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Thursday, June 19, 2025

Grice e Cerutti

  comi te, n 3 PB*?*HW1P|| GR>%. IMMATICA FI M^ OSOFICA ^Vt* 1.1 f - GRAMMATICA DELLA I^II^OVA ITALIAIVA DI riGELO CERUTTI SECOSA EDIZIONE Multa rtnatetntur qme jam eeeidert. uzm. ROMA DAI.X.A TIPOGRAFIA H&MMI E COHPAGRO 1839. m  mm\ i 9^ f \^ ^^ T^ [ilo . i i.K^^ a ^ INTRODUZIOI\E *  * * ^ la ciascuna cosa naturale o artificiale  impossibile a procedere, se prima non sia fatto lo fondamento. Pimo del sentimento di questa aurea sentenza di Dante 9 e avendo io riconosciuto ch^ a noi Italiani pur troppo manca lo fondamento, mi parve non poter fare cosa pi utile alla patria f di quella di sovvenire 9 giusta mia possa^ a tanto di/etto. E qu^ acci che ognun m intenda f mi convien dire quello^ che altri forse ^ per non offendere li pi, si tacerebbe'^ e dal che me non terr pu^- sillanimo riguardo^ non essendo io disposto a blandire lo errore per non dispiacere ai ciechi suoi seguaci* Dico dun-' que che generalmente, e anche da quelli che fanno un cor- so di studj regolare^ salvo i pochi, non si conosce ne Id grammatica n la lingua italiana ; non tanto per colpa nostra, quanto per difetto del modo di educazione; per^ ci che, sebbene si studii il Latino, il Greco, quindi si passa alle scienze, e si lascia indietro lo fondamento, cio lo studio della grammatica e della propria linguai venendosi ad incorare le predette per comparazione con una che non si sa. Chiunque ragioni potr per^ tanto immaginare di quanti errori possa esser cagione il mettere una base imperfettissima alle nostre cognizio^ ni (i); chcj finalmente, noi non abbiamo a parlare, a disputare^ ne a scrivere in greco o in latino {pL). (1) Qnmne une def ouvre la porte d*un appartement et nona en donne rentre de mme il y a dea connoissances prliminaires qui ouyrent, pour nsi dire, V entre aax sciences plus profondcs j ces connoissaDces, oa prinr cipes sont appels cUfs par intaphore; la Grammaire est la clefdes scien- ^ h lopque est la clefe la philosophie* Da Marsais. (2) Tale stima ai iacera della liogaa italiana quando diedi la prima edizio- -b  VI . E sacramente io non mi posso dar pace^ quando con- sidero che^ sebbene anche fra noi si cerchi di mi^Uo' rare il sistema d^ educazione^ e in ispecie quello delle fanciulle che  il pi difettoso; sebbene sian molti che fanno ammaestrare le lor figliuole in quelle scienze e in quelle arti che tanto accrescono di leggiadria alla donna; io forte mi meraviglio come avvenga che^ per la maggior parte ^ si lasci indietro il pia bello oma^ mento , la scienza prima e massima , lo studio della propria fasulla ! Se elle sapessero qtuinta vaghezza spanda un puro e fluente ragionare che scorra dalle lor dilicate labbra 9 e quelle tanto pia che ebbero la sorte di crescere nelle parti d" Italia ove meglio si pronuncia il nostro bello idioma^ io non diAito che ad esso non volgessero il primo lor pensiero* Con questa scienza , del desio della quale io ardo di accendere gli animi lorOj perverrebbero a poter leggere i nostri migliori autori; i quali hanno possanza d infondere ne cuori j bont^ virt^ grandezza d* animo^ e gentilezza ; laddove non si pascono ora se non di fole e di roman^ zi Sj a voi^ donne, tocca questa digressione; che ogni animo gentile sa quanto possa in noi il vostro buono esempio^ di quanto nostro ben fare sia stimolo la v^o- stra perfezione ! E non. mi si venga a dire che le don^ ne non possano darsi a cotale studio della lingua e degli autori quale io propongo; elleno sono capaci quan- do vi si voglian mettere per tempo; ai parenti s^ aspet- ta questa cura. ne ma eon gran piacere ho inteso poi che prima Monsignor Azsocchi, e poi r Abate Sacchi, s'^han preso a cuore di metterla in buon concetto agli studianti del Seminario Romano, e di far loro sentire la necessit di coltivarla.  .  ' ' ^'  s - 1^-^-  '::^L^-^'*j!ii^'i VII Che la vera e pi bella lingua italiana sia quella degli autori del Trecento^ credo che oramai tra i po- chi, dei fuali solo io desidero V approvazione^ non ne sia pia alcun dubbio ; come che nulla sarebbe il mio dircj a quello che si  gi pubblicato a questo propo^ sito da Biagioli^ da Cesari^ Monti ^ Perticarla e tanti altri valorosi sostenitori della gloria nostra. Di quella dunque io i* accingo ad e^)orre le redole grammati-^ cali^ e la filosofia ; perch colui scriver meglio^ che pi studierd in quegli autori i e quando dico lingua ita* liana^ intendo della toscana^ e viceversa; non facendo io alcuna differenza fra questi due vocaboli. 11 (0 Quelli che discesi di mante Asirudo^ o usciti di qualche locanda ^ sia pur di Siena anche o di JRo^ nia, e dietro la carretta di qualche mjrlord^ fattisi por tare in Francia o in Inghilterra , quivi si spacciano per professai di lingua italiana^ meriterebbero la scu-- riada di qu^ demon crudi di Malebolge^ che facesse lor levar le berze e ricorrere a casa; per chcj non es^ sendo da loro il potere ^ non che sentir t essenza delle bellezze eteme dei nostri classici^ ma pur fiutar di che sappiano^ vanno gridando questi esser cose rance e an* ticfiuxte che pia non si leggono da niuno^ per tema che %U sciocchi che a lor ricorrono per inqjarare la nostra nobilissima lingua^ non gli ponessero loro davanti. Ma i akr a parte ^ ben meritano di non conoscere altro che la feccia cfe' nostri scrittori que* forestieri 9 1 quali 9 (0 QocUe parti di jaesU introdusione che soa segnale con due virgole . da capo e a* pie, appartengono alla seconda edizione   / t I Tilt i quando ben lor venga raccomandato alcuno che sia versato nella lingua^ e sappiala anche bene insegnare^ essi voglion pur mercanteggiare e stiracchiare ilprez^ za delle lezioni , come si farebbe con uno di questi mercatantuzzi che vanno per le botteghe da cafi^ , e I non si vergognano di rinfacciare a un vero professore^ f che il tale insegna sol per tanto^ e il cotale lo fa per menOf quasi potesse aiver luogo paragone fra questo e quelli. Essi si troveranno^ nondimeno^ aver perduto il tempo e la fatica diOro una lingua^ la quale io ardU^ SCO predire dover cadere^ non passer moWanni^ nelV obblivione^ e nel disprezzo di tutti gli uomini sensati^ perci che^ laddove otto anni fa^ quando pubblicai la prima edizione^ io mi contentava della approvazion dei pochi^ ora veggo essere in tanto numero cresciuti  giovani che si danxio tdlo studio della lingua^ che io spero vedere^ a* miei d , il tempo che pmhi t per lo contrario  si diran coloro che del vero bello non si diletteranno^. Troppo era duro il confessare^ nel principio del risurgimento della buona letteratura^ a coloro che gi avevano passato il sommo deirarco delV ^ lorOf se es- sere errati^ e no saper nulla^ e peggio che nulla^ in quanto  a stile i et quas imberbes didicerey seoes per- deoda fateri; ma la giovent del presente ten^j avendo in ogni parte d^ Italia^ e in Francia^ e in Inghilterra^ alcun zelante che loro accenm il sole nuovo e la luce nuova, non altri che g' ignoranti e i poveri d* inge-- gno vorranno tener gli occhi chiusi f o dar le spalle allo splendore che gli abbaglia. ,, .IX Nel manifesto che precedette ques opera ( quel-- h della prima edizione ) , adendo io condannato tot" te le altre grammatiche per insufficienti e difetto^ $e , lo jual motii^o nC a\^ea indotto a scrivere la presente , fu detto da alcuni essere oggimai cosa noia , chi pubblica un Ubro ^ sprezzare e cercar di distruggere la riputazione degli altri che trattano della stessa materia. Ora^ io rispondo che per ci produssi in quello V opinione di due letterati sopra la medesima necessit d una grammatica ; i quali , per non ai^ere quel fine che a me si potest attribuire^ dos^ean essere imparziali  Senza che^ potr il lettore giudicare da per se , dalla seguente definizione di una parola che d la grammatica del Corticelli , la quale ha kh ce f esser la migliore I C08TKUZI0NB SBLll P&BP08X2XONI di i* Di serre ordinariamente al geni tiro di cui  segno; per esempio. Erano gli anni  .   al numero pervenuti di mille trecento etc. B. a. Serre talrolta al datiyo in Tece di a. Ermo uomini e femmine di ^ross ifigignoi e i pia di tali servigi non usati, B. 3. Serre anche air ablativo in rece di da H Guardastmgno, passato di quella lancia, cadde, B 4. Parimente serre all^ ablativo in vece di con o in. Maestri, lavorate di forza* B. Dimmi di che io C' ho offeso, B. 5. Fa ancora le yeci di per. Egli piangeva ;  di grande piet ^ non potea motto fare. B. 6. Serre altres alT accusativo e aU^ ablativo invece dell^m e dellVnttfr de* Latini . le, natura umana e perfettissima delle altre nature di quaggik. D. 7. Talora  s^no di particolarit e vale alcuni o alquanti. Ebbtvi di quelli che intender vollono alla melanese, B. 1  ancora contrassegno o titolo  ma incorporata coli* articolo* ^iccoiiif il Tamagnin della portOf B* Non  questa una solenne confusione V attribuire nos^e sensi a una parola che non ne ha pi it son gi dotti nella lingua , la mia fatica non  per loro ; perch , questa seconda sK)lta , /* ho aumentata^ e migliorata^ e la pub^ ^lioOi specialmente per li giovani , e particolarmente per quelli che non hanno senior di stile n buono n (1) R gli Inglesi n i Francesi hanno una grammatica filosofica ; essi kuiDo dei frammenti, questi in Du Marsais, quelli in Harry. 2 I L _ xvui falso^ i quali spero assai pi agwolmerUe trarre dalla rta ; e questi | quanto pia avranno eia leggere , pia lor giover^ e disporragU per lo studio e la dilettanza de classici* La quantit de buoni esempj qui citati pre^ parer loro V orecchio a quella armonia ^ alla quale per non essere usi , o per conoscer solo la falsa^ sen* za un tal preludio^ lor parrebbe al primo di strumenti scordati* Io lo dico espunto perch sono alcuni che a prima giunta si sbigottiscono^ o fanno le meras^iglie . E costoro pe quali io mi sono affaticato ^ non bisogna die lascino indietro pure un versoi se vorranno salta- re qua el^ si smarriranno t non intenderanno; per- che di mano in mano eh* io procedo^ definisco questo e quel termine grammaticale del quale io fo uso ; non ricordandosi i quali , diventa oscuro quel che  chia- rissimo  Ai dotti lo so ancK io parr grave il dover leggere ci che gi sanno  per trovar quello che po- trebbero forse non sapere ; ma pure , se un Bartoli^ un Perticarla e un Monti ^ hanno fatto errori nello scrivere , quando essi meco convengano che siano er- rori^ potranno anch*glino^ leggendo queste carte^ cam^ minar pi sicuri ove eran dubbii ; se non  sia pur loro lecito quelli imitare  Restami ora a dichiarare quali scrittori io mi pren- der per arbitri in una quistione di grammatica. Per esempio , nella classica traduzione di Salustio di Fra Bartolomeo da San Concordie^ contemporaneo di Dante^ io trovo il pronome cui usato per agente del verbo i Cui io sia tu *1 saprai da colui che io ti mando. Ora io dico I questo cui messo per agente in luogo di chi XIX ( poich il inerbo essere porta due agenti ) , essere errore , e per intima mia persuasione , e per autorit dei tre sommi , Dante , il Petrarca , e il Boccaccio ; per che , altrimenti si potrebbero trovare esempj di una infinit di errori ^ prendendone un ila questo e un da quello anche classico autore ; e in tal Biodo non vi sarebbe pia freno  Una prova ne sia 11 Tor- to e il Diritto dei Non si pu del Sortoli ^ il qua^ le ^ attenendosi ai soli autori classici del Trecen^ to , tro^f pure con che poter giustificare qualunque errore si wglia fare in grammatica. Egli vuol pro^ vare per esempio che si possa dire alcuna cosa per alquanto o un poco ; ed eccolo in Pietra de* Crescenti: Io catino che abbia alcuna cosa d^acqua, E lo trO^a an^ che in Matteo yHlanix La misura del sale fu alcuna cosa consentita. Ma chi pu tollerare questo alcuna co- sa? /o son di parere che il pia corretto scrittore in prosa sia il Boccaccio (i); Dante e il Petrarca % in poesia \ per la massima parte degli esempii  tolta da loro. Ora j io dico che , quando pure alF orecchio w/o ripugnasse V usare quel cui per agente , t am^* ^netterei non pertanto come giustissimo , se ne trovassi esempio in itati e tre i gran maestri ; non gi se fosse adoperato solo in rima ; se in due o pur in uno oo* corresse , esporrei l mia opinione con pia o men ri" (i) Del Boccaccio dice il Perticar! :  Ora , questi difetti ( d colom> cbe areraiio scritto prose prima di lui ) il Boccaccio ben yide meglio che a grossi salar j e sconvenevoli , tratti , servino. B.  cosi ^loriao, conlenno. Alcuni hanno la poetica forma in n, coma Jacn, potn. 3 IO Cantai, Cantastif Cant GantamoiO) (3) Cantaste, Cantarono. (4) Canter 9 Canterai, Canterai, Canteremo, Canterete, Canteranno* PRCTERITO PXRFETTO Temei, (i) Temesti , Temo Tememmo, Temeste, Temerono. FUTURO Temer, Temerai, Temer, Temeremo Temerete Temeranno. Seqtii, Sentisti, Sent, (a) Sentimmo, Sentiste, Sentirono* Sentir, Sentirai , Sentir, Sentiremo, Sentirete, Sentiranno. (t) La prima petsona, la terza del singolare, e la terza del plurale  ai scrivono anche cosi temetti , temette  temettero  (a) Aperse i granai^ e i viveri BIKFIUO. Nella prima battaglia fu rotto $ niFEOSr, e prese il reame Erminio levati dalla riva gli arcieri suoi^ CBIEDSO I nostri levarsi Day- Le forme tronche cant, teme, senti , erano in origine scritte cantoe, temeo, eentio, toc! assai pi soavi. 11 Da- yanxati le nsa con parsimonia , e con tal precauzione io le userei tuttavia. (3) Molti fanno V errore di dire cantassimo , temessimo  sentissimo , fa- cendo cosi uso deirimperfetto del congiuntivo , in yece delfindicativo per- fetto. Non posso intendere per qual cagione abbian g* Italiani si poca cu- ra di parlare correttamente ! I Toscani fanno anche V altro errore di dire cantarono , ehiamorono , in vece di cantarono e chiamarono . (4) Le tronche cantaro^ temer , e sentir ; e cantar , temer , sentir j sono usate in verso e in prosa , e son bell) Si dice anche canUri^ presente : Che sia, sii 0 sia, sia , siamo, siate, siano o sino. Che abbia, abbia 0 abbi, abbia, (aggiVx, poet) abbiamo, abbiate, abbiano. Imperfetto t Che fossi, fossi, fosse, fossimo, foste, fos- sero. Che avessi, avessi, avesse, avessimo, aveste, aves- sero. Tempi composti^ Sono siBlo^ ecc., era stato, essen- do stato ecc. Ho avuto, aveva avuto, avendo avuto ecc. DB' VEUBI inilEGOLARI Di ({uesti verbi io dar solo le forme irregolari , e di esse , quante bastino a fin che il discente suppli- sca il rimanente da se per mezzo dei verbi regolari  Consiglio quindi, a chi impara, che si scrivano in in- tero tutti i seguenti verbi, nel medesimo ordine, di modi e di tempi , che son messi i regolari. Rispetto ai tempi composti convien determinare quali sieno  ver- bi che richiedono Y ausiliario essere^ essendo questi in numero molto minore di quelli che vogliono awre. Tut- ti quei verbi che non ricevono dopo di se alcun oggetto fi) Pia per sar  usatissimo anche in prosa 3 e talyolu Jino e Jin per saranno  (a) Fora  voce poetica ; sarian, sarin e sarino, anche deUa prosa. i6 ( vedremo la definizione di questo termine ) , vale a dire quelli che non soffrono dopo di se n 1' una n V al- tra di queste parole^ una persona^ una cosa 9 o i* equi- valente di esse  3enza V aiuto d* alcuna preposizione , cotai verbi vonno V ausiliario essere ; per esempio^ a/i- dare^ stare^ viifere^ correre. Montare e salire sono della medesima categoria^ bench si dica montare un cavallo^ ^salire una scala ; perci che la preposizione sopra  sot- tintesa^ e quindi cavallo e scala non rappresentano T og- getto. Per non lasciare chi studia nell' incertezza, per ora metteremo una forma di tempo composto a ciascun ver- bo degli irregolari* I verbi dormire^ desinare^ cenare^ e allri, sono eccettuati dalla regola aopra citata, e doman- dano asfere^ bench non comportino oggetto. Tutti i ver- bi altres nei quali la medesima persona rappresenta V a- gente e V oggetto , vale a dire V agente opera sopra se medesimo , come addormentarsi , dolersi , sconciarsi , pentirsi % senza eccezione , si debboo coniugare con e^- sere. Vi sono delle altre osservazioni molto pi estese sopra questo soggetto  che si troveranno nel capitolo de* Participi . VERBI IRREGOLARI CHE TERMINANO IN are. I tempi e i modi essendo posti nel medesimo or- dine dei verbi regolari, lo studioso li potr distinguere dalla loro terminazione  senza che sia apposto il nome a ciascuno. I modi, i tempi, e le persone che manca- no sono regolari, e alcune di queste sono segnate con linea 7 ANDARE Vo o vado, vai, va,  ,  , vanno. Andr o ande- r, etc Andrei o anderei, etc. Va, vada,  ,  , vadano* Che vada, etc. (i). Sono andato, etc. DARE Do, dai, d,  ,  , danno. Diedi o detli, desti ^ diede o dette , demmo , deste , diedero o dettero (2)  Dar. Darei D , dia o dea ,  ^  , diano o dino. Che dia. Che dessi. Ho. dato. FARE Facendo. Fatto. Fo o faccio, fai, fa, facciamo,  , fanno. Faceva (3). Feci, facesti, fece, facemmo, faceste, fecero. Far. Farei. Fa, faccia, facciamo,  , facciano. Che faccia. Che facessi. Ho fatto. STARB Sto, stai, sta,  ,  ^, stanno. Stetti, stesti, stette, stemmo, steste, stettero. Star . Starei  Sta , stia o stea,  y  , stiano. Che stia. Che stessi (4)- Sono stato. DELLA TERMINAZIONE IN ere I verbi del tutto regolari della coniugazione in ere essendo in piccol numero, daremo prima uno elenco di quelli, perch si possan vedere in un batter d* occhio. (i) La prima persona e la terza del plurale presente conguntiyo sono iOBpre egoaU aUe medesime eV imperatTO 3 la seconda si forma dalia pfinu mutando ituno in iate. (s) Anche dier : Dir de* remi in aequa B.  in poesia dierno 1 com- poiti riandare, trasandare, son regolari . (3) V*  anche Ja per faceva^ e faen^ in Dante , per facevano: Ahi co- V faein lor levar le herze ! V*  fero, poet., per fecero . (4) Generalmente e Toscani e Romani dicono andiedi o andeUi per a/t- sl da muoifere s fa nuUM) , muoui , muope, mosfiamo^ movete^ e non muoviamo^ muo^te^ co- me malamente si scrive da tutti senza distinzione, scrit- tori e non scrittori, letterati e non letterati , e stampa-* tori. Non solamente i. verbi, ma ogni altra parola va 22 soggetta a tale modificazione ; cos da tuoiio si dice io-' nare e non tuonare ^ da nuow^ ncMimente^ da buono , bonamente^ Il Per t icari nel suo trattato del Trecento dice dovremo quindi scuoprire queste male radici  in vece di scoprire  Il Bartoli mi va a spolverare i testi antichi per provare che si possa scrivere suonato^ brie^ dissimo e gielo ; ma come ho gi detto 9 in ^anto a ortografia, tutti ci accordiamo alla - moderna  Come ho di gi consigliato  intendo che Io sta- diante scriva in intero tutti i seguenti verbi irregolari con lo aiuto delle sottoposte regole { il che lo rafiferme- r nella scienza de^ verbi, e gli terr la noia d* aver a leggere e rileggere volumi sopra tal materia, senza per- ci poterne trarre alcuna teorica. Abbiam gi veduto che la maggior parte de^ verbi in ere non hanno pi che due forme irregolari , le quali si posson trovare, in un batter d* occhio. Le iftegolaril di quelli che rimangono si riducono a pochissime* semplificandole come segue. La seconda persona singolare del presente indica- tivo  quasi sempre regolare, e la terza similmente; ma se la seconda  irregolare , la terza, si forma da questa mutando V i in e ^ conduci  conduce^ La seconda del plurale  sempre regolare , e si prende dall' infinito; il quale se  contratto , tal persona si trae dalla parola originale, come condcete da conducere. La terza per* sona del plurale si ottiene aggiungendo no alla prima del singolare ; conduco , conducono. La prima persona plurale delP imperativo e del presente congiuntivo  sem- pre eguale alla corrispondente deir indicativo; conduciu' mo. Questi e il perfetto sono i modi e i tempi che 23 T8D pi sottoposti a irregoIaritSi  La seconda plurale idV imperativo  pur sempre regolare ; conducete. Le tre prime persone del presente congiuntivo sono, sen- za eccezione, eguali alla* terza dell* imperativo; condii^ ca\ la seconda ha due forme, conduchi e conduca^ (Que- sta  pi Dsata* La seconda plurale del presente con- gmalivo si forma dalla prima mutando iamo in late ; conduciamOf conduciate. Lk terza plurale dell* impera- tivo e del presente congiuntivo si toglie dalla terza del siogolare, aggiungendovi rao; conduca^ conducano^ Se il perfetto  irregolare, data la prima, le altre si otten-* gOQo per la regola gi posta al verbo torcere. Con queste regole, si come io ho gi esperimen- tatOf si possono far imparare i verbi anche ai fanciul- li , facendogli loro scrivere due o tre o anche quattro Tolte, pi tosto che travagliar loro il cervello con l'im- parare a memoria; il che, come io dissi nella introdu-* zionet nuoce allo sviluppo della fSaicolt intellettiva. verbi che hanno piu^ irregolarit^ gi' nominati a carte 18. coiroiniBE sincope (i) di conducere. Gondocendo* Condotto. Conduco  etc. Conduce- va, etc. Condussi, etc. Condurr, etc. Condurrei. Con- duci, conduca. Che- conducessi Ho condotto. BKVERK O BRB Questo verbo  regolare; ma si pu dire egual- mente bevo o beo^ etc. bevei^a o beesHi ; bever o (i) Sincope^ dal greco tof^lio e con vuol diie, pace a me trar fuori ona 0 pi siUabe, e poi rimetUr le altre insieme a4 ber ; belerei , berci o berrei. Il perfetto ha tre ma- niere, bevei^ beliti o bewi. Ho bewto o beuta* GAOXRE Caddi. Cader o cadr. Gaderei o cadrei* Sono caduto* CBIBDXRE Chiesto* Chiedo o chieggo, Chiedi, etc. Chiesi o chiede!. Chieda o chiegga. Ho chiesto. DiBB sincope di dicers Dicendo* Detto. Dico, dici o di\ dice, diciamo, di- te   Diceva. Dissi* Dir. Direi. Di*, dica* Che di- cessi. Ho 'detto. noLXRSI Mi dolgo o doglio, ti duoli, si duole, ci doglia- mo, vi dolete, si dolgono* Mi dolsi* Mi dorr. Mi dor- rei. Duoli ti o duolti, dolgasi o dogliasi , dogliamoci t doletevi, dolgansi. Mi son doluto DOVKRB Debbo, devo o deggio, debbi, devi o dei, deb- be , deve o dee, dobbiamo,  , debbono, deggiono, de- vono o deono* Dovr* Dovrei. Che debba o deggia. Ho dovuto, (i) NUOCERE (a) Nociuto. Nuoco o noccio, nuoci,  , nocciamo,  ,   Nocqui. Nuoci, noccia o nuoccia* Ho nociuto* PARERE Parato o parso. Paio , pari ,  , paiamo ,  ,   Parvi. Parr. Parrei* Pari, paia. Son paruto* (i) V* ehi vorrebbe escludere devi e deve dalla prosa, io non so perch, (a) Vedi 1* ossenrazione al verbo muovere , a carte ai. 25 PIACERE Piaciuto* Piaccio  piaci   9 piacciamo ,  ,   Piacqui. Piaci 9 piaccia. Son piaciuto. Il verbo giacere ha le stesse irregolarit. P0RR sincope di ponre Ponendo. Posto. Pongo, poni ,-*- poniamo, pone te,  . Poneva. Posi. Porr. Porrei. Poni , ponga. Po- nessi. Ho posto. POTERE I participj son regolari , ma si trova anche pos'^ sendo. E non possendo la sua possibilit sostenere le spese. B. Posso , puoi , pu , possiamo,  9  . Potr. Potrei. Che possa. Ho potuto. RIMANERE Rimaso o rimasto. Rimango, rimani, rimane, etc. Rioias* Rimarr. Rimarrei. Rimani, rimanga. Sono rimaso. SAPERE So, saiy sa, sappiamo, , sanno. Seppi. Sapr* Sa- prei Sappi, sappia,*, sappiate, (i)   Ho saputo. SCERRE O SCEGLIERE Scelto. Scelgo o sceglio, scegli. Scelsi.  Scegli, sce- sKa 0 scelga. Ho scelto. SEDERE Siedo, seggo o seggio, siedi, , sediamo o seggia- (0 Verwnente V imperatiTO di questo yerbo, come queUo d* ai^rt, altro BOB  che un presente del congiuntiro al 'quale si sottintende voglio che-j PCK^ il sapere o 1* ayere una cosa non si pu costrngere in altrui , ma dipende dal volere di colui che parla  Questa  la ragione perch li due accennati Terbi escono dalla regola generale, e non hanno la seconda delio ^pentir eguale a quella del presente indicatifo . 4 L a6 mot ~ *-* Siedi 9 sieda 9 segga o seggia* Sono eedutc* Possedere si forma sopra sedere^ ma non ha passeggio n passeggiamo i e il tempo composto  ho posseduto. aYELLERB Svelto. Svelgo o svelto, svelli. Svelsi. Svelli , svella o svelga. Ho svelto. TACERS Taciuto. Taccio , taci ,  tacciamo,  ,   Tacqui o tacetti. (i) Taci, taccia. Mi son taciuto. TEVERE Tengo 9 tieni , , teniamo,  ,  , Tenni. Terr. Terrei. Tieni, tenga. Ho tenuto. TOGLIERE Tolto. Toglio o tolgo, togli, etc. Tolsi. Toglier o torr. Toglierei o torrei. Togli, tolga o teglia. Ho tol- to. Queste doppie forme le hanno tutti i verbi che fi- niscono in agliere. TRARRE O TRARRE Traendo. Tratto. Traggo, trai,  , traiamo o trag- giamo , traete ,  . Traeva. Trassi. Trarr. Trarrei. Trai , tragga. Traessi. Ho tratto. Nota che qualunque verbo abbia la radice di al- cuno di questi, va soggetto alle medesime variet; cosi contrarre e sottrarre si formano da trarre^ indurre e produrre da condurre ; accadere da cadere ; disdire , interdire da dire ; apparere da parere ; frapporre , ap^ porre^ imporre da porre. (1) Domandommi consiglio ed io tacetti D. i i I 37 VALERE Valgo o vaglio, vali ,  , vagliamo,  ,  . Valsi. Varruj Varrei. Vali, valga o vaglia. Sod valuto* VEDERE Vedo, veggo o veggio, vedi,  , vediamo o veg- giamo,  ,  . Vid Vedr. Vedrei. Vedi o ve', veda, v^gg^f o veggia Ho veduto. VOLERE Voglio o vo', vuoi, vuole, vogliamo,  ^ vogliono 0 vooQO. (i) Volli, (a) Vorr. Vorrei. Che voglia. Ho ?olulo. DELLA TERMINAZIONE IN ire Questi verbi , fuor che sei che daremo qui ap- presso , si coniugano tutti come il verbo unire che se- gue , il quale  irregolare nei tempi presenti solamen- te; ma siccome i regolari sono pochi , metteremo pri- ma sott' occhio questi. 1 verbi regolari in ire sono i seguenti, e' loro composti. Aprire. Fuggire. Servire. Aryertre* Mentire. (3) Sentire. Bollire. Partire. Tossire. Convertire. Pentire. (4) Vestire. Dormire. (i) Mtr Bono ti lenti e si pigri che 9i tn>nno gli sproni  Bart. (0 False ne fa oso il DaTtozat  ma mi par da fiiggite pet lo senso (3) V*  anche mentisco : E t innocente danniamo che mentisce per Xilolo. Dar. Bla, mento ^ menti , pi usato. (4) Pentere  pure usato: Tito , uedendo questo  vinto da vergogna si ^lU pentere : La fortuna quasi pentuta della subita ingiuria /aita a Cissone  .  B. :28 Aprire^ coprire^ e scoprire^ fanno al perfetto aprii e a^ersif coprii e copersi etc. La seconda forma  mi- gliore. Il participio passato  aperto , coperto ^ e sco-- perto. Concepire fa concepito e conceputo. Dunque , fuor che questi pochi e* loro composti y come consentire di con e sentire ^ e li sei verbi che hanno irregolarit diverse, posti qui sotto, appresso unire^ tutti gli altri che terminano in ire sono coniugati co- me il seguente. UNIRE UniscOf unisci , unisce , uniamo , unite , uniscono. Unisci, unisca, etc. Che unisca, etc. Le stesse regole si osservano per questi verbi , che si sono stabilite per quelli in ere Apparire ha le due forme apparisci e appari^ ap^ parisce e dopare , appariscono e appaiono. Il preteri- to, apparvi , e cosi comparvi e dispariti* Ne sono alcu- ni, come abborrirCf che hanno tutte le persone di dop- pia forma, cio abborrisco e ahhorro ; abborrisci e ab borri , etc. Sofferire o soffrire fa sofferisco , soffer o soffro^ soffersi^ sofferii o soffrii^ sofferto. VERBI DELLA CONIUGAZIONE IN ire CHE HANNO DIVERSE IRREGOLARIT^ aroRiRE Morto. Muoio, muori,  , moiamo, ,  , Mor- r. Morrei. Muori, muoia. Sono morto. SALIRE Salgo, sali, , sagliamo, ,   Salj,salga. Son salilo* J T^ ^9 SEGUIU Segno o sieguo  segui o siegui^  , seguiamo, *-^,   Segui o siegui^ segua o siegua* Ho seguito. UDIRE Odot odif  , udiamo*  i  * Odi, oda. Ho udito. uscias Esco 9 esci 9 usdamot  9   Esci 9 esca. Sono tiscito. (l) TENIRK Venuto. Vengo, vieni, 9 etc. Venni* Verri* Ver- rei. Vienit venga* Son venuto* VEBBI DIFETTITI GIBB Le forme non ^ poste questi verbi non V hanno* Gito. Gite. Giva o gi, givi. etc. Gisli, g 0 go9 giaunoy giste, girono* Gir9 giraj9 eto* Girei, etc. Gite. Che gissi etc* (2) (i) ValU cui scuole ESCf toMttorc delia Gerusalemme; Qui SSClRBBBERO ferole indegne della grauit delle nostre questioni, dice il Perticar!, in luogo di usci e uscirebbero, il che mi par Sostare le forme de>erbi come ^U dice (arsi per li Fiorentini . (1) Se come dice il Monti nella Proposta (al verbo gire) questo yer- bo, cosi come emdare, ai potesse usare nel senso di morire, ogni qnal Tol- ta ti dicesse ad alcuno , con ira , gite o andate , ei si potrebbe credere dw si volesse mandare ali* altro mondo. Il Boccaccio dice : ^ceio che, mo^ ftndo io , vedendo il viso suo , ne possa andar consolato j e il Monti vvote che si chiosi possa morir Ma chi non intender qui nel suo vero scuso andar per andarne da questo mondo  Dante Pnrg. Ben faranno i f^en , quando il demanio lor sen gira : E qui ancora ha ' ellissi della pvole ila questo mondo. Onde si vede che solamente per le circostanae che ti accennano ai pu in questi due casi sostituire morire a gire e andare f * il nettere nel vocabolario che gire s usi per morire , sarebbe un vo- ler tornare alle tenebre donde egli cerca di Carne uscire Voglio dire che al- ito  uni espressione ellittica e altro una metafora ; che noti si hanno a V 3o IRB Ito. Ite* Iva (egli), ivano. Iremo, irete, iranno. Ite.  .ito. RIEDBRS Riedi, riede, riedono. Red, rieda, riedano. OLIRS Olite. Oliva, olivi, oliva , olivamo, olivate, olivano. CALERE Mi cale, ti cale, gli cale, ci cale , vi cale , loro cale. Mi caleva, ti caleva etc. Mi calse , ti calse eie. Non ti caglia, non vi caglia. XSERGERE Esercendo. Eserc, eserce, eserciamo, esercete. Eserceva, eie.  buono in tutte quelle forme ove sia- no le sillabe ce o ci'^ ma non dove sono co^ ca^ o cu. SOLERE Solendo. Solito. Soglio, suoli, suole, sogliamo, so- lete, sogliono. Soleva, etc. Fui solito, etc. Che soglia, etc. Le forme adoperate dal Macchiavello, arebbero per avrebbero 9 sentii per sentiate , eri per eravate^ etc. 1 son cadute ; e quantunque egli abbia scritto egregia* mente per lo stile e. per le idee , gli errori fioren- tini che usa nei verbi non sono della lingua tosca- na, non ne avendo fatto uso il Boccaccio; e tocca a confondere Tana con T altra; perci che perire , il qual rerbo, per latina origine , significa cadere , usato per morire essendo proprio metaforico , in qualuncpie modo  e tempo, e persona si usi, smpre consenrer la medesima forza, senza aggiungere circostanza alcuna: peri, perirem, perirebbero, peri-e, e finalmente spegnere per uccidere; il che non ay viene degU altri due ver- bL Di questa distiniione mi occorrer parlarne pi lungamente altroye , per distruggere altri errori. r  cedalo dalla preposizione di^ far TulBcio di qu^ujficante ad altro nome espresso o sottinteso ; ma poich vediamo che il nome menzogna sarebbe senaia effetto, se non vi fosse apposta l preposizione di ,  necessario mostrare che cosa  preposizione .  Preposizione vin dal Latino , e significa posizione annodi^ perci che generalmente occupa la posizione avanti a QQ oggetto (i) Le principali sono di^ a, da^ in^ con^ per^ le quali sono altrettanti segni che nella proposi-*- one servono a legare una parola con T altra, a met^ terle in reciproca relazione^ come abbiam veduto la pre- posizione di aver messo menzogna in relazione con faccia* Seguiamo ora a definire i diversi officj che fa il nome secondo la preposizione che lo precede  j^d Abraam risvolto , disse* B* Bisogna reintegrare la proposizione per analizzarla; eg/i essendosi risvolto o oi^endo rivolto se ad Abraam. Egli  r agente. L' oggetto sopra il quale si appog- gia il verbo  se. Rimane Abraam che rappresenta la persona alla quale si dirige T oggetto del verbo, e clie & il terzo officio nella proposizione  (i) La proposizione  pur composu di pr  poiitio , posisioae avanti: Aa il senso di questa trae Tidea dal yerbo porre, e non dal nome ponzio^ w. e significa porre avanti i numero di parole che ti oongono davanti ^ cui si parla  46 'A me non si cowiene. B. Ordine diretto , Ci non si conviene a me. Ci  r agente* Convenire  uno di quei verbi che esprimono stato e non azione; perci non ha oggetto. Me  la persona cui tende V idea del verbo convenire.. Ora, V of^ ficio del nome preceduto dalla preposizione a  quello di mostrare la cosa alla qaale tende Toggetto del ver- bo ; o T azione o V idea del verbo  se questo non ha oggetto; il quale attributo non potendosi esprimere con una sol parola in italiano, prenderemo la latina Djtif'O^ che significa persona a cui si d alcuna cosa ; il che per analogia si pu benissimo dire della persona cui ten- de alcuna cosa. Questa parola latina  dunque chiara, ed esprimente quello che vi si attribuisce ; perci la adotteremo. Non dimentichi chi mi siegue che abbia- mo stabiliti li tre vocaboli agente , oggetto , e datiiH>^ de* quali avremo maggior bisogno ne* seguenti capitoli. Del qualip,cante che abbiam gi veduto , e delle altre relazioni formate con le preposizioni,  minore per ora r importanza  . Io fui da tutti benignamente accolto. B. Questa proposizione  inversa ; la diretta  tutti accolsero me benignamente*^ s che quel eh' era oggetto del verbo principale accolsero ^  fatto reggente del verbo essere , e passivo , cio ricevente V azione da esterno agente* Dunque il nome al quale la preposizione da  apposta, rappresenta in questo caso la persona onde viene Fazione; e la preposizione mette in relazione chi la fa con colui che la riceve. 47 La finestra era inolio alta da terra. B. Finestra  ageote del verbo ra ; terra il luogo onde si parte misurando la distanza; e la preposizione mette in relazione li due nomi finestra e terra. Rias- sarnendo V idea superiore con questtf  concbiuderemo che il Dome preceduto dalla preposizione da addita la persona dalla quale procede V azione , o il luogo onde r Qom si parte  Tanto basta aver detto delle funzioni che fa il nome insieme con le tre preposizioni di^ a, da^ le quali pi& spesso intervengono a formare la frase* Delle altre trat* teremo a suo luogo; ove ai parler pi diffusamente anche di queste. Ora passeremo a ragionar dell' arti- colo , il quale ha tanta affinit col nome e con le pre-^ posizioni  CAP. V. DELL* ARTICOLO A me pare che articolo  derivante dal latino ar^ ticubis j sia stato preso dai grammatici nel senso di di- minutivo di membro  come si direbbe con altra parola italiana particella; e che cosi sia stato detto, perch  composto d'una sillaba, ed  qual piccol membro della proposizione* Altri dicono che articulus sia preso nel senso di giuntura , nel quale io non discerno alcun si- gnificato. Nella nostra lingua ne sono tre, i7, lo^ lai il plorale de' quali  in gli^ le. 48 KSEMP J Singolare. Plurale. Singolare. Plurale. il tempo,  i tempi. lo zoppo, gli zoppi. r amore, gli amori* la favola, le favole lo strepito, gli strepiti. 1* ora, le ore* Duo articoli sono del mascolino , // e lo ^ la del femminino* i7 si adopera oo* nomi che comincian da con*- sonante, eccettuate la s seguita da altra consonante e la JB ; il plurale  i. Lo si premette a que^ nomi che co- mincian per vocale,. e Vo si elide, specialmente avanti ad altra o; il plurale  gli^ che si pu elidere solaoien- le innanzi alP i, e non innanzi ad altra vocale, come erroneamente si fa da alcuni. Anche i nomi che non ri- cevono il , cio quelli comincianti da 2 o da ^ seguita da altra consonante, vogliono lo nel singolare. e gli nel plorale. La si prepone ai nomi femminini, e si elide quando comincian da vocale, sopra tutto innanzi air a. Queste son le regole generali delKuso materiale degli arti- coli, alle quali nondimeno non fa bisogno che s* attenga strettamente lo scrittore: Nel trionfo maggiore lo generale vittorioso entrava in Roma coronato d'alloro. Dav. In luo- go di il generale  qui usato lo generale ; e vi sta bene. Alcune preposizioni sono giunte con gli articoli come siegne . li 1 1 LA di 11, del. di ^y dei. di la. della. a al. a Jf ai. a la. alla. da dal. da N dai. da la. dalla. in nel. in n nei, . in la, nella. con col. con h coi su sul. su  'f sui. 49 1.0 cu LK di K dello. di g degli* di le, delle. i lo, allo. a gli* agli. a le, alle. da Io, dallo. da gli, dagli. da le. dalle* in Io, nello. in gli negli.  10 le. nelle. Queste Toci delf dello^ dallo^ ecc., son duQqu paralo composte di up articolo e di una prepos2ftoDe e a'graa torto alcuni persistono in chiamarle articoli  segnacasi. Si dice anche 9 coUo\ colla ^ coglia oolle i ma i buoni autori le usaroo di rado, forse perch queste so DO -altrettante forme di parole esprimenti oggetti^ il collOf la coUa^ e il colle \ quindi si trovano per lo pi le for- me disgiunte con to^ con la^ con gli^ con le Cos dissi nella prima edizione ; ma ora dichiaro esser mia opinione che si deta scrivere la pre^osizio* ne con divisa dagli' articoli to^ la^ e da* loro plorar! i, ap* ponto per la ragione che, giunta con gli articoli, forma nomi; e anche per l' armonia stessa, la quale vuol bene che si dica dello ^ allo^ daglii perch, rimanendo divise queste voci in laK /o, a lo^ da gli^ formano un siiono lan- guido, e sarebbe impossibile il sostenere T impeto d'un pssionato parlare ; ma la preposizione con^ per lo con- trario , h& pi forza divisa dall' articolo , perch ha lo appoggio di una consonante ; e finalmente, poich in or- tograOa abbiamo miglior gusto noi moderni , si fermi anche questa regola, che con s* abbia ad unire solo con gli articoli il e i ; e con gli altri se non quando sia fatta elision della vocale. L* articolo li altro plorale del mascolino si usa per lo pi dopo la preposizione per , e avanti il giorno del 5o mese* Dopo la preposizione per^ Del singolare si usa lo in preferenza di il ; ma con libero arbitrio. Pi spesso scriverei per lo o per il^ che peL Le forme frallo^ frolla^ pella^ sullOf sulluf in vece di fra lo , fra laf per la^ su lo^ e su la^ sono cattive e per ci da fuggirsi. La ragione  che fra e su portan V appog- gio della .voce, U che non possono a, di^ da^ ne* Pei e pe^ A usa in cambio di per i  Notisi che le preposizioni di e in si mutano inde e ne quando aon giante air articolo* Dei^ plurale di DiOf vuol r articolo g/i 9 per non fare i due suoni simM ilei Dei^ ai Dei etc Talvolta si elide Vi dalle forme dei^ ai^ dai^ neif coi. In tal caso egli  assolutamente necessario sostituirvi Tapostrofo, omettendo il quale da a e da^ si fa- rebbe uno errore non solo di ortografia , ma di sintassi ; scriverassi dunque de\ a\ da\ ne\ co\ Anche dopo la congiunzione e si pu togliere Tarticolo /| mettendo |in a- postrofo: Prenderemo i terreni^ le mogli f e" danari da' Germani. Dav E appresso^ fatti richiedere il lanaiuolo e* prestatori* B. QUANDO S^ ABBIA A PORRE JL' ARTICOLO AL NOME j E QUANDO NO. La difficolt del porre o lasciare l* articolo non si ve- de in tutta la estensione, se non quando si mettano in com* parazione due lingue; onde il parlar di teorica dell* artico- lo, potrebbe, al primo, parer superfluo ad alcuno; perci che, per pratica, di rado si pu errare nelPuso dell* artico- lo; non dico gi dello adoperar Tuno pi tosto che V altro, 5i cbe nulla ; dico del sapere qaando ai debba porre al no- me) e qaando no. Ma chi ha proposto di dar ragione delle cose, luso delParticolo offre pi campo allo argoaientare, che finora non s' immaginato da coloro che hanno scritto in grammatica; e a me ha dato pia da pensare questa par- te che, direi quasi lutto il resto delPopera.  qui si pu ben ;dire con Dante a chi legge, che il velo  sottile tanto che ci vuol acume a trapassar dentro. ! S trcpassammo^ toccando un poco la ulta futu- ra. D. 2. La medUcina da guarirlo so io bene B. 3. iSb- no ancor venute us damigelle ? B. L'articolo non  altro che un segno che serve a mo- strare un nonae determinato, come si farebbe con un dito accennando una cosa nominata Il nome pu esser deter- miDato nel genere e nella specie; nel genere quando, tra molte cose delio stesso genere, si distingue una specie; nella specie , quando tra pi cavalli se ne accenna un parti- colare. Nei suddetti esempj il nome  determinato nella spe- cie, e dinota cose tutte particolari. Il determinante in que- sto caso pu essere un aggettivo, o pi parole espresse o sot- tintese. Nel primo esempio V aggettivo futura determina il Mroe wfa, la quale si divide in presente e futura; nel secon- do Tespressione dSs gfSAirir/o determinala medicina'^ nel terzo il nome damigelle si determina dalle parole sottintese che W( state aspettando  I  L* ingratitudine  antidiissimo peccato* B. ^. Di ci ne  testimone l' africa. M. 3. Non se ne dee l' u- ^ maravigliare. B. 4* Gu uomini in molte cose peccano ^siderandos B. 53 In questi esemp} il nome  determinato e specifica- to nel genere; vale a dire la specie  tratta dal genere; bench questa intenzione non sia apparente, e sia solo in mente di chi parla; perch quando si dice f ingratitudine ^ i si mette V articolo per distinguerla tra il genere de^ [beccati; e Tarticolo v*  posto come a cosa determinata e specificata, tratta dal nome generico peccato^ come se si dicesse il peccato ingratitudine  aniichissimo* Cosi nel secondo esempio il generico specificato dxt j^frica  paese; nel terzo ente  specificato da uomo; e nel quarto parimene te, enti da uomini. Dico che in tal caso colui che parla io- tende sempre a distinguere la cosa nominata , e a met- terla in opposizione alle altre dello stesso genere; perch ora vedremo che  quando non si abbia di mira alcuna determinazione o confronto, il^nome si adopera sema arti- colo. Per la stessa ragione qui sopra addotta si dice con Tarticolo il cielOf il mondo^ V Inferno^ il Paradiso^ i filo* soft^ gli scrittori^ le wrt^ i vizj\ le erbe^ i metalli f eie. 1  JL ccpia delle cose genera jfjstio. D ^. La pos^ert non toglie gentmiezza ad alcuno* B 3. Pik volte a ferire uoMtJffi si tresc. B 4 Dices^a testmo^ if MANZE false. B. In questi esempj sono quattro nomi senza articolo ; vediamo se ci vien fatto di far intendere la ragione, perch r articolo non ci voglia, essendo il problema uno de* pi difiicili. Qnella parola che piik occupa il pensiero nel pri- mo esempio,  oopia^ la quale  determinata dalla espres- sione delle cosef ed  messa in opppsisdone, nella mente d chi parla, alla scarsit; per lo che doppiamente richiede r articolo; ma il nome fastidio non  posto in confronto 53 con altre cose, come sarebbe se, iovertendo la proposizio- ne, si dicesse; il fastidio si genera per la copia delle cose^ do?e egli  evideate che fastidio ?ieD coatrapposlo alle al- tre sensazioni, ed  quiudi determinato. Nel secondo esem- pio ben si potrebbe apporre Tarticolo a gentilezza^ e allora sarebbe essa posta in confronto con quelle cose che toglie la povert; ma, senza articolo, il pensiero si ristringe alla sola idea di gentilezza, ed  modo elegante. Nel terzo esem pio ancora si potrebbe dire a ferir gli uomini^ qnando s volessero distinguere gli nomini dagli altri enti ; nel qoal caso il senso sarebbe pia wlte si troi^ a ferire non che le flere^ per esempio, ma gli uomini; ma non essendo questa r intenzione di chi parla, non occorre V articolo. Altri si potrebbe opporre a questa mia ultima supposizione col se- guente esempio di Dante, Uomini siate ^ e non pecore matte; dicendo che qui Dante ben mette in confronto e pecore con %\ uomini j e pur non usa Tarticolo. Un tal confronto sa- rebbe logicamente impossibile, a chi guarda sottilmente, non potendo gli uomini esser le pecore; n viceversa. No, Dante non ha questa idea in tal caso ; ma solo intende a qualificare il nome enti sottinteso , e adopera i due nomi umirU e pecore^ quali aggettivi, quasi dicesse, siate ra-^ ponevoli e non bestiali; il confronto sta adunque solo nel^ le parole qualificanti. Cosi nel quarto esempio se le testi'* ^wmianze false fosser poste in confronto con le pere, si richiederebbe l'articolo; come per esempio, questi disse le testimonianze false^ e quegli disse le ^ere. Salvo a chi avesse questa intenzione o simile, l'articolo sarebbe male apposto a testimonianze false. Dunque si vede, non da- qaest'altimo caso, ma dal secondo e dal terzo, che alcuna 54 volta leggerissima  la differenza cbe passa dal porre ad omettere V articolo ; e quanto  pi sottile la differenza , tanto  pi elegaote s come quella che esprime le idee pi delicate . ! Il pensiero  aito proprio della RAoiomE. D. 2 La piet  una nobile disposizione d^ animo. D. 3. A chi conoscimento ha^ niuno dolore  pari a quello d" ave^ re IL TEMPO perduto. B. Nei primi due esempj sono due qualificanti , della ragione e d'animo; ma perch Tuno con l'articolo eTaltro senza? Il nome generico che pu comprendere la ragione  potenza^ essendo la ragione una delle potenze delle quali  dotato l'uomo. Ora, mette l'Autore in confronto questa con le altre potenze, e attribuisce a lei particolarmente V atto di pensare; quindi v* appone T articolo come a nome de- terminato dal genere alla specie  Nel secondo esempio, se l'animo fosse messo in con- fronto con qualche altra cosa, non si potrebbe intendere se non col corpo, essendo queste le due parti di cui  composto l'uomo; ma, avendo gi l'Autore qualificata indisposizione con r aggettivo nobile^ detto confronto non potrebbe pi aver luogo, non potendosi una nobile disposizione attribuire se non b\V animo* Dunque Vanirne non  messo in confron- to con l'altra parte detruomo, cio col corpo; dunque non  nome determinato; quindi non ha articolo. Tolgasi per un esempio via l'aggettivo nobile^ e allora si vedr che Far- ticolo ci vuole; la piet  una disposizione delV animo; per- ci che il corpo ancora ha disposizioni. Cosi nel 3. esempio egli  evidente che il tempo  posto in opposizione a qua* lunque altra cosa ; egli  dunque determinalo , e tratto 55 dal genere alla specie; e perci porta Tartlcolo. Quando si dice non perder tempo^ Don si ha di mira altro che il ^anto , ma non il confronto eoo le altre cose  I  Non i grandi palazzi^ non i^ ampie possessioni , non lui porpora^ non L^oro^ fanno Viiomo onorare^ ma i^a^ nimo di s^irt splendido. B, 2; N vecchiezza^ n /t- r bruita'^ n paura di morte^ dalla sua tnalvagit than-- no potuto rimuoi^ere. B. Qaesti esempj ben mostrano quanto sia filosofica la teorica dell'articolo, e provano evidentemente essere Ti- dea di confronto una delle ragioni del porlo. Li nomi del primo esempio portan tutti V articolo, perch sono posti in confronto V un con V altro, e tutti con V animo; nel se- condo non si fa se non accennare la qualit delle cose , senza verun confronto tra esse; e di tutte insieme si forma una sola idea adoperante sopra il verbo hanno'. Per ci si vede che, nel primo caso, perch Y Autore determina le cose a una a una, le ha divise tutte con la negazione; men tre che, nel secondo, le ha giunte tutte insieme per la con- giuaxione n; come se avesse detto e s^ecchiezza^ e infer-- nUij e paura di morte^ non hanno etc. I. Non PASSIONE^ ma virt"  stata la mos^ente cagione. D. 2. Le Muse son donne. B. Abbiamo detto che qualche volta il nome  adope- rato per aggettivo. Nel primo di questi esempj non in- tende r Autore a mettere in confronto i nomi y^irt epas^ sione nella loro specie; ma solo gli adopera in genere, quali aggettivi a qualificar la mos^ente cagione*, come egli fece coi nomi uomini e pecore nell* esempio gi allegato, II* idea qui , la morente cagione non  stata atto di pas^ 56 sione ^ ma atto di virt ^ dove non  confronto se non nelle qualificazioni dello attOy ma non nella easensa dei qualificanti medesimi. Donne nel secondo esempio  pure usato a guisa d^aggettivo, e quindi  senza articolo . Buio it inferno e di notte pris^ata Z>* ogni pianeta y sotto pover cielo  Quant^ esser pu di nuwl tenebrata^ Non fece al uiso mio s grosso velo* D. Ecco quattro nomi senza articolo in questi sublimi yersi di Dante, ne* quali  tanta forza ed espressione. Egli  vero che i qualificanti inferno e notte sono pri- vi d^articolo, perch manca a buio nome qualificato; il che avviene spesso del qualificante; ma perch alcuno potrebbe credere che Tespressione d'inferno^ e gli aggettivi /ir/t^o^a e poiferaf faccian V ufficio di determinanti, come mostrai a carte Si ragionando di quei tre esempj, dico che, in qne* sto caso,essisono semplici qualificanti, e non determinanti, simili alla parola d'animo nell* esempio che abbiamo gi veduto, La piet  una nobile disposizione d" animo. Non essendo dunque i nomi inferno e notte posti io confron- io, buio rimane pure indeterminato; il che arroge molto alla forza dell' espressione, e ben dipnge il caos che vuol esprimere il poeta; il quale accumulando tutte le cose che accenna Tuna sopra T altra, senza fermarsi pi in que* sta che in quella, di tutte insieme fa Tagnte alla proposi* zione Non fece al s^iso mio s grosso velo. Vi voglio ricordare essere la natura de* motti cota^ /e, che essi come la pecora morde deono cos mordere L uditore^ e non come 'i cane ; perci che^ se come cane nordesse n motto^ non sarebbe botto^ ma villania. B. 5? Nel primo caso il nome cane porta V articolo, perch ] due animali cane e pecora sono posti io confronto; ma nel secondo questo medesimo nome cane diventa secondario, e tatta l'importanza della proposizione  conferita alla voce motto. Gli ultimi, nuMo e uillania^ sono adoperati per qua- lificanti del precedente nome motto ; onde tengono luogo d'aggettivi 9 e son per ci senza articolo. I. Nulla cosa sta pia in donna bene che cortesa. B. 3. Amore mi costringe a cos fare. B. 3. Io ho inteso da uomo degno di fede che in mughone si trova una pie-^ tra eoe B. 4* ^ ^^ Maso rispose che nel mognone se ne soleiwi troi^are. B. Bispetto al terzo e quarto esempio dice il Buonmattei che,  queir autore accortissimo, omettendo Tarticolo, lo fa per descriver la semplicit di Calandrino, il quale, come di grossa pasta, si lasciava non solo uscir i nomi di mente, ma scambiava i modi del dire; dove Maso che gli dava a cre- der si bella cantafavola, non dice in Mugnone ma nel Mu^ ffione j|,  Ingegnosa soluzion filosofica ! L* Autore disse in Mugnone e nel Mugnone perch si pu far uso dei due modi parimente, come si dice in P09 tnelPoj in Arno e nelVAmo^per mare e per lo mare^ in Rancia^ di Francia^ e nella Francia^ della Francia^ con glio. F, Non dico che sia sempre necessario seguire la rego- la sopra stabilita; che nel primo di questi esempj, ove sono quattro dativi, sarebbe una noia V usare i pi en- fatici; e si disdirebbe alia vivacit con cui sono espres- (i) L*accento tonico, come vedremo nel capitolo deir Ortografia,  qoelU enfasi che si sente in ogni parola che formi senso da ie. In Paot, per e* sempio, V accento e sopra 1* a; in tenwrt, Terbo, sopra nr ; in tenere^ agget-* tiro, sopra te . 6S se (jaelle parole; senza che, la enfasi (i) ha pi biso- gDo in tal caso d* appoggiarsi a* verbi che alle persone. U ripetere il nome personale, come nel secondo esem- piOf  naturale, e rende V espressione vivace e forte. I. EUa venne a scusar se e a confortar me. B. 2. Di^ te voi a ME? guardate che voi non m* abbiate colta in iscambio* B. 3, j vot non coster niente. B 4* Messer Ger non ti manda a me. B. 5* Ed io a lui i Da me stesso non vegno. D. Non 80I09 come si  veduto, quando due dativi o due oggetti dipendono dal medesimo verbo ; ma anche, come appare dal primo esempio, allora che sono soggetti a due ferhi differenti, purch vi sia confronto di persone , si usa- BO le forme di maggior valore me, te, se; a me, a t, a se. Nel secondo, nel terzo, e quarto esempio, le persone mes- se in confronto sono sottintese (3) , e T ordine intero po- trebbe essere. Dite voi a me o ad altri ? A voi non co^ sier niente^ ma a me molto ; Messer Ger non ti man- da a me^ ma ad Amo^ o cosa simile Il quinto esempio  dato per mostrare che , qualunque sia la preposizione ap posta a un nome personale, vuoisi adoperare la forma di maggior forza. I  CojXFORTjrrEViy voi siete in casa vostra. B. 2. Non et OAE questa seccaggine stanotte. B. 3. Io son presto a comrESSjinri il vero. B. 4* credenos la morte fug^ (i) Dal greco emphasis, composto di phans en , detto da dentro , cio prola detta con forte emission di fiato. (s) Souinundgr  vocabolo che spetto ci occonreii  significa intender wUo il Telane delle parole non in pieno espresse, qnel ehe si Tuoi signifi- cale per intero. Nello stesso modo faremo uso di 9 * intende^ cio in que- llo  intuo . 66 gire^ in quella incapparono. B. 5. Fattosi y^nire una ccp- pa ctoro^ la mand alla figliuola. B. 6. Io sento trarmm a riiPa. P. 7. ybi Mi POTETE torre quanto io tengo. B. Le particelle mij ti^ ci^ plesse* B. ^. Avocano il giogo bel- lo E scosso f se la prosperit non li faceva trascurati. Dav. Spesso si adopera V aggettivo senza il nome, e in quel caso r aggettivo s* accorda col nome sottinteso* Nel primp esempio si sottintende tempo ; nel secondo con \H)ce^ nel terzo bcda* l aggettivo forte nnlladimeno si pu classifica- re tra gli avverbj, come vedremo* Se un aggettivo qualifica dae nomi, come nel quarto esempio costumi e usanze da dUdine^ T aggettivo s' accorda col secondo nel genere e nel numero. Se li due noqii sono in singolare, e dello stesso genere, T aggettivo si pino mettere parimente in singolare, come nel quinto esempio, o pure nel plurale dicendo ayea Vuna e Vakra man mozze; ma se i nomi non sono dello stes- so genere, V aggettivo pi volentier s' accorda col pi vicino, a^a una mano e il naso tronco. Alcuni aggettivi, quali so- no grande^ bello^ san^o^ ttno, alcuno^ signore^ si ironcano 7 74 in gran^ bel^ san^ un^ alcun^ signor^ davanti ai nomi masco- lini che cominciano per consonante, fuor quando sia la s seguita da altra consonante. L' aggettivo bello^ neW idioti- smo bello e fatto^ bello e scosso ^ non significa altro che quello che suona; e si dice cos perch una cosa fatta, com- piota, e finita,  bella. Simil senso Jia. nella seguente espres- sione, Iwati quattro bicchieri belli e nuoi^i, e nelle simili. AGGETTIVI DI QUANTIT^ Vi sono alquanti vocaboli che si osano a dinotar quan- tit della cosa che il ooine rappresenta; e come fanno pare Tufficio di qualificarlo in questo riguardo, si chiamano ag- gettivi di quantit. I  In Tjnta afflinone e miseria^ era F autorit delle leggi quasi caduta  B. a. In pochi anni grandissima quantit di denari as^anzarono. B* 3 Questo fatto  no* tO a MOLTI. B. Gli aggettivi di quantit tanto^ quanto^ troppo^ molto^ poco^ alquanto^ s* accordano col nome come tutti gli altri che finiscono ino; quindi hanno quattro desinenze. Il terzo esempio mostra che il nome qualche volta si sottintende , sopra tutto quando sia uomini , dicendosi i^i sono molti^ 9 sono alquanti^ w sono tanti^ ecc. Il vocabolo tanto dino- ta quantit equivalente a quella onde uno ha gi parlato, o che accenna di voler dire, s che per se medesimo non for- ma mai proposizione intera; a compiere la quale vuoisi ac- coppiare con quanto^ come vedremo trattando delle com- parazioni. Per la medesima ragione il quanto vicenda con* segue secondo le circostanze. Troppo dinota eccesso; roo/ to^ quantit grande; poco piccola; e alquanto equivale a un poco. Il vocabolo altrettanto  composto di altro e tantOt socio come questo di quanto  75 I  La giocane non era poco aweduta. B. 2. Era la casa sopra il mare^ e alta moito. B. 3. Si dices^a che egli tenesse jiuanto della opinione degli Ifiicuri. B. 4. Egli mi d un poco di noia. B* 5., Io ho gran de^ siderio dC as^er di quelle pere ; vnonta su V albero^ e git" tane gi alqu^jitte. B. NoQ"' solamente gli aggettivi si adoperano ad espri- mere quantit di sostanza, vale a dire a qualificare il nome, ma ancora a modificare un altro aggettivoi cio a diminuii* re 0 ad accrescere di quello la qualit; e allora V aggettivo di quantit ritiene la terminazione del mascolino ; perci che mascolino  il nome sottinteso. La costruzione intera de' primi due esemp j , la gioirne non era in poco gra^ do avveduta ; la casa era alta per molto tratto o spazici e si pu notare questa semplice regola, che, se le paro- le moUOf poco^ tanto, ecc. , precedono un nome, concor- dano con esso; se un aggettivo, il pii noQ mutano. Pochi conoscono il valore delfaggettivo alquanto e- qoivalente ^unpoco. Questi due vocaboli posti avanti a un nome singolare, in una proposizine affermativa, vogliono la preposizione //, come mostrano li esemp} terzo e quarto, ma io una proposizione negativa, per esempio, // mandarlo fiso* ri di casa nostra cos infermo sarebbe manifesto segno di foco snno^ La sposa fu poco contenta^ la voce alquanto aoa si pu usare; e ci per la natura della parola stessa die, dal latino aliquantum^ cio aUquid quantum^ ulama (juantit^ dinota una espressione affermativa, mentre che il vocabolo poco^ che esprime piccola quantit^ essendo. Mgatiyo, diventa affermativo, aggiungendovi Taggettivo unoi cio una piccola quantit* Nel plurale la regola  pi 76 semplice* Se si afferma si fa uso della parola alquanto^ co^ me Del quinto esempio, e uel seguente pure del Boccaccio, Richesti alquanti nobili gio\fani; e per lo contrario, nella negazione si adopera.^oco. li Petrarca, Pochi compagni a- i^rai per V altra via; e il Boccaccio, Son poche sere che egli non si vada inebbriando per le taverne. Alquanto s usa senza la preposizione di anche nel singolare: Ma poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui. B. i Vedendola di tanta buona fermezza^ sommo a* mor le avea posto* B. 2. E tanto buono ardire al cor mi corse    D. 3* Sembiante facendo d* esser tornato con MOLTA pia mercatanzia che prima. B. 4* Nella quale TANTO di piacevolezza gli dimostraste che^ / egli prima V amava j in ben mille doppj faceste famor raddoppiare. B. In luogo di dire La notte era tanto oscura , Ella era tanto obbediente e tanto servente , per la ragione che adducemmo , che gli aggettivi di quantit non mutano avanti a un altro aggettivo, cio non s*accordan col no- me, i Romani dicono generalmente la notte era tanta oscura; ella era tanta obbediente e tanta servente. Egli  vero che, nel primo esempio, tanto  mutato in tanta avanti T aggettivo buona; ma, in questo caso V aggettivo tanto non  posto a modificare, /cio ad accrescere la qua- lit espressa da buona; ma bens ad esprimere quantit del*- la cosa rappresentata dal nome fermezza, come se si dices^ se tanta fermezza buona. Similmente nel secondo esempio, se il nome ardire fosse femminino, tanto s* accorderebbe con esso; perch quivi tanto non modifica l'aggettivo buo^* no , ma esprime quantit di ardire buono. Cos nel terzo il concetto  mlta mercatanzia e pi che prima. Que- 77 sto & me pare che possa aver luogo solamente quando Io aggettivo dinotante quantit si possa attribuire, insieme con quello che lo siegue, a un nome abbiente (i) a quan- tit, come ne* tre primi esempj, fermezza^ ardire^ mercu" tanzia; ma quando il vocabolo che esprime quantit non abbia altro appoggio che uno aggettivo, come nel seguen- te del Boccaccio: La fanciulla tanta contenta rimase^ quan^^ ta altra donna fosse giammai^ io dico esser meglio non lo far accordare con V agente, come qui con fanciulla^ cosa onica e non divisbile in quantit. Non  da farne abuso por nel primo caso; ma s* adoperi in particolari circostan- ze, aflin che abbia valore quando il bisogno il richiegga. Il dire tanto di piacesmlezza in luogo di tanta piace- volezza^ cio porre la preposizione di tra l'aggettivo di quan- tit e il nome,  maniera latina usala qualche volta dal Boc- caccio; e similmente ^/ di statore in vecepi valore^ come nel seguente esempio. Cosa inconveniente sarebbe a conce- dere che pi di valore avesse n" piccoli fanciulli Vusan' zanche il senno negli attempati. B* Ma guardiamoci dallo abuso, poich  anche maniera francese. I  Ella il pianse^ e assai volte in vano il chiam. B. 2. Piu* giorni felicemente navigarono. B. 3. Non pot* tu far cosa che meritasse manco scusa. Caro. 4* ^^ tmto ubbidire come schiavi a quattro scalzi centurioni e ^no tribuni ? Day. Come vedremo che questi vocaboli si usano anco per aTverbj, cos gli avverbj assai^ pi^ menOj e manco% si adope- rano per aggettivi invariabili; e ci mostran li quattro esempj. (i) Cio capace di; da habens, V asa il Dayanzatit mi piaee^ e men sot- to aftcV io. 78 Questo non mi parelodewi costume^ tutto che il jp/ct* delle persone lo abbia per famigliare. E certo ^ come che f uomo sia ii pxj' del tempo acconcio a sbadigliare. Casa. La voce pia dal latino plus^ nel suo originai senso,  termine comparativo , al quale corrisponde che o i. Quando  preposta come aggettivo di quantit a un no- me plurale, si fa ancora in virt della idea comparativa pi di unOy pia di due^ di tre. Ora, a questa voce ponen- do r articolo , si forma un superlativo, come ne* citali due esempj, ne* quali il pia vai quanto la maggior parie* I  Ogni poco di cosa basta ; due paia di capponi ah- nosTO^ un paio lessi con ecc. F. 2. Essendogli Tiberio tale affezionato^ che^ nel parlare a padri e al popolo^ lui ce- lebrava per suo utile compagno alle fatiche. Z^La citt  r^- LE imbrigliata , ch^ ei pu andare a dar pasto agli animi militari. Dav. 4* J^^ as^endo^ me cottrjstante due gio^ vani presa ^ e per le trecce tirandomi eccB. ^. altra lin-^ gua  quella che si scrive nelle cose alte e leggiadre , e ALTRA  quella die si parla famigliarmente. G, Tutti questi aggettivi escono dell'uso ordinario. Met- to qui il vocabolo arrosto^ tutto che veramente sia avverbio, per essere nel primo esempio contrastante col seguente les- siy il quale come aggettivo fi accorda col nome che ambe- due qualificano. Quello non i accorda col suo plurale, per- ch  un composto di a rostOy e vi s* intende a)tti\ nel me- desimo modo, nonpertanto, si dice a lesso. Piacemi Tagget- tivo tale come T adopera il Davanzali; v* ellissi (i) di in (i) Lettore, quando t* abbatti in "un vocabolo onde non conosci o non ricordi la deBaizione va air indice \ che io non la posso ripetere ogni Tolta. Quello sciocco che scrisse T Antipurismo dice che  rillania dar dei f al lettore, perch i Francesi gli dan del voi ! Parti  79 moh. Il formare di quando in quando gli aggettivi col ver- bo agente, alla latina,  leggiadra maniera, e innalza lo stile. Id luogo di dire : La lingua che si scri\fe e' quella che si parla son due cose di^ferse^ si usa ripetere V ag- getlivo alirOf a guisa del quinto esempio, cosi per questa come per ogni altra cosa; ed  bella locuzione particolar- mente italiana; bens derivante dal latino. I. Il mandarlo fucri di casa nostra cos infermo sa- rehbe manifesto segno di poco senno. B* a. Io ti far fare ma certa hes^anda stillata molto buona e molto piacevole a bere^ B. 3 Sciocche lamentarne son queste e procedenti a poca considerazione. B. 4* Tolga il cielo che tanta w7- i in romano spirito albergar possa giammai, B. 5. Era al^ loraper awerUura una poi^era femminetta alla marina, B 6. Ogni cosa era seminata dCerbucce odorose e di be' fiori, i''] Napoli  una citt antichissima^ e forse cos dilette^ volecome alcuna altra in Ita lia.'B. S, Nel me zzo era un pra- to di minutissima erbuj dipinto di mille {Variet di fiori. B. . Per fare un cenno del luogo che deve tener Tagget* tTo rispetto al nome, cio se prima o dopo, con ci sia che il Toler dar ragione di tutti i casi che si presentano nella nostra lingua, richiederebbe spaziarsi in infinito , mi ri- stringer ad alcune osservazioni spra li precedenti esem- pi- Nel primo l'aggettivo manifesto che sta avanti al no- QK segnoy starebbe bene egualmente dopo, e solo si ver- rebbe a dar alquanta maggior forza ali* aggettivo. Posto il nome dopo V aggettivo , quello porta la enfasi; met- tendo questo dopo e il nome avanti , la enfasi viene a ca- liere sopra r aggettivo. Cosi il precedente aggettivo nostra si potrebbe mettere avanti a casa^ purch vi si apponesse 8o r articolo; ma in tal caso^ come mostra l'applicazione del r articolo, chi parla iatenderebbe ad esprimere cod- froQto di casa con casa. Nel secondo esempio, io non di- rei stillata bes^anda^ perch T azione di stilkure dee se- guire il far delia bevanda, e qaindi V idea che contie- ne r aggettivo stillata dee essere posteriore a quella della bevanda; in modo che quella parola stillata^ nel leggere della proposizione, resta fra due pause. Col porre Tag- gettivo sciocche in capo della terza proposizione, si d alta espressione il massimo grado di forza, perch noi Italiaoii quando slam mossi da alcuna passione, facciam sentire pri- mieramente quella parola che pi ci preme a dire, avanti che la proposizione si sia formata nella mente; s che forza  che esca quasi senz* ordine il parlare, come ben si scorge nello^ndamento del terzo esempio; il quale, se il dire non fosse passionato, si esprimerebbe cos, queste sono lamen- tanze sciocche ecc. L'aggettivo romano del 4* esempio non terrebbe n accrescerebbe all'espressione quando fosse mes- so dopo il nome, potendosi pronunciare sopra di essola en- fasi tanto prima quanto dopo; e dipende molto da chi parla o legge il dar pi forza all'aggettivo che al nome, o vice- versa, come nel presente caso. Nel quinto esempio se si pale^ generalmente tratta dal nome, espri* me inclinazione, attitudine, tendenza, verso quella cosa , che il nome onde si compone l'aggiunto disegna; per l^aggettivQ amorevole del terzo esempio attribuisce a Mes* ser Negro inclinazione e tendenza ad amore; e il qualifir caute lusingheiH)Ie dei quarto dinota attitudine a lusinga nelle parole del cacciatore, il quale la testa del cinghiale alla donna presenta. Cos pieghevole significa tendenza a persuasione, a condiscendenza; agevole^ attitudine a faci- lit, malagesH>le a difficolt. La terminazione in o^ non esprime qualit che muova o tenda , ma ferma e stante nella persona o nella cosa a cui si attribuisce, come parte componente di quella; per suo adornamento o per scon- cio, per bene o per male; quindi gli aggettivi amoroso e angoscioso rappresentano amore e angoscia in quello sguardo, in que* sospiri. Cos velenoso aggiunto a serpe dimostra in quello caper veleno ; cespugliosa posto a sel- va la rappresenta intricata e forte di cespugli; e nel verso del Petrarca : Da lei nen f animosa leggiadria , V ag- giunto animosa esprime leggiadria in cui anima spira. I O Simon mago, o miseri segujc^ Che te cose di Dio che di bontate Deono essere spose^ e. voi rapaci ecc. D. 2. Ma la cosa incredbile mi fece indurlo ad ovra che a me stesso pesa* ). 3. Gittaimi stanco sopra t erba un giorno^ is^i accusando il jfuggtifo raggio. P. 4* Luogo 84  in inferno detto Malebolge% TUio di pietra e di ca- hr i^ERRiGNO^ D. 5. f^erdi panni ^ Sj^nguigni^ oscuri^ e persia Non iresti donna unquanco. P. 6. In mi mio primo gios^nile errore ecc. P. 7. Non impedir lo suo fatale andare. D. Altre sei terminazioni di aggettivi son comprese iu questi esempj; tre de' quali in ace^ in ibile ^ e in itivo^ son tolte dai verbi; e tre in igno^ in ile^ e in tde^ derivan da nomi. La prima in ace dichiara eccesso, nella perso- na disegnata per tale aggiunto, nelF oprar di quella azio- ne che esprime il verbo onde  tratto Taggettivo; e seb- bene il vocabolo seguace non faccia sentire troppo be- ne questa idea^ ella  percettibile in rapace^ e in altri aggettivi di tal sorta, quali sono loquace^ mordace^ men- dace. L'aggettivo che termina in ibile , il pi, dato alle cose; e significa potenza 0 impotenza in esse a pro- durre quello atto che il verbo comprende, come il voca- bolo incredibile del secondo esempio dimostra; e come si pu scorgere in altri aggettivi di simil natura, tangibile^ fattibile y indicibile. L'aggiunto che finisce in ivotxAi^ concepire T idea di un'azione che non s'arresta mai; e dif- ferisce da quello che termina in ante o in ente per ci& solo che questo esprime capacit, tendenza, o disposizio- ne a quella cotale azione compresa neiraggettivo, quan- do capiti Poccasione; laddove l'altro la dimostra in at- to, e indefinita nel tempo. La terminazione in igru> i" mostra qualit del modificato oggetto tendente a quella cosa che nell* aggiunto  compresa; onde i vocaboli /, pu esprimere i. semplice piccolezza; ^. disprezzo. 3. grazia o leggiadria. Ritroviamo il primo con- cetto nel diminutivo na\^icella dell* ottavo esempio ; il se- condo ci yien dato dal Boccaccio nella voce fraticello^ di- cendo un fraticello pazzo; e V ultimo, nel medesimo voca* bolo, dal Petrarca: E i neri fraticelli, e i bigi, e i bianchi. La nona eretto^ pu significare semplicemente la pic- colezza d*un oggetto, e anche la mobilit del naturale d'una persona. Il Redi ci porge il primo senso nella parola coie^ felle della seguente proposizione: / libri son tutte cose- relle stan^xUe in questa citt, l Firenzuola ci d il secon- do in pazzerella del nono esempio. 8 90 G*  un' altra desioenza icciaUo o icciattolo ^ che e- sprime il massimo disprezzo. La Crusca produce il seguen- te esempio : Egli  un certo omicciatto 9 che non  nessitn di 90i che^ speggendolo^ non gli y^nisse a noia^ Qualche volta u nome modificato da una di queste terminazioni , muta il genere. Nel primo esempio da sco^ della si  fatto scodellino ; cos da botte si fa botticello. Le desinenze one e accio degli aumentativi si posso- no usare come abbiam detto, con ogni nome, ma impossi* bile sarebbe lo stabilir regole per li diminutivi. L^una de- sioenza sta meglio a una parola che T altra, o per uso, 0 proprio per suono. La pratica sola de* buoui scrittori ci pu fornire quella delicatezza di gusto che bisogna a far baoDa scelta de' diminutivi. GAP. IX. DE' COMPARATIVI E DE' SUPERLATIVI ComparatisH} chiamasi l'aggettivo checOQtiene*in se una idea di comparazione. Propriamente i comparativi non so- no della lingua italiana; che quei pochi che ci si trovano so* no tolti dal Latino, come migliore^ peggiore^ maggiore ^ m* nore^ superiore^ inferiore; ma poich gli altri aggettivi non si possono ridurre allo stato di comparativi con aggiungere loro una sillaba come nel Latino, cio facilis^ facilior ; do'^ ctus^ doctior; e neiringlese/!>i^,/?/ier; edsjr^ easier; noi par- leremo, non di comparativi, ma delle comparazioni o del- 9 le proposiziom comparative, che hanno luogo nella no*- stra lingua* COUPARAZIONI D^EGUAUTA* Termini (i) che si adoperano ad esprimere queste comparazioni* I. termine. 2. termine* i* termine* a. termine. Cosf come. S?, come. CostostOt come tosto. Cos pia. tosto f come pitosto* Tanto^ quanto^ Tanto pi^ quanto pia. Quanto pi^ tanto pi. Quanto menoj tanto meno. ESEMP/ I  Io mi credo che cos sia cohe \h) mi fas^ellate. B. 3. lo non son s secchio come stipare. B. 3. Voi non ^e ne avvedeste cos tosto come ha fatto egli. B. 4* Cerrte come pi tosto potrete. B. Le comparazioni espresse in questi esempj, che in g* sere abbiaaio comprese in quelle d* egualit, perch con- stituiscono egualit di maniera, si possono chiamare in specie comparazioni di maniera; la qnal idea si pu meglio disceroere riducendoi per esempio, T espressione della pri- ma frase alla seguente , io mi credo che sia in modo tale (juale iH>i mi f assaliate ^ come si possono ridurre tutte le al- tre. Ora, in queste comparazioni , come dagli esempj si pQ scorgere, il termine corrispondente a cos o s  come. Se al termine di comparazione s^agginnge tosto opi tosto^ questa forma addizionale vuoisi omettere, nel primo o n^l secondo termine, per agevolare T espressione. Quindi nel secondo termine del terzo esempio tosto  sottinteso; e nel (1) Li chiamo termini, perch tenninano o limitano la comparasdone nd nodo 0 nella {oantiliu 92 quarto ve inteso il primo termine della comparazione co s pia tosto. Trovo nella storia del Botta questa compar?ziones Nelle com^rsazioni s pubbliche che private. Il Pertica- ri dice: Nel parlare a^ popoli s greci che latini. Egli  un bratto gallicismo imitato da molti il mettere ^^ in luo- go di come; negli scrittori classici non si trova un solo e- sempio^di questo che adoperato per secondo termine di co* sf o s;  dunque un vizio in nostra lingua da guardarsene. I  f^oi potete^ cos compro, molte volte avere udito ecc. B. 2. Costoro , che d altra parte erano ^ si come lui^ mali- ziosi ecc. B. 3. La mia novella non sar di gente di s alta condizione , come costoro de* quali voi avete raccontato* fi- Facendo uso dell'agente dopo come^ si sottintende il verbo, cio come io ho udito; ma si usa similmente Tog- getto, come me^ come te, come lui^ qual si vede nel secon- do esempio; e in tal casa non s* ha a credere che me, f, e lui^ stiano in luogo di io^ tu, egli; Tidea  differentemen- te espressa. Il concetto del vocabolo come : in modo tale e quale j o in modo simile a, o vero similmente a  Ci po- sto, alla prima espressione deve seguire la forma del pro- nome agente ; alla seconda quella deli* oggetto, in arbitrio del dicitore T usare pi tosto l'una che 1* altra espressione. Nel terzo esempio bisogna supplire sono tra come e costoro; che altrimenti non sarebbe logicamente espresso il mette- re in comparazione 1* altezza della condizione con V altez- za delle persone; la comparazione  tra condizione e con- dizione  I . Di questo mondo ha ciascun tanto, quanto egli se ne toglie. B. a. Io vi attender quanto vi sar agrado.B. 93 3. QUANTO PI* io USO con w)/, TANTO Pio* mi parete sawo. B. 4* Quanto pu' la cosa desiderata s" appropinqua alde^^ sideranie , tanto  il desiderio maggiore. D.S. E pu* TANTO sono essi ancor migliori , quanto son piu^ vicim al poster principale* B. Le soprapposte ciomparazioni constituiscooo egualit di quantit. Il primo esempio dimostra che quanto  il ter- mine corrispoodente , in queste comparazioni, a tanto ; il quale  qui espresso perci che tutta la enfasi di quella sen- tenza cade sopra i termini coraparativi^ s che bisogna far pausa dopo tanto^ ma se, come mostra il secondo esempio, la forza delP espressione non  portata massimamente so- pra la comparazine, allora, quando li due termini si trovi- no neirordine delle parole in immediato contatto, si suol sottintendere ilprimo, tanto. Cos le maniere comparative quanto pi^ quanto meno^ hanno per corrispondenti tanto pi^ tanto meno. Gli avverbj pi e meno non hanno luogo, se la comparazione cade sopra aggettivi che in se compren- dano il valore comparativo, quali sono maggiore^ minore^ migliore^ che stanno in luogo di pia grande , pi piccolo , pi bello  buono. Per questa ragione dice Dante nel quar- to esempio quanto pi     tanto maggiore. Il Boccaccio nondimeno fa uso di pi nel seguente esempio, bench a- vrebbe dovuto dire e tanto sono essi ancor migliori^ forse a vieppi rincalzare T espressione. Anche in queste comparazioni se per secondo termine di tanto si nettesse ohe , come fa il Monti, ne riuscirebbe UD gallicismo; La lingua artificiata  opera del sapere che la tira dalle altre lingue j tanto niorte cffs pim&. Io non mi- posso tenere che non iaocia le maraviglie! Cos, non occorre 94 dire che chi facesse uso i pi senza tanto e quanto nel ter- zo e quarto esempio^ scriverebbe non italiano ma francese* I . Non  gente tanto mga di mangiare insieme, e di ricevere forestieri, Dav 2, Se noi guardiamo con che ne* fanda voce L. Prisco ha sporcato la sua mente e gli orec- chi degli uomini t n carcere ^n taccio , n umile strazio, gli  TANTO. Dav. 3. Quanto io amer la Spina^ tanto sempre per amor di lei amer te  e avrotti in reverenza* B. 4- In simili atti TANTO sHile e cosi* noia la sospezione i signari 9 QUANTO la certezza* Gasa. 5. Laddove chi  strano pare in ciascun luogo straniero; che tanto viene a dire , quanto forestiero. Gasa. In tutti questi esempj le comparazioni escono della ma- niera ordinaria; e perci meri tao schiarimento. Il Davanzali, dopo aver fatto menzione de* Germani, dice : Non  gente tanto vaga ecc; e lascia il secondo termine di comparazio- ne sottinteso ; cio quanto sono i Germani ; parimeotC U concetto inteso nel secando esempio , quanto egli ha me" ritato; onde si vede che anche quanto si pu sottintenderei come di tanto assai spesso si fa. Dal terzo esempio appare che nella comparazione di quanto pi j tanto pi^ltiyoce pia si pu tralasciare; ed  modo elegante. Il Boccaccio ne for- nisce esempio ove si sottintende tanto innanzi a pia: E oltre a questo piu^ mi debbo tC vostri piaceri piegare^ in quan^ TO voi d voi medesimi avete offeso; ma se tu mtti due pia per comparazione, senza tanto o quanto^ tu fai, come gi av- vertii, un gallicismo; e non troverai clssico che tei faccia boo- Bo. Forse in questo ultimo esempio l'Autore non pose quel" la preposizione a innanzi a voi medesimi; ma, se la scrisse, intese di dire avete fatto offesa. Il quarto e il quinto dimo- ^ f 95 strano che la stessa proposizione pu comprendere ambo le comparazioni di egualit e di quantit , e sottintendere uno' 0 dae termini ; per nel quarto esempio  tolto come ; nel quinto, cos e quanto. Son cose ben degne di noia; perch i modi che escono dell' ordinario constituiscono l'eleganza. Il Davanzati dice: Ogni ifiiaggio piglia scambiewlmente Tjhtti terreni^ quanto possono i suoi coltivare; ma qui non. mi par poter giustificare la discordanza; perch egli' poteva dire o tanto terreno^ quanto^ o tanti terreni^ guanti^' come forse egli scrisse I . Quanti nella sala erano\ parafano uomini adorna' brati. B* n. S/ per la sua nobilt j e sf per la sua scienza 9 cttadinescaniente ^is^easi. B. 3. La ricchezza^ piena di mil-^ le sollecitudini ^ e ^altrettante catene occupata^ nelle fortissime rocche teme V insidie. B. 4* ^^ ^on so a che io mitegnOj che io non vegna laggi^ e deati tante bastonate , qojNTO io ti i^eggia muos^re. B. 5. Cignesi con la coda tante v^ la idea compresa nelle parole  : aspettate tanto tempo quanto ne correr inflno al punto in che i^ehga colui ecc. Anche il Tocabolo tale esprime comparazione col suo corrispon- dente termine quale; e pure gli  per Tordinario seguito da che; tal che; talmente che; lasciando la comparazione im- percettibile; ma a chi vuol trapassar dentro al velame dei concetti, ve la trova. Costoro, dice il Casa, recano le per^ sone a tale, che non  chi gli possa patir dis^edere-^ Ecco 97 la comparasione : Costoro recano le persone a tal grado di fastidio^ quale  quello in che un perde la pazienza , e fino al punto in che non  chi eec* Elsponiamo ora le idee di questi tre esempj eoa termini e con espressione pi sem* plici, e vedremo che V ufficio di questo tanto  quello di determinare il ponto al quale perviene V azion del verbo. Io portai la fede del mio o/fizio allo eccesso in che perdei ecc. 2* Quivi aspettate infino alV ora die i^nga ecc. 3. Co- storo recano le persone a quel grado di fastidio in che. La difierenza adunque che passa tra le espressioni tanto quanto e tanto che^  che questa dinota quantit determi* nata, e quella indeterminata. Dico indeterminala, perch quando uno dice a un altro, Io s^i attender tanto^ quanto pi sar a grado^ non determina la quantit del tempo; ac- cenna solo il tempo del suo aspettare dover essere eguale a quello che sar altrui a grado; ma se V altro risponde, a- spettate tanto che io sia tornato^ d un termine al tempo per una circostanza.  per distinguere, in conclusione, Tun tanto dair altro, chiameremo Puno tanto camparatiuo, l'al- tro, tanto determinato. COAIPARAZIOIVI DI SUPERIORIT* E D* INFERIORIT* I . Ella  Pitr" innamorata che savia. B. 2. Tutti e tre a Firenze pij che mai strabocchewlmente spendevano. B. 3. A me eraassai pi a grado la morte che il pi vivere. B. 4* Tutte le scuse che allega sono pio brutte che il fatto stesso. Caro* 5. Io sto meglio che non state voi. B. 6. Io credo che egli possa dire che io porto le parole pru^ che tu i fatti non fai. B. 7. Chi starebbe meglio d me^ se que-- gli denari fosser miei ? B. 8. f^oi potreste esser caduto in MjtGGiOE percolo Di questo. B. 9. Valeva pu d tre mila lire. B, 98 Qaeste comparazioni ai chiamano di superiortlk e i inferiorit dai termini pia e meno cbe le compongono; il corrispondente de* quali  che; ma questo non ai adopera se non quando le due cose comparate sian parole d* egoai valore o qualit; cio due aggettivi, due avverbji due nmi o due pronomi rappresentanti Tageote del verbo. Nel pri n mo esempio la comparazione cade tra due aggettivi, inna^ morata e swia ; nel secondo si comparano due tempi diver- si per mezzo di due avverbj, Tun sottinteso, aliami e Tal- tro espresso , mai; nel terzo la morte e il (^iWne, due nomi, e nel quarto scuse e fatio^ nomi similmente, sono i soggetti della comparazione; nel quinto e nel sesto stanno in con-* fronto io agente di sio% e h> di state; io agente di porto j e tUj di fai. In ogni altro caso il secondo termine comparati- vo  rappresentato dalla preposizione di. Nel settimo esem- pio chi^ agente,  il primo soggetto della comparazione; il secondo  me oggetto; s cbe son dissimili; nell* ottava un aggettivo comparativo  messo a fronte di un dimostrativo, qualificante di valor diverso; nel nono un nome sottinteso si paragona con un numero; onde, in questi tre ultimi esern* pj, di  sostituito al secndo termine che^ e l'espressione comparativa /^oifo a fronte  sottintesa; cio, cAi starebbe meglio posto a fronte di mef Qutndo nelle comparazioni si usano gli aggettivi maggiore^ minore ecc. ,  gli avverbj tne^ glio e peggio^ il secondo termine  generalmente rappre- sentalo dalia preposizione gliate in- giuriate pi'' d queuocbe ui abbiate fatto F. 3. Tosto ci asfi^dremo se il lupo sapr meguo guidare le pecore  cwb le pecore abbiano i lupi guidati. B. 4* Napoli  una citt antichissima , e forse cosi^ dilettevole o pi* cbe alcuna akra in Italia. B Qaando il secondo soggetto della comparazione oppo- sto 9^ pia o meno  rappresentato da un membro della pr* posizione, o pure solamente da un agente e da un verbo, per secondo termine si pu mettere che seguito dalla negazio- ne non^ o di quello che^ senza negazione, come appare dai due primi esempj. Nel primo caso, a dar ragione della nega- zione, mi pare di dover supporre che siano due idee com- prese in una, esprimendo le quali in intero, chiaro si mani Tester la ragione della negazione* Dunque: / suoi ragiona^ menti sono stati pia lunghi di quello che io m^ aspettami il che ( cio che fosser pi lunghi ) io non m'aspettala. Me- desimamente Tespressione del Boccaccio, bevendo pia che non avrebbe voluto^ piena , bevendo pia di quello che a- vrebbe voluto^ il che ( cio beverpi ) non avrebbe vohUo. Quindi  cbe in queste espressioni si pu usare parimente che non o di cpiello che. Ma v* una terza maniera di espri- mere queste comparazioni tra due membri di una proposi- zione; ci , come dimostra il terzo esempio, di porre che solo, senza T aiuto di non o di quello*^ purch il verbo che da esso dipende sia posto nel congiuntivo. Nel terzo esem- pio la comparazione  espressa in due modi, e la piena co- struzione  forse cos dilettevole come^ o pi che lOI DEI SUPERLA.T1VI Il vocabolo superlatisH) vien dal Latino; composto di mper^ sopra, e lativus^ portante ; cio portante in su; e si chiama cos perch porta Taggettivo al pi alto grado di sua forza. II superlativo, id genere,  dunque uno aggettivo. I. Egli mi d GRANDiSSiMA molestia. B. 3. Preso un lume in una lantemetta , se ne and in una ixinghss^ MA casa nel suo palazzo. B. 3. Faceva is pi* beile f ave* le del mondo. B* 4* '^o sar il miglior marito del mondo. B. Quantunque ad alcuni paia che vi siano due qualitk di superlativi, io trovo nella lingua italiana un solo agget- tivo superlativo, ed  quello che porta Taddiziooe in issi-^ mo. L* altro non  se non una comparazione ; e come de- nominai comparazioni e non comparativi le maniere di cui abbiamo ora trattato, formate per mezzo dei termini pi o meno, e che^ cosi chiamer comparazioni superlative quelle che si compongono d*un aggettivo preceduto dapi e dello articolo, come nel terzo esempio, o d*un comparativo prece- duto dalParticolo, come nel quarto. Grandissima e lunghis- sima de* primi due esempj son dunque superlativi; ma se si cambia Tespressione in comparazione superlativa, dicen- do, egli mi d la pi gran molestia del mondo^ si k a quel- la pi forza Similmente dicendo egli  ottimo marito^ si fa oso deir aggettivo superlativo; ma come molti possono es- sere gli ottimi mariti^ bisogner, per arrivare al maximum, dire egli  il migliormarito del mondo. Nulladimeno la com- parazione superlativa pu esser anche inferiore alfaggetti- vo superlativo; perci che, se di un dato numero di mariti si dice egli  il migliore, la persona rappresentata da egli l>otrebbe ben essere il migliore di quel dato numero, senza ioa esser attimo o pur buono. In tal caso la comparazione su- perlativa  relativa. I  La reUorica  soArissiMA di tutte T altre scien^ ze. D. 2. La natura umana  perfettissima di tutte le altre nature di quaggi. D. ,, Non acci che V usiate ,t dice il Bartoli  ma sola* mente il sappiate, e sapendolo non condanniate per la leg- ge Non sipu chi Tusassci ricordo aver Dante nel suo Con- vivio accompagnato latinissimamente il superlativo col se- condo caso plorale; e ci delle volte parecchi; 99 e poi pro- duce questi e due altri esempj* Maraviglia, ch*egli dica una volta che non s* abbiano ad usare queste strane formale^ come le chiama V Amenta (1) ! Ma questa volta, per lo con- trario, non gli fo buona la sua concessione, e dichiaro che io pongo qui questi due esempj di Dante, proprio perch chi scrive non solo si ricordi che v*  questa bella lo- cuzione, ma Tusi ancora. E ben mostr sentire la bel- lezza di quella chi nella lingua peritissimo , ed elegan- tissimo di tutti gli altri italici in questa nostra presente et&; dico di Francesco Cecilia, lo cui stile mi ha persuaso di ci che io credeva a noi moderni impossibile; cio che si possa pervenire a scrivere con tutta la puritl^, la semplicit e Teleganza, che gi si scrisse in quel beato Trecento (j2). (i) OMerratioiie del Sg* AmenU : , Aaeor qui Taole U Bartoli tu re- dere le strane forinole del parlar degU antichi, o per deridergli , o per non farli avere in istima   Ma egli ha qni gran torto ^ per dissi di lui nella introduzione, lodando in generale le sue ossenraaioni, eh^egU le fece senza filosofia, come ora dimostrer. (a) Non ti TO* dir eh* egli mi sia amicoj che potresti credere che Tami- cisia mi facesse veder pi l che il vero ; e io ti assicuro che in quesi* open io lodo e biasimo propria senza paiiione^ e per solo amor della verit. io3 Ecco Tesempio ano, tratto da una epistola di C. Plinio Ce- cilio, forse suo antichissimo antenato, da lui volgarizzata: Certo la maremma toscana^ del tanto che si distenda la spiaggia j si  maligna e pestilenziosa. Ma il mio podere si rimuove di grande lunga dal mare; anzi sotto ^ppennino^ saluberrimo iU tutti (i ) monti^ si corica. E perch dunque non scuser questa forma? quale stranezza  nel dire: La ret- torca  scienza soavissima^ in comparazione di tutte le al-^ tre scienze; La natura umana^ in comparazione di tutte le dtre di (juaggi^  perfettissima ; V Appennino  saluber^ rimo^ in contrazione di tutti gli altri monti? Non v^ la stessa ellissi nelle tre ultime comparazioni che abbiam ve- dete a carte 97, li cui termini sono pi di? Io ne so pia di te significa io ne so pia in comparazion di te*  quando si dice, per esempio, una casa essere altissima, s'intende sempre in comparazione delle altre case; per che una tor- re, no campanile, sar pi alto della casa altissima ; e un monte sar pi alto di uno altissimo colle* La sla differen- za adunque che passa tra questi superlativi alla latina e gli altriyche, in questi comuni si. tace Tidea comparativa, e in quelli si espone; ma saranno sempre belli, e graziosi, ed eleganti, purch non si trascorra nello abuso  Il mettere due articoli nella proposizione superlativa, cio uno avanti al nome cui si appone Taggettivo superlativo, e uno innanzi al superlativo medesimo,  un gallicismo, del ^ale si possono trovare esempj nella fonte sempre peren- ne di simil oro, nelP Antipurismo* (1) Bench a me non piaccia, per la ragione che dir altroTC, questo U- |liere V articolo fra UUto e il nome pure lo ha usato molto Fra B. da S. ^CQidio. I. La sua massima IJ pia favorita  quilla diffon urtare giasamuu, a. La poesia ama talvolta mostrarsi nelV[abbigliamento IL pia semplice Dovea dire la sua massima pia fa\forita^ nel pia sem- plice abbigliamento^ in quanto alla grammatica; ma ci non avrebbe bea risposto ali' impurit deU* intero stile di que- ste due frasi* Anche il Monti me ne fornisce un esempio : Jggiunff, che cotesti cruscanti seguitano il vocabolario ne^ modi di fasfellare^ non gi ipi nobili e peregrini^ ma ipi bizzar- ri. Dovea dir questi e non cotesti  come vedremo a luogo suo; ora, i due articoli innanzi a />i sono di soperchio* Ma, togliendo via que* due articolii pare ali* orecchio che man- chi qualche cosa alla frase, e che non corra pi; la cagione di questo  che tutto l'andamento della frase  francese; che lo stile italianoi in tal caso, domanda che si ponga pi tosto il nome dopo gli aggettivi, cosi : Questi cruscanti seguita^ no il {H>cabolario%non gi ne^pinobili e pia peregrini modi di fa\fellare^ ma n" pi bizzarri; come si discerne in questo esempio del GeWuPareifa conveniente cosa cavare la scena del di l d* Amon e farla nella pi frequentata e pia bel^ la parte di Firenze^ Io trovo nella Proposta del Monti d* onde ho estrat- tolo allegato solecismo (i ), la seguente sentenza del lohnson che il filologo G. G. traduce cos dall'Inglese: ,, Le parole ff possono entrare a migliaia nella fabbrica di una lingua  senza nessun suo danno; ma una nuova fraseologia fa gran 9, guasto ad un tratto; poich essa non tocca solamente le (x) Solecismo, daU^antichissiino greo soloikismos, equitale ad errore; offende meno cui si attribuisce, per non essere troppo inteso il senso suo Nessun vocabolario greco me ne d definizione* 100  pietre deiredifisio; ma scommette V ordine dell* architet^ ,, tara sul quale  fondato.  Sian dunque a me queste pa- role di difesa con chi potesse mai pensare che altro senti- mento mi movesse ad esporre in faccia di tutta la nazione queste viziose locuzioni di un uomo tanto benemerito airita- ]ia,edi tanta dottrina, fuor che quello eh* egli medesimo ha di molto contribuito ad inspirarmi con la predetta sua opera, do di ritornare la lingua nel suo primiero splendore. GAP. X. AGGETTIVI INDETERMINATI Vi SODO alcuni aggettivi, il definire la natura de* quali  malagevole 9 perch in un riguardo essi circonscrivo no il senso vago del nome in un certo termine specifico, il qual &en so specifico, rimane ancora indeterminato rispetto al parti- colare. Se per esempio dico fatelo fare da un uomo , mi si rspoodery qual uomo ? Allora io definisco, e dico ^ daun uomo qualunque , cio qual mai svolete. Se si domanda cfu se ne maraviglia ? definir per ognuno , cio ogni uomo E pure nelle parole qualunque uomo e ogni uomo il nome  ancora indeterminato rispetto al particolare. Questi aggettivi SODO i seguenti* Ogni.i Qualche. Nullo. Chiunque. Ognuno. Alcuno. Niuno. Qualunque. Ciascuno. Qualcunom Nessuno. Qualsisia. Ciascheduno. Qualcheduno* Veruno. Qualsiwglia. 9 \ 106 Questi vocaboli li classifico tra gli aggetti?! , perch tutti, sebbene la maggior parte si reggano da se, posson ri- cevere dopo di se un nome; fuor che chiunque , che  pro- nome stante per qualunque uomo, il qnale pongo con que- sti aggettivi per essere della medesima famiglia. OGNI, QUALCHE,. B ALCUNO I  Ogni altra cosa sia vostra* B. a. Tlu debbi essere QUjitcBE sciocco* F 3 Dopo AicuN giomo riparl alla ca- meriera. B. 4* ^^^l sono AicuNA volta da alcuna di noi cautamente beffati B. Ogni e qualche sono aggettivi ch^ non aman plurale; quindi sono usati solamente nel singolare. Alcuno pu sta- re anche senza nome, come mostra alcuna del quarto esem- pio; ma qualche solo non regge. Bench alcuno abbia il pia- tale si adopera spesso, pure nel singolare, a nominare pi cose o persone, in modo che T espressione alcun giomo del terzo esempio non si ristringe propriamente a un giorno so- lo, ma nel suo senso vago e indeterminato pu anche signi- ficar pi di un giorno. Lo stesso si pu dire del ripetuto o/- cuna del quarto esempio; onde non si potrebbe usare alai*' no nel secondo, per la ragione che quivi il numero  deter- minato dal nome tu. Ne* seguenti estratti pure del Boccac- cio questa nostra opinione  ancor pi evidente; Ciascuno s^ apparecchi di ragionare di ci che felicemente as^venisse ad alcuno amante y dopo alcun fiero e sventurato accidente; Avendo alcun danaro di suo , e il Canigiano avendogliene alquaf Iti prestati. Il vocabolo alcuno V us Dante in prosa e in verso, io luogo di nessuno; Ne lo profondo inferno gli riceve^ eh* alcuna gloria i rei avrebber (Telli; e il Pel^a^ ca adoper qualche nel plurale : addormentato in qualche I07 \^rdi boschi; maio ci&nonfaan trovato seguitatori,Cos ogni nel plorale si usa solo nella espressione og/zman^i e non pi. BBLUB VOCI COMPOSTB DElj DLLOy DELLA^ DEGLI ^ SCC PREBIBSSB ALL* AGENTE O ALL* OGGETTO DEL TRBO DINOTANTI ALCUNA QtTANTITA\ i* Anche nelle povere case piowno dal cielo de" divi- ni spiriti. B. a. Egli mi mand una borsa e una cintola^qua-- si come se io non ascessi delle borse e delle cintole. B 3 Per sahar la vita , senza colpa si sono uccisi degli uO" mini. B. 4. Qui son giakdni^ qui son pratelli^ qui al- tri woGHi assai dilettevoli. B. 5. Za buona femmina sen^ tendo che egli era ancor digiuno j suo pan duro con alcun pesce e acqua gli apparecchi. B. 6. p^oi sapete che io non ho donne in casa che sappian acconciare le camere. B Vi sono delle proposizioni, simili a quelle de* primi tre esempj, io cui V agente o V oggetto del verbo  prece- dato dair articolo e dalla preposizione di^ il che si fa quan- do si vuole esprimere una certa quantit pi vaga e inde- termioata che non accenna V aggettivo alcuno del quale trattiamo ; tali sono gli agenti divini spiriti e uomini del primo e terzo esempioi e gli oggetti borse e cintole del se- condo. Ora, avendo in tal caso le forme de\ delle^ degli^ mol ta aifiot, neir idea che dinotano, col predetto aggettivo ohmo , molte volte avviene che si apponga tortamente la preposizione di e V articolo ali* agente 0 all'oggetto, quan- do il nome che lo rappresenta  usalo in senso indetermina- to ( vedila teorica dell' articolo )| come sono ne' tre ultimi ^sempj i nomi giardini^ pratellij luoghi^ agenti del verbo e pone i acqua ^ donne ^ oggetti; per tal ragione do luogo nel presente capitolo a queste due sorte di proposizioni, a con- fronto delle une con le altre. io8 er de* compa^ gm\ 0 Vwer qualche compagno nelle miserie ecc. ; in mo- do chci se cosi fosse, si domanderebbe perch non v^ mes- sa la preposizione e V articolo* Ma non  vero che la men- te di chi parla tenda ad esprimere quantit di compagni; per* ci che non il numero de* compagni pu alleggiare il mise- ro, potendo alcuna volta uno essere a lui di maggior sollie- vo che dieci, ma bens la qualit delle persone rappresentate per tal nome. Cos, se nel secondo esempio si dicesse sai- flcemmte^ mi parea sentire de* mugghile delle strida^ Tin- teozione sarebbe di esprimere una certa quantit di mugghii t i strida; ma il concetto contenuto nelfesempio non  quo* sto; 1. perch Tespressione mi parea non  d^aom vegliane te, io bocca del quale pi si presterebbe alP idea di accen^ oare quantit, ma d^oom sognante; cio in sogno mi parea; dove r incertezza eontenutain parere si riferisce i sogno; 3* r avverbio per tutto contrasta con la- supposizione di e* sprmere alcuni; perch, quando si dice per tutto^ non s*in tende di alcuni mugghii e  alcune strida ; 3 la pluralit ^Ue cose espressa nelle parole fnuggkii^ urli^ strida^ dii^rsi ^'xna//, tutto pruova che non' erano pure alcuni mugghii ^, no alcune strida^ ma che V intenzione di chi racconta tende a significare solo U qualit delle cose. Sarebbe dunque erro- re il dire nel secondo esempio dei mugghii^ degli urliy e delle strida. Da quello che qui si  ragionato si pu scorgere che il porre o non porre la preposizione i// e l'articolo ali* ogget- to o alFagente nelle sopra esposte espressioni,  punto sot- tilissimo di logica ; e per si vede spesso usato V u senso per r altro senza discrezione, come ne* seguenti esempj del- r Antipurista. X. Se voi aveste naturalmente e\ fuoco, del sentimento, tXC immani" nazione,^ecc Se egli avesse sentimento nella filosofia della lingua a- vrebbe detto, fuoco, sentimento ^ immaginazione. a* Tutte ^uest* ombre, io dico, danno luogo a dei tratti ammirabili 3. jiwilire un autore ri$pettabile per deUe parole e deUe /rasi. m Non si trover mai nel nostro primo maestro in pr-* sa, nel Boccaccio io dico, che abbia detto con dei ^ per deif a dein con delle^ per delle, a delle, ece; e sappia TAntipu- rista, che con parole e con frasi si compone la lingua, e che quando le parole e le frasi sono di questa fatta, d*una lingua ordinata e ragionata si fa un caos nel quale egli s*  ingolfato senza speranza di mai pi uscirne. Il Davanzali di- ce in Tacito: Non ci maravigliamo che gli storici di tutti i tempi scrivano delle cose contrarie. Se a questa propo- sizione si togliesse delle , tutte le storie si potrebbero git- tare alle fiamme. Vedi dunque quanto importi il penetrare il suo valore  Ma il maggior male lo fanno tatta quella peste di gram- matiche scarabocchiate, non gi come esse et promettono , per insegnare a noi le lingue straniere , ma per distroggere Ili la nostra; e per ci solo io ne scrissi e pubblicai una per ap- parar i*lnglese. Cos fosse alcuno tanto pietoso della patria che prendesse a compilarne un* altra, scritta in vero italia- no, per lo insegnamento della lingua francese; e togliesse a nieqaesta briga ! poich le grammatiche italiane francesi, per esservene in quasi ogni famiglia, fanno, assai maggior danno che le altre. In Italia solo si ardisce venire a scrivere bar- barissimamente cotai libricciattoli , e con incomprensibile sfacciataggine pubblicarli come se fossero in nostro idioma! In Francia e in Inghilterra ti richiederebbero che tu scri- vessi, se non elegantemente, con purit almeno di lingua, il libro col quale tu vuoi insegnare. E infino a quando,  pa- driomadriy tollererete che i vostri figliuoli disapparino anche qael poco della lingua materna che lor fornisce il natio pae- se, mettendo lor fra le mani libri di tal sorte ? O cecit ! Che vai che parlicchino un po' difrancese, quando non sap- pian poi pii discernere francese da italiano ? Han costoro bisogno, per esempio, di far recare in quella lingua le espres* sioni: V Italia produce grano , i^ino^ olio^ limoni^ aranci ; Egli vende carta^ penne, e inchiostro ? Non avendo i Fran- cesi il nostro modo di adoperare i nomi indeterminati sen- ta articolo, che fanno essi? pongono in que* loro libri (i), V Italia produce del grano, del s^ino, delV qIo\ Egli ven^ de della carta f delle penne, deir inchiostro; afn che i loro discepoli, traslatando, Don durino alcuna fatica.  in questa maniera avvezzano gli studianti a porre V articolo e la pre-^ posizione in tal casOy contro il vero sentimento e la delica- \ ^ (i) Vedi U grammatica italiana inglese detta del Ver^ani, e pubblica* U dal Vanson nel 35 in LTomo. tezza della ooslra favella; e i giovani cos avvezzi non san- no poi pi scrivere un vocabolo che non V appautellino , quasi da se non si potesse reggere , con un del^ nn della , o un delle; e cosi via via, anche nel resto; senza fine i barba- rismi, gli errori, due lingue e nessuna, tutto confusbue ! I  Pianger senti" fra 7 sonno i miei figliuoli , e di- mandar DEL pane* D. 2. Dateci del cacio , e delle frut" te, e sopra tutto buon vino* F* In questi esempj similmente il complemento degli og- getti del pane ^ del cacio j e delle fmttey  alcuna porzione^ il quale in simili espressioni dair uso  stato frodato; e quan- do si voglia reintegrare Tordine delle parole, bisogna risa- lire a quella origine che questi idiotismi si possono avere avuta , come per esempio, domandar alcuna porzione del cibo pane; datecialcuna porzione del cibo cado e dellepro- duzioni frutte ( perch si supplisca cibo e produzioni vedi la teorica dell* articolo a carte 5:i ); poi si ridussero a quei che sono; in modo che ora, con quei nomi che si adopera- no per lo pi nel singolare solo, come salsa^ i^ino^ pne^ acqua^ sale^ grano ^ pesce j ecc., quando si voglia esprimere alcuna porzione, si fa oso della preposizione di e dell* arti- colo. Nel secondo esempio buon pino sta senza articolo e preposizione, perch chi parla intende solo ad esprimere la qualiti della cosa e non quantil.  KIUNO, NESSUNO, NULLO, E NINTE ! NiUNO di voi sia ardito di toccarmi. B. 2 Nuiu cosa mi ha fatto tenere il mio amore nascoso^ quanto ecc. B 3. Non ci ha mandata candela nwna B* 4 Io non ne VO dir NIENTE. B, ii3 I vocaboli niuno% nessuno^ nullo^e nieniejnon abbiso- gnano della negazione no/i, quando son posti davanti al ver* bOy siccome quelli che gi la contengono in se medesimi; ma ben la richieggono se stanno dopo; e ci prova n gli e- sempj; che, qualunque fosse il vocabolo negativo posto do* p il verboi non soddisfarebbe 1* orecchio nostro, quando non precedesse a quello la negazione; perch si comince* rebbe dallo affermare quello che poi si niega. Questi agget- tivi si usano solo nel singolare. Niuno e nessuno si possono reggere d se, allor che si riferiscono a persone; nulla^ per lo contrario, quando si riferisce a cosa^ con tutto che questa parola sia espressa nel secondo esempio. Nulla e radia co^ sa equivalgono a niente. Si pu adoperare nullo per nullo uomo; lo dice Dante: Nullo  pia amico, che Viiomo a se; ma poco si trova usato Havvi anche veruno equivalente di nessuno; j^nzi non faegli caldo svenino. 116. Boccaccio disse: Og^ poche o non niuna donna rimasa ci * Quel non  so- verchio. L*ha detto il Bartoli e N niun moderno^ se non se forsennato o ingiusto^ glie l potrebbe concedere. Anche F. B. da S Goncordio usa la negazione davanti a niuno imme- diatamente; ma io avviso ci essere in dispetto della ragione e del buon gusto, e che  proprio ooo affettare particolarit il volere ora increscere alPorecchio col mettere in contatto queste due voci die amano essere partite per mediazion del verbo* Ella intendeva poco o niente di quella lingua. B. Questo esempio pare opporsi alla regola qua sopra ad- dotta, che la negazione si richiegga avanti al verbo, se  se- guito da un vocabolo negativo; ma qui, bench niente sia posto dopo il verbo, la parola ^oo, stante tra questo e quel- ii4 loy essendo in parte affermativa, non potrebbe patire alcu- na negazione* Senza che, la gradazione da poco a niente fa si che non si senta difetto di negazione. I  E sUo trow luif %H)lete wi che io gli dica nolLj4 ? F. a. Questa  quella wlta che io mi accorger se tu se* buona a MwtLji. F. 3. Vedendo noi per natura la buona for^ tana altrui con mal occhio ; e nivn estimando doversi moderare^ pi di quei che gi ci vedemmo uguali. Day. La voce nulla par bene adoperata ne* priaii due esem- pj nel senso di qualche cosa^ il che fece dire al Bartoli che ,1 in nostra lingua il niente e il nulla si spendon per qual- che cosa; ,, ma pur non ; e anche quivi comprende il suo solo senso negativo. Se nulla vi avesse il valore di alcuna cosan s*avria allora a poter dire indifferentemente: Io gli voglio dir nidla; T\i sei buona a nulluy in luogo di. Io gli voglio dir qualche cosa^ Tu sei buona a qualche cosa. Oa- d'  adunque che, se in quei due casi si porr qualche cosa^ le due proposizioni verranno ad esprimere il medesimo ? La ragione  che esse contengono ambedue un*idea sospesa tra il s e il no* Nel primo questa  evidente a cagione della interrogazione, la quale lascia il deliberare in arbitrio della persona cui  diretta ; nel secondo mostra che la persona a cui vanno le parole sia stata in vero non buona a nulla in- fino a quelPora, ma che dia da sperare per quella volta, qua- si per uno sforzo sopra sua natura. Si dir dunque che, in quo* due casi , alla voce nulla si pu sostituire qualc/ie casa y perdio due idee, Tuna affermativa e T altra nega- tiva, si possono dedurre da quelle parole ; ma non che Tuilla significhi qualche cosa  per la contraddizion che noi consente .  Nello stesso modo si usano ancora me/i- te, nessuno^ e niuno. ii5 L'idea compresa negli aggelli?i niuno^ nessuno^ ve^ runOf  non uno^ non pur uno ; onde il pluralizzare tali parole  un distruggere T idea stessa cui esse sono intese ad esprimere. Pure il vocabolo alcuno sdegna la negazione nel plurale; per non dubito di afiermare essere soleci- smo quel niuni che ci fornisce il Davanzati nel terzo e- sempio . I. Andiamcene qui nella capanna che non ci s^ien mai peksonj B. 2. //s d2 di festa non risar persona che ci s^egga. B. 3, Io mi viuo in su tentrate^ e non fo nul-* la^ e non attndo a stato. G. 4* Qusta proprietade ha la grammatica^ chopper la sua infinitade^ i raggi della ragio" ne in quella non si terminano in parte. D* Il vocabolo persona  di frequente adoperato dai clas* sici nel senso di niuno^ nessuno^ la sola differenza  che a questi aggettivi si sottintende il nome; e a quel nome  sot- tinteso r aggettivo niuna o alcuna^ ma si usa nel singola- re solo. Non  per da farne scialacquo , per essere cosi maniera francese. Medesimamente, ne* due ultimi esempj a* nomi stato e parte si sottintendono i loro aggettivi a/cei* no e edcuna* CIASCUNO B OGNUNO I  CiAScaiTA cosa^ da provvidenza di propria natUf ra incinta ,  inclinabile alla sua perfezione*. D. 2. Cos detto^ licenzi ciascuno. B. Z.Ma che fo io adesso qui? che aspetto ? che la cosa si scuopra^ e che mi sieno tolte que-^ Ite cose^ e datomici sopra un monte di bastonate P E sai se OGNUN direbbez ben lista* F. Bench paia che ciascuna cosa sia equivalente di ogni cosa, io giudico che questa espressione si avvicini di pi al it6 senso di tutte le cose ^ come mostra la parola ognissanti^ per essere ogni derivato dal latino omnis; e che quella circon- scriva ciascuna cosa in se, e piii separatamente le divida ad una ad una. Del resto, ognuno e ciascuno per le persone si asano pi tosto senza nome, e non hanno plurale. Ognuno non si pu apporre a una cosa Sentiamo ora il parere che siegue del sollazzevole Bartoli. ,, Io vidi gi sedere un valente uomo sul banco dei  giudici, a dar sentenza fra ciascuno e ogni^ ovvero o*- ^, gnuno^ e in esaminar le loro ragioni, forte dibattersi, e  intendere alle grida or dell* uno or dell* altro. Infine ,  dopo lungo contendere, ognuno se n*and condannato a  non dover comparire altro che dove si parli di molti, e  non singolarmente, ma di tutti insieme. Tal che ragio-  nandosi, per esempio, degli Apostoli, non si dica ognun  di loro essere stato povero , ma ciascuno. Molto meno  di Pietro e d* Andrea, o di Iacopo e Giovanni , che o-*  gnun di loro era pescatore; ma simil mente ci a farfuo- ra, certamente che io non glielo saprei dire; e cos, quan^ do io sono in casa, chi mi yi tiene, io gli risponderei il atk- DESIMO. G. L* aggettivo medesimo , pu stare nel discorso senza r appoggio del nome ; onde serve allora come pronome a rappresentare una cosa antinominata ; sia quella una cosa I "9 particolare, come nel primo esempio o pure tutta una pr* posizione, come nel secondo. Nel Caro si trovano poi varj esempj, ne* quali questo vocabolo cos adoperato si riferi- sce a persona ; ma per noi ci non basta a formar regola. Nelle espressioni in. Firenze medesimo ; nel contado di Lucca medesimo^ ove il Bartoli lo chiama avverbio, non  altrimenti; ma un aggettivo, nel primo caso di luogo sot** tinteso; nel secondo, di contado^ espresso. CERTO ALTRO AGGETTIVO INDETERMINATO I  Che dal collo a ciascun pendea una tasca^ che et- i^a CERTO colore e certo segno. D 2. Molti furono che la forza corporale e la bellezza^ e certi gli ornamenti^ con appetito ardeniissimo desiderarono B. Dissi Della introduzione che, se io volessi, nel modo ch'io tratto questa scienza, dar ragione di tutti i casi che in uoa lingua forniscon materia da filosofare, io dubiterei che i miei fasdcolt non avesser pi fine ; che, mentre io stava, nel seguente capitolo, per esporre il concetto della voce un preposta talvolta a nomi di persone delle quali si sup- pooesi parli altrui perla prima volta, nel senso appunto che oggi pi comunemente si usa accompagnato dello aggettivo certo^ lasciai quella, e mi fermai con la mente investigatrice sopra questo, per la stranezza sua, e del modo che  qui usa- to;con ci sia che il vocabolo esprima per se cosa notissima; laddove nel presente caso si usa ad accennare persona non nota a cui si favella, e poco anche a chi parla. La cosa mi par ve doDque degna di schiarimento; e come che al primo non concepissi alcuna idea che mi promettesse subita soluzion del nodo, anzi mi paresse assai remota; pure, confidando nella virt del nuovo metodo , mi misi a investigare, e to- tao sto trovai, se non errOt la ragione di questa apparente con- traddizione, nello allegato esempio di Dante. L* aggettivo certo^ che ci vien dal LatioOi se pur non  antichissimo e- trusco, per analogia significa anche nto*^ perch Y una idea comprende T altra; onde il concetto contenuto nella espres- sione cerio oolofc , e certo segno^  uH colore e un segno noto al dicitore per alcuna sua parlicolariti, ma pur lascia- to indefinilo.  quando uom dice: Conoscete un certo^un tor le ecc; egli suol far seguire a questa espressione altre pa- role determinanti quella persona , per renderla quindi nota aoche air uditore; si che si viene a deteranare quel cfa*era indeterminato ; perch iu questo caso la voce certo  per se vaga e indefinita. Ora, s come dicendo, per esempio, alcuni sono i quali ecc., questo alcuni^ come tutti gli aggettivi on de si  trattato nel presente capitolo,  indeterminato; cosi, per analogia che  tra V un vocabolo e V altro, s*  detto certi per alcuni , come dimostra V esempio del Boccaccio. Ecco in quel modo una parola che per sua natura significa cosa notissima, insensibilmente  passata ad esprimere ap- parente incertezza; e perch il senso della voce e Tespressio- ne tenzonan nello intelletto. Questa concatenazion d*idee io espongo a chi legge, acci cli'ei possa poi trovare da per se ci che mancasse in queste carte, e non tacci V opera d di- fetto per non vi si trovare ogni cosa ; che per questo modo di ragionare ben gli avr largito il disio di conoscere ogni perch; ma gli ho dato ancora la chiave di disserrare qua- lunque pii recondito segreto della lingua. O)rollario. Che  la conseguenza di un tal ricercare per entro alla sostanza de* vocaboli , e a* concetti delle espres- sioni ? Egli  questo, che io, per esempio, mi sarei ben guar- dato dal fr usp di questo crto^ se pur non mi  sfiiggito dalla peBDa senza mio consenso ; perch non ci travedeva sdcao significato, anzi mi parea uno error popolare bello e boono; e quantunque adesso lo vegga usato da cos fatti campioni, io non ci aveva mai badato; ma ora che ne ho tratto e deciferato il sentimento, e conosco il valore del vo- cabolo, me Io metto entro al serbatoio della memoria per servirmene ali* occasione. Cos di ben mille altre voci e lo- cazioni m*  avvenuto; onde io spero che mi verr da leg- atori concednto, non aver io senza buone ragioni nella mia introduzione promesso di allargare per questi ragionamenti il campo della lingua, e non di circonscriverio  GAP. XI. DEGLI AGGETTIVI NUMERALI Questi aggettivi si dividono in cardinali^ cio uno^ dtte^ tre^ ecc. ; e in ordinali^ quali sono primo, secondo, terzo, ecc. Si chiamano i primi carenali da cardine, strumento di fenro dal quale pep4ono(le porte; perci che da questi dipen-; dono tutti gli altri numeri; i secondi si dicono ordinali, per- ch servono ad accennare 1* ordine nella diatribuzion del- le cose. Da dieci si dice diciassette, diciottoi tUciannove^ e ikOD diecissette ecc.| nwania (^ Hovantesimo, e uonnorumtam Vi SODO le doppie forme urcdecimo^^ declino primo, dmdeci'- ^f^t decimo secondo^ e diciamo anche dodicesimo, tredice^ ^"10, quattordicesimo ecc. IO i In tutto lo spazio della s^ita non ebbe pi che unj figliuola. B. a. Se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi f tutte le altre V andrebbero dietro. D. 3 In una loggetta ai^esfa dipinta la battaglia dei topi e delle gatte. B 4- /^i gitt sopra UN pannacelo d un saccone. B. ' L* aggettivo uno si usa qual namerale^ come nelle e- spressioni una figliuola e una pecorai e talvolta qual sem- plice segno a disegnare un nome specificato, cos come di- cemmo r articolo addita un nome determinato. Per que- sto lo chiamano^ in alcune lingue, articolo; che a me pare a torto, poicb il dimostrativo quello che fa proprio T ufficio di disegnare un nome tolto dalla specie al particolare, non  per tutto ci chiamato articolo. Si nomini ciascun vocabo- lo per lo suo 'proprio nome. Uno , in ogni caso, aggetti- vo, come prova la desinenza che si muta a grado del nome; e negli esempj una ripa^ una loggetta^ un pannacciOf un saccone f serve a dinotare una cosa specificata e distinta dal genere alla specie. L* espressione di mille passi speci- fica ripa; il diminutivo in loggetta^ e V aumentativo inpan' naccio e in saccone, specifica e distingue questi due ogget- ti dalle altre logge, dagli altri panni; cio dalle altre cose del medesimo genere; dico che  un distinguere dal gene- re alla specie, e non dalla specie al particolare ; perch il vocabolo medesimo uno  ancora vag e indeterminato, e compreso in una specie divisibile in unitadi. Quindi i di- minutivi e gli aumentativi sono sempre precedati da que- sto segno* Si dice; Questi  italiano, e quegli  un fran- cese mio amicoi Secondo uom di nlla, e egli  un uom del- la pillai T\ sei procuratore , e tu sei un 9il procuratore ; Gli venne a memoria messer FhancescQ, e gU i^enne a me' 123 moria un ier Cioffwrello da PrcUo; mettendo T aggettivo un avanti ai nomi nel secondo caso solamente, perch ivi sono seguiti da un termine specifico  I  Colui che mai non i^ide cosj nuova produsse esto tHsibile parlare. D. a. Dinanzi a noiparesfa s verace ^ Qui^ 9i intagliato in un atto soas^e^ Che non sembia\fa imma" gine che tace* D. 3. Ma prima ordineremo quanto richie^ de a mandare ad esecuzione cosi^ aito e pericoloso fatto. B. 4 Chi avrebbe saputo altri che io far cos tosto inna-^ marare una cos fatta donna ? B Do questi esemp) a dimostrare che il medesimo uno ^ecifico il pi delle volte  sottintesOf come appare per le espressioni cosa naosni , e cos alto, e pericoloso fatto^ del primo e del terzo; e dico che in tutti e quattro i citati ca- si il termine specifico uno si pu mettere e togliere a senno di chi parla; si veramente che si sappia che il toglierlo ren-- de la dicitura pi rapida e pi vivace ; e il metterlo d pi dcAeezza, o pi fonsa e valore, secondo le circostanze, al no- me che specifica. Nel secondo esenipio queir un d pi gra zia alle parole atto soas;e ; e nel quarto, maggiore imporr tanca all'espressione cos fatta donna; una prova ne sian i diminutivi e gli aumentativi i quali esprimono o grazia o for- za, e che come ahbiam detto non reggono senza questo so- stegno; ma non sempre si'pu togliere lo specifico uno ; die , in tutti e tre i casi allegati nel precedente paragrafo, e- gU  necessario. Giovane studiante , se mai sei pervenuto a leggere fin qui queste nostre sottigliezze, o raffinatezze, o ceppi dello ^g^gno, come che (i) taluno se li voglia chiamare , senza (i) Guarda bene che questo come c^  arrerblo e non congiunzione; luogo vedxemo poi la loro dlycrsit. ia4 ancora aver Letto U nostra introdazione ^ torna addietro, e leggila; ch*el|a  richiesta a poter trari'e buon frutto da que- ste lezioni; e ora te ne fornir una proova. Ti'faccio. tr qui punto per darti questa consiglio, perch ci vveant pure a me, quando il giudizio era ictraia turo, il recaroii a noia di leggere le prefazioni o introduzioni delle opere letterarie. Quando mi occorre di trovarne qualcuna di un libraro o di uno editore che non sappia scrivere^ posta in fronte di onV pera classicaf^ la salto ancb* io'a pie pari, per non avere la noia e il fastidio di leggero quattro ciance in barbaro stile per preludio di dna soave armonia; ma 1* introduzione pr^ posta a questo libro  di cui scrisse V opera ;^ onde, se ti cai di questa, leggi anche quella. Quivi dunque, a carte xvf, ti ammonisco che badi bene a qualche i sofisti del secolo tra* scorso ^ o li scioperati del presente tipossan dire^ per distorti dal seguire le nostre tracce; e, non che costoro, ma i miei amici stessi e gli approvatori delle mie dottrine avverrl tal- volta che ti disanimino e ti scemino le speranze che le mie parole ti possono aver fatte concepire, con qualche osserva- zioue o critica non ben ponderata; per che tii sai bene che tutti vogliamo aver dritto di giudlcre^x cathedra del buono e del cattivo di qualunque opera, per quanto rimota ella sa dalla nostra giurisdizione; e io n' dar un sollazzevole esem- pio. Io mi stava oggi a desinare d un mio amico, e aveva in tasca il foglio di pruova del capitolo che tratta degli agget- tivi; ed egli, il quale loda il mio zelo per la lingua, apprez- za il mio modo di ragionare, e si compiace a quando a quan- do di trarmi a discorrere di dialettica, mi disse che ben gli saria stato caro, per essere egli giurista, sapere quando si abbia a porre V aggettivo dopo il nome, e quando prima ; 125 poich ^1 era qaalche volta recorso, in tale incertezza, per dare il pi possibile valore alle sue parole, di domandarne- parere a cui in lingua pi avanti senti^Sie. Io, traendo di ta- sca il mio scartafaccio, risposi: voi siete beo capitato a que- sta Tolta, poscia che cibo la risposta stampata, la quale pari proprio cbe stesse appareccliiata per rispondere alla vostra^ qaistioae; e quindi, con molta enfasi, mi feci a leggergli il ragionamento della pag. 79, coi corrispondenti esempj L^a- mtco,con tutto che assai mi commendasse, pure non ebbe a pazienza di udirmi sin la fine, e sclam: S, sta bene; ma io bo gran paura che voi, con cotesti s sottili argomenti, nou ci rendiate lo stile troppo pi difficile e laborioso che non si vorrebbe; e questo  un mettere i ceppi allo ingegno, ti qaale ama spaziarsi a suo talento qual sciolto destriere in prato di fresca verdura. Se voi, ripresi io, m*ave8te lasciato leggere il paragrafo sino alla fine, avreste sentito la rispo- sta anche a cotesta preveduta obbiezione; perci che io non dico che chi vuol scrivere scabbia a stare con un occhio so*- pra l grammatica^ e con Taltro sopra la carta che sta ver* gando; no; io pongo qui queste dissertazioni, perch altri vi ricorra quando abbia bisogno di sapere il perch delle cose, sempre che le abbia gii tutte discorse pure una volta; e alcune aggiunte mi son fatte fare per chi me le doman^* da^come quel cenno intorno al valore degli aggettivi posto a carte 8 e ; e voi, amico rdio, avete gi dimentico che voi me- desimo iti diceste desideravate sapere quando s'abbia a por- re l'aggettivo ao^i il nome e quando dopo, o vero se. sia tut- to una cosa ; e ora che io vi ho libero di quella obumbra- zione, vi fa male la luce, e vorreste ritornare alle tenebre? Ora ritornando al nostrouno specifico donde siamo al- 126 quanto digreditii io dico che a me ancora pareva assai Tago il porre o non porre questa voce al nome; ed era impigri- to in noioso dubbio, prima che aguzzar la mente a trovar-* vi la differenza e la ragione. Immagino bene che accaderi talvolta che chi legge questi capitoli, scorgendo di quanto s^ estenda la scienza dello stile, invilisca per tema di non la potere senza grande studio acquistare e possedere, o si sde- gni per non essere pi in tempo di raggiungerla; ma se la conseguenza del sottile argomentare fosse una sbarra allo ingegno, in proporzione eh* io vengo acquistando in questa scienza , dovrebbe farsi il mio stile stentato e zoppicante, come quello che inciampi in continui dubbii e difficoIU^; e acci che ognuno possa giudicare se cosi , io ho segnate nella mia introduzione quelle parti che appartengono alla prima edizione , sebbene prima di ridarle alla stampa le abbia ritocche, e. cercato di far scorrere i periodi con mag- giore agevolezza; la quale esamina potr fare anche nel cor- so di tutta r opera chi possegga tutte e due V edizioni ; e quindi poi animarsi o disanimarsi, a seconda di quel che trova, a correre la medesima via. I. ^mor condusse noi ad vna morte. D. a. Effetto buono^ secondo me, non ne pote\fa riuscire; che tutti a due tirate a un segno. F. 3. Essa prometteva correre unj fortu- na col marito; e bisognando , seco morire. Dav. 4* ^wen-- ne che una figliuola di Currado rimase \pedova d^ un Nic- col da Grignano. B. 5. Cos in bre\^e spazio e li nuos^i e li specchi militi {tennero a wilore; e la virt degli uni e de- gli altri fu fatta eguale. Da S. G. Ne* primi tre esempj  sottinteso V aggettivo medesi-* mo^ tra il numerale uno e il nome che Io si^gue. Ne ho mes- so tre, perch il concetto di questo modo ellittico e bello sfugge alla percezione di chi ha poca lettura de* classici. Nel discorso famigliare , quando si fa naenzione di alcuno poco conosciuto, si suol dire: Conoscete voi un certo Nic^ caio ? Ora , questo modo corrisponde a quello che si trova usato ne' classici col semplice un^ come per Io quarto esem- pio appare: un Niccol da Grignano^ cio d'un uomo chia- mato ecc. Il quinto esempio dimostra che si possa usare uno nel plurale , quantunque V idea contrasti col buon senso Gli uni e gli altri^ che corrisponde al dir pi nostro questi e quelli^ io il credeva gallicismo, pi ima che mi venisse scon trato in F. B. da S. G. 1  Metti cinque mila fiorini de'' tuoi contro a mille d^ miei. B. a. Pi di cento spirti entro sediero ( sedeva-- no). D. 3. f^idio MtauAiA di lucerne. D. 4- Tre mila du^^ CENTO cinquanta miglia. D Produco il primo esfaipio non per altro che per av- vertire coloro che errano nell* uso i mille e mi7a, adope- rando mille anch e nel plurale. Cento non muta. Si scrive duecento^ ducente^ e dugento; la prima forma  la pi u- sata. Centinaio e migliaio^ numeri indeterminati , fanno nel plurale centinaia e migliaia^ e quantunque con l'aggiunge- re altri numeri a mila e milioni si possa andare alP infini-' to i vocaboli centinaia e migliaia^ a cagion dell'essere in- detenninatiy meglio esprimono la confusione dell' infinitade. I. Guglielmo secondo^ re di Sicilia^ ebbe duefigliuO" li. B. a. f^irgilio dice nel quarto dell* Eneide^ che la fa^ ma vive per esser mobile. D. 3. Di Parigi il primo di Gen- naro. Bcntivoglio. 4 Di Firenze olii q^^ttordic Genna- io. Day. 5. Di JSorha li t redi a di Settembre. Caro. L ta8 I primi esempj ne iostgnatio che nello indicare la ge- nealogia  o vero la saceessione delle famiglie, le dirisioni -delle parti delle opere letterarie! in somma* in tutte le co- se nelle quali si voglia fermare l* ordine snCcessvo, si fa uso del numero ordiaale. Vero  che io trnovo in una p(H stilla del Davanzati : Come si dice nel libro quindici di questi annali ; ove  usato quindici e non decimoquinto o quindicesimo^ ma a me par francesismo. Le ore si contano coi cardinali;  wCora^ son le due^ le tre^ ecc. La data del mese, fuor che per lo primo giorno, s segna pure col no- mero cardinale; il quale, in questo caso, vuol T articolo // Con r articolo si pu anche mettere la preposizione a, co- me dal quarto esempio si mostra. I. T\m e ire parimente gli amasia B. it. Si spoglia^ reno tutte e sette* B. 3. Era in pericolo di perdere tutti due i figliuoli. 4* Poteva essere^ poich noi eravamo tutti due nati a un tempo* F. 5. Questo  certo eh* ella ^*ha in- vitato tutti a due. F. 6. Tutti a due tirate a un segno. F. L* ordine intero delle espressioni tutti e due^ tutti e tre^ ecc; si  tutti e sono due^ tutti e sono tre. Si drce anche tutti duef tutti tre; tutti a due^ tutti a tre; la prima manie' ra  la pi usata. II Bartoli e TAmenta non sanno che diavolo ci faccia questa e tra il numero e la voce tutti; e non ce la vorrebbe- ro ; ma in questo caso si vede bene che la voce tutti com- prende un numero circooscritto ; onde viene la conseguen- za che si debba definirlo; e questa definizione s^aggiunge alla voce tutti per mezzo della congiunzione. L* idea, dunqae, oropresa nel primo^ esempio : Gli amava tutUf e sh sape- te che e* sono tre; e a me riesce maniera assai pi rego- i 129 lare in tali proposIzioDi mettere la congiantiva che no; e per lo contrario mi pare manchi qualche cosa nella espressio- ne tutti tre; poich non si dice tutti uomini^ tutte cose^ par- lando generalmente; vi si pone T articolo che addila la co* sa determinata ; in somma vi vuol sempre una unione tra la voce tutto e quella che la determina. Nello stesso modo, mettendo la preposizione, come ne* doe ultimi esempj, la idea : tutti^ e H) sapete che ifuesto tutti si riduce a sfoi due. Cosi ragioDi^ndo si solve; e, cosi solvendo, non sar mai bi sogno che i grammatici vengano a battaglia. I . TennenU Amor anni rEurtatfo. ? 2. Vent^vna polta fu gridato imperatore. Dav. 3 Poi , per la medesima a, par discendere altre NorAtfT^ vntA rota. D. 4* f^oi non mi lasciate pur riposare una mezza ora del giorno. B 5. Falena assi o libelle due e mezzo* Dav 6. Abbiam oggi" mai cerco mezzo la cristianit^ senza saper perch* F. 7. Che a sei loro figliuoli una libbra e mezzo d'oro per cia- scuno si donasse. Bembo. Coi composti i^ent^ uno, trentuno, quararo'uno^ ecc., se il nome al quale V aggettivo niimerale  apposto sta in- nanzi al numero, e* debbe essere in plurale; se sta dopo di es$o,rimane singolare; anni vent^uno, nos^ant^una rota, i^en^ ttina voka. La ragione si  che, per essere detti numeri com posti di pen^z e uno, trenta e uno, mettendo il nome avanti^ s' accorda col numero plurale venti o trenta ; mettendolo dopo s'accorda col singolare uno. Per la stessa ragione, se lo aggettivo mezzo si pone prima del nome da esso modific- tO| concorda con quello nel genere; se si pon dopo, quando fosse il nome femminino, mezzo mantiene la desinenza di o^scolino; onde si dice mezza libbra, mezz^ora ; e una lib-- i3o bra e mezz^ un'ora e mezzo* Non v^ dubbio cbe, in questo secondo caso, la parola e mezzo comprende l'idea di e mez- zo il peso if una libbra^ e mezzo lo spazio d^ un ora. Que- sta  la regola generale fra i classici; quantunque il Bentibo, per Tultioio esempio, vuol che si possa dire anche una lib^ bra e mezza^ e urCora e mezza. Il sesto esempio  ellittico; e il sottinteso  il territorio di^ o cosa simile. i Cento venticinque fiorim per ^uno. Dav. a. Andate a quattro a quattro. B. 3. Si facevano fosse grandissime^ nelle quali a centinaia si metteifano i soprawgnenti. B. 4 Di sei mesi in sei mesi si mutano* B. L* aggettivo uno del primo esempio  preso nel sen- so di ciascuno, il che si usa nelle distribuzioni, ed  un i- diotismo nostro; egli  come se si dicesse venticinque per uno uomo^ venticinque per uno altro^ venticinque per uno terzo ecc. I modi ellittici a quattro a quattro^ a centinaia^ di sei mesi in sei mesi^ si riempiono cos: andate comequat-- tro dietro a quattro (la ripetizione della preposizione e del numero dipinge continuit), j/me/^o/io in quantit simi^ le a centinaia^ passando per lo periodo di sei mesi , ed en- trando in sei mesi* I . Non ne vuole meno di trenta per centinaio. B. 2.Sic- come vediamo manifestamente che tre via tre fa nove. D. 3. Io aveva sette anni^ quando mio padre mi lev da Paler- mo. F. 4 J^gli era di' et forse di quaranta anni. B. In luogo di centinaio che usa il Boccaccio, i moder- ni adoperano cento nelle espressioni il cinque , il sei , il trenta per cento ecc. La voce via^ della quale si fa uso nel- le moltiplicazioni,  un* alterazione d fiata^ volta; come appare dal seguente esempio tolto dalla Crusca: Quando lo i3i nostro Signore (mdwa una via al tempio^ s p/ tros^ s^en-- ditori e compratori. Cos nella prima edizione; ma ora non mi pare che bisogni originar da fiata quello che si regge e s* intende da per se. Quando si dice una s^oUa^ due scolte, tre voltej si contano le ripetizioni di uno atto per comparazione con un* altro atto^ cio di un giro in volta; per che questa voce %n>lta che altro , se non una girata in cerchio che fa un corpo, ritornando in sul medesimo punto onde mosse? Se dunque una po/to  la misura di uno spazio, e via  pur mi- sura d^uno spazio, chiaro apparisce che ambe le voci si so* no adoperate contando ; esse differiscono solo in tanto che volta prende il plurale, e f//a, no. Dunque tre ina tre  lo stes- so che tre voke tre. Le due maniere di rappresentare Tet dei dae ultimi esempj sono egualmente buone; la prima  pi famigliare. Si suol dire gli scrittori del trecento^ del cinquecento^ 0 vero del secolo decimoquarto^ del secolo decimosesto^ e- spressioni che non paiono corrispondenti sebbeu significhino la stessa epoca, perch le denominazioni ordinali traggono il loro nome dal secolo che comincia con la cifra i3oi,i5oi; eie cardinali, dal numero che disegna il centinaio, non con- tate le frazioni, il quale ritiene la |sua denominazione infi- do al 99; onde si dice del 3oo, fin che U millesimo sia giunto a 1399. Cardinalmente adunque si chiama il presente secolo r 800, e ordinalniente, il xix. Per la medesima ragione si dicenno aver 39 anni, ed essere nel quarantesimo anno; ma nel contar degli anni d* ordinario si sceglie ciascuno per se il cardinal numero. / i3i CAP. XII. DEGLI AGGETTIVI POSSESSIVI m/o, tuo^ suo^ nostro^ iH)stro^ loro. Questi aggettivi, cbe chiunque pu comprendere per- ch si chiamio possessivi, sono stati finora, per la maggior parte di coloro che hanno trattato questa materia, classi-^ ficati fra i pronomi; ma, poich il pronome sta in luogo del nome, e queste parole al contrario sono per lo pi giunte al nome, noi le mettiamo fra i qualificanti , che  la pro pria loro classe. Loro^ in vero,  pronome; non pertanto lo poniamo ancora fra questi aggettivi, perch rappresenta il possessivo nella terza persona del plurale, il quale manca. I  Non accorgendosi cK egli era uccellato , mand per  amico suo. B. 2. Contentate tt piacer r ostro. B 3. ^ me bisogna la fostra fede. B. 3. /o non intendo di risparmiar le mie forze* B II possessivo suole essere accompagnato d^lP articolo per le medesime ragioni gi esposte nel capitolo che trat- ta della teorica di esso, come sono per dimostrare. Vero  che il possessivo potrebbe per se medesimo servire di se- gno dimostrativo  e tener co^i ad un* ora il luogo d'arti- colo e di determinante, il qual officio, in fatto, alcuna vol- ta lo fa; ma, come le cose pure della medesima specie cbe uno pu qualificare, per esempio, per sue^ sono ncora ab- bienti a distinzione e a determinazione , per pariioolaritii o per confronto, 1* articolo apposto al possessivo esprime in italiano pi idee sottili ed espressive, le quali si perdo- no nelle altre lingue che in questo punto sono circonscritte i53 a una sola dicitura. Dan^e V articolo  apposto nei primi due esempj ad amico e piacere^ perch T Autore intende di un amico e \ un piacere particolare. Nel terzo e nei quar- to r articolo precede i possessivi ^ostre e mie^ perci che la fede e le forze ^ nomi da essi qualificati^ sono poste in con** fronlo p in opposizione alla fede e alle forze altrui* Ora dir sua origine e costumi^ e con che ardimento teni signoria. Dav. Il Davanzati, per amor della brevit, lascia una mol- titudine di particelle, cpme articoli, preposizioni, per lo pi quando sian soverchie; e certo, que'tre nomi senza articolo e con nn solo possessivo danno a quella frase una rapidit e una arditezza tale  che ti snii trasportare dietro la foga delle parole. Ma intendiamoci bene, che la sua bellezza ap- pare per la ragione che in italiano, la maggior parte delle volley il poa$e$8vo porta seco l'articolo, e si ripete innanzi a ciascun BOQfte; per' che, se, per esempio, il possessivo fos- se sempre coml^ in inglese senza atliColo, e mai non si x-^ petesse dopp la congiunzione, lo stile di quella frase non u- cirebbe pi deir ordinario. Ora, dei quattro avanti citati eaempj ,. ne* primi tre la particolarit  troppo evidente , e rartcolo  necessario al possessivo^ ma nel qqarto si potria togliere, e dir mie forze Cosi in questo, con stile pi ampia e posato si direbbe: Ora dir la sua origine e i suoi costur flu, e con che ardimento tent la signoria di Romom Il possessivo si pu mettere prima o dopo il nome^ nnlladimeao sarebbe pedaotismo il metterlo troppo sovente dopo. Segue (x ) bens d* ordinrio il nome, quando si pone (i) Neir ordine delle parole si dice quella precedere che prima si scri- ve e ipielia seguire che si sctto seconda* Faccio qaesla osserrazione, perch aU*occhio potrebbe parere il contrario i34 alla persona di cui si richiede raltenzionei signor mio^ a- mica mio^ padre mio. i. Chi fu tuo padre ? B. :i.A meptuve^ come io ti \^i^ dif vedere il padre mo. B* 3 Fratel mio^ questa  mj fi- gliuola. B. 4* J^o sono lA TXJA sventurata figlia. B. 5. Io son deliberato di far quel che vostra Eccellenza deside-- ra. Caro. 6. Senza altro consiglio prendere^ pose i sua fi'- gliuoli a cavallo. B. Dissi che talvolta il possessivo tien laogo di segno di- mostrativo, cio d* articolo e di determinante; il che si di- scerne nel primo esempio. In fatti, pongasi il possessivo do- po il nome, come fa il Boccaccio nel secondo esempio, e se ne vedr la prova : chi fu il padre tuo? Ecco che in que- sto caso r articolo  necessario, perch nn nome determi- nato vnol esser preceduto dall' articolo o dal segno dimo- strativo medesimo. Il possessivo ha Tegual valore, vale a di- re che pu far senza Tarticolo, ogni qual volta preceda a un nome di parentado nel singolare, come padre^ madre^ fra* tello , sorella , ecc. , eccetto donna per moglie , e ^yosa ; o sia dato ad alcuno dei titoli eccellenza , eminenza , altez- za^ maest ecc; vedi il terzo e il quinto esempio. Il Boc- caccio ha molto spesso deviato da questa regola; per esem- pio, dice: Il tuo padre ti manda questa per consolarti^ Di' scretamente in ci ha ii mio padre adoperato^ Io intendo di torre via tonta la quale egli fa alla mia sorella. A me pare che stia bene V articolo al possessivo precedente an nome di parentado singolare, quando si voglia fare una e- spressione afifettnosa, o ironica, o simile. Il quarto esempio dimostra che l'articolo  ancora necessario , se tra il nome di parentado singolare e il possessivo trovasi un altro ag- i35 getlivo; che, il secondo aggiunto in tal caso dinota partico* laril della eosa posseduta. Se il nome di parentado o tito- lo  in plurale, come nel sesto esempio, il possessivo do- manda r articolo. Come gi dicen^mo, quando il possessivo si riferisce a cui si parla, si dice signor mio^ amico mio^ senza articolo, non essendoci bisogno di segno dimostrativo per la persona cui porgiamo il discorso. I  Sempre per suo amico Cebbe. B. 2. Fate di me quel che sH)i credete che pia mostro onore e consolazion sia. B 3. f^i ricorderete di dire a \^ostro padre f che i fostr fi,-* gUiioU^ sua e miei nipoti^ non sono nati di paltoniere. B 4* // giudice niuna cosa in sua scusa coleva udire. B. 4 Io nofi posso far caldo e freddo a mia posta. B. II possessivo suo del primo esempio, e wstro^ del se- condo, sono senza articolo, perch non si intende n a con* franto, n a particolarit rispetto alla cosa posseduta. Nel terso Tarticolo  apposto a \H)stri e non a suoi e miei^ perci che il nome figliuoli  messo in confronto con gli altri della medesima specie; mentre il seguente nipoti non  adopera- to se non per qualificaute* Nel quarto e quinto esempio le espressioni insuascusa^ a mia posta^ sono avverbiali, vale a dire le tre parole tutte insieme fanno come una sola modi ficante il verbo; nel qual caso il nome non  soggetto a de- terminazione, n quindi il possessivo ali* articolo. Tali sono anche a mio senno^ a mio modo y a mio parere % ecc. La de- teraiinazione, ci non ostante, pu aver luogo per confron- to ol opposizione anche in queste espressioni, come quando il Boccaccio dicevo/ mio parere^ questa tua andata  di sO" perchio; ma , in questo caso , la parola al mio parere non  pi avverbio, ella  parte della proposizione se tu dai retta al mio parerei o pure ella serve di dativo al seguente . i36 I  Ella desidera di tornarsi Al padre. B. a. Quasi morta nelle braccia dei FiaunoL cadde. B 3. Bassa gli occBi in terrai non le guatare. B 4 Non tanto ilperdun to marito^ quanto tA sua sventura piangea. B* Sempre che il nome rappreseotante la cosa posseduta si riferisca all*agente del Terbo,si suol soUiotendere il possessi- vo, e mettervi Tarticolo per segno della cosa determioata dal possessivo sottinteso. Dunque, nel primo esempio , puire si riferisce a ella agente di desidera^ nel secondo figliaci cor- risponde con e//a, e nel terzo, gli occhi con to, agenti sot- tintesi. Nel quarto esempio il possessivo  tolto a marito e non a ss^entura^ ma quivi la sventura della donna di cui si parla si distingue dalle altre sventure per mezzo del posses- sivo; il che mostra che, se anche in tutti tre i sopra accen- nati esempj fosse opposizione o confronto,l>isognerebbe e- sprmere il possessivo. In questo si guardino coloro che san- no francese da* gallicismi nei quali  facile a cader e, in quan- to che i Francesi , in tal caso , fanno uso del possessivo ; e quando anche si parli di cosa non animata , come dicendo d* un poggio, la cima era intorniata d^alberi^ e non la sua cima^ gallicamente. Eccone degli esempj tratti dalP Anti- purismo. I* Gnmde e sublime ne* suoi pgruiri, piccolo e ineeppaM rulla sva elocuzione a. // suo poema e uno ed intiero nella sua azione, nel suo pr gresso, e nel suo fine 3. Io t^eggo nel primo m genio poetico tMOto pieno del suo fuoco e dlia sua for%a. E perch non dire, con laconismo e con maggior forza, n" pensieri^ nella elocuzione^ nelT azione , nel progress so^ nel fine^ di fuoGO% di forza ? Queste non sono le pann le insipide de* puristi* In tre frasi sono sette possessivi ina tili ! che sguaiataggine in confronto di quel dire del Davan- zati Ora dir sua origine e costumi ecc. f i37 I  Per un suo segretissimo famigliare il mand alla filinola* B. 2. Damanti la casa sfide quattro suor fratelli^ tutti vestiti di nero* B. 3. Accostatosi al pi discreto de* suoi^ gr impose quello che avesse a fare. B. 4* ^on so cui io possa lasciare a riscuotere il mo. B. 5. Mangi del suo s'egli ne ha; che del nostro non manger egli oggi. B. 6. In brevissimo tempo fece maravigliare il padre^ e tutti i suoi^ e ciascuno altro che il conosceva. B Bench si possa dire uno de* suoi famigliari j quattro de" suoi fratelli^ il lasciar de* in simili espressioni, dicen- do un suo famigliare^ quattro suoi fratelli^  pi secondo lo stile italiano; nuUadimeno, in alcun caso anche la pri- ma forma  necessaria; come se, per esempio, di uno che ab- bia dinanzi a se dieci fratelli, o pi famigliari, si dicesse, presi quattro de suoi fratelli^ accostatosi a uno de* suoi fa^ migliori; venendosi cosi a distinguerei! minor numero tra il maggiore. Il possessivo basta alcuna volta a far intendere di die si tratta senza il nome; anzi egli  un modo singolar- mente nostro il non esprimere i nomi famigli^ bene^ dana^^ rOf parenti f soldati^ e qualche altro; onde nel terzo esempio si sottintende /a/n/g//; nel quarto ^danaro; nel ({uiuto^ bene; nel sesto, parenti e amici* I  Poi che gli arcieri del vostro nimico avranno il suo saettamento saettato^ e i vostri il suo^ sapete che^ di queU lo che i vostri saettato avranno^ converr che i vostri ne* mici ricolgano% e a* nostri converr ricoglier del loro. B a. Ze beffe le quali le donne hanno gi fatte a* suoi mari^ ti .  B. 3. f^olo con Fall del pensiero al cielo S spesse . volte f che quasi un di loro Esser mi par che hann* ivi il suo tesoro. P. II i38 Qualche volta a caosare il senso ambiguo, si fa uso di suo in luogo di loro^ pur che il possessivo si riferisca allo agente* Il primo suo del primo esempio appartiene air a- gente arcieri; il secondo suo corrisponde con i^ostri altro a* gente; mentre che se avesse lo scrittore detto // loro^ avreb- be prodotto confusione. Anzi dir che, quando il possessi* vo si riferisce all'agente del verbo, come appare anche dal secondo e terzo esempio, sarebbe pi giusto Tusar sempre suo^ per distinguerlo da quello che corrisponde con una per- sona tei*za, come il loro in fine della frase del primo esem- pio; perch, non ci essendo, come gi accennai, il posses- sivo della terza persona del plurale, e in quella vece ponen- dosi loro, pronome, il quale per sua natura non pu corri- spondere con r agente, rimarrebbe quindi tolta ogni ambi- guit; ma si schifa anche 52/0 per plurale, pur che con chia- rezza di senso si possa adoperar loro, per esser P orecchio troppo uso ad averlo per singolare. 1  Stia ancor egli in su le sirs eh* i* sto in su le mie. F, a. E forse che non n pieno tutto f^terbo, e cheognun non dice la sue ? F. Se ella non ne star cheta, ella po- tr auer delle sax, B. Chi francamente e rettamente vuol poter far uso di una espressione convien che sappia dar ragione del concet- to che quella contiene. Ai possessivi sue e mie del primo esempio v*  sottinteso il nome difese, cio le difese dello I ingegno, della avvedutezza, dlia scaltrezza, secondo le cir- costanze; usandosi questo dire per, stare accorto nel parla- , re che altri non ti pigli nelle parole; o, nel consorzio eoo j alcuno, che tu non rimanga ingannato 9 sorpreso in che che sia. Nel secondo caso v*  inteso storia o novella^ nel ter- zo, scopate o botte, o cosa simile. j i39 Nota che dalle forme ai^dei, dai^ nei, coi, s debbe eldere Vi allora che precedono a uno dei possessivi mieif tuoi^ suoi; cio denUei^ co* suoi^ ne* tuoi, ecc., per evitare il doppio suono di ei ei, oi oif ei oi; e ancora che, se un nome che termini in re ai pone avanti il possessivo, si tron- ca Te; dolor mio, amor mio. Quella cosa dice ritorno esser bella, cui le parti de- bitamente rispondono, perch dalla lojio armonia risulta piacimento D. Quantunque loro pronome personale non possa rap- presentare se non le persone, usato qual possessivo serve an- che per le cose; ma si avverta che a loro possessivo si sot tintende sempre la preposizione di, la quale sappiamo es- sere il segno del qualificante, cio dair armonia di loro* *9^ GAP. XIII. DEGLI AGGETTIVI DIMOSTRATIVI Questi aggettivi che pur faron messi fra i pronomi, non facendo cosi alcuna differenza tra questi e i veri pr-* nomi di tal sorte che vedremo in seguito , si chiaman di- mostrativi , perch servono a dimostrare la cosa di cui si parla* I  Sia preso questo traditore. B. 2. Innanzi che co- testo ladroncello  che /  cost dal lato, vada via, fate- mi rendere il mio. B. 3, Anche sH)i dite che quella casa  mia ? F. 4* Come dite s^oi coteste parole ? B i4o Noi abbiamo tre dimostrativi ; questo^ che disegna la [persona o la cosa vicina di colui che parla; cotesto^ che i^ mostra T oggetto vicino di colui a cui si parla; quello^ che lo addita lontano da tutti e due. I soli toscani ne fanno ret- to uso parlando, e comprendono il valore di cotesto (i); bench tra il popolo si usi cotesto per questo^ e viceversa; e son molto da riprendere tutti coloro che confondono que^ sto con cotesto^ come quelli che hanno bandito cotesto dal- la nostra lingua; essendo cos necessario , quando si scrive una lettera, ad accennare le cose stanti nel luogo ove si tro- va la persona a cui si scrive. Nelle altre lingue per lo di- fetto di questo dimostrativo, si rende spesso il senso ambi* gno nello stile epistolare, o bisogna ricorrere a circonlocu- zioni. E non solamente questi aggettivi si applicano a cose concrete o materiali, che si vedono, come esprime il voca- bolo dimostrativo, ma anche alle cose astratte (2), per e- sempio : Al mio parere cotesta wstra andata  di soper- chio; f^oglio ragionare un poco con voi sopra questa ma-* teria. Questi aggettivi fanno T uffizio d*articolo e di deter- minante; vale a dire che determinano Toggetto e lo mostra- no a dito. Quello va soggetto a variazione secondo il nome al quale  preposto. Si tronca nel singolare in quel ^ e nel () fi Ne mal si sentir, dice il Buonmattei, in ci far errore da vemn del nostro paese, ancorch rivendugliolo, o ]>attilano, o di altra pn>fessio> ne pi sprezzata.  Ma, sia con sua pace, n anche quivi  tanta rettitudi- ne tra i battilani e* rivenduglioli  (a) Concreto, del latino concretai , signiGca cresciuto imieme, e si dice di quelle cose la cui idea  cresciuta o derivaU dair oggetto reale che la rap- presenta^ astratto da abstractus significa trauo di, e si dice di quelle cose che hanno loro essere solo nella nostra immaginazionej il nome o Tidea delle quali fi tratta per analogia dai termini concreti cio dagli oggetti scusIm* i4t plurale in queio que^^ innanzi a nome che cominci per con- sonante; si elide avanti alla vocale in queir ^ e fa nel plura- le quegli^ avanti la vocale e la ^ sopra detta. Cotesto Un" ua illustre dovrebbe pur crescere di splendore a modo che cresce la nobilt delle cose* Cosi scrive un critico del Davaozati in un suo opuscolo intitolato il Perticari confu- tato da Dante. Avrebbe dovuto dire questa lingua^ poich il dimostrativo si riferisce alla cosa di cui egli tratta* ! Io non ho gi cotesto nome alla fonte; che avea no-' me Tofano per una mia zia* F. a. Andai a studio a Siena ^ e mi miser cotesto nome^ perch io doveva imparare as" sai^ e disputava come un diavolo F. Nella Trinuzia del Firenzuola messer Rovina dice al Dormi: Io ti rispondo che non sono la rovina che rovina^ ma un dottor che ho nome messer Eovina ; e poi seguita con le soprapposte parole; onde parrebbe che qui il Firen- zuola avesse veramente adoperato cotesto per questo; ma s fatti esempj non si possono prendere per norma per dire che sia lecito al dicitore 1* usare Tuno o l'altro dimostra- tivo a suo piacere, quando si dinoli cosa che appartenga a chi s parla; perch, dicendo cotesto^ il Dottore intende di- segnare quel nome di rovina che rovina col quale il Dormi Vhm nominato. Non v* dubbio che esempj di cotale ambi- gua specie indussero molti a credere che questo e cotesto si possano indifferentemente usare Tun per Taltro. E quantun- que, perci che continua a dire il Dottore, par proprio chV- gli intenda cotesto per questo^ non sarebbe maraviglia che il Firenzuola facesse rovinare anche le regole della gramma- tica a colui ch^egli chiama Movina delle leggi. Ma qaei che pi mi fa maravigliare si  il vedere che anche il Cesari  * i  i4a leggiadro e correttissimo di quegli scrittori, i quali nel pria* cipjo del presente secolo arrestarono la devastazione che i nuovi Vandali avevan portata nella lingua e nella letteratu- ra del bel paese; e fecero tutti noi smarriti, che il guasto aiu- tavamo , retrocedere, maraviglomi dico che aneli* egli dia autorit a questo solecismo; per che non se ne trova pure un esempio nei Tre. Nella introduzione alla sua versione di Terenzio , dice cotesta utilit fii veduta altres da un dot-- tissimo e santissimo vescosH). E questa utiliUi  cosa ch*egli medesimo propone. Il Bartoli  tutto pieno di s fatti co-' testi; eccone uno: Cotesti una scolta s fecondi allori^ ora sterili son dis^enuti; e con cotesti egli disegna cose da lui prima accennate . L*Amenta il quale trova da dire contro a qualunque si pub che il Bartoli esponga, passa questo sot- to silenzio, e comincia una sua osservazione cosi: Chi do- mine  cotesto grammatico che insegn quantunque esser nome aggettisi; e chi son mai cotesti che seguitandolo co- s credettero ? E questo ei dice fra se. I . Buona femmina^ tu sei assai sollecita a questo tuo dimandare; e nondimeno le fece limosina. B. 2. Che  ciaf spiriti lenti ? qual negligenza^ quale stare  questo? D. 3. Son QUESTI i capei biondi e f aureo nodo ecc. ? P. Non cos del dimostrativo questo^ che non si possa a- doperare in luogo di cotesto a nominar cose di persona che sia presente al dicitore, o pure a cui si scriya; pur che in questo secondo caso si accompagni il dimostrativo col pos- sessivo. Li tre esempj provano che questo si pu, ed  bel modo ancora. Il Petrarca dicendo, a Laura apparitagli in visione, son questi i capei biondi^ par proprio che li tocchi e se ne faccia beato. Quando per col dimostrativo questo si i4J accenna cosa astratta appartenente a cui ode, s^accompagna col possessivo tuo o vostro, per maggior chiarezza, o sem- pre che vi possa essere ambiguit; ma le pi volte la con- correnza dei due vocaboli, questo tuOj questo vostro^ aggiun* g scorno o leggiadria alla cosa disegnata, come nel seguen- te esempio : Lasciami saziar gli occhi di questo tuo viso dolce. B E. con tale intendimento si pone il possessivo con cotesto e con quello ancora: K mi par pure vederti mor^ derle^ con cotesti suor denti fatti a bischeri^ quella sua bocca vermigliuzza, e quelle sue gote che paion due rose. B . I. Quando intese questo fiu oltremodo dolente. B. ^- yogUamo noi andare a veder questo santo ? B. 3. Z?/- temi QUELLO che io posso per voi operare* B. Gli aggettivi questo e quello si adoperano anche a' di- segnar le idee presenti o a richiamar le lontane. Questo ac- cenna o ripete  come nel primo esempio* la cosa o le cose delle quali si  precedentemente parlato, e che si suppon- gono ancora presenti alla nostra mente; onde^ da se suffi- ciente, e fa r ufficio di determinante; quello indica la cosa o le cose di cui uno  per parlare, che non sono ancora de terminate, e quindi sono tuttavia lontane dalla mente di chi ode; perci  sempre seguito da una proposizione determi- nante. Nel secondo esempio, quantunque si faccia menzione di un oggetto lontano alla vista, pure si  usato il dimostra- tivo che dinota le cose vicine, per il motivo che  stato di esso precedentemente parlato. I . Io il feci STANOTTE prendere* B. a. Stamane egli entr in un mio giardino. B 3. JFate che stasera noi siamo insigne. B. Le forme stamattina o stamane , stasera e stanotte , fcl I _-  mtX..''* j- i44 SODO composte e abbreviate di questa mattina^ questa ma- ncy questa sera^ questa notte. Questa notte o stanotte pu si- gnificare egualmente la passata notte come la futura, per- ci che del pari son vicine al giorno , V una come appeaa passata^ V altra come subito seguente ; e questi aggettivi solgesse, o in alcuno scoglio peecotei9do la rendesse ; di che ella, eziandio campar roLENOO, non potesse, ma di necessit annegasse. Io dico dunque che da questo difetto i da guardarsene col ripulire le scritture; e io '1 so per pr- i6o pria esperienza, avvenendomi di dover copiare ogni minima cosa* quando la voglia purgare dalle noiose ripetizioni; al che non si pu attendere mentre detta la fantasia, senza ar restare il corso de* pensieri e de* concetti che corrono alla mente. E dico che errerebbe chi, studiando lo stile nel Boc- cacciOt credesse doverlo imitare anche in queste cose; co- me farebbe ridere chi facesse uso come lui del verbo dovere nel seguente e simili casi: E avendo moke volte avuto vo- glia di DorERE alcuna parola dire ecc. , ov* del tatto inu- tile; e s^ ha a dire di dire alcuna parola . er/o nome; che vuol dire, parola che si usa in luogo del nome ad evitare l ripetizione di es so; per esempio, chiam a se la cameriera^ e site disse. Il pronome  le che tien luogo di alla cameriera* VAAlAZlONf DEL PHOSIOAIB EGiff Singolare Plurale Agente, egli. Agente, eglino* Dativo, a lui^ gli^ li. Dativo, a loro^ loro. Oggetto, lui^ lon il. Oggetto, /oro, g/i, // VARlAZIOlri BEL PROHOJHB EU.A. Singolare Plurale Agente, ella. Agente, eUenOm Dativo, a lei^ le. Dativo, a loro^ loro. Oggetto, lei^ la. Oggetto, /e, loro. iGi Donqae vi sodo, per Toggetto e per il dativo, due for- me; cio, per V oggetto, io o ili Ar, gli o li^ le; e lui, /e/, loro; per il dativo, gli^ le^ loro; a lidi a lei^ a loro. APPLfCAZlONB  I. Io i^amo sopra ogni altra cosa. B 2. La gioQfine cominci non meno ad amar lar^ che egli amasse lei. fi, 3. Mai non le dir villania. B. 4* f^ metto a LEr^ non a w.F. La stessa teorica stabilita per li nomt personali si ap- plica a qaesti pronomi. Se il verbo non ba sotto di se pi di un oggetto o di un dativo, si fa uso di /o, la^ gli^ le, per r oggetto, e di g//, /e, oro^ pel dativo; se due oggetti o da- tivi, relativi a persone diverse, dipendono dallo stesso vr- bo, si osa lui^ leii loro, per V oggetto, e a kiii a lei^ a loro^ pel dativo; e ci per dar maggior valore ai pronomi sai qua- li cade, a cagiondel confronto delle persone, l maggior forza deir espressione. I. Egli dice che io ho fatto quello che ro credo che leu abbia fatto bgu. B. a^ Fbi dovete sapere che egli  mito malagewle a me il tro\^are mille fiorini. B. 3. Ma/- donna i egli non darebbe esser marasmi glia ad alcuno savio che io amii specialmente voi^ per che voi il \^alete. B. 4 ^^i fu guatato lungamente i prima che alcuno potesse ore-- dere che *t fosse desso. B# 5. Gir  tco cortesia esser vii-- Idno. Ariosto. Quantunque ambedue gli agenti egli alla fine del prl- nio esempio adoperino, quando se ne volesse trarre uno , Bisognerebbe lasciarvi l'ultimo; per ci che si mette gene- talmente il secondo agente dopo il verbo, quando M sbn glio dire; ove il prono- me lo comprende tutta la seconda parte della proposizione; e questa  come aggiunta a dichiarare quello che non fos- se inteso. Par qualche volta inutile Tagente del verbo, per- ch si pu sopprimere; ma non  da dubitare che chi ha raf- finato il gusto nello stile , noi pon n leva accaso. Caccisi dunque anche il vocabolo vezzo^ in quanto a termine gram- maticale, fra le anticaglie insieme co^pleonasmi, e coi riem- pitivi, e i casi, e^gerundj; giacch ad altro uso non fu da* grammatici intromesso; che a perpetuare Tignoranza* Egli si i63 trover che, qualora non sapevano dar ragione di una parti- cella, il che troppo spesso avveniva, soddisfacevano .a*let-f tori con un certo qual smezzo. Questo vocabolo si d& ad u-^ DO ornamento di perle che le donne si mettono al collo; e credo derivi dal Tedesco; e, nel senso metaforico, si vole- va inteso ad esprimere parola posta per ornamento del di-* scorso; ma di quale ornamento pu essere una voce sover- chia P Nel quarto esempio dalla 7 tra che e fosse s*  fatta Telisione della e, che viene ad esser e/; la qual forala uo troncamento di egli. Il troncamento e T elisione fanno la parola graziosa; e non ostante che sia poco usata , io avvi- so che se ne possa far uso. Si trovan molti esempj anche di ei per egli , e del tronco e* per egli ed eglino Si pu troncare Ve di egli^ e far g//, come nel quinto caso. Si usa la per ella; elle^ le per elleno; per esempio, tj mi disse o- gni cosa ; Elze non sanno^ delle sette volte le sei^ quello che BILE si vogliono. B. Quelle altre che^ se te non hanno t ordine per fetton ecc. M* In poesia si pu adoperare ella per oggetto e con le preposisioni  i. Se cosa appar ond^ egli ahbian paura ecc. D. a. In bene ad un armo trovai cKsu ( i denari) erano quat' tro piccioli pia che essere non doveano. B 3. Ecl sono state assai volte il d che io vorrei pia tosto essere stato mor* io che vivo. B. In questi esempj si vede adoperato egli per eglino { ma a me par che sia un far abuso di p'ole e un confonde- re il loro senso a sproposito, quando si pu usar chiarez- za e dbtinzione tra il singolare e il plurale. I classici han fatto poco* conto di eglino ed elleno; e nel Decameron que- sti plarali il pi si trovan suppliti per essi ed esse . i64 I  Lot ho preso^ e lu voglio. B. %. Pia che se l a- mova. B. 3. Deliber di palesarsi e di trarLA dallo in- ganno nel quale era. B. 4* Ella non si ricordas^a d un. B. 5. Egli si mossCj ed io gli tenni dietro. 0. 6. Dirimpetto a SE fece star ist. B* Nel primo esempioi bench i verbi \H)lere e prendere non abbiano se non un oggetto, si sono adoperati i prono- mi che bau Taccento; perch lui  in opposizione con ogni aliro^ e tutta la virt deirespressione sta in lui; sicch, co- me gi abbiamo detto per li nomi personali, non fa bisogno che il secondo oggetto o dativo facente opposizione o con- fronto, sia sempre espresso. Il secondo esempio par venire in contraddizione della regola ora posta, avendo il verbo amare dae oggetti non delPegual valore. Perch non disse l'Autore pia che s amava lb ? Nello stesso modo che si pu esprimere confronto od opposizione con un solo pro- nome esprsso, cosi se ne possono metter due senza espri* mere opposizione o confronto. Io questo caso Y intenzione di chi paria non tende a metter in comparazione le due per- sone rappresentanti gli oggetti; ma, con le parole pi che se^ a dar forza ad amare. Cos parimente, se io di^o rama- te molto? la mia richiesta si porta tutta sopra il verbo a- mate e sua modificazione , e si dee rispndere  amo pi che me stesso ; se al contrario domando amate luif la mag- gior virt deir espressione  conferita alla persona, eia ri- sposta sar^, amo lui pia che me stesso. Nei terzo esempio non sono le due azioni messe in confronto Tuna ^eiraltra , ma pi tosto Tuna  seguente e aiutante Tal tra, come se si dicesse deliber col palesarsi di trarla dallo inganno dee;  la virt deir espressione sta pi i65 nel verbo palesare^ che nell'oggetto, al qaale poco intende chi parla. Quindi disse palesarsi e trarla^ non palesar se e trarre leu Il quarto esempio mostra che, con le smplici prepo^ siziooi difa^ da^ per^ corij si usano solamente lui^ lei^ loro\ gli altri pronomi non portano le preposizioni* Come i no- mi personali mi\ ci^ ti^ ecc; anche li pronomi gli^ /e, loro^ haoQO il valore del dativo, senza Taiuto della preposizione a. Le preposizioni composte, quali sono dietro edirim^ petto degli ultimi esempj, non hanno la stessa influenza del- le semplici a, di\ da^ sopra i nomi personali e i pronomi ; ma si usa mi^ ci^ ti^ w, gli 9 le^ lorOf quando non v* confron- to, come nel quarto esempio , e si mettono prima o dopo il verbo secondo questo richiede; e si adoperano a me^ a se^ a tCj a luij a loro , se confronto ha luogo, come nel sesto esempio. La ragione  che le semplici preposizioni sono sem- pre immediate col pronome, dove le composte son solamen- te allor che v*  confronto. I . Djgu qualche pedo di scarpette^ e wsngauo. B, 2. iVon LO Ljsciar disHrare dagli uccelli^ B. 3. Non sapeva come neGjhw. B. 4* ^on parendole tanto sers^ire a Dio quanto vole^ni^ mormoras^a. B. 5 Postole in mano un bel- lissimo anello^ la licenzi. B. I pronomi, /o, /a, gli^ /e, si pongono dopo il verbo, e si giungono con esso, nei tre modi, imperativo, infinito, e ne' participi* Si eccettua V imperativo, quando  accompa- gnato da negazione, come mostra il secondo esempio. Per conseguenza, negli altri tre modi, indicativo, condizionale, e congiuntivo, i detti pronomi si mettono prima del verbo, e son da quello divisi. i66 Quando il verbo Dell* imperativo  accompagoato dal- la negaiione , la regola  osservata da tutti i classici, di por- re il pronome tra questa e quello ; onde io biasimo il dire col Monti: V ira  insano afftto ^ ma non confonderla con lo sdegno^affetto magnanimo^ in vece di, non la confondere^ espressione pi bella e di forza maggiore, ma si trova spes- so il pronome posto tra la negazione e il verbo anche nei participj e nelP infinito: Io H)* far teista di non la conosce^ re; F. Fuggi il male; o, non lo potendo fuggire^ sopporta- lo come uomo. M* E in questi casi, per non esser regola sta* bile, ci d alia dizione un* aria d* eleganza. I . fE LA fORTA in una scodella ^argento. B. a. Pren- dendo tempo com^nei^ole^ cu mostra interamente il mio ardore^ e in tutto t* ncegna di far che la cosa abbia ejfet* to. B. 3 Egli sbadigliasHi e stropccakas gli occhi. B. 4- La donna vedendolo^ e udendolo prji^goio che svenisse nella torre. B 5* Ond* io fui tratto fiior delf ampia gola d inferno per mostrarli^ e mostrbrou oltre quanto *l po- tr menar mia scuola. D. 6. yi non gli Potete n ^edc' te n udire. B. 7* Dile che vada per lei. B. S. Fagli vezzi^ e DAGLI ben da mangiare. Bu accordare w non con tina; e perci l'altra con- Te& che abbia, non la forma deir agente, cbe sarebbe c-- me voler Tolgore la punta d' una spada ad un* ora in dae hli opposti, ma dell* oggetto. A me pare dunque soverchio, anzi dico essere un* idea falsa quella che alcuni hanno vo- lato dare a queste espressioni , cio che significhino ch^ io fossi in te; ci che non  in lei^ le quali sono idee diflfe- reati da quelle degli esempj; perch queste esprimono stan- za in luogo, e quelle quali(& Il senso piti verisimile si pu rappresentare col dire c^ io fossi la persona di te\ ci che non  la persona di lei; ma il supporre questa ellissi  pu- re soverchio, perch te e lei ben significano la persona di (e, la persona di lei. Dunque, conchiudendo , dico che in qaeslo caso non  n ellissi n irregolarit. Il Firenzuola ha pure i due agenti; Io credem che wi foste egli ; ma io tengo pi giusto il dire che voi foste lui^ perch V orecchio oso a sentire Tagente accordare col verbo e non Toggetta I. DaUa sua colpa stessa rimorso^ si vergogn di fare al monaco quello che egli^ siccome un avesni meritato. Bw 2. Assai sciente si gloriano che alquante^ della cui wrt speziai solennit fa la chiesa^ furono femmine come 0- Ao, B. 3. Beato wi ehe^ casto^ a morte corse i Alamanni* 4* Misero mb ! c^ sKdli ? P. Vedemmo a carte .92 perch si possa osare V oggetto del pronome dopo come. Ora la costruzione intera delle e- spressioni siccome lui^ siccome loro^ , nel primo esempio, siccome il monaco sape^ni lui avere meritato; nel secondo,  mano una particolarit& della nostra, e una maggior riccbez- sa come di quattro a uno. E non  da dire che , introdu- cendo anche la francese, fosse uno arricchire la lingua no- stra d^una maniera di pi di espressione; che si verrebbe anzi a perdere la pi bella, che  quella deirarticolo senza Taiuto n di possessivo n di dimostrativo, n di pronome; avvenga che se tu t*ausi Torecchio a ndire; poich noi ne sappiamo la wrt^ lodandone i capelli^ vederne gli occhi , tu venghi a mano a mano facendoti un bisogno di quel pro- nome; si che alla fine, lasciando ne, ti sembra che alla fra- se paanchi qualcosa* In cotal modo s^eran quasi, nelle scrit- ture moderne, abbandonate le vere forme italiane di queste i8i dizionU e per questa ragione durai fatica in persuadere al- cuni, i quali, scrivendo del resto purissimamente, non si pote?an risolvere a sgombrare i loro scritti di questa ridon- danza cui avevano assuefatto Toccbio e Torecchio* Vuole adesso alcun vedere quale sconcio, quale quan- tit di voci vane e fastidiose, possano formare tre di queste soverchiamente ripetute nel corso di un* t>pera ? Tolgansi tatti i del^ dei^ delle^ a carte 1 1 o, di quei tre esemp j dell* Antipurismo, che sono sei, e i sette possessivi inutili degli altri tre a carte i36, e poi i tre ne a carte lyS, e gik in noTe righe ^ avranno 1 6 di queste parole soverchie che al- tro non stanno a fare che distruggere la leggiadria dello stilei e snervare il discorso^ Ora, per vraire alla conclusione di questo paragrafo io dichiaro ancora che, per cercare ch*io abbia fatto nei tre primi classici, non m*  venuto trovato un solo esempio del ne qui eccettuato; e d* alcuni casi che trassi dagli altri, i quali al primo posson parere il caso nostro; non pur uno  tale; onde io lo escludo dalla no8tt*a lingua. E per meglio determinare qual  questo ne eh* io chiamo strano, dico essere quello che sta in luogo del possessivo; per che in tutti quei casi che abbiam citati, ne^^quali  detto gallici- smo, si trover potervisi sostituire il possessivo; dove ne* seguenti non ne  uno che il patisca. I  Dio 7 Sfoglia che ^ uno errore cV io feci iersera^ Ul gola non irs patisca oggi la penitenza* F. 2. Anche no^ nn molti altri di ciascuna generazione che non erano (xpevoli^ questo fece acci che nb crescesse pia V animo d' detti ambasciatori. Db S.C. 3. Tu dei leggiermente per^ owtere nel piattello , o con altro argomento scopr jrjs la i8t cenere. Caaa. 4* Usando i senatori^ se scorgeiHmo qualche ben pubblico non preposto^ salire in bigoncia^ e pbosok^ ziARjfn il lor parere. Day. 5. Quel giudice d^ cittadini e de^ forestieri che risedesse^ ars osasse Vannual cura. Dar* 6. Ogni i^nerd in su guest* ora io la giungo qui  e qui srs fo lo strazio che tu s^edrai. B. Adunque nel primo esempio il pronome ne  della me- desima natura di quelli accennali e difesi a pag. 174 ^ gtio oggi f^xnmre se io CI potessi disporre mia madre in qualche modom DKL PBOIIOMB OJ^TOS (l) I  Per ifuesia andata ons li dai tu iHmto^ intese OO' se ecc. D. a. Se io a ciascun di %H>i donassi un regno qi^ le  quello onds io la corona attendo^ non debitamente vi avrei guiderdonati. B. 3. Essi fanno ritratto da quello oif" BE nati sono. B. 4* Per quello usciuolo ojtdb era entrato il mise fuori. B. 5. / casi infelici'^ onde io con ragione pian* go^ con lagrimcifole stilo seguir. B. 6. Se wlete essere uomini^ io vi mostrer ben via^ onde wi scanalerete da tan- ti mali. Da S. G A. trovar la verit delle cose in grammatica si deve prima cercare qual sia il nudo e semplice senso di un voca- bolo dalla sua radice; e poi, qualunque volta paia da quel- la scostarsif ridurlo, per via della analisi , al suo principio alti*imenti, se si modifica il senso di quello a seconda del bisogno di chi se ne servot si fa lecito il traviare per ogni verso, fin che pi non si conosce il suo vero officio , il suo giusto uso. Io non dir dunque, che onde significhi di che^ (i) Questo manca interamente nella prima edizione, e non V  faUo menzione d* altro che della congiunzione. I solecismi della Proposta m* ban fatto (iure qnesU aggiunUi le biasimar abbiasi pur la giasta meritata lo- de per il bello e il buono che ci ha lasciato. A dir bene, do- yea dunque il Bartoli dire per divenir grande^ e non era ; e se i tre buoni esempj che ho citati non bastano, eccone dne altri, 1* ano del Gelli e T altro del Davansati: Compare^ e* bisogna sconciarsi a queste cose S bisogna anche pote^ MUg^ comare. Non  cluaro se ei mostr segni di svelenai chi diceva s soiroi chi s non sono.^ Nella leggiadra tradusione dal Greco degli Aaiori di Dafni e Cloe di Luogo Sofista fatta da Annibal Caro , tro Tai questa espressione: Io son moro ( dice Dafni ) ; /o  oa- che il giacinto^ il che mi fece rimanere alquanto sospeso a vedere, in quel vero modello di perfetto stile, lo , in vece di  moroi perci che non m* era mai avvenuto di trovare al- cun gallicismo negli scritti suoi; e basterebbe questo /o,e qnd ne avanti combattuto, a sporcare tutto il suo Dafni e la sua Cloe. Ma il dispiacere fu ben presto rimosso, scorgendo in una nota che quelle parole non erano della traduzione del Caro, ma contenute in un supplemento ritrovato nel codice LaurenzianOv tradotto dal Prof. Leb. Ciampi, e inserito poi nella version del Caro. Se i^oi mi prestate cinque lite | cns so che * aifete^ io ricoglier la gonnella mia B* Due sensi si possono dare al primo che di questa fra- se, esso pu significare le quali o perch ; cio le quali so che le as^ete^ o ve le domando^ perch so che le avete. Nel primo caso il verbo as^ete avrebbe due oggetti, ma pure il die formerebbe allora come un* espressione incidente (i) (i) La parola incidente yien dal latino incidns, che signifiea cadenti in. S d tal denominazione in grammatica a un* espressione, a una parola, che cade tra due membri d^una proposizione o tra due proposizioni tra se rispondenti. I 97 che equivaglia a rispetto a che^ riatto alle quali. Trala- sdare il pronome lei senza mutare il senso, non si potria ^ perch si verrebbe a determinare le parole cinque lire^ che richiederebbero allora Y articolo, e per conseguenza ad af* fieitnare la cosa pi positivamente* In qual modo avvenga che, togliendo ie, si determinino le parole cinque lire^ e si affermi pi positivanoente, ecco: se il pronome le fosse tol- to, non sarebbe pi il che un incidente diviso dalla propo* sizione so che le as^te^ ma formerebbe il complemento del^ la proposizione stessa, cio so che aete le quali ^ la qual sarebbe immediata alle parole cinque lire^ e quindi deter- minante. In Mugnone si trwHKL und pietra^ la qual chi la por^ ta scpnif non  {^duto da altra persona dove non . B. Questo esempio prova quel che abbiam detto di sopra intorno al precedente esempio. Le parole la quale formano nn incidente da se, cio rispetto alla quale\ e in questo ca* so non si potrebbe omettere il pronome la neirespressione chi la porta sopra. Un* altra osservazione mi par da Cir sopra queste e- spressionli cio che essendo i vocaboli che e quale , come dicemmo, q^ngiuntivi di una frase con Taltra, di un mem- bro della proposizione con V altro, sono alcuna . volta indi- spensabili per questa sola congiunzione delle parti del pe- riodo; e possono stare da se, senza governare alcun .verbo , a sopportare V azione o fare altro ufficio. Le sopra poste due frasi sono di ci una prova evidentissima; poscia che n Tnno n V altro di que* due pronomi, lo e /a, vogliono es- ser tolti via, e questa  la ragione che nella nota a carte 8i io pronaisi dare di quello U quale da me usato, e lasciato ^iv sospeso. 198 Mi resta ora a fare ana breve digressione sopra il folle uso introdotto dai moderni di nominare colai, colei^ o 00 loro, a cui si parla per la terza persona, perch, come dico- no, si sottintende wstra signoria o spostre signorie. In con* seguenza il pronome che rappresenta Tagente dovrebbe es- ser e/^; ma tutu, e principalmente in Toscana, fanno uso di leii e questo lei^ in Tirenze, si prodigalizza anche agli spazzatori di strade. A chi vuol vedere lo sconcio e la mo- struosit del dire necessitato da questo parlare in terza per* sona, supponga che abbia a interrogare due o pi persone, e dica: Di che paese sono. .   ?  qual nome o pronome metter dopo sono per agente, essendo questo necessario nella interrogazione? Io non voglio dira una goffaggine , o mettervi uno errore, che tanto^mi suona male airorecchio; e perci ve lo lascer mettere ad altri. Poi supponiamo che voglia proseguire, dicendo: Sono mai stati in Italia ? Oltre air impaccio che trover a poter dare un agente al verbo sono^ far egli accordare il participio stato con le loro signorie nel femminino, o no? E chi risolver questa diffi-* colta? Veniamo oramai singolare, e vediamo se c* minor bri- ga. Se io parlo, per esempio, ad una persona di mia condi- zione, e gli domando : j che ora  ella tornai^ a casa^ mi parve averla seduto ecc; mi sar forza fare due errori, tor^ nato e wduto^ o usare un modo ridicolo dicendo tornata e i^eduta. Ma, tanto basta per mostrare il fastidio e la confu- sione di un tal modo di conversare, che toglie tutta la gra- zia, tutta la gravit, e tatto il vigore alla lingua, e ci fa pa- rere quasi altrettanti schiavi avanti al Gran Signore. Lo impaccio  ancora maggiore quando si scrive una lettera, e s* introduca una terza persona del genere femminiiMK Per '99 merini sento yentr la terzana quando son costretto a scrive- re in questa tersa personal non sapendo come fiir intendere a chi scrivo che a Ini scrivo, senza, ripetere quel mostro di V* S; e trovandomi olire a ci impacciato rispetto al titolo che abbia a mettere in capo alla lettera, a pie di quella, e (bori nella soprascritta, tante sono le scipitezze che si usa- no! Finir questa digressione con una postilla del mio Da- vanzati : Oggi diamo C privatitsimi non pur del signore^ ma deir liustmb^ e molto Uutstbs f e plus tdtra  e chi / basio ^ pia empire i titoli mole. GAP- XVI. SUI PRONOMI DIMOSTRATIVI E ALTRI PRONOMI COSTUI^ COSTEI^ COSTORO^ COWh COUSI^ COLORO, Abbiamo veduto gli aggettivi dimostrativi ^sto e (fuello , accoppiando li quali col nome uomo ne risultano questi pronomi; cio da questo uomo^ costui^ da quello uo-* mo, coluif ecc Sebbene queste parole non comprendano un nome solamente, ma un aggettivo e un nome, le metto nul- ladimeno fra i pronomi perch pi s^awicinano alla natu- ra di questi. i.Chi  COSTUI cheU nostro monte cerchia? D. a. Co^ STRI una bella giovane. B. 3. Ud ci che costoro di lui dice^Hmo. B. 4. Cojori che pi sied^ alto Ridolfo imperaior /h. D. 5. V altra  colei che s^andse amorosa D* 6* Che direm noi a coloro. B. I pronomi oosM^ costei^ e il lor plurale co$toro^ serlta s^ azzuffano ecc. Il Sig. Amenta vorrebbe che avesse detto coloro in luogo di quegli^ e questo dice essere errore; ma  tutto pieno di esempj n*quali quegli e quelli sono adoperati. indifferentemente nel senso di coloro ^ e per 1* agente e per Toggetto, e con le preposizioni. 1  r son coiEi che ti die* tanta guerra. P. a. Poi si i5 risH^se^ epoive di coloro Che corrono a Verona il drappo verde Per la campagna ; e pan^ di costoro Quegli che i^ince 9 e non colui che perde. D. 3. Io son veramente co- wi CHE questo uomo uccisi stamane. B. Il Petrarca finge in una visione d* esser levato in cielo; quivi incontra Laura che gli dice , io son colei che ti die* di ecc. Osservisi che, quantunque Laura sia vicina del Pe- trarca, dimostra se per lo pronome che fisicamente accenna le cose lontane; perch qui  adoperato nel senso astraltoy cio a disegnare la pecsona che  per essere determinata. Cos, nel secondo esempio, bench i due dimostrativi cO' loro e costoro si riferiscano alle medesime persone, V Au- tore adopera nel secondo caso costoro perch rappresenta il soggetto del discorso, e coloro nel primo, perch si richie- de determinazione* In questo caso il verbo della proposi- zione determinante che segue colui^ e coloro^ sempre s'ac- corda col nome personale agente di essere^ e non col dimo-* strativo, cio io son colei che ti diedij tu sei colei che mi desti^ ella  colei che mi diede ^ io son colui che uccisi ecc. I QcRSTOj Verme di cui pestar mi vedi. D. a. Le mie notti fa triste e i giorni oscuri quella che n* ha portato i pensier miei. P. 3. /o lascio star volentieri quelle che gi^ centra volere de^ padri ^ Iianno i mariti presi^ e quelle che si sono co* loro amanti fuggite. B. Da questi eserapj vediamo che questo e quello , ag* gettivi dimostrativi, si usano talvolta in luogo de* pronomi costui e colui; ma ci  pi permesso in poesia che in pro- sa. Il terzo esempio presenta un caso particolare, ove quel^ le  termine pi giusto che coloro , perci che il pronome coloro comprende gli uomini e le donne, laddove quelle  specifico, come domanda essere il sentimento della frase* ao3 I  Subita speranza prendendo di doyer potere ancora nello staio reale ritornare per io colui con siguoJ. ix.La sua forza niente valesHi^ se le giovani sers^e al colei grido non fossero corse* B. 3. Pens di potersi ne^suoi difetti a- dagiare per lo costoro aMore. B. In questi esempj si nota che si pu fare la trasposi- zione di cosluif coluif coleif costoro ecc^ mettendoli avanti al nome che qualificano, quando stanno per qualificanti ; e in tal caso si sottintende la preposizione di* Quindi il senso pieno delle soprapposte espressioni  per lo consiglio di co" lui^ al grido di colei^ per lo amore di costoro. Fu chi, sottilizzando, mi disse questi termini di qua^ lificare e qualificante non essere troppo giusti a definire r ufficio deir aggettivo; eggel- to del verbo ai^esser; ma egli ha torto; e non si trova esem- pio che lo scagioni. DBL PR0190ME ESSO* I  n glossane colse una foglia, e con ss sa s* incomin- ci a stropicciare i denti. B. 2. Essi fanno ritratto da quel- lo onde nati sono. B. 3. Gli disse che gli dolesse piacere i andare a smontare con esso Ghino al castello. B. 4. Di* che spnga a desinar con esso noi. B. II pronome essOf che si adopera in tutti i casi,  inte- so a rappresentare massimamente le cose; ma si usa nulla** dimeno anche per le persone, per lo pi in luogo di eglino ed elleno^ li quali riescono parole troppo lunghe per lo pr-* nome agente, e si trovano poco usati dagli autori. Abbiamo ben veduto che i pronomi il, hf la^ gli, le, ne, possono rap- presentare le persone e le cose; ma quando nella proposi- aie Eione confronto di oggetti o di dativi, o qaando v*entra ana preposizione, per le persone ci sono lui^ le^ e hro^ i quali non potendosi applicare alle cose, si supplisce con esso^ essa^ essif ed esse* Cos rispetto ali* agente, bench egli ed ella si truovino spesso usati per le cose, il vero pronome per le co^ se,  esso^ essuf ecc. Pi supposizioni si potrebbero fare di questo vocabo- lo esso quando, bench pronome, si appone ad un nome o ad un altro pronome , come negli ultimi due esempj ; ma poich non  pia in uso se non nelle opere letterarie , dir solo che il mettere il nome dopo esso pu derivare dall* in- tenzione di voler determinare il pronome stesso nel caso che potesse rimanere in dubbio  quasi si dicesse con esso cio Ghino; come vedemmo, a carte aoo^ costui determinato per r espressione chUo w cercando^ quantunque il pronome co- stui sia determinato per se medesimo; il qoal uso poi avr avuto luogo per analogia anche davanti ad un altro pronome. Io immagino dunque che in origine si dicesse con esso ; e poi , per esser questo pronome troppo vago e indetermioa- to, vi s* aggiungesse ha; indi s mettesse anche un femmini- no dopo la espression con esso; e finalmente si usasse anche per lo plurale, ritenendo sempre la primiera formula inde- terminata, invariabile; e riserbandosi a definirla col nome o col pronome; donde con esso lui^ con esso leiy con esso lo- ro. Questa voce si anisce anche con la preposizione lungo; e si dice passando lunghesso la camera^ lunghesso il fiume^ DBL PROROMB C/  ! Ci mi tormenta pi che questo letto. H. a. ji ci non fillio sol. D. 3 Lo sermone f che  inteso a manifestivi lo concetto umano^  sfirtuoso quando quBtw fa; e qusuo  pia virtuoso che pi lo fa* D. SII Cliiaroo ci pronome per analogia d* azione cb* egli ha con esso. Qaesto vocabolo non pu rappresentare una cosa sola particolare e determinala; egli ricorda il soggetto del discorso prenominato ; onde non sta per Io nome , ma per la proposizione. Nella proposizione Nonio lasciar diiforare dagli uccel- li^ salvo se egli il ctfinandsse^ il pronome //, rappresentante Toggetto di comandasse^ comprende tutto il primo membro della proposizione; in questa, Nonch nessuno che fi pen^ #ii il pronome pi rappresentante il dativo, comprende una proposizione precedente^ ed equivale ad a questa cosa; nella seguente, iS? eg/i si sapesse cKio mi fossi innamorata di wi^ io son certa che la gente me ne riputerebbe matta j il pro- nome ne qualificante si riferisce a tutta la prima parte del- la proposizione, e corrisponde a di questa cosa; dunque, di qoesti pronomi' che stanno in luogo d'una proposizione, re^ sta a conoscere Tagente , che  ci, il quale qlladimeno ai usa in tutti i casi; perci che, come abbiamo veduto, per le persone lui^ lei^ e loro^ e per le cose, esso ed essa^ quello e quella ( vedi a carte 1 4S ), essere usati a dar frza air og- getto 0 al dativo; cos, a rappresentare una proposizine , si adopera ci qual pronome di maggior valore* Il terzo e-> sempio  dato. a dimostrare che questo ufficio si pu fare anche per {^aggettivo quello^ Il primo quello rappresenta la proposizioae manifestar lo concetto umano; il secondo , il nome sermone* Da queste specificazioni dei diversi prono-- mi si scorger di quanta importanza sia il definire ogni pa- rola, r analizzare la proposizione, come si mostrer con un esempio alla fine di quest* opera. 9ia GAP- XVII. DEL SI PASSIVO I LatD| quando volevano mettere in evidenea la per- sona che sopportava V asione^ pi. che quella che la faceva, io luogo di porre Tagente a governare il verbo, per esempio omnes e evitare di confondere questo si che ri. B. 2. Io mi ver^ gogna DI dirlo. B. 3 Deliber di pi non inder dimorare in Inghilterra. B. 4* Prestamente rispose di s. B. 5. La chiesa  piena di gente. B. 6. Ogni cosa di neve era co^ peria. B. 7. Non era uso d" andare a pie. B. 8. O vai che siete in piccioletta barca desiderosi d^ ascoltar. D. In tutti questi esempj , bench la preposizione tU sia 327 ctipendente da un aggettivo o da u verbo, ella  intesa a qualificare il nome compreso nel Paggetti vo o nel verbo me- desimo, i quali per se non possono esser qaalificati. Duo* qoe, seguendo Tordine degli esempj, i nomi qualificati sono promesUf ^ergogna^ deliberazione^ rid^rta, piena% coper tdx usoi e desiderio; come se si dicesse io yi fo la promessa di pregar per yoi; io ho vergogna' di dirlo; ferm ladelih^ razione di pia non snder; fece la risposta di si ^ eccf onde vediamo che, dal qualificare un oggetto sensibile, la prepo* sizione di^ con quello che la segue, pass a qiialifi^arr 'nomi di cose ideali, e quelli ancora che sono attintesi; e final mente, s* indotta a qualificare^ Tidea compresa toun verbo 0 in un aggettiv. Cosl'S^i dee seguire^ lai traccia del passag-^ gio delle preposizioni dalle idee concrete aHe astratte, acci che sempre si senta il lor valoreiir Nel pfeQedei)te>paragra^ fo i nomi sono veramente tolti in; virt della elllssi;'iii que* sto non v*d ellissi; il senso delle parale : pieno, ma i ;nooii qualificali sono puramente ideali. Il Bartoli dice  che fra alcuni grammatici corre que- sta regola ferma, che ardire richiegga dopo so la particella di ovvero a\ al contrario osare Tuna e Taltra. costantemente rifiuti.  Egli prova bene, contro T opinione d&^detti gram- matici, che ardire si trovi spesso nel Boccaccio senza pri^ posizione; ma non pu dare buona autorit. del poter dire osare di ; e non sa provare il perch, di dae verbr che si^ goifican la stessa cosa, Tuii possa portare do]po di se la pro- posizione, e Taltro no. Il Sig, Ameni s*iogegna di trovar-^ ' lo , e gli va vicino ; ma per Tittgombro che gli fanno alla mente Le denbminasioni e il irgionar della grammatica alla latina, non lo pu Scorgere. Noi^ in virt di quello che qui aa8 abbiamo esposto, do che la prepoaizione rf/ in nostra lin- gua  spesso segno di qualificasione di un nome compreso nel veibo che la precede, abbiam ragione di credere d*es-* aerei apposti. Ardire ha il nome e il verbo; onde mettendo di dopo il yerbo , ai se^te Tidea qualificante un nome che la mente pu di presente supplire; ma osare non ha altro che il verbo; il che fa che ripugni alquanto alP orecchio il qualificare T idea di uh nome che quel verbo non gli 8og* gerisce alla iikiaiagina&one. Quindi si vedr che qualunque Verbo n cui si possa sostituire mere q altro con un nome , come credere o portar credenza^ abbisognare o as^er biso* gito; giovate o far gioiHneneo; desiderare o aver deside* rio y palila volentieri dopo se la preposizione di. Io spero Oramai che questa soluzione , e gli argomenti del prece- dente di ellittico persuaderanno anche i pi ritrosi della ne- cessit di filosofata delle preposizioni nel modo che qui si tiene; e lasceranno'nna volta in pace i genitivi e gli ablativi che loro adombrano Tintelletto e la ragione* ! Ricordati di dire a tuo padre che i miei fCgliuoli non son nati vi paltoniere. B. 2. Ella cadde della scala interra^  ruppesi l coscia* B. 3* A povera damigella co^ me io sono^ cacciata di casa sua , e che dimori air altrui seivigio^ non sta bene V attendere ad amre\ B. 4* Piena di stizza^ gliele tolsi di mano. B* 5 Ati pareim che vi fosse uscito Di mente quello' che io m^era ingegnato di dimostrar- w. B 6u // senHo di grandissimi pericoli trae il savio. B.  7* Era fUggito di. Parigi^ B* La preposizione di conserva ancora l sua virt origi- nale, cio di esprimere movimento! di provenienza,, in lutti i soprapposti esenip|, nella maggior parte de^qali sipotreb- be far uso egualmente della preposizione da. Con alcuni orbi, come trarre ^ uscire^ di  pi usato che da^ anzi con uscire da non si usa quasi mai* Non ostante, per la medesi- ma ragione che dalla idea d! provenienza  Tenuta quella di qualificazione, si pu mostrare che, in ciascuno esempio, la preposizione di^ con la parola che la egne, qualificano un nome che  compreso in ciascuna espressione, come si ve- dr supplendo r idea intera ; per esempio , nati cio tratti dalla razza di paltoniere^ ella cadde dal sommo della scala in terrai cacciata daW asilo di casa sua; era fuggito dalla dita ili Parigi ecc. bbiam dunque veduto che la preposi- zione^/  sempre una, e non ora da^ ora con, ed ora in; e che sempre fa il medesimo ufficio,ed esprime la medesima idea* I  Decretossi che in casa commedia nti senatore non entrasse. Dav. a. Ritirossi in casa Cesare. Dav* 3* Tu mi prometterai si^ra la tua fede infra questo termine non ve^ nire a Genuina. B. La preposizione qualificante che infra il vocabolo casa si pone e il nome di chi la possiede, si pu per grazioso to- scanismo sottintendere; e li due esempj qui allegati confer- mano il gi detto a carte 43 che Tarticolo o il dimostrati- vo, il quale il Perticar! ci vorrebbe di necessit, dipende dal- le circostanze. Anche nel terzo esempio  sottintesa la pre- posizione di a non venire. DELLA PREPOSIZIONI A. I . Noi Siam sempre apparecchiate a ci. B. a* Io son presto A confessar\>i il vero. B* 3. Montata in su la torre^ e A tramontana rivolta. B. 4 Ne a negare n A pregare son cUsposta. B. 5* f/Za, che non aveva mangiato il di davanti , costretta dalla fam^ si diede a pascer Ferbe. B. 6. Poich a3o noma cosati muo^ jpiet^ mUMiti V amore che tu porti A quella donna dalla quale tu dici che tu sei amato* B. La preposieioQC a esprime movimento di tendenza e si appone a quell'oggetto o a quella parola alla qual ten- de il moto d*an corpo o Tatto della mente; quindi  gene- ralmente preceduta da un verbo o da un aggettivo espri- mente tendensa. Per esempio gli aggettivi apparecchiato 9 presto f disposto^ mostrano la disposizione dell' animo ten- dente a fare una cosa; ri\H>lto disegna la tendenza del cor- po verso un luogo; il verbo dare comprende tendenza dal datore a colui che riceve, il quale, come gi vedemmo, si chiama datisH) da questo verbo medesimo. Il verbo muovere pu significare varj versi 0 modi di movimento, la detenni- nazione del quale dipende dall'espressione; e nel sesto e- sempio  evidente il moto di tendenza alla pietiu II mede* Simo si pu dire del verbo portare che segue nella stessa proposizione. I. Che credi tu che egli possa fare jf prieghi alle. lusinghe a^ doni ? B. 3. Racconci il farsetto a suo dosso. B 3. // soldano comand che fosse al sole legato ad impalo* B. 4^ Fanne una vivandetta la migliore e la pi diletteifolc A mangiare che tu sai. B. 5. Maravigliosa cosa  A vedere nel- la sala dove mangiamo le tavole messe azza reale ^ e la quantit di belli servidori al piacer di ciascuno. B. 6. La contessa intende di farvi cavaliere alle sue spese. B. 7* j^LLA guisa pugliese non lo chiamava se non compar Pie^ tro. B. 8. TrovatfiL che V avremo , che altro avremo noi a fare^ se non mettercela nella scarsella* B. In tutti questi esempj manca la parola che esprime ten denzaja quale  solo neirintenzione di chi parla* Nel pri- mo esempio si sottiotende contro ; nel secondo in modo con facente i il quale aggettivo esprime tendenza dell* atto della mente nello attribuire che ella fa una propriet a una cosa. Il terzo, avanti ad alsole^ comprende esposto^ agget-- tTO che disegna tendenza d*un oggetto verso un altro; e cos legato^ del medesimo esempio, esprime tendenza d'una co-> sa a quella con cui s'accoppia. Molte volte la preposizionOi a, seguente un aggettivo, tende a mostrare iu qual riguardo an nome sia qualificato ; una cosa , per esempio, pu esser dilette\H)le a mangiare^ e non a {tederei marwigliosa a y^ede^ re, e non a sentire^ ecc., in tal caso la preposizione a dinota io qual riguardo la cosa sia meravigliosa o dilettevole; la* qQaf idea esprime tendenza della mente verso quella parola che  il termine di tal riguardo* Il Bartoli e TAmenta vo- gliono che queste espressioni sian passive, e vi s'intenda un si. Se questo fosse, si potrebbe dire ancora vis^nda dilette-^ 9ole a esser mangiata^ nuirauigliosa cosa a esser i^duta^ per quello che abbiam dimostrato trattando del si passivo. Essi hanno confuse queste espressioni con quelle formate con^; cosa da ledersi; non  da curarsene; ma nel presente caso allra idea. Dicendo  una wanda dilettemie^ questo agget- tivo non  tutto determinato. In qoal riguardo  ella dilet- tevole? Rispetto al mangiare. Le espressioni alla reale^al* la guisa pugliese^ del 5. 07. esempio, reintegrate, sono in maniera simile alla reale maniera^ in guisa simile alla gai" sa pugliese; e l'idea di similitudine mostra tendenza della cosa comparata verso il soggetto della comparazione. Del pa- ri si possono reintegrare le altre maniere della stessa natura, come le seguenti a//'an^ica, alla francese^ alT inglese^ alla ctxiese ecc Nel quinto esempio si sottintende disposti in seguito di servidori^ nel sesto ricorrendo dopo cavaliere ; nelle quali due parole lotose chiaramente si scerne Tidea di tondenza L^espression^ ossero a fare deirS esempio signifi- ca ai^r cosa che induce a fare. In questo esempio del Boc- caccio, ben forniti j denari e care gioie^ si sottintende r- spettoi la qual parola, dal latino respicere^ comprende la medesima idea di riguardo esposta intorno alle parole di-- letteifole a mangiare del quarto esempio. Similmente dicen- do A me com^iene questa sera essere a cena e ad albergo al* trofe^ le espressioni a cena e ad albergo disegnano la cosa in riguardo ; dunque la piena costruzione  a me conriene essere aliroife rispetto a cena e ad albergo. I  As^va dato molto da ridere J" suoi con^mgni. B. a. Comand a uno de^ suoi famigliari che gli desse da manr giare. B. 3. Dice\^a A tutti quelli che di loro la domanda^ i^ano che erano suoi figliuoli. B. 4* P^^ compiacere Ai loro amici 9 due wlte almeno il mese si ritro^mmno in qualche luogo ordinato da loro. B. 5. Non sapendo che doi^rdire ella non rispondeim al figliuolo^ ma si staila. B. Tutti quei verbi la cui azione  diretta ad alcuno, so- no seguiti dalla preposizione a, la quale accenna la tenden- za dell'azione, e la persona cui tende il termine di detta a- zione. Anche in questo caso dunque la preposizione a espri- me la medesima idea, e nei soprapposli esempj sta in virt de* verbi dare^ comandare^ (Ure^ compiacere^ e rispondere ; perch esprimono azione diretta ad una persona ^ la quale abbiamo gii veduto essere il dativo. Il verbo domandare  dello stesso numero, ma solo quando ha un oggetto; perci  nel 3. esempio la dimandavano^ mentre che avrebbe l'Au- tore detto le dimandasHmo^ se avesse messo anche Toggetto a33 qualche cosa; perch si pa dire domandar imo di una co- sa^ cio intomo alla materia di una cosa^ e domandare una cosa ad uno*  I Quanto alla lingua io ho usato quelle parole cK io ho sentito parlar tutto *l giorno A quelle persone che io ci ho introdotte* G. 2. Loro increbbe di s^edergli torre i cap^ poni A coloro ohe tolto gli avevano il porco* B 3. l^idi tpieUo Orazio far di costui alle fangose genti.   D. 4* Egli w allora staila iir rnrcato occhio all insegna del mellone  B. 5. Diceangli ( a Giugurta ) com^ egli era uomo di gran if/rt, e A Roma ogni cosa si ris^endea. Da S. G. 6. Che as^re* ste voi detto f se m^as^este spedato A Bologna ? B. 7. S2 come AD Arli^ do\^e 7 Rodano stagna 1 s come a Pola presso del Quarnaro*   D. Siccome il porre pia tosto questa cde quella preposi- zione dipende dalla qualit di movimento o direzione cie la mente di chi parla vuol comunicare a un corpo, dirattd in somma che vuol esprimere, cos si trova che il medesimo verbo pu esser seguito ora da una preposizione e ora da OD* altra ; come per esempio muos^rsi da casa^ muoversi a piet , nuwversi in cerchio^ eco* Per la stessa ragione s*  fatto uso della preposizione a nei pirmi tre esempj , dopo parlar^ torre ^ e fare\ cio ho sentito parlar dj veder torre a coloro^ e vidi fare alle gentil quantunque in co tali espres- sioni per lo piii si usi da; perch, in quegli esempj, il dici- tore non intende a dimostrare onde 'provenga T azione dt quei verbi tanto, quanto ad esprimere la tendnza del senso dell'udito nel primo esempio, e delPatto del vedere nel se* condo e nel terzo. Due diverse preposizioni^ ia e a, dipen* dono dal verbo 4tare del 4* esempio ; la prima disegna il "7 a34 luogo rcoD8crItto; la seconda^ come anche Del 5  esempio, determiDa il punto al qual si vuol dirigere la mente di chi ode. Similmente, negli ultimi due esempj; le preposizioni dimostrano il punto a cui si volge Timmagiuazione o Tatto del vedere. Dunque la preposizione a mai non esprime altro che un^dea di tendquxai e la parola alla qual^ si applica  termine di detta idea. Chi parlava ad ira paresfa mosso. D. Si dice esser mosso da ira o ad irai nel prima caso Tira  considerata come Tagentet il motore donde vieoe la apiuta; nel secondo come quella che trae a se TiracundOf DELLA PREPOSIZIONE Dj* ! Ritorn da Parigi a Firenze; B. 3. Essendo tor* nato DA uccellare^ ed essendo stanco ^ / and a dormire. B. 3. Da Parigi partitosi uerso Genoi^a se ne venne. B. 4 -tw* dail" altro era lontano ben dieci miglia. B. La preposizione da dinota moto d^allontanamentoodi provenienza; e la parola alla quale si appone  il ponto on- de tal movimento inizia o procede. Essa esprime movimeo* to d*un corpo da un luogo, o deirazione dalf agente , e di tutti gli atti della Olente che muovbno per simil verso; in modo che qualunque volta vi sar una proposizione passi* va, cio tu sei desiderato da tutti ^ dd noi si canta^ Tagentei onde procede V azione i sar accennato con la preposizione da; e per conseguenza, i^empre che nel reintegrare una frase ellittica si possa mostrare che vi sia sottinteso un participio passato d*un verbo d'azione, o un verbo col si passivo, in somma una costruzione passiva, sar ci una pruova deiruso giusto della preposizione da. Dunque i tre primi esempj di* segnan movimentp d'un corpo da un luogO{ nel secondo, si* a35 milmente; che Tespressione da uccellare  metaforica^ es- sendovi fatto cenno delPazione, in vece del luogo nel qua- le si fa. Nel quarto esempio non  la preposizione ad usata in virt deiraggettivo lontano^ perci che avrebbe!* Autore potuto dire /' uno alValtro era lontano^ ma in virt del ver- bo andando o svenendo sottinteso. I. Ha DA lui ci ch^ella vuole. B, !2. Sono cose tutte strane da ordinato e costumato uomo. B. 3. Oltremodo era trasformato DA quello che esser soleva. B.4* Ciascuno com^ mendb la novella dalla reina contata. B. 5* Essi fanno ri-* tratto da quello onde nati sono. B. 6. rispettava di dovere essere con grandissima festa ricevuto da lei, B. 7. DAgra ve dolor vinto, cadde. B. 8. Rattemperatosi adunque da que* sto, non si pot temperar da voler quello dello statuto Pra^ tese. B. Ciascuno de* soprapposti esemp) contiene una parola che esprime moyimento d'azione, o atto di provenienza, in virt del quale  adoperata la preposizione da. L! atto di provenienza  evidente nella proposizione apere ima cof a da uno. L'aggettivo strane del 2. esempio  metaforico; e co^ me deriva dal latino extraneus, cio cosa che  fuori  che s'allontana da un luogo , la preposizione da in questo caso segna il luogo o vero la persona onde s*aIlontana la cos quar lificata dalla parola strano. Cos l'aggettivo trasformato del 3. esempio significa mutamento da uno. stato air altro f e quindi allontanamento da quello a qusto. Nel 4* esempio la preposizione  apposta alPagente della proposizione pas- siva, come anche nel 6. e 7. esempio, e vi sta in virt di es- sa, s come s' dimostrato* Nel 5 il vocabolo ritratto  quel- lo che governa la preposizione, a cagione dell'atto di prove- ^36 mensa che esprime ritrarre^ cio trarre una cosa da unal^ tram II termioe dell^idea espressa da temperarsi  in una co^ Sai Qis perch chi si tempera in una cosa, si astiene, cio si tiene, si scosta, dal superfluo o dall' eccesso di quella, per ci si dice temperarsi f rattemperarsi^ da una cosa. I  Questo nostro pane  accompagnato da tanti guai^ che sarebbe meglio guadagnarlo con la zappa. G. 2. Assai bene accompagnata di donne e dC uomini^ venne davanti al podest. B Facendo uso della preposizione (i con accompagnare ai fa cenno donde parte Tazione; usando di , ai qualifica la compagnia* i.Non  VA maravigliarsi. B. s. Egli  oggi d da la-- vorare. B. 3. Non  da domandare. B. 4* Quivi, per aver DA mangiare^ si riparavano. B. 5. Credendola acqua da be- rCf tutta la bevve, h. 6 Par persona molto da bene e co^ starnato. B* 7* Io ho trovato uno da molto pia che voi non siete. B. Finora abbiamo veduto esser la preposizione da po- sta davanti al luogo onde un corpo s*allontaaa,o alla persona o alla cosa onde proviene Tazione o Tatto della mente; ma non  cosi ne*sopra citati esempj, nei quali il verbo o il no- me che segue la preposizione disegna la cosa proveniente, e la persona o la cosa onde questa proviene rimane nella in- tenzione di chi parla. Dunque a sentire la forza di queste espressioni, biso- gna supplire con parole il concetto che in se comprendono cio I . Non  cosa da (cui proceda il) maravigliarsi. 2. E-^ gli  oggi di da (il quale si permette il) lavorare. 3. Non  cosa da (cui venga la necessit di) domandai^. 4* Quivi 9 per aver (cosa da la quale potessero trarre il) mangiare^ si riparasHino. 5. Credendola acqua da (la quale si prende ii) berej tutta la be\fue, 6. Par persona da (cui si fa) bene , e costumato.  cos i*espressione dell* ultimo esempio, esser da molto^ significa esser (uomo da il quale si pu far) moltoi dietro la quale espressione vanno tutte le altre simili uomo dapoco% da niente^ da tanto, da ci; uomo da pia o da me-^ 7u> di un altro, ecc; la preposizione essendo apposta alla per- sona onde proviene la poca o molta capacit. D*una di que* sta forme s* fatto un nome che patisce il plurale, come si Tede io questo esempio del Davanzati : Dappochi slam noi stati a tollerare tren anni e quaranta di soldo. La filosofia stoica riusc pi da contemplarsi e paghe g* giare in se stessa, che adoperarla per uso della vita. Bart Non si pu sottintendere la preposizione da come fa qui il Bartoli innanzi al verbo adoperare ; e quel pronome /a che vien dopo  del tutto soverchio e senza appoggio. I. Le cominci ad insegnare un calendario buono Vj fanciulli. B. a. Io mi s^stir da donna, e non sar cono-* scinto. F. 3. Questa risposta non  stata Dj pazzo. F 4* El" la lo nascose sotto una cesta da polli. B. 5. Comperate da venti botti da olio% ed empiutele^ se ne torn in Palermo*^. 6. Altro non rimase di lui che una damigella (i) gi da marito. B. (i) I moderni chiamano una damigella ragazza o signorina^ le ^ali ^e parole non si possono in buona lingua usare Tuna per non essere ita- liana nel femminino, e Taltra per essere adoperata male a proposito; perch, parlando d*una damigella, e nominandola per nome, egli  errore il dire, per cMnpio, la ignorina Elisa^ non potendosi metter un diminutTO col no- ne della persona^ e se si fii uso del titolo signora per una fimeiuUa, man- ca la graia. Io consiglierei dunipie che si adoperassero anche nel parlare !i38 la tutti questi esempj la preposisione sta in virt d^un participio nel senso passivo sottintso^ o d*un verbo accom- pagnato dal si passivo; e ancora disegna la persona o la co- sa dalla quale procede Fazione, come apparr supplendo le parole intese, cio i  Un calendario buono (per li fanciulli^ e usato) da fanciulli. 2, Io mi vestir {con panni usati) da donna. 3. Questa risposta non  stata (tale quale si fa) da pazzo. 4* Cesta da (la quale si contengono) polli. 5 Botti da (le quali si pu contener) olio. 6. Damigella gi in et da (la quale si richiede) marito. Di questa categoria sono le espressioni carta da scrii^ere^ zucca da sale^ vin da fa-- miglia^ panni da sposa^ ecc. La differenza che passa tra le e spressioni zucca di sale^ botte di olioj cesta di polli , e le precedenti,  che queste cose, per la preposizione di^ mo-* strano contenere in effetto sale, olio , polli, e le altre dino- tan solo la capacita. P^in da famiglia vuol dire i^ino che si suol bere da la famiglia; e vin di famiglia dimostra cui ap- partiene il vino. I. Si confess da ll arcivescovo di Ruem. B. a. Jve-- va nome Bernab Lomellin da Genova. B. 3. Cos visse e mor Ser Ciapperello da Prato. B. 4- avrebbe voluto che DA se stesso si fosse partito. B. 5. A7 mener da lei. B. 6. Su- bitamente uscirono da dodici fanti. B. 7. Sono passati da otto dl.B.S. Per la fante gli mand dicendo che ella non a- veva mai avuto tempo da poter fare alcuna cosa. B. 9. lonon ci fui mai se non da poco fa in qua. B. i o. Serrerai ben fu-- scio D^ via. B. le parole contimiameiite usate dal Boccaccio, damigella e madamigella, U qiuli egli, yedendo il difetto in cai erayamo, tobe dal francese, e fcee no- stre 5 e si dicesse madamigella Elisai e conosco una damigella, una fam- ciullat o una giovane da marito. u3g Qaando si dice confessarsi da uno si sottintende es^ sendo udito; o yerametitey traendo Tideadacon efateor la-' tQO| che dimostra azione fatta in compagnia, il confessa- re si attribuisce a colui che dice come a colui che ascolta; onde la preposizione dinota pure onde muove Ta^ione. Nel :ie3. esempio* innanzi alla preposizione da^ si sottintende venuto per patria (i). Nel 4- esempio 1* espressione da se stesso comprende per impulso pro\^eniente da se stesso. Una simile idea  sottintesa nelle espressioni tu la portasti da te a te\ che di tu cos da te? ne  cagione da se a se; e per cbe in questo caso V agente opera sopra di se, nelle paivo^ leda se a se il primo se dinota il punto onde proviene Tim- pulsoi il secondo , quello a cui tende. La preposizione da nel 5. esempio  prefissa al pronome lei per questa ragion- ile; cio, la persona che rappresenta questo pronome  con-* siderata qual centro dal quale muovono tutti i punti delcer- chiante spaziotcome i raggi muovono dalla testa di una ruo*- ta, quasi si dicesse t'i mener in luogo mo\^ente da lei Per la medesima ragione si usa la preposizione da nei casi se- gaenti: Fosti tu dalla loggia de Cavicciuli ? Che disse co^ lei da San Francesco? e similmente, i^ i/a lui; verr da s^oi\ venite da me* Non accade cbe di nuovo ricordi che, quan do supplisco le parole che dico esser sottintese in queste e- spressioni, voglio dire che tale suppongo fosse T intenzione in origine di chi le cre, che tale ancora  Ttdea compresa nelle parole; ma che ora si reggono da se hiedesime per sem- plice uso. Allora che non si vuol esprimere un numero de- (i) Piaeemi che vi sia ancora, o si sia rimessa in nso er fu assegnato in origine V ufficio di esprimere passaggio d*un corpo per un luogo, per esempio, Quando s'accorser eh* io non da^a loco Per lo mio corpo al trapassar de raggia D. Da questa idea d'un corpo per un luogo ^ si venne ad esprimere passaggio d'una cosa per Taltra, d* un' idea per Taltra, d^uoo atto per l'altro, ma sempre passaggio. Nella seguente proposizione, Essi sono PER madre discesi di paltoniere. B* Il pronome essi tien luogo di corpo passante, e madre del luogo per cui si passa  La stessa id ea vedremo esser contenuta in tutti i sopra accennati esempj. Nel primo esempio l'idea passante  riptsiazion ^ e quello che tiene la vece di luogo  stata di santo j perci che quella idea bisogna che passi per questa per esser concepita* Nel 2. ridea Ai chiamarsi per contento viene da chia^ mar uno per nome^ dove la uoce  la cosa passante, e nome  il luogo per cui passa la voce; che in fatti l'atto di chia^ mare  un passaggio della voce per le parole o delle paro^ le per la voce.   946 L^ idiotismo del terso esempio eswr per affogare si- gnifica esser passante per V atto di affogare* Dunijne chi passa  rindividuo e il luogo  VaUo di affogare* li 4* esprime la stessa idea, cio io sto passante per fatto didin^elo ; il qual modo  un dire metaforico in cui un atto si anticipa, in luogo di io sono air atto di dirvelo* 11 quito esempio accenna distribuzione; e per che, neir atto di distribuire, passa in un certo modo la cosa di- stribuita per ciascuno individuo, quindi Tidea di passaggio; nella quale la cosa passante  la cosa distribuita, e il luogo, l'individuo. Parlando del tempo , il qoal si misura ad imitazione dello spazio, si fa uso dellMdea di passaggio, dicendosi il tempo passa. Misurando lo spazio si passa per lo spazio me- desimo; cos) misurando il tempo, si p^ssa per quello; quin- di r espressioni per un giorno^ per pia df degli ultimi due esempj; nei quali la cosa passante  il tempo; lo spazio , il giorno e idi. E sempre poi per da molto Febbe e per amico. B. Ahbiam gi veduto qual sia Tidea contenuta nella e- spressione Wer da molto; e che uomo, v* sottinteso Dicen- do as^er uno per da molto^per amico eco; si esprime uo*o pioione che passa per la nostra mente; quindi Tidea di pas* saggio espressa per la preposizione per\ ma, pure, il senso letterale non  questo. In luogo di a^^re opinione d" uomo da molto e et amico^ rispetto ad alcuno , passante per la mente ^ le parole esprimono as^e nella opinione alcuno passante per lo stato er fare qui ha il senso di con tutto che facesse^ ed  leggiadro modo toscano. L'analisi del concetto Spassando la sua pi- acitper la sinuilazione di fare ecc. Considerate daper 90i^ se ^i cqnduces^ate M che ne seguia. F. G>me abbiam gi dimostrato , V idea intesa nella e* spressione considerate da voi : la conjsiderazione muova da voi. Ora, aggiungendovi anche /i&r, vi sidk maggior forza, a cagione deli* altra idea che questa preposizione accenna; cio e passi per voi solo. Ma vediamo oramai, con uno e- sempio, a che conduce questo nostro si sottil ragionare del^ Tufficio che fanno le preposizioni. Un giovane studiante mio scolare avendomi scritto in ona lettera queste parole : Molte cose nC erano cadute in mente per dare a voi una testimonianza della mia amicizia^ io gli dissi ehe in questa sua proposizione io avrei detto pi tosto di dare cheper dare. Al che egli non rimanendo pa- go, mi fece intendere che a sciente egli aveva fatto uso di per a dinotar cagione. Scorsi io allora la sua vera intenzione ^ e aggiunsi che in tal caso si voleva esprimere nella prima a48 parte ud* azione della teente che movesse da questa cagio- nCf e Don uno stato di quella; e che s* ha a dire ? Moke cose m' erm cadute' in mente t i^nute aila mente^ o occorse alla mnte , dare a voi una testimomanza della mia amicizia ; o pure Molte cose io nCas>e ruminai per la mente^ cercato cori la mente ^ o \ per in niente studiate^ dare a %H)i una testimonianza della mia amicizia^ O tu die sludiiy i^uzea ben' qui Todiio dello Intel-* letto. Dicemmo a carte a4a che il terzo caso, e il pi usa- to della preposiziohe /ler I  quando si mette daranti alla persona o alla cosa che  la cagione di quel che si- fa; ora, il cadere f il svenire , o V occorrere^ alla mente, non sono atti spontanei che mossi possano ssere da cagione a farsi  Il desiderio di dare altrui testimonianza d* amicizia pu ben far cadere^ venire^ occorrere^ alla mente, purch si esprima la voce desiderio ; ma uno da se non pu operare queste cose; alle azioni espresse per cercare^ ruminare^ studiare^ si bene pu T uomo comandare. Dalla natura dunque del verbo che precede dipende la preposizione; enei primo caso altra non vi cape che la qualificante ; cio che le cose ca- dute in mente erano tutte aggirantesi intorno alPoggetto di dare testimonianza* Ma, nel secondo, a cagione di que* tre participj che esprimono azione spontanea, Tidea  bene e- spressa con la preposizione /ler Dove si pu notare ancora che in quello i tre participi sono accompagnati col verbo essere , che dinota semplice stato della mente, e in questo ^49 eoa ^eiVi che Uega^i azione ; non a caso, conoie si trover largamente ragionato nel capitolo a ci assegnato. Se poi la Yooe desiderio  espressa , la preposizione per sta bene an che nel prioao caso : Molte cose rneran cadute in mente per lo desiderio eh* Oifepa di dare ecc. Vero  che in certi casi V idea di passaggio della cagione per la LLA PJiEPOSlZlOtlE IN I. Dimmi ohi tuse^ che iir s dolente luogo s* messa. D. n. Senza alcuno indugio^ discretissime persone mand e a Genova e in Sicilia. B 3. Se ne and in corte di Roma. B* 4 Andreuccio^ {leggendosi solo rimasOf subitamente si spo^ gli IN farsetto. B.S.Iq credo oh'' egli non siq, in buon sen* no. B. 6. Se di l si ama^ in perpetuo ti amer. B. 7. Per compiacere ai loro amici j due scolte almeno il mese si ritro^ 9a\^ano in alcun luogo ordinato da loro. B. 8. Egli era nel campo de" cristiani il 01 ohe furono presi dal Saladino. B. La pf eposizione in  segno che si premette al luogo in cui si sta; quindi esprime Tidea di stato, come mostran le parole m s dolente luogo del primo esempio. Si dice cor- rere^ andare in luogo ^ perch dove si corre e s va si sta ancora, cio si sta correndo e andando* Si dice anche man'* dare in un luogoi e quantunque uno sia in Italia, i^o inFran^ da , in Germania ecc; perch in tali espressioni non  de- terminato il luogo, supplendo il quale si vedr che in Fran^ eia e in Germania dinoteranno stato in luogo Aggiungen- do dunque, per un supposto,  Palermo nel secondo esem- pio, e al papa nel terzo, quali luoghi determinati, si scor- ge che in Sicilia e in corte di Homa segnano il luogo in cui stanno i luoghi determinati* NuUadimeno determinan- do il luogo, basta far cenno di questo con la preposizione a, come nel seguente esempio, Partitami da casa mia^ al papa andas^a che mi maritasse. E medesimamente nelP e- spressione mand a Genos^a. Dairidea di stato in luogo, la preposizione in passa , per analogia, ad esprimere lo stato del tempo, del modo fi- sico e morale in cui si truova una persona o oiia cosa. Per esempio, essendo graQde somiglianza fra il luogo in cui sta un corpo , e le vesti che gli uomini si pongono indosso , le quali si possono in un qerto modo considerare come il luo-- go ove sta posto il lor corpo, perci si  introdotto Toso di dire essere in farsetto , in toga^ in camicia. Nel quinto e~ sempio Tespressione in buon senno significa lo stato mora^ le in cui  la persona, perci che le affezioni, le sensazioni, e le passioni deV animo, sono, rispetto al medesimo, come le vesti rispetto al corpo; quindi essere in giubilo f in affli" mne^ in co//era. Similmente, il sesto esempio accenna sta- to di tempo; che V esistenza delle cose pu essere determi- nata tanto per rispetto al tempo, quanto in riguardo al luo* go; quindi il dire in un mese^ in un annOn in perpetuo. 2$ 2 I dae ultimi esempj mostrano che la preposizione si omette quando uno de* seguenti nomi, ifi, ora^ seUinuma^ mese^ annOf  preceduto dalf articolo I  S* abbatt in alcuni li guati parewmo mercatanti^ ed erano masnadieri. B* a. Orribilmente cominci i suoi do^ lorosi effetti f . ed iJf miracolosa maniera^ a dimostrare. B. 3 Molto meglio sarebbe dar con essa iJf capo a Nicostra- to. B. 4- Noi abbiamo durato fatica in far questo. B. 5  Jlfo/* fi't NEL cercare d^ a^er pi pane che bisogno non era loro^ perirono acerbi. B L* espressione abbattersi in alcuno significa Ietterai-* mente battere se contro al corpo posto in alcuno% come si direbbe battere se contro a un corpo posto in un luogo; ed  un idiotismo significante incontrare. Le voci modo e ma- niera ricevono la preposizione in perch stanno a guisa di luogo nel quale sono le cose* Si pu dire ilare al capOf da- re in capo^ e dare per lo capo; la prima maniera dimostra a qual luogo del corpo tende il colpo, la seconda in che luogo cade il colpo, e la tersa accenna pi colpi, e per gui da rocchio a passare per le diverse parti del capo. DalPuso di dire fare un azione in un luogo^ in un certo spazio di tempo^ Siam passati a questo, fare un" azione in un altra , perch Tasione si fa in un certo spaaio di tempo; il che si esprme per li due ultimi esempj nelle parole in far questo e nel cercare. S accese in tanto desiderio di dosarla vedere^ che ad altro non potesHi tenere il suo pensierosi. L^idea astratta accendersi in desiderio pi s*avyicina alla concreta che accendersi ili desidero^ perci che una cosa, per accendersi, prende fuoco io un* altra j daoqae , a53 ijuando si dice accendersi d'amore^ di desiderio^ C ira^ si sottintende nel fuoco; oppure accennando, come si vede nel seguente esempio, la causa per Teffetto, si qualifica il fuo-- co,o vero Taccensionei cio l^idea compresa nel verbo accen^ dersi. Ella andini pia wlie ambasciate periate alla fanciul'^ lai e ^^^^i DEL suo amore V opes^a accesa. B. Ma si trova anche osato con la preposizione aiAirultimo il popolo nU^ mito era s acceso At^ amore di Mario^ che ecc. Da & C; e in qnest^esempio TAulore fa uso della preposizione a per esprimere maggiormente la forza con la quale la virt di Mario traeva a se il popolo, e la tendenza di questo a lui, ^ dea simile a quella gi citata di Dante: Chiparlawi ad ira paresi mosso* Onde si vede quanto Tuso delie preposizioni sia dipendente dalFatto che il dicitore vuol comunicare al* gi , air agente e allo strumento che lo aiuta ad atilr om/e avanti; perch, come dicemmo, que- sta voce comprende Tidea di che^ per via di che. Dicemmo che corrompere ed, estinguere^ usati dal Perticari, non sof- fron questo di ellittico; non potendosi dire corron^ere le voci di ifuatiro thodi^ estinguere ogni lode di quelle usan' ze\ ma che si debbo dire: corrompere le voci in quattro mo- di; estinte re ogni lode con quelle usanze* Per lo contra- ilo!, tutti gli altri verbi deV'buoni esempj quivi prodotti, pa- tiscono il dk' ellittico:. Soddisfare di wut CQsa; aver di che ; nutrirsi di sospiri; il Tevere ingrossa di questo e di ifuel fiume. S che il Vero 'modo di trovare ^e nde sia bene a- doperato in un caso dubbQ, quello di prendere il verbo che loi^egue,>e vedere se porta il di ellittico cdn V idea che Io 4' 355 precede; perch, in un aitila espressione del Perticar! che ivi accennammo^ cio per dis^rso modo da quello onde Omero la usj il verbo usare non soffre di con V idea che ivi pre- cede onde; cio usare di questo inodo a di queWaltro\ se ben s dica usar di digiunare^ usar di fare una cosa; perch non T* llissit come in tutti i testi a^pi della pag. 336, Cos in un altro esempio del Perticar! die ci occorrer doyer citaje altrove egli dice; iSe dalVun 6(mto  a (da) condannarsi il sacrilegio onde il Ruscelli^ il Sahiati^ ed altri posero ma^ no n" classici* S* in verta la costruzione,, e dicasi. // A^ scellif. il Saluiati^ ed altri posero mano ne classici di un t- crilegio ; . non potr reggere ; bisogner dire , posero mar*' no con un sacrilegio; perch, in tutte le propo92ppi i due membri delle quali son giunti con questo vocabolo onde , ^li dipende dal vfcrbo che lo siegue; e poich da quello di-* pende, il suo equivalente di che deve poter reggere anche dopo quello ; e se noi fa, quel vocabolo  male .adoperato^  evidente errare. Con ragione adunque dis3* io che: la ^ag* gior p^-te degli onde della Proposta sono spucii; perci qhe oltre a quello cl>e  usato, come i predetti, per lo prono-* me, V*  r altro posto davaqti a tin infinito in luogo di per; e questo non  bisogno che si combattei per pacciarlo del qam- p della lingua , essendo impostile: il 4efi.n|r.e ^;tquale spe- cie diparol^egU apparteaga; poi non  n.pronQpe,n con- gianzione, n nulla; e finalmente .vedre^m^ che v* anche o/i- ite per affln che^ congiunzione, il quale dai tre sommi non approvato. Ma onde venne il Perticar! a confondere. cosi ogni co- .sa ? Dal poco o.falso sentire la forza delle preposizioni, mol- te delle quali egli usa a sproposito ; per che nell* ultimo \ esempio quivi di Ini allegato , due preposisioni famio oa ufficio che loro non appartiene. L* esempio  questo : Che se Dante fsse stato grece^ non wrbbe usata la lingua co^ mane per diverso modo da quello onde Omero la iyi po^ tele PBM tdcun modo disciogliere d questa promessa ecc. B. Per quel che dimostrano questi esempj f usare con mo' do  del tatto escluso; ma par bene che usare per modo o waniera st possa giustificare; polche si dice, lasciar per mo-* do^ patir per maniera^ ritener per modi. Egli  vero che si dice egualmente non io lasciar in modo^ noi nU patirebbe in niuna maniera; e se wi i^i potete in alcun modo disfcioglierei ma basterebbe che nella criticata citaaione si potesse tro- vare una idea chfs dinotasse passaggio i conte mostrer es- sere in queste. La donna cui vien tolta Tinfante figliuola per essere esposta in un bosco dice non la lasciar per modo a dinotar 1* idea di passaggio per cui erra la sua immagina- no ne; cio non la lasciar per luoghi e per sentieri frequen^ tati dalle fiere; laddove se diceva in modo^ fievolissimo era questo concetto in paragon delPaltro; che saria come dire pia tosto coperto ehe scoperto, ansi celato che esposto. Di- ce noi mi patirebbe per niutia maniera^ a significare che per nessun vcfrso potrebbe entrare in quella persona il senti- mento d^inditferenza. E nella espressione se uoi 9i potete per alcun modo disciogliere ^ la preposizione ^er  intesa ad esprnoere il modo qual via onde pervenire a disciogliersi della promessa* Nd primo e nel terzo esempio a modo e moi si pu sostituire )^ia e \ne\ quindi Tideadi passaggio. Ora, nessun concetto di simil natura scorger s puote nella 'proposizione del Perticar!. E ancora, scegli avesse sostenu- to la medesima idea in tutta la frase, e adoperato una sola preposizione^ dicendo uAoper modo^ o con modof o nel mo^ dOf si potrebbe credere di*gU avesse ci fatto con alcuno intendimento ; ma egli ne us tre, quasi volesse con V una ^58 biasimar Taltra; onde chiaro prooede ch^egli le ponesse a caso#  con tutto ci si dir ancra che TUso sia il mae** stro delle lingue ? Qaesti eran pure, il Monti e il Perticari tenuti pchi anni sono per li primi scrittori deiritalia; e per d io sar forse da alcuni accusato di sacrilegio; ma a me par pi to- sto che se tornassero al mondo i nostri maggiori! ci avrd>* bero per una nazion di ciechi, vedendo noi lasciare ancora credere queste cose^ senza mostrare che le sentiamo. Ab- hiasf dunque ognuno la giusta sua gloria; paidi ogni da^ in cielo  paradiso ; ma non si estolla fibo alle stelle chi ^ come la Piccardai ascese solo infin la luna In un giornale scritto con pretensione a stile, ina pieno zeppo d* errori, di stile e di grammatica, mi fu mostrata T- ^pressione ^a^5 di Firenze^ e domandato qual mi pareva. Dissi essere erronea, non si potando xn tal caso sostituire iU aper; perci che lpassare di comprende un*altra idea,cio quella di lasciare un luogo per un altro; cme in qusto e-* sempio del Boccaccio: Norf trapassar molti giorni ch'egli di questavita pass; e bench si dica passiamdi (Ju^passiam di l^ egli  concesso sqlo per fuggire due* preposizioni che conttStWEkOt passar per di. qua f passar per di. l; ma in ogni altro caso, il passaggio si suoU accennfypp con per DELLB PREPOSIZIONI TJL^O FRJ^ l2(TfiA O INFRA. I  Intra duo cibi distanti e mosfeifii d^u^ modo prima si morria di fame^ che liber" icomo Vun recasse a d^ntL D. .:i  Fra se talora dicevano^ che uomo  costui ? B. 3. Noe-- Me TRA runa nazione e l'altra acerba eik^nfinua guerra* B. 4* tesser Francesco  per andare in fra poc^ d a Milano* B* 5. // giudice^ che aspettanza d esser riceOuto da lei con grandissima festa ^ cominci a dire fra se. B. 25q Le preposizioni tra o fra e le composte intra o infra dinotali luogo medio tra due o pi corpi, e per analogia ^ luogo' medio fra tutte quelle cose. che inventa la fantasia. Nel secondo esempio V espressione fra se accenna comu- nicazione tra diverse perso ne, perch ci che tien luogo me- dio fra Tua corpo e l'altro coAiunicacon questo e con quel- lo. ^NeV terzo dice r Autore nacque fra runa nazione e Val-- tra^ per la siniilitudine che  fra quello che si fa tra luogo e luogo e iVa nazione e nazione; perch ne viendi coiiseguenr za> che ci che si fa tra nazione e nazione ha luogo anche ra paese' e paese. L* idea del 4 osecpio  /Hi questo tem^ p e quello inchbsar ec(!f scorreratino pochi d. Le paro- le /ht* se' deir uItnnQ testo esprimoqo comi]Miicaziane fra quella parte nobile dtV uomo che discerne t e quella che riccTe le impressioni. DEL. RIPETERE LE PaBPOSlZlOZTl I  Non wgliate mettere ine e il wstro amico n peri-^ colo e IN briga. B. a. Ze latora di rosa] e di gelsomini e- ran chiuse. B. 3. TUita la camera oliini di rose^ di fiori oa^ rancide D altri odori. B 4* Egli era noto a ciascun del pae-- se PEla nobilt e ricchezza del padre. B. 6. Fauna gen- til donna di bellzza ornata^ e di costumi^ d*' altezza Jt.a^ nimo^ e sottili avi^edimenti. B. 6 Da' compagni di Lisimaco e Cimone feriti e ributtati indietro furono. B*   i lntieri che le po^re capanne^ abiti. .B. 3. Assai mi aggrada d*es^ ser colui che corra il primo aringo* B. J^La merc di Dio e la vostra^ io ho ci che desidercsim. B. Vi sono delle espressioni nelle quali la preposizione pi frequentemente si sottinlende che non si esprima, come a- bitre una casd, un palagio^ correre uno aringo; in luogo di abitare in un palagio^ in una casa^ correre in uno arin^' go; la Dio merc e la vostra in vece d per la merc di Dio e per la ifostra* Il sottintendere la preposizione con al ver- bo cenare^ come nel primo esempioi e di nei segnenti mo- a6i d) a cdsa il padre^ in casa questi usurai ^ in casa il me^ dico^ pi fiorentino che toscano. Vedremo poi in altro ca- pitolo come ) volendo sottomettere la grammatica italiana alla latina, per non considerare che le preposizioni qui so- no sottintese a* verhi, li faceran ora attivi, ora neatri, ora nentri passivi^ e altro GAP. XIX- DELLE PREPOSIZIONI COMPOSTE Chiamo i vocaboli lontano^ uicino^diianzi^ dietro^ ecc; preposizioni composte perch la maggior parte sono in ef* fetto membri di espressioni composte di pi voci, come in luogo lontano^ in luogo vicino^ in luogo di in anzi^ in kuh go di retro ; o perch sono unite ad alcuna delie semplici preposizioni a, ^*|iiX|Come contro a^ fuori di^ sino a^ lun^ ! En(ni mi sipartia dihanz al scolto. D. a. Egli era poco fa qui DINANZI danoi A. 3 Domandavano a ciascuno che DINANZI loro siparas^a^ che loro luogo facesse. B. Queste preposizioni, come gi dicemmo , esprimono veramente quello che la parola suona^ cio posizioni rispet- to agli oggetti ai quali si appongono. Tutte tre le preposi- zioni dinanzi di questi esempj disegnan posizione acanti ; niapnre due sono seguite da due differenti preposizioni sem- plicif e Taltra sta da se; la ragione  questa. Tra la posi- zione rappresentata dalla parola iUnanzi^e Toggetlo al qua- a6a le  apposta,  uno intervallo ; quindi vi sono due punti  cio quello onde incomincia Tintervallo, e quello al quale il medesimo tende e termina. Ora, si pu a volont conside- irare 1* oggetto o Tuno o Taltro di questi due punti, senza sconciare V idea; solo si esprimer un movimento tenden- te pi tosto che provenientC o viceversa. la modo che, nel verso E non mi si parila dinanzi al volto^ la preposizione a mostra V oggetto al qual tende la mente neiresprimere la relazione tra il luogo dinanzi e il medesimo oggetto ; lad- dove neir esempio Egli era dinanzi da noi^ la preposizio- ne da disegna V oggetto onde parte Timmaginazione misu- rando lo spazio fra il detto oggetto e il luogo dinanzi. Que- sta preposizione dinanzi si pu anche usare sola , come si vede dal terzo esempio; tuttavia ella  pi usata seguita da a, che con da o sola, I . Assai ria NO stam alla torricella. B a. Era runa dair altro lontano ben dieci miglia. B.  una spilla assai VICINA di qi. B, 4 ^on guari lontan di qui  un santo uomo. B. 5. Si rimase ben sdenti miglia lontano ad essa. B* La parola wcino esprime tendenza d*un luogo air al- tro, ed  quindi seguita dalla preposizione a; la parola /o/i- tano rappresenta Tidea d*un oggetto che si scosta da un al- tro, e perci  generalmente seguita dalla preposizione da; nientedimeno si vede per gli esempj 3. e 4 che tutte e due esse possono accompagnarsi della preposizione di; perch, si- gniGcando luogo x^icino e luogo lohianOf basta qualificare il secondo luogo col quale si fa corrispondere il primo , a di- mostrare che a quello si riferisce V idea di tendenza o di provenienza; come se vi fosse sottinteso, al luogo dopo W* c/mi, e dal luogo dopo lontano a63 Si considera un luogo lontano o vicino rispetto a quel- lo col quale si fa comparazione; perci che un oggetto pu esser picino rispetto ad un luogo, e lontano rispetto ad un altro Quindi avviene che la parola lontano , come appare dal 5. esempio, si pu anche appoggiare alla preposizione a. In questo caso lontano a comprende il senso di luogo lon-^ tana rispetto a; che esprime un* idea di tendenza, perch si fa cenno verso il luogo cui tende la comparazione* Le pre- posizioni vicino e lontano essendo derivate da aggettivi, si possono accordare col nome da esse qualificato, come mo- stra il 3. esempio. i. Et il luogo ALLATO alla camera nella (piale gia^ cesfa la donna. B a Qui sfedi un tempio accanto al ma^ re. Bembo. 3. Fu messo a sedere wrimpetto air uscio della camera. B Le preposizioni allato^ accanto^ dirimpetto^ essendo composte di una semplice e di un nome, dovrebbero esse- re seguite dalla preposizione qualificante il nome, che  di^ pi tosto che da a; tuttavia, facendo uso di questa, il dici- tore vuol dirigere la mente di chi ode verso il luogo che accenna, per la qual cosa v'appone il segno di tendenza; o anche si pu supporre che, quando si dice che un oggetto  a canto o allato d*un altro, si mostra tendenza dalP uno al- l'altro. Quello che si  detto intorno a queste preposizioni composte, basta a far conoscere per qual motivo s^accompa- gnlno ora con questa e ora con quella preposizion semplice, la quale serve per segno a dinotare T oggetto a cui si riferisce la posizione ; il qual segno si pu anche sottintendere ap- presso ad alcune. Ora, nella seguente tavola delle principa- li preposizioni composte, tra le parentesi si sono messe Accanto ddoiW A froDte Appetto Appi* ' Appo Appresso a64 ^elle seoipUci che possono segoire h corrispettive ps6r) in luogo posto sa e movente. Verso (0| ^\ .B. a. Queste parole piacquero u^ To al santo uomo. B. Z. f^oi dovete sapere ch'egli  molto malagevole a me il trovare mille fiorini. B. 4 Vedendolo dormir foste ^ gli trasse di borsa quanti danari avea. B. S.Jppresso le domand chi fosse la buona femmina che cO" r LATIN parlala. B. Gli aggettivi di quantit moUo^poco% troppo^ ecc; fan- no ancbe T ufficio d*avverbio senza Taumento d*altra paro la, la quale nondimeno  sottintesa; che le parole cJquanto e molto de* primi esempj comprendono Tidea di in alquan^ to^ in molto f grado; e non solo servono a modificare il ver- bo, ma anche TaggettivOi come dimostra il terzo esempio* Quasi tutti gli aggettivi^ a guisa di forte e latino degli ul- timi esempj, si possono usare per avverbj senza 1* aggiunta del nome mente. Cos si dice parlare schietto^ parlare oscu^ a63 ro ; andar pianai legger presto^ viyer lieto; ri^yondere al" legro; ecc^taUi modi belli per lo variar che fauno la for- ma dello avverbio, il quale troppo noioso riuscirebbe se a- vesso sempre a portare raggiunta mente i. V una grid va lxjnqu D. 3. Di ujngi 9 era\MWio ancora un poco D. 3. La risposta farem noi a Chiron co^ sta Di PRESSO. Dm Abbiamo detto che le parole lungi e presso sono pre- posizioDi cio voci esprimenti posizioni; e per che Tavver^ bio di luogo altro non  che una parola pure esprimente po-^ sizione, ne viene di conseguenza che molte delle preposi- zioni composte si possono usare per avverbj; come le pre dette due, e lontano f vicino^ su^ sopra ^ fuori% oltre^ ecc. So- no preposizioni quando s* appoggiano a un nome^ e awer- bj quando si reggono in sul verbo; con tutto che, anche al- lor quando paiono attenersi al verbo, abbiano per termine un nome sottinteso, come apparr supplendo Tintero senso dei tre esempj; i . V una grid stando in luogo mwentesi da lungi da noi ; 2 Era\Himo ancora un poco lungi di ^i% cio di quivi; 3. La risposta noi farem a Chiron cost pres- so di po/. Oltre agli avverbj formali con gli aggettivi e la voce mente^ e gli altri gi discorsi, ve ne sono molti che so- no tali per se medesimi; fra i quali noi prenderemo a trat- tare quelli che porgono materia di ragionamento. DIGLI AVTKRBJ DIVOSTRTlVl c/, ^/, za\ Qcri\ qoa\ cotA\ Mri% qvivi^ costi" ^  costa". I  Io non posso pi ritornarci. B 2. Poi che noi fumi- mo Q(7f \ io ho desiderato di menanti in parte assai s^icina di questo luogo.B3. f^enite qua\ B 4 Che fa egli costa"? 269 perd non si sta egli nel luogo suo? B. 5. Niuna persona VI pub entrare^ B. 6. Io ui wiU porvi costi'' dove voi sie-- te. B. 7 Questa gente rimira iui\ D. 8. Quiri trov un gio-* vane lavoratore* B, Noi abbiamo di tre sorte arverbj dimostrativi di luo- go, cio, c/| qu^ e qu^ per dinotare il luogo io cui sta il di- citore; cost e cost^ per esprimere quello nel quale si tro ya la persona a coi si parla o si scrive; vi^ ivi^ quivi, l^ e col^ disegnano il luogo lontano e da chi parla e da chi ode. Fa vergogna il vedere nelle scritture epistolari italiane quan- to, generalmente, siano malmenati e confusi questi avver-> bj; usandosi. ^mVi per qui, quasi fossero equivalenti, cost e cost in luogo di qui e qu^ e ci per vi; bench ci e vi siano iadistiotamente usati anche dagli autori; perci che il ci del primo esempio accenna luogo lontano dal dicitore. Si usa CI per lo luogo vicino, e vi per lo luogo lontano^ quando non si vuol porre enfasi in su Tavverbio; e gli altri, quando la enfasi in su Tavverbio  necessaria. Havvi l che pure dino- ta il luogo della persona a cui si parla; e talvolta quello che fa precedentemeute nominato nel discorso. Il Firenzuola , 0 queir uom senza nome^ entrate l in quella porta che  aperta\ il Petrarca, Pur l medesimo assido me freddo ; e Dante, Percotevansi incontro^ e poscia pur li. l Amenta vuole che qua accenni luogo pi universa- le, come paese, regione, provincia, e^ pi particolare, co- me piazza, stanza; e che ci si trovi principalmente nel Boc- caccio. Ora, questi disse, parlando della Francia: Io sono per rtrarmi del tutto di qui; e par che intendesse di tutta la franca regione, poich Ser Musciatto , cui fa dir queste pa-* role, era per recarsi in Italia con Messer Carlo Senzaterra; e Sk'JO altrove, di un laogo particolare dice, venite qua. Non  dan- c[ue tal differenza tra qui e qua. Ancora crede i*Ainenta che ne* composti formati di questo avverbio e delle preposi- zioni su^ gi^ in e di^ qui non possa aver luogo; ma il me- desimo esempio del Boccaccio ne prova potersi dire d qui. Ci  ben vero delle altre tre preposizioni che si legano pi volentieri con qua. Io non tolgo V accento col qaale si se- gnano questi due avverbii , come fanno alcuni, perch mi pare una inutile novit, essendo rocchio uso a vedervdo notato Si legge nel Boccaccio, yedi coin tosto serr Puscio dentro^ come io ci usci\ e cos in Dante, Onde noi amendue possiamo uscirci; donde pare che si possa adoperare ci an- cor nel senso di di questo e di quel luogo ; nondimeno io avviso che si lasci una tal licenza alla poesia; e non si con- fondano nella prosa questi tre avverbii ne^ ci% e p/, i quali disegnan tre luoghi distinti. I  Non ce mestier lusinga. D. 2% Ce n^ una che  mol* to corta. B. 3. Deh ! compagno mio^ vAvrt^ e sappimi di- re come sta il fatto. B. 4 Nella citt di Capsa in Barberia fU gi un ricchissimo uomo che ebbe una figlioletta bella e gentilesca. B* 5. Non sono moki anni che in Firenze fa una bella glossane nominata Elena. B. La Crusca dice che ci  qualche volta riempitivo, e ci tando Tesempio Naturai ragione  di ciascuno die ci nasce ecc., aggiunge che e/, iu questo caso,si potrebbe prendere per qu^nel mondo. Io non dubito che possa essere altrimenti; e finora non mi  capitato solf occhio un solo cer terra e per mare . . .ci  pien di pericoli. I  Qui^ viit io gente pi che altrove troppa. D. a. Oc* cupo dunque Belisario la Sicilia; e di qu^ passato in Ita^ Ha, occup Napoli e Roma. M 3. Q aurei non passa mai anima buona. D. 4* Q^iift)i andarono i due cavalieri in In* ghilterra. B. Spesso, e ci avviene massime in poesia, dopo aver fat- to menzione di un luogo, il poeta dice qui; ponendo Y av- verbio il quale fisicamente non si pu usare se non per co- lui che di presente si trova in sul luogo accennato; ma al- lora egli rappresenta come dinanzi alla immaginazione il laogo appena ricordato; ed  bel modo Il senso compreso ne* vocaboli quinci e quindi  di questo^ di quel luogo ; e addita allontanamento; perch, come dicemmo, la preposi- zione di dal latino de dinota provenienza. si\ cosi\ I  avendo la contrizione che io ti veggio avere^ sr* ti perdonerebbe egli. B* 2. Oltra quello che egli fu ottimo filo 2'J2 sofo naturale^ s* fu egli leggiadrissimo e costimatOm B. 3. Se Si^ Upiace^ Si* ii piaccia; se non^ si* te ne sta.B. 4 Fogna- ma che altre male non ne seguisse ^ si* ne seguirebbe che ecCf B. 5. Non si ritenne di correre si fu a castel Gugliel- mo. B. G. Ritornavi mai alcuno ? Si^ disse il monaco. B. La voce sU la quale in quasi tutti questi esemp) dico- no i grammatici esser posta per ripieno  non  altro che r avverbio cos accorciato  come si osa nelle comparazio*- ni; anzi dico che ogni volta che si pone qusto avverbio v* comparazione espressa o sottintesa^ per esempio^ i  Essen^ do cos come io credo f ti perdonerebbe; a. Come egli fu ot* timo filosofo^ cos fu egli; 3. Se cos ti piace come io ti di-^ co; 4 Essendo anche cos come suppongo; 5. Cos fu a castel Guglielmo come si ritenne di correre. Similmente avviene di come; perci che la costruzione intera per esempio della seguente espressione: Come Bruno gli vide da lontano dis^ se a Filippo j , cos tosto come tosto Bruno ecc. La parola affermativa s  pure il medesimo cos abbreviatOy ad imi- tazione di ita del latino, nel quale si afferma con questo vo- cabolo. Dunque rispondendo s alla interrogazione ritorna^ vi mai alcuno t vale quanto se si dicesse egli  cos come voi dite. jroir^ NOf M^If NON MAI I . Per as^entura mai ricordar non mi udiste. B. a. Bi- tornavi ma alcuno ? B. 3. Non ne vuol pi* sentir fumo* F. 4* Disse allora Pirro t non farnetico^ no^ madonna. B 5. Disse allora Peronella^ No^ per quello non rimarr il mercato. B* La particella non  avverbio in quanto ella s^aggiunge al verbo ad esprimere senso negativo; ma no corrisponde sempre a on'intera proposizion negativa, ed  una ripeiizi- ne di quella ; si die la voce no del 4 esempio comprende non farnetico^ e quella del 5.  una ripetizione delle parole oer quello non rimarr il mercato^ onde si vede che no pu star prima o dopo la proposizione che rappresenta. L' av- verbio mtii significa in alcun tempo ^ come si vede nel secon- do esempio; quindi bisogna sempre che sia preceduto o se* guito dalla negazione non  quando si voglia esprimere in nessun tempo* Nei seguenti esempj del Boccaccio , nondi- meno, mai  usato in senso negativo senza negazione; jlle sue femmine comand che ad alcuna persona mai mani-* festasseao chi fossero ; Ti prego che mai ad alcuna per^ sona dichi d" as^rmi wduta  E molti altri se ne trovano fra gli antichi , ne* quali meu regge senza negazione ; e dal senso delle parole s* intende che Tespressione  negativa ; con tutto ci a me pare che questa licenza s avesse a con* cedere solo alla poesia ; e nella prosa sia meglio esprimere la negazione in modo pi deciso, come sarebbe ponendo nel primo testo a niuna persona maii  ^^^ secondo adeduna persona non dichi. ALTKIMBNTI O ALTRAMENTt I  Arrivai qui iersera% e per essere t ora tarda^ non feci intendere la svenuta mia jltrmentu M. a. Ed essen-^ do gi buona ora di notte ^quando della taverna si partii sen^ za svolere altramenti cercare f se nand in casa. B. L* analisi del concetto compreso in altrimenti a altra* menti f cio altra mente^ di questi due esempj : in altro mo^ do che quello il quale per se si potesse manifestare; in al-* tro modo che quello che non avei^a fatto.  cos, se dopo a-> ver lungamente aspettato qualcuno si dice, oh egli nonver^ 374 r altrimentii ci vuol retnon verr in altro modo che quel che ha tenuto fin ora ; cio non verr ; onde si vede che per Tanalisi sola si pu sentire la forza di questo altrimenti^ non vi si potendo sostituire altro. COXBj COME CB. I  Io ffoglio andare a trovar modo come tu esca di qua entro senza esser veduto* B. 2. Rivoltosi tutto a dover tro^ var modo come il Giudeo U servisse.^ B. 3. JS come facesti tu? e COME and ? F. ^.Come mi duole^ e nonpoco^ non p* ter godermi i primi principii 1 F. 5* Aveva gi ciascun de* compagni veduto come. B li vocabolo come  avverbio^ e sempre sigDfi|| inqual modo o nel modo che; cio si dice, si domanda, si esclamaf in qual modo una cosa si sia fatta. Ecco 1* analisi degli e- sempj: Io voglio andare a trovar modo^ per lo qual (^modo) tu escai involtosi a trovar modo^ per lo qual (/nodo) il servisi se; In qual modo facesti tu ? in qual modo and ? In qual modo mi duole ! bveva gi ciascun de* compagni veduto in qual modo.  nella espressione ^er ci^ come gi dissi^ V a- nalisi  nel modo che gi dissi* In tutti i quali esempii co- llie modifica il verbo rispetto a qualit di maniera. I  Nuovi tormenti e nuovi tormentati Mi veggio intor- no^ COME cb" r mi muova^ E come cb i mi volga^ e eh* C mi guati. D. a. E come che in processo di tempo awenis^ se ...la Ninetta Vebbe per fermo. B. Anche qui come  avverbio; e la sola differenza fra que- sto e il precedente , che qui comprende Tidea di in qua^ lunque modo.  se il lettor mi dicesse, fammi sentir filo- soficamente la differenza tra quale e qualunque 9 che ma- terialmente 8* intende^ eccola : quale dinota qualit defini- ta, qualunque^ indefinita; questo pu comprendere Tinfini* to e quello un sol punto. Unque  il latino, che corrispon- de al nostro mai^ A che 1* analisi del come che di Dante  per qual modo mai io mi sfolla ecc. Ma il Barloli fa di questo come che una congiunzione e ynol che signiGchi bench^ la qual vedremo a suo luogo ; e alla vera congiunzione come chek il senso di impercioc^ chi in somma egli fa un caos, chi vuol vedere il quale leg* gaio nel suo Torto e Diritto. In questi due esempj Tespres* sione come che modifica i verbi muos^a^ ^olga^ e asvenisse^ in riguardo a qualit; ella  dunque avverbio. OJL E QUANDO i. Omj innanzi^ e ora addietro^ e dallato si riguarda* va. B. a. Quando le mandwa un mazzuol d" gli freschi i e QUANDO un canestruccio di baccelli B. Il nome ora^ adoperato qual avverbio, comprende il senso di era una ora in che; V avverbio quando qui signi* fica era un ten^ in che; e si usano' talvolta ad. accennare distribuzione di tempo; nel qual caso si ripetono, le parole ara e quando^ iu luogo di dire em una ora che^ era uncU^ tra ora che; era un tempo che^ era un akrojen^ Hshe; e si possono ripetere altrettante volte quanti sono gli spazii di tempo distribuiti. POI CNE^ COMEj V QUANDO  ^^ vi piace ^ io ve ne insegne^ r BEjvjs una. La parola bene in sostanza  nome, che si prende per avverbio quando si usa senza articolo. Lo stesso dicasi di 577 nude* Io tatti questi esemp j i* avverbio bene comprende io se una proposizione nella quale sta il verbo che esso modi* fica. Nel primo esempio bene  ironico^ e vuol dire questo sta bene in vero che tu fai. Nel secondo il concetto di bene , tu dici bene. La costruzione del terzo , m^ha tagliata la borsa con cento fiorini^ e credo dir bene dicendo cento. Quel- la del quarto si riordina cos, love ne insegner una che vi converr bene. None dunque mai questa parola ripieno f co* me si vuol da alcuni, ma ben adopera nella espressione. AFFATTO^ TUTTO^ DEL TlTTTO^ Z UJf PEZZO I . j^mor s* ingegna eh* imora affatto ; e 'n ci se* gue suo stile* P. a. Io sono per ritramU del tutto di qui. B. 3. Io mi veniva a star con teco uff pezzo. B. 4* Ella git^ A via i remi e il timone^ e al vento tutto si commise. B 5. Trovato un luogo solitario e rimoto% quivi a dolersi del suo jirrighetto si mise tutta sola. B. La parola del tutto  forse una ellissi di^er lo spazio di tutto il tempo j quando si riferisce a tempo; o , secondo le clrcostanzct potrebbe essere, con parole di tutto il sen-- so intero^ o simile. L'avverbio affatto  composto di a faito^ e ci si sottintende un aggettivo, cio a fatto pieno ^ a fatto finito^ intero j o simile. Questo vocabolo equivale a del tut^ to^ e tutti e due corrispondono a interamente. La parola im pezzo  membro i per un pezzo o vero spazio di tempo* In questo caso pezzo e spazio sono ambedue termini metafo- rici, usati cos per Tanalogia che passa tra la misura che noi prendiamo d* un corpo, e quella dello spazio, e del tempo. Tutto si adopera anche solo per avverbio, come si vede nel quarto esempio ; e nel quinto si trova accordato col nome* alla francese. 378 ALTQ I  Ot siete Mi ^iaro ? jzto^ ben^ anduan via.Y. a. Sa 11M9 Purellai alto^ bene^ escine*  Questo avverbio alto  TaggeUivo medesimo spogliato delle parole che raccompagnanoy come si pu vedere rein- tegrando Tiotero senso, che . Or lessate il pie in alio^ cio in luogaalto^ e andiam i;/a; Su uia^ Purella^ parla in tuo^ no altOf e co^ star bene\ esci ne (di cotesta tua esitazione). JFIORS li Pensa ormai per te^sehairioRdingegno.'D.a.Men* tre che la speranza ha non del s^rde. B. Questa parola /for o fiore^ usata a modo d* avverbio  equivale fHinto^ cio una quantunque piccolissima parte^ e pare che questa metafora sia tolta dal fiore del fratto, il quale  la miiiima parte del frutto stesso* DI PRESSATE Di PRESBJfTS gli cadde il fiirore^ e Pira si conver in vergogna* B La costruzione piena di qaesta forma avverbiale  in ora di tempo presente^ ma lere o piacere ; si che a mia posta significa a mio piacere , a mio iH>lere. In tutte tre le soprapposte espressioni la preposizione asegiia il riguardo cio la tendenza dell'azion del verbo. . />/r% IL PX(r\ PER LO PI* i. Per consolarti di quella ' cosa che tu pr&* ami. B. a. A mostrarlo con remore e con lagrime^ come il pio* le femmine fanno^ fii assai volte vicina. B. 3. Mostrandogli co- s grossamente^come il pi* i mercatanti sanno fare ecc. B 4 Cfu^lfecef noi faccia maiPiu^'.B. 5. Egli m^ ha coman-* datoche ioprenda questa vostra figliuola^ e che io.. enon disse DI PI*. B. Pi^ dal latino plus^ comprende queste idee^ in mag^ gior grado ^ in maggior numero^ in maggior quantit. La prima idea cape nel primo esempio, la numerale nel secon- do e nel terzo, la quantitativa nel quinto. Il pi  compen- dio di per ilpi^ cio per lo maggior numero delle volte. Il quarto esempio si vuol reintegrare cosl^ mai pi che questa volta^ il quinto, e non disse numero di pia parole. RjiTTO^ PRESTO^ TOSTO i. RaUOn ratto^ che il tempo non si perda. D. a Deh sh per Vamor di Do^ facciasi tosto. B. JRattOj da nqire^  simile alPaggettivo rapido^ il qua- le  pur derivato da rapire; onde significa in modo rq>ido t rapidamente. L* avverbio^osfo lo fa ilBiagioli procedere^ per metafora, dalPaggettivo tosto^ abbruciato; quasi si di- cesse, facciasi intanto che  ancora tosto^ cio caldo; e quin- di equivale a presto. Questo avverbio vien dal latino free- ito, composto iprce e sto; in italiano sto acanti. a8o TESTS^ i. Io ho TESTE^ ricevute lettere da Messina. B. a. A me contiene andare teste* a Firenze^ B. Testj che  forse una contrazione di in questo mo^ mento , equivale ad ora^ in questo momento^ e perch que- sta espressione si pu riferire al momento appena passato , o a quello in cui uno  per entrare  teste pu quindi rap- presentare il momento appena scorso e il subito vegnente. ji SCIENTE L. Asprenate^ presente il Senato gli disse: E Claudio ? lascil tu A SCIENTE ? 9,Vi sMuteude animo. Cos Ricevano gli antichi .gentilmente; noi diciamo apposta 9 impruova^ sgra- ziatamente.  Postilla del Davanzati, A MANO A MANO I  Tu vorrdi a mano a mano tener segreti i bandi ; n*  pieno tutto p^terbo; e tu di* : Chi te Vha dettai F. 2. Nel quale ( esercito) quasi A mano a man cominci una gran^ dissima infermeria e mortalit* B. II ripetere una parola insieme con la preposizione a , come s* detto degli aggettivi numerali a uno a uno^ a due a due^ a oncia a oncia j mostra ripetizione della stessa cosa; e per che una mano di qualche cosa significa una quantit tale quale una mano pu contenere , Tespressione a mano a mano viene a essere equivalente di a poco a poco. INCONTANENTE Le cinquecento lire che voi mi rendeste io mandai in* coNTANENTE a NapoU ad ins^estire in tele. B L^avverbio i/ico/i/ane/i^e viene dall'aggettivo inconti- nente; cio senza contegno; e per significa senza indugio ; perch chi non si pu contenere non soffre indugio. Im^e^ a8i stire si asa solamente io senso metaforico in Inogo di per^ miUarei perci che, siccome colui che si veste muta appa- renza, cos il denaro speso in mercatanzta^ non  pi con- siderato come speso, ma come mutato in vestito e in appa- renza TRATTO TRATTO Male fanno ancora questi che tratto tratto si pon^ gono a recitare i sogni loro con tanta affezione^ che  uno sfinimento di cuore a sentirli. Gasa* Tratto si dice di un frego tirato per esempio con la penna sopra la cartate cos come dicemmo che sH>lta cio un giro che un corpo fa sopra il suo asse si adopera a dise- gnare UDO spazio di tempo tale qual ne corse nel far di un giro; cosi tratto si usa a disegnare altrettanto spazio di tem* p, quanto cen vuole a tirare un frego Tratto tratto equi- val dunque ad a \H)lta a wlta^ di quando in quando ; con quella differenza per che passa tra il girar di una volta, e il tirar d^uu frego, questo essendo pi presto che quello. roRSE^ ciRCA^ t intorno I  Ordinarono una brigata di forse ^venticinque uorni^ ni. B. 3 D^et di due anni o in quel torno B. La costruzione intera del primo esempio  ordinarono una brigata il numero della quale arrivasm forse a iventicin" ^eceoom/zi/.I vocabolari, per far intendere questo /br^e usato a dinotare approssimazione d*un numero, diceno che vi sta in luogo di circa o intorno^ ma pure egli  pi difficile il dar ragione di queste parole adoperate nel medesimo senso , che di forsei perci che, derivando questa voce dal latino forsan^ tolto da fors^ sorte, qui come altrove, signGca /ler sorte i e questo, apposto a un numero, lo fa dubbio nel 20 A8a quanto. Circa o intorno^ awerbj, sono metaforici; e quan- do non possiamo determinare il numero preciso , dicia- mOf per esempio, circa s^rUicinque uomini^ intorno a i^e/i- ticinque uomini  cio net cerchio o nel torno di ^fenticin- tpie uomini ; perch quello che sta in cerchio o intorno a una cosa, s*avvicina a quella. 0 pure vengono queste espres- sioni dal contar degli anni; come dice il Boccaccio , dd di due anni o in quel tomo^ cio nel torno del secondo an- no^ il quale  di dodici mesi. AD erir* onA Foi potete ad un ora fare a voi grandissimo onore ^ e a me grande utilit. B Adun ora^ cio aduna stessa ora\ riducendo due atti ad una stessa ora; risponde a neUo stesso tempo; ma quella  bella maniera italiana; e questa, usata per avverbio,  un gallicismo* c/y I  Nella citt diCapsa in Barberia fu aijf un ricchis^ Simo uomOfCCC. B. 2. Il negromante disse^ cj Dio non \h>- glia. ..cKio non sia liberale del mio guiderdone. B. 3. O/v, fossero essi pur qIj disposti a svenire X^.^.Le quali^ non CIA da alcun proponimento tirate ^ ma per caso. . . aduna-- tesi. B. La voce giy in questi quattro esempj, pare avere quat- tro significazioni differenti; perch in fatti le idee per quel- la espresse variano alquanto Tuna dairaltra. Questa parola comprende in se T idea di fin da ora , come nel terzo caso, e fin da gran tempo fa , si come nel primo ; e il senso va- ria secondo il verbo sottinteso che questo vocabolo tende a modificare. Per la qual cosa, nel secondo esempio, il con- :i83 cetto di gi et fin da ora protsto;e\ ([aarto^n da ora vi 50 dire . Quindi viene che volgarmente si dice gi nel senso di ^; perci che, si come vedemmo raffermati va s signifi- care cos , nello stesso modo gi comprende fin da ora vi dico che cos . PUNTO^ MICA^ K NIENTE. - I  Madonna^ Tedaldo non  punto morto^ ma  uivo e sano* B. 2. Una ne dir^ non mica dC uomo di poco af- fare. B. Nello stesso modo che abbiam veduto tm pezzOy che  una parte di un corpo , adoperarsi a misurare lo spazio del tempo; cos un punto^ che  la parte minima di un cor- po, misura pure il tempo nella minima quantit. Dunque r idea compresa nelfavverbio /ytin^o del primo esempio , non  siato morto per lo spazio di ten^ eguale a un punto. Mica  una di quelle particelle di pane che da esso si staccano rompendone un pezzo ; e si usa per avverbio ad esprimere, quello che si niega non esser vero pure per la minima parte, per la quantit di una mica. Niente fa il medesimo ufficio dei due precedenti vo- caboli; ecco gli esempj : Perch i Britanni^ nients atter^ riti per la passata rotta^ avevan tratto a loro il forte d^ogni citt. Dav Ma Tiberio niente smagato. Dav. E V analisi  non per la quantit di uno ente. riA I  ytji a casa del prete nel portarono.'^, a. E cos que- sta seccaggine ton via. B. 3. yiA^ facciales^isi un letto ta- le, quale egli w ctqie. B. 4 ^ quali cose , oltre agli altri piaceri^ un fe maggior piacere aggiunsero. B, 5. E poco fa si dieder la posta d'esser insieme via via^ B. 6, Ambo 9egnofu   a gtdordia della valle^ per lo serpente che i^rr L*avverbio yia vien dal nome 9ia\ che, quando si dice 9aj a casUf egli  come se si dicesse esciti in wa^ esnia ca^ sa; e Tespressione del primo esempio  uscirono in via^ e ne lo portarono a casa. Cos il complemento dell* idea in ton s^ia j terr di qu^ e caccer in 9ia. Dunque s^ia equi- vale a lungi li/ ^o^.Questo vocabolo via si usa anche ad espri- mere un atto di consentimento ^ come nel terzo esempio , quasi si dicesse lungi da me e vada in via V opposizione cfiio faceHi;msL pure  sempre quel medesimo che dal nome via deriva. P^ie  del quarto esempio,  un^alterazione di via  nel senso di volta; e vie maggior piacere significa piacere una volta maggiore ; e perch tutte e due le forme pia e volta sono usate ad accennar tempOf Tespressione degli ul- timi esempii via via^ corrisponde a jfuesta volta questa voi- ta; cio or ora^ che significa questa ora questa ora. COMUN(^B Egli  s sciocco eh* egli s" acconcer coBurjfQOE noi porremo. B Abbiam dimostrato a carte 374 Tidea compresa nella voce come essere in qual modo o nel modo che; ora, comun'^ que essendo composto di come e di unque^ il senso suo vie- ne ad essere in quale unque , cio in qualunque modo* Il Bartoli , non avendo concetto il vero sentimento di questo vocabolo, Tha adoperato nel senso di quantunque^ congiun- zione, dicendo: Epure^ comunque questi gran faccendieri sien tolti ad una citt , ella si tiene in pie da se stessa. E non V*  dubbio che egli intese di dire quantunque^ perch non il modo si ha qui in riguardo* che  Tufficio dello av- verbo, ma il caso, ravvenmeoto, il cui concetto si esprime per la congiunzione; Tidea di quanturujue essendo, e quanr do pure awenga che  Fo manifesti qaesti errori acci che si vegga la necessit di questa nostra analisi degli avverbi! e delle congiunzioni, per via della quale solo si viene a con cepire le idee comprese nelle parole; e quindi ad assegna- re ad esse il loro giusto ufScio. INFINOn INStlfO^ PERFINO^ SiJY^ SINO I  Tanto rancore mostr Tiberio contro a Sereno ;^c- ckio^per avergli scritto^ sin quando fu dannato Ubonetso* lo esso asterie ser\^ito senza frutto. Dav.ii. O, toi^ se ogni gat* tas^uolil sonaglio ! issino alle monacfie wgUon far le com medie. G. 3. Senza la {variet , perfino i piaceri mutan natura^ e si trasformano in dispiaceri Bart, Questi vocaboli li abbiam veduti nelle preposizioni da noi dette composte,perch si compongono di in o per^ e fino eseno'j e servono a disegnare una posizione stante in estre- ma parte , o nel seno di un dato spazio. In questi esempj essi sono adoperati , nel primo a portar V immaginazione indietro indietro* quasi in punto estremo di un dato tem- po; nel secondo e nel terzo intendono a notare estremit di specie di persone e di cose; cio che le monache sono Tal- tima specie di persone che si crederebbe avere a far le com- medie ; e i piaceri Tultima specie di cose che avesse a mu- tarsi in dispiaceri senza la variet. Cosi passan le parole dal concreto air astratto; ma bisogna rintracciarle indietro si no alla loro origine, quando si voglia definire il lor valore e provare che siano usate a proposito  In questo ultimo senso, equivalente di anche^ non credo che si trovino in al* cuno dei Tre n che i vocabolari ne faccian motto; e per * \ 2S6 io le pongo ia qaesto mio campo  perch mi par che ab bian bisogno d'essere coltivate. M^NCO Io non ho tolto n dato s^ste a persona^ n so Mjnco quel che vi diciate. F. Analisi: E non so quel che vi diciate , che  il manco, il meno, o il minimo, che mi si potesse apporre. OITDB E DO^DE i. Non ho troi^ato onde e perch prendessero questa religione portatavi di fuori. Dav. 3. O anima che . . . per carit ne consola e ne ditta onde vieni e chi se". D. La diflferenza tra il pronome e Tavverbio  che questo contiene in se Tidea di luogo, come qui di che luogo^ lad- dove quello si riferisce sempre a una cosa gi nominata, o vi si sottintende. Onde e donde sono la stessa cosa* INTANTO Intanto voce fu per me udita : Onorate F altissimo poeta. B. Ordine intero della idea contenuta nella parola intana to , cio in tanto tempo quanto scorreva durante il nostro colloquio. Dunque intanto risponde a in questo mezzo^ cio nel mezzo di questo tempo. IN QUESTO MEZZO In QUESTO MEZZO che pena a tornare^ vo* tentare se la signora mi volesse aprire. F. Analisi : Nel tempo che  mezzo tra questo e quello in che ecc. PAIlTEf E A PARTE A PARTE I  Parte che lo scolare questo diceva jla misera don- na piangeva continuo. B. 3. Che quello che iodico sia ve- ro rigfuirdisi a parte a parte. B* a87 L*i(lea compresa inparte del primo esempio  mentre che da una parte^ o per sua parte^ lo scolare:.^ la misera donna dalV altra parte ecc. La parola continuo  usata a mo- do d'avverbio^ e sigoiGcai modo continuo  Il secondo e- sempio si ordina cosi riguardisi a uim parte ^ air altra par-- te^ a ciascuna parte. Se alcune di queste analisi parranno stran e o lambic- cate, io non mi meraviglio ; perci che gli avve rbii, salvo quelli che terminano in mente , son tutti adoperati in tal modo ellittico; e quasi facenti solo un cenno delle idee  e trapassando oltre, si che bisogna prenderle al volo; ma pu- re non v* altro modo ; e dii vuol scriver bene e con forza, deve conoscere il senso e sentire il valore d*ogni vocabolo ; e non si fidar troppo all'orecchio; perch abbiam dimostro e provato, per leggere che si faccia, quello non bastare. iNOi E in I  Con ci sia che Hufo% stato assai tempo fantaccino^ poscia centurione^ indi maestro del campo^ rinnovaifa la du- ra milizia antica. Dav a. lyi a pochi giorni Gua^rrolo and a Genova^ come la donna as^eiHt detto. B. A questo vocabolo indi^ composto di due preposizioni di e m, quando^'pur venga dal latino inde , s* intende quel luogo^ quando si parla di luogo, e quel tempo^ allor che sW cenna tempo; il che equivale a da quel tempo in poi.  bel- lo e da notarsi per la gradazion degli intervalli che aiuta a formare, prima^ poscia o poi^ indi^ finalmente. Anche ivi , per analogia tra il tempo, e lo spazio che lo misura, pu si- gnificare in quel luogo e in quel tempo; e seguito da a, vie- ne ad esprimere da quel luogo a, da quel tempo a; ed equi- vale a indi e quindi. a88 Tuttava k ancoha I  Essendo il freddo grade^ e ne\dcando tottafa forte* B. 2. Siati raccomandato il mio tesoro^ nel qiude io viiH> ANCORA. D 3. Disse allora Ser Ciappelletto^ sempre piangendo forte. B. Tuttavia significa /^er tutta la via^ cixi^ senza ristarsi^ continuamente. Bisogna guardarsi qui dal cadere nel gal- licismO) troppo frequente in quelli che parlano o intendono il francese, di usar sempre ad esprimere continaazione di un'azione o dello stato di una cosa in tempo presente , in luogo di ttUtas^ia o ancora. Sempre si adopera in nostra lin- gua a determinare il tempo passata o il futuro, o tutto in-* sieme il passato, il presente, e il futuro, ma non il presente che pu aver termine. I Francesi dicono, Hpleut toujours^ ilneige toujours; e uo^pio\^e^ nei^ica^ tuttat^ia; e similmen- te, Demeurez uous toujours o w}us demeuriez ? Est-il tou- jours en Italie ? e noi. State wi ancora o tuttavia a casa do* pe stavate ?  egli ancora o tuttavia in Italia ? Si pu ben dire che in un paese piove sempre, che una persona sta sem* pre in un luogo, perch qui sempre  senza termine* Il terzo esempio par che approvi il sempre alla fran- cese anche in italiano ; ma, tutto che si possa dire pian^ gendo tuttavia forte; quivi pu star sempre senza equivoco perch si esprime tempo passato; laddove ben si sente che non  italiano il seguente sempre del Monti s La lingua ar^ tiftciata  opera del sapere che la tira da altre lingue (  sempre Dante che parla) o V inventa. DI COLPO Di die ciascun di colpo fu compunto. D* Analisi; Di che ciascuno fu compunto come se stato fosse percossa di un colpo. Di BOTTO Non altrimenti V anitra Dt botto^ Quando il falcon / appressa^ gi s" attuffa; Ed ei ritoma su crucciato e rotto. D. Botto s dice di un tocco d^una campana* Analisi; Rat- to cosi come ratto  l*is tante di un botto* Di PIANO IlfUtaiuolo^ Di ptANo^ non vuol pia reggere ( a pre- star danaro)* Galli* Piano si dice un terreno che non presenti opposizio-* ne a un corpo solido che ?i si rotoli sopra ; schietta , una vermena che non abbia nodi, si che la mano passandovi so- pra non incontri intoppo ; onde, per metafora, queste due voci si appongono alle parole dette senza intralci di cauto rispetto, di figure rettoriche, o d*eleganza; le quali cose so* DO talvolta intoppi alla piena e chiara intelligenza delle co- se. Adunque l'analisi della idea contenuta nel citato esempio hllfttaiuolo^ con parole di piano senso ^ dice che non vuol pia reggere a prestarvi danaro. Notisi che reggere qui  pare adoperato metaforicamente; un prestito che uno fa di mala voglia o con sforzo essendo come un peso che lo ag-* grava. Di FERO Di F'BRo tu cenerai con esso meco.B. Analisi: Con pa- role di vero e deliberato volere ti dico questo , tu cenerai con esso meco. A TORTO Veggendosi A torto far ingiuria dal marito. B. Ana- lisi ; In modo simile a modo torto; con animo torto; tor- tamente* ^ ago CERTOt PSR CERTO I* Io il dir domattina ad Egano per certo* B. a. Ma^ certo 9 io m- aspetto tosto quel merito (i ) che mi si can^iem* Analisi ;  questo vi dico per fatto certo. SEMPRE MAI . Demi tu far sempre mai morire a questo modo ? B* Mai significa in alcun tempo^ e per che si dice che uno patisce sempre, bench abbia degli intervalli di riposo, io immagino che si aggiungesse mai a sempre per abbracciare anche quegli intervalli ; onde sempre mai viene a dire semr pre e in ogni ten^o. iir QUANTO Tu hai creduto as^re la moglie qui ed  come se a- \^a Va\>essi\ in quanto per te non  rimaso ecc. B. Anali- si;  questo  vero in tanto, in quanto per cagion tua non  rimaso eh* ella qui fosse. MN FATTO O IN FATTI Io allora dico per fermo che il caso altro non sia che una voce^alla cui significazione non risponde in fatto co- sa nessuna* Dav In fatto o in fatti significa mettendo la cosa in fatto reale o in fatti reali. Il caso di cui parla qal il Davanzali  quello dei Latini, il quale egli dice non signi- ficar nulla in nostra lingua* A TEMPO I  Similmente gli splendor mondani Ordin general ministra e duce^ Che permutasse a tempo li ben vani. D. II Davanzati chiosa questa espressione dicendo : Le dittatu- re erano a tempo^ cio non perpetue , come le presero Siila (i) Merito s^adopen anche a ignificar guiderdone, perch qoando na s^aspetu, o gli si promette o d un guiderdone, gli si d quello che neriu. fe?:. 2gi Cesare^ ma in casi urgenti, l senso pieno  dunque a tem - 0 determinato. Mjl o male ti Se non ci  tolta la csa^ o parecchi ragnatela che W x>n dentro^ e* ci pu mal esser tolto altro. G. Analisi: Egli u pu esser tolto altro per mal disegno e non possibile. Mal prenderei vendetta di un uom che mi facesse dispetto^ se a uno sparvier non avessi ardir di pigliarla. B. Analisi : '"Prenderei vendetta in mal modo. Onde si vede che questo "^avverbio  uno aggettivo al quale il nome  sottinteso; dif- ferente da quello quando si dice hai fatto male^ V avverbio della quale espressione  tolto dal nome ' GiiP XXI* DELLE CONGIUNZIONI La parola congiunzione esprime chiaramente T ufficio al qaale  destinata ; essa serve a congiungere una parola con Taltra, una proposizione, un membro d'un periodo, un periodo conTaltro. CONGIVNZlOlfB SE I  Se io non fado^ io sar tutta sera aspettato. B. 3. Se tu ti PARTI ^ io senza alcun fallo nCuciUder. B. 3. f^o- glion vedere se V animo tuo si muta da qtiello che era. B. 4 Se egli vi dorra^ troppo^ vi lascer incontanerUe.B. 5. Se ^gli non se ne rimarr^ io lo dir a mio marito e  per lo coatraro. 294 qui^do^ dofe\  laddove o la* dov I  // gisHine disse che , dofe esser potesse , egli non volfiva esser sfeduio n conosciuto. B !i. Laddove io onesta^ mente vii^a^ n mi rimorda d^ alcuna cosa la coscienza^ parli chi smtde in contrario. B. 3. Io %H>lentieri^ quando vi pia-- cesse^ mi starei. B. 4* ^g^l  come io ^i dico, e io wl far ^der n s^ivi quando vi piaccia. Premettasi che Tidea compresa nella congiuntone s , come dicemmo, nel caso in che; la parola quando com- prende nel tempo in che^ T avverbio dove^ nel luogo in che* In virt deir analogia che  tra il caso e il tempo e il luo- go nel quale il caso avviene, queste tre forme si possono so- atituire Tuna air altra a guisa di congiunzione; come  ap- parente nel primo e terzo esempio, ne* quali quando e do^ ve equivalgono a se. Quindi  che questi e altri avverbj fan- no talvolta Tafficio di congiunzione. Nondimeno v^ha que- sta differenza, che, facendo uso di quando o dove^ il verbo che reggono queste voci debbo essere in congiuntivo, quan- tunque quello che T accompagna nella medesima proposi- zione sia neir indicativo ; il che non accade della congiun- zione se\ vedi a carte riga. S che il 4* esempio ben si potreb- be esprimere perifof^ vi piaccia; ma bisognerebbe dire se vi piace ^ quando si adoperasse se per congiunzione, a ca- gione del precedente /ar in indicativo. Laddove^ del secon- do esempio,  unVtra congiunzione corrispondente alle pre- dette; e per essa ivi cape quest* idea , nel caso che io viva onestamente^ come fo in fatto. Queste parole sono congiun- zioni quando governano il verbo, e avverbj quando son sog- gette ad esso* E^ ED ECCO I  Uscito il marito d*una parte delia casa^ ed ella usc delT altra. B. 2. E in questo che egli cos si rodeva^ e jS/o/2* del venne* B. 3. E mentre in questa guisa staila senza al- cun sospetto di lupOj ed ecco \ncino a lei uscir d'una mac" cha folta un lupo grande e terribile. B Io non mi potr mai accordare alla opinione di coloro che YOgliono che sian nella lingua nostra queste particelle, che vi si ficcan dentro qua e l per vezzi, senza perch; on- de, se ben la congiunzione esposta nel primo esempio di- nanzi ad ella^ nel secondo a Blondel ^ e nel terzo ad ^cco, si possao quindi levare senza distruggere il collegamento del- le parole, io mostrer che vi son poste con buono intendi- mento , e fan loro ufficio* Per quella congiunzione innanzi ad ella del primo caso a me par scoprire nella donna que- sto pensiero che rumina fra se: Tu tene s^ai di l^e io di qua. Nel secondo il concetto  t Mentre tun si rodala dal" f una parte j dalFaltra Blondel uenne. La e esprime dunque quivi simultaneit d'azioni e fa il suo ulfitio di congiungerle nel medesimo istante  L* idea poi compresa nella espres- sione edecco^ prendendola dalla sua origine,  questa; cio che, dovendo il dicitore in tale occasione annunziare qual- che cosa di inaspettato, egli ponga qnella.congiunzione qua- si per continuare il discorso che sta facendo, e che poi, per la sabita apparizione di quella cosa che ecco addita, tron- chi ci che stava per dire cos ed. .  ecco. E questa  gran- de arte, non gi vezzo , e mi ricorda quel troncamento di Dante : Pure a noi converr vincer la punga^ Cominci eli se non .tal ne s'offerse ! 296 Dico che da principio immagiDO tal fosse il pensiero di chi cre questa espressione , non che ora ve 1' intenda chiunque Tusi ; ma egli giova il sottoporre i vocaboli a se- vera investigazione per ben comprenderli, e perch non si abbandonino per ignoranza. Quante parole veggio essere state tolte o mutate al Decamerone per gli editori che noo l^hanno intese, e quante aggiunte, che dair Autore far la- sciate a sciente , per ellittico parlare ! Mi consola per il sapere che il Biagioli lasci in Parigi, se non ancor pubbli- cata , almeno pronta per la stampa , una sua edizione eoo dottissime postille; e se quella sar pubblicata , come noo dubito, quando che sia, si avr il Decameron ridotto alla sua vera lezione; che  cosa importantissima per lo mantenimen- to della lingua* Io Taiutai, fin da dodici anni &, a prepa- rare il testo con ben otto diverse edizioni delle pi stimate, che la magnificentissima e liberalissioEia Biblioteca Reale ci prestava per ci, e ci lasciava tenere in casa propria* s z nr I  E per terra e per mare^ ad uomo ricco come tu seij^  pien di pericoli* B a* Io mi sono ratiemperaia^ n ho ^ luto fare n dire cosa alcuna. B. 3 Z* acque parlan da- merei e Vora^ (raura), e i rami^ e gli augelletti^ e ipescin e i fiorii e Verba P. 4 Pior^ frondi^ erbe^ ombre^ antri, an- de^ aure soas^i, sballi chiuse^ alti colli, e piagge apriche^ sani- no di che tempre    P. Confesso che mi sento anch'io tirare talvolta da quel* la naturai indolenza che  neiruomo, a dire la tal parola sta qui per un certo qual {^ezzo, pii tosto che cercare di pene* trare la ragion delle cose; e gi sopra il precedente ed ecco vtC era quasi addormentato per non trovarci la soluzione , ^97 [uando Tidea mi s'affacci, e il sentimento della cosa, che cosse via il sonno, e mi f lieto della trovata verit. La con- ;iunzionee, posta in capo del primo esempio, offre uno di [uei casi , perci che par che non vi faccia alcuno ufficio  Quella che sta tra terra e mare ben serve a congiungere que- lle due parole^e a metterle ambedue sotto Tinfluenza del se- guente verbo ; ma la prima che fa? La prima, per Tap- poggio che presta alla voce, d molto maggior forza aire- ;pressione; perch, dicendo per terra e per mare^ si passa lalle parole per terra alle seguenti senza pausa; ma, met- tendovi la e, sopra questa congiunzione s'appoggia la voce con enfasi, s che raddoppia il valore di quelle parole; e ren- dendo il metro dei due termini e per terra e per mare e- guale , esprme nello stesso tempo una specie di compara- zione d'egualit; del che se ne pu veder la pruova appo- nendovi i termini usati nelle comparazioni, cio cos per ter^ ra come per mare , tanto per terra quanto per mare ecc. Della medesima natura sono le seguenti proposizioni del Boccaccio: // Giudice rispose che egli in quella (fede) era nato , e in quella intendem e viscere e morire^ La povert  esercitatrice delle virt sensitis^e^ e destatrice dei nostri in* gegni'^ laddo{>e la riccJtezza e quelle e questi addormenta^ Egli era noto a ciascun del paese^ s per la sua rozzezza^ e s per la nobilt e ricchezza del padre; nella quale ultima proposizione si pu sostituire e a ^2*  io dico che se la ra- gione fosse un certo qual s^ezzo^ allora si potrebbe sempre raddoppiare in tal modo la congiunzione, essendo ben leci- to a ciascuno V aggiunger vezzi al parlare. La congiunzione  ripetuta davanti a ciascun nome nel terzo esempio, perch il Poeta vuole che V immagina- 398 zione di chi legge vegga e senta distintamente i diversi ogget- ti e i diversi parlari siccome quelli che hanno ciascuno il suo modo parlicolare^ ma, nel quarto d maggior forza col tor- re la congiunzione , perch abbisogna di far di tntte quelle cose che nomina un solo agente al verbo sanno ^ e di mo- strarle tutte insieme. La congiunzione n comprende e non\ essa  quindi u- sata in luogo di ripetere queste due parole: Non wlwa esser i^eduto n ( cio e non ) conosciuto. Nel secondo esempio la prima congiunzione n si potrebbe esprimere per e non^ per- ch non e*  precedente negazione; non pertanto si possono in tal caso usare ambedue le forme. In questa espressione, (piando non  n timo n P altro^ la congiunzione compresa in n% vi ha luogo per la medesima ragione esposta iotomo al primo esempio; e il ripetere della negazione d a questa maggior forza. Il Firenzuola dice medesimamentCf Egli non truos^a n can n gatta che abbai per lui. I . Nk giammai non mi as^^enne che io per ci altro che bene albergassi. B. 2* N io non s^^ho ingannata per tor- vi il vostro* H. Questa congiunzione,che comprende in se la negativa, se- gue la medesima regola degli aggettivi nessuno ^nitmo^ nullo; rifiuta la negazione allor che  posta innanzi al verbo; e la vuole avanti a quello quando ella sta dopo; e come che que- sti due esempj del Boccaccio pruovino il contrario, io con- fermo quel che gi dissi di quegli aggettivi, che la negativa  qui del tutto soverchia, e contrastante col buon senso e con r udito* N si trova usato negli antichi e ne* poeti anche nel sen- so solo di o: Anche (fu dmunsitoy chi avesse fatto con lu ^99 patto n ordinamento di pace n di guerra. Ora sarebbe af- feltazioDe. jiNZt Non ardiscano ad aiutarlo*^ anzi con gli altri insieme gridas^ano eh H fosse morto.B* fo da te non richieggo, anzi ne pur tei consento, che il formarti filosofo incominci o si termini nel trasformarti di fuori ; ma nel riformarti den^ tra. Bart. Questa congianzicae  la medesima preposizione anzi che gi vedemmo altrove uairsi con in e di , come si scor- ge supplendo V intero senso in essa contenuto, cio io met" io questo in anzi; ma, sola, per preposizione, non si usa se non in poesia. Essa serve a esprimere un senso contrario a quello della frase cbe la precede ; onde si pone in opposi- zione a quella, e corrisponde a per lo contrario. Quando, nel parlar famigliare, alla rchesisnf olete farmi un piacere, si risponde anzi, questa parola serve pure allora d* opposi- zione; ma solo nel senso d* incremento, percb, se si oppo- ne corpo a corpo, si aumenta il volume; per la qual cosa la risposta anzi pu significare, Non un piacere s^i wglio io far re, ma due, ma tre ecc; o pure non che io wglia condiscen^ dere^ ma far a me medesimo piacere facendo piacere a H). La preposizione ad , innanzi ad aiutarlo, dice il Gor- ticelli esservi per propriet di linguaggio. E cbi non sa che quel che si dice dagli autori non sia generalmente per pro- priet di linguaggio ? Quella preposizione v*  posta in vir* tu del verbo esporsi sottinteso, che dinota tendenza. ALTRO CHE^ SE NON 1 . Non c^era altra via che questa. D. 2. Io non fo il d e la notte altro che filare. B. 3. Che  ridere, se non 3 00 una corruscazione della dilettazione deW anima^ cio un lume apparente di fuori come sta dentro ? D. Bench s truovi qualche esempio nel Boccaccio della gallica maniera non e era che questa via^ io non fo die yf- lare^ come in questo suo esempio, Non auem Poste che una cameretta assai piccola ; pure a me sembra che sia meglio far uso delle forme italiane, che sono, o di mettere la paro- la altro innanzi a c//e,come ne* primi due esempj; o, con la congiunzione se non^ dire, non e* era se nonquesta pia; io non fo se non filare. Viceversa, si pu esprimere il terzo esem- pio cos, eir e ben non forni- scono appoggio quanto basti alla enfasi; ma quelle che han- no pi di una sllaba, come prima che^ senza che^ o che son precedute da una preposizione^ io consiglierei il separarle dal che. PERO^^ PERCI O PER Cl'^ PERCI^ CHE I .Pero\ disse 7 maestro^se tu tronchi qualche fraschet' ta et una (T este piante^ Zi pensier eh* hai si faran tutti monchi. D. a. Pero" si dice che la fame e la po\fert fan^ no gli uomini industriosi. M. 3. As^o^a questa donna una sua fante^ la quale non era pero* troppo giowme* B* 4 -^^9 perch ei si rende certo che tutti voi^ eccetto pero* quei se^ cond ^considererete ecc.G.5. Quantunque (le femmine^ qui) in vestimenti e in onorif alquanto dalle altre variino^ tutte PER CIO* son fatte qui come altrove. B* Nella prima edizione io aveva erroneamente detto che la congiunzione ^er, (i) usata per equivalente di nondime-^ no era male adoperata; ma io non aveva ancora bene esami- nato il vero senso di questo vocabolo; per che sopra Tuso (i) La particella per  una delle pi trayagliate del Non si pu che abbia la nostra lingua j ed io mi sono avvenuto in parecchi ammutoliti al bisf^no di dar ragione di lei e di sci Bart, 3o4 che i classici fanno delle parole^ io fermo le regole; non b fo gi io; io dico : in questo modo, in questo senso, essi b ar- no usato la tal parola; ella ha dunque il tal siguificato. O venga ^er dal latino /^roy^^^r hoc^ o dalT italiano /t^er ci ^ egli comprende il senso di per la qual cosa, in conseguen" za di dn in conseguenza diche^ allor che  posto imme- diatamente in principio di frase; nel qual caso solo fa Tuf- ficio di congiunzionei come ne*primi due esempj; ma quan- do  posto nel mezzo della frase, come neMoe seguenti, ha il valore di^er ci, per tutto ci^ con tutto ci, equivalente di nondimeno-, per quello che mostra Tanalisi del concetto che queste due espressioni contengono, tolta dal quinto e- sempio: Per ci^per tutto ci, con tutto ci^ che io conce^ do per s^ro*, le donne sono fatte qui, (in niente di meno) co- me altros^e. E mettendovi nondimeno in vece di per ci : Per tutto ci che io concedo per vero , le donne non sono in niente di meno differenti, ina fatte qui come altrove. Si che Tuna espressione col concedere la cosa che precede, e Tal tra col renderla di nulla conseguenza,vengono a produrre il medesimo effetto ; e come adoperando per ci, si sottin- tende nondimeno^ cos adoperando questo, quello s^intende. Ma in questo senso per non si usa in principio di frase , perch si confonderebbe con Taltro dissenso affatto opposto, n Taltro si potrebbe porre pur dopo una sola parola, sen- za perdere la sua significazione. E in vero, congiunzione si pu chiamar quella solo che viene immediata dopo il pun- to e la virgola Adunque, queste due voci, questi ducer, son tulli a due un composto di per ci ; ma esprimono una idea affalto diversa, per lo diverso luogo che prendono nel- la proposizione; l'una, in principio di frase ^ significa per 3o5 ci cio, da ci che io ho detto igiene questa conseguenza ; Taltra , per ci che io ho conceduto, non  men uero che* Il Yelo  sottile. Questa medesima roce per oper ci ha un altro sen- so allor che  seguita da che* II Boccaccio dice: In soccor- so e rifugiodi quelle che amano, perci che alF altre  as^ sai Vago, e Ufuso, e f arcolaio, intendo di raccontare cen^ to nobile. L*anaUsi di questo perci che  : io dico in soo- corso ecc; per questa ragione la quale  ecc. Perci che e per che son la stessa cosa , e non porgono di/Hcoll* Ma in quello imperocch del qnale alcuni infiorano a fusone i loro scritti io non so quello im che vi stia a fare. Io immagino che si mettessero insieme tutte queste voci imperocch, concios^ siacosach, per farvi sopra una buona posata quando uno  stanco ; ma come s'accorsero poi che, mentre si riposava il dicitore, si stancava con quel ritornello Tuditore, chi si mo- der, e chi le band, quelle due congiunzioni, del tutto dal- le scritture. A me non dispiace, anzi mi pare che vi stia as- sai bene, quel con ci sia cosa che coi quale il Casa d prin- cipio al suo Galateo ; ma stian le cinque voci divise , afiin che s'intendano ; e l'accento principale andr naturalmente a cadere da se sopra cosa; ma Vim davanti tkper che, per- ci che, non v^ba senso alcuno, e per ci  di soperchio.  NONPERTANTO E jV^OiV PER TANTO Nella introduzione alla prima edizione dissi : Quando dar la seconda estender di pi anche l'analisi degli avverbii e delle congiunzioni ; essendomi accorto , nello scrivere la presente opera, quanto sia necessaria e a chi scrive e a chi legge , e quanto sia stata finora trascurata, questa parte. Il saper variare le congiunzioni e gli avverbj d grazia ai com- X jt r  ^ 3o6 poniiueDti; ma per ci vuoisi ben conoscere il giusto vaio* re di ciascuno. Tanto pi poscia mi confermai in questa o- pinione quando ebbi veduto che un Bartoli , non che altri , sMntrica come un raoscherino nella ragna allor che vuol bat- tagliare co* grammatici per uno avverbio o una congiunzio- ne; vedasi, per uno esempio, quel cir* dice al suo per^ e al non per tanto^ de quali vocaboli uno non intese; dell'al- tro lascia il lettore senza fornirgli il pasto onde largito gli ha il disio. Passi quindi il lettore alla osservazione delSig. A* menta, sopra questo non per tanto^ e trover che per solu- zione di cosi importante questione ne d un pambollito .  non ho io ragion di gloriarmi o di vanagloriarmi, se iopon* go fine a queste dispute grammaticali col mostrare le cose nella loro vera luce? Vuol dunque il Bartoli provare che l'^pressione non per tanto ora significa nondimeno^ e ora non per ci. Ma qual soddisfazione pu dare allo intelletto il mutare tanto in ci ? Vediamo gli esempj. Il primo  di una antica traduzion di Livio. I  FU soldato a piede; ma^ NorrpEBTjtNTO^prode e ar- dito maras^igliosamente. 2. ( Riprese tacitamente se ) ; ma^ NONPERTANTO^ scnza mutar colore^ alzato il wso e le ma- ni al cielo , disscm B. 3. ( Conosceva la sua in fima condi- zione); ma non^ per tanto da amare il re indietro si vole^ va tirare. B. 4* (Per quanto di male me ne avvenisse);'non, PER TANTO f niego die ci^ e ora e allora^ non mi fosse carissimo, h. Cosi si debbono virgolare queste proposizioni , e cos virgolando si scorge che due sono queste congiunzioni, distin- te per se medesime, senza che s'abbia bisogno di ricorrere al non per ci. Ne* primi due esempj la congiunzione  nonper* tanto^ che mi par meglio scrivere unita come nondimeno ; negli altri due, per tanto ; in questi s* intende a negare y e la negazione non appartiene alla congiunzione , ma al ver- bo che siegue; in quelli, eli*  affermativa. L'analisi adun- que del concetto contenuto in nonpertanto  questa : Per tanto , quanto ho detto^ non fii vii soldato , ma prode ecc. Pertanto ecc., non si smarr^ fna disse. L'analisi i per tan^ to : Ma^ per tanto, quanto detto ho^ non si vole\Ki ecc; Per tanto ecc., non niego che. Ove si vede che il non del primo caso contiene in se una intera proposizione, contraria a quel- la che esprime Tidea principale ; laddove nel secondo si ac- cenna una sola proposizione. A me^pare che il virgolare ba- sti a torre l'equivoco; ma forse si farebbe meglio , quando la negazione non appartiene a per tanto, portarla in imme- diato contatto col verbo al quale  apposta, cos: Ma non si %H)lea,per tanto, da amare il re indietro tirare; Non nie-^ go, per tanto, che ci, e ora e allora, non mi fosse carissi- mo e poich si scrive nondimeno, intero; direi che si scri- vesse intero anche nonpertanto che a quello equivale DSL CIFE ELLITTICO Avvenga che la maggior parte delle congiunzioni con- tengano la parola che,  necessario mostrare, con V analisi de'sottpposti esempj, che questo che non  se non quel me- desimo aggettivo congiuntivo, del quale abbiam parlato a carte 147; il che servir a ir ben sentire la virt di ciascu- na congiunzione* I . Sentendo gi che i solar raggi si riscaldainmo, t^er- so la loro stanza volsero i passi. B Analisi; Sentendo gi questo che , i solar raggi ecc :i* Pia che altro uomo si poteva contentare. B* Ana- . 3o8 lisi; Si poteva contentare pi in comparazione di quello che ogni altro uomo si potesse contentare* 3. Prese per partito^ che che awenir ne dwesse^ di rapir Cassandra. B. Anatisi; Per che unque, cio per qua- lunque cosa che avvenir ne dovesse ecc. Il primo di questi che vuol esser pronunziato solo con piccola pausa; il secon- do deve andar con quel che segue cos, che . .  che envenir ne dovesse^ e non gi legger che che. 4* Se io potessi parlare al re^ e* mi d il cuore che io gli darei un consiglio^ per lo quale egli {lincerebbe la guer- ra sua* B Analisi; Se io potessi parlare al ret e* mi d il cuo- re di far questo che , ecc. 5 Quando la giovane il vide^ presso fu che di letizia non mor. B. Analisi; Presso fu al momento in che per ec- cesso'di letizia quasi morisse; ma non mori. 6. Poich cos , che Pietro tu non sai^ tu dimorerai qui meco. B. Analisi; Poich cos , ci  che tu non sai eca 7. Non suole essere usanza che^ andando s^rso la sta- te ^ le notti si i^adan rinfrescandogli. Analisi; Non suole es- ser questa usanza che  ecc. 8. Che non rispondi^ reo uomo ? Analisi; Per che ca- gione non rispondi, reo uomo ? 9. Donolle^ che in gioie ^ e che in vasellamenti^eche in danariy quello che wlse meglio di altre diecimila dobbre* B Analisi; DonoUe, tra quelle cose che consistevano in gio- ie, e quelle che consistevano in vasellame nti , e quelle che consistevano in danari, ecc* I o. Luci beate e belle ! se non che 7 veder voi stesse V  tolto. P. Analisi; Se non fosse questo che , il vedere ecc. I I  Avvenne^ che che se ne fosse la cagione. Anali- 3o9 si; Avvenne, non so che cosa fosse quello che se ne fosse la cagione I a. E^ cos dicendo^ fu tutto che tornato a casa.B. AnaU , cosi dicendo, fu tutto simile a colui che  tornato a casa. ALTnC OSSERVAZIONI RISPETTO ALLA MEDESIMA CONGIUNZIONE CffE I  Io prego tutti CHE , se il corwto non fosse tanto splendido j quanto si contiene alla sua grida, cbe^ non al mio wlere, ma alla mia facultate imputino ogni difetto. D. 2. Ordin che colui de^ suoi figliuoli , appo il quale s co^ me lasciatogli da lui^ fosse questo anello trovato, che colui s^ intendesse essere il suo erede. B. 3. Temendo non il son* no quivi lo soprapprendesse ^ si lev. 6. 4 ^^ ^^ fratelli du^ bitavan forte non gP ingannasse. B. 5. Pregavano i JFUoren- tini non si voltasse la Chiana dal suo letto in Amo% che sap- rebbe la lor rovina. Dav. 6. Pregol lo che ^ poi verso Tosca- na andava, gli piacesse cT esser in sua compagnia. B Qualche volta la congiunzione che si truova ripetuta nei classici, allor quando, il che e il resto della proposizio- ne alla quale rispoude, sono divisi per una lunga frase in- cidente 9 come nei primi due esempj ; e questa ripetizione incalza l'espressione. La congiunzione che si pu sottinten- dere dopo i verbi temere, dubitape% pregare, e qualche al- tro, come mostrano gli esempj 3., 4m ^ ^m e i seguenti pure del Boccaccio : Questa ultima novella voglio ve ne renda ammaestrate. Cominci a suspicar per quel segno non co-- stui ilesso fosse. Anche alia congiunzione poicli si pu sot- tintendere che, come appare dal 6 esempio* irON CHE I . Io, NON CHE comporre, non so a fatica leggere. F# 3io ' 3* SS? tu sapessi chi io sono^ non che cercar di cacciarmi, mi pregheresti che io non mi partissi mai da te. B. 3. Io non conosco uomo di s alto affare a cui wi non dobbiate esser cara^ non che a me che unpiccol mercatante sono* B. Molli degli Italiani Don banno mai compreso il senso di questa congiunzione, e molti Tusano nel senso contrarioi cio per e anche; perch da ben pochi  conosciuta Tanalisi delle idee in grammatica, senza la quale non si pu in que- sta scienza fermar peso di dramma^ e senza la quale  im- possibile rintracciar il sentimento di queste espressioni* LV nalisi dei tre esempj  la seguente; i Io non (dico) che{io non sappia ) comporre^ ( il che ognuno sa^ ma ) non so pu* re a fatica leggere; a. Non (dico) che (tu svolessi) cercar di cacciarmi i (il che sarebbe troppo contrario ai desiderj tuoij ma che anzi) nn pregheresti ecc., 3. Non (dico) che ame^ il quale sono ecc. (siate cara^ il che sarebbe di poco momento. In tutte le quali analisi si discerne che la congian* zione non die corrisponde a non solo o pi tosto si appros- sima a questo; cio, io non solo non so\ tu non solo non por- resti cercar^ non solo a me. In luogo di questo idiotismo nostro, che gli antipuri* sii non intendono , essi fanno uso del gallicismo bien loin de. Eccone uno deirAntipurismo medesimo. Molto lungi die egli creda di dwer deporre la ttvmba epica, qui  d(h ve anzi che egli inwca ecc.  in vece d dire qui  dove anzi che egli , noi Italiani diciamo, con termine pi rube- sto, qui anzi egli. Ora, V Antipurista grider che, appunto per quella medesima ragione che io adduco del non essere inteso il non cie% egli fa uso del molto lungi che; alla qoal cosa si risponde, che questo modo pure a fatica Tintende- 3ii ranno coloro che sanno il francese; e di due modi oscuri e- gli  meglio far intendere il nazionale che Io straniero, e ac- cogliere la forma pi bella. E pure, chi il crederebbe , co- storo osan dire che la barbara forma, molto lungi die ecc. soprapposta sia pi concisa e vigorosa che la nostra, Non che egli creda ds^er deporre la tromba epica^ qi anzi egli insH)ca ! Un altro esempio  tolto dalla Proposta del Monti : Dunque^ ben lungi che i peccatori si glorierebbero (Taver^ li compagni (i cattivi del terzo canto dell* Inferno di Dan* te) sono anzi i peccatori medesimi che li rimuoifono dal lor consorzio  Che uno il quale dichiara voler distruggere la purit della lingua a tutto suo potere, come gi ne fece una vana prova, dico TAutore del lordo Antipurismo, abbia nel suo stile s fatte locuzioni, ci si concede come Tacqua che corra allo in gi; ma che esse sian potute cadere dalla pen- na del Monti in una opera che tratta della grammatica, io non posso cessar la maraviglia ! Qui, oltre al gallicismo ben lun^ gi chej pecca anche in grammatica, dicendo glorierebbero in luogo di gloriassero ; e quel sono   che , sebbene ita- liano in alcun caso, come vedremo, in questo par proprio posto alHn che nulla manchi al compimento della frase fran- cese. Io direi : Dunque^ non che i peccatori si gloriassero {T digerii compagni , i peccatori medesimi li rimuovono dal loro consorzio. OyS^ DOFE^ E LADDOVE O LA^ DOVE I . Io dir che io sia di citt fiorentissima d* arme , d'imperio 9 e di studila dove egli non potr la sita se non di studii commendare. B* Ella  pi giovane ed  stata in dilicatezze allevata^ ove V altra in continue faticlie da pie* \ 3ia colina era stataJR. E per serCiappelletto era conosciuto per tutto; LA DOVE pochi per ser Ciappcrello il conoscieno* B. L*idea contenuta nel vocabolo doi^e nominato a car- te 2Q^  nel caso in che; il concetto del presente, nel me- desimo tempo che ; quello corrisponde a se; questo a per lo contrario;V uno esprime un* idea contingente, V altro positi- va. Sono dunque assai diversi nel loro effetto; e per gli ho trattati a parte. Questi tre vocaboli sono avverbi! di luogo; che tutti comprendono V idea nel luogo che^ in che iuogo^ o a die luogo; ma qui essendo intesi a sighificar pi tosto tempo che luogo, e facendo T ufficio di congiungere due proposi- zioni insieme, gli ho posti anche fra le congiunzioni Per concepire che faccia Videa di luogo in queste espressioni fa daopo analizzare il concetto di una: Nel luogo che io dir^ in (fuel medesimo Idogo egli non potr; o vero in quel mede- simo tempo che io dir^ egli non potr; il che si pu ridurre a questo, Io dir eh* io sia ecc., e per lo contrario egli non potr ecc. Queste congiunzioni adunque vengono a signifi- care ^er/o contrario. I Francesi e gli Inglesi esprimono que- sta idea con uno avverbio di tempo ; quelli dicono tandiS" que ; questi whilst ; e io infine a quest* ora aveva creduto che mentre o mentre che s* adoperassero anche in italiano a congiungere queste proposizioni, assai pi che ciWe e lad- doi^e; ma m* accorsi poi eh* era un solecismo; che messomi a cercare nei classici e nella Crusca, non mi venne fatto di trovarne un solo esempio* Potrebbe darsi che ve ne fosse- ro; intanto m^  parso doverlo togliere da* mici scritti. Questo, e quello che ho detto in altri luoghi di questa mia opera de* proprii miei falli in lingua, dee persuadere 3i3 ognan che non per torre n scemare V altrui fama sono io andato cercando gli errori per le opere letterarie, ed espo- stili agli occhi di tutti; ma perch cosi era richiesto a voler purgare la lingua da tante macchie. Ci voleva il ferro che me* nasse a dritta e a sinistra senza riguardo, per levar via tutte le mal erhe tutti gli sterpi che intralciavano e impedivano la coltivazione di questo campo, tanto era imboscato e sel- vaggio I pans I  Fa paRE che tu mi mostri guai ti piace; lascia poi fare a me. B. a. La cosa andr pur cos. B. 3. Deh ! come dee poter esser questo ? io il i^idi pur ieri cost. B 4 La quale j perci che pure allora smontati n* erano i signori di quella^ d'albero^ di 9ele^ e di remi^ la trov fornita. B. 5. Za variet delle cose che si diranno non meno graziosa ne fia^ che V as^er pure d* una parlatom B Sebbene, come dice il Biagioli, forse 1 6 sensi diversi nel vocabolario della Crusca , siano attribuiti a questo vo- cabolo pure^ esso  pure il medesimo in ogni caso; e sempre si usa in opposizione di quel che un* altro dice o pensa, o di quella idea che lo precede; in qualunque circostanza es- so si truovi, signiGca ci non ostante% nulla dimeno; e sem- pre  preceduto da una congiunzione avversa,espressa o sot- tintesa. Le congiunzioni quantunque , come che , con tutto che , ancora che , se bene , tutte comprendono un' idea di concessione a quel che altri dice, o crede, o fa; per lo con- trario le seguenti, nondimeno^ nonpertanto^ tuttas^ia^ ci non ostaate^per ci^ tutte egualmente come pure esprimono una opposizione una eccezione a quella stessa cosa conceduta. Ora, le medesime due idee di concessione e di eccezione son 23 3i4 comprese nelle frasi sopra citate , e in qualunque entri il vocabolo pure , come si mostrer per la seguente analisi* I. Quantunque tu dubiti delV esito t nuizadmeno fa che ecc. a. TVrro che a te dispiaccia^ la cosa nonper" TANTO andr coshZ. Come cbe tu dica non essenti pia , TUTTAriA io il vidi ieri cost. 4* ^J^cora che smontati ne fossero isignori; da' non oSTANTE^per che n^ erano smon- tati solo alterarla trov ecc. 5* Sebbene lo spaziws in una cosa nel ragionare sia piacevole^ non per ci* la variet /la meno graziosa che r aver parlato d'una sola. Negli esemp) quarto e quinto /7ttre corrisponde a S0I09 come si scorge dal- la analisi deir idea in essi contenuta; e quantunque per l*a- Milisi si pruovi che comprende tuttavia il senso primiero di opposizione, questa idea  quasi smarrita, e ha lasciato luo- g al significato di solo* Di tutte queste maniere pu dun- que chi scrive far uso per variare le congiunzioni, e render lo stile pi vago SE NON SE A qualunque animale alberga in terra^ Se non se alquanti che hanno in odio il sole^ Tempo da tra^^agliare  quanto  7 giomom P Costruzione intera: dico qualunque , ^e non cogliamo fare questa eccezione , cio se eccettuar non vogliamo al^ quanti'^ il che vuol dire, quando si voglia comprendere nel- la generalit pure alcuni che eccettuar si potrebbero^ allo* ra dico che a qualunque animale ecc. SAzro SE I  Comand che ad alcuna persona mai manifestassero chi fossero f SAiro se in parte si trovassero ecc. B. a. Non la lasciar per modo che le bestie e gli uccelli la dimorino ; SALVO SE egli noi ti comandasse. B. 3i5 Pongo sott* occhi questa cotigianzione al solo fine di mostrare che l'Italiano non ha bisogno di prendere ad im- prestito dal Francese a meno che^ della quale espressione alcuni pare non possano far senza. Salw cio saluaio , per metaforica analogia vai quanto eccettuato^ L'analisi  dun- que : questo essendo eccettuato che * ONDB i. La gohif e '/ sonno ^e t oziose piume Hanno del mondo ogni 9irt sbandita^ Ond^  dal corso suo quasi smar^ rita Nostra natura scinta dal costume. P. a jimbo le mani in su r erbetta sparte ^ Sooi^emente 7 mio maestro pose f Ond^ io che fui accorto di siC arte^ Porsi ver lui le guan^ ce lagrimose. D. Onde Tiene dal latino unde^ che significa delqual luo^ goi o di che luogo^ se si interroga ; quindi la propria qpa* lit di questa parola  quella d'avverbio di luogo In segui* tOy per l'analogia che  tra il luogo onde l'uom parte, e la cosa onde un' altra proviene , si estese il senso di onde ad esprimere della qual cosa. Finalmente, per l'analogia di ef fetto che produce la cosa dalla quale un' altra proviene , e quella per la quale un' altra passa, ritorna a carte ^4^ 9 ^^ disse onde ad esprimere per la qual cosa; le quali parole fanno l' ufficio di una congiunzione , come si vede negli esempj. 1 La differenza che  tra la congiunzione e il pronome,  che questo si riferisce ad una cosa particolare, e quella al- la proposizione, o al periodo che la precede; Tuno viene, il pi, in seguito del nome col quale corrisponde, di i^ado pur con una semplice virgola, e quasi sempre immediato; e 1* altra  divisa dalla precedenza per lo punto e la virgola. Nel 3iO mio manifesto io aveva gi posto tra gli ofuk estranei alla buona lingua quello che molti de* moderni usano nel sen- so di (^n chei appresso scorto nella Crusca Tesempio del Gelli sopra citato, mi volli allora astenere dal procedere an- che contra di esso; aia poscia che non me n^ venuto trovato un solo esempio nei tre massimi, io non dubito pi oramai di dichiarare chenonsi abbia altrimenti a ricevere per buo- no. E noi dico senza Tappoggio della ragione; per che es- sendo questo vocabolo, per sua origine, inteso a richiama- re alla mente un luogo dal qual si parte; una cosa della qua- leun*allra proviene, cio una precedensaenonuna8egaen- za; facendogli fare V ufficio di ajjla che s travolge il senso suo, in luogo di provenienza, gli si fa dinotar tendenza; on* de^ per Tidea originale, mi dice, guardati indietro; onde per a/Jln che^ perci che^ vuole che si guardi innanzi. La Pro- posta ha: Se si i^uole che gli esempj siano ciliari , es^iderk- a^ onde la sentenza chiusa nel loro seno subito disfwillii ove il sentimento di onde  per questa ragione che siegjue. E ad esprimerlo giustamente in questa proposizione, s* a- vrebbe a dire: La sentenza chiusa nel seno di un esempio chiaro ed elidente subito disfa\filla\ onde si vuol far uso di esempj chiari ed elidenti. Egli/ si ha dunque in tal caso a usare perch^ affln che^ acci che^ come in questo esempio del medesimo Gelli: Essa tn ha dato in cambio diano scu" do un bel quarteruolo^ perch io glielo cambii. Ora ricapi- tolando, abbiam veduto che di tre maniere falsi onde s'e- rano furtivamente introdotti nelle scritture ; quello posto per pronome, nel senso di con che^ in chei Taltro quivi ci- tato, a carte 1 86 , di un esempio tratto dalla Proposta, in luogo di per davanti a un infinito ; onde mettere; e final- 3i7 mente questo , in luogo di afltn che. Inoimagina mo* questi tre onde moltiplicati tante volte, quante possono occorrere in un*opera letteraria ; e avrai un^idea della confusione che dee produrre nella mente di chi  uso al puro e corretto stile, e del guasto che deve fare in chi non sa discernere ! OJbi ^ OR I  OjL^, le parole furono assai ^ e il rammarichio della donna grande. B. a. Come? non sapete wi quello che que^- sto wglia dire? ora^ io u Vho udito dire mille volte. B. a. Deh ! or trainassero essi affogato , come essi ti gittaron l dove tu eri degno d esser gettato 1 B La propria qualit della parola ora  nome ; il quale si usa come avverbio quando si dice ora vengo; che vuol di- re, in questa medesima ora vengo; e pu adoperarsi anche per congiunzione, come in questi esempj, ad esprimere con^ clusione; e in tal caso Tidea che comprende  m breve^ ora vi dico che. Lo stesso valore ha or, tronco di ora. La scienza pili necessaria per far buon uso delle con- giunzioni essendo quella di conoscere il loro significato, per ci daremo nella seguente tavola Tanalsi etimologica delle altre pi usate, e la definizione della idea che comprendono. ANALISI DELLE IDEE CONTENUTE NELLE CONGIUNZIONI Acci che; a far ci che; a far questo che . Acci che la lor seccaggine si levasse da dosso. B. ^dunque; probabilmente dal latino ad unquan^ che , per analogia del luogo col tempo  significa ^er venire ad alcun principio o ad alcun termine^ alla conclusione di ci che uno ha premesso. Esempio , Dico adunque che nella citt di Pistoia fu gi una bellissima donna vedova, fi. 3i8 Affln che\ tendendo al fine che . Lasci in guato due mila calieri ; affla che^ se que^ di Messina uscisser fuori^ uscissero loro addosso. Villani. Altres^ altro cosi ; in altro simil modo, similmente. Alessandro^les^tosi prestamente^ and \fia altresh B. Anche\ in addizione a ci; sopra ci. Anche dite wi che sH>i 1^1 sforzerete^ e di che ? B. Ancorai anche ora; sopra ci e nel medesimo momen- to. Acci che^ come per nobilt d* animo dalC altre dismise siete ^ ncora per eccellenza di costumi ecc. B. Ancora che; avvenendo ancora questo che . Ancora che gran paura avesse^ stette pur cheto* B. Avvenga che ; dandosi il caso che avvenga che* A\^ venga che egli mi stia molto bene. B. Bench* Tutte le congiunzioni che comprendono bene^ esprimono opposizione; e qaesto nome lo modifica in par- te; onde Tidea : con tutto il bene che  in contrario a quel cKio dico. Bench nel quanto tanto non si stenda la vista pia lontana^ l vedrai ecc. D. Cio^ questo . E loro che di queste cose niente ancor sapevano^ cio della partita di Folco. B. Cio a dire ; ci  simile a dire. La condizione che dee aver la confessione , si  frequens , cio a dire che si faccia spesso. Passavanti. Come che; e bench sia cosi come  che. Questa paro- la esprime modificazione; e neiresempio seguente modifica Tidea di particolarit espressa per massimamente. Umana cosa  aver compassione degli afflitti; e, come che a ciascu* no ste bene^ a coloro  nuissimamente richesto ecc. B. Io credo anch'io con T Amenta che il Bartoli volesse 3i9 scusare li proprii errori col suo Non si pu; per che chiun^ que abbia sentor di nostra lingua noa prender mai come che nel senso di perci che nel seguente esempio : E come che rade wlte la sua madre ^ la quale con la donna di Cor- rado era^ i^edesse^ ecc. B. Il perci che non pu reggere il congiuntivo; e qui e negli altri esempj che il Bartoli cita, come che equivale a quantunque^ bench. L*altro come che ch*egli accenna^ come cK io mi muowz^ non  congiunzione, ma avverbio per quel che abbiam gi dimostrato* Con ci sia cosa che. Il concetto compreso in questa espressione  : Avvenendo che con ci che io ho detto o son per dire  cosa la quale # Con ci sia cosa che tu incomin- ci pur ora quel i^iaggio^ del quale io ho maggior parte for^ nito. Gasa. Vedremo poi altrove perch lo scrivere t come si faceva, tutte queste cinque voci insieme, e carrucolar sopra il che^ rendeva questa congiunzione ridicola e disaggrade- vole. ' Con tutto c/ie;ha il valore di bench. Con tutto quel- lo che punta in contrario ci  che. Era jirriguccio^ con tutto che fosse mercatante^ un fiero uomo ed un forte. B. Con tutto cii risponde a pure^ nondimeno. Con tutto ci la \fipera  dotata di una tal naturalezza pacifica e in^ nocente; cio, con tutto ci che io ho detto in male della vipera, in bene io dico che ecc. Da che^ vai quanto poich. Analisi: Movendo la ca- gione da questo che . Siano baldamente li Romani t da che questo  PusatoMberali e larghi di quello che tolgono a* loro nemici. Da. S. C. Dunque ; quando la cosa  cos. J^a dunque f disse la donna^ e chiamalo. B. 0 ha il senso di adunque. 3^0 Eccetto; eccettuato; questo essendo eccettuato* Eccet- to se io non fossi gi colei che glielo toglessi. B. E nel pero; e volendo cooteaersi nel vero senso delle parole, n pi n meno. E nel vero^ io non conosco uomo di s alto affare^ al quale poi non doveste esser carcu B. Eziandio; forse d^etiamdiu; cio^ anche ora* E come dnna la quale eziandio negli stracci parey^ ecc. B* //io/^r&;andando in oltre nella materia del discorso. In oltre apepa nel porto gran numero di napi. Crusca. In somma; arrivando in su la somma parte; in con- clusione. In somma ^ sappi che tutti far cherci e letterati grandi. D. Intanto; in tanto tempo quanto scorse, o scorrer* //i- tanto poce fu per me udita. D. Laonde; il che riesce \k onde procede che; o il che rin* se) l onde procedette; significa per la qual cosa. Laonde egli scampa dalle forche. B. Ma; a quello che ho detto aggiungo od oppongo que* sto che . Ma, apere infine a qui detto della presente nopel- la poglio che mi basti B* Nondimeno; quel che  detto non facendo effetto di meno. Nondimeno^ ciascuno de* due cenanti la sua grazia addimandapa. B. Vedemmo a carte 3 1 3, che al vocabolo pu* re, equivalente di nondimeno^ sempre precede quantunque^ espresso o sottinteso. L*analisi di questo esempio  duuque: Quantunque la grazia nessuno avesse meritata, questo de-> merito non facendo effetto di meno ardire nell' animo do' due amanti, ciascuno ecc. Nonpertanto; per tanto quanto dissi, non ecc., equiva- le a nondimeno. Ma^ nonpertanto^ senza mutar colore^ al- zato il pi so e le mani al cielo ^ disse. B. 3ai Non ostante;^ ci non ostante^ quel che dissi non ostaiH do; risponde a nondimeno* Gli avrebbe ci non ostante s^e^ racissimamente tirati. Grasca. Eion ostante che V Amnu^ raglio^ favellando col re Pietro^ gli dicesse ecc. Casa* JVulladimeno; quel che soq per dire non facendo nul- la di menot Soggiunger nulladimeno qui di nuovo guai" die cosa. Redi Perch; per questo che . E per che ragione ? disse Ferondom Disse il monaco^ perch tu fosti geloso. B. Perch per affln che; per questo fine che . Prima as" sai ten^ratamente lo incominci a battere^ perch UpaS'- sasse. B Perch per onde; per il che; per la qual cosa. Ella noi vi vorrebbe ; perch ella ti prega^ in luogo di gran servii gio ecc B. Perch per bench ; per questa ragione che  Tu , perci io nC adiri^ non sbigottir. D. Belli sono questi perch per li differenti concetti che esprimono; e la lor varia virt si sente per lo diverso effetto che operano sopra il corrispettivo verbo che li siegue. Pertanto; per tanto quanto  detto; per la qaal cosa; perci, ferii messer^ tocc a me P andare pensoso; oggi pare che tocchi a voi; e pertanto io non voglio che pensiate pi sopra questo fatto. FecoTone. Perci; per ci che detto ; equivale ^nondimeno. Ma non %H)gtio per ci che questo di pia avanti leggere vi spa-^ venti. B. Perci; per ci che detto ; per la qual cosa. Dissi i Gi di veder costui non son digiuno; perci a figurarlo gli occhi affissi. D* Il Bartoli dice: Onde perci gli spiriti si 3:12 rendono^ almeno per mett meno abili alla speculazione^ e altrove adopera pur e nondimeno immediataoieiite) non si accorgendo che perci equivale ad onde^ e pur a nondime- no ; .dal che si vede se giovi il far Tanalisi dell* idea com- presa nella congiunzione* Posto che^ pu supplir quantunque ; posto qaesto che   Lo cielo I i^ostri mos^imenti inizia ; non dico tutti \ ma , posto cJiio 7 dica ecc D. Posto che assai H)lte de" fatti di Calandrino detto si sia tra noi ecc. B Per che; per ci che ; per questa cosa che . Nul' r altra pianta w puote as^er vita  Per che alle percosse non seconda* L*armonia e la misura del verso ne conferma nella nostra opinione, che queste congiunzioni per che^iper- ci clie^ affln chCf hanno a esser divise dal che^ poich, leg gendo il verso come si truova in tutte le edizioni : Peroc' che alle percosse non seconda^ si viene a portare il primo accento sovra il chct il quale dev* esser tolto via per rdi- sione; se non vi sarebbero dodici sillabe* Perci che; la medesima cosa che per che Perdo che^ dalla mia prima giovanezza infino a questo tempo^ or tremodo essendo acceso stato* B. Per la qual cosa;  V analisi di onde. Per la qual co^ sa ella disse ad una sua fante. B. Per tutto ciy e per tutto questo; equivalenti di pure^ nondimeno. lUnuccio^ dolente ^ non se ne torn a camper tutto questo. Poici; dopo questo che  Poich essi^ ci che essa addomandato avea^ non avean fatto. B Poi ; vi si sottintende che t dopo questo che   Di che r animo vostro in alto galla 9 poi siete quasi entomaia 3a3 m difetto ? D.  pregolh ^ poi wrso Toscana andas^a^ gli piacesse d'essere in sua compagnia. B. Dunque si pu ado** perare poi in luogo di poich. Lo ripeto perch si not Prima che; in ora prima che. Madonna ^ non s^i scon^' foriate prima che \fi bisogni. B Purch ; pure che, quando nulla ostante il contrario, avvenga questo che  La medicina da guarirlo so io ben fare; purch a wi dea il cuore ecc* B* Qualora; in quale ora, nel caso che; pu supplire quan^- dOf dove^ e se. Tindaro al sers^igio di Filostrato attenda , qualora gli altri attendere non vi potessero. B Quando bene; quando anche ci sia il bene che . Quindi; di qui; per la qual cosa; equivalente di ondeeA ! pon mente come la spiritata guarda altrui a traverso^ e come ella strabuzza quegli occhi di struzzolo ! 6. Deh pu esser grido di maraviglia: Deh\ andate^ an^ datei oh ! fanno gli uomini s fatte cose ? B* DOff  grido di sorpresa e di sdegno. Doh ! fUrfantaccio , boia; se io t usassi saputo I Crusca*  grido d* ironica maraviglia. Doh ! signore Iddio ^ se tu hai fatta nostra donna la volont^ e noi V abbiamo a ubbidire ! Crusca. e\ o EM  voce di dolore : E ! quanto a dir qual era  cosa dura questa selva selvaggia ed aspra e forte D. 3a6 Perch Penteo pianga doloroso , dicendo eh ! lassa ornai la vita mia ! B Qualche volta  segno di maraviglia con cni si d a vedere che si sa che an altro non intende di dire quel che le parole suonano; il che  un modo urbano di scusare Ter- rore 0 il motteggio di chi parla, per esempio, Ehi che VS* mi d la burla. Crusca ; Ehi via^ eh ! i^ia^ che F acqua alle donne di parto non fa male. E anche segno d* interrogaaione irata. Ti ti dai forse ad intendere eh" io sia tuo schiaw eh? e ch*io abbia a fare a tuo modo eh ? F Pronunciato lungo, disegna anche rimprovero d*uom che garrisce altrui .Ehi jtlaman , Alamanno ! tu non fai punto quel che ti conviene. G. Etti 1 BiA f Son questi segni di maraviglia espressi in modo inter- rogativo e per uom che sgrida  Ehi ! messere , che  ci che voi fate ? B. Eia ! Calandrino^ che vuol dir questo? . SIM O BBiHB ! Equivale ad ahim  Eim I lasso ! che ora intendo quello che non intesi ! B. Eim ! lassa ! misera ed insana Briseide^ sconsolata 1 B. Moti Il significato di questo grido lo esprime Dante nel se- guente verso : Alto sospir che duolo strinse in bui ! al Off Off l osi  segno di maraviglia in questi esempj. Ok\ figliuola mia^ che caldo fa egli? B. Ohi s^ ch\o soche tu je' uno assiderato. B. 3^9  Anche segno dMmpazienza e di desidero:OA ! disse Ferondo^ s^ io \;i torno mai ! B. Grido di contento. O! me beato sopra gli altri aman- ti ! P. Il raddoppiare questa interiezione esprime ironica ma- raviglia: Oh oh ! la testuggine wla ! Crusca.  anche grido di richiamo acci che altri si desti, o si metta in guardia. Fattosi alquanto a quelle vicino^ grid : oh oh I B. o/f Sardonico grido di maravigliai E mantaccando^ subi'^ to disse ^ oi ! OIM ! OfflM I ois ! Grido di dolore e di sdegno. Oim ! mahagia femmi- na\oh\ eri tu cost ? B. Di dolore e d'afflizione. Oimi lassa mei dolente me in che mar ora nacqui ! B* Incominci a fare il rumor grande ois ! dolente se ! che il porco gli era stato imbolato. CIB ! Segno di disapprovazione  Come ? tormento ! cib ! s^ io ci diletto. Crusca. pu ! Segno d^aborrimenlo di cosa fetente. I^ appetita aguz" za^ strega squarquoia^ lercia^ pu ! la puzza ! Crusca. oiui ! Grido di richiamo che significa o voi che siete In. Io me n* andai in capo di scala per chiamar P oste : o/J, do* ye se^ ? F. :i3 33o ORSO^ Voce usata ad animar alcuno, siccome quella che com- prende or legate su. Orsa ! giovani^ assaltiamo virilmente e con allegra fronte questi dormiglioni. F, uh\ uh\ uh\ Segno d^orrore. Uh ! che domin sar ! oh ! i^oi grida- te che i^oi parete proprio un arros^ellato. G Uhi uhi trista a mei mi minaccia di cascarmi gli occhi ! F Guai da guaio  grido di dolore che fa il cane. Si usa per segno di minaccia in tuono esclamativo. Guai a te^ mar-- tal generazione , che sempre ti sforzi di montare ad alto ! cio a te converr trarre guaim ST^l Voce di sorpresa con cui sMmpone silenzioi dal verbo stare* Ma^ sta i che grida son quelle ? cosi I Si usa questa roce in proposizini esclamative; per e- sempio , Cos non fossi io mai in questa terra venuto ! F. ma ella  pur tuttavia il medesimo termine di comparazio- ne trattato altrove; come si scerne dal seguente esempio - Cos fossetta impiccata^ come s' avveduta de* danari che io ho trovati I G.  33 GAP. XXIII. SOPRA ALCUNE COSTRUZIONI DIPENDENTI DAI VERBI SSSBBS E ArERE Quantunque abbia gil^ trattato ampiamente delle pre- posizioni a e da nel capitolo XVIII, pure, essendomi qui* vi ristretto alia sola analisi delle idee, senza fermar rego- le, per essere quelle troppo vaghe nella generalit delle e- spressioni nelle quali entrano le preposizioni, determiner qui Fuso delle preposizioni ae da^ quando dipendono dai verbi essere e avere. I  Maras^igliosa cosa  ad udre quello che io debbo dire.B. a. Sar^ inparte^ cosa piacevole ad ascoltarb.H. 3. Non  cosa da basimare. F. 4* Tempo da ritornare  l onde ci dipartimmo. B. 5. Era un acqua latrata da FAR dormire. B. 6. Domandollo come star gliparesHi% e se forte si credeva essere da ca^aicare. B, Nel primo e econdo esempio la preposizione da^ in- nanzi ai verbi udire e ascoltare , tende ad accennare quel riguardo che abbiamo definito a carte :i3i. perle espres- sioni vivandetta dilettevole a mangiare ; cosa maravigliosa a vedere  Nel terzo e quarto esempio , per qual ragione biasimare e ritornare sian preceduti dalla preposizione da^ non si pu vedere se non con lo analizzare come facemmo a carte a36} cio non  cosa da la quale proceda il biasima^ 33a re;  tempo da il quale si scuole il ritornare l ecc. Onde si vede che , quando il nome che regge il verbo essere  ac- compagnato da un aggettivo, il seguente infinito  precedu- to dalla preposizione a; e quando non ha aggetti vo^ da pre- cede r infinito. A questa regola tuttavia si oppongono gli esempj 5. e G. i quali sono in vero una eccezione. La ragio- ne si  che in quelle due espressioni si accenna non pi uq* idea di riguardo, ma bens un*idea di provenienza, cio on- de proceda la virt attribuita ai nomi che reggono il verbo essere ; ed ecco la definizione ; era un* acqua lavorata in modo che da essa si poteva far dormire ; gli domand se credeva se essere forte s che da lui si potesse cavalcare. Ma, il Perticari nella Proposta dice : Se dall' un can- to  ^CONDANNARSI il sacrilegio onde il Ruscelli ^ il SaU viati^ ed altri posero mano ne* classici per conciarli secon* do le voglie lo/v^ dalV altro canto non  A lodare la dimen- ticanza ecc. Adoperare o^^e per con die gi vedemmo es- sere uno errore;ma quei due verbi condannarsi e lodare^se- guati con la preposizione a, sono imperdonabili in uno scrit- tore; perch qui non si parla di qualit di cose che si vo- gliano mettere in riguardo, nel qual caso, tra il verbo e la preposizione a, dovrebbe essere un aggettivo; ma s di due cose, cio sacrilegio e dimenticanza, dalle quali vien cagio- ne di condannare e di lodare. Aggiungendo poi egli alcuni versi dopo : anzi  da abbominare questa veccliia usanza , ove seguita la giusta lezione, non peraltro, certo, se non perch alPorecchio gli sembr migliore, mostrerebbe , se- condo lui (i) , le espressioni una cosa  da lodare oa lo- (i) QqesU voce ha fona di preposizione; e il concetto di secondo lu. 333 dare^ da ahhominare o ad abboininare^ avere egual valore, ed essere parimente buone. E per tal modo s avrebbe an- che a poter dire : una cosa esser piacevole ad ascoltare , o piacerle da ascoltare^ marauigliosa da udire o a udire; e queste preposizioni , a tal convegno 9 non sarian altro che vezsi, comesi soglion chiamare tante altre particelle da co- loro che non conoscono la virt di esse  Il Perticar! non  il solo che confonda queste due espressioni ; il Monti dic&s Di ci neppur  a stupirsi ; e il Giordani ; C/ie non siamo soli noi a compiangersi* Dovean dire da stupirsi^ da com-* piangere. Nella Proposta, voi. 4iP3g* i33, il Perticati cita questo esempio del Boccaccio : Sono pia tosto a dire asini nella bruttura di tutta la cattivit^ ecc. G. i  N. 8. ma que- sto a direy qui, a me riesce nuovo; e in tutte le edizioni che io ho veduto  da dire. Per chi dubitasse di un solo esem- pio , eccone due altri del Ferticari : E del presente secolo non  a disputare n a chiedere se ora scriva bene chi  be^ ne addottrinatOm Perch siccome non  a credere che sia at^ te a fare oro ed argento ecc. Convien bene, o giovani che alla gloria dello scrivere aspirar volete, che io vi mostri gli errori di tali uomini, tute- lo che e* siano stati de* primi motori del ristoriaimento del- la purit della lingua, perch possiate toccar con mano clie la grammatica che noi abbiamo chiamata filosofica, pu& gio- vare anche a coloro che han piena la memoria dello stile di quanti mai buoni scrittori siano stati in Italia. E fabis- simo  quel dire del Grassi, del quale fan pessimo uso gli ignoranti, che una cantica delf Alighieri^ epoche pagine , andando dietro a lui; cio, egli essendo primo e io secondo a lui nella detta opinionet 334 fe/ Segretario Fiorentino , possano profittare al lettore as^ sai pi^ che tutti quanti i precetti un grammatico potesse 9enir ripetendo , e che le occupazioni grammaticali sieno frivole. Frivole sodo per chi frivolemente te le espone. Se tre colali si sono smarriti neir uso di quelle due preposi- zioni , egli  ben segno che chi non vovA ragionare come facciamo noi 9 e penetrare Tintimo senso delle cose, andr sempre a tastone, e sempre avr la noia del dubbio. E ben pare che il Perticari avesse sentore di qualche cosa di er- roneo in quelle sue espressioni, da che produsse quel testo del Decamerone in sua giustificazione ; ma non poteva di- scernere ove fosse V errore per difetto della analisi delle idee. Quando io pubblicai il manifesto, nel quale era questo cenno dello errore che il Perticari e il . Monti fanno non di rado in simili locuzioni, il che  ancora a me cosa inconce- pibile come, dopo tanto leggere che essi debbono aver fatto i classici, non se ne sieno mai accorti, furono alcuni lette- rati che m* avvertirono mi guardassi dal troppo facilmente condannare due cotali scrittori; perci che V espressione  a dire non  malagevole a trovarsi anche nei Tre, non che negli altri* Questo cel sapevamo anche noi, e ne daremo qid varj esempj ; ma non ve ne sono gi nel senso di si debbe 0 bisogna. Le espressioni  da biasimar e ^ da ritornare ^non  da correre dinotan do^re o bisognare^ perci si pu di- re egualmente si debbe biasimare^ bisogna ritornare^ nonbi' sogna correre; il verbo essere seguito dalla preposizione da e da un infinito esprime dunque dovere o bisognare ; ora mi si truovi un solo esempio in cui essere ^ seguito d a e da un infinito, esprima un tal senso, e allora io me ne ri- creder*.. Ma die ricredere ! Io dico che , se io errassi in j 335 questo; se^ dopo tanto leggere i migliori con la mente a ci ialesai fosse ancor possibile ch^io in questo particolare m*in- gaonassi direi che non fosse pi da credere per niente alle mh parole, e che la mia grammatica s* avesse a gittare al fao:o. E se mai il Perticarii come  da supporre, trov sono a dire asini in qualche edizione del Decamerone, sar stato uno errore di stampa, e non pu essere altrimenti. Gi si esclude il caso in cai essere  accompagnato da un aggetti- vo,  fmvnuiglioso a udire ;  piaceifole ad ascoltare^ ove tutt* altra cosa si intende^ che dovere o bisognare ; in altro senso, e in ispecie di rimanere , restare^ ho raccolto i se- guenti testi I. Questi non {fide mai T ultima sera^ Ma, per la sua follia^ le fu s presso^ Che molto poco tempo A volqek era. D. 2* Omaij care compagne^ niuna cosa resta pia a fare al mio reggimento^ per la presente giornata , se non darvi rei* na niwsHi^ la quale f di quella che  4 venire^ secondo il suo giudizio  disponga* B. 3. Che k a pensare^ che tu sii con una tua sorella mai pi da te non veduta^ e in casa sua^ e iH)gli di quella uscire , per andare a cenare air alb^^ go? B. 4- E cos spero che avverr di quelle novelle che per questa giornata sono a raccontare. B. 5 // re^non es^ sendovi altri A dire^ cominci. B 6 Come avviene, a chi ha il viso forte ricagnato , che altro non  a dire , che a- i^rlo cantra f usanza. Casa Ora, ecco Tanalisi delle idee che si contengono in que- sti esempj. Nel primo, era a volgere comprende Tidea rima-- neva a volgere j non gi doveva. Dicemmo a carte :iZ i , che la preposizione a seguita da un infinito , e preceduta da un aggettivo, tende a mostrare in qual riguardo una cosa sa, per 336 esempio dilettewle o marauigtiosa; nello stesso modo , /o- p il verbo rimanere^ la preposisione a e Tinfinito dinotino in qual riguardo la cosa rimane, cio se a dire^ a farcy a iol- gere^ecc; onde Tidea  giusta, bella, e intelligibile* Il se- condo esempio esprime lo stesso pensiero; di quella chi  a venire significando di quella giornata che rimane a ^ni-- r^ ; e r espressione dei tempo essere a s^nire  ben concv- sciuta f e io non la impugno. Il concetto che nel terso e- sempio traluce  velato per la ellissi : Che  quelle* che io sentir debboy quando mi faccio a pensare ? Il quarto com- prende ridea dei due primi di rimanere ; cio rimangono a raccontare L^nnallsi del quinto  : non essendovi altri cui toccasse^ o pur restasse a dire. Finalmente, il concetto del sesto dice; che^ rispetto al tUre^ non  altro che ecc. Sosti- tuiscasi ora negli eseropj del Perticar! rimanere ad essere^ e veggasi se ci pu aver luogo. Ma che ? Queste son tutte maniere diverse di esprimere le idee e i concetti; sottilissi- me s), ma tanto pi dilcate e belle; e il confonderle mostra ignoranza della lingua; per disse bene il Perticari in quan- to alla sentenza, che Del presente secolo non  a disputare n a chiedere se scriva bene chi  bene addottrinato ; ma , per la lingua, none da disputare n da chiedere. i^ Accorsesi che*,, saviamente s^era dji spegnbrs per ohor di lui il mal concetto fuoco B. a. Ma Servio Tullio fu sovrano datore di leggi da ubbidirsi ancora dai re. Dav. La particella si^ che talvolta si trova con questi infi- niti preceduti dalla preposizione da^ altro non  che il si pas- sivo. Questo si nel primo esempio  posto avanti a era; ma potrebbe similmente mettersi dopo spegnere^ onde, in vece di era da essere spento o doveva essere spento^ e da essere 337 ubbidite^ si fa s^era da spegnere^ da ubbidirsi. Molto spes- so queslo sih tolto air infinito; per abbiam veduto: None cosa da biasimare^ Non  da domandare ^ ma non sempre; potendosi ben dire nel primo esempio era da spegnere^ ma non da ubbidire^senzsi il si. Co$)| per lo contrario, non si pu mettere questo si alPinfinito di quei verbi che non patisco- no reggette,. come correre^ lasforare^ per la ragione che ab- biam dimostrata a carte 2 1 8; onde, non  da correre^ non  d daUM>rare^ Qualche volta 'finalmente, non  il ^/passi- vo quello che sta congiunto con 1* infinito in queste espres*- sioni, ma ilptooome personale; e questo parimente bisogna che rimanga; non  da lusingarsi^ I  Pensossi costui Ar ere da poterlo sersnre. B. 3 Per^ che non abbia mille^ ne aveva ben cento e anche due cen- to DA darti. B. 3. Ma^ sepia tarda^ avba" da pianger sem^ pre. P. 4f I^ ^^^ g^^ ^^ ^ ^^^ ^^^ ^ ^* S* ^^ modo che voi AFRBTB 4 tener fia questo. B. G^  una differenza grande tra le espressioni ai^ere a e as^re da ; bench anche da alcuni buoni scrittori ai traeva qualche volta usata 1* una per T altra. L* espressione opere da servire comprende V idea di as^er la possibilit d servi'' re; l^altra, avere a servire^ significa aver^ cosa che induce a servirem L*analisi de* primi tre esempj : Pensossi costui a- vere cosa da la quale procedesse il poterla servire^ Io ne a- veva Cento da le -quali mi era permesso il darti le; avr ca- gione da la quale verr il piangere. NelPaltro modo, come nel 4*6 S. esempio, per chele parole, a^^erd a, esprimono dovere^ la preposizione a segna Tazione alla quale il dove- re induce. Dunque si dir: Che gli ho a dire ? Ho apdrlar vi di qualclie cosa\ e noa^Chegliho da dire? Ho da parlar^ 338 w di qualche cosa; ma sar ben detto: ffo da intrattenervi^ ho da soddisfarvi; perch vi si sottintende materia. Dissi nella introduzione che io poneva fra gli errori di liogaa il dire ai^r da in luogo di a^re a, nel senso di do^ vere; ma io non so qual retta si potr dare alla mia opnio- iie quando se ne trovano esempj nel Gelli, nel Macchiavel- lo , nel Bartoli , e perfin nelf aureo libretto, nella tradu- sion di Lungo Sofista del Caro; il qual dice aver da passa- re per a^er a passare % cio doi^er passare^ Io so pregiare quanto alcuno altro la squisitezza del dir del Caro in quella sua yersione; con tutto ci io non mi posso tenere che non esponga quello che m'ingiunge la parte eh* io mi ho presa a fare; e dico che, per ficcar lo yiso al fondo, io non so di- scernere qual maggior bellezza sia nel dire ha da passare , che in ha a passare^ A che per ci si abbia a confondere i due sottili concetti ohe per quelle due diverse preposizioni si e- sprimono. Basta gittare uno sguardo sopra i ragionamenti fatti intorno alle due preposizioni a e da^ perch si reggia quante diverse idee per mezzo di quelle si formano. Io non niego che in alcun caso, V una e Taltra, quantunque dise- gnanti due vie diverse, pervengono nondimeno al medesi- mo fine d* azione , come far pigliare a e fot pigliare da , confessarsi a e confessarsi da; ma in queste espressioni non si viene a confusion d* idee, come fa il confondere attere a e ai^re da^ essere a ed estere da^ dare a e dare da. Quando fosse per togliere il contatto di tre vocali , come in questo esempio del Gelli : Che partito ha da essere il mio^ vi sa- rebbe una ragione; bench anche in tal caso, anzi che met- tere Tuna espressione per Taltra, a me paia meglio lasciare la preposizione a e dire ha essere. Del che si trovano tanti 339 esempi  come questi : Che partito hd essere il mio ? Io va* i^der che fine ha as^r questa cosa , del Firenzuola ; e come ne insegna il Cesari preciso osservatore delle propriet della lingaa,il qual dice con Terenzio:/^/ siatemi fawrevoli ed ascoltate benignamente^ per conoscere ben la cosa^ e da questa fare argomento se \H)i abbiate ascoltarle o rimandar* le con le fischiate Io concludo adunque che, se si lascia li- bero arbitrio di assegnare non debito ufficio a quelle due preposizioni 9 l dove sono due modi di dire distinti 9 due 0Dcetti si distruggono tutti due ; perch uon sapendo pi chi legge lor precisa significanza , e d* altra parte essendo leggerissimo il segno della distinzione, non li prende poi per altro che per li cosi detti vezzi di lingua , cio cose nulle. Il Caro mi prova ancora che s possa dire son tenuto per del fuoco^ son svenuto per del pane^ ancora che a car- te no , io abbia dichiarato non trovarsi esempio nei Tre di per e con seguite da del 0 dello ; questo mi pare per un caso particolare ; da che Dafni  incerto di quale scusa scabbia a valere con Driante a cui era venuto per vedere la sua Cloe 9 sta dicendo fra se : che dir io, dir son venato per... del fuoco ; son venuto per.^. del pane ; e questa pau- sa ir^per e del rende giusta Tespressione* I  Siete per condannarlo. B. a. Io sono per non es' serpi. B* 3. Messer Fhancesco  per andare infra pochi d a Milano, h. 4* Come il sole sar per andar sotto^ cene^ remo per lo fresco. B Siccome abbiam gi veduto nel parlare delle preposi- zioni, r ufficio di per  di esprimere un'idea di paesaggio. Nulla espressione equivalente, che non fosse manca, si po- trebbe sostituire a questi idiotismi, ne* quali si dimostra un* 34o azione futura tanto'imminetite, che gi si rappresenta in at- to* cio si rappresenta la persona agente in via per passa* re ali* atto medesimo ; la preposizione /ler, segno di passag- gio, dinota il transito dallo stato inerte espresso per il ver- bo essere^ alPazione che il seguente inCnito accenna. Per la medesima propriet di lingua si dice io sono per uscire^ e- gli  per partire; e similmente sto per uscire^ stawi per- scire\ sta per partire^ stava per partire* I  Gli smemorati siete rei* B. a. /z vostro senno^ pia che il nostro awedimento^ ci ha qui guidati. B. 3, Nour SENZA CAGIONE iodico che amorc nella mente fa la sua ope- razione. D. 4 Nella camera de* suoi pensieri dee Vuo" mo riprendere se medesimo^ e non palese D (i) 5. Sapete che SONO i vicini quei che maritano le fanciulle. G. 6. Non ho io detto che la dieta  quella che Vha a guarire ? G. L*espressione de* primi esempj dipende afifatto dal por- re la enfasi a proprio luogo; che , nel primo, sopra voi\ nel secondo e terzo, sopra vostro senno e non senza cagione^ e nel quarto , nella camera ecc. Si pu dire con pari forza FOi siete gli smemorati^ e ancora: // vostro senno , pi che il nostro avvedimento^  stato quello che ci ha ecc., cio col dimostrativo come negli altri due testi ; ma si scemerebbe di molto la virt di quelle espressioni, togliendo loro quel- la concisione che le fa esser particolari airitaliano idioma. f per lo contrario, il quinto e il sesto esempio si potreb- bero esprimere con maggior forza e semplicit, dicendo : (i) Il Perticali, nel suo Cenno sopra gli Anton del 3oo, ha notate a!- cnne metafore tolte dal Convito di Dante come non pi da osarsi; e que- sta fra Taltre ^ ma , per questa e ))er quella del vento secco deUa doloro- sa povert , io non sono della sua opinione. 34 1 Sapete die le fanciidlc le maritano i wcini ; Non f Jio io detto che la dieta Vha a guarire ? ponendo Tenfasi sopra le favole fanciulle % vicini^ dieta; ci non ostante Taltra espres- sione  bella e buona italiana a cagione dei due dimostrati- vi quei e quella. Ma il dire come il Monti* Non  alla scuo^^ la della Fortuna^ ma deW avversit che i nostri pari ( i re ) apprendono qualche cosa^ in luogo di non alla scuola della Fortuna^ ma a quella delfaiversit i nostri pari apprendo* no qualche cosa^  un gallicismo da fuggirsi come tutti gli altri, e pur troppo ridonda nelle scritture moderne; quel- T e quel che non facendo altro che snervare la frase, e torte la leggiadria e la semplicit italiana. Al contrario, la pre- posizione a e il dimostrativo quello sono mal sottintesi.  cosi il medesimo dice: Edi qui  che questo pros^erbio ser^ \^e per lo pia in significato di far la spia; ove,togliendo quel* Ve che^ quanto meglio il dire: e quindi questo proverbio ser* ve  anche F. B. da & Concordio ha: Non  per mia col^ pa che spessamente mando a {foi pregare; ma questo non fa forza; per che io mi sono accorto che molti che scrivono, n sanno far uso delle nostre belle espressioni, energiche, vive, e ardite, n sentono la forza loro. A chi s^ fatto V uso di dire Non  per mia colpa cJie mando; E di qui  che que^ sto proverbio serve^ non gli par finita la proposizione se sen- te non per mia colpa mando; quindi questo proverbio ser^ ^e; e non la sa leggere, per essere troppo uso alPaltro rao- io in cui trova i due appoggi  e che; onde, in questo net- tar che io fo i gallicismi, non miro tanto ad espeller questi, guanto a ricovrare le nostre locuzioni assai pi belle e che )cr quelli cran obbliale. 34a I . Non sono ancora moki anni passati . B. a. Gi  gran tempo f/Uin Roma un gentile uomo ecc. B* 3. Sono parecchi giorni che non vi sono stato, F* 4 ^8^^ ^ oramai tre anni che noi siam dietro a questa tresca* F. 5 Io ho dato mangiare il mio^ gi  moWanni^ a chiunque mangia* re r ha iH>luto B. Questi esempj mostrano II modo da esprimere il tem- po passato  Il primo esempio pruova che, quando si dice  un giorno^  un mese ^un anno ; sono due giorni ^ sono due mesi^ sono due anni; vi si sottintende passato o passati L^analisi del secondo esempio . Gi  gran tempo passato da quel tempo in che fu ecci del terzo, Sono parecchi gior- ni passati dal tempo in che ; del quarto. Egli  oramai lo spazio di tre anni passato dal tempo ine/te^ e del quinto fi- nalmente i Gi  incito il periodo di mol anni. Bench que* st^ultimi esempj si possano sottomettere a si fatta analisi per giustificare la non accordanza del nome anni col ver- bo essere^ pure non  da trascorrere in questa licenza; per- ch generalmente, negli autori, il nome che dinota lo spa- zio del tempo s* accorda col verbo nel numero e nella per- sona. La voce parecchi  tolta ^pari^ simili^ cio sono pas* satipi giorni simili a questo* L* espressione  un pezzo , cio un pezzo di tempo essendo per se stessa indeterminata, rispetto al pi o al meno , si determina per le circostanze che Taccompagnano. I  Egli Ci AFK/i mille modi da far s che mai non si sapr. B. 2. Quante miglia et ba B. 3. Quanti nuA qui, e tu altres i mi ponete mente se io ho segno alcuno di btd' titura. B. L* espressione ci ha^ ci avr^ia qui ,  un gallicismo .j' 343 spesso usato dal Boccaccio ; cio i7-/-a 9 il-j^^aura , iA/-a ic/9 ia laogo di ci sonOn ci saranno^ sono qui. Il pieno co- struito di questi modi : egli cio il bisogno ai^r qui mil-^ lo modi; quante miglia ha qui la distanza ; quanti il luogo ne ha qui* Lo stile del Bartoli  tutto pieno di w ha , ci ebbe , ui ebbero^cWe^M usa assai pi che sfifu^ ^i  e \^i furono. A me par troppo mal fatta cosa che si cacci dal campo della Un* gua la vera dizione italiana per far luogo alla francese; es- sendo assai pi ragionevole e pi chiara forma il dire (^1 , M fui qui , qui fui che i^i ha e w ebbe". Fuvvi chi m*a vver- ti d^aver biasimato quello di che io stesso ho fatto uso, di- cendo a carte 2 di questa grammatica: Ha^i anche la let-^ teraj. S; e ricordami d'aver detto ancora in altro luogo t nella prima proposizione ha ellissi^ in vece di  ellissi ; e pi altre voltOf senza dubbio, 1* avf usata questa maniera; ma pure io voglio far intendere che sebbene il Boccaccio: dica: Quanti ne ha qui in vece di quanti ne son qui ^^^ ai^ei^a foste che una cameretta assai piccola ; Io amo me^ glio dispiacere a queste mie carmi in luogo di Non avea To- ste altro che^ o se non^unacamerettai Io ho pia caro dispia^ cere ecc., e perch Dante dica linguaggio per lingua^ s^en^ gi per s^endici e il Davanzali; Questi nondimeno passano pia perGermanii Apro passava per eloquente^ in luogo di era tenuto eloquentei e superbo per magnifico^persona per n^xsti/iO| e tante altre manierosi trovino, e parole, alla fran- cese; non si dee per ci farsi frequente uso delle ui>e co- me deir altre forme; n molto meno, come dissi pochi versi prima, abbandonar le prette italiane, per quelle che sono o somigliano alle straniere ; altrimenti, io lo ripeto, non v'  344 pi freno alia corruzione; che quando un esempio bastasse a rendere italiana una voce una espressione, prendendone un qua, un altro l, in questo in quell'aUro classico s tro- verria (i) da rieoipiere Y italiano di gallicismi; senza che, quel che talvolta  bello usato con riserva e parcamentei di venta catlivo per abuso. Il Boccaccio fece uso assai di questo ci o w con ai^ere^ e bisogna che gli ferisse molto Toreccliio quando fu mercatante in Parigi, donde ci rec anche il gua^ ri; ma sono alcuni che par non sappiano prendere dal ric- co tesoro che in lingua egli ci lasci, altroch questo hash- vi , e ci ha^ e t^i ebbe* Io apro il purgatssimo Galateo del Casa, e mi corre alla vista: E sappi che in Verona ebbe gi un i^escOiH) inolio swio di scrittura e di senno naturale. Bel- lo e grazioso, dico,  queir ebbe^ per esser di rado usato , ma il chiamerei brutto e vizioso se di continuo vel trovassi adoperato; come di continuo trovo usarsi perF.B.daSXoo* cordio tutto senza articolo, alla francese: E lasciarono tutta superbia^ e tutta lor vanit^ e tutte delicatezze  chi ne- gher che il dire : E lasciarono ogni superbia ^ ogni lorva^ iitn e tutte le delicatezze^ non sia migliore ? Questo ognuo vede e sente; e il volere imitare s fatte cose altro non mo- stra che affettazione, con danno del buono stile. Ma si vuol notare che cos come nel Francese Tespres- sione j-'-asfoir non porta mai il plurale, dicendosi il-jr^i/d jT'^ut; e non H'-jr-orU^ il-jr^eurent^^ cos n anche in italiano s* ha a poter usare nel plurale ; e il Boccaccio non 1* ha mai se non nel singolare; come si vede per questi suoi esempj. Quante donne sf'avea^ che s^e n" ay^ea assai ; Ebbe%^i di que^ (i) Il Boccaccio raddoppia spesso la r ncUc contrazioni del condizio- nai modo e mi piace* 34> gli die intender vollono alla melanese^ che fossemeglio un buon porco che una bella tosa. (Di smeraldi) $;' ha maggior montagne che monte Morello; onde io credo che erri V au- tore della bella versione italiana del libro dell* Amicizia, non ha molto uscita in luce , dicendo : Se altre cose s^^ hanno , cercatene^ se sfi mette bene^ a colobo che usano far tali di" spate . E cosi il Bartoli usa spesso questa espressione nel plurale. i dice : f^e nhan di quelli che fanciulli sOn tut- to spirito- uomini tutto fecciam CAP. XXIV- DF PARTICIPI PARTICIPIO PRSEirrK i Il prete^ RIDENDO^ disse..B. 2 Libert i^a cerCjN'- Do cHl  s cara. D, 3. P^edendo correre ogni uomoy si ma-^ ravigliarono. B. 4- Il frate, udendo questo^ fu il pi turba- touomo del mondo. B. 5. Gli uomini in {Hirie maniere pec-^ cano DESIDERANDO. B. 6. Dite sicuramente; che, il ver di* CENDo, non si pecc giammai.'^. 7. Questo facendo^ Vin- giuria che vuol fare a voi e a me sarebbe ad urC ora wn- dicdta. B* Dissi gi che questa forma del verbo chiamar si pu participio, perci che partecipa dell* azione d^un altro ver- bo; come si pu vedere in tutti questi esempj, ne* quali il verbo principale della proposizione dipende dal participio a4 346 Questo participio si chiama presente; perch, anche allora che si parla di tempo passato, esso rappresenta il verbo in azione presente ; si che il frate udendo equivale a mentre il frate era udente ; trasportando cosi V immaginazione nel tempo passato. L'ufficio del participio presente  i  dinotare un^azio- ne che ha luogo simultaneamente, cio nel medesimo istan- te che un* altra si fa; ed errano coloro che dicono che dis- se e rise equivalga a disse ridendo ; perch in quel caso , Tona azione segue raltra, in questo vanno insieme; 3. rap- presentare fa cagione che muove 1* uomo a far questa o quella cosa; 3. dimostrare in qual maniera o con qua! mez- zo si eseguisca un* azione, o si ottenga uno intento. Sono alcuni che^ Jir andando^ lessano il pie tanto aU to^ come cadmilo che abbia lo spavento . Gasa. Innanzi ad ogni altra cosa^ conviene , a chi ama d'esser piace\H>le in conversando con la gente^ fuggire i vizj. Gasa. Questi esempj dimostrano che il participio presente si pu accompagnare con la preposizione in ; ed  espres- sione graziosa , e pi espressiva del modo d* azione ; ma ia questo caso, come si vedr a suo luogo, si osa assai pi so- vente rinfinito Il Bartoli mette anche la preposizione con insieme col participio presente ; e dice, per esempio , con credendo ecc; del che non trovo buoni testi. I . Non erano ancora quattro ore compiute , poi che Cimone i Rodiani aveva lasciati; quando j sopRAF-rEGNEN- TE la notte   . B. a. Egli 9 di te non curantesi     K 3. Avvenne , durante la guerra 9 che la reina di Francia inferm. B. 4 // quale% s come savio^ mai^ fifente il re, m>n la scoperse* B. 347 Le parole soprasf\^gnente^ curante^ durante^ e vhen^ ^e,che si truovano in questi esenapj, non sono, come alcuni gli fanno, participj presenti, ma aggettivi ; poicb si dice i sopnvvegnenti^ i vigenti. Ben  il participio presente sottin* teso in tutti quattro gli esempj ^ la piena costruzione de* quali et la nette essendo soprawegnente ; ella non essen- do curante^ essendo durante la guerra^ essendo vhente il re. i. r as^a gi i capelli in mano av{?olti^ E tratti glien aveapi d'una ciocca^ LjtTKAHfDO wi con gli occhi in gi risH>lti. D. 2. Men solitarie Vorme Foran de'^ miei pie las-- 51, jbdendo ZEi che come un ghiaccio stassi. P Il Bartoli per provare che col participio presente si possa usare la forma dell* oggetto lui e /e/, in luogo dell'a- gente egli ed ella^ produce questi esempj, e una infinit di Gio. Villani ; ma, come gi dichiarai , in ci Tautorit dei Villani non vale. Il latrando lui di Dante mi piace assai ; e ben da poco fora chi 'i biasimasse ; e per la ragione che in seguito vedremo ragionando de* participj passati , quei verbi Tazion dei quali ha luogo nell* agente medesimo, so- no pi abbienti a riceverei V oggetto in vece della forma delPagente. Con tutto ci, fuor che questo esempiOf il Bar- toli non trova altro rifugio che in Gio. Villani per avvalora- re il suo vis^endo luij tornando hUj essendo lei ; il Boccac- cio, costantemente egli ed ella col presente participio. L*a1- tro esempio che si allega del Petrarca, ardendo lei^ non ha che far niente col presente caso; perch quel lei  un tron- co di colei , o ha un cotal senso ; ed ella non vi potrebbe aver luogo. E chi ben sente il valore del dir nostro sa che a  lei non siegue mai espressione determinativa, per esser pro- nome che richiama una persona gi nominata ; laddove il 348 contrario  di coleiiY. carte 200;e il Bartoli, ponendo una virgola dopo leif mostra che non intendesse bene quel ver* so; come che in altro luogo egli medesimo dica che in que- sto verso di Dante ^ Ma perch lei che di e natie /Ua^ ha il senso di colei* i. lire riguardamela^ gli puve bella^ e valorosa^ e co- stumata. B. n. Il Zima udendo ci^ gli piacque^ e rispose al cavaliere ecc. B. Strane e non giuste paiono a certi queste espressioni e vorrebbesi che quei due agenti , // re e il Zma , non ri- manessero cos sospesi e senza far nulla ; perci che creden- do essi di andare a governare ciascuno il loro verbo dopo il participio, trovano in lor vece un dativo che li rispinge; ma, perch il participio presente sembri stare senza TagentC non  per ci da supporre che non Tabbia  Lo porta sem- pre 9 e par solo che si regga da se , perch V agente che lo precede, per essere il participio per sua natura seguito da un altro verbo che simultaneamente con esso adopera,  quasi sempre da quello diviso per una virgola, acci che poi re- chi sua maggior forza sopra il verbo principale  Leggansi adunque que* due esempj come stanno senza la virgola , e suppliscansi ai verbi /^a/ve epiacifue gli agenti, la donna e laproposta, sottintesi; e allora quei due nomi il re e il Zi-- ma avranno loro sfogo nel participio, e ne rimarranno sod- disfatti, e soddisfatta ancora, mi credo io, la ragione. Ghino f di cui sh siete oste, w manda pregando che s^i piaccia di significarli dove voi andavate. B.  Il verbo mandare ha privilegio, ab immemorabili, di ricever, se vuole, il participio presente in vece delfinfr- 349 lilo; e il farlo gli torna talvolta a comodo, e tal altra aleg* giadria.  Bartoli. Vi manda predando significa, manda me pregando o pregante y^oi\ ed equivale a manda a pregarvi. PARTICIPIO PASSATO I  A^ndo alcun danaro di suo^ e V amico suo ape/i- dogliene alquanti prestati^ se ne torn in Palermo. B. 3. Postogli la mano in sul petto , lui non dormente tro^ f^. B. 3. Flostrato levatosi^ tutta la brigata fece les^a^ re. B. 4 Quiifi^ gettate in terra farmi^ nelle sue mani si rimisero. B. Dicesi questa forma del verbo esser chiamata partici- pio, perch partecipa delPaggettivo; il che  evidente alcu- na volta, e alcuna volta no, come nel ^o^fo del a. esempio Ma io credo che sia stato cos denominato per la medesi- ma ragione che ho attribaita al participio presente , cio perch partecipa dell' azione , o influisce sul verbo che e- sprime Tazion principale; e siccome il presente accenna a- zione simultanea con un'altra, il passato dinota azione che appena  cessata , quando un' altra , quasi conseguenza di questa, s'incominci. Il vero participio passato  quando uno degli ausiliarj essere o as^ere  espresso o sottinteso nel pre- sente. Dunque nel secondo e nel quarto esempio si sottin- tende asfendo^ e nel 3. essendo; ed  da avvertire che, se gli ausiliarj fossero espressi, i pronomi gli e si sarebbero giun- ti a questi; cio osandogli posto ed essendosi lessato. i Troppi danari hai speso in dolcitudine. B* a. Che cosa  questa che voi mi avete patto mangiare ? B. 3. Io ho test ricefute lettere da Messina^ B. 4 Io ave-^ pa quella pietra trofata. B. La forma del participio passato  anche adoperata coi 35o verbi essere e were a supplire i tempi composti di qualun- que modo; il qual modo si distingue per rausiliario. L^uno di questi tempi  il preterito perfetto, il quale si esprime con r ausiliario in tempo presente; perch o accenna azione appena Gnita alPatto della parola, o solamente passata, sen- za disegnar tempo alcuno. Resta ora a sapere se, quando il participio, o la forma di esso,  preceduta dal verbo oi^ere, si debba con l'oggetto del verbo, come nel 3. esempio, ac- cordare, o non si debba; e perci che quelle regole che ho stabilite in questa grammatica le ho tutte fondate sopra gli autori, mi bisogna confessare che questi non mi forniscono alcun mezzo a risolvere la- presente quistione ; ma bens la* scian in nostro arbitrio Tusare Tuno o Y altro modo; perci che Tuno e Faltro modo  adoperato da loro senza intenzio- ne alcuna di differenza, come si discern ne* quattro esposti esempj. Quindi io avviso che si possa dire del pari : txjppi danari as^te speso o a^ete spesi; che cosa  questa che ina^ vete fatto f o fatta mangiare; io ho ricette o ricewio leite^ re; e anche io as>esfa quella pietra trosKtta o trouato. E non mi pare che la virt del participio passato si moti in alcun modo,, perch questo consuoni con 1* oggetto. Dunque il par- ticipio passato accompagnato da avere si pu cos bene ac- cordare con r oggetto, come non accordare; il che  punto di armonia e non di logica. I . Poi che costoro ebbero V arca apbbta e ptryrEL" Lu4TA^ caddero in quistione chi vi dovesse entrare. B 2. Io avea gi i capelli in mano AvyoLTi^ e t batti glie ne avea pi d* una ciocca* D. 3. Le virt , di quaggi dipartitesi , hanno i miseri viventi nella feccia de"" vizj abbandona^ TI. B- 3. Un lavoratore di questa donna aveva quel d due sue pecore smarrite. B, 35i Nel primo esempio e nel secondo sono casi io cui il participio si pu dire partecipare dell* aggettivo, perch a- perto^ puntellato^ e av\^oUo^ possono essere anche aggettivi; e ci intendendo,  meglio che dire, ebbero Forca aperto e puntellato'^ n manco direi / capelli in mano aivoltOm II ter- zo esempio mostra che questo accordo del participio con Y oggetto dipende qualche volta anche dal gusto. Per esem- pio io porrei anche abbandonato , quando questo participio fosse messoi non che avanti Toggetto, ma solo immediata- mente dopo; cio Via/tno i miseri diventi abbandonato nella feccia de* s^izj; per la ragione che qui il verbo adopera an- cora riofluenza sua in sa l'espressione nella feccia de^ vizj\ l dove, quando  posto il participio alla fine della frase  partecipa pi delPaggettivo che del verbo agente, per lo po- co uso che fa della sua influenza. Nel quarto esempio, non per altro che per motivo del suono, mi pare che, stando la trasposizione come , smarrite sia migliore di smarrito. I  Essi non potei^ano sapere chi fossero stati coloro che iLiPiTA r as^esHino. B. a. Ce la far dipingere in maniera che^ n \f0i n altri potr pi dire che io non T abbia mai coNosaaTji. B 3. /o non ho sapute queste cose daivici^ ni; egli medesimo me le ha dette. B. 4* Ella medesima me le ha RECATE. B II solo caso in cui forza  che il participio passato pre- ceduto dal verbo avere s* accordi con Toggetto del verbo, si  quando Y oggetto  rappresentato da un pronome, come in questi quattro esempj; e tanto piti quando il pronome porta r elisione; perci che allora la sola terminazione del parti- cipio pu distinguere se il pronome  mascolino o femmi- nino, singolare o plurale. In questo accordo del participio 353 passato col pronome oggetto contengono tutti gli autori; pu- re mi sono occorsi dae esempj del contrario: Portasti quel^ la lettera ?  Portala; ma non L^fia rourTo leggere. F. Zi-' hai creduto avere la moglie qui \ ed  come se Aruro  a- ^ssi. B., i quali non mi paion degni d* imitazione, I. Ne prima nella camera entr ^ che il battimento dei polso ritorn al giovane; e^ usi partita^ cess* B. 2. 7^-> mendo Fire la giustizia del Duca^ ibi lascata nella ca^ mera morta^ se nand. B. 3. Gli disse c/te, uscito ucrr, egli in casa se n entrasse. 4 Udite io queste cose, il lume fug- g dagli occhi miei. B. Ancora, coi primi tre esempj, vorrebbe il Bartoli giu- stificare gli oggetti hU, lei, loro, potersi mettere col par- ticipio in luogo degli agenti egli , ella , eglino ; ma anche in questi casi si vedr che nou  adoperato V oggetto per V agente ; perch io mostrer che tutti e tre quei pronomi fanno il vero loro ufficio. Nel primo esempio si parla d*un medico che teneva per la mano un giovane ammalato, ca* gion r amore che portava a una fanciulla, il quale non ar- diva palesare; onde Y analisi del concetto compreso in quel lei partita  : E come il medico uide lei partita s^ accorse . che il battimento del polso cess . Nel secondo esempio  chiarissimo, il senso essere. Egli a\^ndo lasciata lei morta , se riand. Il concetto del terzo: Gli disse che se n'entrasse in casa, come sedesse lui essere uscito* Ora, non fanno qae* pronomi V ufficio dell* oggetto ? E perch nel quarto caso , per lo contrario , non si pu dire udito me , n udito lui? perch quivi veramente il reggitore della proposizione  quello che governa udite; cio : poi che io ebbi udite; onde quivi veramente  necessario Tagente. ^* 353  '^ li ad andatosene^ e Del secondo avendo a mandatoti e forse "^ il secondo esempio starebbe meglio cos: E^ {tenuto il tem^- ^ p delle pattos^ite nozze d Efigenia^ e il marito avendo man^ ^' dato per lei; s che non paia pi che essendo serva per am- bedue que* participi* Io]mi credeva, in vero, che non si p ^- tesse fare quel che fa il Boccaccio in questi due esempj ; cio, di sottintendere Tausiltario a un secondo participio, - compreso nella medesima proposizione; e di porlo al pri* ); mo , quando non possa servire a tutti due; ma pur questi - esempj mi piacciono; e quel laconico e risoluto andatosene -  ben espressivo di quel che dice, per la ellissi di sarebbe*. La* Angeloni, uno de* primi ristoratori della lingua classica  alla quale avrebbe assai pi giovato se, come in modo ge- ^ aerale accennai nella Introduzione, non si fosse quasi nge- : guato di recare il purismo in dispetto, con inGorare il suo ^ stile dei vocaboli pi strambi che si trovino nella Crusca; egli, il quale tre anni sono io vedeva ancor trottare per le vie di Londra, ben fermo in su le |gambe, sebbene avesse gi varcalo, s*io non erro, Tottantesimo anno, mi garr del- r aver io voluto correggere il Boccaccio dove dice, G* vii* N. 8. Non ti diedi io di molte busse  tagliarti i capelli ? e mi fece ravvedere dello sbaglio ch^ io aveva preso; per che io aveva creduto quel tagliati participio; laddove egli  un composto d tagliai ti^ tolta lai. Onde io, riconosciuto Ter- ror mio, bench TAngeloni mei dicesse, anzi me Io scrives- se, in modo ostile e ingiurioso, io dichiaro qui quello che a- Yrei, togliendo Tesempio, potvto celare ; perch vo* che si sappia, che, chiunque mi faccia ravvedere di uno errore, se mei dice con cortesia, io ne I9 ringrazio, se scortesemente, 356 pur non rifinto ammendai siccome colui che cerco il vero, e sdegno non meritata lode* I* OPf ecco CONTO ogni cosa. F* 2. E" ci sar il nth taio^ e Tavr compero F anello^ e saranno ordinate le no> jse. F* 3. Dipoi ho tocco con mano che del parentado non  nulla. F 4* P(^* ^gH f dice ohe Vhanno wermo^ io ben non lo ritrovasHi.  Tutti i participi di questi esempj sono tronchi; conio^ compero^ toccOffermo^ stanno per con6ifo comper con avere, e quei de* passiti con eisere, non han dato passo pi oltre,  Noi abbiamo ardito con tutto ci, entrare in questo pelago con sica- rezza d* uscirne sani e saWi, e di portarne nostra merce a* lettori, per non aver tenuto il solco della nare altrui; ma seguiti dietro al lume della ragio- ne che mena dritto altrui per ogni callei e nel corso di questo captolo si dimostrer il perch non fu possibile a* nostri predecessori di approdare ai lidi della veritiu 358 son quelli che esprimono lo stato d*uDa persona o d* una cosa; in pruova d che qaasi tutti quelli^ tra i suddetti, che esprimono lo stato o la posizione della persona , ricevono una preposizione dopo di se, come andare in, apparire m, uscire di; e quelli che disegnano stato di cosa, ricevono per agente una cosa, come Paria balenare ; la cosa bastare ; la cosa bisognare. In questi sono compresi tutti quei verbi e quelle espressioni trattate nel Gap. XXVIL nella costruzion delle quali V egente  una cosa , e il termine del verbo no dativo, rispettare e toccare nel senso di appartenere^ aven- do in tal caso una cosa per agente , cio questo s^aspetta a wi, quello tocca a me, vogliono essere per li tempi compo- sti. I verbi il cui radicale sia uno de* sopra esposti , come a-venire, inten^enire^ oons^nire, accadere, sos^rastare, (sal- vo contrastare, e accrescere nel senso tT aumentare, che e- sprimono miorx). soprassedere, pres^alere, riuscire , ritor- nare , condiscendere ,. vanno soggetti alla stessa regola dei loro radicali. Ecco gli esempj. I  ViFUTo soN come peccatore. B. a. Io so ben che cosa non pareva essere ArrENVTA che tanto rossE di- SPtAciuTA a madonna. B. 3. Venuta la notte, chetamente nella camera sgusci. B. 4* l'oidi pia di mille in su le porte da del piorurr. 5  era per avventura il d davanti a quello NEFICATO molto. B. 6. E veramente dal suo genitore non i questo figliuol degenerato. Crusca. 7. La qual doman' da il re ef Ungheria non accett; ma sarebbe condisce- so a lasciargli V isola. Crusca* 8. Per la qual cosa diceva la gente che egli era impazzato. B. 9. Io per me dico ben che per un tratto egli  traboccato il zucchero alla cal- daia. F. 359 Nel terzo esempio a svenuta si sottiatende essendo ; e nel quarto erano a piovuti, L* Ameota dice che ,, in ogni libro e in bocca di tutti  : ha tonato^ ha piovuto , ha nesfi^ catOm ,, A?rebbe fatto meglio a dire quali siano questi libri; cbe,dalla bocca dlquasi ognuno conveniamo anche noi sen- tirsi; ma rispetto allo scrivere il quarto e il quinto esempio provano il contrario. Bench si truovi in Firenzuola Che ? ho io impazzato? a me pare che sarebbe meglio detto sono io impazzato ? non potendo questo verbo significare azione, ma solo stato. Nel parlare dell' etimologia de* verbi , dissi che quelli di stato si possono distinguere dai verbi d^azione per Tog- getto che questi ricevono dopo di se, e che quelli non sof- frono ; ma perci che ve ne sono alcuni la cui azione non si termina in un oggetto^ ma si fa in colui che Teseguisce, per tal ragione questi verbi ancora non portano V oggetto  Tuttavia, ecco un modo da distinguere i verbi di stato an- che da questi. Tutti i verbi di stato, come quelli posti nei precedente paragrafo, possono ricevere per agente una cosa; cio una nugola \hi^ viene^ una pianta nasce^ cresce y muore; un corpo dimagra ; laddove questi non posson patire altro che la persona per agente, o uno animale. I seguenti dun- que sono di que* verbi Tazione de* quali ha luogo neir a- gente medesimo, o vero la cui azione e suo termine sono compresi nel verbo, e perci domandano Tausiliarioai^re. abbaiare* giocare. parlare. sclamare. * cenare. gridare. penare. scherzare, desinare. indugiare. piangere. . starnutire, discorrere. lagrimare. ragionare. tossire. ^ dormire. mentire. ridere. vaneggiare. 36o I  Un fum che avea passato^ era molto cresciuto per una grande pioggia. Crusca. 2. Per ogni uolla che pas'^ K sor 9i solea^ credo che poscia s^i sia passato sette. B* 3. Ultinuxmente^ArENDO Ruberto un pezzo fuggito ecc. B. 4* EnA FUGGITO di Parigi. B. 5. Egli che aveva talento di mangiare^ s come colui che camminato aveva. B. 6. Coloro li quali per li dubbiosi passi it amore sono cam^ minati. B. 7 Avendola il conte dimandata della cagione perch fatto V avesse venire^ ed ella taciuto... B 8. Ac- ci che male e scandalo non ne nascesse ^me ne son ta- ciuta. B. 9. Disse Bruno pianamentei yedestUa? Rispose Calandrino : oim ! s^ ella nC ma morto. B. Vi sono alcuni verbi  come camminare^ cavalcare ^ correre^ deviare^ fggire^ montare^ passare^ regnare^ sali* re, scampare^ scendere^ tacere^ e volare^ che possono espri- mere azione o stato della persona, come si dimostra per gli esmpj; e come si vedr che, mettendo avanti al participio passato di questi verbi o essere o avere^ porteranno Tuno e l'altro oarimente, sensa formare azion passiva. Se il parti- cipio ai cotai verbi, rispetto ad alcuni,  seguito da un no- me senza preposizione, come aver ftiggito V acqua , aver montato un casmllo , avere scampata la morte ; oppure se il participio non  seguilo, rispetto ad altri, n da un nome n da una preposizione, come aver molto camminato^ aver ta- ciuto^ aver corso ; in tal caso questi verbi fanno cenno del- razione, e perci richiedono rausilirio avere; se poi sono seguiti 0 preceduti da una preposizione che da essi dipen- da, allora dinotan lo stato o la posizione della persona, e si voglion accompagnare con essere. Non vo* dir con questo che la persona sia pi attiva hell* un caso che neiraltro{ la 36 1 dtflferenza sta solo nel modo di rappresentarla e perci ho detta che neli* uno si fa cenno dell* azione , nelP altro si dinota lo stato della persona attivo, cio eh* egli  fuggen^ te^passante\ non essendo meno attivo chi fugge o  fuggito da Parigi^ che chi fugge o ha fuggito Tacqua.  da avvertire nuUadimeno che f qualunque volta questi non sono seguiti dalla preposizione, ella  sottintesa, siccome quelli che non comportano V oggetto ; e t quando disegnano azione ^ sono della natura de* precedenti la cui azione e suo termine  compresa nel verbo medesimo. Nel settimo esempio , in- nanzi a taciuto rS soilnieude ai^end; it quale non  espres* so a cagione di quello che gi sta in principio della frase ^ che lo governa. Quando questo verbo  accompagnato da an nome personale riferentesi airagente, ne* tempi compo- sii si adopera essere Lldea compresa in tacersi , tacere in una cosa e tenerla in se. In questo esempio del Boccac* ci, Non erano guari cavalccOi pia di due miglia , il senso pieno  , non erano cavalcati pia che (o spazio di due mi'* glia ; cos si dice uno asper regnato tanti anni ; e una cosa esser regnata* La Crusca: Per la bont e oa\^alleria che in loro era regnata. Il concetto originale dell* espressione ella nC ha morto^ deirultimo esempio,  ella fui me mortOf o la* sciato morto; ora questo participio si usa nel senso di ucci' so; e si dice FUrono morti cinquanta mila pedoni ^ per esem- pio, e tre mila ca\^alli* I  Non ci tornai io% ArsNOo corso dietro air amante tuo ? B. 2. Sentendo f Arriguccio ssser corso dietro a Ro* berto... B* Sebbene il verbo correre in questi esempj sia seguito da una preposizione, ragione per cui si dovrebbe far pre- :x5 36a cedere da essere in amendue i casi; pure, nel primo esem- pio fa uso TAutore di a^re^ perch accenna Tazione che ha avuto luogo; nel secondo adopera essere^ perch vuol dise- gnare lo stato presente della persona. E in vero, parlando di tempo presente, bene sta che si dica essere in corso; ma, per lo passato, pi propriamente si esprime con V azione , cio aver corso, I  // domanda se nel peccato della gola AVErA a Dio DISPIACIUTO* B. a. Se io non ascessi temuto che dispiA" curro w FOSSE^per certo io r avrei fatto.B. 3. Dove in gui sa si facesse che il Duca mai non risapesse di ssa a que^ sto ArsssE ACCONSENTITO. B. 4 Per quella luce che era roLGORATA S chiara agli occhi degli uomini. Crus. S. MoT' to desiderava di veder colui^ a cui vivo non aveva voluto d'un sol bacio piacere. B. 6. Tanto era piaciuta la no- vella di Neifile^ che n di ridere n di ragionar di quella si potevan le donne tenere. B. 7. f^oi avete rigidamente am- tro Aldohrandin proceduto. B. 8. Una medesima et  la sua e la mia^ e con pari passo proceduti siamo studian- do. B. Vi sono degli altri verbi che possono esprimere azione e stato, come sono cuocere^ partire, piacere, folgorare, di- spiacere^ procedere; e degli altri che esprimono azione che termina non neir oggetto, ma nel dativo, come compiace- re, assentire , consentire , nuocere. Il participio di questi Tuol r ausiliario avere; il participio di quelli riceve ora es- sere e ora avere , secondo che significa azione o stato ; ed esprimono stato quando una cosa  Tagente della propo- sizione. Per esempio si dice, io ho dispiaciuto a Dio , cio ho 363 fatto dispiacere a Dio^ e..* la cosa m*  dispiaciuta ; as^er partito una zuffa^ e... la zuffa esser partita^ uno cuocere un pollastro , e  un pollastro cuocere  Sortire non significa uscire , come Tolgarmente si usa in tutta Italia , ma ben prender fiiori in sorte^ o esser preso fuori in sorte; per e- sempio, Infine a questi tempi l'Italia non ha sortito alcun uomo M. La uostra regione mi fu sortita* D I* Essendo gi la met della notte andata^ non s* era ancor potuto addormejttjre. B. a* Noi ci smjmo accorti di ella tiene ogni d la cotal maniera. B. 3. Male avete fatto ^ male w siete portato. B. 4 Li qiudi^ astanti che arrc- OBITI fossero^ amasHxn la s^ita loro. B 5* lUmand i cava- lieri latini^ i quali seco aveva arrcch iti delle ricchez^ ze dei Fiesolani. Crusca. 6. Egli / avea messe alcune  petruzze in bocca* B. 7. Conosco la vita misera di quelli che mi bo lasciati dietro. D. 8. Io oserei scritte cose di te^ che tu ^ AVRESTI CAVATI gli occhi^ per non poterti ve^ dere. B. Anche tutti quei verbi Tazione de* quali sMnverte nel- Tagente medesimo, cio quelli cbe hanno Tafiisso, voglio- no r ausiliario essere col participio. Di questi ne sono al- cuni a cui il pronome  sottinteso, come annegare^ arros^ sare 0 arrossire^ ingentilire^ infermare^ ammalare , arriC" chircj impoverire^ Y ausiliario de*quali  parimente essere, arricchire e iinpoverire portan l'ausiliario avere quando la loro azione non inverte nelf agente , ma passa ad un og- getto esterno. Negli esempj sesto, settimo, e ottavo, i nomi personali ^1, m/, ti^ non sono oggetti ma dativi; quindi han- no i participj avere per ausiliario.  non solamente di quei verbi che generalmente portano il pronome si air infinito, J 364 ma di tutti quelli anche che esprimono azione passante ad oggetto esterno^ ogni qual volta Fazione termini neirageo- le, i tempi composti si formano con essere; eccetto nondi- meno quando V oggetto corrispondente con V agente fosse in opposizione con un altro espresso o sottinteso; per esem- pio, dopo aver arricchito se e i cavalieri latini ; dove ve- diamo che si fa uso di avere. 1 . Costui non pensa cui egli s* ba menata a casa. B. a* A fu \figliuol mio ! dunque per questo r* bai lasciato a- ver male ? B.3. S* AVErA posto in cuore di non lasciarla mai. B. 4* Alessandro s* ha trovato una moglie^ e Uguc- clone urC altra. F. 5. Percli  nuova la nobilt mia  la quale^ certo^ migliore  aferseia partorita da se. Da S. C. 7. // tale ha rotto la prigione^ e s*  collato dalle mu- ra. F. 7 Forse che la s^  fatta pregare ? F. 8. f^oi vi sie- te turbata; e queste parole e questo remarne fate. B Io uno degli avvisi che io feci affiggere per le vie di Roma per dar pubbliche lezioni, avendo io posto: S*hae^ gli (il professore ) /iro/;osfo; cio egli s'ha proposto di dare un corso ognianno^ parve ad alcuni eh* io avessi fatto uno errore di lingua in quel s^ha proposto; e io doveva dire per loro consiglio f'/ro/K>jto; che  un gallicismo. Io ho voluto produr qui cinque altri esempj ne* quali  adoperato Tao- siliario avere nello stesso modo; e perci che mi sono ac- corto che in queste espressioni il dubbio  quasi generale, credendosi che scabbia a dire s^ menata a casa , s* era posto in cuore ecc., ed ognuno essendo in dubbio se scabbia ad n- sare essere o avere per ausiliario, o se sian buoni tutti e due, io ho raccolto dagli esempj questa regola che non fal- la; cio che, quando il pronome cui si accompagna Tausilia- 365 rio  un dativo, si debba adoperare come gi^ dissi, avere; e quando il pronome rappresenta Toggetto del verbo, essere debba far da ausiliario, qualunque sia in questo caso la na- tura del verbo principale  Il mio esempio adunque dice : Egli ha proposto a se; che cosa ? // dare un corso ogni anno; e questo  Toggetto. Nel primo esempio Toggetto del ver- bo ha menato  cui; e il si  un dativo posto in luogo di un possessivo, cio cui egli ha menato a casa ase^oa casa sua. Nel secondo lasciare sta in senso di permettere; onde Tana- lisi , tu hai permesso a te Fas^er male. Il terzo dice : Ave-- va posto in cuore a se; che cosa? il proponimento di non la* sciarla mai^ che  Toggetto. Il quarto : Alessandro Zia tro* wOo a se una moglie; e jil quinto : Ai^er partorito la nobilt a se* Negli altri tre esempj , ne* quali essere  ausiliario, i pronomi rappresentan V oggetto del verbo : Egli  collato se ; ella  fatta pregar se; s^oi siete turbato voi ; s che fa- cendo l'analisi e la retta costruzione ; cio prima Tagente, poi il verbo , quindi Toggetto, par pi tosto che negli ul- timi tre esempj sia errore ; ma se si considerer quel che nel suo vero senso esprime il verbo avere e per qual forza d*analogia sia stato posto per ausiliario a' verbi, queste e- spressioai con essere non parranno pi tanto strane; per che attere propriamente significa possedere ; e dd dire iopoS' seggo una cosa^ s' passato a quest'altro, io la posseggo in un modo^ in un altro; e poi s' venuto ad esprimere che uno possiede un* azione fatta in cotal modo; onde egli s^hapo" sic in cuore^  lo stesso che egli ha^ possiede^ ci posto in cuore a se^ laddove l'altra espressione con essere dice: egli , in che modo ? collato se. I Latini si servivan di esse per tutti i verbi, ne* tempi composti : amatus sum; lectus sum; 366 polUcitus sum* Erra dunque il Bartoli dicendo che si possa scrivere indiSerenteraente, io mi ho amato e io mi sono a- mato; io mi ho ferito e io mi son ferito. I  Alla gelosia tua t'* hai lasciato acceca re. B. :k. Quando la gelosia gli bisognava^ del tutto se la spogli; cos come quando bisogno non gli era se V afeka vesti-- TA. B. 3. Con sas^ia perses^eranza lungamente GODUTA so- no del mio disio. B. La costruzion retta del primo esempio  , Tu hai la" sciato alla tua gelosia accecar te; rausiliario hai sta dun- que ancora qui in forza d^uh dativo . Neil* espressione , se Tay^ea vestita^ l'oggetto  /a, e ^e  dativo. Godere pu sta- re con r ausiliario essere perch pu portare T affisso, cio godersi. I . Se io rossi vowto andar dietro (C sogni io non ci sarei x^nuto. B. a. Non mi sono potuto zErAn se non oggi. B. 3 // Saladino conobbe costui essere saputo ir- sciR del laccio che egli gli as^ea teso. B 4* Se io mi rosa- si VOLUTO SCOSTARE dalla uerit delfatto^ io F ax^rei potu- to comporre e raccontare sotto altri nomi. B. 5. Chichi" hio cas^alcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo ^ e volentieri -^ se potuto avesse^ sarebbe fuggito^. 6. Deliberarono essere il migliore cT aver Tito per paren- te^ poich Gisippo non aveva esser voluto. B. Quando alcuno de* participj voluto^ potuto^ saputo^ e dovuto^  seguito da uno infinito de*verbi di stato, si dee pur usare per ausiliario essere; in modo che, quantunque si di- ca, non ho potuto fare^ non hanno voluto dire^ avere saputo cogliere^ a cagione dei verbi fai^^ dire, e cogliere ^ i quali, per esprimere azione, vogliono avere ; si debbe dire , sUo 367 fossi voluto andare  non nd sono potuto levare t conobH costui essere sapido uscire^ perch andare^ leiHWsif e r^- scire^ si debbono accompagnare con essere La ragione  che i detti quattro participi sono pure aasiliar j quando stan- no davanti a un altro verbo ; e per, in tal caso, essere ed avere dipendono dal verbo che  in infinito. Molti errano in questo riguardo ; ed  facile V errare, per essere V orec- chio pili assuefatto a udire non ho potuto , non hanno po- hao^ ecc., che non sono potuto , non sono voluti ; il nume- ro de' verbi coniugati con avere essendo senza compara- zione maggiore di quello degli altri  La piena costruzione del 5. esempio  se farlo potuto avesse; ma egli  regola che, se in questi modi di espressione Tinfinito  sottinteso, avere e non essere deve star per ausiliario. Nel sesto esempio la . trasposizione di esser avanti a voluto ha fatto dire al Boc- caccio aveva e non era esser voluto^ che sonerebbe male. Il Perticari ha detto. Considerandole come piante forestiere che non hanno potuto venire innanzi. Secondo la presnte regola doveva dire, non sono potute venire; pure se ne tro vano esempj anche nel Davanzati: N io ho potuto doler* MI di voi f n voi di me. Non hai potuto parer maligno. I . Chiunque la porta sopra di se , non t ceduto da alcuno dove non . B. :i* Egli allora fece vista dimandare a dire alfalbergo che non rosss atteso a cena. B. 3. Fu MANDATO con buonu guardia alla casa a patir penitenza del peccato commesso. B. Finalmente per questi esempj vediamo che tutti i ver- bi d'anione, fuor che quelli de* quali facemmo un cenno a carte 359, ^^ ^^^ azione non^ passa in alcuno oggetto; tutti gli altri, dico, diventano verbi di stato quando sono adope* / 7 368 rati nella costrnzion passiva; e quindi, in tal caso, formano i tempi composti con essere. Ma qui si potrebbe dire : Perch nasconde questi gli antichi e comuqi vocaboli che si son dati finora a* verbi, di attiifOj passivo^ e neutro? o dove sono essi trattati in questa grammatica ? Io mi sdebiter con la seguente digressione. ^ANNO E CONFUSIONE che aveyan portato ne* ragionamenti della grammatica ita- liana, i latini vocaboli di attivo^ passisH}^ neutro^ ecc* A che quella farragine di denominazioni che si era* no date finora ai verbi, di atiivif passM^ neutri ^ neutri pas* siWf iny^ersonalif e pi altre, se non a confondere la mente degli imparanti ? Qualunque volta si vorranno imporre de- . nominazioni di propriet particolare di una lingua, ad un* altra cui non si convengono, si troveranno prive di senso e impossibili a definire; e quindi ogni ragionare che con tai termini si far, riuscir falso; come gi dimostrai in parte, parlando de* nomi. Io dichiarai, nel principio di qaest* o- pera, che non avrei fatto uso se non se di parole le quali mi paressero avere una signifioazione , un senso reale, io italiano; e per die li predetti vocaboli sono per me voti di senso, iotie ho fatto senza. Essi ci vengono dai Latini, i quali, per la gran difficolt che comprende nella teorica de* verbi la lor lingua, avevan bisogno di fare tutte quelle divisioni. E primieramente dividevano il verbo in attivo e passis^o; cio duco^ conduco, attivo, quando la persona che governa il verbo fa fazione; ducer ^ sono condotto, passivo, quando V azione del verbo  sopportata da chi lo governa; e, senza dubbio, questi son due verbi del tutto difierenti ; ciascuno ha la sua particolare coniugazione, e sua partico- 3C9 lar virt; ma, ia italiano non si scorge alcuna differenza ne* verbi, si nell* espressione; e analizzando, dico che condu" co  la prima forma del verbo condurre^ condotto^ il par- ticipio passalo, sono^ la prima del verbo essere; e che sono condotto  ana espression passiva. Veniva poi il neutro Ve- diamo qual significato pu avere questo vocabolo apposto a un verbo italiano. Neutro^ dal latino neuer^ significa n r uno n V altro ^ cio, per rispetto al verbo, n attivo n passivo; e abbiam veduto che questa divisione di verbi in at* tivi e passivi non ha luogo in italiano ; e come che si possa dire che conduco sia verbo attivo, perch dinota azione, il passivo non v*  per certo* Dicendo dunque per esempio che dormire sia neutro, gli si d una denominazione falsa. Provato queste denominazioni essere senza fondamene to, passiamo ora ad esaminare come s* intendano i ragio- namenti di coloro che n fanno uso. Sentasi quel che dice il Monti nella sua Proposta al verbo ahhiettare, . Esempio tratto dal vocabolario della Crusca: , , Ahbietiare^ abbassare, are abbiettoLat. deprimere ^ahji^  cere% F. lacop. Non si abbietta per timore , n si le^a  per onore. OSSSRVAZIONC Senza V esatto regolo della grammatica, che  la scienza della parola, niun vocabolario pu andar diritto  e sicuro. Saviamente dunque la Crusca nelle esposizioni  de* verbi suole, col metodo grammaticale, V attiva loro  significazione distinguere dalla passiva; e il non farlo sa- rebbe veramente vizio, non si dovendo insieme confon- dere caratteri s differenti, n mescolar l'azione coll'ina-  zione, il moto colla quiete. NuUadimeno, dimentica del 19 11 ***' 1 11 370  suo sistema, ad gni poco ella t*esce di tracciai e la nno ,y stesso paragrafo, sotto una stessa dichiarazione, ti am- 91 massa in uno questi elementi cosi discordi; e ne fa incre-  scevole gaaxzabugUo. Il che nel medesimo limitare del I, vocabolario si pu vedere ali* articolo jbbjrbj4GLMjreo  la medesima in ambo i casi; perch r invidia nel secondo caso non  Toggetto del yevho /Uggi; quella sta per lo luogo donde si fugge ; e vi si sottintende la preposizione da; cio fuggi dalla invidia; e il luogo  in- teso anche nelP altra espressione. L* Italiano  tutto pieno di queste maniere ellittiche (i) S^ dimostrato a carte 193. come l slaa deVerb che posson prcs- dere il si affisso, e lasciarlo. 375 coi verbi; poich qaando si dice svegliare il giorno^ dormire la noUe^ quei due nomi, giorno e noUe^ non possono essere oggetti dei verbi; v*  sottintesa la preposizione in. Dove Dante dice : Arris^ la testa e il busto f non fa gii del ver- bo arris^are d*un neutro uno attivo^ ma v^intende la prepo- sizionfe con. A chi dice s frisse i tempi di Traiano^ d^Augu^ sto^ v*ialende ancora ino'a. Fece argani e ponti per passare gli armaiii sottinteso con* E cosi, con Tanalisi, e non altro, s* ha a dar ragione di qaeste irregolarit che sono eleganze. Finalaiente, quando a que\erbi che riflettono Tazione nel-- r agente, come ingentilirsi^ sedersi^ tacersi^ s toglie il si^ non mufan natura pi che i predetti; essi son pure i mede- simi, manco il pronome, il quale, poich si sa che Tazone non pu esser portata sopra un oggetto esterno a chi ope-- ra, ma di necessit convien che torni in lui, si pu sottin- tendere. A danno adunque della ragione e della intelligenza delle cose si vuole assoggettare una lingua a vocaboli che ad. un' altra esclusivamente appartengono; e la sola divisio- ne de -verbi che si possa fare in italiano per ridurre la cosa alla semplicit^ si  in \^rbi esazione e in verbi di stato^ co* me nelle precedenti pagine ampiamente s* dimostrato. Ben disse Dante del sole nuow^ cio della lingua ita- liana: E dar luce a coloro che sono in tenebre e in oscuri- t per lo usato sole che a loro non luce; ma bisognava ancora che la grammatica di essa lingua si sgomberasse delle im- bragature de* termini latini con che era stata eretta, i qua- li, divenuti poi soperchi, non facevan pi se non nascon- dere il valor suo e la bellezza , perch il sole nuovo potes- se apparire in tutto il suo splendore. 376 CAP. XXVI SOPRA L* USO DI ALCUNI MODI E TEMPI DEI VERBI DEL PRETBfilTO PEUfiTTO B IHPCBFSTrO DMUJ IVCJLrirO Quantunque di rado possa avreoire che si erri nell'oso di questi due tempi, perch basta por la pratica; nonper- tanto mi par utile il ragionarle, per saper la ragion delle cose ; la teorica di questi due tempi non essendo panto facile* Quattro sono le circostanze che fa mestieri distingue- re circa Fuso dello imperfetto e'del perfetto dell* indicati- vo; I  se il verbo esprime atto, o azione, o stato; a. se Tat- to  ripetuto o non ripetuto; 3. se Tazione  rappresenta* ta finita 0 continuante nel tempo al quale si riferisce; 4* se il tempo  determinato o indeterminato* Nel primo caso si adopera il preterito perfetto, nel secondo Timperfetto; le quali denominazioni, per analogia^ suonano quanto /Enito e non finito, determinaio e indeiemunato. I . ENTn" con lui in molti e varj ragionament B. a. Tutto altrimenti jiDDiyENiTB che ella a^isato non a- 9et. B. 3. Questo ronzino ci capito^ iersera. B. 4* ^o non CREDEy^ che gli uomini facessero queste cose.B. 5. S or* nato e s pulito della persona andava , che generalmente ERA chiamato il Zinta. B. 6. Un giorno^ assai vicini delk camera dove egli giaceva^ seco medesimi di ci comincia^ rono a ragionare. B. 377 Chiama otto qaello che nel medesimo istante avviene e si compie, come entrare^ addhenire^ e epitare;  ath^ necpeo che ha possibilit di continuazione, si come il cre^ dere , 1* andare ; e chiamo stato il giacere , per esempio* Quindi i primi tre verbi sono nel preterito perfetto f e gli ultimi tre nell* imperfetto. Entrare esprime uno atto che cosi tosto finisce come s iocomincia ; ddhenire e capitare esprimono en^idea, U quale non , se non quando  com- piuta e finita, I. A migliaia per giorno ivrKKUAFAnoA. 21  Ogni mattina^ in su Vara che egli ArnSAVA che essi dwessero passare ^ si facef'a portare una secchia ! acqua fresca JR. 3. Mi DA f^ ANO s poco salato^ che io nonne potest pur par gare i calzari. B 4* Spesse 9oUe il domandafa^ se qual'^ che cosa era che egli desiderasse. B. Abbiamo detto che, quando il verbo esprime atto , s adopera il perfetto; ma per che Tatto, se non pu essere continuato, pu essere ripetuto, questo caso forma ecce2o-> nee vuole Timperfetto* In tutti gli esempj sopr apposti Tat^ to  ripetuto, come si dimostrer* La parola infermare si- gnifica dis^enire ammalato ; il che esprima passaggio dalk> stato di sanit a quello di malattia ; egli  dunque un atto che non pu continuare; si continua ^. essere ammalato o infermo^ ma non ad infermare. Ativisare espirime nn atto della mente il quale non  piii tosto formato che compiu- to, equivalente a far pensiero. L* espressine si facesHi por^ tare accenna uH ordine 9 un coniando, che  jpure Tatto .di uno istante* Dare e domandare accennano parimente cose che non ammettono continulsione, atti ne* quali il comin^ ciare e il finire sono simultanei* :i6  378 MDe notte ^Nj}jiyA riceroandO B. a. Cos lungo tornate ris^ andau^^Z. Conobbe il principe la grandezza delt Ofiimo della sua figliuola* B, Senza dire alcuna cosa, AS BUTTAVA la morte. B In tutti questi Mempj il preterito dipota ^sione pos- sibile edessere  to Nel. primo esempio il Petrarca Rappresenta se iiel tempo passato andante ; e perci T esprme con V imperfetto ; nel secondo racconta solo quel che fece e termin* La coooscen- sa  cosa che si continua ; pure' nel terzo esempio, cono^ scere  in perfettoi perch srgoifica^co/^er^i^ in quello; e co- s il verbo aspettare del quarto esempibi che disegna azio- ne Mntinuata, potrebbe essere nel perfettOt aspett^ se TAu- tore non dimostrasse la per^ond aspettante^ ma raccontasse pui* quelito che fece ;. onde si vede che sovente questi due tempi dipendono dall* intenzione di phi parla* I  Pia Sfolte gi per dir le labbra apersi. P. ^. Tre d gli cniAMAi ^ poi eh* e^ fut morti* D. 3. Poi che egli EBBE aperto Puiciuoloj itide colui che starnutito avesHz , e aneora starnuiiva.'B. 4* Ear^ilo ebbe nome* D. 5. Uomi- ni FUMMO i edor sem fatti sterpi. D 6* Dille chi tu fo- sti. D. La quarta circostanza che abbiam detto influire aopra il perfetto e V imprfeUo,  la determinazione del tempo. Nel primo esempio, quantunque Tatto di aprire le labbra sia ripetuto, il verbo  nel perfetto, a cagione delle parole pi scolte determinanti il tempo Per determinare il tempo^ 379 non intendo accennarlo solamente , ma circnscriverlo ri- spetto alla lunghezzai o pare specificare il momento,ristan- te. Similmente le patole tre di sono la cagione del perfet- to chiamai. L^espressione y^o/ che , significando dopo che ^ pone un termine all'azione; ed  quindi una determinazion di tempo* Quando si parla dei morti, per che si accennano cose terminate, si fa sempr? uso del perfetto; salvo quando' si faccia menzione di quelle cose che la persona trapassata era uso di fare io vita; come allora che il Firenzuola fa di re al marito d* nna seconda moglie , queW alira facesHi ; queir aitra diceiHi; ella si contentava d'ogni CQsa. DEL PEaVETTO COMPOSTO i. Io Bo TROVATO uno da molto pia che wi non sie^- . te. B. a. Insfigna^emi doue jirsTS posti ipannii e io ani- dro per essi* B* 3 N i^ecchiezza^ n infermit, n paura di morte VmJNffo potuto rimuos^re dallasuamahagit*^* 4* Poi che B ANITO FATTA Una danza o due, ciascuno se ne }^a nella sua camera. B. 5. /o sojsro anvato da sei volte in Mla^ poscia che io mi partii da sH)i* 6* f^ide una giomne la quale questa pestilenza ci ba tolta. B* Per quello che fu gi definito altrove la denomioazio-' ne perfetto apposta a un tenpo del verbo significa finito , compiuto. Ora, io ho tolto al perfetto composto il qualifi-^ caute di pre/eriifa, cio passato; perch, essendo Tausiliario col quale s* accompagna, espresso in tempo presente, deve essere inteso a rappresentare un' idea presente e non pas^ sata; e quando con questa forma di parlare s^adopera a\fere, Tidea  di esprimere che altri ha, possiede, una cosa trosfa^ ta^ posta, potuta, wluta, tolta ecc; se essere, allora si dise- gna in quale stato uno  , cio se di fuga, di corsa , di ma-* i 36o gressa, di gentilessBay ecc; onde sn piggito ^ san corso^ no dimagrato^ sono ingentilito* La differenza dunque che passa tara il perfetto sem- plice e il perfetto composto , che quello dinota azione fi- nita in tempo passato determinato, e questo la mostra ben- s finita e compiutaf ma % per lo pii^t senza alcun cenno di tempo; come si scorge ne* primi quattro esempj, per le for- me Ito trOiHitOf wete posto f hanno potuto^ e hanno fatta. Nel quarto esempio, bench le parole poi che^ come dicemmo non  guari , determinino il tempo , si fa uso del perfetto composto n per essere questo tempo pi immediato al pre- sente che segue ciascuna se ne ivi. Se , in loogo di hanno fatta^ vi fosse posto ebbero fdtta^ si verrebbe a determina- re ridea intesa per quella volta di che si parla; e quindi il seguente verbo pa dovrebbe esser posto nel perfetto sem- plice a/iii&; dove con Tausiliario in presente si mostra un* azione ben finita , ma ripetuta in tempo continuo e presen- te. Nel quinto, quantunque la determinazione del tempo sia espressa nella parola poscia che^ lo dicitore, adoperando il perfetto composto , mostra che sia ancora per andare in pilla; perch, come dissi del precedente esempio, il perfetto composto  il pi immediato al tempo presente;laddove, se dicesse andai , mostrerebbe Tazione gi^ divisa dal presente tempo , cio non pi unita ad esso per la ripetizione dello atto. Nel 6. esempio chi parla, il fa nel tempo che ancor re- jpava la pestilenza. I  Bellissime donne , lo scostumato giudice marchi^ giano f di cui ieri s^no^ellai^ mi trasse di bocca una novel- la la quale io era per dirvi. B. s* Ti sai quante busse ti Dik^ senza ragione^ il d eh" egli ci torn* B 3 Questo lo j^- S8i dico perch stamattina ioPho prwato. F. 4- Hai tu sbuT'- TiTA stanotte cosa niuna ? B 5. Io me n* affidi test ; quando io andai per V acqua. B. 6. Poco fa si diede r lapo^ sta d'esser insieme uia \^ia. B. 7. Poi cK io uscii stamatti-^ na di casa^ non so messo piedi altrove che in palazzo* F. Per gli esempi che ne porgono gli autori , panni di dovere avvertire che sarebbe errore, nel primo e nel secon- do esempio. Tosare il perfetto composto, dicendo vi ho no^ nyellato^ ti ha dato^ per essere il tempo affatto passato e de- terminato. Nel terzo e quarto , ancora che il tempo sia de- terminato, i verbi son posti nel perfetto composto, cio rap- presentante azion presente, perch colui che dice starnotti-^ na s trova tuttavia nello spazio di tempo compreso in que- sta parola ; e quegli che domanda hai tu sentito stanotte , con tutto che, mentre ci parla , sia gii^ nel di seguente alla notte che accenna, pure egli ha si impressa nella mente la cosa udita, che la si rappresenta dinanzi alla fantasia; il che si concede per le parole questa notte che disegnano tempo presente. Gli esempj quinto e sesto si allegano per disin- gannare coloro che vogliono sottomettere Titaliano alle re- gole del francese , dicendo che s* abbia a porre in perfetto composto il verbo che dinota azione fatta nel giorno , nel mese, o neir anno medesimo che si accenna; per che qui- vi 81 accenna bene uno istante , non che compreso in cotal tempo, ma appena scorso; e pur si fa uso del perfetto sem- plice, perch gli avverbi! test e poco fa determinano il pas- sato  Finalmente nelP ultimo esempio la persona parlante dice uscii ^ col perfetto semplice, perch questo verbo  sot- to r immediata dipendenza della parola determinativa ^i ihe ; l dove pone il composto per lo seguente verbo , ho 38a messOfperci che in cos dicendo considera il tempo nel qua* le di presente si traova come aflfatto diviso e lontano da quello trascorso! espresso per stanottina. Egli v' per cer- to molta filosofia nelPuso di queste due forme del verbo. Parendomi che pi fosse uscito di mente ci che io a questi d9 co* miei, piccioli orcioletti , v^ ao dimostrato , cio che questo non sia vin da fanuglia^ pel rotti dima-- strare* B. Parrebbe al primo che s* avesse qui a dire pi dimo^ strai epe f ho poluto; ma il dicente fa uso del perfetto com- posto nel primo caso, ho dimostrato^ bench riferisca tem- po passato^ perch rammenta un'azione che aveva ripetuta per parecchi di,insino a quello in cui si truova; e usa il semr plice polli nel secondo, perch accenna un solo atto gi tra- scorso, e determina il tempo per la parola oggi sottintesa* DSL FUTUaO I  Non pe ne ricordate ? Oh rendetemela^ eh* ella non SAfiji forse quella. F 3 Chi SAtut costui che pien cos di- filato alla polla nostra ? F. Pare ad alcuni che in queste espressioni sia adopera- la la forma del verbo esprimente il futuro in luogo di quel- la che accenna il presente; ma pur Tanalisi del concetto che comprendono dimostrer idea futura; cio. Rendetemela^ che forse , dietro esame , troperete non esser quella ; Chi troper io esser costui quando Vapr riconosciuto? Quindi la parola comunalmente detta, sar^ in vece di ci pos'* sibile^ ci si troper forse esser vero; il che mostra pi va-i ga incertezza che il verbo in presente 383 OETL* IMPERATIVO I. f^arrendigliel tosto.B. a. Non FAn vista di ma-- rauigliarii, n perder parole in negarlo. B. 3. Non ro- LERE ESERCITAR le tuc forzc contto a una femmina. B. 4- Perch egli il negasse^ non gliel credete. B* Degna di nota nell* uso dell* imperativo  la seconda persona del singolare rappresentata da tu\ per la quale, quan- do  accompagnata dalla negazione, non si pu pi adope- rare la vera forma dell' imperativo ; ^ma bisogna ricorrere all'infinito, come mostrano le espressioni nonfar^isia^ n perder parole^ ma ci, dico, avviene solo nel singolare, co- me fa vedere il quarto esempio* Io credo che questo modo proceda dai Latini, i quali dicevano noli simulare^ perch possedevano la forma deirimperativo noli\ e passando poi neir Italiano; per non aver esso quella forma, si sia detto, non voler far vista; il chey conae appare dal terzo esempio, ancora si usa; e poi si sia abbreviata la forma in , non far uista^ sottintendendo wlere* I  Non SIATE come penna ^d ogni ve^nto. D. a. Non CREDIATE mai ad un ricco^ quando * fa carezze a un pol- vere. G* Crediate^ o padri coscritti , che andC io non go^ do di far rUnUcizie. Dav* Non roctiAVE con cos fatta mao- chia ci che gloriosamente acquistato avete guastare. B* I verbi credere^ essere^ avere ^ volere^ potere^ piacere^ sapere^ valere^ esprimono tutti idee che non si possono sot- toporre a comando; si come indipendenti da esso, onde non potendo reggere alla voce imperatoria, si rivolgono a quel- la che desidera; voglio dire che a questi verbi, siate^ i^o- gliate^ crediate^ si sottintende desidero^ e per essi portan qui la forma del presente congiuntivo, e non T imperativo. 384 Credere^ nondimeDOf pu Tuna e Taltra maniera soppor tare. Cos)| quando ai dice piacciane ^agUami^ vi s 'intende desidero che. DSL coirDizioirAt.K I  Io FORRE i che mi vedeste tra dottori^ come io soglio stare. B* 2* A me pjrrebrb star bene^ se io fossi fuori del' le sue mani. B 3. Io non j^rRJSi al presente questa cura , ^e io non mUntrametteva in quelle faccende che non mi ^*a- spettavano. F. 4 (^H isse che andasse a lei da sua parte^ e le significasse che^ senza fallo ^ quel d la verrebbe a sh^ sitare^ B ^ Questo modo  chiamato condizionale^ perch va seno- pre soggetto a condizione* Nel primo esempio la condizo- ne non  espressale potrebbe essere se V occasione mi si por- gesso io wrrei ecc; o simile. Qualche volta questo modo non dipende da condizio- ne; ma  usalOf quando si accennano cose passale, a dino- tare un futuro nello stesso tempo passato; come si vede ia verrebbe del 4* esempio. I  leggendo che^ dimorando in Toscana^ poco o nien" te POTREBBE del suo valor ditnostrare ^ prese per parti" to ecc. B. a. Quivi guastatoglisi lo stomaco^ fu da medici consigliato che egli andasse a* bagni di Siena  e g^ari^ REBBE senza fallo Ji. 3. Rispose che egli non ne voleva far niente ; ma egli andrebbe avanti^ e vorrebbe veder chi r andar gli vietasse. B. II 3. e 3. esempio pruovano ancora che, parlando di tempo passato, si adopera la forma del condizionale ad e- sprimere un futuro ; nel qual caso pare che si dovesse far uso del condizionale composto, cio avrebbe potuto^ sareb- 385 be guarito f sarebbe andato f e aurebbe wlutOf forme che e* sprimono tempo passato; ma pure spesso s fa uso del sem-* plice ; perch questo , per la sua virt di accennare atto o azipne presente o futura , fa che le cose dal verbo indicate adoperino nell* immaginazione , che indietro  portata nel tempo passato, come se fossero in atto. In fatto sostituisca- si il tempo composto, kapreso^ al semplice prese ^ nel pri- mo esempioy e si avr un presente attOf e tutta la proposi* zione in presente* DEL CONGIUmvO Il nome di congiuntivo pare essere stato posto a que- sto modo perch  generalmente giunto nella medesima proposizione con un altro verbo ^ dal quale dipende  L* a- zione o r atto che esprime  In senso contrario di quella deir indicativo; perci che sempre  il congiuntivo espres- so in modo non positivo, ma incerto* u Io non SO perch io noi mi faccia. B a. /o non veggio come noi .ci possiam pervenire. B. 3. Come sapeste voi eh* io qui FOSSI ? B 4 ^'^ occhi vostri voglio ve ne FACCI Air fede. B 5 Io vi prego che a memoria mi ridu^ ciATE chi voi siete. B. 6. Domand dove fosse quel gio^ vane. B. 7. Veramente io credo che voi sogniate. B. 8. Io non dubita che voi non vi crediate dir vero. "B. Qualunque volta un verbo  dipendente da un altro che comprenda ignoranza, impotenza, interrogazione, pre- ghiera, dubbio, necessit, timore , opinione , maraviglia, e simili idee, il verbo dipendente  posto in modo conginn* tivo, perci che si considera la cosa che un tal verbo espri- me soggetta a incertezza. Se per esempio si desidera o cre- de una cosa , ella  soggetta a incertezza perch pu esser 386 negata, o perch V uomo ai pu ingannare ; se si interroga alcuno di una cosa, egli  perch chi interroga n* incerto; e quindi potrebbe essere e non essere.  anche la necessit  soggetta a incerteszai in quanto che quel che  necessario , come le altre cose, soggetto alVincertezsa dello avvenire. Dunque, nel prioao esempio, il coogiuntiyo faccia dipende dair espressione io non so , che comprende ignoranza ; nel secondo, /^arxiom,  sottomesso a non veggio^che comprende impotenza ; nel terzo esempio, fossi  soggetto a nn verbo espresso interrogando; nel quarto facdan dipende da folc" re; e cosi procedendo* Dante disse bens : Ci che ci appar qua su diverso credo che 7 fanno i corpi rari e densi^ po- nendo fanno soggetto a credere ntV indicativo ; ma non ci^do che vi sia esempio di un verbo dipendente da parere o sembrare posto neirind!cativo,come si vede in un moder- no scrittore : N si vuol tacere che in questo libro dove par che si sehb^no le pia preziose gemme M nostro idio- ma ecc. Serbino mi par che dovesse dire* I . Io son contento di esser sempre t ultimo che Bj' Gfoifu B. 2. Madonna^ non vi disconfortate prima che bi- SOGNI* B. 3. f^oi vedete quanto io sia guardato. B. 4* ^ pi contento uom fu che fosss giammai. B. 5. Bella cosa  il ferire un segno che mai non si mct. B. 6. Mi consiglia- no che io mi procuri del pane. B 7. Guardatelo^ ohe non si FUGGISSE. F. 8* ^ me par voi riconoscere. B. 9. Que- sto non crederei io mai poter fare. Molli sono i casi nei quali il verbo  posto in congiun- livo per 1 a sopra esposta ragione, bench non sia cosi appa- rente; vedremo nulladimeno per la seguente dimostrazione che la cagione  sempre la stessa* 387 Nel primo esempio ragionare  in congiantivo perch dipende da una supposizione ; e una cosa supposta  sog- getta a incertezza. Nel secondo il verbo bisognare  messo in congiuntivo in virt della congiunzione precedente ; un verbo governato dalla congiunzione /^r/macAe dinota qual* che cosa prematura, disegnata, supposta; e per solo pro-^ babile, ma non certa* Un verbo modificato dall' avverbio guanto t come nel terzo esempio , si mette in congiuntivo ( eccetto^ nelle esclamazioni, e quando  termine compara- tivo); perch^ ci che esprime il verbo posto sotto Tinfluen- za di quanto^ non  determinato nella quantit, pei^ la na- tura della parola stessa, vaga in qusto senso; e quindi non ne riesce una espressione positiva. Per la medesima ragio- ne, cio perch comprendono un senso vago , quando gli avverbj mai egiammaif senza negazione, accompagnano il verbo , questo  posto in congiuntivo ; che , come abbiam detto, mai e giammai significano in alcun tempo; che  sen- so vago. Il verbo mutare del quinto esempio  in congiun- tivo perch preceduto da una supposizione; e sarebbe nel- r indicativo, se fsse espresso in modo positivo ; cio egli fer un segno die non si mula mai* Nel sesto esempio pro'^ curare dipende da consigliare , il quale  della natura me- desima dei vei^bi che gi abbiam de(to volere il congiunti- vo; ma i verbi consigliare^ pregare^ e qualche altro si pos- sono anche usare con Tinfinito e con la preposizione a; cio, mi consigliano a procurarmi del pane ; 9 prego a racco-^ mandarmi a ItU* La costruzione piena del settimo esempio  guardatelo a ci che o a fine che; onde si vede che Tidea compresaNnelle parole noi si fuggisse iyfine a cui tende 1* azione espressa dal verbo guardarci e perci che questo 388 fine delle nostre nioni pu e non pn venir fatto^ il verbo  quindi messo in modo incerto, cio nel congiuntivo. Tut- te le congiunzioni che non comprendono un* idea positiva, come acci che^ affn che^ ancora che^ awegna che , benr- che , come che^ con ci sia che y con tuito che , infino a che , infino a tanto che , perch per ^n che , purch , quantunque f sebbene , qualora^ solo chof tutto che , si a- doperano col congiuntivo ; nuUadimeno si possono usare anche con V indicativo ; e in questo caso si leva ogni dub- bio air espressione , come mostrano i seguenti esempj ; H giovane focosamente T ama 9 come che ella non se ne jc^ GORGE* B* / lasH>ratori erano tutti partiti da campi per lo caldo ^ jiyFEGir^ che quel d niuno ivi era andato a la^ porare  B. Bench a me non parte mai che voi giu- dice foste. B. ToTTO CHE n s alti n. s grossi , qual che si fosse , lo maestro felzi. D. Niuno si muova del luogo suo FINO A TANTO CHE io non HO la mia novella finita. B. Quantunque il ver ocono* B. Finalmente dalF ottavo e nono esempio s* impara che un verbo che dipenda da uno de* seguenti credere^ parere^ pensare^ giudicare^ stimare ^ temere^ e altri della stessa natora , si debbe mettere in in- finito, .quando ambedue i verbi hanno lo stesso agente; per- ci che a me par voi riponoscere equivale ad io credo rico* noscer voi. E con alcuni si pu anche usare la preposizione di i per esempio^ io ho paura di non girare^ io temo di non peccare in vanagloriai laddove si dice  a me par che egli vi conosca ; io ho paura che tu non giri ; temo che noi non pecchiamo in vanagloria^ perch vi sono due agenti riferen- tisi a persone diverse  Le congiunzioni che generalmente reggono V indicativo sono perch nel senso di per la qual 389 cosa^ poich^perci che ^ per che ^ s meramente che^ s che^ senza che per oltre a ci^ tanto che per in modo che. I* /o non credo che sia alcuna cosa s grave e diibhio^ sa che a far non ardisca chi ferventemente ama. B. :a* Non  uomo che sia vero e giusto misuratore di se^ tanto la pro^ pria carit ne inganna. B. 3. p^oi udirete tosto cosa che vi far maravigliare, cio che io Sa vostra sorella. B* 4* ^^l' unque vuol vivere bene e onestamente fdebbe^in quanto pu f fuggire ogni cagione che a fare altrimente lo possa con^^ durre^ B* 5. Io non ho^ n ebbi mai alcuno^ di cui io tanto mi FIDASSI o FiDif quanto io mi fido (T jnichino.li Q. Qae^ sto valente uomo, al quale voi per moglie mi deste in mia mal ora f son poche sere che egli non si kada inebbriando per le taverne.^. 7. Io credo fermamente che^ quello che^ egli ha detto ^ gli sia intervenuto. B* 8. Intra le altre gio^ ie pia care che nel suo tesoro A r ss se era un anello bel-* lissimo e prezioso. B# I verbi ardire ed essere del primo e secondo esempio sono nel congiuntivo, per la sola ragione che la proposizio- ne che precede, o dalla quale dipendono,  espressa in sen- so negativo. Il verbo credere , che nel primo precede sia , non ha alcuna influenza sopra ardire^ perch, se pur si d- cesse non  alcuna cosa che ecc; il detto verbo rimarrebbe in congiunti vo. Anche amare del detto esempio si potreb- be mettere in congiuntivo. Il concetto compreso nel terso  : cio vi maraviglierete udendo che io sia; ove sia dipen* de da maravigliare ; e possa del 4* esempio  in congiun- tivo perch dipende da una sapposizione. Fidassi e fidi del quinto esempio dipendono dalla precedente proposizione negativa; e similmente  il verbo andare del 6* esempio in congiuntivo per Tespressione negativa son poche sere che , alla quale  soggetto. Per tatti questi esempj. dunque si di- mostra che tin verbo dipendente da una espressione o pro^ posizion negativa o da una sapposizione , si niette in con- giuntivo , perch non si disegna la cosa in modo positivo ; Il verbo ha detto del 7. esempio non dipende dal preceden- te credere^ ma  espresso in modo positiva ; e per  nell* indicativo; sia bens dipende da credere. Avesse  in con- giuntivoi neir ultimo esempio , perch  espresso a modo di supposizione; come se si dicesse che supporre si pu che potesse a^re; e ben avrebbe TAutore detto ai^pa, se posi- tivamente avesse voluto parlare. Ciascun confiisamente un bene apprende nel i/ual u QUIETI V animo D. Talvolta  il verbo o Tespressione che governa il con- giuntivo sottintesa; come in questa proposizione, la cui in- tera sentenza , un bene apprende nel qual st^jpone o ^fe* ra che si quieti fanimo* I  Io non so ehi eglisijro*B. 3* Io non so chi wi siE" TB^ che nie cos conoscete. B* 3. Io credo che egli il cre^ DSREBBE allora che , guardando te ^ egli crederebbe che tu sapessi /* a^ bi^ ci. B. 4* Spesse uolte il domandala sad-- cuna cosa eju che egli desiderasse. B* Ne* primi due esempj bench /i e siete dipendano da non sapere^ che esprime ignoranza^ essi sono neir indica- tivo; perci che, di due circostanze contenute in quelle pro- posizioni, una  conosciuta da chi parla. Quegli che disse, io non so chi egli si fu^ venne domandato se egli avesse mai ingannato alcuno ; al che rispose s ima non so chi egU si /il ; in modo che una ciroslanza gli  conosciuta , cio so 391 tof^r ingannato alamo. N^ secondai esempio, se il verbo fosse in congiuntivo, il dicitore esprioierebbe che egli, per Dessuna circostanza, conosce hi persona a cui parla; laddo-^ ve, usatido TindicalivOf mostra che abbia gi qualche idea di lui; si che il congiuntivo in questo caso dimostrerebbe anche non curan2a o negligenza nel cercare di raffigurare la persona cui {H} si riferisce; la qual cosa si disdice in chi voglia esser cortese Nondimni potrd^be essere altres che i detti, due verbi fossero posti' nelP indicativo , per la sola ragione che , dopo non sapere^ si usa pure questo modo ; perche V idea di non sapere si pu anche esprimere posi- tivamente* Nel terzo esempio il primo crederebbe non fu messo in coDgiuotivOf perch .come abbiamo detto, questo verbo regge anche Tindicativo, e poi i primi .due verbi non corrispondono insieme ne* tempi; e bisognerebbe dire ere-- do che egli creda^ o crederei che egli credesse^ il secon* do crederebbe si potrebbe mettere anche in congiuntivo in virl della parola allora che espressa in supposta guisa. Nei quarto esempio era% con tutto che dipende da una interro*- gazione, posto neirindicativo,o per esservi una circostan- za conosciuta, cio che alcuna cosa era^ o per togliere la ri- petizione del medesimo modo ! Idue fratelli dUbitaiuin forte rroN gV inannas-^ SE. B. 2. Temo che jton sia gi s smarrito , ch^ io mi sia tardi al soccorso lessata. IX 3* Temendo non il sonno qtd-* w lo soprapprendesse^ si lev. B 4* ^^^ manca se non che \fenga agli orecchi delpadron mio , e che ancK egli non FAcciA qualche pazzia^e che non ne nasca. qualche scan* dalo d'importanza* F. 5. Diragli da mia parte che si guar^ di di NON AFEK troppo creduto , o di non cnEDsns alla \ . favola di Giannotlo. B. 6. Se io non messi temuto che dg- spiaciuto 9 rosSB^per certo io raserei fatto. B Non  io qaesti esempj la negazione soverchia, come sembra ; ma, perch i verbi dubitare^ temere^ guardarsi^ e simili, esprimono lo stato deiranimo pstola fra dae,la ne- gazione comprende Tidea di desiderio contraria a quella e- spressa dal verbo che la segue; come se, per esempio, si di- cesse: Dubitavan forte che gP ingannasse^ il che non avrelh bero voluto; temo che sia gi s smarrito^ il che non vorrer^ Diragli che si guardi d'asfer troppo creduto^il c/te non vor- rei avesse fatto. L'uso dunque generale di queste espressine ni  quello di porre la negazione. Neirullimo esempio non  posta a fosse a cagion di quella che sta nella prima parte della proposizione* ! E se non fosss ch^egli era giovane^ e sopravvenir' va il caldo , egli avrebbe avuto troppo a sostenere. B. 2. E se non fosse che da quel procinto^ Pia che dalT aliro^ era la costa corta f Non so di lui^ ma io Sjre ben vinto. D^ 3. Egli sono state assai volte il B ch^ io porrsi pia tosto essere stato morto che vivo. B Qualche volta si usa ancora mettere il condizionale e rimperfetto del congiuntivo nella forma semplice, e sottio- tendere il participio passato, come in questi eseropj, ove a se non fosse  sottinteso stato ; e sarei e vorrei stanno io luogo di sarei stato e avrei voluto. Secondo la regola posta a carte ^193 , ne* primi due esempj s* avrebbe a dire se non era ; ma  detto se non fosse perch siegue on altro era. Nonpertanto V immaginazione si piega a quello avvicina- mento di tempo espresso dalle forme se non fosse e sH^rei^ ove si sentono questi concetti: E se non fosse questo con-- i 1 393 trapposto a quel cK io son per dire^ cio cK egli era ; lo presentemente wrrei essere allora stato ecc DELL* iKFIIf ITO ! Essi non si vergognano che altri sappia loro esser gottosi. B. a* Credonsi che altri non conosca le vigilie do^ FER rendere gli uomini pallidi*B. 3* Udendo la voce^ e nel viso vedendolo^ riconobbe lui essere colui che r aveva s benignamente ricevuto^ B. 4* Infra il marzo e il prossimo luglio f oltre a cento mila creature umane si crede essere state di vita tolte nella citt di Firenze. B. 5 Vedendosi RUBARE da costui^ e ora tenersi a parole in coiai maniera^ volto il cavallo^ prese il cammino verso Torrennieri. B. 6. Udendo lui wiers e jccusjre la donna che avvelenato r avesse. B. 7. // fante di Rinaldo^ vedendo il suo signore AssjURE^ niuna cosa per lui adoper. B. La maniera latina che si scorge ne' primi quattro e- sempj di adoperare ToggettOi facendolo governare l'infini- to , in luogo deir agente che regga V indicativo 9 si truova spesso ne* migliori autori) e consiglio Tusarla a coloro che hanno gi acquistato buon gusto nello stile % e per variare le locuzioni , e per togliere di quando io quando li che i . quali sempre di troppo abbondano in questa lingua. Dun- que le espressioni loro esser gottosi^ le vigilie dover rende re, lui essere colui^ si crede essere siate ^ stanno in luogo di che essi sono gottosi , che le vigilie debbon rendere ^ che egli era colui ^ si crede che siano state . Nel quinto non si potrebbe dire , vedendo che egli era rubato e tenuto , per essere i due verbi retti dalla medesima persona ; vedi quel che si disse a carte 386. intorno all' ottavo esempio ; ben li direbbci facendo uso di due agenti diversi, egli vedendo 37 394 clw ella era rubata e tenuta^ ma piti elegante  l^espressio- ne sedendola rubare e tenere^ per la ragione che T infinito mostra ridea, nel verbo contenuta, in atto; e il participioU rappresenta finita. Cos , nel sesto e nel settimo esempio, udendo lui dolersi e accusare^ spedendo il suo signore assit- lire  pi elegante che udendo ch'egli si doleva e accusai sedendo che il suo signore era assalito ; ed  da imitarsi. Diogene^ veduta quella attentissima adunanza^ e indo- vinandogli il cuore che troverebbe quivi che mordere^ pero CBE colui (uno astrologo) dover essere qualche solenne prt' stigiatore ecc. Bart Se il Bartoli avesse lasciato quella congiunsione pm che^ e messa una semplice e, avrebbe fatto una giusta co- struzione , secondo il modo qui esposto* Direi talvolta cbe alle stampe si dovessero attribuire questi suoi errori, se non conoscessi dove egli suol peccare. ! Perch nonpruovo io ci cKeUa sa fare ^ poi dici senza noia di me^ in picciol tempo guerirm ? B :i. Me- uccio oisSE Di rAnio volentieri* B. 3. La madre adiraia^ non OBL non rozBR egli andar a Parigi f ma del suo inm- moramente. B. I tre infiniti notati in questi esempj formano locuzio- ni pellegrine e varie , le quali io espongo per V imitazione^ D^ice guerirmi; disse di farlo; adirata del non voler^ staono in luogo di dice che mi guerir; disse clw il farebbe ; adi- rata perc/i egli non voleva. ! Cos^PER NON AyER viu n forame^ Dal princifHO^ del fuoco ^ in suo linguaggio Si convertivan le parole gr- me D. 2. Bruno^ per non poter tener le risa^ s*era fa^ gitom B* 395 Questo  pare un idiotismo nostro elegante di porre la preposizione /7er con rinfinilo,in luogo diy^erc^con Tin- dicativo; cio per non aver via n forame del fuoco ^ per non potere^ in luogo di perch non aveva via^ perch non pot-- va. La costruzione del testo di Dante  questa : Cos le pa-^ role grame ( male articolate ) per non aver via n forame (uscita) del fuoco^ dal principio (da prima) si convertiva-* no in suo linguaggio, (linguaggio del fuoco; cio quel mor* morare che fa la fiamma dal vento agitata ) 1  f^oi , graziose donne  sommamente peccate in una cosa^ cio NEL DESTDERJR d'esser belle. B. a. Noiahhia^ mo durato foiica in far questo. B. 3. Non ve uomod^inge^- gno s limpido che nez comunCjre la luce della sapienza non buoi qualcJie ombra d ignoranza. Bar t# 4* Propose di voler prender diletto de^ fatti suoi coi farcii alcuna bef- fa. B. 5 Egli mi credette paventare col gjttjre non so che nel pozzo. B. 6. 1 medici fanno alle volle pia profitto agli infermi con la quiete e col riposo^ che con  operare e COL TRArAGLiABE. Part. Uno degli ufficii che fa l'infinito  quello di determi- nare r azione d* un verbo che lo precede, e di mostrare tn che modo o con qual mezzo una cosa si opera o si conse- gne. Queste proposizioni sono un^altra prora di ci che ab- biamo esposto a carte aSS, del non doversi n potersi con- fondere Tuna con Taltra le due preposizioni in e con^ che disegnan modo e mezzo d* azione ; poich se si mutassero negli allegati esempj le preposizioni , e si sostituisse Tuna ali* altra si verrebbe a distruggere il sentimento che com- prendono. 396 SI GOR L* IKFlIflTO S DfiBBA PORRfi It PROKOMK AGEUTB O L* OGGSTTO Poich vedo che n il Bartoli n 1* A menta son potuti uscire del lecceto^ io voglio provare se mi riesce di fare in- tendere quando riufioito abbia aportare il pronome agente e quando Toggetto. Il Bartoli dice che , Tanto sol che si fac- cia con maniera discreta, cio per modo che non snoni no non so che duramente agli orecchi, come per avventura sa- r dicendo: Cons^errebbe me essere laudatore ; (Conoscerai te non dover ci fare^ che son testi tratti dalle meo pregia- le opere del Boccaccioi Y infinito riceve Tuno e Taltro ,, Io somma egli fa questa quistione dipendere affatto dagli o- recchi; e io credo bene che la mia presente fatica sarebbe stata di molto meno voluminosa s* io mi fossi contentato di pascere i miei lettori di sola armonia* Quel che piace allV recchiof quel che si fonda in su la discrezione  cosa trop- po inferma (i); il gusto  troppo vago; e il giudizio raro; chi vuol porre la scienza sopra ferma base, ha bisogno di qualche cosa che contenti Tintelletto; e io dico che quei dae testi a me suonan bene, perch veggio T intenzione deirAa- tore, come or ora dir; e certo con quegli infiniti non po- trebbe aver luogo Tagente, se non ponendolo dopo il verbo. L* Amenta dice che V usar V infinito col quarto caso cio con r oggetto abbia dello affettato, e consiglia il valersi de* pice pronomi ( nota termine ultra grammaticale 1 ) cio mi% ti% lo^ cosi Tu ti credi essere in porto in luogo di Tite ere' di essere in porto; e qui e* si sprofonda tanto eh* io non gli . posso pi tener dietro. A voler veder lume in questa qui- | (i) Il riedere qualche Tolta airoao prmieio e orginalo di nn TocaLi^ U meglio intendere il vero suo senso. 397 stione, fa mestieri distinguere le proposizioni nelle quali en- tra r infinito onde si tratta. Di tre maniere infiniti abbiamo trattato ne* qui pre- cedenti paragrafi L* una  espressa per gli esempj 8 e 9 po- sti a carte 386; e in quel caso non si vuol mettere n agen- te n oggetto innanzi alPinfinito ; onde, come che paia al Bartoli che quel credeuami , io saper coniare da lui pro- posto suoni bene ali* orecchio suo, al mio suona meglio io mi credexHi saper cantare^ quantunque per transposizione anche la prima forma sia buona, leggendo credey^ami io^ sa^ per cantare; ma il Bartoli non Tintende cosi; ed erra. L*a- gente posto in crederei io mai poter della pag. 386 non ap- partiene gi airinfinito, ma a crederei. se talvolta in que- sto caso a dinotar confronto di persone si fa uso dell'agen- te, questo si pon sempre dopo Tinfinito; per esempio: Nel^ la quale speranza portai che^ se Ormisda non la prendesi se , fermamente dos^erla as^ere egli; Deliberai di non p/e- re, se la fortuna m*  stata poco arnica^ essere io nemica di me medesima. B In questo primo caso adunque, cio quan- do r infinito e il verbo che lo precede sono sotto il governo della medesima persona, Toggetto non pu aver luogo* Tra fermamente e dateria si sottintende speraw. Il secondo  quello della maniera latina ricordata a carte SpS, allor che r infinito  posto in vece delPindcativo; e una tal manie- ra sar sempre pi gradita ali* orecchio ove si usi in pro- posizioni che i due verbi sian retti da due diverse perso- ne; ma, quando sia la medesima persona che li regga tutti a due, sar meglio adoperare Tindicativo. Onde,  rero che i due esempj del Boccaccio prima allegati si potrebbero espri- mere cosi: Mi conterrebbe essere laudatore^ per la ragione 398 addotta nel primo caso, e conoscerai che tu dei ci fare ; pa- re, ponendo me e te si d pi importanza e gravit alle per- sone che questi nomi rappresentano. Con questo intendi- mento il primo esempio esprimerei, a me cowerrebbe esse^ re laudatore. Nel secondo caso adunque, quando si fa uso della maniera latina, sempre si richiede V oggetto : Altui affermano lui essere stato degli Agolanti. B. Essendo ad ogni uom pubblico ( noto ) zar yjiGHECGiARE tcc.^. Ogni ragion scuole lei dover essere obbediente B In questi e- sempj lui essere stato^ lui {Vagheggiare e lei dovere^ stanno in luogo di die egli fu^ cKegli vagheggia\^a^ cK ella debba essere\ e mai non si trover che in cotali espressioni sia a- doperato V agente. Finalmente, il terzo caso  quello, quan- do r infinito  preceduto dalla preposizione /^r in vece di perch^ posto qui a carte 394; e in quello il verbo sta pure senza agente e senza oggetto, similmente al primo caso, co- me si vede per li testi ivi citati, e per quelli allegati a pa- gina a49t e s P^r ^i volesse mettere la persona, potrebbe stare solo dopo il verbo. Adunque si concbiude che avanti air infinito, altro che Toggetto non possa aver luogo; e Ta- gente dopo di esso, in differenti casi e ben distinti, si che er- rare non si pu. I* Manifesta cosa  che , siccome le cose temporali tutte sono transitorie e mortali , cos in se e fuor di se es-- SERE piene di noia^ e d'angoscia^ e di fatica^ e ad infiniti pericoli soggIjcere. B. a. Per partito as^ea preso che^ se el- la a lui ritornasse^ d fare altra risposta. B. Cominciando il primo sempiD|;iia- zione, quando si voglia esprimere maggior prestei- i.Il castaldogli DIE D^ mangiar volentieri.i-i-^ vi DA A mangiar queste galle.'B. 3. Faceva darbertiti brigata. B. 4* -Ben sai die mia madre mi dette un if quarteruoli A cambiare, G. j. daitdole alquanto JH "* giare j radici d erbe., e pomi salvaticki e datteri. B. Noi diciamo darda mangiare e da bereedtvewacus" mangiare e a bere. Se il verbo dare non ha oggetto apre vien seguito dalla preposizione da; se l'oggetto  espre' " segue a. Bel primo modo abbiam gi veduta raoalisD^'"'' tato delle preposizioni^ nel secondo la preposizioae''S'g il riguardo, il fine al qua! tende la mente di chi d. A'""' zo esempio la preposizione da  sottintesa . Il q>u>>^ ""^ esce della regola, sebbene, essendo specificato Toggetu 4oi itcubo dar^ cio quali siano le cose che si danno a man- re, pare si dovesse mettere la preposizione a, e non da. aggetto del verbo  alquanto; e prima di radici d*erbe si Ej li, tintende cio ; ma se si togliesse alquanto^ si direbbe ensmidole a mangiare ecc fmf Cf COSTRUZIONI coi VBRBI ST^REf TOCCjRE^ jSPBTTjRE^ t\ znsL SENSO ni jppj^rtenerje ue ' I  Conoscendo che a lui rocc^yj il dover dire    B. A \H>i STA ornai il prendere partito. B. 3. Nella vostra mozione sta di torre qualpi pi piace. B. 4* ^8^^ ^^^^ ^^ )mVf(^ tanto quanto s" aspetta a lui. Caro* 5. ^ ute o- i^iuU APPARTIENE di ragionare. B. lesk I verbi stare^ toccare^ e aspettare^ sono talvolta usati ,i[,}g;Senso metaforico in laogo di appartenere; perci che una li;e;^,sa che, per esempio, appartenga a me, si pu dire stare Dj^/Az 0 toccar il luogo vicino a me. Pare che si dovrebbe ^^Mxre questa cosa sospetta^ cio  aspettata da lui^ e non, a ^j,J; ma per che, se questa proposizione fosse cos espres- ,, , , significherebbe anche egli spetta questa cosa^ facendo ^^^o della preposizione a si dimostra la persona a cui tende ^^ dovere della cosa che si aspetta ; e si toglie cosi il senso u obiguo. fo acconcer i fatti vostri e i miei in modo che sta-- /bette. B. 'i    Do questo esempio perch si avverta che nella espres- ODe va bene che si usa famigliar mente, per dire che una co- 1  ben fatta, s'avrebbe a sostituire il verbo stare in luogo i andare; cio ^a bene. I f " 4oa TERBI ED ESPRESSIONI SGNIFICAUTI STATO DI COSA Vi sono de* Terbi e delle espressioni , nelle proposi- zioni formate dalle qaali Vagente  una cosa; e la persona, il termine a cai tende Tidea in esso contenuta; si che Ten- gono ad esprimere lo stato di una cosa rispetto alla perso- na* Sono i seguenti. Aggradare o Essere a noia. Gravare. Aggradire* Esser caro. Increscere. Bisognare* Esser forza. Parere. Galere* Esser grave. Piacere. Convenire. Esser lecito. Riuscire Dispiacere. Fare di mestieri o Venir a noia. Dolere. Fare mestieri. Venir fatto. I* Poi che il forestiero ha bei^uto quello che Gzi ptA^ CEf la sposa bee il rimanente. B. a. G* increbbe di ci che fatto avea. B. 3. Mi dispiace ctavers^elo a dire. F. 4 Le DOLEVA s forte la testa^ che lE pareva che le si spezzas- se. B* 5. Se iH}i foste letterato^ rt coNyEEEEBBE dire cer- te orazioni che io s^i darei scritte. B. 6. A me sarebbe star to carissimo che altri osasse dato cominciamento a casi scel- ta materia; ma poich egli r* aggrada eh io sia primo ^ io il far wlontieri.B. 7. Perch mio marito non ci sia^ il che forte MI GRAVAi io sapr hen^ secondo donna^ farvi an p* co tTonore. B* 8. Non ve ne cagla^^ no; io so quel eh' io mi fo. B* In tutti questi esempj  un Terbo il cui agente ^una cosa che adopera sua forza^ virt, o essenza, sopra una persona; e questa rappresenta il punto al quale tende T idea compresa nel verbo; donde le proposizioni contenute ne* citali esem- pj si formano di questa cosa, che  Tagente del Terbo, e d'un 4o3 dativo* Inerescere significa crescere in^ crescere in contro; e perch il crescere incontro fa opposizione, increscere o rincrescere significa dispiacere ; cio far opposizione al piacere^ contro al piacere* La costruzione del terzo esem- pio  egli^ cio r obbligo dtas^ervelo a dire^ mi dispiace. Nel quinto esempio cUre  l'agente di cons^errebbe; e la costru- zione del sesto  questo a me sarebbe carissimo che ecc. Ca- lere vien dal Latino, e significa scaldare; quindi non ve ne caglia significa la cura di ci non s^i scaldi la menteJjespre^ sione fare di mestieri equivale ad esser necessario ; perch una cosa che faccia per Io mestiere di alcuno ,  a lui ne- cessaria. Iddio solo sa ottimamente ci che fa mestieri a cia^ scuno* B. VfiaBI CHK GOKPKEEVDOIfO t.*AOSNTfi IN SS I  Pioi^e tuttavia. B. a. Era il d davanti nevicato mol" to. B. 3. Avvenne che alcuni della famiglia^ avendo sete^ andavano a bere a quel pozzo. B. Sono alcuni verbi, e massime quelli che dinotano sta-* to di tempo, li quali esprimono da se stessi una proposizio- ne compiata. Piove^ nevica^ lampeggia, tuona^ gela, gran^ dina, sono altrettante proposizioni che comprendono un a- geute e un verbo, equivalenti a pioggia cade, neve cade , // cielo lampeggia, il cielo tuona. Varia gela, grandine cade. Le espressioni avviene che, accade che, significano una co* sa viene a questo che , una cosa cade a questo che . Dal- l' agente sottinteso si scorge perch questi verbi, salvo ge^ lare,xOn si usano se non nella terza persona* Quando il pro- nome egli sta innanzi ad uno di questi verbi, si riferisce al l'agente in quello compreso 4o4 DELL* ACCORDO DEL TERBO CON L* AGEIITE CHE DIUOTA MOLTtTnDitrS I . Da man sinistra rC appari una gente et anime che Mori E NO i pie ver noi. D# a. Ancora era quel popol  lontan , quando si steinser tutti LSnSi Di ALCUNO I  Nel primo punto che di te Mi dol^e. D 2. Dimmi 7 perch^ diss^o^ per tal com^gnOf Che^ se tua ragion di lui Ti PiAONi.^ D* Il senso della espressione mi duole di te  affatto di- verso da io mi doglio di te. Nel primo caso Tintero costrut- to , r infortunio di te duole in me; nel secondo, io doglio in me a cagione degli atti di te 0 degli atti tuoi. La piena costruzione del secondo esempio  , che se tu piangi in te a cagion degli atti di lui. Piangersi sta qui in luogo di do^ lersi. 4^4 COME COUai^ Si COME COWI^ S COME QUELLO CCC* I  // biwn uomo andasni di giorno in giorno di male in peggio^ COME COLUI che auoni il male della morte. B. 2. // frate gli fece /' assoluzione^ s come coii i che pienamente credeva ci esser vero. B. 3. E ultimamente cominci a pian* ger^ come coujt che il sapeva troppo ben fare. B. Davanti a come si sotti u tende essendo. In vece di dire il buon uomOf che aveva il male della morte; il frate che pienamente credeva ; egli che il sapeva troppo ben fare^ si usa talvolta la costruzione simile alle sopra citate e i clas- sici ce ne porgono assai esempji che ciie ne paia airautore deir Antipurismo* Io vidi un ampia fossa in arco torta^ Come quella che tutto il piano abbraccia. D. Anche in questo esempio si sottintende essendo in- nanzi a come ; e la frase intera con altra costruzione si e- sprimerebbct Io vidi un^ampia fossa che abbraccia tatto il piano^ e per ci era torta in arco. SAPER GRADO^ ESSER TENUTO Di quello io so grado alla fortuna pia die a voi; di qtiesto io SARO* tenuto a voi. B Pare che la parola grado ^ nelPespressione saper gra- do^ sia stata alterata e tolta dall'aggettivo grato^ e che sa- pere abbia qui forza di riconoscere^ cio  io riconosco co- sa grata , e Tattribuisco alla fortuna ,, il che corrisponde a ,, io riconosco aver ricevuta cosa grata dalla fortuna. ^ >- ser tenuto cui uno significa esser tenuto legato , cio obbli- gato ad uno. 4i5 I  Za donna, postasi a giacer boccole sopra il battuto, il capo solo fece alla cateratta di quello* B. 2. Col torn dove Alessandro ave^^a gittate, e cominci brancolone a cercare se egli il ritromsse. B. 3. /* w)' che Buoso corra co^ mho fatC io carpon per questa valle. D. 4 E s^eggendo for^^ se penti persone ginoccnon innanzi a un altarino, do-- mandai che divozione era quella* 6. Non vedendo in quale specie di parole poter precisa- mente far luogo a* vocaboli boccone, brancolone^ carpone, ginocchione, penzolone, eco; avvenga die essi partecipino e dell* avverbio e dello aggettivo, e anche del participio pre- sente del verbo, io gli ho posti qui fra le particolarit della lingua. Dico che tengono dello avverbio, per che modifi- cano, specificano, V azion del verbo; giacer boccone ; cio con la bocca a terra; correr carpone, con le mani e co* pie* di a guisa di bestia; fanno qualche volta 1* ufficio del par- ticipio presente, perch a brancolone e carpone si pu so- stituir brancolando e carpando; e partecipano della natura dello aggettivo; perch sono abbienti al plurale, come mo- stra r espressione />erJO/te giWocc^bm. Sono parole piene di forza ed esprimenti s che dipingono AVVBRTinENTO Una delle cose principali che constituiscono il buono fondamento si  di sapere analizzare la proposizione , cio specificare ad ogni parola il nome che ad essa si assegna nel corrispettivo capitolo , e determinare T officio che fa nella proposizione* Per esempio daremo T analisi delb guenle. 4i6 PROP081ZIONS / beneficj che voi a^eie ricevuti da me vi dbbon fare obbediente e fedele  ANALISI /t articolo plorale Benefici^ nome plurale, agente del verbo debboru Che^ aggettivo coDgiunlivo, rappresentante Togget- to del verbo avete ricei^uti f^oif nome personale, agente del verbo a^feie. Avete , verbo ausiliario di ricevere , nel presente indicativo. Ricevuti^ participio passato del verbo r/cei^re* Avete ricevuti^ perfetto composto del verbo ricevere^ Da^ preposizione che disegna allontanamento. Me^ nome personale rappresentante il laogo on- de parte la cosa ricevuta. yt^ nome personale, oggetto di fare. Debbon^ verbo nel presente indicativo* Fare^ verbo, infinito* Obbediente e fedele , aggettivi qualificanti la persona rappresentata da vi^ Se colui che insegna, per un supposto il padre al figlio, non fa fare al discente questa operazione, manca il fonda- mento , e crolla ogni cosa ; come chi pretendesse imparar geometria senza volersi dar briga dei triangoli e delle li- nee , o la musica , senza conoscere il db, re, nU^ /b  Se la grammatica  la chiave della logica, Tanalisi della proposi- zione  la chiave della grammatica ; e senza di essa non si disserrano le idee e i concetti. Finora molti degli Italiani hanno lasciato indietro questa parte essenziale nell* iose^ 47 gnamento delle lingae; quindi la cagione principale del vi-^ gente pessiaio modo d'instruzione. Se questo si facesse^ per base, col resto del metodo che da noi s* dimostrato, non ci sarebbe pi bisogno di affaticare, dMnstapidire l'ingegno, col fargli imparare tante parole vane a memoria , le quali ne escono come entrano; che solo le cose che si comprendono rimangono in quella* Parve ad alcuno che questa analisi dovesse stare in principio della grammatica; non considerando esser neces- sario che lo studiante giunga sin qui prima che possa bene intendere tutte le denominazioni che io do alle parole. Toc- ca al maestro, poi che lo scolare ha discorso attentamente i diversi capitoli a fargli analizzare le frasi in questo modo; tenendosi da prima a una definizione pi semplice,, in gene- re; come , /ionie, wer&o, pr^osizione^ e poi specificando. GAP. XXYIII DF GALLICISMI Chiamiamo gallicismo qualunque parola, dizione, o costruzione, appartenga specialmente allo stile francese. La facilit con cui oggid le genti di varie nazioni si mischiano in qualunque parte del mondo, fa si che insensibilmente si confondano anche le parole e le espressioni delle diverse lin- gue , introducendosi in una quelle che particolarmente ad un* altra appartengono  Egli  vero che sono in Italia pi inglesi e tedeschi che francesi ; ma non  cosi facile V in- 4i8 trodurre parole o locufeioni inglesi o tedesche neir italiano^ perch quelle che pi portano Pimpronta nazionale, hanno un* origine affatto diversa dalle nostre ; l dove tanta somi- glianza  tra le parole francesi e le italiane, che pare ad al- cuni che basti il dare alle francesi una terminazione in vo- cale, a far nostre anche quelle che non sono; onde agevol-> mente si confondono le espressioni e le costruzioni delPuna lingua con rallra. Ma, sebbene la maggior parte delle pa- role nel semplice loro senso, non variinotra le due lingue, se non nella desinenza e nella pronuncia, questo non avvie- ne quando sono usate nel senso metaforico; anzi 1* Italiano e il Francese si scostano di molto Tuno dair altro in questa parte; e qui appunto sta la gran difficolt del saper discer- nere, tanto pochi essendo quegli italiani che credano aver bisogno di studiar la propria favella! Quindi nasce che tut- ti coloro che sono in questo difetto, sapendo, per esempio, che genio  parola italiana, per che ella , nel senso di o/i- gelo tutelare e d* inclinazione , e sentendo che i Francesi Padoperano ad esprimere ingegno^ credono che sia italiana anche in questo senso; anzi non passa pur per la mente loro un tal dubbio, e come nostra ne fanno uso. Similmente si dica dell'aggettivo 5us ? Riguardare in luogo di a\^ere per Riguardare significa gfiardare^ considerare^ nel seosa semplice, ma non gi nel figurato di as^er uno, per esempio, per amico. Si usa anche da* classici in bella maniera per &' i^r riguardo f rispettare. II Davanzali, dei ribaldi che si ri fuggivano negli asili, dice che : Con tanta religione eram riguardati, che alcuni fuggitisi alla statua di Minerva or direno con un filo in mano appiccato a quella comparire in giudizio a difendersi; ma il filo per isciagura si ruppe. Or^ questo riguardare era stato cacciato per far luogo al fraa cese ; per che chi Tosava pi P Riportare per riferire Riferisco solo i pareri di notabile laude o vergogm Dav. Ma, rapportare dalVuno aW altro  buoq termioe. 439 J^ettura per carro o carretta Non poteva pia anticamente andare in Campidoglio in carretta se non i sacerdoti. Dav. I senatori di piede andasfa^ no in senato a* piedi e non in carro* Questi vocaboli carro e carretta sono assai pi belli che i^ettura e carrozza* Car^ rettella^ che osano i Romani,  anche buon termine. /^e^/u/YZ, dal latino s^ecturus,  bene adoperato in cavallo da vettura y prestare un cavallo a vettura^ e anche vettura solo per caval- lo o altro animale che porli; e T espression romanesca, ca- vallo d'affittolo falsa ed erronea, perch s*a vrebbe a dire da^ e il vocabolo affitto si usa solo per le case e li poderi. Finalmente, son gallicismi i seguenti: rimarcare per notare; avviso^ consiglio ; rango, stato, condizione ; carica , luogo o posto; obbligare^ costringere, convenire, esser ne- cessario Essere obbligato  buono per legato in promessa^ aver obbligo^m^ non pel presente nel senso di ve ne ringra^ ziOfVe ne son tenuto. Piccarsi per vantarsi; mcar/care, com- mettere; darsi la pena f darsi briga o impaccio; accordare^ concedere ; attaccamento , affezione ; essere attaccato , far parte; azzardare^ avventurare; interessante , geniale; co^ raggiOf animo; coraggioso^ valente, valoroso; onesto uomo^ nom da bene; complimenti^ convenevoli. Troppi convenevo-^ li non degni del nom^ romano esser fatti*Dsiy* Travaglio per lavoro, fatica; nel medesimo tempo , a un* ora ecc. 1 * 44o CAP. XXIX. IN CHE CONSISTA LA BELLEZZA DELLA LINGUA che dal 5oo insino al principio del presente secolo era svenuta decadendo^ Venuto io a quistione con un giovane, di sottile inge- gno, ma non ancora versato nella lettura de*classici che fan- no lo fondamento di questa opera, al quale, una scena che m*avea letto con molta enfasi nel Metastasio pareva essere, per lo meno, cosi bella nel sno genere, come sia un canto di Dante; e non potendo egli trarre dalla mia bocca un solo applauso per lo dolce suo poeta , ansi trovandomi ostinato nello affermare che non  scena in tutto quel drammatico che a me possa dar diletto, perch vi manca la lingua; egli, veduto che non ci potevamo intendere , mi scrisse gi il primo verso del soprapposto argomento, dicendomi che gli facessi un poco concepire, se possibile mi fosse, in che con" sista questa bellezza della lingua ; e per qual ragione si dica, o sia lecito il dire, lo stile di questo autore esser pi bello, e men bello lo stile di quello altro, (quando non vi siano errori ); anzi tale che non vi si trovi la lingua. Io gli feci uno sbozzo del seguente ragionamento, il quale, ampli- ficato, io pongo qui a sbramare qualunque altro giovane si trovasse ugualmente perplesso ; e so che ne son molti di questi cotali, solo perch , non che studiato , ma non han- no pur letto i classici (i). (i) Gi confessai che io pure di as anni non avera ancora Ietto i cbs* scij e il ridico acci che coloro che si trovano giunti a queUa eia Don ce- dano esser troppo tardi. J 44i Il sentire in che consista la vera bellezza della lingua non  da tutti, n da molti, come cosa che  troppo vaga , e dal gusto dipendente; e per questo non  tema da logico ragionamento; ma a dirne qualche cosa per via di dimostra- zione, mi converr premettere, per breve comparazione con bellezza d'altra natura, come sia difficile che due persone s' intendano rispetto al bello di nna cosa , se in entrambi non  pari o competente conoscenza della cosa medesima; lasciamo stare le diverse nature degli uomini che diversa- mente sentono , secondo che di diversa forza o pieghevo- lezza, vivacit o gravit, sono constituiti o dotati. Si dice bello nn uomo, dice Dante, quando tutte le sue parti sono bene intra se rispondenti; al che si contrappone subito il trito proverbio : bello  quel che piacer e Edmund Burle, in tin suo trattato intorno al sublime e al bello, pr- va,con ingegnose dimostrazioni, che non  ancora la propor zione che constituisca il bello. Bella  una musica allor che ti diletta r orecchio, e ti fa serpeggiare per tutti i nervi una sensazion piacevole che per gli occhi fuori ti corruschi. Bel- lo un monumento che ti cattivi Tocchio, e t' esalti Timma* gi nazione; ma pure, sebbene quasi tutti i pareri s* accorler che gi lo scorge. Ogni verso  d' alta poesia facondo  Dante dice che qaando V immaginazione non  mossa dal senso, la muove lume che prende suo principio e forma in cielo; ^&r se^ cio per virt da se mavente e quindi derivata, o per voler divi- no che cotal lume gi scorge e guida. Informarsi per pren- derforma; scorgere per fare scorta^ cio guidare^ sono bel-* le maniere poetiche* ^ Deir empiezza di leij che mut forma Neir uccel che a cantar pia si diletta^ Neir immagine mia apparile V orma. Tanta  la sublimiti de* pensieri contenuti ne* 1 8 ver- si che son venuto notando, che m*avea lasciato anch' io il corpo quaggi addormentato, e m'era levato con la fanta- sia su, dietro al Poeta, a godermi di quello incantesmo eh' egli porge a chi ben ode. Egli si trova ora in questo statOf in estatica visione, ove vede i funesti effetti dell'ira; e nou te lo accenna, perch ti vuol rapir seco. Ha detto come il sole era caduto; e poi col pensier si profonda tanto, che si toglie agli oggetti esterni. Empiezza per empiet  voce pi poeti- ca come lei per colei. L'uccello che di cantar pi si diletta  l'usignuolo; e allude alia favola di Progne la qual fu dagli 448 Dei in quelFuccello trasformata* Bella e poetica  la traspo* sizione io questi versi, la costruzioD retta essendo: iVe//a im- magine mia apparve forma della empiezza di lei che ecc. lu quanto allo accomaoar che Dante fa le cose divine con le profane, io non convengo con coloro che trovan da bia- simarey e dico che ci n pon n leva al merito del Poeta. E qui fa la mia mente s ristretta Dentro da se^ che di fuor non venia Cosa che fosse ancor da lei recetta. La virt del dire di Dante mi fece esprimere il pen- siero amplificato in questi tre versi prima eh* io li vedessi; per chei quando dissi, ragionando de* tre precedenti, e poi colpensier si profonda tanto , che si toglie agli oggetti e- sterni^ io non sapeva che volesse poi avvertire il lettore eh* egli s^addormentasse. Per le efficaci parole s ristretta denr trodase par proprio sentirsi internar col poeta; e pi effet- to fa la preposizione da in questo caso che a^ siccome quel- la che ti rimuove dagli oggetti esterni. Becetta^ per ricevu-^ ta,  voce poetica ; e, come tale, senza dubbio pi bella di questa. Ancor per anco or; sottinteso, come facewtprimom Poi piovve dentro alC alta fantasia Un crocifisso difettoso e fiero Nella sua vista; e cotal si moria Il primo verso  proprio un tratto d'alta fantasia, im- pareggiabile ! Vedi come notava Dante ogni particolarii della doviziosissima natura; che, perfino nel sonno egli le raccoglieva ; poscia che, quando ono sogna di visione, par proprio eh* egli si senta giacere, e che le immaginate cose gli volino qua e 11^, su e gi, intorno; cos come per raggio d sole che entri per una fessura di una finestra in camera or 449 scura, 81 veggono innumerabili particelle svolazzare*  se altri Oli facesse considerare che \ piovere  an cadere solo allo 'ngi, e non uno svolazzar su e giu^ aspetti, e vedr che qui accenna il cadere, e nel 34 verso* il moto contrario, di- cendo: &irse in mia i^isione una fanciulla. Questo secondo esempio de* funesti effetti dell* ira  la morte del crudele Aman fatto crociGggere da Assuero, di cui era ministro. E coiai si moria, il Biagioli chiosa, spiale io lo s^edeva , cio dispettoso e fiero Adunque abbiamo notato in tutti questi 27 versi tre voci sole, tube% empiezza, e recelta, le quali levate dal ver* so e dalla metafora, o tolte alla forma poetica, non sien fa- migUari; e pure, per V artecon cui le adopera il Poeta, non possono esprmere pi alti concetti, n formar pi sublime poesia; e questa  la pici chiara prova della ignoranza di co* loro che dicono che la lingua di Dante non  pi la nostra; e chi sapesse scrivere si alta poesia, ben si guarderebbe dal riGutare le voci tube, empiezza, e recetta . Empiezza pu star bene anche in prosa. S), sono in Dante molti vocabo- li i quali pi o meno, chi ve li vorrebbe e chi no ; ma non stanno in Dante pi male, che facciano le porte non gotiche al duomo di Milano, il quale per quel difetto non scema suo splendore; senza che, quelli danno alPopera una certa qual particolarit del tempo e deirautore che la rendono veneranda. Oh, questo, grider alcuno, questo  fanatismo, come appunto mi diceva il prenominato giovane. Sia pur fanati- smo; ma egli  ben fondato; e io spero, con questa breve di- nostrazione delle bellezze di que* pochi versi di Dante, de-^ tarlo in molti altri; e vorrei mi si facesse vedere che pu brnire da dire a* suoi fanatici una scena del Metastasio. 45o DE* COMEtTTl DEL BiAdOLl Io voglio che mi basti tanto aver detto dell* altissimo Poeta perch a chi lo legger coi dottissimi e profondamen- te ragionati comenti del Biagioli, perverr a intendere, e sen- tire, e gustare, il bello stile quanto io fo.  qui, in gratitu- dine a cui mi richiam dalla oscura selva in che io m* era smarrito, e mi mostr la erta salita del delizioso monte, cio air altezza di questa letteratura. Dell* amor della quale io m* affatico d* accendere ogni animo gentile , e ogni sottile ingegno, dichiarar mi conviene che, perch io dod comin- ciassi lo studio di questo poeta prima de* 2Z anni, quando ebbi la buona ventura di conoscere il Biagioli, egli fu non ostante buon per me che dod l'avessi letto con altri comen- ti; per che , in luogo di allettarti alla lettura e allo studio del Poeta, se tn vi ti senti disposto per natura , essi tei re- cano a fastidio con le scempiaggini loro, con le quali si son dati ad intendere di comentare, senza stile, sens* anima, e senz'ombra di Glosofia. E chi sar mai tanto ingiusto, o po- co sentito, che voglia confondere il Biagioli con tutta la tor- ba degli altri comentatori , quando abbia pur letto e inte- so 1* argomentare che fa Del secondo dell' Inferno, comio- ciando dal verso g4: Donna  gentil nel del ecc. ? Io soa certo che Dante direbbe ancor di lui : j? solo in parte vidi il Biagioli. A voler pubblicare altri comenti sopra Dante dopo quelli del Biagioli, ci voleva proprio uno stolto tro- vator di sogni, qual fu colui che diede in Londra una sua edizione alcuni anni sono; il quale fece altrettanto onore a Dante in Inghilterra, quanto un traduttore di Shakespeare, che ora sta pubblicando in Padova, onora il tragico ingle- se in Italia e la lingua italiana ! 45i Ancor maggiore ia lode e la gratitadiae che tutta Ita** lia deve al Biagioli per li comenti che ci lasci sul Petrar- ca e Michelagnolo Baonarroti, ai quali ha veramente dato nuova vita Di Daute tanti erano i chiosatori, che uno ve- ramente studioso e capace di sentire, poteva pervenire a in- tendere la Divina Commedia, dopo lungo e ripetuto studio, ma del Petrarca pochissimo era stato detto prima del Bia- gioli; e del Buonarroti niente, sebben questi abbia scritto co- si alta poesia come gli altri due. Ma io non approvo, anzi biasimo quel che fece Gio. Silvestri stampatore di Milano, in quella sua edizione che stamp del Petrarca coi comen- ti dei Biagioli; io avrei voluto ( e credo in ci difendere la causa di tatti i letterati ) (i) che avesse ristampato 1* edi- (i) La prima edizione di quest* opera, essendo stata pi yolte ristam- pata in Napoli , nella ddica deUa seconda ristampa trovai le seguenti per me consolanti parole  La grammatica filosofica di Angelo Cenitti, sgombra di quella pedanteria, oggid da chiunque ha fior d* ingegno fuggita come la mala yentura,  a mio parere la pi propria a far rifiorire il bellissimo no- stro idioma, condotto ad inielici termini dall a Innghessa de* tempi, dalla for- za degli stranieri^ e ci che  pi, da non pochi degli italiani scrittorL  Mi consolai dico nello scorgere che fosse stato ben penetrato il vero mio in- tendimento nella composizione di questo lavoro, quello cio di distruggere la pedanteria^ e per diametralmente contrario alla opinione che s* era infino a noi concepita delle grammatiche^ ma qual maraviglia, quando, volte alcune pagine, trovai una lunga introduzione aggiuntavi, nella quale il pedantismo ancor trionfa, tutta piena di melensaggini di esempj e proverbj, composti e inventati da persona che non conosce stile italiano, ingombra di quelle scioc- che denominazioni che han tenuto questa scienza avviluppata nelle tene- bre delia ignoranza; e che per non trovarsi nella parte principale, bisogna a chjjyaol intender questa che si vada prima a lavar nell* acqua di, Letel  poi alla fine postovi un supplemento ancor pi lungo di quella lunghis- sima introduzione, si che il mio libro  puntellato a dritta e a sinistra, tanto temevan da se non si potesse reggere ! Quando poi io penso che nei tempi a venire altri possa non solo aggiungere ma fors* anche togliere e al- zon di Parigi tale, quale air autore era piaciato di darla; per chct chi gliel dice che il Cenno che il Biagioli pose in principio della sua edizione, e quel eh* egli (il libraio) chia- ma lusso d*erudizione, non possa giovare a chi legge, e pia- cere a chi pi sa ? E quando pur ci fossero cose che a tut- ti facessero afa , perch non mostrare V uomo come a lui piacque esser veduto ? Come si pu chiamare quella edi- zione: liime del Petrarca coi comenti del Biagioli^ da che il testo sopra il quale egli fece i medesimi comenti non  quello che egli scelse?  gli argomenti non sono i suoi! qaal confusione ! S^avea egli a dar piii credito al testo approva- to da un semplice editore, qnal fu il P. Marsan, che a quel- lo di colui che aveva fatto cosi scientifici e luminosi comen- ti ? E per uno esempio del guasto che ci fa, nel madriga- le I, edizion di Milano, che corrisponde alla ballala III,edi- zion di Parigi, questa pone a Laura^ e quella alV aura; e, che che ne dica V editor di Milano, lasciamo stare che il Poeta volesse proprio scherzare con questa parola, e far che s senta Pambiguo, io pure sto col Biagioli; a me piace pi assai leggere a Laura^ e non ho alcun dubbio che cosi vol- le il Poeta; e ancora perch chiudere i capelli alfaura noo m* entra. Io non son cieco ammiratore di tutto quel che disse il Biagioli ne* suoi comenti; avrei amato meglio anch* io che ci fosse pi dignitoso, come richiede la profonda dot- trina, e la perspicacia, e il senno, che in quelli ha dimostro; avrei, anch' io voluto che non vi frammischiasse tutti quei tertre, e cambiare, a suo senno la mia propria Catica ci mi scema dT assai r immaginato diletto , anzi mi h temere che ne rimanga oonfuso e spenl anche il mio nome fra la turba degli editori e de* correttori. 453 proverbji che lasciasse alcune piaggere; per che, che mon- ta a me se V Alfieri nota? Avrei voluto che avesse una vol- ta 0 due, e anche tre, agramente biasimato il Tassoni , il Muratori, e chi altri sei merit; e fattili conoscere per quel- li che furono e non da pi; e non in ogni carta tornare alle medesime ingiurie; ma tutte queste cose son cose d^opinio- ne, e chi si sente infervorato come lui, s gliele perdona , quando gli fa intendere il Petrarca, e sentire le bellezze di quel gran poeta in modo, che mai non si sazii di leggerlo. Senza che , chi scrisse pk puramente di lui da 210 anni in qua , massimamente ne' comenti al Petrarca e a Michelan- gelo Buonarroti ? Il metodo, or fatto mio, di ragionare in grammatica da lui prima il trassi (i). La verit e la giusti- zia fu sempre e sempre sar la scorta del mio operare; e ora eh* egli pivt non mi puote udire gli ho voluto far que- sta lode, per non parere di volerlo adulare e per dar mag- gior fede alle mie parole. Si, col nuovo lustro che il Biagio- li diede a*nostri due soli poetici, i quali per la maggior par- te de* lettori non lucevano, fra* quali mi pongo io, egli s^  acquistato eterna fama. Abbiasi pure anche il Silvestri il merito e la giusta lode di tutta Italia, e in ci sar io pri- mo a tributargliela , per le tante opere classiche ch'egli ha ritornate in luce , ristampate e moltiplicate per uso degli studianti; ma non metta, o non faccia mettere, o non lasci metter , mano nelle opere de* letterati , per smembrarle , mutarle, o alterarle. (i) Non altrimenti per che abbian (atto Guglielmo Harvey e GioTan- li Wally rispetto alia teoria della circolazion del sangue, prima trattata da Icaldo Colombo, e da Andrea Gesalpino, come con leggiadra e dotta racn- e racconta il Bartoli ne* suoi Simboli. 454 la questa digressione io non credo essere uscito del seminato, n aver dimentico il pubblico bene per la pri?a- ta gratitudine ; ma m*  parso di recar gran giovamento ai giovani col far loro assapere come possano leggere e stu- diare i due gran poeti non solo senza noia e perdita d tem- po , ma anzi con risparmio di quello e della fatica. L^ edi- zione del Petrarca coi comenti del Biagioli  quella stampa- ta in Parigi nel i8ai, sotto gli occhi suoi. A chi vuol dunque conoscere le bellezze del Petrarca ivi ricorra; che per me, poco men potrei fare che ripetere quanto dissi del poetar di Dante (i)* In lui tutto  alta poe- sia , fervida e divina immaginazione, nobilissimi pensieri i pieno ridondante di gentilezza, di grazia, e di soavit, sen- za esser molle ; e pur con forza quando ei vuole. La terza luce della italiana letteratura  il Boccaccio, in lode del qua- le basti il ridire che del suo stile ho fatto la base principa- le di quest* opera , essendo egli il pi corretto scrittore io prosa , e il pi elegante; e nel corso di questo capitolo ne riparler. Ora mi tira a farne menzione la tradazione di Cor- nelio Tacito di Bernardo Davanzali , il quale credo dover raccomandare agli studiosi qual secondo maestro della pro- sa ; e come trover nel Decamerone ampio stile e largo, e sovrabbondanza di parole e di dolcezza, per lo contrario nel Tacito avr forse al primo di che lagnarsi della troppa bre- vit; onde il contemperare Tono stile con Taltro non Ga for- se mala cosa. Ma io ti so dire, giovane studiante, che se una prima lettura del Davanzali ti parr dura e faticosa, una se- conda ti diletter, e crescer il desio e il diletto quante pi volte lo leggerai. Eccone un saggio. (i) Ansi il suo stile  si purgato e scelto, cbe non v* in ini te le ^ lime da poter lerare una voce sola, e dir questa /uor tfuso. 455 DELLO 8TILK DKL DayANZATI Degli Annali di Cornelio Tiicito , libro primo* Roma da principio ebbe i re ; da Lucio Bruto la li-* berta e 7 consolato* Le dettature erano a tempo. La pode-- sta de" dieci non resse oltre due anni ; n molto V autorit di consoli^ n tribuni di soldati. Non Cinna^ non Siila si- gnoreggi lungamente. La potenza di Pompeo e di Cras'-^ sOf tosto in Cesare; e l'armi di Lepido e d* Antonio cadde^ ro in Augusto; il quale^ troi^ato ognuno stracco per le di-^ scordie ci9ili^ con titolo di principale^ si prese il tutto. Udo de* gran meriti del valente scrittore  quello di saper dilettare chi legge con modi di dire variati e nuovi ; perch , quando s^avesse sempre a leggere le medesime e- spressioai e le medesime parole , collocate nel medesimo ordine regolare, che  il gran difetto del Francese , presto verrebbe in fastidio la lettura , essendo della natura degli uomini il variar piacere.  certo , in questo piccolo tratto ti apre il traduttore un delizioso campo, e promette dilettarti gli occhi e la men- te con modi rari, nuovi, e arditi. Lascer stare il laconismo e la leggiadria che v* in tutto questo principio ; essendo questo un merito massimamente delPoriginale; ma nonper- tanto non piccolo nel volgarizzatore ancora, che ci vuol da- re una prova delia gravit e della brevit del dire toscano; e noi abbiamo grande obbligo al Davanzali per averci di- mostro che Tarmonia della lingua nostra patisce e compor- ta qualunque tono. Chiunque poteva dire Roma da principio fu goi^erfiata ini re ^ espressione che ogni lingua pale; ma non s, Roma ?bl/e, personificando, che rende il modo pi conciso e mae- 456 stoso. Bella  poi la ellissi dello stesso ebbe dopo Lucio Bra* to. Graziosa Tespressione a tempo^ perch rara, breve, e ar- dita; essa comprende : le deUature non erano perpetue^ ma conferite a tempo determinato. Il modo  italiano, come a torto^ a misura^ ecc; e ci ricorda il verso di Dante : Sempre in queir aria senza tempo tinta; ove determinato  par sot- tinteso. La podest de" dieci. Dice egli medesimo io una postil- la il Davanzati che : forse  meglio dir d^ Decemviri ^ e i nomi cos proprii come de^ termini lasciare ne lor termini; ma intanto vel lascia, sicuro d'esserne lodato, per la ragione che ho gi allegata di variar modi di dire* Bello quel resse^ perch dipinge; e ti par vedere il co- losso della podest stare in piedi; e ph elegante il reggere oltre che reggere pi di , perch quello si deve usare con parsimonia. N tribuni ecc. Avrebbe dovuto dire, segoendo gram- matica, n di tribuni f anzi ilei consoli n dei tribuni dei sol' dati; ma  assai pi gradito Io scorcio usato dal tradutto- re, lasciando il ripetere due articoli e una preposisione* lion Cinna^ non Siila. Quanto perderebbe di leggia- dria e di forza nel modo ordinario, n Cinna n Sillal pri- ma perch son gi due n posti avanti; e poi, non usando la congiunzione, egli  pi lecito allo scrittore il porre il ver- bo signoreggi in singolare; pi vibrante che signoreggia^ ron. E pi bello  signoreggiare che dominare; perch que- sto  vocabolo d*ogni lingua, e quello  nostro particolare. Adunque, mi potria dir taluno, poich non Cinna^ non SrA la f, migliore che n Cinna n Silla^ s'adoperi sempre la prima forma ; ma no ; die il renderla frequente la farebbe 457 non che comune, anche dispiacevole per V opposizione che presenta il mancar della congiunzione. Fa un bello eflfetto 1* omettere cadde tra tosto e in Cesare. Gi la preposizione in ti fa sentire, senza vederlo, qual verbo vi si sottintenda ; ed  grande accortezza dello scrittore il far servire il medesimo verbo cadere alla po^ tenza e ali* armi^ per aver campo di toglierne uno; e il dire la potenza e t armi cadere in rmo,  bella maniera in luo- go di cadere nelle mani di uno. Il quale trovato ognuno stracco. Non posso rimanere che non faccia ancora una volta considerare quanto stia bene nel discorso il participio passato per se reggentesi, senza Tau* siliare. Il vocabolo stracco^ per lo suono  pi efficace che j^anco; e par proprio sentire com* erano sazii di guerrecivili* iSV prese il tutto. Non  questo si postoci , come dicono per riempitivo ; anzi vi sta con bello e significante intendi- mento. Vedi a carte 68, dove comincia : Ma chi mai. Diceria di Clemente centurione , nello stesso autore. Parla a Druso figliuol di Tiberio, mandato dal padre a se- dare i tumulti delle legioni di Germania. A che venirci senza poterci crescer paghe ^ scemar fa^^ tiche^ far ben sperano ? Flagellare s e uccidere ci puote o- gnuno. Gi soleva Tiberio^ con allegare Augusto^ far ire in fumo i desidera delle legioni^ or ci sden Druso con la medesima ragia. Haccis^ egli sempre a mandar pupilli Che  ci, che r imperatore appunto i comodi de soldati rimet^ tdal Senato P Quando li mandano a giustizia o a combat-^ tere, perch non se n aspetta egli il compito altres dal Se^ nato ? Hannocisi a dare i premii passati per le filiere de consigli^ e i gastighi alla cieca ? 3i 458 Questa apostrofe  piena di vivacit, d*arditeasza, e di forza, qaal si coQvieae alla bocca di un centurione e di un ribelle. Quauto pi vibrato  quel a che in luogo di per guai ragione ! Grand* arte , segui tatrice de* moti passionati del parlante animo, nella trasposizione /fag^e//ar^ s ecc , toc- cando prima quel che pi duole; e molto adoperante  quel s.  che sarebbe se avesse detto ognuno ci pub /lagelare e uccidere? Dsi notarsi pur la bella metafora soldatesca /ar ire in fumo i desiderj; la vce ragia^ per favola,  toscana e vol- gare, conveniente alla qualit delPoratore. Interrogando vo- glionsi porre dopo il verbo le particelle che la enfasi non patiscono,e cominciare con parole sdrucciole se si pu, quan- do Tinterrogazione sia accompagnata da sdegno, covaehac* cisi, hannocisi* Fa forza la ellittica espressione che  ci^ che^ perch breve e animata, in luogo di che vuol dir que- sto die. Il vocabolo concito per sentenza finale  Varo , e quindi elegante. U espressione passati per le filiere de* con' sigli dipinge, e dar consigli alla cieca^ viva e mordente. Io voglio porre qui, in confronto di questo bellissimo animato stile, alquanto di quello del Monti , a corroborare la necessit di questa nostra fatica , e a dimostrare a occhi veggenti come la miscbianza di alcuni vocaboli e modifran- cesi facciano alla lingua un tal guasto, che quasi pi non pa- ia la medesima.  Una nazione di molti governi e molti dialetti, ac- ,, ci che i suoi individui s* intendano fra di loro, ha me- 9, stieri d* un linguaggio a tutti comune. Questa via di co- 9, municazione non pu essere linguaggio parlato ; pp^cb ,, ognuno di questi popoli ha il suo particolaredialetlo. Dall' ft que  forza eh' ei sia linguaggio scritto^ e posto sotto le i 459 ,y leggi d* una grammatica generale, che invariabile ed mii- ,, forme fermi il valore delle parole ,| Quei che SOQ posti in caratteri italici sono vocaboli e maniere francesi. Linguaggio lo avvalora Dante quando di- ce della fiamma di Guido da Montefeltro; In suo linguag-* gio si convertivan le parole grame; si, ma se Dante Taves^- se messo tre volte in sei versi, e fuor di rima, in mezzo a- gli indisfidui e alla sfia di comunicazione ^ o egli non sareb- be stato Dante, o pure questi modi sarian italiani, f^ia di comunicazione  metafora francese; e mettiamo che potes- se stare anche in italiano, che non credo, qui con la comiti- va del linguaggio scritto e del parlato^ e degli indis^idui con- tribuisce a imbastardire lo stile. Provisi a tor via que* vo- caboli cosi : Una nazione di molti governi e di molti dialetti^ aC" ci che i suoi popoli s* intendano fra di loro^ ha mestieri di una lingua a tutti comune. Questa lingua non pu essere quella che si parla ^ perch ognuno di qua popoli ha il suo volgar particolare. Dunque  forza eh* ei sia la lingua che si seriore. Ob,'oh,ob! mi sento gridare addosso! Perch non potre- mo noi dire individui^ linguaggio parlato^ linguaggio scrii" to^ via di comunicazione P II Monti volle mettere individui perch popoli Tusa poi. Dunque non sar mai leciio il dire in italiano uno individuo ? E quel via di comunicazione non  espresso,  tolto di peso; e ancora linguaggio parlato e lingua che siparla^ son due modi, perch levarne uno alla lingua ? Io son di parere che il Monti intendeva dire i popoli^ perch, per aggiungere in seguito questi popoli^ bisognereb- 46o be cbe gli avesse gi2i nomiDati; e quando hai detto lingua a tutti comune, bai espresso V idea pia di comunicazione  Ma qui sta il grande inganno, cbe si vorrebbe poter rendere vocabolo per vocabolo dal francese, e locuzione per locuzio ne, non considerando che allora sarieno le medesime lngue, solo pronunziate diversamente. Questa nostra lingua ha co- tal privilegio cbe, per non potersi scrivere come quella che si parla, o per iscostarsene d^assai, riesce tanto pi leggia- dra quando  ben scritta* Far poi vedere quanti bei modi e vocaboli si erano trascurati o espulsi per dar luogo ai fo- restieri. DELLO STILS DELL* ALFIERI E DEL MetASTASO Mediocribus esse poetis Non homines, non Dii, non concessere colwnnce^ Come che io avessi fatto cenno in sul principio di que* sto capitolo di voler dire qualche cosa dello stile o non sti* le di questi due poeti e lor pari, io m^era quasi rimosso dal \ mandare ad effetto il mio pensiero, per non andare incontro alla quasi generale opinione che se gli tiene come Dei ; se non fosse che, essendomi abbattuto di vedere in fronte alle tragedie delfAifieri, in una edizione fatta io Parigi nel 1788, una lettera di un Ranieri da Gasalbigi scritta alf autore in lode delle sue prime qnattro tragedie, la trovai s piena traboccante d* ingiurie contro il vero e contro la buona let- teratura, e tanto parziale verso cui  dedicata, che mi fece tornare nel primo proposto. Lasciamo staie le altre scem- piaggini di quella lettera, che queste carte sdegnerebbero , essendo ancor pi stolte di quelle delf ntipurisrao^ a una sola cosa io voglio rispondere. Egli scrive all' Alfieri, , Che y, quel suo stile Tha voluto con sommo impegno formar- t, selo sui nostri antichi modelli; cbe Dante pi d^ogni al- 46i ,9 tro rba sedotto;e Io ha egregiamente imitato.,, Per quan- to io abbia cerco nella prima tragedia, il Filippo, reputata la pi bella, io non bo potuto discernere in che abbia TAl* fieri imitato Dante. Abbiam veduto , dei primi nove versi da noi citati del XVII del Purgatorio, che leggiadra simili*- tudine, che bella immagine, tolta dalla natura, forma il gran Poeta con parole semplicissime , anzi famigliari , le quali ne giova ancor ripetere : ricordarsi^ lettor^ maij alpe^ co^ glierCf nebbia f scadere ^ altrimenti^ pelle ^talpe^ come^ quan^ do^ vapori^ umidii spessi^ diradar ^ cominciare^ spera^ sole^ debilemente, entrare^ essi^fia^ immagine^ leggiera^ giun^* gere, vedere , come^ risieder e^ solej pria , gt, corcare . Vi sono le voci talpe f spera^ debilemente^ fia^ pria^ corcare , non famigliari solo per T ortografia poetica ; ma la bellezza di quei versi non sta in queste parole. Ora, se Timitar Dan- te deir Alfieri non fu altro che in usar vocaboli che si tro- vano nella Divina Commedia, io non so chi altri non sapes- se fare altrettanto. Ma questo, cio di imitar le parole e lo stile di Dante, dice il Gasalbigi, non si dovrebbe far^e; egli  di parere che le sue bellezze trasportarle a noi convenga nelV odierno nostro pia cuUoy pi fluido linguaggio \ Adun- que in che diavolo ha V Alfieri imitato il Poeta , il Filoso- fo ? Nutrirsi de^ grandiosi sentimenti di Dante , imitarne le forti immagini^ le nervose espressioni^ soggiuige egli,  certo degno di lode. Bene, ottimamente, in quanto al sen- timento; e questo  appunto ci che non fece rAIGeri; per- ch queste non sono cose agevolmente imitabili, ma le for- nisce r ingegno. A me occorse gi d' avere a recitare il Fi- lippo; e io non sapeva dare a me medesimo ragione del per^ che non mi piacesse lo stile i a tal segno che non ci fa mai 46 a pi verso che io potessi durare a leggere alcuna altra sai tragedia, dal priDcipio insiDO alla fine. Dalle poche cose che notai di Dante potei scorgere quanto maggioroiente le bel- lezze saltino agli occhi nel doverle esporre agli altri; onde avendo a recitare la detta parte , ove bellezze poetiche ci fossero state, ben mi sarebbero occorse. Cercai dunque, e venni finalmente a persuadermi, per che Topinion quasi generale a me contraria mi faceva dubitare, il gran difetto del nostro Tragico essere, che altro non ha che declamazio- ne. E pure il suo lodatore dice : Le tragedie sono tanfo pia interessanti^ o pia perfette^ guanto son meno declamatorie. Egli  il medesimo difetto il quale quegli italiani e qaegU inglesi che sanno in che consiste la vera poesia, trovano ia tutte le tragedie francesi; si che non ti par di leggere poe- sia; non metafore ardite, n rare, n nuove , poche o nes- suna similitudine, non figure che escano dello stile ordi- nario e r innalzino, prive d' immagini tolte dalla natura, e di que* tratti che dipingono al vivo le passioni; tutte le qua- li cose formano il bello dello stile di Dante, nel cui poema non  verso che non sia poetico. Ben se n^accorse an mo- derno francese, il cui ingegno non potendosi tenere entro ai riguardi segnati, arditamente li pass, e sband a spazia- re neiroceano delle bellezze della natura; e in dispetto de* molti suoi invidiosi morditori, egli ne avr gloria Perci, come ne fece prova il Gasalbigi, Io stile dell' Alfieri si tra- duce agevolissimamente iu francese ; il che potr ben pia- cere a* frequentatori de' teatri, i quali il pi si pascono del auono de' vocaboli, ma non  nutrimento per la immagi- nazione; e le sne opere, non che fornire alcuna utilit ai gio- vani che le leggono, non fanno altro che guastar loro il ga- 463 sto, assuefacendolo a pascersi solo di sonori e ampollosi vo- caboli* Io feci adesso uno sforzo grande per rileggere tutto il Filippo; e per quello che a me ne pare, la cetra del no- stro Tragico non ha che una sol corda, la medesima mono- tonia dal principio insino alla fine. Ora io mi sento far intorno un grande abbaiare, co- me li cani addosso al poverello, gridandosi che io son ne- mico alla patria mia, quando io cerco di abbassare in que- sto modo i nostri autori ; ma cosi sempre avvenne che si chiamassero nemici alla patria coloro che non si riguarda- rono, per amor del bene di quella, di dire anche verit a- cerbe e dispiacevoli* Io dico dunque come Quintiliano di Seneca, non gi che scabbia a cacciare 1* Alfieri dalle scene o il Metastasio, quando non ne sorgano de' migliori di loro; anzi dico che le loro opere sono oro forbito in su* tea- tri, a fronte delle stomachevoli commedie tradotte dal fran- cese che ora ci si odono, ultima peste della lingua ; ma io consiglio, a coloro che voglian coltivar Tingegno, e sentano desiderio di gloria, che pi alto devon mirare per cogliere nel segno. Se TAlfieri, come il dice egli, dovette' fare stu- dio de* classici dopo ch*egli ebbe gi cominciato a scrivere, e s* accorse allora che non avea stile : Ma dovendo io pure scrisfere in lingua toscana^ di cui era presso che alf abbic-- ci; bisogna che voi, o giovani, vi facciate a studiare quei mo- delli che egli studi; e in pi^ che forse non fece egli; che, se la natura v* ha dato piii ingegno che a lui, e se sludie- rete lo stile prima di mettervi a scrivere, potreste far me- glio di lui . La sua prosa poi, nella vita eh' egli ci lasci di se medesimo, e cos gallicamente scritta, che a petto di quel- la T Antipurismo  elegante. Ora, meglio non potrei dire della poesia del Melastasio 464  se alcan dubitasse della mia intensione nel pubbli- care questi miei sentimenti, oda quel cbe scrissi un anno Ci a Monsignor Azzocchi, uno de' migliori nostri letterati. Monsignor Rev. Qualunque volta mi vien conosciuto uno a me onoTO promotore del buono stile antico italiano, io veramente mi rallegro meco medesimo assai per lo gran bene che ne de- riva alla comune nostra patria; per che la meschina lette- ratura della parte contraria, se letteratura quella si pu chia- mare, non ad altro conduce la giovent che a leggere sci- piti romanzi e melliflue poesie, allor che si mettono al let- to, per addormentarsi, lasciando la mente loro del tutto ro- ta di utili conoscenze, e quindi morta alla vera vita; laddo- ve r&ltra, per l'esperienza ch*io ne ho fatto con me mede- simo, di aspro e difficile accesso al primo, come uno la co- mincia a gustare, lo rimuove a poco a poco da^sciocchi usi di quelli che mai non fur vivi, de* quali pur troppo la mi- sera Italia abbonda, lo avvalora, g* infonde nel cuore amo- re alia virt, e gli apre una via senza fine a dilettevole spe- culazione  Onde non v*  dubbio che , quanto pi saraano g* invitatori a questo convito, tanto maggiore sarSi it nume- ro di quelli che vi concorreranno, e farasst Tltalia di mol- to migliore. Questa effusion del cuore , Monsignore, mi spinge fuori della bocca la sua bella traduzione delle favole di Fedro;e in una lettera che io scrissi a Parigi alcuni giorni sono, citai le sue parole: Che ora non ci potr essere se non gualche sciocco e superbo scolaretto che osi disprezzare ^el che si loda e si ammira da tutti. Io spero che V. S. R mi scuser se io la chiamo uno a me nuos^o promotore ; perci che , da che cominciai a studiare i classici, che sono 17. anni, infine ad ora, io non ne spesi in Italia pi di tre 465 e forse ancora lo ignorerei il merito sao, se Don Miche- le Lanci, della cui amicizia mi pregio, non m' avesse det- to, lodando, lei essere della scuola del Cesari  Quando io udii questo , mi venne desiderio di leggere la predetta sua traduzione, sopra la quale vedo accennato due altre sue op- per il Cornelio e gli Jwertimenti a chiscrm in italiano^ che mi procurer Io la prego che mi voglia perdonare la confidenza che io mi ho preso con lei, e aggradire questo testimonio della mia stima. Di V. S. R. Deino ohbi&o servitore A* Gbrutti DELLO STILE DEL BOCCACCIO Non as^a pur Natura in dipinto^ Ma^ di sooi^it di mille odori^ Vi faceva un incognito indistinto. D. Quando si volesse dimostrare le bellesBze dello stile d* ogni scrittore, detto che si fosse d*uno in poesia e d*un altro in prosa, bisognerebbe ripetere le medesime espres-^ sioni, le cose medesime per tutti gli altri; per, dopo aver lecco alquanto dell* alta poesia di Dante e del Petrarca , e lopo aver fatto un cenno della forza e della efficacia dello itile del Davanzali, terminer questo capitolo con alcuna esposizione del primo nostro scrittore in prosa, nelle cui o* ere, oltre alla propriet, e alla purit de* vocaboli, i quali lUora per la maggior parte la natura del luogo e de* tempi i 466 forniva , sodo sparse allre bellesee di locuzione e bei modi di dire a aiille a mille. In qaanto alla grammatica dissi gi eh* egli  il pi corretto, e che ho preso lui per prima au- torit ; mostrai come non  per tutto ci da imitar cieca- mente, perch nella ripetizion de* vocaboli  troppo copio* so, s che talvolta langue; egli ha usato alquanti gallicismi, i quali tutti son diventati buone maniere italiane; perch , adoperandole egli, le approv; ma ese si debbono pure usa- re con riserva  Il gittate il verbo in su la fine del periodo alla latina, come egli spesso fa, si pu con buono effetto n- sare anche da noi qualche volta, o per variare, o vero per- ch il sentimento delle parole il richiegga.Dei vocaboli che in sul fine di alcune edizioni son notati in indice per vo* ci antiche, essi son tali per chi non ha letto e per chi non li sa usare; ma per me, tolti pochissimi che in ogni qualua- que opera si trovano convenire a quella sola, il rimanente appartiene cosi alla moderna lingua, chi la sa scrivere, co- me air antica* Ma quante, non solo voci, ma espressioni bel- lissime, e leggiadri modi ed efficaci, s* erano per negghien- za, per infingardaggine, o a dir pi vero, per difetto d* uo- mini d*ingegno, abbandonali, i quali insieme con la bellez- za deVocaboli formano quelPmco^iVo indistinto^ che ren- de Io stile degli antichi tanto superiore a quel che s^era in- trodotto \ Il fiore della lingua del Boccaccio sta neiropera detta il Decamerone; per la quale Tltalia gli sarebbe assai pi grata se T avesse scritta con intendimento ad esaltazio- ne de* buoni costumi , anzi che ad abbassarli e metterli in derisione ; e non senza grande sforzo contro alla natura mia mi lascio io trarre a raccomandare per lo migliore studio della lingua, un libro pericoloso per altro nelle mani della 467 giovent ; ma le cose del mondo son pur troppo tutte cosi conteste di rose e di spine. Io chiuder dunque il captolo con una serie di frasi in ciascuna delle quali noter quella 0 quelle espressioni che aveano avuto la sorte delle voci dette antiche, e che quasi pili da nessuno erano n usate n conosciute; oltre alle tante che qua e l nel corso di que- st* opera ho gi messo sott* occhio al lettore; e rilever an- cora la forza e la virt di alcuni vocaboli o modi di dire che distinguono il grande scrittore* SAGGIO d'alcune BELLEZZE DI STILE DEL DeCAMERONE. Egli disse: io ti perdono^ per tal con\fenente^ che tu a lei i^ada; e come tu prima potrai^ facciti perdonare ; e dove ella non ti perdoni ecc. Ecco rara espressione, per tal contenente ; cio, per tal convenzione o patto, che francescamente si diceva a que^^ sta condizione; e un* altra in cometuprima^ in luogo di cO" me pi tosto f subito che^ pi comune. E dos^e ella non ti per'- doni; quanto pi bello assai di e se ella non ti perdona ! In questo sta l'eleganza  Dante ha: Dimmi *l perch diss* io^ per tal con sdegno ; donde par che il Boccaccio abbia tratto per tal com^enente^ segno manifesto che anch* egli not que- sta espressione per bella. Io sfi perdono^ s x^eramenie che wi mi diciate ecc. Os servisi il s s^eramente^ altra leggiadra forma che i moderni avevaa lasciata per la condizione de* Francesi. L* analisi  data altrove* Ma una cosa vi ricordo i che^ cosa eh" io vi dicd^ voi vi guardiate ecc. Anche ricordare una cosaaduno^ in luogo iavver^ tirlo di una cosa^ chi V adoperava oramai pi, se non i p- 468 chi che compiaogevano la general scioperaggine e incuran- za; anzi molti direbbero qui i;/ faccio risoxn^enire , sempre accattando da* Francesi* Elegante  la ellissi del per tra che e cosa; e questa bella espressione ancora, per cosa eh* io vi dica^ trovavasi forse nello stile bastardo ? Alberto conobbe incontanente che costei sentia dello scemo. Anche il bello incontanente vi saria forse chi 1 di- cesse antico tra quei che non leggono. Nella elegante locu- zione sentir dello scemOf sentire ha forza di mandar sento- re, odore. Le sue s^ituperose opere a tanto il recarono che , ncn che la bugia^ ma la verit non era in Imola chi gli credesse. Come gi dissi altrove, Tidiotismo non che non era gi atato abbandonato, ma stravolto in contrario senso da quel- lo a che era inteso; e chi pi Tintendeva fra la turba ? Tor- na a carte 3io se la memoria non tei ricorda. Ma un'altra cosa mi convien ricordare, che, con ci sia che questa scoo- giunzione (che cosi s'avrebbe a chiamare) sia sempre pre- ceduta da un altro che^ vi vuol dilicatezza in leggerete non dire che non che tutto insieme, n manco fermarsi al secondo cAe, quando pur si faccia pausa dopo il primo; ma le due voci non che s* hanno a pronunziare insieme conia bugia ^ cos: che.   non che la bugia , mettendo una egaal distribuzione di voce ma breve intra m>/i, cAe, e la bugiai si che paia una sola parola con V accento sopra gi ; e in questo modo si far vedere che si senta il senso della espres- sione. Se con egual dilicatezza si pronunzier la tanto risa congiunzione che ora qui io ho adoperato, con ci sia che^ non mover piili le risa come faceva. Mettiamo che anche a 4^9 questa preceda un altro che, ella s^ ha a leggere con questa misura: che*   con ci sia  . che questa voce, facendo una pausa dopo il primo c/te, un^altra do^o sia, e pronunziando conci sia quasi fosse una sola parola con Taccento in sia; e le due seguenti, che questa, ancora insieme; ma quando ci sMntramettesse anche la quinta voce cosa, allora si vuol leggere: con ci.   sia cosa. .  che questa voce. Sentito cos il valore di questa congiunzione, non parr pi ridicola, ma bella. L'analisi  data a carte 3 19. Notisi pure a tanto il re* careno, e vi s* intenda cattivo concetto. Ora vi manda egli dicendo per me.  non per mezzo mio, alla francese* Manda dicendo p er manda a dire, modo elegante. E, oltre a questo, ella disse che a lui stesse di venire in qual formavolesse. Che a lui stesse, in luogo delP altra pur bella maniera che lasciava in suo arbitrio,  da notarsi per amor della va- riet e della brevit* E di quindi, quando tempo gli parve^ se n^ and a oa^ sa la donna. Nota il di tolto a la donna , e V espressione quando tempo gli parve ^ nella quale  sottinteso opportuno ; dove, seguitando Francia, dicevano credette proprio. Qui non ha modo alcuno, se gi in uno non voleste Chi crederria che a si bella forma come se gi fosse stata sostituita la brutta e strana a meno che ? Come che duro gli paresse V andare in cotal guisa ; olire, per la paura che aveva, vi si condusse. Gi il come che non era pi usato, e non inteso per la pi parte di chi lo trovava nei libri { e pur eli*  cos bella 470 coDgiuDsione per variare con quantunque^ bench^ sebbe" ne  Bello idiotismo  il duro gli paresse^ il quale non sa- prei meglio rendere cbe per gli fosse grwc e il pi si conr dusse in luogo di vi consent. Essendogli ad una festa sommamente piaciuta una giovane del paese ^ e quella con ogni studio seguitando Lo dica un poco un moderno questo con ogni studio^ di costoro che si mettono a scrivere e pubblicare, essendo an- cora air abbicc dello stile, senza il rimanente corredo, e far ridere. Voglio dire che questi romanzieri e scrittori di commedie gittan talvolta qua e l qualche buona voce od e- spressione, e par loro di toscaneggiare, e ne fan pompa; ma standosi quella in mezzo di tante altre o lombarde o fran- cesi o di nessun paese o valore, rende il loro stile ancor pi da scherno. Di che ella in tanta tristizia cadde^ e di quella in tan- ta iray e per conseguente in tanto furor trascorse^ cAe, ri- voltato r amore il quale al marito portava in acerbo odio ^ accecata dalla sua ira, s* avvis con la morte di lui V onta che ricever t era parato vendicare. Ecco un periodo di perfetto stile, e di mirabile espres-* sione ed armonia, la cui maggior bellezza consiste in quel verbo posto alia fine; con cii sia cosa che leggendo questo tratto, si vada sempre incalzando la voce e la enfasi, ed in- vestendosi del sentimento delle parole, s* arrivi al fine con tal foga ed impeto, che v* abbisogna d*una voce la quale ci possa comportare; e si termini il periodo ch^ stato sospe- so con un vocabolo che pi prema, ed esprima un^idea prin- cipale. Per dico che a tempo e luogo il porre cos il ver- bo alla fine  tra le belle cose. Di die e onde come gi di- 47 cemmo, son due maniere e una espressione. Ma vedi quan- te metafore cadere in tristizia^ trascorrere in furore^ risvol- tar Vamor in odio^ portare acerbo odio^ essere accecato dal* riraj queste conslituiscono T energia dello stile; e nota l*e- spressione s* as^sfis per deliber N solamente dentro a* termini di Sicilia stette la sua fama racchiusa^ ma^ in varie parti del mondo sonando^ in Barberia era chiarissima. Ve* che forza, che armonia! QuelPardito sonando che qui suona si bene per lo corredo delle altre metafore raC" chiusa dentro ol termini e chiarissima , qual figurerebbe nello stile bastardo P Figliuola mia non dir di volerti uccidere. Forma particolarmente toscana, e da raccogliersi, per variare elegantemente, in luogo di non dir che tu ti voglia. E perci che le sue pi congiunte parenti dicevan sa aver avuto da lei ecc. uiver avido per avere udito, inteso, notala e ammira- la ; e gi vedemmo che dicevan se aver sta in luogo di di^ cevan eh* esse avevano. E quantunque filando lana sua vita reggesse^ non fu per ci di s povero animo , che ... Regger sua vita filando lana ! L^una espressione  pi bella che V altra, via via. Anche la voce animo in questo e in molti altri casi, come nel seguente, ra stata abbandona- ta per li francesi spirito, coraggio. Queste parole tutto fecero lo smarrito animo ritorna-' e in Cinione. Senti e godi del bello aggiunto smarrito. La cattivella che , dal dolore del perduto marito , e Iella paura della dimandata pena ristretta stava    Una misera innocente la quale, olire all'ayere perduto il marito di subita morte, si sentiva accusata d'averlo ella uc- ciso, in meszo del popolaszo minacciante, stava, dice il Boc- caccio, ristretta della paura f come colei che si sarebbe vo- luta concentrare in se nel modo che dice Dante : E qui fu la mia mente s ristretta Dentro da se^ che di fuor non venia Cosa che fosse ancor da lei recetia.  io credo che la ripetition di questi tre versi non siirl^ di- scara a chi legge. Ma questo  un atto che fa chi teme d'o- gni intorno, quello dico eh* esprime il Boccaccio di ristrin- gersi con tutto il corpo io se, quasi si voglia rimuovere da ciascuna parte, guardando sotl' occliio. I grandi le nolano queste cose. E moltiplicando il maestro in nos^lle^ venne al giovar ne alzato il viso^ e veduto ci ch'egli aveva in capo. f^enne alzato il viso^ venne veduto^ bei modi eh* eraD perduti. E osservisi che la maggior parte delle bellezze qui esposte non sono cose da ricorrere al vocabolario ; il quale non le pu suggerire a chi non V ha lette; bisogna raccorle leggendo i classici, e leggendoli per istudio ; la qual cosa  pur sempre dilettevole , dove il vocabolario  d' iosupera- bil noia. Quindi partitosi^ corseggiando^ cominci a costeggia' re la Barheria^ rubando ciascuno che meno poteva di lai Corsaro e corseggiare son termini derivali da corso , cio correre il mare. Hubare^veg^enle l'oggetto in vece del dativo,  assai usato dal Boccaccio; e notisi quel poteva me* no per aveva men potere. Tanto con dolci parole^ e ora con una piacevolezza^e 473 ora con unahra mi siete andato d* attorno^ che wi nCave^ te fatto tempere il proponimento^ jindar dt attorno ad alcuno con dolci parole e piace-* volezzek espressiooe che dipinge; come nella seguente fra* se tutto il venne considenandom ' E {^natogli guardato l dove questo messer Niccola sedem^ parendogli che fosse un nuovo ucceUone^ tutto il venne considerando^ Allora , quasi come se il mondo sotto i piedi le fosse venuto menOf le fugg t animo, e vinta cadde ecc. Vedi bel qaadro,e odi ?irtu di sermone! Le fugg Va- nimo, e vinta cadde^ metafore degne di quel fervido e vivo ingegno. Parie che lo scolare questo diceva^ la misera donna piangeva continuo* Nota parte in luogo di mentre che, gi analizzato al- trove; e continuo senza mente. f^edeva ancora in pi luoghi boschi, ed ondare, e case, le quali tutte similmente Verano angoscia desiderando. Sono infiniti i modi da moltiplicar le bellezze dello sti- le in chi ha T ingegno e Tarte. Gi tutta questa frase  mi- rabile; ma il desiderando specialmente, la cui analisi : ella desiderando quelle cose Verano angoscia. Se del Boccaccio solamente , volessi tutti citare i bei modi, e i vocabolitC le locuzioni, che constituiscono la leg* giadria dello stile, come ne potrei in copia estrarre e dai Villani^ e dal Macchiavello, e dal Firenzuola, dal Gelli, dai due Buonarroti, dal Caro, e da un Ariosto, da un Nardi traduttor di Livio, dal Bartoli e da molti altri, ognuno pu quindi avvedersi ch*io mi potrei spaziare in infinito. 32 474 CAP. XXX. DELLA ORTOGRAFIA Ortografia Ten dal Greco, e significa retta scrittura^ cio retto modo di scrivere le parole, e i segni che sono ^ doperati con esse, mediante il troncamerUo^Veiisione^ Vmt- mento delle parole, e il punteggiare* DELLA CONTnAZIONB Quando del mezzo d^ una parola si toglie una o pi lettere, come da toglierei e rimaner^ si fa torrei e rimar^ rj levando le lettere glie e ne, la parola si contrae, cio le due parti che rimangono si traggono l*una contro Taltra; e questa si chiama contrazione. Ci avviene massimama- te nel futuro e nel condizionale de Verbi, come morr^ mor- rei, parr^ parrebbe j corrai , corresti , in luogo d morinjy morirei^, parer, parerebbe, coglierai, coglieresti, dove  so- stituita una r alle lettere tolte ; e la maggior parte di que- ste contrazioni non dipendono dal volere di chi scrive, co- me corrai per coglierai , ma sono stabilite e fisse. Quindi sarebbe cattivo gusto lo scrivere morir, morirei ; parer^ parerebbe. Contrazione si pu chiamare anche quella cbe si fa delle parole tuono, pruosni, buono, figliuola, brie^, pi^ tra, leggiere, quando, nelle derivate da esse, Taccento ma- ta; come nelle seguenti tonare^pros^arcn benissimo, figliola- ta, bramita, petrone, petrina, petruzza, leggerezza Ck)me gi dicemmo  errore il dire tuonare, pruoi^are, suonare', perci che Vu impedisce alla voce di scorrere e di portarsi a tempo sopra Va ove cade Taccento. Si scrive anche b&o- 475 nissimo e leggierezza ; bench , per la medesima ragione, vi si dovrebbe torre Vu e 1*/. Dalle forme ti ricorderai^ ne faraii ti tagliai^ ponendo il nome delia persona dopo il ver- bo, e traendo Ti, si fa riconteratij furane^ tagliati; ma si debbe porre un solo t per far sentire la differenza tra que- sta e la persona terza che porta V accento, e raddoppia la -consonante : Datagli la canna f disse ^ forane questa sera un ; soffione alla tua sen^ente^ col quale ella raccenda il fuo^ co.B. Ricorderati di dire a tuo padre die i tuoi figliuoli ecc. B. Si contraggono ancora molti de* participi passali; co/io- ) sciato o contato in conto ; scemato in scemo ; dimostrato , destato % cercato^ confessato^ in dimostro^ desto ^ cerco^ e confesso* DKLLK PAROLE CBE SI SCRIVONO IN DUK O PI* MODI , Troppo mi estenderei se volessi qui numerare tutte . queste parole. Alcune hanno la sola differenza di una con- . sonante semplice o doppia, come femmina e femina, gram- matica e gramatica^ immaginare e imaginare; ma le prime di queste mi paion migliori,cio quelle che hanno la conso- nante doppia, perci che femmina ha Taccento su la prima; grammatica vien dal Greco con doppia m ; e immaginare vien da immagine che ha doppia m. Altre variano in una lettera, come gittare e gettare ^ glossane e gioitine ^palagio e palazzo^ giudicio e giudizio^ aggradare e aggradire^ impaz- zare e impazzire^ rimase e rimasto^ bries^e e bres^^ delicato e dilicatOj domandare e dimandare* Il seguente avverbio ha quattro forme, altramente, altrimente^ altramenti^ e altri- menti. Quattro forme ha pure il seguente aggettivo, amen-- due^ambedue^ ambidue^ e ambedue. Altre variano in pi let- tere, qome dew^ debbo, e deggio ; vedo^ veggo^ e \feggio ; 476 la scelta delle quali dipende dalla volontl^ di clii scrive. AI-^ cune preposizioni fanno raddoppiare la prima consonante della parola alla quale son giunte ; contrapporre^ soprappor^ re, soprapprendere ^ frammettere^ suddette^ contrappunto; altre no, come anteporre^ sottoporre ; iniramettere^ tradii zione. dell' accento Qualunque parola possa portare la pausa sostiene un accento che si chiama toRioo;perci che quella vocale sopra cui cade,  pi distinta nel tuono della voce. In anima  so- pra la prima a^ in amore sopra To, in infermo soprst f. Questo accento si nota col segno f ) quando cade su Y ul- tima vocale, come in pietas gios^ent^ cant ^ f^^^^ perde* Nelle voci chehanna una sola sillaba, come do^fo^ fu^ no^ non si nota se ella non  di doppio senso ; e di queste si segna in quelle che posson portare la pausa; come ,^, d^ W, n, /d; percli la congiunsione e, le preposizioni di e da^ i pronomi^/ e /le, e 1* articolo la son parole che non posso- no reggere la pausa; e quindi non hanno il valore delPac- cento tonico. I vocaboli glielo^ gliela^ gliene ecc, e dallo^ dalla ^ dagli^ composti da lo^ da la^ da gli, in somma tot* te le preposizioni unite agli articoli, non hanno accento tonico; perch la voce non si pu fermare sopra di esse, ma bisogna che vada subito a cadere* su quella parola che segue. I nomi personali mi, ti, ci, vi^ si, e la negazione no/i son privi d^accenio tonico. Bench vi sia se congiunzione e se pronome, questo che ha pure il valore dell* accendo, noo vi si segna. 477 DELLA ELISIONE Elisione si cliiania il torre da una parola l'ultima vo- cale, e supplirla col segno (') detto apostrofo^ si che in Iuo go di la animai lo idiota^ quello onore, che io, ti incito, s scrive Tanima, V idiota, queir onore, cK io, t^ invito. Il far r elisione in principio della seconda parola in luogo di le- var la finale della prima, come lo ^ngegno, la *nsegna, lo^m^ peradore, s usa pi in poesia che in prosa. Si fa ancora in prosa con la particella // articolo o pronome ; per esempio tra H pozzo e la ripa, te 7 dissi, in luogo di tra il pozzo e te Udissi* Le parole che hanno V accento in su Tultima (eccettuate le congiunzioni poich, perch, purch^ e quel le che finiscono in due vocali, non patiscono elisione ; onde si dice per io, savio amico, lev alto il pie, la verit  , an- d a corte, il mio amore, miei amici ecc. L^articolo gli non riceve elisione se non quando si apponga ad un'altra/; gli onori, gli anni, gf infermi. Delle parole dico io, amo io, lungo esso 9 volendo fare V elisione, s* ha a supplire un* h in luogo dell'o, perch cos vuole il buon senso eia ragio- ne che si conservi il suono primiero} e volere in contrario allegare le scritture antiche, come fa il Bartoli,  vano, per- ch r ortografia dee essere moderna. Non  per tutto ci da credere che queste elisioni sian sempre necessarie, come par che molli facciano, i quali si danno ad intendere di sapere scrivere a perfezione, quando Doo ne lasciano sfuggir una; che molte volte'Ia enfasi richie- de che si pronuncino le parole intere; onde si dir meglio la enfasi che renfasi; perci che lo sforzo che la voce do- manda nel pronunziar le due vocali pi esprime il senso della parola. Il Boccaccio dice* Se tu non hai quello animo 478 die le parole tue dimostrano^ non mi pascere dii^anaspe* ranza; dove quello animo  pi dignitoso che quelT animo. Jj articolo gli si truo?a pi volte usato intero inoanzi alla medesima i^ che con T elisione. Cosi neir espressione voi farete a me grande utilit^ grande ha miglior suono e pi valore che grand*; miglior snono, perch non si mettono io troppo vicino contatto le sillabe du^ ti^ ta; pi valore per- ch si d enfasi ali* aggettivo grande. Per la medesima ra- gione il dire grande Iddio^  meglio che grani Iddio^ per il doppio suono di diddi. Le parole che terminano in ce e in g ^ non soffrono elisione in prosa, dicendosi fallace amico^ prence adorato^ felice almaMcci antichi^ spiagge apriche^ ^ggi umane, (i) ( i) Io sentii gi in Firenze n pedante Smbeccherare nn francese, il qua- le aveva appreso in Parigi dal Biagioli medesimo il giusto suono e la vera scienza della lingua nostra 5 e da lui arer imparato a pronunziare piacere, pice, pece, loquace, pernice^ cornice, col proprio suono iulico^ e tal qua- le vuol ragione e armonia, cio con la sillaba ce distinta e chiara, comesi pronunzia nello alfabeto, senza mischianza d* altra lettera^ e quel fiorentino stava faticando il povero francese per fargli disapparare il bene appreso, e pn>- nunar le dette parole c^^ la ce oone se vi fosse una #. Essendo noto e agli italiani e a^ forestieri che non in Toscana , n ancor meno in Firenze, meglio si pronunci la lingua italiana; ma che Roma porta in ci il vanto sopra il rimanente d* Italia, io non avrei tolto a disputare se la pronuncia toscana della sillaba ce sia giusta o no, se non avessi udito di alcani an- che fra* Romani, i quali, per affettar toscanesmo, vogliono dare ad intende- re Vi forestieri ci che al buon senso e alP orecchio ripugna, cio che quel- la sillaba si abbia a biasciare allor che la a sta tra due Tocali. Qoellocke  manifesto difetto di un luogo non si deve imporre per le^e a tutti gli Italiani; e a carte 3 provai, con 1* autori tu *dcl Davanzati, che il pronunciare, come fanno i Romani, la 9 in esito, etiglio, uso, esalo, compressa eome in desidero,  erroneo, e toglie nn grazioso suono alla lingua^ ma, essendo na- stro costume sempre di difendere le nostre opinioni con lo scudo della ra^ gione, e con la forza della filosofa, non vogliamo pure in pronuncia far uvi d' altro schermo, e doasmdcrcwo a costoro che cos pretendono , se la Ict- .j 479 Anche quelle la cui finale  preceduta da m ; grandissimo onore j magnanimo uomOf fiamma antica, rime amorose^ sal- vo il monosillabo mi^ e la voce come innanzi all' e e alF / dl troncamento Noi confondiamo spesso il troncamento con V elisio^* ne; questa si fa innanzi a vocale, e domanda l'apostrofo in luogo della lettera che si toglie; quello si fa generalmente innanzi a consonante, e non vuole apostrofo, eccetto in al- cun caso ; in modo che dicendo un abito, un altro, alcun antico^ non ci vuol Tapo&trofo, perch uno e alcuno si tron- cano innanzi a consonante, K^a )9aire, un fratello; ma ci vuol l'apostrofo .dicendo un* anima, un* insidia, alcun altra, per- ch una e alcuna non comportano troncamento, non poten- dosi dire II moglie, alcun donna. Cos qual potendo es- ser tronco e pel mascolino e per lo femmininoi non vuoIq apostrofo in nessun caso, qual alma gentile. Le vocali che patiscono il troncamento sono Ve e il^Oi tera e si profferisce ce e ci, o sce e sci 9 e se dicessero questo e non quel- lo essere il giusto suono Torremmo da loro sapere se  alcuna differenza tra pace e pasce, pece e pesce, loquace e ambasce, pernice, cornice, e stamui^ tixce e siordisce'y e se pure insistessero in afTermare che egual fosse la pro- nunzia in tutti questi vocaboli, ne gioverebbe sapere, per nostra istruzio^ ne, il perch si scrivono con differente ortografia; e per qual ragione si vo" glia togliere un suono alla lingua e di ce e ice fame un solo; finalmente vo- lentieri udiremmo se in questo nostro idioma  alcuna sillaba, in cui prof- ferendo s* aggiunga veruna bench minima cosa, la qua! V occhio non veggia: Dicono che piascere  pi dolce che piacere i ma, quando par fosse, che non j non mancano parole in italiano con le quali farsi la bocca melata di questa dolcezza, essendo pieno di vocaboli che portano scia, sce, sci, scio, sciu, da saziarne chi ne  vago, senza distruggete eia, ce, ci, ci, cf, suo- ni da quelli assai differenti. A coloro poi che ci vogliono mantenere che il suono che essi intendono di questa sillaba non  n ce n sce , ma be- ne un medio, io dico che sognano; che la nostra lingua  ben decisa ne* suo- ni, e non ha i dnbbii  gli incerti come V Inglese. 48o quando sodo precedute da /, m, n, ri saI?o alcaD aggi che finiscono in ro,conie chiaro^nero; in modo che u go di egli ha bene fatto , s^edi bello ciottolo ^ mi sog, fare motto^ facevano vista di maravigliaresi^ facciamo biante^s dice egli ha benfatto^ vedi bel ciottolo j mi so^ far motto , facevan vista di maravigliarsi , facciam i bi ante. Dalle parole che finiscono in Ilo si toglie rultima laba , e nel plorale qualche volta le due //; fanciul pia no^ capei biondo^ capei biondi* In poesia si possoa tront tutti i verbi nella forma arono come guatar per guatare cantar^ cantarono ; e si truova anche in prosa: Lasciai donne la nuova sposa nel letto del suo marito^ e andar  B. y*  alcun troncamento de* nomi nel plurale, cornei sciati i pensier filosofici da una parte^B. in luogo dpe sieri; ma questo del plurale vuol gran riserva. Le parole che finiscono in a, fuor che ora avverbio,  suoi composti, a//ora ancora^ nou ammettono troncamei to ; buona compagnia^ amara sorte^ or voglio^ aliar griJ Gli aggettivi uno, grande, santo, bellone quello, vanno so, getti alle seguenti variazioni: un anno^ un santo^ uno sm co, una donna, un anima, gran vaso, grand'onore, gram scoglio, gran pietra, gran pietre, san Paolo^ sanfAntom santo Stefano^ sant'Anna, santa Maria, belfocchio^ bela gtio, begli occhi, bella donna, belle vedute, belle anime; fer quello vedi a carte i4o. Alcuno, niuno,nessuno,veruni seguono i troncamenti di uno. Le forme togli, vedi, sei, egli, eglino^poco, si posso no troncare e ridurre a to\ ve, se\ e\ ei, p. Questi tro& caraenti, eccetto e, domandan Taposlrofo. Le yoci fece t 43 1 alcQii^^^ si troncano in /e* e /9; a questa s'appone T accento, a 3odo duella Tapostrofot Di diedi e diede s fa die* e die ^ la pri ''0)D&Qa appartiene alla poesia. Mezzo e meglio si possono ridur- ^M-e a me* in poesia. Si pu troncare T articolo i dopo la con- ^/oId,s; unzione e, supplendo un apostrofo a questa, per esempio:* ,{mll Saladino^ e^compagnin e* famigliari^ tutti sapevan latino, I . // castaido a far fare certe bisogne che gli eran luo^ ji'^o pia giorni ifel tenne. B. 2. Partito il lor ragionare ^ co^ fmfninci Masetto a pensare... B. 3. Dicevangli le pi leggia- m^,dre parole del mondo. B. 4* Come i falli meritan punizio^ pern^^y cos i beneftcj meritan guiderdone. B. 5. Chi mal ti osa:iveio/, mal ti sogna. B. 6. Bench contraria usanza abbia liQ^tr^uesta legge nascosa^ ella non  ancor tolta via^ n guasta ^^rdalla natura n da buon costumi. B. , li; Regole del troncamento non si potrebbero dare positl- ^^ vamente, essendo cosa che dipende da orecchio bene orga- ^,_^r nzzato, da buon gusto, e dall' aver letto molto i classici; ,. e non  4eggier cosa, anzi di gran momento a chi vuol scri- ver bene* Generalmente si fa innanzi a consonante, come :  si vede in tatti questi esempj. Quando vi sono due verbi ^. neir infinito, si tronca il primo; che airorecchio non piac- ciono due parole terminanti similmente Tuna dopo Taltra, come fare fare . Si eccettua il caso in cui il secondo verbo cominci per s seguita da consonante; lasciare scor g re^ ma non sempre. L* articolazione delle parole loro e ragionare si lega piik facilmente troncando loro^ cio il lor ragiona- re^ che dicendo loro ragionare^ dove si sente quel ro ra. Tutte le terze persone dei verbi si troncano quando sono unite a un nome personale o ad un pronome, dicei^angli; che che ne dica T Antipurismo. Il troncamento delle due 48a forme meriian  fatto a proposito, per esser Taccento su la prima. Ognaao pu sentire che dispiacevo! suono produr- rebbe il pronunziare iotere le parole chi male ti s^uole^ ma- le ti sogna.  cosi chi vuol eonoscere Io sconcio che pro- durrebbero in questa frase ji che svilirci senza poterci ere-' scer paghe^ scemar fatiche^ far ben veruno^ le lettere che son tronche e tolte riponga le parole intere crescere^ sce-- marCf fare^ bene^ e sentir come si trascinano in dileguo. Il troncare V aggettivo Imono nel plurale, come buon costumi^ io luogo di buoni costumi^ non sarebbe ben usato oggi se non in poesia, e forse il Boccaccio scrisse buoni. Non si deb- bon raccorciare le parole infine della proposizione; s che si dir ella  degna delP amor mio o del mio amorem Lo sol vi mostrer che surge ornai Prender 7 monte a pi bresm salita. Questo troncamento prender 7 che si truova in una edizione di Dante del Lombardi  impossibile a pronunziar- si; onde non si pu troncare Tultima lettera d* una parola, e la prima di quella che la segue. Non  da dubitare die Dante scrivesse prendete 7 monie^ con (;) dopo ornai. DELL* AUMENTO OBLLE PABOLE Si aggiunge una d alla preposizione a^ quando  segui- ta da parola che comincia qon a; e similmente alla congion- zione e; quando  seguita da e  I Romani, in luogo di che ^ dicono ched ^ la quale non  forma da aversi in dispre- gio. L* aumento v\Ya e vXVe suddette si fa talvolta innansi a vocale non simile a quelle; ma non s spesso come fanno certi scrittorellii a cui pare un gran che quando sanno scri- vere ed addita^ ed adombra^ ed ode. E quante di queste ne han fatte dire al Boccaccio i suoi editori ! Al tempo suo la 48$ congiunzione e si poneva come in latino et^ fosse o no se- guita da vocale. Alcuni editori non si airiscbi^ono d cam- biarla in seguito secondo Tortografia moderna, perch nel- lespressione^ per esempio, et acconciassi et andossenCf noa potevan sapere (quando il Boccaccio avesse conosciuta Tor- tografia moderna) se avesse voluto dir pi tosto e accon-- dossi e andossene che ed acconciassi ed andassene. Ora , per che le vocali e a rendono miglior suono quando s*in- contrano insieme, che quando son divise per una d^ io scri- verei e acconciassi e andossene ; e tanto pi quando nella prima sillaba della parola seguente la e vi entra la d\ s che si dee dire e addita^ e adombra^ e ode. Similmerite^ egli  vero che noi aggiungiamo una i al* le parole che cominciano con ^ seguite da altra consonante, come con istampa , in Ispagna , per isdegno^ quando pre cede a quelle pure una consonante; ma non si ha per que^ sto ad abbondare in modo che diventi una seccaggine, o si distrugga la forza delle parole* U dire per esempio, Varie del ben scris^ere^ rende suono pi piacevole che tarte del ben iscrisferCf forma ridicola ; se alla espressione per non spendere s* aggiunge una i per farla gentile, si toglie quel contrasto alle parole che esprime la renitenza dello avaro; se nella frase Ghismonda non smassa dal suo fiera propani'^ mento tu vuoi modificare con una i quello aggettivo smos^ sa^ ne trai ci che ha maggior virt; il che si fa sentire per lo sforzo che fa la voce. Che vale aggiungere agli aggettivi misurato e moderato una s per significare qualit contraria, quando vi si appicchi un* altra vocale innanzi alla ^, a de- trimento proprio di quel suono che esprime la contraria i- dea, come in questo esempio di F. B. da S. C? // mia ismi-' 484 surato animo^ cose ismoderate^non a^edUili^ e sempre tn^^ p alte desiderava. A ogni niodo perch quella i io seguito di vocale ? E! non  egli un far le parole di gentili mostruose a dire col BartoU istatua e istia^ come nel suo seguente e- sempio ? Cos abbiamo per memoria lasciatane da Senofonr te^ mai non porsi gli eroi in istatua a cas^allo^ che il cawd-- lo non istia compi davanti alzato in aria.  pur mettendo* vi quel contrasto di non stia par che si puntelli il cavallo a star su alzato* DEL PUNTEGGIABa Nel punteggiare si comprende la virgola (,) , il punto e virgola (;), i due punti (:), punto (), il punto interroga- tivo (P), Tesclamativo (!),  le parentesi Q* A meglio far in- tendere qual sia fuso di questi punteggiamenti^ lo mostre- remo con gli esempj. Produrremo un periodo del Boccac- cio, e daremo ragione dei punti e delle virgole. La Fiammetta^ li cui capelli eran cre^i^ lunghi, e d*orOf e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti^ e il vi* so rtondetto^ con un colore vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati ^ tutto splendido^ con due occhi in testa che parevan C un falcon pellegrino , e con una boc- cuccia piccoUna, le cui labbra parevan due rubinetti^ sor* ridendo rispose: La virgola serve massimamente a dividere le frasi in- cidenti nella proposizion principale; onde infino a tanto che la proposizione non sia finita, le parole non possono essere divise se non per virgole; come io questo esempio, nel qua- le la proposizion principale  La Fiammetta sorridendo ri- spose; e si potrebbe ridurre anche a la Fiammetta ri^H>s^ mettendo sorridendo tra due virgole come incidente ; ma, 485 le due azioni di sorridere e di rispondere essendo simuU tanee, non le divido. Quando un nonae ha pi di due agget- tivi, come in questo esempio capelli^ si dividono per vir- gole; e anche Tultimodal penultimOi bench vi sia la con- giunzione* Le parole uiso ritondetto unendosi a tutto splen-- didOf quelle che son tramezzo formano on incidente; e per stanno tra due virgole. Non  posta virgola tra in testa e pcurwan^ perci che le parole che seguono sono una quali-^ ficazion eretta di testa; ed  posta la virgola dopo boccuC' eia piccolina^ perch V espressione pares^an due rubinetti  qualificazion di labbra. Finalmente dopo Fiammetta e pri- ma di sorridendo  una virgolai perch tutto il resto  inci* dente. Quando il dicitore introduce un* altra persona a par- lare, divide le sue parole dalPaltrui con due punti; come si vede alla fine del soprapposto periodo* Si usano anche i se- gni () non quando s'introduca a parlare un altrOfma quan- do si alleghino le altrui parole ; le quali finite, si chiudo- no coi medesimi segni; o pure si mettono le parole citate in caratteri diversi ; nel qual caso, quando la citazione sia corta, non fa pur bisogno n di due punti n di una virgo- la, come si vede qui nelle parole da me prodotte. I due punti servono anche a dividere le due parti prin- cipali d* un gran periodo. Era similmente allora in Firenze un glossane di mara-- vigliosa piacewlezza in ciascuna cosa che far voles^a^ astu-^ to e ay^ene^ole^ chiamato Maso del Saggio; il quale ^ uden^ do alcune cose della semplicit di Calandrino^ propose di voler prender diletto de* fatti suoi col fargli alcuna beffa^ 0 fargli credere alcuna cosa* E^ per as^entura^ trescandolo un d nella chiesa di San Giovanni  ^ 486 Nessuna virgola  posta prima di wlewi^ perch tatte le parole che precedono formano una sola proposizione in- divisibile. Il punto e virgola serve a dividere una proposi- zionCf con tutti gli incidenti ed aggiunti di quella , da un* altra proposizione; chiamo aggiunti le parole stanti tra \Hh Iwa e il quale\ il punto e virgola si mette quindi innanzi a tutte le congiunzioni che giungono una proposizione con Taltra, un membro d*un periodo con l*altro. Il punto divi- de i periodi ; e anche si mette dopo qualunque numero di parole faccia un senso affatto finito e staccato da quelle che seguono. Nello addotto esempio  un punto innanzi alla con- giunzione e , perch il precedente  un periodo finito , e la congiunzione ne comincia un altro* Quando si allegano pa- role altrui, e si lascia una proposizione imperfetta, come ho fatto io col soprapposto esempio, si mettono pi punti... per far vedere che si  lasciato il resto. Generalmente le con- giunzioni o ed e servono a giungere le parti d* una mede- ma proposizione ; quando queste parti son lunghe, si divi- dono per una virgola; quindi la virgola tra beffa e o fargli: Le virgole son poste per avvertire chi legge delle diverse pause che deve fare secondo lo scompartimento delle paro- le ; onde si usano qualche volta anche a notare brevi pause volute da chi scrive ; Tavverbio per ai^i^ntura  perci fra due virgole, le quali nuUadimeno non sono affatto neces- sarie. Il seguente periodo del Perticar i  malissimo punteg- giato, grazie, per certo, agli stampatori. Che le parole per lo pi sono congiunte fra loro: sen- za virgole: senza accenti: senza punti\ e che finalmente per la prodigiosa moltiplicazione degli esen^lari quelle jven- 48? turate opere sono passate dagli uni agli altri ignoranti qua - si perpetuamente^ e che niuno s^i fu il quale a guisa di tro- feo non vi lasciasse dentro alcun suo costrutto , o alcuna sua locuzione plebea. Dove sono i due punti ci volevan altrettante virgole ; e le parole per la prodigiosa moltiplicazione degli esempla-- ri e a guisa di trofeo essendo incidenti, debbono esser chiu- se tra virgole; e un punto e virgola dopo positimmente. I punti interrogativo ed esclamativo si fanno intende- re da se per la loro denominazione. Le parentesi si usano a chiudere un pensiero che oc- corre alla mente all' atto e nel mezzo della proposizione, il quale non si possa legare con le parole della medesima, o per cui le due virgole non bastino a comandare una pausa saflicientee un differente tuono di voce; per esempio: Niu- no altro sussidio rimase che o la carit degli amici (e di que- sti f UT pochi )j oTamrizia de" serventi. Le parentesi nondi- meno sono diventate di minor uso che non si faceva, e si supplisce a quelle con le virgole. Non si vuole anche tener sospeso chi legge con trop- pi incisi in modo che si perda il filo della proposizion prin- cipale e si faccia confusion d' idee^come si scorge nel se- guente periodo del Boccaccio : E perci che la gratitudine^ secondo che io credo^ tra C altre virt  sommamente da commendare^ e il contrario da biasimare^ per non parere ingrato^ ho meco stesso proposto di volere^ in quel poco che per me si pu j in cambio di ci che io ricevetti^ e se non a coloro che me tarono^alli quali per awentura^per lo lor senno a per la loro buona ventura^ non abbisogna , a que- gli almeno cC quali fa bisogno^ alcuno atteggiamento pre- ^ 488 stare. Ove non s potrebbe rendere il periodo migliore se non togliendo la maggior parte di quegli incisi. E 7 duca incominciaifa : Mantova... E V ombra tutta in se romita, D. Quando s* interrompe una proposizione per incomin- ciarne un' altra si mettono alcuni punti in mezzo. Virgilio, nel Purgatorio di Dante, stava per dare V informazione a Sordello da lui domandata, e gi aveva cominciato a dir Mantova^ quando Dante interrompe la narrazione di Vir- gilio, e si mette a parlar egli al lettore. DELLE LBTTSRZ MAIUSCOLE I nomi d* uomini, di citt, di province, di paesi, e di luoghi, si comincian con lettera maiuscola; i nomi di fiumi, di laghi, di monti, in somma tutti quelli che si appongono ad una nazione, ad una persona, ad un oggetto, ad uo luo- go particolare, voglion detta lettera. La prima parola d*uD periodo si comincia pure con maiuscola  Gli aggettivi di nazioni froficese^ inglese^ italiano^ ecc; si scrivono con let- tera maiuscola solo quando sono adoperati per nomi, per esempio^ gli Italiani^ gr Inglesi^ i I^ancesii ma non quan- do son giunti a un nome, come lingua francese^ linguale- desca. Allora che si citano le parole altrui, se non  una corta citazione, si debbo mettere la prima lettera maiusco- la, con tutto che precedan due punti* DELLA DIVISIONE DELLE PAHOLE IN FINE dVnA BIGA Quando si voglia dividere una parola tra una riga e r altra, non si debbono dividere le sillabe. Per esempio quando la ^  seguita da altra consonante, forma sempre sil- laba con questa ; onde le parole lasciare^ tester trasviare^ aspettare^ saranno divise in la-scia^re^ te-st^ tra-s^itt-re^ 489 a^speHa-'re.Sehhen l'uso sia di dividere le voci acqua ^ ac-' quisto^ in a-cqua a-cquistOf a me par pi ragionevole che si unisca la e all' a se si vuol poter pronunciare* Quando le consonanti son doppie, se ne mette una da una parte e V altra dall'altra, cos fat'to^ po^es-se^ as-sun" to* Due consonanti diverse, eccettuata la s predetta, si divi- dono, giar^i-no^ per^e-re^ in^con" trarre ^ por^a\ ma non quando concorrano ambedue nella stessa sillaba , come in fergogna^ abbagliare^ anagramma^ ove le lettere gna, glia^ gra^ Ibrman sillabe. CONCLUSIONE Saranno forse alcuni i quali, senza aver pur letto que- sta mia opera, diranno che, finalmente, io non so far aU tro che grammatiche ; che qusto non  lavoro d' immagi- nazione n d* ingegno creatore, ma sol di logica e d'erudi- zione; e simili cose gi da me udite e nel caso mio, e in quel- lo d' altrui, cosi da cui veramente per mia gloria sarebbe caro eh'' io facessi di pi, come da coloro che vorrebbero abbassare l' altrui merito; in modo che^ dove io m* aspetti lode e gratitudine di una scentifica e ingegnosa fatica, nii sen- ta anzi apporre a difetto il bou avere fantasia da scriver poesie o romanzi, n ingegno da inventar novelle o da com- porre istorie. Ma lasciamo stare che, quando altri fa quello a che la tempra del suo ingegno, o pi tosto la sorte l'ha gui- dato, pur che sia buono e utile, dovrebbe anche aver merita- to, io vorrei sapere di quale utilit siano state le opere d'im- maginazione uscite alla luce in questi 38 anni, se non a viep- pi corrompere e distruggere il sacro e glorioso monumeur 33 490 to della lingua Imparlao prima lo stile* e poi prendan la penna in mano; e oramai coloro che leggeranno queste car- te rifletteranno un poco prima di spacciarsi per autori; che, veramentc^eran venuti a tale, che si ponevano a scrivere sen- sa aver Ietto altro che cose francesi, digiuni affatto d^italia- na letteratura. Oltre a ci, bisogna che sappiano, costoro che altro da me richieggono, che non si pu pervenire a com- porre un buon lavoro di questa natura, senza aver fatto pri- ma pi e pi sbozzi e pruove, ed essergli andato intorno in- torno con Io scarpello della ragione a ripulire e rilevare; e che quest* opera non si poteva ridurre al presente suo stato senza una lunga pratica acquistata nello insegnamento delle lingue e nello scrivere pi grammatiche; in difetto di che non si pu parlare, e trattare la scienza con quella sicurezza e fi- danza che io fo, e che si richiede a persuadere altrui; s che per tale io Tho oramai, che io non porto invidia a nessuna opera del presente secolo; e quando la vita non mi bastas- se per altro, come che io speri poter fare di pi, io me ne andrei pur contento. Anche io voglio ricordare che la natu- ra umana  cosi bella, e maravigliosa, e potente, perch ella ha compartito i suoi favori, dando all' uno fervida imma- ginazione, prestezza e vivacit d'ingegno, ma ristringendosi alquanto nella forza; a quello altro pi tarda d' ingegno, e scarsa d* immaginazione, ma pi prodiga di forza razionale e di giudizio, di fermezza nello eseguire, e di perseveran- aa nel condurre a fine una cosa immaginata : tanto che si trovi fra gli uomini, chi abbia immaginazione e ingegno da comporre un poema, non saper fare un ragionamento logi- co o filosofico, e che qn^ scrive bellissima poesia,. sia nella jl prosa disordinato e confuso; coin mostra il Convito di Dan- 49 te, il qnale ti condace di meandro in meandro senza mai venire a una uscita, e ti trovi essere a termine, quando tu credevi d'avere ancora a camminare; dove in contrario av- venga che qual possa scrivere prosa eccellente e quasi poe- tica, riesca verboso e prosaico, e languisca, nella poesia, co- me il Boccaccio; e chi compone un maraviglioso poema non sia capace di fare i comenti a quello, e sia bisogno clfe al- tri esponga i di lui pensieri. Il Boccaccio ha ben chiosato al- cuni canti di Dante, ma tu dureresti fatica a scorgere in que* discorsi V autore del Decamerone. Cosi nel caso mio io di- co che, posto che io abbia tratta tutta la mia grammatica dai tre grandi, e i loro scritti sian la ferma sua base, non meglio forse avrebbero essi saputo ragionar di essa, che ab* Lia fatto io; e in verit, allor che io eonsiderava quanto p* co siea ltte V opere loro, io sentiva lo mio zelo intepidire, dicendo fra me: come puoi tu sperare che un libro-che trat- ta di una scienza generalmente tenuta in cos poco conto, an- zi in dispregio, trovi leggitori, se non si leggono le costoro opere somme ? forse, scorato, proseguito non sarei, se non mi confortava e spronava il pensiero che mi sugger Dan- te che 9 quando V usato sole  adombro per difetto di chi 1 vede, ci vuol chi il faccia agli adombrati rspleodere.-jE'dJbrii luce a coloro che sono in tenebre e in oscurila per lo ei- saio sole che a laro non luce* 2V. B* In un* opera di questa sorte, chi la I^ge e rin^ende ycrk es-' ser quasi indispensabile che la correzione dcUe stampo si faccia per lo au-. tote medesimo; ma d*altra parte la lunga esperienza avendo persuaso me es- sere altres difficilissimo che non sfuggano degli errori , quando' egli confidi in se solo, questa Tolta io mi son fatto aiutare da'4ue altre persone^ tanto- che confido che questa edizione sar riuscita correttissima. Vagliamtf alme* no questo pregio della mia. alle mie spese stampata in Roma, poich in Ita- lia i parti dello ingegno sono propriet di chiunque. 49^ INDICE DE' CAPITOLI Cap. I. Delle lettere^ pag. i. Cap. IL Delle parolei 4 Specificazione delle pa- role che compongono la lingua, 5. Cap* in. Del verbo, 6. Determinazione de' tempi e de* modi, y. Verbi regolarli ii. L> regolarif i5 Gap. IV. Del nome, 3i Diversi officii che & nel- la proposizione, 4i Cap* y. Deirarticolo, 47* Applicazione di esso, 5o Cap VL Dei nomi personali, 6a. Cap. VIL Degli aggettivi, 73* Cap, Vili. Degli aumenta li?i e de* diminnliyi, 85. Gap^ IX* De* comparativi e de' superlativi, go Cap* X* Aggettivi ogni^ ognuno^ ciascuno^ alcuno^ nUmo^ qualunque^ ecc. io5. Cap. XL Aggettivi numerali, lai* Cap. XIL Degli aggettivi possessivi, i3a* Cap. XIIL Degli aggettivi dimostrativi, iSg. Gap* XIV* Aggettivi e pronomi congiuntivi, i47 Gap* XV. De* pronomi, i6o* Cap. XVI* Pronomi dimostrativi e altri pronomi) 199* Cap. XVII. Del si passivo ai 2. Cap. XVIIL Delle preposizioni semplici, 3!23. e 2ai[. Gap. XIX* Delle preposizioni composte, 261  Cap. XX. Dello avverbio, :k66. Gap. XXI* Delle congiunzioni, 291. Gap. XXIL Delle interiezioni, 3^6. 493 Gap. XXIIL Sopra alcune costruzioni dipendenti dai verbi essere e avere ^ 33 1. Gap, XXiy. De* participj, 34S* Gap. XXy* Quali siano quei verbi cbe vogliono e^- sere per ausiiiariOf e quali were^ 356. Gap. XXVT. Sopra V uso di alcuni modi e tempi dei verbi, 376. Gap. XXVIL Sopra alcuni idiotismi, 399. Gap. XXVIII, De' Gallicismi 417. Gap. XXIX. In che consista la bellezza della lingua, 4oo* Gap. XXX Della Ortografia, 47^*  I 494 INDICE DELLE PAROLE 'd o ad, prqi. teorica) aag* a a 3 4 ^, art. e prep*. So. Abbastanza o aai, in luogo di j o tonfo, gallicismo, 4o9- Acci che , congiunzione , 3o2. e 317. Accordo del yerbo col nome - gente che dinota moltitudine,4o4* Adunque, congianzione, 3 17. AffaUo, aYTerbio, 277. Afftn che, cong; 3i8* Agbiitb, termine grammaticale; definizione e uso, 44* Aggettivi, 72 a 85, di quanti- t, 74; lor vario yalore, 8i. Ah ! ahi ! ahim \ inter 5 3a6. e 3a7. Ai, al, allo, agli , alle , art. e prep, 48* e 49* Alcuno, aggettivo, 89* e 90. Alfabeto, definizione, I. Alfiebi e Metastasio loro stile; 46o Alquanto, aggettivo, 75. Alto, avverbio, a 7 8* Mtresi, cong. e avv; 3i8* Altri, pronome singolare, a 06. Altro, aggettivo, 78. pron. 207. Altrimenti o altramente, 373. Altrui, pronome, 207. A mio senno , a mio modo , a mia posta, 378* Analogia, definizione, 44 P'>~ ma nota. Anche,ancora, ancora cAtf,3i8- Ancora, avverbio, a88. (1) Dal greco s/n cqu, taxis ordine. 'Anzi, congiunzione, 299. Articolo, definizione , 4?; applica, zione, So, a 6a. Articou, quanti ne sianoi, 47* Aspettarsi, idiotismo, 4oi. ^ftratfo.defini^ione, x4o, la nota. A tempo, avverbio 390. A torto, avverbio, 289. Aterb, ooniugazionei 1 4 Avere a e avere da, teorea,337. Avvegna che, cong., 3x8. AvVEBBJ, sintassi (i) a66 a agi. Aumentativi, nomi; teorica 85. a 90. B Bello e fatto, idiotismo, 73* Bene, avverbio, 276. Bench, congiunzione, 3i8. BiAGfOLi; suoi comenti aopra Dan- te e il Petrarca 45o Boccaccio, saggio d* alcune bel- lezze dei Decamerone, 4^^* C Certo, aggettivo, X19. GHE,termine comparativendenti dai ver- bi essere e avere, 33 x a 344* Costui, costei, costoro, prono- xni I99' * ^o5. Cotesti, pronome singolare, 20 5: Cotesto, agg. dimostrativo, i4g* Cui, pronome congiuntivo, i54* 495 D Da, preposiadone^ teorica, a34. a 241* J>a, che congiunzione, 319, Da\ art, e prep. 90. Dai , dal, dallo, dagli , dalle , art. e prep; 48 e 49* Da bene, da molto, da poco^ da nulla^ idiotismi, a36. e 237. Dantb e il Pbtkaiga; loro stile 444. Dassi, error volgare, 17* Dativo, termine di grammatica, 46. Davanzati, del suo stile, 455. 2>e\ art. e prep., 5o. Deh\ interiezione, 3a7. Dbl, dello, della, ecc , ntOLr , SELLE, apposti aU'^oggetto del ver- bo, 107. a 112. Del, dei, dello, degli, delle, art. e prep*, 48 Del tutto, avverbio, 277. Desso, dessa, dessi, desse, prono- mi, 2o8 Di, preposizione; teorica, aaS a 229. Di presente, avverbio, 278. Di colpo, avverbio, 289. Di bottOj avverbio, 389. Di piano, avverbio, 289. Di vero, avverbio, 289. Diminutivi, nomi; teorica 87. a 90. Dimostratigli, aggettivi, teorica, i39 a i46* Dimostrativi , pronomi, 199. a a ao5 Doh\ interiezione, 327 pronome, 160 a 170 Glielo, gliela, glieli, gliele, glie ne, 171. Grammatica, definizione, i. Guai\ interiezione, 33o. Hai ! interieBone 3a8. I iDfonsHi, dimostrazione d* aJcn- nit 399* Il 9 articolo, 47} pfommie, i6 a 170. Il che, sua significazione; 14^* Imperativo f modo, definizionp, 7; uso, 383* Impkifitto; tempo, definizione 7} uso, 376. Iff, preposizione; teorica, i5e a aS3* Incidente, definizione^ 196, nota. Incontanente, avreibo^ a8- Indi, avverbio^ 287. Indicativo, modo; definirioiif 7; usob 376. Infino, insino, arverbio, a8S Infinito, modo , definizione, 7 *, tuo, 393. In /atto, in /atti, avreibio, 39, In guanto, avverbio, 390. Inoltre, congiunzione, 3ao. In questo, in quello, in quota, in quella, idiotismi i44 In somma, congiunzione. Sa. Intanto, avT* a86; cong. 32o. iNTBRiBZioiri, 3a6. Intorno; aw a83; prqu a6S, Io, nome personalev63. Ivi, avverbio^ a68 e ^7. h La, articolo^ 47; inonoiac; 160. a 170. e 193* L, avverbio, a6S- Laddove, cong. 294 e 3ii* Laonde, congiunuonev 32o. Le, articolo, 47$ pton 160 a 17. Lei, pnmomc, 160 a 170. UtUr, loit>qnalIti^ equautit^'i- Li, articola, 47 proti. i6o a 170. Lit ATrerbio, 169. Lo, rtiooio, 47 ; pionom^ i6o. a 170. Lo sono, gallicismob 194* Lodard di alcuno, idiotismo 4i3. Xonob aggettiyo possessivo^ i39$ pronome^ t6o a 170 Lui, pronome, 160 a 170* M Ma, congianiione 3ao Mano^ a mano a numo^ ayyer Bio, a8o Mai, non mai, aTrerbj 17 a Manco^ arverlo a86* Mascolino, genere, 33. Medesimo, aggettivo, 11 8. Me%90, aggettivo^ ia9; in questo mezzo, avverbio a86 Mi, me, nomi personali, 63 Mica, avverbio, a83. Mille e mila, 137* Mio, aggettivo possessivo, i3a. Modi m ram nt* vbrbi, 7j sin- tassi, 376* Molto, aggettivo, 74 a 7^; av- verbio, a67 N Ne, nome personale, 71; prono- me, sintassi, 17 aj /i gallicismo, 17$. Ne*, articolo e prep; So. N, congiumione negativa, 196* Nel, nello, nella, ecq art. e prep* 48* Nessuno, niuno, nullo, aggetti- vi , iia. piente, pron* 11 a, aw. a83. Tfo, non, negasioni, a7a. 497 Noi, nome personale, 6o. NoMB 3i| genere del nomci 3a$ nomer del nome, 35 a 4o* Diver- si officj che fa nella proposizione, 4 > Nome, riierentesi a pi perso- ne 4o5* MoMiPBHSOVALi, sintassi, 6a a 71. Non che, congiunzione, 309. Nondimeno, nuHadimeno, con- gianzione, 3ao a 3 ai* Npn ostante, cong. 3ai. Nonpertanto , e non per tanto , cong. 3o5. Nostro, agg. possessivo^ i3i NuMBBAU AooBTTivi teorica, sai. a i3i. O Ot stretta e larga, a. cong. 3oo. O ohl ohoil cime ! Mm\ 01- b\ interi 3a8 e 3a9. Oggbtto, termine grammaticale, 44 6 63j la nota. Ogni, c^;nuno, aggettivi, 106. e ii5. Ol] interieiione, 3a9. Onde, pronj i84* a i88. e a54 eong. 3i5. Ora, avverbio, 175; ad im* ora, a8a. Ora, or, conganzioni 317. Orsl interiezione, 33o. OaTooaiFUi 474* P Prolb, 4* Specificazione delle parole che compongono la lingua, 5. PRTiciPto, definizione, 7* Pabticipj, 345. Participio pre^ sente, sintassi, 345 a 348j partici-^ pio pauato, sintassi, 349 a ^^^* Parte, a parte a parte, 386. lA 4o Pe* art* e prep; 5o Per, preposuione ; teorica a4>* a a5o. Per certOj aTrerbio^ ago* Perch, congianzoni, 3oa. e 3at* Perj perci, per che, perci db congittozoni, 3o3, 3ai e 3 a a* PaaFiTTO, teinpoj definizioact 7; uao 376. e 379. Per la qual cosoj cong; 3aa Pertanto, congianzione 3a7* Per tutto ci cong; 3aa. Pia, agg. 77 ; tenn* ccMDparatTO 07, arr. a79 Plurale de* nomi, eome ti fimni, 35* a 4o Poi che, arveiliio ayS. Poich, congDiuone, 3aa. Poco, aggcttiroj teorica, 74 a 78* Possessivi , agobttiti  sintassi, i3a. a i39 Poeto che, cong. 3 a a. PaBrosiziom coupostb, a64; sin- tassi, a6i a a64* PKBPOSizioia snmiei. sintassi , aa3. a a6o* PnoposizioiiBj definizione^ 5. ana- lisi, 4t6 Proposizione e pttpoeitione, loro differenza, 45, la nota* Pretto, avverbio, 379. Preterito, tempo^ definizione, 7* PasTBRiTO perfetto, perfetto com- posto , e imperfetto^ teorica , 37$. a 379* Prima che, cong; 3a3. PaoifoMii sintassi, 160 a 199* Pu ! interiezione, 3a9 Punto, avverbio , a83. Pure, congiunzione, 3i3. Purch, cong; 3^3. Qif 7^ termine comparativo, 91 j avv. 267. Jn quanto, avverbio^ x9o. Quantunque, agg* 1S7; eoagiiui- ione, 3oa. Quegli e f ft , pnmoDae singo- lare ao5. Quello, aggettivo dimottratiio , z4o, t56 e aoa Queeti, pronome singolare, aoS- Questo, aggettivo dimostratTO , t4o9 e i56. Qui, qua, quivi, awerbj, a6S. Quinci e quindi, nw.a7i, quin^ di, congiunzione^ 3a3 R Batto, avverbio 379. Rimembrare e ricordare, 4>t* Rispetto, prep^afiS. avverbio sot- tintesob 4oB S Sklvo se, cong* 3i4* Saper grado^ idiotismo, 4<4 Sciente, a sciente, aw. aSo Se o si, pronome ; teorica, igS* Se, congiunzione agt. Sebbene, congiunzione 3^3* Seco, suo oso, 189. Semplificazione delle imitai' t de* verbi in ere; aa. Sempre mai, avverbio^ ag** Se non, congiunzione, 299. Se non e, cong; 3i4* Senza che, cong; 3:b3. Sincope, definizione, a3. ft termine comparativo^ 915 av^ erbio 371* &*, passito, sintassi, aia, a aas Si chcj cong; 3i3 ^ veramente, cong; 3^4. &n, lino, ayy. a85 &' fo/e, idiotismo, a 19. Solecismo, definizione, io 4* Solo che, cong; 3a4* Sta ! interiezione, 33o* Stanotte, stamane, stasera, i43 Stare, idiotismo, 4oi* Suo, agg possessivo, i3j. Superlativi, aggettivi, loi aioS* T Tale, aggj 73. corrispondente di ^uale, i5o Tanto, aggettivo $ teorica, 74 a 78; termine comparativo, 91. Tanto che, cong. 3 a 4* Tempi b modi de* verbi, 7 sin- tassi, 376* Test, avverbio, aSo. Toccare^ idiotismo, 4oi* Tosto, avverbio, a 7 9. Tra, intra, preposizioni, a58 Tratto, tratto, avv. aSi. Troppo, aggettivo, teorica, 74 a 78- Tu, ti, te, nomi personali, 63 a 67. 499 Tuo, aggettivo possessivo, i3a. TuUavia, aw; aS8. cong; 3a4 Tutto, del tutto, aw. a77. Tutto che, cong} 3a4 U Uno, aggettivo; teorica, ia3. tJn pezzo, avverbio, a77. V YbbbOi definizione^ 6. In quanti modi, temjM, e persone, si divida, 7* Vbrbo bbgolarb, coniugazione, 9. Vbbbi irkbgolibi della termina- zione in are, 16; in ere, ao a aS in ire, a8 a 3i. Vbbbi, quali sian quelli cbe voglio- no essere per ausiliario, e quali, a- pere, 356 a 368. Verbi ed espressioni significanti stato di cosa 4o3. Verbi attivi, passivi, e neutri, denominazioni faJse, 368. Verbi cbe comprendono l*agente in se, 43- Vbabi la stato; 357. Verbo governato da pi agenti 4o6 Veruno, aggettivo, 11 3. Vi, ve, nomi personali, 63* a 67. Vi^ pronome, i83. avverbio a68. Via, termine di moltiplicazione, i3o, avverbio, a83- Voi, nome personale; teorica 63. a 67* Vostro, agg. possessivOtiSa. 5oo LISTA DE' SOSCRITTORI Esemplari. Abatemarco D. Dom., avvocato, Napoli. AlbiteSi medico chirurgo, Roma. Albites Felice, proC di lingue, Napoli. Alfonsi Alfonso, Roma. Amici Domenico, Roma. Antinor marchese Gius., prof, nella universit di Perugia. Appert, Monsieur, proC di lingua francese, Napoli. Baglioni, contessa Agnese, Perugia. Barola, Don Paolo, professore in Propaganda. Belli Carlo, Roma. Bessier Filippo, prof, di lingua francese, Roma. Blondeau, Monsieur, decano della facolt di diritto, membro dell* Instituto d Francia. Ronfigli Francesco Saverio, Roma. 2 Bonfigli Camillo, Roma. Borgia Costantino, da Yelletri. Bruni, cav. Fedele, Roma. Buonaccorsi, albergatore, Napoli. Capranica, marchese Domenico, Roma. Caracciolo Torrella, principessa Laura, Napoli. Castellini Vincenzo, Roma. Catterinetti Fianco, conte Giuseppe, Verona* 2 Cecilia Francesco, Roma. Cecchini Filippo, Perugia. 4 Sol Golasanti Enrico, Roma Coletti, baroQ Luigi, dal Tufo. Collegio dei nobili de* PP. Gesuiti, Roma. Conti Cesare, Firenze. Crjrstie, Lieut. Tho'., Edimburgo. D' Alessandro Marco, da Magliano. D'Alessandro Emmanuele, da Magliano, D* Auriol, Monsieur, Roma. De Angelis Virgilio, prof, di filosofia, Sezze. Demicbelis Luigi, Roma. De* Marchesi Pacca, S. E. D. Bart., prelato, Roma, De Yiviers, le baron, Parigi. Di Carbonana, conte Francesco, Roma. Ewing, M.', prof, di lingua inglese, Roma. Feliciani, DotL Alceo, Roma, Froudire, Monsieur, di Rouen. Gerardi Filippo, Roma. Giachetti Carlo Luigi, Napoli. Gori, maestro di musica, Civitavecchia. Guccioni Maddalena, Roma. ^ Grillo, Don Angelo, Napoli. Lanci Michelangelo, prof, di lingue orientali, e in- terprete al Vaticano. Latini, R. padre, rett. del collegio de* Nobili, Na- poli* Litta, conte Luigi, segretario dell* ambasciala Au- striaca. Luperano, principessa di, Napoli. Luzj, marchese Carlo, Roma. Macchia, Don Francesco, Roma. -"^^   -* 5pa Manara Angelo^ Milano* Marchesi Raffaele, prof, d'eloquenza, Perngia. 4 Marchiarave Francesco, del tribunale del Governo, Rooia, Marozzi Giuseppe, Pavia. Masciarelli, S. E. D. Vincenzo, Roma. Maslrotli, S. E. D. Giovanni, da Tagliacozso Masi Luigi, Perugia. Mencacci, cav* Luigi, Roma. Monastero di San Dionigio, Ronaa. 4 Moneli Gaetano, Roma. Morandi Giuseppe, Avvocato, Roma. Moriconi Luciano, Roma. Nau de S,^ Marie, Madame, Parigi. Neri Paolo, Roma. Oddi Fraucesco, spedizioniere apostolico, Roma. Olivi, Don Antonio, cappellano di S. Luigi de* Francesi. Ottley, Slr Richard, di Londra^ Orsi Tobia, avvocato, Roma. Pacelli Marcantonio, avvocato, Roma* Papi Ferdinando, parroco, Roma. Parkinson lohn, inglese. Petrarca Gio.i avvocato, Roma. Piselli, procuratore, Roma. Poncein Albert, de Grajr. Priore Luigi, Napoli. Puoti, marchese D. Basilio, Napoli. Raggi Oreste, avvocato, Roma. Ramelli Alessandro, Roma. 5o3 Rebecchi Filippo Roma. Resta D Gaetano, d* Avezzano. Ricci, Dott. Angelo, da Eoipoli. Rinaldini Paolina, Roma* Rosa Faustino, Roma. Roselli Angelo, Roma. Russell, Miss Anne, Londra. ^ Russell, Miss Mary, Londra. Ruffa D. Francesco, Napoli. Sala Ciampi, Maria Teresa, Roma. Sambon, Monsieur, Napoli. Sani Felice, Roma. Saulini Luigi, Roma. Scoccia Carlo, avvocato, Roma. Serny Francesca, Roma. Serny Fran90s, Roma. Sgambati Fileffio, Roma. Soldini Giuseppe, prof, di diritto di natura e delle genti , alla Sapienza, Roma. Tavani Domenico, da Magliano. Tavani Giuseppe, Roma. ToU Roberto, colonnello russo. Trambusti Filippo, Roma. Ubaldi Saverio, Roma. Yaccari Matonti, D. Pietro, Napoli. Walter, Miss, inglese. Zaccaleoni Agostino, avvocato, Roma. I \ NIHIL OBSTAT J. B. Rosaoi Scholaram Piaram Censor Philolog. REIMPRIMITUE Fr. A. Yinoentios Modena 0. P. S. P. A. M. Socius. REIMPRIMATUa A. Piatti Patrlarcha Antiocheno Yicesgerens / fi a !l 'B *1 '1 !t GRAMMATICA FILOSOFICA =#^8^

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