Luigi Speranza -- Grice e Stabile: la ragione
conversazionale e la critica della ragione borghese – la scuola di Sapri -- filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sapri). Filosofo campanese. Filosofo italiano. Sapri,
Salerno, Campania. Laureatosi a Napoli con una tesi sulla filosofia del valore,
divenne ricercatore a Salerno. Pubblica saggi in "Prassi e teoria",
"Aut Aut", "Studi di filosofia politica e diritto",
"il Centauro", "Ombre rosse", riviste tra le più
prestigiose nel panorama della pubblicistica filosofica italiana. Collabora
alla direzione della collana di testi e studi "Relox" di Bibliopolis
di Napoli. Salerno gli dedica un convegno di studi: "La saggezza moderna.
Temi e problemi”. Il fondo rappresenta sua biblioteca. Alcuni volumi sono in
possesso di Salerno. I volumi del fondo sottolineano l'interesse verso la
critica marxista -- moltissimi i volumi degl’Editori Riuniti. Degni di
attenzione alcuni esemplari caratteristici come ad esempio quelli della collana
"I gabbiani" del Saggiatore o ancora la collana quasi completa degli
"Opuscoli” della Feltrinelli, i volumi della collana "Biblioteca di
nuova cultura" della Mazzotta, e quelli della "Scienza nuova"
della Dedalo -- collane radicalmente trasformate nei successivi anni o sostituite
da altre. Talora nate solamente per offrire testi economici che rispondessero
ai bisogni di una maggiore diffusione culturale. Sono presenti anche dei
volumetti allegati a periodici di partito -- PCI e PSI -- e le pubblicazioni
dell'istituto di filosofia a Salerno. Altri saggi: “Valore morale e società” (Salerno);
“Soggetti e bisogni” (Firenze, Nuova Italia); “Saggezza e prudenza: studi per
la ricostruzione di un'antropologia” (Napoli, Liguori); “Piccolo trattato sulla
saggezza” (Napoli, Bibliopolis); “Umanesimo e rivoluzione” (“Prassi e teoria:
rivista di filosofia della cultura”), “La saggezza moderna” (Napoli, Edizioni
scientifiche italiane). Storia della filosofia, Salerno. Charron Storia della
filosofia, Salerno. Giampiero Stabile.
Stabile. Keywords: Grice’s ‘Needs, need, bisogno, bisogni, bisoin, complex
etymology, durf, tharf, ragione borghese -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Stabile” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Stasea: la ragione conversazionale a Roma, o
della virtù – filosofia campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. The first lizio to take up
residence at Rome. He defends the position that virtue (andreia) is not
sufficient for happiness – a position on which some Lizians were prepared to
compromise, in order to achieve a conciliation with the ethics of the Portico. Keywords: Lizio.
Luigi Speranza -- Grice e Statilio: la ragione conversazionale a Roma --
ogni uomo è stolto o pazzo -- Roma antica – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Amico di CATONE. L’orto. Satura e farsa filologica. Penna. Secondo un'ipotesi
allettante, con S., amico di CATONE e morto a Filippi con BRUTO. In questo
contesto forse non è del tutto inutile notare che una filosofia è presente. S. being sollicited by BRUTO to
make one of that noble band, who struck the god-like stroke for the liberty of
Rome, refuses to accompany them, saying, that: all men are fools, or mad, and do
not deserve that a wise man should trouble his head about them. Keywords: ‘All
men are fools, or mad’ -- Giardino, horti epicuri – hortus epicuri. Garden.
Friend of Catone Minore and Marco Bruto and a staunch opponent of Giulio
Cesare.
Luigi Speranza -- Grice e Stefani: la ragione
conversazionale del “senso composto” – semantica filosofica – la scuola di
Pergola – filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pergola). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Pergola, Pesaro
e Urbino, Marche. Grice: “I may well
say that my idea of a propositional complex owes much to Stefani’s obsession
with ‘sensus’ simplex or ‘divisus, and ‘sensus compositum’ –“ “The opposite of
‘com-posito’ is de-posito, though!” -- Grice: “I like his diagrammes; The Boedlian has
loads of his mss!” Grice: “He has a figure for the ‘figura quadrata,’ –“. Grice: “He has a figure for ‘suppositio.’” – Il membro
più noto di una famiglia di insegnanti marchigiani. Avviato alla carriera
ecclesiastica nella città natale, ma presto si trasfere a Venezia. Il suo
saggio più importante è il “De sensu composito et diviso”. Insegna a Rialto. Altri saggi: “Dubia in
consequentias Strodi,” “In regulas insolubilium,” “De scire e dubitare,”
“Compendium logicae,” “Logica,” “Tractatus de sensu simplice, sensu composito, et
sensu diviso”, Dizionario biografico degl’italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Fonte:
Dizionario di filosofia, riferimenti. Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Stefani. Keywords: senso semplice, senso composito, senso deposito, senso
diviso, dialetttica, grammatica filosofica, semantica filosofica, loquenza. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Stefani.”
Luigi Speranza -- Grice e Stefanini: la ragione
conversazionale dell’inter-personalismo contro l’idealismo filosofico – filosofia
fascista – veintennio fascista – la scuola di Treviso -- filosofia veneta -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Treviso).
Filosofo veneto. Filosofo italiano. Treviso, Veneto. Grice: “Italians are
obsessed with personalismo; I am with interpersonalismo!” “L’essere è personale.”
“Tutto ciò che non è personale nell’essere ri-entra nella produttività della
persona, come mezzo di manifestazione della persona e di *comunicazione* o
conversazione *tra* due persone,” “La mia prospettiva filosofica. Attivo nelle
associazioni e nei movimenti cattolici del trevigiano, iscrivendosi a gioventù cattolica
dove assume presto l'incarico di presidente diocesano. Qui svolge la vocazione
di educatore, seguendo, in particolare, gli insegnamenti contenuti
nell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII -- opera pure nel sindacato
cattolico dei lavoratori. Dopo il diploma presso il liceo classico Canova, dove
ha fra gl’altri ROTTA come insegnante di filosofia, si iscrive alla facoltà di lettere
e filosofia a Padova. Nell'ateneo patavino, la corrente del positivismo è tra
le più seguite. In controtendenza, decide di scrivere la propria tesi sull’inter-personalismo,
avendo ALIOTTA come relatore, con cui si laurea in filosofia . Nel periodo di
studi padovano, inizia a frequentare anche il circolo di ZANELLA e inizia a
insegnare. Mentre completa gli studi universitari, inizia già a respirarsi aria
di guerra in Italia, ma come molti giovani, pur favorevole ad una posizione di
neutralità nei confronti della guerra, viene comunque chiamato all’armi.
Terminato il conflitto, uscendone con il grado di capitano e una croce al
merito di guerra, studia l’estetica di GRAVINA. Eletto consigliere del comune
di Treviso ma, la violenza dello squadrismo fascista investe anche il
trevigiano. Si oppone con fermezza a tale ideologia, dimettendosi e dedicandosi
completamente all'insegnamento, che ora è la sua occupazione principale e che
conduce sempre secondo una pedagogia ispirata ai principi cristiani,
costantemente attento e sensibile sia ai bisogni che agl’interessi degli
studenti. Si dedica con scrupolo alla stesura di apprezzati testi didattici di
storia e filosofia. Conseguita la libera docenza, ottiene, per incarico,
l'insegnamento a Padova. Oltre ad iscriversi al partito nazionale fascista,
affianca l'insegnamento nelle scuole pubbliche a quello universitario fino a quando,
vinto l'ordinariato, ha una cattedra di storia della filosofia a Messina che
tiene fino a quando si trasferisce a Padova. Al contempo, tiene per incarico
l'insegnamento di estetica a Padova e quello di pedagogia a Venezia, nonché
sarà preside della facoltà di lettere e filosofia dell'ateneo patavino. Nel dopoguerra, riabilitato alla propria
cattedra e all'insegnamento universitario, si dedica prevalentemente allo studio
e la ricerca, ma partecipando anche alla ri-organizzazione della filosofia
italiana, in particolare promuovendo incontri, convegni e riunioni all'Istituto
Aloisianum dei padri gesuiti di Gallarate, che divenne poi il centro di studi
filosofici di Gallarate, per primo diretto da GIANON. Socio corrispondente
dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, nonché socio effettivo dell’accademia
patavina di scienze, lettere ed arti, ricevette il premio della r. accademia
d'Italia per le discipline filosofiche, e il premio Marzotto per la filosofia,
nonché è membro dei consigli direttivi della società filosofica italiana e del centro
di studi filosofici di Gallarate. Fonda a Padova la “Rivista di estetica”,
della quale dirigere solo il primo fascicolo e a cui gli subentrerà PAREYSON. Gli
saranno intitolate delle scuole medie statali di Treviso e Padova, nonché l'ex istituto
magistrale di Mestre. Uno dei maggiori rappresentati dello spiritualismo, ri-esamina
storicamente e criticamente diverse correnti della filosofia, fra cui lo
storicismo, la filosofia dell'azione, l’idealismo, la fenomenologia,
l'esistenzialismo, lungo il corso della storia della filosofia, da FIDANZA ed AQUINO
a GIOBERTI, ROSMINI ed altri, sulla scia della sua prima formazione incentrata
su uno stretto connubio fra prospettiva storica e dimensione teoretica. Interessato pure all'estetica, su cui scrive
molti saggi, il contributo più importante è frutto della sua costante
riflessione su personalismo e spiritualismo, grazie alla quale il rapporto
soggetto-oggetto viene interpretato in termini di alterità, di altro da sé,
prospettiva questa che permette di concepire il singolo individuo come membro
di una comunità. Questo rapporto soggetto-oggetto, da un tale punto di vista, è
concepito come il momento fondante di ogni comunità di esseri umani in
relazione fra loro. Le più importanti problematiche connesse a questi principi
di base, sono affrontate nella “Metafisica della persona” – cf. Strawson, “The
concept of a person” -- e “Inter-personalismo”. Strettamente connesse a queste
tematiche filosofiche, poi, sono quelle didattico-pedagogiche aperte e portate
avanti pressoché durante l'intero suo periodo di attività, dai primi anni
formativi, in continuo ripensamento e progressiva ri-visitazione. Per quanto concerne poi la sua vasta
produzione, ricordiamo solo che dà alle stampe le seguenti, notevoli saggi:
“L'esistenzialismo” “Spiritualismo”, “Il dramma filosofico”; “Metafisica della
persona”; “Esistenzialismo ateo ed esistenzialismo teistico”; “Inter-personalismo”;
“Estetica”; “Trattato di estetica. Viene pubblicata la raccolta di scritti
intitolata “Inter-Personalismo”. Dizionario Biografico degli Italiani. L.
Corrieri, “Un pensiero attuale” (Prometheus, Milano). Citando sue testuali
parole. L’opera di Blondel è più arte che filosofia. I passaggi più ardui
superati con immagini ardite, anziché con logiche dimostrazioni; affermate le
più inconciliabili anti-tesi affinché queste rendano vivo e tragico il
contrasto; i mezzi dialettici atti più a trascinare che a convincere: tutto ciò
ci conferma pienamente nella nostra interpretazione. L'opera del Blondel è, più
che una dottrina filosofica, un romanzo psicologico che descrive l’esitazioni e
l’incertezze, le vane pretese e le supreme aspirazioni dell'umana volontà, che
alfine si appaga e riposa nel divino. Per ciò che al di là del filosofo si
riesca ad afferrare l'uomo, al di là del sistema si riesca ad afferrare il
programma generoso del credente, la filosofia dell'azione può essere
efficacemente educativa, può esercitare nella coscienza contemporanea l'influsso
salutare che essa si era proposta. “L'azione” (Padova). Il quale, a sua volta,
prende le mosse dalle concezioni personalistiche mounieriane e giobertiane;
cfr. Piaia, cit. Altri saggi: “Il problema della conoscenza in Cartesio e GIOBERTI”
(Torino, Sei); “Il problema religioso in Platone e FIDANZA: sommario storico e
critica di testi” (Torino, Sei); “Idealismo cristiano” (Padova, Zannoni); Platone
(Padova, Milani); “Il problema estetico nell’Accademia” (Torino, Sei); “Imaginismo
come problema filosofico” (Padova, Milani); “Problemi attuali d'arte” (Padova, Milani);
“La Chiesa Cattolica, (Milano-Messina, Principato); “GIOBERTI” (Vita e
pensiero, Milano, Bocca); “Metafisica dell'arte” (Padova, Liviana); “La mia
prospettiva filosofica” (Treviso, Canova); Esistenzialismo ateo ed
esistenzialismo teistico. Esposizione e critica costruttiva” (Padova, Milani); Aubier,
Estetica (Roma, Studium); Trattato di Estetica”; “L'arte nella sua autonomia e
nel suo processo” (Brescia, Morcelliana); Personalismo educativo (Roma, Bocca).
Dialettica dell'immagine. Studi sull'imaginismo di S., a cura dell'Associazione
filosofica trevigiana (Genova); Caimi, Educazione e persona” (Scuola, Brescia);
Cappello, Dalle opere e dal carteggio del suo archivio, Europrint, Treviso, Per
una antropologia in S.: metafisica, personalismo, umanesimo, Cappello, ER.
Pagotto, Padova, Lasala, Una ragione vivente. L'immagine e l'ulteriore, in Frammenti di filosofia contemporanea,
I.v.a.n. Project, Limina Mentis, Villasanta, Boni, Le ragioni dell’esistenza.
Esistenzialismo e ragione (Mimesis, Milano); Rigobello, Scritti in onore (Liviana,
Padova). Rivista Rosminiana, treccani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Luigi Stefanini. Stefanini. Keywords: inter-personalismo, io e
l’altro, l’altro da me, altro da se, alterita, other-love, self-love. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Stefanini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Stefanoni: implicatura e
ragione: there St. John mingles with his friendly bowl, the feast of reason, an
the life of soul -- filosofia italiana – P. G. R. I. C. E. – philosophical
grounds of rationality: intentions, categories, ends -- By Luigi Speranza, pel
Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Milano). Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Mantova,
Lombardia. Grice: “I love Stefanoni. I regard him as the frist Italian philosophical
lexicographer! Marsoli quotes Ranzoli in passing. And Ranzoli disparages
Stefanoni. But I prefer Stefanoni to Ranzoli. Ranzoli tends to lean towards the
pompous, whereas only in Stefanoni you would find things like: ‘this word
should be extracted from all dictionaries!” S., Luigi – Nasce da
Alessandro e da Maria Colombo. È rapito fin da giovanissimo dalla fede
mazziniana e ancora adolescente parta volontario al seguito di GARIBALDI
(vedasi) nella campagna. Subito dopo l’unificazione comincia a collaborare con
il periodico repubblicano L’Unità italiana, ma ben presto i rapporti con MAZZINI
(vedasi) si complicano a causa dell’attrazione di S. per le correnti
razionaliste e anti-religiose che in quegli anni cominciano a lambire le file
dell’area democratica. Al pensiero del filosofo razionalista FRANCHI (vedasi)
fa infatti riferimento il primo saggio importante di S., intitolata La scienza
della ragione e pubblicata con un certo clamore a Milano. L’autore vi fa aperta
professione di a-teismo, delineando i contorni di una pur vaga e semplicistica
filosofia materialistica. Se però S. riconosce in FRANCHI (vedasi) il
proprio maestro in filosofia, in politica il punto di riferimento rimane MAZZINI
(vedasi), come risulta evidente dal saggio Mazzini. Note storiche (Milano). Un
segno di continuità nel solco mazziniano è anche Le due repubbliche e il due
dicembre (Milano), nonché l’attenzione verso la questione polacca, testimoniata
dall’opuscolo su Nullo, pubblicato a pochi mesi di distanza dall’uccisione del
patriota democratico per mano dei russi (Nullo martire in Polonia. Notizie
storiche, Milano). Il dissidio con Mazzini si aggrava quando S. si impegna in
prima persona nella fondazione a Milano di una Società di liberi pensatori.
L’iniziativa, tenacemente avversata dal maestro, provoca la rottura fra i due.
Vide la luce in quest’ambito la rivista settimanale Il libero pensiero.
Giornale dei razionalisti, di cui S. è l’animoso direttore. La rivista è
dedicata alla demolizione dei dogmi e dei culti cattolici, nonché più in
generale alla critica delle superstizioni e dell’intolleranza religiosa, cui si
contrapponeno l’esaltazione del pensiero scientifico, la tradizione
razionalista, la nuova dottrina materialista. Il frequente ricorso alla
derisione e alla contumelia insieme alla forma caustica, passionata, rabbiosa
(Uda, Magnetismo, in Il libero pensiero) della polemica, che talvolta colpirono
anche gl’amici e procurarono alla rivista diversi sequestri per offese alla
religione dello stato, le assicurarono d’altro canto una certa capacità di
penetrazione tra il ceto popolare urbano. Alla ri-educazione in senso
anti-clericale e anti-religioso delle masse mira anche l’almanacco popolare del
libero pensiero, che ai temi della rivista aggiunge un calendario laico,
composto dai nomi di personaggi cari alla tradizione razionalista, democratica
e patriottica. Nel frattempo, la vena poligrafa di S. si dimostrava
inesauribile. Sono di quegli anni la Storia critica della superstizione
(Milano) e il DIZIONARIO FILOSOFICO (Milano), di cui Grice ha detto: “I don’t
give a hoot what the dictionary says, unless it’s Stefanoni’s!” – in
provocative response to fellow Oxford philosopher J. L. Austin ‘that I should
go through the dictionary!’ -- nonché alcuni romanzi di ispirazione
anti-clericale (I rossi ed i neri di Roma, Milano), L’Inferno (Milano), Il
Purgatorio (Milano), Il Paradiso (Milano), per un totale di sedici volumi. -ALT
Ben più importante è l’attività di traduzione. Nel giro di una manciata di anni
S. traduce una quantità impressionante di pagine, a cominciare da quelle del
tedesco Büchner, un divulgatore scientifico d’ampio successo che sostene una
concezione integralmente materialistica e a-tea della realtà. Forza e materia
(Milano), Kraft und Stoff, ha un forte impatto sul piano culturale e su quello
politico. Per i ribelli stanchi del misticismo mazziniano nonché di
un’educazione bigotta e repressiva, Büchner – di cui S. traduce anche Scienza e
natura (Milano) e L’uomo considerato secondo i risultati della scienza. Donde
veniamo? (Milano) – è una rivelazione, una liberazione e una chiamata a
raccolta, che concorre peraltro allo slittamento della ribellione politica sul
terreno dell’inter-nazionalismo anarchico-socialista. Nello stesso breve giro
di anni S. traduce anche la FISIOLOLGIA DELLE PASSIONI (Milano)
dell’antropologo materialista Letourneau, le lezioni sull’essenza della
religione (Milano) di Feuerbach, diverse opere dello scrittore razionalista francese
Morin e, nella prospettiva del recupero del filone materialista
dell’illuminismo, L’uomo macchina (Milano) di Mettrie. S. si trova a Firenze,
dove per sua iniziativa si è trasferita la sede del giornale e si è costituita
una società del libero pensiero, con cui si funde la società della onoranza
funebre, vicina agl’ambienti massonici e volta a promuovere il funerale laico e
la cremazione. Ciononostante, verso la massoneria S. ha un atteggiamento
critico, contestandone il carattere segreto e il legame di obbedienza imposto
ai suoi membri. Entra in contatto con Cafiero, allora emissario di Marx in
Italia, e indurisce i toni della polemica con Mazzini per la sua condanna della
comune. Il libero pensiero prende a seguire da vicino la vita dell’inter-nazionale,
pubblicandone regolarmente gli atti. S.è in prima fila nella costituzione della
sezione inter-nazionalista di Firenze e in quella del FASCIO OPERAIO cittadino,
sorto con l’obiettivo di co-ordinare le diverse società operaie già esistenti e
di indirizzarle in senso inter-nazionalista, sfidando l’egemonia mazziniana. La
convergenza tra i liberi pensatori – ai quali, in una lettera a Ceretti,
Bakunin riconosce il merito di essere stati i primi a levare lo stendardo della
rivolta contro l’autorità teologica di Mazzini (Il libero pensiero) – e
gl’internazionalisti nasconde però una divergenza di fondo, destinata ad
affiorare presto. La polemica più lunga e astiosa, con risvolti personali anche
pesanti, è quella che S. ingaggia verso il duo Marx - Engels (da parte sua, in
Les prétendues scissions dans l’Internationale Marx definisce il circolo dei
liberi pensatori un convento di monaci e di suore atee, Genève); ma anche
rispetto ai bakuninisti S. manifesta un atteggiamento critico, respingendone la
prospettiva insurrezionalista. Negli stessi mesi egli porta avanti, in sintonia
con Garibaldi, il tentativo di unificare la frastagliata area democratica,
razionalista, socialista. Entra a far parte di un comitato provvisorio che, in
vista della convocazione di un congresso unitario, rivolge un appello a tutti
gl’onesti democratici uniti in fratellevoli consorzi aventi per scopi precipui
il miglioramento delle classi diseredate ed IL TRIONFO DELLA RAGIONE – cf.
Luigi Speranza, “H. P. Grice, and the feast of conversational reason – the
feast of reason – and bowl and the soul -- sulla rivelazione» (Il libero
pensiero). All’appello è unita una proposta di Garibaldi pell’aggregazione di
una sola – quale centro direttivo – di tutte le società esistenti, che tendono
al miglioramento morale e materiale della famiglia italiana. Segue alla
proposta uno schema di statuto di quella supposta società, chiamata Ragione –
cf. P. G. R. I. C. E. – philosophical grounds of reason: intentions,
categories, ends. Lo statuto porta in calce la firma di Garibaldi, ma in realtà
era opera di S.e Castellazzo. Pochi giorni dopo adereno già cinquantasette
associazioni democratiche, repubblicane, socialiste e razionaliste, ma a causa
dell’opposizione dei mazziniani e dei gruppi inter-nazionalisti napoletani e
lombardi, l’iniziativa si risolge in un nulla di fatto. Progressivamente
defilato dall’attività politica, S. si dedica alla divulgazione storica,
confermando in pieno il carattere fluviale della sua produzione. È la stagione
delle Storie d’Italia illustrate e narrate al popolo nel segno
dell’anti-moderatismo e dell’anti-clericalismo. Nella storia, pubblicata da
Perino di Roma, la narrazione, improntata a una chiave laica e democratica,
comincia dai re di Roma e arriva fino alla contemporaneità. Intanto, S. è stato
assunto come impiegato presso il ministero delle finanze, dove divenne
intendente; ma è forzatamente collocato a riposo, nel corso di un lungo
contenzioso con la pubblica amministrazione generato da un trasferimento e
portato avanti per anni a suon di memorie, petizioni e ricorsi. L’intera
vicenda è minuziosamente ricostruita nel pamphlet intitolato Tristi effetti del
governo parlamentare (Roma), dove il suo caso personale assurge a prova del
carattere patogeno dei governi parlamentari e in cui, in linea con la vague
anti-parlamentarista, si invita il re a prendere in mano il controllo
dell’esecutivo. La tendenza a portare avanti controversie senza fine,
intrecciando alle ragioni pubbliche del contrasto aspetti personali e
atteggiamenti provocatori si è acuita con il passare degli anni, ed emerge con
forza nell’accanitissima battaglia ingaggiata contro Marconi e il telegrafo. S.
indirizza al Senato una petizione contro il finanziamento di una stazione
radio-telegrafica. Parallelamente invia un diluvio di lettere a tutti coloro
che a vario titolo sono co-involti nell’iter di approvazione parlamentare,
compreso il presidente della commissione incaricata di relazionare sulla
questione, e pubblica memorie e pamphlet in cui, richiamandosi alla propria
annosa polemica contro il magnetismo, il sistema Marconi vienne definito una
pubblica e vergognosa mistificazione che non dimostra altro se non la
leggerezza della nazione italiana, così facile ad essere fatta zimbello dai
furbi (Contro la radiotelegrafia Marconi. Memoria, Roma). È questa la sua
ultima battaglia, compendiata in un altro testo: Marconi-grafia e marconi-mania
(Roma). Muore a Roma ed è inumato al cimitero del Verano. Fonti e bibl: Milano,
Archivio storico comunale, Stato civile, Ruolo generale di popolazione; Roma,
Cimiteri Capitolini, Cimitero monumentale del Verano, Anagrafe mortuaria.
Sull’attività di S. come direttore del Libero pensiero si trovano diverse
notizie nel gruppo di lettere conservate a Milano presso la Fondazione Feltrinelli,
Fondo Macchi. Un gruppo di lettere indirizzate a corrispondenti diversi è
conservato nell’archivio del museo centrale del risorgimento di Roma. Per un
profilo biografico: Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori
contemporanei, Firenze (ma la voce è composta molti anni prima della morte di
S.). Più estesa la voce di Civolani in Il movimento operaio italiano.
Dizionario biografico, a cur. Andreucci - T. Detti, IV, Roma. Molto ricchi di
informazioni sono: Zangheri, Storia del socialismo italiano, Dalla Rivoluzione
francese a Costa, Torino, ad ind.; Verucci, L’Italia laica prima e dopo
l’Unità, Roma-Bari. Sull’attività politica: E. Conti, Le origini del socialismo
a Firenze, Roma. Sulla polemica con Marx ed Engels: Marx - Engels, Scritti
italiani, cur. Bosio, Roma. Per i rapporti con Cafiero: Masini, Cafiero,
Milano. DIZIONARIO FILOSOFICO -- CONTENENTE L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI
SISTEMI FILOSOFICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI, LA CRITICA DEI DOMMI E
DELL’ERESIE, LA DEFINIZIONE DEI VOCABOLI, ECC. ECC. MILANO BATTEZZATI Via S.
Giovanni alla Conca. CONTENENTE L' ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI
FILOSOFICI, LA BIOGRAFIA DEI FILOSOFI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELL’ERESIE, LA
DEFINIZIONE DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC. MILANO
BATTEZZATI Via S. Giovanni alla Conca. Parma Tipografia della Società fra
gl’Operai-tipografi. Uomo che adopra voci alle quali non dachiaro senso e
determinato, inganna se stesso e gl’altri. LOCKE. Coloro che si occupano della
filosofia sanno quanto importi l' avere ad ogni momento sottomano le
definizioni dei vocaboli, l’esposizione storica, e le controversie dottrinali,
senz' uopo di doversi sobbarcare in lunghe e penose ricerche di saggi che
spesso non si possedono e più spesso ancora s'ignorano. Onde mi pare fatica
vana lo spendere parole per dimostrare ai filosofi, ed eziandio ai curiosi, di
quanta utilità puo essere un DIZIONARIO *filosofico*. Ma giova che si sa quale
indirizzo e quale ordine presiedettero alla compilazione di questo, ch'è il
primo che si pubblica in Italia, e che perciò appunto vanta maggiori titoli
alla tolleranza dei filosofi. Gl’articoli onde si com pone questo dizionario
possono dividersi in quattro classi attinenti: alla DEFINIZIONE, alla biografia
ed alla storia, ove succintamente si espongono le vicissitudini di questo o
quello SISTEMA filosofico, e rapidissimamente si accennano i punti più salienti
della vita dei filosofi. Alla RAGIONE, dove si espongono i risultamenti degli
studi sui quali oramai, per comun consenso, tutta quanta la filosofia si fonda.
Alla critica ed alla controversia, che delle teorie e dei sistemi, addita le
parti manchevoli e le contraddizioni colla ragione. Questi quattro caratteri or
s'incontrano in separate voci, or si riuniscono in un solo, secondo che parve
più opportuno per maggior chiarezza l'unirli -- o il separarli Ma, ad ogni
modo, la connessione delle idee è conservata con opportune citazioni di rimando
dall'una all' altra voce, acciocchè la necessaria separazione dei vocaboli, in
nulla pregiudichi l'unità d'indirizzo di tutta l'opera, la quale s’informa a
quello stesso metodo di CRITICA RAZIONALE, ch'io già ho il conforto di vedere
encomiato nella mia storia critica della filosofia. Quindi il meglio che io
posso dire in favor del dizionario mio, si è di ripetere le parole già rivolte
ai filosofi nella prima edizione di quel lavoro. Que st' è il primo saggio di
simil genere che venga in luce in Italia, onde, avuto riguardo alla pochezza
dei mezzi e alle difficoltà che sempre s'incontrano nei nuovi tentativi della
ragione, i filosofi mi sapranno grado, quan anche l'opera mia non è riuscita
cosi difusa e cosi completa, come, pel bene della verità, è a desiderarsi che
è. Ma oltre la novità del saggio, ben altri titoli mi danno diritto a sperare
nella indulgenza dei filosofi. Nella Gallia, Voltaire mi precede col suo
dizionario filosofico. Ma gl’italiani chi lo hanno letto sanno in quante parti
è manchevole ed anche erroneo, equantopoco risponde ai bisogni della nostra
filosofia italiana. Oltre di che una buona metàdi quel dizionario si occupa
d’inezie o d'ARGOMENTI affatto STRANIERI ALLA FILOSOFIA, come sono, ad esempio,
le voce alfabeto, agricoltura, Alessandro, aneddoti, drammatica, grano,
governo, imposta, e tanti altri, basta dire ch' esso trascura un grandissimo
numero di vocaboli necessariissimi a conoscersi e a definirsi, e dei filosofi
appena pochissimi accenna, per capire che l'autore è prolisso in quelle cose
nelle quali dove esser parco, ed è invece soverchiamente parco dov’è necessità
il diffondersi. Questi ed altri difetti, che or non giova ripetere, io cerco
d’evitare; onde non paia immodestia la mia, se qui mi piace affermare la intera
autonomia di questo lavoro, il quale, d'altronde, ha potuto attingere la sua
forza nei moderni progressi della ragione e nel vigoroso indirizzo della
filosofia razionale. Ad ogni modo, se io non sono riuscito ad appagare in
teramente il desiderio dei filosofi, non credo che la toleranza puo, senza
ingiustizia, venirmi meno. E per vero, se a Voltaire, ricco, pieno di fama e di
sapere, protetto dalla corte e appoggiato dal concorso volontario dei più
illustri pubblicisti non è riescito di far opera perfetta, e nondimeno il mondo
degl’enciclopedisti in mezzo al quale getto quel suo lavoro, giudicollo assai
benignamente, mi pare che, fatte le dovute proporzioni, una eguale indulgenza
non puo rifiutarsi a chi nella sola sua attività e nelle sue sincere
convinzioni attinge l'impulso ad operare, e non ha poi su Voltaire altro
vantaggio, che quello d’essere venuto un secolo dopo. Federico di Prussia in
una sua lettera fa risalire la data dei prime voci del dizionario filosofico di
Voltaire. Ma COLINI (vedasi), che puo esser meglio informato, così ne fa la
genesi. Il progetto del dizionario filosofico dev’essere riferito al disegno di
quest' opera, ideato a Postdam, ove in ogni sera, mentre Voltaire sen' giace a
letto, io gli leggo, secondo l'uso, qualche frammento d’ARIOSTO (vedasi) o
BOCCACCIO (vedasi). Egli si corica assai preoccupato, e m' apprende che alla
cena di Federico molto si è parlato dell' idea d’un dizionario, alla BRUNO,
filosofico, la quale a poco a poco concretata, si è convertita in un progetto
serio. Ei mi dice che i filosofi del re, e il re stesso doveno lavorarvi
intorno di concerto, e che si distribusceno le voci, tali che Adamo, Abramo
ecc. Credetti in sulle prime che questo progetto non è altro che un ingegnoso
scherzo inventato per rallegrare la cena. Ma Voltaire, vivace ed ardente,
s’accinse al lavoro indomani. ABELARDO A 9 Abecedarj. Dopochè Lutero ebbe |
nella quale si distinse, meno, a dir vero, assodato il principio, che la
ragione in- per la novità de'suoi precetti, che per la dividuale è sola giudice
della interpreta- | foga giovanile e per la insinuante elo zione delle Sante
Scritture, Stork, di scepolo di lui, a rinforzare la massima del maestro,
insegnò che lo studio non giovava a nulla nella interpretazione, ne
eraanziunimpedimento,edistoglieval'uo modallaparoladi Dio.Laondediceva, che
migliorpartito quello era di non imparare aleggere, perocchè coloro ch'erano
dotti correvano pericolo di dannarsi. Parrà strano che da un principio diretto
a sol levare la dignità individuale, venisse de quenza. A Parigi fu preso
d'amore per la nipotedel canonico Fulberto per nome Eloisa, la sedusse e la
mend in moglie con vincolo segreto; ma gli amori suoi resi popolari da una
lettera ch'egli stesso scrisse, non furono nè onorevoli per lui nè ebbero
buonfine. Poco di poi Eloisa prende il velo, ed Abelardo, fattosi monaco,
incomincia a scrivere su cose teologiche. Or si è appunto nella sua In
troduzione alla Teologia e nella Teologia cristiana ch'egli, cercando di
provare la verità della religione e dei misteri per via di similitudini che li
rendessero chiari epalesi all' intelletto, ha, da certi filosofi, il nome di
RAZIONALISTA – cf. Grice, “I am enough of a rationalist to found the
conversational maxims on, er, conversational reason” -- Il quale se sia
meritato io non saprei dire, ma parmi, ad ogni modo, che il dotta una
conseguenza cotanto abbietta econtraria allanostra intelligenza, e nol si
crederebbe davvero, se la setta degli abecedari, che fu un ramo degli Ana
battisti, non fosse stata abbastanza dif fusa nella Germania, e non avesse anno
verato nel suo seno Carlostadio, uno dei capi della Riforma. Ma tant'è; qualun-
| vanto di appartenere a cotesto raziona que sia il nome ch'ella abbia e
dovunque s'indirizzi, la superstizione riescirà sem pre a conseguenze funeste
per l' umana dignità. Abelardo. (Pietro )Le solite esa gerazioni degli spiriti
deboli, hanno at tribuito a questo teologo una poderosa missione contro alla
Chiesa; nè manca rono filosofi, come Cousin, Rémusat e altri molti, i quali lo
onorassero col ti tolo di vero campione del libero pensiero nel medio evo.
Cotesto èerror massiccio, e ci vuol poco a dimostrarlo. Abelardo nacque nel
1079 in Palais nella Bretta gnada nobile e ragguardevole famiglia. Studið
dialettica a Parigi ed a Laon e fu egli stesso maestro di questa scienza lismo
teologico non gli rimanga incon trastato, avvegnachè, senza tanto dilun garci,
Roscelino, maestro suo e capo della scuola nominalistica (vedi NOMINA LISMO),
non solo aveva prima di lui sot toposto al ragionamento il mistero della
Trinità, ma ancora l'aveva scosso dalle sue basi. Vero è che Abelardo fu
accusato e condannato nel Concilio di Soissons, ma nulla ci autorizza a credere
che tal condanna sia stata pronunciata contro ai suoi principii razionali; chè
anzi nelle quattordici proposizioni condannate, non vi troviamo altro che
errori teolo gici intorno alla natura di Dio, della Trinità e del peccato
originale, i quali, dal più almeno, furono prima di lui pro 10 ADAMITI fessati
da Pelagio, Nestorio, e Sabellio ed altri celebri eresiarchi (Vedi questi
nomi). Benè vero che unsecondo concilio adu nato a Sens sipronunciò controleopinioni
d' Abelardo, il quale, per altro, protestò di non aver mai professati gli
errori che gli si imputavano, ed egli stesso gettò sul fuoco il libro nel quale
pre tendevasi che li avesse esposti. Ma è lecito credere che quella
persecuzione, meno procedesse dall'odio per l'eresia, che per occulti rancori e
rivalità personali fra Abelardo, l'abate di Thierry in prima, e S. Bernardo
poi, il quale non aveva mancato di additarlo allacorte di Roma siccome « un
Dragone infernale e il pre cursore dell' Anticristo ». E la corte di
Romanondurò fatica a credere alle poco cristiane accuse del turbolento santo,
in quantochè costui non aveva mancato di insinuare che Abelardo aveva stretta
una occulta lega con Arnaldo da Brescia per rovesciare il primato di Gesù Cristo
(V. Bernardo Epist. 330, 331, 336, 337). Ma giova credere, cosa d' altronde
confessata dagli stessi cattolici, che siffatte accuse non avevano ombra di
fondamento, fuor chè in una inimistà personale, perciocchè ritiratosi Abelardo
nel monastero di Clu gni, fu rappacificato con S. Bernardo e vi morì, come dice
l'abate Pluquet, con edificazione di tutti i religiosi. ACCADEMICA. Dicesi
scuola accademica la filosofia che è insegnata nella Grecia durante il periodo
di quattro secoli circa, che corrono da Platone fino ad Antioco. Tre sono le
Accademie generalmente ammesse. Quella di Platone è la prima; la media di
Archelao, e la nuova di Carneade. Una quarta accademia è riconosciuta d’altri;
e altri ancora ne ammettono una quinta d’Antioco (Sesto Empirico. Instituzioni
Pirroniane). S'intende da se, che la prima scuola accademica rappresentata da
Platone e da Socrate – cf.Grice, “ATHENIAN DIALECTIC, AND OXONIAN DIALECTIC” --
è la naturale alleata dello spiritualismo; ed è perciò chegli spiritualisti
eccletici, per la bocca di Saisset, riconoscono che la prima soltanto è giunta
all'apogeo della grandezza, mentre colle altre s' incamminò verso la decadenza.
Il fatto si è che con Arcesilao lo scetticismo s'introdusse nell'Accademia e
Carneade lo rinforza provando che fra una percezione vera e una falsa non vi
limite tracciabile, essendo lo spazio intermedio occupato da altre percezioni
la cui differenza è infinitamente piccola: onde tra la scuola Accademica di Car
neade e il Pirronismo, non vi è che una differenza di quantità o, per meglio di
re, d' estensione. Adamiti. Il Beausobre ha tacciato di inesattenza S. Epifane,
il quale rife risce (Hæres. 51) che gli eretici di una antica setta solevano
assistere alle ra dunanze del culto affatto nudi, d'onde avevano preso il nome
di Adamiti, per ciocchè fu appunto in tal costume che Adamo sen' venne al
cospetto della di vinità. Quantunque la cosa sembri strana, non è tuttavia
inverosimile, e se riflet tiamo che tra i Greci ed iRomani l'uso di scoprirsi
la testa e di spogliarsi in parte in segno di rispetto era generale, non ci
parrà impossibile che l'abbiano adottato anche i cristiani. Anzi, contra
riamente all' uso ebraico ancor vigente nelle sinagoghe, dice S. Paolo che i
Greci convertiti oravano e profetizza vano a testa scoperta, e Plutarco rife
risce che Augusto, scongiurando il Se nato che non volesse imporgli la ditta
tura, si abbassò fino alla nudità. Fatta la dovuta parte ai costumi dei tempi,
non vi è dunque nulla d'invērosimile che alcuni cristiani per un sentimento di
esagerazione facilmente spiegabile in uomini entusiasti, abbiano preteso che
meglio conveniva onorar Dio nel co stume stesso ch'egli aveva dato al pri mo
uomo. Quelche intendere nonsipuò, si è che cotali settari entrando, maschi e
femmine, nel tempio ignudi si con servassero casti a loro modo. Anche in tempi
più recenti lanudità comeprincipiodi cultononmancodi setta tori. Gli Adamiti
ricomparvero nel secolo AGNOETI XIII guidati da Tanchelino,il quale con tre
mila armati piantò la sua sede in Anversa; e nel secolo XIV, sottoil nome di
Turlupini e di poveri fratelli, nel Delfinato e nella Savoia an-lavano affatto
11 nudi ed inpieno giorno commettevano le azioni più brutal i. Furono distrutti
da | chè non sono rivelati mediante la pro que attribuiti a Mosè; profetici, e
son quelli di Giosuè e seguenti; ed agiografi che sono i Salmi, Proverbi,
Giobbe, Daniele, Esdra, Paralipomeni, Cantico, Ruth ecc. Agli agiografi
attribuiscono un valore inferiore agli altri, inquanto CarloV, che molti ne
fece abbruciare. Un secolo dopo nella Germania, un fanatico per nome Picard
facendosi credere no velloAdamo inviatodaDioper ristabilire laviolata legge di
natura, insegnò la nudità del corpo e la comunanza delle donne essere regola
naturale; e ai suoi seguaci ingiunse di passeggiare affatto nudi però che,
diceva, chiunque copre la sua nudità, senza ribellione dei sensi non può più
vedere una persona di sesso diverso dal suo. Non sono molti anni che alcuni fa
natici tentarono di ristabilire la setta degli Adamiti in America. Radunavansi
costoro in un granaio di Brooklyn a Nuova Jork, ch'essi dicevano il Para diso
Terrestre, e colà, uomini e donne, nel costume Adamitico facevano le loro
divozioni. Ma nonostante la libertà reli giosa concessa negli Stati Uniti, la
po lizia non ha creduto di poter, tolle rare questa novella rivelazione; laonde
gli Adamiti furono dispersi e minac ciati di un processo. Adiaforisti o
indifferenti. Nome dato a coloro che nel secolo XVI segui rono Melantone, al
quale il carattere pacifico impediva di aderire all' estrema violenza e al
fanatismo con cui Lutero perseguitava gli avversari. Afortiori. Tanto meglio,
amag gior ragione. Impiegasi nelle materie di pura controversia, quando si
conclude dal meglio provato al men provato, dal più al meno, come per esempio:
Agiografi. Dal greco: scrittori sa cri. Gli ebrei distinguono i libri della
Bibbia in legislativi, é sono i primi cin fezia. Comunemente poidiconsi
agiografi tutti gli autori che scrissero la vita dei santi. Agnoeti. Il
capitolo XIII, verso 32 dell' Evangelo di S. Matteo, dice che quanto al giorno
e all' ora del giudizio universale nessuno la sa, non pur gli Angeli che sonnel
cielo,nè il Figliuolo; ma solo il Padre. Fondandosi sopra que sto passo, verso
la metà del quarto se colo i discepoli d'un tal Teofronio so stennero, e, per
verità, non senza fon damento, che Iddio non aveva una scien za universale, ma
ch' egli pure andava manmano estendendo le sue cognizioni. Il perchè, dicevano
essi disputando, se il Figliuolo è consustanziale al Padre ed è Dio egli
stesso, come potrebbe ignorare il giorno del giudizio, se questo giorno è noto
al Padre Dunque, o Gesù Cristo non è Dio, e inquesta opinione vennero gli
arriani ( Vedi ARRIO ) oppure vi hanno cose che la sua divinità ignora; d'onde
costoro ebberoilnomedi Agnoeti, sinonimo d'ignoranti, siccome mettevano
l'ignoranza in Dio. Alcuni padri tenta rono di rispondere a questa difficoltà,
ma non ebbero che ragioni fiacche o scem pie. Chi, come S. Atanasio (Sermone
contro ' Arrianesimo) addusse che Gesù aveva ignorato il giorno del giudizio in
quanto era uomo, e chi aggiunse (Ori gene in Mati) che con quelle parole il
Figliuol di Dio questo solo aveva voluto dire, che non aveva in quella cosa una
scienza sperimentale; il che, per altro, poteva dirsi eziandio del Padre. Ma
pare che nenimeno i credenti fossero molto convinti di queste ragioni, poichè
non mancarono altri che tentarono d' intro durre un nuovo genere di
spiegazione, sopprimendo addrittura il versetto in questione. Tanto almeno ci
riferisce Fabricio, il quale ha potuto accertare che | disegno di mettersi al
coperto dal fer in parecchi manoscritti antichi dell' E vangelo di S. Matteo
questo passo era scomparso. E fu buona ventura che tal soppressione non
riuscisse a più com pleti risultati, avvegnachè ben giovache la Chiesa porti
seco il pesante fardello de'suoi errori. Albigest. Nomedato ad una setta di
eretici che occupavano la Linguadoca nel dodicesimo secolo. Quali fossero le
dottrine degli Albigesi non è facile lo stabilire, perocchè ilBasnage, forse
per soverchia tendenza a mostrare la conti nuità della tradizione delle
dottrine pro testanti,, li confuse co'valdesi, mentre il Bossuet e altri
cattolici vogliono assimi larli ai manichei. Certo è che fra le mol tissime
sette che pullulavano in quei se coli, gli Albigesi potevano avere attin to un
po' a tutte lecredenze. Quindi se al manicheismo avevano tolta la creden za che
Lucifero era concorso nella crea zione del mondo, nonpuòdirsi per questo
cheessi ammettessero che cotesto spirito decaduto fosse indipendente e coeterno
a Dio. Non è certo che'negassero la divi vinità di Gesù Cristo, e alladottrina
della Riforma s'accostavano in questo, ch'essi negavano l'efficacia dei
Sacramenti. Gli Albigesi sono celebri nella storia per la feroce repressione
cui andarono soggetti. Contro di essi Innocenzo III bandi una crociata per la
quale concesse i medesi mi benefizi spírituali che avevano lucrato i
crocesegnati diretti alla liberazione, del santo sepolcro. Guidavano la
crociata l'abate dei cisterciensi, legato del papa, ch'ebbe il titolo di
Capitan Generale; 1 arcivescovo di Bordeaux e il vescovo fi-Limoges. L'esercito
de'crocesegnati espugnò dapprima Beziers, e vi commise vore dei vincitori,
seguendo il primo moto del loro impeto, comechè non erano da alcuno comandati,
si gettarono su quegli infelici e li trucidarono tutti senza che un solo
potesse salvarsi ». Ma se i crociati non erano diretti da autorevoli persone,
ordini autorevoli avevano rice vuti dal Legato del papa, il quale, in
terpellato come distinguere si potessero i cattolici dagli eretici, uscì in
queste memorabili parole: Uccidete tutti, Iddio riconoscerà i suoi. Debellata
Beziers po sero l'assedio a Carcassona, che s'arrese a patti, quindi si volsero
contro Lavaur, ove ben ottanta gentiluomini furono ap piccati, e mossero infine
contro Tolosa scopo ultimo della crociata e focolare dell' eresia. Inaudite
barbarie scrive il cattolico Hurter, (Storia di Innocenz. III) segnarono il
cammino dell'oste cattolica: inermi operai, donnee fanciullitrucidati ; distrutti
i vigneti, atterrati gli alberi, segate le messi, i casolari e i villaggi dati
alle fiamme fino presso della città, dove finalmente icrociatiposero il cam po
». Dueanniresistette ilconte di To losa a quell' orda de'vandali cristiani, ma
infine, debellata la città, ben 15,000 nuove vittime furono immolate al
sitibondo mostro del fanatismo. Si chiuse la crociata con la convoca zione del
Concilio di Tolosa nel quale i vescovi, di concerto coi signori, statui rono
severe pene contro gli eretici, Eraclito, scriveva Aristotile, crede che
l'animadel mondo sial'eva porazione degli umori esterni che sono in lui,eche
l'animadegli animali pro cedetantodall'evaporazione degli umo ri esterni che
interni dello stesso ge nere>Macrobio però corregge il sen timento di
Eraclito, dicendo ch' egli credeva che l' anima appartenesse al l'essenza
stellare (animam scintillam stellaris essentiæ ). « Esiste, dic' egli, moto,
d'ogni vita. Quando un corpo deve essere animato sulla terra, una molecola
rotondadi questo fluido gra vita per la vialatteaverso la sfera lu nare, e colà
arrivata ella si combina conun'ariapiù grossolanae diventa atta ad associarsi
colla materia.Allora essa entra nel corpo che siforma, lo riem pie per intero,
lo anima, cresce, soffre, ingrandisce, e con esso lui vien meno. Allorchè in
seguito ei perisce ed i suoi elementi grossolani si disciolgono, que
stamolecola incorruttibile se ne separa eal grande oceano dell'etere si ricon
giungerebbe senza ritardo, se la sua combinazione coll' aria lunare non la ritenesse
( Macrobio. Sogno di Sci pione) ». Ennio invece non si accorda con Macrobio, e
vuol che l'anima sia tratta dal Sole (Varrone Della lingua Sabina lib. IV).
Zenone la riconduceva agli elementi del fuoco, e gli stoici ag giungevano che
il seme umano non é altro che un estratto delle parti dell'a nima. » Epicuro,
dice Plutarco. crede che l'anima sia unamiscela di quattro cose, di un certo
che di fuoco, d'aria, di vento e di una quarta sostanza che non ha nome.
Un'aria sottile la crede vano Anassagora, Anassimene Diogene ; Anassimandro,
piú ragionevole degli al tri, credeva che l'anima altro non fosse che il
sangue; ma Marc' Antonino la faceva derivare dal sangue e dal vento; eDicearco
diceva addrittura che anima nonv'era. Da questi esempi noi dunque ve diamo che
quasi tutta l'antichità pa gana ignorava affatto la spiritualità del l'anima ;
ma i nostri moderni credenti saranno molto sorpresi di sapere che eziandio
l'antichità cristiana non la co nosceva meglio. Non ho bisogno di dire che le
Bibbia stessa non ci dauna idea dell' anima che sia men materiale di un fluido
luminoso, igneo, sottilissimo, quella che avevano i filosofi pagani. In 30
ANIMA fatti le due volte che l'autore della Genesi discorre dell' anima, ce la
mo stra, nell'una siccome un fiato, nell'al tra siccome identica al sangue. » E
il «Signor Iddio formò l' uomo dalla pol «vere della terra e gli alitò nelle
nari Èuna difficoltà grandissima, dice De la Lubere » il dare ai Siamesi l'idea
di un puro spirito, e lo attestano i missio nari che vissero lungamente in quei
paesi. Per vero, tutti i paganidell'Oriente credono che dopo la morte dell'
uomo qualche cosa sussista separatamente e in non è molto antica. E per verità,
una astrazione di questa natura non troppo facilmente si forma, perocchè ciò che
contrasta colla esperienza e colla realtà, ripugna non meno ai sensi che alla
ra gione. Noi possiamo dunque dire senza tema di errore, che la spiritualità
del l'anima è concetto quasi esclusivamente cristiano, perciocchè non ci voleva
meno che una gran tendenza al patire, e una delirante smania di fiacccre la
carne e distruggere i vincoli del corpo, per far sorgere nel nostro cervello il
pensiero di un Ente, che è la negazione di tutte le ANIMA DEL MONDO entità; il
che sarà dimostrato nell' arti colo SPIRITO. Quale poi sia la sede dell' anima,
fu oggetto di strane e curiose ricerche fra imetafisici e
iteologicidell'antichità, nè occorre dire che essi, come al solito, nè si
accordarono nè si intesero intorno a questo punto. Parendo a Platone che un'
anima sola fosse poca cosa, tre ne suppose: l'una ragionevole, e la mise nel
cervello; l'altra irascibile, e la collocò nel petto; l'ultimaconcupiscibile e
laconficcò 31 prevalente. Bacone crede invece che due principii siano in noi:
un' anima sensi tiva comune a tutto ciò che respira, ed un' anima ragionevole
particolare per nel basso ventre. Tanto valeva il creare addrittura un'anima
per ogni special fun zione del corpo umano. Maquelli che si
contentaronodiun'animasola, laposeronel petto o nel cervello; e fra quelli che
la posero nel cervello Descartes la conficcò nella glandula pineale, per la
ragione che nel cervello è sola e vi è sospesa in guisa da prestarsi atutti
imovimenti. Ragioni altrettanto convincenti consiglia rono altri a porre
l'animanei ventricoli del cervello, o nel centro ovale, o nel corpo calloso, e
altri in altri siti non meno curiosi. Che gli australiani ignoranti e rozzi
come sono, credessero, come abbiamo veduto, che l'uomo può avere due ani me, è
cosa che non farà maraviglia a nessuno. Quel che sorprende è, che una tal
supposizione abbiapotutoentrarenella testa d'uomini d'ingegno e che ebbero fama
d'increduli, come Bacone e Buffon. Ambi supposero che fossero in noi due
principii, e il Buffon credè di provarlo citando certe contrarietà, che talora
na scono in noi per la noia, l' indolenza e il disgusto, in cui pare che il
nostro io sia diviso in due persone; laprima delle quali, che rappresenta la
facoltà ragio nevole, biasima la seconda,ma non è ab bastanza forte per opporsi
efficacemente evincerla. Ed è strano davvero, dico io, che un naturalista non
siasi avveduto chequesta sorta di contrarietà, piuttosto che riferirsi a due
principii,non rappre senta altro che quello stato nel quale l'io non sa,nè può
determinarsi fra due opposti stimoliesterni, nessun de' quali è l'uomo. Ma il
cancelliere d' Inghilterra non si avvedeva, che separando la sensa zione dal
pensiero scindeva indue l'unità dell'io senziente, e riteneva che il pen siero
fosse indipendente dalla sensazione; il che è assurdo, poichè in tal caso non
solo bisognerebbe riconoseere l' esistenza di pensieri o di idee innate, ma si
do vrebbe ancora ammettere che oltre alla sensazione, nel feto appena concepito
esi ste eziandio il pensiero. Perocchè, o l'a nima pensante esite nel feto senza
pen siero, il che è assurdo; oppure il prin cipio pensante pensa nel feto
realmente prima ancora che si siano formati gli organi della sensazione. Il che
non è meno assurdo, non potendosi concepire alcuna idea che possa essere
dimostrata anteriore alla sensazione. (Vedi IDEE IN NATE, PENSIERO,
IMMORTALITÀ, ANIMAZIONE. Per l'animadelle bestie v. BESTIE). Anima del mondo.
Poichè si era dotato l'uomo d un'anima per spie gare l'attività del corpo,
ragion voleva che al mondo, o, per meglio dire, all'u niverso, si assegnasse
un' altra anima per spiegarne i movimenti. Nella filoso fia greca Platone, il
padre di tutti i misticismi possibili e impossibili, ebbe la gloria d'inventare
questa singolare ani ma, la quale, a parer suo, concorrere doveva a rendere
perfetto il mondo e a spandere in ogni parte il movimento e la vita. Ei non
pensò nemmeno che se il mondo era animato, e l'uomo si com pone della materia
di che è composto il mondo, ' assegnare un' anima aquesto secondo essere,
diventava una duplicità inutile. Ma ciò non doveva sgomentare Platone, il quale
aveva giàdotato l'uomo di tre anime. (vedi ANIMA) L'anima del mondo passò
naturalmente nella scuola d'Alessandria, erede delle teorie di Pla tone; ma
presso gli stoici viene innal zata fino all'idea di Dio, con questa sin
golarità però, che questa anima-Dio è 32 ANIMAZIONE una forza attiva della
materia e le im prime il movimento e le dà le forme sotto le quali ella ci
appare. Del resto, il concetto dell'anima del mondo o del I' anima universale,
è domme pressochè generale di tutta la filosofia antica, ma manifestamente si
concreta in Zenone, il quale si raffigura il mondo come un grande animale
sferico composto di ma teria e d' intelligenza, e l' intelligenza concepisce
sotto un certo che d' igneo, che definire non si pud. Imperocchè il fuoco ha
una parte principalíssima in tutti i sistemi filosofici dell'antichità, e
siccome era quanto di più sottile si co noscesse, così sovente i filosofi
ricorre vano alla sua imagine per rappresen tare le loro inesprimibili astrazioni,
come oggi ricorrono alla parola Spirito per rappresentare tutto ciò che
definire non si pud. L'animadel mondodiventa ancor più materiale con
Aristotile, il quale la confonde con l'etere che, a parer suo, muove
l'universo.A'giorni nostri l'anima del mondo è scomparsa ed è stata so
tendimento, l'altra alla sensibilità, ed era questa che si chiamava carro
sottile del l'anima secondo i pitagorici, e che i rab bini, al dir di Macrobio,
chiamavano vascello (Macr. Sogno di Scipione). Se guitando la dottrina dei
germi preesi stenti, Ippocrate da buon medico, rese il mistero dell'animazione
un po' piùmate riale, supponendo che i germi delle ani me, fluttuanti nell'
aria, per gli organi della respirazione si introducano nel cor po umano, si
svolgano primamente nel sangue e poi nell'utero. Come si vede, questo ingegnoso
sistemanon aveva che un difetto solo, quello di rendere super flua l'azione del
maschio, poichè se i germi dell' animagià esistononella fem mina, non si
capiscelaragione onde non si sviluppino da soli. Meno male chePla tone era
stato lontanissimo da queste materialissime figuredell' anima; egli l'a vea
anzi elevata alla sublime altezza dei suoi sogni incomprensibili. » L'esi
stenza di ogni generazione, diceva egli, consiste nell'unità dell' armonia
triango stituita dalla forza, che alcuni concepi- golare (e perchè nondel
quadrilatero ?); scono come principio indipendente e se parato dalla materia,
sistema che è ca gione di tanti errori e di tante aberra zioni ( vedi FORZA).Ma
in conclusione i filosofi moderni che così pensano, non fanno che cambiare nome
alle cose, e riprodurre, sotto forme nuove, sistemi an tichi. Animazione.Dopo
avere esposte le varie opinioni dei filosofi intorno al l'anima umana, ( vedi
ANIMA) conviene oraesaminare lenonmeno singolari idee che essi hanno concepite
per spiegare il modo con cui essa si forma e penetra del nostro corpo. Pitagora
è il primo che accenni alla preesistenza dei germi per tutti gli animali.
Quanto all'uomo, egli diceva che si compone di una so stanza la qual discende
dal,dervello del padre e che si sviluppa per mezzo di un vapor igneo. Cotal
sostanza forma, se condo lui, il corpodel figlio, e il vapore costituisce l'
anima sua. La quale però è doppia, perchè l'una parte serve all'in il simulacro
del padre che genera, e quello della madre nel quale si genera possono
bencostituire due lati del trian golo; ma per renderlo perfetto bisogna
aggiungervi il terzo lato della figurama tematica, vale a dire il simulacro del
fi glio che è generato. » Ecco una spiega zionela quale,senonsaràintesa,non
sarà però meno ammirata, poichènella meta fisica di solito si ammira appunto
ciò che non s' intende. Anche la casistica cristiana non ha voluto lasciare
inesplorato questo ferti lissimo campo delleumane congetture, e S. Agostino
nelle sue Meditationes de votissimæ si domanda: Quid sum ego ? E risponde: Homo
de humore liquido; fui enim in momento conceptionis in humano semine conceptus.
Deinde spu ma illa coagulata modicum crescendo caro facta est. S. Agostino non
poteva risolversi a credere che l'anima, occulta ta nel semepaterno,
s'infondesse nelger me della madre al momento della fecon ANIMAZIONE dazione.
Se così fosse quante anime an drebbero perdute acagionedell'onanismo edella
spontanea polluzione ! Ecco per chè egli crede che l'anima umana, alla 33 mo
fatto. Siamo già assai lontani dalle assurdità teologiche, ma lontani ancora
dalla verità. Harwey ci fa avanzare diun guisa stessa di quella del Salvatore,
ri sieda nel ventre dellamadre. L'aziondel padre è nulla in quanto allo
spirito! L'aníma s'infonde direttamente nel seno materno ! Senza avvedersene
Agostino cadeva nella contraddizione d' Ippocrate enon giungeva a spiegare
perchè mai le anime non sbucciassero fuori da se sole, dal momentoche
s'infondevano nel l'utero materno senza alcuna azione del maschio. Ma aveva
egli ben altri pro blemi da spiegare ! Trattavasi di sapere inqual momento
l'anima umana sarebbe restata contaminata dal peccato origina le; ciąè, se
prima o dopo la infusione nel seno della madre. E risponde, che l'anima infusa
èviziatadalla carne(Quæst Vet. Qest. XXIII) Per lo teologia Iddio hadunque
questo nobilissimo ufficio, di creare continuamente delle anime e di at tendere
il momento della fecondazione per infonderle subitamente nel ventre della femmina.
Quante innumerevoli oc cupazioni per un Dio solo! Nè la opi nione di S.
Agostino sulla continua cre azione rimane senza fondamento. Egli l'appoggia
sopra ilvangelo, dove è detto che il padre opera sino ad ora (Giov.) e dove
Paolo dice: Seminatur corpus animale, surget corpus spirita le. Infine S.
Agostino doveva avere an che la testimonianza di un papa, Ales sandro VII, il
quale nella sua infallibi lità, colla costituzione dell'anno 1661, di chiarava
che l'anima di Maria Vergine nel primo istante della creazione e infu sione nel
corpo, per special grazia epri vilegio di Dio, fu preservata dalla mac
chiaoriginale. Ma abbandoniamo lacasistica e pas siamo alla filosofia moderna.
Ecco De scartes che genera l'anima col concorso de' due semi e per l'intermediario
del movimento. Le molecole dei due spermi fermentano insieme, ed ecco uscirne
un cuore, un naso, braccia e gambe; un uo passo: è ancor poco, maè sempre
meglio che nulla. Carlo I d'Inghilterra gli aveva abbandonate le bestie
selvaggie dei suoi parchi, e il medico sì bene ne usò che dopomoltissime
dissezioni anatomiche si accorse, che un punto animato s' agitava nel liquor
cristallino della matrice. II punto-anima eradunquetrovato, manon era giàil
punto matematico senza dimen sioni, non una astrazione metafisica; era
unpuntomateriale. Piùtardi Leuwenhoek esaminando col microscopio lo sperma
umano vi scoprì gli animalucoli sperma tici: fu una rivelazione. Una goccia di
sperma diventava un oceano di anime. C'era tanto dasgomentarnela metafisica e
la filosofia teologale. Come ! Un ani malucolo spermatico, una sorta di rettile
microscopico che naviga nel liquor semi nale sarà quello che s'insinua nell'
uovo della matrice, lo feconda e si trasforma in uomo? Come! sarem noi dunque i
di scendenti di un animale, poichè non vi ha dubbio che questo animale
spermatico rappresenta il principio dell'animazione? L'anima sarà dunque
unprincipio mate riale; un puntomobile che naviganegli organi genitali del
maschio? Bisognava ad ogni costo distruggere cotesta teoria, enon mancarono
filosofi che vi si ac cingessero con un santo entusiasmo. Un naturalista che
non osava negare questi animalucoli spermatici, cereò distruggerli in altro
modo, e scrisse ch'erano come una sortadiparassiti, che vivevano nello sperma,
come gli ascaridi vivono sotto la pelle e gli entozoari negl'intestini, insom
mauna sorta di malattiache si era ge nerata un mezzo secolo indietro. Gli fu
mostrato che i vermi seminali non si trovano nè nei bimbi, nè negli eunuchi, nè
nei vecchi, nè negli adulti durante il periodo di certemalattie. Malafede val
più della logica e dell' esperienza, e il malizioso contradditore nonmancò di
dire che ciò dipendevaperchè inquegli esseri erano morti. (Bourguet Lettre
philos. 3 34 ANIMAZIONE sur la formation des sels et des cristaux). coli; cosa
impossibile a concepirsi. Con Parevache dopolascopertadi Leuwen- tuttociò i partigiani di
Vallisnieri non si hoek ilmistero dell'animazione dovesse es- diedero per
vinti, ed anzi procuraronodi sere spiegato col concorso del doppio ribattere
lobbiezione movendone un'altra elemento: lo spermatozoide del maschio, dello
stesso genere ai partitanti degli el'ovulo dellafemmina. Ma per solito
spermatozoidi. Una balena che pesa sei le cose più semplici son quelle che
centotrenta mila libbre, dissero essi, Diacciono meno. Un famoso medico ita-
nel ventre della madre saràdunque stata liano, il dottor Vallisnieri, discerolo
di settecento quarantotto milioni ottocento Malrighi, sulla fine del secolo
XVII s'av- mila miliardi di volte più piccola della visò di imaginare che
l'ovario della prima sua mole attuale. Il numero è prodigioso femmina
contenesse delle uova, le quali davvero, ma ancor lontano da quello di aloro
volta contenessero degli altri es- trentamila cifre. (Altri calcoli non meno
seri organizzati coloro ovari piú piccoli, curiosi si possono vedere nelle
opere di ecosì di seguito all'inanito. Con questo Rouybe T. II) Harsoëker si
credette metodoil dottor Vallisni ri faceva risalire vinto, ma ebbe torto. Il
perno della que direttamente a Dio la creazione primitiva stione non sta nella maggiore
o minore di tutti i germi, che nel corso dei secoli piccolezza del germe; bensì
nel fatto che si sarebbero poi trasformati in uomo ; gli spermatozoidi si
vedono e i germi perocche Iddio, creando il primo germe, preesistenti non si
vedono guari. Ad aveva posti dentro, l'uno nell'altro rav- ogni modo la
controversia non era finita. volti, i tutti germi futuri. Tal fu il cele- Dopo
Harsoëker viene Needham, gran bre sistema dei germi preesistenti e del fautore
dell'epigenesi, celebre per le sue Loro imbottamento in un solo. Come si
esperienzemicroscopiche, le qualivalgono vede, i medici del medio evo erano
pure meglio dei numeri del suo predecessore. i gran metafisici! Ma Harsodber
era Egli prende il liquor seminale dell'uomo rimasto fedele agli animalucoli
sperma- e degli animali, lo chiude ermeticamente tici enonmancò di mostrare
quanto fosse in unvetro, lo lascia lungamente esposto ridicola la teoria
metafisica dell'imbotta-| al calore onde farperire ogni essere or mento dei
germi preesistenti. Collapenna alla mano dimostrò il rapporto di gran dezza che
doveva esistere fra il grano di una pianta sviluppata nel primo anno della
creazione, e quello che, dopo una seria continuata di riproduzioni, si svi
lupperebbe nell' ultimo anno del sessan tesimo secolo. Questo rapporto era rap
presentato dalla cifra spaventosa di una unità seguita da trenta mila zeri! Har
ganizzato che possa esservi entrato; ma in capo aqualche tempo, quand'egliesa
mina il liquido al microscopio, lo trova ancor formicolante di animalucoli,
quasi eguali a quelli di cui ilmicroscopio gli attestava la presenza nella
farina di grano umettata. Da questa omogeneità di fenomeni Needham fu tratto a
con chiudere che la generazione doveva es soëker aveva accettato come base dei
suoi computi i sessata secoli della tra dizione biblica ; e non pertanto quale
orrendo paradosso non risultava egli da questo semplice calcolo! Un grano di
frumento nel paradiso terrestre, perchè potesse contenere tutti igermi di ripro
duzione di sessanta secoli, o doveva es sere considerata come una cotal forza
vegetativa, la quale, per altro, spiegare non seppe. Non si negarono le sue
espe rienze, ma si disse che i germi infinita mentepiccolipotevanopenetrare dal
di fuo ri anchein unvasoermeticamente chiuso. Acomporrelaquestionevenne infine
Buffon. Posto tral'incudinee il martello, ecostretto ad attribuire l'animazione
o sere più grosso del numero di trenta mila cifre or detto, o i germi dovreb
bero essere stati di altrettanto più pic- minciò col dichiarare che l'uovo nei
vi all'uovo od ai zoospermi, o spermatozoi di, come più tardi si chiamarono,
incovipari altro non è che un essere di ra gione, e quanto agli spermatozoidi,
se esistevano, ( prudente riserva ! ) non potevano costituire il feto. Quindi,
sup pouendo che vi siano in ogni essere 35 zione intestinale. (Pouchet. Théorie
po sitive de l'ovulation spontanée p. 321). Adunque, se il fatto dell' assenza
o del l'esistenza di un organismo é contro una quantità di molecole simili
sempre attive, le quali se si liberano dalle parti inorganiche producono un
nuovo es sere, spiegò con esse il grande affare della generazione. Buffon non
si avve deva forse che le sue molecole organi chenonerano, alpostutto, che
laripro duzione degli spermatozoidi ? Forse sì; ma i grandi genii non accettano
le scoperte altrui: le creano a nuovo ! Co munque sia, nè le molecole organiche
di Buffon, né gli animalucoli viventi di Leuwenhoek piacquero amolti fisiologi
moderni, i quali inclinano a conside rarli siccome elementi organici con
correnti alla fecondazione dell' ovulo. Questaopinione sifondaprincipalmente
sul fatto, che tutti gli animali non solo si muovono, ma mangiano, dige riscono
e si riproducono, cosa che non si è ancor osservata negli spermatozoidi. Per
altro, non si può negare che le osservazioni microscopiche siano ancora troppo
incomplete per stabilire assolu tamente la nostra opinione. E la in compiutezza
di queste osservazioni fon datamente la possiamo desumere dalla grande
contrarietà di risultati a cui hanno condotti i micrografi ; talchè mentre i
partigiani dell' opinione che considera gli spermatozoidi quali ele menti
organici, come Prevost, Dumas, Wagner, Lallemand,Kölliker si fondano
specialmente sul fatto, che essi non hanno organismo; i difensori della op
posta opinione sostengono il contrario. Ecosì Valentin ha riconosciuto delle
traccie di organizzazione negli sperma tozoidi dell'orso: delle
vesciculestomaca liocirconvoluzioni d' intestino; Schwann pretende chealcentro
della testa degli spermatozoidi dell'uomo esiste unaven tosa analoga a quella
dei cerciari, e Pouchet assicura di avervi osservata una ventosa stomacale e
una circonvolu versa, si capisce facilmente come debba essere controversa anche
l'opinione della loro animalità, tanto più poi quando tutti si accordano intorno
alla singolarità dei loro movimenti. Ecco infatti come ce li descrive A. Longet
( Traité de Phisiologie p. 739. Paris 1860). » Il raovimento degli spermato
zoidi non ha nulla di comune con quello che si osserva sotto il micro scopio
nelle particelle trasportate da correnti più o meno rapide, o col mo vimento
molecolare sul quale R. Brown ha chiamato per il primo l' attenzione dei
micrografi. Infatti, gli spermato zoidi si vedono dirigersi in avanti, come se
tendessero verso un punto determinato, ritornare in senso con trario, ciascuno
seguire una direzione differente, urtarsi, separarsi, passare fra i globuli
mucosi che li circondano, abbassarsi nel fluido ove nuotano 0 elevarsi alla
superficie, in una parola, agitarsi come se fossero sotto l'influ enza di un
impulso volontario «. Ar roge che gli spermatozoidi sottoposti alle esplosioni
elettriche, più non si muovono e il liquido spermatico di venta inetto alla
fecondazione. Ad ogni modo, comunque sia ri solto il quesito dell' animalità o
non degli spermatozoidi, il principio filoso fico nou muta, avvegnacché sia ben
accertato che, molecola o animale, lo spermatozoide è il principio necessario
della fecondazione. I fisiologi di tutte le opinioniin questo si accordano, che
il liquido spermatico sprovvisto di sper matozoidi, come frequentamente accade
in quello dei vecchi, dei fanciulli, del mulo edegli animali selvaggi fuori del
l'epoca del rut, non produce feconda zione, mentre poi le esperienze di Spal
lanzani hanno dimostrato che una goc cia di liquido tolta da un volume di 18
once d'acqua, nella quale siano stati di 36 ΑΝΤΙΝΟΜΙΑ luiti soltanto tre grani
di seme con spermatozoidi, può ancora essere dotata di potenzafecondante. Tutte
le opinioni della teologia e della metafisica non potranno dunque negare la potenza
fecondatricedegli spermatozoidi, i quali si ostinarono e si ostinano tuttodi ad
affermare la loro presenza e il diritto di cittadinanza nel regno umano, e sono
anche l'ultima parola che, nello stato attuale delle nostre cognizioni, la
scien za possa dire intorno al mistero dell' a nimazione umana. L'origine dello
spi rito è dunque rappresentatada unamo lecola materiale! Animismo. Sistema
filosofico del dottor Stahl, il quale, alle cause mecca niche e fisiche colle
quali si spiegano i fenomini vitali e patologici, sostituisce sempre e in ogni
caso l'azione diretta dell' anima sull' organismo umano. (Vedi STAHL. )
Anticristo. D' onde derivi la fa vola dell' anticristo non è facile lo sta
bilire. S. Giovanni nell' Apocalisse dice che il diavolo sarà legatoper mille
anni e poi appresso dovrà essere sciolto per poco tempo, ed uscirà per sedurre
le genti che sono ai quattro angoli della terra (Apoc. XX 2, 3, 6, 7). Probabil
mente Lattanzio copiando questa leg gendaha trasformato Satana nell'Anti
cristo, così detto perché deve precedere di poco la venuta di Cristo per giudi
care i vivi ed i morti. Altri teologi più recenti e non meno famosi lavorarono
intorno a questa leggenda e tessero la vita di cotesto personaggio favoloso,
che sarà il precursore della fine del mondo. S. Alfonso de Liguori,nelle sue
Disser tazioni Teologiche assicura, sulla fede di chi, s'ignora, che
l'anticristo na sceràin Babilonia dal connubio di una vergine col diavolo; e
dal demonio sarà educato ne' segreti della magią e nel l'arte di sedurre le
genti. Fatto adulto con falsi miracoli e simulando la santità della vita, si
farà credere il Messia, gua dagnerà i popoli al suo partito, e for merà
eserciti, moverà guerra ai principi e ai vassalli, e infine, gettata la ma
schera, si abbandonerà alla più bassa lascivia e alle più empie turpitudini.
Sugli altari porrà la propria effige, e dopo di essere stato riverito dal mondo
come il più santo e il piùpotente, vorrà sostituirsi a Dio. Rotta allora
unaguerra feroce contro la Chiesa e i suoi mini stri, contro Dio e la Vergine,
egli per seguiterà col ferro ecol fuoco tutti colo ro che non vorranno
apostatare. Questa persecuzione durerà mille duecento no vanta giorni, nè più
nè meno, dopo i quali pioveranno dal cielo i torrenti di fuoco che distruggeranno
tutti gli esseri, e l'arcangelo Michele scenderà dal cielo per uccidere l'
anticristo e gettarlo nel l'abisso. Selaleggenda teologica, secondo ogni
evidenza, è copiata dall' Apocalisse, con vien dire eziandio che il fondamento
del racconto apocalittico riposa sopra un mito orientale, vale a dire
sopralagran lotta finale, che, secondo il dualismo persiano, dovrà avvenire
alla consuma zione dei secoli fra Ormuzd ed Arimane, il Dio della luce e quello
delle tenebre. ( Ved i DUALISMO) La Riforma ha però ben saputo trarre al suo
partito anche questa favola con un apposito articolo di fede, nel quale si
dichiara che l'anti cristo è il papa; e non mancarono fra i riformatori uomini
che si dedicassero a studi singolari per dimostrarlo. (Vedi APOCALISSE.) Antinomia.Kantchiamaantinomia
ogni contraddizione che derivi dalle leggi stesse della natura,eche sia
indipendente da quelle del ragionamento. Si corre quindi incontro all'
antinomia tutte le volte che si abbandona il metodo speri mentale per seguire
le astrazioni dell' as soluto, perciocchè laddove le cognizioni sperimentali ci
vengono meno, riesce facile il sostenere il prò e il contro in una stessa cosa.
Ad esempio, noi pos siamo affermare enegare al tempo stesso che oltre gli spazi
visibili esista altra materia; affermare e negare che la ma teria sia
infinitamente indivisibile e che ANTROPOLOGIA quindi in un corpo limitato
risiede l'in finito; ecc. Queste sono le antinomie della ragione pura; ma Kant
rico nosce eziandio le antinomie della ra 37 Non solo considerò il piacere come
in differente, ma come un mal reale; le gionepratica,
nellequalifacilissimamente s' incorre nella ricerca degli assoluti principii
morali od estetici, avvegnachè non appena siasi affermato il supremo bene, o il
supremo bello, si trova che altro era il bene e ilbello affermati dalla storia
passata, ond' è lecitosupporreche altri saranno quelli affermati dall'avve
venire. Non vi è del pari principio mo rale cosi assoluto che la ragione non
distrugga e lastoria nonsmentisca(Vedi BENE, ESTETICA, MORALE.) D'onde si vede
che l'antinomia con duce neccessariamente allo scetticismo. Antioco Filosofo
accademico nato in Ascalona un secolo prima di Gesù. Succedette a Filone, e può
dirsi che con lui è morta la scuola accademica. Di ti mide opinioni, senza
indirizzo proprio, egli tentò di fondare una sorta di eccletismo fra tutte le
scuole dei suoi tempi ; tutte le volle unire e tutte levolleconsiderare come
nondivergenti che per la forma. Pretese in tal guisa di conciliare Platone con
Aristotile, Pirrone con Socrate ed incontrò la sorte di tutti i conciliatori ad
ogni costo, perocchè, se fu amico di tutti, non riusci per altro a conciliare
alcuno. Antistene fondatore della setta dei Cinici, (vedi CINICA); visse ad
Atene sul principio del quinto secolo avanti G. C. Fu discepolo entusiastadi
Socrate esi dice ch'egli facesse ogni giorno qua ranta stadi per sentirlo.
Insegnò il tei smo puro, quasi spirituale dei cristiani, dicendo che Dio non ha
forma, nè può essere rappresentato da imagine alcuna. Ènaturale che questa
astrazione filoso fica dovesse tendere ad essere se sofferenze invece trasformò
in bene, di guisachè l'uomo queste doveva cercare e non quello. Quindi
l'essenza della virtù doveva consistere nell'assenza d'ogni bi sogno, e in una
sorta di annichilamento dello spirito. Donde la massima d'Anti stene, che men
bisogni noi abbiamo, più noi rassomigliamo a Dio, che non neha alcuno.
Ventiquattro secoli dopo, la mo rale cattolica per la boccadi Alessandro
Manzoni, doveva proclamare lo stesso principio: > Piùnoi soffriamo, più
siamo simili al figliuol di Dio(Manzoni. Osserva zioni sulla morale cattolica).
Uomini che non dovevano conoscere il mondo se non che per ripudiarlo, qual
bisogno avevano del sapere ? Onde, se crediamo aDiogene Laerzio, Antistene disprezzava
la scienza, nè voleva che s'apprendesse a leggere e a scrivere; errore che nel
medio evo fu ripetuto dagli Abecedarj ecareggiato da tutti i mistici.
Antitatti. Eretici che comparvero verso lametàdel secondo secolo, i quali
professavano il principiodinonfar nulla di ciò che ordinava la Scrittura.
D'onde ebbero il nome di Antitatti, dauna voce greca contr'ordinare.
Antitrinitari.Nomecomunedato avarie sette, che in diverse epoche ne garono il
domma della trinità. Gli anti trinitari vogliono essere divisi in due spezie: i
triteisti, i quali suppongono che le tre persone divine siano tre di verse
sostanze; e gli unitari, i quali non ammettono che unDiosoloele tre perso
nedivineconsiderano come semplici attri buti dilui. Queste diverse opinioni
furono sostenute da Arrio, Macedonio, Sabellio, Prassea, Socino ecc. (Vedi
questi nomi). Antropofagia. Vedi MORALE. Antropologia.Etimologicamente vale
discorso sull'uomo, e in questo lato guita da un esagerato misticismo dei
costumi. Quindi ampliando i principii di Socratesuo maestro, insegnò ladottrina
della macerazione, press' a poco nel mo do stesso col quale la insegnarono dopo
di lui i mistici del cristianesimo. | gressi delle scienze naturali che si ven
senso infatti s'intese nel passato, quando o gni scienza, fosse pur metafisica,
che ri guardavalostudio dell'uomo,pretendevadi aver diritto a questo nome. Ma i
pro 38 ANTROPOMORFISMO nero affermando in questi ultimi anni, le acquistarono
un carattere oggidì assai ben determinato, e tutte le speculazioni metafisiche
sulla natura spirituale del l'uomo relegarono nella psicologia. Or mai,
l'antropologia è la scienza naturale dell'uomo considerato, sia nella sua indi
viduale struttura, sia nella varietà delle razze comparate col diverso sviluppo
fisico e intellettuale, e in rapporto an che cogli altri tipi. Quantunque
ristretto in questi limiti, facilmente s' intende quanto sia ancor vasto il
campodell'an tropologia, avvegnachè entrano nelle sue ricerche l'anatomia, la
fisiologia, non meno della storia naturale, dellageogra fia e della statistica;
e giova dire che in rapporto alla moltiplicitàdi questi studii, ' antropologia
ha offerto in questi anni dei risultati assai soddisfacenti, ed ha potuto dare
un vigoroso e nuovo in dirizzo eziandio alle scienze filosofiche. L' antropologia
dividesi in due parti: l'Antropologia analitica, o etnologia : e ' Antropologia
sintetica, o generale. La prima applicasi propriamente allo studio delle razze
umane e ne desume le varietà, le differenze e ipunti di contatto, sì per i
rapporti fisici che morali. La se conda, da queste varietà desume i rap porti
generali del tipo umano colle varietà dei tipi animali. Molti e cu riosi sono
iquesiti proposti e risolti in tutto o in parte dalla antropologia, e per
mostrare qual sia l'importanza che questa scienza può avere per gli studii
filosofici, basterà additarne alcuni. L'uo mo deriva egli da una o dapiù
coppie? Costituisce nella natura un regno a parte o pur deriva dalle scimmie? È
egli nato incivilito o dalla più infima barbarie si è elevato a civiltà? È
ammissibile la tradizione biblica che fissa all'uomo una antichità di sei o
sette mila anni? Sui quali quesiti vedansi gli articoli: ANTRO POMORFI,
DARWINISMO, EMBRIOLOGIA, PA LEONTOLOGIA, RAZZE, UOMO. Antropomorfi. (Animali a
for ma umana). Linneo adoperò pel primo questo vocabolo onde indicare gli ani
mali dell'ordine più elevato dei mam miferi, i quali poi chiamò Primati. Og
gidi il vocabolo ha un senso più ri stretto e applicasi generalmente alle
quattro grandi specie di scimmie, che più si avvicinano al tipo umano, vale
adire: Chimpanzė, Gorilla, Orang-Outan e Gibbon. Ecco i punti più essenziali di
avvicinamentoche gli antropomorfi presentano col tipo umano, secondo il dott.
J. Montinié di Ginevra. La statura la conformazione generale del corpo e quella
dello scheletro, le cui propor zioni relative nei diversi pezzi, il loro numero
e la disposizione sono simili alle parti corrispondenti del corpo u mano la
proporzione delle membra, l'organizzazione delle loro estremita, la distinzione
possibile in piedi e mani la loro stazione che è quasi verticale-ilmododi
camminare, nel quale, an che quando corrono, come quasi sem pre accade,
coll'appoggiodelle membra anteriori, il corpo non cessa di pog giare
principalmente sulle membrapo steriori, in una posizione alquanto ob bliqua, ma
non mai orizzontale la conformazione della testa e della cavità del cranio,
contenente un cervello ben svi luppato e affatto simile, quanto alla strut
tura, al cervello umano-gli occhi di retti in avanti, avvicinati alla linea me
diana le narici separate da una sot til divisione delle orecchie infine'i
denti, che pel numero, la forma e la disposizione ri cordano perfettamentele
parti corrispon denti dell'organismo umano. Antropomorfismo. Dadue pa role
greche che significano forma uma na. In filosofia dicesi antropomorfismo quella
tendenza propriadegl'ignoranti, e de' bambini specialmente, a dare a Dio corpo
e figura umani, e ad attribuirgli i pensieri e le passioni degli uomini. Del
resto, tutti i sistemi di filosofia o di re ligione, dal più al meno, tendono
all'an tropomorfismo, imperocchè ' uomo non può pensare che le cosenote, ele
ignote rafigurare sotto I aspetto di quelle che > la forma e la posizione
APOCALISSE conosce. Errano pertanto coloro i quali credonodiaver evitato
l'antropomorfismo foggiandosi un Dio puro spirito e per 39 fedeli credevano che
S. Michele celebrasse fettissimo, poichè ' idea di puro spirito non è che
accessoria, e ciò che in tal caso serve a darci l'idea diDio sono gli attributi
suoi. Or non v'è religione, o filosofia, come dir si voglia, che non at
tribuisca a Dio passioni o tendenze u mane, tali come lacollera o la vendetta
ch'egli prova ed esercita quando alcuno l'oende. Ma l'idea di punitore che gli
si attribuisce, è un puro antropomorfi smo, sendochènon la siconcepisce altri
menti che trasportando in Dio una pas sione tutta umana, logica innoi, assurda
in Dio; però che fra il finito e l'infinito, a giustamente parlare, non vi è
offesa possibile, come inutile diventa la pena, considerata come rimedio
necessario, lad dove nulla rimediare si può. Questo, a dir vero, è
l'antropomorfismo filosofico, che fu tanto ben dimostrato dal tedesco
Feuerbach. Ma ancor più comune è l'an tropomorfismo volgare. Tutta la Bibbia,
incominciandoda quel Dio che impasta l'uomo collesue mani e gli alita in bocca,
fino alla incarnazione del suo figliuolo che sifa uomo e muore sulla croce,non
è che una serie di antropomorfismi vol gari, dai quali non vanno immuni le
teologie di tutte le religioni del mondo. Antropomorfiti o atrofiani furono
detti certi eretici del quarto secolo, i quali fondandosi, e giustamente,
sulpasso della Genesi:facciamo l'uomo anostra imma ginee somiglianza,
credettero che Iddio avesse un corpo eguale al nostro. S. Ci rillo e S. Epifane
li confutarono, il che non impedi che l'eresia non risorgesse nel decimo
secolo, il quale, per dirla colle parole di un abate, era un secolo
d'ignoranzagrossolana.>>>Si voleva avere l'immagined'ogni cosa e ogni
cosasi rap presentava sotto forme corporee; nè si concepivano gli angeli che
come uomini alati, vestiti di bianco, quali veggiamo dipinti sulle muraglie
delle chiese; e si credeva pure, che tutto si facesse in cielo all'incirca come
in terra. Anzi, molti la Messa dinanzi a Dio in ogni lunedi; motivo per cui
andavano alla sua chiesa più volontieri in quel giornochein ogni altro. Noi non
abbiamo bisogno di andare tanto lontano per trovare gli antropo morfiti del
secol nostro, poichè gli ado ratori delle immagini non fanno oggi che ripetere
gli antichi errori. Apocalisse. L'ultimo dei libri del Nuovo Testamento, e per
avventura, il men chiaro e il più favoloso di tutti i libri santi. Tutte le
sette cristiane si ac cordano oggidì nel considerarlo siccome fatturadi
S.Giovanni Evangelista, errore questo al quale nessun uomo sensato, credo,
presterà fede. L' antica Chie sa quasi unanimamente lo relegava tra gli
apocrifi e lo trattava d'impostura inventata dall'eretico Cerinto per dar
credito al regno millenario « Alcuni, seri vevaverso il260
S.Dionigivescovod'Ales sandria, hanno esaminato da capo a fon do quest'
Apocalisse e provarono che non vi è in esso senso comune, che attribuirlo
nonsipuò aGiovanni o ad altro apostolo, e che è una finzione di Cerinto per dar
peso alregno millenario>>>(Eusebio Hist. Eccl. III 28). Un secolo dopo
il Concilio di Laodicea lo escludeva dal canone dei libri sacri, e più tardi
ancora S. Gero lamo scriveva a Dardano, attestando che tutte le Chiese greche
rigettavano l'au tenticitàdi questo libro. (Epist 84). Certo dinnanzi a
testimonianze tanto autorevoli nellaChiesa, laRiforma avrebbe respinto
l'Apocalisse, come ha fatto di tanti altri libri della Bibbia, se questo
scritto colle sue strane figure e lesueimmagini sconfi nate non le avesse
servito egregiamente per trarne argomento di combattere il cattolicismo.
Infatti, nel 1602 il sinodo protestante di Gap faceva un Decreto per dichiarare
che il papa era ' anticristo predetto dall'Apocalisse. Trattavasi di di
mostrare questa dottrina chedoveva en trare a farparte dei nuovi dommi della
riforma, e vi si accinsero alcuni de'mini stri protestanti, fra i quali giova
accen 40 APOCRIFI nare Jurieu. Nei capi XI, XII e XIII del ' Apocalisse
accennasi con figure a un periodo dimille duecento sessanta giorni, i quali,
secondo la interpretazione pro testante, devono intendersi pei mille du gento
sessanta anni destinati alla perse cuzione che farà l'anticristo, raffigurato
nella Chiesa Cattolica. Bisognava dimo strare quand'era questa persecuzione in
cominciata e quando sarebbe finita, e il Jurieu lastabilisce nell'anno 500,
poichè, dic' egli, quando Romahacessato di es sere la Capitale delle provincie
dell'im pero era già ascesa a grado assai alto, perchè si possa osservare in
questo tempo il primo nascimento dell' impe ro dell' anticristo. (
Precognizione le gittima) Laonde conchiudeva, che la fi nedella persecuzione, e
quindi del regno dell'Anticristo, doveva cadere nell' anno 1710 o al più al
1714 o 1715, essendo difficile lo stabilire l'anno » poichè Iddio nelle sue
profezie non guarda tanto pel sottile. » I cattolici h anno ben ragione di
ridere del male esito di questa profezia, mahanno torto di lagnarsi che i prote
stanti la interpretino a loro modo, poi chè questo non è altro che un saggio
del modo con cui essi stessi interpretano già aveva attraversato la maggior
parte degli avvenimenti spaventevoli che dove vano avverarsi, nè molti giorni
manca vano alla formazione visibile del primo regno rimuneratore appartenente
all'altra vita. Qual di queste varie opinioni sia la vera, sarebbe stoltezza il
decidere, co m'è stoltezza che uomini d'ingegno ab biano consumato ilorogiorni
perspiega re un libro, lachiavedel quale è sepellita nellanotte del tempo, eche
ad ognimodo ha ormai perduto ogni importanza per la storia. Apocrifi. Diconsi
apocrifi quegli scritti dell'antico o del nuovo Testamento, i quali non si
reputano autentici, e si suppone che siano stati fatti da autori diversi da
quelli cui sono palesemente attribuiti. La chiesa riconosce siccome autentici
quei libri della Bibbia, i quali sono inscritti nel canone dei rivelati, ma
convien osservare che il canone si venne formando a poco apoco, ondechè se vi
sono libri canonici, i quali oggi si repu tano siccome apocrifi, ve ne sono pur
degli altri i quali un tempo erano repu tati apocrifi, ed ora si trovano inscritti
nel canone. I libri apocrifi dell' Antico Testamento sono 14 (vedi CANONE DEI
LIBRI SANTI) e non pertanto la Chiesa cattolica li annovera oggidi fra i cano
le altre profezie dell'Antico e del Nuovo Testamento. Giova dire che i
cattolici hannodatoaltre interpretazioni ortodosse | nici, quantunque sia
indubitatoche tutta all' Apocalisse e i lavori di Newton sopra questo libro
sono troppo noti per la Chiesa antica li abbiasempre respinti. Sopra questo
punto letestimonianze sto riche non potrebbero essere, nè più nu merose, nè più
concordi. Ilcanone degli ebrei non fa menzione alcuna degli apo crífi e il
concilio di Laodicea tenuto nel chè valga la pena di citarli. Ma dopo
l'interpretazione teologica convien pure accennare quella astronomica ingegnosa
mente stabilita dal Dupuis con molto corredo di studi, per dimostrare che
l'Apocalisse non è altro che una esposi- menzionarli. Identico è il catalogo
dato zione simbolica degli astri. (Origine de da Origene e Tertulliano nel
terzo se tous les cultes). Questa interpretazione, colo (Eusebio. Storia
Eccles. lib. 5 cap. per quanto dotta ella sia, non soddisfa 25). Nel quinto
secolo è lo stesso S. però pienamente, e fu vivamentecombat- Gerolamo, il
traduttore della Vulgata, 572 lo riproduce fedelmente, senza pure tutadaSalvador
(Jesus Christ etsadoctri- che dopo aver fatta la versione anche ne T II lib.
III)-il qualcrede che l'au- degli apocrifi, nel suo Prologo Galeato tore
dell'Apocalisse, abbandonato all'esal- ha cura di metterci in avvertenza sulla
tazione della sua animainunadellepic- loro non canonicità. Soltanto nel 1439
cole isole dell'arcipelago greco, volesse papa Eugenio mette i libri apocrifi
fra i persuadereaicontemporanei,chelaChiesa | canonici, ma non pare che il suo
giudi APOCRIFI zio avesseunagrande autorità, o almeno che fosse imperativo,
poichè soltanto mezzo secolo dopo il Cardinale Ximenes vescovo di Toledo e
grande Inquisitore, stampando la Bibbia Poliglotta, nella Prefazione avverte i
lettori che Tobia, Giuditta, la Sapienza, l' Ecclesiastico i Maccabei, le
aggiunted' Ester e Daniele non sono canonici. In altre edizioni an tiche della
Bibbia gli apocrifi sono di stinti con un asterisco, oppure portano in margine
l'indicazione: è apocrifo, est apocryphus, e in altre edizioni gli apo crifi
sono posti in fine al libro colla in dicazione: Apocryphi et extra canonem.
Egli è dunque fuor d' ogni dubbio che questa opinione sullanonautenticità dei
libri biblici non compresi nel canone ebraico, si conservò lungamente nella
Chiesa, finchè nel 1546 il concilio di Trento, trovando che gli apocrifi servi
vano molto bene ad autenticare certi donmi del cattolicismo, con un suo de 41
ria Eccl. VII. 19). trovavansi inscritti le Apocalissi di S. Pietro e di
S.Paolo, che ora sono interamente perdute. Sul prin cipio del secolo scorso
Fabricio, nel suo Codex apocryphus novi Testam. racco glieva i titoli e le
citazioni di tutti gli e vangeli conosciuti dagli antichi, e il loro numero
ammonta a ben cinquanta. Al cuni di essi ci pervennero per intero, altri per
frammenti, e il maggior nu mero soltantoper lamenzione che ne fu fatta dai
santi padri, i quali, singolare adirsi, li citarono sempre siccome au tentici,
mentre al contrario i quattro e vangeli che ora si pretendono autentici non si
trovano mai citati dagli antichi padri. » Noi comprendiamo, dice a que sto
proposito il teologo Bergier, che i padri hanno citato più d'una volta i li bri
apocrifi, ma allora si consideravano come veri. ». Preziosa confessione in
bocca all'autore del Dizionario di Teo creto li dichiarò canonici. Quanto agli
apocrifi del Nuovo Te stamento, il loro numero è più grande di quel che si
pensa; ma non è poi da credersi che essi siano tutti senza signi ficazione per
la storia. Anzi, giova dire che la importanza di molti fra di essi, se non
supera, di certo eguaglia quella dei libri canonici, perciocchè quasi tutti
fuuntempo incui erano rispettati e ri guardati dai fedeli siccome inspirati.
Per esempio, il libro d' Enoch, escluso dal canone biblico, era riguardato come
inspirato da Tertulliano; e Origene, S. Clemente Alessandrino, S. Ireneo, S.
Anatolio lo citano con rispetto. IlPa store di Erma fu un altro libro gnosti
co-ebionita che la Chiesa cattolica ri guardo sul principio come inspirato, poi
relegò fra gli apocrifi. Una lettera che si supponeva scritta dal re di Edessa
a Gesù e un'altra con la quale Gesù ri spondeva al re di Edessa, erano ancora
sul principio delquarto secolo citate co me autentiche da Eusebio; e intorno a
quel tempo nel canone di molte chiese cristiane, come riferisce Sozomeno (Sto
logia! Dunque riman provato che tutta la Chiesa primitiva considerava come
autentici i libri che la Chiesa moderna considera come apocrifi; lo che può au
torizzare gl'increduli a dire, che le fonti del cristianesimo sono molto dubbie
e assai poco degnedi fede. Oltre questi libri, che facevano auto rità nella
Chiesa primitiva, ve ne sono altri la cui fonte è un po'meno pura e che si
rivelano addrittura siccome inven zioni di credenti, o maliziosi, o pii per
confortare con qualche prova le cost dette verità della religione. Tra questi
si trovano la pretesa corrispondenza tra S. Paolo e Seneca, la relazione di Mar
cello sugli atti di Pietro e Paolo e sulle arti magiche di Simon Mago; le due
lettere di Pilato all' imperator Tiberio, nel quale il governatore romano fa la
singolare confessione, che Gesù era ve ramente un Dio, e finalmente i Libri
Sibillini e le Decretali. Se rigettando l' autenticità dei libri che ora si
dicono apocrifi, la chiesa a vesse rigettate anche le favole che sono in essi
contenute, la s ua contraddizione sarebbe stata al certo men palese. Per 42 A
POSTERIORI, A PRIORI esempio, sul preteso martirio di S. Pietro e S. Paolo in
Roma, non si trova una sol parola negli Evangeli e negli atti degli Apostoli,
ma la relazione di Mar cello ne fa menzione e la Chiesanon fu dubbiosa di
adottare quel racconto, pur dichiarando apocrifo il documento che lo conteneva.
La discesa di Gesù aglin ferni, che è uno degli articoli,del pre teso simbolo
degli apostoli (vedi SIMBOLO) etolta interamente dalVangelo apocrifo di
Nicodemo. Dalla Storia apocrifa degli Apostoli di Abdia, sono tolti i racconti
sui viaggi e ilmartiriodei vari apostoli, che si trovano nei leggendari ed
ezian dio nel Breviariv Romano. Così pure da altri apocrfi, come osserva il
Beausobre (Hist. du Manicheisme T 1) sono tolte le favole canonizzate sulla
storia di S. Anna e di S. Gioacchino, sulla santa Veronica e il suo sudario,
sull' andatadi S. Pietro a Roma e i suoicontrasti con SimonMago, e tante altre
cose nonmeno miracolose. (Vedi DECRETALI E SIBILLINI.) Apodittico. Aristotile
nell' anti chità, e Kant ne tempi moderni sono i soli che abbiano introdotto
nel linguag gio filosofico questo vocabolo, che signi fica dimostrazione. È
apodittica ogni pro posizione che sta al di sopra di ogni discussione, di ogni
contrarietà, essendo essa stessa il principio e la base di una dimostrazione.
Apollinare. Vescovo di Laodicea che visse sulla fine del quarto secolo. Dopo
essere stato uno dei più focosi av versari di Ario, sostenendo, non solo la
divinità di Gesù Cristo, ma eziandio la consustanzialità del Verbo, cadde in
un' altra eresiae insegnò che Gesù Cristo, assumendo il corpo umano, non aveva
però assunta un' anima ragionevole, ma puramente sensitiva. Egli stimava che
un' anima umana gli fosse affatto inutile, però che, chi operava in lui e
dirigeva le sue azioni, era la divinità stessa. Fon dandosi sul passo di s.
Paolo che Gesù era uomo e fatto simile agli uomini (Ebrei IV, 15), il Concilio
d'Alessandria dichiarò eretica questa opinione e il papa Damaso depose il
vescovo che la pro fessava. Apollonio(Tianeo).Nacquedauna ricca famiglia di
Tiane, e fu contempo raneo di Cristo, al quale per lungo tempo il paganesimo
l'oppose. Fattosi discepolo di Pitagora l'abbandonò ben presto, malcontento
ch'einon uniformas se la pratica della vita colla sua dot trina, la quale
Apollonio s' ingegnò di applicare e sviluppare da se solo. Da quel momento fino
alla morte egli si a stenne d'ogni nutrimento animale e dal vino; conservò una
perfetta castità, e si impose mille dure privazioni, fra cui merita di essere
menzionato il silenzio continuato che osservò per cinque anni. Gli venne poi
vaghezza di percorrere ' Oriente per risalire alle sorgenti delle tradizioni
religiose: fu a Babilonia, nel l' India, nell' Egitto e nell' Italia e in età
molto avvanzata scomparve dal mondo, senza che mai si arrivasse a scoprire qual
paese avesse veduto la fine de' suoi giorni. Pochi proseliti farebbe Apollonio
nei tempi nostri, e seriamente sidubite rebbe s'egli abbia la testa a segno; ma
nel primo secolo dell'era cristiana, tanto fu il fanatismo che eccitè nel
paganesi mo, che alcuni trascorsero perfino ad a dorarlo siccome un Dio. A
posteriori, a priori. Di cesi a posteriori quella dimostrazione che dalla
osservazione degli effetti procede a scoprire la causa,o dalla proprietà di una
cosa cerca di scoprirne l'essenza; in senso inverso, è a priori quelladimo
strazione che dalla natura della causa tende a ricercare gli effetti che ne de
vono nascere. L'uno e l'altro di questi due metodi di argomentare sarebbero e
gualmente buoni, ove fossero soltanto applicati alle scienze fisiche; ma nelle
metafisiche il metodo a priori ra con dotto più spesso a conseguenze fallaci.
Esiste un Dio buono e perfetto, che ha creato il mondo, dunque tutto ciò che vì
ènel mondo deve essere buono e perfetto. Questa è una argomentazione a priori,
la cui fallacia consiste appunto nellapremes ARCESILAO sa, perocchè riconosce
come assiomati camente provata l'esistenza di un Dio buonoeperfetto, senz'altra
dimostrazione. Equando il ragionamento a priori fon dasi su ragioni
immaginarie, le quali, an zichè dimostrare,hanno bisogno di essere dimostrate,
deve necessariamente con 43 da invidiare alle credenze di quei tempi, poichè
oggi, come allora, si deificano gli uomini, l'effigie loro si mette sugli
altari e le si offrono sacrifizi, che per essere incruenti, non cessano perciò
di rappresentarci il simulacro di unavittima durre a false conclusioni. La
dimostra zione a posteriori evita invece sifiatto scoglio, perocchè essa non
suppone le cause, ma anzi le ricerca colla scorta degli effetti. Or sono
appunto gli efetti che a noi si rendono palesi e che i no stri sensi possono
accertare, onde il ragionamento a posteriori ha sempre sull'altro questo
vantaggio, ch'esso in ogni caso procede dal noto all' ignoto e non mai in
contrario senso. Tutte le cose nel mondo si trasformano, ma nessuna si
distrugge, nessuna nasce che non si componga di elementi preesistenti; dun que,
senella natura nulla nasce nè sidi strugge, conchiudo che lamateria è eterna.
Eccounragionamentoaposteriori chepro cededalnoto all'ignoto. (Vedi INDUZIONE).
Apoteosi. Vocegrecachevaledei ficazione. L' apoteosi compievasi dai pa gani
quando, con cerimonie solenni, po nevansi fra gli Dei gli illustri o i po tenti
della terra che erano morti. Im ponenti erano le apoteosi degli impera tori
romani. Dopo un lutto generale portavasi l' imagine del defunto proces
sionalmente per le vie, e igrandidignitari dello stato, i cavalieri e i
senatori e lo stesso successore al trono facevanle cor teo. Al campo di Marte
il corpo delde funto re era arso su di un rogo, dal quale sprigionavasi un'
aquila che innal zava il suo volo fino al cielo. Quindi si fondava un tempio al
novello Dio, si stabilivano i suoi fiaminii ; e dei sa crifici in onor suo
erano ordinati. A noi lontani da quei tempi e da quei co stumi sembra strano
che un popolo, il qual fu maestro di civiltà al mondo, abbiapotuto credere a
queste più che volgari superstizioni. Pure non abbiamo che avolgere intorno lo
sguardo per convincerei, che la civiltànostra nulla ha immolata. L'apoteosi dei
giorni nostri ha sol cambiato il nome, e si chiama canonizzazione dei santi.
Appercezione. Vocabolo per la prima volta usato da Kant e adoperato da tutti
coloro cui piace intralciare senza scopo il linguaggio filosofico. Per apper
cezione intendesi quella rappresentazione per la quale l' nomo tien presente a
se stesso l'atto del pensiero. Questa rap presentazione io penso, al postutto,
non èdunque che la coscienza dell' io, la quale di tutte le parti del mio
corpo, costituisce un' unità, che Kant, tanto per non usare il comun
linguaggio, chiama unità trascendentale dell' appercezione. Arcesilao. Nacque
in Pitana nel 1 anno300primadiG. C. fudiscepolodi Pirrone e si mise alla testa
della seconda scuola Accademica. (vedi ACCADEMIA) nella quale introdusse un
metodo d'in segnamento affatto nuovo. Noninsegnava, ria disputava, poichè ad
ognuno chie deva qual fosse la sua opinione per poi combatterla, Riproduceva in
tal guisa il Pirronismo, il quale appunto consistera nel negare ogni certezza e
quindi l'evi denza di ogni filosofia. Contro Arcesilao sosteneva Zenone, che il
saggio può ta lora rimettersi alla certezza della sua intelligenza; ma
obbiettavaArcesilao con l'esempio dei sogni, del delirio e dei molti errori
umani condivisidai sapienti! Or. diceva egli, se vi sono delle rappre
sentazioni illusorie e delle veridiche, con qual criterio noi distingueremo le
une dalle altre? Con una rappresentazione ve ridica? Maquesta è unapetiziondi
prin cipio, poichè trattasi appunto di cono scere qual sia la rappresentazione
veri ridica. D'onde conchiudeva, che tra il vero e il falso non vi è per l'
uomo dif ferenza assoluta, e che savio è colui che si astiene. 44 ARISTIPPO
Archetipo. Filologicamente vale modello, forma prima. In filosofiadi cesi
archetipo ciò che è il principio e il fondamento delle cose o delle idee. Pei
teologi l' archetipo è Dio, conside rato come supremo modello degli esseri. Ma
nella filosofia sperimentale questo vocabolo non ha alcunsenso, essendochè l'
esperienza ci rivela una continua mu tabilità di forme senza archetipi. Le idee
innate potevano dirsi archetipe, ma la sana filosofia ha dimostrato che non esi
stono idee innate. Argens (Giovanni Battista mar chesed').Ammesso dapprima all'amba
sciata francesedi Costantinopoli, si diede alla vita militare. Fu ferito all'
assedio di Kelh, e dopo quello diFilisburgo fece una caduta da cavallo che gli
tolse di risalirvi più mai. Diseredato dal padre suo che l'aveva destinato alla
magi stratura, egli s'abbandonò allafilosofia, e per scrivere liberamente passò
in Olanda, ovepubblicò le sue Lettere giu daiche, chinesi e cabalistiche.
Federico diPrussia, allora principe reale, lo chia mò alla sua corte, e quando
sali al trono lo nominò direttore generale delle belle lettere dell' Accademia,
lo colmò di riguardi, ed ebbe per lui quella deferenza che meritava la sua
bontà di cuore e la sua condotta sce vra d' intrighi e di raggiri. In questo
frattempo d' Argens scrisse la Filoso fia del buon senso e mandò a compi mento
la traduzione di due trattati greci attribuiti, l'uno ad Ocellodi Lu cania,
sulla natura dell' universo; l'al tro a Timeo di Locri sull'anima del mondo,
col titolo: Difesa del Paganesi mo. Egli mandò alle stampe ancheuna versione
del discorso di Giuliano con tro i cristiani. Era già finita la guerra dei
sette anni e d' Argens, dopo d'essere an dato a visitare la sua famiglia inPro
venza, tornavasene nellaPrussia, quan do si accorse che nei luoghi del suo
passaggio leggevasicon grande stupore unapastorale del vescovo d'Aix con tro di
lui. Lo scritto abbastanza vio lento e minaccioso gli destò dapprima le più
grandi inquietudini, ma presto si avvide non essere quello che una gherminella
del Re di Prussia, il quale, per burlarsi di lui, l'aveva redatto e fatto
diffondere nei paesi del suo pas saggio. Federico per inavvertenza aveva
impiegato il titolo di Vescovo anziché quello di Arcivescovo. D' Argens mort
agli 11 gennaio 1771 nella sua terra della Provenza, donatagli da un suo
fratello, troppo generoso per non di sapprovare la volontà del padre che l'
aveva diseredato. Le opere da lui scritte sono numerose assai, l'istru zione vi
è variata e la filosofia mate rialista, propugnata con calore e con accorto
ragionamento, emerge special mente nellasua Filosofia dellaRagione, nelle
Lettere critiche e filosofiche e nel Filosofo solit rio. Il marchese d' Argens
nacque ad Aix nel 1704, e costituisce unadelle più belle e nobili individualità
della filo sofia del secolo XVIII. La bontà del suo cuore e la sua vita
irreprensibile parlano ben più alto di tutte le stolte accuse che vengono
lanciate contro il così detto materialismo. Argomentazione. Complesso delle
prove e dei raziocinii addotti per giungere alla dimostrazione di una ve rità.
Le antiche scuole greche e italiche, forse per amor del numero, distingue vano
sette modi di argomentare, ed era no: 1. L'induzione. 2. Il paragone. 3.
L'entimema. 4. Il sillogismo. 5. L'epiche rema. 6. Il sorite. 7. Il sofisma.
(Vedi tutti questi vocaboli). Aristippo. Fu di Cirene, colonia greca dell'
Africa, e visse sulla fine del quarto secolo prima di G. C. Delle molte opere
scritte da questo filosofo, non ce ne rimane pur una, e delle sue dottrine
questa sola sappiamo, che riguarda il fine morale dell'uomo. Insegnava che il
piacere è cosa buona in se, cattiva il dolore, onde conchiudeva, che il fine
dell'uomo quello è di cercare il piacere ARIANISMO e il dolore fuggire.
Contrariamente al misticismo di Anassimene, Aristippo in segnava dunque che il
somno bene del 45 Nondimeno, il concilio condanno la dottrina di Ario, il quale
non cessò per questo di sostenere la su opinione edi l'uomo è il fine della vie
che la fe licita non consiste gis nel riposo, ma nell'attività e nel movimento.
Arianismo . Eresia di Ario, in quale consisteva nelnegare la consustan zialità
del Verbo, ossia della seconda persona della Trinità da lui considerata
comecreatura umana. Sul principio del quarto secolo, Alessandro, vescovo di A
lessandria, volendo confutare l' errore di Sabellio contro la trinità (vedi
SABELLIO) incaricò Ario, prete che stava sotto la sua giurisdizione, di
spiegare i Misteri della religione colla sua potente dialet tica. Ario accettò
il mandato,e siccome quegli che credeva di far cosa grata al vescovo
combattendo ad oltranza l'ere siadi Sabellio, cadde in un opposto ecces so.
Considerando comelaconsustanzialità importi unità di sostanza, e l'unità della
sostanza divina renda impossibile la di stinzione delle persone, poichè ciò che
è semplice non comporta molteplicità, in cominciò ad insegnare che il Padre e
il Figliuolo sono personedifferenti, noncon sustanziali, e che il Figliuolo era
stato creato nel tempo. Alessandro tentò di riprendere Ario, ma vanamente, chè
questi s' incaponi a viemeglio sostenere lasua opinione; laonde il vescovo
adunò un Concilio in Alessandria, d' innanzi al quale Ario espose le sue
ragioni. Egli argomentava così: Il Verbo non può es sere eterno come il Padre,
poichè in tal caso nonpotrebbe esseregenerato. D'al tronde se il Padre non
avesse tratto il il Fgliuolo dal nulla, non l'avesse, cioè, creato, non avrebbe
potuto trarlo altri mentichedallasuapropriasostanza,ilche èassurdo. La stessa
Scrittura non ci dà un idea diversa del Verbo, laddove dice che Iddio l'ha
creato al principio delle sue vie (Prov. VIII). Dio dice che l'ha generato, il
che si deve intendere nel senso di unavera creazione,attesochè la Scrittura l'
applica, così al Verbo come agli uomini. esporla pubblicamente. E siccome tra
un assurdo e l'altro, la dottrin di Ario era certamente la meno assurda, così
non gli mancarono proseliti tra il po polo, tra chierici e perfin tra vescovi.
Anzi, Eusebio vescovo di Nicomedia, adu nato un secondo concilio,vi fece appro
vare le dottrine di Ario emandò lettere ai vescovi d' Oriente onde indurli ad
ac cettare il prete nella loro comunione. Ben si capisce che con tali prodromi
la querela era tutt' altro che presso ad assopirsi. Essa fu anzi portata
davanti all' imperatore Costantino, il protettore del Cristianesimo. Ed è
singolare il ve dere la poca importanza ch' egli diede alla querela, nella
quale trattavasi nien temeno che della divinità del Cristo. Vo lendo insieme
conciliare tutti i partiti, scrisse ai vescovi dissidenti, che la calma e la
felicità dell' impero richiedevano che essi venissero ad un amichevole compo
nimento; e ch' era la cosa più pazzadel modo il dividersi per questioni tanto
fu tili e puerili, com'erano quelle per le quali da tanto tempo disputavano.
Leparole conciliative dell' imperatore non valsero però a quietare gli animi e
le dispute, gli scandali e perfino le scene di sangue, non mancavano di fornire
ai pagani argomentinonpochi di derisione. Costantino risolse infine di
convocare in Nicea il 19 giugno dell' anno 325 il pri mo concilio ecumenico, il
quale, dopo molte dispute, approvò il seguente sim bolo, che condannava
l'arianismo: >>Questa decisione ebbe la sanzione dell'impera tore, il
quale esilio tutti coloro che non la vollero sottoscrivere. Non per questo le
dispunte finirono, chè anzi, poco di poi l'imperatore stesso, circuito da un
prete ariano, rimise Ario nelle buone 46 ARISTOTILE grazie dell'impero. Intanto
la lotta era combattuta da muovi compioni. Eustazio, vescovo di Antiochia,
accusava Eusebio di Cesarea di contraddire il simbolo Ni ceno; un nuovo
concilio fu adunato in Antiochia nel 329, il quale, colla solita infallibilità
dei concilii, diè torto al ve scovo di Antiochia, lo depose,nominò in sua vece
il di lui avversario, e poco cu randosi della scomunica lanciata dal Con cilio
di Nicea, procurò che Ario potesse ritornare in Alessandria. Vi si oppose.
nondimeno s. Atanasio, vescovo di quella città; ma nel 354 un nuovo concilio a
dunato in Tiro depose anche questo ve scovo, e l'imperatore, che già tanto fe
rocemente aveva perseguitati gli ariani, lo manda in esiglio e rimette in
grande onore Ario, il quale poco di poi morì. Non è a credersi che la morte di
Ario ponesse fine alle contese. InAles sandria e nella stessa sede dell' impero
avvennero frequenti scene di sangue fra il popolo fanatico, eccitato dai preti
del l'uno o dell'altro partito. Intanto, succe duto a Costantino il figlio suo
Costante, questi parteggio per gli avversari di Ario, e nel 347 fece adunare un
conci lio in Sardi, ove i vescovi confermavano il simbolo di Nicea e
scomunicavano gli ariani; in quel mentre che un nuovo concilio adunato dagli
orientali in Filip popoli, confermava i principii di Ario e scomunicava li
avversari. Tanta contrarietà e tanto accanimen to dei partiti, fece nascere nel
novello imperatore il desiderio di convocare un nuovoconcilio. Eil concilio fu
infatti ban dito; ma mentre i vescovi orientali par titanti dell' arianismo si
adunavano in Seleucia, in Rimini aprivano il concilio gli avversari; nè giova
direche, come al solito, lo spirito santo inspirò alle due assemblee due contrarie
decisioni. Dispe rando ormai di venire a buoni risultati, l' imperatore fece
sottoporre al Concilio di Rimini il simbolo approvato in Se leucia, nel qualela
parolaconsustanziale era stata soppressa, e ordinò al gover natore che nessun
vescovo lasciasse u scire senza che l'avesse sottoscritta. Quat tro mesi
resistettero all' ingiunzione i padri ivi adunati, ma infine venuti ad un
compromesso fra il ventre e la co scienza, prestarono pieghevole orecchio alle
parole di Valente, il quale andava loro insinuando che, salvola parola con
sustanziale, il nuovo simbolo non aveva significazione diversa da quello di
Nicea. Firmarono e furono ridati alla libertà. Per la qual cosa l' arianesimo
risorgeva trionfante e minacciava di estendersi a tutta la Chiesa. Ma venuto a
morte anche Costante, Giuliano successore di lui, rimise i cattolici in favore,
e gli impe ratori che gli succedettero, chi più chi meno, seguirono lo stesso
partito. Anzi Teodosio vietò agli ariani di adunarsi, cacciò gli uni dalla
città, gli altri notò d' infamia e spogliò del privilegio della cittadinanza.
Ma non bastarono le persecuzioni a spegnere interamente l'arianismo, inquan
tochè i popoli d'Europanovellamente a cquistati al cristianesimo, più
facilmente passavano alla dottrina diArio, siccome meno assurda e men seempia
di quella professata dal simbolo di Nicea. Anche nei tempi moderni l' arianismo
ebbe se guaci nella Germania e nella Polonia, e dicesi che fosse importato
nell'Inghilterra da Okino e Bucero, che l'insegnarono in segreto, perocchè in
grazia della intol leranza protestante, coloro che tentarono di negare
pubblicamente la divinità di Gesù furono abbruciati. Cionondimeno, Socino,
Chubb, Clarke e parecchi altri il lustrarono questa dottrina coi loro scritti,
e l'arianismo era ancor sì forte nel se colo scorso, che fu veduta una signora
Myer, fondare nell'Inghilterra una catte da apposita per combatterne
ledottrine. Aristotile. Niun filosofo quanto Aristotile ebbe più gran fama e
mag giore opportunità di distinguersi. Nac que in Stagira nell'anno 304 primadi
G. C., fudiscepolo di Platone e dopo la morte del maestro si ritrasse in Acarna
nia ove regnava Ermia già da gran tempo suo amico. Poco di poi, invaghi
ARISTOTILE tosi della sorella di questo principe, la mend in moglie. Fu quindi
precettore di Alessandro il Grande e dopo essere ri masto otto anni presso di
lui, ritirossi adAtene. Quivi i magistrati gli conces sero il Liceo, sotto i
portici del quale egli insegnava passeggiando co' suoi di scepoli; d'onde la
suasetta fu detta de'pe ripatetici. Sebbene discepolodi Platone, Aristotile s'
allontanò ben presto dalle dottrine del maestro, ed anzi si atteggiò ad aperto
antagonismo sulla questione delle idee innate, insegnando che l'anima umana è
come una tavola rasa, sulla 47 Il Dio di Aristotile non hadunque alcu na
consistenza metafisica, è una paro la, o meglio ancora, la sintesi di tutte le
forze di natura. Egli è perciò che Aristotile, non solo non ammette alcuna
relazione possibile fraquestoDio elaspecie umana, manegaanche all'essere supremo
ogni virtù. Come,infatti, applicare l'idea di virtù a delle leggi naturali
costrette dallanecessità? Qualunque sia la virtù che voi imaginate,dice
Aristotile, essa è inap plicabile allanaturadi Dio. Gli darete il quale
l'esperienza scrive tutto ciò che i sensi percepiscono;'d' onde'il ben noto
aforismo: nulla è nell'intelletto che non sia entrato per laporta dei sensi.
Per ciocchè il pensiero suppone necessaria riamente la sensazione e l'
imaginazio ne; come la memoria suppone la persi stenza delle impressioni
sensibili. Laon de, se l'anima non sentisse, nonpotrebbe nè pensare nè
intendere. Quest'è come ogaun vede, puro sensualismo, il princi pio
fondamentale della filosofia moderna. Ma il genio analitico di Aristotile non
poteva rimanersi entro questi con fini; ond'è che spingendo pitu innanzi
l'audace suo sguardo, vuol giungere colla esperienza fino al trono di Dio. A
que sto punto, sotto le apparenze del teista, par che Aristotile ondeggi fra il
pantei smo e l'ateismo. Perciocchè, se in qual che luogo dice, che Dio è la
sostanzadi tutte le sostanze e non fa che un sol tutto col mondo, col cielo,
con la natura; altrove assicura che in tutti gli esseri si distingue, colla
intelligenza, la materia e la forma(allo spirito non ac cenna). Or la forma scompare
col di sgregarsi della materia, d'onde conchiude che l'anima al corpo non
sopravvive. Un sol corpo con la sua traslazione circolare è causa e regolatore
supremo di tutti gli altri movimenti. Questo corpo, che Aristotile chiama
divino, è l'etere, o il Cielo, che spingesi agli estremi limiti dell' universo,
oltre il quale non vi è nè vi può essere alcuna sustanziale realità. coraggio ?
Ma egli nonè esposto ad al cunpericolo. L'amicizia? Egli basta a se stesso. La
temperanza? Dio non ha desi deri. Labeneficenza? Ma o questi benefizi sarebbero
il risultato di leggi generali, o sarebbero eccezioni a queste leggi. Nel primo
caso le leggi generali avrebbero per fine l'universalità e non l'uomo in
particolare, nel secondo si toglierebbe a Dio il suo carattere immutabile. Dopo
questa succinta esposizione dei principi di Aristotile sopra Dio e l'ani ma
umana, più non cirecherà sorpresa la foga con cui i nostri metafisici ten tano
di rimorchiare la filosofia all'idea lismo trescedentale di Platone. « Aristo
tile, scrive il Ravaisson, (Essai sur la Metaphis. d'Aristote.) fondando il ge
nerale sopra l'individuale, gli toglie l' alto suo valore: l'essere rimane
isolato nella sua particolarità: in natura altro non resta che divisione senza
misura od ar monia, Dio senza provvidenza, la vita umana senza scopo ideale: la
bellezza e la poesia vanno in dileguo ».. ed è questo che sopratutto rincresce
ai signori metafisici ! Fa veramente meraviglia che un fi losofo così poco
religioso come Aristotile, abbia goduto, eziandio nella Chiesa Cat tolica e
perlunghissimo spaziodi tempo, una grande autorità. Tutta la scolastica
fondavasi sull' autorità di Aristotile, e tant'era la venerazione che avevasi
di lui, che nol chiamavano altrimenteche il quasi che fuori di Aristo tile
altro filosofo non esistesse . Questo entusiasmo per lo Stagirita in uomini che
professavano principii tanto con trari ai suoi, era ignoranza o voion tario
acciecamento? Mala contraddizio ne forse si spiega con due circostanze che non
devono trascurarsi nella que stione . Aristotile aveva nominalmente stabilita
l'unità di Dio, e contro la moltitudine degli Dei del paganesimo, aveva
spogliata ladivinitàdaogni antro pomorfismo. Quest'era già un gran ser vizio
che egli aveva fatto al cristianesi mo, maforse non sarebbebastato a far
chiudere gli occhi sulla sua incredulità se il suo libro della Metafisicanon
fosse venuto ad ingarbugliare molte idee, che altrimenti sarebbero state assai
più chia re. Nel XII libro della Metafisica il lampo del genio di Aristotile si
spegne affatto ed una densa nebbia par che si stenda su tuttala suadottrina. Il
con cetto del divino qui nuota inun mardi parole senza senso: le formole si
succe dono alle formole e il pensiero s'oscura sempre più. Questo libro ha
potuto far credere a molte cose che Aristotile non credeva; tutti i teologi e i
professori di metafisica vi hanno dedicato i loro studi, e nei commenti che
hanno fatto a queste formole, vi hanno distillata tutta la loro scienza. Gli è
tanto dolce lo spiegare quel che non s'intende ! La Metafisica è stata dunque
labase da cui l'ortodossia ha prese le mosse per spiegare tutti gli altri
scritti del fi losofo di Stagira.Dio,dice la fet fisica, è eterno, perchè il
movimento è eterno (Ant. XIX. 6, 8). Non ha parti, perchè è infinito (XIV. 9).
La sua esistenza è una pura speculazione. Qui caque il Dio mondo di Aristotile
comincia a ri vestire la forma cristiana. Ma afirettia moci a dire, che il
libro della Moter quello si è appunto che la itica biblio grafica da lungo
tempo tiene in sospetto come apocrifo e indegno del pensiero e del nome di
Aristotile. L'incredulità di questo filosofo si ri leva a' altronde dalle
accuse cri andò incontro quand' era vivo, e dalle perse cuzioni cui furono
soggetti i suoi libri dopolamorte.Se moltiscolastici tenevano in alto onore
Aristotile, nonmancarono, per altro, degli ortodossi più avveduti che previdero
i pericoli di questo entu siasmo tutto pagano. Nel 1207 un con cilio
provinciale di Parigi proibisce di leggere, si nelle scuole che in privato, i
libri di Aristotile intorno alla filosofia naturale, e sei anni dopo il legato
della Santa Sede, nel dare gli statuti dell'uni versità di Parigi, rinnovò
quella proi bizione estendendola anche alla Metafi sica (Dubolay T. III) Questo
fu un er rore, ma non durò molto, poichè nel 1831' il papa corresse la
decisione del legato e tolse, com' era ben giusto, il divieto esteso alla
Metafisica. Gregorio IX sospende i libri di fisica, libris illis naturalibus,
finchè non siano purgati da ogni sospetto d'errori ; ein unmomento molti dotti
vi si occupano intorno così bene, che in breve gli errori scompaiono e i libri
sono ammessi dall' ortodossia. Ma, o fosse che gli errori rinascessero ad ogni
tratto nei libri d' Aristotile, tanto n' eran zeppi, o fosse che i revisori a
vessero mancato di perizia dommatica, fatto è che più tardi vediamo S. Tomaso
d'Aquino applicarsi, d'ordine d' Urbano IV, a rivedere le traduzioni fatte sul
te sto greco, e acommentarle egli stesso con tanta scienza e dottrina, che in
breve del pensiero di Aristotile più non vi rimase un punto. Ma gli errori
erano spariti, e la Chiesa dopo d'allora più non vi trovò aridire. Anzi fu
appunto da quel mo mento che lo Stagirita sali in tanta fama, che il Nicolò
Vcredette necessario man dare a farsi una nuova traduzione latina di tutti i
libri d'Aristotile, e nel 1432 il suo legato richiamando l'università di Parigi
all'osservanza delle prescrizioni già date dai suoi predecessori, dichiarò >
Siccome, per altro,le condanne, fos sero esse cattoliche oprotestanti, non
hanno mai potuto vincere l'eresia, così era condannato per la mancanza dei |
s'intende che i Rimostranti non ces 4 50 ARTE sarono di insegnare e di
propagare le loro idee, si moltiplicarono nelle pro vince Unite, e per evitare
le persecu zioni dell' Olanda si ritrassero nel l'Holstein e nella Danimarca e
vi fon darono la città di Fridericstad, dove si conservano anche attualmente.
Arnaldo da Brescia. Eretico del XII secolo. Fu amico di Abelardo e recossi in
Francia per assistere alle sue lezioni. Tornato in Italia, si fe'mo naco e gli
presevaghezza di insegnare, che i preti e i vescovi che possedes sero beni
stabili non potevano salvarsi. Non ci voleva dimeglioper acquistare il partito
popolare, allora, come ades so, non troppo devoto ai pontefici; on de Innocenzo
II mandollo in esilio. Non si tosto questo papa fu spento, Arnaldo tornò in
Italia, ove predicò contro il suo successore, eccitando i romani a ristabilire
quell' antica re pubblica che li aveva fatti grandi da vanti alla posterità.
Arrise il pensiero al popolo, il quale saccheggio il pa lazzo dei signori e
costrinse il papa a fuggire; ma poco durò la suaindipen denza. Dopo che Adriano
IV ebbe po sto su Romal'interdetto, la città tornò alla Chiesa, e Arnaldo fu
costretto ad uscire da Roma e a ricoverarsi nella Toscana. Ma arrestato poco di
poi dalle genti del Cardinal Gerardo, venne ricondotto a Roma, ove fu
condannato alla forca, il suo corpo ad essere abbru ciato e le sue ceneri
disperse al vento. Lasentenzafu eseguita nell'anno 1155. Arte (teoria dell' ).
Fra le teorie più oscure e men determinate che si conoscano, quella dell' arte
occupa certamente il primo posto. Pure sun' altra disciplinafu soggetta a tante
ricerche e a tanti studi quanto questa; nes ma la sua oscurità e
indeterminatezza non deriva tanto dall arte in se stes sa, quanto dalle strane
idee che la metafisica e la religione concepirono intorno alla teoria del
bello, le con traddizioni della quale noi esporremo nell' articolo BELLO.
Proudhon definisce l'arte « una rap presentazione idealista della natura e di
noi stessi, tendente al perfeziona mento fisico e morale della nostra specie. »
Questa definizione è in gran parte esatta, e lo sarebbe in tutto, se nel
concetto di rappresentazione idea lista non si rinchiudesse necessaria mente, o
un controsenso o un assenti mento estetico alle più strane aberra zioni dell'
arte rappresentativa (chè di questa soltanto vogliamo parlare). La
contraddizione è evidente nel concetto dirappresentare idealmente, perciocchè,
o la rappresentazione trova un riscon tro nella realtà, e allora è realee non
ideale; oppure alla realtà si oppone e allora, aparlar propriamente, può dirsi
ch' ella rappresenti qualche co sa? No certamente, poichè quello solo si
rappresenta che esiste e la rap presentazione di ciò che esiste è rea le. Per
verità, suol dirsi che l'arte crea, ma anche questa la è una di quelle figure
sconfinate, con che la rettorica suol esagerare quei principii che son troppo
vaghi, per essere ben determinati. L'arte non crea, l'arte copia; l'arte è una
pura imitazione. Certo, questa pretesa potenza creatrice dell'arte, la
religione non ha mancato attribuire al cristianesimo, e filosofi molti e uomini
d'ingegno non stettero in dubbio di affermarlo. Ma di solito la metafisica
accieca e genera confu sione anche nelle intelligenze più po sitive, e l'arte
ha la sua metafisica non men che lafilosofia! La metafisica hacreato il
classicismo estetico,il quale allontanando l'uomo dellapura realtà dellanatura,
che è il vero elemento del l'arte, lo gettò fra leindeterminatezze del
convenzionalismo. Quindi le idee estetiche si sono capovolte: l'uomo si sforzò
di trovar bello, non tanto ciò che gli piaceva, quanto ciò che rispon deva a
certe determinate regole, le quali, se giovano poco all'arte, han no però il
merito di avere unagrande antichità. E ciò che è antico impone ARTE sempre ai
vulgari e ai non vulgari; e un po' per l'abito fatto a considerare come
piacevoli certe forme che piace voli nonsono, un po' per quella cotal
dosedisaccenteriaper laquale ogniuo mo ambiscedi mostrarsidotto e perito >
(Matt.). Edaggiungono,che lo spiritodimorti ficazione è essenziale al vangelo
ove i digiuni di S. Giovanni Battista e di Gesù sono ricordati con encomio
(Matt. IV. 2). Sidisapprovano soltanto quelli che digiunano per ostentazione
(VI: 16. 17). Gesù dice che vi son de moni che non possono essere discac ciati
senoncoll'orazione e col digiuno; non obbligò adigiunare i propri discepoli, ma
predisse che di ginnerebbero quand' egli più non fosse con loro (IX, 15): gli
apostoli si pre pararono col digiuno alle importanti azioni del lor ministero
(Atti XIII, 2 Cor. VI. 5) ed egli stesso digiunava (XI, 27) E concludono: se
dunque il detto evangelico « non ciò che entra nella boccacontamina l'uomo
dovesse letteralmente interpretarsi, Gesù si sa rebbe contraddetto insegnando
il digiu no, e gli apostoli l'avrebbero smentito praticandolo,perciocchè
l'astinenzadalle carni non è che una forma di digiuno men rigorosa
dell'astinenza assoluta. Econvienpur confessare che sopra questo argomento i
cattolici non ra gionano peggio dei protestanti, avve gnachè gliuni egli altri
abbiano torto e ragione ad untempo, per laragion chiarissima, che nel vangelo
d'ogni dottrina si trovano i contrari. Il fatto vero è questo, che già prima
dei cri stiani gli Orficie i Pitagorici si aste nevano dalle carni e dal vino,
e che Ori gene ci dice che nel terzo secolo tale uso trovavasi già in vigore
tra molti fervorosi cristiani. Non è d'uopo dimostrare come que ste astinenze
siano nocive al corpo e contrarie quindi ad unasana morale: soltanto una
medicina cieca e superti ziosa ha potuto venire in soccorsO della religione,
per mostrare il lato igienico delle astinenze, quasi che l'a stenersi da cibi
in determinati tempi e quando forse il corpo ne hamag gior bisogno, possaprodurre
gli stessi effetti delle astinenze ordinate durante uno stato patologico del
nostro corpo! Astrazione. L' astrazione è una delle più care e più usate
prerogative della metafisica; ciò val quanto dire che ella è affatto contraria
al metodo spe rimentale. L'astrazione non è tanto ri provevole pel suo
processo, quanto per le erronee e fatali conseguenze acui con 'duce chi ne
abusa. Se io considero un corpo nella sua realtà e secondo il me todo
sperimentale, non posso escludere, come elementi di una esatta cognizione, i
suoi caratteri essenziali, tali che la forma, il peso, l' impenetrabilità, il
colore, l'odore, il sapore, e tutte insomma| ficilmente compie il suo ufficio,
quanto le proprietà che cadono sotto i miei sensi. Ma se ioelimino dalpensiero
tutti gli elementi della cognizione, e nel corpo considero mentalmente un solo
aspetto, per esempio il colore, avrò fatta una astrazione di tutte le altre
qualità sen sibili, e il colore, sebben confusamente, mi apparirà al pensiero
come possibile a separarsi dall' idea del corpo che lo assume. Da qui la
tendenzanei metafisici aconcretizzare gli attributi della mate ria e a farne
tante entità separate ein dipendenti dall' idea di corpo. Il pericolo è infatti
evidente. Se io considero un corpo in movimento, e quindi facendo astrazione
dal corpo, tento di riprodurre col pensiero l'idea di movimento sepa rata da
quella di corpo, mi troverò co stretto ad attribuire a cotesto movimento una
certa quale entità, che possa farlo cadere nel novero delle esistenze con crete.
D'onde la creazione del concetto di forza, cagion del movimento,ed'onde ancora
l' error metafisico di concepir la forza separata dalla materia, mentr' ella
non n'è che l'attributo ( Vedi FORZA e MATERIA ). Or si è appunto in graziadi
una cosi bella prerogativa dell' umano intelletto, che la metafisicaha
arricchite le nostre cognizioni con un numero in finito di così dette verità
astratte, le quali hanno tutte tanta realtà quantane ha l' idea di movimento
separatadall'or gano o dal corpo che lo rappresenta. II principio della
metafisica, che ogni astrazione dello spirito, presup pone qualche dato
concreto,non potreb be essere oppugnato dalla filosofia spe rimentale. Anzi,
cotesta filosofia tantè sicura di questa verità, che fondandosi saldamente sul
concetto che ogni idea ne viene dai sensi,hanegate le idee innate. (Vedi IDEE
INNATE). Ma dall' essere ogni nostro astratto concepimento come unå cotal sorta
di riflessione delle cose este riori, non ne deriva che tutte queste a
strazioni siano vere. L'intelletto astra endo s' allontana dalla realtà
obbiettiva: piu lontani songli avvenimenti o le cose ch' essa si sforza di
evocare; d'onde la facilità con cui confonde l'uno coll' al tro fatto, e
appropria ad una cosa lé proprietà dell' altra. Se pensando alle ali di un
uccello, la mente accoppia in quel momento una figura d'uomo, io posso ben
creare l' immagine d'un che rubino, ma non nederivaper questo che essa trovi
una concreta rappresentazione nella realtà, nè che in natura esistano tutti
imostri creati dalla immaginazio ne; ma piuttosto si troveranno nella re altà
tutti gli elementi separati, che l'a strazione ha insieme congiunti per for
mare un nuovo essere. D' onde si vede, che la sintesi dell' astrazione non può
essere ricondotta alla realtà, senza il soccorso dell'analisi sperimentale.
Atavismo. Ilbotanico Duchêne ha per primo introdotto nel linguaggio scientifico
questo vocabolo, che fu poi adottato da Darwin ed è ora divenuto pressochè
universale. Indicasi con questo nome quella tendenza che si manifesta negli
esseri viventi, a riprodurre certi caratteri anatomici o fisiologici od ezian
dio patologici, che furono già propri dei loro antenati, e non sono più
comparsi nei genitori. Ad esempio, la etisia più facilmente trasmettesi
dall'avo ai nipoti, che dai genitori ai figli, e spesso lascia immune una o due
generazioni, per ri comparire nella famiglia. Ma nelle ere dità fisiologiche
l'atavismo è assai più frequente. Darwin ha citato ungrannu mero di casi, nei
quali vien dimostrata conmolta chiarezzaquesta tendenza, che hanno gli
organismi a riprodurre le forme antiche, e il sapiente naturalista inglese si è
giovato assai di questi fatti per assegnare a certe specie di organi smi i loro
antichi progenitori. Spesso nel cavallo notasi l'apparizione dei diti laterali,
che fan credere che questo so lipede derivi dall' ipparione, animale fos sile
molto simile al cavallo, ma che a veva tre diti. Altri nostri animali dome or è
noto che la memoria tanto piùdif- | stici, a quando a quando riproducono i
ATEISMO caratteri dei loro antenati e, per esem pio, in una razza speciale di
buoi di Suffolk i quali, in grazia di un certo incrociamento, un secolo e mezzo
fa si sono ottenuti senza corna, di tempo in temporiappaiono individui cornuti,
i quali rivelano la tendenza a riprodurre questo carattere originale dei loro
antichi an 57 contro l' ateismo. E convien confessare chese il fatto fosse
vero,sarebbe, senon altro, una prova o della grandissima e videnza della
esistenza di Dio, o della intima rivelazione che Dio avrebbe in stillato in
ogni uomo della sua propria esistenza. Ma il fatto non è vero, e la pretesa
universalità della credenzain Dio tenati. Darwin crede eziandio che le va
scompare tosto che la critica sincera e samina le prove numerosissime raccolte
rie forme embrionarie attraverso alle qualipassa il feto umano,nonsiano altro |
dalla antropologiae dallastoria. L'atei che la riproduzione delle forme tipiche
degli animali che l'hanno preceduto nella serie degli esseri da cui deriva (
Vedi EMBRIOLOGIA) e Vogt considera imicro cefali come una sorta di atavismo
scim miesco. che interrompe la legge di evo luzione. I casi di donne con
quattro e sei mammelle non sono rari, e Darwin li spiega anch'essi come effetti
dell' a tavismo. Il quale al postutto vuol essere considerato siccome una legge
contraria aquella di selezione (vedi DARWINISMO) imperocchè se questa, in
grazia della varietà del clima, del nutrimento e del l' incrociamento, tende
costantemente a trasformare i tipi, l'atavismo ha la co stante tendenza a
mantenerli identici, e or qua or là, manifesta la sua potenza latente
riproducendo, nel seno stesso dei nuovi organismi, le forme tipiche dei loro
progenitori. Questa potenza si rende an cor piùevidentenelregno vegetale, dove
i tipi derivati che si ottengono senza l'in crociamento (innesto), e per la
sola va rietàdella coltura, inevitabilmente ritor nano alle forme primitive
tosto che si cessa di coltivarle; la qual tendenza è comune anche agli animali
domestici, i quali, se sono abbandonati allo stato sel vaggio, facilmente
riprendono i loro ca ratteri originali. Ateismo.ParolacompostadaTeos, Dio, e
dallaparticella negativa a; d'onde a-teos, assenza di Dio. La teologia e la
filosofia teologale finora non hanno po tuto far di meglio che negare ostina
tamente l'esistenza di veri atei, e fino ai nostri giorni fu questo ilmigliore
ar gomento che i credenti seppero addurre smo è lo stato normale di una buona
metà di tutti i popoli dell' Asia. Non havvi nella lingua cinese unaparola che
esprima l'idea di Dio; della quale as senza il signor Renandot trova unapro va
sicura nella iscrizione Cinese e Siriaca scoperta nel 1625. Gli Assiri, dic'
egli, che la lasciarono come un monumento della loro missione, essendo vissuti
146 anni fra i Cinesi non nepotevano igno rare la lingua. E se eglino avessero
trovato nella lingua del paese qualche parola che dinotasse l'Essere supremo,
certo l'avrebbero adoperata invece della parola siriaca a Cobo. Quindi è ch'
essi hanno fatto quello che gli spagnuoli dopo di loro hanno dovuto ripetere
nel ' America, adoperando la parola Dios per instruire gli Americani, i quali
non ave vano nè idea nè parolache esprimesse il concetto di Dio. Per giungere
alla medesima dimostrazione, il signor de la Loubère si serve del seguente
passo di Confucio, il massimo filosofo dei Cinesi.« Per quanto un uomo sia
virtuoso, vi sarà sempre un grado di virtù ch' egli raggiungere non può. Il
Cielo stesso e la Terra sì grandi e perfetti,nonpossono satisfare tutti a causa
dell'incostanza del tempo e degli elementi, diguisachè l'uomo tro va contro di
essi dei motivi di disgusto e d'indignazione. Laonde, se ben s' in tende la
grandezza dell' estrema virtù, si dovrà confes are che l'universo intero non
può contenerne nè sostenerne il peso > D'onde si vede che Confucio, negando la
possibilità dell' esitenza di una virtù assoluta, implicitamente nega
l'esistenza di Dio. ( v. CONFUCIO). Perfino i missionari mandati nella Cina non
hanno potuto negare questo fatto. S. Francesco Saverio riferisce che i Bonzi
del Giappone non volevano cre dere che vi vosse un Dio, perciocchè, dicevano
essi, se ve ne fosse uno, i Ci nesi non l'avrebbero ignorato ( Epist. Lib. IV).
Anche i gesuiti, tanto interressati a sostenere l'eccellenza dei Cinesi, le
buone grazie dei quali si erano accaparrati, e n' usavano poco cristianamente
contro le missioni di tutti gli altri ordini, fu rono costretti a confessare l'
ateismo dei Cinesi. « I Cinesi, scriveva il padre An tonio Gorefa, sono pieni
di spirito, e nondimeno finora sono vissuti nelle te nebre e nella più profonda
ignoranza dell' esistenza di Dio La setta dei letterati, che condanna il culto
degli idoli, non è, a parlare propriamente, che un Ateismo approvato dalle
leggi dell' im pero ». Si los Chinas no son Atheos, que Nacion ay o houve quelo
sea! esclama il padre Antoine di Santa Maria. Contro queste ed altre numerosissime
testimonianze, non mancano coloro i quali vogliono che le voci cinesi Tien e
Xangti esprimano il concetto della di vinità; e i gesuiti, infatti, nelle loro
tra duzioni delle opere di Confucio resero queste parole per Dio. Ma il senso
di que' vocaboli tant era lontano presso i Cinesi di rendere fedelmente il
concetto della divinità, che il vescovo di Conon con sua ordinanza del 26 marzo
1693 stimò bene di vietarne l'uso per espri mere il vero Dio. Avendo i gesuiti
ricusato di sottomettersi a questo divieto, ne nac que uno scandalo; l' affare
fu portato aRoma, ove Innocenzo XII nominò una Congregazione di Cardinali e di
Teologi per deciderlo. La decisione non fu resa che sotto Clemente XI, il 20
novembre dell' anno 1704, e confermava il divieto del vescovo di Conon. Prima
di pronun ciare questa decisione i membri della Congregazione non avevano
mancato di prendere informazioni sui luoghi. Tra queste informazioni vi è
quella che il vescovo di Bérite mandò al cardinale Casanate, che qui rendo
testualmente: > Le prove adotte in questo articolo mi dispensano di
confutare siffatte idee. Quanto alle ragioni ontologiche dell' a teismo si
troveranno nell' articolo Dio. Per i filosofi che dopo aver avuto la coscienza
di Dio, lo negarono poi colle leggi del ragionamento, veggansi inque sto
Dizionario gli articoli: CRIZIA, PRO TAGORA, BIONE, STRATONE, DIAGORA, LEU
CIPPO, DEMOCRITO, LUCREZIO, Fò, AVERROE, POMPONAZIO, RUGGERI, VANINI, BRUNO,
HOBBES, SPINOSA, TOLAND, MESLIER, LA METTRIE, BOULANGER, HOLBACH. Atomo. La
parte più piccola della materia, che non può più oltre 3 60 ATOMISMO essere
divisa chiamasi molecola. Tut tavia la malecola è ancora divisibile col
pensiero, e l'ultimo limite al quale colla divisione giunge il pen siero, dicesi
atomo. L'atomo è dunque una astrazione, perocchè ragion vuole che lo si
suppongasenza dimensioni, chènel contrario caso,il pensiero po trebbe ancora
dividerlo all'infinito. Vedi ATOMISMO) La chimicamoderna ha adot tati gli atomi
come formola convenzio nale, adatta ad esprimerele più sottili combinazioni e
il modo di aggrega zione delle varie sostanze fra di loro. Si é infatti
osservato che leproporzioni fra le varie sostanze che costituiscono i corpi,
rimangono inalterate anche nelle più piccole e intime parti del corpo stesso,
di guisachè, posto peresempio come provato dalla chimica, che lo zucchero
constadi 12parti di carbonio; 23di idrogeno; 11 di ossigeno,se pren diamo la
più piccola molecola di zuc chero, che ci è data concepiree la di vidiamo in tre
parti, troviamo senz'al tro che ognuna di essenonconsta già interamente di una
delle tre sostanze componentilo zucchero, ma bensì di 12 parti di carbonio,23
di idrogeno, 11 di ossigeno, e che ogni ulteriore divisione all'infinito
constasempre di una combi nazione simile. Orl'atomo nella chimica rappresenta
appunto l'ultimo limite nel quale si suppone che le particelle di carbonio, d'
idrogeno e d'ossigeno si separeranno senza combinazione. Onde si dirà, che
dodici atomi dicarbonio,23 atomi di idrogeno e 11 di ossigeno costi tuiscono
unamolecola di zucchero. Tut tavia questa locuzione è errata, avvegna chè gli
atomi costituiscono spécialmente un principio di ragione, che impropria mente
si trasforma in corpo materiale; motivo per cui molti chimici d' oggidi abbandonano
gli atomi allafilosofiaspe culativa, e chiamano molecole tutte le parti più o
meno piccole dei corpi, sieno esse semplici o composte, com binate o no. (Vedi
MOLECOLA) Atomismo. Sotto questo nome generale s' intendono tutti i sistemi
filo sofici, i quali hanno per fondamento l'i potesi degli atomi, ossia i
corpuscoli impercettibili della materia. Se noi pen siamo alla divisibilità
infinita della ma teria, l'antitesi dell' infinito contenuto nel finito,non può
ameno di presentarsi alla nostra mente (Vedi INFINITO ). Ма pos siamo noi
evitare questa assurdità logica? Fino a qual qunto dovremo noi pensare che un
corpuscolo non possa ulterior mente dividersi? Tali furono le questioni
generali che hanno originata la teoria atomica. Secondo gli atomisti, ciò che
chiamasi atomo è essenzialmente semplice, e ciò che è semplice non può ulterior
mente dividersi. L'atomo è dunque úna particella di materia elementare, imper
cettibile e imponderabile; e perciò ap punto che sfugge alla tangente dei
sensi, essa rivelasi subito come una mera astra zione. Epperò l'atomo è la
materiaquin tessenziata, press' a poco com'è lo spi rito; e l'aggregato degli
atomi costitui sce i corpi. Ciò basta per farci intendere che l'atomismo
antico, nonostante la sua tendenza al materialismo, differisce dalle nostre
teorie molecolari in questo, che le nostre molecole non sono semplici, e non
dissomigliano essenzialmente dai corpi che compongono, non rappresentano
unconcetto metafisico, ma semplicemente un concetto d'estensione, quella più
pic colissima parte di materia che ci è dato di immaginare. Sebbene la teoria
ato mica fiorisse nella Grecia ai tempi di Anassagora e di Democrito, ne
troviamo però qualche anterior saggio nell' India nella setta filosofica detta
dei Vaisechika della quale fu fondatore Kanada. Diceva questo filosofo, che se
un corpo fosse veramente composto di un numero infi nitodi parti, sarebbe vero
il paradosso che fra un grano di senape e unamon tagna non vi è alcuna
differenza di grandezza, poichè l' infinito è sempre e guale all' infinito. Per
evitare questa contraddizione supponeva egli che lama teria fosse un aggregato
di particelle elementari, eterne e indivisibili; e tali ATOMISMO appunto sono
gli atomi. Questi sono ne cessariamente intangibili, poichè tutto ciò che cade
sotto i nostri sensi è un composto e ciò che è compostopuò sem pre dividersi:
ma nondimentichiamo che l'atomo è indivisibile. Gli atomi non constano tutti
della stessa sostanza. Ka nada supponeva che ve ne fossero di quattro specie:
terrestri, acquei, aerei e luminosi: sono sempre iquattro elementi della fisica
antica. La varietà di questi 61 Poco diversa dalla teoria del filosofo indiano
è la teoria atomica dei filosofi greci. Gli atomi d' Empedocle, come quelli del
filosofo indiano, sono di quat tro categorie, e il principio superiore dell'
amore o dell' odio li fa congiun gere o li disgiunge. Nel sistema di A
nassagora gli atomi son detti omeo meria, e si distinguono in un infinito
numero di categorie, quante sono le sostanze e perfino i colori che vedia atomi
costituisce i corpi, ma la loro combinazione non è meramente arbitra ria e
casuale, bensì è regolata da una legge. La prima combinazione è sempre binaria,
cioè composta di due atomi; la seconda formasi coll'aggregazionedi tre di
questi atomi doppi; quattro atomi se condari formano una combinazione ter naria
e così via. Ora questo modo di combinazione, per quanto sembri strano, non è
poi molto lontano dalla realtà, quale ci fu rivelata delle moderne ipo tesi
della chimica. Abbandonato il nu mero progressivo degli atomi, che è una mera
astrazione, noi vediamo che ogni cristallo è infatti un aggregato di altri
cristalli d' egual natura e forma. Se, ad esempio, noi prendiamo una delle più
piccole cristallizzazioni del sale co mune, vedremo che ha la forma di un cubo.
Or quel cubo può decomporsi in altri piccoli cubi, e ciascun di questi in una
quantità di altri cubi più piccoli, e cosi di seguito fino all' atomo che si
suppone elementare. La scienza è dun que venuta a convalidare, fino ad un certo
punto, la teoria atomica. Se non che, mentre la teoria molecolare più modesta
della prima, a questo punto si è fermata, limitandosi a concepire la molecola
come la più semplice espres sionedellamateriaimmaginabile; lateoria atomica
invece, ha voluto quintessenziare l'atomo e renderlo immutabile nell' uni
verso. Dopo tutto questo, Kanada, per una sorta di astrazione, che non si sa
comeben si concilii colla semplicità e lementare dei suoi atomi, ha ammessa un'
anima distinta dal corpo. mo. Ma è soltanto con Leucippo e De mocrito che il
sistema atomistico della Grecia assume una forma più risoluta e allontana,
siccome ipotesi inutile, il prin cipio spirituale. Poichè gli atomi sono
semplici e riempiono tutto, come potrebbe definirsi lo spirito, e qual posto dargli?
Se l'atomo è semplice, e semplice è lo spirito, l'uno o l'altro è superfluo,
oppure l'uno si confonde coll'altro (Vedi LEU CIPPO E DEMOCRITO). Mentre
Anassagora aveva creato tante sorta di atomi quante sono le sostanze,
Democrito, afferrando il gran principio dell'unità della materia, tutti li
supponeva della stessa natura e sol diceva che i corpi differivano pel di verso
modo della loro aggregazione. Si Leucippo che Democrito, ammettendo la eternità
degli atomi e del movimento loro, escludevano esplicitamente la possi bilità
della creazione. Ogni cosa è for mata degli atomi e gli atominonhanno principio
nè hanno fine. Questa dottrina fu ad un dipresso adottata da Epicuro e cantata
da Lucrezio coi suoi aurei versi. Qui l'atomismo antico si avvicina al materialismo
moderno: non solo rico nosce l'eternità degli elementi materiali, ma
energicamente afferma la realtà della materia. Verità triviale, se si vuole, ma
che non èperciò, cosa incredibile ma pur vera, meno contrastata anche ai nostri
giorni (Vedi BERKELEY, COLLIER е Ма TERIALISMO). Nei tempi moderni l'atomismo
rinac que con Gassendi, ma fu sistema scem pio, perciocchè, fedele al domma
della creazione ex nihilo, tolse agli atomi l'e ternità, li fece decadere dal
grado di 62 AUTENTICITA principio a quello di fenomeno, e in tal senso la sua
ipotesi diventava inutile. L'atomismo è invece passato nelle scienze naturali
sotto il nome di teoria moleco lare, la quale, come già dissi, è benlon tana di
considerare gli atomi con quel carattere di principio elementare che
Cadivisioilità degli antichi ad essi at tribuiva. Attrazione. Newton hacosì
chia mata la tendenza che hanno i corpi di attrar i fra di loro in ragione
diretta delle ma-se e inversa del quadratodelle distanze. Quando questa
tendenza eser citasi fra i corpi celesti, chiamasi attra sione universale, o
gravitazione; è in vece attrazione molecolare o coesione quella che si compie
fra le molecole a distanze infinitamente piccole. Filosoficamente parlando,
l'attrazione esprime un fatto, non già una causa, onde sarebbe crroneo il
supporre, che essa fosse un certo che di separatodalla materia in cui si
manifesta. L'attrazione è una forza, e come tutte le forze è un attributo
nominale, non sostanziale, della materia (Vedi FORZA). Attributo. Dicesi
attributo ogni qualità o proprietà dei corpi, che ser vono a meglio
determinarli o a far ne conoscere l' essenza. Vi sono at tributi reali ed
attributi inetafisici; e ben si capisce che questi ultimi hanno tanta realtà
quanto gli enti a cui si attribui scono. Così l'unità, ' attività, ' immor
talità dell' anima sono attributi tanto veri quanto può esser vera la esistenza
di quello spirito, che si chiama anima; come l' onnipotenza, la bontà e
infinità di Dio sono subordinati all' esistenza di di quello spirito che si chiama
Dio. Ma siccome sull' argomento degli spiriti l'e sperienza se ne rimane muta,
e siccome d'altronde la metafisica nullac' insegna che sia assolutamente
dimostrato intorno a questo argomento, così è chiaro che gli attributi della
metafisica mancano di ogni dimostrazione. Non così accade degli attributi
reali, propri della materia, i quali in qualche modo cadono sempre sotto i
nostri sensi. Anzi tant'èlarealtà e l'evidenza di questi, che spesso la
metafisica li confonde e li innalza al grado di sostanze separate, di entità
metafisiche. Accade così del mo vimento, del pensiero ecc. ( vedi questi nomi)
i quali, quantunque logicamente non si dimostrino altro che attributi soe
cialissimi della materia, la metafisica li concreta in altre sostanze cae stanno
fuori della materia, e quindi nel nulla. Anche l'idea generica di forza, che la
metafisica ha creato e la filosofi speri mentale adottato per spiegare
intelligi bilmente la causa dei fenomeni, non si risolve, in ultima analisi,
che in un aturi buto della materia (vedi FORZA). Quindi è, che i soli attributi
sui quali non cade onon dovrebbe cader disputa, son quelli stabiliti dalla
fisica sperimentale per i corpi, come sarebbero ' impenetrabilità,
l'estensione, la porosità, la divisibilità, il colore, il sapore, il peso e
tutte in somma le maniere con cui lamateria si presenta ai nostri sensi. Audeo
• Audio. Nacque nella Mesopotamia verso la metà del quarto secolo. D' indole
atrabiliare e di un esa gerato ascetismo, soleva egli rimprove rare acerbamente
la mollezza dei preti e dei vescovi de'suoi tempi, ond' era spes so
svillaneggiato e talora anche maltrat tato. Denunziato all' imperatore ed esi
gliato infine nella Scizia, v' istruì molti proseliti, insegnò la pratica della
vergi nità e fondò monasteri colle regole del viver solitario. Dall'ortodossia
si distaccò in alcuni punti di dottrina, come nella celebrazione della Pasqua,
ch' egli faceva nel giorno stesso della Pasqua dei Giu dei; poichè diceva che
il Conciliodi Ni cea l'aveva trasportata nel giorno na talizio dell'
imperatore, per adulazione verso Costantino. Dopo la morte diAu deo la sua
setta fu governata da vari vescovi fino alla fine del quarto secolo, col quale
si spense. Autenticità Vedi CANONE E APO CRIFI. Per l'autenticitàdegliEVANGELI
e del PENTATEUCO vedansi questi nomi. AVERROE 63 Autorità. In filosofiadicesi
auto- mente rimettersi all'autorità, in quelle d'opinione, ha il dovere, per
quanto e meglio può, di far egli stesso le sue rità quella testimonianza che l'
uomo dotto nelle specialità fa sulle cose della scienza o dell'arte che gli
appar tengono. E per quanto rifuggasi in buona filosofia dal prestar fede
all'au torità, non può, per altro, questa eli minarsi affatto, poichè niun uomo
può essere dotto intutte le scienze, nè tutto può sapere. Laonde, per quanto si
in culchi e s' insegni che l'uom deve da se stesso accertare le cose a cui
crede, non può, per altro, escludersi che in illazioni. Averroe. Pseudonimo di
Ibn-Ro scd. Filosofo arabo nato in Cordova verso la metà del XII secolo. Egli fu
il primo che volgesse dal Greco in arabo i libri di Aristotile, e i suoi
commenti sopra questo filosofo a cui pro fessava grandissima stima,
glimeritarono il sopranome di Commentatore. Aristo tile sintetizzando tutte le
forze di natura e riducendole ad unità, n'aveva compo sto un tal simulacro di
Dio, che nulla di molti casi ei nondebba necessariamente ricorrere
all'autorità, vuoi nellescienze storiche, vuoi nelle fisiche o nelle ma
tematiche, e rimettersi al parere di co loro che ne trattarono con fondamento.
Escludere, infatti, l'autorità dalla storia sarebbe quanto il negare la storia,
però che noi stessi non possiamo accertarci delle cose passate; ma del pari non
possiamo conoscere per nostra espe rienza tutto ciò che riguarda le altre
scienze, ond'è che inquelle parti nelle | di assoluto, d' inalterabile,
d'eterno, on quali ci riconosciamo manchevoli, dob divino aveva. E fu con una
cotal sintesi cheAverroe, sorvolando a tutti i fenomeni della coscienza
individuale, considerava il pensiero umano come la risultante di tutte le forze
dell'universo, o come parte o azione di una ragione universalo, che,
indipendente dalla materia non poteva dirsi, ma nemmen che le fosse soggetta.
La ragione fu per Averroe un cotalche biamo rimetterci all'autorità di uomini
competenti. Abbisi soltanto l'avvertenza di non confondere il parere di uomini
autorevoli con la vera dimostrazione, però che, come ben dice il Romagnosi,
questi dotti possono essere interpreti della ragione, non la ragione medesima.
Nè estendasi poi l'autorità loro invocata sopra una determinata cosa, a tutti i
rami dello scibile, come spesso si suol fare, onde nascono i tanti abusi e le
tante autorità effimere,che menano all'errore. Perocchè un uomo può es sere
autorevole in una scienza e non avere autorità alcuna nelle altre, onde tutti i
grandi, si smarrirono quando uscir vollero dai lorostudi. L'autorità
specialmente s'invochi sulle questioni di fatto, poichè in quelle il giudizio
di tutti gli uomini si accorda; madove vi è passione, o entusiasmo, o opinione
determinata da un partito, l'autorità a nulla giova, perciocchè se nelle que
stioni di fatto l'uomo deve necessaria de inalterabile e eterna doveva essere
l'umanità che partecipava ai privilegi di cotesta ragione. Qui scambiando
l'essen za con la forma, Averroe troppo presto dimenticava, che nessuna forma è
inalte rabile e imperitura nell' universo e che l' umanità deve necessariamente
seguire questa eterna legge di evoluzione. Averroe non è propriamente allascuo
la esperimentale che vuol essere ascritto, ma negare non si può ch' eglinon
tenda alquanto al panteismo. Perciocchè quella sua ragione universale, sintesi
dell' uni verso che s'incarna e s'individualizza nella coscienza individuale,
non ripugna aquesta scuola. Come Aristotile, dal suo Dio panteista aveva
dedotta la conseguenza che non vi può essere relazione alcuna possibile tra
Dioelaspecieumana, così Averroe esclude i preti e la teologia dal concorrere
alla suprema felicità. La personalità finisce col corpo, e dopo la morte va per
dendosi nel mare della intelligenza uni versale, alla quale, non solo è affine,
ma 64 BACONE risale almeno a quattro secoli dopo. Avicenna, pseudonimodi Jbn-Si
anzi identica. Perciò, tutte l'anime in | ribus, ma a torto, poichè quello
scritto nulla differiscono fra di loro, e l'orga nismo solo quello è, che
fadiversi gl' in dividui, che dà una personalitàpropria a Socrate diversa da
quella di Platone. Or gli organi periscono, e l' anima, la ra gione rimane
inalterata e si confonde nella ragione universale. Questa ragione è eterna;
come eterna è la materia; on de il creare e il risorgere son cose del pari
assurde. Per quel che si vede, non può dirsi che Averroe spingesse agli estremi
le sue negazioni. Pure, senza volerlo, fu egli reputato, e restò per lungo
tempo, come na. Celebre medico arabo nato nell'anno 880. Scrisse moltissime
opere filosofiche, dove illustrò i principii dei peripatetici il capostipite
dell' incredulità. A lui si attribuirono le più ardite opinioni e i più
scettici pensieri; da lui si intitolò la tendenza al discredere. L'averroismo
non fu dottrinapanteistica o filosofica, ma pei successori di Averroe fu
ladottrina del con le massime della filosofia araba. Ammetteva ' eternità del
mondo, seb benegli assegnasse unacausa efficiente, Ja quale però non cadeva nel
tempo; l'anima voleva congiunta al corpo e la sua perfezione consisteva per lui
in uno stretto legamecol mondo intellet tuale. Cadeva quindi nell' error dei mi
stici, supponendo che l'uomo tanto più si fa perfetto, quanto meglio si allon
tana dal mondo e si rivolge alla spe culazione. Non pare però cheAvicenna abbia
messo in pratica le sue idee, poichè spesso si abbandonò all'orgia e mori
infine d'una malattia d'intestini, l'incredulità. Ad Averroefu attribuita la ❘ coi conforti della religione mussul
redazione del libro De Tribus imposto- mana. B Bacone(Francesco) Barone di Ve
rulamio, Cancelliere d'Inghilterra, fu fi losofo profondissimo, e di quanti
merite voli di tal nome siano stati, il meno o nesto e il men sincero. Avido di
denari e d'onori ei non sempre curò di leal mente esporre le sue convinzioni,
sicchè le opere di lui riboccano di passi scritti in favore di una religione
ch'egli ogno ra combatteva coi dettatidella sua filo sofia. Fu egli che scrisse
quel detto, di venuto famoso per esser stato poi ri scritto da tutti gli
apologisti, che poca scienza conduce all'ateismo è molta scien zariconduce alla
religione, ondeil catto lico Ladvocat lo chiama dotto teologo, modesto storico,
profondo giurista e gra zioso poeta, e l'autoredelle memorie per la storia
ecclesiastica dice, ch'egli era un protestante molto propenso al cattolice
simo. Giova aggiungere però, che l' am missione nel pantheon cristiano di cote
sto uomo, fa un gran torto al cristiane simo. Se l' apparenza e la lettera
degli scritti di Bacone stanno per la religione, lo spirito delle sue opere è tutto
diretto anegare il sovranaturale. Nel Trattato sulla natura delle cose e in
quello Dei principi e delle origini, Bacone combatte fieramente l'antica scuola
del trascen dentalismo Platonico ed Aristotelico, e rendendo ragione a
Democrito e ad E picuro, egli fa sua la loro teoria atomica eproclama che la
materia è eterna ed indestruttibile, che il mondo basta a se stesso e che fuori
del mondo non vi so no corpi. « Lamateria, diceva Bacone, ha dessa un' origine?
Ciascun uomo che BACONE ragiona, per la testimonianza dei sensi deve
naturalmente pensare che la mate ria è eterna (Principj edorigine). Essa è
indistruttibile, impenetrabile. Siamo 65 coli, ed essa li produce asuo tempo
per una legge inevitabile (Dignità ed accre scimento lib. II. Cap. XIII). Or come
si concilia ella mai questa ardita teoria disposti ad ammettere l'idea di Erone
che ce la rappresenta come costituitada atomi separati da unvuoto misto. Tutto
cambianella forma, in sostanzaniente si distrugge ed il volume della materia re
sta sempre lo stesso. Non si neghi l'u tilità delle ricerche relative al primo
stato degli elementi od atomi; sonoque ste forse più importanti d' ogni altra.
Esse regolano l'atto e la potenza, esse moderano l'immaginazione e le opere
(Pensieri sulla natura delle cose). Altrove Bacone parla con molto di sdegno
delle cause finali, e vuole ope rare fra le scienze naturali e le teologi
chequel divorzio che oggimai si è com piuto, non senza grandissimi contrasti.
Baggemio di Lipsia. Visse verso la metà del XVII secolo. Si disputava allora
tra i teologi e i filosofi se Dio avesse creato il mondo per meglio far
risplendere i suoi attributi, o se pure l'avesse creato per farsi rendere
omaggio dagli Enti liberi. Baggemio avanzò una certa ipotesi nonmeno assurda
delle al mase parecchi anni. Ma essendo poi ve nuto amorte il superiore,Bacone
seppe ingraziarsi il successore di lui, indiriz- tre, e pensò che Iddio si
fosse determi zandogli, come segno di omaggio, uno scritto sui mezzi adatti a
fermare ipro gressi della vecchiaia. Poco di poi Ba cone fu ridato alla
libertà, manon molto sopravisse alla sua liberazione, poichè era vecchio, e gli
effetti del tempo, che vo leva arrestare sugli altri, non aveva sa puto
impedire sopra se stesso. Lafantasia degli scrittori moderni si è compiaciuta
di trasformare questo mo naco inun uomo di scienza incompa rabile, sol perchè
egli fu perseguitato; ma le persecuzioni degli stolti non ba stanomicaper
innalzareun ingegno men che mediocre finoall' altezza dei tempi presenti. E che
mediocrissimo sapere possedesse cotesto frate, ce lo attestano i madornali
errori e gli stupidi suoi pregiudizi nelle scienze naturali, nelle quali pur
sempre si vuol dottissimo. Egli insegna che con spermaceti, aloe e carne di
dragone puossi prolungare la vita, e conla pietra filosofale immortalarla; che
la constellazione dell' agnello ha una di retta influenza sulla
testadell'uomo,quella del toro sul collo e quella dei gemelli sulle braccia.
(Opus majus). Altrove dice che la luce si fa per moltiplicazione univora ed
equivoca, che quest' ultima genera il calore, e il calore la putrefa zione. Gli
fa troppo onore chi crede ch'egli sia stato l'inventore della polvere, per un
certo passo che si legge nel suo Opus Majus, ove si accenna al fuoco greco ead
un certo fuoco, che facevano i bimbi di quei tempi, i quali mettendo del
salnitro in una piccola palla grande un pollice egettandola sul fuoco, produ
cevano un rumore sì violento che sor nato ad agire per amore verso le crea
ture. Così restò bene assodato che, in qualunque modo siconsidera,questo Dio
creatore non può sfuggire all' antropo morfismo. I teologi e i filosofi gli
attri buivano un vizio: l'ambizione d'imperare sopra dei sudditi, e di
risplendere ai loro occhi; eBaggemio gl' imputò una virtu; virtù e vizi però
che sono sempre copiati dalla passioni umane e che in nessuna maniera
convengono all' Ente assoluto. Bajo, o Bay (Michele) Nacque a Malines
nell'Haynaut nell'anno 1513, fu ricevuto dottore nel 1550e nell'anno se guente
occupò lacattedra di Sacra Scrit tura nella università diLovanio. In quei tempi
ferveva vivissima tra i cattolici e i protestanti la controversia sulla grazia
e la predestinazione, e gli uni e gli al tri pretendevano di appoggiarsi sulla
au torità di S. Agostino, il quale, coi passi scritturali, aveva dimostrato
contro i pe lagiani, che l'uomo non può far nulla senza Dio, che tutte le
nostre forze ven gono da lui, giacchè siamo corrotti e nasciamo figli d'ira.
Imperocchè, diceva questo luminare della Chiesa, dopo il peccato, l'uomo da se
stesso è impotente a salvarsi senza il soccorso della grazia divina, ed anzi
senza questa grazia egli non avrebbe potuto perseverare nella giustizia
originale. Condotto dallo spirito dei tempi astudiare questa questione, Michele
Bajo credette di rettamente in terpretare S. Agostino contro ilduro fa talismo
divino di Calvino e di Lutero, affermando, che la divina giustizia non avrebbe
potuto creare gli uomini senza le grazie e le perfezioni dello statod'
innocenza. Pertanto, mentre Agostino tenete voi, ai calvani sti, ai luterani,
ai ammetteva che eziandio una certa qual zuingliani ?- Io, ripeteva Bayle, sono
grazia sufficiente era necessaria per sal- protestante,equindiprotesto contro
tutti. varsi, Bajo ammise, che l'uomo creato Odiato da molti, egli nondimeno co
libero e giusto si è perduto per sua colpa, strinse i suoi nemici ad inchinarsi
d' in e che persolavolontàdilui persevera nella nanzi alla perspicacia del
suoingegno e colpa dopo la caduta. Bajo dunque, con- a riguardarlo come il
luminare del suo tro Lutero e Calvino ammetteva il libero | secolo. Scrisse
molte opere,frale quali il arbitrio, madifferiva dai cattolici in ciò, che
mentre questi lo fanno consistere nel potere di determinarsi liberamente
Dizionario Storico-Critico, nelquale rias sume tutte le eresie e tutte le
opinioni della filosofia. Le scuole dommatiche non senza alcuna necessità
esterna ed inter na, Bajo sosteneva che nel pensiero di S. Agostino il libero
arbitrio consistesse in questo, che ' uomo non è esposto a nessuna necessità
esterna, senza che in ternamente egli abbiailpotere di deter minarsi per una
cosa diversa da quella ch'egli fa. Cotal divergenza di opinioni eccitò serie
dispute, specialmente da parte dei religiosi dei Paesi Bassi dell' ordine di S.
Francesco, i quali spedirono a Parigi dieciotto proposizioni del loro
avversario, che la facoltà di Teologiacondannò. La sanno perdonargli il metodo
della sua critica, perciocchè spesso assumendo la difesa di un domma, ei lo
circonda di tante difficoltà, gli solleva contro le tante obbiezionidegli antichi
eresiarchi, espone le tante fiate i difetti della ortodossia, che il
lettore,dopo un difficilissimo cam mino attraverso alle cento controversie,
giunge alla conclusione e alla vittoria dopo aver perduto la fede. Non è dun
que senza fondamento che alcuno scrisse dilui : essere più fatali alla
religione le sue difese, che gli stessi suoi colpi. Certo, questo sistema di
critica nè disputa non si acquetò per questo; l'af- | sarebbe opportuno nè
decoroso per la fare fu portatod' innanzi al soglio ponti ficio, ove le
proposizioni di Bajo furono del pari condannate. Manon andò guari chele stesse
dispute, risorte nella Spagna conMolinaeGiansenio,minacciarono per lungo tempo
la pace e la tranquillità della Francia (Vedi GIANSENISMO). Bayle(Pietro)nacque
a Carlat nella contea di Foix e fece isuoi primi studi di filosofia a Tolosa.
Di nascita pro testante, egli per le insinuazioni di un prete, giovane ancora,
si converti al cattolicismo, che abiurò dopo 17 mesi. Nel 1675 ottenne
lacattedradi filosofia a Sèdan, ma le calunnie del ministro Jurieu lo
costrinsero poco di poia rifu giarsi in Olanda, dove fu nominato ad altra
cattedra in Rotterdam. Uomo di costumi austeri e di studi profondi, pro
testante di nome, non apparteneva di fatto anessunareligione positiva. A co loro
che lo interrogavano sulla sua cre denza, rispondeva: io sono protestante. Ma
aqual comunità protestante appar flo moderna, ma noi dobbiamo pur concedere la
lor parte al tempo ed Li costumi, perciò che quelle verità elementari che oggi
non escono dai limiti della più modesta opposizione, po tevano altre volte
esser sommamente ar dite e pericolose per chi avesse osato di vulgarle.
D'altronde, non sempre il Bayle fu timido e riguardoso, e in parecchi luoghi
del suo dizionario entrò in cam pagna quasi apertamente contro la divi nità.
Egli è specialmente nell'esame cri tico del Manicheismo che scuote forte mente
il principio dommatico d'ogni re ligione a tutto profitto dello scetticismo, e
dimostra quanto poco le opere di Dio corrispondano all'idea che dobbiam farci
della sua infinita sapienza, della bontà, della santità e dellapotenza
infinita. Egli esamina se il mondo possa considerarsi come prodotto da un sol
principio, e conchiude per la negativa. Ilmondo non è perfetto: zone glaciali,
zona torrida, deserti spaventosi e mari immensi la BATTESIMO rendono poco
abitabile ; montagne e rupi la sfigurano; fulmini, tempeste, terremoti evulcani
la sconvolgono; gli animali si combattono e a vicenda si distruggono, e l'uomo
stesso, pieno di mali e di biso gni, non può considerare la sua storia che come
una sequela di sventure e di rovine. Or, dice il Bayle toccando iquat tro punti
che formano il contrasto della sua critica, la Somma Bontà può pro durreuna
creatura rea? La SommaBontà può produrre una creatura infelice? La Somma Bontà
congiunta aduna potenza infinita non dovrebbe forse colmare l'o pera sua di
tutti i benie da essa allonta nare tutto ciò che può offenderla o mo lestarla?
Invano si risponderà che le di sgrazie dell' uomo son conseguenza del l'abuso
della sua libertà: la sapienza in finita di Dio doveva prevedere tale abuso: e
lasua bontà doveva toglierlo. Queste idee che il Bayle ripete nelle sue Ri
sposte ad un Provinciale, non passarono inosservate alla filosofia religiosa,
la quale rispose per la boccadei suoi mas simi organi. Le Clere, l'arcivescovo
King, il Jacquelot, e il Placete scrissero parec chi volumi per confutarla, e
se vi riu scirono ce l'insegna la storia dello spi rito umano, la quale ci
dimostra,che le obbiezioni del Bayle sono la eterna anti tesi che la ragione di
tutti i secoli op pone ai pretesi attributi della divinità. Baralloti. Così si
chiamarono al cuni eretici di Bologna, altrimenti detti obbedienti. Di loro non
si sa altro, se non che praticavano il comunismo così dei beni, come delle
donne e dei figliuoli. Basilide. Visse adAlessandria cir ca 150 anni dopo Gesù.
Non potendo concepire come il bene e il male deri vasserodauna stessa sorgente,
immaginò che Iddio avesse creata la Intelligenza, questa il Verbo, il Verbo la
Prudenza, la Sapienza, la Virtu, i Principi e gli Angeli. Gli angeli si
dividevano in 365 ordini, ciascun dei quali aveva fatto un cielo, e ' ultimo di
essi la Terra. Gesù era venuto per liberare gli uomini dalla schiavitù in cui
gemevano, aveva fatto i miracoli che i cristiani narrano, ma non si era guari
incarnato, poichè, al dir di Basilide, dell' uomo non aveva assunto che le
apparenze; nè egli era morto sulla croce, poichè Simon Cireneo vi era morto in
vece sua. Questo amal gamadei principi di Platone e di Pitagora con quelli dei
Cristiani e dei Giudei, nulla c' interessa, fuorchè in questo, che le credenze
di Basilide provano come già nel secondo secolo si negasse la realtà storica di
Gesù. Basilide lasciò una setta che da lui prese il nome e si confuse coi cabalisti.
Battesimo. Il principio della pu rificazione per mezzo dell' acqua è il più
universale che si conosca, siccome quello che dalla natura stessa e dalla
igiene è consigliato. Perciò varie religiose lavande troviamo instituite dagli
antichi, quali per gli uomini, qualiper i templi e quali per gli animali; e la
triplice abluzione dei mussulmani èpureunavanzo di que sti riti. Ma il lavacro
considerato come segno di iniziazione noi lo troviamo pri mamente instituito
nell' India, culla di Brama, dove i neonati, nei tre giorni che succedono la
nascita, devono essere purificati nell'ondadel Gange, e i lontani nell' acqua
lustrale santificata dal Bra mino. Presso gli ebrei troviamo non scarse
instituzioni di sacre lavande; ma l'acqua non è più segno d'iniziazione: il
battesimo è di sangue e appellasi circon cisione: il padre del bambino deve ta
gliargli o fargli tagliare il prepuzio ne gli otto giorni successivi alla
nascita. Più tardi, il battesimo d'acqua come se gno d'iniziazione ricompare
fra gli stessi ebrei colla settadegliEsseni, posti lungo le rive del mar Morto,
di cui vogliono alcuni che Giovanni il Battista fosse, se non partecipe, almeno
imitatore. Gli E vangelisti hanno cercato di inquadrarlo nei loro racconti
comeunprecursoredel Messia, ma nonè senza insulto alla ve rosimiglianza che
questa predisposizione può essere ammessa. Il Battista è per se solo capo setta
ed amministra il Batte simo senza preoccupazioni future. Gesù BATTESIMO 69
stesso riceve questo segno d' iniziazione | altro liquido, siavino o saliva.
Alle quali ed è nel Giordano, come già i bramini nel Gange, che Giovanni dà il
santo la esclusioni non si può negare per certo un carattere assolutamente
magico, e vacro. Il bisogno difar primeggiare Gesù sopra ogni altro personaggio
della leg genda evangelica, ha indotto gli evange listi a far comparire dei
segni speciali | putata efficace al Sacramento, perchè una grandissima
ignoranza degli ele menti chimici di cui si compongono i corpi. Avvegnachè se
l'acqua è re nel momento del suo battesimo, ma nel fatto noi vediamo che non è
primadella morte di Giovanni che il preteso Messia incomincia il suo
proselitismo. Il batte simo era dunque stato perGesù il mezzo di aggregarsi ad
un partito già costituito, del quale ebbe la direzione dopo che fu decapitato
il maestro, ma si poca importanza egli dà a questo segno, che non lo vediamo
mai amministra re il battesimo ai suoi proseliti. Ne gli apostoli, nè i
discepoli suoi sono mai stati battezzati, nè mai battezza rono, e S. Paolo, che
a buona ra gione può dirsi il fondatore del cri stianesimo, continuando il rito
ebraico, circoncise ma non battezzò il suo di scepolo Timoteo. Onde i cattolici
scu sano questa ommissione dicendo conS. Bernardo (Epist. 77), che non potevasi
imputare a colpa il non ricevere il battesimo prima di una sufficiente pro
mulgazione delVangelo. Nemmeno dopo Gesú e dopo itempi nol sarebbero l' azoto e
l'idrogeno on de l'acqua è composta, e perchè non il vino, la saliva od altro
qualsiasi li quidonel quale l' acqua entracome prin cipale componente ? Ma se
il Sacramento del battesimo era contestato in quanto alla sostanza, non lo fu
meno in quanto alla forma. Nonconoscevasi nei primi secoli alcuna formola
canonica: i più battezzavanonel nome di Gesù Cristo; il diacono Lisino
battezzava dicendo: Cristo te illumini; e S. Lorenzovi aggiungeva: nel corpo e
nell'anima. Alla validità del battesimo non reputavasi dunque necessaria l'invo
cazione della Trinità . La necessità di questa formola comparve officialmente
nella Chiesa soltanto ai tempi del Con cilio di Nicea, il quale promulgò un ca
none ove prescrisse, che i Paulinisti ve nendo ammessinella Chiesa,si dovessero
ribattezzare perchè battezzati senza l'in vocazione della Trinità (Canone 7.)
Fu gran questione nella Chiesa per sapere se fosse valido il battesimo
amministrato della Chiesa apostolica troviamo che i cristiani fossero concordi
sulla necessità di amministrare il battesimo d'acqua. Perciocchè molte sette
negavano ogni Sacramento sensibile, i Manichei dice vano l'acqua prodotta da un
principio cattivo, e i Seleuciani, per quanto dice Tertulliano, ripudiando il
Battesimo di | III prescrisse essereinvalido il battesimo acqua vi sostituirono
quello del fuoco, appoggiandosi a un passo diS. Giovanni evangelista. Anche i
Giacobiti, fedeli a questopasso, furono soliti imprimere sulla colla formola
prescritta, ma senzalepa role che esprimessero l'atto, cioè senza dire: io ti
battezzo nel nome ecc. Tra gli scolastici Pietro il Cantore e Pietro Lombardo
il sostennero valido, altri lo negarono; maunaDecretaledi Alessandro fronte o
sulle braccia del neonato un segno di croce con ferro rovente. La Chiesa ha
però dichiarati nulli questi amministrato senzale parole esperimenti l'azione.
Respinte cost apoco a poco tutte altre formole, questa sola restò ufficial
mente ammessa: Ego te baptizo in no mine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
Intanto la semplicità primitiva del bat tesimo andava scomparendo, e i ritima
modi di battezzare, e nelconcilio di Fi- gicichevisisoprapponevano dalla
Chiesa, renze e in quel di Trentodecretò l'acqua lo elevavano man mano al grado
di naturale essere la vera ed essenziale ma- Sacramento indispensabile alla
salute. teria di questo Sacramento, escluso ogni | L'acquanaturale nonparve
materia suf 70 BATTESIMO ficente al ritod' iniziazione ; s'incominciò acopiare
l'uso pagano dell'acqua lustra le, e la si volle benedetta; poi nonbastò la
benedizione : si ordinò di soffiare sulle acque, di unirvi il santo Crisma,
d'im mergervi dentro l'acceso cero pasquale ; e a quest'acqua così benedetta
attribui rono i padri la virtùmiracolosa di mon dare le animedal peccato. Ma la
neces sità di mondare i neonati dalla macchia originale non ancora era
vivamente sen tita, e lo prova l' antichissimo uso di ministrare il battesimo
soltanto neigiorni solenni e per ministero esclusivo del Ve scovo, il quale, se
era assente, dovevail battesimo differirsi. (Chardon, Histoire du Bapt. I). La
quale costumanza mal si concilierebbecon lasollecitudinedellaChie sa per
salvare le animepericolanti, nè am mettere sipuò che un vescovo solo bastas
seabattezzare in ognigiornotuttii neonati posti sotto la suagiurisdizione.
Provano questa costante costumanza degli antichi tempi, gli antichi battisteri
sempre po sti in vicinanza dellaCattedrale,e toglie ogni dubbiouna lettera di
S. Gregorio all' Esarca di Ravenna, colla quale il Pontefice esortava il
ministro imperiale anon detenere il vescovo d' Ostia, onde colà non vi
morissero i fanciulli senza battesimo (v. Gregorio Epist. 32). Nella Chiesa
primitiva non battez zavansi i fanciulli, ma sì gli adulti; e a quelli
rifiutavasi il battesimo i quali i struiti non fossero nei misteri della reli
gione; onde in tempi più vicinigli ana battisti tennero siccome invalido il bat
tesimo dei fanciulli,e fattiaduųli ribat tezzarono (vedi ANABATTISTI). Nei
primi secoli i eandidati al cristianesimo dice vansi catecumeni, nè venivano
ammessi al segno della iniziazione cristiana senza molte prove e un lungo
noviziato. Ilpa ganesimo aveva avuto i suoi misteri, e alla nascente Chiesa
sarebbe parso disdicevole il non avere i propri; onde ai catecumeni non
rivelavansi le cose arcane senza prima farli passare per una lunga serie di
iniziazioni. Queste, per verità, non costumavansi nè durante il primo, nè nel
secondo secolo, nei quali la Chiesa, ancor fedele alla tra dizione apostolica,
battezzava facilissi mamentechiunquechiedevadi essere fatto cristiano. Ma la
semplicità è naturale nemicadella religione, la quale sempre abbisogna d'
arcano, onde i padri del Concilio Illiberitano stabilirono, che nes suno
dovesse ammettersi al battesimo se non dopo lo spazio di due anni di spe
rimentata condotta. Durante questo pe riodo il noviziato dei catecumeni era
diviso in tre gradi : di Uditori, di Ge nuflessi e di Competenti. I primi dove
vano uscir dalla Chiesa subito dopo la spiegazione catechista e prima delle
preghiere comuni; alle quali assistevano i secondi, ma sempre genuflessi. I
soli Competenti erano ammessi all'istruzione dei divini Misteri. Alcuino nella
quinta Epistola a Carlomagno, ci trascrisseun saggio delle istruzioni che si
davano ai Competenti prima di ammetterli al bat tesimo, e lo toglieva dal
trattato De chatechisandis rudibus di S. Agostino, onde siam sicuri che questa
pratica già era in uso nel quinto secolo. « I ca tecumeni, dice Alcuino, si
devono i struire sulla immortalità dell' anima e della vita futura, della
retribuzione dei buoni e dei rei, dell'eternità del regnodei cieli e
dell'Inferno..... si debbono illumi nare sulla fede nella Trinità; sulla na
scita, passione e morte del Salvatore, e si darà loro una idea della
risurrezione dei corpi e della seconda venuta di Cristo ». Quindi icatecumeni
erano am messi alla cerimonia dell' Ephata, che significa aprire, perciocchè
dicevasi che aprivansi le loro orecchie alla disciplina dei misteri, non però a
quella dei riti, questa essendo riservata ai soli battezzati. Poi, sottoposti
perunperiodo di tempopiù omeno lungo alle austerità e alle opere di
mortificazione, davasi mano a libe rarli dalla potenza di Satana ond'e rano
invasi, perciocchè la Chiesa, fedele al carattere demonologico del Cristiane
simo, vedeva lo spiritodel male in ogni uomo che non partecipasse alla comu
BATTESIMΜΟ nione dei fedeli. Provvedevasi a questa importante bisogna con gli
esorcismi, i quali, come diceva S. Cirillo, avevano una singolare virtù per
mettere in fuga il comune nemico : liberati dal quale il Calvario di quei
poveri novizi non era per anco finito. Poco prima di ricevere il battesimo
facevasi loro assaporare un po' di sale esorcizzato acciocchè, come spiegò con
mistiche ragioni Rabano, fos sero premuniti dal fetore dell'iniquità e dalla
putredine del vizio. Nè credasiche 71 il velo sol quando entravano nell' acqua,
ma poichèdovevano fare tre immersioni, necessità voleva che almeno due volte
sortissero dall'acqua, presente il ministro del Sacramento. Introdottosi l'uso
di battezzare i fan ciulli, la triplice immersione apoco a pococadde
indisuso,ma ipadrinidel bat tesimo si instituirono, siccome quelli che aquesto
punto il catecumenato fosse fi nito. Tre scrutini facevansi nei primi dovevano
rinunziare a Satana in nome del fanciullo, e per lui giurare la fede.
Anticamente tre uomini e tre donne te nevano al sacro fonte il battezzando ; il
concilio di Trento stabill bastare un secoli e sette nella Chiesaposteriore, in
sol padrino o una madrina sola, o tut ciascun dei quali davasi ai novizi tut
tociò che impararedovessero a memoria, eintanto facevasi inquisizione sulla
loro t'al più l'uno e l'altra, onde fra molti non si contraesse affinità
spirituale, condotta e se fallato avevano durante ii tirocinio, non rade volte
avveniva che fossero rimandati ai gradi inferiori. Finalmente, ecco gli eletti
ammessi ancora a fare la rinunzia a Satana e conformola evidentemented'origine
pa gana, siccome quella che faceva rinun ziare a colui che ènell'Occidente,e
face vastringerepattodiservitù col Sole della giustizia, ripetere imisteri di
Mitra in o nore del sole. Ma spiega S. Cirillo que sto costume, dicendo che il
patto strin gevasi colla parte orientale perchè colà eravi il paradiso
terrestre, il che, per altro, laBibbianondice; eadognimodo gli orientali
avrebbero dovuto stringere il patto con l'occidente. Ho già detto che nei primi
secoli il battesimo si amministrava per immersio ne. Uomini e donne affatto
nudi immer gevansi nell' acqua fino al collo, con quanto rispetto pel pudore
ionon saprei dire. Ma passata la prima innocenza e venuto lo scandalo, si pensò
a togliere ogni pericolo; gli uomini furono battez zati separatamente dalle
donne, ma la immersione per gli uni eper le altre di venne triplice. Furono
allorainstituite le Diaconesse affinchè spogliassero le don ne, le ungessero
coll' olio e uscite dal l'acqua le asciugassero erivestissero. Di cesi,
èbenvero,che le donne toglievansi la quale, come si sa, è impedimento al matrimonio.
( Concilio di Trento, Sess. 24.) Molte e singolari questioni la casi stica
teologale suscitò intorno al batte simo; madiquellaprimissimadel peccato
originale saràdiscorso a suo luogo (vedi PECCATO ORIGINALE). Una delle
questioni che più acrementesi agitò fra icattolici, quella fu della validità
del battesimo conferito dagli eretici. La chiesa antica lo riteneva nullo
efuronodi questa opi nione Agrippino vescovo di Cartagine, Tertulliano, S.
Cipriano emoltissimi al tri vescovi dell'Africa, che così decisero in tre
successivi concili, però che, di cevano essi, i separati dalla Chiesa sono
considerati siccome pagani e inca paci di esercitare il ministerio. Nono stante
che lo Spirito Santo, come sideve credere, avesse inspirate queste decisioni
conciliari, papa S. Stefano non si peritò di condannare la decisione dei
vescovi dell' Africa, sostenendo bensì lamancanza degli effetti salutari in
quel battesimo, non la sua nullità. Non per questo pie garono ivescovi alla
infallibile decisione pontificia, perocchè convocato un terzo Concilio di
ottantasette vescovi, confer marono le precedenti deliberazioni. Sde gnato da
questa opposizione, contro S. Cipriano che n' era ilprincipale autore, il papa
scagliò la scomunica, ilche non impedì ai suoi successori, sempre infalli- | il
fanciullo, dice un papa infallibile, ê bili, di canonizzarlo. Fu antichissima
consuetudine della Chiesa orientale di battezzare i cadaveri di coloro che
erano morti senza battesi mo, e questa pratica tant'era invalsa in oriente, che
S. Gregorio Nazianzeno ri prese acremente certi vecchi, che differi vano il
loro battesimo fino alla decrepi tezza, persuasi che questo sacramento, non
fosse essenziale alla salute. I seguaci di Marcione solevano invece conferire
il battesimo a una personaviva,chelo ri ceveva in sostituzione del morto; ma
l'una e l'altra di queste pratiche furono condannate dallaChiesa, dopo che s'
in cominciò acredere, che il Battesimo can cellava il peccato originale. Anzi,
dopo quel tempo tal fu l'importanza che que sto sacramento acquistò agli occhi
della Chiesa, ch'ella non stette in dubbio di proclamare, che ove unebreo fosse
stato battezzato cadeva senz'altro sotto la sua temporale autorità, Egli è in
grazia di questa dottrina che si sanci quel bru talissimo costume del ratto dei
figli, il quale, pur troppo riposa sopra il con senso unanime di tutti iteologi
« I figli degli eretici e degli scismatici, dice An toine (Teologia Morale Vol.
II. pag. 169), si possono battezzare lecitamente contro il volere de'parenti.
Perchè i ge nitori per ragion del Battesimosonosud diti della Chiesa e perciò
si possono co stringere ad osservare le sue leggi. Tolto il pericolo della
religione e dello scan dalo, si deve separare daiparentiilbat tezzato,
perchèsia istruito nella Cristiana religione. > Del pari lasacra Congrega
zione del Sant' Uffizio ha deciso che il Battesimo dato al fanciullo infedele
con tro la volontà dei parenti, sebbene ille cito, è valido, imprime carattere
cristia no, e il fanciullo battezzato dev' essere educato da persone cristiane.
(Decreto 30 marzo 1638, confermato il 3 marzo 1803). Ma se non è lecito
battezzare i figli degli infedeli senza il consenso dei genitori, possono però
essere battezzati gli infedeli adulti che lo richiedono. E ordinariameute
adulto e in sua libertà epotere, quandohacompitosette anni!!! (Lettera
diBenedetto XI, all'Arcivescovo di Tarsi). Negasi da molti Teologi, ela Civiltà
Cattolica redatta dai gesuiti a Roma, nei tempi in cui colà la stola comandava,
sosteneva contro l'autore diquesto Dizio nario, che la Chiesa nonha mai appro
vato il taglio cesareo siccome mezzo le cito per estrarre il feto dal seno
della madre e battezzarlo. Ma le testimo nianze sopra questo puntonon ci lascia
nodubbio di sorta,e se imolti e recenti casi dioperazione cesarea fattadai
preti nel Belgio, sopra donne lacui mortenon era ancora certa, non provassero
da se soli il mio asserto, le citazioni che se guono mi dispensano da altre
prove. S. Liguori afferma: > Beghine. Così chiamansi nei Paesi Bassi quelle
fanciulle o vedove, lequali, per eccesso di religione, raccolgonsi in sieme, e
senza professare i voti pur vi vono con una regola comune, quasi fos sero
monache.Beghinaggidiconsi le case ove si raccolgono, e si narra che alcune
siano così grandi e spaziose darivaleg giare in ampiezza con le più grosse bor
gate. Vuolsi che a loro sia derivato il nome da Begga, figlia di Pipino il vec
chio; e fra noi beghina è sinonimo di pinzocchera. Bello. (Idea del). Quali
sono i ca ratteri dell' idea del bello? Vi è vera mente un bello assoluto? Il
bello è den tro o fuori di noi, è subbiettivo od ob BELLO biettivo? Ecco tre
quesiti intorno ai quali i filosofi speculativi hanno scritto molti volumi e
non riuscirono ad altro che a confondere le idee, che erano assai chiare prima
delle loro nebulose disputazioni. Intorno alla prima domanda sentiamo cosa ne
dice Platone: « Quando l'uomo nei sacri misteri vedendo un viso ornato 75 che
and smarrito: ma ci rimane di lui un trattato sulla musica, ov' egli pone come
fondamento dell' arte del bello que sto principio: Omnis porro pulchritudinis
forma unitas est. Noi vedremo che S. Agostino aveva più buon senso di tutti
insieme i filosofi della scuola pagana, e cheper una veramente strana
coincidenza la scuola sensualistica ha ella pure sta conforma divina, oppure
qualche specie incorporea, provadapprima unsecreto fre- bilito, che un de'
caratteri del bello è la mito ed una certa qual tema rispettosa; divinità. egli
considera questa figura come una quando l'influenza della bellezza entra nell'
anima sua per la via degli occhi, egli si riscalda: le ali del l'anima sua si
bagnano, perdono la lor durezza, si liquefanno e i germi nascosti inqueste ali
si sforzano di sortire per ogni specie dell' anima ». Intenda e am miri chi
vuole, quanto a noi troviamo, che nulla è men bello di questa plato nica teoria
del bello. Però se gli autori della scuola spiritualista devono essere
riconoscenti a Platone per aver confinato l'idea del bello nella oscuraregione
dei caratteri eterni, assoluti e divini, il buon senso non devedimenticareche
anch'egli era infin costretto a convenire, che il bello artistico si fonda sul
principio d'i mitazione (vedi ARTE), per la quale con cessione fatta alla
realtà, gli idealisti mo derni gli serbano un imperituro rancore. Questo
principio della imitazione nel l'arte fu pure ammesso da Aristotile, il quale
però vuol le cose naturali miglio rare, onde dice che la pittura deve
rappresentare non ciò che è,ma ciò che essere dovrebbe. Era troppo giusto che
la filosofia Alessandrina fosse più chePla tonica: una filosofia che andò
raccoglien do di tutte le scuole le parti meno chiare (vedi ALESSANDRIA)
sarebbe stata incoerente, se per la bocca di Plotino non avesse dichiarato che
il bello mate riale, non è altro che l' espressione o il riflesso del bello
spirituale, e che la vera bellezza non è che il trionfo dello spirito sulla
materia. Dopo la scuoladi Ales sandria ' antichità tace fino a S. Ago stino, il
quale compose un libro sul bello varietà nell' unità. Quand' io chiedo a un
architetto, dice questo padre della Chiesa, perchè dopo avere innalzato un arco
ad un lato dell' edificio, egli ne in nalzi un altro all'altro lato, mi
risponde che convien che cost faccia per amor della simmetria. Ma perchè la
simme tria vi par ella necessaria? Perch' ella piace. Benissimo, ma ciò è egli
bello perchè piace, o piace perchè è bello? E qui S. Agostino conclude, che una
cosa piace perchè è bella; ma noi vedremo chesottoquesto rapporto egli s'
inganna, avvegnachè il bello essendo affatto sub biettivo non è tale, se non a
condi zione che ci piaccia, d' onde la varietà deigusti e le perpetue
contraddizioni del l'estetica. Egli però è assai coerente quando, rispondendo
all'ultima questione, aggiunge che quei due archi sonbelli per chè la loro
duplicità si completa nell'u nità dell'edificio. Fa d'uopo aggiungere ch'egli
da questa varietà nell' uno, vuol dedurre la conseguenza,che al di sopra del
nostro spirito esiste una unità ori ginale, perfetta, eterna, che è regola es
senziale del bello ? Non sarebbe stato un santo se non l'avesse detto. Nella
Germania Baumgarten è il pri mo che pretenda di separare la scienza del bello
dalle altre scienze filosofiche, per costituire la sua estetica. Kant invece
nella sua critica della facoltàdi giudica re segue una via diversa, e con
grandis sima penetrazione risolve la tesi, se la idea del bello sia subbiettiva
od obbiet tiva. Molto ragionevolmente egli vuole che il bello non abbia alcun
carattere assoluto, ma sia puramente relativo alle facoltà dello spirito umano:
la sensibilità, 76 BELLO l'immaginazione e il gusto, sono i tre elementi che
concorrono a formarlo e a concepirlo. Ma la scuola germanica non resta fedele
alla tradizione di Kant. Ben presto vien Schelling, il quale vuol che l'arte
sia l'accordo fra l'ideale ed il rea le, l'unità del finito coll'infinito: ed
He gel finisce per scombuiare del tutto una nozione tanto chiara, ponendo
l'arte al di sopra d'ogni scienza filosofica, come la sola rappresentante del
vero diretto allo spirito per l'intermediario dei sensi. Pare che i filosofi
del secolo XVIII avrebbero dovuto ritornare al concetto estetico la
suachiarezza, ma così non è: essi scrissero poco o imperfettamente in torno
aquesto soggetto. Per verità,qual che lampo di buona critica appare nel
l'articolo di Marmontel, inserito nell'En ciclopedia, ma del resto son lampi
rari, troppo presto soffocatinelle sottilitàdella metafisica. Un curioso
fondamento all'i dea del bello era dato dall'autore del l'Essai sur lemerite
etla vertu, (p. 48) il quale vuol che l'utile sia il solo e l'unico fondamento
del bello; onde bel l'uomo quello è nel quale la proporzio nalità delle membra
conspira nel miglior modo possibile al compimento delle sue funzioni animali.
L'uomo, la donna, il ca vallo occupano un postonella natura ed hanno speciali funzioni
a compiere : or l'organizzazione è più o men perfetta o bella secondo che più o
men bene si presta al compimentodiqueste funzioni. Del pari le cose più
comuni,le sedie,le tavole, le porte tanto più ci sembrano belle, quanto meglio
convengono all'uso cui sono destinate. Se noi spesso can giamo di moda, ciò
dipende perchè la conformazione più perfetta relativamente all'uso cui è
destinata, è difficilissima a incontrarsi, e vi è in ciò una sorta di maximum
che sfugge a tutte le finezze della geometria naturale o artificiale. Da questa
definizione Diderot non è appagato e contro di essa vivamente protesta. (Di derot,
Recherches philosophiques sur l'origine et la nature du beau, nelle opere
complete T. 2.). « Non
vi è alcuno, dic'egli, che non si sia accorto, che la nostra attenzione
principalmente si ferma, sulla similitudinedelle parti ancheinquelle cose nelle
quali questa similitudine non contribuisce all'utilità. Purchè le gambe di una
seggiola siano eguali e solide, che importa se esse nonhanno la stessa forma ?
L'una dunque potrà essere di ritta e l'altra ricurva ? » Qui Diderot ha
pienamente ragione di porre la sim metria come fondamento del bello; però
non'si dimentichi, che se una cosa può esser bella anche senza parerci utile;
quellainvece che è bella e utile al tempo stesso è anche migliore: onde si vede
che l'idea dell'utile concorre pure a for mare uno degli elementi del bello. La
scuola spiritualista moderna per la bocca di M. Franck riconosce nel bello tre
forme principali, vale a dire il bello assoluto, il bello reale e il bello
ideale. L'assoluto bello risiede in Dio, il secondo nella natura, che è
immagine e riflesso della beltà divina, e il terzo nel l'arte. Dei primi due
appena occorre ao cennare la contraddizione: fra finito e in finito, tra
spirito e corpo, tra Dio che non ha forma e ilmondo che è formato, non vi è
relazione possibile, e chi dice che la bellezza del mondo, è il riflesso della
bellezza di Dio dice una asinità, e una frase vuota di senso. Più giusta mente
potrebbe anzidirsi, che la bellezza del mondo è l'opposto della bellezza di
vina, poichè il finito è negazione, nonri flesso, dell' infinito ; la materia è
nega zione, non riflesso, dello spirito; ciò che muta e si trasforma è
negazione della immutabilitàdivina; la varietà (una delle condizioni
fisiologiche del bello) è nega zione dell'unità. Dunque la definizione
spiritualistica non proverebbe altro se non che la bellezza del mondo è il
contrario della bellezza di Dio, e che se il mondo èbello, non lo può esser
Dio, o vice versa. Quanto a quello che gli specula tivi chiamano bello ideale,
ne abbiamo già esaminata la insussistenza nell'arti colo ARTE. Ma finalmente,
vediamo ciò che la BELLO all'origine dell'idea del bello, i caratteri ragione
veramente ci insegna intorno | il piacere non il dolore dunque ogni
rappresentazione che ci disgusti sarà brutta, e il contrario invecediremo
d'ogni rappresentazione piacevole. Ma quali sono del quale devono innanzi tutto
essere distinti dall' idea del buono, perciocchè una cosapuò essere bella e non
buona e viceversa, ciò che è buono non sempre è bello. Carattere essenziale del
bello è la rappresentazione reale od ideale di una cosa, di un pensiero, di un
avveni mento; quindi a giustamente parlare, la vista, che è il solo senso il
quale si ap plica alla rappresentazione delle cose, costituisce il senso
speciale della scienza ) del bello. Invece, tutti gli altri sensi de terminano
il buono, onde diremo un bel quadro, una bella statua, e non già un buon quadro
o una buona statua, in quantochè il quadro e la statua sono rappresentazioni
percettecol senso della vista ; per la stessa ragione diremo buono e non già
bello un odore od un sapore, poichè il gusto e l'odorato sono sensi che
producono innoi una semplice modificazione, non già una vera e propria
rappresentazione. Quanto all'u 'i caratteri di una rappresentazione pia cevole?
Ogni esercizio degli organi cor porei, dice il signor Pouilly (Theorie des
sentimens agreables), che non li in debolisca, è un piacere. E diciamo che non
li indebolisca o nonli offenda, poi chè in diverso caso il piacere si trasfor
dito, parrebbe a tutta prima che debba annoverarsi fra i sensi del buono, in
quantochè il suono per se solo nulla ci | zione o sensazione tenuissima, è il
men merebbe in noia e in dolore. Non vi è melodia musicale, per quanto sublime
si sia, che udita per una giornata intera, non finisca per eccitare il tedio e
pa rerci orrenda. Del parii colori sono tanto più belli quanto maggiormente
sono il luminati, cioè quanta maggior luce ri filettono sul nervo ottico, lo
eccitano e lo inducono all'azione. Egli è perciò che i corpi, più vivaci ci
sembrano più belli degli oscuri, i lisci più belli dei ruvidi, e fra i vari
colori dello spettro solare, dal violetto ascendendo fino al rosso, la
progressione del bello aumenta sempre. Il nero che è assenza d'ogni luce, e
quindi rappresenta l' assenza di sensa rappresenta, ma se riflettiamo che per
mezzo dell' udito noi percepiamo la pa rola, e che la parola eccita immagini e
rappresenta idealmente le cose già per cette con gli altri sensi, comprenderemo
facilmente perchè un discorso dovrassi dire bello e non buono. Del pari direm
una bella musica, una bell'aria, poichè sebbene la musica compongasi di puri
suoni, pur ella eccita in noi pensieri ed affetti che ci rappresentano certi
stati dell'animo nostro. Determinata così la vera distinzione delbelloe
delbuono,vediamo qualisiano i veri caratteri del primo. Abbiam detto che il
bello è una rappresentazione, ma nontutte le rappresentazioni sono belle; del
pari nonbella si dirà l'assenza d'o gni rappresentazione. Inostri sensi hanno
bisogno di agire ed è dall' azione loro che a noi deriva
lacoscienzadell'essere, il piacere od il dolore; mabello diremo bellodi tutti, e
infatti a nessuno piaccion le tenebre. Per l'opposto principio, il bianco, che
è il più luminoso, dovrebbe parerci il più bello d' ogni altro colore, ma
perchè troppo eccita lavista e ancor l'offende, non tutticonvengono in questo
parere, tanto più ch'esso è color comu nissimo; e per lo stesso principio che
anche la melodia a lungo andare vien a tedio, così il color bianco, che vediamo
in ogni giorno e quasi ad ogni ora, ci disgu sta. Aben apprezzarlo convien
soggior nare nella oscurità, e dopo che i fuochi di bengala gialli, verdi e
rossi, avranno per lunga pezza tediata la nostra vista, ci accorgeremo
facilmente qual dolce sorpresa e qual piacevole sensazione può recarci l'
apparizione diunfuoco e lettrico che irraggi d'ogni intorno la sua bianca luce.
Certo,dopo alcun tempo la riapparizione del rosso ci parrebbe forse più bella
di quella del bianco, e 78 BELLO viceversa, ma questa apparente contra rietà di
sensazione facilmente si spiega riflettendo, che i nostri sensi a poco a poco
si abituano alle sensazioni conti nue, vi si uniformano e perciò, dopo un certo
tempo,son meno adatti a perce pirle, o per meglio dire, tanto sono de terminati
a quel dato movimento, che poco ne restano colpiti. Quindi un bello continuato
nonpuò essere continuamente uniforme; conviene che le sensazioni va riino, e in
quanto maggior numero si succedono e in maggior copia ci colpi scono senza
offendere inostri sensi, tanto più ci sembreranno piacevoli. Egli è per questo
che la successione di molti colori èpiù bella della continuazionedi un co lor
solo, e quanti più colori noi vedia mo contemporaneamente, tanto più il loro
complesso ci sembra bello. Onde qui si conferma il principio di S. Ago stino,
che l'essenza del bello consta della varietà nell'unità; vale a dire molti co
lori, o molte sensazioni,inunsol spazio o in un sol tempo. Quel chediciamo dei
colori si confer mapienamente nei suoni. Una sol nota musicale può esser bella,
ma due o più note musicali son più belle ancora, poi chè in questo caso le
sensazioni si suc cedono e in un egual tempoci colpisco no inmaggior numero.
Certo, può dirsi che una sola successione di suoni non basta a produrre l'
armonia, la quale è per i suoni, quel che è la simmetriapei colori. I colori
simmetrici o i suoni ar monici si gustan meglio,poichè si con giungono e
s'intrecciano con una certa quale regolarità, la quale viemmeglio concorre a
formare nell' uno il vario. Perciò diciamo, che i corpi simmetrici son più
belli degli amorfi, ossia senza forma, ed è appunto su questa regola che si
fonda il bello architettonico, il qualetanto più avvantaggia quanto mag
giormente la varietà delle forme, che producono varietà di sensazioni, può
accoppiarsi con launitàdel concetto ge nerale; onde sovente parlando di archi
tettura si dice e si scrive l'armonia delle lines e dei colori, come si dice
l'armo nia dei suoni. Aquesta dimostrazione alcuni potreb bero opporre, cheove
il bellomusicale po tesse consistere in una armonia di suoni succedentisi in
maggior numero nel più corto spazio di tempo, ne deriverebbe questo assurdo,
che un'aria dovrebbe es sere più bella quanto più rapidamente fosse suonata.
Questa però non è che una contraddizione apparente, che la fi siologia
hagiàspiegata, ecerto i signori spiritualisti non la farebbero se non fos sero
soliti a cercare le loro definizioni nelle nebulosità trascendentali, anzichè
nelle scienze positive. Sanno anche i bimbi che le sensazioni, per quanto
rapide esse siano, persistono nondimeno per qualche istante nel nostro cervello
(vedi SENSAZIONE) onde,adesempio,se facciamo girare con gran velocità una ruota
a raggi, ci parrà tutta solida, poichè prima che la percezione di un raggio sia
can cellatanel nostro cervello, l'altro raggio la rinnova senza lasciare
intervallo. Anzi, se sopra una ruota solida disegniamo i colori dello spettro
solare, e la mettiam quindi in movimento con grandissima velocità, tutti i
colori si confonderanno in un solo, perciocchè prima che l' im pronta sia
cancellata, l'altra le succede e si sovrappone; e la risultante di que sta
miscela saràuncolore bianco, poichè tale è appunto il coloredella luce prima
che sia decomposta dallo spettro. Il fe nomeno è perfettamente identico per i
suoni: quand'essisi succedono troppo ra pidamente, si sovrappongono, per così
dire, l'uno all' altro senza lasciar tempo all'orecchio di percepirli
separatamente; anzi, nel suono il fenomeno si complica maggiormente che nei
colori,poichè, seb ben nel nervo acustico isuoni persistano per un tempo
infinitamente minore di quelloche i colorinelnervo ottico, pure possono, anche
se percettiseparatamente, produrre disarmonia a cagione del di verso numero di
vibrazioniche i diversi suoni producono in una eguale unità di tempo. Onde
avviene che, o la moltepli BELLO cità delle sensazioni si confonde in una
sensazione unica e l'armonia della va rietàscompare, oppure questavarietànon è,
per così dire, simmetrica, vale a dire che le vibrazioni non stanno fra loro in
giusti rapporti di tempo e contrastano perciòcolbello musicale.Diciam lo stesso
del bello architettonico. La sovrabbon danza dei fregi guastal'insieme, poichè
quand'essi sono soverchiamente appaiati 79 tempi troppo brevi e abbondanza di
fregi in spazi troppo piccoli. Per lo stesso principio quando ci riesce di
accoppiare l'attività di un senso con la gradevole eccitazione di un altro,
possiamo accrescere l'inten sità del bello. Ecco perchè l'arte rap presentativa
congiunta allamusica ne accresce l'incanto. Nel teatro noi ve etroppo vicini,
producono sibbene nel l'occhio una quantitàgrandissima di sen sazioni, ma per
essere appuntotroppe e troppo molteplici fan lo stesso effetto come se
sisovrapponessero l'una all' al tra. Onde lasoverchia abbondanza è ge neratrice
di uniformità, in quel modo stesso che su unacartaun gran numero di disegni,
anche simmetrici, ma infini tamente piccoli, produce una sensazione quasi
uniforme nella quale la varietà, quantunque vera, o non è avvertita,o lo èmolto
imperfettamente. Di questi dise gni potrà farci avvertire la varietà il
microscopio, ilqualeingrandendo le parti le allontana, e produce lo stesso
effetto del rallentamento dei suoni in una me lodia suonata troppo rapidamente.
Così pure potremo avvertire ilbello dei fregi in un edificio soverchiamente
adorno, considerandoli separatamente ad uno ad uno; ma in questo o in quel
caso, il bello dei fregi o dei disegni non egua glierà quella sensazione
puramente mol teplice che avremmo avuto, da un com plesso armonico. D'onde si
vede, che tutta l'estetica non si riduce infine che ad una questione di
proporzioni di tempo o di spazio, secondo che si tratti di musica o d' arte
rappresentativa. Trattasi cioè d'imprimere ai sensi, in undeterminato tempo o
in un deter minato spazio, il maggior numero di sensazioni possibili, pur
sempre evi tando che la loro frequenzatolga agli organi di percepirle tutte
separata mente. A raggiungere questo intento si capisce subito quanto giovi la
pro porzione, e come convenga non pro durre inutili complicazionidi suoni in
diamo e udiamo, onde la sensazione è doppia. Che se poi a ciò che si rap
presenta si aggiunge l'ideadi una bella azione o di un grande avvenimento, tale
che possa svegliare nel nostro a nimo una dolcecommozione,se label lezza fisica
voluttuosamente ecciterà i nostri sensi, e i profumi l'odorato, l'in canto di
quella situazione sarà accre sciuto a mille doppi, semprechè anche in
questavarietàdi sensazioni sia salva la necessaria armonia delleproporzio ni,
onde non avvenga che un senso non siasoverchiamenteeccitato a sca pito degli
altri. Ma oltre alle percezioni attuali, il cervello ha la facoltà di riprodurre,
sebben più sbiadite, le percezioni pas sate. Quest'è ufficio della memoria, ed
è questanostra attitudine che cimette in grado di percepire il bello eziandio
nelle opere d'ingegno. Senzabisogno di entrare nelleregioni astrattedellamé
tafisica, basta un po'dinaturale discer nimentoper capire,che anche inquesto
caso non abbiambisognodicercare un senso speciale, o quel non so che, il qual
non si spiega, per giudicare i la vori dell'intelletto. Ilprincipio che ab biam
già posto in precedenza è giusta mente applicabile anchein questo caso. Quindi
diremo che un libro di poesia o di storia, di scienze filosofiche o na turali è
tanto più bello, quante mag giori immagini, idee e cognizioni ci presenta, e
quanto maggiormente, con l'ordine e la chiarezza, al nostro in telletto le
rende percettibili. Certo, si notano de' grandi sviamenti nei giudizi dei
lavori intellettuali, e non di rado si affetta un grande entusiasmo 80 BELLO
per libri che sono assai poco chiari e ancor meno comprensibili. Ma riflettia
mo che il bello effimero che certuni tro vano inquesti libri, iquali d'altronde
non intendono, non dipende da un vero e intimo senso di piacere, sl piuttosto
dal pensiero della vera o supposta difficoltà che l'autore ha dovuto superare
per raggiungere il suo scopo.Non altrimenti si procede nel giudizio di unacerta
poe sia o di una certa musica classica, dove meno si ammira l'armonia quanto la
difficoltà della esecuzione. Tutto ciò che abbiam detto vienpie namente a
conferma del principio di Kant, che il bello è subbiettivo e non obbiettivo,
dentro di noi e non fuori di noi. Se facciamo astrazione dai nostri sensi,non
vi è ragion di credere cheuna cosa sia bella o brutta: per lanaturaîn generale
le cose non soffrono le acci dentalità della esteticae per essa ètanto bella enecessaria
la putrefazione, che è Mase il bello è puramente subbiet tivo, su qual
fondamento i filosofi della scuola idealista proclamano il suo carat tere
assoluto? Per verità, se essi fossero sinceri dovrebbero confessare che quest'è
un assoluto molto relativo, poichè oltre essere quasi impossibile il trovare
due cervelli che pensino egualmente intorno all'idea del bello, si nota, che
per rap porto ai medesimi sensi, una cosa può esser bella o non bella al tempo
stes so. Per esempio, coloro che sono af fetti da daltonismo (vedi questo voca
bolo) vedono rossi tutti gli oggetti di co lor verde, e per essi l' uno o
l''altro di questi colori è egualmente bello, sebbe ne sia provato che l'uno
ecciti men dell' altro il nervo ottico. La luce bianca sarebbe un sollievo per
chi essendo col pito dall' itterizia tutte le cosevede sotto una tinta gialla;
ma invece chi è affetto dal mal d'occhi l' ha in orrore. Comepoi si accordino
gli uomini an principiodi vivificazione,quanto lo sonoi che nello stato di
sanità intorno a que capolavori dell'arte odell'ingegno. Ilbello sto assoluto
bello, è cosa che fu già le non esiste fuorchè in relazione ai nostri cento
voltedimostrata dall' antropologia sensi: i capolavori della pittura e della
moderna. Cheledonne abbianoi piedi pic musica,nonmen che quellidellascienza,
coli sì che appena possano camminare nonsono belli se non inquantovi siano
barcollando, è cosa che può parer bella occhi per vederli, orecchi per udirli o
acerti Cinesi inventori delle scarpe di cervelli per pensarli. Oltre queste
condi- ferro per impedire l' aumento delpiede. zioni puramente relative,
l'esteticascom- Ma i Malesi i quali avrebbero moltodi pare, e nel senso
assoluto la musica o sprezzo per questa usanza, schiacciano la pittura non sono
altro che vibrazioni congran cura le cartilagini del naso ai più o meno rapide,
più o meno armo- loro figli, poichè come mai un uomo niche dell' aria o pur
dell' etere; il che può esser bello se non ha schiacciato il sarà dimostrato
all' articolo SENSAZIONE. naso? Fra i negri più nera è la pelle, Questa
stessaconsiderazione è quella che più belli si è, onde si narra che una ci
conduce a considerare il bello come giovane australiana sedotta da un bian
subbiettivo e non obbiettivo, vale a dire co, ebbe un figlio la cui tinta chiara
piuttosto come una proprietà delle no- offendeva gravemente ilsuo materno sen
stre percezioni, anzichè uno statovero e timento della beltà fisica; motivo per
cui reale delle cose. Infatti, se il bello fosse ellalo fregava soventi volte
con grasso una qualità estrinseca fuori di noi, i ca- e nero fumo per dargli
una tinta più ratteri della bellezza dovrebbero essere carica. Quella giovane
sarebbe stata un eguali per tuttigliuomini, imperocchèciò prezioso professore
dell' assoluto estetico cheèbello intrinsecamente, è anche bello pei nostri
idealisti. Dice bene Voltaire: nelsenso assoluto, nèdeve cessare di esser
chiedete a un rospo checosa siailbello, talesolperchè vienconsiderato al polo o
il supremo bello, il toKalon? Vi rispon all'equatore, inquestooin un altro
mondo.deràche è lasuarospaggine,conduegros BENE si occhi rotondi, uscenti dalla
sua pic cola testa, un collo largo e piatto, un ventre giallo, un dorso bruno.
(Vedi an chegli articoli BENE E BUONO). giovamento altrui. Il piacereod il do
lore rimangono tali, qual pur si sia la Bene. Disputasi dai filosofi per sa
pere se il bene sia identico al Bello e al Buono e se possa darsi un bene
brutto omen che aggradevole; ma per la nostra filosofia la questione appena
posta è subito risolta, imperocchè non ci vuol molto acume per capire, che se
il Bello e il Buono, come è a suo luogodimostrato, (vedi BELLO E BUONO) non
sono altro che una eccitazione piacevole dei sensi, questo piacere sia per se
stesso intrinsecamente unBene, come è male ogni sensazione disag gradevole o
dolorosa. È dunque ovvio il dire che il bene altro non è che l'effetto, o la
conseguenza del bello o del buono, od altrimenti, se meglio piace, che il bello
e il buono sono le forme generatrici del bene. Epervero, non vi è uomo almondo
natura della causa da cui derivano o del fine a cui tendono; onde non ces sano
di essere un bene, od un mal fi sico, ma possono invece cessare di es sere un
bene o un mal morale. La ra gione è questa,che nel male o nel bene fisico si
considera un sol termine, il subbietto che li prova, mentre nel bene o nel mal
morale si considera anche l'obbietto per le conseguenze che pro
ducono.Infatti,ilben morale non consi derasi soltanto nell'individuo, ma nella
società, ed è la somma dei beni indi viduali che produce il bene sociale. Ora,
un bene che giova all'uno e nuoce all'altro, quando lo si considera collet
tivamente, cessa di esser tale, poiché nel concetto morale entra l'idea di
rapporto: non sono più solo a consi derarmi, ma devo considerare anche gli
altri, onde ciascuno avendo la parte che gli spetta di diritto nei godimenti
della vita, possa prodursi quel massimo di bene collettivo che chiamasi utilità
che sia disposto a chiamar bene uno stato doloroso, astrazion fatta dagli
ascetici, ai quali convien lasciare la li-❘ sociale. Ma il regolare questi rapporti bertà, com'è lor costume,
di capovol gere tutti gli argomenti della logica, è ufficio della morale. (Vedi
MORALE). Qui convien esaminarese esista ve e di chiamar bene il soffrire, e
male il godere. Di cotesti ragionamenti da menteccati non può far caso una sana
filosofia. Però, anche da coloro che di sapprovano l'ascetismo suolsi commet
tere lo stesso errore, quand'essi'ci op pongono che un godimento, procurato
conmezzi immorali, è un male,e unbene invece il soffrire per amor della giu
stizia. Così ragionando costoro non si avvedono di aver cambiati i termini
delladiscussione, giacchè il bene fisico eil benmorale non sono mica la stessa
cosa,comecomunemente sicrede perli dentitàdelnome.Einfatti,un godimento non
cessa di essere intrinsecamente un bene fisico quand anche sia procurato con
mezzi disonesti: e seio soffro per la felicità degli altri, uiuno dirà che
l'atto del soffrire cessi di essere in ramenteunbene assoluto, quel Sovrano
bene che i filosofi speculativi di tutti i tempi ricercarono colla stessa osti
nazione e colla medesima fortuna degli alchimisti in traccia della pietra filo
sofale. Ma avendo noi distrutto il bello e il buono assoluto, ben s'intende che
anche il bene deve seguire la stessa sorte. Invero, se il bello e il buono
produttori del bene, variano secondo il clima, gl' individui e le abitudini,
non si sa perchè quest'ultimo, che è acces sorio, non dovrebbe seguire la sorte
dei due concetti principali. Certo, noi ve diamo che non tutti gli uomini si ac
cordano intorno al concetto del bene: secondo che l'uno o l'altro organo siano
in questo o quell' individuo più o meno sviluppati,ilcarattere del bene
cambiaesi manifesta in questo oin quel trinsecamente un male solperchè è di |
modo. Pelgastronomo non vi è felicità 6 82 BENTHAM maggiore di una buona
tavola; ma il lussurioso sol uell'amor sessuale vedrà il suo bene;
invecenullapuò eguagliare lafelicitàdell'uomo di scienza, che fauna scoperta.
Ed è appunto da questa di versa maniera di concepire il bene che derivano le
varie tendenze degli uomini, e i vari modi con iquali i di versi popoli hanno
immaginato il Para diso. Ma non solo l'idea del bene cam bia secondo
gl'individui, ma eziandio nello stesso individuo cambia secondo il tempo ed i
bisogni, onde ilprincipio della varietà, che è uno dei caratteri essenziali del
bello e del buono, lo è pure del bene; novellaprova della loro pel molto che
gli restava ancora. Or se questo sovrano bene nol si trova nè fra i diversi
uomini, nè nello stesso paese, nè nello stesso uomo, ci sarà pur forza
convenire ch'esso non esiste in altro luogo che nel mondo archetipo di Platone,
dov' egli pone le idee assolute del Bello delBuono, e del Bene,come se fossero
cose esistenti per se stesse e non un semplice rapporto degli organi umani
colmondo esterno. Lateologiamoderna,e perfinolafamosa Enciclopediadel secolo
scorso(art. Bien, par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano Bene; ma qual sorta di
bene è egli mai quello che non si vede, nè si tocca, nè identità. Anche nel
concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi? principio della
varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa in quella stessa
guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero dei sensi si abituano
e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe diventare quasi
indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla sazione anche
piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo pensiero
si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un
bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di
lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO). la
Tranquillità dell'animo, ci narra che Aristippo, costretto a perdere unadelle
migliori sue terre, s'incontrò con un de'suoiamici, il quale con molte espres
sioni di condoglianza volle esprimergli | | Bentham (Geremia). Nacque a Londra
nell' anno 1748, fello stesso paese, nè nello stesso uomo, ci sarà pur forza
convenire ch'esso non esiste in altro luogo che nel mondo archetipo di Platone,
dov' egli pone le idee assolute del Bello delBuono, e del Bene,come se fossero
cose esistenti per se stesse e non un semplice rapporto degli organi umani
colmondo esterno. Lateologiamoderna,e perfinolafamosa Enciclopediadel secolo
scorso(art. Bien, par Yvon) ripongono in Dioil Sovrano Bene; ma qual sorta di
bene è egli mai quello che non si vede, nè si tocca, nè identità. Anche nel
concetto morale il | cade in alcuna guisa sottoinostri sensi? principio della
varietà è necessario, e L'assenza d'ogni piacevole o dolorosa in quella stessa
guisa che gli organi sensazione sarebbe forse mai il vero dei sensi si abituano
e finiscono per Bene? Se così fosse, lamorte sarebbe diventare quasi
indifferenti ad una sen- allora da preferirsi alla vita, il nulla sazione anche
piacevolissima, così il all'essere, e i più grandi filosofidelmon-lo pensiero
si abitua e diventa indifferente sarebbero i Buddisti, inventori del nir ad un
bene provato o posseduto troppo vana, ó della finale annichilazione di
lungamente.Plutarconell' opuscolodel- ogni pensiero. (Vedi RUDDHISMO). la
Tranquillità dell'animo, ci narra che Aristippo, costretto a perdere unadelle
migliori sue terre, s'incontrò con un de'suoiamici, il quale con molte espres
sioni di condoglianza volle esprimergli Bentham (Geremia). Nacque a Londra
nell' anno 1748, fu giureconsulto e filosofo distintissimo, e la convenzione la
pena che ne sentiva. «E perchè do vrò io affannarrmi di questo, rispose
Aristippo, e perchè devi tu dolertene a mio riguardo? Tra tutti i tuoi beni non
è egli vero che tu non hai che un piccol podere, e io ne ho tre tuttavia, e maggiori
? Ciò è vero, rispose l'anti co. Ben dunque avrei maggior ragione, rispose il
filosofo, di compiangere la tua fortuna, che tunonl'abbi di afflig gerti della
mia >. É proprio questo il caso di dire che seAristippo aveva ra gione,
anche l'amico suo non aveva torto; poichè se era vero che il filo sofo,
relativamente al suo amico, pos sedeva maggior somma di beni; era altresì vero
che la continua tranquil lità di quel possesso si era fatta a bito in lui, onde
soffriva più del po co che perdeva, di quel che godesse francese lo tenne in
tanto onore, che durante uno de' suoi viaggi nella Fran cia volle rimeritarlo
col titolo di citta dino francese. Mori nel 1838 ordinando nel suo testamento,
a disprezzo dei pre giudizi, che il suo corpo fosse abbando nato agli
anfiteatri d' anatomia. Bentham fu colui che diede lapiù forte spintaalla
riforma dell' amministrazione della giu stizia ; ma sopratutto vuolsi
considerare in lui il filosofo fondatore dell' utilita rismo, di quel
principio, che la mo rale desume dall' utile o dal danno, il quale se ad alcuni
può parere assurdo, non cessa perciò di essere men vero. Nel sistema di Bentham
la sola dif ferenza possibile fra l'una e l'altra a zione consiste nel maggiore
o minor u tile ch'ella reca alla società, o nelle con seguenze nocive che ne
derivano. Dic'egli (Introduction aux principes de la mo rale et de la
législation) che tutte le BERENGARIO 83 azioni dovrebbero esserci affatto
indif- | sul preteso diritto che ha la società di ferenti ove non potessero
darci del pia cere o del dolore. Ricercare l'uno e l'altro evitare,
incoraggiando o vietando le azioni che li producono, ecco qual è lo scopo vero
della morale. Questo prin cipio parve a Bentham tanto evidente, ch' egli lo
pose siccome assioma, la cui verità non ha nemmen bisogno di es sere
dimostrata, e quest' assioma costi tuisce il criterio cardinale del diritto di
punire. La legittimità, la giustizia, la bontà, si confondono quindi in quest'
idea dell' utile, il quale è la veramisura del valor morale di tutte le azioni.
Or vendicar l' oltraggio, egli non considera la pena altrimenti che sotto il
rapporto del maggiore o minor utile che può recare, vale a dire della minore o
mag giore attitudine ch'essa ha di prevenire i delitti. Sopra questo argomento
gli studi di Bentham fatti allo scopo di e saminare il maggiore ominore danno
di una data azione, e l'utilità di una data pena nei vari casi della vita, non
sono men profondi che curiosi. Nella sua Teoria delle pene e delle ricompense,
vien nella conclusione, che unadata penanon sempre può convenire alla medesima
a ' utile degli individui è la maggior❘zione,
imperocchè dovendosi cercare di somma di felicità a cui ognuno possa arrivare;
e'utile della società è la somma dell'utile di tutti gl'individui che la
compongono: la morale dunque non non può nè deve avere altro scopo che quello
di produrre il maggior bene pos sibile, così per gli individui come pella
società. Bentham esamina quindi, se questo criterio possa applicarsi ai sistemi
che considerano la morale sotto un aspetto opposto a quello dell' utilitarismo,
e tro va che questi sistemi son due: uno asce tico, e l'altro che si fonda
sopra sem plici idee di simpatia o di antipatia. II primo considera bensì negli
atti umani le conseguenze piacevoli o dolorose che renderla proporzionale allo
scopo che si vuol raggiungere, bisogna ch' essa vari, non solo secondo l'età o
il sesso, ma anche secondo il clima, l'educazione, la professione, la razza, la
natura del go verno e della opinione religiosa. L' eccletismo francese, il qual
fonda la morale sopra un principio ch'esso stesso non sadefinire, ha cercato di
com battere Bentham, ( Vedi Jouffroy, Droit naturel t. II. leçon 14) ma non è
riu scito a distruggere pur uno dei principii cardinali dell' utilitarismo
inglese, il. quale, nei nostri tempi, ha trovato un novello e potente alleato
in Stuart Mill. Berengario. Nacque a Tours sulla fine del secolo X. Fu maestro
delle pubbliche scuole in Tours, poi Arcidiacono, ed uno degli avversari del
dommadella Transubstanziazione. Con ne derivano, ma odiatore com'è d' ogni
felicità presente, chiama buoni quelli che producono pena o dolore, e cattivi
de nomina quelli che generano il piacere. tro Pascasio che nel IX secolo aveva
Il secondo sistema invece considera gli atti umani senza alcun riguardo al bene
o al male che possono produrre, eli classifica puramente secondo certe tendenze
di simpatia e di antipatia, di cui mal saprebbe spiegare la cagione, e che
riposano sui pregiudizi sociali e sul l'abitudine. Posti questi principii, è
naturale che Bentham non potesse discostarsi dalle opinioni di Beccaria intorno
all'origine del diritto di punire. E infatti, escluse tutte le assurde idee del
secolo scorso scritto un trattato per stabilire il dom ma della presenza reale
(vedi PASCASIO) egli scrisse un altro trattato per dimo strare (cosa non
difficile), che dopo la consacrazione il pane e il vinoconser vavanolequalità e
leproprietà che ave vano prima della consacrazione, d'onde conchiudeva che
queste sostanze non po tevano essersi transubstanziate in quel lo stesso corpo
di Gesù Cristo cheera stato attaccato allacroce. Non negava per altro che la
divinità non discendesse veramente sotto le apparenze del pane 84 BERKELEY edel
vino, e con queste sostanze non si congiungesse, ma ammetteva perd che anche
dopo la consacrazione non cessavano di esser pane e vino. Un secoloinnanzi,
Berengario avreb be potuto esporre senza molestie la sua dottrina; maneldecimo
secolo ildomma della transubstanziazione, che conferi sce ai preti la facoltà
di trasformare un po'di lievito in Dio, era credenza giàqua si del tutto
assodata. Quindi una lettera di Berengario mandata aRomanel1050, fu letta da
Leone IX in unconcilioche pronunciò la scomunica contro la dot trina e la
persona di un eretico cotanto biasimevole.Per altro, Berengario con tinuò ad
insegnare le sue opinioni, onde nei vari concili che si succedet tero in quegli
anni a Vercelli, a Tours e a Parigi ed ai quali fudenunziato, egli ritrattava
costantemente le sue o nioni, per riprenderle poco di poi e pubblicamente
insegnarle. Fu nuova mente condannato dal Concilio diRoma nel 1079, ma
essendosi egli nuovamente ritrattato, Clemente VII lo tratto con molta indulgenza
e scrisse anzi in suo favore all'arcivescovo di Tours. Però questa stessa
indulgenzaper un eretico che negava uno dei dommi più capitali della Chiesa,
sarebbe inesplicabile ove non si ammettesse, come benl'ha pro vato il Basnage,
che in quei tempi la Transubstanziazione non era opinione universale della
Chiesa, talchè non po tessecontrastarsi.Berengario ebbe anzi molti discepoli, i
quali allora non sof frirono pena alcuna temporale, mentre si sa quel che
soffrissero nei tempi po steriori Enrico di Bruyes, Arnaldo da Bresciae gli
Albigesi che erano caduti nella stessa eresia. Berkeley(Giorgio).Nacque aKil
krin nell'Irlanda, nel 1684, fece i suoi studi all' università di Dublino, viag
gió la Francia e l' Italia e, infine, tatto ritorno in Patria, vi ebbe il po
sto di decano con ricco beneficio a Dervy. Ma poco resto in quel posto,
avvegnachè ascoltando soltanto i con sigli del suo spirito irrequieto e la
smania di religioso proselitismo, parti per l'America, nel divisamento di fon
darvi un collegio per l'istruzione dei selvaggi. Ma falli il progetto, e Ber
keley, tornato in patria nel 1734, fu promosso vescovo di Cloyne, carica
ch'egli tenne fino all' anno 1753 in cui mori. Prima e dopo il periodo del suo
episcopato, egli scrisse parecchi libri, che vennero man mano gettando le
fondamenta di una nuova filosofia : Eccone ititoli nell'ordine in cui furono
pubblicati: Trattato della visione 1709; Trattato sui principii delleumane cono
scenze 1710 ; Tre Dialoghi 1713; Ilpic colo filosofo 1732. Puossi mai concepire
il più esage rato scetticismo accoppiato insieme al l'idealismo più spinto ? Il
fondamento dell'incredulità puossi egli mai accop piare insieme col più
esagerato dom matismo ? Tantacontraddizione non la si crederebbe davvero, se
Berkeley non avesse voluto provarci, che nello spirito umanoanche icontrari
possono trovare insieme il loro posto. Berkeley negava ogni realtà al mondo
esterno: tutto è in noi e fuori di noinon esiste altro che l'apparenza. La
materia sensibile, ciò che vediamo, tocchiamo e in qualsiasi modo sentiamo coi
nostri sensi, non ha alcuna esistenza fuori delle nostre percezioni; quindi il
mondo è tutto subbiettivo, ed'obbiettivo nonvi ènulla. Tutto ciò che diciamo
sensazione non had'uopo, peressere prodotto che alcuna cosa esista fuori di
noi, bastando una semplice operazione dello spirito per produrlo ; onde tutto
quanto noi siamo abituati a considerare siccome fuori di noi e veramente
esistente, altro non è che illusione. Per quanto strano ci possa parere, il
sistema di Berkeley non aveva d'al tronde il merito della novità, poichè
infine, non faceva altro che riprodurre le dubitazioni dell' antica scuola in
diana (vedi BUDDHISMO). Però nella sua dimostrazionevi era alcun che di nuovo
BERKELEY che merita di essere ricordato. Egli diceva che i corpi nonpossono
essere la causa nè istrumentale, nè occasio nale delle nostre sensazioni, e lo
di 85 rito nostro poteva avere le prova del mostrava cosl. L'essere supremo è
puro spirito ed è onnipotente, e non sarebbe degno di lui il servirsi d'
istrumenti nella produzione delle nostre sensa zioni, poichè il servirsi d'
istrumenti nasce da impotenza. Or se noi per muovere un dito non ci serviamo d'
i strumenti, potendolo fare con un sem plice atto della nostra volontà, perchè
l'esistenza di altri spiriti. Ed ecco come egli si toglieva d'impaccio. Le
idee, diceva, non dipendono dalla no stra volontà, e se si producono in noi
devono necesariamente esistere anche fuor di noi; ma fuori di noi nella realtà
materiale non possono esistere, poichè la materia non è che apparenza, dun que
bisogna che vi sia qualche altro spirito nel quale abbiano l' esistenza.
Berkeley a questo punto cadevain una purapetizione di principio, poichè colla
tutto non potràfare Iddio col semplice | negazione della materiavoleva provare
suovolere? Dunque icorpi non possono essere lacausa istrumentale dellenostre
sensazioni. Ma nemmenopotrebbero es serne la causa occasionale, poichè la
sapienza e la potenza di Dio bastano del pari per spiegare tutto l'ordine e la
regolarità che si osserva nella suc cessione delle nostre idee. Non è forse la
necessità dell'esistenza di uno spi rito, senza pensare che era appunto dalla
dimostrazione della esistenza dello spirito che avrebbe potuto dedurre la
negazione della materia. Ma infine, am messo pur come provato ciò che pro var
sì doveva, restava asapersi in cosa differiva il suo modo di considerare la un
umiliare lanaturadell'Essere per- | realtà materiale come una apparenza, fetto
il supporre che una sostanza priva della facoltà di pensare possa influire
sull'azione di lui, dirigerla e insegnar gli ciò che fare o non far dovrebbe?
Dunque la materia non esiste, ma lo spirito soltanto è. Ed ecco in qual maniera
per lo sdrucciolo dello spiritualismo, Berkeley era bellamentecondotto a
capovolgere tutte lenostre sensazioni, a negare l'e sistenza alla materia, che
è la sola che veramente esista, la quale vediamo, sentiamo, è in mille guise a
noi si rende percettibile, per accordarla e sclusivamente allo spirito, il
quale ve dere o toccare non si può, e non si sa come edove esister possa. Il
dabben uomo si lusingava di a vere in questa guisa rovesciato l'atei smo, e non
si accorgeva ch'era invece contro il deismo che la sua logica, falsa
nelprincipio, ma stringente nelle conseguenze, andava a portare i suoi colpi.
Annullata larealtà obbiettivae ma teriale di tutte le nostre percezioni, s'egli
era pur costretto a dare alla re altà sensibile, cioć alle idee, un obbiet tivo
spirituale. Ma il nostro Irlandese ancorliberavasi dalla importuna diman da,
soggiungendo chese ilmondo sen sibile o ideale, è veramente esistente, non
esiste però se non in quanto é rappresentato dallavolontàdello spirito
infinito, presente dappertutto, il quale modifica a ciascun momento le im
pressioni sensibili e ci da la varietà e l'ordine di esse; onde deve dirsi che
le cose che noi percepiamoson conosciute dall'intendimento di uno spirito
Infinito e prodotte in noi dalla sua sola volontà. Ilmondorealenon è dunque
altro che il pensiero di Dio ; ciò che noi vediamo o sentiamo non è che
sensazione prodotta da Dio, e tosto che noi cessiamo di vedere una cosa, quella
cosa cessa pur di esistere, o per meglio dire, come non è mai esistita fuori di
Dio, così continua ad esistere potenzialmente in Diocome un semplice atto
volitivo. Non altrimenti diceva la filosofia indiana, quando insegnavacheBrahma
produce od annienta tutto ciò che esiste, secon restava a sapersi in qual modo
lo spi 86 entra. BESTIE do che si svolge o in se stesso ri- | IX. 5) Ecco che
io fermeró il mio patto con voi e con tutti gli ani mali viventi che sono con
voi, tanto vo latili come giumenti (Gen. IX. 10). D'ala parte, le azioni delle
bestie Certo, nel secolo nostro tanto posi tivo, la teoria di Berkeley può
parere un vaneggiamento di mente malsana, e tale é infatti, ma non convien però
considerarla come se fosse senza nesso logico e senzacoordinazione di idee.Ben
altrimenti, Berkeley, come tutti coloro che negarono la realtàdelmondo ester
no, vi fu condotto colle leggi stesse del ragionamento, e da una cotal sorta di
seetticismo che si è molto maraviglia ti di vedersi svolgere in quell' aperto
dommatismo idealistico, ch'egli credeva fosse il miglior antidoto contro ildub
bio. Noi esamineremo nell'articolo SEN non pot mo tuttemeccanicamente spie
garsi. Ese dimostrano volontà, intelli genza, sapere e provano anche delle pas
sioni, cose tutte che mal si conciliano con una semplice azion meccanica. Bi
sognava dunque dotarle di un' anima o negar l'anima all'uomo. Ma di qual
sostanza sarà mai fatta l' anima delle bestie? Se di materia, ella è corpo; se
di spirito dovrà essere immortale. Ma le più granbestie, dice Voltaire, son
coloro che avvanzarono ch' ella non era nè corpo nè spirito. Fra queste opposte
o SAZIONE il ragionamento di Berkeley e ne mostreremole inconseguenze. (Vedi |
pinioni disputarono lungamente gli an anche l'articolo SCETTICISMO, COLLIER E
CERTEZZA). tichi, e il Bayle nel suo Dizionario sto rico ben le riassume. « Non
si vede Bestie. Se siapossibile stabilire una assoluta distinzione fra l'uomo e
le be che gli antichi quando hanno abbando nato il loro stile poetico abbiano
sta bilito una vera differenza fra l'anima umana e la materia, onde non si deve
stie è cosa che esamineremo all' articolo DARWINISMO. Qui voglio soltanto
mostra re tutto quello che ne pensarono in be ne o in male gli scrittori dell'
antichità. Dice laBibbia, e i credenti ripetono, che Dio ha dato all' uomo il
dominio delle | secondo idiversi gradi di sottigliezza ». bestie. Ma come si
vede in S. Agostino (Lib. I. De Gen. c. 18), già fin dai pri mi secoli del
cristianesimo i Manichei trovavano che quest' impero dell' uomo è molto
effimero. Il pesce cane, dicevano i dualisti, ingoia il marinaro, il quale ne
paventa perfin la vista, e il coccodrillo mangiasi bell' e vivo lo stupido
Egiziano pensare che l'anima delle bestie e quella dell' uomo differiscano fra
loro in essenza, ma soltanto dal più al meno Tal fu infatti l'opinione di
Anassagora il qual fra l'anima dell'uomo e quella delle bestie non metteva
altradifferenza fuor che la prima può spiegare a se stessa i suoi ragionamenti
e la seconda non lo pud. Pitagora e Platone am bi riconoscevano la
ragionevolezza del che lo adora. Ma se gli animali forti ci resistono, i deboli
ci sfuggono, e non vi è altro che la leggendadi qualche santo dove si legga che
i pesci venivano com piacentemente a farsi friggere nella pa della e le quaglie
ad infilzarsi sullo spie do. D'altronde, anche la Scrittura santa eleva gli
animali alla dignità dell' uomo, avvegnaché mostra che lo stesso Iddio le tien
degne della sua vendetta e della sua alleanza. Jeohvah, infatti, dice aifigli
di Noè: « Io farò vendettadel sangue vo stro sopra qualsiasi delle bestie. (
Gen. l'anima delle bestie, laqualdistingue vano dall' umana sol per l'attributo
della parol . Non si può dubitare che tal fosse ad un dipresso anche l' opi
nione di Plutarco, dal momento che egli ammetteva la trasmigrazione delle anime
umane anche neicorpidegli ani mali; anzi egli ha scritto anche un trat tato
apposito per mostrare che le bestie pensano e ragionano. Non meno espli cito è
Porfirio, il quale alle bestie at tribuisce,non solo la ragione, maanche
l'attitudine a far intendere i loro ra gionamenti i quali, se non son tanto
BESTIE sottili e complessi comequeidell'uomo, non differiscono perciò
essenzialmente. La facilità con cui gli antichi am 87 cosa non sarebbe
maggiormente contro l'evidenza che il dir l'altra ». mettevano la
ragionevolezza dell'anima delle bestie, concorda d'alt 14 colla opinione della
sua materiantà. vero, all'articolo ANIMA, noi abbiamo provato che tutte le
scuole filosofiche della Grecia ignoravano affatto quell' astra zione alla
quale i modernidanno ilnome di spirito; ed esclusa lasostanza spiri tuale, si
capisce subito come convenga oalle bestie negare un'anima, o dotarle di una non
essenzialmente diversa da quella dell'uomo. Ridotta in questi ter mini, la
controversia diventa una pura question di parole. E invero, se chia miamo l'
aníma funzione, intenderemo facilmente che tral'uomoele bestie que sta funzione
non può differire essenzial mente, imperocchènell'uno e nelle altre essa si
fonda sulla materia. Or una Anche nel secolo XVI Gomesio Pe reira, medico
spagnuolo, fece meravi gliare i dotti annunciando che le be stie son pure
macchine e spingen do il paradosso fino a negare l'ani ma sensitiva che a loro
si attribuiva. Sul qual proposito il Bayle osserva chea' suoi tempi
pretendevasi che De scartes avesse tolto a Pereira la sua singolar dottrina
sull' anima delle be stie. Infatti, Descartes negò che vera mente nelle bestie
esistesse un'anima, nonchè ragionevole, nemmen sensitiva, e fondava questa sua
negazione, non già sulla ripugnanza della ragione a credere ad unospirito,
maunicamente perchè ripugnava al suo pensiero il credere che fra l'uomo e le
bestie non esistesse alcuna differenza essen ziale. Quindi i cartesiani
giungevano alla credenza, che le bestie sono dei funzione che procede da causa
iden tica non si può, senza contraddizione, ❘ puri automi, fondandosi sul princi concepire
essenzialmentedifferente; ma può invece concepirsi come quantita tivamente
differente in ragione della maggiore o minor perfezione dell' or ganismo incui
simanifesta. Certo, nonmancarono nemmeno fra iGreci filosofi che abbiano
ammessa la meccanicità delle funzioni delle be stie. Pare anzi che tal fosse
l'opinione degli stoici; ma ben vi rispondeva Plutarco con queste parole: «
Quanto a coloro che goffamente e con tanta impertinenza affermano che gli
animali nè si rallegrano nè si corrucciano, nè temono di dire che larondine non
am massa provvigioni, e l'ape non ha me moria, ma sembrasoltanto che la ron
dine usi previdenza e il leone si cor rucci, e il rettile fremi per la paura,
io non so cosa risponderebbero a co loro i quali avanzassero l'opinione, che
convien purdire ch'essi nè credono, nè odono e ch'essi non hanno voce ma sol
tanto che essi vedono oche hanno voce, in una parola ch'essi non vivono ma
sembrach'essi vivano; poichè dire l'una pio, che lamateria non solo non puó
pensare, ma nemmensentire e provare sensazioni di sorta. Conchiudevano dun que
che selebestie avessero un'anima spirituale, questa doveva essere immor tale
quanto quella dell'uomo, e che un' anima materiale non poteva pen sare, nè
sentire, nè produrre la vita. É vero che gli avversari dei cartesiani potevano
facilmente imbarazzare i so stenitori di questa così poco ragione vole
dottrina, mostrando i molti atti degli animali, i quali provano e sen sazioni,
e volontà e pensiero e perfino qualità morali, come la fedeltà e l'a more,
virtù che sono essenzialmente proprie dell'anima; ma tornava facile ai
cartesiani il rispondere in questa guisa: « Voi riconoscete che gli ani mali
son cose, le quali rassomigliano a ciò che fal'anima ragionevole e che
nullameno la loro anima non è punto ragionevole. Perché dunque non volete che
si sostenga ch'essi sono delle cose che rassomigliano a ciò che fa l'anima
sensitiva, senza che la loro anima sia 88 BIBBIA sensitiva? » Il perchè poi
alle bestie | raccomandazione ai contadini di pagar volesse attribuirsi
un'anima sensitiva e non immateriale, ci è detto da Sennert, medico
dell'accademia di Wittemberg, il quale appunto nel secolo XVI fu ac cusato d'
empietà per aver insegnato che l'anima delle bestie non è mate riale. Or il
dare alle bestie un' anima immateriale val lo stesso che farle im mortali e
quindi eguali all'uomo. le decime, eccellente rimedio contro gl'insetti
devastatori. (Vedi la mia Sto ria Critica della superstizione al Vol. II
Cap.XI. Bibbia. Voce greca che signi fica libro. Così chiamasi la raccolta
degli scritti sacri degli ebrei e dei cristiani contenente i libri dell' An
tico e del Nuovo Testamento. Il lo Il Cartesianismo aveva evitato que- ro
numero e i loro titoli sono regi sto scoglio supponendo che uno spirito strati
nel canone dei libri santi, il esterno fosse la causa delle interne a- quale,
tuttochè si pretenda immutabile, zioni degli animali, le quali sono vere venne
però man mano modificandosi macchine agenti sotto l'impulso di una per l'aggregazione
dei nuovi libri che forza straniera. Questa opinione non la Chiesa, in
progresso di tempo, e pei contrastava d'altronde con quella do- suoi interessi
trovò opportuno di di minantenellachiesacattolicadel medio chiarare rivelati. (
Vedi CANONE ). É evo, perciocché vediamo che in diversi dottrina di tutte le
Chiese cristiane tempi e invari paesi gl'inquisitori pro- ed ebraiche, che i
libri della Scrittura cessarono e condannarono gli animali sono stati dettati
sotto la immediata siccome i supposti agenti del demonio. inspirazione dello
Spirito Santo, mo Nel 1451 una quantità di sanguisughe tivo per cui hassi
ragione di credere, avendo infestate le acque del territorio | che un solo
errore il quale si trovi di Berna, detto fatto il vescovo di Lo sanna le fa
citare davanti ad un com missario incaricato di giudicarle. Un usciere è
inviato sui luoghi occupatida quegli animaletti e con pubblico bando aloro
ingiunge di comparire davanti nella Sacra Scrittura costituisca una prova
formidabile contro la sua pre tesa rivelazione; imperocchè non possa ammettersi
che Dio possa ingannare od essere ingannato. Or convien con fessare che nella
Bibbia li errori son molti e di varia natura, e chi tutti li volesse
raccogliere, avrebbe di che com porre un intero volume. Diró soltanto al
rmagistrato, per essere udite e al l'uopo condannate ad abbandonare en tro
breve termine e sotto le pene di diritto i campi occupati. S'intende che | dei
principali e più manifesti. gli animali non si presentavano mai da vanti al
giudice, ma di solito si nomi nava per loro d'ufficio un avvocato di fensore, e
per non dir d'altri, il fa moso giureconsulto Chassanée stabili appunto la sua
fama nella difesa dei topi d' Autun. Del resto, i processi contro gli animali
non furono tanto rari e dal 1120 al 1741 se necontano 92, dei quali quattro
contro i bruchi, quattro contro le lumache, quattro 1 contro i sorci, e altri
contro le san guisughe, le cantaridi, le mosche, le talpe, i grilli ecc. e
tutti, o quasi tutti, finirono con la scomunica, con l'esor cismo, con le
processioni, e con la I. Risulta dal contesto del IV e V capitolo della Genesi,
che Adamo ed Eva sono idue primi sposi dell' uni verso, che dalla loro unione
nasce A bele e Caino,il quale avendo ucciso il fratello, si allontana dal padre
e d alla madre, vale adire da tutto il genere umano. Egli non ha quindi alcuna
donna a cui congiungersi, nè alcun uo mo da cui temere. Eppure si legge che
Caino, tremante d'essere ucciso (da uo mini chenonesistevano) fuggì nel paese
di Nod ove fondò una città ( i cui abi tanti non erano ancor nati ). II. Al
capo XII verso 40 dell' Esodo, si legge che la durata del soggiorno BIBBIA
degli Israeliti nell'Egitto fu di 430 anni. Ma S. Paolo, il quale non è meno in
spirato di Mosè, afferma che la legge fu data sul Sinai 1030 anni dopo l'al
leanza fatta da Dio con Abramo ( Gal. III 17 ) il quale era allora in età di 75
anni ( Gen. XII 4). Abbiamo dun que la seguente cronologia: Dall' alleanza alla
nascita d' Isacco (XXI. 5) corrono . anni 25 Dalla nascita d' Isacco a quella
di Giacobbe (XXV. 26) 89 anni 40 26 8 40 . mente stabilite dalla stessa Bibbia
e citate da Spinoza. Mosè governa ilpopolo nel deserto per. Giosuè che visse
110 anni, non ebbe il comando, secondo Giuseppe ed altri storici, che
KusanRisgataiin tiene ilpo polo sotto il suo imperio Otoniel figlio di Kenaz fu
giudice durante Eglon re di Moab fu giudice « corrono Dopo 130 anni Giacobbe si
stabilisce in Egitto (XLV II. 9). > 130 dici durante Dall'alleanza alla
immigra 60 durante • Aod e Samgar furono giu .- Jabin tiene il popolo sotto
zione in Egitto corrono dunque > 215 il suo giogo i quali se si tolgono dai
430 anni fissati da S. Paolo, nonnerimangono che 215 per il soggiorno nell'
Egitto. Il popolo dopo un riposodi Ricade in servitù sotto la III. Risulta dai
versi 6 e 7 (Deute ronomio X. ) che solo dopo cheAron ne fu morto e seppellito,
gl' Israeliti passarono a Gadgad e poi a Jetbat. Ora, al capo XXXIII dei
Numeri, verso 32 a 38, era stato detto iuvece che le stazioni di Gadgad e
Jetbat avevano preceduto la morte diAronne, laquale non ebbe luogo che alla
stazione del monte Hor. Il capo XX verso 22 a29 dei Numeri aveva già fatto
morire A ronne sul monte Hor; si avverta poi che trovasi la stessa indicazione
nel verso 50 del capo XXXII del Deutero nomio, il quale resta così in contrad
dizione, non solo col libro dei Numeri, ma anche con se stesso. IV. Il quarto
capitolo del primo li bro dei Re narra che Salomone fondò il tempio nell'anno
480 della sortita dall' Egitto. Ma consultando, non dirò ' istoria la quale
tace di questi fatti dominazione di Madian per . Esso riprende la libertà al
tempo di Gedeone Poi èsottomesso daAbimelch Tola figlio di Pua fu giu diceper.
Jair per. Il popolo ricade sotto la do minazione de' Filistei,e degli Ammoniti
durante . Jefte fu giudice durante. Abesan il Betelemita Aialon il Zebulonita
Abdon il Faratonita Ilpopolo cade ancora sotto il dominio de' Filistei .
Sansone fu giudice durante Eli durante Il popolo sottomesso nuo vamente da'
Filistei, non fu li berato da Samuele chedopo un intervallo di.. Davide regna.
Salomone avanti di fondare leggendari, ma la Bibbia stessa, il li bro
infallibile e divinamente inspirato, il tempio regua . si trova che tra la
fondazione del tem pio e l'uscita degli ebrei dall' Egitto, corre un lasso di
tempo assai più lun go, e precisamente di 580 anni, come appare dal seguente
prospetto, in cui si computano soltanto le date chiara 18 80 20 40 7 40 3: 23
22 18 6 7 10 8 40 20 40 20 40 4 Totale > 580 «Aquesti anni bisogna però ag
giungere quellidel periodo immediata mente successivo alla morte di Giosuè,
durante il quale la nazione ebrea si 90 BIBBIA mantenne indipendente fino al
giorno in cui Kusan Risgataiin la ridusse in servitù. Periodo di prosperità che
do vrebbe essere stato assai lungo, non potendosi supporre che subito dopo la
morte di Giosuè tutti coloro che erano stati testimon: delle sue gesta
prodigiose fossero periti in un mo mento, e i discendenti loro, abolite le
leggi e gli ordinamenti civili del gran condottiero, fossero tosto caduti in ser
vitù. Ciascuno di questi avvenimenti e sigendo quasi un secolo di tempo, non
puossi mettere in dubbio che lascrit tura nei versetti 7.9 e 10 del secondo
capitolo dei Giudici non abbracci un gran numero d'anni, la storiadei quali
passata sotto silenzio. A questi bi sogna poi aggiungere quelli nei quali
Samuele fu giudice degli Ebrei e non citati dalla Scrittura; quelli del regno
di Saule a disegno ommessi, perchè la sua storia non lasciaindovinare la du
rata del di lui regno; quelli dell' anar chia nella qualeperdurarono gli Ebrei,
pure taciuti dalla Bibbia; poiché è im possibile di valutare giustamente ladu
rata degli avvenimenti che sono rac contati nel libro dei Giudici, comin ciando
dal capitoloXVII sino alla fine. V. Il quarto libro dei Re ( XXIV 8,9) dice che
il censimento fatto da Davide mostrò che gli uomini atti alle armi erano in
totale 1,300,000. Ma nel primo libro delle Croniche ( XXI 5,6) si trova che
questo censimento non venne esteso alle tribù Beniamino e di Levi, e nondimeno
diede per risultato 1,570,000 uomini atti alle armi. Lo Spi rito Santo, dice
Miron, è autore del l'uno e dell'altro di questi due rac conti; ma qual de' due
dobbiamo cre dere ? VI. Nel capo XI (verso32 e 36 del IV libro dei Re) Jeova
dichiara che non lascerà a Roboamo che una sola tribù enel capo XI (verso 20 )
dicesi in fatti che questo re fu seguito dalla sola tribù di Giuda; ma nei
versi se guenti ( 21 e 21) è rappresentato co me regnante sulle due tribù,
quella di Giuda e quella di Beniamino. VII. Ocozia non avendo lasciato fi
gliuoli, fu sostituito da suo fratello Jo ram, rapporto al quale sono da osser
varsi queste notevoli contraddizioni. Se condo ilverso 17 del capo I (IV Re),
egli sali sul trono d' Israele il secondo anno del regno di Joram, re di Giuda.
Secondo il verso primo del capo III, in vece egli comincia a regnare nel diciot
tesimo anno del regno di Giosafat, re di Giuda. Ma non basta! Secondo il verso
16 del capo VIII, Joram, figliuolo di Giosafat, cominciò a regnare sopra Giu
dail quinto annodel regno diJoram re d'Israele; d'onde si trae che ravvicinan
do il verso 17 del capo primo al verso 16 del capo VIII, Joram d' Israele sali
sul trono nel secondo anno del regno di Joram di Giuda, il quale era salito sul
trono nel quinto anno del regno di Jo ram re d'Israele. Gli annali compilati da
scrittori, che non pretendono d' essere qualche cosapiùdi semplici mortali, non
offrono certamente esempii di una peg giore cronologia. VIII. Nessun errore,
dice Fréret (Oeu vres. T. IV. p. 372), può riuscire piú grande di quello che
s'incontra nel nu mero degli israeliti, che dalla cattività di Babilonia
ritornano aGerusalemme sotto la condotta di Zorobabele. Se noi som miamo
insieme tutte le cifre che ci sono date dal Cap. II del 1º. libro di Esdra,
troviamo che gl' israeliti ritornati dalla cattività ascendono alla cifra di
29818. E nondimeno il sacro scrittore facendo la somma a suo modo, ai versetti
64 e 65, dice che tutta questa radunanza in sieme sommava a 42360, non compresi
i servi e le serve in numero di 7337! Bi sogna dunque credere che lo Spirito
Santo nel fare l'addizione delle cifre si sia fermato ad un bel circa verso la
metà della somma. IX. Nelprimo librodei Maccabei, si narra diffusamente la
orrenda morte di Antioco Epifane persecutore dei preti, ma questo spogliatore
sacri BIBLIA lego, prima di fare la suaterribile fine, era già mortoduevolte;
la prima(Capo 91 connubio fra i >> Egli nasconde la luce nelle sue mani,
e quindi glicomandadi ricomparire (Giob XXXVI. 32. Questo testo è infedelmente
l'origine attribuendoli ad un carnale tradotto nelle nostre versioni). E i mari
che sono essi mai ? La limitazione del mondo tra la terrae l'abisso. » Egli ha
posto un certo termine intorno all'acque, il qual durerà fino alla fine della
luce e delle tenebre » (Giob. XXXVI. 10). E chi potrebbe insegnar geometriacol
sin golar metodo dei libri rivelati, nei quali si legge che il bacinoposto
all'ingresso del tempio di Salomone era rotondo ed avea dieci cubiti di
diametro e trenta di circonferenza? Calcolo sublime ed incon testabilmente
rivelato, avvegnachè tutta la scienza nostra non sia ancor arrivata aprovare
che il diametro stia precisa mente trevoltenellacirconferenza.Prova evidente è
questa chequellaproporzione geometrica si basa sopra principii supe riori alla
povera ragioneumana, laquale insegna che il diametro sta alla circon ferenza
come 113 a 355, proporzione che è sempre maggiore del triplo. Manonostante
tutti questi errori, che sono pochi fra i moltissimi che si po trebbero citare,
rincresce ildire, che non mancanouomini, i quali, fedeli alla tra dizione
antica, vorrebbero che tutte le nostre conoscenze alla Bibbia si attin gessero
e ogni metodo d'insegnamento sullaBibbia si fondasse.«Come,donde, > La
Enciclica del 1824 data da Leo ne XII, rinnova il divieto, e una bolla di
Gregorio XVI, dopo avere richiamate tutte le disposizioni date dai suoi pre
decessori, aggiunge: « Noi confermiamo erinnoviamo collanostra autorità apo
stolica gli ordini suddetti, già da lungo tempo promulgati circa
lapubblicazione, lapropagazione, lalettura edil possesso dei libri della
Scrittura Sacra tradotti in lingua volgare. >>> Chiesa cattolica, se
non in quanto essa sia pubblicata insiem colle note e gli schiarimenti, che ne
raddoppiano il vo lume e la spesa, e la rendono poco ac cessibile alla borsa di
tutti. Quando essa fu pubblicata senza queste note dalla Società Bibblica di
Londra, e venduta a tenue prezzo, incorse in tutte le censure che sono
comminate contro le altre ver sioni in lingua volgare. Ma la Bibbia tipo,
laBibbia veramente ufficiale e rico nosciuta dalla Chiesa è la Volgata, così
detta, perchè fu da S. Girolamo volga rizzata nel latino idioma (o, come altri
credono, soltanto corretta)sui testi greci ed ebraici originali. Or, è pur cosa
sin golare a dirsi, che questo testo ufficiale della rivelazione, è esso stesso
così pieno di errori, che già ai tempi di S. Gero lamo se ne facevano nella
Chiesa grandi lamenti. S. Agostino nella sua decima let tera, dice che essa non
è conforme alla versione greca dei settanta, che gli e brei n' erano assai
malcontenti e che egli perciò non volle adottarla, nè per metterne la lettura
nella sua chiesa. Cionondimeno il Concilio di Trento nella sua quarta sessione,
dichiarò la Volgata la sola autentica versione della Bibbia; ma la Chiesa ebbe
inseguito a ramma ricarsi di quel suo decreto, inquantochè le critiche di
uomini competentissimi, an che devoti, mostrarono troppo aperta mente i molti
errori di quella versione. Sisto V credette di rimediare all' incon veniente,
facendoricorreggere laVolgata e ripubblicandola coi tipi del Vaticano, onde
quella ricorrezione ebbe il suo no me. Ma pare che neppure quel lavoro
soddisfacesse tutte le esigenze, poichè anzi Clemente VIII, suo successore, sol
tanto tre anni dopo fu obbligato di farne ritirare tutti gli esemplari, e far
ese guire una nuova correzione ed unanuo va edizione della Bibbia, che è la Vol
gata attuale. Anche questa però, nono stante l' infallibilità papale, non
riusci opera perfetta, giacchè non pochi teo Osservisi poi chelaversionedel
Mar- logi, fra cui il cardinal Gaetano, dimo 96 BIBBIA strarono che essa è
ancor piena di er rori, e perfino Monsignor Martini, ar civescovo di Firenze,
alla sua versione del Nuovo Testamento premette una nota, ove attesta che nel
solo Nuovo Te stamento della Volgata si trovano 975 passi che differiscono
dall' originale. Anzi ancora, il cardinal Bellarmino rispondendo a Luca di
Bruge, il quale lo avvertiva appunto che nella Bibbia la tina trovavansi tanti
errori, diceva: >> Einfatti, Clemente VIII nella prefa zione della
Volgata da lui dichiarata sola autentica, ha l'ingenuità di avver tirci che «
sebbene siasi adoperato con il Martini aggiunge SUPERSTI zioso, acciò si creda
che il solo super stizioso culto degli angeli la Bibbia con danna, non già il
vero culto. Del resto, parecchi altri passi più o Tutte le volte che il Diodati
traduce la voce greca presbiteri per ANZIANI (AttiXV, 6, 22, 23; XVI, 4; I
Timot. IV 14; X 19; Giac. V. 14), il Martini la rende colla voce Sacerdoti,
onde fondare eziandio sui tempi apostolici la institu zione di un vero e
proprio sacerdozio. Per lo stesso motivo ogniqualvolta il Diodati nei versetti
2 e 12Cap. III della epistola di S. Paolo a Timoteo traduce, SIA il vescovo, O
SIENO i diaconi mariti di una sola moglie; il Martini traduce ABBIA PRESO il
vescovo, od ABBIANO PRESO i diaconi una sola moglie. Il motivo della variazione
è evidente: il verbo sia, sieno, è imperativo e impone come precetto '
obbligazione del matrimonio per gli ecclesiastici, mentre la locuzione abbia o
abbiano preso, è condizionale, non impone nulla nel presente o nel fu turo, e
lascia il posto al precetto po stumo del celibato. Giustizia vuole però che si
confessi,che questo precetto è con forme allo spirito e alla dottrina di San
Paolo, e che la versione del Martini, al meno essenziali differiscono nelle
varie traduzioni della Bibbia; e si conosce quale strana importanza danno i
credenti a queste per noi quasi insignificanti diver genze, quando si pensa che
talora so pra un solo versetto e fin sopraunapa rola si fonda l'origine d'un
sacramento, di un domma o di un rito della Chiesa. (Vedi anche gli articoli
APOCRIFI, CANONE, EVANGELI, PENTATEUCO, ecc) Biologia. Etimologicamente: di
scorso sulla vita. Labiologia, parola pri mamente usata da Comte, è la scienza
delle leggi che regolano la vita negli organismi, e i rapporti fra di loro e il
mondo esterno. Base dellabiologia sono quindi l'anatomia e la fisiologia, non
menochelescienzenaturali; inquantochè ogni organismo trovasi necessariamente
legato col mondo esterno, nè avviene va riazione nell'uno senza che vi
corrisponda una modificazione dell' altro. (Vedi Po SITIVISMO).
Bochm(Giacobbe)soprannominato il Filosofo teutonico.Nacque nel 1575 in un
vilaggio della Lusazia presso Gorlitz daparenti poverissimi.Educato allascuola
del villaggio, prese amore vivissimo alla meditazione edi tanto s'esalto, che
infine credette d'essere chiamato a rivelare al meno inquesto
caso,rispondemeglio alla dottrina del fondatore del cristianesimo. | nati
nellaBibbia. Bohem scrisse parecchi l'umanità i divini misteri, appena accen
Efesi, V, 32-33. Perciò l' uomo la scierà suo padre e sua madre, e si con
giungerà con la sua moglie: ed i due diverranno una stessa carne. Questo MI
STERIO è grande. Il Martini traduce misterio con SA CRAMENTO. Questa differenza
fra i due traduttori facilmente s' intende, rifletten do che il matrimonio è
sacramento pei cattolici soltanto e non pei protestanti. libri di rivelazione
che nel secolo nostro non meritano nemmeno l'onore di essere esaminati, ma che
a'tempi suoi, nei quali filosofi si dicevano icercatori della pietra filosofale
e i cultori dell'alchimia, ebbero moltissimo successo. Il novello rivelatore
pervenne a costituire una setta di nuovi mistici, iqualiil maestro illustrarono
con lodiesagerate e senzafine. Singolare coin cidenza! Simile al Cristo sul
quale riposa 7 98 BOLLA la grazia del Padre, anche Boehm vuol | membro della
Camera dei Lord. Nel che la grazia divina riposi sopra di lui: il misticismo
dell'uno nonval meglio di quello dell' altro, e l'uno e l'altro inse gnarono
l'imprevidenza, il disprezzo del mondo e tutte le conseguenze che ne derivano.
1714 all'avvenimento altrono della casa d'Hanover si ritirò inFrancia, ove mend
in moglie la vedova del marchese di Bogomili. Eretici diBulgaria,di scepoli di
un tal Basilio,vecchio asceta, en tusiasta e fanatico. Dicesi che l'impera tore
Alessio Comneno, nemico acerrimo dell'eresia, facesse chiamare a se Basilio
sotto pretesto di volersi aggregare alla sua setta, onde indurlo apalesargli
isuoi errori, e che quando glieli ebbe rivelati l'accusò davanti al Senato.
Basilio si of ferse a sostenere le sue opinioni, mo strandosi pronto a
incontrare il marti rio, e fu esaudito. Acceso ungran rogo inmezzo
all'Ippodromo, fu dall'altro lato piantata una gran croce, e a Basilio si
ingiunsedi sceglierefra l'uno e l'altra. Mirabile esempio di costanza e dicorag
Villette. Bolingbroke ebbe amichevoli re lazioni coi principali filosofi del
suo tem po e credesi sia stato il primo che abbia determinato alla carriera
filoso fica Voltaire, ch' egli conobbe durante il suo esiglio in Francianella
sua terra della Source, presso Orleans. Mori nel l'anno 1751 lasciando isuoi
scritti a Da vide Mallet, che li mandò allestampe in cinque volumi, contenenti,
fra gli altri, le Lettere sullo studio della Storia e quelle al Papa sulla
religione e la filo sofia. Bolingroke apparteneva alla scuola dei deistidel
secolo passato, epperciò era accanitissimo contro tuttele religioni ri velate,
contro la Bibbia, ch'egli dice un romanzo da Don Quichotte e contro tutti i
teologi che chiama « Folli. » Èdubbio che nellasuapolemica con gio, Basilio si
precipitò sul rogo, dimo- tro l'ateismo egli portasse tanta convin strando al
mondo che i martiri nulla❘zione
quanto in quella contro la rivela provano in favore dei principii pei quali
zione. E invero, da una parte s'egli ri hanno data la vita. Basilio morì, ma
non la sua setta, che fu assai diffusa nellaGrecia, ed alla quale appartenevano
molte principalissi me famiglie di Costantinopoli. Qual fosse l'eresia dei
Bogomili non è facile il de terminare, poichè le loro credenze sono un impasto
di tutti gli errori di quei tempi. Par nondimeno che inclinassero al dualismo
di Manete (vedi Manichei smo) e allademonologia di Platone. Dei libri della
Bibbia sette soli accettavano, e molti interpretavano allegoricamente. Dio
credevano corporeo, la Trinità spie gavano coi semplici attributi divini ; la
terra e l'uomo dicevano creati da Sata naele; il battesimo facevano senz'acqua;
' Eucarestia negavano, e i vescovi e il clero disprezzavano. Bolingbroke.
(Enrico San Gio vanni, viscontediBolingbroke)nacque nel❘ 1672. Eletto membro della Camera dei Comuni di Londra nel 1702,
divenne poi ministro segretario di Stato, e finalmente conosce un Dio, nega però
al Creatore l'intenzione di fare gli uomini felici; ammette una provvidenza
generale, ma la nega per gl'individui in particolare ; confessa l'antichità
della dottrina dell'im mortalitàdell'anima,ma nega aquesta la qualitàdi
sostanzaimmateriale e distinta dal corpo. Tutte queste affermazioni di uno
scrittore che i suoi stessi nemici chiamavano, seducentenellaconversazio ne, di
spirito fecondo, e molto istruito, erano tali da poter fare molta impres sione,
d'onde la condanna data alle sue opere dal gran giuri di Westminster.
L'Esameimportantedi milordBolingbro ke che si trova inserito nelle opere di
Voltaire, è di quest'ultimo autore. Bolla pontificia. Rescritto del pon tefice
il qual differisce dal Breve in que sto, che l'uno è spedito dalla cancelleria
apostolica sotto il sigillo di piombo, l'al tro dalla segreteria dei brevi
sotto l'a nello pescatorio; l'uno è scritto in per gamena rozza con caratteri
antichi, l'al BONNET tro in pergamena fina con caratteri la tini; la bolla
porta la data dell' anno dell'incarnazione, e il breve quello della Natività di
Gesù. Due Bolle sono rinomatissime nella 99 abbastanza forte per
poterimpunemente ripubblicarla. Bonnet (Carlo) di Ginevra. Na que nel 1720.
Egli fu ad un tempo na turalista e teosofo, e questi due carat Storia: quella
Unigenitus e l'altra in Cœna Domini. La prima data da Cle menteXI, condannavala
dottrina del pa dre Quesnel,vennerespintada una quan tità di vescovi e fu il
segnale di una lunga persecuzione contro il giansenismo (vedi GIANSENISMO ).
S'ignora invece chi sia l' autore della seconda; essa legge vasi pubblicamente
in Roma tutti gli anni nel giovedi santo, alla presenza del papa, accompagnato
da cardinali e da teri si trovano così intimamente con giunti nelle sue opere,da
recare sorpre sa e maraviglia al tempo stesso, per la stretta unione di
principii che sono fra loro tanto contrarii. Con uno spirito profondamente
religioso Bonnet, nel suo Essai analytique des facultés de l'âme e nel Traité
des sensations, si mostra aperto partigiano della scuola sensua lista. Tutte le
idee, egli dice, ci vengono vescovi. Paolo III nel 1536 pubblicando dai sensi,
e tutte le sensazioni si risol una edizione di questa bolla, dice che vono
nell' azione pura e semplice delle era antichissimo uso della chiesa il
rin-fibre nervose. La varietà di queste fibre novare tutti gli anni questa
scomunica, laquale si estendeva agli eretici, pirati, corsari ; contro, i
giudici laici che giu dicano gli ecclesiastici e li citano da vanti al loro
tribunale, sia pur esso u dienza, cancelleria, consiglio o parlamen to; tutti
coloro i quali faranno o pub ela loro differente costituzione anato mica
spiegano la varietà delle nostre percezioni, le quali trovano tutta la loro
blicheranno editti diretti a restringere l'autorità ecclesiastica; infine
contro i pubblici funzionari di qualsiasi re o principe, che evocano asele
cause eccle siastiche o impediscono l'esecuzione delle lettere apostoliche,
quand' anche lo fac ciano sotto il pretesto di impedire qual che violenza. Il
Concilio di Tours nel 1510 aveva già dichiarato che labolla in Cœna Do mini non
poteva sostenersi, e ire di Francia si sono sempre opposti alla loro
pubblicazione,come contraria ai loro di ritti e alle libertàdella chiesa
gallicana. corrispondenza nella modificazione di esse fibre. I movimenti di
questi organi della sensazione sono determinati dagli oggetti esterni, e
imprimono all' orga no, anche dopo essere cessati, una certa tendenza a
riprodursi, la quale determi na le abitudini e al tempo stesso ci fa conoscere
se una data sensazione la sen tiamo per la prima volta o se l'ab biamo già
provata. Fedele al suo prin cipio, Bonnet credè che anche le idee più astratte
e le men materiali deriva no dai nostri sensi. Perfin l'idea di Dio egli riferisce
alla sensazione, e la deduce dal nostro ragionamento sul com plesso dei fatti
edel preteso ordine che osserviamo nella natura. Ma se tutta la filosofia
sensualista. Nel 1580, approfittandosi della vacanza di Bonnet è perfettamente
materialista, del Parlamento, parecchi vescovi vollero | bisogna pur dire che
tutta la sua teo farla ricevere nella lor diocesi, ma il Procuratore Generale
vi si oppose e fu rono prese contro di loro delle misure severe. La
pubblicazione della Bolla in Cæna Domini fuinfinesospesa nel 1773 da Clemente
XIV, ond'evitare l' odio e il malcontento dei principi, nè pare che dopo
d'allora nessun papa siasi stimato dicea è affatto idealista. Quand' egli ar
riva al punto in cui ilmovimento delle fibre si trasforma in sensazione, là
pone il mistero e l'anima; la sua logica si smarrisce, e la sua scienza
positiva si trasforma in un mero idealismo. Egli cade ancora in questo eccesso
nelle sue Considerations sur les corps organisés 100 BOULANGER ela
Contemplation de la nature, ove la sua feconda fantasia trasforma l'uni verso
nel tempio visibile della divinità, nel quale la saggezza e la potenza in
finita si scoprono nelle minime come nelle massime cose. Ma se Bonnet è buon
idealista, non lo è però ancora tanto da poter conce pire lo spirito separato
dalla materia. Dopo la morte l'anima certamente ci sopravvive, ma esisterà ella
senza cor po? Bonnet risponde negativamente. Egli crede che nel nostro corpo
esista il germe di un'altro corpo, il quale si svilupperà dopo la morte e
formerà lo inviluppo materiale del nuovo essere. Ma qual sarà questo germe ?
Bonnet lo trova nel corpo calloso dell'encefalo: la sede del pensiero è,
secondo lui, anche il principio materiale che avvilupperà nell' avvenire il suo
substrato. Egli è in questa guisa che un uomo il quale ha scritto tante verità,
e dimostra nei suoi ragionamenti, quando sono fondati sul fatto, una
invincibile argomentazione, si smarrisce subito ed erra pazzamente nel
I'assurdo tosto che entra nel campo della metafisica. Boulainvilliers (Carlo)
Nacque a Saint-Laire nella Normandia nel 1658, emori nel 1722. Il suo nome è
noto tra i filosofi del secolo XVIII per il suo spirito d' incredulità, velato
da un apparente desiderio di combattere gli increduli. Fingendo di voler
confutare i principii della filosofia eterodossa, in realtà egli non ha fatto
altro che ripro durre per sunti i principii di essa, av valorarli con apparenti
contraddizioni, la fiacchezza delle quali è più propria a farci perdere che a
confermarci nella fede. È conquesto spirito ch'egli scrisse *i seguenti libri:
Réfutation des erreurs de Benoît Spinosa, par M. de Fénelon, archevêque de
Cambrai, par leP. Lami, benedectin, et par M. le Comte deBou Doutes
lainvilliers. Bruxelles 1731. sur la Religion Londra 1767. Traité des trois
imposteurs, 1775 senza luogo.-L'Espit de Spinosa. Amsterdam 1719. Boulanger (Nicola). Nacque
a Pa rigi nei 1722, studiò nel collegio di Beauvais, e dopo essere stato
nell'eser cito sotto il comando del barone di Uriers, fu impiegato nella
qualità di in gegnere dei ponti e delle strade. Era geologo di qualche vaglia,
ma i pro gressi delle scienze naturali fatti in questi ultimi tempi, più non si
accor dano colle ipotesi sue, chè vuol egli es sere, com'è ben naturale,
ascritto alla scuola la qual suppone che tutte le gran di trasformazioni
avvenute sulla super ficie della terra furono l'opera di cata clismi. In
filosofia ebbe idee liberalissi me, ed a lui si attribuiscono parecchi scritti
contro la religione. Sono suoi gli articoli Corvèe, Guèbres, Deluge, Lan gue
hebraique inseriti nell'Enciclopedia e così pure Le ricerche sull'origine del
dispotismo orientale, ove i re ed i preti sonoegualmente maltrattati. L'autore
del Dictionnaire des ouvrages anonymes, sulle traccie di Naigeon, assicura che
l'opera intitolata L'antichità svelata dai suoi usi, è pure di Boulanger, seb
bene sia stata rifatta dal barone di Holbach. È però a deplorarsi che l'au tore
siasi lasciato guidare da un indi rizzo esclusivamente sistematico. Dotato di
fervida immaginazione, e impressiona to da alcuni animali fossili antidiluviani
da lui osservati in certi scavi, di cui gli era stata affidata la direzione,
egli fu dominato dall' idea fissa di rinvenire in tutti gli usi dell'
antichità, e special mente nellepratiche religiose, le rimem branze di un
diluvio, e le impressioni di terrore che tal cataclisma ha lascia to nello
spirito umano. Naigeon attri buisce a Boulanger varie dissertazioni sopra Elia,
san Pietro, san Rocco e santa Genevieffa ed una storia dell' uo mo in società,
che andò perduta. Nel Cristianisme devoile, egli esamina con saggia critica
tutti gli errori della re ligione cristiana ed insiem della ebrea, dimostra
qualmente gli atti del Dio del la Bibbia siano incongruenti e in con
traddizione coll' idea stessa che la teolo BRAHAMANISMO gia pretende di darci
della divinità, e 101 discrepanza che ben si comprende la morale si del Nuovo
come dell' An tico Testamento sia contraria ai veri bisogni della società. Ad
ogni modo, giova notare che le sue opere vennero pubblicate successivamente
dopo la sua morte e per mezzo degli amici suoi. Mori il 15 settembre 1759. Era
di ca rattere dolce, paziente, insinuante, e fu osservato che la sua fisonomia
rassomi gliava moltissimo a Socrate, come si vede sopra le pietre antiche.
Brahamanismo. La prima re ligione dell'India e la più antica che si conosca. I
calcoli di Bailly, Colebrooke e Renand provano che i quattro Vedas sui quali si
fonda la religione di Bra hama sono indubbiamente anteriori a Mosè e risalgano
per lo meno all'anno 1400 prima di G. C. Questi libri costi tuiscono il codice
religioso degl'indiani, come i quattro evangeli formano quello dei cristiani, e
s'intitolano: Rig-Veda, o quando si consideri la vastità e il nu mero delle
fonti a cui i commentatori attingono. Brama o Brahama è l'essere eterno per
eccellenza: ogni cosa vive in lui e nulla vive fuori di lui. Assiso sul loto
(caos primitivo) egli girava lo sguardo d'ogni intorno e non vedevacon gli oc
chi delle sue quattro teste ( i quattro punti cardinali) che una vasta distesa
di acque coperte di tenebre. Non ci vuol molto acume a vedere in questo concet
to una forma mistica del panteismo. La materia non è creata, essa coesiste in
Brahama eBrahama esiste inlei. Allora, dice il Rig-Veda, il quale ci richiama i
primi versi della Genesi, non esistevanè l'essere nè il non essere, nè il
mondo, nè il cielo, nè alcuna cosa sotto o so pra, nè terra, nè acqua, ma
soltanto qualche cosa di oscuro e di terribile. Brahama dunque non crea, ma
forma il mondo e il firmamento. Dapprima egli preghiere in versi; 2.º
Jadjour-Veda o preghiere in prosa; 3.º Sama-Veda pre- | genera le acque in
mezzo alle quali parato per il canto; 4.° Atharva-Veda destinato alle
purificazioni. La natura, l'aurora, il Sole personificati in Indra,
Diodellaluce, costituiscono il fondamento teologico di questi libri. Invano
cerche resti nella quasi ingenua semplicità di questo mito primitivo tuttoil
corpodella teologia di Brahama.I domminon nascono già fatti: lentamente e quasi
per strati si sovrappongono, e quelli dell' India si trovano poi disseminati in
una quantità grandissima di libri sacri, quali sono il codice di Manù, i
diciotto Purana, il Marayana, poema di Valmichi, e nel colossale Mahabarata, il
quale, come l'indica l'etimologia del nome (granpeso), è il libropiùlungoche
siconosca; tanto che nessuno è ancor riuscito a tradurlo per intero in una
delle lingue europee. Ecco ora la succinta esposizione del si stemateologico,
quale suolsi più comune mene desumere daquesti libri; e diciam comunemente,
avvegnachè non tutti e non sempre si accordino nelle acciden talità secondarie
della teologia indiana, getta un uovo risplendente, ov'egli stesso si rinchiude
e forma il principio vivi ficante della fecondazione; quindi separa l'uovo in
due parti e ne forma il cielo e la terra (Creuser Simbolica 1. p. 179 Manù lib.
1 c. 1 IV) Ma ilmondo vi sibile non è, al postutto, che la mani festazione di
Brahama, ilquale a vicenda riproducendosi o in se stesso rientrando crea od
annienta il mondo. Abbiam così la notte e il giorno di Brahama, ossia un Kalpa,
e ogni Kalpadura 4,320,000, anni, e il numero dei Kalpa è infi nito. Tuttavia,
guardiamci bene dal pren dere questa cifra sul serio : essa non è altro che uno
di quei tanti numeri simbolici i quali rappresentano un ciclo, oun fenomeno
astronomico (vedi SIM BOLICA), È del rari concetto simbolico e periodo
astronomicoquello delle quat tro età del mondo rappresentate dauna vacca, che
si regge dapprima suquattro gambe, poi su tre, due e una sol gamba. A
somiglianza del Dio cristiano, che ; 102 BRAHAMANISMO doveva nascere due secoli
dopo il mito Vedantico, il Dio indiano è unoe trino: Brahamageneratore,Visnu
conservatore e Siva distruggitore delle forme; ma questi tre (del resto simboli
evidenti delle varie operazioni della natura) non son che uno: il Parabrahama
creatore degli spiriti subalterni. Mohassura era capo di questi, ma li spinse a
rivolta e fu scacciato dal cielo. Allora sotto la forma del serpente, egli
tentò l'uo mo, tese insidie al suo orgoglio e lo spinse a proclamarsi eguale a
Dio. An che la seconda persona della Trinità ha le sue incarnazioni, dette
avatar. Se ne contano dieci, tutte narrate diversamente, alcune delle quali
presentanouna singolarissima somiglianza con la vita mi stica del Cristo, e
furono forse tolte a prestito dal Buddhismo in quella famosa incarnazione di Buddha,
alla quale evi dentemente è stata attintala leggendadi Gesù (vedi BUDDHISMO) Il
Brahamanismo riconosce lametem psicosi, in grazia della quale crede che tutte
le anime dovranno reincarnarsi nel corpo degli animali più o men vili, se hanno
demeritato, motivo per cui alcu ne caste di indiani si astengono dal ci barsi
della carne d'ogni animale, e ci tansi certi asceti, i quali ebbero in tanto
orrore l' uccisione anche degli animali più immondi, ch'essi preferirono
lasciar crescere e moltiplicare i più schifosi in setti sul loro corpo
piuttosto che di struggerli. Per altro, la metempsicosi non esclude l'esistenza
di un inferno e d'un paradiso.Anzi, nella opinione vol gare di paradisi ve
neson tanti quante dicibili delizie, come tormenti atroci e senza nome si
provano nell'inferno. Ma la metempsicosi è purgatorio, e quelle sole anime vi
sono soggette, le quali hannobisognodi espiazione. Quattro ca dagli
agricoltori, e commercianti di pro dotti agricoli; e finalmente 4. la casta di
Shudres che sono gli artigiani od o perai. Ognuna poi di queste classi si sud
divide in altre speciali divisioni, ma dal l'una all' altra classe a niuno è
lecito passare ; e se due persone di classe diversa contraggono matrimonio,
deca dono d' ogni diritto e i loro discen denti sono compresi nelle
suddivisioni vili dette Varna-Sankara . Un' ulti ma sotto classe più sprezzata
di tutte è quella dei Pariahs o Paria, i quali convivere non possono con nessun
uomo delle altre classi, devono starsene isolati, nella solitudine delle
foreste, o nei luo ghi remoti delle valli, contrasegnare le loro fonti,
arretrarsi alla presenza d' o gni indiano delle altre classi, e final mente
sottoporsi alle più vili funzioni. In compenso essi non hanno leggi, nè
obblighi religiosi, e d'ogni sostanza pos sono cibarsi, essendochè pel Bramino
uomini veramente essi nonsono. Molte o brutali o superstiziose ceri monie
osservano gli odoratori di Bra hama. Fra le prime vuol esseremenzio nato il
barbaro uso delle vedove che si sacrificano sul rogo dove consuma il corpo del
marito; e la festa di Ja grenaut nella quale il pesante carro del Dio, trainato
dacavalli, schiaccia i fede li, che per stolta devozione si precipi tano sotto
le sue ruote. Altre feste sono invece dedicate al mistero della genera zione, e
in quei giorni congran pompa, frammezzo al popolo prosteso a terra, por tasi
intorno il Lingam, simulacro degli organi genitali (Vedi AMORE). Leabluzio son
le caste; ma in tutti si godono in- ni e le lustrazionisonpure parte princi
palissimadel culto brahamanico; le imma gini del Dio si lavano nei fiumi sacri
alla divinità, ove pure con simbolico la vacro si amministra il battesimo ai
neo nati. ste stabilisce la religione Brahamica, e Il sacerdote di Brahama è
nell'India sono 1. Quella dei bramini o sacerdoti; onorato come un Dio; ad esso
solo 2. Quella dei Khatriyas o Kettris, com- spetta il diritto di leggere i
Vedas, of posta dai guerrieri e pubblici funziona- frire sacrifizi, insegnar la
religione ed ri; 3. La casta dei Vaishyas composta | appropriarsi le limosine deposte
nelle BROUSSAIS pagode: le sue terre sono esenti dalle imposte e nulla deve
agli operai che le 103 ne delle fibre nervose e sono il risultato lavorano. Il
codice di Manu insiste for temente sul rispetto che la casta dei guerrieri deve
al Brahamano, al quale è imposto il dovere di osservare la vita contemplativa
siccome massima delleper fezioni.«AlBrahamano,dice questo strano legislatore,
che possiede il Rig-Veda com pleto sarà perdonato ogni delitto, quan d' anche
avesse uccisi gli abitanti dei tre mondi, od avesse accettato il nutrimento da
un uomo dell' ultima casta. (Martin. La morale chez les Indiens, Per altro,
questa iniqua sudditanza fondata sulla disparità delle caste, condusse alla
riforma di Buddha, come gli abusi del giudaismo menarono alla riforma di Gesù.
Breve. Vedi BOLLA. Broussais (Francesco Giuseppe Vittore). Nacque a S. Malo il
17 di cembre 1772, e mori nel 1838. Fu dap prima allievo all' ospitale di S.
Malo, poi medico di fregata, e infine medico maggiore nell' esercito di terra.
Venuto in Italia con la spedizione francese, fu per molto tempo addetto
all'ospitale di Udine nel Friuli, ove raccolse i mate riali per comporre il suo
Traité des phlegmasies chroniques. Dopo avere se guito l'esercito nel
mezzogiorno della Francia e nella Spagna, nel 1814 fu in fine nominato secondo
professore all' o spitale militare di Parigi, poi nell'ospizio di
perfezionamento, ove tenne un corso di lezioni mediche, le quali, per la no
vità delle osservazioni e per l'ordine delle idee, non meno che per la violen
za del linguaggio, ottennero un gran dissimo successo. Nel 1831 fu nominato
professore di patologia e terapeutica generale, ed infine ebbe anche l' onore
di esser eletto membro dell' Istituto. Broussais non era soltanto medico
eminente, ma anche eccellente filosofo. Nel suo Trattato della irritazione e
della follia, procura di dimostrare che tutti i nostri atti, siano essi
materiali o di un movimento o di una modificazio ne puramente chimica o
meccanica dei nostri organi. Le emozioni,dic' egli, de rivano sempre da una
eccitazione del ' apparecchio nervoso, e il nostro stato morale non è che la
pura e semplice rappresentazione del nostro fisico. Brous sais aveva abolito
dal suo linguaggio le parole anima, intelligenza, spirito e tutti i sostantivi
astratti, che non hanno una reale rappresentazione, e ch'egli riduceva in ogni
caso alla semplice per cezione dei sensi e ad una sensazione puramente
materiale del cervello. Laon de egli chiamava sognatori i professori di
filosofia, i puri ontologi e li mostra va come affetti da una sorta d'allucina
zione, in forza della quale, creando la parola spirito o intelligenza, avevano
creduto di separare in realtà la funzio ne del pensiero dall' apparecchio nervo
so, e di confidarla aun' etere, a un gaz, il quale per la sua semplicità, nè
può pensare, nè produrre entro di noi alcuna azione complessa. « Io non ho che
un rammarico, diceva egli, ed è che i me dici i quali coltivano la fisiologia,
recla mano troppo debolmente la loro com petenza nella scienza delle facoltà intel
lettuali, e che gli uomini iquali non hanno fatto uno studio speciale delle
funzioni, vogliono appropriarsi questa scienza sotto il nome di psicologia.
>>> Sotto il titolo: Développement de mon opinion et expression de ma
foi, Broussais lasciò scritto dopo la sua morte unasorta di testamento
filosofico, dove, professandosi deista e riconoscen do, con poca congruenza
però, l'esisten za di una intelligenza, non creatrice, ma semplicemente
ordinatrice, persiste sem pre nelle sue opinioni sulla negazione dell' anima. «
Fin daquando,dic' egli, la chirurgia m'insegnò che il pus accumu lato alla
superficie del cervello distrug ge lenostre facoltà, e che l'evacuazio ne di
questa sostanza concede ch' esse riappariscano, io non ho più potuto esi
intellettuali, sono dovuti a un eccitazio- | mermi di concepire queste facoltà
altri 104 BRUNO menti che quali semplici atti di un cer vello vivente. Brown).
Filosofo scoz zese, nato a Kirkmabreck pres perquanto di sensato e di vero quel
filosofo aveva scritto, ma nelle cose si ve nerava ch' egli forse non scrisse
mai e che, non senza fondamento, sono tenute in sospetto di apocrife
(VediARISTOTILE). Se a Ginevra d'altronde era morto Cal so Edimburgo. Bouillet
dice ch'esso fu discepolo infedele della scuola scozzese, inquantochè contro
Braidsostiene, che non è necessario supporre una facoltà speciale di percezione
per conoscere i corpi esterni, bastando la semplice sen sazione e il concetto
di causa; la quale, con Hume, egli riconosce essere una semplice idea di
successione o di con nessione. Brown, senza appartenere alla scuola dello
scetticismo, per la sua dot trina vi si dimostra però molto propen so, come par
propenso alla negazione stotile, quel ricovero eziandio gli fu del libero
arbitrio, quand' egli definisce la volontà: un semplice desiderio, con vino, il
protestante Beza che vi regna va signore, aveva ereditata tutta l' in
tolleranza di lui; onde si capisce per chè il Bruno trovò la Svizzera poco
ospitale. Quindi passò a Lione, a To losa e venne aParigi insegnando filo
sofia. Qui ebbe miglior fortuna,ed una cattedra gli fu aperta al libero inse
gnamento della sua filosofia. Ma non appena si avventurò acombattere Ari '
opinione che l'effetto sta per seguirlo. Brownisti. Partigiani di una delle
molte sette della religione inglese. Fu fondatanell'anno 1580 daRoberto Brown,
il quale predicò contro l'autorità ecclesia stica, si attirò lo sdegno dei
vescovi e sof frì molte persecuzioni. Egli stesso diceva di aver mutato ben
trentadue prigioni. Infine gli stati gli permisero di fondare una Chiesa a
Middelbourg nella Zelanda, dove proclamò il principio che il go verno della
Chiesa deve essere affatto democratico e i ministri sempre revo cabili; potere
ogni fedele fare le predi cazioni nella chiesa o rivolgere doman de al ministro.
Le opinioni sue si spar sero nell' Inghilterra prestamente, tanto che nel 1692
si contavano ben ventimila Brownisti. Bruno (Giordano). Nacque aNola presso
Napoli verso la metà del XVI chiuso, sicchè nel 1583 passò in In ghilterra, e
quattro anni dopo visito la Germania. Fu a Vittemberga che egli ottenne maggior
successo e tolle ranza, ond' egli scriveva al Senato di quella città,
ringraziandolo « perchè a uno straniero, uomo alieno dalla vo stra fede,
permetteste di insegnare in pubblico e tolleraste con mirabile mo derazione la
sua veemenza nell' impu gnare la filosofia di Aristotile che tan to vi è cara.
» Ma la riconoscenza trasportò il filosofo e gli fece trascu rare la verità
storica; avvegnacchè in quella sua lettera di commiato abbia eglifatto un entusiastico
elogio di Lu tero, senza pensare quanto quell'auste ro agostiniano fosse
lontano dal nutri re quei sentimenti di libertà filosofica che il Bruno tanto
encomiava. Il vivo desiderio ch' ei nutriva di rivedere la sua patria, lo
spinse imprudentemente nel 1598 a Venezia. Ma quivi viveva la inquisizione: fu
arrestato, e dopo sei anni di detenzione nelle carceri,la Re pubblicaconcesse
finalmente l'estradi secolo; fu educato alle scienze matema tiche, filosofiche
e teologiche in un Con vento di domenicani, ove assunse gli or dini sacri.
Mabenpresto icorrotti costu- zione con infinita insistenza reclamata midei
colleghi ele assurdità deidommi, lo disgustarono tanto di quella vita, che se
ne fuggì a Ginevra. Sperava egli di trovarvi maggior tolleranza per la sua
filosofia anti-aristotelica; ma quivi, come a Roma, Aristotile regnava sovrano,
non dal Sant' Uffizio; fu trasferito a Roma, ov' egli langul nelle segrete per
due anni, che ci vengono mostrati come un caritatevole indugio che la pietà
cattolica offriva alla sua ritrattazione. Qui veramente lafigura di questo filo
BUDDHISMO sofo spicca per la fermezza e com muove per la ferocità de' suoi
giudici. Nulla volle il Bruno ritrattare, nulla modificare delle cose
insegnate. Nè i primi teologi di Roma, nè il Cardinale Bellarmino che scesero
con lui nel car 105 ne. « Ciò che fu seme, scriveva Gior dano Bruno, diventa
erba, poi spica, poi pane, succo nutritivo, sangue, sper ma, embrione, uomo,
cadavere; poi terra, pietra od altro corpo solido, e così di seguito. Per
questo fatto noi cere per disputare,poterono rimuover lo dai suoi propositi,
onde ai 9 di feb braio dell' anno 1600 gl' inquisitori leggevangli la sentenza,
nella quale, dopo avere dichiarate empie ed ereti che le sue opinioni, lo si
abbandonava al braccio secolare per essere punito con quella maggior clemenza
che si potesse, senza spargimento di sangue; locuzione ipocrita che l'
inquisizione usava per dannare al rogo! Ai suoi giudici, narra un biografo,
egli rispon deva: >> Non lo credo; ma non monta: procu rate di avere
qualche notizia su questo stato fisiologico, che ben spesso diventa patologićo,
da quei poveri diavoli che ' hanno provato. Insomma, voi avete fame in tutto il
senso prosaico della parola, Ed ecco appunto il momento in eui io vi presento
una rosa... unabella rosa di maggio, appena colta,copertadi rugiada e piena di
fragranza. Mail suo profumo vi irritainervi; voi la degnate appena d' uno
sguardo quella povera rosa, che io aveva coltivata e vagheg giataper tanti
giorni. Ohimè! voi cor rete alla tavola sulla quale è imbandito un bel cavolo
bianco in insalata, al burro, alla crema, alla salsa majonnaise, in tutti i
modi. E il suo profumo vi in nebria, vi trasporta, vi commuove, ben più che la
fragranza ditutte le rose di questo mondo. Infine, voi mangiate quel povero
cavolo tanto indegnamente di sprezzato, e vi saziate. E quel cavolo vi ritorna
il buon umore, il colorito alle guance, l'allegria, l'espansione, la fe licità.
«Oh potenza di un cavolo! « Il cavolo vi ha ritornato il desi derio della rosa,
vi ha dato il brio, il bello e l'incarnato delle guancie, il sen timento, lo
spirito: in una parola, vi ha dato l' anima. Anzi ancora, quel povero cavolo,
digerito nel vostro sto maco, nelle sue sostanze nutritive si tra sforma in
chilo, poi in sangue, poi in carne, e chi sa che non venga appunto aformare
unpoco di quella vostra pelle bianca, morbida, vellutata, che è pure i Nella
natura nulla viè che sia spre gievole, ma ogni cosa ci diletta più o meno
secondo i nostri bisogni e il no stro stato fisiologico e patologico. Per
esempio, io non vi consiglierei di dare la vostra rosa ad una puerpera e ilca-,
volo ad un ammalato d' indigestione. Tutto è buonorelativamente, e può gio-;
vare o nuocere, piacere o disgustare se condo i casi. » Intorno a questo
carattere pura mente relativo del gusto, tutti si ac cordano; ed è strano il
vedere quegli stessi filosofi i quali nel bello lottano accanitamente per
sostenere l'assoluto estetico, ammettere poi senza difficoltà.. la distruzione
dell'assoluto in unaparte principalissima del buono. Ma non è forse ' organo
del gusto tanto essen-. ziale all' uomo quanto quello della vi sta e dell'
udito? Non percepisce la sensazione come tutti gli altri nervi della
sensabilità? E se sì, qual logica è mai quella che induce costoro ad ammettere
una realtà obbiettiva, asso luta per il nervo ottico e per il nervo acustico, e
a negarla invece ai due nervi ipoglosso e glosso-faringeo che presiedono alla
funzione delgusto? Im perocchè se il buono del gusto è in rapporto, è relativo
a questi nervi, perchè il bello della vista e dell'udito non dovrà essere
relativo a quegli al tri? Ma non si domandi alla filosofia speculativa la
ragione delle sueprefe renze. Ciò che è domma non può es sere spiegato, e
quando si tenta di spiegarlo non si riesce ad altro che a dire: il bello si
sente. Ma non si sente forse anche il buono? e ilgusto,varia bilissimo, non è
forse da ognuno sen tito a suo modo? Buridan(Giovanni).S'ignora l'an no della
sua nascita e della sua morte. BUFFON Nel 1327 era rettore dell' Università di
di Parigi e si mostrava, per la fama e per l'ingegno, uno dei più abili
difensori del nominalismo (vedi questo nome). In quei tempi di tanto impero per
la sco lastica e per la teologia, egli fu, si può dire, il sol filosofo chenon
siastato teo logo ed abbia evitato di trattare argo menti di pura teologia.
Attivo commen tatore di Aristotile, egli si applicò alla ricerca dei termini
medii d'ogni specie di sillogismo. Di lui nonsipossede altro scritto che i
Commenti sopra Aristotile, stampati a Parigi nel 1518, ma il suonome è pas sato
alla posterità per un sillogismo as sai caustico, ch'egli soleva ripetere nelle
sue lezioni. I teologi negavano l' anima delle bestie per meglio far emergere
la superiorità di quella che, adir loro, Dio aveva alitato nel corpo di Adamo,
e che per ladiscendenzasi è trasmessa infino a noi. Buridan per combatterli
supponeva un Asino ben affamato fra due misure di avena perfettamente eguali, e
che e gualmente agissero sopra i suoi organi. Data questa supposizione, egli
chiedeva allora: Cosa farà quest'asino?- Se alcuno gli rispondeva ch' esso
sarebbe restato immobile fra le due tendenze e guali, Buridan conchiudeva:-
Dunque esso morirà di fame inmezzo adue mi sure d'avena. Questa conseguenza
pareva tanto assurda e strana che destava le risa. Ma qualche altro rispondeva
tosto, che l'Asino non sarebbe poi stato tanto asino per morir di fame, essendo
così vicino all'alimento.E allora il professore conchiudeva : Dunque o due pesi
eguali che sicontrabilanciano possono l'uno far muovere l'altro, oppure quest'
asino ha il libero arbitrio al par dell' uomo. Questo sillogismo non mancava
mai di imbarazzare e filosofi e teologi, sicchè divenne celebre nelle scuole
sotto l'ap pellativo dell'Asino di Buridan. Buffon (Giorgio Luigi conte di le
Clerc ) Nacque a Montban nelle Bor gogna nel 1707 e fu uno dei più rino mati
naturalisti del suo tempo. Poco amava Voltaire e punto gli enciclope disti;
edicesi anche che non si mostrò più nell'Accademiadicui era membro, dopochè vi penetrarono
iprincipii di quella libera filosofia, che dominava i dotti dei suoi tempi.
Buffon molto ama va le apparenze, nè voleva parere irre ligioso. Lasua famacome
filosofo ema terialista gli fu attribuita specialmente in grazia della sua
Storia naturale, il primovolume dellaquale comparve nel 1749. In quest'opera si
trovano, fram misti amolte esolide verità, non pochi errori, e ipotesi ardite o
strane, che più nonconcordano con quelle dei moderni cosmologi. Per esempio,
egli vuole che le acque del mare col flusso e riflusso abbiano prodotto i monti
(Vol.I. p. 181) eche le correnti marine abbiano solcate le valli. Matuttoché
sia stato atorto ac cusato di esagerazione dai suoi contem poranei, bisogna pur
confessare, ch'e gli, sebben confusamente, fu un dei primi che abbiano
indovinato la gran dissima azione che esercitano le acque sulla esterna
configurazione del globo. Nel suo libro egli ebbe cura di dire che quanto al
Diluvio bisogna limitarsi a saperne quanto ci apprendono i libri sunti, e
confessare che non ci è permesso di saperne di più, e sopratutto guardarsi bene
di mischiare una cattiva fisica con la purità di questi libri. Ma non valse
questa sommessione all' autorità della Bibbia, per fargli perdonare certi prin
cipii che quà e là nel suo libro sem bravano poco conformi all' ortodossia,
come p. e. questi: > C Cabala. Dottrina dei cabalisti che | Descrivere per
punto e per segno que sta dottrina, non si può, giacchè la cabala è mistero, o
a dir meglio follia e aberrazione, per la quale soltanto gli si crede
originaria dei Caldei, e passò poi fra gli ebrei, e quindi fra gli stessi
cristiani dei primi secoli. In ebraico Ca bala significa tradizione, ed è la
tra dizione dell' arte di conoscere le opera zioni degli spiriti edi spiegare
l'essenza delle cose col mezzo dei simboli, o con la combinazione dei numeri o
col ro vesciamento delle parole della scrittura. antichi potevano sbizzarirsi a
cercare la occulta azione di certe parole efficaci in cui si supponeva esistere
una certa potenza adirigere le sorti dell'umanità. Da qui tutto lo studio sul
vario modo . di combinare le lettere dell' alfabeto o i 112 CABANIS numeri; ed
è a credersi che tali pregiu dizi abbiano generato fra gli ebrei la
persuasione, che il nome di Jehova po tesse operare miracoli, d' onde il di
vieto di pronunciarlo e l'uso invalso fra i rabbini di cambiare i puntivocali,
onde il vero suono ai vulgari restasse ignorato. Dai Caldei la Cabala passò
nella Grecia con Pitagora. Si sa che questo filosofo, supponendo che i vari
rapporti dei numeri fra di loro fossero immutabili, assoluti, volle che essi
espri messero la legge dell' ordine e dell' ar monia dell' universo, la legge
che diri geva ' Intelligenza suprema nelle sue produzioni. Onde suppose che i
numeri esprimenti questi rapporti esercitassero anche una certa influenza sulla
Intelli *genza suprema, e la potessero determi nare a produrre certi effetti
invece di certi altri. Da quì la cabala numerica della filosofia Pitagorica.
Siffatta aberra zione nonpuò maravigliarci, poichèlapo tenzache si attribuiva
acertisegni, acerte parole, a certi colori o a certe sostanze formavano il più
serio argomento degli studi degli antichi, e se ne trovano non pochi esempi tra
gli stessi cristiani. Peres.Mersennoragionava cosi: > Cataclisma. Il
cataclisma è il fondamento di una certa teoria geolo logica la quale
grandemente si accor da con la teologia. Già nel medio evo si erano scoperte
nel seno della terra delle conchiglie e degli ossami fos sili; ma si spiegava
il fatto credendo che le prime fossero opera fortuita della natura, e
attribuendo i secondi agli avanzi di una supposta razza di giganti, oppur agli
scheletri degli ele fanti di Annibale. Fu solo nel 1580 che un tal Bernardo
Bulissy osò dire in Parigi, alla presenza di tutti i dot tori, che le conchiglie
fossili erano delle vere conchiglie state altra volta deposte dal mare inquegli
stessi luo ghi dove allora si trovavano; che veri pesci eran quelli che avevano
lasciata nelle pietre l'impronta della loro figu ra, e arditamente sfidò tutti
gli scola stici a combattere le sue prove. Ma in qual guisa poteva il mare aver
de posto quegli avanzi sul continente ? Ecco il quesito che senz' altro procu
rò di spiegare la teologia col suo di luvio di Noè. Poichè eziandio sui monti
trovavansi le conchiglie e l'impronta dei pesci lasciata nelle pietre, non era
questa la più bella prova dell' univer salità del diluvio noetico? Non narra
forse la Genesi che in quel grande ca taclisma le acque del mare s' innalza
rono fin quindici cubiti sopra le più alte montagne ? Questa spiegazione parve
tanto ingegnosa e così piena di evidenza, che nel secolo scorso uomi ni
d'ingegno, come Reaumur e Jus sieu, e perfino increduli, come Bou langer, si
credettero in dovere di adottarla, modificandola solo in quan to dicevano,
doversi il diluvio consi derare come un cataclisma naturale, che le tradizioni
religiose avevano poi, o bene o male,inquadrato nelle sacre leggende. Niuno per
allora pensò ad opporsi a questa opinione, la quale, anche nel secolo nostro,
trovò in Cu vier un potente e vigoroso propugna tore. Questo grande geologo,
che per molti riguardi può dirsi che sia il pa dre della paleontologia moderna,
dopo avere ben studiata e stabilita la in trinseca differenza dei vari strati
geologici della corteccia terrestre, dopo di avere divinato colla sua scienza
le 125 animali i cui avanzi si trovano sepolti nei vari strati geologici della
terra. Ma forme dei grandi animali fossili, che egli chiamò antidiluviani,
cercò di spiegare la successiva formazione di questi strati con una serie di
catacli smi, che in varie remotissime epoche spensero la vita organica in sulla
ter ra e riformarono la sua superficie. > Ma il decreto di Cuvier non val se
a frenare lo spirito d'indagine on de erano invasi li scopritori. Cuvier fu
sconfitto. Non solo si trovarono gran numero di ossami umani fossili, ma gli
stessi fossili animali furono scoperti in gran numero, ed in terreni geologici
sì bene caratterizzati, da po tersi provare colla massima evidenza, che queste
creazioni non erano sparite lerà chiaro all' intelligenza quando si sappia
tutta l'importanzadi quella tra sformazione, che si è introdotta nella
geologia, e perla quale la vecchia teo ria dei cataclismi, fu definitivamente
surrogata da quella delle cause at tuali. Quali sono le cause attuali che noi
vediamo concorrere a modificare la su perficie del suolo? Per poca perspicacia
che abbia un osservatore, basta ch'egli volga intorno uno sguardo ond' avve
dersi che queste cause sono parecchie, e che la loro azione è continua. L'a
zione dell'acqua, dei venti, dei vulcani e della vita organica,basterebbe da
sola a cambiare tutta la faccia della terra. Negli strati inferiori non si
trova alcuna traccia di esseri organici, non già per chè quand' essi si
formarono la vita fosse spenta sulla terra, ma perché non esistevano allora gli
animali e le conchiglie calcaree che soli avrebbero potuto conservarsi. Le
conchiglie mi croscopiche giàcominciano a mostrarsi negli ultimi tempi di
questo periodo e le pietre di costruzione di Parigi non constano d'altro che di
conchiglie im percettibili insieme aggregate. Abbiam dunque delle roccie
costruite per la per l'effetto di nessun cataclisma, ma che si erano
semplicemente trasformate | sola e lentissima azione della vita ani pel lungo
volger dei secoli e per quella legge che modifica la natura ad ogni minuto. La
somma di questi impercet tibili effetti, ha prodotte quelle pro fonde
variazioni, che noi ora conside male! Citansi ancora dai fautori dei cata
clismi imassi erratici, come monumento di una forza violenta che si rovesciò
riamo con occhio attonito, come il ri sultato di una immediata creazione. E
Alessandro Humboldt ben intravedeva questa luminosa idea,dicendo che la for
mazione dei continenti attuali si è com piuta a poco a poco attraverso una
lunga serie di sollevamenti e di abbas samenti successivi ( Cosmos ). No, non
vi furono diluvi, nè grandi e generali cataclismi sulla terra, e tut tavia la
superficie di essa si è grande mente trasformata e si trasforma inces sulla
terra. Nella valle di Worf lo strato inferiore di lavagna è coperto da uno
strato di pietra calcarea, e un centinaio di piedi più sopra si osser vano
degli enormi massi di lavagna in gran numero; altri massi si trovano nella duna
del Niemen, ed altri in al tre parti. Come si trovano essi in tali paesi e qual
forza ve li ha portati; e sopratutto, in qual maniera essi si tro vano in gran
parte posti sopra degli altipiani, in luogo ove evidentemente occorreva una
forza grandissima per trascinarveli ? Nessuna forza fuor di santemente. A molti
questa idea potrå sembrare un paradosso, ma essa par- | quella d'una immensa
corrente d' acqua avrebbe potuto strappare questi | quest' azione
preponderante; l'acqua vi grandiosi massi dal vertice dei monti per trainarli
al piano o sopra altri monti. Il Diluvio solo avrebbe potuto ottenere cotali
grandiosi risultati. Qual finezza di ragionamento, quale indu strioso studio
non pongono in opera i fautori del cataclisma ! penetra e vi riempie le cavità;
ov'essa si congeli, tosto aumenta di volume e fa spaccare laroccia. Tutti gli
scoscen dimenti delle montagne sono cagionati dal semplice ruscello che le
corrode, le limae le assedia da ogni parte. L'ac qua penetra nella terra, scava
de' con dotti sotterranei, causa di gran numero di disastri. La superficie
terrestre so spesa per vastissimo tratto sopra un lago sotterraneo, un bel
giorno si rom Non si creda però che ai pervicaci propugnatori delle cause
attuali man chi la voce per rispondere. Essi ragionano così: Il fondo delle
valli è ingombro di pietre rigate e sol cate pel continuo movimento dei ghiac
ciai, i quali, sciogliendosi al fondo for- |di essi; la contrada si allaga ed
av pe, i campi, le case, interi villaggi si sprofondano nell'abisso scavato
sotto mano de' rivi e delle correnti, che a lungo andare scavano la pietra. I
ghiac ciai per conseguenza, sciogliendosi al di sotto, corrodono la pietra e si
sca vanounletto nel macigno. Ai bordi de valla. Le onde del mare che
s'infrangono contro gli scogli, ne minano le fonda menta, frastagliano il
macigno, formano i seni ed i golfi ed inoltrano il marenel positano i lapilli,
che apoco apoco in- | continente. grossano e coprono i fianchi promi nenti, quà
e là corrosi dalle correnti. Questi fianchi tondeggianti presentano l'aspetto
dei massi erratici, i quali poi si trovano disposti lungo le valli nella
direzione istessa dei ghiacciai, e lascia nopensare che altra volta questi
ghiac- bie che trasporta cotidianamente il Nilo ciai scendessero più al basso e
che i così detti massi erratici ( che però non In altre parti l'azione dell'
acqua compie un ufficio opposto. Trasportando le sabbie che tiene disciolte,
essa le de posita sulle sponde del mare od alla foce dei fiumi, ove col corso
dei secoli forma immensi tratti di terreno. Le sab sarebbero più erratici sotto
questo ri guardo) ne costituissero i bordi. Fu infatti calcolato che pochi anni
simili aquelli più freddi ed umidi dei no stri tempi, basterebbero a distendere
i ghiacciai fino alle linee dei massi er ratici. La dottrina delle cause
attuali, spie gatutti i fenomeni della natura in que sta guisa, e dalla sola
azione delle for ze che ancora agiscono, fa con meravi gliosa semplicità
scaturire tutte le più grandi trasformazioni della terra. La goccia d'acqua che
batte sul macigno, lo scava lentamente e per l'opera del tempo forma un
colossale lavoro. Le correnti d'acqua sono le cause di mag gior trasformazione
alla superficie ter restre. Le più durepietre, il basalto e la pietra focaia,
vanno pure soggette a ne hanno invasa la foce, ed hanno for mato il Delta. La
Lombardia fuun tem po palude, ed in tale stato sarebbe ri dotta inpochianni,
ove l'uomo, con pian tagioni ed argini, non pensasse ad inca nalare le acque ed
a dare ad esse uno sfogo al mare. In altri luoghi è il mare stesso che,
rigettando le sabbie alla spiaggia, resti tuisce al continente quei terreni che
al trove gl' invola. L' Olanda ed i Paesi Bassi sono terre che l'uomo ancora
coi suoi argini contrasta al mare. Le sab bie che la marea sempre respinge alla
spiaggia, ne ingrandiramo forse il ter reno, ma la potenza dei venti, terribili
nemici d'ogni vita organica, lor contra stano ad ogni passo lo sviluppo della
vita. Chi non ha udito parlare con terrore del lento e fatale cammino delle
dune? Il granello di sabbia che il mare CATACLISMA rigetta alla spiaggia è
trasportato dal vento sul continente. Là ingrossa, si fa superficie, colle,
promontorio, monte. Il vento lo percuote coi suoi assalti, lo mina alla
superficie e ne spinge le sab bie più innanzi, ove si depositano e for mano un
nuovo colle, alto talora 200 piedi e lungo parecchie leghe. Queste montagne
viventi figliano emoltiplicano, s'arrotondano per la pioggia sui fianchi, si
allargano alla base, si avvallano, ma si inoltrano sempre! Il contadino, il
proprietario ne calco lano con sgomento il rapido corso. Una solabufera le
inoltra spesso di parecchi metri. Basta un anno per avanzarle di una lega! Oggi
tocca i confini del mio campo, del mio villaggio, e l'annopros simo del
villaggio e del campo non re sterà che un deserto! La Prussia, la Danimarca,
l'Irlanda etutte le coste del mar Baltico hanno le lor dune. Nella Francia un
tratto di oltre duecento miglia di terreno, sulle coste della Guascogna, è
invaso dalle dune. Un tempo inquelpaese sorgevano città e castella, e quelle
coste sulle quali muta or s'infrange l'onda del mare, si schiudevano alla
navigazione ed al com mercio. A lato del mare oggi si è col locato un mar di
sabbia, che il vento agita e trasporta, frastaglia in valli e spinge innanzi a
contrastare il pane, la vegetazione e la vita stessa dell'uomo. Abbandonate a
se stesse, in pochi secoli le sabbie avrebbero coperta la Francia. La
Provvidenza distruggeva l'opera delle sue mani! Ma un uomo eminente, un genio,
come sempre deriso, volle com batterela natura, non più colla preghie ra, ma
colle forze della natura stessa. Dio vede e provvede, dicevano i nostri
antichi. Ma le dune s'inoltravano sempre. L'ingegnere Brémontier vide e previde
da se stesso. E le dune si fermarono. Semi di pini e di ginestri furono sparsi
in quelle lande inospite. Essi gettarono le radici, produssero le piante e
rallen tarono, se non vinsero del tutto, il corso delle dune. Forse fra qualche
secolo i nostri nipoti invano andranno in cerca delle dune. Lå ove sorgeva
l'elemento più distruttore della vita vegetale, essí non troveranno che terreni
solidi, coperti dai boschi. Anche le sabbie col tempo si cristallizzano e
formano sodi terreni. Sulle coste dell'Irlanda l'ignoranza produsse invece un
effetto opposto. Nelle dunediquel paese esisteva ungiunco ab bastanza alto per
contenere le sabbie. Gli abitanti ne tagliarono il fusto per loro uso. Nel 1697
tutta la contea, di venti leghe quadrate, fu devastata, e al posto di un
fertile paese, ove sorgevano case e castella, oggi non si vede che un cimitero
di sabbia. Gli scavi fatti e le inscrizioni trovate provano la passata
prosperitàdi quella contrada. L'opera trasformatrice del mare si esercita sopra
una grandissima estensione di terreno. Il Baltico si ritira lentamente dalle
coste della Svezia ed invade invece il litorale della Prussia. Una parte del
litorale della Pomerania è scoperto, e laddove li antichi storici ci segnavano
il porto di Vineta, ora s'infrangono le onde marine. Aigues-mortes fu invece
già porto di mare, ove nel 1248 Luigi IX s'imbarcò per la crociata; ora dista
cinque chilometri dal lido. Altrettanto distano gli antichi porti italiani di
Ra venna ed Adria, mentre invece le rovine del tempio di Serapide aNapoli, che
era stato fondato nell'ultimo secolo dell' era antica a dodici piedi di altezza
sul li vello del mare, è ora con tutta la base immerso nelle acque. D'altra
parte nel seno stesso delle arque giace un elemento potentissimo per la
costruzione delle terre. Il polipo del corallo lavora incessantemente a co
struire nel fondo del mare dei monti, che man mano si innalzano e spesso
raggiungono la superficie. Ove sorga uno scoglio sottomarino, il polipo vi si
attacca e moltiplica, formando degli immensi banchi di pietra. Nelmezzo del
grande Oceano le isole di corallo si contano a migliaia. Qualche volta spro
fondano, perchè esse si allargano intorno CATACLISMA allo scoglio verso la
superficie del mare, e mancano di base all' ingiro. Ma le materie precipitate
all' intorno allargano questa base, sulla quale ilpolipo ripren de il suo
infaticabile e secolare lavoro. Le pareti raggiungono ancora la super ficie
dell' acqua, e l'isola si ricostruisce ancor più solida e più grande. Allora
suquesto nuovo terreno, sorto comeper incanto inmezzo ai flutti, senza che
l'uomo vi semini o che Dio vi crei, nascono spontaneamente alla superficie dei
licheni bianchi, i quali ben presto si trasformano in licheni gialli e di una
129 tratto e che per l'effetto di questi scon volgimenti, le acque del mare
innalzan dosi sopra l' ordinario livello, in gran dissima copia si
rovesciassero sui conti nenti, ove avrebbero prodotti tutti gli effetti che al
Diluvio si attribuiscono.Ma èben strano, dice ilgeologo inglese Carlo Lyell,
che coloro i quali sogliono eser citare la loro immaginazione sopra cosi fatta
supposizione, non abbiano addrit tura attribuiti questi effetti alla imme diata
trasformazione di tutto il letto del l'Oceano in un'alto fondo. Avvegnache
specie più forte. Il lichene, per chi nol sa, appartiene alle più infime specie
vegetali, alla fami glia delle crittogame, e nascespontanea mente sui muri e
sul sasso, che spesso ricopre d' un verde giallognolo. Dovrem mo quasi pensare,
che esso costituisce il primo tipo della vita vegetale, come il polipo è il
primo delregno animale. Nel mezzo dell' Oceano questi due regni si confondono e
iniziano la materia allavita organica, come seivi ilmondo fosse nato ieri. L'
anno susseguente alla loro na scita, questi licheni muojono sul corallo che li
iniziò alla vita, ma essi lasciano una grande eredità per la vegetazione
futura. La superficie pietrosa del corallo s'è ricoperta di uno strato di
terra, sot tile ancora, ma sufficente a nuovavege tazione, e il navigatore
chepasserà nel I' anno successivo in quei paraggi, vedrà crescere il musco;
l'isola sarà verdeg giante. Chi ci assicura che fra due lustri nonvi possano
crescere gli arbusti, e fra dieci secoli la foresta vergine ? Qui la
generazionesi è prodotta spontaneamente; il dito del creatore qui non si
scorge; ep pure la vita nasce e si riproduce! Diciamo pure che tutte queste
cause, se spiegano assai bene la formazione di nuovi terreni e di nuovi
continenti, non spiegano però la formazione delle catene deimonti che solcano
tuttala superficie del globo. L'antica geologia spiegava l'azione dei diluvi
ammettendo che que ste catene si fossero sollevate d' un facilmente s' intenda
da chicchessia, chè il sollevamento dei monti non avrebbe avuto altro risultato
che quello di spo stare una certa quantità d'aria atmosfe rica, mentre il
sollevamento del fondo del mare potrebbe spostare una conside revole quantità
d'acqua. D'altronde, biso gnaben convenire, che se la teoria dei cataclismi
nettuniani non è verosimile, quella dei cataclismi plutonici non è più vera
dell'altra. Lyell ha troppo ben di mostrato quanto siafalsa la supposizione
chenei tempi antichi l'azione ignea nel l'interno del globo si esercitasse con
maggiore intensità. I grandiosi effetti che noi oggi supponiamo prodotti da una
straordinaria azione del fuoco, possono tutti spiegarsi con una serie lenta e
suc cessiva di eruzioni vulcaniche, di terre moti succedentisi in un lungo
periodo di tempo, come vediamo che tuttodi avvie ne in molte contrade.
Lacontinuità delle eruzioni in unlunghissimo spaziodi tem po può produrre, a
cagione della lava vomitata, dei nuovi monti. Oltredichě l'osservazione ha
rivelato alla geologia moderna, che non solo possono per la lenta azione del
calore centrale sollevarsi imonti apoco a poco e quasi impercet tibilmente, ma
anche subire, per le sole forze attuali, delle grandi variazioni nel loro
livello. Per esempio, la Svezia, la costa occidentale dell'America del Sud e
certi arcipelaghi dell' Oceano Pacifico provano un movimento lento e insensi
bile di innalzamento, mentre che altre regioni, come la Groenlandia, diverse
parti del Mar Pacifico e dell'Oceano In diano che contengono molte isole di co
rallo, provano un movimento contrario | superficie, basta supporre all' ovest
di esi abbassano gradualmente. Certo, si Mendoza una zona di movimento più
4,900 metri incirca. Ora, per spiegare la causadelleprincipali ineguaglianze
della può dire che non vi è alcuna analogia forte e all'est invece una forza
sempre tra il sollevamento di grandi tratti di più decrescente, a misura che si
avvicina terreno, e la formazione delle catene di all' Atlantico. In una
parola, basta am monti, ma ogni discordanza anche sopra mettere che la regione
delle Ande sia questo punto può essere ridotta a con- stata innalzata di metri
1. 22, mentre i formità col solo soccorso delle cause at- Pampas presso Mendoza
nell' egual pe tuali. Vi sono, dice Lyell, delle catene riodo di tempo subirono
un sollevamento considerevoli, come le Ande, nelle quali di tre decimetri e le
coste dell'Atlantico l' azione dei vulcani e dei terremoti si soltanto di 25
millimetri. Che se noi manifesta con una grande energia, se- ammettiamo queste
cifre come rappre guendo certe linee determinate. D' al- sentanti il lento
innalzamento del suolo tra parte, osservasi che l'azione di quenelle varie
parti di quella regione e nello sti fenomeni si propaga intorno intorno spazio
di un secolo, capiremo facil conunaintensità decrescente. Ciò posto, si mente
come, dopo un periodo di 300,000 capisce ches eunainteraregione del globo anni,
questa lenta azione, impercettibile va lentamente innalzandosi nel corso dei ai
contemporanei, abbia potuto produrre secoli, questo innalzamento non sarà e
guale in tutti i suoi punti; ma se agli estremi lembi del terreno soggetto alla
minima azione vulcanica, potrà aversi l'innalzamento, poniamo, di un piede in
un secolo, sulla linea centrale dove l'a zione vulcanica è maggiore, l' innalza
mento potrà essere cinque o dieci volte tanto. Diguisachè in capo a molti
secoli la sproporzione nella rapidità dell'emer sione deve infine generare
quelle grandi differenze di livello nei terreni, che tanto c'impongono, e che
noisiamo inclinati a considerare come l'effetto di una subita emersione. Chi
corre l' America dal l'Atlantico al mar Pacifico seguendo una linea che passa
per Mendoza, attraversa una pianura di 800miglia di estensione, la cui parte
orientale nonèemersa dalle acque da molto tempo. Verso l'Atlantico la pendenza
dapprima è insensibile, poi si fa più aspra, finchè arrivando aMen doza il
viaggiatore trova di aver rag giunto quasi insensibilmente una altezza le
strane ineguaglianze che ora notiamo. Ora, 3000 secolinonsono gran cosa per un
periodo geologico, e se riflettiamo che in Europa è stato riconosciuto, che al
capo Nord il suolo si innalza di metri 1. 5in ogni secolo; chepiù lungi, verso
il Sud, il movimento non è che di 3 deci metri ; a Stoccolma di76millimetri sol
tanto, e che più oltre cessa interamente, non avremo difficoltà ad ammettere,
che in unlungoperiododitempo le forze at tuali della terra non possano produrre
e non vadano tuttodi producendo quelle stesse disuguaglianze di livello, che si
sono già prodotte nei tempi andati. Gli effetti ultimi delle due teorie sono
sempre identici; sol differiscono nella durata, bre vissima per la teoria dei
cataclismi, lun ghissima invece per quella delle cause attuali. Piuttosto che
ammettere un ro vesciamento improvviso delle acque sui continenti, quest'
ultima teoria riconosce che i continenti furonoper un tempo in calcolabile
sommersi sottole acque. Una carta geologicadell'Europa pubblicata da di oltre
1200 metri. Là immediatamante incomincia la regione montagnosa, la | Carlo
Lyell, sulle traccie delle notizie quale, da Mendozafinoallerive del Pa cifico,
presenta una superficie di 120 miglia in lunghezza; e l'altezza media della
catona principale è da 4,600, a geologiche ottenute, mostra che dopo il periodo
terziario due terzi dell' Europa restarono sommersi nelle acque. L'Adria tico
invadeva la Lombardia e il Veneto; : CATACLISMA le maremmee lacampagnaromana
era nopure sommerse; sommersa era quasi tutta laGermania e laRussia, e laFran
cia e l'Inghilterra erano intersecate da mari. Leprovediquesta sommersione si
fondano sul fatto, che i luoghi indicati come sommersi sono attualmente coperti
dadepositi contenenti gli avanzi fossili di animali, i quali non possono essere
vissuti altrimenti che sotto le acque; ma secoli. Nel primo caso avremmo un ca
taclisma, il paese sarebbe privato dei suoi abitanti, e la superficie del suolo
non presenterebbe altro che un am masso di rovine; nel secondo la vita e la
vegetazione continuerebbero a sus sistere e andrebbero man mano gua dagnando anche
i terreni novellamente l'emersione di queste terre è stata certa mente così
lenta, come lento è l'innal zamento attuale di altre terre. Donati, emersi. Ma
l'osservazione non ci lascia alcun dubbio nella scelta di queste due ipotesi.
Ciò che succede nel Chill ed altrove, ci spiega con troppa evi denza che la
violenza delle convulsioni del globo non è continua, è lenta e che, come ben
dice Lyell « il solle esplorando il lettodel mareAdriatico,ha trovato che
esiste la piùgrande analo gia,fra gli strati che vi si stanno for mando e
quelli che costituiscono la | gionato da molte scosse di intensità mediocre,
piuttosto che da un piccolo numerodiconvulsioni violenti. » ( Prin vamento
delle catene dei monti è ca-> maggior parte dei monti d'Italia. Egli ha eziandio
riconosciuto che certi te cipii di Geologia T. I. c. XII.) stacei viventi nell'
Adriatico erano ag gruppati insieme, precisamente come lo sono negli strati
terrestri i loro fossili analoghi, e che alcune conchiglie re centi dell'
Adriatico cominciavano ade- | la terra ? No; anoi non occorre che del Abbiamo
noidunque bisogno di cata clismi, di diluvi, di creazioni ab nihilo per
spiegarci tutte queste evoluzioni del porsi nei letti di materia calcarea, men
tre altre già si trovavano nascoste nei lettidi sabbia e di argilla, come lo
sono le conchiglie fossili dei colli Sub appennini. Noi dunque sappiamo che
nuovi depositi, nuovi terreni, nuovi monti si vanno formando nel fondo del
tempo; e il tempo dura infinito. Il tem po trasforma in terreno sodo il gra nello
di sabbia; il tempo spianai monti ecolma le valli, trasforma il minerale in
vegetale e in animale; il tempo, infi ne, trasforma le specie, le uccide e le
crea. Avvegnacchè ciò che la geologia ha provato nella trasformazione dei ter
mare e dei laghi, e che un giorno e mergeranno dalle acque e costituiran- |
reni, Darwin ha dimostrato nella tra sformazione delle specie. Nella natura non
si fanno salti: tutto procede lenta mente, successivamente, e quelle specie
estinte che a Cuvier non parvero spie no i nuovi continenti. Manoi possiamo
essere ancor sicuri che questa emer sione si va tuttodi operando per l'ef fetto
stesso dell' innalzamento del lit torale adriatico, e che perciò non è nè più
celere, nè più violentadi quella che press' a pocosi osserva in tutte le altre
regioni del globo. Si sa che in ogni terremoto la costa del Chill si e leva
dicirca tre piedi sopra una esten zione di ben cento miglia, e si è cal colato
che duemila colpi di ugual vio lenzaprodurrebberouna catenadimonti di 100
miglia di lunghezza e di 1800 metri di altezza. Or si tratta di sapere se
questi 2000 colpi succederanno in un secolo o in un lungo periodo di gabili
senza ' azione violenta dei cata clismi, il Darwinismo (v. questo nome) oggi le
addita come un semplice e ne cessario effetto dell'elezione naturale e delle
mutate condizioni della vita. Tal'è la teoria delle cause attuali, che la
scienza moderna ha tanto felice mente opposta a quella dei cataclismi.
Oltredichè questa teoria ha ilmerito di una grandissima naturalezza, soddisfa
anche a un bisogno della filosofia speri mentale, siccome quella che procede
col metodo induttivo,dal noto all' ignoto, e colle cause attuali e presenti
spiega la successione dei fenomeni dei tempi an dati. Nulla, infatti, sembra
più logico che lo studiare i terreni che sono in via di formazione, per poi
farsi unagiusta idea dei processi che la natura ha impiegati nella formazione
dei terreni delle altre età. In questa maniera noi ci spieghiamo facilmente le
irregolarità, le anomalie, le imperfezioni stesse della terra. Ma se questa è
la creazione di una potenza perfettissima e provvidenziale, con qua le idea la
riguarderemo noi ? È coerente alle viste di una provvi denza il creare ciò che
deve esseredi strutto ? Perchè il mare invade le coste e altrove le lascia a
secco? Perchè le dune isteriliscono inostri terreni, e per chè le acque
abbandonate a se stesse minerebbero il continente ? A qual fine Iddio ha create
tante specie di animali che non dovevano nemmeno essere ve dute dall' uomo, e
perchè ha fatta egli succedere una serie di cataclismi per poi estinguere l'
opera delle sue mani? Si era egli ingannato, s' era pentito di un errore,
oppure era egli impotente a produrre opera perfetta ? Ecco delle do mande che
resteranno mai sempre sen za risposta. Catalessia. Stato patologico nel quale
il sistema nervoso centrale che presiede ai movimenti volontari e rifles si,
non ha azione sui nervi, e tutto il corpo perde la mobilità, senza che vi sia
lesione alcuna negli organi. Durante que sto stato il malato perde il
sentimento e ' intelligenza, ma la persistenza della circolazione e della
respirazione e quindi l'integrità del sistema muscolare lo di bediscono a una
volontà esteriore, poi chè si può comunicare ai, muscoli delle membra, dei diti
della mano, delle pal pebre, delle labbra e delle gote, un grado di contrazione
o di rilassamento, che il malato non potrebbe ottenere egli stesso
volontariamente nello stato di sanità, a meno che non vi si fosse preparato con
un lungo esercizio. I cambiamenti di at titudine, non sono egualmente facili
per tutti i malati, e talora le membra pren dono una vera rigidezza nella
situazione in cui son messe. Il carattere essenziale dello stato catalettico
dei muscoli, il quale si distinguerà sempre dallo stato convulsivo propriamente
detto, è la pos "sibilità di dare alle membra ogni sorta di attitudini,
nelle quali esse restano im mobili, senza che il malato possa modi ficare
volontariamente o involontaria mente questi atteggiamenti ». La Cata lessia,
dice il dott. Pinel attacca più spe cialmente gli individui di costituzione
sensibile e melanconica, quelli che hanno l'abitudine del ritiro e della
meditazione, sopraggiunge spesso dopo le affezioni morali assai vive, le
contenzioni di spi rito, gli eccessi di lavoro, e può essere anche generata
della presenza di vermi negli intestini. Il Dictionnaire de médicine di Littrè
narra pure, e non so sull' au torità di chi, che in molti casi il ma lato
durante la catalessia non perde nè il sentimento, nè l' intelligenza, molto
chiaramente intende ciò che si dice in torno a lui, sente vivamente le punture
ele ferite che gli sono fatte, e ciò mal grado non gli è possibile di fare
alcuno sforzo permuoversi operparlare. Isolato in mezzo al mondo che lo
circonda, egli stinguono dalla sincope e dall' asfissia. Oltre aciò,
nellacatalessi le membra han- sente il male che gli si fa, percepisce no la
singolare proprietà di conservare le posizioni in cui si mettono. « I cam il
suono, la luce, il solletico, ma nè egli può muoversi, nè queste sensazioni, siano
biamenti di attitudine e di posizione, di cono Littrè e Robin, si eseguiscono
sen za resistenza, come se la volontà vipre siedesse; anzi, più spesso sarebbe
impos sibile ai muscoli di obbedire alla volontà di colui cui appartengono,
come essi ob pur esse dolorose, riescono a deter minare sul suo corpo alcun
movimento volontario o riflesso, ondechè, in man canza d' ogni espressione del
sentimento, dubitasi ognora s' egli senta. Convien tuttavolta accettare con
molte riserve queste conclusioni, inquantochè quan- | speciale intensità sopra
MaddalenaMun tunquegli annali dellamedicinaricordino dol, l'eroina del dramma
di Gaufridi, molti casidi catalessia, essi non si produ- come risulta dal
racconto dell' inquisi cono però cosi di sovente perchè la fre- tore Michaëlis:
le nella contea di Hoorn, presentarono i fece tanto distendere le gambe in tra
più strani accidenti nervosi. Tormentate verso, ch' ella col perineo toccava il
suolo, da incessanti allucinazioni e da spasimi ementr' era in tal postura le
fece te convulsivi violentissimi, esse cadevano su- nere il tronco del corpo
dritto e giun bitaneamente supine, prive dell' uso della gere le mani ». Eguali
fenomeni nella parola, e così restavano stese al suolo neurosi epidemica delle
religiosedel mo morte le braccia e le gambe rovesciate ». nastero di S.
Elisabetta di Louviers. Per Una epidemia consimile perdurò durante quanto ne
dice Besroger, la maggior dieci anni fra le religiose del monastero parte di
queste religiose restava immo di S. Brigida. Spesso durante i divini bile
durante un' ora, nelle più strane e uffici, nel coro, esse cadevano rovesciate
insolite posizioni. « Una di esse si è tro in gran disordine. Nel 1610 le
figlie di vata assai spesso tutta ripiegata in cer S. Orsola d' Aix
presentarono i più com- chio, la testa contro i piedi fin sulla plessi sintomi
di isterismo, demonopatia bocca, e il ventre in arco... Un' altra ecatalessia,
iquali si manifestaronocon restava col corpoin aria, lebraccia stese e ricurve
indietro, la testarovesciata fin | dottor Pinel nella suaNosographie phi sulle
reni, i piedi e le gambe pure get tati indietro e presso la testa, senza
losophique, ou la métode de ' analyse che i ginocchi, le coscie, il ventre, lo
stomaco, nè altra parte del corpo toc cassero il suolo, salvo il fianco
sinistro.>>> Eguali fenomeni furono osservati nel 1662 in un convento
della città d' Au xonne, e verso il 1673 una epidemia istero-catalettica,
descritta da Kniper, fu osservata nell' ospizio degli orfani di Hoorn. Alcuni
di questi malati dive nivano tanto irrigiditi, che presi sol per la testa o i
piedi si poteva portarli ove si voleva, e rimanevano inquesto stato parecchie
ore. Numerosi esempi di esta si catalettica furono offerti dagli anabat tisti
nel 1586. Spesso li si vedeva cade re a terra come morti, e pochi anni dopo i
profeti delle Çevennes presen tarono gli stessi fenomeni »(vedi CAMI SARDI).
Fra lestrane crisi prodotte sul la tomba del diacono Paris dal 1731 al 1740, vi
era pure il così detto stato di morte, così descritto da Carrè de Mont geron.
«Aleuni convulsionari sono ri appliquée a la medicine. « Tissot, dice
quest'autore, traccia l'osservazione di una donna che i gran dispiaceri
gettarono nello stato catalettico: la si trovò sedu ta, immobile, cogli occhi
brillanti e fissi in alto,le palpebre aperte e senza movi mento,le
bracciaalzatee le mani giunte; il suo viso, dapprimatristo e pallido, era più
colorito, più gaio, più grazioso del solito; essa aveva la respirazione libera
ed eguale, il polso lento e naturale, le membra flessibili, leggere; si poteva
dar loro la posizione che si voleva ed ella così le conservava;lesi abbassò il
mento, e la sua bocca restò aperta; le si alzò unbraccio, poi l'altro e non
ricadeva no; li si rivolgevano indietro e si innal zavano tanto alto che un uomo
anche fra i più forti non li avrebbe potuti te nere lungamente in quella
posizione: ep pur vi rimanevano finchè non n'erano rimossi. La si coricò per
fare sulle sue gambe le stesse prove e la malata fu sempre come una molle cera
cheprende masti per lo spazio di due e fin tre giorni di seguito senza alcun
movimen to, cogli occhi aperti, pallido il viso, il❘ all' ultima. Il suo corpo,quantunque in successivamente tutte le
figure che le sono date, e s' attiene con perseveranza corpo insensibile,
immobile e rigido co me quello di un morto. » (V. CONVUL SIONARI). Chi
ammettessetutti questi fattiche il Dictionnaire Encyclopedique des scien ces
Médicales cita siccome veri, darebbe prova di poco senno. Laddove il fanati smo
religioso o l'interesse di casta co stituiscono i moventi delle azioni uma ne,
come succede nella maggior parte dei casi menzionati, non è rado che il
ciarlatanismo e la frode abbiano una parte grandissima. Per altro, tutti quei
fatti non ci è lecito negare, e senza grave rischio possiamo anche credere, che
in granparte siano veri; tanto più che in nessun d' essi vediamo verificarsi la
condizione ammessa da Littrè e Ro bin, che il malato nello stato di cata lessi
conservi la coscienza e la sensibi lità, condizione nemmen supposta dal
clinato, conservava sempre e costante mente uno stesso equilibrio. Questa don
na pareva insensibile, la si scuoteva, la si pizzicava, la și tormentava, le
simet teva sotto i piedi uno scaldino di fuoco, le si gridava all' orecchio che
guadagne rebre il suo processo, senza ch' essa dasse alcun segno di vita. In
questo stato durd da tre a quattro ore, finchè ridestatasi si mise a parlare
sul suo processo con molta giustezza, e senza pure avvedersi dei tormenti che
le erano stati inflitti durante l'accesso ». Il dottor Linas cita pure dei casi
nei quali gli ammalati sor presi da catalessi nelmezzo di una frase, nell' atto
di risvegliarsi dopo parecchie ore seguivano il loro discorso e compie vano la
frase incominciata. È facile vedere che lacatalessia, sic come i sogni e il
sonnambulismo, può interessare la psicologia. Domandasi in 1 CATEGORIE fatti
che cosa avvenga dell' anima spi rituale mentre si è in questo stato. Ri mansi
ella forse imprigionata nel ce rebro pronta a continuare il pensiero interrotto
dalla crisi? Se il corpo fun ziona regolarmente, selavita vegetativa non è
guari interrotta, se nessuna le sione si verifica negli organi sensori,
nonèegli più ovvio pensare che una causa meramente patologica toglie al 135
schiosa capace di legare od'imbarazzare gli spiriti animali. In tal maniera que
sti signori, piuttosto che confessare la loro ignoranza, preferivano congelare,
coagularé, legare e invischiare gli spiriti animali. Strana e singolare idea
che essi avevano dello spirito! Catari, ossia Puri. Nomeche si at tribuivano i
Montanisti, iManichei, iNo vaziani e gli Albigesi. cervello ogni attitudine a
ricevere le sensazioni o a trasmettere l' impulso ai nervi motori, anzichè
ammettere che l'anima, per una qualsiasi causa fisica, abbia perduto '
attitudine a pensare ed asentire? Ma poniamo pure il caso in cui il catalettico
perda la facoltà di muoversi e conservi quella di sentire ; sarà per questo
maggiormente provata l'esistenza di uno spirito? È ormai ac certato che i nervi
del movimento sono diversi da quelli della sensazione, (vedi SENSAZIONE)
dimanierachè non è affatto straordinario, che unacausa fisica possa interrompere
lacomunicazione fra il cen tro nervoso e gli organi del movimento elasciare
intatti invece i conduttori della sensazione. Ciò s'intende e si spiega fa
cilmente senza bisogno di supporre un substrato immateriale, ilquale, in findei
conti, non spiegherebbe nulla, e rende rebbe anzi il fenomeno ancor più miste
Categorie. Voce greca, la quale originariamente significava accusa, e che
Aristotile pel primo applicò adefinire le più grandi e generali divisioni, le
divi sioni, diremo così, cardinali, delle cose naturali e dello scibile umano.
I Padar tha di Kanada, filosofo indiano, sono le prime categorie, ossia le
prime classifi cazioni filosofiche che si conoscano, e Colebrooke le fa
ascendere a sei: la sostanza, la qualità, l'azione, il comune, il proprio e la
relazione. Una settima categoria era la negazione di tutte le qualità
precedenti; il nulla. Le categorie dei pitagorici menzio nate nel 1º libro
della Metafisica d' Ari stotile, sono in numero di dieci, cioè : L'infinito, e
il finito; il dispari e il pari, l'unità e la pluralità; la diritta e la si
nistra; il maschio e la femmina; il ri | poso e il movimento; il diritto e il
curvo; la luce e le tenebre; il bene e il male; il quadrato e tutte le figure
irre golari. Classificazione men esatta di que sta non potrebbe
darsi,imperocchè consi derai contraricomeprincipj cardinalidelle rioso e
strano, inquantochè la catalessia potendo anche essere prodotta artificial
mente con mezzi esterni (v. IPNOTISMO) ne deriverebbe questo assurdo, che l'a
nima si accende e si spegne con mezzi materiali, cosa d'altronde, che si
osserva sempre nell' anestesia fatta con l'etere e il cloroformio e in tutti
gli effetti pro dotti dai narcotici. Ma nonostante que st'evidenza non è adirsi
quanto almanac carono i medici spiritualisti per spiegare | luminoso, le
tenebre non rappresentano questa malattia, che Schilling, Senvert, Plater, e
Sylvius attribuivano alla con gelazione o alla coagulazione degli spi riti
animali; Hoffmann aun ingorgo di fluido vitale risultante dalle contrazioni
delle fibre nervose, e Baron a una so vrabbondanza di materia grassa, e vi
cose. Or si sa che i contrari solitamente si escludono, non
esprimonopropriamente idee diverse, ma la cosa stessa concepita, nell'uno come
esistente nell' altro come non esistente. Così, ad esempio, se la luce
rappresenta la presenza del fluido una sostanza diversa, ma sol l'assenza di
questo fluido. Crearedunque la nega zione della cosa come una qualità cardi
nale della cosa stessa, è un controsenso. Dieci son pure le categorie di Ari
stotile, e non molto dissimili da quelle di Kanada; cioè: la sostanza, la
quantità,la 136 CATTANEO relazione, la qualità, il luogo, il tempo, la
situazione, la maniera d' essere, l'a zione e la passione. Queste categorie
sonpiù logiche e piùfondate di quelledei Pitagorici, ma non le direm perciò per
fette. Certo, ogni cosa che esista biso gna che cada sotto quelle divisioni, ma
rappresentano poi esse delle divisioni vere, assolute, intrinsecamente diverse
fra di loro? Per es: il tempo e illuogo, non rientrano ancora nella categoria
della re lazione? Il luogo e il tempo, non sono lo stesso della situazione? La
categoria del modo d'essere non contiene implici tamente tutte le categorie
precedenti? Or che valore hanno queste divisioni se esse non sono infine che la
ripetizione di una stessa idea? Abbiamo infine le categorie di Kant ben diverse
da tutte le precedenti, in quantochè questo filosofo dubitando della realità
obbiettiva, doveva necessariamente cercare nella pura subbiettività del giu
dizio i principii cardinali delle cose. La sensibilità, secondo Kant, ha due
forme primordiali: il tempo e lo spazio; e l'in tendimento ha diverse specie di
giudizi, vale a dire: generali, particolari, indivi duali, affermativi,
negativi, limitativi, ca tegorici, ipotetici. Aquesti giudizi corri spondono le
categorie di unità, plurali tà, affermazione, negazione, i quali poi si
suddividono simmetricamente tre per essendo nella idea assoluta, concreta, es
sa non può sortire da questo stato che per una contraddizione intima, la qual
diviene la causa di unadivisione, di una diremption. D'onde il bisogno della
con ciliazione e del ritorno all'unità; poi di rempzione nuova e nuova
conciliazione, e così indefinitamente, fino all'ultimo ter mine
dell'evoluzione. La dialettica specu lativa o immanente, procede con un mo
vimento che si compieintre tempi. Dap prima vi è la tesi o la posizione, l'
idea in sè, in potenza, allo stato d'involuzio ne; poi l' antitesi, la
negazione, l' idea per sè, l'idea realizzata, allo stato d'evo luzione; infine
la sintesi, la negazione della negazione con un risultato positi vo, l'idea in
sè e per sè ritornata a sè stessa.>>> Cattaneo (Carlo) Nacque aMilano
il 15 giugno 1801, fu allievo di Roma gnosi, professore di rettorica e due
volte deputato, senza che i suoi principii gli permettessero di varcare la
soglia delia Camera. Ritrattosi a Castagnola, borgata della Svizzera poco
discosta da Lugano, morì nella notte dal 5 al 6 febbraio del 1869, dopo aver
respinto dal suo letto l'intervento del prete.- Voi sapete che io e voi non
siamo della stessa opinione. Tali furono le ultime parole che diresse a cui
credendo di vincerlo in quel grandissimo momento che ci divide tre e così di
seguito. In tal guisa Kant| dall'ignoto, gli consigliava il linguaggio è riuscito
a formare una di quella lun ghissime e confusissime tavole, che tutti i
filosofi più o meno speculativi ebbero il ghiribizzo di redigere ciascuno a
loro modo, senza che mai alcuno li abbia in tesi. Anche Hegel cred certe sue
divisioni di tutte le cose sensibili e intellettuali, le quali hanno molta
analogia con le ca tegorie. Se non che, anche queste di visioni, come tutte le
idee di questo fi losofo, sono siffattamente intricate in una confusa e
oscurissima fraseologia, che può ben dirsi fortunato chi riesce a ca varne
qualche idea precisa. Ecco come le spiega il professor I. Wilm, ispettore dell'
Accademia di Strasburgo: « Tutto della superstizione e della fede, gli con
sigliava l'apostasia del suo passato. La vita di Carlo Cattaneo è la vita mili
tante del pensatore. Ingegno profondo e sagace, egli sfiorò quasi tutti i rami
dello scibile; ma i suoi scritti, dettati come il bisogno e l'opportunitàdella
di scussione richiedevano, vanno dispersi e dimenticati tosto che la brama di
leg gerli è saziata. Di lui abbiamo una Sto ria dell'insurrezione del 1848 e
Alcuni Scritti raccolti in tre volumi, nei quali troviamo una eccellentissima
monografia sullo Stato presente dell' Irlanda, che fu molto lodata e che
meriterebbe tutta l'attenzione del governo inglese. In un CATTANEO articolo
inserito nel Politecnico, rivista scientifica che il Cattaneo fondò a Mila no
ediresse per molti anni, egli annun ciò e propugnò quell'abolizione degli e
serciti stanziali, che poi doveva essere proclamata parecchi anni doponel Con
gresso della Pace e della Libertà. » Il nostro ideale, scriveva nel 1861, è che
la generazione in Italia debba crescere tutta iniziata alle libere armi come ai
liberi pensieri; e che ogniqualvolta scen 137 mo quella incertezza che
necessariamente devono attribuirgli coloro che li consi derano come una
semplice illusione. Di scostasi quindi, e profondamente, dalcri ticismo
Kantiano, il quale ai fenomeni dà un carattere puramente subbiettivo : per lui
essi sono un fatto obbiettivo, reale, l'azione di forze eternamente, ne
cessariamente agenti; quindi la quiete e l'inerzia sono condizioni impossibili
nel da sull' orizzonte della patria una nube di pericolo, debba dal seno di
tutti i po poli italiani accorrere a gara un' eletta di volontarii e scriversi
inlegioni mobili>>> Carlo Cattaneo è enciclopedico, e però il suo nome
doveva passare in retaggio anche alla filosofia; ma delle sue idee filosofiche
solo quel tanto sappiamo, che egli insegnò oralmente nel suo Corso di Filosofia
insegnato nel Liceo di Luga no. E basta quel poco per farci inten dere com'egli
profondamente dissentisse da quell' idealismo mazziniano al quale stortamente
molti lo credettero fedele. Consente con Locke e Condillac che nes suna idea è
innata innoi; per altro tro va che le ricerche intorno all' origine delle
nostre idee elementari e primitive è sterile di frutti, nè ci conduce a scopi
pratici: fors'egli non pensava che fu in grazia di questi studii, che
l'ontologia| tangibile. Certo, più deplorevole confu l'universo. Fin qui la
filosofia di Carlo Cattaneo è coerente; ma, un difetto logico si ri vela tosto
ch'egli trovasi d'innanzi alla necessità di affermare l' origine primor diale e
il principio delle cose. Dopo di essersi così bene opposto all'idealismo di
Berkeley e di Collier, i quali negavano ogni realtà obbiettiva nel mondo, egli,
conmolta inconseguenza e senza pure avvedersi, cade nel medesimo eccesso,
avvegnachè affermi la realtà dei feno meni siccome forze in atto, e le forze
sole egli consideri siccome veramente esistenti. Per lui la materia spogliata
dei suoi attributi, ossia delle sue forze, non è che un nome vano, una
illusione ; ciò che esiste non è la materia, la quale per se stessa
intrinsecamente non ènulla, ma la forza sola è quella cheesiste, che genera i
fenomeni e costituisce la realtà ha potuto ricondurre le idee composte ai
primordiali elementi della sensazione, echesenza questo processo puramente
analitico dei pazienti osservatori della scuola sensualistica, nessuna forza
sareb be bastata a demolire l'edifizio della ontologia trascendentale, che ha
la sua sede nel Platonismo. Fedele alla filosofia sperimentale, Cattaneo
consente pure nel metodo induttivo: ogni scienza deve pro cedere dal noto
all'ignoto; da ciò che conosciamo e da ciò che siamo, indurre cautamente quello
che fu e che siamo stati. Intorno ai limiti dello scetticismo
Cattaneononconcorda: una moderata af fermazione gli par migliore della dubi
tazione continua; nè egli può risolversi ariconoscere nei fenomeni che percepia
sione non poteva farsi, e che questa non sia che una mera question di parole è
cosa di cui può avvedersi ogni più che superficiale osservatore.Nonvi è
filosofo. che possa assentire allo strano metodo introdotto dal Cattaneo, di
negare cioè l'esistenza del soggetto e affermar quella sola dell' attributo,
chè la logica, per grama e confusa ch'ella sia, ripugnerà mai sempre ad
ammettere l' effetto di una causa negata. Ora, o la forza è ef fetto della
materia o non lo è. Se lo è, aniuno può capire nella testa come la forza
generata dalla materia sia una re altà, e la materia che lagenera una il
lusione. O non lo è, e allora domandasi se nel concetto di sapore, di
estensione, di resistenza, di colore, di suono ecc. CATTOLICISMO comprendasi
l'idea che noi abbiam del la forza, oppur quella della materia. Se in queste
nozioni si compendia il concetto della materia, allora l'idea che vevole nella
filosofia di Cattaneo fin di negare che la materia esiste ed affermare che la
sola forza è. Tolto questo errore, null'altro è ripro noi abbiamo della forza è
una mera fuorchequellaindeterminatezzache èpro astrazione con la quale
procuriamo di priadi coloro chenon hanno idee all' in spiegare i vari modi per
cui possiamo tutto formate o che ardire non hanno di percepire la materia; se
invece in que- esporle pubblicamente senza molti sottin stenozioni comprendesi
il concetto di tesi e molte reticenze. Nobile e grande forza, astrazione per
certo diventa la nelle sue aspirazioni,egli vuole l'accordo materia. Ma in
questo caso, osservisi fra la scienza e la filosofia, fra il pen bene, le idee
essenziali che noi abbiamo siero e i fatti; colla filologia tiene delle cose
non mutano: avremo soltanto che le lingue siansi venute formandosi a dato il
nome di materia alla forza, e alla forza quello di materia; sarà cioè una trasposizione
di nome, manon di idee, giuoco illecito inuna seria filosofia. E per vero,
comunque si chiamino le cose, e qualunque siasi il nome che ad esse si vuol
dare, rimane sempre fermo che il concetto che noi abbiamo di esse quello è
soltanto che ci possono dare i nostri sensi. Ma è stato convenuto che ciò che è
esteso, che ha colore, o sapore, o che oppone resistenza al nostro tatto debba
dirsi materia; e forze invece, si chiamino le accidentalità che producono
questi fenomeni . Il traslatare il poco apoco per l'istinto imitativo musicale;
con l'astronomia toglie al mondo il suo carattere dipunto centrale e di scopo
massimo di tutta la creazione; con lastatisticapar che dubiti del libero
arbitrio, o per lo meno sottoponga i feno meni morali aregole costanti, determi
nate, necessarie, perlequali abbiamo ri sultati costantidel pari, e prevedibili
con le cifre date dai fatti passati; finalmente nuovo campo inesplorato vuole
aprire alla ricerca della certezza, i fondamenti finora dati alla quale non
ritiene con formi al senso comune. IL CATTOLICISMO e la religione della Chiesa
cattolica, apostolica, romana, la qual sostiene la cattolicità, ossia la uni
nome non muta dunque un jota alle idee; epperò trattasi di cambiare ildi
zionario, non la filosofia. Quel che ri- versalità della sua dottrina. Parecchi
mane fermo nel pensiero di Cattaneo e in quello del materialismo, si è che dei
due concetti di forza e di materia, uno solo è vero, e l'altro è astrazione, in
quel modo istesso che nei contrari un solo termine è vero, come caldo e freddo,
luce e tenebre, nero e bianco, poichè tutti vedono che seesiste laluce, il
calore, il bianco ece, le tenebre, il freddo e il nero non rappresentano che la
negazione, ossia l'assenza di quelle qualità; mentre se queste esistono, quelle
diventano astrazioni diqueste.Ma avrebbe tanta ragione chi volesse chiamar tene
bre la luce affin di poternegare laluce ed affermare la positiva esistenza
delle tenebre, quanto n' aveva Cattaneo di dar il nome di forza a quel concetto
che nel comun linguaggio dicesi materia, af santi padri, dicono i commentatori
di Bergier (Aggiunte al Diz. di Teologia) trattando della cattolicità
distinguono una triplice universalità: quella di tempo, e consiste in ciò che
la Chiesa sempre sussistette e sussisterà sempre fino alla consumazione dei
secoli; quella della dottrina, ed è l'avere la Chiesa mai sempre insegnato
quanto è da Cristo rivelato; quella finalmente di luogo, ed è la dif fusione
della chiesa in tutto il mondo. Or convien dire che appunto di queste tre
specie di cattolicità nessuna appartiene alla chiesa che s'intitola cattolica,
e tutti gl’arzigogoli dei teologi romani non possono dimostrare il contrario.
Intorno alla prima specie della cattolicità nessuno che siadi buona fede può
asserire che la chiesa sempre sussistette e che sussisterà sempre. Lasciam |
fedeli. Ora, la popolazione totale del pure al futuro la soluzione dei suoi
problemi; ma quanto al passato, chi mai potrà credere che, ammettendo pure i
calcoli della cronologia ortodossa, una religione fondata nell' anno 4004 sia
sempre esistita? Certo, è cosa comoda il dire che la religione cristiana non è
altro che la continuazione dell’ebrea; ma una opposizione di principii, di
dommi, di tendenze, tutto insomma lo spirito delle due religioni è così avverso
fra di loro, che bisogna aver proprio perduto la testa, per riconoscere siccome
una logica continuazione, questo violento e forzato innesto della nuova
religione sul l'antica. Ma sia pur vera questa continuità della tradizione
cristiana, ne deriva forse perciò che la religione ebraica sia la più antica
che si conosca, e ch'essa abbia cominciato col principio del mondo? Gl'idioti
soltanto potrebbero crederlo, e agli articoli MONDO, BRAHAMA NISMO, UOMO,
PALEONTOLOGIA, PENTA TEUCO, è dimostrato che, non solo vi sono religioni
anteriori alla ebrea, ma che eziandio ella è molto recente in confronto della
età dell' uomo e del mondo. Sarà essa forse più vera la univer salità di
dottrina della Chiesa cattolica? Ma se mai può storicamente provarsi un principio,
quello delle continue variazioni del cattolicesimo è il più sicuro ed il meglio
dimostrato. Il Battesimo, la Confessione, la Confermazione, la
Transubstanziazione, l'Ordine, l'Estrema Unzione, il Culto delle immagini, il
Culto dei Santi, il Purgatorio, il Primato del papa e tanti altri dommi (vedi
tutti questi nomi) o non si conoscevano dalla chiesa primitiva o non vi si
attribuiva un carattere dommatico e sacramentale. Quanto alla terza specie di
cattolicità, vale a dire l'universalità di luogo, basta gettare gl’occhi sulla
statistica, per vedere quanto poco fondamento ella abbia. Basti dire che
secondo i calcoli assai larghi di Balbi, la chiesa cattolica conta in tutto il
mondo 139,000,000 di globo è dallo stesso autore, calcolata in 737,000,000 di
uomini; il che val quanto dire, che la pretesa universalità della chiesa papale
si riduce a meno di un quinto dell'attuale popolazione del globo. (Vedi
RELIGIONI). Ben è vero che i teologi cattolici pretendono che a stabilire
l'universalità della chiesa non sia necessario che sia diffusa in ogni parte e
condivisa da tutti gli uomini, bastando ch'essaabbia i suoi rappresentanti, e,
per così dire, le sue stazioni, in ogni regione del mondo; ma questa è una
interpretazione che assolutamente non si accorda col vero criterio dell'
universalità, e ad ogni modo in siffatta guisa potrebbe dirsi egualmente
universale anche la chiesa protestante, la quale manda i suoi missionari in
ogni terra conosciuta. Ma ammettasi pure perun momento che i teologi romani
abbiano ragione, sarebbe perciò la cattolicità della Chiesa romana ben
stabilitą? Prima che Colombo scoprisse l'America, quali rappresen tanti aveva
la Chiesa in quella vastissima parte del globo? Ed oggi ancora è sicuro che non
vi sieno terre o ignote o inesplorate dove della Chiesa cattolica nonsi è per
anco udito parlare? Causa ed effetto. Nell'idea di CAUSA l'antica filosofia
distingueva: 1. La causa efficiente, ossial'agente produttore. 2. La
causamateriale, ossia il soggetto su cui l'agente si esercita. 3. La causa for
male, o l'idea. 4. Finalmente, la causa finale, ossia lo scopo dell'azione.
Queste distinzioni sono puramente nominali, e non hanno più ragione di essere,
peroc chè le attuali cognizioni nelle scienze naturali non ci permettono più di
sepa rare l'idea di forzadaquelladi materia, la causa efficiente da quella
materiale, e di supporre quindi che fuor dellama teria ci sia un certo
substrato che la faccia muovere. Del pari non possiam più ammettere
lacausaformale e quella finale, poichè, ammesso nella natura il principio di
necessità, non possiamo più riconoscere quella tal sorta di arbitramento che
vuole un fine. (Vedi CAUSE FINALI). Dicesi causa ogni azione che inqual
sivoglia maniera concorra a produrre un' altra azione, la qual poi chiamasi
effetto. E dico azione, imperocchè la fi losofia sperimentale abbia ormai
irrecu sabilmente accertato, che nessuna causa esiste la quale possa produrre o
corpi nuovi o forze nuove, (vedi FORZA e MA TERIA) ma tutte le cause agenti
nonrie scono, infine dei conti, ad altro che a produrre o nuove forme o nuove
azioni, vale adire un nuovo modo di essere della materia. Questi effetti sono
poi a volta loro causa di altri effetti, e così all' infinito. Onde a giusta
ragione si deve dire, che ogni cosa che esista è sempre ed invariabilmente
causa ed ef fetto al tempo stesso; vale a dire effetto di una causa precedente,
e causa di un effetto susseguente. Certo, questa gran dissima verità, la qual
suppone la co gnizionedellaeterna trasformazione della materia, non ha mai potuto
essere sup posta nè tampoco concepita da quei cotali filosofi degli scorsi
anni, e da molti ancora de' nostri contemporanei, i quali credettero e
persistono a credere com'egli argomenta: « Col mezzo dei sensi considerando la
costante vicissitu dine delle cose, noi non possiamo aste nerci di osservare
che molte cose parti colari, siano esse qualità o sostanze, co minciano ad
esistere, e che ricevono la loro esistenza dalla giusta applicazione od
operazione di qualche altro essere. Or si è appunto per questa osservazione che
noi acquistiamo le idee di causa e di effetto. Col nome generale di causa
indichiamo ciò che produce qualche idea semplice o complessa, e con quello di
effetto ciò che è prodotto. In tal guisa dopo aver veduto che nella sostanza
alla quale diamo il nome di cera, la fluidità (una delle idee semplici che non
esisteva innanzi ) è costantemente pro dotta dall'applicazione di un certo
grado di calore, noi diamo all'idea semplice di calore il nome di causa per
rapporto alla fluidità della cera, che n'è l'effetto. Del pari, provando che la
sostanza detta legno, la quale è una collezione di idee semplici a cui si dà
questo nome, me diante il fuoco è ridotta in un' altra so stanza, che chiamiamo
cenere (altra ilea complessa che consiste inuna collezione di idee semplici
affatto differente dall' i dea complessa che diciamo legno), noi consideriamo
il fuoco, per rapporto al le ceneri, come una causa, e le ceneri che lamateria
è inerte, e che fuor di lei esiste qualche cosa che la muove e la spinge e la induce
ad agire siccome fa. Ben è naturale che costoro non sap piano concepire in qual
maniera l'idea | ciò che noi consideriamo come contribu come un effetto. In tal
maniera tutto di causa ha potuto entrare in noi, e la suppongano una di quelle
tali nozioni innate, che il Creatore si è compiaciuto di infondere nel nostro
spirito prima ancora di metterci al mondo. Nondimeno tre filosofi che non erano
atei, si sono già adoperati per distrug gere questo assurdissimo pregiudizio, e
vi riuscirono in tre diversi modi che meritano di essere riferiti. Il primo di
questi filosofi è Locke, il capo della scuola sensualista, il quale colla sua
stringente logica ha dimostrato, che an che l'idea di causa non è altrimenti
innatainnoi,mache, comeognialtra idea, èentratainnoiper laportadei sensi. Ecco
ente allaformazione di qualche idea sem plice o qualche collezione d' idee sem
plici, sia sostanza o modo, che prima non esisteva, eccita nel nostro spirito
la relazione di causa, e le diamo tal no me ». (Locke Saggio sull' intendimento
umano Cap. XXVI § 1.) Hume,non solonon ammette l'inneità dell'idea di causa, ma
pur ne combatte ogni realtà obbiettiva. Che ne sappiam noi, dic'egli, dei
rapporti che passano tra causa ed effetto? Possiam noi dire se veramente la
causa eserciti una qual siasi influenza sull'effetto prodotto, o se pure questa
influenza non sia altro che una chimeradellanostra immaginazione? CAUSE FINALI
Certi fenomeni che si seguono costante mente nello stesso ordine, possono darci
l'idea del principiodi causalità, il quale, al postutto, si risolve in una
semplice successione di tempo e di fenomeni, di modochè quando noi vediamo
prodursi un dato fenomeno sempre aspettiamo 141 nali, ben lo disse Bacone due
secoli fa: ( De augment. scientiarum lib. III c. 5) . Secrediamo a Lei bnitzla
Provvidenzaè quella che dirige la luce inlinearettaerende eguale l'angolo
diriflessione aquellod'incidenza; e Prieur nel Spectacle de lanature
pretendenien temeno chelemaree siano date all'oceano affinchè più facilmente i
bastimenti possano entrare nei porti.Ben dice Vol taire, che con altrettanta
evidenza po trebbepretendersichele gambe son fatte appostaper essere calzate,
eil naso per portare occhiali. E tuttavia non è poí lo stesso Voltaire che
poche righe dopo trova cheogni cosafufattaper lo scopo cui deve servire? D'onde
questacontrad dizione? Voltaire, crede che per assicu rarsi del vero fine di
una causa convenga che l'effetto sia proprio di tutti i tempi e di tutti i
luoghi. Povero spediente, il qual non salverà il filosofo di Ferney dalla
contraddizione ! Infatti nessuna cosa è propria d' ogni tempo e d' ogni luogo,
imperocchè tutte si modificano esi trasformano.Diremnoiche gli occhi furon
fatti per vedere, o che noi vedia mo perchè abbiamo gli occhi ? Dalla ri sposta
che daremo a questa domanda dipende tutta la teoriadelle cause finali. Se una
causaintelligentehaprodotto un effetto con un determinato fine; cioè se Dio ha
prodotto l'occhio per vedere, noi dovremo eziandio credere che questo effetto
sia proporzionale allo scopo; vale adire che l'occhio deve soddisfare nel
miglior modo possibile aibisogni per cui fu fatto. Ma in tal caso come spieghe
remo noi le ulceri, lefistole lacrimali, la cataratta, la miopia, il
presbitismo e tante altre malattie che affliggono que st'organo tanto poco
perfetto e tanto poco proporzionale alla causadallaquale si pretende prodotto?
Come! un organo tanto utile, dovrà esser fatto di sostanze contenute in
tegumentitenerissimi, e per colmo d' imprudenza esposto all' aperto, senz'altro
riparo che le sottilissime pal pebre? Come ! I nostri più comuni can nocchiali
ci mostrano distintamente le cose alla distanza di parecchi chilometri, e i
migliori telescopi ci disegnano le accidentalità della superficie lunare, e Dio
ci ha da dotare di un organo il quale più non sa leggere alla distan za di
poche spanne dal naso! Perchè mai l'occhio non è acromatico? Perchè, come dice
Helmohlz, è desso così poco perfetto che nessun ottico sarebbe dispo sto ad
accettarlo siccome un modello i narrivabile per la loro arte? Se l'occhio era
fatto per vedere, perchè mai questa CAUSE FINALI causa intelligente non l'ha
dotato di tal potenza ottica,che gli facesse vedere le cose più lontane e
levicine ancora, e ci ponesse ingradodi ammirarelasapienza del Creatore, così
nellecose infinitamente grandi come nelle infinitamente piccole? 143 i quali
hanno dei veri polmoni, discen dono in via di generazione normale da un antico
prototipo sul conto del quale null' altro sappiamo se non ch' esso_era
provvisto di una vescicanatatoria. In tal Poi, l'occhio è veramente d' ogni
tempo e d'ogni luogo, come Voltairepretende? Maveramente, no; poichè vi sono
ani guisa noi possiamo facilmente spiegare il fatto strano, accertato dal prof.
Owen, che ciascuna particola di nutrimento so lido o liquido che noi
inghiottiamo, deve passare sull'orifizio della trachea, con ri mali che non
hanno occhi ed altri che hanno occhi per non vedere. Gli occhi delle talpe e di
qualche altro rosicante rimangono sempre allo stato rudimen tale, e qualche
voltasonocompletamente coperti di pelle o dipelo.Unmammifero | libera
fluttuazione dei pesci, perchè si è schio di cadere neipolmoni. Inquesti casi
le cause finali comple tamente si ecclissano. Se Dioha prodotto lavescica
natatoria perchè servisse alla rosicante dell'America del Sud, il tuco ioco, o
cténomys hadelle abitudini an corpiù sotterraneechelatalpa, equando Darwin
notomizzò l'occhio d' un di essi, gli parve che il suo stato di cecità do vesse
attribuirsi ad una infiammazioneco stante delle palpebre. Occhi fatti per non vedere
e membrane fatteper soffrire una perpetua malattia, non par che dimo strino la
teoria teologica delle cause fi nali. La vescica natatoria dei pesci è un altro
esempio che contrastasingolarmente col concetto delle cause finali. Quest' or
gano, cheoriginariamenteparevacostrutto per aiutare il movimentodell'animalena
tante, ha potuto in certi pesci trasfer marsi in un organodiretto aduno scopo
tutt'affatto differente, tali come la respi razione o l'audizione. Darwin ha
infatti accertatochepereffettodell'elezione, lave scicanatatoriainalcuni pesci
haacquistato uncondottopneumaticodestinato alla re spirazione; e in altri si è
in tal guisa modificata, da servire piuttosto come organo accessorio
dell'audizione. Tutti i fisiologici, continua Darwin, ammettono che lavescica
natatoria è omologa, vale adi re «idealmente similare > in posi zione ein
strutturacoi polmoni dei verte brati superiori. Non è dunque straordi nario che
l'elezione naturale abbiameta morfosato successivamente lavescica na tatoria in
polmoni o in organi esclusiva mentedestinati alla respirazione. D'onde si può
conchiudere, che tutti i vertebrati trasformatainun'altro organoche piùnon
risponde al suoscopo? Didue usi acuiser vìunorgano,qualerappresenta lafinalità
intenzionale dalla causa creatrice ? Ol tracciò vi sono degliorganirudimentali
i quali sono completamente inutili, tali come le mammelle rudimentali di tutti
i maschi dei mammiferi, e l'ala bastarda di certi uccelli. In un grandissimo nu
mero di serpenti, uno dei lobi dei pol moni sono rudimentali, in altri esistono
i rudimenti del bacino e delle membra posteriori. Vi sono esempi di organi ru
dimentali assai curiosi; tali sono i denti osservati nei feti delle balene, che
all'età adulta non ne hanno più; il qual fatto Darwin spiega supponendo che le
balene abbiano probabilmente acquistato le abi tudini e i loro caratteri
attuali per una metamorfosi regressiva, che le ha fatte retrogradare dal posto
più elevato di a nimali anfibi, fluviatili o lacustri, a quello inferiore di
specieesclusivamentemarine. Naturalisti degni di fede hanno pure as sicurato di
aver veduto dei denti rudi mentali negli embrioni di certi uccelli. Nulla ci
par piú ovvio, diceDarwin, che le ali siano state fatte per il volo e non
dimeno le ali di molti insetti sono tanto atrofizzate, ch'esse non possono
agire, e non è raro il caso che siano chiuse sotto delle elitri fortemente
attaccate l'una al l'altra. Ci sono invece dei casi d' inter vertimento degli
organirudimentali,come per esempio, lemammelledicerti maschi SA CAUSE
OCCASIONALI che si sono in tal guisa sviluppate fino | tri organismi la natura
ha prodotto ca adare il latte. Nelgenere Bos la mam mella unica presenta
quattro capezzoli e due rudimentali; ma nelle nostre vacche domestiche qualche
volta anche questi due ultimi si sviluppano e danno latte. Giustamentedomandasi
perchè ilCreatore forma degli organi, iquali generalmente non servono ad alcun
uso, oppure ser vono ad un usodiversodaquellopercui furono creati. >>
(Origine delle specie Cap. XIII) Anche Büchner, primadi Darwin (Forza e ma
teria cap, XI ) ha dimostrata la insus sistenza delle cause finali, dicendo che
noi oggi ammiriamo gli esseri tali come sono senza pensare quale infinità di al
sualmente per giungere agli attualiim perfettissimi risultati, come ben lo pro
vano le moltissime specie estinte dei terreni fossili. « Se il pelo degli
animali dei paesi settentrionali è più folto di quello degli animali dei
paesimeridionali, e se tutti pol l'hanno relativamente più folto d'inverno che
d'estate, non è forse più naturale il considerare questo fatto come il
necessario effetto di una influ enza esterna, come la conseguenza della
temperatura, piuttosto che supporre un artista celeste il qual prepari a questi
animali gli abiti d'estate e d'inverno ? Se il cervo ha le gambe lunghe e
adatte alla corsa, non devesi credere ch'egli le abbia avute per correre con
celerità, ma piuttosto che egli correconcelerità per chè ha le gambe lunghe: se
egli avesse avuto delle gambe poco adatte alla cor sa, sarebbe invece divenuto
un ani male coraggioso, mentre ora per la sua tendenza alla fuga sidimostra
timi dissimo. La talpa ha le zampe informa di pala per solcare il terreno; ma
se essa non le avesse cosl conformate, non avrebbe mai pensato a scavarsi sotto
terra la sua tana. Le cose sono tali come sono; e se esse fossero state diverse
da quel che sono, noi nonle avremmo per ciò trovatemeno conformi al loro
scopо». Vedi anche gli articoli CAUSA E PER FEZIONE. Cause
occasionali.Certifilosofi cartesiani non potendo riuscire a spiegare il
rapporto che poteva esistere fra lo spirito e il corpo, e l' influenza che
l'uno esercita sull' altro, supposero che Dio stesso durante i pensieri dell'
anima producesse nel nostro corpo i movimenti corrispondenti a questi pensieri,
e vice versa, che nell' occasione dei movimenti delnostro corpo eccitasse
nell'anima i pen sieri o le passioni che vi corrispondono. Questi movimenti
iniziali dell' anima o del corpo son le cause occasionali del cartesianismo,
ilquale,come ognun vede, troppo logico per ammettere che alcuna relazione
potesse esistere fra il corpo e CELIBATO ECCLESIASTICO lo spirito, non lo
fuperò abbastanzaper non capire che se Dio era produttore im mediato delle
nostre sensazioni, noi siamo 145 sempre ai piaceri del senso per ser vire con più
libero cuore a Dio. » Più nelle sue mani come delle marionette cui egli fa
danzare a piacer suo. Celibato ecclesiastico. Sta to di coloro che per motivo
di reli gione si astengono di unirsi in matri monio. Dicono i cattolici, presso
i quali soltanto vige l'obbligazione del celibato, che nessuna legge naturale o
positiva, divina od umana obbliga gli uomini allo stato conjugale (Ber gier
Diz. Teol ); ma questa non è af fermazione che trovi fondamento nè tra i
credenti, nè tra gl'increduli. Per ciocchè i primi giustamente oppongo no il
Crescite et multiplicamini, col quale il loro Dio impose all' uomo l'obbligo di
congiungersi e di figliare (Genesi I, 28); e i secondi ben a pro posito
osservano che dal momento che la natura ha dato all'uomo gli organi del sesso,
gli ha al tempo stes so imposto il dovere di usarne per la propagazione della
specie e per la sod disfazione di un bisogno, il quale non èmenonecessario che
naturale; per la qual cosa giustamente i gentili talora colpivano d'infamia il
celibato (Cicero ne De legibus lib. III c. 3). Invece ecco che nel cattolicismo
il Concilio di Trento dichiara: « Se alcuno avrà det to che lo stato conjugale
sia da ante porsi allo stato di verginità o del ce libato, e non essere meglio
e più bea to rimanersi vergine o celibe che con giungersi in matrimonio, sia
anatema » (Sess. XXIV can. 10). La qual prefe renza, checchè ne dicano in
contrario i protestanti, non è poi così contraria allo spirito del
cristianesimo per non trovare appoggio fra i padri e fra gli stessi insegnamenti
di Gesù. Il quale dice che vi son eunuchi che si son fatti eunuchi daloro
stessi per amore del regno de' cieli (Matt. ΧΙΧ. 12). » del matrimonio dei
preti. E tanto dis se e fece cotesto papa per raggiun gere il suo intento, che
riuscì al fine di ottenere dal Concilio di Cartagine, radunato nel 397, un
decreto, il qual rendeva obbligatorio il celibato dei chierici. Innocenzo I nel
417 rinnovava la legge del celibato; la rinnovò e la estese ai Suddiaconi Leone
I nel 440; e dopo d' allora tutti i papi batterono la stessa strada. Il guaio
si è, che quei decreti non ottenevano universale con ferma, il che dimostra che
in quei tempi l'unità della Chiesa non era gran fatto assodata; imperocchè non
solo il clero opponeva una resistenza passiva a quei decreti dei papi, ma
eziandio nella Francia i concilii di Autun, di Tours, di Macon nel V se colo, e
nella Spagna il Concilio di Toledo, e il prete Vigilanzio vi si op posero
formalmente. Nel 1059 Nicco ld II nel Concilio di Laterano fa no vellamente
proclamare la legge del ce libato; e cionostante poco di poi tro.. viamo tutta
la diocesi di Milano retta da preti ammogliati, nè il papa riesce a farvi
prevalere il disonesto divieto, senza che rivi di sangue scorrano nel le vie,
senza aver scatenate le passio ni politiche e il fanatismo religioso
rappresentati daArialdo e da Landolfo Cotta, capi del partito dei celibatari.
Solo il cupo dispotismo d'Ildebran do (Gregorio VII) potè trionfare di tan te
opposizioni, e la legge del celiba to novellamente procamata dal Conci lio di
Roma del 1074, andò man mano estendendosi in tutte le provincie cri stiane. Il
celibato era stato introdotto per moralizzare il clero, per acquistare un
CELIBATO ECCLESIASTICO maggior titolo alla Santità e alla ve nerazione dei
vulgari. Ma comechè nessuna legge contro natura può riu scire a buoni effetti,
anche questa nel la Chiesa sciolse il freno d' ogni mo 147 tino con ledonne
dellequali usavano. Quindi, alzatisi e preso un bagno, si as sidevano a nuovo
desco. (Hist. Eccl. Francorum lib. 5. art. 21). Lo stesso ralità. Già fin dai
primi tempi,monaci emonache convivevano insieme, sede vano alla stessa mensa,
dormivano sot to lo stesso tetto: tutti avevano fatto voto di castità, ma chi
l'osservava? Instruita dall' esperienza, dice un au tore, l' imperatrice Irene
nel fondare il monastero delle vergini sotto il no me di Maria piena di grazie,
volle che fossero assistite da un padre spi rituale, un economo, due frati per
am ministrare il patrimonio e isacramen ti: eunuchi tutti quattro! (Helyot. Hist.
des ordr. vol. I c. 28). La dipintura che nel VI secolo S. Gregorio di Tours ci
fa diSalonio Ve scovo d'Embrun, e diSagittario vesco vo di Creso, già porta
tutti i colori del medio evo. « Assunto l'episcopato inco minciarono a
scatenarsi con insano fu rore in malversazioni, con morti, con omicidi, con
adulteri e con diverse al tre scelleratezze, di guisa che ad un certo tempo,
mentre Vittorio Vescovo _diTricastini celebrava il proprio nata lizio, mandata
fuori una coorte con spade e giavellotti, irruppero contro di lui, gli
stracciarono le vestimenta, ammazzarono iministri eportando via vasi ed ogni
altra cosa appartenente al pranzo, lasciarono il vescovo con grande
contumelia..... Essi si abban donavano ogni giorno amaggiori scel leratezze;
corsero alle armi e con le proprie mani fecero molte uccisioni. Iafierirono
contro i propri cittadini fa cendoli battere con verghe fino al san gue.
Passavano molte notti parlando ebevendo con i chierici che celebra vano
inChiesa nelle ore mattutine, e si sfidavano a bevere. Mai si faceva men zione
di Dio. Surta l'aurora si leva vano dacena e coprendosi con legge ri drappi,
sepolti nel sonno e nel vino, Santo (lib. IX ) scriveva: Vi prego di mandarmi i
vo stri ordini per iscritto intorno a quei diaconi i quali fin dalla loro
puerizia son sempre vissuti in stupri, in adul teri, ed in ogni altra
sconcezza: e pu re con tali testimonianze vennero al diaconato, ed essendo
diaconi ritengo no quattro, cinque ed anche più con cubine (Baronio Annali
741). Lo stes so cardinal Baronio che cita questa lettera,e che poteva essere
molto ben informato, parlando della Chiesa nelX secolo esce in queste parole: «
Domi navano allora in Roma potentissime e sozzissime meretrici; ed a loro arbi
trio si davano i vescovati e si traslo cavano i vescovi; e, più orrendo a
dirsi, s' introducevano nella sede di Pietro i loro drudi, pontefici falsi, i
quali non devono essere inscritti nel catalogo dei papi. » Edgardo re
d'Inghilterra in una lettera diretta ai vescovi del suo regno e riportata
dalPadre Labbe (Tomo IX p. 698) scrive: « Dirò con dolore come gli
ecclesiastici se la pas sino in gozzoviglie, in ubbriachezze, in adulteri ed
impudicizie; di guisa che le case dei preti sono divenute postriboli di
meretrici e conciliaboli di buffoni. » E per verità, pare che quel degno re non
avesse poi gran torto di lagnarsi dei suoi preti, impe rocchè tanto bene
osservavano essi la legge del celibato, che poco di poi papa Pasquale II, in
una lettera diret ta al vescovo di Cantouberi, autorizza dormivano fino all'
ora terza del mat 148 CELIBATO ECCLESIASTICO va l'ordinazione dei figli dei
preti, stantechè tanti ve n'erano in Inghil terra, ch'era impossibile aver dei
preti senza ricorrere alla loro progenie(Lab be Concil. X. p. 707). Fu nell'
undecimo secolo, cioè in torno al tempo della solenne procla mazione del
celibato fatta da Grego rio VII, che ai monaci orientali (i pri mi che si erano
sottomessi alla legge della castità) si dovette vietare di introdurre nei
conventi, non solo le donne, ma perfin le femmine degli animali. (De Potter.
Hist. T. VI lib. II cap. III note suppl. n.º 3). Intorno a quel tempo Alberto
d'Arbrissel fonda tore della celebre Badia di Fontevrand, nella diocesi di
Poitiers, viaggiando colla sua Petronilla fondo altre quat tordici badłe, nelle
quali religiosi e rë ligiose avevano comune il letto, non veramente pel
godimento della carne, ma affine di fortificarsi contro la tenta zione,
sfidandola nel suo maggior pe ricolo. Dicesi che anche il beato d' A brissel
sen' giaceva colla donna sua, a somiglianza di S. Adelmo, che già nel VII
secolo, aveva dato l'esempio dei condormienti. Ma ch'egli alla sua gui sa si
serbasse casto, è cosa che dico no li apologisti suoi, ma che pochi credono.
(Vedi Bayle. art. Fronte vrand). Ma vediamo che cosa scrivesse il Petrarca
della Chiesa di Roma, là do v'era partito l'impulso alla promul gazione della
legge obbligatoria sul celibato. « In questo regno di avari zianon si fa conto
di nulla, purchè si faccia denaro... L'amore per verità è dichiarato pazzia, la
pudicizia è una vergogna grandissima; la licenza al contrario è stimata
grandezza d' ani mo, in guisa che si reputa più glorio so chi ha sorpassato gli
altri in vizi; echi di grazia non sorriderebbe di sde gno nel vedere que'
fanciulli decrepiti (prelati e cardinali) co' loro capelli bianchi, coperti di
ricchissime cappe sotto le quali nascondono una impu denza ed una lascivia che
supera ogni imaginazione?... Satana vede tali cose e ride; e nel suo tripudio
siede arbi tro fra que' vecchi e le giovinette.... lascio da parte gli stupri,
i ratti, gl'in cesti, gli adulteri, che sono giuochi per la lascivia
pontificale. Non dirò nulla de' mariti delle doune rapite, i quali, non solo
sono cacciati dalla lo ro casa,ma banditi anche dalla patria: non dirò che
molti di essi sono forzati di riprendere le loro mogli quando portano nel loro
seno il frutto de'de litti dei prelati: e restituirle allorchè sono sgravate; e
così continuare fino a che l'impudico prelato non è pie namente sazio o
disgustato. E il po polo tutto vede tali cose e tace, inti morito ma
/orribilmente sdegnato. » (Petrarca Lettere sine titulo. Basilea 1496, Lett.
20). Nel 1401 Nicola diClemanges, oCle mangis arcidiacono di Bajeux e retto re
della facoltà teologica di Parigi, in un opuscolo intitolato: De corruptioEc
clesiae statu, così parla: « Passo sotto silenziole intercessioni simoniache
pres so il papa, i patrocini venali e più al tre infamie di cui i cardinali
sono au tori o consiglieri.... Taccio altresì i loro adulteri, i loro stupri,
le loro for nicazioni con le quali anche adesso in cestuano la romana Curia;
come an che l'oscenissima vita dei loro fami gliari, i cui costumi in nulla
differi scono da quelli dei loro padroni ». Non altrimenti parla dei canonici
" che qualifica ubbriaconi incontinenti, i quali non si vergognano di far
pom padi una prole meretricio susceptam, e di tenersi in casa scortu vice con
iugum, clie passano il tempo in cian cie ebuffonerie, studiosi soltanto della
gola e del ventre edi carnali dissolu tezze, nelle quali fanno consistere la
loro felicità ut porci Epicuri ». E par lando delle monache, aggiunge, che
vergognasi di dir le infamie che suc cedono nei monasteri, i quali non so no
santuari di Dio, ma Veneris eace CELIBATO ECCLESIASTICO cranda postribula;
luoghi di lascivie e di impudicizie, ondechè, dice ancora, dar il velo ad
unafanciulla è lo stes cinte ... L'originale della relazione di cotesta visita
è perduto ; ma ' autore ne ha veduto un estratto, nel quale i so che esporla
pubblicamente. Anche Santa Brigida, nelle sue ri velazioni, si fa dire da Gesù
Cristo che E il professore con chiude, che la prima supposizione sol tanto è
vera, non potendosi negare che la formazione della cellula non debba
attribuirsi all'attività stessa dei suoi ele menti. Celso. Filosofo pagano che
visse nel secondo secolo, ed è conosciuto come unodei più famosioppositori del
cristianesimo, Nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto, e della sua vita edot
trina nulla sappiamo di preciso, fuor chè quel tanto che ne dice un dei pa dri
della Chiesa, Origene; il quale nel suo trattato Contro Celso, mentre com batte
quest' incredulo, quà e là ne ri porta le parole e ne rivela in parte le
opinioni. Da questo padre sappiamo che Celso, ben lungi di riconosce la
miracolosa nascita di Gesù, lo dice fi glio di connubio illecito; sorride della
pretesa dei cristiani di diffondere per tutto il mondo laloro dottrina; e
quanto ai miracoli di Gesù dice che i soli suoi discepoli li avevano visti e li
esagera vano oltremisura. Ilpoco che avevafatto dovevalo, diceva Celso,alle
arti magi che che aveva apprese, e per le quali Gesù era salito in tanta
superbia per farsi credere un Dio, mentrechè poi tanti altri impostori avevano
fatto mi stato veduto che da una donna e da pochi discepoli, i quali, o avevano
so gnato o non veduto che un fantasma, quando pure non avevano narrata una
favola. Se Cristo era risuscitato doveva mostarsi a'suoi nemici,a'suoi giudici,
a tutto il mondo: meglio ancora, avrebbe dovuto non lasciarsi porre sulla
croce, o posto che vi fosse, discenderne da sé solo in presenza de' suoi
carnefici. Cena. Il secondo ed ultimo sacra mento delle Chiese riformate, che
lo celebrano in commemorazione della ce na di Gesù. I cattolici la distinguono
dall' Eucaristia, perciò che questa con siste essenzialmente nell' atto e nelle
parole colle quali essi pretendono che Gesù abbia trasformato il pane e il vino
nel suo corpo e nel suo sangue. (Vedi EUCARISTIA. ) Cenestesi.Dalgreco: comune
fa coltà di sentire. Così chiamasi quel vago sentimento della nostra esistenza,
che noi abbiamo, o piuttosto che pre tendiamo di avere, indipendentemente dai
sensi, e che certi fisiologi dell' an tica scuola hanno voluto trasformare in
un sesto senso, il senso dell' esi stenza, o cenestesia. La Cenestesi è dun que
sinonimo di appercezione e di co scienza, e in quest' ultimo articolo esa
mineremo qual fondamento abbia la pretesa coscienza dell' io indipenden temente
dai sensi. Cerdone. Poco si conosce della vita di questo eresiarca. Credesi che
fosse di origine siriaca, perchè S. Epi fanio disse che egli dalla Siria passò
a Roma, e ilBarattieri suppone nella sua cronologia che ciò sia avvenuto nel
l'anno 120. Adottando le dottrine de monologiche di quei tempi, egli accettò e
compi il sistema teogonico di Simone e di Saturnino. Ma mentre questi due
eresiarchi facevano discendere il mondo dagli spiriti creati dall' Essere su
premo, Cerdone cercò di evitare lo sco glio in cui cadde l'unitarismo, di far
derivare il bene e il male dallo stesso principio. E foss'egli della Siria o vi
avesse soggiornato, certo è che essen do ai confini della Persia non po teva
ignorare il dualismo di Zoroastro; e fu questo infatti che spiegò nel suo
sistema. Suppose egli dunque che vi fossero due principii indipendenti l'un
dall' altro, dall'un dei quali ogni bene derivava; e tutti i maliimputava
all'altro. Opera dell' ente buono erano gli spiriti capaci diprovar piacere;
del malvagio erano i corpi che ci affliggono in mille modi; supposizione, per
verità, contrad ditoria, perocchè se Cerdone attribuiva al corpo le sensazioni
dolorose, al corpo pure doveva riferire quelle di piacere. Però, da questa
singolar distinzione Cerdone fuindotto ad un'altra singola rissima conseguenza,
poichè al malva gio spirito attribul tutta la legge degli ebrei piena di
minuziose e difficili e pe nose pratiche, edEssere malvagio chia inò ' Jehovah,
che ordinava al popolo eletto continue guerre e stragi e perla bocca d' Isaia
diceva: Io son quello che creò il male. Laleggedi dolcezza e di rassegnazione
dei cristiani parve inve ce a Cerdone il segno del buon prin cipio; però non
ammetteva che il fi gliuolo di questo buon ente fosse di sceso sulla terra per
patire e soffrire e per essere messo a morte dagli uo mini, poichè queste cose
sono contra rie alla bontà di Dio, il quale tanta crudeltà non avrebbe
tollerata. Se dun que Cerdone rigettava a buon diritto tutto il vecchio
testamento, nemmeno il nuovo accettava per intero; ma il solo vangelo di S.
Luca ammetteva e ebbe fama anche maggiore del mae stro. (Vedi MARCIONE).
Cerinto. Giudeo d'Antiochia con temporaneo degli apostoli. Riconosceva un
essere supremo creatore degli spi riti con differenti gradi di perfezione, e
dagli spiriti faceva derivare il mondo. Non ammetteva che il figliuol di Dio
fosse nato da una vergine, ma ricono sceva che Gesù aveva fatto dei mira coli
ingraziadello spirito di Dio, il qua le era disceso sopra di lui per illumi
narlo. Certezza. Tre sorta di certezze distingue la filosofia: 1. La certezza
matematica; 2. La certezza fisica; e 3. La certezza morale. Una quarta certez
za vi aggiungono i metafisici e la pon gono prima d' ogni altra, ed è la cer
tezza metafisica, ossia l'intimo convin cimento che noi abbiamo delle cose
sovranaturali,la quale più propriamente dovrebbe spettare alla pura fede.
Quando un giudizio nel suo contra rio importa contraddizione, dicesi ma
tematicamente certo, imperocchè una cosa che è non può non essere, e ciò che
non è,nonpuò essere; il che torna adire che una cosa non puo essere e non
essere al tempo stesso. Or questo carattere é proprio di tutti gli assiomi e
teoremi della matématica, i quali, sot to rapporti più o meno complicati, ven
gono tutti a dire, che quando ad una quantità se ne aggiunge un'altra, quel la
s'accresce in proporzione, e dimi nuisce invece se le si toglie una parte. 1 +
1 =2;oppure 2 1= 1. Mala certezza matematica non è propria sol tanto delle
cifre,imperocchè la si espri neppur questo in ogni parte. Dicesi che Cerdone,
abiurati i suoi errori, tornasse in seno alla Chiesa, per poi allontanarsene
ancora; ma quando e di qual morte morisse non è certo. Lascið nua setta
piuttosto numerosa, guidata da un de' suoi discepoli, Marcione, che ma o in
cifre o in lettere o in formo le algebriche o col ragionamento, non muta per
questo il suo carattere logi co e rimane sempre eguale. L' eviden za di questa
certezza si fonda sempre sul principio di identità o di relazione che noi
supponiamo assoluti, mentre invece non sono che relativi ai nostri mezzi di
percezione.Ecco perchè puossi a buon diritto negare che, nonostante CERTEZZA la
sua apparente evidenza, esista asso luta certezza matematica. Infatti, nel
concetto di relazione io posso ben dire che due quantità eguali ad una terza
sono eziandio eguali fra di loro; ma questo assioma matematico non è vero se
non in quanto io lo concepisco a strattamente, non ' applico, cioè, a nessuna
cosa reale; e tosto che io lo 155 può darmi una assoluta certezza, giac chè se
io concepisco un angolo e men talmente ne prolungo i lati nello spa zio, ragion
vuole ch'io supponga che questi lati vanno fra loro allontanan dosi all'
infinito, e che nondimeno in ogni punto dell'infinito l'angolo non faccio
uscire dall'astrazione per entra re nell' ordine della realtà, la certezza
scompare e in nessun caso io posso verificarla. Imperocchè non si danno nella
natura corpi eguali assolutamen te, ma appena simili nelle più grosso lane
apparenze. Un'oncia d'oro può essere eguale a un'altra oncia d'oro in quanto io
faccia astrazione dalla for ma, dal calore, dal sapore, dal suono, e dall'
aggregazione molecolare, anzi ancora in quanto io faccia astrazione del peso
stesso, poichè qual bilancia potrebbe darmi la sicurezza di non a vere errato
nemmeno nella millesima parte di un gramma? E se la bilancia mi può dare la
millesima parte di un gramma,sono io sicuro che essami possa accertare di una
diecimillesima, di una centomillesima, o di una millionesima parte di un
gramma? Del pari,possono i miei occhi accertarmi della iden tità del colore,
della forma edell' ag gregazione molecolare ? Una sola mo lecola diversamente
aggregata, puó cambiarne ladensità e il volume, e il colore e il suono,
quantunque tutte queste proprietà sembrino eguali ai no stri organi atti a
percepire soltanto le più grossolané parvenze. Quando adun que io dico, che un
metro è eguale a un' altro metro, o che una moneta è eguale a un' altra moneta,
non posso avere la certezza che questa eguaglian za sia assoluta, ma esprimo
soltanto una certezza relativa ai mieisensi e al mio modo di vedere. Un'altro
essere che avesse sensi più fini e delicati dei nostri, vedrebbe forse la
diseguaglianza nelle cose che noi diciamo eguali. Ma nemmeno astrattamente la
matematica aumenta nè diminuisce il numero dei suoi gradi. Qui dunque abbiamo
due sorta di contraddizioni fra l'astrazione e l'esperienza; perciocchè
sperimen talmente non possiamo concepire come due linee unite a un punto,
allonta nandosi sempre fra di loro, non fini scano per congiungersi al lato op
posto: nè tampoco possiamo conce pire come lo spazio contenuto nei due lati, il
quale potendo allargarsi e pro lungarsi all' infinito, deve necessaria mente
ritenersi infinito, non compren da però tutto l'infinito. Ilche implica
contraddizione, poichè noi non possia mo concepire la contemporanea esi stenza
di due quantità infinite, come non si può concepire inqual guisa un corpo
finito sia divisibile all' infinito. Queste antinomie della logica la mate
matica non spiega, per la ragion chia rissima ch'essa è una scienza mera mente
relativa alle parti, alle quantità finite, epperò male argomenta chi la chiama
scienza assoluta. Se non è assoluta la certezza ma tematica, a miglior titolo
dovremo dire relativa ogni certezza fisica, la qual desumesi da varie
cognizioni che mol te e molte volte abbiamo trovato che riposavano sull'errore.
Che una tigre non partorisca agnelli, che i corpi spe cificamente più pesanti
precipitino al fondo dei liquidi nei quali sono immer si, e che la terra giri
intorno al sole, sono verità di certezza fisica inconte stabile; ma niuno
penserà ch'esse sia no di certezza assoluta; imperocchè troppo spesso ci
troveremmo nella ne cessità di correggere questo assoluto, che diventerebbe
molto e anzi sover chiamente relativo. Nella scienza sol gl ignoranti
dommatizzano assoluta 156 CERTEZZA mente; ma gli uomini civili e colti du
bitano sempre con discrezione, ammae strati come sono dalla dolorosa espe
rienza del passato. La certezza morale quella è, infi ne, che altrimenti
chiamasi certezza storica, la quale essenzialmente riposa sulla testimonianza e
sull' autorità di uomini competenti (V. AUTORITÀ). Già s'intende che questa
certezza non ha nulla di assoluto, ed anzi più pro priamente dovrebbe dirsi
massima pro babilità, avvegnachè sia molto proba bile che gli storici dicano
sempre il vero, ma non sia altrettanto certo. In buona filosofia vuolsi
distingue re la certezza dalla verità; imperoc chè la prima è la coscienza
subbiet tiva che ha ogniuomo, che la tale o tall altra cosa sia vera, mentre la
verità può anche essere puramente obbiettiva, senza giungere nella no stra
mente al grado di certezza, E in questo senso può dirsi, che vi sono molte
certezze non vere, come vi sono molte verità non certe. Infatti il con fondere,
come molti fanno, la certezza colla verità, è error massiccio, impe rocchè
altro è il credere che una cosa sia vera, altro è che essa lo sia,effet tivamente.
E per quanto grande sia la nostra convinzione di aver raggiunta la verità essa
non toglie che i secoli e le nuovescoperte distruggano molte certezze e
scoprano l'errore laddove prima non vedevasi che verità. giosi o metafisici è
verità di cui noi siamo o possiamo essere assolutamen te certi. Ben giova
distinguere però fra gli scettici parecchie gradazioni; imperocchè non tutti
affermano riso lutamente che certezza non vi sia, ma ipiù riconoscono che
questa certezza è puramente relativa ai nostri mezzi di percezione, e in ogni
caso, se non é tutta, è certamente parte della verità, o per lo meno
rappresenta tutto quel tanto della verità che a noi è dato di percepire. Un
eguale principio era quello che guidava gli stoici antichi all' affermazione del
loro dommatismo; imperocchè fondandosi sulla stessa te stimonianza di Zenone
essi dicevano che ogni percezione chiara e distinta risultando esattamente
conforme alla cosa percepita, deve tenersi come un segno della verità,
essendovi uno stretto enecessario legame tra la cosa perce pita e la percezione
che si riceve. Non consideravano però che,per confessio ne dello stesso Zenone,
può aversi o creder di avere una percezione chiara e distinta di una cosa che
in realtà non esiste, o che esiste diversamente da quello che si
percepisce;poichè, ad esempio, color che sognano hanno spesso percezioni
chiarissime sulle qua li talora stanno dubbiosi se siano sta te percepite allo
stato di sonno oppur di veglia; chiarissimamente percepisce il dolore nel
membro che gli manca colui al quale fu amputato un brac Egli è dunque di
capitale momen- cio o una gamba, e noi tutti chiaris to nella filosofia, il
sapere se esista simamente vediamo piegato il remo per l'uomo una assoluta
certezza, e nell' acqua sebben sia dritto. Vi sono quale ne sia il fondamento.
Ma su dunque delle false evidenze, le quali questo proposito la filosofia si
scinde ci possono trarre in inganno; per la in due grandi scuole: quelladello
scet- qual cosa Protagora, al dir di Cicerone, ticismo, e quella del dommatismo.
limitavasi a dichiarare, che ciascuno Nega la prima che esista una certezza
deve considerar come vero ciò che ver assoluta per l'uomo e che l'uomo gli
sembra. Il qual principio se può es possa credere di averla raggiunta; la sere
un discreto accomodamento per la seconda invece afferma il principio op-
tranquillità della nostra mente, essere posto e confessa che la cognizione non
può unsicuro fondamentodella cer che noi abbiamo diDio, della spiritua- tezza.
Meglio ragionava Epicuro quan lità dell' anima e d'altri dommi reli- | do egli
giudicava nulla esservi di vero CERTEZZA oltre le immagini sensibili delle
cose, che ci si rappresentano siccome vere, e peggio dicevano i platonici
quando, a togliere ogni autorità ai sensi, toglieva no alle percezioni ogni
criterio di cer tezza, e dicevano non esservi certezza che nelle cose
propriamente intellettuali, che sono di giurisdizione del sentimento;
imperocchè per questi filosofi nello spi rito trovansi iconcepimenti veri,
sempli ci, astratti, costanti esprimenti la vera natura delle cose sensibili; e
per conse 157 qual cosa hanno mai conosciuto di certo sulla questione capitale
della formazione degli esseri e dell'origine del mondo ? Non èforse vero che su
questo soggetto vi sono ancora tra i più grandi uomini tante contraddizioni di
sistemi, tanta di scordia di opinioni da non sapere a che appigliarsi ?.... Ma
con qual coraggio e per qual fondamento potremo attenerci all'opinione di un
solo di questi filosofi e rigettare e condannare i sentimenti di tutti gli
altri, il cui numero è si gran guenza lo spirito solo è il giudice le
gittimodel vero. Né tal trasposizione nel l'ordine di giudicare può recarci
mera viglia da parte dei platonici. Non era forse Platone gran fautore delle
idee innate, idee archetipe di tutte le cose, che il nostro spirito deve
precontenere prima ancora di nascere al mondo ? (V. IDEE INNATE). Questa
dottrina supponeva appunto che iconcetti iquali ci formia mo delle cose già
esistono in noi allo stato latente, prima ancora chenoi per cepiamo alcuna cosa
col mezzo dei sen si. La quale sciocchissima dottrina pa reva a Platone tanto
certa, che egli se n' era fatto adoratore e credeva di scor gervi alcun che di
divino. Ma Aristotile non veggendovi altro che un sogno, un delirio umano, si pose
a combatterla e la ridusse al nulla. AncheCicerone, nel secondo libro delle
Questioni Accademiche, appoggiandosi all' autorità dello scetticismo della
scuola accademica e specialmente di Carneade, che per ultimo lariformò,
combattè ad oltranza il dommatismo degli avversari. >>> (Locke. Saggio
libro III. Cap. 4) Qui Locke parteggia evidentemente, e assai poco logicamente
pel dommatismo idea listico; distrugge, cioè, le idee innate, e crea gli
archepiti; ma subitodopo ri cade nello scetticismo intorno all' idee delle
sostanze, le quali non siamo certi che corrispondano esattamentealla realtà.
Ecco le sue proprie parole: (I nervi e la vita, p. 30). Del pari una troppo
abbondante copia di sanguepro duce eccitazione soverchia e follia, on d'è che il
dott. Parry giunse a far ces sare gli eccessi di follia comprimendo la vena
giugolare, e Flaming applicando invece lo stesso trattamento ai sani pro dusse
il sonno, con sogni febbrosi (Rivista Britann.). Anche una corrente elettrica
mandata attraverso al cervello, per solito, produce il sonno, causa la
contrazione dei vasi sanguigni, eccitati dalla elettricità. I quali fatti tutti
ci spiegano il perchè, le persone di temperamento sanguigno e quelle che hanno
il collo corto, per solito, siano più appassionate e focose delle altre, nelle
quali o il sangue non abbondante oil collo lungo non consentono a que sto
liquido vivificatore di eccitare so verchiamente il centro nervoso. Ai piccioni
possono recidersi in tutto o in parte i lobi cerebrali senza annul lare le
funzioni della vita animale. An nullasi invece ' intelligenza, e le bestie così
operate perdono la facoltà di cer care gli alimenti e di cibarsi, onde ri
mangonsi immobili, come assonnate e imbecillite. Le funzioni della respira
zione e della circolazione continuano non menche quella della digestione; gli
or gani della vita animale assorbono e se cretano tuttavia; ma l' organo del
pen siero essendo distrutto, distrutte son pu re in loro e la volontà e le
tendenze, e quelli che con nome impropriosi dicono istinti. Ma se l'animale
vien nutrito ar tificialmente, il cervello si riproduce ta lora a poco a poco,
e col cervello rina scono le sensazioni e l'intelligenza. Questo esperimento
ilBernard ha chiamato rein tegrazione per rigenerazione organica. Ma il
Flourens prima di lui aveva già osservato che le galline alle quali veniva
asportato il cervello perdonotutti gl'istin ti; e quellafula primaprova della
stretta e inseparabile relazione che esiste tra l'azio nedelcervelloe
laproduzionedelpensiero. Questa stessa relazione rivelasi con non minore
evidenza nell' anatomiacom parata, imperocchè confrontando fra di loro i
cervelli delle varie specie animali, acquistasi laconvinzione che quelle spe
cie soltanto hanno più grande intelli genza, le quali sono dotate dei mag giori
cervelli. Non ricerchisi nel pesce le forme complesse del ragionamento: lad
dove appenasi trovano i primi rudimenti del cerebro è già segno di grande intel
ligenza il riunirsi, come fanno i carpio ni, al suono del campanelloper
ricevere il nutrimento. Negli uccelli vi è progres sione d' intelligenza, e nei
mammiferi ancora maggiore. Ma i mammiferi più bassi mancano di circonvoluzioni
cere brali: esse appariscono nei pachidermi, sono più grandi nei carnivori, più
gran di ancora nelle scimmie e nell'uomo. > Dopo avere invano sollecitato
dal ministro Guizot l'instituzione di una cattedra di storia generale delle
scien ze fisiche e matematiche, nel 1842 ot tenne il posto di esaminatore e sup
plente alla scuola Politecnica, che per dette poi per alcuni violenti attacchi
contro Arago. Contro Mill che aveva aderito pienamente al positivi smo, Comte
ebbe nel 1843 una pro fonda divergenza a proposito della condizione della
donna, alla quale egli contesta ogni eguaglianza con l'uomo, e dichiara
intellettualmente inferiore, mentre poi più tardi vorrà emanciparla dall'uomo
anche nel processo delia fe condazione. Il signor Littrė pone all'anno 1845 il
secondo periodo della vitadi Comte; e il suo retrocedere alla teologia e al
metodo subbiettivo vuol far coincidere con una nuova crisi cerebrale. Mabi
sogna convenire, checchè si dica in contrario, che una assoluta coerenza non
pare che siamai stato il retaggio di questo filosofo, e che questo secon do
periodo non presenta altri caratte ri che latendenza a simboleggiare gli enti
naturali e a costituire una nuova religione avente perbase l'adorazione della
natura e della umanità. Cadono dunque in questo secondo periodo della vita di
Comte la sua Politica Positiva, tori, li incarica di conservare il suo
appartamento tal quale, acciò serva nientemeno che al Culto dell'umanità; di
dare unapensione alla sua dome stica, a cui dovevano passare in pieno possesso
tutti gli averi suoi, salvo la mobilia e la biblioteca, e di pagare infine i
suoi debiti, che ascendevano a circa 10,000 lire, e pei quali non rima neva
naturalmente alcun fondo dispo nibile, dal momento che Comte dispo neva
altrimenti dei suoi averi. Quan tunque il testamento fosse annullato dai
tribunali, il suo appartamento fu, com' era desiderio del maestro, conser vato
al culto dei suoi discepoli, i quali anche oggidi, sebbene innumero scar
sissimo, si radunano in quel luogo per celebrarvi il « culto dell'umanità ». La
dottrina filosofica di Comte sarà espo sta all'articolo POSITIVISMO, Concetto.
Secondo la filosofia di danon confondersi con quellagiàpub- Kant sono idee i
soli principii assoluti blicata nel Catechismo di Saint-Simon; della pura
ragione, e intuizioni le per la Sintesi subbiettiva; il Catechismo Po-
percezioni dei sensi. Ma vi sono idee che sitivista, o sommaria esposizione
della religione universale; la fondazione della Società Positivista compiuta
nel 1848; e la costituzione definitiva dela Reli gione dell' umanità di cui
egli si era costituito gran prete e il cui tempio, per il momento, fu la
tombadiMada ma di Vaux, per la quale egli aveva concepita una viva passione.
Negli ultimi tempi dellasuavita, contrariamente ai più elementari pre cetti del
positivismo, Comte si votava volontariamente ad una astinenza as surda:
trattavasi sempre con gli stessi cibi, si inibiva il vino, il caffè, e tutti
itonici,credendo di prolungare i pro prii giorni, ma nonriuscì ad altro che a
dimagrarsi straordinariamente e a produrre un cancro del tubo digestivo, che lo
trasse alla tomba il 5 settembre del 1857. Abituato a dirigere i suoi di
scepoli senza pur discutere o ad essi spiegare le sue idee; egli non fumeno
assoluto e meno ingiusto nel suo te stamento, nel quale nomina 13 esecu non
sono nè pure sensazioni, nè principii assoluti; e questi Kant chiamò concetti,
(begreifen),edivise intreserie: 1º Concetti puri, che nulla attingono
all'esperienza; 2º Concetti empirici che interamente ri posano sulla esperienza
; e 3º Concetti misti, composti dall'esperienza e dall'in telletto. Appena è
necessario accennare quanto sia arbitraria una tale divisione, inquantochè non
esiste una sola idea, sia pur essa oscura o chiara, la quale non sia innanzi
tratto percepita coll' espe rienza. Le idee di causa, di tempo e di spazio che
Kant pone traiconcetti puri sono anch'esse acquistate col mezzo dei sensi.
(Vedi IDEE INNATE ) Tra noi, filologicamente, concetto è meno generaledi idea
eval più di perce zione, laquale è la primaimpressione che l'intelligenza
riceve dagli oggetti esterni . Ma l'impressione non basta a produrre il
concetto, il quale suppone una ulte riore operazione dell'intelletto per com
prenderla e rischiararla. Chiunque sia dotato d'orecchi può avere Fimpressione
1 CONCILIO del suono; ma a niuno è dato di avere ungiusto concetto del suono,
se non sa che esso risulta da undeterminato nu mero di vibrazioni dell'aria,
che stanno inuncerto rapporto con la natura e la intensità dei suoni. 173 che
l'aveva generata, rinnoverà la mede sima sottigliezza, distinguendo una cer
tezza subbiettiva puramente ontologica, la qual s'ignora se corrisponda alla re
altà delle cose che sonofuori di noi. (V. CRITICISMO) Concettualismo. Nomedato
ad una cotal sorta di filosofia-teologica del di MARIA VERGINE. medio evo,
laquale tenevail posto medio fra le altredue scuole opposte: il nomi nalismo e
il realismo. (vedi questi nomi). Reputasi cheAbelardo siail fondatore di questa
scuolache il Cousin dimostrò dis sentire dal nominalismo soltanto per una
questione di parole. Disputavasi al lora fra realisti e nominalisti per sapere
se gli universali, ossia i concepimenti empirici, generali, astratti, siano
cose reali oppur semplici nomi inventati dal nostro intelletto per avere una
ordi nata classificazione delle idee; e i primi sostenevano la realtà
obbiettivadi questi concepimenti, mentre i nominalisti, per la bocca del loro
maestro Roscelino, stando per l'opposto partito, tutti gliuni versali
riducevano asemplici nomi sprov visti d'ogni senso. Un sol discepolo di
Roscelino, Abelardo, ribellossi alla teoria del maestro, e spinto forse dalla
sma nia di distinguersi, e di dare il suo nome ad unanuova scuola, fra i conten
Concezione immacolata.Ve Concilio. Il Bergier così definisce il concilio:
>(Bos suet. Storia delle Variaz. lib. VII. 24). Nei primi secoli della
Chiesa, la confes sione era essenzialmente pubblica, e fa cevasi ad alta voce
da tutti i fedeli nella Chiesa, come oggidì ancora si suol fare fra gli
anglicani. Ma inquei tempi doveva ciascuno le sue colpe, anche più segrete e
scandalose, rivelare alla Chiesa da Dio il suo perdono. Questa obbliga zione fu
però mitigata in processo di tempo, acciocchè la confessionepubblica rende
testimonianza dell'abolizione di tale confessione, e ne vanta la saviezza con
queste parole: >> (Omelia 30)E nell'Omelia28, spiegando le
paroledall'Apostolo La fantasia dicostoro nonrisparmia ipotesi alcuna. >
Burchard ci insegna anche come le donne venissero interrogate. > scono Ma
ecco altri orrori ad un tempo vergognosi e ridicoli, perchè si riferi a
sortilegi femminili? > Aquesto punto lo schifo mi farebbe cader di mano la
penua. Per buona sorte le mie citazioni non andranno più oltre su queste
materie infami. Ma che scuola, che teologi son quelli del medio evo ! Sì, e
questa scuola fu in onore per più di cinque secoli. CONFESSIONE V'ho citato il
vescovo di Worms edovete ben argomentare che deplo rabili effetti l'auricolar
confessione pra ticatacon questo metodo dovea produr re sui costumi. 183 se
questi pensieri o questi piaceri non l'indussero aqualche azione disonesta; se
confessa averne commessa qualcu na gli domanderà che azion fosse, e di che modo
e con chi la commise. Devesi Per rimaner sempre nel vero e non riferire che
testimonianze di incontra stabile autorità nella Chiesa, citerò la Somma
angelica (Summa angelica) del reverendissimo padre frate Angelo Cla vasio
dell'ordine dei frati minori, morto nel 1495. Il libro di questo religioso,
vero manuale del clero secolare, specie di teologia in succinto, fu stampato
almeno unaventina di voltenel secolo XV. L'ediziou principe comparve a Ve nezia
in 4.º nel 1476. L'articolo prin cipale di questo famoso libro ha per titolo :
Interrogationes in confessione, dove vengono in scena icasi gravi che già
abbiamo veduto, e che non mi par verodiommettere.Ma già si capisce che il
nostro gran teologo non intende che si risparmino anche sur un solo le in
terrogazioni de opere luxuriæ. Un libro dello stesso genere maad uso moderno è
la Mechialogia,trattato dei peccati contro il sesto e nono coman damento, e di
tutte le questioni matri moniali che vi si riferiscono, del reve rendo padre
Debreyne, prete e religioso dellaGranTappa,dove ilreverendotrap pista
incomincia il suo lavoro dicen do: « Terrem dietro alla umanitànella via
fangosa delturpevizio della carne» Tale era lavocazione del padre De breyne nel
chiostro; ed eccone il suo metodo: > > Domandasi se chi mostra tanta pe
rizia nell'arte dell'impurità, possa egli stesso esser puro, se il sacerdote co
stretto a passare il suo tempo sopra questi casi di oscenità, alcuni dei quali
sono anche impossibili, non finiscano col perdere fin la coscienza del loro
pudore. E dato che frammezzo a tante sozzure abbiano potuto passare imma
culati, domandasi se giovani sacerdoti nei quali già i stimoli della natura
protestano contro il voto di castità, po tranno senza pericolo e senza pena,
udire in confessione gli accenti di una francesi han ragione di così scrivere,
poi chè il loro e avendo suono diverso, pro nunciasi press'a poco come la
nostra Z ( Confus). In cinese Khoung-fou-tseu. Nacque nel villaggio di
Chang-pingnella Cina, 551 anniprima diG. C. L'infanzia di questo filosofo di
fama mondiale, come quella di tutti i grandi uomini dell'an tichità, si perde
fra le innumerevoli fa vole colle quali i suoi biografi la vollero illustrare .
A 20 anni fu eletto primo ministro del regno di Lou, suo paese natale, ebbe la sopraintendenza
dei grani e delle bestie, la qual carica abbandonò dopo non molti anni,
ondeviaggiare nei piccoli regni nei quali laCina era allora giovindonzella che
confessalesue col-| divisa. Vogliono alcuni che questo suo pe, se potranno
senza tremito della voce e convulsione delle labbra, interrogare le penitenti
sulle circostanze di fatto e di tempo che accompagnarono la con viaggio avesse
lo scopo di condurlo a Laotseu, altro filosofo suo contemporaneo; altri invece
gli attribuiscono il pensiero di riunire in un solo stato le varie sumazione
del peccato. Quali orrende torture per un'anima condannata a non mai provare le
dolcezze dell'amore ! E quantipericoli per un uomo obbligato a strappare dalle
pudiche labbra di una leggiadra giovanetta una confessione di debolezza!
Bendiceva S. Tommaso, che certo avràprovate molte di queste ten tazioni: « Le
anime dedite alla pietà, sulle prime non accorgonsi di questo processo, poichè
il demonio guardasi bene dal lanciare da principio strali avvelenati, ma usa
dardi che lievemente pungono il cuore. Presto cessano i trat tenimenti
angelici, e comportansi quali esseri compaginati di carne. Avviene uno scambio
di sguardi fra loro, poi s' indirizzano lusinghevoli accenti che s'addentrano
fino all'animo, e che pur sembrano procedere dalla primiera de vozione; infine
è reciproco il desiderio di trovarsi insieme. In questo modo, conchiude
l'Angelodellascuola, la divo zione spirituale si converte in passione sensuale.
Quanti virtuosi preti diserta rono la religione e Dio stesso, vittime di cotali
affezioni originate dalla pietà ! >> Confazio e non Confucio, corru zione
del nome francese Confuce. Ma i potenze della nazione. La mala riu scita dei
suoi sforzi lo persuase ad ab bandonare il mondo; si ritrasse nella solitudine
con pochi fidi discepoli, e spese il suo tempo a raccogliere e rive dere i
King, libri sacri dei Cinesi, che già fin d'allora si reputavano di una grande
antichità. È oggetto di antica controversia il sapere se Confuzio insegnasse
l'esistenza di un Dio; ma intorno a questo punto sì grandi e numerose sono le
testimo nianze che lo negano, che il manifestare una contraria opinione sarebbe
temerità. Forse in gran parte devesi l' opposto av viso alla divulgazione dei
libri Cinesi fatta dai gesuiti, i quali, com'è noto, sì bene s'insediarono
nella corte di Pekino, che ogni lor cura fu diretta a far ve dere agli attoniti
Europei, quanto poco dovessero alla lor coscienza ripugnare i principii
religiosi della Cina, traviati sì, ma pur sempre derivati dall'eterna rive lazione
di Mosè. Ma un celebre prelato, il vescovo diConon, il quale non era ge suita,
e che vivendo in quel paese era in grado meglio d' ogni altro di com prendere
lo spirito della religione cinese, così nel 1699 esprimevasi intorno alle cre
CONFUZIO denze di questo filosofo: ( Hist. de la Philosophie Payenne T. I. p.
23) Per quanto sia d'antica data questa lunga citazione sulla filosofia di
Confu zio, mi pare che imoderni studi abbiano nulla rivelato, nulla aggiunto
all' opi nione del vescovo di Conon. Quel che riman certo si è, che per
Confuzio e per tutta quanta la filosofia Cinese, la po tenza è strettamente
congiuntacon l'u niverso materiale, che sopra la terra vi è il Cielo o Thien, e
il Thien si con fonde conquel Sciang-ti che è sinonimodi supremo imperatore, di
sommo edi pa dre. Ma questapersonificazione del Cielo nonhacarattere veramente
filosofico: e i filosofi speculativi della Cina tant'erano Confuzio non solo
era ateo, ma ch'egli ha sì fortemente inspirato l' ateismo ai suoi settatori,
che mill' anni dopo non se ne trovò pur uno che non fosse ateo quanto il
maestro. Tutti hanno letto | che pensar si dovesse dell' anima dopo lontani di
credere a una potenza perso nale superiore alla natura, ch' essi non ebbero
idea di pene o di ricompense oltre la vita, e Confuzio stesso, richiesto questo
bel passo di Confuzio, e fratanti fedeli adoratori della sua dottrina non ve ne
fu un solo il quale si avvedesse cheinquelpasso e in tutti gli altri che i
gesuiti sogliono citare, non si parla d'altro che di un cielo materiale,
ch'essi la morte, rispose che l' affermare o il negare ch' ella fosse conscia
di se era cosa egualmente dubbia e pericolosa. >> da cui il giorno dopo
accettò la ca rica di consigliere di Stato, durante i cento gicrni ! Caduto
Bonaparte fu ab bastanza fortunato per farsi cancellare dalle listedi
proscrizione. Rientrò quindi nelle file dell'opposizione parlamentare é si voto
a tutti i partiti che potessero un'opera intitolata: Della religione con
siderata nella sua sorgente, nelle sue forme e nel suo sviluppo (Parigi 1823)
dove a chiare note si vede quella conti nua indecisione, e quella doppiezza che
propriamente convengono al diplomatico, non al filosofo. Nega alla religione
ogni carattere rivelato, ma si affretta a sog giungere, che la rivelazione è
impressa nel cuore. « L'uomo, dic'egli, non ha d'uopo che di ascoltare se
stesso e tut ta la natura che gli parla con mille voci, per essere
invincibilmente condotto alla religione Il principio della verità non è nè il
ragionamento, nè l'autorità, ma il sentimento ». Di questi luoghi co muni di
cui tanto abusano i poeti-filo sofi dei nostri tempi, son piene le opere di
Constant, il quale negando ogni au torità sacerdotale vuole che essa « non
possa tentare di inceppare, nè pure di accelerare i miglioramenti portati alla
religione per gli sforzi della intelligen za ». L'uomo disdegna le magnificenze
delle cerimonie, esso non si occupa che del culto dell'Essere Infinito.... Una
per cezione indefinibile sembra rivelarci un essere infinito, anima, creatore,
essenza del mondo, poco importando le denomi nazioni imperfette che ci servono
per designarlo ». Di leggieri si scorge quanto fosse superficiale una filosofia
che reg gevasi sopra fondamenti così poco defi niti e così ambigui. I
chiaroscuri, la pieghevolezza e la grazia delle frasi co stituiscono tutto il
nerbo di cotesta scuola effeminata, che parla al senti mento, non mai alla
ragione. Questafi losofia che evita tutte le angolosità, che piaggia tutta le
scuole, e che le sue a spirazioni liberalilascia intravvedere come radi lampi
di luce attraverso a un infi nito numero di sentimentali reticenze, fu con
grandissimo successo adottata da tutti gli uomini politici che ebbero va 188
CONTEMPLAZIONE E RIFLESSIONE ghezza di acquistarsi fama di profondi pensatori e
di filosofi. Noi abbiam ve duto qual successo abbia avuto per Con stant, e
sappiamo, qual fama immeritata abbia dato a Vittor Hugo, Quinet, Maz zini, i
quali (fatta la debita proporzione tra la volubilità politica del primo e
l'onesta vita dei secondi) seguirono le orme sue. Il fatto si è, che cotesto
modo di filosofare col sentimento, oltre che ap paga unbisogno delle deboli
intelligen ze, le quali sono sempre il maggior nu mero, lascia insolute tutte
le questioni, degli uni ottiene il plauso, degli altri evita l'odio ; il perchè
tutti vi trovano dentro alcuna cosa buona, e pei più esi genti non mancano
frasi, che torturate nella debita maniera, non possano essere intese nel senso
che ad ognuno piace di leggervi dentro. Penetrato dalla coscienza che l'uomo
politico deve piacere al maggior nume ro, e a nessuno dispiacere, Constant a
busò di questo metodo, l' eccellenza del quale pare a molti confermata dal suc
cesso. « Il sentimento religioso è sempre favorevole alla libertà » Tal è la
sen tenza di Constant, il quale rende poi a se stesso questa testimonianza, che
« nes suno prima di lui non aveva contemplata la religione sotto l'aspetto del
sentimen to ». Per quanto poco intrepida fosse cotesta filosofia, parve
tuttavia al suo autore ancor molto ardita, avvegnachè in un libro postumo
pubblicato da Mat ter nel 1833 col titolo : Politeismo ro Constant era vissuto
in tempi che aper tamente smentivano siffatte conclusioni. Egli aveva veduto
l'incredulità degli en ciclopedisti precorrere la grande rivolu zione che
doveva rovesciare l'antico feu dalismo e liberare gliuomini da un giogo
secolare; egli aveva ancor veduto spe gnersi questo fuoco di libertà sotto la
dominazione di Napoleone ristauratore del cattolicismo, e con Luigi XVIII sta
bilirsi l'assolutismo della santa alleanza. Strana libertà era quella che
portava il risorgimento del fervore religioso! Questo regresso era d'altronde
atte so, avvegnachè già fin dal 1811 egli scriveva al signorHochet: >>
(Nuovi saggi. Introd) Non si può ne gare che la spiegazione sia ingegnosa e
sottile e non debba mettere in grave coscienza dell'io, ossia la coscienza che
noi abbiamo delnostro essere, sia con tinua, sempre viva e presente a se
imbarazzo i cultori della filosofia spe culativa. Quanto allascuola
sensualista, essa può facilmente rispondervi dicen do, che il nervo acustico
percepisce solo i suoni determinati da un certo numero e da unacertaintensità
di vi brazioni; oltre quel limite non vi è percezione, ondechè se il nostro
orecchio sente il rumore di 100,000 onde, non così può dirsi che senta il
rumore di ciascuna onda. Il movimento vibratorio percepito è essenzialmente
uno, cioè il risultante dai movimenti parziali, sepa ratamente impotenti a
produrre un'a zione sul nervo. Quindi giustamente si può dire che i movimenti
non avvertiti, nemmen sono sentiti; imperocchè non basta che le vibrazioni del
suono o della luce o di altro qualsiasi movimento si comunichino a un nervo per
essere sentiti, occorre anche che il cervello, organo centrale della
percezione, age voli l'azione fisiologica di quel nervo, e, per così dire,
sidisponga a ricevere la sensazione. Egli è perciò che chi è stessa. Iu altre
parole, domandasi se in ogni istante della vitanoisappiamo di esistere. E ben a
ragione si fa questa domanda, avvegnachésia indubitato, che se la coscienza é,
come si pretende, ilri sultato di un esseresemplice,uno,nondi visibile inparti,
debba ognora agire, non mai fermarsi, non ammettere divisibilità di tempo né
disensazione. Or gli spiri tualisti affermano che così avvenga, e lo
provanopure affermando che la coscien za dell'io è essenzialmente una eindivisi
bile, onde tutte le sensazioni vanno a riunirsi in un punto solo, il qualeha la
coscienza dell'essere. Or, dicono essi, se questo punto centrale fosse mate
riale dovrebbe essere esteso, ma ciò che è esteso è composto di parti e non può
dareuna sensazione unica, non può darci quel sentimento unitario per il quale,
nell'atto di percepire le cose e sterne,noi sappiamo di percepirle, e ac canto
all'oggetto percetto abbiam sem pre il sentimento del soggetto che per cepisce.
Per spiegare questo sentimento che costituisce la coscienza, conviene ammettere
che dietro agli organi mate riali della sensazione, vi è un substrato
spirituale, non esteso, non composto di parti, il quale riunisce concentra in
un punto solo, in una sola unità, tutta la varietà e la molteplicità delle
sensa 197 Il Prof. Schiff ha bene e giustamente risposto all'obbiezione di
Lotze, il quale afferma che noi sentiamo esistere in noi stessi, una unità
consciente delle zioni, e produce infine quel sentimento unitario che ci fa
dire : io sento, io penso. Maperò è unavera astrazione degli spiritualisti
quella per la quale essi credono che in noi esista veramente quelsentimento
misterioso, indipenden te dalla sensazione,che ci dàlacoscienza dell'esser
nostro. Glidealisti stessi della scuola di Berkeley, e perfino Hegel hanno
dimostrato che l'io è un essere puramente fenomenale, prodotto in noi dalla
sensazione e strettamente con la sensazione congiunto; e che quando dall'idea
dell' io si toglie quella di sen sazione, più non ci resta che una vaga idea
astratta, senza determinazione, idea che è identica collo zero assoluto. Non so
con qualfondamento ilProf. Schiff nella sua Cenestesi abbia scritto che questa
negazione dell'io non rimane senza opposizione,specialmente da parte del
materialismo. Il materialismo si ac corda anzı assai bene con la teoria sen
sualistica, e non può quindi in nessuna maniera consentire a separare la sen.
sazione dalla coscienza: esso sa troppo bene che noi acquistiamo la coscienza
dell' essere allora soltanto che eserci tiamo i nostri sensi, tantochè sentire
e sapere di sentire sono per noidue fatti contemporanei che si confondono in un
solo concetto. Laddove non vi è sensa zione non può nemmen esservi coscien za;
sebbene possa esservi vita chimica o vegetativa ; e questo fatto chiarisce
ancora il materialismo che la coscien za dell'io entra in noi per la porta dei
sensi. Il materialismo non poteva dunque combattere Berkeley per avere avanzata
questa negazione, ma sì piut tosto ha combattuto il suo eccessivo idealismo col
quale negava alla materia ogni realtà. molteplici sensazioni che proviamo. Or
questa unità, questo punto dove con vengono e si uniscono tutte le sensa zioni
per costituire l'unità dell' io, per quanto si possa concepire piccolissimo,
èperò sempre esteso, e come tale può essere rappresentato come costituito di
parti, come formato con faccette ed angoli, ciascuno dei quali forma una
individualità separata. A menochè dun que questo punto non corrisponda a quello
ipotetico dei matematici, non abbia, cioè, nessuna dimensione, noi nonpotremo
mairappresentarcelo come il substrato per mezzo del quale si con centrano in
una unità tutte le sensa zioni e si costituisce la coscienza del ' io. A siffatta
obbiezione di Lotze, si può facilmente rispondere negando assolu tamente ogni
substrato della materia, la quale trova in se stessa il principio della sua
azione. Se l' io costituisce ve ramente una unità indivisibile, come pretende
Lotze, egli avrebbe ben ra gione di negare, che un punto mate riale qualsiasi
possa essere il centro di questa unitàconsciente; ma nella realtà ifatti ben ci
dimostrano che questa in divisibilità dell'io non è altro che una idea
metafisica non conforme al vero. Chi è assorto in profonda meditazione avverte
appena il dolore che gli si ca giona se questo non è così grave per poterlo
distrarre. Sol quando egli esce dalla preoccu pazione ricorda il dolore
provato, e al lora soltanto riacquista l'idea dell' io, che lo sentiva. Mentr'io
sto esaminando con interesse un fatto che può con durmi alla verità, non penso
guari al mio io; io sono per così dire fuori di me, non penso che agli oggetti
delle mie ricerche, ed appena so se io esi sto. Se un vestito stretto alla vita
mi importuna, in quel momento il mio io è rappresentato da quella parte del
corpo che sente l'impressione, dal ven tre o dal petto; se sono ferito penso
alla sola parte ferita ed è essa sola che in quel dato momento rappresenta il
mio io; se mi metto iguanti il mio io momentaneo è la mano, ecc. Dopo un
centesimo di minuto secondo la mano potrà rammentarmi il braccio, lavambraccio,
le gambe,la testa, e in fine generalizzare l'idea dell'io a tutto il corpo. Ma
questo fatto non è imme diato; è soltanto mediato, successivo e interrotto da
grandi lacune. Avviene in questi casi come nella storia e in tutte le
associazioni di idee, che sicon nettono: la mia storia, può ricordarmi quella
del mio paese, questa la storia così rapida che sfugge alla percezione nostra,
di guisachè scambiamo facilmente la successione colla simultaneità. >>
EPlinio ( Storia Nut. lib. I. Cap. 2 ) soggiunge: « Egli è da credere che il
mondo, e questo che con altro nome ci è piaciuto di chiamar cielo,dal cui giro
tutte le cose son coperte, sia una divi nità eterna, che non deve mancare mai.
Egli è sacro, eterno, immenso, tutto nel tutto, anzi egli è proprio il tutto
finito, e simile all' infinito. Non appartiene certo agli uomini, nè cape nelle
con getture dell' umana mente, il voler in vestigare le cose estrinseche di
esso ». Anche l'Antico Testamento si uni forma all' universale concetto della
filo sofia pagana, perciocchè il primo versetto della Genesi nel testo ebraico
ha un senso ben diverso da quello che gli è attribuito dai traduttori e
commentatori. Laparola barà che si traduce per creare, dice il Larroque, non
significa produrre dal nulla, ma nel concetto principale esprime tagliare,
colpire, ed offre i si guificati secondari di formare, produrre, generare.
Siffatta interpretazione che ri sponde al vero spirito della lingua e braica è
d' altronde confermata dalla Genesi stessa, laddove l'autore usando la stessa,
parola, dice che Dio formò (bard) l'uomo. Ove questo vocabolo ve ramente
esprimesse in questo caso il senso di creare, implicherebbe contraddi zione.
Anche la Sapienza, libro ebraico inscritto nel canone dal Concilio 'di Trento,
insegnando che la mano di Dio da informe materia ha creato il mondo (XI, 18)
prova che lo spirito della reli gione giudaicaammetteva l'ipotesi di un caos
primitivo. Il nichilismo del cristianesimo trova dunque il mondo poco preparato
a rice vere la sua dottrina della creazione, e il dualismo prevalente nelle
prime eresie cristiane con Ermogene, Saturnino e Marcione ( vedi questi nomi )
rappresen tava lacoordinazione del nuovo domma coll' antica filosofia. Tutti
gli sforzi de gli antichi padri della Chiesa sono di retti a combattere cotesta
risplendente verità, che a loro pare errore. Lattanzio contro Cicerone (
Instit. ). Tertulliano contro Ermogene, Origene contro Marcione affastellano
argomenti per distruggere il fondamento di questa filosofia. Origene lo dice
chiaro: il sen timento della eternità della materia di vide i pagani dai
cristiani ( Omelia XIV ); prima d'ogni cosaegli vuol che si creda a un Dio che
tutto ha tratto dal nulla. Sopra questo punto il cristianesimo non transige e
l'unanime consentiniento della Chiesa si smarrisce in ogni altro domma, ma in
questo risplende. Gli antichi pa dri possono errare, smarrirsi, far l'ani ma
eziandio materiale, (vedi ANIMA )ma in questo si accordano, che tutto ciò ch'
esiste è tratto dal nulla. Dio solo è il principio dell' esistenza, ed egli
regna nel cielo cristiano senza rivali. « Dio, dice Tertulliano confutando il
dualismo di Ermogene, non avrebbe potuto ser virsi della materia nella sua
qualità di padrone del tutto. Dio è padrone del tutto in quanto ha tutto
creato, la ma teria come il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE avesse creato la
materia, se la materia fosse eternamente esistita come Dio ed 203 dimostrarela nullità
di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle indipendentemente da
Dio, egli non ne sarebbe stato il padrone, non avrebbe avuto alcun potere sovra
di essa ». La filosofia cristiana ben ragionava contro i dualisti: poichè a che
giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e l'altro passivo ? Non ci
basta forse una eternità sola, e non è anche questa di troppo per capire nel
nostro cervello ? L'error degli antichi consisteva nel con siderare la materia
siccome un essere passivo, privo di movimento, incapace quindi di produrre la
vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera di considerare il mondo
e le forze che lo dirigono, e d'innanzi a questo indi rizzo della filosofia, il
dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e in concludenti. E
nondimeno chi avrebbe mai creduto che nei tempi nostri do vesse sorgere una
teoria ancor meno concludente e con ella uomini più in, cludenti ancora per
innalzarla agli onori dell' accademia? Non abbiamo noi veduto Hegel e li
Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre ' universal
principio dell' esistenza in qualche cosa di diverso da tutto ciò che esiste,
in ciò che non è sostanza, nè causa, nè essere, e che per non sapersi con
adatte parole definire, si chiamò non essere puro ; principio sempre presente a
se stesso, la cui immutabilità s'intitola processione dialettica ? La pazzia ha
i suoi gradi, ma quella diHegel doveva essere molto cronica perch'egli non si
avvedesse, che creando nomi nuovi, noncreava sostanze nuove e nuove essenze, e
che il suo non essere puro era propriamente un non essere davvero, dal
qualefaceva procedere l'esistente. Contro queste astrazioni che si risol vono
in meri giuochi di parole e che alcuni non si peritano di chiamarepro fondità,
non vi è miglior rimedio di quel materialismo scientifico cotantodisprezza to,
ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli potrebbecontestarequello
cose. E per verità, sulla creazione non vi è filosofia che parli più chiaro e
con una più insinuante evidenza del materialismo. Esso dice: le leggi del
pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in tutte le cose un
principio, ma la ragione di questa tendenza non riposa già, come vorrebbe la
metafisica, in una certa quale prescienza dell'assoluto propria del 1' anima
nostra; anzi essa riposa sopra un fatto puramente relativo, contingente,
affatto transitorio e che rappresenterebbe piuttosto la negazione
dell'assoluto. Una volta ammesso che noi non abbiamo idee innate e che tutte
quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee
innate), è necessario che anche l'idea di un principio non ci sia pervenuta in
altra maniera. Infatti perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele
contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte
le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo
l'osservazione ci attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi
abbiamo principio e fine, ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare un
principio e una fine a tutte le cose che vediamo. Ma possiamo noi applicare
questa regola all'assoluto? Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si
accordano,perciocchèl'intelligenzanostra finita, intendere non può le cause
infi nite, e unae il rimanente; ma se Dio non CREAZIONE avesse creato la
materia, se la materia fosse eternamente esistita come Dio ed 203 dimostrarela
nullità di tutti i concepi menti umani intorno al principio delle
indipendentemente da Dio, egli non ne sarebbe stato il padrone, non avrebbe
avuto alcun potere sovra di essa ». La filosofia cristiana ben ragionava contro
i dualisti: poichè a che giova l'ammet tere due principi coeterni, uno attivo e
l'altro passivo ? Non ci basta forse una eternità sola, e non è anche questa di
troppo per capire nel nostro cervello ? L'error degli antichi consisteva nel
con siderare la materia siccome un essere passivo, privo di movimento, incapace
quindi di produrre la vita. Quest'anti tesi è tolta ormai dalla nuova maniera
di considerare il mondo e le forze che lo dirigono, e d'innanzi a questo indi
rizzo della filosofia, il dualismo e il dei smo divengono egualmente assurdi e
in concludenti. E nondimeno chi avrebbe mai creduto che nei tempi nostri do
vesse sorgere una teoria ancor meno concludente e con ella uomini più in,
cludenti ancora per innalzarla agli onori dell' accademia? Non abbiamo noi
veduto Hegel e li Hegheliani farneticare conscon finate astrazioni e riporre '
universal principio dell' esistenza in qualche cosa di diverso da tutto ciò che
esiste, in ciò che non è sostanza, nè causa, nè essere, e che per non sapersi
con adatte parole definire, si chiamò non essere puro ; principio sempre
presente a se stesso, la cui immutabilità s'intitola processione dialettica ?
La pazzia ha i suoi gradi, ma quella diHegel doveva essere molto cronica
perch'egli non si avvedesse, che creando nomi nuovi, noncreava sostanze nuove e
nuove essenze, e che il suo non essere puro era propriamente un non essere
davvero, dal qualefaceva procedere l'esistente. Contro queste astrazioni che si
risol vono in meri giuochi di parole e che alcuni non si peritano di
chiamarepro fondità, non vi è miglior rimedio di quel materialismo scientifico
cotantodisprezza to, ilquale,s'anco nonavesse maggiorime riti, nessunogli
potrebbecontestarequello cose. E per verità, sulla creazione non vi è filosofia
che parli più chiaro e con una più insinuante evidenza del materialismo. Esso
dice: le leggi del pensiero neces sariamente ci inducono a ricercare in tutte
le cose un principio, ma la ragione di questa tendenza non riposa già, come
vorrebbe la metafisica, in una certa quale prescienza dell'assoluto propria del
1' anima nostra; anzi essa riposa sopra un fatto puramente relativo,
contingente, affatto transitorio e che rappresenterebbe piuttosto la negazione
dell'assoluto. Una volta ammesso che noi non abbiamo idee innate e che tutte
quelle che pos sediamo le abbiamo acquistate colla e sperienza (vediIdee
innate), è necessario che anche l'idea di un principio non ci sia pervenuta in
altra maniera. Infatti perchè mai noi pensiamo ad un princi pio? Perchè tuttele
contingenze fenome niche che noi osserviamo ebbero princi pio e fine. Di tutte
le forme che e sistono nessuna è eterna, e in un tem po più o meno lungo
l'osservazione ci attesta che tutte cambiano e si trasfor mano. Noi stessi
abbiamo principio e fine, ed è perciò che siano naturalmente con dotti a dare
un principio e una fine a tutte le cose che vediamo. Ma possiamo noi applicare
questa regola all'assoluto? Qui tutte le filosofie, tutte le scuole si
accordano,perciocchèl'intelligenzanostra finita, intendere non può le cause
infi nite, e una successione di cause le une generatrici delle altre
all'infinito è tanto poco comprensibile per l'intelletto nostro quanto il
concetto di un causa prima esistente da tutta l'eternità. Nondimeno preferiamo
attenerci a quest'ultima ipo tesi, siccome quella che più si avvicina alle così
dette leggi del pensiero. Ora, supposto che si debba ricercare una causa prima
di tutti i fenomeni che ci circondano, e che questa causa renda più chiaro
all'intelligenza il concetto di origine (il che non è vero, perchè nel concetto
di causa primacontiensi sempre 204 CREAZIONE l'inintelligibile eternità)
domandasi se questa causa prima sia la materia op pure un ente che è fuori e
che è ante riore alla materia. La metafisica dice che la materia non può essere
causa prima, perchè il pensiero necessariamente ci conduce a dare una origine
alla ma teria. Ma ognun vede che questa è una pura e semplice,petizione di
principio; spiegasi, cioè, la cosa ricercata con la ragione stessa che ci
induce a ricercarla. Mad'altronde, ammesso pure che questa causa causarum
risieda in una entità che sta fuori della materia, avremo noi spiegata l'
origine delle cose? Le leggi del pensiero saranno per questo appa gate? Non ci
indurranno forse ancora a ricercare qual sia l'origine di questa causa prima,
la quale diventerà perciò avolta sua causa seconda o terza, secondo che piaccia
al pensiero di spingere più o meno innanzi le sue investigazioni ? Esiccome il
creare delle cause ideali non costa al pensiero molta fatica, così non si
saprebbe a qual punto si ferme rebbe. Çiò posto, non è egli più ov vio il
fermarsi addrittura alla materia, questo ente sensibile, che vediamo, sen
tiamo, e per il quale viviamo? E d' al tronde non vi è poi nessun motivo de
terminante che ci possa consigliare que sta scielta? Fra un ente astratto che
non possiamo concepire e che sfugge alla percezione di tutti i nostri sensi, e
una realtà tangibile che negare non si può, è egli lecito rimanersi in dubbio ?
Ciò che vediamo e sentiamo avrà egli per la nostra ragione minor evidenza di
una supposta entità, laquale in nessuna ma niera possiamo concepire, in nessuna
guisa rappresentare? E poi questa stessa materianon ci dà ella stessa le prove
della sua eternità? L' abbiam noi veduta nascere? La vediam noi spegnersi? Non
mai: nessuna materia nuova si produce, nessuna si distrugge; e se perfino la
metafisica non osa negare che la mate ria nel tempo si produce o si distrugge,
come oseremo noi privarladell'attributo dell' eternità, il qual suppone appunto
l'ente senza fine? Ben si dice dai meta fisici, che se la materia non si
produce nè sì distrugge ora, nulla prova che non siasi prodotta in principio,
che non si distruggerà alla fine. Ma con altrettanta logica questa stessa
conseguenza puossi applicare all'ente che si vuol sostituire alla materia,
avvegnachè nulla ci dice che se esiste ora sia esistito prima, ed esisterà alla
fine. L'astrazione dunque non spiega in nessuna maniera la que stione
d'origine, e fradue ipotesi quella certamente è più probabile, la quale meno
ripugna ai sensi, e vanta, se non altro, l'evidenza del fatto presente. Perfino
la filosofia teista è costretta a convenire che l'idea di creazione in tendere
non si può con la sola potenza dell'intelletto. S. Tommaso rimproveran do gli
antropomorfi che concepire non sanno l'immaterialità,li accusava di non aver
saputo elevarsi al di sopra della loro immaginazione; la qual cosa è ancor più
chiaramente detta dall' inglese Clarke, ministroprotestante :> (Toledo 633).
Se in giorno di digiuno un padrone ciba il suo schiavo con carni, questo sarà
libero (Bergham stede 696) . Nè solo la Chiesa tollera e approva la schiavitù;
essa ha pure i suoi schiavi. Oltre quelli che nel medio evo per fuggire la
tirannia dei signori offrivansi in volontaria servitù ai ricchi conventi e alle
potenti abbazie (La Fa rina Storia d' Italia), i bastardi dei preti, saranno
schiavi della Chiesa, ed è fatto divieto ai giudicidi affrancarli, quand'an che
la loro madre fosse libera (Toledo 658, Pavia 1012) ; i vescovi potranno
vendere gli schiavi fuggitivi a lor pro fitto (Adge 506); ma essi non possono
CRISTIANESIMO vendere nè gli schiavi nè gli altri beni della Chiesa ( Siviglia
619). Il vescovo non può nemmeno affrancare gli schiavi della sua Chiesa,
s'egli non laindenizza altrimenti ; e se nonostante questo di vieto il vescovo
affrancherà gli schiavi, il suo successore li ridurrà novellamente in servitù,
poichè l'affrancazione non può tenersi valida (Toledo 633). Un altro con cilio
di Toledo nel 773 trova necessario di proibire ai vescovi di mutilare i servi
della Chiesa, e quello di Francoforte nel 894 vieta agli abbati di accecare i
mo naci o altro gregge servo di Dio ». Cio nondimeno ancora nel 1253 il
capitolo di Nostra Signora di Parigi avendo get tato in orride prigioni tutti i
servi del villaggio di Chateney, sostenne con tro la stessa regina, ch' esso
aveva il diritto di vita edi morte sui suoi schiavi (Dulaure); e intorno a quel
tempo il vescovo di Cambrai faceva accecare tutti gli schiavi del suo nemico (
Malfilatre. Recueil des historiens de France). Nè si dica che queste massime
non sono cristiane, che laChiesa ha subito i costumi del tempo. Ella non ha
subito la schiavitù, ma sì l'ha imposta. Ancora nel 1522 il 3º concilio di
Laterano dà ai sovrani il diritto di ridurre in servitù i dissidenti, e
Gregorio X permette che siano ridotti in servitù coloro che for nissero armi o
navigli agl'infedeli. Pro testanti e cattolici si combattono sui dommi, ma si
accordano sulla schiavitù. Sentiamo le giurisprudenza ecclesiastica intorno
aquesto punto. Bossuet, vescovo di Meaux, sullafine del secolo XVII così
scriveva: > Allorchè nel 1792 i commissari per ' incameramento presero
possesso del la biblioteca ecclesiastica di Clairvaux, 217 fezione spirituale
del cristianesimo, un trovarono all' incirca 2000 manoscritti e 35000 volumi
stampati, rinchiusi nelle stesse casse che otto anni prima avevano servito a
trasportarli da Dijon, ove era no posseduti dal presidente Bouhier. Fu
certamente per un atto di altis simo rispetto all'antichità e alla scienza che
quei buoni monaci, durante questi otto anni, avevano religiosamente con servati
i volumi nelle stesse casse e in luogo abbastanza umido; poichè all'a prirsi di
esse si trovò che i libri erano tutti putridi e in gran parte guasti. Nel 1755
i Francescani di Anversa persba razzarsi d' un impaccio inutile, regala rono al
loro giardiniere 1500 volumi, che furono poi venduti ad un erudito inglese pel
valore di quattordici mila lire! Moltissimi altri fatti di questo ge nere
provano pur troppo quanto i mo naci fossero penetrati dall' importante missione
di conservare ai posteri il te soro delle cognizioni con tanti stenti
accumulato dagli antenati. Certo, molte e molte opere uscirono dai conventi,
molte polemiche e guerre guerreggiate a/colpi di penna, furono date in ispet
tacolo al medio evo. Ma se le discus sioni fatte sulla consuntanzialità e sulla
grazia, sulla fine del mondo e sui modi più adatti a scoprire le streghe,
fecero si che quei buoni messeri si scervellas sero intorno alle più futili
questioni, e sempre più imbestialissero il mondo, non so davvero quanto la
civiltà debba es serne grata al cristianesimo e alla sua Chiesa. Bayle nel suo
Dizionario Storico ha esaminato se una societàdi atei potrebbe sussistere; ma a
ben miglior ragione a vrebbe potuto esaminare se sussistere potrebbe una
società di veri cristiani. Imperocchè un popolo interamente as sorto nella idea
di raggiungere la per popolo tutto compreso nel pensiero d' avverare sulla
terra la morale evang lica, sarà insensibilmente condotto a 0 vina, quantunque
credenti e filosofpo co profondi vadano magnificando l'al tissima perfezione di
questa morte. Do vrà innanzi tutto ogni buon cristano che vuol essere perfetto
votarsi a celibato, e alla mortificazione, avvegnanè il con trastare i sensi e
il far soffrir la carne, è virtù veramente evangelica( v. CELI BATO
ECCLESIASTICO E ASTIN-NZA DALLE CARNI ). Dopo avere tolti alsuo seguace la
moglie e ogni piacere di sensi, Gesù gli toglie eziandio la ricciezza. Una an
che modesta agiatezza pe fondatore del cristianesimo è colpa e ausa di perdi
zione, perciocche egli èpiù agevole che un cammello passi pe la cruna di un
ago, di quello che sia a un ricco l'en trare nel regno de'cieli. ( Luca, Matt.,
Marc. ). È tanto male il re spingere una offesa quanto il farla. Con questi
principii chesono tutto il nerbo della dottrina cristiana, è impos sibile che
una società possa sussistere lun gamente, onde ben aragioneG.G. Rous seau
diceva, che una società di veri cri 219 applicasi perfino a un re pagano, a
Ciro, come può vedersi dalle seguenti parole di Isaia: « Queste cose dice il
Signore a Ciro, mio Cristo, cui io ho preso per mano a fine di suggellare a lui
le nazioni e porre in fuga i re > (XIV,). Anche Lattanzio così parlava
intorno a questo punto: Critolao.Nacquea Faselide nella Lidia, studio filosofia
in Atene sotto Aristone di Ceo e fu capo della scuola peripatetica verso l'anno
155 prima di G. C. Sesto Empirico dice ch'egli condannavala rettorica siccome
un' ar te nocevole, e Filone c'insegna ch'egli appoggiando la filosofia di
Aristotile ammetteva l' eternità del mondo. Nel suo Trattato sulla
incorruttibilità del mondo egli ragiona così: « Tutto ciò che nasce haun
accrescimento, è sog getto alla corruzione, alla vecchiezza ed alla morte. Il
mondo non ha accre scimento, non s'altera, non invecchia, dunque è eterno. :
Croce. Tant'è l'importanza che il cristianesimo ha dato al simbolo della croce,
che icattolici si sonoperfino la sciati indurre adadorarlo come segno della
rigenerazione dell'umanità. Nono stantequesta pretesa importanza simbo lica si
è molto sorpresi di vedere che la croce, come simbolo rappresentativo, non fa
usata dal cristianesimo prima di tre secoli almeno dopo la morte di Gesù.
Nessun monumento di data certa, scrive il cav. De Rossi, buon ortodosso diret
tore degli scavi di Roma, non si pre senta prima del quinto secolo, il quale
porti la croce immissa o quella detta greca. Un solo esempio della croce tau,
riferito da Boldetti si incontro sotto la data del 370, e quelle che si
osservano nelle catacombe sono state, per quanto nedice il citato antiquario
romano, tracciate nei tempi relativa mente moderni dallamano più pia che
esperta dei pellegrini che le visi tavano. Dunque non solo i contemporanei di
Gesù, ma perfino tutti i cristiani, per il corso di oltre trecent'anni hanno
affatto ignorato questo famoso signum Christi, il qual si vuolche fosse stabi
lito in tutti i tempi. Ma ciò che ad al cuni parrà veramente strano, si è che
se i cristiani non conobbero il segno della croce che in tempo molto inol
trato, lo conoscevano invece i pagani e gli idolatri già da tempo immemo rabile
prima della venuta di Cristo. Gabriele di Mortillet in un libro inti tolato: Le
signe de la croix avant le christianisme; haraccoltonumerose te
stimonianzepaleontologiche,dalle quali appare, che il segno di croce trovasi
inciso sopra un gran numero di sto viglie scoperte nelle terremare dell'Emi lia
presso Parma e Reggio e attri huite, secondo ogni verosimiglianza, ad unpopolo
che abitava quei paesi as sai tempo prima dei romani e degli Etruschi. Lo
stesso seguo si trova im presso sopra molte stoviglie peistori che del Cimitero
di Villanova presso Bologna, e nelle tombe di Golasecca presso il lago
maggiore, dove fu pure trovato sotto un vaso fabbricato forse mille anni prima
dell'era nostra, quel segno che i cristiani adottarono poi siccome il famoso
monogramma di Cri sto (Una X attraversata da un P). Al tri oggetti preistorici
col segno di croce sono stati pure trovati nella Francia e nell' Inghilterra,
ed è poi noto che la croce detta Tau fu nel l'Egitto un simbolo religioso,
l'emble ma della vita e della potenza e come tale era posta nelle mani agli Dei
di quel paese. Il Signor Letronne in una memoriapresentata all'Accademia delle
inscrizioni, ha dimostrato che fu ap punto questo Tau et che i cristiani dell'
Egitto hanno adottato nei primi tempi come simbolo cristiano ; mentre poi si
vede che le prime croci incise dai cristiani di Roma, si avvicinano ad un altro
tipo che, secondo il signor Letronne, si trovano sulle medaglie an tiche di
Acarnani, di Atene, di Ales sandria e di Seleucide. Crociate. Guerre fatte dai
cri stiani in nome di Dio e della croce per imporre altrui la loro volontà e la
loro legge. Alla fine dell'undecimo secolo, scri ve il Laurente, l' Europa si
precipita sull'Asia per conquistare il sepolcro di Cristo. Le vessazioni che i
pellegrini subivano visitando la città santa, fu il pretesto di questa guerra
di due se coli. Tuttavia queste vessazioni non erano altro che un accidente.
Gli Arabi hanno gran venerazione di Gesù, e danno prova di grande rispetto per
la fede che conduce icredenti alla visita dei luoghi santi. Nella prima metà
dell'ottavo secolo un vescovo Sassone fatto prigioniero, fu tradotto davanti al
capo degli Arabi per essere giudi cato: poniamo mente alla sentenza del
l'emiro: Leopoldo Delisle (Études sur la con dition de la classe agricole
inNormandie, au moyen-âge) toglie dagli Archivi nazionali di Francia (Sez. P.
305 n.º 38) il seguente testo del 1419 « En dit lieu (de laRivière-Bourdet in
Norman CULTO dia) aussi ay droitde prendre sur mes hommes et autres, qui se
marient sur ma terre, dix soutz tournois ou je puis et dois, s'il me plaist,
aler cou chier aveque ' espousée, au cas où son mary ou personne de par lui ne
paie 227 ligione positiva rendono a Dio ed agli altri esseri sovranaturali. Il
culto pre senta tutti i caratteri dell'antropomorfi, roit >. Che laChiesa,
non solo tollerasse, ma pretendesse cotesto diritto, è provato da fatti
parecchi; se non che, volle ella san tificarlo adducendo, che siccome le pri
aver veduto mizie dėl matrimonio erano dovute a Dio, e gli sposi avevano
l'obbligo di esser casti durante le prime tre notti di matrimonio, così dovevano
i vassalli pa gare alla Chiesa la licenza di giacersi insieme colla loro moglie
subito dopo averla sposata. Cattiva giustificazione di una triste causa, però
che questa tassa applicata ai soli vassalli, è sicuro indi zio della sua
origine. Narra Boerins di in curia Bituricenci (Bourges), coram metropolitano,
proces sum appellationis in quo rector, seu curatus parochialis, prætendebat,
ex consuetudine, primam habere carnalem sponsæ cognitionem ». « Altri fatti ci
attestano che ildiritto di cullagio era percetto dalla Chiesa. Un decreto del
19 marzo 1409 toglie al ve scovo d'Amiens il diritto di esigere una tassa dagli
sposi (Arch. de France X. 57) Altro decreto del parlamento di To losa dato il 1
marzo 1558 vieta all'ab bate di Sorreze di prelevare questa tas sa nella
signoria di Villepinte- Nel 1582 il Parlamento di Parigi fa lo stesso divieto
ai religiosi di Saint-Etienne Egual divieto è fatto dal parlamento di Bordeaux
nel 1620 agli Agostiniani di Limoges, e più tardi i Canonicidi S. Claudio, da
Voltaire tanto giusta mente stimmatizzati, sequestravano i beni matrimoniali
della sposa che a vesse passata la prima notte di matri monio col marito,
invece di restare sotto il tetto paterno. (Veuillot. Le droit du seigneur au
moyen age- Vedi anche l'articolo AMORE in questo Dizionario. Culto. Onore che i
fedeli d'ogni re : smo siccome quello il qual suppone che Dio possa partecipare
alle umane fragilità e placarsi e diventar benigno verso i suoi adoratori sol
perchè essi gli tributano quella sorta di omaggi che, dal più al meno, rendono
a tutti i potenti della terra. L' idea di un culto, infatti, riposa sopra
l'assurda credenza che la mente, la qual pur si dice infinita, di Dio,
attribuisca un grandissimo valore agli effimeri o nori dei meschini abitanti di
questa molecola dell' universo, che si chiama mondo. Appo i selvaggi l'idea
cardinale del culto si rivela con tutti i suoi ca ratteri antropomorfi. Essi
con adorano le potenze sovranaturali, se non in ra gione del bene che possono
sperare da loro o del maleche da loro possono te mere. Il loro culto è
meramente rego lato dai rapporti che passano fra essi e gli altri uomini,
epperò rendono ai loro idoli quegli stessi servizi o quegli stessi onori i
quali sogliono rendere agli uo mini più potenti di loro. I popoli della Siberia
rendono solenne culto e fanno offerte ai loro Dei sol nei giorni di sventura, e
i Kamtscadali, come rife risce Feuerbach, per solito sono molto parchi in
queste offerte, nè donano ai loro Dei altro che le ossa, le reste e la testa
dei pesci, dei quali, com'è ben natu rale, essi non possono cibarsi. Anche i
negri per solito non offrono agli Dei altro che le ossa e le corna delle loro
bestie, e nell'antica Grecia Esiodo dice che Prometeo insegnava agli uomini di
non offrire agli Dei altro che le ossa, e a se stessi riservare la carne degli'
ani mali. Ma nontutti ipopolisono cosìpar chi nel loro culto, ecertiselvaggi
credono ancora di rendersi accetti ai loro idoli ungendoli con grasso e
riempiendo il loro naso di tabacco, imperocchè il ta bacco è cosa ad essi cara,
e l'ungersi il corpo è usanza generale dove I' abbon danza degli insetti rende
n cessario di CULTO mettere al riparo l' epidermide dai loro perniciosi
attacchi. Gli insulari di Fidsci al loro Dio offrono vivande, e in gene rale vediamo
che l'idea del culto non si disgiunge mai da quella di offerta e di sacrificio,
avvegnachè gli uomini offrano agli Dei le cose cheper lororeputano utili,
ond'acquistarsi laloro protezione e illoro appoggio; ondechè il culto nei suoi
pri mi elementi risolvesi in una sorta di con tratto bilaterale, nelquale non
si presta no onori senza promessa di beneficio. I Botocos, tribù degli
Ottentotti, non ado rano forse lo spirito del maledal quale tutto possono
temere, e albuonDio non negano culto, poich' essi credono che sia un buon
vecchio incapace di far male ad anima viva? Anche Randall narra che gli
indigeni delle isole Kingsmill (Micronesia meridionale) dacchè furono decimati
da una orribile epidemia, per dettero ogni fiducia negli spiriti a cui prima
rendevano culto. Di mano in mano che la civiltà si accresce anche il culto
s'ingentilisce. Il concetto della divinità che subisce una elaborazione.
metafisica, sempre più si allontana dall'antropomorfismo volgare ; l'uomo più
non presume di potere tor nar utile al suo Dio, ma da lui tutto attende, e lui
adora come il sovrano di spensatore delle grazie e dei castighi. Allora alla
triviale offerta dei selvaggi su bentra il sacrificio di espiazione, e iriti e
i simboli formano le arcane cerimonie in soccorso delle quali vengono le me
raviglie dell'arte; e l'incanto della mu sica e degli odori accrescono il culto
da rendersi in onore della maestà su prema. Però non sempre le religioni civili
si sono limitate ad onorare il solo Dio, e il cattolicismo specialmente ha distinto
il culto in varie specie delle quali qui appresso parleremo. CULTO DI LATRIA,
che appartiene al solo Dio, ed intorno al quale'tutte le chiese cristiane
concordano, siccome quello che è comandato dalla scrittura e specialmente dal
primo comandamento della legge Temerai il Signore Dio tuo e lui solo servirai »
(Deuter. VI 13). Però, non tutti icredenti in un Dio per sonale si accordano
intorno alla maniera di prestare il culto dilatria, imperocchè propriamente
questa parola greca signi fica servire (da latreia, servo) e varie sono le
maniere di rendere servitù. Tra il lusso smodato delle chiese cattoliche e la
modestapovertà delle assemblee dei quaccheri i quali, secondo un detto e
vangelico, adorano Dio in ispirito e ve rità, corrono tante diversità di culti
quante sono le Chiese e le comunioni religiose. Nè mancano deisti i quali so
stengono che il culto daprestarsi a Dio deve essere puramente interno, e ogni
culto esterno rigettano siccome inutile e superstizioso e sgradito alla
divinità. Ma costoro mal ragionano, avvegnachė sia facile il dimostrare che, o
Dio è un essere veramente antropomorfo, e percid gusta e ambisce gli onori, e
allora l'ono rarlo esternamente e conquella maggior pompa che siapossibile è
atto doveroso e non superstizioso ; oppure gli onori non ama, e allora
l'adorazione, sia inter na od esterna, non cambia natura din nanzi ad un essere
per il quale non esi ste nè dentro nè fuori, nè sopra nè sotto, e al cui
cospetto ogni cosa è palese. CULTO DI IPERDULIA, con cui viene o norata la Vergina
Maria, madre di Dio, la quale per la Chiesa cattolica essendo nata immacolata,
merita un culto supe riore a quello degli altri esseri del Paradiso. CULTO DI
DULIA, il quale nella Chiesa cattolica rendesi ai santi pei doni sopra naturali
ond'essa dice che furono da Dio favoriti. Tutte le Chiese protestanti con
unanime accordo rigettano questo culto, non meno che quello di iperdulia, sicco
me superstizioso econtrario alla scrittura e non mai praticato dai cristiani
dei primi quattro secoli. In quanto alla scrit tura essi dicono che quando
alcuno dei suoi discepoli domandò a Gesù Cristo: Fondandosi su queste
considerazioni, il Prof. Mantegazza conchiude che le dif ferenze
caratteristiche che si notano fra gli animali dei due sessi, devono attri
buirsi alla natura speciale della secre zione spermatica, laquale imbevendo per
riassorbimento tutti i tessuti ne modifica profondamente la nutrizione, facendo
ap parire nuove forme, nuovi colori, nuovi caratteri anatomici e fisiologici.
Il Dar win inunalettera del 22 settembre 1871 dichiarò di non poter credere che
l'as sorbimento del liquido spermatico possa modificare i tessuti dell'animale
che lo secreta; ma questa denegazione del sa piente transformista inglese, non
toglie che le obbiezioni del Mantegazza siano di qualche peso, e che la sua
ipotesi acquisti tanta maggior evidenzainquanto par verificata da un certo
numero di fatti abbastanza capitali. Invero, pri ma della pubertà, come osserva
Mante gazza, il maschio e la femmina si rasso gliano tanto da non poterli
distinguere, e la vecchiaia fa spesso scomparire i caratteri sessuali
secondari, i quali pure non si sviluppano se il maschio è ca strato. Sappiamo
che agli eunuchi non cresce la barba, chelaloro voce conser vasempre un timbro
infantile eche giun gono all'età matura assumendo abitudi dini più femminee che
virili; e sappia mo pure qual differenza esista fra il bove e il toro, fra un
gallo ed un cap pone. Del resto, m' affretto a soggiungere che se il Mantegazza
contrasta l'elezione sessuale, non nega però l'influenza del l'elezione
naturale. Mi pare anzi che la DARWINISMO sua teoria della neogenesi si risolva
ancora in questo ultimo genere di ele zione. Spieghiamo in poche parole que sta
teoria. La regola normale della ge nerazione è che il figlio è sempre di verso
dal padre o dalla madre, ma che questa diversità è però così accessoria 241
normale, mentre invece quando l'eredità immediata è quasi nulla, e prepondera
no gli elementi atavici, cioè la som madi molte modificazioni già compiute nel
passato, la nuovaforma si dice nata che nonbasta a costituire per se sola alcun
carattere speciale che lo diversifi chi dai parenti. Non sono però tanto rari i
casi di generazione anormale, nei quali il figlio presenta caratteri nuovi non
propri dei genitori, ed è appunto in questi casi eccezionali, i quali si di
scostano dalla legge normale dell'eredità fisiologica, che si verifica la
neogenesi, o generazione nuova, improvvisa, che può costituire una varietà più
o meno permanente. Tostochè,dice Darwin, qualche antico membro della grande
famigliadei pri mati, o pel cambiamento nella maniera di procurarsi la
sussistenza o per mo dificazioni nel paese primaabitato, sarà stato ridotto a
vivere meno sugli alberi, il modo di camminare avrà dovuto modificarsi, esso
sarà divenuto obipede o veramente quadrupede. I cinocefali L'uomo solo è
divenuto bipede, ed io credo che, almeno in parte, noi possia mo capire com'
egli abbia acquistata l'andatura verticale. Egli non avrebbe mai raggiunta la
sua posizione domi nante nel mondo, senza l'uso delle sue mani, cost
appropriate ad obbedire alla volontà. Ma braccia e mani non avrebbero mai
potuto divenire organi così perfetti da poter fabbricare delle armi, lanciare
pietre e giavellotti con giusta mira, se avessero dovuto servire abitualmente
per muovere il corpo, o per sopportarne il peso; tanto meno poi se avessero
continuato a servire per arrampicarsi sugli alberi; avvegnachè presso le
scimmie, essenzialmente ar rampicanti, il pollice è quasi sempre rudimentale e
la mano è un vero un cino. Un servizio così grave avrebbe d'altronde tolto in
gran parte il senso del tatto, dal quale dipendono princi palmente gli usi
delicati acui servono le dita. Queste sole cause sarebbero bastate perchè la
stazione bipede fosse vantaggiosa all'uomo; ma vi sono molte altre azioni che
richiedono la libertà delle due braccia e della parte supe riore del corpo, il
quale deve perciò riposare fermamente sui piedi. Per rag giungere questo
risultato vantaggioso, i piedi sono divenuti più piatti e il pollice si è singolarmente
modificato, perdendo ogni attitudine a prendere i corpi, per l'opposizione alle
altre dita.Ma vi sono selvaggi nei quali il piede non ha tuttavia perduto
interamente la fa coltà di prendere, come lo dimostra la lor maniera di
arrampicarsi sugli al beri, e i diversi altri usi in cui l' ad destrano ».
Escluse così,le differenze organiche sulle quali la vecchia anatomia soleva
fondare il carattere specifico del tipo umano, Darwin prosegue a combattere la
scuola psicologica, la quale fonda questo carattere sulla superiorità intel
lettuale dell' uomo. Questa superiorità non è certamente contestabile, ma essa
non esclude però il fatto di una passata inferiorità morale, nè si riesce a
stabi lire tra l'uomo e gli animali superiori alcuna differenza essenziale
fuorchè con frontando la capacità intellettuale dei bruti con quella delle
razze umane su periori. Ma tosto che si scende alle in fime razze, quando si
osservano gli usi e i costumi e le morali attitudinidi certi selvaggi inetti
finanche a contare oltre il numero cinque, allora si capisce di leggeri, che
gli uomini meno sviluppati, stanno sui confini della classe più ele vata degli
animali, sulla grande intelli genza dei quali tante sono oramai le
testimonianze raccolte che non v'è più alcuno che non le sappia. Fondato su
queste osservazioni, Darwinnonteme questa volta diaffer mare che l'uomo é
derivato dal regno animale. Ma qual sarà il nostro imme diato progenitore ? Le
nostre cognizioni attuali non possono rispondere a que sta domanda. Forse l'uomo
non è de rivato da nessuno degli antropoidi vi venti, ma piattosto da una forma
in termedia fra esso e le scimmie. Questo anello che avrebbe potuto
congiungerci col regno scimmiesco andò perduto, nè gli archivi fossili della
terra finora ci hanno fornito le tracce per ritro varlo. Ad ogni modo, bisogna
ritenere che in quest'ipotesi, se noi non siamo i figli, siamo certamente i
nipoti delle scimmie. Fatta astrazione di queste forme perdute Darwin traccia,
così al l'ingrosso, la nostra geneologia facendo derivare l'uomo alle scimmie
dell' an tico mondo, le scimmie dai lemuri che tanto le assomigliano e che
sarebbero un ramo parallelo,il ramo cadetto dei mammiferi ordinari. Che i
lemuri si innestino sul ramo dei marsupiali a Darwin pare probabile. Dai
marsupiali ai monotremi il passo è breve e da questi ai rettili non corre gran
diva rio. Facilmente i rettili si confondono cogli anfibi e coi pesci, e questi
colle ascidie, forma più inferiore delle specie acquatiche. Secondo la novella
teoria Darwinianauna delle più infime forme acquatiche sarebbe stato nei tempi
re motissimi il progenitore dell' umanità (v. anche l'articolo CAUSE ATTUALI).
Ba gnato dalle onde del mare,questo no stro antenato ha dovuto subire l'alter
na fortuna delle maree lunari; e para a Darwin che questa influenza possa a
vere qualche rapporto con la caduta delle uovae lemestruazioni della don na,
che appunto si ripetono fra i periodi lunari. Concordanza, se vogliamo, un
po'forzata, poichè, come osserva Ed mond Perrier, se fosse vera dovrebbe verificasi
negli altri animali, il che non è. Del resto, giova notare che gli er rori
possibili nelle induzioni che si fanno per scoprire la geneologia dei viventi,
nonpossono in alcuna maniera infirmare il Darwinismo. Il concetto che dobbiamo
avere di questa teoria non può limitarsi negli angusti limiti genealogici; ma
deve abbracciare il granprincipiodella trasformazione delle specie prodotta da
quelle stesse cause che anche attualmente agiscono sul mondo dei viventi. Il
determinare poi quali specie precedano le altre nell'or dine del tempo,da
qualtipo l'uomo sia immediatamente derivato. e se da una o da più coppie, sono
questioni com plementari ma non essenziali pel Dar winismo (v. MONOGENESI E
POLIGENESI). Davide de Dinant. Filosofo scolastico che visse nel secolo XII e
forse al principio del XIII. Di lui s'i gnora la data precisa della nascita e
della morte, e sol ci è noto per il De ereto di un concilio di Parigi (1209)
che danna al fuoco le opere sue, e per quanto ne dice Alberto il Grande, il
quale gli attribuisce un libro sugli atomi. Par che Davide combattesse l'a
tomismo di Leucippo e di Democrito e tutte le cose esistenti nell' universo DE
BONI dividesse in tre classi: i corpi, le ani me e le idee. La materia
prima,senza attributo e senza forma, costituisce la essenza dei corpi, le
qualità dei quali non sono quindi altro che semplici apparenze percepite dai
sensi, ma sen za realtà. Il pensiero è invece l'essen za dell'anima, e Dio
quella delle ideę. Par che poi questi tre caratteri della realtà, nel pensiero
diDavide, si con fondessero in una sola unità universa le, d'onde forse il
sospetto di pantei smo che gliene derivò, e la condanna del concilio. Davide
l'armeno. Filosofo re putatissimo nell' Armenia, ma che da noi, senza gran
danno, sarebbe forse sempre stato ignorato,se il signorNeu 245 cero disumare il
suo cadavere e lo consegnarono alle fiamme. De Boni (Filippo). Nacque a Feltre
nel 1817 e fu uno dei più illu stri e sinceri rappresentanti della po litica e
della filosofia. Insigne filosofo e libero pensatore, la politica militan te
non fu per lui sfogo sfrenato di passioni compresse, ma mezzo neces sario per
tradurre logicamente e libe ramente in atto i principii esposti dal la libera
filosofia. Nessun divorzio egli mai tollerò fra queste due scienze, di cui
l'una è il pensiero l'altra l'azio ne della rivoluzione moderna. A que sto
tanto armonico sistema che mai mann non ce lo avesse fatto conosce re con le
sue traduzioni. Nacque a Herten,villaggio Armeno, verso l'anno 450 e mori sul
principio del VI seco lo. I suoi connazionali lo dissero il esa gerazione
solita a incontrarsi fra gli orientali. Egli scrisse un libro intitola to:
Definizione dei principii di tutte le cose, nel quale dice che le cose tutte
constano della sostanza e dell'acciden te; la sostanza divide in prima e secon
da, e la seconda in sostanza speculati va e in sostanza attiva. Un altro libro
intitolato: Fondamento della filosofia, è una confutazione del pirronismo a
tutto beneficio della filosofia plato uica. Davidisti . Seguaci di un tal
Giorgio David, pittore di Gand, il qua le nell' anno 1525 facendosi credere il
Messia disse di essere stato inviato dal padre per riempire il vuoto para diso.
Non ammetteva matrimonio, ne non precipita gli eventi, ma sempre li sospinge
innanzi col desiderio del meglio e la coscienza di volerlo, egli dovette quella
calma polemica, lonta na d' ogni astiosa smania,per la qua le tanto fu caro
agli amici e dai ne mici rispettato. Per sottrarsi alle persecuzioni del l'
Austria, esulò nella Svizzera e nel Piemonte, dove dall'anno 1846 al 1867
pubblicò l' effemeride: Cosi la penso, cronaca di Filippo De Boni, che è un
fedele riassunto del movimento della nostra nazionale indipendenza, e una
continua e formidabile accusa contro la istituzione del papato, allora rispet
tata assai. E all' elezione al pontifica to di Pio IX, quando ancora l' Italia,
per uno di quei traviamenti di cui la storia ne offre tanti esempi, inneggia va
alla liberalità del nuovo pontefice e padre del popolo lo acclamava e sal
vatore della libertà,solo ilDeBoni ten to comprimere quell' inconsulto slan
cio, e avvertire il popolo che vana era la sua speranza, perciocchè all' I
talia mai non venne utile alcuno dai gava la risurrezione, il peccato origi
nale e ' abnegazione evangelica. Es sendo perseguitato fuggì daGand eri-
straniere. coverossi sotto il nome di Giovanni papi, e loro opre erano le
invasioni Bruch a Basilea, dove morì nell' anno 1556, lasciando credere che tre
anni dopo sarebbe risuscitato. Dicesi che scorso questo termine i magistratife
Pochi lavori di criticaletteraria ne lasciò egli, e fra tutti vuol essere men
zionata una prefazione alle lettere di Jacopo Ortis, stupendo lavoro nel qua le
stabilisce un giustissimo ed artisti 246 DE BONI co confronto fra Verber e quel
nostro ingegno italiano. Ma i suoi scritti di filosofia, e della filosofia
della storia, illustrarono specialmente il suo nome e più di tutti giovarono
alla causa della libertà del pensiero. Bello è il libricciuolo intitolato '
Inquisizione e i Calabro-Valdesi, nel quale si dimo strano le crudeltà della
Chiesa contro i dissidenti nelle provincie meridiona li; bellissimo lo scritto
sulla incredu lità italiana del medio evo; ma sopra tutto meritano menzione i
sette sacra menti, dei quali i primi due soltanto furono compiuti, e sono un
monumen to di storia e di critica religiosa, spo gli di indigesto sapere e di
erudita petulanza, e prova inconfutabile del come nascono e si formano per
lenta aggregazione, i dommi della Chiesa. La sua versione della Vita di Gesù di
Renan è pregevole sopratutto per una sua prefazione, che vince in bel lezza
l'arte stessa di quel romanzo, chè invero difficilmente altro nome po trebbe
darsi a quel panegirico di Gesù. e dogma fu in ultimo il titolo adotta tato,
quando lo scritto venne in luce per iniziare una biblioteca del libero
pensiero. Un passo di quel libro ove si ac cennava alla persistenza di una reli
gione avvenire, fu per me cagione di una corrispondenza, colla quale il De Boni
volle spiegarmi l'oscuro senso di quelle parole. Opportuna cosa per tanto mi
pare il farepubblica la par te della lettera che è l'autentica, seb ben
postuma, interpretazione di quel suo pensiero... « Non ho saputo spie garmi, o
per la fretta del conchiudere o per la paura del soverchio ripetermi «Io non
ammetto veruna religione positiva. Ma ciò non basta. La paura degli uomini per
le nostre dottrine è nel credere che la sanzione d'una re ligione positiva sia
necessaria per la morale. È mio intento mostrare che questa sanzione è altrove,
che il do gma è ostacolo non aiuto all' irrag giamento nella coscienza umana
delle leggi morali. Alle continue rivelazioni, agli antichi rivelatori io
sostituisco l'umanità; essa è rivelatrice fedele e DeBoni stesso vedeva i
difettidi quel | lavoro con cui Renan, rompendo vio lente le sue scientifiche
tradizioni, vol- | perpetua a se stessa. Essa lo fece an le descrivere, sulle
tracce degli evan geli, la cui autenticità, per altro, in gran parte contesta,
un Gesù uomo, superiore all' umanità. E De Boni, ri spondendo a questo appunto,
mi scri che per il passato ma inconsciamente; ora la scienza la conduce a farla
con sciamente. veva: « Io non ammetto rivelazione alcuna. Cristo, l'uomo-Dio,
non è al tro che la umanità che divinizza se stessa. E Gesù, se ha esistito, ha
pro prio i suoi difetti come le sue virtù. >> Ragione e dogma fu l'ultimo
dei suoi scritti . Egli dettavalo a Nervi quando solitario passeggiava lungo la
spiaggia del mare, meditando sui pe ricoli, sulle speranze della patria. Il
manoscritto portava in prima un al tro titolo: Durante i crepuscoli, ed era no
davvero i crepuscoli della sua tor mentosa vita, che già in sul declino, per
consiglio di medici cercava pro lungare in quel dolce clima. Ragione DeBoni non
solo combattette dun que per la libertà politica, ma i suoi ultimi anni volle
anche specialmente impegnare in quella guerra secolare che laRagione sostiene
contro la Fede. La caduta della teocrazia e Roma ri data all' Italia furono il
suo precipuo scopo, il pensiero che detto i suoi ul timi scritti. E quandoMazzini,
temente di combattere in uno la potenza delle baionette straniere e la fede
cattolica, alla sola Venezia voleva rivolte le no stre forze, De Boni mal non
si appo neva dicendo, che l'azione nostra contro Roma mai non potrebbe dirsi
precoce e immatura, e mai nonsi do vesse sacrificare, coll' astenzione, sul
l'altare dei pregiudizi. Nè con tali ultimeparole egli esa gerava il suo stato:
doveva morire po vero, come povero era vissuto. Da parecchi anni nelle sue
lettere spesso lagnavasi di un lento malore che lo travagliava. Pure fu sempre
assiduo alle sedute della Camera, nel la quale rappresentava il collegio di
Tricarico. La sua voce mai non fu muta nelle gravi quistioni che si di
batterono in questi ultimianni, espee so quasi solo difese quei principii di
libertà di coscienza e di libero pen 218 DECIMA șiero, che st raramente si
accoppiano, offrire al Signore la decima delle cose nel maggior numero di
coloro che so no devoti alle idee della democrazia. Ma le sue forze mal
rispondevano oramai agli impeti generosi del cuore. Non s' illudeva già sul
male che len tamente lo prostrava, e agli amici ri peteva, che era uomo morto.
Un pro cesso per diffamazione tentato contro di lui aNapoli fin da quando, con
co raggioso proposito, assumeva la re sponsabilità di quanto altri scrivevano
in un giornale liberale che colà era rimasto senza gerente, rinnovavasi con
strana pertinacia all' incominciare di ogni vacanza parlamentare e di nuovo
sospendevasi quando, all' aprirsi della sessione, egli rientrava nei diritti
del la inviolabilità della deputazione. No vellamente fu pure ripreso in questa
ultima proroga e minacciava già di essere condotto alla fine, quando per
consigli d' amici, e accusatori e accu sato, vennero ad un onorevole accordo
pel quale fu tolto dal suo capo il pe ricolo di una detenzione che, senza
dubbio, cagionato avrebbe la sua fine. Ma fu guadagno di poco momento, Verso la
metà del mese di novembre dell'anno 1870, mentre riedeva dal so lito bagno
freddo che egli prendeva per consiglio del medico, cadeva sve-. nuto sulla
piazza di Santa Croce in Fi renze. Trasportato al villino Schwart zemberg ov'
egli dimorava, più non ne uscì che col funebre convoglio, il qual doveva
accompagnarlo alla tom ba, non acquistata, ma concessa alla sua salma dalla pia
liberalità di un amico. Decima. Come ' indica il nome, così chiamasi il diritto
del clero o della Chiesa di percepire la decima parte dei prodotti o delle
rendite dei fedeli. Coloro i quali sostengono che la decima è di diritto divino
citano parecchi testi del l'antico Testamento, che, per verità, sono favorevoli
al loro asserto. Quando Gia cobbe svegliossi dal sogno in cui aveva veduto la
scala misteriosa, si propose di che avrebbe acquistate (Genesi XXVIII, 20,22).
L'Esodo e il Levitico prescrivono espressamente al popolo di pagare le decime e
le primizie (Es. XXII, 29 Lev. XXVIII, 30), e unaltro libro della Bib bia, dice
che Dio diede ad Aronne ed ai Leviti le decime, le oblazioni e le pri
mizieindiritto perpetuo(Numeri. XVIII), Il Nuovo Testamento non parla di deci
me: la carità è il fondamento della nuova legge e par che Gesù facesse molto as
segnamento su questa virtù del suo greggie, poichè mandando gli apostoli a
predicare alle genti, lor vieta espres samente di prender seco nè denaro, nè
borsa, nè due tonache, nè scarpe, nè altra cosa per il loro vestito o pel so
stentamento, perciocchè i fedeli son quelli che devono mantenere gli operai del
Signore (Matt. X. 9. 10-MarcoV17,8-Luca IX, 3) Adunque nei primi tempi del cri
stianesimo i ministri dell'altare vivevano delle offerte dei fedeli, onde S.
Ilario vescovo di Poitiers, potè scrivere che il giogo delle decime era stato
tolto da Gesù Cristo. Ma il clero cristiano, così come quello dei leviti, non
potè star lungamente alsobrio regime della carità, onde la decima risorge ben
presto, e il Concilio di Macon dell' anno 585 è il primo che ingiunga, nel suo
quinto ca none, di pagare la decima ai sacerdoti sotto pena di scomunica. I
capitolari di Carlomagno ne regolarono la distribu zione e nel 1179 il Concilio
lateranense dichiarò che le decime erano di precetto e le estese, oltre ai
prodotti agricoli, e ziandio al profitto derivante dalla mano d'opera e dall'
industria (Selden Storia delle decime). Infatti il concilio di Tro sly
nell'anno 919 vi assoggetta tanto il soldato che
l'artigiano:>>>L'industria che vi fa vivere, dicono i padri di quel
con cilio, appartiene a Dio; dunque voi glie ne dovete la decima » (Bergier..
Diz. Tcol). I modi di esazione della decima erano coattivi e i decreti civili
si uni vano ai precetti ecclesiastici per rendere quel peso insopportabile.
Francesco I. DEDUZIONE E INDUZIONE con Decreto 1. marzo 1545, ordina che prima
di trasportare ilgrano dal campo sia pagata la decima sotto pena di con fisca;
egual decreto è dato dal governo belga nel 1650, e Carlo IX il 14 agosto 210
tori ecclesiastici, nè i concili dei primi otto secoli hanuo maicitato quelle
false Decretali; che nessuna di esse discorre 1568 gli stessi proprietari rende
respon sabili della decima. Nuova specie di de cimaeraquella conosciuta sotto
il nome di Norale, e colpiva ogni dissodamento dei terreni, i tentativi di
nuove semina gioni, ogui miglioramento, ogni progres so. Invano Carlo V colle
sue lettere pa tenti tentò di impedire che le popola zioni fossero « oppresse
nell' occasione della levata delle decime > ; le proteste del clero 1
obbligano a interpretare le sue stesse parole e a concedere l' ulte riore
esazione delle Novali. Finalmente nell' Assemblea francese il 10 agosto 1789
Mirabeau tuona con tro le decime, che sono allora abolite di diritto e di fatto
su tutto il territorio della Repubblica. Poco di poi le altre nazioni seguono
l'esempio; così la deci ma è cancellata dagli oneri civili, ma nondimeno essa
continua a sussistere fra i precetti della Chiesa, i quali ne impongono il
pagamento come un dovere imperioso di coscienza. Decretali. Raccolta dei
Decreti che furono attribuiti ai papi dall' anno 93 in avanti, e costitui per
tanto tempo il fondamento del diritto canonico. Que sta raccolta è attribuita a
un tal Isidoro Mercatore, che si suppone vivesse nel IX secolo, sul conto del
quale null'al tro si sa che il nome, e fu approvata da papa Nicolò I. Oggidì
niun dotto cattolico osa met tere in dubbio che buonnumero di que ste
Decretali, e specialmente quelle di tutti papi anteriori a Siricio non siano
apocrife, e in tal giudizio è indubbia mente convenuta la critica appoggian
dosi a molte e varie considerazioni, fra cui meritano di essere accennate le se
guenti: Che i passi della Bibbia citati in quei Decreti son tutti tolti dalla
tradu zione di S. Gerolamo, che fu posteriore a tutti quei papi; che nessuno
degli au fondatamente delle cose opportune al tempo incui si suppongono redatte
; che in alcune si trovano interi passi di De creti fatti dai papi posteriori;
e final mente che le date segnate coi nomi dei Consoli sono false. Può credersi
che uno dei principali motividi questa falsificazione quello fosse di dare una
cotal sorta di retroattività alle pretese del papato, imperocchè fog giandosi i
Decreti dei primi papi vole vasi specialmente mostrare che i vescovi di Roma,
fino dai primi tempi del cri stianesimo, erano sovrani della Chiesa e
autorizzati ad approvare di loro pieno arbitrio l'obbligo dei concili,o a
disappro varli se convocati senza il loro assenso ; di regnare sovrani sugli
altri vescovi, scomunicare i re e detronizzarli. In quella raccolta furono
perciò alterati i canoni dei Concili, ed aquello di Ni cease ne
aggiunserobencinquanta, tutti apocrifi. Nonostante però le grossolane im.
posture ond'erano pieni quei Decreti, corsero essi per assaitempo nelle manı
del clero come autentici, molti concili e molti vescovi appoggiarono su di essi
le loro decisioni; Wicleff e Giovanni Huss furono condannati dal Conciliodi
Costanza anche perchè le avevano di chiarate false, eilV.concilio di Laterano
tenuto sotto Leone X condannava Lu tero per lo stesso motivo. Tante deci sioni
infallibili non tolsero che fin dal secolo XVII la critica si levasse pode rosa
contro questi atti apocrifi, sui i quali David Blondel scrisse un'opera laboriosa,
intitolata: Pseudo Isidorus et Turrianus vapulantes (Généve 1628). Anche il
Cardinal Baronio dovette ri conoscere la falsità delle Decretali (Annali A. D.
865), la cui autenticità oggimainessun teologo romano piùnon osa sostenere.
Deduzione e Induzione. De duzione, da deducere, è parola novella 250DEDUZIONE E
INDUZIONE mente introdotta nella filosofia per in dicare l'operazione del
pensiero, il quale da un principio generale cava fuori, deduce, una verità
particolare, in opposizione dell' induzione, la quale dalle verità particolari
s'induce a sta bilire i principii generali. L'inferiorità del metodo deduttivo
in confronto di quelloinduttivo può stabilirsi per quelle stesse ragioni che ai
cultori della filo sofia sperimentale fa preferire il me todo analitico a
quello sintetico, le ve rità accertate a posteriori a quelle stabilite a
priori. ( V. ANALISI e A POSTERIORI). Non possiamo in fatti ra gionevolmente
pretendere di stabilire dei principii generali, se prima non conosciamo le
verità particolari che concorrono a formare la generalizza zione. Dal vedere
che l'oro, il ferro, il rame ecc. si liquefanno al fuoco, con chiudo colla
verità generale, che tutti i metalli sono suscettibili di liquefarsi al fuoco.
Dal vedere che i gravi ca dono verso il centro della terra, con chiudo che
negli altri corpi celesti i gravi seguiranno la stessa direzione. Osservando
che in tutti itriangoli da ine veduti la somma dei tre angoli corrisponde
sempre a due angoli retti, ne inferisco che questa relazione è as soluta e si
verificherà in tutti i trian goli possibili nel mondo o negli astri. Tutti
questi sono argomenti condotti coll'induzione, tanto acconcia alla ca
pacitàdegli uomini; poichè innanzi tutto l'uomo percepisce le accidentalità par
ticolari che cadono immediatamente sotto i suoi sensi, e non è mai senza una continuata
osservazione di queste accidentalità, ch'egli riesce a stabilire i principii
generali, d' onde emanano. Invano noi cercheremmo di avere l'idea del genere se
prima non avessimo con cepita quella della specie, nè quella della specie
sarebbe accessibile al no stro intendimento se non avessimopri mabenconosciuti
e studiati tutti i ca ratteri degli individui che la compon gono. Questa è la
ragione per cui nelle lingue dei selvaggi mancano assoluta mente i vocaboli
esprimenti le idee generali. Gli australiani hanno bensi nomi particolari per
indicare ogni sorta di piante, ma non hanno parola per indicare una pianta in
genere, il che vuol dire, che essi non sono ancora riusciti a riunire per
astrazione tutti i caratteri speciali e comuni della grande vegetazione, nella
ideagenerale chenoi esprimiamo colla parolapianta. Il tem po soltanto e la
continuata osservazione potranno condurre i selvaggi dalle idee particolari
alle generali ; e sarebbe una assurdità filosofica il vo lere stabilire nella
filosofia un metodo contrario a quello che segue la natura nelle percezioni
ch'essa ci dà di se stessa. Il perchè anche lalogica ripu gna al metodo
deduttivo, tanto caro ai metafisici, e pur tanto contrario al l'ordinario
procedimento del nostro pensiero. Invero, se la conoscenza delle verità
particolari non fosse necessaria perstabilire i principii generali, noi do
vremmo essere sorpresi che iselvaggi e i bambini non riescano mai a inten dere
i grandi principii che costituisco no, per cosi dire, tutta la sintesi della
scienza. Ma se noi ammettiamo che le idee generali s'acquistano soltanto dopo
la conoscenza delle particolari, saremo forzati a convenire che il metododedut
tivo non può mai nulla dinuovo rive larci che già non ci sianoto, a meno chè
non deduca da principii generali supposti a priori, e quindi non dimo strati. E
veramente, quando il metodo deduttivo dall' esistenza di Dio deduce la
necessità di una giustizia nel mon do, suppone in Dio lageneralizzazione
dell'idea di giustizia, ma non dimostra che questa generalizzazione sia anche
una realtà. Ben più, esso non fa altro che ripetere in senso inverso una ope
razione che l'induzione aveva già com piuta in modo diretto, avvegnachè sia
stato in grazia della osservazione della necessità di una giustizia particolare
nel mondo, che l'uomo ha potuto elevarsi alla generalizzazione astratta di una
giustizia divina e universale. Adunque, il metodo deduttivo per essere vero, e
per avere un valore prodi nuovo mi rivela, e sempre mi porta a quegli stessi
dati che io aveva pri ma d'incominciare la divisione. prio, deve
necessariamente supporre in noi delle idee innate, dei principii ri velati a
priori, i quali non ci siano pervenuti per la via dei sensi. E chi non ammette
l'esistenza di questi prin cipii rivelati, è necessariamente con dotto a
riconoscere che le verità inse gnateci dal metodo deduttivo non sono che una
vana ripetizione e uno sfac ciato plagio di ciò che già era noto per mezzo
dell'induttivo. Ma se il metodo deduttivo non ha alcun valore proprio, può
nondimeno giovare nel ragionamento come prova della induzione, e può anche
venire in soccorso della dialettica col sillogismo, il quale, secondo le regole
della scuo la, ponendo innanzi tutto una premessa generale, da quella deduce
una conse guenza particolare. Ogni corpo è dotato d'estensione; io sono esteso,
dunque sono un corpo. Oppure : Ciò che non ha e tensione non esiste; ma lo
spirito non ha estensione, dunque lo spirito non e siste. Ecco due deduzioni
sillogistiche perfettamente logiche e intorno alle quali nulla vi è a ridire.
Ma se la de duzione ci giova egregiamente come mezzo di prova, nulla però ci
rivela che già non ci fosse noto. Infatti noi non avremmo potuto dedurre alcuna
conseguenza dal principio generale che ouni corpo ha estensione e che ciò che
nonhaestensionenon esiste, seprimal'in duzione, partendo dal fatto particolare
della percezione che i nostri sensi im mediatamente hanno di ogni singo lo
corpo, non avesse potuto stabilire i principi generali sopra enunciati. Mi sia
dunque lecito di dire, che la dedu zione è per l'induzione, ciò che per
l'aritmetica è la moltiplicazione, consi derata come prova della divisione. Que
st'ultima, infatti, rifacendo l'operazione della prima, può provarci se in
quella io abbia o nonabbia errato, ma nulla Per analogia noi direm dunque che
il metodo induttivo è controllo e prova delle false dimostrazioni, ma nulla ci
rivela . Invece il metodo rivelatore, quello che nelle scienze guida si
curamente alla scopertadei nuovi prin cipii, è l'induttivo, il quale, nelle sue
indagini dal noto all'ignoto, dal parti colare al generale, si fonda sempre sul
principio che ogni effetto suppone una causa, la quale esso tenta di scoprire
colla scorta dell'altro principio che data la medesima sostanza e le stesse
condi sioni, gli effetti devono essere sempre eguali. Quindi è, che conosciuto
l' ef fetto e trovate le condizioni in cui si è prodotto, l'induzione può
scoprire la sostanza o la causa che l'hanno gene rato. In questo senso Bacone
ben si apponeva discreditando il sillogismo perproclamare la prevalenza
dell'indu zione. Il sillogismo fu, infatti, il solo mezzo di indurre della
vecchia scuola, la quale fin'anco ignorava la parola deduzione, comparsa nei
dizionari dei nostri tempi per opporla al metodo in duttivo inaugurato da Bacone.
Questa è anche la ragione per la quale. si passi dal generale al particolare, o
dal par ticolare al generale, suolsi sempre dir che si deduce, quantunque più
propria mente in quest'ultimo caso dovrebbe dirsi che s' induce. Definizione.
Due sorta di defini zioni distingue la filosofia: le nominali e le reali. Le
primeson quelle che de terminano il senso in cuidevono inten dersi le parole ;
le seconde invece con siderano le qualità stesse delle cose che le parole
rappresentano, e le determi nano. Il difetto di buone definizioni è la causa
precipua della maggior parte delledispute filosofiche, ondesivedequan to
importi, per evitare ogni contraddi zione, di bene e chiaramentedefinire le
cose di cui si parla e il senso della pa role che si adoperano, e quanto sia
riprovevole l'uso di coloro che, per ri spetto ai pregiudizi dominanti, usano
certe parole in un senso che è ben di verso da quello che hanno nell'uso co
mune, senza farle innanzi tutto prece cedere da una chiara ed esplicità defi
nizione del nuovo e inusitato senso con cui quelle parole vengono intro dotte
nel discorso. Accade sovente di vedere degli uomini profondamente in creduli
esaltare il sentimento religioso; il perchè essi per sentimento religioso
intendono un qualche cosa che si av vicina alla morale, alla cognizione e
all'osservanza dei doveri nostri. Costoro evidentemente abusano delle parole,
av vegnachè per sentimento religioso da tutti s'intenda quella aspirazione che
i credenti provano verso Dio, e quel ta cito bisogno che essi hauno di render
gli un culto. Accade lo stesso anche nelle defini zioni reali. Quando la natura
delle cose di cui si parla non è bene e chiara mente definita, non si può
sperare di ragionarvi sopra con fondamento. Se lo spirito fosse meglio definito
non si ve drebbe le tante fiate confuso con la forza, da quei cotali i quali
prendendo lo spirito nel senso di una attività che muove l'universo, credono di
ridurre alle strette i materialisti dicendo loro : fonderlo colla forza, la
quale è una funzione inconsciente non creatrice, relativa ai corpi e cosi
strettamente congiunta con la materia, che distrug gendo questa quella sarebbe
distrutta al tempo stesso. La confusione che spesso si fa tra l'ente e la
funzione dipende dunque da un difetto di definizione, che non sarà mai
bastantemente lamentato, inquan tochè talora si spenda vanamente un tempo
prezioso in controversie che, in fin dei conti, si risolvono in una mera
questione di parole. Ma dalla necessità della definizione come mezzo adatto ad
esporre e a ri chiamare alla memoria il meno imper fettamente che sia possibile
le cose ve dute, alla defininizione considerata come principio corre un abisso.
Si tenga bene amente, che ledefinizioni possono farsi soltanto sulle cose note,
e che ogni de finizione piuttosto che essere un princi pio generale e
sintetico, non è altro che un esame analitico delle proprietà della cosa
definita. Il triangolo, dice Condillac, si definisce chiamandolo una superficie
determinata da tre linee. Ma se questa definizione ci dà una idea del triangolo,
si è perchè abbiamo veduta quella figura; se non l'avessimo veduta non avremmo
mai pensato a definirla. La definizione in se stessa nulla rivela >
(Argomento di Mazzini). Delresto, se i credentinelle religioni non si accordano
fra di loro intorno ai principii della fede, convien dire che i deistinonsi
accordano meglio fra di loro intorno ai limiti e alla potenza del loro Dio.
Clarque distingue quattro classi di deisti che più propriamente si possono
ridurre a tre : 1° Quelli che ricono scono un Dio senza provvidenza, indif
ferente alle azioni degli uomini e agli avvenimenti di questo mondo; 2º quelli
che credono in un Dio e in una prov videnza, ma negano le pene e i premi
dell'altra vita. 3º Finalmente quelli che credono ai premi e alle pene della vita
futura e ammettono la provvidenza di vina. A quest'ultima classe appartengono
tutti i deisti moderni. Kantpoi, con una divisione affatto arbitraria,
distingue il Teismo dal Deismo, e mentre il primo definisce la credenza in un
Dio libero creatore e regolatore del mondo; il se condo vorrebbe che fosse
limitato alla credenza in una forza infinita, non in telligente e strettamente
unita alla ma teria (Critica della ragione pura p. 659)." Questa
interpretazione non è passata nell'uso comune, avvegnáchè se cosi 254 DEMOCRITO
fosse, tutti i materialisti dovrebbero og gimai dirsi deisti. (V. Dio) Deleyre
( Alessandro ). Nacque a Portrets, presso Bordeaux nel 1726, e fece i suoi
studi nel collegio dei gesuiti, dei quali vesti l'abito fino all'età di quin
dici anni. Quando i gesuiti furono e pulsi dalla Francia, egli si recò aPa rigi
ove, nonostantelasua esagerata di vozione, ebbe tanta ventura distringere
amicizia con Diderot, d'Alembert e Rous seau i quali lo persuasero a seguire le
sue inclinazioni per le lettere. Da quel momento si può dire che incominciò il
rinnovamento della sua educazione, sic chè abbandonato il bigottismo eccessivo
professato nell'adolescenza, man mano si piegò al partito filosofico di quei
tempi e volse infine ad un aperto ateismo. L'Analisi della filosofia di Bacone
pub blicata nel 1755 in tre volumi, è lavoro pregevole per la chiarezza con cui
egli espone la filosofia del cancelliere d' In ghilterra e per l' energia delle
convin zioni che vi professa l'autore. Fece vari articoli nell' Enciclopedic,
fra i quali merita menzione quello sul Fanatismo, che Voltaire riprodusse,
sebbene abbre viato, nel suo Dizionario filosofico. La professione di principii
apertamente ir religiosi contenuta in quello scritto, gli cagiond non pochi
dispiaceri. Rousseau, chenon fu sempre religioso, volle allora dare all'amico
suo consigli di strana moderazionè >> ( V. la mia Storia critica della
superst. T. II cap. VIII ). Ma la demonologia non termina coi processi delle
streghe. Ingentiliti i co stumi, non si abbruciarono più gl' inva sati, ma la
potenza del demonio non fu perciòmeno grande. Gli animali. (v. BE STIE )
l'acqua, l'aria e tutti gli elementi apparvero congiuranti a danno dell'uo mo,
diretti dalla potenza di Satana. A poco a poco la civiltà spegne i roghi, manon
toglie gli esorcismi, e con essi la stupida credenza dei vulgari nelle opera
zioni magiche del clero. I rituali sono pieni di esorcismi per tutti i casi e
per tutte le circostanze della vita. Si esor cizza l'acqua prima di benedirla
affin di scacciarvi il demonio che può esservi occultato, e con l'acqua
esorcizzata si battezza, e il battesimo è novello esor cismo, col quale la
Chiesa vuole innanzi tutto cacciare il demone ch'è in pos sesso del corpo. « Io
ti esorcizzo, dice e ti allontani da questo servo di Dio. Avvegnachè egli sia
Colui che ti coman da ecc ». ( Rituale di Toul Edizione del 1700 pag.. 32 35).
Non vi è malanno che non si com metta dai demoni.> Nel 1742 Diderot strinse
amicizia con Rousseau, ma questo filosofo bron tolone e diffidente non era
guari fatto per viver cogli uomini. Nel 1758 l'a micizia fu rotta e convertita
in aperta inimicizia. Diderot si unì poi a D' A lembert per redigere la famosa
Enci clopedia, che interrotta per divieto del re, e poi ripresa fu infine
condotta a termine sotto la direzione di lui solo (v. ENCICLOPEDISTI), La
pubbli DIDEROT cazione dell' ENCICLOPEDIA assicurò la fama del filosofo, che
ebbe la buona sorte di ottenere la protezione di Cate rina II di Russia, la
quale volendo in bella maniera gratificarlo, acquistò la sua libreria per
15,000 lire, accordan dogli il diritto di conservarla presso di sè per tutta la
vita, e assegnando gli inoltre una pensione per la custo dia dei libri che l'
imperatrice in que sta singolar maniera aveva acquistati. Il procedere degli
studi e della 273 dimento col quale faceva parlare il suo amico. Ma chi,
diceva, oserà fir mare questo ?- Io, rispondeva l'ab bate, continuate dunque.
Qual'è ancora l'uom di lettere il quale non riconosca facilmente nel libro
dello spirito d' Helvetius e nel sistema della natura di Holbach molte belle
pagine che non sono, che non possono esse re che di Diderot? Se noi dovessimo
fama di Diderotlo fecero eziandio pro cedere nella negazione del sovranatu
rale; e fint col dichiararsi ateo e ma terialista. Nei suoi Principii
filosofici sulla materia e il movimento, egli ri conosce una forza inerente
alle mole cole, inseparabile ed eterna, ed accu sa il cartesianismo di
assurdità per avere insegnato che nella materia vi è una opposizione reale al
movimento. La morale assoluta è pure combattuta daDiderot in uno scritto che ha
per titolo: Supplemento al viaggio di Bou gainville, o Dialogo tra A e B
sull'in conveniente di attribuire le idee morali a certe azioni che non le
comportano. L'autore con singolarità e spirito di mostra che i costumi dei
selvaggi son quelli della natura, che il pudore e il ritegno sono chimere,
principii di mo rale puramente convenzionale,e la fe deltà conjugale una
ostinazione ed un supplizio. Da buon epicureo Diderot insegna l' amor del
piacere, ma non lo vuol disgiunto dai nobili affetti e dalle passioni pure.
Oltre una quantità di scritti sull'ar te, sulla poesia e sulla filosofia, par
che Diderot collaborasse in quelli eziandio i quali non figurano sotto il suo
no me. L'amico suo Grimm, nella sua corrispondenza, scriveva di lui: Dilemma.
Sorta di sillogismo il quale consta di due proposizioni oppo ste, di cui una
sola può esser vera. E sempio: Se le tre persone divine sono distinte le une
dalle altre, non possono essere consustanziali; dunque sono tre Dei; se invece
sono consustanziali non possono essere distinte; e allora Dio di venta Uno
senza persone distinte. Diluviano. Che si riferisce aldi luvio. In geologia
dicesi terreno diluviano o diluvium quello strato terrestre il qual si suppone
che fosse alla superficie della terra all' epoca del diluvio; e terreno
post-diluviano quello che lo segue. Ma uno studio più accuratoha reso evidente
che veri diluvi o cataclismi non vi fu rono mai, e che lo strato il qual si re
puta diluviano fu lentamente costituito dall' azione delle correnti d' acque
che anche tuttodi nell' alveo e alla foce dei fiumi e sulle sponde del mare
forma no terreni nuovi, per l'effetto di una secolare accumulazione di materie.
Im pertanto i geologi della nuova scuola evitano quest' antica denominazione e,
con maggior proprietà di linguaggio, chiamano il terreno diluviano strato d'al
luvione antica, il post-diluviano, strato d' alluvione moderna (v. CATACLISMA).
Diluvio. Il racconto della Genesi (Cap VI) intorno al Diluvio di Noè non può
lasciarci alcun dubbio sul carattere mitico di quella leggenda. Non solo il
Diluvio contrasta con tutto l'indirizzo della geologia moderna (v. CATACLISMA)
ma le circostanze stesse che l'accom pagnano sono assurde e impossibili.Nar ra
la Genesi che nell' Arca sette per sone ricoverarono: Noè, i suoi tre figli e
le loro mogli. Oltre a questi, di cia scuna specie d'animali mondi entra rono
nell' arca sette paia, e degli ani mali immondi un sol paio per ogni specie (
Gen. VII. 2. 3. 14. 15). L'ar caavevalalunghezza di trecento biti, era larga
cinquanta e alta trenta; cu DILUVIO la luce riceveva dall' alto, aveva una sol
porta ed erafatta atre piani (Gen. VI. 15. 16). Secondo i dati stessi della Bib
bia essa presentava dunque una super ficie di 15,000 cubiti quadrati per ogni
piano e così in complesso una super ficie di 45,000 cubiti, corrispondenti a
15,000 metri all' incirca. Domandasi se questo spazio poteva bastare a con
tenere anche soltanto un paio di tut ti gli animali viventi sulla terra. I soli
mammiferi finora conosciuti, compresi i cetacei, ascendono a ben 1200 specie, e
stando nei limiti di un più che mode rato calcolo, si può dire che, in media,
per ogni mammifero occorre lo spazio 275 nel calcolo soltanto due individui per
ogni specie. La Bibbia però ci avverte che delle specie pure sette paia furono
ricoverate. Ma quali sono gli animali puri ? La Bibbianol dice; però ci indi ca
poche specie soltanto come impure. Ma suppongasi, per abbondanza, che una
metàdei mammiferi appartenga alle spe cie impure; dovremo sempre per l' altra
metà aumentare di sei volte lo spazio occorrente. Questo aumento ci da la cifra
di altri 66,000 cubiti quadrati. di cinque cubiti quadrati all' incirca. E
siccome per ogni specie devono ricove rarsi nell' arca due individui almeno,
così tutti insieme occuperanno una su perficie di ben 6000 cubiti. Ma una metà
di questi mammiferi appartengono alla specie dei carnivori, d' onde la necessi
tà di immettere nell' arca altrettanti animali quanti occorrevano pel loro man
tenimento nel periodo di 355 giorni, du rante i quali restarono nell' arca.
Ora, ammesso che in media ogni mammifero carnivoro consumasse mezzo chilogram
mo dicarne per ogni giorno, dati 1200 carnivori (600 maschi e altrettante fem
mine) il consumo giornaliero della car ne avrà dovuto ascendere a seicento chi
logrammi, e così per tutta la durata del diluvio a chilogrammi 237,000, i quali
possono essere rappresentati da circa 300 buoi, occupanti una superfi cie di
3000 cubiti quadrati almeno. Per l'altra metà dei mammiferi non carni vori
dovevasi accogliere nell' arca il nutrimento vegetale necessario, il qua le,
supposto che constasse di solo fieno, poteva occupare uno spazio per lo me no
doppio dell' alimento necessario ai carnivori; tanto più che doveva servire
eziandio al mantenimento dei 300 buoi riservati al pasto degli altri animali.
Ecco quindi una superficie di 21,000 cubiti quadrati, occupata dai soli mam
miferi. Ma finora abbiamo introdotto Questo per i mammiferi soltanto. Ma
abbiamo oltre 500,000 specie di uccelli e parecchiemigliaia d' altre specie,
tra insetti, vermi, rettili, moltissime delle quali sono carnivore e altre
vivono sot to la terra ed hanno bisogno di gran dissimo spazio. Non è dunque
fuor di proposito ilvalutare lo spazio occorrente a tutti questi animali
inragione di una metàalmeno diquellooccorrente aimam miferi, e così avremo in
complesso una superficie di circa centomila cubiti qua drati, che è quanto dire
maggiore di oltre sei volte la reale capacità del l'arca! Il credere poi, come
fanno gli orto dossi, che sette persone potessero ba stare a provvedere ai
quotidiani biso gni di tutti questi animali, è cosa che muove il riso. Invero,
se ifelici abita tori dell' arca avessero anche avuto la forza di provvedere
tutti i giorni alle occorrenze di ogni singolo animale, non ci sarebbero
riusciti per mancanza di tempo, imperocchè ammettendo che al l'incirca quattro
milioni di individui fos sero rinchiusi in quel luogo (e il cal colo non è
largo ) sette persone che avessero lavorato indefessamente, sareb bero appena
riuscite a numerarli men talmente. Figuriamoci poi se sarebbero bastati a
portare dall'una all'altra gab bia il nutrimento, a rifare il letto del le
bestie, a pulire e lavorare i pavi menti, senza cui quella casa quadrata che si
chiama arca, sarebbe in breve stata ripiena di un insopportabile fe tore. 276
DILUVIO Riesce ancor più difficile lo spiegare naturalmente, come vuole Don
Calmet (Dis. Biblico), i fenomeni cosmici che accompagnarono il Diluvio;
imperocchè senza che Iddio compiesse una nuova creazione di sostanza acquea,
non siriu scirebbe ad intendere in qual maniera volte tutto l'elemento liquido
esistente sul globo! Ma tolgansi pure queste impossibi lità fisiche
all'effettuazione deldiluvio, e credasi, come vogliono i sapienti orto dossi,
che questo non sia stato altro che un cataclisma geologico; ebbene, l' evi
denza non sarà perciò più chiara e la pretesa conciliazione tra la Bibbia e la
scienza non vi avrà nulla guadagnato. le acque potessero superare di quindici cubiti
le piú alte montagne. Suppongasi pure che l'atmosfera fosse satura di va pore e
che il passo biblico: in quel giorno si aprirono le sorgenti dell'abisso |
cataclisma dei geologi corrisponde a e le cateratte del cielo, debba interpre
tarsi nel senso, che le acque del mare Infatti, nessuno degli effetti
attribuiti al si rovesciarono sui continenti e i vapori sospesi nell' atmosfera
si sciolsero in pioggia. Ma si è calcolato che i vapori dell'atmosfera non
potevano dare uno strato d'acqua che coprisse la terra per una altezza maggiore
di dieci piedi. Nè possiamo credere che il mare uscisse dal suo letto, per
coprire i continenti, giac chè questo fatto oltre all'essere contra rio alle
leggi della statica e all'equilibrio dei liquidi, non avrebbe poi, anche se
possibile, di molto superata una appena mediocre altezza. Aquesto proposito ben
dice Voltaire, (Bible espliquée T I) che affinchè l'acqua potesse innalzarsi di
quindici cubiti sopra le più alte monta gne, sarebbe stato necessario che si
fos sero formati dodici oceani ' uno sopra l'altro, e che l'ultimo fosse stato
venti quattro volte più grande di quello che oggidi circonda i due emisferi.
Forse questo conto è alcun poco e sagerato, ma possiamo noi stessi ridurlo alle
sue verosimili proporzioni, calco lando che la profondità del mare sia in media
di tre chilometri ( ridotti a due, poichè una terza parte della su perficie non
è coperta dalla acque) e prendendo per base del calcolo il raggio terrestre in
6000 chilometri. In tal caso tutta l'acqua dei mari sarà valutata in 215,
928,008 di chilometri cubi. Or l'Hi malaya sorge asei chilometri sul livello
del mare, e a superare la sua cima oc correrebbe la quantitàdi648,648 216 di
chilometri cubi d'acqua, ossiapiù di tre quelli annunziati nella relazione di
Mosè. Questieffetti sono principalmenteloscava mento delle valli, ladenudazione
e l'ero sione delle roccie, ladispersione su tutta la superficie della terra
dello stesso de positodurante la rinnovazionedella mag gior parte degli esseri
viventi, e special mente di quasi tutti imammiferi del pe riodo terziario. Or
Mosè ebbe cura di avvisarci che nessuna delle specie viventi all'epoca del
diluvio si è estinta in que sta catastrofe, ed ha prevenute tutte queste
supposizioni di denudazione e di sprofondamento, raccontando con qual lentezza
le acque diluviane si sono ab bassate, lasciando in piedi, non solo gli alberi
delle foreste, ma ancora quelli dei campi, come gli olivi (Gen. cap. VIII. 11).
Nessuna concessione della geologia, nè dell' astronomia potrebbe conciliare ciò
che queste scienze hannodi più positivo coll' interpretazione letterale di
parecchi passi del racconto di Mosè. La dottrina esposta nel celebre Discorso
preliminare di Cuvier, quantunque re putata ortodossa, si allontana anch'essa
in molti puntidal raccontogenetico. Es sa suppone l'emersione prolungata per
molti secoli di una partedella superficie terrestre e l'immersione
esclusivadiun'al tra parte ». (Reboul. Geologie de la pé riode quaternaire cap.
27). Finalmente non bisognadimenticare, siccome un fatto assai caratteristico,
che questo diluvio mandato appunto per sterminare l'umana specie avrebbe avuto
per conseguenza di produrre un terreno geologico nel quale si trovano animali
DILUVIO d'ogni specie non più esistenti, eccetto quelli dell'uomo ! Ma
piuttosto che andare incontro a tante assurdità, non è egli più savio consiglio
il riconoscere che la leggenda diluviana non ha nulla di reale e deve forse la
sua origine ad un mito indiano? La tradizione deldiluvio era infatti molto
diffusa fra gli orientali. Il caldeo Beroso parla di un diluvio nel quale il
buon re Xisustri, avvertito dagli Dei sulla pros sima innondazione del
Ponto-Eusino, si salvò entro un'arca; un altro diluvio ri cordalamitologia
greca nelquale Deuca clione e Pirra ripopolarono il mondo gettandosi dietro le
spalle dei sassi, che si trasformarono in uomini ; e gli stessi egiziani
ricordavano un diluvio nel quale si sommerse l'isola Atlantide. Ma tutte queste
tradizioni la cedono in vetustà a quella dell' India, dove i Vedas, certa mente
anteriori alla formazione definitiva del Pentateuco, narrano l' avvenimento del
diluvio con quelle singolari concor danze coi nostri libri santi, le quali si
possono vedere nel seguente parallelo del Diluvio di Vichnu. Notisi intanto che
Vich-Nù, Me-Nù, hanno sempre la stessa desinenza di Nù, dallaquale gli Ebrei
trassero il loroNoè. Èpoi curiosa laconcordanza del dilu vio del primo con
quello del secondo. Se ne togli la differenza del mito, do vuta alla diversa
indole dei due popoli che lo creavano, è impossibile negare che uno non proceda
dall' altro. Per la migliore intelligenza del lettore qui sotto ne riporto la
comparazione: Bibbia-Genesi, Cap. 6, 7, 8. Il Diluvio. Edecco, io farò
veniresoprala terra il diluvio delle ac que, per farperire disottoal cielo ogni
carne in cui è alito . di vita: tutto ciò che è in terra morrà. MAHABARATA
BAGAVAD-GITA Episodio del pesce. Di ciò che si muo ve e di ciò che non si muove
il tempo avvicina minaccioso e terribile. Fatti un' arcadi legno di Goser falla
a stanze ed im peciala di fuori e di dentro conpece (Id. 14). Eprenditid' ogni
cibo che si man giaedaccoglilo ap presso a te (id. 21). ENoèfececosì: egli fece
secondo tutto ciò che Dio aveva comandato... ed entrò nell' Arca consuamoglie,
con le moglide'suoifi glioli. Eildiluviovenne sopra la terra...... e le acque
si rinfor zarono e crebbero grandemente e l'Ar canuotava sopra le acque (Id.
47, 18). Eleacqueavan zarono i monti che furonocoperti(VIII, 20 е 24). Ed
essendo state chiuse le cateratte del cielo, l'acque an daronoritirandosi e nel
decimosettimo giorno del settimo mesel'Arca si fermò sopra le montagne d'Ararat
(VIII, g-4). E Iddio parlò a Noè dicendo : Esci fuor dell' Arca, tu e la tua
moglie ei tuoi figlioli ( VIII, 15, 16,). Ed Iddio bene-. disseNoè e suoi fi
gliuoli e disse loro: 277, Fatti una nave forte, solida, ben congiunta con le
gami. Etusalirainella nave e porterai te co tutte le sementi perchè vi si con
servino lunga sta gione. E stando sul legno mi vedrai ve nire a te con un corno
sulla testa al quale mi riconosce rai.... E Manù racco gliendo tutte le se
menti entrò nella nave con sette ri chis (sapienti) e si diede a vogar sul
l'oceano orrenda mente gonfiato. Evidde ilpesce nuotante nelle acquə portante
un corno come aveva predet to..... Attaccòuna corda al corno che esso portava
al capo, e il pesce essendosi avviato trascinò ra pidamente il basti mento sui
flutti del l'oceano. Agitata da fu riosi venti la nave vacillava sui caval
loni. Nè la terra, nè le regioni del cielo erano visibili: tutto era acqua lo
spazio e il cielo. Così il pesce fe ce vogare la nave per molti anni, poi
lafeceposare làovè l' Himarat elevava lasuapiù altacima. Alloracosì il pe sce
pariò ai sapienti della nave: lo sono Rama; nessun es sere è più elevato dime.
Sotto forma di pesce io venni asal varvi dai terroridel 278 fruttate e moltipli
catee riempite tutta la terra (IX, 1, 7). Io fermo il mio patto con voi, che
ogni carne non sa ràpiùdistrutta per l'acqua del diluvio, e non vi sarà più
diluvio per guastar la terra. (Id. II ). DINAMISMO lamorte. Da Manu | di essere
dimostrata, imperocchè non devono ora nascere si va dal noto all'ignoto, dalla
verità tutte le creature. Esso deve ri creare tutti i mondi e per via di auste
rità e devozioni sa rà compiuto quel ch'io annuncio. Perfavormiola creazione
degli es seri non cadrà più in confusione. Dimostrazione. La dimostra zione è
il fondamento più ovvio d'ogni filosofia esatta. Non vi può essere per noi
verità se non è dimostrata; la di mostrazione è quella che ci apre gli occhi
all' evidenza e c'insegna le cose che credere dobbiamo. La dimostra zione deve
seguire il metodo induttivo, anzichè il deduttivo ( v. DEDUZIONE ); essere a
posteriori e non già a priori (vedi queste parole ); preferire il me todo
analitico al sintetico (v. ANALISI ). Questi principii fondamentali della di
mostrazione furono sempre miscono sciuti dalle vecchie scuole della filoso fia,
le quali fondandosi appunto sul principio falsamente affermato daAri stotile,
che la dimostrazione è l'atto del dedurre da una verità univer sale le
conseguenze che ne sortono, necessariamente, hanno supposto che le verità
universali potessero essere a nostra conoscenza prima ancora della
dimostrazione, e che questa giovasse soltanto per mostrare l'evidenza delle
verità particolari in quanto si riferi vano agli stretti e necessari rapporti
immediatamente percepita a quella a stratta della generalizzazione, senza che i
rapporti fra queste idee non siano dimostrati, e che la loro conformità non sia
resa evidente. Ad esempio, io posso ben credere senza dimostrazione che l'acqua
che bevo è incolore e trasparente, poichè il fatto stesso della sensazione che
provano i miei occhi è dimostrazione sufficiente a indurmi in questa
convinzione; e posso egualmente credere che tutte le acque della terra non sono
egualmente incolori e tra sparenti, poichè ne vedo di più o di men chiare
secondo le fonti, e i ter reni ov'esse si depositano. Ma la di mostrazione
diventa solo necessaria quando io voglio astrarre da queste differenze e
stabilire la proprietà ge nerale dell'acqua di essere incolore. È allora che io
ho bisogno di doman dare alla chimica il soccorso della sua analisi e della sua
sintesi per provare che le sostanze coloranti non sono parte essenziale di
queste acque, e che in qualunque tempo, e in qualunque paese si combinino
insieme 88, 91 parti di ossigeno con 11, 09 d'idrogeno si avrà quel liquido che
si chiama acqua. Questa verità è dunque d'ordine uni versale, ma è vera sol in
quanto è ve rità dimostrata, l'abbiam conosciuta coll'induzione passando dal
noto all'i gnoto, l'abbiamo stabilita colla scorta delle verità particolari, ma
non l'ab biamo dedotta da alcun principio più che questi avevano con quella.
Questo | generale. errore è stato ben confutato dalla scuo la sensualista, la
quale facendo rife rire tutte le nostre idee alla sensa zione, ha provato che
le sole verità le quali non hanno bisogno di essere di mostrate, son quelle che
diremmo as siomatiche, e che derivano immediata mente dai sensi ( v, ASSIOMA).
La ge neralizzazione di queste verità primi tive direttamente provate dalla
sensa xione, è quella che invece ha bisogno I cippo nè a Democrito è mai caduta
in Dinamismo. Teoria filosofica opposta all' atomismo, per la quale si
concepisce la materia come il risultato di sole forze. L'atomismo antico aveva
cercato di spiegare i fenomeni della natura col solo soccorso degli atomi e del
moto, ma è un errore di molti il credere che in questo sistema tanto av versato
oggid) dai metafisici, gli atomi fossero inerti e senza forza. Nè a Leu DINAMISMO
mente siffatta incongruenza, e l'ultimo specialmente si è assai ben spiegato
intorno al movimento dei suoi atomi, ch'egli disse eterno, necessario, quan do
intese il movimento con le parole necessità del fato ( v. DEMOCRITO ). Ciò
posto, non si capisce proprio l'entu 279 non sono altro che i fenomeni, pro
prietà assegnate alla materia per rap presentarla come una sostanza, men tr'
essa poi non è altro che il risultato di azioni e combinazioni di forze, in una
parola il movimento. Credette egli siasmo di coloro che esaltando le me
tafisicherie del dinamismo, credono di dir cosa nuova insegnando contro l'a
tomismo una teoria del movimento. Leibaitz, Kant e Schelling fondarono la
teoria dinamica. Il primo, per ve rità, non intravvide altro che la im possibilità
di un' azione degli atomi senza forze che fossero inerenti alla loro sostanza,
ed ebbe, confessiamolo pure, il merito grandissimo di stabilire chiaramente che
alla materia è inerente il movimento. « Ogni porzione dellama teria, non è
soltanto divisibile all' infi nito, ma ancora suddivisa attualmente senza fine
ciascuna parte in parti, o gnuna delle quali ha un movimento proprio.
(MonadologiaNe.65 p. 710)». (Genesi). Non ha la prescien za nè la sicurezza
dell'operare ; ed è solo dopo aver compiuta la creazione ch'egli si avvede
d'aver fatto cosa buona. Spesso rammaricasi dell'opera sua : si pente di aver
creato l' uomo ( Genesi VI, 6), e fatto re Saul (I Re XV, II); nè mai è sicuro
se i popoligli saranno fedeli, on d' egli prevede di doversi pentire del
beneche aloro fa (Geremia, XVIII, 10). Siffatti volgari antropomorfismi, sono
ben altro cbe adatti a farci credere che l'antica rivelazione abbia dato agli
uomini l'idea di unDio spirituale; e son poi così goffi e così bassi che la
teolo gia è costretta a interpretarli allegori camente. Non èdunque lontano dal
vero chi fa risalire a Platone la prima idea dello spirito; e per lo meno non è
dub bio che il suo Dio fosse incorporeo. Egli considerò il corpo come un segno
d'im perfezione e credette che un essere cor poreo non potesse essere eterno. I
cinesi si avvicinavano a questaopinione quan d'essi dicevano che nessuna cosa
nel faccia senzamorirne (Esodo XXXII! 18 i mondo gli rassomigliava, nè ch'egli
po teva vedersi; e i pitagorici credevano anch'essi che Dio fosse un essere
incor poreo. Giova avvertire però, che per quanto questi filosofi sembrino
avvici narsi al concetto della metafisica moder na, non per questo si può
credere che essi avessero una chiara intuizione di ciò ch'è spirito;
imperocchè, come ben dice l'autore dellastoria della filosofia pagana (Haye
1724), dall'avere gli antichi chia mato Dio, asomatos, non ne deriva che essi
l'abbiano creduto spirituale. Avve gnachè questa parola non esclude un corpo
leggero e sottile,comeben si prova con latestimonianza di Porfirio, di Proclo e
Giamblico . Il primo dice infatti che 281 proprietà della materia primitiva se
condo gli antichi, è d'essere senza corpo (Senten. XXI.); e Giamblico e Proclo
as sicurano che i corpi celesti sono assai so miglianti alla sostanza
incorporea degli Dei ( Giamblico . De Misteriis . Sez . I cap. XVII. Proclo in
Plat. Theologiam, cap. XIX). Perfino Tertulliano spiegava la parola latina
incorporalis nello stesso senso che questi autori danno alla pa rola greca
asomatos, poichè egli dice che la voce è incorporea (Adversus Pra DIO felicità;
solita antitesi del politeismo, che si trova nella perpetua alternativa, o di
ammettere molti enti assoluti, o di ricorrere all'unità di Dio. Comunque sia,
niun può mettere indubbio che la filosofia Platonica non serva, in que sta e in
molte altre cose, come d'in troduzione al cristianesimo. Invero, la prima
trasformazione del Dio cristiano nell'ente spirituale della metafisica, si
compieper l'intermediario di Giovanni, o per meglio dire, degli scritti che a
lui si attribuiscono ; i quali sono indub biamente l'opera di unneoplatonico.
Il non è affatto esatto: Piatone nulladice di ciò che sia spiritc, ma sol
procede хеат. Cap. VII ) Il dire adunque che lafilosofia Pla tonica ha
stabilita la dottrina spirituale, ❘
principio dell' Evangelo di S. Giovanni parla del Verbo divino, come già ne
parlavano i filosofi della scuola Ales sandrina, i quali, come si sa, s'inspi
ravano specialmente nei luoghi oscuri di Platone. Nel Verbo Iddio perde ogni
per negazione, e c'insegnache Dionon ha corpo, onde bene aragione gli epi curei
rimproveravangli quest'errore (Ci cerone. Della nat. degli Dei lib.I); e Se
neca, il qual divideva l'opinione degli stoici non lo biasimava con minore e
nergia. > (Il Demone di Socrates. Qui vi è evi dente contraddizione, poichè
questo padre degli Deinon può essereil crea tore degli altri esseri che sono
eterni e che bastano da se stessi alla loro d'essis'affrettano aliberarne la
Divinità. Già nel quarto secolo Lattanzio così argomentava per provare
l'esistenza di Dio: >> Seriade, ricco cittadino di Corinto, l'a equistò e
alui confidò l'educazione de suoi figli, trattollo con ogni riguardo, sicchè
infine ebbe il vanto di essere schiavo e di vivere come se fosse libero. Soleva
passare l' estate a Corinto e ' inverno ad Atene; ma un bel giorno fu trovato
morto nel Cranion, ginnasio vicino a Corinto. Morì nell'anno 323 a. G. C. in
etàdi 90 anni. Dopo averegoduto in vita di una fama ch'egli doveva alle sue
stra nezze, dopo la morte ebbe ancora dai suoi contemporanei onori e monumenti
immeritati. (V. CINICA). Diogene soprannominato LAER zio, perchè supponesi ch'
egli fosse di Laerzia in Cilicia. Della sua vita nulla si sa, e il suo stesso
nome non ci ènoto che per un libro intitolato: Vita, dottrine e sentenze
difilosofi illustri, ilqualeè per venuto fino a noi quasi per intero. An che il
tempo preciso in cui viveva s' i gnora, poichè la biografia dell' ultimo
filosofo di cui egli parla, è quella di Ateneo che viveva ancora al principio
del regno di Alessandro Severo, 222 anni dopo G. C. Adunque quello che sicura
mente si può dire di lui, si è che viveva dopo il secondo secolo dell'era
nostra, e non oltre il quinto secolo, poichè Ste fano di Bisanzio, che visse
verso l'anno 500, parla di luicome di un autore già antico. Moltihanno creduto
che appartenesse alla setta di Epicuro, siccome fra le varie biografie da lui
redatte più com piacentemente diffondesi in quella di questo filosofo. Altri
invece vorrebbero annoverarlo fra gli stoici, parendo a costoro che la vita di
Zenone e di Crizia filosofi come storico, e men che storico, come cronachista,
unica sua cura essendo quel di raccogliere tutte le opinioni e tutte le notizie
intorno ai filosofi di cui scrisse la vita, e di registrarle, quand'an che
contradditorie, senza critica. Perciò appunto il suo libro ha tanto giovato
alla storia della filosofia, in grazia delle notizie molte e varie che ci ha
trasmesso intorno ai filosofi di cui ci ha data la biografia. Diritto V.
MORALE. Disgiuntivo.(Argomentodisgiun tivo)Dicesi proposizione
disgiuntivaquella nella quale si riferiscono al medesimo oggetto vari
attributicome possibili. Per es.: l'uomo o è un animale o un tipo separato
dalla classe dei viventi ; lo spi rito, o è materia o è nienteecc. Colla pro
posizione disgiuntiva formasi quello che nelle scuole suolsi chiamare argomento
disgiuntivo, sorta di sillogismo nel quale la premessa o maggiore consta di una
proposizione disgiuntiva, e il rapporto fra la minore e la conclusione è, che
se nella minore negasi uno degli attributi, la conclusione dovrà negare
l'altro, e viceversa. Esempio: L'uomo o è un ani male o un tipo separato dalla
classe Ma separato non è dagli- dei viventi altri esseri, coi quali presenta
affinità ed analogie molte Dunque è un ani male.- Oppure: Lo spirito o è mate
ria o è niente; una materia non è poichè in tal caso esser dovrebbe spiri
tuale; dunque è niente. In conclusione si vede che l'argomento disgiuntivo non
è in findei conti che un sillogismo nel quale d'ordinario la premessa è un di
lemma. (V. SILLOGISMO). Divisibilità. Una delle proprietà fisiche dei corpi,
per la quale essi pos sono dividersi all'infinito, e verificare in tal maniera
l' antinomia dell'infinito con tenuto in un corpo finito. I mezzi məc canici o
chimici che noi possediamo, sebbene ci permettanodidividere i corpi in molecole
piccolissime e quasi imper sianoquellech'eglitrattò più lungamente.| cettibili,
sono però sempre demodi gros Il fatto si è, che Laerzio parla de' suoi solani
di divisione, se li confrontiamo con DIVISIBILITÀ una più alta potenza visiva.
Un vaso di essenze odorose lasciato aperto in una stanza può impregnare del suo
odore tutta l'aria di quell'ambiente, eppure la materia uscita da quel vaso e
diffusasi in ogni parte è così piccola che non bastano le più precise bilancie
per ac accertare una diminuzione di peso nella essenza odorosa, la quale con
una tanto piccola parte ha prodotto sì mirabili effetti. Un grano di carmino
può colo rare in rosso un litro d'acqua, vale a dire che il carminopuò
dividersi in tante particelle così piccole, e così numerose da potersi spargere
e mescolare in tutte 201 alle minime proporzioni possibili, tanto chè non ci
sia per noi alcun mezzo di dividerlo ulteriormente; per es. un cor puscolo del
sangue, non ne deriva già che colle leggi del pensiero non si possa ancora
dividerlo consecutivamente inpar ti ancor più piccole. Io posso quindi supporre
che quel corpuscolo sia diviso in due metà, l' una delle quali rigetto come
inutile, e l'altra posso ulteriormente dividere col pensiero in due parti
ancora. le parti del liquido in cui è disciolto. E tuttavia, un goccia di
questo liquido sot tomessa al microscopio, ci lascia scorgere chiaramente
queste particelle nuotanti nell'acqua. Chi considera il sangue sgor gato da una
ferita non ha difficoltà a credere che esso sia un liquido omogeneo e che il
color rosso sia proprio di tutte le sue parti. Ma appena una goccia di questo
liquido è sottoposta all'esame mi croscopico, subito ci appare assai diversa
daquello che suol parerci ad occhio nudo. Una infinità di granulazioni si disco
prono al nostro occhio, parte colorate con una legger tinta rossa, parte
affatto incolori, sicché quella sostanza liquida, scorrevole, omogenea che
prima ci pa reva impossibile ad essere più finamente divisa per la sottigliezza
delle sue mo lecole, dopo ci sembra un complesso di corpi solidi abbastanza
vistosi e grossi per essere ancora divisi e suddivisi in più e più parti. Ma
questo modo di divisione col mezzo dell' ingrandimanto ha pure il suo limite,
nè ci è dato di oltrepassare colla potenza visiva la maggior potenza delle
nostre lenti. Per altro, l'immaginazio ne questi limiti materiali non conosce,
e trasportandosi oltre tutti i mezzi mec canici e fisici e chimici, trova che
la divisibilità potrebbe spingersi più oltre, e che nessunlimite, in nessun
tempo può esserle fissato. E veramente se conside riamo col pensiero un corpo
già ridotto Nuovamente rigettata una di queste, l'al tra può ancora essere
mentalmente di visa in dueparti, e così all'infinito. Onde si verifica, come ho
detto nel principio, l'antinomia dell' infinita divisibilità con tenuta in
uncorpo finito; imperocchè io non posso supporre col pensiero che un corpo si
divida, senza che l'atto del di videre non separi due parti distinte, nè posso
concepire l'esistenza di queste due parti, per quanto piccole esse siano, senza
supporle dotate di estensione; e tutto ciò che è esteso può essere ancora
diviso. E fu appunto per evitare cotesta con traddizione che l'antica scuola
atomistica ha ammesso con Leucippo e con Demo crito che i corpi non
sonodivisibili oltre uncertolimite, e che gli atomi, ch'essi sup ponevano
semplici, elementari, non com posti di parti, erano anche indivisibili (v.
ATOMISMO). Ma troncare la questione in questa guisa non era risolverla, e per
quanto giusto fosse il desiderio degli a tomisti di sciogliere così la
controversia sulle essenze, non è perciò men vero, che il pensiero trascorre
oltre il limite degli atomi e ad essi vuol dare una di visione. Ora, questa
singolare antinomia per la quale vediamo congiungersi in uno stesso oggetto due
nozioni così contra l ditorie come sono il finito e l'infinito, non basterebbe
per avventura ad avver tirci che il concetto che noi ci formiamo dell'infinito
non è altro che una pura a strazione? Si suol dire che l' infinito ci si impone
per le leggi del pensiero. Ma son pure le stesse leggi del pensiero quelle che
ci rivelano l'infinita divisi 292 DOLORE bilità contenuta in un corpo limitato;
❘ cepirla egualmente senzail corpo ma
equeste idee contradditorie sono non dimeno così bene congiunte fra di loro che
io non le posso assolutamente se parare: non posso pensare a un corpo finito
senza supporre la divisibilità in finita, nè posso pensare a questa senza
concepirla contenuta in corpo finito. Se adunque il principio di contraddi
zione di Aristotile fosse vero, (v. CON TRADDIZIONE) una di queste due idee
vera non potrebbe essere. Ma il corpo finito negare non si può, senza negare
l'esperienza dei sensi; dunque non ci rimane che a considerare ' infinito nella
divisibilità come una mera astra zione. Ma d'altronde chi nega l'infi nita
divisibilità nega l'infinità nello spazio, e nel tempo, vale a dire ne ga
insieme l' infinità e ' eternità. Invero, il processo della divisione è
identico, sebbene in senso inverso, aquello dell' addizione. Se io divido una
quantità sommata rifaccio il la voro dell' addizione, e riduco la pro porzione
al termine primitivo. Som mare edividere possono dunque para gonarsi al
movimento di un uomo, che percorresse un determinato tratto di cammino, epoi
rifacendo la sua strada ritornasse al punto primitivo. Infatti quale è l'idea
che ci presenta l'infi nità dello spazio? Un metro, un chilo metro,un miriametro
come qualunque altra misura delle distanze possono co stituire gli elementi
dell'addizione del l'infinito Un chilometro aggiunto a un' altro chilometro e
poi a un terzo, aun quarto e così via all' infinito. E colla parola infinito
non esprimiamo altra idea fuor di quella che non tro viamo alcun ragionevole
motivo per fissare un limite a questa addizione di chilometri. Nella
divisibilità noi proce diamo in senso inverso: togliamo, cioè, gli spazi
aggiunti per tornare al punto primitivo, e in questa operazione ci tro viamo
ancora di fronte all' infinito. La teriale che le serva, per così dire, di
substrato; basta che si consideri un determinato spazio e quello spazio lo si
divida mentalmente in parti, per ca pire che eziandio in quello spazio fi nito
esiste l'idea dell'infinito.Lo stesso processo può farsi per il tempo. Un'o ra
posso dividerla in minuti, il mi nuto in secondi, il secondo in terzi e così
via all'infinito. Abbiamo macchine chepossono indicare la diecimillesima parte
di un secondo, ma quella stessa legge del pensiero che c'impone di cre dere
all' eternità, ci impone pure di credere che la divisibilità del tempo non può
fermarsi a quel punto, e che come si può con mezzi meccanici se gnare la
diecimillesima parte di un minuto secondo, così la mente può di videre ancora
ulteriormente questa mi nima frazione del tempo, e così all' in finito. Ond'è
proprio questo il caso di dire che l'eternità, per le leggi del pensiero, è
contenuta in un minuto. ( v. ETERNITA ed INFINITA ). Doceti. S. Girolamo (Contro
iLu ciferiani C. 8) dice che contempora nei agli apostoli furono certi eretici,
detti doceti, iquali negavano che Gesù Cristo avesse preso un vero corpo, la
qual cosa è pure attestata da S. Cle menteAlessandrino(Strom. lib. VII) e da
Teodoreto. Vuolsi anzi che l'apostolo Giovanni abbia inteso parlar di loro
quando disse, che ogni spirito il qua le non confessa Gesù Cristo venuto in
carne, è l'Anticristo. (Gio. I. Epi stola Cap. 4). Se questi eretici sono
dunque esistiti, e non ne è dato dubi tare dopo le testimonianze addotte,
sarebbe provato, che già i contempo ranei di Gesù negavano al preteso Messia
ogni realtà storica,poichè realtà storica non può avere chi non è dotato di
corpo. Dolore. Sensazione penosa per cepita inunaparte vivente del cervello.
infinita divisibilità è adunque identica | E dicesi del cervello e non del
corpo, all'infinità dello spazio; cioè, posso con- perocchè, come tutte le
sensazioni, così DOLORE anche le dolorose non si sentono vera mente nel posto
dove sono cagionate da malattia o da ferita, ma sono sen tite soltanto
dall'organo cerebrale, di guisachè se recidonsi i nervi della sen sazione di un
dato membro, quel mem bro rimansi insensibile ad ogni sensa zione dolorosa, nè
per quanto si tor-. menti in ogni guisa esso riesce a per cepire il dolore.
Organi della trasmis sione del dolore essendo tutti i nervi, è chiaro ch'esso è
una sensazione d'un genere affatto diversa da tutte le altre che hanno organi
speciali perprodurla; onde il dolore cambia d'intensità e di 293 uno stato speciale
del nostro organi smo, unamodificazione più o meno pro fonda che si opera nel
corpo, sia essa nel cerebro o altrove ; onde vediamo, ad esempio, che certe
affezioni fisiche con ducono sempre ed inevitabilmente a certe altre affezioni
morali. Gli è ben vero che alcune fiate vediamo lu affe zioni morali produrre
nel nostro fisico alterazioni notevoli; tuttavia questa non èaltro che una
apparenza, una illusione alla quale naturalmente noi tutti dob natura secondo
laspecie del nervo che lo conduce, secondo lo stato dell' or gano che lo riceve
e del cervello che biamo soggiacere, per la ragione che l'affezione morale è
quella che ordina riamente si palesa ai nostri occhi prima dell' alterazione
fisica che l'ha cagio nata. E siccome nell'ordine del tempo fra duefenomeni che
si seguono imme diatamente noi siam soliti a dare il nomedi causa al
precedente, e di effetto al susseguente, così è ovvio che in tali casi
l'affezione morale onde siamo tra lo percepisce. Oltre alla lesione dei nervi,
il dolore può essere prodotto da una difficoltà, che per una qualsiasi causa
provano i diversi tessuti nel loro modo naturale d' azione. Non devesi, del
resto, dimenticare che ad ogni mo dificazione fisica corrisponde sempre una
modificazione morale, imperocchè, come ben lo ha dimostrato Cabanis, i rapporti
che passano tra il fisico e il morale sono cost stretti fradi loro, da non
potersi produrre un' azione qual siasi nell'uno senza che vi corrisponda |
detti morali, che noi proviamo per la vagliati, e che per la prima si rivela ai
nostri occhi, sia spesso creduta la causa delle alterazioni organiche che si
manifestano poi. Ma laverità è questa, che nessuna affezione morale noi pos
siamo eccitare negli altri o in noistessi, senza che sia preceduta da una modi
ficazione fisica. Cosicchè i dolori cost una modificazione dell' altro. Io dirò
anche di più, poichè il modoinvalsodi considerare il fisico ed il morale sic
come due elementi distinti, quantunque in una stretta unione fra di loro, non
mi pare esatto. Quel complesso di fe nomeni e di attività che costituiscono il
carattere morale dell'uomo, non for ma una realtà sostanziale; esso non è altro
che il risultato dell'azione fisica, epperd dobbiam dire giustamente, che se
consideriamo nel fisico il corpo a gente, nel morale non vi possiamo ve der
altro che la funzione. Coloro per collera o per lo spavento, sono infine sempre
prodotti da cause organiche. « In vari casi, dice il dottore Frerichs, le
malattie scoppiano improvvisamente in individui sani, dopo un violento spa
vento, od un eccesso di collera, sicchè tanto i quali credono che possano darsi
dei dolori morali, i quali non abbiano alcuna dipendenza dall' attività del cor
po, errano a gran partito. Quel chedi- sibilità viziosa del centro nervoso, in
ciamo dolore morale, non è altro che quellididistruzionegenerale delleforze,
l'effetto della scossa moralepuò appena essere avvertito. Allora gl' infermi di
vengonoitterici,inpreda adelirio emuo iono alcuni giorni più tardi » (Trattato
delle malattie delfegato). Si sa d'altronde che tutte le malattie cancerose
predi spongono singolarmente alla malinco nia, e che la malinconia è il
principio di tutti i dolori morali. >> La dottrina di una religione
qualunque, è quella che da essa s'insegna sia intorno al domma, sia intorno
alla morale; del pari la dottrina di una filosofia quella è che riassume ed
espone con ordine e metodo gl'insegnamenti della suascuola. Dovere. Vedi
MORALE. Draidismo. Antica religione dei Galli sul conto della quale poco si sa,
avvegnachè i Druidi o sacerdoti di questo popolo confidarono alla sola
tradizione orale gl'insegnamenti della loro teologia. Il nome di Druidi gli
antichi derivarono dalla parola greca che significa quercia, lerebbe forse un
fondamento politeista ? >> (Cousin. Introd. alla storiadella filosof.
lez. V.). In tal guisa la sostanzadi Dio èil mondo, o il mondo à Dio. Qui il
panteismo si rivela chiaramente e senza sottintesi: ma la filosofia eccletica
di Cousinsi farà un dovere di negarlo dieci volte in dieci luoghi diversi delle
sue opere, onde essere fedele al sistema di non aver sistema; sicchè i
cattolici nonebbero torto di rimproverargli quel Jo spirito subdolo che il
cristianesimo accusa negli eccletici antichi, mezzo pagani mezzo cristiani,
mezzo filosofi mezzo teologi, interi solo nel pensiero d'insinuársi in tutte le
scuole e di tutte dominarle. 1 >> Eleatica. (Scuola). Setta filoso fica
fondata da Senofane in Elea, città d'Italia, pochi anni dopo la caduta di
Pitagora, dai principii speculativi del quale prese le mosse. Due periodi ben distinti
voglionsi considerare nellascuo la eleatica, e meglio che periodi, do vrebbero
dirsi addirittura scuole dif ferenti e assolutamente separate fra di loro. La
prima scuola rappresentata da Senofane, Parmenide, Melisso e Ze nonetutti
contemporanei, abbraccia un periodo di poco più di mezzo secolo, dal 430 al 540
circa av. G. C. e fondò una sorta di panteismo, dimostrato con principii
attinti alla pura speculazione. Per vere, sulla eternità della materia
convengono tutti i filosofi di questa scuola: essi nonpossono concepire co me
esistere possa ciò che non è sem pre esistito, ma poi volendo troppo
sintetizzare intorno a questo principio, nel mondo e nell'universo tutto vo
gliono riconoscere un solo essere, una unità immobile e immutabile, perchè
esistendo necessariamente e in sè stes so racchiudendo ogni cosa, deve avere
una perfetta immobilità. Quest' unità universa, costituisce il Dio panteista
degli eleatici, i quali, mal potendo so stenere la loro ipotesi a priori contro
la costante testimonianza dei sensi, i quali attestano che nel mondo ogni cosa
si muove e si trasforma, conven nero nel proposito di negare ai sensi ogni
fede, e di far precedere le verità astratte a quelle d'osservazione. Quin di
per essi la realtà non poteva esse re argomento, che di speculazioni a stratte,
poichè le percezioni dei sensi, secondo essi, sono quasi sempre erro nee; e una
vera scienza non possono costituire a cagione delle molte illu ounpezzo di
metallo è sostenuto nel-sion cui vanno soggetti. In questa l'aria; toglietegli
il suo sostegno, esso parte dunque gli eleatici si accorda cadrà; ma a
considerare la cosa apriori vano con gli accademici, ma differiva ELEMENTI no
poi nella conclusione; poichè men 315 come quelle del suo discepolo Demo tre
quelli dall'incertezza dei sensi in ferivano nulla potersi con certezza
asserice, questi volevano invece to gliere ai sensi ogni certezza per ri porla
dommaticamente nelle specula zioni a priori della metafisica; nè si avvedevano
che anche la unità astratta dell eternità della materia, che essi affermavano,
non riposava, in fin dei conti, su altra testimonianza che quel la dei sensi,
perciocchè noi non ab biamo mai veduto nascere dal nulla alcuna cosa, nè alcuna
parte della materia assolutamente distruggersi. La teoria della prima scuola elea
tica conduceva necessariamente all i dealismo puro: tutte le cose esterne sono
mere parvenze; ciò che esiste è l'essere in sè e per sè, essenzialmen te uno
edimmutabile; che non ha pas sato od avvenire, nè parti, nè limiti, nė
divisioni, nè successione. Tutto il resto non è che illusione, poichè illu
sioni sono le apparenze sensibili, e la realtà consiste soltanto nelle verità
di ragione. Parecchi secoli dopo Berke ley e Collier riprodurranno nell' In
ghilterra l'idealismo degli eleatici con tutte le sue conseguenze. Ma di queste
astrazioni hanno fatto giustizia i filosofi eleatici della secon da scuola,
contemporanea della prima, erappresentata da Leucippo e da De mocrito. Bisogna
però riconoscere che nessun rapporto unisce fra di loro queste due scuole, della
qual cosa tutti i filosofi furono si bene persuasi, che si accordarono nel dare
alla teo ria dei primi eleatici il nome di scuolo metafisica, e quella dei
secondi chia mare col nome di scuola fisica. Il solo rapporto, infatti, che ha
potuto unire Tuna coll' altra è l'asserzione di Dio gene Laerzio (lib. VIII c.
55 e 56) il quale annovera Leucippo fra i disce poli di Parmenide. Ma se questo
sia stato discepolo suo è cosa che poco importa il discutere; l' essenziale a
sapersi è questo, che le sue teorie, crito, sono la perfetta antitesi di quel
le degli altri filosofi eleatici: esse riget tano il puro idealismo di
Parmenide e di Zenone, proclamano la realtà della sensazione; contro il riposo
sostengo no la teoria del movimento eterno, e all' astrazione dell' unità
assoluta e immobile dell' idealismo, contrappon gono la teoria atomica. (v.
ATOMISMO). Elcessaiti o Essonieni. Ere tici dei primi secoli, i quali alle
eresie degli ebioniti avevano congiunte molte superstizioni . Praticavano
frequenti a bluzioni, credevano in un Messia, al corpo del quale, come gli
ebioniti, at tribuivano proporzioni favolose; e te nevano per sicuro che lo
Spirito Santo fosse femmina, però che in lingua ebraica ha denominazione di
genere femminile. Un ebreo detto Elxai si fece loro capo a' tempi di Trajano, e
lui morto rimasero due sorelle, Mar ta e Martena, le quali appartenendo alla
stirpe benedetta, furono tenute in grandissima venerazione da quei set tari.
Dicesi anche che essi raccogliessero i loro sputi per farsene dei reliquari. Le
preghiere degli elecessaitierano fat te in lingua ebraica e dovevansi, reci
tare senza intenderle, costume che fu adottato dalla Chiesa cattolica, le cui
preghiere son pur fatte in una lingua sconosciuta. Elementi. È tendenza
naturale dell'uomo il ricercare l'origine delle cose, ed è legge di natura
ch'egli mai non riesca a trovarla. Invano esplorð gli spazi; quanto più potenti
furono i suoi mezzi d' esplorazione di tanto si arretrarono i confini dell'
universo. Nei corpi stessi la divisibilità ( v. questo nóme ) s'oppose mai
sempre alla sua ricerca dell' atomo primitivo; e nella filosofia naturale la
sua ricerca degli elementi fu altrettanto sfortunata. Per vero, la filos ofia
antica s'era accomo data in un facile trovato; e credette lungamente che
quattro fossero gli e lementi sostanziali di tutte le cose: la terra, l'acqua,
l'aria e il fuoco. Da questi quattro principii elementari tut te le cose essa
faceva scaturire. « Co me quei pittori, diceva Empedocle, mi schiando colori
diversi con quelli van figurando uomini e piante, così la na tura
coll'accozzare un poco di questo, un poco di quell' elemento, vien for mando
uomini, piante, donne leggiadre e chiarissimi dei ». L'anima stessa era un
fuoco o un'aria, e gli dei eran fatti della parte più sottile di questi stessi
elementi. Qualche filosofo, come Platone e Aristotile, aggiunsero un unsero
quinto elemento, l'etere. Aristotile ap pelld combinazione la proprietà d'ogni
elemento, cioè nel fuoco il calore e la siccità, nell' aria il freddo e l'umido,
nell' acqua l' umido e il freddo, e nel la terra il freddo e la siccità.
Coll'an tagonismo delle qualità elementari egli carbonio e il diamante sono
sostanze per la chimica intrinsecamente identi tiche, e non pertanto hanno modi
di essere cotanto differenti, nulla ripugna a credere che una sola sostanza
possa assumere tutta la varietà di forme che osserviamo in grazia di una sola
di versità d' intima aggregazione moleco lare, che sfugge a tutti i nostri
mezzi di percezione. Ben è questo il sistema di Democrito, ilquale,senza
bisogno di elementi diversi, spiegava la varietà del le sostanze con la varia
aggregazione molecolare, nè io so perchè i filosofi moderni vadano cercando
sistemi nuo vi per spiegare cose che gli antichi avevano già intese, nel senso
in cui le spiega la scienza nostra. Elezione (metodica, naturale . sessuale)
vedi DARWINISMO. Eliosismo. ( Da H' λιος, sole ), spiegava i cambiamenti degli
elementi Nome applicato a tutte le religioni la e il loro passaggio dall'uno
all' altro. cui divinità sia una simbolica rappre Ma dilungarci sulla fisica
degli antichi sentazione del sole. È certo che la luce non giova. Il male si è
che anche i fu nelle religioni primitive il fondamento moderni ritennero per
assai tempo che del culto. Dio nella lingua sanscrita, la gli elementi dei
corpi scoperti dalla più antica che conosciamo, suona il lu chimica fossero un
cotalchè di asso- minoso (vedi Dio); i persiani l'adoravano luto e
costituissero i principi fonda- sotto le forme del fuoco (v. ZOROASTRO) mentali
e indecomponibili della mate- e il paganesimo e il cristianesimo non ria. La
scoperta di Volta ha tolto seppero allontanarsi da questo simbolo. questo
errore e ci ha mostrato che se > Empedocle (Agrigento). Nacque in Girgenti
nella Sicilia sul principio del quinto secolo avanti l'era nostra, da famiglia
opulente. Uomo illustre, filosoto, medico, poeta, avversario del la tirannide,
benefattore del popolo, egli fu pei suoi contemporanei più era virtù sua.
Percorreva le vie seguito da numerosi littori, colla testa ri cinta da corona
d'allord, tenendo nel le mani un ramo di lauro, sè stesso dicendo non uomo ma
Dio. E la sua divinità fu riconosciuta da tutta la Si cilia. Divenuto vecchio
egli abbandono l'isola carico di onori per recarsi ad Atene, ove lo vediamo maestro
di fi losofia, poeta, e vincitore ne' giuochi olimpici. Poco dopo invano tento
di rientrare nella città nativa; un partito potente sorto contro di lui gliene
vietd l'accesso. Tornò nella Grecia e l'o scurità avvolse gli ultimi anni della
sua vita. Niuno sa dove e quando mort. Lo si disse rapito al cielo, precipitato
nel monte Etna, senza che alcuno sap pia con verità qual sia stata la fine dei
suoi giorni. Dei molti scritti di Empedocle aulla ci resta, fuorchè alcuniversi
delle Puri ficazioni, e alcuni frammenti deltrattato sulla Natura, opera che è
ad un tempo di fisica, di cosmologia e di psicologia. Filosofo o teologo, uomo
d'inge gno e ciarlatano, Empedocle riunisce nella sua dottrina gli opposti
caratteri della verità, amministrata sotto il velo dell' errore. La sua
filosofia,dice Con stant, è un mosaico di dommi sacer dotali; egli parla nou
come uomo filosofo, ma come rivelatore e Dio: > Ma nonostante tutte queste
attenzioni, il giudizio stesso dei due principali com pilatori non fu molto
lusinghiero per l'Enciclopedia. « Esso è, scriveva d' A lembert a Voltaire, un
abito d'arlecchino nel quale si trovaqualche pezzodibuona stoffa e troppi cenci
» ( Corrispond. tomo LXIX. p. 26). E Diderot, espri mendosi ancor più
energicamente, con fessava che « ' Enciclopedia divenne una concimaia entro la
quale certe spe cie di cenciaiuoli gettarono alla rinfusa una infinità di cose
mal viste, mal di gerite, buone, cattive, detestabili, vere, false, incerte e
sempre incoerenti e di sparate ». Ad onta di questo severo giudizio, non si può
negare all' Enciclopedia il merito di avere esercitata, almeno mo ralmente, una
benefica influenza sulla filosofia del secolo XVIII. Fatta ragione alla vastità
dell' impresa e alle moltis sime difficoltà che i tempi le opponeva no, bisogna
riconoscere che questo fa moso Dizionario ha servito a costituire il vero
partito filosofico e a dare ai pensatori d' allora maggior coraggio e coscienza
delle loro forze, esercitandoli in quella sorta di palestra della pub blicità.
Del resto, giova ripeterlo, gli Enciclopedisti non fondarono scuola, nè ebbero
unità d' azione; ognunocombatte per conto proprio conservando la sua distinta
individualità,la suaindipendenza e le sue idee; motivo per cui la loro
filosofia non bisogna cercarla in un solo lavoro, ma nelle speciali tendenze
dei vari filosofi del secolo XVIII. 326 ENTITA Gli articoli filosofici d' ogni
genere ed'ogni scuola, sparsi nei vari volumi dell' Enciclopedia, furono poi
raccolti e ristampati a parte col titolo: Lo spirito dell' Enciclopedia (
Parigi in 8° ). Encratiti Vedi TAZIANO. Enesimene. Uno dei più grandi scettici
dell' antichità. Nacque a Gnossa nella Creta, in qualtempo s' ignora; ma
probabilmente nel primo secolo dell'era cristiana. Fondò ad Alessandria la sua
scuola, nella quale insegnò che nessun principio assoluto può essere affermato
dalla nostra ragione; perciocchè se si consultano i sensi non ci è dato che di
afferrare la pura apparenzadei fenome ni, senza alcun rapporto di causalità che
sia necessaria; e se si consulta la ragione ella non potrà mai intendere qual
sia la relazione e i rapporti che una sostanza potrebbe avere sopra un'al tra.
D'onde Enesimene conchiudeva ne gando il principio di causalità. Vero è, diceva
egli, che nella nostra ragione abbiamo l'idea di causa e di effetto, ma questa
non è altro che un fenomeno dell' intelligenza, che non ha obbiettivo reale.
correva i suoi tempi, e riproduceva le dubitazioni di Pirrone sotto forme che
dovevano riapparire parecchi secoli dopo. principio della sua azione, e che senza
altro esteriore impulso va da sè mede sima al suo fine. In questo senso l'en
telechia è l'interno mobile della mate ria od altrimenti, ' essenza stessa o il
substrato che genera l'azione. E fu in questo senso che Leibnitz ha tolto que
sto nome dalla filosofia aristotelica per applicarlo alle sue monadi.
Cantinema. Modo di argomenta re per il quale da certi segni visibili deduconsi
le conseguenze che da quelli si attendono, come, p. e: il cielo è se reno,
dunque non pioverà. L'entimema è perciò un ragionamento men comples so e più
incerto del sillogismo, in quan to consta di una sola premessa dalla quale
deducesi direttamente la conse guenza. Esso può presentare nel ragio namento
gli utili o i svantaggi del me todo induttivo o deduttivo, secondochè il rapporto
tra la conseguenza è il segno visibile su cui si fonda, sia palesamente
manifesto, o imaginario. È chiaro che chi dice: il termometro oggi segna 40
gradi sopra zero, dunqi abbiamo un calore eguale a quello Senegal, fa un
Entimema assai diverso e assai più Ben si vede che questo filosofo pre-
congruente di chi dicesse: I miei af fari vanno bene, dunque la provviden za mi
protegge. Entità. Nella lunga lotta che di battevasi nel medio evo fra gli
opposti E se avesse spinto più innanzi la sua analisi dell' umano intelletto,
che condu ceva con tanta perspicacia, nor avrebbe forse tardato ad avvedersi,
che l'idea di causa ed effetto non è soltanto un fenomeno dell' imaginazione,
ma civiene suggerita olbiettivamente dalla esperien za, in grazia della successione
di tutti i fenomeni che noi osserviamo, succes sione alla quale nessun corpo
sfugge. Ridurrebbe dunque l'idea di causa ed effetto al suo vero elemento, chi
dices se ch' ella non è altro che una trasfor mazione dell' idea di successione
e di movimento. Entelechia. Parola primamente composta da Aristotile per
dinotare o gni cosa che in sè stessa contenga il partiti della filosofia
scolastica, il reali smo sosteneva contro il nominalismo (v. questi nomi) che
gli universali, ossia le generalizzazioni delle cose particolari, non erano
astrazioni prive di consisten za, ma esistevano veramente e realmen te in una
lor propria maniera. Secondo questa dottrina ogni cosa speciale attin ge i
caratteri che la distinguono in una esistenza eterea, nella quale sono i ca
ratteri comuni e universali del genere. Ondechè esistono gli uomini individuali
Pietro, Paolo, Luigi, maoltre questi in dividui vi è qualche cosa di reale e
fuo ri del mondo dei viventi che costituisce l'umanità. Nei tempi moderni le
entità, queste esistenze spuree che partecipano ad un tempo dell'essere e del
non essere, non chè rivivere, si moltiplicano straordina riamente nel campo
della metafisica. Du bitare dell' esistenza della materia, du 327 entità della
metafisica: l'entità ma tematica. bitar dei sensi, dubitare eziandio di e-i
stere son partiti leciti anche agli idea listi, ma guai a colui che dubiterà
del le entità della metafisica ! I tipi intel lettuali sono così superiori alle
forme materiali che dubitar di questi si può, ma sarebbe eresia dubitare di
quelli. Le idee innanzi tutto sono, non la so stanza che vediamo o che
sentiamo, е perciò ' ontologia per i filosofi di que sta scuola deve esser
scienza mille volte più esatta della fisica. Berkeley e Col lier negheranno
l'esistenza reale del mondo per attribuirla alle sole idee, e nei tempi nostri
Rosmini e Manzoni, più modesti, non toglieranno l' esistenza alle cose
sensibili, ma creeranno una nuova entità, l'ente-idea che esiste in sè e per sè
anteriore alla sensazione. Persistendo nella negazione d'ogni realtà
obbiettiva, Descartes si fonda sul puro subbiettivo e spera di avere tro vata
nell' idea una base sicura,incrolla bile alla filosofia. Ma non si accorge che
cotesto sistema è pieno di palpabili contraddizioni, non vede che egli rico nosce
l' effetto e respinge la causa, e che se i corpi esterni non esistessero e non
reagissero dal di fuori, non avrem mo al di dentro le sensazioni, non le idee,
non il pensiero! Aristotile è il padre dellametafisica; ma, la metafisica d'
alloranon ha nulla ache fare con quella dell' oggi, Aristo tile insegnava che
ogni causa efficiente ècorporea, dal che segue che è pure cor porea l'anima
umana. Non vi è forza alcuna, diceva quel sommo, senza qual che materia,
perciocchè ogni cosa che esiste deve esistere in qualche luogo. È questo un
assioma che per quanto vi vano i secoli non potràmai essere smen tito. Ma
Descartes si getta all' estremo opposto; per lui esiste la forma, la so stanza
è nulla. E qui nasce la prima Colui che cogli occhi della mente considera un
triangolo,concepisce i tre lati, i tre angoli che costituiscono le lince
esteriori, ed ha il concetto di una forma ipotetica che corrisponde a deter
minate regole. Questa forma o non ha una realtà o ne ha una affatto mate riale,
in quanto sia rappresentata da un corpo; e a tutto rigore si può anzi dire che
senza la materia, senza il cor po nemmeno la forma sarebbe mai sta ta
concepibile dal nostro intelletto. Ma il metafisico astrae affatto dalla
realtà, traccia linee e circoli immaginari e con chiude che la legge geometrica
è una entità, un non so che d'indipendente dai corpi. Se considera i numeri, il
metafisico non si allontanerà da questa via. Le cifre 10, 20 30 ecc, per chi le
vuol in tendere, non sono altro che segni neri segnati in campo bianco. Concetti
ideal mente, sono aggettivi numerali che non hanno alcun valore senza il
corrispon dente sostantivo, senza i corpi che, in certo qual modo, li informino
e li rap presentino. Ma il metafisico procede in senso inverso, da valore e
realtà al nu mero, concepisce e fabbrica una legge arbitraria, una entità senza
ente. I mo derni sorridono pensando al valore gran dissimo che li antichi
attribuivano a cer ti numeri per l'effetto di inveterate cre denze
superstiziose; ma abenmiglior ra gione dovremmo sorrideredei nostri me
tafisici, i quali suppongono che esista in natura una logica division decimale
o dodecimale, senza badare che in na tura ogni divisione equivale a qualun que
altra. Data una realtà alle linee ed ai punti, Descartes non doveva durar fati
ca nel creare quell' altra entità su cui posa oramai l'intero edificio della me
tafisica, voglio dire l" entità pensante. Dove e come risiede l'anima nel
corpo ? Se essa vi è diffusa per ogni lato, il fa moso ego cogito, ergo existo
andrebbe 328 ENTITA a risolversi in una sostanza estesa, do tata delle tre
dimensioni, si compene trerebbe col corpo e sarebbe, insomma, un ente di
materia. Ma Descartes non sa per uno spazio, la si concepisce este sa, e quindi
materiale; essendochè l' i dea della materia non è altro che quella d' una
sostanza estesa. L'affermare che si sgomenta per si poco. La teoria dei punti
edelle linee è piana,comoda e ben si presta ai concetti astratti. Descartes lo
vede, ond' eccolo venir fuori colla sua proposizione, che l'anima entro il cor
po occupa un punto matematico. La potenza della realtà da cui a strarre il
metafisico impiega ogni mag giore sforzo, ad ogni momento imperio sa e
imponente gli si affaccia.Descartes | denti nozioni ». vede i punti e le linee
segnate sulla car ta, e s'immagina che, astrazion fatta dalla materia di che
son formate, possa ridurli a quella data essenza per cui venga ad essi tolta
ogni dimensione. vi è una presenza locale, propria delle nature immateriali,
per cui sono tutte intiere in ogni punto dello spazio, tal chè senza essere
composte di parti e senza avere estensione occupano un luo go che ha tre
dimensioni, l' affermare, dico, queste cose, egli è non solamente un non darci
idea di cosa alcuna, ma ancora un combattere le nostre più evi Manonpensa che
le linee ei punti sono pure fatti di una qualunque siasi sostanza, con la quale
soltanto a noi si rendono percettibili, e che se essi si con cepiscono senza
reale rappresentazione, cessano di essere, non sono più nè pun ti nè linee,
sono un nulla. Certo, il ma tematico può per un momento astrarre dai punti e
dalle linee, e mentre li ve de, li tocca e li misura,può considerarli senza
dimensione, tanto questa è mini ma e insignificante pe' suoi calcoli. Ma per
quanto tenue sia la dimensione del punto, non perciò il punto stesso cessa di
essere una realtà; chè anzi il mate matico traccia apposta i punti e le li nee
perchè sa troppo bene che senza sostanza, senza un ente materiale che la
rappresenti nessuna forma sarebbe pos sibile. L' argomentazione calzava si bene
al proposito, che i Cartesiani non credet tero di poter uscire dal laberinto
senza gettarsi all' estremo opposto. Se nega vano forma e figura ed estensione
all'a nima, a molto miglior motivo dovevano negaria a Dio. Ma come conciliare
que sta lezione colla immensità, per la qua le si vuol che Dio colla sua
sostanza si diffonda in tutto l'universo ? Grave sa rebbe la risposta a noi
pigmei della scienza che non sappiamo elevarci d'un palmo sullo strato di
questa materialissi ma materia; ma alla metafisica che ar dita si slancia negli
spazieterei e d'uno sguardo sagace abbracciala quintessen za di tutto il mondo,
il compito dove va essere facile. Un ripiego semplicissi mo bastò ai Cartesiani
per spiegare la cosa, e insegnando non potersi dire, sen za far Dio corporeo,
che la sostanza di lui è diffusa dappertutto, sostennero che egli, per essere
spirituale, non poteva trovarsi in luogo alcuno. Qui il punto matematico si
trasfor ma in punto veramente metafisico. Per Il punto matematico, novella
entità di Descartes, non giova dunque anulla| siffatto metodo Dio e l'anima
vengono per provare la semplicità e la indivisi bilità di questa sostanza
quintessenziata che si chiama anima, poichè anzi es sendo il punto idealmente
divisibile al l'infinito, dovrebbe dedursi che anche l'anima lo è del pari. Eil
Bayle stesso confutava molto a proposito Descartes con questo stringentissimo
argomento. «Quando si concepisce una cosa difu a trovarsi in un luogo che non è
luogo, sono ovunque e nello stesso tempo in nessun sito, esistono realmente e
con stano di nessuna sostanza, non possedo no alcuna dimensione; in una parola
questo metodo ha dato l'ultima entità della metafisica moderna colla creazione
dell' atomo vuoto. A questo punto par che tutte le sco EPICHEREMA perte della
metafisica si siano fermate. Grande e solenne lezione pei sognatori d' ogni
risma, i quali, contanta smania di lanciarsi fuordella natura, non giun sero
nemmeno a produrre una nuova 329 colo) così si esprime:Nel duodecimo secolo si
pronunciava assai male il latino, onde invece di eum, come si dice oggidì, di
cevasi eon, per cui nel simbolo invece di cantare per eum qui venturus est
idea, non un nuovo pensiero, che non fosse un controsenso. In questa freneti ca
gara di costrurre a forza di pensie ro una nuova sostanza, che fosse diver sa
da tutte l'altre cadenti sotto l'azio ne dei sensi, essi riuscirono solo a far
pompa d'una stolta e superba vanità, e, pur disprezzando i sensi, ricaddero for
zatamente entro la sfera dei loro giudizi. Essi davano alla loro entità il nome
e la figurad'un atomo, per questa capitalis sima ragione, che la forma più
leggera e sottile che mai avessero veduto o sen tito, era quella appunto della
più picco la parte della materia immaginabile. I sensi sono la porta dello
spirito, e loro percezioni sono tutto quel tanto che a noi è dato di conoscere.
Meglio che ostinarci e disprezzarli e astrarre da essi a cui siamo strettamente
con giunti per una legge fatale e inesorabi le; meglio che creare delle entità
effi mere che nei sensi ancora trovano la loro radice, conviene dunque che nor
sia trascurata questapreziosissima dote del corpo, questa facoltà di sentire po
sitivamente, per la quale soltanto siamo vivi, giudichiamo, compariamo e attin
giamo tutti i criterii della realtà. Infi ne, non conviene dimenticare che il
mi glior rimedio contro il pericolo di crea re le entità metafisiche, è quello
di non separare mai il fenomeno dalla sostan za che gli serve di base; e per
poco che uno pensi non tarda ad avvedersi che tutte le entità non sono infine
che l'ef fetto di questa violenta separazione. Nes suno avrebbe mai pensato a
dare alle idee o al movimento, una reale esisten za, se per astrazione non si
fossero se parate dal corpo che le pensa o dalla sostanza in cui si
manifestano. Eon della Stella. Gentiluomo Bretone la cui eresia l' abate
Pluquet, sulle traccie del Dupin ( Bibliot. XII. se judicare vivos et mortuos,
cantavasi per eon qui venturus ecc. Fu in grazia di tale pronunzia che Eon s'
imagind che di lui fosse detto nel simbolo, che dovrebbe venire a giudicare i
vivi ed i morti, la qual fantasia gli riscaldò l'ima ginazione e il persuase di
essere il giu dice dei vivi e dei morti, e per conse guenza il figliuol di Dio.
Ai suoi discepoli distribui uffizi col nome di Angeli, Apo stoli, il Giudizio,
la Scienza, la Sapien za ecc. Molti partitanti egli ebbe e i soldati mandati
per arrestarlo non ne vennero acapo in sulle prime, onde fu detto ch' egli
erainviolabile per sovranaturale potenza. Tradotto infine davanti al con cilio
di Rheims,vi fu condannato a pri gionia perpetua, e alcuni suoi discepoli che
persistettero a riconoscere in lui il figliuel di Dio, incontrarono la morte.
Stupendo esempio è questo per provare come intempi anche assai più vicini ai
nostri di quelli in cui visse Gesù, facil cosa fosse a uno scemo il farsi crede
re figliuol di Dio, e il trovare apostoli che incontrassero il martirio per
amor di lui. Epicherema. Sorta di sillogismo composto, mediante il quale alla
maggiore ( V. SILLOGISMO ) si aggiunge qualche ragione dimostrativa onde ren
derla più evidente. Il seguente sarebbe un sillogismo semplice: Tutti i vapori
a parità di massa hanno un volume maggiore dei liquidi; le nubi sono un vapore;
dunque presentano maggior vo lume dei liquidi. Questo sillogismo si
trasformerebbe in epicherema quando alla ragione assiomatica espressa nella
maggiore, si aggiungesse una qualche dimostrazione, per es. così: Tutti i vapo
ri a parità di massa hanno un volume maggiore dei liquidi, poichè il calorico
disgiungendo le loro molecole le allon 330 EPICURO tana moggiormente fra di
loro; le nubi sono un vapore, dunque ecc. Epicuro. Nacque inGargezio nel '
Attica nell' anno 341 prima di Gesù, da famiglia antica ed illustre, ma ca duta
nell' indigenza. Per provvedere ai bisogni della vita, i suoi genitori emi
grarono nell' isola di Samo, ove il pa dre fu maestro di scuola, e la madre
divenne pitonessa e al figlio insegnò a pronunciare le parole che l'oracolo fa
ceva sentire frammezzo alle magiche evo cazioni. Allevato così nei più arcani
se greti della divinazione, Epicuro acquistò un anticipato disprezzo per le
supersti zioni religiose d'ogni genere. Dicesi che a quattordici anni, al
maestro che gl' insegnava il verso di Esiodo: Nel principio era il caos, egli
chiedeva: E il caos d'onde nacque? Preso dal biso gno di sapere, egli si
applicò allo studio dei filosofi, ma Democrito sopratutti fu da lui preferito.
Spirito profondo e sa gace, ripugnante alle astruserie metafi siche dei suoi
predecessori, egli com prese quanto di vero, di naturale e di pratico vi fosse
nella dottrina del filo sofo d' Elea, e divisò d'applicarne i principii. Nell'
età di 18 anni si recò ad Atene, ma poco vi rimase, chè fu presto a Lampsaco,
ove cominciò a professare i suoi principii e vi fece proseliti, coi quali nell'
anno 309 a. G. C. tornò ad Atene, acquistò un giardino e vi fondò stabilmente
la sua scuola. Gli Epicurei soli vi erano ammessi e tutt' insieme vi vevano d'
una vita comune,come idisce poli di Pitagora; con la differenza però che
Epicuro non volle che ponesssero in comune i loro beni, dicendo che cid
eccitava diffidenze fra di loro, ma volle che ciascuno pagasse una parte della
spesa. L'accordo della comunità epicurea non fu mai turbato, e ancora dopo la
morte del maestro sussistette lunga mente; tantochè Cicerone dice che nei tempi
suoi gli epicurei vivevano ancora in comune. Le spese, d'altronde, erano poche,
e tuttochè filosofi volgarissimi abbiano cercato di far credere che l'c
picureismo amasse lo sfarzo e il pia cere soltanto, è ben sicuro che lavita
degli epicurei fu purissimadaognimac chia, ch'essi vissero colla massima sem
plicità e che tenue assai era la spesa che importava il loro vitto comune. Vero
è che nella comunità epicurea anche le donne erano ammesse, e fra le più il
lustri discepole di Epicuro citansiLeon tina, celebre cortigiana d'Atene, e The
mista di Lampsaco. E gli stoici che avversavano la sua dottrina se ne val sero
per calunniarlo. Diotino, uno degli stoici, fabbricò perfino sotto il nome di
Epicuro cinquanta lettere indirizzate a cortigiane, piene di oscenità. Ma il
falso fu svelato, e lo stesso Crisippo, il più autorevole capo della scuola
stoica, pub blicamente riconobbe la purità de' co stumi di Epicuro. Egli è ben
vero che per togliere alla dottrina del suo av versario il merito di far procedere
in sieme l'amor della felicità con la pu rità dei costumi, disse che ciò dipen
deva perch' egli era insensibile. Ma bi sognava ignorare qual fosse il fonda
mento della vera dottrina di Epicuro per muovergli simile accusa. È vero
ch'egli insegnava ilfine dell' uomo es sere il piacere, ma soggiungeva anche
che la felicità si trova nella calma e nella tranquillità della vita, ond'esser
savio consiglio il guardarsi dalle pas sioni che la possono turbare. É vero
ch'egli diceva consistere il piacer fisico nellasoddisfazione dei naturali
bisogni; ma aggiungeva poi anche che quanto minor sollecitudinc si usa nel
soddi sfarli, tanto meno si corre il pericolo di essere esposti alle
privazioni. Aste nersi per godere era la sua granmas sima, e se sia vera lo sanno
i crapu loni d'ogni tempo, i quali per una pronta debilitazione delle loro
sensa zioni, per una noia e una nausea an ticipate imparano a loro spese quali
siano ipericoli dell'intemperanza. L'a mor del piacere non può dunque es
EPIFANE sere separato da una vita temperante, e la vita di Epicuro, per la
testimo nianza stessa de' suoi nemici, è la più perfetta e la più nobile
applicazione de'suoi principii. Nonpertanto nel mon do de'vulgari, allora, come
adesso,igno ravasi la connessione di queste due parti della dottrina, onde
inferivasi che amare il piacere e soddisfarlo era una 331 re per vera solo in
quanto corrisponde alla sensazione. Nella filosofia epicurea ' anticipa zione è
facoltà identica alla memoria, ed è per suo mezzo che le immagini delle sensazioni
già provate riproduconsi nel nostro pensiero. Le passioni, final mente, sono la
nostra guida; esse ci in dicano ciò che ci conviene e ciò che cosa sola.
Dicevasi che Epicuro faceva consistere il sovrano bene nella vo luttà, e senza
oltre preoccuparsi di spiegare in che consistesse la volutta di Epicuro e per
quali temperanti pre cetti si soddisfa, si abbandonarono a vita licenziosa,
tantochè molti di questi falsi epicurei furono banditi da Roma ai tempi
dellarepubblica. Ma la scuola fondata da Epicuro in Atene continuò a sussistere
nella purità de' costumi, e col suo solenne esempio rese giustizia innanzi al
mondo alle dottrine del maestro. Epicuro fu ancora accusato di a teismo, ma non
pare che l'accusa a vesse fondamento. Nella sua lettera a Meneceo egli dice:
Gli Dei non sono tali come il volgare li crede. L'empio non è colui che rigetta
gli Dei della moltitudine, ma colui che attribuisce agli Dei le opinioni della
moltitudine ». Intollerante d'ogni credenza supersti ziosa, Epicuro insegna la
scienza della felicità, e i mezzi per ottenerla sono per lui quelli stessi che
s'adoperano con l'ignoranza e l'illusione per giun gere alla verità. Tre sono i
criteri della verità: le sensazioni, le anticipazioni e le passioni, fonte
triplice d'ogui cono scenza. La sensazione è elemento pri mitivo e immediato
della conoscenza, e come tale non può esser soggetta a sindacato. Imperocchè
una sensazione non può controllare un' altra sensazio ne essendo pari in grado
e autorità, nè purla ragione può correggerla se er rata, inquantochè la ragione
stessa è di retta dalla sensazione. La sensazione non può generare errore,
poichè ha una causa reale; ma l'opinione hassi a tene evitare dobbiamo. E
poichè il fine del l'uomo quello è di cercare il bene ed evitare il male, così deve
egli cercare, per quanto può, di fuggire le inutili sof ferenze e di
risparmiarsi tutti quei go dimenti che potrebbero essere causa di dolori o che
potrebbero togliere godi menti ancor migliori. Epicuro sorti natura dolce ed
eleva ta, che spontaneamente lo portava ad amare i suoi simili; capace di
devozione e di sacrificio fu visto in occasione di una grande carestia dividere
il poco che aveva con i suoi discepoli. Nonostante I'amor de' piaceri di cui
filosofi leggeri lo accusano, menò vita travagliatissima per i mali ond' era
afflitto. Parco oltre ogni dire, e più che non convenisse alla sua mal ferma
salute, poco pane basta vagli per nutrimento di tutti i giorni, onde Seneca
disse di lui che un soldo gli era di troppo per un giorno. Afflitto negli ultimi
tempi dal mal della pietra, non bastavano i vivi dolori di questa crudele
malattia per turbare quella pla cida serenità che tanto lo facevano caro ai
discepoli, ai quali, giunto agli estre mi, legò il suo giardino, acciocchè lui
morto, potessero continuare la vita co mune e la sua scuola. Mori nel 271 a. G.
C. nell' età di 71 anni. Epirane. Figlio di Carpocrate; di vise e giustificò
l'eresia del padre. Dalia apparente eguaglianza in cui natura pose tutti gli
uomini concluse che il male non esisteva nel mondo e che la giustizia divina
era provata per questa stessa eguaglianza. Se il sole, diceva, si leva
egualmente per tutti gli uomini e la terra a tutti egualmente offre le sue
produzioni, segno è che Iddio ha ΕΡΙΤΕΤΤΟ stabilita questa eguaglianza e a tutti
egualmente vuol ripartire le benefi cenze sue. D'onde conchiudeva che i frutti
della terra e le donne fossero in comune. Secondo Epifane la legge sola quella
era stata la quale aveva sviati gli uomini dal retto sentiero: abolire la legge
e ritornare alla natura, era per Epifane un ritorno alla perfezione; e lo
provava coi passi di S. Paolo, il qual dice che prima della legge non si
conosceva il peccato, nè vi sarebbe peccato se legge non vi fosse. Epifane morì
giovinetto ancora ( di cono alcuni di 17 anni ) e fu onorato siccome un Dio. Si
innalzò un tempio in suo onore a Sarne, città di Cefa lonia, ove nei primi
giorni del mese celebravasi la festa della sua apoteosi e si offrivano
sacrifizi in suo onore. dalla parte della femmina lo spazio e il nutrimento necessari.
Questa ipotesi è oggidì dimostrata falsa, e resta as sodato che gli
spermatozoidi determi nano soltanto l'evoluzione del vitellius con un concorso
materiale e diretto dalla loro sostanza. L'embriologia ha ancora mostrato che
la generazione non solo è una vera produzione nuova in ciò che concerne l'ovulo
e gli sper matozoidi, ma che lo sviluppo dell'uo vo, l'apparizione
dell'erabrione nel seno materno risultano da una vera epigenesi successiva che
si compie in tempi dif ferenti a spese delle sostanze fornite dall' ovulo; che
nell'ovulo non preesi stono gli organi,i quali compaiono per autogenesi
ciascuno in tempi differenti durante l'evoluzione embrionaria. ( V.
EMBRIOLOGIA). Episcopali. Vedi Presbiteri Epitetto. Nacque nel 1° secolo dell'
Era volgare ad Jerapoli nella Fir gia, dagenitoriindipendenti, e nell' ado
Epigenesi(da έπι', soprae γένεσις, generazione ). Dottrina la quale stabi lisce
che la generazione delle diverse specie degli esseri organizzati si è ef
fettuata in tempi differenti. L'epige nesi è dunque contraria all' imbotta
meuto, antica dottrina de' fisiologi i quali credevano che i germi di tutte Je
forme future fossero precontenuti | bestiale, che Epitetto apprese le prime
l'un dentro l'altro nel primo uovo di ogni specie ch'era stato creato ( v. A
lescenza fu schiavodi Epafrodito, liberto e guardia particolare di Nerone, uomo
rozzo e stupido e di malvagio animo. Fu sotto tal maestro, poco men che
NIMAZIONE L' epigenesi invece consi dera ogni nascita come una nuova for
mazione organica, inquantochè, se fra i nati e i primi parenti non vi è al tra
affinità che le leggi di formazione, sarebbe assurdo il dire che in essi vi era
la presistenza di tutte le genera zioni future. Laonde Kant che deno minava
l'epigenesi la teoria della pre formazione organica, poteva dire che le
generazioni attuali preesistettero vir tualmente o dinamicamente nei primi
genitori. Vi furono degli epigenisti che credettero che la generazione fosse po
steriore alla fecondazione, tali gli sper matisti, i quali credevano che lo
sper ma contenesse le parti esenziali del nuovo essere, al quale l'atto procrea
tore non avrebbe fatto che procurare massime della scuola dell' avversità, e si
bene vi si assimild, che divenne il più illustre sostegno di quella filosofia
desolante, inadatta alla natura e alla felicità dell' uomo, che fu poi da Plu
tarco vivamente combattuta. La scuola cinica riviveva in lui sotto novelle
forme. Men brutale e trascurato di Antistene, Epitetto non si allontana però
grande mente dalla sua morale; ed è il cini smo di Socrate ch'egli prende a mo
dello e pel quale dimostra una grande ammirazione. Naturale nemico diEpicu ro,
egli proclamache il male è illusione, eche il bene non devesi ricercare. Non
sono già le cose che ci fanno delmale, ma l'opinione che noi ci formiamo di
esse. Conformandosi alla dottrina degli stoici, egli diceva che per quanto
fosse tormentato, non lo si costringerebbe mai a confessare che il dolore sia
un ERESIA male. Dicesi che il suopadrone ungiorno | quella di Gesù perquesto
solo, ch' essa porta con sè lo stimmadel paganesimo. La volontà di Dio
s'identifica col fata nella sua brutalità trastullavasi a tener gli una gamba.
>> disse Epitetto, ed essendosi rotta dav vero, il filosofo riprese con
tutta tran quillità: « io ve l'aveva ben detto che si sarebbe rotta ». Citando
queste pa role Celso le oppone ai cristiani e a lor | verebbe il volervi
resistere. « O Dio, lismo. Gesù vuol la rassegnazione ai voleri di Dio perchè è
Dio; Epitetto, ch'è stoico, celaraccomanda per un'al tra considerazione, ed è
che a nulla gio dice: « Il vostro Cristo ha egli fatto alcun atto più grande?-
Si, risponde Origene, egli ha taciuto. D'allora in poi Epitetto zoppicò. La
vita di questo fi losofo è nel resto molto oscura, e di lui s'ignora anche il
nome, avvegnachè E pitetto sia un sopranome e significhi schiavo. Ci sa che fu
libero, ma quando ebbe la libertà s'ignora. Pare che abbia avuto molta
famigliarità coll' imperatore Adriano, ma contuttociò si sottopose sempre al
regime di unapovertà volon taria. A Roma abitava una casa senza porte: un
lettuccio, una sedia e un ta volo erano tutto il suo mobiliare. Ma volle un
giorno acquistare una lampada di ferro che gli fu subito involata, on d' egli
parlando del ladro, disse: (Matt. XXVI, 26-28; Giov. Χ, 7, XVI, 1). Fedeli alla
lettera di questo passo, e contro l' impossibilità stessa che il pane e il vino
potessero trasformarsi nel cor po e nel sangue di Gesù quando Gesù berrà il
calice del Signoreindegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Si gnore.
Provi perciò ' uomo se stesso e così mangı di quel pane e beva di quel calice
(I Cor. XI 26-28). Ora quel ripetere tre volte il pane e il calice in vece del
corpo e del sangue di Gesù, non dimostra forse che il pensiero di S. Paolo era
ben diverso da quello che gli attribuiscono i cattolici, e ch' egli credeva che
il pane restasse pane,e vino èvino il vino, e il corpo di Gesù non fosse
introdotto nella cena che come stesso era presente, bamboleggiando so stengono
che tutte le volte in cui il sa cerdote pronuncia le sacramentali
parolespressione positiva questo è il mio corpo della consacrazione, il pane ed
il vino si trasmutano e sotto le loro materiali parvenze occultano il corpo, il
sangue simbolo materiale del nuovo patto? L'e e la divinità di G. C. Contro i cattolici
dimostrano i pro testanti essere contrario al senso della scrittura
l'interpretare letteralmente le parole di Gesù: Questo è il mio corpo, questo è
il mio sangue, imperocchè egli ha pur detto: io sono la porta per la quale
entrano le pecore; io sono il vero серро е mio padre è ilviguaiuolo, d'on de si
dovrebbe conchiudere che Gesù Cristo è veramente una porta e un cep po, e il
padre un vignaiolo. La prova che Gesù non voleva che le parole sue fossero
intese alla lettera, è che nel momento stesso in cui dà il calice ai suoi
discepoli, alle parole: questo è il mio appartiene alla natura di quei modi di
dire che anche oggi i credenti usano nel natale o nella pasqua dicendo, oggi il
Signore è morto od è risuscitato. Non si può negare che molti padri della
Chiesa già nei primi secoli par lando dell' Eucaristia la chiamassero sempre il
corpo e il sangue di G. C.; ma bisogna convincersi che questa espres sione nel
loro linguaggio non esprimeva altro che il simbolo del corpo e del sangue di
Gesù, non giàil suo vero cor po e il suo vero sangue. Questi padri erano così
lontani dal pensare che i cat tolici dei secoli futuri avrebbero preteso di
interpretare letteralmente le loro pa role, che anzi, quando a loro accadde non
già di citare soltanto l'eucaristia, madi doversi spiegare intorno ad essa,
EUCARISTIA lo fecero sempre con parole che non lasciano dubbio intorno al loro
vero pensiero. Per esempio nel III. secolo Ter tulliano spiegando la santacena
diceva: Gesù Cristo dopo aver preso il pane ne fece il suo corpo, e
distribuendolo ai suoi discepoli loro disse: questo è il mio corpo, vale a dire
la figura del mio corpo. (Adv. Marcion lib. 4 cap. 4). Nel IV secolo S. Efrem;
diacono d'E dessa, scriveva : . Intorno al modo d'intendere il sim bolismo
della scrittura, S. Agostino così si spiega: (Abadia, tom II, Sat. 2. c. 5).
Una così dei pådri succitati. Egli è ben vero che essi citano de' passi che
hanno una grande analogia con quelli che si trova no nei nostri evangeli, ma
questa ana logia è ben lontana d'essere identità. Si sa che tra gli evangeli
apocrifi e i canonici vi sono molte similitudi, onde non è a meravigliarsi che
i padri rife riscano dei passi il senso dei quali è simile a quello degli
evangeli canonici. Per es. nella seconda epistola di Cle mente, si leggono
alcune parole, riferite come se fossero dette da Gesù, senza però che si
vedaindicato l' Evangelio a cui sono attinte. Ma esse hanno mol ta analogia con
alcuni passi di Matteo e Luca, come si vede dal seguente pa rallelo: Passo di
un apo crifo citato da S. Clemente Il Signore dis se: Voi sarete come agnelli
in mezzo ai lupi. Pietro rispo se: e se i lupi sbra nano gli agnelli ? EGesù
disse aPie tro: Gli agnelli non devono temere ilu pi dopo la loro morte: non
paven tate coloro che pos sono uccidervi ma non nuocervi dopo la morte; ma teme
te colui che dopo la vostra morte può mandare l'animavo stra e il vostro cor po
nelle gehenna». Passi dell'Evangelo secondo Matteo e Luca Ecco che io vi mando
come peco re in mezzo ai lupi. Siate adunque (Mat. X, 16). An date ecco che io
mando voi come a gnelli tra i Lupi (Luca). E non temete coloro che uccidono il
corpo e non possono uc cider l'anima; ma temete piuttosto co lui che può mandar
in perdizione l' a nima, e il corpo alla gehenna. (Mat. X, 28 conf. Luca XII, 45).
Or si può egli credere che Clemente con queste parole abbia voluto riferirsi
aMatteo e a Luca? Se Clemente aves se avuto sotto gli occhi l' Evangelio di
Matteo e di Luca si sarebbe egli per 360 EVANGELIO messo di introdurre nella
dizione le va rianti che vi si leggono ? Ciò non è cre dibile; onde tutti i
critici convengono che quelle parole sono tolte da qualche apocrifo. Enon solo
gli evangeli canonici non furono conosciuti dai primi padri, ma an che dopo
essersi propagati nel cristiane simo, a forzadi copie, andarono soggetti atante
e tali variazioni, che mettono seriamente in dubbio l'autenticità delle
edizioni che ora possediamo. Giovanni Mill nella sua edizione del Nuovo Te
Chiesa, abbilo co me pagano e pub blicano. AlloraPie tro accostandosegli, disse:
Signore quan tevolte peccando il mio fratello, gliper donerò io ? Fino a sette
volte? Gesù gli disse: Io non tidico fino a sette volte; ma fino a settanta
volte sette. Qual di questi due passi è l'origi nale? Quel de' Nazarei per la
sua sem stamento ha raccolte ben 30 mila va rianti, dovute in gran parte ad
errori di ortografia o a postille scritte in mar gine, che nella trascrizione
gli amma nuensi copiavano nel testo. Quando poi trattavasi di traduzioni non è
facile dire come e quantierrori potessero commet tersi. Or, convien osservare,
che, secon do ci attesta Papias il cui maestro, come ho detto, fu un discepolo
degli apostoli, Matteo scrisse il suo Evange 'lio in ebraico, e ciascuno lo ha
tradotto come ha potuto (Eusebio. Stor. Eccl. III. 19). Ma l' originale andò
perduto, e di questo vangelo noi non possediamo plicità evidentemente precede
l' altro, che ne è una parafrasi, nella quale si sono introdotte cose estranee
all' argo mento. I versi 18, 19 e 20 qual rap porto hanno col principio del discorso?
E poiquelprocesso, quei testimoni, quel la Chiesa eretta a tribunale giudicante
potevano forse convenire col pensiero di Gesù di perdonare sette volte sette?
vale a dir sempre? Ache servono allora quel giudizio e quei testimoni se si
deve in ogni caso perdonare? Perchè dunque non crederemo che questa sia una
interpo lazione, tanto più che contro Matteo sta il testo di Luca conforme a
quello dei Nazarei? che il testo greco, il quale è una ap punto di quelle
versioniche furono fat te come si è potuto. Qual fede mérita essa ? Quali
errori e quali interpolazioni forse entrambi non sono che la copia L' Evangelo
attribuito a Marco pud dirsi stereotipato su quel di Matteo, e non vi furono
introdotte? Per es. con frontinsi questi due passi, l'uno di un antichissimo
apocrifo, l' evangelio dei Nazarei, l' altro di Matteo. Nazarei. Se tuo
fratello pecca contro di te in parole, e ti sod disfaccia, ricevilo sette volte
il giorno. Simone suo disce polo gli disse: sette volte il giorno? Ri spose il
Signore: io ti dico anzi fino a settanta volte sette. Matteo XVIII. Se tuo
fratello pecca contro di te, va e riprendilo fra te e lui. Se ti ascol ta tu
hai guada gnato tuo fratello; ma se non ti ascol ta prendi teco an cora uno
odue, ac ciocchè ogni parola sia confermata da due o tre testimoni. E se
disdegna di modificata di un apocrifo più antico. Ma quello di Marco è più
breve, e noncontiene molte cose che evidentemente sono state aggiunte a quello
di Matteo. > cementeche esse non si succedono in me, Dunque, conclude Berkeley,
qualunque e che non si succederebbero in un'intel grado di calore e di freddo
non è che ligenza di un altro ordine ? Uno stesso una nostra sensazione ; e
siffatto argo- corpo può dunque sembrare aduno muo mento egli l'applica ai
sapori, agli o dori, al suono e perfino all'estensione. Voi convenite, dice
Filono al suo sup posto interlocutore, che nessuna qualità inerente a un corpo
potrebbe combiare, senza che in questo corpo sia avvenuta qualche
modificazione. Ma l'estensione visibile degli oggetti varia a proporzione versi
su di uno spazio dato nellametà del tempo, che sembra a noi aver im che noi ce
ne avviciniamo o che ce ne allontaniamo, poichè essa è dieci e cento volte più
grande a certe distanze, che non ad altre, e da ciò non segue forse che questa
estensione non è realmente inerente agli oggetti? Voi sareste ben deciso su
questo punto, per poco che vi permetteste di giudicare della qualitàdi cui
parliamo ora, colla stessa libertà di spirito che avete usata a riguardo delle
altre. Non avete ammesso per buon ar gomento, che nè il calore, nè il freddo
sono nell'acqua, perchè un'acqua stessa sembra calda a una mano e fredda al
l'altra? E non potete voi concludere con un ragionamento perfettamente simile,
piegato in questo moto, e questo stesso ragionamento potrà, d'altronde,
applicarsi ad ogni altra specie di rapporto di tempo; e poichè secondo i vostri
principii, tutti i moti che si percepiscono sono vera mente nell'oggetto in cui
si percepiscono sarà, per conseguenza, possibile che un solo e medesimo corpo
si muova, insie me, e molto velocemente e molto lenta mente e ciò realmente ed
in uno stesso senso. Ora, come accordare queste con seguenze, non solamente con
ciò di cui voi siete già convenuto, ma eziandio colle nozioni le più semplici
che il buon senso possa fornirci? >> La conclusione di tutti questi ragio
namenti, secondo Berkeley, è che l'e stensione, il moto, i colori e tutte, in
somma, le qualità percettibili della ma teria, son fenomeni, i quali non sono
nei corpi, ma qualità con cui le nostre sensazioni rivestono i corpi. FENOMENO
Anzi, il corpo stesso, così come noi lo percepiamo, è un fenomeno; il che nel
linguaggio filosofico vuol dire una cosa che ci apparisce e che non è, o può
non essere nel modo in cui ci ap parisce. D'onde Berkeley, eccedendo nel
l'illazione il contenuto delle premesse, conchiuse, negando ogni realtà alla
materia. Ma l'essere i fenomeni effetti o azio ni non reali per se stessi, non
implica che non devano avere un substrato in cui manifestarsi. Pud ammettersi
che il color biancodella carta che io vedo non sia altro che un modo con cui
certi movimenti molecolari dell'etere affet a no il mio occhio; ma che vuol
direid ? Si dirà per questo che il fenomeno dei colori non ha bisogno di una
sostanza per manifestarsi, e che vi possono es sere dei colori anche al di
fuori dei corpi che li assumono ? Certo, i fenomeni ci rappresentano i corpi, e
sono tutto quel tanto che dei corpi noi possiamo percepire; ma sappiam noi che
cosa sono questi cor pi in realtà? L'idealismo li negava, lo scetticismo,
menesagerato, della loro e sistenza dubitava soltanto. Quanto ai fe nomeni,
tutti sono d' accordo a consi derarli come mereparvenze; e tutti cre dono ch'
essi non costituiscono gene ralmente una percezione semplice, ma una collezione
di percezioni, in quella maniera che nel color verde non per cepiamo il giallo
e il turchino che en trano nella sua composizione, o che nelle vibrazioni di
due corde armoni che unisone noi percepiamo un suono solo. Noi, dice Galluppi,
non possiamo percepire gli oggetti semplici che com pongono l'estensione
materiale: nonper cepiamo che la collezione totale, e la percezione di questa
collezione totale, la quale è molto chiara, èciò che chia miamo il fenomeno
dell' estensione ma teriale. Così, continua Galluppi, tutte le attività
particolari di una estensione qualunque concorrono, in questa esten sione, a
produrre un effetto generale e semplice, e questo effetto è la per cezione
della collezione totale; percezio zione che non può decomporsi nelle percezioni
degli esseri semplici da cui la collezione è composta.. L'estensione materiale
non è dunque relativamente a noi, se non che una sem plice apparenza, un
fenomeno. La realtà è negli esseri semplici, le cui azioni co ❘spiranti producono il fenomeno. Se dun que
la nostra maniera di percepire si cambiasse; se giungessimo a distinguere gli
esseri semplici, noi perderemmo subi to la percezione indecomponibile della
collezione totale, e per conseguenza quella dell'estensione sensibile;
noipercepiremmo gli elementi dell' estensione, e non per cepiremmo affatto
l'estensione. Ciò av verebbe in un modo simile a quello in cui la percezione
dello spazio raccolto fra due corpi, la quale ci veniva tolta dalla distanza in
cui era l'occhio dai corpi stessi, fa sparire il fenomeno della contiguità
degli stessi corpi; ed in un modo simile a quello in cui la percezione delle
prominenze di una superficie che si ha per mezzo del microscopio, fa spa rire
il fenomeno del lisciamento ». Il criticismo non aveva seguito una via molto
diversa da quella dello scet ticismo. Kant distingue i fenomeni dai nomeni:
quelli oggetto della nostra per cezione, questi « unacosa in quanto essa non è
oggetto della nostra intuizione sensibile, astrazion fatta della nostra maniera
di percepirla ». Allorchè, dice Kant, noi chiamiamo certi oggetti col nome di
fenomeni, ossia d' esseri sensi bili (phænomena), distinguendo la ma niera iu
cui noi lipercepiamo, daquella assoluta che sebbene non percepita è però da noi
pensata, questi oggetti che non sono dei sensi, noi li diciamo no meni, esseri
intellettuali. Si domanda dunque se i nostri concetti puri dell'in tendimento
hanno un valor reale e se non vi sia per noi qualche maniera per conoscerli.
Qui, continua Kant, vi è un equivoco; ed è che quando l'intendi mento chiama
fenomenounoggetto con FESTE 369 siderato sotto un certo rapporto, oltre
seguendo le ormediBacone, raccomanda la rappresentazione di questo rapporto, il
metodo sperimentale, lo studio dei si fa anche quella di una cosa in se, fatti
come condizione fondamentale del onde si persuade che si possono fare progresso
delle scienze fisiche e morali. eziandio dei concetti di cose simili;e sic-
Applicando tal metodo, parteggiò per come l' intendimento null'altro ci forni-
Locke nella questione dell' origine delie sce che le categorie, esso è condotto
a idee, ch'egli considera come derivate, o prendere il concetto tutt' affatto
indeter- | immediatamente dalla sensazione, o com minato di un essere di
ragione,di qual- poste dalla sensazione col ragionamento. che cosa in generale,
fuori del dominio Egli avrebbeanche potuto direaddrittura, della sensibilità,
come un concetto de- come aveva fatto Locke, che la sensa terminato di un
essere che noi possiamo❘zione stessa è, in fin de'conti, la
base conoscere in qualche maniera col soc corso dell' intelletto. (Critica
della ra gione pura. Lib. II. c. III). Spogliato di tutta quella nebulosità
misteriosa di che sontanto vaghi i filosofi tedeschi, il discorso di Kant non
significa altro se non che le cose come sono nella realtà, non sono quelle che
ci sembra no, eche il nostro pensiero è fatalmente costretto a credere che
sotto o sopra i fenomeni vi è un qualche cosa, vi èun substrato che li informa.
In questo con cepimento lo scetticismo e il criticismo, come al solito si
accordano, e cosìm'ac cordo anch' io, non parendomi che si possa mettere
menomemente in dubbio che'i fenomeni risultano dalle nostre percezioni
subbiettive, ma che fuori di noi vi è pur qualche cosa, che è la ca usa
occasionale delle nostre percezioni. . Questo qualche cosa è la sostanza, il
concetto della quale vuol essere sepa rato da quello di fenomeno, e tutt' in
sieme costituiscono quell' ente sostanziale esensibile che diciam materia.
Ferguson (Adamo). Nacque nel 1724 a Logierait presso Perth nella Scozia, e fece
i suoi studi all'università d'Edimburgo. Fu capellano di un reg gimento di
montanari scozzesi diretti contro la Francia, manon rimase molto in quella
condizione; nel 1757 fu eletto precettore dei figli di lord Buthe e due anni
dopo fu nominato professore di filosofia naturale all'università di Edim burgo.
Ferguson è uno dei filosofi della scuola Scozzese, e in tale qualità egli, del
ragionamento. Dalla cattedra di filosofia naturale, essendo stato chiamato a
quella di filo sofia morale nella stessa università, Fer guson fondò imotivi
della morale sulla natura stessa dell'uomo ; nel quale cre dette di riconoscere
tre leggi che lo portavano alla moralità, vale a dire : latendenza a
conservarsi, la sociabilità, e la tendenza aperfezionarsi.Giunto a que sto
punto Ferguson si allontana affatto dallo studio dei fatti, e contro Hobbes, il
quale aveva supposto con molta pe netrazione, che le società all'origine do
vettero esistere in uno stato di guerra, sostiene che i legami di famiglia e le
atfezioni sociali hanno dovuto produrre fin dall'origine una condizione di cose
assai men funesta. Ma è probabile che se il filosofo scozzese avesse conosciute
lerelazioni dei viaggiatori che abbiamo noi, e specialmente se avesse
conosciuto le recenti scoperte paleontologiche che ci rivelarono la barbara
esistenza del l'uomo preistorico, sarebbe stato indotto a giudizi assai
differenti. Feste. Anticamente le feste o ave vano un senso istorico, o
astronomico. Presso i romani, scrive Constant, ciascun tempio, ciascuna statua,
ciascuna festa rappresentava qualche pericolo ond' era stata salvata Roma dagli
Dei, qualche calamità ch'essi avevano allontanata. Le Lucarie rappresentavano
l'asilo accorda to da Romolo ai fuggitivi che dovevano popolare la nuova città.
Il chiodo sacro che conficcava nel tempiopiù augusto il primo magistrato della
repubblica, era 24 370 FESTE l'omaggio di un secolo civile verso i se coli
predecessori in cui le lettere erano ignorate (Tito Livio VII. 3). Le Matro
almeno un giorno dell'anno, in cui ella potesse circolare liberamente per tutte
le classi, e che, pura e attiva come la Ne suoi primordii il cristianesimo non
ha altre feste che quelle della sinagoga; nali celebravano la riconciliazione
dei | fiamma, salisse come essa verso il cielo. padri e degli sposi colle
figlie e colle mogli (Ovid. Fast. III). Sotto la Repubblica romana le feste più
solenni avevano peroggetto di cele brare le calende di Gennaio, pronuncian do
solennemente voti per la pubblica fe licità, e per quella dei cittadini; di rin
novare la memoria dei morti, e di fis sare gli sguardi degli Dei sulla genera
zione attuale; di porre i limiti invaria bili delle proprietà, e permaggior
sicu rezza confidarli alla custodia d'un Nume; di salutare al ritorno di
primavera le potenze vivificanti, che comunicano alla terra la fecondità; di
perpetuare queste due ere memorabili di Roma: la fonda zione della città, e la
nascita della re pubblica. In questi giorni i cittadini avevano per costume
d'ornare le loro porte di lampade e di rami d' ulivo, di cingere le loro teste
con ghirlande di fiori. In memoriadella primitiva eguaglianza, che significava
pur qualche cosa presso gli antichi popoli, celebravano iRomani nel mese di
dicembre le feste dei saturnali. ma manmano che esso si distende nelle
provincie invase dal politeismo romano, il culto e i costumi, e le feste
inveterate che distruggere non può, riconosce e santifica. Purchè s'entri nella
Chiesa cristiana poco importa ai papi qual sia l'origine del simbolo adorato.
Perciò ai missionari inviati nella Brettagna, Gre gorio I scriveva: « Non
sopprimete le feste che fanno i Brettoni nei sacrifici ai loro Dei;
trasportatele soltanto nel giorno della dedica della Chiesa o alla festadei
santi martiri, affinchè, pur con servando alcuna delle materiali gioie
dell'idolatria, essi siano più facilmente tratti a gustar le gioie spirituali
della fele cristiana (Epist. IX, 71). Grazie a questo compromesso, il
cristianesimo potè felicemente sostituirsi al paganesi mo; emoltefeste
cristiane de'nostri tem pi ancoraci ricordano quelle dei pagani. I nomi stessi
dei mesi e quelli dei giorni della settimana ricordano il pa ganesimo; il
carnevale ci richiama i Sa Era questo un tempo incui lo spirito | turnali, e
varie feste cristianenon sono che trasformazioni di feste pagane ; per chè i
vescovi non volendo urtare troppo sciolto dagli affari s'abbandonava all'al
legrezza. Vi si rinnovava la memoria dell'età dell'oro, in cui nulla era
vietato. I fanciulli presso dei quali vedevasi l'immagine dell'antica
innocenza, annun ciavano la festa. E ciò, che non sem brerà strano ai nostri
nobili, i quali a vivamente le inveterate abitudini del vol go, si avvisarono
d' ingentilirle e di de viarle da uno scopo profano ad uno re. ligioso. Dacchè
il culto mitriaco o solare tutti i patti vogliono essere democratici |
s'introdusse in Roma, fu parimente in in certi tempi, riservandosi il diritto
di non esserli in certi altri, la servitù spa riva in quel frattempo. I
padroni, e nè anche questo deve parere eccessivo, prendevano gli abiti dei loro
schiavi, e li servivano; gli schiavi avevano la libertà di esporre i loro
sentimenti; e le lagnan ze, che senza dubbio venivano menomate dalla politica,
erano almeno una risorsa contro l' oppressione. Converrebbe, dice Baily, che in
tutti ipaesi laverità avesse trodotto l'uso di festeggiare il Natale del Sole;
e siccome questa solennità succedeva al 25 dicembre, subito dopo i Saturnali e
le Sigillarie,così ella di venne una festa molto importante: ma i prelati
cristiani vedendo quanto sa rebbe difficile di sradicarla, pensarono al ripiego
di opporne un'altra, e in quello stesso giorno che i pagani ce lebravano il
Natale del Sole, i Cristiani celebrarono quello di Cristo. Il ritrovamento di
Adone o di Osi- | dai Longobardi, la quale poi si tra ride, altre due grandi
solennità, cade vano entrambe al 6 gennaio, e i Cri stiani orientali in questo
stesso giorno stabilirono la natività e il battesimo di Cristo, che chiamarono
Epifania od il lustrazione ; ma l'uso romano di cele brare la natività di
Cristo ai 25 di di cembre essendo prevalso da per tutto, l'Epifania si trasformò
in un'altr a festa, cioè nella commemorazione dei Magi. L' Evagelio parlando di
quei Magi non indica di loro nè il nome, nè il numero, nè la qualità, nè il
paese natio, dicendo semplicemente che venivano dall'Oriente, il quale,
rispetto alla Pa lestina dovrebb'essere l'Arabia: in ap presso si ritenne che
fossero tre re, fa cendo allusione alle tre partidel mondo ed alle tre qualità
di donativi che por tarono . I nomi caldaici di Gaspare, Melchiorre e
Baldassare, s'incomincia a trovarli saltanto nel medio evo, e vuolsi che sieno
di invenzione cabalistica. In fatti, nelle scienze magiche e teurgiche di
quell'epoca, dice ilGiovini, i Magi han no una gran parte: sipretendeva cheme
diante certe formole o purificazioni si po tesse evocarli, farli comparire, interro
garli edavere da loro favorevoliindicazio ni periscoprire tesori; essi
portavano la fortuna, facevano viucere algiuoco, rive lavano le cose occulte;
ma una credu lità più innocente e che dura tuttavia in più paesi, si è che
iMagi ogni anno, la notte dell'Epifania, andando in cerca di Gesù bambino,
fanno il giro del mondo, e lasciano donativi ai ragazzi. «Lamitologiascandinava
racconta alcun che di simile degli Asi e delle Ase, cioè degli Dei e delle Dee
che fanno il loro passaggio ad ogni capo d'anno; e lasciano ricompense ai
buoni. Nel medio evo era pure conosciuta una Donna Abundia, che in certi
tempidel l'anno girava invisibile di casa in casa e lasciava mancie ed altri
segni della sua generosità. Fanatismo,Esaltazione della men te per laquale l'uomo
lasciasi interamente padroneggiare da una opinione falsa o nebre statistica che
non si può leggere senza raccapriccio. Se crediamo alla Bibbia, l'adorazione
smodata. Il fanatismo s'applica propria- | del vitello d'oro costò agli ebrei
23 mila mente alle opinioni religiose; ma non escludesi perciò ilfanatismo
politico, nè quello che pur puòdarsinelle scienze o nelle lettere. Ma è
principalmente nella religione ch'esso dispiega tutti i suoi caratteri funesti,
e tal fiata si trasfor ma in un terribile flagello per l'uma nità. Quando a una
stolta credenza si aggiunge la convinzioneche il suo trion fo è gradito a Dio,
allora non tarda a sorgere l'intolleranza e la persecuzione (vedi questinomi),
imperocchè il castigo degli eretici è segno di festa in cielo. Quante vittime
abbia fatto il fanati smo, non è possibile determinare con sicurezza; magli
archivi della storia ci hanno però lasciati sufficenti dati per stabilire, se
non inmodo certo, almeno certamente approssimativo, cotesta fu uomini: >
Acotali slanci di un lirismo senti mentale, la filosofia non può risponde re. «
Nella sua critica di Feuerbach, Re nan-come ben dice J. Roy-ha obbedito
soltanto alla sua antipatia per tutto ciò che è netto, chiaro, preciso,
espresso senza ambagi e circonlocuzio ni. Nell'accento convinto, nella convin
zione stessa egli trovaqualche cosache rivela una natura limitata. Le sfuma
ture, la delicatezza, la frase, ecco cid ch'egli cerca innanzi tutto, e queste
qualità nominate ad ogni istante nei suoi scritti, pare alui che manchino a
tutti i pensatori, che osano esprimersi sotto una forma intrepida ». Si vede
cheRenanhaviaggiato l'ltalia per diletto, e volle trarne il più gran partito
per le cognizioni scientifiche. S'egli abbia scoperte, l'originidelle tra
dizioni contemplando le vergini del Pe rugino o l' estasi di santa Caterina, è
cosa ch'io non oso decidere, non es sendovi poeta che non scopra tante cose
nuove in una effige di donna; ma ad ogni modo Feuerbach può ben con solarsi di
non essere mai venuto in Italia per studiare l'antichità in quella guisa,
specialmente per trarne tante scempie conclusioni.Ma s'egli non con templò nè
vergini, nè sante, può ben vantarsi di avere, e lungamente assai, contemplata e
studiata la natura senza artifizi e senza esagerazioni. 1 GALIENO G 401 Gall
(Giuseppe ) È il fondatore | zione gli fu fatta dallascienza ufficiale. •il
padre dellafrenologia, quella scien za che ha portato i più duri colpi alle
dottrine teologiche sul libero arbi trio. Uno dei dieci figli di un modesto
mercante di Tiefenbrunn, villaggio nel granducato diBaden, egli venne affidato
alle cure di uno zio, che gli fece dare le prime lezioni d' anatomia dal
celebre professore Hermann. Fatto adulto im prese uno studio affatto nuovo.
Confron tava fra loro le teste sì dei vivi come dei morti, e dalla vita di
coloro cui ap partenevano, e dalle diverse protube ranze chepresentavano, egli
comincio a stabilire la sede delle varie facoltà. Lunga e penosa fatica fu la
sua, ma e gli ebbe campo di fare ungran numero di osservazioni, poichè a lui
dischiude vansi le porte delle prigioni e dei ma nicomi, ed alui si
consegnavano le teste dei giustiziati. Narrasi che la sua peri zia nel
riconoscere le tendenze umane fosse tanto secura, che al solo esaminare il
teschio di un giustiziato ei sapeva sco prire il genere del suo delitto. >
Egli è ben veroche i panspermisti af fermano esser l'aria un gran serbatoio di
germi, ma infine, a cui spetta di provare l'esistenza di questi germi, se non a
loro stessi ? Or l'esame micro scopico dei corpuscoli dell' aria dimo stra
bensì che essa contiene degli avan zi di fecola, grani di silice, filamenti di
lana, cotone o seta, particole di terra o di fumo, avanzi di vegetali o d'
insetti morti, ma germi pochi o punti. Non altrimenti che per eccezione si
trova qualche spora e qualche raro infusorio; ma l'eccezione può ella mai
costituire la regola? Gli elementi della polvere dell' aria variano secondo che
si esami ni quella raccolta nelle città popolose oppur quella delle solitudini,
ma in ogni caso l'assenza di germi vegetali o animali è sempre un fatto
caratteri stico. Le polveri introdotte dall' aria nelle ossa pneumatiche degli
uccelli ne sono una prova evidentissima: tra quella fornita dalla gallina che
vive nelle no stre case e quella che si trova nelle ossa del falco selvatico vi
è notabilissi ma differenza; ma nè l' una nè l'altra somministrano prove della
pretesa dif fusione dei germi come vogliono i pan spermisti. D'altra parte egli
è pur forza rico noscere, che le prove degli eterogenisti sono abbastanza concludenti
per respin gere ogni contraria ipotesi. Entro un provino di vetro, Pouchet pose
una ma cerazione filtrata atta a generare dei ` pre nell' ovario d' individuo
della stessa specie (omogenesi), mentre gl' infusori | cerazione verso entro un
piatto di cri grossi microzoari ciliati, e la stessama GENERAZIONE SPONTANEA
stallo, nel mezzo del quale pose il pro vino. Indi copri l'uno e l'altro con
una campana di vetro immersa nell' acqua onde moderare l' evaporazione. In capo
acinque giorni, con una temperatura media di 20 gradi, il provino presen
tavaunaquantità di microzoari ciliati, mentre il piatto appena allora dava
segno d' incominciare la formazione di qualche monade senza microzoari ciliati.
Bastò dunque una differenza nellaquan tità del liquido per produrre così
diversi risultati; cosa tanto più provata, inquan tochè il signor Pouchet
diminuendo il liquido del provino e quello del piatto aumentando, ha potuto
ottenere dei ri sultati inversi. Or come potrebbero spie garsi cotali
differenze se gli stessi ger mi devono essere caduti nel piatto e nel provino,
il primo dei quali sottostava immediatamente all' altro ? Altro sperimento
ancor più decisivo è il seguente, pure fatto dal Pouchet: > Giorgia. Nacque
inLeonzio nella Sicilia verso l'anno 845 avanti G. C. 1 Fu discepolo di
Empedocle ma non segui la scuola del maestro . Versato nella sofistica di
Melisso e di. Zenone, possiamo conoscere- Invero, acciocchè un oggetto possa
essere conosciuto con verrebbe che il subbietto della cono scenza si
confondesse con lui. Ma lo spirito divieneglibiancoperchè pensa alla
bianchezza? Se così fosse, se lo spirito s'identificasse con l'obbietto del
pensie 426 GIUBILEO ro, noi non potremmo pensare che alle cose concrete, ma si
sa bene che noi pensiamo anche alle cose astratte. 3. Se qualche cosa esiste, e
può es sere conosciuta, non possiamo farla co noscere agli altri. Ciascun senso
è pria, ma non in altre. La vista perce pisce i colori, ' udito i suoni, ma la
tarle, vuolsi aver riguardo nell'accettare le conseguenze che Platone
specialmente deduce da quest'autore in rapporto alla morale. Che Giorgia
insegnasse esseredestino dell'uomo il cercare la felicità, è cosa competente
nella sfera che gli è pro- | ovvia; ma ch' egli trovasse questa feli cità nella
potenza, e insegnasse essere diritto del più forte il soggiogare il de bole, e
che le leggi son de'vincoli fatti pei deboli, lecito ai forti d' infrangere,
prima non può percepire i suoni, il se condo non può percepire i colori. Or
quando noi parliamo,che cosa trasmet tiamo ai nostri simili? De'suoni, e nul l'
altro che de'suoni. Il linguaggio ar riva tutt'intero all' orecchio. Or l'orec
chio non può percepire nè le idee, nè gli obbietti, se no gli obbietti e le
idee sarebbero la stessa cosa delle nostre parole. Coteste argomentazioni non
sono, per le son cose che, con tutta pace degli avversari di Giorgia, credere
non posso. Con tali principii il filosofo di Leonzio nè avrebbe eccitato l'
entusiasmo della popolazione greca, nè i cittadini d' Ate ne l' avrebbero
pregato a soggiornare nella loro città, ove la necessità del ri spetto alla
maestà della legge non si verità, tutte esatte, maben si vede che, |
convincimento. al postutto, Giorgia già applicava le ragioni del sensualismo.
Sta bene che colla parola non si possa dare l' idea può dire non fosse entrata
nel comune dei colori: questo è un fatto che tutti possono sperimentare sui
ciechi nati, Ma poichè i colori si percepiscono da noi direttamente, la parola
che n'è la rap presentazione può sempre darci una idea dei rapporti che passano
fra le percezioni giàprovate. Una volta che la bianchezza sia stata percepita
dall' oc chio, tutte le volte che l'orecchio sen tirà quel nome, nel cervello
sirisveglie rà quella stessa sensazione che abbiam provata la prima volta. È
vero che quella sensazione è tutta dentro di noi, e non fuori di noi, poichè
fuori di noi in quel momento esiste il suono che produce la parola bianco, ma
non la bianchezza stessa: ed è qui appunto che Giorgia avrebbe avuto ragione d'
intro durre il dubbio sulla esatta corrispon denza fra le nostre sensazioni e
le cose esterne. Degli scritti di Giorgiala sola notizia che ci rimane è
laconfutazione di Pla tone e di Aristotile. Ma comechè costoro esagerano
oltremisura le sue dottrine per avere il facile vantaggio di confa
Gioviniano.Austero cenobitache viveva in Milano sulla fine del quarto secolo.
Dopo essersi sottomesso alle più austere privazioni, recatosi un giorno a Roma,
fusedotto dalla piacevolezza della vita che colà si menava, onde cambiando
parere intorno alle cose che fino allora aveva reputate sante, incominciò ad in
segnare che l' astinenza non giovava a nulla, e che meglio conveniva il man
giar cibi buoni che i cattivi; che la verginità non era uno stato più perfetto
del matrimonio, e che non si potrebbe ammettere che Maria fosse rimasta ver
gine dopo il parto senza cadere nell' er rore dei manichei, i quali a Gesù
attri buivano un corpo fantastico. Fu con dannato da papa Siricio e nell'anno
412 relegato dall'imperatore Onorio nell'Isola Boa in Dalmazia, ove morì fra le
pia cevolezze della vita, come compenso alle sofferte miserie della gioventù.
Giubileo. Presso gli ebrei così chiamavasi ognicinquantesimo anno, nel quale i
prigionieri e gli schiavi dove vano essere liberati, le eredità vendute
ritornare agli antichipadroni, e la terra restare in riposo. (Levitico Cap.
XXV, XXVII). L'anno del giubileo era fon GIUDAISMO dato sopra la simbolicadel
numero sette, perocchè decorreva appunto nell' anno successivo a quello che
chiudeva sette 427 aRoma,quindi nuova impazienza nella generazione
sopraveniente, checerto non vorrà attendere il 1446, eche sarà ten settimane di
anni 7×7=49. Altra cosa è invece il giubileo nella chiesa cattolica. Questo è
indulgenza plenaria concessa dal papa a tutti i fe deli che visiteranno in
Romale Chiese di S. Pietro e S. Paolo, e differisce dalle indulgenze ordinarie,
perchè in tempo di giubileo il papaconcede ai confessori la facoltà di
assolvere anche dai casi riservati. Dapprincipio ' indulgenza plenaria fu
concessa ai crociati che si recavano acombattere perla liberazione del Santo
Sepolcro. Ma quando infine i popoli fu rono lassi di farsi sgozzare ad onore e
gloriadella chiesa, sipensò di concede re queste stesse indulgenze a quei pel
legrini che si sarebbero recati àvisitare il Santo Sepolcro. Nondimeno anche
que sto viaggio era lungo assai, assai di spendioso e nel medio evo non si ave
vano tante strade di comunicazione co tata di cogliere al volo la cifra tonda
dell'anno 1400. Sotto pretestodunque che il giubileodi trentatre annidi trop po
affaticava la divina clemenza, fu ri stabilito il periodo più lungo di cin
quant' anni, e per meglio attenderlo si ricominciò a contare gli anni partendo
dal 1400 con nuovo giubileo. Fiù tardi Paolo II non attese nè 50 nè 33 anni, e
giunto al 1425 liberò alla volta sua tutte le anime del purgatorio, fissando il
periodo di 25 anni che attualmente sussiste. Maquante ampliazioni aggiunte col
progresso dei tempi! S' inventarono i giubilei senza pellegrinaggio, i giubi
lei parziali, i giubilei all' occasione di grandi avvenimenti, come il giubileo
di Pio IX, i piccoli giubilei delle città, dei vescovadi, degli altari
miracolosi, insom ma i giubilei venduti acontant, e traf ficati in mille modi.
Lo storico Francesco Gucciardini me al dì d'oggi. Verso l'anno 1300 il assicura
che nel 1500 sotto i Pontifi papa Bonifazio VIII pensò di tirare l'ac- cato di
Alessandro VI il giubilo fruttò qua al suo mulino,convertendo il pel- | alla
Chiesa grandissimaquantita di oro, legrinaggio in terra santa in un pel
legrinaggio a Roma. Questa fu l'origine del Giubileo che doveva decorrere ogni
100 anni. Ma tanta felicità, dice unauto re, non poteva differirsi poi
d'unsecolo, e Clemente VII abbrevia il periodo dell'a spettativa riducendolo a
cinquant' anni; argento, gemme e altre cosepreziosis sime; il Bembo dice, e il
Sapi ripete, come questo caritatevolissimo Papa, dal solo stato veneziano, in
quell anno di grazia 1500, ritraesse 799 libbe di oro. Giudaismo.Religione
egliebrei, o de'giudei, così detti perchè sortirono dalla tribù di Giuda, undei
fgliuoli di per cui nel 1350 affluivano di nuovo i pellegrini da ogni paese
dell' Europa | Giacobbe, a cui il padre predisse che verso la capitale del
mondo cattolico. La frenesia, invecedi diminuire, cresce va: ad ogni giorno
dell' anno santo en travano seimila pellegrini in Roma e ne uscivano
altrettanti: appena si può com prendere tanto trasporto. Dopo il 1350 bisognava
attendere fino al 1400 per ottenere una nuova remissione: ma non seppero
rassegnarvisi i credenti, ed Urbano riduceva il giubileo al periodo di
trentatrè anni, in commemorazione| della vita di Cristo. Ecco un nuovopel
legrinaggio nel 1383, altre turbe affluenti | avrebbe lo scettro della nazime.
All'articolo PENTATEUCo na vedremo che la pretesa antichità di questa reli gione,
la qual si crede anterore ad o gni altra anche orientale, opinione fondata
sopra documenti aporifi, l'an tichità dei quali non risale otre l'epoca di
Zoroastro. I dommi del giudaismo ono quelli stessi i quali si pretende cheMosè
ab bia rivelati al popolo d' Ismele, e che sono contenuti nell' Antico
Testamento. Quali poi sianoquesti domm, non tutti concordano neldeterminare,
imperocchè le mutate condizioni della vita, la ci viltà introdotta, e le
religioni stesse fra cui vivono gli ebrei, hanno dovuto ne cessariamente
corrompere le antiche tra dizioni, irgentilirle o migliorarle secondo
l'influenza de'vari paesi. Ècerto intanto che le credenze del cenni alla
rimunerazione che l' anime dei giusti riceverebbero in un' altravita. Il vivere
lungamente, e ' odio di Dio fino alla terza e quarta generazione dei reprobi,
son le sole ricompense e le sole penechecommina lalegislazione religio sa degli
ebrei. Son noti i passidell'Eccle siaste attribuito a Salomone (II 20-34;
giudaismodedotte direttamente dalla fon- | III 12, 13; 19, 22; V, 18; VIII, 15;
te primadella rivelazione mosaica, vo glio dire dal Pentateuco, ci rivelano una
religione grossolana e materiale, inse gnanteunDio corporeo, locale, limitato
nel suo potere dalla possanza degli altri Dei de' pæsi circostanti ; un Dio
unico sì, ma unico soltanto pel popolo d'Israe le. « Il Signore è più grande di
tutti gli Dei, dire l'Esodo (XVIII). Il Signore | l'ha condato solo, e con
luinon vi era alcun Diostraniero (Deut. XXXIII, 12) Nonvi è azione,perquantosia
potente, i cui Dei siano più presso ad essa di quanto lo sia il nostro anoi.
(Id. IV, 7). Ciò che possiede il vostro Dio Chamos non vi appartiene di pien
diritto? Ciò che il nosro Dio ha ottenuto colle sue vittorie dive dunque venire
in nostro potere (Gid. I, 24)». Ilpoliteismo inva dente in quei tempi, non
rivelasi con grande evilenza in questi passi ? In qual conto gli orei tenevano
il loro Dio, se non inquelo di un esseresovranaturale, potentissimo, nel quale
riponevano tutte le loro spelanze per soggiogare gli Dei delle altre nazioni ?
Essi esaltano cote sto suo pobre, lo proclamano il primo e l'inarrivabile, con
quello stesso spirito d'orgoglio nazionale con cui avrebbero esaltata la
jotenza e la superiorità del loro re. Coesto Dio ha corpo e mem bra umane, id è
limitato nel suo potere così come nella sua essenza; madei vol gari
antropmorfismi della Bibbia ho già discorsoall'articolo Dio. IX,4,9;) nel quale
cotesto re parago nando gli uomini alle bestie dice che lo stesso avviene degli
uomini comede'bruti, che tutti hanno un medesimo fiato, e come muore l'uno,
cosi muore l' altro. 1 fedeli credono di confutare tutta la costante tradizione
dell'antichità ebraica opponendo un passo di Tacito, ov' egli dice che le anime
de'morti in guerra per giustizia gli ebrei tengono immor tali (Histor. lib. V,
5). Opporre Tacito all' Antico Testamento mi par che sia cosa singolarissima;
nè so quanti siano disposti a credere allo scrittore latino, il quale degli
ebrei non seppe che quel poco che gli fudato d'intendere, contro l'esplicito
silenzio dei codici religiosi del popolo d' Israele. D'altra parte non è
impossibile che ai tempi di Tacito gli ebrei, o molti fra essi, credessero alla
vita futura, come ci credono oggidì. Il commercio cogli altri popoli hapur
finito a far prevalere fra gl' israeliti molte credenze straniere alla dottrina
mosaica, e l'essere ancora esistita ai tempi di Gesù una setta sacerdotale,
laquale ne gava l'immortalità, è cosa che mi pare che possa ben provare
l'antichità di questa dottrina. Perfino Bossuet vescovo di Meaux, ne convenne.
Ancorchè, scri veva egli, gli ebrei avessero nelle loro scritture alcune
promesse della felicità eterna, (quali?) e verso i tempi delMes sia, ne'quali
essere dovevano dichiarate, e ne parlassero di vantaggio nei libri Lo spirio è
anch' esso ignorato da gli ebrei, econ lo spirito l'immortalità. apocrifi!);
tuttavolta questa verità fa Nel decalog il premio promesso a co loro che
onereranno ilpadre lamadre tutto consise in una lunga vita, né vi ènel
Pentateuco alcun passo che ac della sapienza e dei Macabei (che sono ceva si
poco un domma universale del popolo antico, che i Sadducei, senza ri
conoscerla, non solo erano ammessi nella Sinagoga, ma ancora innalzati al sacer
GIURAMENTO dozio. È uno dei caratteri del popolo nuovo il mettere per
fondamento della religione la fede nella vita futura: e que sto doveva essere
il frutto della venuta del Messia. (Bossuet, Discorso sulla Sto ria Univ. 2
parte c. VI). 429 storo S. Paolo scrisse la sua epistola ai Galati, dalla quale
pare che anche S. Pietro non fosse immunedaquesta ten denza giudaizante (Gal.
II, 14) Giudizio universale. (Vedi MONDO) Toltiquestidommi fondamentalidelle
religioni moderne, vale a dire la spiri ritualità di Dio e l'immortalità
dell'ani Giuramento. Promessa formale di dire la verità o di adempiere a un
impegno assunto, fatta nel nome di Dio o su quanto è più caro e più sacro al
l'uomo. L'uso delgiuramento come mezzo atto ad imprimeremaggior solennità alle
promesse, è antichissimo, e la Bibbia stessa ce ne offre non pochi esempi.
Abramoprotesta congiuramentoche non accetterà i doni del re di Sodoma (Gen. ma,
della religione giudaica altro non rimane che la parte cerimoniale, piena di
superstizioni e di pratiche assurde. Ciò non toglie che gli ebrei non vi fos
sero e non visiantuttora attaccati, tan tochè essi dicono che il culto
esteriore prescritto dalla loro legge è più per fetto e a Dio più accettevole
che non la | XIV, 22); eglipoigiura con Abimelecco pratica delle stesse virtù
morali. (Gen. XXI, 25); quindi fagiurare aun Gli ebrei dalla loro dispersione
in poi suo servo che non andrà a pigliare la hanno cessato di sacrificare all'
Eterno, sposa d'Isacco frale Cananee. ed invece de' leviti o sacrificatori, non
Isaccorinnovacon giuramento l'alleanza Lanno più che certi dottori, chiamati |
fattadaAbramo con Abimelecco (XXVI, Rabbini, i qualiinsegnanola legge nelle
sinagoghe. E i dommi della spiritualità di Dio e della vita futura si sono quie
tamente infiltrati in tutte le loro sette, pel lungo commercio ch'essi ebbero
coi popoli frammezzo ai quali son vissuti. Giudaizanti. Nell' occasione di
tutte le riforme v'hanno uomini che sono sollecitati ad abbracciare le nuove
idee, e al tempo stesso temono di abbando nare l'antica strada. Costoro
appartengo no ai tempi nuovie aivecchi insieme, e sonqueconciliatori che
vorrebbero unire insieme i contrari, e creanonuove scuole e nuove sette, che
sono tanto logiche quanto lo è al dì d'oggi quel partito che nella Germania
s'intitola dei vecchi cattolici, sebbene in fondo siano cattolici nuovissimi
appena sortijeri. Così nel primo secolo del cristiane simo furono detti
giudaizanti quei giudei convertiti, i quali asserivano bastare la fede in Gesù
Cristo per salvarsi, ma che nel resto conveniva esser fedeli ai riti e alle
cerimonie giudaiche ordinate dal l'antica legge, come l'osservanza del sabato,
della circoncisione, dell' asti nenza da certe carni ecc.-Contro co 3);
altrettanto fa Giacobbe con Labano (XXXI, 53); e Dio stesso giurando sul suo
nome a conferma delle promesse fatte ad Abramo, dice: «Per me mede simo io ho
giurato... Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del
cielo. (Gen.). Altri e sempi e altre formole di giuramento si trovano nel libro
dei Giudici VII, 19 e nel I dei Re XIV, 44. L'Antico Testamento non solo adun
que ammette il giuramento, maquasi l'impone. Solo interdice di giurare pel nome
degli Dei stranieri (Esodo XVIII, 13); e nel primo comandamento ag giunge: «
Temerai il Signore Dio tuo, e lui solo servirai, e pel nome dilui farai giuramento
(Deut.). Nonostante che Gesù affermasse di essere venuto, non per distruggere
la legge, ma sì perconfermarla, egli con traddice apertamente e ipatriarchi, e
i profeti e Dio stesso che giurò l'alleanza con Abramo. e gli apri rono d'
innanzi l'ampio orizzonte della sua nuova filosofia. Distrutto il principio di
causalità, tolta la certezza che l'effetto è neces sariamente prodotto dalla
causa, ne de rivava la conseguenza che nulla vi è di certo nelle nostre
conoscenze: nem meno l'esistenza delle cose esteriori aun altro fatto che è
causa, e non è causa per altro che perchè precede l'ef fetto nell'ordine del
tempo (vedi EFFET то). Ond'egli conchiude che neanche la fisica argomentando
dall'unione di certi | l'universo, e nella Storia naturale della può essere dimostrata.
Imperocchè se vedere, toccare, sentire in qualsiasi modo le cose esteriori non
può essere effetto dell'esistenza stessa di queste cose, havvi luogo a dubitare
che esse esistano. Hume evita però di cadere nell' idealismo di Berckeley, (v.
questo nome) mantenendo la realtà dell' uni verso, per altro, senza
positivamente affermarla. Egli dubita ancora della re altà sostanziale dell' io
individuale, il quale si risolve in una semplice colle zione di idee, dubita
quindi dell'anima, e alla ragione nega la facoltà di nulla affermare
sull'esistenza e gli attributi di Dio. Nei Saggi combatte la prova di questa
esistenza dedotta dall'ordine del fatti che tutti i fatti simili saranno sem
pre simili, fa una dimostrazione intuiti vamente evidente. Manco la scienza
fisi capuò quindi essere principio di cer tezza. Perchè noi dalle cose che sono
siamo indotti a prevedere quelle che saranno? Hume ammette che l'abitudine e
l'esperienza c'induconoa far cid: ma laconnessione necessaria fra questi fatti
ci sfugge, e quando i fatti non corri spondono alle nostre previsioni noi non
sappiam più concepire fra loro alcuna connessione necessaria. Lanegazione del
principio di cau salità tende nientemeno che a distrug gere il fondamento
d'ogni certezza e sol levò contro di Hume grandissime prote ste, talchè
Reid,Dugald Stewart, Brown e altri scrissero energicamente per soste nere le
fondamenta minacciate del dom religione distrugge ancor quella delle cause
finali. Hus Giovanni. Decano della fa coltà di teologia e Rettore dell' univer
sità di Praga. Visse nel secolo XIV e fu contemporaneo di Wicleff, del quale
disapprovò le dottrine siccome eretiche, mentre poi protestava nonconvenire che
i libri di lui fossero dati alle fiamme. Senza voler toccare alcuno dei dommi
fondamentali del cattolicesimo, mostrava egli delle vaghe aspirazioni verso una
riforma della Chiesa, e specialmente dei costumi del clero, al quale vanamente
tentò di insegnare la tolleranza. Fu in quel tempo che il papa bandiva la cro
ciata contro Ladislao re di Napoli, e pubblicava una bolla nella quale «pre
>> Sono poche e sobrie parole, ma che per essere di un santo, in
questions teologica, non valgono meno di quelle 476 MACOLATA CONCEL d'ogni
filosofo. Tradotte in buon vol gare e adattate aitempi nostri, esse di cono
chiaro, che non ci voleva meno della inesperienzadella curiaromana per
comporreundommacosìcontrario aquel lo dell'Incarnazione, il quale è la pietra
oratore, non reggono ove si mettano al paragone collaverateologia. Maracconti
siffatti non sono insegnamenti di fede; nè il saggio cristiano deve appoggiare
il grande interesse dell' anima sua a dubbiose o finte leggende. Non contenti
di tante feste instituite in onore della angolaredel cristianesimo. Avvegnachè,
se Iddio si è incarnatoper salvare tutti gli | Vergine, che superano quelle
fatte in uomini, nessuno eccettuato, dal peccato originale, segno é ch' egli
non poteva onore di Gesù, ne vanno meditando ogni salvarli senza incarnarsi. Ma
dal mo mento che Maria, creatura umana, nata da umani genitori senza divina
incuba zione, ha potuto veder la luce senza macchia, vale a dire senza peccato
ori ginale, segno è che l'incarnazione a lei non ha giovato; cosa che è
contraria perfino al Vangelo. Ascoltiamo ora le parole di Monsi gnor Godeau,
Vescovo di Vence: « La divozione verso la santa Vergine, dice egli, andò sempre
crescendo dopo la condanna di Nestorio, e l'ignoranzadel popolo giunse a tal
segno ne'secoli se guenti, che vi si commisero molti ec cessi, di maniera che
quando le eresie di Lutero e Calvino vennero al mondo, era sì grande la
superstizione su questo conto, che faceva gemere chiunque co nosceva sino
aqualtermine debba andare l'onore dovuto alla madre di Gesù Cri sto ». E il
padre Petavio, quantunque gesuita, non aveva difficoltà a confessa re « che convien
dare avviso ai pane giristi e devoti della Vergine santa, perchè si guardino
bene dal non la sciarsi troppo trasportare dalla pietà e devozione verso di
lei. La qual sorta di idolatria S. Agostino chiama occulta ed innata nel cuore
degli uomini ». Finalmente anche il Muratori, uomo pio e di non sospetta fede,
scriveva: Convien ricordarsi che Maria non è Dio, come giàci avverti S. Epifane
e dopo di lui Teodoreto. Noi udiamo dire talvolta ch' essa comanda in cielo. So
briamente s'ha da intendere queste ed altre simili espressioni, che cadute di
bocca al fervore devoto di alcuni santi, e all'ardita eloquenza di qualche
sacro di delle nuove ». Ma il lato più curioso diquesto dom ma, non tanto
consiste nel modo vio lento della sua proclamazione, quanto nel fatto, che esso
non trova neanche una linea di conferma negli evangeli. E per vero, tutti gli
altri dommi, o bene o male fondati, furono nondimeno in qualche modo innestati
sulla rivelazione evangelica, che è la base fondamentale di tutto il cristianesimo.
Invece se gli evangeli ci narrano la portentosa incu bazione di Gesù fatta per
opera dello Spirito Santo, in quel modo che tutti sanno, non ci dicono però che
Maria sia essa pure nata senza peccato, nè tampoco ci parlano dei suoi
genitori, i quali non vi sono menzionati nemmanco di nome. Dov'è dunque che Pio
IX ha tratta la sua storiella della Immacolata Concezione, e con quale
ardimentosa impudenza osa egli pretendere di essere informato intorno ai
genitori di Maria, meglio di quanto nol siano li evangeli sti? Chi gli ha detto
che Anna e Gio vachino abbiano generataMaria, e l'ab biano generata senza
macchia? E se gli evangelisti, i quali ebbero la mis sione di trasmetterci la
storia dellapre tesa salvazione del genere umano, tac quero di un sì grande ed
augusto av venimento, sarà Pio IX, quegli che,die cianove secoli dopo,
potràsmentire quel loro fin troppo eloquente silenzio ? Molti al certo avranno
vaghezza di conoscere d'onde Pio IX e i panegeristi abbiano tratta la storiella
di Anna e Giovachino e della loro concezione im macolata; ma negli apocrisi e
non al trove convien cercare la sua origine. È infatti, nell' evangelo APOCRIFO
della IMMAGINAZIONE Nascita di Maria e nel Protovangelo egualmente APOCRIFO di
Giacomo, che per la prima volta si ha notizia del la nascita di Maria.
Affrettiamoci pe rò a dire, che nemmeno questi due antichissimi evangeli, ci
parlano della 477 scritture apocrife. Questo domma che compendia in sè tutte le
contraddizioni del cristianesimo, se è il penultimo nella serie cronologica,
non chiude però la porta a tutti gli altri a cui la Chiesa può essere condotta
nell'orgia della su perstizione. Già molti inneggiano ad un culto speciale per
S. Giuseppe, e speriamo che lo dichiarino anch'esso sine labe, con molti altri,
finchè la ra Immacolata Concezione. Narrano essi soltanto che Anna e Giovachino
di Betlemme la prima, di Nazaret il se condo, erano persone devote e pie, e tro
vavano grazia presso Iddio, avvegnache| gione ed ilprogresso, spazzatevia tutte
alla chiesa ed ai preti donavano la terza parte delle loro rendite. Anna però
era sterile, cosa che grandemente l' acco rava, essendo dagli ebrei la
sterilità ri guardata come una maledizione, con le fiabe inconcludenti o
assurde e le in venzioni sul peccato originale, tutti non ci proclami
immacolati infaccia a quella natura che tutti ci fa ad un modo. Immaginazione .
La filosofia greca, più ragionevole di molte scuole forme al passo d' Isaia:
maledetta la donnachenonhagenerato in Israel (Is.| moderne, non vedeva nella
immagina C. IV. 1.). Ma un giorno Giovachino conobbe che finalmente i suoi voti
sa rebbero esauditi, e che Anna, a so miglianza di Sara, genererebbe una fi
glia, che sarebbe la madre del Salvato re. Questa notizia, ebbe Giovachino me
diante l' annunciazione d'un angelo, е tal fu la sua gioia, che muto essendo
acquistò la favella. Avvertasi però che ' apocrifo non parla qui dello Spi rito
Santo, anzi dice chiaro che gli sposi, rassicurati della prole, resero grazie a
Dio, e tornati a casa attesero con gioia la divina promessa; il che ci lascia
supporre, onestamente, che nel frattempo del loro meglio cooperassero per
realizzarla. Il Protovangelo di Gia como aggiunge ancora che Giovachino dopo
l'annuncio donò alla Chiesa do dici vacche e cento becchi, e che in quel giorno
egli riposò nella sua casa per la prima volta. Ecco a quali fonti il Santo
Padre ha attinta la rivelazione dell' Immacolata Concezione. Colla sua
infallibilità egli nonha temuto questa volta di dichia rare infallibili anche i
libri che gli altri papi avevano dichiarati falsi, e i Vescovi del Concilio
Vaticano non temettero di in zione altra facoltà che quella di ripro durre le
percezioni dei sensi e di rap presentarci alla memoria gli oggetti percetti
anche allora che non erano più presenti . Platone stesso e Aristotile ri ducono
la φαντασία allamemoria im maginativa. I mistici d'Alessandria sono i primi che
vogliono considerare nella immaginazione una facoltà speciale de stinata a
rappresentare le immagini e gli esseri del mondo intellettuale; per cid essi insegnano
che l'immaginazione sopravvive al corpo,segue l'anima nelle regioni celesti e
divien facoltà dei beati. A' di nostri non sono pochi coloro che persistono a
vedere nella immagi nazione una facoltà creatrice; ma è for tuna che molti
ancora abbiano ricono sciuto il nessun fondamento di questa opinione. Tutta la
scuola sensualista e ideologica ha ammesso e hadimostrato che l'immaginazione
non è infine che il risultato della percezione. Riprodurre fedelmente una
impressione provata è ufficio della memoria; combinare insie me parecchie
impressioni è immagina nativa. Chi ha fervida immaginazione può combinare molte
idee e molte im magini, e formartipi che possono parer nuovi, ma che nuovi non
sono; impe vocare la inspirazione dello Spirito Santo, sotto il patrocinio di
un domma fab- rocchè nessuno crea, nè nella scienza bricato sulle notizie, che
ci danno le nè nell' arte (v. ARTE) e le cose anche 478 IMMANENTE più nuove
possono tutte ridursi all' o rigine immediata dei sensi. L'immagi nazione è
così poco creatrice ch'essa non è mai giunta a concepire manco la possibilità
di un senso nuovo, di una nuova maniera di percepire i fenomeni Chi ha
immaginazione, ha copia d'idee, penetrazione e attitudine ai lavori in
tellettuali; ma chi ha immaginazione ec cessiva, nè sa dominarla e ridurla nei
confini della ragione, prende spesso i fantasmi della sua mente per cose sal
de; con quelli foggiasi teorie e sistemi, i quali perciò appunto che sono imma
ginari trovano poi benpoco fondamen to nella realtà. Nei fanciulli e nei po
poli incolti ma di svegliato ingegno la immaginazione e eccessiva, e gran par
te de' loro errori deve imputarsi a ciò ch' essi per mancanza di sufficenti co
gnizioni sperimentali, mal riescono a se parare nei loro strani concepimenti
cid che appartiene all'immaginazione,da ciò è della realtà (v.SENSUALISMO E
IDEE INNATE). Immagini (Culto delle). Domma cattolico stabilito dal Concilio di
Trento nella sessione XXV. « Comanda il Con cilio che debbono tenersi e
conservarsi principalmente nei Tempi le immagini di Cristo, della Vergine madre
di Dio e d' altri Santi, e che loro deve darsi il dovuto onore e venerazione:
non perchè si creda esservi inloro qualche divinità o virtù, per cui debbasi
rispettare o perchè da esse debbasi chiedere nulla ; o perchè abbia ad aversi
fiducia nelle immagini, siccome in altri tempi face vano i gentili che
riponevano la loro speranza negl' idoli, ma perchè l'onore che loro si dà si
riferisce a' prototipi che rappresentano; talmente che per le immagini che
baciamo, e innanzi alle quali stiamo a capo scoperto, e ci prostriamo, adoriamo
Cristo e veneriam i Santi, dei quali esse hanno la somi glianza ». Il decreto
del Concilio è assai pru dente e poco appiglio offre alla critica dei
protestanti. Il Concilio parla di ve nerazione è di onori da rendersi alle
immagini, ma di culto positivo il suo decreto parla punto. Pure i riti catto
lici sono siffattamente combinati, che nell'opinione comune le messe in onore
dei Santi, meno si riferiscono al Santo stesso che all' immagine sull'altare
del quale si officia. E poichè avviene che nelle menti vulgari i simboli
finiscono sempre a sostituire le cose rappresen tate, così quegli eccessivi
onori che nelle chiese si rendono alle immagini, si ri solvono infine in un
vero culto tributato alle medesime. Tutte le sette cristiane le quali nè ammettono
il culto, nè gli onori alle immagini, oppongono a' cattolici che l'antico
testamento in più d'un luogo e perfinonel Decalogo, vieta positivamente di
farsi immagine alcuna e render loro qualsiasi culto (Esodo XX, 4; Levitico
XXVI, 1 ; Deuter IV, 15; V, 8). Ma i cattolici rispondono questa proibizione
esser stata giusta e necessaria in quei tempi, stante la invincible tendenza
degli ebrei all'idolatria; nullameno avere Mosè stesso sovrapposto all'arca
dell'al leanzadue Cherubini, e Salomone averne fatto dipingere sul muro del
tempio e sul velo del Santuario. Or gli è ben po sitivo che quanto lo stesso
autore dei libri che contengono quel divieto, si fa lecito d' infrangere il
comandamen o, hanno ben diritto a venia i cattolici se imitano l'esempio suo e
nonrinunciano a costumanze che tanto profittano al l'esterno splendore
materiale del loro culto. Vedi ICONOCLASTI) Imananente. (Da manere restare, e
in dentro) Aggiuntivo di atto, per di stinguerlo dal transitorio. L'atto imma
nente è quello che si compie dal sog getto e che rimane nel soggetto stesso
senz'altro termine fuori di lui. In questo senso i teologi insegnano che Dio
cred il figlio e lo Spirito Santo per atti im manenti, imperocchè nè il Figlio
nè lo Spirito son fuori di lui, ma son Dio stesso. La creazione invece è atto
tran sitorio. In senso non dissimile Spinosa IMMORTALITA poteva dire che Dio è
la causa imma nente e non transitoria di tuttele cose, perocchè nel panteismo
di Spinosa l'uni versalità delle cose, è Dio stesso. (Etica 479 più lungo
quanto più lontano il mo vimento deve trasmettere i suoi effet ti. Or se
l'azione di Dio a distanza im Jib. 1 prop. 18). Non vi è altro caso fuor di
questi due in cui la voce imma nente possa usarsi in senso proprio. Ma nel
traslato si usa ancora nella filosofia moderna per indicare un' azione e una
attività continua inerente al soggetto. Così suol dirsi che la causa immanente
del movimento è la materia, in quanto si ammetta che laforza generatrice del
movimento è attributo intrinseco di essa, in essa si manifesta e vi rimane eter
namente. Immenso. Attributo che si sup pone in Dio, in virtù del quale egli è
presente dappertutto. Questa proprietà, come ognun vede, è in contraddizione
con una delle più elementari nozioni della fisica, l'incompenetrabilità dei
corpi ; perocchè dove corpi esistono, altre sostanze non possono stare. È vero
che Dio è uno spirito,ma, infine, o spi rito o corpo, sostanza bisogna pur che
sia, e nel posto occupato da tutta la materia di che son fatti i mondi, non
potrebbe stare altra sostanza per sotti lissima che sia. I primi padri della
Chiesa, i quali ammettevano che Iddio fosse corporeo, negavano implicitamente
la sua immen sità ; per la stessa ragione la negavano i Manichei, i quali
ammettendo due principii coeterni non li potevano fare egualmente immensi; e
alcuni Calvinisti e i Sociniani sostennero esser Dio sola mente in cielo, nè
altrove presente se non per la sua scienza e potenza, po tendo egli operar
dappertutto. Convien però considerare che un Dio così li mitato operare non può
dappertutto, perocchè l' azione suppone presenza, o per lo meno la traslazione
dell' atto at tivo attraverso allo spazio fin che giunga al luogo dove si deve
produrre e svol gere cotesta attività. Così è legge mec canica che ogni
movimento importa la necessità del tempo, e il tempo è tanto porta tempi
proporzionali valutabili colla ragione composta della distanza stessa e della
velocità, ne deriva che l'azione sua a una distanza infinita richiede tempi
infiniti, il che val quanto dire che quest' azione non giungerebbe mai a
produrre i suoi effetti, imperocchè un tempo infinito non ha fine. Se dunque un
Dio immenso contraddice una legge fisica, un Dio limitato contrasta con una
legge meccanica, e così riman provato ancora che gli attributi di Dio sono la
negazione di tutte le scienze positive. (Vedi INFINITO). Immortalità.
L'immortalità per sonale dopo la morte è credenza fonda mentale di quasi tutte
le religioni. Non è però esatto l' affermare, come gene ralmente si fa,che
tutti i popoli e tutte le religioni la proclamano. Circa tre cento milioni di
buddhisti credono nel nirvana, vale a dire che l'anima dei giusti dopo la morte
giunge all'assoluto annichilamento in Dio (vedi BUDDHISMO). L'annichilamento
dell'anima è pure opi nione professata da tutti i filosofi pan teisti, (v.
PANTEISMO), imperocchè am. mettendo costoro che l'anima nostra congiungesi all'
Essere universale, im plicitamente suppongono che la sua per sonalità si spegne
e si fonde nella stessa personalità di Dio. Tutta la scuola sceltica antica e
mo derna, per la cagione stessa delle sue dubitazioni non può considerarsi
siccome accettante il domma dell' immortalità; imperocchè dubitando essa d'ogni
cosa reale ed eziandio delle più evidenti, tanto meglio deve dubitare di un dom
ma che non ci offre alcuna dimostra zione sensibile, e che per confessione
stessa di coloro che lo ammettono, ha d'uopo di appoggiarsi precipuamente sulla
fede, virtu incompatibile affatto col le ultime conseguenze dello scetticismo.
Quanto all' idealismo il qual nega ogni realtà alle cose che ne circondano 480
IMMORTALITA e al nostro stesso corpo, e considera per fino il nostro io siccome
un fenomeno, potrà egli mai fondatamen e annoverarsi fra le scuole credenti
nell'immortalită? Tuttochè i principali idealisti abbiano affermato cotesto
domma, è lecito cre dere che lo abban fatto per una non felice inconseguenza,
piuttosto che per vera e naturale necessità dellorsistema. L'immortalità di un
fenomeno non è invero cosa concepibile, e ad ogni modo se noi non possiam trovare
nelle cose che ne circondano sufficienti argomenti per credere alla loro
esistenza, tanto più dovremo dubitare dell' esistenza di undomma il cui
concet.o implicante eternità sfugge eziandio ai limiti natu ra i della nostra
ragione. Ecco dunque già un buon numero di uomini e di filosofi, i quali se non
esplicitamente, certo implicitamente non credono all' immortalità. Quanto ai fi
losofi antichi non mancano esempi di coloro che non ammisero cotesto dom ma.
Democrito, Epicuro e Dicearco fra i greci lo negarono esplicitamente, e fra i
latini Lucrezio nel suo terzo libro dice chiaro che l'anima ha le sue ma lattie
come il corpo, e come il corpo deve perire. Anche Cicerone fu accu sato da
Lattanzio di non credere all'im mortalità, e quel buon padrelo prova va citando
un passo di lui, che ora si èsorpresi dinonpiùtrovare nelle opere sue. Cicerone
vi ragionava secondo i principii degli Accademici, pei quali è noto ch' egli
nutriva grandissima sim patia ( Latt. de vita beata, lib. VIII cap. 8). Plinio
insegnava addrittura che tanto valeva il credere di esistere dopo la morte,
quanto il credere di essere esi stiti prima di nascere, e che l'una e l'altra
credenza non erano infine che una volgare superstizione (Plinio Storia nat.
lib. VII, cap. 55). Non fu Seneca il tragico che nel coro dei Troadi fece
adottare l'opinione della mortalità del l'anima ? (Seneca. Trod. vers. 395). E
Sorano, come riferisce Tertulliano (De Anima, cap. VI), nei suoi quattro libri
sulla immortalità, non negava egli co testo domma? Fu pure AlessandroAfro disio
colui che sostenne essere cost as surdo il dire che l'anima è immortale, quanto
l'affermare che me e due fanno cinque. Fra i greci ancora e fra i latini tutta
la setta stoica volendo tenere il giusto mezzo fra le opposte opinioni, insegnava
che le anime sarebbero bensì sopravissute ai corpi, ma che infine esse pure
sarebbero annichilate. E fra gli stoici stessi chi, come Crisippo e Cleanto,
ammetteva che questa distru zione sarebbe avvenuta alla fine del mondo, e
chi,come Epitetto e Marc' An tonio,insegnavache ladissoluzione del le anime
avvenisse o contemporanea mente o subito dopo la dissoluzione del corpo; onde
furon detti hersciscundi, cioè, come spiega Servio, medium secuti. Que sta non
è opinione molto diversa da quella espressa da Kant nella sua Cri tica della
ragion pura, dov'egli insegna non essere impossibile che l'anima, mal grado gli
attributi che la rendono indi visibile, perisca di languore per una graduale
estinzione delle sue forze. Perfino fra il popolod' Israele noitro viamo esempi
non dubbi della miscre denza nell'immortalità. Nessun atto della legislazione
di Mosè accenna a questo domma, e i Sadducei stessi, che erano una delle sette
più cospicue del giudai smo,non credendo nell'immortalità era no ammessi al
sacerdozio (V. GIUDAISMO). Negasi che esistano interi popoli i quali ignorino
il domma dell' immorta lità; ma è negazione contro la quale stanno prove
positive. Oltre l'esempio dei buddhisti, ne' tempi andati si tro varono intere
tribù selvaggie che non avevano alcuna cognizione nell'altra vita. Margravius
riferisce che i popoli del Chill erau abbastanza brutali per non conoscere
cotesto domma. Chilenses ne que Deum norunt, neque illius cultum nullum
observant dierum discrimen, ne mortuorum quidem resurrectionem cre dunt sed
post obitum nihil hominis pu tant superesse. (Margravius. lib. VIII IMMORTALITÀ app.
cap. III). Lo stessodicasi di molte tribù di Madagascar. « Interrompc per un
istante questa relazione, scriveva il missionario Tachard, per dire ciò che noi
abbiamo veduto degli ottentotti. I quali essendo persuasi che non vi sia altra
vita, lavorano appena tanto che basti per passare gradevolmente la vita
presente » (Tachard T. 1 pag. 72) 481 Korannas, Thompson apprese che prima
della venuta dei missionariin quel pae se, essi non avevano idea distinta di un
Dio onnipotente, delle pene e delle ri compense di un'altra vita. « Presso i
Béchuanas, dice il missionario Moffat,non havvi alcuna idolatria, alcuna
tradizione degli antichi tempi.. Durante parec chi anni di un lavoro pressochè
inutile, È certo che nel secolonostro anche tra cotesti popoli l'idea di Dio e
dell'im mortalità si è insinuata. Ma badiam bene all'opra de' missionari che
oramai in ogni parte diffusero fra i selvaggi le idee dei popoli civili. Or se
poniam mente che ira coteste idee quella del l'immortalità è certamente la più
facile a intendersi e ad accettarsi ancora dai meno colti, non ci saràdifficile
scoprire i veri motivi della diffusione di questo domma. Pensiamo, infatti, che
ogni uo mo nascendo sotto l'impero della pro pria personalità, sentendosi
dotato di una coscienza individua, mal può adattarsi all' idea della cessazione
del suo io. E pei selvaggi poi vihanno ragioni molte le quali possono
confermarlinella opinione della sopravivenza dopo la morte. In paesi ove le più
elementari funzioni fi siologiche sono pressochè ignote, qual non doveva mai
essere l' influenza dei sogni, grandissima anche fra noi, sulle credenze
religiose ? Quelle figure che l'immaginazione as sopita presenta al dormiente,
quelle na turalissime immagini degli amici e dei pa renti che talora vediamo
nel sonno, co me avrebbero potuto non far credere all'esistenza di quegli
esseri che essendo morti, tuttavia ricomparivano colle loro precise sembianze?
Veri fanciulli adulti, non potevano i selvaggi che confondere in una sola impressione
la realtà col l'immagine, ed è così senz' altro che essi ebbero il concetto di
una sopravvivenza dell'individuo, senza che, del resto, siano maicorsi
colpensiero ad immaginare un soggiorno ulteriore, una pena ed un premio futuri.
Dalla bocca stessa degli Ottentotti io ho spesso desiderato di scoprire qualche
idea religiosa presso quegli in digeni; ma nessuna nozione di questo genere mai
era entrata nel loro spirito. Dir loro che esiste uncreatore del cielo e della
terra, parlare ad essi della ca duta dell' uomo, della redenzione, della
risurrezione, dell' immortalità, era per loro un discorrere di cose altrettanto
stravaganti e favolose quanto le loro ridicole leggende sui leoni e le jene...
Non potevansi risolvere i Béchuanas ad ascoltare le nostre prediche, se non re
galandoli di tabacco ed altre cose. Poi, dopo alcuneore di predicazione, essi
do mandavano: Che volete dire? Le vostre fiabesono assai maravigliose,
quandopure non gridavano: Pura menzogna. I più pratici fra loro osservavano che
tutto ciò non empiva lo stomaco ». Più tardi quando ilmissionario riuscì a fare
qual che conversione, i nuovi proseliti affer mavano chedapprima essi non
avevano idea alcuna nè di Dio, nè della vita fu tura. L'uomo, dicevano altri,
non è più immortale del bue e dell'asino, le ani me nessun le vede. Siffatte
notizie raccolte nell'Encyclo pedie generale, furono nel 1870 piena mente
confermate da Tsékélo, principe dei Caffri-Bassoutos che nel 1869-70 erasi
recato a Parigi. Letourneau ebbe la ventura di vedere cotesto selvaggio
incivilito, il quale parla passabilmente l'inglese, sa leggere e scrivere, e
dopo avergli lette le notizie sopra riferite, ebbe da lui in risposta, esser
questa la prima volta ch'egli sentiva dire la verità in Europa. Egli è vero che
il Signor Casalis scrive che il vecchio Libè, zio del re dei Bassoutos,
tuttochè dapprinci 31 482 IMMORTALITÀ pio, al missionario che gli insegnava il
vangelo pizzicasse le labbra.e il naso chiamandolo mentitore, si era infine
convertito. Ma Tsékélo contraddice tal notizia, e assicura che il suo parente
era troppo vecchio e troppo ammalato per parlare lungamente. Egli d'altronde
era sì poco convertito, che alle esorta zioni del missionario che gli parlava
senza posa di Gesù Cristo, rispondeva: Gesù Cristo ? Chi è costui? Io non
conosco cotest' uomo. (Bulletins de la société d'anthropologie de Paris T. VII.
Serie 2. pag. 692). Il viaggiatore inglese White Baker che soggiorno parecchi
anni fra i negri che abitano sulle sponde del Nilo Bianco e dei laghi d'onde
questo fiume deriva, specialmente nella tribù degli Obbos e dei Latoukas (4 o 5
gradi di latitudine nord), afferma che non gli fu possibile di trovare fra
questi popoliidea alcuna religiosa. Letourneau ha raccolte ed esposte le
relazioni di questo viaggiatore alla Società d'antropologia di Parigi, ed è
curioso il seguente frammento. Io. Un uomo non è superiore per la intelligenza
ad un bue. Non ha egli una ragione per guidare la sua in telligenza? « Commoro.
Molti uomini non so no intelligenti al pari del bue. L'uomo è costretto a
seminare del grano per procurarsi la nutrizione, il búe e lebe stie selvagge l'
ottengono senza semi nare. Io. Non sapete che esiste in noi un principio
spiritüale differentedalno stro corpo ? Durante il vostro sonno non sognate
mai? non viaggiate col vostro pensiero in lontane regioni ? Nullameno il vostro
corpo è sempre nello stesso luogo. E come spiegate tutto questo? «Un
pocodigrano che era stato tolto dai sacchi pel nutrimento de' cavalli e che
trovavasi sparso sul terreno, mi suggerì l'idea di mostrare a Commoro la vita
avvenire col mezzo della sublime metafora di cui fece uso S. Paolo. > Sotto
il pontificato di Urbano II, diçe l'abate Fleury, videsi con sorpresa a conto
di una sola buona opera, esimersi INDULGENZE il peccatore di ogni pena
temporale pei suoi peccati. E non ci voleva meno che un numeroso concilio,
presieduto da questo pontefice in persona, per au 493 fossero delegati da lui
in Italia, Fran cia, Germania, Spagna ecc, la facoltà di concedere, mediante
spontanea ele mosina o prezzi da stabilirsi secondo i torizzare siffatta
novità. Questo concilio | casi, indulgenze pei vivi e pei morti, as tenutosi a
Clermont l' anno 1095, con soluzione e remissione di tutti i reati cesse
indulgenza plenaria, remissione intera di tutti i peccati a chi pren desse le
armi per la liberazione di Terra Santa. Questa indulgenza valeva di paga ai
crociati, e benchè essa non desse il mantenimento corporale, fu ac cettata con
giubilo ». (6° Disc. sulla storia eccl. n. 2). Il quarto concilio di Laterano e
il primo di Lione seguirono questo esempio, e s'andò in tal guisafor mando la
giurisprudenza del giubileo (V. GIUBILEO). Ma ben peggiori abusi si dovettero
poi lamentare sotto il pontificato di Leone X. Ai 14 novembre 1517 questo papa
pubblicava la famosa bolla che co mincia Portquam, ad apostolatus apicem e che
diede origine alla riformadi Lu tero: avverto che fu omessa nelle edi zioni di
Roma, e la ricavo dalla edi zione di Lussemburgo 1727, supplemento al tomo X
pag. 58. Èsingolare che il Sarpi, nella sua Storia del Concilio Tridentino,
appena accenni la detta bolla, mentre un' ana lisi della medesima tornava così
accon cia a descrivere la fede ed i costumi della Romana Chiesa. Di (Dern.
Analyt. lib. 1. c. 2). Nella filoso fia moderna questa voce ha cambiato senso e
ne ha acquistato un altro assai più determinato. L'ipotesi è oggidì sup
posizione fondata sopra caratteri abba stanza evidenti per essere probabile,
sen za tuttavia essere certa. È quindi errore di molti il credere che ogni più
che azzardata affermazione possa dirsi ipo tesi: le cose manifestamente
impossibili trettanto certo che fedelmente ci rap presentino le cose come sono.
L'obbie zione sarebbe vera e ad evitarla con viensi che all'ipotesi diasi senso
limi tato, proprio del comun linguaggio ; e per tale s' intenda quella
dimostrazione la quale secondo lo stato delle nostre cognizioni non è ancora
sufficientemente provata. Nemmen s' abbia per ipotesi ogni strambo ragionamento
: sì convien ch'essa sia probabile e verosimile, senza di che diventerebbe
vaneggiamento di non sono ipotesi; ma assurdità. Prima di scoprire le leggi
generali, la scienza cerca le ragioni plausibili dei fatti che osserva
fondandosi sull' analogia dei fatti simili ; ma finchè cotesta analogia non sia
accertata da osservazioni diret- nogamia. te le sue ragioni rimangono ipotesi.
Convien che il filosofo sappia ben mente insana. Ipparchia. Filosofessadella
setta de' cinici e sposa di Crate. Nacque a Maronea, città della Trancia, da
fami glia ricca, e tanto si appassionò per la filosofia di Crate, che
nonostante le sue infermità e la sua miseria, e malgrado le rimostranze dei
parenti, lo volle per marito. Vestita di miseri abiti, senza averi e senza
tetto, andò vagando col marito, secondo i precetti della scuola cinica, chelavolle
immortalare istituendo una festa in onor suo col nome di Ci Ippon(di
Bhegium).Ignorasi l'epo distinguere le leggi dalle ipotesi: il con fondere le
une con le altre è spesso cagione di errori gravissimi per le scien ze, che una
maggior prudenza potrebbe evitare. Vero è che tutti i nostri prin cipii sono
dubbi, che la certezza asso luta non è retaggio hostro, e che tal fiata i
principii che ci parevano più certi sono dimostrati falsi da nuove sco perte.
In tal senso lo scettico può ben dire che tutti i principii che noi abbiamo
elevato al grado di legge sono ipotesi, ca precisa in cui visse, ma par che fos
se nei primi secoli della filosofia greca. Aristotile nella sua Metafisica
(lib. 1, c. 3) ci apprende che sull'esempio di Ta lete egli considerava l'acqua,
o l'umidità come il principio delle cose; e nel libro dell' Anima (lib. 1, c.
2) aggiunge che non riconosceva all'anima altra origine. Sesto Empirico nelle
Ipotesi Pirroniane (lib. III) dice ch' ei riconosceva due soli principii: l'
acqua ed il fuoco, ed Alessandrio Afrodisio lo annovera fra i materialisti. J
Jerocle. Filosofo neoplatonico che | tone, e compose sette libri sopra il de
fiorì sul finire del IV secolo. Insegnd | stino, alcuni estratti dei quali ci
furono filosofia in Alessandria, commento Pla- conservati da Fozio. Questo
filosofo appartiene al periodo di transizione tra la filosofia pagana e il
cristianesimo, e già nella sua dottrina si nota il primo mo vimento che confuse
il Destino con la provvidenza. La provvidenza, insegna egli, è il governo col
quale Dio man tiene l'universo. L'uomo è dotato di li bero arbitrio, ma le sue
decisioni sono seguite da una certa azione di Dio che sollecita la sua volontà,
e questa stessa azione che facilita o noilbuon uso del Par che gli ionici
proclamassero an cora, sebben confusamente, i principii del sensualismo, e
affermassero, che quello solo esiste il quale cade sotto i nostri sensi. Così
sembra che Platone dicesse di loro, quando nel suo dialogo del Sofista
scriveva: « Siccome tutte le cose cadono sotto i sensi, così essi af fermano
che quello solo esiste che si può avvicinare e toccare: in talmaniera libero
arbitrio è già principio di pena o ricompensa. Qui sorge poi il principio dalla
predestinazione e della grazia, poi- grande disprezzo ». chè Jerocle ammette,
senza manco av essi identificano l'essere col corpo ; e se qualche altro
filosofo lor dice che l'es sere è immateriale, gli dimostrano un vedersi di
cadere in contraddizione, che Dio fin dall' origine del tempo ha de terminato
il principio e la fine dell'esi stenza. Anche nella creazione tenta di di
avvicinare il paganesimo al cristia nesimo, e se non osa d'un tratto far
scomparire il principio dell'eternità della materia, che tutta la filosofia
pagana aveva ammessa, vuole almeno, con una delle sue solite contraddizioni,
che Dio l'abbia creata, ammettendo però che la creazione non ha avuto un
principio! Jonica (Scuola). Talete di Mileto, città della Jonia, fu il
fondatore di que sta Scuola, continuata daEraclito, Anas simandro, Anassimene,
Anassagora, e Archelao. La scuola ionica è sopratutto fisica per l'insegnamento
nell'astrono mia che largamente vi fecero i suoi maestri. Intorno all'essenza
delle cose disputarono assai gli ionici, e si divi sero in due partiti,
l'unde'quali (Anas simandro e Anassagora) sostenne che il Jouffroy (Teodoro
Simone). Pro fessò filosofia a Parigi al collegio Bor bone dal 1817 al 1819, fu
quindi inse gnante alla facoltà di lettere nella mө desima città, poi
professore di filosofia aggiunto alla cattedra di Royer-Collard e nel 1840
membro del Consiglio Supe riore dell' istruzione pubblica. Fu pro mosso a
questo posto dal ministro Cou sin, ed è ben ovvio il pensare che il protetto
facesse onore alle opinioni del protettore. Jouffroy non seppe introdur re nel
suo insegnamento alcuna nuova idea, salvo quella veramente singola rissima, per
la quale egli voleva distin guere ' anima dal corpo, e provarne l'esistenza
dimostrando la diversa na tura delle funzioni digestive e volitive. Sarebbe
inutile il confutare le idee di questo filosofo, basate sopra una com pleta
ignoranza delle leggi della vita, Jouffroy ha fondato anche una teoria morale
ed una teodicea. La prima pog giando sulle basi ipotetiche del duali smo fra la
materia e la vita stabilisce mondo consta di elementi diversi ma nou
numerabili; l'altro, che esso è com posto di un'unica sostanza (Talete, Anas
simene), oppure di due o tre elementi come sarebbero l'acqua e il fuoco. Ar- |
azioni materiali del corpo, le quali ten chelao). Gli uni e gli altri
convennero lalegge del dovere nel raggiungimento del fine morale. dell' uomo,
indipen dentemente dalla circolazione e dalle che la costituzione attuale
dell'universo s'è formata cogli elementi o coll' ele mento primitivo mediante
un'azione di namica di unelemento sull'altro, o col movimento dello stesso
elemento in se stesso. dono alla pura conservazione di questo. La vita
materiale, dice Jouffroy, tende al bene del corpo, la vita morale al bene dell'
io. Così l'individuo si separa in due esseri distinti; il benessere del suo
corpo non è più il benessere del suo io; dunque il corpo può essere 278.987
JACOBI martoriato, poichè l'io non è il suo diretto risultato. Si capisce bene
che queste teorie possono fondare una mo rale ideale, ma non già una morale 513
non esamina, ma percepisce. lo vedo il sole, dunque il sole esiste; io mi
sento, dunque io sono; io penso lo spi rito supremo,dunque lo spirito supremo
vera e veramente utile alla società. Jacobi (Federico Enrico). Nacque il 25
gennaio 1743 a Dusseldorf nella Germania, da un ricco negoziante di quella
città. Chiamato adirigere la casa di suo padre, non vi rimase però per lungo
tempo, e quando l'Elettore pala tino lo nomind consigliere delle finanze del
ducato di Bery, abbandonò affatto il commercio. Ricco e rispettato, la sua casa
di Pempelfort fu ben presto il ri trovo delle notabilità scientifiche e let
terarie del suo tempo, in mezzo alle quali presegli brama di prender posto egli
stesso. Si atteggiò a filosofo, e in diversi tempi scrisse alcuni libri, tali
che Woldemar, Lettere a Mendelson sulla filosofia di Spinoza; Una parola di Les
sing; David Hume o l'Idealismo e il Realismo; Del tentativo del criticismo di
rendere la ragione ragionevole, o di accordare la ragione coll' intendimento;
Delle cose divine Lettere su Spinoza. Jacobi è avversario, non solo del
l'idealismo, ma anche del criticismo di Kant, dello scetticismo e d'ogni incre
dulità. Impotente, com' egli stesso con fessa, a spiegarsi iconcetti
astrattidella filosofia, si gettò in braccio con sover chia fidanza agli
stimoli del sentimento individuale: parve a lui che una certa armonia
prestabilita dovesse esistere fra i nostri concepimenti e i fatti esteriori. Il
suo realismo non è in sostanza che l'obbiettivazione nella realtà di tutte le
chimere che una mente esaltata può concepire, e la sua ragione della quale con
tanta pompasifacampione nei suoi libri, non s' adopera già a sceverare quanto
di falso in queste chimere vi possa essere, perocchè egli è convinto che la
nostra coscienza attuale, e non la ragione, sia la misura di tutte le verità.
esiste ». È in tal maniera che Jacobi passa dallapercezione sensibile del sole
veduto, all'astrazione intellettuale di un Dio pensato, senza pure avvedersi
del l'immensa distanza che separa fra di loro questi due modi d'affermazione.
Dal momento che la nostra coscienza intel lettuale è la misura della verità,
che monta sia una cosa veduta o soltanto pensata? Ciò che si vede o si pensa è
sempre vero, e Jacobi non si doman derà nemmeno se tutte le cose pensate siano
sempre state vere. Ben a ragione insofferente delle ne bulose formole della
filosofia trascen dentale, credette egli di avere evitata ogni dubitazione
supponendo che la cer tezza fosse immediatamente inerente a tutti i nostri
giudizi. « La vera scienza, dic'egli, è quella dello spirito che rende
testimonianza di se stesso e di Dio.... Oggetto delle mie ricerche fu sempre la
verità nativa, ben superiore alla ve rità scientifica ». E nel 1819 ripeteva :
Nel seno stesso dell' Accademia di Berlino vi fu viva disputa, che nonvolse
però a pro fitto della nuova scienza. Fu essa riget tataallaquasi unanimità
siccome studio inutile e impotente a fondare checches a. Cotesto studio è
infruttuoso, scri veva Formey, e il suo fondo indeci frabile. Lo stato attuale
del viso umano verso la metà della sua carriera, risulta dal concorso di tante
circostanze fisiche, morali, e casuali, ch' egli è affatto im possibile di
ritrovare la fisionomia ori ginale e di seguire le tracce delle sue
modificazioni: se il cuore è un enimma, il viso è un logogrifo, come quei ter
reni vulcanici coperti di molti strati di lava, con una terra molto fitta sopra
ciascuno ». Lafisiognomia restò a quel punto, nè più progredi; nè se ne
discorre a tempi nostri fuorchè in quei libri che si stampano apposta per gli sciocchi.
Ma le conseguenze di quella scuola non fu rono abbandonate, e quando venne Gall
le rinnovò per la sua croniologia, ma con una scienza, con una pratica e con un
sapere da cui il mistico Lavater era le mille miglia lontano. Lao-Tseu.
Filosofo chinese con temporaneo diConfuzio.Lasua vita, co me quelladi tutt' i
filosofi di quei tempi, è più leggendaria che storica. Fu con servatore della
biblioteca della casa di Théon, dagli uni considerato come pro feta, dagli
altri come uomo eminente mente santo, talchè fu ancor confuso con Shakya-muni,
(Bouddha ) le cui dot trine egli introdusse nella China. (V. BUDDHISMO).
costanze. È legge di natura che la luce diminuiscanella sua integrità in
ragione inversa dei quadrati delle distanze; che colla stessa progressione
diretta un cor po grave si acceleri nella sua caduta; è pure in forza di
unalegge che l'elet tricità si trasmette di preferenza attra verso ai corpi
conduttori, che il ferro è attratto dalla calamita, che il filo a piombo in
qualunque parte del globo si dirige al centro della terra ecc. D'onde e perchè
nasca la legge, s'ignora. Essa costituisce una nozione essenzialmente
sperimentale e direi quasi assiomatica, per la quale noi affermiamo che esiste
una legge quando vediamo che date le medesimecausesi produce costantemente il
medesimo effetto. Romagnosi perciò non ebbe torto di definire la legge . Dunque
lo statista che sulla media delle tavole degli anni anteceden ti predice
approssimativamente il nu mero di certe classi di delitti che suc altri vincoli
morali con cui cerchiamo di determinare o al bene, o all' utile, o a
checchessia le azioni dei nostri si mili, provano, in sostanza, che sotto la
influenza di certe cause noi ci attendia mo dagli uomini certi effetti. Senza
di che, a cosagioverebbero le leggi ? Per chè l' oratore procurerebbe d'indurre
altrui nelle sue convinzioni, se i suoi motivi non esercitassero una certa effi
cacia, e perchè da tal sistema di go verno si attenderebbero tali popoli, e dai
cattivi esempi malvagie azioni ? Il filosofo inglese Bailey ha ben ra gione di
sorprendersi che la connessio ne fra imotivi e le azioni sia teorica mente
revocata in dubbio quando poi nella vita pratica gli uomini non fanno altra
cosa che impegnare perpetuamen te piacere, fortuna, riputazione, la vita stessa
in questo principio che specula tivamente rigettano. La costanza delle cifre
della statistica non è forse una evidentissima dimostrazione di questo
principio, che anche nell'ordine morale, il qual si vuole assolutamente indipen
dente da ogni determinazione, le mede sime cause conducono costantemente ai
medesimi effetti ? Per ciò che si rife risce af delitti, scriveva nel 1853 il
signor Quetelet, i medesimi numeri si riproducono con tale costanza che sa
rebbe impossibile il disconoscerli anche per quei delitti che sembrerebbe do
vessero più di tutti sfuggire ad ogni previsione umana, come sarebbero gli
omicidi, dappoichè essi si commettono in seguito a risse che nascono senza
stabili motivi, e in apparenza col con corso delle più fortuite circostanze. Non
dimeno l'esperienza prova che non solo cederanno nell' anno successivo, non fa
altro che prevedere gli effetti che do vranno necessariamente derivare da cer
te cause, che generalmente si rinnovano; cosa che non potrebbefarsi certamente
ove le azioni nostre fossero affatto in dipendenti dacause determinanti. Inve
ro, se le azioni fossero assolutamente libere, le più grandi variazioni dovreb
bero mutarsi nelle cifre statistiche, e la costanza di esse dovrebbe trovarsi
sol nei fenomeni cosmici pei quali si ammette una assoluta dipendenza da cause
uniformi. Ma nell' ordine morale dovrebbe notarsi una successione asso
lutamente arbitraria, nè la statistica, nè l'esperienza mai potrebbero farci
prevedere quali effetti potrebbero deri vare da certe cause. Quale uomo, per
prudente che sia,potrebbe alloramaipre- vederechecoluichehacarattere sangui gno
risponderà colla violenza alla vio lenza; che il pacifico subirà l' ingiuria
senza rintuzzarla; che il coraggioso af fronterà il pericolo, e l'uom d' onore
sarà fedele alla parola data? Se l'ar bitrio di una assoluta indipendenza pre
siedesse alle nostre azioni, sarebbe di strutto ogni fondamento dell'ordine so
ciale; la fedeltà delle contrattazioni di venterebbe una chimera, eniunopotreb
be mai esser sicuro che giustizia gli fosse fatta, quando sull'animo del
giudice nulla potessero i motivi determinanti dell' onestà, la convinzione
acquisita e il sentimento del dovere. Si oppone che determinandosi secondo la
convinzione il giudice non fa altro che seguire la sua volontà. Ciò è vero; ma
è altresi vero che questa convinzione è acquisita in grazia di motivi esterni,
e che la sua volontà, non potrebbe non essere LIBERO ARBITRIO conforme alla sua
convinzione. In altre parole, egli vuole costantemente ciò che vuole la
volontàdeterminatadai motivi. Nella vita pratica noi siamo tanto convinti che
tali motivi determinano tali altre azioni, che siamo ben dispo sti a
considerare come deboli di mente e anche pazzi, coloro i quali per ten denze
organiche diverse da quelle della comun degli uomini, non agiscono nel modo
stesso in cui agirebbero tutti gli altri quando fossero posti nelle mede sime
circostanze. Se alcun ricusa il bene che gli si fa; o si cimenta contro
pericoli evidenti senza scopo; o fa sper pero dei suoi averi senza obbedire ai
motivi di filantropia che noi siamo di sposti a riconoscere, non si avrà in
conto d' uomo che abbia il pieno pos sesso della sua ragione. E poichè tutti
gli altri al posto suo non agirebbero in quella guisa, cosìnon si ha difficoltà
a riconoscere che alcun che di anormale vi debba essere nel suo cervello. In
conclusione son matti per noi quei co tali iqualinonsi comportanonel modo con
cui in determinati casi noi ci com portiamo, e non agiscono secondo quei motivi
dai quali nell' ordinario corso della vita noi ci riconosciamo determi nati. .
(Trattato del libero arbitrio II). In questo esempio Bossuet presenta > Ecco
dunque lo stato che sui tram poli del dommatismo cristiano qui pro clama ex
Cathedra un principio reli gioso che fa a pugni col senso comune. Le pretese
del papate non potrebbero essere peggiori nè più esigenti. E tut tavia l'art.
29 della stessa costituzione prescrive « che non vi sarànello Stato
stabilimento di alcuna setta religiosa con preferenza sopra un' altra ». Qui
dunque abbiamo unaperfetta eguaglian za e libertà dei culti, ma quanto non
siamo noi ancor lontani dalla libertà di coscienza? stabilimento per una chiesa
o una set ta religiosa qualunque di preferenza ad un' altra, e nessuno, sotto
qualunque pretesto, sarà costretto a recarsi ad un luogo particolare di culto
contro la sua fede e la sua opinione, nè obbligato a pagare per la compra di un
terreno, o per la costruzione d' una casa desti nata al culto religioso, o pel
manteni mento dei ministri o d'un ministro di religione, contro ciò che egli
crederà giusto e ragionevole o contro ciò che si sarà quotato volontariamente e
per ❘sonalmente. Tutti avranno il libero e
sercizio del culto, ben inteso che nulla potrà inferirsi dal presente articolo
per esimere i predicatori che facessero di scorsi sediziosi e miranti al
tradimento, dall' essere presi e puniti secondo la legge. >> Dopo questa
ampiadichiarazione chi mai crederebbe di leggere quest' altro articolo, ove
contiensi la più esplicita e violenta negazione della libertà di co scienza ?
Nè ciò basta, l'ortodossia protestante qui raggiunge il suo massimo apogeo, e
già collo stabilimento di una religione 547 stessi privilegi che le altre
società. Ogni società di cristiani così formata si darà unnome che ladistingua,
sotto cui sarà chiamata e riconosciuta in giu ufficiale ci fa sentire i tristi
effetti della ingerenza della potestà civile nelle cose di coscienza, Qui lo
stato, non solo stabilisce una religione ufficiale, ma si fa assoluta mente
banditore di dommi, si erige ad autorità direttrice delle coscienze ed im pone
alla pubblica credenza dei criteri della verità che sono fallaci e coerci tivi,
per ciò solo ch' essi non possono da tutti essere condivisi. Quest'articolo,
per vero dire, meglio che in una Co stituzione politica, starebbe a suo luo go
in un rituale canonico, perciocchè continuando sullo stesso metro prescri ve
poi regole pei ministri dei culti, ad essi ingiunge di instruire il popolo se
condo le sante scritture; di essere e satti nel far le preghiere e le letture
dei libri santi; di assistere gli infermi con tutti i mezzi pubblici di
consiglio e di avvertimento richiesti dalla neces tro i miscredenti, il
dommatismo prote stante, che in ciò poco differisce dal cattolico, assicura la
libertà dei culti alle sette cristiane, ben s'intende, е spinge anzi la
condiscendenza fino a derogare le disposizioni della legge ge sitâ, ed altre
tali cose d'ordine pura- nerale in favore dei quackeri. mente canonico. Cosa
strana, fra tanto scempio del ' umano buon senso, noi troviamo in questa
costituzione la sanzione di due principii che le sono esclusivi e che pur sono
essenziali alla libertà di co scienza: «Qualunque abitante dello stato, dice lo
stesso articolo, chiamato a pren der Dio in testimonio della verità dei suoi
detti, avrà il permesso di farlo nel modo più consentaneo aciò che la sua
coscienza gli dice. > Del resto, bandita la crociata con > Affrettiamoci
però a dire che tutte queste costituzioni date negli ultimi anni del secolo
scorso, erano la conse guenza nećessaria, inevitabile dello svol gimento
storico di quei paesi. Le po polazioni bianche dell' America anda rono
formandosi per la continuata emi grazione degli europei e specialmente degli
inglesi. Una moltitudine di fuoru sciti partivasi dall' Inghilterra fin dal
tempo degli Stuardi ed emigrava in America, quivi portando quel desio di
libertà e di emancipazione, che nella patria loro era stato ad essi impu tato a
colpa. Sotto quel nuovo cielo e su quella vergine terra essi impianta rono li
ordini inglesi sotto il protetto rato dell' Inghilterra; ma più lati, più
liberi, sì che l'autorità del Re quasi si esinaniva nel lungo tragitto dell'
Ocea no. Le dissenzioni politiche non solo, ma anche le persecuzioni religiose
ave vano determinata quella emigrazione. I nuovi coloni in gran parte non erano
soltanto protestanti, ma nel loro desi derio di purificare la religione prote
stavano anche contro gli stessi prote stanti. Ora, la riforma religiosa,ben
lunge di attutire le esaltazioni mistiche, ag giunge anzi nuova esca al
fanatismo. Le religioni decrepite, simili al vecchio paganesimo, sono credute e
osservate per abitudine, e più spesso chi ne osten ta i precetti poco li crede
in cuor suo. La riforma, invece, seco trascina l'en LIBERTÀ DI COSCIENZA 549
tusiasmo, la convinzione, e con essi | magistrato d'intervenire nelle questioni
quel principio di intolleranza che non rare volte tocca i confinidel ranatismo.
Con ciò noi ci spieghiamo perfettamen te quelle strane costituzioni dei varii
stati dell'America meridionale, ove sem di dottrina, o di restringere la profes
sione o la propagazione di certi prin cipii, a motivo della incresciosa tenden
za che si suppone in essi è un errore funesto che distrugge tutte le libertà
pre si trova la libertàpoliticacongiunta al più gretto esclusivismo religioso.
Ma le costituzioni parziali dei varii stati do vevano cedere ilposto a più late
dispo sizioni nell' atto d'unione dei singoli stati in un corpo solo. Per ciò
che la molteplicità delle sette imponeva ap punto a ciascuna di esse dei doveri
in verso le altre, e rendeva necessarie quelle reciproche concessioni, senza
cui non sarebbe stata possibile una legge comune. L' emancipazione degli stati
dall'In ghilterra e la unione di essi in un cor po solo, doveva quindi portare
i suoi frutti, e noi veggiamo infatti che laCo religiose, perciocchè è il
magistrato medesimo che rimane giudice di questa tendenza, e che egli prenderà
per re gola di giudizio la propria opinione; Si stupende idee non potevano du
rare a lungo fra popoli sinceramente devoti alla fede, e il bigottismo prote
stante, sotto molti aspetti, non più li berale del cattolico, doveva ancora pre
valere contro il principio dell' assoluta libertà. Egli è perciò che l' Europa
leggeva con gran stupore la notizia che il Senato e il Congresso degli Stati
Uniti avevano approvato la seguente legge: La santificazione della dome
cernenti lostabilimento di una religione ❘nica è
cosa di interesse pubblico; o per proibirne il libero esercizio. (Co stituz.
art. 2, 6, e III addizionale). Sotto la presidenza di Jefferson era stato
proposto e votato dal Congresso il seguente decreto: ch' egli per la sua
tirannia di venne inviso a quanti lo avvicinavano. Calvino stesso scriveva al
suo confidente Bulinger, « non potersi più tollerare gli eccessi di Lutero, cui
l'amor proprio non permette di vedere i propri di fetti, nè di sopportare che
alcuno gli si opponga ». E a Melantone: « Il suo spirito, dicesi, è violento, e
i suoi mo vimenti impetuosi, come se questa vio lenza non si portasse
soverchiamente agli eccessi, quando tutto il mondo non pensa che ad incontrare
in tutto il suo genio. Abbiamo per lo meno una volta l'ardimento di produrre un
gemito con libertà ». È vero che Calvino,dimentico ben presto di questa stessa
libertà, im mold sul rogo il povero Servet, ma non è men vero che intorno a
Lutero tutti convenivano in questo suo giudi zio. Muncer diceva esservi due
papi: l'uno quello di Roma, l'altro Lutero, ma che questo era il peggiore, e Me
lantone, uomo mansueto e pacifico, vi veva in tanta soggezione con Lutero e con
i capi del partito, che a Camera rio amico suo, scriveva: « Io sono in
ischiavitù come nell' antro del Ciclope, perchè non posso palesarvi i miei sen
timenti, e penso spesso alla fuga ». Erasmo poi, cui Lutero erasi dapprima
inclinato con parole servili, n'era stato quindi sivivamente maltrattato per
non essersi seco lui accordato sul libero ar bitrio, che a propósito di Lutero
ram maricavasi d'esser condannato nella sua vecchiezza a combattere -, 60 » » «
1, 20 7,50 2,50 5,00 » 15,00 Anno » 12,00 Semestre-Annuario filosofico del
Libero Pensiero. Un vol. con ritratti Collezione delle leggi e decreti
finanziari annotati. . Appendice periodica alla Collezione suddetta.
Abbonamento. 6,00 » 6,00 > 50,00 5,0 DIZIONARIO FILOSOFICO CONTENENTE
L'ESPOSIZIONE DEI PRINCIPALI SISTEMI FILOSOFICI E TEOLOGICI, LA BIOGRAFIA DEI
FILOSOFI ANTICHI E MODERNI, LA CRITICA DEI DOMMI E DELLE ERESIE, LA DEFINIZIONE
DEI VOCABOLI SCIENTIFICI ATTINENTI ALLA FILOSOFIA ECC. ECC. MILANO NATALE
BATTEZZATI, EDITORE Via S. Giovanni alla Conca, Parma, Tipografia della Società
fra gli Operai-tipograf. MALE M Macedonio Vescovo arianodiCo stantinopoli
incompetenza di Paolo stato eletto a quella sede dai cattolici. Dopo 5 ste, ciò
vuoldire, che Dio o è autore del male, o non ha potuto impedire che il molte
turbolenze eccitate tra i fedeli di Costantinopoli che parteggiavano per ' uno
o per ' altro partito, riuscì ad occupare la sede contrastata, non senza però
aver fatto perire in una sedizione ben tre mila dissidenti. Poichè Ario a veva
negata la divinità delFiglio, nulla di strano che alcun altro negasse la di
vinità dello Spirito Santo.E così feceMa cedonio, il quale per una stranissima
incongruenza, se da una parte trovava che le ragioni degli ariani non avevano
valore contro la divinità di Gesù, le av male entrasse nel mondo. La prima i
potesi contrasta con labontà e lagiu stizia, attributi che tutte le religioni
ri conoscono nel loro Dio; laseconda ren de Dio impotente a combattere il male,
e il principio d'onde il male emana fa superiore a Dio e Dio esso stesso. Due
metodi tentarono leteologie per evitare siffatte conseguenze; e il primo già
rece le sue prove, e grandiose, nel dualismo (v. questavoce), ilquale attri
buiva l'origine del mondo al concorso e alla lotta di due opposti principii, l'
uno buono e l'altro malvagio, che vi avevano impresse le tracce della lo ro
potenza e della loro natura. Que sto sistema già molto diffuso nell'Asia,
valorava però quando trattavasi dello Spirito Santo. Il quale, diceva Macedo
nio, in nessun luogo della Scrittura è detto che sia Dio, chè anzi vi è sempre
rappresentato come subordinato alPadre ed al Figliuolo: per essi esiste, per
essi è istruito, e per la loro inspirazione | buon principio una
superioritàmorale, parla (Giov. 16. Paolo ai Corinti I cap. 2.); egli è il
consolatore dei cristiani e penetrò anche nell' Europa, e si divulgò nel
cristianesimo col manicheismo : ma per quanto cercasse di attribuire al per
essi prega (Rom. 8) il che non fa rebbe s'egli stesso fosse Dio, poichè in tal
caso egli pregherebbe se stesso. D'altronde, o lo Spirito Santo è gene rato o
non è generato. Se non è gene rato in che differisce dal Padre ? se è generato
in che differisce cal Figlio? E se è generato dal Figlio, allora biso gnerà
credere che esso è soltanto il ni pote del Padre. Male. Teologi e filosofi
cercarono in ogni tempo di spiegare l'origine del male. Imperocchè se Iddio è
l'autore del mondo e se il male nel mondo esi non potè togliere la conseguenza,
che l'origine del mondo dovendo attribuirsi adue principii, questi diventassero
due Dei competitori, perpetuamente lottanti per disputarsi il dominio dell'
universo. Le religioni monoteiste cercarono perciò nuove spiegazioni, e
andarono im maginando che Dio avendo creato un mondo perfetto, il male vi
penetrò poi non per volontà sua, ma pel peccato dell' uomo che trasgredi i suoi
coman damenti. E non pensarono che se l'uo mo potèpeccare, è segno ch'egli
perfetto non era, e che, il germe del male già esisteva in lui fin dal momento
della creazione. Imperocchè anche la facoltà, 6 MALE di volere il male è un
male essa stessa. E l' obbiezione parve a tutti così seria, che nel secolo
scorso filosofi e teologi, per confutare ilBayleche la riproduceva, andarono in
tracciadi altre spiegazioni. Il padre Malebranche sperò di aver tolta la
contradizione sviluppando un certo suo sistema, nel quale Dio veniva mo strato
come l'essere sovranamente egoi sta, curante soltanto di sè e della glo ria
sua, alla quale essendo necessaria l'Incarnazione, il peccato dell'uomo di
veniva altrettanto necessario acciocchè portato adare l'esistenza alle
creature, e che oggetto della suabontànon possono essere che le creature
intelligenti, cost possiamo dire, ragionando a misura dei lumi che ci ha
datoperconoscerlo, che si è proposto di creare il maggior numero di creature
intelligenti, e di dar loro tutte le cognizioni, tutta la felicità, tutta la
bellezza, di cui l' Universo era suscettibile, e condurle a tale stato fe lice
nel modo più conveniente alla loro natura, e più conforme all'ordine. « Il
mondo attuale per essere il mi Dio potesse esercitare la suainfinita migliore
de' mondi possibili debb' essere sericordia. Leibnitz credetteche
perdissiparegli scrupoli, che facevano nascere le diffi coltà di Bayle, si
dovesse più positiva mente conciliare lapermissione del male colla bontà di
Dio. Tutti i metodi te nutisi per giungere a tal fine, gli par vero imperfetti,
e conducenti a moleste conseguenze, laonde prese un'altrastrada per
giustificare la Provvidenza. Credet te, che tutto quello che succede nel mondo,
essendo una conseguenza della scelta che Iddio hafattodel mondo at tuale,
conveniva elevarsi a quel primo | istante, nelqualeIddioformò il decreto 1 di
produrre il mondo. Un' infinità di mondi possibili erano presenti all'Intel
ligenza divina e la sua potenza poteva egualmente produrli tutti: giacchè dun
que ha creato il mondo attuale, con vien dire che l'abbia scelto. «Iddio non
hadunque potuto creare il mondo presente, senza preferirlo a tutti gli altri:
ora è contradditorio, che Iddio avendo dato l'essere ad uno di cotali mondi,
non abbia preferito il più conforme a' suoi attributi, il più degno di lui, il
migliore: un mondo insomma, quello, che corrisponda più esattamente atale
oggetto magnifico del creatore, dimodochè tutte le sue parti, senza ec
cettuarne alcuna, con tutte le loro mu tazioni, e riordinamenti cospirano colla
maggior esattezza alla vista generale. Poichè questo mondo è un tutto, le parti
ne sono talmente concatenate, che niuna parte potrebbe togliersi, senza che
tutto il resto non fosse interamente mu tato. Il miglior mondo, conteneva dun
que le leggi attuali del moto, le leggi dell'unione dell' anima col corpo,
stabi lite dall'autor della natura, l' imperfe zione delle creature attuali e
le leggi, anorma delle quali Iddio scomparte le grazie, che accorda alle
medesime. Il male metafisico, il male morale, ed il mal fisico dovevano dunque
entra re nel piano del migliore de' mondi. Tuttavia non si può dire, che Iddio
ab bia voluto il peccato, ma bensì il mondo, nel quale può entrare il peccato.
Quindi Iddio ha solamente permesso il peccato, e la sua volontà non è in questo
punto che permissiva, per dir così; poichè la permissione non è altro, che una
so spensione, o sia negazione d'un potere, il quale messo in opera impedirebbe
l'azione di cui si parła, ed il permet tere è l'ammettere una cosa legata ad
che nella sua creazione sia l'oggetto maggiore, ed il più eccellente, che si
sia potutoprefiggere quell' essere per fettissimo. Noi nonpossiamo assolutamen-
| altre, senza proporla direttamente, ben te deciderequale siastato un tale
fine del Creatore, poichè siamo troppo limitati per conoscere la sua natura:
tuttavia siccome sappiamo che la sua bontà l'ha chè sia in poter nostro
l'impedirla. ( Corano).. Questi passi, se dimostrano cheMao metto attribuiva a
Gesù una missione profetica, provano eziandio che ai suoi tempi era accreditata
e diffusa la voce che Maria aveva concepito Gesù nell'a Il profeta d'altronde
lasciava il Cora- dulterio, e che molti dubbi sussisteva no fatto raccogliere
parecchi anni dopo no ancora intorno alla risurrezione. E daAbubeker successore
di lui. Inque- la intima persuasione del profeta che sto libro, il cui titolo
significa lettura gli ebrei si fossero contaminati atten per
eccellenza,Maometto non parlamai| tando alla vita del Messia, fu forse in prima
persona: è Dio stesso che parla per mezzo di lui, e questa cre denza è così radicata
nei mussulmani, cagione del solo atto iniquo da lui commesso dopo la vittoria.
Imperocchè non accordò quartiere ainumerosissima 12 MAOMETTO ebrei dimoranti
nell'Arabia, ma li per- siete in viaggio, o ammalati; se avete segul, quanti
potè uccise,saccheggið le fatti i vostri bisogni naturali, o se a loro case e
tutti costrinse a rifugiarsi vete avuto commercio con donna, fre in paese non
soggetto al suo dominio. gatevi il viso ele mani confina polvere, Di sè poi
Maometto parla nel Co- se vi manca l'acqua. Dio è indulgente rano come di
profeta predetto dalle e misericordioso ( Corano). stesse scritture degli
ebrei. Alla sua 2.º La preghiera che si fa cinque missione trova allusioni nel
Pentateuco volte al giorno in casa o al tempio, ma ( Corano VII, 156 ); e Gesù
stesso è suo precursore e rivelatore.« Gesù, fi glio di Maria, diceva al suo
popolo: O figli di Israele ! io sono l'apostolo di Dio a voi inviato per
confermare il Pentateuco che vi è stato dato prima di me, e per annunciarvi la
venuta di un apostolo che verrà dopo di me, il cui nome sarà Ahmed. E quando
Gesù faceva loro vedere dei segni evidenti, essi dicevano : è magia manifesta
(Corano). Ahmed, (il glorioso) è un dei nomidi Mohammed, e i Mao mettani
pretendono che Gesù n' abbia predetta la venuta nel Paracleto di cui parla S.
Giovanni ( XVI, 17), cor ruzione dicono essi, di Periclytos, che in lingua
greca suona, come Ahmed, il glorioso. Così, aggiungono, l' alterazio ne della
voce e la sua applicazione alla discesa dello Spirito Santo, non è altro che
una prova della mala fede dei cri stiani. 11 Corano è la continuazione della
rivelazione antica. « Prima del Corano esisteva il libro di Mosè, dato a guida
degli uomini ed in prova della bontà di Dio; or quello conferma questo in
lingua araba, affinchè i cattivi siano av vertiti, e i buoni sentano la buona
no vella (Corano). I principali precetti dell' islamismo sono: 1.º La
purificazione, la qual si ot tiene colle abluzioni molto raccoman sempre cogli
occhi rivolti alla Mecca. Solo la preghiera solenne del venerdi dev'esser fatta
in comune nella moschea, imperocchè il venerdì presso i mussul mani è giorno
sacro a Dio. Il digiuno del mese di ramazan, nel quale il fedele non può
durante il giorno cibarsi di checchessia. L' elemosina molto raccomandata dal
Corano. Dio dice ai credenti: >> (Corano XI, 109 ). Il fatalismo e
lapredestinazione son dommi pienamente confermati in molti passi del Corano, il
quale accenna che il bene e il male son già da Dio pre determinati in modo
invariabile. L'isla mismo ha, del resto, le sue dispute dottrinali, i suoi
casisti e la sua teo logia. Poco dopo la morte del profeta imussulmani si
divisero in una molti tudine di sette, le prime delle quali, quelle dei sciti
ed i sunniti, disputano ancora intorno alla successione dei ca liffi;
imperocchè i primi riconoscono in Ali il solo successore del profeta, e gli
altri vogliono che Abubeker soltanto avesse il diritto di succedergli. E poi
chè i dottori dell' uno e dell' altro par a salvamento. Marcione. Discepolo di
Cerdone. Credesi che insegnasse il suo sistema nella Persia verso la metà del
secondo secolo. Adottando i principii del duali smo orientale e volendoli
applicare al cristianesimo, credette di trovare nella opposizione che
presentavano fra loro l'Antico e il Nuovo Testamento il segno manifesto
dellaloro intrinseca differenza. Opera del principio malvagio era l'An tico
Testamento, e del buon principio il Nuovo. Tant' erano i Marcioniti con vinti
di questo dualismo che nutrivano un grandissimo disprezzo pel Dio di Mosè, e Teodoreto
narra che un mar cionita di novant'anni, era penetrato dal più vivo dolore
ognivolta che il bisogno di nutrirsi l'obbligava ad usare i prodotti del Dio
creatore. I discepoli di Marcione penetrati dalla nobiltà della loro anima che
supponevano essere una emanazione diretta del buono principio, correvano
valorosamente incontro al martirio e alla morte, ond' essere li berati dalle
catene materiali fatte dal Dio creatore. Eusebio cita l'esempio di un
marcionita, il quale essendo stato attaccato vivo ad un palo col capo in giù, e
con i chiodi conficcati nelle carni, fu abbruciato a fuoco lento, senza che
ritrattasse alcuna cosa delle sue cre denze. Marechal(PietroSilvano).Nacque nel
1750 a Parigi, ove esercitò l'avvo 14 MARIA VERGINE catura. Fu poi chiamato a
coprire un posto nella biblioteca Mazarina, ma lo perdette nel 1783
peraverpubblicato le Litanie della provvidenza, libro che fu giudicato
sommamente irreligioso. L'an no appresso pubblicò il Libro sfuggito al diluvio,
o salmi nuovamente scoper ti. L' almanacco degli onesti stampato nel 1788, fu
abbruciato per mano del boia e l'autore venne condannato a tre mesi di
prigionia. Nel 1790 pubblicò : Dio e i preti, frammento di un poema filosofico;
ott'annidopo il Lucrezio fran cese e il Culto degli uomini senza Dio, col quale
egli intendeva fin d'allora di gettare le fondamentadi unasocietà di uomini
onesti che praticassero il bene, ela morale osservassero senza coazione
religiosa, Nell'anno 1800 mandò alle stampe il Dizionario degli atei antichi e
moderni, lavoro dinongran mole, alla compila retto specialmente aintrodurre
l'indiffe renza in materia di religione, come gli Incas furono volti a rendere
odioso il fanatismo. Nel 1797 eletto membro del Corpo legislativo, egli compose
un discorso sul libero esercizio dei culti, che non fu letto nell'assemblea, e
si trova stampato infine alle sue memorie. «Questo scritto, dice l' autore
della storia ecclesiastica, parla della religione con assai rispetto, come ne
parla nella sua Metafisica e nella Morale, libri che entrambi vera mente non
sono di unuomo irreligioso, tuttochè qua e là vi si trovino iprinci pii del
Belisario. » Maria Vergine. Dei quattro e vangeli canonici, due negano
implicita mente la verginità di Maria, e sono quelli di Marco e di Giovanni; e
due l'affermano, ma in maniera così scon clusionata e contradditoria, che la
loro testimonianza non può essere di alcun zione del quale fu aiutato da
Lalande che ' arrichi poi di due supplementi.❘ peso nemmeno per concludere che, vi L'autore affermava che il
deista non differisce gran che dal cattolico romano, esi lagnava chemoltimembri
dell'Isti tutoancora andassero allamessa,emolti atei portassero la corona e
recitassero il rosario. Fra gli atei più fermi Mare chal
contaval'economistaBandeau, l'ab bateArmand, Bourdin tesoriere di Fran cia,
Fieville, Naigeon e d' Holbach. Tutti gli scritti di Marechal ap
partengononecessariamente aquel perio dofilosofico del secolo XVIII, che lavoro
assai, e assai coraggiosamente, non tanto per fondare una filosofia nuova,
quanto per distruggere quelle secolari supersti zioni contro le quali la sola
rivoluzione preparata dagli enciclopedisti potè com battere vittoriosamente.
Marmontel(Giovanni).Nacquenel Limosino nel 1723. Chiamato aParigida Voltaire,
frequentò le sale de' filosofidei suoi tempi,con alcundei quali contrasse
amicizia. Sottogli auspici di Voltaire in venti ancora i loro autori, questo
dom ma cattolico fosse già formato. È vero che Matteo e Luca parlando di Maria
insegnano ch'ella aveva concepito Gesù per opera dello Spirito Santo, ma è pur
vero che il primo di questi evangelisti aggiunge che Giuseppe non conobbe Maria
finch' ella ebbe partorito il suo figliuol primogenito cui pose nomeGesù. Ed è
chiaro che un primogenito sup pone per lo meno un secondogenito, e che seMaria
fu vergine prima non lo potè essere poi. D'altra parte, se Giu seppe non
conobbe Maria prima ch'ella avesse partorito Gesù, per illazione si deve
conchiudere che la conobbe dopo, e che l'evangelista abbia voluto sol tanto
indicare che la continenza degli sposi durd fino alla nascita del reden tore.
Che questo fosse il suo vero pen siero, si può desumere dallo stesso e
vangelista, il quale più innanzi narra, che mentre Gesù parlava ancora alle
turbe >> o il sostegno dell' estensione, bisogne rebbe che essa avesse in
se stessa un'al tra estensione che la rendesse propria ad essere substratum o
sostegno, e così di seguito all'infinito. Ora io vi doman do se non è questauna
cosa assurda in sè, e nel medesimo tempo contraddito ria a ciò che mi avete
testè accordato, che il substratum, o il sostegno dell'e stensione debba essere
qualche cosa di stinta dall' estensione ed ancora che 1 l' escluda ? Chi non
vede che cotesto sofisma si risolve infine in una pura questione di parole ?
Tutto l'errore dell' argomen tazione sta nel supporre che il substrato o
sostegno, come si voglia chiamare, sta sotto all'estensione. La confutazione
poteva correre per la vecchia scuola, la qual supponeva che sotto all'estensione,
alla forza e agli altri fenomeni della sostanza esisteva un substrato sostan
ziale. Oggidì nè sotto nè sopra alla materia si ammette che esista cosa al
cuna. L'estensione e la forza non stanno nella materia, ma sono la materia, od
altrimenti sono un modo di essere della materia. Sotto all' estensione non sta
dunque cosa alcuna novellamente estesa, poichè l'estensione non è cosa, ma mo
do di essere delle cose. Il Genovesi ha ben dimostrata tal trinsecamente da una
cosa di cui è estensione; e perciò è, o modo o attri ( Metaf. par. V).
L'argomentazione del Genovesi mi par così precisa che nulla rimanga da opporgli
. Se non che, ponendo egli nella prima parte la questione della semplicità
della sostanza, cade in una delle sconfinate astrazioni di Leibnitz che son,
del resto, comuni a tutti i metafisici dei tempi andati. Ciò che sia semplice
noi non sappiamo, e questa vocenonesprime pernoi cheunadi quel le tante idee di
negazione che sì spesso si vennero confutando in questo dizio nario. Noi conosciamo
una materia com posta di parti ed estesa; e per opposi zione imetafisici hanno
voluto concepirne un' altra, che denominarono sostanza, la quale essendo
semplice non è com posta di parti. Mail negare le proprietá della materia non è
creare una sostan za nuova, e gl' antichi atomisti ( v. A TOMISMO ) che avevan
concepito l'atomo indivisibile e inesteso, erano pur stati alle prese colla
medesima contraddizio ne, di ammettere, cioè, una materia di cui negavano in
ultimo gli attributi. Nel fatto lamateria, che in conclusione è tutto quanto
esiste di sostanza, non la percepiamo altrimenti che sotto le parvenze di
questi stessi attributi, e tutte le volte che noi cerchiamo col pensiero di
sopprimerli, cadiamo in una MATERIALISMO vuota astrazione. Imperocchè la sem
plicità, nel senso inteso da' metafisici, non sappiamo nemmeno approssimati
vamente che cosa sia, e il significato di quella voce per noi rimane allo stato
di una perfetta incognita. Tutte le dispute adunque che si son fatte e che si
posson fare sulla sempli cità della sostanza, si risolvono infine 27
argomentazioni delle scuole, si deve con cludere che alcunchè veramente esi ste
e compone l' universo, e questo che essere la materia, l'essenza della quale
noi ignoriamo, si piuttosto conosciamo sol per i fenomeni ond' ella a noi si fa
palese e pei quali soltanto ai nostri sensi è dato di percepirla. Codesta ma in
meri giuochi di parole, imperocchè la sostanza non si può concepire altri menti
che estesa, e una sostanza estesa non la si può concepire altrimenti che
divisibile. Voler spingere il nostro pen siero oltre questi limiti segnati
dalla sensazione è follia, è un ricadere nella teoria delle idee innate (v.
questa voce) èun pretendere di avere idee metafisi che anteriori alla
sensazione. Tal fu invero l'eccesso in cui cadde Leibnitz quando espose quel
suo sistema delle monadi vuote, o sostanze senza estensione di che voleva
composti tutti i corpi, le quali nessuno è mai riescito aconcepire, nè
concepirà mai. Non è a dirsi in quanti errori e in quante cisquiglie la
supposta e non mai compresa semplicità della sostanza abbia tratto i metafisici
d'altri tempi. Wolf, per esempio, chiama la materia un fe nomeno sostanziato.
La materia, dic'egli, è l'esteso dotato della forza d' inerzia, elamateria si
mostra a noi come un soggetto che dura e che è modificabile, e perciò come
unasostanza; ma essendo la sostanza semplice, l'estensione è un fenomeno, e
perciò non può dirsi che la materia sia una sostanza, e per tal ragione
puòchiamarsi fenomeno sostan ziato ( Cosmol.). In questa maniera, grazie alle
in venzioni de' metafisici, tanto larghi di parole nuoveper supplire al difetto
delle loro idee, non avremo la sola sostanza oil solo fenomeno, ma anche il
feno meno sostanziato, ossia qualche cosache non essendo nè sostanza, nè
fenomeno, dovrà naturalmente relegarsi nel regno delle chimere. Ripeto: a ben
stringere tutte le teria, comunque si voglia chiamare e intendere,è poi
identica a quella che i metafisici dicono sostanza, sol ch' essa, nel
concettonostro, mai non si disgiun ge, nè può disgiungersi, dai fenomeni con
cui ci si palesa. Tostochè noi fac ciamo astrazione di questi fenomeni, vale a
dire la vogliamo concepire se paratamente dalla forza dall' estensio ne, da!
movimento, dal colore, dal sa pore, dal suono e così via, essa scom pare per
noi, diviene una idea priva di senso, inconcepibile e assurda, impe rocchè sia
appunto ilcomplesso di questi fenomeni che per noi costituisce tutto quanto ci
è dato d' intendere della ma teria. All' articolo CREAZIONE fu già dimo strata
l'impossibilità della creazione della materia dal nulla, e la quasi u nanimità
degli antichi filosofi nell' atte stare questo principio. Del dinamismo poi che
nega alla materia l'esistenza e riconosce i soli centri di movimento senza
sostanza che si muova, fu detto negli articoli DINAMISMO E CATTANEO.
Materialismo. Sistemafilosofico il quale considera la materia come fon-'
damento e substrato d'ogni esistenza. Non credo che del materialismo possa
darsi definizione più esatta di questa, avvegnachè cotesta filosofia sia per se
stessa così chiara e palese da non ri chiedere molte parole per essere defi
nita, sendo le cose chiare da tutti su bito e chiaramente intese. Invero, tutto
il domma materialista si compendia in queste sole parole: affermare che esiste
la materia, e che lamateria è tutto quanto esiste di sostanziale. Tutto il
resto nella dottrinamaterialista non è che accessorio; si hanno negazioni ma
non altre affer MATERIALISMO mazioni. Le negazioni scendono natu ralmente dalla
affermazione fondamen tale, ne sono, per così dire, la diretta conseguenza, ma
non tutti, per essere materialisti sono obbligati ad intenderle ad un modo.
Vedremo in seguito quali siano queste negazioni. Occupiamoci innanzi tutto
dell' affermazione. Che cosa sia la materia e che in tenda il materialismo di
esprimere con questa voce, fu già detto al precedente articolo Materia e a
quello Forza, che non si possono dispensare di leggere coloro che ben vogliono
intendere la teoria materialista. Materia e forza e sprimono pel materialista
tutto quanto esiste di sostanziale e di fenomenico; sol ch' egli intende la
forza quale un fenomeno e non una sostanza, unmodo di essere proprio della
materiacome la forma, l'estensione, il colore ecc. di è che nemmeno Dio
potrebbe esi stere fuorchè materiale, stando cioè en tro la cerchia di quell'
elemento che solo possiede l'esistenza. Questa con seguenza l' avevano già
preveduta gli antichi, e Descartes stesso l'annuncia tuttochè s' ingegni di
respingerla. Al lorchè noi concepiamo la sostanza, dice egli, concepiamo
solamente una cosa che esiste inunamaniera, in cuinon habiso gno se non di se
stessaper esistere. Vi può essere dell' oscurità riguardo al l'espressione: non
aver bisogno che di se stessa per esistere; poichè propria mente parlando non
vi è se non il solo Dio che sia tale, e non vi è alcuna co sa creata, la quale
possa esistere un solo momento senza la sua potenza ». Cosi, dopo avere sentita
la necessità di porre per base dell' esistenza della ma teria la sua
indipendenza daogni altro ente, Descartes, non vinto dal ragiona Da questa
premessa fondamentale | mento, ma pieghevole ai pregiudizi co scendono tutte le
negazioni del mate rialismo, le quali quà e là furono giá dimostrate nei vari
articoli di questo muni, s'inchina al sofisma con che que sti gli dimostrano
che la materia esi ste perchè Dio la sostiene. Dizionario. E primieramente, se
la ma teria, di tutto quanto esista è il sub strato e il fondamento, l'anima e
lo spirito (v. ANIMA) non possono esistere se non materiali; ma un'anima o uno
spirito materiali non sarebbero più nè anima nè spirito, ma materia, d'onde si
vede che l' ammissione dellamateria come fondamento unico dell' esistenza,
ripugna coll'ammissione di una esisten za immateriale. Quest'esistenza sarebbe,
in sostanza, nè più nè meno che l'atoто vuoto, ossia quella sostanza semplice,
indivisibile che la metafisica è andata vanamente imaginando senza mai riu
scire a concepirla. (v. MATERIA). Se la materia è il fondamento d'ogni
esistenza, nessuna esistenza può essere anteriore ad essa e fuori di essa. Nem
meno può essere stata creata, poichè fuori di essa nessuna cosa potendo esi
stere, ' immateriale, ossia il nulla non poteva creare la materia e darle una
qualità che esso stesso non aveva. Quin Ma la definizione era data e revo carsi
non poteva; e Spinozache intravi de tutto il profitto che ne poteva trarre, l'
usò largamente. Di maniera che, po sto il principio che per risolvere il pro
blema generatore degli esseri bisogna risalire all'origine stessa delle cose e
partire da alcune prime nozioni chiare chenon ne suppongono altre, egli pose
come nozione primitiva quelladella so stanza. E come Descartes aveva detto,
così Spinoza ripetè che la sostanza per esistere non aveva bisogno che di se
stessa. E dappoichè ciò che esiste per se stesso non ripete da altri la sua e
sistenza, così conchiuse che la sostanza èeterna e come nessuna molecola nuova
nasce nell' universo, così nessuna si di strugge. La materia si trasforma per
le sole forze che le sono proprie, nè mai se ne stà in riposo. (v. MATERIA).
Che il concetto dell' eternità della materia escluda l'esistenza e l'eternità
di Dio, non pare che tutti l'intendes MATERIALISMO sero. Per lo meno l'antico
dualismo ammetteva la coternità di due principii (V. DUALISMO), e molti anche
ne' tempi moderni si mantennero in tali idee. Tal fu Voltaire, il quale
ammettendo la ve rità dell' antico assioma de nihilo nihil fit, riconosceva
ancora l'esistenza di Dio, non creatore, ma regolatore della materia. Tale
credenza, del resto, fu anche degli ebrei, i quali ammettevano che Dio aveva
ordinata, ma nou creata la materia ( v. CREAZIONE). Si osservi bene però che
nel solo concetto dell'e ternità della materia non è contenuta l'esclusione
dell' esistenza di Dio. Que st' esclusione invece appare evidente nel principio
fondamentale del materia lismo moderno: se la materia è fonda mento d' ogni
esistenza, Dio non po 29 di esprimere il concetto che se una e ternità esiste,
questa conviene perfetta mente allamateria la quale, colle stes se leggi del
pensiero, ci si dimostra essere eterna e per l' infinita divisibilità e per
l'infinita estensione. (v. INFINITO E DIVISIBILITA'). AncheDioper esistere
dovrebbe essere sostanziale, sarebbe dunqueunasostanza. Da qui il panteismo di
Spinoza il quale non differisce dal materialismo che per una mera questione di
parole. L' uno e l'altro sono, infatti, disposti ad ammettere che un' unica
sostanza è diffusa nell'u trebbe esistere senz' essere materiale o senz' essere
una funzione; ora l'una e l'altra di queste idee ripugnano col concetto che noi
abbiamo dell'esisten za di Dio. Dicendo che la materia è eterna il materialismo
però non insegna un dom ma assoluto, nè pur pretende di a vere risolto il
problema dell' eternità. Esso riconosce anzi e sostiene che noi non abbiamo, nè
possiamo avereil concetto di ciò ch'è eterno, echel'eternitàper l'uomo
rappresenta una idea negativa piuttosto che positiva ( v. ETERNITA' E IDEE
INNATE). Ma in un modo o nell' altro, tutte le volte che noi pensiamo ai cor pi
mutabili e perituri possiamo eziandio pensare alla negazione di questi carat
teri transitori, e immaginarci un corpo, una sostanza che non perisce. Questa è
la condizione di eternità che lo spiri tualismo afferma nello spirito senza in
tenderla, e che il materialismo rimet te nella materia senza pretendere per
questo d' intenderla meglio del suo av versario. Ma non fraintendiamo que sta
sua affermazione come molti affet tatamente sogliono fare: affermando l'e
ternità della materiail materialismo non intende menomamente di eccedere i li
niverso, e che ogni cosa che abbia esi stenza è parte di questa immensa e u
niversale unità di sostanza. Che il primo poi chiami Dio questa sostanza e il
secondo materia, la filosofianon ciha che veder nulla, ma sì la fisiologia, la
quale dirà se aun essere così composto di parti, omeglio a quest' universalità
degli es seri esistenti a cui mal si può attribuire un pensiero e una
individualitàpropria, convenga il nome di Dio. Premiando 0 castigando le sue
creature questo Dio premierebbe o punirebbe se stesso. Io confesso che non ho
mai saputo concepire il panteismo altrimenti che come un materialismo svisato,
sotto il quale ad ogni tratto fan capolino tutte le premessedi questo sistema.
Fra l'una e l'altra dottrina vi è differenza di voci, non d'idee, e qual de'
due applichi le parole nel senso proprio o nel traslato è facile a vedersi.
Dalla premessa fondamentale del ma terialismo, che la materia è base e fon
damento d' ogni esistenza, scende na naturalmente la conseguenza ch' essa è
increata. Imperocchè ciò che è fonda mento dell' esistenza ha già in se stesso
la sua ragion d'essere, nè può riceverla da altri. La materia è dunque eterna.
Riconoscendo che la materia è de terminata da leggi, che gli effetti suc cedono
ognora in forza di cause prece denti, il materialismo è stato condotto anegare
illibero arbitrio, che moltissimi miti della nostra intelligenza, ma solo í
d'altrondehannonegato senz'esseremate MATRIMONIO rialisti (vedi LIBERO
ARBITRIO). Anche in questa negazione il materialismo non ha creato un domma
nuovo; ha sem plicemente accettate le premesse che già erano state poste da
altri sistemi perfin teologici ( Vedi PREDESTINAZIONE e GRAZIA) ed ha obbedito
ad un rigo roso bisogno della logica, impotente a spiegare la possibilità di
effetti anco vo litivi che potessero verificarsi senza cau. se determinanti,
senza la ragione del loro proprio essere. Togliendo alla morale ogni carattere
assoluto, la filosofia materialista non poneva una semplice negazione al posto
dell' affermazione de' suoi avversari, ma faceva ragione ai risultati dell'
antro pologia, alle relazioni dei viaggiatori, alla storia stessa dello spirito
umano, che concordemente ci dimostrano essere la morale un risultato variabile
del cli ma, del tempo, dei costumi edei varibi sogni della societá secondo il
suo grado di coltura e la fisica costituzione del l'uomo. (Vedi MORALE). Ma,
come gia dissi, tutte queste ne gazioni costituiscono la parte accessoria del
materialismo scientifico, e le dissi denze sull' uno o sull' altro punto pos sono
stare nel suo seno, secondo le va rie maniere che ai filosofi di questa scuola
piaccia d' interpretare i fenomeni e di dedurne le conseguenze. Il vero e
fondamentale carattere che distingue la filosofia materialista dalle altre, è
sempre l'affermazione di 1 una sostanza unica esistente veramente nell'
universo. E parrà strano che su questo punto sul quale tutte le scuole,
eccezion fatta per l'idealista, conven gono, possano nascere tante controver
sie e tante recriminazioni. Imperocchè, aben considerare le cose, se tutti am
mettono che alcun che esiste veramente ed é sempre esistito, tutti dovrebbero
del pari riconoscere che il chiamare questa entità col nome di spirite, Dio,
sostanza, quiddità, atomo o materia, può essere questione filologica ma non filo
sofica, e purchè si convenga intorno agli attributi di questo quid, tutto il
resto si riduce ad una mera disputa di parole. Il materialismo, più modesto
degli altri sistemi, ha trovato il nome di ma teria bell' e fatto, e credette
inutile van to il creare apposta voci nuove per e sprimere idee vecchie.
Matrimonio. Uno dei sette sa cramenti della Chiesa cattolica. Sotto la legge di
Mosè la poligamia non solo era permessa, ma poteva anche consi derarsi come di
divina instituzione. La Genesi ci mostra Dio stesso sanzionante la poligamia
dei santi patriarchi. Il ma trimonio indissolubile e contratto tra un solo uomo
e una sol donna fu sta bilito da Gesù. Il quale insegnò ch' egli era venuto,
non per annullare, ma per confermare l'antica legge; ed infatti nulla mutò
degli ordinamenti religiosi del giudaismo; ma nel matrimonio in trodusse una
vera innovazione. Ciò che Dio ha congiunto, diss' egli alludendo all'
inviolabilità matrimoniale, l'uomo non separi. Certo è che introducendo la mono
gamia, Gesù ha seguito un desiderio già sanzionato dalla morale del suo tempo.
Ed'aver tolti li abusi della poligamia la filosofia modernanon può che saper
gli grado. Ma fu errore grave quello d'aver tolto il divorzio, rimedio rara
mente funesto, e sempre vantaggioso quando proscioglie da vincoli, che spes so
la stessa loro indissolubilità rende insoffribili. Se lo stato matrimoniale sia
prefe ribile alla verginità Gesù non disse, ed ebbe torto. Ma il cristianesimo
non do veva rimanere entro i modesti confini che gli aveva tracciati il
maestro. Uo mini zelanti e apostoli esaltati dovevano ben presto eccedere nell'
insegnamento le dottrine stesse di Gesù. Giacchè s'e gli aveva corretta la
poligamia e ordi nata la monogamia ond' attutire i sensi e rintuzzare la
voluttà, perchè non sarebbe stata util cosa il vietare ad drittura ogni unione
carnale e proclamare MATRIMOΝΙΟ 31 la verginita siccome uno stato di per- getta
all' uomo ! E l'uomo ebbe il do fezione ? Primo apronunciarsi in questo senso è
s. Paolo; e dopo di lui tutti o quasi tutti i padri trovarono nel loro santo
delirio parole di amaro rimprovero contro l'amore che invade e penetra tutta la
natura (v. AMORE). Gli stessi eretici de' primi secoli partecipano a cotesto
sdegnoso diprezzo de'vincoli imposti dalla natura. Trattasi di soffocare la
concupiscenza della car ne, di allontanare l'uomo dalla donna per la quale,
come scriveva Lattanzio, il peccato era entrato nel mondo. Simon Mago,
Basilide, Saturnino, Cerdone, Car pocrate, i gnostici, gli encratiti, Tazia no,
i Marcioniti, i Manichei, alcuni Origenisti, gli Adamiti e i Valesiani
riprovarono il matrimonio, non già per chè ammettessero siccome superfluo il
minio sulla donna. La nascita di Gesù bastò almeno ariabilitare la donna per
cui opera era stato concepito il redento re ? Ma no, poichè il cristianesimo,
fedele alla maledizione, non vuole l'u nione dei sessi; fa concepire Maria
fuori del matrimonio, per opera dello Spirito Santo: la sua maternità è una
violazione della natura. Il cattolicesimo va ancora più in nanzi: esso insegna
ormai che lastessa nascita di Maria fa eccezione a tutte le leggidi natura,
imperocchè ella non nacque come nascono le altre femmine: ella fu immacolata.
Disputano i cattolici e gli accatolici intorno al matrimonio, al quale gli ul
timi negano l'efficacia del sacramento. Tutti però hanno la benedizione
nuziale, obbligatoria pei primi, volontaria per gli vincolo religioso per
l'unione dei sessi, altri. Ondechè se ai protestanti può ma perchè
considéravano quest' unione come sostanzialmente malvagia. Invero nel dualismo
prevalente in quasi tutte le eresie dei primi secoli, il malvagio principio
accagionavasi di tutti i mali, eposciachè la vita stessa consideravasi
comeunmale, a lui attribuivasi la pro creazione dei corpi. Onde asserivasiche
la generazione dei figliuoli avvenivaper suggestione del cattivo principio, ed
altro non giovava se non che ad esten dere il suo dominio. Combattere la ge
nerazione valeva dunque quanto com battere l'impero del male, e Origene che da
se stesso recidesi le parti geni tali, e i Valesiani più feroci ancora, che sè
e gli altri forzatamente rendevano eunuchi facevano opera, nel senso loro,
sovranamente benefica. Questo delirio durò lungamente; ma come ogni cosa contro
natura, dovette pure avere il suo fine. L'unione dei sessi, bestemmiata
dapprima, riconosciu ta o tollerata poi nel matrimonio, ri ceveva però nel
cristianesimo la con danna originale. Eva era caduta per la concupiscenza, e la
maledizione era stata seagliata contro di lei: Tu sarai sog parer cosa lecita
il matrimonio anche puramente civile, pei cattolici quest' u nione divien
concubinato, ed ove non intervengano il ministro e la materia del sacramento,
unione dei sessi per loro, lecitamente non si può dare. E l'unione non è
comunanza di sentimenti fondata sui principii della dignità per sonale e della
civile eguaglianza, poichè laChiesa, secondo la maledizione scaglia tada Dio
sul capo di Eva, vuol ladonna sottomessa all'uomo, e col matrimonio non
ledauncompagno, maun padrone. Perciò essa dichiara, per la bocca di uno de'
suoi più eminenti casisti, che nemmeno i mali trattamenti possono essere causa
del divorzio. « Le batti ture, dice S. Alfonso de Liguori, sono una causa di
divorzio ? Gli uni affer mano, gli altri negano. Il maggior nu mero insegna
esser permesso al marito di battere la moglie, purchè nol faccia
frequentemente, per cagion leggera e con collera, ma raramente e mediocre mente
(mediocriter). D'onde l' opinione probabile di Sanchez che insegna la donnanon
poter abbandonare il marito che la batte, se i colpi son leggeri, .. 32
MATRIMONIO quand' anche fosse colpita senza motivo, a meno che, secondo altri,
non sia di condizione nobile ». Enondimeno gl' imperatori pagani avevano
notevolmente migliorata la con dizione della donna, e il primo Anto nino aveva
tolto al marito il diritto di accusare la moglie d'adulterio quand'e gli stesso
non fosse stato irriprovevole. Dopo dieciotto secoli, la legislazione cri
stiana non è ancor giunta a questo punto! Non già, dice uno scrittore moder no,
che la donna manchi d'ogni diritto sul padrone che la batte. Essa, per e
sempio, può involargli i cattivi libri, o un po' di danaro per fare l'
elemosina; può abbandonarlo se cessa di essere cattolico, o se la sollecita
nell'eresia, e la carità stessa neppur l'obbliga a ri prenderlo quand'egli si
converte; ma essa deve lasciarsi battere se è buon credente, e cedere ai suoi
desideri quan d' anche sia lebbroso, e il figlio ch'essa potrebbe concepire
corresse pericolo di morte. ( Liguori Teologia morale). Il diritto canonico condanna
esplici tamente il matrimonio tra i cattolici e gli eretici, imperocchè l'
eresia, per comun consenso dei teologi, è uno degli impedimenti a ben ricevere
il sacramen to. La legge civile in Francia, ancora nel secolo XVII, sanzionava
siffatto principio, come ne fa prova un editto di Luigi XIV del mese di
novembre 1680, così concepito : « Luigi ecc., I canoni dei concili avendo
condannato il matrimonio fra gli eretici e i cattolici come un pubblico
scandalo, e una pro fanazione del sacramento, noi abbiamo creduto tanto più
necessario d'impedirli in avvenire, in quanto abbiamo ricono sciuto che la
tolleranza di questi ma trimoni espone i cattolicia una tentazione continua per
la loro perversione ecc. Laonde vogliamo che per l'avvenire i nostri sudditi cattolici
non possano, sotto qualsiasi pretesto, contrarre ma trimonio con quelli della
religione pre tesa riformata, dichiarando tali matri moni invalidi, e i figli
nascituri ille gittimi ». Un decreto del 20 dicembre 1599 pubblicato nella
Franca Contea dall'Ar ciducaAlbertoe dalla sua sposa Isabella, avea anche prima
d' allora vietati i matrimoni tra cattolici ed eretici, pena la confisca del
corpo e dei beni (An ciennes ordonnances de la Franche Comte lib. V. tit.
XVIII). Per lo meno prima del 1724 era lecito ai protestanti francesi di
maritarsi fra di loro; ma colla dichiarazione del 14 maggio 1724 minutata dal
Cardinal di Fleury, siffatta concessione parve li cenza, e a tutti fu ordinato
coll'art. 15 di tal legge che le « forme prescritte dai canoni fossero
osservate nei matri moni, tanto dei nuovi convert.ti quanto di tutti gli altri
sudditi del re ». E perchè quest' ultima frase comprendeva e cattolici e
protestanti, non solo i giudici civili si rifiutarono di presiedere ai
matrimoni fra i protestanti, ma an cora furono dichiarati invalidi quelli
contratti sotto leconcessioni precedenti eche non fossero rivestiti delle forme
canoniche. La rivoluzione francese tolse siffatte brutture colla instituzione
del matrimo nio civile. E fu allora che la Chiesa, congiurando contro le nuove
libertà, e non volendo riconoscere la potestà civile, nė pure quella dei preti
che avevano giurato fedeltà alla costituzione, dichia rò validi i matrimoni dei
cattolici fatti fuori della legge civile e senza il mini stero dei preti giurati,
purchè contratti alla presenza di due testimoni. « Questa sorta di matrimoni,
scriveva il cardinale di Zelada al vescovo di Luçon (Vatica no 28 maggio 1793)
quantunque con tratti senza la presenza del curato, non saranno perciò men
validi e leciti, come fu più volte dichiarato dalla Congrega zione interprete
del Conciliodi Trento.>>> Più tardi se gli sposi troveranno l'oc
casione di farsi benedire da un prete non giurato, faranuo cosa buona, ma
MAUPERTUIS rare cha la benedizione non tocca in nulla la validità del
matrimonio ». (Ri sposta della Congregazione incaricata degli affari di Francia
22 aprile1795). 33 questo sacerdote avrà cura di dichia- cattolica agli
eretici, fu riconosciuto nella riforma dalla Chiesa anglicana e dal luteranismo
(v. ANGLICANISMO e LUTERO). Perciò che riguarda il matrimonio dei preti,
concesso nei primi secoli e nega to poi, si consulti l' articolo CELIBATO La
Chiesa cattolica non soffre l'in tervento della potestà civile nel matri monio,
nè concede che gli eretici con traggano matrimonio coi cattolici, ma autorizza
il divorzio degli sposi eretici tutte le volte che un d'essi si converta al
cattolicismo. Così essa divide per regnare, e molti esempi lo provano irre
cusabilmente. Ne cito uno fra i molti, attestato dal seguente documento:
«Emmanuele, per la misericordia di Dio e la grazia dalla Santa sede apostolica,
vescovo di S. Sebastiano, o Rio-Janeiro. ! Al papa profugo concedeva con un ap
posito articolo della costituzione tutte le guarentigie necessarie, ove fosse
tor nato in Roma, per esercitarvi il potere L'8 settembre 1847,poco dopo l'ele
zione di Pio IX, Mazzini mandavagli da Londra una lettera pereccitarlo, come
già aveva fatto con Carlo Alberto, a lasciar libera la circolazione delle idee
eapropugnare il principio dell' unitá nazionale. « Noi, scriveva Mazzini, vi
faremo sorgere una nazione intorno, al cui sviluppo libero, popolare, voi,
vivendo,presiederete. Noi fonderemo un governo unico in Europa che distrug gerá
l'assurdo divorzio fra il temporale e lo spirituale; e nel quale voi sarete
scelto a rappresentare il principio del quale gli uomini scelti a rappresentare
la nazione faranno le applicazioni.... » La separazione fra il temporale e lo
spirituale era dunque daMazzini di chiarata assurda. Fedele al suo motto La
parte più spiccata della figura di Mazzini, emerge appunto per la missione
religiosa ch'egli si era impo sta (della quale soltanto dobbiamo qui
occuparci); e i principii suoi, fedel mente applicati, più presto ci avrebbero
condotti alla teocrazia che alla libertà. Eccone alcuni saggi. Riti e Simboli «
Cristo venne e can cozzo tra loro, e che pur sono e sa > Forse sfiduciato ne
suoi arditi, quan tunque generosi, tentativi tendenti ad un fine che era per
lui fonte perenne di vita e stimolo fortissimo all'azione, egli sentiva
ne'momenti di scoramento, ilbi sogno di sfogare il cordoglio e d'impu tare la
colpa dell'insuccesso ad unpar tito già troppo inoltrato nella lotta contro i
pregiudizi dominanti, e troppo nemico di quanti idealismi e misticismi offuscarono
l'intelletto umano, perchè ai più non paresse opera buona e azion di merito il
condannarlo comechessia, anche nelle cose ov' esso meno poteva per l'
incapacità stessa di cui l' aveva accusato. Il materialismo fu la vittima
espiatoria da lui scelta, e come giàgli antichi pagani su di essa scagliavano
le loro maledizioni, per farle portare sotto il coltello del sacrificatore
tutto il peso delle colpe dagli uomini com messe, ma da essa soltanto espiate;
così egli sul capo del materialismo a veva rinversato la colpa d' ogni insu
cesso de' tentativi da lui fatti per l'e mancipazione politica. Fin dal giorno
in cuipubblicando i cenni storici della sua vita, iogli espo neva con
franchezza eguale a quella d'oggi, i motivi che mi avevano consi 40 MAZZINI
gliato a sopprimere la sua formola «Dio e Popolo > laqualeposta a san zione
di governo, io considerava e con sidero come contraria ai principii della
separazione della Chiesa dallo Stato e alla libertà di coscienza, fra l'altre
cose egli mi scriveva: > Egli credeva nel continuo rivelarsi di Dio
attraverso la Vita collettiva dell' U manità. Dio, diceva, s' incarica peren
nementenei grandifatti che manifestano la vita universale (Dal Conc. a Dio pag.
22). Quidunquelarivelazione èpermanen te e progressiva, ma nulla infatti rivela
fuordiquanto nel sistema de' materialisti ègiàconcesso e preveduto. L'opposizio
ne fra ledue scuole non cambianatura: noi dicevamo chelalegge morale, nata nel
senso dell'umanità per la necessità stessa de' suoi bisogni progressivi, si va
svolgendo in ragione dei tempi, dei costumi e della civiltà; egli traspor tava
il principio di questo progresso fuori di noi, in un punto incognito dello
spazio, d'onde esso emana peren nemente ma con varia efficacia, e s'in carna in
noi per mezzo di un processo che nè l'analisi, nè la sintesi non ci hanno mai
scoverto. Ma come nel no stro sistema vogliamo riservato all'uo mo il merito
dellesue opere, così su di lui ricade la responsabilità delle colpe e degli
errori che momentaneamente fermarono o fecero retrocedere il pro gresso
dell'umanità. Invece la perenne rivelazione di Mazzini, la quale in so stanza
non è altro che una copia adul terata del progresso,storico,ha questo do di
maggiormente assurdo ogni altra, ch'essa toglie alsuo Dio ogni carattere
assoluto, lo fa procedere per le sue vie emanifestarsi per fassi irregolari,
con modo di filosofarenon cape nella testa. Noi procediamo col metodo per
scoprire ❘ incarnazioni talora progressive, tal fiata
il fine, non possiamo a mmettere un fine apriori, anteriore ad ogni esperienza,
regredienti; ci additainfineun Ente incer to di sè che va esplorando i tempi e
erivelatoci non si saprebbe come e da le idee, nè sa raggiungereil fine senza
chi. In conclusione, idue sistemi dista evitare le dubbiezze e le
contraddizioni no di poco; l' essenziale differenza sta nel modo di stabilire e
condurre l'esa me, sta nel sapere se s' incomincerà a costruire l'edificio dal
tetto o dalla base! Mabasti per il materialismo. Vediamo ora se questo intimo
sentimento, questa sintesi dell'anima ha almeno a Mazzini del Dio mosaico.
Questo Dio imperfetto e capriccioso, harivelato la barbarie in Australia, la
civiltà inEuropa, la scienza all' antico Egitto, la superstizione e l'in famia
ai cattolici del medio evo. Tutti quosti momenti storici che, nel sistema
mazziniano, sono manifestazioni di Dio, non possono tutti ad un modo essere
MAZZINI 43 progredienti; nè tutti possono derivare i lutava e gli sorrideva
dalungi: esso at dalla incarnazione nell' umanità di quel medesimo essere che
esso dice necessa riamente identico al Vero e al Giusto. Ecco dunque Mazzini di
fronte al dua lismo che rimproverava a'vescovi catto lici del concilio, ma che
fatalmente la logica doveva consigliare a lui, come già consigliò a Zoroastro,
a Manete, a Saturnino. Questi erano i primi effetti della sublime sintesi
chevuole emanci parsidall'analisi. Astraendo da'fatti par ticolari e dalle
leggi di natura che ge nerano edirigono il morale svolgimento dell'umanità, e
che a seconda de' casi, delle circostanze, del clima, della ferti lità del
suolo la sospingono per questa o quella via, essa vuole riassumere in
unprincipio solo fuor dell'universo tutti i fenomeni speciali che qui fra noi e
dentro di noi si producono, ed incar nare la collettività degli esseri umani in
un individuo solo, causa prima e u nica d'ogni fenomeno morale sorta d' antropomorfismo
che volendo fog giarsi un Dio impersonale, non giunge amiglior parto che di
darci una ima gine sbiadita di quanto è, opera o pensa l' Umanità! Veramente
non ci voleva tanto per convincere i materialisti che la sintesi non crea idee
nuove, ma co pia, congiunge, armonizza o deforma i fenomeni speciali rivelati
dall' analisi, secondo che più o men bene su questa si appoggia. Ondechè
allontanandosi dall' analisi Mazzini aveva creduto di foggiarsi un Dio nuovo,
ma in verità non aveva raggiunto altro scopo che quello di trasportare tutti li
attributi dell'umanità nella parola Dio. E sicco me questi attributi sono buoni
e cat tivi, così egli non aveva evitato l'eter no scogliodi tutti i rivelatori:
o di am mettere il Bene e il Male derivanti dallo stesso principio (quindi l'
imperfezione in Dio stesso) o di creare un altro prin cipio d'onde emani
ogniMale, come da Dio neviene ogni Bene. Mazzini aveva voluto respingere il
Diavolo, ma lo spirito del Male lo sa tende il posto che gli spetta nell'incom
pleto sistema mazziniano, e vivrà si curo di sè e fidente nel suo trionfo, fino
a quando vi saranno religioni o filosofie, che vorranno far derivare il Bene o
il Male da uno stesso eassoluto principio. Rispondendo a queste obbiezioni un
anno dopo (1870)Mazzini inuno scritto sulla intolleranza e l'indifferenza, cost
spiegava il suo concetto della rivela zione di Dio nell'umanità: « Noi non
crediamo nella rivelazione diretta, imme diata, in un tempodeterminato, da Dio
all'uomo. Crediamo nella rivelazione continua dai primi giorni dell'umanità
fino a noi, per opera delle tendenze e delle facoltà ingenite in noi quando si
sostanziano in armonia nell'intelletto e nella virtù ». Con queste parole non
negava egli implicitamente l'esistenza di unDio immutabile? Non toglieva alla
morale il carattere dell' immutabilitá, solo imperativo morale, per cui tutti i
deisti che vissero finora credettero ne cessaria la credenza in Dio? Non ab
bandonava cost la morale in balla del progresso, che è quanto dire dell' uma
nita? Alla rivelazione non sostituiva la storia, il fatto, pietra angolare del
me todo materialista; e al posto di Dionon metteva l' umanità? Quella che egli
di ceva rivelazione continua, non è forse il pensiero dell'umanitá che perpetua
mente lavora e si svolge, e conquista nuovi veri ? Or quest' è teoria affatto
materialista, e checchè dicano in con trario i mazziniani, civuol poco a ca
pire che Iddio compie una funzione af fatto inutile nel loro sistema teosofico;
non è come nei miti religiosi il rivela tore di verità assolute, eterne ed im
mutabili, chè anzi nasce, cresce e si svi luppa coll'umanitá e ha tante leggi e
tanti comandamenti quante sono le ne cessità e i bisogni che si manifestano
nelle varie età del mondo. Mazzini credeva nella continuitd della vita negli angeli:
che sono l'ani 44 MAZZINI ma dei giusti che vissero nella fede e re misticismi
nuovi, quando la dimenti morirono nella speranza, nell' angelo cata origine li
fa porre sugli altari. custode, anima della creatura che piú | Certo, questa
conseguenza non sgomen santamente ci amò, nella serie infinita di
reincarnazioni dell' anima di vita in vita, di mondo in mondo, e finalmente
nella trasformazione del corpo, che era per lui lo strumento dato al lavoro da
compiersi (Dal Conc. a Dio pag. 24-25). Ora tutte queste idee cardinali della
No; non invitate a concordia me: rivolgetevi altrove ». Mazzini diceva di non
aver tesori, eserciti, carceri, ordinamento governati vo per far che la sua
formola trionfas se e anche se li avesse avuti credeva di non aver dato in
tutto il suo passato diritto ad alcuno di sospettarlo capace d'usarne.
Nonpertanto bisognapur con fessare che quel sospetto non era poi affatto
infondato. Da ben dieci anni si insisteva presso di lui, o con lettere o « con
la stampa, affine di indurlo a fare una consimiledichiarazione, e pochi me si
innanzi io gli scriveva queste parole: Non si tratta di render grazia ma
giustizia; e il far chiaramente intendere ai vostri amici che la formola Dio e
Popolo, è regola di coscienza che vuol essere accettata liberamente, non im
posta come principio di governo, nè consegnata nella costituzione, è dovere
a,cui, se siete tollerante, non potete sottrarvi. » Allora Mazzini non rispose,
e secon do il suo costume, rispose indiretta mente poi con le parole or riferite.
Ma se almeno dopo tanto ritardo la sua dichiarazione avesse soddisfatte tutte
le esigenze della libertà, me ne sarei con a solato. Ma no; egli ritoglieva da
una parte quello che dall' altra concedeva. Non voleva imporre colla forza la
sua formola, ma lasciava però chiaramente intendere ch'egli la voleva inalzata
principio di governo. Ora, una afferma zione ufficiale, checcè si dica in
contra rio, implica obbligazione. Credo che Mazzini fosse tale da tenere la
parola e E veramente l'oblazione sola, oltre l'e levazione, era stata levata,
perchè, di cevasi, la Chiesa cattolica le attribuisce il merito di rimettere i
peccati per la semplice offerta, senza esservi bisogno nè di recarvi la fede,
nè alcun movi mento buono del cuore. Poco differisce anche la messa anglicana,
la quale se ne togli il nome cambiato, la transu stanziazione negata, e le
orazioni pei morti soppresse, ha conservato nella comunione, il prefazio, la
consacrazione e altre parti fondamentali del canone cattolico. Metafisica. La
scienza che tratta dei primi principi, delle idee universali, e delle
operazioni dello spirito. È defi nizione cotesta generalmente accettata, e
della poca stabilità di essa si può argomentare della pochissima solidità e
delle immense pretese di questa scien za. Gl'idealisti moderni ricorrono spesso
alla metafisica per spiegare in qualche maniera i fantasmi della loro immagi
nazione; e Gioberti che tanto si com piaceva di correre i campi del pensiero
per scoprirvi nuove forme, creare pa role nuove e definirle, assimila ad
drittura la metafisica al soprannaturale. Non pare però che nei tempi anti 1
chi la metafisica fosse scienza così in determinata, e se guardiamo alle
origini di questa voce, dobbiamo anzi conclu dere ch'essa esprimeva meno assai
di quanto vogliono ch'esprima certi filosofi moderni. Aristotile aveva scritti
molti trattati su quasi tutti i rami dello scibile, ma nonavevapensato a
riunirli in classi e a dare un titolo a queste classi, che abbracciasse la
generalità delle cose dimostrate. Fu questo un lavoro che fecero i suoi
commentatori, eprincipal menteAlessandroAfrodisio,il quale delle opere
aristoteliche fece due grandi di visioni: alla prima riferi le fisiche; ma
dovendo poi dare un nome all' altra parte, non trovò di meglio che intito larla
metafisica, cioè dopo la fisica. 61 nessuno intende. D'altronde una scienza che
si occupa delle cose sopranaturali non è scienza, mateologia, e i suoi cul tori
meglio chefilosofi sidirebbero teo logi. Dall' inutilità della metafisica sono
insigne monumento la vanità de' suoi Altri, per verità, voglion dare a questa
voce una diversa etimologia, e il prof. Martini così ragiona: Μετα' è una
proposizione che ha vari signifi cati: ora esprime dopo, come si è testé
avvertito; ma altre volte esprime oltre ossia indica passaggio da uno stato ad
un altro, o da un luogoad un altro. Ri ferirò due esempi. Gravina, allettato
dal raro ingegno poetico di Pietro Trapas si, povero fanciullo, se lo adottò a
fi gliuolo, ed amante com'era della greca favella, grecizzò quel cognome, e l'ap
pello Metastasio, che veramente e prime Trapassi. Se alcuni l'interpreta rono
Metà dell'anima mia, certo erano affatto stranieri ad ogni ellenismo. Ovi dio
intitolò il suo poema le Metamo rfosi in cui rappresenta le trasformazioni, o
converzioni di persone in costellazioni, in pianeti, in animali. Dunque metà fi
sica vorrebbe dire trasfisica, o trasna turale, o sopranaturale.Ma se noi dob
biamo accettare in tal senso questa voce, e non v'é ragioneper cui non la si
accetti, dopochè così è prevalso nel l'uso comune, qual concetto dov remo noi
aver d'una scienza che si occupa di cose non naturali? Dove è il campo dei suoi
studi ? Dove i soggetti delle sue sperienze? Che ne sa essamai delle cose che
stanno fuori dell'ordine della na tura; anzi ancora vi son cose che non siano
naturali, e delle quali la scienza possa seriamente occuparsi? A'metafisici
credo che saràmolto difficile rispondere aqueste domande; ciò che non impe dirà
loro di continuare a scrivere dei volumi per spiegare a tutti cose che sistemi.
Quali scoperte ha esse fatte ? Cercando vanamente di spingersi fuor della
natura, oltre i confini del mondo sperimentale, essa vagò sempremai nel regno
delle ombre. In mancanza di fatti nuovi, di nuovi enti, inventò altre entità
evocate dal nulla e chiamate trop po facilmente all' esistenza sostanziale.
Niuno mai le vide nè le senti. (V. ENTITÀ) Ben disse Romagnosi, che il primo
abuso, che non di rado fassi delle pa role e del loro accozzamento, è quello di
adoperarle, con certe idee, che gli autori medesimi non saprebbero dirsi che si
fossero. « Quando i peripatetici, per cagion d' esempio,spiegavano molti
fenomeni della natura con due parole Simpatia e Antipatia, io non so se essi
capissero niente di quel che voleva dir si. Interviene il medesimo, a coloro, i
quali credono esservi, oltre i feno meni di attrazione, una vera forza at
tratrice tra i corpi: questa forza non si capendo meccanicamente, divenuta un
mistero, rende la lingua fisica arcana. Si trovano diqueste parolee frasi
spesso negli autori antichi, e in tutti quelli i quali parlano di cose che non
inten dono; ma in nessuna scienza v'è n' ha più quanto nelle metafisiche. Un
meta fisico, ch'è sempre uno che si presume molto, nonpotrebbe coprire la sua
igno ranza che con una lingua che impone. La lingua metafisicadi Omero e di
tutti gli antichi poeti teologi, è piena di queste parole e frasi significanti
un non so che, nelle quali si trovano da' nostri eruditi tanti misteri ignoti
agli autori. Alcune volte sono parole tecniche, cioé d'arte, e servono a coprire
l'ignoranza delle professioni le più triviali. Tutti gli artisti ne hanno, e
sono arme da offesa e da difesa; ma in nessun a arte ve n'ha tantequanto in
chimica, in me dicina, in astrologia.>>> Metempsicosi. Dottrina
religio sa la quale suppone che le anime u mane dopo la morte passano in altri
corpi. Par che i più antichi credenti nella metempsicosi siano stati gl'indiani
(V. BRAMANISMO, BUDDISMO). Tuttavia lo ammisero anche molti filosofi greci,
tali che Empedocle. Plutarco, Platone; e Beausobre sostiene che anchemolti pa
dri della Chiesa, come Origene e Sine sio ebbero una simile opinione. Non
occorre dire chequasitutte le religioni dell'antichità ebbero una tale
credenza, la quale principalmente trova il suo appoggio nei sogni. Quando,
infatti, l'i gnorante ricorda in sogno qualche per sona defunta, è naturalmente
condotto acredere che quella persona esista ve ramente in qualche luogo. La
filosofia poi, che per far muovere il corpo ave va inventato un'anima, composta
di leggerissima materia, non poteva darle una occupazione conveniente durante
la infinità dei secoli, che facendola tras migrare dall'uno in altro corpo, per
richiamarla sempre a nuove vite, affine di premiarla e di punirla dei suoi me
riti o de' trascorsi mancamenti. Platone nel Timeo, nel secondo li bro della
Repubblica e nel Fedro cost spiega l'ordine della trasmigrazione delle anime.
In primo luogo se l'anima ebbe molte perfezioni in Dio, e abbia scoperte molte
verità, entra nel corpo di un filosofo o di un savio. Quelle men perfette entrano
nel corpo di altri uomini meno illustri, secondo l'ordine seguente: 2. L'anima
entra nel corpo di un re o di ungranprincipe. 3. Essa passa nel corpo di un
magistrato o di uncapo diuna potente famiglia. 4. En tra nel corpo di un
medico. 5. Entra nel corpo di un uomo che abbia l' in carico di provvedere al
culto degli Dei. 6. Passa nel corpo di unpoeta. 7. Nel corpo di un operaio.8.
Nel corpo di un sofista, e infine nelcorpo diun tiranno. Gl'indiani ammettevano
anch'essi una successione poco dissimile attraverso alle loro caste, e i
buddisti credono an cora che le anime possono passare nel corpo degli animali
più immondi, opi nione che fu pur divisa da Pitagora e da Empedocle. I più
accaniti nemici della trasmi grazione delle anime nella Grecia erano gli
epicurei, i quali dicevano che se noi fossimo entrati nel corpo di altri uomini
avremmo conservata la memo ria delle nostre azioni. Quanto al pas saggio delle
anime umane nel corpo degli animali, essi dicevano che questa opinione non si
appoggiava ai fatti; se ciò avvenisse l'anima dovrebbe im primere all'animale
il suo proprio ca rattere, mentre invece vediamo che i leoni sono sempre
coraggiosi, e 1 cervi sempre timidi. Tutti, o quasi tutti ipopoli selvaggi
credono a una sorta di metempsicosi, ma questa credenza è andata scompa rendo
dalle religioni e dalle filosofie dei popoli civili, ed ormai essa non ha fra
noi altri settatori che gli spiritisti. (v. SPIRITISMO). Metodisti. Così son
chiamati i membri di una delle più cospicue sette ond'è divisa la religione
anglicana. Ne fu fondatore John Wesley nel 1730, il quale deplorando la
depravazione dei costumi e la corruzione della Chiesa, volle con una nuova
predicazione in trodurre nella riforma una nuova ri forma. Nei suoi viaggi
nell'America, nell'Olanda e nella Germania strinse co noscenza con molti
entusiasti luterani, e visitando le loro communità presto apprese quanto facil
cosa sia il cre dersi inspirati e il farlo credere altrui. Alcuni anni dopo, il
fratel suo Carlo, si unì a quella missione, insegnando che Dio, dopo avere
colpito colla di sperazione i suoi prediletti,improvvisa mente apre i loro
occhi alla luce e li vivifica col suo spirito. Così fu illumi nato S. Paolo
sulla via di Damasco, e così fu Wesley chiamato alla scienza della rivelazione.
Se non che non fu egli tocco dalla luceceleste, per quanto egli stesso afferma,
che qualche anno dopo, cioè a Londra, nella via Alder role: 63 Passai un'ora
nella scuola di Kingwood. Ma singolare stranezza! Che ne avvenne delle opere
mirabili della grazia che il Signore operava nei fan gate il 29 maggio 1739 a
ore otto e tre quarti. Sul qual proposito unoscrit tore cattolico argutamente
osserva come sia assai difficile a capire com'egli, es sendo inpreda
acommozioni così vio lente potè dar retta al batterdelle ore, o cavarsi di
tasca l'oriuolo per osser vare con tanta precisione l'ora e il mi nuto. Lo
spirito di Dio che avevavisitato il maestro, non poteva restarmuto pei
discepoli. Whitefield, socio di Wesley, nella nuova Chiesa ebbe anch'egli i
suoi moti convulsi e le suecrisi divire, e mentr'egli con impetuosa eloquenza
su per le piazze parlava ai suoi ascol tatori, era bene spesso soprappreso da
crisi nervose e da stranivaneggiamenti. Tali erano i segni esteriori della gra
zia, colla quale i nuovi profeti, a so miglianza dei fanatici delle Çevennes,
(v. CAMISARDI) invitavano i fedeli alla penitenza. E che si tentassedirinnovare
allora l'invasione dei piccoli profeti, ri levasi da Soutey, il quale narracome
i maestri di Kingwood tormentassero senza posa i fanciulli dell'età di sette ad
otto anni finchè avessero dato se gno della loro giustificazione ». Si cer cava
di gettarli in preda al terrore e alla disperazione spingendoli fino alla
follia; e dappoi colla calma e la sicu rezza procuravasi di fugarne lo spa
vento. Wesley, presente a simili ecces si, li approvava e li promoveva, ma
sperò indarno di trarne partito per le predicazioni profetiche. O vuoi che le
scuole di profezia non fossero così du ramente avviate al misticismo come
quelle dei calvinisti, o che l'esempio mancasse a generare il contagio men
tale, o che, infine, i maestri non per severassero nell'esaltare l'immaginazio
ne dei giovanetti, fatto è che risultati soddisfacenti non si ottennero allora,
e Wesley stesso lo attesta conqueste pa ciulli nello scorso settembre? Tutto di
sparve come un sogno! >> La novella riformawesleiana fudun que fondata
sulla sola predicazione de gli adulti,e fu questa così attiva e in defessa, che
non pochi chiamò al suo partito. Le molte e lunghe preghiere i digiuni, la lettura
dellaBibbia, le fre quenti comunioni, ai seguaci di quel nuovo quietismo,
meritarono per ischer no il titolo di metodisti. Uniti sulprin cipio alla
Chiesa anglicana, se ne se pararono poi per ordinare 1 loro sacer doti, ma non
tardarono a dividersi fra loro stessi per le vive controversie su alcuni punti
dottrinali, avvenute fra Wesley e Whitefield; perocchè mentre il primo riteneva
che le opere erano essenziali alla salute, l'altro le teneva come meno
importanti. Fondato sul suo principio, parve a Wesley che le migliori opere
fossero quelle che po tessero indirizzare l'uomo a quella co tale perfezione
cristiana che gli toglie ogni lecito godimento terreno per in dirizzare la sua
mente al cielo. E per ciò proibi ai suoi seguaci 'le carte, i teatri, i balli,
le corse dei cavalli, i ma nichini, le trine, i liquori spiritosi ed il
tabacco. La verginità non impose, ma molto encomiò coloro che nel loro cuore
fossero riusciti a totalmente e stinguere la concupiscenza. I metodisti sono
anche oggi molto numerosi nell'Inghilterra e negli Stati Uniti, e possedono
ricchi stabilimenti nelle Indie, a Calcutta, nell'isola di Ceylan e fin
nell'Oceania. Essi hanno molti predicatori ambulanti, e parecchi ne mandano
all'estero per diffondere le loro dottrine. Metodo. L'artedi disporre le pro
prie idee ordinatamente acciò s' inten dano con maggior facilità. Il metodo è
perciò necessario tanto a chi studia, quanto a chi insegna, e tutti sanno
quanta maggior fatica si abbia ad ap prendere le cose esposte disordinata mente,
che non abbiano, cioè, fra loro alcuna relazione. Il metodo è analitico o
sintetico, secondo cheincomincia dalle cose par ticolari per passare alle
generali, o vi ceversa. Era massima degli antichi che il metodo analitico forse
adatto soltanto a ricercare e scoprire la verità, mache il sintetico meglio
convenisse per inse gnarla e dimostrarla. Questa massima perdurò assai tempo
nell' opinione dei filosofi, e si può ben dire che perdura tuttora nell'
opinione di molti pedago gisti. Non si ha molta difficoltà a am mettere che
l'analisi sola conduce alla verità (vedi ANALISI ); ma si pretende che quando
gia si sia inpossesso della verità meglio si riesca afarla intendere altrui col
metodo sintetico. Di qui i termini, le formole, le difinizioni di cui sono irti
tutti i libri elementari. Ma questo ragionamento non è tutto vero. Le
proposizioni generali non s'intendono se prima non siano spiegate coi fatti
particolari, e non si mostri in modo certo in base a quali elementi si siano
pronunciate tali proposizioni. Le idee non sono innate innoicome credevano
certi antichi, ma si acquistano lenta mente coi processi sperimentali o con la
continuata osservazione di fatti si mili; osservazione per la quale astra endo
dai fatti particolari si stabilirono le regole generali, e principii le leggi.
Nulla, infatti, pare a noi più evidente di questo teorema: se due rette si ta
gliano in qualche punto, gli angoli ver ticali sono eguali tra loro; oppure in
ogni triangolo la somma dei tre an goli equivale a due angoli retti. Eppu re avrebbe
mai potuto lageometria ac certare queste così semplici verità, sen za che una
precedente osservazione le avesse dimostrate? Certo che no. Solo dopo essersi
accertato che in tuttii casi accennati sempre si verificava la me desima
condizione, il geometra ha po tuto fare astrazione di tutti i casi par
ticolari, e stabilire la regola generale. Ma l' osservazione precedente è stata
essenzialmente analitica; la regola sol tanto è sintetica, siccome quella che
riunisce in un solo principio tutte le osservazioni particolari. Ma così debole
è l' evidenza di questa sintesi per co loro che manchino di tutte le cogni
zioni analitiche da essa implicitamente supposte, che in ogni libro di
geometria elementare si vede sempre che ogni teorema è immediatamente seguito
dalla sua dimostrazione. È vero dunque che in questi casi si suole incominciare
dal porre la sintesi per poi scendere col l'analisi, alla dimostrazione, ma
direi the sarebbe assai più ovvio e naturale che prima si ponessero le
dimostrazioni analitiche e dopo si facessero seguire dalla verità sintetica che
ne è come la conclusione e la conseguenza. Certo è che in cotesti casi la
sintesi che affer ma e l'analisi che dimostra l'afferma zione, si seguono così
davvicino, che la precedenza momentanea dell' una sul l'altra non può avere
inconveniente al cuno, fuor che quello di lasciare per pochi istanti sospesa la
convinzione dello studioso, finchè la dimostrazione sia compiuta.
Masuppongasiche untale imbizzarendo sulla pretesa precedenza della sintesi
sull'analisi applicasse cote sto metodo a modo. Egli certamente incomincerebbe
in un trattato ad es porre tutte le verità sintetiche della geometria, d' onde
una sequela di as siomi e di teoremi tutti immediatamen te consecutivi, e tutti
egualmente non comprensibili. Il teorema precenente suppone bensì il
susseguente, e questo quello che gli è posto innanzi, ma sic come nessuno di
essi è dimostrato, così éevidente che tutti riesciranno incom prensibili. È
vero che anche seguendo il metodo sintetico, si dovrà pure in fine venire all'
analisi e dare le dimo strazioni; ma quanta confusione, quale sforzo di
memoria, quanto tempo per duto nello studio arido e puramente meccanico delle
verita sintetiche o ge METODO nerali ! E dato pure che lo studioso rie sca a
superare questa improba fatica, quale quantafaticanon durerà ancora
perapplicare ad ogni principio generale 65 dessed'incominciare l'insegnamento
di quella legge, senza aver prima dimostrate le verità speciali su cui essa si
fonda e per le quali soltanto fu trovata, sarebbe la suadimostrazione e venire
via viari schiarando nella sua mente tutte le for mole, e d'ognuna acquistarne
l'evidenza? Ora, se si vorrà essere sinceri, si dovrà convenire che quello che
succede per la geometria, avviene pure per le altre scienze. È un error
gravissimo quello di credere che siccome tutte le verità particolari si
trovarono come contenute nei principi generali che le rappresentano, da queste
si deve inco minciare l'insegnamento e non da quelle; avvegnachè le verità
generali per se sole non siano che una astrazione dei fatti particolari, alla
conseguenza dei quali, infin dei conti, sono dirette tutte le scienze umane; ed
è ben strano che per farci conoscere le leggi che rego lano i singoli fenomeni,
si incominci dal trasportarci lontani da essi, e direi quasi fuor del campo
della loro osser vazione. Dopo la geometriapongasi la fisica. Una delle leggi
del pendolo è, che in diversi luoghi della terra, la durata delle oscillazioni,
per pendoli di diver sa lunghezza, è in ragione inversa della radice quadrata
della intensità della gravità. Non si può negare che questo principio generale
non sia essenzial mente sintetico, e come tale non con tenga
unaquantitàdiveritàparticolari. Maposto cosi solo,senza la cognizione analitica
deiprecedenti esperimenti, che cosa esprime esso mai per lo studioso?
Bisognerebbe innanzi tutto ch' egli co noscesse, che per i pendoli della mede
sima lunghezza la durata delle oscilla zioni è eguale, qualunque sia la sostan
za della quale sono formati; poi che conoscesse le leggidella gravità, l'azione
suadallaperiferia al centro della terra, e tante altre cognizioni speciali,
senza cui il principio generale non può acquistare la necessaria evidenza. Non
v'è dubbio che unprofessoredi fisica ilqualepreten altrettanto biasimevole del
maestro e lementare che pretendesse d' insegnare a'suoi alunni l'addizione
delle centinaia prima di aver loro insegnata l'addizione delle decine e delle
unità. Or non so davvero perchè un metodo che si è cosi concordemente disposti
a biasimare nelle scienze positive, lo si voglia, non chè tollerare, anche
preferire nelle di scipline filosofiche. In verità, la ragione di questa
preferenza non si potrebbe attribuire ad altro che alla tendenza che hanno
certi filosofi di stabilire con somma facilità le così dette leggi del
pensiero, seguendo gl' impulsi del loro sentimento e della loro fantasia,
piutto sto che quelli della ragione. Si capisce facilmente com' essi si
troverebbero in un grande impiccio se fossero costretti a dare una ragionata
analisi di quelle loro affermazioni, e come con molta co modità si tirino
d'impaccio proclamando l'eccellenza della sintesi, siccome quella che si presta
tanto facilmente a porre certi principii generali che sono molto opportuni per
toccare il sentimento, mentre poi si sottraggono, per la stessa loro
generalitá, all'analisi della ragione. Certo, si obbietterà che uomini di molto
ingegno, come Euclide e Wolf, adottarono esclusivamente il metodo sin tetico ;
ma uomini non meno illustri, quali Bacone, Locke, Condillacmostra rono quante
ragioni dovessero far pre ferire il metodo analitico. É questa, in fatti, la
via che segue naturalmente l'u mano intelletto nella scoperta della ve rità.
Imperocchè l'uomo non incomincia già dalla conoscenza delle cose univer sali,
ma sì dalle particolari: e dai feno meni più immediati che cadono sotto i
sensi, grado a grado, s'innalza ai più complessi; dalle cose semplici passa
alle composte, e per questa via scopre le leggi che regolano i più grandi feno
meni della natura. Laonde, il metodo 5 66 MIRABEAUD analitico, per confession
stessa de' suoi avversari, è detto essenzialmente d' in venzione; e non so
proprio intendere perchè quello stesso metodo per ilquale siamo condotti a
scoprire laverità, deb ba poi reputarsi disadatto quando si tratti
d'insegnarla. Soave dice che ilmetodo analitico serba un ordine quasi del tutto
opposto al sintetico. Imperocchè dove questo in comincia dal premettere i
principii ge nerali, da cui intende cavar poscia le conseguenze particolari;
quello all' in contro incomincia dall'esame delle cose particolari per
farsistradadimano in ma no allegenerali: edovenel sintetico tutto è definito, e
diviso, edistribuito in teo remi e problemi e corollari ecc, nell'a nalitico
per lo contrario quasi niuna de finizione o divisione si adopera, eniuna
menzione ci si fa nè di teoremi, nè di problemi, nè di corollari; ma tutto è
seguito e continuato, e tutto nasce, e si sviluppa di mano in mano dall'
analisi delle idee che prendonsi aconsiderare > (Istituz. di logica). Questo
apprez zamento non è però esatto, poichè non è vero che le divisioni e le
definizioni manchino affatto al metodo analitico. Esso anzi divide assai bene
le varie parti dello scibile, e certe classi di no zioni particolari in una
stessa scienza divide e raggruppa secondo le conse guenze generali a cui
conducono. Esso definisce ancora queste conseguenze e le riduce a leggi
generali includenti tutti za; se cioè si debba incominciare dal dimostrare o
dall' affermare. E mi par che la logica insegni doversi innanzi tutto dare la
dimostrazione delle cose ha bisogno di prendere le mosse da certe verità già
note. Ma queste prime affermazioni saranno assiomi enon teo remi; attingeranno,
cioè, la loro evi donzadall'esperienza immediatadei sensi enondal ragionamento,
ed è per que sto che io ho detto altrove (V. ASSIOMA) e ripeto ora, che le
verità assiomatiche sono essenzialmente analitiche. Metrodoro di Lampsaco. Uno
dei più celebri discepoli, e l'amico più affezionato di Epicuro.Diogene Laerzio
ce lo rappresenta come uomo d'inconcussi principii, onestissimo, intrepido
contro la stessa morte. Morì nel 50° anno della sua vita, sett'anni prima del
maestro di cui professò le dottrine.Epicuro mo rendo legò nel suo testamento
agli a mici il compito di allevare e di aver cura dei figli lasciati dal
discepolo che lo aveva preceduto nella tomba. Microcosmo e Macrocosmo. ( da
micros piccolo, macros grande e κοσμοςmondo)Letteralmente queste pa role
significano piccolo mondo e gran mondo, e furono primamente adoperate dai
filosofi mistici ed ermetici per-desi gnare la perfetta corrispondenza che
supponevano esistere fra l'uomo e ilmon do; fra l'essere piccolo e quello gran
dissimo, che credevano anch'esso dotato di anima. Nella filosofia moderna si
adoperano, ma raramente, queste voci per indicare il mondo delle molecole,
degli infusori e di tutto ciò che per essere veduto ha bisogno dell' ingran e
l'universalità dei mondi e degli astri che compongono il MACROCOSMO. i fatti
particolari che si sono osservati | dimento del microscopio (Microcosmo), in
quel gruppo. Si diràche quest'ultima operazione è essenzialmente sintetica ; e
sia pure. Non si tratta giàdi escludere la sintesi, madi sapere quale tra lasin-
| Nacque in Provenza nel 1674 e fu se tesi e l'analisi debba averela preceden-
gretario dell' Accademia francese. A mico della libertà del pensiero, egli
parteggiò per la filosofia liberale che allora appunto, nell'Inghilterra
special mente, incominciava a dare qualche barlume di libertà. Il Sistema della
natura d' Holbach fu pubblicato dap prima sotto il nome di Mirabeaud, ma niuno
fuperciò indotto in inganno, etutti Mirabeaud. ( Giovanni Battista.) che si
andranno in seguito affermando. Certo, anche l'analisi è pur d'uopo che che
incominci dall' affermazione, poichè | ogni ragionamento, per sempliceche sia,
1 MIRANDOLA 67 sanno che l'ardire del filosofo tedesco restarne sorpresi. A
ventiquattro anni mal conveniva alla peritosa incredulità egli pubblicò novecento
tesi per un e che mostrò il segretario dell'accademia same scolastico de omni
re scibili, ses nei suoi scritti pubblici.AMirabeaud si santaduedellequali,a
sentirlo, dovevano attribuisce unadissertazione sull'origine enunciare dei
dommi nuovi. Il vanto di del mondo; una lettera per provare che essere in
possesso ditutteleumane co il disprezzo pergli ebrei è anteriore alla noscenze
era in quei tempi assai comu maledizione di Gesù Cristo, e final- ne,
imperocchè facilmente la dialettica, mente le opinioni dei filosofi sulla na-
aproposito od a sproposito, discorreva tura dell'anima. Queste attribuzioni
però d' ogni cosa, e facilmente ostentava una hanno la
solatestimonianzadiNaigeon. | grande erudizione per coloroche in luo Due
scritti lasciò che furono poi pubblicati dal marchese d' Argens, e sono:
Sentimento dei filosofi sulla na tura dell'anima, e Il mondo, sua cri gine e
sua antichità. Nell'uno e nell'al tro Mirabeaud dimostra che la spiri tualità
dell'anima non fu conosciutadai filosofi dell' antichità; che essi consi
derarono il mondo siccome eterno, non solo nella sostanza, ma eziandio nella
forma, salvo un piccol numero, taliche Platone e Anassagora, i quali ne ave
vano fatto risalire l'origine a un essere intelligente. Che, del resto, il
domma della creazione ex nikilo è stato affatto ignorato dell'antichità, come
fu sempre ignorato l'altro domma filosofico della finale distruzione della
materia. Nella Fenicia e nella Persia, diceva Mirabeaud, si credeva bensì ad
una fine del mondo, maquesto concettonon rappresentava altro che una
rivoluzione astronomica. In tal maniera Mirabeaud, colla storia alla mano,
distruggeva i dommi fondamentali dello spiritualismo edel cristianesimo
insieme. Mirandola. (Giovanni Picoconte della Mirandola e principe della Con
cordia ). Nacque nel 1463 a Mirandola, piccola terra dell' Emilia. Studid il di
ritto canonico a Bologna e parve sulle prime che le sue tendenze lo chiamas go
dei fatti si appagavano delle parole. Invece dei sessanta dommi nuovi pro
messi, lacuria romana trovò che tredici delle900tesi date meritavano censura, e
le altre proibil che fossero difese.Era colà spiaciuta l' arroganza di Pico, e
aPico spiacque lacensura romana,sicchè partl d'Italia e si recò a Parigi, ov'
ebbe buona accoglienza da Carlo VIII, colla discesa del quale in Italia,
ritornò an ch'egli a Firenze. Pico della Mirandola aveva vana mente cercato di
conciliare le dispute degli scolastici, dimostrando che Pla tone e Aristotile
potevano benissimo stare insieme, e tutt' e due non servi vano che di commento
a Mosè. Più che filosofo, ne' suoi scritti fu teologo: commentò la Genesi con
sette diverse significazioni, poichè tante appunto egli trovava in ogni
versetto; e si perdette nelle fantasticherie della cabala e della scuola
mistica Alessandrina, e perfino in quelle di Raimondo Lullo. Con una memoria
potentissima, e studi così mal digeriti, é facile immaginarsi qual sorta di
filosofia fosse quella del nostro mi randolese. Una vacua ambizione lo spingeva
a voler parere grande in tutte le scienze, e per questo forse gli par vero più
apprezzabili le meno chiare alla intelligenza volgare. Aformarsi cotesta sero
allo stato ecclesiastico. Ma dopo- | fama si poco meritata, egli riuscì cost
chè Marsilio Ficino, maestro suo, ebbe gli infuso il proprio entusiasmo per la
filosofia greca,si applicò allo studio delle lingue orientali e incominciò ben
presto acredersi pieno di un così profondo e vasto sapere, che i dotti tutti
dovessero bene, chedopo di lui ilnipote suo (Francesco Pico della Mirandola)
scrivendo la biografia dello zio, narra che una fiam ma orbicolare venne per un
istante ad illuminare la madre di Giovanni della Mirandola, per annunciare
ch'ellastava perdare alla luce un figliodel quale la forma orbicolare indicava
la perfezione del sapere. Mistero. Cosa secreta non possi bile a comprendersi.
Tutte le teologie antiche hanno avuto i loro misteri, ed erano questi ciò che
il paganesimo a veva di più augusto e di più sacro. I misteri erano cerimonie
religiose alle quali i soli iniziati potevono assistere, ele cose che vi si
vedevano e vi si u divano erano rivelate sotto il suggello del più rigoroso
segreto: una legge col piva di morte i violatori. Tutte le prin cipali divinità
avevano i loro misteri, laonde si celebravano in Egitto in onore di Iside ed
Osiride; nella Fenicia e nel l' Isola di Cipro in memoria di Venere e di Adone;
nella Frigia ad onore di Cibele ed Ari; nella Grecia e in Sicilia si
commemorava Cerere e Bacco. Tutti i misteri avevano laloro par te pubblica,
nella quale al popolo si la sciava intravedere ciò che si reputava necessario a
conoscersi. Erano d' ordi nario la commemorazione di tutte le avventure degli
Dei, iloro combattimenti e i loro trionfi; e vi si mostrava che tutti i loro
sforzi erano stati rivolti a soccorrere il genere umano, a conso larlo de' suoi
mali, a colmarlo di bene fizi. Tali erano i piccoli misteri, a cui seguivano i
grandi. Isoli iniziati assiste vano a questi,e guai aiprofani che aves sero
osato introdursi nel sacro recinto durante la celebrazione.Per lungo tem po il
segreto di questi misteri fu im penetrabile. Coloro che furono sospetti di
averlo tradito dovettero fuggire per sottrarsi alla morte. Esdulo corse gra vi
pericoli per aver dette poche parole dei misteri di Cerere che si celebrava no
in Eleusi, e Alcibiade fu condannato a morte per averli riprodotti nella sua
casa, schernendoli. Gran numero bri gavano l'onore di esservi iniziati, ma
molti dotti, tali come Socrate, non vol lero mai esservi ammessi. Diogene, in
vitato a farvisi iniziare, rispondeva: Pa tecione, quel famoso ladro, ottenne
l'i niziazione; Epamimonda e Agesilao non la chiesero mai. Nella parte pubblica
dei misteri e rano rappresentati allegoricamente ide stini umani nell' altro
mondo. Vi si mo stravano degli spettri erranti nelle te nebre, il dolore, la
povertà, la morte, e si faceva in seguito apparire il Tar taro con le furie
tormentatrici dei col pevoli, e i Campi Elisi con le loro de lizie. In ultimo
gli iniziati erano intro dotti nel luogo santo ove si vedeva la statua del Dio
risplendente di luce, e lá si udivano cose che a nessuno era permesso di
rivelare. Quel secreto era infatti molto essenziale per la maestà della
religione, imperocchè spesso si in segnassero cose che poco si accorda vano con
le pratiche del culto. Non solo si revocd in dubbio l'apoteosi degli eroi, ma
si dubitò perfino della divinità degli Dei superiori. Tali erano le concessioni
che la Chiesa si vedeva costretta a fare all' incredulità della fi losofia
dominante! Per questo Dionigi d' Alicarnasso diceva lore, ma abborrenti i
piaceri dei sensi, condannanti il matrimonio. Colla loro vita incomune e colla
contemplazione delle cose spirituali alle quali sempre rivolgevano la mente,
essi furono i pre Ascoltiamo ora i precetti di Visnhu per ottenere l'estasi
beatifica con mezzi molto adatti a produrre unbuona con gestione cerebrale. Il
ragionamento non può spingersi al di là delle nostre percezioni. Questa è una
verità così ovvia che fa meravi glia il vederla così spesso dimenticata.
Leibnitz può bene innoltrarsi oltre i confini della sensazione, ma a patto però
che fra la premessa e la conse guenza del suo ragionamento, o non vi sia
rapporto alcuno necessario, o l'una sia la negazione dell'altra. Infatti
quand'egli dice: vi sono esseri compo sti, dunque vi sono esseri semplici, ar
gomenta nello stesso modo come sedi cesse: vi sono corpi, dunque non vi so no
corpi. E veramente, se i composti costituiscono i corpi, i semplici sono la
negazione dei corpi: l'una è l'affer verità generale che la filosofia può de- |
mazione, l'altra la negazione. Ma an durre dall' eternità delle funzioni: (v.
MORTE); e l'eternitàdella materia trova un corrispondente nella eternità delle
Monadi. Ma il tortodi Leibnitz è quello di giungere a questi risultamenti per
via di astrazioni, e di trasportare gra che i bimbi che vanno a scuola sanno
che nel sillogismo la conseguenza de ve essere sempre contenuta nella pre
messa. Ora nell'idea di corpo è conte nuta l'estensione; la logica dunque mi
tuitamente le qualità dei corpi in certi principii che non hanno alcuna delle
qualità che sono supposti di produrre. Il difetto capitale del Monadismo, come
lo ha ben rilevato il prof. Justus, è quellodi supporre che degli esseri ine
stesi possano generare l' estensione, che dalla esistenzadei corpi composti di
parti possa logicamente dedursi quella di cose semplici. Considerando con
attenzione la spiegazione del com posto, dic'egli, non si trova alcun dato che
ci possa condurre all'idea di essere semplice. Gli esseri composti hanno delle
parti. Dunque la prima conclu sione che si potrebbe fareper taleprin cipio è
questa: che dove esistono dei composti, vi sono anche delle parti. Or l'idea di
parte non ci conduce anco ra a quella di essere semplice, poi chè gli esseri
semplici son quelli che non hanno parti: dunque per spin gersi più innanzi
coll'induzione, non si potrebbe dir altro, se non che, laddove vieta di dedurre
per conseguenza l'e sistenza di corpi inestesi. Posso bensl dire: il corpo è
compostodiparti, dun que esistono le parti; ma queste parti partecipano alla
natura del tutto d'on de emanano, e se io attribuisco loro qualità diverse da
quelle che aveva il tutto, faccio una induzione difettosa. Mail sillogismo è
per lalogicaciò che per l'analisi è la chimica: i risultati di questi due
processi se vengono riuniti devono ricomporre il corpo, o il ragio namento
decomposto. Ma se dalla riu nione di cose inestese non potrò mai avere
l'ideadel corpo esteso, dovrò con cludere che la conseguenza contiene una
nozione che non si trovava nella premessa (V. DEDUZIONE E SILLOGISMO). Tutto il
Monadismo si fonda dun que sopra un artificio simile a quello su cui si basa il
Dinamismo (V. CATTANEO) vale a dire che alle parole note sostituisce
parolenuove, che son la ne gazione di quelle; poi scambia le pa role nuove per
cosevere, e queste con MONDO sidera come esistenti, mentre quelle che esistono
nega. Mondo. Quali fossero le opinioni degli antichi sulla eternitàdel mondo si
può vedere in questo Dizionario all'art. CREAZIONE. Il maggior numero dei fi
losofi pagani credette che la materia fosse eterna; e tuttavia parecchi fra
essi negando l'intervento della divinità 79 role: Platone rigetto mai sempre
l'in finità dei mondi, e dubito del numero di essi determinato e preciso.
Concedendo che poteva ben esistere, come volevano alcuni, cinque mondi in
ciascun elemen to, egli s'attenne però ad un solo. Un altro filosofo diceva che
il numero dei mondi non era infinito, nè che ve n'era un solo o cinque, ma
cento ottantatrè nella produzione della sostanza, ammi sero però che un ente
divino avesse atteso a dar forma acotale materia e terna secondo le attuali
disposizioni del mondo. Prima d'allora, credeva Anassagora, tutto
eraconfusione, ma lo spiritovenne ed ogni cosa fu ordinata (Laerz. lib. Il,
Sez, VI). Questa opinione è pienamente con forme a quella della Bibbia, dove si
legge che nel principio era il caos, dal quale Iddio formò (non cred,secondo il
testooriginale) il cieloe la terra. Perchè fin Platone ammetteva che Iddio ave
va, non creata, ma ordinata la materia tal quale noi la vediamo ( Laerz. lib.
III seg. LXX): e gli stoici, ei plato nici professavano tutti eguale opinione.
Anzi, Platone e parecchi altri andaro no ancora più oltre, e attribuirono al
mondo un' anima, distinguendo con ciò il principio motore dalla materia mos sa,
e raffigurandosi il mondo quale un immenso animale dotato di un princi pio
individuo e di una vita propria. Per i teologi, scriveva Macrobio, Jupiter è
l'anima del mondo; donde il detto di Virgilio: Muse, cominciamo da Jupiter
poichè ogni cosa è piena di lui ( Virg. Sogno di Scipione). Lo spirito a
limenta la vita e l'anima sparsa nelle vaste membra del mondo ne agita la
massa, e forma così un solo immenso corpo (Saturn.) La teoria della pluralità
dei mondi che alcuni credono affatto moderna, già aveva trovato un eco fragli
antichi, e molti dei filosofi greci l'hanno ammessa. Plutarco nel suo libro
degli Oracoli mette in boccaaCleombroto questepa i quali erano regolati in
forma di trian golo, ciascun lato del quale conteneva 60 mondi e che altri tre
mondi erano aciascun angolo ». I Talmudisti cre devano che Dio avesse creati
diciotto mondi, e Maometto nel principio del l'Alcorano invoca il Signore dei
mondi. Quanto all'età del mondo sul quale viviamo, le teologie ci hanno dati
dei numeri molto singolari e così diversi danon sapersi proprio a quale aggiu
star fede. Anche la Bibbia presen ta tre età differenti nell'antico Te
stamento. Infatti, coll'anno 1876 ilmon do conterebbe: Secondo le versione dei
settanta, anni 7345 Secondo il testo samaritano > 6180 > 5879 Secondo la
vulgata La teologia indiana ci offre dei cal coli assai diversi. Secondo il
Riga-Veda il mondo deve durare 12,000 anni, ma un' altra versione fa durare il
giorno di Brama corrispondente a quello del mondo 4,320,000 anni, divisi in
quat tro età, l'ultima della quale, quella in cui viviamo, dura da oltre
432,000 an ni, e dovrà finire quando l'ultimo quar to di virtù, che ancora
esiste sulla ter ra, sarà finito. Il cristianesimo fa correre più ra pidamente
il mondo allasua fine. Gesú aveva promessodivenire nella gloria del padre suo,
co' suoi angeli a giudicare i vivi ed i morti. E que' mille anni fu rono
variamente valutati, finchè verso la metà del decimosecolo,Bernardo da
Turingia, predicò che la finale catastrofe sarebbe avvenuta al cominciare dell'an
no 1000. E i ricchi donativi fatti alla Pochi anni dopo, nel 1198, si sparse di
nuovo la voce della prossima fine del mondo, non già col mezzo dei fe nonemi
celesti, ma per la nascita del l'Anticristo in Babilonia alla quale do vera
seguire la distruzione del genere umano. Nel principio del secolo decimo
quarto, l'alchimista Arnaldo da Villano, annunciò l'avvenimento per l'anno
1335; e nel suo trattato De sigillis applicò l'influenza degli astri all'
alchimia, e sponendo tutte le formole misteriose che dovevano essere atte a
scongiurare i demoni. San Vincenzo Ferreri, da fa moso predicatore spagnuolo
quale egli era, fissò al mondo tanti anni di esi chiesa in quel torno di tempo,
e i te stamenti fatti colla formola appropi quante fine mundi, provano il grande
impegno che mettevano i ricchi per ri conciliarsi con Dio, e per presentarsi
con qualche merito al di lui giudizio. strutta in quell'anno stesso. Sul qual
stenza, quanti sono i versetti che si contano nel Salterio, cioè 2537. Il
secolodecimosesto produsse il mag gior numero di predizioni su la diştru zione
del genere umano. Nel 1584 il famoso astrologo Leo vizio predisse che la terra
sarebbé di Ma passò l'anno mille senzacataclismi, ela fine del mondo fu rimessa
all' an no 1033, perciochè fu detto allora che i mille anni non dovevano
contarsi dal l'anno primo dell' era volgare, ma da quello della morte del
Salvatore, che aveva incatenato > ricchiti a buon mercato. La disdetta
toccata aqueste profezie, non sgomen tò il loro autore, chè anzi lo Stoffler,
insieme al famoso Regiomontano, pre disse di nuovo la fine del mondo per l'anno
1588, senza che il mondo mo strasse di darsi alcunpensierodi quella | recchie,
così riassunte da E. Diamilla predizione. Ma lasciamo queste sciocche predi
zioni, tristi avanzi dei tempi d'ignoran za, e vediamo ciò che nel campo della
scienza può, in via d'ipotesi, logicamente argomentarsi sul fine ultimo del
nostro mondo. Le ipotesi finora fatte sono pa Però una stella sconosciuta erasi
accesa improvvisamente nel 1572 nella costellazione di Cassiope, sfolgorante di
tanta luce da rendersi visibile in pien meriggio. E gli astrologhi divulgarono
essere dessa la famosa Stella dei Magi, ritornata ad annunciare l'ultima venuta
di Cristo, che non si lasciò vedere. Nuove predizioni sulla fine del mon
dofurono fatte nei secoli XVII e XVIII, e, ciò che non parrà credibile, anche
nel secolo nostro le predizioni conti nuarono. Ènota all'universale la
predizione di Salmard Montfort pubblicata nel 1826, laquale concedeva alla
terra soli dieci anni di esistenza. La signora di Krüdner; la donna mistica
della Santa alleanza, l' amica dell' imperatore Alessandro, profetizzò laruina
del nostro pianeta pel giorno 13 gennaio 1819; e sette anni dopo Sal mard
Montfort prediceva la distruzione della terra per l'anno 1836. Nel 1840, un
prete francese, Pierre Louis, dedicò a Gregorio XVI un com mentario dell'
Apocalisse, che stabiliva la fine dei secoli per l'anno 1900. E la ragione era
questa: Muller. Buffon aveva calcolato che la terra per raffreddarsi e ridursi
alla sua tem peratura attuale, aveva dovuto impie gare 74,831 anni, e che
l'umanitá po trebbe vivere ancora 93,291 anni prima che la temperatura della
superficie ter restre si rendesse tanto freddadaestin guere la vita. Ma quando
si conobbe che il calorico interno del globo non ha nessuna influenza alla
superficie, e che la vita terrestre dipende esclusiva mente dal sole, il
calcolo di Buffon fu trascurato. Una seconda ipotesi, fondata eziandio sul
raffreddamento della terra, suppone che quando la sua temperatura sarà divenuta
eguale a quelladel ghiaccio, il suolo si spaccherà come quello della luna, e
l'ultimo avanzo d'aria e d'acс qua si fisserà in quelle caverne, ove gli uomini
potranno trovare un rifugio, fin chè l'aria e l'acquanonsiperderanno in modo
definitivo. Ma poichè la terra èquarantanove volte più grossa della luna, dovrà
vivere 49 volte di più. Un' altra ipotesi, la più antica fra tutte, è quella
che prevede la fine del mondocolfuoco. Questa teoria risale ai tempi di
Zoroastro, degli Ebrei, e dei padri della Chiesa. La superficie del nessuna
delle quali ha ottenuta l'universalità. MONTESQUIEU nella calma delle passioni
egli potè con servare quella moderazione nei desideri Famaraviglia che opinioni
si poco ortodosse abbiano potuto stamparsi e diffondersi in un secolo in cui la
tor- | che rendono la vita piacevole a se, e tura e l'inquisizione erano le
forme or dinarie del procedimento giudiziario ; manondimentichiamo che
Montaigne, come disse Rousseau, dormiva fra due guanciali: quello del dubbio da
una parte, e dall'altra quello del domma che riposa sopra l' autorità
infallibile della Chiesa. agli altri gioconda. Nel 1721 egli mandò alle stampe
sotto il segreto dell'anonimo le Lettere Persiane, romanzo che a' suoi tempi
ottenne grandissima voga, e me ritò molta rinomanza al suo autore. Parlando di
queste lettere, il celebre d' Alembert scriveva: « La pittura dei costumi
orientali, reali o supposti che siano, non è che la minima parte di questo
scritto. Per così dire, l' Oriente non è altro che il pretestoperfare una
sottilissima satira dei costumi nostri. » E in realtà, per quei tempi, le
lettere persiane potevano parere arditissime, inquantochè Montesquieu
chiaramente scriveva che il papa è unvecchio idolo Montano Eretico nato in
Ardban nella Frigia. Con le convulsioni e i con torcimenti soliti nei profeti,
pretese di essere inviato da Gesù Cristo per puri ficare i costumi e riformare
la morale. Negava la potestà della Chiesa nell'as solvere i grandi delitti;
voleva che, non una, ma tre quaresime si osservassero con digiuni straordinari
e due settimane | che s'incensa perabitudine (lettera 29); di Xerofagia, nelle
quali sidoveva aste nersi, oltre dallecarni, da ogni cosa che avesse succo; le
seconde nozzeconsiderò siccome adultere ; e il sottrarsi alla per secuzione
dichiarò delitto. Due donne, Priscilla e Massimilla, lo seguirono e profetarono
con lui. O maligni o matti ch'essi fossero, non mancarono però di seguaci ;
aCostantinopoli stabilirono una setta, e si spinsero fin nell'Affrica, ove acquistarono
al loro partito uno dei più famosi padri della Chiesa, Tertulliano. Se tutti
praticassero le austerità imposte da Montano è lecito dubitare: tutti lo
avevano in grande venerazione, lo cre devano inspirato dalParacleto e perciò
dicevano che le sentenze di lui supe ravano in sapienza le stesse massime che
allorquando Iddio mise Adamo nel paradiso terrestre col divieto di man giare un
certo frutto, gli impose un precetto che era assurdo per un essere che
conosceva la futura determinazione delle anime (lettera 59); eche il papa al
postutto è un mago ilquale vuol far credere che tre nonsonoche uno, e che il
pane non è pane. » Fu in grazia di questo libro che la elezione di Monte squieu
all'Accademia francese fu viva mente combattuta dal cardinale Fleury, il quale
in nome del renon vi consenti infine senza molte sollecitazioni. Dopo unlungo
viaggio nei varipaesi d'Europa, tornato inFranciasi accinse ascrivere lo
Spirito delle leggi, libro profondo di di Gesù. Montesquieu ( Carlo di Secon
dat barone di) Nacque a Bordeaux nel l'anno 1689 da ricca e nobile famiglia,
Nel 1716 fu nominato presidente per scienza e pregevolissimoper le congni zioni
storiche, sebbene non tutti i principi propugnati possanodirsi egualmenteveri.
Egli vi riconosce le leggi di Dio e quelle della natura, e confutando Hob bes
pretende che i selvaggi, anzichè petuo delparlamento di Bordeaux e poi |
combattersi, si uniscono in prima per eletto membro dell'Accademia poco pri ma
fondata in quella città. Per suapro pria confessione, Montesquieu fu uno degli
uomini più felici che mai siano e sistiti: nè invidia, nè gelosia vennero mai a
tormentare la sua ambizione, e adempiere alla legge naturale della so
ciabilità. Ma avrebbe detto più giusta mente che i selvaggi si uniscono e si
combattono al tempo stesso, poichè quest'unione ha per movente il solo in
teresse momentaneo e si risolve in aperta guerra tosto che cessa questo intero
in ogni parte del corpo, poichè interesse (v. MORALE). In fatto di reli- cid
varrebbe adire che la parte è e gione lo Spirito delle leggi, pubblicato |
guale al tutto; pure occorreva aMorus da Montesquieu in età avanzata assai, non
è tale che possa far credere che l'autore avesse modificate notevolmente le sue
idee. Crede che il cristianesimo di stabilire che lo spirito esisteva in
qualche luogo, e per ciò fare invento due estensioni, l'una materiale ed este
riore, l'altra spirituale, interiore; la pri ma, come direbbe Kant, estensiva,
la seconda intensiva. Create le parole, non sia religione adatta all'Asia, e di
sapprova lo zelo dei missionari che vanno predicando lafede nell'Oriente, e
nella Cina per costringere i popoli a cambiare lareligione. Combattendo l'in
tolleranza del suo tempo, egli scriveva questa massima memorabile, la quale |
speculativi di credere che le parole da parve aMore di aver creata la cosa, e
poichè le parole eran diverse, credette anche che diverso dovesse esserne il
significato, poichè è abito de' filosofi fu una delle accuse che la facoltà di
teologia mosse contro al suo libro: Con viene onorar Dio e non vendicarlo mai.
Nonostante queste disposizioni della sua mente, dicesi che Montesquieu sia
morto riconciliato colla Chiesa. Tanto almeno affermò il padre Routh, gesuita,
in una lettera al nunzio del papa a Parigi, nella quale afferma che l'incredulo
si è a lui confessato abiurando tutti i suoi errori. Ma di queste ed altre
abiura zioni è sempre lecito dubitare, non a vendo esse altrotestimonio che la
troppo interessata coscienza dei signori con fessori. More (Enrico) in latino
Morus. Nacque a Gutham nel Lincolnshire il 12 ottobre 1614 efu unodei propugna
tori della scuola platonica in Inghilter ra. Ammetteva che la ragione potesse
introdursi anche nella teologia, poichè, aparer suo, nulla vi era nel cristiane
simo, chele fosse contrario. Combat teva l'entusiasmo delle turbe, conside
randolo giustamente come una malattia contagiosa, mentre d'altro canto am
metteva come cose vere tutti i racconti popolari che potessero provare l' esi
stenza di un mondo spirituale. Bello è vedere in qual modo egli stabilisca l'e
sistenza dello spirito entro il corpo, in tutte le parti del quale diceva che
non si può credere che lo spirito sia dif fuso, senza ammettere che come il
corpo risulti composto di parti. Nem meno si può credere che lo spirito sia
essi inventate esprimano veramente le cose come sono. Moro (Tommaso) Nacque
aLondra nel 1480, studio all'università d' Oxford e fu presto elevato alla
dignità di Gran Cancelliere da Enrico VIII, carica nella quale durò due
annisoltanto,dopo iquali si ritirò in una sua villa e Chelsea. Ma sopraggiunta
la rivoluzione religiosa in seguito all' affare del divorzio, rifiuto di
giurare per la supremazia religiosa del príncipe, che sottraevasi così alla
Corte di Roma, fu rinchiuso nella Tor re e il 6 luglio 1535, persistendo nelle
sue convinzioni cattoliche, fu mandato al patibolo. È strano che un uomo di
convin zioni così fermamente cattoliche abbia scritta ' Utopia; ma ricordiamo
che questo libro, fatto nella sua gioventú, comparve nel 1516 aLovanio in
latino, col titolo: Del migliore degli stati pos sibili, e dell'isola d'Utopia
nuovamente scoperta (De optimo reipublicæ statu, deque nova insula Utopia). In
questo libro che fu tradotto in tutte le lingue d'Europa, Moro descrive
un'isola imagi naria, nella quale la comunità dei beni coesiste col matrimonio
e colla famiglia. Il principe è eletto avita; il divorzio con cesso solo
neicasi di adulterio; le città hanno ciascuna una religione di propria scielta,
e la tolleranza è generale. Il governo d'Utopia riposa su queste tre basi:
assoluta divisione dei beni edei mali fra i cittadini amore fermo e MORALE 91
universale della pace- disprezzo del- | riti sono cost differenti e d'altronde
le l'oro e dell'argento. Ho vergogna di ceva Moro, di non poter dire con pre
cisione in qual mare sia situata l'isola di cui parlo ». E Budée scri veva:
Aforza d'informazioni, ho scoperto che l'Utopia è situata al di là dei li miti
del mondo conosciuto ». Morale. Lamorale è ilfondamento dell'etica. Essa è la
regola dei costumi e per essa si stabilisce l'ordine mediante il quale gli
uomini viventi in società sono condotti a godere, senza contrasti religioni
stesse cost ben st accordano nel condannarsi vicendevolmente, che non si ha
bisogno inquesto caso,d'altra testi monianza che di quella che esse mede sime
spontaneamente ci forniscono le une contro le altre. Ma anche trala sciando la
parte cerimoniale, eoccupan doci di quelle sole massime le quali sono date come
regola dei costumi, le contrarietà che si notano fra i vari co mandamenti
ofraessie le prescrizioni del laciviltànostra, sono tali e tante, damet morale,
in un gran brutto impiccio. Po e senza lotte, la maggior felicità possiter
l'uomo che va intracciadi una sana bile. Determinare i doveri ed i diritti,
acciocchè gli atti nocivi agli individui o alla società siano impediti,
eincorag giati invece quelli che ridondano a van taggio dell' umano consorzio,
è dunque ufficio della morale. Sotto questo rap porto si può dire che la morale
di un chi esempi basteranno aconvincerci. Prendasi il Codice di Manou, se non
il più antico, certo uno de' più antichi codici sacriche siconoscono. Ivi si
legge popolo è la più esattamisura della sua civiltá. Intorno aquesti principii
che sem brano tanto ovvii, non tutti però si ac cordano; e perdurano
ancoracerte scuole filosofiche le quali si ostinano a dare alla morale ben
altro fondamento. II maggior numero si accorda ancora con la teologia, e
ammette tra la religione 1 che il bramano venendo al mondo è collocato innanzi
a tutti sopra la terra, sovrano signore di tutti gli esseri..... Tutto quanto
il mondo racchiude è, in certaguisa, sua proprietà. » (Lib. 1. versetti
99-100). Questo santo uomo ha tutti i diritti ed assai pochi doveri, fuori di
quelli religiosi. 11 Kchatrya lo difen de, il Vaicya lavora per lui. Se la sua
donna gli è infedelé, il re la faccia di vorare dai cani sopra una piazza pub
blica assai frequentata. (Lib. VIII, ver setto 37) Egli condanni l'adultera ed
il suo complice ad essere bruciati sopra un letto di ferro arroventato (L ib.
VIII verso 372) In ricambio convien essere pieni d' indulgenza per le sue
piccole imperfezioni, dappoichè per essere bra ela morale una così intima
unione, da non permettere che questa si separi da quella senza distruggerla;
epperò le a zioni degli uomini vuole che siano o non siano morali in quanto si
confor mano aiprecetti religiosi. Hanno costoro lapretesa, comune del resto a
tutti gli altri, che la morale è unica ed univer- | mani non si cessadi
esseruomini. « Se sale, propria, cioè, di tutti gli uomini e di tutti i tempi,
e non si accorgono che così affermando pronunciano lapro pria condanna.
Imperocché i principii morali d'ogni religione son cosi diversi fra di loro, e
bene spesso così opposti, che il volerli conciliare insieme è im presa, nonchè
da tentarsi, neppur da (Lib. XI vers. 130 o 131). Conmaggior ragione ilbramano
ha il diritto di obbligare il soudra, « che > (Lib. VIII vers. 13). Se
meglio gli ag grada può derubarlo con tutta pace di coscienza, così dice il
codice (Lib. VIII verso 417). Che se il Soudra, que sto essere infame, prodotto
dalla parte inferiore di Brama,ha poi l'audacia di dare dei consigli al
bramano, un terri bile castigo gli è riservato. « Il re gli faccia versare
dell' olio bollente nella bocca e nelle orecchie. (Lib. VIII. verso 299). Se
egli ha l' audacia di prendere costituire agli occhi di Manou lagra vezza del
delitto e che solo espone alla punizione. « Il Dawdja, dice il codice, posto
allato ai gloriosi bramani, deve > (Ecclesiaste) Il divieto di colpire il
figlio per lecolpe del padre. (Deut, XXIV, 16) è degno di nota; ma è però
singolare che lo stesso Pentateuco in altri passi contra sti il merito di
questa disposizione le gislativa, rappresentando la divinità co me disposta
acolpire l'iniquitàdei padri sui figli sino alla decima generazione, e imponga
una pena,allora infamante, ai bastardi. (Deut.) Fragli altri popoli dell'
antichitànon sarebbe difficile trovare esempi nume rosi di morale depravata,
secondo le nostre idee. Di eid che pensassero gli antichi intorno alla
continenza e alla lussuria si è lungamente discorso in questo Dizionario all'
articolo AMORE, dove si vedranno donne offerenti nel dei, ed uomini deliranti,
che si re cidono le parti genitaliperguadagnarsi il paradiso. Di sacrifici
umani per pla care la collera degli Dei son piene le cronache antiche, e non si
può affer mare con sicurezza che ancor non si rinnovino tuttodi in qualche
lontana parte della terra. Per lo meno, il signor de Varigny ci assicura che
nelle isole Sandwich lamemoriadi queste ecatom be di vittime umane immolate
sull'altare degli Dei, è viva ancora nelle tradi zioni di quei popoli,
fortunatamente or mai incamminate sulla via della civiltà (Viaggio alle isole
Sandwich) Tali sono i risultati della universa lità della morale religiosa. Ma
vi è una certa classe di filosofi, i quali non vo lendo assumere la
responsabilità delle contraddizioni teologiche, e riconoscendo che una
separazione tra i dommi reli giosi ed i morali è necessaria, respin gono
l'appoggio che spontaneamente offre a loro la Chiesa, e fondano ad drittura
l'ordine morale o sopra Dio, come facevavano i deisti del secolo pas sato, o
sopra certi principii metafisici nei quali l' oscurità è un carattere pre
dominante. Gli uni e gli altri press' a poco ragionano all' istensamaniera, poi
chè suppongono che, non già nella re ligione, ma nella stessa natura umana
siano i caratteri ingeniti, indelebili della morale. Se non che i primi
ammettono che questo carattere, o questa intuizio nemorale, sianostati impressı
da Dio al l'uomo siccome facoltà innata; gli al tri l'origine non curano e,
come fa cevano gli scrittori della Morale Indi pendente, si occupano del fatto
che tro vano, senza cercare, del come sia av venuto. « La nozione del dovere,
dice De Gerando, è una nozione semplice, primitiva, che non può definirsi,
colla decomposizione in altri elementi, ma si affaccia alla riflessione quando
interroga i fatti intimi della coscienza. La legge morale è obbligatoriaper se
stes sa, è riconosciuta e applicata dalla ra T 96 MORALE gione; e riscontra
nella coscienza una facoltà, un senso speciale, che può, a buon diritto, essere
chiamato il senso morale». In tal manieracome giàBaum garten ebbe l' infelice
idea di trovare un senso speciale per l' estetica, De Gerando ne trova un'
altro per la mo rale. Ma sappiamo oramai quanto val gono questi sensi speciali
con cui alcu ni filosofi troppo corrivi sogliono in realtà occultare le loro
nebulose teorie, non possibili a concepirsi coi sensi veri. Confesso che
creando sensi nuovi, facile fondamento si dà a qualsivoglia teoria, per strana
ch' ella sia; ma il vantaggio èdi poco momento, poichè la vera dif immagin AC
ficoltà non consiste nel creare cotesti sensi, ma sì nel provare che essi
esisto no veramente. Ma quando coi cinque sensi che possediomo, e che la
fisiolo logia solo riconosce; quando colle no stre passioni possiamo spiegare i
feno meni che sembrano più ribelli agli ar gomenti della scuola
spiritualistica, non vedo proprio qual necessità ci siadi in ventare o di
supporre nuovi sensi o nuove facoltà, che sempre mancano di banditi delle
caverne e fra le associa zioni dei più grandi scellerati; dimodo chè coloro che
sembrano avere rinun ciato ad ogni carattere d'uomo, sono fedeli gli uni agli
altri e osservano fra loro le regole della giustizia. lo am metto che i banditi
usino così fra di loro, ma nego che ciò avvenga incon siderazione delle regole
di giustizia e pei principii innati che sono impressi nella loro anima. Essi
osservano que sti principii soltanto come una regola di convenienza
assolutamente necessa ria per conservare la loro associazione. La giustizia e
la verità sono i vincoli necessari d'ogni associazione d' uomini, ed è per
questo che i banditi e i ladri sono obbligati di osservare la fedeltà, e
qualche regola di giustizia fra di loro; senza di che essi nonpotrebbero vivere
insieme. Si dirà forse che la con dotta dei briganti é contraria alle loro
cognizioni, e che essi approvano tacita mente nella loro anima, ciò che smen
tiscono colle azioni. Rispondo prima mente che ho sempre credutochenonsi
potesse meglioconoscereil pensiero degli dimostrazione. Or, De Gerando non si è
curato di ciò cha prima di lui con tanta evidenza aveva detto la scuola
sensualistica. Im perocchè Locke avesse già discussa e sciolta quest'ardua
questione. Ecco cosa scriveva il filosofo inglese. Per sape re se vi sia
qualche principio dimorale nel quale tutti gli uomini convengono, io mi
richiamo a tutti coloro ch'hanno qualche conoscenza della storia del ge nere
umano, e che hanno, percosì dire, perduto di vistailcampaniledel lorovil
laggio.Mi dicanoessi ove si trovi questa verità pratica che sia universalmente
riconosciuta, come dovrebbe essere se fosse innata? (e sarebbe innata se un
senso speciale fosse stato dato all'uomo per percepirla). La giustizia e
l'osser vanza dei contratti par che siail punto sul quale gli uomini si
accordano per dare il loro consenso. É un principio, per quanto si dice,
accolto perfino dai uomini che dalle loro azioni. Se la natura si è data la
pena di imprimere nell'anima nostra dei principii pratici, certo dev'essere
stato affinchè essi siano messi in opera; e per conseguenza de vono produrre
delle azioni conformi, e non già un semplice consenso che li faccia ricevere
siccome veri. Confesso che la natura ha dato a noi tutti il desiderio di esser
felici e una grande avversione per la miseria. Son questi dei principii pratici
veramente innati, i quali secondo la destinazione di ogni principio pratico,
hanno una continua influenza sulle nostre azioni. .. L'os servanza dei
contratti è certamenteuno dei più incontestabili principii di mo rale. Ma se
voi domandate a un cri stiano che crede alle ricompense e alle pene future, per
qual ragione devesi tenere laparola, vi risponderà: Perchè Dio, arbitro supremo
della felicità e della infelicità eterna, ce lo comanda. MORALE Un discepolo di
Hobbes dirà: che il pubblico vuole che così si faccia, e che Leviathan punirà i
trasgressori. Infine un filosofo pagano avrebbe risposto che il violare
lapromessa è cosadisonesta, indegna dell'eccellenza dell'uomo, econ traria alla
virtù, la quale inalza la 97 se ne troveràuno solo il quale abbia sufficiente
forza per sopportare il bia simo e il disprezzo continuo della so cietà in cui
vive. «Si dirà forse che poichè la co scienza ci rimprovera l'infrazione delle
regole morali, devesi inferirne che noi natura umana al più alto grado diper
fezione possibile. Da questi differenti principii deriva naturalmente lagrande
diversità d'opinioni che siincontrano fra gli uomini intorno a certe regole di
morale, secondo le differenti specie di felicità a cui tendono. Oltre le leg gi
religiose e civili, v'è ancora lalegge di opinione o di riputazione, che ci fa
essere morali. È chiaro che i nomi di virtù e di vizio considerati nelle loro
applicazioni particolari sono costante mente attribuiti a tali o tali altre a
zioni, che in ciascun paese e in ogni società sono reputate onorevoli o ver
gognose. Or chiunque si immagina che l'approvazione e il biasimo non siano dei
motivi sufficienti per obbligare gli uomini a conformarsi alle opinioni e alle
massime di coloro fra i quali vi vono,non parrebbe molto instruitonella storia
del genere umano, la maggior parte del quale si governa principal mente, colle
leggi della pubblica co stumanza. D'onde risulta che essi pen sano sopra ogni
cosa a conservare la stima di coloro che frequentano, senza darsi molta pena
per le leggi di Dio o per quelle dei magistrati. Alle pene che sono attribuite
all'infrazione delle leggi di Dio, alcuni, e forse il maggior numero, non
pensano seriamente; efra coloro che vi pensano, molti sperano di mano inmano
che violano queste leggi, che un giorno si riconcilieranno | col loro autore! E
quanto alle pene in- | flitte dallo Stato, sperano sempre nel l'impunità. Ma
non vi è uomo il quale violando le consuetudini e le opinioni di coloro che
frequenta, ed ai quali vuol rendersi accetto, possa evitare la penadella loro
censura e del loro dis degno. Sopradieci mila uomini, non ne riconosciamo la
giustizia e l'obbligazione. Rispondo che queste regole ci sono insegnate
dall'educazione, dalla compagnia che frequentiamo e dai co stumi del paese: e
una volta stabilita la persuasione della morale, lacoscien zanon diventa altro
che l'opinione che noi abbiamo della rettitudine morale e della perversità
delle nostre azioni, secondo i principii appresi. Or se la coscienza fosse una
prova dell'esistenza di principii innati, questi principii po trebbero essere
opposti gli uni aglial tri, poichè certe persone fanno per principio di
coscienza, ciò che altre e vitano di fare per lo stesso motivo. «Si trovano
nella Mingrelia, scri veva Charpin citato da Buffon (Op. T. 10 р. 399), delle
femmine bellissime, che hanno un'aria maestosa e il porta mento ammirabile, e
che spirano dagli occhi una dolcezza che innamora. Por tano un abito simile a
quello dellePer siane, sono civili e affettuose, ma per fidissime, e non vi è
ribalderia di cui non facciano uso per farsidegli amanti, per conservarli o
perderli. Gli uomini hanno similmente molte cattive qualità. Vengono educati al
ladrocinio, e in MORALE 99 questo esercizio fanno consistere il loro | favore
d'essere sepolti vivi, i figli più impiego, il loro piacere e la loro glo ria.
Raccontano con estrema soddisfa zione i loro furti, e vengono perciò lo dati
universalmente. L'assassinio, il fur to, la menzogna sono per essi azioni assai
belle. Il concubinato, la bigamia, e l'incesto vengono considerati come
abitudini virtuose. Gli uni rapiscono le mogli degli altri, prendono senza scru
polo la zia, la nipote, e la zia della propria moglie; sposano due o tre don ne
in una sola volta, e mantengono quante concubine vogliono. Imariti mo strano
pochissima gelosia per le loro mogli; e quando le trovano sul fatto con qualche
galante, hanno diritto di obbligarlo a pagare un porco; e nonsi pigliano
d'ordinario altra vendetta, e mangiano fra loro tre l'animale. Pre tendonoche
siaun costume assai buono elodevolissimo quello di avere molte femmine e
concubine, mentre per tal modo si procreano molti figliuoli, che si vendono a
denaro contante, o si cam biano con vestimenti e viveri. > L'abbandono dei
malati, quello dei parenti troppo vecchi od infermi, è una regoladella maggior
partedei selvaggi. Gli Esquimesi si prendono la cura di costruire una tana di
ghiaccio nella quale li richiudono ancor viventi; ma i Neo-Caledoni non si danno
poi tanta fatica. Scavare unafossa e gettarvi den tro ancor vivi i genitori
decrepiti, od i malati tediosi, è un procedere più spe dito e che la morale
neo-caledone non condanna. Il paziente d' altronde trova questo trattamento
affatto naturale; tal volta anche si prende la briga di sca vare da se stesso
la sua fossa, e solo domanda ai suoi parenti il lieve servi zio di un colpo di
mazza. (De Rochas Nouvelle Caledonie.) AViti (Lubbock- Les Sauvages modernes
d'apres Williams et le capi taine Wilkes ) se accade che i vecchi genitori, sia
per dimenticanza, sia per un amore smoderato ed inconveniente della vita,
ritardino un po' troppo il o meno dolcemente insinuano loro come sia veramente
tempo di farla finita; dopo di che il seppellimento si compie alla piena luce
del sole, non senza so lenizzare lacerimoniaconunbanchetto, al quale sono
convitati i membri della famiglia ed i genitori stessi. I mede simi Vitiani,
allorquando muore un personaggio di qualche importanza, han no l'abitudine di
seppellire con lui le sue donne predilette e qualche schiava, che hanno però la
cura di sgozzare. Ghiotti oltre ogni diredellacarne umana, questi isolani
ingrassano gli schiavi per mangiarli. Talvolta li arrostiscono vivi per
divorarli tosto; tal altra aspettano agustare il cadavere fin che abbia rag
giunto un certo grado di putrefazione. A Viti ogni pasto officiale deve avere
un piatto d'uomo nella sualista, e mol to disdirebbe se ciò non fosse. Tenero
come l'uomo morto, è il più grande elogio che si possa fare d'una vivanda qualunque;
e perciò la carne umana ha un nome significativo: puabba balava, ossia lungo
porco. OgniVitiano chesia ben allevato, fino dalla sua infanzia ha appreso
abasto nare la madre sua, e la sua maggiore ambizione è d' arrivare fino ad
essere un grande assassino, ad acquistare, per esempio, la meritata
considerazione di cui godeva Ra Undre-Undre capo dei Raki-Raki, che
potevagloriarsi di aver mangiate novecento persone da solo, senza permettere a
chi si fosse di pren dere la sua parte. I Vitiani d' altronde sono
intelligenti, assai cerimoniosi, indu striosi e d'una squisita politezza. Nella
NuovaCaledonia troviamo dei gusti e dei costumi analoghi. I quaranta o
cinquanta mila individui che abitano questa fertile isola, trascorrono la loro
vita nello scannarsi reciprocamente, so vente, senza altro motivo che il deside
rio d'aggiungere un pezzo d'uomo agli ignami ed alle radici che costituisco no
il loro abituale nutrimento. Di so lito è una tribù vicina che fornisce 100
MORALE il miglior piatto delbanchetto, ma tut tavolta non è raro di vedere un
capo invitare gli amici a mangiare qualche duno de'suoi servi. All' infuori del
pa ziente, tutti trovano che è questa una pratica assai semplice,legittima, ed
an che gloriosa per il principe. Un capo della tribù di Heinguène chiamato Bou
rano messi a morte dai loro genitori. Bougainville nel suo Viaggio intorno al
mondo, così parla della sua perma nenza all'isola di Taiti. Ogni giorno, >
Acciajo > Piombo> 12 Carta 13 Cartone> 14 14 Crine 15 Vermiglio Paglia
16 15 Biondo . ecc . Bronzo . > Nove Dieci 11 Fante 12 Dama Re . ecc Leone
12 Anna . ecc PAESI OGGETTI Italia Alfonso Fazzoletto Spagna Temperino Svizzera
Camillo Inghilterra Francia Berta Moneta Elisa Ciondolo Ventaglio Alberto
Occhiali Anello Adriana Chiave 11 Suggello Catena . ecc Germania Prussia Russia
Turchia Belgio . ecc MAGNETISMO ecc ecc 136 MAGNETISMO ANIMALE Per meglio
intendere la cosa, fac ciamo un breve esperimento. Noi siamo in una brigata di
parecchie per sone delle quali conosciamo perfetta-- mente il nome, ed a cui
abbiamo già fatto riferire un numero per distinguer le. Dopo brevi passi
magnetici, la no stra sonnambola sbadiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci
fa la grazia di addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi
alla sonnam bola, sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa
briga. Ma essi agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non
vocali, come più innanzi vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli
occhi. Dopo aver reclamato dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia
stur bata l'efficaciadel fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato
di completa lucidità? R. Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio,
tuttochè mi senta abdiglia alcun poco, socchiude gli occhi e ci fa la grazia di
addormentarsi. In questo esperimento si può bendare gli occhi alla sonnam bola,
sebbene d' ordinario i magnetiz zatori non si prendano questa briga. Ma essi
agiscono con una chiave più complicata, anche con segni non vocali, come più innanzi
vedremo, e la son nambola ha allora bisogno degli occhi. Dopo aver reclamato
dall' adunanza il silenzio e la fede, perchè non sia stur bata l'efficaciadel
fluido, incominciamo l'azione. D. Vi sentite in istato di completa lucidità? R.
Mi pare di poter soddisfare al vostro desiderio, tuttochè mi senta abbattuta.
Vi prego perciò di non affati carmi troppo. D. Terrò conto della vostra racco
mandazione. Intanto VEDIAMO se sapreste dirmi il colore di questo oggetto ? R.
È bianco. D. GUARDATE qual' è la sua forma. R. Quadrata. R. Elisa. D. ORA
ditemi qual mano vi ha mo strato R. La sinistra. D. GUARDATE quante dita ella
alza. R. Quattro. D. E ADESSO quante ? R. Soltanto due. D. VEDIAMO che forma ha
l' oggetto che tiene in mano Camillo. R. Rotondo. D. POTRESTE voi dirmi che
cosa sia? R. Una moneta. D. INDICATENE il metallo. R. D' argento. D GUARDATE
bene in qual paese fu coniata. R. In Inghilterra. D. POTRESTE dirmi a qualmano
Elisa ha posto l' anello che poc' anzi vi ha mostrato? R. Alla sinistra. D.
VEDETE a qual dito. R. Al pollice. D. ADESSO ditemi a qual falangedel pollice.
R. Alla seconda. D. DESIGNATE la persona che mi ha dato un libro. R.Alberto. D.
VEDIAMO- ORA- PER FAVORE a qual pagina io apro il libro. R. Alla pagina 190. D.
GUARDATE-ADESSO quest' altra pa D. ORA ditemi quale oggetto ha in gina. mano
Camillo. R. Un anello. R. Ad Elisa. R. É la pagina 42. D. Vi sentite abbastanza
lucida per D. INDICATE a chi appartiene l'anello. leggere? R. Ohimè! vi ho già
detto ch' era D. PROCURATE di sapermidire a chi abbattuta. Di grazia, non
vogliate dun Camillo lo ha consegnato. R. A Giorgetta. D. ADESSO ditemi con
qual mano Giorgetta lo ha preso. R. Colla destra. que stancarmi troppo. D.
Eppure bisogna che questi si gnori abbiano un saggio della vostra chiaroveggenza
... Lo voglio! R. Concedete almeno che legga una sola lettera per volta D.
VEDETE ADESSO di che cosaè l'og getto sul quale essa pone quell'anello ? |
questo esperimento mi affatica. ... R. Lo vedo è di carta. D. INDICATE
lapersonache vi mostra una delle sue mani. sapete che D. Sia. NOMINATE la prima
lettera di questa parola. R. (Dopo alquanto spasimo) è un C. MAGNETISMO ANIMALE
D. VEDIAMO la seconda. R. È un A. D. VEDIAMO PROCURATE di dirmi la 137 Unbravo
magnetizzatore ha bisogno di comunicare il pensiero senz'uopo di ri petere
sempre le domande sopra una terza. R. È unR. chiave troppo limitata e che a
lungo andare potrebbe essere avvertita; e D. VEDIAMO ancora, GUARDATE I' ul-
prestigiatori Castagnola e Sisti che si tima. R. È un O. D. Benissimo. Tutti possono
vedere che qui è scritta la parola Caro. Ma basta per la lettura. Passiamo ad
altro esperimento. PROCURATE di dirmi quante carte ho in mano. R. Sette. D.
VEDETE chi me ne prende una? R. ÉAlfonso. D. NOMINATE questa carta. R. É il
tre. D. BENE. E quale? R. Il tre di picche. D. (agli spettatori). Ora io debbo
incaricarono di sbugiardare il magneti smo, produssero con un semplice giuoco
di memnotica, fenomeni tali di trasmis sione di pensiero, da rendere attoniti e
increduli gli stessi spettatori. Il lato mirabile del giuoco, è quello di
indovinare il nome e l'uso e la for madi quei piccoli oggetti chegli spet
tatori, d'ordinario, presentano in simili circostanze, e di indovinare
sopratutto senza uopo, per parte del magnetizza tore, di dovere ad ogni volta
variare la domanda. Al caso si può provvedere in due modi: coi segni, o colla
voce; ma me chiamare l' attenzione sopra un esperi- glio ancora con gli uni e
con gli altri mento difficile e che non potrebbe rin novarsi spesso senza molto
affaticare il soggetto. La mia sonnambola leggerà un numero in cifre ... Chi
avrebbe la compiacenza di scriverlo sopra que sta carta? ... la signora Benis
simo ( alla sonnambola ) VEDIAMO, PO ... TRESTE- ORA PER FAVORE INDICARE la
cifra che la signora ha scritto su questa carta? R.(Dopoqualche sforzo) sono
stanca, non lo posso. D. Eppure lo voglio! R. È il numero 15,906. Come
ognunvede, il giuoco si riduce aben poca cosa, ad un artificio sem plice, ed è
davvero gran motivo di me raviglia che a cose tante dozzinali pre stino ancor
fede gran parte degli uo mini. Egli è pur forzaconvincersi, dopo un certo
numero di esperimenti, che tutti i fenomeni di magnetismo si ridu cono a questo
segreto. Veramente, la tavola memnotica può essere cambiata all'infinito.
Quella che io ho dataè, co medissi, elementare, e l'esperimento con essa non
potrebbe impunemente ripe tersi senza pericolo d' essere scoperti. insieme.
Tutto l'arcano sta sempre nel creare nuovi segni, o vocali o mimici, che sieno
abbastanza impercettibili per sfuggire al più attento osservatore, e questi poi
non sono tanto difficili a for marsi, come può parere aprimagiunta. Una vocale
accentuata, una consonante raddoppiata, un articolo premesso alla domanda,
bastano per dare un nuovo numero. Un prestigiatore trasmetteva alla consorte il
nome di un oggetto, senza che apparentemente mai cangiasse il genere della
domanda. All' altro oggetto!- Tali erano le sole parole che invariabilmente
accompagnavano la sua interrogazione. Ma quanti modi e quante forme non ha la
voce per pro nunciare una stessa parola? Infatti, per il solo artificio della
lingua, voi potete dare a questa semplice domanda dieci diversi significati,
rappresentauti le disci cifre, dalla cui combinazione possono nascere tutti i
numeri possibili. Ν. Ι. L'altro oggetto Dell' altro oggetto All' altro oggetto
O l'altro oggetto «2. «3. «4. 1 MAGNETISMO ANIMALE Ed eccovi già, con
unasemplice de clinazione, quasi quattro numeri. Non occorre dire che gli
articoli premessi, si pronunciano rapidamente, quasi fossero errori di lingua.
Il quintonumero lo si può comporre, per esempio, pronun ciando la rdella parola
altro, col suono francese, e per gli altri cinque, neces sari a comporre la
decina, si raddoppia la voce e si accentuano le sillabe. Con questo mezzo voi
trasmettete una sola cifra, ma la combinazione dellaseconda cifra può farsi con
un altro alfabeto tutto mimico. L'essere voltato a destra piuttosto che
asinistra, l'alzata dell'una piuttosto che dell'altra mano, son tutti segui che
sfuggono all'osservazione de gli spettatori, ma che servono assai bene alla
sonnambula. Questa, infatti, ha già studiato amemoria unaspeciale nomen clatura
per la quale, al nome di ciascun oggetto corrisponde un numero. E per chè il
linguaggio dei segni non riesca di soverchio intralciato per dover ri correre
alla composizione di più nume ri, giova assai che i numeri siano di visi in
parecchie tavole. Sicchè, il nu mero che, acagiond'esempio,viendato colla voce
si intenderà corrispondere, poniamo, alla tavolaA, e quel che vien dato col segno
s'intenderà riferirsi al numero speciale di quella tavola, equindi al nomeche
aquelposto vi si trova in scritto. Del resto, molti sono i mezzi per comunicare
il pensiero, ed è sem pre utile il comporre alfabeti di due o tre sorta, pernon
lasciarsi cogliere alla sprovvista. Un magnetizzatore comuni cava il pensiero
senza parola e senza gesti: si poneva dietro alla sonnambola ecolle braccia
tese le inviavailpotente suo fluido, sbuffando come un-mantice. Chi avrebbe mai
sospettato che egli aveva composto un alfabeto sul sem plice modo della sua
respirazione? Per chi dunque voglia sinceramente che l'osservatore siadotato
diuna certa penetrazione delle cose,diuna provata esperienza e che sopratutto
si trovi li bero da quegli impacci sociali,daquelle deferenze, che d' ordinario
in una riu nione di persone impediscono di dubi tare di tutto e di tutti, di
non accredi tar fede all' altrui parola, di voler ve dere e toccare con mano
ogni cosa, di variare l'ordine degli esperimenti e di volerli riprodotti in
diverse circostanze. Le arti dei magnetizzatori sonomolte e varie e perciò la
regolasicuraper isco prirle deveemergere, asecondadei casi, dalla prontezza ed
accortezza dell'osser vatore. Importanotareche ifenomenidel sonno, della
catalessi, dell' insensibilità periferica dell' epidermide, del rallenta mento
del polso e simili, non debbono mai considerarsi come prove valide nella
questione. L'esercizio può produrre una tensione de'nervi superiore all' ordina
naria, e la semplice volontà di tendere con forza i muscoli del braccio, può
rallentare la circolazione di quel mem bro. Talora anche si ricorre ad un cinto
di gomma elastica che circonda il brac cio sotto l'ascella, il quale con un
semplice movimento stringe le vene e toglie il libero corso alla circolazione.
Io stesso sono riuscito con una gran tensione dei muscoli e rallentando, per
quanto è possibile il respiro, a modifi care, se non a sopprimere del tutto, la
pulsazione di un braccio. Fra-i fenomeni prodottidai magne tizzatori ve n'è uno
che maggiormente impone al pubblico, e che i magnetiz zatori tengono in serbo
siccome l'espe rimento più adatto aridurre al silenzio l'incredulità. Sanno
tutti che voglio parlare della perforazione del braccio. I magnetizza tori
sogliono in codesto caso trapassare il braccio del supposto magnetizzato con un
lungo spillo d'oro, senza che il paziente dia pur segno d' avvedersene, e, cosa
ammirabile, quand'eglino estrag gono dal foro quello spillo, non una e senza
idee preconcette esaminare i così detti fenomeni del magnetismo a nimale, la
buona volontà, se ne accer tino pure i lettori, non basta. Bisogna | goccia di
sangue escedalla ferita. Il pubblico che d'ordinario non sa come si faccia
quell' esperimento, ne resta fortemente impressionato; le si gnore si coprono
gli occhi per non ve derlo,e semai vigettanodi sbieco qual che occhiata, ne
sono sì commosse, e così leggiadramente atterrite, che guai al malcapitato che
in quel momento 139 mentre la gomma tende a distendersi circolarmente intorno
alla periferia, l'ago comprime bensì la parte rotonda dek braccio, manon può
piegarsi per ab bracciarne tutta lacirconferenza; d'onde quel leggero
stiramento della gomma ches'increspa sui puntiestremi d'immer tentasse di
disilluderle intorno al ma gnetismo. Comepotranno esse persuadersi che quell'
esperimento che riesce sempre, e sempre impone, non è gran fatto dolo roso,
come generalmente si crede, eche non occorre poi di essere magnetizzati,
nètampoco catalettici per sostenerlode gnamente? Madacchè sono sull'argomento,
vo glio pur persuadare i miei lettori, che in tutto cotesto apparato
d'insensibilità non vi è cosa alcuna che veramente meriti la loro sorpresa,
dacchè il foro non trapassa guari il muscolo del brac cio. Il magnetizzatore
prende destre mente tra l'indice e il pollice la pelle dell' avambraccio,
latira a sè, in guisa che quel tessuto sommamente elastico corre facilmente dai
punti estremi della periferia, al luogo dove ledita lo strin gono, e al
tempostesso formando come una piega l' allontanano dal muscolo. Ed èlàdove le
dita tengono quel ri piegamento della pelle, il quale non è più grosso di un
mezzo centimetro,che il magnetizzatore immerge l'ago da sione e d' emersione. E
appunto questo leggero increspamento, che sempre si osserva sulle persone così
operate dai magnetizzatori, come purelostudio che questi pongono di volgersi in
maniera da non essere veduti dal pubblico nel brevissimo momento in cui fanno
de stramente quella operazione, mi con dussero nel convincimento che lo spillo
si immerge soltanto nella pelle, corre tra il muscolo e il derma, e se n'esce
ancora dalla pelle senza avere offesa alcuna parte sensibile. Cosi spiegata la
cosa si capisce subito la ragione per cui da queste ferite, per solito, non e
see mai sangue, o una goccia al più. Salvo quei pochi e sottilissimi vasi san
guignichesononelderma,nessuna vena resta offesa, e la tensione del braccio che
viene alzato e tenuto immobile in una finta calessi, lo spillo lasciato im
merso per alcun tempo onde tutti gli spettatori lo vedano e il sangue leg
germente e internamente si raggrumi, sono motivi che dovrebbero farci mara
vigliare che dalla ferita sortisse sangue, piuttosto che del casoopposto. Non
ab biamoforsepiùdi unavoltaincertipaesi veduto ai giovani vitelli e agli
agnelli, vivi ancora,tagliare la pelledelle gambe posteriori presso l' unghia,
estrarne i tendini e con quelli attaccarli vivi col parte aparte. Quindi,
abbandonata la pelle, quella ritorna al suo posto, la piega si distende sopra
l' ago e lo co pre quasi interamente,dimanierachè, ad operazione finita, par che
l'ago sia pas- | capo abbasso, acciocchè dalla ferita che sato attraverso al
braccio. Egli è come se si stringesse fra le dita la manicadi un vestito di
gomma elastica. La gom macede, si allontana dal braccio e in quel sottilissimo
strato che resta fra le dita si può immergere unospillo. Quindi se la gomma
vieneabbandonata, si di stende, comprime lo spillo contro il braccio e là dove
sono ifori forma due lor si farà al collo più facilmente ne sgorghi il sangue?
Ebbene, spesso ho veduto che da questi tagh, sempre ab bastanza ampi per
poterne estrarre i tendini, nonusciva goccia di sangue, o tutt' al più
rosseggiavano i margini della ferita; e nel laboratorio fisiologico del prof.
Schiff, ho poi provato più di unavolta aforare la pelle di un cane vivo eterizzato
senza che laferita, fatta Ita piccole crespe, cagionate dal fatto, che nel modo
che si èdetto, accennasse pur anche a rosseggiare. In conclusione, se si pensa
che i tessuti vivi trapassati dallo spillo non presentano in com plesso un
diametro maggiore di tre o quattro millimetri, si capirà facilmente che il
dolore cagionato da quella ope razione deve essere ancora inferiore a quello
che si prova nell'innesto del va iuolo; e che perciò non occorre proprio di
essere magnetizzati per poterla so stenere senza presentare tracce visibili di
esteriore sensazione. Orcotestoesperimento,fatto e rifatto in privato, mi
capitò appunto l' occa sione di ripetere in pubblico nell'estate dell'anno
1875, quando una sfida vera mente singolare era stata bandita a Firenze dal
magnetizzatore Zanardelli. In quella occasione ho pubblicamente eseguita la
perforazione del braccio senza bisogno di ricorrere al magne tismo. Lo spillo
d'oro adoperato era lungo bennove centimetri; la distanza fra il
puntod'immersione e quello d'on deusciva dalla pelle eradi sei centi metri,
sicchè sembrava che il braccio fosse interamente perforato poco al di sopra del
suo diametro. Il dolore della ferita, per quanto mi assicurò il prof.
Golfarelli, che gentilmente si prestò come paziente, non fu maggiore di quello
che potrebbe recare una sem plice puntura cutanea, è dopo l' opera zione, nè
nei giorni successivi, ebbe a soffrire il più leggero incomodo. Ben si vede
dunque che una operazione fatta in queste condizioni non può gran che
spaventare le nostre finte sonnambole, e che se l'amore per laverità può
spingere gli uomini onesti a sopportare ben di buon grado il leggero incomodo
di quella puntura, l'avidità dell'interesse può renderlo sopportabilissimo a
coloro che si fanno credere magnetizzati. Quando isignorimagnetizzatori siano
posti in condizioni che escludano ogni possibilità di simulazione o di allucina
zione, tosto tutte le meraviglie magne tiche scompajono, e il preteso fluido,
nonchè essere inetto a generare lachia roveggenza, è eziandio impotente apro
durre qualsiasi apprezzabile effetto. Fu questa conviuzioneche indusse la
Società dei Razionalisti di Firenze a pubblicare il seguente concorso ma
gnetico: «La Società dei Razionalisti di Fi (Wolf. Ontologia) Io convengo
pienamente con Wolf che l'impossibile è nulla; ma sostengo ancora che è nulla
anche il possibile, perciocchè ogni possibile che non sia in atto, non esiste
ancora, e ciò che non esiste è nulla. Io ho un bel dire che fra una mezz'ora
possc sperare di avere riempita questa pagina di fitta scrittura; ma finchè
quella scrittura non sia com parsa sulla carta, potrò io dire che qualche cosa
esiste? Il possibile è una idea di pura relazione, e si riferisce al fatti
anteriori già osservati, che ci in ducono nella possibilità che fatti simili si
ripetano ; questa relazione non può dun que esistere senza la cosa a cui si
rife risce. È la stessa distinzione che con vien fare per le funzioni in atto e
quelle in potenza. Finchè la funzione non si estrinseca e diviene un fatto, non
può esistere. Io non posso dire che esista il movimento di una locomotiva
ferma, sebbene sia possibile che si muova. So bene che in potenza essa ha
questa fa coltà di moto, ma finchè la facoltà non si fa azione, moto non
esiste. Concludo che la nozione del possi bile, è nulta anch' essa, come quella
dell' impossibile. L'una e l'altra sono dei puri concetti, e come tali esistono
subbiettivamente, solamente in quanto ci rappresentano cose o fenomeni che i
sensi hanno percepito (possibile) o non hanno mai percepito, e che perciò ri
tengono impossibili. Mi pare che Dumarsais definisca i limiti del quesito nel
seguente passo del suo Trattato dei Tropi: « Gli og getti reali non sono sempre
nella stessa situazione: essi cambiano di luogo, spa riscono, e noi sentiamo
realmente que sto cambiamento e questa assenza. Al lora accade in noi un'
affezione reale, per la quale sentiamo che non ricevia mo al un'impressione da
un oggetto, la cui presenza eccitava in noi effetti sen sibili: da ciò deriva
l'idea di assenza, di privazione, di nulla; di modo che, sebbene il nulla sia
in se stesso nulla, questo vocabolo denota un' affezione reale dell'intelletto
; cioè un'idea astratta che noi acquistiamo coll'uso della vita, nell'occasione
dell'assenza degli oggetti e di tante privazioni che ci recano pia cere o ci
affliggono ». Nullismo o Nihilismo. Dot trina dei buddisti, per la quale
credono essi che la suprema felicitá sia l'annien tamento del corpo e dello
spirito; sorte riservata ai soli beati, i quali cessando di trasmigrare di
corpo in corpo perdono lacoscienza di se stessi e si con fondono in Dio (v.
BUDDHISMO). rità oggidi perdute ; ma questa opinione non ha altro fondamento
che la ten Numero. Ciò che fu detto all'ar ticolo MATEMATICA, deve aver
chiarita la ragione per cui facilmente gli uomini siano trascinati ad
attribuire ai numeri un valore simbolico che ad essi manca assolutamente. Le
operazioni che, gra zie all'aiuto dell' insegnamento tradizio nale, si compiono
con grande facilità mediante i numeri, e poi si riconoscono esattamente
corrispondenti alla realtà, hanno fatto credere a molti che i nu meri non
solamente fossero i simboli dellecose, ma l'essenza delle cose stesse. Di tal
novero furono Pittagora e Pla tone, i quali introdussero nella filosofia i
simboli numerici, come se fossero per se stessi dei principii propri a spiegare
le cose. Dei pregiudizi dei Pittagorici intorno a questo argomento, così parla
Aristotile: > (Matt. V 29,30). Nel suo vivo entu siasmo, Origene,
interpretando alla let tera questo precetto, si recise le parti genitali. La
quale mutilazione fu ap provata da Demetrio suo vescovo. Ma quando il nome e
lafamadi Origene lo fecero chiamare a Cesarea per inse gnarvi la scrittura
nelle assemblee dei fedeli, Demetrio cominciò ad essergli contrario; e quando i
vescovi di Cesa rea edi Alessandria lo ordinaronoprete, Origene nel suo libro
contro Celso combattè le accuse che questo filosofo epicureo moveva contro i
cristiani; ma il trattato di Celso essendo perduto, nonci resta alcun mezzo per
giudicare il fondamento delle accuse, che dalla confutazione dalle citazioni di
Ori gene; il quale se abbia sempre citato fedelmente è lecito dubitare vedendo
com' egli descriva Celso, così accanito nemico dei cristiani, e al tempo stesso
credente nei miracoli di Gesù. Origene mort nel 263 in età di 69 egli
disapprovò vivamente quella ordi- anni. Di lui così scrisse S. Gerolamo :
nazione, e disse essere Origene irrego lare, avendo commesso un omicidio so pra
se stesso. Adund anche un concilio contro Origene a cui fu intimato di « Dopo
gli Apostoli 10 considero Ori gene come il grande maestro delle Chiese; l'
ignoranza sola potrebbe ne gare tale verità. Io mi caricherei volen uscire d'
Alessandria . L' ordinazione vivamente combattuta da una parte e con
altrettanto calore sostenuta dai ve scovi di Alessandria e di Cesarea, ca giond
molte turbolenze nella Chiesa, e porse occasione a Demetrio di dimo strare gli
errori dommatici che quel dottore della Chiesa aveva introdotto nel suo
insegnamento. Il Trattato dei principii contiene l'e sposizione delle sue
opinioni religiose. Secondo ogni evidenza Origene fu neo platonico. (v.
NEOPLATONISMO). Platone è il filosofo antico che ottiene le sue maggiori
simpatie, e nella sua filosofia egli trova chiaramente annunciata la Trinità.
Le anime senza corpo egli non concepisce; fuor di Dio egli non vede che esseri
in relazione colla materia, dotati di corpo. Questo carattere della teologia
origenista ci rivela che l' idea tieri delle calunnie di che gravato venne il
suo nome, purchè a tale prezzo io potessi avere la sua scienza profonda delle
scritture ». Quantunque fatta da un santo e da un padre della Chiesa, non si
può dire che questa dichiara zione sia molto ortodossa. Origenisti. Coloro che
fondan dosi sugli scritti di Origene, sostene vano che Gesù Cristo è figliuol
di Dio soltanto per adozione; che le anime e sistono prima di essere congiunte
ai corpi; che i supplizi deidannati avranno unfine, eche i demoni stessi
saranno li beratidallepene dell'inferno. Alcuni mo nacid'Egitto e di Palestina
professarono queste opinioni, le propugnarono con pertinacia e furono cagione
di gravi scompigli nella Chiesa: ma vennero con dannati dal quinto concilio
generale te nuto in Costantinopoli l'anno 553, e in OTTIMISMO quellacondanna
rimase avvolto lo stesso Origene. Erano allora gli origenisti divisi in due
sêtte; ma nell'una e nell'altra pro fessavano tutte le sentenze de'librid'Ori
gene. I sostenitori della figliuolanza so 193 della grazia ha stabilito
ilprincipio che Dio non può operare che per la sua gloria; d' onde conclude che
Dio nel creare il mondo lo ha fatto secondo quell'ordine di cose che era più
adatto lamente adottiva di Gesù Cristo asseri vano altresì che nel giorno della
risur rezione generale gli Apostoli sarebbero fatti eguali aGesù Cristo; perciò
furono denominati isoscristi. Quelli che inse gnavano essere le anime umane
esistite innanzi all'unione coicorpi, furono detti protocristi, voce indicante
l'opinione che sostenevano. Ignorasi donde sia venuto aquesti il nome di
tetraditi o infatuati del numero quattro. Non deesi confondere questo orige
nismo con gli errori di un' altra sêtta i cui partigiani vennero chiamati
anch'essi origenisti od origeniani da un Origene loro capo, uomo affatto
oscuro. Condan navano costoro il matrimonio ed asse rivano che qualunque più
enorme atto disonesto non è peccaminoso. I Santi Epifanio ed Agostino che
ricordano que sto sozzo origenismo confessano che nessun motivo vi diede il
celebre Ori gene, padre della Chiesa, ilquale, come si sa, si tolse da se
stesso le parti ge nitali per non cadere in tentazione (v. EUNUCHI).
Osservazione.VediEsperimento. Ottimismo. Sistema di chi af ferma che il mondo
in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili; che Dio stesso, sebbene sia
onnipotente, non po trebbe farlo migliore di quel che è, perocchè all'atto
della creazione egli ha appunto dovuto dispiegare tutta la sua possanza per
produrre opera degna della sua perfezione. Malebranche e Leibnitz furono i
principali sostenitori di questo sistema tutto teologico, col quale essi intesero
di confutare le obiezioni di Bayle contro la provvidenza e l'unità di Dio,
dedotte dall'esistenza del male (v. DUALISMO). Malebranche nei suoi Dialoghi me
tafisici e nel trattato Della natura e amettere in evidenza le sue perfezioni.
Egli fonda quel suo principio, confron tando il sesto dei Proverbi, (XVI, 4)
con le parole di S. Paolo ai Colossesi (I, 16) e ne deduce che Iddio, creando
il mondo,nonsolamente ebbe per scopo l'ordine fisico e la bellezza dell' opera,
ma l' ordine morale e sovranaturale di cui Gesù Cristo è, per così dire,
l'anima ed il principio, e che dispiega ai nostri occhi i divini attributi
assai meglio che l'ordine fisico dell' universo: perciò a voler comprendere l'
eccellenza dell' o pera di Dio, non bisognaseparare l'una dall' altra queste
due considerazioni. > (Ici, N.º 10). (N.° 10). É facile vedersi che qui si
ritorna sempre alla solita petizione di principio. Non si esamina se '
imperfezione del mondo non derivi da ciò: che nessuna intelligenza creatrice
presiedette alla sua formazione; sibbene si ammette già a priori questa
intelligenza, per con cludere che se essa ha scelto il mondo comesi trova, è
segno che questo mondo è il miglioredei mondi possibili. Eppure non sarebbe
difficile concepire un mondo migliore, ( v. ORDINE E PERFEZIONE ) e alla
onnipotenza di Dio non doveva es sere impossibile di farlo. Secondo l'opi nione
di Leibnitz, è falso che sul nostro globo la somma dei mali superi quella dei
beni. « Il difetto d'attenzione, dice egli, è quello che diminuisce i nostri
beni, e bisogna che questa attenzione venga in noi destata da una mescolanza di
mali. > egli sostitui quest' altra più precisa e più conforme ai nostri
bisogni: > Dalla Grecia il panteismo passò nella filosofia dei romani.
Varrone, Plinio il naturalista, i poeti Manilio, Lucano e perfin Virgilio
furono accusati di aver partecipato a questa scuola. Virgilio, di cono, ci
parla di Giove come padre di tutti gli uomini e di tutti gli Dei; e Cicerone
facendosi storico delle dottrine sparse nella sua patria, ci narra che secondo
queste dottrine « l' Essere ani mato, ricco di prudenza, e d'intelletto, è
stato generato (non creato) inmaniera ineffabile dal Dio supremo ». Alquanto
più tardi gli stoici romani abbandonan do il panteismo per generazione, ab
bracciarono quello per animazione. Lu cullo e Balbo, secondo Cicerone, eransi
dichiarati per il mondo animale ed ani La scuola eleatica è più esplicita.
mato; e per il Dio anima del mondo. Senofane considera Dio come Uno e La quale
opinione Cicerone confutava PANTEISMO mettendo in bocca all' epicureo Vellejo |
sospetti di averlo appoggiato. La sola queste parole: « Il nostro Dio è per lo
meno felicissimo; mentre il vostro è so prafatto dalle occupazioni e sfinito.
Im perocchè o Dio è il mondo medesimo, e alloraniuna cosa avvi meno tranquilla
di questo Dio, obbligato continuamente a rivolgersi intorno all' asse del
cielo: questo Dio non potrebbe essere felice, perchè felice non è chi non
ètranquillo: ovvero Dio è mescolato al mondo per animarlo e reggerlo, per
vegliare al cor so degli astri, coll' occhio sempre vigi lante su tutte le
terre e su tutti mari perprocurare il bene e conservare la vita degli uomini,
ed allora voi conver rete che questo Dio è schiacciato sotto il peso di tante
sollecitudini e di tante no iose cure » (De nat. deor) Nè pure il panteismo
pittagorico ap pagava Cicerone, il quale meravigliava che Pittagora ammettendo
le anime u mane come tante particelle della divi nità, supponesse
implicitamente un Dio capace di soffrire e di essere lacerato abrani. È
opinione accreditata che il pan teismo delle scuole greche sia passato anche
nella filosofia neoplatonica degli alessandrini. Ma anche di questo pas saggio
si hanno pochi indizi; e mag giori induzioni che citazioni. Bayle nel suo
Dizionario critico accusa Plotino di essere panteista, perch' egli diceva che
ogni cosa pareva non essere infine che una sola sostanza, la quale non ha di
visioni, nè differenze che nei nostri con cetti. Noi non ne percepiamo che qual
che parte solamente, le quali non po tendo abbracciare nel loro insieme tras
formiamo in esseri reali. (Ennead.). Anche B. Constant crede che mal grado la
professione di fede deista dei neoplatonici, quell' essere uno, esistente
realmente, quell' anima universale con tenente tutte le anime, quella materia
creata dalla forma e tutte le altre sot tigliezze di quei filosofi si
avvicinano troppo al panteismo perchè non siano differenza, secondo Constant,
era nello spirito dell' epoca. Il panteismo che a veva condotto Senofane all'
incredulità, conduceva invece i neoplatonici all'en tusiasmo. Anche parecchie
sette del cristiane simo furono convinte di professare un panteismo mistico.
Sotto il dualismo di Manete, alcuni hanno trovato una ten denza unitaria, per
la quale i manichei insegnavano che il mondo è una sola anima che si comunica
atutti gli esseri animati; non tutta a tutti come si co munica la voce, ma
dividendosi come un' acqua distribuita in diversi canali. Marcione e Carpocrate
sebbene unitari, anzi appunto perchè unitari, furono co involti nella stessa
accusa; e dei gno stici fu detto che ammettevano un solo principio eterno,
dalquale emanava ogni essere spirituale e materiale. Queste ac cuse hanno forse
per fondamento una soverchia generalizzazione. Ciò nono stante, bisogna credere
che il panteismo, o aperto o latente, fosse assai divul gato anche nei primi
secoli del cristia nesimo, perchè i padri mettessero tanto impegno nel
combatterlo. Lattanzio lo confuta nel libro De vita beatu (lib. VII); e S.
Agostino nel libro II De Genesi combatte imanichei, e nella Città di Dio coloro
che dicevano che ogni cosa era parte della divinità. Anche S. Crisostomo e dopo
di lui Teodoreto nelle loro spie gazioni sulla Genesi confutarono l'opi nione
di coloro che sostenevano essere l'anima una parte della divinità. Écosa
singolare che il panteismo, oggetto di tante censure da parte dei padri,
risorgesse poi nel seno stesso della filosofia scolastica, essenzialmente
cattolica, e trovasse maestri e propu gnatori in Davide de Dinant, Almarico e
generalmente in tuttiirealisti (v. Sco LASTICA). Non è però soverchio avver
tire che questi, più che filosofi, teologi, nonfurono scientemente condotti
alpan teismo, e che questo sistema filosofico PANTEISMO s' induce come
necessaria conseguenza de' loro principii, piuttosto che essere stato
dichiarato da essi come profes 201 veramente non dice S. Giovanni che nel
principio era il Verbo e il Verbo era Dio, che ogni cosa è stata fattaper esso
sione di fede. Maggior fondamento ha l'accusa fatta a Giordano Bruno, del quale
così parla il padre Ventura. >> Hegel vuol invece che l'unità esista
nella sostanza; e la sostanza che sola esiste, che sola pensa siaDio, il quale
si manifesta nel mondo finito. Io ho appena accennatoleultime fasi del
panteismo. Ricaduto neltrascenden tale esso riproduce le solite antinomie degli
scolastici; senza averne la chiarez zae la potente dialettica, si aggira in un
circolo vizioso di parole mal defini te, e di continue equivocazioni. Èdunque
stretta giustizia il dire che Spinoza fu l'ultimo vero panteista che abbia
fondato una scuola. Papa. Il nome di papa, che signi fica padre, anticamente
era dato dai fedeli a tutti i sacerdoti; divenne in seguito un titolo di
dignitàpei vescovi, efu in fine riservato al solo vescovo di Roma, quando
questi pretese il pri mato. Per i cattolici è articolo di fede che San Pietro è
stato capo del colle gio apostolico e pastore della Chiesa universale; che il
romano pontefice è il successore di quel principe degli apostoli » ed ha come
lui potestà e giurisdizione su tuttalaChiesa. Il Con cilio di Trento (Sess. VI
de réform. C. I. Sess. XI c. 7) ha espressamente de finito che il sommo
pontefice è il vi cario di Dio sulla terra, ed ha la su (XVI, 18) ove è scritto
che Gesù disse aPietro: > Dunque a Costantinopoli piuttosto che a Roma i
padri del concilio riconoscono la giurisdi zione in grado di appello. Anche i
padri del Concilio generale di Affrica, fra i quali si trovava S. Agostino, si
PAPA 209 lagnarono col papa Celestino, perchè come alle altre Chiese d'
occidente, e aveva ammesso Appiario alla sua co- mandò lettere a Innocenzo,
vescovo di munione, mentre era stato escluso da| Roma, nello stesso tempo che
scrisse quella delle Chiese d' Affrica. una serie di considerazioni tendenti a
rimettere in dubbio l'esistenza di questo Dio ; delle quali considerazioni ecco
la sostanza. Delle cose pensate noi dobbiamo co noscere la sostanza, la forma e
il luo go, poichè nessuno potrebbe concepire, p. e, un cavallo senza sapere
chefi gura abbia, se sia corporeo o incorpo reo ecc. Ma intorno aDio i
dommatici non si accordano nè sulla sostanza, nè sulla figura, nè sul luogo,
giacché al cuni lofanno incorporeo, altri gli danno corpo; chi lo pone fuori e
chi dentro il mondo: chi gli dà sembianze umane, echi no. Ma dicono: e tupensa
un che di incorruttibilee beato, e argomen terai questo essere Dio. Ma alla
guisa chenonconoscendo Dio altri non può pensare gli accidenti di lui; così
poichè ignoriamo la sostanza di Dio, non po tremo immaginare gli accidenti a
lui propri. Ma quando pure Dio fosse im maginabile, non potrebbe tuttavia di
mostrarsi. Poichè la dimostrazione chiara od oscura. Ma se la dimostra zione di
Dio fosse chiara, tutti l'ammet terebbero, poichè in tal caso la cosa
dimostrata si concepisce insieme alla dimostrazione, e perciò anche si intende
con essa : se la dimostrazione è o scura, ha bisogno di altra dimostra zione
per essere dimostrata, la quale non può essere chiara, perchè in tal caso non
sarebbe più oscura, ma chiara l'esistenza di Dio: nemmeno può essere oscura
perchè una dimostrazione oscura non può chiarirne un' altra oscura. Infine si
adduce l'obbiezione più formi dabilenella esistenzadel male,obbiezione che fu
poi sostenuta dai manichei e da Bayle. Chi afferma esistere Dio, o dirà ch'ei
provveda alle cose del mon do, o che non provvede: e se provvede, sarà o a
tutte o a talune. Masedi tutte e' pigliasse cura, non sarebbe nelmondo
verunmale, nè alcuna cattiveria: ma di cono che tutto sia pienodi male, dun que
non si avrà a sostenere che Dio abbia cura di ogni cosa. Che se ei ne cura
alcuna soltanto, perchè a queste provvede, a quelle no? In fatti, o egli vuole
può atutte provvedere ; o vuole e non può; o può e non vuole: o non può e non
vuole. Se volesse e potesse, avrebbe cura di tutte; ora ei non prov vedeatutto
(secondo che dicemmoinnan zi), dunque nonvuole e non può a tutto provvedere. Se
ei vuole, e non può, desso è più debole della cagione per cui non può
provvedere alle cose di cui non si cura; ma è contro il concetto di Dio che ei
sia più debole di altro. Se può curarsi di ogni cosa e non vuole, è da
reputarsi invidioso. Se non vuole yè può, è invidioso e anche debole; e il dire
ciò intorno a Dio è proprio degli empii. Alle cose del mondo non provvede
dunque Iddio: e se egli non ha cura veruna e non esiste opera di lui, nè
effetto: nessuno può dire inquale modo comprenda l'esistenza di Dio, poscia
ch'ei non appare da sè e non si com prende per alcuno effetto. Anche perciò è
dunque incomprensibile se Dio esista. Concludiamo, da siffatte avvertenze, che
coloro i quali dicono asseverantemente che Dio è, sono costretti ad empietà;
che se lo dicono provvidente ad ogni cosa, portano Dio ad essere cagione dei
mali; selo dicono curante di alcune cose o di nessuna, sono costretti am
mettere un Dio o invidioso o debole ; tali sentenze si conoscono proprie degli
empii. Così del pari il pirronismo rima ne indifferente fra il bene e il male,
nè afferma o nega che causaci sia, o movimento o quiete ecc. Che alcune volte
non introducanei suoi giudizi dei veri sofismi, non può negarsi; ma nè manco è
giusto affermare, come alcuni hanno fatto, che il pirronista abbia ap preso dai
sofisti tutta la scienza del dubbio. La maggior parte degli argo menti dei
pirronisti convengono piena mente agli scettici d'oggidì, e se tutto lo
scetticismo consistesse nel negare che intuizione vi sia dell'assoluto, si
apporrebbe al vero. Ma dalle cose as 267 il nulla. Più che diversità di
principii, tra lo scettismo dell'Accademia e quello di Pirrone, vi è diversità
nelle conseguen ze; giacchè gli accademici se sospende vano il loro giudizio
intorno a molte cose, non erano per questo indifferenti solute alle relative ci
è grande diffe renza, come non si può argomentare, dalla differenza dei gusti e
delle aspi razioni alla felicità, che cosa buona non vi sia. Buona per tutti
forse no; mada coloro a cui piace o a cui reca sollievo perchè non si dirà
buona? E perchè i sensi talora ingannano, nè tutti perce piscono le cose nel
modo stesso, si do vrà negare ad essi ogni fiducia? Non pronunciamo mai
sentenze assolute, ma relative solamente al nostro giudizio, ai nostri sensi;
non pretendiamo di intuire le essenze, nè di comprendere l'infinito eallora
saremo nel vero. La relatività delle nostre conoscenze e dei nostri giudizi
bastano per la vita pratica e per la nostra felicità Prendiamoqueste cognizioni
relative come se fossero as solute e regoliamoci con esse, nè pre tendiamo di
tenere ognora e per tutto sospeso il nostro giudizio, poichè una sospensione
siffatta non è nella natura nostra, nè possibile ad applicarsi nella vita
pratica. È una contraddizione del pirronismo quella di presentare il dub bio
come uno stato fermo, costante, che rappresenta il perfetto equilibrio, il ri
poso della volontà e il supremo bene. Questa condizione non può condurre che
all'indifferenza perle cose del mon do; e lapersuasione dell'impotenza no stra
a spiegare checchessia, deve as sopire la nostra intelligenza in un mor tale
letargo. Questo stato dell'animo è la morte e non la vita; e la indifferenza di
Pirrone per i dolori fisici così come per i morali, non è certol'idealedella
vita, nè la vera felicità. L'assenza del dolore, e del piacere non è la
felicità, è alle cose del mondo, ma stimavano con veniente fra le controversie
appigliarsi alle più probabili, quali erano percepite dai sensi ( v. PROBABILITÀ).
Pittagora. Lavita di questo fi losofo si perde nella favola, tanta è l'
incertezza dei documenti che l'anti chità ci ha trasmessi intorno a lui. L'anno
della sua nascita è molto con troverso: Lloyd la poneva nel 585 a. G. C.;
Dodwell nel 568, o nel 567; Freret nel 580. Non si sadel pari con certezza il
luogo ove nacque; ma i più ritengono che l'isola di Samo gli abbia dato i
natali. Suo padre eratrafficante, l'associò per tempo ai suoi viaggi e gli
procurò una educazione distinta. Cre sciuto in età, secondo le abitudini del
suo tempo, prese a fare alcuni viaggi di studio, a solo fine di abboccarsi co
gli uomini più illustri e visitare i luo ghi che la fama indicava come quelli
che erano più innanzi nella civiltà. Abitò lungamente l'Egitto e l'Asia Mi
nore, e vi fu chi lo mandò fino nell'In dia e nella Persia, sicchè dicesi che
vi apprendesse l'astronomia, la medicina e la geometria, la quale scienza egli
in segnò appena tornato in patria. Da Samo passò quindi nellaMagna Grecia; ma
Porfirio e Giamblico lo fanno prima successivamente immigrare in tutte le isole
della Grecia per propagarvi la scienza misteriosa che essi suppongono che abbia
appreso dai sacerdoti egizi. Finalmente verso l' anno 410 a, G. C. formò stanza
a Crotone, città del golfo di Taranto, nella Calabria che allora, per le
Colonie greche che l' abitavano, veniva detta Magna Grecia. Di costumi austeri,
frugalissimo e amante della so litudine, non tardò a suscitare quella viva
curiosità che è foriera della fama. In breve e giovani e vecchi accorsero
PITTAGORA a sentire la sua parola, e tanto fu l'au torità che acquistò anche
tra i primati, che più e più volte fu richiesto di con siglio intorno alla cosa
pubblica. Ai giovani, a' vecchi alle donne insegnava le virtù private, parlando
in pubblico e più specialmente nei templi, come per dare ai suoi precetti il
carattere sacro della religione. Ma le passioni non tardarono a scatenarsi
contro di Jui, e la persecuzione che accanì contro la sua scuola pare che
facesse anche il filosofo sua vittima verso l'anno 500. Da chi e perchè quella
persecuzione fu suscitata ? Niuno sa dirlo. Si citano la vendetta e l' invidia
per spiegarla, ma qual sarebbe stato il movente di queste passioni? Diogene
Laerzio così raccon ta: Era entrato nella casa di Milone co'suoi compagni,
quando uno di coloro che egli non volle accettare fra i suoi, bruciò la casa.
Altri dicono che i Cro tonesi per sospetto e per paura di do ver soffrire la
sua tirannia lo piglia rono mentre fuggiva l'incendio e l'uc cisero con alcuni
de'suoi discepoli. Di cearco narra che Pittagora fuggì nel tempio delle Muse a
Metaponto, ed es sendovi rimasto per quaranta dì senza nutrimento però d'
inedia. Eraclide nel compendio delle vite del Satiro rac conta che Pittagora
dopo avere inual zato un monumento in Delo sulla tom ba di Terecide suo
maestro, ritornò in Italia, pervenne al Metaponto ed ivi, stanco di vivere, si
lasciò morire di fame. Ermippo dice che essendo in guerra quei di Agrigento con
i Siraçu sani, venne Pittagora con i compagni d'Agrigento a dare aiuti ; ma
essendosi volti a fuga i suoi, egli ricoverò in un campo di fave, le quali
volendo schi vare, siccome sacre, fu preso dai Sira cusani e fatto morire ». La
famadi Pittagoracome filosofo, è certamente superiore ai suoi meriti. Inclinato
alla contemplazione mistica, egli ama il mistero, e si compiace di creare una
dottrina arcana, l' immenso successo della quale e certamente do vuta alle
molte difficoltà che gli uo mini avevanod'intenderla. A somiglianza dei
sacerdoti del paganesimo, instituì un doppio insegnamento: quello che egli
indirizzava alla generalità degli ascol tatori, e quello riservato ai pochi
eletti. Aveva fondato un istituto col quale i conventi del cristianesimo hanno
moita analogia. Gli allievi vi erano assogget tati a lunghe prove, e passavano
per gradi successivi proporzionati al loro ingegno e alla loro virtù. Era una
sorta di iniziazione sacerdotale, una vita mistica, la quale si è sorpresi di
vedere lodata anche da molti moderni, pedis sequi copiatori delle glorie pittagoriche.
Gli allievi dell'Omachoion, nome dato all' istituto pittagorico, e che vale udi
torio comune, mettevano in comune i loro beni e coabitavano insieme con le loro
tamiglie, tutti restando sottoposti alla stessa regola. Vestivano una to naca
bianca e alternavano le occupa zioni fra lo studio, la lettura dei poeti, la
ginnastica, i sacrifizi e le cerimonie religiose. Dai loro pasti era bandita o
gni specie di carne: le uova, il vino, e ognispecie di bevanda alcoolica era
loro interdetta . Anco le fave dicesi che avessero in orrore perchè rappre
sentano le parti sessuali della fem mina; ma altri lo negano e tengono ciò per
una favola. Fatto è che Pitta gora raccomandava a tutti l'uso dei cibi
vegetali, escludendo le carni e il pesce, come sacri agli Dei, non essendo
conve niente, diceva, che la stessa imbandigione comparisse sulla mensadivina e
su quella degli uomini. Voleva ancora in tal ma niera abituare gli uomini alla
sobrietà e al facile vivere; acciò sempre avessero apparecchiati i cibi senza
bisogno di cuocerli. Ma più che altro, mi par che questa prescrizione sia stata
tolta dal l'India (se è vero che Pittagora vi sia andato) dove in grazia della
metempsi cosi i bramini hanno orrore del cibo preparato con ogni cosa che viva.
In fatti, Laerzio nella fine della sua vita di Pittagora, così l'apostrofa: «
Non tu solo ti sei astenuto dagli animati. Dim mi, o Pittagora, chi è che mangi
ani mali animati. Ma ben io mangio arro sto, o lesso, o salume, dai quali ormai
l'anima è sfuggita. Così era savio Pit tagora chè ei non voleva gustare le
carni, perchè diceva ciò esser peccato: io lodo, ch'egli, astenendosi, ai compa
260 (ossia nella proporzione di otto a sei) : o secondo la quinta perfetta
(diapente) o di una volta e mezza tanto (ossia nella proporzione di nove a
sei); o giusta il suono d'ottava (diapason) o del doppio (ossia nella
proporzione di do dici a sei). tanto contagioso; e chi nell' Italia Comte ha
molto giustamente fon data la nuova scienza sui tre diversi modi dell' arte di
osservare; vale a dire l'osservazione pura, lo sperimento e il metodo
comparativo. Ma non è già nel metod o ch'io trovo manchevole la sociologia ; sì
nei mezzi stessi d'investi gazione. Il maggior numero delle vere cagioni delle
cose ci sfugge inosserva to: noi vediamo le cause apparenti e immediate dei
fenomeni sociali, e spesso anche su queste ci inganniamo. Con elementi così
scarsi e così poco sicuri come mai si può pretendere di costi tuire una vera
scienza, una scienza sin tetica che sia, per così dire, il com plesso di tutte
le altre? Come preten dere di rivelare le varie cagioni dei fenomeni sociali,
quando noi stessi ci inganniamo sui veri motivi per cui ta lora siamo
determinati nei nostri atti, e se dubitiamo perfino se siamo liberi o
necessitati? L'esperimento non è mezzo che possa applicarsi alla produzione dei
fenomeni sociali, e il metodo com parativo fra fenomeni prodotti in tempi
diversi, sotto l'impero di diverse circo stanze e da uomini diversi è un rime
dio tutt'altro che adatto a correggere i nostri giudizi. Diciamo dunque ad
drittura che la sociologia, come scienza sintetica ed esatta, è impossibile,
avve gnachè suppone la conoscenza di cause infinite, ciò che implicherebbe la
pos sibilità di conoscere il passato e il fu turo data la conoscenza di un solo
punto della storia (v. CASO). Ma poichè tutte le nostre cognizioni attuali e
probabilmente anche tutte quelle che potremo acquistare nell' avvenire, non
sono tali da lasciarci prevedere le sorti di una battaglia, l' esito di una
intra presa, o l'abbondanza dei raccolti di una contrada, non è temerità il
dire che la sociologia già fin d'ora è con dannata a non essere altro che una
raccolta di fatti storici, una scienza numismatica piuttostochè una scienza
sperimentale e di previsione. Ed è, in fatti, entro questi soli limiti
giàdetermi nati e precorsi dalla filosofia della sto ria che finora è rimasta
compresa la Sociologia positiva. Essa si è limitata ad esporre ed a considerare
come un semplice fatto dipendente dalle condi zioni stesse del nostro organismo
e del mondo in cui viviamo, la successiva trasformazione dello scetticismo in
po liteismo e monoteismo, per giungere al presente stato metafisico: tutto ciò
era stato detto, e la sociologia con questa esposizione storica nulladi nuovo
ci ha finora rivelato, salvo il coro namento dello stato moderno o meta fisico,
mediante l'avvenimento della fi losofia positiva. La sociologia costituisce la
prima parte della filosofia morale. La seconda parte è costituita dalla morale
positiva propriamente detta, o religione positi va, detta altrimenti religione
dell'uma nità. È il secondo periodo della filosofia di Comte e quello che segna
anche la- sua, decadenza. Dopo avere gettate le fondamenta di una filosofia,
alla quale, se non altro, non si poteva negare il nome di veramente positiva,
Comte si è compiaciuto di rifare il suo lavoro per dargli una apparenza
teologica, a busando in manierafin qui non mai ve duta del senso delle parole.
Bichat, Cabanis, Giorgio Leroy ed infine Gall, a parere dei positivisti hanno
gettatole fondamenta della teoria dell'anima. L'anima esiste ; è dotata di
diciotto facoltà elementari, o, per meglio dire, sidecompone in queste di
ciotto facoltà, la cui enumerazione af fatto inutile ed arbitraria non giova
riprodurre. Basti dire che l'anima, com posta di cuore e spirito, si suddivide
poi in quattro facoltà: nel cuore pro priamente detto, nel carattere, nell' e
spressione e nelconcetto.Del resto, tutte queste facoltà, anche quella del
cuore, sono, con molta disinvoltura, collocate nel cervello ; dimodochè non si
sa poi bene se lo spirito stia nel cervello o se ne sia solamente la funzione.
Il padre del positivismo ha avuto anche il torto di localizzare nel cervello le
facoltà no stre e le nostre tendenze, ed è così ca duto nei soliti errori dei
frenologi ( v. FRENOLOGIA). Il fondamento della morale positivi sta è
l'altruismo, che essa costantemente contrappone ai così detti istinti del no
stro egoismo. Vivere per gli altri è la sua divisa, come è regola fondamentale
della sua morale personale: non fare cosa alcuna che non si possa confes sare.
Il positivismo dichiara che una religione è necessaria, non già nel co mune
senso che si suol dare a questa necessità, per dirigere le masse, le donne ed i
fanciulli; ma una religione per tutti, per gl'ignoranti come per i dotti, da
tutti ammessa, da tutti volontariamente riconosciuta perchè fondata sulla
verità. Ma ogni religione ha bisogno di un culto, e la religione positiva deve
pure avere il suo. Quale sarà il soggetto dell'adorazione di questa religione
non rivelata? La rivoluzione francese aveva adorata la ragione, cosa buona
in'sè, dicono i positivisti, mapericolosa, per chè conduce all'orgoglio e
all'egoismo; meglio dunque vale adorare il cuore, e mantenere il culto di tutte
le affezioni, il culto dell'avvenire; ecco il culto del l' Umanità, non
inventato, dicono, ma scoperto dai positivisti. « L' Umanità, dice Longchamp
nel suo Saggio sulla preghiera positivista, l' Umanità non è già la specie
umana e non comprende l'universalità degli uomini. L' Umanità è la memoria dei
mortiche inspirano e guidano i viventi, è l'insieme di tutti i grandi pensieri,
di tutti i nobili senti menti e di tutti grandi sforzi, riferiti a un solo e
medesimo essere, l'animadel quale è costituita daquesti grandi pen sieri e il
corpo dal complesso di tutti i viventi ». Solamente coloro i quali hanno
lavorato per il benessere dell'u manità possono sperare di essere im mortali e
di vivere per sempre nella. 289 le sue preghiere. La preghiera non é una
domanda, ma una preparazione ed una eccitazione all'affetto, la rimembran za
rinnovata dei benefici ricevuti. Non si può chiedere al Grande Essere che un
nobile progresso morale, senza ac crescimento di ricchezza materiale. Oltre al
Grande Essere il positivi smo riconosce gli Angeli e gli Angeli memoria dei
viventi. Il positivisimo professa dunque una sorta di panteismo simbolico. Il
Grande Essere, che è il Dio positivista, si risolve nel concetto universale
deli' umanità, mentre ogni benefattore dell' umanità dopo la morte entra a
costituire una parte di questo Grande Essere ed a godere gli onori della
divinità. « Ogni vero adoratore del Grande Essere, dice il dottor Robinet, uno
dei tre esecutori testamentari di A. Comte ( Notice sur l'oevre et la vie de
Comte),presenta due esistenze successive ; l'una che costitui sce la vita
propriamente detta, è tem poraria ma diretta; l'altra che comincia dopo la
morte è permanente ma indi retta ». Il Grande Essere ringiovanisce ad ogni
generazione e le creature u mane diventano i suoi organi passeg custodi nella
personificazione dei nobili concetti, quali l'idea del bene, del vero, del
bello. 1 tre angeli custodi del no stro cuore, sono l'attaccamento. la ve
nerazione ela bontd. I santi sono gli uomini che illustrarono l'Umanità colle
loro opere. Il loro nome è consegnato in un Calendario positivista, nel quale
l'anno è diviso intredici mesi eguali di 28 giorni ciascuno, i quali non
lasciano che un giorno complementetare negli an ni ordinari e due negli anni
bisestili. I mesi sono divisi in 4 settimane precise, ed ogni giorno
dellasettimanaconserva il nome che ha attualmente. I mesi si chiamano: Mosè,
Omero, Aristotile, Ar chimede, Cesare ecc.; e la stessa scelta di nomi si trova
nei santi votivi della settimana, dove si leggono quelli di Confucio, Buddha, Maometto,
Platone, Alessandro, Innocenzio III, S. Bernardo, gieri; ma i grandi pensieri e
le grandi azioni possono elevare l'uomo al grado | Bossuet, Tasso, Milton ecc.
Questastrana di organo permanente, o persistente. Nulla del resto puòquesto
Essere sim bolico, per cambiare le cose del mon do. Se la fede teologica, dice
Robinet, spiega sempre il mondo e l'uomo col l'intervento divino, la fede
positiva in segna invece che tutti gli avvenimenti del mondo e dell'uomo si
producono in forza di influenze invariabili, dette leggi ». Non è giàDio,dicono
i positivisti, che ha creato l'uomo, ma è l'uomo che si é formato il suo Dio.
E, come si vede in questo articolo, essi si sono valsi largamente di tale
massirua, per ciocchè non solamente si sono creati un Dio e una religione, ma
eziandio un culto. Il culto del Grande Essere, ossia dell'Umanità, deve avere
le sue feste, e associazione di uomini che ebbero pen sieri e operarono con
finibendiversi e talora opposti, si trova d'altronde d'ac cordo con la
filosofia positiva, la quale considera tutti i fattisociali come una materiale
esplicazione di leggi immuta bili. Ilconcetto del calendario positivista in
surrogazione del calendario cristiano è uno di quelli che appartengono alla
seconda fase dell' attività del signor . Comte. Il positivismo aveva completa
mente cambiato il suo carattere: dopo essere stato una filosofia scientifica,
era divenuto una religione dell' umanità. Così dice il signor Wirouboff (Remar
ques sur le calendrier de M. Comte; Reuve de la Phil. Pos. il quale mette in
evidenza i difetti in gran numero che sono nel calendario positivista, fra cui
l'ommissione dimolti nomi notissimi nella scienza, mentre al loro posto si
trovano molti altri o mi tologici o appena noti. Il culto dell' umanità, avrà i
suoi sacramenti. Essi, dice il signor de Bli gnière, legano ciascuno a tutti:
consa crando in nome della utilità sociale tutte le fasi e tutte le
modificazioni generali e importanti della vitaprivata, essi por gono
l'occasione di richiamare i doveri che incombono a ciascuno nelle circo stanze
nuove della sua vita ». Le feste saranno, infine, la celebrazione dellame moria
dei grandi uomini; lo studio della loro vita e dei loro servizi, sarà l'espres
sione verso di essi della pubblica ri conoscenza. Ma la religione positivista
morl pri madi nascere. Il solo tempio che ab bia avuto fu quello creato da
Comte nella sua propria casa, nella quale, dopo di lui, si riunirono
regolarmente i membri della società positivista che rimasero fedeli alle
tendenze mistiche del maestro. Mauna eresia scoppiò ben presto nel seno stesso
dei positivisti, e quelli i quali erano insofferentidei sim boh si unirono al
signor E. Littrè, che è attualmente il più illustre rappresen tante del
positivismo. La nuova filoso fia spogliata da ogni misticismo, è ri masta una
filosofia materialista nella sostanza, sebbene nella forma accenni a velleità
di far credere ad un sistema tutto proprio. Nel fatto però la sola Questo è il
culto positivista ; ma differenza che esiste fra il positivismo quali ne saranno
i sacerdoti ? Tutte le e il materialismo è, che il primo non funzioni che
spettano normalmente ai | crede che l'uomo possa mai spiegare preti, sono ora
divise fra i medici, i preti attuali, ed i dotti,professori e fi losofi di
tutti i gradi. I positivisti tro vano che non è possibile di studiare
separatamente l'uomo nel cuore, nel corpo e nello spirito, e perciò vogliono
che i ministri della nuova religione le causeprime ed assolute, e che quan
d'anche spiegate le avesse, queste spie gazioni non potrebbero influire sulla
vita pratica. Io mi accordo, fino ad un certo punto, con questa conseguenza; ma
si tratta di sapere sedopo aver di chiarato di non volersi occupare delle siano
ad un tempo medici, filosofi e preti. Così il nuovo culto sarà comple to ; potrà
sfidare i suoi nemici ed avere i suoi martiri. L'avvenire gli è assi curato. Al
pari dei sacerdoti pagani, i quali sotto i simboli del politeismo, preten
devano di onorare le leggi della natura (v.MISTERI ) Così i positivisti,
creando una religione materialista, credevano di essere coerenti con la verità.
E non pensavano nemmeno che col volgere degli anni questi simboli,per ladimen
ticata origine, sarebbero stati posti su gli altari e adorati per se stessi, e
non già per i principii che avranno rappre cause prime, la curiosità, che è
figlia del sapere, non ci proporrà perpetua mente queste domande: Chi siamo ?
d'onde veniamo? Il materialismo, che non rinnega alcuno dei mezzi di inve
stigazione suggeriti dal positivismo, e chi li ha anzi applicati prima ancora
che il positivismo fosse nato, non ha temuto di pronunciare i suoi giudizi, i
quali, intorno allecause prime, nondevono in tendersi in un senso assoluto, ma
come la conseguenza probabilissima che de riva dalle nostre attuali cognizioni.
Il positivismo, più pudico, vuole riservare il suo giudizio, anzi nè pure
consente adiscutere le origini dell' universo e il fine ultimo dell' umanità.
La quale astenzione, se rende più facile la sua missione e gli risparmia le
accuse di sentati. L'interesse dei sacerdoti li avreb be spinti a sollecitare
questo felice mo mento, in cui essi soli, fatti padroni del vero senso dei
simboli, avrebbero potuto | molti nemici, non rende perciò il suo dominare il
popolo con le potenze mi steriose che avevano poste sugli altari. sistema più
filosofico, e non toglie che ogni positivista individualmente non si PRASSEA
trovi, tutti i giorni dinanzi agli eterni 201 dere a tale richiesta col Dato ma
non einevitabili problemi della nostra ori gine e della nostra fine.
Ammessopure chequesti problemi siano indifferenti per lavitapratica, nederiverà
per questo che noi potremo evitarli? Quante altre que stioni hanno assorbita
tutta l'attività di grandi pensatori ? Che cosaè ilmagneti smo, l'elettricità,
l'attrazione? Che cosaso concesso » vale a dire « ammetto pel momento, ma non
credo ». Kant chiama postulato della ragione pura l'immortalità dell'anima,
essendo essa un domma dalla filosofia nondimo strabile, e non pertanto
necessario ad ammettersi,aparer suo,comeconseguen. za dell' ordine universale.
Il postulato é nole comete, il sole i pianetietutti gli | dunque unaipotesi
chein seguito potrà essere dimostrata direttamente, od an che indirettamente
con le conseguenze astri del firmamento? Quantopesano, di quali materie sono
composti? Tutte que ste domande hanno unvalor puramente scientifico, senza
alcuna pratica conse guenza. Ne deriverà per questo che i dotti devano
trascurarle? Il positivismo se ne è occupato, e ha pure su molti argomenti,
inutili per la pratica, fatte le sue ipotesi. E perchè troverà esso che per la
vita pratica importi più il conoscere se la luna abbia o non abbia una
atmosfera, di quel che sapere se esiste un Dio creatore, un'anima immor tale e
una vita avvenire? Gli attuali e retici del positivismo, iquali non hanno
creduto di accettare la religione inven tata daA. Comte,avranno forse ragione
di dire cheprudenza è l'astenersi di sen stesse che deriveranno dall'insieme
della discussione. Poveri cattolici. Nomi di certi religiosi, i quali erano un
ramo di Val desi o Poveri di Lione che si converti rono nel 1207. Formarono una
Congre gazione, che si diffuse nelle provincie meridionali della Francia e che
s' ac crebbe per la successiva conversione di altri Valdesi, fondendosi poi,
l'anno 1256, in quella degli eremitidi Sant'Ago stino. Heliot, storia degli
ordini mona stici t. III. pag. 21 . Prassea. Eretico del secondo se colo e
discepolo di Montano, che poi abbandonò per farsi capo setta. Fon tenziare in
codeste materie; ma hanno | dandosi sopra i passi evengelici ove si torto di
proclamare che codesta asten dice: zione sia veramente scientifica. Perfino lo
scetticismo che non sentenzia, ha loro insegnato che anche per giungere al
dubbio è necessario esaminare le ra gioni favorevoli e le contrarie al dom il
Padre ed io siamo un solo; quello che mi vede, vedepuremio Pa dre; io sono nel
Padre e il Padre è in me > concluseche Gesù, o ilFiglio, non era distinto
dal Padre, che entrambi co stituivano una sola persona divina; che il Padre era
disceso nel ventre della Ver gine si eraincarnato, avevapatito edera matismo.
D'altronde, questa astensione non è sincera, e non vi è positivista il quale
nell' intimo foro della coscienza | morto sulla Croce. Eresia non dissimile non
abbia esaminato le ragioni dei cre denti e degli increduli, e non abbia
pronunciato il suo giudizio. La stessa religione positivista, sotto i suoi
simboli, non faceva altro che insegnare l'incre dulità. Postulato
(dapostulatum, cosado mandata). Aristotile così chiama una proposizione non
ancora dimostrata, ma che si richiede di ammettere intanto gratuitamente per il
bisogno della di scussione. Dagli italiani si suol rispon da quella di Noeto
edi Sabellio, per cui i settatori di questi tre eretici s' ebbero il nome di
Monarchici, perchè ricono scevano soltanto il Padre qual signore di tutte le
cose; e quello di Patripassia ni, perchè lo supponevano capace di patire. Il
Beausobre (Storia del Mani cheismo, lib. III Cap. 6 § 7) citando un passo di
Tertulliano ilqualdice che l'e resia di Prassea fu confermata da Vit torino,
aggiunge che questi è, per co munconsentimento, il papa Vittore. 292
PREDESTINAZIONE Predestinazione.Vocabolo che letteralmente significa una
destinazione anteriore : nel linguaggio teologico e sprime il disegno formato
da Dio ab eterno, di condurre, mercè la sua gra zia, taluni all'eterna salute.
Alcuni Padri della Chiesa adopera rono talvolta il vocabolo di predestina zione
in generale, così per la destina zione degli eletti alla grazia ed alla gloria,
che per quella de'riprovati alla dannazione; ma siffatta espressione par ve
troppocrudele; oggidì pigliasi questa voce in buona parte soltanto ; signifi
cando la elezione alla grazia od alla gloria, e chiamandosi riprovazione il
decreto contrario; sebbene, in sostanza, e l'uno e l'altro decreto
costituiscano la predestinazione, in quanto sono stati pronunciati da Dio prima
ancora che gli uomini predestinati al paradiso o all'inferno fossero nati; anzi
prima ancora del cominciamento dei tempi. Sant' Agostino nel suo libro de dono
perseverantiæ (cap. 7 n. 15. e cap. 14n. 35)definiscelapredestinazione:
Præscien tia et præparatio beneficiorum quibus certissime liberantur quicumque
libe runtur. Aggiunge poi al cap.(17, n. 41.), Dio dispone egli stesso ciò che
fard, secondo la infallibile sua prescienza : questo, e niente di più, essere
prede stinare. Secondo San Tommaso (part. 1. Q. 23. art. 1.) la predestinazione
è il modo, col quale guida Iddio la creatura ragionevole al suo fine, che è la
vita eterna. I principii su cui si fondalaprede stinazione presso i cattolici
sono così riassunti dal Bergier: 1.º Vi è in Dio un decreto di pre
destinazione, ossia una volontà assoluta ed efficace di dare il regno de' cieli
a tutti quelli che effettivamente vi giun geranno. 2.º Iddio, nel predestinarli
alla glo ria eterna, ha loro altresì destinato i mezzi e le grazie, mercè le
quali ve li conduce infallibilmente. (San Fulgenzio, de Verit. Prædestin. 1.
13.) 3.° Questo decreto è inDio ab eterno eloha egli formato, come dice San
Paolo, (Ephes. I. 3. 5.) prima della creazione del mondo. 4.° Il medesimo è un
effetto della pura bontà di lui: epperò questo decreto è perfettamente libero
da parte di Dio ed esente da ogni necessità(San Paolo, Ibidem. 6 e 11.) 5.º Tal
decreto di predestinazione è certo ed infallibile, deve immancabil mente
sortire il suo effetto, il quale al cuno ostacolo nonpotrà mai impedire; così
dichiara Gesù Cristo (Joan. c. 10, 27, 29.) 6.º Ameno di una esplicita rivela ❘zione, nessuno può andar certo d'essere nel
novero de'predestinati o degli elet ti, lo che provasi con SanPaolo (Filip. 11.
12. 5. Cor. IV, 4) e fu definito dal Tridentino (Sess. 6, c. 9, 12, 16. e can.
15.) 7.º Il numero dei predestinati è fisso ed immutabile, sicchè non può
essere aumentato nè diminuito ; avendolo Iddio fissato ab eterno e non potendo
la sua prescienza ingannarsi (Joan. IX. 27, Sant'Agostino, I, De corrept. et
gratia XIII, 8). Non impone il decreto di pre destinazione, nè per sè, nè pei
mezzi, onde giovasi Iddio per mandarlo ad ef fetto, veruna necessità negli
eletti di praticare il bene. Dessi operano sempre liberissimamente e conservano
sempre, allora pure che ottemperano alla Leg ge, la facoltà di non osservarla
(San Prospero, Respons, ad object. Gallor). Quante contraddizioni in questi
punti della fede cattolica! Il numero dei pre destinati è fisso e immutabile;
essi sono scielti da Dio ab eterno e persemplice bontà di lui; e ciò nonostante
essi sono liberissimi di salvarsi, o di dannarsi. Quale sciocchezza! La libertà
suppone la facoltà di fare o di non fare una cosa: or come potrei io non
dannarmi se giàperdecreto pronunciato ab eterno sono stato escluso dagli
eletti? Si ri sponde che questo decreto indica la semplice prescienza di Dio,
il quale sa PREDESTINAZIONE le cose future, manon suppone l'azione diretta di
Lui sull' uomo per indurlo 293 psari; altri insegnarono avere Iddio fatto un
tal decreto di condanna sol alla salute o alla dannazione. Codesta è una
distinzione gesuitica che non ha fondamento. Ilfuturo si conosce per la
successione delle cause edegli effetti, e Diocheè infinito, conosce cause
infinite. Ma acciocchè il futuro possa essere preveduto, conviene che le cause
indu cano la necessità dei loro effetti, e que sti siuno cause necessarie di
effe tti sus seguenti. Senza questa necessità il caso e l'arbitrio sarebbero
nell'universo, e la prescienza divina sarebbe un assurdo, poichè prescienza
vale predetermina zione, conoscenza anticipata della suc cessione delle cause e
degli effetti. Dove è il caso là non vi è prescienza possi bile, avvegnachè il
caso sia appunto la negazione d'ogni predeterminazione. (V. Caso edEFFETTO). Se
adunque Iddio non agisce direttamente sull'uomo, egli però vi agisce
necessariamente colla succes sione di cause che ha create e prede stinate in
maniera di conoscere antici patamente il loro risultato ultimo. Lutero e
Calvino piú brutali, ma più sinceri, avevano evitata la contraddi zione dei
cattolici, ammettendo questa conseguenza. Secondo la loro dottrina Dio aveva, ab
eterno, con immutabile decreto separato il genere umano in due parti, l'una di
eletti favoriti a cui volle assolutamente assicurata l'eterna beati tudine, ai
quali largisce le grazie effi caci, la cui mercè operano necessaria mente il
bene; l'altra di oggetti della sua collera, da lui destinati al fuoco eter no,
e di cui dirige per modo le azioni che devono di necessità commettere il male,
perseverare e morire in questo stato. La quale orribile dottrina so stennero
Beza ed altri riformatori. Me lantone, più moderato, n'ebbe orrore e procurò
raddolcirla. Parecchi de' setta tori di Calvino perseverarono, come il maestro,
a sostenere che pur anterior mente alpeccato di Adamo, Dio hapre destinato la
maggior parte degli uomini tanto consecutivamente alla previsione della colpa
de' nostri progenitori, e a costoro venne dato il nome d' infrala psari. Non
affermavano come i prece denti che Iddio avesse per si fatto modo determinata
la caduta del primo uomo e che Adamo non potesse fare a meno di peccare, ma
pretendevano che dopo questa caduta quelli che peccano non possano rimanersene
dal farlo. Quantunque una tal dottrina, come dice ipocritamente il cattolico
Bergier, sia orrenda, tuttavia essa regnò tra i calvinisti fin quasi a'nostri
giorni.Eglino persistettero nell'affermare che tale è la pura dottrina della
Santa Scrittura e che Sant' Agostino la propugnò a tut t'uomo contro
aipelagiani. Sullo scorcio del secolo decimosettimo,Bayle asseriva come nessun
maestro osasse insegnare il contrario, che se alcuni pareva che se ne fossero
scostati, ciò era solo ap parentemente, non avendo cangiato che alcune
espressioni dei predestinaziani. Nel 1601, Giacobbe Van-Hermine, conosciuto
sotto il nome di Arminio, professore nell' Olanda, attacco aperta mente la
predestinazione assoluta; so stenne che Iddio vuol sinceramente sal vare tutti
gli uomini, che a tutti, sen z'eccezione di sorta, dà sufficienti mezzi di
salute, e che riprova coloro soltanto, i quali abusarono di questi mezzi o vi
hanno resistito. Arminio ebbe ben pre sto un gran numero di seguaci: ma Gomar,
altro professore, sostenne perti nacemente la dottrina rigorosa de'pri mi
riformatori e seppe conservarsi un partito potente. In tal maniera il cal
vinismo resto diviso in due fazioni, l'una degli arminiani o rimostranti,
l'altra dei gomaristi o contro rimostranti. A defi nire questa contesa gli
stati generali d'Olanda convocarono nel 1615, a Dor drecht, un sinodo
nazionale; vi preval. sero i gomaristi, i quali condannarono gli arminiani,
della cui dottrina venne alla dannazione e furon detti soprala- I proibito
l'insegnamento. Ma questa decisione lungi dall' ac quetare gli animi, non fece
che au mentare la discordia: non trovò essa alcun partigiano in Inghilterra, e
fu re spinta in più paesi dell' Olanda e della Germania, e nemmeno in Ginevra
le si ebbe rispetto. N'assicura il Mosemio che d'allora in poi la dottrina
della predestinazione assoluta andò dall'un di coll'altro declinando, e che gli
arminia ni ripresero poco per volta il sopraven to. (Hist. eccles. secolo
XVII, Lez. II, part. II c. 2. n. 12). Pregiudizio (da præ, prima, e judicare, giudizio, giudicar
prima). Voce primamente usata nella giurisprudenza per indicare il giudizio di
quelle cause le cui conseguenze erano così evidenti, che la sentenza veniva
preveduta prima ancora del processo. Nella filosofia in dicò poi il giudizio
pronunciato od ac cettato senza esame in forza dei princi pii ricevuti dalla
tradizione. Questo si gnificato non esprime però interamente il concetto di
pregiudizio, tale come le s'intende oggidi. Vi sono dei giudizi accettati senza
esame che nondimeno sono verissimi, tali, ad esempio, tutte le leggi stabilite
nelle scienze, le quali, in grazia del metodo sintetico, s' inse gnano nelle
scuole prima della dimo strazione, o primache l'intelligenza ab bia acquistato
il necessario sviluppo per poterle intendere. Aformare il vero pregiudizio ec
corre che il giudizio, non solo sia pro nunciato senza esame, ma ehe ezian dio
sia falso. Un pregiudizio vero non può esistere : non sarebbe più pregiu dizio,
nel senso in cui intendiamo oggi questa voce, ma una verità. Sono pregiudizi
gli errori a cui sia mo condotti nell'applicazione di princi pii tradizionali
ricevuti senza esame ; se però questi errori riguardano la reli gione, meglio
si chiamano superstizioni. Éuna superstizione il credere alla esi stenza delle
streghe, all'invasamento del demonio, all'influenza degli spiriti ; ma èun
pregiudizio il credere,come comu nemente si fa, alla chiaroveggenza ma gnetica,
all'influenza delle comete sugli avvenimenti umani ; all'influenza di certi
numeri piuttosto che di certi altri, e cosìvia. Vi sono pregiudizi politici e
pre giudizi scientifici che dipendono unica mente dal nostro amor proprio. Fra
i primi si conta la singolare pretesa d'o gni nazione di essere la prima del
mon do; fra i secondi ' ostinata adorazione delle proprie idee, e la pretesa di
tutti i cultori di qualche scienza speciale, i quali nelle loro prolusioni
nonmancano mai di proclamare che la loro scienza è fra le più necessarie al
consorzio u mano. Ho detto che non tutti igiudizi pro nunciati a priori sono
pregiudizi ; e che non to sono precisamente quelli che sono fondati sulla
verità. Del pari non tutti i giudizi falsi sonopregiudizi, ma lo sono solamente
quelli i quali si pro nunciano senza esame, in forza di prin cipii già
ricevuti. L'uomo il quale,dopo maturo esame, disgraziatamente
affermacosanonvera, non cade in un pregiudizio, ma sem plicemente in un errore.
Presbiteri. Due sorta di Chiese presbiteriane si trovano in Inghilterra. Quella
così detta Chiesa stabilita o na zionale, e la Chiesa libera o Indipendente che
si separò dall' altra per non voler conformarsi alla liturgia che fu stabilit a
per la Chiesa ufficiale. (V. ANGLICANISMO) Preesistente. Cosa che esiste
anteriormente ad un' altra. Gli antichi filosofi, non ammettendo la sua azione,
stimarono che Iddio avesse fatte le cose tutte d'una maniera preesistente ed al
pari di lui eterna. Alcuni dissero Iddio avere fatto ogni cosa da ciò che non
esisteva, ex non extantibus; espressione che a prima vistapare voler significare
ch'egli ha fatto il tutto dal nulla, quindi tutto creato; ma i critici moderni
di mostrano che per non extanita inten devasi la materia, e che tal frase
significava soltanto aver Iddio data una forma a ciò che non ne aveva alcuna.
Del resto, una materia preesistente, e terna e senza forma, è per lo meno
egualmente difficile a concepirsi che la tazione le parole di Gesù: lo sono la
vite, io sono la porta,per mostrare che se doveva intendersi nel senso
letterale creazione: poté forse la materia esistere senza dimensioni; non sono
elleno una forma? I pittagorici ed iplatonici credettero nella preesistenza
delle anime umane, ossia che le anime avessero esistito in un' altra vita prima
d' essere mandate ne' corpi per animarli; soggiungevano che l'unione delle
anime ai corpi che sono per esse una sorta di prigione, era una punizione de'
peccati da lor commessi in una vita anteriore. Simove accusa a Origene di
averpartecipato a tale opinione e talvolta veramente par la sostenga; ma Uezio
osservò che Ori gene, e così sant' Agostino, si tennero entro i confini del
dubbio intorno alla vera origine dell' anima. (Origenian., I. II c. VI, N. 1).
Presenza reale. Dommaper il quale i fedeli credono che sotto le ma terie
dell'Eucarestia esiste veramente il corpo ed il sangue diGesù Cristo. Que sto
domma differisce da quello della transubstanziazione in ciò, che questo ultimo
suppone che le stesse materie del Sacramento si trasformano nel corpo enel
sangue di Gesù,mentre ilprimo ammette che il corpo e il sangue stanno sotto
alle materie del Sacramento senza che però questecambino la loro natura. Il
domma della presenza reale era generalmente ricevuto dalle Chiese ri formate,
quando Carlostadiomandò per le stampe alcune scritture per combat terlo. A lui
si unirono Zuinglio ed Eco lampadio, i quali convennero che le parole dette da
Gesù nella Cena men tre spezzava il pane: questo è il mio corpo, dovessero
intendersi in senso fi gurato. La parolaè devesi intendere in senso
significativo, diceva Zuinglio : Corpo, cioè il segno del Corpo, aggiun geva
Ecolampadio. L'uno e ' altro ad ducevano in prova della loro interpre che il
pane era il corpo di Gesù, do veva pure intendersi che Gesù fosse la vite e la
porta. Il segretario della città che disputava sostenendo la dottrina opposta,
ben adduceva che questi esem pi non erano della stessa sorte, poichè quando
Gesù disse: questo è ilmio cor po, questo è il mio sangue, non propo neva una
parabola, nè spiegava una allegoria. Alla quale obbiezione Zuinglio cercava una
soluzione. E dopo dodici dì ebbe un sogno in cui dice, che imma ginandosi di
disputare ancora col se gretario della città, vide comparirsi ad un tratto un
fantasma bianco o nero, che gli disse queste parole: vile, perché non rispondi
tu ciò che è scritto nel l'Esodo, l'agnello è la Pasqua, per dir che n'è il
segno? (Esod.). Frattanto non erano i soli cattolici quelli che osteggiavano
l'interpretazione figurata. Lutero stesso, il qual vedeva di mal occhio le
innovazioni degli altri riformatori, sosteneva che volgendo al figurato le
parole del Vangelo, era a prire una porta, per la quale tutti i misteri
sarebbero sfuggiti in figure. Elagnandosi di coloro che opponevan gli essere la
presenza reale un domma inconcepibile, diceva: « Allorchè Gesù Cristo è stato
concepito per opera dello Spirito Santo nel seno d' una Vergine, questo
miracolo maggiore di tutti, a chi è stato sensibile? Quandola Divinità è
corporalmente abitata in Gesù Cristo, chi lo ha veduto e chi l'ha compre so?
Chi lo vede alla destra del Padre di dove esercita la sua onnipotenza su tutto
l'universo ? É questo ciò che li costringe a torcere, a mettere in pezzi le
parole del maestro ? Noi non com prendiamo, dicono essi, come egli le possa
eseguire alla lettera. Mi provan bene con questa ragione che il seuso umano non
si accorda colla sapienza di Dio: io ne convengo; ma non sapeva per anche
essermi necessario il credere 2PRESENZA REALE solamente quel che scorgesi
aprendo gli occhi, o quello che può adattarsi al l'umana ragione » (Sermo de
corp. et sang. Christ ) Rispondendo a Lutero i Zuingliani non mancaronodi
provargli che quando si dovessero intendere alla lettera le parole di Gesù, non
la sola presenza reale, ma la transubstanzazione dei cat tolici diventerebbe
necessaria. Osserva rono essi che Gesù Cristo non aveva dell'Eucarestia è il
vero corpo naturale del nostro Signore, la quale dottrina contenuta nella
ultima sua confessione di fede fu approvata da Melantone e da tutta la
Sassonia. Contro a' Zuingliani scagliavasi furioso. α Mi hanno fatto piacere,
scriveva in una lettera, chia mandomi infelice. Io dunque il più in felice di
tutti gli uomini, mi sti detto : il mio corpo è qui; ovvero : il mio corpo è
sotto questa cosa ; oppure: questo contiene il mio corpo. Così cid ch'ei voleva
dare ai suoi fedeli, non era, una sostanzachecontenesse il suo corpo, ochelo
accompagnasse, ma il suo corpo senz'altra sostanza straniera. Nonhadetto
nemmeno: questo pane è il mio corpo, che è l'altra spiegazione di Lutero, ma
disse: questo è il mio corpo, con un termine indefinito, per mostrare che la
sostanza da esso data non è più pane, ma il suo corpo. Perciò Zuinglio nella
confessione di fede che mandò ad Au gusta e che fu approvata da tutti gli
Svizzeri, dichiarava espressamente « che il corpo di Gesù Cristo dopo la sua
ascensione non era in altro luogo che in Cielo; e non poteva esistere in altra
parte: che per veritá era come presente nella Cena per la contemplazione della
fede, e non realmente, nè colla sua es senza » (Bossuet Storia delle variaz.
lib. III, 14). E in una lettera indirizzata a Francesco I, dice che quanto al
man giare che fanno gli Ebrei come i Pa pisti, deve cagionare lo stesso orrore
che avrebbe un padre cui si desse da mangiare il suo figliuolo; che la fede ha
orrore della presenza visibile e cor porale, e che non si deve mangiare Gesù
Cristo in una maniera carnale e materiale: un'anima religiosa mangia il suo
corpo sacramentalmente, cioè in segno, spiritualmente, cioè per la con
templazione della fede. Contuttociò Lutero fu ben lontano di piegarsi alla
opinione dei sacramenta ri; egli sostenne maisempre che il pane mo per una sola
cosa felice, e non voglio che la beatitudine del Salmi sta: beato l'uomo che
non è stato nel concilio dei sacramentari, e non hamai camminato per le vie dei
Zuingliani, nè si è posto a sedere nella cattedra di quei di Zurigo ». Lutero
moriva al 25 gennaio 1546, e nell'anno 1561 un'adunanza dei teclogi di
Vittemberga e di Lipsia tenuta in Dresda per ordine dell'Elettore, ne mo
dificava sensibilmente la dottrina. Di chiararono « che il vero corpo sostan
ziale è veramente e sostanzialmente dato nella Cena, senza che tuttavia di
venti necessario il dire che il pane sia il corpo essenziale o il proprio corpo
di Gesù Cristo, nè che si riceva corpo ralmente e carnalmente colla bocca del
corpo; che l' ubiquità loro faceva or rore ; che vi era argomentoa stupirsi che
vi fosse tanto attaccamento al dire che il corpo sia presente nel pane, perché
era molto meglio considerare ciò che si fa nell'uomo, per il quale, e non pel
pane, Gesù Cristo si rendeva presente ». Questa attenuazione eracontraddito
ria, giacchè, mentre voleva che il corpo fosse veramente dato nell'Eucarestia,
si avvicinava poi all'interpretazione simbo lica dei sacramentari, in quanto
non ammetteva che il corpo eucaristico fosse il proprio corpo di Gesù. Non si
pote va in così poche parole annunciare due principii più contrari! Nonostante
la sua poca conseguenza questa confes sione fu il principio di una serie di
transizioni fra i due partiti. Calvino ammette una presenza quasi miracolosa e
divina; non cessa dal ripetere che il mistero dell Eucaristia supera i sensi,
PREVOST che èun'opera incomprensibile della di vina potenza, e nel suo
catechismo si sforza di spiegare come sia possibile ma lo vollero addrit tura
infinito ». Già s'intende che questa infinità contiene una impossibi lità
implicita, imperocchè essa suppone nell' ingegno umano una potenza di
svolgimento infinito. Or noi sappiamo bene che le facoltà percettive del no
stro intendimento sono limitate a un maggiore o minor numero di cognizio ni, e
che quando nuove idee vengono a imprimersi nella nostra memoria, di mentichiamo
una seriedi altre idee, sic chè le une cancellano le altre, e non vi è nel
nostro intelletto aggiunzione di idee nuove, ma semplice successione (V.
MEMORIA). Vié dunque un limite intellettivo, oltre il quale l'uomo, così come è
ora organizzato, non può spin gersi. Anche la divisione di una mede sima
scienza i vari rami coltivati dagli specialisti, già indica che un nomonon può
approfondire le sue cognizioni, se non si dedica esclusivamenle a un de
terminato e ristretto numero di fatti. Ma il pragresso infinito malpuò conte
ciclopedia delle scienze, e conoscere tutti i particolari dellastoria, per
quanto grande sia il numero dei secoli che conta la vita del mondo.Epoichè pro
gresso infinito vale tempo infinito, cosa infinita, così bisognerà credere che
possa venire un tempo incuil'uomo conoscerà tutti i fenomeni dell' universo
infinito, nel qualel'eternitànel tempo e nello spazio non saranno più una
incognita per lui. Siffatta esagerazione nonhabisogno di essere confutata. Il
mondo nè peg giora, nè progredisce infinitamente. II nostro miglioramento è
semplicemente indefinito, vale a dire che se noi pos siamo accertare il
costante progresso dellasocietà, manchiamo peròdi qualsiasi dato per stabilire
il punto in cui que stoprogresso dovrà arrestarsi.Sappiamo però che una legge
di trasformazione è immanente in tutta la natura; che la specie nostra e la
nostra vita non rap presentano che un punto e un minuto nella vita dell'
universo; e che nati su questa terra allorchè le condizioni di calore furono
propizie allo sviluppodella vita organica, noi cesseremo di esistere tostochè
il successivo raffreddamento di essa più non permetterà agli attuali organismi
di trovarsi nelle condizioni necessarie alla loro esistenza (v. Mondo).
Proposizione. La più semplice forma logica con laqualeesponiamo un giudizio.
Ogni proposizione, infatti, per semplice che essa sia, contiene sempre un
giudizio, avvegnachè, ancor che sia ridotta ai suoi minimi termini, essa e
sprime sempre l'oggetto e l'attributo, e spesso la relazione tra l' uno e
l'altro. Quando io dico la forza è eterna, il verbo é indica la relazione che
corre fra il soggetto forza e l'attributo di eternità di cui è o la suppongo
dotata. Questa sarebbe una proposizione affermativa perché il verbo afferma
l'attributo; sa rebbe negativa se lo negasse, come per esempio in quest' altra:
l'anima non è immortale. Platone nel Sofista riduce a due soli i segni vocali
della proposizione: > Morto Francesco I, il suo succes sore restitul aRamus
la libertà di par lare e di scrivere, e cred anche per lui una nuova cattedra
al Collegio di Fran cia: ma la protezione reale non valse ad impedire l'odio di
quelli che mal tolleravano i suoi tentativi di riforma in ciascuna delle arti
liberali, dalla gram matica alle matematiche. Qui vuol es sere ricordata la
questione, divenuta famosa, dei quisquis e dei quanquam. I teologi della
Sorbona pronunciavano quelle parole alla francese, e cioè come se fossero scritte
Kiskis e Kankam: i lettori del re invece respingevano come barbarismo quel modo
dipronuncia. Un beneficiario che aveva adottata la pro nuncia di questi ultimi,
fu perciò solo citato in giudizio davanti al Parlamento di Parigi, ed egli
correva gran rischio di pagare la sua grammaticale eresia colla perdita del
beneficio, se non lo avessero caldamente difeso i professori del Collegio di
Francia e Ramus con essi, i quali a gravissimo stento riesci rono a persuadere
i giudici che le re gole dell' ortoepia non erano soggette alla loro
giurisdizione. Giudichisi da questo fatto quale fosse allora la forza delle
vecchie consuetudini, e del princi pio di autorità, e quanto coraggio do
vessepossedere chi in qualsiasi guisa vo lesse sfatare questo o quelle.Pure
Ramus non si lasciò spaventare da ostacoli di tale natura ; riprese le sue
lezioni di 329 le dottrine di Platone e di Aristotile logica ad onta dei
clamori e dei tumulti con cui si tento ripetutamente di inter romperle; anzi
adottò per testo appunto quelle considerazioni sulla logica di Aristotile » per
cui erasi scatenata su lui tanta tempesta. Nello stesso tempo osò
pubblicamentesostenere(ed era al lora esecranda eresia) che anche Cice rone e
gli altri autori antichi avevano i loro difetti, e che « se furono ottimi in
qualche cosa non erabuona ragione per adorarli in ginocchio e per procla marli
perfetti in tutto ». Avendo Ramus abbracciata in quel l'epocala religione
protestante,dapprima segretamente e pubblicamente dopo l'e ditto di tolleranza
del gennaio 1562, offri ai numerosi nemici che si era procurati colla sua
audacia una poten tissima arma per perderlo. Egli divenne l' oggetto delle
calunnie più odiose, e per due volte fu costretto ad abbando nare la cattedra
ed a correre la via dell'esiglio. Finalmente, come già dissi, fu barbaramente
trucidato la sera della strage di San Bartolomeo, dopo che a veva già convenuto
e pagato ai suoi as sassini il prezzo del suo riscatto. Tra le sue opere
ricordo le « dia lectuæ partitiones ad Academiam Pari siensem, e gli
arithmeticae libri tres ». Rapin. Nacque in Tours; morìl in Parigi: entrò nella
compagniadi Gesù, dove fu destinato all'insegnamento. Scrisse molte opere
filosofiche, nes suna però di qualche merito. Come un infecondo tentativo di
filosofia teologica va ricordato il suo « confronto tra Pla tone ed Aristotile
coi giudizi dei padri sulle loro dottrine. Con esso l'autore si propose di
dimostrare che fu irra gionevole il disprezzo ostentato da De scartes per le
tradizioni filosofiche che erano in auge prima di lui, ed erroneo ed incompleto
il sistema da lui seguito e le conseguenze che ne dedusse. Pre messa
unasuperficiale esposizione del (tra cui fa un confronto non meno su
perficiale) come dei padri della chiesa, Rapin giunge alla conclusione che mal
grado la loro ignoranza delle leggi fi siche tutti costoro furono eccellenti
filo sofi appunto per aver saputo meglio di Descartes apprezzare
l'importanzadella metafisica e per averne riconosciuta la preminenza sopra le
scienze fisiche. Del resto, anche non tenendoconto della va cuitàdelle opere
delRapin, i suoi stessi fautori riconoscono non aver egli saputo senonchè
esporre conuna forma molto infelice le idee su Platone di un cano nico di poca
fama, di cui egli in tal guisa non sarebbe stato che un impe rito plagiario.
Razionalismo. Così si chiama quel sistema di filosofia il quale pro fessa di
non riconoscere altre verità che quelle dimostrate dalla ragione. Data questa
definizione,che è la piùgenerale, si capisce facilmente che le credenze dei
Razionalisti possono essere tanto diverse quanto sono diversi icervelli degli
uo mini. Se la ragione fosse eguale in tutti gli uomini, certo sarebbe unico
anche il criterio dei razionalisti per scoprire la verità; ma disgraziatamente
non è così; e poichè ogni uomo crede di se guire i dettati della sua ragione,
anche quando non rettamente argomenta, da questa varietà doveva necessariamente
derivare, come infatti n'è derivata, una grandissima diversità nelle
conclusioni dei razionalisti, i quali vanno divisi in tante scuole, che a tutte
nettamente determinare è ardua impresa. Dirò per tanto di alcune di esse e
delle più note. La prima scuola,la quale interpreta il razionalismo nel modo
più ristretto e, dirò anche in un senso affatto im proprio, è quella del
razionalismo teo logico. Questa scuola, per la maggior parte compostadi veri
teologi, professa sibbene di accettare la ragione come criterio di verità, ma
riconosce poi che ci sono dei veri i quali eccedono la ca
pacitànaturaledell'umana ragione, quali sono ad esempio i misteridella
religione,❘ primitivo ha potuto colsolo aiuto della
iquali non possono dimostrarsi, ma devono di necessità essere creduti per fede.
Tutti di leggeri intendono che impropriamente cotesti tali presero il nomedi
razionalisti, imperocchè dalmo mento che l'uomo sottrae al giudizio della sua
ragione una opinione od un principio, perde per ciò stesso il diritto di dirsi
razionalista; altrimenti bisogna rebbe che tal nome fosse dato a tutti gli
uomini; inquantochè tutti inqualche cosa si sottomettono ai dettati della
ragione. Fra questi stessi teologi il nome di razionalisti fu disputato; ma
infine ge neralmente convennero di applicare tale appellativo a quelli fra di
loro i quali si sforzano didimostrare laverità della fede collaragione. Si sa
che ilmaggior numero conviene che molti dommi te ologici sono superiori al
nostro inten dimento, e che impresa vana è il ten tarne la dimostrazione. Non
pochi però furono di contrario avviso, e appog giandosi al detto di S. Paolo «
la cre denza sia ragionevole » hanno concluso che ognidommapuò edeve esserespie
gatodallaragione, permezzodella quale si sono accinti a dimostrare, a parer
loro razionalmente, le così dette verità della fede. Non e a dirsi la meschina
figura che certi tali hanno fatto in co tale improba intrapresa, giacchè, messi
alle strette tra la fede e la ragione, nonhanno fatto questa giudice di quella,
ina piuttosto un' umile ancella, i cui servigi sono stati assai poco apprezzati
e ancor peggio rimunerati. Molti teologi hanno severamente biasimataquesta ten
denzadi introdurre laragione nelcampo dei misteri; e non avevano torto, poichè
la ragione nulla possa in quelle cose che la Chiesa stessa ex cattedra ha de
finite superiori all'umano intendimento. Appenapochi lustri or sono eraviva in
Francia la disputateologica tra i ra zionalisti ed i tradizionalisti; i primi
cercavano di dimostrare con esempi at tinti alla natura e alla storia che
l'uomo sua ragione man mano sollevarsi dallo stato selvaggio alla presente civiltà.
So stenevano invece i tradizionalisti che senza il soccorso della tradizione,
per la quale venne trasmessa la rivelazione fatta da Dio al primo uomo, non
solo il genere umano sarebbe andato dege nerando, ma non sarebbe mai riuscito
neppure a crearsi un linguaggio. Era, per verità, da partedei teologi
razionalisti, un'ardua impresa quella di sostenere arditamente la potenza civi
lizzatrice della ragione, e di opporla al potere della rivelazione. Manon dimen
tichiamo che quei singolari razionalisti nonsostenevano la ragione che per ado
perarla poi a beneficio della fede. Essi non escludevano il sovranaturale, tut
t'altro; partivano anzi da un principio poco diverso dalle idee archetipe di
Pla tone, pel quale sostenevano che l'intel letto nostro contiene in germe
tutte le verità così religiose come naturali; che queste verità, dono
gratuitodi Dio, van no manmano svolgendosicol progresso storico dell'
umangenere. Tutte le loro dispute si struggevano intorno aquesto solo
principio: la rivelazione è un fatto vero ma non necessario. Se Dio non avesse
data la rivelazione, gli uomini col solo aiuto dei germi che Dio ha posti
nell'intelletto umano, si sarebbero innalzati alla civiltà, avrebbero acqui
stata la conoscenza di Dio e della sua legge morale. Non si può negare che per
dei filo sofi teologi questo era un passo assai ardito. Ma stretti com' erano
dai vincoli della fede, alla quale non potevano sot trarsi, come avrebbero
potuto non mal trattare la logica a beneficio della re ligione? Perciò
vittoriosamente oppo nevano i loro avversari che laragione umana essendo
limitata, non potrebbe da se solaelevarsi fino alla chiara idea diDio. Quindi
conchiudevano con l'ar gomento di S. Tomaso (Contr. Gen. c.4) che tre
inconvenienti sarebbero venuti ove Dio avesse abbandonato alle ricer
RAZIONALISMO che di ciascun uomo l'opera di for marsi le nozioni riguardanti
Dio, la cre azione, la legge morale e la vita avve nire. E cioè: 1.º che pochi
uomini ar riverebbero fino alla cognizione di Dio, essendo il maggior numero impedito
o da inettitudine o da estranee occupa zioni, o dall' inerzia; 2.º che anche
que sti pochi i quali hanno capacità, tempo e volontà, a stento vi potrebbero
per venire dopo anni assai, e ad età inol trata; 3.º che essendo limitata
laragione e soggetta ad errare, non potrebbero quindi avere mai la piena e
formale sulle forme del culto, divien scettico sui dommi fondamentali della
vita av venire; non afferma nè nega, ma s'a stiene, come il positivismo. Ciò,
pertan to, che fudetto perl'uno valeanche per l'altro. Dirò ancora che, a parer
mio, questa astensione non èmolto ragione vole, poichè in tutte le cose l'uomo
certezza di avere colto nel vero. I razionalisti teologi sono molti dif fusi
inGermania dove, per razionalismo, non s'intende già una filosofia incredula,
ma una filosofia, la quale, benchè sia contraria ai dommi della religione, è
pur sempre sottomessa ai dommi fonda mentali dell' esistenza di Dio, della spi
ritualità e dell' immortalità dell'anima. Ai nostri giorni nell' Italia e nella
Francia è sorto il razionalismo filosofico, il quale, assai più ardito del suo
confra tello, ha scosso tutti i dommidella fede pronunzia il suo giudizio
seguendo le regole della probabilità. Nel Fedone, parlando Socrate della
immortalità del l'anima, dice: « lachiara cognizione di tali cose in questa
vita è impossibile, od almenodifficilissima ... Il savio deve dunque tenersi a
ciò che sembra più probabile quando non abbia dei lumi più sicuri, o una
rivelazione che lo gui di ». Or i razionalisti questa rivelazione non l'hanno,
nè ammettono per vere quelle a cui credono gli altri uomini; perchè dunque non
si atterranno al co mun modo di determinarsi nei casi dubbi? Dicono che
questequestioni ec cedono lacapacitànostra e che i motivi addotti pro e contro
non hanno alcun valore. Ragione di più anzi per deter mivarci alla negazione,
perciocchè se alcuno ci venisse innanzi affermando l'e equelli ancora della
filosofia spiritua lista. Questo razionalismo, proclamando l' assoluta
indipendenzadella ragione, e la sua esclusiva competenza a scoprire ❘ prensibili, certo non si pretenderebbe
cheda noi si adducessero argomenti sistenza dicosa impossibilee pretendesse
dimostrarcela con argomenti incom il vero, nega recisamente ogni culto e sterno
ed eziandio ogni religione. Si arresta, per altro, dinanzi ai dommi fon
damentali dell'esistenza di Dio e dell'a nima immortale, non giá perché esso li
ammetta siccome veri; ma perchè li di chiara impossibili a concepirsi e a di
mostrarsi col nostro intendimento. Par rebbe ovvio che dopo taldichiarazione il
razionalismo dovesse negarli; pure non è così, giacchè esso aggiunge inol tre,
che come quei dommi non possono concepirsi nè dimostrarsi, così neppure possono
confutarsi e negarsi; che tanto le prove affermative quanto lenegative non
hanno valore quando si applicano ad argomenti che eccedono i limiti del l'umana
ragione. Mentre adunque il positivi per negarla. Finchè una cosa non sia
dimostrata, per noi non esiste ancora, e per negare ciò che non esiste
occorrono forse argomenti positivi? Ma dimostrato non è ciò che si ammette
eccedere i limiti delnostro intendimento, perciocchè la dimostrazione vuol
essere compresa, o non è dimostrazione. Se non è dimostrazione, dunque la cosa
rimane indimostrata; e se la dimostra zione non è conpresa, dunque la cosa non
resta nè compresa ne dimostrata, come non lo sono tutti i sogni della nostra
immaginazione, ad annullare i quali bastala semplice attestazione dei sensi. L'
astensione del razionalismo sui razionalismo filosofico è affatto incredulo |
dommi fondamentali della religione non può dunquefondarsi, come si pretende,
sulla incompetenza della ragione. Un certo ritegno, consigliato piuttosto dalla
opportunità, per non spingerela nega zione a tutta oltranza e per non cre arsi
troppi nemici, è il vero motivo di questa astensione. Ma molti hanno già
superato anche le ultime barriere e spingono il razionalismo filosofico alle
sue ultime conseguenze, quali quelle di emancipare la ragione umana da ogni
incomprensibile sovranaturale e di ren derla suprema giudicatrice d' ogni con
troversia. Razza, Specie. I naturalisti divi dono gli esseri vivi che popolano
il mon do in vari generi, ogni genere sidivide in varie specie, e le specie in
razze. La specie dunque comprende la razza; e se si ammette che le razze
comprese in una medesima specie derivano tutte da un'unica fonte, non così sono
tutti disposti ad ammettere che le specie possono essere derivate le une dalle
altre. Darwin è stato uno fra i primi che hanno dimostrata la
trasformozionedelle specie e il loro possibile passaggio dal l'una in altra (v.
DARWINISMO ). Rima ne tuttavia il dubbio sul valore delle varie razze umane,
rimane, cioè, a co noscersi se le varietà che si notano nel fisico umano,
derivano dalladegradazio ne o dal miglioramento di individui e guali, oppure se
queste varietà sussi stettero in ogni tempoe fin dall'origine dei vari tipi, i
quali sarebbero perciò distinti con caratteri specifici e costi tuirebbero
altrettante specie. Già fin dal secolo scorso i naturalisti erano discordi
intorno a questo punto. Buffon ammetteva una sola specieuma na, fondandosi sul
fatto che da un clima all' altro le singole razze di uomini sono insieme
collegate; che a lungo andare ogni uomo risente la influenza del clima, che una
medesima latitudine, allorchè contiene climi diversi, presenta pure razze
differenti; finalmente che le varie razze d'uomini possono associarsi vicen
devolmente e generare individui fecondi. Quest'ultimo carattere fu però negato
da molti naturalisti, specialmente dopo le infeconde unioni sperimentate sui
negri d' Affrica trasportati in America (V. DARWINISMO ). D'altra parte si è
pure giustamente obbiettato che la fe condità delle unioni fra individui di
differente razza non proverebbe che essi appartengono alla medesima specie,poi
chè, come osserva il prof. Adelon, è certo che molti animali di specie evi
dentemente diversapossono accoppiarsi e procreare individui fecondi. A molti
parve poi impossibile di attribuire al l'influenza del clima le differenze che
si riscontrano fra le varie razze umane. Nella storia naturale, dicono essi, le
specie si fondano sopra diversità im portanti, dipendenti dall' organizzazione
primitiva, le quali resistendo ad ogni esterna influenza, si trasmettono immu
tabili attraverso alle generazioni. Essi dicono che le differenze che si notano
fra le razze umane in certi casi hanno questo carattere specifico. Si
incontrano uomini neri vicino ai poli e uomini bianchi sotto ai tropici; gli
uni e gli altri si mantengono tali in climi opposti quando non si uniscono con
altre razze; ed in tal modo ibianchi rimangono bianchi sotto ai tropici ed
imori restano mori nella terra di Diemen, paese fred do, come pure nell'
America settentrio nale. Quante nazioni conservano il pri mitivo loro tipo a
malgrado dei secoli e dei climi, quando non contraggono estranee alleanze,
come, per esempio, la nazione ebrea! D'altronde il moro non ha mica la sola
pelle nera; sono pure neri ilsuo sangue, i suoi organi interni, e se pretendesi
che la prima sia stata annerita dal calore del clima si vorrà forse che egualmente
abbia anneriti gli altri? D'altronde non fu forse osservato avere il negro un
pidocchio particolare ad esso, e diverso da quello che affligge la razza
bianca? Intorno a questo argomento così si spiega Bertillon in un notevole
scritto sull' antropologia: «Uno dei criteri di coloro che sogliono attenersi
al ❘ di principio per sviluppare la confusa.
gruppo specifico è l'origine. Sono di chiarati della stessa specie coloro che
sortono dalla medesima coppia. Compre sa in questa generalità la tesi è incon
testabile, perchè si suppone che la discen denza è unfatto osservato, maquando
la comunanza d'origine non è stata scien tificamente accertata, e in
conseguenza tutte le volte che essa risale a tempi lontanissimi, come nel caso
dell' uomo, bisogna relegare questo preteso criterio fra le più detestabili
inspirazioni di cui i miti religiosi hanno infettate le fonti della scienza.
Quand' anche gli uomini non fossero che delle scimmie antropo morfe
perfezionate da una lunga selezio ne, non costituirebbero perciò meno un gruppo
generico ben distinto; e se an che gli astronomi, che oggi ci mostrano
l'esistenza del ferro, del rame, dell'i drogeno ecc. nelsole, riuscissero a
farci vedere degli uomini nel pianeta Marte, Od altrimenti, il raziociniosi fa
quando, con dei principii luminosi ben applicati alle cose oscure e ignote, si
dimostra quel che era occulto. Raynal ( Tommaso Guglielmo ) nato a Saint-Genis
il 12 Aprile 1713, morto a Chaillot il 6 Maggio 1796. Fudapprima ascritto alla
compagnia dei Gesuiti, mase ne allontand ben pre sto e, recatosi a Parigi, vi
abbandonò apertamente il sacerdozio. Alcuni lavori di diversa natura, sto rici
in gran parte, incominciarono ad acquistargli rinomanza, e lo fecero ac cettare
quale uno dei redattori del Mer curio. Avendo poi stretta amicizia con Holbach
ed Helvetius difese con ar dire e convinzione i principi da essi professati.
Ebbe fama luminosaper lasua ope ra maggiore intitolata « storiafilosofica e
politica degli stabilimenti e del com mercio degli Europei nelle due Indie.
qualunque fosse la loro eguaglianza or ganica con noi,dovrebbero forse costi
Con quel libro Raynal tradusse in atto tuire una specie aparte, sotto pretesto
che non discendono dagli stessi ante un concetto di difficile esecuzione e va
nati ? Il solo proporsi queste questioni vale risolverle. La formazione dei
gruppi specifici deve riposare, o sulla fecondità scientificamente accertata e
duratura fra gli individui che li compongono, oppure sul complesso dei rapporti
di rassomi glianza e d'intimità i quali possano condurci ad ammettere come
attualmen te possibile la riproduzione durevole dello stesso tipo ». Con ciò si
conclude che se in nessuna scienza si possono fare delle divisioni assolute,
meno poi èlecito farle nella storia naturale, nella quale queste divisioni sono
affatto con venzionali enon meritano proprio, come ben dice il dott. Bertillon,
le lunghe discussioni che hanno generato. Raziocinio. L'atto del commet tere
insieme giudizi per induzione o per dimostrazione. Il raziocinio, diceRo magnosi,
discorso,argomento, prova, non è che lo sviluppo di una idea chiaro confusa,
nellaquale laparte chiara serve stissimo, quale era quello diriunire in un
quadro metodico e ben fattola sto ria di tutte le imprese degli Europei nell'
India e nel nuovo mondo. Come egli sia riescito in questa impresa si ardua, lo
mostra la splendida celebrità che al suo primo apparire l'opera gua dagnava
all'autore. Della Storia filoso fica, furono fatte nella sola Francia venti
edizioni, e più che cinquanta altrove. E fu un successo ben meritato, perchè se
in qualche punto si sarebbe potuto usare una critica storica più severa, tale
menda però scompare di fronte ai pre valenti pregi reali dell'opera, nella
quale l'autore, alla esatta esposizione dei fatti, seppe accoppiare profondi
insegnamenti, ed interessantissime considerazioni, qua li sono quelle sulla
tratta deinegri, e sul la libertà del commercio, cherimangono adimostrare il
suo profondo affetto per l'umanità, e per il civile progresso. L'opera, per la
sua indole storica, più che filosofica, mal si prestava ad una completa ed
ordinata esposizione di dot trine. Tuttavia Raynal non lascid sfug gire
occasione veruna per battere in breccia l'assolutismo e lasuperstizione, eper
ridurre al loro giusto valore le teorie dell'assoluto. Così egli rifiuta ogni
fede all'esi stenza di Dio, ed anzichè supporre un ordine morale eguale in ogni
tempo ed in ogni luogo ed indipendente dalla diversità dei fatti e delle forme
sociali, dimostra essere la morale una creazione e della società, diversa nei
diversi tempi nei diversi luoghi, ed intieramente subordinata ai climi, alle
consuetudini, ed alle forme di governo. e «la storia del Parlamento
d'Inghilterra». Realismo. Vedi NOMINALISMO. Redenzione. Nell' antico Testa
mento redentore è detto chi redimeva od aveva diritto di redimere l'eredità
venduta da alcuno dei suoiparenti, o il parente stesso, dalla schiavitù, e chi
ri scattava una vittima destinata al sacri ficio. Redentore del sangue era
colui che aveva diritto di vendicare l'uccisione di qualche suo parente,
ammazzando l'uccisore. Nel nuovo Testamento Gesù è detto il Redentore, colui
che diede la sua vita per la redenzione degli uomini (Matt. XX, 12). Ivi s'
insegna che noi resero molti onori. RELAZIONE, RELATIVO siamo stati riscattati
a gran prezzo (I Cor. VI, 20), che il nostro riscatto non fu fatto a prezzo
d'argento,macol 335 uomini ed a concedere loro la vita e sangue dell' agnello
immacolato, il quale è Gesù Cristo. (I Piet. I, 11). Gli scrit terna. La quale
opinione, che fadi Gesù Cristoil nostro redentore per in tercessione e non per
soddisfazione, è avversata dalla maggior parte dei cri tori sacri partendo dal
concetto del| stiani, i quali siconfortanocolleparole peccato originale,
giungevano fino a supporre che tutti gli uomini fossero dannati e fatti preda
del demonio, e che Gesù solamente col versare il suo cato e la nostra
liberazione. Conviene di Gesù: « Questo è il sangue mio del nuovo testamento,
il quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati ». Essi dicono ancora
chenell'anticalegge la redenzione o il riscatto dei primo sangue, offrendolo in
olocausto al Pa drè suo, ottenne laremissione del pec-❘ geniti consisteva nel pagare il prezzo per ricuperarli; la
redenzione dunque del genere umano consistere nell'avere ricordare che sotto
l'anticalegge il sa Gesù pagato il prezzo per salvare gli uomini colpevoli e
degui della morte eterna. Ma fu risposto che se quello di Gesù Cristo fosse
stato un riscatto ve crificio costituiva il fondamento di tutto il culto. Il
popolo d'Israele, simile in questo a tutto il paganesimo, non im petrava la
clemenza di Dio in altro modo che coll' offrirgli de' sacrifizi. I migliori
animali e i più immacolati e rano immolati sull'altare della divinità, e su
quella vittima innocente ciascuno scagliava la sua maledizione come per
rovesciare su di lei le colpe di tutti. Ammesso dunque il peccato originale, ai
primi cristiani doveva parer cosagiu- muoia per alcuni colpevoli, nè offrendo
sta che il sangue di unuomo fosse dato come corrispettivo del riscatto di tutta
ro, egli avrebbe dovutopagarne il prezzo al demonio da cui li riscattava, e che
questa idea era troppo orribile per es ser vera. D'altra parte fu detto che la
redenzione per soddisfazione, sarebbe contraria alla giustizia divina, non es
sendo giusto che un innocente patisca e l'umanità. Ai sociniani però non parve
conve nevole per la divinità ch'ella vendesse, fosse pure a prezzo di sangue, la
re denzione degli uomini; laonde cercarono di mitigare quanto ha in se stesso
di brutale questo domma, insegnando che, non già per lamortedi Gesù,Dio aveva
perdonato agli uomini, ma per le sue. preghiere. Quanto ai pelagiani che ne
gavano la propagazione delpeccato ori ginale, dovevano necessariamente inten
dere la redenzione in un senso simbo lico. Dissero perciò che Gesù è reden tore
degli uomini perchè li ha istruiti con laparola e con l'esempio, riscat tandoli
dalle tenebre dell' ignoranza, e ponendoli in condizione di acquistarsi il
cielo. Anche Le Clerc nella sua Sto ria Ecclesiastica si avvicina a questa
dottrina, dicendo che Gesù pregò il questa sostituzione soddisfazione alcuna
pel delitto. Che, infine, sarebbe stata cosa più degna della bontà infinita il
perdonare senz' altro a rei pentiti che l'esigere una rigorosa soddisfazione.
Aqueste ed altre obbiezioni, i cre denti nella soddisfazione hanno risposto
essere una veratemeritàil crederedi sa pere meglio di Dio ciò checonvenisse ad
una bontà infinita. In questa maniera eludendo la domandaconvennero che il
domma della redenzione non è spiega bile dalla ragione umana, e che costi
tuisce perciò un mistero imperscruta bile. V. GESÙ, CRISTO, MESSIA, INCARNA
ZIONE. Relazione, relativo.L'atto col quale l'intelletto consideradue cose di
verse, ideali o reali, per indurne conse guenze sulla loro convenienzaosconve
nienza si chiama paragone; le conse guenze indotte le quali indicano ciòche una
cosa è rispetto all'altra, sono la Padre suo a perdonare i falli degli |
relazione . Le relazioni che le cose hanno fra di loro sono innumerevoli, e la
loro conoscenza costituisce il nerbo delle nostre cognizioni. Sono cose o
ideerelative quelle che hanno dipendenza da altre cose o idee. L'effetto è
relativo alla causa da cui dipende; il colore è relativo al corpo in cui si
manifesta od all'organo da cui è percepito. Adoperasi perciò nella filoso fia
la voce relativo per indicare uno stato o una condizione differente dal
l'assoluto. Ogni nostra idea è relativa a noi,manon è assoluta; il concetto che
io mi formo del suono, deicolori, della luce, è affatto relativo al mio modo di
percepirli; ma chi sa in quale altra maniera sono percepiti da altri esseri ? e
chi sa che cosa questi fenomeni sono in realtà? Di cose assolute non può e
sisterne che una, ed è la sostanza, la quale essendo indipendente da ogni al
tro essere, ed unica, non ha relazione conaltre cose, poichè tutte le cose sono
parte di essa . Tolta questa unica eduniversale sostanza, tutti i feno meni
percepiti sono relativi o al no stro modo di percepirli, o alla causa d'onde
emanano, o alle condizioni di e sistenza che essi trovano. Tutte le idee che
noi abbiamo sono relative. Invano noi cerchiamo di avere la nozione assoluta
delle cose; tutto ciò che noi impariamo, lo impariamo in grazia dei nostri
sensi e perciò la ve rità di tutte le nostre cognizioni è pu ramente relativa a
questi sensi. (v. PIR RONISMO). Religione. Sentimento dell'animo verso Dio, il
quale non deve confon dersi con gli atti di divozione, che costituiscono più
propriamente il culto. Vi sono alcuni chehannouna religione enon
uncultoesterno; ma l'elevazione della mente verso Dio è in ogni caso carattere
essenziale della religione. Han no torto quegli increduli i quali affet tano di
professare la « religione della scienza » la « religione dell'umanità >>
ola « religione del vero ». Queste ed aitre tali espressioni o non esprimono
giustamente il loro pensiero, oppure non servono che ad occultare la loro
incredulità. Si possono professare delle opinioni filosofiche intorno alla
scienza o all'umanità; ma acostituire una reli gione, ossia un sentimento di
relazione fra l'uomo e un supposto essere sovra naturale, non bastano
leideepuramente relative a cose naturali. Questo per ciò che riguarda la de
finizione. Se poi si'considera la reli gione nella sua essenza, si vede che
quel il quale si suppone innato in tutti gli uomini, non è altro che l'
espressione di quel l'occulto timore che l'uomo prova din nanzi agli agenti
naturali più potenti di lui. Feuerbachha detto giustamente che il sentimento di
dipendenza è la sorgente di tutte le religioni; or il primo motivo di questa
dipendenza de riva dalla natura, e perciò essa è stata l'oggetto del primo
culto. « I filosofi speculativi rai hanno canzonato, scri veva Feuerbach,
perchè ioho detto che il sentimento di dipendenza è la sor gente del sentimento
religioso, defini zione che parve a loro faceta, dopo che Hegel disse a
Schleiemacher, che se il sentimento di dipendenza è la sorgente della
religione, il canedovrebbe averne una; avvegnachè esso si sente sotto la
dipendenza del suo padrone ». AFeuerbach parve così poco seria ' obbiezione di
Hegel, che dopo averla accennata non credette di spendere parole per
confutarla. D'altronde gli sarebbe stato facile il dimostrare che, se il cane,
col suo corto raziocinio, sentisse il bisogno di credere in un es- sere
superiore, certo l'uomo sarebbe it' suo Dio, con la differenza che esso ha pel
suo padrone un' affezione assai più vera di quella che l'uomoprova per la Divinità.
; ma ai filosofi moderni, siffatta credenza par troppo ridicola. Ben altrimenti
che tor nare in polvere, il corpo umano per la massima parte si volatizza in
gaz, i gaz sono assorbiti dalle piante, le piante si trasformano in frutti, i
frutti sono man giati dall'uomo e si assimilano alla sua carne (v. MORTE).
Questo esempio rac chiude così all' ingrosso tutto il con cetto della
trasformazione della mate ria; ma uno studio accurato della spe cialità
dimostra, che sì nell' uno che nell' altro modo, per un circolo di tra
sformazione più o meno lungo, la ma teria torna quasi sempre al punto di
partenza e compie una rotazione non dissimile da quella che subisce l'acqua nei
suoi fenomeni apparenti: svapora, cioé, dal mare, si trasforma in nube, quindi
si condensa in acqua o neve, penetra nei fianchi dei monti, scaturi sce in
sorgenti e quindi le sorgenti fanno i ruscelli, i torrenti, i fiumi, che
finalmente ritornano al mare. Così del pari la materia di che è composto il
nostro corpo, sarà a poco a poco assi milata da altri corpi; formerà vegetali,
animali e uomini, di guisa che, in ulti ma analisi, può dirsi con matematica
esattezza, che tutti gli uomini son fatti dall'istessa sostanza. Ora se la
materia di che é composto ilmio corpo è quella stessa che formò il corpo di
altri uo mini che vissero prima di me, avremo un corpo solo ognidieci, ogni
cinquanta ocento uomini, di guisa che molti sa ranno impossibilitati a
risorgere. Lo statuario che modellando la sua creta forma una figura, e cessato
il bisogno l'infrange per formare con essa nuovi modelli, potrebb'egli mai
coll' istessa creta pretendere di ricostruire tutti i modelli che con essa egli
ha prodotti? S. Paolo così rispondea questa diffi tempi gli opponevano i
Corinti: « Ma, dirà alcuno, come risuscitano i morti e con qual corpo verranno?
Pazzo che sei ! Quel che tu semininon èvivificato, se prima non muore. Tu non
semini it corpo che deve nascere,maun granello ignudo; ed aciascunseme Iddiodà
il suo proprio corpo. Non ognicarne è la stessa carne, anzi altra è la carne
degli uo mini, altra quella delle bestie. Vi sono ancora dei corpi celesti e
dei corpi ter restri, ma altra è la gloria dei celesti, altra quella dei
terrestri. Cosi ancora sará la risurrezione dei morti: il corpo è seminato in
corruzione e risusciterà incorruttibile Egli è seminato in diso nore e
risusciterà in gloria: egli è se minato in debolezza, e risusciterà in forza:
egli è seminato corpo animale e risusciterà corpo spirituale. (Cor.). Certo,
qui San Paolo non spiega l' impossibilità fisica di formare due o più corpi con
lamedesima mate ria contemporaneamente. Il corpo dei risorti dev'essere
spirituale; e intendasi pure che in queitempi neiquali lo spi ritualismo
moderno non eranato, con la voce spirituale intendesse di indicare una sostanza
più leggera della materia (v. ANIMA), una sostanza incorruttibile, cioè non
soggetta a trasformarsi Sarà pur sempre vero che, secondo S. Paolo, non saranno
già i nostri propri corpi che dovranno risorgere, ma altri corpi fatti di una
sostanza diversa. Perchè non è piaciuto ai teologi di restar fe deli a questo
insegnamento ? Volendo lusingare la vanità dei vulgari essi hanno forse capito
che se il domma della risurrezione giovava al cristiane simo, ciò era apatto
che il nostro pro prio corpo fosse chiamato alla risurre zione; cioè quel corpo
al quale siamo tanto attaccati, e che costituisce per noi tutta la nostra
personalità. Perciò amolti teologi èpiaciuto di sbizzarrirsi descrivendo le
condizioni della nostra risurrezione.A sentirli, tutti i corpi do vranno essere
perfetti; quindi gli storpi si raddrizzeranno, i ciechi avranno la vista e i
sordi l'udito; i grassi diver ranno un po'magri e i magri ingrasse ranno; i
vecchi dovranno diventar gio vani e igiovani dovranno farsi adulti, in modoche
tutti abbiano la perfetta età di 33 anni. Non hanno detto però se per amore di
questa tanto invidiabile ugua glianza e di questa sublime perfezione, le
vergini dovranno cessare di essere tali, o se le donne maritate dovranno
tornare vergini. Quest'ultima opinione è però assai più probabile,
attesochèGesù Cristo, rispondendo ad una interpellanza chegliavevanofatta
iSadducei, dichiarò che quando gli uomini saranno risu scitati dai morti, non
prenderanno nè daranno mogli, ma faranno come gli angeli che son ne'cieli »
(Marco XII, 25). Quindi gli uomini avranno la bocca ma nonmangeranno; il
ventricolo ma non digeriranno; gli organidellagene razione ma nongenereranno.
In termini assoluti si può dunque dire, che tutti questi organi saranno
superflui : or è molto dubbio che le cose superflue sian perfette. Perciò,
guidati da questa ob biezione, molti teologi supposero che nella risurrezione
non si farà più di stinzione di sesso. Questa opinione ha fondamento in un
passo dell' Evangelo apocrifo degli Egiziani, nel quale si leggevano queste
parole: « Il Signore fu interrogato daSalome quando verreb be il suo regno? Ed
egli disse: quando voi calcherete sotto i piedi gli abiti della vostra nudità,
quando due saranno una, e ciò che è di fuori sarà come cid che è di dentro e
non vi sarà più nè maschio nè femmina » . Giustamente osservò
BianchiGiovini,che con questa anfibologia pare si voglia dire, che la
trasformazione del mondo presente deb ba produrre anche una trasformazione
dell'essere umano, il quale sarà vestito di un corpo diafano, liscio, senza
sesso, senza membri o visceri, di cui non vi sarà più bisogno; come non vi sarà
bi sogno di vestimenta essendo cessati i riguardi del pudore e le esigenze
delle stagioni. In tutti i casi le prime fonti cristiane insegnerebbero che la
risurre zione si farà con corpi diversi dai no stri, e se i teologi vi avessero
attinto fedelmente e senza esagerazioni, avreb bero almeno evitata la
impossibilità fi sica di cui si è parlato. Rivelazione. Nelsenso dei dom matici
è l'atto col quale Dio ha inse gnato agli uomini, a viva voce, o per mezzo dei
suoi inviati, lecosì dette ve rità della religione. Tutte le religioni positive
ammettono una rivelazione fatta daDioall'uomo,siadirettamente all'atte della
creazione, sia indirettamente col mezzo di mandatari che consegnarono le regole
della religionenei codici sacri, i quali perciò si considerano dai credenti
come inspiratidalla divinità. I principali libri sacri sono: i Veddas, il
CodicediMa nou e i Purana degli Indiani; il Zend Avesta dei Persiani; laBibbia
degli ebrei (V. BIBBIA) l'Edda degli Scandinavi e il Korano dei
mussulmani.IGreci ediRo mani avevano ingrande venerazione al cuni scritti dei
poeti, tali che Omero ed Esiodo, certe raccolte degli oracoli ed i libri
Sibillini, evidentemente apocrifi. Allora la poesia dettava le sue leggi ai
popoli, dei quali i poeti erano i natu rali legislatori. Nei primordi della ci
viltà gli uomini non ebbero altra re gola di condotta all'infuori di questa :
ecoloro fra essi che per il loro inge gno, per il coraggio o per l'entusiasmo
si distinsero dagli altri, furono creduti inspirati dagli enti superiori. L'
uomo aveva vicino i suoi Dei, e tutti i giorni ne udiva la voce, iconsigli e
icomandi in tutti i fenomeni della natura, nei tuoni e nei lampi, nel volo
degli uc celli, nelle interiora degli animali, nei vapori delle caverne, nel
canto dei poe ti, e perfino negli incoerenti propositi dei pazzi (v. ORACOLI).
Chi per le doti del suo ingegno si sentiva chiamato a dirigere i destini della
società, si cre deva o fingeva di credersi inspirato da Dio; dettava le sue
leggi, e i suoi scritti andavano bene spesso ad aumen RIVELAZIONE tare il
codice dei libri sacri. Il sorgere di un profeta, di un rivelatore era cosa
assai comune tra gli orientali; come tra i Greci ed i Romani comunissima era la
scoperta di nuovi oracoli. Dio parlava all'umanità in tutte le guise, sotto
tutte le forme. Dal serpente del l'Eden che predice all' uomo la reden zione,
dall'asino di Balaam all'umile fa legname di Nazareth, la storia degli ebrei
non è che una continua succes 1 353 serie dei profeti. Pietro de Bruys, Eon
della Stella, Epifane, gl'Illuminati, i Ca misardi, i Giansenisti, e gli
Svedenbor gisti, ci provano quanto in ogni tempo sia stato facile il farsi
credere in comu nicazione con la divinità. Ancora ai giorni nostri la
rivelazione non è ces sata. Brigham Young non ha egli pro nunciati i suoi
oracoli fra i mormoni? e tutti i giorni i medium spiritisti non rivelano ai
credenti le cose dell' al sione di profeti e di entusiasti, del mag gior numero
dei quali la tradizione forse ci ha taciuto il nome. Così divul gata era allora
la credenza della par tecipazione degli Dei nei consigli uma ni, che molti
filosofi non la posero in dubbio, e quando pure dubitarono di questo o
quell'oracolo, non dubitarono di tutti. Pittagora si diceva egli stesso in
comunicazione colla divinità. Platone nel quarto libro delle leggi insegnava
doversi ricorrere a qualche Nume, o at tendere dal cielo una guida, un mae stro
che ci istruisca. Nel Fedone par lando Socrate dell'immortalità dell'ani ma
diceva, dovere il sapiente tenersi al probabile, quando non ha dei lumi più
sicuri, o la parola di Dio stesso che gli serva di guida. Tutta la scuola pitta
gorica e neoplatonica, come quella di tutti i mistici ha professato lacredenza
nella facile comunicazione con ladi vinità. Il gran numero degli evangeli apo
crifici ( v. APOCRIFI ) dimostra quanto fosse facile il compilare dei libri
rive lati anche nei primi secoli del cristia nesimo. Solamente dopo che la
Chiesa ebbe stabilito il suo poteree fu custode gelosa della sua autorità,
tacque la voce dei profeti,e gli oracoli con leggi violenti furono costretti al
silenzio. Ma non cessò per questo il popolo di con sultare i suoi genii; e nel
medio evoebbe per profeti le streghe e gli stregoni e il demonio per
rivelatore. Di tempo in tempo sorgevano nuovi inspirati, iquali, sempre
condannati dalla Chiesa, ma sem pre creduti dalle turbe,continuarono la tro
mondo? (V. MORMONISMO E SPIRI TISMO). I deisti, i quali non ammettono reli
gione positiva, negano che vi sia stata una vera rivelazione, poichè a quanto
dicono, l'uomo non ha che a seguire i dettami dellasua ragione e il lume della
sua coscienza per conformarsi alle leggi divine. Una rivelazione, continuano
essi, fatta ad un popolo o ad una schiatta, sarebbe ingiusta, poichè essa
conter rebbe delle regole di condotta che sa rebbero ignorate dai popoli ai
quali la rivelazione non venne data. Se ciò fosse vero, rispondono i cat
tolici, bisognerebbe conchiudere essere interdetto il porgere agli uomini istru
zione ed educazione di sorta; un im pertinente essere stato qualunque filosofo
tentò farsi maestro ai propri simili, ed insegnare a pochi uominiquello ch'egli
era in dovere di insegnare all'universo intero. Ma questa risposta non giova proprio
ai cattolici, i quali sanno pure che Dio non è un filosofo, la cui azione è
limitata necessariamente al ristretto numero di coloro che aspettano i suoi
insegnamenti. Ma se il filosofo non può istruire tutti gli uomini, Dio poteva
farlo, nè ciò gli sarebbe costata mag giore fatica di quellacheglisia costata
l'istruzione di pochi eletti. Una religione rivelata,dicono ancora i deisti,
non può essere destinata da Dio a tutti gli uomini, poichè non ve n'è alcuna
che abbia tali prove, che comprendere si possano da ogni uomo; altrimenti Dio
esigerebbe l'impossibile ; quanto poi alla rivelazione cristiana in
particolare, non si può dire che essa eccelle in perfezione, imperocchè errori
di fisica, di astronomia, di morale e per fino di cronologia si trovano nei libri
nei quali questa pretesa rivelazione è stata consegnata (V. BIBBIA). Robinet
nasce a Rennes, morì il 24 febbraio 1820. ed il riposo e la sicurezza di cui
cia scuno gode. E la compensazione deriva da ciò, che immutabili sono soltanto
Dio ed il nulla: l'essere finito cambia ad ogni istante ma nonpossiede senon
chè laminima parte possibile di esi stenza, così che in ogni istante perde
altrettanta esistenza, quanto ne riceve : e siccome esistere è il bene e non
esi Entrò nella società dei Gesuiti, ma stere il male, ecco stabilitaper sè
stessa si stancò ben presto di un genere di la compensazione. La quale è
inoltre vita pel quale non era inclinato. Usci manifestata da tutti i grandi
fenomeni quindi da quel sodalizio per dedicarsi della natura come da quelli dell'ordine
interamente alla filosofia. Stampò in sociale: la nutrizione non può ristorare
Olanda (dove recavasi a questo scopo) senza distruggere, l'attività distrugge
il suo libro della Natura, la cui pub- quanto produce, la sensibilità accoppia
blicazione non sarebbe stata permessa al piacere la pena; ogni stato ha le sue
in Francia dall' autorità. L'opera fece gioie e le sue miserie, ogni condizione
tanto rumore che fu attribuita agli i suoi vantaggi ed i suoi inconvenienti.
scrittori più celebri dell' epoca, quali Ma gli esseri, oltre avere la stessa
som Helvetius, Diderot, Voltaire, ma Robinet ma di beni e di mali, hanno anche
la non tardo a rivendicare in termini fermi stessa origine. Tutti sono varietà
del emodesti la paternità come la respon- tipo animale, hanno organi con cui ri
sabilità del lavoro. Se però il suo nome prodursi, ed i minerali e gli astri
sono fu più conosciuto, non migliorò per que- soggetti alle leggi della
generazione, sto la sua condizione economica, tanto come gli animali e le piante.
Ora legge che fu costretto a mettersi agli stipendi universale della natura
animale è l'i de'librai, ed a tradurre dall'inglese per stinto: l' istinto è
adunque la Legge su essi de' romanzi. Ritornò in cui si fondano la società, i
costumi e Parigi, e qualunque fosse stata l'impres- la legge della specie
umana; la stessa sione prodotta dal suo libro, la mede- | morale non è che un
istinto più per sima era già così cancellata, che l'au tore fu nominato censore
reale e con servò l'impiego fino al momento in cui quella carica fu soppressa.
Robinet du rante la rivoluzione si ritrasse a sua Rennes, ove fint i suoi
giorni. Concetto fondamentale dell' opera la Natura è che i benied i mali si e
quilibrano perfettamente nel mondo. Il dolore ed il piacere, il vizio e la
virtù corrispondono a monete il cui corso è regolato ed il cui valore si eleva
e si abbassa in proporzioni costanti. Gli es seri più perfetti dopo Dio, i più
ricchi, quelli che hanno ricevuto le facoltà più potenti sono anche quelli che
trovansi più esposti alla corruzione e quindi alla maggiore infelicità. Vi è
adunque com pensazione tra il benessere di ciascuno, fetto di quello degli
altri animali. Quanto all' anima, Robinet suppone che dall'istante della
creazione abbiano esistito insieme i germi di tutte le ani me e quelle di tutte
le organizzazioni. Ledue nature non derivano l'una dal l'altra, ma non possono
esistere l'una senza dell'altra. Ad ogni funzione dello spirito, alle
sensazioni, alle idee, alle vo lontà corrispondono certi organi interni e certe
fibre del cervello, così che se corpo. il corpo è animato dallo spirito,
l'anima non pensa ed agisce che per mezzo del 1 Robinet riconosce che l'idea
comune di Dio non è che l'idea stessa dell'uomo elevata a proporzioni
chimeriche, o ri dotte, il che è lo stesso, ad un concetto negativo. Pure,
anzichè concluderne che ROSCELINO con ciò stesso si distrugge la teoria del
l'ideainnatadiDio, ed insieme uno degli argomentipiùfavoriti deideisti,egli
siper deneltentativo di togliere dalla nozione dell'essere supremo ogni
legadiantropo morfismo, ammettendo come indiscuti 355 da lui seguito nelle
conferenze pubbli che che teneva in Parigi tutti i merco ledì. Egli
incominciava col porre alcune generali proposizioni tratte dall' espe rienza e
ne deduceva laspiegazione dei fenomeni: ciò dava origine a discus bile
l'esistenza dell'essere stesso. « Noi sappiamo, egli dice, che Dio esiste, elo
riconosciamo come creatore, poichè l'ef fetto ci attesta la causa e il finito
l'in finito; ma nessuna analogia è possibile tra questi due ordini di
esistenze. La causa prima abita una gloria inaccessi bile, e noi, non potendo
che distinguerla da ciò che essa noné, dobbiamo rasse gnarci alla conclusione
che la natura divina è per noi assolutamente incom prensibile ». Edal creatore
venendo alla creazione, Robinet crede che Dio da tutta l'eternità dia alla
natura una esi stenza temporanea, e cioè che se la creazione è eterna non lo
sieno ilmondo e gli oggetti creati; con questa propo sizione egli addottò una
opinionemedia tra quelli che considerano ilmondo co me eterno, e quelli che lo
suppongono creato dopo una eternità, e non si av vide che l'idea di Dio
creatore è tanto assurda che con essa nessuna teoria regge alla critica. Così
che delle tre idee suaccennate nessuna è conciliabile coll' idea di Dio
creatore: non la sua perchè suppone unDio che crea e non crea, o che vuol
creare e non crea nel medesimo tempo; non la seconda che facendo il mondo
coeterno a Dio lo so stituisce a lui, come fece Spinoza ; non la terza che suppone
un' eternità limi tata, od un mondo che esiste senz' es sere stato ancora crea
to, mentre non potrebbe d'altronde esistere che per la creazione.
Rohault(Giacomo)nato in Amiens nel 1620, morto nel 1675. Fu uno dei sioni di
ogni sorta sui diversi argomen ti, discussioni che egli poi riassumeva,
esponendo il suo avviso, cui corrobo rava colla esperienza. Con siffatte le
zioni Rohault compose il migliore trat tato di fisica che fosse stato stampato
fino allora, cosi che fino a Newton ven ne considerato come opera classica in
Francia ed in Inghilterra. Rohault fu autore anche di una o pera di metafisica
intitolata cade talora in contraddizione, giacchè tra due pareri contrari egli
non prende par tito senza avvilupparsi in un dedalo di distinzioni spesso
inutili e sempre poco chiare. Perciò molti hanno detto scri vere il Romagnosi
per sè A non per gli altri, e un suo apologista confessa che gli accadde
sentire da qualcuno che a vendo letto per intero il suo libro della Mente sana,
era giunto alla fine senza intender niente. ( Prof. Celso Mazzuc chi, sull'
economia dell' umano sapere). Rosmini (Antonio)nato nel 1797 a Roveredo presso
Trento. Studid all'u niversità di Padova e fino da allora diede segni di
spiegata tendenza al mi sticismo. Nel 1821 fu ordinato frate. Si segnale per
qualche tempo per fanati smo ed intolleranza, ma si mitigò poscia sensibilmente
e tanto da dedicare il re sto della sua vita al trionfo del cosi detto
cattolicismo liberale ed alla indi pendenza politica d' Italia. Con questi
scopi fondò egli stesso un ordine reli gioso destinato a riunire in sodalizio
preti istruiti e tolleranti, e pubblicò gran numero di opere che fecero di lui
un capo-scuola. Per quanto la sincerità della sua fede religiosa e la sua
opposizione alla teocrazia gli avessero guadagnata gran de rinomanza e numerosi
seguaci, pure dovette convincersi asue spese che tenta un'opera impossibile chi
aspira a con ciliare tra loro i due principi affatto incompatibili del
cattolicismo e della libertà. I suoi progetti di riforma eccle siastica e le
sue opinioni teologichesu scitarougli contre l'odio dei gesuiti. Speditoda re
Carlo Alberto in missione presso il papa, lo segul a Gaeta all'e poca della
fuga famosa, ma essendosi poi reso sospetto al papa e trovandosi sotto la
minaccia del carcere della po lizia borbonica, dovette partire e rifu giarsi
aTresa sul lagoMaggiore dove morì nel 1855, dopo avere (con un atto di
sommissione inesplicabile di fronte alla energia del suo carattere) ricono
sciutoil giudizio con cui la Chiesa met teva all'indice le sue opere, anzi dopo
aver distrutti quanti più potè dei libri che avevano cagionata la condanna. Le
fondamenta del nuovo ordine fu rono da lui gettate al Calvario di Do modossola
nell'alto Novarese, dove con alcuni pochi compagni si era ritirato nel febbraio
dell'anno 1828. Il voto era perpetuo, ma non privava imembridel diritto di
possedere beni propri; sola mente li sottometteva ad una ammini strazione
comune e li privava del diritto di applicarli per volontà propria in fac
ROSMINI cia alla coscienza, non già in faccia alle leggi civili, per le quali
possedevano come ogni privato. L'Istituto, come cor po,nonpossedendo nulla, i
suoi membri dovevanoesser provveduti diuna rendita 359 se questi filosofi si
fossero data la briga di uscire dalla ristretta cerchia del loro per la loro
sussistenza personale, la quale per i nullatenenti è supplita dal superfluo dei
loro fratelli. L' Istituto era diffuso nel Piemonte, dove aveva case a Stresa,
a Domodossola e a S. Ambrogio di Susa. Qualche casa di ro veretani fu pure
fondata nell'Inghilterra, mase abbiano prosperato o no, ignoro. Tutto il
sistema della filosofia rosmi niana si fonda sopra unprimo errore, un errore
fondamentale, distrutto il quale, l'intero sistema resta scomposto. Questo
errore è l'intuizione dell' ente univer sale, la quale daRosmini cosi si dimo
stra: « Io so d'esistere, io so che esi stono altri esseri simili a me; so ch'e
sistono de' corpi estesi, larghi, lunghi eprofondi. Noncerco ora se questo mio
sapere m'inganni o no; io intanto so tutto questo e cerco disapere come lo so.
Ora io veggo che non saprei che esiste un solo ente, se io non dicessi, se non
avessi mai detto a me stesso che quell'ente esiste. Sapere dunque che osiste un
ente e dire e pronunciare meco stesso che esiste, é il medesimo. Lamia
cognizione adunque degli entireali non è che un' affermazione interna, un giu
dizio. Conosciuto questo, non mi rimane che ad analizzare un tale giudizio, ad
osservarne l'intima costituzione. Quando io dico meco stesso che esiste un dato
ente qualunque particolare e reale, non intenderei ciò che dico, se non sapessi
che cosa è ente, che cosa è entità. La notizia dunque dell'entità in universale
debb'essere in me, e precedere tutti quei giudizi, coi quali dico che qualche
ente particolare e reale esiste ». Il frate roveretano supponeva dunque che noi
abbiamo la conoscenzadegli u niversali, prima ancora di avere quella dei
particolari, errore, che, d'altronde, bisogna perdonargli di buon grado, poi
chè è stato comune a molti filosofi. Ma subbiettivismo, per esaminare ciò che
accade nella realtà, si sarebbero presto accorti, che prima noi conosciamo le
cose particolari, e poi ci facciamo l'idea değli universali, i quali non sono
altro che l'astrazione o la generalizzazione dei particolari. I selvaggi
australiani, per quanto ne riferisce il padre Salva do, hanno voci per dinotare
ogni specie di albero, ma non hanno una voce per esprimere l'idea d'albero in
generale; hanno voci per indicare i vari animali daessi conosciuti, manon per
esprimere l'animale in genere, ossia la riunione dei caratteri comuni a tutti
gli animali, astrazion fatta delle loro qualità par ticolari. Chi vede per la
prima volta un og getto, ha l'idea particolare di quell'og getto e non altro; i
particolari che gli sono propri lo colpiscono per i primi; ne apprezza il
colore, l'odore, il sapo re o la forma, che sono i fenomeni, nè pensa in alcuna
maniera all'essenza che assume la forma di quei fenomeni, e che costituisce
l'idea dell' ente uni versale, tale come Rosmini l' intende. Solamente dopo una
serie continua di percezioni la mente umana si eleverà dal particolare all'
universale, ossia a quel carattere comune atutti gli esseri, che per astrazione
si attribuisce ad un essere unico non percepito. Ma l'idea dell' ente privato
delle sue realità feno menali èuna pura negazione. Percepisco il colore, e
penso poi a uncorpo senza colore; questo secondo concetto non è altro che una
negazione del primo, e quand' anche gli si volesse dare un ca rattere positivo,
sarebbe sucessivo e non precedente alla percezione della cosa particolare.
Pertanto ' affermazione ro sminiana,che noi abbiamo l'intuizione dell'ente in
universale, astrazione fatta degli enti particolari, vale quanto dire che noi
abbiamo la conoscenza di nes suna cosa prima che qualche cosa sia stata da noi
percepita. Posto questo primo errore comeuna verità fondamentale del suo
sistema, Rosmini ha bel giuoco nel confondere gli scettici. Data la cognizione
della prima verità, cioè quella dell' ente in astratto, egli risponde all'obbiezione
di coloro che gli dicevano « a voi pare di sapere che cosa sia essere, ma forse
nol sapete. E dice: Il sapere, sem plicemente che cosa è essere, senza
aggiungervi alcuna determinazione, e il credere di saperlo, è la medesima cosa:
credere di sapere che cosa è es sere, e sapere che cosa è essere è sa pere la
verità, perchè l'essere essen zialmente è... Si consideri bene che sapere che
cosa è essere, è la semplice concezione dell' essere, non è afferma zione di
alcuna cosa sussistente; l' illu sione adunque che si obbietta non è possibile,
giacchè non si può favellare della illusione della concezione dell'es sere
senza ammettere già questa con cezione di cui si disputa. Così dunque per
Rosmini un' affer mazione che non riguarda alcuna cosa sussistente, provache un
enteveramente esiste; e il credere che un ente vera mente esiste, provache
esisteveramente. Anche volendo passar sopra a queste incongruenze, la prova
rosminiana si ridurrebbe a dire: penso che penso, dunquepenso veramente. Può
darsi ch'e gli abbiapensato dipensare; quello che per certo non ha pensato, è
che ilpen siero non nasce in noi senza unacausa occasionale estérna, e che la
percezione di questa causa, tale quale ci si mani festa nelle sue
accidentalità, è il primo pensiero che noi abbiamo. Se vedo un oggetto verde,
penso al verde; e se a questo pensiero tolgo il concetto di verde, che è l'
accidentalità, non ho l'i dea dell' essenza dell'ente, ma sopprimo addrittura
il pensiero, perocchè il pen siero non può stare senza l'oggetto pensato. Quanto
alla teologia naturale rosmi miana nonsi può dire che abbia almeno il merito d'
esser chiara. Rosmini vuole che il principio di causa conduca alla conoscenza
di Dio; quanto all' esistenza dell' anima non cura di dimostrarla, parendogli
di averne fin troppo bene dimostrati i carattari di semplicità e di
immortalità. Questa dimostrazione è davvero così singolare che merita ne sia
dato un saggio: « La semplicità si prova da questo appunto che l'anima èun
principio unico e immune dallo spazio, perchè l'identico principio che sente è
anche quello che intende: per chè l'atto del sentire in opposizione all'esteso
sentito esclude l'estensione per lamedesima opposizione; finalmente perchè il
principio intelligente riceve la forma dell'idea, cosa immune affatto dallo
spazio e dal tempo ». Questa serie di pretese dimostrazioni, non sono che
affermazioni pure e semplici, le quali supponendo cio che è inquestione, piut
tosto che servire di dimostrazione a vrebbero anzi bisogno di essere dimo
strate. Dello stesso genere sono le altre prove date nella teologia naturale ro
sminiana, sicché inutile sarrebbe qui l'accennarle, e più inutile ancora il con
futarle. Rubov, Rubovius, nato a Luchow, morto ad Hannovernel. Fu professore di
teologia nell'università di Gottinga. Divise le opinioni filosofiche di Wolf,
anzi imprese a mostrare che le medesime erano in perfetto accordo coi dommi del
cristianesimo. Lasciò due opere Sviluppo delle idee razionali di Wolf su
Dio-Dissertatio de anima brutorum. Rousseau nasce a Ginevra d’un orologiaio. I
primi anni della sua giovinezza trascorsero in una vita avventurosa e assai
poco edificante. Fu dapprima po sto in pensione presso un ministro a Bossey,
dove imparò il latino, quindi collocato come scrivano presso il can celliere di
Ginevra, fu poco appresso ri mandato siccome inetto. Fece poi il suo tirocinio
presso un incisore, i cattivi trattamenti del quale instillarono nel l'animo di
Rousseau, per quanto ne dice egli stesso, l'infingardaggine, la menzogna e la
tendenza al furto. Con fessa egli stesso ; ammirava il carat tere della
divinità dell' Evangelo; poi aggiungeva >> menò in moglie la signorina de
Camp grand dalla quale si separò poi con atto di divorzio. Confessa egli stesso
che vo leva usare del matrimonio come di un mezzoper studiareiscienziati, e che
per migliorare l'organizzazione del sistema scientifico, gli occorreva di
conoscere >> e la trasforma con uno slancio trascen dentale nel solo
assoluto universale! Scho penhauer scrive: l'universo e volontà! Egli procura
anche didimostrare laverità di questo sofisma con degli argomenti empi rici, e
passando attraverso ai regni della natura, cerca di persuadere che il vege tale
ha già degli istinti, i quali si tra sformano in volontà negli animali; che gli
animali delle classi inferiori, quan tunque non abbiano ancor la coscienza
della loro propria volontà, pure per la tendenza che hanno a soddisfare i loro
bisogni accennano già alla volontà di vivere, la quale si va viavia sviluppan
do nelle classi superiori. Nella sua sma nia di scoprire la volontà
germogliante in ogni dove, il filosofo di Dantzig non teme di trovare una nuova
formola della teoria delle cause finali, poiché egli dice che l'organismo si
conforma alla volontà, che il leone p. e., ha le zanne perché vuol lacerare la
preda, e che l'uccello ha le ali perché vuol vo lare. S'egli si fosse limitato
a dire che l'uccello vola perché ha ie ali e che il leone squarta la preda
perchè ha le zanne, sarebbe rimasto nel vero. Avreb be allora designata una
legge e non una volontà, giacchè il senso che egli attri buisce a questa voce è
assolutamente nuovo, per non dire addrittura contra rio a quello che essa ha
veramente nella lingua. Questa pretesa volontà se parata dai corpi volenti, non
è che una generalizzazione, è l'astrazione delle vo lontà particolari, e tanto
varrebbe dire che esiste una persona generale, indi pendente da ogni individuo
e da ogni forma, perchè esistono delle persone particolari. Qui Schopenhauer
cade nello stesso errore dei realisti (v. SCOLASTICA) dal quale avrebbe tanto
più dovuto guardarsi, in quanto egli non si perita di accusare Spinoza di usare
le parole in un senso affatto nuovo, e di chiamar Dio l'universo, diritto la
forza, volontá la determinazione. Io ho detto poc'anzi che la filosofia di
Schopenhauer è un puroidealismo sub biettivo. Il suo sistema della volontà non
mi pare fatto per togliermi da questa convinzione. Se il mondo non è che l'
obbiettivazione della volontà, e se « la volontà è tutto ciò che costitui sce
il mondo al di fuoridella immagine rappresentativa » a parte la poca coe renza
di queste due idee, mi pare che niun dubbio possa esistere su questo punto.
Pure è Schopenhauer stesso quello che nega questa conseguenza, e dopo aver
detto che « il sole ha bisogno di occhio che lo veda per illuminare », si
rappresenta il sole delle epoche geolo giche, quando la terra era coperta da
«uno strato uniforme di granito >> e così lo fa interrogare : « Perché ti
dai tu tanta pena di comparire così? Non vi è occhio che ti veda nè intel
SCHOPENHAUER letto che ti comprenda! E il sole ri sponde: Ma io sono il sole, e
appaio perchè io sono: coloro che lo possono mi vedano ». Dunque anche il sole
esi ste e illumina senza che occhio vi sia per vederlo, senza intelletto ove
riflettere la sua immagine rappresentativa ! Non ten terò di conciliare
Schopenhauer con se 393 a dire che essa non può formarsi spon taneamente, nè
aver fine; il quantum di sostanza che si trova nel mondo non stesso. Nessuno,
per quanto io sappia, l'ha fatto. Vi sono de filosofi tedeschi che bisogna
ammirare ma non discute re, e i più fanno così solo perchè ciò fa comodo al
loro pigro intelletto. Se si riduce al suo vero valore la
contraddizionediSchopenhauer,interpre tandola nel modo il più benigno, biso
gnerebbe credere ch' egli abbia voluto stabilire, che senza intelletto non vi
può essere immagine rappresentativa e che per noi l' immagine rappresentativa è
tutto quanto conosciamo del mondo. Ma codesta è una verità così banale che
nessun filosofo ha creduto di stabi lırla, appunto perché la sua evidenza è
tale che anessuno é mai venuto in mente di negarla. Schopenhauer, volente o
nolente, idea lista, combatte acerbamente Fichte, per ché le conseguenze del
suo sistema con ducono a negare la realtà dell' ob biettivo; con la stessa
coerenza com batte i materialisti, ch'egli accusa di fondarsi sopra una enorme
petizione di principio, prendendo l'oggetto dellafilo sofia per base di
essa,mentre senza laco noscenza che il materialismo fa derivare dalla materia,
noi non avremmo alcuna cognizione, neppur quella della materia, che è il
puntodi partenzadelmateriali smo. Così lanciata, come il solito, la sua accusa,
forse per avere l'aria di costruire una filosofia tutt'affatto indipendente,
egli prende senza scrupolo iprincipii fonda mentali del materialismo, al quale
natu ralmente si crede dispensato di dirigere qualsiasi ringraziamento. In
conseguenza egli dichiara che la materia è imperi tura, e contro Hegel dice che
« negare questo fatto vale rinunciare al buon senso. La sostanza persiste
sempre, vale può dunque nè aumentare nè diminui re ». Più innanzi Schopenhauer
designa la materia come assoluta, la dice su scettibile di pensare, « se la
materia può cadere perla gravitazione, essa può anche pensare ». Come poiqueste
affer mazioni si accordino col suo sistemafi losofico, egli non cura di
dircelo. Nelle scienze positive tanti e tanti sonogli errori di Schopenhauer,
che rie sce difficile accreditar fede al suo si stema, vedendo quanto poco sia
adden tro nell'arte di osservare. La storia della terra per lui non è altro che
una ob biettivazione sensibilmente ascendente della volontà; suppone che l'uomo
fu dalla natura creato erbivoro; tira in campo come cosa positiva quella forsa
vitale, che fu oramai abbandonata da tutti i fisiologi. Tutte le favole più
inve rosimili spacciate dai ciarlatani sul ma gnetismo animale, sulla
chiaroveggenza, sulla apparizione degli spiriti trovano in lui uno strenuo
difensore; egli le inquadra nel suo sistema come tante prove empiriche della,
obbiettivazione della volontà. Egli considera natural mente tutti i
contradditori del magne tismo animale come tanti ignoranti, e dice che la
scienza mesmerica è la più istruttiva di tutte le scoperte. Dicesi che il suo
entusiasmo per imagnetizza tori, ha dato luogo a delle scene co miche, nell'occasione
in cui i medici di Francoforte si erano incaricati di sma scherare il famoso
Regazzoni, magne tizzatore italiano. Nel 1836 Schopenhauer pubblicò uno scritto
sulla Volontà nella natura, nel quale procurò di dimostrare che le ul time
scoperte della scienza hanno pie namente confermata la sua filosofia. Non
occorre dire che la maggior parte delle scoperte a cui egli allude, o non hanno
alcun rapporto colle sue idee, o appartengono al novero di quelle ora
accennate. SCIENZA Scienza. Conoscenza ordinata e metodica delle cose e dei
fenomeni. Tutte le scienze degli antichi erano comprese nella filosofia, sicchè
filosofo suonava allora amico della scienza, co Jui che la insegnava e che la
faceva avanzare colle sue scoperte. Erano i filosofi greci che insegnavano l'
astro nomia, la geologia, la musica, e la ma tematica, e per lungo tempo tutta
la medicina fu campo aperto alle dispute filosofiche, per le quali l'arte di
gua rire si deduceva da principii generali e astratti, piuttosto che dalla
osserva zione e dalla esperienza. sotto quei reali rapporti d' unità che a noi
è dato conoscere, si può dire sa piente. I sapienti sono assai più rari di
quello che nella comune si crede; in vece la scienza appartiene a molti ».
Questa distinzione é così poco chiara, che Tommaseo nella stessa pagina, con
assai poca coerenza, lacontraddice « La scienza conosce; la sapienza conosce,
contempla, opera ed ama. La sapienza comprende la teoria e la pratica; la
scienza la sola teoria ». Dunque la sa pienza comprende la scienza e qualche
cosa più. Ma poco dopo lo stesso au tore aggiunge: « Senza molta scienza La
scienza si distingue dall'arte per può l'uomo essere sapiente. C'è una questo
solo, che la prima conosce e sapienza pratica che fa a meno della scopre, la
seconda eseguisce. La pittu- scienza e n' ha gli ultimi frutti ». Non ra, la
scultura e lamusica sono arti in è questa la sola volta che Tommaseo quanto
traducono in atto la rappresen- si contraddice nel suo dizionario. Cote tazione
delle forme e dei suoni. Per lo sta smania di sottili distinzioni, utile stesso
motivo è arte la poesia, lo stu- forse ai grammatici, è perniciosissima dio
delle lingue e la rettorica ; ma lo ai filosofi, i quali piú che all'apparenza
studio teorico della combinazione dei devono badare alla sostanza delle cose.
colori e della produzione dei suoni, co- E finchè i grammatici non si saranno
stituiscono l'ottica e l'acustica, che sono ben intesi per dare un chiaro senso
scienze, com' è scienza la filologia, che alle parole, i filosofi che
correranno si occupa della origine e della deriva-| sulle tracce delle loro
affettate distin zione delle lingue. La scienza dunque 1 studia, scopre e
stabilisce le regole che sono applicate dall'arte. La necessità di ordinare la
varietà delle nostre cognizioni, ha resa neces saria la divisione della scienza
in vari rami, a ciascuno dei quali venne pure dato il nome di scienza. Le
principali di queste divisioni costituiscono lescien ze astratte o speculative,
come la filo sofia, la logica e la matematica;le scienze sperimentali tali che
la fisica, la chimica, la medicina; le scienze d'os servazione, come
l'astronomia e la sto ria naturale; e le scienze morali e po litiche, come l'
economia pubblica, la politica, la giurisprudenza ecc. Tommaseo sull'esempio da
BALDINI (vedasi), nel Dizionario dei sinonimi, distingue la scienza dalla
sapienza, qua sichè vi possa essere sapere senza scienza e viceversa. Chi,
dice, vede il creato zioni crederanno di discutere sulla na tura di cose
differenti, laddove in fondo non vi sarà che distinzione di parole. Nei passi
ora citati, N. Tommaseo pone la sapienza umanacome conoscen za sinteticadel
creato ; rari perciò sono i sapienti, e molti i scienziati. Non solo dice che
la sapienza comprende la teo ria, ma anche la pratica; e giunge in fine alla
conclusione che senza molta scienza si può essere sapienti! Non era meglio dire
che cotesta sorta di sa pienza non è che una affettazione, una vana
ostentazione? Si dicevano sapienti coloro che dettavano facili sentenze e
luoghi comuni ; e i proverbi diconsi an cora la sapienza delle nazioni. Ma essa
è la sapienza dei pregiudizi correnti; e a questa conoscenza veramente con poca
scienza, si adatta così bene il nome di sapienza quanto quello di me dico
conviene al ciarlatano che corre i villaggi e le città. SCOLASTICA Scisma. Voce
greca che vale di stacco, separazione. Indica la separa zione dalla Chiesa
cattolicadi una parte dei suoi membri, per costituirsi in una comunione
separata. La Chiesa cattolica commina la sofia. La scolastica è filosofia religiosa;
qualche volta un po'eretica, ma non mai incredula. Tutte le questioni
teologiche sono state da essa discusse, e però non dobbiamo meravigliarci se
tra coloro che la coltivarono noi troviamo dei teo scomunica contro i
scismatici; ma le comunioni riformate, costrettevi dalla stessa libertá di
interpretazione della Bibbia, che esse accordano ai fedeli, sono obbligate a
proclamare che ladi versità delle opinioni non costituisce un peccato, e che le
molte comunioni sistenti nella religione riformata, sono una conseguenza della
libertà che ha ogni uomo d' intendere a suo modo la parola di Dio. e Io non
voglio qui esaminare la stra nezza di questa dottrina, la quale sup pone che
Dio si sia rivelato al mondo in tal maniera da farsi intendere da tutti gli uomini
diversamente. Accettia mo questa libertà d'interpretazione per i benefizi che
essa ha portato alla libertà del pensiero, senza preoccuparci del poco logico
fondamento su cui si fonda. Ma i cattolici che hanno un grande in teresse nel
conservare l'unità della Chiesa, hanno ben trovato nella Scrit tura molti passi
che fanno al caso loro. Essi hanno citato S. Paolo, il quale biasima qualunque
sorta di divisioni, e sostiene che le eresie sono necessarie per mostrare quali
sono di buona lega (Cor.). L'uomo eretico, dice ancora S. Paolo, dopo la prima
e la seconda correzione sia sfug gito ( Tito). Giovanni, vuole che gli si
ricusi perfino il saluto (Giov.). Scolastica. Cousin, nel Corso della storia
della filosofia, definiva la Scolastica l'applicazione della filosofia, come
semplice forma, a servizio della fede. Questa definizione non è sempre vera,
sebbene sia vero che tutti gli scolastici appartenessero alla filosofia
cattolica e si allontanas sero qualche volta dall' ortodossia solo per certe
accidentalità della loro filo logi, dei monaci e dei vescovi, e non mai de'veri
filosofi. La scolastica è una lotta intestina combattuta nel seno stesso della
Chiesa, da uomini profon damente credenti, tuttochè qualche volta nel calore
della disputa i loro argo menti sembrino piuttosto adatti a dar ragione agli
increduli. Di questa lotta nella quale combatterono vari teologi il cui nome è
taciuto in questo dizio nario, mi par conveniente dare un sag gio alquanto
diffuso, al quale scopo mi giova qui compendiare le varie notizie su questo
argomento raccolte e pubbli cate da Bartolomeo Haureau. Egli esor disce col
dire che la definizione di Cousin non è nè chiara nè esatta. Quanti, di fatto,
tra i filosofi detti sco lastici furono dall' autorità richiamati al dovere! E
se qualche paziente e sa gace inquisitore volesse di presente to gliere a
censurare, dal lato della dot trina, tra questi filosofi, quelli il cui nome fu
onorato e santificato anche dalla Chiesa, quanti troverebbe non e senti da
sospetto d' eresia! La defini zione di Cousin potrebbe pertanto es sere così
modificata: La scolastica è l'applicazione della filosofia alla discus sione
dei dommi della fede. Maanche così emendata la definizione non troppo soddisfa
il sig. Haureau: pe rocchè, dic'egli, lascolastica ha principio aduncerto
tempo, e sebbene non siano concordi le opinioni degli storici intorno a questo
tempo, tuttavia ne sono ormai convenuti i limiti, e questi non permet tono di
accettare la definizione di Cou sin, neppure così emendata. Pare a lui che i
padri e gli scolastici abbiano tutti fatta entrare la filosofia nell' analisi e
nella discussione della fede . Conse guenza per verità un po'esagerata, im
perocchè laddove la fede è sovrana e 306 SCOLASTICA impone ossequio alla
ragione, la filoso fia vanamente dibattesi tra le distrette di principii già
accettati e dichiarati inviolabili. Per essere giusti si dovrà dunque dire che
la definizione di Cou sin, se non è sempre vera, è però in gran parte vera.
Secondo il sig. Haureau, la scola stica non può essere definita, poichè essa
non è una scienza distinta dalle altre scienze, e nemmeno è, a parlare
esattamente, una forma particolare della filosofia, ma propriamente la
filosofia di una cert'epoca, che ha e deve avere il carattere tutto teologico
di quel tem po. Che se nondimeno vuolsi che, at tenendoci a quanto il rigore
del metodo richiede, non passiamo oltre senza aver prima determinato l'oggetto
di questo articolo, diremo, la storia della Scola stica essere quella delle
diverse dot trine professate nelle scuole del medio evo, dall' istituzione di
queste fino a quando fu ad esse tolta l' istruzione prima e la direzione delle
menti. Ma quando furono le scuole insti tuite? Tutti gli storici monumenti ne
attribuiscono a Carlo Magno l' onore, epperò il signor Haureau fa da lui in
comincirre il primo periodo della sco lastica, il qual finisce col secolo XI,
cioè da Alcuino a Berengario. Comin cia con questi due il secondo periodo. Il
più illustre campione di questo pe riodo è Giovanni Scoto. Egli conosceva il greco
e l'ebraico, corresse la Volga ta, e tradusse il libro dei Nomi divini,
attribuito a San Dionigi areopagita, sopra un manoscritto mandato da Mi chele
Balbo a Luigi il Pio. Era inol tre, se crediamo al signor Haureau, li bero
pensatore, tanto che nel principio della sua opera principale così si espri me
aproposito della Tradizione: « L'au Prende ad esempio il battesi mo. Nelle
cerimonie di esso il tatto, la vista ed il gusto dandosi mano a vicen da
accertano la presenza dell'acqua: la ragione va più oltre, ed arriva a cono
scere le naturali proprietà e l'essenza della medesima, non che le parti che la
compongono; ma non è dal battesi mo sollevata fino a comprendere il mi stero
della salvazione ; la ragione è in feriore alla fede, come ad essa sono
inferiori i sensi. Aldemanno non fu il solo oppositore; ma ebbe anche Beren
gario i suoi discepoli, tra cui Ildeberto di Lavardino, arcivescovo di Tours.
Egli vorrebbe rilevare la ragione; ma come farlo senza offendere la fede? Que
sta difficoltà non fu punto da Ildeberto risoluta. Berengario, distinguendo
varie maniere di certezza, ammetteva tanto le credenze della fede, quanto
quelle della ragione ; ma non voleva che venissero confuse, siccome insegnava
la Chiesa. Ildeberto ammette sì le distin zioni del maestro, ma dimostreremo
che il pio arcivescovo di Tours, chiamato dai contemporanei colonna della
Chiesa, s'accosta all'eresia più che non si crede. Apriamo il Trattato di
teologia, e vi troveremo sul bel principio questa defi nizione per lo meno
ardita: La fede è la certezza volontaria delle cose as senti ; essa è superiore
all' opinione ed inferiore alla scienza ». egli dice « deve sotto > Fin quì
il filosofo è unicamente idealista, mava più innanzi loro dice >> Questi
due frammenti contengono intera la dottrina nominalistica. Rosce lino ne trasse
alcune conseguenze teo logiche, ed a malgrado del rispetto che la fede imponeva
pei misteri, osò, con iscandalo della Chiesa, sottomettere il Mistero della
Trinità al criterio della ragione, argomentando in questo modo: Giusta le
premesse, la cosa, come « cosa, non è altro che una e non ha parte; soltanto
l'unità è reale. In pari modo, Dio, come Dio, non è altro che Dio, non il
Padre, il Figlio e lo Spirito Santo ». Faceva pertanto questo dilem ma: O la
Chiesa, d'accordo con Sa bellio, deve nella Trinità ammettere tre Dei separati,
distinti, individui, come sono tre angeli, tre spiriti; o non po trà attribuire
la realtà e la sostanza che a un solo Dio, chiamato con tre nomi, ma
senzadistinzione di persone ». Contro Roscelino si elevò Guglielmo di Champeaux
il quale insegnava a Parigi, nella scuola del chiostro. Bayle accusa di
spinozismo la dottrina di lui; nè priva di fondamento è quest' accusa, la
quale, del resto, è diretta contro tutta la scuola realistica. Insegnava egli
che il genere è essenzialmente, integral mente e simultaneamente identico in
tutti gl'individui, e che gl' individui sono fralorodistintinon peraltro che
persem plici accidenti, ed argomentava in cosi fattomodo: « L'umanità è unacosa
essen zialmente una, che non possiede daper sè, ma riceve d' altronde certe
forme che fanno Socrate. Questa cosa, re stando essenzialmente la medesima ri
ceve del pari altre forme che fanno Platone e gli altri individui dell'umana
specie; ed eccettuate le forme che si applicano a questa materia per pro durre
Socrate, nulla è in Socrate che non sia ad un tempo in Platone, ma sotto le
forme di Platone ». Questo teologo apparteneva, come si vede, alla scuola del
più aperto reali smo. Egli non riconosceva altra esistenza che gli universali:
le cose particolari sono accidenti o fenomeni. In questo modo il realismo
volendo da una parte evitare lo scetticismo dei nominalisti, ri cadeva
dall'altra nel panteismo. Gugliel mo di Champeaux doveva trovare un terribile
oppositore nel giovane Abe l' universale esista, ma che la mente chiama
universale ciò che esiste di si milare inciascunindividuo (v. ABELARDO). Così
si ebbe il concettualismo, scuola che in sostanza non mipare diversa da quella
dei nominalisti. Tra le scuole a cui ha dato origine il concettualismo di
Abelardo, vuol es sere ricordata quella dei Cornificiani, di cui Giovanni di
Salisbury lasciò un qua dro sì poco favorevole. I Cornificiani, partecipando ad
un tempo dei realisti e dei nominalisti, riducevano tutte le dot trine e tutte
le idee a semplici formole: queste formole, ne cercavano le con traddizioni.
Questo metodo doveva age volmente guidare al più universale scet ticismo ; e
Giovanni di Salisbury rac lardo (di Palais nella Bretagna), il più i quindi
ponendo a confronto tra loro illustre discepolo di Roscelino. All' ar
gomentazione realistica egli risponde va: « Se così è, chi potrà negare che
Socrate sia ad un tempo stesso in Roma ed in Atene? Difatto dove è Socrate,
trovasi altresì l'uomo universale che ha vestito nella sua intierezza la forma
della sua socratità. Perocche tutto ciò che comprende l' universale, lo ritiene
nella sua totalità. Se pertanto l'univer sale, che è affetto per intiero della
so cratità, trovasi in Roma nel tempo stesso tutt' intiero in Platone, egli è
impossi bile che nel tempo stesso e nel mede simo luogo non si trovi la
socratità che è nell'uomo; là è Socrate, poichè Socrate è l' uomo socratico.
Chiunque ragioni, conta che la più parte dei Cornificiani ne diedero non dubbia
prova, rinun ciando per disperazione allo studio della filosofia, quali per
chiudersi nei chio stri, quali per darsi alla medicina. Dopo Abelardo la
scolastica ricade in un aperto misticismo. San Vittore e Ugone mostrano pari
disprezzo per la ragione, e l'uno vanta i meriti dell'intui zione, ' altro
quelli della contempla zione. Alano Magno delle Isole (Yssel o Rupel) dimostrò
con vigoroso raziocinio nonhacome rispondere a ciò. Ache tende Abelardo? A
provare che l'universale è, non una cosa, ma un'idea, una parola; che se l'universale
fosse alcuna cosa, questa siccome universale od assoluta sarebbe necessaria
mente contenuta per intero in ciascun individuo, il che è assurdo. Aggiunge:
dicono gli autori del Compendio ad uso del collegio di Juilly una naturale
inclinazione, che è come un' incoazione di questa virtù, la qual ; che « Iddio
è una sfera impassibile. Diogene Laerzio gli fa dire che « l'essenza di Dio è
sferica>>> e Teodoreto che « il tutto è uno; è sferico » . Lo stesso
dice Aristotile quando assicura che secondo Senofonte > convennero che in
certi animali infe riori la sede della sensibilitàrisiede nel midollo
allungato,laquale,secondo Loriy, Desmoulins, Gerdy, J. Muller ecc. è anche la «
sorgente del movimento ». Gerdy appoggiandosi ai suoi propri e sperimenti
riconosce che l'ablazione del cervello pone l'animale in uno stato di
sonnolenza, senza però distruggere ogni manifestazione della percezione e della
volontà, giacchè se l'animale è viva mente irritato fa degli sforzi per sfug
gire al dolore. Poichè la facoltà di per cepire e la volontà sono rese ottuse
per l'asportazione dei lobi cerebrali, il cervello, dice questo autore, serve
dun que a tali funzioni: ma poiché esse con tinuano ancora dopo la recisione,
biso gna dire che non sia solo a produrle. Il suo completamento non sarebbe già
il cervelletto, l'ablazione del quale par che ecciti l' animale piuttosto che
stor dirlo, ma a giudizio di Gerdy, la per cezione e la volontà avrebbero sede
nel cervello e nella protuberanza. Aquesta supposizione F. A. Longet presta tutto
l'appoggio della sua espe rienza. Allorchè, dic'egli, viene mutilata la massa
encefalica di un coniglio o di un giovane cane, fino al punto di non lasciare
nella cavità del cranio altro che la protuberanza e il bulbo, questi ani mali,
quantunque sembrino immersi in un coma profondo, sotto l' influenza di vive
irritazioni esterne, potranno ancora mandare dei gemiti, ed agitarsi violen
temente; ma quando vien lesa abba stanza profondamente la protuberanza anulare,
subito i gemiti e l' agitazione cessano, e più non resta che un ani male nel
quale la circolazione, la re spirazione e le altre funzioni nutritive
continuano momentaneamente. Fu domandato se senza la parteci pazione dei lobi
cerebrali può realmente esistere sensazione di dolore. lo chiamo l' attenzione
del lettore sulla risposta che il signor Longet, fisiologo certo SENSAZIONE non
materialista, e per conseguenza non sospetto di parzialità per la nostra
filosofia, ha creduto di dover dare a questa domanda. Anatomie descriptive.
Savart avendo osservato che la sabbia posta | degli ossicini! Chi pretendeva
che il sopra una membrana vibrante saltava tanto più alto quanto meno la
membrana era tesa, ha concluso, contrariamente a Bichat, che è la tensione e
non già il solo martello picchiasse, chi tutti insie rilassamento della
membrana che di minuisce la sua facoltà conduttrice. Que sta opinione, non è
generalmente accet tata; e Longet, p. e, crede che l'a zione del muscolo sia
quella di OV viare semplicemente alle variazioni di tensione che può presentare
la mem brana, impedendo specialmenteche essa si rilassi completemente. La
cavità del timpano è attraversata da una catena di ossicini articolati fra loro
in guisa da formare una leva an golare, una estremità della quale è at taccata
alla membrana del timpano, e l'altra a quella della finestra ovale. Questi
ossicini sono in numero di quat tro: il martello, l'incudine, l'orbicolare e la
staffa. Non si è ancora ben potuto spiegare quale utilità essi rechino nella
funzione dell'udito. Certo essi trasmet tono le vibrazioni dell'orecchio medio
al me, e chi voleva non avessero azione sulla trasmissione del suono. Del pari,
cosa non si è detto della tromba di Eustachio, canale che mette in co
municazione la fossa nasale colla pa rete interna della cassa del timpano! Non
si accontentarono della supposi zione probabile ch' essa fosse data per la
rinnovazione dell'aria contenuta nella cassa, ma vollero alcuni ch'essa
servisse anche all'animale per udire la sua pro pria voce ! Dalle finestre
ovale e rotonda, chiuse, da membrane vibratili le vibrazioni sonore sono
trasmesse all' orecchio in terno, al vestibula, e alla linfa del co tugno, che
riempie tutto il labirinto ; il quale nella parte anteriore è occupato dalla
chiocciola e nella posteriore dai ' orecchio interno attraverso alla fine stra
ovale ; male vibrazioni della cassa timpanica non avrebbero forse egual mente
potuto trasmettersi col mezzo dell' aria contenuta nella cassa, come. ciò
avviene per la viadella finestra ro tonda? Il meccanismo dell' orecchio in
contra ad ogni passo serie difficoltà, e i fautori delle cause finali non man
carono di ricercare in ogni organo uno scopo dato dal creatore alla sua fun
zione. Boërhaave non ha forsedetto che il padiglione esterno dell' orecchio pre
senta delle curve disposte geometrica mente ed in modo da riflettere nel con
canali semicircolari. Ma queste tre parti, vestibolo, canali semicircolari e
chioc ciola, non sono la porzione essenziale dell'organo, solo costituiscono la
cavità ossea nella quale risiedeuna membrana, alla quale fanno capo gli ultimi
filetti del nervo acustico, incaricato di por tare le sensazioni sonore all'
encefalo. Il signor Adelon ha giustamente os servato che tutto questo
apparecchio non serve infine che a trasmettere le vibrazioni sonore al nervo
conduttore naturale del suono, e che in conse guenza il suono può pervenirci
altri menti che per questa trafila, cioè col l' intermedio delle ossa del
cranio, ma soltanto quando il corpo sonoro è posto a contatto immediato con
esse. Il ru more di un orologio é inteso, benchè gli orecchi siano turati,
quando ' orologio è tenuto fra i denti. Ingrassias | più debole,sia tale, non
perchè lontano, cita l'osservazione di uno spagnuolo, il quale, divenuto sordo
per l'ostruzione del condotto uditivo esterno, sentiva il suono di una chitarra
ponendone il manico fra'denti, oppure mettendo nella ma perchè più debole
veramente. Pos- siamo noi dire qual sia la distanza del rombo del cannone, se
non sappiamo innanzi tutto da qual sorta di cannoni nasce quel rumore. Possono
darsi can sua bocca l'estremità d'una bacchetta mentre coll' altra estremità
toccava lo strumento. Questi fatti non ci avver tono, come ben diceva
Blainville, che I udito non è altro, infine, che una specie di tatto? Molti
animali che sono privi di quel senso, distinguono nondi meno le vibrazioni dei
corpi sonori per la sola impressione che esse producono sulla loro pelle. Noi
stessi riusciamo a sentire queste impressioni nei forti ru mori; cosa la quale
può farcicompren dere facilmente, che quel fenomeno il quale è suono nel nervo
acustico, fuori di esso non è che movimento. Berkeley e la scuola sensualista
hanno perciò avuto ragione di dire che le sensazioni sono dentro di noi
piuttosto che fuori di noi, tanto poca relazione ha il movi mento con l' idea
che noi abbiamo del suono, che forza è concludere essere il suono una pura
modificazione del nervo acustico al quale si comunicano le vi brazioni. Fu
detto che il senso dell'udito po teva esso solo farci conoscere le di stanze,
poichè noi sappiamo giudicare se un corpo sonoro è più o meno vi cino a noi. Ma
questa è una induzione erronea, poichè noi riesciamo a giudi care la distanza
della sorgente da cui partono i suoni solamente quando trat tasi di suoni noti.
In questi casi noi abbiamo già veduto l'istrumento o il corpo da cui parte il
suono, e l' espe rienza ci ha già avvertiti di quanto di minuiscono questi
suoni per rapporto alla lontananza. E poichè sappiamo che tutti i suoni
diminuiscono colla lonta nanza noi crediamo lontani tutti i suoni deboli, col
qual giudizio cadiamo molte volte in errore. Ad esempio, dall'inten sità del
tuono molti ne giudicano la lon tananza; pure può avvenire che un tuono noni di
gran portata il cui rombo si faccia sentire distintamente a distanza maggiore
di quella che basterebbe a rendere impercettibile la scarica di can noni di
portata minore. Dunque la va lutazione delle distanze col mezzo degli orecchi
suppone una esperienza combi nata con un altro senso. Senza questa esperienza,
noi non avremmo alcuna ragione di dire che i suoni deboli sono più lontani dei
suoni forti, giacchè vi sono dei suoni forti che succedono a distanza maggiore
di quelli che ci sem brano deboli. Nè meglio riescirebbe l'orecchio solo a
giudicare la direzione delle onde sonore. É vero che portando l'orecchio nella
direzione delle onde so nore la sensazione si accresce, ma perchè mai
l'orecchio giudicherebbe che quell' accrescimento sia lo stesso suono percepito
più distintamente, an zichè un altro suono più forte ? Se gli occhi od il tatto
non ci avessero mai avvertiti che lo stesso suono si indebo lisce o si rinforza
secondo che l'orec chio è più o men bene posto nella di rezione della sorgente
da cui partono le onde sonore, certo l'udito solo non ci avrebbe mai potuto
istruire di que sto fatto. Il senso dell' odorato non è più di stinto di quello
dell'udito, sebbene per cepisca delle impressioni che sono im percettibili a
tutti gli altri sensi. In torno alla natura degli odori, fisici e fisiologi
sono ancora divisi in due o pinioni; quella dell'emanazione, e quella della
vibrazione. Coloro i quali adot tano la prima opinione suppongono che dai corpi
odorosi emanino delle parti celle tenuissime ed imponderabili le quali
penetrando nel nostro organo produ cono, mediante il contatto, la sensa zione
dell' odorato. L'altra opinione applica eziandio agli odori quella legge di vibrazione
che abbiamo attri buita alla luce e al suono. Secondo questa ipotesi i corpi
odorosi, come i luminosi ed i sonori, avrebbero una spe ciale maniera di
vibrazione, la quale comunicandosi al mezzo ambientę, ir raggerebbe
tutt'intorno trasmettendo le onde odorose fino a noi. Gli emanatisti sostengono
la loro opinione mostrando che i corpi più odorosi sono quelli che più
facilmente si volatizzano; ma ri spondono gli avversari che questa vo
latizzazione, se getta nell'atmosfera una parte del corpo odoroso, deve natural
mente rendere anche più facile la per cezione dell' odore, in grazia dei molti
centri di vibrazione che si stabiliscono intorno a noi; che per questa ragione
1 molte essenze diventano più odorose quando si volatizzano, mentre se si fiu
tano nelle boccette producono una assai minore impressione sull'organo olfatto
rio . Aggiungono che certe sostanze, come il muschio e l'ambra grigia, dopo
avere eccitate per parecchi anni le no stre impressioni olfattive, se sono
pesate anche colle più perfette bilancie, non si trova che abbiano diminuito di
peso. Ma contro queste dimostrazioni si ri sponde che i nostri sensi sono assai
più sensibili delle nostre bilancie e che l'ipotesi di un movimento vibratorio
non si accorda nè col trasporto degli odori a distanze sovente enormi, nè con
certe condizioni della sensazione olfattiva, come sarebbe la necessità di una
cor rente d'aria per mettere l'apparecchio dell'olfatto in rapporto col suo
eccitante naturale. Comunque sia, o corpuscoli o vibra zioni, il contatto o il
movimento, per essere percepito, deve essere comunicato alla membrana olfattiva
o pituitaria onde sono rivestite le fosse nasali ; cavità ossea che si trova
sotto alla fronte e che corrisponde alla parte superioredel naso.
Questamembrana del genere delle mucose, nella partesuperiore e media è
intersecata da una quarantina di filetti nervosi, i quali, dopo avere
attraversato i fori che crivellano la lamina dell'osso etmoidale,
riunisconsinel nervo olfattorio incaricato di portare le sensazioni odo rose al
cervello. I soliti fisiologi teleologi non hanno mancato di ricercare
nell'organo dell'o dorato quella perfezione che essi tro vano sempre in tutte
lecose (v. CAUSE FINALI). Dissero in prima che l' organo dell'odorato, per la
sua stretta relazione coll'organo del gusto, ci era stato dato per avvertirci
della bontà delle materie che ci prepariamo ad ingestire. Ma fu osservato che
nell' uomo l'odorato è il senso meno perfetto di tutti gli altri, e che sotto
questo rapporto egli è meno favorito di molti animali. Il nervo ol fattorio
dell' uomo è, in proporzione, molto piccolo; il ganglio olfattorio è molto
gracile, e il signor de Blanville lo dice addrittura rudimentario. Poco estese
sono le fosse nasali, ed il naso esterno non è così ben disposto per ri cevere
gli odori come il muso del cane, il grugno del porco o la proboscide
dell'elefante. I nervi che lo dovrebbero muovere sono poco sviluppati, quasi
come quelli delle orecchie, che sono nell' uomo affatto immobili ; e la mem
brana olfattoria presenta poca superfi cie in confronto di quei giri doppi e
tripli che offrono i cornetti del cane. Perciò nell' uomo gli avvertimenti del
l'odorato sono poco sicuri; non gli sve lano la presenza di molti gas la cui
respirazione è funesta, e gli fanno in vece incontrare un odore spiacevole nei
buoni alimenti e un gradevole odore in molti veleni. La speciale disposizione
dell' organo è quella che determina la natura degli odori, che ce li rende
grati o sgrade voli indipendentemente dalla loro qua lità intrinseca. Ciò che è
odoroso per un animale può essere inodoro per un altro e ciò che piace ad una
specie può spiacere ad un'altra. Certe persone, dice il signor Adelon, amano
gli odori che altri sfuggono; Luigi XIV, per esempio, gradiva gli odori virosi
; i Persiani qua lificavano col titolo di cibo degli Dei l'assa-fetida, che noi
indichiamo col vo cabolo di stercus diaboli. 423 scellare superiore e dal
ganglio sfeno Si è detto che gli odori gradevoli hanno una diretta influenza
sugli or gani genitali, ed è un fatto ch'essi c'in nebbriano e ci dispongono
all'amore. Ma èpur vero, come osserva il professore Longet, che vi sono degli
uomini i quali nell'influenza esercitata dall'odore della vulva sulla
pituitaria, trovano lo sti molo a disposizioni erotiche; come l'o dore dell'
uomo eccita in alcune donne ardenti il bisogno del piacere. L'imma ginazione
coopera certamente a pro durre in alcuni questo singolare feno meno. Manegli
animali questa influenza delle impressioni olfattive è ancor più pronunciata,
poichè gli organi sessuali delle femmine di molte specie,all'epoca del rut
sviluppano un odore forte e speciale, le cui esalazioni sembrano at tirare i
maschi sulle loro peste. Per la natura dell'organo che loper cepisce, il gusto
è il senso che piú di tutti gli altri si avvicina al tatto. Per svilupparsi
esso ha bisogno del contatto di un corpo estraneo, e questo contatto deve
operarsi in una maniera perfetta, cioè colla dissoluzione delle parti sapide
entro gli umori secretati dalla bocca. La sensazione del gusto, per comune consenso,
si esercita dalle papille che si trovano sulla membrana mucosa della lingua,
principalmente formate dalle fi nali estremità dei nervi, la cui tenuità però è
tale, che difficile è il vedere com'essi vi si dispongano. Per la stessa
ragione difficile è il sapere quale dei nervi che mettono alla lingua sia
quello chepresiede allaloro formazione e quale meriti perciò di essere detto il
nervo del gusto. Vi sono state e vi sono tut tavia delle controversie su questo
pro posito, giacchè molti nervi distribui sconsi nella lingua, e sono: il nervo
lin guale, del quinto paio, il nervo grande ipoglosso ed il grosso faringeo,
come pure alcuni filetti provenienti dal ma palatino. Ma se uno o se diversi di
questi nervi cooperano atrasportare la sensazione del gusto al cervello è que
stione indifferente per la filosofia. Servendosi di una piccola spugna at
taccata all'estremità di un osso di balena, Antonio Vernièr ha cercato di
esplorare quali parti della bocca fossero sensibili alle impressioni sapide.
Egli affermò di avere costantemente trovate insensibili all'azione dei sapori
la membrana mu cosa della volta palatina, delle gengive, delle gote, delle
labbra, della [regione media e dorsale della lingua; mentre la sensibilità
gustativa fu da lui trovata nella mucosa che copre le glande sub linguali, la
superficie inferiore, la punta, i contorni e la base della lingua, le due
faccie del velo del palato e la fa ringe. I signori Gussot e Admyrauld
rinnovando le esperienze in altre con dizioni confermarono le conclusioni di
Vernière, colla sola differenza ch' essi trovarono traccie di sensibilità sopra
una piccola parte della volta del palato situata al centro della sua superficie
anteriore. I medesimi fisiologi si sono eziandio proposti di conoscere se tutte
le superficie sensibili percepissero il gusto alla stessa maniera, e i loro e
sperimenti li hanno condotti a conchiu dere che molti corpi, e specialmente i
sali, producono sensazioni differenti se condo che sono gustati dalla parte an
teriore della lingua oppure dalla poste riore. Per esempio, dicono essi, lace
tato di potassa solido, d' una acidità bruciante alla parte anteriore della
bocca, è amaro, insipido e nauseoso alla parte posteriore. L' idroclorato di po
tassa semplicemente fresco e salato da vanti, diviene dolciastro vicino alla
gola. Il nitrato di potassa fresco e piccante sul davanti, nella parte
posteriore della bocca diviene leggermente amaro e in sipido. L' alunno solido,
poco sapido, fresco, acido e molto stitico sul davanti, nella parte posteriore dà
un sapore dolciastro senza alcuna acidità. Il sol fato di soda molto salato sul
davanti, è amaro sul fondo della bocca ecc. Questi esperimenti sono adatti a
ren dere assai dubbioso il nostro giudizio sulla vera natura dei sapori, e se
poi teniamo conto della diversità grandissima di gu sti che si notano fra le
diverse specie animali e fra gli stessi uomini, potremo facilmente essere
condotti ad affermare che i sapori non esistono fuori di noi, ma che sono
solamente in noi, o piut tosto sono unafunzionedipendente dal l'intima natura
dei nostri organi. Il gusto non somministra all'intelli genza alcuna nozione
estrinseca, salvo la qualità sapida dei corpi gustati; esso è assolutamente
inetto ad obbiettivare la sensazione, nè vi è alcun dubbio che questo solo senso
non basterebbe a darci alcuna cognizione dei corpi esteriori. Fu perciò detto
che il gusto non è un senso della intelligenza, madella nutri zione. Se non che
i teleologi hanno trovato che la sua destinazione provvi denziale era quella di
farci scegliere, fra le diverse sostanze che la natura ci presenta, quelle che
sono proprie a ser virci d'alimenti. Questa proprietà non è però rigorosamente
vera. Vi sono delle sostanze velenose o nocive all'ingestione delle quali non
proviamo alcuna nausea, se pure tal fiata non hanno sapore gra devole, mentre
altre sostanze che sareb bero eminentemente plastiche e nutri enti ci
ripugnano. Inoltre, se lo scopo del gusto fosse stato quello di avver tirci dei
bisogni dello stomaco, pare na turale che certi farmachi, che pure gio vano
adeccitare, a mantenere od ari stabilire le funzioni dell' organo dige stivo,
avrebbero dovuto parere meno ingrati all'organo del gusto. In qual maniera i
corpi agiscono sull' organo del gusto per generare la sensazione che gli è
propria? Molte i potesi furono fatte a questo riguardo, ma tutte insufficenti.
Alcuni hanno at tribuito questa facoltà alla forma delle molecole, ed in
conseguenza hanno ri ferita ladiversità dei sapori alla differen te figuradelle
molecole integranti; altri alla natura chimica dei corpi; altri alla vibrazione
speciale delle molecole dei vari corpi; ma tutto questo non ci a vanza nella
spiegazione del fenomeno, come non ne erano avvantaggiati gli antichi pei loro
principii salino, acido, o igneo che supponevano risiedere nei corpi come causa
dei sapori. Noi dobbiamo confessare che tutte le spiegazioni date su questo e
sugli altri sensi non ci spingono più in là dell' idea di contatto (v. CAUSA) e
che nel resto siamo affatto all' oscuro sul come questo contatto, secondo la di
versa natura dei nervi su cui si opera, si trasforma in sensazioni diverse. Que
sta oscurità impenetrabile non ha però in se stessa nulla di misterioso, e non
è in alcuna maniera l'indizio che sotto il nostro involucro materiale si nascon
da uno spirito. Questa conseguenza sa rebbe tanto fondata quanto quella di quel
selvaggio, il quale vedendo un o rologio che si muoveva da sè, lo repu tava un
Dio. Il nostro corpo è una macchina chiusa, i cui ordegni non co nosciamo
interamente. Noi nonpossiamo aprire questa macchina senza scompor la, senza
guastarla e senza sospenderne il movimento; noi non abbiamo mai potuto seguire
i movimenti del cervello nelle sue intime fibre, nè percorrere insieme alla
sensazione i nervi condut tori. L' anatomia spiega la forma e la disposizione
dei congegnidi questa mac china, ma non la funzione; la fisiologia colle sue
vivisezioni si è inoltrata al cunpoco nello studio dei movimenti in azione, ma
tosto che essa si spinge al centro del movimento, le lesioni che produce sconvolgono
tutta la macchina, e il movimento scompare. Qual maravi glia, dunque, se la
causa dell'azione ci sfugge tuttora e se il nostro stesso corpo resta per noi
come una scatola chiusa? Forsechè il solo pensiero può bastare a darci l' idea
di quel che siamo? Ma il nostro io è la funzione, il risultato di questa
macchina che diciamo uomo, SENSISMO O SENSUALISMO non può trovare in sè che gli
elementi della funzione e non quelli della cau sa. Se non fosse così, perchè
mai gli spiritualisti non intendono meglio lo spirito di quello che noi
intendiamo il intesa da Cartesio, il quale sul pro posito delt' idea di Dio
così si cor reggeva: « Quando dissi che l'esistenza di Dio è naturalmente in
noi, volli in corpo? E perchè gli stessi materialisti rientrando col pensiero
in se stessi non scoprono questa stupenda e misteriosa causaspirituale,
laquale, tuttochè non sia altro che l'essenza di noi stessi, si ostinaa restare
per noi nel più profondo mistero? Sensismo o Sensualismo. Dottrina colla quale
si dimostra che tutte le nostre idee derivano dalla sen sazione. Dopochè
Platone aveva inse gnato che le idee sono innate in noi, (v. IDEE INNATE)
Aristotile sorse a com batterlo e a dimostrare il doppio prin cipio : 1º nulla
trovarsi nell' intelletto che prima non esista nei sensi; 2º l'a nima umana
essere in principio una tavola rasa sulla quale nulla è scritto. Queste due
opposte teorie subirono na turalmente le fasi di favore e disfavore acui
soggiacquero successivamente i si stemi di quei due filosofi; ma il pre dominio
era rimasto a Platone e le sue idee innate, più o meno modificate, e rano state
accolte dai più rinomati fi losofi del secolo XVII. Mentre Platone considerava
le idee come enti sostan zialmente esistenti in noi, Cartesio le aveva ammesse
solamente come esistenti per una certa disposizione dello spirito, in potenza ;
mentre Leibnitz credeva che le idee stanno nello spirito come una statua si
trova in un masso di marmo prima che ne sia tratta dallo scalpello
dell'artista. Per verità, il modo che usavano questi due filosofi per con
cepire leidee innate differiva sostanzial mente da quello di Platone,
perciocchè una disposizione dello spirito a produrre una idea, non può dirsi
ancora che sia una idea, come la proprietà che hanno i corpi di muoversi non
può dirsi che sia movimento. Una cosa non può es sere e non essere al tempo
stesso, e ciò che è possibile non è ancora un fatto. Questa sostanziale
differenza fu pure tendere soltanto che la natura ha po sto in noi una facoltà
mediante la quale noi possiamo conoscere Dio; ma non ho mai scritto nè pensato
che questa idea fosse attuale ». Bacone fu il primo che intravvide
lamodernateoriadei sensisti, insegnan do che le idee civengono trasmesse dai
sensi, i quali ne formano degli idoli (idola) o delle immagini, grazie a certe
particelle materiali, le quali, come a veva supposto Democrito, si staccauo
dagli oggetti, e per mezzo dei sensi si introducono nel cervello. Questa
teoria, per quanto possa parer singolare, non è poi affatto strana, se si
considera che l'ultima parola della fisiologia e della fi sica, se non è
favorevole ad una vera epropria traslazione della materia, am mette però una
continuità di vibrazione che, per la via dei nervi sensori, dagli oggetti
percepiti giunge al centro della percezione (v. SENSAZIONE). Il problema della
filosofia sulla ori gine delle nostre idee ha cominciato ad essere
metodicamente sottoposto ad una accurata analisi delle nostre sen sazioni nel
1694, nel quale comparve il Saggio di Locke sull' umano intendi mento. Questo
celebre filosofo ha rigo rosamente impugnata la dottrina carte siana sulle idee
preesistenti alla sensa zione, ed ha dimostrato la verità dell'a forismo
aristotelico (v. IDEE INNATE). Egli costruì arditamente una nuova teoria, e
dimostrò che tutte le nostre idee, così le più semplici, come le più complesse,
derivano dalla sensazione e dalla riflessione. Divise perciò l' espe rienza in
esteriore ed interiore e le idee in due specie: quelle che vengono dal
l'esperienza esteriore, cioè dalle sensa zioni, e quelle che derivano dall'
espe rienza interna, cioè dalla coscienza. Le prime si riferiscono alle cose
materiali ; le altre alle morali. Condillac ha rassodata la teoria di Locke e
l'ha anche perfezionata. Giu stamente egli ha osservato che la di stinzione del
filosofo inglese, il quale fa procedere le idee dai sensi e dalla ri flessione
è superflua. Sarebbe stato più esatto, dic'egli, di non riconoscere che una
sola sorgente, sia perchè la ri flessione non è essenzialmente diversa dalla
stessa sensazione; sia perchè essa non è tanto lasorgente delle idee quanto il
canale per il quale esse derivano dai sensi. Questa inesattezza, continua Con
dillac, quantunque sembri di poco mo mento, rende molto oscuro il sistema di
Locke, giacchè lo mette nell' impossibi lità di svilupparne i principii;
ragione per cui egli si accontenta di ricono scere che l' anima comprende, pen
sa, dubita, crede, ragiona, vuole, riflet te; che noi siamo
convintidell'esistenza di queste operazioni perchè le troviamo in noi stessi e
vediamo che contribui scono al progresso delle nostre cogni zioni. Condillac
tenta di dare un nuovo saggio delle nostre facoltà senza però riuscire più
chiaro di Locke. Egli stesso lo confessa, e ne ha poi fatta larga ammenda,
allorchènel 1754, pubblicando il Trattato delle sensazioni, intraprese
vittoriosamente a ridurre nei loro primi elementi le idee complesse che noi ab
biamo dei corpi. E fuin questo libro che ritrattò il parere contrario a quello
che Locke aveva dato sul problema da Molineaux proposto in questi termini. L'
autore segue a spiegarci come il tatto istruisce gli occhi a vedere al di
fuori: « L'occhio, egli dice, è un or gano che si limita unicamente a modi
ficar l'animo, e le sensazioni ch'esso le trasmette nonhanno, come il
sentimento di solidità, quel doppio rapporto ilquale fa che noi ci sentiamo, e
che sentiamo insieme qualche cosa esteriore a noi. Esso non ha dunque per sè
stesso la facoltà di vedere gli oggetti colorati ; gli abbisognano de'soccorsi
per acqui 429 denza stessa é la cosa più difficile ad starla. A questedomande
Diderot aveva cer cato di rispondere prima di Condillac, nelle sue Lettere sui
sordo-muti stara pate, quando appunto Condil lac, com'egli stesso afferma,
stava lavo rando intorno al suo Trattato delle sen sazioni « La mia idea, dice
l'autore delle lettere citate, sarebbe, per così dire, di decomporre un uomo e
di con siderare ciò ch'egli tiene da ciascun senso. Sarebbe, a parer mio, una
sin golare società quella di cinque persone, ciascuna delle quali non avesse
che un senso. Per la facoltà ch'esse avrebbero di astrarre, tutte potrebbero
essere geo metri, intendersi a meraviglia e non in tendersi che in geometria ».
Leibnitz che già dalungo tempo non teneva più alcuna sentenza di Newton, si
risentì giustamente di questa defini zione dello spazio come il sensorio della
divinità, e sostenne l'opinione cartesia na, che lo spazio altro non è che la
relazione che noi concepiamo tra gli enti coesistenti; non altro che l'ordine
dei corpi, la loro disposizione, le loro distanze. ANewton mancò il coraggio di
ri spondere direttamente al suo avversario, e lasciò al suodiscepolo,il dottor
Clarke, la cura di difenderlo. Costui vi si ac cinse infatti con ardore e
comincid col giustificare il maestro pel paragone preso dal sensorio, attesa
l'impossibilità d'esprimersi chiaramente, diceva, in cui uno si trova
inqualunque lingua quan do ardisce parlare di Dio. Quindi ri battendo
l'opinione di Leibnitz sullo spazio, sostenne che se questo nor fos se reale ne
deriverebbe un assurdo ; poichè se Dio avesse posta la terra, la Luna e il
Solenel luogo in cui sono le stelle fisse, purchè la Terra, la Luna e il Sole
fossero fra di loro nel mede simo ordine, in cui sono attualmente, ne
seguirebbe che la Terra la Luna 29 •il Solesarebbero nel medesimo luogo | gli
avversari di Descartes, non vi sa in cui ora sono; lo che, diceva, è una rebbe
vuoto, e lamancanza delvuoto to-- contraddizione nei termini. glierebbe
nell'universo la possibilità di ALeibnitz non fu difficile di rispon dere che
se tutti i corpi dell' universo fossero trasferiti in altro luogo, sarebbe
precisamente come se si trovassero nel luogo stesso, poichè ciò che determina
il luogo è la relazione che esiste fra essi corpi, e una volta che questa re
lazione rimane inalterata, non si può dire che vi sia, nè i nostri sensi lo po
trebbero percepire, un cambiamento di luogo; poichè cambiamento di luogo
importacambiamento di rapporti, e rap porti possono bensì esistere tra i corpi,
ma non tra i corpi e il nulla. Lo spazio e laduratasonoquantità, ribatteva
Clarke, dunque sono qualche cosa di veramente positivo. Ma qui il discepolo di
Newton non rifletteva che nè lo spazio nè la durata sono quan tità, ma che le
quantità sono propria--mente i corpi che occupano lo spazio onei quali si
manifestano ifenomeni di successione che rappresentano la dura •ta. Egli
aggiungeva quest' antico argo mento: Stenda un uomo il suo braccio ai confini
dell'universo; questo braccio deve essere nello spazio puro, poichè esso non è
nel nulla ; e se si risponde che esso è ancora nella materia, il mondo in
questo caso è dunque infini to, il mondo è dunque Dio. Leibnitz che era deista,
nonostante la sua teoria delle monadi, doveva trovarsi non poco im barazzato
per rispondere a questa do *manda. Come mai un deista avrebbe potuto ammettere
la materia infinita ? Newton si appoggiava forte a questo argomento, che oggidì
non ha piú alcun valore, giacchè esso ha anzi condotto direttamente al
panteismo ed al mate rialismo. Di tutti gli argomenti addotti con tro la
negazione dello spazio come re altà uno solo è adoperato dai filosofi dei
nostri giorni, i quali lo adducono ancora come una prova inconfutabile. Se
tutto il mondo è pieno, opponevano qualsiasi movimento, giacchè l'impene
trabilità della materia non permette rebbe che un corpo entrasse al posto
occupato da un altro corpo. Ho veduto molte volte addurre que st' argomento ne'
tempi nostri, da uo mini eruditissimi, tra cui anche Tyn dall, i quali mi
parvero che neppur sospettassero che Descartes vi aveva già sufficientemente
risposto. Ecco, infatti, in qual maniera un autore anonimo suo contemporaneo
riassume la dimostra zione della possibilità del movimento nel pieno. > Per
assai tempo, continua l' amico mio Miron, io ho frequentato un cena colo
spiritista nel quale le comunica zioni si fanno con un cestello munito di una
matita, sul quale un frequenta tore delle sedute e la padrona della casa
pongono le loro dita. Codesta ultima signora è uno dei medium più famosi,
avvegnachè dicesi che ella abbia otte nuto un libro che in certo qual módo serve
di vangelo a una delle chiese spi sitiste. Alle sue serate s' incontravano
spesso le sommitàdel magnetismo e dello spiritismo, prova evidente che quello
era uno dei centri più importanti di rivela zione. Là ogni spettatore può a suo
ta lento evocare lo spirito col quale vuol essere in comunicazione. E tosto
fatta l'evocazione un signore, chepuò riguar darsi come co-medium, prova una
vio lente scossa e annuncia che lo spirito evocato è presente. L'evocatore fa
poi tutte le domande che crede, e il cestello, mettendosi in movimento sotto le
dita del medium principale, traccia le risposte. Parecchie fiate alcuni
evocarono de gli esseri immaginari, oppure dicendo di voler fare l'evocazione
mentale, nulla invocarono. Il co-medium non perciò cessava di provare le sue scosse,
e at testava con piena sicurezza la presenza degli spiriti evocati. Malgrado
poi la diversità di questi spiriti, le loro ri sposte sono di un carattere
uniforme e di una povertàveramente umiliante. Si evochi Cicerone o Cadet
Roussel, lo stile ei pensieri sono sempre identici, edenotano la stessa
ignoranza. Eccone un saggio. L'illustre astronomo Arago essendo evocato,
dichiara che la scienza terre stre èun nulla in confronto della scienza celeste
che egli possiede attualmente. Or è possibile che così sia; ma siccome non si
possono revocare in dubbio le matematiche, bisogna credere che quanto aquesto
ramo delle umane conoscenze 'gono di esercizi presso a poco eguali a SPIRITISMO
la scienza celeste non può essere diffe rente dalla nostra. Arago, divenuto più
sapiente, non può dunque aver disim parate le matematiche. Lo si interroga su
questo proposito, e si vede che il cestello, nè comprende la domanda, nè pure
il valore delle parole di cui si serve. Lo si interroga allorasul sistema del
mondo, e il cestello risponde che la terra non gira intorno al sole più che il
sole giri intorno alla terra, ma che la terra oscilla (se balance ) intorno al
sole. Si domanda allora di quanti gradi sia l'ampiezza dell'oscillazione, lo
spirito risponde : quattro miliardi di gradi. L'interrogatore manifestando
allora qual chestupore per una tal risposta, il co medium, iniziato certamente
ai misteri del cestello spiritico, si affretta a sog giungere che questi gradi
sono di 25 leghe ciascuno. I devoti sono incantati di tal risposta ed hanno
pietà della scienza terrestre che non avrebbe mai scoperte sì belle cose! Gli
evocatori ingeneralenon hanno alcun dubbio sulla identità degli spiriti che si
manifestano. Però talvolta alcuni vogliono accertarsene, ed invitano lo spirito
a fornirequalche prova indicando peresempio il suo nome, o il tempo della sua
nascita o della morte. Lo spirito allora risponde: scrivete dieci nomi fra i
quali io indicherò quello dello spirito domandato. Per altro, cotesta prova non
riesce quasi mai.Unasignora di mia co noscenza la quale avevaevocatoilmarito,
evoleva che egli indicasse il suo pre nome, scrisse come gli fu prescritto, i
dieci nomi, fra cui era quello che si doveva scoprire. Il cestello si mise in
movimento e percorse lentamente la lista, e di tempo in tempo lapunta della
matita si avvicinava a un nome, mentrechè il medium, cogli occhi fissi sull'
evocatrice, cercava di leggere sul suo viso qualche traccia che gli accen nasse
aver egli ben indovinato. Non trovandosi l'espressione cercata, il ce stello
fint col segnare a caso un nome: scoraggiarsi, indicò unsecondo, poi un terzo e
fino a sette nomi senza coglier nel segno! Cotali svarioni nonnocquero
minimamente al medium. Si sa bene che gli spiriti liberati dai legami ter
restri obliano spesso le particolarità della loro vita passata. Grande è la
lezione che ci dà oggi lo spiritismo sull'attitudine dell'uomo a credere e a
creare il maraviglioso. Se la scienza non fosse giunta ad una so luzione
abbastanza negativa, e non ci garantisse oramai da ogni durevole traviamento,
lo spiritismo sarebbe di ventato religione elegislatori inappella bili i suoi
sacerdoti. Il lato temibile di questa nuova su perstizione, destinata fra noi a
morire col secolo che le diede vita, non tanto sarebbe statala sua stravaganza,
quanto l' l'apparente sua connessionecolla scienza, alla quale i suoi sacerdoti
tentano rian nodarla. Approfittandosi essi della u mana credulità e delle
superstizioni cor renti, cercano di provare l'esistenza di spiriti incorporei
che col mezzo di tra smigrazioni, vengono sulla terra ad a nimare gli uomini, e
ritornano nello spazio dotati di una personalità e di una volontà propria. Essi
hanno inoltre una forma, sono limitati, si trasportano negli altri mondi a
piacimento, e fra loro si distinguono in più o meno puri, cosicchè, come si è
creato una scala saliente e progressiva per gli esseri viventi del nostro
globo, lo spiritismo la crea per gli spiriti. Possono essere più o meno buoni,
secondo il grado di perfezione a cui sono giunti; ipiù im perfetti sono anche
quelli che tengono ancora alla materia, dalla quale vanno allontanandosi
gradatamente, per avvi cinarsi a Dio. Del resto, l'uomo, come gli spiriti, sono
destinati a progredire e aperfezionarsi, sino aqual punto poi, lo spiritismo
non lo dice. Essi si incar nano, siaper compiere unamissione, sia per
espiazione, e in tal caso diventano ciò che volgarmente chiamasi l' anima. Come
nel mondo materiale, vi sono esso si eraingannato Ricominciò senza nel mondo
spiritico sensazioni e piaceri, libero arbitrio, gerarchia, e tutta la sequela
dei mali, che,sebben diversi dai nostri, non cessano però di esser mali. Il
fine ultimo della perfezione ci è rap presentato dagli spiriti superiori, i
quali non potendo più oltre perfezionarsi, sono interamente occupati aricevere
diretta mente gli ordini di Dio, a trasportarli in tutto l'universo ed a
vegliare diret tamente alla loro esecuzione (Le livre des Esprits, par Kardec).
Evi dentemente lo spiritismo, che mostrasi, nemmen fa d' uopo dirlo, una
religione o filosofia che pre tende insegnare il modo di evocar gli spiriti,
che con mille illusioni tenta di traviar le menti dei creduli ; che dichiara il
sonnambulismo l'effetto di tanto avverso al suo mortal nemico il materialismo,
pare che non abbia sa puto inventare di meglio che il tra sporto della
gerarchia sociale nello spazio! Il sistema, bisogna confessarlo, è in
gegnosissimo; esso però ha un difetto solo, quello di mancar di prove. Infatti,
qual'è la base dello spiritismo? Il si gnor Allan Kardec, che si può ritenere
sia stato il maestro di questa nuova superstizione in Francia, lo dichiarava in
modo esplicito: la rivelazione, i mi racoli, il sovrannaturale sono, secondo
lui, il fine ultimo della dottrina spiriti ca, ed a questo fine pare che egli
miri sopra ogni altra cosa, procurando di conformarvi la rivelazione degli
spiriti (L'Evangile selon le spiritisme). « Essi non riflettono, dice egli,
parlando degli avversari, che facendo il processo al meraviglioso, fanno anche
quello della religione che è fondata sulla rivelazione esui miracoli ; ora, che
è mai la rive lazione se non una comunicazione extra umana? I
fratelliPettyhannopresentato parecchi dei fenomeni che essi avevano annunciati,
allorchè non venne presa alcuna precauzione, tale da prevenire lapossibilità di
inganno, oallorchè que ste precauzioni erano indicate dai te stimoni e non
escludevano perciò la possibilità di questo inganno. I fenomeni promessi o non
si sono prodotti, oppure la frode dei fra accolto questa proposta. Alla seconda
| telli Petty è stata svelata ogni volta che seduta della Commissione essi
hanno enumerato i generi di fenomeni che co noscevano ed hanno raccomandato di
studiare quelli che avvengono in pre senza dei medium, cioè delle persone
coll'intermediario delle quali i fenomeni si manifestano con maggior intensità
e precisione. Il signor A. Axakof ha pro messo di presentare dei medium alla
Commissione. Questa, da parte sua, ac cogliendo con riconoscenza il concorso
che le era in questa guisa offerto pel compimento del suo mandato,hadeciso di
ammettere ai suoi esperimenti tre testimoni designati dai medium, ha pro posto
di limitare le ricerche ai più sem plici fra i fatti dello spiritismo, ed ha
dai membri della Commissione furono prese lepiù elementari precauzioni per
confondere l'impostura. I testimoni, riferendosi ad una lunga pratica dello
spiritismo, ed ime dium stessi, hanno posto alle sedute delle condizioni, le
quali escludevano la possibilità di una osservazione esatta, quali l'oscurità,
la mezzaluce o l'allon tanamento dei membri della Commis sione ad una certa
distanza dai medium. I testimoni adiverse ripresehanno determinato molto
diversamente le con dizioni che essi pretendevano favorevoli alla
manifestazione dei fenomeni spi ritici. Alla sedutadel 20 novembre, si fissato
il termine di un anno per la du- | constato la rottura di una cortina po rata
dei suoi lavori. Nel mese di ottobre 1875, due me dium, i fratelli Petty, di
Newcastle, che il sig. A. Axakof aveva invitati a re carsi a Pietroburgo, sono
stati presen tati alla Commissione. La loro qualità di medium era attestata
dauna dichia razione scritta del signor A. Axakof e danumerose testimonianze
stampate che provenivano dagli spiriti. «La Commissione tenne sedute coi
fratelli Petty; i testimoni erano i si gnori Axakof e Boutlerof. Secondo il
desiderio dei testimoni, le due prime sedute furono occupate dai medium nel far
conoscenza coll' ambiente nel quale erano chiamati ad agire. Le quattro se dute
successive sono state consacrate allo scopo della Commissione ed ebbero luogo
nel mese di novembre. I loro ri sultati furono i seguenti: sta vicina al medium
per isolarli dal campanello, il cui tintinnio doveva co stituire un fenomeno
annunziato. > Dopoquesti fatti il sig. A. Axakof ha allontanato i medium
dalla Commis sione. I testimoni dichiarano oggi che i fratelli Petty sono dei
medium assai deboli. In quanto alla Commissione, essa ha, nella sua seconda
seduta, dichiarato che i fratelli Petty erano due impo stori. Nelmese di
gennaio 1876, il signor A. Axakof avendo annunziato l'arrivo dall'Inghilterra
di madama Clayre, me dium dilettante, la Commissione si èdi nuovo radunata in
seduta. I testimoni hanno certificato alla Commissione che la signora Clayre
era un medium po tente e che il professore Crooks aveva fatto con lei inInghilterraparecchi
degli esperimenti che sonopresentati co I sollevamentideitavolini ordinari me
prove in favore dello spiritismo. La Commissione decise di procedere imme
diatamente all'esame dei fenomeni spi ritici manifestati in presenza della si
gnora Clayre, adoperando degli appa recchi a questo effetto preparati, affine
di sostituire alle ossrrvazioni dirette, che sono incomode e non lasciano trac
cia di sè, l'osservazione più probativa delleindicazionidiapparecchi, la
testimo nianza dei quali è irrecusabile. Il sig. A. Axakof ha riconosciuto
l'uso degli apparecchi possibile in questa circo stanza, vista la potenza
singolare del medium e le esperienze di questo ge nere che erano già state
fatte con quella persona. La Commissione tenne nelmesedi gennaio quattro sedute
colla signora Clayre come medium e coi signori Axakof, Boutlerof e Wagner come
te stimoni. I risultati furono i seguenti: I testimoni hanno insistito sulla
necessità, per lo sviluppo dei fenomeni, di tenere le sedute intorno ad una
tavola,ordinaria ; alcuni membri della Commissione non furono ammessi nella
sala delle sedute; fu loro persino im pedito di fare delle osservazioni dalla
stanza vicina. Le sedute stesse attorno ad una tavola ordinaria ebbero luogo,
grazie ai testimoni, in condizioni che escludonolafacilitàd'osservare,lasciando
al medium piena libertà d'azione, senza sindacato. É stato pure richiesto, per
esempio, che tutte le persone presenti stessero contro la tavola, quando si u
diva il moto di questa, ciò che facili tava la possibilità di farla muovere col
che si osservarono nelle sedute colla signora Clayre, erano, per desiderio dei
testimoni e del medium, circondati da condizioni tali, che il medium stesso
poteva scuotere il tavolino, avanzare i piedi sotto il mobile e sollevare anche
questo . I membri della Commissione hanno più volte osservato dei tentativi di
questo genere, ed hanno veduto il piede del medium sotto quello del tavolino.
Itestimoni nonhanno acconsen tito che una volta all' uso d'una tavola
manometrica, provveduta d' apparecchi destinati a misurare lo sforzo delle mani
apposte su quella tavola. Non avvenne oscillazione, nè movimento, nè
sollevazione di quella tavola. I testimoni hanno poscia respinto a più riprese
l'invito della Commissione di procedere adelle osservazioni mediante apparec
chi misuratori. Un tavolino apiedi curvi, che in grazia della sua costruzione
non era facile a farsi oscillare colla semplice pressione delle mani sulla
tavoletta, e che allontanava la possibilità di porre un piede sotto il piede del
mobile, non si mosse una volta sola, sebbene si fosse adoperato quando dei
movimenti erano avvenuti con una tavola ordi naria. Tutti i fenomeni
chesiprodus sero in presenza della signora Clayre possono esser prodotti da
qualsiasi per sona che si trovasse nelle condizioni favorevoli alla frode in
cui, per deside rio dei testimoni, questo medium era collocato durante le
sedute della Com missione; i membri della Commissione lo hanno provato da se
stessi. Nelle ultime sedute colla signora Clayre, la Commissione ha richiesto
ca piede senza esser veduti. I movimenti e le oscillazioni di una tavola
ordinaria che ebbero luogo nelle sedute, mentre le persone pre senti tenevano
sulla tavolale loro mani, ❘
tegoricamente che non si fossero più sono stati incontrastabilmente prodotti
coll'aiuto delle mani del medium, come impiegate delle tavole ordinarie, e che
I' osservazione dei fenomeni non a si potè indurlodallaloro tensione e dai loro
cambiamenti di posto che prece devano le mutazioni della tavola. vesse luogo
che col sussidio dei mezzi proposti da essa. I testimoni vi hanno aderito, ma
esprimendo ildesiderio che questi apparecchi fossero loro portati a domicilio
per essere anticipatamente e sperimentati. Dopo aver ricevuto due di questi
apparecchi, i te stimoni hanno sospeso le sedute e in seguito vi hanno
definitivamente posto termine. Nelle dichiarazioni che essi hanno allora
presentato, i testimoni hanno rinnovato l' assicurazione delle potenti facoltà
me dianiche di madama Clayre, e hanno mo tivato il loro rifiuto principalmente
sulla prevenzione della Commissione contro lo spiritismo, e sul desiderio di
questa di non fare l'osservazione dei fenomeni dello spiritismo che con l'aiuto
d'appa recchi. > La Commissione ha considerato al lora come raggiunto il suo
scopo, per chè essa si era accertata che fra i fe nomeni prodotti dal
piùpotente medium, in tutte le condizioni più favorevoli, non ve ne era stato
un solo che potesse in dicare la esistenza di un ordine parti colare di
fenomeni costituenti lo spiri tismo. >> Nelle quattro sedute che essa ha
te nuto nel mese di marzo, la Commissione ha discusso: Dei dati stampati sui
fenomeni spiritici e sullo spiritismo in generale; Delle prove ed osservazioni
fatte dai suoi membri, fuori del suo seno, sopra dei fenomeni attribuiti allo
spiri tismo e prodotti con o senza la presenza dei medium.. I suoi processi
verbali e lestampe ricevute alle sedute che essa tenne coi medium Petty e
Clayre, in presenza dei signori Axakof, Boutlerof e Wagner, testimoni. > 4.
Ledichiarazioniscritte da questi testimoni alla Commissione.
contrastabilmentedeterminati dall'effetto della pressione esercitata,
intenzional mente o no, dalle persone presenti; si riferiscono cioè a dei
movimenti mu scolari consci e incosci; per spiegarli non è necessario ammettere
la esistenza della forza o della causa nuova, accet ta dagli spiritisti. Dei
fenomeni, qualelasollevazione delle tavole o il movimento di diversi oggetti
dietro una cortina o neila oscu rità, portano il carattere irrecusabile di atti
di frode commessi scientemente dai medium. Allorchè delle misure efficaci sono
prese contro la possibilità dell'im postura, questi fenomeni non avvengono,
oppure l'inganno è svelato. I rumori e i suoninei quali gli spiritisti vedono
dei fenomeni aventi un senso, e che possono servire a comuni care cogli
spiriti, stanno negli atti per sonali dei medium ed hanno la stessa importanzae
lo stesso carattere dell'acci dentalità o della frode, dei vaticini e dei
presagi di buona fortuna. I fenomeni attribuiti all'influsso dei medium
chiamati medium plastiques dagli spiritisti, come la materializzazione delle
varie partidegli spiriti e l' appari zione di figure umane, sono incontra
stabilmente falsi; si deve infatti così conchiudere, non solo per l'assenza di
qualsiasi prova precisa, ma ancora: Dall' assenza di attitudine all'os
servazione scientifica nelle persone che credono alla autenticità di
questi-feno meni, le quali descrivono ciò che hanno veduto; b) Dalle
precauzioni che gli spiri tisti e i medium chiedono ordinaria mente alle
persone davanti alle quali devono compiersi questi fenomeni; Finalmente, dai
casi numerosi nei quali i medium furono direttamente Da quest' esame la
Commissioneha convinti d'avere prodotto coll' impostura tratto le seguenti
conclusioni: simili manifestazioni, sia da sè stessi, > 1. Quelli fra i
fenomeni attribuiti allo spiritismo, che avvengono coll' im posizione delle
mani, come, per esem pio, i movimenti delle tavole, sono in sia col sussidio di
terzi. Nelle loro manifestazioni, le per sone simili ai medium mettono a pro
fitto, da unaparte imovimenti inconsci SPIRITUALISMO einvolontari delle persone
presenti, e dall' altra parte la credulità dellagente onesta, ma superficiale,
che non sospetta la frode e non prende precauzioni per prevenirla. Lamaggior
parte degli aderenti allo spiritismo non danno prova nè di tolleranza per
l'opinione delle persone che nulla di scientifico scorgono nello spiritismo, nè
di critica per l'oggetto della loro credenza, nè di desiderio di partecipazione
di persone umane alla produzione di quei fatti; quando si os servarono i
principii razionali delle ri cerche scientifiche, come consiglianoGay Lussac,
Arago, Chevreuil, Faraday, Tyn dal, Carpentier e altri, è stato provato che i
fenomeni attribuiti ai medium so no il risultato, o di movimenti involon tari,
che provengono da particolarità naturali dell' organismo, o dalla furbe ria, o
dall' inganno di persone che por studiare i fenomeni spiritici coll' aiuto dei
mezzi d' investigazione ordinari della scienza. Però gli spiritisti diffondono
con ostinazione le loro idee mistiche, dandole per nuove verità scientifiche.
Queste idee sono accettate da molti perchè rispondono a vecchie supersti zioni
contro le quali la scienza e la verità da gran tempo combattono. Gli uomini di
scienza che sono trascinati dallo spiritismo, si comportano verso di questo
come dei dilettanti passivi di spettacoli e non come dei cercatori di fenomeni
della natura. > 7. Lepoche esperienze con apparec chi atti a misurare, che
si citano quali prove in favore dello spiritismo, sono state eseguite in
condizioni, le quali permettono giudizi precisi, e mostrano che gli
sperimentatori non conoscono sufficientemente i metodi adatti allo studio
scientifico dei fatti nuovi e dub biosi. Questi sono, per esempio, gli e
sperimenti eseguiti dagli spiritisti con una membrana o con delle bilancie.
> 8. Ogni volta che degli spiritisti fu rono invitati, o che si sono offerti
a provare coll' esperienza ciò che essi af fermavano nei circoli delle persone
che conoscono le scienze esatte, esse si sono volentieri messi all' opera,
maognivolta hanno interrotte le prove, hanno allonta nato i medium e si sono
lagnati delle prevenzioni degli esperimentatori, appe na trovarono che i fatti
osservati erano sottomessi ad un esame critico. > 9. Allorquando lo studio
dei feno meni spiritici è stato circondato da pre cauzioni atte a mettere in
luce la tano denominazioni analoghe a quelle dei medium. E ciò è quanto la
Commissione ha pure constatato nelle sue osservazioni sui tre medium inglesi,
che le furono presentati dai nostri spiritisti. Fondandosi sul complesso di ciò
che essi hanno appreso e veduto, i membri della Commissione sono unanimi nel
for mulare la seguente conclusione: ifeno meni spiritici provengono damovimeuti
involontari e da una impostura consa pevole, e la dottrina spiritica è una su
perstizione. Firmati: i membri della Commis sione: Bo Bylef, aggregato di fisica
al l'Università di Pietroburgo.- Borgman, preparatore al gabinetto di fisica
del l' Università di Pietroburgo Bouly guine- Hezehus, licenziato in fisica
Elenef preparatore al laboratorio di chimica dell'Università di
Pietroburgo-Krajëvitch, maestro di fisica all' isti tuto delle miniere e alla
scuola degli ingegneri-Latchinof, maestro di fisica all' istituto agronomico di
Pietroburgo Mendèleief, professore di chimica al l' Università di Pietroburgo-
Perrat, professore dimeccanica-Pétrouschevski, professore di fisica all'
Università di Pie-- troburgo- Khmolowsly, maestro di fi sica Van der Vliet,
aggregato di fi sica all' università di Pietroburgo. Pietroburgo.
Spiritualismo. Dottrina di co loro i quali credono all'esistenza dello spirito.
La filosofia spiritualista è essen zialmente cristiana, nè vi è esempio tra i
filosofici pagani, il qualeprovi che gli antichi concepissero l' anima secondo
l'astrazione dei moderni spiritualisti. Anzi, alcuni tra gli stessi padri della
Chiesa concepirono l'animain un senso affatto materiale, come una sostanza
sottilissima, ma tuttavia molto diversa daquella dello spirito. (Vedi ANIMA,
SPIRITO). Tra i filosofi cristiani, non mancarono coloro che, come Priestley,
riconobbero non essere necessario am mettere l'esistenza di uno spirito per
spiegare i fenomeni del pensiero, giac chè Dio ha benissimo potuto dare alla
materia la facoltà di pensare, come le ha dato quella di muoversi e di agire.
Anche Voltaire, che era Deista, aveva sposato questa opinione V. SPIRITISMO.
Sensibilità. Suolsi definire la sensibilità la facoltà di sentire; poi la si
considera come un fatto reale in se stesso ben distinto dalla sensazione. Ma se
i metafisici facessero attenzione più alla sostanza delle cose di cui trattano,
che alle parole colle quali le definisco no, si accorgerebbero che la
sensazione contiene già in se stessa la sensibilità, giacchè non vi può essere
sensazione che non sia sentita. Anzi, a propria mente parlare, la sensazione
non è al tro che l'atto col quale sentiamo che una modificazione si è prodotta
in noi. Or che cosa è la sensibilità? L'astra zione appunto di questo atto, e
non per altro questo vocabolo entra nella cate gioria dei nomi astratti.
Sensibilità è la possibilità di sentire. Ma questa possi blità é qualche cosa
od è niente? Per essere qualche cosa bisognerebbe rap presentarcela in azione;
ma nel mo mento in cui la sensibilità é, per così dire, in atto, essa diventa
sensazione. Se poi si considera la sensibilità non in atto, essa non ha niente
di reale in se, e indica solamente la facoltà che hanno gli esseri vivi di
provare sen sazioni. Questo così elementare ragionamento basta a mostrare la
vacuità di tutte le disquisizioni che i metafisici si credono in dovere di fare
sulla sensibilità e mi limito a rimandare il lettore all' arti colo SENSAZIONE,
per quella stessa ragione che un professore di meccanica, do po avere
lungamente parlato del movi mento, troverebbe affatto inutile didilun garsi
sulla mobilità, la quale non è unacosa in se, ma una semplice parola creata per
indicare che icorpi possono entrare in movimento. Cionondimeno un filosofo
contemporaneo, il signor A. Franck membro dell' Istituto, ha tro vato il modo
di scrivere molte pagine intorno a questa voce, sulla quale ci dà delle notizie
veramente peregrine, come, per esempio, questa che non mi sarei certamente
immaginato di dover leggere nei nostri tempi: « La sensibilità, se si
eccettuano le passioni, che sono l'opera dell' uomo, é un movimento che emana
da Dio, una azione immediata della sua potenza, che ci inclina senza
costrizione verso il nostro fine, e ci penetra senza assorbirci ». Io capisco
bene che col l'intervento del Deus ex machina, i metafisici spiegano facilmente
ogni cosa, ma sarebbe pur tempo che siffatti me schini espedienti fossero
lasciati ai te ologi. Senso comune. (Dottrina del) Da tempo immemorabile
teologi e filo sofi cattolici hanno combattuto lo scet ticismo coll' autorità
della rivelazione e col senso comune, o consentimento u niversale. L'esistenza
di Dio, la verità della fede, la stessa autorità della rive lazione, dicevano
certissimamente con fermate dall' universale consentimentodi tutti gli uomini,
i quali in tutti itempi ein tutti i paesi hanno creduto e cre dono in un Ente
creatore e conserva tore del mondo. Finché le cognizioni antropologiche ed
etnologighe furono limitate a poche relazioni di missionari, che d'altronde non
erano divulgate, questa dottrina sembrò fare buonapro SI e va; ma quando le
comunicazioni stesero e numerosi viaggiatori intrapre sero lo studio dei costumi
de' popoli lontani, appari chiaramente che questa supposta unanimità di
credenza erame SENSO COMUNE ramente effimera; che vi sono popoli increduli o
credenti in esseri che non possono in alcuna maniera riferirsi al Dio
metafisico immaginato dai cristiani. (ν. ΑTEL, DIO, IMMORTALITÀ, SPIRITO).
Nemmeno come principio la dottrina del senso comune potrebbe addursi in prova
di checchessia, giacché l' ade sione unanime di tutti gli uomini non 173 Fra
gli autori cattolici favorevoli alla dottrina del senso comune, vuol es sere
ricordato Lamennais. Egli ha detto che i nostri sensi c' ingannano, che la
ragione individuale è impotente a sco prire la verità, e che l'uomo ridotto
alle sue sole risorse, non potendo cre proverebbe che le cose sulle quali vi ė
unanime accordo siano vere; essa pro verebbe solamente che gli uomini si
accordano a ritenerle tali; ogni di più eccederebbe i limiti del sillogismo e
costituirebbe una conseguenza i princi pii della quale non sarebbero contenuti
nella premessa. Infatti, perché la conseguenza fosse corretta, il sillogismo
dovrebbe costru irsi così: dere, nè a Dio, nè all' universo, nè a se stesso,
cadrebbenel più assoluto scet ticismo. Solo rimedio efficace contro il dubbio
egli credeva che fosse l' univer sale consentimento, fondato sulla tradi zione
costante dell' umanilà alla quale é stato rivelato quel vero ch' essa stes sa è
impotente a scoprire. Ma come si potrebbe consultare questo senso co mune?
Lamennais trovava che il mezzo era molto semplice. LaChiesa cattolica,
legittima depositariadella tradizione, era anche l'organo per mezzo del quale
la Ciò che tutti gli uomini credono sic- tradizione parlava; e il papa che é il
come vero, é vero realmente. Tutti gli uomini credono in Dio. Dunque Dio esiste
realmente. Ma, domando io, esiste un solo filo sofo il quale sia disposto ad
ammettere la maggiore di queste premesse? Io non lo credo, giacché non vi é
alcuno che non veda a quali stolti giudizi esso ci condurrebbe. Se ciò che
tutti gli uomini credono é realmente vero; tutti hanno creduto che il sole si
muovesse intorno alla terra; dunque sarebbe vero che il sole si muove! Con
questo principio non vi sa rebbe errore santificato dai secoli e dal
l'ignoranza che non potrebbe essere di mostrato per vero; e allascienza non re
sterebbe altro che raccogliere le antiche credenze, siccome le più attendibili
e le più universalmente credute. (v. CERTEZZA REID). Nella stessa religione il
principiodel senso comune potrebbe essere rivolto contro la verità di molti
dommi; e per fino il cristianesimo dovrebbe essere con siderato come una falsa
rivelazione, quando fosse confrontato colla gran maggioranza dei settatori di
altre reli gioni (V. RELIGIONI). capo visibile di questa Chiesa ne era il
legittimo interprete (Essai sur l'indif ference). Grazie e questo consentimento
uni versale, Lamennais conferiva alla ragione umana collettivamente, ciò che
singolar mente rifiutava ad ogni ragione parti colare, e concretava poi in un
solo uo mo la collezione di tutte queste ragioni. Finché Lamennais si attenne a
questa si poco liberale applicazione della dot trina del senso comune, la
Chiesanulla trovò a ridire; ma venticinque anni ap presso, quand' egli,
piegandosi al movi mento generale del pensiero, dettò l'E squisse d' une
philosophie, nella quale, pur sempre restando prete, cessò di in carnare nella
Chiesa cattolica la rap presentazione della ragione collettiva dell'umanità,
papa Gregorio XVI trovò che quella dottrina era vana, futile e incerta, e
solennemente la riprovò nel modo che segue: « Egli é assai deplo revole il
vedere in quale eccesso di de lirio si precipiti l' umana ragione, al lorché
l'uomo si lasciapigliare all'esca. della novità, e sforzandosi, malgrado
l'avvertimento dell' apostolo, a riescire piu saggio di quel che abbisogni,
troppo fidente di se, reputa che la verità possa cercarsi fuori della cerchia
della Chiesa cattolica stupenda definizione che ha solamente il difetto di non
esser chiara; manon si può volergli male per que sto: il miglior professore di
sentimen talismo non potrebbe dircene di più. Servet Nasce a Villanova nell'
Aragona. Si recaa Tolosa per studiarvi il diritto, che abbandonò poi per
dedicarsi inte ramente alla teologia. Fra tutti i dommi religiosi quello della
trinità gli parve il più strano, e il mendegno dellapub blica fede, sicchè
cercò di renderlo, se non altro, più intelligibile, considerando le tre persone
divine come la semplice manifestazione di un solo Dio. Trovata questa
spiegazione per lui soddisfacente; sperò che i capi della riforma in Ger mania
sarebbero stati del suo avviso; ne scrisse perciò ad Ecolampadio, ed egli
stesso si trasferì a Strasburgo per conferire con Bucero. Ma ildabben uo mo non
aveva pensato che i capi della riforma erano per lo meno tanto intol leranti
quanto i papisti: egli fu detto un bestemmiatore ed un messo del diavolo » e
Zuinglio trascorse fino a maledire il maledetto e scellerato Spa gnuolo.
Nonostante questa opposizione pubblica il libro sugli Errori della Trinità e
l'anno seguente i Dia loghi sulla Trinita. Lo scandalo destato da questi due
scritti fu tale, ch'egli si vide costretto a cambiar di nome e a rifugiarsi a
Lione, ove visse parecchio tempo in una tipografia, correggendo | lo calunnia,
lo insulta, nè si sta pago, bozze di stampa. Fatto che ebbe qual finchè la
sentenza di morte è pronun che risparmio, si trasferì a Parigi, ove stu diò le
matematiche e la medicina,scienze nella quale fu addottorato. Dopo avere
professato nel collegio dei Lombardi, Pietro Paumier, suo discepolo nominato
vescovo a Vienna nel Delfinato, lo chia mò presso di senellaqualitàdimedico.
Servet visse così tranquillamente dodici anni, nel qual tempo alternò i suoi
studi di medicina con quelli di teologia, e venne compilando un libro col
titolo Restitutio Cristianismi, nel quale in tendeva di proporre una nuovariforma
della religione. Prima di pubblicarlo egli entrò in corrispondenza con Calvino,
sperando forse di poterlo trarre alle sue idee. Ma dopo parecchie lettere, il
capo della riforma di Ginevra, irritato forse dall' ostinazione e dalle arguzie
di Ser vet, ruppe ogni commercio con lui. Intanto il Servet mandò alla stampe
il suo libro, e poichè trovavasi in paese cattolico, lo fece imprimere con
tutta segretezza, ma non tanto che Calvino non ne avesse sentore. Il furore
teolo gico allora invase costui a tal punto, ch'egli, capo della riforma, non
temette di far denunciare il suo avversario al l' inquisizione cattolica. In
quell' occa sione, dice Gabriel, Calvino si mostra talmente acciecato dal
fanatismo, che perde perfino le nozioni distinte del bene e del male » (Hist.
de l' Eglise de Genève T. 2). ciata contro di lui e, mandata ad esecuzione
mediante il rogo. Benchè oltre ogni dire abbattuto, Ser vet rifiutò mai sempre
di ritrattare le sue opinioni, anche allora che gli fu promesso di convertire
la penadimorte mediante il rogo,conquellaper la spada. Egli perì tra le fiamme
dopo mezz' ora di inauditi tormenti. Tra i capi d'accusa della sentenza si
leggono questi, i quali possono mettere in luce quali fossero le eresie che cat
tolici e protestanti imputavano a Servet. « Item. Ha spontaneamente confes sato
che nel libro Christianismi resti tutio egli chiama trinitari edatei coloro che
credono nella Trinità. io, con è fatto arrestare dall' inquisizione e sot-
tinua Calvino, essendo corrucciato di toposto a processo. Un giorno però gli
una assurdità si grossa, replicai di ri vien fatto di fuggirsene; egli pensa di
scontro: come, povero uomo, se qualcuno recarsi a Napoli per esercitarvi la me-
battesse col piede questo pavimento, e dicina, e per la via delle Alpi scende a
dicesse che calpesta il suo Dio non i Ginevra all' osteria della Rosa. Appena
norridiresti di aver assoggettata lamae Calvino ha sentore dell' arrivo a Gine-
stà di Dio ad un tale obbrobrio? Allora vra del suo avversario, tostolo denun-
egli rispose: io non dubito menoma cia all' autorità criminale, e mette in
mente che questo banco e questa cre cauzione il suo stesso segretario accioc-
denza e tutto ciò che si potrà mostrare chè, secondo le leggi d'allora, avesse
non sia la sostanza di Dio. Nuovamente egli la parte di accusatore. Egli assale
gli fu opposto che, a parer suo, dun il suo avversariod' innanzi al Consiglio,
| que il diavolo sarebbe sostanzialmente SESTO EMPIRICO Dio. Ridendo, egli
arditamente rispose: | dallo affermare qualcosa,così senza mal ne dubitate voi?
Quanto ame tengo per massima generale che tutte le cose sono una parte e
porzione di Dio, e che ogni natura è il suo spirito sostanziale ». animo contro
altri, eglino espongono le proprie dubitazioni sopra ogni ma niera di discipline;
dacchè non rinven Sesto Empirico. Il luogo e il tempo preciso della nascita di
questo filosofo si ignora. Sulla fe le di Diogene Laerzio che lo annovera tra i
discepoli di Erodoto di Tarso, si crede general mente ch' egli sia fiorito
verso il prin cipio del terzo secolo, e che sia origina rio d' Africa. Ch' egli
fosse medico ed esercitasse l'arte salutare non è dub nero in nessuna la verità
che cercavano con gli studi. « Nega, anzi tutto, l' esi stenza della
disciplina, argomentandone e dalla indeterminata controversia dei filosofi
circa la essenza sua e dal non potersi affermare quale si è la cosa in segnata,
chi l'istruttore, chi l' ammae strato, e quale il modo dello appren bio, poichè
egli stesso lo afferma; e che fra i medici egli appartenesse alla setta degli
empirici pare altrettanto certo, per quanto dice Diogene, e per lo stes so nome
di Empirico che gliene è de rivato. Null' altro si sa della sua vita, nè pure
delle sue opinioni in medicina, giacchè le sue Memorie di medicina❘le, nè la istorica, né quella che con
andarono perdute. dere. E come i principii e il metodo generale della asserita
disciplina si por gono della grammatica; chiamandola unalusingatrice sirena,
entra sottilmente amostrarla arbitraria ne' propri ele menti, nelle leggi
stabilite per le sil labe, pei nomi, per lametrica, per l'or tografia, per la
etimologia; e ne deduce non esistente nè la parte sua artificia cerne i poeti e
gli scrittori (L. 7) e tanto meno quella chehaper iscopo di rizzata la
filosofia di Pirrone. Nel suo libro Contro i matematici, egli confuta i
dommatici inqualsiasi scienza, i gram matici dapprima, quindi i rettorici, i
geometri, gli aritmetici, gli astrologi, e i musici. Più conosciute sono le sue
Ipotiposi pirroniane, che furono tra dotte in francese prima da un tal Huart
col titolo: Les Hipotiposes ou Institu tions pirroniennes (Amsterdam 1725) e
poi da Samuele Sorbière. L'autore riproducendo le obbiezioni di Pirrone contro
i dommatici si di chiara apertamente in favoredegliscet Sesto Empirico é invece
conosciu tissimo nella filosofia per avere volga- persuadere, ossia la
rettorica (L.). Passa ai Geometri; e subito toglie concludenza alle loro
argomentazioni chiarendo inefficace ogni discorso che non abbia base
dimostrata, come sono i loro; costruiti sopra ipotesi, e con principii
egualmente indimostrabili (qua li il punto e la linea), e da cui nessu no può
mai nulla togliere nè tagliare (L.) Conlo stesso argomento della impossibilità
di aggiungere o sottrarre qualcosa, confuta le teorie degli arit metici massime
pitagorici (L.). Ingegnosi ed afforzati da giusta erudizione, sono gli
argomenti contro gli Astrologi Caldei i quali, dice, in vario modo fanno onta
alla vita, fab bricandoci una grande superstizione, nè consentendoci operare
nulla confor. me a ragione (L.) tici. Le parti principali di questo libro vôlto
in italiano da Stefano Bissolati, essendostate riprodotte all'articolo
PIRRONISMO, gioverà qui citare il sunto che lo stesso antore dà del libro
contro i matematici. > Siccome i pirroniani accostatisi alla filosofia per
desiderio di incontrarsi al vero, e non lo avendo trovato in nessuna parte, per
l' eguale peso di ra gioni che stanno in tutte, si astennero > Pur
accordando che dalle armo nie si sia potuto trarre bene, e dol cezza, e
conforti; incalza i musici col mettere in aperto la nonesistenza delle
modulazioni e de' ritmi (L. VI). > Spiegata la forma generale della 478
SOCINIANISMO scettica, viene alla particolare, ossia a quella che parzialmente
combatte la filosofia divisa in razionale, naturale, morale. Nel primo libro
(L.) contro i logici diffusamente espone e sottil mente oppugnaquanto
erasidetto, circa il criterio della verità, dai filosofi che ne negavano la
esistenza e da chi la ammetteva; bene avvertendo essere que sta la suprema
delle indagini. Giac ché o non si trova la regola per cui conoscere la vera
esistenza delle cose, ebisognerà finirla coi grandiosi vanta menti dei
dommatici; o scorgerassi qual cosa che valga acondurci allacompren sione della
verità, e meriteranno censura di audaci gli scettici che sanno andare contro
alla comune credenza. « Nel se condo (L. VIII) discorre in particolare del
vero, del segno, degli oscuri, della dimostrazione, della materia della di
mostrazione e se la dimostrazione esi sta. E poiché ha concluso che tutto è
incomprensibile e indimostrabile; e con tro l' obbiezione che, quando non ci
abbia possibilità di dimostrazione, an che il discorso dello scettico non vale
ed egli non può trarre arma che ab batta il dommatico, risposto con l'ar
gomento dato nel Libro I. c. 8 delle Istituzioni; entra in lotta (L. IX) coi
Fisici. E la critica è intorno i principii naturali, gli dei, la causa e
l'effetto, circa il tutto e la parte e sopra il cor po; e appresso dice contro
del luogo, del moto, del tempo, del numero,della generazione e del
corrompimento. Chiu de la serie dei combattimenti opponen do ai filosofi
moralisti sopra i sette punti fondamentali dell' etica: quale sia il bene, e il
male, e l'indifferente; se per natura ci sieno il bene e il male; se pure
ammessa la esistenza del bene e del male in natura, sia possibile il vi ver
felice; se chi astiensi dallo ammet tere o dal negare l'esistenza del bene e
del male, incontri ed essere felice, se una qualche arte si trovi per con durre
la vita; e se quella possa venire insegnata ». Socinianismo. Dottrina inse
gnata da Lelio e Fausto Socino, con traria alla Trinità. Nel 1546 dopochè le
dispute di Lutero ebbero fatto ri sorgere il gusto per le controversie re
ligiose, alcuni nobili stabilirono in Vi cenza una Accademia collo scopo di
discorrere di siffatte materie. Lelio So cino era nel numero di costoro, i
quali interpretando le scritture, dommatizza rono che vi è un sommo Iddio che
hacreato tutte le cose pel ministero del suo Verbo, che il Verbo è Figlio di
Dio; che il Figlio di Dio è Gesù di Nazareth; e che Gesù di Nazareth è un uomo.
Questadottrinanon faceva molto onore alla logica dei novelli Accade mici; e
tutto ciò che vi era in essa di chiaro era la riproduzione della eresia di Ario
( Vedi ARIO) che negava la divinità di Gesù, e la sua consustan zialità col
Padre. Ma di pensare inque sta guisa in quei tempi, nemmeno ai nobili era cosa
lecita,laonde, saputasi la cosa, il governo ne fece arrestare alcuni che mandò
amorte; mentre altri, tracui il Socino, si rifugiarono nella Polonia dove l'
unitarismo aveva fatto de' sen sibili progressi. Lelio Socino fu ospi tato dai
nobili Polacchi, ma morì a Zurigo il 17 Marzo 1562 senza aver fatto molti
proseliti. Alcuni anni dopo Fausto Socino nipote di Lelio, dopo aver brillato alla
Corte ducale di To scana, divisò d' intraprendere la car riera teologica dello
zio; fu a Basilea, quindi nella Transilvania, e finalmente l'anno 1579 giunse
in Polonia. Quivi, posto al sicuro dalle persecuzioni cat toliche, non men che
da quelle dei nuovi protestanti pure tremendi nelle loro vendette, armeggiò
contro Lutero e Calvino e ottenne di riunire in una sol comunione le trenta e
più Chiese an titrinitarie che esistevano nella Polonia. Morì nella villa di
Luclavia l'anno 1604 e sul suo sepolcro fu posto un epitafio latino che diceva
così: Lutero distrusse il tetto di Babilonia, Calvino ne ro- vesciò le
muraglie, ma Socino ne strap SOFISMA pò le fondamenta. Dopo la morte di Socino
non si spense l'eresia sua. Molti nobili erano venuti al suo partito, e questi
in sì buon numero che nella Dieta riuscirono ad avere il sopravvento e a far
proclamare la libertà di coscienza. 479 Nome dato da Augusto Comte alla fi
losofia della storia. Nel sistema positi vista essa costituisce la prima parte
della filosofia morale, e si propone di scoprire le leggi costanti che reggono
la successione degli avvenimenti sociali. Ma non andò molto che Cattolici e
Protestanti insieme intolleranti che si negasse la divinità di Gesù, unirono i
loro suffragi e riuscirono a far décre tare che i Sociniani, o rientrassero in
una delle chiese tollerate, o uscissero dai confini dello stato; il qual
decreto fu il segnale della persecuzione gene rale di tutti gli stati contro i
Sociniani che riparavano entro i lor confini. Dal catechismo di Cracovia
compilato da Socino si deducono i seguenti prin cipii fondamentali della sua
dottrina. 1. La sacra Scrittura è la sola regola di fede, ed è interpretata
dalla ragione. 2. Conseguenza di questo principio è che i dommi della Trinità,
della Incar nazione, della Divinità di Gesù Cristo, del Peccato originale, i
quali non sono chiaramente annunciati nella Scrittura, non hanno diritto alla
nostra fede. 3. Del pari la creazione dal nulla non è domma comprensibile nè
credibile, poi chè Dio non chiaramente lo palesò nella Scrittura, dov' egli
forma il mondo da una materia preesistente, Vedi CREAZIONE. Gesù è il divin
verbo, figliuol di Dio; Dio manifestatosi in carne, ma questi simboli usati dai
Sociniani non hanno per loro che un senso puramente metaforico. 5. Il battesimo
e la cena, come credono i protestanti, sono i due soli sacramenti istituiti da
Gesù, ma non hanno altra virtù che quella di eccitare la fede. 6. La
risurrezione della carne è impossibile, le pene eterne in giuste: le anime dei
malvagi saranno V. POSITIVISMO. Chiamasi SOFISMA ogni sillogismo il quale,
sebbene lasci intendere di condurre a conseguenze assurde, pure presentasi con
certe forme sotto le quali s’è imbarazzati a scoprirlo, o almeno si è
imbrogliati a dire in qual parte il ragionamento è falso e capzioso. Varie
classi di sofismi si distinguono nelle scuole, e a ciascuna classe l'antica
filosofia applicato uno special nome. La grammatica fallace o amfibologia e una
sorta di sofismi che derivano o dall' ambiguità dei termini o dall' equivoco.
Esempio: Dio è dovunque; dovunque è un avverbio, dunque Dio è un avverbio.
L’Ignoratio elenchi consiste nell' ignoranza del soggetto in questione.
Petizione di principio succede quando si vuol spiegare la cosa che è in
questione con un' altra cosa ch’essa stessa dev' essere provata, per cui si
torna ancora alla questione di principio. Esempio: La Bibbia è infallibile
perchè lo afferma la Chiesa; la Chiesa è infallibile perchè lo afferma la
Bibbia; dunque la Bibbia e la Chiesa sono infallibili. Si capisce facilmente
che i libri dei teologi sono pieni di petizioni di principio. Del falso
supponente,o supporre vero il falso è vizio più comune di quel che si pensa,
ond'è che in questa classe di sofismi cadono facilmente i credenti, i quali
deducono lo annichilate. A niuno è lecito guereggiche conseguenze da falsi
principii. giare nè reclamare in giudizio la riparazione d’una ingiuria,
essendo queste cose chiaramente divietate dal vangelo, equesto principio è
comune ai Qua CHERI e agli ANABATTISTI. Sociologia, o Scienza sociale. Non
causa pro causa e prendere per causa ciò che non è causa. In quest' anno è
succeduta una guerra; ma la guerra è stata preceduta dalla comparsa di una
cometa; dunque la cometa è stata la causa della guerra. SONNO E SOGNI Consequentis.
Sofisma | tative, e sopprime solamente i fenomeni che si fa quando si reciproca
dove non della coscienza, della volontà, i movi si può, perchè il soggetto
della propomenti muscolari e l' attitudine dei nervi sizione non contiene tutto
il suo predi- a trasmettere le sensazioni. La respira cato. Ogni cubo è una
figura, dunque zione e la circolazione deifluidi durante ogni figura è un cubo.
Fallacia dicti non simpliciter si fa quando da quel che è vero in parte si
conchiude che è vero in tutto. Esempio: Pietro è buono; ma Pietro è pittore;
dunque Pietro è buon pittore. Il sonno e i sogni sono stati argomento di non
poche controversie tra i psicologi, e hanno fornito a Dugald-Stevart l'
occasione di un serio studio, per determinare quale sia lo stato dell'anima nel
sonno. I fisiologi poi si sono occupatidello stesso argomento per stabilire di
qual natura sia la funzione fisiologica del sonno, e inqual maniera essa
succeda. Comin cerò da quest'ultimo argomento, dal quale principalmente dipende
la solu zione del problema che si sono propo sti i psicologi. Cabanis ha
definito il sonno uno stato che non è puramente passivo, ma che è una funzione
particolare del cer vello, la quale succede quando si sta bilisce in quest'
organo una serie di movimenti particolari, la cessazione dei quali conduce il
risveglio (Rapport du physique et du moral). Que sta proposizione avrebbe
bisogno di es sere provata, né alcuno ha ancor po tuto determinare quali siano
i movi menti intracerebrali che producono e mantengono il sonno. Buffon ha
detto più genericamente, ma perciò appunto con maggior verità, che il sonno é
un modo di esistere altrettanto reale e più generale che ogni altro; che tutti
gli esseri organizzati i quali mancano di sensi esistono in questa maniera
(Hist. nat.). Questa definizione mi pare preferibile a quelle più o meno
ampollose, date da vari fisiologi. In ef fetto, il sonno lascia intatte tutte
le funzioniche, sarei tentato di dire, vege il sonno continua regolarmente, ma
i nervi riposano, e coi nervi il cervello. Tuttavia questo riposo non succede
immediatamente e in un sol tratto per tutti gli organi. Generalmente laprima
azione che si sospende è lamuscolare; le membra si rilassano e cadonopel pro
prio peso restando immobili nella posi zione che si sono scielta e secondo la
disposizione delle articolazioni. Dumeril ha dimostrato che nessuna azione vo
lontaria nè alcun sforzo muscolare de vono esercitare gli uccelli per mante
nersi dritti sui rami durante il sonno. Egli sostiene che uno dei tendini del
crurale passa sulla rotella per unirsi ai tendini motori dei pollici, cosicchè
quando lagamba degli uccelli è pie gata, i pollici si trovano mantenuti nella
flessione in una maniera fissa, perma nente e solida, quantunque passiva.
Durante il sonno tutti isensi dimo rano in uno stato di riposo. Non biso gna
però confondere questo stato colla soppressione assoluta della sensazione,
poichè se ciò fosse si correrebbe peri colo di non svegliarsi più. Il sonno ot
tunde i sensi, ma non li sopprime, e numerosi esempi ci dimostrano che la
semplice eccitazione di un senso basta a svegliarci. Spesso però accade che
quando l'eccitazione non è sufficente mente forte e che il sonno è profondo, la
sensazione avvenga senza essere per cepita. L'uomo addormentato spesso si
toglie da una posizione incomoda, ed eseguisce dei movimenti muscolari. La
luce, dice il Prof. Longet, può manife stare durante il sonno la sua azione
sulla retina senza che visia percezione. Infatti le pupille dell' uomo che
dorme in un luogo oscuro sono dilatate, men tre quelle di chi si addormenta
alsole cogli occhi rivolti verso quest' astro sono contratte, come si
contraggono eziandio quelle di chi, senza svegliarsi, sia fatto passare dall'
oscurità alla luce. Il Prof. Longet attribuisce quest' azione a un movimento
riflesso dell' asse ce 187 Gli spiritualisti si sono proposti il problema:
Quale è lo stato delio spirito rebro spinale. É certo però che alcune volte
l'impressione luminosa giunge fino all' encefalo ed è da noi percepita sebbene
spesso non sia così forte per svegliarci. L'udito è l'ultimo senso che si ad
dormenta. Già i muscoli sono nel riposo, e l'occhio più non percepisce la luce,
quando encora persiste l' udito. La vi sta trova nelle palpebre un riposo con
tro le moleste impressioni esteriori, ma I'udito non ha mezzo alcuno per sot
trarsi naturalmente all' azione dei suoni, Quest' organo, dice Longet, che è il
più ribelle alle influenze del suono, è ezian dio quello che più resiste agli
attacchi della morte: si ode ancora dopo che tutti gli altri sensi hanno
cessato di vivere, nella stessa maniera che si ode ancora quando tutti gli
altri sensi dor mono. É per l' organo dell' udito, con tinua Longet, che
penetrano sovente le influenze soporifere, ed è per il suo in termediario che
gli altri sensi dormono mentre esso veglia ancora. Però que sta osservazione
non mi pare esatta, giacchè se è vero che certi rumori mo notoni sembrano
conciliare il sonno, è pur vero che questo fatto non può at tribuirsi ad altro
che ad una nostra illusione. Infatti, niuno può negare che il silenzio
sopratutto sia favorevole al riposo, e che chi si addormenta nel si lenzio è
senz' altro svegliato da ogni piccolo rumore. Che se noi riusciamo ad
addormentarci nonostante certi ru mori regolari e continuati, ciò si deve
attribuire al fatto che tutte le impres sioni eguali e continuate, divenendo,
do po un certo tempo, abituali, l'organo finisce per adattarvisi e a restarvi
pres sochè indifferente. É in questa maniera durante il sonno? E tutti si sono
ac cordati nella sentenza, che durante il sonno lo spirito non è come il corpo
in uno stato speciale, ma ch'esso ve glia sempre. Essi erano condotti neces
sariamente a questa affermazione, dalle conseguenze imperiose del loro sistema,
imperocchè ammessa che sia una so stanza semplice, indivisibile, immutabile ed
essenzialmente pensante, com'è lo lo spirito, la cessazione del pensiero non
avrebbe potuto a meno di condurre la cessazione o la modificazione della
sostanza. Ma nè lo spirito può cessare di essere senza diventare mortale, nè
può trasformarsi, perchè essendo sem plice e indivisibile ogni trasformazione
cambierebbe essenzialmente la sua na tura. Gli spiritualisti hanno perciò as
serito che nel sonno del corpo la vo lontà esiste pur sempre, tuttochè perda la
sua influenza sui membri del corpo. Io consento che il corpo del Si gnor
Voltaire sia trasportato senza ce rimonia, rinunziando a questo riguardo a
tutti i diritti curiali che mi competono. Attesto e dichiaro che io sono stato
chiamato per confessare Voltaire, che ho trovato, permancanza di sentimenti,
incapace di essere ascoltato in confes sione Non tocca a noi parlare delle
opere semplicemente letterarie di Voltaire ed esporne i pregi ed i difetti. Non
accen neremo quindi che i suoi lavori filosofici e quelli che hanno una qualche
re lazione colla filosofia. Presentasi prima il saggio sui co stumi e lo
spirito delle nazioni, che è forse l'opera più ragguardevole usci ta dalla sua
penna. Con tutt'altro scopo continua il lavoro omonimo di Bossuet, rire in
pace! Il curato di S. Sulpicio | incominciando ove questi fini,dalla fon ciò
udendo, rivolto ai circostanti: voi dazione, cioè, dell'Impero diCarlomagno.
VOLTAIRE Ma mentre Bossuet proponevasi di ser vire alla gloria ed al
consolidamento della religione cattolica, Voltaire invece combatte arditamente
per avvilirla, anzi per distruggerla. Bossuet riferisce alla istituzione del
cristianesimo come al loro unico fine tutti gli avvenimenti: Voltaire gli
attribuisce come a vera causa di quasi tutti i delitti e dei mali che
desolarono l'universo dalla fondazione dell'Impero d'occidente in avanti.
Implacabile nella ricerca del vero, distrugge, nella sua rapida corsa
attraverso i secoli, la fa di Voltaire vogliono essere menzionati le Questioni
sull'enclopedia, pubblicate in seguito col titolo, per vero poco me ritato, di
Dizionario filosofico; il Filosofo ignorante; La bibbia infine spiegata; Esame
importante di milord Bolinbroke; Commentario su Malebranche, Trattato della
tolleranza; Storia dello ma di civilizzatore usurpata dal cristia nesimo,
lacera il velo che copriva le infinite infamie commesse dal clero e dai suoi
seguaci in nome della religione, ne palesa le debolezze, i vizi e i de litti,
imprimendo al papismo ed ai suoi ministri un marchio disonorante che non potrà
più venir cancellato. Così l'opera spetta meglio alla filosofia che allastoria,
perché gli avvenimenti vi sono riferiti non tanto per sè stessi, quanto come
argomento alle riflessioni che vi fanno seguito. Fedele al suotitolo attende
principalmente a far conoscere i costu mi e lo spirito delle nazioni, e nulla
conveniva meglio al suo ingegno tanto abile nel cogliere i tratti
caratteristici dei costumi, degli usi, delle opinioni e dei pregiudizi. Poche
letture poi sono dilettevoli quanto i romanzi di Voltaire, e quasi tutti hanno
uno scope filosofico. Cosi Candido, quadro giocoso delle miserie della vita
umana è una confutazione del sistema ottimista, che già l'autore aveva
combattuto in modo più serio manon più efficace nelpoema: il Disa stro di
Lisbona. Mennone tende a pro vare che il proporsi di essere perfetta mente
ragionevole è pretta pazzia, tanto gli avvenimenti trascinano l'uomo con
maggior forza de' suoi propositi. I Viaggi di Scarmentado, la visione di Babuc,
Micromegas ecc; celano sotto finzioni d'ordine naturale qualche principio di
filosofia speculativa o qualche verità di morale pratica. Tra i libri di
filosofia stabilimento del cristianesimo; e molti scritti minori. La maggior
parte di queste opere comparve sotto una quantità di pseudonimi, ch'egli per la
necessità di nascondersi, cambiava ad ogni tratto. Senonchè quando alcune
volesse de terminare in che precisamente consista la filosofia di Voltaire,
arrischierebbe di trovarsi gravemente imbarazzato. La sua, più che altro, è una
dottrina nega tiva: sottrarre l'umanità al predominio di quell'ammasso informe
di assurdi e di pregiudizi che costituiscono le reli gioni rivelate, ecco
l'unico concetto che predomina nelle numerosissime opere di Voltaire. Le altre
questioni filosofiche lo preoccupano generalmente benpoco: talora con
quell'acutezza onde il suo genio getta così spesso splendidi lampi, d'una sola
frase incisiva affronta e ri solve i problemi più difficili: talora in vece si
lascia trascinare daidee precon cette, cade in inesplicabili contraddi zioni, e
assale con indegni improperi i materialisti più illustri, tali che Hol bach e
La-Mettrie ch'egli combatte, non già argomenti, ma col sarcasmo. Leggendo gli
scritti di Voltaire più volte accade di trovarlo in contraddizione con sè
stesso, sì perchè sovente egli stesso si compiaceva di occultare il suo
pensiero, sì perchè talora le sue idee stesse si vennero modificando. Ad esem
pio, mentre nel 1839 in una lettera ad Helvetius egli sostiene il libero
arbitrio, nel Filosofo ignorante, partendo dal principio che nessun effetto vi
è senza causa, conclude che se noi siamo liberi di seguire gl'impulsi
dellanostravolontà, questa volontà è però necessariamente determinata da cause.
Voltaire si dichiarò più volte puro sensista ; la teoria delle idee innate
sembrava a lui come già a Locke il nec plus ultra dell'assurdo. A convin
cersene basta leggere in Micromega il brano in cui adopera la sua sottile
ironia contro quel paradosso: » Il car tesiano prese la parola e disse: l'anima
è uno spirito che nel ventre della ma dre ricevette tutte le idee metafisiche,
e che uscendone è obbligato di andare alla scuola per imparare tutto ciò che
sapeva così bene e che non saprà più. Non valeva adunque la pena, rispose
l'animale di otto leghe, che la tua ani ma fosse così sapientenel ventre di tua
madre, perchè poi tu avessi a finire cosl ignorante, quantunque abbi già il
barbuto mento. Un piccolo seguace di Locke. io non so, disse,come penso; so che
non ho pensato che all'occasio ne de' miei sensi. La bestia di Si rio sorrise,
non trovando costui ilmeno saggio, e l'avrebbe abbracciato senza l'estrema
sproporzione (Micromega) Eppure ad affermazioni così recise, invano si
ricercano conseguenze egualmente risolute. Voltaire non sa indursi a negare nè
l'esistenza di una legge morale, né Dio, nè la libertà e nemmeno la vita
futura. Dirò di più: egli anzi, quanto al meno alla legge morale, a Dio, alla
li bertà, le ammette in guisa da escludere ogni equivoco. Perlaprimaveggasi ad
esempio quan to esso scrive in Cu-Su et Kou: » Kου La setta di Laokium dice che
non vi ènè giusto, nè ingiusto, nè vizio, nè virtù. Cu-Su. La setta di Laokium
dice forse anche che non vi è nè salute nè malattia? E nel filosofo ignorante:
Vi sono mille differenze, in mille circostanze, nella interpretazione della
legge morale: ma il fondo rimane sempre eguale, ed è l'idea del giusto e
dell'ingiusto. Voltaire èdeista e per sessan t'anni lotto in tutti i modi a
difesa di questa idea: negò la generazione spon tanea che era un argomento in
favore dell'ateismo, e fece ogni sforzo per com battere lecause finali,mentre
poi, senza pur avvedersene, deducela maggior co pia delle sue prove
dell'esistenza di Dio dalla perfezione del creato. Il pensiero di Voltaire non
è così esplicito intorno alla natura dell'anima, ch'egli ammette possa anche
essere ma teriale. » Le voci materia e spirito, scrive nel Filosofo ignorante,
non so no che parole; noi non abbiamo alcuna nozione completa di queste due
cose. In sostanza, vi è tanta temerità a dire che un corpo organizzato da Dio
stesso, non può ricevere il pensiero da Dio me desimo, quanto sarebbe ridicolo
di dire che lo spirito non può pensare ». Diffatti Voltaire non ammetteva che
la ragione fosse privilegio esclusivo del l'uomo, e su questo argomento com
battendo l' opinione contraria dei car tesiani, diceva: Quelli che non ebbero
il tempo di osservare la condotta degli animali, leg gano nell' Enciclopedia
l'eccellente ar ticolo ISTINTO: saranno convinti dell'e sistenza di questa
facoltà, che è la ra gione delle bestie, ragione tanto infe riore alla nostra
quanto lo è uno spiedo all'orologio di Strasburgo: ragione limi tata ma reale:
intelligenza grossolana, ma intelligenza dipendente dai sensi COME LA NOSTRA
ecc. (Dialogo Gli adoratori e le lodi di Dio). In sostanza, giovaripeterlo,
Voltaire nè segui, nè creò alcun vero sistema filosofico positivo: indipendente
da tutti, bene spesso anche dasè medesimo, non esaminò con attenzione delle
dottrine filosofiche che quelle le quali servivan gli per il grande scopo della
sua vita: la lotta contro la superstizione; le altre non approfondi, ma accetto
o respinse,ZENONE meno per convinzione
ragionata che per inclinazione.
Cionondimeno egli resterà sempre uno
delle più splendide figure del suo
secolo, ed il suo nome sarà sempre
onorato, perchè indissolu bilmente congiunto alla storia della lotta,
iniziatasi prima di lui ma da lui
capitanata per tanto tempo; lotta del
buon senso contro lasuperstizione, della
tolleranza religiosa e politica contro
l'assolutismo del progresso,contro l' im mobilità e l'oscurantismo. ZENONE
nasce a Cizia nell' isola di Cipro e muore
ad Atene. Figlio di un ricco mercante d'
origine greca, si esercita per tempo
nello studio della filosofia coi libri
che il padre gli por restano i titoli, tali che quelli dei libri sull' Etica di Crate, Sull' istinto, Sulle passioni, Sull' Essere, Sui segni, e
l'Arte dell' Amore. Ciò che si sa della
dottrina di Zenone, grazie agli scritti
dei filosofi e deicommentatori antichi,
è abbastanza confuso; nè è facile a
distinguersi cid tava, ritornando dai
suoi viaggi nella Grecia. Venuto ad Atene
si fece disce- | che gli appartiene in proprio da quello polo di Crate il cinico e dalui apprese a disprezzare i bisogni del corpo e a dominare coll'impero della volontà le che alle sue opinioni fu aggiunto dai discepoli.
Dicesi che fosse il primo ad intro durre il dilemma nelle dispute
filosofi che, e ch'egli usasse una dialettica ro busta e incalzante che
distruggeva le argomentazioni piùsicure
de' dommatici. passioni, i desideri e il
dolore. Ma se adottò le massime della
scuola cinica, non così ne approvò le
forme esterne, e l'ostentazione che i
cinici ponevano nel mostrarsi in
pubblico noncuranti nel | Par che ammettesse un'unitàdetta Dio, vestire. Si aggregò in seguito alla
scuola e che questa unità confondesse
col mon megarica ed all' accademica, e, se cre diamo aDiogene Laerzio, vent'
anni più tardi, prese egli medesimo ad
insegnare filosofia in Atene. Scelse a
luogo dei suoi convegni coi discepoli il
portico (Stoa) dell' Azora, d'onde
derivò il no me alla scuola stoica da lui fondata. (V. STOICISMO). Presto egli salı in
tanta fama, che Antigone Gonata, re di
Ma cedonia, si ascrisse ad onore di mettersi
fra i suoi discepoli; Tolomeo Filadelfo
lo chiamò, sebbene invano, nell' Egitto,
e Atene gli conferì il diritto di citta dinanza. Resistendo alle splendide offerte che gli venivano fatte, Zenone preferì re stare
in Atene, ov' egli condusse vita
frugale, e mantenne ne' suoi costumi
una purità che nessuno gli contesta.
Gli scritti di Zenone andarono tutti
perduti, e d'alcuni di essi soltanto ci
do che diceva eterno. La creazione ne gava pel noto principio che dal
nulla si fa nulla, e che ciò cheesiste
da tutta l'eternità non può produrre
cosa di versa da se. Più unità, ossia più Dei
non poteva ammettere, conciossiachè se
essi anche avessero perfezioni eguali,
non potrebbero esser Dei, non essendo
ciascun di loro, preso isolatamente, nè
il più grande, ne il più potente, nè il
più perfetto. Zenone sostene con Senofane che se Dio è uno deve
avere forma sferica, giacchè la Divinità
per essere perfetta deve essere in ogni
parte simile a se stessa; e la sfera non
può essere nè infinita nè circoscritta,
giac chè circoscritte sono le cose finite, e
infinito è il solo nulla, il quale nonha
principio, nè mezzo, nè fine. L'unità
non può essere neppuremutabile o im mutabile, non essendovi
d'immutabile ZUINGLIO che il solo nulla, il quale non può cam
biarsi nè unirsi con le cose esistenti;
nè pure potrebbe mutarsi, poichè ogni
cambiamento importa movimento, e per chè col cambiamento la sostanza
unica cesserebbe di esser tale. La
divinità di Zenone è dunque un essere
unico, sfe rico, sempre eguale a se stesso; nè fi nito, nè infinito; nè
mutabile, nè in mo vimento. Sulla
pluralità delle cose Zenone cadeva nello
scetticismo, giacchè egli si sforzava a
dimostrare che il ragio namento è impotente a provare che e sista qualche cosa
o che esista nulla. Essere o non essere
eran per lui forme di dire, e il nulla a
suo credere esisteva tanto bene quanto
l'esisteate. Le prove empiriche
respingeva siccome inefficaci acondurci
alla ricerca dellaverità; per chè secondo lui contro il ragionamento che dimostra non potere esistere che un essere unico, l'esperienza a nulla giova. Quanto all'essere unico, egli argomentava che fosse prova, non ne gazione
del nulla, poichè, diceva, se e siste un essere unico, quest'uno è in
divisibile; ma ciò che non è divisibile
non è qualche cosa, perchè non si può
porre nel numero degli esseri ciò che
per sua natura, se è aggiunto ad un
altro, non arreca aumento, distaccato
non vi produce diminuzione: dunque
I'essere unico è nulla, e non esiste pro priamente un essere. Le sottigliezze di Zenone per negare il movimento e l'empirismo l'hanno fatto considerare da alcuni come un sofista. Certo è che l'unitá del suo es sere
sferico lo dimostra fedele alle ten denze panteistiche degli eleatici e
che i cavilli da lui adoperati per
negare la realtà obbiettiva delle cose,
ci ri cordano le vane disquisizioni degli i dealisti. Aveva molti discepoli,
che al cuni sommano fino a ottantamila, nu mero per certo esagerato, ma che
ad ogni modo prova sempre il facile di
vulgarsi della sua dottrina. Questo fi losofo, che fu riguardato siccome un
Dio, presso amorire confessò ai suoi
seguaci che aveva loro sempre taciuta la
verità, e che essendo venuto il momento
di togliere le metafore ond' egli usava,
li ammoniva che nessuna ricercapuò
farsi con speranza di conseguire la cono
scenza delle essenze, giacchè il nulla
ed il vuoto sono il principio di tutte
cose. ZUINIGLIO e il capo
della setta protestante che da lui s'
intitola. Nasce nella Svizzera ed e curato della primaria parocchia nella città di Zurigo.
Disputano iprotestanti per sapere se
prima o contemporaneamente a Lu tero predicasse la riforma. Certo è che, o prima o poi, questi due riformatori, senza nemmeno affiatarsi nèconoscersi, predicarono quasi insieme li stessi prin
cipii. Per altro, Zuinglio dissentiva dal la riforma luterana intorno a due
punti, il primo dei quali è la rigida prede
stinazione predicata da Lutero, in forza
della quale niuno può salvarsi se non
è daDio predestinato. Zuinglio sperava
di addolcire quest' empio domma sup ponendo che eziandio i pagani potes
sero salvarsi colle loro virtù e per una
certa qual grazia giustificante che, al
postutto, diventava ancora predestinante, poichè proveniva dall' alto e non dal l'uomo.
Il secondo punto dottrinale sul quale
Zuinglio differiva da Lutero, era la
cena, od eucaristia intorno allaquale,
mentre Lutero sosteneva il domma della
presenza reale di Gesù Cristo, quan tunque negasse la
transubstanziazione, Zuinglio invece non
voleva riconoscere che una semplice
commemorazione. On de diceva che nelle parole di Gesù: questo è il mio corpo ecc. il verbo è e
quivale a significa, nello stesso modo
che nella Bibbia è detto: L'agnello è
la Pasqua, per indicare che è il segno
0 la rappresentazione della
Pasqua (Esodo XII. 27). WICLEFF W
Wicleff. Nacque a Wicleff nella
provincia di Yorck; fu professore
di teologia e capo della setta dei
Wicleffisti. Egli accusò il papad'es sere simoniaco ed eretico; il potere
dei vescovi negò, gli ordini monastici
chia md sette, l'eucaristia una falsità, le
preghiere per i morti inutili pratiche.
D'onde si vede che Wicleff fu uno
dei più arditi precursori della riforma
inglese. Molti seguaci egli ebbe, e come
lui arditi, ma il papa ancor troppo do minava nella Chiesa inglese
perchè po 531 tessero i loro sforzi
sortire allora piena efficacia. Wicleff
mori paralitico, non prima di aver
sentita l' Università di Oxford condan nare 278 proposizioni estratte
dai suoi libri. Il clero scomunicò poi i
suoi pro seliti e ottenne dal re vari editti, in grazia dei quali alcuni eretici furono mandati al rogo. I libri di Wicleff por tati
nella Germania furono stimolo e
fondamento alla nuova eresia di Gio vanni Huss. The fabric of
philosophical Latin has undergone a series of crucial transformations induced
by historical events as well as intellectual reasons. To begin with, the
translation activity from Greek into Latin carried out by several humanists in
Italy and their own reflection on that activity has a profound impact on the
practice of philosophical writing, on both the stylistic and the conceptual
level. In this context, BRUNI, VALLA, and PICO, to mention only a
few, are perfect cases in point. But the debate about the style of
philosophical Latin involves quite a number of humanists and schoolmen,
continuing long after. By injecting the germs of historicity, cultural
relativism, and social constructivism into the body of metaphysical knowledge
—a kind of knowledge viewed as stable and self-sufficient —, humanistic
reflection helps accelerate the crisis of philosophical Latin in the early
modern period. Closely connected to characteristically humanist
discontents about the status of scholastic jargon is the renewed eagerness to
provide Latin translations from Greek, Arabic, and Hebrew sources.
While some of these works were in fact re-translations of previously
translated texts, others were original versions of treatises that had never
been translated before. The recovery of Platonic and Hermetic sources and
Ficino’s influential translations represent some of the most significant
instances in this field. One should also add, however, the various
editions of Aristotle’s collected works supplied with Averroes's commentaries,
which, as was the case with the celebrated editions of the Venetian Giuntine
press, come out with new translations and editorial contributions (Schmitt;
Burnett). Among the new translations of Averroes's works, his Destructio
destructionum refuting an earlier Destruction of Philosophers by Al-Ghazali)
becomes certainly the most significant addition, first commented upon by NIFO
in a slightly revised version of the translation by one Calonymos ben Calonymos
of Arles, and later published in a new translation by a Neapolitan physician
who also called himself Calonymos, entitled Subtilissimus liber Averois qui
dicitur Destructio. Another factor in the transformation of philosophical Latin
is the increasingly more frequent appearance of cases of philosophical
bilingualism, evident among authors who began to write in both Latin and the
vernacular, such as Ficino, Patrizi, Bruno, Bacon, Campanella,
Descartes, Hobbes and Spinoza. Such a close proximity of Latin and the
vernacular, besides signaling a growing tension between traditional
institutional sites of Latin knowledge such as the university and milieus
that were becoming more and more receptive to philosophical discussions in the
vernacular (courts in the first place, but also academies, convents,
chanceries, and salons), result in particularly creative phenomena of
hybridization and cross-pollination between different linguistic
currencies. An important medium that more than any other reflects the
early modern evolution of philosophical Latin is the genre of the Latin
dictionary of philosophy, which became extremely popular between the sixteenth
and the eighteenth century, as a by-product of a diffuse interest in lexica,
glossaries, and other linguistic tools. Dictionaries are meant to
handle and organize an increasingly unmanageable load of information that pours
out throughout Europe, as a result of the combined action of the printing
press, geographical discoveries, technological progress, and a singularly
vibrant culture of intellectual confrontation and debate. Among the
various attempts to harvest and index philosophi-cal information, the most
significant case was Goclenius's Lexicon philosophicum and Lexicon
philosophicum Graecum. But but we should add Micraelius's Lexicon
terminorum philosophis usitatorum and Chauvin's Lexicon rationale, sive
thesaurus philosophicus. Bruno compiles his own dictionary of philosophical
concepts, Summa terminorum metaphysicorum, probably devised as a teaching tool
while he was lecturing in some German universities (Canone; Bruno). This
tradition culminates with Bayles vernacular Dictionnaire historique et
cri-tique and had its witty coda with Voltaires Dictionnaire philosophique. Major
linguistic turns periodically affect the course of philosophical inquiries in
Europe. In ancient Greece, the fifth-century sophists are able to
question the idea of an original correspondence between reason and reality by
emphasizing the inherently conventional and contractual nature of
language. While doing so, they act as powerful catalysts for both Plato's
and Aristotle’s responses in the domain of metaphysics. Likewise, the
effort to test the boundaries that separate reality from its linguistic
descriptions became a recurrent leitmotif in philosophy, in both the
Continental (Heidegger) and the analytical traditions (Wittgenstein). The
Renaissance represents another of these decisive linguistic turns. The
debate concerning the relationship between reason and language takes place on
two different levels: one of a technical character (the nature of scholastic
Latin), the other of a broader cultural significance (the issue of
multilingualism). With respect to the first level, it should be pointed out
that a large part of the philosophical output is written in
Latin. Starting with BOEZIO, a momentous effort in translation and
exegesis, marked by a sophisticated level of analytical precision and
linguistic creativity, results in a formidable corpus of knowledge. Its
Latin is one of the principal reasons for its long-lasting success (Gregory;
Dionisotti). Precisely because of its aspects of raw artificiality, free
from the strictures of idiomatic decorum, Latins turns out to be a most
flexible tool for the exercise of thinking, open to all sorts of experiments
with respect to both language and logic. Here I am deliberately using the
oxymoronic label "raw artificiality." Latin is largely
an artificial creation produced in the great translation laboratories of
medieval Europe (Sicily) and remains characterized by a distinctive quality of
unpolished immediacy that suits very well the task of thinking, and thinking
outside the historical box. Due to particular circumstances, this
encounter of Latin and philosophy is quite a unique episode in the history of
Western culture, more so than in the fields of law and medicine, where the
question of the relationship between verbal and nonverbal knowledge never
manages to rise to the status of foundational issue, as happens in
metaphysics. A number of philosophical innovators charge Latin with being
a parasitical construction in relation to the free exercise of thought. In
fact, that kind of Latin has long been an uncanny symbiosis of mind and
word. As far as the second level is concerned —that is to say, the
emergence of national vernaculars as legitimate media for literary pursuits of
all kinds and orders—a generalized state of multilingualism creates the ideal
conditions for the rise of original considerations on the nature of
language. The humanist revolt against the use of Latin is fueled by
discussions about the nature of translation. In De interpretatione recta,
designed as a manifesto stating the requisites for a good translation, Bruni
prefers to dwell on the technical aspects of the question rather than explore
the speculative implications underlying the activity of
thinking. Criticizing the medieval translator of Aristotle's Nicomachean
Ethics, whom we know to be Grosseteste, Bruni points out the "(imperitia
litterarum) of the latter-that is, both the naiveté with which he had undertaken
a task well beyond his capabilities, and his obvious lack of literary taste,
which had prevented him from reproducing the original flair of Aristotle'stext
(Bruni). In Bruni's opinion, the "efficacy" and
"rationale" (vis and ratio) of a good translation lie in transferring
the written form of a particular language into the form of another language. In
order to do so, a translator needs to have a vast and confident knowledge of
both languages, acquired through long and careful readings of different kinds
of writing (multiplex et varia ac accurata lectio omnis generis
scriptorum; Bruni). Being a transfer of forms more than an exercise
in thinking, translation was first and foremost a reenactment of the original
experience of literary enchantment and largely an aesthetic
experience. This also applied to the field of philosophy, for, Bruni
pointed out, Plato's and Aristotle's essays were "replete with
(exornationes) and venustates)" (Bruni). The best translator was therefore
that artisan of the written word who was capable of transforming himself
entirely-with both his mind and will-into the author he was translating (sese
in primum scribendi auctorem tota mente et animo et voluntate
convertet). Bruni argued that if a translator is not capable of recovering
the spirit of the original, he cannot aspire to preserve its meaning
(sensus). The skill lies in keeping the stylistic template of the original
(figura primae orationis) and the verbal coloring (verborum colores). The model
is therefore painting, not philosophy. More specifically, with respect to
philosophical translation, the translator is supposed to combine knowledge of
reality (doctrina rerum) with style (scribendi ornatus), for the ultimate aim
behind all his efforts is to recover the life of the author's thoughts, their
vividness (splendor sententiarum) and the naturally harmonic flow of the
original (tota ad numerum facta oratio; Bruni). A militant
anti-philosophical attitude lingers in Valla's Dialecticae disputationes
composed in three different redactions). As in Bruni's De
interpretatione recta, Vallas arguments were grammatical and aesthetic rather
than philosophical (Valla; Dionisotti). In focusing on the aspects of
aesthetic and grammatical awkwardness among scholastic philosophers, Lorenzo
Valla was close to Bruni's position. Like Bruni, he dismissed the
scholastic tendency to reify adjectives and pronouns (sometimes even adverbs)
into philosophical objects as an illegitimate and pointless practice, for they
were abusing, as it were, the natural-grammatically correct-process of deriving
abstract nouns from adjectives, such as sanitas ("health") from sanus
("healthy"). Contrary to the logic of historical lan-guages,
philosophers made instead quiditas ("whatness") out of quid
("what"), perseitas ("per se-ness") out of per se and
haecceitas ("thisness") out of haecce ("this"), and this
was all the more irritating because creations of this kind could not even be
found in Aristotle's own works (haec ab Aristotele non traduntur). Most of all,
Valla condemned the artificial decision of giving a name to the very essence of
being, entitas (literally "being-ness," later entering standard
English usage as "entity"), out of ens, which was a fictional present
participle of the verb esse ("to be"), never used by Latin
writers. Pico tackles the question of Latinate forms of philosophical
expression by appealing to the ancient trope of contrasting nature with
convention. In Pico's opinion, the effort to understand reality was always more
pressing than finding the correct linguistic expression. Reworking in an
original way the classical argument used to defend the power of language over
freedom of thinking, Pico assigns a priority to philosophy over Latinity based
on both nature and conventions. Addressing the Venetian scholar
Barbaro (Garin), Pico claims that he was even ready to embrace the argument
based on convention, which is the traditional prerogative of rhetoricians and
sophists. If the foundations of any language are deemed to be
conventional, Pico goes on, every linguistic community on earth is entitled to
have its “normae dicendi” and to philosophize in accordance with those
“normae.” Indeed, it is precisely the thesis of the conventional,
historical, and social origins of language, so often championed by the
humanists, which, in Pico's opinion, make their charges against Latin
irrelevant. However, Pico believes that anxieties against Latin are even
more out of place if the discussion pertains to the natural origin of meanings
and words. If “rectitudo nominum” depends on nature, Pico goes on, why
should one turn to the rhetoricians to know more about the nature of this
“rectitudo,” and not to those philosophers “who alone examine and clarify the
nature of all things?" Formulated with a precise anti-rhetorical aim
in mind, the tone of Picos question is clearly rhetorical. We know where
Pico's allegiances lies — namely, for the philosophers and against the
rhetoricians. “That which the ears reject as being too harsh, reason
accepts as more in tune with reality (utpote rebus cognatiora)"
(Garin). Pico is convinced that by revealing the unsettling
domain of things that is not verbally articulated, the limits of language
expose reality in its more perplexing aspects. The need for the
philosopher to stretch the boundaries of the common use of words comes,
therefore, directly from a perceived rift between what may and what may not be
said. “Why does a philosopher need to introduce innovations into the
language?” Pico asks, “if they were born among Latins?" This time,
the question is not rhetorical. Indeed, it is the most crucial question of
all. Pico, like Plato, is convinced that, ontologically speaking,
there is an original surplus of meaning that no historic language ever
encompasses (Garin), and even a language as nuanced as Latin is not equal to
putting into words the full range of human ideas and experience.
Not only is reality ontologically richer than any description language
provides; it also evolves faster than a historic language like Italian.
At a time when the overflow of information demands new words and new
linguistic solutions, philosophers, whether metaphysicians, logicians, or
natural and moral thinkers do not have time to check their Latin grammar
or dictionary and repertoires of verbal elegantiae. In his Dialogo delle
lingue, Speroni — one of the most illustrious members of the Paduan Infiammati,
represents the contrast of “arbitrio” and “natura” by imagining a duel between
Lascaris and Pomponazzi. In this case, a curious reversal of
roles occurs between nature and convention. Lascaris, who in the dialogue
defends the need to be proficient in Latin in order to be able to practice
philosophy, appeals to nature as a norm that is not changed by a social or a
cultural intervention. Pomponazzi, by contrast, resumes the
well-rehearsed humanist argument about the conventional origin of languages in
order to vindicate the right a nation like Italy to philosophize in the
vernacular (Speroni). Stimulated by the broad linguistic turn that took
place during the Renaissance and by individual contributions of humanist
scholars (Schmitt), a good number of philosophers, including the most
stylistically and linguistically alert, reach the conclusion that thinking
requires a deeper investment than simply relying on grammatical and rhetorical
proficiency. The reason is that reality itself is richer, and evolving
more quickly than words. Thinking is also a more integral
and wholesome experience than the one provided by a correct description of the
thing, both grammatically and stylistically. Any verbal account of reality
is inherently partial and effete compared to the freedom and poignancy of inner
meditation. As Pico points out to Barbaro, philosophers are always in
search of a language is close to reality as a whole, including the reality of
the soul. In this way, reasons of intellectual honesty make inward
experience more valuable than linguistic proficiency. Those who create a
disagreement between the heart and the *tongue* are mistaken. However, isn’t he
who “totus est lingua” precisely because he is “excordes” simply a dead
dictionary, as Cato says?" (Garin, Kraye). Starting with
Dante's ITALIAN Convivio in Italy, GALLIC translations of
Aristotle's Nicomachean Ethics and Politics and a teeming output of
mystical treatises in TEDESCO (Eckhart being the most representative case), the
use of the vernacular to compose a philosophical essay is prompted by
rhetorical, political, and religious motives, such as the need to extend the
range of the author's readership, the will to reach a social class not directly
involved in courtly or intellectual life, the urge to give immediate expression
to some lofty theological speculation, and a pathetic dearth of administrative
and diplomatic personnel trained in the fine art of ‘classical’
argument. And yet, in all these cases, there is still a link that connects
a neo-Latin vernacular such as Italian to the template of
‘palaeo’-Latin. Even the rising of a philosophical discourse in TEDESCO with
strong mystical overtones emerges out of Latin (De Libera). When Segni, to
give another example, translates and comments the Nicomachean Ethics into
Tuscan Italian (Segni), the technical language remains appropriately highly
Latinate when a vernacular couplet is even available (implicatura,
empiegatura). Bruno, to mention someone who is as linguistically creative
in his vernacular Italian as he loathes both scholastic obscurity and
grammatical pedantry, fully recognises the speculative value of the scholastic
tradition Averroes, Bruno famously retorts, knows his Aristotle better
than any of his Greek readers (Bruno). The relationship between Latin and
the vernacular in the domain of the philosophical essay becomes increasingly
more sophisticated. The practice of translating from palaeo-Latin into the
neo-Latin Italian vernacular and the complementary trend to turn a
vernacular philosophical essay into Latin respond to different but parallel
communicative strategies. While the move from palaeo-Latin into the
vernacular like Neo-Latin Italian is largely aimed at expanding the social
spectrum of the philosophical audience, the tendency to transpose vernacular
essay into Latin makes the most recent and innovative results in the field
accessible to a readership beyond the vernacular-only one. To these
general lines of exchange one should add individual cases of self-translation,
in which the philosopher, depending on his specific needs and rhetorical
preference, switches from one medium to another and experiment with different
linguistic resources. To mention a few examples of self-translation,
Ficino turns his “De amore and De Christiana religione” into Tuscan; Campanella
translated his Città del sole, II senso delle cose, and Ateismo trionfato from
Italian neo-Latin into palaeo-Latin. Hobbes provides a
palaeo-Latin version of his Leviathan with significant changes and additions to
the original in his vernacular — Anglice — Malcolm in Hobbes. A
translation into vernacular and Latin as well as self-translations are all ways
of testing (sometimes breaking) the limits of linguistic rectitudo and of
demonstrating that the boundaries of reason in different contexts (between
different languages, nations, and classes) is in fact porous. Leibniz
advocates the need to start (Germanice philosophari) and rejects a
distorted use of palaeo-Latin (cfr. Peano, Latino) as a way of narrowing the
social compass of philosophy by excluding the plebs) and (feminae) from
its exercise (Leibniz The use of a vernacular like neo-Latin Italian often
ensures greater freedom of expression and a certain level of stylistic
playfulness, which may turn out to be refreshing and inspiring
(Dionisotti. Significantly, by the time Montaigne had written his Essais
in Gallica "a type of philosophy had been created which was both
colloquial and militant" (Zambelli Within the general debate about
the philosophical potential of palaeo-Latin in its relationship to both its
contemporary neo-Latin vernacular like Itala or Gallica and other languages
(first and foremost Greek, but also Hebrew and Arabic), some technical points
betray specific assumptions of a more theoretical order. Bruni believes
that all languages may be translated into each other without losing any of the
original meaning and style. Bruno is not however interested in defending the
special status of any particular *historical* language as better suited to the
exercise of philosophical inquiry. Bruni’s position differs from the one
championed by such philhellenes as those depicted by Speroni in his dialogue
Lascaris and Buonamici), who show no qualms about advocating the philosophical
primacy of Greek, claiming that it had been no accident that philosophy had
originally been written in Greek and that Greek should continue to be the model
— (philhellenism by the way, is a recurrent vogue in the history of philosophy,
from to Heidegger! By contrast, even an admirer like VALLA of the
expressive potential of Latin and a firm believer in the superiority of both
history and poetry over philosophy remains convinced that a philosophical
concept — or twist of idiom: think the optative — that was originally
elaborated in Greek may not find adequate expression in Latin and should be
left UNtranslated. (V) multa belle dicuntur Graece quae non belle dicuntur
Latine (V) inclusa —
Valla pomponazzi, a philosopher trained in the subtleties of scholasticism
considers the question about what language — Palaeo-Latin, neo-Latin — is
most suitable for composing a philosophical essay as irrelevant and looks at
the philosophical discussion about the veridical import of a historical
language as a waste of time (Paccagnella. The thesis that one is
allowed to philosophize in one of the available idioms represents a further
argument against the dogmatic belief that there is only *one* true description
of the world. Speroni's recommendations to (filoso-far volgarmente),
without knowing palaeo-Latin" (Speroni is a sign that the time has come
when a philosopher could compose an essay not only in Italian, or French
— but Dutch, German, and beyond. The philosophical potential of
the vernacular neo-Latin Italian, being a question that is closely intertwined
with issues of readership and communication, also bear on the problem of
distinguishing between what is safe to say! Resuming a
characteristically Academic posture, Pico does not miss the opportunity
to describe the relationship between language and philosophy in terms of
esoteric and exoteric communica-tion. Philosophers, Pico
argues in De ente et uno, should sentire quidem ut pauci, loqui autem ut
plures), for (loquimur ut intelligamur; Pico. This was another
situation that requires the philosopher to strike a balance between
intellectual novelty and linguistic tradition. Since language
represents the vehicle of conventional wisdom (Grice on Austin), a philosopher
was supposed to accept the rules of the linguistic game (with its attached
social conventions) while skillfully circumventing the traps of linguistic
pressure. The NEO-Latin lexicon gets enriched with new terms as a result
of discovery, invention, insight, and the successive waves of Latin
translations from Greek, Arabic, and Hebrew, from Boezio to Wolff's
Latinization of Leibniz's metaphysics, and it is worth recording the most
significant changes that affect the Latin philosophical vocabulary. Some Latin
keywords mark the evolution of the philosophical
lexicon: res subiectum obiectum conceptus intentio
intentionalitas Transliterations and calques from other languages,
such as entelechia — or from a non-Aryan source colchodea (the
intellect as "giver of forms"), enjoy a remarkable fate in Latin and
continue to be the subject of heated debate among humanist
philosophers. Poliziano devotes one of his essays in Miscellaneorum
centuria prima to clarify the many pphilosophical issues involved in a
discussion of the difference between entelechia, an activity as the fulfillment
of apotentiality, and endelechia, the (activity as a perpetual movement;
Poliziano — whereas Pico saw it as a vulgar typo! If it is true that not
as many transliterations from the nonAryan Arabic became part of the technical
lexicon of philosophical Latin as for mathematics, astrology, and alchemy
(Burnett the impact of the translations from Arabic result in significant
additions to the specific vocabulary of the internal senses ([virtus)
aestimativa, i.e., animal instinct, and cogitativa, e. G. human
rea-son. Some illustrious Greek transliterations also enjoyed a new life
such as of energeia and energeticus which, begin to be used with increasing
frequency to denote the life and energy of matter and a material being. Glisson
is probably the most interesting case, with his De natura substantiae
energetica, a foundational work of physiology. New words — such as
Sidonius implicatura — are created by the philosopher who feels the need to
hone his expressive tools and expand the range of the available
vocabulary. Other examples are Campanellas primalitas,
essentiatio specificatio ), corporatio and toticipatio —
Giglioni In philosophy, where (verba) find themselves in a
relationship of uneasiness with res) from the very beginning, it is precisely
the use of the neologism -in the technical sense of linguistic expressions
contravening the standard of good use and purity-that often facilitate the task
of finding words for a particularly vexing notion. Bruni recommends that
translators avoid neologisms and new ways of expressing old things (et verborum
et orationis novitas). Above all, a translator is supposed to shun
(inepta et barbara). Bruni's main contribution is his idea that
any language could be turned into any other: nihil Graece dictum est quod
Latine dici non possit; Bruni While concerned with the use of the
neologism in philosophy, others like Gockel, displays a more tolerant
attitude. For instance, Gockel describes the use of “vigorari in
Zabarella's commentary on Aristotle's De anima as an innovation, which is
necessary to explain the heightened condition undergone by the intellect when
invigorated by the power of a forceful intelligible (i.e., object of
understanding; vehemens ac excellens intelligibile; Goclenius. It is
significant to note that, a scholastic philosopher by training and profession,
Govkrl allows for certain latitude in philosophese. Among the
innovators" Duns Scotus is probably the most creative, and Gockrl
carefully surveys his influence over philosophical Latin tlexicon. Gockel
notes that even Scaliger's (lautissima lingua) entertains a
conceptual closeness with Scotist ideas (Goclenius Glocker is so concerned
with the influence that Latin innovations exercise on the philosophical tradition
that he adds to his *Greek* dictionary a little APPENDIX to his earlier *Latin*
dictionary, entirely devoted to a meticulous analysis of all sorts of
inappropriate ways of expressing philosophical notions: a Sylloge vocum
et phrasium quarumdam obsoletarum, minus usu receptarum, nuper natarum,
ineptarum, lutulentarum, subrusticarum, barmi-barbararum, soloecismorum et
hyposoloikön Of the specific technical terms in philosophy, res may be
considered one of the most important ones. In his Lexicon philosophicum,
Goclenius defines res as (quodlibet conceptibile)non includens
contradic-tionem), in the domain of both (ens rationis) and (ens reale). Glocker
explains that in philosophy res may be taken com-munissime), communiter),
or i (strictissime seu appropriate). Combining Aristotle with Quintilian,
and perhaps aware of Vallas sophisticated treatment of the matter in his
Dialecticae disputationes, Goclenius identifies res in the strictest sense with
(substantia; Goclenius. Here it is crucial to point out that, while Goclenius
reconfirms the primacy of substance as the ontological marker of reality (and
in this sense, res were substantiae), Valla follows the opposite route and
brings substantia back to res, understood, in line with the rhetorical
tradition, as that which can be said of a particular reality. By thus
resolving "substance" into "thing," Valla, like other
humanists in fact deflates the ontological content of res by transforming it
into any subject that could be conceptual-ized through words. Among the
most illustrious Latin words that enter a phase of remarkable decline,
actualitas can be taken as a vivid example of a term with a glorious past in
the sphere of philosophical learning, which, finds itself heading towards
extinction. Any professional philosopher trained in a university would
have called reality actualitas. As recorded by Goclenius in his
diction-ary, actualitas prima, is conceived as the principal ontological
requirement behind the existence of anything. This alleged process of
reifi-cation or actualitas through which the notion of being as activity
(energeia in Aristotle) mutates into that of being as static presence (be that
presence subiectum or res) is interpreted as the dominant event in the history
of metaphysics. In an attempt to come to terms with the powerful
consequences of Descartes's philosophy and the way he polarizes reality between
the extremes of the res cogitans) and the res extensa) Gilson dissects with
painstaking precision the many layers accrued by the principal categories of
Latin ontology (esse, ens, entitas, and essentia), making a powerful case for
the vitality and creativity of scholastic philosophy. After all,
Descartes's great accomplishment, in Gilson's opinion, lies in the way in which
the Gallic-speaking philosopher takes advantage- both speculatively and
linguistically - of scholastic lore, fertile and productive as it is
(Gilson Latin is also a source of speculative inspiration for
Heidegger, who secures his philosophical credentials by detecting in the
process through which energeia becomes actualitas the symptom of a lingering
metaphysical malaise; that is, the gradual obfuscation or oblivion of the true
meaning of being (Seinsvergessenheit. Here it may be useful to point out
that behind Heidegger's effort to reawaken our awareness of the energeia of
being, there is no humanistic intent, as he clearly intimates in his Brief über
den Humanismus,. Indeed, the opposite is true for Heidegger. The legacy of
scholastic philosophical Latin (and significantly Heidegger's first foray into
the domains of philosophy had been a dissertation ion Duns Scotus's ontology)
is clear and strong in his mind. Or perhaps, we might say that a peculiarly
humanist urge underlies Heidegger's warnings about the
"presentification" oGegenwärtigung), of being in that, like
Lascaris and Buonamici, he thinks that Greek is more suitable than Latin to
metaphysical inquiries for the ominous Seinsvergessenheit had already happened
with the Italic pre-Socratics in Crotone, Girgenti and Velia, and therefore the
truth had begun to hide itself (Verborgenheit) quite early on. In the specific
domain of thinking, unlike Latin, Greek is inherently philosophical, for Latin
helps disseminate the Gegenwärtigung of being. It is by referring to Heidegger
that Libera asks the crucial question: Is Latin a language suitable for
philosophy? Libera’s answer to this question is unambiguously
positive. Libera characterises the "multilingual translatio
["transfer"] of philosophy" (in particular its Latin transfer)
as a "linguistic event" that affected the development of modern
thinking in a significant way (De Libera Libera draws our attention to a
moment in history when Latin stops being a language of philosophy to become the
language of philosophical taxonomy (not to say, taxidermy). In other
words, the moment in which Latin moves from the status of a language that is
philosophically alive to that of a language that is *philosophically*
dead" (Libera That is not the case the transfer of learning
prompted by t(translatio studiorum), when Latin plays a fundamental role in the
"philosophi-cal acculturation of Europe" (Libera And yet, from
its very beginnings at Rome — Appio — philosophy has always had an extremely
uncomfortable relationship with the Latin language. The act of thinking
cannot help stumbling over words. According to Libera, the most fascinating
aspect of Latin is the far-reaching linguistic experiment—an
extremely successful one, it must be said, through which, in the translation
and exegetical laboratories of European studia and universities, masters of
arts and theologians forge a language suitable for philosophy, a privileged
medium that allowed a trans-national, trans-linguistic, and trans-cultural
discussion for the transmission of ideas. So it happens that precisely the
artificiality condemned by the humanists may be seen as the major innovation
and resource introduced by the philosophical Latin of the schools, for that raw
neo- Latin expands the scope of the thinking exercise.
Petrarca and Bruni fail to understand this Addressing Grosseteste,
Bruni, who asserts himself as part of the neo-Latin community, proudly declared
his inability to make sense of Grosseteste's Latin. ego Latinus, istam
barbariem tuam non intelligo ; Bruni From a genuinely philosophical
point of view, what Bruni fails to understand is that not mastering a language,
with all its idioms and elegancies (which, in the final analysis, we should
admit is rather harmless, betrays the philosopher's effort to come to terms
with a much deeper issue that is, the remorselessly foreign and alienating
experience of thinking of the other qua other.Bruno opposes the obsession with
linguistic decorum (an obsession that is for him the defining feature of
"grammarians" and "pedants" to the philosophical
disorientation that derives from delving into the depths of the thinking
process (profondano ne' sentimenti, Bruno Bruno Ciliberto Perhaps,
the most significant point we can make out of this whole discussion is that,
more than in any other discipline, novitas, the perplexing nature of what is
unfamiliar) is the very hallmark of philosophy. Reality is inherently
challenging" because it is every time foreign and new to the human mind,
and it challenges the mind's attempts to represent it. This sense of
ontological "novelty" was clear to Giovanni Pico, who as a
philosopher was equally open to reasons of linguistic perspicuity and
philosophical inquiry. His was a subtle mediation between language (tradition)
and thought (novelty). In De ente et uno, Pico praises Poliziano,
"vindicator of a more elegant lan-guage," for allowing the use of
"a few terms that are not entirely Latin, but necessary in any case
because of the (ipsa rerum novitas]" (Pico The fact is that reality
is for the most part brutally opaque, while language is often employed to
confirm and reassert its opacity (through the use of rhetorical and literary
devices, for instance), more than to shed light on it. The exercise of
thinking, as an attempt to dissolve this resistance to interpretation, finds
itself uneasily squeezed between a reality that is perceived as already given
and the expressive resources made available by a particular linguistic
communities. The Latin of scholastic philosophy, precisely because of its
artificiality is more than well equipped to cope with bouts of reality,
and it continued to do so. To Libera we should therefore add here
Schmitt: scholastic Latin was in good health — Schmitt. Indeed, the
taxonomical and taxidermic use of Latin, so much feared by de Libera, if we
bear in mind thatthe imposing system of Leibnizian scholasticism Latinized by
Wolff became the breeding ground for Kant's pre-critical
production. On the development of philosophical ideas in Latinate
contexts f see "Latin and philosophy" in ENLW Garrod, Rees,
Kraye, De Bom, and van Bunge). The close link between philology and philosophy
is examined by Kraye The research institute Lessico Intellettuale Europe
has been publishing regular contributions to the study of philosophical Latin
keywords in their developments from antiquity to the eighteenth century. (Florence:
Olschki): Ordo Res Spiritus
Phantasia/Imaginatio Idea Ratio
Sensus/Sensatio Signum ), Experientia
Machina Materia Bruni, Opere letterarie e politiche,
cur. Viti. Turin: Utet. Bruno, La cena de le ceneri. Cur. Aquilecchia.
Turin: Einaudi. De la causa principio e uno." In Dialoghi
Italiani, cur. Gentile e Aquilecchia, Firenze Sansoni. Summa
terminorum metaphysicorum. Cur. Gregory e Canone. Roma: Ateneo. Burnett,
The Enrichment of Latin Philosophical Vocabulary through Translations from
Arabic: The Problem of Transliterations." In Les innovations du
vocabu-laire latin à la fin du moyen âge: Autour du Glossaire du Latin
philosophique, cur. Weijers, Costa, e Oliva, 37-44. Turnhout: Brepols. "Revisiting
the Aristotle-Averroes Edition." In Renaissance Averroism and Its
Aftermath: Arabic Philosophy in Early Modern Europe, cur. Akasoy e Giglioni, Dordrecht:
Springer. Canone, . "Phantasia/Imaginatio come problema terminologico
nella lessico-grafia filosofica " In Phantasia-Imaginatio, cur. Fattori
e Bianchi, Roma: Ateneo. Ciliberto, Lessico di
Bruno. Roma: Ateneo et Bizzarri. Libera, . Sermo
mysticus: La transposition du vocabulaire scolastique dans la mystique
allemande du XIV° siècle." Rue Descartes Le latin, véritable
langue de la philosophie." In Hamesse Dionisotti, Philosophie
grecque et tradition latine." In Hamesse Dionisotti, Introduction to Prose e
rime, by Bembo, Turn: Utet. Garin, Prosatori latini del
Quattrocento. Milan: Ricciardi. Giglioni, "Primalità
(primalitas)." In Enciclopedia bruniana et campanel-liana, ed. Canone/Ernst, Pisa:
Serra.Gilson, Index scolastico-cartésien. Paris: Alcan. Being and Some
Philosophers. Toronto: Pontifical Institute of Mediaeval
Studies. Goclenius, Lexicon philosophicum quo tanquam clave philosophiae
fores aperiun-tur. Frankfurt: Becker. Lexicon philosophicum Graecum ...
accessit adiicienda Latino lexico sylloge vocum et phrasium. Marburg: Hutwelcker. Gregory,
Origini della terminologia filosofica moderna: Linee di ricerca. Firenze,
Olschki. Hamesse, Aux origines du lexique philosophique européen:
L'influence de la Latinitas. Louvain-La-Neuve: Collège Cardinal
Mercier. Hobbes, Leviathan, ed. Malcolm, Clarendon. Kraye, Philologists
and Philosophers." In The Cambridge Companion to Renaissance Humanism,
edited by Jill Kraye, Cambridge: Cambridge, Pico on the Relationship of
Rhetoric and Philosophy." In Pico della Mirandola: New Essays,
edited by Michael V. Doughert. Cambridg. Leibniz, Die philosophischen
Schriften, 7 vols., edited by Carl I. Gerhardt. Berlin: Weidmann.
Paccagnella, La lingua del Peretto" In Pomponazzi: Tradizione e dissenso,
edited by Marco Sgarbi. Florence: Olschki. Pico, De ente et
uno." In De hominis dignitate, Heptaplus, De ente et uno, e scritti vari,
edited by Garin, Florence: Vallecchi. Poliziano, Angelo.
"Miscellaneorum centuria prima." In Opera omnia, Basel: Nicholas
Episcopius. Schmitt, Aristotle and the Renaissance. Harvard. The Aristotelian
Tradition and Renaissance Universities. London: Variorum. Renaissance Averroism
Studied through the Venetian Editions Aristotle-Averroes (with Particular
Reference to the Giunta Edition In Schmitt, Aristotelian Textual Studies
at Padova: The Case of CAVALLI (vedasi), in Schmitt. SEGNI (vedasi), L'Ethica tradotta
in lingua volgare fiorentina et comentata. Firenze: Torrentino.
Speroni "Dialogo delle lingue." In Opere, Venezia, Occhi. Valla, Dialectical
Disputations. Ed. Copenhaver/Nauta. Harvard. Zambelli, From the
Questiones to the Essais: On the autonomy and Methods of the History of
Philosophy, In Astrology and Magic from the Medieval Latin and Islamic World to
Renaissance Europe: Theories and Approches, Farnham: Ashgate. Stefanoni.
Luigi Speranza -- Grice e Stella: la ragione
conversazionale dell’ iustum/iussum, o la causa dell’anormale come l’
implicatura d’Honorè – la scuola di
Sernaglia -- filosofia veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Sernaglia). Filosofo vento. Filosofo italiano.
Sernaglia, Treviso, Veneto. Grice: “What is it with Italian philosoophers that
they are all into what at Oxford we would call jurisprudence?” Grice: “It seems
like all Italian philosophers are like Italian versions of H. L. A. Hart!”.
Studia a Treviso e Milano, sotto CRESPI. Insegna a Catania e Milano. I suoi saggi
si diregeno su alcune tipologie di reati, successivamente sugl’elementi
strutturali del reato. Il suo contributo
filosofico più noto, presso gl’operatori del diritto penale e la comunità
accademica, è “La spiegazione causale dell’azione umana” (Milano), in cui ricostruisce il problema del nesso di
causalità prospettando il criterio della sussunzione sotto una *legge* come
strumento per la soluzione di casi dubbi. Solo mediante una legge di copertura,
atta a spiegare il rapport causale fra la condotta dell’attore ed il effetto e possibile
formulare un giudizio sulla responsabilità dell’attore. Ad es., solo dopo aver
dimostrato, sulla base di una legge, che l'ingestione di un determinato farmaco
determina casualmente malformazioni del feto, e possibile imputare alla ditta
produttrice il reato di lesioni gravissime, colpose o dolose. In difetto di questa
spiegazione causale non puo formularsi alcuna responsabilità a regola di
giudizio dell'"oltre ogni ragionevole dubbio" trovasse applicazione
anche in un processo. Il principio venne accolto in tema di nesso causale dalla
corte suprema di cassazione, anche a sezioni unite. Oggi è norma codicistica.
Dirige riviste giuridiche di diritto penale ed è fra i curatori di raccolte
normative di largo successo presso la comunità forense. S’interessa anche nella
teoria generale del diritto e la filosofia del diritto, mediante saggi maggiormente
agili rispetto ai saggi penalistici. Esercita la professione di avvocato,
partecipa in qualità di difensore d’alcuni imputati, al processo del petrolchimico
di Porto Marghera, dove fa applicazione, dal principio della spiegazione
causale. Altri saggi: “L'alterazione di stato mediante falsità” (Milano); “La descrizione dell'evento” (Milano); “Giustizia”
(Milano); “Dei giudici” (Milano); “ll giudice corpuscolariano” (Milano); “Le ingiustizie”
(Bologna); “il galantumo del diritto”, Corriere della Sera. Grice’s
implicature: ‘only abnormal cases require a cause’ (Teoria causale della
percezione). Federico Stella. Stella. Keywords: Grice, implicature della
descrizione d’azione umana, H. L. A. Hart, Honoré, J. L. Austin, responsibity,
aspets of reason, alethic reason. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stella”.
Luigi Speranza -- Grice e Stellini: la ragione
conversazionale dell’ortu morum – filosofia friulese -- la scuola di Cividale – filosofia friulana -- filosofia
italiana – By Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool
Library (Cividale). Filosofo
italiano. Cividale, Udine, Friuli-Venezia Giulia. La sua fama è dovuta
soprattutto al “Saggio dell’origine e del progresso de’ costume e delle opinion
a’ medesimi pertinenti – con quale ordine si sviluppassero le facolta degl’uomini,
ed appetite ne uscissero loro connaturali” (Siena, Porri). La sua concezione
morale è di stampo liceale -- e sotto alcuni aspetti può essere considerato uno
dei precursori della sociologia. A lui è stato dedicato il liceo classico di
Udine e che nella sua biblioteca contiene gli scritti autografi. Enciclopedia
Treccani, su treccani. Dizionario biografico friulano, su friul. SAGGIO so PK A
L'ORIGINE ED IL PROGRESSO DE’ COSTUMI, DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI DI
giagopo stellini VOLGARIZZATO DA Lodovico valeriani. 2lfeum sempcr jadlcmm
omnia nostros aiti iwenwe per se sapientius quam GreBcos, aut aecepta ab illts
^ccisse meliora . Cecrroj^e TascuL lib* i* r. MILANO .Presso Pi ROTTA e Maspero
Stampatori-Librai in S. Margherita ragionamento OEL traduttore. CHIARISSIMO SI
MONE ST RAT ICO LODOVICO VALERIANI. ^ ■ QQiene Amico Veneratissimo, Cill Opere
di cert'* -Ingegni ciò che avveniva nel Paganesimo a" boschi sagrati a
qualche Divinità . Si o/zo- ravano, si rispettavano ^ se ne dicevano maraviglie
; ma ninno usa- appressarvisi, ninno era vago di venerarvi per sè medesimo la r
t % \ IV moesfft soUtana de’ loro Da . Co Sé U.Ù i prodi,!, C. ne rc,aoo per il
^ol,o, non ^rano cU „cn-.0inc di alquanti pn noaelhe- ri, /.none piuttosto a *
ragione umana al cospetto ro- mulgassero anch* essi nell* idioma de* Pajnnìani
e de* Cesari : nù gli ern certo di freno V esser dig^ aià questa lingua jiress'
ogni j'io- polo spenta nella memoria del volgo . Perchè a tenere le genti nella
unità delle massime bastava farla comune a quelli, che in ogni Stato governano
la mente e il cuore del popolo; e s* era ad essi già resa ^ non solo amabile,
ma necessaria con tutti i mezzi ^ che possono e lusingarne e costring,erne il
sentu mento, altronde tal generale igno* ranza felicemente contrihuwa a coprir
gli oracoli di quelle tenebre, dentro le quali fnchè sien chiusi gli oggetti
del culto pubblico ser- bano sempre inconcussa V autorità senza pericolo di mai
scemare nella comune opinione di riverenza. As~ sunta di questa forma ad intera
prete del Santuario e del Foro j qual maraviglia che fosse ancora trascelta per
dirozzare e diffondere le scienze e V arti ^ che piu cimentano la riflessione,
ed impegnano la estimazione degli uomini ? Piace agV ingegni estesa celebrità ;
nè piace meno di vivere per fama splendida nella memoria de" posteri, che
di fiorire per sentimento onorevole nella opinione de" coetanei . Quando
ella pure non fosse stata per se medesima commendabile su quante oTìdcivciTìO
ITI tanta pertUThazio ne di popoli rusticamente abozzan- dosi 3 e quando ancora
le fosse venula meno la digfiltà conferitale dal Sacerdozio, valeva a render^ la
degna di preferenza^ nelle più nobili discipline la facoltà di rapire l nomi
degli Scrittori dulie strettezze di una provìncia o di un regno f>er farli
chiari iti ogni angolo deW universo . iVé finche Jìoma tenne tranquilla il
jmimato nel Cristianesimo tale opinione invi^ lì . Ma non s) tosto si ruppero
le Cermanie j che il primo impegno de’ Voratori, doi inique spirit o di libertà
religiosa insinuò, fu di ritogliere i Libri sacri alla iiiterpre- iazione (le*
j> 0 (hi addetti a* misteri, e nudi esporli ne’ jiopola ri diai etti alla
moltitudine, cui semjire igno^ tu è l’oggetto di riti arcani . /71 Inghilterra
intanto alle tiranniche rinnovazioni di culto successero le feroci rivalità di
governo ; e la pre* mura involgere nelle contese di Stato il popolo strinse a
discutere neW idioma del popolo ogni ragie- ne di Stato. E questo accadde
mentre la Francia, piena di Greca e di Latina eloquenza ^ spingeva il secolo di
Luigi ad emulare la gloria de'piu distinti per gentilezza di lettere ; talché
ben presto per tutta Europa si sparsero volumi ogni argomento, nativamente
scritti da que^ due popoli ^ arbìtri già del commercio delle nazioni. Correano
allora per noi qué' giorni, che guasta la poesia, contaminato ogni genere di
eloquenza ^ pareva poco agV ingegni di segnalarsi per frenesia di concetti, se
non rendevali ancor piu stolti la insania delV espressioni ; cosicché trattine
pochi e spezialmente de* trattatori di fisiche proprietà . era comune il
delirio di travagliare a corrompere con mostruose arditezze la dignità della
patria letteratura.^ Nel maggior impeto appunto di €piel farnetico fu presa
Italia da quel dispetto per le civili dottrine., che presto degenerò e in
colpevole dimenticanza per gli anlenaù,, che avevanle sujìcriormente
illustrate., e in esecrabile indifferenza pe^ successori, che allo spuntare di
miglior secolo arditamente prendevano a ristorarle . Rinacque allor vera~ mente
con la purezza delle maniere il desiderio e C amore di quelle scienze ., che
nostre parvero, e sono j per evidente cortforinila di carattere ; ma
ricevutesi, ed apprezzatesi come straniere, incominciarono ancora come
straniere /a trattarsi . Quindi la stima sLifyerstlzio- sa pe* libri d^ altre
naziorii; quindi la nausea per ogni cosa ^ moderna o antica f che fosse nostra;
(pùndi la smania di conformare la mente e il cuore j, come le mense e le vesti
cC costumi altrui ; di qui naque alfine per quanto io stimo doversene ar
fomentar e ^ che mentre in altre nazioni Vinvilimen- to della Romana crebbe
decoro e vaghezza alla propria lingua, tra noi col pregio scemato a quella
venne il languore, il fastìdio ^ e finalmente la corruzione, e lo strazio deir
Italiana, F* ebbero sempre dé^ Grandi, che V una e V altra onorarono; perchè in
Italia si può sopire ne* più, ma non estinguere in tutti il senso della verace
grandezza patria ; nè volse tempo così infelice per noi, che non brillasse d*
un raggio della primiera maestà. Ma le concordi querele di questi Grandi sul
depravato carattere del* la nazione fanno argomento, che Fuso, arbitro delle
lingue e de^ costumi de'* popoli, già insolentiva per modi barbari nelV
obbiezione d'ogni nativa eloquenza, Erano certo rpieste sciae bastantemente già
grapi per sè medesime, se non cfte resele ancor più. gravi, ciò eh'è di estrema
de- j/rara zinne argomento, V esser si fatta per esse vana ed infrutfuosa a’
jffogressi de* nostd ingegni nelle utili faroìtà la estimazione serbata pure
incorrotta a fjne* sommi uo- miìù^ che più tra r/ffi le illustrarono, J^oichò
non basta che s*ahhian essi la debita celebrità, perchè la gloria de*
trapassati divenga stimolo di virtù j)er ar(tendere la c- mulazione de*
jiosteri. Conviene sia noto il titolo ; se ne conosca il carattere^ la
rjnaiità, V estensioneche non solo aveste patria 'comune- con lui, ma suo
Collega pur foste nello splendore di antica Università; lui per lungh^ anni
congiunto ancora co* vincoli della più ferma ed mge- uUfa benevolenza. Quando
pur fosse la sua dottrina di tenebroso oarat- ter e per ingegni ritrosi ad alte
speculazioni > avrebbe potuto egli non acquistarsi la stima cZe* più volgari
intelletti? Urb Uomo d?ab- bietta . e\ misera condizione j che nella infanzia
stessa muove la maraviglia di un Istituto piamente inteso alla pubblica utilità
; che ammesso a tale Istituto j splendido già per carattere di sapienza;, fas-
sene tosto raro e pregiato ornamento ; che il primo aringo tentato in sua
giovinezza è di sforzare la patria lira a render libera i sensi della Tehana y
cercando adentro e chiarendo V arcano spU rito d^un Poeta, che i>aTve, ai- dire
d^illustre Critico, altro di se non volesse svelare asti uomini, che quanto
loro bastava per am- mìrarln senza permettere di cono-' scerlo ; che non
contento do co- irlier fiori d'agni vaghezza nella tolgar poesia, tratta anche
i numeri latini e greci ; c/te in ogni nohìLe estranea lingua niostra perizia e
valore eguale che nella patria ; che in età giovane ancora vedesi assunto aW
incarico, dovunque arduo, m.a somiTiamente gel(f- so in oligarchia 3 di
ammaestrare i figli del più distinto Patrizio della sua Patria, c del Ministro
più benemerito e caro alla sua Repubblica; che dall' onore di tal privata
istruzione viene di pubblica aìitorità destinatoad espor la scienza, come la
più necessaria al bene delie nazioni e degli uo^ r m mìni j co5Ì la più
malagepole per lo contrasto implacabile de^ costumi e delle opinioni^ in quella
Città che ricorda e Galileo e Santorio ^ ammira e Luzzarini e Morgagni ^ a cui
/ affrettano già di succedere un Cesarotti ^ un Toaldo, nè la modestia vostra
se ne quereli 5 uno Stratico ; che per interi sei lustri così la espone^ che
non più solida o più benefica la propose nè V Accademia, nè il Portico ^ nè il
Liceo ; che ne* riposi pur 7 nostrasi qual ne* cimenti gV ingegni meglio
addestrati ^ perocché sono suoi passatempi eruditi e liberare Euclide dalle
censure de* matematici j e vendicar dalla sferza dello Scaligero Giorgio di
Tre- bisonda ed Ermogene, chiarire Aristide Quintiliano^ proteggere dalle
aggressioni di Meìbomio Epicuro, purgar Platone dalle bruttezze appostegli da
traduttori ed interpreti^ pili mloroii nella grammatica che nella greca
filosofia y svolgere i sensi creduti già inestricabili di Aristotile, crearsi
in fine tal credito di universale intelletto^ che a Zui il- corrano scienziati
d ogni maniera ^ quale a maestro e ad oracolo ; che mentre illustra e feconda e
con precetti e con opere ogni arte e scienza profana e sacra ^ medita e compie
V ardito proponimento di stringer tutte le cognizioni in sistema i emulo di
Bacone j di Cìiarrl- hers ^ di Diderotto; un Uomo di tal carattere per quanto
veli sè stesso agli uomini ^ non è possibile che non tpeuminài una lucc'^ che
ìjfmwof i cuori più stupidi a ripe- penza . E come poi lo sarebbe ^ se a tarile
doti di spirito le piu soavi^ si unissero prerogative del cito-^ re? Parlo di
quelle virlit morali,^ che parvero così belle al Giovine Plinio in Eufrate
Filosofo ; virtù > che rendono V uomo caro agli uomini _j e cjie rendeva
nello Steliini più luminose ed amahili quella natica modestia rara ^ per cui
pareva lui solo non aver cuore per apprezzare se stesso . JVon p’ ha carattere
^ che non si pieghi benevolo a C 05 Ì. nobile immagine di virtù, I sommi
ingegni compìaccionsi di ravvisare in lei,, come in cristallo purissimo, senza
macola quella eccellenza di spirito j,' che li sublima dai vó lgo : i piccioli
vi si affisano ^ come a Sole ^ Il qual riscalda ed illumina senza offendere :
pur quegli stessi j che tanto un* ombra di scienza in sè stessi onorano quanto
ne ahborrono ogni sostanza in altrui y timidi sempre che il merito possa decidere
della fortuna y questi medesimi non ricusano di riverir e ^un Filosofo, che
sempre chiuso in sè stesso non si dà briga per niuho di quegli eventi, che
romo- t'Bggiano 6 pOiSsoiTio* I*^iufio stupoìc adunque ^ che lo Stelliiii ^
vissuto nella benevolenza, morisse nella venerazione degli uomini : niuno
stupore 5 che ne sonassero elogj per tutta Italia^ ed uomini sapientis- simi si
consagrassero per anni interi a raccogliere quanto di grande lasciò morendo
senza curare che fosse per sop)ravvivergli : niuno stupore alfine^ che così
viva la sua memoria nel sentimento di quanti personalmente ammirarono la sua
virtù ^ che il nome vadane ancora di lìngua in lingua ^ siccome d^iio- mo
sempre mai degno di pubblica ricordanza . Può questa dirsi e parere in vero assai
splendida celebrità. Per dichiarirne il merito consideriamone la sostanza.
Pochi v’han certo ^ che nominando Steliini non lo ricordino.} come il decoro di
Padova pe^l suo mirabile magistero. Gioiti pur sono y che si compiacciono di
replicarne il giudizio datone dalV Algarotti y che non vi fosse arte o scienza
y ne^ cui segreti non penetrasse y talché potesse in un anno spiegare in tutte
carattere di maestro y siccome appunto quel Mimo, di Lucianoy che in una danza
contraffaceva tutti gli Dei. dorranno alcuni sino convincervi e persuadervi y
ch^ egli ebbe forme e carattere pressoché simili a Socrate . jVoii vi sarà
finalmente chi non lo esalti siccome un gran metafi- ficOy senza neppure
permettervi di riflettere che vaglia il suono indistinto di un tal vocabolo .
Qual è frattanto generalmente il suo credito sopra le Scienze Morali ? Dico
generalmente y perche siccome da pochi mal s^ argomenta il costume y cosi mal
cercasi in pochi il giudizio pubblico, Non egli è impresa di poche pagine
stringere in hreoe argomento V Etica, intera dello Steliini . Pure non è
difficile con lievi tratti, che ne di- stinguan lo spirito, mostrarla lale^
quale non mai s* adombrò . Fu della Veneta Signoria sapientissima istituzione
tra le dottrine da esporsi a’ giovani collocar quella ^ che tutte le perfeziona
indirizzandole tutte alla pubblica felicita la scienza della ragione e de
costumi degli uomini. Perchè qual cosa più stolta, siccome aweite piacevolmente
il dottissimo Fonte- nelle, che rilegar la filosofia nel cielo a calcolarvi
oziosa i dìopì- menti degli astri, ovver condurla raminga sopra la- terra a
vagheggiar quanto s* offre dalla natura alV mnana curiosità ^ senza per^
metterle che mai s* approssimi all* uomo per trarne leggi di vita cor-
rispondeìiti ah carattere delle'‘ sue splendide attribuzioni F Socrate fu per r
uso di coiai proi^^ida peritò detto il più 5 apio degli uomini . JJegno fu pure
di tanto senno in^^ stituire a maestro di questa scienza Aristotile t
Imperocché di quanti presero in Grecia a distinguersi nella dottrina messa in
onore da Socrate solo Aristotile seppe acconciarla al carattere delle abitudini
umane . Chi trasse V uomo a tale felicità, quale da pochi appena si può
raggiungere ^ e che raggiunta niun bene arreca alla società voluta dalla natura
tra gli uomini; perciocché pochi son quelli ^ che distaccandosi affatto da
quelle cose^ di cui si allegrano i sensi, trag- gansi dietro ad oggetti, che
solo possono attingersi con V intelletto j perdendo V animo in vane
contemplazioni . Chi ne forrrpò tale immagine ^ che non potesse lusingar V uomo
se non rinchiuso in sè stesso 5 talché per ogni contatto di cosa estranea s*
inamarisse, can- giando Vuomo in un essere inerte e timido i che si tenesse
beato qiian^ do si fosse condotto a credere d’essersi fatto insensibile ad ogni
umana COSI straniera che propria necessità . Ohi tutto il volle ne sensi
immerso, ammaestrandolo a non curare che quanto stimola il corpo per disputare
a'bruti una felicità ^ la quale > appena toccati ^ fugge da quegli oggetti ^
che più fan mostra alV istinto di possederla . Chi finalmente non trovò meglio
per V uomo, quanto distruggergli in cuore ogni regola di certezza^ ed
infoscargli nelV intelletto ogni luce di veri!à ^ perchè, non più da speranza o
da paura condotto, si abbandonasse senza consiglio alV impulso di quegli eventi
^ cZe’ quali, mai non osando esplorar le cause^ mai non sapesse nè temperare;,
nè rompere le conseguenze ^ Sempre guardingo Aristotile dalle insidie della
immaginazione e de^ sensi ^ mentre dagli altri si apriva alV uomo un cammino ^
non prati- cabile che a ritroso della ragione o del cuore ^ egli svolgendone le
attribuzioni e le primarie spiandone facoltà, lo trasse dove ciascuno ^ che
umano vivere non abborra, dee pur conoscere e consentire doversi affrettar chiunque
abbiasi fior intelletto, Imperocché cercò egli quella felicità ^ che il meno si
allontanasse dal comun senso degli uomini ; che r uomo intero > quanto e
qual fosse ^ abbracciasse ; che lo rendesse geloso amico di sè medesimo, e
cittadino benefico ed operoso ; che lo impegnasse in somma y non a dibattersi
vanamente per farsi libero,, ma per giovarsi utilmente di quelle cose y tolte
le quali è pur forza che si disciolgano i vincoli d* ogni civile e domestica
società . Mostrò ^ che il senso non dweniva inimico della ragione, che quando
già- la ra- gione pià rì,on curava se stessa y che ninna cosa esteriore
corrompe i sensi, od* essi stessi non prenda-^ no ad alterare il carattere
delle cose, disordinando le relazioni, che uniscon V uomo ad ogni eS" sere
deir universo ; che tra lo spi^ rito e il cuore v^ ha di natura tale
corrispondenza y che quando questo sia retto y quello non può suW ordine della
vita essere mai tenebroso ; che le virtù morali sono di tale carattere y che
rimanersi non possono y dovunque allignino, infruttuose ; che in conseguenza
può ciascheduno egualmente cori» darsi a tale felicità che altrui si renda
benefico nel provvedere a se stesso. Meritamente adunque fu tal Morale distinta
per ogni 56 * colo, come la più civile che pre5en£a55e alV umanità la greca
fi-’ lo sofia : meritamente da’ saQj d’o- « gni nazione fu sempre ornata in
maniera di affezionarle gV ingegni j eh’ amano instituirsi prwata- mente con
arti buone al possesso di una virtù non difficile a conservarsi, e procacciarle
nel tempo stesso il favore de’magistrati s che aspirano a stabilire la pubblica
felicità sopra leggi > che guidino con dodi freno i costumi sempre variàbili
e sempre varii degli uomini, Talmentechè que’ Sapienti^ che nel risorgere delle
scienze si argomentarono a svolgere la morale secon- dochè da filosofi d'altro
carattere fu composta, furono pochi e rivali rimpetto a molti e concordi s
ebbero fama d’ingegno più che frequenza di scuola ) soti chiari in fine per
merito di erudizione, fna non in grido egualmente per magistero di umana
felicità * Lad- doQe f caduta ancora la signoria che tenne ferma Aristotile su
le scienze sinché le scienze furono schiave di tali, che più temevano la
ragione che non i vizj degli uomini ; quando ancor pure si nau~ seava per moda
ciò che per moda in prima divini zzavasi ; e il Precet- tor di Alessandro si
ricordava per giuoco sino in que^ circoli ^ ne^ quali i nomi de^ grandi ingegni
^ pur pronunziati con riverenza, si disonorano ; furono e V Etica e la Politica
Aristotelica sempre onorate ed accette^ siccome quelle che illustrano ed
avvalorano ^ non vi-^ zìan V uomo o V insultano, e in luogo di provvedere a
pochi con la disperazione dei più mostransi pronte a’ bisogni j e Ze speranzè
sostengono delle nazioni . Bastava dunque ^ per essere veracemente utile e
grande j che si attenesse Stellini alV ordine di Aristotìle ; hastam certo^ che
Verme sue ricalcando, non 5’ impegnasse che a svolgerne i sensi astrusi ^ a*
renderne più luminosi i prìncipi, a costruirne più solidi gli argo* nienti, ad
ampliarne le conseguen^ ze j, ad estenderne le istruzioni ^ perchè amoreooli e
facili si pre^ stassero alle occorrenze e al carattere delle variate abitudini
y si prevalesse in somma della infinita sua erudizione per illustrare di nuova
luce le massime del Peripa~ io 3 con la eloquenza esponendole 3 che in lui
fi.oriva spontanea, ed era di tal carattere 3 che mentre con il calar delle
iminagini agitava la fantasia 3 con il vigore de* sentimenti sforzava il cuore,
e sì traeva despotica Vintelletto. Ma non contento di correre gloriosamente un
aringo già segnalato da molti 3 volle egli aprirsi una strada 3 per cui
potfssse così distinguersi 3 che 3 TìlCTltr6 pOjTCVOi iìltCìltO ^ SB^IMT altrui
fi riuscisse dove chiunque hra^ masse pure di spiri, ger si ad e guai mela
dovesse jmr confessare non rimanergli che seguitare lui stesso. Il primo
impegno fu dunque dare alle cose morali quella certezza, sommo argomento di
verità ^ ^ cui negò loro ÀristoLile ^ e che 2 ora maso d'Jquino stesso nel suo
Com-^ mento aW Etica Aristotèlica non seppe loro concedere j e la qual mentre
diceva Loche non esser loi o impossibile di sostenere fi si dimostrava da Vico
SI bene ad esse acconciar si fi siccome a cose^ che han di natura tal regolare
andamento fi qual si conviene a sostanze j, che hanno attributi e forme e
relazioni i iwariahili non altrimenti che qualunqu- essere organico deW
universo, Ma Vico non guardò V uomo individuo j che per librarlo operante in
massa con gli altri uomini ; i suoi riguardi non si fissarono sopra gli umani
caratteri costituenti Iq> spezie umana j, che per isQolge^ re e misurare e
conchiudere V in-' tero corso costante e certo nella sostanza quantunque
incerto nelle apparenze e volubiledelle umane generazioni. Steliini adunque
ìnsU stendo su que^ principi, ch^avea già Vico proposti siccome base d^ ogni
morale argomento, principi ingenu ti j che rivelati una volta non pos-> sono
non rimanersi eternamente uni per tutti ^ prese a discuter Z’uo- TUO
individualmente per avverare quali dalla spiegata natura sua regole uscissero e
forme di umana felicità . Ei conosceva assai bene quanto contribuisse a mettere
in luce e in forza ogni ragione di verità la via tenuta .nel rintracciarla per
consentire filosofando alla massima di Bacone, che quella forma di ragionare,
la qual d da" fird, cui s^è proposto V Autore della natura, intende
scoprir U leggi particolari degli esseri, vuoisi considerare, come una vergine
a Dìo votata e in feconda . Quindi ei non mosse dalla dichiarazione del foie
per poi discendere alla generazione delle virtù ed’alla forma degli abiti,
qualificando le azioni umane più dal soggetto parziale che le dispone, che dal
principio universale che V anima rispetto al fine che le necessita • jyia,
tutto inteso a discerner V uomo per il carattere delle distinte sue
attribuzioni, da cui può,solo evidente’^ mente raccogliersi a qual ragione di
vivere sia condotto, fecesi egli primieramente a considerare quelle facoltà
umane, che dalle umane attribuzioni si avvivano, e che pur tutte, benché non
tutte in un gta- do, sensibilmente negli uomini si manifestano; gli usi,
ne" quali coynunemente sogliono adoperarsi da- gli uomini ; gli effetti in
fine^ che al par io ed agitato lor vipere ne risultano, Conosciuto di questa
guisa non solamente il carattere ^ ma la estensione ancora di ciascheduna y ed
avvisato per conseguenza come tra loro son élleno di forze molto ineguali y
tali però da poter si. accordare insieme per attuarsi accordate insieme ad un
termine y dal contrapposto delle diverse lor indoli spiegò gli uffizj di
ciascheduna y segnando i limiti a tutte da contenersi y affinchè y ognuna
contribuendo (ù bisogni umani sol quanto lei sì conviene si avvalorassero
insiemey non / implicassero, nè soperchiandosi smodatamente si riduce ssej'O ad
essere scambievolmente disutili. risto però che uomo non solamente nascevasi
dal consorzio y ma nel consorzio ancora di altri uomini y e cK era tale
consorzio disposto in t zarà col crescere » in ciascun uomo guisa da
rlnfor", chiarì tal essere il carattere delie parziali sue facoltà, che
non sol queste si sviluppassero in comunw- ne con altri uomini, ma che da tal
comunione principalmente pulso e lena prendessero a svilupparsi. Quindi ei si
accinse a mostrare il segno, insino al juale dee V uso loro dagl’ individui
distendersi, non altrimenti rispetto a sè che ad altrui, chiarificando comè tal
uso per dirsi retto consiste nel provvedere alla vita individuale giovandosi
de* soccorsi, che appresta all* uomo la comunione degli uomini : soccorsi certo
maggiori di quanti altronde ne possa attendere ; ma che si perdono, anzi in
rovina si volgono per qualunqu* uomo si attenti a vivere senza rispetto ad
esseri, che similissimi a lui son come lui provveduti delle medesime facoltà.
Così fu tratto dal fine stesso della Worale a connettere essenzialmente con
essa ^ e in conseguenza a discutere la sostane za i le relazioni e il carattere
di quella prima società umana ^ senza di cui nè giammai stata sarebbe fumana
stirpe^, nè mai sarebbe per conseri^arsi e per essere. Parlo della famiglia y
della doìnestica società parlo y la quale è tale y che^ qualunqu^ altra ragion
di vwere si pongan gli uomini amplificati a popolazioni) non può non essere il
fondamento e il vincolo di tutto il pivere umano* Tale carattere Steliini in
lei ravvisò ; ne investigò la sostanza in modo y che ciascheduno vi
contemplasse y noti contraffatta dalle opinioni degli uomini) l'opera stessa
della naturay traen- dola dalla caligine y ove giacea per antica rivalità di
sistemi ; C 05 Ì fi"" nalmente esposela y che si mostrasse legata in
guisa con il parziale^ ben essere 3, che solaìnénf e da lei nascessero 3 e solo
in forza di lei si rannodasser que vincoli 3 che stringer debbono gli uomini in
quel-’ lo stato 3 in cui pur dopo le agitazioni domestiche 3 e per il bene deW individuo
e per la utilità della spezie 3 son violento ti a comporsi dalla natura . Di
questa forma pesando V originale carattere di questo stato 3 avverandone i
fonda- menti 3 chiarificandone le naturali sue relazioni 3 sempre rispetto al
principio della individuale prosperità raccolto dalle individuali facoltà umane
3 condusse VEtica sino a quél punto 3 oé ella deve arrestarsi per non turbar le
ragioni della Politica 3 cui si convien dalla essenza della Città desumerne le
varie forme per congegnarle in modo 3 che sempre a* voti rispondano della
natura e degli uomini* E questo fu V altro assunto ^ per cui Steliini cercò
distinguersi trcd maestri della maral facoltà. Imperocché gli è pero ^ che fu
la scienza morale introdotta in Grecia per soi?P€nire alV indole delle cibili
occorrenze ; gli è pero ancora ^ siccome ho già divisato j che il più fra
quanti accinsero a segnalarsi neir arte nobilitata da Socrate fu certamente
Aristotile^ che la vestisse di umana forma perchè guidasse benefica le
inclinazioni de-- gli uomini. Ma svolgere cosi Vuo- tno j che le medesime
facoltà sue palesassero V insufficienza propria di svilupparsi utilmente senza
il commercio degli altri uomini j cosi discutere gli usi loro 3 che si
apprendesse per essi come sia d*uopo accordarle utilmente insieme ; disaminarne
così gli effetti eh* essi medesimi suggerissero a quali regole convenga
attendersi per ben giocarsi degli uomini^ mostrare in somma nel virtuoso
.operare nx>n solameàtè la^ perfezione . del fio-e preposto' àlV uomo y» d
\mezzo ancora essenziale d'abilUm^fO'raggiunger e 'un colai fine ; e -in i. con
^ seguenza verificare e propor le basi d^ 'Ogni sociale rallori di n^ere ^ non
solo come illazioni > a cui debba andarsi dopo la istituzione d^or- gni
moral carattere per abbellirlo ^ ma quali temi così connessi con V argomento
della parziale felici-- tà, che separare non se ne posso^ no senza corrompere
la istituzioni delV uomo stesso ; fu questa impresa onorevole di Steliini .
Opera sua. fu pure ^ che le morali proposisioTbt -SI conducessero, ikii f orma
^ che ciascheduno per accertar- nè^ la 'verità xrrxm avesse clw a rintracciarne
i principi tacila coscienza^ à 6 doGunienti attenderne dalla esperiénzà di sè
medesimo* Nè vuol tacersi y di' ei veramente per non viziarne V essenza la tenne
ferma a quel fine y che le prescrisse Aristotile y e che Tommaso (TA^ quino
stesso interpretando Aristotile le assegnò y di procurare alVuo- rao tale
felicità y quale può solo nel corso di questa vita raggiun-- gersi. Non però
volle siccome il greco Filosofo ridurla a tale da trasandare negli uomini y se
non forsbanco distruggere y ogni speranza di perfezione avvenire y dal che può
sorger neWuom.Oy temporalmente anche preso y un turbamento inimico della
terrena stessa felicità. Ma senza mescervi estranee cose y COSI gli attributi
umani considerò y che mentre il retto esercizio loro mostrasse a tutti la via
del temporale ben essere y mettesse pure vigore ed animo a quelli j che s^
indirizzano a miglior fine con vie. migliori speranze. Quindi quelle qui- xlij
stìoni, che in altre opere di mo- vale, o si dibattono con uno zeta inimico
della morale e degli uomini, oppur vi sono siccome a pompa dHngegno senza un
legame che le congiunga alla umana Je- licitày nella Morale dello Stellmi
discendono dal carattere della morale medesima i mostrano vivo l impegno di
provvedere a tutta la^ spezie umana, pesano solo alV em- pio 5 nè intimidiscono
che lo stolto. Si aggiunga a ciò la maniera ^ ond^ egli prese ad esporla,
Imperocché attenendosi nelV ordinare la tela de' suoi pensieri severamente al
carattere dii /éristotile ^ che preferiva al pomposo pensare il solido ^ €
procedeva negli argomenti per vie spedite a convincere V intelletto ^ volle nel
presentarli imitar Platone, il quale offrì colorito ai sensi ^anto potevasi
astrattamente dall animo concepire p non risparmiando grazia e vigore immagini
^ nè vezzo o numero di parole per impegnare a convincere la ragione la stessa
iimnaginazione degli uomini, iVè lo Steliini era tale di fantasia j, che
irresoluta e timida gli si prestasse aW incarico . Imperocché^ oltre alV essere
vivace ardita e feconda per sé medesima ren- densi ognora più vigorosa e pronta
con la consuetudine de’ poeti ^ de’ quali usava non solamente a ristoro delV
intelletto, ma per avverare in 65^1 principalmente il carattere delle opinioni
e degli usi predominanti de’ secoli ^ siccome in quelli f che le impressioni
più vivamente ne soffrono s più se ne irritano 5 e quindi con più calore ne
avvertono, e con più senso re’ esprimono V andamento, Da ciò pur venne eh’ ei
così scrisse latinamente j, che mal direttesi a qual latino esemplare si
conformasse j perche da tutti cogliendo il fiore cosi trattò questa lingua^
quasi^ pur fosse nativa in lui e fattasi in lui domestica o ne^ Comizj agitando
il popolo j o colloquiando aneli ei di filosofia negli ozj del Tusculano. Se
dunque fosse tal Etica venuta a luce quando V Italia pregiava Cantica lìngua
come reiag- gio non tenue di antica gloria ^ ne aveva appreso agli estranei a
sprezzare i suoi col farsi bella di non conoscerli o non curarli essa stessa ^
avrebbe certo incontrata tale celebrità ^ che nè splendore di commentari f nè
copia di traduzioni j nè tipografici adornamenti niun le sarebbe restato in
somma a desiderare di quegli onori ^ onde si videro illustri né* tempi andati
o- pere nostre dibassai minore importanza. Ma lo Stellini fiorì nel tempo f che
intiepidito generalmente il fervore di segnalarsi nelV idioìna, lutino ^ leggi
nè forti à reg^ gere piìi i costuìni y nè sagge al~ meno di concordarli con gV
inte^^ ressi degli uomini y perseuerai^ano CI riguardare come sacrilega qua~
lunque lingua y che avesse arditó d^ esporre giovani con altre for~ mole y che
latine y le facoltà necessarie a svolgere V ingegno umano. La scienza astrusa
per sè medesima j il nuovo aspetto da riguardarla y V impegno di presentarla in
relazione immediata co’ fondamenti sempre agitati deWuman vivere y la rigidezza
delV ordine per sostenerla in tale argomento y V erudizione recondita nel
dichiararla y una latinità finalmente y cpianto nervosa e florida y tanto più
scabra ed ardua y erano in vero cagione y che lo Stellini sì udisse dalla sua
cattedra con maggiore curiosità y che frutto y e accagionato pur fosse di
oscurità y come attestane il li SUO- discepolo e splendidissimo lo- dator suo
Carondli, prima per debolezza dagli uditori 3 quindi^ per interesse dal volgo
de"" letterati > alfine poi per invidia dagli scienziati medesimi.
Nè miglior sorte potea succederle^ quando per onera altrui tal Etica si
pubblicò : perocché gli usi f già guasti, non promettevano ancora miglior
fortuna. Da questo avviene, che ancor fiorendo la fama di tanto ingegno scodano
molti 3 chiari eziandìo per lettere j nel noverar gli argomenti e i titoli di
gloria patria dolersi ninno aver noi che ne agguagli nélla dottrina della
morale agli estranei ; i quali in vero non so in quaV arte voglian maggiore V
Italia ^ se quelle a lei non concedono^ che per giudizio degli stranieri
medesimi sue sempre furono ^ e che per tanti scrittori di chiaro merito ^
mancandole pur tal Etica j le xlvij si appartengono . E come infatti potrebbe
altrimenti credersi ^ quando lo Storico nostro della filosofia^ yiel punto
stesso di accingersi a conservare aW Italia la primazia nelle morali dottrine ^
trascelti alcuni ^ che benché sommi non erano i più opportuni al bisogno,
nomina appena Stellinì in truppa con altri nomi y non egualmente onorevoli a
ricordarsi ? Quindi non è maraviglia, se nella Istoria sua de^ sistemi il
Signore Degerandò non colloca tra gV istorici della jilosojia lo Steliini ^ che
tale istoria della morale adornò, quale non altra d^altra dottrina può
superiore aspettarsi, dimenticandolo affatto con Genovesi e con Fico ^ i quali
se fra gV inorici della filosofia non han luogo ^ non saprei quale più degno ne
resti a lei secondo i grandi caratteri di Bacone, Ma chi disprezza sè stesso
xlvilj mn,^-diritto alla stima altrui; '^''hu.ésta per qualche tempo fu nostra
calamità* Per altro come stupirsi^ che V opere di Stellini venute a luce, lui
morto, sì poco grido muovessero tra gli stranieri ^ e tra' suoi j, se quella
pure che vivo lui si 2>rodusse j anzi eh' egli medesimo nel fiore espose
dell'età sua^ quasi ad esperimento del suo valore^ nel magistero che
apparecchiavasi ad intraprendere tale fortuna incontrò 3 che fu quasi generalmente
dimsniicata. Io non ignoro eh' essa formo la delizia di Peccaria; che
pAlgarotti la predicava eguale aZ- la Dis’^crtrCzione del metodo di Cartesio c
il ^o&tì'Q illustre FrateU i 'sómmo per, eloquenza non meno che
per-d'ól’vfirialà "Estimò de- gnq> di meritar le sue cure per esser
fatta 3 di .lìngua arkcorag italiana.r- E cosu^')Ure fosse piaciuto alla sua
modestia di non inandare perduta almeno quest* opera con Valtre molte) non tali
certo da togliersi al desiderio della posterità) coinè tal Saggio or avrebbe si
in nostra lìngua quale potea recarcelo chi seppe usarla con tanta pompa ad
onore de* trapassati^ Ma tal proposito stesso ) penato in lui non certamente
d'altronde che dalVardore di propagare la fama di tanto senno ) basta sol esso
a convincerne ) che fu tal* opera) quale per altr* indlzj noto è che fosse )
non solo ignota alla moltitudine pur disadatta ad intenderla ) ma neppur messa
coni* era debito in pregio da que* medesimi che più doveano onorarla. Varie
cagioni concorsero a coiai esito ma somma fu V esser ella di tenebroso
carattere sopra ogni altra ) che lo Steliini imprendesse a scripere nella
medesima lingua ♦ La rese tale primieramente la sua .maniera di esprìmersi . Il
preseritare con i colorii de^ sensi allOi magmatica i concetti deW intelletto y
perchè discendano piu dolci e facili al cuore, è ardua impresa per ogni lingua
y w.a spezialmente per quella, che mancò alVuso degli uomini primachè loro^ si
ofirisserò e nuovi oggetti a discutersi, e nuove immagini a disegnarsi . Grandi
maestri seppero certo adattarla a ciò; ma non è agevole a tutti di poi
discernere speditamenn te sotto il velame di antiche forme pensieri e cose di
fresca origine, principalmente ove sieno di non volgare carattere, La quale
difficoltà vieppiù sHncontra in taV Opera, perchè Stellini, impegnato a
stringere in poche pagine ciocch e- ra pure argomento di piu volumi, così
raccolse i concetti, che si potessero per così dire agguagliare al numero delle
parole ; e di tal guisa intrecciandoli, che gravi e Ij CLTinonici sostenessero
la maestà del-^ V oratorio andamento. Uarduità del subbicito inoltre crebbe
durezza d^ intelligenza allo stile. Imperoc^ chè non intese ad altro ^ che a
di-^ mostrarci spiegata dinanzi agli occhi la vera istoria del cuore e dello
spirito umano, dalV età prima alla nostra^ storia che in quel volume sol potea
leggersi i in cui sì bene Vico avverò i principi delle civili catcì- ' strofi y
nella natura cioè delVuomo in relazione con Verdine delVuniverso . Talmentechè
rinchiudendo ^ siccome in germe ^ in, tal Saggio quanV ha e può avere
corrispondenza con il morale ben essere ^ non solamente insegnò come tracciare
e svolgere e le opinioni e i costumi de^ tempi andati ^ ma come ancora
distinguere e governare il carattere delle correnti abitudini ^ e prepararle a
que^ cangiamenti ^ quali senza consiglio andrehbono^ con il lij disegno di
renderli, se non propizjj non tanto molesti almeno alla pace delle nazioni.
Così rwelando alV uomo V origine e il fondamento d’ ogni moralità mostrò a’
rettori degli uomini le sorgenti della pe- ì'ace utilità pubblica^ e
dimostrando filologi quale filosofia si conpe- nlsse aW istoria diede il
modello a filosofi come condur la storia d o- gnifilosofià. Tale è il carattere
di questo Saggio j e tale essendo gli e forza inarapigliarsi non meritasse
altr^ onore dal chiaro Degerandò ^ cN essere con altr^ opere nudamente
rammemorato ^ alcune pur delle quali poco alV Italia dorrebbe in pero che
andassero dimenticate. E a rendere le dwisate due qua- lità pieppià disposte a
pelare il nervo de’ sentimenti altra ragione aggiunse. Era Steliini di massima^
come dichiarasi nel Proemio che non si debbono tutte ^ o che tdmen sempre non
dehbonsij in pie^ na luce mostrare agli uomini le verità . Quindi si dee
ripetere V a~ bitudìne di presentar molte idee con forme poco sensibili; di
preferir le * maniere non usuali agli autori stes^ si delV aurea latinità ^
traendole ancor talvolta da^ primi suoi for^- matori ; di usare in fine
vocaboli, frequentemente di equìvoco, e talor pure di opposto significato* E
avea ben egli onde credere, che procedendo altrimenti, con le piu rette
intenzioni ancora, correa pericolo di molto nuocere a se poco giovando ad
altrui . Poich^ egli volle discuter V uomo secondo che la ragione, senz^ altra
luce che quella del naturale intelletto, potea discernerlo; che anzi, com^egli
stesso esprimesi, prese le cose morali a svolgere, come Neutono le fisiche ;
poste cioè alcune leggi, per esperienza note, dedurne le conse- liv guenze^
senza nè inpesf igare j nè la ragione determinare delle medesime leggìi S'egli
è f e fu sempre, come pur sempre sarà bisogno di tutt i popoli i che pipan gli
uomini oì lestamente ^ se il conf ori are a condui si ad onesto vipere è il
fine ingenuo della morale' dee certo dirsi onorata impresa trarne le regole da
relazioni ^ che tutti sentono esistere in sè medesimi e a tutti possono
dimostrarsi purché abbian senso di esistere y piuLtostochè da princi- pj ^ Tie’
quali sgraziatamente tutti non possono o PogHono consentire j e che infoscaii
una volta nelV intelletto o per imbecillità di mente o per nequizia di cuore
debbono ancor offuscare in esso il carattere della morale, ove non voglia
permettersi di formarlo da cosiffatti principi indìpisam.ente. Nè punto può
nuocer questo alla stessa veracità de^ principi • P^^^oechè, sendo primaria
attribuzione del pero che sia mai sempre concorde a sè ^ gua~ lunque parte
dipisamenfe se ne di* mostri non può stenuar la forza o la chiarezza delV.altre
^ ma col riuscir necessariamente ciascuna allo stesso termine si presteranno a
pi- cenda chiarezza, e forza, altronde il bene sensibile^ che frutta al genere
umano V onesta vita degli Uomini ) e le miserie ^ di cui lo aggrava
sensibilmente 02;ni vipere hru- tale o stolto ^ sono argomenti opportuni alV
uopo delle nazioni per tener gli uomini concordi e docili nelle regole di una
morale solidamente benefica . A questo mirò Platone né suoi Colloquj sulla
repubblica j ne^ quali Socrate non già disegna la forma d* un^ ideale città f
per farsi giuoco degli uomini siccome credesi volgarmente ^ ma insegna agli
uomini V importanza della giustizia per il ben essere d^o^ni città, mostrando^
d quali fortune onorata meni e gV in-^ dioidui e i governi, vilipesa . E la
innocenza^ di questo metodo fu rispettata m maniera per lunga età, che
Aristotile, il qual restrinse più già d ogd altro filosofo la morale a regger
Vuomo nel corso di questa vita non olire certo all’acquisto della civile
felicità, ebbe il primato fra quanti antichi s" ebbero in essa a maestri,
e per consenso d interpreti e per numero di settarj, nella eminenza medesima
del Cristianesimo. Prese a combattersi con asprezza, dappoiché l urto di alcune
massime mise m impegno chi le guardava per argomento di regno di opporsi all
impeto via via crescente col dimostrare fatale agli uomini qualunque genere d^
istruzione che non mirasse a consolidare quella unità di credenza sopra gli
affari del cielo y che già costala tanti delit^ tij, e tanto sangue e vergogna
all* iiTìianità . JE tal politica inferocì, fonando Bayle spiegò V audacia di
credere potersi giusta repubblica stabilire senza nozione di Dio, La quale
temerità ^ quantunque avesse Plutarco già molto prima inségna^ to doversi così
ricevere come il de~ lino di un sognatore ^ che si van^ tasse posseder Varie di
costruire e consolidare una città fra le nuvole ^ e in conseguenza comhattere
non con altt* arma che qual s* impiega a correggere una follia manifesta ^ pure
non fece che raddoppiar le ferocie centra ogni sforzo della ragione, irritò
dunque lo zelo in quella classe di uomini y che si potrebbero ben propriamente
chiamare y com^ altra razza molesta d’ uomini da Cicerone si nominò uccellatori
di sìllabe y i quali cosi notavan gli accenti de* ragionanti ^Iviij come
que" delatori di Tacito i volti de\ virtuosi^ per accusare colpevoli di
vilipesa deità chi più cercava Onorarla con la ragione ^ siccome quelli a
rovina degV innocenti pone- van fieri V accusa di violata maC’- sta. Da questo
io credo avvenisse che la sentenza da Grazio già senza scandalo intesa, esservi
tale intrinseca moralità nelle azioni da strina- s;er gli uomini ancora neganti
Iddio, fu con tanf ira ascoltata da Fuffendorfio . erano in vero con i costumi
alquanto pur le opinioni appiacevolite, quando Steliini illustrava V Dùca ; non
però a segno O^TÌTB ^ %Th ItCL—^ Ha, sicurtà piena di ragionare . jV’ è chiara
prova egli stesso, Imperocché nè gli valse la circospetta maniera di presentare
un tal Saggio ; nè gli giovò presentarlo al Pubblico dopo di averne deliberato
con uomini di timorosa pietà; nè fu schermo in fine un curai ter e di religione
austerissima. Villane e perfide accuse di SpinonUmo e Obbesismo V ojfeser vwo,
nè rispar- miaronlo morto. Che se non giunsero ad intristirlo fu che il suo
vivere sì poco ambiva il romor del mondo, che non turbava le pratiche dei
zelatori del cielo ^ ed ebbe sempre cuor saldo come la sua virtù* Fu però
stretto ad usare di apologie con amici postisi a lite per lui. Così quesf Opera
^ tale da spingere oltre ogni credere alla civil perfezione governi e popoli e
per la propjria sua luce ^ e per maggiore ^ che avrebbe dovuto accenderne y fu
pe^ suoi pregi medesimi e di argomento e di lingua,^ generalmente dimenticata.
Quanto sia poco il favore, che aspettar possa dà* dotti conoscitori delle due
lingue il mìo volgarizzamento ^ da niuno certo minore accoglienza attende y
Amico Venera* tissimo, che da Foi. Perciocché guanto sia grande la bontà vostra
in accogliere le cose mie per la benevolenza di cui solete onorarmi^ pur è
mestieri ^ che avendo viva nelV animo la maniera onde fu reso italiano questo
latino esemplare dal vostro illustre Fratello j, Voi vi dogliate di tanta
disparità ^ quanta è forza che tra noi due s^ in^ terponga. Io certamente nulla
intermisi f pìerchò perdendosi nella mia copia le grazie ^ che rendon vago V
originale ) serbasse almeno non alterato lo spirito de^ concetti. Quindi curaV
ho sempre di non ampliarne o restringerne V espressioni 3 fuori di casi
rarissimi j in cui la giunta di qualche voce esi- gevasi dalla chiarezza, senza
la quale è di peso la fedeltà . E ciò con tal diligenza ^ che avendo io preso a
recare in versi s quando noTè ]xj fossB ancof fatto^ od a me dato non fosse di
prevalermene ^ qua nto Stellini de* Greci o Latini Poeti adduce, ho jìreferito
esprimerlo co- m"* ei presentalo, ove altrimenti pa* resse nuocere
alVargomento. Perciò, studiandomi a volgere altre sentenze in modo più
consenziente agli originali che alle versioni recatene, volli seguirlo nel
presentare unita la diceria di Prometeo, la quale in Lschilo viene interrotta
dal Coro, sostituendo pwrciò una poco /e* dele e languida traduzione alV ottima
di Giacomelli, ed alla egualmente chiara di Cesarotti. Mi venne poi tal
proposito dall* impegno, che da qualch*anno mi stringe, di provvedere alla
istruzione civile di florida gioventù . Imperocché avvisando quanto da meno
fossero al carico le mie forze, mi sono sempre studiato di soddisfarvi con
ajutarla di que* Maestri, cui seguitando an- Isij drehhe sicuramente a bene^
simile a chi colendo, ma non avendo onde spegnere V altrui sete, si affretta
almeno a mostrare sof'genti pure e ahbondevoli per ogni brama Primo a
trascegliersi non poteva sicura^ mente non essere da ine Stellini^ e perchè
sommo in tal genere d^ istituzioni j e perchè nostro di patria potendo i nostri
destare in noi maggior fiamma di emulazione ^ per esser massimi nella dottrina
affidatami a senno ancora degli esteri^ e per offrirci uni^ immagine della
primiera virtù . Se dunque lai fu Vimpegno che a ciò mi trasse^ V oi non dovete
maravigliarvi j se in questo ragionamento io presi a discorrer cose j che mi
sarebbe stato assai meglio da Voi conoscere come 50720 j che palesarvi quali io
presumo doversi congetturare che sieno . E necessario ^ mostrando un fine alla
gioventù^ metterle innan- 1 » * « XJ]j zi le cause ^ le quali o spensero o
indebolirono i mezzi da conse-^ guirlo ; nè tali cause possono meglio indicarsi
quanto swlgendo il carattere delle incende, che precedettero o accompagnarono
il cambiamento delle opinioni . Di questa forma o si pongono veramente, lo che
non penso aver fatto ^ o 5 ? cimentano migliori ingegni a proporle f come io
pretesi di fare . Mao Vuno o V altro che facciasi ne siegue sempre tal frutto a
giovani j che non più dubbio rimane il fine ove intendere. Vorrete dunque
permettermi j che mentre in segno della mia stima altissima io P’ offro cosa )
che appartenendo ad Uomo per tanti titoli caro a voi non può non essere a voi
carissima ^ mi valga pur della stessa autorità vostra per infiammare la gio^
pentii ad apprezzarla . Io certamente non dubito ^ op ella sia me- Ixiv ditata
3 che basti sola ad amrnae* sfrarla a che ne meni il disprezzo de* nostri
patrii idiomi: Vuno de* quali} come nativo ancora ^ può darci proprio carattere
; V altro ^ siccome frutto della romana gran-^ dezza ^ può dare a tale
carattere parte d*antica maestà. Ma soprattutto le mostrerà^ che la stima
pressi ata a massimi ingegni per cono^ scenza di merito, quanto è di loro, più
degna, tanto più frutta alla patria di utilità. SI avranno allora come que*
Genj benefici che, venerandosi pel carattere delle azioni, a belle azioni
infiammavano, diversi affitto da quelli che si godevano una diylnifà usurpata
nella opinion-e del volgo senza neppure ì mpegnare i sensi con qualche dolce
prestigio a patrocinarla . SAGGIO SOPRA t* ORIGINE ED lE PROGRESSO DE’ COSTUMI.
£ DELLE OPINIONI A’ MEDESIMI PERTINENTI. Quantunque le istituzioni e le
ordinanze de’ popoli sovente aliene dalla onestà 5 e le discordi fra loro
opinioni e massime de’ filosofi estenuare la forza di quelle leggi non possano,
cui la natura ammaestrane dover sol reggere in vita ed in società umana
generazione; pure un cotal miscuglio di costumanze e di regole in tante tenebre
avviluppò la ragione, di tanto sozze lordure il vivere contaminò, che malamente
potrebbesi restituir la nativa sua luce a quella, ravvivar questo alla pristina
semplicità. Laonde perchè non troppo ^lle sentenze degli uomini e agli usi
delle nazioni concedasi da coloro, a’ quali, per istimare e magnificare alcuna
cosa per retta, basta il vederla in riverenza e in pratica fra gli antichi, o
sostenuta ancora dai credito di Scrittore fattosi commendevole per opinion di
sapienza ; e perchè pure gli scioperati semplici non sieno illusi da quelli,
che quali disperatissimi cittadini possono solo nello scompiglio e nel guasto
della repubblica la potestà procacciarsi d’impunemente osar tutto; venni in
proposito di nuovamente ritrai* la cosa dal primo suo nascirnent®, ed i suoi
gradi e quasi procedimenti ordinatamente raccogliere. Imperocché, ristrettane
in brevi linee la immagine, agevolmente ciasCLino comprenderà, da quali fonti
sgorgassero ed opinioni e costumi di tante forme ; come, al frequente scoppiare
di nuove usanze 5 le antiche o dissipate ne andassero, o sì ne fossero
modificate, che fune all’altre annestandosi, benché dissimili di qualità, pure
insieme prosperamente fiorissero ; donde avvenisse in fine, che trascorrendo
tali costumi ampie terre, non solamente allignassero tra fiorentissime genti,
ma v’impetrassero ancor l’onore de’ simulacri e de’ templi, sino a parere non
trapelativi furtivamente, ma di consiglio invitativi, nella città ricevuti con
l’approvazion degl’iddìi e degli uomini, e felicissimamente co’ sacri riti
medesimi incorporati. Perchè ciò possa più chiaramente conoscersi, dee
primamente avver tirsi con quale ordine secondo il vario spiegarsi delle
facoltà umane 5 datasi loro gradatam.ente occasione, si sviluppasser gli aifet-
ti, ed opinioni conformi a" distrigatisi affetti sopranna scessero ; di
poi con quale tenore e modo, ampliatasi appoco appoco la vigoria dell’ingegno,
si usasse esporre ed insinuare tali opinioni agli altri; e da qua’ capi
diversamente si deducessero, secondochè ciaschedun potè con la osservazione
assidua esplorar le leggi, che tutta reggono la natura, o indovinarle o
fìngerle ardi secondo quella dot-* trina, che più gli fosse autorevole e
familiare . Imperocché o le necessità della vita, o un animo insofferente di
posa, o l’alterazione di quello stato, ove a ciascuno è aggradevole di
rimanersi, quelle facoltà spingon fuori, che sieno a rompere più disposte, e
più ne 5 apprestino insieme di utilità. Le sviluppate facoltà poi spiegano e
svolgono cupidità a sè adatte e corrispondenti . Poiché ciascuno ordinariamente
tanto desidera ed. osa, quanto per vizio ingenito delPuman cuore stimasi valido
a prendere e a conseguire. Appena poi che prorompono gli appe- ^-iti 5 checché
pur loro s’acconcia pongono in conto di beni, e tutto debito estimansi di pien
diritto. Avvegnaché ciascuno perversamen- te reputi, essergli stato dalla
natura ed assegnato e concesso quanto gli sia pur data dalla natura medesima
facoltà di acquistare. IVTa perciocché quelle cose, alle quali può dietro
spingersi un appetito ardente di tutte brame 5 né senza contraddizione altrui
procacciare 5 né conservar procacciate senza fatica si possono, quindi a.
pensarsi occorsero alcune regole le quali o corroborassero, ed a buon fine gli
stimoli dell’appetito indri..assero, o con prudente avviso in certi e giusti
confini i contenessero. Conciossiachè le regole allora principalmente convengono,
quando le cose non d^ un tenore procedono, ma soglion essere disturbate dalle
altrui brame sopravvegnenti, o veramente impedite dalle discordi fra loro^
inclinazioni degli uomini . Cotali le— gole poi, siccome furono varie per la
natura de’ tempi e la qualità delle spiegate affezioni, cosi vesti- ronsi ad
ora ad ora di varie forme e da più fonti s’ attinsero, secondo la cognizione
molti pi ice delle cose, per cui l’energia dell’ animo e dell’ingegno più
largamente si dilatava. Perchè però IMntel- letto massimamente di ciò si piace,
che sia talmente continuato e disposto, che benché unito di molte cose e tra sè
dissimili, pure si possa in una stessa ragione e forma come una sola
comprendere ; quindi 5 qualunque ohbietto gli sia proposto ad investigarsi jed
a svolgersi 5 lo paragona con quello, eh’ ei penetrò più adentro e con più cura
studiò, esplorane le somiglianze, e l’uno adatta con Tai- tro e lega. Ora la
conoscenza nostra, nata di quelle cose, che ognuno sente in sè stesso occorrere
o da’ suoi simili avvisa farsi, a quelle prima inoltrò ^ che il più negli altri
animali avvengonsi, e per le mosse e qualità varie, per cui lo stato di quelle
mutasi tratto tratto, più vivamente coramuo- von gli occhi e gli spiriti ad
osservarle ; cresciuta poi di vigore tutta spiò la natura; allora dalla materia
appoco appoco staccandosi, svolte le convenienze delle grandezze e de’ numeri
ed applicatele alF armonia moti ur-» tanti le orecchie e aggirantisi in»* nanzì
agli occhi, scioltasi affatto da® sensi spiccossi a ciò finalmente, che
veramente è, e che di natura sua ogni composto ahhor- l’e 5 e in esso lui
s’arrestò. Con progressione eguale gradatamente si trassero le iustruzioni per
governar la vita da’ fatti stessi degli nomini, dalle leggi della na^ tura
spiegate negli animali e negli esseri inanimati j dair astronomia musica
aritmetica geometria metafisica j Sendone a guida i sensi la fantasia T
intelletto, e loro procuratrici le immagini delle cose 0 vere o fantasticate.
Da tal descrizione che intraprendiamo, benché a misura dell^ argomento
lievemente adombrata, rilucerà lo svolgersi delle facoltà umane ; la nascita ed
i progressi delle opinioni e degli appetiti. / che il più convengano con alcuna
facoltà svoltasi divisamente dall’ altre ; la causa in fine perchè i costumi, 1
quali dalle opinioni e dagli appetiti si propagarono, gli uni degli altri sìeno
più antichi e durevoli. Imperocché siccome spiegasi e vige il senso mentrechè
anneghittisce quasi assonnata in carcere la ragione, e sono i sensi più pronti
ed alacri a muoversi che r intelletto ; così più ratto si schiudono, e più
altamente s’imprimono que’costumi, che più dal corpo s’informano che dall’
animo . Ma la ragione o non può fiorire nel tempo dato dalla natura, quasi
germoglio in terreno ingombro d’erbe selvagge e maligne, o perchè suole
corrompersi, quasi inzuppata di quell’ umore cadutole esteriormente vicino di
cui si pascono i sensi ; o benché invigorisca, e splenda libera e pura
d’ogn’infezione corporea, pure è mestieri che ad arte appannisi e velisi affinchè
agli occhi del vulgo non sia di noja, nè rigettata dal corso delle ordinarie
abitudini . Conciossiachè qualunqu’ uomo, valendo assai di ragione, voglia che
tutto a norma della ragione adempiasi, nè si conceda punto a’ costumi
signoreggianti, se costui rechisi di società in solitudine, e distaccatosi
dagli affari s’addica tutto agli studj della sapienza, abbandonato dagli altri
uomini sarà sapiente soltanto a sè ; ove operoso mischiisi tra la turba,
ributterà per odiosa ritrosia tutti gli altri; se di favore prevalga e
d’autorità, susciterà tempeste importune. Laonde per pravità dicata nella
natura avvenne, che la ragione potesse apporre a’costumi faccia e color di
onestà, non però loro infondere dell’ onestà la sostanza e quasi il sangue
incorrotto ; e che allor pure che la virtù pregiavasi 5 e aveva agli uomini
intelligenti spiegata tutta la sua potenza ed il suo splendore, fossero
annoverati fra gli ottimi quelli, che larve ostentassero di virtù, più lontani
da’ vizj popolareschi, che di verace e reai virtù possessori. Nè quegli eroi,
dice Tullio *, Marco Catone, e Cajo Lelio, i quali si reputarono e nomi naron
sapienti, sapienti furonoj neppur que^ sette; ma di sapienti, pel frequentar
de’ mezzani ufRzj, certa sembianza ed immagine sostenevano . * Cicerone degli
offi&j l^’ 3- cap, 4’ Con quale ordine si sviluppassero Le facoltà degli
uomini ^ ed appetiti ne uscissero loro connaturali. I." u io che
osserviamo accadere singolarmente agii uomini nel breve tratto di vita a
ciascheduno segnato dalla natura, deesi pur dire avvenisse in più largo giro di
età alle nazioni medesime. Avvegnaché, per valermi delle parole di Tullio 5
come ha ciascuno in principio tale confusa ed incerta costituzione, che mira
solo a curar sé stesso, ma non intende nè ciocch'e’ siasi, nè ciocch’ e’possa,
nè finalmente che la sua stessa natura sia ; quindi avanzatosi al- ^ Cicerone
de’ Fini Uh, 5. cap. g. guanto, e fattosi ad avvertire sino a qual segno
ciascuna cosa lo scuota e attengagli, comincia allora insensibilmente a spandersi,
ed a conoscere sè medesimo, ed a comprendere donde in lui muova quel vivo
ardore di posseder quanto sente alla natura acconciargli- si : cosi pur anco 1
Muterò vulgo, di cui dapprima formaronsi le nazioni 5 soleva reggere e governar
tutto il vivere con quella prima oscura ed incerta raccomandazione 5 che ne
vien fatta dalla natura di noi medesimi, e con quel primo animale istinto, il
quale anela soltanto a procacciarne salvezza ed integrità ; coll’ inoltrar poi
de’ tempi appoco appoco, o tardamente più tosto, prese a discernere quale pur
fosse il vigore della natura e delle parti individuali, ed a sentire che fosse
alfine una mente partecipe della ragione, ed a spronarsi all’acquisto di quegli
oggetti^ cui ciascheduno è pur nato. INel quale discorrimento molte
incontrandosi quasi pause e molte sinuosità, sogliono gli uomini da varie
dimore essere 5 chi qua ohi là, trattenuti, e da varj declinamenti, qual più
qual meno, isviati. Imperocché, siccome avverte Plotino *, usando noi prima i
sensi che V intelletto, e necessariamente applicando Tanirno a quanto vellica
il senso, per questo alcuni si restano a sensuali argomenti, e reputando* le
prime ed ultime ad agognarsi ripongono ogni sapienza nelP abbondar parziale di
quelle cose, che al corpo destan piacevoli sensazioni ; non altrimenti
costituiti, che quali i più corpulenti uccelli, che soperchiati dal grave ca- *
Plotino Ennead, 5 . h 9 . rico di terra tolto non posson alto elevarsi, benché
di penne guer- niti dalla natura. Ma certi, cui dal piacere spinge all’ onesto
ed al bello un più gagliardo vigor di spirito, levansi alquanto in vero da
queste cose inferiori, ma non potendo affisarsi in alto per non aver dove
affiggersi, col nome stesso della virtù ricadono ad occuparsi ed a pascersi di
quegli oggetti, da cui sforzavansi in prima di sublimarsi. La terza, maniera in
fine è di uomini, che provveduti di più robusto ed acuto ingegno, possono
sostenere la viva luce del cielo, e sollevatisi di gran tratto sopra le nebbie
delle ter- fene caducità, quai cittadini restituiti da lunghi pellegrinaggi
alla patria, godonsi la regione ov’ abita la verità, e eh’è la sede nativa
degl’intelletti . Tra cosiffatti gradi, ne’ quali o l’animo interamente al
corpo, o il corpo all’ animo serve, o l’uno e 1 ^ 1 " tro con bell’
accordo fra sè le veci del comandare e del servire com- partonsì, altri assai
gradi frap- pongoiisi, i quali 5 secondochè sie- no schiuse le facoltà del
corpo e dell’animo, e tutte pronte le cose attevoli a metterle in esercizio,
tra loro in varie maniere insieme e pressoché inestricabili s’inviluppano . E
in quella età, in cui la energia dell’animo quasi era stupida per torpore, nè
presenta va n- si a’ sensi che pochi obbietti, da cui riscosse le incarcerate e
sepolte voglie si alimentassero, ogni appetito shramavasi con parco e rigido
vitto e con que’ piace-ri, cui la natura stessa, non irritata oltre il debito
da niun’ estranea libidine, dimandava, per ampliar di forze ed accorrere alla
perpetuità dell’ umaiia generazione. Rozzi palati di rozzi cibi appa- gavansi ;
nè prevenivano la natura per obbedire a piaceri ingordi, nè l’aggravavano di
soverchio per satollar piaceri insaziabili. Lie produzioni spontanee si
reputavano sufficientissime ad ogni necessità della vita j perche non era
ordinata ancora nè manifesta la maestria dell’ agricoltura e dell' altre arti,
le cjuali, meii- trechè aumentano la varietà ed insegnano le utilità delle cose
soggette a’ sensi, e in certo modo si fan la stessa natura schiava sforzandola
a conformarsi obbediente a’ bisogni umani ^ aizzano intanto e irritano gli
appetiti, e avvivano la lussuria 5 eh’è vivo sprone a sè stessa e coll’ ingegno
francheggia i vizj, siccome fu con la favola di Prometeo e Pandora egregiamente
significato. Iniperoc- 2i eh’è Prometeo la immagine di coloro, i quali con
l’invenzione dell’arti sembrano avere ottimamente giovato l’umanità. Pandora
poi simboleggia P arti medesime e gli appetiti, cui Parti quasi con porger loro
esca moltiplice e varia accesero, e soprapposer tiranni alP umana stirpe 5
insinallo- ra ignorante affatto di tutte malvagità, Poiché in tal guisa
Prometeo confitto al Caucaso gloriosamente millantasi appresso Eschi- lo : * Io
trassi il fuoco dalle sfere, io 1 diedi Di tutt’ arti maestro all’ uomo in
dono. Sasso stupido egli era ; io gl’ ispirai Vita, e gl’ infusi intelligenza.
Invano Erravan gli occhi per le cose; invano EscMlo Prometeo legato. I>ì
(juesta mia versione de’ tratti d'Eschilo ristretti e recati in prosa latina
dallo Steliini, veggasi la mia Lettera proemiale al chiarissimo StraticQ., A’
suoni lor s’apHan le orecchie : muta Era natura, perchè sorda e cieca Degli
uomini la mente, e quale ì sogni Confusamente immagini mescea D’ogni sembianza;
e lunga età tal sogno Fu la vita mortale. Alzar di pietre Non sapeasi una casa
; era all’ uom casa Grotta incognita al sole, e avea l’Istinto Della vita il
governo. I nascimenti De’pianeti e i tramonti io gli mostrai; L’ arte scoprii
de’ numeri, dell’ arti Luminosa rema, ed II vocale Delle lettere accordo, e la
memoria Operatrice d’ogni cosa. Io primo Strinsi al giogo le fiere, e le
addestrai A sottentrar ne’ gravi incarchi all’ uomo. Io primo al cocchio
sottoposi, e dolce Resi il freno a’ cavalli, orgoglio e pompa Dello splendido
lusso. Altri non seppe Spronar, che me, de’ marina] gli alati Veicoli a lottar
con l’onde e i venti. Chi ’l rame e ’l ferro, e chi l'argento e l’oro, Della
vita conforti, estrar dal seno Della terra s’ardì, pria eh' i’ le cieche
Viscere ne cercassi ? Io sono, io padre D’ogui arte all’ uom, che il viver suo
fa belìo. ao Esiodo ^ poi, per espor vive agli occhi le conseguenze di
cosiffatte invenzioni^ formò tal Donna ^ nella qual fossero unite insieme di
tutte Tarti le qualità e gli ornamenti. Poiché Minerva nel lanifìcio l
ammaestrò ; le sparse Venere al capo di leggiadria ; le Grazie e Suade- la il
corpo d’aurei monili fascia- ronìe; le bionde ore la coronaron di fiori di
primavera ; Mercurio aggi unse le in fìne impudente animo, tratti insidiosi, e
parola. Il qual presente appena che fatto agli uomini fu dagli uomini ricevuto^
mentre se ne deliziano, riman- gon presi da tristi affetti e da cure
divoratrici, dovechè prima traevan vita scevera di fatiche ^ d'affanni:, e
d’infermità apportatrici della vecchiezza . Poiché la Donna, dischiuso il vaso
recato I Esiodo I laoorì e le giornate Uh* 2 . ax in mano, ver^onne fuora tra
gli nomini ogni maniera di voglie, e cotal piena infinita di tutti i mali, che
terre e mari per ogni dove occnpai'ono, senza offrir loro speranza di
liberarsene ; la quale speranza, essendo già per volarsene via del vaso,
postovi sopra il coperchio fuvvi respinta dentro, e sola dentro restò. Tale
stagione, come d’industria così sfornita d’ogni strumento di voluttà, au rea fu
detta e mirabilmente no- hilitata da quelli, a’quali o vennero a noja le umane
cose, o cui ^ da sè la fortuna, che a’diligenti [; e operosi prodigamente
donasi, f- come infingardi e torpidi ributtò. ^ Viveano tutti nella maggiore
egua- ^ glianza ; perchè mancava occasio- ^ ne d’usare ingegno e fatica, onde
jr l’un l’altro avanzasse. Si dice y che la giustizia albergasse in ter- ^ ra,
perocché in tanta tenuità di T 2 ^ 3, cose e sonnolenza d’affetti non V* era
luogo ad ingiuria. Vita sicura e libera si godevano; perchè non eravi
incitamento a voglie e gare inimiche, nè a fomentarle e irmasprirle argomento
si presentava. Parca soavissimo quanto a ventura V inculto suolo e selvaggio
offriva ; perchè neppure potevasi conìetturare quali soavità di frutta si
ritraessero da un terreno messo a travaglio e in appresto per generare. Si
dilettavano finalmente di beni tali, quali e la inerzia e la infìnga rdezza,
non eccitata da niun' ardenza interiore, nè da veruna impulsione estranea 5
poteva porgere in tenuissime cose, apparecchiate dalla ignoranza di più
eccellenti ; di beni in somma, quali da Pindaro s’ at^ (i) Pindaro Pition. io .
Lo StelUni riferisce questi versi di Pindaro secondo la versione tribuiscono
alienazioni iperboree: Cinta di lauro almofrondoso esulta A lieti deschi
banchettando : sacra Stirpe beata ! in lei morso non puote Di letal malattia ;
vecchiezza in lei Fior di vita non strugge. Affanni e doglia Son con la guerra
e la fatica in bando. Nè teme il cor, puro di colpe, il rio Flagello della Dea
delle vendette. Ma prestamente cotale ignavia fu scossa, e via rapitane quella
felicità, che più nella mancanza de’ mali, che nel possesso de’ beni si
comprendeva . Imperocché con asprissimo e frugalissimo vitto s’ingenerava nel
corpo fermezza e lena infinita; e il cuore, non addolcito per ninna cultura ed
arte, irrequieto ed indomito ribolliva . Avvegnaché di rozza fruga- fattane in
metro Oraziano dal celebre Sudo“ fio. lo nel recarli in Ttaliano ho avuto cura
di conformarmi più. alT originale, che alla traduzione recatane dallo Stellinì
* a4 lità son compagne sanità vegeta ^ e smisurata audacissima gagliar- dia.
Per lo che reputa Luciano * 5 doversi il vivej'e di alcuni popoli, tratto air
estrema vecchiezza 5 attribuire all’ uso di un vitto sobrio ed agreste ; e
Dicearco appresso Porfirio ^ dice, non darsi miglior consiglio, nè ad incorrotta
e durevole sanità più conforme, quanto il rimuovere le ridondanze dal corpo.
Imperocché il soperchio rompe le forze, o dal salutare impegno di tener viva la
vita e fioiida in ogni membro svagale a logorarsi per alleviarla e purgarla
d’ogni malignità. A membra poi di gran nerbo una brutale ferocità s'accoppia,
se la coltura non ammansisca Panimo,6 non comprima il rigoglio soprab- I
Luciano ?ìe* Macrobj. 3 Forfirio Ub. 4- astinenza. fondante d’iina scoppiante
energia. In quella maniera certo, siccome avvertesi da Platone ’, che un cuore
disanimato dalla vergogna e dair onta, e privo di risoluzione e d’audacia,
appoco appoco si fa più vile, e tutto alfine, quasi rappreso da una tal quale
stupidità, intorpidisce; così per l’opposto un animo commosso e vivido, se con
acconcio temperamento non sia represso ed a giustizia ridotto dalla onestà,
primieramente, quasi robusto in radice, e di vigore e di spiriti lussureggia,
poi finalmente rompesi tutto in insania. Laonde appunto dannò Aristotile le
istituzioni spartane, perchè indurati oltre il debito alle fatiche calle
asprezze gli uomini inferocivano. ^ 4.® L’ animo dunque, pieno di * Platone
della PepaUblica, * Aristotile de' Got^erni lib, 8. capi 4* fiere e d'orrende
for^e, e pronto ad ire precipitose e implacabili s'avventò prima con tutto
l'impeto Contro alle bestie feroci, da cui potesse temersi oltraggio alla vita,
o cibo trarsene e vestimento; poi contr'agli uomini stessi si scatenò, ove pure
incontrasse ostacolo il ventre inquieto e la importuna libidine, ch'avea già
preso a sforzare i limiti apposti dalla natura. Per la qual cosa, venendo
spesso afferrata e data oc- casion di risse rapine e stragi, fa da tal uso ogni
senso di umanità sopraffatto; nè conoscendosi cosa di maggior pregio nell’ uomo
quanto la vigoria del corpo messa in furore da non so quale veemenza d’animo,
si cominciò a reputar© sovrana cosa, e degna d’ uomo da numi nato e destinato
ad essere egli medesimo un dio, qualunque azione ripiena di bestialissi- nia
atrocità. Imperocché se talamo, come riflette Polibio % incontri a caso
contrasto all’ efFre- nata libidine, non avvi cosa nefanda e barbara ch^ egli
non sia per commettei’e 5 e a vanto recasi ed a virtù lo sbaragliato ardimento.
Ma come da guel rancore, che nasce e sopravviene nell’ animo di chi respinge e
di chi muove l’ingiuria, vieppiù l’audacia innasprivasi ed il furore infiam-
mavasi di coloro, a’quali in nervose membra feroce indole a idea; così gli
spiriti più mansueti e deboli s’infervoravano a svolgere e palesare V idea del
giusto e del buono, solo rifugio degl’impotenti ; e chi prestasse conforto ne’
casi miseri, oppure astrettovi lo ricusasse, porse con l’utile procurato o con
l’apprestato danno * Polibio Istoria Ub. j. occasione, che sì traesse
da’nascondigli deir ànimo e a piena luce venisse il valore dell’ onestà, la
quale è principio e fine della giustizia, e si fondasse un concetto di
convenienza e turpezza, come Polibio osservò. Ma impadronitasi d’ogni cosa
tenne la forza il mondo con aspra dominazione, gran tratto innanzi che la equità
potesse trovare asilo fra gli uomini ; e la ferocia esercitò Inngamente
signoria barbara, prima che s’accordasse imperio giusto e legittimo alla
ragione, Conciossiachè richiedendo questa animo dolce e tranquillo, perchè sì
possa distintamente e ordinatamente spiegare un senso comune di umanità; quella
per lo contrario piacendosi d’allignare in selvaggio fiero alterato I Polibio
Istoria Uè. 6, spirito, gli uomini robustissimi, resi più baldi dalle frequenti
risse e,da’fatti prosperamente operati, ^lon si poteano reprimere dal macchinar
novità per arricchirsi di i>uove spoglie, e scapriccire il talento, cui
maggior fiamma agitava, che mai potesse per brama di alcun riposo acquetarsi.
La quale o avidità di preda, o frenesia di cuore efferato, non avendo per lo
più spazio abbastanza vasto da insolentire tra’suoi, contro l’altrui sì
scagliava. Onde ogni cosa fu guasto di ruberie, ad ora ad ora cambiaronsi le
abitazioni, nè più soggiorno fisso ad alcuno restò. Imperocché se taluno si
ricovras- se in luogo, che desse pure negli occhi per ubertà di frutti o per
altra comodità, o ch’egli andavane a sacco per rovinoso scarico d’assassini, o
espulso di sua dimora veniv’ astretto a cercar mendico alla raminga vita altro
cielo . Nè quella forza 5 la quale con cieco impeto prorompeva ovunque la
veemenza e l’ardore della passione la trasportasse, era a delitto e ad infamia
; rna, come già da’poeti antichi inferi Tucidide % anche ad onore si attribuiva
. Perciocché fanno tali poeti interrogar quelli, che innanzi e indietro
corseggiano la marina, da quelli a’ cui lidi approdano, se sien ladroni colà
venuti a predare . E nè coloro, che son di ciò dimandati, il niegano qual opra
indegna; nè que’, cui preme di saper ciò j come di cosa obbrobriosa ne li
riprendono. Per lo che, dice a Telemaco Nestore e a’ suoi compagni % * Tucidide
Istòria Uh. i. 2 Omero Odissea Uh, 3. secondo la versione elegantissima
recentemente datane dal chiar* Soave . 3i .Onde le acquose vie Gite scorrendo ?
per alcuno affare ? O alla ventura, quai corsali erranti, Che espongon Talma e
recan danno altrui? Chè veramente un* indole impetuosa ed indomita non crede
operar cosa più grande, nè quindi reputa darsi cosa più degna di cuor sublime e
magnanimo, quanto fornire imprese piene di stento fatica e rischio ; e se la
impresa difficile arrechi ancora splendide utilità, coloro, a’quali nella
energia de nervi sta la ragion d’ogni cosa, non credon già d'oltraggiare chi a
torto assaltano, ma d’essern’ anzi oltraggiati, seppure ardiscasi di resistere
e contrariare al più forte. Per il qual vizio dell* unian cuore, agitato da un
turbolento fervor di sangue, avvenne che si apponesse alla violenza carattere
di ragion somma,6 dal potere si 3 a misurasse iu ciascuno ^ il giusto ? nè
alcun dovesse spogliar»! ^ tro, che quanto forza e necessita ne rapisse. E
questa legge nata dalla barbarie, avendo insensibilmente preso carattere di
grandezza e d/autorità, si propagò dalla prima salvatichezza per sino al tempo,
che la ragione pareva con giuste leggi signoreggiasse ; e mansuefatta la
crudeltà sinallora da lei mostrata, valendo l’animo appena ad altro che a
rendei gli ■uomini più perniciosi tra loro delle medesime fiere, conservò pur
questa legge la gagliardezza e la forza, la quale non come prima traeasi ad
atto per voglie tumultuarie, ma con la utilità governa vasi prudentemente
avvisata, e solca stringersi o rallargarsi secocidochè pa- rean chiedere le
cose e i tempi, a cui doveasi adattare, Per la qual cosa gli Ambasciadori
Ateniesi nell’ Assemblea Spartana asserirono francamente, esser di naturale
ragione eterna prescritto, che serva il debole al forte, nè stato uomo giammai,
eh’ ove abbondasse di forze e d’armi per eejuità si frenasse dal crescere
signoria ; e se taluno conducasi più doverosa e modestamente, che dell’ imperio
la vastità non comporti, muoverlo solo necessità di temprarsi all’ ingegno
umano, e di tener più sicuro gli altrui voleri obbedienti *. Ma tale
moderazione 5 messa nel cuore da un senno prudentemente inteso all’ utilità,
non conosceasi a que’tempi, ne’ quali tutto a furore si governava . Ond’ è 5
che agli animi imbestialiti dalla barbarie e di ferocia esultanti, per non
andare sbranati vivi o dilaniati morti dagli * Tucidide Istòria lib, i. 3
avoltoj e da’ cani, indarno i miseri la pietà della religione, indarno della
comune umanità la forza i tribolati opponevano . Folle, il Ciclope *, Folle ben
sei, rispose, o di ben lunge A me ne vieni tu, che a me proponi Di riverire e
paventar gli Dei . Conto di Giove o degli Dei non fanno Punto i Ciclopi assai
dì lor più forti. Nè per tema di Giove a’ tuoi compagni O a te Eia cbe perdoni,
ov’ io noi voglia. E Achille ad E-ttore, che nelle strette di morte lo
scongiurava a non frodargli il cadavere di sepoltura, intima averlo già
destinato pasto alle fiere, e la viltà maledice dei suo dolore, che a membro a
membro noi stracci, e gli stracciati marciosi brani non si divori *. 1 Omero
Odissea Uh. g. secondo la detta versione, 2 Omero jUade Uh. aa, 6 .® Laonde
traendo i deboli assai meschino conlbrto dalla giustizia, tanto per
guarentirsi, quanto per togliersi dalle ingiurie, cui bestialmente gl’
impetuosi spiriti si scatenavano, saltò fuori scossa dalle sciagure tal forza
ingenita 5 onde schernire le violenze de^ cuori privi di umanità . Perciocché
l’animo per ogni parte compresso sprigionò tale destrezza e sagacità, che
affinandosi come il poteva in que’tempi, in cui tant’era l’ingegno umano
imbecille e rozzo quanto addestrato e indurato il corpo, immaginò stratagemmi,
sortite, astuzie, ripari; cosicché quelli, che non potevano di robustezza
agguagliarsi, con una certa callidità respingessero od allentassero ogni nemica
irruzione. La qual furberia veramente, sendo ''argomento di un cuore non
animoso ad esporsi palesemente e timido di sè medesimo, era odiosissima a quelli
che solo al vanto anelavano di robustezza invitta, nè ad altro inteso avean
ranimo, che a non mostrare poca di sè fidanza, nulla curanza d altrui. 11
perchè queirAjace, che appresso Omero ^ protestasi non temer niuno, nel
Filottete di Sofocle rabbuffa Ulisse, che suggeriva a sottrar con fraudo quell'
armi, che non poteansi rapire a forza j perche ciò fosse a buon no™ mo
vituperevole. Chè buoni allora appellavansi que’che di forze e dispiriti
soprastassero. Avendo poi, tralignato alquanto da sè, consentito alla scaltra
volpe, riprende tosto il natio carattere, e si ricusa all! impresa per non
cessare, mentre di saggio briga celebrità, d'esser buono. Poiché sic- t Omero
Iliade Ub^ ^ come diceasi buono chi a niun pericolo impallidisse; cosi di
saggio ebbe nome chi astutamente tramasse inganni aU’occasione opportuni . Onde
Minerva, eh’ è quasi il simbolo della sapienza, sè con Ulisse paragonando gli
dice * .Entrambi al pari Siam nelle frodi esperti: ogni mortale Tu nel
consiglio e ne’ raggiri avanzi ; Io per senno ed astuzie ho il primo vanto Su
tutti i Numi. 7.° Quantunque però la forza sdegnasse in prima d’accompagnarsi
all’astuzia 5 l’ utilità nondimeno di mano in mano pacihcolle, e spesso insieme
le collegò. Onde l’astuzia fu assunta anch’essa al governo de’ fatti umani, e
reputandosi per lo innanzi vituperoso checché la forza non operasse 9 * Omero
Odìssm Hi. i3. secondo la delta versione. prese ad aversi anche in onore
ringegno; perchè sebbene rompa gli stimoli e afFreni Timpeto del vigore, spiana
ciò non ostante ed assicura la strada alte difficili imprese . Che anzi venendo
spesso costretto V animo dalla necessità a rivolgersi per ogni lato 5 e le
facoltà sue messe in campo espressamente mostrando 5 esser meschina 5 come
diceva Euripide ", la robustezza umana,ove affrontisi con doppia e cupa
sagacità, la qual doma quanto mai l’aria la terra e il mare alimentano ; quindi
te- neasi per uom compiuto e perfetto chi fosse insieme di mani armigero e
poderoso d’ingegno ^ . Sebbene poi l’astutezza contribuisse assaissimo ad
ispedir grandi imprese, pregiavasi tuttavia più di 1 Euripide appresso Plutarco
della sagacità degli Animali t 2 Omero Odissea Itb, i6. necessità che per
nativa eccellenza y ed ove non affettasse temerità era per sè medesima di
vituperio e di scherno. Per la qual cosa 5 dopo che la violenza per astutezza
degli uomini si fece industria, chi non avesse principalmente sortito dalla
natura una statura Orionèa non defraudavasi della debita estimazione 5 se gran
vigore a maggior cuore accoppiando si procacciasse dalla sagacita quegli ajuti,
che gli negavano i polsi e i nervi, e mentrechè, come si esprime Pindaro %
simigliava nell’ ardimento il lione ferocemente rugghiante nella fatica,
contraffacesse con la scaltrezza la volpe, la qual pontata la schiena scompiglia
e rompe la violenza dell’ aquila. Ma spezialmente a quelli 5 che soprastando
per digni- T Pindaro htmA Ode 4* 4 o tà fiorissero di potenza, a maggior onta
ascrivevasi usare speziosa fraude ^ che aperta forza ; sendo- chè questa si
reputasse intentarsi, come non nega Brasida presso Tucidide * ^ per il diritto
di quel potere, che ne donò la fortuna ; quella procedere dalle trame
d’ingiusto proponimento : quasi equità pur fosse tollerar quanto l’altrui
libidine sostenuta da pari forza ne scarica, e sì dall’esterne forze compiasi
la potenza ^ che nulla possa un variato e pronto intelletto aggiugi>erle. Ma
queir astuzia, che braveggiava armata sinché le forze vegete per età
soperchiavano, fatta più mansueta nello sfiorire degli anni degenerava in quella
sa- gacità, eh’ è prudenza, ed ha temperato ingegno, e prende forza e I *
Tucidide Js$oria lib, carattere dalla ragione. Perciocché avendo preso a
calmarsi Pani- mo, che per T innanzi qua e là furioso agitavasi, e pel mancare
degli appetiti, che con il sangue e la vita si raffreddavano, essendo messo in
balia, di stringere nel suo pensiero più cose, paragonando insieme i turbolenti
moti delle ostilità e delle risse con quel benigno e tranquillo vivere, di cui
la età declinante muoveva alcun desiderio, poteva intendere di leggieri, queir
ira essere commendabile, che ne apprestasse pace sicura ed onesta ; quell’ ira
poi, che discordie battaglie stragi sovvertimenti perpetuasse, essere abhomi-
nevole e al naturale diritto opposta ; sendo la prima quasi un cotale boiler di
sangue purgantesi d’ogni contratta malignità; l’altra poi come un’insania
d’uomo in frenesia per febbre già soper-chiarite le forze della natura . Per lo
che gli uomini di canuto di- scernimento appUcaronsi a persuader quelle
massime, che da^ ferini usi e da’ mortiferi odj ritrai' potessero a
mansuetudine e ad a- inicizia l’umanità. Ma ne i calmati i>;vvisi di
Nestore, dalla cui bocca sentenze usciano assai piu dolci che mele, potean
d’Achille disacerbare il furioso animo ^ nè l’eloquenza di Ulisse, il qual
versava parole simili a neve d’inverno, iusinuaiitesi lieve lieve nell* animo
esulcerato ne potea svolgere la fitta collera, sicché ammollito si aprisse pure
una volta a qualche benignità Imperocché gracchia al vento chiunque affannasi a
persuadere, doversi in petto frenare gli alteri spiriti per essere 1 Omero
Iliade Uh, i. 3 Omero Iliade lib, 3. assai migliore Pumanità, a que*, eh’
essendo poderosissimi e di nessun paventando, stimano indegno egualmente di
vigoroso e grand’ a- nimo cedere al senno dì consigiier prudentissimo, che al
fiero scontro d’un inimico soccombere. 9.® Quanto però non poteva operare
ancora il consiglio e l’autorità di quelli, che di prudenza e per età sopra
stavano, lo effettuarono alfine gli evenimentì medesimi delle cose 3 i quali
insensibilmente volsero gl’ imbestialiti costumi ad umanità, e da un’ infesta e
tumultuosa ragion di vivere ad una li trasportarono, la quale colla giustizia e
col senno, più che con l’appetito e con le ardenti passioni, si governasse. Imperocché
0 spossati da risse eterne cadeano loro di mano l’armi spontaneamente ; o più e
più volte respinti dalle uguagliate forze erano astretti a cessare la vana
impresa; o fracassati a segno 5^ che lena e onore mancasse da liten tar la
fortuna, abbandonavano ogni ragione divina e umana all arbitrio df^l vincitore
per non sospingersi con resistenze inutili ad un totale esterminio . Onde,
sottratta ogni oagion di combattere, cestrinser gli animi alteri e disiosi di
vincere ad usar cfualche riposo, e mentrechè si quotavano le turbolenze tutti
effondendosi, o per impulso di sentimento, o per consiglio ispirato dalla
necessità, ad ossequiar coloro, cui prevedevano già non potere per alterigia
tenersi a lungo nell’ozio, ed ammassando su d’essi a gara per ogni parte tutti
que’ fregi, co’quali può venerarsi e placarsi una preeminenza e potestà
segnalata, ottennesi finalmente che da siffatte lusinghe quasi, addormito
S'illanguidisse il furor di quelli5 © piegasse l’animo a quelle arti, le quali
in fiore mettessero con opportuno coltivamento le signo- l’ie procacciate,
perchè quel frutto non isvanisse che ne potevano somministrare. Perciocché
l’ani- uio 5 innanzi rìgido, pe’ conseguiti onori allentandosi e rallargandosì
nel riposo, apriva alcuni intervalli, per cui potevano insinuarsi ad agio le
ammonizioni de’ savj per ottenere, che si frenassero con le leggi le agitazioni
intestine, e gli uomini gareggiassero ad oh- hligarsi l’un l’altro con iscam-
hievoli offizj. Del quale accordo e consenso di sentimenti compresa la utilità,
cominciò pure ad amarsi da que’ medesimi, da’ cui invecchiati costumi più
discordava . Imperocché la esperienza e il medesimo interior senso
manifestarono, sebbene avesse taciuto pur la ragione, essere piu gioconda e
sicura cosa e più dicevo e ad uomo esser da’ suoi per coscienza dì benefizi
adorato 5 che a ingiuriati cuori temuto ; e soprastare ad uomini spontaneamente
ojeferenti ogni pompa di maestà, che tirannescamente signoreggiare a riottosi,
e col timore costringerli ad ogni via disperata per non servir laidamente, o
invendicati morire . Que’ poi che fossero di più benigno temperamento, e usciti
fosser di tanto scompiglio illesi, qual cosa mai po- tean credere e a disiarsi
piu cara, e a conservarsi gelosanaente più degna, che il menar vita scarica di
paure; da niun assalto improvviso di malfattori esser cacciati dì nido ; per
niuna civil tempesta essere dagli studj e costumi suoi distornati? Allora quasi
rammorbidita quella durezza, che per l’innanzi ostentava brutal carat- tere, si
modelìò tale immagine di fortezza, quale ad umani costumi avviensi. La
giustizia allora, che oppressa dal tempestoso mescersi delle cose teneasi
ancora nascosta, e cacciata dalla violenza si tramenava raminga ed esule per
ogni dove, liberamente alzò il capo, e incominciò ad aggirarsi pubblicaìmente
fra gli uo-' mini, e a posseder finalmente supremo grado ed autorità . Allora
certo si dirozzaron gP ingegni, trassersi a luce le arti e le discipline, da
cui io spirito avvivasi, e sogliono amplificarsi le utilità della vita, le
forze della repubblica, e gli ornamenti della maestà, IO.® Ma intantochè con le
leggi e con i giudizj si fortifican le ragioni del retto e del convenevole,
dall’altra parte le proprietà delle cose e la industria, messa in ardore dalle
utilità concorrenti, spingono dentro allo Stato to può scuotere i cardini ^ ^
giustizia, e fomentar le primarie nemiche sue, discoi'dia e gara tu multuaria
d’affetti. Imperocché d’ordinario avviene, che vada con la tran Cornelio Nepote
nella vita di Alcibiade . maniera dMngegni, con naturali lusinglio adescano gli
animi ardenti di cupidigie; con una posticcia indole di virtù gli austeri e
gravi guddagnansi; tengon poi pie* si di stupida maraviglia i popolari
intelletti. Ma Uavarizia di quelli, cui son di traffico i splendidi vizj
altrui, s^ alimenta dalla lussuria de’ ricchi e dalla boria de’ prepotenti, e
si corrobora dalla temerità de’ facinorosi, che non han seco speranza uè cosa
buona ; al primo genere de’ quali uomini giova che nulla sia ne’ costumi
d’intatto, alTaltro che a guasto mettasi ed a rovina ogni cosa. Poiché chiunque
brigasi d’arricchire con deferenze turpi e con prave arti, quanto più il vivere
sia scapestrato 5 tanto più larga e spedita via credesi aperta al guadagno, ed
afferrando occasion di sacco da’ rovinati costumi altrui stima suo grande
interesse, chea ciascheduno sia lecito sbizzarrire e disbrigliarsi a talento,
per aver mezzi rnoltiplici da secondarli. Per lo che in Plauto quell’ impudico
dice ' : .gii uomini onesti Riduconmi *n miseria, gli sciaurali Mi danno da
mangiare, e qu e'perduti M’Ingrandlscon l’entrate. I cittadini Di vaglia a me
mi son di danno, e la Canaglia è quella, che mi è di guadagno. A chi però non
ha molto nè che sperare, nè che poter conseguire in fermo e solido stato, giova
che rompasi dalla licenza ogni freno, perchè non manchi occasione da macchinar
novità ; nè tali uomini altro più agognano ardentemente, quanto che v’abbia
molti, che tr.avagliati dalla vergogna dalla 1 Plauto nel Trappola secondo la
vaghissima versione dell’ Angello Atto 4' ‘Scen® 7- miseria da^ debiti, non
abbian onde saziare le ingorde voglie, e a temerario colpo sia pronto un capo,
nella cui guardia chiusi, c congiurati di forze e di volontà spronino arditi
l’impresa. Per la qual cosa apportando i voluttuosi alla dissoluzione
dell’ordine le libidini, i barattieri e’ famelici deir altrui le usure ed i
ruifSane- simi, gli ambiziosi fazioni e cor» rompimenti, gli ardimentosi ed i
poverissimi violenza e disperazione, avviene insensibilmente che i be’ costumi
attaccati per ogni parte, e tutti sì delle leggi che de’ gìudizj spezzati i
vincoli, l’intero stato precipiti finalmente nel più sfrenato disordine. 11° I
mutamenti adunque delle vicende umane per questi gradi trascorrono,
promovendoli quella potenza dell’animo, che sviluppatasi il più di tutta quanta
la vita s’impadroni. Da un’ aspra e dura ragion di vivere, da cui si nutre la
gagliardezza, a quella vita con- duconsi le nazioni, in cui l’astuzia e la
ferocità si combattono, ed ogni cosa governano la violenza e la insidia da
prepotente furore convalidata . Da questo ferino stato, in cui sogliono i
principati occuparsi, a quello poi si trasportano, che alla fortezza e prudenza
at- tiensi, ed è opportuno a curare gli acquisti fatti, ed a comporre in bell’
ordine le signorie turbolente . A questa di poi sottentra quella perfetta
costituzion di città, che reggesi dalla giustizia, e vincolata conservasi dalle
leggi; ma che per essere piena d’ ozio e di grandi mezzi, onde accrescere le
ricchezze e coltivare le arti, è perciò sommamente propria a gustare tutte le
morbidezze e giocondità della vita . Ma dall* assodato ozio, dalle fortune
ingrandite, e dagli agj e da’ piaceri del vivere moltiplicati fatto più ingordo
il talento, si sforza a sciogliere i vincoli delle leggi, e così batte e
dirompe gli argini della ragione e del giusto, che gli e- stuanti appetiti più
contenere non possono. Omero, il quale come ritrasse ne’ versi suoi la natura,
che sempre simile a sè medesima equabilmente discorre ; così raccolse e restrinse
in nn tempo solo tutti ì costumi gradatamente variabili d’ogni età, perchè
dall’urto di tante forme disparatissime eveni- menti riuscissero più ammirabili
; ne’ persoraggi primarj espresse le progressioni della natura umana r dalla
natia barbarie sino all’estrema dissolutezza, e i succedevoli gradi meschiati
insieme distinse e in una immagine sola rappresentò. Imperocché, trasandati do
la efferatezza, eh’è tutta propria de’ bruti, in Polifemo adombrata, Achilie è
forma della fortezza invitta e del coraggio indomabile ; Ulisse della
scaltrezza forte di braccio e di cuore ; Nestore della prudenza corroborata
dalla fortezza dell’ animo ; Ettore della fortezza e della giustizia ; Antenore
della giustìzia e della imbelle prudenza ; Paride finalmente d’ una licenza si
rotta, che nulla stima interdetto alla sua libidine. Gli altri Capitani e
Magnati empiono i gradi interposti, da’ quali come da tante aneli a intermedie
sono intrecciati insieme quelli che spiccano il più. i 3 .° Ma tali stati,
secondo la varia indole così de’ luoghi come degli uomini, posson per varie
accidentalità intraversantisi in mille guise alterarsi e mescersi confusamente
: ed i costumi e le leggi delle nazioni, che di lor nacquero, e debbon loro
apportar fermezza ed accrescimento, sogliono correre le mutazioni medesime ch e
gli stati. Perciocché agli uomini dì scarso avere, di pingue ingegno, e di
valida corporatura, per lungo tempo l’asprezza appiccasi delle maniere e del
vivere, che seco menasi d’ordinario costumi duri e selvatici. Con quelli poi,
che son di cuore più ardenti e di pieghevole e vivo ingegno, a lungo quella
fierezza allignasi, che si trae dietro la fraudolenza, e che spossata dalla
fatica prende alternatamente ristoro e total sollievo nel seno della mollezza ;
talché quell’ animo, che più a’ pericoli indura, suole nell’ ozio con più
veemenza diffondersi ad ogn' invito e lusinga di voluttà. Que’ finalmente, i
quali siffatta d’ani- mo costituzione sortirono, che sieri lontani egualmente
dalle virtù subì imi e da’ vizj più impetuosi, sviluppando essi più prestamente
la ragion loro dalle passioni tumultuose posson le cose più quetamente fra loro
paragonare, e più diligentemente nel valor vero apprezzarle . Laonde fiorisce
in essi e la prudenza e la scienza delle malvage ed oneste cose, cui fida
accoppiasi la giustizia, e la verace grandezza ed altezza d’animo. Perciocché
quelli, in cui ragiona buon senno e guida il senso e lo spirito di lor natura
già placidi, agevolmente posseggono virtù reali; ma tutti gli altri o innocenti
sono per ignoranza di vizj, o incitati da un cieco ardore dell’ animo pro-
ducon larve ed immagini di virtù. Conciossiachè nella prima dell© due spezie
d’uomini sopra esposte la temperanza non è che la sazietà de* naturali
appetiti, che son pochissimi, dal senso stesso indicata 5 la fortezza alle sole
fope del corpo attiensi; altra giustizia che quella appena conoscesi, la qual
sedate le rozze voglie tollera eh’ altri s* abbia quanto è disutile a sè;
appena poi la prudenza ha luogo per la rarità de’ successi in tenuissime cose
ed in selvaggi appetiti : dove nell* altra spezie è temperanza astenersi da
que* piaceri, i quali allignar non |xtnno in un animo, che raramente è padrone
di sè medesimo; fortezza tentare imprese, ch’abbian feroce carattere; giustizia
non rapir Ta- nima a quelli cui già strappasti le facoltà, oppur se legge di
soggezione durissima non ricusino stringerli a giogo men aspro, e far che
quanto non togli loro sia loro a prezzo di servitù ; prudenza alfine snervar
con fraudi ed insidie quanti Jion puoi con la forza . Ma dell* ultima spezie d’
uomini il temperante è quegli, che svaga Tanimo da quegli affetti, i quali con
la ragione e col pregio della natura umana mal si confanno; forte è colui, che
dalle cose altamente labili, e sottoposte all’ arbitrio della fortuna, prenda
vigore e baldanza, nè per le avversità si fiacchi, nè follemente si gonfj per
le prosperità; giusto chi nìun offenda e voglia a tutti concesso ciocché gl’
ingeniti diritti umani e le leggi da tai diritti ordinate vollero proprio a ciascuno
; prudente è quei finalmente, che veglia il corso dubbioso de’ casi u- mani, e
s’apparecchia e fornisce providamente di tutto ciò, per cui possano o
prevenirsi o correggersi. Poiché però delle cose spettanti al vivere ciascuno
giudica secondo sia passionato (chè le opinioni dell’animo sogiion per cosi
dire improntarsi delle affezioni del cuore) quindi ciò ^ che fortezjza nominali
quelli cui la ragione consiglia, bassezza d’animo chiamasi da coloro, che non
iscossero ancor dal petto la ferità; i costumi ordinati ad umanità languidi e
molli s’appellano ; le fraudolenti ed ingiuste opere siccome azioni sì
encomiano di vasto animo, a somme cose anelante, e di sapiènza fornito pari
alla sua vastità, Ma quando poi gli appetiti, ammaestrati alle tresche d’ogni
dissolutezza, s’impossessaron d’un animo voto di retti pensieri e di affezioni
onorate, e lo invasarono di petulanti opinioni loro connaturali 5 allora, come
Platone dice *, la verecondia, la temperanza, la regolarità delle spese
sogliono dirsi * Alatone neWct Jìepuhhlicek Uh, 8. sciocchezza, ignavia,
rozzezza, illiberalità ; la petulanza al contrario s’ acquista nome d’indole
ingenua liberalmente educata; la sfienatezza, di libertà ; la prodigalità, di
magnificenza; di magnanimità, l’arroganza, ii4* bla tali fonti quella effu-
sion di costumi si rovesciò, la qual vizio la ragione, e corruppe o spense i
germogli quasi in lei chiusi della virtù; poi successivamente per altri ed
altri sopraccresciuta, quale torrente rigonfio d’aoque ingor- gantisi, contro
la vita e le fortune degli uomini, e contro ad ogn’ istituto e legge senza
ritegno infuriò. Ma quale aver può mai peso ed autorità, che la natura umana
per lei si debba apprezzare, e giudicar per lei debbasi delle cose
desiderabili, e degne dell’ eccellenza della ragione e dell’ animo ? Perciocché
allora sgorgò tal piena, che la ragione quasi da sonno era prega, 0 vaneggiava
qua e là distratta dalle passioni, di un animo tempestoso, o stemperata dalle
lascivie de’ sensi si macerava . Ma tosto- cbè si diè campo alla ragione o di
scuotersi o di raccogliersi o di riaversi, coloro eh’ erano vaghi di
que’costumi, ne’quali s erano casualmente imbattuti, o a quelli sperano
conformati, placato siderio di migliorare dall’ abitudine 5 o soffocato da que
terrori che sono sempre alle spalle de tramatori di novità nemiche alle comuni
maniere, stretti dalla grandezza delle contrarietà compresero, che sì dovevano
e riprovare e abolire le instituzioni usitate. Imperocché, siccome non
avvertiamo co’ sensi la gravità dell’ aria, in mezzo a cui siam pur nati,
mentre ne siam d’ ogn’ intorno equabilmente compressi j ma se conimossa da moti
insoliti crolli le cose più solide, e attortigliata in turbine quasi avviluppi
con le sue spire e diradichi quanto scontrasi, colla esperienza apprendiamo
allora qual forza eli® abbiasi, e qual Be possa recare oltraggio ; così coloro,
che generati e cresciuti fossero fra costumi dalla ragione discordi, non
presentandosene jni- gliori quali paragonarli, svagati da Ile usuali pratiche
forse a Ila loro malvagità non attendono ; riscossi poi dalla varia
perturbazion delle cose, la quale aumentasi con i costumi degeneranti
dall’onestà, son presi allor finalmente dalla vaghezza d’instituzioni, che
poss;rQ togliere siffatti danni, e preveggono essere vieppiù nobile e salutare
l’imperio della ragione, che la despotica signoria degli affetti. Per lo che i
Cirenesi rovinati dal lusso chiesero nuova legislazione a Piatone
celebratissimo per opinion di sapienza ^ ; e gli Ateniesi commisero il sommo
imperio a Solo- ne, perchè ordinasse i rozzi ed infieriti costumi della citta .
Che veramente il carattere delle cose disconvenienti dalla natura è tale 5 che
finalmente danni gravissimi accusano quella mentita immagine di utilità, con
cui sedassero rappetito : checché poi tiensi alle regole dell’ onesto e del
convenevole, quanto più opponsi al senso, tanto più sano e giovevole con la
esperienza continua si manifesta . i 5 .® Ma non perchè alcuni usi
disconvenevoli tra le nazioni prevalsero, deesi però immaginare che fossero
ovunque e sempre di I Plutarco mi Libro che un Principe bisogna esser dotto, *
Eliano Ist. Var, lib, 8, cap. io. pari stima onorati. Poiché non tutti
egualmente alle medesime cose inclinano ; nè se i legislatori dissimularono, o
veramente prescrissero alcuna pratica, deesi già credere eh’ eglino la
commendassero, o la stimassero tale da preferirsi per sé medesima . Concios-
siachè tollerarono alcuni usi, perchè ajOTrettato medicamento non inasprasse un
morbo insofferente di medicina ; accarezzarono quelli, cui prevedeano più duri
a svellersi, perchè si potesser altri più facilmente estirpare; misero certi in
onore, affinchè gli uomini da* contrarj, a’ quali fosser per indole più
inchinevoli, si ritraessero ; non poterono affatto sforzarne alcuni 5 perchè
interpostasi ne li cacciava la religione diversamente, giusta la varia
depravazione degli animi, deformata. Era a’ Germani lecito mettere a ruba i
vicini, perchè tenendosi viva la gioventù non marcisse d infingardaggine *. Le
leggi degli Spartani non apponevano pena al ladro, sì bene al ladro colto nel
furto, affinchè fossero piu. vigilanti a prevenire le insidie, più scaltri ad
apparecchiarle, e d’ogni strazio e dolore pio. sofferenti *. In Egitto, non si
potendo affatto sbandare i furti, travagliò solo il legislatore a far sì che ad
un Erodoto Istoria Uh, r. cap. 199. Stratone, lìb. i6. 2 Arriano delle Cose
Indiane. 7a davano di calzari *, Mogli comu- ni, quali nella repubblica di
Piatone, dagli Agatirsi e Limirnj usavansi ; perchè meschiati di sangue e di
affinità, come racconta Erodoto % non si rendessero scambievolmente odiosi, nè
con invidie reciproche si lacerassero . Que’ finalmente, che pe’selvaggi costu-
jjiì ^ o per soverchia alterezza neppure han gli altri per uomini, nè cosa
alcuna comune con essi vogliono ( la quale per testimonio di Erodoto ^ fu de’
Persiani arroganza, che riputavan sè ottimi, e tutti gli altri tanto più vUi ed
abbietti quanto più loro lontani), tratti da cieca passione, o da insolente
disprezzo dell’ uman gene- 1 Sesto Emp. Ip- Pir, Uh, i. cap. r4* iVic.
Damasceno appresso Stoheo Serm. 44» 2 Erodòto Istoria Uh, 4 - cap. 104. 3
Erodoto Istoria Uh. i, cap. i34* re rompono in empie nozze queir istrumento,
per cui potrebbe più largamente diffondersi l’affratel- lanza degli uomini. 11
perchè Eolo appresso Omero le figlie a’ figli accoppiava ' ; ed a’ Persiani
Cam- bise ne fece l’uso autorevole col proprio esempio * . Anzi tra gli Arabi
la figliuola d’un certo Re lu dal fratello imputata di vituperio, perchè
credeva si avesse dato r accesso ad uomo d’altro IP gnaggio, cui disdiceva si
d" entrare a lei con il segnale de posto, ed era certo l’imputatore niun
altro dentro aver seco de’suoi fratelli i 6 .® Essendoché tali cause della
malvagità de’ costumi sien cosi varie, e così pure tra lor connesse e
ravviluppate, per quanto possano variamente e con forze varia * Omero Odissect
liÒ^ lii* ^ Erodoto Istoria Uh* l* cap^ 3r. 3 Stratone Ut. i6* le facoltà dell’
animo svilupparsi « ed essere in consonanza o in contrasto fra loro stesse, mal
prenderebbe a patrocinare la pravità e la ignoranza connaturale alT uomo chi
sostenesse non darsi costituzione alcuna, e quasi ottima conformazione di
simili facoltà 5 ma ciascheduno doversi tenere a quella, cui per ventura sortì
fra’ suoi; tutto condursi dirittamente secondo i patri! statuti ed usi ; nè mai
potere ordinarsi ragione alcuna di vivere solida e impermutabile; perciocché
gli uomini, tramutandosi con le cose, varj costumi addomandano . Avvegnaché il
bisogno, che in armonia si concordino le facoltà, in armonìa risultante dalla
reciproca loro corrispondenza, si manifesta principalmente da quel tumulto
ch’arde neir animo, quando passioni tra lor nemiche senza consiglio e proposito
si tramischiano, e eh’ è da Dion Prusense, nella sua quarta orazion del regno,
adombrato. Poiché Dione, avendo principah niente partito in tre gli stati del
vivere, a’quali avvengonsi gli uomini ^ tratti più dair istinto e dal caso che
da matui’a saga cita, voluttuoso, avaro, e ambizioso; e avendo accuratamente,
ad uso e stil de’ Poeti, una dall’ altra divisamente dipinto le cupidigie ^ cui
Genj appella di ciascheduno e a ciascheduno stato assegna per condottieri ;
sovente, die’egli, due o tutt’ insieme que’Genj, uno contrario all’ altro, uno
stesa’ uomo sortirono, e ognun di loro con la minaccia di un qualche massimo
danno a favor suo spaventandolo, se riverenza nieghigìi per compiacere ad
alcuno de’ suoi rivali. Il Genio voluttuoso tutto comandagli di profondere su
quelle cose. 76 che un qualche senso piacevolmente lusingano ; il Genio avaro
all’ incontro ne lo ritiene, e minaccia di macerarlo di fame sete e miseria, se
presti a quello obbedienza. Di nuovo il Genio ambizioso lo preme e stimola,
perchè all’onore e alla gloria sostanze e vita sagrifìchi; dall’ altra parte quel
Genio stesso, tenace ed avido di guadagno ^ con forte braccio ghermitolo ne U
ritrae. IN è già tra loro il cupido di piaceri e il bramoso dì gloria
accordansi. Perciocché è quegli disprezzator d’ o- gni lode, e reputa accattar
baje chiunque briga onorificenze, e gli tien sempre la morte agli occhi, che
con la vita ne invola il senso d’ogni giocondità; P altro poi da piaceri e da
lussurie frastornalo con la paura, fittagli viva in cuore, della ignominia e
del biasimo. J\on sapendo egli che farsi o a qual partito appigliarsi, furasi
ad ora ad ora al cospetto umano 5 e fra le tenebre appartasi per isfogar tutto
solo la sua libidine, ma P ambizione lo trae di tana, e nella pubbica luce lo
risospinge. Gli è forza dunque che un animo qua e là rapito e distratto, e
sempre in guerra con sè medesimo, sia finalmente del tutto misero. Perchè
siccome è difficile e perigliosa la cura di malattie complicate, e d’inimico
carattere ; così pur Panimo, ove contrarj affetti casualmente commischiarisi, e
chiusi in petto ferocemente battagliano, è da gravissima angoscia e da
infermità, difficilmente sanabile, travagliato. Chi poi le nostre facoltà
reputa potersi in Bella e perfetta armonia comporre per i costumi del popolo,
che non son opera, a detto dell’allegato autore*. I Dione Orazione 76 . d’alcun
sapiente, ma della vita e del tempo; e’ non intende certo, nulla potersi
attendere di regolare e immutabile denti’O inconcussi limiti da consuetudine
aku- na. Imperoccliè la consuetudine, come lo stesso scrittore osserva *, da niun
periodo si vincola e circoscrive. Per la qual cosa ogni giorno di nuova giunta
aumentandosi, cresce ed avanza insensibilmente, come cert’ulceri appunto^ che
via via si profondano e si dilatano. Avvegnaché forza è dire, essere a*
sapientissimi legislatori avvenuto ciò che di sé protesta candidamente Solone,
che interrogato j se agli Ateniesi ottime leggi imponesse, P ottime, disse, di
quante fossero per sopportare Perchè temeva lo scaltro ed assen- * .Dione
Orazione Rhod, 3 Plutarco nella oita di Salone. nato filosofo non esser valido
a rinnovar dalle basi ricomponendo in bell* ordine la repubblica j se tutta
quanta 1 * avesse confusa e volta : ma bene si argomentò, debitamente accordate
insieme giustizia e forza 5 ad operar quelle cose, le quali egli o esortando, o
usando tale violenza quale potevano comportare, affidavasi di conseguire ;
prendendo 1 * uomo espertissimo più sano avviso, ed agli umani costumi più
convenevole, che Platone uso ad immagini perfettissime, il quale, chiesto dagli
Arcadi e da* Tebani per impor leggi alla nuova istituita città, fu a quelle
genti scortese dì tanto bene, perchè avvisatele ricalcitranti alla equabile
ripartizione delle sostanze ^ Qiie* finalmente, che temono di non parere,
seppur volessero I Diogene Laerzio Uh, 3i part, i, n. 3* 8 o sottomettere Tuman
genere a’ dog- ani della ragione immutabili, quasi tenere un Prometeo con insol
ubil catena confìtto al Caucaso, mentre non pongono alcuna regola certa, ma
tutto estimano da commeK tersi alla temerità de’ casuali accidenti, un quasi
Proteo introducono, che sappia regger la scena, e cessi d’essere tratto tratto
ciò che già fu, ed oggi ignori che e’ siasi per divenire domani, oche domani a
sè buono giudicherà. Coloro, certo, che solo agognano rendersi presso chiunque
si vivano graditissimi, potranno credere un mostro di bella e rara natura
quell’ Alcibiade, cui parve aitarsi ogni forma, siccome quegli, che gli
Ateniesi più splendidi, stando in Atene, con la lautezza ed eleganza del vivere
superò ; in Tebe nella fatica e nella forza del corpo avanzò i Beozj applicati
più alla gagliardia delle membra5 che alla sagacità dell’iDgegnoj a Sparta
vinse tutti i Lacedemooj, giusta il costume de’ quali nella pazienza ponevasì
la virtù somma, nella frugalità del vestito e del vitto ; in tresche e in
crapole sorpassò i Traci servi del vino e del ventre ; così emulò de’ Persiani
1 © costumanze, appo i quali era il cacciare e vivere lussuriosamente gran
lode, che in tali cose mosse persino a stupore la Persia stessa Ma quella
indifferenza, onde nasce che alcuna cosa si reputi onesta o sconcia, secondochè
n’ è di peso o di utilità, se oltre il dovere estendasi, e giunga sino alle
stesse regole y che prime prime germogliano dalla ragione, e spante quasi in
moltiplici ramoscelli arrivano a quelle minime cose, le I Cornelio Nepote
nelloi vita di AlclHade >' 6 8a quali possono dirittamente o tortamente
operarsi, cangiasi Tuomo in tal mostro, del quale ninno più orribile ne creò la
fantasia sfrenatissima de’ poeti. Imperocché se ad un uomo quanto mai 1 ’
avarizia, la crudeltà, la lussuria, e r ambizione produssero si appropriasse; e
ad uso pur de’ poeti, che in una immagine sola più cose unirono per alcuna
conformità consenzienti, e fabbricarono Giove Prometeo Ercole, si compendiasse
tutta la umana stirpe in un uomo, ed in tal uomo i costumi di tutte Pindoli,
regioni, età si ammassassero ; che mostruosa, che sregolata, di che discordi e
fra loro contraddittorj caratteri composta immagine sorgerebbe \ Quanto v^ha
nelle favole di portentoso accozzato dalle diverse affezioni degli animali, se
unito quasi con più grappelii ai costringesse a te- 63 nersì appiccato insieme,
non offrirebbe un mostro di così turpe ed orrendo aspetto, qual la natura umana
sopra west ita di costumanze cotanto sozze e cosi male augurate. Le quali cose
essendoché sieno aliene dalla eccellenza dell’ intelletto e dal perfetto
carattere della ragione, la qual n’è data per guida e governo all uomo, si con
vie n pure che v’ abbia un che immutabile e semplice, al cui modello la mente
regoli ed i eonsiglj e i costumi. Laonde benché le cose, che di materia
costano, sien tutte labili, e r uomo stesso, per ciò che tiene di corpo,
soggiaccia ogni attimo a mutamento, e, come dice Epi- carmo *, ciascuno cangi
natura, né fermo tengasi in un sol essere, ma già io stesso tntt’ altro
facciasi X MpicHiTtno nell0 Rcùccolta di Gr’ozio^ dall’ uomo ch^ ora passò ;
pur la ragione, per cui difFerisce 1’uomo da li* altre cose, è costante, ed i
dettami del vivere, che ne procedono, perpetui sono, uniformi, e sempre a lei
consentanei. Può la ragion veramente spesso nascondersi e rilasciarsi. Ma se
producasi, e chiesta sia di consiglio, risponde sempre il medesimo a chi la
interroga, e pone le stesse massime. Imperocché la ragione umana, che della
vita e del vivere tutta s*occupa, fu generata dalla ragione di Dio, la quale *
È dì beir arte creatrice, a tutti Compagna sì, cKe a ciascheduno insegna A còr
deir oprar suo frutti onorati. Che non dell’arte istitutor fu Tuomo; Ma Dio la
trae di sua ragione, e il cieco De’ mortali intelletto e cuor ne avviva. *
Questa sentenza di Epicarmo, che io reco gwì in t>ersi Italiani^ si
riferisce dallo Stellini, secondochè trovasi nelVallegata Kaccolta posta in
metro Latino da Groaìo. Chè dalla mente divina certo Retarne leggi contengonsi
delle cose, le quali estendonsi a tutti gli esseri; ma la nostra, portando in
un certo modo quasi improntata quella porzione di esse leggi, che delle facoltà
umane l’onesto uso risguarda e stendesi ad ogni cosa che può dall’ uomo
operarsi, mentre si affisa in questa e i suoi progressi, datalesì occasione,
inten^ tamente considera, nell’offerirsele partito a scegliere conosce quale
consiglio avvengasi ad ogni necessità. Talvolta pure interviene, che appunto
come le vene, che propagate dal cuore per tutto il corpo si spandono, furansi
per la troppa finezza al guardo tosto che per le estremità si diramano; cosi
ove giungasi a quelle azioni, che son di lieve importanza, v’ha perspicacia di
mente appena, che possa chiaro i precetti delia ragione là pervenuta
discernere. Ma deesi pure concedere alla fralet.- za del nostro spirito, che
impunemente possano le tenuissime cose o trascurarsi imprudentemente 5 0
temerariamente operarsi; avvegnaché non sien esse di tal valore, che sommamente
all’ u- mana società importi non vadano vilipese. Che anzi essendo ogni cosa
pieno dì seduzioni, molte le strade all’ errore aperte, molte all’inganno le
guide pronte, molte le cupidigie rovinatrici e lacera- trici dell’ animo,
alquanto pure a’ costumi donisi, donisi alla natia debolezza dell’ intelletto,
a quella dolcezza donisi di umanità, di cui gli uomini si compiacciono, e chi
la rifiuti estimano essere in ira agli Dei; purché coloro, che punto
all’appetito accordassero, si persuadano abbisognar d’ una scusa qualunque possano;
ma non ardiscano protestarsi così operato5 perchè sia lecito. Confessino averlo
fatto per connivenza, non per assenso della ragione, la qual tenendosi unita
alla verità, di tutti i boni, siccome dice Platone *, ed agl’ iddìi ed agli
nomini operatrice, ha la sua stessa stabilità, ed è separata da ogni
leggerezza, incostanza, temerità, sedizione dì affetti, opinioni, ed usi; nè
apprezzar può cosa alcuna, che alla equabilità e costanza di un moderato e
diritto animo sia ripugnante. * Fiatone dellt ^ Con quale tenore e modo
nascessero le opinioni sopra le cose speitànti al i>ivere . I ® Come dalle
spiegate facoltà umane varj appetiti per ordine germogliarono, così egualmente
sopra le cose appetibili vennero fnora opinioni agli appetiti medesimi convenienti
; e quale di costumanze, tale di errori, per molti continuati e gli uni agli
altri intrecciantisi, una infìnìta serie si congegnò. Poiché i giudi- zj, che
formansi delle cose, dalle affezioni dell’animo di ciascheduno emergono, e
dalle cospira- trici affezioni degli altri uomini, fra’ quali trovasi a vivere,
si rinforzano. Conciossiachè ciascuno così delle cose giudichi secondo- chè
siane affetto; ma (jue giudi- zj •, niuna per sè medesimi avendo solidità 5
scorrono e sfumano agevolmente 5 se dagli altrui giudizj tendenti tutti al
medesimo non si contengano. Se però molti consentano, e simulacri esprimano di
una medesima stampa 9 ad uno ad uno fra sè lor sogni paragonando, dalla
conformità che tra quelli si raffigura argomentano 9 niun apparenza vana sicuramente
deluderli, ma in que’ fantasmi rimirar eglino veracemente espressa di una reale
e sincera cosa la immagine. Donde avviene primieramente, che gli uomini
principalissime estimino quelle cose, le quali pensano che seco più si con-
vegnano di ragione e di qualità. Imperocché ciascuno quasiché d’ogni cosa 9
come Protagora * ^ si fa * Platone nel Cratilo, misura j cosicché tali
realmente sieno, quali da ciascheduno singolarmente s’* apprendono. Laonde
credendo T uomo ^ che tutte quan« te misurar debba osi da sé medesimo^ pone
ogni cosa vie maggior essere j, quanto si scosta meno da quella cb*ei può
grandissima concepire. Tostochè poi abbiasi alcuno acquistato, o con
presunzione stolta aversi acquistato estimi quanto sbramar può sua voglia, non
però tienseiie soddisfatto s* e- gli sol abbialo in conto, ma si argomenta e si
sforza perchè pur gli altri lo tengano d’inestimabile dignità. Perciocché
quanto più gli altri ammirano e onorano quelle cose, che in suo potere eì già
trasse, tanto più scorge dovern’e- gli essere necessariamente apprezzato . a.®
Niun uomo adunque, per giudicar di sé e delle cose esteriori, ricerca se in sè
medesimo, ma in quelle immagini vane, che d’Ogni parte l’attorniano j e in
«jue^ giiidizj rimirasi, che gii altri, involti delle medesime larve, portan di
lui ricoperto di quella estranea sembianza, la qual con luce fallace e torbida
inganna ^ per dir così, gli stravolti e cispo&i occhi deir animo. Laonde a
quelli, che da’ prestigi di tal maniera son guasti, e situati fra uomini contaminati
da que prestigi medesimi, gli è certo forza che accada ciò, che sarebbe per
avvenire a colui, che d occhi sconci e malsani si collocasse nel mezzo di un
gabinetto per ogni parte di specchi a vari colori e forme incrostato .
Imperocché ovun^ que si rivolgesse, vedrebhes egli configurato di membra a mano
a mano variarti colore, forma, at titirdine. Egli sarebbe in un attimo
rincagnatoj orecchiuto, di fronte e capo Bformato, guercio, rattorto, strambo,
e gli si aiFac- cerebbe una efbgie, ora oltremo- do stravolta, or anche in
bella e vaga armonia di membri atteggiata. Ma distraendo ei gli occhi dalle
sembianze di mostruosa apparenza, in quelle estatico affise- rebbesi, che di
bellissimi lineamenti sparsi di grazia e dolcezza ridono ; e spezialmente se
molti specchi la vaga forma concordi gli presentassero, con tanto maggior
fidanza e* la si approprierebbe, e da quella giudicherebbe se stesso; Taltre
figure poi, benché in alcuna di loro la effigie sua raffrontasse, rigetterebbe
ostinatamente come non sue, e quale affascinamento degli occhi disprezzerebbe .
Così colui spezialmente, che alla veduta di molti è posto, e sopra il volgo
signorilmente grandeggia, è d’ogni parte stipato di cotal gente, che lo disegna
e colora secondo i tratti e le tinte 5 cui le affezioni e il carattere di
ciascheduno sogliono somministrare, Ma fra i giudizj perversi e buoni, eh’ e’
sopra sè vede farsi 5 quelli ei disprezza i quali no’l favoreggiano ; veri all’
opposto reputa quelli, a quelli stupido appigliasi 5 che sommamente ingrandiscono
la opinione concetta già di sè stesso, e sè da questi misura e dall’ altre
cose, che soprappostegli e aggiuntegli esteriormente gli accrescon luce e
maestà. Perciocché quel Comandante, il qual co ’l nervo e lo spirito de’ suoi
guerrieri, mossi dalla ragione presenza e fortuna sua, guastò campi 5 sbaragliò
fior di nemici, agghiacciò popoli di spavento, sforzò città, e i popolani suoi
con prede terre e malia di gloria si affezionò s qualunque volta a sè pensa non
guarda sol tanto a sè; ma per crearsi una itnmagine di sè medesimo 5 ravviva e
pinge nella sua mente le schiere pronte al comando, le debellate guerre, i
fiumi travalicati, le terre corse colle vittorie, le messe provineie al giogo,
i munimenti, i doni, i trionfi ^ o la intora postoritE con gli occhi e il cuore
a’volumi delle sue gesta. Le quali azioni, mentre gli si raggirano entro il
pen- siere romoreggianti per lo fragor delle trombe, lo strepito de’ soldati, e
gli applausi de’ cittadini, si scorda già d’esser uomo ; nè più considera,
benché col capo sollevisi tra le nuvole e colla parte miglior di sè dal popolo
sia diviso, di star co’ piedi alla terra, e d’ essere per tal parte confuso an-
ch’ esso col popolo . Chi ha poi pochissime cose., che da vicino gli facciali
mostra e riflettanglì porn- posamente illustrata la propria immagine, drizza lo
sguardo a lontanissimi oggetti, e si diletta di quella esangue e sparuta
effigie, che può da cose squallide per la muffa rendersi a lui di lontano. Ciò
fanno quelli principalmente, che lo splendore si appropriano degli antenati j e
credono poter di quello ampiamente senz’altra luce risplendere; quantunque il
lustro delle fumose immagini, se punto in essi ne può trasfondersi, per tanta
distanza appannisi, e per le interposte ombre talmente annegrisi, che non si
possa ueppur discernere, e sfugga sino lo sguardo. Se finalmente sia privo
alcuno d’ogni esterior sostegno, e tutto quanto restrin* gasi in sè medesimo,
ei, quale i bachi, si fabbrica un inviluppo, cui poscia quasi eoa nuove tinte
vernica 6 liscia 5 e dentro a (juel si vagheggia. Benché però 1 opinione di sé
medesimo a suo talento adornata sia scema affatto di quel valore, che
dall’approvazione e consenso altrui suole apporsi, e’ tuttavia vi si attiene, e
ferma e solida la considera ; spaccia poi tutti gli altri o stolti, che giu-
dicar sanamente per ignoranza non possano, ovveramente invidiosi, che per
lividezza d’ animo, guardando tutte le cose con occhi torti, ne falsin quante
ne affisano. Sino a tal segno da’popolari costumi proscritta fu quella massima
di Chi- Ione conosciti ; nella qual massima Platone insegna nel suo File- ho
racchiudersi tre precetti, cioè, che ognuno conosca sé, le sue cose, e checché
ad esse appartiene; o, come spiega appresso Stobeo Porfirio ' ^ 1 ’ uomo
interiore pri- I Stobeo Serm, ai* mìeramente e immortale; poscia il fugace uomo
esteriore ; in fine tutte le cose, che all’uno e all’ altro si riferiscono ;
cioè, la mente, in cui sta propriamente ciò che si dice uomo; cotesto corpo
soggetto a’ sensi, ch^ è solamente ombra ed immagine di ciascuno ; le cose in
ultimo poste d'intorno al corpo, le facoltà delle quali gli è pur mestieri
conoscere, perchè alla parte mortale la dignità non appongasi dell’ immortale,
o air immortale i vantaggi della mortale non si trasportino. 3 .° Ma i più
degli uomini con incredìbile accordo quella porzioa di sè stessi migliore
estimano, la qual de’ sensi è stromento ; perchè è la prima a spiegarsi, d’uso
continuo è nel vivere, e ne siam tutti commossi gagliardamente : quella per lo
contrario, che di ragione partecipa e d* intelletto, quasi confondesi con que’
vanissimi simulacri, cui già Epicuro sognò disvoìgersi ed esalare da’ corpi.
Imperocché quantunque sia questa parte interiore attaccata a noi, ed abbia
virtù e natura sicuramente celeste, ci è pero men famigliare, più tarda
svolgesi, e son più vividi i movimenti de’ sensi che del pensiero. Reputan poi
delle cose esterne quelle essere più eccellenti, le quali sogliono più
vivamente commuoverli; quelle più grandi, che rigonfiate per cosi dire da un cieco
ardore deir animo, occupan quasi un più vasto spazio nel cuore, siccome acqua
per sottoposte vampe so- prabhollente. Per lo che, omesse le cose, guardiam
concordi le loro immagini, le abbracciamo, le vagheggiamo, definiamo secondo
queste le qualità de’ beni, li compartiamo in ispezie, li disponiamo ^ ed a
ciascuna d’esse potenza ed essere attribuiamo. Ciò stabilito, qualunque volta
avvengane ad aver punto a decidere su beni ©’ mali, ci conduciamo precisa-
mente come una volta certi filosofi usavano, ove il ragionamento ad obbietti
fisici si traesse. Con- ciossiachè come questi, creati alcuni vocaboli
universali, a quali determinarono doversi già riferire quanto della natura può
chiederai delle cose, interrogati esponevano il lor giudizio secondo questi
vocaboli, secondo questi vocaboli argomentavano, e tolta inquisizione della
natura circoscrivevano l’intera scienza ad una comoda ed ingegnosa disposizion
di parole, che surrogate alle cose potevano agiatamente trattarsi; cosi
disegnati i beni ed i loro gradi secondo que’ simulacri, che aboz- zati da’
sensi perlezionaroiisi ed abhellironsi dalla immaginazione, ove ne occorre a
deliberare qual cosa mai più si debba bramare o scegliere, non si considera già
quella congruenza, che tra le cose e noi s’interpone, ma solamente indagasi con
qual ragione sieno fra loro composte quelle fantasi- me, che sottentrarono a
tener vece di noi e delle cose medesime. 4.° La Principal cosa poi ^ cui
statuirono i più dover ciascuno agognare, è di saziar l’appetito senza che ostacolo
si frapponga. Imperocché sin d’allora, che addormentate r altre potenze
languono o cela risi inviluppate, fiorisce vivido il senso, per cui senza pur
niun’ avvertenza nostra suole il piacere nell’ anima insìnuarcisi. Ma o son gli
ostacoli nell’ uomo stesso, o sono fuori de Ih uomo. Nell’ uomo stesso è la
imperfezione e la fralezza de’ sensi: fuori di lui la penuria di quelle cose,
donde si trae diletto, e la violenza degli uomini, che lo circondano, all’uso
delle medesime ripugnante. Laonde, quali ministre, al piacere ag- giungonsi la
integrità de’ sensi, la copia soprabbondante di quelle cose le quali a’ sensi
conforrnansi, e il pieno arbitrio di usarle, ciascuno a sua volontà : la prima
certo perchè non manchi il sub biotto, da cui le cose cagionatrici dì voluttà
si ricevano; l’altra perchè la materia, che dee riceversi, non venga meno; la
terza in fine perchè sijflPatto ricevimento non s’impedisca . Ma perchè più per
la privazione che pe’I possesso avvertiamo quanto ne sien giovevoli quelle
cose, che per alcun sentimento ci affezionarono ( sendo noi tali, che il
desiderio di un qualche bene intermesso j perchè niun voto ci re- r t t. r ioa
sti in cuore, più a lungo infìara- mane ^ che non ci gonfj il soave
dell’allegrezza, la qual coll’uso insensibilmente languisce); e perchè più
d’ordinario a noi mancano gli ajuti estrinseci del piacere, che i sensi stessi,
la sazietà de quali ^ benché in ciascheduno va- riino di potenza, da quella
capacità misurasi, cui da principio ciascun sortì ; perciò più spesso sprigionasi,
e più vivamente scoppia la brama di libertà e di ricchezza, che di fiorita e
vegeta sanità. La qual brama in vero quanta più vìvida cresce, tanto più
estenua e consuma ancora la cupidigia di quel piacere, per lo cui stimolo
s’infervorò; e avviene insensibilmente che tutta sola ella domini, e alle
ricchezze la voluttà dia luogo, e servan esse ricchezze alla libertà. 6 .° Ma
succedendo assai volte. io5 che moìti egualmente anelino alla medesime cose, e
ciò dovendo tanto più spesso avvenire, quanto pa loro più simili e più contigui
sieri gli uomini ( poiché arde in tutti la stessa brama di esercitai le me
desime facoltà), nè cosa alcuna di circoscritta grandezza realmente siavi per
quanto vasta, la qua le in tutti distribuita la cupidigia insaziabile ne
satolli; quindi, se tutti di forza pari valessero, chi pur volesse alcuna cosa
appro priarsi divisamente dagli altri, verrebbe da tutti gli altri, aspiranti a
quell’oggetto medesimo, ributtato. Per la qual cosa la libertà j che fondasi
nelle forze equilibrate di tutti, potendo solo serbarsi illesa tra quelli, che
o son del tutto infìngardi e vivonsi eternamente torpidi, o tutto l a nimo
volsero a quelle cose, che nulla di comune hanno con quan- io4 te allettano i
sensi ; per questo in quanti e di forze e di cuore ab- Londano alla vaghezza di
libertà F appetito di signoria sopranna- sce 3 ed a gran bene ascrivesi il
soprastare agli altri di potestà, ed alla stessa ragione ponesi qualunque
obbietto, ch’abbia sembianza di principato, o che in qualche modo possa al
medesimo contribuire. 7.*^ Tale potenza poi dee con le forze acquistarsi o
proprie, o d’altri alle proprie unite, ed insieme ad uno scopo medesimo
cospiranti. Le forze proprie di ciascheduno consistono nella energia delle
membra 3 nella penetrazione e sagacità dello spirito, ed in un impeto ardente
di quegli affetti, che sogliono più vivamente infiammarci ad imprese ardue, e
sospingerci ad intentati, difficili, precipitosi ardimenti. Perciocché ognuno
tan- io 5 to più vale, quanto maggiore vee» menza incitalo a cavar fuori sue
facoltà, e quanto maggiori sono queste facoltà sue : cioè con quan- to più vivo
sforzo può ciascheduno affrontare qualunque appostasi difficoltà e con quanta
maggiore callidità può guardarsene. Per lo che molti una volta furono dalla
gagliardia delie membra nobilitati; e coltivati con somma cura, furono in
onoranza tutti quegli esercizj che lena accrescono e agilità 5 ed assuefanno
gli animi a non curare i dolori, ed a mirar con disprezzo tutte le cose
terribili, Ma successivamente la perspicace o prudenza o sagacità, con cui
sogliono, comunque possano, o procurarsi gli ajuti per intraprendere, o
dissiparsene gl’ impedimenti, talmente fu riputata, che quanti più se ne
ornassero si giudicavano prossimi agl’Iddii stessi, e si credevano ammessi alF
intima familiarità de’ naedesimi. 8 .® Ma non potendosi che tenuissima stimar
la forza, per quanto grande ella siasi, di cui ciascuno è fornito, se con le
forze congiunte, che posson muoverle impaccio, si paragoni; perciò non puossi potenza
niuna acquistar mai grande, nè mai durevole conservare da chi non sia già da
molti fatto signore ed arbitro de* loro affetti. Ciò poi, che suole
ordinariamente stimolar gli uomini a cospirare di forza con esso noi, è o la
paura di un qualche sconcio, o la speranza di un utile, o la opinione di una
eminente virtù, la quale abbagli con luce straordinaria, e prometta vantaggi
grandi ed a molti. Reputiam dunque esserci bene avvenuto, ove ci teme assai
gente, o ci ama, o sommamente ci estima ; e ne solleticai! tutti, e tutti
illustri nc pajono quegli argomenti, quali sogliono gli altri significarci alta
opinione di noi ; e questo infiammaci in petto violente brame di gloria, onore,
ed autorità. 9.° Ed a creare negli altri timor di noi contribuiscono quelle cose,
che noi dicemmo costituire la for2a di ciascheduno, indole ardita a cimentar
tutto, sagace e scaltro vigor di mente, anima e corpo indomabili dalla fatica ;
e quelle cose, che a queste necessariamente conseguono, temerità minacciosa,
vanto arrogante, furia precipitosa e infrenabile. A. tali uomini certamente gli
animi dolci e di soavi costumi, impauriti dall’apprension delle ingiurie, non
osano contrapporsi; e qualche volta, per trarsi con lieve danno da somme
calamità, li secondano: ma que’ eh’ hann’ indole impetuosa e feroce si uiiiscon
loro spontaneamente, incitati dalla speranza di maturare imprese, che
ripugnando quelli sarebbero pericolose a tentarsi . Imperocché quelle cose, che
sommamente mimiche nocciono, se per ventura a noi leghinsi d’amistà giovano
sommamente. Tutti amiam poi spezialmente quelli che agevolmente potendo essere
altrui di molestia, sono da certa bontà di cuore impegnati ad obbligarsi
moltissimi co’ benetìzj piut- tostochè con la forza 5 e ci crediamo di
apparecchiare e di assicurare un certo asilo a noi stessi, ove ingrandiamo e
ravvaloriamo di tutto sforzo quegli uomini, l quali ricchi di facoltà non le
usan già per opprimere le fortune o la libertà de’ più deboli, ma pronte
l’hanno e disposte o a conforto de’ cittadini afflitti, o ad onore de’
cittadini fiorenti, 0 a crear pubbliea ilarità nel teatro e negli spettacoli.
Siam usi in ultimo di venerar coloro, ch^ hanno in dileggio e a vile quanto mai
temesi o bramasi avidamente dal volgo, e i quali 5 sia che concedano, o sia che
apprestino e guarentiscano agli altri cose che arrecano alcun diletto o
vantaggio, niun altro merito de* lor travagli sembrano attendere 5 f'uorichè
onore e celebrità . Dalla qual gloria veggen- dosi il più degli uomini assai
lontani per la mancanza di quegli ajuti 5 che debbono sostentarla, o
rinunziandola spontaneamente perchè impediti da que* mestieri, co* quali essa
non può congiungersi, non solo altrui non invidiano tal capitale infruttuoso
per sè, ma loro grande interesse estimano che attribuiscasi a quelli, e si
consolidi in quelli a perpetuità. Imperocché qual uomo pur non vorrebbe
rinfieritare quegli agj, da quali non può senza molestia astenersi, con quella
cosa, la qual da lui trasferita in altri non lascia alcun desiderio di sè
medesima ? E chi sdegnerebbe mai di promuovere quelle virtù, da cui span- donsi
a larga vena que’ beni tut-^ ti, che della vita stessa gli son più cari ? . T
IO.® Di questi mezzi, i quali vaglion moltissimo a far potenza e fortuna, il
timore abbassa gli animi altrui sino alla stupida condiscendenza ; r
ammirazione con l’abitudine delle profuse lodi genera 1 * adulazione, eh e il
genere di servitù più deforme, la speranza de' comodi all’ amicìzia alletta,
annoda le clientele, e stringe le affinità. Le qttali cose, accrescendo 1 ’
autorità senz’ adoprare violcaza, sogUon perciò spezialmente esser pregiate
assaissimo il £ ed avendo una certa immagine di grandezza e di gravità possono
ancora tenersi grandi per sè medesime, Ma perchè quanto più antiche sono
sifFatte cose^ denno aver messo radici tanto più vaste e profonde ; però
crediamo esser pur eccellente cosa l’antichità del li- gnaggio nobilitata da’
gesti di assai remoti antenati ; e tanto più strettamente a tale antichità ci
attenghiamop in quanto i lontani oggetti non sottostanno all’invidia, e tanto
più favoreggiasi quella eccellenza di stato, con la qual voglia taluno su tutti
gli altri risplendere, se comparisca involta da un’ apparenza di antichità ;
perocché allora ne sembra non usurpata certo, o rapita altrui maliziosamente 5
ma in certo modo concessa dalla natura medesima . Conciossiachè come gli uomiin
por- tan invidia a’ presenti, così subii- jEnan gli assai lontani molti
precetti del quale5 dice Plutarco *, non variar molto da’ geroglifici Egizj.
Poiché somigliano a quegli oracoli, i quali appunto potean mostrare predetto
innac*;i qualunque caso avvenire, perocché nulla di certo e chiaro significando
lor s’accordavan benissimo tutti i sensi, quantunque più discordanti . Scelsero
poi tali enigmi o maliziosamente per guadagnarsi P ammirazione del popolo, e
fargli credere in certo modo aver dal consiglio di Giove attinto quanto sovente
spacciassero di più volgare; o perchè il volgo, che d’ordinario più ammira cose
che meno PlhìttarQù nel Libro di Iside e di Isiride^ i intende continuamente
d’interprete abbisognasse; o perchè avendo essi contezza piena di poche cose 5
paragonarono tra loro quelle, che per niun modo potevano consentire. Imperocché
bisogna, che ne sien certe e manifeste moltissime, perchè si possano trasceglier
quelle, che più tra loro convengano, affinchè ninna quasi a ritroso del
suo'carattere sostituiscasi a ir altra; e ninna avendo per così dire un aspetto
solo, ma innu- merahili uno velato dalP altro, convien che sieno con accortezza
ammirabile svelate tutte le qualità, che in ciascheduna si celano; perchè si
possa perfettamente discerner quella, che r una all’altra concorda. Quindi
Aristotile dice * essere impresa di prode in- I ArUtoUle delia Rettorica Uh, 3.
cap, Jl. « delia Poetica cap. a a. \ gegno, ed accorto a drizzar sua niii'a 5
veder somiglianze in esseri, che più tra loro discordano. 7.° Come poi gli
uomini dì acuto ingegno, e gli ambiziosi ancora 5 dalle figure a’ proverbj e a
tenebrosi enigmi sì trasportarono j cosi gli spiriti più mansueti, i quali più
compiacevansi della dolcezza che della mordacità del parlare fecero passo agli
apologhi ; e mentre quelli involgevano gli uditori fra la caligine di sensi
arcani, questi con novellette ornate a schiette maniere li trattenevano
piacevolmente sponendo loro le conferenze e i colloqui, non pur de bruti, ma
delie piante eziandio. Con la qual arte sicuramente ottennero, che quanto
all’uomo fosse increscevole e duro mirare in sè e ne’ suoi simili, placido e ad
occhio fermo ragguardi in esseri di assai diverso carattere, e mentre i 5 o 5 n
oggetti, che non gl* irritano ii cuore per essergli assai dissimili, gli esempj
osserva della demenza e della cupidità, apprenda intanto, a tutt’altro inteso,
ciò che gli giovi a ben vivere. Così lo sparviere in Esiodo ^, nel dileggiar
Tusignolo, perch’e’ su lui, benché siasi dolce soave gorghegglatore, abbia
ragione di vita e morte, ammaestrane, essere imprudentissimo chiunque prenda a
cozjsare co’ prepotenti, sendogìi forza, oltre lo scorno, inghiottire qualunque
strazio ed acerbità, Oltracchè sono sijffatti modi più acconci, essendo pur
malagevole, siccome osserva Aristotile ^, ritrovar simili cose realmente
operate, agevolissimo poi jfigurarle finte a chi pur sappia discernere le
qualità delle si- * £siod,o i Tj^votì 6 Is GioviicttG * 2 Aristotile della
Rettorica libé a. cap* ao. \ i5i tnili, abilitandone a ciò la filosofia. Hari
di più tale comodità 5 che sendo odioso il nome di precettore V acerbità de’
precetti si raddolcisce con la giocondità della favola; talché quegli nomini, i
quali rigetterebbero una palese ammonizion pedantesca, I ab- braccian quasi
spontaneamente nata, ove si occulti il maestro, o 1 ’ a man pure qual parto del
proprio ingegno, siccome osserva TVIas- simo Tirio *, quasi di se medesimi la
traessero. Onde quel I^rigio novellatore ^ il quale, al dire di Gellio non
gravemente, non autorevolmente spose e chiari quanto fosse degno di avviso e
consiglio, ma chiuso in giocondi apologhi negl’intelletti e ne cuoii lo insinuò
con vezzo lusingatore * Maòsìmo Tirio Serm, 09 a A, Gelilo Notti Attiche Uh, a
cajp. ag. degli animi 5 non solo agli altri poeti si preferia da Apollonio
presso Filostrato, perocché quelli le orecchie degli uditori corrompono, e con
lo stimolo di grandi esempi spingono gli animi a scellerati amori e a brama
d’oro e di regno, dovechè Esopo favoleggiando mostra che farsi o lasciarsi
debba, e chiaramente additane qual verità sotto bella menzogna ascondasi; ma si
ammirava scolpito ancor da Lisippo innanzi a’ sette che furon detti sapienti:
lo che espressamente lodasi da Agatia ^ j perchè quelli severamente ed
aspramente ammoniscono, questi scherzando giocosamente gravissime cose insegna,
e raddolcendo con blande parole il cuore l’empie di sani consigli. i Fìlostrato
Uh. 5. nella i>ìta di Apollonio» * Antologia Uh, cap. 33. 8 .® Ma mentrechè
con apologhi velavan questi utilissime osservazioni j altri offuscarono le
medesime con inviluppi allegorici, tessuti non de’ costumi degli animali, ma sì
delle proprietà d’ogni qual altro oggetto più conoscessero ; o che una certa
grandezza li seducesse 5 o che una qualche paura li consigliasse. Poiché
talvolta avveniva che f ardimento e la forza di chi doveva ammonirsi togliesse
ogni libertà di parlare. Così non osando Alceo * palesemente lacerar Mirsilo, che
travagliava i Mitilenesi con barbara signoria, simboleggiò il tiranno ed i
cittadini con la tempesta e una nave, e mentre deplora il legno già soperchiato
dall’ onde piagne la schiavitù della patria, e lacera l’op- pressor della
libertà. La qual ma- I J^raQÌide Pontico nelle allegorie di Omero, niera, forse
dapprima inspirata dalla necessità, si usò dappoi per vaghezza, ed anche a
pompa d’ingegno . Ma dove imprima sotto la forma di alcuna cosa ordinaria così
celava si la verità, che di leggieri 136 trasparisse ; incominciò appoco
appoco, quasi incrostata di false immagini, ad occultarsi in guisa che
gl’imperiti non sospettava n pure di oggetto ascoso in quella vana corteccia, e
per la cosa prendeano il simbolo della medesima, e in esso lui s’arrestavano, Al
quale effetto concorsero con ammirabile accordo il vulgo stesso, i filosofi, ed
a’ filosofi i succeduti poeti, pe ’l tramezzarsi de’ quali gli osservatori e
gli operatori si uniscono delle cose. Perciocché come le favole, per quanto
Massimo Tirio afferma ^ 5 sono tramezzo alla scienza I ilfafiimo Tirio nel cit,
Sermé 99. ed alla ignoranza ; cosi coloro, che si applicarono con ogni cura a
trattarle, debbono aversi come un legame comune de’ dotti e degl’imperiti ;
essendo essi, che astrinsero la sapienza, i cui penetrali sono inaccessibili al
volgo, a conversar mascherata nelle assemblee degli uomini più numerose, e
spesse volte a prodursi in abito di comediante sopra la scena. E veramente il
volgo inettissimo a quegli oggetti, che per essere intesi vogliono mente
astratta da’ sensi, mirabilmente però disposto a quelli ch’abbian qualità
proprie da porre i sensi in ardore j diede motivo di tratto in tratto d’
immaginar cose nuove a quegl’ ingegni che amassero brillare agli occhi del
popolo, o trarlo ad usi migliori. Per lo che, presa baldanza dall’ imperizia e
leggerezza del volgo quanti brigava usi credito di sapienza, qualunque oggetto
dovesse proporsi al volgo, lo presentavano a lui vestito di alcuna forma
invievole per i sensi. Furono poi molto utili ed opportuni tai velamenti
filosofi per onestare quelle opinioni, che immaginate s’erano della natura
universal delle cose. Imperocché poiché alcuni forti d’ingegno mos- ser dal
nido con ali già vigorose, e dalle immagini delle cose, che aperte spiegansi al
sensi, alla interiore ed astrusa natura loro in- nalzaronsi, strani portenti si
presentarono a’sognatori sopra le cause, l’ordine, e la struttura dell*
universo. E prima, ciocché fu in tanta oscurità facilissimo, in due sostanze
divisero la natura, talché una fosse, per adoprar le parole di Cicerone
efficiente, l’altra * CicsTOìiB j4ccad6ìuich$ 2t i# poi 5 quasi alla efficiente
prestan- tesi, effettuata . Nell’ efficiente cre- devan essere la potenza ; una
materia poi nell’ effettuato j ma e questa e quella in entrambi; che nè la
materia stessa avria potuto accozzarsi senza una forza vinco- Jatrice, nè senza
materia niuna esercitarsi la forza. Chiamavano dunque Iddio o V universo
stesso, o una potenza oppur mente diffusa in tutte le cose, e sotto la varia
immagine delle cose occul- tantesi. Da tale principio ritrasse Escliilo "
quelle espressioni H terra ed aere e cielo e firmamento, E scaltro v’ha nell'
universo, è Giove; X io Steliini riferisce questa sentenza di fischilo secondo
la versione poetica datane in Latino da Grazio nella già citata Raccolta
Groziana. Io nel recarla in versi Italiani ho procurato di adattarla più
all’originale che alla Ti-adazione. Di qui nasce la varietà, ehe si può
incontrare, nella espression de concetti. io che alla prima sentenza accordasi
e consuona con la seconda : Non confondere Iddìo con mortai cosa, Nè a lui
caduca (jualitade apporre. Eì si cela al tuo sguardo : impetuoso Orribil fuoco
ora si mostra, or veste Delle tenebre il velo, or d’acqua prende Sembianza ;
talor ha di fiera aspetto, Di nuvola, dì turbine, dì vento, Dì saetta, di
folgore, di tuono. Pensavan poi che una mente per ogni parte del mondo si
diffondesse, in quella maniera che giudicavano la nostr’anima sparsa per tutto
il corpo, la qual per Fossa c pe’ nervi diramasi come abito, tiene al principio
poi come mente. Perciocché presso Laerzio * cre- deasi da Possidouio, che F
anima delF universo, o il purissimo etere si diffondesse col senso in quanto
esiste nell’aria, negli animali, e * Diogene Laerzio lib, i, partiz* rSg, in
tutte le piante ; nella medesima terra poi siccome vitale abito s’internasse. E
ad Epicarmo pareva che avesse mente qualunque cosa vitale *. Pitagora
gii;dicava partecipar della vita chi di calore partecipasse ; e perciò essere
le piante ancora animate * ; la qual fu pur di Democrito e di Platone sentenza
^ ; ed affermavano Empedocle ed Anassagora, essere anch’ esse mosse dal senso,
dall’appetito, dalla melanconia, dal piacere Anzi poi molti estimavano, come ne
attesta Porfirio % che la ragion degl’ iddìi e degli uomini, siccome d’ogni
animale, non differisse tra loro per la so- JEpicarmo nella cit- Raccolta
Groziana. Diogene Laerzio Uh. 8. partiz. a8. 3 Plutarco nelle Qiiestioni
Platoniche, 4 Clemente Alessandrino Strom. Uh. 8., Arir Piotile delle Piante
Uh, i, 5 Porjirio delVAstinenza Uh, 3. stanza, ma solamente per certi gradi,
talmentechè T una fosse in un medesimo genere più perfetta, F altra inferiore:
dalla qual cosa avvenne, che strascinati da una catena d’idee statuirono T uomo
essere quasi di tutte le cose un centro, in cui pur tutte o accresciute o
diminuite potessero terminarsi. Per lo che la materia, per cui la potenza
penetra con varj nomi appellata, essendo spinta da un movimento continuo,
credean fra tali commovimenti della natura potersi tutto consecutivamente di
tutto fare; pe’l quale oggetto nuli’ altro si richiedeva, se non che una cosa
si disunisse da un’altra, ovveramente ad un’altra si approssimasse. Quinci ^
cavarono gli Dii dagli uomini, e gli uomini dagli Dii; e in bestie, in alberi,
e in sassi questi medesimi trasformarono. Quinci presso Elia no * Einpedocle
trasse alcuni esseri generati da due dissimili spezie p e in un sol corpo con
doppia natura uniti. Quinci finalmente si propagò quella metempsicosi 5 cui
tratta dalle immondezze Egiziane Pitagora nobilito Poiché asserivan gli Egizj I
anima di Osiride esser passata in un .bove, dal quale poscia ne’ posteri si
trasfondesse, giusta la relazion di Diodoro ; secondo poi la testimonianza di
Eliano ^, intanto gli Eliopollti odiavano il coccodrillo, perchè credevano che
quella forma vestito avesse Tifone uccisor di Osiride. io.° Afferrarono
avidamente tali opinioni i Poeti, e non altrimenti che di principj trasser di *
JZUano Istoria degli Animali Uh* i6. cffp. 39 - * Diodoro $lciL Istoria Uh. l.
5 EUano Istoria degli Animali I r lòii quelle quai corollarj le loro
trasformazioni, e le varie forme onde vestiti gl’iddi! usavan cercare ogni
angolo dell’ universo per riconoscere le virtù e’ vizj degli uomini, Perciocché
quelle trasmutazioni di cose, che si credeano i filosofi a tempo certo uscir
dell’ ordine eterno dell’universo a grado a grado spiega ntesi, a lor piacere i
poeti nella natura medesima le intrometteano, qualor vaghezza o bisogno li
stimolasse j nel che nuir altro si conveniva far loro 5 se non che poste
opportunamente apparissero quelle occasioni e cagioni, cui ciaschedun evento
congiunto fosse di qualche necessità. Queste di vero si mendicavano spesso da
qualche alterazione dell’ animo, o d’alcun vizio o virtù, perchè avevansi come
i più proprj argomenti da ingenerare negli uomini spavento ed odio p"'
torti affetti, e riempierli di sentimenti onorati. Ma temerariamente ammassando
e spacciando importunamente trasformazioni di ogni maniera que’ che cercavan
miracoli per mostrarsi più venerabili al volgo, tali prodigj perde ron fede, e
annoveraronsi tra que’ fantasmi, di cui si può la fantasia dilettare e ornare
il mondo poetico, variato poi coll’accrescimento di azioni, di movimenti, e di
forme. ii.° Mentre però che questi di larve tali coprivano la sapienza per
farla pvù ragguardevole al popolo, altri qualche particola ne dìvelsero, e
chiusa in breve ed a- cuta massima la proposero. Siffatte massime, o perche
tratte dalla natura medesima delle cose per una osservazione diuturna, o perchè
espresse con la meditazione dalle nozioni serbate nell’in tei letto 5 hanno
grandissima autorità, sì per la gravità ed il peso delle parole che le
ristringono, come per la loro fecondità e per lo agevole e libero adattamento
loro ad assai casi del vivere. La stretta brevità loro fa veramente, ch'el-
ìeno apprese pur sieno dagl’imperiti e sfaccendati egualmente, e pronte
accorrati ovunque ad o- gni cenno delf animo. Perlo che il volgo ignorante si
vai dì loro frequentemente, e d’ordinario da quelle giudica il bene e il male.
Se l’ebbe certo in tal conto l’antichità 5 che scoi piansi agl’ ingressi de’
santuarj, e adopravansi a pronunziare gli oracoli; o perciocché talvolta se ne
ignorava per la vec- diiiezza l’autore, si noveravan tra que’principi,
attingonsi dalla natura medesima, e a cui dà peso il concorde assenso delle
nazioni e de’secoli. Onde i fanciulli apparavanle per poi giovarsene in ferma
età 5 siccome asserisce E- schine nell’arringa contro dì Te- sifonte . ia.° Ma
nulla s’ era sin qui con certa ragione e regola sopra i costumi determinato,
perchè non era la mente per anco pari a tant opera 5 o perchè quelli che
avrebbero principalmente potuto farlo s’ eran»o agli esercìzj d’ altri mestieri
applicati,60 ninna cura essi posero sulla maniera del vivere, o se pur tolsero
a meditarla non presentarono che opinioni espresse in forme allegoriche. Per la
qual cosa le regole de costumi non eran altro che o un indi- gesta massa dì
brevi e facili detti ; o corollari di naturale istoria raffazzonata in ogni
maniera applicati alle costumanze; o gesta illustri die’ trapassati, le quali o
rinchiuse in inni cantavansi fra le mense, o propinavansi al popolo ineschiate
a’* riti divini, o contraffatte di favole si produceano a spettacolo sulle
scene. Comparve Socrate finalmente, il qual s* abbattè per sorte in que’ tempi,
che rovinati i costumi degli Ateniesi dal lusso erano inzavardati d’ ogni
lordura : 1 ’ arroganza poi de’ Sofisti, forte d’ inganni e le- nocinj
rettorìci, signoreggiava ; ammaestrava i giovani già corrotti dagli ordinar]
usi del vivere in quelle arti, per cui potessero nella ignoranza massima delle
cose ammaliare il popolo in parlamento, e rinchiudeva tutta la scienza in un
girar di parole e di concetti splendidi comodamente adattabili ad ogni assunto,
o di ventose speranze pasceano il cuore del popolo. Per lo che Socrate, siccome
affermane Cicerone % pensò * Cicerone Questioni Tuscularte Zi&, 3* doversi
distrar la filosofia dagli arcani gelosamente nascosti dalia natura medesima,
ed applicarla al governo delia repubblica ; quindi ei la trasse dal cielo, e la
po se nelle città ^ e la introdusse ancor nelle case, e a meditar l’obbligò
sopra la vita e i costumi e le buone e malvage cose : raccolse in un certo
ordine gli ammaestramenti del vivere, che vagava no dissipati; illustrò
definendoli i tenebrosi caratteri delie virtù; i complicati e confusi sbrogliò
partendoli e dichiari; investigò gl i- gnoti con la induzione de simili, e mise
gli altri in cammino d’investigarli . Quindi elegantemente dice Temistio * che,
quale Atene da Teseo, fu in un sol luogo da lui raccolta la sparsamente abi
tante filosofia . Temistio Orazione it* i 3 .° Quanta ignoranza ^ qual Lnjo Ja
scienza de’costumi ingombrasse, chiaro è da ciò, che ne disputa nelle morali sue
conferenze Platone. Poiché non crasi ancora determinato qual fosse e la natura
e il valore della virtù ; lo che si prende a rintracciare nel Mennone . ]Non s’
era ancor definito per quai caratteri fra loro il giusto e Fingiusto si
dipartissero5 le quali cose nel primo cerca usi e nel secondo colloquio su la
Repubblica . Che innanzi a Socrate mai non si fosse indagato qual cosa aversi
per santa e pia, V apprendiamo dalPEutifrone. Per la quale ignoranza avvenne,
che quelli che professavano d’insegnar tiitto, quantunque nulla assolutamente
sapessero, poteano comodamente a vane ciance dar peso, ni un altro avendo così
fornito l’ingegno da scompigliare le reti fragili de’ Sofisti. Nè già le cose
ignoravano solamente, ma ne fa chiari Platone stesso che non sa- pesser neppure
il tenore e il mezzo da conseguirne sicura e limpida conoscenza. Imperocché,
siccome afferma nel Fedro, niente può stringersi con l’intelletto, o svolgersi
col discorso, ove le cose qua e là disperse in un ordine non sì raccolgano,
affinchè possa una sola definizione abbracciarne quante fra loro per alcun modo
concordano; e vicendevolmente ove le cose raccolte insieme gradata- mente non
si di nielli brino in parti, perchè sì possa spiegare ognuna distintamente. Ed
oltracciò nel Filebo, poiché, dice Socrate, quelle cose, che sempre sono, sono
una e molte, ed hanno un certo naturai termine e insieme han corso infinito;
per indagarle adunque e insegnarle agli altri è me- lyo stìeri primieramente,
che rintrac- ciarn quella forma, nella qual tutte contengonsì ; la qual trovata
si denno poscia ricorrer tutte, perchè non solo sappiamo essere quelle insieme
ed una e molte e infinite ; ma quante ancor quelle molte sieno ; nè ad esse
molte Ti» dea deir infinito adattiamo pri- machè ci sia noto evidentemente il
numero di tutte quelle, che fra runo e l’infinito frappongonsi. Lo che vuol
dire, che essendo il genere uno, più poi le spezie al genere sottoposte, ed
infiniti gli oggetti individuali che sottopon- gonsi a queste spezie, dehhesi
prima di scendere a’ singolari considerare gradatamente e percorrere tutte le
spezie del genere investigato. Ma quelli, come pur ivi avvertesì, che allor
brigavano credito di sapienza, oltre saltando i frapposti oggetti, dall’ uno
ratti passavano all’ infinito ; raccoglievano in una forma 5 siccome s ha nel
Politico, simili reputandole $ cose fra loro discordantissime ^ dovechè
avrehhon dovuto stringere dentro un medesimo genere cose fra loro affini} dopo
che avessero tutte esplorate le discrepanze } che fossero nelle parti, Per lo
che chiaro affermasi nel Sofista, aver essi V ingegno e Fuso della divisione
ignorato, onde avvenne che fosser poveri di parole. Perciocché quanto più sono
ravviluppate le idee, vie meno segni per ispiegarsi addoman- dano ; quanto più
sono distintamente partite, tanto è mestieri che più s’ accresca la vena delle
parole ^ perchè a ciascheduna idea proprio segnale s’apponga, per cui
discernasi nell’annunziarla. Nulla poteasi adunque sperar di saggio^ nulla di
chiaro da quelli. che nè raggi unta avevano la verità, nè conoscevano i mezzi
da rintracciarla; e ridncevano l’arte del disputare e del dire j, onde cotanto
si pompeggiavano, a mere baje ed a vanissimo strepito di parole. Per intuzzare
il fasto de’ quali uomini giudicò Socrate doversi quella sapienza, della quale
era ei solo veracemente maestro, velar con quella sua celebre dissimulazione,
per non respingere da’ suoi colloqui quanti volea costrignere a confessare di
nuli’affatto sapere, prima che avessero a piena bocca versata tutta la scienza,
nella qual più si fidavano, ed invescati dalle interrogazioni di un uomo, che
sol bramasse istruirsi, ben comprendessero non esser ella che vanità. Perciò
eloquentissimo essendo, e avendo insegnato il primo, come ne attesta Laerzio,
l’arte del ragionare 5 usava umile e / disadorna orazione, seconclochè nel
convito di Piatone afferma Alci- Liade, per animare coloro, di cui ■fingeasi
discepolo, a cavar fuori più arditamente quella, di cui si boriavano,
suppellettile di eloquenza, e dopo avere sfoggiate tutte siffatte merci di
belJa stra e di niun valore, a'’loro segni medesimi se ne svelasse la nullità .
Perciocché nulla ad ducendo egli del proprio, ma rivolgendo per tutti i lati
quanto ne avea concesso il contraddittore, appoco appoco inoltrandosi, colà
pingeva- ló filialmente ove forz*eraglì di confessare non si poter già
difendere quanto animosamente poco dinanzi asseriva. Ma raentrechè prestandosi
alP occasione mettea più cura a distruggere le altrui maniere, che a rassodare
le proprie ^ destò sospetto in alcuni, ©h’ ei ne insegnasse più tosto qua- ie
duL.bie2Sza chiudasi nelle cose, che quale s’ ahbian certezza e veracità, e
dicrollasse, piuttostochè invigorisse, le fondamenta del conveniente e del
buono . Ciò ad Aristofane ^ diede appicco per accusarlo, quasi ponesse in
dubbio quanto mai ha di più certo, e più ne importa sia vero, e questionasse
che tanta sia probabilità in ogni cosa, quanta potesse ap- porlene una
insidiosa allettatrice eloquenza. Per la qual cosa malignamente chiamalo
antesignano di quelli che si gloriavano di possedere e r uno e 1 ’ altro
parlare, che superiore e inferiore dicesi, il quale può veramente dare alle
stesse cose eguale aspetto di vere come di false . Ma benché Socrate, per non
torcere dal suo proposito, nulla affermasse 5 pure col * Aristofane nelle
ISfuvolei disputare ed abbattere le opinio= ni alla ragion ripugnanti, faceva
sì che ciascuno agevolmente inferisse qual fosse il massimo bene, quali virtù,
quali vizj alla natura umana distribuita nelle facoltà sue rispondessero. 14*'^
Ciò fatto, quasi la tromba sonato avesse, mirabilmente eccitò gli affetti degli
uomini a coltivar la filosofìa de’ costumi ; ma ciascheduno amando meglio
parere autore di cose nuove, che apprendi to re delle scoperte, e
perfezionatore delle abozzate, miseramente molti la deformarono, e la
constrinsero di quando in quando a vestirsi di nuove forme. Perciocché ora
mostravasi con increspata fronte 5 con barba squallida^ e in sordido
niantellaccio, e spoglia d’ogni vergogna sfacciatamente lorda vasi d'*ogni bruttura;
ora splendidamente e mollemente abbigliata 5 ed odorosa d’unguenti si in cerca
di delicati conviti ^ nè riputa vasi a scorno far viso e lezio di parassito ad
uomini sontuosi . Alcune volte invaghita della piacevolezza degli orticelli, e
soddisfatta di semplicissimo vitto, abbandona vasi neghittosa alla soavità di
un ozio infingardo^ alcuna volta ingolfa vasi nelle civili tempeste, e arma
vasi di quante forze può mai natura e fortuna somministrare, per acquistarsi,
prudentemente operandole, tutti quegli agi che possono crear diletto nel
vivere. Talvolta sopra le cose umane di lungo volo innalzandosi nelle divine
affissavasi che sono eterne, e procurava di richiamare la nostra mente,
staccata affatto dalla materia, a quella mente, da cui credevasi derivata ;
talvolta sprezzando uomini e dei, ed ogni cosa mettendo sotto di sè$ con Giove
stesso di libertà e d imperio rivaleggiava ^ e prometteva ardita di crear essa
monarchi e numi tutti coloro, che non prestandosi ad altri sol tanto a lei s’
attaccassero . Alcuna volta agi* tavasi irresoluta, e vacillante cercava dove
fermare il piede ; alcun’ altra disperatissima di mai trovarlo 5 nè più curando
soggiorno stabile e fermo ospizio lasciava trarsi dagli accidenti secondo il
corso incostante della fortuna . Ciascuno in somma di quella forma la rivestì,
che più gli fosse in acconcio o a cuore. i 5 .° Imperocché Platone, sendo
fornito di sommo ingegno, compiuto in ogni dottrina, ed egualmente grande,
pregio serbato a pochi, si nella facoltà di scemerò quelle cose, che sgombre d
ogni mortale impasto si svelan solo ad un’ anima tutta staccata dal senta so,
come nelTaltra facoltà di mostrare, quasi dipinte e illustrate pomposamente,
sensi stessi le cose, che dalla mente si percepì- scono ; unendo insieme queste
fra loro discordantissime facoltà, creò tal genere di orazione dell’ una e
l’altra composto, che per lo splendore delle parole, e la pittura de’
sentimenti d’ogaì colore imbellita, frequentemente diletta più, che non
istruisca. E veramente fu spesso si stemperato in lisciar io stile, che non
mancò solamente alia gravità di filosofo ; ma deesi dire che trascendesse la
intemperanza medesima de’ poeti. Quindi, siccome Longino attesta io censurarono
alcuni, che quasi preso da frenesia si abbandonasse a traslati arditi e a
tumidezze allegoriche ; e Dionigi Alicarnassen- I Longino del Sublime cap,
a8.se * gli pone a colpa di avere, più che al valor deile cose5 messo l’ingegno
ai frastagli delle parole . Per la qual cosa, mentre dagli argomenti sensibili
agP insensibili 5 e dalle immagini eternamente lubriche delle cose trasporta
gli animi a* loro stessi e- semplari 5 che nè mai nascono, nè sono mai per
perire, affinchè il lume del vero sgombri un errore contratto per la
consuetudine di cosiffatte apparenze ; ei rivestendo ogni cosa di ailegorie
ritira gii animi alle apparenze medesime, e di sì vivo splendore gli scuote e
abbaglia, che stupefatti lasciali di maraviglia piu tosto che rischiarati dalia
evidenza. Perciocché avendo raccolto per ogni parte tutti i fioretti poetici ed
i misteri 1 Dionigi d"Alicarnasso della Graokà dell Orazion Demostenica
.de* numeri, e avendo cercato a- dentro il sistema adombrato sopra le idee da
Epicarmo, congiunse insieme siffatte cose scambievolmente impacci antisi 5 e
ravvolgendo gli animi per tortuosi argomenti sparsi di tratto in tratto di
favolose immagini, menali tutti sin dove ni uno più riconoscasi, ma resti
assorto dalla medesima universalità delle cose, e finalmente unitosi a quella
mente, da cui ciascheduno emana, si creda essere Iddio . Poiché, siccome si
esprime Tullio giusta il parer di Platone \ è Dio chi vive, chi sente, chi si
ricorda, chi prevede, chi questo corpo, ch’egli ha in governo, così conduce e
amministra, come il sommo Iddio questo mondo ; talché non debba sembrare maravi-
glioso, che tanti uscisser di que- ì Cicerone nel Sogno di Scipione cap. 8.sta
setta fanatici ed invasati ; e che tanti concetti ornati di favolette poetiche
si co^iessero da poeti cupidamente, e si garrissero sino alla sazietà . 16.®
Aristotile per lo contrario, uomo egualmente di sommo acume e di gravissimo
discernimento, può ^ « 1 • • s^ttribuirc 3 - sè solo di suo diritto ciò, che
generalmente da Massimo Xirio affermasi de filosofi. 5 imperocché la sua mente
rinvigorita e intollerante di enigmi cavò la filosofia d^ogn’invoglio 5 de
fregi suoi la spogliò ^ ed usò nude maniere. Costrinse a legge determinate ©
chiarite per ogni parte le argomentazioni ; da singolari, avanza agli
universali, che soli possono produr la scienza, la prima entrata de’ quali
essendo già 1’ esperienza stessa, n’ è più. dirit- ^ MOtSSITUO TÌTW SbTTUì. 5 ^
9 * ta e sicura la progressione; poiché ciascheduno è certo donde parti, qual
via Batta, e dove gli è da sospingersi. E per toccare ciò che più vale al
proposito, Platone avendo opinato j userò le parole di Cicerone ^, che fosse V
intero mondo una città comune degli uomini e degl’iddìi, ed esser gli uomini di
generazione e di stirpe agl’iddìi congiunti; e avendo perciò abbracciato co’
suoi precetti tal vastità, quale da uomini, tutti occupati dei vivere,
difficilmente si può comprendere; parve più comodo ad Aristotile, che
ciascheduno si reputasse, non dell’intero mondo, ma solo d’una repubblica
cittadino; ed a tal uomo acconciò la filosofia de’ costumi, perchè stimava
vieppiù valevole a tener gli uomini nel dovere un’affinità più Cicerone delle
Leggi Uh. i. cap. 7. ristretta © da scambievoli e chiarì uffizj corroborata,
che una la quale 3 -gguagìi in ampiezza la infinità della natura medesima,
incomprensibile affatto dalia comune degli uomini, la qual si dee provvedere d^
instituzioni, Laonde mentre Platone con il soccorso dell Aritmetica Geometria
Astronomia si sforza a sublimar gli uomini dalle concrete alle cose
intellettuali, da’ sensi alle astrazioni, e insegna doversi 1’ animo scevra re
affatto dal corpo, trasse Aristotile ciascun uomo là dove ognuno, che meni vita
civile, si lasceia facil mente persuadere doversi aggiungere ; e quante cose
vedeva^ si care agli uomini da non soffi irne la perdita, mostrò in qual modo
valersene rettamente. Poiché qua lunque co’ suoi precetti piovveda a que’
solamente, cui basta a beatamente vivere la pura contemplazion delle cose
intellettuali, e’ certo pensa, che o la più parte deli’ unian genere sia
dispregevole, lo che è superba arroganza, o nata unicamente agli a£PannÌ, lo
che guanto è ridicola supposizione, è altrettanto inumana ferocità. Quindi
Platone stesso, che argomentossi a comporre una città, non di uomini, ma
d’intelligenze scariche d’ ogni corpo, e col lega ria con P accomuna mento di
quelle cose, che sfuggono ad ogni forza di senso ; perchè nondimeno tale città
non sia ripudiata affatto dal popolo, le accorda l’uso de’ sensi © delle cose
esteriori, e pone esser© le virtù, le quali civili appella, in quella
mediocrità, cui trattò poscia profusamente Aristotile, e il maggior numero de’
filosofi commendarono. Ma per fondare o per figurare tale mediocrità trasse da
varie dottrine e scienze ciascuno varj argomenti. Imperocché Platone dalle
corrispondenze de^ suoni approvate dalla sagacità delle orecchie cavò le leggi,
onde i massimi cittadini dispostamente attemperati con gPinfimi, siccome suoni
dissimili ^ si concordino e formin quasi pura e soave armonia j ed egli pure
insegnò doversi in ciaschedun uomo le tre facoltà deir anima, appetitiva,
irascibile, e razionale, contempo rare secondo quegP intervalli, con cui tra
loro si rispondevano la corda somma, mezzana, ed infima nelle cetere. Le quali
cose spiegando crede Plutarco *, Platone aver la lagione alla somma corda. Pira
attribuito alla media, alP infima P appetito; essendo tale il carattere della
ragione, che signoreggi; delP ira, 1 JPlat&ne de Ilei Mepuòbiiw 4' 2
jPlutdTCO nelle Queitioni J^iutoniche - che ajutatrice ed ancella della ragione
governi e sia governata; dell’ appetito poi che interamente ob- bedisca,
siccome quello, che da Platone estimasi d’ ogni ragione incapace. Fu poi la
cosa assai più lungi portata da Tolomeo \ Poiché non solo costui pensò
consentire la facoltà razionale con il diapason 5 la irascibile vicina a lei col
diapente, e la concupiscibile più a lei discosta con il diatessaron; ma tante
qualità ancora ad ogni facoltà attribuì, quante son pur d’ ogni spezie le
consonanze ; cioè tre alla concupiscibile, alla irascibile quattro, sette alla
razionale. Conciossiachè tre, dice, della concupiscenza le virtù sono, come del
diatessaron le consonanze; la temperanza nello sprezzare i piaceri; la
continenza nel sopportare Tolomeo deWArmonia lib. 3, cap» 5 .il bisogno; la
verecondia nello sfuggire le turpitudini: quattro irascibile come le consonanze
del diapente; cioè la mansuetudine nel temperare la collera; r intrepidezza nel
solFocare i ter- ji'ori delle pendenti calamita 5 la fortezza nel dispregiare i
pericoli; e la tolleranza nel sostenere i travagli : sette son finalmente le
virtù della razionale, come già del diapason le consonanze ; cioè V acutezza,
di cui è proprio muoversi speditamente; T ingegno ^ a cui si conviene
dirittamente colpire ; la perspicacia, onde le cose discernonsi ; il giudizio,
per cui si estimano rettamente ; la sapienza, che s’occupa nella contemplazione
; la prudenza, che nell’azione raggirasi; e la perizia, che versa nell’
esercizio . Di più avendo partito i suoni in unisoni, consonanti, e concordi,
ed appellato unisoni que^ che il diapason costituiscono j consonanti quelli che
fondano il diapente, concordi in fine quelli che sono tonici, e quanti
compongon mai la minima delle consonanze; le cose, e’ disse, che spettano al
retto uso dell’ intelletto e della l’agione agli u- nisoni consomigliansi ; ai
consonanti le cose, che al ragionevole temperamento de’ sentimenti e del corpo,
alla fortezza e alla temperanza si riferiscono ; ai concordi poi quelle cose,
che si rapportano ad una qualche affezione; finalmente l’intera filosofia
de’costumi risponde al pieno concerto d’un’armonia perfettissima; talché si
debba e la virtù chiamare una certa armonia degli animi ^ ed una certa virtù
de’ suoni nominar debbasi V armonia '. Prova JEudemo Uh, a. cap, i. però
Aristotile * le virtù starsi in un mezzo, così per V indole di tutti quanti gli
affetti, i quali tanto per soprabbondanza corrom- ponsi quanto per mancamento;
come per la natura della quantità o continua o discreta, nella qual sempre si
può raccogliere il pari, il meno, ed il più. Ma tocca generalmente siffatte
cose Aristotile ; i Pitagorici poi, che s’eran tutti applicati alla dottrina
della quantità discreta, ossia numerica, minutamente le sposero. Poiché
!Nicoinaco Oeraseno, avendo nella introduzione alla scienza de’ numeri esposta
da Giamblico insegnato essere il numero ( il quale per sé medesimo è pari e
totalmente libero d’ogni affinità col dìspari ) altro più che perfetto ; altro
mancante e contrario a quel- Aristotile deir £!ti€c^ lib* si» 6 * Io ; altro
perfetto e mezzano tra l’uno e l’altro; uno cioè, la cui somma è maggiore delle
sue parti; uno, la cui somma è minore; uno, a cui totalmente è pari la somma
stessa ; prese il numero perfetto 5 che primo è dopo dell’ u- 3TÌtà il senario,
a dimostrazione delle virtù, le quali disse non essere alcuni estremi, siccome
a certi sembrò ; ma sol mezzi fra la soprabbondanza e la deficienza; e
veramente il male al mal contrapporsi ; e i’ uno e l’altro de’ mali opponersi
al solo bene ; non mai però il bene ai bene, ma i due beni insieme ad entrambi
i mali; come all’audacia la timidità, alle quali è comune la infingardaggine ;
r audacia poi e la timidità alla fortezza . Pose altresì consistere la
simiglianza della virtù e del vizio col numero perfetto, e col soprabbondante o
igi deficiente in ciò, che troverai i im nitori soprai) Ijondtin ti 6 ma n—
chovo^lì esser© assai di più ©d infiniti, qua e là disposti disordinatamente e
da ni un termine certo non ordinati ^ raro per lo contrario ritroyerai i
perfetti, e con facilità numerabili ; essendo assai pochi quelli, che sono con
fermo ordine procreati Imperocché la rarità del numero perfetto, come d’ un
bene ^ non già del male vario e nioltipìice, n’offre per legge di natura uno
sol tanto ne’ numeri, che sono sotto della decina j uno nelle decine, che sono
sotto del centinaio; un nelle centinaja, che sono sotto al migliajo ; e così
poi in infinito. 117.® Ma in tantoché tai filosofi da cosiffatte origini
ripetevano i Boezio citato da 'Benullt all allegato passo di iSlicornace, iga
londatiienti di una virtù conveniente al consorzio umano, siccome quella che
rende F uomo at- tuoso ed abile ad operar quelle cose, per la perfetta
esecuzìon delle quali tutti di tutti abbisognano; altri d’altre sorgenti si
affaticarono a derivare una virtù di tal foggia, che mentre credesi che
perfezioni ogni uomo divisamente, spezza in un certo modo il primario vincolo
di società. Imperocché Zenone, il qual mosso da innata severità tenne e
nobilitò la setta de’ Cinici, purgatene le sordidezze e rasane la impudenza,
avendo tale opinione, che la nostr’ anima fosse una particella dell’ anima
dell’universo, cioè del purissimo etere penetrante tutte le cose; la natura poi
essere Dio medesimo tramescolato col mondo j ossia il fuoco partecipe della
ragione e dell’ordine, e segnalato ài varj nomi secondo la varietà delie parti,
cui variamente informa nel penetrarle ; insegnò V ultimo fine deli’ uomo essere
uniformarsi a Dio, o, alla natura conformemente vivere, o a’ sentimenti
attenersi di un fermo animo, che sia discìolto da’ lacci del materiale impasto,
nè di godere impedito sua naturai perfezione. Poiché Dio essendo V animo di
ciascuno, essQ è perfetto per sè medesimo j per la cjnal cosa dee cu^ rar solo
a rimuovere quegli ostacoli, che il puro uso ed intero di una perfetta natura
potrebbero frastornare. ^Nascono poi tali ostacoli dalle cose fuori di noi per
nullo consiglio umano variabili; siccome quelle che giudicavan gli Stoici si
conducesser dal fato, cioè da una potenza immutabile governante ordinatamente
questo universo. Laonde estimò Zenone doversi allontanar dal sapiente qnaT-
luncjLie cosa esteriore ; perchè, se il sapiente creda che oggetti inori di
siJa balia gli appartengano, non sia da pensieri arditi e da sediziosi affetti
agitato; di che nulla vi è più contrario alla stabilità imper- mntabile della
natura . Gli è d''uopo adunque, che l’animo in sè medesimo si raccolga, riponga
tutto in sè stesso, e solo a sè stesso basti, perchè del tutto sia libero. Ma
benché 1’ animo del sapiente sia pur a neh’ esso implicato nel se m pi t e r no
ordine tl e11 e cose, non però fiore di liberta gli si macola, perchè adempie
ciò ch’ei medesimo sceglierebbe, se ancor nessuna fatale necessità il
violentasse j, e amministrando ed usando tutto dì suo consiglio segue spontaneo
il lato, non è dai fato rapito forzata niente, come del serve e iusensato volgo
è costume. Per io contrario Epìciiro portando avviso ohe iì mondo fos- se
aggirato dal caso, e avendo tolta ogni sapienza e costanza dall’ universo 5 e
rotto l’ordine delie cagioni, che da una prima spie- gantisi nella medesima si
rivolgano, volle che 1 ’ uman genere fosse una parte dell’universo staccata
affatto dall’ altre ^ e dall’ imperio e dal timor degli deilo sciolse, i quali,
dilungi a noi rilegatili, collocò oziosi negl’intermon ' dj, perchè nè eglino ci
sien di noja j, nè lor siarn noi di molestia, donde la pace deli’ animo sì
avve- ienh Quanto poi può s’ argomenta a liberar gli uomini, a libertà redenti
e tolti ad ogni governo della possanza regolatrice dell’universo 5 dalla
tirannide ancora di quelle cose, che ne riguardano e stringono più dappresso.
Imperocché degli affetti, i quali ad esse ci attaccano e sottoinettono, vcg-
gendo alcuni eccitarsi dalla «a^ tura medesima, alcuni dalla opinione 5 la qual
può essere cosi conforme come discorde dalla natura 5 e però certi di questi
affetti e naturali essere e necessari ; naturali, ina non necessari, molti; i
più veramente nè necessari, nè naturali; prima stimò doversi di- veglìer tutte
le cupidigie super- due ; impose poi di recìdere quelle ancora, die non
sovvengono all indigenza, ma solamente formano la varietà de^ piaceri ; onde
non s’abbia quindi a tnenare vita straziata e carica di travagli. Zenone
adunque ed Epicuro, movendosi da punti opposti, idscontransi insieme a credere,
abbisognare il sapiente di poche cose, e dojjo quasi aver corso uniti per bteve
tratto tornano a dipartirsi, uno a sfidare arditissimo tutta la forza della
natura, e a cimentarsi, pieno di cuore è d.i sapienza, con lei ; l’altro a
schivarla avveduta- mente e declinarne gli assalti, per non averla con
<jualche dan— no a combattere; ambedue liberi di paura, quei perchè giudica
essergli forza spontaneamente seguitar r ordine dell’universo; questi, perchè
solò dì sè geloso reputa nulla appartenergli tal ordine, dal quale è affatto
diviso. 19.° E a questi primarj capi ri- dur si possono quanti sistemi i
filosofi immaginarono su la ragione del vivere. Imperocché o sollevarono l’uomo
a celesti idee, o alle bisogne umane lo richiamarono; e gli uni e gli altri
principalmente diressero i loro ammaestramenti al vivere o solitario 0 civile.
Poiché sforzaronsi alcuni di sublimare il sapiente loro alla contemplazione di
quelle forme che sono eterne ; e perchè ognuna di quelle abbraccia quante ve
n’ha dello stesso genere, con il soccorso loro si argomentarono ad associare
insieme le menti portate via dal sensibile al mondo intellettuale, cui posson
tutti egualmente par^ tecipare, altri educarono i citta^- dini agli affa??!, e
a coltivar qpe’ doveri, co’ qiiali scambievolmente si confortassero in ogni
necessità della vita; altri estimando essere ognuno parte del mondo perfetta
per sè medesima, si allontanavano di lungo tratto dagli uomini, e tutti
scioglieano i vincoli, che a comunanza di vivere ne costrìngono, per non
iscuotersi punto dah la concetta loro immutabilità, se a quelli si
accompagnassero, che soglion essere dalle passioni diversamente agitati.
Conciossiachè il sapiente fra loro di nulla misericordia commovesi, a ni un fa
gra-? ^ia j e giudica tutti gli altri essere mentecatti, schiavi, ribaldi.
Altri deliberarono finalmente dovere ognuno curar sè stesso, nè mesco^ larsi in
affari altrui per non ritrarne gravezza o inamarirsi il pia-^ cere, se a caso
scostisi d* un sol dito, o metta fuori la testa de* suoi orticelli. Tutti
estimarcn poi la virtù essere necessaria o a mon<- dar r animo, perchè si
dedichi più pronto e libero alla contemplazione, o a renderlo atto agli affari,
o a vestire quella fermezza, per cui il sapiente j se fracassato subissi il
mondo, o eh’ ei sia posto nel toro ad ardere di Talari^ de, non crolli punto di
sua pacifica securtà: altri in fine, per acquistarsi pace e dolcezza di spirito
senz* affanno. Mentre però i filosofi più che non deesi esaltano, o indurano, o
snervali gli uomini, li rendono disadatti alle civili occorrenze ; o mentre
cacciano i riottosi per luoghi inospiti, o i già pendenti sospingono giù per la
china, corrompono gli uni e gli altri j e li distornano da que’ prin- cipj, cui
la natura gittò per base di umana felicità. ao.® Le quali massime essendosi tutte
originate dalle opinioni, che gli uomini, forse mossi o dalla disposizione del
proprio cuore, o da una oscura ed equivoca analogia, sulla natura forraaronsi
delle cose; ne avvenne che quelli principalmente sconciarono e intorbidarono la
ragione, che il più sem¬ bravano avere inteso a perfezio¬ narla. Imperocché
d’ordinario chi molto vale di ingegno, ed usalo assiduamente j mentrechè sdegna
le cose facili e spia le arcane, in¬ torniato da quelle tenebre fra cui sepolte
si celano ^ egli mede¬ simo acconciasi fallaci immagini delie cose 5 © colora e
irnhel- lettale a suo talento; e ad uso de’ sognatoli, non conlVontando mai
tali immagini con esse cose, xieppuf s’ avvede esser nebbia ciò cb’e’ si crede
Giunone. E se per caso destisi T animo finalmente, e ad esse cose rivolgasi,
già estenua¬ to da vane speculazioni non vale a sostener quegli oggetti, de
quali percbè si possa ricevere l impres¬ sione havvi mestieri di un fondo in
certa guisa più solido. Laonde quel eh’ è più grave trapela e scorre, per cosi
dire, per le fessure di un’anima attenuata e forata per ogni parte; quel eh è
più lieve e di più volume v’è dalla sua medesima leggerezza soprattenuto.
Indarno adunque ricerche- rebbonsi dalle massime de’ filosofi le regole della
vita ordinate dalla natura e dalla sana ragione; es¬ sendo spesso inimica alia
ingenua l ragione e pura, più che i costumi, inconsiderati del volgo ^ T arte
di alcuni ammaestratori: talmente- chè non a torto si lagnò Seneca % che la
filosofìa sì trovasse non a rimedio dell'animo, ma ad esercizio d’ingegno, e
fosse a molti Cagione già dì pericolo . Smeca Epìstola io3.flo3 Hagtonameetto
del Tràdcitto- riE. . pon quale ordine sì sviluppasi sero le facoltà degli
uomini, ed appetiti ne uscissero loro connaturali, Con quale tenore e modo na¬ scessero
le opinioni sopra le cose spettanti al vivere, Con qual tenore siensi propo¬
ste e da che fonti attinte le instiiuzioni del pwere e de\ i^ostuTni
.UNIVERSITÀ' D! PADOVA Dipartimer^to di Storie e Filosofìo del Diritto e
Diritto Cononico ed i costumi e le leggi mo costituzione sortirono, che sien
Stellini. Keywords: liceo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Stellini” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Stenida: la ragione conversazionale di Romolo,
il primo re – Roma – la scuola di Locri – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Locri).
Filosofo italiano.
Locri, Reggio, Calabria. A Pythagorian, cited by Giamblico – sometimes as
“Stenonida.” Stobeo preserves a fragment of a work on kingship attributed to
him. Keywords: re, regno,
principe, Romolo.
Luigi Speranza -- Grice e Sterlich: la ragione
conversazionale dei georgofili – la scuola di Chieti – filosofia abruzzese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Chieti). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Chieti, Abruzzo. Studia a
Napoli nel collegio dei nobili, gestito dalla compagnia di Gesù. È proprio
questa esperienza che lo porta a concepire la sua profonda ostilità verso i gesuiti,
che è uno dei tratti caratteristici della sua filosofia. La cura dei beni
ereditati dal padre, di cui era l'unico figlio maschio, lo portano a dover
compromettere le sue aspirazioni letterarie. Ma la filosofia rimase sempre la
sua prima passione e per superare l'isolamento culturale che gli venne imposto
dal dover vivere a Chieti, comincia a costituire la sua biblioteca. Questa cresce
in misura esponenziale di anno in anno, divenendo così una delle migliori
biblioteche del regno. Il suo intento e di mettere la stessa a disposizione di Chieti
per la sua crescita culturale. Sfortunatamente il suo desiderio è reso vano
dall'incuria di chi gestì la stessa dopo la sua morte. Cospicue parti della biblioteca
sono stati individuate in tutta Italia: nelle biblioteche di Pescara, Chieti,
Napoli, etc. Aggiornatissimo sui dibattiti filosofici e commentarista di
Montesquieu, Rousseau, Voltaire, e di altr’illuministi. Di questa
partecipazione all’illuminismo è
testimonianza un copioso scambio di lettere con GENOVESI, BATTARRA, LAMI,
BIANCHI, e TORRES. Questo carteggio è un documento prezioso per delineare l’illuminismo.
Lascia anche alcune testimonianze della sua filosofia anche in due dialoghi di fra'
Cipolla e la nanna. In essi trova largo spazio la sua antipatia per i gesuiti.
Tramite la solida amicizia con LAMI, e membro della crusca e uno dei georgofili.
L'illuminismo nell'epistolario (Sestante, Bergamo). Dei marchesi di Cermignano.
Romualdo de Sterlich. Sterlich. Keywords: illuminismo. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Sterlich” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Stertinio: la ragione conversazionale del tutore
di filosofia – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Portico. Tutore di Damasippo.
Keywords: Damasippo.
Luigi Speranza -- Grice e Steuco: la ragione
conversazionale della filosofia perenne di Pitagora, Cicerone, Ovidio,
Virgilio, e Plinio – la scuola d Gubbio -- filosofia umbra -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Gubbio).
Filosofo italiano. Gubbio, Perugia, Umbria. Acuto esegeta dei testi e profondo
conoscitore della lingua romana, si oppone tenacemente alla riforma protestante
e prende parte al concilio di Trento. Entra nella congregazione dell'ordine dei
canonici agostiniani a Bologna, poi a Gubbio. Inviato a Venezia, dove, per
l'ampia conoscenza della lingua romana e l'acume filologico, gli èaffidata la
biblioteca di Grimani, della quale una buona parte del patrimonio librario è
appartenuto a PICO (si veda). Pubblica saggi contro Lutero (come VIO – si veda)
ed Erasmo, accusandoli di fomentare la rivolta contro la chiesa cattolica
romana. Questi lavori rivelano il solido sostegno che dà alla tradizione della
prima Roma. Parte della sua saggistica include un intenso lavoro filologico
sull'antico testamento, culminato col “Veteris testamenti recognitio”, per il quale
egli si basa su manoscritti della biblioteca Grimani, utili a correggere GEROLAMO
(si veda). Nel revisionare e spiegare il testo, mai devia dal *significato
letterale* e storico. Contemporanea a
quest’esegesi e la composizione di un saggio d'impianto enciclopedico, la “Cosmopœia”.
La sua filosofia polemica ed esegetica destarono l'attenzione favoravole di
Paolo III, e questi lo ordina bibliotecario della collezione papale di
manoscritti e stampe del vaticano. Si reca a Lucca con Paolo III e Carlo V. Adempe
attivamente con scrupolo il suo ruolo di bibliotecario del vaticano. Nel
frattempo a Roma redatta i commenti al vecchio Testamento riguardanti i salmi
di Giacobbe, aiutando ad annotare e correggere i testi di parte della Vulgata
alla luce degl’originali ebraici. A questo periodo risale la composizione del celeberrimo
saggio, “De perenni philosophia” nella quale mostra che molte delle idee
esposte dai filosofi italici antichi – l’orfismo italico, la scuola di Crotone,
Parmenide e i velini della scuola di Velia, Plutarco, Numenio, gl’oracoli
sibillini, i trattati ermetici e i frammenti teosofici -- e essenzialmente correto.
Questo saggio contiene una polemica indiretta a margine, poiché elabora un
numero di quest’argomenti per sostenere molte posizioni poste in questione in
Italia da riformatori e critici. Come umanista ha un profondo interesse per le
rovine di Roma, e nell'operare un rinnovamento urbano dell'urbe. A tal
proposito, degne d'essere menzionate, sono una serie di brevi orazioni in cui
raccomanda di ri-sistemare l'acquedotto Aqua Virgo, in modo da supplire
adeguatamente il fabbisogno di acqua fresca per la città. Mandato da Paolo III
a presenziare il concilio di Trento, che doveva celebrarsi a Bologna,
affidandogli il compito di sostenere l'autorità e le prerogative papali. Muore
a Venezia durante un periodo di sospensione del concilio. “De perenni
philosophia” -- concilio di Trento Esegesi biblica ermetismo (filosofia)
Teosofia. Treccani Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Guido
Steuchi. Stucchi. Guido Steuco. Steuco.
Keywords: Crotone, i velini – I crotonensi --. Cicerone, ovidio, Virgilio,
plinio, roma, aqua virgo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Steuco” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Stilione: la ragione conversazionale del principe
filosofo. – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor to Severo Alessandro,
the emperor.
Luigi Speranza -- Grice e Stilone: la ragione conversazionale del proloquio
del cielo -- il tutore di filosofia -- Roma antica – la scuola di Lanuvio –
filosofia romana – la scuola di Roma – filosofia lazia -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lanuvio).
Filosofo romano. Filosofo lazio. Filosofo italiano. Lanuvio, Roma, Lazio. Appartenne
all'ordine equestre. Segue nell’esilio QUINTO METELLO (si veda) NUMIDICO. A
Roma, è maestro e scrive discorsi per altri. I suoi discepoli più insigni
sono CICERONE e VARRONE. Conoscitore sicuro della coltura latina, èil primo
rappresentante notevole della scienza grammaticale o grammatica filosofica. Saggi:
"Interpretatio carminum Saliorum"; "Index comœdiarum
Plautinarum", "Commentarius de pro-loquiis" -- uno studio
sulla sintassi di impronta del Portico. Inoltre, cura edizioni di saggi
altrui. Gli è stata attribuita un’opera glossografica. The text of Svetonio (Gramm.)
provides a list of the first Roman philosophers who more or less exclusively are
devoted to grammar. Instruxerunt auxeruntque ab omni parte grammaticam L.
Aelius Lanuvinus generque Aeli Ser. Clodius,
uterque eques Romanus multique ac vari et in doctrina et in re publica usus.
The first refers to the philosopher Elio Stilone, a native of Lanuvio, tutor of
Cicerone and Varrone. From Gellius it is possible to gather some information
about his linguistic and philological studies on PLAUTO, then resumed and
developed by Varrone. In a proper linguistic field, some fragments testify to
an interest for archaism, investigated both in the carmen Saliare and in the
XII Tables, as well as in the ancient Italic languages. GELLIO also reports the
title of a ‘saggio’ by S.: “Commentarius de proloquiis” in which, as GELLIO
himself informs us, “pro-loquium” is used to render the “axioma”, a technical
term of the dialectics and philosophical grammar of the Porch which indicates a
simple sentence, complete in all its parts. GELLIO adds that Varrone borrows
‘pro-loquium’ from his tutor and uses it in the XXIV book of the “De lingua
Latina.” Therefore, Varrone is indebted to Stilo even with regard to the
syntactic terminology. However, the grammatical field in which the dependence
of Varrone from S. is more widely recognised is etymology. Dahlmann, recalling
a hypothesis by Reitzenstein, suggests
that in V-VII of “De lingua Latina”, VARRONE largely makes use of a Etymologicon, of the Porch, rendered into
Latin by S. VARRONE himself acknowledges his dependence on S., often quoting
his master for the etymologies. Out of CI certain fragments of Stilo's collected by FUNAIOLI,
IX are quoted by VARRONE. One being ‘cælum’ < ‘celare’ since its antonym is
'to reveal,’ which makes use of a method of S. --the antiphrasis, by means of
which the sense of an expression is explained by its antonym. A teacher of
Varrone. A highly accomplished scholar. He was the philosophy tutor of both
CICERONE and VARRONE, amongst others. Lucio Elio Stilone. Keywords: Varrone Quinto
Elio Stilone. Keywords: Portico, proloquium, axioma, Cicerone, Varro, Stilone,
Gellio, Svetonio.
Luigi Speranza -- Grice e Stobeo: la ragione conversazionale dell’anticuario
della filosofia – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Stobi). Filosofo italiano. Stobi, Peonia,
Impero Romano. An anthologist whose work is an invaluable resource for
antiquarians. Giovanni Stobeo.


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