feast in the temple itself.
There followed what was, after all, the great event of the day: an appropriate
discourse, a discourse almost wholly de contemptu mundi, delivered in the
presence of the assembled Senate, by the emperor Aurelius, who had thus, on
certain rare occasions, condescended to instruct his people, with the double
authority of a chief pontiff and a laborious student of philosophy. In those
lesser honours of the ovation, there had been no attendant slave behind the
emperors, to make mock of their effulgence as they went; and it was as if with
the discretion proper to a philosopher, and in fear of a jealous Nemesis, he
had determined himself to protest in time against the vanity of all outward
success. IL SENATO is assembled to hear the emperor’s discourse in the vast
hall of the Curia Julia. A crowd of high-bred youths idled around, or on the
steps before the doors, with the marvellous toilets Marius had noticed in the
Via Nova; in attendance, as usual, to learn by observation the minute points of
senatorial procedure. MARIO had already some acquaintance with them, and
passing on found himself suddenly in the presence of what was still the most
august assembly the world had seen. Under Aurelius, ever full of veneration for
this ancient traditional guardian of public religion, the Senate had recovered
all its old dignity and independence. Among its members many hundreds in
number, visibly the most distinguished of them all, Marius noted the great
sophists or rhetoricians of the day, in all their magnificence. The antique
character of their attire, and the ancient mode of wearing it, still surviving
with them, added to the imposing character of their persons, while they sat,
with their staves of ivory in their hands, on their curule chairs almost the
exact pattern of the chair still in use in the Roman church when a Bishop
pontificates at the divine offices “tranquil and unmoved, with a majesty that
seemed divine,” as MARIO thought, like the old Gaul of the Invasion. The rays
of the early November sunset slanted full upon the audience, and made it
necessary for the officers of the Court to draw the purple curtains over the
windows, adding to the solemnity of the scene. In the depth of those warm
shadows, surrounded by her ladies, the empress Faustina was seated to listen.
The beautiful Greek statue of Victory, which since the days of Augustus had
presided over the assemblies of the Senate, had been brought into the hall, and
placed near the chair of the emperor; who, after rising to perform a brief
sacrificial service in its honour, bowing reverently to the assembled fathers
left and right, took his seat and began to speak. There was a certain
melancholy grandeur in the very simplicity or triteness of the theme: as it
were the very quintessence of all the old Roman epitaphs, of all that was
monumental in that city of tombs, layer upon layer of dead things and people.
As if in the very fervour of disillusion, he seemed to be composing Hôsper
epigraphas chronôn kai holôn ethnôn+ the sepulchral titles of ages and whole
peoples; nay! the very epitaph of the living Rome itself. The grandeur of the
ruins of Rome, heroism in ruin: it was under the influence of an imaginative
anticipation of this, that he appeared to be speaking. And though the
impression of the actual greatness of Rome on that day was but enhanced by the
strain of contempt, falling with an accent of pathetic conviction from the
emperor himself, and gaining from his pontifical pretensions the authority of a
religious intimation, yet the curious interest of the discourse lay in this,
that Marius, for one, as he listened, seemed to forsee a grass-grown Forum, the
broken ways of the Capitol, and the Palatine hill itself in humble occupation.
That impression connected itself with what he had already noted of an actual
change even then coming over Italian scenery. Throughout, he could trace
something of a humour into which Stoicism at all times tends to fall, the
tendency to cry, Abase yourselves! There was here the almost inhuman
impassibility of one who had thought too closely on the paradoxical aspect of
the love of posthumous fame. With the ascetic pride which lurks under all
Platonism, resultant from its opposition of the seen to the unseen, as
falsehood to truth the imperial Stoic, like his true descendant, the hermit of
the middle age, was ready, in no friendly humour, to mock, there in its narrow
bed, the corpse which had made so much of itself in life. Marius could but
contrast all that with his own Cyrenaic eagerness, just then, to taste and see
and touch; reflecting on the opposite issues deducible from the same text. “The
world, within me and without, flows away like a river,” he had said; “therefore
let me make the most of what is here and now.” “The world and the thinker upon
it, are consumed like a flame,” said Aurelius, “therefore will I turn away my
eyes from vanity: renounce: withdraw myself alike from all affections.” He
seemed tacitly to claim as a sort of personal dignity, that he was very
familiarly versed in this view of things, and could discern a death’s-head
everywhere. Now and again MARIO is reminded of the saying that “with the Stoics
all people are the vulgar save themselves;” and at times the orator seemed to
have forgotten his audience, and to be speaking only to himself. “Art thou in
love with men’s praises, get thee into the very soul of them, and see! see what
judges they be, even in those matters which concern themselves. Wouldst thou
have their praise after death, bethink thee, that they who shall come
hereafter, and with whom thou wouldst survive by thy great name, will be but as
these, whom here thou hast found so hard to live with. For of a truth, the soul
of him who is aflutter upon renown after death, presents not this aright to
itself, that of all whose memory he would have each one will likewise very
quickly depart, until memory herself be put out, as she journeys on by means of
such as are themselves on the wing but for a while, and are extinguished in their
turn. Making so much of those thou wilt never see! It is as if thou wouldst
have had those who were before thee discourse fair things concerning thee. “To
him, indeed, whose wit hath been whetted by true doctrine, that well-worn
sentence of Homer sufficeth, to guard him against regret and fear. Like the
race of leaves The race of man is: The wind in autumn strows The earth with old
leaves: then the spring the woods with new endows.+ Leaves! little leaves! thy
children, thy flatterers, thine enemies! Leaves in the wind, those who would
devote thee to darkness, who scorn or miscall thee here, even as they also
whose great fame shall outlast them. For all these, and the like of them, are
born indeed in the spring season Earos epigignetai hôrê+: and soon a wind hath
scattered them, and thereafter the wood peopleth itself again with another
generation of leaves. And what is common to all of them is but the littleness
of their lives: and yet wouldst thou love and hate, as if these things should
continue for ever. In a little while thine eyes also will be closed, and he on
whom thou perchance hast leaned thyself be himself a burden upon another.
“Bethink thee often of the swiftness with which the things that are, or are
even now coming to be, are swept past thee: that the very substance of them is
but the perpetual motion of water: that there is almost nothing which
continueth: of that bottomless depth of time, so close at thy side. Folly! to
be lifted up, or sorrowful, or anxious, by reason of things like these! Think
of infinite matter, and thy portion how tiny a particle, of it! of infinite
time, and thine own brief point there; of destiny, and the jot thou art in it;
and yield thyself readily to the wheel of Clotho, to spin of thee what web she
will. “As one casting a ball from his hand, the nature of things hath had its
aim with every man, not as to the ending only, but the first beginning of his
course, and passage thither. And hath the ball any profit of its rising, or
loss as it descendeth again, or in its fall? or the bubble, as it groweth or
breaketh on the air? or the flame of the lamp, from the beginning to the end of
its brief story? “All but at this present that future is, in which nature, who
disposeth all things in order, will transform whatsoever thou now seest,
fashioning from its substance somewhat else, and therefrom somewhat else in its
turn, lest the world grow old. We are such stuff as dreams are made of
disturbing dreams. Awake, then! and see thy dream as it is, in comparison with
that erewhile it seemed to thee. “And for me, especially, it were well to mind
those many mutations of empire in time past; therein peeping also upon the
future, which must needs be of like species with what hath been, continuing
ever within the rhythm and number of things which really are; so that in forty
years one may note of man and of his ways little less than in a thousand. Ah!
from this higher place, look we down upon the ship-wrecks and the calm!
Consider, for example, how the world went, under the emperor Vespasian. They
are married and given in marriage, they breed children; love hath its way with
them; they heap up riches for others or for themselves; they are murmuring at
things as then they are; they are seeking for great place; crafty, flattering,
suspicious, waiting upon the death of others: festivals, business, war,
sickness, dissolution: and now their whole life isno longer anywhere at all.
Pass on to the reign of TRAIANO (si veda): all things continue the same: and
that life also is no longer anywhere at all. Ah! but look again, and consider,
one after another, as it were the sepulchral inscriptions of all peoples and
times, according to one pattern. What multitudes, after their utmost striving a
little afterwards! were dissolved again into their dust. “Think again of life
as it was far off in the ancient world; as it must be when we shall be gone; as
it is now among the wild heathen. How many have never heard your names and
mine, or will soon forget them! How soon may those who shout my name to-day begin
to revile it, because glory, and the memory of men, and all things beside, are
but vanity a sand-heap under the senseless wind, the barking of dogs, the
quarrelling of children, weeping incontinently upon their laughter. This
hasteth to be; that other to have been: of that which now cometh to be, even
now somewhat hath been extinguished. And wilt thou make thy treasure of any one
of these things? It were as if one set his love upon the swallow, as it passeth
out of sight through the air! Bethink thee often, in all contentions public and
private, of those whom men have remembered by reason of their anger and
vehement spirit those famous rages, and the occasions of them the great
fortunes, and misfortunes, of men’s strife of old. What are they all now, and the
dust of their battles? Dust and ashes indeed; a fable, a mythus, or not so much
as that. Yes! keep those before thine eyes who took this or that, the like of
which happeneth to thee, so hardly; were so querulous, so agitated. And where
again are they? Wouldst thou have it not otherwise with thee? Consider how
quickly all things vanish away their bodily structure into the general
substance; the very memory of them into that great gulf and abysm of past
thoughts. Ah! ’tis on a tiny space of earth thou art creeping through life a
pigmy soul carrying a dead body to its grave. “Let death put thee upon the
consideration both of thy body and thy soul: what an atom of all matter hath
been distributed to thee; what a little particle of the universal mind. Turn thy
body about, and consider what thing it is, and that which old age, and lust,
and the languor of disease can make of it. Or come to its substantial and
causal qualities, its very type: contemplate that in itself, apart from the
accidents of matter, and then measure also the span of time for which the
nature of things, at the longest, will maintain that special type. Nay! in the
very principles and first constituents of things corruption hath its part so
much dust, humour, stench, and scraps of bone! Consider that thy marbles are
but the earth’s callosities, thy gold and silver its faeces; this silken robe
but a worm’s bedding, and thy purple an unclean fish. Ah! and thy life’s breath
is not otherwise, as it passeth out of matters like these, into the like of
them again. “For the one soul in things, taking matter like wax in the hands,
moulds and remoulds how hastily! beast, and plant, and the babe, in turn: and
that which dieth hath not slipped out of the order of nature, but, remaining
therein, hath also its changes there, disparting into those elements of which
nature herself, and thou too, art compacted. She changes without murmuring. The
oaken chest falls to pieces with no more complaining than when the carpenter
fitted it together. If one told thee certainly that on the morrow thou shouldst
die, or at the furthest on the day after, it would be no great matter to thee
to die on the day after to-morrow, rather than to-morrow. Strive to think it a
thing no greater that thou wilt die not to-morrow, but a year, or two years, or
ten years f rom to-day. “I find that all things are now as they were in the
days of our buried ancestors all things sordid in their elements, trite by long
usage, and yet ephemeral. How ridiculous, then, how like a countryman in town,
is he, who wonders at aught. Doth the sameness, the repetition of the public
shows, weary thee? Even so doth that likeness of events in the spectacle of the
world. And so must it be with thee to the end. For the wheel of the world hath
ever the same motion, upward and downward, from generation to generation. When,
when, shall time give place to eternity? “If there be things which trouble thee
thou canst put them away, inasmuch as they have their being but in thine own
notion concerning them. Consider what death is, and how, if one does but detach
from it the appearances, the notions, that hang about it, resting the eye upon
it as in itself it really is, it must be thought of but as an effect of nature,
and that man but a child whom an effect of nature shall affright. Nay! not
function and effect of nature, only; but a thing profitable also to herself.
“To cease from action the ending of thine effort to think and do: there is no
evil in that. Turn thy thought to the ages of man’s life, boyhood, youth,
maturity, old age: the change in every one of these also is a dying, but evil
nowhere. Thou climbedst into the ship, thou hast made thy voyage and touched
the shore. Go forth now! Be it into some other life: the divine breath is
everywhere, even there. Be it into forgetfulness for ever; at least thou wilt
rest from the beating of sensible images upon thee, from the passions which
pluck thee this way and that like an unfeeling toy, from those long marches of
the intellect, from thy toilsome ministry to the flesh. “Art thou yet more than
dust and ashes and bare bone a name only, or not so much as that, which, also,
is but whispering and a resonance, kept alive from mouth to mouth of dying
abjects who have hardly known themselves; how much less thee, dead so long ago!
“When thou lookest upon a wise man, a lawyer, a captain of war, think upon
another gone. When thou seest thine own face in the glass, call up there before
thee one of thine ancestors one of those old Caesars. Lo! everywhere, thy
double before thee! Thereon, let the thought occur to thee: And where are they?
anywhere at all, for ever? And thou, thyself how long? Art thou blind to that
thou art thy matter, how temporal; and thy function, the nature of thy
business? Yet tarry, at least, till thou hast assimilated even these things to
thine own proper essence, as a quick fire turneth into heat and light
whatsoever be cast upon it. “As words once in use are antiquated to us, so is
it with the names that were once on all men’s lips: CAMILLO (siveda), Volesus,
Leonnatus: then, in a little while, Scipio and Cato, and then Augustus, and
then Hadrian, and then Antoninus Pius. How many great physicians who lifted
wise brows at other men’s sick-beds, have sickened and died! Those wise
Chaldeans, who foretold, as a great matter, another man’s last hour, have
themselves been taken by surprise. Ay! and all those others, in their pleasant
places: those who doated on a Capreae like Tiberius, on their gardens, on the
baths: Pythagoras and Socrates, who reasoned so closely upon immortality:
Alexander, who used the lives of others as though his own should last for ever
he and his mule-driver alike now! one upon another. Well-nigh the whole court
of Antoninus is extinct. Panthea and Pergamus sit no longer beside the
sepulchre of their lord. The watchers over Hadrian’s dust have slipped from his
sepulchre. It were jesting to stay longer. Did they sit there still, would the
dead feel it? or feeling it, be glad? or glad, hold those watchers for ever?
The time must come when they too shall be aged men and aged women, and decease,
and fail from their places; and what shift were there then for imperial
service? This too is but the breath of the tomb, and a skinful of dead men’s
blood. “Think again of those inscriptions, which belong not to one soul only,
but to whole families: Eschatos tou idiou genous:+ He was the last of his race.
Nay! of the burial of whole cities: Helice, Pompeii: of others, whose very
burial place is unknown. “Thou hast been a citizen in this wide city. Count not
for how long, nor repine; since that which sends thee hence is no unrighteous
judge, no tyrant, but Nature, who brought thee hither; as when a player leaves
the stage at the bidding of the conductor who hired him. Sayest thou, ‘I have
not played five acts’? True! but in human life, three acts only make sometimes
an entire play. That is the composer’s business, not thine. Withdraw thyself
with a good will; for that too hath, perchance, a good will which dismisseth
thee from thy part.” The discourse ended almost in darkness, the evening having
set in somewhat suddenly, with a heavy fall of snow. The torches, made ready to
do him a useless honour, were of real service now, as the emperor was solemnly
conducted home; one man rapidly catching light from another a long stream of
moving lights across the white Forum, up the great stairs, to the palace. And,
in effect, that night winter began, the hardest that had been known for a
lifetime. The wolves came from the mountains; and, led by the carrion scent,
devoured the dead bodies which had been hastily buried during the plague, and,
emboldened by their meal, crept, before the short day was well past, over the
walls of the farmyards of the Campagna. The eagles were seen driving the flocks
of smaller birds across the dusky sky. Only, in the city itself the winter was
all the brighter for the contrast, among those who could pay for light and
warmth. The habit-makers made a great sale of the spoil of all such furry
creatures as had escaped wolves and eagles, for presents at the Saturnalia; and
at no time had the winter roses from Carthage seemed more lustrously yellow and
red. NOTES 188. +Spenser, Shepheardes Calendar, October, 61-66. 200.
+Transliteration: Hôsper epigraphas chronôn kai holôn ethnôn. Pater’s
Translation: “the sepulchral titles of ages and whole peoples.” 202. +OMERO,
Iliad VI.146-48. 202. +Transliteration: Earos epigignetai hôrê. Translation:
“born in springtime.” Homer, Iliad VI.147. 210. +Transliteration: Eschatos tou
idiou genous. Translation: “He was the last of his race.” After that sharp,
brief winter, the sun was already at work, softening leaf and bud, as you might
feel by a faint sweetness in the air; but he did his work behind an evenly
white sky, against which the abode of the Caesars, its cypresses and bronze
roofs, seemed like a picture in beautiful but melancholy colour, as Marius
climbed the long flights of steps to be introduced to the emperor Aurelius.
Attired in the newest mode, his legs wound in dainty fasciae of white leather,
with the heavy gold ring of the ingenuus, and in his toga of ceremony, he still
retained all his country freshness of complexion. The eyes of the “golden
youth” of Rome were upon him as the chosen friend of Cornelius, and the
destined servant of the emperor; but not jealously. In spite of, perhaps partly
because of, his habitual reserve of manner, he had become “the fashion,” even
among those who felt instinctively the irony which lay beneath that remarkable
self-possession, as of one taking all things with a difference from other
people, perceptible in voice, in expression, and even in his dress. It was, in
truth, the air of one who, entering vividly into life, and relishing to the
full the delicacies of its intercourse, yet feels all the while, from the point
of view of an ideal philosophy, that he is but conceding reality to
suppositions, choosing of his own will to walk in a day-dream, of the
illusiveness of which he at least is aware. In the house of the chief
chamberlain Marius waited for the due moment of admission to the emperor’s
presence. He was admiring the peculiar decoration of the walls, coloured like
rich old red leather. In the midst of one of them was depicted, under a trellis
of fruit you might have gathered, the figure of a woman knocking at a door with
wonderful reality of perspective. Then the summons came; and in a few minutes,
the etiquette of the imperial household being still a simple matter, he had
passed the curtains which divided the central hall of the palace into three
parts three degrees of approach to the sacred person and was speaking to
Aurelius himself; not in Greek, in which the emperor oftenest conversed with
the learned, but, more familiarly, in Latin, adorned however, or disfigured, by
many a Greek phrase, as now and again French phrases have made the adornment of
fashionable English. It was with real kindliness that ANTONINO (si veda) looks
upon MARIO, as a youth of great attainments in Greek letters and philosophy;
and he liked also his serious expression, being, as we know, a believer in the
doctrine of physiognomy that, as he puts it, not love only, but every other
affection of man’s soul, looks out very plainly from the window of the eyes.
The apartment in which MARIO finds himself was of ancient aspect, and richly
decorated with the favourite toys of two or three generations of imperial
collectors, now finally revised by the high connoisseurship of the Stoic
emperor himself, though destined not much longer to remain together there. It
is the repeated boast of ANTONINO (si veda) that he had learned from old
Antoninus Pius to maintain authority without the constant use of guards, in a
robe woven by the handmaids of his own consort, with no processional lights or
images, and “that a prince may shrink himself almost into the figure of a private
gentleman.” And yet, again as at his first sight of him, Marius was struck by
the profound religiousness of the surroundings of the imperial presence. The
effect might have been due in part to the very simplicity, the discreet and
scrupulous simplicity, of the central figure in this splendid abode; but Marius
could not forget that he saw before him not only the head of the Roman
religion, but one who might actually have claimed something like divine
worship, had he cared to do so. Though the fantastic pretensions of CALIGOLA
(si veda) had brought some contempt on that claim, which had become almost a
jest under the ungainly CLAUDIO (si veda), yet, from OTTAVIANO (si veda)
downwards, a vague divinity had seemed to surround the Caesars even in this
life; and the peculiar character of ANTONINO (si veda), at once a ceremonious
polytheist never forgetful of his pontifical calling, and a philosopher whose
mystic speculation encircled him with a sort of saintly halo, had restored to
his person, without his intending it, something of that divine prerogative, or
prestige. Though he would never allow the immediate dedication of altars to
himself, yet the image of his Genius his spirituality or celestial counterpart
was placed among those of the deified princes of the past; and his family,
including Faustina and COMMODO (si veda), was spoken of as the “holy” or
“divine” house. Many a Roman courtier agreed with the barbarian chief, who,
after contemplating a predecessor of Aurelius, withdrew from his presence with
t he exclamation: “I have seen a god to-day!” The very roof of his house,
rising into a pediment or gable, like that of the sanctuary of a god, the
laurels on either side its doorway, the chaplet of oak-leaves above, seemed to
designate the place for religious veneration. And notwithstanding all this, the
household of ANTONINO (si veda) is singularly modest, with none of the wasteful
expense of palaces after the fashion of Lewis the Fourteenth; the palatial
dignity being felt only in a peculiar sense of order, the absence of all that
was casual, of vulgarity and discomfort. A merely official residence of his
predecessors, the Palatine had become the favourite dwelling-place of ANTONINO
(si veda); its many-coloured memories suiting, perhaps, his pensive character,
and the crude splendours of NERONE (si veda) and ADRIANO (si veda) being now
subdued by time. The window-less Roman abode must have had much of what toa
modern would be gloom. How did the children, one wonders, endure houses with so
little escape for the eye into the world outside? Aurelius, who had altered
little else, choosing to live there, in a genuine homeliness, had shifted and
made the most of the level lights, and broken out a quite medieval window here
and there, and the clear daylight, fully appreciated by his youthful visitor,
made pleasant shadows among the objects of the imperial collection. Some of
these, indeed, by reason of their Greek simplicity and grace, themselves shone
out like spaces of a purer, early light, amid the splendours of the Roman
manufacture. Though he looked, thought Marius, like a man who did not sleep
enough, he was abounding and bright to-day, after one of those pitiless
headaches, which since boyhood had been the “thorn in his side,” challenging
the pretensions of his philosophy to fortify one in humble endurances. At the
first moment, to Marius, remembering the spectacle of the emperor in ceremony,
it was almost bewildering to be in private conversation with him. There was
much in the philosophy of Aurelius much consideration of mankind at large, of
great bodies, aggregates and generalities, after the Stoic manner which, on a
nature less rich than his, might have acted as an inducement to care for people
in inverse proportion to their nearness to him. That has sometimes been the
result of the Stoic cosmopolitanism. Aurelius, however, determined to beautify
by all means, great or little, a doctrine which had in it some potential
sourness, had brought all the quickness of his intelligence, and long years of
observation, to bear on the conditions of social intercourse. He had early
determined “not to make business an excuse to decline the offices of humanity
not to pretend to be too much occupied with important affairs to concede what
life with others may hourly demand;” and with such success, that, in an age
which made much of the finer points of that intercourse, it was felt that the
mere honesty of his conversation was more pleasing than other men’s flattery.
His agreeableness to his young visitor to-day was, in truth, a blossom of the
same wisdom which had made of Lucius Verus really a brother the wisdom of not
being exigent with men, any more than with fruit-trees (it is his own favourite
figure) beyond their nature. And there was another person, still nearer to him,
regarding whom this wisdom became a marvel, of equity of charity. The centre of
a group of princely children, in the same apartment with Aurelius, amid all the
refined intimacies of a modern home, sat the empress Faustina, warming her
hands over a fire. With her long fingers lighted up red by the glowing coals of
the brazier Marius looked close upon the most beautiful woman in the world, who
was also the great paradox of the age, among her boys and girls. As has been
truly said of the numerous representations of her in art, so in life, she had
the air of one curious, restless, to enter into conversation with the first
comer. She had certainly the power of stimulating a very ambiguous sort of
curiosity about herself. And Marius found this enigmatic point in her expression,
that even after seeing her many times he could never precisely recall her
features in absence. The lad of six years, looking older, who stood beside her,
impatiently plucking a rose to pieces over the hearth, was, in outward
appearance, his father the young Verissimus over again; but with a certain
feminine length of feature, and with all his mother’s alertness, or license, of
gaze. Yet rumour knocked at every door and window of the imperial house
regarding the adulterers who knocked at them, or quietly left their lovers’
garlands there. Was not that likeness of the husband, in the boy beside her,
really the effect of a shameful magic, in which the blood of the murdered
gladiator, his true father, had been an ingredient? Were the tricks for
deceiving husbands which the Roman poet describes, really hers, and her
household an efficient school of all the arts of furtive love? Or, was the
husband too aware, like every one beside? Were certain sudden deaths which
happened there, really the work of apoplexy, or the plague? The man whose ears,
whose soul, those rumours were meant to penetrate, was, however, faithful to
his sanguine and optimist philosophy, to his determination that the world
should be to him simply what the higher reason preferred to conceive it; and
the life’s journey Aurelius had made so far, though involving much moral and
intellectual loneliness, had been ever in affectionate and helpful contact with
other wayfarers, very unlike himself. Since his days of earliest childhood in
the Lateran gardens, he seemed to himself, blessing the gods for it after
deliberate survey, to have been always surrounded by kinsmen, friends,
servants, of exceptional virtue. From the great Stoic idea, that we are all
fellow-citizens of one city, he had derived a tenderer, a more equitable
estimate than was common among Stoics, of the eternal shortcomings of men and
women. Considerations that might tend to the sweetening of his temper it was
his daily care to store away, with a kind of philosophic pride in the thought that
no one took more good-naturedly than he the “oversights” of his neighbours. For
had not Plato taught (it was not paradox, but simple truth of experience) that
if people sin, it is because they know no better, and are “under the necessity
of their own ignorance”? Hard to himself, he seemed at times, doubtless, to
decline too softly upon unworthy persons. Actually, he came thereby upon many a
useful instrument. The empress Faustina he would seem at least to have kept, by
a constraining affection, from becoming altogether what most people have
believed her, and won in her (we must take him at his word in the “Thoughts,”
abundantly confirmed by letters, on both sides, in his correspondence with
Cornelius Fronto) a consolation, the more secure, perhaps, because misknown of
others. Was the secret of her actual blamelessness, after all, with him who has
at least screened her name? At all events, the one thing quite certain about
her, besides her extraordinary beauty, is her sweetness to himself. No! The wise,
who had made due observation on the trees of the garden, would not expect to
gather grapes of thorns or fig-trees: and he was the vine, putting forth his
genial fruit, by natural law, again and again, after his kind, whatever use
people might make of it. Certainly, his actual presence never lost its power,
and Faustina was glad in it to-day, the birthday of one of her children, a boy
who stood at her knee holding in his fingers tenderly a tiny silver trumpet,
one of his birthday gifts. “For my part, unless I conceive my hurt to be such,
I have no hurt at all,” boasts the would-be apathetic emperor: “and how I care
to conceive of the thing rests with me.” Yet when his children fall sick or
die, this pretence breaks down, and he is broken-hearted: and one of the charms
of certain of his letters still extant, is his reference to those childish
sicknesses. “On my return to Lorium,” he writes, “I found my little lady
domnulam meam in a fever;” and again, in a letter to one of the most serious of
men, “You will be glad to hear that our little one is better, and running about
the room parvolam nostram melius valere et intra cubiculum discurrere.” The
young Commodus had departed from the chamber, anxious to witness the exercises
of certain gladiators, having a native taste for such company, inherited,
according to popular rumour, from his true father anxious also to escape from
the too impressive company of the gravest and sweetest specimen of old age
Marius had ever seen, the tutor of the imperial children, who had arrived to
offer his birthday congratulations, and now, very familiarly and
affectionately, made a part of the group, falling on the shoulders of the
emperor, kissing the empress Faustina on the face, the little ones on the face
and hands. Marcus Cornelius Fronto, the “Orator,” favourite teacher of the
emperor’s youth, afterwards his most trusted counsellor, and now the undisputed
occupant of the sophistic throne, whose equipage, elegantly mounted with
silver, Marius had seen in the streets of Rome, had certainly turned his many
personal gifts to account with a good fortune, remarkable even in that age, so
indulgent to professors or rhetoricians. The gratitude of the emperor Aurelius,
always generous to his teachers, arranging their very quarrels sometimes, for
they were not always fair to one another, had helped him to a really great
place in the world. But his sumptuous appendages, including the villa and
gardens of Maecenas, had been borne with an air perfectly becoming, by the
professor of a philosophy which, even in its most accomplished and elegant
phase, presupposed a gentle contempt for such things. With an intimate
practical knowledge of manners, physiognomies, smiles, disguises, flatteries,
and courtly tricks of every kind a whole accomplished rhetoric of daily life he
applied them all to the promotion of humanity, and especially of men’s family
affection. Through a long life of now eighty years, he had been, as it were,
surrounded by the gracious and soothing air of his own eloquence the fame, the
echoes, of it like warbling birds, or murmuring bees. Setting forth in that
fine medium the best ideas of matured pagan philosophy, he had become the
favourite “director” of noble youth. Yes! it was the one instance Marius,
always eagerly on the look-out for such, had yet seen of a perfectly tolerable,
perfectly beautiful, old age an old age in which there seemed, to one who
perhaps habitually over-valued the expression of youth, nothing to be
regretted, nothing really lost, in what years had taken away. The wise old man,
whose blue eyes and fair skin were so delicate, uncontaminate and clear, would
seem to have replaced carefully and consciously each natural trait of youth, as
it departed from him, by an equivalent grace of culture; and had the
blitheness, the placid cheerfulness, as he had also the infirmity, the claim on
stronger people, of a delightful child. And yet he seemed to be but awaiting
his exit from life that moment with which the Stoics were almost as much
preoccupied as the Christians, however differently and set Marius pondering on
the contrast between a placidity like this, at eighty years, and the sort of
desperateness he was aware of in his own manner of entertaining that thought.
His infirmities nevertheless had been painful and long-continued, with losses
of children, of pet grandchildren. What with the crowd, and the wretched
streets, it was a sign of affection which had cost him something, for the old
man to leave his own house at all that day; and he was glad of the emperor’s
support, as he moved from place to place among the children he protests so
often to have loved as his own. For a strange piece of literary good fortune,
at the beginning of the present century, has set freethe long-buried fragrance
of this famous friendship of the old world, from below a valueless later
manuscript, in a series of letters, wherein the two writers exchange, for the
most part their evening thoughts, especially at family anniversaries, and with
entire intimacy, on their children, on the art of speech, on all the various
subtleties of the “science of images” rhetorical images above all, of course,
on sleep and matters of health. They are full of mutual admiration of each
other’s eloquence, restless in absence till they see one another again, noting,
characteristically, their very dreams of each other, expecting the day which
will terminate the office, the business or duty, which separates them “as
superstitious people watch for the star, at the rising of which they may break
their fast.” To one of the writers, to Aurelius, the correspondence was
sincerely of value. We see him once reading his letters with genuine delight on
going to rest. Fronto seeks to deter his pupil from writing in Greek. Why buy,
at great cost, a foreign wine, inferior to that from one’s own vineyard?
Aurelius, on the other hand, with an extraordinary innate susceptibility to
words la parole pour la parole, as the French say despairs, in presence of
Fronto’s rhetorical perfection. Like the modern visitor to the Capitoline and
some other museums, Fronto had been struck, pleasantly struck, by the family
likeness among the Antonines; and it was part of his friendship to make much of
it, in the case of the children of Faustina. “Well! I have seen the little
ones,” he writes to Aurelius, then, apparently, absent from them: “I have seen
the little ones the pleasantest sight of my life; for they are as like yourself
as could possibly be. It has well repaid me for my journey over that slippery
road, and up those steep rocks; for I beheld you, not simply face to face
before me, but, more generously, whichever way I turned, to my right and my
left. For the rest, I found them, Heaven be thanked! with healthy cheeks and
lusty voices. One was holding a slice of white bread, like a king’s son; the
other a crust of brown bread, as becomes the offspring of a philosopher. I pray
the gods to have both the sower and the seed in their keeping; to watch over
this field wherein the ears of corn are so kindly alike. Ah! I heard too their
pretty voices, so sweet that in the childish prattle of one and the other I
seemed somehow to be listening yes! in that chirping of your pretty chickens to
the limpid+ and harmonious notes of your own oratory. Take care! you will find
me growing independent, having those I could love in your place: love, on the
surety of my eyes and ears.” +“Limpid” is misprinted “Limped.” “Magistro meo
salutem!” replies the Emperor, “I too have seen my little ones in your sight of
them; as, also, I saw yourself in reading your letter. It is that charming
letter forces me to write thus:” with reiterations of affection, that is, which
are continual in these letters, on both sides, and which may strike a modern
reader perhaps as fulsome; or, again, as having something in common with the
old Judaic unction of friendship. They were certainly sincere. To one of those
children Fronto had now brought the birthday gift of the silver trumpet, upon
which he ventured to blow softly now and again, turning away with eyes
delighted at the sound, when he thought the old man was not listening. It was
the well-worn, valetudinarian subject of sleep, on which Fronto and Aurelius
were talking together; Aurelius always feeling it a burden, Fronto a thing of
magic capacities, so that he had written an encomium in its praise, and often
by ingenious arguments recommends his imperial pupil not to be sparing of it.
To-day, with his younger listeners in mind, he had a story to tell about it:
They say that our father GIOVE, when he ordered the world at the beginning,
divided time into two parts exactly equal: the one part he clothed with light,
the other with darkness: he called them Day and Night; and he assigned rest to
the night and to day the work of life. At that time Sleep was not yet born and
men passed the whole of their lives awake: only, the quiet of the night was
ordained for them, instead of sleep. But it came to pass, little by little,
being that the minds of men are restless, that they carried on their business
alike by night as by day, and gave no part at all to repose. And Jupiter, when
he perceived that even in the night-time they ceased not from trouble and
disputation, and that even the courts of law remained open (it was the pride of
Aurelius, as Fronto knew, to be assiduous in those courts till far into the
night) resolved to appoint one of his brothers to be the overseer of the night
and have authority over man’s rest. But Neptune pleaded in excuse the gravity
of his constant charge of the seas, and Father Dis the difficulty of keeping in
subjection the spirits below; and Jupiter, having taken counsel with the other
gods, perceived that the practice of nightly vigils was somewhat in favour. It
was then, for the most part, that Juno gave birth to her children: Minerva, the
mistress of all art and craft, loved the midnight lamp: Mars delighted in the
darkness for his plots and sallies; and the favour of Venus and Bacchus was
with those who roused by night. Then it was that Jupiter formed the design of
creating Sleep; and he added him to the number of the gods, and gave him the
charge over night and rest, putting into his hands the keys of human eyes. With
his own hands he mingled the juices wherewith Sleep should soothe the hearts of
mortals herb of Enjoyment and herb of Safety, gathered from a grove in Heaven;
and, from the meadows of Acheron, the herb of Death; expressing from it one
single drop only, no bigger than a tear one might hide. ‘With this juice,’ he
said, ‘pour slumber upon the eyelids of mortals. So soon as it hath touched
them they will lay themselves down motionless, under thy power. But be not
afraid: they shall revive, and in a while stand up again upon their feet.’
Thereafter, Jupiter gave wings to Sleep, attached, not, like Mercury’s, to his
heels, but to his shoulders, like the wings of Love. For he said, ‘It becomes
thee not to approach men’s eyes as with the noise of chariots, and the rushing
of a swift courser, but in placid and merciful flight, as upon the wings of a
swallow nay! with not so much as the flutter of the dove.’ Besides all this,
that he might be yet pleasanter to men, he committed to him also a multitude of
blissful dreams, according to every man’s desire. One watched his favourite
actor; another listened to the flute, or guided a charioteer in the race: in
his dream, the soldier was victorious, the general was borne in triumph, the
wanderer returned home. Yes! and sometimes those dreams come true! Just then
Aurelius was summoned to make the birthday offerings to his household gods. A
heavy curtain of tapestry was drawn back; and beyond it MARIO gazed for a few
moments into the Lararium, or imperial chapel. A patrician youth, in white
habit, was in waiting, with a little chest in his hand containing incense for
the use of the altar. On richly carved consoles, or side boards, around this narrow
chamber, were arranged the rich apparatus of worship and the golden or gilded
images, adorned to-day with fresh flowers, among them that image of Fortune
from the apartment of Antoninus Pius, and such of the emperor’s own teachers as
were gone to their rest. A dim fresco on the wall commemorated the ancient
piety of Lucius Albinius, who in flight from Rome on the morrow of a great
disaster, overtaking certain priests on foot with their sacred utensils,
descended from the wagon in which he rode and yielded it to the ministers of
the gods. As he ascended into the chapel the emperor paused, and with a grave
but friendly look at his young visitor, delivered a parting sentence, audible
to him alone: _Imitation is the most acceptable part of worship: the gods had
much rather mankind should resemble than flatter them. Make sure that those to
whom you come nearest be the happier by your presence!_ It was the very spirit
of the scene and the hour the hour Marius had spent in the imperial house. How
temperate, how tranquillising! what humanity! Yet, as he left the eminent
company concerning whose ways of life at home he had been so youthfully
curious, and sought, after his manner, to determine the main trait in all this,
he had to confess that it was a sentiment of mediocrity, though of a mediocrity
for once really golden. During the Eastern war there came a moment when schism
in the empire had seemed possible through the defection of LUCIO VERO (si
veda); when to ANTONINO (si veda) it had also seemed possible to confirm his
allegiance by no less a gift than his beautiful daughter Lucilla, the eldest of
his children the domnula, probably, of those letters. The little lady, grown
now to strong and stately maidenhood, had been ever something of the good
genius, the better soul, to LUCIO VERO (si veda), by the law of contraries, her
somewhat cold and apathetic modesty acting as counterfoil to the young man’s
tigrish fervour. Conducted to Ephesus, she had become his wife by form of civil
marriage, the more solemn wedding rites being deferred till their return to
Rome. The ceremony of the Confarreation, or religious marriage, in which bride
and bridegroom partook together of a certain mystic bread, was celebrated
accordingly, with due pomp, early in the spring; Aurelius himself assisting,
with much domestic feeling. A crowd of fashionable people filled the space
before the entrance to the apartments of Lucius on the Palatine hill, richly
decorated for the occasion, commenting, not always quite delicately, on the
various details of the rite, which only a favoured few succeeded in actually
witnessing. “She comes!” MARIO can hear them say, “escorted by her young
brothers: it is the young Commodus who carries the torch of white-thornwood,
the little basket of work-things, the toys for the children:” and then, after a
watchful pause, “she is winding the woollen thread round the doorposts. Ah! I
see the marriage-cake: the bridegroom presents the fire and water.” Then, in a
longer pause, was heard the chorus, Thalassie! Thalassie! and for just a few
moments, in the strange light of many wax tapers at noonday, Marius could see
them both, side by side, while the bride was lifted over the doorstep: LUCIO
VERO (si veda) heated and handsome the pale, impassive Lucilla looking very
long and slender, in her closely folded yellow veil, and high nuptial crown. As
Marius turned away, glad to escape from the pressure of the crowd, he found
himself face to face with Cornelius, an infrequent spectator on occasions such
as this. It was a relief to depart with him so fresh and quiet he looked,
though in all his splendid equestrian array in honour of the ceremony from the
garish heat of the marriage scene. The reserve which had puzzled Marius so much
on his first day in Rome, was but an instance of many, to him wholly
unaccountable, avoidances alike of things and persons, which must certainly
mean that an intimate companionship would cost him something in the way of
seemingly indifferent amusements. Some inward standard Marius seemed to detect
there (though wholly unable to estimate its nature) of distinction, selection,
refusal, amid the various elements of the fervid and corrupt life across which
they were moving together: some secret, constraining motive, ever on the alert
at eye and ear, which carried him through Rome as under a charm, so that Marius
could not but think of that figure of the white bird in the market-place as
undoubtedly made true of him. And Marius was still full of admiration for this
companion, who had known how to make himself very pleasant to him. Here was the
clear, cold corrective, which the fever of his present life demanded. Without
it, he would have felt alternately suffocated and exhausted by an existence, at
once so gaudy and overdone, and yet so intolerably empty; in which people, even
at their best, seemed only to be brooding, like the wise emperor himself, over
a world’s disillusion. For with all the severity of Cornelius, there was such a
breeze of hopefulness freshness and hopefulness, as of new morning, about him.
For the most part, as I said, those refusals, that reserve of his, seemed
unaccountable. But there were cases where the unknown monitor acted in a
direction with which the judgment, or instinct, of Marius himself wholly
concurred; the effective decision of Cornelius strengthening him further
therein, as by a kind of outwardly embodied conscience. And the entire drift of
his education determined him, on one point at least, to be wholly of the same
mind with this peculiar friend (they two, it might be, together, against the
world!) when, alone of a whole company of brilliant youth, he had withdrawn
from his appointed place in the amphitheatre, at a grand public show, which
after an interval of many months, was presented there, in honour of the
nuptials of Lucius Verus and Lucilla. And it was still to the eye, through
visible movement and aspect, that the character, or genius of Cornelius made
itself felt by Marius; even as on that afternoon when he had girt on his
armour, among the expressive lights and shades of the dim old villa at the
roadside, and every object of his knightly array had seemed to be but sign or
symbol of some other thing far beyond it. For, consistently with his really
poetic temper, all influence reached Marius, even more exclusively than he was
aware, through th e medium of sense. From Flavian in that brief early summer of
his existence, he had derived a powerful impression of the “perpetual flux”: he
had caught there, as in cipher or symbol, or low whispers more effective than
any definite language, his own Cyrenaic philosophy, presented thus, for the
first time, in an image or person, with much attractiveness, touched also,
consequently, with a pathetic sense of personal sorrow: a concrete image, the
abstract equivalent of which he could recognise afterwards, when the agitating
personal influence had settled down for him, clearly enough, into a theory of
practice. But of what possible intellectual formula could this mystic Cornelius
be the sensible exponent; seeming, as he did, to live ever in close
relationship with, and recognition of, a mental view, a source of discernment,
a light upon his way, which had certainly not yet sprung up for Marius?
Meantime, the discretion of Cornelius, his energetic clearness and purity, were
a charm, rather physical than moral: his exquisite correctness of spirit, at
all events, accorded so perfectly with the regular beauty of his person, as to
seem to depend upon it. And wholly different as was this later friendship, with
its exigency, its warnings, its restraints, from the feverish attachment to
Flavian, which had made him at times like an uneasy slave, still, like that, it
was a reconciliation to the world of sense, the visible world. From the
hopefulness o f this gracious presence, all visible things around him, even the
commonest objects of everyday life if they but stood together to warm their
hands at the same fire took for him a new poetry, a delicate fresh bloom, and
interest. It was as if his bodily eyes had been indeed mystically washed,
renewed, strengthened. And how eagerly, with what a light heart, would Flavian
have taken his placein the amphitheatre, among the youth of his own age! with
what an appetite for every detail of the entertainment, and its various
accessories: the sunshine, filtered into soft gold by the vela, with their
serpentine patterning, spread over the more select part of the company; the
Vestal virgins, taking their privilege of seats near the empress Faustina, who
sat there in a maze of double-coloured gems, changing, as she moved, like the
waves of the sea; the cool circle of shadow, in which the wonderful toilets of
the fashionable told so effectively around the blazing arena, covered again and
again during the many hours’ show, with clean sand for the absorption of
certain great red patches there, by troops of white-shirted boys, for whom the
good-natured audience provided a scramble of nuts and small coin, flung to them
over a trellis-work of silver-gilt and amber, precious gift of Nero, while a
rain of flowers and perfume fell over themselves, as they paused between the
parts of their long feast upon the spectacle of animal suffering. During his
sojourn at Ephesus, Lucius Verus had readily become a patron, patron or
protégé, of the great goddess of Ephesus, the goddess of hunters; and the show,
celebrated by way of a compliment to him to-day, was to present some incidents
of her story, where she figures almost as the genius of madness, in animals, or
in the humanity which comes in contact with them. The entertainment would have
an element of old Greek revival in it, welcome to the taste of a learned and
Hellenising society; and, as Lucius Verus was in some sense a lover of animals,
was to be a display of animals mainly. There would be real wild and domestic
creatures, all of rare species; and a real slaughter. On so happy an occasion,
it was hoped, the elder emperor might even concede a point, and a living
criminal fall into the jaws of the wild beasts. And the spectacle was,
certainly, to end in the destruction, by one mighty shower of arrows, of a
hundred lions, “nobly” provided by ANTONINO (si veda) himself for the amusement
of his people. Tam magnanimus fuit! The arena, decked and in order for the
first scene, looked delightfully fresh, re-inforcing on the spirits of the
audience the actual freshness of the morning, which at this season still
brought the dew. Along the subterranean ways that led up to it, the sound of an
advancing chorus was heard at last, chanting the words of a sacred song, or
hymn to Diana; for the spectacle of the amphitheatre was, after all, a
religious occasion. To its grim acts of blood-shedding a kind of sacrificial
character still belonged in the view of certain religious casuists, tending
conveniently to soothe the humane sensibilities of so pious an emperor as
Aurelius, who, in his fraternal complacency, had consented to preside over the
shows. Artemis or Diana, as she may be understood in the actual development of
her worship, was, indeed, the symbolical expression of two allied yet
contrasted elements of human temper and experience man’s amity, and also his
enmity, towards the wild creatures, when they were still, in a certain sense,
his brothers. She is the complete, and therefore highly complex, representative
of a state, in which man was still much occupied with animals, not as his
flock, or as his servants after the pastoral relationship of our later, orderly
world, but rather as his equals, on friendly terms or the reverse, a state full
of primeval sympathies and antipathies, of rivalries and common wants while he
watched, and could enter into, the humours of those “younger brothers,” with an
intimacy, the “survivals” of which in a later age seem often to have had a kind
of madness about them. Diana represents alike the bright and the dark side of
such relationship. But the humanities of that relationship were all forgotten
to-day in the excitement of a show, in which mere cruelty to animals, their
useless suffering and death, formed the main point of interest. People watched
their destruction, batch after batch, in a not particularly inventive fashion;
though it was expected that the animals themselves, as living creatures are apt
to do when hard put to it, would become inventive, and make up, by the
fantastic accidents of their agony, for the deficiencies of an age fallen
behind in this matter of manly amusement. It was as a Deity of Slaughter the
Taurian goddess who demands the sacrifice of the shipwrecked sailors thrown on
her coasts the cruel, moonstruck huntress, who brings not only sudden death, but
rabies, among the wild creatures that Diana was to be presented, in the person
of a famous courtesan. The aim at an actual theatrical illusion, after the
first introductory scene, was frankly surrendered to the display of the
animals, artificially stimulated and maddened to attack each other. And as
Diana was also a special protectress of new-born creatures, there would be a
certain curious interest in the dexterously contrived escape of the young from
their mother’s torn bosoms; as many pregnant animals as possible being
carefully selected for the purpose. The time had been, and was to come again,
when the pleasures of the amphitheatre centered in a similar practical joking
upon human beings. What more ingenious diversion had stage manager ever
contrived than that incident, itself a practical epigram never to be
forgottten, when a criminal, who, like slaves and animals, had no rights, was
compelled to present the part of Icarus; and, the wings failing him in due
course, had fallen into a pack of hungry bears? For the long shows of the
amphitheatre were, so to speak, the novel-reading of that age a current help
provided for sluggish imaginations, in regard, for instance, to grisly
accidents, such as might happen to one’s self; but with every facility for comfortable
inspection. Scaevola might watch his own hand, consuming, crackling, in the
fire, in the person of a culprit, willing to redeem his life by an act so
delightful to the eyes, the very ears, of a curious public. If the part of
MARSIA was called for, there was a criminal condemned to lose his skin. It
might be almost edifying to study minutely the expression of his face, while
the assistants corded and pegged him to the bench, cunningly; the servant of
the law waiting by, who, after one short cut with his knife, would slip the
man’s leg from his skin, as neatly as if it were a stocking a finesse in
providing the due amount of suffering for wrong-doers only brought to its
height in Nero’s living bonfires. But then, by making his suffering ridiculous,
you enlist against the sufferer, some real, and all would-be manliness, and do
much to stifle any false sentiment of compassion. The philosophic emperor,
having no great taste for sport, and asserting here a personal scruple, had
greatly changed all that; had provided that nets should be spread under the
dancers on the tight-rope, and buttons for the swords of the gladiators. But
the gladiators were still there. Their bloody contests had, under the form of a
popular amusement, the efficacy of a human sacrifice; as, indeed, the whole
system of the public shows was understood to possess a religious import. Just
at this point, certainly, the judgment of Lucretius on pagan religion is
without reproach Tantum religio potuit suadere malorum. And MARIO, weary and indignant,
feeling isolated in the great slaughter-house, could not but observe that, in
his habitual complaisance to Lucius Verus, who, with loud shouts of applause
from time to time, lounged beside him, Aurelius had sat impassibly through all
the hours Marius himself had remained there. For the most part indeed, the
emperor had actually averted his eyes from the show, reading, or writing on
matters of public business, but had seemed, after all, indifferent. He was
revolving, perhaps, that old Stoic paradox of the Imperceptibility of pain;
which might serve as an excuse, should those savage popular humours ever again
turn against men and women. MARIO remembers well his very attitude and
expression on this day, when, a few years later, certain things came to pass in
Gaul, under his full authority; and that attitude and expression defined
already, even thus early in their so friendly intercourse, and though he was
still full of gratitude for his interest, a permanent point of difference
between the emperor and himself between himself, with all the convictions of
his life taking centre to-day in his merciful, angry heart, and Aurelius, as
representing all the light, all the apprehensive power there might be in pagan
intellect. There was something in a tolerance such as this, in the bare fact
that he could sit patiently through a scene like this, which seemed to Marius
to mark Aurelius as his inferior now and for ever on the question of
righteousness; to set them on opposite sides, in some great conflict, of which that
difference was but a single presentment. Due, in whatever proportions, to the
abstract principles he had formulated for himself, or in spite of them, there
was the loyal conscience within him, deciding, judging himself and every one
else, with a wonderful sort of authority: You ought, methinks, to be something
quite different from what you are; here! and here! Surely Aurelius must be
lacking in that decisive conscience at first sight, of the intimations of which
Marius could entertain no doubt which he looked for in others. He at least, the
humble follower of the bodily eye, was aware of a crisis in life, in this
brief, obscure existence, a fierce opposition of real good and real evil around
him, the issues of which he must by no means compromise or confuse; of the
antagonisms of which the “wise” Marcus Aurelius was unaware. That long chapter
of the cruelty of the Roman public shows may, perhaps, leave with the children
of the modern world a feeling of self-complacency. Yet it might seem well to
ask ourselves it is always well to do so, when we read of the slave-trade, for
instance, or of great religious persecutions on this side or on that, or of
anything else which raises in us the question, “Is thy servant a dog, that he
should do this thing?” not merely, what germs of feeling we may entertain
which, under fitting circumstances, would induce us to the like; but, even more
practically, what thoughts, what sort of considerations, may be actually
present to our minds such as might have furnished us, living in another age,
and in the midst of those legal crimes, with plausible excuses for them: each
age in turn, perhaps, having its own peculiar point of blindness, with its
consequent peculiar sin the touch-stone of an unfailing conscience in the
select few. Those cruel amusements were, certainly, the sin of blindness, of
deadness and stupidity, in the age of Marius; and his light had not failed him
regarding it. Yes! what was needed was the heart that would make it impossible
to witness all this; and the future would be with the forces that could beget a
heart like that. His chosen philosophy had said, Trust the eye: Strive to be
right always in regard to the concrete experience: Beware of falsifying your
impressions. And its sanction had at least been effective here, in protesting
“This, and this, is what you may not look upon!” Surely evil was a real thing,
and the wise man wanting in the sense of it, where, not to have been, by
instinctive election, on the right side, was to have failed in life. The very
finest flower of the same company Aurelius with the gilded fasces borne before
him, a crowd of exquisites, the empress Faustina herself, and all the elegant
blue -stockings of the day, who maintained, people said, their private "
sophists " to whisper philosophy into their ears winsomely as they
performed the duties of the toilet was assembled again a few months later, in a
different place and for a very different purpose. The temple of Peace, a "
modernising" foundation of Hadrian, enlarged by a library and lecture-rooms,
had grown into an institution like something between a college and a literary
club ; and here Cornelius Pronto was to pronounce a discourse on the Nature of
Morals. There were some, indeed, who had desired the emperor Aurelius himself
to declare his whole mind on this matter. Rhetoric was become almost a function
of the state : philosophy was upon the throne ; and had from time to time, by
request, delivered an official utterance with wellnigh divine authority. And it
was as the delegate of this authority, under the full sanction of the
philosophic emperor emperor and pontiff, that the aged Pronto purposed to-day
to expound some parts of the Stoic doctrine, with the view of recommending
morals to that refined but perhaps prejudiced company, as being, in effect, one
mode of comeliness in things as it were music, or a kind of artistic order, in
life. And he did this earnestly, with an outlay of all his science of mind, and
that eloquence of which he was known to be a master. For Stoicism was no longer
a rude a nd unkempt thing. Received at court, it had largely decorated itself:
it was grown persuasive and insinuating, and sought not only to convince men's
intelligence but to allure their souls. Associated with the beautiful old age
of the great rhetorician, and his winning voice, it was almost Epicurean. And
the old man was at his best on the occasion ; the last on which he ever
appeared in this way. To-day was his own birthday. Early in the morning the
imperial letter of congratulation had reached him ; and all the pleasant
animation it had caused was in his face, when assisted by his daughter Gratia
he took his place on the ivory chair, as president of the Athenaeum of Rome,
wearing with a wonderful grace the philosophic pall, in reality neither more
nor less than the loose woollen cloak of the common soldier, but fastened on
his right shoulder with a magnificent clasp, the emperor's birthday gift. It
was an age, as abundant evidence shows, whose delight in rhetoric was but one
result of a general susceptibility an age not merely taking pleasure in words,
but experiencing a great moral power in them. Fronto's quaintly fashionable
audience would have wept, and also assisted with their purses, had his present
purpose been, as sometimes happened, the recommendation of an object of
charity. As it was, arranging themselves at their ease among the images and
flowers, these amateurs of exquisite language, with their tablets open for
careful record of felicitous word or phrase, were ready to give themselves wholly
to the intellectual treat prepared for them, applauding, blowing loud kisses
through the air sometimes, at the speaker's triumphant exit from one of his
long, skilfully modulated sentences ; while the younger of them meant to
imitate everything about him, down to the inflections of his voice and the very
folds of his mantle. Certainly there was rhetoric enough : a wealth of imagery
; illustrations from painting, music, mythology, the experiences of love ; a
management, by which subtle, unexpected meaning was brought out of familiar
terms, like flies from morsels of amber, to use Fronto's own figure. But with
all its richness, the higher claim of his style was rightly understood to lie
in gravity and self-command, and an especial care for the purities of a
vocabulary which rejected every expression unsanctioned by the authority of
approved ancient models. And it happened with Marius, as it will sometimes
happen, that this general discourse to a general audience had the effect of an
utterance adroitly designed for him. His conscience still vibrating painfully
under the shock of that scene in the amphitheatre, and full of the ethical
charm of CORNELIO, he was questioning himself with much impatience as to the
possibility of an adjustment between his own elaborately thought/ out
intellectual scheme and the " old morality." In that intellectual
scheme indeed the old morality had so far been allowed no place, as seeming to
demand from him the admission of certain first principles such as might misdirect
or retard him in his efforts towards a complete, many-sided existence ; or
distort the revelations of the experience of life ; or curtail his natural
liberty of heart and mind. But now (his imagination being occupied for the
moment with the noble and resolute air, the gallantry, so to call it, which
composed the outward mien and presentment of his strange friend's inflexible
ethics) he felt already some nascent suspicion of his philosophic programme, in
regard, precisely, to the question of good taste. There was the taint of a
graceless " antinomianism " perceptible in it, a dissidence, a revolt
against accustomed modes, the actual impression of which on other men might
rebound upon himself in some loss of that personal pride to which it was part
of his theory of life to allow so much. And it was exactly a moral situation
such as this that Pronto appeared to be contemplating. He seemed to have before
his mind the case of one Cyrenaic or Epicurean, as the courtier tends to be, by
habit and instinct, if not on principle who yet experiences, actually, a strong
tendency to moral assents, and a desire, with as little logical inconsistency
as may be, to find a place for duty and righteousness in his house of thought.
And the Stoic professor found the key to this problem in the purely aesthetic
beauty of the old morality, as an element in things, fascinating to the
imagination, to good taste in its most highly developed form, through
association a system or order, as a matter of fact, in possession, not only of
the larger world, but of the rare minority of elite intelligences ; from which,
therefore, least of all would the sort of Epicurean he had in view endure to
become, so to speak, an outlaw. He supposed his hearer to be, with all
sincerity, in search after some principle of conduct (and it was here that he
seemed to Marius to be speaking straight to him) which might give unity of
motive to an actual rectitude, a cleanness and probity of life, determined
partly by natural affection, partly by enlightened self-interest or the feeling
of honour, due in part even to the mere fear of penalties ; no element of
which, however, was distinctively moral in the agent himself as such, and
providing him, therefore, no common ground with a really moral being like
Cornelius, or even like the philosophic emperor. Performing the same offices ;
actually satisfying, even as they, the external claims of others ; rendering to
all their dues one thus circumstanced would be wanting, nevertheless, in the
secret of inward adjustment to the moral agents around him. How tenderly more
tenderly than many stricter souls he might yield himself to kindly instinct !
what fineness of charity in passing judgment on others ! what an exquisite
conscience of other men's susceptibilities ! He knows for how much the manner,
because the heart itself, counts, in doing a kindness. He goes beyond most
people in his care for all weakly creatures ; judging, instinctively, that to
be but sentient is to possess rights. He conceives a hundred duties, though he
may not call them by that name, of the existence of which purely duteous souls
may have no suspicion. He has a kind of pride in doing more than they, in a way
of his own. Sometimes, he may think that those men of line and rule do not
really understand their own business. How narrow, inflexible, unintelligent !
what poor guardians (he may reason) of the inward spirit of righteousness, are
some supposed careful walkers according to its letter and form. And yet all the
while he admits, as such, no moral world at all : no theoretic equivalent to so
large a proportion of the facts of life. But, over and above such practical
rectitude, thus determined by natural affection or self-love or fear, he may
notice that there is a remnant of right conduct, what he does, still more what
he abstains from doing, not so much through his own free election, as from a
deference, an " assent," entire, habitual, unconscious, to custom to
the actual habit or fashion of others, from whom he could not endure to break
away, any more than he would care to be out of agreement with them on questions
of mere manner, or, say, even, of dress. Yes ! there were the evils, the vices,
which he avoided as, essentially, a failure in good taste. An assent, such as
this, to the preferences of others, might seem to be the weakest of motives,
and the rectitude it could determine the least considerable element in a moral
life. Yet here, according to CORNELIO PRONTONE, is in truth the revealing
example, albeit operating upon comparative trifles, of the general principle required.
There was one great idea associated with which that determination to conform to
precedent was elevated into the clearest, the fullest, the weightiest principle
of moral action ; a principle under which one might subsume men's most
strenuous efforts after righteousness. And he proceeded to expound the idea of
Humanity of a universal commonwealth of mind, which becomes explicit, and as if
incarnate, in a select communion of just men made perfect. 'O Koo-fjios axravel
7ro\t9 <rrw the world is as it were a commonwealth, a city : and there are
observances, customs, usages, actually current in it, things our friends and
companions will expect of us, as the condition of our living there with them at
all, as really their peers or fellow-citizens. Those observances were, indeed,
the creation of a visible or invisible aristocracy in it, whose actual manners,
whose preferences from of old, become now a weighty tradition as to the way in
which things should or should not be done, are like a music, to which the intercourse
of life proceeds such a music as no one who had once caught its harmonies would
willingly jar. In this way, the becoming, as in Greek TO irpiirov : or T^
rj#?7, mores, manners, as both Greeks and Romans said, would indeed be a
comprehensive term for duty. Righteousness would be, in the words of GIULIO (si
veda) CESARE himself, of the philosophic Aurelius, but a " following of
the reasonable will of the oldest, the most venerable, of cities, of polities
of the royal, the law-giving element, therein forasmuch as we are citizens also
in that supreme city on high, of which all other cities beside are but as
single habitations." But as the old man spoke with animation of this
supreme city, this invisible society, whose conscience was become explicit in
its inner circle of inspired souls, of whose common spirit, the trusted leaders
of human conscience had been but the mouthpiece, of whose successive personal
preferences in the conduct of life, the " old morality " was the sum,
Marius felt that his own thoughts were passing beyond the actual intention of
the speaker ; not in the direction of any clearer theoretic or abstract
definition of that ideal commonwealth, but rather as if in search of its
visible locality and abiding-place, the walls and towers of which, so to speak,
he might really trace and tell, according to his own old, natural habit of
mind. ^ It would be the fabric, the outward fabric, of a system reaching,
certainly, far beyond the great city around him, even if conceived in all the
machinery of its visible and invisible influences at their grandest as Augustus
or Trajan might have conceived of them however well the visible Rome might pass
for a figure of that new, unseen, Rome on high. At moments, Marius even asked
himself with surprise, whether it might be some vast secret society the speaker
had in view : that august community, to be an outlaw from which, to be foreign
to the manners of which, was a loss so much greater than to be excluded, into
the ends of the earth, from the sovereign Roman commonwealth. Humanity, a
universal order, the great polity, its aristocracy of elect spirits, the
mastery of their example over their successors these were the ideas,
stimulating enough in their way, by association with which the Stoic professor
had attempted to elevate, to unite under a single principle, men's moral
efforts, himself lifted up with so genuine an enthusiasm. But where might
Marius search for all this, as more than an intellectual abstraction ? Where
were those elect souls in whom the claim of Humanity became so amiable,
winning, persuasive whose footsteps through the world were so beautiful in the
actual order he saw whose faces averted from him, would be more than he could
bear ? Where was that comely order, to which as a great fact of experience he
must give its due ; to which, as to all other beautiful " phenomena "
in life, he must, for his own peace, adjust himself ? Rome did well to be
serious. The discourse ended somewhat abruptly, as the noise of a great crowd
in motion was heard below the walls ; whereupon, the audience, following the
humour of the younger element in it, poured into the colonnade, from the steps
of which the famous procession, or transvectio y of the military knights was to
be seen passing over the Forum, from their trysting-place at the temple of
Mars, to the temple of the Dioscuri. The ceremony took place this year, not on
the day accustomedanniversary of the victory of Lake Regillus, with its pair of
celestial assistants and amid the heat and roses of a Roman July, but, by
anticipation, some months earlier, the almondtrees along the way being still in
leafless flower. Through that light trellis-work, Marius watched the riders,
arrayed in all their gleaming ornaments, and wearing wreaths of olive around
their helmets, the faces below which, what with battle and the plague, were
almost all youthful. It was a flowery scene enough, but had to-day its fulness
of war-like meaning ; the return of the army to the North, where the enemy was
again upon the move, being now imminent. Cornelius had ridden along in his
place, and, on the dismissal of the company, passed below the steps where
Marius stood, with | that new song he had heard once before floating from his
lips. And MARIO, for his part, was grave enough. The discourse of Cornelius
Pronto, with its wide prospect over the human, the spiritual, horizon, had set
him on a review on a review of the isolating narrowness, in particular, of his
own theoretic scheme. Long after the very latest roses were faded, when "
the town " had departed to country villas, or the baths, or the war, he
remained behind in Rome ; anxious to try the lastingness of his own Epicurean
rosegarden ; setting to work over again, and deliberately passing from point to
point of his old argument with himself, down to its practical conclusions. That
age and our own have much in common many difficulties and hopes. Let the reader
pardon me if here and there I seem to be passing from Marius to his modern
representatives from Rome, to Paris or London. What really were its claims as a
theory of practice, of the sympathies that determine practice ? It had been a
theory, avowedly, of loss and gain (so to call it) of an economy. If,
therefore, it missed something in the commerce of life, which some other theory
of practice was able to include, if it made a needless sacrifice, then it must
be, in a manner, inconsistent with itself, and lack theoretic completeness. Did
it make such a sacrifice ? What did it lose, or cause one to lose ? And we may
note, as Marius could hardly have done, that Cyrenaicism is ever the
characteristic philosophy of youth, ardent, but narrow in its survey sincere,
but apt to become onesided, or even fanatical. It is one of those subjective
and partial ideals, based on vivid, because limited, apprehension of the truth
of one aspect of experience (in this case, of the beauty of the world and the
brevity of man's life there) which it may be said to be the special vocation of
the young to express. In the school of Cyrene, in that comparatively fresh
Greek world, we see this philosophy where it is least blase^ as we say, in its
most pleasant, its blithest and yet perhaps its wisest form, youthfully bright
in the youth of European thought. But it grows young again for a while in
almost every youthful soul. It is spoken of sometimes as the appropriate
utterance of jaded men ; but in them it can hardly be sincere, or, by the
nature of the case, an enthusiasm. " Walk in the ways of thine heart, and
in the sight of thine eyes," is, indeed, most often, according to the
supposition of the book from which I quote it, the counsel of the young, who
feel that the sunshine is pleasant along their veins, and wintry weather,
though in a general sense foreseen, a long way off. The youthful enthusiasm or
fanaticism, the self-abandonment to one favourite mode of thought or taste,
which occurs, quite naturally, at the outset of every really vigorous
intellectual career, finds its special opportunity in a theory such as that so
carefully put together by Marius, just because it seems to call on one to make
the sacrifice, accompanied by a vivid sensation of power and will, of what
others value sacrifice of some conviction, or doctrine, or supposed first
principle for the sake of that clear-eyed intellectual consistency, which is
like spotless bodily cleanliness, or scrupulous personal honour, and has itself
for the mind of the youthful student, when he first comes to appreciate it, the
fascination of an ideal. The Cyrenaic doctrine, then, realised as a motive of
strenuousness or enthusiasm, is not so properly the utterance of the u jaded
L’ORTO," as of the strong young man in all the freshness of thought and
feeling, fascinated by the notion of raising his life to the level of a daring
theory, while, in the first genial heat of existence, the beauty of the
physical world strikes potently upon his wide-open, unwearied senses. He
discovers a great new poem every spring, with a hundred delightful things he
too has felt, but which have never been expressed, or at least never so truly,
before. The workshops of the artists, who can select and set before us what is
really most distinguished in visible life, are open to him. He thinks that the
old Platonic, or the new Baconian philosophy, has been better explained than by
the authors themselves, or with some striking original development, this very
month. In the quiet heat of early summer, on the dusty gold morning, the music
comes, louder at intervals, above the hum of voices from some neighbouring
church, among the flowering trees, valued now, perhaps, only for the poetically
rapt faces among priests or worshippers, or the mere skill and eloquence, it
may be, of its preachers of faith and righteousness. In his scrupulous
idealism, indeed, he too feels himself to be something of a priest, and that
devotion of his days to the contemplation of what is beautiful, a sort of
perpetual religious service. Afar off, how many fair cities and delicate
sea-coasts await him ! At that age, with minds of a certain constitution, no
very choice or exceptional circumstances are needed to provoke an enthusiasm
something like this. Life in modern London even, in the heavy glow of summer,
is stuff sufficient for the fresh imagination of a youth to build its "
palace of art" of; and the very sense and enjoyment of an experience in
which all is new, are but enhanced, like that glow of summer itself, by the
thought of its brevity, giving him something of a gambler's zest, in the
apprehension, by dexterous act or diligently appreciative thought, of the
highly coloured moments which are to pass away so quickly. At bottom, perhaps,
in his elaborately developed self-consciousness, his sensibilities, his almost
fierce grasp upon the things he values at all, he has, beyond all others, an
inward need of something permanent in its character, to hold by : of which
circumstance, also, he may be partly aware, and that, as with the brilliant
CLAUDIO in Measure for Measure -, it is, in truth, but darkness he is, "
encountering, like a bride." But the inevitable falling of the curtain is
probably distant ; and in the daylight, at least, it is not often that he
really shudders at the thought of the grave the weight above, the narrow world
and its company, within. When the thought of it does occur to him, he may say
to himself: Well ! and the rude monk, for instance, who has renounced all this,
on the security of some dim world beyond it, really acquiesces in that "
fifth act," amid all the consoling ministries around him, as little as I
should at this moment ; though I may hope, that, as at the real ending of a
play, however well acted, I may already have had quite enough of it, and find a
true well-being in eternal sleep. And precisely in this circumstance, that,
consistently with the function of youth in general, Cyrenaicism will always be
more or less the special philosophy, or prophecy, of the young, when the ideal
of a rich experience comes to them in the ripeness of the receptive, if not of
the reflective, powers precisely in this circumstance, if we rightly consider
it, lies the duly prescribed corrective of that FILOSOFIA. For it is by its
exclusiveness, and by negation rather than positively, that such theories fail
to satisfy us permanently ; and what they really need for their correction, is
the complementary influence of some greater system, in which they may find
their due place. That Sturm und Drang of the spirit, as it has been called,
that ardent and special apprehension of half-truths, in the enthusiastic, and
as it were " prophetic " advocacy of which, devotion to truth, in the
case of the young apprehending but one point at a time in the great
circumference most usually embodies itself, is levelled down, safely enough,
afterwards, as in history so in the individual, by the weakness and mere
weariness, as well as by the maturer wisdom, of our nature. And though truth
indeed, resides, as has been said, " in the whole " in harmonisings
and adjustments like this yet those special apprehensions may still owe their
full value, in this sense of " the whole," to that earlier, one-sided
but ardent pre-occupation with them. Cynicism and Cyrenaicism : they are the
earlier Greek forms of Roman Stoicism and Epicureanism, and in that world of
old Greek thought, we may notice with some surprise that, in a little while,
the nobler form of Cyrenaicism -Cyrenaicism cured of its faults met the nobler
form of Cynicism half-way. Starting from opposed points, they merged, each in
its most refined form, in a single ideal of temperance or moderation. Something
of the same kind may be noticed regarding some later phases of Cyrenaic theory.
If it starts with considerations opposed to the religious temper, which the
religious temper holds it a duty to repress, it is like it, nevertheless, and
very unlike any lower development of temper, in its stress and earnestness, its
serious application to the pursuit of a very unworldly type of perfection. The
saint, and the Cyrenaic lover of beauty, it may be thought, would at least
understand each other | better than either would understand the mere 1 man of the
world. Carry their respective positions a point further, shift the terms a
little, and they might actually touch. Perhaps all theories of practice tend,
as they rise to their best, as understood by their worthiest representatives,
to identification with each other. For the variety of men's possible
reflections on their experience, as of that experience itself, is not really so
great as it seems ; and as the highest and most disinterested ethical formula,
filtering down into men's everyday existence, reach the same poor level of
vulgar egotism, so, we may fairly suppose that all the highest spirits, from
whatever contrasted points they have started, would yet be found to entertain,
in the moral consciousness realised by themselves, much the same kind of mental
company ; to hold, far more than might be thought probable, at first sight, the
same personal types of character, and even the same artistic and literary
types, in esteem or aversion ; to convey, all of them alike, the same savour of
unworldliness. And Cyrenaicism or Epicureanism too, new or old, may be noticed,
in proportion to the completeness of its development, to approach, as to the
nobler form of Cynicism, so also to the more nobly developed phases of the old,
or traditional morality. In the gravity of its conception of life, in its
pursuit after nothing less than a perfection, in its apprehension of the value
of time the passion and the seriousness which are like a consecration la
passion et le serieux qui consacrent it may be conceived, as regards its main
drift, to be not so much opposed to the old morality, as an exaggeration of one
special motive in it. Some cramping, narrowing, costly preference of one part
of his own nature, and of the nature of things, to another, Marius seemed to
have detected in himself, meantime, in himself, as also in those old masters of
the Cyrenaic philosophy. If they did realise the povoxpovo? fiSovij, as it was
called the pleasure of the " Ideal Now " if certain moments of their
lives were highpitched, passionately coloured, intent with sensation, and a
kind of knowledge which, in its vivid clearness, was like sensation if, now and
then, they apprehended the world in its fulness, and had a vision, almost
" beatific," of ideal personalities in life and art, yet these
moments were a very costly matter: they paid a great price for them, in the
sacrifice of a thousand possible sympathies, of things only to be enjoyed
through sympathy, from which they detached themselves, in intellectual pride,
in loyalty to a mere theory that would take nothing for granted, and assent to
no approximate or hypothetical truths. In their unfriendly, repellent attitude
towards the Greek religion, and the old Greek morality, surely, they had been
but faulty economists. The Greek religion is then alive : then, still more than
in its later day of dissolution, the higher view of it was possible, even for
the philosopher. Its story made little or no demand for a reasoned or formal
acceptance. A religion, which had grown through and through man's life, with so
much natural strength ; had meant so much for so many generations ; which
expressed so much of their hopes, in forms so familiar and so winning ; linked
by associations so manifold to man as he had been and was a religion like this,
one would think, might have had its uses, even for a philosophic sceptic. Yet
those beautiful gods, with the whole round of their poetic worship, the school
of Cyrene definitely renounced. The old Greek morality, again, with all its
imperfections, was certainly a comely thing. Yes ! a harmony, a music, in men's
ways, one might well hesitate to jar. The merely aesthetic sense might have had
a legitimate satisfaction in the spectacle of that fair order of choice
manners, in those attractive conventions, enveloping, so gracefully, the whole
of life, insuring some sweetness, some security at least against offence, in
the intercourse of the world. Beyond an obvious utility, it could claim, indeed
but custom use -and -wont, as we say for its sanction. But then, one of the advantages
of that liberty of spirit among the Cyrenaics (in which, through theory, they
had become dead to theory, so that all theory, as such, was really indifferent
to them, and indeed nothing valuable but in its tangible ministration to life)
was precisely this, that it gave them free play in using as their ministers or
servants, things which, to the uninitiated, must be masters or nothing. Yet,
how little the followers of Aristippus made of that whole comely system of
manners or morals, then actually in possession of life, is shown by the bold
practical consequence, which one of them maintained (with a hard,
self-opinionated adherence to his peculiar theory of values) in the not very
amiable paradox that friendship and patriotism were things one could do without
; while another Deaths-advocate^ as he was called helped so many to
self-destruction, by his pessimistic eloquence on the evils of life, that his
lecture-room was closed. That this was in the range of their consequences that
this was a possible, if remote, deduction from the premisses of the discreet
Aristippus was surely an inconsistency in a thinker who professed above all
things an economy of the moments of life. And yet those old Cyrenaics felt
their way, as if in the dark, we may be sure, like other men in the ordinary
transactions of life, beyond the narrow limits they drew of clear and
absolutely legitimate knowledge, admitting what was not of immediate sensation,
and drawing upon that " fantastic " future which might never come. A
little more of such "walking by faith/' a little more of such not
unreasonable " assent," and they might have profited by a hundred
services to their culture, from Greek religion and Greek morality, as they
actually were. The spectacle of their fierce, exclusive, tenacious hold on
their own narrow apprehension, makes one think of a picture with no relief, no
soft shadows nor breadth of space, or of a drama without proportionate repose.
Yet it was of perfection that Marius (to return to him again from his masters,
his intellectual heirs) had been really thinking all the time: a narrow
perfection it might be objected, the perfection of but one part of his nature
his capacities of feeling, of exquisite physical impressions, of an imaginative
sympathy but still, a true perfection of those capacities, wrought out to their
utmost degree, admirable enough in its way. He too is an economist : he hopes,
by that " insight " of which the old Cyrenaics made so much, by
skilful apprehension of the conditions of spiritual success as they really are,
the special circumstances of the occasion with which he has to deal, the
special felicities of his own nature, to make the most, in no mean or vulgar
sense, of the few years of life ; few, indeed, for the attainment of anything
like general perfection ! With the brevity of that sum of years his mind is
exceptionally impressed ; and this purpose makes him no frivolous dilettante^
but graver than other men : his scheme is not that of a trifler, but rather of
one who gives a meaning of his own, yet a very real one, to those old words Let
us work while it is day ! He has a strong apprehension, also, of the beauty of
the visible things around him ; their fading, momentary, graces and
attractions. His natural susceptibility in this direction, enlarged by
experience, seems to demand of him an almost exclusive pre- occupation with the
aspects of things ; with their aesthetic character, as it is called their
revelations to the eye and the imagination : not so much because those aspects
of them yield him the largest amount of enjoyment, as because to be occupied,
in this way, with the aesthetic or imaginative side of things, is to be in real
contact with those elements of his own nature, and of theirs, which, for him at
least, are matter of the most real kind of apprehension. As other men are
concentrated upon truths of number, for instance, or on business, or it may be
on the pleasures of appetite, so he is wholly bent on living in that full
stream of refined sensation. And in the prosecution of this love of beauty, he
claims an entire personal liberty, liberty of heart and mind, liberty, above
all, from what may seem conventional answers to first questions. But, without
him there is a venerable system of sentiment and idea, widely extended in time
and place, in a kind of impregnable possession of human life a system, which,
like some other great products of the conjoint efforts of human mind through
many generations, is rich in the world's experience ; so that, in attaching
oneself to it, one lets in a great tide of that experience, and makes, as it
were with a single step, a great experience of one's own, and with great
consequent increase to one's sense of colour, variety, and relief, in the
spectacle of men and things. The mere sense that one belongs to a system an
imperial system or organisation has, in itself, the expanding power of a great
experience ; as some have felt who have been admitted from narrower sects into
the communion of the catholic church ; or as the old Roman citizen felt. It is,
we might fancy, what the coming into possession of a very widely spoken
language might be, with a great literature, which is also the speech of the
people we have to live among. A wonderful order, actually in possession of /
human life ! grown inextricably through and { 7 f through it ; penetrating into
its laws, its very language, its mere habits of decorum, in a thousand
half-conscious ways ; yet still felt to be, in part, an unfulfilled ideal ;
and, as such, awakening hope, and an aim, identical with the one only
consistent aspiration of mankind ! In the apprehension of that, just then,
Marius seemed to have joined company once more with his own old self; to have
overtaken on the road the pilgrim who had come to Rome, with absolute
sincerity, on the search fo r perfection. It defined not so much a change of
practice, as of sympathy a new departure, an expansion, of sympathy. It
involves, certainly, some curtailment of his liberty, in concession to the
actual manner, the distinctions, the enactments of that great crowd of
admirable spirits, who have elected so, and not otherwise, in their conduct of
life, and are not here to give one, so to term it, an " indulgence."
But then, under the supposition of their disapproval, no roses would ever seem
worth plucking again. The authority they exercised was like that of classic
taste an influence so subtle, yet so real, as defining the loyalty of the
scholar ; or of some beautiful and venerable ritual, in which every observance
is become spontaneous and almost mechanical, yet is found, the more carefully
one considers it, to have a reasonable significance and a natural history. And
MARIO sees that he would be but an inconsistent Cyrenaic, mistaken in his
estimate of values, of loss and gain, and untrue to the well-considered economy
of life which he had brought with him to Rome that some drops of the great cup
would fall to the ground if he did not make that concession, if he did but
remain just there. " Many prophets and kings have desired to see the
things which ye see." The enemy on the Danube was, indeed, but the
vanguard of the mighty invading hosts of the fifth century. Illusively
repressed just now, those confused movements along the northern boundary of the
Empire were destined to unite triumphantly at last, in the barbarism, which,
powerless to destroy the Christian church, is yet to suppress for a time the
achieved culture of the pagan world. The kingdom of Christ was to grow up in a
somewhat false alienation from the light and beauty of the kingdom of nature,
of the natural man, with a partly mistaken tradition concerning it, and an
incapacity, as it might almost seem at times, for eventual reconciliation
thereto. Meantime Italy had armed itself once more, in haste, and the imperial
brothers set forth for the Alps. Whatever misgiving the Roman people may have
felt as to the leadership of the younger was unexpectedly set at rest ; though
with some temporary regret for the loss of what had been, after all, a popular
figure on the world's stage. Travelling fraternally in the same litter with
ANTONINO (si veda), LUCIO VERO (si veda) is struck with sudden and mysterious
disease, and died as he hastened back to Rome. His death awoke a swarm of
sinister rumours, to settle on Lucilla, jealous, it was said, of Fabia her
sister, perhaps of Faustina on Faustina herself, who had accompanied the
imperial progress, and was anxious now to hide a crime of her own even on the
elder brother, who, beforehand with the treasonable designs of his colleague,
should have helped him at supper to a favourite morsel, cut with a knife
poisoned ingeniously on one side only. ANTONINO (si veda), certainly, with
sincere distress, his long irritations, so dutifully concealed or repressed,
turning now into a single feeling of regret for the human creature, carried the
remains back to Rome, and demanded of IL SENATO a public funeral, with a decree
for the apotheosis^ or canonisation, of the dead. For three days the body lay
in state in IL FORO, enclosed in an open coffin of cedar-wood, on a bed of ivory
and gold, in the centre of a sort of temporary chapel, representing the temple
of his patroness Venus Genetrix. Armed soldiers kept watch around it, while
choirs of select voices relieved one another in the chanting of hymns or
monologues from the great tragedians. At the head of the couch were displayed
the various personal decorations which had belonged to Verus in life. Like all
the rest of Rome, Marius went to gaze on the face he had seen last scarcely
disguised under the hood of a travelling-dress, as the wearer hurried, at
nightfall, along one of the streets below the palace, to some amorous
appointment. Unfamiliar as he still was with dead faces, he was taken by
surprise, and touched far beyond what he had reckoned on, by the piteous change
there ; even the skill of Galen having been not wholly successful in the
process of embalming. It was as if a brother of his own were lying low before
him, with that meek and helpless expression it would have been a sacrilege to
treat rudely. Meantime, in the centre of the Campus Martins^ within the grove
of poplars which enclosed the space where the body of Augustus had been burnt,
the great funeral pyre, stuffed with shavings of various aromatic woods, was
built up in many stages, separated from each other by a light entablature of
woodwork, and adorned abundantly with carved and tapestried images. Upon this
pyramidal or flame-shaped structure lay the corpse, hidden now under a mountain
of flowers and incense brought by the women, who from the first had had their fondness
for the wanton graces of the deceased. The dead body was surmounted by a waxen
effigy of great size, arrayed in the triumphal ornaments. At last the
Centurions to whom that office belonged, drew near, torch in hand, to ignite
the pile at its four corners, while the soldiers, in wild excitement, flung
themselves around it, casting into the flames the decorations they had received
for acts of valour under the dead emperor's command. It had been a really
heroic order, spoiled a little, at the last moment, through the somewhat tawdry
artifice, by which an eagle not a very noble or youthful specimen of its kind
was caused to take flight amid the real or affected awe of the spectators,
above the perishing remains; a court chamberlain, according to ancient etiquette,
subsequently making official declaration before the Senate, that the imperial
" genius " had been seen in this way, escaping from the fire. And
Marius was present when the Fathers, duly certified of the fact, by
"acclamation," muttering their judgment all together, in a kind of
low, rhythmical chant, decreed Gcelum the privilege of divine rank to the
departed. The actual gathering of the ashes in a white cere-cloth by the
widowed Lucilla, when the last flicker had been extinguished by drops of wine ;
and the conveyance of them to the little cell, already populous, in the central
mass of the sepulchre of Hadrian, still in all the splendour of its statued
colonnades, were a matter of private or domestic duty ; after the due
accomplishment of which Aurelius was at liberty to retire for a time into the
privacy of his beloved apartments of the Palatine. And hither, not long
afterwards, Marius was summoned a second time, to receive from the imperial
hands the great pile of manuscripts it would be his business to revise and
arrange. One year had passed since his first visit to the palace ; and as he
climbed the stairs to-day, the great cypresses rocked against the sunless sky,
like living creatures in pain. He had to traverse a long subterranean gallery, once
a secret entrance to the imperial apartments, and in our own day, amid the ruin
of all around it, as smooth and fresh as if the carpets were but just removed
from its floor after the return of the emperor from the shows. It was here, on
such an occasion, that the emperor Caligula, at the age of twenty-nine, had
come by his end, the assassins gliding along it as he lingered a few moments
longer to watch the movements of a party of noble youths at their exercise in
the courtyard below. As Marius waited, a second time, in that little red room
in the house of the chief chamberlain, curious to look once more upon its
painted walls the very place whither the assassins were said to have turned for
refuge after the murder he could all but see the figure, which in its
surrounding light and darkness seemed to him the most melancholy in the entire
history of Rome. He called to mind the greatness of that popularity and early
promise the stupefying height of irresponsible power, from which, after all,
only men's viler side had been clearly visible the overthrow of reason the
seemingly irredeemable memory ; and still, above all, the beautiful head in
which the noble lines of the race of Augustus were united to, he knew not what
expression of sensibility and fineness, not theirs, and for the like of which
one must pass onward to the Antonines. Popular hatred had been careful to
destroy its semblance wherever it was to be found ; but one bust, in dark
bronze-like basalt of a wonderful perfection of finish, preserved in the museum
of IL CAMPIDOGLIO, may have seemed to some visitors there perhaps the finest
extant relic of Roman art. Had the very seal of empire upon those sombre brows,
reflected from his mirror, suggested his insane attempt upon the liberties, the
dignity of men ? " O humanity ! " he seems to ask, " what hast
thou done to me that I should so despise thee ? " And might not this be
indeed the true meaning of kingship, if the world would have one man to reign
over it ? The like of this : or, some incredible, surely never to be realised,
height of disinterestedness, in a king who should be the servant of all, quite
at the other extreme of the practical dilemma involved in such a position. Not
till some while after his death had the body been decently interred by the
piety of the sisters he had driven into exile. Fraternity of feeling had been
no invariable feature in the incidents of Roman story. One long Vicus
Sceleratus^ from its first dim foundation in fraternal quarrel on the morrow of
a common deliverance so touching had not almost every step in it some gloomy
memory of unnatural violence ? Romans did well to fancy the traitress Tarpeia
still " green in earth," crowned, enthroned, at the roots of the
Capitoline rock. If in truth the religion of Rome was everywhere in it, like
that perfume of the funeral incense still upon the air, so also was the memory
of crime prompted by a hypocritical cruelty, down to the erring, or not erring,
Vesta calmly buried alive there, only eighty years ago, under Domitian. It was
with a sense of relief that MARIO finds himself in the presence of Aurelius,
whose gesture of friendly intelligence, as he entered, raised a smile at the
gloomy train of his own thoughts just then, although since his first visit to
the palace a great change had passed over it. The clear daylight found its way
now into empty rooms. To raise funds for the war, ANTONINO (si veda), his
luxurious brother being no more, had determined to sell by auction the
accumulated treasures of the imperial household. The works of art, the dainty
furniture, had been removed, and were now " on view " in the Forum,
to be the delight or dismay, for many weeks to come, of the large public of
those who were curious in these things. In such wise had Aurelius come to the
condition of philosophic detachment he had affected as a boy, hardly persuaded
to wear warm clothing, or to sleep in more luxurious manner than on the bare
floor. But, in his empty house, the man of mind, who had always made so much of
the pleasures of philosophic contemplation, felt freer in thought than ever. He
had been reading, with less self-reproach than usual, in the Republic of Plato,
those passages which describe the life of the philosopher-kings like that of
hired servants in their own house who, possessed of the gold undefiled of
intellectual vision, forgo so cheerfully all other riches. It was one of his
happy days : one of those rare days, when, almost with none of the effort,
otherwise so constant with him, his thoughts came rich and full, and converged
in a mental view, as exhilarating to him as the prospect of some wide expanse
of landscape to another man's bodily eye. He seemed to lie readier than was his
wont to the imaginative influence of the philosophic reason to its suggestions
of a possible open country, commencing just where all actual experience leaves
off, but which experience, one's own and not another's, may one day occupy. In
fact, he was seeking strength for himself, in his own way, before he started
for that ambiguous earthly warfare which was to occupy the remainder of his
life. " Ever remember this," he writes, " that a happy life
depends, not on many things et o\iyi(TTot,<i tceiTai." And to-day,
committing himself with a steady effort of volition to the mere silence of the
great empty apartments, he might be said to have escaped, according to Plato's
promise to those who live closely with philosophy, from the evils of the world.
In his "conversations with himself" Marcus Aurelius speaks often of
that City on high^ of which all other cities are but single habitations. From
him in fact Cornelius Pronto, in his late discourse, had borrowed the
expression ; and he certainly meant by it more than the whole commonwealth of
Rome, in any idealisation of it, however sublime. Incorporate somehow with the actual
city whose goodly stones were lying beneath his gaze, it was also implicate in
that reasonable constitution of nature, by devout contemplation of which it is
possible for man to associate himself to the consciousness of God. In that New
Rome he had taken up his rest for awhile on this day, deliberately feeding his
thoughts on the better air of it, as another might have gone for mental renewal
to a favourite villa." Men seek retirement in country-houses," he
writes, " on the sea-coast, on the mountains ; and you have yourself as
much fondness for such places as another. But there is little proof of culture
therein ; since the privilege is yours of retiring into yourself whensoever you
please, into that little farm of one's own mind, where a silence so profound
may be enjoyed." That it could make these retreats, was a plain
consequence of the kingly prerogative of the mind, its dominion over circumstance,
its inherent liberty. " It is in thy power to think as thou wilt : The
essence of things is in thy thoughts about them : All is opinion, conception :
No man can be hindered by another : What is outside thy circle of thought is
nothing at all to it ; hold to this, and you are safe : One thing is needful to
live close to the divine genius within thee, and minister thereto
worthily." And the first point in this true ministry, this culture, was to
maintain one's soul in a condition of indifference and calm. How continually
had public claims, the claims of other persons, with their rough angularities
of character, broken in upon him, the shepherd of the flock. But after all he
had at least this privilege he could not part with, of thinking as he would ;
and it was well, now and then, by a conscious effort of will, to indulge it for
a while, under systematic direction. The duty of thus making discreet,
systematic use of the power of imaginative vision for purposes of spiritual
culture, " since the soul takes colour from its fantasies," is a
point he has frequently insisted on. The influence of these seasonable
meditations a symbol, or sacrament, because an intensified condition, of the
soul's own ordinary and natural life would remain upon it, perhaps for many
days. There were experiences he could not forget, intuitions beyond price, he
had come by in this way, which were almost like the breaking of a physical
light upon his mind ; as the great OTTAVIANO (si veda) was said to have seen a
mysterious physical splendour, yonder, upon the summit of the Capitol, where
the altar of the Sibyl now stood. With a prayer, therefore, for inward quiet,
for conformity to the divine reason, he read some select passages of Plato,
which bear upon the harmony of the reason, in all its forms, with itself.
"Could there be Cosmos, that wonderful, reasonable order, in him, and
nothing but disorder in the world without ? " It was from this question he
had passed on to the vision of a reasonable, a divine, order, not in nature,
but in the condition of human affairs that unseen Celestial City, Uranopolis,
Callipolis, Urbs Eeata in which, a consciousness of the divine will being
everywhere realised, there would be, among other felicitous differences from
this lower visible world, no more quite hopeless death, of men, or children, or
of their affections. He had tried to-day, as never before, to make the most of
this vision of a New Rome, to realise it as distinctly as he could, and, as it
were, find his way along its streets, ere he went down into a world so irksomely
different, to make his practical effort towards it, with a soul full of
compassion for men as they were. However distinct the mental image might have
been to him, with the descent of but one flight of steps into the market-place
below, it must have retreated again, as if at touch of some malign magic wand,
beyond the utmost verge of the horizon. But it had been actually, in his
clearest vision of it, a confused place, with but a recognisable entry, a tower
or fountain, here or there, and haunted by strange faces, whose novel
expression he, the great physiognomist, could by no means read. Plato, indeed,
had been able to articulate, to see, at least in thought, his ideal city. But
just because ANTONINO (si veda) had passed beyond L’ACCADEMIA, in the scope of
the gracious charities he pre-supposed there, he had been unable really to
track his way about it. Ah ! after all, according to Plato himself, all vision
was but reminiscence, and this, his heart's desire, no place his soul could
ever have visited in any region of the old world's achievements. He had but
divined, by a kind of generosity of spirit, the void place, which another
experience than his must fill. Yet Marius noted the wonderful expression of
peace, of quiet pleasure, on the countenance of ANTONINO (si veda0, as he
received from him the rolls of fine clear manuscript, fancying the thoughts of
the emperor occupied at the moment with the famous prospect towards the Alban
hills, from those lofty windows. The ideas of IL PORTICO, so precious to
ANTONINO (si veda), ideas of large generalisation, have sometimes induced, in
those over whose intellects they have had real power, a coldness of heart. It
was the distinction of Aurelius that he was able to harmonise them with the
kindness, one might almost say the amenities, of a humourist, as also with the
popular religion and its many gods. Those vasty conceptions of the later Greek
philosophy had in them, in truth, the germ of a sort of austerely opinionative
"natural theology," and how often has that led to religious dryness a
hard contempt of everything in religion, which touches the senses, or charms
the fancy, or really concerns the affections. Aurelius had made his own the
secret of passing, naturally, and with no violence to his thought, to and fro,
between the richly coloured and romantic religion of those old gods who had
still been human beings, and a very abstract speculation upon the impassive, I
universal soul that circle whose centre everywhere, the circumference nowhere
of which a series of purely logical necessities had evolved the formula. As in
many another instance, those traditional pieties of the place and the hour had
been derived by him from his mother : frapci rrfc Mrpbs TO Oeoo-eftes.
Purified, as all such religion of concrete time and place needs to be, by
frequent confronting with the ideal of godhead as revealed to that innate
religious sense in the possession of which ANTONINO (si veda) differed from the
people around him, it was the ground of many a sociability with their simpler
souls, and for himself, certainly, a consolation, whenever the wings of his own
soul flagged in the trying atmosphere of purely intellectual vision. A host of
companions, guides, helpers, about him from of old time, " the very court
and company of heaven," objects for him of personal reverence and
affection the supposed presence of the ancient popular gods determined the
character of much of his daily life, and might prove the last stay of human
nature at its weakest. " In every time and place," he had said,
" it rests with thyself to use the event of the hour religiously :, at all
seasons worship the gods." And when he said " Worship the gods !
" he did it, as strenuously as everything else. Yet here again, how often
must he have experienced disillusion, or even some revolt of feeling, at that
contact with coarser natures to which his religious conclusions exposed him. At
the beginning of the year one hundred and seventy -three public anxiety was as
great as ever ; and as before it brought people's superstition into unreserved
play. For seven days the images of the old gods, and some of the graver new
ones, lay solemnly exposed in the open air, arrayed in all their ornaments,
each in his separate resting-place, amid lights and burning incense, while the
crowd, following the imperial example, daily visited them, with offerings of
flowers to this or that particular divinity, according to the devotion of each.
But supplementing these older official observances, the very wildest gods had
their share of worship, strange creatures with strange secrets startled abroad
into open daylight. The delirious sort of religion of which MARIO is a
spectator in the streets of Rome, during the seven days of the Lectisternium,
reminded him now and again of an observation of Apuleius : it was " as if
the presence of the gods did not do men good, but disordered or weakened
them." Some jaded women of fashion, especially, found in certain oriental
devotions, at once relief for their religiously tearful souls and an opportunity
for personal display ; preferring this or that "mystery," chiefly
because the attire required in it was suitable to their peculiar manner of
beauty. And one morning Marius encountered an extraordinary crimson object,
borne in a litter through an excited crowd -the famous courtesan Benedicta,
still fresh from the bath of blood, to which she had submitted herself, sitting
below the scaffold where the victims provided for that purpose were slaughtered
by the priests. Even on the last day of the solemnity, when the emperor himself
performed one of the oldest ceremonies of the Roman religion, this fantastic
piety had asserted itself. There were victims enough certainly, brought from
the choice pastures of the Sabine mountains, and conducted around the city they
were to die for, in almost continuous procession, covered with flowers and
well-nigh worried to death before the time by the crowds of people
superstitiously pressing to touch them. But certain old-fashioned Romans, in
these exceptional circumstances, demanded something more than this, in the way
of a human sacrifice after the ancient pattern ; as when, not so long since,
some Greeks or Gauls had been buried alive in the Forum. At least, human blood
should be shed ; and it was through a wild multitude of fanatics, cutting their
flesh with knives and whips and licking up ardently the crimson stream, that
the emperor repaired to the temple of Bellona, and in solemn symbolic act cast
the bloodstained spear, or " dart," carefully preserved there, towards
the enemy's country towards that unknown world of German homes, still warm, as
some believed under the faint northern twilight, with those innocent affections
of which Romans had lost the sense. And this at least was clear, amid all
doubts of abstract right or wrong on either side, that the ruin of those homes
was involved in what Aurelius was then preparing for, with, Yes ! the gods be
thanked for that achievement of an invigorating philosophy ! almost with a
light heart. For, in truth, that departure, really so difficult to him, for
which Marcus Aurelius had needed to brace himself so strenuously, came to test
the power of a long-studied theory of practice ; and it was the development of
this theory a theoria literally a view, an intuition, of the most important facts,
and still more important possibilities, concerning man in the world, that
Marius now discovered, almost as if by accident, below the dry surface of the
manuscripts entrusted to him. The great purple rolls contained, first of all,
statistics, a general historical account of the writer's own time, and an exact
diary ; all alike, though in three different degrees of nearness to the
writer's own personal experience, laborious, formal, selfsuppressing. This was
for the instruction of the public ; and part of it has, perhaps, found its way
into the Augustan Histories. But it was for the especial guidance of his son
COMMODO (si veda) that he had permitted himself to break out, here and there,
into reflections upon what was passing, into conversations with the reader. And
then, as though he were put off his guard in this way, there had escaped into
the heavy matter-of-fact, of which the main portion was composed, morsels of
his conversation with himself. It was the romance of a soul (to be traced only
in hints, wayside notes, quotations from older masters), as it were in
lifelong, and often baffled search after some vanished or elusive golden
fleece, or Hesperidean fruit-trees, or some mysterious light of doctrine, ever
retreating before him. A man, he had seemed to Marius from the first, of two
lives, as we say. Of what nature, he had sometimes wondered, on the day, for
instance, when he had interrupted the emperor's musings in the empty palace,
might be that placid inward guest or inhabitant, who from amid the pre-occupations
of the man of practical affairs looked out, as if surprised, at the things and
faces around. Here, then, under the tame surface of what was meant for a life
of business, Marius discovered, welcoming a brother, the spontaneous
self-revelation of a soul as delicate as his own, a soul for which conversation
with itself was a necessity of existence. MARIO, indeed, had always suspected
that the sense of such necessity was a peculiarity of his. But here, certainly,
was another, in this respect like himself; and again he seemed to detect the
advent of some new or changed spirit into the world, mystic, inward, hardly to
be satisfied with that wholly external and objective habit of life, which had
been sufficient for the old classic soul. His purely literary curiosity was
greatly stimulated by this example of a book of self-portraiture. It was in
fact the position of the modern essayist, creature of efforts rather than of
achievements, in the matter of apprehending truth, but at least conscious of
lights by the way, which he must needs record, acknowledge. What seemed to
underlie that position was the desire to make the most of every experience that
might come, outwardly or from within : to perpetuate, to display, what was so
fleeting, f in a kind of instinctive, pathetic protest against the imperial
writer's own theory that theory of the perpetual flux of all things to MARIO
himself, so plausible from of old. There was, besides, a special moral or
doctrinal significance in the making of such conversation with one's self at
all. The Logos, the reasonable spark, in man, is common to him with the gods
KOWO? at 77/309 roi>$ 0eov9 cum diis communis. That might seem but the
truism of a certain school of philosophy ; but in ANTONINO (si veda) was
clearly an original and lively apprehension. There could be no inward
conversation with one's self such as this, unless there were indeed some one
else, aware of our actual thoughts and feelings, pleased or displeased at one's
disposition of one's self. Cornelius Front* too could enounce that theory of
the reasonable community between men and God, in many different ways. But then,
he was a cheerful man, and Aurelius a singularly sad one ; and what to Pronto
was but a doctrine, or a motive of mere rhetoric, was to the other a
consolation. He walks and talks, for a spiritual refreshment lacking which he
would faint by the way, with what to the learned professor is but matter of
philosophic eloquence. In performing his public religious functions Marcus
Aurelius had ever seemed like one who took part in some great process, a great
thing really done, with more than the actually visible assistants about him.
Here, in these manuscripts, in a hundred marginal flowers of thought or
language, in happy new phrases of his own like the impromptus of an actual
conversation, in quotations from other older masters of the inward life, taking
new significance from the chances of such intercourse, was the record of his
communion with that eternal reason, which was also his own proper self, with
the divine companion, whose tabernacle was in the intelligence of men the
journal of his daily commerce with that. Chance : or Providence ! Chance : or
Wisdom, one with nature and man, reaching from end to end, through all time and
all existence, orderly disposing all things, according to fixed periods, as he
describes it, in terms very like certain well-known words of the book of
Wisdom: those are the "fenced opposites " of the speculative dilemma,
the tragic embarras^ of which Aurelius cannot too often remind himself as the
summary of man's situation in the world. If there be, however, a provident soul
like this " behind the veil," truly, even to him, even in the most
intimate of those conversations, it has never yet spoken with any quite
irresistible assertion of its presence. Yet one's choice in that speculative
dilemma, as he has found it, is on the whole a matter of will. "'Tis in
thy power," here too, again, "to think as thou wilt." For his
part he has asserted his will, and has the courage of his opinion. " To
the better of two things, if thou findest that, turn with thy whole heart : eat
and drink ever of the best before thee." "Wisdom," says that
other disciple of the Sapiential philosophy, " hath mingled Her wine, she
hath also prepared Herself a table." ToO apurTov aTroXaue : "Partake
ever of Her best ! " And what Marius, peeping now very closely upon the
intimacies of that singular mind, found a thing actually * pathetic and
affecting, was the manner of the writer's bearing as in the presence of this
supposed guest ; so elusive, so jealous of any palpable manifestation of
himself, so taxing to one's faith, never allowing one to lean frankly upon him
and feel wholly at rest. Only, he would do his part, at least, in maintaining
the constant fitness, the sweetness and quiet, of the guest-chamber. Seeming to
vary with the intellectual fortune of the hour, from the plainest account of
experience, to a sheer fantasy, only "believed because it was impossible/'
that one hope was, at all events, sufficient to make men's common pleasures and
their common ambition, above all their commonest vices, seem very petty indeed,
too petty to know of. It bred in him a kind of magnificence of character, in
the old Greek sense of the term ; a temper incompatible with any merely
plausible advocacy of his convictions, or merely superficial thoughts about
anything whatever, or talk about other people, or speculation as to what was
passing in their so visibly little souls, or much talking of any kind, however
clever or graceful. A soul thus disposed had " already entered into the
better life": was indeed in some sort "a priest, a minister of the
gods." Hence his constant " recollection " ; a close watching of
his soul, of a kind almost unique in the ancient world. Before all things
examine into thyself: strive to be at home 'with thyself ! Marius, a
sympathetic witness of all this, might almost seem to have had a foresight of
monasticism itself in the prophetic future. With this mystic companion he had
gone a step onward out of the merely objective pagan existence. Here was
already a master in that craft of self-direction, which was about to So play so
large a part in the forming of human mind, under the sanction of the Christian
church. Yet it was in truth a somewhat melancholy service, a service on which
one must needs move about, solemn, serious, depressed, with the hushed
footsteps of those who move about the house where a dead body is lying. Such
was the impression which occurred to Marius again and again as he read, with a
growing sense of some profound dissidence from his author. By certain quite
traceable links of association he was reminded, in spite of the moral beauty of
the philosophic emperor's ideas, how he had sat, essentially unconcerned, at
the public shows. For, actually, his contemplations had made him of a sad
heart, inducing in him that melancholy Tristitia which even the monastic
moralists have held to be of the nature of deadly sin, akin to the sin of
Desidia or Inactivity. Resignation, a sombre resignation, a sad heart, patient
bearing of the burden of a sad heart : Yes ! this belonged doubtless to the
situation of an honest thinker upon the world. Only, in this case there seemed
to be too much of a complacent acquiescence in the world as it is. And there could
be no true Theodicee in that ; no real accommodation of the world as it is, to
the divine pattern of the Logos y the eternal reason, over against it. It
amounted to a tolerance of evil. The soul of good, though it moveth upon a way
thou canst but little understand, yet prospereth on the journey: If thou
sufferest nothing contrary to nature, there can be nought of evil with thee
therein : If thou hast done aught in harmony with that reason in which men are
communicant with the gods, there also can be nothing of evil with thee nothing
to be afraid of : Whatever is, is right ; as from the hand of one dispensing to
every man according to his desert : If reason fulfil its part in things, what
more dost thou require? Dost thou take it ill that thy stature is but of four
cubits ? That which happeneth to each of us is for the profit of the whole :
The profit of the whole, that was sufficient ! Links, in a train of thought
really generous ! of which, nevertheless, the forced and yet facile optimism,
refusing to see evil anywhere, might lack, after all, the secret of genuine
cheerfulness. It left in truth a weight upon the spirits ; and with that weight
unlifted, there could be no real justification of the ways of Heaven to man.
" Let thine air be cheerful," he had said ; and, with an effort, did
himself at times attain to that serenity of aspect, which surely ought to
accompany, as their outward flower and favour, hopeful assumptions like those.
Still, what in Aurelius was but a passing expression, was with Cornelius (Marius
could but note the contrast) nature, and a veritable physiognomy. With
Cornelius, in fact, it was nothing less than the joy which Dante apprehended in
the blessed spirits of the perfect, the outward semblance of which, like a
reflex of physical light upon human faces from " the land which is very
far off," we may trace from Giotto onward to its consummation in the work
of Raphael the serenity, the durable cheerfulness, of those who have been
indeed delivered from death, and of which the utmost degree of that famed
" blitheness " of the Greeks had been but a transitory gleam, as in
careless and wholly superficial youth. And yet, in Cornelius, it was certainly
united with the bold recognition of evil as a fact in the world ; real as an
aching in the head or heart, which one instinctively desires to have cured ; an
enemy with whom no terms could be made, visible, hatefully visible, in a
thousand forms the apparent waste of men's gifts in an early, or even in a late
grave ; the death, as such, of men, and even of animals ; the disease and pain
of the body. And there was another point of dissidence between Aurelius and his
reader. The philosophic emperor was a despiser of the body. Since it is "
the peculiar privilege of reason to move within herself, and to be proof
against corporeal impressions, suffering neither sensation nor passion to break
in upon her," it follows that the true interest of the spirit must ever be
to treat the body Well ! as a corpse attached thereto, rather than as a living
companion nay, actually to promote its dissolution. In counterpoise to the
inhumanity of this, presenting itself to the young reader as nothing less than
a sin against nature, the very person of Cornelius was nothing less than a
sanction of that reverent delight Marius had always had in the visible body of
man. Such delight indeed had been but a natural consequence of the sensuous or
materialistic character of the philosophy of his choice. } Now to Cornelius the
body of man was unmistakeably, as a later seer terms it, the one true I temple
in the world ; or rather itself the proper object of worship, of a sacred
service, in which the very finest gold might have its seemliness and due
symbolic use : Ah ! and of what awestricken pity also, in its dejection, in the
perishing gray bones of a poor man's grave! Some flaw of vision, thinks MARIO,
must be involved in the philosopher's contempt for itsome diseased point of
thought, or moral dulness, leading logically to what seemed to him the
strangest of all the emperor's inhumanities, the temper of the suicide ; for
which there was just then, indeed, a sort of mania in the world. " 'Tis
part of the business of life," he read, " to lose it
handsomely." On due occasion, " one might give life the slip."
The moral or mental powers might fail one ; and then it were a fair question,
precisely, whether the time for taking leave was not come : " Thou canst
leave this prison when thou wilt. Go forth boldly ! " Just there, in the
bare capacity to entertain such question at all, there was what Marius, with a
soul which must always leap up in loyal gratitude for mere physical sunshine,
touching him as it touched the flies in the air, could not away with. There,
surely, was a sign of some crookedness in the natural power of apprehension. It
was the attitude, the melancholy intellectual attitude, of one who might be
greatly mistaken in things who might make the greatest of mistakes. A heart
that could forget itself in the misfortune, or even in the weakness of others :
of this Marius had certainly found the trace, as a confidant of the emperor's
conversations with himself, in spite of those jarring inhumanities, of that
pretension to a stoical indifference, and the many difficulties of his manner
of writing. He found it again not long afterwards, in still stronger evidence,
in this way. As he read one morning early, there slipped from the rolls of
manuscript a sealed letter with the emperor's superscription, which might well
be of importance, and he felt bound to deliver it at once in person ; Aurelius
being then absent from Rome in one of his favourite retreats, at Praeneste,
taking a few days of quiet with his young children, before his departure for
the war. A whole day passed as Marius crossed the Gampagna on horseback,
pleased by the random autumn lights bringing out in the distance the sheep at
pasture, the shepherds in their picturesque dress, the golden elms, tower and
villa ; and it was after dark that he mounted the steep street of the little
hill-town to the imperial residence. He was struck by an odd mixture of
stillness and excitement about the place. Lights burned at the windows. It
seemed that numerous visitors were within, for the courtyard was crowded with
litters and horses in waiting. For the moment, indeed, all larger cares, even
the cares of war, of late so heavy a pressure, had been forgotten in what was
passing with the little Annius Verus ; who for his part had forgotten his toys,
lying all day across the knees of his mother, as a mere child's ear-ache grew
rapidly to alarming sickness with great and manifest agony, only suspended a
little, from time to time, when from very weariness he passed into a few
moments of unconsciousness. The country surgeon called in, had removed the
imposthume with the knife. There had been a great effort to bear this
operation, for the terrified child, hardly persuaded to submit himself, when
his pain was at its worst, and even more for the parents. At length, amid a
company of pupils pressing in with him, as the custom was, to watch the
proceedings in the sick-room, the eminent Galen had arrived, only to pronounce
the thing done visibly useless, the patient falling now into longer intervals
of delirium. And thus, thrust on one side by the crowd of departing visitors,
Marius was forced into the privacy of a grief, the desolate face of which went
deep into his memory, as he saw the emperor carry the child away quite
conscious at last, but with a touching expression upon it of weakness and
defeat pressed close to his bosom, as if he yearned just then for one thing
only, to be united, to be absolutely one with it, in its obscure distress.
Paratum cor meum deus ! paratum cor meum ! THE emperor demanded a senatorial
decree for the erection of images in memory of the dead prince ; that a golden
one should be carried, together with the other images, in the great procession
of the Circus, and the addition of the child's name to the Hymn of the Salian
Priests : and so, stifling private grief, without further delay set forth for
the war. True kingship, as Plato, the old master of Aurelius, had understood
it, was essentially of the nature of a service. If so be, you can discover a
mode of life more desirable than the being a king, for those who shall be kings
; then, the true Ideal of the State will become a possibility; but not
otherwise. And if the life of Beatific Vision be indeed possible, if philosophy
really " concludes in an ecstasy/' affording full fruition to the entire
nature of man ; then, for certain elect souls at least, a mode of life will
have been discovered more desirable than to be a king. By love or fear you
might induce such persons to forgo their privilege ; to take upon them the
distasteful task of governing other men, or even of leading them to victory in
battle. But, by the very conditions of its tenure, their dominion would be
wholly a ministry to others : they would have taken upon them " the form
of a servant ": they would be reigning for the wellbeing of others rather
than their own. The true king, the righteous king, would be Saint Lewis, exiling
himself from the better land and its perfected company so real a thing to him,
definite and real as the pictured scenes of his psalter to take part in or to
arbitrate men's quarrels, about the transitory appearances of things. In a
lower degree (lower, in proportion as the highest Platonic dream is lower than
any Christian vision) the true king would be Marcus Aurelius, drawn from the
meditation of books, to be the ruler of the Roman people in peace, and still
more, in war. To Aurelius, certainly, the philosophic mood, the visions,
however dim, which this mood brought with it, were sufficiently pleasant to
him, together with the endearments of his home, to make public rule nothing
less than a sacrifice of himself according to Plato's requirement, now
consummated in his setting forth for the campaign on the Danube. That it was
such a sacrifice was to Marius visible fact, as he saw hirn ceremoniously
lifted into the saddle amid all the pageantry of an imperial departure, yet
with the air less of a sanguine and self-reliant leader than of one in some way
or other already defeated. Through the fortune of the subsequent years, passing
and repassing so inexplicably from side to side, the rumour of which reached
him amid his own quiet studies, Marius seemed always to see that central
figure, with its habitually dejected hue grown now to an expression of positive
suffering, all the stranger from its contrast with the magnificent armour worn
by the emperor on this occasion, as it had been worn by his predecessor Hadrian.
Totus et argento contextus et auro : clothed in its gold and silver, dainty as
that old divinely constructed armour of which OMERO tells, but without its
miraculous lightsomeness he looked out baffled, labouring, moribund ; a mere
comfortless shadow taking part in some shadowy reproduction of the labours of
Hercules, through those northern, mist-laden confines of the civilised world.
It was as if the familiar soul which had been so friendly disposed towards him
were actually departed to Hades ; and when he read the Conversations
afterwards, though his judgment of them underwent no material change, it was
nevertheless with the allowance we make for the dead. The memory of that
suffering image, while it certainly strengthened his adhesion to what he could
accept at all in the philosophy of Aurelius, added a strange pathos to what
must seem the writer's mistakes. What, after all, had been the meaning of that
incident, observed as so fortunate an omen long since, when the prince, then a
little child much younger than was usual, had stood in ceremony among the
priests of Mars and flung his crown of flowers with the rest at the sacred
image reclining on the Pulvinar ? The other crowns lodged themselves here or
there ; when, Lo ! the crown thrown by ANTONINO (si veda), alighted upon the
very brows of the god, as if placed there by a careful hand ! He was still
young, also, when on the day of his adoption by Antoninus Pius he saw himself
in a dream, with as it were shoulders of ivory, like the images of the gods,
and found them more capable than shoulders of flesh. Yet he was now well-nigh
fifty years of age, setting out with two-thirds of life behind him, upon a
labour which would fill the remainder of it with anxious cares a labour for
which he had perhaps no capacity, and certainly no taste. That ancient suit of
armour was almost the only object Aurelius now possessed from all those much
cherished articles of vertu collected by the Caesars, making the imperial
residence like a magnificent museum. Not men alone were needed for the war, so
that it became necessary, to the great disgust alike of timid persons and of
thelovers of sport, to arm the gladiators, but money also was lacking.
Accordingly, at the sole motion of Aurelius himself, unwilling that the public
burden should be further increased, especially on the part of the poor, the
whole of the imperial ornaments and furniture, a sumptuous collection of gems
formed by Hadrian, with many works of the most famous painters and sculptors,
even the precious ornaments of the emperor's chapel or Lararium, and the
wardrobe of the empress Faustina, who seems to have borne the loss without a
murmur, were exposed for public auction. u These treasures," says ANTONINO
(si veda), " like all else that I possess, belong by right to the Senate
and People." Was it not a characteristic of the true kings in Plato that
they had in their houses nothing they could call their own ? Connoisseurs had a
keen delight in the mere reading of the Prtetor's list of the property for
sale. For two months the learned in these matters were daily occupied in the
appraising of the embroidered hangings, the choice articles of personal use
selected for preservation by each succeeding age, the great outlandish pearls
from Hadrian's favourite cabinet, the marvellous plate lying safe behind the
pretty iron wicker-work of the shops in the goldsmiths' quarter. Meantime
ordinary persons might have an interest in the inspection of objects which had
been as daily companions to people so far above and remote from them things so
fine also in workmanship and material as to seem, with their antique and
delicate air, a worthy survival of the grand bygone eras, like select thoughts
or utterances embodying the very spirit of the vanished past. The town became
more pensive than ever over old fashions. The welcome amusement of this last
act of preparation for the great war being now over, all Rome seemed to settle
down into a singular quiet, likely to last long, as though bent only on
watching from afar the languid, somewhat uneventful course of the contest
itself. MARIO takes advantage of it as an opportunity for still closer study
than of old, only now and then going out to one of his favourite spots on the
Sabine or Alban hills for a quiet even greater than that of Rome in the country
air. On one of these occasions, as if by favour of an invisible power
withdrawing some unknown cause of dejection from around him, he enjoyed a quite
unusual sense of self-possession the possession of his own best and happiest
self. After some gloomy thoughts over-night, he awoke under the full tide of
the rising sun, himself full, in his entire refreshment, of that almost
religious appreciation of sleep, the graciousness of its influence on men's
spirits, which had made the old Greeks conceive of it as a god. It was like one
of those old joyful wakings of childhood, now becoming rarer and rarer with
him, and looked back upon with much regret as a measure of advancing age. In
fact, the last bequest of this serene sleep had been a dream, in which, as once
before, he overheard those he loved best pronouncing his name very pleasantly,
as they passed through the rich light and shadow of a summer morning, along the
pavement of a city Ah ! fairer far than Rome ! In a moment, as he arose, a
certain oppression of late setting very heavily upon him was lifted away, as
though by some physical motion in the air. That flawless serenity, better than
the most pleasurable excitement, yet so easily ruffled by chance collision even
with the things and persons he had come to value as the greatest treasure in
life, was to be wholly his to-day, he thought, as he rode towards Tibur, under
the early sunshine ; the marble of its villas glistening all the way before him
on the hillside. And why could he not hold such serenity of spirit ever at
command ? he asked, expert as he was at last become in the art of setting the
house of his thoughts in order. " 'Tis in thy power to think as thou wilt
: " he repeated to himself : it was the most serviceable of all the
lessons enforced on him by those imperial conversations. " 'Tis in thy
power to think as thou wilt." And were the cheerful, sociable, restorative
beliefs, of which he had there read so much, that bold adhesion, for instance,
to the hypothesis of an eternal friend to man, just hidden behind the veil of a
mechanical and material order, but only just behind it, ready perhaps even now
to break through : were they, after all, really a matter of choice, dependent
on some deliberate act of volition on his part ? Were they doctrines one might
take for granted, generously take for granted, and led on by them, at first as
but well-defined objects of hope, come at last into the region of a
corresponding certitude of the intellect ? " It is the truth I seek,"
he had read, " the truth, by which no one," gray and depressing
though it might seem, "was ever really injured." And yet, on the
other hand, the imperial wayfarer, he had been able to go along with so far on
his intellectual pilgrimage, let fall many things concerning the practicability
of a methodical and self-forced assent to certain principles or presuppositions
" one could not do without." Were there, as the expression " one
could not do 'without " seemed to hint, beliefs, without which life itself
must be almost impossible, principles which had their sufficient ground of
evidence in that very fact? Experience certainly taught that, as regarding the
sensible world he could attend or not, almost at will, to this or that colour,
this or that train of sounds, in the whole tumultuous concourse of colour and
sound, so it was also, for the well-trained intelligence, in regard to that hum
of voices which besiege the inward no less than the outward ear. Might it be
not otherwise with those various and competing hypotheses, the permissible
hypotheses, which, in that open field for hypothesis one's own actual ignorance
of the origin and tendency of our being present themselves so importunately,
some of them with so emphatic a reiteration, through all the mental changes of
successive ages ? Might the will itself be an org an of knowledge, of vision ?
On this day truly no mysterious light, no irresistibly leading hand from afar
reached him ; only the peculiarly tranquil influence of its first hour
increased steadily upon him, in a manner with which, as he conceived, the
aspects of the place he was then visiting hadsomething to do. The air there,
air supposed to possess the singular property of restoring the whiteness of
ivory, was pure and thin. An even veil of lawn-like white cloud had now drawn
over the sky; and under its broad, shadowless light every hue and tone of time
came out upon the yellow old temples, the elegant pillared circle of the shrine
of the patronal Sibyl, the houses seemingly of a piece with the ancient
fundamental rock. Some half- conscious motive of poetic grace would appear to
have determined their grouping ; in part resisting, partly going along with the
natural wildness and harshness of the place, its floods and precipices. An air
of immense age possessed, above all, the vegetation around a world of evergreen
trees the olives especially, older than how many generations of men's lives !
fretted and twisted by the combining forces of life and death, intoevery
conceivable caprice of form. In the windless weather all seemed to be listening
to the roar of the immemorial waterfall, plunging down so unassociably among
these human habitations, and with a motion so unchanging from age to age as to
count, even in this time-worn place, as an image of unalterable rest. Yet the
clear sky all but broke to let through the ray which was silently quickening
everything in the late February afternoon, and the unseen violet refined itself
through the air. / It was as if the spirit of life in nature were but
withholding any too precipitate revelation of itself, in its slow, wise,
maturing work. Through some accident to the trappings of his horse at the inn
where he rested, Marius had an unexpected delay. He sat down in an olivegarden,
and, all around him and within still turning to reverie, the course of his own
life hitherto seemed to withdraw itself into some other world, disparted from
this spectacular point where he was now placed to survey it, like that distant
road below, along which he had travelled this morning across the Campagna.
Through a dreamy land he could see himself moving, as if in another life, and
like another person, through all his fortunes and misfortunes, passing from
point to point, weeping, delighted, escaping from various dangers. That
prospect brought him, first of all, an impulse of lively gratitude : it was as
if he must look round for some one else to share his joy with : for some one to
whom he might tell the thing, for his own relief. Companionship, indeed,
familiarity with others, gifted in this way or that, or at least pleasant to
him, had been, through one or another long span of it, the chief delight of the
journey. And was it only the resultant general sense of such familiarity,
diffused through his memory, that in a while suggested the question whether there
had not been besides Flavian, besides Cornelius even, and amid the solitude
which in spite of ardent friendship he had perhaps loved best of all things
some other companion, an unfailing companion, ever at his side throughout ;
doubling his pleasure in the roses by the way, patient of his peevishness or
depression, sympathetic above all with his grateful recognition, onward from
his earliest days, of the fact that he was there at all ? Must not the whole
world around have faded away for him altogether, had he been left for one
moment really alone in it f In his deepest apparent solitude there had been
rich entertainment. It was as if there were not one only, but two wayfarers,
side by side, visible there across the plain, as he indulged his fancy. A bird
came and sang among the wattled hedge-roses : an animal feeding crept nearer :
the child who kept it was gazing quietly : and the scene and the hours still
conspiring, he passed from that mere fantasy of a self not himself, beside him
in his coming and going, to those divinations of a living and companionable
spirit at work in all things, of which he had become aware from time to time in
his old philosophic readings in Plato and others, last but not least, in
ANTONINO (si veda). Through one reflection upon another, he passed from such
instinctive divinations, to the thoughts which give them logical consistency,
formulating at last, as the necessary exponent of our own and the world's life,
that reasonable Ideal to which the Old Testament gives the name of Creator,
which for the philosophers of Greece is the Eternal Reason, and in the New
Testament the Father of Men even as one builds up from act and word and
expression of the friend actually visible at one's side, an ideal of the spirit
within him. In this peculiar and privileged hour, his bodily frame, as he could
recognise, although just then, in the whole sum of its capacities, so entirely
possessed by him Nay ! actually his very self was yet determined by a
far-reaching system of material forces external to it, a thousand combining
currents from earth and sky. Its seemingly active powers of apprehension were,
in fact, but susceptibilities to, influence. The perfection of its capacity
might be said to depend on its passive surrender, as of a leaf on the wind, to
the motions of the great stream of physical energy without it. And might not
the intellectual frame also, still more intimately himself as in truth it was,
after the analogy of the bodily life, be a moment only, an impulse or series of
impulses, a single process, in an intellectual or spiritual system external to
it, diffused through all time and place that great stream of spiritual energy,
of which his own imperfect thoughts, yesterday or to-day, would be but the
remote, and therefore imperfect pulsations ? It was the hypothesis (boldest,
though in reality the most conceivable of all hypotheses) which had dawned on
the contemplations of the two opposed great masters of the old Greek thought,
alike: the "World of Ideas," existent only because, and in so far as,
they are known, as L’ACCADEMIA conceived ; the " creative, incorruptible,
informing mind, " supposed by il LIZIO, so sober-minded, yet as regards
this matter left something of a mystic after all. Might not this entire
material world," the very scene around him, the immemorial rocks, the firm
marble, the olive-gardens, the falling water, be themselves but reflections in,
or a creation of, that one indefectible mind, wherein he too became conscious,
for an hour, a day, for so many years? Upon what other hypothesis could he so
well understand the persistency of all these things for his own intermittent
consciousness of them, for the intermittent consciousness of so many
generations, fleeting away one after another ? It was easier to conceive of the
material fabric of things as but an element in a world of thought as a thought
in a mind, than of mind as an element, or accident, or passing condition in a
world of matter, because mind was really nearer to himself : it was an
explanation of what was less known by what was known better. The purely
material world, that close, impassable prisonwall, seemed just then the unreal
thing, to be actually dissolving away all around him : and he felt a quiet
hope, a quiet joy dawning faintly, in the dawning of this doctrine upon him as
a really credible opinion. It was like the break of day over some vast prospect
with the " new city," as it were some celestial New Rome, in the
midst of it. That divine companion figured no longer as but an occasional
wayfarer beside him ; but rather as the unfailing " assistant,"
without whose inspiration and concurrence he could not breathe or see,
instrumenting his bodily senses, rounding, supporting his imperfect thoughts.
How often had the thought of their brevity spoiled for him the most natural
pleasures of life, confusing even his present sense of them by the suggestion
of disease, of death, of a coming end, in everything ! How had he longed,
sometimes, that there were indeed one to whose boundless power of memory he could
commit his own most fortunate moments, his admiration, his love, Ay ! the very
sorrows of which he could not bear quite to lose the sense : one strong to
retain them even though he forgot, in whose more vigorous consciousness they
might subsist for ever, beyond that mere quickening of capacity which was all
that remained of them in himself ! " Oh ! that they might live before Thee
To-day at least, in the peculiar clearness of one privileged hour, he seemed to
have apprehended that in which the experiences he valued most might find, one
by one, an abiding-place. And again, the resultant sense of companionship, of a
person beside him, evoked the faculty of conscience of conscience, as of old
and when he had been at his best, in the form, not of fear, nor of ] self-reproach
even, but of a certain lively gratitude. Himself his sensations and ideas never
fell again precisely into focus as on that day, | yet he was the richer by its
experience. But for once only to have come under the power of that peculiar
mood, to have felt the train of reflections which belong to it really forcible
and conclusive, to have been led by them to a conclusion, to have apprehended
the Great Ideal) so palpably that it defined personal gratitude and the sense
of a friendly hand laid upon him amid the shadows of the world, left this one
particular hour a marked point in life never to be forgotten. It gave him a
definitely ascertained measure of his moral or intellectual need, of the demand
his soul must make upon the powers, whatsoever they might be, which had brought
him, as he was, into the world at all. And again, would he be faithful to
himself, to his own habits of mind, his leading suppositions, if he did but
remain just there ? Must not all that remained of life be but a search for the
equivalent of that Ideal, among so-called actual things a gathering together of
every trace or token of it, which his actual experience might present ? Your
men shall dream dreams. A nature like that of Marius, composed, in about equal
parts, of instincts almost physical, and of slowly accumulated intellectual
judgments, was perhaps even less susceptible than other men's characters of
essential change. And yet the experience of that fortunate hour, seeming to
gather into one central act of vision ; all the deeper impressions his mind had
ever, received, did not leave him quite as he had been. For his mental view, at
least, it changed measurably the world about him, of which he was still indeed
a curious spectator, but which looked further off, was weaker in its hold, and,
in a sense, less real to him than ever. It was as if he viewed it through a
diminishing glass. And the permanency of this change he could note, some years
later, when it happened that he was a guest at a feast, in which the various
exciting elements of Roman life, its physical and intellectual accomplishments,
its frivolity and far-fetched elegances, its strange, mystic essays after the
unseen, were elaborately combined. The great Apuleius> the literary ideal of
his boyhood, had arrived in Rome, was now visiting Tusculum, at the house of
their common friend, a certain aristocratic poet who loved every sort of
superiorities ; and MARIO is favoured with an invitation to a supper given in
his honour. It was with a feeling of half-humorous concession to his own early
boyish hero-worship, yet with some sense of superiority in himself, seeing his
old curiosity grown now almost to indifference when on the point of
satisfaction at last, and upon a juster estimate of its object, that he mounted
to the little town on the hillside, the foot -ways of which were so many
flights of easy-going steps gathered round a single great house under shadow of
the "haunted" ruins of Cicero's villa on the wooded heights. He found
a touch of weirdness in the circumstance that in so romantic a place he had
been bidden to meet the writer who was come to seem almost like one of the
personages in his own fiction. As he turned now and then to gaze at the evening
scene through the tall narrow openings of the street, up which the cattle were
going home slowly from the pastures below, the Alban mountains, stretched
between the great walls of the ancient houses, seemed close at hand a screen of
vaporous dun purple against the setting sun with those waves of surpassing
softness in the boundary lines which indicate volcanic formation. The coolness
of the little brown market-place, for profit of which even the working-people,
in long file through the olive- gardens, were leaving the plain for the night,
was grateful, after the heats of Rome. Those wild country figures, clad in
every kind of fantastic patchwork, stained by wind and weather fortunately
enough for the eye, under that significant light inclined him to poetry. And it
was a very delicate poetry of its kind that seemed to enfold him, \ as passing
into the poet's house he paused for; a moment to glance back towards the
heights above ; whereupon, the numerous cascades of the precipitous garden of
the villa, framed in the doorway of the hall, fell into a harmless picture, in
its place among the pictures within, and scarcely more real than they a
landscapepiece, in which the power of water (plunging into what unseen depths
!) done to the life, was pleasant, and without its natural terrors. At the
further end of this bland apartment, fragrant with the rare woods of the old
inlaid panelling, the falling of aromatic oil from the ready-lighted lamps, the
iris-root clinging to the dresses of the guests, as with odours from the altars
of the gods, the supper-table was spread, in all the daintiness characteristic
of the agreeable petit-maitrC) who entertained. He was already most carefully
dressed, but, like Martial's Stella, perhaps consciously, meant to change his
attire once and again during the banquet ; in the last instance, for an ancient
vesture (object of much rivalry among the young men of fashion, at that great
sale of the imperial wardrobes) a toga, of altogether lost hue and texture. He
wore it with a grace which became the leader of a thrilling movement then on
foot for the restoration of that disused garment, in which, laying aside the
customary evening dress, all the visitors were requested to appear, setting off
the delicate sinuosities and well-disposed " golden ways" of its
folds, with harmoniously tinted flowers. The opulent sunset, blending pleasan
tly with artificial light, fell across the quiet ancestral effigies of old
consular dignitaries, along the wide floor strewn with sawdust of sandal -wood,
and lost itself in the heap of cool coronals, lying ready for the foreheads of
the guests on a sideboard of old citron. The crystal vessels darkened with old
wine, the hues of the early autumn fruit mulberries, pomegranates, and grapes
that had long been hanging under careful protection upon the vines, were almost
as much a feast for the eye, as the dusky fires of the rare twelve-petalled
roses. A favourite animal, white as snow, brought by one of the visitors,
purred its way gracefully among the wine-cups, coaxed onward from place to
place by those at table, as they reclined easily on their cushions of German
eider-down, spread over the long-legged, carved couches. A highly refined
modification of the acroama a musical performance during supper for the
diversion of the guests was presently heard hovering round the place,
soothingly, and so unobtrusively that the company could not guess, and did not
like to ask, whether or not it had been designed by their entertainer. They
inclined on the whole to think it some wonderful peasantmusic peculiar to that
wild neighbourhood, turning, as it did now and then, to a solitary reednote,
like a bird's, while it wandered into the distance. It wandered quite away at
last, as darkness with a bolder lamplight came on, and made way for another
sort of entertainment. An odd, rapid, phantasmal glitter, advancing from the
garden by torchlight, defined itself, as it came nearer, into a dance of young
men in armour. Arrived at length in a portico, open to the supper-chamber, they
contrived that their mechanical march-movement should fall out into a kind of highly
expressive dramatic action ; and with the utmost possible emphasis of dumb
motion, their long swords weaving a silvery network in the air, they danced the
Death of Paris. COMMODO (si veda), already an adept in these matters, who had
condescended to welcome the eminent Apuleius at the banquet, had mysteriously
dropped from his place to take his share in the performance ; and at its
conclusion reappeared, still wearing the dainty accoutrements of Paris,
including a breastplate, composed entirely of overlapping tigers' claws,
skilfully gilt. The youthful prince had lately assumed the dress of manhood, on
the return of the emperor for a brief visit from the North ; putting up his
hair, in imitation of Nero, in a golden box dedicated to Capitoline Jupiter. His
likeness to Aurelius, his father, was become, in consequence, more striking
than ever ; and he had one source of genuine interest in the great literary
guest of the occasion, in that the latter was the fortunate possessor of a
monopoly for the exhibition of wild beasts and gladiatorial shows in the
province of Carthage, where he resided. Still, after all complaisance to the
perhaps somewhat crude tastes of the emperor's son, it was felt that with a
guest like Apuleius whom they had come prepared to entertain as veritable
connoisseurs, the conversation should be learned and superior, and the host at
last deftly led his company round to literature, by the way of bindings.
Elegant rolls of manuscript from his fine library of ancient Greek books passed
from hand to hand about the table. It was a sign for the visitors themselves to
draw their own choicest literary curiosities from their bags, as their
contribution to the banquet ; and one of them, a famous reader, choosing his
lucky moment, delivered in tenor voice the piece which follows, with a
preliminary query as to whether it could indeed be the composition of Lucian of
Samosata, understood to be the great mocker of that day : " What sound was
that, Socrates ? " asked Chaerephon. " It came from the beach under
the cliff yonder, and seemed a long way off. And how melodious it was ! Was it
a bird, I wonder. I thought all sea-birds were songless. Aye! a sea-bird,"
answered Socrates, "a bird called the Halcyon, and has a note full of
plaining and tears. There is an old story people tell of it. It was a mortal
woman once, daughter of ^Eolus, god of the winds. Ceyx, the son of the
morning-star, wedded her in her early maidenhood. The son was not less fair
than the father; and when it came to pass that he died, the crying of the girl
as she lamented his sweet usage, was, Just that ! And some while after, as
Heaven willed, she was changed into a bird. Floating now on bird's wings over
the sea she seeks her lost Ceyx there ; since she was not able to find him
after long wandering over the land. That then is the Halcyon the
kingfisher," say Chaerephon. " I never heard a bird like it before.
It has truly a plaintive note. What kind of a bird is it, Socrates f "
" Not a large bird, though she has received large honour from the gods on
account of her singular conjugal affection. For whensoever she makes her nest,
a law of nature brings round what is called Halcyon's weather, days
distinguishable among all others for their serenity, though they come sometimes
amid the storms of winter days like to-day ! See how transparent is the sky
above us, and how motionless the sea ! like a smooth mirror." " True
! A Halcyon day, indeed ! and yesterday was the same. But tell me, Socrates,
what is one to think of those stories which have been told from the beginning,
of birds changed into mortals and mortals into birds ? To me nothing seems more
incredible." "Dear Chaerephon," said Socrates, "methinks we
are but half-blind judges of the impossible and the possible. We try the
question by the standard of our human faculty, which avails neither for true
knowledge, nor for faith, nor vision. Therefore many things seem to us
impossible which are really easy, many things unattainable which are within our
reach ; partly through inexperience, partly through the childishness of our
minds. For in truth, every man, even the oldest of us, is like a little child,
so brief and babyish are the years of our life in comparison of eternity. Then,
how can we, who comprehend not the faculties of gods and of the heavenly host,
tell whether aught of that kind be possible or no f What a tempest you saw
three days ago ! One trembles but to think of the lightning, the thunderclaps,
the violence of the wind ! You might have thought the whole world was going to
ruin. And then, after a little, came this wonderful serenity of weather, which
has continued till to-day. Which do you think the greater and more difficult
thing to do : to exchange the disorder of that irresistible whirlwind to a
clarity like this, and becalm the whole world again, or to refashion the form
of a woman into that of a bird ? We can teach even little children to do
something of that sort, to take wax or clay, and mould out of the same material
many kinds of form, one after another, without difficulty. And it may be that
to the Deity, whose power is too vast for comparison with ours, all processes
of that kind are manageable and easy. How much wider is the whole circle of
heaven than thyself? Wider than thou canst express. "Among ourselves also,
how vast the difference we may observe in men's degrees of power ! To you and
me, and many another like us, many things are impossible which are quite easy
to others. For those who are unmusical, to play on the flute ; to read or
write, for those who have not yet learned ; is no easier than to make birds of
women, or women of birds. From the dumb and lifeless egg Nature moulds her
swarms of winged creatures, aided, as some will have it, by a divine and secret
art in the wide air around us. She takes from the honeycomb a little memberless
live thing ; she brings it wings and feet, brightens and beautifies it with
quaint variety of colour: and Lo ! the bee in her wisdom, making honey worthy
of the gods. "It follows, that we mortals, being altogether of little account,
able wholly to discern no great matter, sometimes not even a little one, for
the most part at a loss regarding what happens even with ourselves, may hardly
speak with security as to what may be the powers of the immortal gods
concerning Kingfisher, or Nightingale. Yet the glory of thy mythus, as my
fathers bequeathed it to me, O tearful songstress ! that will I too hand on to
my children, and tell it often to my wives, Xanthippe and Myrto : the story of
thy pious love to Ceyx, and of thy melodious hymns ; and, above all, of the
honour thou hast with the gods ! " The reader's well-turned periods seemed
to stimulate, almost uncontrollably, the eloquent stirrings of the eminent man
of letters then present. The impulse to speak masterfully was visible, before
the recital was well over, in the moving lines about his mouth, by no means
designed, as detractors were wont to say, simply to display the beauty of his
teeth. One of the company, expert in his humours, made ready to transcribe what
he would say, the sort of things of which a collection was then forming, the
" Florida " or Flowers, so to call them, he was apt to let fall by
the way no impromptu ventures at random ; but rather elaborate, carved ivories
of speech, drawn, at length, out of the rich treasure-house of a memory stored
with such, and as with a fine savour of old musk about them. Certainly in this
case, as MARIO thought, it was worth while to hear a charming writer speak.
Discussing, quite in our modern way, the peculiarities of those suburban views,
especially the sea-views, of which he was a professed lover, he was also every
inch a priest of Aesculapius, patronal god of Carthage. There was a piquancy in
his rococo^ very African, and as it were perfumed personality, though he was
now well-nigh sixty years old, a mixture there of that sort of Platonic
spiritualism which can speak of the soul of man as but a sojourner in the
prison of the body a blending of that with such a relish for merely bodily
graces as availed to set the fashion in matters of dress, deportment, accent,
and the like, nay ! with something also which reminded Marius of the vein of
coarseness he had found in the "Golden Book/' All this made the total
impression he conveyed a very uncommon one. Marius did not wonder, as he watched
him speaking, that people freely attributed to him many of the marvellous
adventures he had recounted in that famous romance, over and above the wildest
version of his own actual story his extraordinary marriage, his religious
initiations, his acts of mad generosity, his trial as a sorcerer. But a sign
came from the imperial prince that it was time for the company to separate. He
was entertaining his immediate neighbours at the table with a trick from the
streets ; tossing his olives in rapid succession into the air, and catching
them, as they fell, between his lips. His dexterity in this performance made
the mirth around him noisy, disturbing the sleep of the furry visitor : the
learned party broke up ; and Marius withdrew, glad to escape into the open air.
The courtesans in their large wigs of false blond hair, were lurking for the
guests, with groups of curious idlers. A great conflagration was visible in the
distance. Was it in Rome ; or in one of the villages of the country ? Pausing
for a few minutes on the terrace to watch it, Marius was for the first time
able to converse intimately with Apuleius ; and in this moment of confidence
the " illuminist," himself with locks so carefully arranged, and
seemingly so full of affectations, almost like one of those light women there,
dropped a veil as it were, and appeared, though still permitting the play of a
certain element of theatrical interest in hi s bizarre tenets, to be ready to
explain and defend his position reasonably. For a moment his fantastic
foppishness and his pretensions to ideal vision seemed to fall into some
intelligible congruity with each other. In truth, it was the Platonic Idealism,
as he conceived it, which for him literally animated, and gave him so livelyan
interest in, this world of the purely outward aspects of men and things. Did
material things, such things as they had had around them all that evening,
really need apology for being there, to interest one, at all ? Were not all
visible objects the whole material world indeed, according to the consistent
testimony of philosophy in many forms "full of souls"? embarrassed
perhaps, partly imprisoned, but still eloquent souls ? Certainly, the
contemplative philosophy of Plato, with its figurative imagery and apologue,
its manifold aesthetic colouring, its measured eloquence, its music for the
outward ear, had been, like Plato's old master himself, a two-sided or
two-coloured thing. Apuleius was a Platonist : only, for him, the Ideas of
Plato were no creatures of logical abstraction, but in very truth informing
souls, in every type and variety of sensible things. Those noises in the house
all supper-time, sounding through the tables and along the walls : were they
only startings in the old rafters, at the impact of the music and laughter ; or
rather importunities of the secondary selves, the true unseen selves, of the
persons, nay ! of the very things around, essaying to break through their
frivolous, merely transitory surfaces, to remind one of abiding essentials
beyond them, which might have their say, their judgment to give, by and by,
when the shifting of the meats and drinks at life's table would be over ? And
was not this the true significance of the Platonic doctrine ? a hierarchy of
divine beings, associating themselves with particular things and places, for
the purpose of mediating between God and man man, who does but need due
attention on his part to become aware of his celestial company, filling the air
about him, thick as motes in the sunbeam, for the glance of sympathetic
intelligence he casts through it. Two kinds there are, of animated
beings," he exclaimed : " Gods, entirely differing from men in the
infinite distance of their abode, since one part of them only is seen by our
blunted vision those mysterious stars! in the eternity of their existence, in
the perfection of their nature, infected by no contact with ourselves : and
men, dwelling on the earth, with frivolous and anxious minds, with infirm and
mortal members, with variable fortunes ; labouring in vain ; taken altogether
and in their whole species perhaps, eternal ; but, severally, quitting the
scene in irresistible succession. " What then ? Has nature connected
itself together by no bond, allowed itself to be thus crippled, and split into
the divine and human elements ? And you will say to me : If so it be, that man
is thus entirely exiled from the immortal gods, that all communication is
denied him, that not one of them occasionally visits us, as a shepherd his
sheep to whom shall I address my prayers ? Whom, shall I invoke as the helper
of the unfortunate, the protector of the good? Well ! there are certain divine
powers of a middle nature, through whom our aspirations are conveyed to the
gods, and theirs to us. Passing between the inhabitants of earth and heaven,
they carry from one to the other prayers and bounties, supplication and
assistance, being a kind of interpreters. This interval of the air is full of
them! Through them, all revelations, miracles, magic processes, are effected.
For, specially appointed members of this order have their special provinces,
with a ministry according to the disposition of each. They go to and fro
without fixed habitation : or dwell in men's houses " Just then a
companion's hand laid in the darkness on the shoulder of the speaker carried
him away, and the discourse broke off suddenly. Its singular intimations,
however, were sufficient to throw back on this strange evening, in all its
detail the dance, the readings, the distant fire a kind of allegoric expression
: gave it the character of one of those famous Platonic figures or apologues
which had then been in fact under discussion. When Marius recalled its
circumstances he seemed to hear once more that voice of genuine conviction,
pleading, from amidst a scene at best of elegant frivolity, for so boldly
mystical a view of man and his position in the world. For a moment, but only
for a moment, as he listened, the trees had seemed, as of old, to be growing
" close against the sky." Yes ! the reception of theory, of
hypothesis, of beliefs, did depend a great deal on temperament. They were, so
to speak, mere equivalents of temperament. A celestial ladder, a ladder from
heaven to earth: that was the assumption which the experience of Apuleius had
suggested to him : it was what, in different forms, certain persons in every
age had instinctively supposed : they would be glad to find their supposition
accredited by the authority of a grave philosophy. Marius, however, yearning
not less than they, in that hard world of Rome, and below its unpeopled sky, for
the trace of some celestial wing across it, must still object that they assumed
the thing with too much facility, too much of self-complacency. And his second
thought was, that to indulge but for an hour fantasies, fantastic visions of
that sort, only left the actual world more lonely than ever. For him certainly,
and for his solace, the little godship for whom the rude countryman, an
unconscious Platonist, trimmed his twinkling lamp, would never slip from the
bark of these immemorial olive-trees. No ! not even in the wildest moonlight.
For himself, it was clear, he must still hold by what his eyes really saw.
Only, he had to concede also, that the very boldness of such theory bore
witness, at least, to a variety of human disposition and a consequent variety
of mental view, which might who can tell ? be correspondent to, be defined by
and define, varieties of facts, of truths, just " behind the veil,"
regarding the world all alike had actually before them as their original
premiss or starting-point ; a world, wider, perhaps, in its possibilities than
all possible fancies concernng it. Your old men shall dream dreams, and your
young men shall see visions." Cornelius had certain friends in or near
Rome, whose household, to MARIO, as he pondered now and again what might be the
determining influences of that peculiar character, presented itself as possibly
its main secret the hidden source from which the beauty and strength of a
nature, so persistently fresh in the midst of a somewhat jaded world, might be
derived. But Marius had never yet seen these friends; and it was almost by
accident that the veil of reserve was at last lifted, and, with strange
contrast to his visit to the poet's villa at Tusculum, he entered another
curious house. "The house in which she lives," says that mystical
German writer quoted once before, " is for the orderly soul, which does
not live on blindly before her, but is ever, out of her passing experiences,
building and adorning the parts of a many-roomed abode for herself, only an
expansion of the body ; as the body, according to the philosophy of Swedenborg,
is but a process, an expansion, of the soul. For such an orderly soul, as life
proceeds, all sorts of delicate affinities establish themselves, between
herself and the doors and passage-ways, the lights and shadows, of her outward
dwelling-place, until she may seem incorporate with it until at last, in the
entire expressiveness of what is outward, there is for her, to speak properly,
between outward and inward, no longer any distinction at all ; and the light
which creeps at a particular hour on a particular picture or space upon the
wall, the scent of flowers in the air at a particular window, become to her,
not so much apprehended objects, as themselves powers of apprehension and doorways
to things beyond the germ or rudiment of certain new faculties, by which she,
dimly yet surely, apprehends a matter lying beyond her actually attained
capacities of spirit and sense." So it must needs be in a world which is
itself, we may think, together with that bodily tent or "
tabernacle," only one of many vestures for the clothing of the pilgrim
soul, to be left by her, surely, as if on the wayside, worn-out one by one, as
it was from her, indeed, they borrowed what momentary value or significance
they had. The two friends were returning to Rome from a visit to a
country-house, where again a mixed company of guests had been assembled ;
Marius, for his part, a little weary of gossip, and those sparks of
ill-tempered rivalry, which would seem sometimes to be the only sort of fire
the intercourse of people in general society can strike out of them. A mere
reaction upon this, as they started in the clear morning, made their
companionship, at least for one of them, hardly less tranquillising than the solitude
he so much valued. Something in the south-west wind, combining with their own
intention, favoured increasingly, as the hours wore on, a serenity like that
Marius had felt once before in journeying over the great plain towards Tibur a
serenity that was to-day brotherly amity also, and seemed to draw into its own
charmed circle whatever was then present to eye or ear, while they talked or
were silent together, and all petty irritations, and the like, shrank out of
existence, or kept certainly beyond its limits. The natural fatigue of the long
journey overcame them quite suddenly at last, when they were still about two
miles distant from Rome. The seemingly endless line of tombs and cypresses had
been visible for hours against the sky towards the west ; and it was just where
a cross-road from the Latin Way fell into the Appian, that Cornelius halted at
a doorway in a long, low wall the outer wall of some villa courtyard, it might
be supposed as if at liberty to enter, and rest there awhile. He held the door
open for his companion to enter also, if he would ; with an expression, as he
lifted the latch, which seemed to ask Marius, apparently shrinking from a
possible intrusion: Would you like to see it ? " Was he willing to look
upon that, the seeing of which might define yes ! define the critical
turning-point in his days ? The little doorway in this long, low wall admitted
them, in fact, into the court or garden of a villa, disposed in one of those
abrupt natural hollows, which give its character to the country in this place ;
the house itself, with all its dependent buildings, the spaciousness of which
surprised Marius as he entered, being thus wholly concealed from passengers
along the road. All around, in those well-ordered precincts, were the quiet signs
of wealth, and of a noble taste a taste, indeed, chiefly evidenced in the
selection and juxtaposition of the material it had to deal with, consisting
almost exclusively of the remains of older art, here arranged and harmonised,
with effects, both as regards colour and form, so delicate as to seem really
derivative from some finer intelligence in these matters than lay within the
resources of the ancient world. It was the old way of true Renaissance being
indeed the way of nature with her roses, the divine way with the body of man,
perhaps with his soul conceiving the new organism by no sudden and abrupt
creation, but rather by the action of a new I principle upon elements, all of
which had in truth already lived and died many times. The fragments of older architecture,
the mosaics, the spiral columns, the precious corner-stones of immemorial
building, had put on, by such juxtaposition, a new and singular expressiveness,
an air of grave thought, of an intellectual purpose, in itself, aesthetically,
very seductive. Lastly, herb and tree had taken possession, spreading their
seed-bells and light branches, just astir in the trembling air, above the
ancient garden-wall, against the wide realms of sunset. And from the first they
could hear singing, the singing of children mainly, it would seem, and of a new
kind ; so novel indeed in its effect, as to bring suddenly to the recollection
of MARIO, FLAVIANO's early essays towards a new world of poetic sound. It was
the expression not altogether of mirth, yet of some wonderful sort of happiness
the blithe self-expansion of a joyful soul in people upon whom some
all-subduing experience had wrought heroically, and who still remembered, on
this bland afternoon, the hour of a great deliverance. His old native
susceptibility to the spirit, the special sympathies, of places, above all, to
any hieratic or religious significance they might have, was at its liveliest,
as Marius, still encompassed by that peculiar singing, and still amid the
evidences of a grave discretion all around him, passed into the house. That
intelligent seriousness about life, the absence of which had ever seemed to
remove those who lacked it into some strange species wholly alien from himself,
accumulating all the lessons of his experience since those first days at
White-nights, was as it were translated here, as if in designed congruity with
his favourite precepts of the power of physical vision, into an actual picture.
If the true value of souls is in proportion to what they can admire, Marius was
just then an acceptable soul. As he passed through the various chambers, great
and small, one dominant thought increased upon him, the thought of chaste women
and their children of all the various affections of family life under its most
natural conditions, yet developed, as if in devout imitation of some sublime
new type of it, into large controlling passions. There reigned throughout, an
order and purity, an orderly disposition, as if by way of making ready for some
gracious spousals. The place itself was like a bride adorned for her husband ;
and its singular cheerfulness, the abundant light everywhere, the sense of
peaceful industry, of which he received a deep impression though without
precisely reckoning wherein it resided, as he moved on rapidly, were in forcible
contrast just at first to the place to which he was next conducted by Cornelius
still with a sort of eager, hurried, halftroubled reluctance, and as if he
forbore the explanation which might well be looked for by his companion. An old
flower-garden in the rear of the house, set here and there with a venerable
olive-tree a picture in pensive shade and fiery blossom, as transparent, under
that afternoon light, as the old miniature-painters' work on the walls of the
chambers within was bounded towards the west by a low, grass-grown hill. A
narrow opening cut in its steep side, like a solid blackness there, admitted
Marius and his gleaming leader into a hollow cavern or crypt, neither more nor
less in fact than the family burialplace of the Cecilii, to whom this residence
belonged, brought thus, after an arrangement then becoming not unusual, into
immediate connexion with the abode of the living, in bold assertion of that
instinct of family life, which the sanction of the Holy Family was, hereafter,
more and more to reinforce. Here, in truth, was the centre of the peculiar
religious expressiveness, of the sanctity, of the entire scene. That "any
person may, at his own election, constitute the place which belongs to him a
religious place, by the carrying of his dead into it": had been a maxim of
old Roman law, which it was reserved for the early Christian societies, like
that established here by the piety of a wealthy Roman matron, to realise in all
its consequences. Yet this was certainly unlike any cemetery Marius had ever
before seen ; most obviously in this, that these people had returned to the
older fashion of disposing of their dead by burial instead of burning.
Originally a family sepulchre, it was growing to a vast necropolis^ a whole
township of the deceased, by means of some free expansion of the family
interest beyond its amplest natural limits. That air of venerable beauty which
characterised the house and its precincts above, was maintained also here. It
was certainly with a great outlay of labour that these long, apparently
endless, yet elaborately designed galleries, were increasing so rapidly, with
their layers of beds or berths, one above another, cut, on either side the
pathway, in the porous tufa^ through which all the moisture filters downwards,
leaving the parts above dry and wholesome. All alike were carefully closed, and
with all the delicate costliness at command ; some with simple tiles of baked
clay, many with slabs of marble, enriched by fair inscriptions : marble taken,
in some cases, from older pagan tombs the inscription sometimes a palimpsest^
the new epitaph being woven into the faded letters of an earlier one. As in an
ordinary Roman cemetery, an abundance of utensils for the worship or com
memoration of the departed was disposed around incense, lights, flowers, their
flame or their freshness being relieved to the utmost by contrast with the
coal-like blackness of the soil itself, a volcanic sandstone, cinder of
burntout fires. Would they ever kindle again ? possess, transform, the place ?
Turning to an ashen pallor where, at regular intervals, an air-hole or luminare
let in a hard beam of clear but sunless light, with the heavy sleepers, row
upon row within, leaving a passage so narrow that only one visitor at a time
could move along, cheek to cheek with them, the high walls seemed to shut one
in into the great company of the dead. Only the long straight pathway lay
before him ; opening, however, here and there, into a small chamber, around a
broad, table-like coffin or " altar-tomb," adorned even more
profusely than the rest as if for some anniversary observance. Clearly, these
people, concurring in this with the special sympathies of Marius himself, had
adopted the practice of burial from some peculiar feeling of hope they
entertained concerning the body ; a feeling which, in no irreverent curiosity,
he would fain have penetrated. The complete and irreparable disappearance of
the dead in the funeral fire, so crushing to the spirits, as he for one had
found it, had long since induced in him a preference for that other mode of
settlement to the last sleep, as having something about it more homelike and
hopeful, at least in outward seeming. But whence the strange confidence that
these "handfuls of white dust" would hereafter recompose themselves
once more into exulting human creatures ? By what heavenly alchemy, what
reviving dew from above, such as is certainly never again to reach the dead
violets ? Januarius, Agapetus Felicitas ; Martyrs !refresh, I pray you,
the soul of CECILIO, of CORNELIO ! said an inscription, one of many, scratched,
like a passing sigh, when it was still fresh in the mortar that had closed up
the prison-door. All critical estimate of this bold hope, as sincere
apparently as it was audacious in its claim, being set aside, here at least,
carried further than ever before, was that pious, systematic commemoration of
the dead, which, in its chivalrous refusal to forget or finally desert the
helpless, had ever counted with Marius as the central exponent or symbol of all
natural duty. The stern soul of the excellent Jonathan Edwards, applying the
faulty theology of John Calvin, afforded him, we know, the vision of infants
not a span long, on the floor of hell. Every visitor to the Catacombs must have
observed, in a very different theological connexion, the numerous children's
graves there beds of infants, but a span long indeed, lowly "prisoners of
hope," on these sacred floors. It was with great curiosity, certainly,
that Marius considered them, decked in some instances with the favourite toys
of their tiny occupants toy-soldiers, little chariot-wheels, the entire
paraphernalia of a baby-house ; and when he saw afterwards the living children,
who sang and were busy above sang their psalm Laudate Pueri Dominumf their very
faces caught for him a sort of quaint unreality from the memory of those
others, the children of the Catacombs, but a little way below them. Here and there,
mingling with the record of merely natural decease, and sometimes even at these
children's graves, were the signs of violent death or " martyrdom,"
proofs that some " had loved not their lives unto the death " in the
little red phial of blood, the palm-branch, the red flowers for their heavenly
" birthday." About one sepulchre in particular, distinguished in this
way, and devoutly arrayed for what, by a bold paradox, was thus treated as,
natalitia a birthday, the peculiar arrangements of the whole place visibly
centered. And it was with a singular novelty of feeling, like the dawning of a
fresh order of experiences upon him, that, standing beside those mournful
relics, snatched in haste from the common place of execution not many years before,
Marius became, as by some gleam of foresight, aware of the whole force of
evidence for a certain strange, new hope, defining in its turn some new and
weighty motive of action, which lay in deaths so tragic for the "
Christian superstition." Something of them he had heard indeed already.
They had seemed to him but one savagery the more, savagery self- provoked, in a
cruel and stupid world. And yet these poignant memorials seemed also to draw
him onwards to-day, as if towards an image of some still more pathetic suffering,
in the remote background. Yes ! the interest, the expression, of the entire
neighbourhood was instinct with it, as with the savour of some priceless
incense. Penetrating the whole atmosphere, touching everything around with its
peculiar sentiment, it seemed to make all this visible mortality, death's very
self Ah ! lovelier than any fable of old mythology had ever thought to render
it, in the utmost limits i of fantasy ; and this, in simple candour of feeling
about a supposed fact. Peace! Pax! Pax tecuml the word, the thought was put
forth everywhere, with images of hope, snatched sometimes from that jaded pagan
world which had really afforded men so little of it from first to last ; the
various consoling images it had thrown off, of succour, of regeneration, of
escape from the grave Hercules wrestling with Death for possession of Alcestis,
Orpheus taming the wild beasts, the Shepherd with his sheep, the Shepherd
carrying the sick lamb upon his shoulders. Yet these imageries after all, it
must be confessed, formed but a slight contribution to the dominant effect of
tranquil hope there a kind of heroic cheerfulness and grateful ex- i pansion of
heart, as with the sense, again, of some real deliverance, which seemed to
deepen the longer one lingered through these strange and awful passages. A
figure, partly pagan in character, yet most frequently repeated of all these
visible parables the figure of one just escaped from the sea, still clinging as
for life to the shore in surprised joy, together with the inscription beneath
it, seemed best to express the prevailing sentiment of the place. And it was
just as he had puzzled out this inscription / went down to the bottom of the
mountains. The earth with her bars was about me for ever : Yet hast Thou
brought up my life from corruption ! that with no feeling of suddenness or
change Marius found himself emerging again, like a later mystic traveller
through similar dark places " quieted by hope," into the daylight.
They were still within the precincts of the house, still in possession of that
wonderful singing, although almost in the open country, with a great view of
the Campagna before them, and the hills beyond. The orchard or meadow, through
which their path lay, was already gray with twilight, though the western sky,
where the greater stars were visible, was still afloat in crimson splendour.
The colour of all earthly things seemed repressed by the contrast, yet with a
sense of great richness lingering in their shadows. At that moment the voice of
the singers, a " voice of joy and health," concentrated itself with
solemn antistrophic movement, into an evening, or " candle " hymn.
" Hail ! Heavenly Light, from his pure glory poured, Who is the Almighty
Father, heavenly, blest : Worthiest art Thou, at all times to be sung With
undefiled tongue." It was like the evening itself made audible, its hopes
and fears, with the stars shining in the midst of it. Half above, half below
the level white mist, dividing the light from the darkness, came now the
mistress of this place, the wealthy Roman matron, left early a widow a,i few
years before, by CECILIO " Confessor and [ Saint." With a certain
antique severity in the I gathering of the long mantle, and with coif or veil
folded decorously below the chin, " gray within gray," to the mind of
Marius her temperate beauty brought reminiscences of the serious and virile
character of the best female statuary of Greece. Quite foreign, however, to any
Greek statuary was the expression of pathetic care, with which she carried a
little child at rest in her arms. Another, a year or two older, walked beside,
the fingers of one hand within her girdle. She paused for a moment with a
greeting for Cornelius. That visionary scene was the close, the fitting close,
of the afternoon's strange experiences. A few minutes later, passing forward on
his way along the public road, he could have fancied it a dream. The house of
Cecilia grouped itself beside that other curious house he had lately visited at
Tusculum. And what a contrast was presented by the former, in its suggestions
of hopeful industry, of immaculate cleanness, of responsive affection ! all
alike determined by that transporting discovery of some fact, or series of
facts, in which the old puzzle of life had found its solution. In truth, one of
his most characteristic and constant traits had ever been a certain longing for
escape for some sudden, relieving interchange, across the very spaces of life,
it might be, along which he had lingered most pleasantly for a lifting, from
time to time, of the actual horizon. It was like the necessity under which the
painter finds himself, to set a window or open doorway in the background of his
picture ; or like a sick man's longing for northern coolness, and the
whispering willow-trees, amid the breathless evergreen forests of the south. To
some such effect had this visit occurred to him, and through so slight an
accident. Rome and Roman life, just then, were come to seem like some stifling
forest of bronze -work, transformed, as if by malign enchantment, out of the
generations of living trees, yet with roots in a deep, down-trodden soil of
poignant human susceptibilities. In the midst of its suffocation, that old
longing for escape had been satisfied by this vision of the church in Cecilia's
house, as never before. It was still, indeed, according to the unchangeable law
of his temperament, to the eye, to the visual faculty of mind, that those
experiences appealed the peaceful light and shade, the boys whose very faces
seemed to sing, the virginal beauty of the mother and her children. But, in his
case, what was thus visible constituted a moral or spiritual influence, of a
somewhat exigent and controlling character, added anew to life, a new element
therein, with which, consistently with his own chosen maxim, he must make
terms. The thirst for every kind of experience, encouraged by a philosophy
which taught that nothing was intrinsically great or small, good or evil, had
ever been at strife in him with a hieratic refinement, in which the boy -priest
survived, prompting always the selection of what was perfect of its kind, with
subsequent loyal adherence of his soul thereto. This had carried him along in a
continuous communion with ideals, certainly realised in part, either in the
conditions of his own being, or in the actual company about him, above all, in
Cornelius. Surely, in this strange new society he had touched upon for the
first time to-day in this strange family, like "a garden enclosed "
was the fulfilment of all trie preferences, the judgments, of that
half-understood friend, which of late years had been his protection so often
amid the perplexities of life. Here, it might be, was, if not the cure, yet the
solace or anodyne of his great sorrows of that constitutional sorrowfulness,
not peculiar to himself perhaps, but which had made his life certainly like one
long disease of the spirit. Merciful intention made itself known remedially
here, in the mere contact of the air, like a soft touch upon aching flesh. On
the other hand, he was aware that new responsibilities also might be awakened
new and untried responsibilities a demand for something from him in return.
Might this new vision, like the malignant beauty of pagan Medusa, be exclusive
of any admiring gaze upon anything but itself? At least he suspected that,
after the beholding of it, he could never again be altogether as he had been
before. Faithful to the spirit of his early Epicurean philosophy and the
impulse to surrender himself, in perfectly liberal inquiry about it, to
anything that, as a matter of fact, attracted or impressed him strongly, Marius
informed himself with much pains concerning the church in Cecilia's house ;
inclining at first to explain the peculiarities of that place by the
establishment there of the schola or common hall of one of those burialguilds,
which then covered so much of the unofficial, and, as it might be called,
subterranean enterprise of Roman society. And what he found, thus looking,
literally, for the dead among the living, was the vision of a natural, a
scrupulously natural, love, transforming, by some new gift of insight into the
truth of human relationships, and under the urgency of some new motive by him
so far unfathomable, all the conditions of life. He saw, in all its primitive
freshness and amid the lively facts of its! actual coming into the world, as a
reality of experience, that regenerate type of humanity, which, centuries
later, Giotto and his successors, down to the best and purest days of the young
Raphael, working under conditions very friendly to the imagination, were to
conceive as an artistic ideal. He felt there, felt amid the stirring of some
wonderful new hope within himself, the genius, the unique power of
Christianity; in exercise then, as it has been exercised ever since, in spite
of many hindrances, and under the most inopportune circumstances. Chastity, as
he seemed to understand the chastity of men and women, amid all the conditions,
and with the results, proper to such chastity, is the most beautiful thing in
the world and the truest conservation of that creative energy by which men and
women were first brought into it. The nature of the family, for which the
better genius of old Rome itself had sincerely cared, of the family and its
appropriate affections all that love of one's kindred by which obviously one
does triumph in some degree over death had never been so felt before. Here,
surely! in its genial warmth, its jealous exclusion of all that was opposed to
it, to its own immaculate naturalness, in the hedge set around the sacred thing
on every side, this development of the family did but carry forward, and give
effect to, the purposes, the kindness, of nature itself, friendly to man. As if
by way of a due recognition of some immeasurable divine condescension manifest
in a certain historic fact, its influence was felt more especially at those
points which demanded some sacrifice of one's self, for the weak, for the aged,
for little children, and even for the dead. And % then, for its constant
outward token, its significant manner or index, it issued in a certain debonair
grace, and a certain mystic attractiveness, a courtesy, which made Marius doubt
whether that famed Greek " blitheness," or gaiety, or grace, in the
handling of life, had been, after all, an unrivalled success. Contrasting with
the incurable insipidity even of what was most exquisite in the higher Roman
life, of what was still truest to the primitive soul of goodness amid its evil,
the new creation he now looked on as it were a picture beyond the craft of any
master of old pagan beauty had indeed all the appropriate freshness of a "
bride adorned for her husband. Things new and old seemed to be coming as if out
of some goodly treasure-house, the brain full of science, the heart rich with
various sentiment, possessing withal this surprising healthfulness, this
reality of heart. You would hardly believe," writes Pliny to his own wife
! "what a longing for you possesses me. Habit that we have not been used
to be apart adds herein to the primary force of affection. It is this keeps me
awake at night fancying I see you beside me. That is why my feet take me
unconsciously to your sitting-room at those hours when I was wont to visit you
there. That is why I turn from the door of the empty chamber, sad and
ill-at-ease, like an excluded lover." There, is a real idyll from that
family life, the protection of which had been the motive of so large a part of
the religion of the Romans, still surviving among them ; as it survived also in
Aurelius, his disposition and aims, and, spite of slanderous tongues, in the
attained sweetness of his interior life. What Marius had been permitted to see
was a realisation of such life higher still : and with Yes ! with a more
effective sanction and motive than it had ever possessed before, in that fact,
or series of facts, to be ascertained by those who would. The central glory of
the reign of the Antonines was that society had attained in it, though very
imperfectly, and for the most part by cumbrous effort of law, many of those
ends to which Christianity went straight, with the sufficiency, the success, of
a direct and appropriate instinct. Pagan Rome, too, had its touching
charity-sermons on occasions of great public distress ; its charity-children in
long file, in memory of the elder empress Faustina ; its prototype, under
patronage of Aesculapius, of the modern hospital for the sick on the island of
Saint Bartholomew. But what pagan charity was doing tardily, and as if with the
painful calculation of old age, the church was doing, almost without thinking
about it, with all the liberal enterprise of youth, because it was her very
being thus to do. " You fail to realise your own good intentions,"
she seems to say, to pagan virtue, pagan kindness. She identified herself with
those intentions and advanced them with an unparalleled freedom and largeness.
The gentle Seneca would have reverent burial provided even for the dead body of
a criminal. Yet when a certain woman collected for interment the insulted
remains of Nero, the pagan world surmised that she must be a Christian: only a
Christian would have been likely to conceive so chivalrous a devotion towards
mere wretchedness. "We refuse to be witnesses even of a homicide commanded
by the law," boasts the dainty consciena of a Christian apologist, "
we take no part ii your cruel sports nor in the spectacles of the amphitheatre,
and we hold that to witness a murder is the same thing as to commit one."
And there was another duty almost forgotten, the sense of which Rousseau
brought back to the degenerate society of a later age. In an impassioned
discourse the sophist Favorinus counsels mothers to suckle their own infants ;
and there are Roman epitaphs erected to mothers, which gratefully record this
proof of natural affection as a thing then unusual. In this matter too, what a
sanction, what a provocative to natural duty, lay in that image discovered to
Augustus by the Tiburtine Sibyl, amid the aurora of a new age, the image of the
Divine Mother and the Child, just then rising upon the world like the dawn!
Christian belief, again, had presented itself as a great inspirer of chastity.
Chastity, in turn, realised in the whole scope of its conditions, fortified
that rehabilitation of peaceful labour, after the mind, the pattern, of the
workman of Galilee, which was another of the natural instincts of the catholic
church, as being indeed the long-desired initiator of a religion of cheerfulness,
as a true lover of the industry so to term it the labour, the creation, of God.
And this severe yet genial assertion of the ideal of woman, of the family, of
industry, of man's work in life, so close to the truth of nature, was also, in
that charmed hour of the minor " Peace of the church," realised as an
influence tending to beauty, to the adornment of life and the world. The sword
in the world, the right eye plucked out, the right hand cut off*, the spirit of
reproach which those images express, and of which monasticism is the
fulfilment, reflect one side only of the nature of the divine missionary of the
New Testament. Opposed to, yet blent with, this ascetic or militant character,
is the function of the Good Shepherd, serene, blithe and debonair, beyond the
gentlest shepherd of Greek mythology; of a king under whom the beatific vision
is realised of a reign of peace-peace of heart among men. Such aspect of the
divine character of Christ, rightly understood, is indeed the final
consummation of that bold and brilliant hopefulness in man's nature, which had
sustained him so far through his immense labours, his immense sorrows, and of
which pagan gaiety in the handling of life, is but a minor achievement.
Sometimes one, sometimes the other, of those two contrasted aspects of its
Founder, have, in different ages and under the urgency of different human
needs, been at work also in the Christian Church. Certainly, in that brief
" Peace of the church " under the Antonines, the spirit of a pastoral
security and happiness seems to have been largely expanded. There, in the early
church of ROMA, was to be seen, and on sufficiently reasonable grounds, that
satisfaction and serenity on a dispassionate survey of the facts of life, which
all hearts had desired, though for the most part in vain, contrasting itself
for Marius, in particular, very forcibly, with the imperial philosopher's so
heavy burden of unrelieved melancholy. It was Christianity in its humanity, or
even its humanism, in its generous hopes for man, its common sense and alacrity
of cheerful service, its sympathy with all creatures, its appreciation of
beauty and daylight. The angel of righteousness," says the Shepherd of
Hermas, the most characteristic religious book of that age, its Pilgrim's Progress
[cited by H. P. GRICE] "the angel of righteousness is modest and delicate
and meek and quiet. Take from thyself grief, for (as Hamlet will one day
discover) 'tis the sister of doubt and ill-temper. Grief is more evil than any
other spirit of evil, and is most dreadful to the servants of God, and beyond
all spirits destroyeth man. For, as when good news is come to one in grief,
straightway he forgetteth his former grief, and no longer attendeth to anything
except the good news which he hath heard, so do ye, also ! having received a
renewal of your soul through the beholding of these good things. Put on
therefore gladness that hath always favour before God, and is acceptable unto
Him, and delight thyself in it ; for every man that is glad doeth the things that
are good, and thinketh good thoughts, despising grief." Such were the
commonplaces of this new people, among whom so much of what Marius had valued
most in the old world seemed to be under renewal and further promotion. Some
transforming spirit was at work to harmonise contrasts, to deepen expression a
spirit which, in its dealing with the elements of ancient life, was guided by a
wonderful tact of selection, exclusion, juxtaposition, begetting thereby a
unique effect of freshness, a grave yet wholesome beauty, because the world of
sense, the whole outward world was understood to set forth the veritable
unction and royalty of a certain priesthood and kingship of the soul within,
among the prerogatives of which was a delightful sense of freedom. The reader may
think perhaps, that Marius, who, Epicurean as he was, had his visionary
aptitudes, by an inversion of one of Plato's peculiarities with which he was of
course familiar, must have descended, \>j foresight, upon a later age than
his own, and anticipated Christian poetry and art as they came to be under the
influence of Saint Francis of Assisi. But if he dreamed on one of those nights
of the beautiful house of Cecilia, its lights and flowers, of Cecilia herself
moving among the lilies, with an enhanced grace as happens sometimes in healthy
dreams, it was indeed hardly an anticipation. He had lighted, by one of the
peculiar in- ) tellectual good-fortunes of his life, upon a period when, even
more than in the days of austere ascesis which had preceded and were to follow
it, the church was true for a moment, truer perhaps than she would ever be
again, to that element of profound serenity in the soul of her Founder, which
reflected the eternal goodwill of God to man, " in whom," according
to the oldest version of the angelic message, " He is wellpleased."
For what Christianity did many centuries afterwards in the way of informing an
art, a poetry, of graver and higher beauty, we may think, than that of Greek
art and poetry at their best, was in truth conformable to the original tendency
of its genius. The genuine capacity of the catholic church in this direction,
discoverable from the first in the New Testament, was also really at work, in
that earlier " Peace," under the Antonines the minor "Peace of
the church," as we might call it, in distinction from the final "
Peace of the church," commonly so called, under Constantine. Saint
Francis, with his following in the sphere of poetry and of the arts the voice
of Dante, the hand of Giotto giving visible feature and colour, and a palpable
place among men, to the regenerate race, did but re-establish a continuity,
only suspended in part by those troublous intervening centuries the "dark
ages," properly thus named with the gracious spirit of the primitive
church, as manifested in that first early springtide of her success. The
greater " Peace " of Constantine, on the other hand, in many ways,
does but establish the exclusiveness, the puritanism, the ascetic gloom which,
in the period between Aurelius and the first Christian emperor, characterised a
church under misunderstanding or oppression, driven back, in a world of
tasteless controversy, inwards upon herself. Already, in the reign of ANTONINO
PIO, the time was gone by when men became Christians under some sudden and overpowering
impression, and with all the disturbing results of such a crisis. At this
period the larger number, perhaps, had been born Christians, had been ever with
peaceful hearts in their " Father's house." That earlier belief in
the speedy coming of judgment and of the end of the world, with the
consequences it so naturally involved in the temper of men's minds, was dying
out. Every day the contrast between the church and the world was becoming less
pronounced. And now also, as the church rested awhile from opposition, that
rapid self-development outward from within, proper to times of peace, was in
progress. Antoninus Pius, it might seem, more truly even than Marcus Aurelius
himself, was of that group of pagan saints for whom Dante, like Augustine, has provided
in his scheme of the house with many mansions. A sincere old Roman piety had
urged his fortunately constituted nature to no mistakes, no offences against
humanity. And of his entire freedom from guile one reward had been this
singular happiness, that under his rule there was no shedding of Christian
blood. To him belonged that half-humorous placidity of soul, of a kind
illustrated later very effectively by Montaigne, which, starting with an
instinct of mere fairness towards human nature and the world, seems at last
actually to qualify its possessor to be almost the friend of the people of
Christ. Amiable, in its own nature, and full of a reasonable gaiety,
Christianity has often had its advantage of characters such as that. The
geniality of Antoninus Pius, like the geniality of the earth itself, had
permitted the church, as being in truth no alien from that old mother earth, to
expand and thrive for a season as by natural process. And that charmed period
under the Antonines, extending to the later years of the reign of ANTONINO (si
veda) (beautiful, brief, chapter of ecclesiastical history !), contains, as one
of its motives of interest, the earliest development of Christian ritual under
the presidence of the church of Rome. Again as in one of those mystical, quaint
visions of the Shepherd of Hernias, "the aged woman was become by degrees
more and more youthful. And in the third vision she was quite young, and
radiant with beauty : only her hair was that of an aged woman. And at the last
she was joyous, and seated upon a throne seated upon a throne, because her
position is a strong one." The subterranean worship of the church belonged
properly to those years of her early history in which it was illegal for her to
worship at all. But, hiding herself for awhile as conflict grew violent, she
resumed, when there was felt to be no more than ordinary risk, her natural
freedom. And the kind of outward prosperity she was enjoying in those moments
of her first " Peace," her modes of worship now blossoming freely
above-ground, was re-inforced by the decision at this point of a crisis in her
internal history. In the history of the church, as throughout the moral history
of mankind, there are two distinct ideals, either of which it is possible to
maintain two conceptions, under one or the other of which we may represent to
ourselves men's efforts towards a better life corresponding to those two
contrasted aspects, noted above, as discernible in the picture afforded by the
New Testament itself of the character of Christ. The ideal of asceticism
represents moral effort as essentially a sacrifice, the sacrifice of one part
of human nature to another, that it may live the more completely in what
survives of it ; while the ideal of culture represents it as a harmonious development
of all the parts of human nature, in just proportion to each other. It was to
the latter order of ideas that the church, and' especially the church of Rome
in the age of the Antonines, freely lent herself. In that earlier " Peace
" she had set up for herself the ideal of spiritual development, under the
guidance of an instinct by which, in those serene moments, she was absolutely
true to the peaceful soul of her Founder. " Goodwill to men," she
said, " in whom God Himself is well -pleased ! " For a little while,
at least, there was no forced opposition between the soul and the body, the
world and the spirit, and the grace of graciousness itself was pre-eminently
with the people of Christ. Tact, good sense, ever the note of a true orthodoxy,
the merciful compromises of the church, indicative of her imperial vocation in
regard to all the varieties of human kind, with a universality of which the old
Roman pastorship she was superseding is but a prototype, was already become
conspicuous, in spite of a discredited, irritating, vindictive society, all
around her. Against that divine urbanity and moderation the old error of
Montanus we read of dimly, was a fanatical revolt sour, falsely anti-mundane,
ever with an air of ascetic affectation, and a bigoted distaste in particular
for all the peculiar graces of womanhood. By it the desire to please was
understood to come of the author of evil. In this interval of quietness, it was
perhaps inevitable, by the law of reaction, that some such extravagances of the
religious temper should arise. But again the church of Rome, now becoming every
day more and more completely the capital of the Christian world, checked the
nascent Montanism, or puritanism of the moment, vindicating for all Christian
people a cheerful liberty of heart, against many a narrow group of sectaries,
all alike, in their different ways, accusers of the genial creation of God.
With her full, fresh faith in the Evange/e in a veritable regeneration of the
earth and the body, in the dignity of man's entire personal being for a season,
at least, at that critical period in the development of Christianity, she was
for reason, for common sense, for fairness to human nature, and generally for
what may be called the naturalness of Christianity. As also for its comely
order: she would be "brought to her king in raiment of needlework."
It was by the bishops of Rome, diligently transforming themselves, in the true
catholic sense, into universal pastors, that the path of what we must call
humanism was thus defined. And then, in this hour of expansion, as if now at
last the catholic church might venture to show her outward lineaments as they
really were, worship "the beauty of holiness," nay! the elegance of
sanctity was developed, with a bold and confident gladness, the like of which
has hardly been the ideal of worship in any later age. The tables in fact were
turned : the prize of a cheerful temper on a candid survey of life was no
longer with the pagan world. The aesthetic charm of the catholic church, her
evocative power over all that is eloquent and expressive in the better mind of
man, her outward comeliness, her dignifying convictions about human nature :
all this, as abundantly realised centuries later by ALIGHIERI (s veda) and
Giotto, by the great medieval church-builders, by the great ritualists like
Saint Gregory, and the masters of sacred music in the middle age we may see
already, in dim anticipation, in those charmed moments towards the end of the
second century. Dissipated or turned aside, partly through the fatal mistake of
Marcus Aurelius himself, for a brief space of time we may discern that
influence clearly predominant there. What might seem harsh as dogma was already
justifying itself as worship ; according to the sound rule : Lex orandi^ lex
credendi Our Creeds are but the brief abstract of our prayer and song. The
wonderful liturgical spirit of the church, her wholly unparalleled genius for
worship, being thus awake, she was rapidly re-organising both pagan and Jewish
elements of ritual, for the expanding therein of her own new heart of devotion.
Like the institutions of monasticism, like the Gothic style of architecture,
the ritual system of the church, as we see it in historic retrospect, ranks as
one of the great, conjoint, and (so to term them) necessary, products of human
mind. Destined for ages to come, to direct with so deep a fascination men's
religious instincts, it was then already recognisable as a new and precious
fact in the sum of things. What has been on the whole the method of the church,
as " a power of sweetness and patience, in dealing with matters like pagan
art, pagan literature was even then manifest ; and has the character of the
moderation, the divine moderation of Christ himself. It was only among the
ignorant, indeed, only in the " villages," that Christianity, even in
conscious triumph over paganism, was really betrayed into iconoclasm. In the
final " Peace " of the Church under COSTANTINO, while there was
plenty of destructive fanaticism in the country, the revolution was accomplished
in the larger towns, in a manner more orderly and discreet in the Roman manner.
The faithful were bent less on the destruction of the old pagan temples than on
their conversion to a new and higher use ; and, with much beautiful furniture
ready to hand, they became Christian sanctuaries. Already, in accordance with
such maturer wisdom, the church of the " Minor Peace " had adopted
many of the graces of pagan feeling and pagan custom ; as being indeed a living
creature, taking up, transforming, accommodating still more closely to the
human heart what of right belonged to it. In this way an obscure synagogue was
expanded into the catholic church. Gathering, from a richer and more varied
field of sound than had remained for him, those old Roman harmonies, some notes
of which Gregory the Great, centuries later, and after generations of
interrupted development, formed into the Gregorian music, she was already, as
we have heard, the house of song of a wonderful new music and poesy. As if in
anticipation of the sixteenth century, the church was becoming!
"humanistic," in an earlier, and unimpeachable/ Renaissance. Singing
there had been in abund-j ance from the first ; though often it dared only be
of the heart. And it burst forth, when it might, into the beginnings of a true
ecclesiastical music; the Jewish psalter, inherited from the synagogue, turning
now, gradually, from Greek into Latin BROKEN LATIN, into ITALIANO, as the
ritual use of the rich, fresh, expressive vernacular superseded the earlier
authorised language of the Church. Through certain surviving remnants of Greek
in the later Latin liturgies, we may still discern a highly interesting
intermediate phase of ritual development, when the Greek and the Latin were in
combination; the poor, surely ! the poor and the children of that liberal Roman
church responding already in their own " vulgar tongue," to an office
said in the original, liturgical Greek. That hymn sung in the early morning, of
which Pliny had heard, was kindling into the service of the Mass. The Mass,
indeed, would appear to have been said continuously from the Apostolic age. Its
details, as one by one they become visible in later history, have already the
character of what is ancient and venerable. "We are very old, and ye are
young ! " they seem to protest, to those who fail to understand them.
Ritual, in fact, like all other elements of religion, must grow and cannot be
made grow by the same law of development which prevails everywhere else, in the
moral as in the physical world. As regards this special phase of the religious
life, however, such development seems to have been unusually rapid in the
subterranean age which preceded Constantine ; and in the very first days j of
the final triumph of the church the Mass emerges to general view already
substantially complete. " Wisdom " was dealing, as with the dust of
creeds and philosophies, so also with the dust of outworn religious usage, like
the very spirit of life itself, organising soul and body out of the lime and
clay of the earth. In a generous eclecticism, within the bounds of her liberty,
and as by some providential power within her, she gathers and serviceably
adopts, as in other matters so in ritual, one thing here, another there, from
various sources Gnostic, Jewish, Pagan to adorn and beautify the greatest act
of worship the world has seen. It was thus the liturgy of the church came to be
full of consolations for the human soul, and destined, surely ! one day, under
the sanction of so many ages of human experience, to take exclusive possession
of the religious consciousness. TANTUM ERGO SACRAMENTUM VENEREMUR CERNUI:
ET ANTIQUUM DOCUMENTUM NOVO CEDAT RITUI. Wisdom hath
builded herselt a house : she hath mingled hex wine : she hath also prepared
for herself a table." The more highly favoured ages of imaginative art
present instances of the summing up of an entire world of complex associations
under some single form, like the Zeus of Olympia, or the series of frescoes
which commemorate The Acts of Saint Francis, at Assisi, or like the play of
Hamlet or Faust. It was not in an image, or series of images, yet still in a
sort of dramatic action, and with the unity of a single appeal to eye and ear,
that Marius about this time found all his new impressions set forth, regarding
what he had already recognised, intellectually, as for him at least the most
beautiful thing in the world. To understand the influence upon him of what
follows the reader must remember that it was an experience which came amid a
deep sense of vacuity in life. The fairest products of the earth seemed to be
dropping to pieces, as if in men's very hands, around him. How real was their
sorrow, and his ! " His observation of life " had come to be like the
constant telling of a sorrowful rosary, day after day ; till, as if taking
infection from the cloudy sorrow of the mind, the eye also, the very senses,
were grown faint and sick. And now it happened as with the actual morning on
which he found himself a spectator of this new thing. The long winter had been
a season of unvarying sullenness. At last, on this day he awoke with a sharp
flash of lightning in the earliest twilight : in a little while the heavy rain
had filtered the air: the clear light was abroad ; and, as though the spring
had set in with a sudden leap in the heart of things, the whole scene around
him lay like some untarnished picture beneath a sky of delicate blue. Under the
spell of his late depression, Marius had suddenly determined to leave Rome for
a while. But desiring first to advertise CORNELIO of his movements, and failing
to find him in his lodgings, he had ventured, still early in the day, to seek
him in the Cecilian villa. Passing through its silent and empty court-yard he
loitered for a moment, to admire. Under the clear but immature light of winter
morning after a storm, all the details of form and colour in the old marbles
were distinctly visible, and with a kind of severity or sadness so it struck
him amid their beauty : in them, and in all other details of the scene the
cypresses, the bunches of pale daffodils in the grass, the curves of the purple
hills of Tusculum, with the drifts of virgin snow still lying in their hollows.
The little open door, through which he passed from the court-yard, admitted him
into what was plainly the vast Lararium^ or domestic sanctuary, of the Cecilian
family, transformed in many particulars, but still richly decorated, and
retaining much of its ancient furniture in metalwork and costly stone. The
peculiar half-light of dawn seemed to be lingering beyond its hour upon the
solemn marble walls ; and here, though at that moment in absolute silence, a
great company of people was assembled. In that brief period of peace, during
which the church emerged for awhile from her jealouslyguarded subterranean
life, the rigour of an earlier rule of exclusion had been relaxed. And so it
came to pass that, on this morning Marius saw for the first time the wonderful
spectacle wonderful, especially, in its evidential power over himself, over his
own thoughts of those who believe. There were noticeable, among those present,
great varieties of rank, of age, of personal type. The Roman ingenuus^ with the
white toga and gold ring, stood side by side with his slave ; and the air of
the whole company was, above all, a grave one, an air of recollection. Coming
thus unexpectedly upon this large assembly, so entirely united, in a silence so
profound, for purposes unknown to him, MARIO feels for a moment as if he had
stumbled by chance upon some great conspiracy. Yet that could scarcely be, for
the peoplehere collected might have figured as the earliest handsel, or
pattern, of a new world, from the very face of which discontent had passed
away. Corresponding to the variety of human type there present, was the various
expression of every form of human sorrow assuaged. What desire, what fulfilment
of desire, had wrought so pathetically on the features of these ranks of aged
men and women of humble condition ? Those young men, bent down so j discreetly
on the details of their sacred service, had faced life and were glad, by some
science, or light of knowledge they had, to which there had certainly been no
parallel in the older world. Was some credible message from beyond " the
flaming rampart of the world " a message of hope, regarding the place of
men's souls and theirinterest in the sum of things already moulding anew their
very bodies, and looks, and voices, now and here ? At least, there was a
cleansing and kindling flame at work in them, which seemed to make everything
else Marius had ever known look comparatively vulgar and mean. There were the
children, above all troops of children reminding him of those pathetic children's
graves, like cradles or garden-beds, he had noticed in his first visit to these
places; and they more than satisfied the odd curiosity he had then conceived
about them, wondering in what quaintly expressive forms they might come forth
into the daylight, if awakened from sleep. Children of the Catacombs, some but
"a span long," with features not so much beautiful as heroic (that
world of new, refining sentiment having set its seal even on phildhood), they
retained certainly no stain or trace of anything subterranean this morning, in
the alacrity of their worship as ready as if they had been at play stretching
forth their hands, crying, chanting in a resonant voice, and with boldly
upturned faces, Christe Eleison ! For the silence silence, amid those lights of
early morning to which Marius had always been constitutionally impressible, as
having in them a certain reproachful austerity was broken suddenly by
resounding cries of Kyrie Eleison ! Christe Eleison! repeated alternately,
again and again, until the bishop, rising from his chair, made sign that this
prayer should cease. But the voices burst out once more presently, in richer
and more varied melody, though still of an antiphonal character ; the men, the
women and children, the deacons, the people, answering one another, somewhat
after the manner of a Greek chorus. But again with what a novelty of poetic
accent ; what a genuine expansion of heart ; what profound intimations for the
intellect, as the meaning of the words grew upon him! Cum grandi affectu et compunctione
dicatur says an ancient eucharistic order ; and certainly, the mystic tone of
this praying and singing was one with the expression of deliverance, of
grateful assurance and sincerity, upon the faces of those assembled. As if some
searching correction, a regeneration of the body by the spirit, \ had begun,
and was already gone a great way, the countenances of men, women, and children
alike had a brightness on them which he could fancy reflected upon himself an
amenity, a mystic amiability and unction, which found its way most readily of
all to the hearts of children themselves. The religious poetry of those Hebrew
psalms Benedixisti Domine terram tuam: Dixit Dominus Domino meo^ sede a dextris
meis was certainly in marvellous accord with the lyrical instinct of his own
character. Those august hymns, he thought, must thereafter ever remain by him
as among the well-tested powers in things to soothe and fortify the soul. One
could never grow tired of them ! In the old pagan worship there had been little
to call the understanding into play. Here, on the other hand, the utterance,
the eloquence, the music of worship conveyed, as Marius readily understood, a
fact or series of facts, for intellectual reception. That became evident, more
especially, in those lessons, or sacred readings, which, like the singing, in
broken vernacular Latin, occurred at certain intervals, amid the silence of the
assembly. There were readings, again with bursts of chanted invocation between
for fuller light on a difficult path, in which many a vagrant voice of human
philosophy, haunting men's minds from of old, recurred with clearer accent than
had ever belonged to it before, as if lifted, above its first intention, into
the harmonies of some supreme system of knowledge or doctrine, at length
complete. And last of all came a narrative which, with a thousand tender
memories, every one appeared to know by heart, displaying, in all the vividness
of a picture for the eye, the mournful figure of him towards whom this whole
act of worship still consistently turned a figure which seemed to have
absorbed, like some rich tincture in his garment, all that was deep-felt and
impassioned in the experiences of the past. It was the anniversary of his birth
as a little child they celebrated to-day. Astiterunt reges terra : so the
Gradual, the " Song of Degrees," proceeded, the young men on the
steps of the altar responding in deep, clear, antiphon or chorus Astiterunt
reges terrae Adversus sanctum puerum tuum, Jesum : Nunc, Domine, da servis tuis
loqui verbum tuum Et signa fieri, per nomen sancti pueri Jesu. And the proper
action of the rite itself, like a half-opened book to be read by the duly
initiated mind took up those suggestions, and carried them forward into the
present, as having reference to a power still efficacious, still after some
mystic sense even now in action among the people there assembled. The entire
office, indeed, with its interchange of lessons, hymns, prayer, silence, was
itself like a single piece j of highly composite, dramatic music ; a "
song j of degrees," rising steadily to a climax. Not- | withstanding the
absence of any central image visible to the eye, the entire ceremonial process,
/ like the place in which it was enacted, was weighty with symbolic significance,
seemed to express a single leading motive. The mystery, if such in fact it was,
centered indeed in the actions of one visible person, distinguished among the
assistants, who stood ranged in semicircle around him, by the extreme fineness
of his white vestments, and the pointed cap with the golden ornaments upon his
head. Nor had Marius ever seen the pontifical character, as he conceived it
sicut unguentum in capite^ descendens in oram vestimenti so fully realised, as
in the expression, the manner and voice, of this novel pontiff, as he took his
seat on the white chair placed for him by the young men, and received his long
staff into his hand, or moved his hands hands which seemed endowed in very deed
with some mysterious power at the Lavabo, or at the various benedictions, or to
bless certain objects on the table before him, chanting in cadence of a grave
sweetness the leading parts of the rite. What profound unction and mysticity !
The solemn character of the singing was at its height when he opened his lips.
Like some new sort of rhapsodos, it was for the moment as if he alone possessed
the words of the office, and they flowed anew from some permanent source of
inspiration within him. The table or altar at which he presided, below a canopy
on delicate spiral columns, was in fact the tomb of a youthful "
witness," of the family of the Cecilii, who had shed his blood not many
years before, and whose relics were still in this place. It was for his sake
the bishop put his lips so often to the surface before him ; the regretful
memory of that death entwining itself, though not without certain notes of
triumph, as a matter of special inward significance, throughout a service,
which was, before all else, from first to last, a commemoration of the dead. A
sacrifice also, a sacrifice, it might seem, like the most primitive, the most
natural and enduringly significant of old pagan sacrifices, of the simplest
fruits of the earth. And in connexion with this circumstance again, as in the
actual stones of the building so in the rite itself, what Marius observed was
not so much new matter as a new spirit, moulding, informing, with a new
intention, many observances not witnessed for the first time to-day. Men and
women came to the altar successively, in perfect order, and deposited below the
lattice-work 01 pierced white marble, their baskets of wheat and grapes,
incense, oil for the sanctuary lamps ; bread and wine especially pure wheaten
bread, the pure white wine of the Tusculan vineyards. There was here a
veritable consecration, hopeful and animating, of the earth's gifts, of old
dead and dark matter itself, now in some way redeemed at last, of all that we
can touch or see, in the midst of a jaded world that had lost the true sense of
such things, and in strong contrast to the wise emperor's renunciant and
impassive attitude towards them. Certain portions of that bread and wine were
taken into the bishop's hands ; and thereafter, with an increasing mysticity
and effusion the rite proceeded. Still in a strain of inspired supplication, the
antiphonal singing developed, from this point, into a kind of dialogue between
the chief minister and the whole assisting company SURSUM CORDA! HABEMUS AD
DOMINUM. GRATIAS AGAMUS DOMINO DEO NOSTRO! It might have been thought the
business, the duty or service of young men more particularly, as they stood
there in long ranks, and in severe and simple vesture of the purest white a
service in which they would seem to be flying for refuge, as with their
precious, their treacherous and critical youth in their hands, to oneYes ! one
like themselves, who yet claimed their worship, a worship, above all, in the
way of ANTONINO (si veda), in the way of imitation. Adoramus te Christe^ quia
per crucem tuam redemisti mundum ! they cry together. So deep is the emotion that
at moments it seems to Marius as if some there present apprehend that prayer
prevails, that the very object of this pathetic crying himself draws near. From
the first there had been the sense, an increasing assurance, of one coming :
actually with them now, according to the oftrepeated affirmation or petition, e
Dominus vobiscum ! Some at least were quite sure of it ; and the confidence of
this remnant fired the hearts, and gave meaning to the bold, ecstatic worship,
of all the rest about them. Prompted especially by the suggestions of that
mysterious old Jewish psalmody, so new to him lesson and hymn and catching
therewith a portion of the enthusiasm of those beside him, Marius could discern
dimly, behind the solemn recitation which now followed, at once a narrative and
a prayer, the most touching image truly that had ever come within the scope of
his mental or physical gaze. It was the image of a young man giving up
voluntarily, one by one, for the greatest of ends, the greatest gifts ;
actually parting with himself, above all, with the serenity, the divine
serenity, of his own soul ; yet from the midst of his desolation crying out
upon the greatness of his success, as if foreseeing this very worship. 1 As
centre of the supposed facts which for these people were become so constraining
a motive of hopefulness, of activity, that image seemed to display itself with
an overwhelming claim on human gratitude. What Saint Lewis of France discerned,
and found so irresistibly touching, across the dimness of many centuries, as a
painful thing done for love of him by one he had never seen, was to them almost
as a thing of yesterday ; and their hearts were whole with it. It had the
force, among their interests, of an almost recent event in the career of one
whom their fathers' fathers might have known. From memories so sublime, yet so
close at hand, had the narrative descended in which these acts of worship
centered ; though again the names of some more recently dead were mingled in
it. And it seemed as if the very dead were aware; to be stirring beneath the
slabs of the sepulchres which lay so near, that they might associate themselves
to this enthusiasm to this exalted worship of Jesus. One by one, at last, the
faithful approach to receive from the chief minister morsels of the great,
white, wheaten cake, he had taken into his hands Perducat vos ad vitarn
ceternam ! he prays, half-silently, as they depart again, after 1 Psalm xxii.
22-31. discreet embraces. The Eucharist of those early days was, even more
entirely than at any later or happier time, an act of thanksgiving ; and while
the remnants of the feast are borne away for the reception of the sick, the
sustained gladness of the rite reaches its highest point in the singing of a
hymn : a hymn like the spontaneous product of two opposed militant companies,
contending accordantly together, heightening, accumulating, their witness,
provoking one another's worship, in a kind of sacred rivalry. Ite ! Missa esf !
cried the young deacons : and MARIO departs from that strange scene along with
the rest. What was it ? Was it this made the way of Cornelius so pleasant
through the world ? As for Marius himself, the natural soul of worship in him
had at last been satisfied as never before. He felt, as he left that place,
that he must hereafter experience often a longing memory, a kind of thirst, for
all this, over again. And it seemed moreover to define what he must require of
the powers, whatsoever they might be, that had brought him into the world at
all, to make him not unhappy in it. In cheerfulness is the success of our
studies, says Pliny studia hilaritate proveniunt. It was still the habit of
MARIO, encouraged by his experience that sleep is not only a sedative but the
best of stimulants, to seize the morning hours for creation, making profit when
he might of the wholesome serenity which followed a dreamless night. The
morning for creation," he would say; "the afternoon for the
perfecting labour of the file ; the evening for reception the reception of
matter from without one, of other men's words and thoughts matter for our own
dreams, or the merely mechanic exercise of the brain, brooding thereon
silently, in its dark chambers." To leave home early in the day was
therefore a rare thing for him. He was induced so to do on the occasion of a
visit to ROMA of the famous writer LUCIANO, whom he had been bidden to meet.
The breakfast over, he walked away with the learned guest, having offered to be
his guide to the lecture-room of a well-known Greek rhetorician and expositor of
the Stoic philosophy, a teacher then much in fashion among the studious youth
of Rome. On reaching the place, however, they found the doors closed, with a
slip of writing attached, which proclaimed " a holiday " ; and the
morning being a fine one, they walked further, along the Appian Way. Mortality,
with which the Queen of Ways in reality the favourite cemetery of Rome was so
closely crowded, in every imaginable form of sepulchre, from the tiniest
baby-house, to the massive monument out of which the Middle Age would adapt a
fortress-tower, might seem, on a morning like this, to be " smiling
through tears." The flower-stalls just beyond the city gates presented to
view an array of posies and garlands, fresh enough for a wedding. At one and
another of them groups of persons, gravely clad, were making their bargains
before starting for some perhaps distant spot on the highway, to keep a dies
rosationis, this being the time of roses, at the grave of a deceased relation.
Here and there, a funeral procession was slowly on its way, in weird contrast
to the gaiety of the hour. The two companions, of course, read the epitaphs as
they strolled along. In one, reminding them of the poet's Si lacrima prosunt,
visis te ostende videri ! a woman prayed that her lost husband might visit her
dreams. Their characteristic note, indeed, was an imploring cry, still to be
sought after by the living. "While I live," such was the promise of a
lover to his dead mistress, " you will receive this homage : after my
death, who can tell ? " post mortem nescio. " If ghosts, my sons, do
feel anything after death, my sorrow will be lessened by your frequent coming
to me here ! " " This is a privileged tomb ; to my family and
descendants has been conceded the right of visiting this place as often as they
please." -"This is an eternal habitation ; here lie I ; here I shall
lie for ever." " Reader ! if you doubt that the soul survives, make
your oblation and a prayer for me; and you shall understand ! " The elder
of the two readers, certainly, was little affected by those pathetic
suggestions. It was long ago that after visiting the banks of the Padus, where
he had sought in vain for the poplars (sisters of Phaethon erewhile) whose
tears became amber, he had once for all arranged for himself a view of the
world exclusive of all reference to what might lie beyond its " flaming
barriers." And at the age of sixty he had no misgivings. His elegant and
self-complacent but far fromunamiable scepticism, long since brought to
perfection, never failed him. It surrounded him, as some are surrounded by a
magic ring of fine aristocratic manners, with " a rampart," through
which he himself never broke, nor permitted any thing or person to break upon
him. Gay, animated, content with his old age as it was, the aged student still
took a lively interest in studious youth. Could Marius inform him of any such,
now known to him in Rome ? What did the young men learn, just then? and how? In
answer, Marius became fluent concerning the promise of one young student, the
son, as it presently appeared, of parents of whom Lucian himself knew
something: and soon afterwards the lad was seen coming along briskly a lad with
gait and figure well enough expressive of the sane mind in the healthy body,
though a little slim and worn of feature, and with a pair of eyes expressly
designed, it might seem, for fine glancings at the stars. At the sight of
Marius he paused suddenly, and with a modest blush on recognising his
companion, who straightway took with the youth, so prettily enthusiastic, the
freedom of an old friend. In a few moments the three were seated together,
immediately above the fragrant borders of a rose-farm, on the marble bench of
one of the exhedra for the use of foot-passengers at the roadside, from which
they could overlook the grand, earnest prospect of the Campagna^ and enjoy the
air. Fancying that the lad's plainly written enthusiasm had induced in the
elder speaker somewhat more fervour than was usual with him, Marius listened to
the conversation which follows. Ah ! ERMOTIMO! Hurrying to lecture ! if I may
judge by your pace, and that volume in your hand. You were thinking hard as you
came along, moving your lips and waving your arms. Some fine speech you were
pondering, some knotty question, some viewy doctrine not to be idle for a
moment, to be making progress in philosophy, even on your way to the schools.
To-day, however, you need go no further. We read a notice at the schools that
there would be no lecture. Stay therefore, and talk awhile with us. -With
pleasure, Lucian. Yes ! I was ruminating yesterday's conference. One must not
lose a moment. Life is short and art is long ! And it was of the art of
medicine, that was first said a thing so much easier than divine philosophy, to
which one can hardly attain in a lifetime, unless one be ever wakeful, ever on
the watch. And here the hazard is no little one : By the attainment of a true
philosophy to attain happiness ; or, having missed both, to perish, as one of
the vulgar herd. The prize is a great one, Hermotimus ! and you must needs be
near it, after these months of toil, and with that scholarly pallor of yours.
Unless, indeed, you have already laid hold upon it, and kept us in the dark.
How could that be, LUCIANO? Happiness, as ESIODO says, abides very far hence;
and the way to it is long and steep and rough. I see myself still at the
beginning of my journey ; still but at the mountain's foot. I am trying with
all my might to get forward. What I need is a hand, stretched out to help me.
And is not the master sufficient for that ? Could he not, like GIONE in OMERO,
let down to you, from that high place, a golden cord, to draw you up thither,
to himself and to that Happiness, to which he ascended so long ago ? The very
point, Lucian ! Had it depended on him I should long ago have been caught up.
'Tis I, am wanting. Well ! keep your eye fixed on the journey's end, and that
happiness there above, with confidence in his goodwill. Ah ! there are many who
start cheerfully on the journey and proceed a certain distance, but lose heart
when they light on the obstacles of the way. Only, those who endure to the end
do come to the mountain's top, and thereafter live in Happiness : live a
wonderful manner of life, seeing all other people from that great height no
bigger than tiny ants. What little fellows you make of us less than the pygmies
down in the dust here. Well ! we, * the vulgar herd,' as we creep along, will
not forget you in our prayers, when you are seated up there above the clouds,
whither you have been so long hastening. But tell me, Hermotimus ! when do you
expect to arrive there ? Ah ! that I know not. In twenty years, perhaps, I
shall be really on the summit. A great while ! you think. But then, again, the
prize I contend for is a great one. Perhaps ! But as to those twenty years that
you will live so long. Has the master assured you of that ? Is he a prophet as
well as a philosopher? For I suppose you would not endure all this, upon a mere
chance toiling day and night, though it might happen that just ere the last
step, Destiny seized you by the foot and plucked you thence, with your hope
still unfulfilled. Hence, with these ill-omened words, Lucian ! Were I to
survive but for a day, I should be happy, having once attained wisdom. Howf
Satisfied with a single day, after all those labours ? Yes ! one blessed moment
were enough ! But again, as you have never been, how know you that happiness is
to be had up there, at all the happiness that is to make all this worth while ?
I believe what the master tells me. Of a certainty he knows, being now far
above all others. And what was it he told you about it ? Is it riches, or
glory, or some indescribable pleasure ? Hush ! my friend ! All those are
nothing in comparison of the life there. What, then, shall those who come to
the end of this discipline what excellent thing shall they receive, if not
these ? Wisdom, the absolute goodness and the absolute beauty, with the sure
and certain knowledge of all things how they are. Riches and glory and pleasure
whatsoever belongs to the body they have cast from them : stripped bare of all
that, they mount up, even as Hercules, consumed in the fire, became a god. He
too cast aside all that he had of his earthly mother, and bearing with him the
divine element, pure and undefiled, winged his way to heaven from the
discerning flame. Even so do they, detached from all that others prize, by the
burning fire of a true philosophy, ascend to the highest degree of happiness.
Strange ! And do they never come down again from the heights to help those whom
they left below ? Must they, when they be once come thither, there remain for
ever, laughing, as you say, at what other men prize ? More than that ! They
whose initiation is entire are subject no longer to anger, fear, desire,
regret. Nay ! They scarcely feel at all. -Well ! as you have leisure to-day,
why not tell an old friend in what way you first started on your philosophic
journey ? For, if I might, I should like to join company with you from this
very day. If you be really willing, Lucian ! you will learn in no long time
your advantage over all other people. They will seem but as children, so far
above them will be your thoughts. Well ! Be you my guide ! It is but fair. But
tell me Do you allow learners to contradict, if anything is said which they
don't think right ? No, indeed ! Still, if you wish, oppose your questions. In
that way you will learn more easily. Let me know, then Is there one only way
which leads to a true philosophy your own way the way of the Stoics : or is it
true, as I have heard, that there are many ways of approaching it ? -Yes ! Many
ways ! There are the Stoics, and the Peripatetics, and those who call
themselves after Plato : there are the enthusiasts for Diogenes, and
Antisthenes, and the followers of Pythagoras, besides others. It was true,
then. But again, is what they say the same or different ? Very different. Yet
the truth, I conceive, would be one and the same, from all of them. Answer me
then In what, or in whom, did you confide when you first betook yourself to
philosophy, and seeing so many doors open to you, passed them all by and went
in to the Stoics, as if there alone lay the way of truth ? What token had you ?
Forget, please, all you are to-dayhalf-way, or more, on the philosophic journey
: answer me as you would have done then, a mere outsider as I am now. Willingly
! It was there the great majority went ! 'Twas by that I judged it to be the
better way. A majority how much greater than L’ORTO, the ACCADEMIA, the LIZIO f
You, doubtless, counted them respectively, as with the votes in a scrutiny. No
! But this was not my only motive. I heard it said by every one that the L’ORTO
are soft and voluptuous, il LIZIO avaricious and quarrelsome, and ACCADEMIA’s
followers puffed up with pride. But of IL PORTICO, not a few pronounced that
they are true men, that they knew everything, that theirs was the royal road,
the one road, to wealth, to wisdom, to all that can be desired. Of course those
who said this were not themselves Stoics : you would not have believed them
still less their opponents. They were the vulgar, therefore. True ! But you
must know that I did not trust to others exclusively. I trusted also to myself
to what I saw. I saw the Stoics going through the world after a seemly manner,
neatly clad, never in excess, always collected, ever faithful to the mean which
all pronounce ' golden. You are trying an experiment on me. You would fain see
how far you can mislead me as to your real ground. The kind of probation you
describe is applicable, indeed, to works of art, which are rightly judged by
their appearance to the eye. There is something in the comely form, the
graceful drapery, which tells surely of the hand of Pheidias or Alcamenes. But
if LA FILOSOFIA is to be judged by outward appearances, what would become of
the blind man, for instance, unable to observe the attire and gait of your
friends the Stoics ? It was not of the blind I was thinking. Yet there must
needs be some common criterion in a matter so important to all. Put the blind,
if you will, beyond the privileges of philosophy ; though they perhaps need
that inward vision more than all others. But can those who are not blind, be
they as keen-sighted as you will, collect a single fact of mind from a man's
attire, from anything outward ? Understand me ! You attached yourself to these
men did you not ? because of a certain love you had for the mind in them, the
thoughts they possessed desiring the mind in you to be improved thereby ?
Assuredly ! How, then, did you find it possible, by the sort of signs you just
now spoke of, to distinguish the true philosopher from the false ? Matters of
that kind are not wont so to reveal themselves. They are but hidden mysteries,
hardly to be guessed at through the words and acts which may in some sort be
conformable to them. You, however, it would seem, can look straight into the
heart in men's bosoms, and acquaint yourself with what really passes there. You
are making sport of me, Lucian ! In truth, it was with God's help I made my
choice, and I don't repent it. And still you refuse to tell me, to save me from
perishing in that ' vulgar herd.' Because nothing I can tell you would satisfy
you. You are mistaken, my friend ! But since you deliberately conceal the
thing, grudging me, as I suppose, that true philosophy which would make me equal
to you, I will try, if it may be, to find out for myself the exact criterion in
these matters how to make a perfectly safe choice. And, do you listen. I will ;
there may be something worth knowing in what you will say. Well ! only don't
laugh if I seem a little fumbling in my efforts. The fault is yours, in
refusing to share your lights with me. Let Philosophy, then, be like a city --a
city whose citizens within it are a happy people, as your master would tell
you, having lately come thence, as we suppose. All the virtues are theirs, and
they are little less than gods. Those acts of violence which happen among us
are not to be seen in their streets. They live together in one mind, very
seemly ; the things which beyond everything else cause men to contend against
each other, having no place upon them. Gold and silver, pleasure, vainglory,
they have long since banished, as being unprofitable to the commonwealth ; and
their life is an unbroken calm, in liberty, equality, an equal happiness. And
is it not reasonable that all men should desire to be of a city such as that,
and take no account of the length and difficulty of the way thither, so only
they may one day become its freemen ? It might well be the business of life:
leaving all else, forgetting one's native country here, unmoved by the tears,
the restraining hands, of parents or children, if one had them only bidding
them follow the same road; and if they would not or could not, shaking them
off, leaving one's very garment in their hands if they took hold on us, to
start off straightway for that happy place ! For there is no fear, I suppose,
of being shut out if one came thither naked. I remember, indeed, long ago an
aged man related to me how things passed there, offering himself to be my
leader, and enrol me on my arrival in the number of the citizens. I was but
fifteen certainly very foolish: and it may be that I was then actually within
the suburbs, or at the very gates, of the city. Well, this aged man told me,
among other things, that all the citizens were wayfarers from afar. Among them
were barbarians and slaves, poor men aye ! and cripples all indeed who truly
desired that citizenship. For the only legal conditions of enrolment were not
wealth, nor bodily beauty, nor noble ancestry things not named among them but
intelligence, and the desire for moral beauty, and earnest labour. The last
comer, thus qualified, was made equal to the rest : master and slave,
patrician, plebeian, were words they had not in that blissful place. And
believe me, if that blissful, that beautiful place, were set on a hill visible
to all the world, I should long ago have journeyed thither. But, as you say, it
is far off: and one must needs find out for oneself the road to it, and the
best possible guide. And I find a multitude of guides, who press on me their
services, and protest, all alike, that they have themselves come thence. Only,
the roads they propose are many, and towards adverse quarters. And one of them
is steep and stony, and through the beating sun ; and the other is through
green meadows, and under grateful shade, and by many a fountain of water. But
howsoever the road may be, at each one of them stands a credible guide ; he
puts out his hand and would have you come his way. All other ways are wrong,
all other guides false. Hence my difficulty ! The number and variety of the
ways ! For you know, There is but one road that leads to Corinth. Well ! If you
go the whole round, you will find no better guides than those. If you wish to
get to Corinth, you will follow the traces of Zeno and Chrysippus. It is
impossible otherwise. Yes ! The old, familiar language ! Were one of Plato's
fellow-pilgrims here, or a follower of Epicurus or fifty others each would tell
me that I should never get to Corinth except in his company. One must therefore
credit all alike, which would be absurd ; or, what is far safer, distrust all
alike, until one has discovered the truth. Suppose now, that, being as I am,
ignorant which of all philosophers is really in possession of truth, I choose
your sect, relying on yourself my friend, indeed, yet still acquainted only
with the way of the Stoics ; and that then some divine power brought Plato, and
Aristotle, and Pythagoras, and the others, back to life again. Well ! They
would come round about me, and put me on my trial for my presumption, and say :
c In whom was it you confided when you preferred Zeno and Chrysippus to me? and
me? masters of far more venerable age than those, who are but of yesterday ;
and though you have never held any discussion with us, nor made trial of our
doctrine ? It is not thus that the law would have judges do listen to one party
and refuse to let the other speak for himself. If judges act thus, there may be
an appeal to another tribunal.' What should I answer? Would it be enough to say
: ' I trusted my friend Hermotimus ? ' c We know not Hermotimus, nor he us/
they would tell me ; adding, with a smile, 'your friend thinks he may believe
all our adversaries say of us whether in ignorance or in malice. Yet if he were
umpire in the games, and if he happened to see one of our wrestlers, by way of
a preliminary exercise, knock to pieces an antagonist of mere empty air, he
would not thereupon pronounce him a victor. Well ! don't let your friend
Hermotimus suppose, in like manner, that his teachers have really prevailed
over us in those battles of theirs, fought with our mere shadows. That, again,
were to be like children, lightly overthrowing their own card-castles ; or like
boy-archers, who cry out when they hit the target of straw. The Persian and
Scythian bowmen, as they speed along, can pierce a bird on the wing.' Let us
leave Plato and the others at rest. It is not for me to contend against them.
Let us rather search out together if the truth of LA FILOSOFIA be as I say. Why
summon the athletes, and archers from Persia ? Yes ! let them go, if you think
them in the way. And now do you speak ! You really look as if you had something
wonderful to deliver. -Well then, Lucian ! to me it seems quite possible for
one who has learned the doctrines of the Stoics only, to attain from those a
knowledge of the truth, without proceeding to inquire into all the various
tenets of the others. Look at the question in this way. If one told you that
twice two make four, would it be necessary for you to go the whole round of the
arithmeticians, to see whether any one of them will say that twice two make
five, or seven ? Would you not see at once that the man tells the truth? At
once. Why then do you find it impossible that one who has fallen in with the
Stoics only, in their enunciation of what is true, should adhere to them, and
seek after no others ; assured that four could never be five, even if fifty
Platos, fifty Aristotles said so ? f-You are beside the point, Hermotimus ! You
are likening open questions to principles universally received. Have you ever
met any one who said that twice two make five, or seven ? No ! only a madman
would say that. And have you ever met, on the other hand, a Stoic and an
Epicurean who were agreed upon the beginning and the end, the principle and the
final cause, of things ? Never ! Then your parallel is false. We are inquiring
to which of the sects philosophic truth belongs, and you seize on it by
anticipation, and assign it to IL PORTICO, alleging, what is by no means clear,
that itis they for whom twice two make four. But the Epicureans, or the
Platonists, might say that it is they, in truth, who make two and two equal
four, while you make them five or seven. Is it not so, when you think virtue
the only good, and the Epicureans pleasure; when you hold all things to be
material^ while the Platonists admit something immaterial? As I said, you
resolve offhand, in favour of the Stoics, the very point which needs a critical
decision. If it is clear beforehand that the Stoics alone make two and two
equal four, then the others must hold their peace. But so long as that is the
very point of debate, we must listen to all sects alike, or be well- assured
that we shall seem but partial in our judgment. I think, Lucian ! that you do
not altogether understand my meaning. To make it clear, then, let us suppose
that two men had entered a temple, of Aesculapius, say ! or Bacchus : and that
afterwards one of the sacred vessels is found to be missing. And the two men
must be searched to see which of them has hidden it under his garment. For it
is certainly in the possession of one or the other of them. Well ! if it be
found on the first there will be no need to search the second ; if it is not
found on the first, then the other must have it ; and again, there will be no
need to search him. Yes ! So let it be. And we too, Lucian ! if we have found
the holy vessel in possession of the Stoics, shall no longer have need to
search other philosophers, having attained that we were seeking. Why trouble
ourselves further ? No need, if something had indeed been found, and you knew
it to be that lost thing : if, at the least, you could recognise the sacred
object when you saw it. But truly, as the matter now stands, not two persons
only have entered the temple, one or the other of whom must needs have taken
the golden cup, but a whole crowd of persons. And then, it is not clear what
the lost object really is cup, or flagon, or diadem ; for one of the priests
avers this, another that ; they are not even in agreement as to its material :
some will have it to be of brass, others of silver, or gold. It thus becomes
necessary to search the garments of all persons who have entered the temple, if
the lost vessel is to be recovered. And if you find a golden cup on the first
of them, it will still be necessary to proceed in searching the garments of the
others ; for it is not certain that this cup really belonged to the temple.
Might there not be many such golden vessels ? No ! we must go on to every one
of them, placing all that we find in the midst together, and then make our
guess which of all those things may fairly be supposed to be the property of
the god. For, again, this circumstance adds greatly to our difficulty, that
without exception every one searched is found to have something upon him cup,
or flagon, or diadem, of brass, of silver, of gold : and still, all the while,
it is not ascertained which of all these is the sacred thing. And you must
still hesitate to pronounce any one of them guilty of the sacrilege those
objects may be their own lawful property: one cause of all this obscurity
being, as I think, that there was no inscription on the lost cup, if cup it
was. Had the name of the god, or even that of the donor, been upon it, at least
we should have had less trouble, and having detected the inscription, should
have ceased to trouble any one else by our search. I have nothing to reply to
that. Hardly anything plausible. So that if we wish to find who it is has the
sacred vessel, or who will be our best guide to Corinth, we must needs proceed
to every one and examinehim with the utmost care, stripping off his garment and
considering him closely. Scarcely, even so, shall we come at the truth. And if
we are to have a credible adviser regarding this question of philosophy which
of all philosophies one ought to follow he alone who is acquainted with the
dicta of every one of them can be such a guide : all others must be inadequate.
I would give no credence to them if they lacked information as to one only. If
somebody introduced a fair person and told us he was the fairest of all men, we
should not believe that, unless we knew that he had seen all the people in the
world. Fair he might be; but, fairest of all none could know, unless he had
seen all. And we too desire, not a fair one, but the fairest of all. Unless we
find him, we shall think we have failed. It is no casual beauty that will
content us; what we are seeking after is that supreme beauty which must of
necessity be unique. -What then is one to do, if the matter be really thus ?
Perhaps you know better than I. All I see is that very few of us would have
time to examine all the various sects of philosophy in turn, even if we began
in early life. I know not how it is ; but though you seem to me to speak
reasonably, yet (I must confess it) you have distressed me not a little by this
exact exposition of yours. I was unlucky in coming out to-day, and in my
falling in with you, who have thrown me into utter perplexity by your proof
that the discovery of truth is impossible, just as I seemed to be on the point
of attaining my hope. Blame your parents, my child, not me ! Or rather, blame
mother Nature herself, for giving us but seventy or eighty years instead of
making us as long-lived as Tithonus. For my part, I have but led you from
premise to conclusion. Nay ! you are a mocker ! I know not wherefore, but you
have a grudge against philosophy ; and it is your entertainment to make a jest
of her lovers. Ah ! ERMOTIMO! what the Truth may be, you philosophers may be
able to tell better than I. But so much at least I know of her, that she is one
by no means pleasant to those who hear her speak : in the matter of
pleasantness, she is far surpassed by Falsehood : and Falsehood has the
pleasanter countenance. She, nevertheless, being conscious of no alloy within,
discourses with boldness to all men, who therefore have little love for her.
See how angry you are now because I have stated the truth about certain things
of which we are both alike enamoured that they are hard to come by. It is as if
you had fallen in love with a statue and hoped to win its favour, thinking it a
human creature; and I, understanding it to be but an image of brass or stone,
had shown you, as a friend, that your love was impossible, and thereupon you
had conceived that I bore you some ill-will. But still, does it not follow from
what you said, that we must renounce philosophy and pass our days in idleness?
When did you hear me say that? I did but assert that if we are to seek after LA
FILOSOFIA, whereas there are many ways professing to lead thereto, we must with
much exactness distinguish them. Well, LUCIANO! that we must go to all the
schools in turn, and test what they say, if we are to choose the right one, is
perhaps reasonable; but surely ridiculous, unless we are to live as many years
as the Phoenix, to be so lengthy in the trial of each ; as if it were not
possible to learn the whole by the part! They say that Pheidias, when he was
shown one of the talons of a lion, computed the stature and age of the animal
it belonged to, modelling a complete lion upon the standard of a single part of
it. You too would recognise a human hand were the rest of the body concealed.
Even so with the schools of philosophy : the leading doctrines of each might be
learned in an afternoon. That over-exactness of yours, which required so long a
time, is by no means necessary for making the better choice. -You are forcible,
Hermotimus ! with this theory of The Whole by the Part. Yet, methinks, I heard
you but now propound the contrary. But tell me; would Pheidias when he saw the
lion's talon have known that it was a lion's, if he had never seen the animal ?
Surely, the cause of his recognising the part was his knowledge of the whole.
There is a way of choosing one's philosophy even less troublesome than yours.
Put the names of all the philosophers into an urn. Then call a little child,
and let him draw the name of the philosopher you shall follow all the rest of
your days. Nay! be serious with me. Tell me ; did you ever buy wine? Surely.
And did you first go the whole round of the wine-merchants, tasting and
comparing their wines ? By no means. No ! You were contented to order the first
good wine you found at your price. By tasting a little you were ascertained of
the quality of the whole cask. How if you had gone to each of the merchants in
turn, and said, ' I wish to buy a cotyle of wine. Let me drink out the whole
cask. Then I shall be able to tell which is best, and where I ought to buy.'
Yet this is what you would do with the philosophies. Why drain the cask when
you might taste, and see ? How slippery you are; how you escape from one's
fingers ! Still, you have given me an advantage, and are in your own trap. How
so ? Thus ! You take a common object known to every one, and make wine the
figure of a thing which presents the greatest variety in itself, and about
which all men are at variance, because it is an unseen and difficult thing. I
hardly know wherein philosophy and wine are alike unless it be in this, that
the philosophers exchange their ware for money, like the winemerchants; some of
them with a mixture of water or worse, or giving short measure. However, let us
consider your parallel. The wine in the cask, you say, is of one kind
throughout. But have the philosophers has your own master even but one and the
same thing only to tell you, every day and all days, on a subject so manifold?
Otherwise, how can you know the whole by the tasting of one part? The whole is
not the same Ah ! and it may be that God has hidden the good wine of philosophy
at the bottom of the cask. You must drain it to the end if you are to find
those drops of divine sweetness you seem so much to thirst for ! Yourself,
after drinking so deeply, are still but at the beginning, as you said. But is
not philosophy rather like this? Keep the figure of the merchant and the cask :
but let it be filled, not with wine, but with every sort of grain. You come to
buy. The merchant hands you a little of the wheat which lies at the top. Could
you tell by looking at that, whether the chick-peas were clean, the lentils
tender, the beans full ? And then, whereas in selecting our wine we risk only
our money ; in selecting our philosophy we risk ourselves, as you told me might
ourselves sink into the dregs of the vulgar herd.' Moreover, while you may not
drain the whole cask of wine by way of tasting, Wisdom grows no less by the
depth of your drinking. Nay ! if you take of her, she is increased thereby. And
then I have another similitude to propose, as regards this tasting of
philosophy. Don't think I blaspheme her if I say that it may be with her as
with some deadly poison, hemlock or aconite. These too, though they cause
death, yet kill not if one tastes but a minute portion. You would suppose that
the tiniest particle must be sufficient. Be it as you will, Lucian! One must
live a hundred years : one must sustain all this labour ; otherwise philosophy
is unattainable. Not so ! Though there were nothing strange in that, if it be
true, as you said at first, that Life is short and art is long. But now you
take it hard that we are not to see you this very day, before the sun goes
down, a Chrysippus, a Pythagoras, an ACCADEMIA. You overtake me, Lucian ! and
drive me into a corner; in jealousy of heart, I believe, because I have made
some progress in doctrine whereas you have neglected yourself. Well ! Don't
attend to me ! Treat me as a Corybant, a fanatic : and do you go forward on
this road of yours. Finish the journey in accordance with the view you had of
these matters at the beginning of it. Only, be assured that my judgment on it
will remain unchanged. Reason still says, that without criticism, without a
clear, exact, unbiassed intelligence to try them, all those theories all things
will have been seen but in vain. c To that end,' she tells us, 'much time is
necessary, many delays of judgment, a cautious gait; repeated inspection.' And
we are not to regard the outward appearance, or the reputation of wisdom, in
any of the speakers; but like the judges of Areopagus, who try their causes in
the darkness of the night, look only to what they say. LA FILOSOFIA, then, is
impossible, or possible only in another life ! ERMOTIMO! I grieve to tell you
that all this even, may be in truth insufficient. After all, we may deceive
ourselves in the belief that we have found something : like the fishermen !
Again and again they let down the net. At last they feel something heavy, and
with vast labour draw up, not a load of fish, but only a pot full of sand, or a
great stone. I don't understand what you mean by the net. It is plain that you
have caught me in it. Try to get out ! You can swim as well as another. We may
go to all philosophers in turn and make trial of them. Still, I, for my part,
hold it by no mean certain that any one of them really possesses what we seek.
The truth may be a thing that not one of them has yet found. You have twenty
beans in your hand, and you bid ten persons guess how many : one says five,
another fifteen ; it is possible that one of them may tell the true number ;
but it is not impossible that all may be wrong. So it is with the philosophers.
All alike are in search of Happiness what kind of thing it is. One says one
thing, one another : it is pleasure ; it is virtue ; what not ? And Happiness
may indeed be one of those things. But it is possible also that it may be still
something else, different and distinct from them all. What is this? There is
something, I know not how, very sad and disheartening in what you say. We seem
to have come round in a circle to the spot whence we started, and to our first
incertitude. Ah ! Lucian, what have you done to me ? You have proved my
priceless pearl to be but ashes, and all my past labour to have been in vain.
Reflect, my friend, that you are not the first person who has thus failed of
the good thing he hoped for. All philosophers, so to speak, are but fighting
about the c ass's shadow.' To me you seem like one who should weep, and
reproach fortune because he is not able to climb up into heaven, or go down
into the sea by Sicily and come up at Cyprus, or sail on wings in one day from
Greece to India. And the true cause of his trouble is that he has based his
hope on what he has seen in a dream, or his own fancy has put together ;
without previous thought whether what he desires is in itself attainable and
within the compass of human nature. Even so, methinks, has it happened with
you. As you dreamed, so largely, of those wonderful things, came Reason, and
woke you up from sleep, a little roughly : and then you are angry with Reason,
your eyes being still but half open, and find it hard to shake off sleep for
the pleasure of what you saw therein. Only, don't be angry with me, because, as
a friend, I would not suffer you to pass your life in a dream, pleasant
perhaps, but still only a dream because I wake you up and demand that you
should busy yourself with the proper business of life, and send you to it
possessed of common sense. What your soul was full of just now is not very
different from those Gorgons and Chimaeras and the like, which the poets and
the painters construct for us, fancy-free: things which never were, and never
will be, though many believe in them, and all like to see and hear of them,
just because they are so strange and odd. And you too, methinks, having heard
from some such maker of marvels of a certain woman of a fairness beyond nature
beyond the Graces, beyond Venus Urania herself asked not if he spoke truth, and
whether this woman be really alive in the world, but straightway fell in love
with her ; as they say that Medea was enamoured of Jason in a dream. And what
more than anything else seduced you, and others like you, into that passion,
for a vain idol of the fancy, is, that he who told you about that fair woman,
from the very moment when you first believed that what he said was true,
brought forward all the rest in consequent order. Upon her alone your eyes were
fixed ; by her he led you along, when once you had given him a hold upon you
led you along the straight road, as he said, to the beloved one. All was easy
after that. None of you asked again whether it was the true way ; following one
after another, like sheep led by the green bough in the hand of the shepherd.
He moved you hither and thither with his finger, as easily as water spilt on a
table! My friend ! Be not so lengthy in preparing the banquet, lest you die of
hunger ! I saw one who poured water into a mortar, and ground it with all his
might with a pestle of iron, fancying he did a thing useful and necessary; but
it remained water only, none the less. Just there the conversation broke off
suddenly, and the disputants parted. The horses were come for Lucian. The boy
went on his way, and Marius onward, to visit a friend whose abode lay further.
As he returned to Rome towards evening the melancholy aspect, natural to a city
of the dead, had triumphed over the superficial gaudiness of the early day. He
could almost have fancied Canidia there, picking her way among the rickety
lamps, to rifle some neglected or ruined tomb ; for these tombs were not all
equally well cared for (Post mortem nescio /) and it had been one of the
pieties of Aurelius to frame a severe law to prevent the defacing of such
monuments. To Marius there seemed to be some new meaning in that terror of
isolation, of being left alone in these places, of which the sepulchral
inscriptions were so full. A bloodred sunset was dying angrily, and its wild
glare upon the shadowy objects around helped to combine the associations of
this famous way, its deeply graven marks of immemorial travel, together with
the earnest questions of the morning as to the true way of that other sort of
travelling, around an image, almost ghastly in the traces of its great sorrows
bearing along for ever, on bleeding feet, the instrument of its punishment
which was all Marius could recall distinctly of a certain Christian legend he
had heard. The legend told of an encounter at this very spot, of two wayfarers
on the Appian Way, as also upon some very dimly discerned mental journey,
altogether different from himself and his late companions an encounter between
Love, literally fainting by the road, and Love "travelling in the
greatness of his strength," Love itself, suddenly appearing to sustain
that other. A strange contrast to anything actually presented in that morning's
conversation, it seemed nevertheless to echo its very words " Do they
never come down again," he heard once more the wellmodulated voice :
" Do they never come down again from the heights, to help those whom they
left here below?" "And we too desire, not a fair one, but the fairest
of all. Unless we find him, we shall think we have failed." It was become
a habit with Marius one of his modernisms developed by his assistance at the
Emperor's "conversations with himself," to keep a register of the
movements of his own private thoughts and humours ; not continuously indeed,
yet sometimes for lengthy intervals, during which it was no idle
self-indulgence, but a necessity of his intellectual life, to " confess
himself," with an intimacy, seemingly rare among the ancients ; ancient
writers, at all evtiits, having been jealous, for the most part, of affording
us so much as a glimpse of that interior self, which in many cases would have
actually doubled the interest of their objective informations. " If a
particular tutelary or genius" writes Marius, " according to old
belief, walks through life beside each one of us, mine is very certainly a
capricious creature. He fills one with wayward, unaccountable, yet quite
irresistible humours, and seems always to be in collusion with some outward
circumstance, often trivial enough in itself the condition of the weather,
forsooth ! the people one meets by chance the things one happens to overhear
them say, veritable evofaoi, o-vfjL@o\oi 9 or omens by the wayside, as the old
Greeks fancied to push on the unreasonable prepossessions of the moment into
weighty motives. It was doubtless a quite explicable, physical fatigue that
presented me to myself, on awaking this morning, so lack-lustre and trite. But
I must needs take my petulance, contrasting it with my accustomed morning
hopefulness, as a sign of the ageing of appetite, of a decay in the very
capacity of enjoyment. We need some imaginative stimulus, some not impossible
ideal such as may shape vague hope, and transform it into effective desire, to
carry us year after year, without disgust, through the routine-work which is so
large a part of life."Then, how if appetite, be it for real or ideal, should itself fail one after awhile ?
/^h, yes ! is it of cold always that men
die ; and on some of us it creeps very
gradually. In truth, I can remember just
such a lack-lustre condition of feeling
once or twice before. But I note, that it
was accompanied then by an odd indifference, as the thought of them occurred to me, in
regard to the sufferings of others a kind
of callousness, so unusual with me, as
at once to mark the humour it
accompanied as a palpably morbid one that could not last. Were those
sufferings, great or little, I asked
myself then, of more real consequence to them than mine to me, as I remind myself that 'nothing that will end is
really long '--long enough to be thought
of importance f But to-day, my own sense of fatigue, the pity I conceive for myself, disposed me
strongly to a tenderness for others. For
a moment the whole world seemed to
present itself as a hospital of sick
persons ; many of them sick in mind; all
of whom it would be a brutality not to
humour, not to indulge. Why, when I went out to walk off my wayward fancies, did I confront the very sort
of incident (my unfortunate genius had
surely beckoned it from afar to vex me)
likely to irritate them further ? A
party of men were coming down the
street. They were leading a fine
race-horse; a handsome beast, but badly
hurt somewhere, in the circus, and useless. They were taking him to slaughter ; and I
think the animal knew it : he cast such
looks, as if of mad appeal, to those who
passed him, as he went among the
strangers to whom his former owner had
committed him, to die, in his beauty and
pride, for just that one mischance or fault ;
although the morning air was still so animating, and pleasant to snuff. I could have fancied
a human soul in the creature, swelling
against its luck. And I had come across
the incident just when it would figure
to me as the very symbol of our poor humanity, in its capacities for pain, its wretched accidents, and those imperfect
sympathies, which can never quite identify us with one another ; the very power of utterance
and appeal to others seeming to fail us,
in proportion as our sorrows come home to ourselves, are really our own. We are constructed for
suffering ! What proofs of it does but one day afford, if we care to note them, as we go a whole
long chaplet of sorrowful mysteries !
Sunt lacrimtf rerum et mentem mortalia
tangunt. " Men's fortunes touch us
! The little children of one of those institutions for the support of orphans, now become fashionable among
us by way of memorial of eminent persons
deceased, are going, in long file, along
the street, on their way to a holiday in
the country. They halt, and count
themselves with an air of triumph, to
show that they are all there. Their gay chatter has disturbed a little group of peasants ; a
young woman and her husband, who have
brought the old mother, now past work
and witless, to place her in a house
provided for such afflicted people. They are fairly affectionate, but anxious
how the thing they have to do may go
hope only she may permit them to leave
her there behind quietly. And the poor
old soul is excited by the noise made by
the children, and partly aware of what
is going to happen with her. She too begins
to count one, two, three, five on her
trembling fingers, misshapen by a life of toil. ' Yes ! yes ! and twice five make ten ' they
say, to pacify her. It is her last
appeal to be taken home again ; her
proof that all is not yet up with her ;
that she is, at all events, still as
capable as those joyous children. At the baths, a party of labourers are
at work upon one of the great brick furnaces, in a cloud of black dust. A frail young child
has brought food for one of them, and
sits apart, waiting till his father
comes watching the labour, but with a
sorrowful distaste for the din and dirt.
He is regarding wistfully his own place
in the world, there before him. His mind,
as he watches, is grown up for a moment ; and he foresees, as it were, in that moment, all
the long tale of days, of early
awakings, of his own coming life of
drudgery at work like this. A man comes along carrying a boy whose rough work has already begun the only
child whose presence beside him
sweetened the father's toil a little.
The boy has been badly injured by a fall of brick-work, yet, with an effort, he rides boldly on his father's
shoulders. It will be the way of natural
affection to keep him alive as long as
possible, though with that miserably
shattered body ' Ah ! with us still, and
feeling our care beside him ! ' and yet
surely not without a heartbreaking sigh of relief, alike from him and them, when the end comes.
On the alert for incidents like these, yet of
necessity passing them by on the other side, I find it hard to get rid
of a sense that I, for one, have failed
in love. I could yield to the humour till
I seemed to have had my share in those great public cruelties, the shocking legal crimes
which are on record, like that
cold-blooded slaughter, according to
law, of the four hundred slaves in the
reign of Nero, because one of their number
was thought to have murdered his master. The reproach of that, together with the kind of
facile apologies those who had no share
in the deed may have made for it, as
they went about quietly on their own
affairs that day, seems to come very
close to me, as I think upon it. And to how many of those now actually around me,
whose life is a sore one, must I be
indifferent, if I ever become aware of
their soreness at all ? To some,
perhaps, the necessary conditions of my own life may cause me to be opposed, in a kind of natural conflict, regarding those interests
which actually determine the happiness
of theirs. I \ would that a stronger
love might arise in my heart ! Yet there is plenty of charity in the
world. My patron, the Stoic emperor, has
made it even fashionable. To celebrate
one of his brief returns to Rome lately
from the war, over and above a largess
of gold pieces to all who would, the
public debts were forgiven. He made a
nice show of it : for once, the Romans entertained themselves with a
good-natured spectacle, and the whole
town came to see the great bonfire in the Forum, into which all bonds and evidence of debt were thrown on delivery,
by the emperor himself; many private
creditors following his example. That
was done well enough ! But still the
feeling returns to me, that no charity
of ours can get at a certain natural
unkindness which I find in things themselves. When I first came to Rome, eager
to observe its religion, especially its
antiquities of religious usage, I
assisted at the most curious, perhaps,
of them all, the most distinctly marked
with that immobility which is a sort of ideal in the Roman religion. The ceremony took place at a singular spot some miles distant from
the city, among the low hills on the
bank of the Tiber, beyond the Aurelian
Gate. There, in a little wood of
venerable trees, piously allowed their
own way, age after age ilex and cypress
remaining where they fell at last, one over the other, and all caught, in that early
May-time, under a riotous tangle of wild
clematis was to be found a magnificent
sanctuary, in which the members of the
Arval College assembled themselves on certain days. The axe never touched those trees Nay ! it was forbidden to
introduce any iron thing whatsoever
within the precincts ; not only because
the deities of these quiet places hate
to be disturbed by the harsh noise of metal,
but also in memory of that better age the lost Golden Age the homely age of the potters, of
which the central act of the festival was a commemoration. The preliminary
ceremonies were long and fe complicated,
but of a character familiar enough.
Peculiar to the time and place was the solemn exposition, after lavation of hands, processions backwards and forwards, and certain changes
of vestments, of the identical earthen
vessels veritable relics of the old
religion of NUMA (si veda)! the vessels
from which the holy Numa himself had
eaten and drunk, set forth above a kind of
altar, amid a cloud of flowers and incense, and many lights, for the veneration of the
credulous or the faithful. They were, in
fact, cups or vases of burnt clay, rude
in form : and the religious veneration
thus offered to them expressed men's desire to give honour to a simpler age, before iron
had found place in human life : the
persuasion that that age was worth
remembering : a hope that it might come
again. That a NUMA (si veda), and his age of gold, would return, has been the hope or the dream of
some, in every period. Yet if he did
come back, or any equivalent of his
presence, he could but weaken, and by no
means smite through, that root of evil,
certainly of sorrow, of outraged human
sense, in things, which one must carefully distinguish from all preventible
accidents. Death, and the little
perpetual daily dyings, which have
something of its sting, he must necessarily leave untouched. And,
methinks, that were all the rest of
man's life framed entirely to his
liking, he would straightway begin to
sadden himself, over the fate say, of
the flowers ! For there is, there has come to be since Numa lived perhaps, a capacity for
sorrow in his heart, which grows with
all the growth, alike of the individual
and of the race, in intellectual delicacy and power, and which 'will find its aliment. Of that sort of golden age,
indeed, one discerns even now a trace,
here and there. Often have I maintained
that, in this generous southern country
at least, Epicureanism is the special
philosophy of the poor. How little I
myself really need, when people leave me alone, with the intellectual powers at work
serenely. The drops of falling water, a
few wild flowers with their priceless
fragrance, a few tufts even of half-dead
leaves, changing colour in the quiet of
a room that has but light and shadow in it;
these, for a susceptible mind, might well do duty for all the glory of Augustus. I notice
sometimes what I conceive to be the precise character of the fondness of the roughest
working-people for their young children,
a fine appreciation, not only of their
serviceable affection, but of their
visible graces : and indeed, in this country, the children are almost always worth looking at.
I see daily, in fine weather, a child
like a delicate nosegay, running to meet
the rudest of brick-makers as he comes from work. She is not at all afraid to hang upon his rough hand :
and through her, he reaches out to, he
makes his own, something from that
strange region, so distant from him yet so real, of the world's refinement.
What is of finer soul, or of finer stuff in
things, and demands delicate touching to him the delicacy of the little child represents
that : it initiates him into that.
There, surely, is a touch of the secular
gold, of a perpetual age of gold. But
then again, think for a moment, with
what a hard humour at the nature of
things, his struggle for bare life will go on, if the child should happen to die. I
observed to-day, under one of the
archways of the baths, two children at
play, a little seriously a fair girl and
her crippled younger brother. Two toy
chairs and a little table, and sprigs of fir set upright in the sand for a garden ! They
played at housekeeping. Well ! the girl
thinks her life a perfectly good thing
in the service of this crippled brother.
But she will have a jealous lover in
time: and the boy, though his face is
not altogether unpleasant, is after all a hopeless cripple.
" For there is a certain grief in things as they are, in man as he has come to be, as he
certainly is, over and above those
griefs of circumstance which are in a
measure removable some inexplicable shortcoming, or misadventure, on the part of nature itself death, and old age as
it must needs be, and that watching for their approach, which makes every stage
of life like a dying over and over
again. Almost all death is painful, and
in every thing that comes to an end a
touch of death, and therefore of wretched
coldness struck home to one, of remorse, of loss and parting, of outraged attachments.
Given faultless men and women, given a
perfect state of society which should
have no need to practise on men's
susceptibilities for its own selfish ends,
adding one turn more to the wheel of the great rack for its own interest or amusement,
there would still be this evil in the
world, of a certain necessary sorrow and
desolation, felt, just in proportion to the moral, or nervous perfection
men have attained to. And what we need
in the world, over against that, is a
certain permanent and general power of
compassion humanity's standing force of
self-pity as an elementary ingredient of
our social atmosphere, if we are to live
in it at all. I wonder, sometimes, in what
way man has cajoled himself into the bearing of his burden thus far, seeing how every step
in the capacity of apprehension his
labour has won for him, from age to age,
must needs increase his dejection. It is
as if the increase of knowledge were but an increasing revelation of the radical hopelessness of his position : and I
would that there were one even as I,
behind this vain show of things ! At all
events, the actual conditions of our life being as they are, and the capacity
for suffering so large a principle in
things since the only principle,
perhaps, to which we may always safely
trust is a ready sympathy with the pain
one actually sees it follows that the '
practical and effective difference between men will lie in their power of insight into those
conditions, their power of sympathy. The future 1 will be with those who have most of it ;
while for the present, as I persuade
myself, those who have much of it, have
something to hold by, even in the
dissolution of a world, or in that
dissolution of self, which is, for every one, no less than the dissolution of the world it
represents for him. Nearly all of us, I suppose, have had our moments, in which any effective
sympathy for us on the part of others has seemed impossible ; in which our pain has seemed
a stupid outrage upon us, like some
overwhelming physical violence, from
which we could take refuge, at best,
only in some mere general sense of
goodwill somewhere in the world perhaps.
And then, to one's surprise, the discovery of that goodwill, if it were only in a not
unfriendly animal, may seem to have
explained, to have actually justified to
us, the fact of our pain. There have
been occasions, certainly, when I have
felt that if others cared for me as I cared
for them, it would be, not so much a consolation, as an equivalent, for
what one has lost or suffered : a
realised profit on the summing up of
one's accounts : a touching of that absolute
ground amid all the changes of phenomena, such as our philosophers have of late confessed
themselves quite unable to discover. In the mere clinging of human creatures to each other,
nay ! in one's own solitary self-pity,
amid the effects even of what might appear
irredeemable loss, I seem to touch the
eternal. Something in that pitiful
contact, something new and true, fact or
apprehension of fact, is educed, which, on a review of all the perplexities of life,
satisfies our moral sense, and removes
that appearance of unkindness in the
soul of things themselves, and assures
us that not everything has been in vain.
And I know not how, but in the thought
thus suggested, I seem to take up, and re-knit 'myself to, a well-remembered hour, when
by some gracious accident it was on a
journeyall things about me fell into a more perfect harmony than is their wont.
Everything seemed to be, for a moment,
after all, almost for the best. Through
the train of my thoughts, one against
another, it was as if I became aware of
the dominant power of another person in controversy, wrestling with me.
I seem to be come round to the point at
which I left off then. The antagonist
has closed with me again. A protest
comes, out of the very depths of man's
radically hopeless condition in the world, with the energy of one of those suffering yet
prevailing deities, of which old poetry tells. Dared one hope that there is a
heart, even as ours, in that divine e
Assistant of one's thoughts a heart even
as mine, behind this vain show of
things! Ah! voila les ames qu'il falloit a la miennc! Rousseau. The
charm of its poetry, a poetry of the affections, wonderfully fresh in the midst
of a threadbare world, would have led MARIO, if nothing else had done so, again and again, to
Cecilia's house. He found a range of
intellectual pleasures, altogether new to him, in the sympathy of that pure and elevated soul. Elevation
of soul, generosity, humanity little by
little it came to seem to him as if
these existed nowhere else. The
sentiment of maternity, above all, as it
might be understood there, its claims, with
the claims of all natural feeling everywhere, down to the sheep bleating on the hills, nay
! even to the mother-wolf, in her hungry
cave seemed to have been vindicated, to
have been enforced anew, by the sanction
of some divine pattern thereof. He saw
its legitimate place in the world given
at last to the bare capacity for suffering in any creature, however feeble
or apparently useless. In this chivalry,
seeming to leave the world's heroism a
mere property of the stage, in this so
scrupulous fidelity to what could not
help itself, could scarcely claim not to
be forgotten, what a contrast to the
hard contempt of one's own or other's pain, of death, of glory even, in those discourses
of Aurelius ! But if Marius thought at times that some long - cherished desires were now about
to blossom for him, in the sort of home
he had sometimes pictured to himself,
the very charm of which would lie in its
contrast to any random affections : that
in this woman, to whom children
instinctively clung, he might find such
a sister, at least, as he had always longed for ; there were also circumstances which
reminded him that a certain rule
forbidding second marriages, was among
these people still in force ; ominous
incidents, moreover, warning a susceptible conscience not to mix together the
spirit and the flesh, nor make the
matter of a heavenly banquet serve for
earthly meat and drink. One day he
found Cecilia occupied with the burial
of one of the children of her household.
It was from the tiny brow of such a child, as he now heard, that the new light had first
shone forth upon them through the light
of mere physical life, glowing there
again, when the child was dead, or
supposed to be dead. The aged servant of Christ had arrived in the midst of their noisy grief; and mounting to the
little chamber where it lay, had
returned, not long afterwards, with the
child stirring in his arms as he
descended the stair rapidly ; bursting open
the closely-wound folds of the shroud and scattering the funeral flowers from them, as
the soul kindled once more through its
limbs. Old Roman common-sense had
taught people to occupy their thoughts
as little as might be with children who
died young. Here, to-day, however, in
this curious house, all thoughts were
tenderly bent on the little waxen figure,
yet with a kind of exultation and joy, notwithstanding the loud weeping
of the mother. The other children, its
late companions, broke with it,
suddenly, into the place where the deep black
bed lay open to receive it. Pushing away the grim fossores, the grave-diggers, they
ranged themselves around it in order,
and chanted that old psalm of theirs
LAVDATE PVERI DOMINVM! Dead children, children's graves Marius had been always half aware of an old
superstitious fancy in his mind
concerning them; as if in coming near
them he came near the failure of some
lately-born hope or purpose of his own.
And now, perusing intently the expression with which Cecilia assisted, directed, returned
afterwards to her house, he felt that he too had had to-day his funeral of a little child. But it
had always been his policy, through all
his pursuit of " experience/' to take flight in time from any too disturbing passion, from any sort of
affection likely to quicken his pulses
beyond the point at which the quiet work
of life was practicable. Had he, after
all, been taken unawares, so that it was
no longer possible for him to fly ? At
least, during the journey he took, by way of testing the existence of
any chain about him, he found a certain
disappointment at his heart, greater
than he could have anticipated; and as
he passed over the crisp leaves, nipped off in multitudes by the first sudden cold of
winter, he felt that the mental
atmosphere within himself was
perceptibly colder. Yet it was, finally, a quite successful resignation which
he achieved, on a review, after his
manner, during that absence, of loss or gain. The image of Cecilia, it
would seem, was already become for him
like some matter of poetry, or of
another man's story, or a picture on the
wall. And on his return to Rome there had been a rumour in that singular company, of things which spoke certainly not of any
merely tranquil loving : hinted rather
that he had come across a world, the
lightest contact with which might make
appropriate to himself also the precept
that " They which have wives be as
they that have none." This
was brought home to him, when, in early
spring, he ventured once more to listen to
the sweet singing of the Eucharist. It breathed more than ever the
spirit of a wonderful hop* of hopes more
daring than poor, labouring humanity had
ever seriously entertained before,
though it was plain that a great calamity was befallen. Amid stifled sobbing, even as
the pathetic words of the psalter
relieved the tension of their hearts,
the people around him still wore upon
their faces their habitual gleam of joy, of
placid satisfaction. They were still under the influence of an immense gratitude in
thinking. even amid their present
distress, of the hour or a great
deliverance. As he followed again that
mystical dialogue, he felt also again, like a mighty spirit about him, the potency, the
halfrealised presence, of a great multitude, as if thronging along those awful passages, to hear
the sentence of its release from prison;
a company which represented nothing less
than orbis terrarum the whole company of mankind. And the special note of the day expressed that
relief a sound new to him, drawn deep
from some old Hebrew source, as he
conjectured, Alleluia! repeated over and over again, Alleluia! Alleluia! at every pause and movement of the long
Easter ceremonies. And then, in its
place, by way of sacred lection,
although in shocking contrast with the
peaceful dignity of all around, came the Epistle of the churches of Lyons and Vienne to "
their sister,'' the church of Rome. For
the "Peace" of the church had been broken broken, as Marius could not
but acknowledge, on the responsibility
of the emperor ANTONINO (si veda) himself,
following tamely, and as a matter of course, the traces of his
predecessors, gratuitously enlisting,
against the good as well as the evil of that great pagan world, the strange new heroism of
which this singular message was full.
The greatness of it certainly lifted
away all merely private regret,
inclining one, at last, actually to draw
sword for the oppressed, as if in some new order of knighthood. The pains which our brethren
have endured we have no power fully to
tell, for the enemy came upon us with
his whole strength. But the grace of God
fought for us, set free the weak, and
made ready those who, like pillars, were
able to bear the weight. These, coming now into close strife with the foe, bore every
kind of pang and shame. At the time of
the fair which is held here with a great
crowd, the governor led forth the
Martyrs as a show. Holding what was
thought great but little, and that the pains
of to-day are not deserving to be measured against the glory that shall be made
known, these worthy wrestlers went
joyfully on their way; their delight and
the sweet favour of God mingling in
their faces, so that their bonds seemed
but a goodly array, or like the golden
bracelets of a bride. Filled with the fragrance of Christ, to some they seemed to have
been touched with earthly perfumes.
VETTIO EPAGATO, though he is very young,
because he would not endure to see
unjust judgment given against us, vented his anger, and sought to be heard for the
brethren, for he was a youth of high
place. Whereupon the governor asked him
whether he also were a Christian. He
confessed in a clear voice, and was added
to the number of the Martyrs. But he had
the Paraclete within him ; as, in truth,
he showed by the fulness of his love; glorying in the defence of his brethren, and to give
his life for theirs. Then was fulfilled
the saying of the Lord that the day
should come, When he that slayeth you
'will think that he doeth God service. Most
madly did the mob, the governor and the
soldiers, rage against the handmaiden Blandina, in whom Christ showed that what seems
mean among men is of price with Him. For
whilst we all, and her earthly mistress,
who was herself one of the contending
Martyrs, were fearful lest through the
weakness of the flesh she should be
unable to profess the faith, Blandina was filled with such power that her tormentors,
following upon each other from morning
until night, owned that they were
overcome, and had no more that they
could do to her ; admiring that she
still breathed after her whole body was torn
asunder. " But this blessed
one, in the very midst of her c
witness,' renewed her strength ; and to repeat, / am Christ's ! was to her
rest, refreshment, and relief from pain. As for Alexander, he neither uttered a groan nor any sound at
all, but in his heart talked with God.
Sanctus, the deacon, also, having borne
beyond all measure pains devised by
them, hoping that they would get
something from him, did not so much as tell
his name ; but to all questions answered only, / am Chrises ! For this he confessed instead
of his name, his race, and everything
beside. Whence also a strife in
torturing him arose between the governor
and those tormentors, so that when they
had nothing else they could do they set
red-hot plates of brass to the most
tender parts of his body. But he stood firm in his profession, cooled and fortified by
that stream of living water which flows
from Christ. His corpse, a single wound,
having wholly lost the form of man, was
the measure of his pain. But Christ,
paining in him, set forth an ensample to the rest that there is nothing
fearful, nothing painful, where the love
of the Father overcomes. And as all
those cruelties were made null through
the patience of the Martyrs, they
bethought them of other things ; among
which was their imprisonment in a dark and most sorrowful place, where many were
privily strangled. But destitute of
man's aid, they were filled with power
from the Lord, both in body and mind,
and strengthened their brethren. Also,
much joy was in our virgin mother, the Church ; for, by means of these, such as
were fallen away retraced their steps
were again conceived, were filled again with lively heat, and hastened to make the profession of their
faith. "The holy bishop Pothinus,
who was now past ninety years old and
weak in body, yet in his heat of soul
and longing for martyrdom, roused what
strength he had, and was also cruelly
dragged to judgment, and gave witness.
Thereupon he suffered many stripes, all thinking it would be a wickedness if they fell short
in cruelty towards him, for that thus
their own gods would be avenged. Hardly
drawing breath, he was thrown into
prison, and after two days there
died. "After these things their martyrdom
was parted into divers manners. Plaiting
as it were one crown of many colours and
every sort of flowers, they offered it
to God. MATURO, therefore, Sanctus and Blandina, were led to the wild beasts. And Maturus and Sanctus passed
through all the pains of the
amphitheatre, as if they had suffered
nothing before : or rather, as having in
many trials overcome, and now contending for the prize itself, were at last
dismissed. " But Blandina was
bound and hung upon a stake, and set
forth as food for the assault of the
wild beasts. And as she thus seemed to be hung upon the Cross, by her fiery prayers she
imparted much alacrity to those
contending Witnesses. For as they looked upon her with the eye of flesh,
through her, they saw Him that was crucified. But as none of the beasts would
then touch her, she was taken down from
the Cross, and sent back to prison for
another day : that, though weak and
mean, yet clothed with the mighty
wrestler, Christ Jesus, she might by many conquests give heart to her
brethren. On the last day, therefore, of the shows, she was brought forth again, together with
Ponticus, a lad of about fifteen years
old. They were brought in day by day to
behold the pains of the rest. And when
they wavered not, the mob was full of
rage ; pitying neither the youth of the
lad, nor the sex of the maiden. Hence, they
drave them through the whole round of pain. And Ponticus, taking heart from Blandina,
having borne well the whole of those torments, gave up his life. Last of all, the blessed
Blandina herself, as a mother that had
given life to her children, and sent
them like conquerors to the great King,
hastened to them, with joy at the end,
as to a marriage-feast; the enemy himself
confessing that no woman had ever borne pain so manifold and great as hers. " Nor even so was their anger appeased
; some among them seeking for us pains,
if it might be, yet greater; that the
saying might be fulfilled, He that is
unjust, let him be unjust still. And
their rage against the Martyrs took a new form, insomuch that we were in great sorrow for
lack of freedom to entrust their bodies
to the earth, Neither did the night-time, nor the offer of money, avail us for this matter; but they
set watch with much carefulness, as
though it were a great gain to hinder
their burial. Therefore, after the
bodies had been displayed to view for
many days, they were at last burned to ashes, and cast into the river Rhone, which flows
by this place, that not a vestige of
them might be left upon the earth. For
they said, Now shall we see whether they
will rise again, and whether their God
can save them out of our hands" Not many months after the date of that epistle, Marius, then expecting to leave Rome for
a long time, and in fact about to leave
it for ever, stood to witness the
triumphal entry of Marcus Aurelius,
almost at the exact spot from which he
had watched the emperor's solemn return to
the capital on his own first coming thither. His triumph was now a " full " one
Justus Triumphus justified, by far more
than the due amount of bloodshed in
those Northern wars, at length, it might
seem, happily at an end. Among the
captives, amid the laughter of the
crowds at his blowsy upper garment, his trousered legs and conical wolf-skin cap, walked our
own ancestor, representative of subject
Germany, under a figure very familiar in
later Roman sculpture; and, though
certainly with none of the grace of the
Dying Gaul, yet with plenty of uncouth
pathos in his misshapen features, and
the pale, servile, yet angry eyes. His children, white-skinned and
golden-haired " as angels,"
trudged beside him. His brothers, of the animal world, the ibex, the wild-cat, and the
reindeer, stalking and trumpeting
grandly, found their due place in the
procession; and among the spoil, set
forth on a portable frame that it might
be distinctly seen (no mere model, but the very house he had lived in), a wattled cottage, in
all the simplicity of its snug
contrivances against the cold, and
well-calculated to give a moment's
delight to his new, sophisticated masters. Mantegna, working at the end
of the fifteenth century, for a society
full of antiquarian fervour at the sight
of the earthy relics of the old Roman
people, day by day returning to light
out of the clay childish still, moreover, and with no more suspicion of pasteboard than
the old Romans themselves, in its
unabashed love of open-air pageantries,
has invested this, the greatest, and alas ! the most characteristic, of
the splendours of imperial ROMA, with a
reality livelier than any description.
The homely sentiments for which he has found place in his learned paintings are hardly more lifelike
than the great public incidents of the
show, there depicted. And then, with all
that vivid realism, how refined, how
dignified, how select in type, is this
reflection of the old Roman world ! now
especially, in its time-mellowed red and
gold, for the modern visitor to the old English palace. It was under no such selected types
that the great procession presented
itself to MARIO; though, in effect, he
found something there prophetic, so to speak, and evocative of ghosts, as susceptible minds will do, upon a repetition
after long interval of some notable
incident, which may yet perhaps have no
direct concern for themselves. In truth,
he had been so closely bent of late on
certain very personal interests that the
broad current of the world's doings
seemed to have withdrawn into the distance, but now, as he witnessed this procession, to
return once more into evidence for him.
The world, certainly, had been holding
on its old way, and was all its old
self, as it thus passed by dramatically, accentuating, in this favourite
spectacle, its mode of viewing things.
And even apart from the contrast of a
very different scene, he would have
found it, just now, a somewhat vulgar
spectacle. The temples, wide open, with their ropes of roses flapping in the wind against
the rich, reflecting marble, their
startling draperies and heavy cloud of
incense, were but the centres of a great
banquet spread through all the gaudily
coloured streets of ROMA, for which the carnivorous appetite of those
who thronged them in the glare of the
mid -day sun was frankly enough asserted.
At best, they were but calling their
gods to share with them the cooked, sacrificial, and other meats, reeking to the sky. The
child, who was concerned for the sorrows
of one of those Northern captives as he passed by, and explained to his comrade "There's
feeling in that hand, you know ! " benumbed
and lifeless as it looked in the chain,
seemed, in a moment, to transform the
entire show into its own proper tinsel.
Yes ! these Romans are a coarse, a
vulgar people; and their vulgarities of soul in full evidence here. And Aurelius
himself seemed to have undergone the
world's coinage, and fallen to the level of his reward, in a mediocrity no
longer golden. Yet if, as he passed by, almost filling the quaint old circular chariot with his
magnificent golden-flowered attire, he
presented himself to MARIO, chiefly as one who had made the great mistake ; to the multitude he came as a
more than magnanimous conqueror. That he
had " forgiven " the innocent
wife and children of the dashing and almost
successful rebel AVIDIO CASSIO, now no more, was a recent circumstance still in memory. As the children went
past not among those who, ere the
emperor ascended the steps of the
CAMPIDOGLIO, would be detached from the
great progress for execution, happy rather,
and radiant, as adopted members of the imperial family the crowd actually enjoyed an
exhibition of the moral order, such as might become perhaps the fashion. And it was in
consideration of some possible touch of a heroism herein that might really have cost him something,
that MARIO resolves to seek the emperor once more, with an appeal for
common-sense, for reason and
justice. He had set out at last
to revisit his old home; and knowing
that Aurelius was then in retreat at a
favourite villa, which lay almost on his way
thither, determined there to present himself. Although the great plain was dying steadily,
a new race of wild birds establishing
itself there, as he knew enough of their
habits to understand, and the idle
contadino^ with his never-ending ditty
of decay and death, replacing the lusty
Roman labourer, never had that poetic region between Rome and the sea more deeply
impressed him than on this sunless day of early
autumn, under which all that fell within the immense horizon was presented in one uniform tone of a clear, penitential blue.
Stimulating to the fancy as was that
range of low hills to the northwards,
already troubled with the upbreaking of the Apennines, yet a want of quiet
in their outline, the record of wild
fracture there, of sudden upheaval and
depression, marked them as but the ruins
of nature ; while at every little
descent and ascent of the road might be noted traces of the abandoned work of man.
From time to time, the way was still
redolent of the floral relics of summer,
daphne and myrtle-blossom, sheltered in the little hollows and ravines. At last, amid rocks here and
there piercing the soil, as those
descents became steeper, and the main
line of the Apennines, now visible, gave a higher accent to the scene, he espied over the plateau^ almost like one
of those broken hills, cutting the
horizon towards the sea, the old brown
villa itself, rich in memories of one
after another of the family of the
Antonines. As he approached it, such reminiscences crowded upon him, above all
of the life there of the aged ANTONINO
PIO, in its wonderful mansuetude and
calm. Death had overtaken him here at
the precise moment when the tribune of
the watch had received from his lips the
word Aequanimitas! as the watchword of
the night. To see their emperor living there
like one of his simplest subjects, his hands red at vintage-time with the juice of the grapes,
hunting, teaching his children, starting betimes, with all who cared to join him, for long days of
antiquarian research in the country around : this, and the like of this, had seemed to mean
the peace of mankind. Upon that had come
like a stain ! it seemed to MARIO just
then the more intimate life of Faustina,
the life of Faustina at home. Surely,
that marvellous but malign beauty must still haunt those rooms, like an unquiet, dead
goddess, who might have perhaps, after
all, something reassuring to tell
surviving mortals about her ambiguous
self. When, two years since, the news
had reached Rome that those eyes, always
so persistently turned to vanity, had suddenly closed for ever, a strong desire to pray had
come over Marius, as he followed in fancy on its wild way the soul of one he had spoken with now
and again, and whose presence in it for
a time the world of art could so ill
have spared. Certainly, the honours
freely accorded to embalm her memory
were poetic enough the rich temple left
among those wild villagers at the spot, now
it was hoped sacred for ever, where she had breathed her last ; the golden image, in her
old place at the amphitheatre ; the
altar at which the newly married might
make their sacrifice ; above all, the
great foundation for orphan girls, to be
called after her name. The latter,
precisely, was the cause why Marius
failed in fact to see Aurelius again, and
make the chivalrous effort at enlightenment he had proposed to himself. Entering the
villa, he learned from an usher, at the
door of the long gallery, famous still
for its grand prospect in the memory of
many a visitor, and then leading to the imperial apartments, that the
emperor was already in audience : Marius
must wait his turn he knew not how long
it might be. An odd audience it seemed ; for at that moment, through the closed door, came shouts of
laughter, the laughter of a great crowd
of children the Faustinian Children themselves, as he afterwards learned happy
and at their ease, in the imperial
presence. Uncertain, then, of the time
for which so pleasant a reception might last, so pleasant that he would hardly have wished to
shorten it, Marius finally determined to proceed, as it was necessary that he should
accomplish the first stage of his
journey on this day. The thing was not
to be Vale ! anima infelicissima! He
might at least carry away that sound of
the laughing orphan children, as a not unamiable last impression of kings and their
houses. The place he was now about to
visit, especially as the resting-place of his dead, had never been forgotten. Only, the first eager period
of his life in Rome had slipped on
rapidly ; and, almost on a sudden, that
old time had come to seem very long ago.
An almost burdensome solemnity had grown
about his memory of the place, so that
to revisit it seemed a thing that needed
preparation : it was what he could not
have done hastily. He half feared to lessen, or disturb, its value for himself. And then, as
he travelled leisurely towards it, and
so far with quite tranquil mind,
interested also in many another place by
the way, he discovered a shorter road to
the end of his journey, and found
himself indeed approaching the spot that was to him like no other. Dreaming now only of
the dead before him, he journeyed on
rapidly through the night ; the thought
of them increasing on him, in the
darkness. It was as if they had been
waiting for him there through all those
years, and felt his footsteps approaching now, and understood his devotion, quite
gratefully, in that lowliness of theirs, in spite of its tardy fulfilment. As
morning came, his late tranquillity of mind had given way to a grief which surprised him by its freshness. He was
moved more than he could have thought
possible by so distant a sorrow. "
To-day ! " they seemed to be saying
as the hard dawn broke, To-day, he will
come ! " At last, amid all his distractions, they were become the main purpose of what
he was then doing. The world around it,
when he actually reached the place later
in the day, was in a mood very different
from his : so worka-day, it seemed, on that fine afternoon, and the villages he passed through so silent ;
the inhabitants being, for the most
part, at their labour in the country.
Then, at length, above the tiled
outbuildings, were the walls of the old
villa itself, with the tower for the pigeons ; and, not among cypresses, but half-hidden by
aged poplar-trees, their leaves like
golden fruit, the birds floating around
it, the conical roof of the tomb itself.
In the presence of an old servant who
remembered him, the great seals were
broken, the rusty key turned at last in the lock, the door was forced out among the weeds
grown thickly about it, and Marius was
actually in the place which had been so
often in his thoughts. He was struck,
not however without a touch of remorse
thereupon, chiefly by an odd air of
neglect, the neglect of a place allowed to remain as when it was last used, and left in a
hurry, till long years had covered all
alike with thick dust the faded flowers, the burnt-out lamps, the tools and hardened mortar of the workmen
who had had something to do there. A
heavy fragment of woodwork had fallen
and chipped open one of the oldest of
the mortuary urns, many hundreds in
number ranged around the walls. It was
not properly an urn, but a minute coffin
of stone, and the fracture had revealed a
piteous spectacle of the mouldering, unburned remains within ; the bones of a child, as
he understood, which might have died, in
ripe age, three times over, since it
slipped away from among his
great-grandfathers, so far up in the
line. Yet the protruding baby hand seemed to stir up in him feelings vivid enough,
bringing him intimately within the scope
of dead people's grievances. He noticed,
side by side with the urn of his mother,
that of a boy of about his own age one
of the serving-boys of the household who
had descended hither, from the lightsome
world of childhood, almost at the same time with her. It seemed as if this boy of his
own age had taken filial place beside
her there, in his stead. That hard
feeling, again, which had always
lingered in his mind with the thought of
the father he had scarcely known, melted
wholly away, as he read the precise number of his years, and reflected suddenly He was
of my own present age ; no hard old man,
but with interests, as he looked round
him on the world for the last time, even
as mine to-day! And with that came a
blinding rush of kindness, as if two
alienated friends had come to understand each other at last. There was weakness
in all this ; as there is in all care
for dead persons, to which nevertheless
people will always yield in proportion
as they really care for one another.
With a vain yearning, as he stood there, still to be able to do something for them, he
reflected that such doing must be, after
all, in the nature of things, mainly for
himself. His own epitaph might be that
old one "Eo-^aTo? TOV ISlov yevov?
He was the last of his race ! Of those who might come hither after himself probably
no one would ever again come quite as he
had done to-day ; and it was under the
influence of this thought that he
determined to bury all that, deep below
the surface, to be remembered only by him,
and in a way which would claim no
sentiment from the indifferent. That took many days was like a renewal of lengthy old
burial rites as he himself watched the
work, early and late ; coming on the
last day very early, and anticipating,
by stealth, the last touches, while the
workmen were absent ; one young lad only,
finally smoothing down the earthy bed, greatly surprised at the seriousness with which
Marius flung in his flowers, one by one,
to mingle with the dark mould. Those
eight days at his old home, so mournfully
occupied, had been for Marius in some sort a forcible disruption from the world and the
roots of his life in it. He had been
carried out of himself as never before ;
and when the time was over, it was as if
the claim over him of the earth below
had been vindicated, over against the
interests of that living world around. Dead,
yet sentient and caressing hands seemed to reach out of the ground and to be clinging about
him. Looking back sometimes now, from
about the midway of life the age, as he
conceived, at which one begins to
re-descend one's life though antedating
it a little, in his sad humour, he would
note, almost with surprise, the unbroken placidity of the contemplation in
which it had been passed. His own
temper, his early theoretic scheme of
things, would have pushed him on to
movement and adventure. Actually, as
circumstances had determined, all its movement had been inward ; movement of
observation only, or even of pure meditation ; in part, perhaps, because throughout it had been
something of a meditatio mortis^ ever facing towards the act of final detachment. Death,
however, as he reflected, must be for
every one nothing (less than the fifth or last act of a drama, and, as 1 such, was likely to have something of the stirring
! character of a denouement. And, in
fact, it was in form tragic enough that
his end not long after- ' wards came to
him. In the midst of the extreme weariness and
depression which had followed those last days, CORNELIO, then, as it
happened, on a journey and travelling
near the place, finding traces of him,
had become his guest at Whitenights. It was just then that Marius felt, as he had never
done before, the value to himself, the
overpowering charm, of his friendship.
More than brother! he felt " like a son also ! " contrasting the fatigue of soul which made himself in effect
an older man, with the irrepressible youth
of his companion. For it was still the
marvellous hopefulness of CORNELIO, his
seeming prerogative over the future,
that determined, and kept alive, all
other sentiment concerning him. A new
hope had sprung up in the world of which he, Cornelius, was a depositary, which he was
to bear onward in it. Identifying
himself with Cornelius in so dear a
friendship, through him, MARIO seems to touch, to ally himself to, actually to
become a possessor of the coming world ;
even as happy parents reach out, and take
possession of it, in and through the survival
of their children. For in these days their intimacy had grown very close, as they
moved hither and thither, leisurely,
among the country-places thereabout, CORNELIO being on his way back to Rome, till they came one evening to
a little town (Marius remembered that he
had been there on his first journey to
Rome) which had even then its church and
legend the legend and holy relics of the
martyr Hyacinthus, a young Roman
soldier, whose blood had stained the
soil of this place in the reign of the emperor TRAIANO. The thought of that so
recent death, haunted Marius through the
night, as if with audible crying and
sighs above the restless wind, which
came and went around their lodging. But
towards dawn he slept heavily ; and awaking in broad daylight, and finding CORNELIO absent,
set forth to seek him. The plague was
still in the place had indeed just
broken out afresh ; with an outbreak
also of cruel superstition among its
wild and miserable inhabitants. Surely, the old gods were wroth at the presence of this
new enemy among them ! And it was no ordinary morning into which Marius stepped forth.
There was a menace in the dark masses of hill,
and motionless wood, against the gray, although apparently unclouded sky. Under this sunless
heaven the earth itself seemed to fret and fume
with a heat of its own, in spite of the strong night-wind. And now the wind had fallen. Marius felt that he breathed some strange
heavy fluid, denser than any common air.
He could have fancied that the world had
sunken in the night, far below its
proper level, into some close, thick
abysm of its own atmosphere. The
Christian people of the town, hardly less
terrified and overwrought by the haunting sickness about them than their
pagan neighbours, were at prayer before
the tomb of the martyr ; and even as
Marius pressed among them to a place
beside Cornelius, on a sudden the hills
seemed to roll like a sea in motion, around the whole compass of the horizon. For a moment Marius supposed himself attacked
with some sudden sickness of brain, till
the fall of a great mass of building
convinced him that not himself but the
earth under his feet was giddy. A few
moments later the little marketplace was alive with the rush of the
distracted inhabitants from their
tottering houses ; and as they waited
anxiously for the second shock of
earthquake, a long -smouldering suspicion leapt precipitately into well-defined purpose, and
the whole body of people was carried forward towards the band of worshippers below.
An hour later, in the wild tumult which
followed, the earth had been stained
afresh with the blood of the martyrs
Felix and Faustinus F lores apparuerunt in terra nostra ! and their
brethren, together with CORNELIO and
MARIO, thus, as it had happened, taken
among them, were prisoners, reserved for
the action of the law. Marius and his
friend, with certain others, exercising the
privilege of their rank, made claim to be tried in Rome, or at least in the chief town of
the district; where, indeed, in the
troublous days that had now begun, a legal process had been already instituted. Under the care of a
military guard the captives were removed
on the same day, one stage of their
journey ; sleeping, for security, during
the night, side by side with their
keepers, in the rooms of a shepherd's deserted house by the wayside. It was
surmised that one of the prisoners was
not a Christian : the guards were forward to make the utmost pecuniary profit of this
circumstance, and in the night, MARIO, taking advantage of the loose charge
kept over them, and by means partly of a
large bribe, had contrived that
Cornelius, as the really innocent person, should be dismissed in safety on his way, to
procure, as Marius explained, the proper
means of defence for himself, when the
time of trial came. And in the morning Cornelius in fact set forth alone, from their miserable place of
detention. MARIO believed that CORNELIO was to
be the husband of Cecilia; and that, perhaps strangely, had but added to
the desire to get him away safely. We
wait for the great crisis which is to try what is in us : we can hardly bear
the pressure of our hearts, as we think of
it : the lonely wrestler, or victim,
which imagination foreshadows to us, can
hardly be one's self; it seems an
outrage of our destiny that we should be
led along so gently and imperceptibly, to so
terrible a leaping-place in the dark, for more perhaps than life or death. At last, the
great act, the critical moment itself
comes, easily, almost unconsciously.
Another motion of the clock, and our
fatal line the " great climacteric
point " has been passed, which changes ourselves or our lives. In one
quarter of an hour, under a sudden,
uncontrollable impulse, hardly weighing
what he did, almost as a matter of
course and as lightly as one hires a bed for one's ; night's rest on a journey, Marius had taken
upon himself all the heavy risk of the
position in which Cornelius had then
been the long and wearisome delays of
judgment, which were possible ; the danger and wretchedness of a long journey in this manner ; possibly the danger
of death. He had delivered his brother,
after the manner he had sometimes vaguely anticipated as a kind of distinction in his destiny;
though indeed always with wistful
calculation as to what it might cost him
: and in the first moment after the
thing was actually done, he felt only satisfaction at his courage, at the
discovery of his possession of "
nerve." Yet he was, as we know, no hero, no heroic martyr had indeed no
right to be ; and when he had seen
Cornelius depart, on his blithe and
hopeful way, as he believed, to become the husband of Cecilia; actually, as it had
happened, without a word of farewell, supposing MARIO is almost immediately
afterwards to follow (Marius indeed
having avoided the moment of
leave-taking with its possible call for
an explanation of the circumstances), the reaction came. He could only guess,
of course, at what might really happen.
So far, he had but taken upon himself,
in the stead of CORNELIO, a certain
amount of personal risk; though he
hardly supposed himself to be facing the danger of death. Still, especially for one such as
he, with all the sensibilities of which
his whole manner of life had been but a
promotion, the situation of a person
under trial on a criminal charge was
actually full of distress. To him, in
truth, a death such as the recent death of those saintly brothers, seemed no glorious end. In
his case, at least, the Martyrdom, as it
was called the overpowering act of
testimony that Heaven had come down among
men would be but a common execution:
from the drops of his blood there would
spring no miraculous, poetic flowers; no eternal aroma would indicate the place
of his burial ; no plenary grace,
overflowing for ever upon those who
might stand around it. Had there been
one to listen just then, there would
have come, from the very depth of his desolation, an eloquent utterance
at last, on the irony of men's fates, on
the singular accidents of life and death. The guards, now safely in possession
of whatever money and other valuables the prisoners had had on them, pressed them forward, over the rough mountain paths, altogether careless of
their sufferings. The great autumn rains
were falling. At night the soldiers light a fire; but it was impossible to keep warm. From time to
time they stopped to roast portions of
the meat they carried with them, making
their captives sit round the fire, and
pressing it upon them. But weariness and
depression of spirits had deprived
Marius of appetite, even if the food had been more attractive, and for some days he partook
of nothing but bad bread and water. All
through the dark mornings they dragged
over boggy plains, up and down hills,
wet through sometimes with the heavy rain. Even in those deplorable
circumstances, he could but notice the
wild, dark beauty of those regions the stormy sunrise, and placid spaces of evening. One
of the keepers, a very young soldier,
won him at times, by his simple
kindness, to talk a little, with wonder
at the lad's half-conscious, poetic
delight in the adventures of the journey. At times, the whole company would lie down
for rest at the roadside, hardly
sheltered from the storm ; and in the
deep fatigue of his spirit, his old
longing for inopportune sleep overpowered
him. Sleep anywhere, and under any conditions, seemed just then a thing
one might well exchange the remnants of one's life for. It must have been about
the fifth night, as he afterwards
conjectured, that the soldiers, believing
him likely to die, had finally left him unable to proceed further, under the care of some
country people, who to the extent of
their power certainly treated him kindly
in his sickness. He awoke to
consciousness after a severe attack of fever,
lying alone on a rough bed, in a kind of hut. It seemed a remote, mysterious place, as he
looked around in the silence ; but so
fresh lying, in fact, in a high
pasture-land among the mountains that he
felt he should recover, if he might but
just lie there in quiet long enough. Even during those nights of delirium he had felt the
scent of the new-mown hay pleasantly,
with a dim sense for a moment that he
was lying safe in his old home. The
sunlight lay clear beyond the open door
; and the sounds of the cattle reached him
softly from the green places around. Recalling confusedly the torturing hurry of his
late journeys, he dreaded, as his consciousness
of the whole situation returned, the
coming of the guards. But the place
remained in absolute stillness. He was,
in fact, at liberty, but for his own
disabled condition. And it was certainly a
genuine clinging to life that he felt just then, at the very bottom of his mind. So it had
been, obscurely, even through all the wild fancies of his delirium, from the moment which followed
his decision against himself, in favour of
Cornelius. The occupants of the
place were to be heard presently, coming and going about him on their business : and it was as if the approach of
death brought out in all their force the
merely human sentiments. There is that
in death which certainly makes
indifferent persons anxious to forget
the dead : to put them those aliens away
out of their thoughts altogether, as soon as
may be. Conversely, in the deep isolation of spirit which was now creeping upon MARIO,
the faces of these people, casually
visible, took a strange hold on his
affections ; the link of general
brotherhood, the feeling of human kinship, asserting itself most strongly when
it was about to be severed for ever. At
nights he would find this face or that
impressed deeply on his fancy ; and, in
a troubled sort of manner, his mind
would follow them onwards, on the ways
of their simple, humdrum, everyday life, with a peculiar yearning to share it with them,
envying the calm, earthy cheerfulness of
all their days to be, still under the
sun, though so indifferent, of course,
to him ! as if these rude people had
been suddenly lifted into some height of earthly good-fortune, which must needs isolate
them from himself. Tristem neminem fecit
he repeated to himself; his old prayer
shaping itself now almost as his epitaph.
Yes ! so much the very hardest judge must concede to him. And the sense of
satisfaction which that thought left with him disposed him to a conscious
effort of recollection, while he lay
there, unable now even to raise his
head, as he discovered on attempting to reach a .pitcher of water which stood near.
Revelation, vision, the discovery of a
vision, the seeing of a perfect
humanity, in a perfect world through all
his alternations of mind, by some dominant
instinct, determined by the original necessities of his own nature and character, he had always
set that above the having, or even the
doing, of anything. For, such vision, if received with due attitude on his part, was, in reality, the
being something, and as such was surely
a pleasant offering or sacrifice to
whatever gods there might be, observant
of him. And how goodly had the vision
been ! one long unfolding of beauty and
energy in things, upon the closing of
which he might gratefully utter his "Vixi!' Even then, just ere his
eyes were to be shut for ever, the
things they had seen seemed a veritable
possession in hand ; the persons, the places, above all, the touching image of Jesus,
apprehended dimly through the expressive
faces, the crying of the children, in
that mysterious drama, with a sudden
sense of peace and satisfaction now,
which he could not explain to himself. Surely, he had prospered in life ! And again, as of
old, the sense of gratitude seemed to
bring with it the sense also of a living
person at his side. For still, in a shadowy world, his deeper wisdom had ever been, with a sense of
economy, with a jealous estimate of gain and loss, to use life, not as the means to some problematic end, but, as far as might be, from dying hour to
dying hour, an end in itself a kind of
music, allsufficing to the duly trained ear, even as it died out on the air. Yet now, aware still in
that suffering body of such vivid powers
of mind and sense, as he anticipated
from time to time how his sickness,
practically without aid as he must be in
this rude place, was likely to end, and that
the moment of taking final account was drawing very near, a consciousness of waste would
come, with half-angry tears of self-pity, in his great weakness a blind, outraged, angry feeling
of wasted power, such as he might have
experienced himself standing by the
deathbed of another, in condition like
his own. And yet it was the fact, again, that the vision of men and things, actually revealed to him
on his way through the world, had
developed, with a wonderful largeness,
the faculties to which it addressed
itself, his general capacity of vision;
and in that too was a success, in the view of certain, very definite, well-considered,
undeniable possibilities. Throughout that elaborate and lifelong education of his receptive
powers, he had ever kept in view the
purpose of preparing himself towards possible further revelation some day towards some ampler vision, which
should take up into itself and explain this
world's delightful shows, as the scattered fragments of a poetry, till
then but half-understood, might be taken
up into the text of a lost epic,
recovered at last. At this moment, his unclouded receptivity of soul,
grown so steadily through all those
years, from experience to experience, was at its height ; the house ready
for the possible guest ; the tablet of
the mind white and smooth, for
whatsoever divine fingers might choose
to write there. And was not this precisely the condition, the attitude of mind,
to which something higher than he, yet
akin to him, would be likely to reveal
itself ; to which that influence he had
felt now and again like a friendly hand
upon his shoulder, amid the actual
obscurities of the world, would be likely to make a further explanation ? Surely, the aim of
a true philosophy must lie, not in
futile efforts towards the complete
accommodation of man to the
circumstances in which he chances to find
himself, but in the maintenance of a kind of candid discontent, in the face of the very
highest achievement; the unclouded and
receptive soul quitting the world
finally, with the same fresh wonder with
which it had entered the world still
unimpaired, and going on its blind way at
last with the consciousness of some profound enigma in things, as but a pledge of something further to come. MARIO seems to
understand how one might look back upon
life here, and its excellent visions, as but the portion of a race-course left
behind him by a runner still swift of
foot : for a moment he experienced a singular curiosity, almost an ardent desire to enter
upon a future, the possibilities of
which seemed so large. And just then,
again amid the memory of certain touching actual words and images, came the thought of the great hope, that hope
against hope, which, as he conceived,
had arisen Lux sedentibus in tenebris upon the aged world; the hope CORNELIO had seemed to bear away
upon him in his strength, with a
buoyancy which had caused MARIO to feel,
not so much that by a caprice of
destiny, he had been left to die in his
place, as that CORNELIO was gone on a mission to deliver him also from death. There had been
a permanent protest established in the
world, a plea, a perpetual
after-thought, which humanity henceforth
would ever possess in reserve, against
any wholly mechanical and disheartening theory of itself and its conditions. That was a
thought which relieved for him the iron
outline of the horizon about him,
touching it as if with soft light from
beyond ; filling the shadowy, hollow places to which he was on his way with
the warmth of definite affections;
confirming also certain considerations
by which he seemed to link himself to the generations to come in the world he was leaving. Yes ! through the
survival of their children, happy parents are able to think calmly, and with a
very practical affection, of a world in
which they are to have no direct share;
planting with a cheerful good-humour,
the acorns they carry about with them, that their grand-children may be shaded from the sun
by the broad oak-trees of the future.
That is nature's way of easing death to
us. It was thus too, surprised,
delighted, that MARIO, under the power
of that new hope among men, could think
of the generations to come after him. Without it, dim in truth as it was, he could hardly
have dared to ponder the world which
limited all he really knew, as it would
be when he should have departed from it.
A strange lonesomeness, like physical
darkness, seemed to settle upon the
thought of it; as if its business hereafter must be, as far as he was concerned, carried on in
some inhabited, but distant and alien,
star. Contrariwise, with the sense of that hope warm about him, he seemed to anticipate some kindly
care for himself, never to fail even on
earth, a care for his very body that
dear sister and companion of his soul,
outworn, suffering, and in the very
article of death, as it was now. For the weariness came back tenfold ;
and he had finally to abstain from
thoughts like these, as from what caused
physical pain. And then, as before in
the wretched, sleepless nights of those
forced marches, he would try to fix his mind, as it were impassively, and like a child
thinking over the toys it loves, one
after another, that it may fall asleep
thus, and forget all about them the
sooner, on all the persons he had loved in
life on his love for them, dead or living, grateful for his love or not,
rather than on theirs for him letting
their images pass away again, or rest
with him, as they would. In the bare
sense of having loved he seemed to find, even amid this foundering of the ship, that on
which his soul might "assuredly rest
and depend." One after another, he
suffered those faces and voices to come
and go, as in some mechanical exercise, as he might have repeated all the
verses he knew by heart, or like the
telling of beads one by one, with many a
sleepy nod between-whiles. For there remained also, for the old earthy creature still within him, that great
blessedness of physical slumber. To
sleep, to lose one's self in sleep that,
as he had always recognised, was a good
thing. And it was after a space of deep
sleep that he awoke amid the murmuring voices of the people who had kept and tended him
so carefully through his sickness, now
kneeling around his bed : and what he
heard confirmed, in the then perfect
clearness of his soul, the inevitable suggestion of his own bodily feelings. He
had often dreamt he was condemned to die,
that the hour, with wild thoughts of escape, was arrived; and waking, with the sun all
around him, in complete liberty of life,
had been full of gratitude for his place
there, alive still, in the land of the living. He read surely, now, in the manner, the doings, of these people, some
of whom were passing out through the
doorway, where the heavy sunlight in
very deed lay, that his last morning was
come, and turned to think once more of
the beloved. Often had he fancied of old
that not to die on a dark or rainy day
might itself have a little alleviating grace or favour about it. The people around his
bed were praying fervently Abi! Abi!
Anima Christiana! In the moments of his extreme
helplessness their mystic bread had been placed, had descended like a snow-flake from the
sky, between his lips. Gentle fingers
had applied to hands and feet, to all
those old passage-ways of the senses,
through which the world had come and
gone for him, now so dim and obstructed, a
medicinable oil. It was the same people who, in the gray, austere evening of that day,
took up his remains, and buried them
secretly, with their accustomed prayers
; but with joy also, holding his death,
according to their generous view in this
matter, to have been of the nature of a
martyrdom ; and martyrdom, as the church had always said, a kind of sacrament with plenary
grace. P
Corrado Curcio. Curcio. Keywords: esistenti -- Lucrezio, Foscolo, Leopardi,
Alighieri, Gentile, Diano, Sicilian philosophy. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Curcio” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Curi: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dei figli di
Marte -- passione e compassione, senso e consenso – scuola di Verona –
filosofia veronese – filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Verona). Filosofo
veronese. Filosofo veneto. Filosofo italiano. Verona, Veneto. Grice: “I like
Curi; unlike me, we would call him a prolific philosopher; my favourite are his
reflections on ‘eros’, ‘amore’ and bello, but he has also written on various
topics related to maleness -Si laurea a Padova. Insegna a Padova. Membro
dell’Istituto Gramsci Veneto. Formatosi alla scuola di Diano, Gentile e Bozzi, incontra
Cacciari. A partire da quel topos, si avvia un sodalizio estremamente solido e
fecondo, all'insegna di una comune ricerca del nuovo, e di un impegno
teoretico rigoroso, che va oltre il piano strettamente della speculazione, in direzione
di una pratica civile. Filosofa sul nesso politica-civilita e guerra e sul
concetto di ‘polemos’ – cf. Grice epagoge/diagoge “”War is war” – Eirene --,
lungo la linea che congiunge Eraclito a Heidegger. Valorizza la narrazione, sia
intesa come mythos, sia concepita come opera cinematografica. Medita su alcuni
temi fondamentali dell'interrogazione filosofica, quali l'amore e la morte, il
dolore e il destino. Altre opere: “Endiadi: figure della dualità”
(Feltrinelli, Milano); “La filosofia come ‘bellum’” (Bollati Boringhieri,
Torino); “La forza dello sguardo” – Lat. vereor – warten: to see --; “Meglio
non essere nati: la condizione umana” – cf. la condition humaine”, Malraux);
“Lo schermo” (Raffaello Cortina Editore, Milano); “Un filosofo al cinema,
Bompiani, Milano).Quello che non e filosofo, ma ha soltanto una verniciatura di
casi umani, come il maschio abbronzato dal sole, vedendo quante cose si devono
imparare, quante fatiche bisogna sopportare, come si convenga, a seguire tale
studio, la vita regolata di ogni giorno, giudica che sia una cosa difficile e impossibile
per lui. A questo maschio bisogna mostrare che cos'è davvero la filosofia, e
quante difficoltà presenta, e quanta fatica comporta.” (Platone, Lettera
settima). La libertà non è soltanto l'essere-liberati DA lle catene né soltanto
l'esser-divenuti-liberi PER la luce, ma l'autentico essere-liberi è
essere-liberatori DA il buio. La ridiscesa nella caverna non è un divertimento
aggiuntivo che il presunto "libero" possa concedersi così per svago,
magari per curiosita. E esser-ci dentro tutto, essa soltanto, il compimento autentico
del divenire liberi. Heidegger, L'essenza della verità, Franco Volpi, Milano).Ne
“La brama dell'avere” si ha un attento e puntuale riesame sia storico-filosofico
che critico-filologico della fondamentale categoria esistenziale dell'”avere” –
“the have and have-nots” -alla luce dell'odierno assetto socio-comunitario. Cf.
Grice on “H” for “Hazzes” “x H y” Curi
focuses on ‘ekhein’ which would then correspond to Grice’s “H” --. Altre opere:
“Il coraggio di pensare, manualistica di filosofia, Loescher editore, Torino);
“Il problema dell'unità del sapere nel comportamentismo” (MILANI, Padova); “Analisi
operazionale e operazionismo” (MILANI, Padova); “L'analisi operazionale della
psicologia” (Franco Angeli, Milano); “Dagli Jonici alla crisi della fisica” (MILANI,
Padova); “Anti-conformismo e libertà intellettuale: per una dialettica tra pensiero
e politica” (Padova) – cfr. Grice on non-conformismo – “Psicologia e critica
dell'ideologia” (Bertani, Roma); “La ricerca” (Marsilio, Venezia); “Katastrophé.
Sulle forme del mutamento scientifico” (Arsenale Cooperativa, Venezia); “La
linea divisa. Modelli di razionalita' e pratiche scientifiche nel pensiero
occidentale” (De Donato, Bari); “Pensare la guerra. Per una cultura della pace”
(Dedalo, Bari) – cf. Grice on ‘eirenic effect’ – pax et bellum – si vis pacem
para bellum. ex bello pace. “Dimensioni del tempo” (Franco Angeli, Milano);
“Einstein” (Gabriele Corbo, Ferrara); “La cosmologia filosofica” (Gabriele
Corbo, Ferrara); “La politica sommersa. Per un'analisi del sistema politico
italiano, Franco Angeli, Milan); “Lo scudo di Achille. Il PCI nella grande crisi”
(Franco Angeli, Milano); “L'albero e la foresta. Il Partito Democratico della
Sinistra nel sistema politico italiano, con Paolo Flores d'Arcais, Franco
Angeli, Milano); “Metamorfosi del tragico tra classico e moderno, Bari); “La
repubblica che non c'è” (Milano); “Poròs. Dialogo in una società che rifiuta la
bellezza, Milano); L'orto di Zenone. Coltivare per osmosi” (Milano); “Amore
duale” (Feltrinelli, Milano); “Platone: Il mantello e la scarpa” (Il Poligrafo,
Padova); “Pensare la guerra. L'Europa e il destino della politica, Dedalo,
Bari); “Pólemos. Filosofia come guerra, Bollati Boringhieri, Torino); Ombra
della’ idea. Filosofia del cinema fra «American beauty» e «Parla con lei»,
Pendragon, Bologna); “Filosofia del Don Giovanni. Alle origini di un mito moderno,
Bruno Mondadori, Milano); “Il farmaco della democrazia. Alle radici della politica,
Marinotti, Milano); “La forza dello sguardo, Bollati Boringhieri, Torino); “Skenos.
Il Don Giovanni nella società dello spettacolo” (Milano); “Libidine” (Milano). Un
filosofo al cinema, Bompiani, Milano); Meglio non essere nati. La condizione
umana tra Eschilo e Nietzsche, Bollati Boringhieri, Torino); Miti d'amore.
Filosofia dell'eros, Bompiani, Milano); Pensare con la propria testa” (Mimesis,
Milano); “Straniero, Raffaello Cortina Editore, Milano); “Passione” (Raffaello
Cortina Editore, Milano. La porta stretta. Come diventare maggiorenni” (Bollati
Boringhieri, Torino); “I figli di Ares. Guerra infinita e terrorismo,
Castelvecchi, Roma. La brama dell'avere; Il Margine, Trento); “Il mito di
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Marte (divinità) dio romano della guerra e dei duelli Lingua Segui Modifica
Marte (in latino: Mars[1]) è, nella religione romana e italica, il dio della
guerra e dei duelli e, secondo la mitologia più arcaica, anche del tuono, della
pioggia e della fertilità. Simile alla divinità greca Ares, col tempo ne ha
assorbito tutti gli attributi, fino a venire completamente identificato con
esso. Statua colossale di Marte: "Pirro" nei Musei
capitolini a Roma. Fine del I secolo d.C. Culto. Venere e Marte, affresco
romano da Pompei. È una divinità sia etrusca[4] che italica (Mamers nei
dialetti sabellici); nella religione romana (dove era considerato padre del
primo re Romolo) era il dio guerriero per eccellenza, in parte associato a
fenomeni atmosferici come la tempesta e il fulmine. Assieme a Quirino e Giove,
faceva parte della cosiddetta "Triade arcaica", che in seguito, su
influsso della cultura etrusca, sarà invece costituita da Giove, Giunone e
Minerva. Più tardi, identificandolo con il greco Ares, venne detto figlio di
Giunone e Giove e inserito in un contesto mitologico ellenizzato. Alcuni
studiosi del passato (Wilhelm Roscher, Hermann Usner, e soprattutto Alfred von
Domaszewski) hanno parlato di Marte anche nei termini di divinità
"agraria", legata all'agricoltura, soprattutto sulla scorta del testo
di una preghiera rimastaci nel De agri cultura di Catone, che lo invoca per
proteggere i campi da ogni tipo di sciagura e malattia. Secondo Georges Dumézil
tuttavia il collegamento fra Marte e l'ambito campestre non farebbe di lui una
divinità legata alla terra, in quanto il suo ruolo sarebbe esclusivamente di
difensore armato dei campi da mali umani e soprannaturali, senza diversificazione
dalla sua natura intrinsecamente guerresca. Il dio, inoltre,
rappresentava la virtù e la forza della natura e della gioventù, che nei tempi
antichi era dedita alla pratica militare. In questo senso era posto in
relazione con l'antica pratica italica del uer sacrum, la Primavera Sacra: in
una situazione difficile, i cittadini prendevano la decisione sacra di
allontanare dal territorio la nuova generazione, non appena fosse divenuta
adulta. Giunto il momento, Marte prendeva sotto la sua tutela i giovani espulsi,
che formavano solo una banda, e li proteggeva finché non avessero fondato una
nuova comunità sedentaria espellendo o sottomettendo altri occupanti; accadeva
talvolta che gli animali consacrati a Marte guidassero i sacrani e divenissero
loro eponimi: un lupo (hirpus) aveva guidato gli Irpini, un picchio (picus) i
Piceni, mentre i Mamertini derivavano il loro nome direttamente da quello del
dio. Sempre a Marte era dedicata la legio sacrata, cioè la legione Sannita,
detta anche linteata, poiché era bianca.[senza fonte] Marte, nella
società romana, assunse un ruolo molto più importante della sua controparte
greca (Ares), probabilmente perché considerato il padre del popolo romano e di
tutti gli Italici in generale: Marte, accoppiatosi con la vestale Rea Silvia
generò Romolo e Remo, che fondarono Roma.[6] Di conseguenza Marte era
considerato il padre del popolo romano e i romani si chiamavano tra loro Figli
di Marte. I suoi più importanti discendenti, oltre a Romolo e Remo, furono Pico
e Fauno. Marte comparve spesso sulla monetazione romana, sia repubblicana
che imperiale, con vari titoli: Marti conservatori (protettore), Marti patri
(padre), Mars ultor (vendicatore), Marti pacifero (portatore di pace), Marti
propugnatori (difensore), Mars victor (vincitore). Il mese di marzo, il
giorno di martedì, i nomi Marco, Marcello, Martino, il pianeta Marte, il popolo
dei Marsie il loro territorio Martia Antica (la contemporanea Marsica) devono a
lui il loro nome. Leggenda sulla nascita di MarteModifica Secondo il
mito, Giunone era invidiosa del fatto che Giove avesse concepito da solo
Minerva senza la sua partecipazione. Chiese quindi aiuto a Flora che le indicò
un fiore che cresceva nelle campagne in Etoliache permetteva di concepire al
solo contatto. Così diventò madre di Marte, che fece allevare da Priapo, il
quale gli insegnò l'arte della guerra. La leggenda è di tradizione tarda come
dimostra la discendenza di Minerva da Giove, che ricalca il mito greco. Flora,
al contrario, testimonia una tradizione più antica: l'equivalente norreno Thor
nasce dalla terra, Jǫrð e così le molte divinità elleniche.
NomiModifica Statua di Marte nudo in un affrescodi Pompei. Marte era
venerato con numerosi nomi dagli stessi latini, dagli Etruschi e da altri
popoli italici: Maris, nome Etrusco da cui deriva il nome del Dio Romano;
Mars, nome Romano; Marmar; Marmor; Mamers, nome con cui era venerato dai popoli
italicidi stirpe osca; Marpiter; Marspiter; Mavors. EpitetiModifica Diuum deus:
'dio degli dei', nome con cui viene designato nel Carmen Saliare. Gradivus:
'colui che va', con valore spesso di 'colui che va in battaglia', ma può essere
collegato anche al ver sacrum, quindi 'colui che guida, che va'. Leucesios:
epiteto del Carmen Saliare che significa 'lucente', 'dio della luce', questo
epiteto può essere anche legato alla sua caratteristica di dio del tuono e del
lampo. Silvanus: in Catone, nel libro De agri cultura, 83 Marte viene
soprannominato Silvanus in riferimento ai suoi aspetti legati alla natura e
collegandolo con Fauno. Ultor: epiteto tardo, dato da Augusto in onore della
vendetta per i cesaricidi (da ultor, -oris: vendicatore).
RappresentazioniModifica Gli antichi monumenti rappresentano il dio Marte in
maniera piuttosto uniforme; quasi sempre Marte è raffigurato con indosso
l'elmo, la lancia o la spada e lo scudo, raramente con uno scettro talvolta è
ritratto nudo, altre volte con l'armatura e spesso ha un mantello sulle spalle.
A volte è rappresentato con la barba ma, nella maggior parte dei casi, è
sbarbato. È raffigurato a piedi o su un carro trainato da due cavalli
imbizzarriti, ma ha sempre un aspetto combattivo. Gli antichi Sabini lo
adoravano sotto l'effigie di una lancia chiamata "Quiris" da cui si
racconta derivi il nome del dio Quirino, spesso identificato con Romolo.
Bisogna dire che il nome Quirinus, come il nome Quirites, deriva da *co-uiria,
cioè assemblea del popolo e indicava il popolo in quanto corpus di cittadini,
da distinguere con Populus (dal verbo populari = devastare), che indica il
popolo in armi. Il ruolo di Marte a RomaModifica Venere e Marte,
affresco romano da Pompei. A Roma Marte era onorato in modo particolare. A
partire dal regno di Numa Pompilio, venne istituito un consiglio di sacerdoti,
scelti tra i patrizi, chiamati Salii, chiamati a vigilare su dodici scudi
sacri, gli Ancilia, di cui si dice che uno sia caduto dal cielo. Questi
sacerdoti erano riconoscibili dal resto del popolo per la loro tunica purpurea.
I sacerdoti Salii, in realtà erano un'istituzione ben più antica di Numa Pompilio,
risalivano addirittura al re-dio Fauno, che li creò in onore di Marte,
costituendo così i primi culti iniziatici latini. Nella capitale
dell'impero, vi era anche una fontana consacrata al dio Marte e venerata dai
cittadini. L'imperatore Nerone, una volta, si bagnò in quella fontana, gesto
che fu interpretato dal popolo come un sacrilegio e che gli alienò la simpatia
popolare. A partire da quel giorno, l'imperatore iniziò ad avere problemi di
salute, secondo la gente dovuta alla vendetta del dio. FestivitàModifica
Era venerato fastosamente in marzo, il primo mese dell'anno nel calendario
romano, che segnava la ripresa delle attività militari dopo l'inverno e che
portava il suo nome, con le feriae Martis, Equirria, agonium martiale, Quinquatrus
e tubilustrum. Altre cerimonie importanti avvenivano in febbraio e in
ottobre. Gli Equirria si tenevano. Erano giorni sacri con significato
religioso e militare; i romani vi mettevano molta enfasi per sostenere
l'esercito e rafforzare la morale pubblica. I sacerdoti tenevano riti di
purificazione dell'esercito. Si tenevano corse di cavalli nel Campo
Marzio. Le feriæ Martis si tenevano. Durante le feriæ Martis i dodici
Salii Palatinipercorrevano la città in processione, portando ciascuno un
Ancile, uno dei dodici scudi sacri, e fermandosi ogni notte ad una stazione
diversa (mansio). Nel percorso i Salii eseguivano una danza con un ritmo di tre
tempi (tripudium) e cantavano l'antico e misterioso Carmen Saliare. Si tienne
il Quinquatrus, durante il quale gli scudi venivano ripuliti. Si tienne il
Tubilustrium, dedicato alla purificazione delle trombe usate dai Saliie alla
preparazione delle armi dopo la pausa invernale. Gl’ancilia venivano riposti
nel sacrario della Regia. L'October Equus si teneva alle idi di ottobre.
Si svolgeva una corsa di bighe e veniva sacrificato a Marte il cavallo di
destra del trio vincente tramite un colpo di lancia del Flamine marziale. La
coda veniva tagliata e il suo sangue sparso nel cortile della Regia. C'era una
battaglia tradizionale tra gli abitanti della Suburra che volevano la coda per
portarla alla Turris Mamilia e quelli della Via Sacra che la volevano per la
Regia. Si tienne l'Armilustrium, dedicato alla purificazione delle armi e
alla loro conservazione per l'inverno. Ogni cinque anni si tenevano in
Campo Marzio le Suovetaurilia, dove davanti all'altare di Marte (Ara Martis) il
censo veniva accompagnato da un rito di purificazione tramite il sacrificio di
un bue, un maiale e una pecora. Luoghi di culto Marte e Venere, copia
settecentesca da I Modi di Marcantonio Raimondi Tra le popolazioni italiche, si
sa di un antico tempio dedicato al dio Marte a Suna,[8] antica città degli
Aborigeni, e di un oracolo del dio, nella città aborigena di Tiora.[9] Animali
e oggetti sacriModifica Lupo: si ricorda il nipote Fauno, il lupo per
eccellenza è la lupa che ha allattato Romolo e Remo Picchio: il picchio è
l'uccello del tuono e della pioggia oracolare, ha nutrito Romolo e Remo insieme
alla lupa Cavallo: simbolo della guerra (si ricorda Nettuno e gli Equirria)
Toro: altro animale molto importante per il ver sacrum e per tutti i popoli
italici Hastae Martiae: sono le lance di Marte che si scuotevano in caso di
gravi pericoli, tenute nel sacrario della Regia Lapis manalis: la pietra della
pioggia, in quanto dio della pioggia OfferteModifica A Marte si offrivano come
vittime sacrificali vari tipi di animali: dei tori, dei maiali, delle pecore e,
più raramente, cavalli, galli, lupi e picchi verdi, molti dei quali gli erano
consacrati. Le matrone romane gli sacrificavano un gallo il primo giorno del
mese a lui dedicato che, fino al tempo di Gaio Giulio Cesare, era anche il
primo dell'anno. Identificazioni con dei celticiModifica Mars Alator:
Fusione con il dio celtico Alator Mars Albiorix, Mars Caturix o Mars Teutates:
Fusione con il dio celtico Toutatis Mars Barrex: Fusione con il dio celtico
Barrex, di cui si ha notizia solo da un'iscrizione a Carlisle Mars
Belatucadrus: Fusione con il dio celtico Belatu-Cadros. Questo epiteto è stato
trovato in cinque iscrizioni nell'area del Vallo di Adriano Mars Braciaca:
Fusione con il dio celtico Braciaca, trovato in un'iscrizione a Bakewell Mars
Camulos: Fusione con il dio della guerra celtico Camulo Mars Capriociegus:
Fusione con il dio celtico gallaico Capriociegus, trovato in due iscrizioni a
Pontevedra Mars Cocidius: Fusione con il dio celtico Cocidio Mars Condatis:
Fusione con il dio celtico Condatis Mars Lenus: Fusione con il dio celtico Leno
Mars Loucetius: Fusione con il dio celtico Leucezio Mars Mullo: Fusione con il
dio celtico Mullo Mars Nodens: Fusione con il dio celtico Nodens Mars Ocelus:
Fusione con il dio celtico Ocelus Mars Olloudius: Fusione con il dio celtico
Olloudio Mars Segomo: Fusione con il dio celtico Segomo Mars Visucius: Fusione
con il dio celtico Visucio Marte nell'arteModifica PitturaModifica Marte, di
Velázquez Marte che spoglia Venere con amorino e cane, di Paolo Veronese Marte
e Venere sorpresi da Vulcano, di Boucher Minerva protegge la Pace da Marte, di
Rubens Venere e Marte, di Sandro Botticelli
MARTE su Treccani, enciclopedia ^ MARTE su Treccani, enciclopedia MARTE
su Treccani, enciclopedia; Pallotino; Wagenvoort, "The Origin of the Ludi
Saeculares," in Studies in Roman Literature, Culture and Religion (Brill; Hall
III, "The Saeculum Novum of Augustus and its Etruscan Antecedents,"
Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II. MARTE su Treccani, enciclopedia Strabone,
Geografia Nota sul dio Mamerte (o Mamers), in Treccani – Enciclopedie on line,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità
romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Carandini, La nascita di
Roma, Torino, Einaudi. (L'archeologo Andrea Carandini dà la definitiva
rivalutazione del dio Marte). Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova,
ECIG, Dumézil, La religione romana arcaica, Milano, Rizzoli, Libro del grande
storico delle religioni, che per primo rivalutò Marte da feroce dio emulo di
Ares a divinità più originale e importante). James Hillman, Un terribile amore
per la guerra, Milano, Adelphi, Un libro che dimostra come questo dio sia
presente nelle guerre contemporanee). Jacqueline Champeux, La religione dei
romani, Bologna, Il Mulino, Ares Divinità della guerra Flamine marziale Fauno
Marte (astronomia) Mamerte Pico (mitologia) Hachiman; Fano di Marmar
[collegamento interrotto], su latinae.altervista.org. Portale Antica Roma
Portale Mitologia Salii collegio sacerdotale romano per il culto di
Marte Mamuralia festività Triade arcaica Wikipedia Il contenuto Umberto
Curi. Keywords: passione, have, habere, habitus, comportamentismo,
behaviourism. La brama dell’avere, anticonformismo, guerra e pace – Eirene – cosmologia
anthropologia – l’orto di Zenone – lo scudo d’Achille – I figli di Marte -- il mantello e la scarpa libido -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Curi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Cusani: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del primo
hegelista – lo stato italiano – scuola di Solopaca – filosofia beneventina –
filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Solopaca).
Filosofo beneventino. Filosofo campanese. Filosofo italiano. Solopaca,
Benevento, Campania. Grice: “I love Cusani; for one, I was born at Harborne,
but nobody cares; Cuasani was born in Solopaca, and there’s a ‘corso Cusani’,
and a ‘Biblioteca Cusani’.” Grice: “Cusani would have been friend with
Bosanquet; both are Hegelians – Italians, after SOME Germans, were the first to
endorse the philosophy of the absolute spirit inmanent to dialectic – Cusani
does attempt to respond to a criticism on the ‘assoluto’ brought up by Hamilton
(of all people), and consdtantly refers to the ‘metafisica dell’assoluto’ – a ‘progetto,’
he humply titles it!” Figlio di Filippo e Caterina Cardillo, nacque al capoluogo
distrettuale e di comprensorio del Regno delle Due Sicilie. Membro dei
Pontaniani. Frequenta il circolo del marchese Basilio Puoti, insieme a Sanctis
e Gatti. Punto di partenza della sua
filosofia, comune a buona parte del circolo del’hegelismo di stanza a Napoli,
dei quali e un esponente, fu Cousin, il fondatore della “storiografia
filosofica”. Insegna a Montecassino, e al collegio Tulliano di Arpino, dove fu
affiancato da Spaventa, chiamato poi a sostituirlo. Si stabilisce a Napoli nel
proprio studio privato. I saggi di Cusani furono pubblicati su “Il progresso
delle scienze, delle lettere e delle arti” e “Museo di filosofia”. La seconda
fu da lui stesso fondata. Molti dei saggi di filosofia più impegnati furono
pubblicati in L’Antologia, di Firenze. Scrisse inoltre note e recensioni nel
periodico l'Omnibus e nella Rivista napolitana.
Molte delle sue opere sono archiviate presso la Biblioteca "Stefano
Cusani" di Solopaca. Idealista
hegeliano ed esponente dell’ecletticismo filosofico di Cousin. Opere: “Della
fenomenologia, il fatto di coscienza intersoggetiva”; “Del metodo filosofico”;
“Storia dei sistemi filosofici”; “Della materia della filosofia e del solo
procedimento a poterlo raggiungere”; “Il romanzo filosofico”; “La poesia
drammatica”; “L’assoluto – l’obbjezione d’Hamilton”; “Logica immanente e logica
trascendentale”; “Compendio di storia di filosofia”; “Della lirica considerata
nel suo svolgimento storico e del suo predominio sugli' altri generi di
poesia”; “Economia politica e sua relazione colla morale”; “L’essere e gli
esseri: disegno di una metafisica”; “Percezione dell’esistenza”. Nel comune di
Solapaca è stato indetto nel un anno di
celebrazione in occasione del centenario della nascita nel comune di Solopaca.
Il corso Stefano Cusani gli è stato intitolato a Solopaca. Sanctis lo cita
nella autobiografia. Cusani dato alla stessa filosofia, ha maggiore ingegno del
superbissimo Gatti, ed e mitissima natura d'uomo. Sale al tavolo degli oratori
con tale fervore dialettico che a tutta la persona grondava onorato sudore» (G.
Giucci, Degli scienziati italiani formanti parte del VII congresso in Napoli
nell'autunno del 1845: notizie biografiche, Napoli. L'amico coetaneo Cesare Correnti, patriota
milanese legato ai circoli Napoli, insegnante nella Scuola di lingua italiana
da lui fondata, gli dedicò un necrologio. Ecco un altro amico, un'altra fiorita
speranza di questa nostra Napoli sparire a un tratto a noi d'intorno. Ben dissi
a un tratto, poiché la sua non lunga malattia parve un momento agli amici. La
filosofia specialmente nol sedussero, in modo che a più severi studi non
volgesse l'acuto e fervidissimo spirito, e a bella armonìa si composero
nell'anima sua. Rivista europea», ripr. in Scritti scelti, T. Massarani, Forzani,
Roma). «Rivista europea», ripubblicato in Scritti scelti, T. Massarani,
Forzani, Roma, Dizionario biobibliografico del Sannio, Napoli, "Il Progresso",
"Il Lucifero","Omnibus"; "Rivista napolitana", Sanctis,
La letteratura ital. nel sec. XIX, II, La scuola liberale e la scuola
democratica N. Cortese, Napoli; G. Oldrini, Gli hegeliani di Napoli. A. Vera e
la corrente "ortodossa" (Milano); F. Zerella, Filosofia italiana meridionale”;
“Dall'eclettismo all'hegelismo in Italia”. Cusani e la filosofia italiana:
Vico, Galluppi, Mamiami, Colecchi, Rosmini. Nasceva in Solopaca, una volta
Distretto di Caserta, oggi Circondario di Cerreto Sannite (Benevento) il 23
dicembre 1816, Stefano Cusani da Filippo e Caterina Cardillo. Suo padre,
insigne avvocato, fu sollecito della educazione di questo come di altri quattro
suoi figliuoli, che, affidati alle cure di un suo fratello germano a nome Matteo,
sacerdote, mandolli in tenera età a imcominciare e compiere i loro studî in
Napoli. Ivi Stefano, ch'era il secondogenito di cinque fratelli, frequentava i
più rinomati Istituti privati di quel tempo (che allora l'insegnamento pubblico
esisteva sol di nome), si distingueva fra gli altri condiscepoli in
ognuno di questi, così che in breve, compiuti gli studi letterarî fu giocoforza
mettersi a studiare le scienze della facoltà che doveva seguire. Fu questo il
solo brutto periodo di sua vita. Suo padre voleva fare di lui un Avvocato
civile, come suol dirsi, e quindi fu obbligato a studiare leggi e pandette, per
le quali discipline non si sentiva la benchè minima inclinazione, anzi, a dir
vero, sentiva per esse la più marcata avversiono; ma buon figlio e docile
essendo, per non dispiacere al padre, che tanti sacrifizî avea fatti e faceva
per lui, come per gli altri fratelli, a malincuore sempre, ma sempre tacendo,
giunse fino ad esser Avvocato, ed a fare la pratica presso uno de'luminari del
Foro Napoletano. Da questo momento incomincia il suo grande sviluppo
intellettuale. Non potendone più, la rompe col padre, dicendosi avverso ai
processi, ed allo studio di essi, e ad ogni altro artifizio da causidico. La
rompe con quella pratica noiosa, che tralascia ed abbandona; ed ottiene dal
padre stesso, che ragionevole e savio uomo era, di poter attendere a quegli
studi che più alla sua indole si affacevano. Fioriva in quel tempo, a Napoli,
la scuola del Marchese Basilio Puoti, ed egli, incontratosi con Stanislao Gatti
che fu poi indivisibile amico e compagno, vi si getto a capofitto, e fu in poco
tempo il più caro e pregiato discepolo del Marchese, come l'amico e compagno
del De Sanctis, del Mirabelli, e di tutta quella pleiade che in quel tempo
arricchirono Napoli di filosofi insigni. Ma a quell'ingegno che s'andava
ogni giorno più sviluppando e fortificando di sani e severi studî, parve
angusto oramai quest'orizzonte, o volse l'ala, e la di instese con intensità ed
ardore allo studio della filosofia. Ben cinque anni decorsero di
volontaria prigionia nel suo studiolo, ovo ridottosi, o giorno e notte
indefessa mente attendeva a' prediletti studî, e si beava di leggere Platone
nel testo, chè familiare la lingua gli era; come pure si fece a studiare la
lingua alemanna per mettersi al corrente dei progressi della filosofia, e
per meditare e studiare le dottrine e teorie dell'Hegel, ultimo filosofo
tedesco di quella epoca. Uscito dopo questa epoca a nuova vita incominciò
a scrivere sul Progresso, una Rivista di scienze e letteratura, diretta dal
Baldacchini, articoli su questioni filosofiche; e, dopo un anno, era già
conosciuto in tutta la Napoli pensante. In questo torno di tempo si apri un
concorso per la Cattedra di filosofia e matematica, nel Collegio Tulliano di
Arpino, e lui fu prescelto per titoli ad occuparla. Vi andò e vi trovò il suo
amico Emmanuele Rocco, che v'insegnava letteratura. Vi stette un anno e
vedendosi in una cerchia troppo angusta alla sua attività, si dimise, e fece
ritorno in Napoli, conducendo con sè anche l'amico Rocco. Quivi apri studio
privato unitamente al Gatti di filosofia, e dal bel principio quello studio
fioriva per numerosa gioventù, che accorreva a udire le sue lezioni. In breve
fu lo studio più affollato di Napoli. Le ore che aveva libere dallo
insegnamento le occupava a scrivere articoli di filosofia che si pubblicavano
sulle Riviste Napoletane di quel tempo, il Progresso che usciva in fascicoli
voluminosi, la Rivista Napoletana di Scienze, Lettere ed Arti, il Museo di
Scienza e Letteratura, ove collaboravano per la lor parte Antonio Tari,
Francesco Trinchera, ed altri; e sul Progresso il Colecchi ed
altri. Non andò guari e s'incontrò col Mamiani in quistioni di alta
Metafisica, o ne usci onorato dell'amicizia e della riverenza dell'insigno
filosofo. Il suo intelletto altamente speculativo destava ammirazione perchè si
elevava ad altezze tali filosofiche che non gli si potevano
contrastare. In quel tempo si agitò una polemica tra V. Cousin, filosofo
francese, ed un insigne filosofo inglese, il cui nome ora non mi sovviene; dopo
varî articoli scambiatisi parea che l'inglese avesse preso il di sopra, ed il
Cousin, che lui credeva più dell'altro stare nel vero, avesse dovuto
soccomberé. Allora senza frapporre tempo in mezzo egli entrò terzo nella
quistione e scrisse epubblico una serie di articoli che costrinse l'inglese a
desistere dalla polemica, ed il Cousin a scrivergli una lettera di
ringraziamenti e di felicitazioni, e con la quale lo chiamava, e si firmava suo
cugino. Si radunava il Congresso dei Filosofi in Napoli nell'ottobre del
1845, o lui ne dovea far parte; ma non sapendosi se il Borbone lo avesse
permesso, o meno, erasi ridotto in patria a villeggiare con la moglie e due
piccini, l'uno lattante e l'altro di due anni. Il Congresso fu permesso, i
filosofi si riunirono in Napoli, e lui fu invitato espressamente a farvi
ritorno; che anzi il Presidente della Sezione “Filosofia speculativa” a cui
egli apparteneva, non volle aprire la sessione s'egli non fosse arrivato. Cosi
corse in Napoli solo, lasciando in patria la famiglia, che poi sarebbe andato a
rilevare, dopo finito e sciolto il Congresso. È questa la causa della sua
morte! Arrivato in Napoli vede gl’amici - con essi si intrattiene passeggiando
-- suda; è l'ora già che s'apre la sessione -- essi ve lo accompagnano a piedi
per goderselo di più -- vi si arriva. Egli è sudatissimo -- entra e n'esce dopo
quattro lunghe ore di discussione; quel sudore lo ha già colpito a morte. Si
riduce a casa, si ricambia le mutande - la camicia è troppo tardi!
Incomincia dopo poco tempo una tosse secca, stizzosa, ch'egli non cura, perchè
forte e robusto è; e questo è il peggiore dei divisamenti. Ritorna in patria
per ripigliare la famiglia e ridursi in Napoli, poiché si è alla vigilia del
novembre. Si riapre lo studio, si riprendono le lezioni; il maggior numero
degli alunni affluito gli rinfocola l'ardore, ch'ei mette in esse, e parla
dalla cattedra per lunghe ore, e poi agl’alunni più provetti che gli propongono
dubbi o problemi a risolvere, parla pure ad alta voce, e quella tosse insidiosa
non lo lascia, anzi invida della sua noncuranza lo avverte spesso del suo
malefico potere, interrompendogli il discorso, e forzandolo per poco a tacere.
Le cose durarono ancora così per altri giorni, e finalmente la emottisi tenne
dietro a quella tosse funesta, e è giuoco forza sottomettersi a quanto l'arte
salutare puo e sa consigliare, ma invano tutto! Chè una tisi florida si svolge,
ed si spense la robusta complessione di C.! Tale è quest'uomo, che la morte
rapiva a'suoi, alla scienza, alla patria. Dissi rapito alla patria, e
giustamente, poichè egli appartenne alla Giovine Italia, e in Napoli è sempre
il più ardente fra i patrioti. Egli con altri prepara e coopera con ardore al
movimento che poi non potė vedere! La sua casa è il convegno di Poerio,
Settembrini, Spaventa, Mancini, e di tutti gl’altri illustri compromessi
politici di quel tempo, con i quali si congiura, si fa propaganda, e
si organizza la rivoluzione. È cosi caro a questi tutti che se un giorno solo
nol vedeano, si tienne por certo la visita loro in sua casa; ed Poerio,
addoloratissimo della sua malattia, vuole ed ottienne che è medicato, curato ed
assistito infino all'ultimo istante di sua vita dal fido o dotto medico
Piccolo. L'esequie sono imponenti pel concorso d’amici, che formano
tutte le notabilità scientifiche, patriottiche e letterarie. Il lutto per la
sua perdita è sentito generalmente per Napoli, che in lui saluta la giovine
scienza, e che per lui si mette a paro di altre città d'Italia, che fiorisceno
per altissimi ingegni ed insigni filosofi, come ROVERE (si veda), SERBATI (si
veda), il scomunicato GIOBERTI (si veda), ed altri, se quella vita non si è spenta
nel mezzo del cammino! La cura della filosofia di C. d’Ottonello ha il
merito di riproporre all’attenzione una figura di rilievo della cultura
filosofica napoletana dell'Ottocento. C. lascia di sé traccia profonda,
testimoniata dalla considerazione in cui e tenuto, per tacer d’altri, da SANCTIS
(si veda), o dalla valutazione che di lui dette GENTILE (si veda). Con GATTI
(si veda) ed altri può essere inserito - come nota il curatore nella nitida e
puntuale introduzione nell'ambito dell'hegelismo napoletano, oltrecché in
quello piú generale dell'eclettismo alla CICERONE (si veda). Opportunamente si
avverte però che Hegel costituisce per C. un potente polo d'attrazione, ma non
il filosofo fondamentale. In realtà si può forse con fondamento aggiungere, pur
senza ricorrere ad una indagine falsamente sottile, che resta in ombra,
nellepur autorevoli e acute analisi dedicate alle ascendenze cousiniane ed
hegeliane di C., un filosofo fondamentale che sicuramente ispira la filosofia
piú significativa di C.: VICO (si veda). La costruzione del sistema eclettico
cui C. dichiara di dedicarsi segna una fase già tarda dell'eclettismo
napoletano e giunge al termine di un periodo assai ricco di suggestioni in
questa direzione negl’ambienti culturali napoletani. È sicuramente da
condividere l'affermazione del curatore secondo il quale il sincretismo
avvertibile in C. non impedisce però l'emergere di un nucleo speculativo che
deborda dalla semplice trama delle affermazioni altrui. In questo senso il
problema del metodo filosofico e il connesso problema della storia italiana
segnano sin dall’inizio lo sforzo speculativo di C., la cui originalità trova
subito sulla sua strada VICO (si veda). Collaboratore della Temi napoletana,
dell'Omnibus letterario, scrive prevalentemente sul Progresso. Sin dal primo saggio,
FILOSOFIA IN ITALIA, il tema della storia italiana appare questione teorica
centrale. Non a caso una ricerca storica da l'occasione a C. di porre il
problema che gli sta a cuore, sin dalla citazione tratta da Guizot che apre la
nota. I fatti sono meme affermazioni al problema della storia trova subito
sumanibus letterario ma are i grandiuti al fatto che risguardato, en per il
pensiero, ciò che le regole della morale sono per la volontà. Egli è tenuto di
conoscerli, e di portarne il peso, ed è solo allorché ha sodisfatto a questo
dovere, e ne ha misurato e percorso tutta l’estensione, che gliè permesso di
montare verso i risultamenti razional. Il rinnovato interesse per la storia
italiana che si registra -- che né l'antichità, né i tempi di poco anteriori a
questi che viviamo avevano mai risguardato -- non sembrano a C. casuali, ma
dovuti al fatto che l'intendimento si rivolge a indagare i grandi ordini di
fenomeni per scoprire e prendere inconsiderazione i fatti e le ragioni, una
storia ed una filosofia. Il bisogno di comprendere e giudicare il fatto,
piuttosto che esserne solo spettatore (e dunque di verificare una diversa
attitudine della storia italiana), esalta questa parte immortale della storia,
cioè il conoscere il legamento fatalista della causa e dell’effetto, le
ragioni, i fatti generali, le idee da ultimo ch'essi celano sotto il manto
della loro esteriorità. Onde ch’egli è d'uopo sceverar con chiarezza e con
precisione la differenza di queste due parti della storia italiana che sono per
cosí dire il corpo e l'anima, la parte materiale, e la parte spirituale di
tutti gl’avvenimenti esterni e visibili, che compongono LA NAZIONE ITALIANA,
secondo che dice VICO (si veda). Il rifiuto, che C. trae dalla lezione
vichiana, di affidarsi a pre-mature generalità, e con formole metafisiche per
soddisfare il mero bisogno intellettivo, è una traccia decisiva per comprendere
il suo pensiero. L'annotazione di Gentile, secondo il quale l'osservazione storica
non è piú l'integrazione della psicologia, bensí la costruzione stessa della
filosofia, può commentare l'intero itinerario filosofico di C. Il discorso sul
metodo che C. compie si basas in dall'inizio su una acquisizione precisa: un
sistema o una filosofia consistono nel loro stesso metodo. Nel primo saggio
veramente organico, Del metodo filosofico e d'una sua storia infino agli ultimi
sistemi di filosofia che sono si veduri uscir fuori in Germania – Hegel -- e in
Francia – Cousin, C. parla addirittura di un metodo generale, il quale presiede
all'investigazione dell'unica e universal verità. La filosofia è dunque la
regina scientiarum che consente di ricondurre ad unità il sapere, e a tal
pro-posito l'assimilazione dei termini è dichiarata apertamente, a proposito
dell’analisi psicologica, la quale segna il punto di partenza della
riflessione, ed è la base unica dell'immenso edificio filosofico, il solo
solido fondamento, il suo atrio e il suo vestibolo. E nel saggio, Del reale
obbietto di ogni filosofia, Il Progresso, ribadisce e chiarisce che lo studio
de’ atti della natura umana, o de’fenomeni psicologici, vuoto del tutto
riuscirebbe, se invece di tenerlo come base d'ogni ulteriore investigazione, si
volesse considerare come il termine stesso della filosofia. Il secolo
decimottavo si è trovato dunque di fronte al centrale problema del metodo
filosofico. Se è vero che nella storia italiana è tutta quanta la filosofia
italiana, occorre riconoscere il merito insuperabile di quella mente
divinatrice e profonda che avea posta nel mondo la nazione italiana. VICO (si
veda), definito – nella nota sul nuovo dizionario de sinonimi della lingua
italiana di Tommaseo, quell'altissimo lume d'Italia, con una locuzione che
introduce un discorso, ingiustamente trascurato, sulla tradizione filosofica
meridionale, piú volte ripreso da C. Lo studio di VICO (si veda) qui esaminato
è appunto il DE ANTIQVISSIMA ITALORVM SAPIENTIA; nel quale potentemente
convinto della relazione che stà tra il pensiero (l’animus, il segnato) e la
parola (il segno), si fa ad investigar quello degl’antichi romani e italici
nostri maggiori, cavandolo per avventura da quella lingua italiana ch'è nelle
bocche volgari degl’uomini. Il rapporto tra spontaneità e riflessione, che
tanta parte ha in C., è dunque introdotto sotto il segno di VICO (si veda). Si
ponga mente alle affermazioni che seguono il passo già citato, allorché C.
insiste sul fattoche veramente VICO (si veda) porta opinione che tutto l'antico
(antichissimo) pensiero o sapienza italiana era in quella lingua italiana
ch'egli disamina, e dalla quale intende rimetterlo in luce, e che se la lingua
italiana non e opera di un filosofo, ma sibbene il prodotto spontaneo delle
facoltà nell'uomo italiano, se innanzi che venissero adoperate nella
costruzione e nel concepimento del sistema di un filosofo, di cui pur e il
necessario strumento espressivo e communicativo, esiste nella massa de’ popolo
italiano. Insomma, quella che è stata chiamata la svolta hegeliana di C., va
valutata alla luce di una ispirazione legittimamente riferibile a VICO (si
veda). Si veda il Saggio su la realtà della humanitas di GRAZIA (si veda) (Il
Progresso), già sul crinale della svolta hegeliana. L'epigrafe di Cousin posta
all'inizio ritorna sul problema che sta a cuore a C., e che ne determina
l'originale ricerca. Ci ha due spezie di filosofie. La prima spezie di
filosofia studia il fatto, lo disamina, e lo descrive, riordinandoli secondo le
loro differenze o somiglianze, e potrebbesi però denominare filosofia
elementare o immanente. L’altra spezie di filosofia comincia ove si ferma la
prima, investigando la *natura* de’ fatti, e intendendo di penetrare la loro
ragione, la loro origine, il lor fine, e potrebbesi denominare filosofia
trascendente, o filosofia prima. La citazione dai Frammenti filosofici serve in
realtà a Cusani pergiungere alla fondamentale affermazione secondo cui,
esaurita nel secolo precedente la filosofia elementare, e necessario che si
cominciasse asentire il bisogno di nuovi problemi, e che l'ontologia
ricomparisse nel dominio della speculazione filosofica. Insomma la disamina del
fatto immanente elementare (il segno) deve servire a rintracciarne la natura,
le origini, le relazioni, che è il vero fine supremo della filosofia prima. Ma
questo è possibile (e l'eclettismo di C. si dimostra non mero sincretismo, ma
sapiente innesto di elementi concorrenti a rafforzare le personali ipotesi
speculative) soprattutto all’italiano, chi può vantare una tradizione
filosofica ininterrotta che ha in Vico il suo vate supremo. Il bisogno dell’ontologia
ha ulteriori ragioni in Italia, dove la filosofia trova terreno fecondo emotivo
di continuità. Ed è la tradizione ontologica de’ filosofi italiani, e il
predominio costante della filosofia prima o trascendente in Italia sulla
elementare o immanente, non solo in tempi che era cagione universale nel mondo
della scienza, ma eziandio allorché fortemente altrove ponevasi la base d'ogni
filosofia ed all'apo genere a nostri e quell'indole elementare, e molto
studiavasi in essa. Di qui nacque quell'indole speculativa che si è sempre
accordata in genere al filosofo italiano, anche quando discendevano alla
pratica ed all'applicazione de’ principi. É di vero se si pon mente alla
Storia, e si consideri che dalla scuola ITALA di CROTONE o da Pittagora suo fondatore,
passando per i filosofi di VELIA (si veda) (Senone), arrivando fino
all’apparizione di quella meraviglia del Vico, si troverà che la verità da noi
accennata apparisce luminosa e in tutta la sua pienezza. Dunque continuità
della tradizione, rivendicazione della propria originalità speculativa, e soprattutto
applicazione esemplare del metodo storico come proprio della storia della
filosofia. Già affrontando il problema della fenomenologia semiotica, C. non
manca di annotare, con una affermazione che resta sostanzialmente immutata
nella sua produzione, a riprova del vichismo naturale della sua ispirazione,
che l’italiano è cosí fortemente incluso intutta la morale che ne forma il
subbietto perenne, e non si può farne astrazione senza far crollare tutto
l'edificato da quelle. Del resto nel saggio Del reale obbietto d'ogni
filosofia, posto sotto il segno di Vico – la cui “De constantia Philosophiae”
fornisce l’epigrafe, C. ha chiarito che la umana intelligenza, di cui si
ricerca e scopre una storia naturale, una volta esaurita l’investigazione della
natura, ripiega progressivamente verso il subbietto stesso di quelle
investigazioni, e rientrando dall'esterno nell'interno, fa se stessa obbietto
della sua conoscenza. La morale nasconode questo percorso, allorché il filosofo
ritorna sopra se stesso dopo indagare il mondo esterno. La svolta hegeliana può
a questo punto arrivare, ma a sua volta innestandosi su questa ricerca di una
legge onde si regge il mondo. Il dilemma su un oggetto immutabile della conoscenza,
e della mutabilità al tempo stesso del fatto che il pensiero trascendente va
indagando, diventatra la questione centrale. Spesso Cusani torna nella sua
opera, che riesce difficile in questa sede indagare in dettaglio, sulle
permanenze della storia italiana e sulle variazioni. Nel Saggio analitico sul
diritto e sulla scienza ed istruzione politico-legale d’Albini,
significativamente impostato il tema, e sempre ricorrendo a Vico. In Italia fu
primo tra tutti Vico che intende ala ricerca d'un principio universale ed
immutabile del diritto e che questo ponesse nella ragione, unica fonte
dell'assoluta giustizia, distinguendo esattamente il diritto universale, o
filosofico, dal diritto storico. Anzi, la debolezza della cultura filosofica
italiana può essere addebitata al mancato studio di Vico il cui esempio non
frutto gran bene, ch'io mi sappia all'Italia,non essendo le sue teorie
accettate da'suoi contemporanei, perché forse troppo superiori all'intelligenza
comune, fino al punto che l’italiano perde, com'a dire, la sua particolare
fisionomia, rivestendo un'indole forestiera – come i fanatici di Hegel con la
sua lingua foresteriera! -- Se non che questo che al presente diciamo fu molto
piú pronunciato in Beccaria e Verri non furono che perfettissimi seguitatori
dell'Helvelvinitius e del Rousseau, quanto all'ipotesi del Contratto sociale,
che in il vichismo dunque, se accolto, avrebbe garantito la continuità e
originalità della filosofia italiana. Infatti la cultura napoletana da in
questo senso testimonianza della continuità speculativa della filosofia proprio
attraverso la tradizione vichiana. FILANGIERI (si veda), ma soprattutto PAGANO
(si veda), ritennero l'elemento tradizionale italiano, che li riannodava a
tutta l'erudizione. Anche quando nel Museo di letteratura e filosofia
soprattutto, e la Rivista napoletana, piú evidente si coglie la lettura di
Hegel, C. testimonia la persistenza sicura della lezione vichiana. Senza
rotture, ma sviluppando le tematiche e gli interessi, nel saggio Della lirica
considerata nel suo svolgimento storico, ove – come ha notato Oldrinisi
incontra un esplicito richiamo alle lezioni hegeliane di filosofia della
storia, C. riprende con vigore la questione fondamentale. Ora poiché l'uomo è
il subbietto storico per eccellenza a volere istabilire lal egge che governa
tutte le accidentalità variabili delle vicende umane, la filosofia non puo che
cercarla nelle modificazioni della stessa umanita. Questo punto di partenza,
che il Vico, per il primo, prescrisse alla filosofia della storia, facendo che
le sue ricerche rientrassero nella coscienza psicologica dell’italiano, e si
cercasse di spiegar questo per mezzo della sua propria natura, ma eziandio
tutti i fatti di cui egli è causa, ingenera tanto vantaggio, che da un lato
tolse la specie umana dall'esser considerata come mezzo da servire ad altri
fini, e dall'altro la rialza sopra la natura, di cui vuole sene fare prodotto o
artificio. In che misura l'hegelismo, rintracciabile nella preoccupazione di
garantire l'unità del sistema attraverso l'unità della filosofia, deve tener
con toda un lato della matrice vichiana del pensiero di Cusani e dall'altro
dello sforzo di costruire l'edificio eclettico della filosofia in modo
originale? Andrebbe qui indagato, con cura e minuziosità che questa sede non
consente, il tema del senso comune in piú luoghi richiamato da C. Sipensi al
saggio apparso sul Museo, Idea d'una storia compendiata della filosofia,
proprio dove il tema della filosofia assume intonazioni sicuramente hegeliane.
Purtuttavia, sebbene l'uomo sia conscio nell'intimo della sua coscienza della
sua libertà, e riconosca in sé stesso il potere di cominciare una serie di
atti, di cui egli è causa; ciò nondimeno non può non iscorgere eziandio, che la
sua volontà è posta sotto il dominio e la soggezione d'una legge, che
diversamente vien denominata secondo che diverse sono le occasioni, alle quali
essa si applica, contrassegnandosi ora come legge morale, ora come ragione, ed
ora comesenso comune. L'indipendenza speculativa che Cusani manifesta nel
rimeditare tutti i contributi all'interno della sua riflessione è evidente, e
su questo tema operante nei confronti dello stesso Vico. Esaminando la
questione del fatalism e della libertà (giustamente si ricorda come sia questa
la questione piú importante che si possa scontrare nella filosofia della
storia, dai primi agli ultimi scritti presente inche di sua volone causar in C.),
nell'Idea d'una storia compendiata della filosofia, C. ha qualcosa da
rimproverare a Vico stesso, da altri peraltro erroneamente collocate tra gli
storici fatalisti -- cosí Livio si distingue da MACHIAVELLO MACHIAVELLI (si
veda) e da Vico; e sebbene LIVIO (si veda) da maggiore influenza alla parte
passiva e fatale dell’italiano nella storia; ciò nondimeno non si è data che ai
secondi, a cominciar da Machiavello, la nota del storico fatalista. Se è vero
infatti che Vico cerca nell'italiano il principio e la legge dello svolgimento
dell'umanità, egli ebbe però il torto di essere esclusivo, in quanto non ha
riconosciuto l'influenza della natura italiana sull'italiano. Si annota come a
C. fin dai primi studi si affacci il dilemma tra pensiero come condizione e
pensiero come condizionato: se una legge governa lo svolgimento
dell'intelligenza, la storia è da intendersi fatalisticamente costretta entro i
termini di una legge fissa del pensiero? Del resto in un saggio nel Progresso
(e non compresa nei due volumi degli Scritti, forse perché firmata come
del resto altre note raccolte da Ottonello con la
sola sigla S. C.), Elementi di Fisica sperimentale e di meteorologia di Pouillet,
C. ritorna sul metodo delle scienze e sulla accostabilità tra scienze morali e
scienze fisiche. Dappoiché la scienza della natura e sottoposta nella sua
ricerca a metodi certi e sicuri, e l'umana intelligenza punto da quelli non
dipartendosi, seguitò attesamente le sue investigazioni, i progressi rapidi e
continuati succedettero ai lenti e quasi invisibili dell'antichità. Il successo
di queste scienze come di ogni scienza è nel metodo, cosi che da meglio che tre
secoli lo spirito umano procede, in questa special branca delle sue conoscenze
con tanta fidanza, e direi quasi, contanta certezza de' suoi risultamenti, che
nissun'altra scienza per avventurapuò con questa venire al paragone. Si badi,
le scienze fisiche non costituiscono altro che una special branca delle
conoscenze dello spirito umano. Dunque occorre applicare anche alle altre
branche metodi certie sicuri, come è possibile dal momento che la storia
universale dell'Umanità, che pone la storia al centro dell'investigazione,
racchiude,com'a dire, in un corpo tutto lo svolgimento intellettivo della
spezie. Ecco perché nel saggio Della lirica, a proposito della legge della
evoluzione ideale dell'umanità nel progresso storico, C. nota che questo è di
proprio particolar dominio di quella scienza, che sorta gigante in ITALIA per
opera di quella maraviglia di VICO (si veda), costituisce ora il centro intorno
a cui si svolgono tutti gli sforzi del secolo. Simili le espressioni usate
nella recensione agli Elementi di Fisica sperimentale, allorché della storia
universale dell'Umanità nota che forma a questi nostri tempi il punto di mezzo,
intorno di cui si volge e gravita tutto il processo del lavori del secolo. Il
ricco saggio “Idea d'una storia compendiata della filosofia” è a questo punto
da considerare fondamentale. La connessione che la storia ci rivelatra libertà
e necessità, ci consente di rintracciare la legge necessaria del progresso
storico. Noi sappiamo che la filosofia del popolo italiano non è altra cosa se non
lo spirito del popolo italianom non già come
si manifesta nella sua religione spontanea, nelle sue arti, nella sua
costi-in se stesso aveva, artea, un concertelli avvenimee metafisica. cipale
delle sourcetuzione politica, nelle sue leggi e costumi, ma come si rivela
nell'esilio inviolabile del pensiero puro, che riferma il piú alto grado al
quale possada sé stesso elevarsi. C. ha, a tal proposito, filosofato nel saggio
“Della poesia drammatica” un concetto che poi si ritrova in seguito. Egli è il
vero che sotto la varietà degli avvenimenti del fatto e della vita stessa della
società italiana è nascosa la legge suprema e metafisica che li governa,e che
il filosofo tenta di scoprire, e ne fa l'obbietto principale delle sue
ricerche, ma all’italiano, ch'é, come dice quell'altissimo ingegno di VICO (si
veda), il senso della NAZIONE ITALIANA e dato tutto al piú di sentirla, ma non
deve essere suo scopo di manifestarla, dove all'ispirazione vichiana pare già
si aggiunga, insinuandosi, una suggestione hegeliana. Nello saggio Della
lirica, Cusani ribadisce l'argomento. Se la filosofia non deve fat suo scopo,
come altrove dicemmo, parlando della poesia drammatica, la rivelazione di essa
legge secondo la quale l'umanità si svolge nello spazio e nel tempo, puf tuttavia
non potrà certo cansarla nella sua manifestazione storica, cioè nel suo
progresso attraverso delle nazio ultima recension Romani son sottoposti alla
legge storica in generale, la quale le impronta quasi una seconda indole, ed è
questa poi, che fa che i filosofi sieno, come diceVico, il senso della nazione
italiana. Sorprendentemente, nell'ultima recensione pubblicata sulla Rivista
napolitana, Liriche di Romani, quasi ad emblematica chiusura, C. ripete. VICO
(si veda) innanzi tuttia veva formolata questa solenne verità, proclamando che
il filosofo e ilblematica sblata questa
sojeni filosofi ne sinnestare Hegedea d'uneinnanzi Qui l'eclettismo cusaniano
ha voluto innestare Hegel sulla tradizione italiana custodita e proclamata,
specie allorché, nella idea d'una storia, riprende il tema di una ragione
fondamentale, di una idea filosofica fondante le manifestazioni della vita
umana, per cui la religione e soprattutto la filosofia già ricordata sono
riconducibili ad una legge razionale. Un'altra citazione, non giustificata in
questa sede, si rende necessaria per la sintesi che riesce a conseguire, in
specie sul tema del senso comune. Allorché il movimento filosofico o riflessivo
passa dalla fede alla scienza,e dalle credenze popolari alle idee della ragione,
e si trova d'essere giunto a scoprire il pensiero celato dapprima sotto FORMA
SIMBOLICA, e che si traduce nell’istituzione, nella costume, nella filosofia e
e nelle industria, egli fatto quasi banditore della verità scoperta, l'annunzia
per farla conoscere alle masse, le quali non avrebbero potuto pervenire sino a
quel segno che tardi e lentamente. È in questo senso che il filosofo accelera
il movimento delle masse, e da qui nasce ancora che egli stesso e indugiato nel
movimento che è loro proprio. Dappoiché se le masse accettano la nuova luce che
loro arreca il filosofo, sono d'altra parte lente e ritenute nell'abbandonare
le vecchie opinioni, che il tempo ha rese abituali, e bisogna innanzitutto che
esse comprendano ciò che loro viene rivelato, e lo comprendanoa loro modo, cioè
facendo che discenda in certa guisa dalle forme astratte della scienza alle
forme pratiche del senso comune. Dunque il filosofo comprende e spiega
nient'altro che ciò che l’intelligenza spontanea dei popoli crede
istintivamente, e pertanto, lafilosofia non è che la spiegazione del senso
comune. Possiamo a questo punto scoprire l'errore di chi ha collocato Vico e
Machiavelli tra un storico fatalista como Livio, dappoiché, se a tuttaprima
poteva parere, che l’italiano appo costoro fosse schiavo dell’istituzione, in
quanto che queste venivano considerate come cose non procedenti dall’italiano
stesso, pure, allorché si vide che l’istituzione none che la manifestazione
esterna, il segno, e la realizzazione delle idee del popolo italiano, libertà
umana nella creazione degli avvenimenti del mondo. Come si risolve pertanto il
problema della libertà? Si pone inquesti termini l'interrogativo. La ragione è
dunque il fondamento della libertà; ma ragione e libertà sono da intendersi
esclusivamente riferitisare appunto che il problema della libertà investa
soltanto l'azione soggettiva (non intersoggetiva o collettiva) che ha per
teatro la storia. In realtà però, proprio per l'ampia visuale che egli propone
della storia globalmente intesa, la libertà non è solo quella dell'individuo o
soggetto italiano che si affranca dai condizionamenti dell'istinti -- vità, ma
anche quella che costituisce la linea intelligibile di tutto lohere nelle pella
sciente quella con il. La soluzione che si può intravedere in C., concorde ed
omogenea allo sviluppo della questione della scienza e del metodo nell'intera, intensa elaborazione culturale
di C. è forse quella contenuta nella Idea d'una storia. Resta certo il
rammarico del mancato approfondimento delle tante tematiche che a questa
risposta devono riferirsi, in particolare sulla politica e sulla estetica. Ma
la sintesi che C. propone rimane oltremodo significativa. L'ordine adunque
degli avvenimenti, la provvidenza, o legge dell'intelligenza umana, è quella
legge che Iddio stesso ha imposta al
mondo morale, e che non differisce dalle leggi della natura, se non per questo,
cioè che la legge imposta al mondo morale non distrugge punto la libertà
individuale, essendo ché è permezzo della libertà che si compiono i destini
della intelligenza, laddovele legge della natura e compita senza il concorso
della libera volontà. SCIENZA MORALE E FILOSOFIA CIVILE. “Quando gia la
stagione eclettica andava verso il tramonto”. 1. Cusani si volgeva al metodo
storico per tracciare la via sicura che consentisse, come scrisse, all’idea
filosofica di “elevarsi al grado di scienza che si dimostri per se stessa.
Giacche se evero che “la decomposizione, o l’analisi psicologica del fatto
primitivo della coscienza e la condizione necessaria d’ogni riflessione, che
ritorna sul proprio pensiero; il che e dire ch’e la condizione necessaria
d’ogni filosofia”, ancor piu essenziale e comprendere che “se l’osservazione
minuta, e l’analisi profonda di tutte le singole parti di quella sintesi
primitiva della coscienza e il punto donde bisogna muovere, perche si possa
riuscire a bene nelle speculazioni filosofiche, essa non e certo al termine;
perocche dopo aver esattamente analizzato tutte quelle parti, ed osservatele da
tutti i lati, egli e mestiere procedere alla cognizione de’ riferimenti che
l’une hanno colle altre, perche si possa risalire a quella ricomposizione del
tutto primitivo, che e lo scopo ultimo della filosofia. E questo il contributo
essenziale che la storia fornisce e senza il quale ogni itinerario verso la
conoscenza e condannato a restare monco, e la scienza filosofica e
destinata ar estare preclusa. Infatti Tessitore, Da CUOCO (si veda) a SANCTIS
(si veda), Studi sulla filosofia napoletana nel primo Ottocento, Napoli. Della
scienza assoluta (Discorso), Museo di letteratura e filosofia. Al Discorso I
non seguirono altre parti. Del metodo filosofico ed'una sua storia infino agli
ultimi sistemi di filosofia che sonosi veduti uscir fuori in Germania ed in
Francia, Progresso. Sul pensiero filosofico di C. cfr.
G. G, Storia della filosofia italiana,
Firenze, Mastellone, Cousin e IL RISORGIMENTO italiano, Firenze;
Landucci, Cultura e ideologia in
Sanctis, Milano, Oldrini, Gli hegeliani di Napoli, Milano,
Il primo hegelismo italiano, Firenze, (della Introduzione); Ottonello,
Introduzione a C., Scritti, Genova; Tessitore ne e a dire che la psicologia
potrebbe far da se, e proseguire il suo lavoro senza punto brigarsi della
storia; perciocche oltre i danni che potrebbero scaturirne eche noi piu sopra
dicemmo, si eviterebbero i vantaggi che a lei verrebbero dalla storia,
sarebbero infiniti Proprio in relazione a questa fase del pensiero del giovane
napoletano, Giovanni Gentile annota che pel C., l’osservazione psicologica
diventa la riflessione che rifa la storia dello spirito, una fenomenologia;
el’osservazione storica non e piu l’integrazione della psicologia, bensi la costruzione stessa della filosofia
L’eclettismo non poteva piu, a questo punto, rispondere
all’orizzonte intravisto, cosicche “il C., staccatosi dall’eclettismo si
diede allo studio della filosofia hegeiiana”. Del metodo filosofico e d'una sua
storia, cit., p.183. Poche righe piu sopra Cusani aveva annotato che
“dare una ripruova e un confronto all’osservazione psicologica, che sia
capace di ritrarla dall’errore, allorche per manco d’esperimento essa cada
nell’incompleto, sarebbe per avventura il regalo piu sicuro, e una norma
certissima del metodo per ben filosofare. E questa ripruova adunque che ci
viene insegnata dal metodo storico, la cui importanza non e certo minore
dell’altro, e l’esito altrettanto giusto e sicuro. Certo che dall’aver
dimenticala Storia ne son proceduti due
ordini di mali: il primo, perche si e rotta quella
legge di continuita nel progresso de’ lavori dell’intelligenza, e si e
terminato donde si sarebbe dovuto cominciare; l’altro perche lo Spirito non si
e potuto correggere delle sue deviazioni nello svolgimento intellettivo,
mancandogli la cognizione de’ suoi passati travisamenti. Nella storia adunque e
tutta quanta la filosofia, e riconoscerla nella storia econdizione non
evitabile d’ogni filosofia. Gentile. Lo sforzo di costruire l’edificio
eclettico della scienza e condotto da C. nei saggi. In particolare, oltre che
nel citato Del metodo filosofico, nei saggi Del reale obbietto di ogni
filosofia e del solo procedimento a poterlo raggiungere, iProgresso; Della
scienza fenomenologica e dello studio dei
fatti di coscienza, Progresso; D'un'obbiezione d’Hamilton intorno
alla filosofia dell’Assoluto, Progresso; Della logica trascendentale, Progresso;
Mastellone. Sulla cosiddetta “svolta hegeiiana”, oltre alle valutazioni degli
autori le cui opere sono state in precedenza indicate, cfr. ancora S.
Mastellone, C., che pure è un divulgatore di Cousin, in un articolo apparso
nella Rivista napolitana dal titolo Del modo da trattare la scienza degl’esseri
(ontologia), disegno di una metafisica, alludendo ai rapporti tra l’eclettismo
francese e l’ontologismo tedesco, ossia alla polemica tra Cousin e Schelling,
poneva alcune limitazioni al suo eclettismo Si prepara quel fermento spirituale
che prendera forma coll’hegelismo, il quale, se trasse la prima radice dal
pensieroco usiniano, si rivolgera poi contro di questo”. Infine mi permetto di
rinviare a G. Acocella, Vico e la storia in Cusani, in “Bollettino
del Centro di studi vichiani. In pieno periodo eclettico, C. sottolinea
il ruoio unificante della filosofia, e conclude che la storia della filosofia,
la quale disegna come in una tela tutto lo svolgimento progressivo dello spirito,
non e che la manifestazione di quel potentissimo bisogno che ha l’uomo di
conoscere e di sapere. In questa direzione, dopo che lo spirito rivolge il
primo scopo della sua investigazione nel mondo degl’obbietti, ed una volta
esaurita l’investigazione della natura lo spirito si viene gradatamente
ripiegando inverso il subbietto stesso di quelle investigazioni, erientrando
dall’esterno nell’interno, fa se stesso obbietto della sua conoscenza. – cf.
Grice on self-constructing pirots. E cosi di qui nascono, come da una comune
radice, tutte le scienze morali. La conclusione eclettica di C. si arricchisce
di motivi che preparano l’accoglimento della lezione hegeliana, la quale di
sicuro influenza i suoi saggi, senza liquidare gl’altr’elementi che
costituiscono l’originalita del filosofo. L’immenso bisogno di conoscere che
tormenta e percorre la storia naturale dell’intelligenza anela alla
ricomposizione unitaria che costituisce la scienza. Questi due grandi obbietti
adunque, l’Universo e l’Umanita; il non me e il me, che racchiudono tutto il
campo delle speculazioni, costituiscono l’obietto di tutta la scienza umana. E
si puo da’tentativi diversi, e da’ diversi risultamenti ottenuti intorno a
questo problema, cercar di fare un ordinamento compiuto di tutte le scuole
filosofiche che dall’antichita insino a’giorni nostri sonosi succedute nella storia
dello svolgimento naturale dell’intelligenza. Rispetto a questo proponimento la
lettura di Hegel - del quale pur si dove denunciare che è partito da cio che ci
ha di piu astratto nella ragione, e di piu indeterminato, cioe
dal pensiero dispogliato di tutte le cose, e ridotto a pensiero puro, a
idea - offre contributi rispetto ai quali C. dichiara il suo esplicito interesse.
Ponendo come base del suo edificio filosofico l’identita dell’idea e
dell’essere, del pensiero e della realta, del subbiettivo e dell’obbiettivo ne
procede che cio che evero del pensiero, evero eziandio della realta, e
che le leggi della logica sono le leggi ontologiche, ed essa stessa si
converte in una vera ontologia. Del reale obbietto di ogni filosofia e del solo
procedimento a poterlo raggiungere. Giunto a quest’altezza, lo spirito tenta
d’impadronirsi quasi dell’infinito, cacciarsi nel seno stesso dell’assoluto,
e discoprire nella loro sorgente le leggi onde si regge il mondo. Del metodo
filosofico. In queste pagine C. fornisce una II principio di una idea
filosofica capace di fondare le manifestazioni della vita umana, dunque una ragione
non dispogliata delle cose, diviene per C. l’efficace punto di equilibrio del
suo itinerario tra eclettismo ed hegelismo, in grado di assicurare gli
orientamenti etici di ciascuna eta della storia. Nel saggio sulle relazioni tra
economia e morale, C. scrive significativamente che ora non ci ha e non puo
esserci scienza morale senza un principio assoluto e necessario, perche
l’assoluto e il necessario e lo scopo ultimo e il termine degli sforzi del
pensiero, e1’ideale della scienza. Nella stessa prospettiva spiega, in un
corposo saggio, il valore filosofico che assume la ricerca dei fondamenti etici
della societa, asserendo che di fatto non si puo concepire una societa che non
abbia un pensro generale, cioe a dire un insieme d’idee acquistate senza ricercare
senza scopo, e che informino tutta la sua vita; perciocche bisogna allora
supporre che puo esserci una societa senza istituzioni politiche, senza costumi
e senza industria, non essendo altra cosa le istituzioni, l’industria e i
costumi, che effetti naturali delle idee e delle credenze comuni. La filosofia
del popolo italiano, pertanto, e il pensiero di quello stesso popolo, non nelle
semplici forme nelle quali si manifesta nelle istituzioni o nelle stesse arti,
o nel diritto e nei costumi, ma con quei caratteri interpretazione della
filosofia, in sintonia con il tentativo di rintracciare l’unita del pensiero
perseguita dall’eclettismo. E un’interpretazione che, nata in terra
di Francia, trova piu generosa fortuna nell’hegelismo napoletano da SPAVENTA
(si veda). Ecco la pagina di C. Dappoicche la filosofia di Fichte, che non è
che la filosofia stessa di Kant, risguardata dal punto di vista subbiettivo, e
quella di Schelling, che nelle sue conseguenze non è che il criticismo
risguardato dal punto di vista obbiettivo, doveno essere entrambe porzioni di
quel medesimo tutto, che Hegel abbraccia nella sua filosofia dell’idealismo ASSOLUTO.
Egli parti dalla ragione, e dal pensiero, ma da cio che ci ha di piu
astratto nella ragione, e di piu indeterminato, cioe dal pensiero
dispogliato di tutte le cose, e ridotto a pensiero puro, a idea. Dell'economia
politica considerata nel suo principio, e nelle sue relazioni colle scienze
morale, Museo di letteratura e filosofia. Cfr. Oldrini, ll
primo hegelismo italiano. In nota scrive Oldrini che il saggio
parafrasa e riadatta, per molta parte, concetti delle lezioni sull’economia
smithiana di Cousin. Idea d’una storia compendiata della filosofia, Museo di
letteratura e filosofia”, lo svolgimento adunque spontaneo e istintivo; e
l’altro filosofico riflesso, che entrambi non si effettuano che sotto le leggi
del pensiero umano, costituiscono il meccanismo, se possiamo cost dire, della
vita sociale del popolo italiano. general del pensiero che di quelle forme
costituiscono la fonte. Eppure il progresso e reso possibile solo dall’incontro
tra due diverse componenti Allorche il movimento filosofico o riflessivo passa
alla scienza, ed alle credenze popolari alle idee della ragione, e si trova
d’essere giunto a scoprire il pensiero celato dapprima sotto FORMA SIMBOLICA, e
che si traduce nell’istituzioni, nei costumi, nell’arti e nell’industrie, egli
fatto quasi banditore della verita scoperta, l’annunzia per farla conoscere
alle masse [cf. GELLNER ON GRICE], le quali non avrebbero potuto pervenire a
quel segno che tardi e lentamente. Il debito nei confronti di VICO (si veda)
appare evidente, tanto piu che - indirizzandosi l’interesse di C. verso le
esperienze umane del diritto e dell’economia - le influenze hegeliane si rivelano
in realta filtrate dalla tradizione della filosofia meridionale, da VICO (si
veda) a FILANGIERI (si veda) a PAGANO (si veda). La filosofia e la scienza
compongono insieme la trama che segna l'itinerario travagliato e non lineare
della storia verso il vero. I filosofi accelerano il movimento delle masse
[GELLNER ON GRICE, GRICE ON THE MANY VERSUS THE WISE], ed a qui nasce ancora
che essi stessi sono indugiati nel movimento che e loro proprio. Dappoicche se
le masse [GELLNER ON GRICE, GRICE ON THE MANY VERSUS THE WISE] accettano la
nuova luce che loro arrecano i filosofi, sono d’altra parte lente e ritenute
nell’abbandonare le vecchie opinioni, che il tempo ha reso abituali, e bisogna
innanzi tutto che esse comprendano cio che loro vien rivelato, e lo comprendano
a loro modo, cioe facendo che discenda in certa guisa dalle forme astratte
della scienza, alle forme pratiche del senso comune. Il tema del senso comune -
cosi tipicamente vichiano e tanto frequentemente richiamato in piu punti
dell’opera cusaniana - costituisce un elemento fondamentale dell’itinerario che
il filosofo napoletano svolge, rivelandosi capace di svelare la trama della
ragione nella storia. Cosi come nella vita sociale le branche dell’attivita
umana precedono la filosofia e la storia Cfr. Acocella Idea d’una storia
compendiata. Insomma non eche dalla combinazione di questi due movimenti che
progrediscono le idee umane, ed al progresso delle idee umane nasce la
trasformazione e il miglioramento successivo delle leggi, dei
costumi e dell’istituzioni, che sono altrettanti elementi costitutivi
della condizione umana. Sul senso comune cfr. Purtuttavia, sebbene 1’uomo sia
conscio nell’intimo della sua coscienza della sua liberta, e riconosca in se
stesso il potere di cominciare una serie di atti, di cui egli e CAUSA; cio
nondimeno non puo non iscorgere eziandio, che la sua volonta e posta sotto il
dominio e la soggezione d’una legge, che diversamente vien denominata secondo
che diverse sono le occasioni, alle quali essa si applica, contrassegnandosi
ora come legge morale, ora come ragione, ed ora come senso comune” ria di
quelle precede la storia di questa, cosi l’istoria non si realizza che dopo un
lungo proceder della scienza; perocche se prima non si sono osservate molte
variabilita successive, non si sente il bisogno di una storia qualunque; ma
quando non si vuol considerar altro che l’essenza stessa, o la materia di che
componesi la storia della filosofia, si puo dire che essa comincia colla
scienza. Cosl per esempio, rivolgendosi l’attenzione alle esperienze umane piu
rilevanti, per quel che riguarda l’economia politica occorre indagare la legge oggettiva
dell’AGIRE economico, giacche le azioni umane - pur tenendo conto della
liberta che le generano ricondotte sempre alla ragione, o si voglia dire legge
morale o senso comune. Massimamente con l’economia la questione centrale di
come si compongano liberta dell’AGIRE INDIVIDUALE e conseguimento della legge oggettiva
dell’economia si pone come un nodo centrale della scienza morale, nel quale e
coinvolto lo stesso tema della relazione tra natura e ragione. Infatti,
primieramente, e noto che il combattimento, che l’uomo, forza libera e
intelligente, sostiene contro la natura per dominarla e trasformarla ai suoi
bisogni, costituisce un ordine distinto di fenomeni e d’idee, che rientrano nel
dominio dell’economia politica, la quale deve pur pervenire a individuare la legge
necessaria, che sta a capo della produzione, consumazione e
distribuzione delle ricchezze. L’interesse mostrato da C. verso
Smith e motivate proprio dal legame tra la liberta umana - che si esplica
nel lavoro - e la legge necessaria dell’economia, giacche il fondamento del
valore Smith ha posto nel lavoro. Ma sbaglierebbe chi si ferma al lavoro,
perche quantunque il Perciocche a quella stessa guisa che nella vita sociale del
popolo italiano lo stato italiano, l’industrie, e l’arti precedono la
filosofia, eziandio la storia di tutte queste branche dell’attivita umana
precede quella della filosofia, ultima per avventura a prender corpo nello
svolgimento intellettuale dell’uomo. Dell’economia politica. Mentre
Quesnay, con la sua scuola, tenne che i prodotti del suolo sono la sola fonte,
e il vero principio del valore, invece Smith eleva il principio del
valore, partendo da questo, che cio& il lavoro della nazione italiana costituisce
la sorgente di tutte lc sue ricchezze, e quindi che i bisogni dell’uomo non
sono considerati da Smith che subordinatamente al lavoro; il che e molto piu
ragionevole che subordinare il lavoro ai bisogni, come e intervenuto a Say e a
Tracy, i quali cio non di meno hanno comune con esso lo stesso principio del
lavoro. Nell’esaminare la formazione dela scienza economica C. riafferma il
principio della tradizione italiana, come per la scienza della legislazione
ricorda in particolare FILANGIERI (si veda), PAGANO (si veda), e ROMAGNOSI (si
veda) asserendo. L’economia politica nata adunque IN ITALIA, lavoro nel
suo lento o accelerato esercizio sia quello che ingeneri la ricchezza delle
nazioni, e misuri in un certo modo, esi no a un certo segno, il valore delle
cose in ragione delle difficolta e degli ostacoli che incontra nella sua
effettuazione. Purtuttavia esso non deve essere considerato, che come l’effetto
della liberta umana, ultimo principio a cui devesi ricondurre la scienza.
Attraverso questo principio C. ricostruisce il percorso che dalla liberta,
attraverso la proprieta, giunge alla formulazione di una scienza morale la
quale, proprio perche scienza, e la cognizione dell’assoluto invariabile,
ultima ragione delle cose. Se infatti l’osservazione si conferma indispensabile
all’investigazione scientifica, pure resta essenziale ribadire la ricerca di un
principio morale assoluto perche si possa dare scienza in questo ambito. Le
considerazioni che C. - partendo dall’apprezzamento del principio secondo il
quale senza un’obbligazione assoluta non è ammessa la possibilita d’una scienza
morale e quindi dell’imperativo categorico - riferisce all’opera di Kant,
mettono a fuoco appunto il significato della liberta per la ragione, ed i criteri
per la individuazione del principio morale assoluto. Egli e percio,
che rifermossi che il fatto della liberta, che 1’osservazione ci rivela nel
fondo della coscienza come distinto dalla fatalita delle nostre passioni e
delle nostre SENSAZIONI, e che eguaglia in certez- massime per opera di SERRA
(si veda), non si svolge dappoi che in Francia nella celebrata setta degl’economisti,
dai quali attinse gran parte delle sue idee Smith. Sull’interesse della cultura
napoletana per il ruolo svolto da SERRA (si veda), considerato precursor dello
Smith, mi permetto di rinviare ad Acocella, LA STORIA DEI FILOSOFI POLITICI
ITALIANI DOPO LA SVOLTA A NAPOLI, Archivio di storia della cultura. Togliete la
liberta nell’uomo, e voi avrete esaurito nella sua sorgente ogni
lavoro possibile, essendone essa sola la causa, e la causa vera, reale, e non
immaginaria. Fare adunque l’analisi della liberta, come produttiva del valore
delle cose, è veramente farla psicologia dell’economia politica. Questa
verita conosciuta dagl’antichi, i quali teneno non potersi dare scienza del
fenomenico variabile, perciocche il fatto non e il principio e la ragione di se
stesso, e stata chiaramente riprodotta dai moderni, quando hanno sostenuto che
la scienza non e che la cognizione dell’assoluto invariabile, ultima ragione
delle cose. Pure, se il fatto non e la scienza, ecertamente prima condizione e
quasi materia della scienza, potendo solo cadere sotto l’occhio
dell’osservazione, e l’osservazione e la vita d’ogni investigazione scientifica.
Tutto cio essendo or amai stato messo fuor di dubbio nel campo
dell’intelligenza, ha fatto, si che nella scienza morale si e cercato il
principio morale assoluto, ed il fatto proprio che n’e la condizione. Primamente
non si puo non vedere che senza un’obbligazione assoluta non è ammessa la
possibilita d’una scienza morale, e che senza la ragione, che sola puo
comandare con un imperativo catagorico, non puo darsi obbligazione di
sorta. za tutti gl’altri fatti, non rimanendo punto una semplice
credenza, come vuole Kant, dove esser solo la condizione del principio morale,
trasformato in legge dalla ragione. Puo C., in virtu di questa acquisizione,
rintracciare finalmente nella liberta gl’orientamenti dell’AGIRE MORALE e
scoprire il principio morale della stessa economia. Di qui il principio: essere
libero, conservati libero, cioe resta fedele alla natura, ch’e la liberta; è la
sorgente d’ogni obbligazione e d’ogni moralita; identificandosi colla massima
degli stoici: SEQVERE NATVRAM. Questo principio della morale generale
stabilito, si vede apertamente che una delle prime relazioni dell’economia
colla morale, sta nell’identita del principio stesso, o meglio, nel fatto della
liberta; solo diversificando, perche l’una lo stabilisce come trasformato dalla
ragione in legge, e 1’altra lo accetta come dato nelle applicazioni della
vita. L’unita [EINHEIT] della scienza, che il fatto della liberta -
svelatosi principio unificante dell’azione umana - realizza, e stata resa
possibile dal superamento della direzione scettica nella quale Cartesio getta
la filosofia, rendendola incapace di fondare l’oggettivita, partendo dal
soggetto, e dunque la comprensione del mondo esterno. Ora, finalmente, la
filosofia, rivelatasi scienza, verifica che lo Spirito e uno, identico a se
stesso in tutti i tempi, in tutti i luoghi, appo tutti gl’italiani; puo
esservi varieta nelle sue determinazioni, ma l’essenza resta immutabile
attraverso di tutte queste apparenti mutazioni. La scienza non rappresenta che
l’essenza, ed e percio che l’idea filosofica, o lo spirito filosofico non e che
uno e sempre identico a se stesso. Come per l’economia anche per il diritto la
liberta dell’individuo si afferma per C. quale principio capace di fondare
L’AGIRE MORALE, confermando l’unitarieta della scienza . Dedicando una
lunga nota in tre parti, benche incompiuta, all’opera di Manna, e dopo aver
Dappoichenon potendosi dalla sensazione trar niente che avesse forza
d’obbligazione, e vice versa la ragione scorgendo nel fatto della liberta una
superiorita di principio che proced dalla stessa personalita
umana, puo scorgervi il dovere assluto di mantenere la dignita della persona
sulla materia, e della liberta sulla fatalita. Sicche, da questo lato
risguardata, l’Economia potrebbe esser considerata come una derivazione della
morale nelle sue piu minute conseguenze. Cfr. Della scienza
assoluta (Discorso), Sul punto cfr. Oldrini,
Gli hegeliani di Napoli. Del diritto amministrativo del Regno
delle Due Sicilie. Saggio teoretico storico e positivo, in “Museo di
letteratura e filosofia”, Scienzci affrontato la questione della
individualita nella prima parte, dichiarando il proprio interesse per le
“partizioni teoriche del diritto amministrativo”, Cusani decisamente ritorna sul
problema della scienza avvertendo pero che “nissun problema che tocchi la
scienza sociale pud risolversi, senza aver prima risoluto l’altro della
destinazione dell’individuo, che li contiene e gl’implica, abbracciandoli tutti
nel suo seno. Cosicche si puo considerare che “se la scienza divide eperche
questa e la sua condizione di esistenza, e perche l’umano intelletto ha bisogno
di successiva osservazione, e di notomia, direi quasi, della cosa che vuol
conoscere e sapere. Ma in sostanza ci ha unita fondamentale qui, come in tutto,
e la scienza umana non tende che continuamente verso questa unita, che la sola
ontologia pud promettersi” 30. II richiamo, costante in tutta la sua opera,
all’ontologia consente a Cusani di riaffermare il principio assoluto e generale
da cui discende coerentemente l’ordine morale che la scienza pud infine
conoscere. La visione unitaria perseguita - che, tanto nella fase eclettica
quanto in quella segnata dalla lettura di Hegel, pone in primo piano la
questione dei fini razionali della storia e dell’azione umana - rivela pero con
evidenza il debito comunque contratto nei confronti, oltre che di Herder,
soprattutto di Vico, rimeditato autonomamente ea contatto con le suggestioni
presenti nell’eclettismo napoletano. Recensendo la STORIA DELLA FILOSOFIA di GALLUPPI
(si veda), C. chiarisce in apertura che s’egli e vero che LA STORIA DELLA
FILOSOFIA, come noi abbiamo affermato in uno de’ fascicoli precedenti non ese
non l’idea stessa, e lo spirito dell’umanita, non quale si rivela nelle sue
isti-. L’ultima parte pubblicata conclude con le parole “sara continuato”. Non
vi è alcun seguito. Gia concludendo la prima parte, pero, C. avverte che per
fame un’analisi compiuta si è ripromesso di venir discorrendo di ciascuna parte
in particolare, ma si perche il saggio non evenuto fuori ancor tutta per le
stampe, e si perche la parte positiva del diritto amministrativo non e in
relazione coi nostri studi, cosi ci terremo contend solo ad esaminar per ora la
sola quistione che risguarda la scienza della pubblica amministrazione, riserbandoci
di parlare della parte storica quando l’autore ne fa dono al pubblico. Su Manna
e sulla sua opera cfr. Tessitore, Della tradizione vichiana e dello storicismo
giuridico nell’Ottocento napoletano, Aspetti del pensiero guelfo napoletano,
Napoli; Rebuffa, L'opera di Manna nella formazione del diritto amministrativo
italiano, in La formazione del diritto amministrativo in Italia, Bologna. Del
diritto amministrativo. Cfr. Tessitore, Momenti del vichismo giuridico-politico
nella cultura meridionale, in “Bollettino del Centro di studi vichiani. Sul
vichismo del Manna. tuzioni, nelle arti, nelle legislazioni, ma sibbene
nell’asiio inviolabile del pensiero puro, del pensiero in se; deve esser vero
eziandio che essa non e una raccolta vana di opinioni, nata per soddisfare la
curiosita di alcuni uomini, ma viceversa, secondo che diceva l'Herder, la
catena sacra della tradizione, che opera in massa, con leggi necessarie, e non
a caso ne isolatamente” 32. Si pud pertanto comprendere anche la radicale
nettezza con la quale nella nota su Manna C. afferma che l’ontologia adunque e
la scienza prima, che facendoci conoscere la determinata essenza degl’esseri,
ci conduce a discernere IL FINE – cf. H. P. GRICE, TELEOLOGY -- a cui essi sono
destinati (che e pure un problema ontologico) e che diventa problema MORALE –
il regno dei fini di Kant -- se trattasi della destinazione dell’UOMO sopra la
terra, problema religioso se trattasi di questa stessa destinazione innanzi e
dopo la vita terrena; problema di filosofia di DIRITTO o POLITICA, che
abbraccia il diritto individuale, e il diritto PUBBLICO pubblico, se trattasi
della giustizia reciproca che l’individuo, e lo stato deveno somministrarsi per
raggiungere la loro destinazione. Questa e l’UNITA DELLA SCIENZA [GRICE EINSCHAT],
la quale non e che un pallido riflesso dell’unita stessa della causa prima.
Dove VICO (si veda) e Herder servono al disegno hegelia- [Recensione a
Galluppi, Storia della filosofia, Prefazione, Museo di letteratura e
filosofia. Su Herder e VICO (si veda). cfr. Idea d’una STORIA COMPENDIATA
DELLA FILOSOFIA. Ora questa legge che governa lo svolgimento dell’umanita, e
che costituisce la filosofia della storia, non puo che cercarsi successivamente
nell’uomo e nel mondo, essendo questi i due obbietti che si appalesano
all’ntelligenza. Di qui nasce che Bossuet è stato il primo filosofo della
storia, trovando nell’antica filosofia romana la soluzione del problema. A
questi succede VICO (si veda), che cerco nell’UOMO ITALO il principio e la
legge dello svolgimento dell’umanita. E da ultimo Herder che voile trovarlo nel
mondo fisico, e nella combinazione speciale d’influenze esterne. Noi diciamo,
che ognuno di essi e stato esclusivo, in quanto che Herder non ha riconosciuta
la parte che rappresenta l’UOMO ITALO nella evoluzione storica dell’umanita, e
VICO (si veda), in quanto che non ha riconosciuto l’nfluenza della natura
esteriore; ed entrambi poi non disconoscendo la parte che rappresentala
Provvidenza, l’hanno subordinata all’uomo e alla natura, mentre Bossuet
impadronendosi di questa, ha tutto subordinate ad essa”. Del dritto
amministrativo. Sul problema dello stato cfr.: “io non so concepire, come
l’arte, la scienza, e LA MORALE, debbano
esser fine a loro stesse, e lo stato deve esser considerate come MEZZO per la
societa umana, quando il suo scopo non e che UNO SCOPO RAZIONALE, come quello
che tocca in dominio alle altre sfere dell’attivita sociale. Ne solo io dico
che lo scopo e RAZIONALE ed ha gli stessi caratteri di quelli che spettano alle
altre sfere dell’attivita sociale, ma che e identico con tutti nel fondo, e che
se uno e il bene assoluto, o l’ordine assoluto, che riferma lo scopo e la
destinazione dell’UOMO, non si puo far dello stato un semplice MEZZO ed una via
per la conservazione dell’umanita perfettibile”. no della scienza
del’essere. Vale, pero, sottolineare come, nel confronto con GALLUPPI (si veda),
istituito nella nota sopra ricordata, il tema del vero costituisca un
interessante nodo che chiarisce il modo con il quale C. interpreta VICO (si
veda) ed il problema della storicita dell’esperienza. A GALLUPPI (siveda) che
afferma che la storia della filosofia non puo trattarsi a priori, ma deve
dedursi dall’osservazione dei fatti, perche altrimenti avremmo dovuto trovar
prima i problemi relativi alla scienza del pensiero, e poi quelii relativi
all’universo, C. obietta che la storia della filosofia e identica colla
scienza, e pertanto troveremo che il primo mezzo di trattar la storia
della filosofia e il METODO A PRIORI, il quale non deve ch’esser verificato
dall’esperienza. A C., naturalmente, sono chiare le novita apportate dalla
modernita e le conseguenze che ne sono scaturite, dal momento che la
filosofia ha nell’antichita la definizione di scienza dell’universale,
contrapposta a quella ricevuta presso i moderni della filosofia come scienza
del pensiero per cui la definizione degl’antichi si fa per mezzo
dell’ontologia, quella de’moderni viceversa si fa per mezzo della PSICOLOGIA
- ma resta pur sempre certo che in realta l’ontologia e la psicologia non sono che
due determinazioni, o aspetti diversi dell’idea filosofica, in quanto che l’una
considera l’obbietto in se, e per se, l’altra questo obbietto che divien
subbietto. La scienza morale che C. intende definire, dunque, verifica
nell’esperienza - nelle diverse branche di attivita nelle quali si manifesta
l’azione umana - il principio assoluto e invariabile che da unita e senso alla
scienza moderna. Cosi l’economia politica non dove rappresentare che quella
stessa parte che rappresenta la politica, quanto alla filosofia del diritto.
Perciocche laddove questa ci rivela l’ideale a cui possono pervenire la
societa umana, e la politica determina le relazioni che passano tra l’attuale
esistenza di essa, e l’ideale, poggiando sopra queste relazioni i cangiamenti
che possono patire le istituzioni sociali. L’economia, rispetto ai monopoli ed
agli ostacoli che si frappongono al libero esercizio del commercio, deve far
ragione, prima di effettuare il suo principio, di tutti gl’interessi attuali
della societa dove questi sistemi proibitivi sono introdotti D’altro canto la
natura di scienza morale dell’economia (come del diritto o della politica) risulta
evidente nella concezione cusaniana di una filosofia civile moderna. Come il
principio morale riferma la destinazione dell’uomo che precede sempre dalla sua
natura, e questa natura non essendo che. Recensione a Galluppi. Dell’economia
politica. doppia, coesistendo in lui lo spirito e la materia, l’ANIMA e il
corpo, la liberta e la fatalita (sebbene la materia e il corpo non siano che
l’inviluppo esterno della natura umana, stando la sua essenza tutta nella
personalita nella liberta e nell’anima); ne seguita che l’economia, anche
ristretta nel senso di coloro che non vogliono fame che una scienza del
benessere corporate e dell’agiatezza sociale, dovrebbe serbare alcuna relazione
verso la morale. La difficile relazione tra il fatto ed il principio, cioe tra
l’obiettivo immediato dell’azione e LO SCOPO RAZIONALE che ne costituisce il
fondamento, e verificata da C. nello sviluppo del pensiero moderno.
L’itinerario che dalla fase dell’utilita deve condurre a quella dei FINI viene
percorso analizzando il mito [GRICE] del CONTRATTO sociale in Kant e Rousseau,
in riferimento al quale C. puo criticamente concludere. Ma l’obbligazione
morale e giuridica non puo mai procedere da un atto volontario, quale e quello
che riferma il contratto e il CONSENSO (con-senso) universale, perche nessuna
cosa arbitraria e volontaria puo costituire un diritto, ed una convenzione non e
che la semplice manifestazione della volonta mutabile degli uomini. Colui che
ha colto piu precisamente - ad avviso di C. - il significato profondo del
rapporto tra il fatto ed il FONDAMENTO RAZIONALE [GRICE, RATIONAL GROUNDS] dell’ordinamento
estato, a proposito della questione della proprietya fondamentale per l’ordine
sociale, Fichte: “Piu ragionevolmente adunque Fichte, che è il Ma e
perche essa abbraccia tutto il problema della destinazione dell’uomo nelle
conseguenze, che serba per avventura assai piu intime relazioni colla morale
generale. Scrive anzi C. La sola relazione che passa tra il lavoro destinato
per il mantenimento della vita fisica, e il riposo destinato per il compimento
della vita morale, puo esser la misura de’ differenti gradi della ricchezza
nazionale, la quale aumenta in proporzione che cresce il riposo per le
occupazioni intellettuali. Insomma, produrre nel minor tempo possibile cio ch’e
necessario per la satisfazione de’bisogni materiali della vita, e crescere in
ricchezza e moralita. Questo fatto, che l’obbligazione è inclusa nella
proprieta è ben vista da Kant, il quale stabili, che sebbene la
specificazione e il lavoro è gli atti preparativi della proprieta cio non di
meno perche questa è riconosciuta e rispettata da tutti, bisogna una
spezie di contratto sociale, con che si da la proprieta definitiva. Vero e che
questa IDEA del contratto sociale, considerato come base giuridica necessaria
del diritto di proprieta, non è da lui risguardata quale base della societa
stessa, come è addivenuto appo parecchi pubblicisti, e specialmente appo il
Rousseau, che l’ha come un precedente storico; solo voile dire ch’è necessario,
accennando ad UN FINE RAZIONALE avvenire, per cio che egli significa col titolo
di proprieta o possesso intellettuale seguitore del Kant e il suo discepolo
filosofico, voile rifermare, nel suo manuale e nelle sue lezioni di diritto
naturale, la proprieta esser costituita sulla nozione stessa di diritto.
Conciossiache la sua teorica del diritto, procedente dal suo sistema
filosofico, nel quale stabilisce che l’attivita infinita dell’io [DAS ICH] che
si svolge come per una retta, pone, nell’urto che incontra, il mondo degli
oggetti esterni, dovecontenere tutta la ragione filosofica della proprieta. In
un’opera segnatamente influenzata dall’eclettismo del Cousin, sottolinea la
rilevanza dell’osservazione del mondo storico per la definizione del principio
morale. Rispetto al sistema di Locke, infine, la scuola scozzese di Reid fa
compiere un decisivo passo avanti al metodo della psicologica osservazione,
consentendo infine d’osservar la societa e di distinguerne e sceverare la parte
sostanziale dall’accidentale, cio che ne costituisce l’esistenza, la vita, il
principio, da cio che non e che una semplice forma contingente e variabile,
secondo la diversita de’tempi e de’ luoghi. Ma la questione della legittimita,
trascurata di fatto, siccome la personalita umana e dotata, secondo lui, d’una
liberta infinita, cosi e che il diritto non ista che nella limitazione della
liberta di ciascuno, perche possa co-esistere la liberta di tutti. Posto cio il
diritto deve garantire a ciascuno il dominio particolare nel quale deve
svolgere la sua liberta. Nello stesso saggio C. torna su Fichte riguardo
alla relazione tra lavoro e riposo e sul tema della moralita resa possibile dal
produrre nel minor tempo possibile cio che e necessario alla soddisfazione dei
bisogni umani. Primo tra i filosofi moderni che rifermasse questa verita
semplice per se stessa, ma troppo spesso disconosciuta, è Fichte, uno de’piu
nobili ingegni di Germania: e cio perche vide che la destinazione dell'uomo non
edi essere assorbito dal lavoro destinato alia vita fisica, ma sibbene d’avere
a restargli assai tempo per lo svolgimento della sua moralita. Del reale
obbietto di ogni filosofia e del solo procedimento a poterlo raggiungere,
Progresso. Scrive Mastellone, dichiarazione di fede eclettica puo considerarsi
l’articolo di C. Del reale obbietto d'ogni filosofia e del solo procedimento a
poterlo raggiungere, Progresso. La lunga dissertazione sulla necessita di porre
a fondamento della filosofia la psicologia per poi passare all’ontologia,
e la definizione dei due obbietti della filosofia (il mondo e l’anima) e dei
tre ordini di fenomeni nell’interiore della coscienza (i sensitivi, i volontari,
e gli intellettivi) sono tratte dall’opera di Cousin. Cfr. Del reale obbietto:
“seguitando lo stesso principio in morale, i suoi seguitatori non fannosi punto
a ricercar quale e la moralita nello stato attuale dell’uomo, ma invece
quali sono state le prime idee di bene e di male nell’uomo ridotto allo stato
selvaggio innanzi ogni civil comunanza. Cosi questa scuola modesta e timida
pone la quistione fondamentale di tutta la scienza psicologica; e
quantunque non fa che circoscrivere l’osservazione, e fermarsi laddove essa
cessa, purtuttavia frutto gran bene alle scienze politiche, e morali,
sollevando, per cosi dire, l’umana natura in una piu pura ragione dalle scuole
menzionate, richiede una terza scuola, che se ne è occupata specialmente, e
questa venne su a Konigsberg promossa da un ingegno meraviglioso. Se certamente
il formalismo kantiano presenta nella interpretazione cusaniana aspetti che
attiravano le riserve del lettore di Cousin e di Hegel, pure esso rappresenta
un termine di confronto essenziale alla definizione dell’obbligazione morale, e
di conseguenza della scienza morale e delle parti in cui questa si articola.
Piuttosto il limite di Kant, come si e poco prima ricordato, consiste nell’aver
posto il contratto a base dell’obbligazione sociale. Se si cerca nella ragione,
che ci comanda con un imperativo categorico, si deve per necessita ammettere
una societa a priori del genere umano, e si sarebbe conchiuso
che ci ha un diritto, che a noi vien da natura,
indipendententemente da ogni contratto e da ogni diritto positivo. La relazione
che si istituisce tra l’ideale ed il reale, tra principio ed esperienza (ed
anche tra l’apriori e l’aposteriori) comporta finalmente la possibilita di
definire una scienza sociale coerente con i principi della scienza morale,
giacche nell’unita della filosofia tutte le parti vengono ricomposte. Se
lasciamo la morale generale, e ci facciamo a risguardare l’economia nelle sue
relazioni colla filosofia del diritto, colla legislazione, e colla politica,
siccome queste non sono che parti della filosofia morale in generale, cosi non
potremo che scorgervi le stesse relazioni. somigliantemente in politica, le
indagini intorno allo stato primitivo delle societa, de’governi, delle leggi, e
la varieta de’sistemi che se ne ingenerano (perocche dove ha luogo la
congettura nissuno ha il potere di limitarla) cessano del tutto, e cominciossi
a osservar la Societa, cosi com’essa ci si presentano dinanzi. Dell’economia
politica: Ne sappiamo vedere come Kant,
che ha cosi bene stabilito l’obbligazione morale, ha poi dovuto ripeterla,
quanto alla proprieta, da un contratto e da una convenzione. Certo e vero, che
il non aver esaminato punto donde vienne l’obbligazione attaccata aquest’atto,
ha fatto si che siasi incorso in due errori, il primo di negare che la
proprieta sia di diritto di NATURA (non convenzionale, non arbitrario, non
consensuale), el’altro di ammettere uno stato primitivo e selvaggio dell’uomo
innanzi della societa; perciocche se si ècercata nella ragione, che ci comanda
con un imperativo categorico, si avrebbe per necessita dovuto ammettere
una societa a priori nel genere umano, esi è conchiuso che ci ha un
diritto, che a noi vien da NATURA, indipendentemente da ogni contratto e da
ogni diritto positivo. Ne vale ammetter questo contratto come FATTO nel
passato, o come da farsi nell’avvenire, non procedendo da cio nessun’illazione,
quando si tiene esser esso la base e il fondamento della proprieta. Sull’hegelismo
italiano (ed i specie napoletano) cfr. P. Piovani, Il pensiero idealistico,
in Storia d’ltalia, Torino, I documenti. C. puo cosi concludere il suo
tentativo - non dimentico di Fichte, ma sicuramente sensibile alla filosofia
vichiana - di delineare una scienza morale rivelatrice della missione civile
della filosofia. Ma la scienza sociale non e costituita che dalla filosofia del
diritto, la quale accenna all’ideale che devesi raggiungere nella societa umana,
e dalla politica che appoggiandosi sui precedenti storici della societa medesima,
ne osserva lo stato attuale e giudica di quale avanzamento progressivo possono
esser capaci. Ne sono lontani gl’anni nei quali, su altri testi d’una diversa
tradizione, e in cospetto d’una diversa realta socio-economica d’una diversa
regione d’ltalia, Minghetti propone la sua economia pubblica. coloritura
hegeliana o hegelianeggiante, l’ammirazione professata verso lo (piu o meno) studiato
filosofo individua come connotato essenziale questo idealismo, pur se, in senso
tecnico, iconfini effettivi delle conoscenze hegelistiche dei nostril hegeliani
risultano imprecisi, elastici, quasi sempre vicini a uno Hegel letto
prevalentemente in chiave fichtiana o kant-fichtiana. E di vero, nella
filosofia del diritto non si puo far astrazione dallo scopo che ha l’uomo a
raggiungere, se si deve poter determinare le condizioni esterne di cui
abbisogna, procedenti dalla volonta de’ suoi simili, nel cui insieme sta la
scienza del diritto. Ma lo scopo o la destinazione dell’uomo ingenera delle
relazioni tra la morale e l’economia; deve quindi di necessita ingenerarne
eziandio tra il diritto e l’economia”. Stefano Cusani. Cusani. Keywords:
l’assoluto, il relativo, spirito soggetivo, spiriti soggetivi, spirito
oggetivo, storiografia filosofica di Cousin, unita latitudinale della
filosofia, l’assoluto di Bradley, Hamilton, l’obbjezione all’assoluto, l’essere
e la metafisica, gl’esseri e la metafisica, economia e morale, la
fenomenologia, il fatto di coscienza intersoggetiva, hegelismo, Vico, Galluppi,
Mamiami, Colecchi, Rosmini. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Cusani” – The
Swimming-Pool Library.


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