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Monday, March 7, 2016

GIUSEPPE ROTA, "I CENCI: melodramma"

Speranza

Giuseppe Rota

Il triestino Giuseppe Rota (1836-1911) fece parlare di se con alcuni melodrammi di notevole intensità drammatica ma che non ebbero la fortuna che meritavano.

Si ricordano:

1) “I ROMANI A POMPEI”, vivace affresco della antica Pompei.

2) “GLI STUDENTI”

3) “RUY BLAS”

4) “GINEVRA DI SCOZIA”

5) “PENELOPE: commedia sentimentale" e

6) “BEATRICE CENCI” del 1863, la più valida.

Il tema scabroso di "Beatrice Cenci" fu affrontato con una serie di accorgimenti per evitare l'intervento della censura.

"Beatrice Cenci: melodramma" si apre con un banchetto ove appaiono Beatrice Cenci e il padre Francesco Cecnci che prova un morboso interesse per lei.

Beatrice Cenci reagisce con disprezzo a parole affettuose di lui, si intona il brindisi, a cui segue l'aria di Francesco Cenci:

“L'ira frenar mi è forza”.

Nella seconda scena, Beatrice Cenci ha un duetto con Guido Guerra, tenore, che l'ama appassionatamente.

Nella terza scena appare una chiesa ornata a lutto, con il coro funebre “come innocente vittima”, Francesco Cenci e Beatrice Cenci si incontrano.

Beatrice Cenci intona la preghiera

“Al par di un giglio candido”

accompagnata da un coro, divampa il conflitto tra lei e il genitore.

Il secondo atto si apre con una visione notturna sul Tevere, un breve preludio descrive l'atmosfera.

Un’aria di mistero, silenzio grave domina nell'aria, si odono squilli di tromba marziali, entra in scena un corteo sfarzoso, sono gli Sforza in visita al Pontefice CLEMENTE.

I popolani intonano un coro festoso.

Guido Guerra, tenore, in barca intona l'aria

"Empio tripudio in quelle mura echeggia".

Guido sa dell'atteggiamento del padre verso Beatrice Cenci, che è promessa sposa al principe Sforza.

Nella scena successiva Guido Guerra e Beatrice Cenci si incontrano.

Il duetto Guido Guerra/Beatrice Cenci fu il momento più applaudito di tutto il melodramma.

Il terzo atto si apre con l'aria di Francesco Cenci che contempla la figlia che dorme.

Beatrice Cenci si desta, esplode il dramma, lo pugnala a morte.

Si costituisce, è torturata, condannata alla decapitazione, dopo un ultimo disperato duetto con Guido Guerra, tenore.

Rota varia la scena alternando l'atmosfera con un coro festoso di popolani che folleggiano intorno.

Si chiude il melodramma che fu giudicato in maniera contrastante: per alcuni un forte dramma, ma l'invenzione musicale per quanto elaborata e nobile non ha un originale tratto.

Rota svolse una intensa attività didattica, lo definirono tra gli epigoni verdiani.

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