Materiali Carlo Sini . Universitari Lettere 58 IL TEMPO | E LESPERIENZA Garlo Sini IL TEMPO E L'ESPERIENZA Universit degli Studi di Milano Cattedra di Filosofia Teoretica Il Giclo di lezioni per l'A.A. 1984/85 e##: UNICOPLI 7 Milano GIO Quest'opera distribuita con Licenza Creative CommonsAttribuzione 4.0 Internazionale This workis licensed under a Creative CommonsAttribution 4.0 International License ISBN 88-7061-274-0 Edizioni Via R. Bonghi 4 l' Edizione UNICOPLI 20141 Milano novembre Milano Tel. 02- 8466502 1985 INDI CE Avvertenza A i a e A + * + 4 mn Ji A dl da Lu Hn i 1, Il tempo della parola + bd a 4 4A da # + +4 d i A 3 3 E 3 A & 1 + Successione e irreversibillt ...1r 0 0g iaia ites ie: L'esser dopo e l'aver gi .....cc4+0rresiriererenia Il luogo del passato 100.10 0s0sisineo cirie ea:e:;:e Il futuro e l'aver da ...es 00 0c0isizaricsieniraeii:;e: Il passato fUturo esssesiricziianzia ii ridi ris ere; Il tempo pubblico i. +rssrroriaicceireieire ss ici: re ;:0i Ri conoscere & MISUFATFO deserte geo deere L'emozione di nulla Pe e n pr da Si DE e De dd e Re dd e DI DE I. Il "tutto" e l'"ogni" AAC REEFE ERRE REREREEORERERZZA ZZZ EL 11. Le estasi de l nulla TREE EE FEE EFEAAAARRARZAZZAEA EE ER EL 12. 13, Il ritmo e la tempografia ...66s+60ricerinienicioree Il tempo della voce c..,11000 00000 riore recrene nato Appendice; Che ne del passato? suisse resicieesitosicia Note ATTTTUMMREPREFLRERRR FE FF RRREERZE EF FL A FEEL ELREFERNLEAANLALEEER E 113 125 137 151 165 183 AVVERTENZA Quale sia la rilevanza filosofica di un corso che sl an- nuncia col titolo "Il tempo e l'esperienza" non vi bisogno di dire, Nelle lezioni che seguono ci si concentrer esclusi- vamente sulla questione teoretica, senza ricorrere ad alcun excursus preliminare che rianimi nella memoria testi, autori e problemi che dovrebbero essere familiari a uno studente di filosofia la cui formazione sia gi debitamente avanzata (co- me dovrebbe essere, o sarebbe meglio che fosse, anche se non strettamente necessario che sia, per chi decida di affronta re un corso di filosofia teoretica). c' un altro problema. Dati i limiti di tempo, non sar possibile illustrare, con l'ampiezza che sarebbe necessaria, il nesso che lega il tempo all'esperienza. "Il tempo e l'espe rienza": qual il senso di questa "e"? E perch il tempo vie ne qui confrontato proprio con l'esperienza? Non poteva basta re affrontare il problema del tempo (che & gi di per s que- stione in tutti 1 sensi inquietante]? Perch aggiungervi an- che l'esperienza, specialmente se gi noto in partenza che, cos formulato, il problema non potra essere compiutamente il lustrato? A tutte queste domande il percorso che noi compire- mo dar risposta, Resta per da dire del problema dell'espe- rienza, in relazione al tempo. Per tale questione (che il cor so non avr modo di affrontare analiticamente) non vi che rimandare lo studente alla seconda. parte del mio libro Immagi nt di verit (Spirali, Milano 1985) e alla nozione di espe- rienza che li ampiamente illustrata. Il presente corso sul tempo nasce infatti dalle analisi condotte in corsi preceden- ti, con un riferimento specifico ai problemi del segno, del simbolo, del linguaggio e, pi in generale, dell'evento. E' entro tale cornice, e non per cos dire in astratto, che la questione del tempo emerge come questione teoretica, e non come semplice tema didattico o erudito, Ci significa che lo studente che voglia inaerirsi nel modo giusto nello studio delle lezioni di quest'anno, opportuno che premetta, nella sua preparazione, la lettura attenta della prima parte di Tm magini di verit, e poi lo studio, analitico e accurato, del Ia seconda parte del medesimo libro. Infine potr affronta- re, con adeguata consapevolezza, lo studio delle presenti di spense. Che l'esperienza sia connessa al tempo non peraltro nozione che abbisogni, in generale, di alcuna illustrazione o esemplificazione, noto che quando si parla di esperien- za in un senso filosofico, il tempo, silenziosamente o loqua cemente, gi entrato in scena. Da Kant a Husserl a Heideg- ger questa verit sarebbe facilmente dotumentabile con cele- bri citazioni; ma lo stesso si potrebbe dire a proposito di Hume, di Leibniz e cos via. E' invece a un'altra citazione che qui faremo ricorso, esclusivamente riferita al problema del tempo, per prendere da essa un significativo avvio. Si tratta infatti di una delle pagine pi famose e pi alte di tutta la tradizione filosofica europea. Serive Agostino, nel cap. XIV delle Confessioni (dedicato alla natura del tempo): "Che cosa infatti il tempo? Chi potrebbe darne una breve e facile definizione? Chi ne capir tanto, almeno con il pensiero, da poterne poi far parola? E invece chi ha una nozione pi familiare, pi nota, nel parlare comune, del tem po? Certo quando ne parliamo sappiamo cosa intendiamo e lo sapplamo anche quando ne sentiamo parlare gli altri. Che co- sa allora il tempo? Se nessuno me lo chiede lo so, se do- vessi spiegarlo a chi me lo chieda non lo go. Eppure posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse non esisterebbe un passato, se nulla sopraggiungesse non vi sa- rebbe un futuro, se nulla esistesse non vi sarebbe un presen te. Passato e futuro, ma codesti due tempi in che senso esi- stono, dal momento che il passato non esiste pi e che il fu- turo non esiste ancora? E il presente alla sua volta, se rima nesse sempre presente e non tramontasse nel passato, non sa- rebbe pi tempo ma eternit, Se dunque il presente, perch sia tempo, deve tramontare nel passato, in che senso si pu dire che esiste se sua condizione all'esistenza quella di cessare dall'esistere? Se cio non possiamo dire che in tanto ili.tempo esiste in quanto tende a non esistere?" Questo passo di Agostino (e ci che segue nei successivi capitoli delle Confessioni che ogni studente di filosofia do- vrebbe gi per conto suo conoscere) dimostra da solo due co- se. La prima la profonda e conturbante equivocit della no- zione del tempo, che pure a tutti cost familiare da costi- tulre un riferimento costante del vivere e del parlare comu- ni. La seconda che i problemi della filosofia non sono, an- zitutto, "storici". Ci che si annuncia, in maniera cos alta mente problematica, nel brano di Agostino qualcosa il cui senso resta inalterabilmente e insuperabilmente davanti a noi, che pure siamo cos storicamente lontani dal tempo in cui quelle parole furono pensate e scritte. Certo Agostino a- veva le sue ragioni per interrogarsi sul problema del tempo: l'enigma cristiano dell'esistenza umana e della creazione di- vina gli stavano davanti agli occhi in modi che la storiogra- fia ha il merito non secondario n trascurabile di avvicinar- ci a comprendere. Ma nessuna storiografia potr mai farci com prendere perch il problema del tempo sia al centro dell'in- terrogare filosofico, da Platone e Aristotele sino a Hegel e a Heidegger, recando in s l'enigmatico scacco del pensare co me anche dell'opinare comune. Se non altro non lo pu, perch ogni storiografia e storiografismo presuppone, per esercitare il suo stesso sguardo, la nozione del tempo, esattamente de- terminata da tutti quel paradossi che il brano di Agostino mi rabilmente enuncia. La storia della filosofia pensa il passato. Ma il passa- to, cos come comunemente lo intendiamo, un prodotto del 10 pensiero filosofico, La storia della filosofia pensa la sofia, ma essa stessa un prodotto della filosofia, B'. un'ingenuit prefilosofica ritenere che la storia della sofia possa attingere il senso profondo e peculiare dei blemi della filosofia. Per essi si esige, non contro ma lo sguardo storico, un pi radicale "theorein", filo- solo filo- pro oltre 1, IL TEMPO DELLA PAROLA Come ci introdurremo nel problema del tempo? Dopo aver letto in Agostino i gorghi e i paradossi che la questione de l tempo reca con s, noi che strada prenderemo? Come faremo pro blema del tempo o affronteremo il tempo in quanto problema? La proposta di partenza {che mostrer in sequito le sue ragio ni} & quella di introdurci nel problema del tempo tramite la questione della parola, A questo scopo ci riferiamo a un pas- so del notissimo Corso di linguistica generale dl Ferdinand De Saussure, testo cui si richiama l'odierna scienza linqui- stica e che ha anche ispirato il cosiddetto strutturalismo contemporaneo. Nel passo del Corso in questione De Saussure enuncia due principi o leggi generali, del segno linguistico. La prima legge quella della arbitrariet del segno (si pu dire 'al- bero' oppure 'tree' senza che vi sia una ragione "naturale" per preferire quei termine a un altro: le lingue sono arbitra rie, fondate sull'uso e la convenzione sociale). Ma di ci qui non ci occupiamo. La seconda legge concerne invece il ca- rattere lineare del significante, Si sa che il segno lingui- stico ha, secondo Saussure, due facce che egli chiama signifi cante e significato. Detto alla buona {e non del tutto esatta mente, ma solo quanto basta ai nostri scopi) il significante la componente "materiale" del segno linguistico, la sua e- spressione fonica, oppure grafica se si tratta di un segno scritto, ci di cui fatto il segno: il suono della voce ap- pure i tratti di penna ecc, Il significato invece grosso mo do il concetto, il quale (ancora molto grosso modo) non muta 12 col mutare del significante: il concetto di albero {la coslda- detta immagine mentale) non muta, se io, invece di albero, di co arbre, tree o in altro modo ancora. La questione concerne dunque il carattere "lineare" del significante. Dice De Saus- sure: "Il significante, essendo di natura auditiva, si svolge soltanto nel tempo e ha i caratteri che trae dal tempo: a) rappresenta una estensione e b) tale estensione misurabile in una sola dimensione: essa una linea, Questo principio evidente, ma sembra che ci si sia sempre dimenticati di enun- ciarlo, senza dubbio perch lo si trovato troppo samplice, Tuttavia esso fondamentale e le sue conseguenze sono incal- colabiii. La sua importanza pari a quella della prima legge (l'arbitrariet del segno linguistico), tutto il meccanismo della lingua ne dipende, In opposizione ai significanti visi- vi (come i segnali marittimi con le bandierine ecc.} che pos- sono offrire complicazioni simultanee a pi dimensioni {posso esporre due o pi bandierine contemporaneamente), i signifi- canti acustici non dispongono che della linea del tempo, i lo ro elementi si presentano uno dopo l'altro, formano cio una catena. Tale carattere appare immediatamente non appena que- sti significanti linguistici li s1 rappresenti con la scrittu ra e si sostituisca la linea spaziale dei segni grafici alla successione nel tempo". Dal fatto pr cui le parole "si schierano le une dopo le altre" Saussure ricava importanti conseguenze per la lingui- stica; per es, il carattere oppositivo dei sintagmi, cio la forma oppositiva della lingua, ma non questo ci che a noi importa. Abbiamo assunto il brano di Saussure per introdurci nel problema pi generale del tempo e la cosa che subito ci colpisce appunto il nesso, che Savssure stabilisce a defini sce come evidente, cos ovvio da risultare trascurato, tra a- spetto fonico della parola (significante linguistico) e tem- poralit. Ora questo nesso, guardato dal punto di vista del tempo piuttosto che del linguaggio, non conserva nessuna del- le sue evidenze e ovviet; esso rivela anzi una complicazione 13 problematica a prima vista insospettata. Indichiamo almeno alcuni di questi problemi, il che ci consentir di inserirci proprio nel cuore dei nostri intenti e del nostro tema. Dice anzitutto De Saussure che 11 significante si svol- ge soltanto nel tempo. Ma allora vien fatto di chiedere: che dobbiamo pensare del significato? Il significato non ha un carattere "soltanto" temporale? E se cos, quale altro ca- rattere ha? I suoni della parola 'albero' accadono in succes sione (a-i-b-e-r-0) e sono quindi governati, nel loro acca- dere, da una legge soltanto temporale; ma il concetto che viene trasmesso tramite questi suoni ha un carattere soltan- to temporale o no? Da sempre si dice che il concetto ha una natura "ideale", il che rinvia filosoficamente e in senso pregnante, all'"idea" di Platone, di Hegel, oppure di Hus- serl. Husserl sosteneva, ad esempio, che la natura del con- cetto "intemporale". Il concetto non un semplice flatus vocis; esso sta in tutti i tempi (in tutte le emissioni voca li che lo incarnano) e in questo senso onnitemporale,. Ma proprio perch pu stare in tutti i tempi, non sta in nessun tempo in maniera specifica: sta in agguato, pronto a incar- narsi ogni volta che diciamo, o scriviamo, "albero", ma non si esaurisce in questa incarnazione, perch non fatto del- la carne della parola. Sovrasta la parola e ll suo tempo, in questo senso "intemporale". Per Saussure, che l'erede di questa tradizione di pen siero, le cose non sono per cos semplici. Il segno lingui- stico - egli dice - ha due facce, che ne costituiscono il recto e 1l verso, Noi per non possiamo prendere una faccia senza l'altra, E' come, dice Saussure, se noi volessimo ta- gliare con le forbici un foglio di carta: non possiamo ta- gliare il recto senza tagliare anche il verso. Nella lingua non possiamo mai prendere il significante in s senza ll con cetto o significato (poich appunto il significato, inteso globalmente, che determina 11 senso di una successione di suoni). Il significante dice di seguito "L'alberocuitende- vi ..,". E' il significato che distingue le aree di senso 14 "albero", "cui", "tendevi, Un giapponese che ascolta pu ben pensare che "lalberocul" sia un'unica parola, poich gli fa difetto quel nesso tra significante e significato sul qua- le si basa ogni lingua e, nel caso particolare, la nostra. D'altra parte, nella lingua non ci sono significati se non in relazione al corpo manifestativo del significante. Non posso insomma pensare, e tanto meno dire, la parola "albero" ... senza dirla, cio senza passare attraverso la materialit del significante e quella sua natura che Saussure definisce tempo rale. In tal modo dunque la lingua nel tempo (poich non pu esserci linguaggio senza significanti), ma anche non vi (perch il significato non temporale o soltanto temporale). Come chiarire questo essere e non essere? E che vuol dire che qualcosa , ma non nel tempo, nella esperienza del tempo (visto che i significati non esauriscono la loro natura nella dimensione dell'esperienza temporale, ma piuttosto in questa si mostrano)? C' un dove, c' un essere, o una modalit d'es sere che non nel tempo? Domanda inquietante, sulla quale da sempre si interroga la mtafigsica occidentale, Non & certo per caso se Heidegger, in un tempo che egli considera la con- clusione della metafisica, cio nella nostra epoca, ha intito lato "essere e tempo" la sua opera principale, E non a sua volta casuale se egli ha lasciato incompiuta tale opera per- ch, ha detto, mancavano le parole" per conduria a termine, Le parole della storia della metafisica (della nostra tradi- zione culturale) non possono dire l'enigma del nesso tra esse re e tempo, La filosofia si arresta di fronte a questo abisso (Abgrund), donde peraltro essa stessa scaturita come la fer rigna Minerva dal cervello di Giove (anzich, come tutti i mortali, dal grembo di Gea, cio della Madre Terra). Inoltre: Saussure pone alla buona un'opposizione tra au- ditivo e visivo. Il primo sarebbe successivo, 11 secondo con- temporaneo. Una melodia, per esempio, @ soltanto successiva: non la potrai mai ascoltare tutta insieme o tutta in una vol- ta, vale a dire in una contemporaneit istantanea. Invece un quadro lo possiamo contemplare con un unico colpo d'occhio. 45 Sembra evidente, E tuttavia questa evidenza si annebbia di parecchio se la guardiamo un po' pi da vicino, Ogni rispo- sta dell'udito cos come della vista un gesto: possiamo par lare di gesto acustico e di gesto visivo, Ma come possiamo pensare un gesto che non sia temporale? Anche il gesto visivo un accadere nel tempo e cio nella successione. E' vero che uno sguardo ci pu trasmettere, in un colpo solo, numerose in formazioni: esso pu "veicolare" {come si dice oggi) pi si- gnificanti con 1 relativi significati. Questo l'elemento che abbaglia De Saussure e che lo convince della contempora- neit della vista rispetto alla successione dell'udito, Tutta via, quando noi guardiamo in quadro non ce ne stiamo attoniti come pesci nella vetrina della pescheria. Il nostro guardare d in realt un continuare a guardare, il gesto una succes- sione cdi gesti che continuamente interpretano la visione ag- giungendo un particolare dopo l'altro, come diceva Peirce. In certo modo il nostro continuare a guardare riproduce l'opera- zione successiva che ha originariamente compiuto il pittore con le sue mani e col suo occhio, E d'altra parte: proprio sicuro che il significante acustico non veicoli pi significa ti contemporaneamente? Come potrei mal ascoltare una determi- nata melodia se in ogni suono che accade non vi fosse la pre- senza dei suoni gi accaduti e l'attesa di quelli che verran- no? Come potrei "conoscerla" [come una melodia e non come una mera somma slegata di atomi sonori) e come potrei "riconoscer la" (come quella determinata melodia)? E anche nella parola: quando ascolto "be' di albero, in quel 'be' sta nascosto lo 'al' gi ascoltato, e gi si annuncia l'attesa di 'ro' che sul punto di venire e io mi aspetto che verr. Altrimenti co- me potrei intendere le parole, le conferma e le sorprese del- la comunicazione linguistica? E inoltre in albero' sta impli citamente tutta intera la lingua italiana, cos come parla- ta ora, ed in questa presenza silenziosa che risiede la sfu matura precisa del senso di ogni parola: questo ce l'ha pro- prio insegnato De Saussure. Ma allora la sua opposizione tra guccessione e contemporaneit, acustico e visivo, troppo 16 semplice e aproblematica. Gi Kant nell'"Estetica trascenden tale" scriveva: "Il tempo la condizione formale di tutti i fenomeni in generale". Quando Saussure dice che il signifi- cante soltanto temporale ragiona troppo rozzamente e non mostra di avvedersi della quantit enorme di problemi che ac compagnano questa semplice e a prima vista sensata enuncia- zione. Terza osservazione, Dice De Saussure: poich si svolge soltanto nel tempo, il significante ha i caratteri che trae dal tempo, Questi caratteri sarebbero poi essenzialmente due: a) il rappresentare un'estensione; b} la misurabilit in vna sola dimensione, cio la linea in quanto successione opposta alla contemporaneit. E' invero una ben strana idea che il significante tragga dal tempo la capacit di rappre- sentare un'estensione (cio, per dirla alla buona, uno spa- zio). Il tempo non ha in s "estensioni", se non - come di- rebbe Bergson - per una trasposizione di comodo in fenomeni spaziall; ma questo "tempo spazializzato" non appunto tem- po. L'estensione del quadrante dell'orologio, le sue tacche per indicare i minuti e le ore, sono una rappresentazione spaziale del tempo, ma non sono tempo. La questione dun- que complessa, sicch di nuovo Saussure ci trasmette un'enun clazione dogmaticamente definitoria, la quale per ha alla base, non delle evidenze, ma solo dei problemi. Ma veniamo poi alla "misurabilit in una sola dimensaia- ne LL) r cio alla linea. E' chiaro che Saussure pensa qui il tempo cos come lo pensa il senso comune: una successione li neare di puri istanti unidimensionali, vale a dire succeden- tisi secondo le tre tradizionali "estasi" del tempo: il pas- sato, il presente e il futuro. Il che equivale a dire: se facciamo astrazione dal contenuto, dal fatto che il signifi- cante in questione ora 'albero', ora 'cavallo', ecc., ci che resta una pura successione di istanti in cui ogni con- tenuto si colloca, Questa pura successione ci che la paro la, nel suo aspetto significante, trae dal tempo. Il tempo viene, dalla parola, in qualche modo rivestito (di parole), 17 riemplto, intonato. Ma davvero questo ll tempo? E' gl am- piamente noto che vari filosofi (per es, Bergson e Husserl, o infine Heidegger} hanno completamente vanificato tale imma gine puramente intellettualistica e astratta del tempo. Ci comporta consequenze assai gravi per lo stesso De Saussure, Non sarebbe possibile una linguistica generale come scienza, egli dice, se 11 significante non avesse quel carattere tem- porale che si detto. Ma tale carattere temporale in real t problematico, un'astratta costruzione intellettualisti- ca. Ne consegue che se il significante si fonda sul tempo, ma il tempo chiamato in causa & qualcosa di problematico e infondato, allora tutta la linguistica si fonda su un enig- ma. Sino a che 11 tempo non attinto in una comprensione soddisfacente e genuina, anche la linguistica, e anzi il fat to stesso per qui noi parliamo e comunichiamo, resta incom- prensibile e inspiegato. Ma tutto ci riguarda Girettamente De Saussure e i linguisti, e nci abbiamo gi troppi problemi per conto nostro per aver voglia di farci carico anche dei loro. veniamo invece alla quarta e ultima osservazione. Dice Saussure che il carattere della temporalit del significante acustico "appare immediatamente non appena rappresentiamo i significanti acustici con la scrittura e sostituiamo la li- nea spaziale dei segni grafici alla linea del tempo", La scrittura, cio, esibirebbe la prova che il significante acu stico temporale, poich noi, per scrivere albero, dobbia mo prima scrivere 'a', poi '1', poi 'b' ecc, Il tempo del suono della voce si distende cosi nello spazio dell'alfabe- to. Questa osservazione, in apparenza cos ovvia, dimostra in realt il pregiudizio che comune a De Saussure e [se te nlamo conto di Derrida) a tutta la nostra cultura: quello di ritenere che la scrittura alfabetica sia l'unica vera scrit- tura, in quanto essa riprodurrebbe esattamente la parola par lata. La scrittura come ge fosse una fotografia, una serie di fotogrammi della lingua parlata: la scrittura alfabetica registra e fotografa la successione {e cos la mostra e dimo 18 stra), La cosa per non sta cos, ma, in certo modo, all'op* posto. E' la scrittura, la nostra scrittura alfabetica, che sovraimpone alla lingua i suci elementi astrattamente discre ti, che scompone e "sillaba" le parole in base ai suoi prin- cipt e alla gua temporalit, E' praprio il tempo di questa scrittura che viene imposto alla lingua e poi, con un incon- Sapevole gioco di prestigio, ricavato dalla lingua tramite la "prova" della scrittura. Il prestigiatore ha gi messo il coniglio nel cappello {dandoci a intendere che esso vuoto) e poi ce lo mostra come riprova illusoria dell'avercelo egli fatto entrare in un secondo momento. In questo fraintendimento De Saussure non fa altro, del resto, se non seguire la sua @ nostra tradizione. Egli di certo ignora che la fondazione filosofica di tutto 11 suo di scorso sta in una proposizione della Ragton pura di Kant (E stetica trascendentale", sezione II: "Deli tempo", paragra- fo 6), la dove Kant svolge dei "corollarl" alla esposlzione trascendentale del concetto di tempo, Egli scrive: "Il tempo non altro che la forma del senso interno, cio dell'intui- zione di noi stessi o del nostro stato interno. Infatti il tempo non pu essere una determinazione di fenomeni esterni: non appartiene n alla figura n al luogo ecc.; al contrario determina il rapporto delle rappresentazioni nel nostro sta-. to interno. E appunto perch questa intuizione interna non ha alcuna figura, noi cerchiamo di supplire a questo difetto con analogie, e rappresentiamo la serie temporale con una li nea che si prolunghi ail'infinito, nella quale il molteplice forma una serie avente una sola dimensione; e dalle proprie- ta di questa linea deriviamo tutte quelle del tempo, fuorch questa sola: che le parti della iinea sono simultanee, laddo ve le parti del tempo sono successive. Da ci risulta che la rappresentazione del tempo stesso @ un'intuizione, poich tutti i suoi rapporti possono essere espressi per mezzo di una intuizione esterna, Avremo modo di tornare su questa complessa frase kantia na; ma gl vediamo come essa dica l'essenziale di ci che go 19 verna la mentalit inconsapevole di De Saussure relativamente al tempo, allo spazio, alla linea, alla parola e alla scrlttu ra. Mentalit che del resto quella che tutti condividiamo sul piano del naturale buon senso". 2, SUCCESSIONE E IRREVERSIBILITA! Il riferimento a De Saussure ha consentito di inserirci nel problema del tempo, facendocene quanto meno intuire talu ni paradossi e difficolt. Ma al di l di questo scopo intro duttivo, dobbiamo ora chiederci quale nozione le riflessioni sin qui avviate hanno evidenziato come bisognosa di un ulte- riore approfondimento. Tale nozione la parola "successio- ne", De Saussure, come abbiamo visto, dice che il significan. te linguistico procede in successione, e aggiunge che tale carattere gli deriva dal tempo. Su tutto ci abbiamo solleva to i nostri dubbi e che cosa si debba intendere con la paro- la "tempo" la questione capitale che ci sta davanti e che dovremo via via affrontare, Ma intanto, slamo noi in chiaro su cid che significa auccessione"? Sappiamo bene cosa dicia mo quando diciamo che c' una successione? Sono il medesimo tempo e successione? Oppure la successione solo un aspetto del tempo? E ancora, la successione un aspetto essenziale del tempo, che per non ne esaurisce il concetto? E' il tem- po comunque necessitato a comprendere in s la successione, oppure no? Abbiamo dunque una risposta a tutte queste doman- de? Dovremmo averla, magari senza rendercene conto, se ve- ro che ci intendiamo quando parliamo di successione. Comin- ciamo dunque di qui e cerchiamo di chiarire che cosa dicia- mo, o pensiamo di dire, quando ci riferiamo al concetto di successione. Riferiamoci anzitutto a quel tipo di successione che ca ratterizza il significante acustico, tipo che a noi gia un po' familiare, Prendiamo, come esempio, una frase coleberri- 22 ma di Rant, la frase con la quale inizia il paragrafo 16 del l'Analitica trascendentale" della Ragion pura. La frase (tra dotta in italiano) suona cos: "L'io penso deve poter accompa gnare ogni mia rappresentazione ...". Non c' dubbio che se noi pronunciamo questa frase, essa mostra di possedere una successione, e anche un ritmo e una cadenza. I suoni che a- scoltiamo procedono proprio come dice De Saussure, cio come un "nastro fonico" istante dopo istante. Cos dice anche il senso comune {che ama moltissimo gli istanti, come, per altre ragioni, i mistici). Ma noi ora chiediamo: quanto vale ogni i stante di questa frase? E' evidente che non ogni misura va be ne, Se noi registrassimo questa frase nel registratore e poi impiegassimo, nel riproduria, un considerevole aumento di ve- locit, ne ricaveremmo una successione di brevissimi suoni acuti che non hanno pi nulla in comune col primitivo signi ficante. E cos pure, se rallentassimo considerevolmente il ritmo, ascolteremmo dei curiosi rumori che assomigliano vaga- mente {per la nostra fantasia) ai lamenti di un contadino rus s in stato di ebbrezza. Certo, quel che ascoltiamo non pi un significante linguistico, La successione rimasta, "istan te dopo istante", ma per quale "istante"? Se noi comprimiamo la frase in centesimi di secondo, oppure la dilatiamo in minu ti, abbiamo un risultato stravolto che non pi un signifi- cante linguistico. E siccome il signi ficante non un mero ve stito del significato che quest'ultimo possa indossare o ta- gliere a piacere restando se stesso, con lo svanire del signi ficante anche il significato se ne va, assleme a esso, Il che significa che al di l di una certa soglia temporale, al di l di certi valori, i significanti e i significati, cio i se gni linquistici, non vivono. C' un tempo del pensiero e del- la parola; si pu pensare e si pu parlare entro certe soglie temporali, cos come l'uomo pu vivere solo entro certe sa- glie termiche. E d'altra parte, anche senza oltrepassare certe soglie, il tempo influisce sul senso della parola. Parlare non fare un esercizio di scioglilingua e se muta 11 tempo di una fra- 23 se, ne muta anche il senso, La semplice esortazione "salta gi!" cambia di molto se io la pronuncio rapidamente, per es. rivolgendomi a un amico che non si accorto che il tram & giunto alla nostra fermata, oppure se essa viene pronunciata con insollta lentezza, magari con una pausa di sospenglone tra le sue due parole: quali mai situazioni minacciose e ag- ghiaccianti non potremmo immaginare in questo secondo caso? Il fatto che 11 significante linguistico ha un respiro, o pi concretamente respira, come sa ogni bravo attore: esso si ostende e palpita (Saussure diceva, e da questo punto di vl- sta non a torto, cha ha un'estensione). E d'altronde il respi ro corrisponde, sul piano grafico, alla punteggiatura, Ogni frase dunque prende tempo, non soltanto una mera e meccanica successione, Dal che deriverebbe che il tempo qualcosa di pi della semplice successione, Ma che significa prender tempo"? Dove e come lo si prende? In che modo lo si trova? Questo non lo sappiamo, Sappiamo solo, in base ai sem- plici esempi fatti; che ci sono molte successioni e anche mol- ti tempi {sebbene noi siamo portati a parlare sempre del tem- po al singolare: chiediamo quanto tempo ci vuole per fare una certa cosa, e mai quanti tempi ci vogliono, il che avr certo una sua ragione}. Inoltre ci sembra di poter dire che non s0- no esattamente la stessa cosa tempo e successione, E allora cerchiamo di concentrarci sulla sola successione, prendendola per cos dire, di petto. Che cosa caratterizza una successione in quanto succes- sione? E anche: che cosa "succede" in una successione? Ecco le domande. Il fatto che una successione accada, l'accadere in successione, potremmo cominciare a dire, comporta l'accade re di qualcosa (non importa cosa) l'uno dopo l'altro, Succes- sione uno dopo l'altro {un istante dopo l'altro, come si di ceva pocanzi), Ma ci allora significa che un accadere ora viene dopo un accaduto er ona, nella direzione di un non anda ra. Volevamo concentrarci sulla "pura" successione ed ecco che ne sono gi emersi i due caratteri fondamentali del tem- po: 1) le tre estasi temporali (ora, or ora, non ancora) e 24 2) l'irreversibilit (poich si va da or ora ad ora e da ora a non ancora, e non viceversa). Quanto all'irreversibilit, per, ci sembra che la cosa non sia poi cos vincolante, se la guardiamo pi da vicino. Certo, la successione temporale, come sempre si dice, non pu procedere a ritroso; ma la pura e semplice successione, perch non potrebbe andare indietro cos come va in avanti? Che obbligo c' a pensare la successione come irreversibile? Se cos, ecco che abbiamo trovato ma differenza, e non se condaria, tra la successione e 11 tempo. Ma cos? Vediamo. Noi possiamo immaginare una successione all'indietro. Le immagini di un film, per esempio, possono ssere proiet- tate all'indietro: prima si vede l'omino che scende dal mar- Ciapiede e sale sulla macchina, poi si vede lo stesso omino che va, camminando all'indietro, dalla macchina al marciapie de. Quindi la successione, a differenza del tempo, si pu in vertire. Ma davvero sensato quel che abbiamo detto sul fi- lo dell'esempio? Esaminiamo dapprima la questione sotto un profilo, per dir cos, "formale". Assumiamo lo schema di una successione vuota, priva di qualsiasi contenuto determinato, Indichiamo- la convenzionalmente cos; -1, 1, +1. Niente cli vieta di pen sare che si possa procedere da 1 a +1, oppure da a -1. Le due direzioni, verso destra e verso sinistra, sono indiffe- renti, quinai la successione reversibile, pu andare avan- ti o indietro a piacere. Ma il problema che quello che noi stiamo pensando con questo esempio di successione pura 0 for male non ha niente a che fare con una successione vera e pro pria. Noi scambiamo la destra e la sinistra, cio un essere accanto meramente spaziale, con la successione, Noi possiamo andare da 1 a +1 (cio verso destra) e poi invertire la dire zione e andare da 1 a -1 (cio verso sinistra), Ma questo in vertire la direzione non per nulla equivalente a invertire la successione. E gi il linguaggio ci ha traditi, o ci ha messo sull'avviso, poich abbiamo detto "e pot invertire la Alrezione. Andando verso -1 non facciamo andare la succes- 25 sione all'indietro, perch -1 accade pur sempre dopo 1. Non abbiamo quingl scoperta alcuna reversibilit, ma un incon- trovertibile "esser dopo" come carattere di ogni evento del- la successione. | Facciamo allora il caso di una successione, non pi for- male, ma per cos dire "sostanziale". Qualcosa di determinato succede a qualcos'altro, Esemplifichiamola con i termini a, b, a. Accade una determinata cosa (a), per es. un lampo, cui segue un'altra determinata cosa ({b), per es. un tuono. A que- sta ne succede una terza che per ancora la prima? non un altro lampo, ma proprio esattamente quello stesso lampo che e ra (a). Da {b) siamo quindi tornati al primo {a}. Ma come si trova ({b) di fronte a questo secondo (a), che poi di nuovo il primo? Ecco la domanda. Il secondo (a) ha un bel da essere uguale al primo: esso comunque succede a [b} che ha gia avuto {a). Non c' quindi alcun ritorno indietro; c' sclo che (b) incontra di nuovo (a} dopo averlo gi incontrato, Riferiamoci anche qui a un esempio filmico. In certi film che si defini- scono d'avanguardia una serie di fotogrammi viene pi volte ripetuta (il che suggerisce ai critici profonde considerazio- ni "fenomenologiche" e magari due o tre sciocchezze sul tempo e l'essere): il cameriere appoggia il bicchiere sul tavolo, il cameriere appoggia il bicchiere sul tavolo, il camerliere., ..e cos via a piacere. Il regista d'avanguardia pu fare quel che nemmeno Dio pu: far andare il tempo a ritroso. Pro- digi della tecnica. Ma per lo spettatore, in realt, niente va a ritroso: egli guarda una, due, tre, enne volte la stessa scena, E ogni scena ha in s il verso del "dopo di", succede alla sua gemella, Nei nostri termini potremmo allora dire che se (b) sa di {a}), cio ha memoria del primo (a), ovvero con sapevole di venire dopo {a), ogni ritorno di (a), ogni ritor- no dell'uguale, a sua volta un venire e un esser dopo, Nien te di reversibile qui accaduto. Ma, e se il povero (b} nen lo sa? Per es., (b) viene do- po {a}, e poi torna (a), ma lui, (b), del primo (a) non sa nulla: ha battuto la testa e gli venuta l'amnesia., Il secon - = 26 do (a) per lui una prima volta, E con questo? Tutto ci che possiamo dire che il secondo (a) viene dopo ({b). C' un es- sere dopo di {a} rispetto a (b) e nient'altro, poich, in ef- fetti, non c' nessun altro {a}. Supponiamo che un uomo una mattina si svegli e dica alla moglie: ho sognato che ero un cammello. La moglie risponde: curioso, e subito pensa che ci deve essere sotto una qualche accusa nei suoi confronti. Pas- sa un anno e lo stesso uomo, al risveglio, dice alla moglie: ho sognato che ero un cammello, ma non ricorda affatto che la stessa cosa gli era capitata un anno prima. La moglie fa fin- ta di crederci, ma intanto pensa che si delineano gli estremi della crudelt mentale. Ora, l'uomo nell'esempio come (Db) che ritrova (a) senza saperlo: egli cic pi esattamente lo "trova", non lo ritrova, sicch nulla per lui tornato indie tro, Quanto alla moglie, essa invece nella posizione di {bb} che ritrova {a} sapendo di averlo gi trovato, In entrambi i casi niente andato a ritroso. Che cosa abblamo ricavato da tutti questi discorsi? Inve ro un po' poco, almeno a prima vista. Possiamo riassumere il risultato cos: quando parliamo di successione, ci che inten diamo e non possiamo non intendere che la natura dei suoi even- ti un "esser dopo", un esser dopo e basta, In altri termi- ni: {a} prima di ({b)] solo se {b}) dopo (a). Questo tutto ci che "succede". Risultato poco entusiasmante e di sapore lapalissiano. Ma la situazione si animerebbe di molto se noi ora chiedessimo: ma pu esserci (b), o (a), e basta? Pu esse re per esempio che un uomo si risvegli, e basta? Che egli, per cos dire, venga al mondo avendo nulla dietro di s? E pu esser qualcosa (o esserci qualcosa) di tal natura, che c' e basta, a partire da un punto zero del cominciare ad es- sere? Oppure tutto ci che c' ha, per esserci, la natura del l'esser dopo? sicch l'esser dopo non solo un carattere, a prima vista ovvio, della successione, ma un carattere di . tutto ci che c'? La"realt "stessa, quindi, un esser dopo? Converr tener presenti queste domande, per affrontarle pi avanti, quando e se saremo in grado di rispondere, 27 Ternando a noi: se qualcosa "succede", certamente succe- de a qualcos'altro. Che una successione torni indietro non si gnifica affatto che essa vada realmente a ritroso, E' una no- stra illusione psicologica e verbale che esista il realmente a ritroso. Posso andare a ritroso col gesso quando scrivo sul la lavagna, nel senso che procedo verso destra o retrocdo verso sinistra, ma questi gesti si succedono sempre in un es- sere andati avanti, in un loro esser dopo incancellabile. Que sto significa allora che la successione non pu scorrere al- l'indietro"? In verit, gi questo modo di esprimersi shba- gliato: non che la successione non possa scorrere all'indie tro, che successione vuol dire "esser dopo", e niente pi, Non si tratta cio di arrendersi e dire: purtroppo anche la successione, come 11 tempo, irreversibile. Credevamo di ave re in mano una differenza fra tempo e successione e invece ci si vanificata., Questo modo di esprimerci, questo giocare con le parole, manifesta gi la presenza di tutti i nostri . pregiudizi millenari. Noi stiamo parlando come se la situazio ne fosse questa: c' la successione, definita da vari caratte ri; tra questi c' il carattere dell'irreversibilit., Ma non c' la successione e poi anche il fatto o la circostanza per cui essa irreversibile, L'irreversibilit non un attribu- to della successione, Quando diciamo: la successione irre- versibile, abbiamo l'aria di constatare un fatto: che ci vole te fare, abbiamo spinto in tutti i modi, indietro non va, la successione fatta cos; in teoria la successione potrebbe anche essere reversibile, ma di fatto non lo . No! proprio in teoria la successione non ha nulla a che spartire con l'ir reversibilit. Di principio non possiamo pensare n che n se la successione irreversibile. Queste domande sono improponi bili, perch non sanno ci che domandano, Esse in sostanza do mandano: possibile che l'esser dopo non sia un esser dopo? che domanda assurda e insensata, Perch, ripetiamolo, non @ che la successione sia la successione e poi magari sia anche irreversibile, Successione significa pro-cedere dopo: nessun enigma, 28 nessun mistero, Sicch il concetto di successione lrreverslbi le semplicemente un assurdo logico, un dire vacuo non sapen do quel che si dice. Proprio come se noi dicessimo (secondo u na celebre analisi di Peirce), che c' qualcosa di assoluta- mente inconoscibile: che solo una frase inconsistente e con tradditoria, la quale inconsapevolmente informa del contrario che crede di dire. Eppure, potrebbe venirci in mente, in chimica si parla, certo con fondamento, di processi reversibili: si pu prende- re dell'idrogeno e dell'ossigeno in determinate quantit e ot tenerne dell'acqua; poi possiamo procedere per dissociazione e riottenere gli elementi di partenza, proprio gli stessi, Siamo andati dai componenti al composto e viceversa, E cos, in un esempio pi banale, io posso chiedere a un amico di cam biarmi mille lire in due monete da cinquecento e poi, mutata idea, posso richiedere le mie mille lire e restituire i due pezzi da cinquecento. Tuttavia questi esempi non sono altro che il nostro schema (al, ({b), {a}. Riotteniamo indubbiamente lo stesso idrogeno e lo stesso ossigeno di partenza: proprio quelli e non altri. Ma ll fatto che, isolando la nostra at- tenzione operativa su di'essi e concentrandoci astrattivamen- te sui risultato, noi dimentichiamo di includere nel processo anche il chimico, le sue bocce, il laboratorio ecc. Non tor nato lo stesso chimico n lo stesso laboratorio; niente tor nato indietro ma tutto andato avanti, ed solo per ragioni di comodo che noi parliamo di processi reversibili, Tanto pi che neppure l'idrogeno e l'ossigeno sono tornati esattamente come erano prima: qualcosa andato perduto in base all'entro pia. Ma se le cose stanno cos, non ha allora senso neppure parlare di irreversibilit temporale? Eppure di questo tanto si & parlato e ancora si parla, Neppure Dio pu far andare il tempo a ritroso, si ama dire, Il fato, dicevano gli antichi, superiore agli stessi Dei, n si pu fare che l'accaduto non sia accaduto e che Adamo ed Eva tornino nell'Eden prima di aver incontrato il serpente, acciambellato sul ramo di un 29 melo - e il serpente, si sa, un simbolo del tempo. In effet ti a noi sta risultando una cosa un po diversa. Nella misura infatti in cui il tempo successione, per quanto esso ha in comune con la successione (11 che ci ancora oscuro), biso- - gna ammettere che anche a proposito del tempo parlare di irre versibilit non ha alcun senso. Anche 11 tempo, in quanto suc cessione, sempre un esser dopo. E lo allo stesso titolo "lapalissiano" della successione: non che ci sia il tempo e poi che esso sia anche irreversibile, Il suo essere un es- ser dopo, e basta. Possiamo allora dire: quindi il tempo si svolge in una direzione sola, poich scorre soltanto in avanti? Ma avanti e indietro, gi lo sappiamo, sono solo nozioni "locali" o "spa- ziali". Quel che diciamo avanti solo la possibilit, o psi- cologicamente l'attesa, dell'esser dopo; cio che il tempo continui a essere ci che . Avanti c' solo il possibile es- ser dopo, come natura della successione temporale. E inoltre: noi tutti sempre e di continuo diciamo che 11 tempo "scorre", rutt hora, e penslamo di dire qualcosa di concreto, Ma davve- ro il tempo "scorre"? Qualcuno ha mai visto "scorrere" il tem po? C' uno scorrere, e di che, nel tempo? A sentire certi fi losofi, se noi ci "guardiamo dentro" (non si sa bene n dove n come, forse scostando un po' il colletto della camicia), ecco che si mostra questo spettacolo dello "scorrere", Per es, scorrono le rappresentazioni, ovviamente nei tempo e in virt del tempo, poich & lui che scorre: tic tac, tic tac, i stante dopo istante, Noi magari non ci facciamo caso, ma il tempo passa e va. Instancabile, Bisogna abbandonare queste immagini illusorie. Quando noi parliamo di fenomeni successivi, per es. della parola par lata, non vediamo nessuno scorrere, e nemmeno direzione. For- se che quando io parlo voi vedete uno scorrere? Forse che io parlo in avanti o all'indietro? Voi certo sperimentate l'es- ser dopo delle mie parole, e cos mi ascoltate e intendete, ma non c' in questo alcuno scorrere, non ascoltate uno scor- rere, n un avanti n un indietro. Quel che insieme sperimen- 30 tiamo un esserci della parola come un esser dopo, come un prorvenire, sebbene queste stesse espressioni slano ancora 0 scure e vaghe e abbisognino di ulteriore comprensione. Ma allora, potremmo infine chiedere, se tutto ci che c' ha la natura dell'esser dopo, ci che chiamiamo tempo non che il senso del passato, del pro-venire appunto? Il tempo lo stesso che il passato? Strana domanda. Bbovremo farcl i conti. 3. L'ESSER DOPO E L'AVER GIA' Torniamo allora su quell'unica, semplicissima, banale no zione che ci $ sin qui risultata: l'esser dopo. Nel nostro esempio, ({(b) l'esser dopo di (a). Ma che significa cid? Si- gnifica forse che c' un passaggio, un trasferirsi di qualco- sa da (a) a (b)? Qualcosa scorre e si muove tra {a}]) e (b)? Apriamocl la via con una frase che abbimo gi utilizza- Uto, come mero esempio di significante linguistico, Ora invece assumiamola proprio per il suo contenuto; la frase Kantiana che dice: "L'io penso deve poter accompagnare ogni mia rappresen- tazione". Se vi una rappresentazione qualsivoglia [sia essa del senso esterno, come diceva Locke, per es. la rappresenta- zione di un albero, sia essa del senso interno, per es. la rappresentazione di un ricordo o di una fantasia), essa ta- le, cio rappresentazione, solo se accompagnata dall'ico pen so, ovvero da una coscienza rappresentante che consapevole di s. Non c' modificazione di coscienza che sia tale se la coscienza non l'accompagna. Intendiamo quindi qui l'io penso come principio di ogni coscienza in generale, o meglio di o- gni autocoscienza. E' solo cos che una rappresentazione "" ed & "mia" {8 una rappresentazione del mio io pensante). Ma di io Kant ne distingue poi due {ci riferiamo ovvia- mente a questo complesso e fondamentale paragrafo solo per quel tanto che interessa la nostra indagine, lasciando cadere ogni sottile questlone di esegesi kantiana, che non affar nostro indagare). C' un io analitico e un io sintetico, ovve ro: un'unit analitica dell'appercezione (dell'autocoscienza) e un'unit sintetica dell'appercezione, In termini semplici: 32 c' un io che.accompagna una per una (analiticamente) le rap- presentazioni; c' un io della rappresentazione 1 (rl), un io della r2, ecc. Ma se l'iol e l'io2 non avessero nulla in comu ne, fossero due io del tutto differenti, di nuovo le rappre- sentazioni non sarebbero "mie" {e nemmeno sarebbero). Nel pas saggio da una rappresentazione all'altra l'io che le accompa- gna resta pur sempre il mio medesimo io penso, e questo resta re appunto il frutto dell'unit sintetica dell'appercezio- ne. Naturalmente 11 "restare" va inteso bene. Non che l'io penso se ne stia li immobile come la pietra di un paesaggio lunare. L'io penso non una cosa o un fatto (che sarebbe una rappresentazione ed esigerebbe appunto un io penso per esser pensata come rappresentazione); l'io penso un'attivit di pensiero, come gi suggerisce l'espressione, cio un'attivit rappresentativa. E' l'attivit rappresentativa guardata, non dal lato del suo contenuto accidentale e mutevole (mi rappre- sento un cavalio in quanto lo percepisco o. lo immagino), ma dal lato del puro io che l'accompagna e la rende possibile. L'attivit in questo io consiste appunto nell'unificare l'io in s con se stesso (nel mediarsi in s con s stesso, come dicevano gli idealisti). Io mi identifico con me [penso me) e solo allora posso pensare le rappresentazioni come mie, cio, pi in generale, posso avere delle rappresentazioni. Io, come "me stesso", sono il mio primo oggetto ed cos aperta per me la possibilit di avere oggetti in generale, Questo iosio che equivale a lo-penso-me (diceva per es. Giovanni Emanuele Pari tanti anni fa da questa stessa cattedra) il "concetto trascendentale". Cio, nei termini di Kant, l'attivit pu- ra, trascendentale, del pensare che rende possibile ogni mia rappresentazione. Coscienza sintetica (sintesi di s con se stesso) che rende possibile la coscienza analitica di ogni rappresentazione. Che poi la cosa stia davvero cos e quali problemi ulteriori essa eventualmente sollevi, questione che lasciamo qui impregiudicata. Applichiamo invece questo schemino kantiano al mostri 33 problemi. Potremmo dire cos: per parlare di successione non. basta nominare l'esser dopo; non basta il fatto per cui l'es- sere di (b) l'esser dopo (a). Bisogna mettere in gioco un terzo elemento che, nell'esemplarit kantiana, l'io penso. Questo terzo elemento deve accompagnare sia (a) sia (b), man- tenendosi in entrambi il medesimo. Altrimenti non potrebbe es serci l'esser dopo, Ci sarebbe (a) e basta o {b}) e basta (po- sto che in questo modo dell'"e basta" qualcosa possa pol es- serci, il che gi dicemmo che dubbio). Per altro verso potremmo anche dire {secondo un ben noto principio): qualcosa muta (0 si muove) in relazione a qual- cos'altro che non muta (non si muove). Qui ci troviamo pi vi cini proprio alla tematica temporale della tradizione, Gli i- stanti del tempo "scorrono", ma solo in funzione di qualcosa che non scorre; questo poi identificato con il presente e- terno, che non nel tempo e che tuttavia rende possibile il tempo ("immagine mobile dell'eternit", come diceva Platone). Ogni istante, ogni "ora", come osservava Agostino, non sta mai fermo: l'ora che indico, gia non pi e al suo posto sta sopravvenendo un'altra ora che, per ora, non ancora, Cos il tempo, secondo una nota frase di Hegel, ci "che mentre non e mentre non ". Ogni volta che cerco di afferrarlo il tempo mi sfugge, nel non pi e nel non ancora; e allora questo suo non essere mai propriamente il suo essere: esse- re che piuttosto un trapassare. Ma la misura di questo tra- passare non trapassa. Il trapassare non sarebbe nemmeno un trapassare, se non in relazione a una presenza che non sta dallo stesso lato degli istanti che trapassano, che come un occhio vigile quanto imperserutabile, impercettibile e incom- mensurabile: un occhio vigile che come il perno immobile in torno al quale e per il quale corre la giostra del tempo, Que sto perno immobile ancora, in certo modo, l'io penso, il pensiero di pensiero o atto puro di cui parlava Aristotele (magari un Aristotele interpretato da Gentile): condizione del tempo che fuori del tempo, e perci anche condizione dell'esperienza che fuori dell'esperienza e insieme la fa 34 essere. Tutti questi rapidi riferimenti possono essere interes- santi; ma essi, in verit, giovano poco a risolvere la no* stra questione, che , a prima vista, pi semplice. Noi, mol to pi semplicemente, ci chiediamo: che cosa resta tra (a) e (b), in modo che (b) abbia il senso dell'esser dono? E se non resta, che cosa allora trapassa, in qualche modo restan- do il medesimo? Come da pensare questa condizione senza la quale l'esser dopo non sarebbe possibile n avere senso? Nel passaggio tra (a) e (b) c' un moto di trasformazio ne (come potrebbe dire l'Aristotele della Fietca). Ma non pu trattarsi, per cos dire, di una trasformazione totale, Se {a} si trasformasse totalmente in (b), allora in (b}) non ci sarebbe pi alcun elemento che consenta a {(b) di esser do po (a), di essere ci che in quanto procede da fa}. C' un trascorrere e insieme un permanere, dice il senso comune. Ma queste espressioni, gi lo si notato, sono ambigue e anzi inappropriate. Se dico "scorrere", questa parola indica sem- plicemente un mutamento di luogo; a maggior ragione pol se aggiungo "avanti" o "indietro". Quanto infine al "permane? re", anche qui ci troviamo invischiati in analoghe difficol- t. Kant affidava 11 permanere all'io penso, il quale deve accompagnare ogni rappresentazione. Ma che significa "accom pagnare" se non stare accanto? Ecco che di nuovo fa capolino qualcosa di invincibilmente "spaziale". E poi: si "accompa- gnano" le rappresentazioni? Si accompagnano le fidanzate, si accompagnano gli amici, non certo le rappresentazioni. E se l'accompagnare poi un "per-sistere", di nuovo questa e- spressione si comprende solo in riferimento allo spazio. In- somma: il processo del tempo, la successione, o comunque si voglia dire, ci sfuggono continuamente tra le dita, rifluta- no la presa della loro immagine propria e assumono di conti- nuo la maschera dello spazio. Forse che il tempo, per sua na tura, sta e deve star nascosto dietro lo spazio? Oggi si par la molto di cronotopo: ne parla la fisica, ma la parola ri- corre anche in Heldegger (Zett/Raum: Tempo/Spazio). Tempo e 35 spazio, si dice, si danno in un intreccio indissolubile. Ma come possiamo intendere questo intreccio, se noi non conoscia mo ci che proprio di ogni elemento dell'intreccio? Il tem- po e lo spazio sono come il reefo e il verso di cui parlava De Saussure: se tagli il tempo tagli anche lo spazio, non puoi avere l'uno senza l'altro. Ma quale elemento (bench non isolabile dallo spazio) pu definirsi propriamente temporale? Il tempo ci si nasconde sempre in figure spaziali, ma non ace cade mai il contrario. Perch? Mai che noi possiamo dire, a proposito del tempo, una parola genuina, che suoni bene come una moneta di buon conio. Gi il brano di De Saussure dal quale siamo partiti pone va questa relazione del tempo con la linea e la figura spazia le, e questo era proprio il suo merito, oltre che il suo limit te. Ma noi abbiamo poi osservato che le indicazioni di De Saussure trovavano una loro espressione pi completa e profon da in un brano dell'"Estetica" di Kant, Torniamo a questo bra no e riflettiamo pazientemente su di esso, ora che siamo as- sal pi consapevoli dei nostri problemi. Vediamo quale luce ne possiamo ricavare. Dice dunque Kant: "Il tempo non altro che la forma del senso interno, cio dell'intuizione di noi stessi e del nostro stato inter- no. Infatti, il tempo non pu essere una determinazione di fe nomeni esterni: non appartiene n alla figura, n al luogo, ecc.; determina, al contrario, il rapporto delle rappresenta- zioni nel nostro stato interno, E appunto perch questa intui zione interna non ha nessuna figura, noi cerchiamo di suppli- re a questo difetto con analogie, e rappresentiamo la serie temporale con una linea che si prolunghi all'infinito, nella quale il molteplice forma una serie avente una sola dimensio ne; e dalle propriet di questa linea derivano tutte quelle del tempo, fuorch questa sola: che le parti della linea sono simultanee, laddove le parti del tempo sempre successive, Da ci risulta che la rappresentazione del tempo stesso un'in- tuizione, poich tutti i suoi rapporti possono essere espres- si per mezzo di un'intuizione esterna". 36 Con tutta la venerazione ch si deve nutrire per Kant, bisogner pure che noi ci decidiamo a dire, nel modo pi schietto, che quanto Kant dice qui a proposito del tempo un guazzabugiio di oscurit e di paradossi. Al tempo non ap- partiene n la figura, n il luogo, n la linea: d'accordo. Ma perch mai questa "mancanza" sarebbe un "difetto" del tem po, e non invece una sua propriet positiva? Comunque sia, per supplire al "difetto" dell'intuizione temporale noi rl- corriamo ad analogie spaziali. Ma come intenderemo un'ana- logia di cui non in alcun modo data, per dir cos, la "lo- gia"? Se io dico "la sera della vita" si intende subito che stabilita un'analogia tra la fine del giorno (la sera) e la fine della vita. Come il giorno, anche la vita nasce, cul mina e infine declina, sicch posso chiamare questo declina- re, per analogia, la sera del vivere, Ma se diciamo che la linea una rappresentazione analogica del tempo, a noi man- ca ogni immagine propria (del tempo) per valutare appieno l'analogia che abbiamo proposto. Tuttavia Kant sl sforza, in seguito, di chiarire la relazione fra il tempo e la linea, Vediamo. La linea, dice Kant, una serie avente una sola dimen- slone (cio la successione, di cui tanto abblamo parlato), 0 ra questa linea contiene "tutte" {dice proprio tutte} le pro priet del tempo. Perbacco: uno si rincuora; dice: che bel- lo, basta fare una linea e ho tutte le propriet del tempo; pi facile di cosl Ma poi Kant aggiunge: ha tutte le prao- priet fuorch wa: che le parti della linea sono simultanee (possiamo guardarle tutte insieme con una sola occhiata), mentre le parti del tempo sono successive. E allora siamo da capo. L'unica cosa che ci sembra di sapere del tempo, nella nostra povert mentale ed espressiva, che i suoi fenomeni sona successivi, Se la linea non pu contenere questa pro- priet, allora non contiene nulla del tempo. La linea, insom ma, contiene tutte le propriet del tempo fuorch il tempo, E restiamo naturalmente anche molto curiosi di sapere quali poi sarebbero tutte quelle altre propriet del tempo che la 37 dinea conterrebbe., Kant non ce lo dice affatto e noi non pos- siamo far altro che supporre che egli si riferisca alle tre e stasi temporali, che la linea raffigurerebbe come un pi a- vanti e un pi indietro, ovvero come luoghi dello spazio: cio, di nuovo, non come propriet del tempo, bensi della Lli- nea, poich l'irrafigurabilit della successione snatura qual siasl possibile propriet del tempo che la linea conterrebbe. Tutti i rapporti del tempo possono essere espressi per mezzo di un'intuizione esterna, dice Kant. Ma quali sono tutti que- sti rapporti? L'unico rapporto essenziale, espressamente nomi nato, la successione, e questa non si pu esprimere median- te un'intuizione esterna, Naturalmente molto altro ci sarebbe ancora da dire circa le espressioni kantiane riferite a "noi stessi" e al "nostro stato interno". L'immagine del sole interna o esterna? temporale o spaziale? Per questa via ci inoltreremmo in abis- si che qui pi opportuno tralasciare. Resta il fatto che il tempo (condizione di ogni fenomeno, di ogni esperienza) non si pu esprimere se non in immagini e parole spaziali, cio, detto pi francamente, non lo si pu esprimere affatto. Ago stino era gi arrivato a questa conclusione: so benissimo che cos' il tempo, purch non mi si chieda di dirlo, perch allo ra mi accorgo che non lo so pi e che tutto quel che dico & contraddittorio e inappropriato. E questa infatti la dirri- colt entro la quale ci siamo qui sinora aggirati, come per corridoi ciechi e labirinti. Possiamo solo ribadire le tre cose che ci sono sin qui risultate: 1. L'esser dopo esige un "terzo": oltre ad (a) e a (b) ci de- ve essere un terzo elemento. 2, questo terzo irraffigurabile; forse persino inesprimi- bile, ma di ci non siamo affatto sicuri. 3. Nondimeno deve esserci, cio in qualche senso deve permane re e "durare" {per usare un'espressione di Bergson), deve possedere una "durata", se no anche l'esser dopo sarebbe 1 nesperibile. Aiutiamoci ancora con l'espressione kantiana "io penso", 38 che .se non altro un esempio che ci divenuto familiare. Suppontamo dunque che ci che permane e dura nella successio- ne tra {a} e ({b) possa effettivamente essere indicato come "to penso", Vediamo come potrebbe capitargli di permanere. L'io penso, lo sappiamo, pensa, cio svolge la sua perdurante attivit, in quanto rende oggetto del suo pensare ("accompa- gna") le rappresentazioni, Ma allora, dobbiamo subito osserva re, c' una differenza tra l'io penso e le rappresentazioni che l'io penso accompagna. Se io devo poter accompagnare milo fratello dal dentista evidente che io non sono mio fratello e che dal dentista ci va lul, non i, Cos dice il servitore Leporello, che accompagna Don Giovanni, quando invita a cena la statua del Commendatore: "... Signore, il padron mio, bada te ben: non io ...". C' quindi una differenza tra il pensa- re e la rappresentazione che viene pensata - il che ovvio, Ma d'altra parte (e allora l'ovvio diviene problematico) come pu esserci un pensare che non sia un pensare una rappresenta zione? Se l'io penso non si rappresenta nulla allora non pen- sa nulla, cio non nemmeno un pensare, L'io penso diverso da qualsivoglia contenuto della coscienza, ma ci non signifi ca che l'io penso possa pensare senza alcun contenuto della coscienza. Detto tra barentesi: Fichte e poi Hegel aveva- no i loro motivi per non accogliere ste et stimplietter l'io penso kantiano, e non perch essi fossero idealisti megaloma= ni o prometeico-romantici, come si legge in certi storici che non si sono mal sforzati di pensare ci che pensarono coloro di cui trattano (che pol una condizione indispensabile per fare storia del pensiero), Ma noi teniamoci qui alla nostra questione e chiediamo: secondo l'esempio che stiamo utilizzan do, c' ma differenza tra il pensare e la rappresentazione che viene pensata; ma come possiamo a nostra volta intendere e pensare questa differenza? Ecco il problema. La differenza, gi lo abbiamo compreso, non da porre tra un vuoto pensare e una mera rappresentazione, poich il pensare e la rappresentazione si implicano e non possono sta- re separati {1l pensare puro non un pensare e la rappresen? 39 tazione non pensata non una rappresentazione). L'unico todo di porre la differenza sembra allora essere questo: che il pensare una rappresentazione {supponiamo la rappresentazione (b)) nel contempo differente dalla rappresntazione pensata perch un aver giA pensato, Il senso di questa osservazione ci consente allora di tornare su un sospetto che ci era in precedenza accaduto di sollevare. Avevamo chiesto: pu esser- ci (b) e basta? Oppure ogni cosa che c' ha il senso dell'es- ser dopo, cos che essenziale all'essere di {b) l'esser do- po {a}? Ora possiamo vedere che quel sospetto ra. fondato. U- na rappresentazione pus stare nel pensiero solo se il pensie- ro ha gi pensato (altre rappresentazioni). Il pensiero infat ti & bensi diverso dalla rappresentazione, ma non per una sua misteriosa qualit intrinseca, poich pensare e pensare una rappresentazione {rappresentarsi alcunch) fa tutt'uno; e al- lora ci che distingue questa rappresentazione ora pensata dal pensiero che la pensa che il pensiero rappresentante un pensiero che proviene dall'aver gi pensato (altre rappre- sentazioni). Il che si riflette sulla rappresentazione stes- sa: non potr mai darsi una rappresentazione ora presente se non come venir dopo l'aver gi pensato. Se dunque {b}) una rappresentazione, non potr mai darsi (b) e basta, perch (b) nel suo esserci, dovr necessariamente contenere il senso del l'aver gi rappresentato {a}. La successione, abbiamo anche detto, esige un terzo per potersi istituire come tale. Ma questo terzo non si d in una mera somma: per es. di qualcosa che chiamiamo pensiero e di qualcos altro che chiamiamo rappresentazione, Non che l'io si prenda a braccetto la rappresentazione e se la porti con s. Il nesso che si stabilisce tra questi due termini fra lo- ro inscindibili piuttosto un nesso ermeneutico, interpreta- tivo: rappresentare {b} un interpretarlo nella sua prove- nienza da (a), cio avendo gi interpretato e rappresentato {a}. E lo stesso si deve dire di (a), in una serie che va i- dealmente all'infinito. Come diceva appunto Peirce: per inter pretare bisogna aver gi interpretato. 40 Con queste osservazioni noi abbiamo per compiuto, final mente, un primo passo importante. Tutti i nostri problemi ac- quistano infatti una nuova luce, se noi solo riflettiamo su questa espressione che ci venuto fatto di usare: "aver gi". Aver gi non un mero esser dopo. Nell'esser dopo la successione si appella al tempo, ma poi, come sempre accade, l'appello si rivela illusorio: l'esser dopo non che uno sta re accanto spaziale, il semplice fatto per cui ad (a) vien dietro {b}, alla sua destra o alla sua sinistra, pi avanti o pi indietro, Niente di tutto cid nell'aver gi: questa e- spressione sembra per la prima volta svincolarci dalla forza coercitiva della spazialit, cio della raffigurazione spazia le {che si finge, invano, temporale, supplendo al "difetto", come diceva, Kant, della irraffigurabilit del tempo e della incomprensibilit di ci che significa, propriamente, dopo), L'aver gi non infatti in alcun modo raffigurabile. Se scri vo sulla lavagna (b) alla destra di (a), posso dare a intende re che fb) succeda ad {a}, che venga "dopo" (sebbene se ne stia li accanto ad (a) in un'evidente contemporaneit spazia- le che non chiarisce in alcun modo quel che si intende con l'espressione "dopo")., Ma come potrei scrivere (b) e l'aver gi di {b})? E tuttavia, anche se irrafflgurabile, aver gi un'espressione ben comprensibile: qualcosa che dice la tem- poralit, per es. di {b), senza tradurla in un'illusoria im- magine spaziale, E anche: aver gi dice che cosa "succede" e i1 modo di questo "succedere" {il modo dell'aver gi), impli- cando in s ogni raffigurazione possibile dell'esser dopo. L'aver gi non n a destra n a sinistra, non sopra n sotto, e tuttavia niente potrebbe esser fissato come destra o sinistra, come sopra o sotto, se non in funzione di un aver gi interpretato (la destra rispetto alla sinistra, il sopra rispetto al sotto, ecc.}. In termini pi generali possiamo allora dire che l'aver gi & il senso della rappresentazione presente. Non c' (b) e basta, poich c' anche, perch ([b) ci sia, il senso di que- sto {b}). Il senso appunto qualcosa che non si pu scrivere, 4 che non si pu aggiungere a {(b) dall'esterno, magari con un altro segno convenzionale che voglia raffigurare "il senso di b"., Il senso di (b) gi tutto in (b, se (b) appunto quello che : la rappresentazione {b). Il senso di (b) in- carnato e iscritto in (b), cio nel medesimo atto interpreta- tivo che dispiega (b) come sua rappresentazione, Supponiamo che io scriva sulla lavagna questa semplice figura o cifra o disegno che dir si voglia: 'b'; allora ognu no di voi immediatamente pensa 'bi', cio la seconda lettera del nostro alfabeto, Il segno grafico che io ho tracciato mo- stra cos di avere in s il senso dell'alfabeto, To non posso scrivere o raffigurare il senso dell'alfabeto, ma questo sen- | so gi implicito in ogni lettera che io posso scrivere. E come vi implicito? In quanto 'b', potremmo dire, viene rico nosciuto, cio in quanto 'b' rappresentato con il senso del l'aver gi interpretato 'b' come b', come seconda lettera dell'alfabeto. Sicch senza l'aver gi interpretato c pensato l'alfabeto, nesswma lettera potrebbe essere rappresentata e stare nella presenza. Il "gi" cos una "disposizione" {un "abito", diceva Peirce): un esser disposti a riconoscere b'. Ed cos che c' un senso a disposizione, cio quel terzo sempre gi presente senza :il quale nulla potrebbe presentarsi e stare nella presenza come quella rappresentazione presente che ora c'. La disposizione, o predisposizione, a riconosce- re l'alfabeto, come effetto dell'aver gi interpretato e pen- sato l'alfabeto, incarnata nell'occhio di ogni potenziale lettore. E' cos che il terzo sta in agguato e sl intrama in ogni presenza, rendendola quella presenza che appunto &. Ed ecco allora che si delinea davanti ai nostri occhi u- na questione che gi, sul filo del sospetto sopra richiamato, si era una volta profilata: la questione dei passato. Alla lu ce dei rilievi test svolti potremmo infatti dire: i1 senso del passato (dell'aver gia} deve sempre esser predisposto, e presupposto, perch possa esserci il presente, la rappresenta zione presente, Non c' un presente se non c' un gi stato come aver gi: un aver gi pensato o un aver gi interpreta 42 to, Terribile e gigantesca questione alla quale, d'altronde, non possiamo pi sfuggire. Subito ne indoviniamo 1 contorni inquietanti, contorni che hanno in s tutto l'enigma del tem- po di cui gi parlava Agostino. Nel presente deve stare il passato, perch il presente possa a sua volta esserci e venir riconosciuto, Ma come il passato "sta"? come il passato ""? Il corso delle nostre riflessioni ci ha condotto davanti a questo macigno e noi ora, contro ogni aspettativa, ci trovia- mo costretti a introdurci nel problema del tempo muovendo dal la porta del passato, Da sempre la nostra tradizione privile- gia, nel tempo, l'estasi del presente: il presente, si dice, il tempo vivente, il tempo cos come vissuto in atto nel- la sua concretezza. Il passato invece non pi e il futuro non ancora, E tuttavia a noi risultato che anche LL passa to deve a suo modo "essere", esser presente, perch il presen te sia, Nel presente, potremmo dire, c' il senso del passato, quell'aver gi interpretato che consente di interpretare. E cos nel presente, nella stessa presenza, abbiamo due modi dell'esser presente: quel presente che ora c' come l'esser presente di ci che c'a (per es. la lettera 'b') e quel pre- sente che la presenza dell'aver gi, cio del passato che pure qui ed presente. Secondo 11 nostro esempio: 'b' ha l'alfabeto nel passato dell'aver gi; ma insieme questo passato li presente e in- carnato in 'b'., E' la presenza del senso dell'alfabeto che rende 'b' ci che (seconda lettera dell'alfabeto); ma 'b'! non l'alfabeto: il suo esser presente difforme dalla sua stessa condizione, che peraltro a sua volta presente. Come si distinguono presente e passato {che ancora presente)? i Che il passato sia ancora presente non significa infatti che : iL passato il presente. Se passato e presente fossero iden- tici, nulla sarebbe pi presente, poich il presente tale solo in quanto ha il senso dell'aver gi, cio del passato, e solo in quanto anche difforme da lui, Il passato, dunque, certamente: "", ma questo suo esser presente difforme ri- spetto a quell'"" del presente che il passato prepara e ren- 43 de possibile. E infine: come fa a esserci ci che, per essenza, non pi? Come "" il passato? In che senso diciamo che esso "sta" (nella presenza) se il passato, per altro verso, proprio ci che non ha pi luogo? 4. IL LUOGO DEL PASSATO Cominciamo dunque a entrare nel tempo dalla porta dei passato. 11 passato anzitutto, come abbiamo detto, il senso del passato che ancora presente, Ii senso che presente ha dungue L senso del passato; ma il suo esser ora presente anche diverso dal passato, Per guanto imperfetta e problemati ca sla l'idea che noi ci facciamo del presente, prendendola cos come il senso comune ce la di, o si illude di darcela, tuttavia 11 presente non potr mai, nel nostro discorso, iden tificarsi totalmente con la nozione del passato, pena non a- ver pi n il presente, n Il passato, n infine il tempo; il quale poi comprende anche il futuro, ma poich il futuro non si & ancora imposto da s alle nostre considerazioni, conver- r per il momento lasciarlo in sospeso. Ora, che dice il gia citato senso comune a proposito del passato? Esso dice che il passato ci che non pi, Non ci vuol molto per vedere quanto questa proposizione sia insensa- ta e contraddittoria. Essa dice che lil passato e non , 0 che non essendo, o infine che in quanto non . Si comin- cia a comprendre a che cosa alludevano le espressioni sibil- line di Hegel (11 tempo mentre non ecc.,): esse avevano colto un punto essenziale del problema del tempo, E Hegel in- fatti ne parla per introdurre la filosofia della natura, cio ll momento in cui l'idea si aliena da s e si fa mondo mate- riale, per dirla alla buona. Siamo cio in quel punto dell'u- niversale estraneazione in cui da Dio vien fuori il mondo, con tutti i paradossi che Agostino ben conosceva e che motiva vano la sua riflessione sul tempo: il paradosso dell'assolu 416 to che divien relativo, del positivo che si fa negativo, del l'essere immortale che si fa mortale, il Cristo sulla cro- ce, Punto cruclale di tutta la nostra tradizione che in- chiodata nel paradossale rapporto tra essere e non essere, vita eterna e morte, eternit sovratemporale ed effimera e transeunte natura del tempo. Ma il senso comune si esprime anche con un'altra propo- sizione caratteristica e alla mano; del passato esso dice ca s: che ci che stato stato, Ma, come "sta" lo "stato"? Qual lo stato (l'esser stato e insieme lo statuto) del pas sato? In qualche modo il passato deve "stare", ma in quale modo? Apriamoci la via con una domanda molto rozza {talvolta la rudezza fa bene al pensiero filosofico, pi di tante raf- finatezze "culturali" da eruditi e da letterati): se il pas- sato sta, dove, in quale luogo sta? Esiste un luogo che il luogo del passato? Chieder conto di un dove cos materiale sembra davvero eccessivo e improprio: forse che noi possiamo por mano al passato, metter mano in qualche luogo e afferra- re il passato? E' una pretesa assurda. E tuttavia, in modo un po figurato, pu talvolta capitare di metter mano, per cos dire, sul passato, Pu capitare, per es.,, di trovare per caso, nel fondo di un cassetto, una vecchia lettera, co un vecchio oggetto. Sono allora i cassetti il luogo del passa- to? Questo davvero troppo. Ma teniamoci nondimeno all'esem .pio della lettera e vediamo cosa ne possiamo ricavare, Che rapporto c', posslamo chiedere, fra la lettera ri- trovata nel cassetto e la lettera che abbiamo scritto appe- na questa mattina? Anche questa seconda lettera a suo moda uni oggetto del passato: non dice il senso comune che anche questa mattina & gi passata? anzi, anche un istante fa gi passato, irrimediabilmente precipitato nel pozzo nero del non pi, senza ritorno. E tuttavia una differenza sussi- ste. Anche la lettera di questa mattina passata, ma, pi propriamente, sta passando. Il suo senso {stiamo appunto in* dagando il permanere del senso) ancora presente, o nel- pl 47 l'orlo del presente. Essa per esempio attende risposta, che non c' ancora, La mattina lontana dalla sera, ma pur sempre nell'orizzonte di una medesima giornata, nell'onda del le sue preoccupazioni e dei suoi sentimenti, nell'ambito di quei motivi che ci hanno infatti spinto a scrivere stamane la lettera, Certo, tutto ci sta anche impallidendo e allontanan dosi da noi; ma rispetto alla vecchia lettera, magari di die- ci anni fa, la differenza rilevante, Quest'ultima, infatti, parla di situazioni e di sentimenti che non riguardano pi le nostre giornate, che appunto non esistono pi e che noi fac- ciamo fatica a rianimare nel ricordo, Ed questa sua novit postuma, resa tale dall'oblto, ci che tanto ci colpisce. L'esempio della lettera molto ingenuo; tuttavia esso ha in s un elemento che accomuna tutte le scienze che hanno per oggetto il passato, dalla storia all'archeologia ecc, Tut te queste scienze vanno infatti in cerca delle "tracce" del passato, ovvero di ci che conserva Il passato; e una vecchia lettera (cos come un antico documento) a suo modo una trac cia che conserva i1 passato. Per l'archeologo il luogo del passato sotto terra, per il nostalgico nei vecchi cassetti, Per Charles Lyell, il creatore della geologia evolutiva, le tracce del passato sono addirittura dappertutto: noi contem- pliamo questo ridente paesaggio, con i monti, ll fiume, la valle, e non sapplamo di star guardando le tracce di millena- rie vicende geologiche, di eventi immani e remotissimi, lenti oppure improvvisi, che hanno reso il panorama esattamente cos. s come lo vediamo ora. Noli insomma viviamo continuamente in mezzo alle tracce del passato, sicch non c' luogo ove il passato non sia. Alla domanda rozza di poco fa che chiedeva in quale luogo stia 11 passato, ora dovremmo rispondere che sta letteralmente dappertutto, Il passato cos abbarbicato al presente che non riusciamo mai a scrollarcelo di dosso {il che del resto coerente con le nostre riflessioni sull'aver gi, cui inerisce infatti ogni presente), Solo che, detto co- s, il passato ha invaso tutti i territori del presente e ci rende difficile stabilire quella sua differenza (dal presen- 48 te) della quale andiamo in Cerca. Il passato sta In tutti i luoghi del presente, d'accor- do, ma come vi sta? Vi sta come traccia, abbiamo detto. Que- sto lo spunto essenziale che ci apre una nuova prospettiva. Pi in generale potremmo infatti dire che 11 modo d'essere del passato il "segno": il passato presente come segno del passato e quindi il suo luogo il segna. Ma se cos, allora anche tutti 1 suoi paradossi e le sue contraddizioni pi volte ricordati sai sciolgono, si giustificano e trovano motivo. Non c' infatti niente di male, n di strano, che il segno sia e non sia, Per sua natura, anzi, il segno deve an- nodare queste apparenti incompatibilit, poich il segno appunto ci che, essendo qui presente, rimanda a ci che non presente. Il segna auppontit pro, sta al posto di, indica e rinvia; ovviamente rinvia a ci che non c', altrimenti non avremmo bisogno del segno, il quale, per essere tale, rappre senta qualcosa d'altro da se stesso, ne vicario e sostitu- to, Come se stesso il segno "", ma il sensa del suo essere un "non assere". Le due cose per lui sono una. Ecco allora perch il passato presenta dapprima tutte quelle difficolt e contraddizioni: noi lo prendiamo o lo pensiamo come una co sa, e allora una cosa che c' e insieme non c' urta clamoro samente contro la logica e il buon senso; ma se il passato lo pensiamo come traccia, cio come segno, quelle che erano contraddizioni divengono sue propriet necessarie e coeren- ti, Consideriamo l'esempio della lettera, Mi capitata in mano frugando in un cassetto ed ora qui presente davanti ai miei occhi, Strana e inaspettata, imprevista. Come lette- ra, come cosa materiale, essa ben presente, ma ci di cui segno, i sentimenti che la ispirarono, gli eventi che la accompagnarono, questi non ci sono pi, sono appunto passa ti, Essa c', ma come segno di ci che (pi) non e', E che dovremmo dire a proposito della lettera di questa mattina? Essa sta ancora in un'urgenza presente e la circonda un futu ro possibile (non ha ancora ricevuto risposta); non certo 49 segno di un sentimento o di una preoccupazione che non c' pi, Tuttavia noi possiamo facilmente notare il suo lento tra scolorare nel passato: gi questa sera ci sorge qualche dub- bio sulla sua opportunit e sull'opportunit di averla scrit- . ta cos come l'abbiamo scritta; gi il suo orizzonte di pen- sieri e di intenzioni sta svanendo. Il mondo non gi pi per me com'era questa mattina, quando mi sentivo cos convin- to, deciso e sicuro nel prender la penna e scrivere la lette- ra. Ora sono meno sicuro di me, ma poich quel che fatto fatto, non mi resta che rimettermi al futuro: se ho fatto be- ne si vedra, dalla risposta, Il passato c' {come segno presente) e nen c' ifcome ci cui il segno rimanda). Cos ci sono questi ruderi di mura ro- mane del IV secolo, proprio di fianco alla stazione Termini di Roma, Quando i Romani mettevano queste pietre una sopra l'altra Platone era probabilmente un uomo vivo,stava ad Atene e magari faceva lezione nell'Accademia, Tutto ci non c' pi, ma quelle pietre ancora presenti accanto a una moderna stazione ne rianimano il ricordo e la fantasia. Anche il s0> gno che ho fatto questa notte c', stato presente; ma le sue immagini sono traccia di inquietudini antiche: ho visto i miei genitori come due figure gigantesche e un po' spavento se; ora essi sono piccoll e curvi, suscitano tenerezza e non certo spavento. Ci di cui il sogno traccia di nuovo un mondo che non esiste pi, se non nei sogni e nelle fantasie. Il luogo del passato, dunque, il segno. Ma possiamo al lora generalizzare ulteriormente e dire: tutto ci che se- gno luogo del passato? No, ci accorgiamo subito che dobbia- mo delimitare meglio la nostra tesi; il passato ha luogo nel segno ma non in ogni segno. Il cartello stradale che indica "sosta vietata" non un segno del passato; ne appunto se- gno 11 fogliettino della multa che il vigile ha infilato sot- to il tergicristallo della nostra automobile. Cos il cenno del dito con il quale indichiamo al commesso della biblioteca il libro che desideriamo leggere non un segno del passato, ma anzi un segno del futuro e della nostra aspettativa. Ma al 50 lora, come deve essere fatto un segno per essere il luogo del passato? Quale caratteristica deve avere? Non per esempio ed evidentemente la caratteristica che ha la parola "sale" sul barattolo della cucina, perch quella scritta dice che nel ba rattolo attualmente contenuto del sale per il suo uso pre- sente e futuro. I segni del passato indicano invece ci che non c' o non c' pi. Possiamo allora pensare a quelle paro- le latine o esotiche che sono scritte su certi barattoli del- ie farmacie, esposti per ragioni estetiche. Dentro tali barat toli non c' niente e le scritte latine indicano medicamenti che la scienza medica oggi non utilizza pi. E' solo quando il segno ha questa natura e propriet di alludere, di signi- ficare un mondo che non c' pi, che esso luogo del passa- to, Ma che cosa propriamente non c' pi? E' evidente: non c' pi l'utilizzazione diretta di questi segni. Che ci sia scritto "genziana" sopra il barattolo decorativo della farma- cia non di alcuna utilit e non serve a nessuno; un'altra parola, purch convenientemente arcaica, potrebbe andar bene lo stesso. Cos nel caso della nostra vecchia lettera: non c' pi il destinatario (anche se ancora vivo: non pi per noi la stessa persona, con quei certi rapporti, che ci a- vevano motivato a scrivere quella lettera di cui abbiamo ri- trovato la copia o che forse non abbiamo mai spedito}. Questa lettera non potremmo certo spedirgliela oggi: ci non avrebbe pi senso, n per lui n per me, n essa potrebbe attendere e avere risposta. Lo stesso delle mura: non ci sono pi i con clttadini e i nemicl per i guali furono erette; e neppure ci sono pi le inquietudini che il sogno rianima come tracce e relitti del passato, E anche le trasformazioni e i cataclismi di Lyell non ci sono pi, sebbene siano incisi sulla roccia e nel letto del fiume. I segni del passato sono segni che non servono pi, sono rappresentazioni prive di un pensiero che attivamente le rappresenti e le interpreti. Il passato, po- tremmo anche dire (facendo in realt un passo avanti), fat- to di interpretazioni che non hanno pi valore, sicch il suo 51 luogo in segni inutilizzabili, Certo, posso ancora riparar- mi dalla pioggia addossandomi al relitto di mura romane; ma allora esse divengono un semplice riparo, non sono pi mura: come tali esse non hanno pi corso, Ci che permane, avevamo detto a suo tempo, il senso. Allora il passato ci che incarna un senso che non ha pi senso e che proprio per ci passato, non permane e non dura pi. Ma come: siamo partiti da quella posizione che diceva: il passato dappertutto, invade da ognl parte il presente e vi si abbarbica, e ora giungiamo alla conclusione che il pas- sato quel senso che non permane e che non dura pi, Fravamo preoccupati per la linvadenza del passato, che non ci consenti va di distinguerlo dal presente, e ora, tutto all'opposto, il passato sl volatilizzato nei segni di ci che non dura non c' pi. Ci che dura il senso, il senso del passato, a vevamo detto; ma come fa a durare un senso che, proprio in quanto del passato, allora non c' pi? E' chiaro che la parola "passato", a questo punto, ci va troppo stretta; essa non basta a raccogliere tutta la ricchez za di elementi che sono emersi dall'analisi. E infatti la lin qua (che la sa aempr pia lunga del pensiero, polch ha gi pensato ci che il pensiero cerca con gran fatica di ripensa- re) non si accontenta del semplice passato, preso cos in ma- niera univoca. La lingua dice "andai", ma dice anche "sono an dato" e "andavo"; e se poi "andiamo" in greco, oh quante anco ra la lingua ne dice. Limitiamoci qui a due casi soltanto: un conto parlare del passato remoto e un altro parlare del passato prossimo, Non "fumai",una sigaretta cinque minuti fa e non sono anda- to" in Alasca dieci anni fa {anche se l'uso e ili dialetto ta- lora confondono la scelta corretta dei tempi), Quando dunque noi diciamo cne nella rappresentazione di (b) c' un esser dopo e un aver gi, e quindi una presenza del passato, il passato al quale facciamo qui riferimento non certo il passato remoto. Non penso certo a Flatone mentre 52 mi affretto verso la stazione e il mio treno, preoceupato di essere in ritardo; ma non potrei raggiungere 11 mio treno sen za l'apporto di un passato prossimo ancora vivente, quell'ap- porto che d senso alle mie attuali rappresentazioni e al mio attuale dirigermi verso il binario, la carrozza ecc. E' que- sto passato prossimo quello che perdura, che relativamente presente (sebbene di quel "relativamente" non abbiamo ancora una chiara comprensione): ho gi viaggiato e quindi viagger, ho gi preso quel treno e quindi lo ritrover, Cos pure, ho gi scritto tante lettere e questa mattina ne scriver un'al- tra, Ma il mio scrivere di questa mattina non ha pi niente da spartire con lo scrivere la lettera di dieci anni fa, del tutto dimenticata e di cui fatico a rianimare il senso che un tempo dovette avere. C' dunque un passato totalmente passato che equivale al non senso, al non aver pi senso, e c' un passato relativamen te presente che esprime invece il perdurare del senso, Tra i due si pone allora un evento e ma distinzione precisa: l'e- vento della "aatastrofe" del senso. Ho gi usato questa e- spressione "catastrofe del senso" in Immagini di verit, per indicare un luogo preciso e cruciale dell'esperienza. Per que sto aspetto del probiema non posso far altro che rimandare a quelle pagine. Qui ci atteniamo invece alla sola questione re lativa al tempo, Come da intendere la catastrofe del senso che rende remoto il passato prossimo? E' per questa via, sul filo di questa domanda, che ci dovrebbe esser consentito. dl vedere e capire come si forma il passato remoto, il passato che non c' pi. Ed ancora per questa via che noi dovremmo poter scorgere come, "catastroficamente", il presente si ven- ga distanziando dal passato, rendendolo dapprima prossimo e poi remoto. 5. IL FUTURO E L'AVER DA La catastrofe del senso una componente essenziale del l'esperienza e di ogni esperienza, Per interpretare {cio per vivere} bisogna avere interpretato e in questa semplice for- mula gi implicita la catastrofe del senso. Ci & come di- re: non c' un'umanit senza passato. Non c' bisogno di es- sere storici per intendere questa verit, poich il passa- to di cui stiamo parlando non il passato storiografico, il passato della scienza storica {che anzi c' pu esserci perch c' anzitutto quello). Noi stiamo dicendo che anche 11 pi primitivo dei primitivi, in quanto uomo, interpreta a- vendo interpretato: scheggia la selce avendola gi scheggia- ta, avendo interpretato il sasso come possibile arma o stru- mento, E in questo stesso senso ancora possiamo dire: non c' umanit senza cultura; il che non implica che si debba pensa- re a scuole, wvniversit, riviste accademiche, musei, pinacote che e altre cose del genera. Pi in generale qui cultura si- gnifica tradizione: l'uomo ha per tradizione un mondo e se stesso in quel mondo, E' cos che gli si da il mondo "rea- le", con i suoi orizzonti di senso: sassi che sono possibili armi e strumenti, campi che sono possibili messl e farina, a- nimali che sono possibile cibo e mezzo di trasporto, e cos via. in tal modo, il mondo che c' anche aempre un mondo gi passato, Per una porzione di questo passato deve servi- re a pensare a a interpretare proprio il presente. Se noi leg giamo sulla lavagna la lettera "b", in questa lettura si anni da, come passato prossimo ancora relativamente presente, la nostra conoscenza dell'alfabeto. Dietro questo passato sta pe 54 r un ulteriore passato che abbiamo definito remoto: il passa to dell'alfabeto greco (con la sua "beta"), dell'alfabeto fe- nicio e cos via. Del passato remoto non abbiamo bisogno per leggere: non ho bisogno di conoscere il greco per leggere la "b"., E tuttavia non ci sarebbe la "b" se prima non ci fosse stata la corrispondente lettera greca. Ora, il nostro proble- ma : quando, come, in che modo accade il passato remota, cio qualcosa che non c' pi e non ha pi, non riveste pi, un senso attivo nel presente? La domanda pi complessa di quanto non appaia dapprima e dobbiamo intenderla bene. Essa non chiede, cosi genericamen te, come accade 11 passato remoto, ma: come accade il passato remoto nell'interpretare la rappresentazione presente? Questa aggiunta infastidisce il nostro comune buon senso, poich di- ce che il passato remoto accade "ora", mentre il passato remo to tale per noi proprio perch gi accaduto da gran tem- po. Cos siamo abituati a pensarlo. Ma se ci riflettiamo, subito evidente che pensiamo male. Quando il cosiddetto passa to remoto accadde o noi immaginiamo che accadesse, non era af fatto remoto e non era nemmeno passato: era l'accadere del presente. E inoltre tutto ci che accade, e che in tal modo , ha la natura del presente. Perci se il passato remoto , ha un suo modo di esserci e di accadere, non pu che averlo nell'accadere presente, Qualcosa "cade" nel passato remoto ac cadendo ora, nel presente. Non possibile pensare in altro modo. Se il passato remoto accade, qui, nel presente, che io dobbiamo veder accadere. E del resto abbiamo detto che il passato sta in generale nei segni, nelle tracce, del presen te; non possiamo pensare che il passato esista, se ne stia, da qualche altra parte. N possiamo pensare che qualcosa esi- sta "nel passato" (come se il passato fosse una regione o un luogo del mondo): gli antichi Romani non esistono pi, non stanno da nessuna parte, ma traccia di loro in queste mura presenti e interpretate nella presenza. Sicch lo stesso si deve dire dell'esempio della "b": leggendola e interpretando- la noi facciamo in qualche modo cadere e accadere nel passato 55 la "beta" dell'alfabeto greco. Senza peraltro accorgercene poich io potrei addirittura ignorare l'esistenza della lin- gua greca e continuare a leggere tranquillamente la mia "b", senza alcuna apprezzabile differenza. In sostanza nol ci aggiriamo fra tre aspetti che non sappiamo come accordare e combinare armoniosamente e chiara- mente tra loro. Il primo aspetto che bisogna gi aver in- terpretato per interpretare la rappresentazione presente, E' l'aspetto del passato prossimo o relativamente presente: nel leggere ora sta ancora 11 compitare infantile che apri per me la comprensione dell'alfabeto e la possibilit della let- tura, come abito e disposizione che sempre mi accompagna e d un senso letterato" al mio presente, Il secondo aspetto concerne il fatto per cui noi dobbia mo mettere in conto, nel presente, anche un aver gi pensato & interpretato che totalmente passato. Come abbiamo visto, questo passato remoto accade ora e non pu non accadere ora, ma quali siano i suoi rapporti col presente e col passato prossimo del presente non lo sappiamo, Non sappiamo come qualcosa, pur accadendo ora, divenga o assuma Il senso del passato remoto, ovvero di ci 1 cul segni presenti non susci tano pi interpretazioni, Il terzo aspetto, infine, concerne il presente, l'acca- dere stesso del presente come presente. Non pu esserci in- fatti solo il passato (prossimo o remoto che sia): il passa- to tale rispetto a un presente; altrimenti la parola "pas- sato" non avrebbe senso alcuno. Ma sinora noi non ci siamo imbattuti in alcun elemento che rivestisse davvero il carat- tere del presente, della presenza. Abbi amo pi volte ripetu- to: chiamiamo "bh" la rappresentazione presente: ma qual il carattere dell'esser presente di questa "b"? Cos' che chia- miamo "b" in quanto "presente"? Quando leggo la "b" sulla la vagna ho bisogno delle precedenti letture e dell'aver impara to a leggere; ma la b" che leggo ora non la stessa che leggevo sul libro di lettura delle elementari; non nemmeno la stessa che leggevo questa mattina o un'ora fa, Si badi: 56 non neppure. la stessa se pur sempre questa "b" scritta su questa lavagna; ma io la rileggo tra qualche secondo o qualche minuto. Materialmente, si potrebbe dire, la stessa lettera, ma ogni atto di lettura, di interpretazione di que- sto segno, diverso, n quanto accade in differenti momenti della presenza, del presente, E' presente quella "b" che leg- go ora in questo determinato atto interpretativo, e nessun'al tra e nessun altro atto, C' qui un assoluto presentarsi del presente del quale, in verit, nulla sappiamo. E il presente sembra non esser altro che questo assoluto presentarsi: la "b sulla lavagna la stessa, l'atto interpretativo il me- desimo, ma il fatto che io "ora" mi rappresento la "b", non un istante fa, non fra un istante, Tuttavia "ora" e "assoluto presentarsi" sono soltanto parole, espressioni linguistiche, che dicono lo stesso di "presente", senza in alcun modo farce ne intendere la natura o il carattere, Che cosa "ora" che non sia identico a ogni altro "ora" gi accaduto o che acca- dr? L'"ora", come ben sapeva Hegel, nomina i7 presente nella sua universalit o generalit. Lo stesso si deve dire del "questo", poich tutto ci che c' un "questo". Dire ora o dire questo per cogliere la specificit del momento presente nel suo passare una pura illusione: l'ora nominata gi non pi, nel momento stesso in cvi nominata, e la specificit del questo indicato subito svanita nella medesima "questi t che comune a ogni "ora", Ci che noi vorremmo nominare, infatti, non {/ presente in generale (che un universale e um vuoto concetto intellettuale), ma proprio questo presente che presente cra. Esso per innominabile, sempre al di 1A del linguaggio, la cui natura fatalmente universale e gene- rica. Ma ci allora lo stesse che dire che noi non sappiamo che cos' il presente, che non ne abbiamo idea alcuna, e che usiamo la parola presente" {come "ora" o ""questo") senza sa- pere a che cosa la riferiamo esattamente. Eppure: che cos' il presente non lo sappiamo, d'accor- do: ma che cosa presente, questo lo sappiamo. E' questa "b" scritta sulla lavagna e letta ora da noi che # presente, Sono 5 presenti 1 segni, tutti i segni in cui si sedimentato il passato, prossimo e remoto, E, sembra, non c' altro, proprio niente altro, Lo stesso segno, la stessa "b" in cui presen- te l'alfabeto e le innumerevoli interpretazioni che gli hanno dato vita e ancora lo accompagnano, ci che presente, Non che ci sia 11 segno della "b" e poi un altro contrassegno che avverta: badate, per. di pi questa "b" presente ora. C' il paesaggio come segno delle modificazioni continue del- l'ambiente e non c' qualche altra cosa come segno del fatto che il paesaggio in questione ora presente. Ci son le mura come segno degli antichi Romani e nessun altro segno che dica che esse sono per di pi presenti. E cos via, Questa consta- tazione spiega perch sia stato per noi finora impossibile di stinguere e discernere passato presente: essi stanno nello | stesso segno e non hanno altro stare, Ma c' ancora altro che questa constatazione ci costrin= ge a dire, ed che anche il presente allora sta nei segni, che anche la presenza un segno o ha la natura del segno. Noi siamo abituati a distinguere "segni" e cose"., Le parole, scritte e parlate, sono segni, e cos i cartelli stradali, le mostrine e i gradi sulle divise, il suono delle campane e del l'orologio a cuc, gli inchini e le riverenze, il colore del- le maglie dei giocatori di una stessa squadra, la bandierina rossa sulla spiaggia o le bandiere che sventolano sullo sta- Gio e cos via. Poi ci sono le cose come alberi, case, perso- ne, animali, fiori, fiumi, stelle e via dicendo. Non c' nien te di male in questa distinzione, purch noi teniamo sempre ben presente che anche ie cosiddette cose funzionano in real- t come "segni": non che se ne stiano l inerti, chiuse in se stesse, estranee a ogni interpretazione, Esse ci sono e so no cose per noi proprio in virt del contrario: esse acquista no il loro senso in quanto vengono di continuo interpretate: come alberi, case, persone, animali ecc, Esse perci funziona no come segni di questo loro aver senso nell'interpretazione e non hanno altro essere fuori da questa funzione: etanno per quel senso che l'interpretazione pone in essere e ad esso di 58 continuo rimandano, Anche le cosiddette cose rimandano e in ci esse manifestano la loro comune natura segnica, Che vi siano segni pi specifici e, per cos dire, di secondo grado, come le parole, le bandierine ecc, non toglie che anche le co se rimandino, funzionino in generale come segni o come rela- zioni segniche. Sicch non c' cosa presente o passata che non sia un segno; il che lo stesso che dire: non c' cosa che non sia oggetto di un'interpretazione ("accompagnata", di ceva Kant, da una rappresentazione interpretante). La "b" ora presente non se ne sta li e basta, in una sorta di contempla- zione inebetita: se "stesse" davvero cos non starebbe in al- cun presente {e perci non starebbe in alcun modo); proprio come le parole dell'insegnante non stanno nella testa dello scolaro disattento, che se ne sta attonito con l'aria di a- scoltarle, ma pensa invece ai fatti suoi e non saprebbe ripe- terle, Per lul nessuna parola dell'insegnante stata nella presenza, La "b" davvero presente invece tale proprio per- ch "stimola" la nostra interpretazione. Tutto ci che si pre senta, infatti, un punto interrogativo, una questione e un invio, il suo senso allude e apre. Diceva Heidegger in Far sere e tempo: l'animale rimanda alla pelliccia, la pelliccia all'abito, l'abito alle signore che lo desiderano, i loro de- sideri a compiacenti donatori, questi ai denari da prelevare in banca, e cos via - o qualcosa del genere. Ogni presenza, diceva ancora Heidegger, una pro-vocazione". Il presente ha il senso dell'averci a che fare, un "aver da fare", un "aver da corrispondere". Ogni cosa che ci circonda stimola ed esige le nostre risposte. Sicch non c' espertenza presente senza il rispondere e il cor-rispondere. {come si spiega diffu samente in Immagini di verit). Ci accorgiamo allora che il principio sul quale abbiamo tanto insistito (ogni presenza esige l'esser dopo e anzi l'a- ver gi) va ora integrato, allargato e corretto con le ultime osservazioni: oltre alla "b" ora presente, al suo "esser do- po" e "aver gi" (interpretato), in pi c' anche "l'aver da corrispondere" a "b", Corrispondere a "b" vuol. dire usarlo co 59 me segno, come stimolo e occasione di un nostro "abito", di un nostro esser pronti a fare, a rispondere corrisnondendo al la presenza del presente. Ogni presenza quindi, non rimanda solo indietro, ma anche avanti, per intenderci qui alla buona con queste imperfette immagini spaziali, La rappresentazione ora presente non dice solo da dove proviene la nostra inter- pretazione [senza di che essa neppure sarebbe presente) ma di ce anche dove sta andando, verso che si incammina. Ogni rap- presentazione viene, ed come una traccia dell'aver gi pen- sato e interpretato, ma anche mette sulla traccia dell'aver ancora da pensare, Il fatto per cui ogni cosa rimanda { un segno} non allude a una semplice retromarcia ma si disniega come un orizzonte e un circolo: l'"aver gi" si integra essen zialmente con un "aver da". C' anzi un aver gi perch si ha da. Secondo il nostro esempio: "b" nel vresente quello che perch il pensiero ha gi interpretato; ma ci ora signifi- ca: perch il pensiero che ha gi interpretato sta appunto in terpretando "b" in forza del suo aver gl interpretato, il che comporta: sta gettando "b" sulla traccia dell'interpreta- zione che ora ne data, L'esser traccia di "b" cosi dunli- ce, perch "b" una rappresentazione interpretata non solo nel senso del "gi" interpretata, ma anche, e proprio per ci, ne senso del rappresentare interpretante che il vestibolo di altre interpretazioni, Il senso di "b" non solo pre-dispo sto; nel momento stesso in cui viene interpretato (come predi- sposto}, esso anche una pro-posta, l'apertura di un nuovo in terpretare, Le nostre prospettive si sono cos di molto allargate, e insieme complicate, poich ci che abbiamo ultimamente detto si potrebbe sintetizzare cos: il passato accade nel presen- te, ma esso, il passato e proprio il passato, esige il futuro. come suo compimento e come condizione stessa del suo accadi- mento nel presente. Sinora avevamo lasciato il futuro nel si- lenzio, essendo gi fin troppo nreoccunati dai paradossi che il passato e, con esso, il presente offrivano alla nostra ri- flessione vacillante. Ma ora ci rendiamo conto che non ha sen so parlare del passato, e del presente, se non esamniamo an 60 che la connessione che li lega al futuro. Mai scioglieremo il nesso enigmatico tra passato prossimo e passato remoto, sa non comprenderemo anche che il passato una fune cui il futu. ro & intimamente legato. Se tiriamo fuori dal pozzo nero del passato l'aver gi, anche l'aver da viene in luce con esso. Sicch dobbiamo dire, e in un senso assolutamente letterale {come comprenderemo vla via sempre meglio): non e' passato senza futuro. Abbiamo voglia a entrare nel tempo dalla porta del passato (come ci capitato di fare): in realt avevamo gi aperto anche la porta del futuro senza saperlo. Solo ora cominciamo a rendercene conto, Guardiamola bene, per, questa consapevolezza nascente: essa sta proprio dicendo che mon pu accadera iL passato se non accade anche iL futuro. Questo dire urta clamorosamente contro il senso comune, il quale non pensa affatto cos, Il senso comune pensa come se ci fosse un'ideale linea di demar- cazione: sin qui 11 passato; da qui in avanti il futuro. La linea di demarcazione quell'ideale puntualit del presente che discrimina appunto, tiene separati e discosti passato e futuro. L'uno infatti gi accaduto, l'altro non ancora. E quello che accaduto accaduto, sia che il futuro pol acca- da oppure no, Non c' insomma estgenza (anche 11 grande Kant si esprime una volta cos) che accada il futuro perch sia ac caduto 11 passate. In questo modo di pensare lil passato te- nuto nella met di una sfera ideale o soltanto possibile; l'altra met il futuro che, accadendo, potr completare la sfera, se appunto accadr; ma non detto che ci debba avve- nire e, comunque vada, ci non ha rapporto con la met della sfera che gi accaduta, Cos pensa il senso comune che ope- ra e parla in tutti noi; il suo dire ci appare immediatamente evidente e incontestabile. Come si pu affermare allora che non pu accadere il passato se non accade anche il futuro? Che c'entra il passato col futuro? Il primo cos "reale" che neppure DIO pu fare che non sia accaduto se accaduto; mentre il secondo ancora, come si dice, in grembo a Giove, e nessuno pu dire se e come accadr, se io, per es., vedr 61 la luce del sole domattina e come mi apparir il mondo, se lo vedr. Tuttavia, proprio se ci riferiamo alle comuni esperienze che di continuo facciamo, cio a quelle evidenze inoppugnabi- li che il senso comune ama invocare, le cose, solo che le quardiamo un po' pi da vicino, stanno ben diversamente. In- contro una persona che mi cara, ed era un bel po' che non la vedevo. Naturalmente non mi limito a riconoscerla e a con- statare il "fatto": il taldeitali o la taldeitali., Ogni pre senza, in quanto tale, provoca, suscita un aver da, avendo gi. La stessa indifferenza del semplice connotare ("Toh, il signor Rossi") una provocazione a rispondere (magari esclu- dendo ogni visibile risposta di riconoscimento) che la dice lunga sull'aver gi dei nostri passati rapporti, o non rappor ti. Anche l'indifferenza insomma un modo sia pur difettivo, direbbe Heidegger, dell'interesse. Ma nell'esempio in questlo- ne l'aver gi mi induce a ben altro che all'indifferenza; mi induce a correre incontro, allargare le braccia, stringere. con calore le mani, sorridere e far festa con parole affettuose, Ora, in questo mio modo di corrispondere all'incontro che e- merge tutto il senso del passato che quell'imprevista presenza incarna, Pu capltare che io stesso mi stupisca dell'emozione che mi ha preso: quella persona entrata inaspettatamente nel la sala e io, riconoscendola, ho avvertito un senso profondo di calore e di bellezza che mi ha fatto battere il cuore e sa- lire il sangue alla testa. Oppure questa persona stessa che mi ha fermato, mentre io stavo dirigendomi per tutt'altra fac- cenda, e la sua apparizione imprevista mi ha colpito e turbato come non mi sarei mai aspettato: ho fatto fatica a reprimere e nascondere l'emozione dietro lo schermo delle solite frasi con venzionali. Al contrario, infine, pu ben capitare che lo mi diriga con espressioni di grande gioia verso la persona inatte sa, obbedendo meccanicamente all'impulso dell'"aver gi" nei suoi confronti, e che, cos facendo, mi senta freddo, quasi un po' contrariato, eccessivo e falso, e cio infine desideroso di sbrigare la faccenda con decoro ma anche ll pi in fretta 62 possibile. In tutti questi casi il senso del passato emerge nel presente proprio perch si confronta con l'aver da del futuro. E' allora, nel modo del rispondere e corrispondere che apre il futuro, che io so quanto quella persona mi sta- ta e mi tuttora cara, Ora che l'ho vista, dopo tanto tempo, sento che sono deciso a rivederla; non ho deciso, ma sono de- ciso, quasi costretto, dalla mia stessa attuale emozione: do- mani sicuramente ci telefoneremo e ci rivedremo ancora. Que- sta apertura al futuro trae con s il senso del passato, deci de per esso e di esso. E cos di ogni nostro incontro con persone o cose, poich in ogni incontro le nostre dispostiztior nt si manifestano dandosi un futuro e, insieme a questo, un passato. Un'amicizia o un amore rivelano nell'apertura al fu- turo quante sono prossimi o remoti, tenaci o flebili. Nella risposta che si scatena emerge il senso del passato, reso o- gni volta diverso dalla risposta medesima. Sicch se ci turba va e scandalizzava dover ammettere che il passato avesse luo- go e affiorasse nel presente, ancor maggiore l'imbarazzo di dover riconoscere che il passato abbia luogo anche nel futu- ro, ovvero che l'una cosa implichi anche l'altra; ma nel contempo difficile negare che cos accada. Il senso comune re calcitra, ma proprio l'esperienza ci induce a dire che ci che stato sar e che ci che sar stato. In ogni "sar" c' l'esser stato", che solo allora riveler come stia quel- lo stato; ma ogni "sar" un darsi un "esser stato", un rein terpretarlo recuperandolo e modificandolo, riconoscendolo e solo allora conoscendolo, cio costituendolo come "senso" del le mie attuali e perci future disposizioni. I} senso comune invece immagina il passato come un accu- mulo di eventi, di fatti e di cose, che se ne stanno lA, chis s dove, intatti e inattingibili; cio immodificabili, Il tem po non che un'immensa clessidra, dalla quale si staccano, uno dopo l'altro, un istante dopo l'altro, i granellini di sabbia. Essi cadono e fanno mucchio e questo mucchio appun- to il passato. Ogni granellino che cade ha sotto di s lo stesso mucchio; e il mucchio resta quello che anche se nes- 63 sun granellino dovesse pi cadere. Ho usato queste immagini in un articolo che riprodatto in Appendice alle presenti Di spense e che pu esser utile leggere in parallelo a questo e al prossimo paragrafo. Ogni uomo, dunque, ogni sociat, ogni civilt, ha dietro di s il mucchio del passato, che quello che . Certo, ogni uomo, ogni civilt, interpreta diversamen*- te questo mucchio. Un uwomo come Vico pensa di avere dietro di s i 6000 anni del racconto biblico e 1 bestioni rozzi e fan- tasiosi della "ingens sylva"; un uomo come Buffon vede le ca- se molto diversamente, per non parlare di Darwin e cos via. Un cinese o un egiziano antico, pol, raccontano le cose del passato in tutt'altro modo, e chiss che ne diremo noi stessi in futuro, tra qualche secolo o millennio, Oggi la nostra co- scienza storica accetta di buon grado la natura ermeneutica, interpretativa, di ogni passato; la scienza storica ammette liberalmente che le sue verit attuall sono opinabili, sono teorie interpretative modificabili da acquisizioni future. Ma tutto questo liberale senso critico val poco o nulla, se con- tinua, come di fatto fa, a pensare il passato sulla scorta dei pregiudizi del senso comune; se per es, esso ammette ben- s che gli uomini forniscono del passato differenti interpre- tazioni, e noi non facciamo eccezione, sicch anche le nostre zerit" sono relative, ma quanto poi al passato come tale, esso stato quello che stato, indipendentemente dalle no- stre interpretazioni: mucchio di granelli di sabbia che nessu no potr pi sapere come sono caduti o accaduti "veramente". In tal modo il nostro senso storico lontanissimo dall'ammet tere che ci sono realmente differenti passati, che Vico aveva letteralmente 6000 anni dietro di lui e noi invece circa tre miliardi di anni, secondo l'et dell'universo calcolata dagli attuali cosmologi. Questo pensiero ripugna alla scienza storica cos come ri pugna al senso comune (poich scienza senso comune hanno la loro radice nella metafisica e nell'immagine metafisica del tempo). Questo pensiero il puramente insensato per il comu- ne buon senso, Noi per, fedeli al cammino che sin qui ci ha 64 condotto, non possiamo fare a meno di attraversarlo e di com- prenderio. 6, IL PASSATO FUTURO Riprendiamo pazientemente le fila del nostro discorso. Non meno del passato, anche il presente, ci che sta nella presenza, ha la natura del segno e della traccia, Anche la rappresentazione o la cosa presente infatti rimanda, Solo che 11 presente non una traccia dell'aver gi interpretato, ma ci che richiede e suscita l'interpretazione: si deve corri spondere a ci che si presenta (compresa la forma difettiva del non prendere in considerazione, del lasciare nello sfon- do), mirando, tramite il presente, alla risposta, cio a ri- sposte mirate, che trascelgono i propri orizzonti. Ci pro- prio di ogni gesto, che si orienta nel mondo e che orlenta e apre il mondo, proprio que? mondo della risposta mirata e da essa definito. Ci lo stesso che dire: la rappresentazione presente esige il futuro; anzi, essa ha gi il senso del futu ro, poich anche il semplice prender nota in realt assegna un compito e una risposta. Il presente gi questo infuturar si essenziale di ogni presenza, la quale c' nella misura in cui rimanda a un aver da", Ma d'altra parte il presente non potrebbe esserci senza un "aver gi" interpretato, poich anche il passato accade nel presente e in nessun altro luogo. Il passato stesso allo- ra volto al futuro, un infuturarsi dei segni e delle trac ce che esso reca, Anche il passato accade nel futuro, in quan to accade nel presente. E' solo nel futuro delle mie rispo- ste, nel mio modo di corrispondere, per es., all'improvvisa ricomparsa della persona amata, o un tempo amata, o di nuovo amata (tutto ci appunto ancora da decidere, la "provoca- 66 zione" del presente), che il senso del passato emerge. Il pas sato, del resto, sempre un senso; tutto ci che si presenta all'espertenza un senso, cio un aver interpretato interpre tando il da interpretare. Quindi dire che 11 senso del passa- to accade nel futuro e dire che il passato stesso accade nel futuro sono due proposizioni equivalenti. Il senso comune, per, non le prende come equivalenti; esso trova che c' una differenza tra le due. Che il senso del passato cambi perch io ora lo interpreto cos e ora al- trimenti non significa n che il passato in se stesso muti, n che esso, addirittura, accada nel futuro. Il passato ci che accaduto; come pu capitargli di dover ancora accadere? Certo, una persona pu pensare una certa cosa di una vicenda passata, per es. che il suo rapporto con un'altra persona sia stato, nel complesso, negativo e che quindi quella vicenda sia storia passata e conclusa; poi pu imbattersi all'improv- viso in questa persona medesima e, per l'emozione imprevista dell'incontro, mutar parere, riconsiderare tutto il passato sotto altra luce e magari rendersi disponibile a un recupero futuro di quel rapporto. Ma ci non toglie che il passato tra i due Sia stato quello che stato, checch essi ne pensino via via. Ma noi domandlamo: come accade che una persona rico- nosce l'altra? Certo non si tratta della stessa persona del passato che ora mi sta davanti; non l'amico o l'amica di ie ri o di tre anni fa che mi sorride e mi porge la mano: rive- dendola non torno indietro nel tempo in un senso "reale" (di- rebbe il comune buon senso). Qual' per la differenza? La differenza essenziale che la persona che mi sta davanti esl ge che io ne faccia qualcosa, cio che nel riconoscerla, nel rispondere in un modo o in un altro al saluto, io predisponga tale riconoscimento al futuro. Dipende da come a mia volta le sorrider, la guarder negli occhi ecc,, se vi sar un segui- to, una telefonata, un altro incontro e poi ancora un altro cos via. Ogni volta il riconoscere recupera tutto il passato e lo proietta nel futuro; ogni volta la persona " stata" al- tra perch "sta per essere" altra, nell'emozione oppure nel- 67 l'indifferenza, nel desiderio oppure nella noia. Le sue stes- se caratteristiche mutano. Ero un tempo incantato dalla sua bellezza fisica e ora che me la ritrovo davanti all'improvvi- so sento tutta la forza ancora attuale e insieme nuova di quell'incanto; ma pu anche capitare il contrario, o alla lun ga pu avvenire, per es., che proprio quella dote cosi eviden te e celebrata da me e da altri mi appaia in fondo stucchevo- le, wn'insulsa e vuota bellezza esteriore che non dice, o non dice pi, nulla e non attrae per nulla. L'entusiasmo per la stessa qualit si muta nel sentimento opposto e ogni volta io credo di vedere la persona com': la giudicavo cos attraente per la mia infatuazione; "in realt" una bellezza convenzio nale, da divo del rotocalco, E cos rivolgo all'indietro il senso che ora mi reclama: il suo futuro di indifferenza diven ta un "reale" passato della persona stessa, tolta, si inten- ae, ia mia infatuazione di allora di cui ho memoria. Oppure, poich l'incanto ora mi ha preso e ripreso, dico: "oggetti- vo" che questa persona bella, Questa oggettivit del passa- to in realt il senso del futuro che mi si apre o riapre o- ra e che, come ogni futuro, si proietta all'indietro all'aver interpretato interpretando, Oggettivit tutt'altro che neutra le, visto che io ne faccio questione, la sottolineo e la ten- go in conto. Anche altri possono convenire: secondo i canoni estetici correnti una persona bella; con questo non si so- gnano di desiderarne le telefonate e gii incontri, n di alma naccarci sopra. Il bello impersonale non ha n passato n fu- turo, n storie da raccontare. Tutte queste descrizioni esemplificativenon hanno per di certo convinto il nostro testardo senso comune: ci che accaduto accaduto cos come accaduto, e non pu capitar- gli di accadere o riaccadere in futuro, che un nonsenso lo- gico e terminologico {che "passato" quello che accade nel futuro?). Ma che cosa accaduto? come accaduto? Tutto cLl che accaduto, in quanto appunto accadeva, accadeva come tH- terpretazione rivolta al futuro. Non accadde un fatto in s quando incontrai per la prima volta quella persona, ma una no 68 stra relazione o rapporto, con i suoi sensi, del tutto indif- ferenti per gli altri, ma cos emozionanti e pieni di futuro per noi. E tutto il rapporto fu questo continuare a interpre- tarsi mutevole che, modificando via via il rapporto, modifica Ya anche le nostre reciproche identit: noi diventavamo via via e alla lettera diversi l'uno per l'altro. L'impressione trascinante del primo incontro si approfondi, divenne ancor pi meravigliosa, ma non fu priva in seguito di alcune delu- sioni; e se ci fu un'interruzione del rapporto, vuol ben dire che quella "bellezza" complessiva non apparve pi cos splen- dida e decisiva e sufficiente. Questa intera storia del passa to fu un via vai ci interpretazioni e di mobili verit, ogni volta ritenute "oggettive" e ogni volta caduche. Ma una volta consegnata al passato questa intera storia assume, per il sen so comune, il carattere dell'in s, Niente allora accadde in s, poich non ci sono eventi che accadono in s, ertra inter pretattonem; ma ora, del tutto immotivatamente, quel che via via accadde diventa una serie "oggettiva" di fatti che fanno mucchio, che divengono un tutto irrelato. Il passato ci che stato via via interpretato, ma ora diventa un fatto ee- tra interpretationem. Non ci furono che interpretazioni, ma quell'insieme, quella storia complessiva ora si oppone come un duro macigno alle successive interpretazioni, Rivedendo ora quella persona posso pensare una cosa oppure un'altra cir ca il nostro passato; ma tutto ci "soggettivo", una mera interpretazione. Quella storia stata come stata, indipen- dentemente da come la penso ora. Senonch quella stessa sto- ria si snodava sin da allora in interpretazioni {o non ci sa- rebbe stata affatto}: non era quello che era (come dice il senso comune pensandola al passato), ma era quella che si ve- niva interpretando e perci facendo, Lo stesso da dire delle esperienze collettive e socia- li. Nell'aria prese a tuonare e i poveri primitivi bestioni avvertirono il cielo" per la prima volta; e pensarono che fosse la voce di un Dio che parlava. Vico a sua volta pensa che i bestioni pensassero cos perch erano tutta fantasia 8 69 stupore, e poco intelletto. Il mitologo, lo psicanalista, l'antropologo di oggi pensano ancora altre cose. Ma il senso comune taglia corto e dice: poche storie, quando tuonava tuo- nava; hanno voglia a dire i bestioni., Il tuonare un fatto in s; poi, si sa, i bestioni intendono in un modo, Vico in- terpreta in un altro; gli uni ci sentono Zeus, l'altro ci ve de la"Provvedenza"; ma il fatto che tuonava e basta, Invece proprio il fatto che non possono accadere nell'esperienza dei fatti in s, un tuonare "oggettivo" e in s che non sia interpretato. Quello che il senso comune chiama qui in s & solo l'opinione e l'interpretazione del meteorologo contempo= raneo, cio in senso lato della scienza, cio di nuovo un'in- terpretazione che stabilisce ora il passato e il senso del passato. Interpretazione che oltre tutto non potrebbe stabi- lirsi senza l'infinita esperienza emotiva che ha accompagnato da sempre, e in varie forme, ll tuonare, cos come non esiste rebbero canoni oggettivi di "bellezza", se uomini e donne non si fossero reciprocamente emozionati e non continuassero ad e mozionarsi guardandosi e parlandosi, come loro capita in de- terminati e fortunati incontri. Che cos' allora che il senso comune tiene fermo? a che cosa esso, parlando in noi, recalcitra, nella sua pretesa di spaccare il passato e il futuro con un'ascia, contro ogni evi denza della sua stessa esperienza? Perch& dentro di noi il co sigddetto buon senso continua a nutrire una fiducia illimitata nella sua idea di un passato-cumulo, di un passato-oggetto, di un passato costituito da fatti in s semplici, irrelati, e stranei e remoti come i sassi di un paesaggio lunare? Donde gli viene questa idea del passato, e conseguentemente ael tem po? Il senso comune moderno, col suo raffinato senso storico, ammette, lo si detto, 1l carattere ermeneutico, interpreta- tivo del sapere presente: 1l granellino di sabbia che ora ca- de e accade dentro la grande clessidra del tempo cosmico, ac- cade connotato e definito dalla sua stessa interpretazione; perci affida il suo senso al futuro; ma stranamente e incoe- rentemente non si ammette poi l'ermeneuticit del passato. In quanto accade, il granellino accade con la sua interpreta TO zione, come istanza volta al futuro; ma in quanto accaduto, l'interpretazione scompare e rimane solo il nudo fatto, confi nato in una remota regione immaginaria, estranea alla vita e all'interpretazione futura, inattingibile e immodificabile da esse, come vecchi giocattoli sigillati e dimenticati in una cassa del solaio, Con che occhio il senso comune quarda il passato per vederlo cos irrigidito e morto? L'occhio quello dello sguardo metafisico. Scienza sto- rica e senso comune derivano di l la loro potenza di visione che arresta il passato nella irrevocabilit del fatto. Tutto ci che accade si muove senza posa in un'infinita serie di in terpretazioni; anche ci che accadde si muoveva senza posa, quando accadde. Ma in quanto diventato un accaduto", l'ac- cadere che per essenza si muove senza posa (che accade perch appunto si muove, in senso ermeneutico) si fissa e si ferma per sempre. Questo singolare effetto per il risultato di ci che, in Immagini di verit, ho chiamato lo "sguardo pan-0 ramico", lo sguardo appunto della metafisica e della onto-lo. gica occidentale, Rinvio a quel contesto per un esame appro fondito della questione, Qui limitiamoci ad alcuni elementi utili al nostro tema. Lo sguardo storico al quale siamo stati educati conside- ra le cose del passato "panoramicamente" e "pubblicamente". Noi ci poniamo, rispetto al passato, come "spettatori disinte ressati". Non vi partecipiamo e non siamo parte dl ci che ac cade, N in effetti potremmo esserlo, in generale e per lo pi. Resterebbe da chiedere perch ci interesslamo a esso, pur essendo "disinteressati", e perch consideriamo questo in teresse disinteressato come uno dei segni pi alti della ci- vilt e della cultura. Sono ardue domande che qui conviene ac cantonare. Vediamo invece che accade, in quanto assumiamo lo squardo disinteressato, panoramico e pubblico. Ci che accade ch noi immaginiamo che i fatti accadano al cospetto di uno sguardo universale e pubblico che era l presente a registrar li. Gli antichi non lo sapevano, ma mentre facevano ci che facevano erano osservati dall'occhio pubblico della storia u- 71 niversale:; occhio impassibile e imparziale che registra e se- gna, in certo senso occhio divino che contempla il mondo stan do fuori del mondo. Le nostre narrazioni del passato fanno di questo squardo fovviamente impossibile da incarnare per nol) il loro ideale regolativa, E allora si pu ben capire che pen questo occhio (immaginario) ci che stato stato ed acca duto cos come accaduto, checch poi ne pensino e ne dicano i "mortali", cio coloro che furono parte di quel fatti e che ancora per molto tempo continuarono a interpretarli come even ti imnanenti della lora perdurante passione. In qualche punto del cielo, su di una nuvoletta, Cesare e Pompeo ancora discu- tono e si rimproverano a vicenda. Se tu non mi toglievi il co mando militare ... Se tu non passavi il Rubicone ... Ma le lo ro sono interpretazioni "di parte". La guerra civile accadde per la comodit dello storico contemporaneo ,'(in modo che egli possa mostrare che cosa accadde "in realt" e "in verit". Checch ne pensino Cesare, Pompeo e tutti i loro partigiani e nemici, In questa ottica infatti, la guerra civile diviene un fatto pubblico, impersonale e "oggettivo", totalmente "astrat to", "deciso", dalle continue interpretazioni che lo intrama- rono e lo fecero accadere e vivere. In questo modo per anche il nostro comune senso storlco opera con le sue interpretazioni, che spaccia per verit 0qg- gettive e assolute. In primo luogo scambia per concreto cid che astratto: la narrazione immaginaria degli eventi in quanto oggetti dello sguardo pubblico cui viene dato il nome di "guerra civile" viene sovrapposta alla concreta esperienza ermeneutica che allora atcadde, secondo una miriade pratica- mente infinita di prospettive per di pi in continuo movimen- to, In secondo luogo tale sguardo assume come "fatti" solo quelli che per la sua attuale cultura, per il suo modo di in- terpretare il mondo, sono t fatti, i fatti reali. Per as. 1 fatti economici, sociali e statistici; poi anche le credenze e le superstizioni degli uomini, in quanto fatti pstcologiet; poi anche le malattie cos come le conosciamo e le interpre- tiamo oggi (l'epilessia, la nevrosi, la follia ecc.). Questo 72 sguardo non dubita che anche i Romani avessero la psiche, co- me oggi l'intendiamo, e che i loro sogni fossero abitati, non da Dei come ingenuamente dicevano, ma da complessi edipicl bisogni sessuali inappagati. Il nostito senso comune rivolto al passato si muove dun- que sulla base di una duplice presupposizione: che il passato sia essenzialmente costituito da fatti che accadono di fronte a un occhio impassibile che tutto vede e registra {infinito osservatore che non si identifica mai, o tende regolativamen= te a non identificarsi mai con l'attore finito della storia che sempre ogni uomo); che ci che accade sia quello che noi oggi riteniamo che accada (accadono i fatti economici, ma non accadono affatto gli Dei e le streghe; il che per noi, per le nostre interpretazioni del mondo, in generale veris- simo). Questi due presupposti contravvengono per a ci che l'esperienza continuamente ci mostra, cio che niente accade che non sia interpretato e che non sia un'interpretazione. E non nel senso di una mera ed estrinseca somma: accade qualco- sa e nol subito corriamo a rivestirla con una nostra interpre tazione; il presente, ci che si impone nella presenza {lo si era mostrato a suo tempo),non mai una somma di elementi se- parati in s. Non c' la rappresentazione e poi il pensiero che l'accompagna e l'interpreta, C' l'interpretare avendo gi interpretato e avendo da interpretare; cio c' l'ermeneu tica profonda della temporalit cos come finora ci si ve- nuta dipanando di fronte allo sguardo, E questa ermeneutica mo stra appunto che il passato un modo di provenire ora, cio di aprirsi all'interpretazione futura del mondo che ora ci in- calza: poich si proviene non semplicisticamente da qualcosa, ma dall'aver interpretato qualcosa. E si proviene soltanto perch si procede nell'interpretare. Non si proviene dalla terra, ma dalla narrazione biblica della terra. Questa era la provenienza di Vico, in quanto applicata a risolvere l'e- nigma della civilt umana e della rivelazione cristiana. Non $i proviene dal sistema solare, ma dall'interpretazione new- toniana del sistema selare, in quanto essa rende a sua volta 73 possibile uno sguardo sulle rocce alla Lyell o sulla vita nel nostro pianeta alla Buffon, e cos via. Il presente, ogni pre sente, non ha il passato alle spalle in un senso spaziale, Li sico, 0 come congerie di fatti in s universali e pubblici; gni presente ha il passato nel futuro proprio perch del pas- sato, del suo passato, ne fa qualcosa; e non ha altro passato n futuro, in senso assolutamente letterale, "reale" e pro- prio. L'et degli eroi, Priamo e i suoi cento figli, non pote- vano avere il passato che abbiamo noi; non potevano quardare il mondo con lo sguardo pubblico e panoramico della fisica contempofanea e della storia universale: ci ora appare tanto ovvio che sembra superfluo rimarcarlo. E nemmeno Cesare e Pom peo potevano avere lo stesso passato; poich sl esigono deter minati abiti di interpretazione e di risposta affinch si ri- velino gli Dei e lie streghe, le leggi economiche e la gravita zione universale, queste cose e non quelle e viceversa. E in- sieme vi una precisa aspettativa futura perch noi ci dispo niamo a interpretare un fatto come economico oppure come so prannaturale, non essendoci poi nessun fatto fuori di un suo possibile "come". E' ancora la medesima, magari dapprima in- conscia, aspettativa futura che ci fa rimarcare la bellezza, oggettiva" e "irresistibile", dell'amico o dell'amica improv visamente ritrovati, ovvero la disponibilit del nostro ani mo ad amare, perch in quel momento vedovo e privo di altre passioni che ci avrebbero sicuramente reso insignificante quell'incontro e indifferente quella "bellezza", nonch la di sponibilit testarda e perdurante, sempre rimasta con noi nel nostro presente sebbene inavvertita, ad amare proprio quella persona. E' cos che la bellezza, la gloria, il timore di Dio, la passione misurativa e calcolatrice del sapere obietti vo ecc. entrano nel mondo e lo costituiscono come l'aver da a vendo gi di ogni nostra corrispondenza e interesse, E' cos che la stessa storia tante storie mai finite e sempre possi bili: Cesare e Pompeo come li vede e li interpreta Cicerone, ma anche come li intende Shakespeare o infine un obiettivo 74 storico del nostri giorni, Dietro la personale vita di ognuno di noi stanno infini- te persohallt storie. E' una verit di cui facciamo continua- mente esperienza e di cui non ci stuplamo troppo. Il passato che abbiamo avuto a cinque anni, poi a dieci, a quindici, a venti e cos via, si di continuo mutato, Ne abbiamo regi strato i fatti pubblici secondo la nostra educazione "metafi- sica" e li abbiamo collocati in un tempo pubblico, oggettivo, sopraindividuale e impersonale, Tre anni fa ebbi una relazio- ne cos e cos col tale oc con la tale. Ma l'incontro gl oggi, inaspettato e impertinente, ha sconvolto le nostre cronolagie e le nostre "storie": ha riprolettato nel futuro ci che dove va starsene, tranquillo e concluso, nel passato; ha ridisagna to un futuro, @ con esso un passato. Che pol l'unico modo di incontrarsi e scontrarsi col presente, Cio di vivere e fa re esperienza. C' un'evidente discrepanza tra come viviamo e come cre- diamo e pensiamo di vivere, catturati dalle categorie metafi- Siche del senso comune, prime fra tutte dalle categorie tempo rali tradizionali. Forse anche per questo che cos spesso ci capita di raccontare su nol stessi tante "storie", alcune delle quali decisamente incredibili, assurde e insensate. 7. IL TEMPO PUBBLICO Il passato accade dunque come aver da fare, aver da cor- rispondere interpretando; accade cio come compimento in iti- nere, Questo compimento passa per il presente e si rivolge al futuro. Il presente lo snodo stesso del passare, l'attimo in cu il tempo concretamente "" in quanto passante: pro- viene e in-tende, Il presente come la pietra dell'esempio di Nietzsche: vi poggiamo il piede per qguadare il fiume ed es sa sprofonda nell'istante stesso in cui noi prendiamo da lei lo slancio per compiere 11 balzo. Nel futuro incontriamo 11 passato, il suo senso compluto (e d'altronde mai esaurito), poich il passato ci che nel futuro giciamo che passato. E gi questo dire rinnova ulteriormente un passato per un fu- turo. In tutti questi intrecci il senso comune facilmente si smarrisce. Esso mira a semplificarsi la situazione operando, come sappiamo, a colpi d'ascia. Il passato ci che non pi; il futuro ci che non ancora: solo il presente #, seb- bene si debba riconoscere che 11 suo essere non sta mai fer- mo, non ci "" propriamente mai, ma gi passato o ancora fu turo non appena cerchiamo di fissarlo, Tuttavia, 11 senso co-. mune deve ammetterlo, anche il passato e il futuro in qualche senso ci sono, e poich ci che appartiene al presente, il loro esserci un essere in qualche modo presenti, Come sono presenti? Il passato presente per le conseguenze e gli ef- fetti che produce sul presente. Il passato presente in ter- mini di "efficacia cavsale", come direbbe Witehead, Il futu- ro invece presente come anticipazione, attesa, tensione e inetenzione, come diceva Husserl, Cos ragiona il senso comu- 76 ne, sulla scorta di una millenarla analisi metafisica del tem PO. E' da questa analisi e dalle categorie mentali che la ca tatterizzano che nasce un tipico luogo comune del pensiero e anche dell'opinare corrente cui facciamo qui un brevissimo cenno. In quanto il passato pensato in termini di efficacia causale, allora il passato viene a coincidere con il regno della necessit. Al futuro pertiene invece la posstbilit, mentre nel presente che troviamo l'eststenza o la realt. Si tratta delle celebri categorie della modalit che da Kant sino alla logica contemporanea sollevano i pi complessi pro- blemi e i pi enigmatici paradossi, E' entro le categorie del la modalit infatti che la logica e la realt, l'intemporale e il temporale si confrontano e si scontrano. Di qui il luogo comune cul prima si accennava: il problema della libert del- l'uomo. Su tale problema da sempre si oppongono il determini- sta e il difensore della libert, Ma 11 problema, anzich "ri solto" in favore dell'uno o dell'altro, va piuttosto compreso nel suo insorgere e nelle ragioni della sua apparente irreso- lubilit problematica. Il fatto che il determinista privilegia, entro l'imma- gine metafisica tradizionale del tempo, la dimensione del pas sato: egli guarda il tempo sotto il profilo dell'efficacia causale e ha buon gioco a mostrare come ogni evento del pre- sente sia collegato strettamente e ineludibilmente con le cir costanze che lo hanno preceduto e accompagnato. Noi possiamo bensi "immaginare" di essere liberi, di poter determinare il futuro con decisioni autonome della nostra volont: ma questa appunto una nostra fantasia ed insieme il frutto dell'i- gnoranza di tutto ci che entra di fatto in gioco a determina re la nostra volont. Dal suo punto di vista il determinista inconfutabile e ha sempre ragione, Poich egli guarda il tempo a partire dal passato, non ha davanti agli occhi altro che l''accaduto", e l'accaduto non pu esser pensato altrimen ti se non come il compimento di una serie di eventi neceasa- riamente collegati. Poich ho di fatto afferrato questa mati- Fari ta, il gesto, considerato a posteriori, non poteva che acca- dere cosi come accaduto, Io posso aver avuto l'illusione di una mia condizione di libert: potevo afferrare la matita oppure non afferrarla; ma nel momento in cui l'ho di fatto afferrata, l'unica plausibilit di tale gesto nelle ragio- ni che l'hanno ispirato, esercitando su di esso un'invincibi le efficacia causale, magari proprio per l'intenzione di di- mostrare che io sono libero di afferrare oppure no questo og getto. E cos le circostanze lo hanno reso ferreamente neces sario, contro ogni mia illusoria pretesa. Sia che io afferri la matita, sia che non la afferri, il fatto compiuto fnanife- sta da s l'impossibilit che le cose andassero altrimenti, poich vi sempre una ragione che ha indotto la volont a volere o non voler afferrare, esercitando cos la sua effica cia causale. Tutto ci che accade infatti accade in ragione del gi accaduto, in continuit (affermativa o negativa, non importa) con esso, Il sostenitore della libert e della contingenza non ha propriamente argomenti per confutare il determinista: solo che egli si pone, rispetto alle tradizionali categorie del tempo, in una dimensione diversa. Il contingentista guarda infatti il tempo dal punto di vista del futuro, Egli insiste sulla natura infinitamente possibile e mai predeterminata del futuro. Ci che il determinista chiama "illusione" e "fantasia" per il contingentista la natura fenomenologica stessa del presente in quanto volto al futuro e perci vissu to come apertura, attesa, dubbio e angoscia della scelta, senso dell'equipollenza di possibilit diverse e opposte. Il contingentista non guarda le cose in quanto accadute, ma in quanto essenzialmente ancora da accadere, sempre sul punto di un precipizio insondabile e imprevedibile, Di questo sen timento, contro la ferrea /ogiea del suo avversario, egli fa il fondamento stesso della dignit. dell'agire umano. Senti- mento che, d'altra parte, giustifica la nozione del bene e del male, la ragionevolezza della colpa, del premio e del ca stigo, cio la fondazione stessa dell'etica e delle leggi sa 78 ciali le quali, se tutto fosse davvero necessitato, Sarebbero completamente assurde, impensabili e inefficaci. Al che il de terminista ha ulteriormente le sue argomentazioni da opporre, ma noi non seguiremo qui tale infinita contesa; ci limitiamo invece a notare come tutto il problema si iscriva nella impos sibilit, da parte della concezione tradizionale del tempo, di dominare concettualmente i rapporti tra passato e futuro, tenuti come sono rigidamente distinti e contrapposti, nonch il loro complicato intreccio e rimando che travolge pol, con i suoi paradossi, la nozione stessa del presente, E! su questa nozione, cos come il senso comune la deri- va dalla tradizione metafisica, che conviene ora fermare l'at tenzione; stiano come vogliono il passato e il futuro, per al presente che il senso comune affida, come si pi volte ricordato, la nozione fondamentale della temporalit. Tempo presenza, essere nel presente, nel suo trascorrere accadendo . ora, Ci che fuori da questo attimo dello scorrimento non pi o non ancora concretamente tempo, ma solo tempo postu- mo, morto irrigidito, oppure tempo meramente possibile, di l da venire, Interroghiamo dunque il senso comune su questa sua nozione di presenza e d temporalit presente: che Significa che qualcosa presente e perci accade nel tempo? Come si fa a atabilire la natura del presente relativa a un determinato istante del tempo? quando e come un istante presente {e per ci ""}7? Gi abbiamas notato a suo tempo come siano illusorie e in fine inconciudenti le immagini dello scorrere, del flusso e simili; ma L1l senso comune non ne possiede altre: il tempo una serie di istanti che si succedono uno dopo l'altro. In questa serie si inseriscono gli eventi, cio accade questo e quello. Noi ora chlediamo; che cosa conferisce il carattere della presenza, del presente, a un evento determinato entro un determinato istante della serie? La serie degli istanti che il senso comune immagina ha, come sappiamo, la semplice natura della contiguit. Ogni i- stante si colloca accanto all'altro come mero esser dopo. Di 79 per s nessun istante possiede la natura del presente, a pre ferenza degli altri: questa natura deve sopravvenirgli dal- l'esterno, deve colpire l'istante dall'esterno per far s che esso assuma la caratteristica della presenza e dell'es- ser presente. Ed allora questa caratteristica ci che "da tempo", ci che temporalizza i meri istanti contigui renden- doli appunto istanti di tempo, Supponiamo, secondo un esem- pio molto comune, una: serie di lampadine le quali si accendo no una dopo l'altra. Noi ne riceviamo allora l'impressione irresistibile del movimento, del "flusso". Le lampadine stan no ferme; neppure il raggio di luce sl pu dire propriamente che trascorra 0 passi da una lampadina all'altra: l'elet- tricista che ha creato questo effetto illusorio, trasforman- do una pura contiguit spaziale in una successione, cio nel l'accendersi successivo delle lampadine, Abbiamo cos un'ef- ficace immagine della successione temporale: la lampadina che si accende rappresenta per nol il presente, l'attimo del la presenza; le lampadine spente prima e dopo rappresentano il passato e il futuro, Le lampadine sono come la serie de- gli istanti, ma il raggio di luce che, illuminandole via via, conferisce loro il carattere temporale della presenza, che trasforma gli istanti-lampadine {segni disposti in una collocazione meramente spaziale) in istanti temporali, Come riuscito l'elettricista a compiere questa piccola magla, questo effetto illusorio quanto irresistibile? Non che l'e lettricista avesse nel taschino della tuta il tempo, che se lo fosse portato dalla bottega per poi applicarlo ai suoi fi li e alle sue prese. Al di la dei particolari tecnici, il successo della sua azione riposa su un'analogia che riveste un carattere universale per tutti noi, analogia che stabili- sce il tempo in funzione della luce. E! questo rapporto fra ! tempo e luce la chlave per comprendere l'idea che il senso comune si fa del tempo e della sua principale caratteristir ca: il presente, la vivente presenza del suo scorrere. Come indichiamo 1 carattere dell'ora presente di un qualsivoglia evento? Un evento accade tra infiniti altri in BO una serie indefinita di fatti; come nominiamo ila peculiarit della presenza di un fatto tra i tanti fatti? Su Milano scoppiato un temporale. Ma "quando" scoppiato? Solo questa precisazione consentir di riferirsi a quei temporale e non ad altri infiniti e possibili. Perci, com' ovvio, noi di- ciamo: oggi a mezzogiorno scopplato il temporale. Cio fac ciamo riferimento all'orologio e al calendario, Il tempo del l'orologio non che un marchingegno analogo a quello delle lampadine: vi una serie continua di numeri, o di tacche, e l'attualit della lora presenza successiva indotta entro la serie dall'indice puntato della lancetta, che funziona co me l'illuminarsi del raggio luminoso. La lancetta era esatta mente puntata sul numero 12 quando scoppiato ili temporale. Ma l'orologio, come ben sappiamo, non fa che riprodurre con- venzionalmente la posizione del sole: la luce del sole, 11 SUO raggio luminoso, cadeva pi o meno a perpendicolo su Mi- lano quando scoppiato il temporale. Gli antichi dicevano: il sole entrato nell'ora terza, nell'ora quarta, nell'ora sesta, Cos dicendo come se essi usassero direttamente il sole, il raggio solare, come la lancetta dei nostri orciogi; che poi quanto concretamente facevano con gli orologi sola ri sulle facciate delle chiese o delle case, segnando sul mu ro le varie e successive posizioni dell'ombra prodotta da un bastone infisso o asse meridiana. Col solo inconveniente che quando 11 cielo era nuvoloso nessuno poteva stabilire esatta mente che ora fosse. | Da tutto ci si ricava: il presente conferito dal rag gio luminoso dell'occhio solare; rispetto a questo occhio . che qualcosa presente, Il sole, per cos dire, si porta la presenza con s; esso & il mezzogiorno perenne che trascorre sugli spazi della terra e che consente di stabilire il gquan- do di ogni evento, Questa nozione del tempo gi totalmente dispiegata nel Timeo di Platone. Ed sostanzialmente ancora in bage a essa che nol ci diamo appuntamento per incontrar- ci. I nostri appuntamenti sono sempre un po' platonici, an- che quando, per altro verso, non le sono affatto, come nel- 31 l'esempio dell'amico e dell'amica che si sono ritrovati, In ogni caso sono tolemaici. Il moto del tempo stabilito da Platone in riferimento a un presente perenne ed eterno che non scorre e non si muove {poich qualcosa si pu muovere so- lo in relazione a qualcosaltro che sta fermo e viceversa, co- me illustrer Galilei con i suoi celebri esempi dei pesci, della boccia, della nave, della terra ecc.); ogni moto rela tivo, mai assoluto, cos come relativa ogni ora in riferi- mento a un presente che non passa e non accade: intemporalit che la condizione stessa del tempo. Questa intemporalit e- terna in sostanza l'occhio di Dio che ha il mondo come 09g- getto della sua visione (e, in Agostino, della sua creazio- ne), Il sole non che l'analogon celeste di questa spiritua- le visione: immagine mobile dell'eternit, come lo definisce magistralmente Platone. Nel suo eterno ritorno intorno alla terra esso trasmette l'immagine, ovviamente imperfetta come tutte le immagini, dell'eterna visione del Dio, di quella quiete attiva (pensiero di pensiero dir Aristotele) in rife- rimento alla quale si scandisce la temporalit diveniente del la nostra vita mortale, la nostra esistenza di figli del tem- po, copie imperfette della vera vita eterna e immutabile... E' sulla scorta di queste immagini e di questi pensieri che il senso comune stabilisce la sua idea di un tempo "ogget tiva", universale e pubblico, La fabbrica dell'universo era in moto prima di noi. E tutto ci che accadeva nella fabbrica accadeva al cospetto dell' impassibile occhio solare. E' cosi che viene stabilito un passato oggettivo e comune dietro le nostre spalle. Noi non c'eravamo, ma il sole ha visto i dino- sauri passeggiare ove ora si stende il mare Adriatico. Questo fatto noi possiamo solo inferirlo attraverso 1 segni e le tracce, e va da s che ben possibile che ci sbagliamo. Che cosa il sole abbia propriamente visto dipende, in ultima ana- lisi, da come noi interpretiamo le tracce del passato, E' an- che pacifico che cambieremo idea: non erano dinosauri ma bron tosauri, o anche tutt'altra cosa che con i sauri non ha nien- te da spartire. Tuttavia quel qualcosa che accaduto e che 82 ha lasciato traccia stato di fatto visto dal sole per tutti noi ed diventato cos un evento del tempo oggettivo che sta dietro le spalle dell'intera umanit, comunque essa poi inter preti e la pensi relativamente al proprio passato, Senonch l'occhio solare un'ingenua metafora e un pun- to di riferimento tutto sommato convenzionale, FE anche il sole un fatto e un evento che sta e trascorre nel tempo. Dal pun to di vista delle cosmologie contemporanee il tempo dell'occhio solare, la sua Sovrana perfezione ignara delle corruzioni del mondo sublunare, albergo di un Dio e immagine, sia pur mobi- le, dell'eternit, tutto ci va in pezzi, si frantuma e si spande nella galassia e nel sistema delle galassie, si mette in fuga nello spazio e confluisce nell'espansione cronotopica dell'intero universo. Un universo che esplode in tutte le di- rezioni, secondo una molteplicit incalcolabile di vettorl a pi dimensioni in relazioni variabili tra loro, si sostitui- sce all'unicit semplice e rassicurante dell'occhio solare. I) tempo della fisica e il tempo del senso comune fanno divor Zio; all'omogeneit temporale di questo si oppone la disomoge | nelt temporale di quella, La contemporaneit di visione ri- spetto alla luce di una stella non designa alcun presente as- soluto nel plurimorfismo spaziotemporale cosmico, E tuttavia il senso comune e la scienza nel profondo ancora si accordano e restano collegati. Lo scienziato e il cosmologo di oggi han no camminato ben al di l degli Dei celesti di Platone, hanno varcato quelle indistruttibili muraglie del cieli che Bruno si figurava di sfondare a parole, hanno ridotto il divino 00- chio solare a una stella insignificante, di modesta grandezza e forza luminosa, dislocandolo per di pi alla periferia di un impero di cui nemmeno si intuiscono chiaramente gli immen- si confini; ma nel fare tutto ci lo scienziato contemporaneo non abbandona affatto quella condizione e prospettiva "teolo . gica" (onto-teo-logica) che consente di parlare dell'universo e del suo tempo oggettivo da un punto di vista panoramico pubblico, cio in funzione di un occhio ideale che fuori dell'universo e del tempo cos come lo , in Platone, l'oc- 83 chio dell'eterno. Nelle sue ipotesi e teorie il cosmologo par la ad es. di ci che accadde un millesimo di secondo dopo lo scoppio del cosiddetto big bang che diede vita all'universo; e poi di ci che accadde un centesimo di secondo dopo, e cos via. E' il moto di fuga e successivamente l'allontanarsi pro- gressivo delle galassie (che non si scorge avviamanta a cc- chio nudo ma si inferisce dai segni degli strumenti) che de- terminano l'irruzione spaziotemporale cosmica; ma lo scienzia to parla come se l'universo, anzich col tempo, nascesse nel tempo. Il tempo del mondo e il mondo fanno tutt'uno, come ave va compreso Agostino; ma lo scienziato pu pensare il mondo solo come una serie e un processo di eventi (accade questo e quello) causalisticamente connessi, e perci deve presupporre un tempo mniversale entro il quale distendere gli eventi di cui parla, Ma dove accade allora la verit della sua parola? Per chi vero che dopo un millesimo di secondo ecc.? Questa parola designa presuppone un'estraneit di sguardo, fuori del tempo e del mondo (del tempo cel mondo), che 11 vecchio luogo di Dic. Lo scienziato parla idealmente {o pretente di parlare) dal posto di Dio. La sua voce e la verit della sua voce risuonano dal luogo pancoramico dell'eterno che ha il mondo come oggetto di contemplazione, Nonostante tutti i suoi calcoli e le sue ipotesi raffinate, lo scienziato condivide, col senso comune, la medesima, ingenua idea di un tempo ogget tivo, universale e pubblico, 11 tempo dei fatti del mondo e il tempo in cui accadono il mondo e tutti i suci fatti. Senonch, il tempo universale a partire dal quale lo scienziato parla o si immagina di parlare {come se allora e- gli fosse stato presente, dice, inferendole dai segni ancora presenti: per es, il cosiddetto "rumore di fondo" del big bang} una pura fantasia intellettualistica, mn'ingenua co- struzione logica il cui fine la concepibilit dell'universo come serie causale di fatti; cio la riduzione del mondo ai canoni della spiegazione scientifica. Quanto pol al tempo dei fatti del mondo, bisogna dire che i fatti, come le lampadine O il sole, non sono tempo e non hanno di per s tempo. Anche BA tutti i vettori multiversi dell'universo in espansione sono fatti, oppure indici di calcolo che, come la "t" delle equa- zioni dinamiche di cui parlava Bergson, non sono affatto tem- po, ma sono al pi tempo spazializzato e strumenti di analisi intellettuale dell'aver fuogo del movimento. Un vettore non ha in s pi presenza di un raggio luminoso o del ticchettio dell'orologio. E' per queste ragioni che il tempo del filosofo non il tempo del fisico. Gi Platone sapeva bene che solo l'"anima", com'egli diceva, pu incarnare propriamente la presenza e co- si sperimentare il tempo, e Agostino parler appunto del tem- po come extenstio animae, protendersi dell'anima che tiene in- sieme, nella sua mobile presenza interiore, passato e futuro, memoria e attesa: termini che hanno varcato i secoli e che ri troviamo ancora tali e quall in un pensatore contemporaneo co me Husserl. Il tempo, la sua presenza concreta e vivente, ha dunque a che fare con l'anima, con l'interiorit della cosid- detta vita spiritvale? Rifacciamoci ancora una volta a Kant e anzi proprio alla stessa proposizione dell'Estetica trascen- dentale che abbiamo gi esaminato per altri motivi. Le prime due righe di quella proposizione [a suo tempo non analizzate) dicono infatti: "Il tempo non altro che la forma del senso interno, cio dell'intuizione di noi stessi e del nostro sta- to interno", Ecco finalmente un parlare da filosofo (e un pe- rentorio definire che cos' il tempo che, se fosse accettabi- le, avrebbe infine risolto tutte le nostre domande sulla pre- senza ecc.}. Il tempo non & 11 sole, la luna, le stelle, n altre cose del genere, e anzi neasuna "cosa" qualsivoglia, Il tempo non un fatto n uno stato di cose, e neppure una misu ra matematica o i1 simbolo di una formula. Il tempo ha invece a che fare col nostro stato interno [che ci ben familiare) e ne anzi la forma. La via sembra aperta alla pi diretta delle comprensioni, Nulla pu impedirci di analizzare 11 no- stro stato interno e di coglierne appropriatamente la forma; e cos di afferrare con lo sguardo il tempo concreto nella sua vivente presenza (in noi]. Ma davvero cos semplice e 85 piano il cammino? C' anzitutto una domanda che sorge spontanea: in che senso c' uno stato interno delle rappresentazioni? Che signi fica propriamente "stato interno"? Kant ha detto in sostanza che il tempo la forma ci nol stessi, cio del nostro stato interno; ma cos' per noi lo "stato interno"? La rappresenta- zione del sole, per esempio, interna o esterna? Kant proba- bilmente risponderebbe.: 11 sole, in quanto un fenomeno cos e cos determinato, una rappresentazione esterna, perch il sole un oggetto dello spazio. Ma in quanto pol sono lo, col mio "io penso", che me lo rappresento, allora questo mio rap- presentarmi interno, Il sole, come fenomeno spaziale, un oggetto esterno; ma la mia rappresentazione, la rappresenta zione che to ne ho, questa manifestamente interna. E' per questo che la forma a priori trascendentale di tutte le rap- presentazioni il tempo, non lo spazio. Anche le rappresenta zioni spaziali infatti, i molteplici fenomeni ordinati nella forma dello spazio, per diventare "mie" (e quindi per venir concretamente rappresentate) devono accadere nel mio stato in terno, e perci accordarsi col mio tempo, diventare tempo, pur essendo per altro verso fenomeni dello spazio, Qualcosa pu essere in generale fenomeno in quanto assume la forma di uni evento o accadimento del mio stato interno, cio la forma del tempo. Ma,.a questo punto del discorso, come facciamo a distin- guere lo stato interno dallo stato esterno? Non che lo ho due rappresentazioni del sole, una come esterna e una come in terna; ne ho una sola per poter parlare dell'aspetto inter- no {cio temporale) di questa rappresentazione dovrel gi pos sedere ci che Kant qui vorrebbe appunto esibire nella sua o riginaria concretezza, cio il tempo medesimo. Anche l'affer- mazione kantiana, presa cos semplicemente e alla lettera, ri posa inavvertitamente sui presupposti del senso comune che hanno gi deciso: il sole se ne sta l, nella sua esteriorit e contiguit spaziale; dentro di me invece, chi non lo sa?, "scorre" il tempo col suo "flusso", istante dopo istante, E = 86 cos il tempo, il tempo della tradizione metafisica e del sen so comune, gla di scppiatto entrato in scena a sorreggere e giustificare quello che doveva esserne l'annuncio e la defini zione. Solo i1 tempo infatti ci consente di distinguere tra (supposto) interno e(supposto) esterno; prima e fuori del tem po non ho motivo, n possibilit, di operare tale distinzio- ne, Il tempo la forma deli senso interno, cio dell'intuizio ne di noi stessi; il che significa che io, per sapere che, o se, una rappresentazione interna, dovrei poter constatare che tale rappresentazione si svolge nel tempo, e quindi in uno stato interno, e non nello spazio ovvero in uno stato e- sterno. In parole povere, dovrei avere una preliminare rappre sentazione del tempo che mi consentisse di dire: quardalo li {l sole come si ficcato nella rappresentazione del tempo che dentro di me ho! Ma questa constatazione impossibile. Come Kant sa bene, e in base a ci che egli stesso dice, il tempo la forma delle rappresentazioni, e non una rappresen-. tazione accanto alle altre, Il tempo cio la condizione (a priori e trascendentale) di tutte le rappresentazioni, ci che ne ordina e ne orla l'apparire, e non pu essere quindi a sua volta un contenuto dell'apparire. Perci nessuno pu, kantianamente, rappresentarsi il tempo: dove infatti me lo rappresenterei se non in un altro tempo, e questo in un altro ancora, e cos via all'infinito? Dovrei gi avere 11 tempo per rappresentarmi il tempo, essendo il tempo la condizione generale perch io mi rappresenti alcunch. Non pu esserci rappresentazione del tempo ma solo nei tempo. Per questo Kant, nel seguito della frase cul ci stiamo riferendo cui ci riferimmo gi in precedenza, chiama in causa la successio- ne e la sua rappresentabilit nella linea, come modo per sup- plire al "difetto" della irrappresentabilit del tempo, Su tutto ci gi abbiamo detto la nostra e non il caso di ripe terci. E infine: posto che esista davvero uno stato interno del rappresentare, come questo "stato" sarebbe qualcosa di di verso da ogni altro fatto, come il sole, la luna o le lampadi ne, i quali non hanno in s nulla di temporale? Come uno sta 87 to" potrebbe essere temporale? Aspettavamo dalla parola del filosofo l'apertura alla concretezza del tempo, del "tempo vissuto" e della sua "espe- rienza", concretezza che non potevamo attenderci dal fisico e che non campito del fisico darci, Sembra per che ogni ap- pello all'intertorit dell'esperienza del tempo ci riconduca ai tradizionali paradossi in cui si avvolge la nozione del tem po che propria del senso comune, Di quest'ultimo abbiamo e- saminato il modo in cui analizza il tempo secondo le sue tra- dizionali estasi": il presente, il passato, il futuro, non- ch la sua comune nozione di tempo "pubblico" e "oggettivo", Dovunque ci siamo imbattuti in difficolt, oscurit, inconse- guenze., L'analisi ci ha indubbiamente ferrato e scaltrito, non stata certo inutile. Ma dove e come dirigeremo ora 1 no stri passi? 8. RICONOSCERE E MISURARE Non possiamo che tornare alla piccola dote delle nostre considerazioni pi essenziali e verificare sin dove essa pu condurci, A noi era risultato che una rappresentazione pre sente, o nel presente, in quanto 1) ha la natura dell'es- ser dopo; 2} ha il senso dell'aver gi interpretato; 3) apre a un da interpretare. La rappresentazione presente in quan to ha 11 senso dell'aver da rispondere e corrispondere a es- sa, avendo gi corrisposto. Non il raggio del sole, non l'oc chio di Dio, non il nostro stato interno, ma l'intreccio com plementare di questi tre semplici elementi fa si che qualco- sa si presenti e sia, Riassumendo tale intreccio nel modo pi semplice e, apparentemente, pi banale, potremmo dire: tI presente c' perch c' qualcosa da fare, Se nulla chiama a fare, a rispondere e a corrispondere, non c' presente e nemmeno tempo, non c' passato n futuro. Qualcosa appare cui si forzati a corrispondere: solo cos qualcosa pre- sente. L'amico ritrovato presente perch noi dobbiamo cor- rispondere, in modo superficiale o profondo, convenzionale o genuino, al svo sorriso e al contatto della sua mano, e per- ch dovremo rispondere infine con un s o con un no al suo invito a uscire con lui una di queste sere, e cos pure agli inviti successivi che ogni volta st decidono, a partire dal presente e definendo il presente, col suo passato e futuro. E' cos che si presenta l'evento, come ogni evento, dandosi in tal modo un passato e un futuro, in un'onda ermeneutica di tempo ritrovato". Ma vediamo di comprendere meglio e pi a fondo questo 90 presentarsi o "eventuarsi" del presente. Nel presente c' an- zitutto una sorta di rfapparizione del medesimo. Non si incon trano in tutti i momenti gli amici di un tempo o i ricordi del passato; si pu anche imbattersi, ed anzi pi frequen- te, nel nuovo e nello sconosciuto, D'altra parte il medesimo che riterna non poi affatto l'eguale: non il sole di ieri mattina che ho visto oggi rilaprendo la finestra al risveglio. Il medesimo che propriamente ritorna l'aver gi interpreta- to; la medesima interpretazione che riappare: io guardo il sole di questa mattina reinterpretando come ho gi interpreta to. Il che significa che nel presente io mi appello all'aver gi interpretato per aprirmi la via a una nuova interpreta zione, la quale a suo modo una scommessa rivolta al futu- ro. Rlappare il gi interpretato e, in questo senso, l'elemen to che conferisce il presente il riconoscere, riconoscere che un attivo rispondere e corrispondere, Assolutamente nul la pu esser presente, cadere nella nostra esperienza, se non a queste condizioni, E' cos, per esempio, che il bambino mol to piccolo comincia a scorgere e impara a riconoscere il vol- to materno, scommettendo sulla sua riapnarizione e investendo vi la propria emotivit. E cos pure impara a corrispondere al sorriso dell'adulto, stabilendo con lui un riconoscimento che insieme l'apertura di una comunicazione possibile. Il bambi noe del resto ha gi interiorizzato, come si dice, il tempo della poppata, come essenziale ritrovare il seno aprendosi al futuro nell'aspettativa del riaccadimento, Perci il presente questo sssere in presenza di nuovo, E ancor prima di tutte queste esperienze il bambino, come si sostiene sulla base di relativi dati sperimentali, ha cominciato a riconoscere il ri torno del medesimo nel battere e pulsare del cuore della ma- dre, Ancor prima di nascere, quindi, quando ancora nel ven- tre materno e col corpo della madre fa tutt'uno, in una conti nuit non ancora scissa e lacerata, il bambino esperisce le prime e fondamentali basi di ogni presente, di ogni temporali t, di ogni passato di ogni futuro, Il termine "esperiace" certamente eccessivo, nel contesto dell'esempio. Pi pro- 91 priamente il bambino, non ancora nato, si dispone ed dispo- sto, sull'onda del battito, a un riconoscere interpretante che apre lo spazio dell'attesa: attesa di ritrovare nel futu- ro il passato, in quanto senso del presente. Qui il futuro tutto il senso del passato riconosciuto, quel senso che batte e spalanca le porte del presente, Naturalmente il pulsare del cuore di per s non tempo e non ha tempo. Il battito non un fatto diverso dalle lam- padine che si accendono o dalle diverse posizioni del sole, Ci a cui dobbiamo mirare, attraverso questo esempio' in ogni senso primordiale, quel riconoscere rispondente e corrispon dente, E' la risposta originaria che dobbiamo guardare nel suo insorgere, come rivelazione che si colloca sull'orlo stes so del battito, come un promanare dal battito medesimo che si prolunga e fa eco, La risposta in tutti 1 sensi un corlo di com-prensione, un collocarsi nel battito e per il battito; collocazione che prende nota e assegna provenendo da un gi con il senso del da, Il battito cos com-preso, tenuto as- sieme, dal riconoscimento, come suo stesso promanare nell'at- tesa del ritorno, Questi elementi dell'orlo sono la prima ra- dice del senso e dell'esperienza del tempo, di un tempo che non ancora n pubblico n privato. Il fatto che qui vengano mostrati sulla base dell'esempio del battito cardiaco non si- gnifica che essi pertengano esclusivamente a un'esperienza privilegiata e supposta originaria; essi accompagnano piutto- sto ogni esperienza infantile e pol adulta, come condizioni ricorrenti di ogni riconoscimento e di ogni esperienza. Essi sono gi all'opera quando riconosciamo l'amico o riscopriamo il sole del mattino, quando guardiamo l'orologio o fissiamo appuntamenti, quando ritroviamo vecchie lettere nei cassetti o ne scriviamo delle nuove. Come cominciamo a vedere sempre meglio, i tre momenti (l'esser dopo, l'aver gi, l'aver da) sono tre specificazioni verbali di un unico evento. Nulla c', in presenza, senza il reciproco richiamarsi e intrecciarsi di questi tre momenti o caratteri, E' cos, per es., che la rappresentazione chiama 92 a e rivolge a: la rappresentazione del sole, come di qualsia- si altra cosa, in quanto polo di un'intenzione di risposta, Nell'intenzione di risposta il senso del qualcosa da fare vie ne da me riconosciuto come il medesimo che si ripresenta. Ri- conosco il volto materno, rispondo al sorriso, e cos la ri- sposta trascina nel presente l'aver gi interpretato e si a- pre verso il futuro, Solo in questo rispondere corrispondendo si apre il senso del presente, sicch il bambino ne viene ri- cevendo il senso della sua stessa presenza a s. Per ora il bambino non c' a se stesso: siamo nol che lo poniamo come bambino, ma lui non ne sa nulla, Per ora tutto il suo essere semplicemente una risposta al sorriso (e ad altre moltepli- ci circostanze), una corrispondenza al volto che si rivela e ritorna, Questo ritorno cos un qualcosa da fare, un corri- spondere che chiama e che sorregge un essere e un avere in presenza che diviene via via certo di s, che si riconosce co me vita interpretante. Tale invio, se dobbiamo @ar credito all'esempio del battito del cuore materno, gi in cammino prima della nascita: esso gi li a scandire e a render pos- sibile la futura vita interpretante, il suo ritmo di flusso e riflusso, di passato e futuro che si confrontano e si scambia no le parti. In un'opera famosa, ma tuttora poco conosciuta, Ludwig Klages ha usato le categorie del ritmo e della battuta per in dicare rispettivamente il senso della vita, del vitale, e l'e mergere dell'interpretazione, come noi potremmo dire. Il rit- mo, la sua semplice ripetizione come ritorno del medesimo, , secondo Klages, l'elemento basilare di qualunque fenomeno del la natura vivente, Ma l'uomo non si limita a percepire questo ritorno puro e semplice (e in verit si vorrebbe qui osserva- re che un puro ritorno non neppure percepibile, perch se il medesimo che ritorna esattamente l'eguale, nulla allora si rivela nella presenza e non c' presenza di alcunch, pol- ch non accade alcuna apprezzabile atfferenza); l'uomo, dice Klages, immediatamente accenta il ritmo ascoltato, trasforman dolo in battuta, cio in una successione di arsi e tesi, Dat- 93 tere e levare, accenti forti e accenti deboli, Con un metrono mo noi possiamo produrre una successione ritmata di colpi do- ve ogni colpo esattamente eguale ai precedenti e ai succes- sivi, ma il nostro orecchio ascolta immediatamente una succes sione di fasi, per es. un andamento di marcia: battere/leva- re, battere/levare (cio: forte/debole, forte/debole, ecc). E' cos che l'orecchio pu ordinare e perci riconoscere la ripetizione, aspettandone il ritorno. Klages non spiega affat to come tutto ci accada e neppure gli capita di collegare ta li osservazioni al problema del tempo e della sua originaria costituzione. Tuttavia le sue osservazioni sono indubbiamente acute e pertinenti, Ora posslamo cominciare a veder meglio la lunga via che conduce al tempo oggettivo, universale e pubblico. L'esperien za del cammino del sole, l'alternanza del d e della notte, so no certo esperienze primordiali: tuttavia, avere lil cammino del sole come oggetto di considerazione e poi come riferimento misurativo che scandisce le fasi del giorno, il mattino, il me riggio, la sera, e poi le ore ecc., tutto ci richiede molte e diverse esperienze preliminari di riconoscimento, dal batti- to cardiaco, al volto, alle sue espressioni come il sorriso ecc. Un lunghissimo cammino di esperienza necessario prima che l'uomo possa volgere l'occhio al sole e riconoscerlo come un'immagine del tempo. Per l'uomo in generale come per il bam- bino molto deve accadere prima che si possa indicare il mezzo- giorno: dapprima uno scandirsi della vita in comune che segue il sole e si organizza in base ai suoi movimenti e alle sue po sizioni; il sole diviene cos un referente comune e intersog= gettivo al quale tutti si possono semplicemente riferire solo che volgano gli occhi al cielo; poi un riferirsi esplicito al sole tramite il linguaggio, e infine un riprodurre grafico-se gnico che analizza il moto solare e ne nomina le parti, e co- s via. In questa esperienza collettiva 11 sole viene allora a incarnare il perfetto analogon ideale del ritmo primordia- le, Il sole incarna emblematicamente, e nella maniera pi per Spicua per tutti, il ritorno del medesimo, Se c' qualcosa 94 che ritorna per antonomasia, questo appunto il sole. Tutto quanto proprio dell'uomo destinato ad accadere "finch il sole risplender sulle sciagure umane", come dice Foscolo. Nella sua luce 11 sole tiene unita e manifesta l'esperienza di tutti, e la rende appunto esperienza collettiva, esperien- za di tutti, I tutti si riconoscono come "tutti" riflettendo- si l'un l'altro nella luce scolare e per la luce solare, Nella sua alternanza con la luna e nella sua relazione essenziale con la terra, sole, e poi luna e terra divengono ci che cos bene dice Platone: testimoni e guardiani della notte e del giorno, cio custodi del tempo, Tramite il linguaggio e la scrittura l'analogon solare si trasferisce poi in analoga ar- tificiali, pi maneggevoli e pi pratici: la meridiana, la clessidra, fino all'orologio che ancora portiamo al polso: tutti a loro modo segni del sole, indici e trascrizioni del suo cammino e delle sue posizioni. Queste sono solo indicazioni schematiche, ma sufficienti a mostrare come tutto il tempo pubblico, nella sua natura di analogon e di segno, non sia che una misurazione: il tempo in quanto numero del movimento, come gi sapeva e diceva Aristo- tele. Parlare di tempo dell'imniverso significa allora riferir si a un calcolo, a un applicar misure a determinati analoga che ci consentano di dire trentacinque milioni di anni fa 0 trentacinque minuti fa. Ma questo che diciamo non esprime af- fatto l'esperienza del tempo, l'incontro concreto con le sue "estasi", Non c' nemmeno una briciola di questo pi origina- rio tempo sia nella meridiana solare, sia nelle equazioni co- smologiche contemporanee. L'universo non ha e non tempo, se non in base alle nostre immaginazioni, fantasie e misurazioni pubbliche, alle grafie dei nostri calendari e degli altri in- dici e segni della memoria collettiva e pubblica, primo germe della storia. La quale infine il pi grandioso immaginario collettivo costruito dai grafemi misurativi dell'uomo. Nel corso della campagna d'Egitto Napoleone apostrof i suoli uo- mini, in procinto di andare in battaglia, con le parole: Sol dati, quaranta secoli vi guardano da quelle piramidi". Sicch 95 i soldati si sentirono giustificati a morire poich erano guardati da ben quaranta secoli, Ma i secoli, non soltanto non hanno occhi, ma pi propriamente non ci sono; esistono so lo come immagini di calcolo intellettuale, al pari di tutta la storia come narrazione immaginaria. E neppure possiamo di- re che le piramidi abbiano quaranta o venti o due secoli, Co- me oggetto pubblico la piramide pu essere misurata in altez- za, in numero di blocchi di pietra, di stanze e di corridoi, e infine in et, calcolatido quante volte il sole ha illumina- to al mattino la sua facciata. Ma come oggetto concreto di e- sperlenza la piramide un insieme di eventi che non hanno e non sono tempo; essa accade in avvenimenti che sono pi origil nari di ogni tempo e misurazione pubblica. E allo stesso modo dobbiamo dire, sebbene a tutta prima sconcerti, che neppure l'uomo ha venti, quaranta o sessant'anni. L'uomo non muta se- condo gli anni, ma caso mai gli anni sono una misura conven- zionale del suo mutare permanendo e permanere mutando, Siamo a tal punto avvezzi a dar credito e concretezza al le misure pubbliche del tempo, che noi ragioniamo come se gli anni e i secoli fossero alcunch di reale e di concreto, Per es, come se il 1984 o il 1985 esistessero da qualche parte. Ma non c' un luogo che contenga tutti gli eventi, poniamo, del 1981; e non c' nemmeno questa "totalit" di eventi, che un puro prodotto immaginativo di tipo pan-oramico. Per nul- la e per nessuno mal accaduta questa totalit, questo cumu- lo di granellini di sabbia, quasi che noi, se potessimo, cone si dice, procedere a ritroso nel tempo, saremmo in grado di ritrovarla. E ci non tanto perch il tempo no pu andare a ritroso (di questo modo di pensare e di esprimersi ci siamo gi occupati all'inizio del corso), ma perch non mai esistito qualcosa come il 19841, Dell'assurdit di questa ipotesi tratta il saggio in Appendice a queste dispense, e a esso rimandiamo. Ci che resta dunque sono solo i nostri calendari e i no stri orologi, le nostre cronache e gli altri nostri segni pub blici, nonch le nostre sociali convenzioni sulla base di ana 36 loga fissati allo scopo dl misurare e contare, e quindi ave- re, in base a tali misurazioni, un tempo pubblico comune, u- niversale e oggettivo. L'incontro con l'amico ritrovato dur appena qualche minuto: questa la sua misura "oggettiva". Ma nessuno o quasi nessuno se ne accorto e ha vensato a misu- rarlo, ignaro che ci potesse avere importanza o fare diffe- renza per qualcuno, E per i suoi due protagonisti la sua in- tensit e la durata futura dei suoi effetti invece qualcosa di irriducibile e di incalcolabile in minuti e secondi, qual- cosa che sl dilatato nei minuti, nelle ore e nei giorni suc cessivi prendendo uno spazio di vita, di emozioni, pensieri e fantasie, ricordi e speranze, cui ogni misura di tempo agget- tivo e pubblico per essenza estranea e irrilevante, Ci sono dunque luoghi pubblici, come la scala, il pianerottolo e l'au la ad anfiteatro; ci sono tempi pubblici, come il 17 giugno del. 1981. Noi misurlamo le nostre azioni, le nostre decisio- ni, le nostre emozioni, i nostri incontri in base a tali luo- ghi; ma non di essi e con essi %n quanto pubblici ch fac- ciamo esperienza, La loro pubblicit il modo di riportare gli eventi concretamente esperiti a una misura collettiva e a nonima che in quanto tale nessuno esperisce. Nessuno ha espe rito iL 17 giugno 1981, e neppure nel 17 giugno ecc., quasi che si trattasse di un reale contenitore di una totalit defi nita di eventi. Ci che ognuno possiamo pensare che sperimen- t in corrispondenza a quella data convenzionale fu un diver- sissimo atteggiarsi e incontrare cose e persone, compiti e propositi: alcuni cos distratti e ignari, perch immersi nel loro lavoro e nei bisogni e impegni del vivere immediato, da non accorgersi quasi di quanto accadeva loro intorno, compre- 5i magari i sentimenti delle persone a loro care; altri inve- Ce, per ipotesi, sottratti e distratti da ogni impegno, per- ch occupati a seguire le loro fantasie ed emozioni, e cos via. Per ognuno di costoro non ci fu un identico tempo, un'i- dentica giornata, un identico trascorrere delle ore, rapido o lento, insignificante o eccitante, ordinario o eccezionale, Il riferimento collettivo del 17 glugna 1981 non dice n pus 97 dire nulla a questo riguardo. Noi dunque non facciamo esperienza del tempo pubblico, che non esiste, ma della misura degli eventi che chiamiamo tempo pubblico. Facciamo esperienza di una misura e non sap- piamo neppure se ci che sta oltre il tempo pubblico, quel tempo che & cos misurato e in quanto misurato istituito, pu ancora chiamarsi tempo; o se invece ci che chiamiamo tempo non sia totalmente esaurito dalla misurazione pubblica degli eventi. Certo, noi facciamo esperienza della presenza, della provenienza e della destinazione? certo, senza questa origina ria esperienza di riconoscimenti e di attese, di ritmi e di battute, come direbbe Klages, neppure potrebbe esserci il tem po pubblico con lea sue misure, che ne sono astrazioni e regi- strazioni derivate. Forse la parola tempo, cos compromessa con le misurazioni pubbliche, inadatta a esprimere il fondo dell'esperienza del riconoscimento di cui abbiamo trattato. In ogni caso resta la domanda: il tempo una-misura pubbli- ca ma misura di che? 9, L'EMOZIONE DI NULLA Che cosa il tempo, il tempo pubblico che poi tutto ci che noi possiamo dire e sapere del tempo, misuri il proble- ma determinato che si apre ora di fronte al nostro sguardo; e ne restiamo dapprima abbacinati. Come dar conto di quel "che cosa"? Non per caso, d'altronde, che noi incontriamo qui questo disorientamento, poich il nostro stessso pensare, e parlare, - come sappiamo - connesso al tempo; non c' un ol tre del tempo su cui appuntare lo squardo, ed dal fatto del nostro esser cos situati, situati nel tempo appunto, che noi deriviamo da gran tempo la convinzione del carattere "finito" del nostro sapere e del nostro dire, Qui si collocano dunque tutte le tradizionali questioni della metafisica che dominano tuttora ogni nostro dire e sapere. La domanda su cl che il tempo misuri solleva implicitamente lo sguardo sul nostro mo- do abituale di essere orientati, e genera perci disorienta- mento e imbarazzo. Ma noi ora, in forza del cammino compiuto, possiamo co- minciare a vedere in che pi profondamente si appunti il no- stro imbarazzo: il fatto che noi siamo. abituati a ricondur- re l'esperienza al tempo, e non il tempo all'esperienza. Noi pensiamo e riteniamo di esperire nel tempo, inteso come forma generale o condizione di tutto ci che accade; ma abbiamo poi constatato che questo tempo non che una nostra costruzione metafisica e intellettualistica, le cui strutture (le tre e- stasi del presente, del passato e del futuro cu sottoponia- mo tutto ci che accade) gi vanificano e si contraddicono non appena cerchiamo di fissarle e di definirle, Non esperiamo il dA 100 tempo (ma tutt'al pi quella misurazione pubblica cui esso in teramente alla fine si riduce) e non esperiamo nel tempo, poi ch non c' una forma dello "scorrere", interna o esterna, u- mana o divina, in cui si collocherebbero, uno dopo l'altro e uno separato assolutamente dall'altro, gli eventi dell'espe- rienza. Ma allora, che cosa sperimentiamo? E' qui che dobbia- mo tornare, e cercar di ripetere con una comprensione pi ade guata ci che gi ci si rivelato. Ci che noi sperimentiamo, abbiamo pi volte detto, un rinvio, un aver da fare. C' un aver da interpretare che proprio la stessa cosa dell'aver gi interpretato. Ci che c', nell'esperienza, dunque un segno di qualcosa da fare, cui si deve cio corrispondere. Questo che stiamo dicendo, cerchiamo per di ripeterlo in una forma pi generale e pre- gnante, Ci che c', potremmo dire, sempre un essere distan ziati: la presenza ha la natura della distanza. Non c' espe- rienza senza interpretazione, ma non c' interpretazione sen- za distanza. L'atto dell'interpretazione infatti {il qualcosa da fare} pu svolgersi solo in quanto posto a distanza. Non si interpreta ci che si , ma ci da cui si proviene e verso cui ci si dirige. D'altronde non si se non interpretazione, per cui lo stesso essere come interpretazioni, come interpre tanti", questo collocarsi nella distanza tra provenienza e destinazione, origine e destino: aver de avendo gt. Il ri- spondere corrispondente posto a distanza, poich non sl pu rispondere se non a ci che ci distante, e non si pu corri spondere se non a partire da questa distanza, Il bambino an cora nel ventre materno, fa tutt'uno col suo corpo, ma posto che sia vero che al bambino accade la rivelazione nella pre- senza del battito cardiaco della madre (se il bambino comin- cia embrionalmente a essere bambino in quanto l'avvertire di questa rivelazione), allora il suo essere gi un essere nell'orlo, un dislocarsi e un distanziarsi, un porsi nell'on- da e alla periferia del battito che accade, In quanto egli o comincia ad essere la vivente interpretazione di questo bat tito, cui risponde e corrisponde, l'avvertire del ritmo da 101 cui il suo essere sar per sempre segnato l'inizio di un cammino di separazione che fa tutt'uno con la sua nascita, Gi sta nascendo in lui una vita autonoma, una vitalit inter pretante che non quella della madre, Ed proprio in questa negazione, nella negazione determinata della sua stessa prove nienza, che egli comincia ad essere ed A, Abbiamo cos di fronte a noi una relazione originaria ed essenziale che il nodo stesso dell'esperienza e di ogni e- sperienza. Di tale relazione tratta diffusamente Immagini di verit, Qui limitiamoci a enunciarne il tratto essenziale, Non c' interpretazione, e clo esperienza, se non in virt di una relazione costituita dal medesimo da cui si proviene e dall'altro che questo medesimo stesso diventa nel momento in qui viene interpretato, Come mostra l'esempio emblematico cui ci siamo riferiti, il bambino proviene dal medesimo del suo essere e della sua carne; ma nel momento in cui egli accade come un avvertire ritmico del battere cardiaco, egli ha quel battito come estraneo, come altro da s: quel battito da cui la sua stessa vita fluisce ora si presenta come segno, clo in segno e in sembianza di altro. II medesimo in segno di al- tro il nodo dell'esperienza, ed nel contempo l'esplicazio ne di tutti i nostri apparenti enigmi: come l'aver da e l'aver gi possano essere il medesimo pur essendo diversi; co me si corrisponda solo rispondendo, cio quando non si corri- sponde affatto; come si possa essere collocati in quanto si dislocati in un punto di espulsione che gi sempre avvenuta e che ancor sempre da compiere e da avvenire, Tutto ci , nel suo cuore, la distanza di cui parliamo: distanza tra il medesimo e l'altro. Il bambino in quanto posto a distan- za: distanza dal medesimo da cui proviene che ora egli Ha {non pi ) in sembianza e in segno di altro, Egli, per cos adire, era il battito; ora ha il battito. Ma ce l'ha essendo pur sempre sull'orlo di quello: solo che ora il suo essere un aver da essere, un aver da corrispondere al battito che scandisce ritmicamente la distanza di quella risposta inter- pretante che egli . Distanza tra due nulla, si dice anche in 102 Immagini di vertt, che sono la determinazione stessa del suo essere come aver gi avendo da, orlo dai un'onda che si produ- ce in quanto si ri-produce. | Se questo nodo cruciale dell'esperienza stato compre- so, allora noi abbiamo la risposta alla domanda relativa al "che cosa" di cui il tempo sarebbe misura . La risposta semplice. e insieme complessa, che <L tempo la misura pubblica della distano za. E poich il tempo ci risultato essere essenzialmente null'altro che una misura pubblica, potremmo senz'altro e an- cor pi sinteticamente dire che il tempo la misura della di stanza. Con questa proposizione, con questa semplice formula, 1l nostro cammino ha cosi attinto la sua conclusione verace. Ma il senso di questa formula esige ora una comprensione am- pla e articolata che il vero tratto conclusivo del nostro interrogare e ricercare, Ci che sin d'ora per s1 chiarisce perch, nella ricerca, il problema del tempo sia stato asso clato a quello dell'esperienza, di cui, come si mostrato sia pur sinteticamente, costitutiva la distanza, In verit il nostro cammino non aveva alternative, poich non si pu porre il problema del tempo snza incrociare quello dell'espe rienza? ma non perch, come crede la tradizione, quello sia forma o condizione di questa, ma perch il tempo sorge entro un'esperienza pi originaria, e anzi entro l'esperienza origi naria della distanza. L'interrogare metafisico che, facendo guestione dell'essere entro l'orizzonte del tempo, oppure del tempo a partire da un essere intemporale, crede di porre le questioni fondamentali ed essenziali del pensiero, in real- t un interrogare gi pregiudicato e non originario: un in- terrogare che ha gi assegnato al pensiero il destino della ratio metafisica, inchiodata ai suoi irresolubili paradossi e infine al suo nonsenso nichilistico. Questo viluppo intellet- tualistico di oggi l'impressione al pensiero della sua fine e conclusione, cio dell'impossibilit di procedere oltre col pensiero, impossibilitato appunto a uscire dal cerchio incan- tato dell'inconcepibilit del tempo, dell'essere e della loro relazione, Di qui il carattere epigonale della riflessione 103 contemporanea, che crede illusoriamente di poter concludere assegnando al pensiero la sua fine, sia nella rassegnazione e stenuata della sua impossibilit e debolezza, sia nell'inge- nuo e prefilosofico "salto" fuori del pensiero verso immagina rie alternative "simboliche", intuitive, evocative, poetiche o chiss che altro, Alternative che rivelano solo l'incapaci- t di pensare davvero la tradizione e, pi in generale, di x pensare, oltre la tradizione, Il pensiero che si pone all'al- tezza dell'esperienza della distanza la via di questo "o1l- tre": non un "superamento", in senso "storico" oppure "epoca- le", ma un approfondimento dell'aver gi interpretato nella cui esperienza si trova il dire e l'essere di ognuno. E' appunto nel senso di questo approfondimento che noi o ra dobbiamo pensare adeguatamente quella distanza di cul il tempo misura (misura pubblica). La distanza il nucleo es- senziale dell'esperienza: ci che sempre di nuovo noi "abbia- mo" e noi "siamo", in quanto presenza vivente-interpretante. Questo essere e questo avere in presenza pu allora nominarsi come "emozione". La parola non ha qui alcuna intenzione pslco logica, non designa alcuno stato supposto interiore, a diffe- renza delle cose esterne che sarebbero "oggettive" e "indiffe renti", cio incapaci di emozioni. Tutta questa tradizionale metafisica del "sentimento" e dell'"oggetto", dell'"immagine" e della cosa", con le sue assurdit intellettualistiche e i suol panoramici pregiudizi, va tenuta rigorosamente fuori gio co. Emozione nomina invece per noi il provenire {alla presen- za) ex motu, l'esser mossi e commossi, l'aesser tratti, come si disse pi volte, a qualcosa da fare. E' questo esser trat- ti il permanere del senso sul quale ci interrogammo all'ini- zio del cammino, senza poter allora pervenire a soluzione, Il senso che sempre accade pi propriamente un'emozione, cio, nel senso pi generale, un essere at-tratti., Il presente, nel ia sua natura di segno o di analogon, segno di un senso da attingere, di una soddisfazione sperata, di un satis facere come corrispondenza futura. E nel contempo segna di un aver gi soddisfatto, di un esser gia stati tratti da ci stesso 104 che ci attrae. E' cos che nol, provenendo dal medesimo, lo abbiamo sempre nella figura dell'altro. Il battito del cuore materno, si diceva, il medesimo da culi proviene il bambino; ma non appena egli ha ed questa provenienza, cio non appe- na questa provenienza lo e-moziona, lo muove e lo at*-trae, e- gli ce l'ha come l'altro, Sicch da ora per sempre la madre & il sue altro, l'altro della sua stessit, della sua medesi- mezza. In questa relazione originaria di medesimezza e alterit sta celato il segreto della presenza, dell'analogon e del se gno in quanto natura propria di ogni presenza? presenza che ha cos i caratteri dell'emozione, come permanere ripresentan tesi del senso e di ogni senso. In ogni emozione, Si potrebbe dire, si manifesta il medesimo incanto, La parola incanta svolge una funzione essenziale nelle conclusioni di Immagini di vertt, alle quali rimandiamo per una comprensione ampia e approfondita del termine. Qui possiamo lasciarlo affidato a una comprensione pi generica e immediata, sufficiente ai no- stri scopi. Incanto della provenienza e della destinazione che si congiungono e si appuntano nell'emozione presente. Ma come attrae l'emozione presente? Ecco il punto che ora inte- ressa, | Gi lo sappiamo: ci che si presenta ha la natura del ri mando e del segno, sta al posto di e invia a, chiede un fare e pi in generale un'interpretazione. Ci che nell'emozione si presenta e attrae ha dunque, come gi ci capitato di di- re, la natura dell'analogon. Ma che vuol dire "analogon"? Pla tone usa questo termine quando vuol significare che 41l sole un analogon, cio un'immagine, dell'idea del Bene, A nostra volta, e non senza malizia, noi abbiamo parlato del sole come analogon del tempo, Ma dove allora siamo tratti? Indagando la distanza come cuore dell'esperienza e termine di riferimento di ogni misura del tempo slamo forse tratti sulla via delle idee di Platone, cio della metafisica pi tradizionale e an- zi della metafisica per antonomasia? Se cosii stanno le cose, noi allora stiamo dicendo che 105 l'emozione un dare per analoga e per immagini ci che sta al di l dell'esperienza e che nell'esperienza atessa non & attingibile. C' per esempio un'attrazione d'amore del bambi- no per il volto materno; ma questo volto non che una transe unte e imperfetta incarnazione dell'amore materno in s, e pi in generale dell'Amore con la maiuscola: l'amor che muove il sole e l'altre stelle, Cos pure, accade l'emozione amoro- Sa Verso qa, poi verso db, voi ancora verso e, nel succedersi con sumarsi delle comuni storie d'amore, dove a, d, e non sono che incarnazioni provvisorie e imperfette dell'eros niversa- le, copie trascurabili di un modello wvitrasensibile che non sta e non pu stare nell'esperienza se non in forma di analo- gia, di immagine e mera somiglianza. Immagini "corporee" s0g- gette alla caducit del tempo, e perci transeunti e imperfet te, ma nondimeno illuminate dalla presenza eterna e intempora le del modello o dell'idea: luce divina che nell'esperienza traluce adombrata deforme. Se questo che stiamo dicendo, allora tutte le tradizionali questioni e immagini del tempo Si ripropongono con 1 loro paradossi; e il pensiero di nuovo pensa nichilisticamente l'esperienza, come caducit di un'emo zione, di un amore malsano che si rivolge illusoriamente alle ombre, anzich dirigersi all'eterno disincarnato del "mondo dietro il mondo". Ma & questo che stiamo dicendo? Non questo che stiamo dicendo, e tuttavia nel nostro dire si annidano oscurit e, pi esattamente, due gravi frain tendimenti che ora necessario denunciare e comprendere, af- finch 11 senso della proposizione ch ci guida (11 tempo misura della distanza) possa attingere la sua espressione ve- ritativa. Misuriamoci anzitutto col primo e, a suo modo, pi banale di questi due fraintendimenti. Ogni emozione presente, ogni analogon, un interpretare avendo interpretato. L'attrazione amorosa verso a lo non di versamente da quella verso b e verso <; e dobbiamo aggiungere (poich qia lo abbiamo compreso) che ogni emozione relnterpre ta le emozioni precedenti dandosele come nuovo passato di un nuovo futuro. L'emozione verso a, per esempio, pu essere in- 106 terpretata come un grande amore, ma poi, incontrando , esser ridotta a infatuazione giovanile: Invece il vero amore, e cos via. L'incanto stesso dell'emozione amorosa si interpre- ta cos attraverso i suoi analoga, cio attraverso i suol se- gni. Potremmo dire che l'incanto viene incontro in sembianza di a, di b, di e ecc. Ci che stiamo cos dicendo non signifi ca per: c' l'incanto, e poi l'incanto, come un abile qioco- liere e trasformista, prende la maschera di a, di b e cos via, Questo appunto ci che pensa il platonismo perenne {o anche il neoplatonismo perenne) della nostra cultura. Laura una maschera e un vestigio" della bellezza eterna e il pove- ro Petrarca non pu che restarne abbagliato e ingannato, L'a- more soprasensibile ha preso le sembianze di Laura e questo simulacro, che illude e delude, che svia le fragili emozioni umane e alla fine le punisce con il ghigno della vecchiaia e della morte, reca si nel mondo un cenno della vera bellezza e del vero amore, ma a questo cenno sl pu davvero corrisponde- re solo facendo ci che Petrarca era impossibilitato a fare: cio mettendo Laura alla porta (come il suo Sant'Agostino ave va saputo fare con Monica) e vestendo il saio della rinuncia e del pentimento. Petrarca invece resta li indeciso, Laura in una mano, Sant'Agostino nell'altra, senza mai veramente risol versi tra i due: egli troppo innamorato del mondo per poter vi rinunciare, pur sapendo che il mondo non che ombra, Dol- vere e cenere. Cerchiamo di cogliere il carattere metafisico di questo modo di interpretare l'esperienza con l'aiuto di un altro e- sempio. Non c' solo, ovviamente, l'emozione amorosa; con la parola emozione noi ci riferiamo ad ogni incontro di mondo: come sappiamo, la parola emozione non designa qui la proprie t di una supposta sostanza che avrebbe emozioni di contro a un mondo di cose oggettive, Non che ci siano da una parte 11 sole, la luna, le stelle, le facce delle persone e poi, da un'altra parte, qualcuno che, rispecchiando tali cose, sl emozioni, Il senso di mondo, delle sue cose e del cosiddetti soggetti che rispecchiandole si emozionerebbero, come fenome 107 no "intimistico" e "psicologico", tutto ci una costruzione descrittiva intellettualistica che si viene determinando en- tro l'emozione {nel nostro senso originario) e che non pre- supposto dell'emozione. Tra i modi quindi dell'accadere e del l'emozione possiamo ad esempio riferirci all'apparizione del- la luce (metafora antichissima, e non a caso, del pensare me- tafisico): la rivelazione della luce attrae, muove, stimola alla risposta che corrisnvonde. Ma che significa qui "luce"? Invero nessuno fa esperienza della "luce" {cos come, del tut to analogamente, nessuno fa esperienza del "tempo"), cio del la luce ste et simpliciter, e nessuno ovviamente nemmeno si imbatte, nell'esperienza, nella teoria corpuscolare o ondula- toria della luce, Non la luce che ci attrae, ci muove e ci emoziona, ma piuttosto una determinata luminosit, che possia mo esemplificare, in modo semplice e tanto ner intenderci, con un riferimento alle determinazioni di colore. Non la luce dunque, ma questo rosso, questo azzurro ecc, Tuttavia, anche il rosso, l'azzurro, 11 bianco, il nero non si incontrano ste et stmpliciter: il bianco della neve, e anzi proprio di que sta neve, il nero dello sguardo, e anzi proprio di questo sguardo, ci che ci muove e commuove, Luci e colori fanno cor po con determinati incontri dell'esperienza, sicch la luce come tale non un'emozione originaria. Essa lo nei suol a- naloga, dai quali peraltro non pu mai essere staccata e divi sa: non si incontra il nero distinto dallo sguardo; si incon- tra invece questo sguardo nero. E cos non si illuminati dalla luce, ma da questo lampeggiare dello sguardo, da ogni altro lampeggiare determinato del mondo. Ma da dove allora questa emozione della luce, che accade nell'esnerienza, proviene? Noi possiamo bens immaginare meta fisicamente che essa provenga come riflesso di una luce ultra sensibile che starebbe dietro a ogni vibrazione sensibile del colore del mondo, e che in ogni colore si dA a vedere e insie me si nasconde, si rivela e si traveste; ma questa appunto una spiegazione immaginaria, una fantasia dell' intelletto, che non sta, non sa di non stare, o si rifiuta di stare per suol 108 motivi ideologici e cio, di nuovo, intellettualistici, all'e sperienza, Se noi stlamo all'esperienza e la guardiamo col co raggio del pensare genuino che non inventa favole e spiegazio ni del mondo, ma accoglie 11 mondo cos come di fatto e gi da sempre lo accoglie (checch ne immagini poi), altra cosa dobbiamo dire. Ogni determinata rivelazione della luce, nel suo far chiaro e risplendere, proviene, e non pu che proveni re, dall'oscurit. Non da una luce pi luce di quella del so=: le, da una supposta luce "pura" che al di la di ogni colore , 2 di ogni determinazione; non da un eterno pi eterno dell'i- stante caduco del tempo; ma piuttosto dal nuZla di tutto ci. La provenienza che si mette in luce e che si fa luce nel se- gno o nell'analogon rinvia a un momento in cul mulZia accade. Nessuna luce pura, nessun sole ultrasensibile, nessun Dio [al tri sono i luoghi degli Del) presiede all'emozione che origi- nariamente accade nell'esperienza. Nell'esperienza pi sempli cemente (sebbene pensarlo non sia semplice, essendo il pensie ro facilmente sviato dai suoi sogni ideologici e intellettua- liatici) si manifesta l'analogon di:nulla;: nulla che quella stessit e medesimezza in cui la risposta che corrisponde an- cora non si stacca dallo sfondo, ancora non si distingue dal- l'incanto che attrae, sicch n l'una (la risposta) n l'al- tro (l'incanto) ancora propriamente ci sono, Quando per esem- pio parliamo della stessit del bambino che si rivela sola nella forma della differenza (della madre come suo altro}, non stiamo dicendo che "prima" il bambino e la madre erano il medesimo o lo stesso: questa una descrizione da ginecologo, non da filosofo. Per l'emozione come esperienza concreta non c' un "prima", non c' "qualcosa", che poi si maschera, 8i traveste e si da a vedere in sembianza. L'emozione semplice- mente sorge dalla medesimezza del nulla ed perci emozione di nulla, D'altra parte, l'emozione che proviene dal medesimo lin sembianza d'altro) ha ancora 11 medesimo davanti a s. Essa trascorre per i suoi analoga nel suo aver da corrispondere, che nondimeno pur sempre un rispondere. La risposta infatti 109 ha sempre di nuovo la corrispondenza, la stessit, nel nulla, - L'esperienza ha i suoi analoga, e oltre a questi nulla, Il bambino insegue la madre attraverso i suoi segni: il battito del cuore, lo sguardo, il sorriso; egli cos risponde al suo se stesso in sembianza d'altro. La risposta mira alla corri- spondenza con quel medesimo che il nulla dell'origine e clie tramite l'analogon o il segno, gli diviene il nulla della de- stinazione. Mai il bambino potr raggiungere la madre; questa unit (che non mai "stata") posta nel nulla. Ma ci appurn to significa che il bambino "" e "ha" una madre: egli la vivente e interpretante esperienza della distanza in cui l'u- nico modo di corrispondere consiste nel rispondere, cio nel riconoscere ci che da conoscere essendo posti a distanza. Ma che sl vuol dire con questo "nulla" che pertiene alla provenienza e alla destinazione, cio con questi due nulla, i dentici e diversi, che con-tengono e com-prendono l'esperien- za e ogni esperienza? Forse che qui "nulla" da pensare uqua le a "niente"? Proprio il contrario, Se niente il non-ente, la negazione di ogni ente ed esperienza determinati, il nulla proprio ci che determina l'ente e che lo rende quell'ente che . Il nulla cid che orla la risposta, come questo deter minato interpretare di mondo. E' il nulla che de-finisce l'es sere determinato di ogni risposta, E perch la stessit ma- dre-bambino nel nulla che pu sorgere questa esperienza de- terminata che il sorriso e la risposta al sorriso, questo determinato corrispondersi rispondendo che la relazione ma- dre-bambino, Il sorriso determina nella forma dell'analogon e del sagno la corrispondenza che nel nulla, La risposta de- termina la natura di quel nulla e il nulla, accadendo {in for ma di risposta) come distanza irrecuperabile e irraggiungibi- le, a sua volta orla e determina quella risposta, rendendola a suo modo compiuta, perfetta, mancante di nulla, appunto. La risposta ha cos il nulla in figura, 0 in sembianza, di a, di b, di e, cio nelle interpretazioni determinate dei suoi ana- loga, oltre i quali non sta alcun modello ultrasensibile. Ri- spondendo al sorriso il bambino non risponde all'amor materno 110 in s; egli non proviene e non si dirige verso la Madre, di cui la sua sarebbe un'imperfetta e transeunte incarnazione. Non c' per lui altro esser madre da quello che si rivela in quel determinato sorriso. Si potrebbe anche dire: perch la Madre nel nulla che si di quel determinato amor materno, O- gni risposta cos una parte in s perfetta, ovvero simboli- ca o symballica (da saymballein: porre insieme, unire}, come si spiega in Immagini di verit. La parte perfetta perch il tutto di cui segno e analogon nel nulla, non si d n pu darsi all'esperinza, Il "tutto" un'immagine intellet- tualistica e panoramica, l'alienazione filosofica del concet- to intellettualisticamente concepito. Analogamente si potrebbe dire: non c' 11 "mondo", come totalit dell'accadere. Ci che chiamiamo "mondo" sempre in contrato in esperienze determinate e finite, e perci perfet- te nella loro natura simbolica. Gli uomini del deserto non s0 no gli uomini della montagna, e questi non sono gli uomini della marina; per ognuna di queste umanit diversamente si da la luce, diversamente si danno i colori e con essi diversamen te si rivela il cielo e la terra, diversi sono gli incontri tra gli uomini e le donne, i bambini e gli adulti. Non c' un *morido" che contiene tutte queste esperienze: tale mondo so lo una fantasia pubblica del concetto. Nell'esperienza concere ta c' il mondo degli uomini del deserto (o quello degli uomi ni della montagna, ecc.} perfettamente definito dalla loro partecipazione proveniente che nel nulla e che si manifesta come rinvio: rinvio cui manca nulla e tuttavia distanza e ri- sposta che rinvia all'aver da interpretare e che cos con-si ste. E' il nulla, insomma, il cuore della distanza, & 11 nul- la il perno, il bilico cruciale dell'esperienza; poich si e- sperisce il segno, si esperisce l'analogon, e oltre questo nulla, Ci non significa: l'analogon e poi, ahinoi, pi nien- te, Cos intende e pensa una mente neoplatonicamente atteggia .ta, che sovrappone le sue fantasie pubbliche (la totalit per fetta, l'eros verace e disincarnato ecc.) alla concreta espe- rienza. E' proprio il nulla, -in senso mositivo, la condizione i 111 di ogni manifestarsi determinato; proprio perch il rinvio attinge nulla, vroviene e si rivolge a nulla, che la risposta , ed quella risposta che . Ma del nulla, come si visto, si deve noi parlare in due sensi: c' il nulla della provenienza e c' il nulla del la destinazione, ed tra questa "impercettibile differenza" tra due nulla {come si dice in Immagini dit verit) che gioca e si snoda l'esperienza. Sempre seguendo le indicazioni di Im magini di verit, potremmo allora parlare di un nulla simboli . co e di un nulla segnico, Il primo il prodursi stesso della distanza; la distanza ac-cade e la stessit dell'origine (che mai ci ) cade nel nulla, Il nulla orla qui l'evento della ri sposta definendola come quella parte perfetta (mancante di nulla) che essa , Accade il sorriso che il modo in cui la stessit ci , per il bambino; la stessit nel sorriso, ovve ro "simbolicamente" a distanza. Ma, in secondo luogo, questo esserci una interpretazione, un modo di riferirsi alla stes sit tramite un analogon o un segno, Ci che si produce as- sunto come segno del medesimo, Io che provengo dal sorriso ri spondo, ponendo cos nel sorriso l'altro, cui corrispondo. Ma l'altro a sua volta nulla, oltre il sorriso: stessit irrag giungibile. Questi due momenti sono poi un medesimo accadere. Il momento simbolico non altra cosa dal momento segnico. Il momento simbolico non che il prodursi e l'accadere del mo- mento segnico, dell'interpretazione, della risposta all'altro provenendo dal medesimo; sicch, come sappiamo, si ha gta il medesimo solo avendo da corrispondergli, E' cos che noi sem- pre, per esempio, ci intendiamo, fraintendendoci. L'amica o l'amico ritrovato non l'ha detto, in quel' breve a imprevisto tolloquio, ma io so che, uno di questi giorni, mi telefoner; lo so perch le nostre risposte di parole e di sguardi si so- no corrisposte, si sono comprese in una stessit di desideri e di incanti, E tuttavia potrei ingannarmi, perch nell'incol mabile distanza di ogni risposta (donde deriva d'altronde 0- gni sua perfezione e incanto) la corrispondenza nel nulla, in quel nulla in cui essa deve restare e non pu non restare, 412 perch io ne abbia l'emozione e i@'analogon nel segno definito di ogni risposta. Vi cos una doppia misura della distanza: l'analogon, il segno, si produce nella distanza come segno della distan- za. Tutta la differenza sta fra quel "nella" e quel "della". E' nella distanza che si produce il segno, perch solo per la distanza qualcosa "altro"; ma questo segno, di che segno se non della distanza stessa? Non segno d'altro, poich non c' nulla oltre; ovvero: c' nulla, Ci che si produce nella distanza come segno della distanza cos segno di nulla, del la fessura che genera il symbolon e lo fa accadere come se- gno. Sicch ogni analogon, pur essendo segno di, un essere vi carlo che sta al posto d'altro, nel contempo "sentinella del nulla", come diceva Heidegger - e diceva bene quando dice va cos. Ogni analogon ha in s un doppio movimento ritmico: prodursi della distanza come segno della distanza che ha nul- la oltre s (e prima di s), E' cos che l'analogon e-moziona e at-trae, nel nulla. Ogni risposta ha dunque 11 nulla "in figura" e in sem- bianza". Il svo incanto determinato pensa l'esperienza e la interpreta nel modo pi lontano dalla platonica incarnazione dell'idea e dallo sguardo panoramico della tradizione metafi- sica. 10, IL "TUTTO" E L'"OGNI" Siamo cos venuti a capo del cosiddetto primo fraintendi mento. Ma ora dobbiamo misurarci col secondo, che ben altri menti arduo e inquietante, Esso infatti non contiene propria- mente qualcosa il cui senso, in s corretto, pu capitare che non venga inteso, e che si trovi occaslonalmente stravolto dalle vecchie e inveterate abitudini del pensiero, soggiogato suo malgrado dalla tradizione metafisica; il secondo frainten dimento porta invece con s qualcosa che finora non stato pensato e che necessario che venga sollecitato davanti a noi e finalmente affrontato e compreso. Questo impensato (ag- giungo fra parentesi) bussa alla porta del mio cammino di pen siero sin dal 1981, quando nel corso di lezioni di quell'anno fu preso a tema il problema dell'evento, lasciando tuttavia in sospeso la questione del tempo. E' facile ora vedere come quel tenere in sospeso fosse del tutto inaccettabile e inap- propriato, giustificato solo, soggettivamente, dalla incapaci t di orientarsi nella questione del tempo, dalla mancanza cio di una via che fosse in grado di condurre a essa in modo produttivo. Afferriamo dapprima il problema sul filo di un esempio gi utilizzato. Accade l'emozione amorosa nel segno, o in sem bianza, di a, poi di , pol di c. L'incanto si interpreta at- traverso i suoi analoga e tale incanto in s nulla, cio in s niente, fuori dell'interpretazione di a, di b {che si as segna a come suo passato), di ec (che si assegna a e come suoi passati) e cos via, in un aver da essere che sempre compiutamente quel che o che accade, Tutto ci ora chia- 7 114 ro. Senonch, esprimendoci {e pensando) in questo modo, noi stiamo dicendo che l'evento della distanza nel contempo una successione di eventi: a, "e poi" (come ci troviamo costretti a dire) 6, "e poi" a ecc. Noi ci figuriamo cos una lineare comparsa di analoga, di interpretazioni; e nel figurarci in questo modo noi [o meglio io} abbiamo compiuto il peccato e i'errore capitale, rispetto alla ricerca che stiamo conducen- do, Abbiamo infatti applicato all'evento della distanza, pro-. prio all'originaria dimensione simbolica dell'incanto, le mo- dalit temporali pubbliche, l'immagine del senso comune rife- rita al tempo come uno scorrere successivo di istanti, con tutte le assurdit che si sono a suo tempo rilevate. Noi cos pensiamo il prodursi originario della distanza sotto il profi lo del tempo pubblico e del suo "scorrere". A parte l'incon- qruenza e l'impercorribilit di tale via, gi di per s steri le a causa dei paradossi che accompagnano la concezione comune d@el tempo, non dovevamo noi procedere esattamente al contra- rio? non dovevamo cio, pensando il tempo come misura della distanza, mostrare come il tempo stesso scaturisca dalla di- stanza, cio dal momento sorgivo dell'esperienza? Noi invece gi utilizziamo ll tempo per chiarire e per pensare la distan za, Sicch la nostra ricerca, partita dalla domanda su che co sa sia il tempo e trovatasl poi, per ragioni essenziali, a fa re i conti con la distanza, cora, nel suo punto cruciale, pre- suppone proprio ci che dovrebbe splegare, cio il tempo come ci che qui massimamente inquisito, E' chiaro peraltro che qui noi ci scontriamo anche con le difficolt essenziali del linguaggio. Gi la parola "even- to" ha in s una carica temporale irriducibile, sicch noi non possiamo nominare l'evento della distanza senza con ci aver gi nominato il tempo. Ma pl in generale poi, tutta la lingua 8 intramata col tempo e ci che essa dice lo dice in modo irrimedlabilmente temporale. A suo modo De Saussure ce ne aveva ben avvertiti: la parola e il tempo sono intreccia- ti, aveva detto; e noi, pur restando valide tutte le nostre critiche al modo di pensare di De Saussure, avremmo fatto me- 115 glio a prendere pi sul serio la sua acuta osservazione, Non avendolo fatto, ora in certo modo ne paghiamo lo scotto, D'altra parte anche Heidegger ha parlato di difficolt di linguaggio, quando ha cercato di pensare l'essere nell'o- rizzonte del tempo, e a queate difficolt egli ha attribuito il motivo della incompiutezza della sua opera principale, Sein und Zeit, Pensare l'essere a partire dal tempo, oppure 11 tempo a partire dall'essere, come fa Platone nel Timeo (il due casi sono un po' l'emblematico alfa ed omega del pensiero occidentale) conduce la parola pensante al silenzio, Su que- sto limite la metafisica si arresta e rivela la propria infon datezza e il proprio destino nichilistico, Rispetto a questo smacco, tuttavia, noi ora qualcosa di nostro sappiamo, proprio in forza della soluzione del primo paradosso. Dietro gli analoga la metafisica ha posto un'essen za comune, l'ouata {il mondo soprasensibile dietro il mondo sensibile). Io vedo 1 vari cavalli, a, , e, non la pura es- senza di essl; essa traluce attraverso gli analoga, vi si ma- nifesta e insieme vi si nasconde. E ancora Heidegger, quando nomina l'Fretgnia, l'evento, questa parola a suo dire "singo- lare", estranea ad ogni "langue", preso da questo medesimo movimento. E' ancora la vecchia canzone quella che dice: l'es sere, l'essere in totalit, si d come questo ente e pol come quello, cio nell'ente l'essere si nasconde nel momento stes- so in cui si manifesta. Con la differenza, certo non seconda- ria poich conduce la metafisica al suo redde rationenm, che l'ousta era pensata come fondamento e principio di senso, men tre l'essere, l'Fretgnis, heideggeriano mostrato come man- canza di senso e di fondamento, e perci come l'impensabile e l'innominabile di ci che destinalmente si sottrae attraverso ci che si manifesta. Ma noi abbiamo da temno detto addio a questo concetto pubblico" dell'essere in totalit: perfetta per noi la parte, il symbolon, l'evenire determinato dell'e sperienza nella sua peculiare finitudine {l'ente, si dice in Immagini di verit, e non l'essere, il "trascendens puro e semplice"). Non dall'essere noi muoviamo, ma dalla rivelazio- ne del nulla della distanza come fulcro dell'esperienza, Nul- la che rende perfetta, mancante di nulla, la presenza, ovve- rossia proprio la parola, l'analogon e il segno, Sicech il se gno e la parola vengono pensati come segni di nulla, come gi a suo modo Heidegger intuiva, poich il suo pensiero era cer- tamente su questa strada. Non per sino al punto di pensare la radicale identit del nulla e del segno, di cui il nulla l'orlo, la fessura simbolica (symballica): identit del nulla col segno cos determinato com' in questa definita esperlen- za, resa appunto tale dal nulla. Per Heldegger invece il nul- la ha pur sempre il senso "misterioso" dell'essere che si sot trae, che non si da a vedere e che non pu darsi a vedere, noich 11 vedere esige figure, analoga, e questi non sono ci che , ci che "fa essere", ci che "dona" la presenza e il segno della presenza. Ma, di nuovo, di tutti questi immagi nari e panoramici "donatort" noi ci siamo liberati; e se il segno, come ci che vicario e che invia, un messaggero, un angelos, per noi i segni sono messaggeri di nulla; dietro di essi non c' il signore degli angeli; c' la distanza e il nulla della distanza. E' da questa raggiunta consapevolezza che dobbiamo partire per affrontare anche la seconda difficol ti. Essa gi implicita nelia prima: ci sono gli analoga, a, b, e, ma dietro loro nulla, non un'essenza unitaria; e il nul la non un "che" di panoramico che stia identicamente dietro ad a, b, e: il nulla di a, il nulla fi db, 11 nulla di e. Ma come si pone allora questa pluralit di determinazioni? Noi non possiamo far altro, sembra, che pensarle come la tradizio ne ha pensato la pluralit delle affezioni o delle rappresen- tazioni, cio come determinazioni "successive" della forma del tempo. E qui, come gi dice, casca l'asino - che poi sarel : ko. Riprendiamo allora da capo. Quando noi parliamo di even- to della distanza non possiamo certo voler dire che, nella di stanza, gli eventi si susseguono secondo ia linearit del tem. po comune. Ma a che intende allora il nostro dire? Evento dei la distanza intende per noi l'evento del nulla, e anzi, per 117 dir cos, di due nulla: nulla di provenienza e nulla di desti nazione; tra questi due orli di nulla che l'evento accade. Ma l'evento della distanza e l'evento del nulla , ugualmen- te, l'evento di un segno, di un analogon, di un determinato rispondere e corrispondere, L'evento del segno il diverso, l'"altro", rispetto all'eguaglianza dei due nulla (della pro* venienza e della destinazione).! Sicch per (1 segno che lo posso distinguere una provenienza e una destinazione, e quin- di scandire ed esibire la distanza; il che significa che que- sta distinzione per s indistinguibile. I due nulla, infat- ti, sono l'identico, la medesimezza de) segno (la "madre" co- me origine mai avuta e come destino mai attinto). Tra i due nulla, si dice in Immagini di verit, vi un'impercettibile differenza. La differenza, cio, percettibile nel segno (questo appunto "" il segno) e impercettibile, ovvlamente, nel nulla, che per la medesimezza senza la quale nessuna differenza sarebbe pensabile, o pi semplicemente sarebbe... E allora: come si deve intendere 1l'accadere dell'evento? come accade l'emozione a, , e, ecc.? Ora dovrebbe risultarci chiaro che non possiamo pretendere di dare ma sola e sempli- ce risposta alla domanda, perch la domanda contiene un senso duplice e noi dobbiamo per cos dire osservarla, non con un occhio solo, ma contemporaneamente e distintamente con tutti & due; due sono infatti le facce della medesima questione. Noi dobbiamo avere, per dirla in fretta, un occhio all'evento e un occhio al segno fall'interpretazione e ai suoi analoga), un occhio rivolto alla distanza simbolica e un occhio rivolto alla distanza segnica. Pur sapendo peraltro che la visione complessiva e corretta binoculare: non la stessa cosa se con una mano Mi copro un occhio, 0 se guardo con tutti e due, Ora, chi dice che l'emozione a, , e sono una successione di eventi o di emozioni? Chi interpreta testardamente in questo modo ogni presenza e ogni cosa che. diciamo della presenza, im plicitamente sollevando subito la domanda relativa al "quan- do" e al "dove"? Chi quarda con questa ottica e pu vedere s0 lo in questa prospettiva e in forza delle sue coordinate? Chi 118 cos pensa, parla e si esprime l'occhio del segno e dell'in terpretazione, E' questo l'occhio che pu avere in presenza solo come esser dopo a, secondo quanto gi si era notato al- l'inizio del nostro cammino (ed naturalmente di essenziale importanza che il problema 8i ripresenti proprio ora, nel mo- mento in cui siamo impegnati a pervenire alla conclusione cir ca la questione del tempo), Cio pu avere b solo avendo gi interpretato. E' Iui che misura questo aver gia, assegnando- gli un esser dopo. Ma l'altro occhio intanto che sta facendo? Anzitutto non che esso guardi, per cos dire, da un'altra parte, Questa sarebbe una fllosofia strabica., Esso guarda la medesima emo- zione, la stessa risposta segnica e interpretante, Ma la guar da nel suo puro accadere, o in quanto accade, Esso quarda l'accadere della distanza che accade nell'aver gi interpreta to e nell'esser dopo di ogni interpretazione; cio guarda quel nulla, quell'accadere di nulla che la provenienza: l'incanto di quel bilico essenziale e fatale in cui la rispo- sta (per esempio la risposta al battere del cuore) si staglia da uno sfondo di niente, di non presenza, per protendersi in una presenza orlata dal fandersi della fessura di nulla, Nul- la che, lo sappiamo, non uguale a niente: non che un cc- chio veda qualcosa e l'altro non veda niente: questa sarebbe una filosofia sguercia, Quindi l'occhio simbolico guarda l'a- vento che accade, il quale poi non altro da quella interpre tazione determinata che distende l'evento nel prima e nel poi, nel quando e nel dove, cos come l'evento vista dal- l'occhio segnico, Lo spettacolo del primo occhio e del secon- do esattamente il medesimo, Ma dov' allora la differenza? si potrebbe chiedere, o potrebbe venir fatto di chiedere. E qui possibile una sola risposta, la cui virt esplicativa risiede unicamente nella nostra capacit di sostare presso di essa e di "pensarla", appropriandoci del suo spazio di manife stazione, in quanto esso sorregge il suo "gire" e lo rende possibile. La risposta la seguente: per quanto concerne la differenza, al dire del secondo occhio che bisogna sempre - e 1 119 riferirsi, perch appunto questo secondo occhio, interpreta tivo e segnico, che pu e deve dire le differenze, il signifi cato determinato dell'aver gi, in figura di a, di bd ecc, Il primo occhio non competente in significati; caso mai potrem mo dire che esso competente in sensi {nel senso dell'incan= - to, della e-mozione che ac-cade e in quanto accade); esso guarda lo spazio della visione che si apre, fa luogo dislocan do (dal niente) e collocando nel nulla della fessura che orla e definisce. Esso fa accadere quello spazio di provenienza di destinazione che sono, per lui, il medesimo nulla, e per l'altro occhio un'interpretazione determinata della provenien za e del destino misurata in analoga e segni, Siech l'occhio simbolico fa accadere esattamente cid che l'occhio segnico di ce che accade, E tuttavia i loro "sensi" son diversi, poich l'occhio simbolico vede l'accaduto come un evento, per dir co s, "monodico", come stessit del nulla che accade, mentre l'altro occhio distende l'accaduto in una "polifonia" tempora le.Ora dobbiamo tener ferma questa pura differenza (nella stessit del nulla), in attesa di esaminarla in seguito pi da vicino e in modo pi analitico, Sin d'ora per due osservazioni si rendono possibili. Se un occhio distende gli eventi nella prospettiva del tempo (es ser dopo, aver gi, aver da), l'altro ccchio nel contempo rac chiude questa prospettiva nel suo nulla circolare; sicch ogni emozione determinata contiene in s la totalit del sen- so del tempo. In ogni evento, potremmo dire, c' tutto il tem po: tutto il passato, tutto il presente e tutto il futuro, e oltre a ci nulla. Oppure potremmo anche dire: non c' evento in cui non stia tutto il tempo, poich ci che noi chiamiamo "tutto il tempo" non che la traduzione interpretativa del- l'occhio segnico di cui il primo occhio, quello simbolico, l'accadere, Nello sguardo di quest'ultimo sta tutto il tempo, tutto 11 possibile tempo, ma nella, figura di un tempo determi nato, che poi l'unico modo in cul qualcosa, infatti, pu "stare". Naturalmente, quando noi diciamo "in ogni evento sta tutto il tempo", l'espressione "ogni" evento ripropone quella serialit temporale, secondo il senso comune, che gi abbiamo dichiarato inadeguata ad esprimere ci che qui vien tentato di dire, Il secondo occhio, l'occhio interpretativo, ha gi inserito la sua prospettiva, la sua traduzione serlalizzante, appiattendo in un'unica direzione il senso del voler dire. Questo peraltro nen un difetto del dire, ma ci che appunto deve accadere, DI tutto ci avremo pi avanti una comprenszio- ne pi approfondita, Per ora accontentiamoci di osservare la contemporanea presenza di tutto il tempo possibile in ogni. tempo determinato. Quel tempo che l'occhio segnico immagina disteso in sconfinate infinit cosmico-pubbliche, l'occhio simbolico lo vede invece accadere tutto insieme, nell'evento monodicoe del suo orlo di nulla, La seconda osservazione pu, a suo modo, riprendere, da un punto di vista pi generale, la questione del "tutto" e dell'"ogni" che qui emersa. Per ssempio possiamo osservare che tutta l'emozione in ogni emozione, L'emozione origina- ria infatti , per usare un'espressione di Peirce, una diffe- renza interna, cio un provenire dal medesimo. Ogni emozione determinata {emozione di questo o dr quello) presuppone ed e- Bige una differenza fra la risposta e-mozionata, emotiva, il polo "oggettivo" di tale risposta, Per esempio, il bambino risponde al sorriso della madre. Ma la provenienza originaria Al tale differenza non pu concepirs come un rinvio lnfinito ad altra e poi altra differenza, Questo sarebbe un modo di non concepire affatto l'evento dell'emozione, ma semplicemen- te di assumerlo cos come di fatto nell'esperienza si d, La provenienza di quella differenza che ogni emozione e ogni ri- sposta emotiva incarna nor pu quindi che concepirsi come pro venienza dal medesimo, Il bambino che risponde al sorriso co- me risposta determinata e incarnata dunque una provenienza interna del sorriso medesimo, come Zo stesso che si decentra e si disloca. Gli esseri umani sono accolti nel sorriso e re- si in tal modo sorridenti, esseri umani capaci, a differenza di qualsiasi altro vivente, di rispondere e di corrispondere al sorriso. Il bambino cos colui che corrisponde perch 121 gli si apre e gli si rivela il sorriso, e lui stesso si apre come risposta sorridente, essendo il suo essere e rispondere originariamente e letteralmente me! sorriso e fatto di sorri- si, Questo per non significa (e noi lo sappiamo bene) che ci sia wa realta originaria che ! sorriso, e poi tante real t derivate e minori che sono i singoli sorrisi con le relati ve emozioni. L'emozione del sorriso (nel duplice senso sogget tivo e oggettivo del genitivo) c' sempre e soltanto "in figu ra" ; cio in una determinata risposta in cui compare la diffe renza, la differenza di una stessit di origine che non si da nell'esperienza, se non appunto come gi differenziata e dif- ferita, ovvero come analogon, segno e interpretazione. In altre parole, stiamo dicendo che l'emozione accade sempre nella distanza (dalla stessit originaria), orlata dal nulla di questa stessit, Ogni distanza quella distanza che , caratterizzata dalla natura determinatamente emotiva della risposta (risposta al sorriso, oppure risposta che avverte il battere del cuore ecc.). Ma insieme "" in quanto la distan za dal medesimo della provenienza, che l'accadere come rispo- sta determinata eguaglia a nulla; sicch il medesimo evento l'accadere del nulla, e dal nulla, della provenienza e l'acca dere di questo determinato analogon e segno di risposta; mede simezza dell'evento che ha in s sia il tutto della distanza (di nulla), sia l'ogni di ogni distanza (determinata).}La dif ! ferenza e il suo nulla stanno insieme e coincidono proprio co me il segno e il suo orlo simbolico, che semplicemente l'e- motivit della risposta segnica, l'aver gi e l'aver da. ! Questa emozione peraltro non ha solo il senso della pro- venienza, ma anche quello della destinazione {aver-da}, poi- ch il nulla simbolico che orla il segno e lo da come "altro", come "differenza", accade appunto in due sensi o in due nul- la. Che per sono ancora, come sappiamo, 11 medesimo, Il nul- la della provenienza si d come segno dell'altro {il nulla del sorriso, come medesimezza dell'accadere della mia rispo- sta al sorriso, si da come sorriso dell'altro, cui ho da cor- rispondere), cio si d come destinazione, ovvero, come dice 122 si a, 11 linguaggio filosofico, come "oggetto". La madre diviene l'oggetto del bambino, oggetto che egli insegue attraverso i segni e le risposte e che mai pu raggiungere, poich il me desimo nulla della provenienza! Ogni risposta risponde allo stesso in figura d'altro, sicch l'intera esperienza si d, per dir cos, nel segno dell'altro. E' cos che tutto ci che , e nell'esperienza della differenza e dell'estraneo [poich la stessit, l'identit, nell'esperienza solo come orlo, nulla, bilico e incanto della distanza). Non solo dunque l'al tro mi altro, ma il mio stesso corpo il mio altro, il mio estraneo, ci che a sua volta sl annuncia e che resta inaffer rabile attraverso i suoi segni. Il mio corpo non c', nel niente assoluto, quando io non lo sperimento, quando, per e- sempio, non mi accorgo {come si dice) di avere mani e orec- chie, naso e bocca, Ma non appena il naso si annuncia nell'e- sperienza con l'impertinenza" (come direbbe Heidegger} del suo prurito, esso gi mi a distanza, estraneo e persino o- stile: io ho da raggiungerlo nei suoi segni, cercare di corri apondergli (usando le dita per sfregarmi la punta del naso), magari portarlo dal medico, come porto il corpo dal massaggia tore, dal sarto e cos via. L'altro sempre incarnato nei pi profondo di ogni no- stra esperienza, poich non c' esperienza senza alterit, differenza e distanza. I corpi e le persone non sono cos sem plicisticamente delimitabili e collocabili, qui e l, come crede e dice il senso comune, per i suoi scopi sommari di com prensione e designazione pubblica e panoramica. L'altro den tro il pi stesso dello stesso, l'interno del pi interno, Io stesso posso avermi solo come una provenienza del medesimo {quel medesimo che mi figuro di essere} in figura di altro e di estraneo. Non vi trasparenza di s a se stessi, perch nella trasparenza non vi alcun "se stessi", C15 che vi &, sempre traccia determinata di in medesimo che non c', che a distanza, punto di provenienza e punto di desti nazione che nel nulla, al quale si corrisponde solo rispon- dendo (a distanza). Cos in ogni ritorno a me (sia che io mi 123 gratti il naso, appoggi la guancia nel cavo della mano, 0, co me diceva Omero, interroghi il mio cuore eda esamini il mio a- nimo) sta tutto me stesso (poich io sono e mi prendo sempre come un tutto qui e ora presente: non che pezzi di me stia- no a Bologna, altri a Roma e altri a Milano, brandelli del mio essere siano rimasti nel 1981 e altri siano corsi avanti al 1986}; ma questo tutto pud stare solo nelle figure determi nate delle mie risposte, di ognt mia risposta, cio in una fi gura Gi differenza ed estraneit, Quella estraneit che si in sinuva persino, e di continuo, nel mio pensiero, cui noi spes- so affidiamo la nostra pi riposta identit, che mio e solo mio e nessuno pu togliermi o invadere dall'esterno. | Anche il mio pensiero, per, gi sempre invaso dal se- gno dell'altro, sebbene io vi scorga la pi intima provenien= za di me stesso, e non senza Motivo. Perch se vero che io provengo dal pensiero, dalla stessit del mio essere ed esser pensante, mi ci trovo tuttavia collocato sempre nel segno di questo e quel determinato accadere di "pensieri": quei pensie ri che talora non mi fanno dormire la notte, che mi persegui- tano di giorno, che mi si disegnano di fronte facendosi imma- ginare e pensare ci che non vorrei immaginare e pensare. An- che il pensare, non appena cessa l'identit silenziosa del niente ed esso concretamente accade in emozioni ed esperienze pensanti di risposte, mi si d in una distanza di nulla, che per non si annulla, ma che proviene e invia; e che fa s che pensando, io, la mia supposta ma mai "avuta" totalit, mi di- stenda in orizzonti di molti ogni, di molti segni e tracce di me. Bologna, Milano e altri dove riflettono cos la mia imma- gine, come analoga: di quel nulla di totalit che io sono; e 1l 1981, e altri tempi, ancora accadono nella emozione delle risposte in cui io sono, come l'altro da me o l'analeogon di me stesso che mi si d, o che m? d: d a me, me. 11, LE ESTASI DEL NULLA L'esperienza, in quanto caratterizzata dalla distanza, una relazione tra due nulla. L'esperienza ha perci due fac- ce: accadere del nulla, nel nulla, di nulla; e accadere di un segno, di un analogon, di un'emozione definita dai due nulla della provenienza e della destinazione, (Si noti che la prove nienza e la destinazione sono state messe sul conto di questa seconda faccia: lei che si d una, o si dA come, provenien- za e destinazione; per la prima faccia ci si deve invece limi tare all'accadere del nulla). L'evento dell'esperienza, che nel suo accadere ha una natura "monodica", come abbiamo det- to, accade tuttavia in una sembianza "polifonica", cio come na serie lineare, e quindi infine in sembianza di tempo. Il tempo misura cos la distanza nella sua (lineare) sembianza, Che cosa ci propriamente significhi e come ci abbia luogo & quello che, passo passo, stiamo cercando di vedere, nel tenta tivo di cogliere il filo sottile che aggancia l'evento e 11 tempo, Ma intanto cerchiamo di mettere in una breve formula convenzionale quel che di essenziale ci risultato a proposi to dell'esperienza. Sappiamo che c' esperienza in quanto c' risposta, c' un rispondere e-motivo che mira alla corrispon- denza (avendo gi corrisposto). La risposta esplode a partire dai medesimo in sembianza di altro, La risposta cio si collo ca {o si disloca, se pensiamo al medesimo da cui proviene) in un punto che simbolico-segnico, che annoda evento e signifi cato, Possiamo allora molto riassuntivamente scrivere cosi: | | E/np . S/nd .,. 126 L'evento (E} un nulla di provenienza (np) che accade {.) come segno (S, cio come emozione che invia a un nulla | di destinazione (nd). Ma questo secondo nulla (,) esattamen te identico al primo; sicch potremmo immaginare di congiunge re i due punti di nulla con una linea ad arco tratteggiata. Questa linea ad arco che ora immaginiamo di aggiungere dice che il segno prende Io etesso e lo proietta davanti a s (co- me un aver da, come qualcosa da fare), prende la provenienza e ne fa un destino, La possibilit dell'esperienza iscritta cos nella differenza {impercettibile) tra due nulla, i quali, beninteso, accadono insieme (cos li vede l'occhio simbolico), ma accadono in figura di diverso, o del diverso, in quanto lo stesso ora l'altro, in quanto l'emozione cerca nel segno ci che essa gia, ci da cul proviene ( cos che vede l'oc chio interpretativo-segnico). Se ora noi teniamo ben presente questa formula, questa specie di specchietto, possiamo misurare su di essa sin dove ci ha portato il nostro cammino; poich ora, infatti, noi sia mo in grado di esibire compiutamente la natura dei tradiziona li paradossi ed enigmi del tempo: dove essi si radicano e per ch sono cos come sono. In altri termini, noi possiamo collo care nella formula le tre tradizionali estasi temporali, con quanto esse hanno di inquietante e di inafferrabile, e di com prenderne la ragione. Il tempo, dice il senso comune, l'esperienza fondamen- tale e originaria, l'esperienza di tutte pi decisiva e con- creta, poich noi siamo sempre "gettati" in essa, e nella sua cifra si consuma l'enigma della nostra esistenza, il mistero del suo senso e destino. Tuttavia, questa esperienza cos uni versale, fondamentale e concreta, non si lascia leggere e non si lascia dire (come gi osservava Agostino). Il tempo nelle sue estasi si rivela inafferrabile e incomprensibile, Il suo fenomenico essere si traduce immediatamente in non essere, non appena noi cerchiamo di prenderlo e di com-prenderlo. Co- me sappiamo: il passato non pi, il futuro non ancora, il presente (che per il senso comune il momento della concre- 127 tezza stessa dell'esistere) non mai, sempre spaccato in due come esso appare, tra il non pi e il non ancora, sempre sul punto di essere gi accaduto e di star per accadere, ma mai nel punto dell'essere, Noi per ora siamo in grado di vedere perch il tempo ab bia dato da sempre al pensiero tutte le inquietudini che ha dato, perch abbia una natura cos inafferrabile e qual il Segreto che esso cela. Se l'esperienza infatti nel suo cuo- re distanza (di cui il tempo sarebbe appunto, come ci risul tato, misura) e se la distanza pi precisamente la distanza impercettibile tra due nulla, come circolarit del nulla sim- bolico-segnico che orla la distanza in cui accade l'esperien- za, allora non abbiamo motivo di meravigliarci che 11 tempo sia affetto dal nulla, E il fatto per cui il tempo si d a ve dere proprio in quelle tre figure e sembianze del nulla che sono le sue tre estasi a sua volta qualcosa di assolutamen- te necessario e conseguente. Nella duplice natura del nulla 3imbolico-segnico stanno infatti celate e radicate le estasi temporali, e da questo loro radicarsi derivano l'impossibili- t a essere dette e comprese senza paradossi ed enigmi. Pro- prio per ci il tempo si rivela quel trucco della parola e quell'abisso dell'immaginazione in forza dei quali esso ci sfugge tra le dita ogni volta che cerchiamo di afferrarlo. Il tempo infatti misura il nulla ed misura del nulla, sicch esso stesso, per cos dire, fatto di nulla. | Non misterioso che non si possa rispondere alla doman- da: dove sta il passato? dove sta il futuro? Il tempo non sta mai perch scorre, cerca di difendersi il senso comune, Ma che scorrere? che che scorre? Anche pr questa via abbia- mo visto come ci che comunemente pensiamo del tempo si fran- tumi si vanifichi in paradossi, ingenuit, assurdit, Non che il passato e il futuro non stiano perch il tempo scorre e non sta mai: non questo il punto, queste sono solo immagi nazioni puerili e trucchi di linguaggio. Il punto che la pa rola passato nomina nient'altro che la provenienza dal nulla, e la parola futuro la destinazione verso il nulla; esse nomi- 128 4 nano l'orlo in cui accade la distanza dell'esperienza. E' in quell'orlo e per quell'orlo che la stessit dell'origine assu me 11 volto del non pi e del non mai, Il passato intriso di nulla [non ha luogo in cui stare, non ) perch gica la provenienza che non c', che non c' mai {pi} stata, prove nienza di cui ogni presenza 11 nulla, la negazione che nel contempo la afferma e la pone {nel nulla). E cos pure il fu- turo, quel futuro di cul il tempo parla come di ci che non c' ancora {e cos a sua volta non ha luogo e non ); ma non che il tempo "non cl sia ancora", l in attesa di esserci e di farsi presente (14 dove poi?}; che il futuro quel nul- la della destinazione che non c' mai, Questa verit l'hanno forse intuita, a loro modo, meglio gli scrittori dei filoso- fi: il futuro immaginato quello che, per essenza, non pu mai diventar reale, Ma nessun futuro, immaginato o no che sia, pu diventar reale", perch 1l futuro il mirare del- l'emozione all'oggetto dietro i segni, ci che appunto noi chiamiamo il nulla della destinazione, Il futuro un corre- re e un trascorrere dell'emozione presente verso qualcosa che pu essere solo nella forma del segno [cio, di nuovo. dell'e mozione che mira, in-tende e trascorre), qualcosa a cui non | m posso mal ri-congiungere. Solo cos si ha e c' futuro, in questa nullit essenziale. Quanto poi al celebrato presente. sul quale tanto ha pun tato e punta la filosofia e l'ideologia del vivere occidenta- le, al quale mira il nostro robusto senso pratico, aggancian- dovi la sua brama di possesso e di concreta "presenza a s e al mondo", questo presente dove sta? Nessun concetto lo affer ra, come lo dico sfuma, quando lo guardo gi passato, se non lo guardo non ancora. In realt non n gi n non an- | cora. Gi neil'esprimersi cos il senso comune cosalizza L'i- nafferrabile presente, solidificandolo nel passato e nel futu ro (i gquali, a loro volta, son poi cos poco solidi]. Spacco il capello del presente in due, all'indietro e in avanti, per vincere la sua nullit, ma non faccio altro che rinviarlo ad altri due nulla, e infine mi arrendo alla sua indicibilit e 129 inconcepibilit. Non strano che il pi concreto, ci che as solutamente o'a", non si possa dire n pensare? | Ma noi guardiamo al nostro specchietto, e a quella idea- le linea ad arco tratteggiata che congiunge i due punti di nulla della provenienza e della destinazione, e non abbiamo invero molte ragioni di stupirci che il presente sia cos ra- dicalmente affetto dal nulla {"ci che in quanto , non , e in quanto non', "): poich il presente un'impercettibile. differenza tra due nulla, che altro pu essere, esso stesso, se non il pi radicale nulla? Che pu essere la differenza tra due nulla se non nulla? Esso , in questo senso, il cuore dell'esperienza {che distanza nel nulla), e perci si spie- ga per quale oscuro motivo il senso comune investa su di esso le sue speranze; ma ve le investe come se il presente fosse "qualcosa" (in ci la sua ingenuit, il "fanciullino" che ne suo opinare}. e non il semplice non-luogo della differen- za tra simbolo e segna, evento e significato.-Il presente l'indecidibilit fra questi estremi. e questa proprio l'e- sperienza che ne facciamo: indecidibilit tra l'aver da e l'a ver gi, poich, come sappiamo, si ha avendo gi, ma non si ha nessun aver gi se non nell'emozione del riconoscere ci che da fare, Cos il presente questo billco Iindecidibile del decidersi, sempre sul punto di abbandonare la provenienza per farne una destinazione, cio sempre sul punto di abbando- nare la dislocazione simbolica {dallo stesso) per collocarsi nel segno. Ma collocarsi nel segno significa collocarsi in una distanza definita tra passato e futuro, cio in un analo- gon della provenienza della destinazione. E noi poi, dl fat to, siamo sempre cos collocati, cio siam sempre in un'emo- zione determinata che pu dire il suo passato e il suo futu- ro, ma non pu dire il svo presente, poich il presente in quelli gi sfumato. Tuttavia passato e futuro sono di nuovo nulla, perch essi sono solo in quanto stanno esattamente nel punto indecidibile e simbolico del presente, nella sua nulli- t radicale. E cos, con questo giro, non abbiamo fatto altro che ribadire e mostrare ci che gi tante volte si & detto 130 (ma che forse solo ora si afferra davvero), clo l'assoluta i dentit del nulla e dell'emozione determinata, identit che qui prende la figura dell'iagentit fra il nulla radicale del presente e la distanziata nullit del passato e del futuro. Il presente non pud decidersi tra il nulla radicale e la di- stanza definita dai due nulla della provenienza e della desti nazione; non pu perch si gi sempre deciso, gi sempre in figura di una distanza determinata; ma questa a sua volta prende dal nulla e nel nulla la sua collocazione e-motiva e motivante. Noi vogliamo guardare in faccia Li presente, svelarne l'identit cne il segreto stesso che nortiamo in noi stessi nella nostra identit sempre rinviata e nella nostra esisten- za sempre travagliata dai suoi gi e dai suoi da, mai posata O appagata in 3e stessa, Cercniamo di afferrare il nresente, questa estasi cui mira ogni scono e ogni sogna di possessa, e di infilzarlo davanti al nostro sguardo come si infilza una farfalla: cra ti colgo sul nunto che passi, attimo presente - fermati, sei bellol Ma cine cosa mai dovrebbe fermarsi non lo sappiamo n lo vediamo, cos che se ne resti li a disposizio- ne del nostro squardo come una bella farfalla, e non passi mai pi e non voli via sulle sue fragili all. Non c' nulla da ve- dere nel presente, questo il fatto. ion c' nessuna differen za del nresente, come una peculiarit incarnata, risnetto al passato e al futuro. Noi non abbiamo la nossibilit di afferra re con le dita aicuna pellicola, ner quanto sottile, che di- scrimini tra la provenienza e la destinazione, Queste sono co- me il recto e il verso del segno di cui varlava Savssure, che non si possono scollare. Se cerco di afferrare il presente nel suo simbolico accadere, mi trovo fra le dita ali appassite di farfalla o immagini di farfalle future che non afferrer mai, Hon possiamo mettere il dito, 0 il piede, o La sarola sul pre- sente, poicn esso la trasparenza semolice tra il provenire dalla propria stessit e l'aver da interpretarla, riconoscerla e raggiungerla attraverso l'altro. ii rando al presente, lo mi dirigo al simbolo, e mi viene in mano il segno, mi dirigo al- 131 l'evento, e mi viene in mano il significato, mi dirigo all'e- mozione e mi viene in mano l'interpretazione dell'emozione. Nel che non da intendersi come se il presente, per cos di- re, facesse difetto, e noi ne scontassimo, appunto nel dire, un'impossibilit., E' che il presente "" ed posttivamente questa trasparenza per cui ogni provenire gi futuro ed o- gni futuro gi proviene. Sicch il dire non pu dire, nel sen so che non ha altro da dire e che suo compito e ufficio nient'altro dire, se non questa provenienza futura, che la stoffa di cui son fatti tutti i significati e ogni emozione determinata, Non c' altro da avere nel presente, se un ave re e il suo connesso sapere che si vuole, essendo ogni avere gi intessuto della e nella trama simbolica dell' evento. Devo volere la figura, per avere la trama di cui fatta, poich una figura senza trama e una trama senza figura sono cose ine speribili. In altri termini, devo stare a questo avere cos come si d e non pu non darsi, se all'avere dell'esperien- za che sono volto, ovvero se desidero vivere e continuare a vivere; e inoltre se desidero sapere che significhi per me vi vere, senza darmene spiegazioni maldestre, puerili immagina rie. Bisogna "tollerare" il nulla del presente, senza sgomen- tarsen come se fosse niente e senza travestirlo di illusioni come se fosse tutto; dove poi questo tutto un altro modo per perdere il presente, e anzi lo stesso modo nichilistico che disprezza il mondo per girigersi a un immaginario mondo dietro il mondo. E' ancora il medesimo sguardo panoramico quello che dice tutto e che dice niente, incapace di guardare l'esperienza e di accoglierla nel coraggi del pensiero. Chi dice tutto ha gi deciso per il niente. "Anche Lucifero viene dal cielo". . Gi questa analisi delle estasi temporali, resa possibi- le dalla preventiva chiarificazione dell'esperienza, consente allora di concludere che il temno non affatto l'esnerienza originaria, ma di essa piuttosto la misura e l'immagine. Contrariamente a quanto pensa la tradizione, l'esperienza ori ginaria non tempo (n accade "nel" tempo), ma $ distanza.. 132 E' questa che esperisce il bambino infante {che del tempo non sa nulla, non pu saper nulla e non ha motivo di saper nul- la}, quando egli esperisce la presenza e L' assenza, la vicl- nanza e la lontananza delle figure genitoriali, Egli non pu attendere, nel tempo, il ritorno del sorriso e degli altri se gni della mamma che egli ha; per lui c' golo il precipizio della catastrofe tra simbolo e segno, tra luce e tenebre, tra presenza vivente e niente de flnitivo. Il bambino non ha tem- po, non tempo e non c' tempo nelle costitutive stanze del- le sua istanze e distanze. Per lui l'esser qui come segno di un altrove non si temporalizza e non ha motivo di temporaliz- zarsi; gli mancano 1 presupposti per tutto ci, e anzitutto la parola e la voce articolata, e il sapere pubblico che vi si impianta., E neppure dobbiamo dire che egli nel tempo ma non sa di esservi, perch questo supposto tempo universale oq gettivo che il sapere si figura ficcandoci dentro bambini, ca ni. piramidi, boschi, montagne e costellazioni, una costru- zione pubblica di questo sapere, e non un oggetto d'esperien- za, e nemmeno Una condizione dell'esperienza. E' questo sape- re che fa il tempo, che lo fa nascere, facendogli prendere stanza nella distanza, in quanto sapere non originario ed e- sperire non primordiale. Il fatto che il bambino infante non abbia questo sapere non dice di una sua ingenuit nei confron ti dell'esperienza, ma, quasi al contrario, di una sua genui- nit, di wna maggiore aderenza e vicinanza al fulcro dell'a- sperienza, che resta peraltro impresso anche negli adultl e in tutti i loro pubblici e privati saperl. Noi possiamo fare. ci che l'infante non pu fare; possiamo nominare l'oggetto {per es. "la mamma") e tenerlo davanti a noi in senso pubbil- co, facendo altresi la fondamentale esperienza del carattere evocativo della parola che il bambino non pu fare. Per il bambino, che vede scomparire nel niente la mamma perch dal tinello andata in cucina, la catastrofe nullificante che e- gli allora esperisce non affatto ingenua o superficiale; $ invece un'esperienza la cui verit resta al fondo delle espe- rienze di tutti. Noi possiamo nominare "la mamma", ma questo prat 133 oggetto pubblico essenzialmente nulla, e l'unica reale mam- ma che abbiamo in quei segni di mamma che vanno dal tinel- lo ala cucina, e che stanno qui oppure li, secondo distanze originarie che le nostre parole possono avvicinare, tenere a bada, ordinare, proprio al fine di rassicurare la vita di tut ti noi, ma che non possono mai colmare e sostitulre, Altra circostanza sulla quale ora per noi fruttuoso ri flettere la pi volte notata tendenza irresistibile del tem po a mascherarsi e a tradursi in immagini e figure spaziali. Il tempo, si dice, altro dallo spazio, gli essenzialmen- te differente, e tuttavia, ogni volta che cerco di figurarmi il tempo o qualcosa di temporale, vien fuori lo spazio. Per- ch? perch proprio lo spazio? non sli sa. Ma nol potremmo 08 servare, esprimendoci molto sinteticamente e senza porre alcu na questione genuinamente pensante sullo spazio (11 che ri- chiederebbe quanto meno una ricerca specifica), che lo spa- zio, a parte obiecti, pi congruo del tempo con la distan- za. I segni di mamma che l'infante esperisce e che vede acca- dere in una distanza di nulla {nulla di mamma perch essa quel tutto di sorriso che c') e poi precipitare in un abisso di niente, sono segni di luoghi e non di tempi: la mamma c' o non c', in una distanza di emozioni determinate, Il fatto che essa possa ritornare tra due minuti o tra due ore una nozione che la distanza dell'esperienza non pu immediatamen- te fornire. I segni della presenza sono perci assai prima "spaziali" (sebbene questa parola vada qui intesa molto alla grossa e come mera indicazione generica} che non temporali. Per questi ultimi si esige una costruzione ulteriore che ci che alla fine dovremo esibire nella riostra ricerca, E' nello spazio e non nel tempo che si costituiscono dapprima tutte le oggettivit tramite i segni, ver esempio tramite i segni e le emozioni del tatto e della vista, come esaminammo in altro corso di lezioni. | Se per guardiamo la cosa, per dir cos, a parte subiec ti, il tempo mantiene una sua neculiarit distintiva che quella che da semre 1 filosofi hanno intuito e in vario modo 134 tematizzato, Se infatti noi guardiamo ci che accade nella di stanza, tenendoci di fronte il nostro specchietto, ci che ac cade appunto a parte subieeti, un elemento noh pu non colpir ci, Tra i due punti di nulla che orlano la distanza dell'espe rienza, nulla della provenienza e nulla della destinazione, noi abbiamo chiesto di tracciare idealmente una linea ad arco tratteggiata che li congiunga, allo scopo di rilevarne l'iden tit (nella differenza). Ora, la distanza tra questi due pun- ti (tra questi due nulla) nessuno spazio e nessun "che" di spazlale me la pu dare o raffigurare. E' per questo che noi ci siamo astenuti dal tracciare la linea arcuata e tratteggia ta, accontentandoci di invitare l'immaginazione a darsela: tracciarla sarebbe stato doppiamente ingannevole, rispetto al la formula che gi, come ogni formula, ingannevole in se stessa. Quella distanza irraffigurabile, ed tuttavia la distanza essenziale in cui ogni figura si da. Essa la stes- sa distanza oscillante e in bilico in cui sta, indecidibile, il presente, in quanto segno di una provenienza che gi de- stinazione e di una destinazione che gi provenuta., L sl. incontra il senso dell'#sser dopo come aver gi avendo da, 1 quali non a caso li ip canno a suo tempo come prime notazio- ni Hon spaziali dell successione; notazioni che potevamo sup porre contenere un qualche sentore temporale, . Questo non significa per che la non raffigurabilit spa ziale qui rilevata debba senz'altro venir messa sul conto del tempo. Bobbiamo farci attenti e sottili, ora che siamo infine pervenuti nel punto decisivo e conclusivo della, nostra ricer- ca. La distanza di cui parliamo irraffigurabile cos come, per usare un esempio gi utilizzato in precedenza, irraffi- gurabile la trama senza la figura o la figura senza la trama, Oppure. usando un altro ricorrente esempio, irraffigurabile. come lo l'emozione di bellezza che ci d l'amica o l'amico improvvisamente ritrovato: noi mettiamo sul conto dei fatti "oggettivi" quella bellezza: ma il nostro "soggettivo" esse re attratti verso di essa e in aspettativa futura che ce la fa rilevare, Proprio come Gorgia cerc di scusare Elena: che 135 colpa aveva e che poteva farci se Alessandro era cos bello? Ma Menelao non la pensava in questo modo, 0, come si dice, non vedeva le cose con lo stesso occhio; per lui la bellezza di Alessandro non era cos "oggettiva" che tutte le donne gre . che dovessero corrergli dietro {ed esse infatti non lo faceva no), Ora, come si pu raffigurare il senso e l'incanto di un oggetto in quanto esso nel contempo determinato dalla emo- zione che ci dirige a esso nel futuro, in un desiderio di cor rispondergli che ci muove ad assumrlo appunto come "oggetti- vamente" bello? Siamo qui in un'oscillazione perenne e istan- tanea per la quale ogni gi ('oggettivo") un da (''soggetti-. vo"), e viceversa. Chi potrebbe ritrarre le sembianze della persona amata in quanto "amata" {il che vuol dire "avendo da" i amarla, come emozione nella cui figura essa si da)? Quello che allora si rivela come proprio di questa di- stanza specialmente irraffigurabile di cui stiamo parlando non affatto il tempo, con le sue estasi pubbliche ea oggetti ve., Come pu il tempo misurare la stessit della provenienza e della destinazione (il che per lui vuol dire del passato e del futuro) se il suo misurare proprio questo distinguere e tener separato? Non il tempo che pu darci la differenza nell'identit dei due nulla, sebbene nessun tempo potrebbe mai emergere senza questa differente identit (senza l'oscil- lare e il tradursi istantaneo, l'uno nell'altro, della prove- nienza e.della destinazione). Questa oscillazione appartiene piuttosto al ritmo, il quale a sua volta irraffigurabile nello spazio. E' vero che l'architettura pu in certo modo si mulare il ritmo, come in una successione di archi "che canta- no" in un chiostro; ma pu appunto soltanto simularlo. Pro- priamente il ritmo iscritto nelle esperienze fondamentali. della voce e della parola, come tra breve vedremo, .. R' il ritmo dunque, che, prima del tempo e dello spazio, misura la distanza. E anche il tempo peraltro ci ha a che fa- re, poich un tempo senza fasi non sarebbe a sua volta immagil nabile, E' perch 11 sole riproduce di continuo le sue fasi (giorno, anno) che esso pu essere assunto come un efficace a 136 nalogon del tempo, Se il sole prendesse a puntare indefinita= 0 mente e in linea retta verso il Centauro, buonanotte (in tut- ti i sensi}. E' l1 ritmo, come si era gi intuito in un punto. Gel nostro precedente cammino, la chiave per penetrare la con : nessione tra l'esperienza e il tempo. 12, IL RITMO E LA TEMPOGRAFIA Il ritmo ha la sua cellula germinativa nei due mtomenti costitutivi della fase: arsi-tesi, battere-levare., Binariet originaria.-In quanto chiave della distanza, il ritmo pone in relazione i due nulla dell'esperienza (provenienza-desti- nazione}: essi, per cos dire, si sciolgono nel ritmo, E' nel ritmo che i due si distanziano in immagine: c' una pro- venienza che si espelle nell'"altro", Ritmo dei ritmi, po- tremmo dire, allora il respiro, che dai pi antichi tempi viene non a caso assunto come analogon della vita, dell'ant- mus o dell'anima, donde, secondo le cosmogonie arcaiche, lo stesso universo sarebbe nato. Il ritmo del respiro sarebbe cos l'evento mico e "monodico" che scandisce la distesa della vita, nel suo continuo interpretarsi per immagini tem- porali. Il ritmo in s, come evento semre accaduto & sempre da accadere, sempre in bilico nella riproduzione del ritorno cne sempre di nuovo si ridestina, quell'evento semplice, e anzi semplicissimo, che semplicemente dice che noi siamo vi- vi, cio che slamo nati, avendo da destinare la nostra nasci ta, e che ancora non siamo morti. Che siamo vivi vuol dire: Siamo a distanza (dal medesimo nella figura dell'altro) tra la nascita e la morte: evento che erla ogni nostra esperien- za e che tutta la nostra esperienza nel 8uo bilico in s, nella presenza incancellabile (sinch siam vivi} della sua cellula germinale, Ne consegue che il tempo il segno, o l'analogon, che gioca nello spazio del respiro: il tempo mi- sura il respiro, giocando nel suo bilico sino all'ultimo re- spiro. L'intramarsi dell'evento (unico o monodico) in "ogni" "im 138 evento (polifonico) ia ripetizione 0 l oceriodizzarsi) del la fase, cio del medesimo nel segno dell'altro, Ma gi que- sto dire {il ripetersi dell'unico nell'"ogni" ecc.) & un dire parlando nel segno, secondo la prospettiva dell'occhio inter- pretativo-pubblico. Si ha tempo dunque nella circolarit rit- mica della provenienza e del destino, Si ha tempo [bisogna ri badire} ma non si tempo - nella vita si ha tempa, ma non sf tempo: questo il punto del divorzio e dell'abbandono del pensiaro nei confronti della metafisica e della sua strate- gia psico-storica. Ci che si detto in questo esordio non che un'antici pazione complessiva del senso del cammino che ora ci attende. Dobbiamo per riprendere il punto essenziale e procedere fi- nalmente a capofitto in esso, senza attardarci in considera- zioni laterali, sino a toccare il fondo del nostro discorso, E 11 punto essenziale naturalmente questo: si ha tempo, ma come'si ha tempo? Dobbiamo vederla da vicino questa genesi della misura della distanza. _ Prima misura della distanza, abbiamo detto, il ritmo, e il ritmo a sua volta non c' se non in quanto, nella sua cellula originaria, S1 configuri come fase. La pi semplice delle fasi che noi possiamo immaginare o esperire la fase binaria, che potremmo indicare con la formula 1 + 1. Questo "scrivere" la fase non affatto innocente e innocuo, come ve dremo pi avanti. In questo "scrivere" gi tutto stato dato per risolto, ma in verit niente stato pensato: il problema essenziale cui deve corrispondere il pensiero stato proprio eluso e ricoperto dalla ovviet della esibizione grafica iche nel contempo l'origine e il fondamento di ogni analizzare e dimostrare sclentifico; perci si dice giustamente che la scienza "non pensa"; essa propriamente "scrive" e perci non pu e neppur deve, se ha da restare scienza, pensare). Ma noi assumiamo qui la formula per pensare, non grazie o tramite es sa, ma in essa, addentrandoci nella sua pura costituzione, Dunque: 1 + 1, Per esempio il respiro (inspirare/espirare), oppure anche il battito del cuore: esempio gi utilizzato e 139 forse pi opportuno per la sua semplice neutralit: toc/toc. Dobbiamo ora pensare la semplicit di questa fase, e non assu rerlia sul piano della ingenuit empirica. Se infatti ci arre- stiamo alla ovviet dell'1 + 1 (toc/toc, gi noi abbiamo as- sunto implicitamente il tempo: 1 "e poi" 1, toc "e poi" toc, Il tempo gi entrato in gioco, secondo le ovviet paradossa li e incomprensibili del senso comune. Che significa infatti "e poi"? Come possiamo dire questo "e port"? e che cosa pro- priamente dice questo dire? Il senso comune (e tutta la scien za in generale) non lo sa, e se cerca di dirlo si ingarbuglia. Tutt'al pi si prova a scriverlo, non accorgendosi poi di sa- pere esattamente ci che ha scritto e perch ha scritto. Ma ehe ha scritto? Per parte nostra invece domandiamo: come possiamo avere il primo "1"? come possiamo avere il primo "toc". Ovvero: quando e in che modo il primo toc ux toc? Un momento singo=- 106 non ha ritmo e non ritmo; inoltre esso nor una presen- za e non pu stare nell'esperienza. E neppure, come momento singolo assoluto, pu determinare una risposta. L'universo tutto "toc", non c' altro nel mondo che "toc" e tutto il mon do "toc". Secondo un esempio di Peirce: non c' altro nel mondo che il "rosso"; rosso, essere, mondo, io sono assoluta mente il medesimo, Ci per equivale a dire che non c' nien- te. Niente nella presenza, non c' presenza, perch non c' distanza, non c' differenza, non c' traccia. Non c' trace- cia di nulla {frase che esige un duplice senso del pensiero: superficialmente essa dice che non c' niente; ma pi profon- damente indica che neppure il nulla allora entrato in scena come distanza e orlo di ogni traccia; non c' niente; non c' la traccia del nulla: cos potremmo riassumere i due sensi). Se abbiamo davvero compreso nel pensiero la situazione sopra descritta, siamo allora costretti ad ammettere questa strana cosa; che il secondo momento che fa il primo; nella fase toc/toc il secondo toc che cra il primo toc lo, in 1 +1, il secondo 1 che ottiene il primo). In altre paro- le, il secondo momento della fase che crea il ritmo, poi- 140 ch solo nel secondo momento che si determina la risposta con la sua distanza. Il primo toc non infatti che la totali. t inesplicita del niente, che non ha ritmo, non & in presen- za, in alcun modo pu essere esperito. Strano, ma in verit solo apparentemente strano. La getranezza deriva dalia abitudi ne di guardare le cos, per cos dire, dal dl fuori, con un occhio pubblico che gi avvezzo agli orologi e alle sveglie 8 at loro tic/tac, Non dal di fuori, ma dal di dentro, cos come la sperimentiamo, noi invece guardiamo ora la cosa e da questo punto di vista ci che ci risulta non strano affat- t. Se ci riferiamo al bambino non ancora nato che percepisce il battito cardiaco della madre, nel secondo toc della fase i dealmente criginaria egli non percepisce un altro colpo dopo il primo, perch 11 primo non l'ha percepito. Come si pu per cepire un primo assolvto? Il primo, si potrebbe dire, un es sere (= niente), non un avere {= distanza). Come si era a suo tempo osservato, il bambino dapprima il battito (cio non c' come bambino-percipiente-il-battito)., Egli pu avere il battito solo come provenienza distanziata-dlstanziantesi del- la sua stessit., Allora egli percepisce, una presenza perci niente, E ci che percepisce non ovviamente ur altro colpo, ma un colpo come segno e analogon del suo provenire; cio co- me un esser dopo". E' allora che, nella risposta, si da la cellula germinale del ritmo: il provenire avendo da interpre- tare, Cl ch a suo tempo si era mostrato sul filo di una me- ra considerazione formale relativa alla natura della succes- sione, trova ora una conferma e un riempimento sostanziali. c' successione, si era detto, unicamente perch dono a; nient'altro si pu vedere o avere in una successione se non il senso dell'esser dopa, Questo vedere diviene ora concreto. Se dapprima risultava solo che non era possibile pensare in altro modo la successione, ocra noi vediamo perch ci accade e deve accadere. Il secondo momento della fase infatti [secon do momento che poi tale quando mettiamo la fase in formula, avendo glia di fatto sperimentato l'aprirsi originario della fase ritmica), questo cosiddetto secondo momento non altro 141 che la preseriza, il momento in cui il battito dell'esempio viene avvertito, come provenienza del suo essere, decentrato in avere, E cosi la presenza non nu avere che 11 senso del succedere, dell'esser dono: essa questo senso, e questo sen so tutto il senso, quel senso che permane come aver da in- terpretare provenendo, ome sappiamo, 1l nodo dell'esperienza l'emozione: la risposta che ha da corrispondere e che, come tale, si presen ta e accade. Ogni emozione, ogni risposta, se le guardiamo be ne, accadono in un bilico donde si produce la distanza. Que- sto bilico concentra l'esplosione che proviene e invia. Che proviene significa: ora siamo in presenza di un senso del ri- torno, di un riconoscere, cio di un passato, che, in quanto riconosciuto, gi reso futuro. Questo futuro il battito, 11 toc, ora avvertito come provenire ea esser dopo (e aver gi). Esso cos un secondo improprio (poich non c' altro percepire che lo preceda). In altri termini, ci che perce- pito un segno, mn analogon del .primo, mai percepito n per- cepibile: segno che vicario di e che invia a, sembianza del l'origine e del destino (di ci che si destinati a percepl- re). La risposta originaria sta nel bilico di questa mediet fra due toc di cui il primo un fantasma ( nulla) e il se- condo ci che ha il senso della provenienza dal primo, clo segno del primo (segno di nulla) Questo senso di provenien- za allora, immediatamente, l'attesa che si apre al ricono= scimento futuro, cio al ritorno del primo {al ritorno della fase dal suo inizio). La risposta sta fra i due toc dell'ini- zio e della fine che non sono mai percepiti n prima n dopo, ma che accadono insieme come senso e orlo (di nulla) della ri sposta. La situazione non che ci stia (chiss come e per chi) un primo toc di cui non mi accorgo, poi (ma non si sa in che senso "poi") ce n' un secondo di cui mi accorgo e allora io ricostruisco il primo sulla base del secondo, perch prima ero distratto, oppure perch il bambino era ancora cosmicamen te addormentato nel ventre della madre (nel regno delle Ma- Ari). Non affatto questo ci che accade nell'esperienza le DLL 142 che resterebbe infatti inspiegabile e assurdo, inattingibile a ogni percorso "biologico" attraverso sinapsi e altri suppo sti fatti cerebrali costruiti dall'occhio pubblico dello scienziato sperimentatore). Nell'esperienza accade un unico momento, un unico toc, o per dir meglio un unico analogon, il quale accadendo e proprio perch accade, proviene e manda. Non c' stato alcun reale toc prima {reale "in s"); non ce ne sar nessun altro dopo - poich il reale in s6 il nien- te della non esperienza. Ci che c' sono solo 1 segni di que sta esperienza fondamentale, di questo accadere del nulla nel segno 0 come segno, C' la risposta (a nulla) che invia (a nulla} e non c' altro che questo nell'esperienza. Quel che veramente accade quel bilico in cui 11 toc sta come seconda di un primo (o non ci sarebbe affatto, non sarebbe avvertito affatto, poich in virt del suo senso, cio del suo esser segno che ha gi e che ha da, che viene avvertito) e quindi anche sta come secondo di un terzo, ovvero di un altro primo che riapre e ripete ia fase. Questa, detto tra parentesi, la condizione della semio si infinita di cui parlava Peirce, secondo la quale non si pu interpretare se non avendo gi interpretato, Come allora il , bambino {secondo un esempio dello stesso Peirce} possa per la prima volta comprendere il significato di una parola {il che comporta che egli abbia gi interpretato altre parole) divie- ne un paradosso ed un enigma insolubile. Paradosso che, non a caso, ha la stessa natura dei paradossi di Zenone, nati dalla verit pubblica dell'essere di Parmenide che, paradossalmente e scientemente, rimuove l'esperienza. Il fatto che ogni rin vio dell'interpretare e del segno ha dentro di s l'esperien- za dell'evento unico e monodico, cio il senso della prove- nienza e dell'esser dopo avendo da. Cio, pi brevemente e pi esattamente, ha dentro di s il senso, poich il senso tutto qui: nel provenire dallo stesso avendolo come oggetto, | nell'esser fatto di sorriso per rispondre al sorriso, nel- l'esser fatto di respiro per avere il respiro. Che la pre- senza un segno e che lil segno rimanda ha in s la sua veri- 143 t, e non in un altro segno all'infinito. Ma tale verit, che LI segno c' e che il suo esserci proprio, per noi, l'origi nario, Significa: il segno analogon di nulla, Ogni rinvio ad altro segno non che lo stesso rinvio dell'analogon al nulla, Rinvio che peraltro non "inutile" (tutto vano, nul La vale la pena}, ma che appunto ci che c' e non pu non esserci, se ci che c' un Segno, ovvero un rinvio. La gio- stra delle interpretazioni ha il suo perno nel nulla: cos che essa procede e pu procedere. L'avere la madre come analo gon, cio attraverso i suoi segni, il pro-cedere del bambi- no dalla e verso la madre; ed egli hon ha motivo di non proce dere, poich il suo stesso svssistere come bambino 11 proce dere e questo procedere, e niente altro. Questo il suo sen- so e tutto il suo senso di bambino, iricanto e nostalgia della memoria di ci che non si pu ritrovare, per vivere. Solo co- me adulto metafisico egli potr {e invero pi a parole che nei fatti, pi in elocubrazioni intellettualistico-culturali o ideologiche che non nella prassi della sua vita) lamentare e disprezzare l'incanto e la nostalgia dell'esperienza, abbas sando il segno a mero segno e l'analogon a una finzione di una supposta realt in s. Realt che egli, ora si con fare da bambino,. pretende ed esige (0 quanto meno lamenta di non a vere, ravvisandone il motivo nella finitudine e colpa inespia bile di questa imperfetta e ammorbata valle di lacrime; tale realt in s, essendo vivi, infatti inesigibile); come un ingenuo bambino, che le parole hanno gi deviato dal senso ori ginario dell'esperire, egli dimentica che l'incanto dell'espe- rienza sta nella distanza e nell'orlo del suo nulla, e preten- de invece che quell'incanto venga tradotto in un valore in s concreto, come se il valore di un'emozione si potesse calcola- re in oro e moneta sonante. E come se il concreto non fosse appunto quel rinviare determinato dell'emozione nel suo nulla. Nella mediet del bilico, in cui accade l'esperienza con la sua costitutiva distanza, noi vediamo anche, neila sua gene" si concreta, quell'altro essenziale risultato delle nostre ri- flessioni che diceva: il passato un effetto del futuro; ogni aver da di si da il suo provenire (il suo aver gia). 0 anche: c' un passato perch c qualcosa da fare. Il passato ora si mostra infatti come l'effetto di quella esplosione dell'analo gon e del segno che pu accadere solo in quanto senso di pro- venienza, riconoscimento che si apre, ritorno del medesimo, Ma tale esplosione propriamente l'e-mozione, ll moto di ri- sposta che in-tende, che ha da corrispondere rispondendo. Il segno ha il senso della provenienza in quanto e solo in quan- to invia, pone in traccia del futuro. E' in sembianza di se- gno che si da il passato (a questo risultato eravamo solleci- tamente pervenuti con le nostre analisi); ma il segno tale perch esige di essere interpretato, cio in quanto diviene oggetto del rispondere che in-tende e che pone la corrispon- denza nel destino futuro dell'emozione.'E' in quanto deve rag giungerla che il bambino ha la madre nel segno del futuro. Ma non avrebbe futuro senza il senso di una provenienza infinita. mente ritrovata o da ritrovare; e d'altra parte 11 senso di questa provenienza si determina volta a volta a seconda di co me il segno invia al futuro. Nell'ira il bambino ritrova (nel futuro) la mamma cattiva del passato che l'ha abbandonato; nell'amore ritrova la mamma buona che ha nutrito e protetto, L'emozione scandisce le sue fasi entro le quali si snodano quelli che nol chiamiamo gii eventi, la loro polifonia di di- stanze che giocano (internretando) nell'unica distanza della vita. Nella schematicit del nostro smnecchistto no possiamo scrivere: 1+1; 1+1; 1#+1 ecc, Abbiamo cos le fasi che si sno- dano nell'interpretazione in sembianza di analogon e di se- gno; ma d'altra parte, ci che accade sempre il medesimo; il provenire dello stesso che si dirige verso l'altro, che . poi l'altro dello stesso, la sembianza d'altro del medesimo, o, in una parola, il segno. Ne deriva che le estasi del tempo, passato, presente e futuro, queste misure del nulla, non sono che funaztoni del ritmo, E' l'accadimento ritmico originario che si da questi tre indici o vettori, i quali sono necessariamente iscritti nella semplice possibilit della sua fase e della sua replica bilit infinita. Accadimento ritmico che, nel suo cuore, non 145 altro che l'accadimento della risposta. E' la risnosta che provenienza/destinazione, e quindi esplosione vettoriale della trasparenza dei due nulla nel cui spazio o distanza {im percettibile) la risposta stessa accade. La risposta origina- ria lo stesso aprirsi della fase ritmica, arsi/tesi, inspi- razione/espirazione, lo stesso rispondere alla stessit del mondo, che aspiro, in sembianza d'altro, che espiro. E' la ri sposta che sta nel bilico, in bilico, che addirittura un bi lico: bilico che si divide e si ripartisce, segnando la diffe renza dei due nulla dalla cui unit e stessit essa #& sorta come analogon e segno. La risposta (e cos l'intera esperien- ZA vivente) non che questo snecificarsi binario, questo nes SO in trasparenza, Dboich non c' altro da questo nesso, Non c' un "punto" o un "istante" del presente: queste sono imma- ginazioni fantasiose e improprie, che piacciono solo a coloro cne amano pensare a buon mercato, senza saper bene che cosa stanno dicendo, e che spacciano l'assenza di pensiero e l'o- scurit pasticciona per profondit e per turgidi simbolismi immaginari. Il presente non un punto iun punto ""istanta- neo") e nemmeno "": per questo lo abbiamo visto immancabil- mente invaso, dal passato e dal futuro, nelle nostre analisi. Esso l'indissolubile stessit del nulla che si discioglie, nella fase ritmica, come nulla di provenienza e di destino. In conclusione, proprio il ritmo la misura originaria della distanza; ed in esso su di esso che sl impianta il tempo. Ma come vi si impianta? Ci che ora necessario mostrare la genesi del temno, del tempo pubblico, dal ritmo. La questione tale da esigere una straordinaria e complessa mole di analisi; ma noi ci at- terremo qui agli elementi teorici essenziali, cio alla gene- ralit delle pure strutture fondamentali. E l'essenziale del- l'impiantarsi del tempo sul ritmo si potrebbe esprimere cos: esso il periodizzarsi aritmetico del ritmo, come numerazio- ne impropria delle fasi nel periodo, L'esplicazione di questa formula, a prima vista cos ostica, tutta concentrata nella comprensione del senso dell'esser dopo; senso per lil quale, 146 detto alla buona, punto di partenza non l'uno, ma il due (la sacra diade, avrebbero detto gli antichi pitagorici, imma gine che forse conteneva pi verit e meno "ingenuit" di quanto noi non siamo oggi in grado di comprendere), Ma punto di partenza come? Qui dobbiamo intendere bene. Sappiamo gi che il 2 da cu partiamo un 2 impro- prio. Esso un bilico vettoriale che rinvia a un 1 {a sua volta improprio} sia nel senso della provenienza sia in quel- lo della destinazione, Il 2 improprio perch l'1, per cos dire, non c' stato, e l'1 improprio per lo stesso motivo. Potremmo allora scrivere cos: (1) 1/2 (1/3). Il 2 accade in sem- bianza di un 1 mai stato, cio come sua provenienza e ripeti- zione. Ma che accada cos appunto la sua risposta interpre- tante, cio il riconoscerlo come oggetto nel momento 1/3. Que sto momento il ritorno dell'1 (mai stato) in sembianza di a nalogon o segno. Abbiamo cosi i due momenti della fase: l'ar- si (1/2) e la tesi (1/3), cui corrisnondono l'inspirazione e l'espirazione. Il nulla dell'1 si disciolto nei due vettori della provenienza e della destinazione che delimitano la fa- se, Questa ha in se stessa 1] principio, e la necessit, del- la ripetizione, poich il medesimo ch ritorna (1/3) pro- priamente un segno: il medesimo inspirato a distanza espul- so e cos tenuto nuovamente a distanza, sicch esso la dl- stanza che non pu che essere inspirata di nuovo, di nuovo. espirata, nel replicarsi del gioco della corrispondenza che pu istituirsi e mantenersi solo come risposta, cio come distan- za e sembianza. L'1/3 cos una nuova tesi: {1/3} 1/4 (1/5) ecc. Ci indica semplicemente il replicarsi delle fasi, la lo ro scansione ritmica della distanza, il loro farsi periodo. Non dobbiamo per farci ingannare dalla nostra stessa scrittura e dai numeri progressivi che compalono in essa. E' indubbiamente su questa base che procede la numerazione pro- pria, l'aritmetizzazione della distanza [cid che gia Aristote le a modo suo intuiva, quando parlava del tempo come numero del movimento); ma nella esperienza originaria, l dove ogni scrittura e ogni far di conto sono lontani, noi dobbiamo piut 147 tosto vedere una divisione ancora generica, un controllo som- mario della distanza, Ci attraverso il riconoscimento della cellula ritmica originaria: arsi-tesl, sistole-diastole, in- spirazione-espirazione {in cui, come sappiamo, ogni elemento riveste il senso dell'esser dopo: non c' levare se non in quanto ha il senso dell'esser dopo - e cos insleme prepara- re - ll battere; non c' battere se non in quanto ha il senso dell'esser dopo il levare, e cos via}. In questo modo si met te in cammino la periodizzazione delle fasl. Il bambino comin cia a tenere insieme le fasi del battito cardiaco materno. Con un altro esempio potremmo dire: in questo modo la mamma gatta tiene da presso i gattini, Essa "non sa" che sono 7, n in grado di poterlo sapere. Difficilmente dar a vedere di accorgersi cine gliene stato sottratto uno; forse non reagi- r neppure se le sar sottratto un secondo; ma allo sparire del terzo si porr, miagolando e chiamando, alla sua ricerca. Questa natura dellaritmetizzazione impropria .- del resto un carattere generale della presenza, cio dell'esperienza, Nel- l'esperienza vi un orlo di presenza che numera impropriamen te le fasi, che dice vari giorni fa", intendendo pi di set- te e meno di quindici (e che pu facilmente cadere negli abba gli dell'"emozione", la cui vivacit avvicina inavvertitamen- te il passato e la cui indifferenza lo allontana, poich l'u- na cosa e l'altra dipendono, come ormai abbiamo capito, dal grado dell'attesa). La mente umana, ha osservato Husserl, non pu tener presenti se non poche unit; pu ravvisare o immagi nare una decina di oggetti, o poco pi; le invece impossibi le "vederne" concretamente 47, Cos noi potremmo dire: possa tener presenti 5, 7, 8 fasi ritmiche; oltre un certo limite tutto sfuma nel vago e nell'incerto, Di qui, diceva ancora Husserl, la necessit della scrit- tura il suo collegarsi, come momento essenziale e imprescin diblle, con ogni sapere rigoroso, cio scientifico, ovvero a- ritmetico in senso proprio (non c' scienza sensa misura quan titativa, aveva gi osservato Kant). La numerazione "propria" quello sehemo {per usare un altro termine di Kant) sulla 148 cui traccia ogni rigoroso sapere si impianta e si rende dispo nibile. In generale per il nostro tema noi ora dobbiamo dire: su questa traccia originaria, su questo lasciar traccia che numera il ritmo, che il tempo si impianta - come tempografia. Nessuna nozione di tempo sarebbe possibile senza quella fonda zione grafica" che distende 11 ritmo nello spazio della scrittura ., Da ci deriva quel che notava Kant, vale a dire la nostra irresistibile tendenza a raffigurare il tempo nella linea. Solo che Kant intendeva la questione a termini, per certi versi, capovoliti, e, prima ancora, non pensava adeguata mente ci che, a proposito della linea, andava pensato. Egli riteneva che la linea fosse un'estrinsecazione impropria di un supposto tempo interiore originario, mentre proprio la scrittura, la traccia, che fonda la nozione della numerabili- t delle fasi temporali e in ultimo la coscienza della tempo- ralit. Inoltre egli accusava la linea di supplire al "Gifet- to" della irraffigurabilit del tempo, mentre proprio la raffigurabilit (della linea della scrittura e di qualsivo- glia traccia) ci che consente il calcolo e la nozione del tempo. In terzo luogo, lo stare tutti insieme contemporanea- mente che proprio dei punti della linea gli appariva come la negazione del tempo, cio della sua essenziale successio ne. Ma invece proprio del tempo che le sue estasi stlano tutte insieme, in quanto funzioni del ritmo; e nella linea (pensata nella sua produzione come costruzione originaria, e non come mera figura spaziale, cio pensata a partire dal pi. originario concetto di scrittura e non dal meno originario concetto di spazio) i punti non stanno affatto insieme, ma si pro-ducono come originaria traceta del ritmo: poich il primo punto di scrittura, piccolo a piacere, deve gi essere un se- gno dell'inizio (irraffigurabile) della linea, e come tale gi protendersi alla sua replicabilit nel punto successivo, misurando e disciogliendo in tal modo, in una successione di fasi 1dealmente infinita, l'identit dei due nulla dell'ini- zio e della fine che delimitano la linea e in generale ogni segno e ogni traccia di grafia. 149 Fu necessario "scrivere" per figurarsi il temo. Ma que- | sto tempo raffigurato, una volta interiorizzato e divenuto, per cos dire, "anima", entr in opposizione e in conflitto con l'esperienza stessa donde era sorto. Per comprendere que- .sto punto necessario per un altro passo che, nel nostro . cammino, anche l'ultimo. Menna eee 13, IL TEMPO DELLA VOCE Non basta l'originaria gestualit della scrittura (presa, s'intende, nel suo essenziale radicamento ritmico, e non come gestualit empirica), non basta la nozione della tempografia, n sufficiente il riferimento alla traccia e al grafema per dispiegare e mostrare come 11 tempo si impianti sul ritmo e co me il ritmo diventi tempo: questo il punto, Nol abbiamo sino ra trascurato un elemento caratteristico della fase, della fa- se ritmica, senza il quale la fase stessa non si instaurereb- DE, | Riprendiamo l'esempio del hattito cardiaco (che , si era gi osservato, il pi semplice possibile): perch il battito cardiaco costituisca delle fasi, cio delle cellule ritmiche, non sufficiente che io segni con una traccia tutti 1 colpi del cuore (come fa, a suo modo, l'elettrocardiogramma): non sufficiente perch io faccia l'esperienza del ritmo e su que- sta si impianti il tempo, L'elemento che non pu mancare a que sto fine e che si deve aggiungere l'accento, l'"animua {co me faceva notare, per i suoc scopi, Klages}. L'orecchio Umano, dice Klages, scandisce per accenti, cio percepisce per accen- ti o non percepisce affatto: esso ascolta delie fasi ritmiche secondo la successione della battuta, del battere e levare, So lo in questo modo la distanza percettiva (che 8 distanza di nulla) si scioglie e si distende, diviene identificabile e mi- surabile, si determina come ritorno del medesimo (in sembianza d'altro). Ecco il numero del movimento, come diceva Aristote- le, solo che non c', originariamente, alcun movimento, ma piuttosto il numerarsi (dapprima improprio) della distanza. . La fase allora, sia quella del battito cardiaco, sia di ogni altro tipo, abbisogna del resp?ro; e, oltre al respiro, del grido e della voce. In questa dimensione originaria la vo ce, come gi la scrittura, non che un'esibizione pubblica del ritmo, un "mostrare" il ritmo "per tutti". Legata al re- spiro, la voce incarna eminentemente il ritmo come misura del la distanza e, indirettamente e intrecciandosi con la scrittu ra, incarna il tempo, Ma la voce inoltre il veicolo essen- ziale e fondamentale del processo di interlorizzazione del- l'essere umano. Non posso svolgere qui ffuesto tema {per il quale rimando, chi sia interessato ad approfondirlo, al mio contributo al vol. miscellaneo Di-segno. La giustizia nel di- seorso, a cura di G, Dalmasso, Jaca Book, Milano 1984), Posso solo ricordare che l'esperienza originaria della voce non quella del parlare e del "voler" parlare, ma bensi quella di ricevere all'ascolto la voce, propria e degli altri, "da uo- ri", Il bambino non sa n pu sapere danprima, quando ancora nella culla, che la voce che risuona la sua", poich nul la allora pi "suo" che "altrui" e non sono definiti i limi ti e i segni di separazione tra 11 "proprio" e l'"altro". E! solo attraverso le risposte che la voce ottiene che 11 bambi- no pu, via via, interiorizzarla come "sua", incominciare a disporne per sollecitare quelle risposte e infine usarla come "segno" della sue intenzioni e attese. E' ner questa via che si costituisce l'interiorit, quella voce che parla silenzio- samente dentro" di noi e che Platone chiamava anima. Ed per questo che la filosofia ha ripetuto per secoli che il tem po & il fenomeno pi interno che ci sia, il fenomeno tipico dell'interiorit. A suo modo la filosofia ha detto il vero, ;| perch ha trovato il tempo dove doveva essere, nel suo punto e luogo d'arrivo; tuttavia esso l, solo perch la voce che ve lo ha collocato: non come l'interiore per antonomasia, ma come il prodotto della interiorizzazione della voce medesi ma. La voce infatti, con i Suoi "accenti" modellati sul respi ro o "animus", la prima incarnazione del ritmo. Questa in- carnazione allora esibisce una temporalizzazione esterna del 153 _ ritmo stesso che si riflette dentro di s (cio entro l'emit- tente della voce che, interiorizzandola via via, divlene il "s" emittente). Questa temporalizzazione modellata sulla vo- ce diviene quindi if dentro di s; non c' infatti un prece- dente "dentro di s" o "s", Il nostro cammino era partito dalla osservazione di De Saussure secondo la quale il significante linguistico, cio la parola parlata, il suono della voce che parla, un fenome no eminentemente temporale. In tal modo noi ci eravamo intro- dotti nel problema del tempo a partire dal linguaggio, e ora si vede che quella scelta non era casuale. De Saussure, tutta via, assumeva la nozione del tempo sia dal senso comune, Sia, forse inconsapevolmente, dalla pi tradizionale metafisica, in particolare da talune osservazioni di Kant. Trovandoci ora nella necessit e nella opportunit di richiamarci a De Saus- sure e al nostro inizio, possiamo anche dire che, in certo mo do, il cerchio si chiude, Che il significante. di cui parla De Saussure sia intramato col tempo infatti quanto Gi pi ov- vio cl potrebbe risultare, per il semplice fatto che il signi ficante costituito dalla voce accentata, Non che la paro- la "risuoni nel tempo", come ingenuamente pensava De Saus- sure, partendo dalla ideologica e comune nozione del tempo; non che la parola prenda a prestito dal tempo la natura il carattere di questo: non c' da nessuna parte e in nessun luogo un tempo oggettivo, o tempo del mondo, presupposto alla parola in cui la parola si collocherebbe, sicch, grazie a questo suo situarsi, essa mutuerebbe dal tempo i suoi caratte ri e li trasferirebbe al linguaggio. Anche qui la questione sta in termini piuttosto capovolti: proprio la voce, in quanto incarnazione del ritmo, accento originario, respiro vi vente, che d tempo e che fa tempo; il bambino prende tempo dalla voce, e in alcun modo ce l'ha gi dentro di a: per lui il tempo sta nascendo dentro la voce, e non la voce nel tempo cio in un tempo presupposto e ideologico. | I mattoni di ogni lingua, potremmo dire con un'immagine sbrigativa, sono le sillabe significanti primordiali, quelle 154 sillabe accentate che si uniscono a formare via via le paro- le: mAm-ma, c-sa...., La successione del significante & la successione stessa del respiro, del grido e del canto: succes sione di sillabe che sono originariamente il rivestimento emo zionale del ritmo, Siamo qui ben lontani dai cosiddetti segni convenzionali del linguaggio, e siamo invece nel cuore della prima misura della distanza, Solo in seguito queste sillabe acquistano via via un significato pubblico, diventano vicarie di significati e sensi pubblici, validi genericamente "per tutti", Ci accade per l'intramarsi delle gestualit vocali o riginarie con altre gestualit non vocali e con le relative risposte e corrispondenze, Dapprima la mamma un toccare, gu stare, annusare, vedere la mamma: emozione senza nome e indi- cibile; ma l'intramarvisi della pi semplice e originaria sil laba che ogni essere umano possa pronunciare, fa s che quer sta sillaba non sia pi soltanto un investimento emotivo di u na fase ritmica, di un grido, di un suono, di un respiro, ma di venga anche il segno e la traccia (interiorizzata) della corrispondenza ad altre gestualit, che non sono vocali. Essa allora pu nominarle, prenderne il posto, rappresentarle "per tutti" (come per tutti, essenzialmente, il fenomeno vocale, che tutti possono ascoltare nel medesimo modo, compreso colui che lo emette: egli s7 ascolta cos come gli altri lo ascolta no). La voce diviene allora una misura pubblica della distan- za primordiale, e cio un segno di secondo grado (rispetto agli altri segni o presenze), proprio nel senso della semioti ca emirica e della teoria convenzionale dei segni linguisti- ci. La misura ritmica della distanza, che essenzialmente a- custico-fonica, si intreccia con le altre distanze che non so no acustico-foniche, ma tattili, gustative eco. Ma pensiamo bene, sforziamoci di cogliere adeguatamente, ci che sta accadendo secondo il filo del nostro esempio; cer chiamo di vedere distintamente quel passo decisivo che qui si compie per la nostra generale esperienza. Ci che sta accaden do che le sillabe primordiali (mAm-ma), le quali dapprima sono semplicemente il temporalizzarsi della voce, il numerar- 155 si improprio delle fasi ritmiche del respiro accentato, que- ste sillabe dispongono nel ritmo del tempo (che esse gi co- minciano a scandire) quell'oggetto ideale (a "mamma"), la cui provenienza e la cui destinazione non stava per nella voce, ma stava nel tatto, riell'olfatto ecc. In tal modo la vo ce esibisce una oggettualit intemporale (e quindi a suo modo proprio temporale), cio un oggetto ideale che resta stabili- to e fissato a partire da distanze costitutive le quali col tempo non avevano niente da spartire: distanze che non erano e non potevano essere tempo. Per questo il bambino in-fante vi- ve l'allontanarsi dell'oggetto, dell'oggetto che la stessi- t della sua provenienza, come una definitiva "catastrofe": egli non pu dar luogo a movimenti rassicurativi della fanta sia e al sogno del ritorno; solo col tempo e con la voce, 0 meglio, col tempo della voce, che egli potr coordinare l'as- senza dell'oggetto, preordinarla e numerarla, sino a dire a se stesso: cinque minuti, un quarto d'ora, mezz'ora, ovvero e dapprima quelle numerazioni improprie che sono ancora igna- re di tempografia rigorosa, ma che gi scandiscono la distan= za del ritorno entro fasi sia pur grossolanamente ricorrenti: la mamma andata via, ma torner "presto". Tempo controllabi le e tollerabile. Questo passaggio si potrebbe anche descrivere come un processo che va dal canto alla prosa. Da sempre i musicologi si sono chiesti se la musica significhi alcunch; e si sono divisi in due fazioni: i vuristi e i loro avversari. I primi, argomentando sul filo delia logica e della struttura semanti- ca del linguaggio, sostengono che la musica non significa nul la; siamo noi, noi ascoltatori ingenui, che rivestiamo "psico logicamente" la musica di significati, magari indotti a ci dagii astuti editori (che mirano al cuore per colpire il por- tafogli e vendere i loro spartiti) o, talvolta, dai composito ri medesimi, traditi dalle loro buone intenzioni. Cos noi "crediamo" di "ascoltare" un "chiaro di luna" {come se la lu- ce della luna si potesse mai ascoltare e se una melodia di suoni avesse qualcosa in comune con fenomeni celesti) e con 156 noi tutte le fanclulle in fiore, che stanno commosse a immagi nar la luna e intanto non ascoltano un bel niente. Tutto ci che c' nella musica, dicono 1 vuristi, il linguaggio della musica, la sua "sintassi": intervalli, accordi, tonalit, mo- dulazioni ecc. Ma questo cosiddetto "linguaggio" non ha nulla a che fare col linguaggio propriamente detto, cio con quel sistema convenzionale di segni mediante i quali noi comuni- chiamo dei "significati". Nella musica cl potr star tutto, ma non certo il significato, nel senso proprio del termine, perch il significato non abita la musica, E' difficile dar torto ai puristi, e tuttavia anche i loro avversari hanno qualche argomento. Nessuno di nol ha mai pensato, essi dico- no, che la musica possa significare al modo delle parole; pe- r altrettanto innegabile che un qualche nesso, tra la fra- se e la dinamica musicale e certi contenuti emotivi e raffigu rativi, deve pur esserci, Nessun compositore infatti descrive: rebbe il sorgere del mattino o l'arrivo della primavera con un ritmo di marcia funebre; oppure: nessun bambino, per quan- to sprovveduto, ha difficolt a distinguere, nella favola mu- | sicale di Prokofiev "Pierino e il lupo", 11 tema del lupo da quello dell'uccallino, il tema del gatto da quello dell'ana- tra o infine il tema di Pierino da quello del nonno di Pieri- no. E' evidente che c' una qualche "solidariet", sia pur ge nerica non ristretta, poich sono possibili molte altre so- luzioni del medesimo probiema esnressivo, tra questi temi e gli oggetti che essi significano, evocano, o segnalano. Non avremmo ricordato qui, e in termini molto semplifica ti, questa antica polemica, 3e essa non fosse per noi assai l struttiva. Noi potremmo infatti osservare: il fatto che la musica, come dicono bene i puristi e come essi dimostrano con scientifiche sperimentazioni, essenzialmente ritmo; ma noi sappiamo che il ritmo, originariamente, emozione pura, misu ra pura della distanza, ovvero emozione pura cantata e grida- ta. E il fatto che la musica, essendo ritmo, sia essenzialmen te emozione pura, d proprio qualche torto ai "ouristi". E' bens vero che la musica non pu n ha il compito di slignifi- 157 care significati e oggetti pubblici: questo tutti lo sanno; non esiste la musica del lupo, o i/ tema della primavera. E' pers vero che "lupo" e "primavera" nascondono, nelle loro. stesse sillabe, emozioni ritmiche originarie, originarie misu re della distanza, ed modellandosi su quelle che la musica sl articola, come canto a suono. La musica rende percepibili la distanza e l'emozione originarie, attingendo a quel serba- toio di sensi ai quali. attinge a piene mani anche la voce pub blica e la parola convenzionale. La musica non significa al modo della parola e del linguaggio comune, e per lo pi le sue figurazioni non richiedono e non sopportano nomi, poich si rifanno a strati per dir cos "infantili" dell'esperienza. Ma possono anche collegarsi a nomi e parole, e a ci che essi significano, perch lo stesso gesto vocale , nelle sue radi- ci, ritmico-emozionale, e niente affatto convenzionale e "se- mantico" nel senso "logico" del termine. In base allo stesso principio la mamma interpreta e comprende il pianto del bambi no in culla, sa esso sla segno di irrequietezza, di mero "ca- priccio", come si dice, o invece di fame o di dolore reali, poich interpreta e coglie 11 tipo di distanza che in quel grido viene trasmesso ed esibito. La musica, si potrebbe dire, gioca nella distanza. Per questo sua struttura caratteristica il ritornello", cio quella ripetizione strofica che assurda dal punto di vista del discorso tuttavia musicalmente eterna e irresistibile, La poesia lirica, sorella della musica, come diceva Nietzsche, ha ereditato il ritornello da questa: l'epica invece lo ha ma estosamente espulso. Quando infatti la parola si dirige preva lentemente ai significati pubblici, alle azioni pubbliche, quando tiene di mira pi l'oggetto che non l'emozione, ogni ritornello sarebbe impensabile, ridicolo e inopportuno. Di qui quel tanto di stravagante che c' nell'opera lirica {sem- pre avversata dai "puristi")} in cui l'amato ripete quattro volte all'amata, a ben proporzionata e strofica distanza, "ri torner mio ben,..", come se quella fosse sorda, distratta, sospettosa o pessimista, In quanto l'opera lirica sia conside 158 rata essenzialmente azione, come ritenevano Gluck e Wagner {ma altri non la pensano cos, o non necessariamente cos), e in quanto l'azione esige il tempo pubblico, il tempo unilinea re e cosiddetto irreversibile, allora il ritornello e ogni al tra lirica evasione vanno rigorosamente espunti. Il tempo pub blico infatti una funzione del logs pubblico, del parlare in prosa, di un parlare che letteralmente "in marcia" verso l'aggetto (pubblico), cio in un movimento in cui, come direb be Nietzsche, non si danza. E la danza invece proprio la ri produzione di una cellula ritmica che si ripresenta monodica mente" identica in ogni plurima o polifonica figurazione, se- condo la regola eterna del da capo. Eterno ritorno del medesi mo, se questo che Nietzsche pensava nel suo frequente rife- rirsi alla danza e a un pensiero capace di danzare e di cantare. Su questa base si potrebbe allora avanzare, a scohi di- | dattico-illustrativi, una generale partizione tra civilt del tempo circolare e della parola musicale e civilt del tempo lineare, del tempo storico, del logos narrativo, discutivo e dimostrativo e infine della prosa, le quali ultime civilt si danno, non a caso, una scrittura alfabetica, modellata sul ca rattere unidimensionale deila linea, cio del tempo come lo intendeva De Saussure nel suo riportarsi ai significanti voca li e poi grafici: civilt che rimuovono e mettono ai margini l'incanto ritmico e musicale delle sillabe, sino a produrre quei linguaggi scientifici perfetti in cui 11 segno non al- tro che la costruzione calcolata'di un puro rivestimento con- venzionale del significato e dell'oggetto pubblico, totalmen- te sottratto all'esperienza originaria della distanza. Esperita nella sua funzione concettuale, la parola s1 ri volge all'oggetto ideale puro; e in quanto la parola, parla ta e Scritta, comunque il veicolo del tempo, allora essa ri partisce questa sva natura temporale nei due ben noti opno- sti, teorizzati da tutte le acienze linguistiche; da un iato i significanti che trascorrono, come mera accidentalit "cor- porea" {il corpo della parola"), in una temporalit finita e uni lineare; dall'altro il significato ideale 0 goncetto, come 159 fissit atemporale ed eterna, indifferente ai significanti meramente convenzionali {l'"anima della parola"). Dal che si vede che anche il significato, come si era osservato all'ini- zio di questo paragrafo, proprio perch "intemporale" [come diceva Husserl), asservito al tempo nella sua versione comu ne e metafisica. E' sul modello del logos concettuale, infat- ti, che viene costruita e imposta la teoria metafisica del tempo, quel tempo che "abbiamo in testa" e che contiene tutti i paradossi richiamati all'inizio con le parole di Agostino. Questo tempo non che una conseguenza della concezione meta- fisica del mondo, concezione che oppone l'eterno e lil tempo, l'anima e il corpo, l'interno e l'esterno. In termini sinteti ci potremmo anche dire: l'essere e il tempo, che &,come si gi osservato, la questione metafisica per eccellenza, ci su cui la metafisica da sempre si interroga. Ma tale questione siffatta, si prodotta e sviluppata in tal maniera, che essa ha nascosto la pi semplice delle cose, vale a dire la prove- nienza del tempo dal ritmo. Pi in generale essa ha nascosto che il nostro esser vivi comporta l'esperienza ritmica della distanza, molto prima e molto pi originariamente di ogni elo cubrazione e spiegazione ideologica della vita e del nostro esser vivi, tra due estrerni di nulla. . Come accade, la metafisica ha.nascosto in s il suo se- greto capovolgendo i termini della questione: come ll ladro che scappa e grida "al ladro!" sviando gli ignari passanti al la rincorsa del niente, La metafisica cio si convinta e ci ha convinti che il ritmo sta dentro il tempo, che esso un fenomeno temporale, e non che il tempo sta dentro il ritmo. E naturalmente ha abbassato il ritmo, per far ci, al mero movi mento empirico, quel movimento di cui 11 tempo sarebbe 1Ll nu- mero e la misura, E' stato cos necessario un lungo cammino perch si potesse infine ravvisare, dietro 11 tempo della me- tafisica, il suo rimossa, cio il ritmo come esperienza crigl naria e misura della distanza. E' in base a quella copertura del rimosso che 11 senso comune, ignaro della rimozione e cat turato dai sogni a occhi aperti della metafisica, parla e fan = - 160 tastica del passato e del futuro, imnagina tempi cosmici e ultracosmici destini, aldiqua e aldil, colpe ed espiazioni, metempsicosi e metemsomatosi, Il senso comune non vede ci che continuamente sperimenta e, per cos dire, gli sta sotto gli occhi:]la unitaria presenza del tempo, nelle sue tre esta | si, entro la distanza come evento unico e monodico, evento che non ha e non abbisogna di avere, nell'esperienza, n un aldiqua n un aldila, n un'origine n un termine fisso d'e- terno consiglio. \ In quanto impiantato sulla voce e sulla scrittura il tem po svolge proprio la funzione opposta a quella che il senso comune gli attribuisce, raffigurandolo come 1l vecchio armato di una lugubre falce che ogni cosa distrugge, c come Cronos che divora i suoi figli. Il tempo, come lo abbiamo ravvisato nelia sua genesi, fa proprio il contrario: segno della memo- ria, esso lo strumento col quale l'uomo pu fissare e ricor dare, esso @ la traccia pubblica {e null'altro che questo) | che fa difetto all'infante che sperimenta con sgomento l'ab- bandono, o alla mamma gatta che non pu tenere presenti i suoi sette gattini se non li ha sotto gli occhi. Per questa via si risolve allora una domanda che si era a suo tempo impo sta e che era rimasta in sospeso. Si era chiesto: qual il luogo del passato remoto, dato che esso, come ogni cosa che accade, deve pur accadere "ora", nella presenza? Se non pos- siamo pi pensare un luogo del passato che stia "dietro" il presente, come sta ll passato remoto nel presente? Avevamo no tato che persino la lingua, e ora dobbiamo dire proprio la lingua, discrimina tra varie forme del passato, alcune delle quali concorrono direttamente alle risposte del presente. Ma i1 passato remoto proprio l'emozione che non c', l'oblio e il puro non esserc, poich non apre pi alcuna interpreta- zione, non temporalizza pi n avanti n indietro, non provie ne e non invia. I suvi segni sono lettera morta, come quando, tncontrando l'amato di un tempo, non si ritrova traccia, nel- la sua fisionomia, dell'incanto del passato e anzi ci si stu- pisce che quel volto ci abbia potuto incantare: segno certo 167 di un amore trapassato, come l'emozione contraria cui ci sia- mo pi volte riferiti era segno altrettanto certo di un amore niente affatto trascorso e sul punto di ricominciare, nello spazio riaperto di un passato che si faceva di nuovo futuro, traducendo l'emozione in progetti e iniziative, appuntamenti E attese. co | Come c' dunque ci che non c' e che segni sono i suoi, dato che tutto ci che c', in un modo o in un altro, un se gno? La risposta ora semplice e persino ovvia, C' il mari- to che ha dimenticato l'anniversario del matrimonio e tornan-. - do a casa la sera, del tutto ignaro, ne pagher amaramente il .- fio; ma c' anche il marito pi accorto,. che non meno dimen tico e oblioso di un evento che ha perso per lui ogni emozio= ne nel presente, e tuttavia il mazzo di rose giunge puntuale al suo giorno, come si vede nei film di molti anni fa. Come accaduto questo miracolo? Semplicemente in base al fatto per cui il passato remoto ci che conservato dai segni pubbli ci della pubblica memoria, cos come la "beta" dell'alfabeto greco conservata nella relativa grammatica, inutile alla lettura presente, e tuttavia efficace mer la storia della scrittura. Il marito accorto si ovviamente salvato in base ai calendari e alle agendine, e alla solerte segretaria che debitamente li consulta quotidianamente: - Oggi l'anniversa rio del suo matrimonio; ho provveduto come sempre a inviare a suo nome un mazzo di rose alla signora, E' cos la scrittura . che ferma 11 passato al di la dell'esnerienza, noich la scrittura che fa accadere questa fantasia universale e pubbli ca, questa traccia pubblica e panoramica che non sta in alcu na esperienza {se non appunto nell'esperienza della traccia) che il tempo pubblico entro in riferimento al quale noi ci muoviamo e ci orientiamo come soggettivit e intersoggetti vit pubbliche incarnate. Le fattezze dell'amica o dell'amico ritrovato, in quanto segno che ancora e di nuovo emozionano, non si rivolgono affatto a un soggetto pubblico e non ispira- no risposte stereotipe, convenevoli formali, finte celebrazio ni della memoria e fiori di convenienza, ma si rivolgono alla 162 distanza concretamente ripercorsa e nuovamente colmata del- l'intenso guardarsi negli occhi e stringersi le mani, in un ritorno per certi versi, e non a caso, a dimensioni e con- suetudini "fisiche" pi originarie della parola, in quanto es ga segno convenzionale di secondo grado (sebbene anche la parola, per quanto se ne detto come accento originario, pos sa a sua volta dirigersi, oltre la soggettivit pubblica, al- le distanze originarie di ogni corrispondenza e comunicazione profonde) . Non il tempo che fa morir le cose, poich temporaliz- zare essenzialmente aprirsi alla possibilit di conservare, fa va da s che una civilt profondamente storica e che crede inconcussamente nella realt in s del tempo pubblico e delle sue formule grafiche rappresentate dal numero degli anni e dei secoli, finisca per avere la sensazione che sia proprio ili tempo, quella supposta realt enigmatica che starebbe die- tro a ogni tempografia, a produrre lui stesso la catastrofe del niente, Non la distanza, entro la quale noi slamo ancora oppure non pi collocati, ma la misura pubblica di tale di- stanza diviene il soggetto immaginario che tiene, in sembian- : 2a di Parca, il filo del nostro destino. Il iogos della metafisica opera essenzialmente sgancian- do il tempo dal ritmo e quindi cancellando la base stessa del la sua verace esperienza, In quanto opera in questo modo, la metafisica fatalmente connette il tempo con la morte anzich con la vita; essa infatti scinde 11] tempo dal bilico della di stanza tra i due nulla entro 1 quali si svolge l'esperienza vl vente, definita e symballica. Sostanzializzando il tempo, la metafisica consente peraltro un efficace controllo nubblico della vita; attraverso la numerazione propria e la quantifica zione delle fasi si garantisce la previsione scientifica e ia salvaguardia dei S68 intersoggettivi pubblici. In tal modo la metafisica inserisce nelle vicende umane un terzo posticcio che la visione panoramica, eterna, intemporale delle cose, l'infinito come altra e contrapposta faccia del finito, vissu to come limite negativo dell'esistenza cui il sapere deve por 163 re, per quanto pu, riparo. Tale sguardo panoramico, con i suoi innegabili vantaggi e con i suc progredienti successi, si sostituisce al nuila della definitezza perfetta di ogni di stanza, di ogni ritmo, di ogni emozione e di ogni esperienza. Ma questa elisione del ritmo nel tempo e questa riduzione del l'esperienza alla universalit panoramica del segno convenzio nale e del concetto comporta l'elisione di ci che, con un'an tica parola, si chiamava: pardeta, L'ellsione del ritmo la fine, in un oblio che nessun segno pubblico pu debitamente conservare e far rinascere, di una cultura fondata sulla padeta, che sperimenti in modo vi- vente il finito, Viene meno quella gestualit ritmica in sen- so lato che ordine e decoro esteriore perch anche interio- re, che la "grazia" di cui parlava in certo modo Schiller e cne non si apprende nei manuali; anzi, che non si apprende af fatto, ma a cui si corrisponde rispondendo a una provenienza tenuta in vita nell'intervretazione futura, La gestualit ag- gi annaspa nella tragicit nichilistica della morte o nell'i- larit che soffoca nel riso l'orrore del precipitare e scompa rire nel baratro del niente. Una civilt come la nostra che crede di fatto solo nell'informazione e non sa pi che cosa sia, n pu pi nulla relativamente alla formazione, non pu neppure pi comprendere che cosa intendevano certe societ, o- ra generalmente scomparse quando affidavano l'educazione alla mustea. Proprio Platone, che pure insisteva sul carattere pe- dagogico della musica, cominci a frailntenderla come musica dell'anima" o musica interiore. Di qui gli venne l'idea che Socrate, l'uomo brutto di fuori ma bello di dentro, dovesse dedicarsi alla musica prima di morire, ma alla musica del lo- gos, cio ai discorsi immaginari sull'aldil e sul destino delle anime "dopo" la morte, In realt questi discorsi hanno poi comportato la massi- ma potenza e pre-votenza sull'aldiqua, cio la massima elisio ne del ritmo dail'esperienza e la riduzione del mondo a ogget tivit quantificabile e a strumento della cosiddetta volont "umana". I problemi che ne derivano, al di 1A del vantaggi e dei contingenti pericoli, esigono per ben altro che un pi accorto e raffinato "calcolare"; esigono piuttosto "un'altra musica", come possibile correzione delle nostre disarmonie pubbliche e private. Nei miei termini direi che occorre una ricomprensione dell'incanto della narola come esperienza del- la verit, Svelare le radici metafisiche dell'idea comune del tem po, l'immaginario che si affligge e che ci affligge in questo concetto, la strategia psico-storica che su di esso si impian ta, e nel contempo mostrare come l'esperienza stessa eslibisca un altro modo di intendere il passato e 1} futuro, e conse- guentemente di vivere la distanza del presente, il contribu to che il pensiero pu dare al problema, nroblema che la sola esperienza pensante, per quanto coraggiosamente radicale, non pu certo bastare a risolvere. Ma se & vero che l'intera no- stra civilt si di fatto fondata sul sottile perno di un'im maginaria e ideologica concezione del temno, contribuire a spostare anche di noco l'asse di tale ideologia e il bilico delle sue distanze potrebbe di gi aprire uno spazio di inter pretazione in cui giochino il tempo del futuro, e del passa- to, nella ritrovata grazia del presente. APPENDICE apr CHE NE E' DEL PASSATO? (da: La casa di Dedalo, n, 1, 1983) "= C'era una volta il passato. Un uomo come Kant poteva an- cora credere, senza incrinatura di dubbio, nella realt del passato. Egli poteva del resto parlare della ragione come di una realt pacificamente (anche se magari solo "potenzialmen- te") comune all'intero genere umano passato, presente e futu- ro. Per quest'uomo "di ragione" il passato un dato, indubi- tabile. Scrive Kant nella Dialettica della "Ragion pura": "Noi, per la completa comprensibilit di ci che dato nel fenomeno, abbiamo bensi bisogno dei principi, ma non mai del- le conseguenze", Ci significa: quel che accade nel fenomeno qui e ora ("questo ragno e questo lume di luna tra i rami e cos pure questo attimo e io stesso...") non che la somma meccanica della serie degli eventi "materiali" nella forma li neare e successiva del tempo, "Rispetto a un presente dato, dice Kant, bisogna a priori distinguere gli antecedentia come condizione dei consequentia". Per comprendere il presente dob biamo risalire agli antecedentia (1 "principi"), in quanto es si "condizionano" le loro conseguenze, Del futuro, invece, non abbiamo bisogno {per comprendere presente e passato). Il mondo potrebbe aver fine tra un istante e spegnersi di colmo ogni futuro, Esso resterebbe "cos", per sempre: incompiuta mente compiuto come la semplice totalit di ci che. accade (di ci che accaduto), Onpure il futuro potrebbe continua re: semplice accumulo di quei granelli di sabbia che sono gli infiniti eventi che accadono. L'uno dopo l'altro, staccandosi da un impercettibile presente, fanno un mucchio nell'ideale 168 clessidra cosmica: il mucchio del passato che sempre cresce e sta. Qgni futuro, quindi, avra lo stesso passato, solo accre- sciuto via via degli ultimi granellini che cadono sul mucoc- chio, condizionando la caduta dei granellini successivi. Per- ci la volont non pu che digrignare i denti, impossibilita- ta com' a "volere a ritroso". Neppure a Dio concesso che il factum divenga infectum, che ci che accaduto non sia ac caduto: la mela e il serpente stanno per sempre, e fanno gSrop po, condizionando ogni futuro, Un bel guaio se volesse ripen= sarc, Ma tutto questo, che altro se non la concezione nichi- listica del tempo e del passato? In una prospettiva ermeneuti ca, quale quella che oggi viviamo, le cose cambiano, e di molta, Nella prospettiva ermeneutica 11 passato non mai "da to". Esso non costituito da una serie di istanti che si auc cedono, da antecedentta a consequentia,in modo de-finito: an- che il passato "cambia". Faso non mal "gi cos costituito" e il presente non mai la semplice somma del passato. In un presente ermeneutico i fenomeni accadono in quanto "interpre- tati", Questo interpretare apre un nuovo futuro, Ma ogni futu ro, in quanto nuovo, ha anche un nuovo passato, Per l'atteg- giamento ermeneutico il passato ci che attende al varco nel futuro dell'interpretazione. Il futuro la dove il passa to {un passato) giunge al suo fine e si rivela come destino; ma nello stesso tempo il futuro ci che, nel porsi e nel proporsi, cambia, interpretando,il passato. Sicch nell'atteg giamento ermeneutico, in quanto esso assume il punto di vista de ll'infinita interpretazione, ci che accade, 11 fenomeno, accade in due sensi: come futuro e come passato, Nello spo- starsi continuo del centro interpretativo sul quale poggia copernicanamente" ('brunianamente") il piede alato del pre- sente, le due dimensioni del futuro e del passato si modifica no insieme: onda circolare mobile col suo mobile orizzonte. Ha scritto Paolo Rossi: "La conquista o la scoperta del tempo fu un'operazione assai lenta. Nel 1659, l'uomo e la na- tura (che sono usciti ineteme dalle mani di Dio} hanno un pas 169 sato di poco pi di settemila anni per Vossius, di quasi 5.700 anni per Horn". ancora: "Gli uomini dell'et di Hooke avevano un passato di seimila anni, quelli dell'et di Kant erano consapevoli di un passato di milioni di anni, Non c' diversit solo fra vivere al centro o ai margini del mon- do, ma anche fra vivere in un presente relativamente vicino alle origini {disnonendo per di pi di un Testo che narra tue ta la storia del mondo) o invece in un presente dietro il qua le si estende l''oscuro abisso' (l'espressione di Buffon) di un tempo quasi infinito (...). L'infinit del mondo nello spazio, che esaltava Bruno, provocava invece in Keplero un senso di smarrimento e ai nascosto orrore". La quasi-infini- t del tempo, l'immagine di una storia concepita secondo una scala cronologica enormemente ampia provocava anch'essa rispo ste divergenti. La riflessione sulla lunghezza della storia u mana, sulla sterminata antichit delle nazioni si svolge in questi stessi anni e, in molti casi, appare strettamente in- trecciata alle discussioni sul divenire della natura e sulla storia della Terra (...). L'uomo s1 era concepito, per molti secoli, al centro di un universo limitato nello spazio a nel tempo e creato a suo beneficio. Si era immaginato abitante, fino dalla creazione, di una Terra immutata nel tempo. Si era costruito una stria di. poche migliaia di anni che identifica va l'umanit e la civilt con le nazioni del Vicino Oriente e poi con la Grecia e con Roma, Si era pensato diverso, per es- senza, dagli animali: signore del mondo e signore e padrone dei propri pensieri. Ci si trover presto, nel nuovo secolo, a fare i conti con la distruzione di tutte queste certezze, con una diversa, meno narcisistica, ma certo pi drammatica immagine dell'uomo" (1). Kant ha dunque alle spalle il mondo di Newton e il pas- sato di Buffon. Noi il mondo qQdi Einstein e il passato di Dar- win. Cos pure, dopo Marx, il passato che l'uomo ha alle spal le non pi il medesimo; e proprio per ci si apre un nuovo destino, un nuovo futuro, proprio in forza di quella interpre tazione di un passato che Marx defini pre-istorico e vide do- 170 minato dalla lotta di classe (o/avis universalis e vista tele scopica di eventi sino allora fraintesi o ignorati del tut- to}, Tuttavia, noi abbiamo ora anche Marx alle spalle, e la noetra interpretazione della sua interpretazione, sicch 1] nostro futuro si dipinge un po' diversamente da come egli im- maginava, unitamente al modificarsi del nostro passato rispet to al sua. Con tutto ci, e sebbene queste osservazioni possano ap- parire a prima vista abbastanza pacifiche per la nostra co- scienza, 11 punto essenziale della questione ermeneutica, del suo interpretare e reinterpretare il passato {e il presente e il futuro), non ancora colto, o pu non essere colto, se noi non ci disponiamo a pensare davvero questo semplice fat-- to: che il passato di Vossius e il passato di Kant erano real mente diversi; cos come sono realmente diversi il nostro pas sato e quello di Kant: diversi aila lettera e non cos per di. re. Come potremmo pensare davvero (questa verit che urta cos. clamorosamente contro le certezze del nostro senso comune, an cora totalmente intessuto di idee e di evidenze nichillisti- che, a cominciare dalla comune nozione del tempo e dal privi- legio cosmico che da sempre le attribuiamo? La questione ermeneutica in cammino da temo, per cs. da Schleiermacher; ma soprattutto da Hegel: da quel suo ripe- tuto per noi della fenomenologia dello apirtito, Per la co- scienza servile accade questo e quello, per la coscienza Si- gnorile quest'altro; ma per hot ci che accade tra loro "in verit" un'altra cosa. La storia di quelle coscienze e di quei mondi trova in nat la verit e il suo senso, Il che poi, in definitiva, vuol dire: altro il mondo degli womini che vissero la relazione signoria-servit, col loro passato, Dre- sente e futuro; altro il mondo nostro, col suo sapere e in- terpretare, in cui compreso quel passato per noi*. Se to- gliamo l'"assoluto" (il "sapere assoluto"), come da tempo e da ogni parte si dice di poter e dover fare (con la convinzio ne, chiss perch, di divenire cos pi "sensati"), quale rea le differenza resta tra il nostro sanere ermeneutico e il sa- 171 pere hegeliano? Ma seguendo, ora, tutt'altro corso di problemi e tutt'al tra tradizione di pensiero, possiamo dire che la questione er meneutica -in cammino anche dai Principles of Geology di Charles Lyeil. Come stato osservato di recente, "risale in- fatti a Lyell il principio secondo ll quale occorre spiegare il passato rifacendosi a cause note e operanti nel presente. Questo'principio, all'apparenza cos ovvio da sembrar banale, contiene in verit una conseguenza dirompente. Consente di in vertire l'ordine cronologico, storico: il presente diviene l'origine del passato, il suo modello esplicativo" (2), E' no to che Darwin applic tale principio alle specie viventi e si sa con quali conseguenze. Ora, questo rappresentare "il corso della natura nei periodi pi antichi come somigliante in tut- te le circostanze essenziali allo stato di cose ora stabili- to", come scriveva Lyell nei Conciuding Remarks della sua ope ra (3), non comporta automaticamente il pensiero che il passa to realmente muta sulla:base del modello esplicativo del pre- sente, Di certo n Lyell n Darwin formularono mai nella loro mente un pensiero del genere, sebbene esso fosse implicito in modo necessario in ci che essi venivano facendo e dicendo. ESSl non poterono, come si osservava poc'anzi, pensarlo davve ro; e ci, a parte Lyell e in termini pi generali, perch la scienza naturale e la scienza storica del nostro tempo sono ermeneutiche senza saperlo (senza poterlo "pensare", o senza poter pensare, come diceva Heidegger}, sicch sono prevalente mente ignare delle conseguenze davvero "dirompenti" del loro operare. Nella totale storicizzazione del passato, ad esempio, come potr la storiografia non arrivare a storicizzare anche se stessa, cio il proprio sguardo veritativo, che essa si o- stina a considerare, non alla stregua di un punto di vista in terpretante in movimento col suo oggetto (come avrebbe detto Peirce), ma sempre pi tendente a una mitica e immaginaria "oggettivit?", Maigrado queste osservazioni e pure supponendo che esse possano trovare consenso e comprensione, resta nondimeno 11 1 problema: come pensare devvero che il passato muta, che di fatto diviene altro da s, che l'universo del nostro passato ron pi 11 medesimo, in senso reale, degli uomini di due se coli fa, come il lora era di fatto diverso da quello di sSene- ca e quest'ultimo da quello di Omero, e cos via? Come evita- re di trasformare questo pensiero (che ha quanto meno il meri to della coerenza) in un altro pi blando, meno "dirompente" e anche incoerente pensiero che dice: il passato muta nel sen So che mutano le nostre cognizioni e le nostre interpretazio- ni di esso, nonch i nostri metadi e 1 nostri strumenti di ap proccio, ma ci non significa per che, in s, ovvero in tut- ta la sua pur inesauribile complessit, il passato non resti per sempre quello che stato, cos come appunto, in s, e55s0 stato, 4ndipendentemente da ogni interpretazione, punto di vista, metodo o opinione? Come evitare questa illusoria sensa tezza dei nostro sguardo, se ci che ci caratterizza come uo- mini moderni" proprio l'assunzione di un siffatto abito di pensiero e la convinzione della sua "ovvia" veridicit? Ma poi ancora cos ovvia questa supposta verit? Noi diciamo: quel che stato 4 stato, Per anche sappia mo: quel che stato non c' pi, Ma come fa a "stare" quel che non c' pi? Dove "sta" il passato? Nemmeno il presente sta, ma almeno, pensiamo, esso #, Ma che (e in che modo d} il presente? Sappiamo bene che la risposta ardua, anzi im- possibile. Presi come siamo da questa vertigine dell'ineffabi lit, e ancor prima dell'incomprensibilit del tempo, che pu- re continulamo a pensare come "l'orizzonte dell'essere", o co me luogo di tutto ci che accade {e che perci , stato 0 sar}, come faremo ad affrontare senza incertezze 11 problema del passato? Nel presente, diciamo anche, stanno i segni del passato; interpretando questi segni che noi "ricostruiamo" il passa- to (in base al principio di Lyell: le relazioni attuali tra gli eventi sono le stesse in ogni tempo, sicch possiamo pro" iettarle all'indietro pr ricostruire gli antecedenti che de- 173 vono presumibilmente essere accaduti per dar luogo; cos come danno 0 potrebbero dar luogo oggi, a quelle conseguenze che osserviamo in forma di segni della nostra presenza) ({4), L'e- vento del passato (a partire dai segni del presente) viene co si collocato n un nesso di ralazioni che si suppone visto visibile, osservata o osservabile, in modo pancoramico:; c' un occhio ideale, collocato in un ideale punto di osservazio- ne non coinvolto dal movimento storico e interpretativo che "vede tutto" (o aspira a veder tutto come idea teleoclogica del suo sguardo). Omero, come segno ancora presente, Ci invia a pensare: forse accadde davvero la guerra di Troia. Ma Schliemann trova poi i probabili segni del mitico conflitto impressi nel resti di mura bruciate e conservate nella profondit della terra. Se per supposizione del tutto fantastica potessimo ritrovare un archivio di tavolette incise in un'ipotetica "Lineare C*, le quali, decifrate, rivelassero di essere il catalogo, del- l'impresa (quante navi, quanti uomini, cavalli, vettovaglie, quali ordini di manovra, quali capi, ecc.)}, noi avremmo com- piuto un altro passo decisivo ver ricostruire il "fatto stori co" che "ispir il mito omerico". Omero, per narrare, invoca va le dee della memoria: "Oh Dee, voi che avete tutto visto, tutto sapete" (5). Era il suo modo di render "pubblico" il fatto. Cio "vero". Il fatto vero perch accaduto al co- spetto delle Dee che vedono tutto e perci sanno tutto (6). Noi contemporanei sorridiamo di tanta, seppur "poetica", inge nuit. Non esistono Dee, nessuno vede tutto, e se pur Uno c', la scienza storica non ha da occuparsene, ma deve solo confidare nel suo "metodo" (clo nella sua via atta a rintrac ciare fatti concreti da segni concreti, stne ira, stne stu dio, sine furore poetico-religioso). Questo significa: ci che accade un fatto, ed un fatto vero, in quanto accade al cospetto dell'occhio pubblico della storia universale. A- chille e Agamennone, Diomede e Ulisse, Ettore e Priamo, e le loro spose, "pensavano" di esser "guardati" dall'occhio degli eee, 174 Dei (per pstcologrtoa superstizione di genti primitive); i me- schini non sapevano di essere invece guardati dall'occhio del la storia universale (cio: da noi} e che la verit di quel che stavano vivendo e facendo non era ci che essi immaginava no, Non quale ira o vendetta degli Dei e dei mortali, noi, se fossimo stati presenti (ma ecco che quasi ci Siamo, grazie al le tavolette interpretate da not), avremmo chiesto; n (figu riamoci)] come era bella Elena; ma: quali rapporti commercia- li? quante derrate annue? duali classi sociali? quale econo- mia? quante armi? quanti cavalli? (per favore, il numero "rea le", senza arrotondamenti "estetici"), E' con queste domande che noi ci faremmo strada verso la verit, Ma quale verit? Verit di che e rispetto a che? Nell'esperienza che diciamo "privata" noi viviamo e pen- siamo altrimenti, I fatti del nostro passato restano per lo pi indecidibili, sino a scomparire nel nulla. Tizio am Ca- ia, tempo fa; ma venne il giorno in cui, dopo aspre liti e fugaci riconciliazioni, Tizio e Caia decisero di lasclarsi. Negli anni successivi Tizio ha via via reinterpretato ll fat- to, scoprendo ogni volta che altro da ci che ne aveva prima pensato era accaduto tra loro "in verit". Caia, durante que- sto tempo, aveva fatto altrettanto. Ma che cosa, in definiti- va, era davvero accaduto? I due potrebbero ricorrere a un ter zo, a un amico allora testimone della vicenda: che accadde tra noi? Perch ci lasciammo? Chi sbagli per nrimo? Eppure ci amavamo sinceramente, non vero? L'amico ha in merito la sua opinione, o almeno l'aveva, e cos l'amica, il collega, i parenti. Ma perch una sarebbe pi vera di un'altra? Con che diritto uno sguardo potrebbe dire di aver visto e capito il senso del tutto di quella vicenda? Guardando da dove e in ba- se a quale misura? Ma se nessuna dei protagonisti e del testi moni pu dirlo, chi mai in seguito potr dirlo? Lo psicanali- sta di Caia? Il padre di Tizio {che era sempre stato contra- rio)? In verit, accadde tra me e te, ma n io n tu sappiamo cosa e perch, n lo sapremo mai una volta per tutte. E infi- ne, in verit, ce ne dimenticheremo. Non proprio ll fatto 175 {questo evento divenuto pubblico della nostra vita wubblica), ma la passioni che lo animarono, lo fecero accadere e lo ac- compagnarono per un bel po'. Tizio non ha pi "interesse" a sapere cosa accadde e perch. Caduto l'interesse, vin meno o gni possibilit di sapere (meglic sarebbe dire: di esperire nel suo errare) la "verit", poich cessa ogni interpretazio- ne e reinterpretazione: tanti anni fa mi fidanzai con Caia; fu un periodo turbolento; non andava tra noi, e tutto fini. Il passato del vivere "privato" affonda nel nulla senza accedere per nulla a 7a verit, E nessuno invero se ne stupli- sce. Il passato resta con noi fino a quando noi continuiamo a interpretarlo (o a esserne soprattutto interpretati, in quan- to inquisiti, incalzati, interpellati dai suoi segni). Cogi accade per il passato, la "storia", delle famiglie: incombe sui suoi membri, oltrepassa pi di una generazione, ma via via diviene aneddoto e leggenda familiare, per affondare infi ne nell'oblio. Nessuno ne sa pi nulla, Un bicgrafo potrebbe ricostruirne la "verit". In realt potrebbe ricostruire solo i fatti "pubblici", con la Zoro verit: nascite, morti, matri moni, contese, fortune e disgrazie. Un po' come noi narriamo i periodi remoti della nostra vita che non sentiamo pi di a-' ver vissuto, e che comunque valutiamo secondo 1 modi esnlica- tivi che ci caratterizzano nel presente, come faceva Lyell con le sue rocce e 1 suoi vulcani. Con. queste osservazioni ci siamo avvicinati al punto es- senziale, che qui si deve necessarlamente esprimere nel modo pi sintetico: LI passato, quel passato che il senso comune, e anche la scienza, considera comes una realt in s, avvenuta una volta ver tutte, un concetto "pubblico" e una verit "pubblica". In quanto tale, esso figlio della ratio dell'Oc cidente, cio della filosofia. E' la filosofia ad aver costi- tuito una realt pubblica, fatta di enti e di eventi pubbli- ci, esprimibili in un Zogos pubblica, in una ragione imperso- nale e universale. \Ed anzi questo logos, questo dialogare e | dibattere per giungere a una verit comune e pubblica, l'even to capitale che ha reso nossibile uno sguardo volto a istitui 176 re l'oggettivit in s, naturale e storica, E' in questo modo che l'occhio del sapere ha preso il posto dell'occhio degli Del. Ora per che "morti son tutti gli Dei" per rimasta questa loro ombra nichilistica che disegna l'ideale figura di una grande coscienza, o di un Interpretante finale e caoamples- sivo, al cospetto del quale da sempre si totalizszerebbero tut ti gli eventi del mondo, conservandovi la loro realt e veri- t "in s", E' questo grande Interpretante cosmico che assi- steva lmpassibile alle originarie scissioni nucleari che die- dero vita all'universo e di cui i cieli e le stelle conserva- no come segno un'eco che ancor oggi lo scienziato pu "ascol- tare", sicch, mettendosi al posto dell'Interpretante origina rlo, pu descrivere come dall'alto "ci che accade in verl- t"; questo stesso Interpretante che osserv imparziale le migrazioni indoeuropee, cos che lo storico, preso il suo po- Sto, ne possa tracciare la mappa. | Questa grande fantasia vubblica {che abita anche i cer- velli dei "privati", in quanto anch'essi sono resi tali, cio privati, entro la strategia pubblica della ratio occidenta- le, e perci son fatti ciechi al senso effettivo del loro e- sperire), questa scena immaginaria dell'obiettivismo scienti- fico (questa "messa in scena") per assai diversa da come noi o il nostro senso comune se la figura inconsciamente. Que sta immagine ha la realt e la verit delle sue operazioni i- dealizzanti e obiettivanti,., Non sta altrove da quelle opera zioni e dalla loro ripetizione interpretativa; non ha altro luogo, se non quello che le compete: il luogo "pubblico", che indubbiamente intrama il suo senso e la sua prospettiva con l'esperienza del vivere che gempre di nuovo facciamo: ma che non ha altro luogo e altro senso, Non la verit del mondo (e del passato del mondo}: non detiene per s la verit in s, "obiettiva". Anche e soprattutto perch "verit in s", mondo" e obiettivit" sono concetti pubblici. Loro fondamen to e ragion d'essere e la ratto pubblica e il suo fogos, la ragione filosofica scientifica. E' davvero assurdo (per nul la "sensato") che la ragione cerchi in quei concetti, che es- 177 sa ha inconsciamente costruito, e nei supposti "oggetti" cor- rispondenti, ia sua verifica": come se quegli oggetti fosse- ro reali cd esistenti, e quindi veri, al modo in cui fu rea- le {sebbene in un senso "logicamente" indicibile) l'ira di A- chille e la relazione amorosa di Tizio e Cala, Si sa come si difende, a questo proposito, la ragione: l'ira, l'amore: ma questi sono fatti "psicologici"; per questo la logica non li pu esprimere (sebbene, mediante qualche pillola chimica, li potrebbe modificare). Si difende cio con la distinzione tra "pubblico" e "privato". A partire dalla istituzione del "pub- blico", E dall'invenzione dello "psichica". Cerchiamo di illustrare il senso del discorso che prece- de con un esempio direttamente vissuto. Viaggiavo, tempo fa, in treno. Nei pressi di Pisa, stan do al finestrino, osservai un grande capannone, Era assai mal ridotto, forse abbanonato; molte delle sue numerose finestre avevano i vetri rotti o ne erano prive del tutto. Mi trovai a calcolare quanti anni potesse avere: forse quaranta? Ci fu un giorno, pensai ancora, in cui era nuovo, lucido, in ordine, appena inaugurato, con tutti i vetri a posto che rifletteva- no, abbagliando, il sole al tramonto - come ora, Qui intorno la campagna, la strada ferrata, era tutto certamente diverso. E mentre qui accadevano quei bagliori delle finestre al tra- monto e il bel capannone concludeva la sua prima giornata di vita, io, nello stesso istante, nella stessa ora, ero bambino a Bologna, accanto a mia madre giovane e bella che si occupa= va di me, L'Italia era allora un altro paese da oggi, la vita aveva ritmi e sensi in gran parte scomparsi, le donne e gli uomini vestivano altrimenti, parlavano anche altrimenti. Mi venne allora un'idea assurda {ma comune, credo, all'esperien- za di molti}: se per miracolo tutto potesse tornare indietro di quarant'anni - il capannone, la campagna, Bologna, la mam- na, 10... Questo pensiero puerile ne innesc un'altro, che prende- va la sua misura e il suo senso dall'oggi, cio da ci che og gi son diventato: ma questo miracolo "notrebbe" accadere? Non 178 la sua possibilit dti fatto, ovviamente; come si sa, 11 tempo non scorre a ritroso. Ma la sua possibilit di diritto, la sua possibilit "logica". E' di princinvio possibile (anche se di fatto impossibile) una cosa simile? Ora, il nunto che qui interessa proprio questo: che ci di principto imposstbi- Ze. A quale luogo tornerebbe infatti il "mondo", tornando nel passato? Se tutto tornasse al 1942,,, Ma il 1942 il luogo di un'interpretazione pubblica, Esso in s non mai esistito (non mai esistita la supposta totalit degli eventi che noi riassumiamo nella cifra 1942), come non esiste questo novem- bre del 1982 e l'immaginaria totalit degli eventi obiettivi che starebbero in esso, Questi luoghi pubblici non sono "ci che esiste" o ci che accade", Se tutto tornasse come allo- ra: ma quale "tutto", e a partire da che o da chi? Solo per il "Dio", al cospetto del quale e per il quale tutto accade ed , questa frase pu avere senso. Ma & proprio il Dio, que- sto Interpretante complessivo immaginato dalla onto-teo-lo gia, che non ci-., Solo ner i pi antichi Dei, della pi ar- caica cosmologia, tutto tornava effettivamente da cano, ogni primavera. Che il mondo sia una "totalit oggettiva" di relazioni (il capannone e le sue finestre, i vetri e il tramonto che li abbaglia, la campagna e il treno che passa, il bambino e la mamma, oppure il ragno e la luna) questa appunto la "finzio ne pubblica" che non ci-. "Capannone", "bambino", "luna" so- no unit di significato pubblico di cui si pu misurare l'et, l'aspetto, la persistenza e la funzionalit rispetto a uno scopo e simili. Ma dov e come "esistono" tali unit? Dal punto di vista del suo "uso sociale" il capannone nuovo me- glio di quello vecchio, Dal punto di vista della "sociale con vivenza" il bambino tranquillo meglio del bambino agitato, Ma queste unit di significato non stanno nella "campagna", in braccio alla "mamma" o nel "cielo notturno" {che sono al- tre unit di significato pubblico) Dietro queste unit che, con un termine platonico, si potrebbero chiamare "logistiche" {Rep., 439 d), si intramano eventi infinitesimi'e molteplici, ri 179 relazioni n oggettive n soggettive, ma de-finite dal loro ac-cadere finito come nulla di significato. Il capannone acca de nel nulla del suo scopo come evento non misurabile n col- locabile in spazi e tempi pubblici. Esso accade in miriadi di eventi sotto il sole e la pioggia, nel vento che spezza i ve- tri - e perch un vetro spezzato non andrebbe bene? Non si spezzato in base alla gua natura e nell'incontro con altre "nature"? - Dove sole, pioggia e vento accadono a loro volta. de-finiti in miriadi di eventi che non fanno totalit, non hanno una stanza oggettiva {rispetto a quale osservatore pri- vilegiato, non coinvolto in alcuna sfanza particolare, ma po- sto nel luogo "supremo" della visibilit?}, ma solo una reci- proca distanza. Non c' "insieme" di. questi eventi come sto- ria in s del capannone, Questa storia il racconto inter- pretante condotto in base al significato pubblico "capannone" e al suo uso sociale : unit fittizia destinata a sua volta a finire nel nulla, in quel nulla che sempre ac-cade con gli e- venti finiti e de-finiti dalla loro distanza e prospettiva multiversa; ognuno dei quali eventi - si potrebbe dire - dise gna un mondo precario che gi sl inabissa nel nulla che gli ha dato stanza aprendogli la sua distanza, ma nessuno del qua li si lega con tutti gli altri in alcun "mondo" compiessivo e riassuntivo, se non in forza, appunto, dell'interpretazione pubblica" che la ratto conduce per i suoi scopi. Cos da dire dell'unit pubblica "bambino". Gli eventi dell'infanzia, la loro costitutiva distanza dalla madre e dal mondo, hanno prodotto catene interpretative che via via svaniscono (sebbe- ne il pensiero dell'et di un capannone ancora ne manifesti la perdurante presenza): essi inviano l'adulto alla sua fine. Fine che gi di continuo ac-cade, e che le unit pubbliche ("bambino, "adulto", "vecchio") tengono provvisoriamente so- spesa ("quando da bambino mia mamma..."), prima della ioro to tale "catastrofe" nel nulla del non pi, e quindi del non mat accaduto, Rispetto a che sarebbe infatti accaduto ci che non ha pi interpretazioni e Interpretanti possibili avanti a s? Dove sta e resta questo accaduto, che non pi per alcun fu turo, in attesa di alcun futuro? Dell'uomo che fu bambino ces ser anche la "storia" pubblica, cancellandosi con la storia della sua famiglia e del suo mondo; mondo che mali constati- to in s in tempi e luoghi oggettivi e che di principio non pu essere ritrovato con un ipotetico cammino a ritroso, sul- e orme di ipotetici eventi disposti come i grani di mollica di Pollicino in una linea unidirezionale e oggettiva dello . spazio e del tempo. Anche il tempo pubblico, con la agua finzione di "acorre- re", non ci-, Il passato, allora, cui si vorrebbe ritornare, non solo non c' pi, ma, pi esattamente, come si disse, non mai atato n sta. Dove allora dovrebbero ritoriare il mondo e tutte le cose del mondo per ritrovare l'istante "reale" di quarant'anni fa? Non e' luogo che ha raccolto, conservato e tenuto insieme l'invecchiare del capannone, il suo trascorre- re, cos come non c' luogo che tiene l'archivio di tutti gli istanti: questo luogo immaginario, non altrimenti della lu- na di Astolfo, Esso designa il capannone come oggetto pubbli- co, convenzionalmente ri-conosciuto come tale da chi lo ha u- sato. Il capannone pu essere misurato in base al tempo pub- blico trascorso, al colore dei suoi muri, all'integrit delle sue finestre, Questa unit di significato pubblico certamente nasce, invecchia e muore, @ certamente ha un nassato pubblico che, sin quando permane nell'interpretazione pubblica, non mu ta, Ma quel passato proprio ci che, al di fuori gi quei. calcoli e usi interpretativi, non # stato mai. Cid che c', invece, lo vediamo: quel bagliore del ve- tro spezzato che mwnisce in un lampo il capannone, il sole al tramonto, la campagna, il viaggiatore, i suoi ricordi, e li invia immediatamente al nulla del quale sono l'immagine. Que- ato nulla che c' impedisce il passato: che esso stla e si raccolga in s, nella sua"totalit". - Non ci avete mai pensato? Consentite che la totalit, anche per un istante, ci sia - la totalit di ci che ora e sinora accaduto (cos ci immagi- niamo il passato, come lo immaginava Kant): niente pi potr allora accadere. Sicch l'accadere del nulla (o che nulla sem 181 pre accade), ci per cui il passato on sta, allora lo stes so modo in cui accade l'evento, quel qualcocosa che noi, nei nostri modi pubblici, diciamo che , Affermare questo per come aprire un nuovo problema. Ci esigerebbe un altro (pubblico) discorso (7). NOTE L 2) 3) 4} 3) 6) 7) Rossi P.: I segni del tenpo, Storia della terra e storia delle nazio- ni da Hooke a Vico, Milano, Feltrinelli, 1979, pp. 11-2, 207. Ferrari G.A.: "Introduzione" a C. Darwin, L'espresstone delle emozio- ni, trad. it, Milano, Boringhieri, 1982, p. XXIV. Cito dalla dodicesima ed,; Lyell C.: Principles of, GeoLogy or the Mo dern Changes of the Earth and Its Inhabitants, London, Murray, 1875, vol, II, p. 619, E' ci che oggi viene applicato anche in cosmologia come "principio fondamentale". Ma lo aveva a suo modo gi espresso anche Giordano Bru no (cfr. per tale argomento Sini C., Passare LL segno, Semiotica, co- smologia, teentoea, Milano, il Saggiatore, 1981, p. 162}. E' il celebre inizio del catalogo delle navi e degli eroi che galparo no verso Troia (II., II, 284 sgqg.). Per la connessione tra sapere e vedere nella cultura greca e il suo nesso con la fondazione della scienza storica occidentale, oltre a Snell B., La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it. Torino, Einaudi, 1963, rinvio al mio Passare segno cit., parte II, Per il tema del nulla e dell'evento, qui solamente accennati, rinvio alla parte II del mio Kiniesis. Saggio di interpretazione, Milano, Spi rali, 1982, Materiali Carlo Sini . Universitari IL TEMPO E L'ESPERIENZA Lettere 58 Il tiempo la questione capitale e ricorrente della filosofia occi- dentale. Esso in tutti i sensi la nozione cardine dell'uomo storico e della sua civilt, poich nell'orizzonte deltempo che il pensiero europeo, da Platone e Aristotele a Husserl, Heidegger e Bergson, cerca la sua verit e il senso dell'essere. Tuttavia, 0 forse proprio perquesto, iltempo li pi problematico, inafferra- bile e inconcepibile dei concetti, come aveva compreso, conuna modernit che non tramonta, Agostino e come ancora rileva Heidegger in Tempo ed essere, Noi crediamo di sapere che cosa il tempo sia, poich esso si intrama con ogni esperienza e con ogni evento della nostra esistenza, ma non troviamo pai parole adeguate a questo sapere, Se solo lo asserviamo, tale sapere precipita in un abisso di paradossi e di enigmi. Perch ci accada e in particolare quale segreto inavvertito siceli nell'espe- rienza del tempo e nel destino di questa parota che governa silenziosamente tutti inostr pubblici saperi, iltema del presen- te lavoro. L'analisi cos, asuo modo, unaresa di conti essenzia- le con le radici metafisiche della nostra cultura. Carlo Gini insegna Filosofia teoretica presso lUniversit degli Studi di Milano. Le sue opera pi recenti sono: Semiotica e filosolie (Bologna 1978}; Passare il segno. Semiotica, cosmologia, tecnica (Milano 1981); Kinesis. Saggio di interpretazione (Milano 1982}; Immagini di verit {Milano 1985). 2:22: Edizioni 65245: UNICOPLI L, 15.000 Milano (IVA Inc) | ISBN 88-7061-274-0
Thursday, June 19, 2025
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