DELL' ABATE A / ' KD8SMBI1 aiMMH swu 8TAB22*2JBlTrO TU. E OAXiO* VI OAKC S4?8XiZ*I I OCSHT. Largo 3. Giovanni Uaggure I. 30. 1844. Digitizred by Google Dgitzed by Google FILOSOFIA DELLA i aj a & b a VOLUME IV. Piatit eci by Google Digitized by Google Digitized by Google Digitized by Google DEL PECCATO ORIGINALE IN DIFESA SS> GRASSA? S&&A GSgSS87SA CONTRO IL FINTO EUSEBIO CRISTIANO. Digitized by Google Digitized by Google A 'accoglie questo volume alcuni scritti co' quali f autore rispose a degli avversari che attentarono di mettere in dubbio la sanit della sua religiosa dottrina. A ha non parve di dover tacersi in cosa s principale, eziandioch alcune censure a lui fatte fossero e di poco peso e in modi sconvenevoli esposte. Perocch la verit cattolica la vita degli scritti suoi ; ed persuaso eh' esser debba la vita degli scritti di ogni persona, a cui abbia la divina Bont conceduto di possedere si pienamente la ve- rit, da appartenere a quella Chiesa che n la colonna ed il firmamen- to. Laonde ehi potesse dimostrare d un tale scrittore, che dalla purezza e pienezza della sapienza cattolica si allontanasse ; avrebbe gli scrini suoi ferito a morte, e resi imitili quelli a cui pure sono rivolti. Concios- sinch a chi altri possono essere indirizzate principalmente le parole di un cattolico, se non ai fedeli della sua Chiesa ? E che altro intendimento Rosmini Voi. XII. 425* Digitized by Google pu egli avere , in iscrivendo, se non di difendere, illustrare o sviluppa- re la dottrina eh egli, con essi, credendo, professa ? Troppo avventurati sono i figliuoli della vera Chiesa di Cristo, pel deposito che hanno delle salutifere verit ! e troppo han ragione di ser- barsi gelosamente un tanto tesoro, che loro non pu venir meno, guaren- tito neir unit deir apostolica cattedra a cui sono discepoli ! Non fluttua- no essi neir oceano tempestoso del dubbio, come pi o men di fare mestieri a quegli infelici, che dalla beata societ loro stanno divisi. Ai quali non resta se non il laborioso travaglio di cercare la verit, men- ir essi ne godono gi il possesso, la meditano e contemplano, e quasi ali- mento saluberrimo in propria sostanza la cangiano. Onde non uopo a' cattolici di tornar sempre addietro nello studio della sapienza , e rimet- tere in questione continuamente ogni cosa, come se nulla conoscesser di certo, e fosser sempre ai primi elementi del sapere : questo desolante gioco rimane bens a fare all umana filosofia, se sola e senz aiuto di fe- de procede ; la quale va, va ; ma su' lunghi suoi passi incessantemente ritorna, incerta com ella sempre d averli ben posti. Di che apparisce che l' attenersi alla cattolica verit non solamente necessario alla sala- le, ma condizione altres indispensabile al certo progresso della scienza. N perci l argomento di questi opuscoli si limita alla difesa della dottrina dall autor professala : anzi questi volle cogliere altrettante oc- casioni di svolgere pi ampiamente qualche punto speciale di essa ; pro- curando in tal modo di aggiunger loro qualche importanza anche per que' lettori che quella difesa non curano, o di cui non sentono alcun biso- gno , e questi non saranno per avventura pochi, certo i migliori. Cos a ragione d'esempio il primo opuscolo , che anche il pi este- so, toglie ad esporre c la dottrina del peccato originale i, che si gran Dgitzed by Googl XI porle delia cattolica fede, tanto importante a tutte le dottrine morali. Ri- volgendosi a una verit rivelala s misteriosa, l' umana filosofia trova quella luce di cui ella non pud far senza, nei buio stesso pi profondo della Fede. Gli opuscoli seguenti del pari, in difendendo le dottrine dall' autore gi esposte, svolgeranno qualche nuova parte detta morale filosofia on- de non senza ragione il volume ha per titolo Opuscoli Morali, e fa parte della Classe di opere appartenenti alla filosofia della Morale. Digitized by Google Digitized by Google LETTERA lieti llltislriss. e Reverendi. ss. Signor 1). Paolo Gio. Ilerlolozzi , Canonico detta Metropolitana di Lucca , ali abate D. Antonio Rosmini Serbali , Crepolilo Ge- nerate deli htituto della Carit (1). Chiarissimo Signore ^^he dopo tanto tempo dalle relazioni fra noi sospese, anzi adatto cessale dot Giornale di Pragmalogia, io le faccia rivedere i miei caratteri, parr forse un po stra- no ; ma v ha circostanze alcuna volta , che aperto carteggio , e contralta servit e obbligazione, come avviene di me verso la stimatissima sua persona, non possibile il tacere. Mi muove a scriverle l' interesse che ho grandissimo per lei, cui ho sempre a memoria dopo le usatemi cortesie, talch come io mi compiaccio se altri loda il suo merito , cos mi rattristo se la sua fama venga da qualche suo emulo attaccata ; e di questi ne ha molti, che la virt e la scienza eminentemente posseduta desta l invidia e l rancor de malevoli. Or non pu credere in quant amarezza d animo io sia ca- duto per essere stato assicurato che gira un opuscolo che attacca una sua opera mo- rale, cui non conosco (e credo non sia pervenuta in Lucca), come una piazza inve- stita da ogni Iato, e di cui si vuole comunqne 1* intera mina. Mi si dice da chi lo ha letto, provarvisi che questa sua opera ridonda da capo a fondo ci inesattezze , d' ar- rischiale proposizioni, di manifestissimi errori; che vi si riproducono le massime di autori gi solennemente dalla Chiesa condannati ; che I' eresie, le proposizioni erro- nee di Baio , di Quesnello , di Giansenio, di Calvino , di Lutero apertamente vi cam- peggiano, vi si rilevano senza molto studio; e si conchiude che il Rosmini, quel s famoso scrittore.... che il mio Rosmini traboccato nelleresia! Mi si dice inoltre che quest opuscolo assalitore scritto con evidenza di tali ragioni , che previene e svi- scera sino al midollo I ascosa mente dell Autore, e dichiara il mal uso e lo strazio eh egli fa della dottrina di s. Tommaso e dellApostolo per colai guisa da non restare all Autore medesimo che o rendersi a discrezione , o capitolare vergognosamente, purch ne campi la vita. Tanto mi stato detto con assicurazione. Fra pochi di spero di vedere questo audace scritto ; ma non fo intanto alcun giudizio contro di lei : rispetto (1) Quota lettera e la seguente fu pubblicala in Lucca, e ristampala a Torino e n Nove- ra, o inserita nel Propagatore Rcligioto. Stimasi bene ili premetterle qui come una colale in- troduzione storica alla seguente risposta. Rosami Vol. XII. 4-G Digitized by Google 2 e venero nel signor abate Rosmini un prete non pnr dottissimo, ma cattoRcissimo e zelantissimo. E non quel desso il Rosmini che or fa sei anni scriveva all* infelice de la Mennais una lettera tutta carit, stringendolo coi vincoli della ragione e della reli- gione, ed esortandolo a rientrare nel perduto sentiero? E donde mai si partiva quel- 1 unzione di che tutta la famosa lettera ridonda, se non dallo spirito di Dio il quale investe, muove, rapisce sol qoeche son pieni della sua carit? D' altra parte, chi costui che, stando in aguato, avventa colpi alla riputazione d' un uomo s conto nella repubblica de' dotti, e s chiaro nella Chiesa ? Perch s intnge di nome, perch stampa alla macchia? Ei dunque teme tanto il Rosmini da non tenersi salvo che con ascon- dersi perfino alle ricerche del tipografo ? Sar, io dico, che il suo scritto abbia ogni apparenza di verit, e supponiamlo anche vero in tutto quanto il sabbietto; ma come egli apparisce all esterno con intera la sembianza della calunnia, oos non pu fare cne tutti, fino almeno conosciutala verit, non si accordino meco a tenerlo calunnia- tore, o a ristare, per la men trista, su quanto egli francamente ci vuol far intendere ; perci dissi scrino audace. Perloch io ritengo che colui a chi sta in cuore il vero, e brama sia conosciuto dal mondo, non dee vergognare di palesarlo a fronte scoper- ta, o se , non cercando il rnmor del mondo, ne piace la modestia, taccia pure il suo nome, ma noi mentisca, e non commetta solo al millesimo l edizione del suo scritto, sul costume del secolo scorso , quando il regno de' miscredenti andava in fooco di guerra contro i Gesuiti e la sacra Inquisizione. In effetto non picciola ombra ne offre l epigrafe che mi si narra posta sulla coperta dello stesso libercolo, tolta dal Purga- torio di Dante, canto xvm : Drizza, lettor, ver me le acute luci , ecc. (1). A persone dabbene che vorrebbono trattati gli uomini colla carit evangelica, troppo increscono questi modi scortesi. Mal s' incomincia un ragionamento , e mal si pre- viene il cauto e discreto lettore a danno dell autore e dellopera stessa, se al primo gittarvi so l occhio accada vedervi manifesto il sarcasmo. Ragion di pi per non cre- der all' annunzio che vuoisi dimostrato della caduta veramente orribile falla da uu uomo sommo dall altezza e dall' apice della gloria nel pi profondo abisso deli igno- minia e dell infamia. No, mio caro signor Rosmini, io non credo a s grave infortunio ; non credo che chi ha dato lungo saggio al mondo di virt, di scienza, di zelo, di vero spirito ec- clesiastico , che ha faticato nella vigna del Signore eoo tanto utile delle anime , che ha ritornato nella via della salute tanti traviati, che perfino da pi del patibolo donde nn miserabile pendea per soddisfare alla terrena giustizia , colla rispettata c temuta sua voce ha santamente scosso la gran moltitudine degli aspettanti quivi concorsi ni tremendo spettacolo, non credo affatto che abbia potuto di rovescio balzare nellere- sia. Che ammirazione, che scandalo in tutta la Chiesa di Dio non ne vorrebbe, dato caso che ci fosse !! A questi tempi soprattutto, che altri chiama felici, cd io li chiamo infelicissimi per la quasi universale corruzion de costumi e delle massime morali religiose, per le manifeste persecuzioni che si muovon alla vera fede, qua} rumore non menerebbe la caduta d un uomo la cui fama non basta solamente all Europa , tanto smisurata! Ma ben mi ricorda in proposito i disastri incontrati da monsignor di Fnlon ; c l invidia mosse contro di lui aguzzando la lingua e accoccando gli strali, perch non polea sostenere tanta virt e tanta scienza. Ebbe il povcr uomo alcuni terribili mo- menti che il posero fieramente in battaglia , ma ne usc vittoriosamente. Furono mo- ti) Ila sentila parlare duaa nuova edizione di quest opuscolo , nella quale sarebbe lotto tutto ci ebe sera di pungente contro il (losmini. Digitized by Google 3 menti dalla Provvidenza eletti a depurare la sua virt. E pure tuttoch straziato, percos- so, avvilito per ingegno de malevoli, qual oggi la sua fama? intera. Tutti ricono- scono nel Knlon I' uomo virtuosissimo ; le sue opere girano portate in varie lingue per tutta Europa, e sono avidamente lette, altamente pregiate. Solo le sue Maxime* de* Saint* trovnnsi registrate nell'ludice; ma si legga l' istoria, vedaosi le sue lettere di discolpa , e chiaro apparir non avere la santa Sede pronunziato contro di lui, se non perch posson correr pericolo d esser male interpretate ; e pi il potevano allora per il Fervore de suscitati partiti. Coraggio , signor Antonio ; chi sa che questo non sia un cimento donde abbia del pari a uscirne glorioso come quel degno Prelato? e meglio ancora, cio superar gli attacchi senza passar per la grave umiliazione da lui ottenuta? Ecco intanto il perch le ho scritto. L'opuscolo in proposito essendo di recente stampato, non so se pervenuto sia per anche nelle sue mani ; pi probabilmente s, e potrebb essere gliene Fosse fatto dall'Autore stesso il dilicato presente. Nel dubbio in ch'io andava ondeggiando, presi la determinazione divertirla: qualche amico me ne sconfortava; ma io era sempre li fitto col pensiero d e notte, non senza profonda puntura d ani- mo nello scorgere s malamente concio un uomo insigne, a coi mi professo d altra parte obbligatissimo. Se colla gravezza del mio dire, o forse anche con inoppor- tuno divisamelo mi son fatto troppo ardito e increscevole, deh mcl perdoni! Se mi vedesse il cuore mi dispenserebbe al certo da ogni scusa. Perdoni altres qualunque frase o espressione men ponderata, perch ho scritto in fretta c a molte riprese dalle molte faccende che mi pongono giornalmente al torchio. Lucca, 23 aprile iS4-i. Devot. obbligai, servitore Paolo Ci. Can. Ukutolozii. e Digitized by Google Digitized by Google &X.SP@TA DELL" ABATE il O S M I V 1. Reverendissimo signor Canonico La sua cara lettera un pegno di vera cristiana amicizia, uno di que pegni che non si dimenticano mai. Io ne la ringrazio con lotto il caore. L opuscolo di cui ella mi parla come messo in giro anche cost, ma da lei non veduto, neppur io potei aver- lo ancor nelle mani. Ne seppi lesistenza solo pochi giorni fa: una persona lo port alleminentissimo Cardinal Tadini, arcivescovo di Genova, il quale lo mostr ad un mio amico. Questi nand in traccia per Genova affine di rinvenirlo: tutti i librai lo conoscevano, tutti nc parlavano, ninno seppe dirgli dove fosse, donde lo potesse ave- re. Ho ragione di credere che una copia ne sia stala recata altres all arcivescovo di Torino, e ad altri prelati e magistrati. Tosto che mi verr fatto di procacciarmelo, po- tr dirle qualche cosa del coulenuto. Le posso per parlare Gu dora del pi im- portante. Il pi importante la mia fede, che, come sento, si attacca. Io non pretendo gi di essere infallibile; ma goai se la fede cristiana dovesse riposare sullinfaliibili- l dell'uomo ! Essa riposa tutta sull'autorit di Dio rivelante, il quale ci fa conosce- re la verit per mezzo delia santa Chiesa. Sa questa autorit la mia fede, come quel- la di ogni altro fedele, basata : ella dunque indipendente al tutto dal ragionamen- to, ed io non ho mai fatto de miei ragionamenti ( Dio me ne guardi! ) il sostegno e lappoggio della mia credenza, gli ho considerati sempre come cosa da questa diver- sa. Quindi, come ho sempre tenuto per falso qoel ragionamento che fosse anco me- nomamente opposto all'autorit delia Chiesa; cos, qualora mi fosse avvenuto di fare un ragionamento, che seuza accorgermene riuscisse opposto a quanto avesse deciso 3 uest infallibile autorit, ci proverebbe bens in me dellignoranza e della fallacil i giudizio, ma non per questo la mia fede ne soffrirebbe. Ora io non sono gi nato per esser dotto o per acquistarmene la gloria presso gli uomini, n mai a questo fu- mo ho rivolto le povere mie fatiche ; ma sono nato bens per esser credente, e fallo degno delle promesse di Grato, qual Ggliuolo devoto della sua chiesa. Da questo el- la conoscer, che io non posso valutar molto quella qualsiasi riputazione di letterato che ella mi dice avermi per 1 addietro acquistala, e che Tesser io convinto digno- ranza non quel che mi pesa. Il mio tesoro la santa Fede e qui anco il mio cuo- re. Laonde se avvenisse, poniamo il caso, che la santa Sede Apostolica mia maestra e maestra di tutto il mondo, trovasse di che riprendere nelle cose mie, non sarebbemi certo difficile il far qualsivoglia pubblica dichiarazione che rendesse la mia intemera- ta credenza pi luminosa, giacch tutto ci che io avessi detto contro questa credenza T avrei detto certamente contro il mio proprio sentimento, e ritrattandomi, non farei altro che esprimere quel pensiero immutabile che io mebbi sempre fermamente nel Digitized by Google G cuore, e solo correggerne l'espressione esterna manchevole a renderne con esattezza quell intimo mio pensiero, voglio dire la mia piena fede. Che anzi le dir di pi. A chi mi ebbe mostrato qualche mio sbaglio, io professai sempre gratitudine, come vo- leva il dovere, n alcuna difficolt sentii mai a correggerlo, per amore di quella ve- rit che sola voglio ed amo in tutte le cose mie: e se questo feci e fo nelle cose pi indifferenti, come noi farei io in od ponto si capitale com' quello della mia Religio- ne ? dove, oltre l'ffendere la verit c nuocere allanima mia, mesporrei al pericolo di rendermi maestro di errore al mio prossimo? Che cosa bo io voluto mai altro nei poveri miei scritti, che giovare alle anime? Ed ora le pervertir io stesso? e ad oc- chi aperti ? Iddio noi permetter mai, io ne ho tutta, e in lai solo la fiducia: in lui che minfuse la fede bambino, e mi diede una illimitata devozione alle decisioni del- la santa Sede Apostolica; in Ini che spande nel mio cuore la gioia quando posso fare un atto di fede, e che mi farebbe desiderar quasi d esser caduto iu un involontario errore, purch senzaltrui danno, per potergliene rendere una confessione pi alta e solenne. Ma questo involontario errore ci sar egli dunque nelle vostre opere ? ella mi domanda. Le rispondo con s. Paolo : AVA/ mi hi conscius sum, sed non in hoc justificalus sum. Mi parla nella sua lettera di errori di Baio, di Quesnello, di Ciansenio, di Calvino e di Lutero ! Il solo sentir questi nomi mette, a dir vero, rac- capriccio. Le detestabili dottrine di questi eresiarchi, eretici, o fautori d eresia, so- no state condannate giustamente dalla Chiesa : io le ho sempre condannate e dete- state insieme con essa ; e com egli dunque possibile che io segua costoro? e voglia essere aneli io un tralcio reciso dalla vite, buono da pittarsi solo sul fuoco? Dio mio! 1 udir questo certo una grande umiliazione. Le bolle de sommi PonteGci, che condannarono il giansenismo in tolte le sue diverse gradazioni, sono certamente sot- to i miei occhi ; e pure io non veggo che n no solo de sentimenti espressi nelle mie opere, e nominatamente nel Trattato della Coscienza che, come credo, si prende specialmente di mira, s approssimi ai sentimenti condannati di qne novatori. Che anzi pi volte io citai le proposizioni condannate in essi, affin di mostrare qual sia la strada perversa io cui quelli eransi incamminati, e qual sia perci la contraria che noi dobbiamo percorrere ; pi volte mi son dichiarato in modo da non lasciare intor- no a ci il minimo dubbio. Che dunque si pretende con tali accuse ? qual progetto ci cova nascosto ? Vuol ella che le dica in Gne di pi ancora ? Vuol ella che le apra tolta l intima mia persuasione ? Vuol che le faccia conoscere quanto la mente mia chiaramente pre- vede dover avvenire da quest aggressione alle spalle che or mi si fa ? Mascolti beni- gnamente, e non attribuisca a presunzione alcuna quanto la chiara consapevolezza c il testimonio interiore dellanimo depone in me stesso, ed a lei ingenuamente confido. L' autore dell' opuscolo che secretamcnle si sparge, sar stalo mosso da buon zelo per la purit della fede; ma egli probabile assai che siasi grandemente riscal- data la lesta, e che mal pratico delle dottrine filosofiche; e dello stile rigoroso, che io stimai bene d adoperare nel Trattato della Coscienza come nelle altre mie opere, per ridurre le quistioni complicale a' loro semplici principi, abbia preso, come si suol dire, delle cantonate. Egli facile, appigliandosi a qualche frase staccata, a qual- che periodo mal inteso, farne uscire un senso a rovescio ; come facile comporre un centone di passi, che dicano tutti insieme precisamente l opposto di ci che volle dire 1 autore; ed ognuno sa che collo stile stesso e colle frasi del Vangelo si pu be- nissimo scriver la vita di Cagliostro. Ma che perci ? Certo che dee nascerne neces- sariamente da nna tal frode qualche susurro per ogni canto, massime che ci sono anche assai di quelli a cui bucinano da s gli orecchi. Questo dee portare di consc- guente una costernazione ne buoni, un gaudio ne tristi, un colai sospetto nella mol- titudine che non pu giudicare in merito, de partiti ardenti, uno scatenarsi delle paa- 7 sioni ; ci appunto che voleva l inimicus homo , qui superseminaoit zizania- Io ne addoloro pel ben comune : per veder quelli che doveano essere meco uniti , cosi di- vidersi. Ma iuGne ? Se si tratta di mere calunnie, bench sottili e potenti le temer io ? Eh ! non vive egli Iddio ? Non regna egli Cristo ? Non vede i cuori ? non cono- sce egli i suoi servi ? Non dispone egli forse tutto per la sua gloria e pel bene della sua Chiesa ? Che c a temere? Gli dar io cagione di dirmi : Modicae /idei, attore dubitasti ? No certo, colla sua grazia. E in terra non ha egli il suo Vicario ? Il Pa- pa non egli assistito e condotto dallo Spirito santo ? I giudizi della santa Sede han- no forse niente di comune coi giudizi precipitosi c riscaldati di alcnni uomini forse zelanti, ma non sempre secundum scienliam ? Ecco dunque ci che avverr. La san- ta Sede tutto esaminer colla sua solita posatezza, imparzialit, prudenza e sapienza; ella andr al fondo della cosa e giudicher con piena cognizione di oausa.il suo giu- dizio stato sempre la mia regola, sar tale ancora. Io amer egualmente una re- gola si cara, s dolce, s certa, s sicura , qualunque ella sia, qualunque cosa ella prescriva o a seconda o contro della mia persuasione. La quale per non le voglio lacere qual sia. Sio nulla veggo, la santa Sede, giudicando sane le mie dottrine, le render pi utili ai miei prossimi, pe' quali io le scrissi, confidato di scrivere quello che il lume del Signore mi suggeriva; di pi, accrescendosi, mediante questa contro- versia, lo studio ai esse, si verr a conoscere che vi si contengono degli argomenti validissimi, coi quali sterpare fino le radici degli errori di Giansenio, Bajo, Quesnello, ed altri sopra nominati ; e in questa vista veramente furono da me scritte. Ma ella ritenga sempre, che questa mia persuasione, dettatami dalla coscienza insieme e dalla cognizione non leggiera delle materie ne' miei scritti trattate, non ha ancora da far niente colla mia fede, la quale semplice, e in altro non fondasi affatto che in Dio, e nella santa sua Chiesa. Sono coi sentimenti di sincerissima stima e grata riconoscenza suo Slresa, 28 aprile i84i- V utilissimo e obbligatissimo serto A. Rosmini-Serbati Pi epos lo Cenante dell' Istillilo della Cari l. Digitized by Google Digitized by Google RISPOSTA AL FINTO sosaa-is sasssa&st Et ne aufertu de or me o vertuta venienti usguequague. fa. CXVUt. 1. L^t nomo che impose a s slesso il nome di Eusebio Cristiano, che Tiene a dire on Cristiano pio e religioso, pubblic alla macchia un virulento opuscolo contro di me, il qnal da prima in varie citt dItalia segretamente fu sparso, e a poche e certe persone confidato : di che uscitone il rumore, parlandone tutti, rari erano tut- tavia quelli che letto o veduto lavessero : di poi, resosi pi comune, anche alle mie mani pervenne ( 1 ). Non avrei obbligazione di rispondere, n risponderei certamente, se I* incognito autore avesse combattute delle mie opihioni indifferenti ; attesoch le sopraccresrenti mie occupazioni mi tolgano il tempo e le forze da entrare in discus- sione con quelli che di loro osservazioni m onorano. Ma non una placida discus- sione a cui m' inviti Eusebio Cristiano : anzi volgendo a me, come a reo convinto, uno sguardo severo, m intima la capitale sentenza, e colla maggiore solennit an- nunzia al pubblico che io ho travialo ( 2 ), e fa sapere a tutti eh egli ha finalmente scoperto il tsco delle mie dottrine mortifere (3), c scrive solo acciocch i suoi na- zionali noi succino : queste mortifere dottrine mie esser colali che convengono a ca- pello con quelle orribili di Calvino, di Lutero, di Giansenio, di Molinos, ai Baio, di Quesnello, e se altri vi sono nomi pi esecrati nella Chiesa ! In fine per, sfogatosi, fa voti al cielo perch io conosca gli umani miei errori, e la radice funesta d'onde son pullulati (4) , per la quale radice pare che egli voglia intendere la mia super- bia, che egli vede naturalmente nel mio coore cogli occhi suoi ; continuando per a credere, come dice, che il signor Rosmini abbia erralo senza delitto di sua vo- lont (5), e che parli con verit quando fa la bella protesta c di voler mantenere i . (2) R. Ad. HI, face. 13, nella noia. (3) Nella citazione che Eusebio fa d questo passo corso un errar* di stampa indican- dosi malamente il capo, c non il libro ( che i il prioto, cap. XV ) dlie Ritrattazioni del Dot- toro di Ippona : il che dimostra che degli errori occorrono a tutti i lipograli, e che egli ben piccolo il vantaggio che si argomenta di cavare ( face. 5 del libello nella nota ) dall essere sta- to stampato morale in vece di mortale io un luogo del Trattato della Coscienza. Le parole dt a. Tom mas;, nelle quii cadj q iella parola malamente stampala, sono subito dopo riportate i.u Digitized by Google 14 Eusebio vuole, senza che egli se u accorga; dimostra oio che la parola peccato non sempre significa, secondo sani' Agostino, una vera colpa da cui sia libero alla per- sona il guardarsi, ma significa ci solamente quando trattasi di que peccati che sono meramente peccali, e non quando trattasi di quelli che, oltre esser peccati, sono an- che pena de peccati, come egli appunto il peccato originale. Ecco il passo apertis- simo : Definitili peccati qua diximus , Peccala r n est volutila retinendi vet con- sequendi quod justilia velai et unde liberum est abstinere, proptkrea vera est , quia iti definilum est quod tan tum modo peccatesi est, non quod etum poeua peccati (i). Laonde per sant' Agostino non ogni peccato tale unde li- berum sii abstinere , ma ve n ha di quelli unde liberum non est abstine- re , qual appunto l originale , il quale est peccatum et etiam poena pec- cali. Se dunque non ogni peccalo tale che in s racchiuda la libert propria della persona a cui aderisce , e della qual sola sempre si parl e si parla ; quando non vogliasi cavillar vanamente, conviene pur dire che chi dee definire il peccalo nel suo genere e non nelle sue specie , chi lo dee definire in questo suo ge- nerai significato, e non in quello in cui si usa a significare la specie delle colpe, con- verr che escluda dalla definizione del peccato la libert della persona a cui esso pec- cato aderisce. Maravigliosa cosa il vedere come un uomo che con tanta franchezza interpretando Scritture e Padri fulmina anatemi a chi non gli acconsente, come fa il nostro Eusebio, non abbia saputo intendere un pas-o cosi chiaro e cos palmare di sant Agostino chegli stesso produce! e in quella vece abb a potuto sentenziare uni- versalmente cos dunque secondo santo Agostino, dottrina della fede cattolica comprendersi ne! concetto di peccato ( senza distinguere i significati diversi della parola) il concetto di libert e di colpa ! La qual maraviglia dee accrescersi tuttavia, se si considera, che quello che os- servammo circa il terzo de' passi di sant Agostino citati da Kuseh o nella nota alla faccia i3 e i4, vale egualmente pe due primi; i quali non sono che quella stessa definizione, chegli poi nelle sue Ritrattazioni , onde estratto il terzo passo, dichiara esser vera non gi per ogni peccato, ma solo per quella specie di peccati i quali sono meri peccati e non anco pene di peccati. Il quarto passo finalmente del dottore d Ippona, lungi dall esser contrario alla dottrina da me esposta, la conferma espressamente; perocch ivi si ammette un pec- cato (loriginale) il quale aderisce a persone che non l'hanno liberamente commesso, e che perci in queste persone considerate da s sole non colpa, la quale ritrovar non si pu se non riccorrendo ad Adamo autore libero d quello; il che appunto quanto io volli dimostrare ( 2 ), A che dunque si riducono le autorit citate con s magistral sicurezza di sant Agostino? IV. Egli chiaro, che chi vuol definire iid genere % non dee far enlrare nella definizione le differenze che cosliluiscono le specie. Perci se vuol darsi una defini- zione del peccato in genere, si fallnmenle che abbracci le due specie di peccati', lori- ginale' e fai Ina le, converr non fare enlrare in essa la libera volont di colui a cui il peccato aderisce; converr anzi che essa abbracci tanto quel peccato unde liberum latino, e in esse trovasi stampato mortale o non morale ; le stesse parole sono anco da me tra- dotte in italiaoo, e Della traduzione legges stampato mortale o non morale. Ma tutto ci si ta- ce. e con questa buona fede procedendo, non si manca di . avvertire il lettore che potrebbe be- nissimo essersi commesso queliYrror di stampa con frode. E poi falso che scrivendosi ue| te- sto la parola mortale in luogo della parola morale , esso non avrebbe nulla provato al propo- sito , perocch non volendosi ivi provar da ma se non che la colpa non si d senza I uso del libero arbitrio, riesce del tutto indifferente quella parola. titanio poi allo sbaglio occorsomi d'avere acrillo cu/pam in vece di peccatum nc parler pi sotto. (1) Rettaci. !, c. XV. (2) Li mia questione era qucsla : c Se si possa dare nell' uomo uno slato di peccalo non imputabile a colpa ni loi stesso i ( Veti, il Trattalo delta Coscienza, face. 33 Digitized by Googh 15 est abslinere , secondo la maniera di parlare di sant Agostino, quanto quello unite liba um non est abslinere. Onde quella definizione generica che abbracci entrambi quelle specie di peccali, dovr prendersi da ci che il peccato originale e il peccalo attuale hanno di comune, il che I' avversione da Dio, e non da ci che 1' attuale ha di proprio, che la libert. Perocch il proprio del peccato attuate si il potere che I* uomo ha d evitarlo, quando rispetto all originale la cosa non va cosi e per non libero. Ond io dissi, che i nella nozione di peccalo in genere che ci d la Scrittura e la Chiesa, non entra l'elemento della libert, ma bens quello della vo- ti lont . In qual maniera entri l'elemento della volont nel peccalo in genere, lo ve- dremo pi sotto, dove dimostreremo che la volont dell'uomo pel peccato originale trovasi da Dio avversa, indebolita, ed al male inclinata. Intanto quelle mie parole misero in sulle furie il nostro Eusebio, il quale grida: I testi delle sacre Scritture, sui quali il signor Rosmini fonda la presente osservazione, alludono tutti al peccato originale, che non gi il peccalo in genere, iua una specie di peccato parlicoln- re (i). Verissimo che i testi da me addotti alludono al peccato originale: verissimo che il peccato originale una specie di peccalo, e non il peccato in genere; forse per questo, che quei testi non dimostrino qual sia la nozione del peccalo in genere che ci danno le Scritture ed i Padri ? Anzi, appunto perch il genere abbraccia tutte le specie, esso dee abbracciare anche quella del peccalo originale linde libertini non est abitinere, come le Scritture e le sanzioni della Chiesa ce lo descrivono; e per dalla definizione del peccalo in genere dee escludersi quella libert onde l'uomo pu evitare il peccato; perocch questa non che la differenza specifica del peccato at- tuale. Ecco come un po di logica avrebbe risparmialo al nostro Dottore quello sfogo dira irreligiosa che egli manifesta Delle pagine a coi noi rispondiamo, e quei sospetti ingiuriosi di cui avvelena ionvvedutamenle le note apposte appi delle medesime ( 2 ). V. Ma per darci Eusebio un'altra prova irrefragabile deila sicurezza sua ndl'lu- lenderc ed inlerpretare gli ecclesiaslici autori, dopo aver egli detto t essere indubitato fra* sacri Dottori che neppure nelloriginale delitto non si fa dalla Chiesa distinzione di sorta Ira colpa e peccalo 1 , reca a provarlo due testi de sauti Tommaso ed Ago- stino, i qnali quando calzino bene al suo assunto si potr vedere da questo. Luno il passo di s. Tommaso, peccatuin essentialiter consistit in actu liberi arbitrii.W quale n contiene la definizione del peccato originale, n quella del peccalo in genere, mu so- lamente quella del peccato attuale, come ognuno pu scorgere sol che l'esamini nella I. II, Q. LXXVU, art. vi, dove il santo dottore cerca ulrum peccatimi al/evietur propler passioner , e per manifestameole parla de soli peccati allnali (3), a quali certamente essenziale il libero arbitrio, 0 , come dice sant Agostino, unde libertini est abslinere. Se poi abbia recato pi a proposito laltro testo di saut Agostino mede- simo, basta a vederlo il considerare che quel testo non se non la slessa definizione del peccato sovraccennala (Aon esse peccatimi nisi provimi libcrae voluntatis as- ii) H. AflT. VII, foce. 29. (2) Fce. 2-30. (3; E per, 4 I 1 vero colpe. Laonde io non avevo ragione alcuna da importarmi, che a. Tom- maso in quel testo scrivesse pi loslo percatum che dica ', giacch usandosi spessissimo pec- catum per culpa , come ho gi detto, e come io stesso lo, quel testo prova egualmente ci che 10 volevo con oso provare, cio ha colpa non si di senta libero arbitrio. Vero i che nel Trattato della Coscienza, face, -li, fu stampalo per isbaglio culparn in ecco di peccatum ; ed Eusebio Cristiano mi fa lonore di stimarmi capace tin di alterare i testi de santi Dottori ( e conseguentemente degno del bollo do falsari ) per provar con essi le mie opinioni, a cui cosi cercherei, a dir v e ro, un sotido appoggio ! 1 aosi non cootento di mostrare di me s bassa opi- nione, giudica con sorprendente temerit clic quello sbaglio assolutamente non pu esser colpa del tipografo ma si dello scrittore ( face. 5, nella nota ) Do trattar cosi vite e scortese si suol rinvenire ben di rado negli scrittori di questo secolo , eziandio che non sieoo n Eueebii , n Cristiani. Che anzi nelle discussioni loro, sogliono assai sposso dimostrare urbanit c stima scam- bievole, siccome dovere d ogni costumata persona. ized by Google 16 aensum: eum inelinamur ad ea qtiae jusitia velai , et un de libere si est arsti- nere), definizione che esso sani A postino ne suoi libri delle Ililraltiftioni restringe, dichiarando non esser vera se non applicata a peccati che sono meramente peccali, c non ancora pena di peccati, com' appunto loriginale : propterea vera est, ripetiamo le sue parole, quia id defi ni tu tt est quod t anturi modo peccatesi est , non quod est etiah poena peccati. E pure Eusebio, compiacendosi di aver trovato de' testi cos concludenti contro di me, non dubita di affermare, che un solo di essi atterra e distrugge la strana dottrina del nostro autore ! ( i ). VI. Ma andiamo aranti, seguitando a vedere quanto alla cattedratica franchezza di Eusebio, risponda di quella perizia eh egli pur millanta nell intendere gli ecclesia- stici autori. Spicca veramente nna franchezza maravigliosa in que' suoi modi di parlare asso- luto co quali me intende onorare: Si comprova evidentemente bugiarda chi afferma, che l'Angelico nelle cose morali faccia distinzione tra la voce peccato e quella di colpa > ( 2 ). E falso che l'Aquinate distingua nelle cose morali tra peccalo e colpa (3). Io avevo detto che s Tommaso distingue fra il concetto ( ratio ) di peccato e quello di colpa (4), e mi ero fondalo su queste proprie parole dell'Angelico, che sono tanto chiare che noi possono esser pi, ben inteso, a chi sa latino: Sicut malum est in ptrs guata peecatum , ita peecatum est in plfs quatti culpa. Ex hoc enim dicitur actus culpabilis , tei lauda bilie , quod impulalur agenti : nihil enim est alitid lauda- ri vel culpari, guam imputaci alieni maliliam tei bonilalem sui actus. 'fune enim actus impuiatur agenti , quando est in palesiate ipsius ita quod habeal dominium sui actus: hoc autem est in omnibus aclious volunlariis (liberi, come s intende da quel che segue). Quia per votuntatem homo dominium sui actus habel. Il che viene a dire, che il concetto di male pi generale del cornetto di peccato, e il concetto di peccato pi generale del concetto di colpa , e per sono concetti diversi: viene a dire ancora, che incolpare significa riputare altrui la malizia 0 la bont del suo atto ; onde vi dee essere ci che costituisce prima lalto malizioso, acciocch poi questo si reputi a colpa del suo autore: ci che costituisce latto malizioso precede adunque di necessit, nell ordine de concetti de quali parliamo, ['attribuzione di colpevole che indi ne riceve il suo autore: questattribuzione succede eome conseguen- za dell'alto reo. qualora il suo autore sia libero; onde in ogni colpa vi ha peccalo, perch la colpa non che l' imputazione del peccato ; e perci il santo Dottore dice, quod libitum vel malum in solis actibus volunlariis (liberis) constituil ralionem lau- di s vel culpae; in quibus idem est reatum, peecatum et culpa ; come dissi appunto (1) R. Air. VII, race. 29 ( 2 ) II. Aff I, face. 9. (3) R. Aff. Il, face. Il, Ecco le parole che ro ottennero da Ensrbto il titolo di bugiardo eoo tolto il resto : c Di qui nasce la disi azione clic trova di dover fare s. Tommaso fra il ctocbtto di peccato c e quello di colpo. Il santo Dottore fa consistere il concetto di peccato in un atto della vo- (face. 6). Or se confessate che 1 Ange- lico distingue questi concetti, perch poi dite ora che egli ( esclude adatto la distinzione apposta- gli Ira colpa e peccato > ? Distingue, ma non distingue : che parlare cotesto vostro ? N con- fondete, maestro mio, pi questioni insieme : qui trattali di saper solo se s. Tommaso distingua concetti di male, peccalo e colpa : pi follo poi tratteremo anche 1* altra questione, se diasi in fatti uno stato di peccalo che non sia anco stato di colpa : questa questione totalmente dalla prima diversa. A torto poi chiamate la distinsion de' concetti una cosa grammaticale : la gram- matica non c entra qui per nulla : ella proprio una dislinzioo logica, sebbeu si pentito daver dotto il valor logico , a cui sostituite il valor letterale ( Vedi in fine al libello d Eusebio la suo corresiuni), che non ba nulla a faro colla monte del santo Dottore : quella gran meDte so- leva bens distinguere i concetti accuratamente: ecco ci eh' egli fece, che noi a lui devoti vogitam mantenere. iioSMINi Vol. XII. 428 18 essere pi incolpabile di un altro , e che quindi la colpabilit dee distingnersi dal peccalo che riceve l' incolpazione, perch quello pu esser lo stesso, e questa varia- re. Nella risposta poi il santo Dottore dice cos, soda bene : In peccato aditali duo possumtts considerare , scilicel ipsam substantiam actus, et r.atioseji culpae. Dunque, secondo s. Tommaso, la ragione della colpa non la stessa sostanza del- l'atto disordinato, clic peccato si dice. E prosegue : Ex parte quidern subslantiae actus palesi peccatici aditale aliquem defediti n corporalem causare sicul ex su- perfluo cibo aliqui infirmantur et moriunlwr: ecco qua un effetto prodotto dal pec- cato non nella sua qualit di colpa, ma semplicemente nella sua qualit di peccato , di disordine reale. Seri ex parte colpak, seguita a dire, privai gratta, guae datar homini ad reclifcandum animae actus : ecco un altro effetto del peccalo in quanta egli colpa, non in quanto egli un atto sostanzialmente disordinato. La nozione ndunqne di peccato manifestamente diversa dalla nozione di colpa, secondo 1 an- gelico ; e senza nna tale distinzione importante, molte dottrine teologiche si rende- rebbero inintelligibili. Vili. Ma Eusebio, fermo tuttavia nel suo assunto, si volta da unaltra parte : d di piglio ad allr arme. Affinch, non ti sembri indifferente cosa, egli dice, il sostenere, che nel concetto di peccato non si comprenda la colpa c la libert ; rammenta essere dalla Chiesa dannala la proposizioue 46 di Baio che difendeva una simile sentenza : /td rationem et deftnilionem peccati non perline I volunta- c rium, nec definitionis quaestio est, sed causae et originis , utrum orane peccatum debeat esse voluntarium fi). Rispondo, che io condanno questa e tutte laltre proposizioni condannate di Baio, come le ha condannate la Chiesa, e altrettanto quanto le condanna il Signor Euse- bio ; ma essa proposizione non fa menomamente al coso nostro, perocch la medesi- ma non paria che di quella specie di peccali che sono vere colpe, i quali esigono si- curamente la libert: parla di que peccati linde liberum est abstinere, e non di quel- li uiulc, essendo anco poena peccati, liberum non est abstinere. Certo poi che anco i peccali venienti alluomo in pena di altri peccati come sarebbe l'originate, hanno avuto nn principio libero nel primo padre; ma non cos in colui a cui vengono comu- nicati, e a cui aderiscono, giacch neU'oomo che nasce vi ha il peccato bens inter- no, proprio, aderente, quod mors est animae, e tuttavia manca la libert. Ora la proposizione da me proposta, e dal signor Eusebio nascosta, non fu, per dirlo di nuo- vo, se si possa dare nell uomo uno stalo di peccato non imputabile a colpa j ; ma fu bens, se si possa dare nell'uomo uno stato di peccato non imputabile a colpa di lui stesso ( 2 ) proposizione grandemente diversa dallaltra, giacch ('articolo di cui questa il titolo nel mio libro, tende benissimo a dimostrare che il peccalo ori- ginale viene imputato a colpa del primo padre, e che perci in causa fu libero. Che se si volesse prendere la parola voluntarium , usata nella proposizione di Baio, per quel che suona, cio per volontario semplicemente, per volontario in genere; or do- ve trover mai il nostro Eusebio, che noi abbiamo detto un cosi grosso errore, qua- le sarebbe quello, che dar si potesse peccalo dove nulla vavesse di volontario, quan- do anzi il peccalo per noi, come sompre diciamo, una stortura della volont? pi tosto potremmo ben noi ritorcere, ed il faremo pi estesamente di sullo, quella pro- posizione condannata contro di lui medesimo. Noi dicemmo solamente, che si pu riconoscere un peccato nel suo generico signileato, e non nel significalo speciale di colpa nel quale lo prendea Baio, anche prescindendo non dalla volont della perso- na a cui esso peccalo aderisce, ma s hene dalla attuale libert di questa medesima persona; dicemmo adunque con ci, che voluntarium , pcrlinct ad rationem et defi- tti K. AIT. t, face. 'J, nula. ; !) Trattalo ih. Ha Coscienza, face. 3 j. Digitized by Google 19 nitioncm peccali, e che questa questione, se il volontario appartenga al concetto ed alla (leGnizione di peccato, non est quaestio causac et originis ; il volontario cio co- stituisce propriamente il peccato, e non solamente la causa e lorigine del peccalo; c questo il signor Eusebio col nega. Laonde quella proposizione condannata di Baio, presa in questo senso, proverebbe e suggellerebbe la mia dottrina dal signor Eusebio impugnata; dottrina che si far ancor pi chiara sciogliendo 1 uno dopo laltro i sofismi tutti eh' egli le contrappone, e dimostrando quanto necessaria sia la distinzio- ne fatta da s. Tommaso e da tutta ('ecclesiastica tradizione fra il concetto di peccato e quello di colpa, ad esporre la genuina dottrina cattolica intorno al peccato origi- nale, coma tosto prendiamo a fare. Digitized by Google Digitized by Google QUESTIONE II. SE Si POSSA DARE NELL UOMO UNO STATO DI PECCATO NON IMPUTABILE A COLPA DI LUI STESSO. IX.S^on queste precise parole io proposi la questione nel Trattalo della Coscten- xa, dove oe ho anco definito accuratamente lo slato (t). Tutto ci Eusebio Cristiano dissimula: contentandosi solo di riferire e riprendere acremente queste mie parole come contenenti di gravi errori : Secondo la dottrina cattolica, pu esser nell uomo c vi uno stato difettoso della volont, che in s ha la nozione di peccato e non quella di colpa i . La quale affermazione non feci io gratuitamente; anzi a provarla, oltre a vari altri argomenti che il nostro Eusebio lascia d 1 un canto, io adoperai altresi lesempio del peccato dorigine, il qoale non pu chiamarsi certamente colpa se non in rela- zione alla libera volont del primo parente che lo commise, di maniera che la que- stione da me proposta e risoluta affermativamente , se si possa dare nellaomo uno stato di peccato non imputabile a colpa di Ini stesso , chi ben la considera , iden- tica a quellaltra, se si possa dare il peccato originale . Ma il signor Eusebio, che ha una special sua dottrina intorno a questo peccato, lo nega, e dice in quella vece, che il peccato originale, se si consideri solo nell uomo che ne partecipa, e si astrag- * ga dalla volont libera dell nomo primo che ne fu l autore, secondo s. Tommaso non ammette in s neppure la nozione di peccato a ( 2 ) in genere, cio per con- trapposizione alla nozione di colpa. Non posso io a meno di far qui una osservazione sulle ree intenzioni che Euse- bio si piace di supporre in me, pel distinguer eh io feci i due concetti di peccato e di colpa (3). Nino calore io posi a sostenere quella distinzione : la proposi come cosa dell'Angelico. Egli ne infuria: ci vede tutti gli errori. A che un tanto zelo? Ve lo dir; quella distinzione fatale al sistema da lui abbracciato intorno allorigi- nale peccato. E se questo suo sistema fosse erroneo? oh, non sarebbegli allora ve- rissimo che tutto l impegno eh egli dimostra di scancellare dalla Somma dell Aqui- nate la distinzione di peccato e di colpa, avrebbe in lui qoel perch appunto, che cos malignamente vuol sospettar in me ? Ora se il sno sistema intorno al peccato d ori- gine sia tanto cattolico quanf egli vanta, noi lo vedremo : procediamo gradatamente, cominciando dal dimostrare , come , secondo 1 Angelico, abbia il peccato dorigine in s la nozione di peccalo , e relativamente ad Adamo , suo libero autore , anche quella di colpa ; e come perci non sia punto vero quanto afferma Eusebio, che luna e l altra nozione consista nella semplice relazion con Adamo. (1) Face. 35 e segg. (2) R. AIT. face. io. (3) Egli cori ii esprime : c Si penserebbe, essersi posto prima cotanto studio in voler distia- ( guere fallacemente urite morali azioni fra il concetto di colpa e (R. Aff. XI, face. 43). Digitized by Google 22 X. Intanto dall' accennata distinzione di s. Tommaso fra il concetto di pec- cato e il concetto di colpa, risulta, per dirlo di nuovo, che il peccalo ( preso sem- pre come genere , e non come specie ) qualche cosa che essenzialmente sta ine- rente alt uomo , un disordine morale esistente nell uomo, una sua stortura, unae- versione da Dio (i) , una deviazione dalt ordine di ragione ( 2 ): laonde non pu darsi un peccato pro/rrio dell' uomo, se a lui non islia inerente quel disordine che ne forma 1 essenza. Cosi , a ragion d' esempio , il peccato originale non potrebbe esser proprio del bambino che nasce , come ha dcGnito il Concilio di Trento (3), se non fosse inerente al bambino quel disordine che forma appunto 1 essenza del peccato. All' incontro la colpa consiste in nna relazione fra il disordine inerente all'uomo e formante 1 essenza del peccato, e il principio libero che lo produsse e a cui s' im- puta. Laonde questo principio libero, causa del peccato e a cui simputa il peccalo ( per la quale imputazione il -peccalo diventa una colpa), non necessario che sia sempre nella persona stessa a cui il peccato aderisce, potendo anzi esistere in altra persona: come pure non necessario che si trovi in quella per tutto il tempo durante il quale a lei aderisce il disordine costituente il peccato, potendo essere che nella per- sona peccatrice continui il peccato, e cessi tuttavia la sua libert. Cos, nel caso del peccato originale, il principio libero, causa di esso, non trovasi nel bambino che na- sce infetto da quel peccalo, ma sta collocato in un' altra persona, cio in Adamo ebe liberamente il commise, e perci solamente in relazione alla volont di Adamo il pec- cato originale dicesi colpa. Perci giustamente fu condannata la proposizione 47 di Baio, Peccalum originis vere habet ralionem peccali, sine ulta raiione ac respectu ad voluntalem a gua originer habuit, perch Baio parlava del peccato in senso di colpa, non nel senso generico delia parola che abbiamo di sopra spiegato ; e fa ben maraviglia, come, avendo io stesso proscritta e condannata questa proposizione nel 'franalo della Coscienza a face. 4z, 43 ( e non 55-36, come per errore di stampa dice il mio correttore (4) ) , il signor Eusebio tuttavia osi dire di io parlo il lin- guaggio di r/ueir eretico (5)! Laonde i teologi pi insigni (bench ignoti come sembra, al signor Eusebio), conoscendo a pieno la necessit di distinguere nella originale infezione ci che la costituisce un peccato, da ci che la costituisce una colpa che limputazione, tratta- rono di questi due punti in separato, considerando prima la macchia originale nella sua qualit di peccato, e poscia rispetto alla sua imputazione a colpa; c valgami per tutti il celebre Nicol Lirano, il quale, nel suo Commento sull epistola di san Paolo ni domani, enumerando i capi a cui si pu ridurre la dottrina cattolica intorno al peccato originale, dice cosi : Primum est quid sii originale peccalum.- Secundum (1) Defechi peccati consistit in aversione a Deo. S. !I. II, XXXIV, 11 . (2) Jtlenditur per deviationem ab ordine ralionis ad Jinem communem humanae vilae. S. I. Il, XXI, ir. (3) Si qui t hoc Adae peccalum, quod origine unum est , et propagatone , non imitai ione transfusum omnibus ini sr raicniQni rsopaicx , eie. Sess. V. (4) 11. AIT. 11. face. 2. Chi potesse malignare potrebbe credere che, citando erroneamente qui o in altri luoghi il mio libro, volesse il sigoor Eusebio imbrogliare i lettori, impedendo loro di andare a vedere in fonte le mie parole. Afa non voglio io imitarlo certamente in tali piccoleiic, ma sol mostrargli che anchegli ita bisogno di quella indulgenza che nega a noi con tanta fierezza. (5) Ivi, nella nota. I.a proposizione di Bajo erronea anco sotto un altro aspetto, cio purch ella nega che la macchia originale sia peccalo in senso stretto, cio colpa ( vere habet ralionem peccali), prescindendo affano dalla volont di Adamo ( sine ulta rottone ac respectu ad voluntalem a qua origine m habuit ). Ora il voler torre olfatto ogni relazione con Adamo, un rendere inesplicabile l esistenza del peccato ne discendenti ; e perocch questo peccato nei discendenti procede, come da sua causo, dal peccato adamitico, il togliere dalleffetto ogni rela- zione colla causa, un rendere lctTcto impossibile, c per conscguente un togliere lo stesso effet- to. Ma nulla ha da far ci colla questione che noi trattiamo. Noi nen prescindiamo da qualunque relazione del peccato de discendenti colla volont di Adamo. perch anzi nc riconosciamo da quel- la la propagazione. Dlgitized by Googl 23 est r/uomodo peccatum Adae posteria imputatur (i). E in fatti prima egli parla del porcaio d'origine, c poscia dell' imputazione del medesimo a colpa. Ma veniamo a S. Tommaso. XI. A provare che s. Tommaso insegna che il peccato originale non colpa se non in relazione al principio libero che lo produsse, cio ad Adamo, io addussi lart. i della Q. LXXXI della I. II, della Somma, nel quale il santo Dottore cerca se il peccato del primo padre si traduca per generazione ne posteri ( ulrum primum pec- catimi primi parcntis traducalur per originem in posteros)', e la difficolt che egli trova da superare a dimostrar che traducesi, consiste tutta nello spiegare come quel peccato ne posteri abbia ragion di colpa. Perocch egli dice : Dato quod aligui dcjectns corporale s a parente transeant in prolem per originem , et etiam ali qui defectus ANI MAE ex conseguenti propter corporis indispositionem ( sicut inter- dum ex faluis fatui gencrantur), /amen hoc ipsum quod est ex origine aliquem depectu m habere, cidetur escludere rationem culpae, de cujus ralione est, quod sit voluntaria (libera). Unde etiam posilo, quod anima rationalis traducere- tur, ex hoc ipso quod infectio animar prolis non essel in ejtis voltoliate (nella sua libera volont, come spiega altrove ( 2 ), amitterel rationem culpae obligan- tis ad poenam : quia, ut Philosophus dici! in 111. Eth., nullus improperabit caeco nato, sed magie miserebilur. Il che viene a dire : c a spiegare coin per la generazione trapassino i dfetti corporali ed anche l infezione dellanima, non gran fatto difficile; ma il difficile sta a spiegare come questa infezione dell anima possa imputarsi a colpa obbligante a pena nel generato 1 . Ecco la difficolt. Non qui la distinzione fra il peccato (in un senso generico) e la colpa? Ira ci che sirn- pula, e l'imputazione stessa? Che cosa che s' imputa a colpa net generato? Il pec- cato, che Et inest proprium, come dice il Concilio di Trentoi I infectio ani- mae (3), come dice s. Tommaso. Dunque l infectio animae, il peccato, cosa che sta inerente all'auima del bambino, una cosa propria del bambino che nasce. non il peccato di Adamo inerente ad Adamo. Ma questo peccalo, questa infezione dell'ani- ma del bambino, non ha il principio libero che lo produsse nel bambino, ma fuori del bambino, in un altra persona, cio in Adamo primo padre. Dunque il peccato pro- prio del bambino inerente al bambino, considerato in relazione col principio libero di Adamo suo padre, riceve il nome di colpa, cio viene imputato ad Adamo, pec- catore attuale e libero, e viene castigato Adamo; ma essendo Adamo capo e padre della nmnna stirpe, il castigo di Adamo ridonda in questa, e si dioe anche questa colpevole insieme con lui, perch unita e formante una cosa stessa con lui suo primo padre. Laonde s. Tommaso usa due similitudini a spiegare non il peccalo, coin peccalo in senso generico, ma l imputazione del peccato ( che il medesimo che la colpa) : I una (ulta dalle leggi civili, che considerano gli uomini di una comunit come un corpo solo : Omncs homincs qui nascunlur ex Adam, possimi considcrari ut iinus homo, impiantimi corweniunl in natura quam a primo parente accipiunl', se- cimi limi quod in civilibits omnes homincs qui sant unius communitatis, repulanlur (1) la cap. V. ad Hom. (2) t.aue et vilvperium (teli culpa) coneeguuntur actck voldntaricm sxccndcm prutrECrAN voLVKTAim ritiokeh, dichiara nella (. 11. Q. VI, 11, ad 3. La perfetta ragione del volontario allorquando il volontario libero. S. Tommaso adunque riconosce un volontario diverso da quello clic produce l'imputabilit, la colpa; un volontario cio non libero. Tutte queste cose io le Ito spiegate a lungo in vari luoghi delle mie opere, e specialmente nei Trattato che precede imme- diatamente quello della Coscienza , elio ha per titolo Antropologia, a Cai rimetto il lettore (L I V, c. si). Di tutto ci Kusebio Cristiana mostrasi perfettamente ignaro: mala fede o ignoranza^ Levi la maschera, e mostri a tulli ciiiaro che non la sua mata fede; ed io goder a favor suo. (3) Si noti esser dottrina di s. Tommaso elle quidguid peroenit de corruplione primi pec- cali ad animarli, /label rationem culpae ( S, 1, II, L \XXYIU , ) cio a dire; ha la ragion di peccato imputabile a colpa. Digitized by Google 24 quasi unum corpus ; et Iota communitas quasi unus homo : l altra tolta dalle mem- bra del corpo umano, che formano una cosa sola colla libera volont dellaomo, che le muove, onde dice: Homicidium quod manus commitlit, non imputabktur ( par- lasi dunque di ci che forma Incolpa, l'imputazione) manui ad peccatum (i), si con- siderarelur manus secundum se, ut divisa a corpore: sed imputa tur ei tnquan- tum est aliquid hominis , quod mooetur a primo principio motivo hominis ( 2 ). Questa certo lunica maniera, per quanto a me pare, di spiegare come possa imputarsi a col- pa il disordine di cui nasce infetto il bambino. Il disordine adunque costituente il pec- cato (3) essendo inerente al bambino, passar deve per generazione, al modo duna f- sica imperfezione ; la colpa poi, che consiste in una relazione all autore libero del peccato, passa colla natura umana; perocch quanti individui nascono di questa natu- ra, si d luogo ad altrettante relazioni col primo padre peccatore, e per ad altrettante imputazioni, ad altrettante colpe: allo Btesso modo, per continuarmi coile similitudini di s. Tommaso, che se ad nn uomo condannalo ad esser tanagliato nascessero di mano in mano delle nuove membra, il martirio si estenderebbe a queste, e queste sarebbero straziate siccome ree non pel delitto proprio.ma per quello del loro capo. Laonde non si potrebbero trovar parole a significare pi acconciamente la trasfusione del peccato originale, di quelle di s. Paolo citate dal sacrosanto Concilio di Trento (4), Per unum hominem peccatum inlmeit in mundum, et per peccatum mors ; ila in onuies homines mors pertransiit, in quo omnes pcccavcrunl; le quali parole, inerendo alla dottrina sopra esposta dellAngelico, potrebbero tradursi : per un solo uomo entr nel mondo a il peccato, e per il peccalo (venendo imputato al padre comune, e perci a tutta la natura umana) anche la morte u (pena conseguente dellimputazione 0 sia della colpa): 1 cosi in tulli gli uomini pass ia morte da colui net quale tutti peccarono : perch imputandosi il peccato a colpa di lui solo, ed a lui solo dandosi la pena, es- sendo egli capo del corpo dellumanil, veniva quella colpa e quella pena di neces- sit a ridondare in tutti (3). (1) Qui peccalo preso in senso stretto, per co'pa : il contesto lo spiega. Inutilmente adunque per ia sua causa , o fuor di proposito il signor Eusebio dice : t lo questo medesimo s articolo lo stesso santo Dottoro chiama colpa ioditlercotemenle e peccato ta macchia di che , che era la questione da me proposta. XII. Ma il signor Eusebio muove ogni pietra, e non la perdona a bugie per le- vare dal mondo quella distinzione antica e fermissima fra la nozion di peccato e quella di colpa , che si gli cuoce ; perocch essa sola il suo erroneo sistema distrug- ge, come accennammo, intorno all' originale peccato. Conciossiachc, per dirlo qui in prevenzione, a niente meno egli mira che a negare alla macchia originale la no- zion di peccalo, lasciandole solo quella di colpa, sperandosi di coprire poi facilmentn il suo madornale errore, col dire che colpa e peccato del tutto una cosa medesima; quasich la colpabilit esister potesse senza che esistesse il peccato di cui 1 uomo s' incolpa. E di fatti egli stesso in appresso, con un secondo errore pi grave del primo, riduce a nulla la colpa stessa originale altres ; e cosi il dogma dell' origi- nale infezione del tutto annullato, tanto nella soa qualit di peccalo, quanto nella spa qualit di colpa, dal zelante nostro controvertista. Ma prima di venire esponendo le falsit che egli dice, ovvero le illusioni che egli prende intorno a ci, giover che togliamo a considerare la cosa pi dall alto, mostrando in generale che dee distinguersi il bene ed il male morale, dall' imputa- zione di quello a lode e merito, e di qncsto a colpa e demerito. Ella cosa indubitata e decisa dalla Chiesa, che a poter meritare o demeritare si richiede la libert : Ad merendum vel demerendum in siala naturar, lapsae non requiritur in homine libertas a necessitale, sed sujfpcil libertas a coactione ; la terza proposizione condannata di Ciansenio ( 2 ). Ma un altra questione si , se, ol- s. Tommaso, non dica che inordiiutio quae est ir. ilio homine ex Adam generato ( ecco il peccalo in genere ) non est volualaria ( libera ) voltoliate ipsius, seti v oluutale primi parenlis ( onde dinen peccato colpevole, colpa ) fui motel hotiohk usibuiosis omnes qui tx ejtis origine dericanlur ! (1) Nella risposta alla arconda difficolt del citato articolo l'Angelico ripete e conferma questa distinzione, dicendo : Per r irtutem semini traducitur Humana natura a parente m pro- le* 01 , et sihcl ctM narra*, nate sa* usriCTio ( ecco ci che e inerente al bambino c che ba ra- gion di peccato): ex noe entm ( ecco il passaggio alla colpa, ali' imputazione ) fit iste qui na- scitur consors cCLPar primi parentis ( sicch il fondamento della colpa 6 il peccalo : vi dee essere il peccato nel bambino acciocch queslo possa riferirsi al principio lbero in Adamo , e Cosi divenir colpa ), quoti naluram ab eo sartitur per quondam generalicam molionem. (2) La condanna di questa proposizione fu da me addotta per argomento a provare la ne- cessit del libero arbitrio per meritare, nella Filosofia della 'morale voi. Il, face. 325: ne bo dimostrato l'erroneit in moltissimi luoghi delle mie opere. Tuttavia Eusebio, che si dee credere non aver Ietto che poche pagine di mio sfacciatamente m'accusa di consentirvi, e senza punto intendermi, mi rinfaccia d'aver detto che I quando l'uomo si procaccia la coscienza morato, le . E ne induce, c Dunque, se- c condo Rosmini, le operazioni nell uomo hanno merito c demerito anello sema coscienza s Ll- c okrtas (face. 46). Egli ci attacca del suo quell' ultima parola, z libzht*, affermando con ar- ditissima menzogna a goffissimo errore ( debbo dirlo , e mcn duole ), clic io abbia dello che lo operazioni dell' nomo possano esser meritorie senza i.ibzhta. lo lo sfido qui pubblicamente ad indicare un solo luogo delle mie opere, dove egli abbui trovalo detto da me un tale sproposito-, ma chi sfido io ? ahi una masche ra I ebbene, eh' egli arrossisca della sna impostura sotto la sua stessa maschera, ovvero, se non impostura la Sua, tragga gi dal volto la maschera del Goto nome, ed a viso aperto dica: mi son ingannalo. Cosi prover che lerrore fu in Ini aenza col- pa. Quanto poi al poter l'uomo aver merito o demerito senza coscienza, non mai senza liber- t, questa c una questione diffcile e sottile ; ma volendo andar per lo brevi, mi dica egli : lm proprio coscienza di tutti i suoi meriti e di tutti i suoi demeriti? c quando opera, ha proprio il siguor Eusebio coscienra di tutte le segrete molle del suo cuore, che lo fanoo operare? So mi ilosMtM Voi. XII. 429 Digitized by Google 26 Ira il merito ed il demerito, ci abbia un altra forma inorale, cio una forma di san- tit, o pure una forma contraria, aderente alla persona, distinta, e talor anco indi- pendcute dal merito di questa: se ci abbia quindi ima forma di santit che consista, poniamo, nella unione dell' uomo con Dio senza che attualmente I uomo sia libero -, ovvero uua forma di ingiustizia che consista, poniamo, in un avversione dell uomo da Dio senza clic, di nuovo, attualmente l uomo sia libero. Ora, che si dia questa forma di santit e del suo contrario, egli indubitato nella dottrina cristiana cattolica ; e (ale verit niente aifalto pregiudica all altra ve- rit, che merito o demerito non si d senza libero arbitrio : perch una verit non distrugge mai l ultra. Che poi sia ci indubitato, il dimostrano ad evidenza le se- guenti ragioni. A Dio non pu mancare la maniera di comunicare s stesso, la sua grazia, la giustizia, la rarit e tutti gli abiti delle virt teologiche all anime intelligenti da lui create, bench queste non siano ancor pervenute all uso del libero arbitrio i e cosi di fatto accade ne' sacramenti conferiti ai bambini o agli adulti fuori di senno, i quali non porgono alcun obice alla grazia, appunto perch sono incapaci di libera elezio- ne, e perci non possono porlo. Si guis dcerli, cosi il Concilio di Trento, sacra- menta unirne legis non conlinere graliam guani significant, aul graliam ipsam non ponenti/nis obicem non conferre, gitasi sigila tantum externa sin l acceptae per /idem grilline vel justuiac.et notac guaedam citrini ianae professioni, i, gmbus aptid homines discernunlur Jideles ab infidelibus , analhema sit ( i). E si noli, che la grazia che conferiscono i sacramenti non la semplice remission de peccati, ma di pio ima santit e carit inerente allanima, come lo stesso sacrosanto Concilio dichia- ra : Si guis digerii homines juttijicari nel sola imputai ione just itine Chrisli, ve/ sola peccatori] m reuissione exc/usa grada et charitate qvae in corui- JWS EU RUM PER SpiRITUM SanCTUM VIFEUNDATVR ATQUE ILLIS INUAEREAT; aul elioni graliam gua juslifkamur esse tantum favorem Dei ; analhema sit ( 2 ). Dunque vi sono dei beni morali, coni* la giustizia, la carit c I altre virt increati all anime intellettive, dilfusc nel cuore dell' uomo dallo Spirito santo ; il qual cuore uon gi il cuore carneo c materiale, ma il principio volitivo dello spirito ; e quei beni morali stanno nell' anima senza bisogno alcuno dell uso del libero arbitrio, e perci senza merito della persona in cui essi si trovano ; ma bens provenienti dal merito, e dal principio del merito, esistente in un'altra persona, cio nella persona di Ces Cristo, redentore e salvator nostro. E dico, che la carit, che il Concilio di Trento dice, con s. Paolo, tlilfusa ne cuori dallo Spirito santo tanto negli adulti quanto ne bambini che si giustificano da sacramenti, informa il principio volitivo in quanto questo appartiene all essenza dell' anima umana, perocch, come accon- ciamente dice s. Tommaso, charilas secundum guod est virtus non est in concupi- scibili, sed in folcntatb (3). Ma di questa volont, che in qunnt radicala uel- l essenza dell uomo viene sunliGcala dalla grazia di Ges Cristo, parleremo in appresso. XIII. Debbo fare qni una digressione, per difendermi da una ioconcepibile ac- cusa che il signur Eusebio mi d relativamente a questa dottrina della giustificazione e della grazia che 1 uomo riceve da sacramenti ex opere operato e non ex operp operande. Volendo io dire che 1' uomo giustificalo e santificalo da qupsta grazia ha in s un potere, col quale gi pu vincre lutti i suoi nemici spirituali, se vuole, c conseguire la salute, cosi mi espressi : ilice di no , mi d ragione ; se mi dice di s , si sporr allo risa di quanti udiranno la sua ri- (1) Sess. VII, cao. VI. (2) Sew. VI, cao. Xl. (3) . I, LXj ni) ad 3. Digitized by Google 27 Se dunque la giustificazione che Dio opera nell' nomo mediante il battesimo, si fa nell intima essenza dell'anima, che vien riabbellita di grazia, e crealo in essa un istinto soprannatorale, una virt di volere le cose divine; la cooperazionf. da parte nostra a una si fatta giustificazione in questa vita si fa nella parte su- periore della volont in noi rinnovata, sebbene la concupiscenza seguiti il suo co stume di ripugnare, e di ricalcitrare alla legge divina (i). Ma entrala nell' essen- n za dell anima la grazia, e aggiuntavi la cooperazione del semplice nostro vo- li lere, la salute umana sil urata, dicendo s. Paolo : n Se Dio sta per noi, chi con 0 tro di noi ? Chi porter accusa contro gli eletti di Dio ? Dio quegli che giu- stifica : e per mostrare la saldezza di questa giustificazione, ed anche limmO- bilit di questo volere superiore, soggiunge Imperocch io son certo, che non la morte, n la vita potr separarmi dalla carit di Dio, che in Cristo Ces Signor nostro i (2). E dopo queste parole tiro immediatamente la conseguenza, che il principio superiore delluomo il germe della salute di tutto l'uomo , concltiti- dendo con queste parole di 8. Paolo: t Laonde, o fratelli, noi non siamo debitori alla carne , da voler vivere secondo la carne. Che anzi se vivrete secondo la carne, morrete : ma se collo spirito mortificherete le opere della carne, vivrete ( 3 ). Or chi mai potrebbe indovinare la terribile accusa che mi d il nostro signor Eusebio? Uditela attentamente, o cortesi lettori. i Si legga il canone 16 della sess. VI del Concilio Tridentino , cosi egli, che dice anatema a chi, senza speciale rivelazione divina, afferma di avere il dono dol- ) Ecco un altro saggio dellardita e falsa maniera di parlare o dargomentare del no- stro Euseb o ; c Quando il vclcuo manifesto, non ha duopo di molti argomenti per indicarlo. Digitized by Google 29 dai dire che una cosa opera per necessit, non conseguita che la libera forza delluo- mo non possa impedire quella operazione di natura sua necessaria. Ma perch non fate vi menzione, mi replica, di quanto dice il sacrosanto Concilio di Trento intorno alla coopcrazione del libero arbitrio delluomo nel prepararsi e disporsi a ricevere la grazia del'a giustificazione? Perch non faceva a proposito del mio discorso. Dun- que avete negato quanto decise intorno a ci il sacro Concilio di Trento, e siete in- corso ne' suoi anatemi. Falsissima conseguenza: lormnetlerc ci che non fa al pro- posito del discorso, non un negarlo: il discorso era dell' infusione della grazia del santo battesimo principalmente ue bambini , non anco arrivati all uso della ragione: voleasi dimostrare che essi sono in uno stato di santit prima ancora di far uso del libero arbitrio: perch appunto, come dicemmo, havvi una certa forma di santit che aderisce allanima senza attuale libert dellanima stessa, come havvi una forma di peccato c d iniquit per l opposto , che aderisce all anima del bambino senza alcun atto di libert fatto dal bambino stesso. Anche negli adulti la grazia del santo batte- simo opera ex opere operato, e perci in un modo fisico, necessario ; ma essa pu tro- vare I obice della mala volont, ed esige certamente che I uomo col suo libero arbi- trio vi ai disponga specialmente cidcm gratiae libere asscnlicndo et cooperando. Io dico ancora di pi ; stimo cio opinione conforme alla piet , alla tradizione ed alla ragione, che come nell adulto coopera alla grazia la volont dell uomo in un modo libero, cosi nell'infante cooperi la volont (bench egli non ne abbia coscienza, giac- ch la coscienza e la volont son due cose diverse ) attratta dalla grazia, come le pa- glie dall'ambra, spontaneamente e necessariamente verso di lei movendosi. Intanto, se il nostro Eusebio teologo , non pu certamente ignorare , che ci che io dico della grazia santificante che viene infusa ne' bambini pel santo battesimo posso dirlo a un di presso anche in generale di quella grazia che santAgostino, e gli scrittori eccle- siastici dopo lui chiamarono operante ; non pu ignorare, che questa grazia operante viene definita indeliberatus motvs intellectus et volvntatis coclitus ini- missns , per quem Deus incipit bonum opus in nobis (i); e che di essa dice sant Ago- stino : Ut ergo tclimus, 31 NE nobis opcratur(2)-,e che quel sine nobis egregiamente viene spiegalo dal Totirnely, dicendo: Non ijuidcm sine nobis physicc ac vilalitcr agenti- bus, sed sinc nobis libere conscnticnlibus ( 3 ). E s. Tommaso : In ilio cjj'ectu, in quo mcns nostra est mota et non movens, solus attieni Deus, movens opcratio Dco tri- builur (4). Nella grazia operante adunque la volont si lascia movere -, ella non opera con libert , ma con isponlaneit ; e questa dottrina sta benissimo insieme con tutto ci che decide ed esprime con divina sapienza il sacrosanto Concilio di Trento sulla parte che negli adulti ha il libero arbitrio eccitato dalla grazia a preparare e di- sporre 1 uomo alla giustificazione. Dico a preparare e disporre I uomo alla giustifi- cazione , non a produrre la stessa giustificazione. Di questa noi parlavamo, c dove- vamo parlare; e il nostro censore riottosamente ci rampogna come avessimo quello negato. Intanto, per ritornare a noi, e parlare della stessa grazia della giustificazione dell empio, e non delle disposizioni che la precedono, giovi qui il ripetere, a gloria del Signor nostro, eh ella un dono del tutto gratuito, e non dalia libert nostra n da meriti nostri derivante, ma unicamente dalla ineffabile bont di Dio e da me- riti del Signore c redenlor nostro Ges Cristo: Gratis autem juslficari ideo dica- tnur, per usare le parole dello stesso sacrosanto Concilio di Trento, quia nihil eorum c Siccome oggi unge, clic la grazia di Dio a* infonde nell 1 uomo per necessit, egli eriJente- Quelli che hanno Ietto tutte le cose mie potranno dire s' io parto senza distinzio- ni : conriensi poi avvertire il signor Eusebio , elle al Trattato della Coscienza io bo mandato avanti un trattato degli alti umani, intitolato Antropologia, dove egli polca rinvenire, se avesse saputo clic esistesse, tutte le distinzioni chegli accenno, cd altre molte ebe io credetti necessa- rio di far andare avanti ni Trattato della Coscienza, c elio in questo suppongo gi conosciute. Fra le distinzioni esposte nell Antropologia v hanno altres quello che riguardano la libert, ei diversi significali in cui i sacri scrittori e i teologi presero questa parola , dimostrando come giansenisti abusarono di alcuni passi di santAgnstino per non avere distinto bene quo vari sensi ne' quali egli adoper le parole di libert o di libero arbitrio ebe vanno spiegate dal contesto ( Anlrop . face. 216 227 ). Fra questi vari sensi della parola libert io bo notati quo' duo elio distinguono i teologi colle maniere di libertas a coactione , c libertas a necessitate , e nel Trattalo della Coscienza ho detto clic Tesser la volont libera da ogni coazione o violenza una propriet sua essenziale : laonde c in gczrro senso la volont sempre libera essentialmcn- t le ( Trattalo della Coscienza, f. 34, SS, nota ) : ma non alt' incontro una propriet sua essenziale Tesser ella libera da ogni necessit, soggiungendo per che c tuttavia nell uomo non ( sopprime qui il religioso nostro Cristiano, come ognun vede, le parole importanti, in questo senso, che dichio. rano tutto f equivoco eli' egli ' introduce ! ) : c Che nell uomo non manca mai la libert po- ( il. f. 25). Or perch mai queste parole , spiegate dal contesto , sono niente meno che perverse cd ingan- nevoli/ S ascolti T uom caldo: Dizsi parole perverse, perch c condannala dalla Chiesa la , non incorrono nella proposizione condannata , perch spiegano ai qual libert parlino. Chiamar adunque perverse le parole di chi vi dico che la vo- lont essenzialmente libera di quella libert che esclude la violenza, come di nuovo insegna s. Tommaso ( S. 1, VI, iv ) del pari ua oltraggio da uom scimunito. Se il signor Eusebio di buona fede, come io voglio sempre sperare, rilegga il contesto, e medili un po' pi, e gli so- prabbaster a convincersene. Se poi egli non di buona fede, lo rimandiamo a leggere per so- prassello la face. 217 del trattato nostro che precede immediatameote quello dellu Coscienza , dove a confusione della sua impertinente ignoranza trover scritto cosi : c I teologi distinguono due specie di libert, 1' una delle quali chiamano libert da violen- ( za ( libertas a coaclione ), c chiamao V altra libert da nccessi ( libertas a necessitate ). c Beuch poi all* una e all altra specie applichino il vocabolo di libert, tuttavia insegnano che preso questo in senso assoluto senza nulla aggiungervi , non pu applicarsi propriamente ( a una volont che sia libera da violenza, ma tuttavia necessitata. c Sicch, a line di evitare ogni cquivocaziooe, gioverebbe distinguere (a spontaneit dalla c libert. La volont non pu operare mai altramente che in modo spontaneo ; ma tuttavia non ( opera ella sempre in modo del tutto libero. c N per avventura egli di lieve importanza il distinguer loperare al tutto libero dal- ( 1* operare spontaneo: e nella chiesa questa distinzione venne solennemente sancita dalle decisioni c de Concili e de' Sommi Pontefici, i quali condannarono la dottrina di Calvino, di Giansenio e di ( Antropologia , L. Ili, Sci. li c. VI, a u). (1) Giustamente insegna sanlAgostino, che la volont umana allora pi perfetta, quando in lai modo viene spogliata della sua libert, ebe non pu pi peccare, perch tutta stabilita nel bene, come accade ne' celesti comprensori. I passi di sani Agostino furono da me recali c spie- gati nci' Antropologia, face. 2 1 6-224. 32 da prima sema lor merito per sola misericordia di colui, che prior delexit noti in questi tali si avvera quello che dicemmo, che talora la santit aderisce all anima senza un'attuale libert di questa, e per senza che quella santit sia uo nuovo me- rito -, non potendosi essa chiamar merito se non solo in relazione al principio libero col quale luomo precedentemente oper il bene, e si merit qual premio del suo ben operare una santit cotiGrmata ed inamissibile. In altri celesti comprensori con solo manca la libert attuale, ma non lebbero mai, n pure virenti in sulla terra. Tali sono tutti i bambini battezzati, morti innanzi di giungere allet della discrezione del bene e del male, o altri anche adulti che mai non ebbero il pieno uso della loro ragione c il dominio della propria volont. La forma della loro santit dunque indi- pendente dalla libert che in essi non e non fu mai: ella diversa dal merito, ncn avendo quelli mai meritato. Laonde quella loro rettitudine, virt e giustizia, non a 1 imputa ad alcun principio libero che sia, o sia stalo in essi ; ma si al principio li- bero che fu in altra persona, cio nella persona di Ges Cristo Signor nostro, pe me- riti del quale essi hanno conseguito la salute, la santit, la vita eterna. Altro dunque la forma morale della santit e della giustizia, ed altro l'impu- tazione a lode e a merito di essa : come altro la forma morale del peccato c della iniquit, ed altro l imputazione a colpa e a demerito di esso. La forma della santit e della giustizia aderisce necessariamente alla stessa anima intellettiva, quando il princi- pio libero a cui s imputa pu essere stato in essa solo io nn tempo precedente, ovvero esser fuori di essa, trovarsi in unaltra persona-, come del pari la forma del peccato non pu che aderire allanima che n il soggetto, quando il principio dell'imputazione a colpa pu o essere stato solo in essa ad un tempo anteriore, ovvero trovarsi in altra persona. Dobbiamo ora noi, chiarite tulle queste cose, richiamare il ragionamento al peccalo originale, e rispondere all altre difficolt e male intelligenze del signor Eusebio in una dottrina cos importante. Che cosa la giustizia? che cosa la santit aderente all anima? XVII. Se si parla di una giustizia naturale, questa consiste nella rettitudine di tutte le potenze di cui luomo composto, di maniera che la parte superiore, la vo- lont, imperi e diriga la parie inferiore, secondo il dettame della ragione ; e la parte inferiore, risultante di senso e distinto, si lasci dirigere e armoniosamente a quella consenta. Ma questa non ancora la giustizia soprannaturale, la santit. Ivi giustizia soprannaturale non consiste nella gola rettitudine c armonia di tutte le potenze natu- rali delluomo, ma in una vera influenza e comunicazione di Dio all' uomo, in una pa- rola una giustizia informata dalla grazia, per la quale I* uomo non pur conosce spe- culativamente Iddio suo principio, ma lo sente, e il conosce ed ama per suo ultimo fine e sommo bene, e pu goderne, unendo volont a volont, e al piacer di lui con lutto s stesso tendendo. Laonde il sacrosanto Concilio di Trento insegna, che la causa effi- ciente della giustilicazione si misericors Deus , qui gratuito abluit et sancii ficai, signans et ungens Spirita promissioni sondo, qui etl pignus haereditatis nostrae-, c che unica forma liti causa est justitia Dei, non qua ipse justus est, sed qua nos juslos facit , qua vidilicet ab eo donali, rcnocamur spirita mentis nostrae-, e an- cora, che id lamen in hac impii justificatione fit, dum ejusdem sacralissimae pas- sionis merito per Spiritual sanctum charitas Dei diffunditur in cordibus eortim qui juslificantur, atque ipsis iniiaeket (i). Che se l'uomo giustificato ha luso del libero arbitrio, egli accrescer pu la sua santificazione stessa colla cooperazione e colle buone opere, e tutta questa parte di santificazione, e queste buone opere che, liberamente cooperando alla grazio, s accumula, vengono riputate a lode e merito di lui, clic il libero autore delle medesime. Altro dunque la santit , maleria dell imputazione, altro l' imputazione al (I) Scsi. VI, cop. VII. )igitized by Goosfe 33 principio libero che, in qualche modo, causa di quella. Polrebhe mancar questa ed esservi quella ; ma non potrebbe mancar quella eil esservi questa, perocch non si pu dare imputazione, se non si dia prima la materia di essa. Cosi ne bambini rige- nerati nel fonte battesimale vi ha santit, non vi ha ancora in essi imputazione ; ma in nessun uomo adulto pu darsi imputazione a merito, se non v' ha in lui la cosa buona che a lui, come ad autore, s' imputi. Passiamo al peccato. Che cosa l' ingiustizia, l'iniquit, il peccalo ? L ingiustizia, l' iniquit, il peccalo si e la stortura della volont, il disordine delle potenze dell' uomo, che si pu considerare o rispetto a Dio, o rispetto alla di- sarmonia delle potenze fra loro. Il disordine nelle poleoze amane rispetto a Dio, non consiste gi in una involontaria ignorazione di Dio (t), il che non sarebbe peccato, ma in un avversione della volont da quel Dio a cui 1 uomo ordinato. Il disordine morale rispetto alle potenze havvi ogni qualvolta la volont dell' no- mo, in luogo d' attendere al giusto mostratole dalla ragione, opera l'ingiusto sedotta dal senso e dall istinto. XVIII. Altro donqoe il peccato, l iniquit, materia dell imputazione, altro l' imputazione stessa di lui al principio libero che u l'autore: limputazione al prin- cipio libero ( la colpa ) sappone dinanzi a se il peccalo, che la materia dell im- putazione. Che cosa adunque si pu imputare a colpa ? Forse un azione iodilferente ? no. Forse una qualit o propriet dell' anima priva al tutto di malvagit ? n pure. Egli necessario che se uo azione, o leffetto di essa, una qualit, o propriet, o stalo d unanima, s' imputa a colpa al suo autore, quell'azione o quell' elTetto sia malva- gio ; altrimenti sarebbe impossibile ed assurda l' imputazione, perocch mancherebbe la materia di essa. Applichiamo tali principi evidenti al peccato originale ne bambini non rigenerali dal santo battesimo, il quale s imputa a colpa del libero suo autore, il capo dell umana generazione, Adamo. Acciocch questa imputazione sia possibile, conviene che nel bambino esista la materia dell imputazione ; e questo non pu es- sere che un disordine, un male morale, in ona parola, un peccato. Il peccalo adun- que presupposto dalla colpa , giacch colpa non ohe peccato imputato al suo au- tore, e, come dice s- Tommaso, pcccatuin est in plus quam culpa ( 2 ); qualunque cosa sia questo peccato, egli dee essere inerente al bambino e proprio di lui, com deciso dalla Chiesa, e come risulta da paragoni che usa In divina Scrittura a spie- garlo ; fra gli altri da quello d immondezza ; onde Giobbe, citalo da sant Agostino e da Padri comunemente secondo la versione de LXX, ebbe a dire : -/Verno muntiti t a sorde , nec injans ctijus est unius dici vita super terroni (3). Il che se deciso, del pari deciso che nell' uomo si d ono stato di peccato non imputabile a colpa di lui stesso , e che agli stessi duerni della Chiesa si oppone il sigoor Eusebio con- tendendolo, com egli fa, e negandolo. XIX. Noi ben vedremo pi sotto i suoi vani effugi ; noi ribatteremo gl impo- tenti suoi sforzi, che sembrerebber diretti ad annullare il peccato originale conver- tendolo in un mero nome, e rendendone cosi impossibile anche l imputazione, o sia la colpa ; vedremo ancora coni egli si lascia inutilmente scappare tali parole, le quali (1) Infitielitas pure negativa in hit, in quihus CAristus non est praedieatus, peecatum est. E la prop. 68 condannata di Bajo. Come pu difendersi il sigoor Eusebio dall urlare in questa condanna, egli che dichiara ?cra colpa la semplice privazione ne bambini neonati della grazia santificante? (2) Meritorium namque, dice il Card. Gaetano, eupponit et praeexigit laudabile : et laudabile rectum : et REcruM , bonlm moralitkr. In S. I. II , XXI, li. La medesima cosa pu dirsi del demerito , della colpa, del peccato e del male morale, perch contrariorum eadem eet ratio. (3) *C. ^LIV. Laonde Tertulliano dice assai acconciamente di ogni anima: peccatri.c auleta quia tmmunda ( L. De anima, c. XL ); l dove si dovrebbe dire il contrario di Adamo, il quale fu immundue quia peccator. IOSMINI VoL. XII. 130 34 struggerebbero anche il nome di quella colpa e la pena a lei conseguente ; e tutto ci in atteggiamento di campion della fede, che combatte a visiera calata, per pre- cauzione, e a dritta e a sinistra mena colpi spielati, che una maraviglia a vedere. Ma per non uscire di via, proscguinm ora a dimostrare con nuovi argomenti la proposizione eh egli impugna come contraria alla sana teologia, la proposizione cio che si pu dare nelluomo uno stato di peccalo non imputabile a colpa di lui stes- ti so , o anche che, secondo la dottrina cattolica, pu esser nell'uomo e vi uno stato difettoso della volont , che in "s ha la nozione di peccato e non quella di v colpa . Fra gli altri esempi di questo stalo, io ho recato quello evidentissimo de dan- nati, ncquali la volont perversa, ma non pu pi demeritare perch priva di li- bert ; al quale argomento risponde il signor Eusebio unicamente cosi : i Stimerem- mo perdita di tempo dimostrare ci che gi troppo manifesto per le autorit arrc- cate (i), e ci senza avere recata in mezzo n pure una sola autorit che parlasse dello stato delle anime de dannati, n dettane una parola. Non questa una maniera assai comoda di trarsi d impaccio ? XX. A confirmare il mio assunto intorno allo stato di peccato in cui sono i dan- nati, bench non possano demeritare, addussi ci che ne dice san Tommaso \ ed egli scioglie la difficolt in asserendo senza esitare c senza provare , che da quel testo non si rileva alTatto la distinzione fra peccalo c colpa a (2). Ma se non la rileva egli, la rileva bens qualsiasi uomo di buon senso ; e gio- ver riporre qui sottocchio pi alla distesa quella dottrina dellAngelico. Questi inse- gna espressamente che i dannati habent necessitale m peccandi, ma che perci ap- punto perch sono necessitati al male, essi sono scusati dalla colpa , perch necessi- tai peccandi excusat a culpa; tuttavia essi sono colpevoli in causa dello stato di peccato in cui sono, perocch il principio libero a cui , come a causa , simputa la loro volont ostinata nel male, sebbene non si trovi in essi presente, fu in essi in pas- sato, quando vivevano e peccavano sulla terra, et sic tolum demeritum sequentis cul- pae videtur ad primam culpain pcrtincre ( 3 ). Chi non sente in tulio ci la differenza chiarissima fra il peccato in cui i dannati sono ostinali, e la colpa, clic l'imputa- zione di quel loro peccato alla volont libera che avevano in sulla terra? Tutti lo sen- tono, fuori d' Eusebio. Vha ne dannati una volont difettosa, perversa, ostinata nel male, che perci ha in s la nozione di peccalo. Sicut in bcatis in patria , dice s. Tommaso, crii per- fidissima charitas , ita in damnatis crii perficlissimum odium (4) : dice ancora che Dcum pcrcipicntes in cjfcclu justitiae , qui est pocna , cum odio habent ( 3 ) ; c che tanta erit invidia in damnatis , quod etiain propinquorum gloriae invidebunt (6) ; che superbia eonim asccndit semper (7) ; che voluntas malitiac peccati in eis rema- ne, t (8), c che ininuitatem volunt (9) : in somma la volont de dannati infetta da lutti i [leccati. Vi ha dunque uno stato di peccato in essi che non stato di colpa ( se non in causa ), perch privo di attuai libert. Laonde egregiamente s. Tommaso conchiu- de, che perversa voluntas in damnatis ex obstinationc proccdit, quac est eorum poe- na;crgo perversa voluntas in damnatis non est culpa , per quatti dcmcrcantur { io). (1) r. act. ir, r. u. ( 2 ) Ivi. (3) Supp. XCV1I1, VI, ad 3. (*) Ivi, iv. (S) Ivi, v. (li) Ivi, V, ad 1. ( 7 ) Ivi, v, Se d contro. (8) Ivi, 11. (9) Ivi. ad 1. (10) Ivi, vi Seti contro. Digitized by Google 35 Concludiamo: secondo la mente di s. Tommaso e la dottrina della Chiesa ri ha una forma d iniquit e di peccato diversa da quella della colpa e del demerito, chec- che piaccia di dire in contrario al nostro signor Eusebio. Ma tolto ci verr maggiormente confirmalo e ribadito dallesame che ci resta a fare della dottrina di lui intorno al peccato originale : al qual esame a malincuore pongo mano, perch non gli potr tornare troppo onorevole : ina naccusi s stesso : egli me ne costringe caricandomi d' orrende imputazioni da cui debbo pure giustifi- carmi ; n il posso fare senza dimostrare lui stesso in errore. Digitized by Google Digitized by Google QUESTIONE III. SK SIA VERO CI CHE PRETENDE EUSEBIO, CHE LA NATURA E LA VOLONT UMA- NA DAL PECCATO ORIGINALE NON SIA RIMASTA INFETTA NE GUASTA, MA SOLO PRIVATA DE DONI SOPRANNATURALI. -Avendo io dunque affermalo che s. Tommaso non fa consistere il peccalo origi- nale in una mera negazione (i), il signor Eusebio acremente m'assale come avessi bestemmialo, pronunciando che t il santo Dottore a malincuore di chi lo nega, ri- ti pone precisamente 1' essenza del peccato originale in una privazione, come fanno tutti i cattolici ( 2 ). Qual sia la mente di san Tommaso sull' essenza del pec- cato d origine lo vedremo tosto : mi valga qui prima osservare. i. L ignoranza o malizia del signor Eosebio, nell' aver sostituita la parola pri- vazione a quella di negazione da me adoperala. Ciascuno che abbia solo delibata la scolastica teologia sa troppo bene che negazione si prende per una semplice man- canza, che dicesi anco carrntia ; l dove riserbasi la parola privazione a indicare la mancanza di ci che dovrebbessere in un soggetto, e parlandosi di cosa morale, che esser vi dovrebbe secondo la sua propria morale esigenza (3); per il malo sempre una privazione, e non una mera negazione- fi) Ecco le mie parole che mossero nel signor Eusebio quell' atra bile di cui non ai vede a primo aspetto il perch : Ved. U. f. 18-20. 34, 33. (2) II. Aff. IV, f. 19. (3) Si noti bene questa clausola : te manca ad un soggetto ci ebe la sua natura morale esige, vi ha privazione morale, male morale. Perci qualora la natura dell uomo fosse perfetta, e sol priva di quella grazia che alla sua natura non dovuta, non potrebbe dirsi eh' essa aves- se una privazione morale, un peccato. Di che procede una siogolare conseguenza, ed che il signor Eusebio non pu dare una spiegazione ragionevole della sua maniera di pensare intorno all originai peccalo, se non precipitando in quel Baianismo eh* egli a ine imputa. In questo si- stema la grazia santificante diceva! dovuta alla natura umana : 1/umanae naturile eublimatio et exaltatio in coneorlium divinile natura debita fuit interritali primae candilionit, et proin- de naturali i dicendo est , et non eupematuralie : la prop. 21 condannata di Baio ; e il me- desimo viene a dire la prop. 26. Ora se la grazia santificante fosse dovuta alla natura umana, di guisa che si potesse dire un elemento integrale di essa, e perci naturale, come pretende Baio ; in lai caso s* intenderebbe benissimo come la sola privazione di quella grazia lasciasse questa natura imperfetta moralmente e difettosa, io istato perci di peccato, il ebe sostiene il si- gnor Eusebio. Ma avendo la Chiesa deciso che la grazia una esaltazione delta natura umana a lei indebiia ; egli chiaro, che qualora zi supponga che la natura umana sia prescDlemente spogliata della grazia, ma del resto perfetta, come se Iddio l'avesse creata in islato di natura sana ed in- tera, non potrebbe mai dirsi ch'ella fosse moralmente difettosa, eli ella avesse iu s un'alfezione peccaminosa. Risponder il signor Eusebio con altri , che la grazia dovuta alla natura ex or- dinatione Dei , non ex exigentta naturo e. Ma l' ordine da Dio stabilito non pu obbligare se non quelli a cui fu intimato, e perci Adamo era certamente obbligato a conservarsi io grazia, perch conosceva che questo Iddio voleva da iui ; ma ci spiega come Adamo si potesse incol- pare della grazia da lui perduta a s ed alla stirpe , e come la stirpe sua dovesse restarne pri- va ; ma non come la sola privazione della grazia nella stirpe acquistasse la nozione di vero pec- cato , inerente a ciascun individuo , unicuigue / roprlum. So dunque il siguor Eusebio pretendesse Digitized by Google 38 a. Il dire che tdtti i cattolici mettono il peccato originale in una mera priva- zione, on dire che dunque non sono cattolici tutti quelli che non mettono l' es- senza del peccato originale in una mera privazione. Non temerit questa? non intolleranza di tante opinioni teologiche permesse dalla Chiesa? Che diranno lotte 1 altre scuole cattoliche che vengono da questo nostro arcifanfano cosi recisamente scomunicale? (i). XXII. tgli vi dice ancora, (cos egli, quasi ci che egli afferma fosse un dogma), che , ma che in realt, come nel corpo, cosi nell anima (i), ora nasciamo e siam tali, quali nasceremmo e saremmo se fossimo stati da Dio creati nello stato di pura natura (al. Anzi, in pena della falsit con cui egli cit questautore, fora anco senza conoscerlo soffra che noi gli rivolgiamo aoanto quegli dice del Pighio : Quam forte distinctio- nem { tra il senso formale, e il senso materiale della espressione : giustizia originale) si inspexisset Pighius et sui, nunquam mficias icissent , IN nobis INESSE originale peccatum : e il pubblico misuri anche da questo esempio il valor vero delle eusebia- ne affermazioni e citazioni. XXX li. Al quale esempio aggiungeremo il secondo, ancor pi bello, se pu essere, quel del Gaetano, che Eusebio vuol tutto per s. A malgrado di questo soo buon volere, il sentimento dellacuto commentatore (1) Lo stesso Eusebio Cristiano cita queste parole di >. Tommaso alla face. 11 dot suo li- bello, qwdquid percenti de compitone primi peccali ad anima m, hakel ralionem cutpae; ma io realt , qui dice, Illune corruzione pass ah' anime de discendenti di Adamo. Dunque in lealt Diente vi Ila in questi che abbia ragion di colpa I (2) Si confrontino le precise parole di Pelagio , conservateei da sant' Agostino, e da questo aaoto Padre condanoate per eretiche , colle parole di Eusebio Cristiano, e si vegga quanto i duo zelanti difensori della fede ortodossa se l intendano. Le parole d' Eusebio sono le riferite, eh* ( io restii, come net corpo, cos neiC ma ora nasciamo e siam tali, quali nasceremmo e sa. c remino se fossimo stai- Da Dio creati nello stato di pura natura s. Le parole di Pelagio sono: Sine ulta malo , se utio e ilio parvuloe nasci , et hoc eolurn in et# cete , quoti De u candida, non sviaci guoD immetti utruxix. S Aug- De Pee. Orij. cantra Pelag. et Cdmi, c, XV. Digitized by Google 46 Hell'Aquioale a lui oppostissimo. Osserva il Gaetano, che s. Tommaso espressa- mente insegna (i) che I nomo col peccato fa privato non solo del dono della grazia santificante , ma ben anco del vigore delt anima col quale egli teneva a s soggette le parti inferiori ; il qual vigore essendo essenzialmente naturale, bench da Adamo fosse posseduto gratuitamente insieme col dono dell' originai giustizia, non pu man- care alla natura umana senza che questa rimanga, non pi intera, ma guasta e cor- rotta : Quia igilur vigor iste possessive est gratuilus, quia non habetur nisi in con- junctione ad statum gratuitum originalis justitiac : et essentialiter est natura- li s, quia vigor est supcrioris partis animae noslrae secundum naturata rationalem ad solum et omne bonum rationi proportionatum se extendens : ideo sic adiunctus puris naturalibus constituii statum naturae INTEGRAR, et per istius deperditionem natura est corrupta. Non trattasi aui dunque della privazione della sola grazia santificante, a cui Eusebio riduce tutto loriginale peccato, e a udirlo, anco tutti i pi celebri dottori cattolici con esso lui, anzi tutti i cattolici a dirittura ; trattasi secondo il Gaetano, da lui citato qual dottore celebre in prova delle magnifiche sue asserzioni, di corruzione nella natura stessa umana, trattasi d svigorimento di questa natura, ridotta a cos mal termine, da non poter pi operare n pure il bene natura- le interamente, costretta di conseguente a cadere di quando in quando in peccalo. Vero , che questo vigor naturae non trovasi ne principi costitutivi dellumana nata- rn separatamente considerati; e che egli non a lei essenziale, ma solo un'acciden- tale perfezione. Ed questo che trasse forse in errore il signor Easebio, il quale non saccorse, che il Gaetano per islalo di catara pura intendea la natura umana co suoi costitutivi soli, e non punto pi. Perci il Gaetano dice benissimo, che a questo stato da lui immaginato di pura natura non si appartiene larmonia delle potenze fra loro, e il dominio della parte superiore sulle inferiori; e quindi che da un tale stato imper- fetto non differisce il presente, se non come differisce luomo spogliato dall'uomo nudo. Ma che perci? dice forse egli altrettanto della natura integra, cio della natu- ra umana senza peccato e senza grazia, ma fornita per di quell'ordine e di quellar- monia che le naturale, e che Iddio avrebbe saputo darle nella sua sapienza c bon- t, acciocch ottenesse il natarale suo fine, l'onest e la felicit, nellordine della na- tura, se a lui fosse piaciuto di crearla cos senza grazia e senza peccato ? Questo noi dice egli; anzi dice il contrario: dice che la natura, qualor non sia integra, ma svi- gorita, giustamente corrotta si chiama: Vocabulum quoque integri et corrupti, ratio- ni consonai : quoniam natura integra est, quando NIRIL naturauum non solum coslituentiurn naturata et Jluentium ex ea, sed rcquisitorum secundum caia decst: corrupta autcm si quid horum perdidcrit, dictus autem vigor secundum naturam est rational. Laonde lo stato di pura natura, secondo il Gaetano, uno stato in cui luo- mo non pu osservar sempre lonest naturale, fine della natura razionale, t'ita fiu- mana in et ex puris naturalibus pera gi non palesi absque peccalo, et hoc ex intrin- seco dcfectu virium animae : al quale stato difettoso e manchevole pari certamente I nostro, non a quello della natura integra priva solo della grazia santificante, qual quello che Eusebio pur ci descrive. Et quia aequalis, est sujficientia naturae la- psac, et naturae in puris naturalibus consequcns est, quod appellationc naturae in- tegrae non intelligatur in lilera in puris naturalibus: sed intclligitur natura in stata consono naturae rationali, qui addit sopra pure naturalia vigorem rationis scu su- periori. r partis animae ad conscrvandum statum rationi in nullo dissonum. Che que- sto vigore della mente non sia una parte essenziale della natura umana, cosicch scu- zesso non si potesse questa pensare, niuno lo nega; come niuno nega che non sia es- senziale al corpo umano larmonia perfetta delle sue membra, di guisa che qualor anco un braccio fosse pi luogo dell altro, non riuiarrebbesi per questo il corpo dal- (1) S. I. Il , XCI. vi. VjuL 5 gle 47 lavere i snoi naturali costitutivi. Ma che fa ci? riman sempre fermo, che quel corpo sarebbe privo di sua naturai perfezione, se sproporzione vi avesse fra le sue membra, Molto pi la natura umana sarebbe imperfetta, so non gii fosse dato quel vigor della mente da poter l altre potenze secondo ragione dirigere, evitar il peccato ed ottener pienamente il sno fine. Perocch se l'aria e la luce e gli altri elementi, che pur non entrano nella natura delluomo, son per tali che senzessi l'uomo non vivrebbe di vita animale, e per Iddio li cre insieme coll nomo; cosi molto pi il vigor della men- te, col quale l'uomo creato nellordine della natura, potesse infrenar sempre le infe- riori potenze e vivere secondo i dettami di sua ragione, appare necessario cotanto al fine di questa razionale e morale creatura, chegli troppo da credere, che non glie- l avrebbe negato Iddio, qualor senza grazia gli fosse piaciuto crearla. Imperocch sia pure che le parti della natura prese a parte, imperfette a s stesse e insufficienti si dimostrino; ma il complesso per di esse, l'uoiverso intero vedesi ordinatissimo a tale, che all' insufficienza delle stesse parti mirabilmente sopperito e provvedalo, di guisa che della natura universale parlando, pu applicarci a ragione il detto, che natura noti deficit in nccessariis (i). Lumana natura adunque in coi la ragione di comandare pienamente alle parti inferiori fosse incapace, imperfetta e reanchevol sa- rebbe; e per soggiunge il Gaetano: Per naturam corruptam, com la nostra pre- sente intelligitur natura privata dono justitiae originali s et vigore rationis, ac per hoc privata dono supematurali, et DONO NATURALI non fluente ex natura, sed sccundum naturam debilis sibi. Ed per la privazione di questo natoral vigor della mente, non per la sola mancanza della grazia santificante, che ne discendenti d'Ada- mo si sfren la concupiscenza: Propler defeclum quippe talis vigoris, sumus desti- tuii in nostra pronitatc ad malum , quae concupiscentia habitualis superius nomina- ta fluii ( 2 ); dalle quali parole pu anche Eusebio imparar di passaggio un altro vero ch'egli non sa, cio che alla concupiscenza appartiene non solo la carne, ma altres lo svigorimento della mente e la debolezza della volont voltasi male; cose che det- te da me a lui parvero grossi errori. Conchiude adunque il Cardinal Gaetano, che la natura umana com'ella nasce presentemente non solo spogliala della grazia santi- ficante, ma, con buona pace d Eusebio, anche guasta e vulnerata in s medesima; Est igitur fiumana natura sibi derelicta, sublata originali juslia, VULNERATA, ac per hoc infirma in naturalibus , id est in his quae sunt sbcundum natu- rasi, id est in habilitatibus ad virtutis bonum, et hoc per apposilionem : integra auleta in naturalibus, id est in natura, et his quae sunt a natura, id est principili et potenliis et inordinationibus ex parte subjecli: quia nihil per subtractio- nem ablalum est (3). E gi prima ancora avea detto,* che naturalia elsi non sinl ablata a nobis , sunt tamen infirmata (4). Di che si vede- esser ben lontano il Car- dinal Gaetano d'accordare ad Eusebio che (5), 0 che il santo Dottore (Tommaso) t a malincuore di chi lo nega, riponga precisamente 1 essenza del peccato origi- naie in una privazione, come fanno tutti i cattolici' (6) ; ma si contenta pi to- sto il buon cardinale d' essere scancellato dal libro in coi Eusebio registra i cattoli- ci: dichiarandosi continuamente, e senza equivoco alcuno dicendo, a ragion desem- pio : Intendit ( D. Thomas ) peccatum originale esse tam n abito m , quam di- spositionem in CORRUPTIONE consistente si ; il che importa qualche cosa di positivo, come la malattia. E bench Eusebio non vorrebbe sentir paragonato a un (I) S. Tommaso, S. I. CXVIII, ir. (2/ Io I. II , CIX , n. |3) Io I. II, LXXXV, iu. (il Io I. Il , LXXXil , 1 . (5) R. Aff. Vili , f. 35. (6) R. Aff. IV., {. 19. Digilized by Google 4S mal Osico l originai porcaio, tuttavia egli mi perdoni se, essendosi egli appellalo al rnnlinal Caetauo, io debbo lasciarlo segailare a parlare, come parla, cosi: Sicut enim aegritudo est habitus cansistens in eorruplione humorutn : ita peecalum ori- ginale est habitus consistens in eorruplione parlium animae. Corruptionis enim nomea, ut palei in octavo Physicorum, ad omnem alicujus desitionem extendi- tur : et sic corre pt io contra Pii rasi prieationf.m distinguitur in litera. Privalio enim dici i negationem in subjeclo opto nato : corrvptio vero a unir positi r usi contrarivi t, fvnda ns iLLAM negationem. Non sanavi enim pri- vatine dici t sanitatis negationem in corpore capaci sanilalis. /Egrum vero di- cit humores corruptos per contrarias dispositiones ad sanitalem : ac per hoc et dicit aliqvid positifvm, et est habitus corro ptus, id est in eorruplione con- sistens. Et simile est de peccato originati, qui langv or est naturar (i). E da ludo ci impari di nuovo il signor Eusebio, che col cilar falsamente delle auto- riia a proprio favore, comegli fa, quando gli sono contrarie, nulla egli guaJagna, se non del ridicolo. XXXI11. Ma passinm pure oggimai dal discepolo e dal commentatore, al mae- stro ed al testo ; voglio io dire all' Aquinate: e bench anche i soli luoghi del santo dottore allegati fin qui basterebbero a mostrare che forse Eusebio nulla in fonte ne lesse ; lottavia mettiamo di tal guisa la cosa io chiaro, che ciascuno la possa, per cosi dire, palpar colle mani. Avend'io detto, che l' Aquinate non pone l'essenza del peccalo dorigine in una semplice negazione (2), il signor Eusebio, non contento di darmi gi per lo capo il I tolo di correttore di s. Tommaso (3), mi vuol Gn escluso dal numero de' cattolici (4). E pure, che la cosa sia come vuole d signor Eusebio, cio che s. Tommaso eviden- temente dica che il peccato originale sia dna privazione soltanto , non pare a me, n credo possa parere a chicchessia abbia letto I Aquinate, se pure il signor Eu- sebio non mi neghi che le seguenti parole sieno proprie del santo Dottore: peccate m non est pura prieatio, sed est actus debito ordine privatasi). Mi deve negare ancora, per sostenere la sua tesi, che di s. Tommaso sieno quest altre: peccatum non SOLUM Si gnificat IPSAM PRIE ATIONEM boni, quae est inordinatio : sed significai aduni sub tali urivatione, quae habel rationem mali {6). Deve egli an- cora radere dalla Somma dell Aquinate quelle parole, colle quali, applicando laccen- nato principio, che il peccato non est pura privalio, alla macchia del peccato d ori- gine, scrive che macula non est aliquid positive in anima : nec significai pri- eationem soiam, sed significat privationem quondam niloris animae in ordine ad suam causarti, quae est peccatum (7). Non basta : gli conviene stracciare unal- tra pagina della Somma di s. Tommaso, quella cio dove il sunto Dottore dimostra evidentemente essere gaglioffaggine I evidenza dei sig. Eusebio. Imperocch come poteva il Bantu manifestare con pi di evidenza la mente sua al nostro proposito, che scrivendo cos : Sicut aegritudo corporalis (8) habel aliquid de privatone in gttan- tum toltitur aequalilas sanitatis, et aliquid habel positiee, salice t ipsos humores (1) lo S. I. II. Q. LXXXtl, 1. (2) Trattato detta Coscienza , f. 38 , noia. (3) . Tommaso che la sommissione delle po- terne inferiori alle superiori in Adamo era 1' effetto della grazia santificante , ne viene dunque secondo sao Tommaso che nello stato di para natura in cui mancata la grazia dovea esistere la mala concupiscenza; ma noi accordando che in Adamo T armonia delle umane potenze dipen- deva dalla grazia santificante elle possedeva, neghiamo al tutto la conseguenza che se ne vuol trarre, cio che la mala concupiscenza esiztesse in un uomo creato da Dio senza grazia a prin- cipio e senza peccato, come esporremo piti sotto: sialo che se non ti vuol chiamare di pura natura, pu benissimo chiamarsi di natura integra : non dovendosi questionar di parole ma s di cose. (1) De nuptiie et mneup. L. Il, c. XXXV. (2) lei, L. 11, c. IX. (3) Ivi. (4) De miptiie et concupite. L. Il, e. XXVI. Ved. ancora il cap. XIV di questo stesso libro, e De peccato orig. conira Pelag. et Caeleel. n. 4, dove distingue accuratamente il santo doUorc ci che aUVztmto detta natura appartiene, o ci cbe al disordine della concupiscenza. (a) R. Aff. I, f. 8. Per tutte prove della sbadataggine ( dico cosi per sua scusa) del nostro Eusebio basti notare, che adirandosi egli meco perch io dissi che talora T istinto nelle operazioni sue precorre la ragione e la volenti, sostiene che con ci io m oppongo alla senteoza Digitized by Google 56 tanlo sdegno per aver io dello che avvenir pu, che nell uomo anche desio operi ii solo istinto animale, senza clic la volont concorra positivamente colla sua azio- ne (i). Non si oppongono queste parole mie certamente alta sentenza di s. Tom- maso , che membra non applicantur operi, nisi per consensum ralionis , come s. Tommaso non si op|tone a s stesso quando dice che conctipiscenlia (/uac tran- scendit limite ralionis, inest homini contro naturata ( 2 ); e non si oppone n pure n sant' Agostino, ii quale, dopo aver dello: sin non etiarn mine in ccrpore morti s htijus imperatur pedi, brachio , digito, labro, linguae, et ad nulum nostrum con- tinuo porrigunlur ? soggiunge: Quanto ergo J'acilius atipie tranquilli^ obedicnti- bus qenitalibus corporis partibus et ipsum membrum porrigeretur, nisi homi- nibus illis l'nobedientibus tnembroruni istorum inobedienlia justo supplicio redde- rettir (3)? Perocch Giuliano pelagiano sostenea pure, altrettanto quanto Eusebio, che le membra non si movessero che col consentimento della ragione, ad vo/untaiis pror- sus nulum membra in hoc opus creala famulari (4) ; e preteudea di trovare in con- traddizione saut Agostino seco medesimo, per aver questi detto che. la disubbidienza delle membra del corpo era pena conseguita alla disubbidienza dell' nomo a Dio , e poi aver tuttavia nominale certe membra , che a volont dell' uomo si muovono: al che saut Agostino risponde: Hoc ego dix, genitalibus utique exceptis, quae corpo- ris nomine nuncupavi: ac per hoc et corpus voluntali servii in aliorum motione membrorum ; et corpus voluntali non servii in motibus genitalium. Non stinl ergo verbo mea inter se contraria, quamvis te palianlur, vel non inlelligendo, vcl alias intclligere non sinendo, contrariata (5). Laonde ben posso anch' io dire al signor Eusebio col medesimo sauto Dottore : Multum guidati laborasli , ut hacc mvenires , di >. Tommaso, membra non applicantur operi, nifi per consemum rationie ; ma nello stesso tempo egli mette a pi di pagina il testo intero eli* contiene la limitazione dallAngelico apposta al suo detto, ed : Quanooqce vero ratio poteet passioner escludere divertendo ad alias co- gttahoncs, vel impedire ne euum consequalur ejfectum ; quia membra non applicantur operi, nisi per ronsensum ralionis. Se quandoque , dunque non sempre! Avesse etnica letto il signor Eusebio l' articolo precedente nella Somma di a. Tommaso ; egli avrebbe trovato che il Santo vinsegna come appetitile sensilivus potest se h aber e ad liberum arbilrium et astecedinteb, et conseqiienter. Antecedenler quidem , secundum quod passio appetitili sensitivi trahil rei in- clinai rationem, vel votuntatem, ut supra dictum est ( S. I. li, LXXVII, vi) ; il che 6 eppunto ci che io dissi. Nella sua inconsiderata passione adunque ( non so se precedente , o conse- guente in lui all uso della ragione, Iddio lo sa ) il signor Eusebio si consigli di mordermi co- tanto onninamente da metter lino in sospetto T esattezza della mia morale I E il tent anche altrove ( R. AfT. IV, f. 19, 20). Ma quid projicil tantum ne fai ? mio caro Eusebio, perch cosi sprecare il vostro vipereo veleno? (1) Tratl. della Coscienza, 32, 33. Questo io dissi, non quello che mi fa dire la ba- loccaggloe (perch voglio sempre sperar bene delle sue intenzioni) del signor Eusebio. Parlavo io de primi moli, e dicevo che talora ( Trattalo della Coscienza t . 32 ). A provare come possa essere che listinto prevengo la ragione, io dissi che z so si esamina la natura dell' istinto ani- mate trovasi chesso per operare non ha bisogno dell eccitamento della ragione, di maniera che se si suppone che questa si stia del tutto osiosa, ancora pu benissimo concepirsi un'operazione nell uomo, perch fornito come le bestie appunto dell' istinto i. Si parlava del poter fisico dope- rare; e il signor Eusebio mostra a!l incontro dintendere che con ci si volesse signi beare elio potesse l'uomo lecitamente lasciar dormire la ragione, ed operar l istinto a suo grado! Osa dun- que d' attribuirmi, o tenta alinea di far credere a'suoi lettori, che venga per me liceniiato listin- to a faro tutto quello che pu, tacendosi la ragione ! Deb, mio signor Eusebio , perch mai vo- lete che il lettor vostro dirizzi verso di voi le acute luci del suo intelletto ? per veder forse la vostra ignoranza? basta a vederla delio luci non punto acute. (2) S. I. Il, LXXXII, in, ad i. (3) De nuptiis et concupite. Lib. II, c. XXXI. (4j Parole di Giuliano riferite da sani Agostino. Conira Julian, Pclag. llb. V, n. 20. (S) Ivi, n. 19. 57 nuac conira le pollus quarti contro me (licerci : sed in tali caussa non libi asci ne- cessarius labor , si adesset pudor (i). XLI1. Ma qui mi si conceda un intramesso di alcune poche osservazioni, che giovar dovrebbero a dar maggior forza alla verit.. Il signor Eusebio regala altrui con maravigliosa generosit il titolo d eretico, calvinista, luterano, giansenista, baianisla, molinosista, eccetera, eccetera: con qual fondamento poi, ogni uom di buon senso sei pu vedere. Or pazienza lutto ci, scgli fosse ben sicuro d' aver nette le mani di lai sozzure ! Noi credo io gi un ostinato eretico: credo tuttavia non ponto cattoliche molte delle sue frasi ; e certo le dottrine da lui poste con aria s magistrale nel suo libello pussooo ribattersi ottimamente con diversi di quegli stessi argomenti, che sant' Agostino adoper ad abbattere la pela- ciana empiet. E quantunque io stimerei mio dovere risparmiargli un si odioso con- fronto, qualora egli avesse errato di buona fede, o avesse- ragionato o anco sragio- nato con cristiana modestia; tuttavia rinunziando egli con un Vi ingiusto e villano procedere a riguardi dovuti agli onesti, e dando tanti probabili indizi di mala fede ; ragion vuole eh' io parli a dirittura quello che pu meglio giovare alla causa del vero e della cristiana fede, usando a dirittura di quella legge chegli fece a s medesimo. N alcuno si creda perci, che io miri n pur da lontano a fare onta a qualche scuola cattolica ; ch tutte io le rispetto altamente. E bench apparisca assai chiaro, che il signor Eusebio spera di salvar le spalle appoggiandole appunto ad una delle cattoliche scuole, alla quale i giansenisti diedero a torlo per addietro ed ingiuriosa- mente il titolo di pelagiana ; tuttavia egli non sar troppo sicuro per questo ; giac- ch neppnr quella scuola, io credo, di cui egli si mostra alunno, il vorr riconoscer per suo ; ch, se io non erro, egli esagera e storce le dottrine di essa ; e le dottrine di una scuola qualsiasi esageratc e storte, si possono pi dire dottrine a quella scuola appartenenti (a) ? Ad ogni modo io dir aperto quanto nel sistema del signor Eusebio intorno al- I' originale peccato a me paia vedere d assai vicino al pelagianismo ; n questa sar pi che opinione privata, lino che la Chiesa non parli ; ma pure sar opinione degna a' d nostri che ben si consideri. Perocch abbattuto il giansenismo, qual mai errore rman pi a temersi nella chiesa di Dio? Il razionalismo (3) : ceco il nemico vero dell et nostra. E che cosa poi egli il pelagianismo, se non un ramo del raziona- lismo ? Laonde si vogliono anche oggid distrutti i misteri, si esalta fuor di misura la potenza dell' umana ragione ; e s inclina sempre a scegliere infra le sentenze cat- toliche, non quelle che abbiano pi fermo e costante appoggio di ecclesiastiche au- torit, ma quelle che meno incaglino il corso del proprio umano superficiale ragio- namento (4) : lo quali una sola linea pi in l del dover che ,si portino, fanno tra- boccar nell errore. Ora son di nuovo con voi, Eusebio mio. (1) Ivi n. 20. (2) Per esempio v' hanno ite' teologi che , senza negare che U volont deli uomo sii in- clinala al male lin dati, nascita ( quando il signor Eusebio va in collera perch io pongo un guasto originala nella votomi), dicono lullavia che il guasto della volont c solo un effetto del peccato dorigine e non levaenna proprio di esso. Ora un tal parlare ben altro da quello del signor Eusebio; o come si vedr a suo luogo, non mollo differisce dal mio conccUo, nel quale si distingue V inclinazione al male, dal guaito onde quella iDcliDozioue s'origina, e in questo, Don in quella riponcsi t essenza formale dell* originai peccato. (3) lo ho distinto due sistemi di razionalismo, il filosofico ed il teologico. Ved. la mia tetter al professor Polli, inserita nel Progreuo di Napoli, e pi altre volle stampala. (4) Lo stesso Bolgeni , autore per altro eh* io stimo, dichiara di scegliere le opinioni cat- toliche, con questo criterio delia ragione, rigettando quelle, sebben del pari cattoliche, ebe alla ua ragione non si affanno. a trb, sed ex mlndo est ; cujus mundi princeps dictus est diabolus : qui eam in Domino non invenit , quia Dominus homo non per ipsam ad homines venit. linde dicit etiam , ipse , Ecce venit princeps hujus mundi , et in me nihil invenit : ni hit utique peccati , nec qtiod a nascente trahitur , nec quod a vivente additar, liane iste noluit nominare in his omnibus, quae commemoravi/, naluralibus bonis , de qua etiam nuptiae confunduntur , quae de his bonis omnibus gloriantvr. J\am qtiarc tllud opus conjugalorum subir hitur et abscondrtur etiam oca hit JUiorvm , nist quia non poi- stmt esse in laudando commistione, sine pudenda libidine ? De hoc erubuerunt etiam qui primi pudenda tererunt , quae prius pudenda non fuerunt ; sed tawquam Dei opera praedt- canda atque gloriando. Tunc ergo tererunt , quando erubuerunt : lune autem erubuerunt , quando post inobtdientiam iuam inobedientia membra senserunt. ( De nuptiis et concup. L. II. c. V ). jOOgle 59 dottrina di sant' Agostino e di s. Tommaso intorno al disordine della concupiscenza, considerata non coin uno spogliamento di qualche dono soprannaturale, ma come un vizio e un morbo della natura, agli occhi miei di fede, min solo perch da tutte le Scritture e da tutti i Padri attestata ; eccetto forse da qualche moderno scrittore, che fuor del debito assottigliandosi, cerca schivare le chiare decisioni ecclesiastiche; ma ben anco pel decreto positivo del Tridentino Concilio, il (piale non chiama gi la concupiscenza una parte, una condizione, un effetto della umana natura; nel qual caso verrebbe da Dio, autore della natura ; ma bens la fa procedere dal peccato, ex peccato , e lanatema pronuncia contro chi dice il contrario, come venite a dir voi, mio teologo sopralCno. Itane concupisccntiam , quam aliquando A postola! pec- catum appellati sancta Synodus declami , Ecclesiam Catholicam nunquam inttlle fisse peccatum appellaci, quod vere et proprie in renalis peccatum sii , sed quia zi pece Aro est, et ad peccatum inclinai. Si quis aulem conlrarium senserit ; analhe- ma sit (i). Or perch mai colpisce questa concupiscenza il sacrosanto Concilio, men- tr ella gode pure la protezione dLusebio nostro, campione s zelante della parit della fede? Se la natura presente dell'uomo non ha nulla in s di vizioso, sol che spogliala de' doni superni, perch il Concilio colpisce una parte di questa natura uma- na, la concupiscenza, e dell'altre non parla? Se dal peccato venuta una parte della natura; dunque anche altre : dunque la natura tutta procede da un cattivo princi- pio. Vedete voi, mio Eusebio, in che modo la vostra novissima teologia vi conduce da un errore all altro suo opposto, e dopo essere stato pelogiano, vi fa divenir ma- nicheo? vedete voi, che se non ammettete un vizio originale insito nella natura, voi dovete o tutta lodarla, come facevano i pelngiani, o vituperarla nella sua essenza, come facevano i manichei? ( 2 ) Scegliete dunque : se col Concilio di Trento fate ve- nire da nn cattivo principio, qual il peccato, la concupiscenza; dunque tuttala na- tura umana, per esser voi coerente al vostro principio , derivar dovrete dallo stesso principio cattivo ; essendo tutta egualmente intera e sana in s stessa, egualmente spoglia rispetto a doni soprannaturali. Se poi volete co pelagiani che nella natura umana nulla vi sia d'infetto, dovete, contro il Tridentino Concilio, come fate venir da Dio gli altri elementi della natura, far venire da lui pore la sozza concopisceaza , della anale scritto che f non viene dal Padre (3). XL1U. 2 .* Che se la natura umana cos intera e sana in s stessa, quale sareb- be se fosse uscita dalle mani di Dio priva di grazia a principio, ben s' intender come I uomo possa produrre un altro uomo spoglio de' doni divini ; ma non s intender mai come l' infante debba uscir peccatore alla luce ; c questa era un' altra obbiezione, che facevano i pelagiani contro la propagazione delloriginale peccato. Dovete dun- que, mio caro Eusebio, rinunziare a quanto sant Agostino e la tradizione tutta co- stantemente professa, che dal seme virile nou naturai, ma vizialo, vien 1' uomo pro- dotto, semini'ius ex orijine litialis; ne quali semi riconosce pure sant Agostino che tutto buono ci che appartiene alla mera natura, e non al vizio da essi contratto, aggiungendo : in qttihus bona est ab ilio (Deo) creala subslantia (4). Perocch egli da per tatto distingue la sostanza del seme che da Dio viene, dall infezione di esso che vien dal peccato. A 'eque nunc agitar, come altrove dice, de natura seminis, sed de nrro. Illa quippe habel auctorem Deum, ex isto autem trahitur origina- le peccatum (5). Niente affatto, ripete il nostro Eusebio, prendendo il tuono di teologo zelantissimo della fede : quel preteso vizio del seme di cui parla sant Agosti- pi) Si-k. V, Decr. de pece. orij. (2) Manie turni t/uidtm naturai n humanam detertaliliter vituperai ; lei tu cruitliUr lau- dai. ( De nupliii et concup. L. Il, c. Ili ). (S) I. Jo, II. iG. (4) Cantra Jtdan. Pelag. L. VI, 0 . IX. (5) De nuptiii et concupite. L. Il, c. Vili, Digitized by Google 60 no, non che nn naturai Jifotlo, e l'uomo l'avrebbe avuto anche creato da Dio col- ta sola natura, spoglio di grazia ; ella una naturale condizione nostra semplice- mente, che ora mirasi come un guasto, una ferita, una degradazione, una pena (t); ma non tale se non di nome, non tale se non pel confronto allo stato soprannatu- rale, in cui 1 ' uom si trovava e si dovrebbe or trovare. Invano sant Agostino s affa- tica a provargli, che dalla corruzion di rjuel seme vien comunicalo il peccato dori- gine ; invano vi reca i testi manifestissimi della Scrittura divina, i quali accusan nel- T uomo non una sola mancanza de doni che eccedono la natura, ma una intrinseca naturale malizia ; in vano domanda : Aam si semn ipmm nulium hahel titium ( parla del semen ipsum, non della natura tutta spogliala de' doni ), quid est quoti scriptum est in libro Sapientiae : Non ignorans quoniam nequam est natio lito- ti rum, et natcralis malati a ipsorum , et quoniam non poterai mutavi cogita- ti Ito illorum in perpetuimi ; semen enim era t maledictvm ab inilio (a) ? sog giungendo : Nempe de quibascumque dicat ista, tic hominibus dicil. Quomodo est ergo cuiuslibcl hominis it aliti A naturali s et sejuek maledictvm ab indio, iti- si ad illud rcspicialur, quod per unum hominem pcccatum intravit in mundum , et per peccatum mors , et ila in omnes homincs pcrlransiit, in quo omnes pcccavcrunl (3) ? A queste domande il nostro Eusebio non degnasi di rispondere meglio che non faces- se il pelagiano Giuliano; e pur vanta egli solo d'iotendere sanamente, egli solo d' avere per le sue opinioni il suffragio de pi celebri dottori cattolici, e dell' Aqui- nate massimamente ! Che se io citassi uno o l altro' di que moltissimi luoghi del dot- tore angelico, dov egli insegna, consentendo a sant Agostino e a tutta 1 ' ecclesiasti- ca tradizione, che libido transmittil pcccatum originale in prolcm (4) che caro iivpi- cit animam inquantum est principium acticum in gcnc.ratione ( 5 ), che in semine corporali est pcccatum originale sicut in causa instrumcntali , co quod per virtutem activam scminis traducitur pcccatum originale in prolcm simvl cum natura Auma- na (6); povero a me ! che griderebbe allo strazio indegno chio faccio di s. Tommaso, e direbbe Apprendi, apprendi la cautela con coi van Tette le opere del Rosmini! (7), e giurerebbe che s. Tommaso c a malincuore di chi lo nega (8), non mette infezione nella natura se non di nome, ma in realt ( son sue parole ) come nel corpo, co- si s nell anima ora nasciamo e siavi tali quali nasceremmo e saremmo se fossimo k stati da dio creati nello stato di pura natura (9). Anche nello stato dunque - rire, come un saggio di quo mollissimi luoghi de' Padri e altri scrittori autorevoli , che senza alcuna fatica potrei riferire al proposito. Ecco come espone la vera dottrina il grandissimo Papa accennalo: Ex semnibut ergo porcina atque coanvrui ccncipitur corpus corruptum pariter et foedalum, cui A sua tandem infusa coam'MPircn el rorniTCa: non ab integritale et munditia quam habuit , sed ab integritale et munditia quam haberet , si non uniretur foedato carpari et corruplo , quoniam et creando infmditur , et infondendo crealur. Sicut enim ex vare cor- ruplo liquor infusus corrumpitur , et pollutum contingens ex ipso eonlactu polluitur : sic ex contagio corporis anima corrumpitur et foedalur ( Ad Ps. IV ). Lanima guasta dunque, non perch so nesca dalle mani di Dio priva de doni soprannaturali , corno vuol Eusebio; ina perch si guasta al contatto del corpo infetto , come vuote il papa Innocenzo con tutta l Chicca. (5) De peccalo originali cantra Pelogium et Coelesl. cap. XXXVII. (6) Iti, c. XL. ri by Google 62 nell' uomo di presente la sola natura pura, ma si bene il viz : o , onde il demonio re gna sulluomo non rinato, non in quanto egli uomo, fattura di Dio, ma in quanto egli dal peccato corrotto, recava in mezzo il rito della Chiesa d'esorcizzare i bam- bini prima ancora di battezzarli ; perocch anche i pelagiani dichiaravano colle pa role di rispettare i riti della Chiesa ed i sacramenti, bench nel fatto ne annullasser l effetto: quac ( sacramenta ) tam priscae traditionis aucloritate concelebrai, ut ea isti ( Pelagiani ), qunmvis in parvulis existimcnl si u viatorie POT/US QVAM SE baci ter fieri , non t amen audeant aperta improbatione rcspucre (l). Cos credeva il grand'uomo dabbattere leretica pravit, Ma ora insorge il nostro Eusebio, e francamente vi dice, che non va presa cosi la cosa. Ma come adunque? Con- vien concedere, prosegue, a Pelagio e a Celestio, che nella natura umana com'ora ella nasce, non v'ha vizio alcuno di pi di quello che vi sarebbe nella natura umana uscita dalle mani stesse di D o se egli l'avesse creata senza la grazia. Cos affer- mano decisamente i pi celebri dottori cattolici i ( 2 ). Ma se concedete tanto a Pelagio, se gli concedete elte niente di ci che vha nella natura umana al presento sia corruzione; ma tutto pura e vera natura umana; or come potete poi rispondergli, quando domandavi in che modo il demonio domini una natura in s medesima pu- ra, e che non ha niente che da Dio non provenga ? Posso rispondergli assai meglio di santAgostino, Eusebio ci replicher con tutti i pi celebri cattolici dottori ; perocch io dico, che Lumaca natura quantun- que realmente non punto guasta, la si mira e la si considera siccome guasta, c per la ragione stessissima la si considera e la si mira come se il demonio la possedesse; e ci lutto perch ella semplicemente ignuda de' doni superni! Ah ora ben io ca- pisco ragione onde, essendo voi, mio dolce Eusebio, un logico si sottile, scriveste in su' cartoni del vostro libro, come foste la teologia In persona , Drizza, Lettor, ver me le acute luci Dello nlelletto !... N io certamente, n tampoco sani Agostino, n la Chiesa cattolica, per quantio cre- do ( e di credenza di fede ), ha quelle luci cotanto acute che bastino a raggiungere i vostri voli. Ecco dunque il vostro sistema. Iddio, in pena della colpa di Adamo, spoglia Adamo e tutti i nascituri suoi figliuoli de' doni gratuiti. Qaesti nascono perci spogliati ed ignudi di tali doni, ma del resto realmente perfetti senza macola e senza difetto. Or Iddio, dopo averneli spogliali, dice loro : Dovevate nascer vestiti ; e cos imputa loro a colpa la inevitabile nudit. Poscia Iddio ancor soggiunge : V'ho spogliali de' doni miei, e l'ho imputalo a colpa vostra; ora, essendo voi colpevoli, il diavolo sar il vostro padrone I Niente affatto, Eusebio, che vedeli cos scoperto, risponde; voi non mavete inteso, lo non dissi che (ulto ci sia, ma che si mira, si considera come se ci fos- se. 0 mio dolcissimo Eusebio, scegliete adunque: o un tal sistema, che dal vostro principio dell' ignuda natura discende, cero, o finto .- sia che mi rispondiate l'una cosa o l'altra, io non so come aver possiate ardimento di nominarvi, non che catto- lico, ma pur cristiano. Consideriamo pure ciascuna delle due risposte che sole dar mi potete, e reggiamo ci che ne viene. XLV. Se voi mi rispondete che quel vostro sistema vero , cio che Iddio sottrae ai nati d'Adamo i doni soprannaturali, n vha altro peccala loro aderente; e che imputa loro veramente a colpa la lor nudit, bench del resto s'abbiano la natura umana sana e perfetta ; e che in conseguenza lasciali veramente in balia del demonio (1) Ivi. (2) H. Aff. VI, f. 54, 55. Digitized by Google 63 fino die non vengano battezzali ; in tal caso, voi cangiate Iddio nel pi stollo, ingiu- sto e crndele tiranno. Ed in tal caso, come potevano parervi cos crude dizioni (i) le mie, in paragone di queste vostre, quand'io, descrivendo gli effetti dell'originale peccato in quelli che nascono e che non sono per anco rigenerali, dicevo che lutti sono guasti gli uomini nella volont. Non ci ha bisogno di condannarli, basta la- sciarli in preda al loro guasto : con ci non si fa loro torto, lasciando loro il suo : questa riprovazione come a dire un mal fisico, che ci viene sopra inevitabile per conseguenza dellu colpa del primo padre (2) ! Non dite voi forse assai pi col si- stema vostro, se parlate da vero ? D'altra parte considerate un po con quest' occasione le mie ragioni, per le quali io mi son cosi espresso, lo rassomigliavo a un mal fisico, vero, la riprovazio- ne originale; ma il facevo perdio a un mal fisico appunto la rassomigliano i dottori ed i Padri tulli: un morbo, a ragion desempio, la chiama sant Agostino (3): a uu mal fisico s. Tommaso la paragona : Est enim quaedam inordinata disposilo : sicut eliam aegritudo corporalis est quaedam inanimata dpositiu corpuris , sccun- dum quain solcitur acqualitas, in qua consisti t ratio sanitatis : unde peccatimi origi- nate hwguor untume dicitur (4). Infine la Chiesa chiam sempre e in tutti i secoli 0 morbus , e languor naturac la originai perdizione; ed una verit di fede colesta , che questa ci venga sopra quando nasciamo , siccome un mal fisico inevitabile, ap- partenendo a' soli eretici il dire il contrario (5). Ma oltre di tutto ci, non havvi certo cagione perch tanto dura espressione vi deliba sapere questa di un mal fisico da me usata, se a voi piaccia di considerar bene il contesto del mio discorso. Descrivendo io condizioni s crude, come voi dite, ma pur verissime, fumana disgrazia, miravo pare a fare risaltar maggiormente il divin benefizio della nostra redenzione; peroc- ch quanto pi grande l'abisso in cui luomo pel peccato primo caduto, tanto pi splende la gloria della misericordia del Padre, e il trionfo di Ges Cristo Salvatore, ebe alla sanguinosa croce affisse il chirografo che di tanto con vince vari debitori. Laonde dopo aver io detto che questa riprovazione (del peccalo originale) come t a dire un mal tisico, die ci viene sopra inevitabile per conseguenza della colpa del primo padre , soggiungevo immediatamente : Ma sia introdotto un altro prin- cipio nell'uomo, non per opera di libera volont, ma di nuovo per necessit, venga f cio infusa la grazia. La dannazione tolta incontanente (6). Volevo io cos es- primere quello di s. Paolo : Conclusit scriptum omnia sub peccato , ut promissio ex Jide Jcsu C liristi daretur crcdcntius (7) Ma voi, mio Eusebio, per inavvertenza forse anzich per malizioso artificio, distaccando del tutto le prime mie parole , che descrivono la miseria de* figliuoli dAdamo, dallaltro che a quelle susseguono, e che descrivono labbondcvol rimedio da Dio posto ad essa; prendeste occasione e di con- dannar per soverchia la grandezza da me descritta dellumana sciagura (S) dallacol- pa prodotta del primo padre, come se io detraessi troppo con ci al libero umano (1) U. Aff. Vili, f. 33. (2) Troll, delta Cose. Tace. 46 0 seg. (3) linde ilio magno primi homi tua peccato , natura ibi nostra in de ter tua commutata ( sentite qui che la natura stessa elio soffri detrimento, non le iole sesti di cui essa era or- nata?), non solum facta est peccatrix , verum eliam generai peccatorea : et tamen ipte languor quo bene vicenni virt a periti non est ctiquk natura, sed Tirasi (badate bene a queste parole): ticut certe mala sa corpore taletcoo (che il mal fisico di cui io parlavo, se intendete la- tino) non est ulta tubstanlia vel natura , ttd titum. (De nuptiis et concup. L. IL c. XXXIV). (4) S. I. II, LXXXI). 1 . (o) Onde il sommo pontefice Innocenzo III esclama: Oh gravia nccessitas, et infelix con- d lio ! Antequam pcccemus , peccato coatringimur , et antequam de/inquatnus delieto tenemur / ( De Contempi. Mundi, L. I, c. IV ). (6) Trattato della Coscienza, f. 46 e seg. (7) Gala!. III. 22. (8) R. Aff. Vili. Digitized by Google 04 arbitrio, o la dichiarassi inevitabil nel Tallo ( 1 ) ; fi di condannare poi, in altro luogo del vostro libello , per soverchia egualmente la grandezza da me celebrala della re- denzione e della grazia battesimale infusaci pe' meriti del Signor nostro Ges Cri- sto ( 2 ), come sio volessi con ci .di nuovo al libero arbitrio detrarre quello che pur gli spetta. Io volea mostrare che tutti gli uomini hanno bisogno della grazia delSal- vatore a salvarsi, e che questa grazia pura misericordia, noti ci vien per diritto che alcnno se nabbia : laonde dicevo: tutti sono c guasti nella volont: non ci ha biso- gno di condannarli : basta lasciarli in preda al loro guasto : con ci non si fa loro torto, lasciando loro il suo. Questa riprovazione come nn mal fisico che ci viene sopra inevitabile per conseguenza della colpa del primo padre , mal fisico che non si sana (3) se non per la grazia , che a noi viene infusa pure con operazion necessa- ria, cio pel sacramento del battesimo, ex opere operato; in una parola, per la po- tente salutifera virt di Cristo. XLVI. E qui di passaggio ancora ^ osservi quanto inesattamente s esprime il nostro Cristiano. Volendo egli dimostrare che senza la libera sua volont niuoo dan- nasi, cosi dice: Raccordiamo noi collApostolo (4). (quanto sta male lApostolo, si grande preconizzatore della grazia di Cristo, in bocca d Eusebio 1 ) ]. Perocch senza i meriti di Cristo potevano c dovevano dire anche que'santi antichi, col profeta Isaia; Et facli sumus ut immundus omnes nos, et quasi pannus mcnstrualac universae justiliae nostrue (3); e anche di essi pot del pari dir'CKS Cristo: Omnes quutqiiot venerimi , fures sunt et latroncs (4). Della salute loro adunque fu causa la divina piet, a cui quegli uo- mini corrisposero col libero lor volere, venendo per questo stesso eccitato e aiutato dalla grazia; n tuttavia poterono evitare i peccati veuiali , l'un solo de' quali , fin (t) Sess. VI. De juelif-, cap. VIt. (2) llaebr. XI. Divinamente descrive questa fede il sacrosanto Concilio di Trento, dicen- do : Credente e pera esse, fune ih finitile revtlala et promisea sunt : ttJi/uc iiut in chimi-, tiro j unti firari i m/ i u m pan uairusi rjus , per redem/tlionem fune ist tu Cintelo Je*u : e/ tinn ptixUToais se eeee rnle/Uyenlee ( non adorni delle virt per le quali vuole il signor Ku- sebm clic gli antichi piacessero a Dio e si salvassero ), a mi nine juifiliae timore , tjuo uttUler roneutiunlur, mi cnneiileratt'ltim Dei Miscaicoaui sm se concerlrndo. in epein eriijunlor, Jden - tee Uria stai paoprsa Cuaiircst paopiuuM rosa, eie. (S*ss. VI, De juelif., cap. VI). Tanto lungi adunque elle gli antichi piacessero a Dio c si salvassero pus l>: luso vinr , elio ami tutta la loro salvazione dovea incominciare dal ricont scersi spogli di virt c di meriti, c dal peccalo aggravati , aspettando la- loio saluto unicamente dalla divina siisEatconuiA , la quale avrebbe e loro condonate le culpe , c loro dalc le fmz.i ad osservare i divini cuiuaudameuli, o loro infuse le virt ; a colie forzo o colie virt ricevute, sempre pi, cooperando alla graziai avrebbero meritato. (3) Is. L,\lV. (4) Jo. X. Hosmini Voi. XII. 434 G6 che non rimesso, basta od impedire l' ingresso nel cielo fi); ed nuche mondi dalle veniali colpe, per gli meriti sempre del Salvatore, non poterono per meritar di pi che di scendere ni limbo, (ino che il loro liherntor generoso Ges Cristo vonissse a trarli di quella prigione, senza del quale non potevano uscirne. Che dunque il solo peccalo originale che vien nell'uomo senza sua volont trag- ga seco di necessit la dannazione e la servit dell'uomo sotto il demonio fa), questo di fede; come di fede, che il Redentore del mondo port il rimedio di peste cos mortale e vinse il demonio. Ora dicevo io, ella Torse piu eroda questa mia sealenza, o della Chiesa piuttosto, di quella del signor Eusebio, qualora egli pretenda che il bambino venga al mondo schiavo veramente al demonio per cagione non dun peccalo a lui inerente nella sua propria natura, ma duoa mera colpa posticcia, per cos dire, imputatagli cio da Dio, perch ignudo de doni suoi, c ignudo perch egli glieli sot- trasse in pena del peccato del primo suo padre ? 1,csser pi cruda l una o laltra di queste sentenze, non dipende gi dalla gravit della pena; poich noi supponiamo in tale ipotesi una pena uguale, supponiam luno e 1 altro che il neonato sia al demo- nio in preda; ma dipende dal rilevar se la pena sia inflitta pi ragionevolmente nel sistema mio, cio ia quel della Chiesa, o in quello d Eusebio. Nel mio sistema il fi- gliuolo dAdamo guasto, non sol della grazia privalo; ha una volont a Dio av- verso, che impedisce la grazia ( perocch la volont nelluomo anche bambino non manca mai): egli morto perci nellnnima, mortale nel corpo: Iddio adunque l ha in ira: il demonio ha su di lui un colai diritto di conquista, se lice dirlo, essendo egli stato causa, qual seduttore, della perversione della creatura : Iddio dunque gliel la- scia come gi suo, fino che non gliel ritolga con nuova conquista. Nel sistema vo- stro allincontro, Iddio abbandona al demonio la sua creatura, che nou ha iu s vizio alcuoo, e sol perch spoglia de doui ch'egli non le ha conferiti: qual crudelt, quale assurdo non cotesto ! XLYII. Ma voi, gi ben veggo, rigettate quest' ipotesi, e mi rispondete nel se- condo modo de due possibili, venendomi a dire che tutta Irnslata la vostra manie- ra d esprimervi; e che voi dite bens, a) Che ne discendenti d'Adamo havvi peccato; ma per peccato intendete il me- ro spngliamenlo de' doni soprannaturali, che non in s peccato, ma che mirasi per tale relativamente alla sua causa, il peccato alluulc d' Adamo, il quale Tu perdonato e quindi non pi imputabile se non per modo di dire, di guisa che se si astrag- (1) Della giustizia degli antichi santi parta santAguitino di. frequente. Il lettore potr eoo- suilarc De gratin Chrieli cantra Pelagium et Cacle*t>um, c. XLVIIf, dose dice che la giusti- zia guae ex tege est, in etercoribne et detrimenti s i/eputavit. De peccato originali . , cap. XXIV e XXV. De nuptiis et concnpi.icentia , c. XI. (2) Dicendo dannazione , non foglio io qui dichiararmi per l* una o l'altra delle sentenze cattoliche, die pi o meno alleggeriscono le pene a* bambini morti senza battesimo. Or il signor Eusebio non devi* credere per questo, quasi leggendo col suo cannocchiale nella mia mente, che a me piaccia di scegliere fra esse la pi severa. Vero , clic io ho adoperata, anche parlando del peccato originale , la parola dannazione usata dalla Chiesa ; ma ci era bisogno di andare Inni* in collera per tal cagione ?( Vcd. R. f. 32, 33). E non dite voi stesso clic t il non andar c dopo morte a godere dell* ctt-rna soprannaturale felicit, se si muoia senz'essere rigenerati, c c lessere esclusi affatto dal cielo, si riguarda come una positiva dannazione? j (R. 33). K se si riguarda come una posila va dannazione , perch salile dunque si sconciamente >n sulla bica per aver io adoperata questa parola senza aggiungervi spiegazione alcuna, ma lasciando che ciascuno la si prendesse per quel che gli piace ? INon la usano forse i Padri , non la usa sant* Agostino continuamente, come, parlando* del peccato originale contro Pelagio c Ccleslio, l dove dice. Ac per hoc Deue hominem damnat propter titidm quo natura dehokkstatuk ,* non propter natlium guae vino non aufertur ( De peccato orig. contro Peiag. et Coeleet. c. XL )? Cessale dunque dal solito vostro vezzo di sognare che io dica quel che non dico, imputandomi i sogni vostri morbosi, e volendomi estinto ia pena di questa strana vostra imputazione. Ma su di ci tornerai! fra poco. ized by Google 67 ga (i) dalla volont libera dell'uomo primo che nc fu laufore, non animelle in s neppure la nozione di peccalo (a): b) Che v'ha nell'uomo com'egli or nasce, guasto, ferita, degradazione, pena e colpa; ma che tutte queste cose sono solamente i naturali difetti dell anima e del corpo nostro, che nello stato di pura natura si sarebbero dovuti mirare come na- turali condizioni nostre semplicemknte ; ora che decademmo si mirano come un clic spieghino il passo del* T Apostolo in cui dice che i noi siamo per natura ligliuoli n t l l 1 2 3 4 5 6 ira Come pretende il signor Eusebio. Quanto all* Angelico poi da lui nominalo in particolare , se non sozza menzogna la sua, egli certamente un delirio! Le proprie parole, colle quali l'Angelico nel suo Commenta- rio sulle lettere di s. Paolo ( Epln-s. II, 3 ) spiega il Cum essemus nalure filli trae, sono pre- cisamente queste : Peccatum vero ori (finis insinuai dicens : c Et eramus rtalurd filli trae . c Eramus nalur , id est , per originem naturar, non quidem natiuae et natura est, quia sic bona est 1 1 a Do, sed katcrie u f vi ti at a (intenda bene il signor Eusebio) : c fitti rae , id est vindictab poexae, f.t geiiekme et hoc sicut , et ceteri , id est Gentilcs. Vegga il lettore se si potrebbero trovare parole pi ellicaci di q teste a prostrare I errore noli-cattolico del signor Eusebio della pretesa natura umana non viziala ! vegga ancora Cno a qual segno una velenosa passione possa traviare la mento c la lingua d' un uouio ! (6) S. Aug. De nu pliis et concupisc. L. Il, c. V. Digitized by Google 68 pura natura umana, e se naturala hominis ipsc (diabolus) non condidit (i), perch dunque quella che (ulta opera di Dio nasce ora schiava del diavolo? li so ancora che saut Agostino gli rispondeva, non cos ideo teneri (a diabolo). quia homines sani, quod naturae nomea est, cujus auctor diabolus non est ; sed qma peccatore! sunt, quod culpac nomea est, cujus diabolus auctor est ( 2 ) ; ed Ancora : de vitto hic agitar, quo est depravata natura bona, CUJUS vi tu auctor est diabolus ; non de naturar ipsius bonitale, cujus auctor est Deus (3). Ma il nostro Eusebio non potendo risponder cos, perocch egli comincia dall accordare generosamente a Pelagio, elio l'umana natura di presente non viziata, ma sol nasce spoglia della grazia santi- ficante, e quest tutto ci che in essa per colpa si mira (4) : che cosa altro potr a quellempio rispondere, se non, il diavolo esser autor del peccato, doversi interpre- tare co pi esatti dottori per tult'altro da quel che suona ; e, nascer l'uomo schia- vo al demonio, doversi intendere semplicemente per nascere da Dio disgiunto, cio privo semplicemente della sua grazia, senza per essergli in disgrazia ed in ira? Non dice veramente Eusebio questo in espresse parole ; ma implicitamente cel Fa co- noscere. E da prima assolve egli il diavolo con sottile argomento dall' esser autor del male, perocch scrive: I traviamenti morali ci sono: e quanti! Chi se ne dovr qual conseguenza del peccato d'origine , riducesi ad uoa maniera di dire che lutlallro significa; la parola poi dannazione , come toccai pi sopra, pel cuore di lui, dolce (in col demonio, tale nn eccitante , che lo mette in convulsione, e dal suo tesoro il fa eruttar su di me villanie copiose e menzogne. Ilo io sol nominata quella parola, senza spiegarmi di pi ; e perci sol mi condanna co- gli eretici al fuoco. Non contentasi egli di decidere ex cathedra, che quella parola intender si deve per non andar dopo morte a godere delleterna soprannaturale fe- c licit, ed essere esclusi all'atto dal cielo ( 2 ). Se di questo solo appagato si fosse, mi basterebbe dirgli : c Fratello nel mio Trattalo della Coscienza che voi straziate non trovasi pure un mollo n in favore n contro a questa vostra sentenza: lasciatemi dunque in pace, poich io non sono entralo, n entrar voglio con voi in tale questione >. Ma va pi innanzi: egli mi morde e dilacera per aver io nominato semplicemente le voci di dannazione, di perdizione e di riprovazione, riferendo e spie- gando alcuni passi dell Apostolo, de'quali egli riporta, non so io se per iscaltrezza o per la sua solita semplicit, solo il seguente: Usquc ad legem enim peccatum erat in mundo : peccatum autem non imputabatur cum lex non csset. Sed regnanti mori ab Adam usquc ad Moyscn dia in in cos, qui non peccaverunt in similitudmcm prue- varicaiionis Adac (3); dopo di che cosi mi rimbecca: Dov' qui la dannazione, la (I) Pelagio ammetteva che si dovessero battezzare i bambini : aon volea orlare colla Chie- sa ; iua realmente a' riti battesimali sottrata la virt , riducendoli ad ima simulala e vanissima cerimonia. ( Ved. santAgnstioo Ve peccato orininoli ecc., c. V ). ( Eph. II ): non dice clTeravamo figliuoli del giudizio ; non ti parla di un giudice che pro- c noncia una sentenza ma di un padrone incollerito, a cui il servo odioso. Cosi pure: t Tutti ( quelli, dice, che hanno peccato senza lo legge, pehiha.i.no sema la legge; e tutti quelli ohe henna 70 perdizione, la riprovazione, di che parla nel suo commento il signor Rosmini? A cui rispondo, che il signor Rosmini non cit dellApostolo quel testo solo, ma prima immediatamente quesfaltro: Quicumque enim sine lege peccaverunt, sine leje pe- ri bunt ( i ), dove l'Apostolo nomina la perdizione : rispondo ancora, che in quello stesso passo dal signor Eusebio recato, pu trovarsi benissimo la perdizione, senza op- porsi menomamente alla lista d interpreti che bugiardamente egli cita, dequali mette alla testa, coninGnila impudenza, sant'Agostmo : la quale impudenza trarr io in luce fra poco. Come pu trarre egli quindi, cosi prosegue a investirmi, la generai de- s dazione, che tulli gli uomini, senza eccettuare n pur coloro che non peccarono mai con colpa attuale e libera, sono guasti nella volont? Tutti gli uomini, senza eccettuare u pur coloro che non peccarono mai con colpa attuale c libera, come i bam- bini, sono pur peccatori per conseguenza dell'eredit funesta dell'originale peccato: Omnes dec/inaverunt , simul inuti/es facli sunt (e). Ora nel sistema d Eusebio, in cui loriginale peccalo non alcun vizio aderente a ciascun che nasce, gli uomini che non abbiano attualmente e liberamente peccato, non debbon certo essere guasti nella po lenza morale, che la volont, come non son guasti nell' olire; ma lutt'allro nel si- stema dell'Apostolo e di sant' Agostino, nel quale la natura umana tutta viziata, cujus vilii auctor est diabolus (3). Nel sistema dell'Apostolo e di sant' Agostino si dice, che vulnus quod peecatum rocatur , ipsam vitam vulnerai , qua rf.c.te Vivebatur (4); ed era certamente colla buona volont, che vivevasi rettamente pri- ma dell originale peccato; et lamen t'pse languor quo bene vip indi virtus pe- ri it, per continuarmi colle parole chiarissime di sant Agostino, non est utigiie na- tura, sed yiTiuM (5); laonde non solo perita nella volont umana la virt di operare soprannaturalmente il bene, al che si richiede la grazia , ma debilitata al- tres ( quantunque non al tutto perita ) la virt in essa volont di operare il bene onesta naturalmente ; e nel catechismo imparammo esser noi lutti al male inclinati. Laonde il signor Eusebio rinunzia veramente al catechismo, negando che noi siamo ni male inclinati e per guasti nella volont ; e dee far si che anche il mondo vi ri- nunzi prima di persuodersi della sua teologia; come pure sar uopo clic rinunzi alle decisioni del sacrosanto Concilio di Trento, il quale cosi si esprime: opirtere ut iirus- quisque agnoscal et Jaleatur; quod cum omnes homines in pracvaricatione Adae c peccalo nella leggo, per la legge idratino giudicati ( R >m. II ) : dove a quelli clic erano senza c legge attribuisce la perdizione, e a quelli che aveano la logge attribuisco il giudizio; dislm- C guendo cosi sottilmente fra la dannazione e la imputazione , propriamente c strettamente della. Anzi, sebben gli uomini peccatori perivano anche senza la legge, c* per avanti al a logge, lul- c tavia s. Paolo dice espressamente clic aranti la legge il peccalo non ' imputava. c Fino alla leg- c ge, cosi egli, vera nel mondo il peccato ; ma il peccalo non s 'imputava, non essendoti U legge > C (Rom.). Non rera dunque imputazione secondo la maniera di parlare dell'Apostolo ; ma v' area C tuttavia dannazione e perdizione , soggiungendo : c Ma regn la morte da Adamo fino a Mos anche in quelli che non peccarono alla similitudine di Adamo i (Rom. V ). cio olla colpa c attuale e libera, come pecc Adamo, Vi avea dunque peccalo abituale e originale , v* area C dannazione; non per ancora in istrctio senso imputazione; la quale esige il libero arbitrio, C che specialmente si sriiuppa colla cognizione della legge positiva. Tutti adunque sono guasti C gli nomini nella volont. Non ci ha bisogno di condannarli, basta lasciarli in preda al loro (Usai. Ili) Troll, della Cote pag. 44> e seg. (1) Rom. II, 12. (2) Adopera questo testo s. Paolo (Rom. IH) a dimostrare Puniversal corruzione prodotta dall* originale peccalo. (3) S. Aug. Ve nupliit et concupite. L. Il, c. IX e c. XXVIiI. Il d atolo non pu sot- trarre la grazia di Dio agli uomini, j rocche della sua grazia disposare D.o solo; tua lidia* volo pu ben viziar la natura che a lui si d in preda col peccato. (4) De nuptiit et concupite. L 11, c. XXXIV. (5) Ivi. Digitized by Google 71 innocentiam perdidixsent (i), fatti immondi ( e non solamente ignudi di grazia ), et, ut Aposlolut inquii, natura filli trae, usque adeo ss un f.rant peccati et sub potf.state dia boli ac mortis ( attendete bene, signor Eusebio, alla forza di tulle queste parole, che fanno tutte per voi), ut non modo gentes per virn nata - rae, sed ne Judaei quidem per ipsam eliam litleram letjii Moysi, inde liberati ' , aut sorgere possent ; torneisi in eis libertini arbitrium minime exlinctum esse t , viribus licet attenuato M, et inclinatosi ( 2 ). Dalle quali ultime parole non vi pare ora a voi di rapire in che stia il guasto della volont prodotto in tutti noi dal- loriginale peccalo ? Ma il signor Eusebio, stizzito tuttavia, che, dopo aver citale quelle parole del- lApostolo, regnavit mors ab Adam usque ad Moysen , io abbia nominata la parola dannazione, cosi continua mordendomi : Chi prende qui la voce morte per sinoni- la parola regn io carattere corsivo ; ma ci non dee avere eccitata I attenzione d' Eusebio. ( 7 ) Ivi. Digitized by Google 72 E se non basta ancora, rechiamo un altro luogo del santo Dottore, dove ili nuovo spie- ga l apostolico, testo : eccolo: Sed regnavi!, inquit, mors ab Adam usque ad Moy- sen i : id est. a primo /tornine usque ad ipsain edam legem qitac divinitus promulgala est, quia ncc ipsa potuit regnum mortis auferre. Uegxvm cnim morti S riLT INTEL- ligi, quando ila dontinatur in hominibus rcaltts peccali, ut cos ad vi t ani aclernam, quae vera vita est, venire non sinai, sed ad secondisi etiam , qvae poenauter aeterna est, MORTESI trauat, e poco appresso: Ergo in omnibus ( It. A ir. Vili, f. 33 ). Il mio signor logico fuor di casa : it dire che I uom va soggetto ad un male , non c un negarne la medicina. N ho io mai dello che manchi ogni aiuto di grazia attuale ai non battezzati, come egli sugna ed afferma. In qnat maniera poi la grazia del Signor nostro esiga la coopcrazione negli adulti del loro libero arbitrio, ella una questione separala del lutto da quella di cui si trattava , c intro- dotta da voi, voglio credere, non per malizia, ma per quella lurbazioue , iu cui mostrate, per Vostro male, d'aver la mente. (S) Cornai. D. Tk. in h. I. Digitized by CjOO^Ic 73 della Ipro interpretazione! Dovea veramente esser riserbalo al nostro secolo il pr- durre uo ingegno s sopraffino, clic contro di loro con illazione mirabile conclu- desse: Chi prende qui la voce morte per sinonimo di dannazione e perdizione, d a sospettare di volere mandar dannati tutti quelli che vissero nella legge uatu- rate. > Dunque voi, .santi Dottori miei, siete lutti sospetti. Tremate, o sapientissi- mi miei maestri, sotto un imputazion criminale cos assoluta che il signor Eusebio v' intimai Io per me, omiciattolo come sono, intanto che con voi altri leroe combat- te, mi sto queto queto nascosto sotto un gherone del vostro trionfai vestimento. L. 5." Ma a nuove iancie pon mano Eusebio, dopo spezzate le prime, per con- figgermi siccome eretico marcio eh io sono , perch con inaudita temerit e novit nella Chiesa, dichiaro fin condannati i bambini non ancor rigenerati dal santo batte- simo, e d una dannazione che viene lor sopra, se muoiono , siccome un mal fisico inevitabile ! ' Quando la dannazione sia come un mal fisico ( udiamo colla debita atten- zione il profondo suo ragionare ) che ti vien sopra inevitabile per conseguenza della colpa del primo padre: e tu non la puoi schifare, come non puoi schifare la morte c del corpo ; come si avverer quel che dice Dio por Osea (111): Perduto tua Jsruel : lantummodo in me auxilium. tuum ? E nel di del giudizio non potranno pi dire * tutti i riprovali : Hos insensati. Ergo erravimus . invece di dire al Signore : J it- ti stus es Domine , et reelwn judicium tuum ; dovran ripetere: . Questa certamente una dannata bestemmia ; quella all 1 incontro un'opinione per- messa : ani Agostino la tenne, l dove scrisse : Qui non in regno , procul dulo tn iguem ae- ternum ( Sorrn. CCVCIV ). S. Fulgenzio del pari : Jgnibus arsuri sunt sine baplismate nut- riente s pannili, qui nihil boni aut mali egerunt ( Ve ventate pr ardesti nat. L. I. c. XIV ). Il papa s. Gregorio M. pure dice , che perpetua quippe tot menta pcrcipiunt qui nihil ex propria voluntate peccaveruni ( Moral. L. IX , c. XXI }. Il papa s. Strino del pari raccomanda che si battezzino i bambini con ogni sollecitudine, ne exitns unusqutsque de sacculo et regnum perdat et vitata ( Ep. 1 ad flimer., c. Il ). Giovanni Vili del pari loda quel padre che battezz il bam- bino morieote, ne ammam perpeti/d morte peaecntem dimitteret , ut eutn de polestate auctor t mortis et tenebrarum eriperet { Dccr. Graliaoi, I*. II, caus. XXX, q. I, c. vii. La Chiesa che ha dato ai parrochi il Catechismo Romano acciocch ammaestrassero i popoli nella sana dottri- na, ha fallo scrivere io esso, che miri per Baptismi gratiam Veo renascanlur , in sempiternam mtseriam et interitum a parenlibus procreentur . Quam legem non solum de iis qui adulta oetate sunt , sed etiam de pueris infanttbus inlelhgenuam esse , idque ab apostolica traditione Ecc testami acce pii se , commoms patkom sententi* ir alctoaitas conpiemat ( De Bapl. Sacrarn. ). E la ragione di ci, si quella addotta dal Concilio di Trento , che : etsi ille ( Christus ) pr omnibus mortuus est, non o ranci tamen ejus benej ium rccipiunt t sed ii dumtaxat quibus me- Kosbini Yol. XII. 435 Digitized by Google 74 Questi sono appunto gli stessi argomenti, che usarono lutti gli eretici, c tutti gli empi che presero ad impugnare il dogma delloriginale peccalo: pretesero essi sem- pre di dimostrare che un lai dogma un assurdo, un ingiustizia , una crudelt da parte di Dio. Non sono adunque io che ho qui lonore di essere assalito dui signor Eusebio, ma la Chiesa stessa. A me soprabhasta di poter opporre alle mal consigliale chiacchiere del nostro Eusebio la semplice fede del carbonaro, e di dirgli : Io credo, perch mel dice la Chiesa, che in ogni bambino che nasce vi abbia un vero peccalo, nna vera colpa, una vera pena: credo che esso bambino, finch ri- generalo non , bench privo delluso del libero arbitrio, s' abbia pur contro /rara et indignalioncm Dei , nltjiie ideo nuirtem, et cititi morie captivilatcm sub cjus po- tcsiatc qui inorlis deinde habuit imperium , hoc est, diaboli (i). Dico anchio, perdo- natemelo signor Eusebio, Si quis inquinatum illuni (Adam) per inobedienliac pec- catimi, mortein et pocnas corporis tantum in omnc genns humanum transfudissc, non aulem et peccatimi, pi od mors EST Atti MAE', anathema sii (2); dico che se il bam- bino muore prima di rinascere col santo battesimo, passando dalla morte alla vita, strappato de potestate tenebrarum (3). egli si rimane in eterno morto nell anima, e schiavo del peccalo c del demonio. Dico questo perch questo di fede (4); ma non dico di piu. LI. Alla vostra domanda poi, signor Eusebio mio dolce : Come questi dannati Ila morte eterna ed alla eterna schiavit del demonio, colpa c pena che viene lor sopra senz attuale loro demerito, potranno riconoscere la giustizia di Dio, e non do- vranno anzi dire: Dove Signore la vostra giustizia? rispondo: che questa che voi mi Fate, si uninutile, temeraria ed empia domanda; rispondo che egli certo essere Iddio, quanto verace in ci che ci rivela dA credere, altrettanto giusto in ci rrVum passionia rjvs communicaltir ( Scss. VI, Dtcr. de jutlif. ). Or non eli* un temeri- t inconcepibile quella del signor Eusebio elle mette insieme con Citrino quanti afTcrmann die n. Ab hac igitur potestate tenebrarum , quorum est diabolus princeps, id est a potestate diaboli et angelorvm tjuSy quis quia erui cum bai lizantur ne g aver il parvvlos , ipsorum Feci e sia e sacramentorum ve- ntate convtncilur , quae nulla ha eretica novilaa in Ecclesia Christi auferre v et mutare per - snitiitur , regcntc atque adjurnnle capite tatuai corpus suum , fiustllga cum magnis ( S. Aug. De nuptiis et concupite. L. I, c. XX ). Digitized by Google 75 che egli opera; rispondo ancora, non avere voi pnnlo inlesi i lesti che prognate in- serendoli in quell indiscreta voslra dimanda, Perditio tua Israel ecc., e No . t insen- sati ecc-, i quali testi agli adulti solo appartengono, e non ai bambini; e finalmente rispondo, che se voi la ragion non trovale da spiegare a voi stesso la condotta divi- na nella trasfusione dell'originale peccato e delle conseguenti penalit, ci non dee far maraviglia alcuna, pprch voi non mostrate poi d'essere, come snol dirsi, fin- ventor della polvere; e quand'anco foste, adeguar non potreste mai I alterca dogiu- dizt divini, e vi converrebbe credere ed adorar tuttavia, se pur vi piacesse salvarvi, senza negare apertamente il dogma o con sottigliezze vanissime pervertirlo, quel vo- stro capo abbassando, che va si curioso di pur sapere quel che non pu- Lll. Smgolar cosa a vedere, come non avendo io io alcun luogo spiegala la mia opinione in solla sorte de' bambini non battezzati, nondimeno Eusebio Cristiano sia tutto fuoco contro di me, immaginandosi i mei pensieri! Veramente che questi sieno contrari ai suoi, non s ingannalo, dovendo io cosi da Ini separarmi, .per rslar colla Chiesa. Ma odasi con elle buon -proposito venga egli di nuovo a parlare di que- sta materia sua prediletta, a face. 35 del suo tremendo libercolo. Dopo aver detto; Ma in realt come nel corpo cosi nell'anima, ora nasciamo e stani tali, quali fia- li Beeremmo c saremmo se fossimo stali da Dio creati nello slato di pura natura. Questo si trac dalle definizioni medesime della Chiesa ; egli viene a recare iu mezzo queste definizioni, e tre ne riporta. S' ascoltino bene , perch certo meritano grand'attenzione le decisioni di santa Chiesa. La prima .consiste nella proposizione 55 condannala di Bnjo, Deus non poluisset ab indio totem creare hominem , quali* mine nascitur a la seconda la decisione dot Fiorentino Concilio , ebe n chi perde leterna felicit solo per lo peccato originale, non patisce le pene medesime di chi va dannato por proprio personale demerito: puenis tamen imparibus cruciandos ; c la terza finalmente si la dottrina condannala del Sinodo ili Pistoja, che vitupera- va come una fola de Pelagiani il limbo de' pargoli. Non si sa veramente , come da queste tre definizioni della Chiesa il teologo nostro intenda dedurre, che noi dunque nasciamo colla natura umana perfetta, c solo Senza la grazia santificante. Ma fallo sla, ch'egli tosto cosi conchiude: Dalle quali cose tutte ben pesate appare che noi non siamo stati ingiustamente puniti per colpa non propria (i); per la qual colpa non propria , egli non pu intendere qui altro che l'originale peccato, che lut- to, secondo lui. al primo padre riportasi, c di cui solo parlano le definizioni del Fio- rentino Concilio, e della Bolla /tue torcia Jidei da lui arrenate ; e la dice non propria, come prima avea detto che non nostra , senza punto temere gli anatemi dei Triden- tino Concilio che dichiara espressamente il contrario, cio loriginale peccalo inesse unicuitpie propriusi La sua conclusione dunque riducesi a questo entimema: Tesser puniti per colpa non propria ingiustizia : dunque quelli che muoiono colla colpa originale senznitro peccato attuale, non essendo quella colpa lor propria ( secondo lerronea supposizione di Eusebio ), non debbono essere puniti : dunque quelli che muoiono senza il battesimo non hanno alcuna punizione. Egli vuol dimostrare che non hanno punizione i bambini morti senza il battesi- mo, (raendulo dalla supposizione falsa ed eretica che non abbiano colpa propria ! Ma qual circolo poi questo suo? Perch vuol egli dimostrare che non hanno punizione quebambini?Per ritrarne che in realt come nel corpo cosi nell'anima, ora nascia- i mo siam (ali, quali nascerenuno e saremmo se fossimo stati da Dio creati nello ' stalo di pura natura , il che quanto d : re, t senza colpa propria , e colla sola imputazione della colpa del primo padre, perocch il peccato originale, se si con- sideri solo nell uomo che ne partecipa, non ammette in s neppure la nozione * di peccato (a). Or chi non vede qui il circolo in cui naggira? A d'iuostrnrc che (1) R. Air. Vili, f. 33. (2) R. AIT. I, f. io. Digitized by Google 76 1" noni che nasce non ha colpa pi opra, prova che egli non ha punizione nell'altra vita: e a dimostrare poi che non ha punizione nell'altra vita, prova che non ha col- pa propria, perocch, argomenta, il peccato originale consideralo solo nell'uomo che ne partecipa non animelle la nozione di peccato, i Loica maravigliosa! e che sanit di dottrina! che evidenza della cattolica ve- ri , secondo t il parere de' pi celebri dottori! Pure a me, caro Eusebio, lasciando a voi lutti i sottili ragionamenti, cooviendi nuovo dichiararvi che eleggo di sentir colla Chiesa. Questa, d'infallibile autorit dotata, mi dice die il peccato d'origine proprio di ciascheduno che nasce, ed io il credo. Quanto poi alla pena di tal peccato nellaltra vita, attenuatela quanto volete, non vi contrasto: ma quando pur mi diciate che quel peccato non porla punizione di sorte alcuna, se non di nome, allora non posso pi tenermi dal dirvi : havvi qui errore, fiatcl mio, havvi eresia manifesta. E non ho bisogno, a provacelo, che delle aatorit che voi stesso mi date in mano. Bella a dir vero si quella del Fiorentino Concilio, portata da voi, come sem- bra, a provare che i bambini non abbiano punizione, n insita colpa! Ise parole di quel Concilio, che voi non osaste addurre tutte intere, sono pur queste : lllorum au- tem animai, quac in n duali mortali peccato, vcl solo ORgtnalt decedunt, mox in infermali dcsccndere, pocnii tamen disparibus puniendas. Basta udirle, e la questio- ne decisa : parlano pur d' inferno, parlano di cruciali anche per quelli che il solo originai peccato hanno in sull' anima ; sebbene di cruciati minori (cura ben giusto) rhe non per gli altri ; dunque ciascuno che muore non rigenerato dall' acque battesi- mali, porta in s stesso e una colpa, e una pena eterna. Dunque ha peccato proprio il bambino, dico io, come dice il Concilio di Trento, eziandio che non abbia ancor libert; perocch la libert dell nomo che ha in s il peccalo, non necessaria a co- stituire il suo peccato, come dissi nel Trattato delta Coscienza con tanto vostro ram- marico, ma necessario un libero suo astore a renderlo imputabile, cio a far si che acquisti la nozione di colpa. LUI. L' altra autorit che arrecate la condannata dottrina del Sinodo di Pi- stoia, il qual rigettava siccome min favola pelagiana il Limbo de pargoli ; e anche questa dehnizione della Chiesa, avendo voi avuto giustamente paura di- recarcela in- tera, vi siete fatto lecito d addurla mezza, lasciando fuori, gi s' intende, quelle pa- role, che del tutto prostrano il vostro errore. La qual definizione della sapientissima Bulla Auclarem Jidei , restituita alla sua integrit, per avventura cutesln : zzivi. Doclrina, quac r eliti fabulam Pclagianam explodil locum illuni infero- rum ( quem Limbi pucrorum nomine Falde* passim designant ), in quo animae dc- rcdcntium nini sola originali culpa pocna damai dira pocnain ignis punianlur ; Perinde ac si hoc ipso quod qui poenam ignis removeot, imlucerent locum If.LUM, ET STATUII MEDIUM EXPERTEM CULPAE ET POESE 1STKH REGNU DeI, ET S D.iM.NATIuNEM AETERNA V, QUALE KAUULASTBR PkLAGIANI (l), Falsa , temeraria, in scholas calholicas injuriosa. (I) Tulle queste parole in carattere rotondo, che dichiarano tolto quale aspetto venne con- dannata la dottrina del Conciliabolo listojrso, vennero del tultn ammesse dal signor Kutebio; te per incolpevole distrazione o per mola fede, pensi ehi tocca. Certo per altro, clic di tutte le propoaixiooi condannale ch'egli adduce in copia nel suo libello, non si mostr mai sollecito di ricercare il vero senso nel quale dalla Chiesa vennero condonnale, prendendole materialmente, o interpretandole a fantasia: bench il cercarlo sia estremamente necessario, massime trattandosi delle proposizioni di Bajo, di cui disse la Bolla stessa elle le condann, guamvis nonnulla! ali - */uo paolo mtineri posimi-, e le sruole cattoliche disputino fra di loro del lenso in cui talune di esse fu condannala. Cosi sogliono fare tulli quelli che Tua de parlili e non cercano la verit. Digitized by Google 77 Avole ora inteso in che consiste la favola pelagiana? Non neHammeltere il Lim- bo de' pargoli ; ma si bene neH'amniellere on luogo e stalo medio privo di colpa e di pena, fra il regno de'cieli e la dannazione eterna. Che dite di questa parola dannazione eterna, che vi fa tanto paura, applicala ai bambini, e per la quale, es sondo stata da me applicata a quelli che muoiono col solo peccato originale sull'ani- ma, mi volete scomunicato? E ondale gridando come un forsennato: Dov' qui la dannazione, la perdizione, la riprovazione di che parla nel suo commento il signor Rosmini? > C benissimo, io vi rispondo, fratei mio; come c nella Rolla Auctorem /idei, a cui voi appellale per provare che l'applicarla a coloro che non peccarono mai con colpa attuale e libera, un grosso errore! Voi siete dunque di quelli che volete accettare la Bolla Auctorem Jitlei negli utili, come dicono i legali, non accettandola poi ne' disutili: volete accettarla quando dichiara che il Limbo de' pargoli non una favola pelagiana ; ma non parlale pui dammetterla, quando del pari dichiara che una verissima favola pelagiana lani- mettere nn luogo e stato di mezzo, privo di colpa e di pena, fra il regno de cieli e la dannazione eterna. I! voler dunque, come voi fate, che quelli cl;e muoiono co! solo peccalo d'origine in sull'anima senz altra colpa attuale e libera, non vadano in eterna dannazione, bella e buona favola pelagiana , condannata dalla Rolla Auctorem /idei, che per vostro male allegate: e per, secondo quella Bolla, voi pu- tite di Pelagianismo. Egli pur singoiar cosa a vedere, come sempre quelli che ebbero dannoti er- rori a sostener nella Chiesa, .simularono d'essere zelantissimi della cattolica. verit, e invocarono a lor favore le decisioni della Chiesa medesima, come voi fate, signor Eu- sebio, sopprimendone cio ano parte, unaltra contraffacendone, o astutamente inter- pretandone. Sempre quelli sfacciali apposero la taccia d'eretici ad altri, massime a quanti contro a' loro coperti e' subdoli errori difesero il dogma cattolico; e cosi i santi Ambrogio ed Agostino furono dalleretico Cioviniano, e da Pelagiani e Celestini per eretici accusati. Perch voi dunque, Eusebio, imitate costoro? h date a me la glo- ria, bench non la meriti, di sostenere con que'gran luminari del cattolico mondo la stessa calunnia, e di poter dire anch'io ci che risponde il Dottor della grazia , tac- ciato d' eretico al pari di sant Ambrogio, fios cum ilio homine Dei ( Ambrosio ) pa- licntcr ve Ara male dieta et com'icia sustinemus (l). E dunque deciso, per tornare a noi, dalla Bolla Aucloremjdei che non un errore quant' io dissi nel Trattato della Coscienza si calunniato , che il solo peccato originale senz altra colpa attuale c libera irne dietro a s dannazione, perdizione, ri- provazione, et qitidcm aeternam, come aggiunge la stessa Bolla : deciso che anzi nn error il negarlo, come voi fat : ell' appunto l'antica favoliT.de Pelagiani i quali anticamente dicevano darsi nn luogo e stalo di mezzo tra il regno di Dio e la dan- nazione eterna, luogo e stato privo di colpa e di pena ; in onta alle stesse parole di Cristo, che dichiar, senza mezzo alcuno, qvi non est mecvi . contea me est. Non temete voi dunque ancora, mio caro Eusebio, che il pubblico, schietto, comesser suole, v intimi forse qoel detto stesso di sautAgnstino a Giuliano : frustra Jngis inipctus fulminanti s, cum spircs fumuni potius fulminali. (2). (1) De nuptiit et concupite. V. II, c. V. Ved. . Ambros. Ep. LXXXI. ad Siricium. Ogni eretico imput sempre ai cattolici ali errori contrari a quelli ch'egli professa. Cosi so Gioviuiano diceva ssnl'AgO'lino essere Manicheo, gli Ariani lo accusavano di essere Sabelliano. Vcd. s. Aug. De nuptiit et concupite. L. II, c. XXtlt ,* et Operit itnp. contro Jui. L. V, cap. XV. E chi sa che quando Eusebio mi nomina coli* aria delta derisione 1 il tloveretano 1 ( K. AtT. X, f- 41), non si creda egli di fare una qualche altra felice imitazione di qoel Giti* liano, che chiamava santAgostino per contumelia pocnus diiputalor (Ved. aanl'Agost, Cantra Jul Pelatj. L. Ili, n. 32). (2) Operi 1 imperfecti contro Jul. L. IV, c. CXVIII. Digitized by Google 78 Troppo celebri sono le fallacie che us Pelagio per ingannare l' apostolica Se- de, e troppo lastuzia onde al papa Innocenzo scrivea in quella lettera che fu poi consegnata, lui mono, ni suo successore Zosimo, se ab hominibus infamasi, quod neget parculis baphsmi Sacramenlum, et absque redemptione C liristi alitpiibus eoe - lorum rcgnuin pronai tal. Perocch Pelagio n negava a bambini il sacramentale lava- cro, come voi pur noi negate, n apriva a chicchessia le porle del cielo senza la re- denzione di Cristo, come voi pur non le aprile (l): ma qual era adunque lerrore che si opponeva a Pelagio? Quello, fra gli altri, che si pu anche apporre a voi, stando alle parole ed ai sensi del vostro fibello: Objicitur autein illis ( Pelagianis ), santo Agostino che il dice, quod non baptizatos parvulos NOLVNT damnatio ni primi homi ,\/s ornoxios confi turi (2). Tale appunto n pi ne meno il vostro er- rore, signor Eusebio, quando fate a me tanta guerra, per aver io colla Chiesa catto- lica confessalo, non baptizatos parvulos vamnationi primi'hominis obnoxios. LI V- Ed anche in tutte f altre maniere vostre d esprmervi, voi stale pure ai Pelagiani molto dappresso, stiracchiando le espressioni dalla Chiesa osale, e in tutta lecclesiastica tradizione, a significar tutt' altro da quel che suonano. Se incontrando voi per via un uomo spogliato da ladri delle sue vestimento, gli diceste, c Voi siete macchiato ; ed egli vi rispondesse: lo non ho macchia alcuna ; voi poi gli replicaste : E vero, ma io considero come uun macchia la vo- sira nudit > ; probabilmente vi volterebbe le spalle il tapino, dicendovi : Siete un pazzo. R la Chiesa disse sempre essere loriginale peccato una macchia ; or voi rispondete : No, egli una semplice nudit della grazia santificante, ma la si con- sidera come macchia, perch essere non ci dovrebbe. Con una tale stiracchiatura non intese certamente lAngelico la macchia del peccalo, il quale cosi sapientemente la spiega : Habcl antan anima hominis duplicati nilorcm : unum quidem ex reful- genlia LUM1NIS NATVRALls rationis , per qnam dirigitur in suis aclibus; alium vero ex rcjidgcntia divini luininis . Linde ipsum detrimentum niloris macula ani- wae mciaphoricc vocatur ( 3 ) : con che dimostra lAngelico, che per macchia non si pu intendere solamente la mera privazione del lume di grazia, ma ancora la dimi- nuzione del nitore veniente dal lume naturai di ragione, il qual pure resta dal pec- cato diminuito. Se diceste a quello slessuomo: t voi siete ferito ; egli direbbevi : M hanno i ladri nudalo, si, ma non ferito: son tutto sano ; e voi replicaste; cat- tiva alla volont, possa farle prendere no atteggiamento propenso o ritroso al be- ne ed a Dio (2) : Natura, dice sapientemente I' Angelico, etti sii prior quatti voluti- tarla aclio, tamen BABET INCLINATIONKM Al) QUA N DA il VOLO NT ARI AH ACT/O- neh : unde ipsu natura scctindum se non variatile propter variationem voluntariac aetionis : sed ipsa inoli natio e a ria tur ex illa parte qvAe ordinatvr ad del 11 (3) ; e tosto appresso spiega la mala piega della volont da questo, che ap- petitus SEnsitifus inclinat rationem et y olu ntatem (4). l-aonde se l'ap- petito sensitivo fosse nella sua integrit e perfezione, come sarebbe nell uomo creato da Dio nello stato di sana natura -, egli non potrebbe inclinare al male la volont ; ma dalla volont retta essere prevenato ed inclinato. Egli dunque provalo che secondo I' Angelico non fu l'uom solamente pel peccalo adamitico spogliato de' doni sopran- naturali, ma olTeso altres nella sua stessa natura, ci che la ragione stessa conosce dover essere conseguente al peccato, d accordo coll esperienza, elle conferma nascer ]' uomo con una volont debole, guasta, ed al male inclinata. LVIf. E qui veggasi nuovamente come il nostro Eusebio, senza saperlo, vada tuttavia ricopiando gli artifizi di Pelagio nelle forme del suo parlare. Afiin di velare sotto oneste parole, la schifezza della sua sentenza che vuol 1' umana natura non pun- to viziata, si guarda bene di non nominare il disordine della concupiscenza; ma Id- c dio, die egli, avrebbe potuto creare l'uomo in quello stalo medesimo in che ora na- ( sce, privo cio di grazia santificante e colle naturali tendenze che ha di preseti- * te in s stesso (5). Dice ancora che 1 naturali difetti dell anima e del cor- c po nostro, che nello stalo di pura natura si sarebbero dovuti mirare come natura- ut condizioni nostre semplicemente, ora che decademmo si mirano coin un gua- sto (6) Ora io potrei dire al signor Eusebio, altrettanto quanto sant Agostino al- leretico che confutava, perch nominale naturali tendenze, naturali difetti, naturali condizioni, e non nominate libidine, concupiscenza della carne, ed altre tali parole che propriamente significano la piaga prodotta dal peccato nell' umana natura? Questo in fatti faceva Pelagio, evitando con somma cura tali parole quando volea provare che f umana natura non era infetta, ma tutta intera opera sol di Dio ; nominava i cor- pi, i tessi, le unioni, cose buone perch naturali, ma non nominava il disordine che in tali cose si mescola, cosa cattiva e contro natura : Sed inter tot nomina bonarum rcrum , id est corporum , sexuum ; conjunctionum, libidinem vel concupisccnliam car- nis iste ( Peiagius ) non nominai. Tacci , quia pudet : et mira ( si dici potest J pu- doris impudenza, qvod nominare pudet, laudare non pudet (7). L veramente (1) I. Il, LXXXV, 1. (2) Trattale Arila Coscienza, f. 38, nota. 0) I. Il, LXXXV, 1, ad 2. f4; Ivi, ad 3. (5) R. AIT. Viti, f. 34- Lt proposizioni- 58 di Bajo Deus non poteisset ah inilio tale m creare hominem tjuatis nunc nateli ur. anello da me romlannala come la condanna la Chiesa ; e ben pretto vedremo in qual tento ella tia siala proscritta. (fi) Ivi, nella noia. (7) S. Aug, De nuptns et concupite., L. II, c, VII. Digitized by Googh 81 il Tnr passare la concupiscenza della carne e la libidine gotto il bel nome di naturali tcmlenze , come fanno Eusebio e Pelagio, e il pretendere che quelle cose sozze si troverebber nell uomo creato da Dio colla sua sola natura, il chiamarle iu tale stato naturali condizioni nostre (l), egli manifestamente un lodarle, un dichiararle in s buone, come buone sono tutte I' opere di Dio stesso ; quindi medesimo un in- giuriare altamente questo Dio santo, autore rendendolo di quelle cose, quac pudent ( 2 ). Laonde sant Agostino, continuando a smascherare l'astuzia di quelleretico, dopo aver recalo un passo di lui dove coonestava colle parole di naturali tendenze tutto ci che accade nellunione maritale, soggiunge : Ecce iterum diccrc noluit, carnis concupisccntia cognovit uxorein, sed naturali, inquii, appetitu : ubi adhtic possumus intclligere ipsam toluntatem justam et lioncstam, qua toluit filos pro- creare, non Ulani libidinem, de qua iste (parla forse di Eusebio Cristiano?) sic cru- bescit, ut ambigue nobis loqui matit, quam perspicue quod sentii cxprimcre (3). Pe- rocch tutto l'artificio -di Pelagio consisteva nel far passare ogni cosa che presen- temente neH'aomo, per una naturale tendenza, e quindi per cosa buona; e lutto lo studio di sant Agostino per lopposto vdlgevasi a costringerlo a riconoscere che nella presente natura umaoa v ha qualche cusa di naturale e qualche cosa di vizialo; e gli adduceva in prova il santo Dottore ci in cui il vizio si mostra pi patente, e che leretico stesso negar non poteva che fosse vizio, senza doverne cosi facendo arrossire, ed era che motus eorum ( qenilalium membrorum ) non est in homin palesiate (4). Laon- de, per non venire a questo punto, Pelagio non nominava mai tali coso se non in sulle generali, chiamandole naturali tendenze , naturali condizioni e simili, come appunto vien facendo pudicamente il nostro Eusebio. Onde anchio posso lodare la modestia del suo parlare, come santAgostino la loda in Pelagio, e dire di lui altres ; Ita q tappe iste (Eusebius) sibi circumlocutionis hujtis obstacula, sicut illi ( Adam et va ) succinctoria consueruni (5)1 Lasciando dnnque le sottigliezze d'Eusebio, noi professiamo di crdere con tutta lecclesiastica tradizione sulle Scritture stesse fondata, che lumana natura fu in con- seguenza del peccalo originale non pure de doni superni spogliata, ma vulnerala al- tres e viziala in s stessa; e in questo senso intender devesi, pare a noi, il canone del Tridentino, che dice che se alcuno non confessa tolto Adamo per illam praeca- ricationis ojjensam seccndum corpus et animasi in deterius commutatum tuisse : ana iberna sii (6). (1) R. Air. Vili, f. 37. (2) Avendo Pelagio recato il testo del Genesi, et erunt duo in carne una gli sfuggi dalla peana che il prof.-ta ; Mose) arca scritto ci senza pericolo d* offendere il pudore. Oode sant A- gostino il c> ( R. AfT. IV, f. 20 ). Egli parla del male che volontariamente facciamo , ma sc- ia ragiono buona per un tal mate , eUa buona egualmente per quella che noi ereditiamo. Tanto pi che egli dichiara con assoluta sentenza, che ripugna agli attributi divini che I nomo aia condannata senz attuai suo demerito. Le sue parole sono assolute. 1 Si oppone troppo alla c giustizia e alla bont infinita di Dio, ed alle sue divino dichiarazioni ( Futi orane# luimiaes c salvo* fieri), il concetto di no Dio, che come per un colai male fisico inevitabile mandi lao- I ma alla dannazione, stara avvero sco nwtairo s ( R. Alf. Vili, f, SA I. Queste parole nel senso in cui it signor Eusebio le dice, cio parlandosi delta dannazione conseguente ai peccato d'origine, contengono, per quanta a me paro, una formate eresia; essendo ni reni, cho al pec- cata originala anche solo (senza attuai demerito \ segue la dannazione in quelli che muoiono non rigenerati, e che questa dannazione viene lor sopra come un mal fisico inevitabile, e che perci non ripugna niente tutto ci alta giustizia cd alla boot di Dio 1 . Tutto fin qui di fede: ie opinioni teologiche cominciano l dove si tratta di stabilire quali sieno le peno annesse atta dannazione de* morti col salo peccato originale sullanima. (3) De nuptiis et concupito. L. I, c. XVIII. (+) Contro Julianum Pelag. L. VI, c. VII. (5) Corpus tnim quod corrwnpiftir, sono parole delta Scrittura, aggravai animam et terrena inhabiuitio deprimi! scnsum multa cogilantem (Sp. Vili, 15). (6) Ad P. IV. Pocnitcnlial. Digitized by Google 83 ma a Padri e da tulli gli scolastici ripetuta. Vero , che a primo aspetto riesce dif- ficile assai lo spiegare come il vizio del seme, non essendo peccalo, diventi poi (lec- cato nell' anima. Ma questo per spiegabile, in sulle vesligie de Padri e de'leolqgi, conciossiach non punto assurdo il pensare che possa il corpo viziato dare allani- ma una mala pendenza (i). Tutta adunque l'ecclesiastica tradizione ricorse al vizio del seme ed al disordine della concupiscenza che rimane tuttavia ne rigenerali dopo il battesimo, per ispiegare come anche questi comunichino ai loro figliuoli I origi- nale infezione. Ma non pu pi darsi aPclagiani una tale risposta nel sistema eU et, ut homines ab uno originer traherent, decretiti, fltorum corpus futurum simile corpori patri* , oc e astieni plus mima impressione* habiturum ; animam autem corpori unilam, quibusdatn inclina- t toni bus futuram esse obnoxiam , quo tiescumque ejus corpus quasdam suscepissel impressione s, dummodo tamen exterior causa illas non immutarsi. Sis Adamus rum peccato suo harmoniam corporis immotasse t, atque perlurbavisset , leges ideirco ante peecatum constitutas permutare Deus opportunum minime judicavit : quibus le gibus existentibus y Adamus necessario jilios suo* torpori* viliati participes fecit , et animae bisce corporibus conjunctae costiera depravata contro- xervnt inclinati ones. Uinefit , ut animae Jiliorum, antequam in vii am ingrediunlur,habitu in res creata s propensae evadant , easque ameni eodem fere modo , quo homines s osculi etiam cuti j somnum copioni , diligunt mundum (Prosp. ah Aquila, V. Peecatum originale, IV). (2) Sess. V. Decr. de peccai, orig. (3) Se si considera il solo scuso, egli pure inclina al suo bene; te poi si considera il senso 84 dice s. Giovanni (i), inclina, secondo il Concilio di Trento, al peccato, ad peccatum inclinai. Tema dunque il signor Eusebio la conclusione che pone il Concilio di Trento alla esposta dottrina: Si jais autem contrarium semerii, anal/iema sii/ LIX. E temendola, converr forse meco, che l'umana natura non virala dal- 1 originale peccalo, ma solo nudala de gratuiti divini favori (2), non per av- ventura credenza di tutti i cattolici 3 ( 3 ), come imperterritamente asseriva , dichia- rando gi traviati ( 4 ) e recisi dalla sua comunione quelli che il contrario tenessero ; ami penso io, che i cattolici tutti deploreranno piuttosto in lui un errore, che tanto diminuisce il pregio della redenzione, e l' efficacia del santo battesimo. Imperocch se noi abbiam ora una natura in s stessa perfetta, e solo priva del soprannatural vesti- mento, ci stala dunque utile la morte di Cristo, ma non necessaria. E se colui che viene rigenerato coll ncque del santo battesimo, altro non riceve da queste che i doni soprannaturali e la conseguente soprannatural beatitudine; dunque il battesimo viene conferito bens por utilit, ma non per necessiti Cristo adunque non pi uri medico di cui sabbia -l inferma natura umana bisogno per risanarsi , ma solo un Signor liberale che regala ornamenti alla nostra natura gi sana. Non la sentono certamente cosi, n mai la sentirono i veri cattolici, i (inali, grati al loro Redentore c Salvatore e al medico delle profonde mortali lor piaghe, sanno e confessano Don poter avere in modo alcuno, senza di lui, n sanit n vita, o siano adulti o sian anco bambini. S'o- dano i sentimenti de' cattolici esposti da sant'Agoslino, e si confrontino ad essi quelli d Eusebio : Catholici dicunl humanam naturam a creatore Deo dono conditam bonam , sed peccato cilialam medico Cbrislo indigere. Pelagani et Coeleslia- ni dicunl humanam naturam a bono Deo conditam bonam , sed ita esse in ria - scentibus parculis sax am, ut C/iristi non habeant necessariam in illa aerate ie- dicikam ( 5 ). Eusebio Cristiano dice, che in realt, come nel corpo, cosi uell ad- ma ora nasciamo e siam tali, quali nasceremmo e saremmo se fossimo stati da Dio creali nello stato di pura natura >, cio in quello stalo, comegli spiega , nel quale ci poteva ben creare Iddio ( 6 ): di che avviene che niente manchi a questa natura , ch'ella debita aspettarsi dalla morte di Cristo, se non solo di essere innalzata da una condizion buona, ma naturale, ad una condiz : one migliore e soprannaturale. E vera- mente egli pare che Eusebio, il che al suo principio pur conseguente, non solo as- solva i bambini, morti prima dessere rigenerati, da qualsivoglia pena, ma loro con- ceda di pi una naturale felicit ; giacch egli dice, che 1 il non andar dopo morte * a godere dell eterni soprannaturale felicit , se si muoia senza essere rigenc- Galal. Il, 21. (3j non dissimulanter sed apertissime guanti* palesi disputando viribus agii ( Pela- gius), ut u Mura /umana in pattuii* nullo modo ex propagine mura crzdatcr cui arro- gando satulem . invidet eihatobe*. ( ih pece. aria, conica Pelag. et Coeiest. c. XXI. ) (4) De pece. orig. c. XXIH, (5) Operi* t rnperf. centra Julian. L. IV, c. LXXII. (6) Chi Tuoi f ar uso con efficacia di tali proposizioni condannate , dee prima istruirsi del la maniera , onde te intendono c spiegano le varie scuole cattoliche , e qualora vi abbia fra queste diversit d opinioni , senza che sia intervenuta I autorit della Chiesa a deciderle , per quel rispetto che li dee appunto atte cattoliche scuole, e che la santa Sede impose sempre agli scrittori, guarentendo a tutti selle cose dubbie la libert dopinare, non conviene menar colpi all impazzata, n pretendere di condannare e anatematizzare a proprio capriccio. Se io dovessi imporre alla temerit del signor Eusebio una penitenza ( perdonatemi anche questa ) , io vorrei mandarlo a leggere tutto intero il dottissimo Cardinal Norisio , il Belletti , il Berti ed altri tali autori i pi opposti alla sua scuola, acciocch costretto egli a considerare le cose setto tutti i lati e gli aspetti , venisse formandosi no po di quel giudizio e di quella discrezione , che ora tanto gli manca. Rosmini Voi. XII. 437 gitized by Googl 90 grazia santificante, non passa pi diilerenza alcuna: sono tolti e due, come dice, ignudi egualmente (i), la differenza non trovandosi nelluomo stesso, ma nella cau- sa ; giacch nello stato di pura natura sarebbe stata la volont spontanea di Dio crean- te che avrebbe fatto luomo cos; e nello stato presente il peccato d'Adamo avreb- be data a Dio loccasione di cos farlo. Bench nel sistema d Eusebio Dio stesso auche di presente, che, in pena del peccato di Adamo (scontato per mediante la pe- nitenza ( 2 ) ), sottrae la grazia santificante a suoi figliuoli , e cagiona in essi quella privazione in che Eusebio mette lessenza del peccato, non essendovi altro peccalo, che la grazia impedisca. Laonde in realt , ripeteremo anoora le precise parole d Eusebio, f come ne! corpo cosi nell anima, ora nasciamo e siara tali, quali nasce- remmo e saremmo se fossimo stali da Dio creati nello stato di pura natura t (3). Egli pare a me, che essendo questo del signor Eusebio un tirare conseguenze alla scapestrata; non faccia poi bisogno duna grande scienza teologica per poterlo assicurare, seDza temere d'incorrere nella sentenza pronunciata giustamente contro Bajo e contro Giansenio, delle seguenti cattoliche verit : a ) L'anima dell'uomo che viene al mondo e che non rigenerato nel 9anto bat- tesimo, ha in s il peccato originale che inest unicit/ue proprium ( 4 ). Perci la Chiesa col condannare la 55 proposizione di Bujo non ha certamente inteso di deci- dere n che questo peccato pi non esista, ne che esso consista solo nella mancanza della grazia santificante, n che Iddio potesse creare an uomo con un anima a cui fosse aderente il peccato , come le di presente : 6 ) Lanima a cui aderisce il peccato originale morta di morte eterna, e non pu essere richiamala alla vita per nessuna opera sua buona, ma solo pel santo bat- tesimo, o pel desiderio di esso, secondo il canone del sacro Concilio di Trento: Si quii dixerit, sacramenta ttovae letjis non esse AD saluteai necessaria, sed su- perflua ; et sine eis, aul eorum voto, per solata Jidem homines a Deo graliam itati- ficationis ad/pisci; licei omnia singulis necessaria non sinl: anatherna sii ( 5 ). Perci la Chiesa col condannare la 55 proposizione di Bajo non ha certamente inteso di decidere che Iddio potesse creare un uomo collanima morta qual di presente egli nasce (6) ; (I) R. Aff. Viti. r. 34. (2; Si osservi come serpeggi lerrore in lutto il libello ti* Eusebio ; a eoi debbo a mio mal gra- do rispondere. Egli sostiene, die avendo Adamo fatto penitenza, non possa essere oggimai pi aggravato dette conseguenze del seo peccato. Parlavasi ( R. Aff. Viti, f. 20 ) dille conseguenze necessarie del peccalo originate, come sono i primi moti, che si possono dire, in nn senso , peccati volontari ma non liberi, e si riducono al peccato dorigine, come vedremo, col quale in- sieme, cessano ne battessati , sicch il discorso d Eusebio ha unegnal forza anche pel peccato originale. Ora vuol forse diro che la semplice penitenza dAdamo labbia potuto riconciliare con Dio senza i meriti del Salvatore? Cosi parrebbe ; perocch altramente niente varrebbe la aua argomentazione. Perocch s egli pur vero, com di fede, che qualunque penitenza fatta da Adamo niente potea valere da s sola a giustificarlo appo Dio, ma tulio il merito di quella pe- nitenza dovea rcnire da meriti del futuro suu Redentore; dunque la penitenza di Adamo non poteva impedire la passione e la morte di Cristo, che b una pana e conseguenza del suo pec- cato; non potea n pure impedire le altre pene ebe derivarsi doveano ne discendenti, fra le quali il peccato dorigine e le conseguenze di questo: dunque Adamo ni poteva giustificar s stesso, n essere giustificaio e purgalo dalle conseguenze della sua colpa, se non oon quell'ordine, che prima quelle conseguenze (la trasmissione del peccato e delle pene) realmente si avverassero e gli fossero altres realmente imputate, e poi fossero rimesse a lui pur la morte di Cristo appli- catagli col gratuito dono della grazia, cooperante il suo libero arbitrio e producente cosi le opere della penitenza, come vengono rimessi il peccato originate e gli attuali ai singoli suoi figliuoli, a cui si applichi il inerito della passione di Ges Cristo. (3) R. Aff. Vili, f. 33. (4) Conc. Trid., Sess. V. De pece. orig. (5) Sess. VII. De Sacrata, m gen., can. IV. (6) Lanima dell'uomo creato in istato di pura natura, bench priva della grazia santificante, non si potrebbe mai dire morta, perch la morte dell'anima una conseguenza del peccalo, qaod more eet animar. (Conc. Trid. sess. V. Dtcr, de pece, orig.) 91 c ) Lanima a coi aderisce il peccalo oggetlo dell ira di Dio, in quel senso nel quale le Scritture attribuiscono a Dio l ira, che esprime la vendetta della enon piu (3). Perci la Chiesa col condannare la 55 proposizione di Bajo non intese certamente di ordinare che le parole dell'Apostolo, eramus natur filli irae, si debbano inten- dere, come le spiega il signor Eusebio, contro l'universale consenso; n che Iddio po- tesse creare degli uomini che uscissero dalle sue mani c per natura figliuoli dellira come nascono di presente : d) Luomo peccatore, in istalo di morte e dira di Dio, come viene ora al mon- do, in potest delle tenebre, e dal demonio posseduto, onde la Chiesa co'suoi esor- cismi lo scaccia in virt di Cristo da quelli a cui conferisce il battesimo. Perci essa Chiesa col proscrivere la 55 proposizione di Bajo non ha certo volnto dichiarare che 1 uomo non viene pi al mondo soggetto al poter del demonio, n che Iddio po- tesse creare nn nomo sotto la potest e in balia dell angelo ribelle: e ) L nomo ora nasce condannato, nam judicium ex uno in conderrmationem, dice s. Paolo (4): non viene al mondo scritto nel libro della vita, e, se egli non rigeneralo, deve soggiacere alla pena, Qui non inventile est in libro vitae scriptus, missus est in stagnum ignis (5). Perci la Chiesa col proscrivere la 55 proposi- zione di Bajo non ba certo voluto dichiarare, che l'uomo che entra nel mondo non sia condannato, o che Iddio possa creare un uomo gi condannato : J) li uomo ora nasce colla concupiscenza : la quale non il solo istinto ani- t male vizialo; ma qnesto con aggiuntovi la debolezza e la mala piega della volont, c che s abbandona agevolmente a consentirgli s (6), e quindi, come dice s. Giovan- ni lucurrieeeque (Adam) pir offeneam praetaricationie hujusmodi tram et indtgnalio- ntm Dei. (2) Traci. XLIV in Jo. (3) li. Air. Viti, f. 35. (4) Rom. V, 16. (5) Io non voglio conchiudere da onesto testo, che ai bambini morii sema il battesimo sia ri serbata la pena del fuoco : essi potrebbero esser messi in stagnum Igni* sema tuttavia sentirmi il dolore, poniamo, se atti non fossero a patire ab hujusmodi activts. E troppo autorevole e ra- gionevole ci che dice sant Agostino: Si enim qu od de Sodomie ait (Metili. X, 15; XI, 24), et utiqus non de eolie fntelligi voluti, attui alio tolerabilius in die jdieii punietw : quis (R. Aff. V, 21). Dove ba egli trovato che io nella concupiscensa faccia entrare s .'atto dilla volont che >' abbandona a consentire al perverso appetito? > lo lo sfido ad indicare nn aolo luogo della mie opera, dove si trovi l'errore ch'egli qui inventa. Chi ba un po dintendimento dee distia- 92 ni, non viene ex Patre (i), dal qual viene la natura umana ; e lungi da esser cosa naturale, contro la natura umana, come la chiama s. Tommaso co' Padri ; peroc- ch la umana natura chiede anzi che la ragione abbia autorit e vigoria di coman- dar senza sforzo alle inferiori potenze. Che anzi la parola stessa di concupiscenza esprime questa relazione di disarmonia fra l appetito e la volont , questa lotta, traendo origine , comegli pare , I" uso di quella parola dal luogo dell' Apostolo che dice : Caro concupisci't adverstis spiritum ( 2 ) , n d nna bestia mai direbbesi che concupisci!. Laonde il sacro Concilio di Trento dichiara che la concupiscenza , 1 appetito insultante e lottante colla ragione infiacchita non viene ex natura , ma bens che ex peccato est, et ad peccati- m inclinat (3). Di pi, lo stesso sa- crosanto Concilio non riprova, anzi veramente mostra di favorire 1 opinione di quei teologi, che in quella concupiscenza che 1 uomo porla al mondo nascendo, nella con- cupiscenza cio di quelli che non sono ancora rinati pel santo Battesimo, ripongono 1 essenza delforiginale peccalo, perocch decidendo : eccleuam catholicam nunquam intpllexisse pecca tum appellari\concupiscentiam ) quoa vere et proprie in j.ena- tis prccatum sii (4). viene ad immettere, che dunque la concupiscenza ne non rinati sia i eminente e propriamente peccato, come tante volle dice sant Agostino, in quel senso che pi sotto dichiareremo. Che se si prende la concupiscenza non per /' abi- tuale conversione dell' uomo alla creatura, ma per V inclinazione ad operare il male , che da quella conversione procede, s. Tommaso colla piena degli scolastici ri- pongono in essa la materia del peccato originale; e per la fanno un vero elemento c una vera porzion del peccato fino che ella sta colla forma del peccato congiunta: dalla forma poi staccala, non pi elemento, non pi porzione di peccato ; perch la materia dalla forma disgiunta cessa dallessere porzion del composto: e tale la con- cupiscenza rimane ne battezzati : ne' quali tuttavia ella un male, un impedimento al bene, e quasi il corpo inanime del peccato. Laonde ella rimane altres il veicolo, pel quale si traduce loriginale (leccato nella specie umana di generazione in generazione, come dicono i Padri, Ex hac car- mi concupiscentia ( user anche qni le parole di Agostino ), quae licei in regenera- tis jatn non deputeiur in peccatum , tamen naturai: non acci di t nsi de pec- cato ex hac int/uam concupiscentia carmi, tamquam vili a, peccati et quando illi ad turpia consentilur , eliam peccalorum maire multorum , quaecumque nasci- guere la debolezza e la mala piega della volont clic a' abbandona agevolmente a coosentir- un male abituale, a cui i pu resistere ; e resistendovi si merita , anzich si pecchi. Per questo lo stesso sacro Concilio di Trenlo dice che ad agonrm relieta, ett ; non sarebbe relieta ad agonem , se non costasse nulla il vincere l'appetito; c nulla costerebbe questa vitloria se la volont non fosse al male inclinata; n l'appetito sarebbe perverso, se non lusingasse la volont a consentirgli. dunque riposta la mala concupiscenza non gii nell ap- petito solo, che ne'bruti natura, come dice sant Agostino ; Tantae enim excellentiae etl m cnmparatione peeorit homo , ut vitium homini, natura sii pecorit ( L. 11. De pece, orij., r, IV ) ; ma nello tgutltbria fra le forze dell appetito e quelle della ragione e della volont , per guisa tale clic quelle sono pi forti del dovere, rispetto a questo che son del dovere pi debo- li. quindi poi il maggior merito di chi vince dalla grazia aiutato. Ma tutta lira del signor Eu- sebio nasce da questo, che io ho supposto lappetito viziato, e la volont ioclinata at male, ed egli vuole l'uno e l altro perfetti, come sarebbero nella sana natura, lo per mi sto assai pi volentieri col Concilio di Trento, che avendo detto della concupiscenza che ad agonem rettela etl, non consider l' appetito solo, ma lappetito in relazione e in lolla colla volont, e indic quel disordine ebe non viene dalla natura, ma si dal peccato cd al peccalo inclina, ex pec- cato est et ad peccatum inclinai. (1) I Jo. Il, 16. (2) Gal. V, 17. (3) Sess. V, De pece. ortg. (4) Ivi. Digitized by Google 93 tur proles, originali est obligala peccato, itisi in ilio renascalur, quem sine isla concupiscentia Virgo concepii (i). Convien danqae dire di nuovo, che la Chiesa col proscrivere la 55 proposizione di Bajo non ha inteso di dichiarare che la concupiscenza della carne contro lo spi- rilo, come sta in noi di presente, o certo almeno come sta in quelli che non son ri- nati alleterna vita, sia un elemento necessario della natura umana nello stato di sua perfetta sauit, e poich quella concupiscenza noturac non accidit nisi de peccalo, la Chiesa non intese n pur definire che Iddio avrebbe potuto creare un uomo con que- sta conseguenza rea del peccato'. In una parola la Chiesa, condannando la proposizione 55 di Bajo, che dice. Deus non potuisset ab imtio talcm creare hominem qiialis mine nascitur, ha indubi- tatamente inteso di deGnire che Iddio avrebbe potuto creare luomo nello stato pre- sente, con tutti i suoi principi e limitazioni naturali, eccetto per il peccato e quelle appendici che dal solo peccato, non da principi della stessa natura sana e ben ordi- nala, come Iddio la farebbe, provengono. LXl V. Vero che vhan de teologi i quali sostengono che la stessa concupiscenza proceda necessariamente da principi naturali dell'uomo; ma io mi sto con quelli che il contrario pensano, i quali certo dalla Chiesa non furono, per quantio so, ripro vati, ed anzi a me sembra che le due opinioni si potrebbero insiem conciliare. Perocch i primi mostrano evidentemente dintendere per concupiscenza il solo istinto animale, non dcGnendo poi di qual grado e di qual modo; e che un istinto animale ci dovess essere anche nello stato di sana e pura natura, ci non si nega da noi dipendendo questo dalla natura stessa della materia e dellanimalit. Ma i secondi non intendono per concupiscenza, come dicevo, il semplice istinto animale, il quale da s solo e nella sua natura considerato non vizi, se non dege- nera: intendono bens il muoversi quell istinto nell'uomo e linsorgere a dispetto della ragione, che uul vorrebbe, e che noi pu a tal raffrenare che almeno non ne senta l'insulto, onde ebbe a dire lApostolo : Si quod nolo ( n\alum ), illud facio, j am non ego operr illud , sed quod habitat im me peccatosi ( 2 ): intendono la maia influen- za che quellistinto esercita ora, quasi altro serpente, sulla volont delluoino, lu- singandola, seducendola, traendoia a falsi interni giadizj sul valor delle cose, e quindi ad esterni peccati, perocch e quo' falsi giudizi sono peccati, c peccati sono 1 opere a que falsi ed iniqui giudizi seguenti : alle quali lusinghe con tanta difficolt luomo da s solo, 0 anche in niun modo di presente, senza la grazia divina, e l'ora- zione che quella gli ottenga, resiste. Onde sautAgostino ebbe a dire : .Ideo in pcco- ribus malam non esse concupiscentiam , quia non adversum spiritino concupiscit (3) : e altrove nega che la concupiscenza sia semplicemente il sentire che fa lanima la di- lettazione, non cnim scnsus est morbus , niti dice che la concupiscenza ilio scnsus est quo nos morbum habcrc scntimus (4). La concupiscenza adunque, nel senso di questi secondi teologi di cui parliamo, la lotta della carne collo spirito, c pi ancora, ella una tal lotta, in cui perde lo spirito se colla grazia non si difenda, 0 avendola gi, come lhanno i rinati che non ricaddero, o chiedendola ed acquistandola se ancora non lha. Perocch dice sant Ago- stino di una tal lotta : Volunlas ergo ipsa nisi Dei gratta libcrctur a servitale qua facta est serva peccali, et ut pitia superct, adjuvetur; recte pieque vivi a mor- tali bus non potest (5), ed ancora approdare falsa pr veris ut crrct invitus et resistente atque torquente dolore carnalis vincali, non posse a libidinosi s operbus (1) Ite nvpiiis et concupite-, L. I, c. XXIV. (2) Hom. VII, 20. (3) Contra Jul L. IV, c. XIV. (4) Contra Jul., L. V, c. XIV. (5) Kctract. I, IX. Digitized by Google 94 temperali, non est NATURA INSTITUTI noni NI S, sed poena damnati (i), e di nuovo : Nam quando tale est (peccatimi) ut idem sii , et poena peccali , quantum est quod vaici voluntas sub dominante cupiditale , nisi forte, si pia est, ut OREt apri- Liuti ? ( 2 ). Dove chiaramente apparisce che sant Agostino nega che possa essere, ( natura di un uomo da Do istituito , quella condizione in cui l'uomo nasce di pro> sente colla sua volont, la quale senza la grazia non pu osservare a pien la giusti- zia; e chiaramente insegna che ci non pu essere se non pena di un precedente peccato (3). S'ammette per che la sommissione della carne allo spirilo in Adamo non era ( 1 ) De Iti. arbitr., L. Ili, c. XVIII. ( 2 ) Retract. I, XV. ( 3 ) Distinguati adunque quella concupiscenza de non rinati, incoi sant' Agostino ripone IV#- senza dell originai peccato; da quella, che i una conscguvnsa della prima, e che rimane nei rioati, i quali gii converti a Dio, indi traggono ancor la fona da vincere la lusinga del se sibilo : ijvae ad agonem rettela est. Or che Iddio non potesse hreare l uomo con quella prima concupitecela senza dargli la gracia e laiuto da vincerla fuori di controversia; se Iddio poi potesse creare ! uomo colla seconda, dandogli per aiuto e grazia da vincerla (si noti bene que- sta conditioDe), sicch l'uom fosse atto a mantenere la giutlisia o naturale 0 soprannaturale a condoch a quella ovvero a questa venisse ordinalo, eli lult'allra questione. S. Agostino, n i teologi cattolici, credio, non mosscr mai quella prima: il Dotlor della grasia tocc bens in- direttamente la seconda. Dico indireltameute , perch non domand gi ; giacch per po- tersi lodare l'autore duo opera batta che l'opera sia buona, quantunque ottima anco non sia, quamvis, ignoratala et dJficullas, eliamti esimi hominis primordia ttaturalia, nee rie evlpan- dus sed loudandus esse 1 Deus. (lletract. I, tx ). Cunvieo riflettere, che sant Agostino parlava contro i Manichei, i quali non volevano per nulla riconoscere il peccato originale, e per ispie- gare i mali, da' quali luomo vederi afflitto, ricorrevano ad on principio essenzialmente cattivo, autore del male. Laonde sani Agostino cosi ragiona con argomento ad hominem : Quantunque : questa quistione riguarda l essenza del peccato. Voi conFondeste , acutissimo come voi siete, questa seconda questione con quella prima ; ed essendovi scontrato in aleu- ti) Gen. Vili. (2) Sci. VI, De juttificat. can. X. Si dee attentamente osservare elio la giuslticazionc clic riceviamo per gli meriti del Salvator nostro a noi applicati non consisto solo nella sempli- ce remission de peccati, per la quale cesserebbe l' imputazione a colpa, ma consiste di pi oel- 1 infusione della grazia di Cristo , per la quale vien sanato lutto ci che ha ragion di peccato a noi aderente. Che se fosse vero che noi non avessimo alcun peccato a noi aderente , come vuole Eusebio , ma che ci venisse solo imputato a colpa il fallo di Adamo, potrebbe operarli benissimo la nostra giustificazione coll esserci solamente rimessi i peccati , cessando cosi l im- putazione, la colpa ; in tal caso noi ci troveremmo nello stato di pura natura senza peccato , o per atti ad avere una giustizia naturale ; ma il Concilio di Trento dichiara che non cosi viena operala la giustificazione nostra; noi non possiamo ora essere giusti, se oltre esserci rimessi i peccali, e cos cessare l imputazione (la colpa), non ci sia data ancora la grazia che tolga da noi qnel peccato clic inesl unicuigue proprium , e cosi ci restituisca allo stalo di giustizia so- prannaturale, che solo per noi possibile. Si quis dixerit iomines fuslijicari vel sola imputa- Itone justiiiae Chrisli, vel sol* peccstohim bemissioks, exclusa gratili et charitate , qua e in cordihus eorum per Spirilum sanrtum dijfundalur , alque Ulti inhacreal ; aut citarti gratiam , qua justificainur, esse tantum favorem Dei : anathema sii ( Sess. VI, De justific., can. XI ). Ecco adunque di nuovo, come sia necessario distinguer bene la nozion di peccato da quella di colpa anche per intendere la dottrina della giustiiicaziono esposta dal Tridentino ; di che nuo- vamente appare l error d f Eusebio die rifiuta tale disliazione. (3) De gratta primi hominis c. V. (4) E questa eccezione del peccato non manca mai di farla sant* Agostino come li dove di- ce quae peccala non nisi propriae roluntati ea rum ( animarum ) tribuenda sunl, neo ulta ullerior peccatorum causa quatrenda, dopo di cho passa a parlare dell igooranza e della dif- ficolli ia quanto sono effetti del peccato, o non peccato ( Vcd. De lib. Arbitr. Ili, XXII ). by Google 99 ne parole del Bellarmino e degli nitri autori citati, che restringono {'effetto del pec- cato d'origine allo spogliamento dei doni e dicono la Datura del resto non vulnerata; credeste a dirittura d'aver in mano un'autorit calzantissima, per provarci che dun- que V essenza del peccato dorigine non consiste, giusta quegli autori, se non in questo mero dispogliamenlolll Ma no, mio caro, nou affibbiate i vostri errori a uo- mini tali, giacch cos calunniereste quelli per la troppa buona voglia di calun- niar me. Per altro se noi toccar vogliamo anco la questione non dell eviene del peccato, ma dell 'effetto ( che pure non e la nostra ), potremo ben veder chiaro, come n pure in questo il Bellarmino e gli altri valentuomini stien con Eusebio: che nessuno di essi neg giammai, che il peccato sia egli stesso una ferita profonda della natura, e non un mero dispogliamcDto ; sicch la question che propongono fa sempre a questa ferita eccezione, e riguarda propriamente l altre ferite: riguarda gli elementi essen- ziali dell' uomo ; non la loro armonia e buona attitudine ni ben morale. E nel vero, l dove dice la natura umana non esser di presente ferita, parla egli evidentemente deso/i principi costituenti essa natura, e per cita quel passodi s. Tom- maso, linde factum est , ut primo hominc peccante, natura humana t/uac in ipso crai, sili ipsi rclinqueretur , ut consisterei sccundum conditionem suo rum principio- rum (i). E vedesi ancor ci manifesto dall' argomentar eh egli fa da quanto accadde a' demoni, perocch dice : Naturalia in dacmonibus post casum ( teste Dionysio ) mansisse integra. Quod idem sine dubio de homine quoque intclligi dcbebil ( 2 ). E re- ca a provarlo questo passo di s. Girolamo in Osea Dcmones qui lapsi sani a propria dignitatc et nihil antir/uae gratiae possidentcs aridi runt et velcri siccitafe marcen- te! (3). Sul qoal passo cosi argomenta : Si cnn nomine gratiae dona naturalia intel- ligeremus, consequcns esset, ut Angeli nihil naturalium dononim post peccatum re- tinerent, atquc adco ad Ninnisi redacti essent (4). Il qual discorso non pn valere se non a provare che 1 uomo, come gli angeli, dopo il peccato nulla perdette de principi costituenti la sua natura, nulla della sua sostanza , nel che siamo piena- mente d accordo; perch la questione nostra non ist qui. 11 peccato non che un accidente della umana natura, come sant Agostino in tanti luoghi lo chiama; non per fermo n una porzione di sostanza, n un deperimento d'una porzione di sostan- za. In questo senso e s. Tommaso, e gli Scolastici, e il Bellarmino dissero, e dissero il vero, che naturalia non pcricrunt. Ma de vedersi se la volont ora torta e svi- gorita s o no pel peccato pi che ella non sarebbe quando fosse innocente , bench priva di grazia, di maniera che ella ora non valga pi a contenere a pieno le infe- riori potenze quanto potrebbe a ci valere se un uomo perfetto fosse da Dio senza grazia creato, il (|ual uomo n fosse scaduto dalla sua naturai dignit, n fatto servo ai peccato, come e l'uom di presente, n al peccalo venduto, come ancora lo chiama lApostolo: ecco la question tutta. Certo, se da quello che avvenne agli angeli pravi dobbiamo argomentare a quello che avvenne alluomo, la soluzione vien facilissima. Agli angeli pravi avven- ne che non pure furo privati della grazia santilicante, ma perdettero ancora la na- turale facoli di volere il bene onesto proposto dalla ragion naturale, e come dice il Damasceno citato dnH'Aquinale, Hoc est enini hominibus mors, quod angclis casus (li), onde sunt in peccato obstinali ( 6 ), ili guisa clic adirne manet in diabolo peccatum quo primo pcccavii quantnm ad appetitimi ( 7 ), onde l'appetito e il libero arbitrio de de- (1) In II sent. D. XXXI, q. J, a. I. (2) De aralia primi /immuta, c. VI. CS) In 0*., c. 111. (4) De gratin primi hominia , c. VI. ti>) Orludoxae. Kid. L. Il, c, IV. : cose manifestissime in filosofia, dalle quali appar chiaro, che chi vuol trovare inerente al bambino qualche cosa che di peccato possa ragionevolmente avere il concetto, dee ricorrere alla virt volitiva non uscita all' alto, ma nell' essenza del lanima contenuta. Dico alla sua virt volitiva nellessenza dellanima contenuta , perocch so io bene, che 9. Tommaso sottilmente e giustamente afferma, non essere la volont come potenza, ma lessenza dell 1 anima, il soggetto proprio dell'originale peccato. E per questo appunto anchio dissi di sopra, soggetto delloriginal peccalo essere f aniina intellettiva e volitiva. Perocch io soglio distinguere due volont, Cuna contenuta nell essenza dell'anima come nn suo elemento, e questa quella che , a mio pare- re, il soggetto dclloriginAle peccato ; e f altra poi che comincia ad uscir fuori e ma- nifestarsi come potenza dall'essenza distinta. Quella la radice di questa; questa quella stessa, ma in virt ancora nellanima esistente, ma pure realmente esistente. che questa sia anche la mente dell Aquinale, vedesi manifesto da quella questione, dov egli esamina se 1 originale peccato possa essere nella carne come in suo sogget- to; e prova di no, ma sol Dellanima, dandone questa ragione, che la carne non pu essere il soggetto della colpa, ma bens l'anima: Sic igilur curri anima possi! esse subjeclum crt/pae, caro aulem de se non habeat quod sii subjectum cu/pae : guicr/uid pervertii de corruptione primi peccati ad animam, habet rationem cul- pae (2) ; quod autem pervenit ad carnem, non babel rationem cu/pae, sed poenae : sic /itur anima est subjectum peccati originalis , non aulem caro (3). Ora perch mai f anima potest esse subjeclum cu/pae, se non perch ha in s la virt dell in- tendere e del volere ; essendo la virt volitiva qaelia in cui finalmente pu stare ogni moralit, sia essa buona o cattiva, sia spontanea 0 sia libera, sia la forma di santit che necessariamente aderisce all anima, 0 sia il merito che l anima colle proprie li- bere operazioni si procaccia? Vero che questa volont da prima immersa nell es- senza dell anima, e, come dice sant Agostino, la parto razionale c volitiva del bam- bino quasi in lui consopita, ma esistente per. Conciossiach il santo Dottore il dimostra dicendo. Parvu/us vero , in quo a liate ralionis nullus est ttSiis (nega che vi abbia luso della ragione, non la ragione), voluntate quidein propria nec in botro est, nec in malo ; quia nullam in a/terutrum cogitationem versai ( nega che la vo- lont operi, non che esista), sed vtrumqve in ilio consopitvm vacat, et rio- num naturale rationis (clic sono le delle potenze), et malusi orici nave (1) C. Ut. (2) [Son egli piacevole il sig. Eusebio, quando egli stesso cita questo parso a tace, si del- . lo sue Riflessioni ? e lavrebbe egli citato le lavesse inteso, (3) S. 1. Il, LX XXIII, 1. Digitized by Google 108 peccati ( clic il vizio delle potenze ). Seti anni s aecedcntibus , cvigilante ratione (ecco la prova che esisteva), verni mandatimi , et rcriviscit peccatimi: quoti adeersus crcscentcm cum pugnare cocperit , Urne apparebit quid in infante latueb/t, ri ani vinci t, et tianmabiUtr ; aut vincitur et sanabur (i). Conciossiach stanno in noi certamente delle cose nascoste a noi stessi ; onde anche leggasi della sapienza di Cristo, che ipse cnim sciebai quid esset in homine (2); e se il signor Eusebio fosso porr da tanlo, potrebbe facilmente convincersi di una verit da me dimostrata , che in tolte le potenze umane, ed anche nella volont, molte cose sono e si fanno senza che l'uomo n abbia pure coscienza . LXXIII. La qnal verit risultante dallo studio dellumana natnra, opportunissi- ma torna a mostrare la sapienza divina della religion nostra, la quale co dogmi del peccalo dorigine, e della infusion della grazia nel santo battesimo, quella verit suppose, siccome a me pare, ancor prima che essa fosse chiaramente dall umana fi- losofa conosciuta. La qual verit travide di nuovo snnt Agostino, e la indic colla solila sua acutezza quandebbe a parlare della maniera onde lo Spirito santo s'in- fonde nellanime de bambini senza che questi punto sei sappiano; intorno a che il santo dottore si esprime cos: Dicimus ergo in baptizatis parvulis, QVAUriS m ne- sciant , habitare Spiritimi tanclum. Sic enim cum ncsciunt, t/uamvs sii in eis, QVEMADEODOM NESCIVNT ET MENTF.M SVAU\ CttjuS VI CS ratto, qua ulinondum possimi, velati quaednm scintilla sopita est, c.rcitanda actals successa ( 3 ). Vi ha dunque la ragione, vi ha la volont ne' bambini , ed essi non ci riflettono , non ci pensano; cos del pari nella ragione vi pu essere un minore o maggior lume, o un lume daltra specie ; nella volont una maggiore o minore inclinazione al bene dalla ragione mostratole ; e tutlo questo senza bisogno alcuno di propria consapevolezza. Che anzi pi profondamente investigando un fatto cos importante e misterioso , ma pure al vero filosofo indubitabile, altri veri al servigio della religione preziosi si scuo- prono, de' quali indicher qui io alcuni' 1.* che appena che esiste l'anima, in quan- i' intellettiva, ella ha un lume, un oggelto cio universale che la fa intellettiva , in cui snllissa, ed esso l'essere in cui e per cui tulle I altre cose poi vede; 2.* che del pan appena che esisle lanima, in qunnt volitiva , ella ha -una tendenza che verso 1 essere universale la porti, dalla mente naturalmente intuito , e cos l'essere divien suo bene, ed questo un primo atto universale che cosliluisce la volont slessa 0 potenza di volere, dalla quale tulli gli altri atti poi sortono , come da loro originaria virt ; 3 ." che I* uomo, fatto cosi intelligente e volitivo, tostoch uomo, muove subitamente e la ragione sua e la sua volont, dietro loccasione de sensi, le muove segretamente ed efficacemente ; e sol pi tardi egli si forma poi la coscienza di s medesimo 0 delle proprio sue operazioni ; cio allora che egli comincia su di s e di esse a riflettere e ripensare. Le quali tutte cose in vari miei scritti , de quali |l signor Eusebio , bench pubblici , mostrasi del tutto ignaro ( 4 ) , io di propo- (1) Contro Jtilian. Pelag^ h. Il, c. IV. (2) Jo. II, (3i Kp. CLXXXVH, ad Dard. c. Vili. (4) Da questa ignoranza, spero io, pi tosto che da piena malizia si dco derivar la calun- nia di che il sg. Eusebio m* incarica, osando egli dire, come anche di spra hn notato, ch'io orti meda un mento c anche gonza coscienza e libert ( R. A(T. XII, f, 40, (B) ). Senza li- bert no, noi dissi i6 mai, ed tutta giunta del gentilissimo sig. Eusebio, per potermi condan- nare, comegli fa, per giansenista marcio. Senza coscienza si, questa c luti altra cosa. Peroc- ch certo io non credo che i santi abbiano coscienza di lutti c di ciascuno i meriti clic s* ac- quistano, n credo tampoco clic gli emp abbiano coscienza di tutti e di ciascuno i demeriti che pur s* acquistano. Nesrit homo utrum odio an amore dignit sii etc. N egli fa bisogno cono- scere lutti i nostri peccati per averne la remissione, che con un allo ri amor perfetto o col sa- cramento della penitenza ci son rimessi ( Vcd. s. Tore moto, S. Il, LXXXVI1, i). Ma oltre qursla impostura, le riflessioni che il S g. Eusebio pone sotto I' affermazione XU, tono Me IIP Icsauio d'insolenza c di tuUil, che assai bene dimostrano se la causa del sig- Eu- 100 silo discussi c provai ; c ad essi rimollo quelli clic bramassero saperne, o portarne giudizio. gebio sia quella della purit della dottrina cattolica, com'egK ostenta, ovvero tati* altra. Guai se la nostra santa fede avesse solamente di tali difensori ! Annoverer qui alcune delle asserzioni false, che compongono un tanto imbratto. I menzogna. Dice che io c con istupenda franchezza do implicitamente il titolo di volga- f ri, a quanti non sono della mia scuola, compresi tutti i Padri e i Dottori 9 lo lo sfido a mostrar dove o implicitamente o esplicitamente io abbia dato il titolo di volgari a un solo de Padri o de 1 Dottori della Chiesa, o ad altro scrittore ecclesiastico; ovvero io invito a ritrattarsi. II menzogna. Dice che 1 0 quanti non sono delta mia scuola, compresi tutti i Padri e i Dottori appongo che tengano senz'altro, che ogni bene c male morale nell'uomo dalla coscien- za, come da sua causa, derivi 9 lo lo sfido a mostrare dove abbia trovato che io a tutti i panni v dottori abbia attribuito tal cosa; ovvero lo. invito a disdirsi. Prima di andare avanti nell* enumerazione resa necessaria di queste frascherie , sar piacevo! cosa l'udire che cosa egli soggiunga alle parole con cui m' attribuisce d'aver io imputato a tutti 1 padri e dottori quell'errore: c Poich (d ; ce cg!i gravemente) ci non vero in tutti i son- c si, n in tutti i sensi si pu dire, n da noi si dice 9 Adesso intendo! Siete voi dunque un Padre o un Dottor della Chiesa? non lo sapevo davvero, n potevo saperlo lenendovi masche- rato per pura modestia. Ben potrei qui esclamare con s. Basilio: Deh! che Padre, che Dottore ignorante! Ili menzogna. Dice che la comune definizione della coscienza sia quella eh* egli ripor- la, nella quale non si trova nominato il giudizio pratico 9, venendo cosi a negare che nella co- mune definizione della coscienza non si adoperi 1 espressione Jumciuu pbacticum. Dove sono due le falsit unite insieme, 1." luno che la definizione ch'egli arreca sia la cornano, fl. laltra che nella comune definizione (giacch la comune quella che egli apporta) non si definisca la co- scienza un giudizio pratico. IV menzogna. Dice che c io stabilisco che ogni altro che non son lo, 0 della mia scuo- c la, per coscienza intende un' aziono pratica, o cosa che si riferisce all* azione pratica senza c pivi 9. Non liawi qui una menzogna sola, ma un gruppo di menzogne legale insieme con uo bel nastro d'ignoranza, che una cosa clic consola! i. d menzogna. Io non ho dello che tutti intendano cosi com'egli dice la coscienza, ma ho detto che c comunemente si suote appellare la coscienza un giudizio pratico 9 ( TraU. della Cote . , f. i4 ), e questo innegabile; n ci vuol dire, che la chiamino cosi tutti quelli che non sono io o della mia scuola. 2. 4 menzogna. Io non ho detto mai n che lutti, n che n pur un solo de* teologi morali r per coscienza intenda un'azione pratica, 0 cosa che si riferisce all'azione pratica 9. Ma ho dello che c comunemente la coscienza s' appelli un giudizio pratico 9 , cadendo la mia osservazione sull' appellazione che si d alla coscienza, appellazione che, com* io notai, non esprime bene quello che per essa i teologi intendono. Questo il nastro d' ignoranza con cui Eusebio lega le gemme delle sue menzogne. 3/ menzogna. Io non dissi mai, n mai sognai, che nessan uomo al mondo, per isci- munito che fosse, intendesse per coscienza c un'azione 9. Dissi bens che la parola praxis si- gnifica azione; non dissi, n poteva dire, che la parola coscienza significhi azione 1 ell'invcn. ziooe uscita di pianta dal cervello limpidissimo del sig. Eusebio. 4." menzogna. Io non dissi c azione pratica 9 : altra scempiaggine che il sig. Eusebio coni a posta per regalarmene. Se pratica vuol dire attiva , qual buassaggine non sarebbe que- sta di azione attica ! Ogni parola adunque della sopraccitata a [Formazione dEusebio una val- uta ben rotonda. V menzogna. Dice che io ho detto cosa che equivale c a questo detto : c tutti gli altri clic hanno dato, la definizione della coscienza, non si accordano n colla ragione, n colle dot- trine dogmatiche del Cristianesimo 9. Non avendo io mai detto, n sognato tal cosa, lo sfido a indicare dove egli I' abbia trovata, o a ritrattarla, con tutte le altre sue sviste. Ora le parole mie, che lo hanno fitto cosi imbizzarrire, e eh egli mette l staccate al suo solilo dal contesto, sono pur queste ( f. 4 ( 2 ); se pure dal mimer de catto- lici non Sbandisce s. Tommaso, il Bellarmino, e ludi quelli che sentono con questi due antori anzi che con lui. Che se gli piace di porgere ancora i suoi rispettabili orec- chi ad una parola che s. Tommaso vorrebbe dirgli su questo proposito, ella qua ; la rumini a suo bell agio : In infectione peccali originali . '1 duo est considerare : primo inhaerentiam ejus ad suhjeclum : et secundum hoc primo respicit essenliam animar , ut dicium est- Deinde opnrtet considerare inclina t io neh ejus ad actusi : et hoc modo respicit potentini animac. Oportet ergo tjuod Ulani per prius icspiciat, tjuae primam inclinationem hahel ad pcccandum : BAEC AUTem EST FO- LE NT AS, ut ex supradiciis palei. Un DE PECCAI USI ORIGINA LE PER PJUUS RE SPI- CIT FOIUNTATEil (3). LXXV. Le quali parole chiaramente distinguono il soggetto dell originai pec- calo, che l'essenza dellanima in quanto in essa trovasi insita e immersa per cosi dire l intelligenza e la volont, dalla potenza che ne prova la prima i funesti effetti , la qnale si la volont gi uscita e quasi emersa dallessenza dellanima ; la qual ne riceve la proclivit al male. Ferita cosi e guasta la volont, le altre potenze che a lei tutte dorrebbero pel bene servire, si rendono restie e contumaci ; e quindi inco- minciano que' molti disordini morali che avvengono attualmente nell uomo di ne- t cessila , i quali al signor Eosebio dispiace aver io nominati e averli delti t effetti ed alti del peccato d' orgine (4) >- Ma che il peccato originale abbia i suoi effetti ed atti, se il nega Eusebio, il dice per s. Paolo, le cui parole sfuggite, come pare, agli occhi d Eusebio, io recavo nel Trattato della Coscienza. Perocch lApostolo usa appoolo di queste espressioni : Peccato * 1 per mandatum operatosi est in me omnem concupisccnliam (5). Nunc antan jam non ego operor itlud , sed tptod habitat in me pecca TU! (6). Peccato occasione acceptd per mandatum, sedu- xit me (]). Sed peccatosi, ut apparcal pcccalum , per bonum operatum est situi mortem : ut fiat supra moduin peccans peccatosi per mandatum (8). Code (1) R. Aff. )V, f. 19. ( 2 ) u. Atr. iv, r. 19. (3) S. I. II, LXXXIII, in. (4) R. Aff. tv, f. IO. (5) Rom. VII, 8 . ( 6 ) Ivi, 17 . ( 1 ) Ivi, 11 . (8) Ivi, i3. Digitized by Google 112 il peccato originale secondo 1' Apostolo, fa nell' uomo suo operazioni ed atti, e por- tavi i suoi effetti. Ma anche ne rigenerati ? S, rispondo sant Agostino, e tutti i cattolici con lui bench in minor grado Ma non morto egli ne rigenerati ? E morto , e pur non cessa di operare come un cadavere che, non seppellito, ancor opera col suo puzzo ed infetta l aria. Quomodo eniin peccatimi mortuum est , cura nuilta opcrctur in nobis rcluctantibus nobis? quac multa? itisi desideria stilila et nenia, tpiae con- senltenles mcrgunl in intentimi et perditionem: qua e utique perpeti , eisque non con- sentire ccrtamen est, eonflictus est, pugna est. Quorum pugna, nisi boni et mali , non naturar adoersus NATURA, sed naturar adversum vitium (l),jam mor- tuum sed adhue sepcliendum, id est omnino sanandum (a) ? LXX.VI. Ecco qua Agostino con laolo concorde , e discorde tuttavia non da Cristo, ma da Cristiano, il (piale sempre cogli anatemi e colle scomuniche in pugno, vuole sterminarmi per avere io detto che n il fomite di che parla s. Tommaso e il Coni ilio di Trento, soprastante io noi anche dopo il battesimo, non si dee creder u che sia il poro istinto animale vizialo : ma questo con aggiornavi la debolezza e In mala piega della volont, che s abbandona agevolmente a consentirgli > (3). Ben mi duole di dover qui far notare un nuovo avvicinamento fra gli eretici pe- lagiani, ed il nostro signor Eusebio. Perocch quelli sostenevano quanto costui , che la concupiscenza non era che il senso solo, il solo istinto dell animalit : o che l'ab- bia egli appreso da essi, o che uno stesso spirito gli ammaestri e diriga entrambi. Onde, tacendomi io, iascer che sant' Agostino, quasi aocor vivente Tra noi, dica ad Eusebio quel medesimo, che un giorno disse a Giuliano: Quid loyueris ignorai. jAliud est scnsus carnis , aliud concupisrcnlia carnis quac scntitur scnsu et in un t/s et carnis (4). Il senso della carne noti disordine; bens disordine quella concupi- scenza che la mente stessa nssalisce, e la fa talor vacillare. Questa produce de' desideri stolli e nocevoli ; i quali non possono essere clic nella voIodI, bonch indeliberatamente ; non avendoli mero istinto animale de' de- sideri, ma solo delle fisiche propensioni. Che anzi sant' Agostino osserva continuo , che noa nella carne, come carne, che la trista lotta si tiene ; ma noi stessi siamo quelli che combattiamo contro noi stessi , istigati da una parte dalla carne, dall'al- tra dalla intelligenza sostenuti : sempre I anima umana, sempre la volont die lot- ta , e in questa lotta appunto la concupiscenza consiste. Molibus igilur siiti ani A, dice, quos habet secundttin Spiritimi, advcrsalur aids molibus sui s , quo s habel sc- cuudum cameni, et rurstts motibas jais quos habet sccundum carnati, adversatur aliis molibus suis, quos habet secundum spintimi : et ideo dicilur: Caro concupisci i ailver- sus spiritum, et Spirilus adeersus cameni (j). L anima stessa adunque seco combat- te da due parti tirata quinci dalle coso carnali, e quindi dalle spirituali. Or non vi pare , Eusebio mio, come ne pare anche a me, una goffa ignoranza, il menare le ma- raviglie, e il gridare alla novit di dottrina, per aver io scritto che il solo istinto (1) Pormi a dir vero inconcepibile come v'abbia qualche scrittore, che pure s 1 ostina a vo- lere che santAgostino non riconosca vizio nella natura, ma solo spogliaim-nio di grazia, quando da per tulio il santo Dottore distinguo accuralissimameolc tre cose , la grazia , la natura e il vizio, o corruzione di questa 1 (2) S. Aug. contr. Jul. Pclag L. IU n. 32. (3) R. AfT. V, f. ni. Ro gi indicato di sopra con che malizia il signor Eusebio, im- possessandosi di queste ultime mie parole, e ommeltendo destramente la parola agevolmente che esprime ad evidenza la facilit di consentire al male, c non io stesso consento : osa calccin'o- bamentc ovvero IGNORANTEMENTE attribuirmi, che io comprendo nella concupiscenza anello ri con- senso, cio f atto delia volont consenziente, c sotto le qual voce, egli dice , fallaecmente oom- c prende ( il Rosmini ) anche l t atto della volont elio si addandola a consentire al perverso appetito ( Ivi nota (j) ). (4) Opcrit imnerf. cantra Jul. , L. IV. C. LXIX. (5; Contr. Jul. } L. VI, c. XIV. Digitized by Google 113 animale , rimossa da lui ogni relazione colla volont, siccome sia nelle bestie elio di volont sono prive, non pu ricevere nome di peccato (i)' Sarebbero pure innu- merevoli i passi de' Padri che io vi potrei addurre, se fosse prezzo dell' opera, a d- mostrare che per concupiscenza , chiamata dall' Apostolo anche peccalo , s intende la volont inferma, la quale si lascia facilmente sedur dalla carne; s intende l ani- ma che dalla carne riceve conlinna molestia c guerra ; e non la mera carne, n l mera animalit che, in s stessa considerata, non cosa che all ordine morale appar- tenga. Ma ancora un luogo almeno di sant Agostino concedetemi di riferirvi. Nel li- bro della Continenza egli scrive filosoficamente al suo solito in questo modo: Ca- ro enirn nihil nisi per animam concupiscit. Seti concupisccre caro adversus Spiritimi dicitur, quando anima carnali concupisccnlia Spirititi rcluctatur. Totani hoc KOS suina s (2). E poro appresso: Igilur ipsc ego- ego mente, ego carne: sed mente Si l- vio legi Dei, carne autem legi peccati. Quomodo autem carne legi peccati? num quid eoncupiscentiac consentendo carnali ? sthsit: Scd UOTUS DESIDERIOHVJU IL- UC H abendo ( jiios habcrc rtnkbal, et tanica habcbal (3). Conciossiach noi in quan- to siamo di volont forniti non siamo sempre e dei tutto attivi ; ina bea anco passivi; e la volont nostra non opera solo liberamente, ma bea anco talora con semplice mo- to spontaneo: come accade appunto in qne desideri di cui parla sant* Agostino, clic insorgono in noi pfr (spontaneit, bench per libert ad essi noi ei opponiamo. Laonde nega espressamente san Agostino* che il combattimento sia un effetto natura- le e inevitabile dell'accoppiamento delle due contrarie sostanze la materia e lo spirilo; perocch, quantunque a diverse leggi soggette nc! iuro operare, niente vieterebbe pe- r, che fossero state bene insieme compaginate e connesse, come Iddio fati avrebbe nella soa infinita sapienza e potenza creando !' uomo in istato di sana ed intera na- tura: nel quale stato lo spirito sarebhesi potuto servir della carne a pieno suo grado II* eseguimento della naturai legge, e al mantenimento ed aumento della naturale felicit. Dice adunque cosi il Dottore della Grazia : Qtiod ergo caro concupisca ad- versus Spiritala, quia non habitat in carne nostra ho num, quia lei in membri s no- Slris rcpugnal legi mentis , non est dvarum NAturarvm ex CONTRARUS factA PRiKCiptis coMuiXTio,setl vnius adversus scipsam , propter peccati meritata fac- ta divisto {4). Ed io confirmavo la stessa verit, che non 1' istinto solo animale costi- tuisce la concupiscenza, ma la relazione di esso alla volont, coll autorit manifestis- sima di s. Giovanni che nomina t la volont della carne (5) a fare intendere che trattasi della volont nostra dalla carne lusingata, e non della mera carne ; ma il no- stro signor Eusebio, trovando 1' osso duro a suoi denti, postosi in snssiego, se la pass con queste sole due gravi parole: Abbiam lasciato il passo di s. Giovanni, che pa- ci re dall autore non bene spiegato, perch nos fa al presente proposito ( 6). Ipsc dixit. Passiamo or ad un altra non meno bella (7), LXXVIf. Dopo aver egli recate le parole di s. Tommaso da me pur citate, Re- mane tamen peccatum originale actu, quantum ad forniteli*, qui est inordinalio par- lium inferiorum animae et ipsius corporis, sccundutn quod homo generai, et non se- ti) R. AfT. V, f. * 1 . (2) C. Vili. (3) Ivi Ved. ancora *, Aue. contr. Jutian- Pelaa. L. VI, n. iG e asce. (4) De Contine alia, e. Vili. (3) Jo. I, .3. (6) Le mie parete, commesse dal sig, Eusebio all' Atfermnzione V. son queste: E indi vie - ( ne anco la giustezza dellespressione di S. Giovanni die nomina Ja volont delta carne ; la i quale non ad intendersi puramente dell istinto carnale, ma si delia volont cedevole a quei- l' islioto ; come la volont dell'uoiao, pur nominala dall* Evangelista, deesi interpretare della vo- * lont umana cedevole alle illusioni di felicit e di grandezza umana in esclusione ed io oppo- I lizionc delta giustizia 1 . Trattato della Coscienza, face. 33). (7) R. Aff. V, f. *3, (cc). Rosmini Voi. XII. 410 Digitized by Google 114 cundum mcntcm, un queste parole argomentando da quel loico maro tiglioso eh' egl i , mmum pruder ipsum qui peceatum non habuerit infantilis aelalis ex~ orlo. (Conte. Jui., L. V, c. XV). LAngelico del pari: Jn quo quidem statu (hominis re- parati ) potesl homo absiinere ab omni peccato mortati. Aon autem palesi homo abslinere ab omni peccato veniali piiuptkii cOBBi:er!ONi.il iNpcniosis ippsrircs skissualitatis, cujus motus sin - gutos quidem ratio reprimere potest (et ex hoc habent ratwnem peccati et volontari! ) non nu - lem omnes: quia dum uni resistere nttilur. Jbrtassis ahus insurgit : et eliam , quia ratio non semper potest esse pervigil ad hujusmodt motus vitandos eie. ( S. 1. II, CIX, vili ). V. il Pallavicino, Istoria del Concilio di Trento , Lib. VII, c. IX. (2) S. 1. II, LXX.tV, iti. ty Google 115 10 de' molli die uddur potrei ne redimo uno, il quale mi prester pi servigi, laria 11 santo della malizia contenuta nell'originale (leccalo cosi : Malilia contrada nihil aliud est quam destitutio foliintatiS ab originali justitia , et inde incarni omnem phonitatem ad mula ctigenduiti(i). Nelle quali parolesi comprendati due cose : i. la malizia della volont che perduta l'originale giustizia entr nello stato d ingiusizia, e 2 ." la inclinazione die prese la volont al male, incarni omnem pr- nilalem ad mala eliijendum. Ora nella prima di queste due cose metto s. Tommaso la forma del peccato originale, in cui per rimali nini' qui di passaggio ci clic pi sopra fu da noi ragionato, entra benissimo la volont di dii nasce, secondo I' Ange- lico. Nella seconda poi, cio nella sdrucciolevolezza della volont al male, mette la materia di quel peccalo. Ed ora sapete voi come chiama s- I umiliasi) questa sdruc- ciolevolezza della volont? concupiscenza appunto, con vostra pace. Ecco le Parole che immediatamente a quello prime susseguono: Et sic, seeun lam praemissa. ma- lilia se habel in peccalo originali ut / ormale , conce Pise UNTI A autem ut mate- riale ( 2 ). Volete pi chiaro? Non si pu; ma egualmente chiaro per quest' altro testo, Peccalwn originale ex ea parte, qua inclinai in peccata adunila prAecipue peiit/net ad polii NT at usi , ut dictum est \ sed ex ea parte ; qua traliicitur in proietti pertinet propinque ad poleniias praedictas , ad folvnt atesi autesi remote (3). Il guasto della volont c entra sempre, sia clic si consideri I" inclina- zione al peccare, sia che si consideri (in anco la traduzione del peccalo clic si la per generazione, centra, o prossimamente, o riumtamenle almeno. N rucn chiaro s. Tommaso parla a chi lo legge in quell'altro luogo ove dice che in malis, inferior pars animae priucipalior invenilur quae uiinuuilat et traiiit rationem Propter hoc peccatum originale inagis dicilur esse concupisceutia quatti ignorati- tia (4), cio il peccalo originale si dice essere pi tosto concupiscenza, che igno- ranza, perch la concupisceuzu non il mero isliuto animale in s considerato, ma quello consideralo in relazione alla parte supcriore dell uomo , quae obnubilai et tra/iil rationem. LXXIX. Ma qui il signor Eusebio propone una difficolt che ha piti apparenza di vero deUullre tulle precedenti, e confesso die se io avessi preveduto la eavillazio- ne elio egli seppe trovare sopra alcune parole mie, ini sarei spiegalo diversamente. Dopo aver io detto che la coucup.iscenza l'istinto animale, aggiuntavi la debolezza e la mala piega delia volont, cosi mi continuai : i Altramente l'Apostolo non avrebbe potuto dire con propriet , che iuabilava a in lui il peccato; perocch il solo istiuto animale, rimossa da lui ogni relazione colla volont, siccome sta nelle bestie, che di volont sono prive, non pu riceva- re nome di peccato; sebbene egli sia guasto e morboso, e gli si dia acconciamente a il nome di male o di disordine ; tuttavia non gli si dar quello di peccato o d im- c moralit , che involge sempre una relazione colla potenza intellettiva di volere. E a indi viene anche in giustezza dell' espressione di san Giovanni, che nomina la vo- lont della carne ; la quale non ad intendersi puramente dell' istiuto carnale, ma s della volont cedevole a quell istinto ; come la volont dell uomo, pur nominata (i). Or qui il sig. Eusebio prontamente mi rimbecca di aver detto il contrario appunto ap- punto del Concilio di Trento, il quale dichiara Ecclesiam cat/iolicam numqnam in - tel/exse ( concup'scenlinm ) pccatum appellari , quod pere et proprie pec- cate ti sit (?) ; di me poi cotichiudpndo : E non lo atterriscono gli anatemi dal Concilio quivi medesimo fulminati (3j? mostrando cos ignorare, che gli anatemi non possono atterrir coloro, che non hanno intenzione alcuna d' incontrarli. Rispondo adunque primieramente richiamandolo alla regola di logica e di equit dal romano diritto posta all'interprctazion delle leggi, Aon oportere ( scriptum vel d cium ) calumniari , nerjue verbo ejus captare , sedQUA mente quid diceretor animadverlere ( 4 ) : la qual regola, se egli mestier che si osservi , nell' interpretare le leggi, scritte con tale perspicuit con qual sapenno i romani legislatori; troppo pi egli uopo e dovere, che agli scritti privati si applichi, le cui parole non hanno uf- ficio n forza di pubblica legge. Trattiam prima della questione delle cose, e poi di quella delle parole. Pretende dunque il signor Eusebio che quando il Concilio di Trento, parlando della concupiscenza di cui parla s. Paolo, dichiara: la Chiesa cattolica numquam intcllejcisic pcccatum appellali quod vere et proprie pccratnm sit , parlasse di quel peccalo di cui parlavo io dicendo che l'Apostolo disse con propriet che inabitava in lui il [leccalo? Egli ben facile di vederlo se sin rosi ; perocch il Concilio di Trento ha parlato chiaro. Di qual peccato intese parlare il Concilio ? Lo ha espressamente defi- nito questo peccato a fine ai togliere tulli gli equivoci dicendo : quod siors est ani- mar (5). Ed avrebbegli il signor Eusebio fronte da sostenere, che io col dire che 1 Apostolo ha parlato con propriet quando afferm che inabitava in lui il peccato, intendessi per peccato quello che morte dell'anima, di maniera che credessi >ho l' anima dell' apostolo Paolo fosse morta della morte del peccato ? Se non ha egli fron- te di sostener tutto questo, vergognisi adunque di venir intimando si male a proposi- to gli anatemi del 'I ridentino ; i quali non si possono incorrere se non da chi preten- desse la concupiscenza essere un vero e proprio peccato di quelli che all anime dan- no morte. LXXX. Che se anche a questo arrivasse, a confonderlo potrei io addurre via meglio di cento luoghi del solo Trattato delta coscienza, dov'io dichiaro espressamen- te il contrario : potrei dirgli, continuale un (ratto la lettura l appunto dove 1 avete lasciala, perocch immediatamente dopo le parole da voi censorale, seguita la spiega- zione di esse da voi taciuta, lun o laltro, o da bel minchione, o da tristo; scegliete. Conciossiach le parole che seguitano a quelle da voi addotte son proprio queste: La- onde l'Apostolo, favellando di s dopo giustificato, e dicendo che ) Un volont inclinata, non una volont che consente nel peccato, come mimputa quell ira bugiarda ond Eusebio prende In sue ispirazioni. (7) Tratl . delta Coscienza, f. 39, 4*1' In questa stessa faccia si leg"- ancora elio i mo- ti della concupiscenza non sono im/.nlahiti perch non liberi ; sempre posio clic non vi si ag- giunga il consenso. E nella faccia seguente cosi di nuovo sia Berillo : , laltro nominava ( la volont della carne a ; eziandiochc in que- ste loro espressioni si riconosca avervi del traslalo. LXXXII. Ma nell altro senso della parola propriet pn egli dirsi che s. Pao- lo parlasse con propriet quand egli chiam la concupiscenza peccato in lui inabi- tante ? Rispondo di si, e lo dimostra il vario uso delle parole ne* vari tempi. Perocch avviene che quelle parole che da prima significavano propriamente una cosa, in un secondo tempo vengano applicate a significarne un allrn per traslalo, e in un ferzo tempo perdendo affatto o quasi affatto 1 antico significato, rimangono nell'uso come proprie di questa seconda cosa, che prima signiiicavano per traslato. E cosi la pa- rola peccalo era in origine propria usata nel senso di qualsivoglia difello anche nascente nella materia inanimata, come poniamo nn bozzacchione , che sarebbe un peccato del susino. Ma pi tardi fa ristretto il significato ai mali morali , ed ancora pi, a que soli mali morali che guastano la volont personale dell uomo, c che per- ci sono morte dell anima, talor anche a soli peccali attuali commessi dalla persona di libero arbitrio fornita. . E 2 uasi in ogni faccia delle seguenti si ripeto lo stesso sentimento, citandovi anco lo precise parete eli Apostolo che ni hit damnationis ut in iis ywae sunt in Chritta Jesu, come alla face. 87. (1) Scss. V , Dece, de pece, or ir/. (2) Trutt. della Coscienza , face. 45, (3) S. Aug. Hctroot., Li. I. igitized by Google 118 In lulli questi sensi la parola peccato fu adoperala con propriet ne vari (em- pi, come si potrebbe dimostrar facilmente facendo la storia di essa parola. Riprendia- mo tutti e quattro gli accennati significali. I Sant Agostino, che dieue del peccato varie definizioni ( il nostro Eusebio non mostra di super che la sua ) secondo i quattro significati che abbiamo distinti, ha fra le altre questa ancora : Peccatum est trasgressi a legis (t). Qui il peccato \ i definito secondo il primo ed originale significalo: Quae de finii io, dice il Bellarmi- no, generalissima est, et conventi in peccata omnia non snluin morum sed etiam naturae et artis ( 2 ). Onesto significalo della parola peccalo, che fu proprio in ori- gine, quasi intieramente pass, restringendosi essa ad esprimere de' mancamenti o di- fetti morali ; e a manca menti e difetti morali si riferiscono appunto gli altri tre signi- ficati. 2 . * Il secondo significalo, e il primo de morali , si qnello in cui 1 adopera 6. Paolo a significare il fomite della concupiscenza sussistente anco ne rigenerati ; il peccalo in questo senso non morte dell'anima, ma tuttavia un male appartenente allordine morale; e questo significato proprio considerato in relazione al prece- dente, nel quale la parola peccalo significa ambe un difetto delle natura e dellarte. Ed appunto iu questo senso che io dissi clic s. Paole chiama la concupiscenza pec- calo con propriet, consistendo la propriet del parlare dellApostolo in questo, che egli usa quella parola non gi a significare nn mancamento 0 vizio di qualche cosa inanimala, o di qualche essere privo dintelligenza ; ma bens di un essere intelligente e morale quale si l'uomo, e un mancamento che appartiene allordine morale. Il signor Eusebio mi negher qui forse che la concupiscenza sia un male spettante al- lordine morale? Quando mel niegtii riuscendogli nuova tal cosa, io gliel prover chiaramente: ma mi lasci ora procedere. 3. Il terzo significato, e il secondo de morali, quello che si definisce e carat- terizza ultimamente per t morte dellanima , quod est mors animar , e questo ab- braccia il [leccato originale e l attuale. Vero , che secondo 1 uso presente della pa- rola peccato, ella riesce pi propria adoperata in questo terzo significato, che non aia ne' due precedenti ; c perci il Concilio di Trento giustamente dice che la concu- piscenza ne rinati non si chiama peccato quod proprie et vere peccatum sii , appun- to perche, secondo 1 uso, chiamasi or peccato propriauieule quello che morte alel- I' anima. 4." Il quarto significalo, e il terzo de' morali, quello della definizione che por- la Eusebio di santAgostino, come fosse Tunica di questo santo Padre, non esse pec- catimi misi prarutn libere volunlatis assensum. cum inclinamur ad ea quae justi- tia velai et linde liberum est abstinere, la quale saulAgoslino stesso dichiara nel primo libro delle Ritrattazioni non abbracciare il peccato d origine, ma esser sola nien- te vera applicata a quel peccalo che sol peccalo, e non ancora pena del peccato come si pur l originale, propterea vera est quia id definitimi est quod tantum modo peccatum est, non quod est etiam poena peccali. Questa definizione non espri- me adunque che il peccato attuale in ispccie, non il peccato in genere come quella del Concilio di Trento, e il pretendere che non vi sia che questa specie di peccati, che cosa egli altro se non un negare il peccato originale? E tuttavia l'uso dimostra che anche in quest'ultimo significato si adopera la voce peccalo con propriet altret- tanto, se non pi ancora che nel precedente (3). fi) De contenni Evangclitl. , L. 11, c. IV. (a) De tlalu peccati, L. 1, c. I. (3) Nell definizioni! del peccalo di sant' Agostino, clic dice Factum rei tticlum vel eoncu- pitum cantra legati actcrnam Dei ( Lib. Il canlr. Fatiti., c. XXVII ), qualelie teologo diman- da perch il sauto Uotlonr non facesse intervenire la vuluut. A cui ltosia risponde _ c uni ititi Digitized by Google 119 Nella propriet dello parole ai possono duflqtie distinguere diversi gradi, c in diversi significati possono le parole stesse propriamente adoperarsi. Ora non vha nessun dubbio che, presa ne' due ultimi significati, riesca pi propria la parola pec- cato che ne precedenti ; ma non v ha dubbio ancora, che nel secondo significato, col quale s' indica pare un vero male morale, sia adoperata con propriet relativa se non assoluta; cio a dire in paragone col primo significato; sicch il dire con s. Pao- lo alla concupiscenza peccalo, pi proprio che il dirlo al nascer gnerclo, o zoppo, o rattratto della persona. Ed ecco in qual senso io dicevo aver l'Apostolo parlato con propriet, e lutto il contesto del mio dire chiarissimo lo dimostra. Volevo io dire: c non doversi credere che s. Paolo avesse chiamato peccato un dirotto o guasto materiale del corpo,* il che Sarebbe stato impropriet, ma egli os la parola peccalo a significare la concupiscen- za, perch quest un male che appartiene allo spirito, alla volont, allordine in una parola delle cose morali . E tuttavia se il signor Eusebio si fosse accontentato di dirmi: ( Fratei mio, il vostro sentimento chiarissimo ; tuttavia potrebbe parere a chicchessia di trovare nelle vostre espressioni una colale opposizione a quelle del Tri- dentino : # Vi ringrazio, io gli avrei riposto, ella stata nna mia inavvertenza non averlo preveduto, ed emender la frase o la dichiarer pi ampiamente in un altra edizione del mio libro . Or, quantunque egli non mi abbia parlato n ragionevol- mente n amicamente, tuttavia le sopraddette parole io ben voglio avergli dette, e gliele-dico ora, e gliele confermo. LXXXIIi. Per altro ben veggo eh egli, in vece dandar pago dell accettar che io fo in questo la sua osservazione, egli mi guarda tuttavia bieco, per aver io afier- mato la concupiscenza esser pure un male morale , bench non un peccato nel senso del Tridentino. Perocch, secondo lui, non che una naturale tendenza , nna naturale condizione deil'umana natura , (fi cui luomo provveduto tanto per- fellamente, quanto sarebbe se fosse stato creato nello stato di pura natnra, n pi n mono (i); di che avviene, come abbiamo osservato pi sopra, che, essendo Iddio l'autore della natura e di tutte le tendenze insite in essa, anche la concupiscen- za sia I opera di Dio stesso, e per buona: Vidil cuncta quae fecerat, et erant cal- de bona. A spegnere tant ardore d Eusebio tutto in favore della concupiscenza, ver- siain ancor dcll'acque di scienza attinie dal gran padre snnt'Agostino ; e mostriamo come il santo Dottore ( nella cui bocca pu realmente dirsi che parli in questo punto la Chiesa ) concepisca la concupiscenza per un male nell ordine morale. Hoc ergo concupiscentia carote, egli dice, nunguam concupiscitur bominis uflnm bonum, si VOl.UNTAS CARNI 3 ( 2 ) 071 CSt itomillis bonittl , ac per hoc MALA EST CONCUPI- SCENTI A, itisi ab tllicila voluptate fraenetur (3). Male si dice qui espressamente es- sanctum Augusti num abstinuisse in defini tione a mentione voi uni arii , ut comprehent/eret quo- que pecratum materiale , quod nullum exigit voluntarium ( De perenti in genere, Disserl. I, c. I). Non piace per a me una tale risposta, Perocch, non potendosi operare contro la legge eterna se non colla volont, parali che questa vi sia gi compresa. (1) R. A(T., f. 34. Non mi posso tenere di rivolger di nuovo al nostro Eusebio le pa- role di saalAgostino a Giuliano: Ecce adhuc diris c concupisccntiaiu naturalcm , ecce adhuc quantwn potes , susceptam tuam , ne possit quae sii inlelligt\ contegis ambigua veste verborum . Isto autern nomine ulens, et appellane eam t concupisccntiam naturai em, inter rjus opera c locare , conaris , qui ut dics. et rerum ri/, mundum fcct et corpora : cum dicat eam Johannes a Patre non esse. Deus quidbm mundum fecit et cofipoua prohsus omnia: sed ut con* PUS CORRUPTIDILE AOGRAVET ANIMAM, ET CARO CONCUPISCA r ADVERSU* SPIIUTUM, NON EST PRAECEDENS natura hominis iflSTirOTl , sed consequen* POEMA damnati. ( Opcr. Iinperf. corilra Ju!., L. IV, c. LXVII). Si possono desiderar parole pi chiare di queste a significare che la concupiscenza non appartiene allordine naturale delluomo, chella non una condizione della pura natura, ma una corruzione di essa? (2) Osservi qui nuovamente il sig. Eusebio come nella concupiscenza entri la relazione col- la volont. (3) S. Aug. contr. Jul.. L. IV, c. XVI. Digitized by Google 120 sere la concupiscenza , a cui per vuoisi far resistenza, itisi ab illcita voluptatc fraenetur. E mostra sani Agostino come ella sola la concupiscenza sia e sar mala fin che nell' nomo si conserver e non si torr via colla distruzione del corpo. Sunt ergo in nobis , dice in un altro luogo lo stesso Padre, desiderio mala , quibus non consentiendo non vivimus male : sunt in nobis concupiscentiae peccatomi n, (juihut non obediendo non perficimus malum, sed eas n arendo, nondvm per- eictmcs no xu m ( i ). E quest' appunto la dottrina dell' apostolo Paolo e la ragion vera per la quale egli diede alla concupiscenza la denominazion di peccato, con quel- la propriet che di sopra dichiarai, e non con quella che il Signor Eusebio ni' attri- buisce, in quanto cio trattasi di un mal morale: dottrina che seguila a spiegare egre- giamente santAgosliuo cos: L'irunqite ostcndit Apostolo, nec bonum lue perfici, ubi inalimi concupiscitur; nec malum lite per /lei. quando tali concupiscentiae non obedilur. llud quippe oslendil ubi ait: l'elle adjaccl mi/ti , perficere autem bo- num, non. Hoc vero ubi ait: Spirita ambulale , et desiderio carnis ne perfeeeri- lis. Aeque enim ibi dici!, Aon sibi adjacere faeere bonum : sed non perficere-. nc- que /tic dici t: Concupiscenlias carnis ne habuerilis : sed ne perfecerilis ( 2 ). Laon- de conchiude: Fiunt itaque in nobis concupiscentiae malae, quando id quod non licei , libel: sed non perficiuntur, cimi, legi Dei mente serviente , libidine s continen- tur. F-l bonum fit, quod id quod male libet, vincente bona delectationc , non fit: sed boni perfeclio non implelttr, quandi)/, legi peccati carne serviente , libido il- He, et quameis continealur, lumen movetur. Aon enim opus esse t ut continere- tur, itisi moverelur ( 3 ). LXXXIV. E pure, replicher qui il signor Enscbio, questa concupiscenza non pregiudica a battezzali. Distinguete, signor mio; non pregiudica, se vi si oppon- gono; e se no, ella pregiudica. Sentile la condizione dalla bocca dello stesso Concilio di Trento: A ocere non consentientibus, sed viriliter per Coristi Jesu grati am repvgnan ti bvs, non valet (4). Si dee dnnque non consentirle, ma ripu- gnare; dunque moralmente cattiva. Perocch al peccato che non si dee acconsentire, ni peccato che si dee ripugnare. Questa pur maniera di parlar comune. Ed or non v accorgete voi, che qui havvi pure qualche propriet di parlare chiamando peccato la concupiscenza, bench ella da s sola non sia peccato, quod vere et proprie pec- calttm sii, consistente nella morte dell anima ? Piacciavi adunque distinguere cos: Ne battezzati la concupiscenza si pu con- siderare r. da s sola; c come tale ella un male dellordine morale, all'uomo seb- bene battezzato inerente, la quale perci chiamasi peccato dallApustolo, quia e.c peccato est et ad peccatimi inclinai ; 2 . o in relazione coll' uso del libero arbitrio dell uomo; c in (al caso se questo, aiutalo dalla grazia, la vince, trae da quel male il bene del merito e la corona della riportata vittoria , avvenendo allora in lui clic qui legitime certaverit coronabitur, e che virtus in infirmilQle perficitur ; se poi cede, acconsentendo alla concupiscenza stessa ed alle sue opere, egli pecca , perch cede al (leccato, e il suo peccato s imputa a colpa di lui, che nc tu vera causa. E tuttavia dice santAgostino, elio anche in quelli che vincono la concupiscenza un male, perch impedisce loro la perfezione del bene. Convien dnnque ricor- rere anche qui alle due forme di bene e di mole morale di sopra da noi distinte, lima che aderisce a noi senza I' opera della nostra libert, l altra che nasce dall opera della libert nostra, e questa seconda il merito ed il demerito. La concupiscenza impedisce che sia perfetta in noi quella prima forma di santit che ci santiiica col .(1) De continenlia, C. Viti. (2) Iti. (3) Ii. (4) Srsi. V. Decr. ite pece. orig. Digitized by Google 121 solo aderire alle anime nostre ; ma ne rigenerati ella non impedisce il inerito, anzi presta ad esso bella occasione , n impedisce gli eliciti del merito, i tpiali sono an- niento di grazia, e affinamento di virt e- sempiterna mercede. Ond' clic ipieslii ( il merito ) va vincendo ogni d pi ne giusti il male di quella ( la concupiscenza ) e indebolendone le forze fino che, deposta la carne corruttibile che n il principio, sia tolto ogni impedimento alla perfezione del bene; e ricuperata una carne incorrut- tibile nella risurrezione, che anche rigenerazione delta acconciamente da Cristo, in tutto luomo trionfi Cristo, lutto l'uomo sia rinnovellato ; riportato il fruito compilo della sua redenzione: F.rit quandoque eliam perfectio boni , per continuarmi sempre con santAgostino, quando erit consumplin mah: illud erit summum, hoc crii uul- lum. Quod si in isla morlalitate spcrandutn pulamu s, fa/timur (i). Fallimur , di- ce il. santo, perch qui dobbiam pugnare con quel vizio che ci rimane anche dopo il battesimo, bench ogni reato di esso sia tolto, et cujtis mali realu jam eliam sotti- tus per indti/genliam, ne (itene existimel esse quod fedi , ad/iuc cusi svo vitio pugnai per continenliam ( 2 ). Ma quel vizio poi tolto del tutto nella vita avvenire, e iu questa stessa va miouendosi, perocch Atnil ut sint ella vitia in illa quae futura est pace regnantibus: quandoquidem in isto bello quolidte minuunlur in proficienlibus , non peccata solum, sed ipsae quoque concupiscentiae , cimi qui- bus non consenliendo conjligitur, et qtiibus consentendo peccatur (3). E per in quella pace beata, in cui regnando i giusti si trovano, sar pienissimamente retta la lor volont appunto perch le cesser anche l' inclinazione che per natura e per ne- cessit, ripugnando e dolendosi il libero arbitrio, verso il male ella tiene quaggi : quibus duobus ma/is gene ribus omnino pereunlibus, quorum est unum praeceden- tis iniquilalis, aherum consequenlis infelicilatis , erit uomikis siete olla pra- vitati:, volo nt as recta ( 4 ). LXXXV. Laonde che la volont resti al male inclinala anche ne' battezzali non c ano ereticale svarione s (5), come lo chiama il sig. Eusebio Cristiano, ed pi to- sto un ereticale svarione raffermare il contrario. Perocch non solo sant'Agostino dico che la concupiscenza inclina al male anche la volont de* battezzali, bench, combat- tuta loro non noccia, ma lo stesso Concilio 'di Trento lha espressamente definito col appunto dove dice che ne' rinati rimane il fomite che ad peccatvm incuti at: alla qual decisione risponde a pieno il senso di quelle mie parole che Eusebio condanna siccome eretiche, e che riferisce alterate al suo solito (6), le quali restituite alla loro in- tegrit, sono queste : Rimane ( ne giustificati ) la volont naturale inclinala al male ( concupiscenza ) ; ma ella non oggimai pi cagione alluomo di dannazione 1 ; u queste altre: In tale stato esister il peccato, ma oggimai senza dannazione, cio (ec- co la spiegazione che esclude Gn I' ombra di quel peccato, quod est rnors animae ) cio esister una inclinazione al male della vulunta naturale, ma questo non danne- c r pi luomo . Ma il signor Eusebio s attacca a quelfocciMAi, e cosi argomenta: Se ne battezzati oggimai la concupiscenza non pi cagione all uomo di dannazio- ne ; dunque ella cagione ne non battezzati. Ma la concupiscenza non cosa libera nell'uomo, ma necessaria. Dunque voi incorrete nella proposizioue condannata m (t) De ContinenUa. C. Viti, (4) ivi. (5) R. Aff. XI, f. 45. Leggasi la noia ( u u ) in relazione alle parole del lesto che co- minciano. ( Si porga mente ad un altro non meno ereticale svarione ecc. i. Nella questione seguente risponder pi ampiamente alle maligne c false imputazioni contenute nell Alfe bina- zione XI. (6) Si confrontino queste parole anali sono riferite da Eusebio face. 43. del suo Librilo , c quali sono nel mio Trattato della Coscienza f* 58 c jt, e leggasi sopra tutto il couleslo. Rosmini Vol. XII. ili Digitized by Google 122 Michele Bajo: Homo peccai elnm damnabiliter in co r/tiod necessario facit (i). Non magnifica questa argomentazione (>.) ? Peccato che egli non abbia ioteso la forza di qoell in renatis nel decreto del Concilio di Trento, che risponde a capei- 10 al mio oggimai. Itane cnncupiscenlam , dice il Concilio Sanila Synodtts de- clorai , F.cclesiam calholicam nani/ nani intcllcxisse peccatum appellar i, r/uod ve-, re et proprie in rf.natis peccalum sii. Ne rinati, dice il Concilio di Trento, og- gimai la concupiscenza non si chiama pi peccalo, quel (leccalo che veramente e propriamente tale, cio che d la morte e la dannazione allanima. Povero siero Con- cilio di Trento, che siete venuto alle mani di Etisrbio mio, il quale colla sua logica are-finissima vi convince di essere gi incorso in uria proposizione dannala in Bajo I Esse non sono baje da vero; perocch, avendo voi detto che la concupiscenza non quel peccalo vero che d morte all'anima ne' rinati-, dunque ne non rinati, secondo voi, la concupiscenza quel peccato vero che uccide 1 anima. Ma la concupiscenza non gi nell'uomo libera. Dunque voi aficrmnte ci appunto che Baio afferma, cio che Homo peccai etiam damnabiliter in eo quod necessario facit. Scioglietevi o sa- crosanto Concilio, da lai legami, in cui il terribilissimo Eusebio meco vi siringe, se voi potete (3)1 (1) Si noti ebo lerrore in questa proposizione sta tutto nella parola damnabililer , o per questo fu giustamente condannala. (2) Il sentimento da me espresso, che la concupiscenza e i disordini da lei necessaria- C mente e non liberamente derivanti sieno effetti cd atti dell* originai peccalo, e in questo, co- c me in loro causa, si possoa ridurre , mi valsero dal sig. Eusebio due censure fra lor con- trarie. Qui vuol applicarmi la sentenza condannata di Bojo, Homo peccai etign i damnabiliter m eo quad necessario facit , e vuole che io mandi tutti all inferno per queste opere inevitabili della concupiscenza. Alcune faccie prima del suo libello mi dava la taccia opposta, intraveder do in quel mio sentimento l'errore chio volessi salvar tutti, anche quelli che commettevano peccati attuali e liberi, col pretesto del peccato d* origine. Non si cbiarna questo avere le luci acute ! 11 trovare i due errori opposti nel sentimento medesimo d* un autore I E odasi con quanta pene- trazione rinvenga errori si contrari. Alla face. 19 dico cosi: Quando il sig. Rosmini fa con- c sisterc l essenza del peccalo originale anche in molti disordini morali che nascono in questa c vita t ( grazie sig. Eusebio, de* bei regali che continuamente mi fate ! dove avete trovalo mai eh* io faccia consistere l 'essenza del peccato originale in quei disordini eh io anzi chiamo effetti ed atti di esso? perch andarvi pascendo nelle maligne tenebre del vostro cuore di tali bugiarda Bciempiaggini ? ma andiam pure avanti ) c Quando il sig. Rosmini fa consistere l* essenza del (2), rendo oscuro il mio dire avvolgendolo quasi in frasche 1, e con un certo mio contorto fraseg- giare inganno altrui Gno a farmi creder ragionatore 1 ( 3 ). ' Et quid plora, fratres t Hoc est peccatum naturar, fu od est Jumut acuti, quod feltri cor- pori, quod dulctssimis fonhbut amara alttdo ( Serro. Ili }. reggasi di nuota come tutti que- sti effetti del peccato dorgine si descrivono, quasi fossero il peccalo stesso originale operante. Ma, per non esser infinito, bastera.nmi addurre ancora la testimonianza di s. Bernardo, il quoto dice che I originai peccato un veleno che ai diffonde per tulle le eli della vita : W et atiler nihilo minuM in vniversam dilatatur uetalem , ab ca ecilicet die , qua tua qucwque conciali, usque ad Cam , qua communi s eum recipit maler. Alioquin linde grave jugum super omnes et tota Jiiiot Adam, idquc a die exitue de ventre mairi* eorwn , usque in diem aepuUurae in matrem omnium 1 In tordibus generamur , in tenebri canfovemur , in doloribu parturimur leccatum ex uno in conderouationem : gralia autem ex mullis delictis in juslificalionein. Et grave guider omnino delictum itlud originate, quod non *oiurn personam infecit, ted et na- turai ( Feria IV hebdom. penosa de Passione Dom. ). (1) Relract., L. Il, XII, - (2) R. Aff. Ili, t 15, (o). (3) Ivi. Per dimostrare meglio quanto io confonda le idee, e quanto egli ben le distin- gua, dice : c Talora confonder ( Rosmini ) I appetito animalesco dell uomo coll appetito in- , quasich la coscienza non fatta possa dirsi coscienza, quando anzi, in contraddizion meco stesso, io pur riprendo l' espres- sione di c coscienza dubbia > siccome manchevole di propriet. La punta del vostro ingegno , signor Eusebio, dee esser certo acutissima, perch voi, mirando, non vedete solo le cose mini- me, ma anco quelle che sono del lutto invisibili, non esistendo. Enel vero, dove ho io mai di- stinto la coscienza in quelle due specie che voi sognate, cio nella coscienza fatta , c nella co- scienza non fatta f Quello che io distiosi furon gli stati delf animo t cosi dicendo : i Qui si ( scorgoao adunque due stati dell* animo nostro relativamente apa coscienza, il primo quello ( nel quale lanimo ha la coscienza fatta , e il secondo quello nel quale I* animo non ha ancora una coscienza fatta i ( Trattato della Coscienza , f. 76 ). Non sono qui distinte due specie di coscienza, come, travedendo , voi supponete , ma due stati delf animo, I* un dequali ha, e l'altro non ha la coscienza. Quindi c che la Sezione prima fu da me intitolata c Regole del. a c Coseieoza gi fatta s ; ma la Sezione seconda non ha gi per titolo: c Regole della Co - c scienza non fatta j, ohe sarebbe un assurdo; ma il suo titolo questo: c Regole. che dea c seguir l'uomo elio non s* fatta ancora la coscienza > Vedetelo alla f. 153 del Trattata della Coscienza. Vide adunque il nostro Eusebio, colla punta del suo ingegno mirando, quello che non vi ; e cosi per provare con efficacia la mia confusione d' idee, mi prest la sua pro- prio ! Quanto poi al nominare che fo io stesso talora la coscienza dubbia, niuno sconcio no pu venire dall'istante che io ho gi spiegato io che senso prendono i teologi quest' espressione e concessi la usino per una cotal forma spedila di favellare ( f . 154 ). (1) Le parole in carattere rotondo sono proprie parole dell' eretico Giuliano, il quale po- trebbe accusar di plagio II signor Eusebio. (2) Conir . Jul. Pelng L. II, n. 11. Rosmini Voi. XII. 4t 2 130 fesa ritiene una mala piega, una trista abitudine ; e recai a provarlo uno dei molli bei passi che ha sant Agostino sulla gran forza della consuetudine (i). Ma egli in queste parole vede un gravissimo errore fuor dal cannocchiale dello sragionamelo che vi fa sopra : il quale si questo : c Si noli, dice, che quest au- * toril di Agostino dal Kosmini si arreca per dimostrare il falso assunto, che se- ti condo la dottrina cattolica pu esser nelt uomo e vi uno stato difettoso della t volont , che in s ha la nozione di peccalo c non quella di colpa i . Premessa que- sta avvertenza, cosi egli argomenta : o Or affinch questo passo provi alcun che al proposito, dovrebbe confermare, e che chi per consuetudine inveterata non resiste alla passione ed ha mutalo il vizio, quasi dissi, in natura ; non abbia a stimarsi reo di niuna colpa in quegli atti pes- simi che eseguisce (?.). E qui una lanlaferala di cotnunal teologia per volermi convincere che chi pecca per consuetudine reo in causa, perch egli divenne schia- vo della consuetudine per sua colpa. Ma da vero eh io con sapevo trovarsi al roon- do un tanto gocciolone, il quale mi rinfacciasse eh' io non riconosco la colpa in cau- sa di quella consuetudine, eh io stesso incomincio dal descriver cosi: Talora la vo- Ionia soggiace alla necessit del male per caciosi: di una colpa precedente !!! Ma come duoque volete voi dimostrare collesempio dei peccali che si fan- no per necessit della consuetudine, che secondo la dottrina cattolica pu esser nel- I' uomo c vi uno stalo difettoso della volont, che in s ha la nozione di peccato e non quella di colpa ? Posto che voi credete, bench a torlo (3), che io questo dimostrar volessi; leggete meglio la proposizione che, secondo voi, intendo io dimo- strare. Non ci vedete dentro quella parolina in s?0 siete di nuovo tant' accecato dalla sconcia passione, che non possiate por leggere quel che sta scritto ? Che cosa in se, se non un relativo w causa (4)? Col dire dunque che il peccalo del consue- tudinario, quand necessitato dalla consuetudine, ha in s la nozione di peccato, o non quella di colpa, si viene a dire che in causa poi egli ha altres la nozione di colpa. Ma leggetelo egualmente, se non pi aperto, alla faccia 86-87 del Trattato della Coscienza, e poi venite dicendo abulcns tardiusculis cordibus hominum , ch'io vengo a scusar da colpa in causa que peccati che procedon da mala abitudine. Vui troverete, e dovreste aver pure trovato (5) in quelle faccie scritto cosi : 1 Rispondo, i che la volont di sua natura non necessitata a voler il male, se non da qualche u avrebbero avuto altri peccali, s'egli non fosse venuto, e fra questi l'originale; ma perche non avrebbero avuto quel peccato che tutti gli ab- braccia, tutti gli altri aggrava, e li rende tanto piu colpevoli, quanto pi liberi e ad occhi aperti da lor voluti. IIoc est pcceatwn de quo itidem dicit: Si non venissem pcrcalum non habcrcnt. tiumquitl cnim alia innumcrabilia peccata non habebant? Sed adventu cjns hoc unum peccatala accessit non credcntious , quo caetcra tcncren- tur. hi crcdcnlibus antan quia hoc unum defiliti factum est ut cuncta dimiltcrcntur credentibus. Acque ob aliati aposlolus Paulus. Omncs, inquit, pcccavcrunt et egent gloria Dei, ut qui creditlcrunt in eum non confundantur (3). Resta a vedere, dico sant Agostino, se quelli che furono uvanti Cristo, c non udirono il suo sermone, po- tevano avere scusa de lor peccati, avendo soggiunto Cristo: A'unc aulem excusatio- nem non Jiabcnl de peccato suo. Risponde il Santo: Scusa si, ma scampo no: scusa potevano avere i gentili del non aver saputo, del non aver avuto formolala la legge della salute e del ben fare; ma scampo non potevano avere, perch il peccato origi naie e gli altri attuali senza la fede in Cristo e la volont di osservare i suoi mandali non si rimettono- He fiat inquircre , utrum hi qui prius qitam Christus venirci in Eccle- siali i ad gente s , et priusqutun Evangclium cjus audii crii, vitae hujus fine piace enti sunt seti firacvcniiuilur, possimi habcrc Itane excusalionem ? Possunt piane, sed non ideo possunt rjf 'ugcre datnnalioncm. Quicumque cnim sinc lege pcccavcrunt, sinc lc- g c peribunt: et quicumque in lege pecca veruni, per legem justjjicabunlur. (4) La scusa (1) Io E, ire. Jo. semi. LX. (2) Ivi. (3; Ivi. S. Tommaso riconosco talmente il debito che hanno gli uomini di approfittarsi della salute del Salvatore per mondarsi dell* originai peccalo , ebe dichiara lino impossibile che il porcaio' originale si alia negli adulti con soli peccati ventili ; perocch, egli dice, c gi un porcaio mortole il noo ordinar s slesso al debito line toslocb l* uom tocchi gli anni di lla di- screzione . ntlenendo cosi per la grazia la remissione del peccalo d origine ( Vedi la Somma 1. Il, LXXXlX, vi ). (4) In Jo. Traci. LXXXlX. Non venga qui il signor Eusebio a straziare sanlAgoslino, c a dirgli i non crediamo si possa addurre n un testo n un esempio solo di persona adulta, elio senza aver commesso grave colpa attuale , pel solo originale peccalo sia perita Ira' re- c probi > ( R. AfT. Vili, f. 32 ) ; ovvero a morderlo perch mandi in dannazione, it qui prius quarti Christus venir et in Ecelesiam ad gente* , vita e hujus Jiae pra eventi sunt seu prat vmiuntnr , c quasi olle manchi allatto ogni aiuto attuale di grazia di Dio ai non battezzali : , come afferma il signor Euse- bio ( 2 ). Quando poi alla legge Jbrmolata , a troppo giusta ragione scoss ella i'indigna- zion d' Eusebio, il quale ad ogni cosa clic non intenda, s irrita, come d' un offesa che gli sia fatta. Ma checch possa avere scritto sant Agostino c gli altri padri, Eusebio continua senz atterrirsi dicendoci; Eccone la legittima iriterpretazioue, secondo i Padri c il contesto 1 (3); e mette fuori la sua. (Non voglio esamioare se l' interpretazione d' Eu- sebio sia tanto contraria a quella che io abbracciai, com egli si crede per ignoranza, o fa le viste di credere per malizia; diro bens che un affermare cosi reciso, da far credere che una sola interpretaziune vi sin di quel passo, condannando d'un tratto solo tutti i padri, e saeri interpreti che altramente lo spiegano, non da uomo assennato e delle Scritture intendente ; ma da teslicciuola (parlo dun uomo che non si conosce, e per non in danno d'alcuno, e a vantaggio solo del vero ) quanto piccola e ineru- dita, dura altrettanto. XCI. Ni. (4) II. AIT. XIII, f. 49. (5) Ivi. Il signor Eusebio , che mostr di supero si ben ricamare il suo libello teolo- gico di sottccismi e di barbarismi non poobi , crede clic ricadere noa abbia altro significalo Della lingua nostra, che quel di cader di nuovo ; quando anzi ha pur quello di cadere templi- cernente , e 1 esprime con pi di forza. Laonde muno trover che il aiscorso eh* egli afierma essersi da me messo io bocca al Signor nostro, sia quale egli lo si compose. Conciossiacli lo parole mie non sono altre che questo da fui mozzate, che intere io riporter, acciocch giu- dichi il buon senso d chicchessia, se contengono quel eh* egli lice : Digitized by Google 134 capo ; ma non essendo lor tolte, ansi aggravate, danno loro pi forte in sul capo : ci che esprime la maniera ricadere in capo >, se pur sapete italiano un po pi che latino (i). i avuto il peccalo originale e le sue ), srd et sancii/cnlio, et renoi'atio interioris uomi- ni s per volunlariam suseeptionem gratiae et donorum , un de homo e.v injuslo fil just us, et ex inimico amicus, ut sii haeres secun /uni spem ditte aelernae (3) ; o di questa giustificazione e rinnovazione unica formalis causa est juslitia Dei, non qua ipse justus est, sed qua tios justos facil ; quia vide licei ab eo donali, reno- vamur spiri tu mentis nostrae. et non modo repulamur , sed vere gusti no- minamur et sninus, justitiam in nobis recipientes , unusquisque suam, secundum mensuram, quam Spirilus sanctus parlitur singulis pr ut tuli et secundum pr- priam eujusque dispositionem et cooperationem (4). E di questa rinnovazione deli uomo interiore di cui parla il Tridentino, che si fa spiritu mentis nostrae, io ragionai quel tanto che mi bisognava nel Trattalo delia Coscienza ; c di quel che ne dissi, uno sdegno si sconvenevole ne prose Euse- bio, che gli dett I ultima parte del suo libello, dove in contumelie contro di me. ed in errori suoi propri vince s stesso. I quali errori dovendo io dimostrare, giover che prima brevemente esponga la dottrina intorno alla rinnovazione dell' uomo interio- re che si fa nel santo battesimo, qual Tu da me esposta nel Trattalo della Coscienza. C1I. Avendo definito il Concilio di Trento che il peccalo originale con cui na- sciamo, est unieuique proprium (5), egli chiaro che quantunque sia un peccalo (1) Obesset ista carni i concupiscenlia eliam tantummndo quod inesset , aiti peccnlorum rtmissio sic prodesset, ut quae inest et nato et renato , noto quidem et inesse et obesee . renaio aulem massa quidem , sed non osisss possi! ( De peccato o riviri, conira leia e. et Coelel., c. XXXVIII). (2) S. III. Sappi., XCIII, ni, ad 3. (3; VI., De iushf., c. VII. (i) Scss. VI, c. VII. (S) Non sar inutile ribadir qui uni verit s importante, elle net sistema d' Fesebio detta itOSMINI Vol XII. 411 .Digitized by Google 146 della natura umana perch con qnesla insieme si propapa, tnllavia la persona slessa che Io riceve ne resta affetta. E per insegna s. Tommaso colla solila sua sapienza, che se nel peccato attuale di Adamo la persona fu quella che infett la natura, nel- 1 originale la natura che si propaga ne' posteri, quella che infetta la persona: Et ideo dicilur tjttod tu prore. un originali i percoli, persona ( Adam ) inferii natu- rami sed pottmodwn in al/is natura vitiata tnfecit persona ( i ), dum sci/icet genito imputatur ad culpam naturac nitium propter vo /unta lem (liberato) primi parenti s ( 2 ). La dultrina adunque dell originai peccato non pn chiarirsi, se non si cerca di ben determinare i due concetti di natura e di persona ; e questi due concetti io svol- si a lungo nell Antropologia , a cui nel Trattalo della Coscienza feci allusione, supponendoli noti, e rimandando col a vederne la spiegazione que lettori che uaves- ser bisogno. Sgraziatamente il nostro Eusebio uon credette d averne quel gran biso- gno che pur ne avea ; e quindi nulla, nulla affatto pot raccapezzare iti quant io dissi in su tale argomento nel Trattato della Coscienza : n se ne tacque perci, anzi ne parl, appunto per questo, con maggior sicurezza e indiscrezione. CUI. Avevo io dunque mostrato, che il principio attivo che trovasi in nn esse- re intelligente quandegli tale che non ne abbia alcun altro di superiore, di guisa che esso si possa chiamar Supremo, costituisce la base della persona: onde questa fu cos da me definita : La persona un soggetto intellettivo in quanto contiene un principio' attivo supremo (3). Gli altri principi e potenze adunque dell'uomo, che non sono supreme, appartengono per s alla natura umana ; alla persona poi non 'spettano se non in quanto a questa, che il principio attivo supremo, stieno effetti- vamente subordinate e da esso sieno mosse e governate. Ui qui discende, che ci che veramente peccato ( guod mors est animae ) non pu risedere che nella persona ; ond io nelle diverse mie opere ragionando di tali cose partii sempre dalla seguente definizione del peccato, in senso vero e proprio: Il peccato una declinazione della volnta personale dalla legge eterna ; decli- nazione che pu essere attuale o abituale. Per volont personale poi io intesi lo stesso natura sana riman perduta, con alcuni argomenti che deduce a confermarla il celebre Estio dalla Scrittura, dal Concilio di Trento, e da* santi Padri. 1. argomento : Scripturae enim ipsis nascenti bus peccatum , iniquitatem , immundiiiam trbuunt velai inuaercntcm ob quam iidem ipsi merita cu/pentur et a fat'ie Dei projieiantur. 2. argomento : Cam ergo inler Catholicos contici , hit qui in Chnsto regenerant ur , t/i- ternam inhaerere jusiitiam singulti propriam , quemadmodum Sess. VI , can. VII , et can. X et XI, Concilii Tnd. de finii uni est constare elioni debel iis qui nascuntur ex Adam propriam kt interna* iNJi'STiri am incs$e. Qio argumenlo ulilur Augustinus Lib. I. De I*eccatorum me- ritisi cap. IX et X, docens ex eo quoti Chhstus dal JUehbus occullissimam sui Spiritus gra - ti am , quarti latenter infurili et porvu/is , etiam Adam occulta tabe carnalis concupisce n tiae, tabificasse in se omnes de sua stirpe venientes . 3. argomento : Posterius ( argumenlum ) ex ejusdem Sgn. Trid. Sess. V, can. V, ubi dicilur in renahs Deum nihil odsse. Ex quo evidenler colligitur nondum renatis inesse ali quid quod oderit Deus. Atque haec Condili senlentia evertit J'undamentum eorum, qui parvulo negant peccatimi esse inter num. Jjunt enim nihil inesse parvulo , ni si quod in co Deus rondi- dii . quod verum esse non palesi , si in parvulo juxia Palrum sentenliam alu/uid oderit Deus , cum Scriplura teste ( Sap . XI) Deus nihil oderit corurn quae ferii. Et sane idem sui erroris fundamentum slamerai olim Pelagtus et dtscipulus ejus Coelestius , ut potei ex Augustmo. Lib. De Peccato originali , cap. VI et XIII. Suo hoc errore, quemadmodum ibidem Acgu- STIISUS DOCET PLANE EVERTIT UR FIDES CATDOLICA DE PECCATO ORIGINALI (lo l. SeDt., DislinCt. XXX, VUI ), (1) In Ep. ad Rocn. V. (2) Vorrei io ben sapere dal signor Eusebio, io che modo possa essere, se la natura sana come egli pretende, che ella infetti la persona. Col suo sistema della natura sana c solo priva di grazia, egli costretto ad ogni istante non solo a rinunziare alla dottrina di s. Tommaso, ma anco alle dottrine della Chiesa, come di continuo apparisce. (3) Tutto il IV libro dell* Antropologia svolgo questa definizione, tacendosi ivi ampiamente conoscere la differenza che passa fra la natura c la persona umana. Digitized by Google 147 principio nllivo supremo, che da 8. Tommaso viea pure chiamalo prmum princi - ptum molimim homins (i), e a cui solo egli attribuisce il peccato. CIV. Essendo adunque il principio attivo supremo dell uomo quello in cui solo tiene sua sede tanto il peccato e l ingiustizia, quanto la santit c la giustizia ; gua- sto e perduto il principio supremo, guasto c perduto luomo, salvalo il principio supremo, salvato 1 uomo. E in altre parole : sanala la persona , e sanato I' uomo -, eziandio che rimanga non interamente sanata la natura dell uomo : qualsivoglia inord: nazione nella natura umana non pregiudica all uomo, purch essa non giunga a corrompere la sua persona. Movendo da questo preliminare, io mi occupai nel Trattato della Coscienza a dimostrare, inerentemente al linguaggio della Scrittura e della ecclesiastica tradizio- ne, che nel santo battesimo viene tolto via de! lutto e annullato il peccalo originale appunto perch vien purificato e santificalo 1' uomo nella sua parte suprema, cio nella sua stessa personalit, niente progiudicaudo poi che rimanga in lui dell' inordi- nazioue ancora nelle parli inferiori, le qoali non souo piu personali, losloch son di- vise dal principio attivo supremo che le riprova, ma costituiscono solo uua parte di sua natura. Ora a intender chiaro come io condussi quella dimostrazione, le dottrine intor- no la volont e la libert da me esposte nell Antropologia aprono la via \ delle quali non posso che dar qui un brevissimo cenno, ma sufficiente, io spero, al mio intento. CV. In che maniera si pu determinare, qual atto, o in genere quale attivit sia personale nell uomo? Dal vedere se essa c la suprema, ovvero se sia mossa dall attivit suprema, alla quale le altre attivit che son nelt'uomo soggiacciono ( 2 ). Secondo questo principio pu dirsi in primo luogo, che in tutti quelli che hanno (1) S. 1. Il, LXXXl, 1. E nella I. II, LXXIV, iv, dimostra clic peccatum mortale non potrai esse in seneuaiilate , sed so/um in rottone, perch ordinare aliquid in finem non est sen- sualitatis , sed aotum rationia. Jnordt natio antem a fine non est m>i ejus cujus est ordinare in finem. E nellarticolo vii prova anche coUautorit di sanl'Agosiino [De Trini t. XII, XII) che pec- catum est in ncTio.NE superiori ne'la quale sta fio anco il peccato della dilettazione morosa ( art. vi). (2) Jntrof oi., L. IV, c. IX, a. Il, $ 3. Distinguasi i attivit personale in due parli; l. il movimento dell'attivit suprema dell' uomo, 2. il movimento delle altre potenze o attivit dell' uomo mosse dalla suprema. Quella la parte formale deUattivit personale, questa u 1 la parte materiale. Se le potenze o attivit inferiori si muovono nell' uomo senza che la suprema le muova, o che accoosenla al loro moto; tali movimenti non sono personali , ma semplicemente naturali . Giustamente adunque nel guasto delle potenze inferiori riposero gli scolastici la parte materiate dell'originale peccato, e posero la parte formale nella mente avversa a Dio; la qual mente appunto il principio attivo supremo, il principio personale, primum principiala motivum ho minia. Se si domanda adunque se ne' movimenti delle parti inferiori delluomo consista il peccato, dee distinguersi con s. Tommaso cos : Se questi movimenti nascono come da loro prima causa dal principio supremo son perso- nali, e per peccaminosi. Se poi nascono a dispetto de! principio Supremo che non li vuole, ma non li pu impedire, non sono peccati, perch non personali ; sono semplicemente un disordine della natura che av- viene in no i# (natura) aine nobis (persona). Pu adunque la ribellione della concupiscenza esser peccato avanti il battesimo, e pu ella stessa, ebo manet actu, non essere pi peccato dopo il battesimo ; e ci perch avanti U batte- simo ella era unita col priocipio supremo dell uomo verso di essa abitualmente piegato e quasi consenziente; e dopo il battesimo disgiunta da quel principio supremo, clic da Dio tiralo, verso Dio gi si elev ed eresse. Notisi bene, ebe la materia , se unita colla forma , costituisce una cosa; ma se dalla forma divisa, non pi parte di quella cosa elio colla forma costituiva; ma lui r altro. Cosi un corpo tino a tanto ella unito all' anima parte di un uomo; ma uu ca- davere che n diviso non pi parte di un uomo; luti altro, semplice materia bruta. Come dunque I' Attivit delle parti inferiori nell* uomo cessi di formar parte del peccalo originale dopo il battesimo, separando! dalla loro forma (la parte superiore c personale), ci che noi appunto stiamo esponendo. Digitized by Google 148 l'uso della libert , latlo di questa personale : in quelli poi che non lhanno, l'at- tualit personale appartiene alla semplice volont (i). La libert poi fu da me fatta consistere nel potere che ha luomo sulla propria volont , cio nel poter muover questa ad una volizione conforme alla legge eterna, o ad una volizione contraria; prendendo io una tal definizione da s. Paolo, che egre- giamente descrive la libert in quel luogo, ove dice : potestatem autem iiabens SUAE VOLUN TATtS ( 2 ). La volont all' incontro non che lappetito razionale, cio la facolt di appetire il bene conosciuto. Parlai a lungo de limiti della libert , mostrando ch'ella condizionata nel suo operare allo stato della volont , che il mobile ch'ella muove; ma che or pi or me- no resiste al libero arbitrio, setondo che essa volont impressionala variamente dai vari beni che Tuoni conosce e che fanno in lei attualmente, ovvero anco abitualmen- te impressione. Quindi che, come osserva finamente s. Tommaso, gli abiti , sieno naturali o sieno acquisiti, sono contrari alla natura del libero arbitrio, poich se libertini arbi- trium indiJJ erenler te habet ad bene eliqendum tei male , gli abili all incontro in- clinano T uomo ad operare in un modo pi tosto che nell altro, e cosi tolgono l e- quilibrio (3); e il medesimo dicasi delle passioni. AH incontro non punto contra- rio alla natura della volont eh ella sia investila dagli abiti o dalle passioni ; onde insegna il medesimo s. Tommaso, che concupiscenlia matjis facit ad hoc . L. IH, sez. Il, 0 , IX. (3) S. I. LXXXIII, 11 . (4) S. I. Il, VI, vu. Digitized by Google 149 Qualora lnhiio e la passione della volont giunga a un cerio grado d'intensio- ne e di fona, il libero arbitrio cessa dal suo esercizio, come avvini ne celesti com- prensori, pcroccli luomo in tal caso non pu pi scegliere Tra le due volizioni con- trarie: lo stesso avviene se manchino gli oggetti in fra cui scegliere. Ora quando la volont opera semplicemente a seconda de suoi oggetti (del Ite- ne conosciuto), senza che intervenga libera scelta fra gli atti suoi, ditesi chella ope- ra in un modo spontaneo. Sella poi mossa dal libero arbitrio, dircsi chella opera in un modo libero. Premessi questi principi generali, scorgesi la verit delie seguenti proposizioni: 1. Ogni qualvolta pu operare il libero arbitrio nelluomo, e dentro la sfera in cui egli pu operare, 1 atto suo l'atto personale quello in cui ha sede il peccalo, o 1' alto retto contrario, la colpa e la lode eco. Quindi il libero consenso un atto per sonale, appartenente cio al principio attivo supremo dell' nomo (i). 2 . gni qualvolta non pu operare il libero arbitrio, ma la sola volont, lalto o lattualit prevalente e suprema della volont fra le spontanee la personale. CVI. Applichiamo tutto ci alla giustificazione dell uomo che avviene nel santo battesimo, paragonando gli stati morali delluomo avanti di essere battezzato, e dopo di essere battezzalo. Avanti battezzato, il principio personale delluomo avverso da Dio e converso alle creature, e perci in lui il peccato: la sua persona dunque peccatrice. Dnpo battezzalo, il principio personale delluomo rivolto a Dio e non alle creature, e per- ci non havvi pi in Ini il peccato bench soprastia il fomite della concupiscenza ; o ci perch questo fomite si rimane al di sotto del principio supremo, non fa pi f ef- fetto di curvare verso il sensibile corporeo lo stesso principio supremo che quanto dire la persona umana, ma inclina oggiinai ad esso le sole potenze inferiori alla su- prema ; laonde il guasto rimane nella natura , ma non pi nella persona : cosi luo- mo salvalo, poich l'uomo la persona. Or come avviene che il principio attivo supremo ( la persona ) avanti il battesi- mo sia conversa abbandonatamente al sensibile corporeo, e perci avversa da Dio? E come poi avviene che mediante il battesimo il principio supremo ( la persona ) a Dio si converta ? Rispondiamo a tutte due qneste interrogazioni, e innanzi, alla prima. Convien premettere, che luomo, fossanco quanto alla natura sano e perfetto, non pu per innalzarsi colle sue forze alla percezione o cognizione soprannaturale di Dio ; ma bens pu egli staccarsi da quella, se Iddio graziosamente comunicandosi a lui, gliel abbia conferita. E cosi fece I uomo primo peccando ; il quale rimase rolla sola natura sua, guasta ed offesa onch essa dalla disordinala concupiscenza ( 2 ). Si- mili a lui nacquero i figliuoli : la volont de quali non sostenuta dalla grazia, pende verso il bene sensibile ; e ci necessariamente c abbandonatamente ; perocch essen- do la volont la potenza di appetire il bene, ella non pu astenersi dal tendere a un bene die sperimenta, se non in rispetto ad un altro bene che le sia presentato, col- li) Cosi >. Tommaso lo vien provando : In ormi judioio ultimo icntentia perline! al stttt- md* jcdu- ATOR iuM. linde coni regula teifis divinae sii superine, eonset/utnt eri, ut ultima sententia per yuam judicium Jnaiiter terminalur y pertineat ad hationem scrzaioazH, i/uae intendi t 1 aliontbus atterrili. Cum autem de pluriltus occurmt judieandum , finale judicium est de eo tjitad ultimo nerumi. In actibus autem humanis ultimo occvrrit ipse aclus praeambulum au- leti est ipso delectatw yuae induci t ad actum. Et ideo ad rationem superiorem proprie per- line! constino in actum. (S. I. Il, LXXlV, vii). (2) (Iunior anco non si sapesse render ragione di questo guasto della natura umana , non si dovrebbe perci rifiutarlo, dacch tutta ta tradizione ecclesia slica ce t'attesta coslaotemcoto. 1 -a tradizione di un tal guasto ai conserv fin anco presso gli Ebrei, per tacer daltri popoli,- ne libri do* quali ai parla della concupiscenza corno di un pcconto c di un guasto della natura, venuto al- luouio in conseguenza del peccato del primo padre. Digitized by Google 150 1 amor del quale e*sa possa vincere la lusinga del precedente (t): Ma nell'ordine della natura tulli i beni che si possano prescolare all uomo c di cui egli possa avere spe- ranza son naturali : la cognizione negativa ch'egli ha di Dio non pu essere che inef- ficace. Che se egli si formi di Dio un concetto positivo mediante un adunnmento'im- macinano di beni umani ; l' oggetto della sua tendenza sono ancor questi beni, ben- ch accumulati coir immaginazione e in un solo bene ridotti. Loggetto generale adunque della volont dell uomo in islato naturale senza la grazia, (' oggetto dico che veramente prevale, sempre il bene naturale e finito : la volont non tirala ctlcaceinenle che da questo. Il libero arbitrio pu hensi usare di tali beni multe volte senza peccare ; ma non pu tuttavia uscir di essi nella sua scelta ; non potr che vin- cere e temperare I' ainor di uno coll' amore di un altro : n varr giammai a sacrifi- care lutti i beni finiti, i soli eh' egli sperimenta, in ossequio alla legge murale, se ci fosse necessario : quindi dee assai volle cadere uelle forti tentazioni anche contro la legge semplicemente naturale : non potr poi senza grazia, riferire lutto a Dio effet- tivamente come ad ultimo suo fine, perocch egli non ha forza naturale di sollevarsi alla percezione ed alla congiunzione con quell'infinito bene, e di prenderne sperienza: in somma il libero suo arbitrio pu scegliere fra le volizioni possibili, ma quella voli- zione che mette Iddio per fine e per bene assoluto gli impossibile in tale stato: tutta la volont dell uomo adunque, auchc la suprema che la personale, inclina per na- tura inevitabilmente ed esclusivamente alle cose finite e sensibili. Concedo che la di- viua Provvidenza avrebbe potuto allontanare da lui le gravi tentazioni alle forze sue superiori, il che avrebbessa anche fatto, se Iddio stesso avesse crealo l uomo senza peccalo nell'ordine della natura. Ma ora l' uora peccatore si mise egli stesso colla sua colpa nella condizione in cui trovasi : in questa condizione la carne insuperbita, la mente svigorita : lo slancio del cuore umano tende all' infinit del bene, a cui era or- dinato a principio (3 ) : egli cerca dunque, senza la grazia, il bene infinito, nel fini- (1) Vrggavi ci che abbiam detto della tomaia mobilit della volont, nell 'Autropol. L. Ili, ez. II, cap. Vili. (2) Presupposto lo ttaceamenlo della volont umana da Dio ( privazion della grazia), e il bisogno d un latinit di bene rimastole aperto dall' esser ella slata a un tal bene Tolta in ori- gine, presupposta ancora l'attivit cresciuta e resa insubordinata dalla parte del senso carnate, egli facil cosa il concepire come P animai sentimento ( la carne ) dovesse dare uoa piega a tutto i uomo, a s traendolo e di conseguente traendo ancora a s il suo principio supremo. ."Sun sar tuttavia inutile il porre qui sotto gli occhi de* lettori ia maniera, nella quale V Kstio conce- pisce una tale azione del corpo sull anima, onde questa riceve quel rivolgimento atta creatura, ebe ba ragion di peccalo. Reco le parole di quel grande teologu. Quae rea ut melma inlellgnlur, sciendum est, mtiluam esse eamque naturale m traaza&ua-j, td est passionata et ajfiectionum communi cali onera inter corpus et animam , tamquom tn idem composilum naturale concurrentes parles subslantiales. Undc fieri ridemus , ut corpore male office! ) anima doleal , et vicissim ex animi /illaidiate corpus recreelur. Cum igrtur anima a Dea ncque justa fiat, neque injusta, ncque nmnino ante suam cum corpore conjunctwnem esci- stai : corpus aulem ante animae infusionem ex carne peccati semtnatum , fiondarli qutdem peccatum babeat . sed tamen occultam quamdam ad peccatum dispositonem,fit ut anima, quae in corpore nascilur velai Jlos in loco fioetido , stmul ex corpore cantrahat vitium qaoddam ba - biluale. al /ue cufpabile. S eul enim si tnfunderetur anima carpari vulnerala , rei posilo in i/ne , ptax in eo carpare dolerti; ila dum infiundilur corpori ad peccatum disposilo, max in co habt- luahter quadammodo peccai. Kgli conferma rollc autorit questa suo modo di concepire il visie- niento dellanima umana : dicendo cosi : flunc explicandi modem- indicai A uijualttlus , Ub. V contra Jutian-, c. III. et lib. Il De pecrattirum mentis , c. X\IV, XXV et XXVI, ubi eham inler caetera dici!, Chrislum ideo non hahuisse carnem peccati, quia quod de maire accepil, aut etiscipiendum muntimi , aut susclpiendo in u nataci! Fundamentum bujus cidelur hobtri ex Scnplura , quae semen hunusnum vocili s fioedum bhmorem s ILcv. XXVj, et menstrua mu- lieris habentur pr somma immundilia, cum semen tritici , ani abarum rerum nusquan i iia- munJum cocetur - Sic. Job. XVI. Qiiis potest tacere mundum de immundu coueepluni semine ? t ad eam immundtliom respicerc lidelur alias ejusdrm libri locus e. XXV, s Aumquid palesi t apparer mundus natus de muliere ? I pr quo L.XX reddukrunt. i Remo uiundus a sorde, 151 lo, ci che ingiustizia : quell' abituale inclinazione della volont personale all' in- giustizia il peccalo. Yeggiamo ora come il principio personale a Dio si rivolga pel battesimale la- vacro. lo partir dalla verit insegnala dal sacrosanto Gore lio di Trento, che la gin- Blificaziune si fa per l'infusione della grazia e della carit (l), avente virt di can- giare il cuore dell uomo ; e chella non consiste gi in una semplice remissione del de- bito del peccato, ci che non basterebbe a sanar luomo mal inclinato nella sua vo- lont personale. Ora questa grazia infusa una comnnicazion di Dio. Luomo per- cepisce intimamente un nuovo bene diverso da lutti i beni naturali, Iddio. Da quel momento lappetito razionale acquista un oggetto nuovo: un bene nuovo, un alleilo nuovo, la carit: bene ed affetto che giunge poi talora a farsi sentire di tanta vee- menza, che l'anima, disperando di poterlo altrui comunicare, forzala di dir seco stessa: socrrlttm meum rnihi , secretiti n tnetim mi hi ( 2 ). L'n bene nuovo poi, un nuo- vo affetto, produce una vo'onl nuova. Vero che la cime ed il sangue non cessa- no di stare tuttavia innanzi all' uomo e di solleticarlo: sono essi pure ancor de beni per lui. Quindi due oggetti presenti allappetito razionale immensamente diversi, il bene reale (inilo, e il bene reale infinito: quindi medesima mente due volont, la na- turale e la soprannaturale. Ma quale di esse prevale? quale n la suprema? e quin- di la personale? Fino a tanto che l'uomo non ha ancora luso del libero arbitrio, prevale indu- bitatamente la volont soprannaturale: perocch ella creata nell uomo da Dio stesso, e di lei dice il Salmo: Cor mundum crea in me Deus, et spirilum recium in nova in risceribus meis (3); creala da Dio colla comunicazione di s, perocch s crea lina volont nell'uomo, come dicevamo, col comunicarsi a lui un bene reale del tutto nuovo. Quando poi luomo giustificato acquista luso del suo libero arbitrio, nllor questo ritrovasi iu posizione grandemente diversa^da quel chera prima: perocch egli ha due volont di cui pu disporre; egli pu scegliere fra le volizioni della volont sopranna- turale e lo volizioni della naturale. Se quelle antepone, la volont soprannaturale vince; se poi Sceglie le volizioni di quella volont che tende come ad ultimo suo fine al ben finito, le volizioni cio della volont naturale in opposizione alla soprannaturale, allora pecca, e peccando perdo di nuovo la grazia ; pori pi per il germe della grazia, la fede (4)i e il carattere indelebile (5): di che gii rimane la volont soprannaturale in potenza, benoh I' abbia in atto perduta; e pu colla penitenza e colluso de sacra- menti ricuperarla. C VII. Ges Cristo adunque ristora l'uomo col creare in lui un principio nuovo di operare, una volont nuova, un cuor nuovo, secondo la promessa fatta per Gze- i nec infuni quidem 1 ,' e Ir J lem nolandum quod Lev. XV rnn trnhilur immundita ex flava semini et mr 'istru, non ex Jluru sanguini aut pituita e, neqne atiorum humorum, imo ncque ex fluxu e 1 crementorum foelidissimorum seu dtsenteria , re/ flato minati (tu 11. Seul. Di- alincl. XXXI, I ). (1) Si qui dixerit , komines juslificari rei sola imputalione gustili le Chris/i, vel sola pec- catorum remissione, exclusa gratta et charitate ry.tr in cohuma (cio non ne emiri di carne, ma nella volont) rosex pia spinti!* sauctox niprc.vDATCH alque iu.it vtmtnr.nr: nul etiam grati im. qua justiKcamur , esse tantum favorem Dei-, anathema sii (Sess. VI, cad. XI). (2) !.. XXIV, 16. (3) Ps. L. (i) Si qui dixeh't, amissa per peceatum grada , simul et fidtm semptr amitti; ani fdem, quae remane! , non esse irrum fldem , ticet non sii viva y aut rum, qui flen s sine rii untate /tatui, non esse christianum-, anathema sii (C. Trid., sc}. VI De justtf., ean. XXVItl ). (5) Si qui s dixeril in trib s sacramenti , baptismo seilicet, confirmalione et ordine, non imprimi cvBAcreiiEM la animi hoc est signum guoddam spirituale et indelebile, vuoi za I r I- bam ao.v posse hit anathema sii. (C. Trid. Ib. De Sacram. IX). Digitizgd by Google 152 chielln: li 7 ejfuii'am tv per vos aquam mundam , et mundabimini ab omnibus in- (juinamentis restris . Et dabo vobis cor nofom , et spiri tv te roviu ponam in medio t estri (i). E poich questo nuovo principio che Cristo pone nell' uomo su- periore a tulli gli nitri per nobilt ed eziandio per eilicacia iio che resta nell'uomo, perci egli costituisce In persona delluomo, e quindi si dice che nella riparazione falla dell'uomo da Cristo si salva prima la persona, e poi a suo tempo, cio nell ul- tima risurrezione, anche \n natura-, \\ contrario di quanto avviene nella corruzione ereditaria, In quale comincia nella natura e termina nella persona. Peccalum oriyi- na/e, dice lAngelico, hoc modo processi!, quod primo (in Adamo) persona infe- rii naturam ; pnstmodum nero ( ne' posteri ) natura infecit persona#. Christu t vero converso ordine prius reparat idquod perso nae est ; et postmodum simili in omnibus ( nella risurrezione) reparabil io quod naturae est ( 2 ). Colla riparazione adunque di Cristo si muta nell' uomo la base della persona, il principio personale ; questo principio personale non pi quella volont che pendo verso le cose lerrene ; poich ella nn pi I apice dell anima, la potenza sopra- stante alle altre ; ma sopra di essa ne da Dio suscitata un altra pi eccellente che bn per oggetto Iddio slesso, e di natura sua pi polente della prima ; mobile, col quale il libero arbitrio pu meritare la vita eterna, vincere le tentazioni, adempire i precetti del Salvatore, secondo il canone del Tridentino : Si qttis dixerit Dei prae- cepta uomini etiam justificato et sub gratia constituto, esse od obser- vandum impossibiliti ; anathema sii (3). CVI1I. Venendo adunque coll infusion della grazia malato il principio persona- le, colla maggior primriel s esprime l'operazione che nasce nell'uomo pel battesimo co'le parole che usa il Tridentino chiamandola renovatio i nteri ori s notti ni s (4)- L 'uomo in quanto significa persona veramente si rinnova. Quindi le espressioni mi- rai) Imenlo proprie di rigenerazione, rinqscimento, applicale al battesimo ed al suo effetto, secondo le parole di Cristo a Nicodcmo: Amen, amen dico libi: nisi quis renatus fuerit denuo, non pntcst ridere regnum Dei (5), e la spiegazione data da Crisi stesso: Quoti natimi est ex carne , carg est , et quod nalttin est ex spirilu, spiritile est (C). Cio luomo, la persona umana che naturalmente nasce, carne, per- ch la carne attrae a s la volont personale che la slessa persona ; ma la persona umana che soprannaturalmente nasce espirilo, perch lo Spirilo santo clic viene in- fuso trae a s la volont, e questa in quanl' tirata e attuala dallo Spirilo santo, di- venta uniiltivil personale, diventa la base della persona; cessando cosi di esser per- sonale la volont in quant e tirata a se dalla carne, fn a tanto che dalla volont so- prannaturale contrastata (7). Laonde s. Paolo colla stessa propriet parlaodo.distin- gue le persone peccatrici e le sante, col dire che quelle prime sono nella carne, c queste seconde nello spinto : Qui autem in carne svnT , Deo piacere non pos- sunti ros autem in carne non eslis, sed in spirito (8). E queste o somiglianti maniere sono costantissime nelle divine Scritture, .come altres nelie bocche di lutti i fedeli, delti essi stessi acconcissimamcnle figliuoli di Dio, perch creala la loro (1) C. XXXVI, 23, 2G. (2) S. Ili, LXIX, m, od 3. (li) S. VI De jtulif., cali. XVtll. (4) Iti, c. Vii. (5) Jo IH, 3. (6j Ivi, 6. (7) Si pu ugualmente dire che vi tono due volont nell uomo rigenerato o una volont sola attuala da diverti oggetti, secondo clic si considera la volont come una mera potenza non ancora eccitala a nulla (nel qual senso una polenta sola); ovvero la si considera in quel le diverse attualit nella quali ella si mette, qualora esercitino su di lei unazioue costante delle cose reali, quali sono la propria carne, c lo Spirito tanto . (8) Ron. Vili, 8. 9. Digitized by Google 153 nuova personalit dallo spirilo che in essi agisce, rjuicumquc enim spirita Ueiagim- tur , ri situi Ftur Ver (i). E cosi finalmenle si spiega, che cosasia luomo vecchio, e l'uomo nuovo di s Paolo; e come quello sia morto al peccalo, e quindi il peccalo non gli si possa pi imputare: di che il detto di santAgostino, che nel battezzato con- cupiscentia transit m.ATU, et manct ACTtr, e quell altro che spiega il primo, di- mini coneupiscenliam carni in bahtismo, non iti non sit , sed ut rtt peccatisi nox iMPi'TETcn (2) ; non s' imputa pi la concupiscenza nll nonio rinato, perch nel rinato non guasta pi la sua persona, ma solo la sua natura", e quella persona che prima guastava gi non pi, perch eli era allora l'attivit nell'uomo suprema, ed ora unattivit subordinata, di diritto ed anco di fatto, se l'uom non pecca, al- la volont nuova, che forma I nomo nuovo, l ucmo spirituale he pcrcipil rn t-nne stilli Spirili is (3). C1X. Tale la dottrina da me esposta nel Trattato della Coscienza morale. Sentiamo ora le vituperosissime accuse ed imputazioni, che Eusebio credette bene di darmi per cagione di essa, le quali si trovano nel suo libello sotto le A [formazioni X, XI e XIV. Prima accusa : che io nego alTalto la necessit delle buone opere (4) per conse- guire leterna snlutp, come fece Lutero. Or quali sono i documenti chegli porta per convincermi duna tanta eresia? Son due passi del Trattalo della Coscienza: ecoo il primo: E seguitando noi colle dottrine rivelate, il battesimo dei Salvatore quello che tolse questa dannazione del peccalo d'origine, questa colai colpa dplla natura, se cosi si vuol chiamare, introducendo nell'uomo un altro principio attivo, soprnn- naturale, superiore alla volont naturule, e per sede della moralit, anzi, essendo egli santo, sede della santit-e della salvezza delluomo, la qual tutta dipende dal principio supremo (5). Abbiamo veduto che In base delluomo come persona imputabile si semprp laltissima delle sue attivit, la quale perci dicesi, rispetto a tulle l'altre potenze e principi nltivi, il principio attivo supremo, o come lo chiama s. Tommaso, primum principimi moticum nomini s, ovvero, come il dice sant' Agostino, pars animile melior et superior (fi). In questo principio sta la moralit dell uomo : dipende da e.-so 1' esser 1 uomo buono o cattivo. Dicesi principio attico , perch il principio di tutte le azioni dell oomo (7). Ora il principio attivo supremo nell uomo che trovasi in grazia di Dio , diverso , come dicevo , dal principio attivo supremo nell oomo (I) Ivi, 14. (i) De nuptiie et coneup., I, . I, c. XXV. (3) 1. Cur. Il, 14. (4) Il sigoor Eusebio nello suo accuse vacilla sempre fra la certezza c l* incertezza. Prima dice ebe i miei errori sono manifestissimi ( f. 4 ) : ora poi si contenta di lasciarli in dubbio. In un luogo parla fraoco coti : t Cbe il signor - Rosnfini escluda olfatto te opere libere del- I uomo ; appare ancora da altri suoi, delti s ( K. Aff. X , f. 39 , nota ). Questo favellare mostra certezza. Ma nella conclusione indaccliisce dicendo cbe il signor Rosmini . IV. c. IV. art. ti, 2. Ho su mi Voi. XII. 4i3 Digitized by Google 154 che non trovasi in grazia di Dio : quello in principio di operare soprannnfural* mente che vien suscitato e crealo nell' uomo dall infusimi della grazia, una volont soprannaturale ; questo all' incontro non che non volont naturale ( fino che si con* siviera senza grazia ) , cio tendente ad oggetti naturali. I.i\ volont soprannaturale il principio delle opere soprannaturali , e la salvezza dell uomo dipende tutta da questo principio > , perch luomo non pu salvarsi se non vive di una vita sopran- naturale, e non fa le azioni di questa vita. La volont naturale all'incontro il prin- cipio delle opere naturali, sieno elle naturalmente oneste, o sieno peccati, opere ten- denti sempre a godere de' beni naturali : con questo solo principio non pu I uomo far opere meritorie di vita eterna. Ora , per dimostrare che io nego la necessit delle opere buone, che cosa fa il signor Euseuio ? Ecco qua il suo arzigogolo : t Rosmini dice che la salvezza dell uomo lotta dipende dal principio supremo nell'uomo introdotto per Io battesimo del Salvatore. Ma il principio supremo Dio. Dunque Rosmini fa dipendere tutta la salvezza dell* uomo da Dio : dunque esclude la necessit delle buone opere . Quindi, dato di piglio alla definizione del Tridentino, che Proponendo est vita aeterna et tamquam gratin filiis Dei per diri slum Jesum tnisrricordiler promista ; et lunu/uam merces ex ipsius Dei promissione Louis ipsorum operibtis et merilis fideliter reddenda , tosto cosi ih' investe : Come sar dunque vero ci che il Rosmini sol dice, che la salvezza del- ti l uomo tutta dipende da Dio (i)? Peccato chei non abbia potuto comunicare i snoi lumi ai padri Tridentini! Avrebliero certo allora essi pure mutato il decreto, e v definito con lui, che la salvezza dell uomo dipende tolta dalla grazia di Dio { 2 ): avrebbero applaudito a Lutero .... ; e via via una scorreria di questo trotto ! lo intanto ho I' onore di dirgli, eli egli che crede di capir lutto, non ha capito affatto nulla ; non ha egli inteso punto n poco che cosa sia quel principio supremo da cui dipende tutta la salvezza dell' uomo; perocch se l'avesse inteso, avrebbe sa- puto che quel principio, se nel fiambioo un abito che lo santifica, nell'adulto an- che il principio delle buone opere, giacch le buone opere meritorie di vita eterna sono quelle che 1' uomo fa in istato di grazia; e che il dire che la salute dipende dal principio delle buone opere, non punto n poco un escludere le buone opere. Nem- pe lejimus , io replicher lo stesso sentimento colle parole di sant Agostino, justi- y icari in Cu ri sto qui credunt in et:m, propler oceultam communicationcm et inspirai ionem grati a e spiritalis, qua quisqu haeret Domino unus spirilut e$t,QUAiris eoi et iuitentvr sancti ejvs (3); nelle quali ultime parole potr il signor Eusebio, se ben le intende, trovare le buone opere. Per sopraggiunta osserver, che, quantunque io non abbia detto che la sal- vezza tutta dipenda da Dio ,o tutta dipenda dalla grazia di Dio > ; non sono tutta- via queste proposizioni tali che debbano far tant orrore, o trovarsi in esse l'esclusione delle buone opere. Per me, piaccmi sempre di dire al Signore con s. Filippo Neri, (1) Egli mette in mio bocca questo parole di tutto sua intensione , #i noti bene : esso questo buono fede, o fede caldo ? Veramente non bo io mai detto, che tutto lo salvezza di pendo do Dio ; ma bo detto che tutto dipende dal principio supremo , il quale noh Dio ; ma S attivit soprannaturale dell' uomo creala per in esso da Dio coll* miusione della sua grazia. Se dunque sotto la sua maschera sta un uomo onesto, il vedremo dalla ritrattazione che far anche di questo suo errore. (2) Anche qui egli mente. E dove ha egli mai trovato da me scritto che c la salvezza del- ? io lo stido a dirlo, o a disdirsi, com* di dovere. Io dissi che tutta la salvezza dell* uomo dipende dal principio supremo ; ma questo principio non la grazia ; ma bens Odetto che la grazia produce nell* uomo, la quale informando l'anima vi produce c f attivit di operare soprannaturalmente e di meritare la vita eterna > c questa il principio attivo supremo di quelli che sono in grazia, ed operano secondo la grazia. (3) De pcccatorum meritis et remisi L. 1, c. X. Digitized by CjOO^Ii i Sono disperalo di me, o Signore, ma eonfdo in voi ; e mi dolcissima cosa al- tres, lesclamare col Salmista, In manibus tuia sortes mene , gradendo assai pi che la mia sorte sia nelle mani di Dio che nelle mie proprie; pienamente persuaso che cos stia in luogo di troppo maggior sicurezza; n credo perci dinegare la necessit delle buone opere attribuendole a Dio, come al loro primo principio, di cui perci sono doni, cuffia tanta est erga omnes homines bom'tas , per usare le parole del sacrosanto Con- cilio di Trento, ut eorum velil esse merita, quae sunt ipsius dona (i). Alla fine non so che cosa si possa trovar d'assurdo nel dire che una catena che sta sospesa alla sof- fitta, penda tutta dal primo suo anello; n credo io che con ci si neghino gli altri anelli della catena. Ora nella santificazion nostra il primo anello la misericordia di Dio, qui prior dlexil nos, e che o/iertur in nobis sine nobis ( 2 ). E non la carit infusaci da Dio il tesoro, onde le stesse opere buone caviamo? Or, Charitas, come Insegna s. Tomma- so, non palesi neque natura/iter nobis inesse, neqtic per vires naturales est acquisi- ta; scd per infSionem Spiritvs s.INCTi, qui est amor Patria et Filii: cujtts participatio in nobis est ipsa charitas causata (3), come fu deciso replicatamele anche dal Concilio di Trento (4). Riassumendo, il signor Eusebio 1 , invent di pianta due frasi {la salvezza del- r uomo tutta dipende da Dio ; la salvezza dell'uomo dipende tutta dalla grazia di Dio ) e afferm falsamente quello esser mie; primo fruito dell'albero: 2 . sulle due frasi da lui inventate e attribuite a me, mi. tacci di professare leresia di Lutero, che insegn le buone opere non essere necessarie alla salute; secondo frutto dell albero : 3. sventuramente al suo scopo di denigrarmi, le due frasi inventale furono da lui prese in fallo, giacche non contengono veramente I eresia dell esclusione delle buo- ne opere, purch sanamente vengano intese e spiegate ; terzo frullo dell albero : 4-" finalmente, contenessero pur anco quell'eresia, e foss anco vero che sfuggile fos- sero dalla penna d' uno scrittore, qual uomo onesto od equo oser tosto paragonare nn tale scrittore a Lutero, se il detto scrittore parla d'nn capo all altro de' suoi scrit- ti della necessit delle buone opere, e non iscrive se non per eccitare gli nomini a farne il pi che mai sia possibile? e qual galantuomo sar colui, che invece d'attri- buir quelle frasi ad una inavvertenza o distrazione del detto scrittore, le vada anzi rubacchiando di mezzo ad una collezione di opere voluminose per fondare su due pa- role una formale pubblica accusa d'eresia, 0 d un'eresia s assurda, non professata pi oggimai n pure da protestanti, come si quella della non necessit delle opere buone? Se il signor Eusebio si far conoscere col pentimento sul labbro, saranno tutti questi abbagli incolpevoli del suo zelo; se ni far, ciascun sapr dire: Ex Jructibus eontm coqnoscetis eoa. CX. Ma il sig. Eusebio mette in campo un altro argomento per provare che io, al par di Lutero, nego la necessit delle buone opere. Odasi attentamente com egli parla, eh io riferir intere le sue parole : Che il sig. Rosmini, nel dire: Che la salvezza delluomo tutta dipende dal principio supremo introdotto nell' uomo stesso da Dio ; escluda affatto le opere s libere dell uomo ; appare ancora da altri suoi detti. Leggi a carte qo l dove affer- ma, Che s. Paolo apporta il testo de salmi ( 3 1 ) , sembra voler significare che lerrore e la stoltezza de Giudei consistesse solamente nel credere dessere giustificati por la mate- rialit de riti Mosaici, e non fosse uguale stoltezza il credere di essere giustificato per le opere naturalmente oneste e virtuose, secondo la stessa purle morale della legge di, IMos. Il vero si , che luomo non pu giustificarsi colle sue opere; ma che la giu- slilicazione un dono gratuito di Dio. Dopo essere giustifcto poi, egli pu e deve meritarsi colle sue buone opere ( se per ha l' uso del suo libero arbitrio ) la vita etcc- na. Or ella cosa ben fatta l'iusinuare gli errori accennati intorno alltllcacio delle (1) Scss . VI, De justif. c. VI. (2) Scss. VI De juetif, c. Vili. (3) llom. Ili, 9, 20. 28. ( 4 ) 11 . AIT . X , f . 39 , nota . (5j Scjj. VI De justif., can. I, Digitized by Google 158 opere libere delluomo per la sna gius! ideazione, solfo prcteslo e collaria di difen- dere la necessit che ha l'uomo gi giusliGcalo e avente l'uso del suo libero arbitrio, di operare il bene per salvarsi (ij? Ecco a che si riduce la scienza teologica di Eusebio Cristiano. CXII. Seconda accusa : che c sembra che io neghi con Calvino e Lutero, che i peccati non siano rimessi, ma solo nascosti o non imputati . La ragione per la quale mi d il signor Eusebio una cosi grave accusa, appar manifestamente essere il non aver egli inteso la maniera da me tenuta nello spiegare come la concupiscenza in virt del santo battesimo transit reatu et manet actu, cio a dire continua nell uomo ad agire, cessando per da esser peccato. Questa maniera il lettore gi In conosce : io dimostravo, che il peccato non esi- sto se non infetta il principio personale, perch il peccato non che t un male, un guasto, una obliquit della persona ; e qualsivoglia difetto, se fuori della persona, bench alla persona aderente, come quello di cui parla lApostolo, matum adjacel inib , pprde In ragion di peccato. Or prima che Iddio infonda nell uomo la grazia, il principio personale si la voloht naturale che ha per oggetto il ben finito della na- tura; ma dopo l'iufusinn della grazia, sarge nell uomo un altro principio personale pi elevato, e questo si la volont soprannaturale, la potenza di amare Iddio sopran- naturalmente e di operare in modo conforme a questo amre. Quando questo nuovo principio personale nato nell'uomo, la volont naturale ha cessato d' esser personale, o dessere per conseguenza soggetto e sede del peccato; la concupiscenza dunque che in essa rimane non pi peccato, perch una volont superiore oggimai la domina, e la sgrida e riprova. A faccia 38 e 3g del Trattato della Coscienza io ho spiegato come nella volont naturale che soprasta dopo il battesimo, intenda io compresa la concu- piscenza, che il Concilio di Trento in fatti dichiara soprastare nell' uomo anche dopo iinfusion della grazia, ai agonem. Ora ognuno che intenda una tale dottrina, dee convenire, che da essa risulta cliiarissimamente, col saulo battesimo tolti tolum id quod verarn et propriam peccati rationem habel , giacch viene fin tolto quel prin- cipio personale dove solo ii peccato risiede ; che propriamente la morte dell nomo vecchio di san Paolo. E di vero, qual altro sistema spiega meglio la propriet del parlar dellApostolo, l dove dice. Qui enim mortut svtus peccato, rjuomodo adirne ticemus in ilio ? In fatti se il principio in cui sta la persona nostra e mutato, pu ben dirsi in un senso che la persona vecchia morta, e noi gi siamo persone nuove. E questa distruzione della persona dei peccato, che l'Apostolo segnila a de- scrivere, si opera nel battesimo : An ignoratisi quia quicumque bapiizati su mai in Christo Jesv, in morte ipsius bapiizati sumus ? eonsepulli enitn sumus in i'io per baptismum in mortem. La maniera dunque per la quale I Apostolo spiega in che modo sia distrutto il peccato pel battesimo, bench rimanga la concupiscenza, ap- punto quella eh' io esposi nel Trattalo della Coscienza ; o pi tosto quella maniera che io esposi, e quella dellApostolo, come ivi ho detto. Imperciocch la ragione che d lApostolo dell'esser cessalo in noi il peccato, si questa : perch morto in noi l'uomo peccatore: cio quel principio d'operare che prima era in noi personale, non avendovene alcun altro a lui superiore che douiiuare il potesse, onde I arbitrio nostro (1) I passi ebe arreca il signor Eusebio di s. Pietro c d s. Paolo parlano delle opere buone e meritorie dell' uomo giustificato , e non di opere operanti la giusti Ideazione in chi an- cora non l'ha ricevuta. 11 primo dice : .Macia satagite , ut per bona opera ccrtam ve* ir am t aca- ti onetn et eleclioncm faciali* (II. Pielr. I. IO ) : il secondo ; Jtai/ue fruire * mei diletti, sta- bile! e*tote et immobile *, abundante * in opere Domini semper, sciente* tjuod lahor vester non est inani * in Domino ( I. Cor. XV , 55 ). Chi non sente che i santi Apostoli incoraggiano coti queste parole i fedeli giustificali a conservare ed accrescere la grazia ricevuta ? magi s satagi- te stabile* estote : e in fatti I' nomo pu bea perder la grazia se lha, operando ii male, et via s sua* mala s facete : ma non pu dare la grazia a s stesso se non 1' ha ; pu solo aspet- tarla da Dio, usando i mozzi da lui a ci opinati, e sopra tutto la preghiera. Digitized by Googl 159 dovna pi o meno abbandonarvi, per non avere alcun mobile da muovere, che laiu- tasse contro di lui; ma or quel principio medesimo bench esista, non pi perso- nale, non pi luomo (onde quelluomo morto), perch vi ha un altro principio superiore, in cui la persona gi risede, rimanendosi laltro solo nn elemento della natura : Hoc scicnles , seguita lApostolo, qua veliti /ionio noster simul cruci ftxtts est, til deslriiatur corpus peccali, et ultra non serviamus peccalo : Quia t.niu uortuus est, ju s tifi catu s est A peccato. Le quali ultime parole ben si con- siderino: perch l'uomo giustificalo? perch quell uomo a cui aderiva il peccato, dice lApostolo, non esiste pi, morto ; Qui enim morluus est, juslifcatus est a peccalo ; e in vece di queU'uomo, ve nha un altro vivente a cui aderisce la giustizia di Cristo. Ita et t-os existimale, vos morluos quidam esse peccato, vicentes autem ideo, in C/iristo Jesc Domino nostro (i). Quello, adunque che prima nelluomo co- stituiva il peccalo (la concupiscenza) rimane tuttavia; ma nou pi peccato, perch non regna come regnava prima, quando slava nella pi alta e suprema parte dell'uo- mo, goveruatrice di tutte le altre parli. Oade esorta s. Paolo i Romani a far s, che non lascino che pi oggimai regni n pure in avvenire, il che avverrebbe se perdesser la grazia : Non ergo regxet peccatimi in cestro mortali corpore ( 2 ). CX1II. Da questa profonda dottrina dell Apostolo risulta che pel battesimo vipn tolto via dall' uomo tutto ci che ha vera ragion di peccato ; e che pu assegnarsi una buona cattolica ragione del perch nelle Scritture talora venga sigoiGcato 1* effetto della giustificazione dicendosi che i peccali sono coperti, ovvero che non sono im- putati. Sono coperti, perch alla mala volont naturale ( la concupiscenza ) che pri- ma perdeva luomo, viene a soprastare una volont nuova che tende alle cose divine, la quale forma la persona nniana e regna sull'altra, che sussiste ancorn ma non nuo- ce, o, come dice sani Agostino, inest sed non obesi. Non sono pi imputati, perch vernilo meno il principio personale a cui si potevano imputare , giacch non si pu imputare il peccato che alla persona ( al principio attivo supremo ), nella qual sola pu esister ci che ha vera ragion di peccato: e la persona gi sana e santa, anzi tutta nuova per la spirituale generazione, colla quale la Chiesa, feconda sposa di Cri- sto, partorisce alla vita eterna de' figliuoli al suo sposo (3). Conviene osservare, he (1) Ed per questo stesso che it Concilio di Trento spiega la giustiGcasiona non gi me- diante una semplice remission de peccati , ma mediante l infusion della gratin e la delusione della carit che fa lo Spirilo santo ne nostri cuori, ponendovi insieme con un nuovo sentimen- to, un nuovo potere ; giacch 1 atticit nasce tasto dalla passivit del sentimento, come ho al- trove spiegato. (2) Itom. VI, 2-12. (3) In questa maniera sintende la ragione, perch i Padri adoperino pure di simigliane nu- mero ad indicare la rigenerazione battesimale : Liberarti, dice sant Agostino, quo modo . ni quia ejut ( legit peccati ) atavo* , peccatorum omnium remistione distoleil. ut quamvie adirne mancai . et de die in diem magie magieque minuatur , i peccati* tameh non imputstc*. Rimane dunque la legge del peccato , ma ne rinati questa legge cessa d esser peccalo perch non pi s'imputa, n si puh imputare ; quantunque in quelli che nascono e che non anco rina- scono ella sia peccato , e a peccato , s imputi, t/aec ttaque remistio peccatorum quandiu non fil in prole , eie ibi est lex iota peccati , ut etiam in peccitim ixpcrEtna , ut est . ut etiam recitus ejut cum ilta eil , qui teneat aeterni scppucii usmroatM : e tosto appresso dice che it peccalo originale remittitur , tegitur, non imputatur {Ve nuptiis et concupite . L. I, c. XXXI, XXXII ). Laonde egli necessario trovare un sistema nel quale si vegea chiaro come tutte queste espressioni, rimetterei it peccalo , coprirti il peccato, non imputarti it peccato, vengano a significare egualmente cessare del tutto il peccato ( tolti tolum id quod vera m et propriam ralionem habet peccati ) ; e questo sistema quello dell nomo vecchio c doti uomo nuovo di s. Paolo ; nel qual sistema I uomo vecchio, dove sta il peccato, cessa, perch sopravviene luo- mo nuovo , una nuova volont personale , che ea opre quella volont naturale che prima costi- tuiva la persona perch era suprema e dominante, ed ora non rimane pi che un elemento della natura ; quiadi nou pu pi estere imputalo il suo disordine, giacch it suo disordine non gua- sta pi la persona , ma si rimane come aa semplice difetto c guasto della natura , che tenta bens e sollecita la persona nuova , ma non pu vincerla s' ella non cede , ed anzi vinto da 1G0 Ji quelle lue Irosi, riferir si pu acconciamente la prima a ci che ha nozion di pece calo , giacch il peccalo coperto con ima volont nuova peccalo distrutto, e la se- conda si riferisce meglio alla nozione di colpa, come quella che esclude l'imputazio- ne. Spiegando in tal modo queluoghi della divina Scrittura in un senso cattolico, io volli rendere impossibile agli eretici l'abusarne, inerendo nello stesso tempo alla let- tera dell espressione. Ma non avendo niente inteso di tutto ci il nostro Eusebio, e tuttavia al suo solito decidendo , qualilicando e anatematizzando; mi mette insieme con Calvino e con Lutero per avere io scritto il seguente brano, che esprime la sopra esposta dottrina, il quale egli reca smozzato al suo solito, ed io restituisco qui intero: e E pi che altri considera questordine della giustificazione delluomo, pi tro- ll vpr acconcia la maniera scritturale di dire, che Iddio cuopre certi peccali, e non gli imp ita. In fatti col battesimo non si distrugge la mala volont naturale, ma le se n aggiunge una soprannaturale, che cuopre, per cosi dire, la naturale, e impedisce t che quella perda f Uomo. Onde il Salmista: Beali quelli, le iniquit dequali fu- i ron rimesse, e i peccati de quali furou coperti ; dove si fa la ditlerenza fra le ini- a quit che si rimettono, e i peccali elle si cuoprono, e sembra che per quelle si vo- ti glia intendere le colpe attuali e libere ( 1 ), e per questi i peccati non liberi fu) ili quelli che appartengono al popolo di Dio, e che per non ne ricevono pi donno a alcuno. Dice ancora: Bealo ! uomo, a cui il Signore non imput il suo peccato j ; a ove pare accennarsi a peccati non soggetti ad imputazione. E cosi intende, se non erro, questo passe l'Apostolo recandolo egli a provare che I uomo non si giustifica n presso Dio eoli opere, essendo ognuno pieo di peccato, senza far eccezione a bambi- ni ; ma per lalto della divina misericordia, che ci rinnorella in virt dei meriti del Bedentore (3). Ora questo passo soprabnsl all'acume d Eusebio per trovarmi infetto deresia, cosi al modo suo solito discorrendola : Gl interpreti; commentando il citato passo di s. Paolo e de Salmi, affermano che le parole: Tecla sani peccata. Cui non imputavi t Dominus peccatimi; si- ti gallicano assolutamente, che sono tolti e cancellati adatto i peccati. Ma il sig. Rosmini nel particolare suo commento sembra che segua il parlare di Calvino e di Lutero, il primo de quali diceva, che i peccati nell'anima del giu sto rimangono, ma nascosti : il secondo, che non sono pi imputati a delitto. Iti- ti leggi la presente sua affermazione; nota le parole: Coi battesimo non si distrugge la mala volont naturale, ma le se ne aggiunge un altra soprannaturale che cuo- pre, ecc: e quelle altre con che nomina 1 peccati non soggetti ad imputazione ; e non potrai dubitare della verit del presente mio dello . Onde immediatamente m'applica l anatema del Tridentino contro quegli eretici che dicevano rimanere au- chc dopo il battesimo di que peccati, che son morte dell' anima ( quod recato et pr- priam peccati ralionem na/tel ). Fece, come vedesi, mala impressione nella mente d'Eusebio ludire che col battesimo non si distrugge la mala volont naturale >, bench si soggiunga che t le se n aggiunge una soprannaturale che : impedisce ) Quale il peccato originale ne' discendenti , e le mate conseguenze necessarie di que- sto peccato , i moti inevitabili della concupiscenza. Il contento , come abbiamo detto di sopra, sempre un alto personale : ma i moti spontanei non sono personali quando la persona gli odia e cnmbstle. Onde sani Agostino, spiegando lApostolo: Tacere ergo te dixt et operari , non affretti contenliendi et implendi ( che sarebbe azion personale ) , tea ipso molti concupiteendi ( che azione meramente naturale ). ( Contra duas (pisi. Pelagica. L. 1, c. X ). ( 3 ) Trattato delta Cotcicnza, t. 48 . Digitized by Google . 1G1 La ragione nondimeno perch mal suonino ad Eusebio quelle mie parole ben chia- ra: abbiamo veduto In collera che gli prese per ver in detto che l'uomo nasce colla volont guasta e al male inclinala: dunque conseguente, chegli sirriti altres per- ch io dico, che una volont inclinata al n alci iinane anche dopo il battesimo, ben- ch q altro grado c daltra specie. Egli ammette che rimanga la concupiscenza, la quale agli occhi suoi non pi che una tendenza naturale, e per intrinsecamente non punto cattiva, non est vitium. sed natura, come insegna Pelagio (i); or come dun- que si dir, vien egli argomentando, che non solo avanti, ma (in anco dopo il bat- tesimo sussista nell'uomo la mala volont naturale? Di pi, per Eusebio, la concu- piscenza, come appunto mostrava ili creder Pelagio, non elite sensus carni, et non etiam mentis, come credeva santAgostino; non che la carne, in naturai tendenza di questa; come adunque c'entra qui, ragiona egli, la mala volont? Centra la mala volont, mio caro Eusebio, perch in vece di star con voi e con Pelagio, io mi sto con s. Tommaso, il quale insegna che dicitur etiam ipsa infirmila animar in- firmila carni s, in Quantum ex conditionc carni s passione s animae insorgimi in tiobis (a) ; e con sant Agostino, il quale riconosce che la concupiscenza produce an- che ne' rinati desiderio mala etturpia, i quali appartengono alla volont naturale e guasta; ma non nuocono; perch l'uomo (la volont superiore creata da D o colla grazia) gi glinfrcna c li rigetta,- e per que desideri necessari e spontanei non ven- gono dalla persona umana, alla qual dispiacciono; onde pot dire 8. Paolo, Jam non EGO ( pronome indicante la persona e non la natura ) operor il/ud, sed r/uod habitat in me peccatum (3). E sant' Agostino medesimo: Qui ergo dicit, Jam non ego operor illud , sed r/uod habitat in me pcccatum : si tantummodo concupisciti re- turn dicit ; non, si cordis conscnsione decermi, aut etiam corporis ministerio per- fidi (4); perocch il consenso, come abbiamo detto, atto del libero arbitrio, la cui operazione sempre personale. Ala non sempre personale loperazione della volon- t, la quale talor si muove spontaneamente e per necessit di natura, come neprimi desideri ed appetiti; i quali sono per dal lbero arbitrio delluomo cristiano colla volont soprannaturale riprovati ; onde la persona in essi passiva c non attiva, ed anzi attiva contro di essi. Egli dunque chiaro che nelluomo giustificato rimane quella radice di mala volont che al male lo inclina; bench linclinazione non sia una caduta, prevalendo la volont santa e personale. Tutti i Padri hanno riconosciu- to il combattimento delle due volont nell'uomo rigenerato e santo: le quali due vo- lont non si confondano per con quelle due che combattono nell uomo che non an- cora a Dio convertito, ma che travaglia seco stesso c si dispone alla conversione. Pe- rocch luomo giusto non diviso, ma lutto nella volont saula e soprannaturale a cui pienamente acconsente; l dove l'uomo non convertito per anco, c tuttavia lottante colle passioni sue, non ancor tutto nella volont buona, ma parte nell'una e parte nel- laltra miserabilmente diviso c squarcialo, secondo l' acuta osservazione di sant Ago- stino : ha etiam cum aeternitas deleeta superiti , et temporali, s boni voluplas relentat inferiti, eadem anima est non tota voi untate illud aut hoc volens, et ideo dcer pitur gravi molestia dum illud reniate prue poni t, hoc familiaritale non po- mi (5). Ma se non divisa la persona dell uomo santo, per divisa in lui la natu- ra, (ino clip rigeneralo anche il corpo a suo tempo, la volont santa, assoggettando- si pienamente anche la volonl naturale e la carne, potr perfezionare quel bone, che (1) V. sant 1 Agostino, Dt peccato arig. cantra Pelagium et Coeletti., c. XKXUI-XXXVlI, C in innumerevoli nitri luoghi, doto confuta questo orrore di Pelagio e di Muschio. (2) S. I. II. LXXVII, hi, ad 2. (3) Rom. VII. (4) ^ nuptiis et conaup,, L. I, c. XXVIII. (5) Confate . L. Vili, c. X. Hosmim Voi. XII. 116 Digitized by Google 162 ora non pu se non, virilmente combattendo, incominciare. E da tallo questo potr intendere il sig. Eusebio altres che cosa sono que' peccati non imputabili, che nei rinaii si possono anco chiamare peccati materiali, e che al peccato originale si ridu- cono coll Aquinale, il quale vi riduce anche il mancamento delle virt (i). CXIV. A confirmare In sopra esposta dottrinn del modo onde Iddio opera la giustificazione dell'uomo collinfiision della grazia, per la quale la concupiscenza transit realu etmanet adii , perch ella non guasta pi la persona dell'uomo, tutta nuora, e pura, e dominante ; io adducevo degli altri luoghi di s. Paolo, che mi meritarono dal signor Eusebio nuove condanne. Recher qui tutto il passo del Trat- talo della Coscienza, fatto segno al furente suo sdegno non quella parte sola che a lui piacque di metter soli occhio a' lettori suoi, e il passo questo : San Paolo spiega questa siugular dottrina del peccato, che inabita nell uomo senza che conduca dietro a s la dannazione dell'uomo, in questa maniera. La legge domina nell'uomo fino a tanto che luomo vive; ma se luomo morto, non gli pu essere pi applicata la legge. Cosi una donna legata al marito tino che vive ; ma morto il marito, ella e sciolta Or medesimamente la legge del peccalo era legata alluomo vecchio fino che questi vivea; ma morto l'uomo vecchio, la s legge del peccato non gli pu essere pi applicala; epper l'uomo nuovo libero dal peccalo. , bisogna aver prima inteso che cosa dice il signor Antonio Rosmini; cd appunto qaeslo che voi non avete inteso: andate avanti, e vel mostrer. n Ecco, secondo i sacri Interpreti ( i sacri Interpreti sono sempre tratti in cam- po dal signor Eusebio, i quali per assai pi gli stanno in bocca che in testa, come si ville e vedr), il senso legittimo del passo da lui recalo di questo Capii. V' II dell Epistola ai Romani. Come morto il marito, la moglie dalla maritai legge prosciolta, passa liberamente ad altre nozze; cosi cessali i riti mosaici, noi dal loro c dominio prosciolti ci congiungemmo al Vangelo di Ges Cristo: allineile sotto il t dominio suo rendiamo a Dio frutto degno; n diamo pi in luce opere morte, prole e malnata di vizi che nascevano in noi sotto la tirannia della legge. Pertanto, per la . S. Giovanni Crisostomo mostra che per uomo vecchio sintende I mi- gwty apnunlo perch P iniquit dimora nel principio personale come in tuo suhbiclto. Ecco lo sue parole: Compiantati forti sumus similitudini mortis e/ut, ut destrucrctur corpus pecchi ; non hoc corpus sic appellali*, sed universum muli nani. Sic ut trina vettrem hominem dicit urjversam ma- lli t escludendo i due uomini, e gli parla (3); e cos pure le proposizioni 23 e 24 del Sinodo di Pistoja. Ora il Rosmini dice evidentemente, che prima che luomo sia rigeneralo per la grazia santificante, altro non ha che la volont naturale, dominante, personale, guasta, che perde (cio manda in dannazione) tutto luomo . Ora se questa volont perde tutto 1 uomo, dunque ella non pu che peccare in tutti gli atti che fa; Dunque il signor Rosmini colla sua volont naturale, dominante, guasta, che perde senz'altro l'uomo non rigenerato, pare si alluntani dalle decisioni di fede, e a si affratelli cogl impugnatori medesimi della fede (4). Dunque la volont naturale non guasta, ma 1 uomo colle sue virt, quantun- que non esente dal peccato originale, pu piacere a Dio e salvarsi. Non ella stringente questa maniera d'argomentare? Eli no, Eusebio mio, non istringe nulla affatto, se non de granelli. Distinguete il guasto intrinseco della voloDt, dalle azioni della medesima. Il guasto intrinseco della volont naturale, la sua avversione da Dio, ed obbli- qnit, in cui s. Tommaso, Bellarmino, Solo e Gaetano, che sono gli autori di cui avete pur mostralo di saper i nomi a mente, tanto siete erudito! ripongono lessenza dell originale peccato, e quella appunto che perde, cio manda in dannazione tutto loomo; giacch questa dannazione l'effetto necessario dell'originale peccato, il che di fede, vogliate 0 do, come vi ho gi mostrato. Le azioni poi della volont naturale c guasta, non sono gi quelle che mandano in perdizione 1 uomo non rigeneralo; ma ben accrescono la sua perdizione qualora siano peccaminose; e se sodo oneste, pur dalla perdizione noi salvano, senza i meriti e fa grazia del Redentore. Or voi avete citato il concilio di Trento, prendendone per solo quelle due pa- role, nelle quali egli dichiara il libero arbitrio non essere affatto estinto per l origi- nale peccato, c tutto il resto di quelle definizioni della Chiesa prudente come solete essere, sopprimendo. Ma chi ha mai detto, bell'Ensebio mio, che il libero arbitrio pel ( 1 ) Ivi, f. 34. (2) Recheremo quanto prima il lesto intero del sacre Concilio, in vece della poche parole raffazzonate a modo suo e riportale da Eusebio. (3) Prop. 27 Baji. Litemm arbitrium fine gratin Dei adjutorie, non niei ad peccandum valet. Prop. 35. Orane quoti agii peccalor , ve! tenue peccati, peccalum est. Prop. 37. Cum Pelagio tenlit qui ioni aliquid naturali 1 , hoc est quod ex naturai eolie viribus ortum duci i, agnoecit. Prop. 48 di granello : Quid aliud eeee postumue n tei tenebrar, nieiaber- rotio, et niei peccatum line fidei lumini sine Chrieto, tl eine charitale f (4) R. Atf XIV, f. 52, 53. Digitized by Google 172 peccalo orig : na!c sia nell uomo estinto ? Io certo noi dissi mai : perch dunque vel mettete voi nella testa, e de' vostri sogni fabbrili fate a me colpa ? To dissi bene, essere il libero arbitrio per cagion del peccato dorigine indebo- lito e al male inclinalo; ma non confessate pur qui voi stesso, sehbon fra denti, che questo quanto decide appunto il Tridentino Coucilio, viri bus licet atlenuaturn et inclinatum ? perch dunque prendervela meco, se meno a voi, e pi al Tridentino acconsento? Dissi ancora, che la volont delluomo che nasce guasta; ma significa forse qnesto, eh ella sia estinta? Anzi se fosse estinta, non polrebb' ella essere per avven- tura n guasta, n sana. Che se il Concilio di Trento dichiara 1 arbitrio debilitato e al male inclinato, vnol egli forse, cosi dicendo, che noi intendiamo tutto i opposto di quel che dice, cio che la volont umana sia anzi pienamente sana, come pur voi vorreste 3 e qual sinistro spirito vi conduce a recarne in prova quelle stesse parole del Tridentino? Ma da quelle, voi dite, c chiaramente apparisce, che la volont naturale del- luomo ( come Iip si ponga (r) inclinata al male ) non fu mai per s stessa alluomo cagione di perdersi (a). Da vero, che voi sapete trovare delle cose assai recon- dite. se nel solo aver detto il Tridentino che il libero arbitrio non fu pel peccato estinto, voi chiaramente vedete essersi con ci definito, che dunque la volont na- t turale dell uomo, non gli fu mai per s stessa cagion di perdersi > I Per me con- fesso, che non ci veggo nulla di questo; e duro ben amo fatica ad intendere in che senso vogliale ci asserire, essendo tutti i sensi che dare vogliate aU'affermazion vostra as- surdi egualmente. Se considero quel ch segue nel vostro libello egli pare che vo- gliate intendere, che la volont non sia necessitata a peccare ; e in tal caso vi richiamo, signor Eusebio mio, alla mente, che questa unaltra questione, e che la perdizione veniente all'uomo dal peccato d'origine di cui si tratta, non gi la per- dizione veniente dalle male operazioni che far possa la volont, la quale se anco non operasse nulla n in ben u in mole, perderebbe tuttavia luomo egualmente; ma la perdizion che procede dal vizio inerente alla volont stessa, pel quale la natura no- stra nasce avversa da Dio, peccatrice, serva al peccalo e al demonio, in ira a Dio, e ad eterna condannazion sottoposta. Non pu la volont naturale delluomo mutarsi da questo sialo, e colle proprie forze risanarsi, e cosi impedire che il peccato che in lei perda I uomo; e per si dice che il peccalo regna, come dice s. Paolo, ovvero, che il medesimo, la volont guasta, in cui sta il peccato, dominante, perch dalla grazia ancora non vinta. Possibile che non abbiale saputo intendere tulle queste cose die sono s chiaramente espresse in quel capitolo del sacro Concilio di Trento, da cui voi strappate si poche parole menandone un vanto inolile, e che pur dice cos : oportere ut unusguisgue agnoscat etfateatur, ! Non intende egli, che se c la volont non si muove se non da quella forza che con lei stessa cospira , dunque niuna forza pu movere la volont se ella stessa non cede ; e che net poter resistere al movente, e non associarsi ad esso, sta appunto la radice delia libert. E non questa daltra parie la dottrina dell* Aquinatc l dove mostra che importat nomen voluntarii , quod motus et actus sit a propria inclinatone ( S. i. Il, VI, 1 )? E dove pare insegna, che quod fiumana mena ail mota tantum e i nullo modo sit principtum hujus motus , est conira ralionem voluntarii , cvjus oporlet principium in ipso esse : onde egli uopo, secondo s. Tommaso, che nellinfusione della carit Iddio stesso muova la volont in modo, che con lei cospiri : Non potest dici , quod sic moveat Spirti us sanctus voiunlatem ad aclum diligendi , si cut movetur instrumentum : quod etsi Jit prin- cipiti tn actus. non tamen est in ipso agere , vel non agere ; sic enim tollerelur ratio voluntarii (li. 11. XXIII, 11 )? Che pi? Se il luogo da lui censurato come infetto di giansenismo termina con queste precise parole : c la volont cresce la forza delluno 0 . dellaltro de due allettamenti per lintrinseca sua pbopria encrgia i; parole che del tutto abbattono il gianseniano sistema delle due dilettazioni prevalenti sulla umana volont? Vero c che la forza dalla libert priva della gra- zia divina limitala nel resistere alle tentazioni, e di questi limili fu da me parlato alle face. 31-34 del Trattato della Coscienza: ma che perci? Pretende forse Eusebio Cristiano, che il libero arbitrio delluomo sia per natura sua s possente da vincorele tentazioni lutici Sei creda egli : ma non creda perci, che collo spauracchio della taccia di giansenismo che ci minaccio, possa giammai ottenere che il crediam noi. (3) R. Atf. XIV, f. 5a, 53. Digitized by Vj( 175 rale? o volete voi forse che non si perda nessuno, tenero come siele? Altramente do-- vrele pur confessare, che tanto della salute, come della perdizione dell'uomo, la ca- giou vera dee esser sempre la volont. .Ma via, voi volete dire, che potendo la vo- lont astenersi dal male e seguire il bene, ella pu non esser cagione all uomo di perdizione colle opere sue. Se alla volont la grazia di Dio congiungete, daccordo; se della volont sola intendete, io mi sto colla Chiesa c non con Pelagio. E da vero che ella pure misera la prova che voi ne date; perocch dite : t Vedi su tal pro- li posilo il Commento del Gaetano, dove dopo una rigorosa serie di evidenti ragioni ( conchiude : che l uomo colle sole naturali sue forze, anche nello stato di natura guasta, ancorch si trovi in attuale peccalo mortale, pu fare in particolare qual- che alto moralmente boono secondo tutte le circostanze, per modo che in esso non ve commetta nessun peccalo o diletto (i). Da vero che il testo conchiude assai! siete veramente terribile colle vostre citazioni! Qual testo pi calzante a provare che la volont naturale dell'uomo non fu mai per s stessa all'uomo cagione di perdersi j! L'uomo che ha la volont sua in attuale peccato mortale pu far qualche atto moral- mente buono. Dunque la volont naturale non Tu mai per se stessa all uomo cagione di perdersi! Eusebio mio, eh ci vuol altro per non perdersi che il poter fare qualche allo moralmente buono secondo tutte le circostanze! e farlo in attuale mortai peccato! no, no, questo non basta, perch la naturai voloot non ci perda; giacch bonum ex integra, causa malum ex quolibet defeclu; e come dice s. Ciacopo, Quicumgue aulem totam legem sercaverit, offendal autem in uno fadus est omnium reus ( 2 ). Sicch vi giovi sentire per conchiusicne il vostro Cardinal Gaetano che cos dice : Homo in stala nalurae corruptae polesi per sua naturai ia, guantum est ex su fj- cientia opcrativae virtuiis , o per ari aljuod opus moraliter bonum , licet non ros- si t savi! vnifersvsi moraliter bonus i face re \ e ne d la ragione; i/uia na- turae integrae proprium est unifersitatem operum bonarn moraliter peragere posse, ac per hoc differ a co&rupta (3). Laonde la volont in quanto contiene in s il vizio originale perde 1' uomo; e la stessa volont se nun sanata e sostenuta dalia grazia divina, non polendo, come s. Tommaso insegna, a lungo astenersi dal Cadere in peccato mortale, perde ancora laomo considerata nelle sue azioni; bench . non sia perci necessitata a peccar sempre: che a produrre la perdizione di tutto l'uo- mo non necessario peccar sempre in tutti gli atti; ma anzi per salvarsi necessario non avere in s peccato nessuno, e o non peccar mai, od ottenere depeccati la remis- sione da Dio e la giustificazione (4). CX VII I . Ma la pi stupenda di tolte le cantonate prese da Eusebio in fra il baio di sue passioni, pur quella in cui egli urt in occasione eh io scrissi che, surta nell'uomo una volont soprannaturale (per l'infusione della grazia nel santo battesimo), c oggimai questa che governa e che tiene sotto di s la stessa volont t naturale, questa lunica volont personale nell' uomo : ed essendo questa buona, ella salva luomo (5). Egli pur chiaro a lutti quelli che non hanno perduta la (1) R. Aff. XIV, f. 53, noi 0 . (2) Jac. II. io. . (3) In S. I. It, CIX, 11 . (4) Io Ita scritta net Trattato della Coscienza (face. 31): c Ncquali istanti di tranquillit, ( luomo pu seguire l esigente delle sue idee pel buono istinto razionale, che a lata della con- ( cupisccnza non ispenln mai, ai conserva anche nclluom decaduto, come quello clic trae la sua ? Risponda se pu ; e so non pu, contessi al- meno la sua distrazione nel leggere non meno che nello scrivere. (3) Trattalo delia Coscienza , f, 47 R. AIT. XIV, f. 54. Digitized by Google 176 testa, che quando altri dice nna volont, dice nna potenza o un attivit dell' uomo, e quando dice toprannahirale , dire una potenza o sia un'attivit non data alluomo dalla natura sua ma suscitata in esso dalloperazion della grazia : la grazia adun- que la cagione di questa potenza; e la potenza di cui si parla I effetto della gra- zia. In una parola questa volont soprannaturale il potere che 1 uomo acquista colfinfusion della grazia di operare il bene soprannaturale , potere che risulta dal- l'unione dellanima con Dio per la carit, la quale attingil Deum, come si esprimono i santi (i). Or questa volont personale; perch questa volont soprannaturale di- venta la pi elevata di tutte le potenze umane, l' altissima potenza, come I' ho chia- mata nel Trattato della Cote ienza, il principio attivo supremo dell uomo; |ie roc- chi 1 io ho dimostralo che In persona l'uomo in quanto si considera operante con un principio che domina (almeno durante l'azione) tutti gli altri principi di operare o potenze che sono nell' uomo. Ilo dimostralo ancora che dall essere muralmente sano o moralmente guasto il principio supremo (la persona), dipende Tesser l'uomo stesso buono o cattivo, onde dissi che il principio supremo sede della moralit. Laonde se questo principio supremo viziato, egli sede della iniquit e malvagit dell'uo- mo ; se poi retto sede della bont. Ora nell uomo non ancora rinato alla grazia la sua volon l naturale viziala, e per dicesi veramente che iu lui il peccato generalione transfusum. Ma nell'uomo rinato la volont naturale non pi il prin- cipio supremo; ma diventa principia supremo il potere che acquista l'uomo di opera- re il bene soprannaturale ( excellkntior i'Oluntas, secondo s. Bernardo), potere che nasce oclTnnione delt'uomo con Dio: dum ronjungit animato Deo, justificando ipsam, come dice s. Tommaso (2). Questa volont soprannaturale domina nell' uo- mo, lino che il libero arbitrio non le poae ostacolo, come avvien nel bambino; ella regna e governa, e perci attiva e suprema, lilla sede della moralit ; perch, come dicevamo, il principio supremo sempre sede della moralit buona o cattiva; ma essendo saula, come santo il potere di elevarsi a Dio, di amarlo e di operare il bene soprannaturale conforme a un (ale amore, ella sede della santit , e dovendo luomo venire rigenerato anche nel corpo in virt di quella santit che risiede nella parte sua superiore, ella anche principio della salvezza dell'uomo. Del che non aveudo nulla adatto inteso il signor Eusebio, Or qui io sono tra- m scordato, egli esclama, n mi sembrerebbe possibile trovarsi tin uomo che in tanto poco pussa abbracciare errori 0 maggiori di numero o peggiori di qualit ( 3 ). Se la maraviglia Ggliuola, come si suol dire, dell' ignoranza, di che genitori poi gara prole il trasecolamento del nostro Eusebio? Per dirlo in breve, avendo egli letto nel mio libro che, entrata nell'essenza dellanima la grazia, e aggiuntavi la coope- razione del semplice nostro volere, la salute umana smurata 1 ( 4 ), egli tosto confu- se la grazia coll' istinto 0 volont soprannaturale che quella produce ; e andando an- cora un grado pi oltre nella confusimi della mente, (issatosi alle parole principio supremo, le intese come esprimenti Dio stesso; perocch Iddio, egli argoment da suo pari, il principio supremo di tolte le cose. Avendo oltracci trovato, che io chiamo questo principio supremo dell' uomo, e attico e santo e soprannaturale e sede delta santit e della salvezza dell'uomo, non ne volle di piu : cosi soggiunge: 1 Or questa ereticale proposizione ti parreb- . Il valore di questa aiTermazione generale si deo desumere dal valore degli errori particolari da lui notati, i quali riuscirono tutti ad essere altrettante illusioni della sua mente, ovvero fumo di sue passioni. Non contento poi di prendcrlasi meco, se la prende nella stessa nota col cardinale Gerdill Oa vero che qui il luogo di applicare il proverbio latino . Sue Minervam, o la traduzione italiana: c I paperi meuauo a bere le oche > ! Parlando dellopinione tenuta dal Gerdil intorno alla forza obbli- gante della legge naturale, dice, mentendo al suo solito: ! Egli i pregalo di (i), il che l' unica verit che nel libello suo si contenga. Ora per si parr se voi, qualunque siate, che sotto la maschera del Goto nome in Geriste cotanto in me, siale un uomo di buona fede, illuso da uno zelo maggior del- la vostra scienza; ovvero se siale quel tristo maligno e vile che il vostro stile ed il vo- stro prot edere darebbe a temere. Perocch, se siete il primo, converrete assai volen- tieri d avere errato, e sentirete il sacro dovere di richiamare il mal detto ; l dove se siete per rostro male il secondo, non vi zittirete pi, ovvero continuerete tuttavia ad insidiar nelle tenebre, siccome sta scritto, paraverunl sagiltas suas in pbaretra ut sagittent in obscuro. Vero che io nel difender me stesso ho dovuto mostrare gli errori vostri ; ma ove veramente di buona fede abbiate errato, e la verit cattolica vi stia sul cuore, il dispiacere d esser convinto d errore sar in voi superato dal troppo piacer maggiore di poter dismettere 1 errore stesso in faccia del vero. Che se poi fo- ste sciaguratamente un di coloro che in tenebri i ambulanl, e che oderunt lueem -, di nuovo il predico, vi tacerete, o tesserete lacci notturni. Ma pur sappiatevi in quao- to a ci che n io, che in alto pongo la mia speranza, ho alcuna cagion di temervi ; n a voi ho inteso rispondere con questo scritto, che solo dettato in servigio demiei fratelli, i fedeli, a pi de' quali venia posto lo scandalo. C bene spero d' avercelo gi rimosso, e fattili accorti del pericolo d inciamparvi ; per forma che gi non pio mi sia uopo altra volta occuparmi a diradare quel buio , che con tanta scaltrezza di men- zogne e di perGdie private e pubbliche voi di diffondere tuttavia vi allentaste. Ma che coughielture, che ipotesi vo io facendo? E non potrebb essere tuli altro est super noi lumen vultus fui : per questo Iddio il fonte della legge naturale; non perla ne* cessila assoluta clic voi trovate della sanzione. La sanzione d* altra parte non manca mai, n pu mancare alla le^ge naturale, essendovi almeno implicitamente contenuta. D'altra parte, non cre- diate che basti la sanzione a render possente la volont nostra fino ad adempire tutta la legge:- no, non basta. Che cosa si richiede di pi, Eusebio mio? La grazia. Voi poi, che vi mostrate in parole tanto nemico del tiaianisioo, or perch parteggiate a fa- vor d'opinioni che a quel dannato sistema favoriscono? egli forse questo il segno dell* acutez- za vostra nello scorgere le conseguenze lontane? E di vero, il dire, che la legge naturale non obbliga senza una sanzione posta ad essa da Dio, egli assai prossimo al pretendere, che la legge naturale non obblighi senza una rivelazion positiva, che manifesti ed accerti gli uomini di una sanzione divina. Or chi ammette che non ci possa essere obbligazione morale senza po- sitiva rivelazione, ammette ancora che senza rivelazione non possa esserci n bene n male mo- rale; quindi ammette che P uman genere privo di rivelazione rimarrebbe senza il suo scopo, che pure la virt e la felicit conscguente: quindi a lui sarebbe necessario un ordine sopran- naturale affn di raggiungere il naturale suo scopo: dove entreremmo di piano nel balani smo o a questo molto vicini. Che se la sanzione divina, che voi supponete necessaria acciocch la leg- ge naturale abbia virt di obbligare, non viene alluom rivelata; Puomo non pu trovarla se non con questo ragionamento: c Essa cosa obbligatoria losservar la legge naturale. Ma la giusti- zia vuo^e, che si punisca chi manca olle proprie obbligazioni. Ora Iddio il giusto Signore del mondo. Dunque Iddio punir deve quelli che, violando la legge naturate, mancano alle proprie obbligazioni i. Chi non vede che questo modo di ragionare suppone dinanzi , che la legge naturale per s sola induca obbligazione? La sanzione adunque trovata per via di naturale ragionamento sup- pone prima esistente P obbligazione della legge e non la produce, E nel vero, so la logge na- turale per s stessa non obbligasse come vuole Eusebio ; in tal caso colla mia sola ragion na- turale io non potrei pi argomentare resistenza di una sanzione divina; perch, non essendovi obbligazione, non vi sarebbe necessit di sanzione. L* esistenza di quella sanzione adunque ooq si pu rinvenire polla ragion naturale nel sistema d Eusebio, che suppone la legge naturale da s sola non essere obbligatoria: egli dee dunque ricorrere ad una sanzione soprannaturalmente rivelata; od eccoci, come dicevo, nel Baianismo, sistema che dichiara Puomo non poter essere da Dio creato colla sola natura perfetta ed intera senza lordine soprannaturale. Che cosa dunque si d*e dire, quando il signor Eusebio alierma che con lui dee sentire c chi se la vuol tenere co* Padri, coll* Angelico dottore, col senso pi proprio delle sante Scrii- t ture e colla ragione i? Che cosa si dee dire? ch'egli ha sempre mentito () Face. 4. Digitized by Google 181 il vero? non polrebb' essere che locculto nostro assalitore fosse un bello spirito di questo secolo, il quale avesse voluto pigliarsi gabbo di noi e del pubblico, e de teo- logi, e de religiosi, e de sacerdoti, e della religione medesima? Egli pare anzi aver- - vi di ci non piccola verisimiglianza. Perocch chi considera bene tutto il tenor del libercolo vituperoso, verrebbe voglia di suppor veramente, che chi lo scrisse abbia preso il nome di religioso (Eusebio) per far la satira de religiosi, e quel di Cristia- no per far la satira de' cristiani, ed abbia ancora assunto il tuon di teologo che con- troverte con modi cosi fecciosi e ridicoli, con tanta ignoranza, impostura e fiele, per far la satira de teologi ; quasich cotesti non sapessero mai disputare in fra loro con assennatezza, senza mancare allurbanit, ed offendere la carit. E di vero, che il finto Eusebio sia qualche irreligioso secolare di buon umore, al qual sia sabato il grillo di voler ridersi allaltrui spalle, il farebbe credere anche sol questo, eh egli ben mostra non aver il Confiteor in sua vita mai recitato, dove ii peccavi precede al rnca culpa , mentre egli taccia di grosso errore il distinguere dalla colpa il peccato. Ol- tre di che, non par ella una beffa chiarissima quel sottomettere chegli fa le sue ri- flessioni al giudizio delia Sede apostolica, quando indirettamente pur la trafigge per gli benefizi a me falli, che sor. si cieco ed eretico laute volle quant egli dice (i); e poi le disubbidisce fino col frontespizio del suo libello, operando contro i decreti e- pressi di Clemente Vili, che viet agli autori di occultare il lor nome, o di stampa- re alla macchia, senz alcuna approvazione di ecclesiastica autorit (2)? Di pi, dopo avermi egli calunnialo e vituperato con totc falsit e con tanto livore, fa poi sulla fi- ne lelogio alla bont del suo proprio cuore, 1 abbondando secondo s. Paolo, nella ere colui, che oggid che tutto il secolo corre al razionalismo, negando od al- terando i misteri del Cristianesimo, oggid che labate De la Mennais prende a impu- gnare il dogma dell' originale peccato ; colla maschera e col tuono di leologastro Tassi ad assalire uno scrittore cattolico, accusandolo non dell' Dna o dellaltra, ma di quasi tutte le moderne eresie ad un tempo medesimo, e in fine paternamente l'esorta a non imitare il De la Mennais nella ribellione alla Chiesa: e ci a qaale scopo, a quale proposito? Veggasi (pi la belTa : solo al One, al proposito di sostenere una dottrina di razionalismo: togliendo a decidere coIIa ragione umana ci che alla giustizia di- vina convenga: togliendo a risuscitare le obbiezioni che faceva un tempo Pelagio pr V opera nostra ; egli fard ci che noi volevam fare, e crcdam d* aver fatto ; ma per non essere noi infallbili: forse non l* abbiam fallo, o c* ingann la persuasione che avevamo di buo- c na fede. Imperocch noi non vogliamo finalmente n tentiamo di fare altro, o con questo scrit- c (o o cogli altri, se non di mantenere fermissimamente i principi costanti della Chiesa, mae- etra agli uomini tutti, che ascoltar la vogliano, non meno di morale che di sana credenza; t e di dedur da essi con logica dirittura ogni nostro dottrina; dal che dipartendoci, inavveduta- . Cosi trovasi scritto alla face. 75 del Trattato detta Coscienza: n questo per, lo sapevamo, polea legare le lingue mendaci, e impedir che di- cessero che noi ci siamo attenuti a* soli nostri raziocini senza curare T autorit . Quello che ci sembra pi strano si pi tosto di essere accusati ad un tempo di due peccati opposti ed in- conciliabili fra di loro, come fa Eusebio, il quale d una parte ci attribuisce ; qua- sich questa certa verit non sia un principio dalla Chiesa cattolica professato, o noi possiamo essere del tutto certi che sia verit quella che dalla Chiesa non sia professata, massime poi se la dottrina a lei contraria venga dimostrato contenersi ne* principi antichi al deposito della fede nostra appartenenti. Se io dimostro che tal dottrina in questo sacro deposito si contiene, in vano voi torrcsto a mostrarla contraria ad una pretesa verit ; che anzi questa tessa verit supposta dovrebbe aversi per una mera illusione, fin a tanto che la dottrina a lei contraria ha il saldo appoggio per s dell* autorit della universal tradizione delta Chiesa cattolica. Ma per tornare al- la prima accusa del negar noi 1* errore al tutto invincibile quando trattasi di deduzioni che noi stessi facciamo da* principi della naturai legge, diciamo eh* egli nula affatto ha capito detta que- stione ; e basti a provarlo I* aneddoto eh* egli adduce del P. Riccati, che calcolando diceva: Qual- . Povera (estrema! Quanto sarebbe meglio che non ragionaste di quello che punto non vi sapete f Io vi mander a vedere il Trattalo delle cause occasionali degli errori da me esteso nel voi. Ili del N. Saggio (Se*. VI, P. IV, c. Ili), e a leggere particolarmente la face. iSff, dove spiego appunto gli errori che prendono i matematici oc 1 loro calcoli per isbagli di lingua o di penna, cora' quello da voi addotto. (i) Ivi f. 62. 183 contro l'originale peccato: togliendo a riprendere e mordere chi nella natura umana riconosce colla cattolica Chiesa un infezione morale, per propagazione trasmessa: e in una parola scavando i fondamenti al dogma del peccato d'origine, e distruggendolo fino nel suo concetto, col sostituirvi una mera finzione, conservatone il solo nome. Deh voglia il cielo che quest' ultima ipotesi sul mascherato autor del libercolo sia pur la vera! Stare' io contentissimo dessere stato cos gabbato: che lonore del sacerdo- zio e della religione sarebbe in salvo. Pure il solo esser possibile questa a me di- letta supposizione, dee bastare a far si, che non si possa dare il biasimo d'un tale scritto ne ad un religioso, n ad un sacerdote : ma che anzi si debba il contrario pre- sumere. Che se pur tuttavia egli fosse un uomo di Chiesa, prevenuto da caldo zelo, ma pure in buona fede; a lui sar facile levar tino il dubbio dal pubblico, che il li- bello sia frutto di maligne passioni allignale in cuore di persona a Dio sacra. Final- mente se pur queste passioni ree ne fossero pur troppo le vere autrici, del dolore che un tanto male Rapporterebbe, avremmo qaeslo estremo conforto, che non permette Iddio i mali per altro se non per cavarne maggiori beni. Noi certo, nello scrivere questa qualsiasi giuslificazion nostra, una cosa sola sperammo, d una cosa sola fa- cemmo a Dio voti, cio : Ut cum respondendi necessitate , sine studio contentionis, pr ver itale aertalur , inslruantur indoeli, atqueita in Ecclesia^ convertatub OTIUTATESI , Quoti EST INIUICUS IN PERNICIEil il ACU NAT US (i). (i) De pece. orig. Digitized by Google Una ristampa del libello si foce a Lucca, Tipografia di Luigi Guidoni i8|l, in fine alla quale dello, che le piccole mutazioni fatte in essa tono tutte fecondo la mente espressa dell Autore. In questa edizione sono ommesse quelle parole, colle quali Eusebio Cristiano attribuiva a tutti i cattolici il suo sistema sull'essenza dell' ori- ginale peccato : principio di ritrattazione de' suoi inganni, che speriamo dover essere buon preludio delia ritrattazione completa de medesimi. Nell' avviso al lettore si d per ragione di quella ristampa il dover mettere in ' guardia contro gli abbagli che , in fatto di materie importantissime come sono le morali, ha preso il cel. abate Rosmini ; i quali errori per, nel sommario di essi dicosi non pi che ha presi , ma solamente che sembra aver presi. Al qual sommario giover che io soggiunga delle brevi' note, le quali nel precedente opuscolo hanno la loro piena dimostrazione. Ecco adunque il sommario delle proposizioni che mi si attribuiscono, e le loro risposte. i Porsi da s. Tommaso nelle cose morali il concetto di peccato senza il s concetto di colpa . Proposizione Falsamente esposta. - Io non dissi c porsi da e. Tommaso nelle at}9&9 a sa ILIJJSTSf.f B l^opo la mia Esposizione delia Dottrina cattolica intorno al peccalo originale , rimase dimostralo, a giudizio di valentissimi Teologi, clic la distinzione clic fece 8. Tommaso fra il concetto di peccalo e quello di colpa, antica nella Chiesa, ne- cessaria alla sacra Teologia, logica, uscente dalla natura delle cose. Tuttavia poco fa comparve alla luce un opuscolo novello volto a impugnarla, e fin a pretendere ch'ella nell Aquinale non si ritrovi (i)l Coglier io volootieri questoccasione per avvalorare di nuove autorit quella distinzione preziosa, cosi maggiormente illustran- dola. Ma prima dir due parole della condizione del toccalo opuscolo e del suo scopo; persuaso che la notizia de fatti che narrer, sia utilmente conservata ai posteri; e che ella contenga altres un documento utilissimo agli ecclesiastici, massime giovani, i quali sommamente rileva che sieno per tempo ammaestrati del modo di trattare degnamente delle teologiche cose, cio con tranquilla maturit, con iscienza vera, scevra da ogni presunzione ed ostinazione, con lealt e con carit, c in una parola con dimostramento di tutte le virt: atteso lalto e nobile ufGcio che quello di teologo nella cattolica Chiesa. La bellezza e la santit del quale uliicio meglio apparisce e ri- salta al confronto delia schifezza e della empiet di chi lo tradisce e vilipende; e per il vedere questa schifezza per evitarla pu grandemente giovare. L autore, a cui d noia la lucida distinzione delle idee di peccato e di colpa, tace il suo nome, stamp lo scritto suo alla marchia, il diffuse per Italia soppiatla- raeute, d ira e di costumi procede pressoch uguale ad Cuscino, di cui si dichiara il campione, ,se pur non desso; perocch le facce coperte, a dir vero, non si possono ralfrontare. E poi del tutto nuova la tattica che usano cotesti esseri invisibili (crediamli (I) Emme critico-leolajico rii alcune dottrine del chiat istmo Antonio Itoemini-Serlnili prete roner etano, articolo I. Kos unti Voi. XII. 450 Digitized by Google 194 pure 8|;irilelli, anzi che umano creature) per infestarci. Al lihercol di Eusebio fallo girandolar per le case da mani indignile, senza bisogno alcuno d' npprovnzioo di censura o ecclesiastica o secolare, io risposi dimostrandolo pien derrori e calao- ninlore. Lobbrobrio di calunniatori convinti, quegli occulti sei portarono in tutta pace; ed in luogo di provare a purgarsene, consigiiaronsi di dar mano ad altr' arme offen- sive, 'coni' essi le credono; ma giudichi il lettore discreto se sieno tali. L'uua di que- ste un manifestino cieco contenente nulla pi che minacce; volteggi un po' per aria, cal poscia in (erra come foglia inaridita. Un'altra un artieolello posto in cir- colazione contro i teologi piemontesi, che nel Propagator Religioso castigarono il finto Eusebio; n sar inutile dare qui p : cciol saggio al lettore dell" efficacia con cui combatte (i). A bel principio lautore pone un mollo di sant Agosliuo, che caratte- rizza a maraviglia gl invisibili nostri infestatori, perocch dice : Suiti cnim quidam qui justissimc damnalas impielatcs adhuc libcrius defendendas pulant : et sunt qui OCCULT fUS PENETRANE DOMOS, et QUOD IN APERTO JAU CLAMARE METVVNT in secreto seminare non QuiEscuNT ( 2 ). Credono adunque che il rinfacciare altrui falsamente le proprie vergogne, basti per essi a nettarsene interamente. Ora la medesima tattica sugger loro di dare a noi, la cui faccia pur nota al pubblico non da jeri n da jer I altro, lappellazione di facce sconosciute, s stessi in pari tempo vantando di esser de cani che lalranci contro (3)1 Deh non sembra, che noi vogliamo oltraggiarli pur col riferire i loro oltraggi ? anzi- fino i loro slessi vanti ? E da vero, che son sagaci ! Non sono obbligati veramente a sapere, che il cane, oltre essere il simbolo della fedelt, fu anc ira sempre tenuto pel simbolo del calunniatore. Non leb- bero le stesse legislazioni per tale, ingiungendo fin anco a calunniatori In pena di abbajare e di latrar come cani (4) ? Ma non pi ; egli sar panilo essere anche assai questo poco : passiamo alla lerz arma offensiva ohe snudano, e vegliamo se sia mi- glior delle prime ; ella appunto 1' accennato libercolo, che al Iratlalellu presente porge occasione. Lanonimo aulore prende a mollo, colla solila loro prudenza il leslo di 8. Tom- maso : Ex verbis invrdinatc prolalis incurritur haercsis (5), il quale dee essere come la maggiore, certamente innegabile, del sillogismo, che intende piantare per batte- ria. Aspelterebbesi ora, che la minore, colla quale stringerci fualla resa, dovesse essere il dimostrare ampiamente, che noi adoperammo veramente ne nostri scritti un linguaggio s nuovo e disordinato, da doverci condur diffilalo nel baratro dell errore. Ma nulla di questo, per avventura. Tutto il delitto, di cui collintero suo opuscolo Tool convincerci, si di aver noi messo in campo quell' aulica distinzione fru colpa peccato, che per nostra grave sciagura, da lui e dagli altri suoi compagni era del (1) Sulla difesa del chiariti, abate Antonio liotmini-Serhat . inferita nel Propagatore Religioso Piemontese. Osservazioni di C. B. P. Articolo I. Acvertenzt allo Scrittore del- la difsa. Firenze, Tipografi* e Calcografi* all' insega* di Clio, i84i. (2) Epiit. CXClV, n. . (3) i Ci assumiamo unicamente 1 ufficio di guardia fedele che al comparire di raccx tco- ( usciere, od al lospetlo dell' appressarsi il lupo alla greggia, col Lira**! ne d indizio c al gregge ed al mandriano. N ben fi saprebbe dire di qcal razza cani fieno quelli, i quali allora . Si prelende che Cario V re di Francia aves- se introdotto questo castigo nella sua corte ( Saint-Fois, Ocuvres, t. 4, psg. i4 5 ). (5) S. Ili, q. XVI, Vili. Digitized by Google 195 lutto ignorata. Ed avendo io citati due luoghi di 8. Tommaso, dove il santo Dottora quella distinzione espone, il valentuomo, sembrandogli ci assai poco, mi dichiara corto in suppellettile (i); s poi dimostrando s ricco, da poterne fare ampio scia- lacquo. Se non che, affine di poter meglio esagerale quella mia povert di teologica erudizione, egli finge di non aver pur veduto il mio libro sul peccato dorigine con- tro Eusebio, dove con altre autorit dell'Angelico ho io bene quella dislinzion con- firmala; rara prudenza anche questa di dissimulare, quasi non fosse, quello a cui non si pu fare risposta. Vero , che nella discussione presente non trattasi di sapere se l altrui suppellettile sia corta o lunga; n anco importa, che T armi da me usale sian poche, purch sian buone. N io scriverei certamente una linea, che Dio me ne guardi a dimostrare una cosa s inutile a sapersi siccome questa, se io in suppellettile sia corto, o pur ben provvisto. Che anzi in quella vece, siccome fanno i poveri che vivon d'accatto, non poco rallegrami di poter sopperire alla brevit della mia suppellettile, prevalendomi della sua, chea dir vero gli troppo lunga ed affatto superflua. Vo- glio dire, per uscir di metafora, che traendo egli in mezzo vari luoghi di s. Tomma- so ed altre buone autorit, intendendole e interpretandole come opposte alla dislinzion de' concetti di peccato e di colpa; io all'opposto non far quasi altro in questo mio trattatelln, che confirmare, ' e di pi luce illustrare, con quelle medesime sue autorit, la distinzione da lui vanamente impugnata. Perocch veramente tutti que' luoghi, che egli adduce, sono attissimi a coufirmarla e a maggiormente illustrarla. Di che appa- rir che tale l'efficacia, tale I' avvedimento di questo novello occulto assalitore, quale quella di tutti gli altri precedenti. I quali, qualora si fanno proteggitori della confusione delle idee, anzich della distinzione ; operano bens in modo conforme al- le loro tenebre, ma qoh alia luce della cattolica verit. Laonde noi vedremo ancora, che da' ragionamenti del nostro innominato deriva finalmente una conclusione con- traria del tutto a quella che egli si pensa, cio che sol confondendo, a cui egli si sfor- za colle mani e co'piedi, quei due concetti di peccalo e di colpa, si detrae grandemen- te alla cattolica fede; sicch egli potr a s stesso adattare il molto che prese, e che perci sta bene in fronte al suo libro, che cio Ex verbis inordinale prolatis incur- rilur haeresis. E questo fio 'I sugge! chogni uomo sganni > . I! che sar certo un bene dovuto agli anonimi nostri. Perciocch, chi mai avreb- be potuto immaginare, senza tali contradditori, che quella distinzione de due concetti che in tutte le lingue si trova, alla chiarezza s necessaria, da me avanti dieci anni usata ( 2 ), pacificamente in lutto questo tempo invalsa, par bella e buona in Italia e fuori avuta, potesse esigere a difendersi tali parole, potesse meritare a illustrarsi tanta erudizione ? Laonde il frutto della scrittura del nostro sconosciuto sar d'avere al mon- do somministrato delle novelle prove e chiarissime della dottrina da lui combattala. (1) 1 E qui di nuovo tei vedi in campo non forte di altre armi che quelle , delle quali a feuso nell'Antropologia , perch li aenliresli tentato a crederlo anzi corto in suppellettile . che ( ben provvisto 1 . Esame, ec. f. 15. Quasich l'unica mia arma fosse l autorit di Tom- maso, e non avessi io citato anche in questo stesso argomento molti luoghi della divina Scrit- tura e di sant'Agostino , e tutto il mio ragionamento non fosse poi avvalorato e perpetuamente condotto dalla ragione teologica. (2) I Princpi della Sterna Morale furono stampati a Milano nel 1831. Digitized by Google 19G I. Ln prima cosa che si vuol per noi fare si di esporre chiaramente qual sia la dir slinzionc ile concetti di peccato e di colpa che da noi si ammette coll'angelico Dotto- re e si difende. E per si vuole medesimamente separare io prima tutto ci che di fai- so lanonimo vien dicendo su di questa distinzione e che a noi, senza punto esitare, at- tribuisce. Conciossiach noi non intendiamo gi di difendere quelle dottrine, che ci so- no da chicchessia apposte, ma solo quelle che nell opcre nostre chiaramente espresse si contengono c noi veramente professiamo. L anonimo adunque in prima asserisce del tutto falsamente clic noi ammettiamo non solo nna distinzione di concetti, ma ben anco una disgiunzione reale fra il pec- cato e la colpa, di maniera che vi sieno de peccati che ne pure in causa sietio colpe (i). Ma noi lo invitiamo ad esaminare. meglio tutto ci che scrivemmo su questa ma- teria, e ad indicare un luogo solo, nel quale, per avventura, allenimmo che si dia realmente un vero peccato, che non si possa chiamare anco una colpa. Scrivemmo nel Trattato della Coscienza che l'originale infezione peccato e colpa ( 2 ): scrivemmo pure che il peccato degli abituati peccato e colpa (3): or qua- le mai quell'alto 0 stato, nel quale noi riconosciamo realizzala la nozione di pecca- to, e non quella di colpa? (4) Prego davvero il mio signor anonimo ad indicarla al pubblico, com* egli n ha debito. La nostra distinzione non riguarda mai la cosa, ma solo il concetto', dicemmo mai sempre, che al medesimo alto, ovvero al medesimo stalo appartengono lutti e due i concetti, quello di peccato, e quello di colpa; ma che tuttavia questi sono concetti distinti. Vi sarebbe adunque pericolo, che il nostro anonimo ci gridasse cosi spietata- mente la croce addosso, unicamente, perch egli non rapisce bene che cosa voglia di- re distinzione di concetti , e che voglia dire distinzione di cose reali ? II. Unaltra cosa falsa, che il critico sconosciuto ci attribuisce, oalraen suppone, si ; che noi neghiamo, che nel comune modo di parlare si osi peccato e colpa indiffe- rentemente. Ma le nostre parole sono chiare chiare alla faccia 43 del Trattalo della Coscienza, dove, dopo aver distinte tre specie di. peccali, e dello, cheil peccatodi ter- za specie con dannazione e imputazione personale ; e soggiunto che a questo peccato appartiene in senso stretto il nome di colpa ; aggiungemmo ancora - e nel (J) Nel n. 12 del no Esame, ed in altri lunghi. Net citato opuscolo di C. B. P. mi si attribuisce parimenti questa dottrina non mia. Vcd. face. 4 ( m m ). Questi autori fanno eco ni finto Eusebio , che io bo riconvenuto d impostura inturno a ci colla tnia itisposta n. LXXXIX. (2) Trainata della Coscienza, L. I, cap. V, art. II, 1, il qual paragrafo comincia co- si ; i II peccalo, dal quale la rivelala dottrina c* insegna che nascano affetti tutti gli uomini, va reno reco sto, e ivi vena colpa s. (3) Trattalo i tetta Coscienza, L. I, c. V, a. II, 3, dove spiegando l'origine dell'abito vizioso, dico: c Talora ella ( la volont ) soggiace alla necessit det male per caoione n cita Polpa PBKCEDtUTE s , il che quanto dire ebe i peccali degli abituati sono sempre colpe almeno in causa. (4) V. anche ci clic dico sui peccali de' dennati nel Troll, della Cose. L. I, c. V, a. Il, $ 2. cio , che se i dannati potessero commettere nuori peccati , ci che non possano perch giunti all' estremo del male, Digitized by Google . 197 comune modo di PARLARE la parola peccalo si prende a significare per lo pi que st' ultima specie, e pi tosto il peccato attuale, che labituale (i). E qui cominceremo ad usare della ricca suppellettile dautorit, che il critico a- nnnimo ci fornisce. S. Tommaso nelle Questioni disputate insegna chiaramente la distinzione dei concetti di peccato c di colpa, allo stesso modo come la insegna ne luoghi da noi ci- tali della Somma ; ma in Gne avverte alla stessa guisa appunto, come ho fati' io, che, a malgrado di tale distinzione di concetto, le parole peccalo e colpa nel comune mo- do di parlare, si usano indifferentemente. Et sic palei, dice, quod peccatisi est in plus quasi culpa : s oda ora quello, che aggiunge : licet secundvm coti mu- ti em usua loql'Endi apvo tueoloqos pr codem sumantur peccatimi et culpa (a), Non sembrano elle queste parole essere state da me fedelmente tradotte? E ben si os- servi, che conchiudendo l'Angelico la suo distinzione fra peccato e colpa, dicendo li- cei sccundum comunem usuai loquendi apud thcologos pr codem sumantur pecca- luta et culpa, vien chiaramente ad affermare, che colla distinzione esposta de'duo concetti di [leccato e di colpa, egli proponea qualche cosa di contrario all'uso comu- ne di parlare presso i teologi ; n credette tuttavia inutile il proporla ; non essendo inai inutile l'accurata distinzione de' concetti ; bench, sella sottile, si trascuri nel- l'uso comune ogni qual volta ella non sa necessaria alla chiarezza del ragionamento; il che sovente. III. Le quali sole doe avvertenze, nel tempo stesso che convincono lo sconosciuto cri- tico di manifestissima falsit, qualora si tengano ben presenti, ci arrecano anche que- sto vantaggio, clic oggimai non potrebbe pi far gabbo a' lettori quell argomento specioso col quale lanonimo intende impaurirli, largomento dico tratto dall uso del parlare pi usuale nella Chiesa (3); perocch quell'argomento cade del tutto a (erra da s, mirato al lume di quelle due avvertenze, bench tanto minaccevole nelle parole di chi il millanta. E di vero, esso consiste in non pochi passi di Concili ecumenici, in non poche proposizioni condannate, in alcuni luoghi del Catechismo Romano; nequali egli sem- bra, che venga osata indifferentemente la parola colpa e la parola peccalo ; il quale uso indifferente non prova altro, se non che nel modo comune di favellare, come noi stessi abbiamo notato (4), e come not il santo dottore d Aquino, le parole peccalo e colpa si pigliano luna per l'altra. N egli gi vero (perocch cos incalza l'Anonimo), che qualora si ammetta, che i concetti di peccalo e di colpa sicno distinti, ne avvenga, che quel parlar della Chiesa riesca tutto confuso ed equivoco.. Conciossiach non essendovi alcuna disgiun- gane reale fra il peccato e la colpa, ma solo una distinzione di concetto (5) ; e la Chiesa parlando in tutti i passi arrecati di peccati reali, e non gi di concetti; ella non pu essere intesa in altro significato, che in quell uno che suonano le sue parole. A sproposito adunque, a lutto sproposito, bench in aria di trionfo, l'anonima cos argomenta (G) : (1) Perch Io sconosciuto critico dissimula anche qai, che tali cose tutte si trovano dichia- rate nella mia Rispositi ad Eusebio 1 (2) Ve Malo, Q. II, a. II. (3) Al n. 19. o tegnenti dell Esame Critico. (4) Num. H. (5) N. t. (6) N. 20 del suo Esame critico-teologico. Digitized by Google 194 Nou si pu meglio conoscere il pensare della Chiesa, che osservando la sua c ragion di operare (t) o per mezzo degli ecumenici concili, o col condannare pro- ( ecco la ragion ola che, va indovinando I anonimo, possa avere indotto Padri Tridentini a dare alta macchia originalo costantemente il nome di peccato e non quello di colpa ) t che il TridCotino nelluso del vocabolo colpa s ( ma qui si trattava dell usa del vocabolo peccato, slamo dunque fuori di casa secondo it solito ) . Ma questa conghieltura affatto vana l. perch si trattava spiegare perch i Padri Tridentini ebbianu sempre usato la parola peccalo parlando dell originale, c non la parola colpa; c quella congliietlura spiegherebbe per- ch in certi luoghi abbiano usato la parola colpa ; 2. perch quella conghieltura tende a spie- gare perch talvolta uso il Tridentino lo parola colpa ; e qui trattasi di spiegare perch non talvolta, ma tempre abbia il Tridentino usalo la parola peccalo, parlando dell originale ; 3. per- ch finalmente anche loriginai peccalo ha la sua pena, e il suo realum poenue , onde quella ragione dovr condurre pi tosto il Tridentino a nominar colpa l originale peccalo ogni qual volta parlava della pena dovuta a questo, come poniamo l nel canone 2 ^lovc egli dica: Si quia Atlo* pracvaricotionem albi aoli, et non ejua propogmi asserii nocuisse, et acceptam a Ileo aancliiatcm, el justitiam, guam perdidil, sibi soli, et non nohia cliam perdiditsc, aul inguvia- lum illum per inobedienliae peccatimi , modem, et posaci corporia tantum in omne genita bu- ina nu vi trans fundiste . non uutem et kccatc, quod mora eat animae, anathema sii. (1) II. Disi. XXXV. q. I, or. u, ad n. (2) Vedi i luoghi di s. Tommaso da me recati nella mia liispostd ad Eusebio, n. X. (3) V. la citala mia Risposta , n. XXXVII. (i) Se se. V. Dccretum de peccato originati, nel princ.p.o. 201 vela itone di quel morbo colla sua libera causa. Il morbo, I infezione, il disordinc f dove sla la nozion Hi peccato, secondo lAngelico, si contrae quoti gcncralione con traxerunl ), si trasfonde propagatone non imilatione Iransftisum ): e Considerato eoa e una macchia, una lepra, si lava e si monda ( ut in cas rcgencralionc rnunde- tur); ma non si direbbe certamente con propriet che si contraesse, che si trasfon- desse, che si lavasse o mondasse una relazione. La relazione ( la colpa) sorge, co- mincia ad essere da s stessa, losloch si comunica, si trasfonde, si coulrac I uno de' suoi termini, cio l infezione del primo padre; nel quale poi (isso, immutabile, incomunicabile, perch del tutto personale, l'altro termine di essa relazione che la libera sua volont. Con propriet dunque, secondo il preciso concetto di colpa , non si direbbe che si trae da Adamo la colpa ma bens che si trae il peccato, come dice il Concilio di Trento, nihil ex Adam trahere orijinalis peccati : trneudosi poi il pec- cato originale, incontinente accade che vi sia. anco la relazione della colpa ; come traendosi lesistenza dal genitore, insieme col riceversi di questa, surge c nasce e vi la relazione di Jiglialit, poich In relazione non si pone mai immediatamente, ma solo mediatamente, cio ponendosi i termini ai (piali ella sappoggia. Che piu? se il Tridentino stesso dichiara espressamente di qnai peccato egli parli, definendolo con somma propriet, quoti mors est animaci (i). Egli troppo chiaro che la morte del- lanima d un uomo non consiste gi nella relazione col padre sito ; ma che la morte dell anima non che uno stato dell anima stessa, e che perci tutta nell' anima che sgraziatamente morta ; non la morte, per dirlo di nuovo, una relazione che chi muore abbia colla libera volont di Adamo suo padre. Con propriet dunque il Tridentino chiama peccato e non colpa quell' infezione originale di cui favella ; non gi perch non sin anche colpa , o che anche con questo nome chiamar non si pos- sa: ma perch egli la considera principalmente sotto il concetto di peccato, e quasi tutte le cose che intorno ad essa definisce, riguardano la stia essenza di peccato. Finalmente , chi ha I occhio sano, potr benissimo riconoscere accennalo dal Tridentino il doppio concetto di peccalo e di culpa , che ha la macchia originale in quel canone : Si t/uis per Jesi/ Christi Domini nostri gratiam , qttac in baptismale confcrtur , reatVM orioikalis peccati REMiTTl-ncgat: aut cliam asserii non TOI.LT totani id Ql' OD FERAM ET PROPRI AM PECCATI RATIOKEM II All ET / sed il - lud dcil tantum radi, aut non imputari ; analhema sit (?) ; nel (piale chiaramente insegna, che la grazia battesimale fa due cosa e non una sola, l'ima espressa col re- rutti che si riferisce al concetto di colpa (3); 1 altra espressa col toi.li, che si ri- ferisce al concetto di peccato. Chiama il Tridentino la colpa reattivi peccati , che viene a dire culpa peccati cio la colpabilit del peccato, la qual vien condonata o rimessa ; e chiama il peccalo semplicemente peccatum ( juod veram et propriam peccati rationem habet ), il quale dee venir lotto via, come si toglie via una piaga, una macchia, un bubbone o carboni elio o simile (4). (t) Sess. V, Can. 2. (2) Sess. V, Can. 5. (3) Il mio anonimo mi somministra dogli altri passi del Tridentino, nei quali si fa corrispon- dere la remissione alla colpa . Eccoli: Sonda Synodus declorai : Jalsum nomino esse col* pam a Domino nunjuam nuurn quin universa eliam poena eondonelur (Sess. XIV, c. Vili). Si quis post acceptam justjieationis gratiam cutlibet peccatori por intenti ita culpa asixir- ti, et reatino aeternae poenae deieri dixerit eie. (Sess. VI, con. XXX), Si quis dia eri t totani pantani simut cuoi culpa mimittx semper a Deo analhema sit (Sess. XIV, con. XII ). Egli cbiaro, elle maggior propriet di parlare vi ha nel dire rimettersi la colpa, elle non sia nel dire rimetterei il peccato, bench soglia usarsi giustamente anche quest' ultimo modo, inten- dendosi allora per peccalo il realo ossia la colpa del peccato. All incontro vi ba tutta la pro- priet nelle frasi peccata in conjeesione recenseri ( Sess. XIV , cap. V ) ; peccata taceri ( Sess. XIV, cap. Viti); peccalorum gravitatem (Sess. XIV, cao. V ), e simili, nelle quali ti esprime I allo peccaminoso e la relazione di lui colla volont libera si sottintende e si suppone. (4) Laonde, parlandosi delle pene soddisfattone o medicinali, pi propriamente si user la pa- liosuiM Voi. XU. * 451 Digitized by Google Le stesse osservazioni si potrebbero fare volendo rendere^ ragione, perch san Paolo, esponendo nella lettera ai Romani la dottrina intorno P originale infezione, osi sempre, se ben mi sovvengo, la parola peccalo ( ap-apria) e non mai la parola colpa ( airia): era pi proprio quel primo vocabolo nel suo discorso ihe mirava lut- to precisamente a illlustrarta sotto il cornetto di peccalo, d iniezione, di morte, di cosa in una parola aderente ai singoli individui, ne quali passa quella infezione in uno colla natura umana. E ad imilazion dellApostolo appunto, de' cui testimoni si valse, tenne la stessa propriet il Tridentino. Couchiudiamo adunque: lungi che la distinzione de'concetli di peccalo e di colpa renda incerte ed oscure le decisioni del Tridentino, ausi ella del lutto necessaria per intendere la sapientissima propriet del suo parlare : ella da quel celeberrimo Cunei- lio supposta, ammessa, fedelmente mantenuta ed insegnala (i). VI. Dopo queste autorit si calzanti al mio uopo, lanonimo cita un luogo del sinodo di Basilea, ed una congerie di proposizioni condannate, e lilialmente degli estratti del Catechismo Romano, e a qual solo fine? Unicamente a insegnarci con si peregrina teologica erudizione, che le parole peccalo e colpa ai usano promiscuamente I E pure egli avea promesso di dimostrarci, che il distinguere' fra il concetto di peccalo e D uello di colpa gran male, perch porta seco niente meno clic questo effetto, di ren- ere le decisioni della Chiesa oscure , equivoihc , inutili: ora perch noi fa dunque ? Egli vi ha dormito sopra: non se n pi sovvenuto. Tnllaviii di quello sprecamento di lesti non mi lagno, potend io per essi allun- gare la corta mia suppellettile, e aggiungere una nuova autorit a conferma della di- stinzione fra il concetto di peccato e quello di colpa ; autorit non piccola veramente, perocch trattasi niente meno che di quella del Catechismo Romano. Ecco il g'jello, che, sema scrupolo, mi avviso, potergli levar di mano, come non suo: Haptismi proprus rjjictus eit , leggesi nel Catechismo del sacro Concilio di Trento , pecca 1 ORO Al omnium , sice originis vilio, sire nostra colpa contrada tini, reinissio ('2). Ogni discreto lettore ha gi inteso che cosa traggasi da questo Ialino. Quivi chiaramente si dice, che vhanno de'peccati, che sono peccali e che tuttavia non sono da noi contralti nostra culpa- Come volete mai che io rinvenga un lesto pi bello, pi chiaro di questo, che voi stesso mi somministrate, gentil mio teologo scono- sciuto? Certo; chi non sente la distinzione fra il concetto di peccato e quello di colpa in un discorso s netto, come quello del Catechismo Romano, dove ci si dice, che vi sooo d e peccati che noi abbiamo per vizio dorig ne, e non per nostra colpa , e che ve ne sono degli altri, che noi abbiamo per nostra culpa ; meglio egli , che non istudii pi innanzi di teologia: c vada pi tosto una scuola addietro ad aggiustarsi prima, se pu, la testa. Tanto i peccati che sono con nostra culpa, quanto quelli che sono senza uostra colpa, sono egualmente peccati nostri ; ma di quelli che sono senza nostra col- pa, nostro il peccalo, e non nostra la colpa ( se non a quel modo che della mano rota peccalo, che non sia quella di colpa; come l dove it Tridentino dice; Pro cu! dubio enim magno ter e a rrcciro revocarti , et yuan fraeno guadati coeredi I hoc sahs/acloriae poetar { Sess. XIV, c. Vili ) , nel qual luogo ogouo sente che sarebbe itolo unti proprio il due a culpa revocarti. (1) E dii mai non sente la distinzione fra il concello ili peccalo e il conci Ito di colpa lo quelle parole del Trtdctuino, Tanniti ( meni ) laceri lumen, citta ccuom postimi ( Sess. XIV. c. V ). (2) Parte II, n. XL1T. Digitized by Google 203 la colpa di'Tneisore ). Dunque ri ha distinzione, secondo la Chiesa cattolica, Tra il concetto di peccato e quello di colpa. L anonimo tuttavia corre allo schermo ; e confessando che in quel lesto pare restringersi il significalo della voce colpa > (r), soggiunge per francamente cosi : Ma pare, senza che per veramente si restringa ; e pprch? adiamo attentamente il suo argomento : perch nllrove nettamente scritto : Primorum parentum nostro rum peccato factum est, ut . . . ; e qui fuor di dubbio vale la parola peccato quello che sopra fu detto colpa ( 2 ). Il quale argomento potrebbe ricevere questa forma : in un luogo il Catechismo distingue la rolpa dal peccato - , ma io nn altro luogo usa peccalo in luogo di colpa : dunque n pure nel primo luogo non distingue questi due concetti! non bella e calzante questa mauiera dargomentare? Almeno non duvea vedere lanonimo nostro, che il dirsi pel peccalo de nostri primi parenti avvenne che ecc. , una frase assai propria anche supposta la distinzione del peccato e della colpa? Conriossiach, dicendosi peccato, si dice azione reale peccaminosa che il subbietto della colpa, quando la colpa una relazione di quellazione col principio li- bero; e per questa non importava ponto di menzionarsi, venendo intesa da s, do- po essersi menzionato il suo subbietto ( il peccato ). Sicch quel secondo luogo del Catechismo recato dall'anonimo non dimostra mancar n pur esso della distinzione fra il concetto di peccato e quello di colpa ; come dal dirsi, che da un fatto com- messo contro la legge avvenne la rovina di quella famiglia >; non si potrebbe inferire che chi parla in tal modo intese di distruggere la distinzione che passa fra il concetto d nn fatto semplicemente contro La legge > ; e di un fatto contra la legge com- messo con libera volont. VII. Ma dove 1 anorvmo si tiene pi ricco, e pi sfoggia e pompeggia, si in quella moltitudine di testi che arreca di s. Tommaso, autore eh io ben dimostro, egli dice, di non aver letto {3). Ed io non ricuso, come gi dissi, d' aver i tqsti di s. Tomma- so, com ebbi gli altri, per limosina da lui stesso, solamente che, prima di lotto, egli necessario, che io metta bene allo scoperto il capo e la radice di tutta questa con- troversia. Perocch sarebbe un ingannarsi a partito, il credere che di altro non si pia- tisse fra noi, che di sapere se vi abbia distinzione fra il concetto di peccalo e quello di colpa, come letimologia delle parole in tutte le lingue dimostra; ma la que- stione ha piu alto ed importante scopo ; e per dirlo chiaro chiaro, e fuori di lotte quelle sottigliezze vanissime di parole, le quali non giungono in tempo al d d'oggi per simulare la verit o per dissimulare l errore, trattasi deli esistenza del peccato (1) N. 25. (2) l'i. (3) N. 16. In altro luogo, quasi a conclusione e trionfo detta sfoggiata sua erudizione, pone questo argomento, chegli crede cornuto, c Chiunque apro gli occhi un non niente, facil- c mente ragioner cos: o egli ( il Kosmini ) ha inteso la dottrina di s. Tommaso, o no. Se arve in sulle scene il primo col Gnlo nome d Eusebio Cristiano, vanno cosi daccordo, che si cre- derebbero non due, ma uno stesso? perocch anche Eusebio Cristiano diceva non elio vi sia veramente e semplicemente neUuomo il peccato originale, ma che il nascer chetiun he nasce uyrcciQUE proprio u (3t. Il Catechismo poi dello stesso sacro Concilio insegna, che il peccato originale non fu contralto per colpa nostra propria, ma pel vizio d'origine : taplmi pr- prius ejjeetus est peccatorum omnium si f orici nis Fino , sifb xostra evi * pa coy tracia si st t , remissio ( 4 ) (1) Lo definizione che io soglio usare del peccato in genere, m *rtp dallanima, ti questa t una declinazione ( attuale o abituale ) della volont personale dalla legge eterna. Vedi la ima Disposta al jlnlo Eusebio, Quest. V. Quella declinazione oggetto dell odio di Dio ; onde Id- dio non pu comunicarsi all anima come vita soprannaturale di lei, per questo impedimento che in lei ritrova sicch I anima io uno stato di opposizione a Dio, che la rende morta* (2) Lo stesso Suarez ( Ioni. IV De vitiis atque peccati s, Disp. IX, sect. II) sostiene la tesi che il peccato originale est vere et proprie peccatum, e dee che ci vlefur de ri db, ex bis , qua e in prima sedi (ine dieta sunti nam si improprie exponantur , solum conc/udetur in no- bis esse poena /recati, cum tamen Tridentinum supra tolli dorsi per Baptismum id quod pro- prie et vere peccatum est. Conjirmatur , quia nihil est mors animae , nec conslituit hominem inimicum Deo , et odio dignum , nisi vercm peccatvm, e conferma la stessa tesi cidi autorit di sant* Agostino, De peccatorum mentis, II, XXXIV, e eontra Ju/ianum , III saepc. Appresso poi, dopo riferita la sentenza di quei teologi , che sostengono non potersi , salva la fede, dila- niar P originale, peccatum aequivoce: aliis vero videlur hoc esse con tri fidem quia si ho* est vmvocc peccatum , MQiE stMPLictTF.R erit tal*,* soggiunge ancora: existimo rationsm peccati huhuuahs univoca reperir * in originali et personali, (3) Se*. V, can.,2. (4) Pane II, XLIV. Digitized by Google 207 Secondo il Coocilio di Trento adunque il peccato originale nostro proprio ; secondo il Catechismo Romano la colpa originale non nostra propria. i nostri teologi sostengono che colpa e peccalo significano perfettamente il me- . desimo. Dunque, ^ Secondo il Concilio di Trento l'originale peccalo ossia colpa nostra propria, cio di ciascun che nasce ; Secondo il Catechismo del Concilio di Trento loriginale non colpa ossia pec- cato nostro proprio, cio di ciascun che nasce. 11 Concilio dt Trento adunque e il suo Catechismo, al parer de nostri teologi, so- no fra loro in apertissima contraddizione. Mi duole veramente che tal sia per essi , ma non sar mai tale la cosa per DO ; che noi continuando a distinguere con s. Tommaso fra colpa e peccato, nessuna contraddizione concederemo che passi fra quelle due venerabili autorit ; ma diremo francamente col Concilio, che nostro proprio il peccato, e diremo pure francamen- te col suo Catechismo, che quel peccato non ci venne per colpa nostra, ma per vizio d'origine, senza timore di contraddirci, sicch quel peccato nostro proprio colpa della vulonl libera di chi lo commise a noi solo imputata, come s'imputa l' omicidio alla mano non per prius, ma per postcrius, se vogliamo servirci d' unespressione opportunamente usala a questo proposito dall'Aquiuate (i). IX. E pure il nostro anonimo pretende che l'Aquinate sia dalla sua! Pretende che qudla mente chiarissima confonda, com'egli confonde, le nozioni di peccalo e di col- pa; e che quindi sia contrario all'un de' due, o al Concilio di Trento, o al suo Ca- techismo. Non egli degno che noi reggiamo come questo occulto teologo conduca una s mirabile dimostrazione? Vegliando insto. Da prima egli arreca quelle parole dell'Angelico, che originale ( pcccatum) est volar, tarium volitatale alterius : unde deficit ex parte illa , Ex qua peccate U babet ratio, y bi culpae ( 2 ); nelle quali parole lAngelico si dimostra pienamen- te d'accordo col Catechismo del sacro Coocilio di Trento, che dice il peccalo d'ori- gine contratto originis vio, e non nostra culpa, onde avviene appunto che quel peccato de/cial ex parte illa, ex qua peccalum habet rationem culpae. Fin qui a ma- raviglia. Ma resta a sapere se la macchia che da noi si contrae per colpa non nostra ma altrui, sia altres, giusta l' Angelico, peccato altrui e non nostro proprio ; nel qual cago veramente lAngelico darebbe torto al sacro Concilio di Trento. Il nostro ano- nimo sostiene appunto che . Ma il libero volere disordinato era nel solo Adamo, e in nessun altro de'suoi discendenti prima dellet della discrezione . Dunque nel solo Adamo vi si il peccato che la colpa ; e in nessuno de'suoi di- scendenti ( prima dell'et della discrezione ) vi n il peccalo n la colpa : quoti trai dcmonttramlum (i). \ questo sistema il nostro anonimo vuol far servire la dottrina di s. Tommaso! Santissimo mio dottore, sarete voi contento d' un tanto interprete? X. Prima per che noi esponiamo il sotlil magisterio dtina s sicura teologica inter- pretazione dellAquinate, convicn che facciamo unosservazione. Voi prendete, o signor anonimo, a dimostrare che i quanto ad un atto manca in ragion di colpa, altrettanto mancagli in ragion di peccato ( 2 ) . Ma non egli vero che cosi promettendo di fare, venite a confessar voi stesso che la ragione di col- pa, distinta dalla ragion di peccalo? Sia pure, per poco, supposto vero, che quan- to ad un alto manca in ragion di colpa, altrettanto gli manchi in ragion di pecca- lo . G clic perci? Non potrebbero essere tuttavia due nozioni, due concetti distinti quelli di colpa e di peccalo? Vedete voi, mio caro, che quand'anco vi riuscisse per- fettamente di provare quel vostro paradosso, non avreste per ancora provato, che identico sia il concetto di peccato e quello di colpa; ma solo che questi due concetti sono ricevuti negli alti umani daccordo, e van sempre appaiati, e crescono e calano colla stessa legge? vedete adunque, fin a qual segno voi venite confondendo ogni co- sa ; e quant avete bisogno di dare un po' pi di tempo alle vostre idee, acciocch elle sassestino e si distinguano nel vostro capo; senza ricorrer s tosto alla penna, la qua- le non pu altro esprimere e dimostrare che la vostra passione e la vostra confusione? E come mai osate voi di mettere in bocca a s. Tommaso d Aquino il discorso insen- sato che gli mettete, l dove dite: Quasi dicesse (s. Tommaso), Egli vero che alla marchia dorigine compete (3) la ragione di colpa ; ma altres vero, che an- che la ragione di peccato non le compete se non in un senso imminulo , c come di- cono quaaamtenus (4)- Se la parola colpa e la parola peccato suonano perfettamente il medesimo, se- condo voi, voi dunque fate parlare lAngelico in questo modo. 1 Egli vero che alla (1) La distruzione del dogma del peccato originale, coperta sodo fra! teologiche, ecco dove finisce, come dicevo, se io nulla veggo, la maniera di ragionare denostri teologi collrgsli. fon- lare, che si presenta colle iniziati C. B. P., prendendo ad esporre il sentimento del 6nto Ensebiu, di coi si (a campione, dice elle conforme al Concilio di Trento ; t. XXXV, q. I, a. 11, ad 11, ' ( 5 ) II. Dui. XXXV, q. 1 , a. ut, 0. () II. Disi XXXV. q. I, a. ni, 0. Digitized by Google 211 no la cosa stessa. Il sao discorso, in una parola, riuscirebbe a onesta intollerabile sconciatura : peccalum originale sicut raiionem peccali habet ex hoc quod colunta- riun est non quidem volunlale propria, sed volunlale alterine ; ila elioni raiionem peccati I, label ex hoc quod per aclum altcrius inductum est , c la stessa tautologia ne uscirebbe, se in vece ai ripetere la voce peccato, avesse ripetutane! testo la voce col- pa, pretesa sua sinoniraa. L' anonimo adunque, vacillandogli la memoria, perdette di vista anche qni la primitiva questione. Tratlavnsi di sapere se il concetto di colpa e quel di peccato sieno o no distinti; ed egli in quella vece s affatic a provare che la macchia dorigine tanto peccato ( quanto colpa . Ma per provare questo suo nuovo assunto, egli mi regal dei testi bellissimi di s. Tommaso, nequali il santo Dottore annunzia, nel modo il pi chiaro ed irrepugnabile, la distinzione sua prediletta Tra i due concetti di colpa e di peccato! Grazie della suppellettile, di cui egli mi fornisce tutto al bisogno si larga- mente ! XIII. Che so pur vogliamo, uscendo anche noi un poco di via, accompagnarci all A- nonirno nel suo traviamento, e., lasciando da parlo la questione se colpa e peccato sia il medesimo quant al concetto, entrare a vedere se i testi addotti dell Angelico, provino veramente che la macchia d origine tanto peccato quanto colpa ; n meglio e pi pienamente le si adatta la ragione di peccato che quella di colpa % (i); da prima egli non guari difficile a scorgere, che, dove il Santo dice, Peccatimi originale sicut raiionem culpac habet ex hoc, quod coluntarium est non quidem co- luntatc propria , sed colluttate altcrius-, ita ctiam raiionem peccati habet ex hoc quod per actu M altcrius inductum est; egli intende dire che il peccalo originale ha ragio- ne di peccalo, in quel senso che compete al peccato d essere un allo, ex hoc quod per actvm alti: Ri US inductum est. Lo considera dunque in quant attuale , di at- tuai commissione, c in quanto dall attuale come da stia causa dipende; cnon in qnan- l meramente abituale , come si sta nc' posteri, In cui essenza e di essere la morte dell' anima' di questi, sotto il quale espello lo consideriamo noi. E che tale sia la mento del santo, scorgesi dalle premesse le qnali riguardano solo il peccalo attuale. Perocch quivi egli parte dal principio, che peccalum non di- citur imicoce de omnibus generibus pcccatorum sed per prius dk peccato actu ali uortAlt (2). Secondo il qual princpio, il peccalo abituale cheriman sullanima do- ( 1 ) N. 14. {%) II. Disi. XXXV, q. I, a. 11 , ad ir. Ecco pi ampiamente spiegato come l 'attualit con- venuo al peccalo seco mio s. Tommaso: Mattini per se loquendo privatio ijuaedam est a/icufue boni bonum autem in perfezione et actu consistili linde oportet secundum distinctionem per - (tei tont n, distinctionem molar um esse. Est Mnicm duplex actus tei perfectio , salteri actus primus et aclui steundus, /ictus primus est ipsa prima forma , actus secundus est operatio : et ideo ex privatione ulriusque perfectionis diversae mali dijfetenliae consurgunt. Si enim pri- velur ali gua forma vel perfectio alicnius rei naturali s, dicctur esse malum naturac ; si autem pnvetur perfectio operationis , dicetur esse peccatum : quia ut in 11, Phtjs. (tcrt. S2) di citur y peccalum est in ie, quac nata suni finem consegui , cum non consequuntur. Quatti fai autem res per suam operalionem Jinem suum nata est consegui : unde oportet quod peccalum in ope- rai ione consistati secundum guod non est dtrccta ut finis exigil ; sccundum quod grammatteus non reele scribi t, nec parai recte mediate potionem (II. Disi. XXXV, q. I, a. 1 , o). Malum communius est (quam peccatum) : in quocumque enim sivc in tuffetto, sire in actu sii privatio format aut ordiate , aut ms ruura e dtbilae mali raiionem habet. Sed pecca - tuoi dici tur aliguie actus debito ordine aut forma eive. meneura carene : unde potei! dici , guod tibia curva sii mala tibia ; non tamen potest dici, quod sii peccatum ; nisi fotte eo modo lo - quindi, quo peccatum dicitur ejfeclue peccati ; sed ipsa claudicano peccatum dicilur (Qua est. Uiaipni. de Male, q. II, a. 11, 0), Vedesi come tulio questo discorso sia volto a deliuro il pec* Digitized by Google 212 po commesso Fattuale mortale, peccato per posterius, e induetum est per actum peccati praecedentis. Ma la questione nostra non consiste nel paragonare il peccato abituale , all 'attuale, e nel sapere se quello sia stato indotto da questo; di che non i'ha dubbio (i). N pure trattasi di sapere se l 'abituale possa dirsi peccato in quel senso n pi n meno deW attuale. La questione sta solo in sapere, se l abituale in s stesso vero peccato, o no; se un mal presente che infetta I anima, se la morte dell anima; ovvero se non altro che una relazione al peccato attuale precedente, senza che sia nulla in s, nulla di per s male. Il luogo adunque di s. Tommaso volto unicamente a paragonare il peccato abituale (e l'originale per conseguente) collat- tuale, addotto dall'Anonimo del tutto indarno a provare che la macchia originale non peccato se non sccundum quid, come non colpa se non del pari secundum quid: il che quando vero fosse, potrebbesi simpliciler negare e il peccato e la colpa originale ne posteri, cio dire un'eresia. XIV. Panni per di udir qui l'Anonimo replicare cosi, in altre parole argomentando: Fatta astrazione dalla libera volont del primo uomo prevaricatore e contaminatore di tutta l umana stirpe, non pi concepibile il peccato originale. Quello che la men- te concepir in tale ipotesi immaginaria , dovr essere altra cosa diversa dal peccalo originale, essendo questo il fallo del primo nomo, in quo omnes peccaverunt, trasfu- so in tutti i suoi posteri. Concepire il peccato originale senza relazione al primo uo- mo che lo commise, un concepire ci che non il peccato originale, un voler con- cepire una cosa senza concepirne i costitutivi . Ottimamente, e chi potrebbe negarlo? Ma io vi rispondo: Voi parlate, fratclmio d'astrazioni; ed egli pare tuttavia, che non siate troppo bene informato della natura dell' astrazione. Perocch se conosceste a sufficienza I' iudole di questa operazione della mente, che astrazione si chiama, voi sapreste pure che ella si adopera in due maniere diverse; nell' una delle quali si fa appunto l'ipotesi, che non ci sia la cosa da cui si astrae, e allora si considera, quali conseguenze avverrebbero dalla rimozio- ne ipotetica di quella cosa; nell altra maniera poi, non si fa mica l'ipotesi che non ci s j a la cosa da cui si astrae, anzi la si lascia essere tutta intera ma solamente non la si considera punto, e si considerano l'altrecose, che si rimangono per con essa unite. Cosi a ragion d'esempio, quando in Fisiologia parlasi del sistema vascolare, si astrae dal sistema nervoso; ma non crediate mica perci che si faccia l'ipotesi che il si- stema nervoso non esista, nel qual caso non poirebbe esistere n manco il sistema va- scolare di cui si parla. Veniamo a noi. Se si usasse il primo modo d'astrazione rispetto a) peccato di Adamo, cio se si facesse l'ipotesi immaginaria, come voi falsamente credete, che quel peccato non fosse stalo, in tal caso certo si distruggerebbe il peccato anche ne' posteri, e di pi, s' incorrerebbe nella sentenza condannata in Baio, P.cccalum originis acre ha- calo attuale: l'abituate poi & la conseguensa e la continuazione dell' attuale in quanto Dina atto cessa interamente nell'anima per modo die a questa non resti qualche nuova maniera, o grado di attualit, come io bo, in altre opere, dimostralo. (i) Sotto questo aspetto pot dire anche s. Cipriano, ebe al bambino, mediante il battesimo remilluntur non Morata ted slicka peccata ( Ep. L V 1 1 1 ) . li peccalo del bambino non suo pro- prio, ma altrui, se si considera l attualit del peccalo, ossia la causa e l autore di esso peccato. nel vero, il santo Martire area gi poco innanzi espresso chiaramente il suo pensiero, dicendo che recene nalut nikil Picca vit, il che quanto dire: non ebbe commesso ncssnn (leccalo attuale. Se dunque si parla di peccalo attuale, il bambino non ba peccalo proprio, ma se si parla di pec- cato abituale, il bambino ba nell anima sua un peccalo suo proprio, come dice il Concilio di Trento. Digitized by Google 213 bct rationcm peccati sine ulla catione ac rcspcctu ad voluntatcm a qua originer im- buii ( i ). Ma usandosi all incontro da noi 1 astrazione dal peccato di Adamo nel secondo modo solamente, cio, non gi facendosi l' ipotesi immaginaria, come voi dite, che Adamo non abbia peccato, ma solo astraendo dallatto dAdamo per considerare il peccato che sta ne posteri, senza per questo divider da quello; non solo non ne av- vien l assurdo che voi temete, cio, che i si voglia concepire una cosa senza conce- pirne costitutivi ; ma si fa una distinzione del tutto logica e necessaria, e fattasi sempre da santa Chiesa e da' teologi tutti- G non dite voi stesso che il, fallo del primo uomo fu trasfuso ne' posteri? Se fu trasfuso ne* posteri, dunque egli o ne posteri, dunque ne posteri gi trasfuso si pu considerare come egli'ci sta, astrazion fatta dal- la sua origiue. E non dice il sacrosanto Concilio che origine unum est? e eco qua che lo considera nella sua origine, astrazion fatta da' posteri, e che propagationc non imitalionc transfusum omnibus , mesi unicuique proprium (2), ecco qua che lo consi- dera ne posteri; astrazion fatta dalla sua origine, \olele vederne la differenza? Oliai il peccato originale considerato nella sua origine? Un solo di numero, dice il Con- cilio, origine unum, un peccato attuale, un peccato di commissione. Ma qoal egli ne posteri? transfusum omnibus, unicuique proprium : non pi uno adunque numeri- camente, ma molli quanti sono gli uomini, perocch proprio di ciascheduno, non un peccalo solo comune a tulli. Ecco come sia necessario astrarre dalla sua origine, nella quale uno, per considerarlo ne' posteri, nequali cessa di essere numericamen- te uno e diventa tanti, quanti sono gli uomini, perch est proprium unicuique. XV. A convincervi poi esser cosa comune appresso i teologi il distinguere il peccato originale, come si sta ora ne posteri, dal peccato originale come gi fu in Adamo, c ad accertarvi che si pu parlar di quello, fatta astrazioue da questo, voi non avete filtro a fare, che aprire i libri de teologi stessi. Ma dandomi voi occasione di parlare di una tale necessarissima distinzione, io me ne varr qui per dimostrarvi, come i ra- gionamenti che ci fanno intorno i pi solenni maestri in divinit suppongono sempre la distinzione del concetto di peccato da quella di colpa, il che far io piu brevemen- te che per me si possa. Primieramente piacemi di porre sott' occhio al lettore nn brano dello Suarez clic dice : Licci peceatum non Juissct remissum Adac, poluissct Jihis renditi quia pec- catimi originale, quoti fi lius Adae contralti t est nuaiero disttnctvm a peccato qvod PF.nsONAE adae iNttAESTT, et ideo talli potcst, pel impedir sinc ilio (3). Dalla quale sentenza impariamo 1.* che il peccalo clic sta in ciascheduno che nasce, numericamente distinto dal peccato personale di Adamo; 2. che essendo numerica- mente distinto, si pu parlar benissimo di esso, considerandolo in s medesimo, senza bisogno di far entrare nel discorso punto n poco la relazione eoi primo uomo che lo commise, giacch il non farcela entrare non un distruggerla, u un negarla. Ora egli chiaro, che la colpa del peccato originale dee ripetersi dalla prevaricazione personale di Adamo, che fu un peccato mortale, quoti est piena et consumatala culpa ( come dice sant Alfonso del peccalo mortale dopo un altro teologo ( 4 ) ). Dunque p- Icmlosi astrarre dalla prevaricazione personale di Adamo lino ad imaginare, clic, non essendo quella rimessa, pure si rimettesse c togliesse il peccalo de posteri ; ovvero, (1) IV. XLVI1 delle condannate da s. Pio. V. Vedi la mia Risposta al finto Eusebio, a. X, (2) Sosa. V, can. 3. (3) Mysleria cline C/tristi, in quacst. XXVII, a. 1 , (4) Tiicol. M. 1. V, Traci, de peccai, e. 1, dub. 1, n. 5, Digitized by Google 214 per lo contrario, che essendo quella rimessa, pure il peccato de posteri rimanesse privo di remissione, coni anco avviene; egli chiaro che ad ognuno lecito di consi- derare questo peccato ne' soli posteri, e che, cosi astrattamente considerandolo, egli non pu avere ragioDe di colpa, ma di peccato bens. Ancor meglio si vede che la cosa sta appunto cos, quando sascolta 1 Angelico favellante in questo modo: Si ergo con wlcretur iste defectds hoc modo per origi- nem in islum hominem dcrivatus secondi il liuto QVOD iste homo est quaedau PERSONA SINGULARIS, sic hujusmodi DEFF.CTVS non potest habcrc rationkm Culpa e , ad cujus rationem requiritur quod sii volontaria (i). Voi vedete qui 8. Tommaso i.* considerare il diletto originale esclusivamente, come si sta ne' po- steri, sccundwn illud quod iste homo est quaedam persona singularis ; dunque pu farsi benissimo per virt dastrazione, e senza sconcio veruno : 2 . chiamare il pec- cato cosi consideralo dcfectus, e voi certamente non vorrete negare, se siete ragio- nevole che questo sia un difetto morale , e per un peccato non attuale, ma abituale ; 3. e tuttavia negare il santo a questo difetto morale , a questo peccato abituale, cosi diviso dalla prevaricazione adamitica, la ragione di colpa, non potest habcrc ratio- nem culpac. Che se voi replicaste, che tuttavia questo difetto morale ereditato dal bambin che nasce, non essendo colpa, non dovrebbe avere nessuna pena, ma che tutta la pena viene al bambino per la sola libera prevaricazione di Adamo, poich questa gola vera colpa ; io vi accordo che niente ha il concetto di vera colpa se Con la prevaricazione personale e libera di Adamo, vi accordo che quella fu la prima origine di tutti i mali ereditati dalla sua stirpe; ma non vi accordo, che quella sola colpa di Adamo bastasse a rovesciare in soi posteri le pene, se, oltre quella colpa, non vi fosse altres in questi un peccato , che, bench non sia colpa in s stesso, per colpa in causa; e che sia que- sta la mente del Dottor angelico, voi lo vedrete assai chiaro, se considererete le seguen- ti parole, che sono sue: nima hujus pueri, quod sine baplismo deccdit, non pnnilur carenila visionis dicinac propter peccate i adae, sf.cundch quod fui t perso- nale peccAtum ejus (e in quanto fu a lui personale, in lauto fu altresi colpa ): sul punilnr pr infect/one ortginalis culpAE, quinti incurrit ex unione ad corpus, quod a primo parente Iraducitur sccundum scminalem rationem. E odasene la ragione : lnjuslum cium essel, ut dcrivarctur rcalus pocnac nisi et derivare tur infe- etio culpac. linde Apuslolns, l ioni . V. pracmillit derivationem culpac dcrirationi pocnac dicens: i Per unum hominem pcecatnm in /lune mundum intrarit et per pec- catum mors ( 2 ), Se dunque la (iena, che viene sopra al figliuolo di Adamo in conse- guenza del peccato del padre suo non gli data pel peccato personale di questo, ma per linfezione dell' originai colpa che egli ha in s; dunque questa infezione si pu ben considerare senza bisogno di riferirla al peccato personale e colpevol d Adamo, bastando a questo riferirla sol quando si tratta di spiegarne l'origine, la derivazione dal primo stipite, o anco la ragione onde si d acconciamente a quella iufezion deri- vata il concetto c il nome di colpn. E nel vero, chi egli mai il suhbictto di quel peccato, pel quale il figliuolo di Adamo perisce ? forse Adamo? Non Adamo certamente, ma il suo stesso figliuolo. Adamo il subbieUo del proprio peccato, e il suo figliuolo pure il subbietto del pec- (1) De Sfato, Q. IV, a. 1 . (2; Ve Sialo, er la quale viene posto in essere il peccato nell* individuo, nel tempo stesso che vie- ne posta in essere in lui 1 umana natura ( 2 ) ; laonde 8. Tommaso alce che In carne produce il peccato pi tosto nell' alto in cui si unisce all' anima, che dopo eh' ella e gi unita. Peccalum originale, cosi egli, per se loijuendo est pcccalum nalurac, non personae, nisi rottone naturae infeclac. Aclus autem generattonis proprie de- li) Vedi s. Tom., S. XXIX, 1 , ad 4. Secundvtn Phiotophum in V blttaph. ( lev. 5) Bo- ne naturae pnmuin impositmm est ait tignijicandum generatianem viveri t tu m , guae dicitur a- t trita*. Et quia hujusmodi generano est a principio intrinseco , extcnsum est hoc nomea ad signtficandum principitela intrmsecum cvjuscumque molus. Et sic d'Jfinilur natura in II Pht- sicorum (lei. 3 ). (2) Caro non est sujftciens causa peccali actualis, sed peccati abituati s est suffiriens cau- ta: sicut et traducilo carmi est sujftciens causa, maleriiililer tamen , humanae naturae (S. Tlii.in. 3 . Ile Nato , IV, i, ad 3 ). E nella risposi a ad 15, diceche la carne la causa istrumenlate et peccalo originale nei poalcri. Rosami Voi. XII. 453 Digitized by Google S18 servii nalurac, quia ordinatnr ad gencrationcm spccici. Scd carncm jam esse ani- irui e unitimi pertinet ad costitulionern pcrsonac. Et ideo caro MAcrs cacsat ori- ginale peccatesi pr ut consideralur ry via generationis, quam pr ut est jam unita (i). Se dunque per peccato della natura s inlende un peccalo che si comunica per via di generazione, non pu dirsi che prima che la generazione sia compila e per l individuo dell umana specie formato, possa esser formalo il suo peccalo : no certa- mente: il peccalo di chi nasce non esiste prima che chi nasce sia posto come indivi- duo dell umana specie; ma sol toslo che l'individuo formalo: prima non esiste che In causa prossima di quel peccalo nell atlivil. o nell allo generativo ; e la causa di quel peccalo non peccalo. Laonde, il peccalo finalmente non esiste mai altrove che negl individui dell'umana specie, bench questi dalla natura, cio dalla genera- zione, lo ricevano come da causa della loro esistenza. Pu dedursi chiaramente da lutto ci, che il peccato originale d' un nomo se- paralo di nnmero dal peccato originale dini altro uomo, quanto un individuo se- parato dall' altro individuo. Laonde che mai vieta, chesi parli di tal peccalo astra- zione fatta dal peccato di un allr' uomo qualsiasi, foss egli Adamo medesimo? E qui s' osservi l obbiezione che si fa I Angelico. Come pu esser peccato, dice quello che si riceve da un altro? Nihil t/uod conlrahitur per originem ex alio , habet rationem peccati: scd sotum rationem pocnae. A cui egli risponde con queste pari - le: Defectus per originem contraclus habet gnidem ralioncm existentis ab alio, si re/cratur ad personam : yoy avtem si rejeratur ad nat urani, sic enim est (scasi A PRiyciPio intrinseco ( 2 ). Il che viene" a dire: il peccato originale da noi ri- cevuto dal di fuori, se si guarda la nostra persona clic noi commise, e sotto questo aspetto habet ralioncm cxistcntis ab alio : ma non cosi se si guarda la nostra natura, la quale lo produsse comunicandola alla persona; perocch la natura umana in noi Stessi, un principio a noi intrinseco; e per l'agente che mette in essere questo pec- calo, se ben si considera, pure in noi ; e cosi habet rationem non cxistcntis ab alio , e ancora habet rationem peccati; conciossiach questa ragion di peccato non pu av- verarsi, se si tratta di cosa solo da altri ricevuta, giacch Nihil qitod conlrahitur per originem ex alio, habet rationem peccati. Ad essere adunque l'originai vizio nn pec- cato, comegli , conviensi che, oltre lessere ricevuto da altri, sia ancora prossima- mente prodotto e formato da un principio a noi intrinseco; acciocch cosi ed egli pos- sa esser peccato, e possa esser nostro proprio peccato; il qual principio intrinseco la carne Dostra, la natura nostra, che infidi personam nostrani (.f). XVI. Tutte (jueste verit si trovano ne' p : antichi testimoni della tradizione, da quali le raccolse l'Angelico; e tutte queste verit dimostrano chiaramente quanto sia falso, he il peccato originale ne posteri non abbia rationem existentis per se, co- me il nostro Anonimo pretenderebbe. Quello che vero solamente si , che la colpa di questo peccato si riferisce al peccato attuale del primo padre che lo commise. Ma questo ugualmente il carattere comune di tulli i peccati abituali ciu di tutti quei peccali, che rimangono nell'anima d una persona qual effetto di un suo peccalo at- tuale. E chi non sa, che cogli abili non si merita n si demerita, come dicono i teo- logi. Habilibus homo non mcrctur ncc demeretur? Laonde tutta la colpa d' un pecca- to abituale, che 1' uomo non pu da s scancellare, ma la sola grazia divina ( dalla (1) De Malo, q. IV, a. i, ad 7 . (2) De Malo, q. IV, a. 1 ad 5. (Jj h homint qui nascilur ex Adam natura corriipit personam ( De Malo, q. IV, iv, ad 5). Digitized by Google 219 quale qui si prescinde per considerare la cosa io s stessa), di natura u nn peccato che oou ha la culpa in s, ma nella causa. Il peccato riraaso inerente all anima di Adamo stesso dopo la sua prevaricazione, era un mero peccato , e la colpa di questo peccalo si riferiva tutta alla sua attuale prevaricai one Sicch il negare la distinzio- ne fra peccalo e colpa . quanto un negare la distinzione fra il peccato attuale (do- ve solo sta la colpa ) e il peccalo abituale ; distinzione ammessa da tutti i teologi, e eh' io reputo cosa di fede. Ecco come sia necessaria la propriet del parlare, e la di- stinzione delle idee nelle pi sottili materie della sacra Teologia, siccome questa che noi abbiamo alle mani ; e come a loro danno cozzano contro di essa i nostri Anonimi. E donde mai procede la ragione, per la quale non lutti gli scrittori cattolici ri- conoscono per sufficiente la maniera colla quale s. Tommaso prova, che tutti quelli che nascono sono Tatti partecipi della colpa adamitica; collesempio cio della mano che si dice partecipe della colpa dellomicida, o del collegio che viene involto nella reit c nella punizione del suo capo colpevole? lo I ho gi osservato (i): solo per- ch s. Tommaso non intese con tali paragoni di spiegare il peccato, ma intese di spiegar solo la colpa di questo peccalo, comegli stesso dichiara. Laonde, quando egli vuole spiegare il peccalo e non la colpa , non ricorre pi a quelle similitudini, ma s bene all' infezione della carne, alla quale congiungendosi, I anima si corrom- pe, come si guasta un liquore infuso in un vaso corrotto ; modo costantemente usato dalla Chiesa per ispiegare la trasfusion del peccalo. E che la cosa stia cosi, oltre le ragioni da me gi addotte nella mia Esposizio- ne della dottrina del peccalo originale, si pu confrmare anche da altri assurdi che ne verrebbero, sostenendo il contrario. A persuadercene, soda come s. Tommaso espone quesuoi paragoni, nelle questioni De Malo ( 2 ), e risponde a capello a quan- to espose poi nella Somma: Si ergo considerelur iste defectuS hoc modo per ori- ginali in islum hominem derivatus ( ecco gi spiegala la derivazione del peccato), secondimi illud quod iste homo est quaedam persona sinqularis ; sic hujusmodi de- fcctus non potcst haberc ralionein cvlpae ( ecco ci che rimane a spiegarsi ), ad cu- jus rationem requiritur quod sii minuteria. Scd si considerelur iste homo gcneralus sicut quoddain membruta lolius hwuanae nalurac a primo parente propaqatac, ac si onuics homincs esscnt unus homo, sic habel rationem cvlpae proplcr voluntarium ejvs principium , che fu il peccato attuale, c non I' abitualb di Adamo, odasi: quod est ACTVALE peccatvu PRtMt parentis. E savverta bene, che il peccato attuale di Adamo il peccato della persona, e non il peccato della natura, giacch il peccato che dicesi della natura solo I' abituale ; c cos dicesi, perch rest infsso in tolti gl' individui di questa natura cime elicilo e quasi conlinuaz n di quel primo. Ora vengono le similitudini : Sicut si dicamus quod utolus manus ad homicidium per * pctrandum, sccundum quod manus per se consideratile, non Label rationem CUL- PAB: quia manus de necessitate anovetur ab alio', si aulem considerelur ut est pars lolius homiuis qui vomitiate agii, sic Label rationem cvlpae: quia sic est co- luntarius. Sicut ergo homicidium non (licilur culpa manus, seti culpa tolitis homi- nis ; ita hujusmodi defectvs ( che costituisce il peccato originale) non dicilur es- se peccatimi personale, scd pa catimi lolius nalurac : ncc ad personam pertinet mi- si im Quantum natura in pici t personam. E come 1 uomo a commettere nn peccato pu usare diverse potenze, et lumen est unum soluto percatum proplcr unita- tem principi i, scu voluntatis, a quo peccali ratio ( la ragion d un peccato colpevole): ad omnes aetus partitila dcrivatur: ita et rationc principii in tota natura humana con- sideratile quasi unum peccatum originale proplcr quod Jpostolus dicit Rom.E (1) /imposta al finto Eusebio, XI. fi) y. IV. a. t. Digitized by Google :>0 In quo omnes pccrauerunt. Quoti secundum Auguslinum (i) palesi intclligi: in quo, scilicet primo iomine, rei in quo peccalo primi homtnis : ut peccatimi primi ho- minis sii quasi communi: piccai vm omnium ( 2 ). Or come nidi il Dottore dice qui che il peccato originale est quasi unum peccalum , cio il peccato stesso del princi- pio dell' umana stirpe resosi quasi comune peccalum omnium ? S. Tommaso dice che un sol peccato comune a tutti gli nomini : il Concilio di Trento dire all' opposto che un peccalo non comune, ma proprio di ciascun uomo che nasce. Vorremo noi met- tere in contraddizione s. Tommaso col Concilio di Trento, che mostr si gran reve- renza al Dottore angelico? Cosi avverrebbe inevitabilmente, qualora si ricusasse di rico- noscere che il peccato originale ha due aspetti, sotto i quali esso si pu considerare, P aspetto di puro peccato e l' aspetto di colpa. Ora egli certo, che nel peccato ori- ginale non intervenne che una sola colpa, la colpa di Adamo, la colpa propria del peccato attuale e personale commesso dal primo padre colla sua volont. La colpa adunque unica ; ma questa colpa unica viene partecipata da latti i membri dell' u* ninna natura, e loro imputata come alle mani s imputa la colpa dell'omicida; onde sotto questo aspetto quell unica colpa diviene colpa comune di tulli, e tolti la parte- cipano cosi in comune, eh - ella per non diventa numero plures , venendo cos appli- cata a tutti sol dal di fuori; quando all' incontro il Concilio dice, che il peccalo den- tro in ciascheduno, ed a ciascheduno proprio, inest , unicuiqce proprivm (3). Si consideri dunque il peccalo originale non pi sotto 1 aspetto di colpa, nel qual caso conviene riferirlo all unica colpa del peccato da Adamo liberamente com- messo, e non pu esser che comune; ma lo si consideri gotto 1 altro sno aspetto di puro peccato, o sia di difetto morale; lo si consideri non nella soa relazione all uni- co peccato attuale, ma nella sua qualit e natura di peccato abituale, come ne po- steri ; e incontanente si vedr che questo difetto non unico, n comune a tutti, n esterno ; ma molteplice quanto sono molteplici gli uomini, ed a ciascuno interno, ed a ciascuno proprio, e conviene solo nella medesima specie, come lo stesso s. Tom- maso insegna in tanti luoghi. Ecco Tonica maniera di conciliare s. Tommaso col Con- cilio di Trento ; anzi pure con s medesimo. Nel che giover osservare di pi, che Tessere una cosa comune viene dall es- ser ella ideale. Ma se ella una realit, e come tale la si considera, ripugna che sia conumc ; conciossiach, niente di ci che reale comune ; ma sempre proprio. Cos, a ragion d' esempio, questa carne e queste ossa reali, che sono di un uomo, non possono appartenere, ossia esser comuni ad altri uomini. All' incontro, se io non Considero queste carni e queste ossa reali, ma considero le carni e le ossa astrat- tamente prese, ossia idealmente ; allora posso dire benissimo, che il concetto di carni e di ossa comune a molte carni 6 a molle ossa reali ; perocch, con quel solo con- cetto tutte queste carni e queste ossa io egualmente conosco. Dicasi il medesimo del peccato originale, e si vedr tosto eh egli pu esser comune sotto T aspetto di colpa imputala, ma non mai sotto I aspetto la nozion di peccato. E in Vero, un guasto reale nella superiore volool d un uomo ( questa la nozione di peccalo ), non pu esser comune, ma solo proprio ; perocch il guasto della volont d'nn uomo non pu appartenere mai al guasto della volont di altri uomini ; allo stesso modo come la volont reale d nn nomo non , e non pu essere una volont comune agli altri uo- mini. Del pari.il peccalo attuale di Adamo, essendo una reale prevaricazione, appar- tiene a lui solo. Ma la colpa, essendo una relazione, come la definisce s. Tommaso, e le relazioni essendo lopera deila mente, niente vieta che di un solo peccalo si pos- sano incolpare molle persone. (1) Contro /tua P ilotai l'elagtunorum, L, IV, c. iv. (ti) De Sialo, q. IV, a, 1. (5) Culi. *. Digitized by Google 221 Oltracci, se io applico la colpabilit di quel peccato attuale agli altri uomini, che cosa io fo, so non considerare gli uomini idealmente come formanti una sola na- tura, sottoponendo poi a quella colpabilit questa natura? Ora chi non sa, chi non vede che la natura umana in quani comune a tutti gli uomini, ideale e non rea- le? Chi non vede che la natura reale d' un uomo non la natura reale d un altro uomo ; e che I esser reale involge 1 esser proprio , ed esclude perci appunto l esser connine? La natura comune adunque a tulli gli uomini un concetto della mente; quell' unico concetto con cui io conosco le molte nature reali degli uomini. A fine adunque che io possa dire che la colpa di Adamo comune a tutti gli uomini, io debbo prima fare colta mia mente 1' astrazione della natura umana; e in ordine a questo concetto posso dire che quella colpa colmine in quanto che qnesto concetto h comune ; ma non altramente. Allincontro, senza bisogno di astrazioni di sorta, posso io ben dire che il peccato originale proprio di ciascheduno che nasce al mondo. Duuque il concetto di peccato si vuole grandemente distinguere da quello di colpa. XVII. Arroge , che se non si distinguessero queste due nozioni di peccato e di colpa, rimarrebbe al tutto iresplicabile, in che modo all uomo si comunicasse il peccalo , bench la colpa sia gi rimessa ad Adamo. La colpa che dee esser li- bera non fu se non nell' attuale e personale peccato di Adamo, e alla relazione con quell attuale e personale pecrato ricorre sempre s. Tommaso, quando vuota insegnare come al peccalo originale del bambino si possa applicare il nome di colpa, ia l attuai peccato, !' unica colpa d' Adamo, fu gi rimessa alla persona d' Adamo in virt de meriti di Cristo, che avtaloraron la fede e In penitenza fatta da quel capo dell' umana stirpe. Ora , quando mai si odi , che , venen- do rimessa ad un omicida la colpa dell'omicidio, tuttavia s'imputi ancora qaella colpa alla mano che lo commise ? o se un collegio venne considerato qual reo per colpa del suo capo, chi mai ud, che, venendo assoluto il capo che commise la colpa, rimanesser tuttavia condannate lo altre persone componenti il collegio, che altra col- pa non ebbero, se non quella di essere collegialmente unite alla persona del reo? Laonde le similitudini di s. Tommaso non possoo valere, se si pretende di spiegare con esse , come si propaghi e il peccalo e la colpa quasi fossero una rosa sola ; ma valgono bens a spiegare come mentalmente ed estrinsecamente s'applichi la colpa di Adamo al peccato ereditato da suoi discendenti. Il che se avesse considerato linsigne teologo Francesco Suarez, se avesse considerato che tale appunto era 1 intenzione e la mente di s. Tommaso nellusare quelle similitudini, non avrebbe, mi pare, fatta quella censura che fece alle dette similitudini dell Angelico; censura, che certo G iustissima, qualor si supponga che sintendesse per quelle di spiegare la derivazion ella colpa e del peccato insieme come d'una cosa soia, il che non pretese, come di- cevamo, di fare il Santo; ma che non tiene, se si pone che la propagazion del pec- cato venga in altro modo spiegata, e sol si voglia con quelle mostrare sotto quale rispetto il peccato si possa anche colpa denominare. E tuttavia le parole dello Suarez meritano di esser qui riferite e alla considerazione de' lettori raccomandate, tornando utilissime a confirmare il nostro ragionamento. Perocch cosi scrive il pio dottor di ('franata : Deficit vero sit/iilitudo, quia - in ilio exemplo peccalum membri et ea- pitis unum Omni no est : Aie autem ( cio nel fatto del pecoato originale ) in sin- ai'Lis membris pecoata sunt singula et di ST/NCTA ; et peccatimi solum est unum propaga t/one et origine : Aie etiamfit , ut peccalum membri tantum di- catnr peccalum denominatione extrinseca : al vero peccalum originale, li- cei non sino ordine ad exlrinsecam coluntalem sii peccalum, in se tamen in- TftiNSECE est pec'Atuu quia non est per modum actus sed per modum habitus Digitized by Google 222 et in suhjeclo opto (i). Nella quali parole chiaramente s'insegna, i. che non busta die il peccalo originale si dica peccalo per una denominazione estrinseca , riferen- dolo alla colpa liliale di Adamo, il che appunto ci che forma la sua nozione di eoljia, illustrata colle similitudini dallAngelico: 2 . che di pi, il peccato originale in ciascun che nasce dee essere anche in se inirinsece peccatmn, il che ci appunto che forma la nozione di peccalo : 3. che non basta che il peccato si consideri come imo, ori '/ine et propagatone, in quanto una sola colpa intervenne, che fu il peccato uilualc del primo padre, come una sola colpa interviene nell omicida o nel capo del collegio di san Tommaso : 4- che oltre a ci il peccalo originale si dee considerare co- me molteplice, ossia, die il medesimo, si dee considerare sotto la ragion di peccato, essendo in singu/is mcm'tris peccata singola et distincta D\ che, come si potr riGu- tare q icllo che noi diciamo, cio che si pu e che si dee parlare del peccato originale come si sta ne posteri, nella sua ragion di percalo,astrazion folla dalla colpa adamitica, bench a qtista s'attenga licei non site ordine ad extrinsecam volunlatem ? Tanto pi che allor solo pu rispondersi alla di file dl sposta di sopra, come noi possiamo con- trarre il peccato, quando ad Adamo gi la colpa rimessa. Colle similitudini di s. Tom- maso non si pu rispondere a tal questione; perocch egli troppo chiaro che la mano dell'omicida rimane sciolta da ogni reato, se l'omicida fu sciolto; e il collegio non pi risponsale della colpa del capo, se al. capo fu la culpa rimessa. Se dunque si con- sidera il peccato originale solamente sotto l aspetto di colpa, e si pretende che nul- I' altro vi sia da considerare in esso fuor che la colpa, ella cosa pi chiara del soie che, essendo una la colpa del capo, e questa interamente oggimai rimessa, ella non pu rimanere pi ne' posteri, ed essendo essa, come contendesi, il medesimo che il peccalo, dunque n anco pu rimanere pi alcun peccato ne posteri. Laonde coeren- temente al loro principio quelli che non veggono nel peccato originale se nou la col- pa, cio una relazione estrinseca col peccato attuale di Adamo, fluiscono a distrug- gere veramente l'originale peccato; perch non pu esistere pi questa relazione di colpa, se la colpa a cui si riporla pi non esiste, gi tolta, gi del tutto rimessa, an- nullata. li quest e la ragione patente e non altra, perch il Gaio Luselno Cristiano, dopo avere stabilito e opporsi alla giustizia c bont di Dio che mandi l'uomo alla dannazione senza attuivi, suo demerito ( 2 ): dopo aver pronuncialo audacemente questa be- stemmia, questa eresia patentissima, non o-i poi piu asserire che si dia nell' uomo che nasce un vero peccato , contentandosi sol di dire che il nascer noi privi nell ani- ma della grazia santiGcante, mirasi come unii colpa. Ma in realt , come nel f corpo, cosi nell'anima, ora nasciamo e siimi tali quali nasceremmo e saremmo se fossimo stali da Dio creati nello stato di pura natura > (3). Quest' pure la ragio- ne, perch V Anonimo, che ad Eusebio si fece campione, e a cui noi rispondiamo , dopo aver detto con s. Tommaso che il peccato originale deficit or illa parte ex gita peccalum Italici ralionem cvlpae, sostiene-, tutto del suo, che al peccalo ori- ginale vien meno egualmente anche la ragion di peccato ; sicch, confesso non una vera colpa, cosi n pure esso sia un vero e proprio peccato; ma solo un peccato sccundum guid, in un senso immillato e guadamtenus , in onta ai decreti del sacro Concilio di Trento, e con certo manifesto pregiudiz o della cattolica tede, qualora si continuasse a promulgare in Italia impunemente tuli dottrine. E pure tali dottrine so- no indectinnhili qualora si tolga via la distinzione de' due concetti di peccalo e di col- pa; e di due come sono, se ne faccia un solo, il quale non pu riuscir che confuso ; e ne concetti confusi nascondono sempre il capo gli errori contro alla cattolica fede ; la quale, verit essendo, sol nella chiarezza e dsliuziou delle idee dimostra bella s stessa, e vi trova evidenza e trionfo. (1) Dr pere. oriq. Soci. Il, XXIV. (2) Aff., Vili, f. '34 . (3) Ivi alla noia fon). Digitized by Google 223 Laonde, se io non temo di distinguere quanto posso cosa da cosa e concetto da concetto nello materie teologiche, come nellaltro, e solo perch io credo alla ferit della dottrina che m' insegna la Chiesa ; la qnal dottrina, cos fin endo, non pu venir die onorata, dilucidata, difesa; n ella ha bisogno punto di equivoci di parole, o di ambiguit di concetti, o di sottigliezze vane : dove tutti gli errori e tutte le eresie presero cominciatnenlo. E di vero, a quel modo che, confasi i due concetti distinti di peccalo e di colpa, nasce da s lrroce naturalissimo, che il peccalo tf origine non sin nulla di reale e di vero, ma solo nnn frase vana, anzi falsa; cos, mantenuta quella distinzione antichissima, mantenuto il dogma di quel peccato, su cui la re- denzione del mondo ed il cristianesimo tulio intero si appoggia. Perocch sol me- diante quella distinzione si risponde acconciamente alla dillicoll indicata di sopra come essendo rimessa la colpa, cio il peccato attuale del primo padre, possa tutta- via un peccato trasfondersi di padre in figlio . Dilliniscasi il peccalo un difetto morale, un difetto della volont suprema dell' uomo, la quale non ha pi vigore d'at- tenersi in ogni occorrenza all'ordine della giustizia, a! quale essa per sua natura ordinala . Non pi sar difficile intendere come questo difetto si- propaghi, qualor si consideri che la volont suprema dell uom che nasce, olir essere spoglia dei vigore soprannaturale die venir le potrebbe dalla grazia santificante, attirata altres dalla lusinga della carne si fortemente, che verso di essa piega e abbandonasi. Or gi con questa inclinazione verso il senso carnale. Ir volont personale dell'uomo vedesi de- clinante dalla naturai sua rettitudine, non pi cos disposta all' ordine della giusti- zia, che lutto ci che a quell ordin s apponga, ella sia acconcia di giudicare, di vin- cere, e, secondo ragione, ordinare. Ecco a qual modo la carne, la generazion se- minale, e propriamente la mozione che d il generatore al generato (i), possa ren- dere cosi obliqua la volont suprema, e cagionare un vero peccato abituale nell in- dividuo che cosi formasi. Ch dal principio supremo lutto l'uomo dipende, e per tutto luomo rimane moralmente infetto. E come Iddio, santit essenziale, non pu amare una volont torta dalla rettitudine della giustizia ; cosi chi nasce in tal guisa avverso a lui, che la stessa giustizia, gii dee essere in opposizione ed in ira. Al male morale poi tien dietro il mal fisico, come appendice sua inseparabile : indi la dannazione temporale ed eterna. Questa maniera onde spiegasi la propagazion del peccato, indipendente dalla presente sussistenza della colpa del primo padre -, e ba- sta che questa colpa, causa rimota di esso peccato, sia stata una volta ; come basta che la madre sia siala, quando gener il figliuolo, acciocch questo sussista ; e as- surdo sarebbe d pretendere, che il figliuolo, dopo che nato, non possa pi sussi- stere da s stesso, e generare anchegli degli altri figliuoli, senza che rimanga in vita sua madre, a cui conserva per una relazione d originai dipendenza. Clic se cercasi, come poi il pe calo nel figliuolo che nasce possa avere ragion di colpa, ri- sponde al modo stesso di s. Tommaso, cio per via d una relazione ideale c mentale, ossia di una esterna imputazione del peccalo attuale a tutta la natm-a umana ; e. mi sia conceduto desprimere il pensiero stesso in altre parole : il letlot- teologo favori- sca ascoltarmi con attenzione. Che cosa che s imputa a colpa della volonl libera del peccalore ? Ni- fi) Sicut atitem moventnr parie uniti homin per impcrium mluntatis : ila moretur fi- liti i a palre per vira generaben/s. linde Phitosophu m i/icit in II , Phyeicoi Il in, qu li pater net canea jfilii tu morene. El in libro de generatone Animaltnm ( c. XTIII ) dirttnr g, od iu e' mine est t/uuedam motto ab anima patrie , pii movet materia in ad formam concepii . Sic ergo huja - smodi molto quae etl per originem a primo parente. derivQtur in omnee gai seminnher ab so proceduti! : unde omnee qui semtnaUter ab eo procedimi , conlrahunt nb ett originale pecca - tu m (De malo, |[. tV, a. vi ). E appresso : Principalior causa est ex vii tute tat anima - qua principaliter operatur in semine, ut dir t Phitoeophus ( I. Do General, animai. , e. n. ) Ivi ad 16. Vedi anco 1 ari. vii ad 5. Qui s. Tommaso spiega la comunicazione del peccato , spiegando poi quella della colpa colto indicale similitudini. Digitized by Google 224 pondo ; il mcc.ato. - Che cosa il peccato? * Il peccalo una declinazione della volont personale dall' ordine della giustizia , di che deduco, che dunque imputa a colpa della volont libera del peccatore ogni declinazione della volont personale dallordine dello giustizia di cui egli sia autore . Ora di quali declinazioni di volont si rese autore Aliamo! 1 i. Della declinazione attuale della propria volont quando commise il peccato, togliendo questa volont da Dio e piegandola alla creatu- ra : 2 . della declinazione abituale della sua propria volont, che rimase inclinata in lui anche cessato I atto del peccato, quasi una continuazione di quello: 3. della de- clinazione dall ordine di giustizia delle Volont personali di tutti i suoi discendenti, perch, comunicando loro la natura umana per via di generazione, la sua carne gi disordinala comunicava il disordine alla carne de generati, e questa carne traeva a s la loro volont personale, non lasciandola pi pienamente libera a seguire in ogni cosa il dettame della giustizia : non gi che la carne di Adamo, n la carne del bam- bino da lui concepito, fossero subbietto di peccato, o peccato fosse I atto della gene- razione ; ma la carne del generante e poi del generato era slroineoto fisico, pel quale 1 anima venia indotta a quel difetto morale che rendevala Don pi eretta alla verit ed alla giustizia, secondo che richiede la sua essenziale natura, ma gi cedevole, propendente, e quasi consenziente alla carne animale. Adamo dunque fu quello che storse, nel modo dello, dalla rettitudine della giustizia si la tolout propria che quella dei posteri ; e quindi egli si rese colpevole autore s del peccato proprio che di quelle de' posteri. Il peccalo adunque che viene imputato ad Adamo, altro e in lui stesso, al- tro ne posteri. Or come nasce la remissioue del peccato e della colpa ? La colpa non si pu rimettere se prima non tolto il peccalo , perocch il peccalo odioso alla santit di Dio, e non pu essere da Dio considerata e dichiarata per sua amica una volont declinante dall'ordine della giustizia. E dunque necessario che la volont su- prema dell' uomo sia prima rettificala colla grazia, e quindi rimesso il reato della col- pa. Or come avvenne la giusliGcnzione di. Adamo, che crediam santo ? Dee es- sere avvenuta non altramente, che nel modo detto ; cio, per I' infusione della grazia in Ini dee essersi rettificata la sua volont declinata d.iHordinp della giustizia, e cosi restituita all'amicizia di Dio, cos rimessale iuiieranienle la colpa. Ma rimaneva tuttavia dopo di ci il peccato ne posteri suoi di cui egli era stato pare 1 autore. Verissimo, e per si dice autor colpevole di questo peccato ; ma questo peccalo per non pu pi nuocere alla sua persona giustificata, bench rimanga ancora non tolto e in molti de* posteri non si tolga giammai ; per la ragione che un tal peccalo non ha sua sede nella sna propria persona, ma nella persona di altri individui distinti da lui in un modo incomunicabile. Quindi che in solo questo singolare peccato avviene che il peccato de posteri, di cui Adamo fu il libero autore, non cancellato e distrutto, ad Adamo si possa bens riportare come a ano libero autore, ma a lui oggimai pi non nuoccia, perch la volont torta dal bene solo ne posteri e non in lui ; e la vo- lont torta d'un uomo, non impedisce che un altro uomo sia giustificato davanti a Dio, bench si chiami autore dell' altrui torta volont, e cos in qualche modo sincol- pi. Acciocch poi questa colpa applicar si possa e imputare a posteri stessi, convie- ne, come dicevo, considerarli formanti un solo uomo con lui ; il che non che una maniera di concepire. Di che riiuan fermo, che in virt della distinzione dei concetti di peccato e di colpa, si dimostra il dogma cattolico; il qdale questo, che quantun- que il peccato originale ne posteri deficiat ex parte tua, ex qua peccalum /label rationem culpae -, tuttavia sii proprie et cere peccalum, come il sacrosanto Concilio Tridentino, divinamente assistilo, s esprime. Non credasi adunque, per dirlo ancora, che questa nostra sia per avventura nna question di parole. Se si trattasse solo di disputare sui significati delle parole, non isli- merei prezzo dell" opera lentrare in tale conflitto. Osservisi, che io ho posto per tito- lo del presente libretto: Le nozioni di peccato e di colpa illustrate >. Intendo dunque^ k 225 trattare delle dee nozioni, dedae concetti, e non delle due parole. Parche queste due nozioni, questi due concetti rimangano ben distinti, poco m'importerebbe, a dir ve- ro, che si segnassero con questi o con que vocaboli. La Chiesa li distinse sempre, e quandi anco 1 uso delle due parole peccalo e colpa, talor corresse promiscuo, non mai promiscuamente si surrogarono I una all' altra le due nozioni, od una sola, di esse due si compose. Questo fecero ben gli eretici, non mai la Chiesa. Alcuni di questi eretici ridussero tutto alla colpa disconoscendo il peccatole questi furono i pelagiani. Alcuni altri, per lo contrario, disconobbero la natura della colpa , e posero esclusiva attenzione al peccato; e questi furono i Giansenisti. I>a Chiesa, sem- pre nel mezzo degli estremi errori tenendosi, a' Pelagiani contrappose la nozione del peccato da essi ignorata; a Giansenisti contrappose la nozione della colpa, di cui di- menticavano la natura: mantenendo ella cosi separate le due nozioni, n mai lascian- do che o T una o 1 altra si sopprimesse. E quanto a' Giansenisti non si riduce ella qoesta eresia a pretendere, che si pu meritare c demeritare anche operando con vo- lont necessitata? Ora che c questo, se non un disconoscere la natura della colpa, a cui sola appartiene il demerito, la quale tale, che dee procedere da libera volont? Si confondono adunque in tale eresia le nozioni di peccato e di colpa ; questa a quello riducendo e sacrificando. All incontro da che mai provenne la lunga lolla, e cos ostinata, chebbe a so- stenere la Chiesa co Pelagiani? Non da altro finalmente, che dal confondere che fa- cevano quegli eretici la nozione di peccato con quella di colpa ; quando Ia Chiesa la distingueva. Dicevano essi ; i il peccato non si contrae se non per libera volon-- t (i): era Incolpa che cos definivano. Rispondeva loro la Chiesa: ; giacch cosi suonerebbe il lesto dell' Angelico, se peccato e colpa fos- sero del tutto la cosa stessa. Secondo s. Tommaso adunque, negli atti malvagi della volont, sfera delle co- se morali, due cose si debbon distinguere: i. Tona, che ha concetto di peccalo ; e questa consiste nel deviare dal line, defectus volunlatis ab eo ad quod ordinata est ; 2 . laltra, che ha concetto di colpa ; e questa consiste nella libert colla quale de- vi dal fine, noti essere ipsa voluntas causa sui defectus. Queste due cose sono fra di lor distintissime, n sar mai che la confusione di mente che alcuni Anonimi mo- strano, giunga a confonderle anche nelle menti altra!. Altra questione poi, del tutto diversa dall' accennala: se quelle due cose pos- sano nel fallo disgiungersi, sicch dove vi sia peccalo, possa non esservi colpa. Dalla dottrina da me esposta nel Trattato della Coscienza, chiaramente risalta 1. * Che quelle due cose non si possono nel fatto disgiunger per modo, che un peccato potesse esservi seoza che avesse avuto lorigine da una colpa ; di guisa che egli, almeno in causa, non si potesse dir colpa. Non polendo essere Iddio autor del peccato, e non potendo la volont retta e giusta dell' uomo esser necessitala al male da cosa alcuna, egli evidente che il peccato non pu avere altra causa ed origine primitiva se non nella libera vlonl dell' uomo stesso: 2 . Che quelle due cose, purch vi siano entrambi, e l una causa dellaltra. (i) I. Dist. XLVIII, q. I, a. Ili, o. Vegga il lettore so lAnonimo pretenda giustamente di poter provare con questo testo che ( nel definire l'Angelico quali atti morali sicnn peccato, ( arraasu quo* ioli Assise x diesi esco ito, che traggono origine del loro difetto dalla volont ( in quaoto in soste* bau*: pone deficere et non deficere . Niente affatto afferma di ci 9. Tommaso net testo citato; e pure al n. 1 1 , 1 Anonimo proferisce francamente quelle parole cilando in prora il o. 10, dove non c altro testo dell Angelico; e sopra uuaffermazione si fal- sa , argomento poi a tutto sicurt. 0* altra parte , se i Angelico avesse detto, clic non si d peccato se la volont non m mosti* balia, in un senso cos generale come gliel fa dire l'A- nonimo, avrebbe con ci negato che il peccato originato fosse peccato, perch in questo la volont non m Nosrat balia; e a distruggere questo peccato tende sempre veramente la dottrina dei nostri sconosciuti avversari. Digitized by Google 230 possono per essere 1' una in an individuo dell'nmana specie, e l'altra corrisponden- te alla prima in un altro individuo della specie stessa, come accade nel peccato dori- gine il qual trovasi come proprio in ciascun che nasce, e gli fa perdere il fine, poi- ch egli morte dell anima intellettiva e morale delluomo, sicch luomo non per- venti ad Muti , ad quod ordinatus est ( tessera del peccato ); ma tuttavia la libera volon- t che lo commise ( tessera della colpa ) non in ciascun uomo che uasce, ma nel capo dellumana stirpe, in quo omnes peccavcrvnl (i). Ma replicher I Anonimo : s. Tommaso non distingue, egli dice, che ne* peccati volontari vi ha la ragione di colpa, in voluntariis ( peccalis) ipsa voluntas est causa sui defeelus, quia in nobis est posse dcficcre et non dcficere. Rispondo, esser mani- festissimo che lAngelico parla qui de peccati attuali che liberamente si commettono, in quibus idem est, comho detto anchio le tante volte ( 2 ) malum, pcccatum et cul- pa} e per l'argomento non fa al proposito. XXI. Che se s. Tommaso dicesse veramente ci che gli fa dir lAnonimo , cio se 8. Tommaso non riconoscesse peccato se non tragga l'origine dalla volont in quanto m nostra balia (3), ne avverrebbe che 1 Angelico non nominasse la macchia origi- nale in noi trasfusa col titolo di peccato se non simulatamente, senzafl'ermarlo tal veramente; ed questo il segno a cui mira l Anonimo di continuo. Al qual fine, ecco come egli fa parlar s. Tommaso : queste sono le precise pa- role che lAnonimo gli mette in bocca: sascoltin bene: dove nou uso di libero arbitrio, non colpa; ma ne bambini non v uso di libero arbitrio, dunque non v peccalo 1 (4). Se s. Tommaso avesse parlato cos, certamente egli non sarebbe il mio maestro, perch m atterrei in quella vece alla mia maestra la santa Chiesa, che mi dice, che ne' bambini v, pur peccato. Se s. Tommaso avesse detto quelle parole che lAnonimo gli fa dire, egli avrebbe apertamente negato il dogma del peccato originale; n a salvarlo sarebbe poi pip valuto il lasciare meramente la denominazio- ne falsa ed illusoria di peccalo, sottrattone e distruttone il vero concetto. Quest 1 ap- punto la tendenza di alcuni moderni teologi: tenere le parole cattoliche, spiegandole poi in un senso anti-r.altolico ; e anti cattolico il senso che si d alle parole cattoliche : peccalo originale da nostri Anonimi; il qual senso, in coi le spiegano, riducendo a nulla il peccato dorigine, riduce a nulla la causa della redenzione del genere umano, e scava il fondamento di tutta la cristiana religione. No adunque: s. Tommaso non ha mai scritte le parole che lAnonimo capziosamente (5) afferma avere egli scritte; c in vece delle parole che lAnonimo gli attribuisce, queste sono quelle dallAngelico scritte veramente : Baptismus et alia sacramenta Ecclcsiae sunt quaedam remedia contro peccatimi frustra igitur exhibercntar ( ai bambini ), nisiin cis essct aliquod peccalum. Non est autem in c peccato i actvale , quia careni usu liber arbitriti (1) F/Anonimo m' attribuisce che a formare la ragione di colpa io esiga t l onore atto di propria libera volont , Ma dove ha egli trovato questo no 1 mei scritti? Egli noo che i*r- ror suo proprio, che a me imputa calunniosamente, o almeno oscilanler. lo sarei infinito, se volessi notare tutte le false sue imputazioni ; uia crederci oggimai (fi gittaro il tempo e 1* inchiostro se Io facessi. (2) Vedi il Trattalo della Coscienza , face- 35, 36. (3) N. ... (4) (5) Dico capiio. amentp, perch in quello modt> mette in boera di a. Tommaso f accennate parole, c Ma s. Tommaso discorre per t'appunto cosi: conciosMachc a provare che i bambini c sono immuni da peccato attuale ; sciite ; dove non uso di libero arbitrio, non colpa; ma ( ne* bambini oon v uso di libero arbitrio, dunque non v peccato JX. u. Digitized by Google 231 sine quo nulus (ictus homini in cviPASt imputatile. Oportet igitur dicere i/r ttt esse peccatosi per originer traduclum (i). Dalle quali parole si raccoglie: i .* Che nei bambini vi ha on vero peccato, perch Baptismus et alia sacramen- ta Ecclesiae sunl quaedam remedia contea peccatimi frustra igitur exhibercntur, misi in tis (ne' bambini) esset aliquod peccatosi ; t. Che se non vi fosse un vero peccato ne'bambini, il battesimo e gli nitri sa- cramenti della Chiesa sarebbero inutili; di modo che chi nega il peccato ne'bambini, o ne distrugge lo verit, lasciandovi una finzione, nn mero nome, vien anco a di- struggere e negare l efficacia dei battesimo e de' sacramenti della Chiesa, perch fru- stra exhibercntur (i sacramenti) nisi in cis ( ne'bambini ) esset aliquod peccatosi ; 3. Che questo vero peccato che nei bambini non un peccato attuale, perch Il peccato attuale un peccato che s imputa a colpa, e il peccato de'bainbini non una colpa lor propria, perch in essi manca il libero arbitrio. Non est autem in eis peccatosi actuale, e perch ? Quia careni usu liberi ar bitrii, sine quo nullit actus homini in cvlpasi impulatur ; 4. Che dunque vi hanno due specie di peccali: peccati che non s'impntano a colpa a colai che gli ha in s ( nel caso nostro, a bambini), perch chi li ha in s non ha l uso del libero arbitrio ; e peccati che $ imputano a colpa a colui che li ha in s, perch costui ne fu il libero autore, come avviene de peccati attuali; 5. u Che il peccato che non s'imputa a colpa di Ini che lo ha in s, pu essere, ed trasfuso per via di gemmazione, e nnn per atto di libero arbitrio in s prodotto: Oportet igitur dicere in eis (ne'bambini) esse peccatosi per originem tra- duchi m. Altro dunque il peccato che s imputa a colpa, altro quello che a colpa non t'imputa: vi ha dunque differenza, secondo lAngelico, fra il concetto di colpa n quello di peccato; e se ne bambini non v ha la colpa quia carcnt usu liberi arbitrii, v'ha per il peccato vero, verissimo, bench questo peccato, dcficiat ex parte illa, ex qua pcccatum habet rationem culpae. Che se avessero altrettanto il peccato, quan- to nanno la colpa, Jrustra baptizarentur ; e per non so come i Teologi Anonimi che questo sostengono, possano evitare l'anatema del Concilio di Trento, che dice : Si quii dicl in remissionem quidem pcccatorum cos ( parvulos ) baptizari, sed nihil ex Adam trahere originalis peccali quod regenerationis, lavacro ncccsse sit expiari ad vilam aeternam consequcndam ; linde sit consequcns , ut in eis forma kaptismalis in remissionem peccatorum, non pera sed falsa intelligator, anathema sii (2). xxu. N conclude meglio cosa picena di buon per lui, 1 argomento che sembra al- 1 Anonimo nostro tanto decisivo, sicch ne mena vanto e trionfo ( perch i nostri Teo- logi Anonimi sono sempre millantatori, e parlano dall'alto in basso), che s. Tommaso in alcuni luoghi usi promiscuamente le voci di colpa e di peccalo ; perocch una colpa certamente anco un peccato; conciossiach la colpa, come abbiam detto, pre- suppone dinanzi a s, nell' ordine de concetti-, il peccato. Cosi del pari ogni peccato presuppone dinanzi a s, nell ordine delle realit, una colpa da cui sia provenuto. Laonde tutto ci che colpa, peccato, e tatto ci che peccalo colpa, 0 in s stesso 0 nella sda causa, come ho tanto volte spiegato (3) . Per esempio, chiarissi- (1) Contra Gen., IV, L. 5. (2) Sc. V, c. 4- (3) Quesio risponde anche agli altri luoghi recati dall* Anonimo al n. 11 , nei quali dal chiama- re che fa i. Tommaso colpa l originate peccato, pretende di mostrarlo a me contrario : quasich io Digitized by Google 232 mo quel passo di 8. Tommaso che adduce P Anonimo : Nullus enim a regno Dei cxcluditur nisi proptcr aljuam culpam si igur pucri nondum baplizali ad re- gnum Dei pervenire non possunt, oportet diccrc, esse in eie aliauod pcceatum (i); vha punto bisogno per intendere questo passo, che si confondano io un solo i concetti di colpa e di peccato-, perocch, restando distintissimi, trovasi e chiaro e vero: Dice in prima cne niuno * esclude dal regno di Dio se non per qualche col- pa, A' ut lue enim a regno Dei excluditur nisi propler aliquam culpam ; ma non dice mica, che niuno s escluda dal regno di Dio se non per colpa sda propria ; il che sarebbe uneresia degna sol d'nn Eusebio (a). Dice in secondo luogo, e come con- seguente, che dunque, venendo i bambini che muoiono senza il battesimo esclusi dal regno dei cieli, debbono avere ih s qualche peccato. Si igilur pueri nondum bapti- sali ad regmim Dei pervenire non possunt, oporlet dicere esse in is ali/uod peccatvu. Si noti bene quell in eis ; significa che il peccato, dee essere in essi, proprio io essi ; n dice mica altrettanto della colpa ; non dice mica a che debba essere in essi quella colpa, per la quale sono esclusi dal regno de cieli. Anzi, secondo la dottrina di s. Toimnaso, la colpa (il peccato in quant' colpevole) non pu essere in essi, quia careni usti liberi arbiirii sine quo nullus actus Uomini in cclpam im- pulatur (3). Dunque la differenza, secondo la mente dell Angelico, immensa fra colpa e peccato. Ma perch dalla necessit d una colpa onde i bambini vengano esclusi dal regno de' cieli, induce lAngelico che vi debba essere in essi un peccato ? Perch se in essi non vi fosse un peccato, non vi sarebbe in essi nulla che po- tesse venire inputato a colpa -, mancherebbe la materia dell imputazione e verrebbe fuori l'assurdo sistema dei Unto Eusebio Cristiano, che i bambini venissero involti nella punizione indilla al capo dell umana stirpe per l imputazione di un disordine, di un peccato, che essi non hanno n punto n poco in s medesimi (4). XXIII. Finalmente lAnonimo pretende che a sno favore deponga un alfro luogo di s. Tommaso; il qual non gli giova meglio degli altri. Il santo Dottore si fa questa difficolt : V idetur, quod nullus defeclus in nos per originem veniens rationem culpae habere possit. Ex hoc enim aliquid curabile vituperabile est, si malum sii, quod est in potestate ejus qui de hoc cvlpatvb (5). Tutto il dubbio che qui propone a s stesso lAngelico sta nel sapere, se il defectus in nos per originem ve- niens sia una colpa, se possa essere una colpa rationem culpae habere possit Non mette in questione, se sia un difetto, che anzi il nomina defeclus per originem ve- niens ; n pure mette in dubbio se sia un peccalo; ma domanda, in che modo que- sto difetto, questo peccalo possa essere il sabbietto di una colpa ; quando il concetto di colpa consiste nellessere io potest di quello che s'incolpa levitarla, ed ali'incon- Ir quel peccato viene comunicato per origine. Il santo Dottore si risponde che quel noo abbia gi spiegato nel Trattato della Coscienza, come il peccalo d'origine sia peccato e colpa ad un tempo, e come possa coll* uno e coll* altro nome chiamarsi. Vedi il Trattalo della Coscienza , f. 36 e segg. fi) Contra Genica, IV, L, n. 5. (2) Questa eresia forma li ssi ma in quelle parole del finto Eusebio Cristiano. a all incontro si ri- ferisce al libero arbitrio d'Adamo. che lo commise. Adunque non lo stesso per certo il concetto di peccato e quello di colpa. E cosi speriamo d avere illustrate le nozioni di peccato e di colpa. La fatica non Tu tutta nostra; lAnonimo ci forni molta erudizione ; noi non facemmo che ado- perarla. N avremo perduto il oostro tempo, se quanto abbiamo detto Gn qui intorno alla distinzione delle due accennate nozioni, contribuir a mantenere inviolato il dog- ma del peccato d'origine, causa della morte.dcl Salvatore, e fondamento di tutta la Cristiana Religione (a). (1) Nota, che quello che qui chioma difetto in principio del periodo, chiamollo peccalo { pec- catimi originale ). (2) L' Anonimo pretende che i due luoghi che io ho recati altrove per dimostrare come aan Tommaso distingua fra il concetto di peccalo e quello di colpa , non provino questo distin- zione. Quanto al primo, nell'ordine in cui egli li porta, che quel della S . I, II, q. I AX VII, Vili , fa osservare , che io I' ilo recalo solo a provare , che a costituire la colpa fa bisogno la libert ( atrio Dziaagnins ), e che falso perci, che io labbia recalo a mostrare la distinzione de' due concetti. Quanto all altro poi si chiaro, che non credo necessario farci sopra altre parole. HoSUIN! U1. XII. 4.V> Digitized by Google Digitized by Google SULLA DEFINIZIONE DELLA LEGGE MORALE RISPOSTA AL R. P. GIUSEPPE LUIGI DMOWSKI DELLA COMPAGNIA DI GES. Digitized by Google Fu itampato in Arezao dalla Tipografia Bello tu', i84 . Digitized by Google SULLA DEFINIZIONE IDMM DMM! - (Quantunque mi rincresca di dover venire a discussione col ft. P. Dmoswaki della C. di G., tuttavia, vedendo che le censure sue tendono a spargere de' dubbi sulla sanit della mia dottrina, come altri fecero contemporaneamente, non posso in alcun modo lasciar di purgarmene. Conciossiach io men vo debitore non solo ai dotti, i quali, avendo sott occhio i miei scritti, tolti volti alla difesa della nostra santssima religione e a promoverne le intemerate dottrine, non hanno bisogno di piu ; ma an- cora agl indotti, i quali le cose mie non conoscono che per odila, e pero ricevereb- bero forse scandalo se, tacendo io, mi lasciassi continuamente diffamare Gn colle pub- bliche stampe. Affine per di mostrare al padre Dmowski, che questo solo Gne mi muove a rispondergli, io non entrer nell esame del suo libro, n user rappresaglia di sorte, ci che troppo facile mi sarebbe ; ma dir solamente quello che mi torna necessario indispensabilmente a difendermi. Fors anco ( Dio lo voglia ! ) da questo mio piccolo scritto avverr un bene non piccolo, oltre quello della mia propria giu- stiGcazione presso gl indotti, e sar che, non venendo mosso il padre Dmowski da mal animo contro di me, egli intender facilmente la mia ragione ; e questa ragione per intero me la far, a buon esempio ed ammaestramento di altri, i quali si ande- ranuo poscia pi cauG in apporre a chicchessia, non solo a me, di tali bruite colpe. Incominciamo. La parola Legge prendesi in diversi signiGcati, e principalmente ne due che da s. Paolo sono accennati in quelle parole : Gentes quae legem non habent , ipsi sibi sunt lex (i), dove, quando l'Apostolo dice legem non habent , intende per legge la positiva di Mos, e quando soggiunge ipsi sibi sunt lex, d il nome ai legge alla naturale. La legge positiva va sempre vestita di un' esterna espressione, sia che ven- ga intimata in parole, o promulgata in iscritto. Tuttavia la parola e la scrittura non sono propriamente la legge, ma sol dei segni che comunicano alle umane menti la legge. La legge dunque, svestita di lutti i segni che la comunicano eia promulgano, riman Gnalmente una concezione che ha sede nella mente, sia del legislatore che la d, sia del suddito che la riceve : un idea, una nozione che esprime o in generale l ordine intrinseco dell' essere, il qnale esige per s rispetto ( 2 ), o in ispecie la vo- lont del superiore, che pure esige il nostro rispetto. Laonde, volendo io ne Principi della Scienza morale (3) deGnire la legge (1) Rom. n, 14. (2) Ved. la Dissertazione dtl senso morale dell Eminentiss. Cax. Gerdil. (3) Cap. I, art. 1 . Digitized by Google 238 formale, svestila da ogni altro elemento accessorio, dissi che essa finalmente si ridu- ceva ad una nozione della mente, coll' uso della qnale si fa giudizio della moralit delle azioni umane i ( cio distinguesi quali azioni sieno morali e quali immorali ) . (2) Nella nota a pag. 35 , dell' opera intitolata : Institutiones philosophiae, alidore eie. Voi. Il, continene institutiones Ethicae teu philotophiae moralie: Edilio romana ab auctore emendata et pleriegue notionibus aucla. Romae, lapis Joanrus Baptietae Marini et sodi, MDCCOXLI. 239 in vari luoghi delle mie opere, secondoch richieder il ragionamento? Le varie definizioni della legge da me usate, pigliandole da' pi insigni morali dottori, son note a quanti lessero le cose mie. Quanto poi a quella, che il padre Dmowski vuol fare apparire inaudita, io mi contenter di qui osservare semplicemente che Tutti gli autori pi celebri, hanno sempre -riconosciuto che l'essenza della legge morale, la sua forma, la sua virt obbligatoria, per la qual solo ella la legge, non pu essere o manifestarsi che nella mente, di guisa che ella si riduce ultimamente sempre ad una concezione, o nozione, o idea, o ragione, ecc-, onde che proceda, o ci venga coma- Dicala chiamata regola delle azioni dal comune de' moralisti ; ma regola non sono le parole materiali, o lo scritto che la significa ; regola il significato di, quelle parole, o di quello scritto ; e per una concezione, una nozione, un pensiero. E chiamata ra- gione, ratio agcndorum ; ma la ragione, come ho gi dimostrato nel libro c Prin- cipi, non che un'idea semplice o complessa; e pu considerarsi nella mente del le- gislatore, sotto il quale aspetto la legge si definisce rccta ratio impcrandi atque pro- hibendi, secondo Cicerone (i), il quale, per distinguerla dalla veste delle parole, soggiunge : quam qui ignorai , est injuslus, sioe est illa scripla uspiam, sive nuspiam. Ma fino a tanto che la detta concezione sta nella mente del legislatore, non Ita per anco propriamente il concetto dijcgge, perch sconosciuta uon pu obbliga- re ; ella diventa tale, solo nella mente di chi dee secondo quella operare, giudi- cando con essa della moralit ovvero immoralit delle azioni, nel quale stalo si defi- nisce recla agendorum ratio. Il che insegna Cicerone dicendo: Eadem ratio cum EST IN UOMINIS MENTE CONFI RMATA ET CONCEPTA, lex est ( 2 ). E perch la logge sta per la sua essenza stessa nella mente, e la mente, se ne diletta, s. Paolo chiama la stessa legge di Dio lex mentis (3); e gli antichi constanlemebte chiamano essa legge morale ragione , o mente, o con altra somigliante parola la esprimono. Laonde Cicerone : Est cnim ratio, mensqoe sapienti ad jubendum et deterren- dum (4) : per questo che Platone crede di poter derivare la parola uopo? legge, da uoos' mente (5) : per questo san Tommaso, nella questione, in cui tratta dell' essenza della legge, sostiene, che ella est aliqcid rationis ( 6 ); dice ancora, che una partecipazione della legge eterna nella creatura razionale ( 7 ) la chiama espressa- mente una concezione della mente, come noi appunto la chiamiamo: Naturali con- ceptio et ' homini) indila, qua dirigitur a l operandum eonvenienter, lex natu- rali seu jus naturale dicilur ( 8 ) ; chiama la legge eterna concetto della mente divina : Aeternus divinae legis conceptus babel ralionem legis aeternae (9) ; la paragona all tDEA, da cui non la fa differire che per una relazione: Sicut ratio di- vinae sapienliae in quantum per eam euncta sunt creata, ralionem babel arti s vel exemplaris vel ideai:, ita ratio divinae sapienliae moventi s omnia ad deli- (1) De Legib. I, XV. (2) De Legib. II. Affinch la definizione potesse convenire tanto alla legge considerala nella mente del legislatore, quanto atta legge considerata nella mente del suddito , io la definii a una notione delia mente s, ma senza porre netta definizione di qual mento inteDdeTo. Quan- do poi venni a parlare delle condizioni necessarie affinch 1' uomo possa far uso della legge a dirigere la sua vita, misi per prima condiziono, che ). Ma sarei infinito, se 10 volessi accumulare somiglianti autorit, a provar eo$a che da tutti i principali cattolici, come dicevo, nella sostanza insegnata; ed doloroso, mi sia permesso 11 dirlo, vederci ridotti conlinnamenle alla necessit di difenderci da persone, che senza alcun riguardo, appongono la taccia di novit ad ogni cosa vecchia, che essi non sappiano. Passiamo alle altre censure del padre Dmowski. Dopo aver egli recale le sole prime parole della mia delinizione, la legge mo- rale non che una nozione della mente 1, si ferma; e vi contrappone tosto queste due osservazioni: 1 .* Ast notio mentis est per se quid subjcclivum, non ineolvit igitur dimanationem legis a legislatore; 2.* quac de praeccpto et constilo dici potcst, quia et de quavis alia re cujus concepturn intellcclualein habemus. Ora, io quanto a questa seconda osservazione, egli verissimo che il dire nna nozione senza specificare di che nozione si parli, pu riferirsi ngualmente al precetto e al coosiglio e a qualsiasi altra cosa di cui possa aversi un intellettuale concetto. Ma come colui che, censurar volendo la definizione dell'uom di Aristotele luomo nn animale ragionevole , malamente procederebbe, se, fermandosi alla prima parola, animale , cominciasse a dire, che questa parola si pu riferire anche ni cani, ai caval- li, ai muli e a tutti gli altri bruti, e per mal sapplica all'uomo perch la definizione dell' nomo non arrestasi a quella parola, ma v' aggiunge la differenza di ragionevole ) cosi del pari non bene fa il padre Dmowski a rivolgere In sua censura sulla prima sola parola della deGnizione proposta della legge, staccandola da quel che segue, e dichia- randola di soverchio generica ad esprimere la legge. Perocch unendo il genere di nozione alia differenza che viene appresso, cio coli uso della quale si fa giudizio della moralit delle azioni, e secondo la quale perci si deve operare , avrebbe fa- cilmente potuto conoscere, che la nozione in cui noi riponiamo l'essenza della legge morale, non la nozione di qualsiasi cosa, di cui si abbia nn concetto intellettuale, n tampoco la nozione che insegna a conoscere meramente le cose di consiglio, ma quella c secondo la quale si deve operare 1, e per quella che fa distinguere le azio- ni oneste dalle turpi ( 6 ). Vero , che la parola moralit si pu prendere nella lingua nostra in due sensi, cio o per onest, il cui contrario sarebbe immoralit, o per qua- lit morale dell'azione in generale. Ma, o nel primo, o nel secondo significato si preti da quella parola, la definizione tutta insieme non dimostra meno, che s'intende parlare (1) S. t. Il, XCIll, 1 . (2) De Legtb. I, III, 9. (3) P. Ili, Q. XXVI, mrmbr. 1 . (4l Rom. II. (5) De Legibus tt, I, 9 . (6) Vorrebbe il padre Dmomki eba la definizione della legge non ai potette applicare al pre- cetto che ti fa a persone particolari. Ma la parola legge ammette una ma-pore 0 minore etten- tiono di significato. Noi dovevamo all* uopo nostro definir la leggo in un senso Iato, prendendo- la io generale Come c un principio di obbligazione , come c una regola morale delle azioni 1 ; noi qual senio apparitene alia legge anco il parlicoltr precetto. Digitized by Googl 241 di quella nozione che fa discernere il lecito doli illecito, e non il lecito dal con- sigliato. Perocch se prendesi la parola moralit pel contrario d 'immoralit, veggiain chiaramente che parlasi di una nozione coll'uso della quale si di-cerne quali azioni siano morali, e quali immorali, cio illecite; e quindi rimarr escluso il consiglio. Se poi prendesi moralit per condizione o qualit morale delle azioni, allora dee con- siderarsi che la definizione viene ad assegnare successivamente due differenze, che ristringono il genere delle nozioni, e per dice i. che la legge appartiene al genere delle nozioni, 2. 0 che appartiene a quella fra le specie contenute nel genere delle no- zioni, colla quale si pu giudicare della condizione o qualit morale delle azioni : non basta ancora: 3. che appartiene ad una specie ancor pi ristretta fra quelle, col- le quali si fa giudizio della moralit delle azioni, cio a quelle nozioni secondo le quali si deve operare; e colle quali per discernonsi le azioni lecite dalle illecite ; non le buone dalle migliori. Il Padre dice: perch vi mettete voi quel perci, quasich dal- l'essere la nozione, di cui si parla, alta a (arci giudicare della qualit morale di unazione, ne dovesse venire qual conseguenza, che noi dovessimo operare secondo quella, mentre la nozione potrebbe indicarci I' azione essere di consiglio, oon essere obbligatoria ( 1 ) ? Rispondo, che nella classe di quelle nozioni. Colle quali si giudica di ogni qualit morale di unazione, vhanno anco quelle, colle quali si giudici! della qualit che rende le azioni lecite d illecite: e perci si deve operare secondo ci che detta quella classe di nozioni l venendo cos assegnata lultima differenza, la quale fa che una nozione abbia il vero concetto di legge. Che se nondimeno il perci si volesse ommeltere, confessiamo che niente la definizione ne scapiterebbe. Veniamo ora all'accusa pi riguardevole. Il P. L). mi dice che notio mentis est per se quid subjectivum. Nel sistema di lui il concedo., perocch egli fa scaturire le idee dal soggetto stesso, e pone il concetto del nostro Io della nostra attualit come all animo es- senziale. Ma perch non prendere un po' pi di cognizione del sistema nostro, prima di parlarne? Avrebbe allora conosciuto, che nozione ed idea per noi il medesimo nella sostanza, non differendo che per una diversa relazione ; avrebbe inteso, che per idea noi intendiamo un oggetto intuito dalla mente nella sua possibilit : sicch si sarebbe accorto, che il dire essere la nozione per noi cosa soggettiva torna falso ed assurdo; giacch loggetto ( possibile) che informa la mente, c dalla mente indipen- dente, e ad essa superiore, come tante volle nelle opere nostre diciamo, c come ab- biati) provato collautorit dei Padri della Chiesa ( 2 ). Avrebbe conosciuto di pi, che noi riduciamo tutti gli oggetti ideali allente in universale, net quale la mente li vede; e che quest ente in universale lo ripetiamo poi da Dio stesso ; essendo esso per noi quel lume che Iddio comunica alle anime in pur creandole intelligenti. Sicch il lume del- la ragione per noi uoa impressione, se cos vogliamo esprimerci, del volto di Dio; e gli sarebbe stato allor facile il ritrovare in questo stesso lume il vestigio del supre- mo legislatore. Ma dubbiamo noi forse ripetere continuamente coleste cose, che abbia- mo tanto estesamente esposte, e coll'autorit dellecclesiastica tradizione ampiamente confermate? 0 non avremmo noi forse il diritto di rispondere: * Fratello leggete, c meditate meglio ? (3) Unaltra difficolt: soda bene- Nonne, dice il padre Dmowski, notio, opc cu- jus de /lumariarum actionum moralilate judicamus, sumilur frequenter ex reina - (1) Onde il padre Dmowski fa le maraviglie di questa illazione: Mira vero prorsus est ah auclorr. farla de darti o : c e secondo la quale perci si deve operare! 1 cr. (2) Vedi fra gli altri luoghi il c. XLII del L. Ili del Iiinnov/tmcnlo ccc. (3) Veggasi fra gli altri luoghi il cap. VI della Storia comparativa dei sistemi morali ; c la Filosofia del Diritto , voi. I, Se*. Il, vi? ; Sei. Ili, i, u, m. Rosmini Voi. XII. 450 Digitized by Google 242 tura, ex fine, ex adjunctts eie. , r/nac per se rationem legis certissime non con- tinenti Confonde qui il noslro aulore Y ordine delie idee, ni quale appartiene la legge, coll ordine delle azioni reali, ni quale appartiene la moralit posta in essere. Tanto nell'ordine delle idee, e nella legge, quanto nellordine delle cose reali e delle azioni vi la natura, il fine, le circostanze ecc. dellazione. Cosi la legge mi comanda di non fare ci che di natura sua male, di operare con fine retto, di osservare se l'a- zione possa essere malvagia per cagione di qualche sua circostanza, ecc. Tutte que- ste cose entrano dunque nella legge ; sono tulle idee che compongono la nozione complessa dell azione lecita e dell' azione illecita, colla quale noi possiamo e dob- biamo giudicare le azioni reali, e discernere in fra esse quelle che noi possiamo porre lecitamente, da quelle che non possiamo. A formare questo giudizio che cosa si ri- chiede? Richiedasi manifestamente clic noi paragoniamo la natura dell'azione che ci si presenta a fare, colla natura detrazione caratterizzala per lecita dalla legge morale: e medesimamente che paragoniamo il fine con cui operiamo, col fine pre- scritto dalla legge; le circostanze colle circostanze volute dalla legge ecc. Non pu dunqne dirsi di queste cose con tanta franchezza, i/uae per se rationem legis certis- sime non conlinent, perocch se, materialmente prese, non sono leggi, ma indizi a cui applicare la legge ; idealmente prese per sono veri elementi della legge, la qua- le con essi determina il lecito, e dall'illecito lo distingue. L obbiezione del padre Dmowski nasce adunque dal non aver egli haslevol mente analizzata la legge n di- stinto bene l'ordine delle azioni reali, a cui sapplica In legge per giudicarle buone o ree, dall ideale di esse, che il modello loro, la legge stessa, secondo la quale s giudicano. Egli prosegue: Eamdem insujjicientiam ostendunt, ut inspicieuli facile pat- bit, Iret conditiones buie legis de/initiuni adjectae. Mi permetta qui il P , che lo interrompa, per notare nelle sue parole nna ine- sattezza di esposizione. Egli fa credere, die io abbia aggiunto alla definizione della legge tre condizioni ; ma io non ho fatto questo. Le mie parole stampate sono le se- guenti: Acciocch poi si possa far oso di questa nozione, e recar giudizio delle azioni ornane conviene che v'abbiano tre condizioni, e ci sono le seguenti ecc. , dove si vede che le tre condizioni non furono da me apposte alla definizione della legge, come dice il P. D., ma che furono indicale come necessarie, acciocch si pos- sa Jar uso di essa. Questa osservazione importante. Per essas' intende quanto male a proposito il Padre, dopo aver recate quelle Ire condizioni, siccome da me apposte alla definizione della legge, prosegua poi ad investire questa povera defin'zion mia con delle inter- rogazioni gravissime a dir vero, e clic meritano 1 attenzione del lettore. Noi le rife- riremo, soggiungendo a ciascheduna la sua risposta. Praeterea, dice, cero la prima, nonne volunlas divina, vel cujuseis legitimi superioris, debito modo et sujficienler subditis manifestata, cera ni legis conlinet rationem ? Cerlmenle, o Padre, e chi n' ha mai dubitato? e chi ebbe la temerit di avo- carlo in dubbio? La volont di Dio, o quella di qualsiasi altro legittimo soperiorc, non entra ella forse in quella nozione complessa, colla quale sola la mente nostra pu giudicare, se un'azione ci sia lecita oppur proibita? Perocch come possiamo noi giu- dicare che un azione sia lecita, se non avendo nella mente nostra tutti gli elementi, daqunli risulta la licitczza di quellazione? e questa licitezza risultante da lutti i suoi elementi e anche dalla volont dei legittimi superiori, che cosa ella altro se non una nozione, colla quale la menle delluomo conosce e distingue quellazione esser lecita, e non lecita per opponilo la sua contraria? La nozione adunque della licitezza di un aziouc abbraccia in s di necessit (ulto ci che costituisce lazione lecita, perocch Digitized by Google 243 ella non altro che la stessa qualit morale di essa azione lecita concepita dalla men- te; e perci ella, quella nozione, non meno abbraccia la legge positiva, clic la natu- rale; risultando, come dicevamo, la licitezza d' un azione da quella e da questa. G perci appunto io m'attenni all accennata definizione, perch dovessi definir la legge in un modo generalissimo, che in s abbracciasse ogni principio d obbligazione, tan- to razionale che positivo (t); acciocch ella potesse servire di buon cominciamento alla trattazione. Conciossiach le scienze, se io nulla veggo, si debbono incominciare ad esporre abbracciando da principio largomento in tutta la sua estensione o gene- ralit, affine di poter poi venire in appresso dividendolo e suddividendolo ordinata- mente. Il padre Dmowski non osserv oltracci, che la legge che io definisco si la legge morale , e non la legge semplicemente . Io ho aggiunto questo epi- teto di morale per avvisare appunto il lettore di ci che la definizione mia doveva abbracciare, e di ci chella doveva escludere. Ella doveva abbracciare tuttoci che moralmente obbligasse I uomo, e doveva escludere tutte le forme esterne e ma- teriali della legge, la legalit, la veste di essa. Talora si d il nome di legge anche Ile sue forme esterne ; perci, affine di evitare gli equivoci, ho dichiarato che In mia definizione riguardava la legge morale > in tutta la sua estensione ; ma non di pi. A orine retale ad eoe, continua ad interrogare il Padre , qui per se ra- tionem investigare non va/ent , et praesertirn in r/uaestionibus mere probabili- bus, doctorum judicium et auctoritas pr regala morali! ali* stimi pot si ? et la- meri i/uis unr/uam dicere audebil haec et bornia similia alimi non esse r/uam no- tionem mentis ? Qui il Padre mostra di credere, clic laver io detto che la legge morale sia una nozione della mente, colla quale luomo distingne ci che lecito e ci che illeci- to, sia il medesimo, che laver io insegnato, che gli uomini non possano conoscere il lecito e distinguerlo dall illecito senza investigare la ragione delle cose, il che cer- to non pu fare il pi degli uomini. Ma ogni savio e discreto lettore vedr, che s'egli vero che niun uomo pu distinguere il lecito dall illecito se non ha una nozio- ne della licitezza ed illicitezza delle azioni, non poi vera n necessaria conse- guenza, che a fare tal distinzione si esiga di pi, che gli uomini investighino la ra- gione delle cose, n tale scempiaggine fu da me detta ; bastando anzi, che essi sieno diretti dalla legittima autoril. E questa tuttavia non varrebbe loro niente, se prima essi non avessero in mente la nozione del lecito e dell' illecito in gene- rale, e poi non credessero che ci che la legittima autorit loro proibisce ille- cito, e ci che la legittima autorit loro permette lecito. Nel caso adunque della legge positiva, la nozione complessa , colla quale gli uomini giudicano della lici- tezza delle azioni, risulta dall autorit del legislatore e della legge da quello pro- cedente, e non da alcuna investigazione razionale , che fuori di proposito il P. D. introduce. Quanto poi all autorit de dottori nelle questioni meramente probabili, essi non hanno virt di far leggi, perch non sono legislatori ; ma la loro autorit giova assai n venire in cognizione di ci che la legge proibisce o non proibisce ; e perci qnel- l autorit de' dottori non propriamente la regola delle azioni, quale la legge; ma ella un mezzo utile, come dicevamo, a conoscere l efficacia della legge, cio se e quando la legge obblighi, o non obblighi. L' autoril dunque de dottri dee riguar- darsi in molti casi come un aiuto dato all'uomo, acciocch questi si possa formare pi facilmente quella nozione della licitezza d un' azione, colla quale poi egli giudica se (1) Eli Unto pi strana questa osservazione del P. D. , elio io parto detta legge posi- tiva proveniente dai legislatori o oa' superiori nelle note stesse cho illustrano la data detiuizio- nc, c io millanta altri luoghi delle tuie opere. Ved. il capitolo 1 do' Principi. Digitized by Google essa "li sia pcriu'-si oppure violata : e in quella nozione appunto consiste i essen- za della legge morale. Finalmente il I. D., dopo aver dimandato: Chi oser dire, che la volont dei legittimi superiori o l'autorit dedottori non sia altro che una nozione della men- te (i)? soggiunge: Aul ad hoc ut tallo tini, debere , necessario in mente recipi , et ad judieia circa actiones applicarti quasich la volont de legittimi superiori, e 1' autorit de dottori possano servirci di regola delle azioni anche se non la riceviamo nella mente nostra!! Fin qui si sempre credulo, che la volont de' superiori e l'au- torit de dottori non potesse mai servir di regola agli uomini, se quella e questa non giunga alla loro cognizione; ma ora il P. D. trova questa mia dottrina erronea, e ne prende scandalo (z)! Mena pure le maraviglie dellaltra condizione da me posta, ace : oech si possa far uso della legge, cio, che la legge venga dal soggetto applicata alle azioni ; qua- sich un uomo qualsiasi o dotto o ignorante non abbia bisogno di applicare la legge alle sue azioni, se egli vuol conoscere qoali gii sieno lecite o permesse e quali no; e cosi vivere secondo quello che gli prescrivon le leggi. Si direbbe che il padre Dmo- wski dispensasse gli uomini dall avere la coscienza, giacch la coscienza non che un giudizio che I uomo fa delle sue azioni particolari applicando ad esse la legge che egli conosce ! Io non vedo necessario d entrare a rispondere a tali obbiezioni, bastan- domi di esporle alla luce del pubblico. Pi tosto qui in fine aggiunger sembrarmi, che le osservazioni del padre Dmo- wski, consideratone il fondo e lo spirito, riescano a proporre questa difficolt: c co- me sia possibile che in una nozione o ragione della mente si manifesti una forza ob- bligante I' nomo . Se questa veramente In difficolt principale del padre Uniowski, che non ni assicuro affermarlo, non sar difficile a vincerla, purch si chiarisca pri- ma bene in che consista la forza obbliga ole. La forza obbligante una necessit che I* uomo conosce avervi di operare in un dato modo per non diventare un essere malvagio. L' uomo poi diventa un essere mal- vagio, quando la sua volont ricusa di aderire all' essere secondo l'ordine dellessere stesso ; cio preferendo P essere minore in confronto col maggiore. Aderire all essere colla volont, vuol dire riconoscere 1 essere por quello che n pi n meno, amarlo come late, operare in conformit di questo amore. Per esempio, se io disubbidisco a Dio per attenermi al piacere de sensi; io preferisco l'essere materiale e animalesco a Dio, preferisco il minore al maggiore. Entro dunque in lotta coll essere, sono av- verso al suo ordine, da parie mia tento di distruggerne lordine, anzi, io veramente lento di distruggere lessere stesso, perch lessere, senza il suo ordine intrinseco, non pu stare. Ora l essere e il bene si convertono (3). Tentar dunque di distruggere l ordine dell' essere tentare di distruggere il beue ; e cosi facendo io sono autore del male ; dunque sono malvagio. Se non voglio adonque esser malvagio, io dedito operare in conformit dellordine dellessere. Questa necessita 1 obbligazione morale. Chiarita cos la forza obbligante, la necessit morale ; egli agcvol cosa inten- dere come questa si manifesta nelle nozioni o cognizioni della mente. Perocch, se io (1) Noi non abbiamo mai dello ebe la volont de* superiori o l'autorit de dottori non sia atiro clic una nozione della mente , come vuol dare a credere il P. D. ; ma diciamo belisi , clic l* uomo si serve della volont dei superiori e dell* autorit de* dottori per procacciarsi la nozione , oolla quale poi egli conosce e giudica se i' azione di egli sla per fare gli sia lecita , ovvero illecita. (2) lo osservai gi di sopra, aver io dello, elio la legge dee essere ricevuta do noi nella mente , t acciocch si possa far uso di essa > ; c non acciocch sia legge o regola dello ozio* ni, come felsnmcnlc m ottribuiace il P. U. (3) S. Tom., S. I, V. tu. Digitized by Google *45 non conosco lordine dell'essere, e se non conosco che, ove io me gli opponga, di- vcnlo malvagio, non, potrei mai sentirmi obbligato a non oppormivi, ad operare in conformit di esso. E dunque in virt di tali cognizioni o nozioni, che io mi accorgo di essere necessitato ad operare in un modo pi tosto che nell altro, se non voglio ren- dermi reo o sia malvagio. Ecco come l 'obbligazione, fa sentir la sua forza sempre nella mente, e come perci senza intelligenza non si d morale. La quale fu veramente In sentenza di tutti i grandi uomini dell antichit gentile o cristiana; e pi s' intende, pi che si meditano i loro delti. A me baster qui recare la testimonianza di Cicerone per l antichit gentile, e quella di s. Tommaso per l'an- tichit cristiana: i due raccoglitori della profana e della sacra sapienza. Cicerone dice, che gli uomini dottissimi ebbero definita la legge cos: Lex est ratio stimma , insita in natura , quae jvbet ea quaefacienda sunt prohibet- qve contraria (i). Colle parole ratio stimma insita in natura , dimostra che la legge risiede nella mente dove sta la ragione ; e colle parole jubet e probi bet, dimostra che ivi ella manifesta una forza autorevole ed obbligante. E ancora , rife- rendo sempre il parere de sapientissimi, afferma, che la legge est ratio , uensqcb sapientis ad jv re jvovm t et ad de terrenduu idonea (2); colle quali parole di- chiara idonea a comandare e a vietare, che quanto dire ad obbligare, la ragione e la mente del sapiente, non per altro, se non perch questa mente e quella che vede e addita qual sia 1 ordine delle cose, e limmalvagire che fa I* uomo a quello oppo- nendosi. finalmente diee.flncora, F.a ( lex ) est enim naturae ris: ea a e ss ma- ttoque prudests : ett juris alque injuriae regala ( 3 ); colle quali parole di nuo- vo esprime la forza obbligante, 0 sin la necessit morale, che sta nella mente e ra- gion del prudente , e che si manifesta in quella norma 0 regola, con cui le cose giu- ste dalle ingiuste distingnonsi. Tale era adunque il sentire dell* antichit gentile da Cicerone a noi testificalo: in ona medesima nozione della mente scorgevano quesavi ad un tempo e In regola di giudicare, e la forza di obbligare. Ora tale altres il sentire dell' antichit cristiana, n pu esser altro, testimo- nio I Angelico. A tagliar breve, io rimando prima il lettore a quella questione dove il santo ricer- ca se i imperare sia un atto della ragione, e risponde senza esitare : Imperare atUem est r/uidem essentia/iter aclus rationis ; e ne d questa ragione : Imperane enim or- d nat rum qui imperai ad aliguid agendum , intimando et denuntiando (4). Ecco qua che il comando nasce dal conoscere 1 ordink, che si vuole eseguito. Laonde nota 1 Aquinale, che i bruti possono bens muovere le loro membra, ma non far degli atti imperati (5j; l dove gli uomini j 'aduni impetum ad opus per ordinationeh ratio- nis (G). N solo, secondo la dottrina dellAngelico, la ragione pu imperare alle potenze inferiori, ma alla volont, potenza morale, perch ella quella che conosce dove stia il bene. Manifestino est autem , dice, quod ratio potest ordinare de aclu volun- talis ; sicut enim potest jv Die are quod bonusi sit ali quid velie, ila potest ordinare imperando quod homo veli l ( 7 ). Dove apparisce il perch Della ragione si manifesti questa forza di comandare ; non per altro, se non perch qnivi fatto nolo all' uomo I ordine e il disordine, e per qgal cosa sia bene volere, quale sia ma- fi) De legib. I, v. (2) Ivi II, IV. (3) Ivi. (4) S. I. .11, XXII, 1. (5) Ivi, ari. 11. Imponibile est quod in brutti animalibut , in qvibus non ut ano *it Qiqun modo imperi um. (6) Ivi , aii 3. {7J Ivi, ari. V. Digitized by Google 246 le. Laonde, dalla virt che ha la ragione di conosoore l'ordine e il bene e il male dedace il santo l'origine della legge. Perocch egli cosi argomenta ancora: Ad le- gem perline t praecipere et prohibere. Sed imperare est ralionis ut stipra habitum est. Ergo ex est aliquid ralionis, ed ancora ; Lex guaedam regala est et mensura actuum. Negala auleta et mensttra htimanorum acltium est ratio , quae est prin- cipiarti primum aduniti humanorum. Inunoquoque autem genere id quoti est pria- cipium est mensura et regala Ulius generis. linde relinquitur quod lex sit ali- qcid pertInens ad rationem (i). Ed aggiunge, che le proposizioni generali del- la ragione morale, hanno appunto natura di legge: Est invenire aliquid in catione pradica quod ita se habeal ad operationes, stetti se habet propositio in rationc speculatil a ad conc/usiones. Et hujttsmodi propositiones vnipersales ratio- nis praticar ordinatae ad acliones habent rationem legis (2). E adunque nella ragione che si manifesta la legge secondo s. Tommaso, a seguo tale, che n pure i comandi di un superiore qualsiasi potrebbero obbligare la creatura ragionevo- le, se precedentemente a questi comandi, la sua ragione morale (chiamata pratica da s. Tommaso ) non gl' intimasse questa proposizione generale, o sia legge : I coman- di del superiore si debbono eseguire. I quali comandi per cesserebbero dall' es- ser precetti o leggi obbliganti se fossero opposti allordine di ragione, perch, E 0- luntas de iis quae imperantur ad hoc quod legis rationem habeal, oportet, quod sit a li qua rat ione regc lata ; et noe modo iiitclligitur , quod roluntas prin- cipi habet vigorem legis: alioquin roluntas principi magi esse t iniquitas quam lex ( 3 ). Nella ragione adunque si manifesla la legge morale, secondo s. Tommaso. Ora egli chiaro, che ivi stesso dee manifestarsi immediatameute e contemporaneamente la forza dell obbligazione ; perocch la legge non sarebbe legge se veramente non obbligasse. Laonde s. Tommaso deduce la parola legge da legare : Dicittir enim lex a legando quia orligat ad agendo st (4-). N s induca da questo, clic la ragione delluomo sia quella che fa le leggi o produca l' obbligazione : mai no. Come ho in tanti luoghi spiegato, la ragione del- 1' uomo solo, per cosi dire, il luogo dove si manifesta la legge e la sua forza obbli- gante ; nulla pi. La legge e la sua forza nasce primieramente dall ordine degli es- seri, e propriamente dalla loro dignit : conosciuta questa dignit, e quindi sentitane 1* esigenza morale, si presentano ben presto anche le leggi positive ; perocch si de- duce la conseguenza, che dunque l'uomo dee uniformare la sua volont a quella di Dio, e a quella di altri legittimi e non ingiusti legislatori. Laonde la legge, anche la naturale, nell uomo, per parlar coll Angelico sicut in regalato, e non sicut in regulanle ( 5 ). Finir osservando che il considerar la legge come una concezione della mente, eleva il pensiero a Dio. Perocch egli chiaro, che Iddio la suprema mente, e per ivi dee trovarsi il fonte delle leggi. Per questo appunto i filosofi gentili poterono chia- mare la legge naturale ratio sa si si a insila iti natura (6), che quanto dire, una parlecipaz'one della ragione divina ; e Cicerone pot scrivere quelle belle parole liane igitur video sapientissisiorcm fvisse sententi am, legem neqce nominisi ingenue excogitatam, nec sciatti (7) uliquod esse populorutn, sed jkterncm (1) S. I. Il, XC, 1 . (2) Ivi, ad a. (31 Ivi, ad 3. (4) Ivi, in c. (8) S. I. II, XC, ni, ad 1 . (6) De Legib. Il, iv. (7) Quanto c acconcia questa parola scitvm a dimostrare colla sua etimologia, clic gli .in - tichisnoii italiani Riputavano le ragione coma il (un In dcl'e leggi t Digitized by Google 247 qui odasi , quod universum mundum regeret, mperandi prohibendique sapientia. Ila principem leoem illam et uhimam, uentem esse dieebant, omnia rationk cogentis aut vetanlis dei : ex qua illa lex, quam Dii fiumano generi dederunt, ree le e si laudata (i). A cui consuona il perpetuo insegnamento cristiano, mirabilmente espresso da sant Agostino, che scrisse : fila /ex, guae svuma patio nominatur , cui semper oblemperandum est et per quam mali miserata, boni bcalam vitam merentur , per quam denique illa quam lempora/em vocandam diximus recte ferlur, reclegue mutalur, polest ne cuiquam intelligenti non incomuutabius jctebkaqve vi- dee i (2) ? (1) De Leghus , II, i*. (2) De L. Arbitrio , I, ti. Digitized by Google Digitized by Google SULLA TEORIA BELL ESSEBE IBEALE RISPOSTA && m ip mm mmm DELLA C. DI G- Digitized by Google Digitized by Google SULLA TEORIA massaia I. il elle osservazioni critiche che il rer. padre Dmowsl della C. di G. fece alla definizione da me data della legge (i), egli si riferisce all altre osservazioni critiche da lui fatte sulla dottrina da me proposta intorno l'origine delle idee ( 2 ). Per quelli adunque che credessero connesse queste due cose, come le crede connesse il padre Dmovreki, par necessario che, dopo aver io dimostrate insussistenti le osservazioni op- postemi sulla definizione della legge, dimostri insussistenti anche le osservazioni sue riguardanti la dottrina dell'origine delle idee. II. E la prima cosa che dir sar piccola, ma pure importante a dimostrare, che il padre Dinowski non si dato la cura sufficiente di bene intendere i miei sentimen- ti, e di esporli con fedelt, come necessario a colui che vuol combatterli. Questo appar sce chiaramente dal nesso appunto che egli ritrova, e che non esiste menoma- mente fra la definizione da me data della legge, e il sistema dell un : ca idea innata dallessere (3). E che non esista un tal nesso, vedesi considerando, che quunJ'anco fosse falso il sistema da me proposto intorno all'origine delle idee, e lidea dell'essere non fosse innata, e non fosse la prima da cui tutte l' altre si dedncono; la definizione per da me data della legge rimarrebbesi egualmente vera ; giacch io qualsivoglia sistema sarebbe vero, che la legge non un quid materiale o reale, ma si un quid (1) Nette ine hutilutiouei philoiophiai ole., Roman. ly pia J. B, Marini et sodi, 1S40. Voi. II conlinens Insttutiones E h'eae, nella noU apporla al n. 57, p. 85. (2) Ivi Voi. I. Psicologia, c. Ili, art. n p. 367. (3l Ecco le parole dove il padre Dmowiki accenna a questo npwo : IJaec tane quae dici- nus cl. auctori minus forte probit videbimtur , eo quod non satis congruanl cum illius in* genioso ey sternale unius ingenita e ideae entis tn genere ; veruni nos qui jam alias (Voi. I, Psicologie cap. III, art. ii, prop. i, o. 60 in noia 3 ), intheavimus quid sii de hoc systematc seniisnduin tic. Nella citala nota delie sue Jnstilutiones Ethicae al a. 57. Digitized by Google 252 ,. ideale, un'idea, una nozione, una concezione, come la chiama a. Tommaso, in viriti della quale noi conosciamo quello che dobbiamo fare e quello che dobbiamo intrala- sciare, e in virt della quale perci ci sentiamo legati ed obbligati ad operare in un dato modo. Io ho dimostrato nello scritto precedente, che questo il sentimento di tutti gli autori principali sacri e profani, qualunque sia il loro sistema intorno all'ori- gine delle idee, e quandanche non ne seguano alcuno; e che perci con quella defi- nizione le varie sentenze e dottrine de morali Dottori vengono dilucidate e conci- liate. III. Ma donde pu esser avvennto al padre Dmowski di pensare, che la proposta deGnizione della legge si attenga al sistema dellunica idea innata dell essere? Egli sembra che la cagione che il mosse a cosi credere sia stata questa, che quando io di- cevo la legge essere nna nozione della mente, colluso della quale noi giudichiamo quali sieno le azioni morali, e quali le immorali ; egli abbia supposto, che per quella nozione io intendessi lidea dellessere in universale. Ma questo sarebbe un puro abba- glio preso dal Padre nell interpretazione delle mie parole: egli non avrebbe osservato che io volevo definire la legge in genere, come dice il titolo dellarticolo in cui si d quella definizione (1), e non la prima di tulle le leggi. Nallarlicolo che segue, io cerco quale sia la prima legge, e dimostro che ella il lume della ragione, o sia lidea delles- sere. Ma questa questione della prima legge al tutto diversa da quella che toglie a stabilire la definizione della legge in generale , e che tratto antecedentemente. Infatti, egli pur necessario, che prima si sappia che cosa sia la legge in genere, acciocch poi b possa investigare qual sia la prima di tutte le leggi che risplendono all animo umano. Se il R. P. avesse solamente letto con attenzione la nota aggiunta alla defi- nizione della legge, avrebbe trovato pienamente chiarito che cosa io intendevo per quella noz : one che esercita sempre in noi I ufficio di legge; avrebbe inteso , che io non intendevo per essa una nozione particolare, per esempio quella dell'etere,* ma delle nozioni varie secondo la variet delle obbligazioni ora pi universali , ora me- no ; e quindi egli non mi avrebbe mai opposto, che la mia definizione della legge escludesse la volont di Dio, o di altro legittimo superiore, e il giudicio e P autorit de Dottori. Queste cose rimarrebbero bens escluse dall avere ragion di legge, se io avessi detto che l idea dell essere quella sola che costituisce la legge in generale ; ma io non ho mai fatto entrare lidea dellessere nella definizione della legge in gene- rale ; e, supponendo questo erroneamente, il padre Dmowski mi attribuisce cosa da me non mai pensala, non che detta. Ora vorr egli l'equit, che a mio carico si met- tano le male conseguenze di nna dottrina che mi viene a torto attribuita, specialmente avendo io parlato si chiaro, che bastava leggere con un po di attenzione c meditazio- ne per intendere ? lo non aspetto questo dalla religiosa onest del padre Dmowski, e non dubito che egli converr lealmente ed onoratamente del suo abbaglio. IV. Ora poi, essendo dimostrato che la mia definizione della legge in generale forma una questione interamente distinta da quella dell' origine delle idee, e non punto connessa con essa come per mala intelligenza suppose il padre Dmowski, non sarebbe p nrcessaro a difendere la sanit della mia dottrina morale, che io rispon- dessi alle obbiezioni che egli fa al mio sistema ideologico in quella nota posta al n. fio della sua Psicologia alla quale egli si riferisce l dove impugna In mia delin : zion della legge. Tuttavia il far brevemente, quasi a maggior compimento di questa discus- sione, e a conferma di quel che dissi sub'importanza, che chi scrive contro la dottrina di un autore, prima ben la conosca, il che si suole da tanti oggid trasandare. La nota, nella quale il padre Dmowski parla del mio sistema intorno allorigine delle idee, scritta oon urbanit, e non contiene di que tratti sconvenevoli, con un (i) Principi Mia Scienza Morale, cap. I, art. i, avente per titola quote parole : i Delta legge in generale i. Digita ed by C 253 de'qnali finisce l altra nota contro la mia definizione della legge in genero, tendente a far credere, che il mio sistema filosofico riuscisse a nientemeno che a sovvertire le oorauni sentenze e dottrine de' morali Dottori, a' quali io professo e sempre professai la dovuta riverenza; sicch di qnella sola prima nota io non intendo lagnarmi, ma piuttosto me ne tengo onoralo. Ben vero, che io avrei desiderato che ella fosse pi esplicita, e che non avesse il R. P. taciuto quelle altre cose ben molte, che dice d aver nella mente, mettendone fuori sol poche (t ) ; conte pure, che egli avesse con maggior franchezza combattuto il nostro sistema filosofico, postoch credeva di aver delle tuono ragioni da farlo, pia- cendo a noi assaissimo la lealt e sincerit de' nostri avversari ( 2 ). Tanto pi, che quantunque egli faccia la dichiarazione di non aver voluto colle sue osservazioni con- fatare il nostro sistema, ma solo cautelarne la giovent, acciocch troppo facilmente non f abbracciasse ; tuttavia in altro luogo si mostra persuaso d' averne parlato tanto a pieno, che gi con qnel sol che ne disse, rimanesse stabilito il giudizio da farsene, indicavimus quid sii de hoc s;/ sternale sentiendum (3). V. Ma via, vediamo se gli argomenti, co' quali il Padre stabilisce quid sii de hoc sy eternate sentiendum sieno chiari, perentori, e applicabili realmente al sistema che egli prende di fatto a confutare. Per cominciare dall ultimo, sul quale sembra basarsi 1 avviso di andar cauta- mente, che egli d alla giovent ; l argomento consiste neW affermare, che noi Jorse prendiamo la parola ente in diversi significati, la qual cosa, dice, dee trarre in so- spetto il sistema stesso. In suspicione m merito quis vocare palesi Ulani disputatio - nem, in qua non eadem ubique eidem vocabulo suhjicilur notio ; id furie accidit in casti nostro, poterilque deteqi in multipliciusu cttque accomodatone hujus notionis entis ut possibilis tantum ad concepiti sdicersos, eliam objeclive, reales, determinati- dos. Laonde pi conchiude tutta la nota dicendo di aver voluto avvertili i giovani, ne syslcmaticae cogilandi rationi de facili subscribant, prius quam id,in quo cardo quae- Stionis vertilur, nedum dilitcide exposilum , sed et firmissimc ac inconcusse probalum invenerit (4). Ora quest' argomento non ha altra forza in un libro stampato, se non l'autorit dell'autore del libro; poich tutto si appoggia sopra una nuda affermazio- ne. N certo si dubita, che 1' affermazione del padre Dmowski non meriti rispetto ; ma pare che la questione nostra non debba essere tagliata coll'autorit, ma trattato colla ragione. D' altra parte niente detrae alla stima dovuta al pdre Dmowski, chi si re- stringe a credere alla veracit soggettiva della sua affermazione, senza stimarsi per (1) Vetmus et noi in riorti siimi viri opinlonem latentissime descenthre , quoti tamen ne faciamus cu m alia tene multa, tum haec paura noe prope invitai cohibent. Mota al o. 60 della Psicologia. (2) Il padre Dmowski , dopo avere sposte le ragioni che non gli permettono di adciiro al nostro sistema, dichiara di non aver avuto per intenzione di confutarlo Ceterurn haec innuisse sufficiel : non enim animo refellendi tam ingeniosum el erudilum cl. Hostnmi iguana notulam aostram sutjicimus, sed dumlaxal, eie. Nola citata. (3) Mola al n. 57 dell'Etica. (i) Nota al n. 60 della Psicologia. Savissimo 1 avvertimento di non dover aderire ad nna opinione, se non ci si vede ben chiaro, priusquam id in qua cardo quaestionis verli- tur dilucidi exposilum sii. Per altro, se i giovanetti non dovessero abbracciare mai nluna opi- nione se non la trovassero essi stessi provata fcrmissiinamente ed inconcussamente ( firmissimum et inconcusse probalum invenerini ) , difficilmente potrebbero formarsi opinione alcuna. Non so e il padre Dmowski sia persuaso, che tutto ci che egli propone nelle sue Istituzioni filosofiche ella scolaresca siccorao cerio , vi sia firmissime ac inconcusse probalum : felice lui se lo ere. de ! Ad ogni modo egli sembra pericoloso per la giovent il parlarle in quello modo : ( Voi non dovete sottoscrivere a niun sistema prima che voi stessi non abbiate ritrovato , che il car- dine della questione sia dimostrato con argomenti fermissimi ed inconcussi >. Anche nella scuola di filosofia non dee valer solo la ragione del giovanetto, ma qualche cosa dee valere anche lau- torit del maestro : altrimenti* noi non guarentiremmo i giovanetti dal mal del secoto, che il creder tutto a s stessi, e nulla all'altrui autorit. Digitlzed by Google 854 obbligalo a credere (perch si (raderebbe sempre di credere e non di ragionare) alla verit oggettiva della medesima. Voglio dire: Cbe sia paroto al padre Dmowski, he la parola ente da me si adoperi nello stesso ragionamento in diversi significati, questo indubitabile, poich egli lo alfcrma, e sarebbe ingiurioso il non credergli; ma cbe cfTettivamente poi io adoperi cosi quella parola, di questo senza fare torto al Padre, si pu dimandare in prova qualche esempio tratto dalle mie opere: perocch egli potrebbe essersi senza colpa ingannato, parendogli di trovare mutazione di signi- ficato al vocabolo ente , l dove ella non v . Tacque adunque il pi importante nel- l argomento, tacque ci in quo cardo quacstionis vertitur ; perch tacque un esem- pio almeno se non pi, da cui apparisse, che in un medesimo ragionamento (i), io muti alla parola ente il significato. VI. Ma segli non adduce niun luogo particolare delle mie opere, in coi si vegga che io mulo alla parola ente il significalo; tocca per in generale, che io uso ed ac- comodo questa nozione di ente possdiile ad conceptus diversos eliam objeclivc rcales determinando!. Ora, egli vero? vergiamolo. In primo luogo osservo, che io non Ammetto n riconosco punto n poco i con- ceptus objective rcales di cui egli parla; che anzi ne nego espressamente l'esistenza. Questo solo basta, pare a me, a dimostrare, che io non posso adoperare la nozione dellente possibile a determinare dei concetti oggettivamente reali, che io non am- metto e che del lutto escludo dalla filosofia. Ed un s fatto abbaglio nun prova egli manifestamente, che il padre Dmowski non si dato basterol cura d' intendere la dottrina da me esposta? che mi attribuisce quello cbe non mi appartiene, e contro quest opera sua poscia impugna le armi ? Di vero, non riconosco io, per dirlo di nuovo, concetti reali ; anzi, per me tutti i concetti sono meramente ideali, sono idee In qual maniera pensa I uomo Agli oggetti reali? mi obbielter il Padre. In qual mauicra? Vedetelo ai luoghi delle mie opere, dove io lho si lungamente espo- sto. Ve ne accenner un solo per vostra comodit, quel che si trova alla Sez. V del nuovo Saggio, p. I, c. I. , art. n e iti; dove chiaramente io dimostro, che l idea, ossia ( che qui riesce al medesimo ) il concetto della cosa non mai altro che la cosa possibile, non la cosa reale ; e che l'uomo non pensa alla cosa reale se non mediante il giudizio, operazione totalmente diversa dalla intuizione delle idee e dei concetti ; ci pensa mediante I affermazione , la quale si suol riferire al sentimento che essen- zialmente reale. Il reale adunque percepito nel sentimento, ed affermalo dal giu- dizio ; ma egli non si trova gi ne concetti ( o idee ), anzi si sta sempre del tutto fuori di essi: tale la stia singoiar natura. E si noti bene, che questo un vero cardinale della dottrina da me esposta ; e che senza averlo a pieno inteso (egli non suol riuscire troppo facile, come l'espeiienzn mi dimostra ), niuno pu affidarsi d avere inteso qnantio esposi intorno a un s difficile argomento qual lorigine delle idee ; e per non pu parlarne con sicurezza. Dopo di ci, io lascio giudicare al lettore, se si debba credere al padre Dmowski quando afferma che io adopero l idea dell' ente possibile a determinare diversi concetti obbiettivamente reali. VII. Che poi si dovrebbe dire di questo strano pensiero d attribuirmi, che io uso ed accomodo l idea dell ente possibile a determinare diversi concetti ? Ciascuno che abbia letto un po il N. Saggio , sa troppo bene, che io non adopero mai e poi mai l idea dell essere a determinare nessun concetto n reale ( che non ne ammet- to*), n ideale: sa, che per me l'idea dell ente ella stessa perfettamente indelcr- (lj II dire semplicemente che io oso dello parola ente in vari significati , non pruderebbe ancora che io sragionassi. INIon (sragiona colui clic di alle parole significagitnt diverse in di- versi ragionamenti; la logica proibisce solo di mutare alle parole il sigmltcalo nel ragionamento steso. Era dunque necessario, che il padre Dmowski accennaste qualche ragionami (ito da me fatto, durame il quale la perula ente si prendesse io pi sigoifi aziooi per indursene una falsa conseguenza. Digitized by Googje 255 raioala, e perci non pu determinar nulla ; sa, che ella stessa ha bisogno di cerere le determinazioni, e molto mi occupai a indicare il modo, come l' idea dell ente pos- sibile venga determinata, mediante i sentimenti, cio mediante i rapporti che essa acquista coi sentimenti. L abbaglio adunque del Padre qui niente meno, che laver preso il pastino peri 'attivo-, l'avermi attribuito, che io uso dellente possibile a de- terminare i concetti ; quando all' opposto io dico, che l' idea dell' ente possibile essa quella che dee venir determinata, e che viene veramente determinala alloccasione delle sensazioni e dei giudizi conseguenti. Vili. Or dall 1 ultimo degli argomenti che usa il padre Dmowski contro il siste- ma ideologico da me pruposlo, passiamo al primo : esponiamolo e poi esaminiamolo. La maggiore del sillogismo che egli fa si , che ubi datur vcl palesi dori me- dium, ab exclusione unius oppositorum non sequilur per se vcrilas aUerius (i), pro- posizione verissima e che pienamente ammetto con lui. La miuore si , che io argomento dall erroneit della dottrina de' sensisti alla verit delle idee innate, supponendo cosi falsamente, che non ci sia mezzo fra il di- chiararsi pe sensisti, e il dichiararsi per quelli che ammettono le idee innate. Modus quem cl. vir in sua disputatone nunquam non sequilur ( parla di me ), manifeste oslcrulit, illuni instar axiomatis Imbuisse , in enarrando idcarum origine ncccssarium omnino esse ani scnsistis nomai adjtingcrc, aul iis suffragali, qui pr ideis ingeni- tis pugnali I ( 2 ). Sia adunque a vedere, se egli vero questo fatto che i! padre Dmowski aflei- ina, tener io per assioma, che non si dia mezzo alcuno fra il sensismo e le idee innate. Prima di lutto, il padre Dmowski sembra poco persuaso egli stesso di una tale sua allermazione, giacch egli si congratula meco poco stante, dellaver io confutato validamente non meno il sensismo che le idee innate, il che non avrei potuto far certamente, se vero fosse, che P uno o 1' altro sistema, al mio modo di vedere, si do- vesse abbracciare. Ecro le sue parole, Gratulamur itaque cl, Rosmini quod cl scn- sistas et inqcnitarum idcarum asserlores confuiaoerit opportunissime (3). Se dunque io ho confutato non meno i sensisti che i fautori delle idee innate, par cosa chiara, che fra gli ani e gli altri riconosco qualche, cosa di mezzo, n ammetto quale assio- ma, che si debba necessariamente aut scnsistis nomea ad j ungere, aul iis suffragati qui pr ideis ingcnitis pugnarli. Ala non mi piace giovarmi di un tale argomento, che egli non sembri, che io voglia, prendere 1 avversario alle parole; il che lontanissimo dalla mia maniera di lare, e per confesso, che nella contraddizione accennata del padre Dmowski, non vi ha che qualche inesattezza di espressione, e I ho accennata solamente a far conoscere come non vi pu esser sufficiente chiarezza d idee, dove non vi ha precisione di lin- guaggio. Raccoglier in quella vece dalla sua bocca un'altra confessione. L dove egli dice, aver io confutalo non solo Locke, Cundillac, Reid, Stewart, ma ben hoco Pla- tone, Aristotele, Lcibnizio c Kant, in altero voltiminc dal operaia attclor, ut Pialo- nis, Aristotelis , Lcibnitii cl Kanlii, doctrinas fiindilus subrual (4). Ora, o convien dire che i sistemi di Platone, di Aristotele, di Leibnizo e di Kant appartengano al- I un de' due opposti fissati dal padre Dmowski, il sistema sen-islico cio, e quello delle idee innate, ovvero concedere che io rifiutai non solo de' sistemi sensistici, non solo de sistemi d' idee innate, ma ben nuche de sistami medii fra quelli e questi. Per esempio Kant non cava certo lutto dalle sensazioni, e per non si pu chiamare un puro sensista, n ammette le idee innate, ma ammette solo delle forme innate, e per- ii) Nota al n. GO della Psicologia. (2) Ivi. (S) Ivi. (4; >- Digitized by Google 256 ci non si dep riporre tra i fautori delle idee innate. Se dunque io confuto, come il padre Dmowski derma, anche de' sistemi rnedii fra quelli de puri sensisti, e quelli delle idee innate, fori' convenire esser falsa l'affermazione, che io abbia tenuto per un assuma non avervi niente di mezzo fra i due estremi del puro sensismo e delle idee innate (l). IX. Ma lasciando le confessioni del padre Dmowski, io ragiono cosi : Voi affermate un fatto, che io non riconosca cio alcun mezzo tra il sensismo e le idee innate, e che il sistema da me proposto si fondi perci su questo argomen- to : il sensismo erroneo, dunque vero il sistema dell' idea innata dell' ente possi- bile. Ma un fatto di tal natura facile a verificarsi : il Nuovo Saggio nelle mani di tulli, basta aprirlo e leggere ; leggendo, ciascuno vi trover non un solo, ma mol- ti argomenti e diretti e indiretti addursi a provare la verit del sistema dell' idea in- nata dell essere ; c pure fra questi molti non vi trover certamente quello che voi ad- ditale, quasi argomento unico, o principale. Che anzi vi trover tutto il contrario : vi trover che, lungi dal ridursi i sistemi possibili a due soli opposti difendendo luno mediante 1 esclusione dell altro, da me si distinguono cinque generi di sistemi ri- guardanti 1 origine delle idee. Quello che vero adunque si che fra gli argomen- ti che da me si adoperano a provare la verit dell idea innata dell ente, ve nha uno che procede per via d' esclusione-, ma questa esclusione non si limila ad escludere il sensismo, ma viene escludendo lun dopo laltro quattro generi di sistemi, rimanendo cosi solo possibile il quinto, che il sistema vero. E prima io ho escluso il sensismo che cava Videa dalle sensazioni ; di poi ho escluso il Lockismo, che cava lidea dal- le sensazioni unitamente alla riflessione , ossia intuito dellanima , in terzo luogo ho escluso il sistema che pone comunicarsi da Dio lidea allatto della percezione ; final- mente ho escluso quello che vuole che lidea sia prodotta e formata da noi stessi, per una forza speciale dell anima. Io ho quindi dimostrato che questa enumerazione completa, e che non lascia luogo a nessun sistema medio tra gli enumerati. Se il let- tore gradisce di aver qui sottocchio le parole da me usate a mostrare come la predetta enumerazione abbracci tutti i casi possibili ; ecco quali sono : Questa dimostrazione per esclusione ( cosi si legge nel N. Saggio ) irrepu- gnabile, dove sia dimostrato che l enumerazione de casi possibili completa, a Ora, che sin completa, vedesi in questo modo : L' idea dell ente in universale esiste .- questo il fatto da spiegare : c Se esiste, ella o ha incominciato a esistere con noi ( innata ), o fu prodotta di poi : fra questi due termini non c' mezzo. Se fu prodotta di poi, ella non pu esser prodotta che o da noi stessi , o da qualche cosa diversa da noi stessi : ne pur qui c mezzo. Escluso il primo ; se fu prodotta da qualche cagione diversa da noi, questa cagione non pu essere che o qualche cosa sensibile ( lazione decorpi ), o qualche s rosa d insensibile ( unessere intelligente fuori di noi, Iddio ecc. ) N pur qui ci ha mezzo. Ora questi due casi furono pure esclusi. v Dunque lenumerazione de casi fu completa, perch ridotta a tale alternativa, che ricusa sempre come assurdo un termine medio. n Dunque lidea dellente innata: ci che si dovr dimostrare >. Questo linguaggio dimostra evidentemente, che io non souo partito, come dice (1) Chi asseriste che quasi lutti i filosoli rho non ammettono le idee innate peccano di sensismo, affermerebbe il vero: e I* affermar questo non sarebbe tuttavia un affermarli sensisti. Per altro dts-i quasi lutti ; poich il sistema, poniamo, di quelli che sostenessero lidee esserci comunicate da Dio all occasione delle percezioni sensibili, afTallo lontano da* sensisti. e ugual- mente lontano dai fautori delle idee innate. Ora anche un Iole sistema fu da me espressamente con- futato nel JV. Saggio , ccc. Sci. V, p. I, c. Ili, ori. it. Digitized by C 257 il padre Dmowski, dal preleso assioma, clic non li diano die due opposte rie da per- correre, il sensismo e le idee innate; perocch, chi dir mai che tulli i quattro generi di sistemi da me confutati appartengano o a quello de' sensisti o a quello delle idee innate? Laonde provato chiaramente che il padre Dmowski prese abbaglio quando af- ferm che il mio modo costante di ragionare dimostra aver io tenuto per assioma in enarrando idearum ori,] ine neeessarium omnino esse atti scnsislis nomea adjttn- gere, aut iis si ffragari , gui pr ideis ingenilis pugnant. X. Tuttavia veggiamo ancora qual sia il nuovo sistema che propone il padre Dmowski, come alieno ugualmente da quello dei sensisti e da quello delle idee inna- te, e come sfuggilo, secondo lui, alla nostra attenzione, che si ferm, a suo dire, so- lamente sui due sistemi opposti de'sensisli e delle idee innate, quasi non ve ne avesser altri possibili. Le parole, colle quali egli accenna e riassume questo suo sistema, sono le seguenti: qui cnim ex praesupposila sui ego , sire suac ar t Militati s, directa sane, to- rnea intellcctuali cogmlione, quae certe ncque est ingenita ncque a sensibus ullatenus depcndct , juncla cum aliis ajf'cctionibus nostris, velici originari idearum unirersalium rcpelere a necessario quodam nostrae ralionalis intuita quartindatn rclatinnum e. g. iilentitalis , permanentiac , Jteccssitalis, actnahtotis , e/e., qui intuitus, ut pot immedia- tus , indiani inclndit ratiocinationcm, ant cxpliritum judicium et abslrartionem: is certe et a sensistarum, et ab ingcnitarum idearum s/ stanate, /orci alienar ( i ). Or egli nuovo questo sistema ? fu egli forse da noi trapassato e non soltopnsto ad esame ? non si pu egli ridurre ad alcuno di qne' quattro generi, che abbiamo esaminato ed esclusi ? Kcco'-ci che giova primieramente vedere. Il sistema del padre Dmowski suppone pnm eramenle, che I' anima conosca im- mediatamente s stessa, perch anima ejusque jiroprietatei sant ipsi immediatae applicatele et eortim similitudinem in se conlinenl ( 2 ). Ma questa supposizione ( ella non che una supposizione, unipotesi ] noi labbiamo diligentemente esaminata e dimostrata impossibile (3). E qui osserveremo ili passaggio, 0 Su di questo argomento decrrlorio, comegli lo chiama, pi cose a v re io ad os- servare. In primo, vi si dice che il concetto del nostro Io essenziale allanima nostra. Ora se questo concetto essenziale all'anima nostra, egli dunque innato perch in- nato non yuoI dir altro se non indivisibilmente unito coll'anima, ed indivisibilmente unito allanima ci che all'anima essenziale. Non si vede adunque, come il padre Dmowski possa, senza radere in aperta contraddizione, dire che la diretta intellellual cognizione del nostro Io, ncque est ingenita , ncque a scnsibus ullatcnus tic pendei-, n si vede come in tal caso il sistema del nostru autore non ricada ne'sisleiui di quelli che ammettono le idee innate. XVI. E vie pi forte apparisce la difficolt, se si considera in che modo il padre Dmowski pretenda di spiegare come sin essenziale allanima il concetto di s stessa. Egli dice, che l'anima ha questo concetto, perch contiene la similitudine dis e dello sue propriet. Anima ejusqnc proprictatcs sani ipsi immediate applicalae, et conun simiitudinem in se continoti (i). Certo che qui vien voglia di domandare al Padre, chi gli abbia dello che l'anima contiene la similitudine di s c delle sue propriet. Ma lasciando di osservare, che simiglianli allertnazioni gratuite non hanno nessun peso in filosofa, dimando in quella vece, che rosa sia la similitudine dell anima e delle suo propriet, contornila nell', mima, ovvero neH'inlelletlo(?.).Se per similitudine dell anima e delle sue propriet, intende l'idea dellanima e di esse propriet, egli chiaro che mette delle idee innate. Se poi distingue tra la similitudine dell'anima e delle sue pro- priet, e l'idea dell'anima e di esse propriet, in tal caso gli resta a dire che cosa sia questa similitudine, e in che differisca dall'idea ; e proba!) Imente tutto si ridurr ad aver sostituita la parola similitudine alla parola idea, e ad aver supposte innate delle similitudini piuttosto che delle idee. Ad ogni modo, se essenziale all'anima il concetto di s stessa, essa contiene questo concetto ; il quale o sar la stessa similitu- dine, nel qual caso lanima avr un concetto innato che si chiama anche similitudine^ o sar rosa diversa dalla similitudine, nel qual caso lanima avr due cose innate invece di una, cio avr innato tanto il concetto, quanto la simditudine. Che se il padre Dmowski pretender che l'idea deH'anima sia tuttavia diversa dal concetto e dalla similitudine sua, in tal caso, moltiplicandogli enti senza necessit, di una cosa sola ne avr fatte tre, o piuttosto avr dati tre significali diversi a tre parole, che nel fondo significano la cosa stessa. Ora, poich egli parla anco duna diretta intellettuale coqnizione dell/o, che presuppone, gli rimane ancora a dire, se per questa intenda egli una quarta cosa, o se limmedesimi olle tre prime. Il padre Dmowski adunque ap- partiene ad ogni modo alla classe di quelilosofi clic ammettono qualche cosa dinnato; n gli vale il negarlo , poich espressamente dichiara che l'anima contiene la propria similitudine ed a lei essenziale il proprio concetto. X VII. Ma io credo che il padre Dmowski si troverebbe ancor pi impacciato, se qualche indiscreto lo pressasse a dire: come inai nell'anima possa essere la similitu- dine dellanima, lo intendo (lenissimo che fra due o pi cose vabbia similitudine, ma in. una cosa stessa come pu avervi similitudine? Vuole forse dire, che una cosa fi- utile a s stessa? In tal caso pi propriamente direhbesi che uua cosa identica a s 6lessu. Or poi, niuna cosa priva dell identit con s stessa. All' incontro il padre Dmowski dice che lanima sola c non gli oggetti sensibili possono esibire la similitu- dine ( O'jecta sensiita ut alia non possunt exhiltere simi/itudinem). Dunque la similitudine del padre Dmowski non l'identit degli oggetti, ma altra cosa; e che cosa ella dunque? (1) AI a. 62 delta Psicologia. (2) La maniera di esprimersi del padre Dmowiki i alquanto equivoca, polendosi dubitare, so voglia dire clic la timililudiuu dellanima c delle sue propriet sia contenuta nellanima slessa u eli iolellelto. Ma il senso riesca al medesimo , giacch lo stesso intelletto poi nellanima, 261 XVIII. Per andar alle brevi, io bo esaminala a lungo la natura della similitudine in pi luoghi, ed a quelli rimetto il savia lettore. Quivi trover dimostrato, che la si- militudine di nessun oggetto pu essere conosciuta senza un idea universale, sema un'idea che sia comune a pi oggetti (t); vi trover pure dimostrato perch le idee si dicono similitudini delle coso (a) ; ed perch in esse si conoscono pi cose simili, giacch cose simili non viene a dir altro, se non cose che colla stessa idea si conosco- no. Non si pu dunque assumere la similitudine per ispiegare le idee; ma si deb- bono prendere le idee per ispiegare la similitudine: la similitudine n si conosce n esiste, se prima non esiston le idee. Desidererei bene, che il rev. padre Dmowski si prendesse la briga di meditare tutte queste dottrine, e ne caverebbe certamente egli da so l'indeclinabile conseguenza che se lanima conoscesse se stessa per avere in se la propria similitudine, ella avreb- be con ci stesso unidea universale, giacche con quella stessa idea colla quale cono- scerebbe s stessa, conoscerebbe altres tutte le anime possibili simili a s; e in tanto solo l'idea deil anima si pu dire similitudine dell' anima, in quanto ella un mezzo da conoscere non solamente un'anima, ma ogni anima, e pr la somiglianza delle anime. Si dee profondamente riflettere, mi si permetta d ancor riplcrlo, che la simi- litudine di due o pi cose in fra loro, non qualche cosa che passi direttamente fra loro, rna un egual rapporto che hanno con quell' unica idea per la quale vengono conosciute (3). XIX. Ma diamo per un poco che 1' anima abbia essenzialmente, come vuole il padre Dmowski, il concetto di s stessa. Sar egli giusta perci lillazione, ohe que- sto concetto debba anleeerlere quemeumque alium, e perci anche l idea, la noti- zia dell'essere ? lo prego il padre Dmowski a considerare quanto sia sbagliata questa illazione ; perocch se fosse essenziale all' anima il concetto di s non potrebbe egli darsi, ohe le fosse essenziale del pari qualche Altro concetto ? Nel qual caso il concetto di s non precederebbe gli altri, ma n' avrebbe seco di quelli che sarebbero con esso c coll anima. stessa coevi. Ricordo adunque al padre Dmowski, che Ubi polest dori medium, ab exc/tisionc unius oppositornm non sequitur per se veritas al- terine- Fra essere il concetto dell anima ad essa essenziale, ed esser anteriore a tutti gli ullri concetti, vha di mezzo il poter essere quel concetto coevo a degli altri. Dunque 1' argomento scade anche supposto all anima essenziale il concetto di s me- desima. XX. Che se noi vogliamo riguardare non 1 ordine di tempo, ma 1 ordine logi- co che le idee hanno in fra loro, ce ne verr tosto ima conseguenza ancor pi strin- gente. Perocch apparir manifestissimo, che qualora l'anima avesse come essenziale il concetto di s stessa, aver dovrebbe necessariamente congenita anche l'idea dell'es- sere, come quella che precede, quanto all ordine logico, il concetto dell'anima, E nel vero se 1 anima conosce s stessa mediante il suo concetto, dunque sa di essere. So sa di essere , dunque afferma, ossia giudica internamente di essere. Se giudica di essere , dunque sa che cosa sia essere. Sapere che cosa sia essere, perfettamente lo stesso che avere lidea dell'essere. Dunque, se l'anima ha il concetto di s stessa, pri- ma ancora ha l idea dell' essere. Dunque l idea dell' essere, nell ordine logico, pre- cede il concetto dell' anima ; sia questo concetto essenziale all'anima o no, sia inna- to o no, riman sempre vero che il concetto che pu aver 1 anima di s 9tessa, dipen- de dall idea dell' essere, n pu ella vedere s stessa, se non si vede come tutte Fai- tre cose nell' idea dell' essere. (1) Auoro Soffio, Srss. Ili , c. IV , ri. xx. (2) ivi. Se. VI, p. HI, e. I, a. mi, 2. (3) Vedasi l'ultima nula polla all art. i, c. Ili, Sax. Ili del A. Soffio, oc. Digitized by Google 262 Qualora adunque ai volesse anche presupporre ima diretta intellettuale cognizio- ne del nostro Io, in qualsiasi maniera ella si presupponesse, o essenziale all' anima o no, innata o no, ella non ci dispenserebbe punto dal dover ricorrere all idea del- l essere per dare una sufleiente spiegazione dell'origine dell idee, giacch ella stes- sa dovrebbe presupporre l' idea dell essere per ispiegare s stessa. Non vale adunque I' argomento, che il padre Drnowski cerca cavare dalla supposizione, che sia essen- ziale all anima il proprio concetto. Vediamo se valga meglio P altro che immediata- mente soggiunge. XXI. Ad haec, egli dice, nonne plures non facile dabunt eam notioncm ingc- ni tam esse, quac ex suppostiti aliis, opportuna mentis operatane, facile colligi po- trei (i) ? Certamente ; e se egli fosse vero che l idea dell ente si potesse dedurre da altre idee precedenti, non dipendenti da essa, ninno mai 1 ammetterebbe innata. Al- I opposto, la ragione principale colla quale io dimostrai eh ella dee essere innata si riduce appunto a questa : che tutte I altre idee e tutti i giudizi lei presuppongono, sicch ella quell idea appunto, che De si pu formare da nessun giudizio, n si pu dedurre o raccogliere da nessuna idea precedente (a) ; e la ragion non sembra, a dir vero, grandemente difficile a raggiungersi. Perocch, se io con un giudizio affermo o nego qualche cosa, certo affermo o nego un entit, il che non potrei fare se non sapessi che cosa sia entit ; e del pari qualsivoglia idea mi mostra un entit, dun- qne ella inchiude l idea di ente : l ente ideale, in una parola, il primissimo ele- mento di qualsivoglia cognizione, al quale si pu aggiungere, ma non togliere ; pe- rocch, togliendo dalla mente quell elemento, supponendo che ella ignori che cosa sia essere, la sua cognizione annullata e spenta la mente stessa. Le quali cose aven- do io dichiarate in molti luoghi distesamente, non so comesi possa opporvi una sem- plice affermazione, e dire che P idea dell essere ex supposilis aliis, opportuna mentis opcratiunc, facile colligi potest. Certo io credo, che, rivolgendo il padre Drnowski questarma contro di Kant, non potr mai abbattere, come egli spera, lerroneo si- stema della filosofia critica ; perocch rimarr sempre a suo carico il provare, che vi abbiano delle idee, le quali non presuppongono dinanzi a s quella dell' essere, e che quella dell essere si pu da esse derivare e raccogliere ; il che quanto dire, rimar- r a suo carico di fare I* impossibile. XXII. E qui ci sia permesso notare ancora la maniera assai comoda, colla qua- le il padre Drnowski spera di trovare 1 origine delle idee. Egli mostra di credere, che non sia punto necessario fermarsi a mostrare come nascano le idee prime e che queste basti supporle ; ma sia necessario solo dimostrare, come si formano le nozioni universali, per le quali egli intende quelle dell' identit, delia permanenza, della ne- cessit, ecc. Infatti P altre idee le d per presupposte, e le toglie a spiegare quelle sue nozioni universali. Presuppone il concetto dellanima, ed ex praesupposita sui ego sire siine acluaitatis dircela sane , tamen intellcctuaU cognizione jancta cu in aliis ajfectionibus noslris (3), ripete l origine delle idee universali dall' intuito della nostra razionalit. Dimanda altrove certe idee precedenti a questo intuito. Sujjiciunt ( retate ad mere intclligibilia ) aliyuac idcac praecedentcs, quac non debenl esse ne- cessario scnsibilcs, tanquam occasio onde mens aliquota conccptum intclligibilcm ef- formet (4). Ma queste idee precedenti che non dice quali sieno, ma dice solo non es- ser necessario che sieno idee sensibili ( quasich vi fossero delle idee sensibili , corno volevano i sensisli, che prendevano per idee le sensazioni), e quella cognizione del- l Io presupposta, non sono certo dati Glosotci, n postulati che si possano ragione- S Nella nota citala at n. 60 della Psicologia. Vedi H N. Saggio , ecc. Set. V , p. 1 , c. II. (3) Nella nota citala at n. 60 della Psicologia. (4) N. 62 della Psicologia. jgie 263 volmeote dimandare o accordare ; perocch, quando trattasi di spiegare |* origine delie idee egli necessario occuparsi innanzi tutto delle idee primissime e non delle posteriori ; che tutto il nodo della questione sta in quelle, e non in queste. Si dee dunque cercare primieramente quali sieno le idee prime secondo lordine naturale e logico che hanno le idee fra di loro, ed questa ricerca da me fatta che diede pr risultamento, che l' idea primissima quella dell essere, spiegata la quale, sciolto il nodo della questione. Convien finalmente guardarsi dal confondere l idea colla percezione inteHelliva, la quale ha annesso il giudizio sulla sussistenza della cosa, mentre l idea sola non che la cosa nella sna possibilit, e per ogni idea univer- sale, ogni idea aliena dalla sensazione, che cosa reale ; n si danno idee sen- sibili, come il padre Dinowski suppone ; n solo godono dell* universalit le nozioni astratte di cui egli parla, ma ogn idea, e qnindi non si pu spiegare lorigine di nessuna idea se non si spiega l' origine dell universale, il che non si pu fare n ri- correndo allanima che particolare, n ricorrendo ai corpi che sono pure particola- ri. Le quali tutte cose da me esposte lungamente se fossero state considerate dal pa- dre Dmowski, credo io, che egli avrebbe modificato la sua maniera di posare su questi argomenti. XXIII. Mi fa ancora questa argomentazione: c II Rosmini si propone di partire dallosservazione interna delie modificazioni dellanima. Ma n la coscienza riflessa, n la memoria dice punto quando sin venuta in noi lidea dell'essere. Quandonam lalis i/uaedamidea mentem nastrarti subeat , nec conscienlia rejlexa, nec memoria remiti- rial . Io rispondo: verissimo; n la coscienza, n la memoria dice quando lidea dellessere sia venuta in noi ; n ptea dirlo, perch ella ci fu sempre ; e il non poter assegnarsi lepca del cominciare di quell' idea, prova piuttosto, che ella sia stata con noi congenita, o almeno mirabilmente saccorda con questa sentenza. Per altro, se io mi propongo di partire dall osservazione de fatti interni, non vuol mica dire, che io mi fermi e limiti a questa osservazione, quasich io mi faccia una legge di non dedur niente col ragionamento dall' osservazione. Losservazione interna, c la coscienza mi dice, che io ho e che tutti gli nomini hanno lidea dellessere: ecco il fatto. L os- servazione sui giudizi e sulle idee mi conduce a conoscere che lidea dellessere prece- de tulli i giudizi e tutte le idee : ecco un altro fatto. Da questi due fatti io muovo il ragionamento, e dico: Dunque l idea dellessere la condizione di tutte le idee e di tutti i giudizi ; dunque ella non pu esser formata da nessunidea precedente n da nes- sun giudizio ; il che quanto dire, da nessuna operazione intellettiva, riducendosi tutte le operazioni intellettive allintuizione delle idee e alla formazione de giudizi ; molto meno pu esser formata da qualche operazione dellanima sensitiva. Dunque ella non formata dallanima n intellettiva n sensitiva; dunque ella un lume dato allanima da Dio, il lume della ragione. Perch poi oppormi, che la coscienza non depone lesistenza di quest idea nella prima et, quandio ho sciolto gi si ampiamente e tan- te volte una obbiezion si volgare? Mi sar egli vietato di formar nuovamente il desi- derio, che quelli che vogliono onorarmi dentrar meco io discussione, vogliano prima leggere quello che io ho scritto, se questo dee pur formare materia alle loro osserva- zioni ( i )? XXIV. Finalmente trova, che il sistema dell' unica idea innata iisdem intrnse- cis et haud exignis snbjacct incommodis , rjuae nondum a r/uopiam satis remota fu o runt (2). Ma quali sono questi incomodi? Sembra che egli intenda per essi, quelli che annovera al numero 60 della sua Psicologia-, i quali giover che noi qui brevemente trascorriamo. r. li sistema delle idee innate, die egli, distingue l idea dalla percezione ; il 0) Vi'i fra gli altri luoghi it Rinnovamento ecc. L. I , c. Iti e seg. , e c. LVT (2; Nella citata nota al n. CO della Psicologia. Digitized by Google 2G4 ehe pare falso e superfluo : Idquc falsum esse vidctur, cum in pluribus pcrrcptioni- bu* imago ctiam intellectualis rei (l ) ab ac tu percipicndi vel intelligendi Jormalilcr non secemalur ; et supcrjluum , cum perccptio licei simplex, et una, possit spcctari sub duplici respcclu, scilicct Telate ad mentem madificatam, et est perccptio , et Te- late ad objectum quod repracscntat, et est idea. Ma {affermare semplicemente, come fa il padre Dmowski, che sia falso e super- fluo il distinguere I idea dalla percezione, non prova che questa distinzione non sia verissima e necessaria ; conciossiach delle mere asserzioni non sono argomenti in filo- sofia ; e mere asserzioni sono il dire, clic in molle percezioni l'immagine intellettuale non si distingue dall atto del percepire ed intendere, e che la stessa percezione, lalto del percepire relativamente alla mente sia percezione, relativamente all'oggetto che rap- presenta. sin idea. Scorgasi piuttosto in tali sicure affermazioni, che il padre Dmowski non ha afferrala bene la natura delle idee. Lidea propriamente l'oggetto della mente consideralo in s, e perci come possibile. La mente intuisce questo oggetto ( 2 ). Chi mai potr confondere I oggetto colf atto della mente che lo intuisce? Il padre Dmo- wski dice che l'atto stesso della mente rappresenta loggetto; ma se l'atto rappresenta l'oggetto, l'oggetto non vie pi, ma vi solo latto della mente che lo rappresenta, non loggetto. Che se collespressione c latto rappresenta loggetto >, intende dire, che lalto sia loggetlo stesso; in tal caso vi loggetto, ma non vc pi latto, per- ch atto ed oggetto non-possono essere la medesima cosa. Che so poi con questa espres- sione s lalto rappresenta loggetto , egli intende significare, che lalto della mente non ha gi loggetto, ma solamente una rappresentazione delf oggetto ; in tal caso, oltre tutti gli altri assurdi ehe ne verrebbero, farei di pi osservare, che altro ci non sarebbe che sostituire un oggetto ad nn altro, cio la rappresentazione delti oggetto, sarebbe V oggetto della mente, e sarebbe tuttavia distinto dall' atto della mente. Final- mente, quando egli dice 1 latto della mente rappresenta l'oggetto , non distingue egli stesso manifestamente Ira il rappresentante ed il rappresentato? Non egli forse di- verso il passivo dall'attivo? La stessa espressione che egli adopera, lalto della mente ( rappresenta loggetto , non distrugge la sua affermazione in conlrario? Non sa- rebb'egli stato desiderabile, che il padre Dmowski, invece di negare gratuitamente la distinzione fra l 'oggetto della mente ( nella sua possibilit o idealit) e l 'atto della mente, avesse risposto qualche parola ai tanti argomeuti da me recati per islabilire quella distinzione? Ne ripeter qui un solo, per non essere infinito; ma tale che pare a me irrepugnabile. Loggetto della mente il vero ; e per prendere in esempio un vero particolare, pigliamo questo , che c due e due fanno quattro . Or tutti gli uomini intuiscono questo vero , sieno del nostro emisfero 0 degli antipodi. L oggetto che tutti vedono colla inente identico ; eppure ciascuno, per veder- lo, dee far un atto particolare della sua mente, e se noi fa, noi vede. Laonde, se f oggetto uno e identico, e gli atti mentali che l hanno per loro termine sono tanti quante sono le menti che lo intuiscono ; egli dunque manifesto che 1' oggetto si distingue dagli atti delle menti, e che questi non sono la cosa stessa con esso. Di pi : il vero, ogni vero, tolte le relazioni delle cose vere, questo vero particolare due e due fanno quattro eterno ; perch Tu sempre vero da tutta i eternit, che due e due fanno quattro, come furono sempre vere quelle relazioni d'identit, di necessit, ecc. , clic il padre Dmowski chiama nozioni universali. Prima ( 1 ) Che cosa i quest immagine intellettuale della cosa? A me pare daver bastcvol mente dimostrato , elle l intendimento non lia immagini , ma solo oggetti o ideali , o anche reali. f2) Dico intuisce , perch I* atto della mente col quale ella conosce P oggetto possibile , e perci n* Ita lidea, io lo chiamo intuizione, c distinguo P intuizione dalla percezione , in quan* loch la percezione I* atto con cui P uomo sente P oggetto reale , e lo conosce mediante P af- fermazione , il giudzio. Il padre Dmosrski suppone che la percezione abbia per suo oggetto le idee , e per la confonde colla intuizione ; ma io non rogito far questione di parole. Era per necessario alla chiarezza! che il lettore fosse di ci avvertilo. 2G5 che gli uomini fossero, lutti i veri erano veri, e sarebbero steli veri eziandio clic non fossero steli creali gli uomini; perocch (ali oggetti delle menti ornane non di- pendono dalle menli umane n da nissuna mente contingente, o dagli atti di queste menti contingenti. Ed perci, che se questa verit dne e due fanno quattro > , non intuita dalle bestie o dagli esseri inanimati, ella non cessa per qnesto dall' essere nel modo suo proprio. Ora quell intuizione, quell' atto coi qnale la mente di ciascun uomo vide la prima volta che due e dne fanno quattro, cominciato nel tempo, del tutto contingente ed accidentale. Se dunque gli oggetti ideali della mente ( le idee, le verit ) sono di natura loro eterni, e se gli alh della mente nostra sono contingenti e temporali, dunque si dee distinguere loggetto della mente dallatto della mente, lidea dall' intuizione (percepito, secondo la maniera di parlare del padre Dmowski ), come si dee distinguere l'eterno e il necessario dal temporale e contingente (i). XXV. Quanto poi maggiormente si renderebbe manifesta questa verit, se io volessi, discutendola pi profondamente, recarla Gno a cavarne quel risultato impor- tante e fecondo che altrove feci, il qual dimostra Y oggettivit stessa delle cose tolte risedere nelle idee, e da esse sole le altre cose parteciparla ? sicch l'atto stesso della mente non pu rendersi oggetto alla mente, se dall' idea non vien prima mutuando I' oggettivit ( 2 ) ? XXVI, ala passiamo al secondo incomodo che trova il padre Dmowski nel si- stema delle idee innate ; ed , 2. 0 Quod non sii philosophicum, rcs naturales explicando , recurrcrc ad forma s quasdam in mente latenlcs, quac, quid sint, prorsus non inielligitur (3). Se non che, chi beo considera, qnesto argomento non riguarda punto n poco l origine delle idee ; n esso dimostra che debbano essere piuttosto acquisite che in- nate; egli riguarda unicamente la questione della natura delle idee; n prova puolo altro, se non che le idee non sono Formai quasdam in mente latcntes, quac, quid sint, prorsus non intelligilur. E veramente, che le idee sieno innate o che sieno ac- quisite, ci non mute la loro natura. Questa natura si pu intendere onon intendere; elle sono ugualmente quello che sono. Che io sappia che cosa sia Tenie perch Iddio me n ha comunicata la notizia col crearmi , ovvero che io sappia che cosa sia T ente perch io me nho acquistate la notizia da me stesso ; ci non rende la notizia dell'ente diversa; ella egualmente quello che ; nellun easo e nellaltro la notizia dell'ente e nulla pi. Clic cosa la notizia dellente? E T idea dellente, lente stesso pre- sente alla mente nostra. T ente intelligibile da noi conosciuto: ecco il tutto: qui non ci sono forme latenti, come s immagina il padre Dmowski. Che T ente intelligibile sia stato sempre presente a noi fino dall' istante in cui cominci lesistenza nostra, ov- vero che egli ci sia reso presente in un tempo posteriore; qnesto non mote, per dirlo di nuovo, la sua natura, n ci obbliga a definire in nn altro modo T idea Dir il pa- dre Dmowski, che se l'idea dellelite fu a noi date insieme coll'esisleoza, ella si rimase in noi latente per qualche tempo. Si, rispondo; a quella guisa che rimangono pure in noi latenti latte quelle idee e cognizioni, alle quali attualmente non riflettiamo. Vale adunque ona tale difficolt anche per le idee acquisite; e se non difficolt per queste, non dee essere difficolt neppure per le idee innate .Ora vorreste voi, mio rev. Padre, che luomo avesse sempre coscienza di tutto ci che passa 0 avviene in lui? Rammentatevi, che il sostener questo riuscirebbe non solo contrario .alla filosofia, ma ben anco alta cristiana teologia ; la quale insegna che la grazia di Dio opera nel bam- (1 ) Vedi il liimotamento ece. L. Ili, c. XXXIX e seg, (*) Vedi il jY. Saggio, eco. Sez. VI, p. Ili, c. II. da osservarvi, leggendo questo capitolo, che l idea dell' Io involge P idea dell anima , e la percezione dell Io involge lo per- cezione dellanima, ma non viceversa. (3) Nel citalo n. 60 della Psicologia. Rosmini Voi. XII. 459 oogle 459 266 bino che viene battezzalo, quantunque egli non n' nbbia coscienza. E giacch siamo venati a toccare le relazioni che hanno le dottrine filosofiche eoi dogmi del cristiane- simo, permettetemi, rcv. Padre, che vi chiami ancora a riflettere se le difficolt che voi fate alle idee ionate non potessero per avveotora pregiudicare alle dottrine ricevute dalla Chiesa intorno alla cognizione angelica; pensateci, e voi stesso, nella vostra saviezza, giudicate. XXVII. Ma passiamo al terzo ed ultimo incomodo, che il padre Dmowski ritro- va in ammettere le idee innate. 3. Argumenla quibus harum idearum existenlia suadelur, dice, nil valcnt statim oc admittatur in animo nostro vis ejformandi aliquas notione universale!, ali- ter qunm per abslraclionem a sensibus. E non temete voi, che taluno vi faccia osservare, che Y ammettere semplicemente nell'animo nostro una forza di formarsi alcune nozioni universali non basta in filoso- fia; perch, oltre ammetterla di buona volont, bisogna provare che ella esista di fat- to; bisogna provare almeno che ella sia possibile, e che noa tragga dietro a s delle conseguenze assurde? In fatti, lesistenza di una tal forza, come cosa di fatto, deve esser provata sic- come si provano i fatti, cio mediante losservazione ; ci che il padre Dmowski lascia interamente a desiderare. XXVIII. Ma pazienza! qualora almeno la forza di formarsi alcune nozioni uni- versali, che il padre Dmowski dona generosamente all'animo umano, non fosse assur- da, e non traesse dopo di s delle assurde e perniciosissime conseguenze. In vero, ella cosa assurda laccordare allanimo umano il potere, o sia la forza di formarsi le nozioni universali del vero, del giusto, dellonesto, ecc., della identit, della necessit, ecc.; perocch le nozioni del vero, del giusto, dellonesto, ecc. . non sono altro che il giusto, il vero e lonesto, in quanto intuito dall'anima (i). Ora il vero, il giusto e lonesto, sono cose eterne e necessarie, le quali possono essere bene tatuile dall'anima, ma non formate , se non si vuol cadere nellassurdo, che l'anima contingente formi ci che neccessario, eterno, immutabile. Lo stesso dicasi delle re- lazioni d'identit, di necessit, ecc. Questi sono altrettanti veri eterni, i quali possono essere intuiti; formati no, n dalluomo, n da chicchessia. Lessere ideale di qupsti veri, che quanto dire le loro idee, appunto perch eterno, ha sede nella mente di- vina; e luomo sol ne partecipa, ma nonio forma. Non fa dunque bisogno di dare una forza allanima di formare tali oggetti; anzi non si pu attribuirgliela senza erro- re; ma conviene solo darle Y intuizione di tali oggetti; i quali stanno cosi mirabil- mente lun dentro laltro, che tutti infine si trovano e si riscontrano nel solo essere ideale , o idea dellessere. Parmi che questi errori del padre Dmowski gli sieno acca- duti per noa avere ben meditata la natura dell idea, n aver conosciuto, che ella non altro se non loggetto stesso che lanima intuisce, il qual oggetto intuito nella sua possibilit, e non nella sua realit, comunicandosi questa ed operando nel sentimento, e non nel puro intelletto. XXIX. Le conseguenze poi del sistema che d allanima umana una forza di_/r- marsi delle nozioni universali, sono perniciosissime, come dicevo; perocch, se tali nozioni ed idee fossero formazioni d un essere contingente, sarebbero contingenti an- chesse, non sarebbero pi verit, ma solo apparirebbero tali allanima per una ilio. (i) Quanto sapientemente Don osserva sant Agostino , che di tali cose , e universalmente di tutte lo verit, di cui si compongono le varie discipline, noi non abbiamo gi nella inente le rappresentazioni ; masi proprio le cose stesse, nec eorum imagines , sed aas ipsas gero ! Que- sto i pur quello, a cui oon pongcn monte i moderni filosofi , onda poi si van persuadendo di potere spiegare ogni cosa per via d immagini e di rappresentatiooi. Chi vuol sentire come sant Agostino osservi in s quel vero, che io qui aocetino, legga fra gli altri luoghi il L. X, Delle sue Confessioni , c. X , c segg. Digitized by 267 siooe invincibile e trascendente. Egli chiaro che ogni agente opera secondo le pro- prie leggi e Torme; e per l'anima sarebbe quella che darebbe le sue leggi e le sue forme alle nozioni, alle idee, alle verit, oggetto del suo intelletto; come voleva Kant. Quando dunque l'uomo ragiona, non avrebbe altro punto d'appoggio che s medesi- mo ; le conclusioni de suoi ragionamenti non varrebbero pi di quel che vale egli stes- so; comincerebbe e finirebbe la loro verit cogli arri della sua mente; in una parola, non si potrebbe pi difendersi dallo scetticismo, Funestissimo e capitalissimo errore di questo secolo, il quale si dee svellere dalle menti della giovent, e non seminarvelo ; n lo scetticismo si svelle, se non con buone ragioni ; giacch le ragioni che non fan- no fona, appagano la giovent per un poco, vinta allautorit ed al rispetto del pro- prio maestro : ma poi si dissipano da se stesse, o sono dissipate dalla riflessione pi matura; restandosi cos la giovent nostra siccome una piazza aperta e disarmata fra tanti nemici che laccerchiano e lassaliscono. XXX. Le quali riflessioni tutte noi vogliamo sottomettere alla saviezza de' letto- ri, che sapranno sicuramente apprezzarle. E fortunali saremmo se venissero accolte con benevolenza dal reverendo padre Dmowski principalmente , intendendo egli da quali giuste e necessarie ragioni noi fummo indotti a scriverle da lui provocati ! For- tunatissimi poi se fossero da lui approvate! giacch, desiderando noi entrambi il bene della giovent e il progresso della verit e della piet, cos ci troveremmo uniti nei mezzi di procacciare tali cose, come ci troviamo uniti nel fine. Per me non ricuser di dargli maggiori dichiarazioni di quanto bo fin qui osservato, se egli lo bramer, e di esporre anco delle osservazioni pi estese sulle sue Istituzioni di filosofia, colla stessa libert rispettosa con cui bo scritto le presenti, se, coltivando egli la presente discus- sione, rendesse utile o necessario da parte mia un nuovo lavoro. FINE DEL VOL. XII. DELLE OPERE E IV. DELLA FILOSOFIA DELLA MORALE. Gl 50 Digitized by Google Digitized by Google ZHDZSS BlILTO131 , X, 2 . . . . > 6 Lcit. XV . . 1 151 Rom. Il, 12 . . . 1 70 , XIV, 23 . . 1 153 I>eut. XXXII . 96 . , 13 . . . . , 1341. Cor. II, 14 . . . > 15 Job. VII . . . 125 -, 14 . . . . ,237 , IH, 3. . . . 1 139 1 XIV-. . . 150 -, 15 . . . . , 240 , VII, 37 . . . . 1 148 1 XXV . . 150 111 . . . . . . , 70 , XV, 21, 22 . . 88 Pi. XXX. . . 155 -, 9 24 . . . , 157 , , 58 . . * > 158 j L. . . . pag. 151, 166 , -, 23, 24 . . , 88 Gal. Il, 21 . . . . 89 . CXL.III 2 . 156 . V. ... . . , 88 , III, 22 , . . . I 63 Pro*. XX, 24 . , , 143 , 9, 10 . . . , 88 , V, 17 . . . * 92 Kccle. IX, 1 . , 109 , 12 . . , . , 24 1 ... . . > 125 Sap. Vili. 15 . , , 1 82 -, 13, 14 . . . , 69 Epbei. Il, 1-9 . . . ) 166 XM, 10 , Il . 60 ,16 . . pag. 88 , 91 -, 3 . . . 1 67 Eccli. XXXVII, 20 . 110 Rom. V, VI, VII . . .214 , , IO . . . . 169 Isai. XXIV, 16 , , 151 1 VI, 2-12 . pag. 138,139 , IV, 22-24 . . . I 170 LX1V, 6 . , 65 , 4 . . . . , 142 Philip. Il, 13 . . 1 166 Eiccli. XXXVI, 25, 26. 166 -, 4 6 . . . . , 168 Colon. Il, 11 . . . 142 Mallb. VII, 20 . 134 VII, 1-4 . . , 163 I. Tim. I, 9 . . 1(4 XII, 30 . 77 , -, 5, 8, 9 . . . ,111 Hebr. li, 16 . . . . 100 XIII, 25 6 -, 8 . . . . , 139 , XI . . . . pag. 64, 65 XIV, 31 7 , , 8 , 11, 13 17. , 111 Joc. I, 14 . . 126 1 XVIII, 15 1, . -, 15, 16 . . ,125 II, 10 . .. 175 Lue. X . . . 79 , , 17 pag. 138, 139, 161 II. Pctr. I, 10 . 158 Jo. I, 13 . . 113 , -, 18, 22, 25 . , 169 -, 21 . . 166 , 29 . . , 88 ,-,20 . . . . , 93 I. Jo. I. 8 . . 156 II, 25 . . 108 -, 23 . . . . , 239 , , 10 . . 156 III, 3, 6 . pag 134, 142, 152 , -, 25 . . . . , 169 , II, 16 . pag . 59, 84 92 vi, 44 : . 1 165 , Vili . . . . . , 126 , IH, 9 . . 142 , 84 . . a 142 > , 5 . . . , 125 Apoc. XX, 15 . 91 Digitized by Coogle Digitized by Google TEOLOGI una qidqq &o mwmm MOSSE CONTRO IL TRATTATO DELLA COSCIENZA I. Lorenzo Gastaldi, canonico, teologo collegiata dell' universit di Torino. Articolo inserito nel Propagatore Religioso di Torino, anno VI, voi. XI, face. 353 e segg. Lettera in risposta alle avvertenze delsignor C. B. P. Milano i 843, tipografia Boniardi-Pogliani. In difesa della Dottrina di Antonio Rosmini - Serbati . Torino i843, tipografia Pagani e Cotnp. IL Amico Cattolico, Giornale che si pubblica in Milano da nna societ di Teolo- gi lombardi. Articolo nel voi. 1, f, 450 e segg. Altro articolo nel voi. Il, f. 3 1 8 e segg. III. Paolo Bertolozzi, canonico della metropolitana di Lncca. Lettera sulla Risposta al finto Eusebio Cristiano del chiarissimo signor D. Antonio Rosmi- ni-Serbati proposito generale dell istituto della Carit. Lucca l84i, tipografia di Giuseppe Giusti Peccalo originale e Moralit, commentario. Lucca 1842 , dalla reale tipografia Baroni. IV. Giovanni Fasto zzi, dottore in sacra teologia. Due articoli del professore Federico Del Rosso, estratti dal Giornale Toscano di scienze morali, storiche e filosofiche con due lettere del sacerdote Giovanni Fantozzi sol Trattato della Coscienza Morale del signor abate Antonio Rosmini. V. Giovanni Battista Pagani, missionario apostolico. Doclrina peccati origi- na lis destructiva in fido Eusebio contenta. Mediolani, ex typographia Ro- niardi-Pog/iani, uncccxuu . VI. J. P. Beaud, teologo dell' universit di Torino. Quelques mots sur une lettre du R. P. Rozaven, concernant la doctrine de M. f abb Rosmini. An- necy, i843. Digitized by Google Digitized by Google r- 3 ; l N Q i Q E UECI 1 !U Tom CITATI IN QUESTO VOIIHE Agostino or! oli o6;t>s7%77 TX, a sii xi' xr., xixxS'j, i. 92 . 93 . 94 . a:; , g^ipn; 104. 1 OS, 106, IffTTKISntF, 113, 1 14, 117, 118, 1 19, an nrr, 123, 124, 123; 125, 127, 128, 129, 130, 131, 132, 1337 TRT 135, 137, 139, U0,141, U> 143. 144, 1457 144, 147 , 152 , 1537 154, T5S, 1597 100, 161 , 164, reircf., 107, 173, 1X2. i83,nr 205,206,215 225, 247, 258, zar A fi redo (X), L25 Alasi, us: Ambrosio (S.), 77, 1 64. Amico Cattolico, 1 82 . Anselmo (S.), 107, 125, 127,216. Aristotele, 2557 Avito (S,), 125. Rsio, 18. 22, 30, 31,33,37. 41, 75, KL 0,1, 90, 93, 96,122, 146. 152. 154. 155. 156, 157, |Pel agio . 53, 64, 67, 69, 78, gl , 159; 160. 165, 168, 170. 17l,| 85, 86, 161, 166, 167, 121 175. 199, 200, 201, 202, 204, Petavio , gl 205, 206, 207, 212, 213, 220, Pier Grisologo (S.), 1 27 . Pietro da Bergamo, 214. Pighio, 38, 39, 45, 102, Platone, 239, 2517 Poli, 52. Propagatore Religioso, 185, 199, 194. Prospero dAc. (S.), 94.105, 125, " SA l- 1 1 123, 171, 212. Raronio (Card.), 454. Basilio, 109, 126, Ileda,44. Bellarmino (Card.), 88,39, 43.85, 98, 99, 100 101, 102,1037105; TTS.T3T7157r B, Belli S9, Bernardo fS.), 125,128,169,176 Berti, X9, Bertolozzi, K 189. Bolgeni, 577 125. _C C. B. P 194, 206, 203. Calvino, SI, 73, Calecli. Eccl. Polon. 81_, (Catechismo Romano, 74, 125,202, 207, 210 Canarino, 38, 39, 102. Celestino P. [SA 100. Cicerone, 239, 245,246, Cipriano (S,), 212. Clemente Vili (P.), 181. Clero (Nicol Lo), 51, Concilio Besil. , 202. Concilio Cartaginese, 125. Concilio dOraogc, 40, 105, 165. Concilio Fiorentino, 75, 76, 198 Concilio Milevileno, 143. Concilio Trid., 22,23 24, 26, 2L 59, 69, 64, 65, 7a 74:75781. 83; 84, 87790, 927957 9571 12 TTG, 1177118, 1207121. 122. 136, J3Srr427143; 144, 144; ftosiun Voi. Xir 224. 231 Coodillac, 255. D Damasceno (S. Giovanni), 99, Dante, 10. Didimo Alessandrino, 124. Ilig 1 16 . Dmovrski (p.), 237- 267. E Eplsc. esules in Sard.. 125. Esame critico, 193,233. Enio, 85, 125, 138, 139, 142. Eugenio IV (!.), 198. Eusebio Cristiano, 186, 202, 206, 222,232. F Fcndlon, 2. Filippo Neri (S.), 154.' Fulgenzio (3.1. 73. 105, 125. G Gaetano (Card.), 33, 45, 06 , 98 104 . 125 , 227, Gelasio P. (S.), 125. Gerdil (CardX84, 178, 237. Cianscno, 2a, 28, 31. Giovanni Cri. (SA 1 25, 163, 164, 167, 162. Giovanni Vili (P.), 23. Gioviniano, 27, Girolamo (S.). 99, 125, 120,127. , 143 Giuliano di Eclana, 56, 58, 77, 82, 129, 135. Gregorio M. (SJ, 73, 125, 126, Gregorio Nisseno, 127. Guadagoioi, 125. Q llypognosl. 125. Innocenzo UI (P.), GL 63, 82,140, 1 .: j fi; 1 #0 \ 10 17 ' Isidoro lliipal. (S.), 12j. K Kant, 255, 262, 2fiZ. L Lcibnizio, 255. Leone (S.), 125. Leone XII (P.), 181. migliori (S. Alfonso), 213. latrano Nicol, Locke, 2.) 5, 258, 259. Lombardo Pietro, SO. Lutero, 155. M Monna!* (Do la), 182. Molino*, 177. P Paflaziciflo (Card.), 114, 141, Prudenzio (S.), V Quei nello, 27, 171,186. R Reid, 255. Riccali (p.), 182. Rituale Romano, 62, Rosmini. IO. 13, 14, liL 1S , 2lj 2^28,30,31,19, 56,63,71, UT, III, 112, 1T3. 1167117. 129, 130, 134, 146, I47.T5T, 158, 159, fCT, 162; 74, 05, 176 ,179, isrrntg; iqg, 2qs, 219; 230, 232, 238, 241,254, 256. 257; 25872617 2527 263, 265. S Sinodo Pistoiese, 75, 76, 173. Siricio (SA 73. Solo, 44, 98, 104. Stewart, 255. Suarez, 206, 21A 221, 240. T Tertulliano, 33, 7L Tommaso S.), 1 5, 16, 17, 18, 22, ^ 25 , 25729 , 31733734 , 55, 4L, 42, 46, 47, TADO.K], 52, 54, 55, 567 607 637 6L 6>C 72, 78, 79,110, 92,~95, 96, 677 99, 101, 10S7T06, 108, 111, 112, fili; ITA 115,123, 126, 1277 1317 132, 134, 136, 137, 139, 140, 141, 143, 145, 146, 147, 14.8, 149, 152,453, 155, 161, 162, 173. |7j, 175, 176, 18S7 1947 197, 200, 2o47 2057 206, 207, 2os; 209; 2107 211. 212, 214,215, 2167 217, 219, 220, 2237 22$; 225, 2267 227, 228, 2297235,^317 232, 239, 2447 Tournely, 22, u Urbano IV (P.), GL V Viva Domenico, 186. Z Zositno (P.), 78. 460 Digilized by Google Digitized by Googl Risposta dellabate Rosmini al addetto Canonico . > RISPOSTA AL FINTO EUSEBIO CRISTIANO. I. Occasioni: dell'opera . : I Qursrions Paia. Dell'uso fallo dagli ecclesiastici scrittori, e specialmente da s. Torte- maso, delle parole peccato e colpa i II. La roce peccalo si adopera spesso dagli rcriltori per indicare nna colpa ; ma talora anco per indicare un peccalo semplice > III. Si prora la distimione fra la nazione di peccato e quella di colpa colf autorit di sant' Agostino I IV. La dcGnizionc del peccato in genere dee esser (alo che abbracci anche il pec- cata originale: la colpa non il genere dc'peccati, ma una apecio . . > V. Si debbono distinguere negli scrittori i luoghi dot essi parlano di colpa, che una specie di peccalo, da luoghi do essi parlano di peccalo in genere, e non coafunder quelli con questi 1 VI. Si prova la distinzione della nozione di peccalo semplice da quella di colpa ool- 1 oulorit di s. Tommaso I VII. Continuazione . * i I Vili. La proposizione XLVI di Bajo parla della spedo dello Colpe, e a torto ti pre- tende ch'ella parli di peccati semplici a Qikstiohb Seconda. Se si possa dare neW uomo uno sialo di peccato non imputabile a colpa di lui stesso a IX. Si prora collesempio del peccalo originale in cui l'uomo nasoe, che i vero peccalo, ma non imputabile se Don riferito al capo dell umana stirpe, ebe li- beramente il commise. * X. Il peccato un difetto reale inerente al soggetto; la colpa una relazione col libero autore del peccato, a cui simputa ......... a XI. Che il peccalo originale non sia colpa in se stesso, ma solo in relazione col pri- ma padre che liberamente 11 commise, si prora coir nulorit di S. Tommaso s XII. Secondo la dollrina del Cristianesimo, ri hanno due formo di moralit, Puua non libera, e laltra Ubera > XIII. Dall ammettere una forma di moralit non libera, non viene punto la conse- guenza, che luomo non possa perdere la grazia santificante, e che non siano necessarie all uomo le buone opere. . a XIV. Dall' ammettere che la grazia di natura sua opera per necessit, non viene che il libero arbitrio dell* uomo non le possa resistere ....... face. XV. Talora fa grazia precede luso del libero arbtrio ed in tal coso opera la sanliti- cuziunc delluomo, senza clic il libero arbitrio delluomo vi si possa opporre. > XVI. Talora luomo non si pu opporre oli aziono santificante di De perla potenza con cui opera in esso, il cho accade ne celesti Comprensori > XVII. Distinzione fra la giustizia naturale c la soprannaturale. Fra la giustizia e la sua iuiputazouu : cos pure fra T ingiustizia c l'imputazione di essa . s I 5 9 13 ivi Ivi 14 15 ir 17 18 21 ivi 22 23 23 2l> 82 30 31 32 Digitized by Google 27C XVIII. XIX. XX. Questione XXI. XXII. XXIII. XXIV. XXV. XXVI. XX VII. xxvm. XXIX. XXX. XXXI. XXXII. XXXIII. XXXIV. XXXV. XXXVI. XXXVII. XXXVIII. XXXIX. s L imputazione colpa suppone ianauii ili s un disordine morale ; o per il ne- gare* ne bambini il disordino morale consistcote in una stortura di loro vo- lont o avversione a Dio, un negare insieme la colpa originale. . face. Nota (I). Il pretendere che la semplice mancanza della grazia santiiicanle possa essere imputala a peccato, via che conduce al llajnnUmo . . > Ne' dannati vi il peccato, bench non possano pi demeritare o peccare in mo- do che li renda colpevoli. > Continuazione Tazza. Se eia cero di che pretende Eusebio, che la natura e la volont uma- na dai peccato originale non eia rimana infetta n guaita, ma solo privata de' don! soprannaturali . s Gli avversari alterano intorno a ci la nostra dottrina, e pretendono che tutti i cattolici seguano quella ch'essi professano. I Nota (3). Il pretendere , come fanno gli avversari , che la grazia sentili- canto sia necessaria a costituire T integrit delta natura, via che con- duce ai Uajanismo t Il diro che il peccato originale de' bambini non sia altro che il peccato origi- nale ad essi imputato , lenza riconoscere in essi un difetto morale che possa esser oggetto d imputazione, dottrina dichiarata eretica dal Uellartuino. s La mera nudili do' doni soprannaturali noa pu esser oggetto nel bambino d'im- putazione . 1 Caniiauazione . . .1 il pretendere, cha la nudit de doni soprannaturali, chesi trova nc'bambini, sia oggetto d imputazione, non solo un assurdo, ma distrugge il dogma del pec- cata originale s Continuazione > Quelli che pretendono che il peccato originale ne bambini si riduca alla sola nudili de dooi soprannaturali , non osano dire che sia un vero peccato ; ma (ogliono diro che quella nudit stimai costi peccavo , colla qual frase dimo- strano di sentir essi stessi, che il loro sistema racchiude U distruzione di un tal dogma > 11 pretendere che la mera privazione de* dooi gratuiti ne* bambini sia peccalo, un (are Dio stesso autore del peccato s Il decreto che fece Dia di dare a tutta l'umana stirpe in Adamo da dooi so- prannaturali, non pu litro ebe la mera privazione di tali doni che in s non e peccato, diventi peccalo s Chi dice, che la nudit de* doni soprannaturali nel bambino, bench in s ste- so non sia peccato, Minasi come peccato, e questo i tutto il suo peccalo ori- ginale ; dee dire altres, che la remissione del peccalo che si fa nel santo bat- tesimo non rimessione in s stessa, ma Minasi per remissione, e quindi ebo i bambini non vana upricnuTCn in semissiokem psccarunctt . . . Domenico Solo noa mette l essenza del peccalo originale nella mera nudit dei doni soprannaturali , che considera sub corno un elfnllo del peccato , ma la metto Viene allo slesso la sentenza del Cardinal Gaetano, ripooendo egli il peccato de bambini hi un abito corrotto, o in un positivo languore della loro natura morale ; > S. Tommaso del pari non pano lessenza del peccato originate in una pura pri- vazione de doni gratuiti , ma io una positiva infcziono , che torce dai retto ordine la volont, e sconcerta l'armonia fra essa e lo potenze inferiori contro a quanto esige la morale natura dell'uomo s Continuazione * > La privazione dell' originale giustizia in cui ripone s. Tommaso l originai pec- cato de bambini non la mera privazione de* doni soprannaturali, ma di pi le privazione dilla AZrvtTCoiNE osLLA VOLONT la quale peccatrice non porcini nuda , ma perche torta Si conferma, che il peccato d' origino ncbambini eensisle nello stortura di lo- ro volont, coll autorit d un reccnto teologo t Secondo s. Tommaso linfezione originale de' bambini in qaant peccato un abito; e in quant colpa noa un abito, ma una relazione . . . . > Il mal abito ossia la mele disposizione in cui ripone . Tommaso l'essenza dcl- I originale infezione, considerata non come colpa, ma come peccalo, non solamente opposta alla giustizia soprannaturale, ma alla naturale altres. > Che la ragione regga l' inferiore appetite, all uomo naturale, secuudu s. Tuiu- 33 ivi ivi 34 37 ivi ivi SU ivi 40 41 ivi ivi l 43 ivi 43 4S 4J 50 51 ivi sa Digitized by Googlj: XL. XLI. XLU. X 1.111. XL1V. XLV. XLVI. xi.vil. XI.VIII. XUX. L. LL Ul. I.lll. L1V. LV. LV1. LVII. I.VI1I. LIX. LX. 877 mata, cd un guaito contro natura ohe la ragione il trovi impotente a go- vernarlo . , 7 face. Il dira elle la concupiscenza , tale quel al prroonle nell uom decaduto, po- trebbe rinvenirsi in un uomo crealo do Dio, elio non avene peccato, A un giu- liticarla e un lodarla come opera di Dio llcso Il pretendere ebe tutte le membra delluomo non panino mai ad operare sen- za il consenso libero della ragione, un negare ci ebe insegna P Apostolo, e aonl Agostioo sulla lotta Ira la carne e lo spirito, e il bisogno della grafia per vincerla > Tendeniq al aAziomuiiio ed al pilaq iswismo de* tempi moderni. Pelagio negava, che la concupiscente, qual 1 al presente, avene alcun vizio in s con- tro la natura ragionevole dell uomo, e solca ebe si trovasse nell uomo quale fu creato da Dio. Sant Agostino contro di lui dimostrava cita cosi non fu, ai Fo- ra v a ss s sa , , . = . . . . . . . . , i , , , . i Se il peccalo originalo consistine nella mera nuditi de doni soprannaturali, la trasfusione di esso si spiegherebbe lenza bisogno di ricorrere alla libidine abituale , giacche i naturale elle I 1 uomo privo de* detti doni comunichi generai do la natura umana sema que' doni ebo non ha. Ma tutta la tradizione insegna, che H peccato originalo trapassa di padre in tiglio, per la /l bidme abituai, non perch l uomo sia privo de' doni gratuiti. Dunque nella mera prisqiiono di questi nop pu consister il detto peccalo. *,> Pelagio accordava elio la natura Tosse priva dell'ordine soprannaturale, ma negava clic avesse un viiio morale in s stessa, e per questo fu condannalo. ... I Se la natura umana non avesse vizio, ma solo privazione de doni gratuiti, non sarebbe da Dio lasciala in balia del demonio. Questo vizio morale come no mal fisico. Questo mal fisico domanda un medico, Como la schiavit del demonio domanda un Redentore. Negare il mal fisico e la schiavit conso- . guente, un detrarre alla Redenzione di Gzs Cristo. , , , . .. t E un errore il dire, elle gli antichi giusti piacessero a Dio colle loro virt, aso- la la grasia medicinale del Salvatore ; come puro un rendere Dio crudele il dire, chegli permeile al demonio doccupare II bambino non regeoerato, sen- za ebe vabbia nella natura di quello alcun vizio > I predetti errori non possono evitare la condanna della Cltieza , bench zi co - prono d 1 artificiose parole I sostenitori de detti errori sono costretti a fendersi avvocati non pur della con - cupisccnsa, ma ancor del diavolo fc di fede, elio il solo peccato originalo trae seco la dannazione, la perdizione, la morte eterna; bench varie sieno le maniere di spiegare la dannazione dei bambini morti tenia battesimo, fra le quali nulla ha deciso finora la Chicsas Gli empi, che negarono il dogma del peccalo originale, pretesero sempre di dl- moslrarlo assurda col ragionamento della corta loro intelligenza. . . . i Continuatone s La Chiesa defin, che fra il regno di Dio o la dannazione eterna non zi d uno flato medio privo di colpa e di pena, corno favoleggiano i Potagioni , senza per riprovare lo diverso opinioni dei teologi cattolici ( che assegnano pi o men di pena ai bambini morti senza battesimo ContiauaziuDC t La mora nudili della grazia santificaato nun una macchia-, a il peccato ori- ginale una vera macchia La mera nudit della grazia santificante non una Cerila della natura , e il peccalo originale una ferita, e Irne seco molle ferite della stessa natura > II peccalo originala diminuisca Vinci inazione della tleua natura umano alla virt i Iddio potrebbe creare un uomo collo tendenza a collo limitazioni della natura; ma non potrebbe crearlo , secondo sant Agostino , col vizio morale di cui presentemente infetta per origine la Datura > So non vi fosse altro mancamento nella natura umana che quello della grasia, non si potrebbe spiegare corno * uomo che ha ricevuto la grazia generasse dei figliuoli in peccato. Se l'uomo avesse la natura perfetta, e sol priva di grasia. Cristo lo trasporte- rebbe ex buno ad meliut. Ma II dir questo, secondo sant Agostino, e l'ere- sia di Pelagio , consistendo la verit cattolica in confessare che Cristo colla redenzione na trasportalo luomo ex malo ad bonum Temerit di coloro, che pronunciano opporsi alla giustizia e alla bont infinita di Dio il mandar luouio alla dannazione scuz' AxitisL, suo demerito . , i Sii 55 ili 52 59 61 51 fili 52 69 7.! 2A 75 76 78 ' 79 ivi 80 Sii 84 85 Digitized by Google 378 LXI. Colora che negano la natura rinata, esaltano troppo le forre del libero arbitrio. e detraggono alla grazia del Saltatore face. Sii LTI1. ss Lxm. Quelli che negano il vizio originale della natura umana, abusano della prono- tiziooe LV fra le condannate di Baio : Deus non potuistet ab initio talem LXIV. creare bomtnem qualis nunc nasciiur. Come vada intesa tale condanna. sa La parola conrv ntscenza ha due sensi: nel 1 ." cosa naturale; nel 2. con- tro natura.- Nel primo uomo V appetito inferiore soggiaceva pienamente alla volont superiore in virt della grazia. Ma da ci non viene che io un uomo creato da Dio senza la grazia dovesse trovarsi il vizio della concupiscenza. Dire il contrario mettersi sulta via del Satanismo as LXV. 11 Cardinal Bellarmino non dice che Iddio potrebbe creare un nomo qual nasce pre- scDtpmente, se non coll'aggiunta escluso da lui ci che costituisce il peccato > fiS Rota (a). Se nell'uomo, qual al presente, non ci rosse vizio morale, ma loto imputazione esterna della colpa adamitica, l T e Hello della grazia del battesimo non sarebbo che Ut remissione della colpa ; all incontro jdl fede che il battesimo produce nell'uomo anche iVlicUo di sanare coH'infi^ sioo della grazia il vizio morale quanto alla parie superiore della Datare y LXVI. vero che il Bellarmino inscena la rettitudine d Adamo esser dipooduta dalla grafia ; ma ci non toglie che ri potcss* essere in un altro uomo creato da Dio una rettitudine naturale senta la grazia 100 LXYI1. Lo stesso Bellarmino nega che il peccato originale consista nella mera pfiva- zio ne della grazia, ina il ripone nella perversione e stortura della volont che ini mette impedimento alla grazia > LXVIII. Continuazione u LUX. Il peccato del bambino non pu consistere che in un guasto della sua volont. > 104 L* fcstio insegna la stessa dottrina, aggiungendo che si dee ricorrere anche alla 105 volont di Adorno per potergli attribuire la qualit di colpa . . . t LXXt. La sola volont la potenza morale, che posso perci esser subbictto di pecca- to 1 1 non averne noi coscienza un* obbiezione pelagiana coniatala da sant'A* lflfi LXXII. Continuazione 1 Ufi l.XXItl. Continuazione WS QorsTwa* Quarta. Delle consequenze del peccato (f origine Ili LXXIV. LXXV. LXXVI. Due cose sono a considerarsi nel vizio originale: Io sua essenza, o gli effetti perniciosi che porta all* anima I Il vizio originale produce efTelti cd atti viziosi, che provano la sua esistenza nell* uomo, come i mali frutti ci provuno il mal albero i La concupiscenza non si prende pel solo disordine della parte inferiore, ma ao- ivi ivi clic della parte supcriore dell 1 uomo > 112. LXXVI! LU LXXVIII. Continuazione. La concupiscenza chiamata anche vizio della volont . . Ili LXXIX. Perch s. Paolo dia il nome di peccato al fumilo della concupiscenza, ebo ri- 115 mane dopo il battesimo LXXX. Continuazione 1 Ufi LXXXI. Continuazione .... * > 117 LXXXII. Continuazione m Lxxxtu. Il fomite della concupiscenza, bench non sia peccato dopo il battesimo, pure 113 LXXXIV. un difetto morale, ampio fonte de' peccati veniali fclla non pregiudica a olii vi si oppone, ma s a chi le cede. Accresce il me- rito di chi la vince col coni battimento, ma impedisco all' uomo lo stato di coni- 120 pinta morale perfezione > 1.XXXV. Il Trideotino non alieno dal riporre il peccato originalo io quel vizio della 121 LXXXVl. concupisnenza che trovasi nell' uomo innanzi al battesimo Come si possa dire, che il vizio della concupiscenza che si trova nell' uomo in- 123 nanzi al baliosi mo, sia il peccato originale > LXXXVII. In che senso la concupiscenza vada figliando de peccati necessari . , . s 121 I.WXV1II. Doppia servit dell uomo : l una Veniente dal peccato originale , 1 altra dalTa 128 LXXXIX. xc. Si continua a parlare della servit della prava consuetudine, che aggrava quel- la del vizio originale 9 Chi ricusa di venir sanalo da Cristo del vizio originale, aggrava la sua condanna ivi LSI Rota (4) Altro la questiono se il solo peccato originale meriti dannazione, 132 XCI. ed altro se Ciisio vi obbia rimediato a vantaggio di tutti 1 tiugolt uomini v Continuazione 133 Digiti 279 Ounviow Qpmri. In qual maniera si spieghi il celebre dello di sant' Agostino, eh* col hnttemimO P1CCATPM OaiOmz TBAUZlV UTC, T MIMI ACTO . . fCC. 13S Riconoscere il ilio della concupiscenza, non un lasciar 1' uomo solto la ne- cessili del peccalo , come dicea I eretico Giuliano vescoro d Eclaoa, quando si aggiunge, elio Cristo A quello ce il libera da tale necessit ... i ivi Quattro opinioni sull'essenza del peccalo originale professale da teologi cattoli- ci, le quali si possono conciliare insieme. In elio senso il peccato origina- rle si possa riporre nella privazione della grazia santificante . , . . > In che senso si possa riporro nella perdila dell' originale giustizia . . . XCII. xeni. xctv. VI 136 xcv. Io che senso consista in una stortura dotta volont, che, come insegna a. ToST roaso, impedisce a Dio il comunicare all uomo la sua grazia . . 1 157 XCVI. In che senso consista nella concupiscenza IVI XCVII. Come riporlo nella concupiscenza al modo detto, torni a un medesimo che ripor- 13 lo nell avversione a Dio . . , i xcvin. il peccalo originale non consiste nel fomite, ma in un vizio anteriore, di coi non abbiamo coscienza. Differenze fra il vizio della concupiscenza che ba ra 140 gion di peccato, e il fomite, ebe sol rimane dopo il ballcsimo . . . i XCIX. Si seguitano ad esporre tali differenze . . i - ; . . . \ T 142 C. Continuazione . > ivi ll 145 ai. Il vizio originalo proprio d ognuno che nasce, e guasta la persona . 9 ivi cml Che cosa eia la persona I4b civ: II battesimo sana la persona, dalla quale dipende la salute di tutta la natura umanas 147 cv. Quando il difetto od il pregio d un uomo sia personale o morale . . 9 ivi CVh Coll infusione della grazia del battesimo viene congiunta a Dio la volont su- prema e la persona dell' uomo, nella quale perci tolto interamente il pec- cato Luomo 6 salvo prima dell'uso del libero arbitrio, ma quando i egli 149 n acquista V uso, pu peccare e perder di nuovo la grazia . . 9 cvu. Colla rigenerazione del boltesimo sorge no uomo nuovo, mutandosi la base del- rvm la persona 151 152 CIX. Difesa di questa- dottrina dalle frivole od assurde accuso che le vennero date. ex Essa non escludo la necessit delle buone opere 153 CXI. Continuazione 157 CXII. Ella poae la remissione e 1* annullamento del peccato, e non ebe questo riman- ga solamente coperto ; 158 CXIII. Continuazione 159 CXIV. Continuazione 162 cxv; ISell uomo ballettalo vi hanno due volont, supcriore 1 una e r altra inferiore: CXVI sana quella, e ancora inlerma questa 165 Continuazione . Jf>8 CXV1I. CXVI. Lesposta dottrina niente detrae al libero arbitrio, e alle opere dell uomo natu- ralmente buone Sbagli enormi presi dagli avversari . - . , > 170 175 Conclusione 178 AvverUmenlo sulla ristampa lucchese del libercolo di Eusebio Cristiano .... 184 Moline d' un arlioolo del Provocatore Heligioso 183 LE MOZIONI DI PECCATO E DI COLPA Dedicatoria 189 Occasione di scrivere questa' operetta 194 * I ra il peccato e la colpa v' ha una distinzione c non una disgiunzione reale. 1 155 1T7 HI. IV. V* VI. VII. Nel comun modo di parlare si usa la parola peccalo per colpa, bench la no- zione di quella differisca dalla nozione di questa ivi L uso proprio delle due parole peccalo c colpa diligentemente conservato non rende confuso ed equivoco il parlar della Chiesa 197 La quale non usa la parola peccato per colpa, se non quando il contesto chiari- sce sufficientemente il discorso 198 La distinzione della parola peccato da colpa si prora coll' uso accuratissimo che ne fa il Tridentino 199 Anche il Catechismo Romano distingue il concetto di peccato da quello di col- pa, c conserva la propriet de vocaboli dove bisogna v 202 S. Tommaso distingue le stesse nozioni, o usa spesso i due vocaboli con tutta propriet. Si conferma la distinzione, accennando l etimo logia delle paro- Digitized by Google 280 le. Quelli ch la negano, mirano a distruggere il peccalo il' origina. Er - rore contro U fede di quelli che dicono, il peccalo originale non e ezer p cc- Hlo, M noe MteuMdum fuU, e anadamieiuu . I . . I ; ; ; Geo. 203 Vili, Quelli che confondono le nosioni di peccato e di colpa, mettono in coolraddizio^ ne il Concilio di Trento e il lochiamo Romano > 206 IX. E argomentano, che nel Mio Adamo vi peccalo, perch in Ini Mia vi colpa; la quale, noe essendoci ne' poster, neppur vi peccalo. ... .1 207 X. Attribuendo ingiustamente tal dottrina allAngelico . > 208 XT Coatia usatone . , i i . , . . . . . . . . . i . . > 209 XII. Seguitasi a difendere a. Tommaso, dimostrando corno da per tutto egli suppone la distinsione del peccato dalla colpa 210 XIII. E vero che s. Tommaso toglie la ragion di colpa alla macchia originale dei bambini, e anche la ragione di peccato attuale, ma non quella di peccato abituale >211 XIV. Si pu considerare il viiio originale dei bambini, astraendo dalla prevaricazio- ne dAdamo, ma non distruggendo la relazione ch'egli ha con essa . . > 213 XV. II peccato di ciascun bambino numericamente distinto da quello d Adamo, o sussiste da s; bench non riceva la unione di colpa che dalla relazione con quello. Pot esser rimessa la colpa di Adamo, c noo rimesso il peccato di molti posteri; come viceversa polca non essere rimessa la colpa d' Adamo, e tuttavia esser rimesM il peccato da posteri : sicch il peccato di questi ha una entit separate dalla colpa di quello. Le penalit che tengono dietro al pec- cato de' panieri, hanno questo per esusa prossima, e la colpa d* Adamo per causa rimota. Altri argomenti che provano potersi eoosidcrare il peccato de* bambini nell entit sua, astraendo dalla relazione con Adamo, onde gli viene la nozione di colpa i ivi XVI. Continuazione Il peccalo proprio di ciascuno, la colpa comune di lutti. Il peccato appartiene all* ordine della realit, la colpa un essere di ra- gione .>218 XVII. Solo distinguendosi il peccalo dalla colpa si pu spiegare acconciamente Como passi il peccato per generazione, anche dopo rimessa al primo padre la col - pa in quanto era sua peraooale. La distinzione fra peccato e colpa di con - cetti, non di parole. Le eresie di lelogio e di Gianseaio nacquero dalla- ver distrutto tale disUnzioon . ... . i 221 XVIII. Secondo s. TommaM vi sono tre specie di peccati, che egli chiama naturar irrlit noris. Ma il peccatimi moni riceve poi le due noiioni di peccato tempiiee e di colpa ; il che si oonferma coll autorit del tiaelaao , , 223 XIX. Il peccalo morali, u) quaor peccato semplice, secondo 5, Tommaso, non esige l'uso dembero arbitrio . . > 228 XX. Il peccato, secondo . TommaM, un difetto della volont, e U colpa consiste nel - l' onere la volont libera causa di esso ............ 229 XXI. FalMmente imputa a i. TommaM non dottrina, cho distruggo il peccalo ori- g note i ... t 230 XXII. Continuazione ....... 231 XX H 1 . Co gli n unzi O ne i 23 2~ SULLA DEFINIZ IONE DELI, A L E G GE MORALE. * >237 SULLA TEORIA DELLESSERE IDEALE. > 232 Indice dei luo g hi della Mera Scrittura citati in gu i s a Tolumc . , > 2j>9 Teologi che~banno risposto alio difficolt mosse contro il Tratt alo della Ciuciarla . . . >271 Indice degli Autori citati in quatto volante . , > 273 ERRATA P*fi- 18 lin. 1 incolpabile 37 > 1 Avendo 37 >39 ma ci 39 > 20 XXII. 121 > ult. Coicienza f. 58 o 72 128 > 44 a certe 33 CORRIGE. enlpabile XXI. Avendo e ci XXIII. Cotrnia f. 38 e 47 a cute V5 efcM Digitized by Google
Friday, June 20, 2025
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