STORIA DEL FANTASTICARE Elémire Zolla PORTICO CRITICA E SAGGI BOMPIANI © 1964 Casa Ed. Valentino Bompiani, Milano “The poet and the dreamer are distinct, Diverse, sheer opposite, antipodes. The one pours out a balm upon the world, The other vexes it.” Joun Keats, The Fall of Hyperion “Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri rivolti all’Assunzione dell'Uomo. L’anima immensa aveva valicato il secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato la no- vissima età. Il cielo era diventato il suo terzo regno, non conquiso col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine schiavo.” GaBrIELE D’AnnunzZIO, Forse che si forse che no PARTE I LA FANTASTICHERIA Esistono luoghi dove si è condannati a fantasticare: la catena di montaggio, il colombario burocratico, la sala d’attesa, la prigione, ogni radunanza dove manchi la pas- sione spirituale o l’esercizio dei muscoli se non della mente. Allorché comparvero le catene di montaggio si osò congetturare che gli operai addetti (o, che è lo stesso, coloro che sorvegliano i quadranti delle fabbriche auto- matiche o i guidatori al volante su un’autostrada), una volta perfettamente allenati alle loro manovre meccani- che, avrebbero avuto la mente del tutto sgombra per pen- sare. In verità alla catena di montaggio e in altrettali fran- genti l’uomo può soltanto fantasticare. La differenza tra fantasticheria e pensiero, sia pure un pensiero riccamente nutrito di fantasia, è manifesta; ba- sta il colpo d'occhio su due opposte figure: l’uomo che fantastica seduto in un’anticamera con il piede o la mano che tradiscono nei loro movimenti automatici e nervosi il lavorio dell’immaginazione, e, di contro, l’uomo che medita o contempla, assorto senza alcun gesto o contra- zione. Nella lingua italiana la condanna della fantasticheria era implicita: fantasticamente voleva dire nel buon se- colo: con modo rincrescevole, molesto ed in latino l’uo- mo fantastico si diceva r0rosus, che significa altresi stra- vagante, morboso. Opera fantastica equivaleva per la Crusca a “senza fondamento” e uomo fantastico era come dire intrattabi- le dall’aver sempre la fantasia occupata. Dunque non si 8 ELEMIRE ZOLLA distinguevano il réveur e l’uomo molesto, stranito che an- dasse producendo fantasime, incubi. L’atto del fantasti- care dicevasi altresî stillare il cervello, mulinare, ghiribizza- re, girandolare, grillare. Con curiosi giochi d'immagini, il repertorio delle locuzioni popolari esortava a “non aver grilli per la testa” e tanto più, a “non mettere in vali- gia”, cioè nella pancia, il grillare o ribollire della fanta- sia. L’uomo fantastico veniva posto sotto l’egida del gril- lo, suo animale totemico, cui egli si condannava a rasso- migliare. Il grillo è inquieto e capriccioso, l’opposto del- l’ape operosa e sapiente; quello ha voce stridula, eccita- ta e monotona, questa, viceversa, grave, maestosa e mo- dulata. L’ape è un animale sacro talché porge insegna- menti a chi la osservi e simboleggia il pensiero; il grillo sta agli antipodi, sa modulare il suo canto solamente quando gli si accosta la femmina; quando poi è della specie affine alle talpe, si scava cunicoli sotterranei e rie- sce disastroso alle piante poiché divora le tenere radici. La fantasticheria, come il grillotalpa ai coltivi, è esiziale alla cultura dei sentimenti. Il genio della lingua ordina in varie specie il fantasti- care: l’arzigogolo è quello del truffatore, simile all’alma- naccare che però è più futile, come stabili il Tommaseo; il cincischiare è del linfatico e l’armeggiare del nervoso, l’immaginarsi cose infondate è poi altra cosa dall’immagi- narle, essendo più morboso. In latino fantastico si diceva anche cerebrosus, che in italiano si traduce lambiccato, ed è aggettivo pertinente a chi si stilla, si rompe la testa in- vece di abbandonarsi e che perciò smarrisce i doni della prontezza naturale. Il fantastico non ha coscienza pura, ma ha coscienza di aver coscienza: è compiaciuto. Questo è un punto non facile da afferrare per men- ti moderne: “L’attenzione estrema somiglia a un’inco- scienza... quando si fa moltissima attenzione ad una cosa non si ha tempo di saperlo... Si dice che si è agito mac- chinalmente per designare atti mancati; di aver agito per abitudine per designare atti che si sanno compiere. Si ha coscienza del controllo che si esercita soltanto quanda LA FANTASTICHERIA 9 qualcosa non va...”; tali sono i principi posti da Simone Weil per distinguere fra i due ordini dell’attività mentale, il luminoso pensiero e il grigio arrovellarsi o rimuginare o trastullarsi con immagini mentali, ossia fra attenzione e immaginazione. Il fantasticare si presenta come cosa innocua, ma la lin- gua italiana annovera il proverbio: “immaginazione fis- sa fa talora caso”, a rammentarci che nessuno può fanta- sticare impunemente, poiché presto o tatdi le fantastiche- rie pigliano corpo, e se ne palesa la deformità, come di meduse tratte a riva, ridotte a gelatina. “È un uomo tutto d’un pezzo”, “non ha grilli per il capo” sono lodi che raffigurano la sanità mentale non in- sidiata dai piaceri segreti e aridi dell’immaginazione; chi è coperto dal velo delle fantasticherie non può delibe- rate prontamente, né pensare ordipatamente, né concede- re il gioco spontaneo ai muscoli. Tànt'è: ottima medicina dell’immaginazione disordinata è l’esercizio armonioso del corpo in paraggi e compagnie armoniose e lo sguardo placido dell’atleta esercitato proviene dall’avere una men- te sgombra di ubbie, fisime, fantasmi, al pari del pen- satore. L’uomo risentito e vizioso respira scorrettamente, ha gesti privi di agio, è incapace di deporre nell’oblio gli av- venimenti ma anzi li cincischia, allestisce castelli in aria, ordisce “bei sogni”, ha volto contraffatto o imbronciato o vacuamente sorridente aux ages. ; 1 La fantasticheria può essere di tre specie: se si trastul- la con il passato è il compiacimento, se gioca col futuro è il desiderio, futile e obbrobriosa occupazione che sradi- ca la forza della volontà; se tenta di impegnare altri nel suo vizio è la bugia disinteressata, la chiacchiera fanta- stica. Sano è chi non conosce nessuna di queste tre facce della dissipazione, come il contadino che, finita l’opera, af- fonda di colpo nel sonno, e non necessariamente per spos- satezza; come l’attento lavoratore e buon pensatore che non si permettono sogni a occhi aperti. L’autorevolezza 10 ELEMIRE ZOLLA è incompatibile con la fantasticheria, poiché d'istinto tutti diffidano dell’uomo trasognato e tutti disprezzano d’acchi- to come schiavo chi covi i torti patiti e tutti sanno senza bisogno di venire ai fatti che chiunque stia nel glutine delle sue immaginazioni è incapace di carità e di genero- sità, essendo tutto perso a confezionarsi le sue bolle iri- descenti di fandonie e desideri. I dannati dei quadri di Bosch sono chiusi in globi di vetro. I fantastici sono timi- di, e si reputano sfortunati perché non riescono mai a dire nella realtà la battuta che arride loro nel rimuginio e non sanno che proprio per aver abituato la mente a escogitare battute durante i sogni a occhi aperti, l'hanno altresi disabituata a pronunciarle tempestivamente. L’uomo di mente disciplinata è spedito senza enfasi, e quanto al parlare, pronto e mordace, capace di silenzio e di severi piaceri, laddove, come dice Santa Teresa d’A- vila “la malinconia fabbrica le sue chimere nell’immagina- zione”. Guai all’artista che si immagini le scene dei suoi racconti o quadri invece di scoprirle seguendo docilmente l’idea narrativa, la macchia figurativa; guai a chi ascol- tando una musica campisca delle scene o guardando un quadro si figuri che cosa sta per avvenirvi; l’educazione estetica insegna proprio a svellere queste gramigne. E guai anche all'uomo di azione che si dipinga nella mente quel che gli deve accadere: il prigioniero del racconto di Bor- ges immagina tutte le sevizie che gli possano mai inflig- gere i carcerieri perché sa che nessuna immaginazione può corrispondere al reale e spera perciò di esaurire men- talmente tutte le possibilità di tortura. Un paradosso che dovrebbe argutamente guarire dall’illusione che serva a prepararsi alle prove della vita il lugubre esercizio d’im- maginarsela. L’immaginazione deturpa la capacità fantastica dell’ar- tista, toglie energia a chi agisce, intorpida il pensiero di chi riflette, e vera reminiscenza è l’involontaria, che non sta a rovistare nella pattumiera della memoria. Come dicono i versi danteschi: “tu stesso ti fai grosso / col falso imaginar, sf che non vedi / ciò che vedresti, se l’avessi LA FANTASTICHERIA 11 scosso”. Ogni educazione è allenamento a non fantasti- care; a svegliarsi con nettezza, tagliandosi fuori dal son- no, senza starsene a nutrire le chimere della notte, im- parando a correre incontro alla luce; a non lasciare nella giornata lacune in cui il presente possa essere sopraffat- to dal passato o dal futuro. Soltanto col romanticismo co- minciò a essere elogiato il sognatore, Fantasio o Pierrot, ma tuttavia la ripugnanza naturale verso l’uomo sognan- te continuò a esprimersi nella stima per l’uomo “deciso”, “che conclude”. Oramai i sogni a occhi aperti non sono più soltanto il vizio della solitudine e dell’ignavia, ma una merce che senza pudore viene prodotta e spacciata sotto specie di vicende cinematografiche o televisive o di canzonette o di irreali romanzi. A tutti è concesso di essere viziosi, nella civiltà moderna, cosi longanime; purché i vizi sieno pre- fabbricati. La longanimità verso i vizi si paga con la de- gradazione dei vizi stessi, da privati a collettivi. Come vincere la tendenza al fantasticare? Rispondono varii simboli: il sistro che usava agitare alle feste isiache, il rombo o raganella che si faceva fre- mere durante le iniziazioni tribali, e che ancora oggi i fan- ciulli inglesi fanno girare durante le partite di pallone, la trottola che era oggetto sacro dei pitagorici, il rosario che in quasi ogni religione si insegna a snocciolate rapi- damente, le corse e i giochi con la palla che mirano a tenerla costantemente in volo. Bisogna imprimere alle immagini, alle parole che affiorino nella mente (o checi si vengano a imprimere attraverso i sensi) un movimen- to celere, impedire che mai possano fermarsi. Mai ci de- v’essere ristagno, tutto ci deve scorrere nella mente come da una fonte, senza assembramenti o incanti: nulla può accadere di male se col cuore della mente spingeremo in vortice la massa delle immagini. Le acque stagnanti, i rettili che strisciano sono emblema del male; il ser- pente diventa sacro allorché è alato oppure allorché l’a- 12 ELEÉMIRE ZOLLA quila lo solleva in alto: il miracolo è che s’innalzi ciò che per natura striscia. si Una volta che si sia impressa la corsa alle immagini mentali, si sarà sempre alla loro testa, imprendibili, © al loro centro, immobili nell'occhio del tifone, come si preferisce. Ciò che ostacola questa salvezza, che consiste nel dare continuamente, virilmente, colpi alle immagini af- finché passino in fretta, si chiama pietrificazione, incanta- mento, legatura, ristagno. Cancellando le fantasticherie si purifica la fonte della vita: “Poiché di dentro, cioè, dal cuore degli uomini, procedano pensieri malvagi, adulterii, fornicazioni, omicidii. Furti, cupidigie, malizie, frodi, la- scivie, occhio maligno, bestemmia, alterezza, stoltizia. Tut- te queste cose malvagie escon di dentro l’uomo, e lo con- taminano” (Sarx Marco, VII, 21-23). LA CARITÀ FANTASTICA OVVERO IL CRISTIANESIMO DI MASSA Si libera la pianta dalle foglie vizze, si appoggia l’arbo- scello al piolo, si raddrizza ogni cosa storta badando a evi- tare le simmetrie visibili, s'intonano le tinte, si offre risto- ro alle bestie, si aiuta il malato a ritrovare l’armoniosa e incurante salute oppure ad approfittare della malattia, il povero a rifocillarsi, l’oppresso di animo augusto a fuggi- te o a colpire: sono, tutti questi, atti dello stesso ordine perché tutti mossi dal bisogno di perfezionare ciò che è manchevole, di far giungere a destino ciò che si va sper- dendo. Chi li compie, sostituendosi al tempo che porta ogni cosa a maturazione, diventa simile al tempo stesso in- vece di esserne il servo, acquista qualcosa della sublime natura delle tessitrici eterne che aiutano i fili delle vite a emergere, ‘li umettano, li troncano al momento giusto seguendo l’istinto della giusta forma. Chi invece si “mette al posto degli altri” conduce una farsa, si traveste “negli altrui panni”, staccandosi dall’og- gettiva carità e degradandola ad abietta resa dinanzi alle persone che il caso accozzi insieme. Si impartisce allora un inconsulto perdono il quale tollera gli esseri manche- voli che tichiederebbero invece il beneficio della correzio- ne oppure andrebbero abbandonati a Dio. Si trasforma co- si un’idea sacra e paurosa in atto suicida. Angelo Sikelianos, in Via sacra racconta d’un iniziato di Eleusi che, seduto su una pietta in mezzo ai campi, vede avvicinarsi uno zingaro con due orsi; lo zingaro gli fa ballare la bestia più grande, un’orsa 14 ELEMIRE ZOLLA formidabile come un idolo antico della Gran Dea, della Madre Eterna, che soffre la pena sacrosanta, e quando acquista nel tempo figura umana, si chiama Demetra, se piange la figlia e quando il figlio, Alemena, o la Vergine Maria. Una moneta allo zingaro e lo spettacolo crudele è termi- nato, il poeta dice fra sé: “Verrà la volta, il giorno, in cui l’anima dell’orso e dello zingaro, e la mia anima, iniziata a quel che credo, si rallegreranno insieme?” La notte cadeva. Sentivo a mano a mano che progrediva come per la stessa ferita del destino l'ombra si precipitava sul cuore come per una falla i flutti nella nave che a poco a poco affonda. E frattanto, quasi assetato di questo fluire il mio cuore oscuro annegandosi nelle ombre, Si sparse attorno a me un mormorio che pareva dire: — Giungerà —. Il gioco delle metafore, indipendente dalla volontà sen- timentale del poeta, fa sf che il sogno della conciliazione sia abbinato all’immagine del naufragio e della tenebra, proscritto. Infatti, il consorzio col torturatore dell’Orsa è proibi- to, in questa vita non ci si deve mescolare ai peccatoti, ammoni San Paolo (Ep. agli Efesi, 5, 7, che ha riscontro nel detto di Rabbi Agiba, che addirittura commina le pe- ne dei prevaricatori ai loro compagni, e concede il com- LA CARITÀ FANTASTICA 15 penso del bene compiuto dai buoni a chi si associa a loto). La contraffazione della carità, che parifica virtù e pec- cato, nasce dalla fantasticheria che indora il male, con qualche lezio. Ci s'immagina colmi di un fuoco di cari- tà che avvampa, trasfigura e purifica ogni più laida cosa; ci si rappresentano con viziosa simpatia gli altrui peccati per accollarseli in nome della comunità dei peccatori e quindi farli perdonare in nome della comunità degli aventi diritto al perdono in quanto “molto umani”. La letteratura moderna ha preceduto il costume in questa turpitudine fantastica, gabellando ogni peggior magagna pet cosa squisitamente umana, a saperla compenetra- re, il che sarebbe fra l’altro perfino giusto qualora non seguisse l’apodosi tacita: “Se nulla di umano repu- to da me alieno, altresî nulla di ciò che celo in me di- sprezzerò.” La fornicazione fino alla promiscuità è il peccato che pit è stato oggetto di fantasticaggini assoluto- rie. Subito nel catalogo dei perdoni seguono la ribalde- ria plebea o addirittura la meschinità piccolo-borghese; quanto al malgarbo, viene assunto a prova di schiettezza. Terzo oggetto d’assoluzione: l’assenza di studio o di cura della forma. Ogni movimento di vera carità educativa vie- ne cosî represso, poiché si offre in cambio il piacere di codesto francescanesimo contraffatto, si rappresenta se stessi a se stessi come Redentori sullo schermo dell’imma- ginazione; da tale tolleranza automatica non può na- scere alcuna azione che non sia complicità, o nel caso meno grave, curiosità. Ovviamente della loro antica fede codesti cristiani di massa trascelgono una parte occultandone un’altra. Cri- sto che perdona l’adultera campeggia nel loro Vangelo, ma essi preferiscono lasciare in ombra Cristo che caccia a nerbate i mercanti o insegna parabole sui talenti (s'è udita la scusa: “Cristo può permetterselo, una persona della mia ammirevole umiltà, no”); eppure soltanto iden- tificandosi coi mercanti percossi costoro potrebbero spera- re di trarre qualche frutto dalla lettura del testo. La spie- gazione di questa nuovissima eresia è facile: per i cristia- 16 ELÉMIRE ZOLLA ni la visione del malfattore era stimolo non già a giudi- carlo (non in male e tanto meno in bene), essendo un tal giudizio operazione superflua e di nessuna utilità, e propriamente fantastica; ma sf a cavare un beneficio per se stessi da quel male, riconoscendo di poterne restar vittime e di esserne, semmai, esenti per grazia e non per merito; temendo quindi, provando vergogna per l’em- brione di quel vizio che indubbiamente alligna nella pat- tumiera del cuore, sia pure sotto specie di mera curiosi- tà. Quanto al peccatore, è caritatevole regalargli il bene della pena medicinale, secondo la possibilità e perciò il dovere del momento, e se non c’è speranza giovertà fug- girlo affinché non contagi. E dovendolo tuttavia soppor- tare per sorte dolorosa, il cristiano è nondimeno soccorso dalla nozione che il diavolo è la scimmia di Dio e l’in- ferno rappresentazione rovesciata del cielo; questa è la chiave per trasformare subito, traendone vantaggi, i bassi spettacoli: la ferocia dell’iracondo mostra, salvo per la sua errata direzione, la furia che gioverebbe scatenare contro il vizio; la smania dell’uomo erotico, capace di profondere ogni sforzo e incurante d’ogni rischio, presen- ta, salvo per il suo incongruo fine, il volto della tenacia serafica di chi nulla risparmi pur di giungere al bene della pace interiore; l'indifferenza verso la società che mostrano gli ossessi indica l'animo indipendente che occorre avere. Sulla scorta di quest'arte antichissima della corrispon- denza fra cielo e inferno si scioglie la difficoltà in cui s'impiglia tutta l’arte d’avanguardia: “come da sempre si è tramutata la natura in sublime simbologia della vita spirituale, perché altrettanto non si potrebbe fare con il mondo artificiale delle macchine?” Si può, a patto di riconoscere il vero: che il mondo dell’artificio mac- chinale corrisponde soltanto all’artificioso inferno e non alla natura o al soprannaturale, onde uno schermo su cui si profilino figure è la rappresentazione plastica del peccato d’immaginazione, una trasmissione di voci è raf- figurazione della schiavitù e del gelo, e tutte le macchine sono emblemi di bestie ridotte a schiavità cosî assoluta LA CARITÀ FANTASTICA 17 da perpetuarsi al di là dalla loro morte. E la possibilità di rappresentare l’assoluto orrore si spegne dopo un grido. L’impossibilità di trarre partiti d’arte dalle macchi- ne è causata dall’assenza di distanza fra il simbolo e l’oggetto simboleggiato, tra la raffigurazione e la cosa raf- figurata: mentre gli animali e gli uomini grotteschi dei quadri di Bosch sono analoghi o simili al vizio assoluto che designano, le macchine sono uguali al vizio assoluto. Nessuna scienza, salvo segreta e usata da una casta sacer- dotale che la riconosca pericolosa quanto il fuoco, e cono- sca l’arte della rinunzia, può cessare di proliferare ordi- gni che consumano le facoltà dell’uomo, e ben presto le macchine diagnostiche assorbiranno quel poco che avanza della capacità clinica, le cibernetiche per fare rias- sunti o per descrivere situazioni elimineranno la potenza sintetica della mente umana. Chi oggi predica il buon uso d’ogni congegno esistente è persona per eccellenza incapace di prescriverlo, poiché mostra, con la sua sete di luoghi comuni e di programmi o sfumatissimi o irreali, d’essere già essa stessa ridotta a macchina. Questo del buon uso possibile delle macchine a patto soltanto che ci si consegni in mano a questa o quella fazione o ‘addirittura individuo è un tratto abbastanza costante del cristianesimo di massa, anche se non ne for- ma un dogma. Ma è tacito per la massa che la Scienza in se stessa sia buona. La scienza viceversa è il Male allorché si volga a cosa diversa dalla salute spirituale, di questa certezza il co- mune cristiano è andato via via perdendo coscienza, ep- pure essa fu viva fino a Galileo, anzi, ancora per Haw- thorne e Melville il peccato imperdonabile è la scienza mossa da mera curiosità. Ancora il 5 agosto 1702 Bartholomeu Lourengo de Gusmio venne incarcerato dall’Inquisizione per aver in- ventato un apparecchio mosso da un combustibile segreto, con cui aveva volato per l’aria a Lisbona, sopra gli occhi del re e d’una vasta folla. L'apparecchio fu distrutto. An- cora suonavano in Portogallo le parole del grande Antonio 2. - Storia del fantasticare. 18 ELÉMIRE ZOLLA Vieira, il predicatore che aveva dedicato il suo apostolato ai negri delle fabbriche di zucchero in Brasile e che nella sua Historia do Futuro (Lisbona, 1718) scriveva: “Il mi- glior servizio che può recare un vassallo al re è di rive- largli le cose future; e se non c'è fra noi vivi chi le ma- nifesti, si cerchi fra i sepolti e si troverà. Saul trovò Sa- muele morto e Baldassarre Daniele vivo, perché uno uc- cideva i profeti e l’altro premiava le profezie. Daniele di- chiarò intrepidamente a Baldassarre la scrittura fatale sul- la parete, annunciandogli che avrebbe perduto quella stes- sa notte la vita e l'impero. E che importò a Daniele que- sta triste interpretazione? Subito, dice il testo, Baldassarre comandò che egli fosse rivestito di porpora e gli si desse l'anello regale e che fosse riconosciuto per Tetrarca di tutto l’impero degli Assiri... Se tanto vale la conoscenza d’un futuro, benché tanto triste... io, o Portogallo, cui ora parlo, non spero la tua gratitudine né temo la tua ingra- titudine. Infatti se non mi annoveri con Daniele fra i vivi, mi annovero con Samuele fra i morti.” Era ufficio proprio di buon vassallo proscrivere il futile e funesto volo. Ma proscrivere senza spargere sangue, mediante la sola forza della profezia, poiché la violenza della proscrizione può (forse) essere pari alla violenza sca- tenata dall’appello al proprio uso che ogni ordigno im- periosamente, irresistibilmente emana. Il conflitto d’una coscienza messa a tal bivio è atroce, secondo l’archetipo del sacrificio di Isacco o di Ifigenia; tuttavia soltanto il de- monio può consigliare di rinunciare alla verità a causa del terrore che coglie dinanzi ad una scelta umanamente im- possibile, e la verità ripete che la conoscenza non è un fine in sé. Il cristianesimo ereditava dal mondo antico la nozione che plus scire velle quam sit satis genus intemperantiae est secondo l’avvedimento di Seneca, e se Ockham avvertiva che intellectus vix sufficit ad illa quae sunt necessaria ad salutem, egli era ispirato insieme dalla tradizione greca, che vietava l’uso tecnologico delle conoscenze matematiche superiori, e dall’ebraica. È in questa che il divieto della LA CARITA FANTASTICA 19 curiosità veniva posto all’inizio dell’antropologia teologi- ca, e la Legge mosaica era una bilancia, “che preservava dalla frenesia del lavoro e dall’avidità di conoscere” come scrisse in un memorabile saggio André Amar': quell’equi- librio è stato rotto; allorché la ragione e la conoscenza si trasformano da mezzi in fini “si vedono trasposti al tem- porale tutti i miti spirituali. A quello della salvezza si so- stituisce il progresso, a quello della città di Dio la repub- blica degli spiriti. Il razionalismo trasforma il fervore re- ligioso in fervore scientifico, come muta il castigo divino in lavoro economico... Le crisi scoppiano quando i granai sono pieni, non già quando sono vuoti... Da duecento anni l’uomo europeo vive per suo conto il mito di Faust, ha sacrificato la sua vita eterna ad una terrestre, fatta di co- noscenza e potenza. Il Diavolo col quale ha fitmato un pat- to ha approfittato di tutto il fervore religioso che era volto a Dio... Ma ancora non abbiamo toccato il fondo della pau- ra, lo spavento assoluto.” Anche la saggezza ellenica for- niva una bilancia, e anche la tradizione della Chiesa sep- pe come la mosaica correggere le conseguenze del pec- cato, che fu colpa di conoscenza. Ed oggi sembra impossibile evocare la parola di equili- brio e saggezza che ripeta ancora intellectus vix sufficit..., che distrugga le applicazioni della scienza; eppure che al- tro mai vale la pena di evocare? La Nuova Atlantide di Bacone è una fantasia peccaminosa quanto quella d’un lupanare sereno. Oltre al dogma del perdono universale senza pe- nitenza, il cristianesimo di massa, ne ha solo altri quattro. La forma, cioè la bellezza che è la luce d’o- gni carità, viene ritenuta un’ostentazione, un’umiliazione degli afflitti da respingere anziché da coltivare. La giusti- zia, che dovrebbe essere estinzione del proprio interesse al fine di ravvisare quale sia in realtà la distribuzione più ar- moniosa dei beni, diventa per il cristianesimo di massa at- tribuzione in patti uguali d’ogni bene, pareggiamento ! Evidences, Parigi, aprile 1952 — Science et péché. 20 ELÉMIRE ZOLLA dell'errore e della verità in nome dell’incertezza d’ogni giudizio umano. Terzo dogma è la necessità della spe- ranza, ma non già della virti antica, che dava la sicu- rezza d’una liberazione possibile dai vizi, e restava salda nei peggiori frangenti della tentazione, stimolando il pec- catore a riformarsi: nel cristianesimo di massa vige come virti l’opposto di quella speranza santa, cioè la rassicura- zione sulla buona sorte mondana, la sicurezza d’una cre- scente prosperità geologica ed economica, d’una salute fio- rente, d’un’evoluzione favorevole della materia secondo gli schemi di Teilhard de Chardin'. Quarto dogma è l’esal- tazione della semplicità; non più l’antica virtà che consiste- va nell’unificazione della mente, cioè nell’eliminazione d’ogni sdoppiamento o fantasticheria, bensi lo stato di ebetudine e di trivialità che si ritroverebbe nell’esercizio delle incombenze più tetre, nell’esclusione della riflessione e dello studio, nell’appartenenza alla cattiva società. Co- me molte altre cose, questa nuova religione senza nerbo né scheletro fu individuata in germe da Herman Mel- ville’: “... c'è un cortese congedo nell’aria e Gest è il Dio indulgente. Questo mutamento, questo mutamento offuscante [che scivola (come penombra sul sole), 1 A codesto maestro del cristianesimo di massa, non farebbe bi- sogno di contrappotre se non una sensibilità stilistica. Al più si può opporgli una pagina del Libro delle fonti di Sejestàni (Henry Cor- bin, Trilogie ismaelienne, Parigi, 1961, p. 74): “Chi dichiara che il Demiurgo ha creato prima un uomo unico e quindi, attraverso genera- zioni successive, molte creature, lo mette al rango d’un pastore guar- diano di cammelli, buoi e montoni il quale risolva di comprare una cammella, una vacca o una pecora per ottenerne, dopo il debito nu- mero d’anni, molti individui della stessa specie. Cosî si degrada la po- tenza del Demiurgo al rango di tale impotenza. In verità il Demiurgo ha potestà di instaurare di colpo le molte creature, come produce di colpo la Manifestazione grandiosa che comprende Cieli, Astri, ele- menti.” ? Clarel, III, V. LA CARITÀ FANTASTICA 21 sopra la fede trasmessa, ne adombra dunque l’eclissi completa?” Domanda che non chiede una risposta, ma un’elusione: basta rifugiarsi dietro il velo delle lacrime, che, al dire di Claude de Saint-Martin, filtrano la verità come l’acqua del cristallino la luce. LA RECITAZIONE FANTASTICA Chi può recitare in un’epoca fantastica? Si può fare il caratterista ma non l’attore, allorché da ogni patte si osservino soltanto volti impietriti a furia di esprimere un timuginio o un’ossessione (o l’assimilazione di rimuginii e ossessioni altrui proiettati su schermi). Le facce quo- tidiane suggeriscono interpretazioni di personaggi di Be- ckett, non già di drammi antichi. E perché mai dovrebbe esserci un volto clemente o riverente tra gli spettatori di televisione o sorveglianti di fabbriche automatiche? Quali occasioni avrebbero costoro di manifestare simili senti- menti? Si può provare devozione per un ente di assicu- razioni sociali, se ne può forse ammirare la magnanimi- tà o lpnganimità? Come potrebbe un burocrate essere ag- graziato e maestoso? Un capufficio augusto? Soltanto at- traverso i quadri conservati nelle pinacoteche potrebbe un attore imparare l’arte dell’espressione, e cosî tentare un’archeologica imitazione dell’imitazione. Una disanima accurata gl’insegnerebbe la misura dell’attuale disordine fisiognomico, la mancanza di distensione e mobilità dei muscoli facciali, il carattere di maschera che tutti hanno assunto, senza rapporto con le circostanze o gl’interni af- fetti. Gli uomini sono modellati sugli esempi cinemato- grafici o televisivi, su fantastici caratteristi i quali non vo- gliono veramente parlare con i loro tratti ma soltanto presentare una certa maschera imponendone la moda: se li si dovesse leggere secondo le norme naturali della fisiognomia si coglierebbe un incongruo assieme di segni, frantumi di linguaggio: i dittatori esprimevano il panico, James Dean la cefalea. È cosî che si palesa la fantastiche- 24 ELÉMIRE ZOLLA ria generale, la quale spezza la corrispondenza immedia- ta fra l’animo e il viso, disturba con le sue interferenze il gioco dei muscoli, fino a provocare i tic. Un tratto del- la psicologia dell’uomo massa è la sua “simpatia” per co- loro che portano con ostentazione i loro tic o altre maga- gne fisiognomiche: i caratteristi sono oggetto d’imitazione. È raro oggi chi abbia occhio per il linguaggio del volto o delle mani, anzi, viene spesso tributata ammirazione a gente manifestamente tarata, come i guitti dal volto stu- poroso e ammiccante di drogati; infine, l’uomo massa non saprebbe neanche determinare le varietà dell’espressione, essendo sfornito di vocaboli che vadano al di là della di- cotomia “bello-brutto” o “simpatico-antipatico”. I popo- lani d’un tempo sapevano descrivere le persone con esat- tezza mediante paragoni con bestie, che era un modo argu- tamente totemico di giudicare le fisionomie ed il proba- bile destino che esse manifestavano. L’attore non deve immaginarsi nel suo ruolo, non deve domandarsi: “Come sarei se fossi re, capitano, mercante.” Il vero attore non fantastica: senza aggiungere nulla al testo ne ricava razionalmente i gesti impliciti, altrimenti è un prevedibile caratterista e non un interprete; Garrick componeva in quiete perfetta il suo volto e quindi lascia- va affiorare la passione che il testo chiedeva. Al contra. rio procede il metodo moderno dell’Actor's Studio, dove s'impara a seguire la strada opposta e diabolica, di evo- care un proprio trauma passato per individuare la smorfia più forsennatamente appropriata al proprio fantasticare, che viene poi applicato alle circostanze da interpretare. D'altronde oggi non si saprebbe purificare i volti dalle espressioni spurie. Le parti di personaggi eccelsi o dignito- si sono le più inaccessibili all’attore moderno; quelle di gente prava, più agevoli, perché le fisionomie di dannati quali si vedono nella pittura o statuaria antiche sono domi- nanti nella massa. Questo estremo disintegrarsi del linguag- gio del viso è stato percepito senza chiara coscienza verso la fine del secolo XIX, allorché non a caso, avverten- do che qualcosa si andava mutando, cominciò l’uso di LA RECITAZIONE FANTASTICA 25 indicare i tratti delle persone amabili attraverso somi- glianze con figure di quadri antichi, come a nobilitatli, a proclamarne la grazia superiore, la distinzione rispetto alla massa. In Proust un innamoramento spesso avviene in virtù di tali corrispondenze. Il messaggio segreto di codesti passi proustiani è: “Esistono ancora, benché rari da individuare, volti di antica leggiadria ed espressi- vità.” Non a caso, nello stesso momento storico l’arte d’avanguardia propose, invece di volti, maschere negtroi- di o di teatro Kabuki (impossibili a decifrare dunque insulse per chi non conosca a fondo le convenzioni tea- trali giapponesi o le consuetudini rituali negre) come ad abituare all’incongrua fissità, all’espressione lemurica che sono propri della massa. L’arte del ritratto moriva appunto in quegli anni in cui Gordon Craig voleva trasformare gli attori in fantocci, e non solo perché la fotografia ne aveva usurpato la parte più materiale, e perché è difficile per un’anima vivere senza il suo corpo, ma anche per- ché non è dato di trascrivere un linguaggio che cominci a non essere più parlato con coerenza sintattica, ed appunto allora i tratti cominciavano a non rispondere più a chia- re passioni cosi come la mancanza di drappeggio negli abiti vietava l’espressività artistica dei panni. Già da seco- li del resto si era andata estinguendo la capacità plastica del corpo intero, che vien coltivata dalla danza tradizionale; i pittori dipingeranno gli ultimi nudi tentando ancora di farli “parlare” nel secolo XIX. Questa morte del linguaggio muto dei muscoli s’accot- da con la crescente preponderanza del fantasticare, che prima immalinconisce i tratti e poi li rende caotici. Basta osservare un bambino che sia allevato accanto alla televisione, imbevuto di fantasticherie nemmeno sue: non lo distingui da un pupazzo. Sarebbe incongruo ve- derlo, fatto uomo, nella penombra, fra i velluti d’un palco, piangente su un’Ofelia che deliri sul proscenio cosf come egli delira costantemente fra sé e sé o fra sé e gli schermi che antepone alla realtà. FANTASTICHERIA E STREGONERIA Nelle civiltà tradizionali la fantasticheria eta sconosciuta o condannata, la mente veniva ammutolita dal lavoro fi- sico o disciplinata dalla preghiera; il pensiero si avvaleva di immagini sf ma non ne era mai vittima. La perfezione aboliva perfino il sogno: “I saggi dell’antichità veglian- do si scordavano di se stessi. Quando dormivano non so- gnavano. Perché mai avrebbero parlato a vuoto?” scrisse Lie-tseu (k3). Ogni fiaba insegna a non trastullarsi con le facoltà immaginative; “di fiaba in fiaba impariamo come il desiderare sia un surrogato dell’azione; ma i de- sideri, volti al bene o al male che sieno, sono tremenda- mente reali e tali che non li si può intrattenere impu- nemente” scrisse W. H. Auden nella sua prefazione alla raccolta dai fratelli Grimm. Fino dai primordi vennero suggeriti dai testi religiosi gl’incantesimi contro il vizio; nell’Arbarva Veda è fornita la preghiera: “O tu che sciogli, slégaci i ceppi più alti e più bassi, quelli di Varu- na; allontana da noi il cattivo sognare e la difficoltà”; è consigliato anche lo scongiuro: “Il cattivo sognare che è in noi, quello che è nei nostri familiari, quello che è nel no- stro cavallo, che se lo metta come collana colui che non è dei nostri, colui che spregia Iddio, il motteggiatore” (XIX, 57,3). Pitagora dava come massimo precetto: Fa’ ciò che fai, cioè: attendi al presente, tronca le divagazioni. Non solo, ma egli insegnava a purificarsi in modo da regolare altresi i sogni, ottenendo un’immaginativa simile ad uno specchio grazie a certi canti ed a certi suffumigi serali che sciolgono da ogni preoccupazione senza dare euforia 28 ELÉMIRE ZOLLA (ci è tramandata la composizione del profumo: miele, vino, zibibbo, resina, mirra, legno di rosa, seseli, len- tisco, bitume, giunco, ginepro, cardamone, calamo). E ogni religione ripete l’ammonimento: disciplina la tua men- te, impedisci che divaghi da una ad altra immagine, che ordisca discorsi fra sé e sé: unificala. Chi fantastica si sdoppia, è in sé ma è per l’altro se stesso, che vive nel- le fantasticaggini; chi si osserva sarà inetto cosî all’a- zione che non tollera divisioni interiori, come al pensie- ro che vuole intensità ed un fondo vuoto. E ogni reli- gione, ad una fase più alta, insegna che il peccato non è del senso ma del consenso, non già delle azioni, ma del pensiero, ché soltanto dei propri pensieri si è respon- sabili. Soltanto dai pensieri nascono conseguenze: pesi che si è costretti in seguito a portare; le azioni sono meri sintomi che consentono di sapere a qual punto si è nella purificazione o nell’intorbidamento della mente; se in questa trascorrono immagini disordinate, analoghe azioni seguiranno. Nella tragedia The Borderers Wordsworth mise sulle labbra di Oswald i versi: “L’azione è transitoria — un passo, un colpo, Il moto di un muscolo — da questa o quella parte — È fatta, e nel vuoto che poi segue Stupiamo di noi come uomini traditi. La sofferenza è permanente, oscura e tenebrosa E percepita all’infinito.” Ma l’azione è di nessun momento, un’ombra che su- bito trascorre, anche in un altro senso; è inutile che la si renda immacolata se i pensieri non lo sono, e se que- sti lo saranno lo sarà anch’essa ineluttabilmente, e perciò si dice: guai ai farisei impeccabili. Il motto latino assai enigmatico: affrettati adagio, fu rettamente interpretato dagli umanisti italiani: medita a lungo e agisci senza in- dugio di riflessione. Ma questa è una saggezza riposta e difficile, che è anche male inculcare in chi non abbia pri- ma cominciato l’opera di purificazione della mente e per- FANTASTICHERIA E STREGONERIA 29 tanto non sappia ancora il valore né della lunga medita- zione né dell’azione scattante. I sacerdoti celti insegna- vano che il salmone della conoscenza brucia le mani (gli strumenti dell’azione) a toccarlo, ma in bocca conferisce sapienza. Quando una liturgia titma tutta l’esistenza della comu- nità è consentita all’uomo l’impersonalità, egli è tutto as- sorto nell’opera che la sua condizione gl’impone e nelle immagini che la tradizione gli offre. Quando la comuni- tà si decompone, allora viceversa l’abbandono dell’in- dividuo al suo ambiente sociale provoca cecità e corrut- tela, nella misura della decomposizione generale; ma può avvenite che nella monade della sua persona si salvi assai più della tradizione di quanto non se ne preservi nell’agglomerato: cosî nella casa di certi borghesi ottocen- teschi o nell’anarchia di certi refrattari viene conservato il ricordo delle norme naturali che nella società è o del tutto estinto oppure oggettivamente dileggiato essendo le superstiti tracce ridotte a parodie. Proprio l'opposizione al costume sociale diventa allora il primo passo per riacqui- stare il beneficio della tradizione. Proprio allora il segno dell’elezione è il non far parte di nessuna forza sociale. In'società non del tutto disfatte, la famiglia era l’associa- zione dedita al culto degli antenati e delle divinità del fo- colare (delle ceneri, delle soglie, e d’ogni tratto della casa) e non già il nido dove si può sognare insieme, e sanciva il contegno, la dignità relativa di ciascuno, nel comando o nell’obbedienza; fuor d’essa la confraternita o ghilda o fratria insegnava la liturgia d’un mestiere; all’intorno era la comunità intera che raccoglieva ognuno nelle feste co- muni. Il lavoro, il gioco, la cerimonia, la preghiera chiu- devano ai quattro punti cardinali l’accesso alle forze ma- .ligne della personalità e della fantasticheria che nella per- sonalità può allignare, poiché l'immaginazione veniva edu- cata nel modo più diligente. In varie civiltà esiste un momento dell’anno in cui pare che si lasci campo alla fantasia di mostrarsi nella sua tur- pe autonomia, come a esorcizzarla per tutto un ciclo: il 30 ELÉMIRE ZOLLA carnevale; ed esiste anche una classe di persone destina- te ad assumersi la parte dell’uomo fantastico: i buffo- ni segnati da qualche deformità o i ragazzi. Il car- nevale e la buffoneria sono salutari perché servono come un apostema provocato a trarre i succhi maligni dal corpo sociale, e ostentare i mali alla luce della società è put sempre meno pericoloso che covarli in segreto, perché, palesati in certe circostanze, vengono altresi arginati: il pensiero è potente, ma l’azione è circoscritta: solo il pen- siero si propaga fuor dall’attimo. Infine il contatto con oggetti licenziosi e buffoneschi è degradante ma non alie- nante come il fantasticarne. Il buffone d'altronde non è semplicemente un uomo fantastico, egli compare alle feste in cui un ciclo si chiu- de e se ne apre uno nuovo, quando tocca mutare consue- tudine. Allora è possibile che restino residui delle cose da abbandonare, dell’inverno ozioso quando sopraggiunga la primavera, dell’estate laboriosa allorché tocchi richiudersi nelle case, e questo potrebbe distrarre, togliere attenzione al presente. Si devono uccidere le abitudini contratte, i rimpianti: il fomite delle distrazioni. Allora il buffone le incarna e suscita la risata liberatrice o l’allegra persecu- zione. Perciò il buffone è insieme goffo, come ciò che vor- rebbe sussistere fuor del suo ciclo, e astuto, pieno di risor- se, spesso frustrate, talvolta fortunate. Egli è un esotci- sta, perché tiene lontani i miasmi spirituali delle cose morte, le malignità dell’invidia o le depressioni della nostalgia, ed è protetto dal dio dei mutamenti che presiede anche agli scambi ed al commercio. Spesso è diviso in due, for- ma una coppia di gemelli uguali oppure opposti, essendo all'incrocio di due stagioni, di due condizioni, del vec- chio e del nuovo, di ciò che può soltanto sussistere per opera di fantasia e di ciò che dev'essere vissuto nel modo più sveglio possibile. Perciò potrà essere mezzo uomo e mezzo animale, mezzo maschio e mezza donna, mezzo bambino e mezzo adulto; e la sua duplicità fa ridere, perché egli si comporta con la spudoratezza della bestia pur essendo un uomo, con la maestà del comando pur es- FANTASTICHERIA E STREGONERIA 31 sendo passivo, e cosî insegna che si diventa come lui a immaginare cose bestiali o a pargoleggiare o a scimmiot- tare l’età grave o a confondere il morto ed il vivo o a sdoppiarsi formando una coppia di buffi gemelli, ma- gari l’uno saggio e fattivo (Prometeo) e l’altro stolto (Epimeteo). Il buffone antico aveva un carattere schiettamente esor- cistico: il suo costume a tinte stridenti era un’uniforme, il suo comportamento, ora jattante ora vigliacco, il suo stile ad antitesi, onde pronunciava con grazia le cose aspre e viceversa, le sue stotpiature di parole, le sue metafo- re incongrue, erano modi di mettere in burla i dolci ri- cordi, le impuntature altere, le distrazioni sognanti. Poi- ché scioglieva e capovolgeva ogni cosa, era chiamato a cu- rate i malati, affinché dissolvesse ciò che negava la salu- te: nella negazione della negazione diventava medicina- le. Il male del male fa bene. Il buffone insegnava ad accogliere l'elemento della sor- te o fortuna che poteva deviare ogni tanto il corso del destino; mediante la risata si evitava di somigliargli. In- fatti quando ci si avvede di essergli affini ci si libera del- l’affinità ridendone, ed egli provvede a che ciò avvenga commettendo stravaganze: grazie a lui ci si scioglie dal con- tegno tracotante oppure floscio, dalle distrazioni, dalle bu- gie e dalle locuzioni stereotipe che egli beffeggia con le sue storpiature, dalla ghiottoneria che egli spinge alla demenza, dalla lussuria e dissolutezza che egli dimostra buffe. Suoi animali sono l’asino o il porco. Durante le fe- ste carnevalesche venivano accesi falò e torce, che doveva- no bruciare ogni residuo del passato, o si buttavano nel. l’acqua esseri simbolici. La vecchia Beffana o il Corvo nero erano: emblemi del passato da cui ci si doveva liberare con ebbrezza. In epoche già decadute tutta la plebe e la parte più corrotta dei signori si assume il ruolo del buffone: duran- te i carnevali i bambini vengono mascherati da adulti, gli adulti da bestie o da morti o da pazzi, si fanno capriole, si agisce con licenziosità e crudeltà, si adopra un linguag- 32 ELÉMIRE ZOLLA gio assurdo, osceno e divertono le cose ripugnanti; in- tanto il clero usa paramenti cupi e si ritira dalla comuni- tà dove ciò che si è osato concepire nella mente viene compiuto all’aperto sotto la maschera, da parte dei debo- li, immaturi, larvali. In febbraio, alla fine dell'inverno, avvenivano tali pu- rificazioni febbrili mediante feste carnevalesche; al ca lendimaggio quando si riportano nei prati rinverditi i greg- gi, nel culmine del calore canicolare quando sono in peri- colo i pascoli, e alle calende di novembre quando i greggi tornano negli stazzi, si sfrenano gli elementi, e di nuovo si accendono i falò e ci si concilia coi morti. Ol- tre che a queste date, che saranno quelle dei Sabba, il buffone era chiamato a prestare la sua opera ai funerali, quando doveva equilibrare con la sua scurrilità il cordo- glio: il lutto ed il buffone sono congiunti, associazione sa- lutare non solo pet il motivo ovvio che il cordoglio fune- bre non può non essere interrotto ma altresi per un’altra causa: la butla, la licenza, la storpiatura, la mimesi, venivano associati all'idea del rischio e della morte, e cosîf servivano soltanto da vaccini contro il pericolo di cadere nel fantastico, senza diventare sugge- stioni o incitamenti alla prevaricazione’. L'armonia era rag- giunta, e soltanto coloro che sfidassero il pericolo di morte, e facessero della buffoneria luttuosa una cosa seria, della mostruosità una norma, restavano fuori dell’ordine. Ac- canto al buffone esorcista, forse soltanto in comunità già intaccate dove il gioco minuzioso dei contrappesi posti dal- la tradizione non riesce più a svolgersi, compare il cultore della magia nera, non esorcista ma untore e non si provve- de più a cacciare le ossessioni in figure come il porco o l’asino o il corvo o gli uccelli notturni, ma anzi si coltivano. Oggi i movimenti dell'anima vengono denominati im- pulsi, istinti, scariche emotive (o addirittura, emzozionali). ! Il Gregorovius cita la saggia osservazione del tempo di Teodori- co: “Expedit interdum desipere, ut populi possimus desiderata gaudia continere”; questa è una delle serviti dell’imperio, la più greve. FANTASTICHERIA E STREGONERIA 33 Metafore che riconducono l’anima ad un impianto idrau- lico o a una stazione di smistamento di fili elettrici o ad una macchina elettronica, e vengono scambiate per rappre- sentazioni razionali, neutre, oggettive, laddove appare ir- reale l'antico metaforeggiare che parlava di ispirazioni di démoni o altri spiriti. Il fantasticare era opera, secondo i traslati antichi, di uno spirito di tenebra: chi si favoleggia- va potente e satrapico era detto in preda al demonio del- la superbia, chi si ammanniva scene erotiche era conside- rato vittima del démone della lussuria, chi comunque si attediava con frasi e figure vacue eta reputato sofferen- te di accidia, cioè colpito dal démone meridiano. L’attribu- zione ai démoni di queste tentazioni interiori consentiva almeno di alienarle, di strapparle al buio tepore dell’in- timità. Con la caduta delle divinità pagane spesso si attribuiro- no a loro questi misfatti interiori, e Apollo divenne Lu- cifero, demone d’orgoglio, Diana divenne strega, condot- tiera di fantasmi notturni. Il padre assiro Taziano (110- 172), nella sua Allocuzione ai greci scrisse: “I démoni, mossi da frenesia contro gli uomini a causa della loto cattiveria, ne pervertono le menti, che già di pet se stesse declinano verso il basso, con varie inganne- voli rappresentazioni sceniche, per impedire che si solle- vino verso il sentiero che mena al cielo... Ci sono malat- tie e turbamenti della materia che sta in noi, ma quando essi si producono, ecco i démoni che se ne attribuiscono la causa e s’avvicinano all’uomo, non appena egli s’amma- li... Ci sono visitazioni demoniache e chi sta male e chi dice d’essere innamorato e chi odia e chi desidera d’essere vendicato, tutti costoro accettano i démoni come loro aiu- tanti. Ed il modo di procedere di questi è il seguente: come le forme delle lettere e le loro linee da sole non significano niente, però gli uomini hanno inventato dei se- gni che esprimono i pensieri, imparando dalle combina- zioni delle lettere ciò che queste erano destinate a espri- mere, cosî le varie specie di radici e il rapporto fra ten- dini e ossa non possono niente di per se stessi, ma sono 3. - Storia del fantasticare. 34 ELÉMIRE ZOLLA la materia elementare su cui opera la cattiveria dei dé- moni, i quali hanno determinato il fine che possono ser- vire a raggiungere. E quando essi s’accorgono che gli uomini consentono a farsi servire, li sorprendono e se ne fanno degli schiavi. Ma come sarà mai onorevole essere d’aiuto in adulterii? Come sarà mai nobile sollecitare de- gli uomini a odiarsi fra loro? Come sarà mai giusto at- tribuire alla materia e non a Dio la guarigione d’un mala- to? I démoni con le loro arti persuadono gli uomini a di- stogliersi dal pio riconoscimento di Dio, inducendoli a por- re la loro fiducia in erbe e radici.” Atenagora, l’altro padre della scuola alessandrina (mor- to nel 177), è ancora più esplicito nella sua Supplica per i cristiani: “I moti irrazionali e fantastici dell'anima intorno alle opinioni producono una quantità di immagini, talune ri- cavate dalla materia e talaltre formate e prodotte auto- nomamente; questo accade nell'anima specie quando es- sa partecipa dello spirito materiale e si confonde con esso senza più guardare alle cose celesti ed al loro Fat- tore, ma anzi bada alla terra, riducendosi a carne e sangue senza uno spitito. Tali movimenti irrazionali e fantastici dell'anima fanno sorgere vuote visioni nella mente, tal- ché essa si fissa follemente sulle immagini... I démoni che aleggiano sulla materia, ingordi di esalazioni sacrifi- cali e sempre pronti a indurre gli uomini in errore, si avvantaggiano degl’ingannevoli moti delle anime sparse nella moltitudine, e, impossessandosi dei loro pensieri, fanno fluire nelle menti vuote visioni che paiono pro- venire dagl’idoli e dalle statue e perfino quando un’ani- ma, spontaneamente, immortale com'è, si dirige verso la ragione, sanando il presente e prevedendo il futuro, i dé- moni se ne attribuiscono il merito.” Clemente d'Alessandria, il primo dei grandi teologi, chia- ramente studia il rapporto tra la fantasticheria e la demo- nologia nel capitolo XVIII del IV libro delle sue Mi- scellanee o Stromzata. Egli invita a non dar peso ai sogni, e narra l’aneddoto FANTASTICHERIA E STREGONERIA 35 di Beccoride: a costui una cortigiana si tivolse pet ottene- re giustizia da un cliente il quale, dopo averla ingag- giata, l'aveva respinta senza pagare dicendo d’averla già avuta in sogno; Beccoride ordinò al cliente di mettersi controluce e di tendere con la mano una botsa d’oro e invitò la cortigiana a pigliarsi l’ombra della borsa. Ma, re- spinti cosî i sogni, Clemente soggiunge: “Sogna però da sveglio chi guarda per poi desiderare, e non solo, come disse uno gnostico, allorché guardando una donna im- magini nella sua mente un amplesso, perché questa è già patente lussuria, ma quando guardi alla bellezza della persona e, come afferma il Verbo (Matteo V, 28), la carne gli paia bella a fini di lussuria; se l’ha rimirata carnalmente e peccaminosamente, egli sarà giudicato per aver ammirato. D'altra parte colui che guarda alla bel- lezza con casto amore, non pensa che la carne è vez- zosa, ma che lo sia lo spirito e ammira il corpo quale im- magine la cui bellezza lo trasporta al Creatore e alla vera bellezza e mostra il sacro simbolo, l'impronta chiara del- la giustizia agli angeli che attendono all’ascesa, voglio dire, l’unzione dell’accettazione, la qualità dell’atteggia- mento dell’anima che si rallegra per la comunicazione del- lo Spirito Santo.” La visione di questo schieramento di opposte presenze ai due lati dell’uomo aiuta ad acquistare una completa pa- dronanza dell’immaginazione, a fermare la ruminazione in- teriore, rigettando su enti estranei i movimenti che ven- gono dichiarandosi nell’animo. Nel suo trattato sulla perfezione il secentesco gesuita Alfonso Rodriguez (III, IV, VII) compendiò cosî la dot- trina dei Padri: «La tentazione carnale non nasce dalla carne allorché si combatte più con i pensieri e con le sozze immagina- ‘zioni che con i sozzi sentimenti e movimenti del corpo, ‘ovvero quando questi ci sono, sî, ma la tentazione non piglia inizio da essi; allorché, cominciando dai pensieri, risultano sentimenti e movimenti nella carne, la quale essendo a volte debolissima e come morta, i pensieri cat- 36 ELÉMIRE ZOLLA tivi sono tuttavia vivissimi, come avveniva a San Giro- lamo, secondo egli stesso racconta, che essendo il corpo debole e consumato e quasi morto dalle penitenze e gran- di asprezze che faceva, gli pareva di trovarsi tra i balli e festini delle ragazze di Roma. E alle volte i pensieri sono tanti e tali che la persona non ha mai saputo né udito né immaginato cose simili a quelle che le si presentano. E nella forza e nell’impeto con cui esse gli giungono ad- dosso e in ciò che ode interiormente, l’uomo sente che es- se non nascono da lui, ma un altro le dice e le fa. Tutti questi sono segni manifesti che quella persecuzione pro- viene dal Demonio, e non nasce dalla carne, benché si pati- sca nella carne.” Il Rodriguez elenca gli accorgimenti toi quali i Padri fugavano queste fantasticaggini, raccomandando anzitut- to di burlarsi del Demonio, “ed alcune volte lo si può fare fischiandogli dietro, senza dire cosa e senza entrare in ragioni con lui”. Fischiare, crollare il capo, schioccat le dita, sono tutti mezzi per cacciar le fantasticherie (c. VIII). Il maggior maestro, la cui opera venne travolta ahimè dalla condanna inflitta alle dottrine origeniane durante il quinto concilio ecumenico, fu l’abate Evagrio, del IV se- colo. Egli spiegò tutta la vita monastica come spegnimento durevole dell’immaginazione: “Le divagazioni mentali sono placate dalla lettura dei libri sacri, dal non indulgere alla sonnolenza fisica, dalla preghiera... “L’agitata inquietudine è calmata dal canto dei salmi, dalla magnanimità e dal cuore misericordioso. “Ciascun rimedio produce il suo effetto se usato tempe- stivamente e con discrezione. Il rimedio inopportuno e indiscreto è di breve durata; ciò che dura poco è dan- noso, non utile. “Ogni pensiero che viene dai démoni, porta nell’ani- ma delle immagini di oggetti sensibili; la mente, una vol- ta ricevutele, le rumina. Cosî dall'oggetto predomi- nante nei pensieri possiamo sapere se il démone si è in- FANTASTICHERIA E STREGONERIA 37 trodotto in noi. Per esempio, il ripetersi dell’immagine di qualcuno che mi ha amareggiato o offeso indica che il démone del risentimento mi ha sfiorato; se il pensiero del denaro o di qualche ghiottonetia torna frequente, subito so chi è che mi importuna. Non voglio dire con questo che ogni ricordo di tali cose venga dal demonio, la mente stessa riproduce a volontà le immagini di eventi passati. La chiarità della mente, ferma nel pensiero costan- te di Dio, appare quando, nella preghiera, i pensieri che nascono dalle realtà esteriori sono aboliti'.” Ma Evagrio avverte altresi che “talvolta avviene che i démoni ti suggeriscano pensieri e nello stesso tempo ti stimolino a pregare contro di loro o a rispondere loro, e poi, spontaneamente, si ritirano. Questo fanno affinché tu ne tragga fierezza e t'immagini di aver cominciato a vincere i pensieri ed a mettere in fuga i démoni.” (Trat- tato dell’Orazione, 134) Perciò occorre: “che tu sia il portinaio del tuo cuore, e che non lasci entrare alcun pensiero senza interrogarlo. Interrogali a uno a uno, ed a ciascuno di’: — sei dei nostti o della fazione dei nostri avversari? — E se ti è dome- stico ti colmerà di pace e se invece dell’Avversario, ti agiterà di collera o ti turberà con desideri. Devi ad ogni istante scrutare dunque lo stato della tua anima” (let- tera XI). In tal modo il perfetto cristiano è costantemente sveglio, non permette l’accesso ad alcun démone, ad al- cuna immaginazione. Beninteso la sua fantasia non viene da ciò indebolita, anzi cresce grazie alla flagellazione diu- turna, facendosi sempre più obbediente e insieme robu- sta. Essa accompagna il pensiero, del tutto priva di autono- mia, adusata a seguire le leggi stesse della speculazio- ne e della crescita organica. Eccola tutta rinnovata, addo- mesticata, in questa setie di immagini che sempre titor- nano negli scritti patristici: Una Torre si alza su uno sperone di Roccia, — Una ! Traduzione di Giovanni Vannucci, in La Filocalia, Firenze, 1963. 38 ELÉMIRE ZOLLA Coppia d'Uomo e Donna, — Una Testa sopra un Cor- po, — Cristo e la Chiesa, — l’Intelletto e la Sensibilità pura — Potrebbe essere un accavallarsi e imbrogliarsi di rappre- sentazioni fortuite simili alle trascrizioni surrealiste di fan- tasticherie automatiche, se i singoli momenti non costituis- sero Invece un seguito strettamente vincolato, se essi non rispondessero di sé davanti ad un intelletto che se ne è fatto responsabile asservendoli: essi sono l’uno all’altro equivalenti e rappresentano una serie di figure le quali du- rante la contemplazione dei primi cristiani tornavano rit- micamente, aprendosi come in cerchi concentrici. La me- ditazione consisteva nel trasferire le qualità di ciascuna immagine alla prossima, ottenendo arricchimenti memora- bili e arguti. In quella serie di coppie di figure equivalen- ti non gioca dunque la fantasticheria, ma l’ingegno fanta- stico, il raziocinio immaginoso; l’uomo che vi si esercita non versa in uno stato di inerzia, di passività e confusione, anzi, è raccolto e vigile: pensa'. Ma la dottrina e pratica cristiana intorno alla fantasia è tutta compendiata nell’interpretazione che Agostino die- de del racconto della caduta (nella Erarratio in Psalm. CXLIII, XC, e nel De Trin. XII). Il serpente tentatore è l'immaginazione, che si presenta a Eva (la concupiscenza o sensibilità) la quale corrompe Adamo (la volontà). I tre personaggi della caduta sono tre parti dell’uomo: la sua immaginazione, che va castigata; la concupiscenza, cioè la sua parte femminile, la quale viene impersonata ! Lo stesso risultato era raggiunto dai pagani nei loro misteri, co- me attesta Proclo: “Nelle iniziazioni e nei misteri gli dèi spesso osten- tano molte forme di se medesimi e si mostrano mutando molte parven- ze. E si proietta da loro una luce ora informe e ora conformata ad aspetto umano e ora tramutantesi in altra forma... Detta l’invocazione, vedrai o un fuoco simile a un fanciullo che allargherà il suo fiotto nel- l’aria come uno sprazzo o anche un fuoco informe da cui vettà una voce, o una ricca luce che si volverà stridendo sul suolo, o anche ve- drai lampeggiare un cavallo pieno di luce o anche un fanciullo ardente cavalcante il veloce dorso di un cavallo, sia tutto coperto d’oro, sia invece nudo, o anche dardeggiante, oppure stante sul dorso” (cit. in V. Macchioro, Orfiswo e paolinismo, Montevarchi, 1922, p. 147-148). FANTASTICHERIA E STREGONERIA 39 da Eva ed è peccaminosa, ma potrebbe anche per grazia trasformarsi in Saggezza fatta carne, e infine la sua parte virile, che sola è responsabile di vero peccato, allorché acconsenta ai diletti che la parte femminile si piglia con il serpente. Il rapporto fra serpente e fantasticheria è archetipico, ritorna spontaneamente nel metaforeggiare dei poeti, come in Dejection (VII) di Coleridge: “Via, pensieri, vipere chi vi avvolgete attorno alla mia mente, fosco sogno della realtà!” Coloro che firmano il patto col serpente entrano in un universo dove tutto viene rovesciato, la fantasticheria inve- ce che messa in fuga vien coltivata, ornata, ci si offre in pa- sto ad essa, anzi la si aiuta con istituzioni, con culti che sono lo stravolgimento dei riti sacri. Le fantasie di ven- detta, di fornicazione, di dominio vengono sfrenate, se ne seguono i dettami senza badare ai limiti imposti dalla real- tà. La parte virile dell’uomo viene sottomessa alla femmi- nile, che adora il serpente e lo interroga come oracolo. Plutarco narra (De Is. 46) le cerimonie con cui, secondo i precetti di Zoroastro, si doveva prestare culto ad Arima- ne, il dio della tenebra. Come il sacerdote del Dio Buono doveva essere attirante, quest’altro occorreva che fosse al- l’incontrario allontanante e luttuoso, e usava pestare in un mortaio un agliaceo (gli agliacei contengono un volatile composto dello zolfo, refrattario ad una digestione ordi- nata; ancora in Isidoro di Siviglia l’aglio è emblema di peccato), invocando Ade e la Tenebra; usava anche sgoz- zare un lupo (la lupa è libidinosa, donde lupanare, il lupo è feroce) e mischiarne il sangue alla schiacciata d’agliaceo e bisognava celare l’immondo intruglio in un luogo dove il sole mai risplendesse. Questa cerimonia scongiurante poteva anche essere rovesciata, diventare im- petrante, ed allora si entrava nella magia nera, di cui sono preservati tratti in Stazio, Lucano e Apuleio. Le streghe tessaliche erano assai simili a sciamani: cele- bravano il culto di notte in solitudine o con pochissimi 40 ELÉMIRE ZOLLA astanti; si spalmavano di unguenti lievemente velenosi che davano senso di volo; spesso irroravano di sangue sactifi- cale e caldo un cadavere, per costringerlo a parlare e per conto loro contorcevano la faccia, scarmigliavano i capelli e forse lasciavano che fra le ciocche si ergessero serpentelli, come a diventare di casa nell’orrore, a entrare nei panni di quanto v'è di ripugnante e terrificante; poi cominciavano un brontolio cupo che si modulava a poco a poco: guaivano come ulule, bubbolavano come il gufo reale, lattavano come il gufo di palude in foia, rideva- no e abbaiavano come civette. Diventavano streghe, cioè strigidi: uccelli notturni avidi di carne cruda, dallo sguar- do fisso, dalle gesticolazioni bizzarre, dagli strani ritor- nelli. Ma la civetta è anche l’animale di Atena e il grido propi- zio alla dea della saggezza è un ululato (ololu, ololu: Iliade, VI, 297 sgg.): Atena è colei che sa maneggiare le forze tenebrose. Ecco una traccia di spiegazione dei miti che si formarono, attorno al totem della civetta o del barbagianni: Atena è forte perché ha un’egida, un sacco, suppose Robert Gra- ves, di pelle caprina difeso dalla testa della Gorgone, con dentro racchiuso un serpente. Ora se si vuole accetta- re l’identità di serpente e immaginazione, cioè se si am- mette che Agostino traesse dalla tradizione comune la sua interpretazione del serpente biblico, il significato dell’egida di Atena diventa leggibile: Atena è forte perché tiene l'immaginazione chiusa e ne volge all’esterno la faccia pie- trificante. Inoltre Atena insegna a congiungere l’orrido e terrificante, il gorgonico, al sibilante e strisciante imma- ginare che serpeggia nella testa. Cosî Atena è la saggez- za che sa potre nel giusto orientamento la parte sinistra, cioè femminile, bubbolante e civettuola dell’uomo. Uno studioso di strigidi, il Newton, suppose, osservando gli at- tuzzi, le moine della carina noctua che è l'uccello di Mi. nerva inciso sulle medaglie ateniesi, che essa fosse at- tribuita ad Atena sotto l’egida della figura rettorica del. l'ironia, ex contrario. E infatti Atena adopra la civetta, FANTASTICHERIA E STREGONERIA Al mentre la maga tessalica di cui parla Apuleio diventa, dopo le sue operazioni solitarie, dopo aver assorbito il suo stupefacente, uno strigide (2450). Atena inoltre è figlia di Metis, figura titanica (corrispondente al dio della metamor- fosi, Mercurio) venerata alle feste della vigilia di calendi- maggio, rimaste nel calendario stregonesco come data d’un convegno del Sabba. Ma Atena è figlia e non figlia, per- ché suo padre, la saggezza virile che contempera giovial- mente le varie disposizioni, Zeus, ingoiò e fece sparire Metis, e dopo partori la figlia dal proprio cranio. Escula- pio, informa Apollodoro (III, X, 3), risuscitava perfino i morti “avendo ricevuto da Atena il sangue sparso dalle vene della Gorgone, e mentre egli usava il sangue uscito dalle vene della parte sinistra a jattura dell’umanità, quel- lo uscito dalla parte destra l’adoprava a salvamento”. È qui accennato il valore della fantasia completamente trasformata dall’ascesi, da successive trasmutazioni e morti, e capace ormai di bene, pur restando ambigua. Il motivo del sacco o cesta di Atena che contiene il serpente e non si deve aprire torna nel mito delle figlie di Cecrope, le quali osano tuttavia schiuderlo e vengono divorate dal ser- pente, Erittonio. Lo stesso significato ha la favola di Lu- cio in Apuleio: egli vuole fare come la strega, abbando- narsi all’immaginazione notturna, usare gli stupefacenti, e allora si converte in asino: l’animale più lamentevolmente schiavo; tale la sorte della volontà virile che si lasci ir- retire per curiosità dalle bubbole della Gorgone. Non a caso egli si è lasciato invescare, fino a diventare marci- dus, negli amplessi della servetta della strega, e la lussu- ria provoca la curiosità inane, il desiderio di sperimentare fantasticamente. In India il popolo crede che la carne di strigidi sia un afrodisiaco e che renda stupidi. Un avvedimento simile a quello racchiuso nel mito delle figlie di Cecrope è contenu- to nella leggenda della figlia della fornaia mutata in civetta per aver voluto assaggiare il pane preparato per Gesù dalla madre. Fra gl’indiani dell'America settentrionale è preservato 42 ELEMIRE ZOLLA il culto delle strigidi in forma molto più completa che non presso gli altri popoli o di quanto possa insegnarci la let- teratura antica. Fra tutti è di grande profondità il mito dei Kiowa: dopo morto lo stregone diventa uno strigide e lo strigi- de dopo morto diventa un grillo. La sequenza si può leggere nei due sensi, e indica che morendo alla saggez- za si diventa streghe e morendo alla stregoneria si resta fantastici: l’innocuità dell’aver grilli per la testa può mo- rire e allora si diventa notturni e sinistri con bubbole da allocchi, morendo a questa notte sinistra si diventa saggi. Il gufo impagliato è usato fra altre tribi come figura propizia alla preparazione delle medicine; ma in tutti i popoli gli strigidi sono associati alle macchinazioni stre- gonesche, ai rapporti con l’immaginazione e la morte, e talvolta li si riverisce come potenze pericolose mediante danze che esprimono almeno due concetti: lo strigide vede nelle tenebre, è di malaugurio e perciò può essere medi- cinale se volto contro cose malaugurate, come le malattie!. Gli stessi concetti sono propri dei Padri della Chiesa; San Massimo di Torino (Migre, P. L. LVII, 458) parago- na gli eretici e increduli a gufi: “Sono acuti nella super- stizione, tardi nelle cose divine e mentre credono di vola- re nell’empito del discorso, vengono accecati come gufi dallo splendore della vera luce.” Ma al rovescio, come osservò Paolino da Nola (P. L. LXI, 371): “la civetta della muraglia (Salzzo 101,7), cioè della casa del Signo- re, può spingere nelle tenebre di questo mondo lo sguar- do acutissimo della sua anima purificata, si da poter dire, secondo la parola del profeta, chiaroveggente com'è — A ! Vd. Funk & Wagnall's, Standard Dict. of Folklore etc., New York, 1950. Come le strigidi cosi la pianta sulfurea, l’aglio, viene ap- pesa affinché attiri su di sé le malattie aleggianti in un luogo, cioè di- venti un capro espiatorio (C. M. Skinner, Myths and Legends of Flo- wers etc., Filadelfia e Londra, 1911). Già nella caverna preistorica di Ariège il mago con palchi di corna ha faccia di civetta. Diversi sono i misteri di Ecate, che hanno pet totem il cane, per luogo sacro i trivi, per manifestazioni gl’incubi, il sonnambulismo. Esiste anche un’Ecate Afrodisia. FANTASTICHERIA E STREGONERIA 43 me la tenebra non è tale, la notte è chiara come il giorno —.” La facoltà fantastica e buffonesca può diventare del tut- to sottomessa, illuminante nella notte del peccato, purché ogni figura notturna diventi per essa spunto di richiami celesti. La coltivazione del male fantastico nel mondo antico era condannata; anche Augusto decretò la persecuzione del reato e Apuleio dovette difendersi dall’accusa di esservi incorso. Presso talune sette gnostiche una forma del culto per- verso dovette esserci, poiché Ireneo da Lione ed Epifanio danno contezza di riti assai sordidi. Anche se mancava il culto del totem degli strigidi, le sette propugnava- no l’ideologia stregonesca: soltanto attraversando ogni male si giunge a liberarsene; certo, si possono anche esaurire i mali rappresentandoli in tutta la loro estensione desertica e notturna con meticolosa fantasia: le pitture dell'inferno nelle chiese avevano tale ufficio; ma que- sta è una strada pericolosa, poiché si può guardare per cu- riosità e non per istruzione, si può essere attratti dall’orro- re, dall’effeminatezza lubrica e informe, dal totem della civetta. ‘ Il cristianesimo rafforza le barriere contro l’obbrobrio magico satanico, ma non le fonda. Avvenne semplicemen- te che con il cristianesimo passarono alla parte tenebro- sa forze che prima erano state solari, come Apollo o Ve- nere, ma nemmeno questo è del tutto vero. Apollo può, allorché il suo culto viene abbattuto, la- sciare qualche residuo di venerazione non del tutto assi- milato nell'immagine del Cristo come Sol invictus e nuo- vo Apollo, e allora, diventando fonte d’inquietudine, si trasforma in fantastico e stregonesco. Cosî San Benedetto a Monte Cassino, secondo narra San Gregorio, “trovando un tempio dove da’ stolti villani si adorava il dio Apollo, commosso dal gran zelo d’Id- dio, ruppe l’idolo... Di ciò molto turbandosi il Nemico, 44 ELEMIRE ZOLLA non per sogno né per modo occulto, ma per visione ma- nifesta lo molestava e venivagli infino agli occhi... visi- bilmente gli appariva molto nero e ardente”. Sono meta- fore assai efficaci per dire il turbamento rimasto in San Benedetto dopo aver estirpato il culto: il residuo fan- tastico lo tormentava tanto più quanto meno era smal- tito. Cosî Ennodio nell’Epitalazzio mostra come Vene- re, disprezzata nei chiostri, si vendichi: “dopo gli ozi con- viene che divampi maggior fiamma: imparino i popoli che proprio allora cresce la divina allorché giace negletta”. Es- sa è però una forza visibile nella primavera: “Quando il nuovo anno forma le tenere spighe La natura siede nei talami ed è calda la terra. Il mondo è dipinto da varietà di fiori: Una sola faccia al sole: grazia, culto, amore. Gli arboscelli umidi radunano il vapore, Il succo alimenta gl’ignei semi. Al demone marito si erge la terra rigonfia, La turgida selva verdeggia di spoglie voluttuose. L’erba adescante è spinta al nodo dei cespi, Le braccia della vite danno dita gemmate. Sul volto delle cose la pronuba norma congiunge [le faci, Come uno sposo il vento del polo fa tutto ger- 1% minare . L’amore universale, Venere, non è qui il démone fan- tastico, ma un’idea servita dalla fantasia. Il cristiano En- nodio non relega l’amore fra i démoni, e ancora gli dà l’antico nome di Venere; grazie ai matrimoni di coloro che non sono chiamati allo stato clericale o monastico, si pla- ca la divinità, che alttimenti imperverserebbe come strega, al modo stesso dell’Apollo stroncato da San Benedetto e però convertito in demonio. La magia nera è già insita in germe in ogni tentazio- ne maligna, il Sabba non è che l’espressione più nefasta della fantasticheria in sé nefanda. Scrisse Origene (Omelia ! M. F. Ennodii Opera Omnia, rec. G. Hartel, Vindobonae, 1882. FANTASTICHERIA E STREGONERIA 45 XX su Numeri): “se t’accorgi che uno spirito maligno parla nel tuo cuore, volendo indurti in un’opera di pec- cato, comprendi bene che vuole iniziarti al culto d’un de- monio”. Cosî si spiega il passo di San Paolo (II Tessaloni- cesi, 2,7): “Già si compie il mistero d’iniquità.” I démoni vanno errando, le fantasie aleggiano attorno a ogni crea- tura, a vedere se qualcuno voglia essere iniziato ai loto misteri, ai loro rituali; nelle Ozzelie Clemzentine li si de- scrive imboscati nell’anima, intenti a suggetire i cattivi pensieri che gli uomini scambiano talvolta per impulsi, non sapendo chi li stia ispitando. Satana, come più tardi lo Spirito della massa, sceglierà sempre gli esseri più deboli e stolti come leve per aprirsi un varco nelle comunità. Il Malleus maleficarum dirà che egli trasceglie vecchierelle rapaci, maliziose, ridotte a far lavorare indefessamente l’immaginazione, e fa loro bale- nare visioni d’abbondanza e di potenza, finché il loro in- telletto cede e adorano quelle visioni. Le vicende del Sabba erano immaginate, come riconoscevano i migliori demono- loghi, e ben di raro torme di pervertiti si radunavano a commettere le azioni assaporate con l’immaginazione esa- sperata. Ma bastava aver fantasticato, magari facendosi suggestionare da un animale bizzarro, drogandosi con aconito fino al punto in cui appaiano scene di volo e di promiscuità collettiva, per incorrere nel reato, il quale talvolta era considerato una specie dell’eresia, in quanto implicava il patto con il Demonio (secondo l’apoctifo ca- none del concilio di Ancira del 314), talaltra era ritenuto un delitto d’intenzione (basta la credenza delle streghe di poter arrecare danni reali per mezzo dei fantasmi evocati, per concretare il delitto, affermava George Gifford in A Dialogue Concerning Witches and Witchcraftes, nel 1593). ! Un teologo cattolico d’oggi, il Truchlat in Anfinomiae vitae spiritualis (Roma, 1961) dice: “le tentazioni procedono o sono accom- pagnate dall’attività del diavolo... si può petvertire l’interiorità e di- rigersi non già verso Dio ma egoisticamente verso il proprio io; una pit intensa riflessione su se stessi si può mutare in analisi mor- bose della propria coscienza: una pit intensa solitudine interiore può tralignare nella vita delle fantasticherie e dei sogni.” L’ESASPERAZIONE TERAPEUTICA DEL FANTASTICARE Ma esiste anche un modo di esaurire la fantasticheria esasperandola: togliendole l’occultezza. Indubbiamente è una strada pericolosa, adatta a persone di indole specula- tiva, una via della mano sinistra. Si petseguano fino in fondo le immagini che i démoni suscitano, vien suggerito, le si costringano a scomporsi nei loro elementi concettuali, a svelare anticipatamente tutto il Sabba cui vorrebbero condurre, ed ecco che si convertirà il falso oro in cenere, si mostrerà la tristezza ed il fastidio che seguirà alla lus- suria, l’inanità d’ogni appagamento dell’orgoglio o del- l’ambizione, la goffaggine della vendetta, la compensazione che annulla tutti gli acquisti che l'immaginazione propone. William Blake pose tra i proverbi d’inferno: “la strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza” e “se lo sciocco persistesse nella sciocchezza diventerebbe saggio” e “chi desidera ma non agisce produce pestilenza”. Via della mano sinistra, via pericolosa, ma anche via da principianti o da malati gravi, perché meglio sarebbe non costringere il serpente a esaurire le sue lusinghe ma semplicemente ignorarlo. Via della mano sinistra per- ché via del ripiego, questo interrogare la fantasticheria, questo maneggiarla e spingerla al suicidio per mezzo della determinazione minuziosa delle sue offerte. Taluni dot- tori accennano all'uso di questo mezzo, che non va scam- biato comunque con una attraversata reale di tutti i vizi al fine di liberarsene, come vollero farlo sembrare certi eretici’, precursori di Hegel, il quale dirà che ottimo modo ! Gli gnostici infami, ai quali Sant'Ireneo da Lione replicava 48 ELÉMIRE ZOLLA di liberarsi da un desiderio è l’appagarlo, frase d’una volga- rità heiniana, assai poco cinica, poiché l’esecuzione com- porta inevitabilmente la sua ideologia giustificativa, e di- venta ben presto assuefazione e cecità. La traversata dei vizi si faccia, ma in immaginazione, per mezzo d’una di- sciplinata esplorazione delle possibilità d’ogni maligno sug- gerimento, esercizio di determinazione e specificazione che sbaraglia la fantasticheria sul suo terreno, poiché nulla è più contrario alla sua natura aerea e vaga della rappresen- tazione meticolosa e particolareggiata. L’abate Evagrio consiglia la mano sinistra con questo metodo: “Analizza la suggestione diabolica domandan- doti cosa è in se stessa, quali le sue componenti, in che cosa influisce sulla tua mente. “Supponi che ti abbia suggestionato col pensiero dell’o- ro, nella mente separa il pensiero dell’oro, l’oro in se stesso, dalla passione che propende verso l’oro. Doman- dati ora: Quale di queste cose è peccato? La mente for- se? Ma come può essere, se essa è l’immagine di Dio? Il pensiero dell’oro? Chi essendo sano di mente può asseri- re ciò? È l’oro in se stesso peccato? Allora perché fu creato? Non resta che la quarta possibilità: la passione avida dell’oro. Essa non è né una cosa concreta a se stan- te, né l’apprensione di un dato oggetto, ma un’avidità in- degna dell’uomo, nata dal libero arbitrio e che urge la tua mente ad abusare della creazione di Dio. Se la tua discriminazione sarà del tutto perfetta, il pensiero malefico, scomposto nelle sue parti, si dileguerà; e il demone fug- già via non appena il tuo pensiero volerà alto sulle ali di questa conoscenza'.” Nel De diligendo Deo San Bernardo giustifica la via della mano sinistra: “Ciascuno potrebbe pervenire all’ottimo, se prima po- che, se volevano davvero attraversare tutte le esperienze, cominciassero coll’imparare tutte le lingue e coll’impratichirsi di tutte le arti. Traduzione di Giovanni Vannucci, Op. cit., p. 75-76. L'ESASPERAZIONE DEL FANTASTICARE 49 tesse possedere tutto ciò che desidera fuori del vero otti- mo, Dio. “Ma siccome questo non è possibile per la brevità della vita, per l'insufficienza delle forze e per il numero trop- po grande di uomini, coloro che vorrebbero raggiungere tutti gli oggetti dei loro desideri perdono inutilmente tem- po e fatica, mentre non potranno mai finire di passare tutte le cose desiderabili. E volesse il cielo che costoro si accontentassero di voler raggiungere tutte queste cose solo con il desiderio e non con l’esperimento! Almeno po- trebbero farlo facilmente e non invano. “Difatti il desiderio è tanto più veloce del senso carna- le, quanto è più perspicace, dal momento che ci fu dato perché prevenga in tutto il senso, e perché il senso non vada cercando nulla che la mente prima non abbia pro- vato essere utile. “Credo che sia stata scritta a questo proposito quella pa- rola: — Esaminate tutto, tenete ciò che è buono, — e cioè che la mente provveda, ed il senso non raggiunga il suo desiderio se non a giudizio di quella'.” Può illustrare questo metodo la favola di Sindbad sul- le cui spalle si era issato il Vecchio del mare, e che riusci a scrollarselo di dosso soltanto dandogli da bere fino a ubria- carlo, e una volta avutolo ebbro ai suoi piedi lo uccise. Non è lontano da questa saggezza della mano sinistra Montaigne, che ripete in forma laica le norme della tra- dizione (L. I. c. VIII): “come le donne da sole possono anche buttar fuori ammassi informi di carne, ma per creare un figlio hanno bisogno di seme diverso dal loro, cosî gli spiriti fantastici privi d'una disciplina producono fantasti- cherie; l’anima senza scopo si perde, poiché non essere in un luogo è come essere per ogni dove. L’ozio genera chi- mere e mostri senz’ordine né proposito, e per contem- plarne a mio agio l’insulsaggine e la stranezza, ho comin- ciato a disporli in schiera, sperando col tempo di fare che si vergognino di se stessi.” ! Traduzione di Luigi Ajme. A. - Storia del fantasticare. IMMAGINAZIONE E OPINIONE Nell’uso antico immaginazione e sogno sono spesso si- nonimi di opinione e di apparenza, cioè di giudizio sog- gettivo; è su questo traslato che s’imperniano Don Chi- sciotte o La vita è sogno, opere che inducono a meditare lo scambio del reale con l'immaginario, cioè col puramen- te opinabile, onde il re sogna d’essere re, finché la morte non muti in cenere e vento l'applauso che lo illuse d’es- ser tale. Nell’Orlando Furioso il mondo della luna è il luogo dove stanno accatastati le preghiere vacue, le la- crime e i sospiti degli amanti, l’inutil tempo che si per- de a gioco e l’ozio lungo d’uomini ignoranti, vani disegni che non han mai loco, biche di vani desideri, le fame in- vecchiate, le adulazioni come cicale scoppiate e via enu- merando le fantasticherie e, per traslato, le apparenze e le opinioni; la mondanità appare simile ad un sogno, se messa a paragone con l’oltremondano e spirituale. In questa accezione usa il termine Pascal allorché annota come l’immaginazione fabbrichi, su immagini presti- giose, opinioni di verità, ammantando di toghe i magi- strati, vestendo di sottana e pantofole i medici, sicché l’ingenuità rimane sedotta dalla prosopopea e si resta in- capaci di sceverare la sostanza dalla veste che la copre. L’immaginazione, dice Shakespeare (Midsummer Night's Dream, IV, I), muove il lunatico che si figura attorniato da démoni, l'amante che vede Elena in un volto fosco, il poeta rapito nel suo estro. Ma il poeta plasma e forma co- se dianzi sconosciute: la sua fantasia, per incarnarsi in forme esatte, cessa d'esser tale. La fantasticheria in senso stretto era, prima del Romanticismo, semplicemente 52 ELÉMIRE ZOLLA il più vistoso e condannato sintomo della malattia men- tale detta malinconia. Amleto confessa d’avere una fan- tasia laida come l’antro di Vulcano (III, II: “And my imaginations are as foul as Vulcan’s stithy”), e che altro è Macbeth se non la tragedia della resa alla fantastiche- ria? Le streghe fanno ribollire con il loro ritmo sincopato, derisione degl’inni sacri, tutte le sozzure dell’ambizione: Macbeth viene sedotto dal loro culto, la moglie gli rinfo- cola il male, e tutto in lui avviene quindi in pieno sogno, è fatto da lui ed egli rimane tuttavia estraneo. Robert Bur- ton nella sua Anatomy of Melancholy (1621) configura il carattere melanconico ovvero fantastico sulla falsariga allora comune, che Shakespeare aveva disegnato al vivo in Macbeth o Amleto, e secondo il suo più bell’emblema, la Melancholia di Duerer, “triste femmina con lo sguardo fisso, gli abiti negletti”. I malinconici, dice Burton, com- pendiando le diagnosi della medicina antica, “quand’an- che essi parlino con voi, e appaiano intenti a ciò che voi dite, rimuginano tuttavia i loto pensieri nelle loro menti, quei timori, quei sospetti, quelle gelosie, quelle angoscie, quei soprusi che immaginano di aver subiti, quei castelli in aria, quei loto sogni da desti, spiacevoli o piacevoli che sieno”. Quali che fossero i significati, che per immaginazione s’intendesse l’opinione, oppure l’impressione in contrasto col maturato giudizio, oppure la vena fantastica dei po- veri melanconici, non si nutritono mai dubbi sulla sua na- tura perniciosa, e l'educazione mirava a scalzarla. Ben si sapeva che negl’interstizi offerti dall’immaginazione s’insi- nuano debolezza e corruttela. Il male colpisce nell’attimo di tempo che gli è concesso, ma è la fantasia che lo di- stende, gli conferisce durata, echi, paragoni, fa soffrire commemorandolo o paventandolo; la saggezza vicever- sa lo delimita al suo istante inevitabile e fatale, si burla degl’inutili timori, si fa beffe dei ricordi, col sarcasmo con cui si butta in acqua o si sega o si brucia la Vecchia del Carnevale, Anna Perenna, Perchta, Befana. LE NORME E LA FANTASIA Il mondo interiore si denominava foro interno, meta- foricamente rappresentandolo come piazza d’affari e di scambi, con templi e botteghe; si chiamò anche forum poli, cioè foro del cielo o della tramontana; la preghie- ra diuturna invoca l’adempimento della volontà paterna, originaria, tanto in terra quanto in questo cielo. Nessun ordinamento giuridico trascura l’interiorità, anzi, chiedendo ai giudici di appurare dolo o premedita- zione, i motivi oltre che le cause dei contratti, il diritto mostra di considerarla il cielo da cui proviene ogni effetto in terra. Nell'ordinamento canonico della Chiesa cattolica un atto di volontà meramente interiore contrario alla vali- dità di un matrimonio lo rende senz’altro invalido, e a ben guardare tra una fantasticheria intensa fomentata da chi la vive ed una risoluzione nitidamente formata ma del tutto interiore la differenza è di grado, pii che di qua- lità. Il suddiacono deve prestar voto di castità perfetta, e incorre in sacrilegio allorché si diletti liberamente, sia pure senza cadere in desideri, di immagini contrarie al voto; del pari sono ordinati ai chierici atti di meditazione o esami di coscienza, del tutto interiori. Il detto di Inno- cenzo III, che non si possa giudicare degli atti interioti, è smentito dalla condanna della proposizione moderni. sta secondo la quale la Chiesa non potrebbe esigere dal fedele l’interiore assenso ai suoi giudizi. E anche il detto di San Tommaso, che il giudizio umano non possa ri- guardare gli atti inappurabili (S. T., 1,2, g. 91, a. 4c) si suole restringere all’applicazione di leggi d’otigine uma- 54 ELEMIRE ZOLLA na e non divina. Già la distinzione assoluta fra atti in- terni ed esterni è irreligiosa; mentre l’applicazione del diritto è costretta a separare gli atti occulti dai palesi, non c'è motivo di porre limiti alla potestà di giudicare il foro interiore. Nel Talzzud è detto: “La fantasticheria licen- ziosa è più nociva dello stesso peccato”, al pari del sole che è più dannoso se l’aria è spessa di vapori, cosi come un vaso d’aceto non aperto bensi appena socchiuso dà un odore più acuto (Yozmza, 29a). Concedere franchigia all'uomo nel suo foro interiore è un invito al fariseismo o addirittura alla doppiezza. E quali vantaggi possono mai artridere ad un uomo che abbia licenza di fare ciò che vuole fra le mura del suo corpo? Egli perderà se stesso proprio per essersi voluto sciolto dalle norme divine e naturali grazie alle quali egli è uomo. Ancora in ciò tradizionali, Hegel e Kierkegaard, tal- mente diversi per mille aspetti, sono concordi, in pieno secolo XIX, nel negare all'uomo il dono avvelenato del- la franchigia interiore. Hegel tratta con disprezzo tutto ciò che non si sa attuare, e invita a soddisfare l’istinto o ad assopirlo nell’abitudine pur di non lasciarlo fermenta- re; “lo spirito è il destarsi”, è la pietra angolare della sua filosofia. Kierkegaard condanna il sentimento fanta- stico come ciò che trasporta l’uomo nell’infinito e gl’im- pedisce di tornare in se stesso; quando il sentimento di- venta fantastico, l’uomo si volatilizza, proprio per aver voluto sigillare la sfera dell’assolutamente individuale, incoercibile, interiore. Un tal sentimento non appartie- ne ad alcun singolo, ma “disumanamente partecipa col sentimento al destino di una qualunque astrazione, per esempio dell’umanità in astratto”; come chi soffra di reu- matismi è alla mercè del tempo che fa, cosî chi nutra il sentimento fantastico. La tolleranza per ciò che non si vede, per ciò che av- viene nel foro interiore, è l’arma della dissipazione. Nel secolo XVIII si smarri la nozione della custodia del cuore, cioè del principio d’ogni sanità morale e da que- sto crollo consegue poi la caduta degli altri argini, minori, che non reggono dopo che il bastione è scomparso. Nel libro dei Proverbi era indicato quel centro d’ogni ordi- nata condotta: “Conserva con ogni guardia il tuo cuore perché da esso procede la vita.” Dice uno degli innume- revoli trattati che insegnavano quest'arte cordiale, Il Prix- cipe virtuoso di Ottavio Durante (stampato a Viterbo nel 1614), che quando il diavolo ingerisce nel cuore di conti- nuo cattivi pensieri, essi restano tuttavia senza quel frut- to che i démoni si ripromettono di cavarne, quando non si dia alcun consenso e allorché non ci tornino graditi, perché allora svaniscono, come suole il vento o il fumo. Durante rammenta il detto riferito nelle Collezioni dei Padri, che la mente umana è simile ad una mola, mos- sa in giro dal concorso dell’acqua e che rivolta grano o loglio o quel che sia, e che del pari l’uomo si volge se- condo i buoni o cattivi pensieri che gli si somministrano; “e nella Vita dei Santi Padri, un certo vecchio rispose a uno che ricercava la causa delle proprie passioni, dicen- do; — i tuoi pensieri, e le immaginazioni carnali tratte- nendosi quivi, mentre non le discacci virilmente e con prontezza; che però dice San Bernardo: Praeteritae cogi- tationes, dum in animo ludunt, illudunt ed in Geremia si dice: Lava a malitia cor tuum, usque quo morabuntur in te cogitationes noxiae." Dio, che altro è se non la Presenza alle nostre imma- ginazioni ed ai nostri più occulti pensieri? Egli discaccia tut- to quanto non sia contemplazione o meditazione, simile ad un Padre che tiene a freno un figlio o ad un Pa- store che non lascia disperdersi il suo gregge. Raccogli il tuo cuore ed espellerai da te la tristezza, era il precetto che si traeva dalla secolare esperienza di disciplina inte- riore. Ogni cosa procede dalla buona o cattiva custodia del cuore, dalla vigilanza ferma o fiacca dei movimenti di pen- sieri e immagini, tant'è vero che: “Quale ciascuno è e quali cose va ruminando e pensando nel segreto del suo 56 ELEMIRE ZOLLA cuore, tale sarà il più frequente discorso della sua bocca” e anche il più frequente comportamento del suo corpo. I monaci badavano a fugate i fantasmi della mente mediante le veglie notturne, durante le quali, se si sa cu- stodire il cuore, la mente diventa lucidissima; tanto è pro- ficuo alla felicità il superamento del sonno quanto quello della carne, rispettivamente nella disciplina della mente e del corpo. Coloro che non sappiano vegliare sono inetti alla vita monastica; vigilia est phantasmatum fuga, la ve- glia è fuga dei fantasmi, disse l’abate Tritemio; dove si allenti la regola sulle veglie notturne, si concederà alla sua mente di divagare in modo scandaloso. Questa illuminazione profondissima, questa quiete asso- luta che s’ottiene coi vari regimi notturni delle varie regole monastiche (o nelle veglie che precedono ogni gran festa, quasi a creare nella mente il vuoto, la cassa di risonanza per la solennità), è un punto fondamentale nella depura- zione della mente; ma tali benefici, se anche non del tutto sostituiti, possono essere attinti in piccola parte da una vita altrimenti disciplinata, da parte di coloro che si adoprano con tanta forza nella giornata da dormire quin- di un sonno puro, senza immagini di veglia. Le metafore che designano questa conquista della pace ben custodita sono improntate sovente alla guerra; e un intelletto moderno è tratto a immaginarsi la milizia con- tro le divagazioni come uno stringere di denti: affare di volontà; ben difficile è fargli capire che la custodia del cuore può non essere affine alle pene della disciplina bellica o agli altri modi di piegarsi a compiere ciò che non alletta il cuore. Non è per niente una rinuncia alla cu- stodia dei pensieri quella, per esempio, compiuta nell’atto d’abbandono di padre Claude de la Colombière: “Ri solvo d’abbandonarmi talmente a Dio, il quale si trova sempre presente in me, e nel quale ho esistenza e vita, da non darmi più pensiero della mia condotta esterna e ! Joannis Tritemii, Ad monachos debortationes, Vaticano, 1898, p. 72. LE NORME E LA FANTASIA 57 interna, riposando fra le sue braccia; senza temere né tentazione né illusione; né prosperità né avversità, né le mie cattive inclinazioni, né gli stessi miei difetti; spe- rando che la somma bontà e infinita sapienza di Dio con- durranno e dirigeranno tutto per la maggior gloria'.” ! G. Languet, Vita di Santa Margherita Alacoque, Firenze, 1920, p. 184. PARTE II L'INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO Ludovico Antonio Muratori nel suo trattatello Della forza dell’immaginazione (1740) comprende ancora nitida- mente il nesso della fantasticheria con la stregoneria: “non hanno saputo alcune sciocche femmine coprire la sregolata loro incontinenza che col fingere l’accesso a quegli Spiriti dipinti per sé libidinosi, e l’han persuaso a chi specialmente è portato a credere tutto quel che porta livrea di meraviglioso e soprannaturale... Che nondimeno esse non abbiano da andare esenti da qualche gastigo, si reputa ben giusto, se non per altro, perché il palesare la lor vita bestiale basta per invogliar altre lor pari a imi- tarle. La conclusione si è che la sola forte fantasia ca- gione si è dei lor creduti viaggi per aria e de’ brutali sfo- ghi della loro lussuria. Hanno esse inteso da perversi uo- mini o da iniquissime femmine le feste che si fanno al diabolico fine sabato; ed avendo piena l’immaginazione di queste false adunanze, sognando pet loro d'essere trasportate colà e di trattenervisi in allegria con gl’imma- ginari spiriti amanti. In una parola, va a finire tutta la loro avventura in uno sporchissimo sogno, figlio della loro laida fantasia. Donne melanconiche, dotate di vigorosa im- maginazione e di feroci spiriti animali oppur vecchie consumate in tutte le sozzure della libidine, che si ajuta- no ancora con generosi liquori...” ! Martino del Rio (Disquisitiones magicae, Lovanio, 1599, p. 200), afferma che il consenso sulle circostanze sabbatiche in testimoni di- versissimi nel tempo smentisce il loro carattere immaginario essendo pe- culiare a ciascuno l’azione della mente e ciascuno immaginando in modo diverso. Ma la fantasticheria è uniforme, nella segretezza più privata 60 ELÉMIRE ZOLLA Ma questo nesso si andava oscurando, i pensatori in- glesi, più moderni, cominciavano a non afferrare pit né l’orrore della stregoneria né la peccaminosità della de- lectatio morosa; John Hobbes nel Leviatano (1651) ave- va esteso la sua meramente sperimentale modernità an- che su questo reame impalpabile, trattandolo come cosa neutra, da esaminare senza alcun orientamento morale: “Per treno di pensieri intendo quella successione da un pensiero all’altro che viene detta Discorso Mentale. Quan- do un uomo pensa ad una cosa qualsiasi, il pensiero se- DS guente non è affatto casuale come può sembrare. I pen- sieri non si seguono indifferentemente: è certo anzi che saranno gli stessi in un’altra occasione. Questo treno di pensieri o discorso mentale è di due specie: la prima non si diventa pubblici. Ribatterà a del Rio, Girolamo Tattarotti nel Con- gresso notturno delle Lamie (in F. Bolzoni, Le streghe in Italia, Bo- logna, 1963, p. 66): “Segue di notte il congresso, e non di giorno, perché la notte si dorme e si sogna. Ma, anche senza questo, la notte con la sua quiete, col coprire le cose agli occhi, dà gran campo alla fantasia di lavorare. Chi è dominato da questa potenza, facilmente so- gna anche vegliando e racconta a una giovane, che le è vicina o nipote, d'aver partecipato al congresso. Il racconto di una cosa cosf nuova e mirabile eccita lo stupore di chi ascolta. La fiducia che la giovane ha per l'amica o congiunta, persona vecchia, affettuosa, d’autorità, che parla di cose a lei stessa accadute, fa si ch’ella tutto creda. L’ombra del dubbio non le passa per la mente. L'idea di una potenza invi- sibile, e superiore a noi, qual è il demonio, s'imprime con forti e ga- gliarde vestigia nell’avida immaginazione dell’ascoltante. La giovane, ripiena di un'insolita meraviglia, resta alterata da tal racconto, e in certo modo pervettita, e torna a pensare a quanto ha sentito, e va ravvivando le confidenze avute nella memoria. Lo stimolo che ella pro- va di tentare l'esperimento, è grandissimo. La curiosità e la propen- sione alle cose del senso la combattono. Le persuasioni continue della zia, o vicina, che più volte le va ripetendo da capo tutta la storia, fanno in modo che, rotto ogni ritegno e riguardo di religione, si ri- solva finalmente a fare l’esperimento. Le viene spiegato come non si possa ottenere il fine desiderato se non servendosi di un unguento. La confidente le dà l’unguento, che è un narcotico che seppellisce i sensi in un profondo sonno. La giovane si unge, con quella disposi- zione si mette a letto e dorme. La fantasia, presa dai racconti uditi, incomincia con la maggiore attività del mondo a riscaldarsi, a bollire e va al vivo rappresentando alla dormiente la magica avventura. Risve- gliatasi, trovato che essa corrisponde a ,puntino alla relazione avuta, resta cosî persuasa e convinta che non c'è più via di farla ricredere e sospettare che possa essere stato un sogno”. L’INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 61 guidata, senza disegno di sorta e incostante, nel qual caso si dice che i pensieri vagano, sembrano poco pertinenti l’uno all’altro come in un sogno, eppure questo spazio selvaggio della mente può essere interpretato da un uomo che ne discerna l’indirizzo nonché la dipendenza di un pensiero dall’altro.” John Locke dette al treno di pensieri il nome di associa- zione d’idee e Dugald Stewart tentò di determinare le leggi che regolano il flusso delle associazioni, riducendo- le alla somiglianza, contrarietà, vicinanza nel tempo o nello spazio, ed alle coincidenze accidentali dovute al suo- no dei vocaboli. In momenti di attenzione vigono vicever- sa le leggi di causa ed effetto, mezzo e fine, premessa e conclusione. Hume proclamò (Human Nature, I, I, 4) la parificazione del mondo interiore e dell’esteriore, essen- dosi scoperte le leggi dell’associazione in quello e della gravitazione terrestre in questo. Fu Laurence Sterne a mostrare le conseguenze della nuova scienza psicologica puramente sperimentale, separa- ta da ogni giudizio di valore, nel Tristram Shandy, usci- to dal 1759 al 1767. Non a caso egli parla del suo mo- struoso libro come di una macchina (VII,I), di fatto i tre- ni di idee (#rairs of ideas) di cui è ordito seguono le re- gole della meccanica psichica della specie più passiva e di- sattenta; egli si compiace di fantasticare senza vergogna di sorta, come mai nessuno aveva osato prima salvo con professa intenzione di ridursi a giullare. In Sterne c'è una differenza capitale rispetto alle buffonate precedenti: egli presenta le sue divagazioni con il sottinteso: “Non esi- ste altro, non c’è differenza fondamentale tra queste mie esibizioni di scurrilità, fra questi bisticci, queste insisten- ze e le associazioni da causa ed effetto, da premessa e conclusione, perché tutto ciò che in me avviene, poiché avviene a me, ha una consacrazione, e i valori diversi dal- la mia persona sono buffonate peggiori di questa.” Il valore fondamentale è il linguaggio, Sterne gli si accani- sce contto per tutti i volumi di Tristram Shandy, ma con mezzi del tutto nuovi, inauditi proprio per la loro 62 ELÉMIRE ZOLLA infantile goffaggine. Confucio voleva promuovere la mo- ralità riformando il vocabolario, attribuendo significati esat- ti ai vocaboli, sapendo che nessun peccato riesce a guar- darsi in faccia cinicamente, ma anzi cetca un’ideologia che lo giustifichi e perciò stravolge il senso delle parole. Sterne nega che una parola abbia un senso, poiché la fantasticaggine le tesse attorno cotone di associazioni, talché essa si liquefà e diventa allusiva. Nel III libro (XXXI) di Tristram egli espone con greve giocosità que- sta sua teoria della parola liquescente e mobile, piglian- do a partito chiunque protesti: “definire — è mostrare sfiducia — Cosî trionfai di Eu- genio; ma, come sempre, trionfai come uno stolto. — Mi conforta comunque di non essere uno stolto ostinato, perciò — Definisco un naso come segue — ma prima prego e supplico i miei lettori, maschi e femmine, di qual- sivoglia età e condizione, per amor di Dio e delle loro anime, di stare in guardia contro le tentazioni e suggestio- ni del diavolo, impedendogli di mettere loro in testa con arti o astuzie idee diverse da quelle che pongo nella mia definizione.” Sterne usa il ricatto: chi non fantastica affatto, chi non si sottomette alle arti del demonio, lui stia alle defi- nizioni. Il tratto da teppista ridacchiante, sicuro che nous sommes tous frères et cochons, diventa addirittura sarca- smo (ibid.): “lascio adito a tante critiche equivoche per- ché mi affido, come sempre ho fatto, alla pulitezza del- l'immaginazione dei miei lettori”. Regine e monache in preda ad associazioni verbali oscene sono lo spettacolo che più esalta l’anima plebea di Sterne; è sicuro che certe parole debbano destare pen- sieri turpi e sorprende golosamente i segni con cui inav- vertitamente si comunicano fra le persone queste aure di fantasticheria che circondano i discorsi più seri (VIII): “Ci sono certi treni di idee che lasciano l'impronta loro attorno ai nostri occhi ed alle sopracciglia; e c’è una con- sapevolezza di ciò da qualche parte attorno al cuore, che vale a rendere ancor più forti queste incisioni... La mi- Fa L'INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 63 glior parola, nel miglior linguaggio del miglior mondo, deve aver sofferto di simili combinazioni. Il curato di d’Estella scrisse un libro contro di esse, esponendo i pe- ricoli delle idee accessorie.” Sterne scrive i suoi libri sotto l’imperio della coercizio- ne associativa: il Viaggio sentimentale ‘in Francia ed in Italia è una fantasticheria in cui gli episodi del viaggio vengono ammanniti con tutti i più tediosi ghiribizzi, spes- so promossi dal puro suono d’una parola, mentre fatalmen- te, come avviene quando la lussuria abbia soppiantato l’am- bizione, ogni episodio conduce ad un coito. “Voglio sol- tanto che possa riuscire di lezione al mondo lasciare che la gente racconti le sue storie a modo suo” è detto nel Tristram Shandy, e viene indubbiamente impartita una le- zione di tolleranza verso le divagazioni ed i capricci, ver- so l’ostentazione della fisiologia come punto di fratellan- za degli uomini; è messo al bando tutto ciò che ostacoli la curiosità e l’abiezione. Si è fatto un gran parlare del- l’arte che avrebbe Sterne di unire in un nodo straor- dinariamente umoristico la tristezza e la comicità della vita: ma è la tristezza della réverie, la quale ineluttabil- mente prova l’inquietudine della cattiva coscienza, è la comicità della réverie, che riesce esilarante soltanto a pat- to di essere favorita da un terrorismo ideologico che estir- pi la naturale repulsione. Un animo ben conformato ripu- dia questo burzour con le parole di Thackeray: “Sterne mi affatica con la sua perpetua irrequietezza ed i suoi penosi appelli alle mie disposizioni al riso o al sen- timentalismo. Continua a fissarmi in faccia, osservando l’effetto che sta facendo.” L’ammicco, l’a parte è l'atteggiamento proprio dei ser- vitori nell'opera buffa. Il secolo XIX vedrà al potere una classe che riesce a staccare del tutto la dignità dal coman- do, la maestà dal potere, e governa senza uno stile, im- pone vessazioni, balzelli, imposte ma non sa patrocinare una propria forma: mobili, edifici, vestiti, quadri, con- soni alla propria essenza. Il dominio diventa nudo e mac- chinale. 64 ELÉMIRE ZOLLA Tutto ciò era già implicito nel fatto che un guazzabu- glio come Tristram Shandy non venisse ignorato o bru- ciato nel secolo XVIII. Con Sterne già si svelano i carat- teri della modernità: un sentimentalismo spudorato uni- to ad una derisione della coerenza logica ormai inattin- gibile, un’adorazione sfrontata dell’io, per cui nessuno si vergogna di intrattenere sui propri gusti, ancorché insi- gnificanti o morbosi. Ecco uno dei primi esempi di umo- rismo romantico, la cui ilarità proviene dal fatto che l’ab- bandono alla fantasticheria è analogo a quello del buffo- ne rustico alla scutrilità: “Presi un solo prigioniero, e avendolo prima chiuso nel- la sua segreta, guardai attraverso la penombra della por- ta a graticcio per farne il ritratto. Vidi il corpo quasi con- sunto dalla lunga attesa e segregazione, e sentii quale ma- lessere del cuore sorga dalla speranza differita. A guar- dare più da vicino lo vidi pallido e febbricitante; da tren- t'anni la brezza d’occidente non aveva nemmeno una volta rinfrescato il suo sangue; non aveva visto né sole né luna, per tutto quel tempo, né voce di amico o pa- rente aveva soffiato attraverso la grata; i figli — ma il mio cuore cominciò a sanguinare, e dovetti procede- re ad un’altra parte del ritratto. Era seduto in terra su della paglia, nell'angolo più remoto della cella, che era alternatamente sua sedia e letto; un calendariuccio di ba- stoncini era al capo del letto, tutto intaccato dai segni dei miseri giorni e delle misere notti quivi trascorsi; ed uno dei bastoncini egli stringeva in mano intagliandovi con un chiodo rugginoso un altro giorno di miseria da aggiungere al cumulo. Poiché gli toglievo la scarsa luce che aveva, sollevò un occhio senza speranza verso la porta, scosse il capo e continuò la sua opera d’afflizione. Udii le cate- ne ai suoi piedi, mentre volgeva il corpo per tiporre il bastoncino nel mucchio. Sospirò profondamente: vidi il ferro entrargli nell'anima. Scoppiai in lagrime: non tiusci- vo a sopportare il quadro di reclusione che la mia fanta- sia aveva disegnato.” Questo passo famigerato di Sentimen- tal Journey ha almeno la virtii di mettere a nudo la na- L’INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 65 tura giocosa degl’intenerimenti del borghese, la frode che sta alla radice dei suoi buoni sentimenti; sovente nel pieno dell’era borghese questo piacere fantastico del sentimenta- lismo si offrirà come vera e propria bontà del cuore, di- vertà la maschera fissa del cinismo. La vena familiare e fantastica di Sterne sarà ripresa da Lamb, che in Popular Fallacies (1833) cosi tesse l’apolo- gia della dilettazione viziosa: “Amiamo ruminare una passata visione di sogno caglia- ta... riandare con più saldi nervi le più tristi tragedie not- turne, trarre alla luce del giorno un incubo che si dibatte ed è sul punto di svanire; maneggiare e esaminare i ter- rori o gli aerei diletti... Nella carestia di ambizioni mon- dane, contraiamo alleanze politiche con spettri. È bene avere amici a corte. Un tempo credemmo che la vita fos- se qualcosa, ma ci è scaduta inspiegabilmente, prima del tempo designato. Perciò scegliamo di indugiare fra le vi- sioni. Il sole non mostra alcun proposito di illuminarci. E perché mai dovremmo levatci dal letto?” Con Lamb d’altronde l’umorismo alla Sterne non co- nosce più limiti, assume tutti i tratti della rispettabilità e dopo aver dissociato il romanzo, fa deflagrare la forma del saggio a furia d’includervi tutto quel che salti in testa. Eppure ancora nel secolo di Sterne la parola stessa, immaginazione, aveva presso i letterati inglesi il suo si- gnificato giusto e aureo, i piaceri dell’immaginazione era- no per un Akenside o un Pope quelli di una vivacità or- dinata, di una pienezza di colore e passione conforme al- l'armonia oggettiva della natura, laddove la fantasticheria era il frutto defl’atrabile, della malinconia, della debolez- za intellettuale, come disse in un più sano secolo il per- sonaggio di The Indian Emperor di Dryden (III, 1): “Fortemente desidero ciò che pallidamente spero, Come sogni a occhi aperti di malinconici, Penso e ripenso a cose impossibili, Eppure amo vagare in quel dorato labirinto.” 5. - Storia del fantasticare. 66 ELEMIRE ZOLLA Pope ha ancora dell’immaginazione l’idea classica, co- me di facoltà la quale dalla provvigione della Natura coglie le dolcezze sempre in boccio, le forme cioè primor- diali in perpetua e diversa manifestazione, e la sua mente ordinata e composta nemmeno sospetta che si possa com- piacetsi di un’immaginazione scissa dalla contemplazione della natura: Those ever-blooming sweets, which from the store Of Nature fair Imagination culls To charm the enlivened soul... E non a caso, poiché nel poema The Dunciad egli compone altresi la prima orazione contro l’industria cul- turale, che ha la sua origine nella strada di Londra dove s’impiantarono le prime aziende per la divulgazione del- la cultura, Grub Street, donde prese avvio lo smercio di opere tutte calcolate per il mercato. La fantasticheria soli- taria e il sistematico calcolo del mercato nascono insieme. E con Pope John Byrom (1692-1763) avvertiva la sua generazione delle benedizioni e delle jatture che possono nascere dalla mercuriale immaginazione, bona cum bo- nis, mala cum malis: “L’immaginazione, benché sembri un’inezia, Gravida di conseguenze, prolifera la sua stessa crea- [ zione. Crediamo che desideri e vagheggiamenti sieno un [ gioco, E cosi dissipiamo facoltà di gran momento! Sono taglienti gli strumenti coi quali cosî ci tra- stulliamo 1” E scalcano per noi realtà profonde’. Imagination, trifling as it seems, Big with effects, its own creation teems. We think our wishes and desires a play, And sport important faculties away: Edg'd are the tools with which we trifle thus, And carve out deep realities for us. L’INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 67 Cadde nelle conseguenze dello sperpero d’immaginazio- ne James Boswell, ma ne seppe dar conto con dolore nel saggio The Hypocondriack (1777-1783), in cui ripeteva con nostalgia il verso dei Salmi: “Nella moltitudine dei miei pensieri, i Tuoi conforti dilettano l’anima mia,” inet- to a trovare per sé, incanaglito dall’illuminismo fino all’ipo- condria, il sostegno della fermezza e della verecondia che soltanto l’abitudine alla preghiera sa dare. Dice, dell’ipo- condriaco, dell’uomo moderno: “La fantasia stravolta gli dardeggia in fulminei scorci, vividi e sinistri, pel campo del tempo e dello spazio. Vuole affisarsi in qualcosa di preciso, e non gli vien fatto; anzi gli si formano in mente le effimere immagini di mille cose diverse... Talora è de- bole e timoroso, e s’impaura di tutto ciò che può presen- tare il più piccolo pericolo; tal’altra s'abbandona a smo- dati o a disperati impulsi di temerarietà... sf che potrebbe assai bene adottare per sé l’esclamazione di sconforto che si legge in una delle tragedie dello Young: Portami, Aulete, a forza alla mia stanza, Ivi in catene me da me proteggi. Il meschino è capace di ragionare; e sa che l’animo suo è malato.” Secondo la poetica di William Blake l’immaginazione è l’ingegno plastico che sa ricalcare lo sviluppo delle for- ze organiche della natura: “La natura della fantasia visionaria o immaginazione è assai poco conosciuta e la natura eterna e permanente delle sue immagini sempre mai sussistenti è considerata meno permanente delle cose di natura vegetale o gene- rativa; eppure la quercia muore come la lattuga, ma la sua immagine è eterna e la sua individualità non muore mai, ma si rinnova per il suo seme; proprio cosî l’im- magine fantastica ritorna per il seme del pensiero contem- plativo” (VLJ 605). “Tutte le cose sono comprese nel- 1 Trad, L. Meneghello in Saggisti inglesi del Settecento, a cura di E. Chinol, Milano, 1963. 68 ELÉMIRE ZOLLA le loro forme eterne nel divino corpo del Salvatore, il vino vero dell’eternità, l'immaginazione umana” (VLJ 606). L’immaginazione come l’intende Blake è tutt'uno con la ferma attenzione materiata di fede, con la visione pie- na degli oggetti, la quale è, come dice nel suo dialogo con Isaia, l'opposto della fantasticheria o ipnagogia: — Come osate affermare cosi decisamente che Dio vi parlò? — domandai. Isaia rispose: — Non vidi Dio, né udii alcun essere con determinata percezione organica, ma i miei sensi sco- prirono l’infinito in ogni cosa e come fui allora persuaso e in seguito rimasi confermato a credere, la voce dell’o- nesta indignazione è quella di Dio, talché non curai le conseguenze ma scrissi. Allora domandai: — Una ferma persuasione che una cosa sia in un determinato modo fa sî che essa sia tale? Egli rispose: — Tutti i poeti ne sono convinti e in epo- che d’immaginazione questa ferma persuasione smuoveva i monti; ma molti sono incapaci di una ferma persuasio- ne di qualsiasi cosa.” Questa immaginazione è minacciata dalle sataniche fab- briche, dalla filosofia sensista di Locke. Le sataniche fabbriche che deturpano Albione, l’a- stratta filosofia che guerreggia con l'immaginazione pla- smatrice, avevano, come la loro progenitrice, la magia nera, il sussidio delle droghe allucinanti; nelle drogherie degli agglomerati proletari d’Inghilterra si vendevano agl’intontiti artigiani e contadini strappati al mestiere avi- to ciò che consentiva loro di gettare la nube della fantasti- cheria sull’angoscia, le pillole d’oppio. I destini degl’interpreti d’un popolo sono solidali con quelli degli oppressi: l’oppio diventa una droga simboli- ca del suo tempo anche pet i grandi poeti. La fantasticheria dei primi romantici inglesi, promossa, accelerata e condotta al suo estremo dall'uso dell’oppio ha il pregio di indicare grado a grado la carriera disa- L'INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 69 strosa dell’uomo fantastico, il processo intero, che in Ster- ne o Lamb si fermava ad una fase un poco turpe e molto bonaria. Nelle Confessioni d’un mangiatore d’oppio Tho- mas De Quincey traccia l’itinerario del totale abbandono alla fantasticheria; l’oppio scioglie le inibizioni, secolari da sembrare fatali, che avevano impedito il dilagare del- l’ortore ed ecco il primo momento: cominciano a sta- gliarsi sul fondo nero della notte o delle palpebre ab- bassate processioni d’immagini ancora dominate dalla vitti- ma, però doviziose e tanto insidiosamente prensili da ri- presentarsi nel sogno: “quando tali fantasmi mi si erano una volta presentati in lievi e vaporosi colori, come paro- le scritte con inchiostro simpatico, l’impetuosa alchimia dei miei sogni li rivestiva di uno splendore insopportabile che tiempiva di fremiti il mio cuore”. Questa comunicazione tra veglia e sonno disfa il senso del tempo e dello spazio che paiono raggrinzirsi o dilatarsi a capriccio, si piomba in una malinconia funerea, in una continua, involontaria e oppressiva reminiscenza di fatti sepolti nell’oblîo. Nei primi tempi i sogni erano città e palazzi che avevano affinità con le visioni che ci si illude di scorgere nelle nuvole: De Quincey cita i versi dell’Excursion di Words- worth che descrivono questa fase: “Visione improvvisa, si stendeva una città turrita, una distesa di palazzi sfumanti in lontananze di splendori e baleni senza fine. Materiati d’oro e diamanti, alti castelli, domi d’alabastro, minareti d’argento, in ardue spire scalanti il cielo, e poi terrazze ergentisi su terrazze; qui azzurri padiglioni profondantisi in fughe di viali; più in là torri, i cui mobili fastigi accendean d’un fulgore siderale tutte le gemme...!” “- ! Trad. di Aldo Traverso, in Confessioni d'un mangiatore d’oppio, Milano, 1956. 70 ELÉMIRE ZOLLA Alle architetture seguono distese d’acqua, laghi che a poco a poco si trasformano in mari, e dopo un tratto comincia l’ossessione della faccia umana, di folle di facce. Ultime appaiono forme di bestie, e infine: “i coccodrilli mi baciavano dei loro baci cancertosi, mentre confuso a indicibili lordure, giacevo disteso fra i giunchi, nelle pa- ludi del Nilo”. Si può attingere la poesia dopo aver subito questa sorta di fascinazione soltanto a patto di averla allontanata, di ve- derla dal di fuori. Ogni complicità o ideologia dell’imma- ginazione morbosa stronca la forza poetica. I frantumi che affiorano via via potrebbero anche essere trasfigurati in simboli, e perfino l’ultima fase, cloacale e palustre, po- trebbe usarsi come vaccino, ma la fantasticheria è come le opere moderne, come Finnegans Wake, non ha ossa- tura né orientamento, sicché ogni cosa vi trascorre come alberi e rovine di case e corpi sulla melma d’un’alluvione. AI tempo di De Quincey la facoltà sintetica della mente non era ancora colpita dall’infezione, sicché quanti sape- vano riscuotersi dalla fantasticheria, riuscivano ancora a dar forma, sia pure lievemente confusa, o come allora usava dire “aerea”, ai materiali fantastici. Rispetto alle opere perfettamente composte le descrizioni di fastigi, pin- nacoli svettanti, fughe di sale e scale alla Piranesi (ma senza la nettezza tutta desta del tracciato di Piranesi), sono pervertimenti, perdite di precisione. A offuscare l’evi- denza di questo scadimento estetico valse la vicinanza di una poesia neoclassica imbalsamata, fatta marmorea, rispetto alla quale le fantasie romantiche riuscivano alla prima impressione più delicate e palpitanti. Nel Kubla Kban di Coleridge, si delinea la più perfetta rappresenta- zione della prima fase dell’intossicazione da fantasticheria: “L’ombra della reggia del piacere Galleggiava a metà cammino sui flutti Dove s’udiva il mescolato ritmo Dalla fonte e dagli antri. Era un miracolo di raro artificio Una reggia di piaceri solatia con antri di ghiaccio! L'INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 71 Una damigella con salterio Vidi una volta in una visione: Era una donzella abissina E sul salterio suonava Cantando di Monte Abora. Oh potessi ravvivare in me La sua sinfonia e la sua canzone, Mi condurrebbe ad un tal diletto Che con musica risonante e lunga Costruirei quella reggia nell’aria, Quella reggia solatia, quegli antri di ghiaccio! E quanti l’udissero li vedrebbero E griderebbero: Attenti! Attenti! Oh i suoi occhi folgoranti, la sua chioma ondeg- [ giante! Chiudetegli attorno tre volte un cerchio E chiudete gli occhi con sacro orrore Poiché s'è nutrito di melata Ed ha bevuto il latte del paradiso!” L’effetto è quello mareggiante delle litanie, ma vi si rittova anche la loro tessitura speculativa? Questa non spieca nelle litanie a causa del loro effetto sonnambolico, della danza ipnotica suggerita dal ritmo uguale (Kyrie elei- son, Christe eleison, Kyrie eleison, Christe audi nos, Christe exaudi nos, Pater de Coelis Deus, Fili Redemptor Mundi Deus, Spiritus Sancte Deus, Sancta Trinitas Unus Deus, Sancta Maria...) e poco più possono ravvisarvi i fedeli intellettualmente assopiti; però quel grigiore vie- ne solcato, per l’iniziato ai riti cristiani, da folgoti improv- vise: è un rituale di risveglio, perché ogni invocazione è un rinvio a qualche testo biblico (nell’ordine: Abacuc, 3,3; III Re 2,20; Ebrei 4,16; II Cronache 7,14; Deut. 9,19; Gen. 24,23; Giobbe 19,25; Cantico 6,8; Giov. 5,7; Giuditta 13,17; e cosî via per ognuno degli attributi del- la Mediatrice), L’atto intellettuale di ricordare, grazie all’accenno, il testo intero e di porre in rapporto fra loro ! Vedi Carl van Treeck e Aloysius Croft: Symbols in the Church, Milwaukee, 1960. 72 ELÉMIRE ZOLLA i vari passi, il cui nesso non è fornito ma ricostruibile (e consiste in una lettura dell’Antico Testamento sulla scorta del Nuovo), è tanto arduo e inebriante quanto l’ambiente sonoro è d’una monotonia raccolta e maestosa. C'è una struttura analoga in Kubla Khan? È arduo decidere, di fatto cogli in esso la tendenza im- manente d’ogni fantasticheria, specie se oppiata, nel suc- cedersi delle immagini di cupole aeree, di architetture cam- pate fra nubi, della visione di acque e poi di facce, e infine di una faccia, ossessiva. Ma Coleridge fu il martire dell’oppio, che con i suoi patimenti forni i vaccini contro il male. Egli distinse l’as- sociazione d’idee (farcy) dall’immaginazione (irzagina- tion) che è la capacità di sintesi figurativa, senti “la necessità di riconciliare l’irrequietezza d’una fantasticheria (fancy) sempre operante con la brama intensa di un asilo di quiete per i pensieri, posto in un qualche principio de- sunto dall’esperienza, ma rispetto a cui ogni conoscenza fosse semplicemente una ripetizione variamente limitata, cosi come circoli, quadrati, triangoli eccetera sono soltan- to altrettante posizioni di spazi'”. Nella Biographia Lite- raria Coleridge dà due esempi capitali rispettivamente del- la fantasia poetica e della fantasticheria: gl’immaginosi versi di Milton o di Shakespeare da un lato e questo da Venice Preserved di Otway dall’altro: “Liuti, aragoste, mari di latte e navi d’ambra.” Egli stesso tendeva a cadere in associazioni come que- ste: “vedendo uno sgombro capita che io pensi subito al ribes, perché mangiai sgombri in salsa di ribes e poiché la prima sillaba di gooseberry (ribes) corrispon- de all’oca (goose), mi viene in mente magari un’oca. Subito dopo può sorgermi alla mente l’immagine d’un cigno benché i due volatili non li abbia mai veduti ap- paiati”. Lo stesso Keats si sorprendeva talvolta ad asso- ciare porpora (purple) e azzurro (blue) ed a dilettarsi della ! N. Sutter, The Dark Night of T. S. Coleridge, New York, 1960, p. 207, L'INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 73 parola composta purplue. Sono, tuttavia, momenti di indu- gio splenetico, che rafforzano nei poeti il senso della distin- zione assoluta fra fantasia poetica e fantastichetia. Col progredire dell’infezione fantastica, a distanza d’un se- colo, gli stessi studiosi di Coleridge, come John L. Lowes o Lascelles Abercrombie, cominciano a domandarsi se la distinzione sia veramente fondata, se la poesia non sia soltanto una fantasticheria meglio organizzata, che è come dire che il vino è un aceto meglio strutturato o addirittura che lo scultore è un pezzo di marmo più articolato. Quanto lontani i tempi in cui Locke osservava che in inglese man- cava la parola per esprimere il fluttuare irrazionale delle idee e introduceva il francesismo “Resvery”! Di quanto la fantasticheria nella nuova era aumentava, di tanto svaniva la fantasia, “mentre le arti meccaniche, le manifatture, l'agricoltura ed il commercio e tutti i prodotti della conoscenza che sono limitati a oggetti gros- solani, definiti e tangibili, si sono ammantati sempre più, con l’aiuto della filosofia sperimentale, di colori via via più brillanti, lo splendore della fantasia è andato svanen- do” annotava Coleridge in The Convention of Cintra. Wordsworth fu quanto Coleridge sull’avviso e seppe mantenersi indenne anche grazie agli studi di geometria: “Potente è l’incanto di quelle astrazioni per una mente occupata . «_- « . ” da immagini e ossessionata da se medesima scrisse in The Prelude (VI). La poesia di Wordsworth, come quella di Goethe, insegna a non lasciar divagare la fantasia, ma a tenerla tutta rivolta agli spettacoli del- la natura, a impedirle ogni distrazione, a usarne come d’un lievito che aggiunga profondità agli oggetti. Tieck ebbe ragione di chiamarlo il Goethe inglese, poiché la sua fantasia è d’una natura tutta obbediente all’attenzione. Ma, come uomo vissuto nel pieno orrore dell’industria, Wordsworth sapeva con massima nettezza che l’attenzio- ne non si può esercitare sullo squallore industriale; sol- 74 ELÉMIRE ZOLLA tanto un occhio educato alle assonanze fra ritmi umani e forme campestri è sereno: “Pur fra immagini sciamanti... Nitide forme mi ressero. Ogni aeteo pensiero girò Su un centro vivo che lo spingeva E raffrenava. Non ne fui illanguidito Come chi sia cresciuto in città...” (VIII) È la visione di forme naturali che guarisce dalla fantasti- cheria e fonde l'immaginazione con la conoscenza. Leavis ha contrapposto al Mor? Blanc di Shelley i versi di Words- worth sul Sempione, additando come in questi il mondo esteriore e l’interiore si fondano dandosi la mano, l’uno si converta nell’altro soavemente: “L’universo sempiterno degli oggetti Fluisce nella mente, e rivolge i suoi flutti rapidi Ora oscuro, ota brillante, ora con riflessi di mestizia Ora conferendo splendore, dove da sorgenti segrete La fonte del pensiero umano reca il suo tributo D’acque.” In Shelley il reale e l'immaginario sarebbero, invece che connessi e fusi, gettati insieme, confusi e aggro- vigliati: “Rupi nere bagnate che al margine della strada [ parlavano Come avessero in sé una voce, la vista di vertigine E la prospettiva del ruscello tortuoso, Le nubi sfrenate e la regione celeste, Tumulto e pace, tenebra e luce Erano come operazioni della mente, tratti Della stessa faccia...” La contrapposizione forse è dettata a Leavis dall’amo- re della sua tesi e dei suoi chiaroscuri, poiché anche Shel. L’INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 75 ley è avvisato contro il mostro, e ne sa delineare il vol- to nel suo Prometeo, che prima del colloquio con la Madre Terra non ha ancota superato il momento fantastico: “Oscuramente per il mio cervello, come opache [ombre, trascorrono tremendi pensieri, rapidi e spessi. Io [mi sento languido, come uom commisto in avvolgente amore; 1” pure non è piacere’. Sempre mai ritorna l’avvedimento contro la fantasti- cheria nei grandi profeti che gettarono l’anatema contro l'industria: Wordsworth, Coleridge, Carlyle e Ruskin (che nella prefazione a Modern Painters, nel 1843 scriveva contro “la facoltà di degradare le opere di Dio, che l’uo- mo chiama la sua immaginazione.”) E la poesia di Keats è d’una realtà cosi piena da vietare ogni trascorso fanta- stico, anche quando egli tratti temi di natura romantica, come Lamia; nella prefazione a Endymion è detto: ‘“L’immaginazione d’un fanciullo è sana, e l’immagina- zione matura d’un uomo è sana, ma c’è un tratto di mez- zo nella vita, in cui l’anima è in fermento, il carattere in- deciso, il modo di vita malcerto, quando l'ambizione an- nebbia la vista e di qui nasce la sdolcinatura (mawki- shness).” Anche nell’umanistico educatore di “gentiluomini cri- stiani”, Matthew Arnold, l’indole della fantasticheria è tal- mente chiara che egli la sa interpretare alla maniera an- tica, come momento della stregoneria, in The Scholar- Gipsy (1853). Un’osservazione di Joseph Glanvil in The Vanity of Dogmatizing (1661) sugli zingari, capaci di operare portenti con la forza della loro fantasticheria, in grado di legare l’altrui, ispirò il poema sul giovane stu- dioso che rischia d’essere travolto dalla febbrile inconti- nenza fantastica degli zingari, i quali l’avvertono: 1 Prometeo liberato, I, I, 146-149, trad. Raffaello Piccoli. 76 ELÉMIRE ZOLLA “Fuggi il nostro febbrile contatto! Forte è il contagio del nostro tumulto mentale, Che, sebbene dia brio, impedisce la quiete. E noi ti strapperemmo alla tua bella vita Riducendoti come noi stravolti e senza benedizione. E ben presto la tua allegria smorirebbe, Timorose si farebbero le tue speranze, senza radici [le tue potenze Ed i tuoi nitidi scopi si farebbero obliqui.” N Lo scozzese James Hogg dettò i canoni del rapporto fra fantasticheria e stregoneria nelle Memoirs of a Justi- fied Sinner, in cui il diavolo appare al protagonista e lo seduce semplicemente approvandolo in tutto ciò che gli passa sullo schermo della mente, presentandosi a lui come il suo doppio mirifico, il suo specchio, lasciando che si spin- ga innanzi senza alcun ostacolo, senza incontrare alcuna realtà, e cosî lo trascina nel delitto; Hogg spiegò altresi (Tales, II, 251) che “gli spettri non possono parlare a cri- stiani battezzati fintanto che non si rivolga loro la patola”. Ma la fantasticheria andava sempre più permeando il corpo sociale a dispetto della resistenza offerta dai mag- giori, e si creava un nuovo eroe, non tale per gagliardia, ardimento, acume, ma perché immerso in sogni a occhi aperti, e perciò incapace di autentici affetti, persuaso che la sua duplicità e mancanza di spontaneità fossero pregi satanicamente interessati, da distinguerlo dalla massa. By- ron nell’apertura di Childe Harold mette in campo que- sto eroe capovolto: “Se tu vedessi, © cara, in questo subisso di distrazioni come sono disseccate le mie sensibilità, senza un solo momento di vera emozione, una sola ora benedetta!” Non è a stupire che in tale aridità si riduca chi abbia scambiato il sogno con un araldo dell’eternità (in A Dream Byton scrisse: “I sogni nel loro svolgersi hanno respiro, E lacrime e torture e il tocco della gioia; L’INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO vii Pesano sui nostri pensieri di veglia E paiono araldi d’Eternità”). Alfred Tennyson, com’era naturale in un minore, scri- veva con The Lotus-Eaters l’apologia del fantasticare, “Dacci la lunga quiete o la morte, la cupa morte [o l’agio sognante. Come sarebbe dolce, udendo l’acqua che scorre [verso il basso, Con occhi semichiusi credersi Sul punto di addormentarsi in un mezzo sogno! Sognare e sognare, come quella luce ambrata laggità Che non lascerà il cespuglio di mirra sull’altura Lasciare sotto l’influsso della mite malinconia I nostri cuori e i nostri spiriti Fantasticare e rivivere nel ricordo.” Ed i personaggi amabili di Charles Dickens sono rappre- sentati come soavi vittime di fantasticaggini, assorti in vi- cende immaginarie, e vilmente disturbati dai cattivi uo- mini operosi. David Copperfield sogna continuamente, si vede come capitano della Marina, asciutto il ciglio in mez- zo alle vicissitudini più disperanti, si figura salvatore del- la fanciullina vagheggiata e, quando non venga frusta- to dalla realtà, sta sempre a mezz'aria, pieno d’illusioni e di fantasmi svanenti. Dickens avvolge di sogni i ptota- gonisti alla vigilia delle loro prove pit terribili, forse per destare la simpatia del lettore ottocentesco, e perciò commuoverlo ancor più allorché la catastrofe piombi sul- l’eroe, o forse perché è ancora viva in lui l’antica saggezza che avverte del nesso tra fantasticaggine e sciagura. Oli- ver Twist è ravvolto di fantasticherie allorché incontra il suo persecutore Fagin; la prima volta è in un dormive- glia gremito di sogni, con la mente “libera dal freno del suo socio corporeo” e la seconda volta: “Nella misura in cui una pesantezza travolgente, una prostrazione delle forze ed un’impossibilità completa di dominare i pensieri o la facoltà di movimento possa chia- 78 ELÉMIRE ZOLLA marsi sonno, questo è un sonno; eppure siamo consape- voli di tutto quel che avviene attorno a noi, e se in un tal momento sognamo parole che vengono pronunciate davvero o suoni che veramente si producono, si combi- nano con sorprendente prontezza con le nostre visioni, la realtà e l’immaginazione si fondono cosî fittamente che dopo è pressoché impossibile separarle. Né questo è il fenomeno più singolare di codesto stato, perché è un fatto indubitabile che, per quanto sul momento sieno come morti i nostri sensi del tatto e della vista, i nostri pensieri assonnati e le scene visionarie che trascorrono dinanzi a noi saranno influenzati e influenzati material- mente dalla pura silenziosa presenza di qualche oggetto esterno che poté esserci stato accanto allorché chiudemmo gli occhi, e della cui vicinanza non abbiamo alcuna co- scienza”: pare una pagina di Gérard de Nerval. Nei posteriori narratori di ugual misura sarà il ritorno al passato agreste od allo studio del destino, e il disdegno del fantasticare, come in Thomas Hardy. Sono talvolta colti all'improvviso in gorghi di memoria, sorpresi da cer- te sensazioni di déjà vu i personaggi un poco proustiani di George Eliot, ma l’edificio d’un romanzo levato su una pianta nitida è contrario alle prevaricazioni fantastiche. Coloro che vi indulgono dopo la seconda metà del se- colo dovranno pagare un prezzo crescente, rinunciare alla severa arte del racconto verosimile e credibile, la- sciare che la fantasticheria distrugga il tessuto narrativo. Chi fantastica non narra: la legge è manifesta nel R;- chard Feverel di Meredith. Virginia Woolf conduce al suo punto estremo la tensione della forma narrativa, ma non già per insinuarvi brani di fantasticheria bensi per squat- ciare laboriosamente la cortina di nebbie che avvolge or- mai l’uomo, come scrisse in Gita al faro: “Sembra a volte che la Bontà Divina, impietosita dal- l’umana penitenza e dal travaglio che questa comporta, schiuda le cortine mostrando dietro di esse, nette e distin- te, la lepre eretta, l’onda ricadente, la barca oscillante; tutte cose che, se ne fossimo degni, potremmo contem- L’INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 79 plare per sempre. Ma ahimè, ben presto la Bontà Divina, tirando il cordone, richiude le cortine; è crucciata.” Nella poesia Swinburne è fra gli ultimi, con le lita- nie a Nostra Signora dei Dolori, a reggere ad una metri- ca pur concedendosi la dissipazione immaginativa. Un grande poeta minore, John Clare (1793-1864), morto paz- zo, aveva ricavato dal fondo della notte della sua pazzia l’avvedimento che sarebbe rimasto inascoltato: “La feli- cità dissemina d’attorno la felicità fintanto che è presente, ma quando se ne è andata, non serbiamo alcuna impres- sione delle sue gioie, ma un deserto di fantasmi diacci e di reali delusioni, salvo che non si sia decisi a modellare il nostro comportamento sulla sua approvazione; allora sempre essa sta accanto a noi, e non già la sua immagine, ma la sua perfezione, non la sua ombra, ma la sua realtà. Rileggi e cavane profitto.” Una sua poesia compendia questa saggezza riscossa a prezzo dell’inferno: “Sono: ma ciò che sono a nessuno è noto o impotta. Gli amici m’abbandonano come un ricordo perduto, Sono, io stesso, il divoratore delle mie pene Che sorgono e svaniscono in oblioso stuolo, Come ombre negli spasimi folli e soffocati del- [l’amore. Eppure sono, e vivo, come vapori scagliati Nel nulla dello scorno e del frastuono, Nel vivente mare dei sogni a occhi aperti, Dove non c’è senso di vita né gioie...” Che fare? Si tornerà indietro nel passato, si eluderà il presente per sfuggire alla dominazione del sogno. T. S. Eliot ! “I am: yet what I am none cares or knows / My friends for- sake me like a memory lost, | I am the self consumer of my woes — | They rise and vanish in oblivious host, / Like shadows in love’s fren- zied, stifled throes: — / And yet I am, and live — like vapours tost / Into the nothingness of scorn and noise, / Into the living sea of waking dreams, | Where there is neither sense of life nor joys..." 80 ELEMIRE ZOLLA porrà a questo crocevia disperante i personaggi di Cock- tail Party. Vi è detto, nel dialogo fra Celia ed il gran me- dico Reilly: “Reilly ... Ogni strada significa solitudine e comunione. En- [trambe le vie schivano l’ultima desolazione Della solitudine nel mondo spettrale, Dell’immaginazione che mischia memorie e desideri. Celia - Questo è l’inferno dove sono stata. Reilly - Non è l’infetno, Finché non si diventi incapaci d’altro.” È un inferno, perché incapace d’altro, buona parte del- la poesia contemporanea, perfino quella di Dylan Tho- mas che forse fu capace, a sprazzi, di ravvisare la forza verde che sale nella pianta, ma la cui poetica era un culto della réverie. Scrisse Praz: “... ecco il metodo di Dylan Thomas, molto diverso da quello di D'Annunzio, che raccoglieva il suo miele in quel- l’orto dei semplici che era la collezione dei testi citati dalla Crusca (e il metodo di D'Annunzio era quello di Chau- cer che aveva scritto: “Poiché dagli antichi campi viene tutto questo nuovo grano un anno appresso all’altro, e dagli antichi libri, in verità, vien tutta questa nuova scien- za che gli uomini apprendono’): ‘Una mia poesia abbiso- gna d'una falange d’immagini. Io creo un’immagine — sebbene creo non sia la parola giusta; io lascio, forse che un’immagine si crei in me emotivamente e quindi vi applico quel tanto di potere critico e intellettuale che pos- seggo — lascio che ne generi un’altra, lascio che questa nuova immagine contraddica la prima, faccio, della terza immagine generata dalla congiunzione delle altre due, una quarta immagine contraddittoria, e lascio, nell’ambito dei limiti formali che mi sono imposto, che cozzino tutte insieme. Ciascuna immagine racchiude in sé il germe del- la propria distruzione, e il mio metodo dialettico, cost come io lo intendo, è un costante sorgere e crollare del- le immagini che si sprigionano dal germe centrale, che L'INGHILTERRA E LO SPLEEN FANTASTICO 81 è esso stesso a un tempo distruttivo e costruttivo.’ O, in forma più concisa: ‘Io faccio sf che un'immagine affio- ri dal subconscio, e da questa prima immagine lascio sot- gere il suo opposto. Queste due immagini allora entrano in conflitto, producendone una terza, e cosî la poesia diventa una colonna stagna d’immagini.” Stagna, cioè, in fondo, impenetrabile al lettore... Da un altro punto di vista una poesia di Thomas, anziché parere un monolito inattaccabile, potrà abbagliare come quelle metamorfo- si di ladri nel venticinquesimo dell’Inferno, o come le trasformazioni di Proteo che nella vecchia versione del Pindemonte suonano: Leone apparve di gran giubba, e in drago Voltossi ed in pantera, e in verro enorme, E corse in onda liquida, e in sublime I” Pianta chiomata verdeggiò'. L’eroe in antico sapeva che Proteo era un mostro e sapeva piegarlo, ma nemmeno gli uomini comuni in quei tempi lo riverivano, ancorché, ignari d’eroismo e sapien- za, rinunciassero ad affrontarlo. Il disordine dell’immaginazione che in Thomas è cost pateticamente palese era stato arginato soltanto da Eliot grazie alle immagini di verità, ai razionali simboli della vita mistica che egli trasse dalla tradizione di Little Gid- ding, e da Yeats in virti di un più tortuoso e pericoloso esercizio. Yeats vagheggiò la Bisanzio dell’anno mille co- me centro di simboli perfetti, ma rischiò di cadere nella più dissoluta cultura dell’allucinazione; in una delle prose egli narra della sua prima visita al cabbalista McGregor Mathers, durante la quale s’ingaggiò fra lui ed i coniugi Mathers una vera e propria partita di immaginazioni; ad un segno del cabbalista egli prese a ravvisare figure ed a seguirne le vicende, e ognuno dei presenti aiutava, mani- festando la propria visione, a determinare sempre meglio ! In La Sfinge e Proteo, in Il Tempo, n. 218, 1963. 6. - Storia del fantasticare. la fantasia collettiva. Turpitudini romantiche o sogni tera- peutici come usavano nei templi di Esculapio e ancora ve- nivano indotti dai maestri chassidici? Visioni come quelle che Proclo attesta comuni nei misteri antichi o divaga- zioni viziose? La perfezione delle poesie di Yeats fa risol- vere l’alternativa a favore della seconda ipotesi, ed il parti- colare processo di purificazione del fantasticare che egli seppe portare a compimento è attestato nella sua novella Rosa alchemica: “Ripetei a me stesso la nona chiave di Basilio Valentino in cui egli paragona il fuoco del giorno del giudizio a quel- lo di un alchimista, e il mondo alla fornace di un alchi- mista, e ci annunzia che tutto deve dissolversi prima che la sostanza divina, l’oro materiale, si desti... Pensando queste cose scostai le tende e guardai fuori nelle tenebre, e sembrò alla mia fantasia turbata che tutti quei piccoli punti luminosi che riempivano il cielo fossero le fornaci di innumerevoli divini alchimisti, che s’adoperano conti- nuamente, trasformando il piombo in oro, la stanchezza nel- l'estasi, i corpi nelle anime, le tenebre nella Divinità; e dinanzi al loro perfetto operare la mia mortalità si fece greve, ed io invocai, come tanti sognatori e poeti dei no- stri tempi hanno invocato, la nascita di quella elaborata bellezza spirituale che sola può sollevare anime gravate da tanti sogni”. Benché spesso Yeats si faccia animo nel concepire e nel generare quella “elaborata” bellezza, ricorrendo a mezzi perfino superstiziosi, come la credenza nella metempsicosi, tuttavia ha una guida sicura nel suo maestro Mathers e trapassa alla visione di archetipi mistici tradizionali, scam- pando dagli scogli della fantasticheria soggettiva. ! Trad. Giorgio Melchiori. IL MAGISTERO DI GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA In Goethe la fantasticheria è premonizione di catastro- fe, i suoi due suicidi, Werther e Ottilia, incorrono in so- gni perigliosi perché sono per lasciarsi travolgere dal loro destino. Nella vita Goethe era impaziente allorché vedeva affiorare una qualche tendenza a frugare tra i sogni, “il mondo dei sogni non è mai altro che un’urna di lotte- ria dove si trovano alla rinfusa innumerevoli bigliettini bianchi e premietti senza valore. Si diventa noi stessi un sogno ed un bigliettino bianco allorché ci si occupa seria- mente di questi fantasmi” scriveva in una lettera a Her- der del 1788. Werther (/. I, 22 maggio) annota sul suo diatio: “Che la vita degli uomini sia mero sogno già è occorso a taluno e volentieri mi avvolge questo sentimento. Se os- servo la limitazione in cui sono chiuse le forze operose e indagatrici dell’uomo, se considero come ogni realtà pro- mani dalla soddisfazione dei bisogni che a loro volta non hanno uno scopo salvo quello di prolungare la nostra povera esistenza e poi che ogni sicurezza su determinati punti della meditazione non è se non sognante rassegna- zione, perché ci si dipinge di variopinte figure e lucenti vedute le pareti fra le quali si è prigionieri —, tutto ciò mi ammutolisce. Torno in me stesso e ci trovo un mondo! Pi in presentimento e in oscuto desiderio che in figura e forza vitale. E li tutto ondeggia davanti ai miei sensi, e cosî, con un risolino trasognato, avanti, procedo nel mondo.” La conseguenza di tali indugi e indulgenze è la perdi- 84 ELÉMIRE ZOLLA ta della libertà: “Rido del mio cuore... e finisco col far- ne la volontà.” Il réveur Werther è la raffigurazione di tutto quanto Goethe combatté in sé e attorno a sé, e quel suo sogno a occhi aperti è l’ombra che il futuro disastroso getta sul presente, la colpa che attira quel futuro, un avvertimen- to emblematico. Come Werther, cosî Ottilia incorre nella fantasticheria, nelle Affinità elettive: “La sera quando riposava e si trovava nel dolce stato intermedio fra sonno e veglia, le pareva di spingere lo sguardo in uno spazio dolcemente illuminato. Vi scorgeva nitidamente Edoardo, non già vestito come di solito, ma in uniforme di guerrie- ro ed ogni volta in una posa diversa ma perfettamente naturale e senza alcuna singolarità, fosse in marcia o in atto di alzarsi o sedersi o di montare a cavallo. Ne segui- va ogni movimento senza avervi parte, né volerlo, né cercare di immaginarselo. Talvolta ella si vedeva circon- data d’ombre mobili che si stagliavano brune sul fondo chiaro, ma non le distingueva, sembrandole ora uomini ora cavalli ora alberi ora montagne. Di solito su tali im- magini si addormentava.” Fatale permesso, questo che Ottilia concede alla sua immaginazione, di allestirle tali spettacoli; nella realtà del- la veglia si ritroverà affranta e vittima di quella forza che ha creduto di poter lasciar emergere impunemente. Ma quale perfetta assenza di complicità e quanta compas- sione mostra la prosa di Goethe nell’esporre questo stato, che appare nitido, simile alle raffigurazioni d’om- bre in Omero o Virgilio, senza traccia di partecipazione dell'autore, di romantica simpatia. Ottilia è una creatura vereconda, perciò soffre la sua ma- lattia senza compiacenze, riconoscendola come jattura: “Sono uscita dalla mia strada, e non debbo più rien- trarvi. Un démone avverso che ha preso potere su di me sembra trattenermi dall’esterno, quand’anche io potessi ritrovare il mio equilibrio interiore.” Ottilia con tanta no- biltà e lucidità legge il proprio destino, che ritorna al lin- guaggio della chiara demonopatia. GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 85 Nella pantomima Pandora Goethe ripiglia il tema. Nel mito ellenico Pandora è stata mandata da Zeus sulla terra e porta in dote un vaso che racchiude tutte le sciagure. Il buffone Epimeteo, a differenza del preveggente fratello Prometeo, s'innamora di lei e la sposa. Il vaso viene aper- to e si spargono per la terra le sciagure, salvo una che resta dentro: la speranza. Almeno di quella il saggio sa non portare il peso, tenendola chiusa dove sta. La riela- botazione goethiana del mito risente del suo secolo, ed il buffone Epimeteo è considerato, con indulgenza, un uomo trasognato, impulsivo, che ama indugiare fra ricordi di felicità carnale. Ma Goethe sa ancora quanto sieno perico- lose le fantasticherie, e per lui sono esse il contenuto del vaso funesto. Goethe imparò e insegnò un’arte di educare la fanta- sia affinché essa servisse docilmente la ragione, trasformò il lupo in docile cane. In Zur Morphologie und Natur- wissenschaft egli ne dà una dimostrazione: “Avevo un dono particolare. Se chiudevo gli occhi e chinavo la testa rappresentandomi un fiore al centro esatto dell’organo della vista, esso si metteva a mutar forma: sbocciava, e dal suo cuore ecco uscite nuovi fiori, ora petali colorati, ora foglie verdi. Non erano reali, ma piuttosto fiori di sogno e tuttavia regolari come i rosoni degli scultori. Non c'era verso di fermare questa profusione, che durava per tutto il tempo che io la contemplavo, senza scemare né crescere.” Come osservò Johannes Mueller nella sua opera I fan- tasmi retinici (1826), l'immaginazione virtuosa tocca il suo apogeo allorché segue le stesse leggi delle metamor- fosi naturali, e diventa pertanto intuizione, pensiero an- corché non discorsivo: quello grazie al quale Goethe giun- se alle sue scoperte di osteologia, di botanica, di scienza dei colori, facendo sî che la sua immaginazione, discipli- nata a non concedersi alcun arbitrio, ma a evolvere se- condo le leggi immanenti all'oggetto immaginato, vedes- se le fasi attraverso a cui necessariamente dovevano essere passati lo scheletro della specie o la foglia della pianta 86 ELEMIRE ZOLLA o la combinazione di luce e tenebra. Questa sorta di im- maginazione sa ben discernere e stampare materialmen- te sulla retina il volto che un vegliardo ebbe da ragazzo o l’alzarsi della spina dorsale da orizzontale a perpendico- lare rispetto alla terra o il suo arricciarsi all'estremità a formare il cranio, il lento modificarsi della testa della rana attraverso tutte le varietà di fisionomia umana, dalla ta- rata fino alla schietta e classica. Mueller richiama un frammento di Goethe in partico- lare, Lo scheletro dei roditori, del 1824: “Nel suo insieme, la specie dei roditori mostra tenden- ze originarie bene equilibrate; le dimensioni del corpo permangono misurate, l'organismo è sensibile alle sva- riate influenze grazie ad una plasticità che si offre a tutte le possibilità. “Questa variabilità delle forme potrebbe attribuirsi ad una dentizione incompleta, relativamente imperfetta, benché robusta. Grazie ad essa, la specie dispone d’una mezza libertà nella creazione di nuove forme che posso- no perfino rasentare il deforme mentre nelle bestie sel- vagge, che hanno una dentatura compiuta, con sei inci- sivi ed un canino, ogni deformazione del tipo diventa im- possibile. “A riflettere seriamente su codesto fenomeno, come farà un onesto scienziato a non rimanete disorientato da tali variazioni che possono passare dalla forma alla deformità per tornare quindi alla forma? Infatti noi crea- ture limitate preferiamo spesso un errore stabile ad una verità in movimento. Tuttavia in questa vasta estensio- ne proviamo a disporre qualche gradino. Taluni animali come il leone, l’elefante, traggono il loro carattere dal- l’importanza che assumono le loro estremità. Qui credia- mo di vedere la possibilità per l’uomo di raggiungere la statura eretta nella sua forma più pura. Ora, ciò che colpisce nei roditori, è che questa tendenza in essi pro- voca uno squilibrio. “Ma per apprezzare queste metamorfosi nella loro am- piezza e per identificarne l’origine, ci conviene ravvisare GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 87 l’influsso dei quattro elementi sui vari tipi di roditori, alla buona maniera antica. “Nell’acqua troviamo il castoro, che ricorda il maiale, e costruisce sulle rive delle acque correnti i suoi edifici. Altre specie si cacciano nella terra per dissimularvisi, te- mendo la presenza dell’uomo e d’altre creature diverse da loro. Il roditore che vive alla superficie della terra si muove a balzi e saltelli, ed è allora che assume la po- sizione eretta, fino a poter correre sui due piedi con sin- golare rapidità. Nelle regioni del tutto aride, sotto l’influs- so dell’aria e della luce, egli diventa di un’estrema mo- bilità, si sposta e agisce con la massima agilità fino a far salti che paiono dei voli.” La fantasia e il pensiero qui sono uniti strettamente, come cane e cacciatore, non c’è alcuno scarto fantastico, la proliferazione stessa delle immagini è nient’altro che lo sviluppo logico dell'idea espresso geroglificamente. Quale distanza dal morboso asservimento di Werther o dal compassionevole cedimento di Ottilia. Ma l’educazione dell’immaginare che Goethe propone non è affare di piccoli accorgimenti, di esercitazioni in- teriori più o meno costanti, per quanto questi ci vogliano; per individuare le metamorfosi delle forme bisogna se- guire due orme: osservare anzitutto senza distrazione ogni fenomeno, sapendolo richiamare alla sua genesi, alla sua specie, senza mai abbandonarsi a divagazioni o ca- pricci, e, soprattutto, ricordare sempre che le metamor- fosi delle forme si spiegano a partire non già dalla loro origine ma dal loro fine, non dall’inizio materiale e stori- co ma dall’apice perfetto: le metamorfosi dello scheletro si spiegano a partire da quello dell’uomo di Prassitele, quelle della pianta (radici, stelo, boccio) dalla forma del- la foglia; l’imperfetto è un momento del perfetto. Per- ciò bisogna educare la fantasia a stravolgersi tendendo non già all’informe, bensi affisando soltanto forme per- fette. La sua natura corrotta la porterebbe al movimento contrario, a baloccarsi con rifiuti e capricci, a frugare nei bassifondi e sottoboschi, in desideri e paure; invece, 88 EI ©MIRE ZOLLA distogliendo lo sguardo da tutto ciò, imparando a schivar- lo e a trattenersi sugli spettacoli di augusta pienezza, la fantasia sarà allenata a vedere in rapporto a questi, pro- spetticamente, tutti gli altri, compassionando senza troppo indugiare, mettendo ogni cosa al suo posto, al suo grado di sviluppo, non solo discorsivamente, ma visivamente; vedendo sorgere come da un lento vortice il bene dal male, l’anziano dall’imberbe, l’uomo dalla belva, il frut- to dallo stelo e viceversa. Questa è la sola arte che difen- da dal disordine e sarà infatti ignorata dai romantici, che ridurranno la fantasia da mansueta e attiva ancella a im- petiosa Megera. Le forme pure accanto alle quali è concesso di far so- stare l'immaginazione, che nell’atto di fermarsi in tal modo diventa contemplazione, sono designate in Goethe da una raggiera di aggettivi tematici, da un alone verbale: schaiimend, glinzend, gliibend, segnend (abbagliante, fulgi- do, ardente, benedicente) che è corrispettiva quasi sem- pre, nella persona che riceve la presenza augusta, ad un’altra raggiera: bheiter, sebnend, saugend, jauchzend (sereno, anelante, suggente, esultante). Questa abitudine stilistica sarà propria anche di Holderlin, nel quale gli ag- gettivi prediletti a designare il divino, cioè la compiutezza e l’originarietà, sono bold e segnend, né lo stile può staccarsi dalla cosa stilizzata; in Holderlin fu uguale il pathos della purezza, della fantasia abitata soltanto da figure eccelse, ma in lui era addirittura innato, non abbi- sognò di pedagogia. Il poeta, secondo il Wilbelm Meister, nutre dal pro- fondo del cuore le radici della pianta che fiorisce in sag- gezza: “e mentre gli altri uomini sognano da svegli e sono tormentati dalle paurose immagini che suscitano i loro sen- si, il poeta vive, desto, il sogno della sua vita e gli avve- nimenti più strani sono per lui passato e avvenire in- sieme”, parole che s’addicono a Holderlin per eccellenza. GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 89 Eredi di questa dottrina goethiana della fantasia (0, piut- tosto: dell’ingegno plastico) furono assai pochi; intravide il principio su cui essa poggiava Gérard de Nerval quando tracciò questa nota tra le molte rimaste fuori dalla stesura di Aurélia: “Nutrirsi d’idee pure e sane per avere sogni logici. Guardatevi dall’impurità che rende feroci gli spiriti buo- ni e attira le divinità fatali. Quando i vostri sogni sono logici, sono una porta aperta, d’avorio o di corno, sul mondo esterno.” È un antico principio tradizionale che l’uomo sia re- sponsabile dei suoi sogni, tremendi allorché egli attraversi la fase purgatoriale, limpidi messaggi e profezie allorché sia giunto alla quiete. Ogni trattato d’ascetica ripete che una veglia non contaminata da fantasticherie illimpidisce la notte e gli antichi conoscevano, nei templi d’Esculapio, l’arte di provocare sogni terapeutici grazie a cerimonie purificatorie e a preghiere. Il teologo secentesco Juan Ca- ramuel affermava in una lettera ad Athanasius Kircher: “Chi dorme può talvolta peccare non soltanto a causa della precedente libertà, cosa che parecchi ammettono, ma anche a causa della presente libertà',” perché nei so- gni talvolta si esercita l’intelletto. Henrik Steffens, il norvegese autore di favole filosofi- che e autentico erede di Goethe scrisse: “La riflessione che vuole cogliere se stessa partendo da se stessa, la coscienza che non cessa di riflettere se stessa produce una veglia eccessiva, una morbosa separazione da ciò che vi ha di puramente positivo nel sonno... Ed è cosî che la coscienza morbosa dei tempi moderni è es- sa stessa un dormiveglia, una fantasticheria crepuscolare che non è già il vero sonno ma la sua caricatura. “È questa veglia sognante che impedisce il vero so- ! Carta XIII, Revista de filosofia, Madrid, t. XII, n. 44. 90 ELEMIRE ZOLLA gno interiore, il profondo ritorno dell'anima nella pie- nezza della sua esistenza interiore, esattamente come il sogno di pieno giorno può turbare la veglia. Questi tur- bamenti sono legati l’uno all’altro indissolubilmente e non concedono che la profondità infinita del Tutto getti la sua luce nell’esistenza individuale della veglia, né che la ric- chezza infinita dell’esistenza individuale rischiari di riman- do la profondità notturna del sonno. Il significato pro- fondo dell’esistenza ne viene soffocato ed i nostri attuali sogni sono sogni superficiali.” La saggezza di Goethe si stacca sulla tenebra dei suoi contemporanei ridotti all’umzoriszzo soggettivo delle fan- tasticherie; egli continuò a coltivare le sue doti allorché attorno a lui la moda invincibile dettava l’ossequio al ca- priccio personale, agli accostamenti insulsi, alla sbrodola- tura psicologica. Hegel doveva invano mettere sull’avviso, Hélderlin invano offrire l'esempio d’una poesia tutta indenne dal contagio, diafana contemplazione di oggetti puri; la Ger- mania dei minori, cioè della maggioranza attiva, si esalta- va ad andare in sfacelo. Prima ancora di Jean Paul Richter, di Ludwig Tieck, di Friedrich Schlegel, Karl Philipp Moritz, morto nel 1793 dopo una vita di vagabondaggi sovvenuta in ulti- mo da Goethe, aveva proclamato la scomparsa delle li- nee di separazione tra sogno e realtà. Il falso problema dei romantici era posto: certamente le barriere possono annebbiarsi, perché il loro nitore è opera della volontà e basta non congedarsi risolutamente ogni mattina dal mon- do vapotoso dei sogni per poter poi dimostrare con sfog- gio di poetico acume che i confini sono brumosi. Comin- cia con Moritz la smania del viaggio non più pratico o educativo, ma incitante allo stato fantastico: la mutevo- lezza del paesaggio, e perciò la sua indeterminatezza di fronte all'occhio ancora non assuefatto gli sembrò un gra- zioso specchio del caos interiore. L'impressione d’aver già ?. Cit. in Albert Béguin, L’dme romantique et le réve, Parigi, 1956. GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 91 veduto talune cose che di fatto si scorgono per la prima volta, l’accavallarsi dei ricordi, l’assaporare i nomi dei luoghi come avessero in se stessi qualche magia, il rian- dare sulla scia d’un odore per i sentieri dell’infanzia, men- tre attorno svaria il paese, sono per lui stimoli alla con- fusione. Nel romanzo Anton Reiser questo modo di viag- giare per la prima volta viene decantato. Ma è con Jean Paul Richter che si perfezionano code- sti misteri d’iniquità. Già la sua iniziazione, fulminante rispetto a quelle dia- boliche tradizionali, ha in meno soltanto la coscienza pa- lese del demonio: “Io stavo un pomeriggio, in età ancor molto infantile, sotto la porta di casa, e guardavo verso la legnaia, quan- do d’un tratto il volto interno — Io sono Io — mi ap- parve dinanzi come un lampo del cielo rimanendo poi so- speso, luminoso: il mio io aveva allora per la prima vol- ta visto se stesso, e per sempre'.” Da una tale rivelazione Jean Paul trasse i precetti del- la nuova demonologia borghese: ogni più insulsa esisten- za sarà da adorare, ogni vita è un lungo sogno sul quale come piante di fantasia sono dipinti e ricamati i fiorellini dei singoli sogni d’ogni notte, com’è detto nel suo romanzo Vita del soddisfatto maestrino Maria Wutz, dove la bonarietà, la bonomia, il lezio che si pretende de- licato compongono il primo capitolo della storia del Kitsch. Jean Paul scriveva a Baader che tutto quanto ci s'immagina è reale: “ciascuno potta in se stesso la sua sonnambula di cui è lui stesso il magnetizzatore”. Ora è proprio della strega tener con sé un essere magnetizzato, uno spirito asservito e Jean Paul trasferisce in se stesso co- desto rappotto da ipnotista a vittima più o meno veggen- te. E il ricordo dei tempi religiosi quando gli uomini pii tentavano di ottenere dentro di sé una calma assoluta in cui potesse risuonare il Verbo, viene da lui sovrapposto ai suoi empi esercizi: “tutte le nostre azioni sono della ! Trad. di Elena Croce. 92 ELÉMIRE ZOLLA specie sonnambolica, cioè risposte a domande, e siamo noi a interrogarci... Dio nel cuore: questo è un fenomeno del tutto sonnambolico. Lo stato di veglia non ne serba me- moria”. Non stupisce che, avendo cosî scambiato la quie- te, che l’uomo devoto attinge dopo aver stroncato in sé il germe della fantasticheria, con la resa alla fantastiche- ria, egli spacci il suo vizio per rapporto con Dio, e da questa frode essenziale proviene la freddezza diabolica che senti sotto le elargizioni di intenerimenti. Egli è “sen- za pietà né crudeltà'” e ondeggia, com’è norma del Kizsch, fra trame intricate, mirabolanti di chiaroscuri (il roman- zo Titan) e idilli domestici dove le più miserande incom- benze o piccinerie della famigliola borghese vengono esa- sperate, messe in piena luce, incipriate (Siebenkés). L’av- ventura fantastica e la soddisfatta prigionia nella vita quotidiana fatta di scherzetti, dispettucci, rabbiette, sdilin- quimenti, carezzine: i due poli dell’orrore borghese, che la poesia non poteva e non doveva toccare, pena la sua agonia, come invano avvertiva Hegel nelle lezioni di este- tica. Che questa sia la nuova demonicità parrebbe inau- dito e puramente metaforico, tanto il demonio ha curato di ammantarsi di melensa trasognatezza, ma a poco a poco vedi affiorare nel Kifsch tutti i tratti stregoneschi, squalli- di come mai, diacci come sempre: dal rapporto con la marionnette o il diableteau ovvero con la sonnambula, che ormai è la propria immaginazione, fino al sadismo. Jean Paul defini l'umorismo “alchimia del cuore” gra- zie a cui le cose piccine sono contrapposte alle grandi e queste a quelle, “perché dinanzi all’infinito tutto è uguale e Nulla”; ma che cosa intendesse per infinito egli svela in un altro passo: “Ciò che i campi distinti della natura ne- gano al nostro senso dell’infinito, gli concedono i campi elisi ondeggianti e nebulosi della fantasia.” Ma c'è una macchina politica che sfrutta codesti campi elisi? Colui che colse il nesso occulto tra fantasticheria e spirito rivoluzionario e pertanto tra innocente sogno e ! Elena Croce, in Quaderni della Critica, VII. GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 93 Terrore fu Georg Biichner; la scoperta gli arrise per un baleno, approfondendo il personaggio di Robespierre in La morte di Danton (del 1835), e non gli valse a fermare dentro di sé l’orribile tormento del progresso perpetuo, della moda che è la demonicità propria dell’uomo moderno (Herzen paragonò la mente dell’uomo moderno, che vive nel suo tempo e per il suo tempo, ad una ghigliottina ope- rosa senza tregua, il cui lavoro viene interrotto soltanto dal fantasticare). Ecco le parole del Robespierre di Biichner: “Io non so cosa in me stesso inganni l’altra parte di me... La notte respira pesante sopra la terra e si rivolta in un sogno confuso. Pensieri, desideri appena presagiti, ar- ruffati ed informi, che alla luce del giorno s’eran ritratti e nascosti spauriti, ora acquistano forma e s’insinuano nella silenziosa dimora del sogno. Aprono le porte, guardano dalle finestre, si fanno quasi di carne, le membra si sten- dono nel sonno, le labbra mormotano. E non è la nostra veglia un sogno più chiaro? non siamo forse dei sonnam- buli? e il nostro agire non è forse come quello del sogno, solo più netto, più determinato, più concluso? Chi ci vor- rà rimproverare per questo? In un’ora lo spirito compie più atti di pensiero di quanti non possa realizzare in anni il pigro organismo del nostro corpo. Il peccato è nel pen- siero. Se poi il pensiero si traduce in atto, se il corpo l’ese- gue, è puro caso'.” Biichner, se deve concedere al prototipo del progressi- sta in buona fede un attimo di decenza, gli fa barlumare alla mente l’antica saggezza che nel Macbeth Banquo cosi compendiava: “Assai spesso, per piegatci al nostro danno, Gli strumenti delle tenebre... Ci vincono con oneste inezie, per farci scivolare Nelle più abissali conseguenze.” ! Trad. G. Dolfini. 94 ELÉMIRE ZOLLA I lumi del secolo XVIII, l’idea del progresso e dell’ot- timismo e della fede nell’uomo, sono le fosforescenze che si levano sopra il pattume rimescolato dalle streghe che aspettano al varco l’ingenuo e sventurato Macbeth. La forma dei vari generi viene corrosa dalla fantastiche- ria che fa proliferare come cancti le narrazioni, svuota di intreccio le poesie, introduce dovunque certi suoi motivi fissi, le immagini sacre del suo culto quali le bambole e i meccanismi misteriosi, che per il réveur si confon- dono col suo prossimo. Achim von Atnim è ammalato forse quanto Jean Paul, ma più di lui consapevole che il male è un male, più risoluto nel trattarlo senza troppa compiacenza, perciò più vicino alla guarigione. Del mono- logo interiore, o flusso del preconscio, largheggiò e non ebbe pudore dell’incontinenza fantastica (l'immaginazione spiritualizza la materia, è mediatrice fra noi ed i mondi superiori, egli ripete con Jean Paul). Le sue trame sono sfilacciate, talvolta le pagine vagano alla deriva. Ma ogni tanto egli prova orrore per ciò che lo tiene affascinato, e nella Principessa Dolores il protagonista, il Conte, prova raccapriccio allo spettacolo d’uno scienziato “completa- mente solo, inselvatichito nei suoi sogni... prossimo insie- me al cielo ed all’inferno e incapace di operare una scelta”. L'abbandono al sogno consegna alle assurdità, ai mostri, alla sperimentazione con macchine funeste; questo nesso Arnim lo colse assai bene, abbagliato ma lucidissimo. Con Hoffmann si vive già in un mondo che ha accetta- to la fantasticheria come suo elemento, egli non curerà tanto la sdilinquita celebrazione del fantasticare, ma tesse- rà fiabe sul mondo diviso tra fantasticheria e percezione, donde i continui umoreschi salti da un ambito all’altro (quello in cui i soldatini di piombo sono guerrieri e quello in cui la realtà è normale), che sostituiscono la sorpresa che un tempo era ottenuta con soluzioni avventurose; in GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 95 lui sono tematici lo specchio o il cristallo', oggetti sacri che paiono simboleggiare, agli occhi del romantico, l’esaspera- zione dell’io, e pertanto il rimuginare sulle proprie qua- lità, aspirazioni, tendenze, nonché lo sdoppiamento fra colui che vive trame immaginarie e l’altro che assiste alla recita. Quando Hoffmann vuole designare il momento su- premo di qualche personaggio, lo fa entrare in un uni- verso dove le sensazioni delle cinque specie si fondono, dove (in Kreisleriana) i garofani rossi sono associati ad un suono di corno di bassetto oppure (nello Schiacciano- ci) profumi d’arancio sono mischiati a mandorle e zibib- bo, e voci sussurranti o giubilanti alla vista di scimmiotti con giubbe rosse. Anche gli antichi misteri nel momen- to supremo dell’iniziazione conducevano all’estasi inse- gnando la lettura simultanea delle sensazioni fra loro cor- rispettive sui cinque diversi piani: l’azione mimica e dan- zata corrispondeva cosî a un canto, a un racconto mitico, a una visione di certe forme e colori, all’ingestione di certi cibi e bevande, tratto a tratto. Era, questo, un modo di apprendere con tutta l’anima e tutto il corpo i rapporti segreti per cui la gamma dei colori era sovrapponibile a quella dei suoni, a quella degli odori e via enumerando, secondo tavole di traduzione dei vari mondi: il sidereo, l’aereo, l’acquatico, il terrestre, il vegetale, l’animale. Ma le corrispondenze romantiche sono tutt’altra cosa: gratui- te anzitutto, perché è smarrita la conoscenza dei testi an- tichi (e poteva bastare a ricostruirli la lettura di Cornelis Agrippa von Nettesheim o di Athanasius Kircher o del- l’abate Tritemius, ma i romantici sono di erudizione vaga), e anche diaboliche, perché scimmiottano i misteri divini, dandone l’esteriorità, cioè la fusione dei cinque sensi però priva dell’essenza: la rigorosa legge della trasposi- zione, che viene sostituita dal suo contrario, la mescolan- za di un ordine con l’altro. In Kreisleriana Hoffmann after- ma: 1 R. Miihler, Liebestod und Spiegelmythos, in Dichtung der Krise, Vienna, 1951. 96 ELEMIRE ZOLLA “Non tanto nel sogno quanto nel delirio che precede il sonno, e specie quando ho ascoltato parecchia musica, colgo un accordo fra colori, suoni e profumi. Mi sembra allora che tutti si palesino allo stesso modo misterioso, nella luce del sole, per fondersi poi in un meraviglioso concerto.” Codesto stato lo ritrovi, ormai endemico, nelle lettere di Riccardo Wagner a Cosima: “Devo trasportare la mia vita intera sul piano dei so- gni. Tutto anderà a posto e riuscirò a scrivere tutte le mie opere, se non sarò strappato al mio sogno, di cui il mondo è lo scenario. Non ne devo vedere la realtà... Ti chiudo con me in questo sogno, mia Cosima, resta sempre presso di me, sempre con me, nel mio sogno. Soffrire sî, però sempre sognando! Non parlare mai più dell'amore, neanche del nostro, ma amare e sognare. Ed in questo sogno creeremo ciò che cullerà il mondo nei suoi sogni. Sarà meraviglioso morire, scivolare dal sogno nel sonno e affondarvi” (3 settembre 1865). Assai più che nella Sinfonia fantastica di Berlioz infatti scopri nei pro- cedimenti ipnotizzanti della tecnica wagneriana il corri- spettivo musicale dei sortilegi onirici di un’Europa tri- belle a Goethe. Ed i cromatismi del primo Schonberg o di Berg protraggono lo stato morboso fino alla mera- vigliosa morte della musica. L’olandese volante era stato concepito da uno spunto del caposcuola dei Sognatori romantici, Heinrich Heine. Già in Heine l’erotismo sempre serpeggiante è un’ecci- tazione immaginativa che accresce l'ambiguità dei senti- menti, suscitando scene macabre o cupe; alla fine delle Notti fiorentine (1836), il protagonista e narratore ode fra sé e sé una melodia frullante e ronzante, e racconta una sua lontana notte d’amore con una tal damigella Lau- renzia: “mentre immagini grottesche e terrificanti mi pas- savan dinanzi agli occhi con indisponente rapidità, come giochi d’ombre, sentivo madamigella Laurenzia respirare sempre più affannosamente. Un brivido freddo le inti- rizziva tutto il corpo e come sotto dolori atroci si torceva- GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 97 no le sue belle membra. Alla fine, flessuosa come un’an- guilla, mi sgusciò di tra le braccia”. Ella piglia a ballare una pantomima a occhi chiusi, spettralmente, rappresen- tando i dolori della sua infanzia. “In verità quella scena non era affatto piacevole per me. Ma l’uomo s’abitua a tutto. Ed è perfino possibile che quel che v’era d’indispo- nente in quella donna le aggiungesse un fascino speciale e mescolasse una tenerezza paurosa alle mie sensazioni...” Il fascino, di specie tutta fantastica, di codesta donna sta nella sua simiglianza ad una statua, ad una morta, ad un sogno. Heine prelude al racconto d’amore con questa allocuzione alla lettrice: “Penso che lei non abbia pregiudizi banali, in fatto di sogni; le apparizioni notturne hanno senz’altro tanta realtà quanto le forme ben pi roz- ze che di giorno possiamo toccare con mano e alle quali non di rado c’insudiciamo'.” Come l’amore anche la mu- sica in Heine diventa un ondeggiare di sogni: la si ascolta per delirare sulla sua traccia. In Ludwig Tieck il tema dello specchio, fonte di rad- doppiamento e di capovolgimento dei rapporti, fu impe- rioso quanto quello della statua in Heine, fin dal primo romanzo, William Lovell, dove il mondo è smorto e bigio, la fantastichetia vivace: la sinistra, come allo specchio, di- venta la destra e tutto sembra immutato. Goethe ha tut- tavia lasciato qualche traccia, e benché Tieck si senta attratto dagli stati sognanti, tuttavia gli echeggiano in mente gli avvedimenti della saggezza, e li pone sulle lab- bra di Clara in I/ superfluo della vita: “Possiamo fanta- sticare, abbandonarci al sentimento e al presentimento, sognare ed essere spiritosi, quando l’arida ragione abbia educato il nostro talento simile ad un puledro.” Solo allo- ra. Ma chi non si riterrà già educato? La stessa avvedutezza emerge in una lettera di Novalis del 1799 a proposito del famigerato ma sconnesso e fanta- sticante romanzo di Friedrich Schlegel, Lucinde: “L’immaginazione predilige quanto c’è di più immora- ! Trad. Enrico Rocca, Milano, 1933. 7. - Storia del fantasticare. 98 ELÉMIRE ZOLLA le... Il sogno e l'immaginazione sono il nostro bene più personale: destinati tutt'al più a due persone e non di più... Il sogno e l’immaginazione sono fatti per l’oblio. Non ci si deve arrestare ad essi.” Ma ormai questo avvedimento viene pronunciato traso- gnatamente; spadroneggia la fantasticheria fin nell’intimo delle forme, e non paghi di straziare il romanzo con di- gressioni insensate, con scherzi smancerosi, i romantici te- deschi si creano un genere tutto loro, la fiaba. E ancora una volta l’usurpazione è diabolica: come la fiaba classica e popolare era stata densa di significati mistici e tramite di comunicazioni morali travestite, cosî la fiaba romanti- ca sarà del tutto priva di simboli che non sieno banali o indefiniti, coltivata soltanto perché è un genere ormai, nel mondo moderno, spaesato, e perciò, all’apparenza, gioco fantastico in cui, come doveva dire Tieck nel Phar- tasus, la rappresentazione ha da essere “come una musi- ca soavemente fantasticante” (sanft fantasierende). La fia- ba di Goethe è un travestimento di dottrine gnostiche e massoniche simile al libretto del Flauto magico (nei Di- scorsi di emigrati tedeschi, il Serpente verde), perciò di na- tura ancora tradizionale, laddove i romantici sfrontata- mente vagheggiavano l’insensatezza, l’orecchiabilità, le de- lizie puramente foniche: componevano esercizi per attin- gere stati deliranti. L’idea che una parola possa mai essere bella di per se stessa, che un suono sia pit grazioso del- l’altro introduce il capriccio della paranoia nella vacuità della schizofrenia. Nella sua Estetica Hegel denunciava tali suicidi pet fantastichetia, mentre nei suoi frammenti dell’Atbendur Friedrich Schlegel componeva l’estetica del suicidio estetico. “Moderno, interessante” furono, per Friedrich Schle- gel, le lodi da sostituirsi a “bello”; egli patrocinò la combinazione di vari generi e la mescolanza della poe- sia con la prosa, affermò che l’essenza dell’arte moderna è il suo divenire, il suo rinvio al futuro, precedendo Hei- degger, e osò scrivere: “Il filosofo deve parlare di se stes- GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 99 so, al pari del poeta lirico”; nel 1800 egli già elogia l’arte come gioco e ironia, o, francamente, come buffonata ossia coscienza del caos che si unisce alla coscienza di averne coscienza e infine, con parola decisiva: come manipola- zione. In lui trovi l’elogio della “poesia informale” e “in- conscia” sparsa nell’alma natura, dell’immaginazione ma- lata, della “lentissima dissezione di voluttà innaturali... di impotenze sensuali o spirituali”. Friedrich Schlegel era un pensatore squinternato ma sensitivo come una cartoman- te; oggi riesce illeggibile da quanto è bolso. Era pertanto nel suo tornaconto patrocinare, come fece, la critica d’im- pressione, nonché la critica come polemica. Fu lui a ordire l’intelaiatura d’ogni posteriore avanguardia. Egli propo- neva, nel Discorso sulla mitologia, di aspettare che dal caos graziosamente accettato scaturisse una nuova mito- logia, nata non dal mondo sensibile ma dall’arte stessa. Invano Hegel doveva confutare questo coacervo di parole d’ordine micidiali; con Hegel per l’ultima volta si osserva il panorama delle varie atti secondo uno spirito oggettivo, secondo un gusto. Purtroppo in seguito, quand’anche si osi ribellarsi alle asserzioni provocatorie e narcotiche di Friedrich Schlegel, il gioco è già fatto, qualcosa sarà ormai inafferrabile, la totalità smarrita. Sarà ripetuto, fino ad affatturare tutti, il ritornello delle streghe del Macbeth: “fair is foul and foul is fair”. Hegel nell’Estetica osservò a uno a uno i segni d’un futuro nefasto all’arte. Lo Stato, dopo la codificazione e l’istituzione dell’ana- grafe, toglie la sostanza agli individui perché nello Stato si “suddivide il lavoro per l’universale, come nella società si fraziona l’attività mercantile”; perciò, meglio o peggio che ciò sia, ne viene scalzata l’arte, che poggia sull’identità dell’universale e dell'individuo, quale esisteva nei tempi antichi, quando il legame sociale non era una “relazione legale fissa e precedente che costringesse a necessità”, tal: ché l’uomo, anche se vassallo, formava una totalità con i suoi atti. Noi esigiamo la consapevolezza e deliberazione 100 ,ELEMIRE ZOLLA per imputare un atto a chi lo compie, ma Edipo non di- stingueva fra sé e il proprio destino, fra mire soggettive e fatto oggettivo. “Nello sviluppo di un’azione moderna ciascuno incrimina tutti gli altri e rigetta da sé quant'è possibile la colpa” e cosî ancora si procura di scansare la colpa degli avi che un tempo gravava naturalmente sui nipoti. Questo distacco dell’individuo dal suo destino non può procedere oltre un certo segno senza levar la terra di sotto i piedi all’artista, che viene defraudato per- fino di quel genere che sembrerebbe dover restare immu- ne, non avendo rapporto con la società, l’idillio, “poiché oggi quella semplicità domestica e campestre nel senti- mento dell’amore o nel gustare alla libera un buon caf- fè, è di pochissimo interesse”, talché Goethe dovette collegare il suo Hermann e Dorothea alle vicende stori- che per evitare che si sciogliesse nella scipitaggine. Quanto alle altre forme di racconto, in tutte le arti, il protagonista dev'essere un uomo regale “e non per amor dell’aristocrazia o delle distinzioni, ma a causa della perfetta libertà di volere e agire che si trova attuata nel concetto di monarca”, salvo nel genere comico, che si attaglia a gente impedita. Se in Shakespeare vi sono alti personaggi di rango basso è perché grazie allo stato di rivolta sono affrancati, principeschi di fatto. E se ci si deli- zia di quadretti di genere olandesi o di ragazzotti mendi- chi del Murillo è perché nei primi c’è una “risvegliata li- bertà spirituale e vitalità” tenuta nei giusti limiti dalle dimensioni stesse dei minuscoli quadri, che non preten- dono di appagarci interamente; quei mendichi d’altro can- to non son tali se “seggono al suolo calmi e beati, quasi Dèi dell'Olimpo: non parlano, non agiscono, sono uo- mini d’un pezzo, senza noia né inquietudine; e su que- sto fondamento di ogni abilità si ha concetto che di questi fanciulli si possa far tutto”. Ma guai a chi voglia inscena- re le “storie domestiche quotidiane”, “i lamenti del pa- dre con la signota, coi figli e con le figlie, con i sala- riati quanto alle spese, la dipendenza dai ministri e gli in- trighi dei camerieri e segretari come pure la bisogna della GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 101 signora con le serve della cucina e le care, delicate cosuc- ce delle signorine nelle stanze intime”, tutto ciò fa pro- vare ribrezzo come leziosa “voluta naturalezza”. Nei tempi moderni un magistrato è una macchina e “ciò che i magistrati aggiungono di loro, dolcezza di ma- niere, avvedutezza e via dicendo, non è cosa principale e contenuto sostanziale, ma indifferente e accessoria e gli stessi capi di Stato e generali non hanno mai potere so- stanziale”; l’interesse per il personaggio diventa mera cu- riosità di vedere “come gli vanno le cose”, senza rapporto con le potenze oggettive: il diritto, il costume; la stessa rivolta o vendetta contro la società “racchiude l’ingiusti- zia che vuol reprimere”. Questa condizione suscita l’ironia. Ironicamente si eleva a petsonaggio la miseria del cuore che desidera sen- za volere, che fantastica o si compiace delle minime cose quotidiane ed insulse, e poi si ironizza su ciò che trascende questa trivialità. Friedrich Schlegel, emanando le norme di questo atteggiamento, e chiamandolo poesia della poe- sia, fu il primo a promuovere la dissoluzione delle arti, essendo, nell’epigrafica sentenza di Hegel, “la poesia del- la poesia nient'altro che la pit liscia prosa”. Alla dottrina hegeliana dell’estinzione dell’arte per effet- to dell'ironia romantica si è sempre opposto un bonario e becero: “Tant'è: vedi se dopo è morta.” (E magari nel frattempo l’ironia romantica è diventata una mecca- nica distruzione senza neanche l’ombra d’un sottiso, s'è fatta, col cubismo, priva d'umore, ebete.) Goethe e Hegel sono i solitari censori dei loro tempi già moderni, quando, come suonava il verso di Lamar- tine, la nuit sariglotait pleine du bruit des réves. Dalla loro avevano la tradizione immemoriale, la forza della ra- gione, la dimostrazione poetica o speculativa, dalla par- te degli avversari baluginava lo splendore del diavolo, la seduzione dell’arbitrio presentato come ardimento; quel barbaglio da solo spiegherebbe però soltanto un momen- taneo traviamento: l’errore riusciva a diventare istituzio- ne, forza sociale perché usava l’antichissimo accorgimento 102 ELEMIRE ZOLLA satanico di rivolgersi agli esseri più fragili facendone mas- sa. Costruire un poema è arduo, lasciarsi portare dall’onda dei suoni carezzevoli o eccitanti e dar nome di fiaba o poema in prosa al risultato, abbastanza facile. Costruire con blocchi di realtà, con situazioni verosimili e credibili, in lingua solenne un romanzo è impresa da fiaccare il miglior conoscitore del cuore, ma lasciare libero campo alle stravaganze quotidiane o fantastiche, atruffare la vi- cenda e poi darsi l’aria di riderne, è un esercizio aperto al- l’uomo pit vano. La congiura degl’inetti scalza cosî le norme dello scri- vere (o del dipingere o dello scolpire o dell’edificare), e rinfaccia a chi procuri di restar fedele d’essere accademico. E poiché dei molti che studiano nelle accademie pochis- simi hanno un destino creativo, non ci vuole molto a scoraggiare la benintenzionata maggioranza. E poi gli avan- guardisti fantastici hanno un punto di vantaggio: la psi- cologia più complicata, che scandaglia sub limine conscien- tiae. Anche questo è un dono diabolico perché rimestare nelle tenebre presuppone il vizio dello sdoppiamento e l’esasperazione dell’io, che sono frutti del fantasticare: un autore classico non ha bisogno di tali contorsioni per far agire nel modo più naturale i suoi personaggi, anche per- ché mette in campo uomini troppo occupati a vivere per fantasticare e non si perde ad analizzare gli sventati. D'altra parte il lavoro industriale, come notava Saint- Simon, richiedeva una mescolanza di azione e riflessione, e il carattere del nuovo tempo era, pertanto, l’autoco- scienza; viene cosî dato un avallo storico all’illuminazione famigerata di Jean Paul: ogni atto nel nuovo clima de v’esserte pianificato, deliberato, recitato. Se queste erano le tendenze implicite del lavoro industriale, se cioè esso sug- geriva tali movimenti dell’anima, il romanticismo che esal- tava l’io, lo sdoppiamento e la fantasticheria, preparava proprio l’adattamento alle nuove condizioni tutte artifi- ciose, dove ogni atto era voluto. La società frammentante era la naturale patria di uomini frantumati. Tutti questi GOETHE E LA FANTASIA TEDESCA 103 malanni interiori venivano chiamati, con improprietà, da quanti li sdegnavano: cerebralismo, intellettualismo. An- cora oggi si suole chiamare “intellettualistica” un’avan- guardia che è la rinuncia ad ogni intelligenza rettorica o logica. LA FANTASTICHERIA DELL’ISTINTO L’uomo che fantastica è vittima designata dello sdop- piamento, e tutto il romanticismo è ossessionato da que- sta minaccia d’una perdita assoluta della propria identità; Andersen dedicò all’ombta che si stacca dall'uomo fino a diventare una creatura autonoma una fiaba sinistra e Ste- venson raffigurò la resa al fantasticare come vero e pro- prio avvelenamento che estrae dall'uomo il demonio; il dottor Jekyll, dopo aver ingerito la pozione che trasfor- ma il suo doppio nel suo stesso volto, dice: “C’era qualcosa di strano nelle mie sensazioni, qual- cosa d’indescrivibilmente nuovo, e, per la sua stessa no- vità, incredibilmente dolce. Mi sentivo più giovane, leg- gero, felice quanto al corpo; interiormente provavo una spensieratezza inebriante, sentivo una corrente di disot- dinate immagini sensuali in turbine nella mia immagina- zione, uno sciogliersi dei vincoli d’obbligazione, una sco- nosciuta ma non innocente libertà dell'anima. Seppi su- bito, al primo alito di questa nuova vita, d’essere più mal- vagio, dieci volte più malvagio, venduto schiavo al pec- cato originale; ed il pensiero di ciò mi diede forza e pia- cere come un vino. Stesi le mani, esultando alla freschezza di tali sensazioni; e nel farlo m’avvidi subitamente d’esse- re diminuito di statura.” Il dottor Jekyll ha vissuto secondo le regole della so- cietà, da buon fariseo, ma senza mai purificare il cuore, senza custodite i suoi pensieri: questi alla fine chiedono d’essere manifestati e attuati. Il borghese è vissuto ormai per un secolo con licenza interiore e severità esteriore, it- 106 ELEMIRE ZOLLA religiosamente ed eticamente; nel nuovo secolo erediterà la pena di questo sdoppiamento. Morte a Venezia di Thomas Mann, il monumento al- l'immaginazione dell’era imperialistica, è la storia d’una caduta nella libidine fantastica, inevitabile, quasi organi- ca per un uomo come il protagonista, lo scrittore bor- ghese Aschenbach, il cui equilibrio è all’incontro delle due opposte e pari forze, l'adeguamento volitivo alla so- cietà qual è da un verso e l’istinto dall’altro, che si tra- ducono nei due principi letterari, la stilizzazione ed il contenuto. Tale fu il borghese nell’era imperialistica, in sé diviso, affidato a un compromesso ondeggiante tra la Haltung (il contegno, con cui si finge ancora intatto l’antico otdine delle famiglie, dei ceti, dei ranghi) e l’Urschrei, l’Urlo dell’informe disgregazione individualistica. Nell’equilibrio fra i due mali era concesso alla creatività di fiorire, esilmente. Gustav von Aschenbach è uno scrit- tore ufficiale, il suo stile s’indovina di maggior rigore che maestà, laborioso e rifinito anche se non catnalmente, sanguignamente perfetto: egli concepisce la spontaneità nella sua mera astrattezza, come carica vitale e la sente come una minaccia. Ricevere ispirazione e impeto vorrà dire, per un tal uo- mo, inoltrarsi fra i vapori agliacei e caprigni della volgari- tà e poi affrontare, fremente a causa del contrasto, il mon- do dell’ufficialità, dove il contegno dev’essere compassato e fiero. Il contrasto che rugge nel cuore strazia e inorgo- glisce, dà angoscia ed esaltazione, come un tradimento. Profondo Abisso Mondo della notte Irrazionale cieco Animalità oscura Istinto odoroso di sangue Mistica barbarie sono alcune fra le tante denominazioni che i borghesi credevano dotate d’un significato, e che certamente sareb- bero parse cerebrali ad un antico: a voletne afferrare il LA FANTASTICHERIA DELL’ISTINTO 107 senso storico occulto si rivelavano null'altro che un trasla- to dei globi rossi, delle insegne dei bassifondi fitti di ta- verne e lupanari, del fiddler's green, dove vigevano un lin- guaggio misero e turpe, maniere viscide o brutali, dove ti trovavi a sfiotare ciò che avevi imparato a borghesemente schivare ma non a religiosamente aborrire e commisera- re, dove poteva capitare di pigliar gusto a capovolgere lo stile, considerando come profumi i tanfi, come raffina- tezze le trivialità, come voluttà le umiliazioni (il tutto, magari, se i tempi lo consigliavano, sotto colore di inte- nerimento giacobino, di ugualitarismo sentimentale, di pro- testa naturalistica). Una situazione assai astrusa, che si potrebbe dire deca- dente se la parola non fosse stata usurpata dalla massa per designare, tutt’insieme, con la decomposizione la frut- tificazione, con la belluria la finezza, con l’ostentazione il gusto, con l’orpello lo stile, con il lezio la letteratura, con lo sdegno della volgarità l’orgoglio sociale. Perché Aschenbach è l’emblema di tale groviglio? Egli viene incantato dalla vista d’un vezzoso giovinetto polacco e drappeggia di sogni ellenici l’incontro, ma a questa mescolanza di erotismo e di garbi letterari, di immaginazione eccitante e di alibi archeologici, congiunge l'inclinazione, più o meno involontaria, a cadere in fran- genti sempre più volgari, causa la tendenza all’abisso che sarebbe, secondo Mann, connaturata all’artista, ovvero, a parlare con maggior proprietà, all'uomo fantastico che Aschenbach è, a dispetto e non già a misura della sua vo- cazione d’artista. Salvo l’errore di Mann, il quale spartisce con Aschen- bach l’illusione che esista un nesso fra perversa fantasti- caggine e opera d’artista, il racconto è veridico da quan- to è archetipico. Tutta la rovina di Aschenbach proviene da un amma- liamento: un passante gli ha colpito l'immaginazione, ed ecco s’instaura “un nuovo e strano atteggiamento del suo spirito: una specie d’inquietudine vagabonda, un desiderio giovanile di paesi lontani, un sentimento cosi vivo, cosi 108 ELEMIRE ZOLLA nuovo 0 perlomeno da lungo tempo dimenticato, che egli, le mani incrociate dietro e lo sguardo a terra, rimase come incantato per assaporarlo interamente. “Una sete di viaggiare, non altro, lo aveva assalito al- l'improvviso, che prendeva man mano proporzioni esage- rate, diveniva passione, illusione perfetta dei sensi. La sua brama divenne veggente, la forza dell’immaginazione... creò una visione che gli permetteva di concretare tutte le meraviglie e gli orrori di quel mondo multiforme, balza- togli d’un tratto dinanzi agli occhi. “Egli vide un paese, una paludosa regione tropicale de- lineantesi sotto un cielo di piombo, umida, lussureggiante e spaventosa.” La visione di tropici in decomposizione è un emblema abbastanza frequente dell’abisso o Grande Irrazionale. A furia di fantasticare senza esternamente peccare, Aschen- bach si troverà da un parrucchiere veneziano il quale, sen- za quasi neanche chiedergli il permesso, gli truccherà la faccia. Il tanfo di carbolo, di detriti lagunari, di peste, sono le manifestazioni sensibili della malattia dell’immaginazione che è poi, nel sogno finale e preagonico, svelata come una ossessione fallica: il sogno del sogno. Come Rimbaud or- mai Aschenbach “cherche lui-méme, aiguise en lui tous les poisons... Ineffable torture où il devient entre tous le grand malade, le grand criminel, le grand maudit.” David Herbert Lawrence era agli antipodi di Aschen- bach: ben scarso stilista, a immagini brividanti ma di tra- sandata determinazione; eppure anche lui celebrò il culto del grande Abisso che la civiltà industriale vorrebbe col- mare di detriti. Alla fin fine la sua immaginazione erotica si dimostra assai più forte della sua volontà di tornare alla na- tura. La sua fantasticheria oscena più riposta era calli- pigia, cosa assai buffa, specie a causa della accigliata ideo- logia che l’ammantava (“burning out the roots of shame” è la frase con cui vi accenna, nel modo più ideologica- mente pudibondo). Che venga cercata salvezza nello stile inteso come con- LA FANTASTICHERIA DELL’ISTINTO 109 tegno pietrificato oppure nella ribalderia plebea ed infor- me, poco importa: dove si è più deboli ci si fa forti, il male segreto è la fabbricazione di chimere ‘come sono il Contegno, la Volontà ferrea da un lato e la Ferinità, la Forza dell’Istinto dall’altro (reincarnate negli ultimi anni in modo umbratile ma almeno chiaramente sciocco come Costruzione e Alea). IL MAGISTERO DI SURIN E LA FANTASIA FRANCESE Prima che in Francia nascesse la moda sfrontata delle confessioni, dei diari gettati in faccia al pubblico, dei de- nudamenti spirituali, prima che la sincerità diventasse un ridicolo vanto invece di una premessa urbanamente taci- ta o una componente del pudore, la tendenza a gridare le proprie fantasticherie aveva a lungo fermentato. Jean- Jacques Rousseau sarà il primo a proclamate i suoi vizi, se non il primo a coltivarli. Sarà il primo a teorizzare la delicieuse réverie, l’arte di carezzare i movimenti inte- riori grazie a suoni monotoni come il flusso e riflusso del- l’acqua, senza pensare, ma ‘adagiandosi sull’onda delle figure, dei discorsi disordinati. Ma già in precedenza s’era andato diffondendo il vizio dei diari intimi cui venivano consegnate le aspirazioni, i vagheggiamenti, le rimembran- ze: teche di rifiuti spirituali che servivano a fomentare il culto dell'io come i reliquiari quello dei Santi. Come Sterne in Inghilterra, Jean-Jacques Rousseau con maggior decenza in Francia, fu il primo ad assapora- re il sentimento di sé; lui che vagheggiava un mondo primitivo incorrotto dove l’uomo avesse la fierezza e la libertà, non s’accorgeva di vivere il più corrottamente pos- sibile, o forse l’utopia era una proiezione capovolta delle sue prevaricazioni raccontate in Les réveries d’un prome- neur solitaire: “non trovando più alimento pet questo cuore sulla terra, mi abituai a poco a poco a nutrirlo della sua stessa sostanza e a cercar tutto il suo sosten- tamento entro di me... steso tutto lungo nella barca, con gli occhi volti al cielo, mi lasciavo andare lentamente in 112 ELÉMIRE ZOLLA balia delle onde, talvolta per più ore, immerso in mille fantasticherie confuse ma deliziose che non avevano nes- sun oggetto determinato e costante, eppure mi riuscivano infinitamente più gradite di tutto quel che di più dolce può trovarsi in quelli che si chiamano i piaceri della vi- ta”. Ciò che campeggia forsennatamente nelle fantasti- cherie del passeggiatore solitario, è la commiserazione di se stesso, il gusto morboso di elencare le persecuzioni subite, di destare pietà. Già aveva sentito levarsi questa marea di obbrobrio uno degli ultimi grandi autori della Francia religiosa, pa- dre Surin, nel suo trattato della perfezione cristiana, in pieno secolo XVII, mettendo in guatdia contro il senti mento di sé, “che significa godere e provare soddisfazione di quelle cose che ci riguardano, escludendo gli interessi di Dio. Questo difetto ha tre gradi. “Il primo è proprio di coloro che sono sempre occupa- ti intorno al proprio io, e non trovano conforto né co- raggio che pensando ai propri vantaggi e contemplando le loro doti; quando non hanno altro da fare, si abban- donano totalmente alla considerazione di se stessi; si com- piacciono delle loro perfezioni o dei beni che credono di possedere; questo vuol dire provare il sentimento di sé. Coloro che si lasciano trasportare da tale eccesso di amor proprio che, non contenti del piacere che recano loro questi pensieri, arrivano fino a compiacersi di una cer- ta sregolatezza molto comune ai nostri giorni, la quale consiste nel descrivere se stessi, autotitrattandosi non col pennello, ma con la penna. È un’usanza comune oggi- giorno a parecchi spiriti mondani, tutti pieni di sé, che sprecano il tempo nel descriversi, mettendo in carta i li- neamenti del loro volto, il portamento, la statura, le per- fezioni, la loro complessione, e tutto ciò che conoscono di se stessi. È una deplorevole cecità, della quale persino i profani dovrebbero vergognarsi: poiché l’uomo ha il do- vere di dimenticare se stesso e di occuparsi di Dio, men- ! Trad. N. Cappelletti, Milano, 1957, p. 25, 70. SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 113 tre costoro dimostrano di ricordarsi tanto di sé, che spesso donano ai loro amici questi ritratti stesi di loro pugno allo scopo di metterli a parte di queste loro idee delle quali do- vrebbero vergognarsi. Essi denunciano in sé tre gravi difet- ti: il primo è l’oziosità dello spirito che permette loro, gra- zie alle scarse occupazioni a cui devono attendere, di per- dersi in riflessioni e disegni su ciò che la stessa saggezza umana consiglia di dimenticare. Il secondo è la grande stima e l’orgoglio, che li fa credere a se stessi degni del- l’altrui attenzione con tutto ciò che li concerne. In terzo luogo abbiamo lo spirito di vanteria, una vuotaggine che li spinge a mettere in mostra e a compiacersi di quanto tornerebbe odioso a chi ha un tantino di saggezza. Que- sta minuziosa rassegna intorno a se stessi è utile quando si tratta di fare una confessione generale, quando l’umil- tà vera obbliga a non nascondere ciò che rende abbomi- nevole dinanzi a Dio e degno di disprezzo di fronte agli uomini; ma lo sprecare il tempo, per altri motivi, nell’in- dagare minutamente dentro di sé, significa essere ravvolti nell’amor proprio, e mettersi in' contrasto con la dottrina di Gest Cristo, il quale ha detto: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso (Matt. 16, 24)." Prima della Rivoluzione francese si sapeva che la fan- tasticheria era un male, perciò o non si ammetteva o essa suscitava vergogna e dileggio. La modificazione moderna è tutta nell’indiferenza con cui, dopo una certa data del secolo XVIII, si è cominciato a transigere su questa norma tradizionale, fino ad esaltare senza pudore ciò che sempre si era almeno celato se non impedito. Fissare la data della caduta è difficile, ma i prodromi che l’annunciarono sono manifesti, specie in Francia, dove il processo fu più spiccato e rapido che non nell’Inghil- terra la cui economia aveva cominciato fin dal secolo XVII a trasformarsi, spopolando le campagne ridotte a pascolo, cacciando in manifatture il popolo cosî sradicato, prepa- rando il brodo di coltura della fantasticaggine. In Francia il preannuncio è una certa qual febbre che rende rapidi i pensieri fino alla frenesia impaziente che 8. - Storia del fantasticare. 114 ELÉMIRE ZOLLA alla fine, da briosa si fa disattenta e precipita nella traso- gnatezza. Bernard Groethuysen' ha descritto quel fermento: “Ecco lo scintillio della successione delle idee, il loro an- dirivieni, il pensiero che si coglie al volo, il nuovo moti- vo che s’introduce prima che il primo abbia cessato di risuonare, l’incrocio e accavallatsi di vari temi l’uno sull’al- tro, che conferiscono il non so che alla conversazione. Il non so che si ritrova da qualche parte in un giardino, dice Marivaux in una delle sue allegorie. Pare che il caso ed il disordine sieno padroni in questo giardino... Questo ron so che te lo ritrovi in ogni abito e in ogni mobile. L’occhio non deve mai intravedere il profilo d’un oggetto, dev'es- sere costantemente fermato, attratto da un particolare o l’altro. Cosî nei quadri di Watteau si vede entrare cop- pie... il ginocchio piegato come a non interrompere il loro cammino... L’arte in ciò non fa che imitare la natura, pen- sa Diderot, essa ci nasconde nel modo più sottile i nessi che conferiscono unità ai suoi fenomeni e lo stesso vale per l’anima umana, che trascorte per i più diversi stati. Cos almeno la concepisce Marivaux, e ognuno di codesti stati ispira una moltitudine di pensieri, sentimenti, impulsi, desideri, velleità fra cui sarebbe difficile stabilire i nessi. Si pensa a qualcosa, la si aspetta, non ci si crede del tutto e tuttavia la si spera. Dopotutto non è escluso che capiti. E poi, d’un tratto, qualcosa emerge, che deprime. Si me- dita su se stessi, ci si muovono dei rimproveri. E poi, per- ché tormentarsi? Lontani ricordi tornano alla memoria. E la calma ritorna. Ma ecco risorgere antichi scrupoli. E tutto ciò avviene nello spazio di un momento. Migliaia di minimi movimenti, trepidazioni dell'anima, pensieri, sentimenti appena sbozzati si alternano senza susseguirsi. Ora è un desiderio quasi impercettibile, ora un’eco che dura appena un istante, la sparizione e riappatizione di un’immagine. Come trovar parole per esprimere tutto ciò? È già molto trattenerne le briciole... Questi vari stati d’ani- 1 Philosophie de la Revolution frangaise, Parigi, 1956, pp. 98 sgg. SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 115 mo si riflettono sulle fisionomie dove tutto è mobile del pari.” Questo febbricitare è detto marivaudage e la futilità ne è inseparabile; in Diderot esso diventa ancor più convulso, egli osserva “gli stupefacenti salti del funzionamento del nostro spirito... onde spesso un’idea risvegliata fa fremere un’armonica che sta ad un intervallo incomprensibile” (Ex- tretien de d’Alembert et Diderot). Nel Neveu de Rameau egli offre uno spaccato vetidico di una mente tutta dedita a questo libertinaggio dei sen- timenti, che impedisce ogni profondità, ogni meditazione si- stematica o simbolica, ma sfrena all'impazzata, dà i con- forti della velocità, del brio, quanto toglie la capacità di disputa ragionata. Diventa di cattivo gusto indugiare su un argomento con ordine, il principio dello scambio, fondato sulla carta moneta e poi sui titoli di credito e poi sui riporti vertiginosi, si introduce nel commercio delle idee e dei sentimenti e, come alla borsa si smarrisce ogni rapporto sensato, tangibile con i beni che i titoli dovrebbero rappresentare, cosî nella spiritosa conversazione, interiore o dialogata, della generazione rivoluzionaria si perde ogni ricordo di quel che era dimostrazione, persuasione, verità. Vige invece il consumo della merce spirituale alla moda. Ancora un passo, un abbandono all’intontimento della velocità o un attimo di ozio ed ecco che comincia il canto delle lugubri sirene della fantasticheria. Per il momento tacciono: comincia a serpeggiare il loro sussurro nel secolo seguente, dopo il crollo di Napoleone. Soltanto due enormi mostri osano fantasticare senza ritegno già nel secolo XVIII: il marchese di Sade ed Emma- nuele Swedenborg. L’uno nelle sue prigioni sazia la sua libidine con un corteo di sevizie, ordisce l’edificio più comi- co che sia immaginabile, senza un momento d’umore, e tanto insiste che alla fine non si ride nemmeno più: il tedio più svergognato è la sorte ultima del lettore. Sade immagina tutte le varietà dello stupro, dell’umiliazione per mezzo di torture sessuali, di ingestioni orripilanti, di stravolgimenti, vagheggia poteri assoluti in abbazie remote, 116 ELÉMIRE ZOLLA in castelli feudali, in covi di malandrini, in regge di sovrani dispotici e consuma vittime in misura fantastica, meccani- ca, indefinita, giacobina. Sade vagheggia di far subire ad una fanciulla o ad un garzone tutti i martiri, d’infliggerne a se stesso fino all’impiccagione put di esaurire l’inventa- rio degli orgasmi. All’orgasmo egli devolve la funzione che era stata della metafisica, la prova dell’essere. Del sognatore a occhi aperti il quale ha combinato libi- dine e ambizione, Sade ha anche la lagrimosità. Non a caso tutto Sade si può spiegare da un suo sogno, quello in cui la sua antenata, la Laura amata dal Petrarca, emerge dalla tomba in abito luttuoso e lo invita a seguirla; egli piange, anche lei si stempra in lacrime, egli tende le braccia ma il fantasma svanisce e “qualcosa di lei restò nella pit oleografica delle sue creazioni: la pura, disgraziata Justine... Non ci si sorprenda poi di tan- te lagrime. Come i tiranni, i condottieri, gli efferati rivolu- zionari suoi contemporanei, Sade in letteratura era faci- le alla commozione. Nelle campagne militari Napoleone si portava dietro i patetici romanzi di Madame Riccobo- ni, degni secondo Vigny di far singhiozzare le portinaie e deperire le ricamatrici'.” Quanto agli equivoci che dopo pit d’un secolo di réverie di smisurata sconcezza si poterono tessere intorno a Sade, che trovò poi in Lautréamont un calligrafico prosecutore, tutto è compendiato nella frase tra infame e ingenua di Paul Eluard: “Sade volle restituire all'uomo civile la forza dei suoi istinti primitivi, liberando l'immaginazione amorosa dai suoi oggetti”, dove si confonde la forza del- l’istinto con la sua consunzione fantastica. Sade è pura fantasticheria, come si può avvertire leggendolo sulla scor- ta dell’osservazione di Proust: “Come la pietà per le disgrazie non è forse molto esat- ta, perché con l’immaginazione ricreiamo tutto un dolore ! Giovanni Macchia, I/ nipote di Laura, “Corriere della Sera”, 22 febbraio 1963. SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 117 sul quale lo sciagurato costretto a lottare non pensa af- fatto a commuoversi, cosî la cattiveria non ha ptobabil- mente nell’animo del malvagio la pura e voluttuosa cru- deltà che ci fa tanto male immaginare. L’odio la ispira, movimento che nulla ha di gioioso. Ci vuole il sadismo per estrarne piacere; il malvagio crede di far soffrire un malvagio'.” Un contemporaneo di Sade, non molto dissimile da lui, Reveroni de Saint-Cyr, autore di Pauliska ou la perver- sité moderne, mémoires recentes d’une polonaise (1798), narrò la storia di Pauliska, profuga polacca che capita in mano del barone d’Olnitz, “maniaco spaventevole, chi- mico profondo, naturalista in delirio” che le inocula a mor- si i germi dell’amore e le annuncia: “Il magnetismo vi ridurrà ad un tal punto di debolezza che esisterete soltanto negli spazi e nella vostra immagi- nazione. Il resto non è che materia.” L'esercizio della libidine a freddo è qui indicato, ancor meglio che da Sade, come risorsa per ridursi a pura im- maginazione. Sade contiene in sé i germi del futuro mondo dominato dalla réverie, come nessun altro suo contemporaneo previ- de tutte le teorie rivoluzionarie più biecamente consequen- ziarie, tutte le fantastiche riforme; lo schema della lette- ratura per le masse lo trovi già nei suoi romanzi e certi co- stumi di massa sono contenuti già in forma pura nei suoi libri”. 1 Le còté de Guermantes, I, 156. ? Tutta la letteratura industriale americana ne ha i colori (dimostrò Leslie Fiedler, nel suo Love and Death in the American Novel) e Geof- frey Gorer afferma che il tipo di musical come Gentlemen Prefer Blondes ha origine nei dittici di Justine e Juliette. “Le moderne squadre sportive, il cui gioco d’insieme è esattamente regolato, sicché nessun membro può dubitare della sua funzione e per ciascuno sta pronto chi lo sostituisca, hanno il loro modello nelle squadre sessuali di Juliette, nelle quali ogni attimo è utilizzato, ogni apertura del corpo sfruttata. Nello sport, come in ogni branca della cultura di massa, domina una laboriosità ansiosa e tesa allo scopo” (T. W. Adorno e M. Horkheimer, Didlektik der Auf- klirung, Amsterdam, 1946, p. 108). L’uomo moderno fa le sue orge fantastiche di sadismo negli stadi, tanto poco ha importanza il pretesto concreto dell’astratta libidine. 118 ELEMIRE ZOLLA Swedenborg all’opposto mostra il misticismo ridotto a réverie; l’eredità di simboli, di figurazioni mistiche ed esoteriche egli riduce a spunti di fantasticaggine; vede ange- li sbavati, imprecisi, percorre lande fra le nubi del sogno, e vi campisce edifici cosparsi di berilli, calcedonie, crisopa- zi, e altri bei suoni, s’intontisce con la dilettazione foni- ca di cocchi, unicotni, draghi, azzimi, arche. La réverie di Swedenborg è domestica quanto stravagante, i suoi an- geli, come osservava Emerson, sono ottusi, il loro paradiso somiglia a una merenda evangelica all’aperto, i dialoghi con gli abitanti dell’al di là sono scipiti come conversazioni bor- ghesi. Nel contempo egli coltiva il gusto della parola come allusione indistinta e vaporosa, la teoria delle corrisponden- ze dei suoni e dei colori: un’avvisaglia di ciò che sarà l’an- dirivieni fra salotto piccolo borghese e festival d’arte nuova. Sade e Swedenborg, in un secolo non ancora del tut- to in preda al fantasticare incarnano il futuro, il secolo XX, quando si attueranno i sogni di Sade nella misura del pos- sibile e le vaghe nostalgie di vita spirituale s’impiglieranno in contraffazioni ed in buoni sentimenti di stampo sweden- borghiano. Oltre che alle réveries del promeneur solitaire, Rous- seau consegnò il ritratto raccapricciante della sua attività di réveur alle Confessions, ma con una serietà meditabon- da che lo distingue da Sterne; il vizio gli ha fatto appas- sire il carattere ma non l’intelletto, sicché discerne le conse- guenze delle sue orge interiori. Queste nascono sulla scia d’un ricordo, che ne fa germogliare altri, e cosi egli si trova a immaginare convegni di tutte le amiche che ha corteggia- to, le cui immagini gli si affollano attorno: “mi vedevo circondato da un serraglio di urî, dalle mie vecchie cono- scenze, e il forte desiderio che ne provavo non era una novità. Il sangue mi si scaldò, a dispetto dei capelli grigi mi girava la testa”. La consuetudine con tali sogni a occhi aperti gli aveva fin dalla giovinezza corrotto il senso della realtà: “Non avevo alcuna idea delle cose e già tutti i senti- SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 119 menti m’erano noti; non avevo concepito nulla e tutto già avevo provato. Le emozioni confuse che provavo l’una dopo l’altra non alteravano la ragione che ancora non avevo, ma me ne formarono un’altra d’altro stampo, e della vita umana mi diedero dei concetti bizzarri e ro- manzeschi di cui l’esperienza e la riflessione non m'hanno mai potuto veramente guarire.” Sentimentalismo, incontinenza, pietà di se stesso, frigi- dezza, complicazioni psicologiche: tutto il retaggio della fantasticheria è esibito in Rousseau e tale sarà il suo in- flusso che la generazione posteriore non s’accorgerà nem- meno più di fantasticare, non avrà nemmeno più un so- spetto del carattere vizioso delle sue dissipazioni. Perfino un restauratore della dovizia della lingua francese dopo gl’impoverimenti settecenteschi, Chateaubriand, spesso de- nuncerà il segreto che, come tutti, cova in sé, lamentan- dosi come Werther dei limiti che la realtà impone alle for- ze dell’uomo, mostrandosi incapace di ravvisarne la prov- videnzialità; in René dice: “Mi si accusa di gusti incostan- ti, di non poter gioire a lungo della stessa chimera, d’es- sere preda d’un’immaginazione che si affretta ad arrivare in fondo ai piaceri, come fosse schiacciata dalla loro du- rata; mi si accusa di oltrepassare sempre il fine che posso attingere: ahimè, cerco un bene sconosciuto il cui istinto mi rincorre. È colpa mia se trovo da ogni parte dei limiti, se ciò che è finito non ha per me alcun valore?” Nasce da tale accompagnamento di fantasticaggini una recitazione perpetua, palese nel testamento preliminare ai Mémoires d’outre-tombe: “Mi sono mescolato alla pace e alla guerra; ho firmato trattati, protocolli, pubblicato cammin facendo numerose opere. Sono stato iniziato ai segreti dei partiti, della corte e dello Stato; ho visto dappresso le più rare disgrazie, le più eccelse fortune, le massime celebrità. Ho assistito ad assedi, congressi, conclavi, alla riedificazione ed alla demolizione dei troni. Ho fatto la storia e potrei scriverla. E la mia vita solitaria, sognante, s’inoltrava in codesto mondo di realtà, catastrofi, tumulti, fragori coi figli dei 120 ELÉMIRE ZOLLA miei sogni... con le figlie delle mie chimere... Nelle mie successive carriere mi sono proposto un grande compito; viaggiatore, ho aspirato alla scoperta del mondo polare; letterato, ho procurato di ristabilire la religione sulle sue rovine; uomo di Stato, mi sono sforzato di dare al popo- lo il vero sistema monarchico...” Un sogno a occhi aperti con i materiali forniti dalla memoria atteggiati secondo la moda della scultura eroi- ca neoclassica, e come in un sogno non è data l’esattezza del reale ma la decoratività del desiderio, anche un progetto men che nebuloso, come l’esplorazione polare, viene uti- lizzato per questo ritratto equestre; il mito dell’uomo di molta esperienza è una proliferazione del sogno a occhi aperti che vieta appunto ogni esperienza. Ma questo réveur, che pure fu scrittore sublime, ha un fratello: il giovine stroncato dai sogni eccelsi, con- sumato dall’infinito, il Louis Lambert di Balzac. Balzac è troppo accorto per non affiancargli peraltro un’ideologia accetta sul mercato: egli afferma che la réverie prepara alla vita; questa giustificazione tutta pra- tica e materiata di buon senso è però soltanto un trat- to accessorio, il pathos del bel réveur travolge ed esalta: “la fantasticheria istintiva con cui un fanciullo s’abitua ai fenomeni della vita diventa più ardita con le perce- zioni morali o fisiche; è una cultura involontaria che più tardi porta i suoi frutti nell’intelligenza e nel carattere... [Louis Lambert] faceva deliziosi viaggi imbarcato su una parola sopra gli abissi del passato, come l’insetto che posato su qualche filo d’erba naviga dove lo porta il fiume... vaporoso come una donna, dominato da una ma- linconia cronica, malato del suo genio come una fan- ciulla lo è dell'amore che ella chiama e ignora... Werther è lo schiavo d’un desiderio, Louis Lambert era tutta un’a- nima schiava”. Gli uomini, salvo le anime gentili, lo di- sprezzano o perseguitano, ed egli vive assediato da “masse d’idee”, volteggia come una rondine fra di esse, si rompe la testa con sforzi di rappresentazione fantastica. Un romanzo balzacchiano è tutt’insieme uno sfogo e una SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 121 terapia del fantasticare poiché, se da un verso promette al fantastico di aprirgli le porte dei palazzi e dei tuguri, dietro le quali s’immaginano confuse scene di ambizione soddisfatta, di lussuria trionfante, di astuzia efferata, esso fornisce però altresi fatti determinati, nozioni scientifiche, commerciali, storiche. Nella misura in cui il roman- zo particolareggia e sta alla precisione delle varie arti e dei vari mestieri e segue le leggi immanenti dei destini dei personaggi senza mai badare ai bisogni di lieto fine, di consolazione, di “ottimismo” propri del réveur, esso è terapeutico. Louis Lambert è una narrazione sfatta e va- porosa, perché è uno sfogo. Nella società dei liberali, Madame de Staél e Benjamin Constant costituiscono una coppia di mostruosi e tipici ré- veurs, le loro vite sono aggrovigliate e talvolta laide a furia di sovrapposizioni fantastiche; la dedizione e la sem- plicità sentimentale sono impedite se metà dell’esisten- za è perduta nell’esaltazione di se medesimi. Madame de Staél traccia in Corinne ou l’Italie il percorso dei più buffi sogni di gloria letteraria o politica che infesteranno le menti delle future donne emancipate (semplice, bella e intelligente quanto un Gest fra i dottori, Corinna viene condotta all’incoronazione in Campidoglio). La passione ve- ritiera fu peraltro il farmaco che destò Madame de Staél dalla sua vanità e le conferi il virile dono del giudizio. Il suo amante, Constant, si contempla mentre trapassa da un sentimento all’altro, da un atteggiamento al successivo, vo- lubile come una morbinosa. I sessi, come ogni valore, ven- gono rovesciati dalla fantasticheria. In Adolphe Constant si svela: “Non avendo mai im: pegnato le mie forze, le immaginavo senza limiti, e le maledicevo; avrei voluto che la natura mi avesse creato debole e mediocre per preservarmi almeno dal rimorso di degradarmi volontariamente... La mia anima, affatica- ta da tali sentimenti amari, cerca di colpo un rifugio nei sentimenti contrari.” I sessi sono scambiati, poiché di so- gni si tratta, dove poco importa che cosa si rappresenta: Constant piange, ma piange in sogno; distrugge le altrui 122 ELÉMIRE ZOLLA vite, ma nei sogni non si può peccare; “n’ayant de la réalité qu’une idée sourde et confuse”, le decisioni che egli pur prende sono irruzioni dal mondo fantastico nella real- tà, senza coerenza, né meditazione, alla sprovveduta, al mo- do di uno spettatore indifferente (“dopo un’azione clamo- rosa, mi sono trovato di colpo seccatissimo della solenni- tà necessaria pet sostenerla e per noia ho disfatto l’opeta mia...” “quasi sempre per vivere in pace con noi stes- si, travesttamo da calcoli e sistemi la nostra impo- tenza o la nostra debolezza: in tal modo contentiamo quella parte di noi che è per cosî dire spettatrice dell’altra”). Gli Adolphe del tempo spregiavano la comune uma- nità che si mostrava ignara dei contorcimenti interiori, delle doppiezze fra cui essi vivevano (“chiunque m’avesse letto nel cuore, assente Ellenorta, m’avrebbe scambiato per un freddo e insensibile seduttore; chiunque m’avesse veduto al suo fianco avrebbe riconosciuto in me un aman- te novellino, interdetto e appassionato. Avrebbe sbaglia- to in tutt'e due i giudizi: non c’è completa unità del- l’uomo, e quasi mai nessuno è del tutto sincero o del tutto in malafede”: il réveur proietta su tutti la propria impotenza). Per parte loro le Corinne, praticamente spieta- te all'occorrenza, si immaginavano dolci, eteree presenze angeliche, raramente comprese dai loro amanti. George Sand, la più turpemente prolifica genitrice di Corinne, creò il suo personaggio pit tipico di révexse con Lélia, che “riu- nisce tutti gli ideali perché riunisce il genio di tutti i poeti, la grandezza di tutti i caratteri”. A che cosa sta pensando Lélia? Ecco la domanda che George Sand vorrebbe far ri- suonare con echi infiniti nell'animo dei suoi lettori, e la va- cuità delle réveries della sua protagonista si può supporre soltanto pari alla volgarità delle serenate che la prima mu- sica per le masse borghesi andava componendo in quel giro di anni. Comincia con lei il cristianesimo di massa, allorché nella prefazione a Mademoiselle La Quintinie afferma che un vero cristiano non può credere all’inferno. La generazione del ’30 ondeggia fra tali languoti e ghi- SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 123 ribizzi, De Musset combina l’infantilismo, l’estro, l’in- quietudine, esalta il cafard del fantasioso, il pallore, la luce lunare, la goduta falsità del melodramma, Lamar- tine stempra le melodie in motivi orecchiabili, Gautier tes- serà gamme cromatiche, barcarole, Théodore de Bain- ville eleverà il funambolo ed il buffone a emblemi di fantasticheria nobilitante. Tutta questa generazione sof- fre, a usar le parole lanciate da Baudelaire contro De Musset, d’una “impuissance totale è comprendre le travail par lequel une réverie devient un objet d’art”. Ma i grandi teorici della fantasticheria sono Victor Hugo, che la presenta come sublimità eroica e Gérard de Nerval che la spaccia per iniziazione esoterica. Allorché l’Ernani di Victor Hugo è giunto finalmente al- l’ora del connubio con Dofia Sol, le dice che il suo pen- siero erra nelle fantasticherie di lei; nella Tristesse 4d’O- lympio il vate intona una marcia funebre per le fantasie defunte: “Quando l’anima nostra fantasticando scende nelle [nostre viscere Numetando nel nostro cuore che il ghiaccio infine [ha raggiunto, Come si contano i morti sul campo di battaglia, Ogni dolore caduto e ogni sogno estinto Come chi cerca, alta levando una lampada, E lungi dagli oggetti reali, dal mondo irridente Giunge a lenti passi, per una rampa oscura Fino al desolato fondo dell’abisso interiore E sente ancora qualcosa che palpita sotto un velo, ‘ . . ” Sei tu che dormi nell’ombra, o sacra rimembranza! Il mondo deride il sognatore? Il sognatore lo disprezzerà come vile e si ergerà fieramente a proclamare la propria ardimentosa singolarità: “La fantasticheria ha i suoi morti, i pazzi. E pur s’incon- tra qua e là in queste tenebre dei cadaveri d'intelligenza... Questi esploratori dell'anima umana sono minatori espo- 124 FELÉMIRE ZOLLA sti al pericolo. Avvengono sinistri in queste profondi- tà. Eplosioni di gristi,” dice l’accigliato, roboante Post scriptum de ma vie. Il De Sanctis, seguace di Hegel nel disprezzo della réverie, scrisse delle Contemplations che l’arte in esse ri- mane nelle basse regioni dell’immaginazione senza su- blimarsi a fantasia (egli usa distinguere l’ingegno plasma- tore o fantasia, l’izzagination di Coleridge, dalla sbava- tura d’immagini o immaginazione, la farcy dei teorici in- glesi), “vi hai i colori senza la faccia, i raggi senza il sole, la pioggia d’oro senza Giove, fermenti e trasformazioni, contorni svanenti, una danza perenne senza musica che la regoli, un mondo mobile senza un centro quieto attor- no a cui si limiti; e, come effetto, il capogiro”. Victor Hugo scrive romanzi proletari, nei quali si sfre- na la fantasticheria delle nuove classi condannate a non aver radici, e perciò prive di realtà, tutte abbandonate ai desideri confusi, alle supposizioni rivendicatorie. Jean Val- jean è una figura di sogno: divorato dal risentimento, indurito dalle offese, ma buono nel fondo, come tutti sup- pongono di essere, con un segreto infamante che lo rode anche nella prosperità. Il segreto oscuro è ciò che il ré- veur si compiace di indovinare in ciascuno. Della fan- tasticheria è proprio il portare fino all’estremo un rischio, una sciaguta, per poi risolvere tutto con qualche trovata. Valjean a dispetto di tutto si salva sempre e anco- ra sul letto di morte riceve un raggio di felicità; motti del réveur sono: “nulla è mai del tutto orrido”, “c'è sem- pre la casina illuminata in fondo al bosco”. Anche se tut- to si volge al peggio, la fine sarà clamorosa, ravvolta in colori sontuosi, patetica da strappare lacrime soavissime, come la morte del comico lavoratore protagonista dei Lavoratori del mare, che imperterrito si lascia sommerge- re dalla marea, spietatamente fedele all'immagine di se stesso. Fra i romanzi proletari della fantasticheria i Misteri di Parigi di Eugène Sue, criticati da Marx, presentano tutte le situazioni predilette dai révewr; si comincia con la scena in SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 125 cui Fleur-de-Marie, prostituta ovviamente di cuore puro, viene petcossa da un bruto che ovviamente ha una sua dirittura nascosta; interviene il granduca di Gerolstein in incognito che salva Fleur-de-Marie dalle busse e s’accapi- glia col bruto. Dopo che si sono combattuti, i due si strin- gono la mano e diventano amici: rovesciamento consono al- le réveries (cosî come è tipico delle réveries il capovolgi- mento obbligatorio dei personaggi di Victor Hugo: il re è un tibaldo volgarissimo, il buffone Triboulet ha sen- timenti profondi, Lucrezia Borgia è tenera mamma). I bas- sifondi possono essere attraversati senza alcun danno, nei misteri di Parigi come nelle fantasticherie; una ragazza può essere puttana ma di castissimo cuore, un genti- luomo può frequentare gaglioffi e mantenersi intatto, e la gentaglia si può redimere di punto in bianco, non appena i suoi lati sgradevoli comincerebbero a soverchiare quelli pittoreschi. Gérard de Nerval celebrò il sogno come seconda vita, e in Aurélia racconta non già una fantasticheria gabella- ta per realtà ma una fantasticheria cosî ineluttabile da rasentare l’allucinazione involontaria: “L’unica differenza per me tra la veglia ed il sonno era che nella prima tutto ai miei occhi si trasfigurava; tutti coloro che mi si accostavano mi parevano cambiati, gli og- getti materiali erano cinti d’una penombra che ne mo- dificava la forma ed i giochi della luce, le combinazioni dei colori si scomponevano in modo da trattenermi in una serie d’impressioni che si legavano l’una all’altra e di cui il sogno, essendo meglio svincolato dagli elementi esterni, prolungava la probabilità.” Alla fine egli non sa più che cosa gli stia capitando: “coricato su una brandina militare, udivo i soldati che parlavano di uno sconosciuto arrestato come me e la cui voce era risuonata nella stessa sala. Per un singolare ef- fetto di vibrazione mi pareva che questa voce mi risuonas- se nel petto e che l’anima mi si sdoppiasse per cosî dire, divisa nettamente fra visione e realtà”. Come Sweden- borg, Nerval mischia alle sue fantasticherie figure, simboli 126 FLÉMIRE ZOLLA di misteri antichi, di testi occultistici, illudendosi di pene- trare cosî in mondi soprannaturali a furia di sfumare i contorni degli oggetti, rendendo indistinti i personaggi, fa- tiscente se stesso. Fu Charles Nodier, in mezzo a una società di réveurs d’ogni specie, titanici come Hugo oppure elusivi come Nerval o sprezzanti come De Musset, a scrivere qualche pagina assennata sui sogni con cui tutti s’intontivano. Nei suoi Contes en prose et en vers (1837, tomo XI) si legge: i “Negli uomini di buona organizzazione esiste un dol- ce stato del pensiero in cui esso si isola a talento da tut- te le realtà della vita. Crea, agisce su ciò che ha creato, reagisce su se stesso per mezzo delle impressioni che pre- sta alle sue creature; eleva un ostacolo per abbatterlo, su- scita difficoltà per superarle, provoca il combattimento per goderne la vittoria. Chi stupirà mai se la monomania ri- flessiva non è stata ancora denominata, poiché la delizio- sa estasi dello spirito che ho adesso descritto, e di cui tut- ti gli uomini hanno assaporato le dolcezze, non si può designare se non con una locuzione incompleta e trivia- le nella nostra lingua cosî ricca di vane nomenclature e cosi povera di vocaboli intellettuali e fisici?... Ecco il ca- stello in aria, libero figlio del sogno e dell’immaginazione, che incanta la penosa solitudine del poeta, le noie del pri- gioniero, la stanchezza del viaggiatore... Quando l’anima ha verificato con l’esperienza che la sua felicità ideale non era che una menzogna, si afferra con crudele di- spetto ai rigori della vita positiva, li abbraccia, li stringe, ne fa il suo balocco e il suo pascolo, affonda nel triste pia- cere di contemplarli, sicura com’è che la realtà, almeno, non deluderà le sue speranze. Allora il castello in aria diventa per lei un tormento prescelto, un supplizio predi- letto, segreta, patibolo, sepolcro in aria... Essa contrae a poco a poco tre appetiti progressivi estranei al suo istin- to naturale, che chiamerei con nomi più speciali e filoso- fici, se li trovassi: appetito del pericolo, della sofferenza, della morte... Il primo grado è una propensione quasi in- SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 127 vincibile a provocare il pericolo, senza conoscibile motivo o con un frivolo pretesto.” È spiegata in una tavola di reazioni meccaniche ogni specie di malattia romantica: dalla fantasticheria nasce il bisogno di esacerbata realtà, della specie più aspra, dolorosa, ripugnante, il bisogno della scossa micidiale, del pericolo e infine, l’attrazione della morte; morire di cole- ra a Calcutta sarà il traguardo di Baudelaire, quanto basta alla soddisfazione completa e mortale del réveur. Ma quando si arriva a questi esiti masochistici e fe- rali, si è già molto al di là del mondo del 1830, a pa- ragone ingenuo e quasi amabile. Il mondo del 1830 era stato la premessa degli otroti seguenti, delle prime industrie e del primo proletariato in fermento, ed in Sylvie Gérard de Nerval lo descrive come “un’epoca stra- na, come quelle che di solito seguono alle rivoluzioni ed ai crolli dei grandi regni. Non v'era più la galanteria erotica come sotto la Fronda, il vizio elegante e ornato come sotto la Reggenza, lo scetticismo e le folli orge come sotto il Direttorio, ma un miscuglio di attività, di esitazio- ne, di pigrizia, d’utopie brillanti, d’ispirazioni filosofiche o religiose, di entusiasmi vaghi, misti a certi istinti di rina- scita, di noia pet le passate discordie, di malcerte speran- ze”. Dopo, con le prime rivoluzioni proletarie, con la crea- zione dell’industria pesante, dalla fantasticheria si passa alle conseguenze del suo abuso. Il cordoglio di Baudelaire, la sua ostentazione del male è segno di esasperata insofferenza dinanzi alla degradazione industriale, ma la fantasticheria è da lui invocata oltre che aborrita: “Si vede il cenciaiolo che viene, crollando la testa, Inciampando, dando nei muri come un poeta E senza badare alle spie, suoi sudditi, Spande il cuore in gloriosi progetti. Presta giuramenti, detta leggi sublimi, Abbatte i malvagi, le vittime solleva, E sotto il firmamento, come sotto un baldacchino S’inebria degli splendori della sua virti.” 128 ELÉMIRE ZOLLA Come ha doppia vita il miserabile cenciaiolo, anche una stanza può sdoppiarsi, e da ammasso di rovinosi rifiuti convertirsi in “réverie, camera davvero spirituale, dove la stagnante atmosfera è lievemente intrisa di rosa e d’az- zurro. “L'anima vi fa un bagno di indolenza, aromata dal rim- pianto e dal desiderio. — Un che di crepuscolare, blua- stro, rosaceo; sogno di voluttà durante un eclissi. “I mobili hanno forme allungate, prostrate, illanguidi- te. I mobili hanno l’aria di fantasticare; li si direbbe dotati d’una vita sonnambolica, come il vegetale e il minerale. Le stoffe parlano una lingua muta, come i fiori, come i cieli, come i soli al tramonto.” Il liberty e l'Art nouveau tradurranno in modellini que- ste prescrizioni d’ammobiliamento, creeranno gl’interni fantastici, come i romanzi d’appendice s’incaricano di coa- gulare le espansioni del cenciaiolo che rade i muri. In Spleen de Paris è la raffigurazione degli sciagurati che camminano ciascuno oppresso dalla sua Chimera appollaia- ta sulle spalle. Il réveur di quando in quando vuo- le irrompere dal suo sogno nella realtà e allora, con un’e- nergia non si sa di dove scaturita, come invasato, com- pie gli atti più efferati, “per vedere, per tentare il suo destino”, procurando con uno scatto di ripristinare lo smarrito rapporto con la realtà. Rimbaud entra nella pelle dei réveurs; non pago di fis- sare con ammirazione tortuosa e affascinata i cenciaioli, i passanti curvi sotto le loro Chimere, è e procura d’es- sere uno dei loro, le parole gli affiorano sconnesse, allusive non sai più a che cosa, alonate d’ipnosi, con la perentorie- tà dell’ubriachezza: “Diventai” dice una pagina di Une saison en enfer, “un’opera favolosa: vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sprecare una forza, una snervatezza. La morale è la debo- lezza del cervello. “A ogni essere parecchie altre vite mi parevano dovute. Questo signore non sa che cosa sta facendo: è un angelo. SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 129 Questa famiglia è una nidiata di cani. Dinanzi a molti uomini, conversai ad alta voce con un momento delle lo- ro altre vite. — Cosî, ho amato un maiale. “Nessuno dei sofismi della follia, — quella che si rin- chiude, — è stato da me scordato: potrei ridirli tutti, tengo il filo del loro sistema. “La mia salute ne fu minacciata. Il terrore arrivava. Ca- devo in sonni di giorni e giorni, e, alzato, continuavo i più tristi sogni. Erto matuto per il trapasso, e attraverso una strada di pericoli la mia debolezza mi menava ai con- fini del mondo e della Cimmeria, patria dell'ombra e dei turbini. “Dovetti viaggiare, distrarre gl’incantesimi radunati sul mio cervello. Sul mare, che amavo come mi dovesse la- vare d’una sozzuta, vedevo levarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno.” Le ultime frasi appartengono a ciò che gli psichiatri deno- minano verbigerazione. Rimbaud ancora si dava la briga di fornirne spiegazioni, come questa: che esiste un modo di trasfigurare ogni oggetto mediante una lettura presun- tiva dei sogni che lo alonano, talché si può anche convet- sare con il doppio etereo di un essere porcino. Oppure, quest'altra: che si può fare deliziosamente apposta a in- canaglirsi, fino alla demenza, a furia di fantasticare. Ma le posteriori avanguardie poetiche tralasceranno le fatico- se giustificazioni, si lasceranno portare sull’onda delle pa- role, creeranno senza ritegno bellurie come “essere dan- nati dall’arcobaleno”; il poeta d’avanguardia attuerà con gravità troppo accorante per riuscire comica il programma che in una delle sue burchiellate intitolate I mattaccini Annibal Caro aveva tracciato: de . DES . . . Di ciò che si farnetica e si sogna Tenea certi fantastici alfabeti Sgraffignati da lui nella sua fece.” L’avanguardia ebbe un elemento, sfuggevole, quasi in- sensibile, di nobiltà, e fu la sua reazione alla bruttezza del 9. - Storia del fantasticare. secolo industriale, per cui provava se non altro bisogno di trasfigurarlo, di fingerlo un sogno; ma era una rea- zione che ovviamente serviva proprio a cancellare, in se- conda istanza, la salutare repulsione. Il principio fu for- nito anche in questo caso da Rimbaud, ancora in Ure saison en enfer: “Mi abituai all’allucinazione semplice: vedevo assai francamente una moschea al posto d’una fabbrica, una scuola di tamburi fatta dagli angeli, dei calessi sulle strade del cielo, un salotto in fondo al lago; i mostri, i misteri; un titolo di farsa mi sollevava dinanzi degli spaventi. “Poi spiegai i miei magici sofismi con l’allucinazione del- le parole! “Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito. Ero ozioso, preda d’una febbte pesante...” Poiché si deve ben immaginarsi una moschea al posto della fabbrica, se si vuole rendere tollerabile la presen- za di una fabbrica, ne segue altresî che in tale stato sia, se non arguto, almeno provocatorio rovesciate nel loro opposto anche i residui delle belle arti o almeno del de- cente artigianato che si abbiano d’attorno: se un’officina diventa moschea, una moschea può diventare officina; il contrappasso del sogno trasfigurante è la trasfigurazio- ne in sogno della realtà che potrebbe essere contemplata. “Da parecchio tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo risibili le celebrità della pittu- ra e della poesia moderna. Amavo le pitture idiote, inse- gne, scenari, tele di saltimbanchi, cartelloni di botteghe, stampe popolari, letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi dei nostri vecchi, racconti di fate, libriccini per bambini, antiquati melodram- mi, ritornelli scimuniti, ritmi ingenui... Fissavo vertigini,” scriveva Rimbaud: con mortale gravità di li a qualche decennio la pittura sarebbe consistita nel dipingere appo- sta come pittorastri da fiera, la letteratura avrebbe col. tivato una pornografia sgrammaticata, il decreto della Mo- da avrebbe promosso ad apice della raffinatezza la scurrili- tà ed il bamboleggiamento. Il concistoro dei dementi, SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 131 induriti e temprati da un inveterato fantasticare, avrebbe poi formato la società dei produttori, mediatori e consu- matori di arte d’avanguardia. L’amore è da reinventare, si sa; si fa dell’infamia una gloria, della crudeltà un incanto, sono alcuni dei motti coniati da Rimbaud che diventeranno massime nelle con- greghe dei réveurs; costoro si riconosceranno come cani al- l'olfatto, al loro lezioso entusiasmo dinanzi a frasi come: “La mia vita è consumata. Via, fingiamo, impoltronia- moci, o pietà! Ed esisteremo divertendoci, fantasticando di amori mostruosi, e universi fantastici, lamentandoci e attaccando briga con le apparenze del mondo, saltimban- co, mendicante, artista, bandito — prete!” Ma, a parte la posa terroristica, si giungerà a credere poesia il “Creux néant musicien aboli bibelot d’inanité sonore” di Mallarmé; e codesto vacuo nulla musicale, (abolito?) gingillo d’inanità sonora, dopo Mallarmé cesserà perfino d’essere melodioso. La breve voga dei parnassiani dalle superfici certe e definite non valse a scongiurare l’alluvione di fantastiche- rie scatenata da Rimbaud; Mallarmé rivendicherà con- tro i parnassiani: “la contemplazione degli oggetti, l’Immagine che si libra dalle fantasticherie che essi susci- tano, ecco il canto”; le poesie di Mallarmé sono dedicate a “réveuses”, tutto in lui è fluido, le tinte sono di pastello, il ceruleo, l’oliva, il rosato ed il grigio perlaceo diventano i colori della sua fantasticheria diafana, fiera di sé, tortuo- sa e allusiva, che nella mezzatinta, nell’imprecisione per- seguita calcolatamente esprime e consacra lo stato di chi non ha più contatto alcuno con il mondo palpabile e or- dinato: “le m'accroche è toutes les croisées D’où l’on tourne l’épaule è la vie”. Mallarmé non a caso, ma per necessità del destino, il quale si compiace di situazioni emblematiche, ebbe gran 132 ELÉMIRE ZOLLA parte nel creare una delle massime industrie culturali del secolo XX, la moda. Creò il gergo isterico, barlumante, della critica che fu prima dell’abbigliamento femminile e poi perfino delle arti maggiori. La donna è naturale, dunque abominevole, scrisse Baudelaire; in Mallarmé or- mai essa è diventata mero pretesto, innaturalezza asso- luta grazie all’artificio di garze, piumaggi, drappeggi sven- taglianti che le avvolge attorno la nuova industria, la Moda parigina, concentrata come il potere finanziario in poche mani; nei suoi prodotti il valore non è più dato dalle rifiniture ma dal modello, dalla sagoma generale, il Gusto è imposto in serie ed è in esclusiva tutt’insieme. Grazie alla moda la donna reale diventa creatura di fan- tasticheria collettiva e industrializzata, cessa di essere 4- bominevole realtà terrestre, ed un discepolo di Mallarmé, certo Christian Dior, capo d’una grossa azienda di mode del secondo dopoguerra, scrisse: “Il disegnatore di mode non è un pittore della scuola di Barbizon, non lavora al- l’aperto; la sua creazione è prossima all’espressione poe- tica. Una certa nostalgia gli è indispensabile, l’estate è sognata nel pieno inverno e viceversa”: ecco attuato il “quadro da sognare piuttosto che da dipingere” del Mal- larmé'. Nemmeno a Mallarmé era però rimasta ignota la radice masochistica del fantasticare, come attestano i versi di Ap- parition: “Alla mia fantasia piacendo un martirio, s’inebriava sapiente di quel profumo di tristezza che lascia anche senza disagio o rimpianto il cogliere un sogno all’anima che l’ha colto.” Ma era stato Stendhal a esaltare il révexr come eroe. In lui il Primo Mobile è l’energia; il suo culto di 1 R. G. Saisselin, From: Baudelaire to Christian Dior, Journal of Aesthetics and Art Criticism, sept. 1959. 2 Trad. Luciana Frezza. SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 133 Napoleone è materiato dall’ammirazione per colui che agisce, e che al réveur sembra non già un uomo natural- mente fattivo, ma un maestro nell’arte di strapparsi alle fantasie per deliberare e scattare. Con Stendhal tutta la tematica della malattia fantastica, della schizofrenia im- potente ma anelante alla potenza pura e senza qualità viene presentata con l’aria della naturalezza. Nessuno aveva osato mostrare creature oggettivamente grottesche, come Julien Sorel, di cosî lepida irresolutezza, come fos- sero, nonché normali, normative e adorabili. Julien Sorel ama fantasmi di donne e quando si tratti di trapassare da tali immagini ad abbracci carnali la coscienza l’avverte dell’incongruità meramente volontaristica, ed allora, in- vece di tornare in sé, egli s’adopra a tacitare la coscienza, compromettendosi. Sedurre e approfittare della seduzio- ne da ardimentoso e glaciale, napoleonico o rinascimen- tale manipolatore di energia pura: ecco il sogno che Ju- lien si prefigge di incarnare; l’asciuttezza quasi triviale, da codice civile dello stile, Stendhal la deve ben perseguire per dar colore ferrigno, animazione freddamente dram- matica a situazioni e personaggi che un tempo avrebbero formato oggetto di satira. Fabrizio del Dongo vagheggia battaglie, gloria militare, inebriandosi di gergo strategico, di propaganda giornalistica, di ampollosi proclami e bol- lettini, mescolandovi come lievito il suo narcisismo. Le immagini del sovrano battagliero avvolgeranno della stes- sa nebbia di sogni Andrej Bolkonski, Guskòv, Alànin al- la vigilia delle grandi battaglie di Guerra e pace. Sten- dhal, come Tolstoj, svelerà però il volto della battaglia ve- ra, disordinato seguito di circostanze meccanicamente iner- ti, da scoraggiare il più mitomane Narciso. In questa capa- cità di ricondurre alla verità vituperosa lo sfarzo dei sogni militari è la grandezza di Stendhal, ma il vizio gl’im- pedisce di giudicare, come Tolstoj, i suoi personaggi, il fatto che essi si sieno fatti abbagliare dalle loro immagina- zioni è motivo d’affetto nella stessa misura in cui dovrebbe essere, secondo oggettività, ragione di burla. Il narcisismo impedisce il giudizio, impone sotto colore 134 ELÉMIRE ZOLLA di tenerezza, di onniveggente e onniperdonante carità, l'assoluzione smancerosa: la complicità si traveste da amo- revolezza. In una sua lettera, Stendhal aveva già abboz- zato la delusione celebre del giovinetto Fabrizio sui campi di Waterloo, indizio, se fosse necessario, del narcisismo della sua tenerezza: “Dalle 12 alle 3 vedemmo tutto ciò che si può vedere in un combattimento, cioè niente. Il piacere dell’osserva- zione si riduce all’agitazione data dalla coscienza che avvie- ne qualcosa di terribile. Il grandioso rombo dei cannoni contribuisce a questa impressione.” Come Fabrizio alla guerra, cosî Emma Bovary sconta la sua fantasticheria con la frivolezza micidiale delle situazio- ni in cui si va a cacciare. Ma Flaubert per Emma Bovaty non sprecò le lodi che Stendhal profuse per Julien So- rel. Questi, quando si trova tra le braccia madame de Rénal, non se ne può deliziare perché ha la “grandezza” del sognatore imperterrito (“ce qui faisait de Julien un étre su- périeur fut précisément ce qui l’empécha de gotiter le bon- heur qui se placait sous ses yeux”). Invece quando Em- ma sta seduta davanti all’asilo di suore a Rouen riesce a meditare e perciò a stracciare il velo dei sogni; allora, in- vece di cincischiare e pavesare gli avvenimenti, riflette e scopre lo sbadiglio che nascondevano i sotrisi, i ribrezzi celati dai piaceri, gli aneliti verso altra cosa e diversa che i baci avevano tentato di sedare. Anche lei come i perso- naggi di Stendhal ha almanaccato fino a trovarsi invischia- ta nella sua stessa bava di fantasie, i suoi fluidi sogni si sono cristallizzati, diventando ossessione e serviti tristis- sima. Ma non si glorifica. A Emma non fecero difetto le parole per dire ciò che provò: non senti nulla, solo s’immaginò di sentire. Nem- meno è esatta l’opinione di Sainte-Beuve (e con lui cosi giudicheranno tutti i filistei), che la paralisi della volontà nei nuovi personaggi del romanzo ottocentesco provenga da un eccesso di riflessione e analisi: semmai dal contratio, dall’incapacità di riflettere senza immaginazioni. L’infelicità, la timidezza e l’irruenza, tutti i malanni di SURIN E LA FANTASIA FRANCESE 135 madame Bovary provengono dalla sovrapposizione del sogno alla realtà: quando ella giunge infine all’immagi- nato adulterio, deve darsi degli strattoni per convincersi di non immaginare ciò che è accaduto: “Ho un amante! Ho un amante! “Allora si ricordò le eroine dei libri che aveva letto, e la lirica legione delle sue mogli adultere le si mise a cantare nella memoria con voci di sorelle che l’incantavano.” Stendhal coglierà nel melodramma italiano il fremito delle passioni ancora plastiche, incorrotte; Flaubert cerche- rà la passione nello stile stesso, il quale insegna, mediante la ricerca della parola giusta, a scartare la folla dei vocabo- li spurii, enfatici o incerti ed a scostare anche, per analogia, la calca dei sogni. Queste pietre di paragone consentiran- no a Stendhal e poi a Flaubert di configurare dall’esterno, cioè dal versante della realtà, i loro personaggi, oggettiva- mente goffi, patologici, per aver essi “formato un’idea pre- ventiva dei sentimenti che proveranno... Le circostanze porteranno alla bancarotta, prima quell’idea preliminare e poi loro stessi” come scriverà Paul Bourget. Ma sia Flaubert che Stendhal rimarranno invescati nei loro sogni e resterà loro preclusa la sfera che trascende del tutto l’im- maginario: la religiosità sarà gabellata da entrambi per una particolarissima allucinazione. Come i ramoscelli buttati nelle miniere di sale di Sali- sburgo, cosî i frammenti di realtà buttati nell’immaginazio- ne di un réveur tornano alla superficie tutti scintillanti di cristalli e talvolta proprio Flaubert che insegna gli orrori di queste cristallizzazioni, tenta di fingere che esse sieno segni di beatitudine. L’apice della sua corrività lo cogli in una lettera a Louise Colet del 31 marzo 1858, dove disegna una traccia di romanzo: “Un protagonista pittore vissuto a lungo in Oriente, che può con la sua volontà sfuggire all’esistenza, popolandosi l'immaginazione. Disgrazie sempre peggiori s’abbattono su di lui, ma l'immaginazione procede all'incontrario, sempre più dorata, talché trionfa dei peggiori dolori. Lo chiu- 136 ELEÉMIRE ZOLLA dono in un manicomio ed egli qui perviene alla com- piuta felicità.” Come Rimbaud, Flaubert scriveva (in una lettera a mademoiselle Leroyer de Chantepie, del 18 maggio 1857): “Nella mia testa eta un turbinio d’immagini e d’idee, dove sembrava che la mia coscienza, il mio io s’inabis- sasse come un vascello nella bufera... Altre volte con l'immaginazione mi procuravo sofferenze orribili. Ho gio- cato con la demenza ed il fantastico come Mitridate coi veleni.” Ai tempi di Flaubert e Stendhal sussistevano comunque ancora delle arti e dei mestieri che costringevano, in virtù del contatto con la materia da foggiare, a sbarazzarsi del vizio. Lo stile era ancora una salvezza, la caccia alla pa- rola giusta una preghiera che disperdeva la legione dei de- moni; in poesia il verso libero avrebbe tolto questo appog- gio ai poeti. FANTASTICHERIE PROUSTIANE E GIDIANE Si può anche vedere la Recherche come un tortuoso risanamento dell’immaginazione grazie alla sua esaspe- razione, ma il momento di guarigione, o almeno, di cit- coscrizione del male, giunge soltanto alla fine, nel pae- saggio di Parigi illividita retrovia del fronte; questo spie- ghi come, fra i molti patiti di Proust, scarsi ne trovi che citino di frequente il Temps retrouvé: preferiscono ri- durre il loro autore a fonte di autorizzazioni, di nobili- tazioni della réverie, come colui che li rifornisce di lussuo- se scuse, tuttora indenni dalle risate e dalla polvere che il tempo sparge su ogni ideologia. Pochi oserebbero ripiglia- re l'elogio del Sogno dei primi romantici, cacciato, insieme alla schiera dei buoni sentimenti e delle alte commisera- zioni di se stessi, nei fogli per le massaie; ma gli smal- ti stesi sulla melma della fantasticaggine da Proust tut- tora paiono intatti. E tuttavia la volgarità del réveur vi emerge alla luce con una crudezza, che, a isolarla dal sontuoso contesto, nausea come una confidenza di caser- ma o un discorso sorpreso nelle cucine: in Le céré de Guermantes si legge’: “mi abbandonavo alle immaginazioni che sono inizi di carezze, carezze che ci si arrabbia di non poter far comple- tare dalla donna stessa... da vari giorni, con incessante attività, i miei desideri avevano preparato questo piacere nella mia immaginazione, e questo soltanto, perché un altro (il piacere con un’altra) non sarebbe stato pronto, non essendo, il piacere, altro che l’attuazione d’una vo- ! p. 383. 138 ELEMIRE ZOLLA glia preventiva e non è sempre lo stesso, ma anzi muta con le mille combinazioni della fantasticheria, con i casi della rimembranza, lo stato del temperamento, l’ordine di disponibilità dei desideri, di cui gli ultimi esauditi si ri- posano un poco fintanto che non si sia scordata alquanto la delusione del compimento.” La fantasticheria tiene luogo per Proust di spiritualità e anzi egli osa contrapporla, come squisitezza, alle illusio- ni collettive, al lustro degli onori sociali che le sono inve- ce massimamente affini e sono da lei nutrite, e venivano chiamate appunto, da Pascal, immaginazione: “mio destino era di inseguire soltanto fantasmi, creature la cui realtà era per buona patte nella mia immaginazione; esistono esseri infatti che, come nel caso mio fin dalla gio- vinezza, non fanno alcun conto di tutto ciò che abbia un valore fisso e constatabile da altri: la fortuna, il suc- cesso, le posizioni ragguardevoli; costoro hanno bisogno di fantasmi. Per questi sacrificano tutto il resto, pongono tutto in opera; fanno servire ogni cosa all’incontro con tali fantasmi, i quali però non tardano a svanire, e allora si corte dietro ad altri salvo poi a tornare dai primi'.” Oppure: “Si piglia un appuntamento, e benché non sia avvenuto nessun mutamento, si credeva d’incontrare la fata Viviana, e ci s'imbatte nel Gatto con gli stivali. Tuttavia le si dà appuntamento per l’indomani, perché è pur sempre di lei che si tratta, ed è lei che si desiderava. Orbene, questi desideri di una donna sognata non rendono necessaria la bellezza di un tratto preciso, poiché tali vagheggiamenti sono desiderio soltanto di un certo quale essere; vaghi come profumi, come lo storace era il profumo di Porfiria, lo zafferano il desiderio etereo, gli aromi il desiderio di Era, la mirra il profumo di nubi, la manna il desiderio di Nike, l'incenso il profumo del mare’”; per allestire una delle sue feste sfarzose attorno ai lemuri della fantasia, Proust si ! Sodome et Gomorrhe, p. 1012. ? Ibid, p. 839. FANTASTICHERIE PROUSTIANE E GIDIANE 139 avvale delle nozioni apprese negli Inni Orfici sulla cor- rispondenza di certi profumi a certi culti, a certi signi- ficati e passioni e concetti e colori e animali totemici: tutto il passato religioso e mistico diventa un arsenale da rapinare per scovarci stucchi e orpelli, essendo il révexr un bar- baro saccheggiatore del passato: “Meno numerosi dei desideri, i profumi si mutavano in delusioni e tristezze assai simili fra loro. Non ho mai voluto la mirra. L’ho riserbata al desiderio di Jupien e della principessa di Guermantes, perché è il desiderio di Protovonos, di duplice sesso, con muggito di toro, dalle numerose orge, memorando, inenarrabile, che scende gioioso ai sacrifici degli Orgiofanti.” Il culto religioso che si avvale di profumi viene preso a partito, interpretato a modo suo dal réveur: a che cosa possono mai alludere i sacri riti, per lui insignificanti, se non alle sue ossessio- ni, ai suoi sogni, che senso potrà mai avere una teologia se non serve da cifrario per i suoi vagheggiamenti e le sue os- sessioni? “Mais ces parfums sont bien moins nombreux que les divinités qu’ils chérissent”, i fantasmi della mente vizio- sa eccoli trasformati in divinità. Il conformismo sempre più atroce delle società industria- li fa che le arti, al cui esercizio sono necessari l’indipen- denza e l’affidamento alle proprie impressioni di verità, diventino appannaggio di coloro che vengono per un qual- che motivo gettati in disparte dalla società, e sono per- tanto materialmente impediti di adattarsi, costretti a far da sé, senza dare peso ai precetti collettivi. Costoro sono d’altro canto un focolaio d’isterie, di disperazioni sconsiglia- te, di adattamenti codardi, di rivalse insensate, e soprat- tutto di fantasticheria. I fantastici ossessivi cercano in ogni cosa conferma, interpretano tutto come allusione al loto segreto, alle loro pene od ai loro piaceri. Proust pronuncia la sua con- fessione allorché ravvisa nelle liturgie orfiche accenni ai suoi sogni ed ai suoi pervertimenti, non maggiori forse, ma neanche minori della perversione generale della socie- tà; almeno egli è esemplare e franco nel confessarsi e dia- 140 ELÉMIRE ZOLLA gnosticare. Egli appartiene alla genia che si trova al bivio tra l’esecuzione ossessiva, meccanica dei suoi sogni libidinosi quanto grotteschi e la pratica puramente inte- riore del male; coloro che scelgono quest’ultima condi- zione “nella loro vita relativamente pura, per difetto d’e- sperienza, per saturazione della fantasticheria cui sono ri- dotti, sono segnati più profondamente dai particolari ca- ratteri di effeminatezza, che i professionisti hanno procu- rato di scancellare. E bisogna confessare che presso talu- ni di questi novellini, non solo la donna è interiormente unita all'uomo, ma orrendamente visibile, agitati come essi sono da uno spasimo d'’isteriche, da un riso acuto che mette loro in convulsione ginocchia e mani”. Fra i ri- tratti di réveurs questo si può porte accanto a quello della monaca di Monza. Le regole psicologiche del réveur (comiche, ma Proust le traveste tragicamente, spesso innalza su coturni Pulcinella) sono le seguenti: “Ciò che è lontano diventa prossimo Ciò che nella realtà sfugge diventa prezioso Ciò che ci viene donato perde i suoi colori fantastici.” Ma gli esseri che soggiacciono a queste tre norme soffro- no di impotenze in fondo amate, di sottomissioni vagheggia- te, di torture invocate, i loro dubbi e tormenti sono in real- tà avarizia di sé: “l’amore adotta un titmo binario presso tutti coloro che troppo dubitano di se stessi per credere che mai una donna li possa amare, e che essi stessi possano mai amare davvero. Si conoscono abbastanza per sapere che ac- canto alle donne pit varie han provato le stesse speranze, le stesse angosce, inventato gli stessi romanzi, pronunciato quelle stesse parole, e si rendono conto appieno che i loro sentimenti e le loro azioni non hanno un rapporto stretto e necessario con la donna amata, ma la sfiorano appena, la spruzzano, la circonvengono come il flusso che si butta attorno agli scogli, ed il sentimento della loro in- stabilità accresce in loro la diffidenza onde sospettano FANTASTICHERIE PROUSTIANE E GIDIANE 141 che la donna, da cui tanto vorrebbero essere amati, non li ami affatto”. Il réveur proustiano non soffre, come egli vorrebbe dare a credere, di una insoddisfazione connaturata al rap- porto inevitabilmente tragico fra la sua finitezza e l’in- finito ma ondeggia fra la smania d’agire e la mancanza d’un destino che spinga ad agire. Egli pare spinto da un Dovere della lussuria, buffo come oggi obbligazione civica poco amata, o da un Dovere dell’Ambizione e dell’Avarizia, che ha i caratteri della farisaica applicazione a freddo più che d’una tentazione carnale. Il salvacondotto concesso alla fantasticheria si paga nei modi più strabilianti, anche con questa deformazione radicale del carattere. Tale réveur (religioso e di mali costumi com'è) ha il culto della Bellezza. Che questa sia un che di mediato, di storicamente determinato e significativo, non è tollera- bile alla sua mente, essa dev'essere qualcosa di puro, as- soluto, un meteorite cascato sulla terra, da adorare super- stiziosamente. Egli elargisce l'aggettivo “bello” come un ap- prezzamento da mercante di schiavi i pectore ed esso si- gnifica non già “consono alle norme della sanità fisica e mo- rale”, al canone fissato dagli scultori greci, oppure “rispon- dente alla funzione” (onde bella fanciulla è quella che pro- mette buona applicazione ai compiti donneschi, feracità e abbondanza di latte; bel garzone vuol dire pronto alle sue bisogne, e bel pittore uomo capace di ben dipingere e via dicendo), ma semplicemente: “ciò che fa scattare il meccanismo delle mie fantasticherie”, che equivale anche a “ciò che ho deciso di considerare avvenente, di stuprare in fantasia, perché mi incombe l’obbligo di avere un mio carat- tere, di imprimere sulla materia cancerosa e proliferante dei miei sogni un qualche sigillo che li renda inconfondi- bili e miei o conformi a quella collettività più o meno ri- stretta cui ho deciso d’aggregarmi, perciò trascelgo code- sto tipo d’oggetto, come insegna di riconoscimento, parola d’ordine”. Bello e simpatico, tali i due aggettivi nei quali si risolve ogni capacità d’encomio dei fantastici; inutile chiedere determinazioni meno triviali, bisognerebbe all’uopo vede- re, e il fantastico non guarda, il suo occhio trascorre cer- cando gli appigli che gli bastino per sfrenare un sogno. L’industria culturale sa cosi bene di poter contare su que- sti suoi sudditi amorfi, che proclama bello ciò che vuole, esseri d’ogni forma, condizione, qualità, possono essere an- notati nel catalogo del Don Giovanni révewr, investiti della Simpatia dalla macchina pubblicitaria. Regine di bellez- za e re del convito vengono nell’era moderna proclamati per sorteggio. La serqua di ragazze che Proust fa entrare nell’alcova mentale di Marcel sono equivalenti a pupazzi o a piante, l’unico legame è una qualità puramente fantastica di bel- lezza, che unisce Gilberte a madezzoiselle de Stermaria, a tutte le giovinette in fiore, che possono naturalmente anche essere ragazzotti: qualsiasi cosa che sia in astratto utilizzabile in quel fantastico lupanare che troverà la sua più particolareggiata descrizione nell'opera di Jean Genét, Le Balcon, gran teatro della réverie al suo culmine, diven- tata tutt'uno col gran teatro del mondo. La réverie presentata con i caratteri della razionalità è la più subdola, e Gide fu maestro di codesta perfidia. Egli mirò al cuore della moralità, al disinteresse, e procurò di valersi dei termini stessi del bene per contrabbandare il vizio: nelle Caves du Vatican fa tenere questo dialogo: «“Son d’avviso che, dopo La Rochefoucauld, e sulla sua scia, ci siamo cacciati in testa che l’uomo non sia stato sem- pre mosso dal profitto, che esistano azioni disinteressate...” “Spero bene,” disse candidamente Fleurissoire. “Per favore, non si affretti tanto a capirmi. Per disin- teressato intendo gratuito. E che il male, o ciò che si scam- bia per tale, possa essere gratuito quanto il bene.” “Ma in tal caso, perché farlo?” “Appunto! Per lusso, per bisogno di scialo, per gioco. Perché vorrei dire che le anime più disinteressate non sono di necessità le migliori.” » Se le azioni gratuite non sono di necessità caritatevoli, FANTASTICHERIE PROUSTIANE E GIDIANE 143 se il protagonista delle Caves butta dal treno il compagno di viaggio, se libertà e aleatorietà non differiscono (“il sublime è irragionevole, ma dichiarare che i grandi pen- sieri provengono dal cuore porta soltanto a concordare con Montaigne: ‘nulla di nobile si compie senza ca- sualità’”), quante conseguenze non si possono mai trar- re! Ci si può liberare dell'io per stare in un sogno anonimo quanto gratuito, in un balletto di marionette surreali: si può rendere fantasticheria la realtà con l’aria di compiere una divozione. E se Gide era troppo affezio- nato alla realtà della lingua francese per convertirsi in manichino avanguardista, tuttavia nella sua psicologia trovi tutte le condizioni del trapasso. Cosî nei Faux Mon- nayeurs egli ostenta la sua natura fantastica per bocca d’un personaggio: “Non sono mai ciò che credo di essere, e ciò varia senza tregua... Talvolta attingo un’intima continuità... Ma allora mi sembra che la vita si allenti e vada a ri- lento... che, a parlare con esattezza, io stia per cessare di essere.” E cosî si giunge all’arte d’amate come fanta- sticaggine: “Fra amare meno e immaginarmi di amar meno, qual Dio ci vedrebbe una differenza? Nell’ambito dei sen- timenti il reale non si distingue dall’immaginario... talché basta che ci diciamo d’immaginare d’amare, allorché amia- mo, per amare meno”; quanto a prove tangibili e visi- bili: “per ottenere da noi una smorfia basta molto amore o anche un po’ di vanità”. Il castello di carte di Gide è edificato; in un mondo di réveurs chi s’accorge che la sua teoria dell’atto gratuito non ha che vedere con l’atto libero, cioè del tutto desto, ma s’attaglia solo all’atto trasognato? Una volta abolita questa differenza, certo crolla anche ogni altra, e la li- bertà può coincidere con l’aleatorietà, e si può far sfoggio di catene sofistiche come questa: “ciò che chiamate atto libero sarebbe secondo voi un atto che non dipende da ! Journal, 1927. 144 ELEMIRE ZOLLA niente, seguitemi: distaccabile, osservate la mia progres- sione: sopprimibile, nonché la mia conclusione: privo di valore”. E cosî anche i sentimenti diventano questione di moda (Gide spacciava queste affermazioni come eleganze, mentre già gli agenti di pubblicità andavano creando i sentimenti al modo stesso che i sarti lanciavano i vestiti): “Anche i sentimenti invecchiano, esistono mode anche nei modi di soffrire o di amare... Sempre un po’ di fasto s'insinua tra i pianti scriveva deliziosamente La Fontai- ne. Non c’è neanche la più diretta, voglio dite meno in- terpretata sensazione di cui non sia per lo meno impru- dente affermare che rimane la stessa. Penso all’e vio- lae nigrae sunt che Virgilio traduce da Teocrito e che per- mette di indurre che l’occhio a quel tempo ancora non di- scerneva i colori ultrablu” (Jourz4/, 1931). Il sofisma della storicità (dunque convenzionalità) dei sentimenti, della natura, delle norme è fra i principali cui ricorre il réveur imperterrito, ma la conseguenza dovrebbe essere la re- scissione d’ogni giudizio di valore, delle categorie stesse, del parlate stesso. Almeno Joyce non si trattenne fra i so- fismi, ma si trasformò in coleottero, si sciolse in muco. La norma è una convenzione, la libertà è una posa: Gide per l’intera vita ricamò queste equivalenze. I suoi con- temporanei surtealisti viceversa, invece di giustificare la fantasticheria, la praticavano in modo sistematico, tentan- do di evitare perfino il risveglio intermittente e perciò il bisogno, di quando in quando, di trovare le scuse per ricadere nel vizio. È superfluo scremare nei manifesti surrealisti le esorta- zioni a infliggersi una macabra e automatica fantasticheria, nella speranza che dall’accidentalità del flusso di coscien- za sprizzi veggenza o delirio poetico o demenza felice o voluttà d’agonia. LA FANTASTICHERIA AMERICANA ED IL MAGISTERO PURITANO Tra gli americani, come tra gente esposta più d’ogni al- tra all’astrattezza della tetraggine industriale, la réverie fu endemica. Operava come contrappeso la tradizione contraria, puritana, esautorata dall’illuminismo. Per i puritani era stato principio d’ogni vita ordinata la repres- sione delle fantasticherie, come è detto in un sermone di John Eliot, l’apostolo degl’indiani: per l’uomo buono vivente in una comunità puritana non resta alcun spira- glio nella maglia fittissima di occupazioni e devozioni e riti giornalieri dove possa infiltrarsi la fantasticheria: un settimo del tempo è dedicato comunque alle devozioni continue della domenica, al ricordo della propria nulli- tà e delle cose divine; inoltre vari giorni, oltre alla domenica, sono dedicati a digiuni e rendimenti di gra- zie, e negli altri giorni esistono altresi le conferenze pie dei pastori, i raduni in cui si discute dei ser- moni uditi, si canta in coro. E durante il tempo che resta, vissuto non più in pubblico, nella comunità pia, ma nella famiglia, non c’è traccia di intermissione, perché in fami- glia si fanno preghiere e sacrifici e si catechizzano i mi- nori; e ritraendosi anche dalla famiglia, entro la sua in- timità individuale, il puritano si dedicherà, sempre ancora, all’orazione. All’infuori di tali atti restano le opere di carità, le meditazioni occasionali (promosse da qualsiasi avveni- mento, che si procurerà via via di allegorizzare), gli atti di mangiare e di bere, che si compiranno però coll’intenzione di servire a Dio. Il grande predicatore secentesco Thomas Hooker inse- 10. - Storia del fantasticare. 146 ELÉMIRE ZOLLA gnava in un suo sermone l’arte della meditazione che al. tro non era se non una custodia accanita del cuore onde si tagliava il passo a ogni chimera nascente: coi propri pen- sieri si doveva essere inflessibili come contro i vagabondi. Anche quando l’ordine teocratico puritano scomparve e cessarono d’essere perseguitate le streghe, fomentatrici di disordini immaginativi, gli uomini della giovane demo- crazia laica settecentesca erano troppo fattivi per cadere vittime del male contro cui non esistevano più esorcismi pubblici; ma i loro figli, la generazione romantica, soc- combettero senza rimedio. Nelle loro menti mareggiava la fantasticheria a segno che fu un americano a scrivere le notazioni più lucide e complici insieme sul nuovo stato mentale: Edgar Allan Poe. Molte sue poesie sono dedi- cate al sogno, e la sua stessa poetica era volta a ottenere effetti mesmerici sul lettore mediante il calcolo dei suoni, che dovevano lenire cantilenando. In Berenice Poe distingue due specie di fantasticheria, l’ordinaria cioè il rimuginio (“mare di deduzioni e sugge- stioni, sogno a occhi aperti spesso pregno di voluttà al cui termine ci si accorge che l’incitamentum o causa prima è del tutto svanito e dimenticato”) e la straordinaria o immobile, che non si distrae da un oggetto: la fissazione su un qualche frivolo richiamo cui si presta “un’impor- tanza itteale e rifratta”. In questa seconda forma, che fu Poe il primo a descrivere, non esiste neanche sembian- za di deduzione, il treno dei pensieri è fermo: “Meditare instancabilmente lunghe ore fissando l’atten- zione su qualche frivola nota marginale; rimanere assor- to, la maggior patte d’una giornata estiva, a contempla- re un’ombra bizzarra cadente di sbieco sulla tappezzeria o sul pavimento; perdermi, un’intera notte, fissando la fiamma immota d’una lampada o le braci del focolare; fantasticare per giorni di fila sul profumo d’un fiore; ri- petere in maniera monotona una parola qualsiasi, finché il suono, continuamente replicato, si vuotasse d’ogni si- gnificato; perdere ogni senso del movimento e dell’esi- FANTASTICHERIA AMERICANA 147 stenza fisica, in un’immobilità assoluta, ostinatamente prolungata.” Assai più tardi la musica doveva cominciare a tipro- durre questo effetto di stuporosità procurata, gabellata pet brivido d’ebbrezza: dapprima timidamente, in certe insi- stenze wagneriane ottenute tuttavia con progressioni, quindi in certi ritmi innaturali nel Sacre du printemps o nella celebrazione della demenza immobile, il Bolero di Ravel. La musica Kizsch usufruità di questa mime- si della fantastichetia raggelata con tutta l’incontinen- za possibile. È come se la fantasticheria temesse di se stessa e restasse paralizzata dal suo stesso volto, “sognan- do sogni che nessun mortale mai aveva osato sognare”. Ne proviene una dislocazione dei movimenti dell'anima, come attesta ancora il protagonista di Berezice: “Nella strana anomalia della mia esistenza, i miei sen- timenti non erano mai venuti dal cuore, e le mie passioni erano sempre venute dalla mente.” Cerebralismo o intel- lettualismo suole denominarsi lo stato di morbosa eccita- zione fantastica per cui viene impedito l’equilibrio degl’im- pulsi e del raziocinio. Uno stadio più in là nell’abbandono alla fantasticheria e si giunge al vagabondaggio di Walt Whitman, che in- frange ogni ordine metrico e la struttura stessa del perio- dare; è evidente specie in The Sleepers dove l'io abnorme e turgido vagola nella notte osservando i dormienti, entran- do nei loro sogni: “errabondo e confuso, avendo smarrito ogni contatto con me stesso, malcombinato, contraddittorio, / Sostando, guardando, chinandomi e piegandomi”. Quasi ogni canto di Whitman è una réverie inebriata di se stessa, una visione da cenciaiolo baudelairiano. Soltanto gli eredi dei puritani riescono ancora ad avver sare l'epidemia di réverie che imperversa in America. È pu- ritanamente sull’avviso Nathaniel Hawthorne nei suoi rac- conti di stregoneria, specie in Jobr Goodman Brown. Vi si narra di Giovanni Buonuomo Bigio, che una mat- tina si stacca dalla sua fida moglie, Faith, la Fede, e ab- bandona, con intenzione di tornarci subito, il villaggio pu- 148 ELÉMIRE ZOLLA ritano, addentrandosi nella foresta dell’immaginazione, dove incontra il demonio, e più permettendoselo che vo- lendolo, capita nel Sabba, dove ode la voce stessa del- la sua Fede che “alza lamentazioni ma con un dolore malcerto, quasi implorando un favore che le sarebbe dispiaciuto ottenere”, e vede i buoni che non si scostano con orrore dai malvagi, e ne riceve il dono maligno di penetrare nel peccato altrui, intendendolo, subodorandolo grazie allo sfrenamento della sua fantasticheria: “Po- trai penetrare, in ogni petto, il profondo mistero del peccato... che inesauribilmente rifornisce di sempre nuo- vi impulsi maligni, in misura maggiore di quanto pos- sa manifestare nei fatti il potere umano.” Egli ha permes- so alla sua fantasticheria di sfrenarsi fino all’estremo, fino alla visione sadica compiaciuta e sghignazzante: da allora, tornando nel suo villaggio puritano non avrà più lo sguardo limpido né la mente sgombra, ma continua- mente andrà sospettando in ognuno un complice dei suoi sabba interiori: il sapore delle cose è stato senza speranza smarrito. Nei diari Hawthorne di continuo insegna l’arte antica e puritana di allegorizzare ogni evento, trascendendolo cosi senza fatica, impedendo, con un’alzata d’ali, che la melma tenace impedisca la libertà. Ma in Herman Melville quest'arte è recata al suo fa- stigio, ogni frase si carica di simboli innumerevoli, e la fantasia diventa orazione. Melville riconduce ogni fanta- sticheria a contemplazione; egli non teme la massa dei sogni che lo circonda (come dice nel capitolo The Pacific di Moby Dick: “milioni di velature ed ombre, di sogni affogati, sonnambulismi, fantasticherie, ecco qui tutto ciò che chiamiamo vita e anima giace trasognato e sognante"), poiché ogni incanto ozioso viene in lui spezzato dall’em- pito mistico. Ecco come in Clare! (I, III) la visione del sepolcro di Cristo a Gerusalemme suscita prima una farcy archeologica e subito s'impone, di contro, l’ardente seve- rità dell’imzagination, secondo la distinzione di Coleridge: FANTASTICHERIA AMERICANA 149 “Non mancano i sogni dal brivido romantico: Nel silenzio in cui si fermano matee e città, Goffredo e Baldovino fuor dai loro sepolcri Giustamente vicini alla Pietra riscattata, Si levano, in armi. Con raggianti spade Guardano e difendono l’utna conquistata. Cosi gioca fantasticheria, cui tutto è facile: Fantasia, invece, severa sempre, Rievoca il venerdî remoto, Rivive la crocifissione — Mostra la passione e quel che seguî, Condividendo l’animo delle tre pallide Marie.” Un altro puritano sopravvissuto, fra i minori, fu Cullen Bryant, che lasciò i versi: “Lungi dai colli che splendono diurni La terra dei Sogni si distende, Verso più cupi monti e più fosche valli E campi che fioriscono ai celesti venti, Qui sono le stanze del colpevole diletto, Qui s’aggirano gli spettri del timore E basse voci morbide aleggianti nella notte Sussurtano il peccato nell’inerme orecchio. Oh fanciulla di cuore lieve, attenta ai tuoi passi! Férmati là dove cade quel raggio di Cielo!” Andare a passeggio per una metropoli industriale è come camminare in sogno. Non solo il traffico vieta di vede- re gli edifici, ma neanche si può sostare, e quand’anche si possa, una costtuzione moderna (anche solo un vei- colo) ha una sagoma che equivale, fra le linee ed i vo- lumi aulici, al frastuono d’un motore nel contesto d’un concerto. Vengono scancellati gli edifici che sieno pur rima- sti incontaminati, l’occhio si disabitua a osservare, la varie- tà e la monotonia delle scene instillano una specie di sogno. Che cos'è lo strano, indebito fascino di una Londra? Ri- 150 ELÉMIRE ZOLLA spose Henry James, nelle pagine dedicate alla città dreadful, delightful (in English Hours): “Non è cosa che si attagli al gusto di tutti, ma per il vero amatore di Londra la pura immensità del luo- go è gran parte del suo sapore. Una piccola Londra sa- rebbe un abominio, cosî come è fortunatamente un im- possibile, perché l’idea ed il nome sono oltre ogni altra cosa espressione di estensione e di quantità. Di fatto si vive ovviamente in un quartiere, in un isolato; ma con l'immaginazione e mediante un atto di perpetuo riferi mento il frequentatore che si sia adeguato gode del tut- to — e solo di lui credo valga la pena di parlare. Egli s'immagina, come suol dirsi, una particella di questo ag- glomerato senza l’uguale, e la sua smisutata superficie, ancorché non visitata e avvolta di fumo, gli dà il senso di un margine sociale, intellettuale. C'è un lusso nel sa- pere di poter andare e venire, perfino quando le sue andate e venute non hanno alcun nefando fine... La ca- ratteristica maggiore è forse la mancanza di insistenza. Abitudini e inclinazioni a Londra fioriscono e scadono, ma l'intensità non ne fa mai parte. “Lo spirito della metropoli non è mai analitico; allor- ché un tema si presenta, assai di rado vi vien trattato in modo noiosamente serio o sgraziatamente completo... (Queste verità) colorano le dense e sbiadite distanze che a parer mio formano le vedute di città più romantiche; si mescolano alla luce turbata... si mescolano anche al cielo basso e magnifico, dove fumo e bruma e il tempo in ge- nere, l’ora stranamente maldefinita del giorno e della sta- gione, le emanazioni delle industrie ed il riflesso delle fornaci, i bagliori rossi e le macchie che possono essere e non essere del tramonto — non si può mai dire poiché non accade di scorgere la fonte di un irraggiare — tutti pendono in una confusione, una complicazione, sotto un baldacchino che svatia ma resta immoto.” Non potrebbero essere meglio riprodotti l’incantamen- to, l’invito a fantasticare, emanati da una moderna me- tropoli. FANTASTICHERIA AMERICANA 151 Ma quante ambiguità in questa mimesi! Ciò che James dice: Noiosamente serio, sgraziatamente completo è il tutto tondo amato dall'uomo ancora naturale; lo sfilac- ciarsi degli oggetti, l’avvizzire della sensibilità vengono ga- bellati per eleganze: ancora un passo e si è nella pittu- ra dell’ultimo impressionismo, nella poesia allusiva; ca- dano per avventura anche l’educazione e il riserbo, l’abitu- dine al ritegno, al rispetto, al contegno e si piomba in Joyce; basta che svaporino anche quelle virti della buona società come sono sfumati, fino a diventare puro sfavillio lumine- scente, iridazione e opalescenza, i solidi volumi degli ogget- ti. In una città industriale perfino l’ora del giorno è maldefi- nita, la vita è un baldacchino svariante e immobile: i giardi- ni segreti dell’alta società nei quali ancora s’aggirano gli Henry James estenuati e gentili, non dureranno a lungo; a furia di estenuazioni i giardini e i gentiluomini sva- niranno. Joyce combinerà i lezzi e le fermentazioni come James aveva coltivato gli aromi e le efflorescenze. In James era già virtuale il seguito orrendo; i suoi in- terni alla Carrière, proprio a causa della loro evanescen- za, facevano presagire la loro morte e putrefazione. LA FANTASIA RUSSA ED IL MAGISTERO DI TOLSTOJ In Russia il culto della fantasticheria penetra con gli eserciti napoleonici ed il primo eroe réveur lo creò Pu- $kin con Eugenio Onièghin: “Per lui si salvano alcuni romanzi Nei quali viene rappresentata l’epoca nostra, E l’uomo moderno vi è ritratto Abbastanza fedelmente, Con la sua anima immorale, Arida, egoista, Eccessivamente predisposta al sogno, Con il suo intelletto inasprito.” Tatjana, l’innamortata di Eugenio, è, come disse Do- stoevskij, la persona “coi piedi in terra” che stenta a capire che cosa sia questo nuovo essere comparso nella patriarcale società, ma ella ne viene altresi contagiata, o piuttosto, si allaccia forse un’intesa inconscia fra le due femminilità fantastiche, quella fisiologica di Tatjana e l’al tra coltivata, fiera di sé di Onièghin? La fantasticheria di Onièghin tenta di rompere la cerchia in cui sta confitta mediante il cinismo e le scosse violente della sensibilità, si compiace d’intrattenere “il nobile demonio della noia segreta”; in questa disperazione arida è il suo fascino. Ai mostri del sogno di Tatjana somigliano quelli che abitano le novelle di Gogol’, ma i personaggi di Gogol’ sono già creature tutt’insieme e della burocrazia e del- la fantasticheria, e non sai quale aspetto sia meno ripu- 154 ELÉMIRE ZOLLA gnante, la loro vita o i loro sogni mostruosi e meschini. Julyi Aichenval’d li descrisse perfettamente: “Quando diventa loro insopportabile la spaventosa real- tà della vita quotidiana, essi l’adornano col palco di Noz- drév in Le anime morte e di Chlestakòv in L'ispettore ge- nerale e fantasticamente la riducono ad una ancor mag- giore assurdità. Le loro fantasie opprimono non meno del- la loro presenza... Il mercante gogoliano dice al suo com- messo: ‘Dài il panno, quello lassi, il numero 43. Ma che cos’hai che sei sempre al di sopra della tua sfera, pro- prio come un proletario?’ I proletari morali di Gogol’ tendono ad andare oltre la loro sfera. Per questo Chle- stakòv s’immagina di vivere al piano nobile, d’essere un altro Puskin o un maresciallo, pet questo il consigliere tito- lare Popristin in Diario d’un pazzo s’immagina d’esse- re il re di Spagna.” La bizzatria fantastica gogoliana diventa uno stato cri- minoso perpetuo nel protagonista delle Memorie del sot- tosuolo di Dostoevskij. Comicamente, nonostante la sua natura tutta fantastica, egli non si perita di spregiare la fantasticheria: “Noi russi non abbiamo mai avuto, in generale, degli stupidi romantici simili a quelli tedeschi e specialmente francesi, che non fanno altro che sognare e fantasticare. Crolli la terra sotto i lor piedi, o perisca la Francia inte- ra in un tumulto rivoluzionario, essi restano sempre ugua- li, non vogliono cambiare, per pudore, e continuano a cantare i loro sogni fino al tramonto della loro vita. Per- ché? Perché sono stupidi.” L’abitante del sottosuolo è il più compiuto réveur della letteratura ottocentesca, salvo che appartiene ad uno sta- dio posteriore a quello ancora aereo e fluttuante dei fe- deschi e francesi, in lui la fantasticheria è lagrimosa e fremente di buoni sentimenti. Egli è ricolmo “di tutto ciò che è bello ed elevato” che “veniva a sbalzi, come a risuscitare in lui la memoria, ma il suo apparire non in- terrompeva i suoi stravizi, anzi li rianimava per il contra- sto e li condiva di contraddizioni, di sofferenze, di dolo- FANTASIA RUSSA 155 rose analisi interne che li rendevano più attraenti e meno assurdi”. Il sentimento buono, l’accaloramento patetico s’accordano con la furfanteria, ne sono il sigillo. A petto del nuovo réveur che profonde aspirazioni edificanti da strappare le viscere nel pieno delle sue turpitudini, il ro- mantico Eugenio Onièghin, che almeno inalberava la ban- diera nera del suo cinismo provocatorio e baldamente sar- castico, diventa un patagone di purezza. L’uomo del sottosuolo non ha più alcuna forza di volon- tà, o meglio, per lui l’azione diventa problema di forza volitiva, egli deve infondersi una tenacia tutta astratta, che consenta il trapasso dal vagheggiamento trasognato alla contrazione muscolare (dalla fantasticheria vendicativa intorno al tenente che deve partire per la Circassia, all’atto materiale di schiaffeggiarlo). L’uomo del sottosuolo è già uno spettatore del cinema- tografo; è migliore dei suoi pronipoti, chiusi nelle caverne cinematografiche con le spalle alla luce diurna, perché sa allestirsi da solo le sue pellicole; in una di queste ottie- ne una gran quantità di denaro, e la sacrifica interamen- te: “Tutti piangevano e m’abbracciavano”, quindi va a predicare, scalzo e affamato, “poi si sentiva suonare una marcia, veniva proclamata un’amnistia, il papa acconsen- tiva a lasciare Roma e ad andare in Brasile”. Ogni opera di Tolstoj è una requisitoria contro le fan- tasticaggini; sul loro sfondo campeggia, a contrasto con la folla dei malati, la sanità tradizionale del contadino, quell’eroe della prefazione a Sebastopoli, il quale ha per- duto una gamba in battaglia ed al visitatore dice: “La cosa principale, Eccellenza, è di non pensare a niente: quando non ci si pensi, niente ti fa più caso. Tutto, all’uo- mo, sembra pit grosso per il fatto che ci si pensa sopra.” Tolstoj presentò la réverie nella figura di Anna Karenina, nella scena celebre della passeggiata in carrozza per San Pietroburgo (VII, XXVIII), che è già una fetta di coscien- za allo scoperto: Anna è portata dal lene dondolio del- le ruote molleggiate e si attenua in lei il pensiero della morte che l’attira: 156 ELEMIRE ZOLLA “Imploro (Vronsky) di perdonarmi. Mi dichiaro vinta. Riconosco il mio torto. Perché? Non posso vivere forse senza di lui?’ “Senza cercare risposta a questa domanda, rimase as- sorta a leggere le insegne: Ufficio e deposito. Dentista. ‘Sî, raccon terò tutto a Dolly. Non ha simpatia per Vronsky. Soffrirò, mi sentirò umiliata, ma le dirò tutto. Mi vuol bene, e seguirò il suo consiglio. Non mi sottomet- terò a lui, non gli permetterò di trattatmi cosî Paret- teria Filippov. ‘Dicono che mandi i suoi prodotti fino a Pietroburgo... L'acqua è molto buona a Mosca. I pozzi di Mitiscensk e le buone frittelle che vi si fanno...’ ricordò Anna, e rivide il tempo in cui, fanciulla diciassettenne, ci si era recata in compagnia di sua zia durante le feste della Trinità. ‘Allora si viaggiava in carrozza... Possibile che sia stata io, quella ragazza dalle mani rosse? Quante cose che a quei tempi mi parevano belle ed inaccessibili, ora mi paiono misere! E quel che possedevo allora, ora è perduto per sempre. Avrei forse potuto immaginare a quei tempi, che sarei giunta a questo avvilimento? Come si sentirà su- perbo e orgoglioso, leggendo il mio biglietto... Che cat- tivo odore ha questa vernice! Perché costruiscono e ver- niciano dappertutto?’ Mode e confezioni, lesse ancora. “Ma un uomo la salutò, era il marito di Annuska. ‘I nostri parassiti’ le risuonò all’orecchio, una frase di Vron- sky. ‘Nostri? E perché nostri?... È una cosa tremenda che non si possa distruggere il passato, estirparlo...”” Di li a poco questo vagabondaggio fra le immagini della fantasticheria intrecciate alle scritte, agl’incontri che offre il percorso in carrozza partrà addirittura eletta, quando James Joyce avrà la sfrontatezza di mettere in campo, all’ultimo capitolo di Ulysses, la sua Venere Cloa- cina, Marion Bloom, che se ne sta a rimuginare immon- dezze che non osavano certo affacciarsi alla mente di An- na. Ma in entrambe uguale è l’accompagnamento di sen- sazioni indifferenti, di ciarpame atono: pubblicità, fran- ! Trad. Ossip Felyne, Milano, 1937. FANTASIA RUSSA 157 tumi di conversazione, insegne, e, per Marion, titoli di canzonette o operette: ne sembra derivare una specie di indulto per tutto il resto, per le loro divagazioni sempre più incontinenti. Tuttavia la licenza fantastica che Anna si concede è tutta trascrivibile, buona parte di quella di Marion si preferisce nemmeno citarla, poiché le virgolet- te forse non sono un cordone sanitario sufficiente a fer- marne il miasma. Nei confronti di Anna è forse ancora possibile un esorcismo, la sua fantasticheria non ha ancora spento la vi- ta, anche se l’ha sfilacciata e intrisa di lagrimosità. L’educa- zione ricevuta da Anna, il fatto che nel suo mondo vivano ancora uomini come Levin la rendono capace di estrarre da un’immagine un discorso etico di qualche sotta, ancorché malcerto, e quando ella scorge due fanciulle a passeggio riesce ancora a trarne una tal quale meditazione: “... vedendo sorridere due fanciulle che passavano, si domandò perché sorridessero: ‘Probabilmente, l’amore. Non sanno ancora quanto sia doloroso e umiliante!’” Marion Bloom a vedere una statuetta di adolescente pensa anche lei all'amore ma in forma del tutto tecni- ca, da meretrice. Il mondo interiore di Anna, benché paia infermo (e bas- so se posto a confronto con quello candido, sgombro d’immagini d’una sua antenata occupata nei suoi uffici di donna o di quel contadino che ha convertito Levin dandogli la definizione dell’uomo buono: “Colui che si ricorda della sua anima”), piglia colore di discrezione e gentilezza, se accostato alle crude bambocciate che si alle- stisce Marion. Il trapasso dalle fantasticherie d’una donna ottocentesca a quelle d’una piccola borghese o proleta- ria novecentesca, trasporta dall’umano peccato alla coazio- ne meccanica. Ad Anna un predicatore avrebbe potuto ri- volgere la parola, un’allocuzione a Marion sarebbe grot- tesca. Ad Anna si potrebbe ancora dire: “Sii grata del- l’aridità che senti accanto a Vronsky, della parte umilian- te che l’amore per lui ti infligge, volgi al bene questo male e non distrarti a contemplare le scritte delle botte- 158 ELÉMIRE ZOLLA ghe. E non cercare l’approvazione di Dolly. Che cosa te ne vuoi fare dell’approvazione altrui? Non ha neanche la consistenza d’una moneta o di un fronzolo. E cosî stàcca- ti da lui, da lei, da te stessa, senza almanaccate sull’ef- fetto che produci, senza circondarti di larve che t’ap- provano o rimbrottano.” Ma sarebbe certo già difficile per- suadere Anna. Marion non è tormentata, ma sf posseduta, e da un demonio salace e ghiotto e affamato di Kitsch; ella vive una fantasticheria ancor più crassa della vita, non già più flebile. Come l’uomo del sottosuolo si creava il suo cine- matografo interiormente, Marion Bloom si procura la sua trasmissione di radiolina portatile, preannuncia il pro- fluvio di canzonette Little dreamer, Lazy Lagoon, Dream- land I dream of you, I want a paper doll I can call my own; e le insegne dei negozi che già cominciavano ad affa- scinare, senza che se n’accorgesse, la povera Anna, diven- teranno, per le Marion innumerevoli fornite di radio, la pubblicità inserita tra una canzonetta e l’altra. Ciò che era interiore è diventato materiale, i padri hanno mangia- to l’uva acerba ed i figli ne hanno i denti allegati. LE FANTASTICHERIE ITALIANE ED IL MAGISTERO DEL MANZONI Giovane Santo Stefano lapidato dal Dubbio dell'età empia, fu chiamato da Melville Giacomo Leopardi, e se fra i colpi della lapidazione i lamenti risuonarono in elet- to e armonioso italiano, le sofferenze annebbiarono talo- ra in lui la nozione del bene e del male interiori. Se egli pur seppe, unico in Italia, cantare gli orrori dell’in- dustria nella Palizodia, tuttavia non arrivò a discernere la radice più teneramente occulta della magagna: la fanta- sticheria. Nella Palinodia sono dileggiate le gazzette e le macchine dell’Inghilterra nonché le guerre moderne; ma Leopardi non s’avvide che a furia di sognare ci si ri- duce a consumare le gazzette ed a svenarsi per illusioni frivole come le dispute della nuova età. Egli aveva smar- rito il senso delle parole che in italiano distinguono e giudicano l’immaginativa disciplinata e feconda dal vi- zio, e persegui il “bello aereo, le idee indefinite”, le im- pressioni fuggitive. Fu salvato dall’oggettivo nitore della tradizione linguistica italiana, a dispetto della sua moder- nità, la quale gli faceva annotare nello Zibaldone: “La malinconia, il sentimentale moderno ecc., perciò ap- punto sono cosi dolci, perché immergono l’anima in un abisso di pensieri indeterminati de’ quali non sa vedere il fondo né i contorni'.” La sua poesia fu tale nonostante la poetica dell’intenerimento sulle cose vaghe e svanenti, della commiserazione di se medesimo, dei vagabondaggi mentali onde “l’anima s’immagina quel che non vede, d) Zibaldone, pp. 187 sgg., ed. a cura di F. Flora. 160 ELÉMIRE ZOLLA che quell’albero, quella siepe, quella terra gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario”. E pure egli sep- pe che “la vita occupata è la più felice”. Tutto sull’avviso fu invece il Manzoni, che mostrò in Don Abbondio e Gertrude i disastri dell’immaginazione erratica per apprensività o per smania, secondo il model- lo della tradizione augusta shakespeariana. Gertrude è il Julien Sorel, la Emma Bovary, la Anna Karenina italiana e spagnolesca. Come la fisionomia del cardinale Borromeo è tutta composta, esaltata, a segno della sua consuetudine con pensieri solenni e benevoli, cosi quella di Gertrude è scompaginata dai rimuginii: ella ha una fronte bianca ma pronta a contrarsi, occhi por- tati a investigare con fissità superba le persone quanto a chinarsi in fretta, quasi cercando un nascondiglio; quando poi essi “restavano immobili e fissi senza attenzione”, si sarebbe potuto “sospettarci il travaglio d’un pensiero na- scosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti”; ma la petsona stessa di Gertrude parlava, la sua ben formata grandezza scomparendo nell’abbandono del portamento o compa- rendo sfigurata in mosse troppo repentine o troppo riso- lute. Non si saprebbe disegnare meglio di quanto fece Manzoni i caratteri dell’uomo fantastico tradito dalle fat- tezze del suo viso, e manca soltanto la piega che offusca per lo più al réveur la linea della bocca; quell’imperfet- to dominio dell’occhio è colto alla perfezione, come an- che il tono muscolare o troppo teso o fiacco. I delitti di Gertrude sono soltanto le occasioni fortuite che hanno portato all’evidenza l’interno fantasticare. Quanto alla ge- nesi di questo, Manzoni l’addita nella superbia di lei, coltivata imprudentemente dal padre, che voleva persua- derla a compiacersi degli omaggi che avrebbe ricevuto da badessa, ma non sapeva quale incendio stesse appiccando. La superbia è affare d’immaginazione. Già in collegio l’immaginarsi la vita mondana aveva cagionato a Gertrude un brulichio di pensieri sciamanti, già nell’adolescenza ella s'era fatto “nella parte più ripo- LE FANTASTICHERIE ITALIANE 161 sta della mente, come uno splendido ritiro: ivi si rifugia- va dagli oggetti presenti: ivi accoglieva certi personaggi stranamente composti... si tratteneva con essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava ordini, e ri- ceveva omaggi d’ogni genere”, tali le sue feste brillanti e faticose. Negli Sposi Promessi è ancor più crudamente svelato il labirinto in cui Gertrude si va a cacciare: “com’avrebb’ella mai potuto vedersi ai piedi quel tal giovine del monastero, che, senza contare tutte le altre difficoltà, non era a questo mondo?... V’era rischio, per altro, che s’egli tardava troppo ad esistere, l’immagina- zione di Gertrude, stanca di aggirarsi nel vuoto, gli tra- sferisse la bontà che aveva per lui, al primo ente reale che non fosse troppo diverso da questo immaginato”: di qui il peccato, più propriamente di fantasia che di lus- suria, col paggio di casa, il consenso alla monacazione, il rodio in convento, l’uggia ed il vuoto dove dovranno piombare, come massi attratti dalla gravità, la risposta a Egidio, prima, gli omicidi infine. Ma invano Manzoni doveva avvertire dei pericoli del- l'immaginazione; gl’italiani non si conformavano al mo- dello del cardinale Borromeo, ma a quello di Gertrude. E non solo gl’imitatori dei romantici francesi o tedeschi, ma gli stessi artigiani del verso suonante elogiarono la fune- sta fonte dei delitti della monaca di Monza, donde quell’aria di falsità, l’asfissia e, nei casi migliori, la decora- zione archeologica che appannano la letteratura della Nuo- va Italia. Si volle vedere nel Carducci un poeta della sa- nità o virilità, ma non si sa quale significato dare a tali parole quando si vanno a leggere quelle poesie cariche di fantasticherie declamatorie, di evocazioni storiche estrat- te a forza di rimuginii (“Ahi fu una nota del poema eterno. / Quel ch’io sentiva e picciol verso or è”); non si dica poi del Pascoli: “Signore, fa’ ch'io mi ricordi! Dio, fa’ che sogni! Nulla è più soave, Dio, che la fine del dolor; ma molto 11, - Storia del fantasticare. 162 ELÉMIRE ZOLLA duole obliarlo; ché gettare è grave il fior che solo odora quando è colto.” E che cosa poté mai attribuire il Pascoli ad Alessan- dro il Macedone, a conclusione della carriera di conqui- ste? Il rimpianto di non aver speso il tempo a fanta- sticare: “era miglior pensiero ristare, non guardare oltre, sognare: il sogno è l’infinita ombra del Vero.” % Il giubilo per Pascoli sta in lagrimose e trepide partite di fantasticheria, in cui due persone che abbiano qualche ricor- do in comune si incitano a vagheggiarlo, premendosi le dita; il poemetto Digitale purpurea narra una tal partita di piacere spettrale fra due donne che furono convittrici nel- lo stesso convento: “Memorie (l’una sa dell'altra al muto premere) dolci, come è tristo e pio il lontanar d’un ultimo saluto!” A furia di pressioni delle dita quasi furtive, una delle compagne rammenta, senza osare di sollevare lo sguardo, una digitale purpurea dei tempi dell’adolescenza: “Sî, sentii quel fiore. Sola ero con le cetonie verdi. Il vento portava odor di rose e viole a ciocche. Nel cuore il languido fermento d’un sogno che notturno arse, che s’era all’alba, nell’ignara anima, spento. Maria, ricordo quella grave sera. L’aria soffiava luce di baleni silenziosi. M°’inoltrai leggera, cauta, su per i molli terrapieni erbosi. I piedi mi tenea la molle erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni! Vieni! E fu molta la dolcezza! Molta! LE FANTASTICHERIE ITALIANE 163 tanta, che, vedi (l’altra lo stupore alza degli occhi, vede ora, ed ascolta con un suo lungo brivido...) si muore!” L’interpunzione dice le enfasi e i tremolii e gli esi- tando dell’eloquio sdolcinato proprio di chi gioca una tale partita, la quale porta allo spasimo allorché le due giocatrici riescono, con doppio salto mortale, a rievocare fantasticando una fantasticheria. Forse non vale la pena di andare in traccia delle tante varie contemporanee aridità larvate di chimere, nume- rando gl’indrappellati nelle due schiere dei sentimentali o dei ruggenti; fra i primi si stagliava il Fogazzaro, che non si peritò in Leila di dipingere senza alcun ribrez- zo la réverie più triviale: “Chiusi gli occhi, immaginò due braccia morbide che gli cingevano il collo, due labbra che s'imprimevano nelle sue, due roventi labbra che gli si af- fondavano nell'anima, le labbra di una giovinetta sem- plice, dallo spirito gentile, punto sfinge...’ Almeno il D'Annunzio profondeva nei suoi sogni dle cute di un grande arredatore o regista teatrale, illuminan- do gli scenari di taglio, a sghimbescio. Tant'è, servi as- sai bene a far sognare i più alacri e fragili di mente, al- lorché fu conveniente farli piombare nella guerra, con “nelle stanche ossa inserte le invitte ali dei sogni”. Chi meglio di lui avrebbe potuto assolvere l’incarico? I suoi sortilegi avrebbero fatto apparire una gran vampa di pira sacrificale la guerra moderna, intessuta di sconnesse azioni, quale ambiziosa e quale accidiosa e quale pavida e quale puramente dolorosa, di tedi burocratici, di oscenità, di abnegazioni: di bisogne meccaniche, di vuotaggini sva- tiate da pene. Impresa che egli condusse a destino non già infittendo le ombre in modo da nascondere con il loro dilagare i profili delle cose, anzi, e fu trovata straordina- tria di regista, annientò le ombre, e la concretezza scompar- ve. Assoluta luce e assoluta tenebra sono equivalenti, il sogno può nutrirsi cosî del demone meridiano come del- 164 ELÉMIRE ZOLLA l'incubo notturno. Ecco un plotone di soldati trasforma- to in fantasia abbacinante: “Il sole monta al meriggio. Le ombre sono brevi. Nel- la gran luce i corpi umani hanno un che di sparente, di labile. Quella massa di carne mortale scorte su la pra- teria, non men lieve che la fuga d’una nuvola. Il passo misurato risuona, come una pesta sorda, ma sembra che, dal ginocchio in su, gli uomini sieno avviluppati di silen- zio, d’un silenzio remoto come quello che s’incurva lag- gid su l’Alpe bianca della prima neve.” Le esortazioni dell’otatoria bellica di D'Annunzio da- vano per presunto che tutti fossero “travagliati da vortici interiori”, sicché nella guerra “... era il sogno simile alla vita com'è simile al mosto il sangue ardente.” Due tratti sempre hanno fatto soffermare i lettori di D'Annunzio, la sensibilità un poco animalesca, che fu tra le sue migliori qualità, cioè fra le più deste (pur con in- termittenti languori: “...l’occhio mio, se ti smarrisce, a pena ti ritrova, pe’l sogno che l’appanna”) e la sua buffa ossessione erotica. Questa era la propaggine dei sofismi del réveur romantico, quali erano stati conden- sati nell’allocuzione del Don Giovanni di Lenau (del 1842), dove il seduttore già cosî parlava ad una donna ingannata mediante sostituzione di persona: “Non esiste fedeltà sul- la terra. Quel che è accaduto e ti turba, accade a ogni donna nell’accoppiarsi con un maschio. Ella ama un fan- tasma nel mondo dei sogni. E quando accoglie tra brac- cia un uomo, ne stringe uno ben diverso da quel che immagina. Questa maledizione perseguita la menzogna dei sensi: abbaglio, inganno, perfino nell’ebrezza Tegittima. Anche il matrimonio è adulterio'.” ! Trad. Giovanni Macchia. LE FANTASTICHERIE ITALIANE 165 La torvaggine dell’uozzo del sottosuolo non era ancora attecchita in Italia, allorché D'Annunzio scrisse L’Inzo- cente, il tomanzo in cui il révezr italiano del tempo avreb- be potuto, volendo, specchiarsi e rabbrividire quanto il suo genitore nel Fede e bellezza del Tommaseo. Ecco il mo- mento in cui il protagonista fantastica attorno alla moglie Giuliana (l’Illusa) e all’amante (l’Assente): “Io m’indugiai a esaminare il mio sentimento con quel- la specie d’amara compiacenza, mista di disgusto, che por- tavo nell’analisi di tutte le manifestazioni interiori le quali mi paressero fornire una prova della malvagità fonda- mentale umana... Perché un germe della tanto esecrata perversione sadica è in ciascun uomo che ama e che desi- dera? — Questi pensieri più che il primitivo spontaneo sentimento di bontà e di pietà, questi pensieri obliqui mi condussero in quella notte a raffermare il mio propo- sito in favore dell’Illusa. L’Assente mi avvelenava anche di lontano. Per vincere la resistenza del mio egoismo, ebbi bisogno di contrapporre all’imagine della deliziosa depra- vazione di quella donna l’imagine di una nuovissima de- pravazione che io mi promettevo di coltivar con lentez- za nella onesta oscurità della mia casa. Allora con quel- l’arte che io aveva di combinare i vari prodotti del mio spirito, analizzai la serie degli ‘stati d’animo’ speciali in me determinati da Giuliana nelle diverse epoche della nostra vita comune, e ne trassi alcuni elementi i quali mi servirono a costruite un nuovo stato, fittizio, singo- larmente adatto ad accrescere l’intensità di quelle sensazio- ni che io voleva esperimentare. Cosî, per esempio, allo scopo di rendere più acre quel ‘sapore d’incesto’ che mi attraeva eccitando la mia fantasia scellerata io cercai di rappresentarmi i momenti in cui più profondo era stato in me il ‘sentimento fraterno’ e più schietta mi era parsa l'attitudine di sorella in Giuliana.” Questo gioco con le associazioni d’idee viene esaltato come un sabba: “silenziose onde di sangue e d’idee face- vano fiorire sul fondo stabile del suo essere, a gradi o a un tratto, anime nuove. Egli era multanime”. 166 ELÉMIRE ZOLLA La realtà viene fatta lievitare, fino a che svanisca in un ribollio, come in quest'altro passo del romanzo: ‘“... volto misterioso nell'ombra prodotta dalla grande capellatura arborea che ci pioveva sopra. I baleni dell’acqua al sole guizzando tra i lunghi rami dalle foglie diafane davano all'ombra una vibrazione allucinante. Gli echi fondevano in una monotonia cupa e continua le voci dei getti sono- ri. Tutte le apparenze esaltavano il mio essere fuori della realtà”. Le immagini di piogge, di capellature, di bale- ni e di getti d'ombra, che accompagnano come uno scin- tillio elettrico ogni oggetto al suo compatire, suscitano una sorta di divaricazione dell’attenzione, che provoca una tra- sognatezza penosa. Ma le divaricazioni psicologiche divennero un sistema inflessibile col Pirandello. Le sue varie teorie sono fonda- te sulla presunzione della costanza del fantasticare, e le allucinazioni sulle quali egli indugia con impettita gravità tutte si ritrovano, compendiate in questo passo di Quar- d’ero matto: “Mi mettevo a sedere a piè d’un albero, e allora il ge- nio della mia follia cominciava a suggerirmi le più stram- be idee: che l’umanità avesse bisogno di me, della mia parola esortattice: voce d’esempio, parola di fatto. A un certo punto m’accorgevo io stesso che deliravo, e allora mi dicevo: — Rientriamo nella nostra coscienza... — Ma ci rientravo, non per vedere me, ma per veder gli altri in me com’essi si vedevano, per sentirli in me com'’essi in loro si sentivano e volerli com’essi si volevano.” In quell’atmosfera di sdoppiamenti, di persone che do- vevano camminare aspettandosi da un momento all’altro di voltarsi e vedere che lo scenario dei fatti era dileguato lasciando posto al nulla, la poesia era imperniata su scorci subitanei come scoppi, disperate irruzioni di realtà in un mondo di mero sogno: ogni oggetto diventa un talismano che può provocare la rivelazione della lontana realtà in baleni ormai fuggevoli e occasionali. Il romanzo storico ! La poesia, allorché s’accende, è sempre un risveglio ad un arche- LE FANTASTICHERIE ITALIANE 167 manzoniano emanando la sua luce in quella tenebra per- mise ancora per qualche tempo di raffigurare personaggi schietti e non sfarinature di sogno. In quella tenebra avevano osato levare la loro voce gli araldi dell’avanguardia europea, nella specie lugubre dei fu- turisti, già attrezzati con intonarumori e con cucine di sa- pori fantastici. Durante i primi tempi dei vari “movimenti” futuristici o affini, si proclamava la loro essenza: l’odio della bellezza tradizionale, il desiderio di schiaffeggiare il gusto, di far cessare la venerazione dei maestri antichi; più tardi le forze della violenza saranno più accortte, fingeranno di rispettare il passato per meglio distruggerne le vestigia, impadronendo- si di pinacoteche, riproducendo e degradando pertanto i ca- pi d’opera, accostandoli alla loro parodia moderna, facen- dosi nominare custodi ovvero “specialisti” di ciò che si pro- potranno di contaminare. Cosi si attua con serietà il presa- gio infame della poesiola giovanile di Rimbaud Ce qu'on dit au poète è propos des fleurs: “Voilà! c'est le Siècle d’enfer! Et les poteaux télégraphiques Vont orner, — lyte aux chants de fer, Tes omoplates magnifiques!” tipo, quale ne sia l’occasione. L'atmosfera crepuscolare e pirandelliana del momento storico fa intravedere un fantasticante che senza destat- si s'accorge di fantasticare nella lirica montaliana sull'uomo che nell’aria arida, di vetro, andando, prevede il crollo della finzione che l’attornia. Eppure la sua poeticità la solleva fuor del sogno, talché essa diventa una visita ad uno degli archetipi del risveglio: la distruzione del mondo. KAFKA DEMONOLOGO MODERNO Nei Diari di Kafka si svela quali stalle d’Augia di fanta- sie (simili alle immonde che rifluirono nell’Oratorio apoca- littico di Adrian Leverkiihn) egli dovesse nettare; ma dal 1911 vedi crescere la sua consapevolezza del bene e la sua volontà di aggrapparglisi. Ha imparato gli insegnamenti di Goethe ma ancora non ha la forza di inculcarseli: “Ho la vecchia consuetudine di non far assorbire da tutto il mio essere come un beneficio le pure impressio- ni, sieno dolorose o liete, purché abbiano raggiunto la loto massima purezza, ma di turbarle e scacciarle me- diante impressioni nuove, deboli, impreviste. Non è mala intenzione di danneggiare me stesso, bensî debolezza nel soppottare la purità dell’impressione, debolezza che però non viene confessata, ma piuttosto, nel silenzio interiore, cerca di cavarsela provocando la nuova impressione con atto apparentemente arbitrario, anziché rivelarsi (che sa- rebbe l’unica cosa giusta) e invocare altre forze in soc- corso'.” E comincia a lottare con i demoni come un moderno Evagrio, ricco d’ironia: “Il mio triste prossimo avvenire non mi pareva degno che io vi entrassi: abbandonato, camminavo per la Fer- dinandstrasse. Ed ecco che allo sbocco del Bergstein mi ritornarono i pensieri del futuro. Come avrei potuto tol- lerarlo con questo corpo ricavato da un ripostiglio di ciarpame? Dice anche il Talmud: Un uomo senza donna non è una creatura umana. Di fronte a siffatti pensieri ! Trad. Ervino Pocar, Milano, 1960, p. 117, vol. I. 170 ELÉMIRE ZOLLA non mi rimane questa sera altra via che dire a me stes- so: ‘Ora, venite, cattivi pensieri, ora perché sono debole e con lo stomaco guasto. Proprio adesso volete essere pensati a fondo. Tornate un’altra volta, quando sarò più in for- ze. Non sfruttate cosî la mia situazione.’ Difatti senza neanche aspettare altre prove si ritrassero, si dispersero lentamente e non mi disturbarono più durante il seguito della mia passeggiata, beninteso non troppo felice. Di- menticarono però evidentemente che, volendo rispetta- re tutte le mie cattive condizioni, avranno il loto turno soltanto di rado'.” E annota, rischiarandosi: “odio l’attiva osservazione di se stessi. Interpretazioni psichiche come: ieri ero cosî e precisamente per questo motivo, oggi sono cosî per quest’altro. Non è vero, non per questo e non per quest’altro, e pertanto neanche co- sf o cosî. Sopportarsi tranquillamente senza precipitare, vivere come si deve, non corrersi intorno come cani”. La fonte delle allegorie di Kafka è l’eterna lotta spiri- tuale, egli sa trarre edificanti narrazioni dall’ortore che la meditazione scopre: “A un certo livello della conoscen- za di se stessi, e quando ci siano circostanze favorevoli all’osservazione, avverrà regolarmente che uno si veda abominevole. Neanche l’atto meno importante sarà privo di questi pensieri segreti. Ed essi saranno cosî spotchi che nel momento di osservare se stesso uno non vorrà nean- che pensarli, ma si accontenterà di guardarli da lontano. A proposito di questi pensieri reconditi, non si tratterà di solo egoismo: questo sembrerà di fronte ad essi un idea- le del bene e della bellezza. Il sudiciume che si troverà ci sarà di per se stesso, e si riconoscerà che siamo venuti al mondo grondanti di questo peso e ce ne andremo ir- riconoscibili o troppo bene riconoscibili per esso. Questo sudiciume sarà il fondo più basso che si possa trovare e questo fondo non conterrà lava, ma sporcizia. Sarà il più ! Ibid., p. 160. * Ibid., I, pp. 317-318. KAFKA DEMONOLOGO MODERNO 171 basso e il più alto e persino i dubbi dell’osservazione di sé saranno presto deboli e compiaciuti di sé come il bar- collare d’un porco nel brago'.” Quale forza arrivare a questa visione dell’inferno! Dice San Paolo che giova considerare tutto uf stercora, per guadagnare Cristo. Sono infatti gli umili e i pentiti e vergo- gnosi che vengono sollevati (ma anche, come dice una let- tera di Kafka a Milena: “Nessuno canta cosî puramen- te come coloro che si trovano nel pit profondo inferno; è il loro che scambiamo per canto degli angeli”). Kafka fu l’unico (non gli riuscirono compagni né Tho- mas Mann nel Doktor Faustus né Gide nei Faux Mon- nayeurs, per difetto d’esperienza di combattimento) a creare una demonologia moderna, specie nei mistici ap- punti dei quaderni segreti’. Ibid., II, pp. 116-117. ? Ed. it. Confessioni e immagini, Milano, 1962. MUSIL E L’AVANGUARDIA Una protratta lotta con la fantasticheria è l'Uomo sen- za qualità di Musil: non un respiro è concesso al mostro, ma nemmeno al lottatore. Musil scardina le apparizioni con le sue metalliche metafore, insegue ogni diramazio- ne dei dubbi che gli si affacciano, aspira al risveglio con tenacia grandiosa, ma la sua opera rimase incompiuta e dopo aver conosciuto Swedenborg (ma anche Meister Ec- khart) egli non seppe addentrarsi nella selva e durevolmen- te destarsi. È da sospettare che l’ostacolo in lui fosse una libidine fantastica mai domata, bensî sublimata o palliata. Ecco un suo memento tipico: “Involontariamente ma con un po’ d’ironia per proteggersi dalla suasione del desiderio e perciò con una certa povertà di realizzazione, Ulrich immaginò quel che sarebbe successo. Cosî come un cavallo di circo al suono della musica si mette in moto da sé e tuttavia, ogni volta facendo tintinnare i suoi fi- nimenti lucenti, fa turbinare in un cerchio magico la sua essenza superiore e irregolare: cosî, in Ulrich o davanti a lui la sua esercitata fantasia cominciò a lavorare e gli rap- presentò il più frequente di tutti i drammi umani, sem- pre recitato senza spettatori, cosi vivamente, che per poco egli non alzò la mano a dare il segno del vero inizio. Sa- rebbe bastato forse che egli afferrasse la mano della sorella e con un pretesto tanto trasparente quanto possibile le pro- ponesse, ad esempio, di scambiare il giorno abbagliante con il più raccolto ritiro in casa, che già un tremito ne- gli occhi li avrebbe traditi uno all’altro, e le mani nella lo- ro cecità, le anime nel loro abbandono, li avrebbero inar- restabilmente pbrtati più oltre. La vita è terribilmente fa- 174 ELÉMIRE ZOLLA cile nel concedere, a chi segua il cammino consueto. Ul- rich sentiva l’allettamento della vita quasi come la verti- gine che ci coglie quando protesi su un precipizio pensia- mo che basterebbe lasciarsi andare o fare uno sbaglio per essere inesorabilmente travolti. E nello stesso tempo sorse in lui uno strano, nuovo e vivo sentimento della realtà, per il fatto che egli restava immobile e non usciva dalla fantasia: qualcosa come i movimenti dietro una parete sottile che rimangono mutilati, ma si odono con maggior eccitazione che se si vedessero.” La lotta col sogno ebbe in Musil un campione sventu- rato, la cui ombra chiederebbe un appassionato epitaffio. La sua interpretazione dei nuovi tempi fu esemplare, non esitò a proclamarne l’orrore. Nella terza parte del ro- manzo egli dimostrò l’uguaglianza di demenza e arte mo- derna nel personaggio di Clarisse: “Nel luogo dove ci si trova s’incide su un sasso un di- segno; si doveva sentite che anche questa era arte, come la più grande... Non si raccolgono le proprie idee per far- ne un io come un freddo pupazzo di neve, quando come Clarisse si va di catastrofe in catastrofe. Clarisse scopri che bisognava scegliere parole le quali non fossero concetti; ma poiché pareva che non ve ne fossero, si rifugiò nelle parole composte. Quando diceva ‘io’, mai questa parola era capace di scattare su dritta, come la sentiva lei, men- tre ‘rosso-io’ non era trattenuta da nulla e partiva, come un razzo. Altrettanto necessario era liberare le parole dal- le relazioni grammaticali, che sono del tutto impoverite. Clarisse ad esempio sottopose ad Anders tre parole e lo pregò di leggerle nell ordine che più gli piacesse. Se era- no ‘Dio’, ‘rosso’, e ‘cammina’, egli leggeva ‘Dio cammi- na rosso’ o ‘Dio, rosso, cammina’, cioè il suo cervello le accoglieva subito come frase, o le divideva con virgole per accentuare che non lo faceva. Clarisse chiamava chimica delle parole il fatto che si unissero sempre in gruppi, e pre- scriveva regole per impedirlo... “Non si può negare che da queste immagini emani un fascino oscuro e confuso, un fuoco vulcanico divampante, MUSIL E L’AVANGUARDIA 175 come a guardare nelle viscere della terra. E pochi anni più tardi un gioco con le parole simile a quello di Claris- se divenne infatti, fra i sani, un approdo pregno di pre- sagi. “Clarisse ne traeva strane deduzioni. I poeti rubavano fiocchi di fuoco al vulcano della follia; in altri secoli, nei tempi primitivi e più tardi, ogni volta che un genio riap- pariva sulla terra, queste combinazioni di parole, fiam- meggianti, non ancora soffocate da precisi significati, fu- rono trapiantate nel terreno della lingua corrente e ne di- vennero la fecondità. La quale, come è noto, proviene dalla sua origine vulcanica. Ma ne consegue, concludeva Clarisse, — che lo spirito deve sempre tornare a scindersi nei suoi elementi primitivi affinché la vita resti feconda. “Cosî la responsabilità d’una immensa irresponsabilità era posta nelle mani di Clarisse; ella sapeva di non essere affatto colta, in fondo, ma sentiva un’eroica mancanza di rispetto per tutto ciò che era stato creato prima di lei. “Fin qui Anders poteva seguire i giochi di Clarisse, e l’irriverenza della gioventi gli permetteva di immagina- re, fra le macerie dello spirito, le nuove forme che se ne sarebbero potute estrarre; un processo che molte volte si è ripetuto tra noi, tanto intorno al 1900, quando si ama- vano gli abbozzi e gli schizzi, come dopo il 1910, quando in arte si soggiaceva al fascino dei più semplici elemen- ti costruttivi e si facevano tintinnare i misteri del mondo visibile recitando una specie d’alfabeto ottico. “Ma il declino di Clarisse era cosî rapido che Anders stentava a seguirlo. Un giorno artivò con una nuova sco- perta. — La vita sottrae forze alla natura senza possibi- lità di recupero, — incominciò, citando le poesie che strap- pano parole alla natura per sterilizzarla lentamente, men- tre la vita trasforma queste forze sottratte in un nuovo sta- to irreversibile che si chiama coscienza’. 1 Qui Musil annota in margine: “Leone Tolstoj: La coscienza è la peggior sventura morale che possa colpire un essere umano. - Fiòdor Dostoevskij: Ogni coscienza è una malattia (Dal diario di Gorki)”. 176 ELÉMIRE ZOLLA “Era sera, Anders e Clarisse andarono a passeggio nel buio per prendere il fresco, in un piccolo stagno tambu- reggiavano centinaia di ranocchi e i grilli frinivano, cosî che la notte era animata come un villaggio negro che si prepara alla danza. Clarisse chiese ad Anders che entrasse con lei nello stagno e si uccidesse, affinché la loro coscien- za si trasformasse a poco a poco in fango, carbone e pura energia'.” In Musil hai spesso lo stato di réverie per eccesso di lotta contro la réverie, per incapacità di sciogliersi mai dalla stretta di Proteo; le metafore di Musil sono simili a quelle delle poesie di Pasternak, i personaggi del- le cui prose giovanili vivono perpetuamente nello stato di stremata vittoria sulla réverie che minaccia di suscitate una nuova sorta di réverie un poco diabolica (come è detto in questa pagina di un racconto giovanile di Pasternak sui sottili rapporti fra il giovane protagonista, Sergio, e sua so- rella: “Ho cavalcato giorno e notte, ecco tutto, — disse Ser- gio e si mise a rassicurarla dicendo che nessun godimen- to poteva paragonarsi a questo genere di galoppo che egli chiamò l’esaltazione dell’eccessiva fatica. A dargli ret- ta questo sport cerebrale l'aveva aiutato a vincere le ten- tazioni innate... La sorella fu colpita dalla perspicacia malsana con cui Sergio, sempre più spesso e con sempre maggiore sicurezza, preveniva le sue curiosità. Allora ca- pi quanto fosse spossato, e con desiderio inconscio di sot- trarsi a quella lettura del pensiero, gli suggeri di spogliar- si e dormire.”) ! Da L’uomo senza qualità, III, Torino, trad. Anita Rho. JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE I primi tentativi di registrare al vivo le réveries futono Fratiilein Elsa dello Schnitzler e Les lauriers sont coupés del Dujardin; nel primo è denudata la delectatio morosa d'una ragazza che progetta di uccidersi, nell’altro è dato il mec- canico calco dei desideri, delle associazioni gratuite più triviali del protagonista. Il gusto delle sbavature della fan- tasticheria aveva osato mostratsi in Mal/doror e in Ubu Roi, le opere che annunciano i surrealisti. Poi venne Joy- ce a comporre l’apoteosi della nausea e delle tristi curiosi- tà che le gravitano attorno. Egli ebbe a soffrire a sua detta d’un iniquo abbandono, che lo lasciò nelle sabbie mobili dell’accidia; un’indolenza speculativa, piuttosto che uno scetticismo, lo impregnò tutto. Joyce intravide chiaramente l’altra strada, quella del- l'estasi, in cui: “l’anima, l’essere ci investe sciogliendosi dal velo dell’apparenza, l’anima dell’oggetto più comune, la cui struttura sia cosî conformata, ci sembra raggiare. L’oggetto celebra la sua epifania”. La visione esaltante fu, di rado, raggiunta, come nella frase assai garbata: “i gridi erano acuti limpidi e sottili e cadevano come fili di serica luce dipanati da rocchetti turbinosi”, o nella più convulsa: “la livida mano accartoc- ciata e bruciante sussultava come una foglia staccata nell’a- tia”. In codesti tratti avviene ciò che Joyce amava chiamare enfaticamente, col secentista Morgagni, “incanto del cuore”. Sono, questi del giovane Joyce, commoventi e malde- stri approcci a quella sfera di cui parlò Rilke nella setti- ! Dedalus, trad. Cesare Pavese. 12. - Storia del fantasticare. 178 ELEMIRE ZOLLA ma elegia, sfera in cui si fondono il cielo interiore e la terra visibile e che s'impara a raggiungere contemplando a lungo oggetti armoniosi e secondo natura, come la cat- tedrale di Chartres: “Essere, qui, è stupendo. Lo sapeste perfino voi fanciulle Che chiaramente defraudate affondaste nelle più maligne Stradine di città, piagate o appena inclinate sopra La frana. Poiché ciascuna ebbe un'ora, forse Neanche un'ora intera, neanche misurabile Con le misure del tempo tra due pause, in cui ebbe L’essere, tutto. Le vene colme dell’essere. Ma cosi facilmente scordiamo ciò che il prossimo Ridente non ci confermi o invidii. Vogliamo innalzare Visibilmente, quando la più visibile gioia Ci si rivela solo allorché in noi la trasformiamo Là dove tuttora rimanga Un oggetto un tempo supplicato, servito in ginocchio, Esso perdura, qual è, nell’invisibile.” Eppure un diverso e tetro regno parve a Joyce il più vero. Cosî in Ulysses pone i termini della sua scelta: “Vi sono peccati... o cattivi ricordi che sono nascosti dall’uo- mo nei recessi più oscuri del cuore, eppure là rimangono in attesa. Egli può lasciar appannare il loro ricordo, la- sciarli stare come se non fossero mai esistiti e quasi con- vincersi che non furono o che almeno furono altrimen- ti. Eppure una fortuita parola d'un tratto li chiamerà ed essi sorgeranno dinanzi a lui nelle circostanze più varie, in visione o in sogno o mentre l’arpa e il tamburello gli leniscono i sensi o nella fresca argentata calma vespertina o alla festa di mezzanotte quando egli è appena sazio di vino. Non per insultarlo verrà la visione, come a chi sog- giaccia alla sua ita, non per maligna volontà di rescinder- lo dai viventi, ma avvolta dal pietoso manto del passato, silenziosa, remota, rimproverante. Lo straniero osservò sul volto che aveva dinanzi recedere lentamente la falsa tranquillità imposta, si sarebbe detto, dall’abitudine o da qualche trucco studiato, di fronte a parole cosî amareg- JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE 179 giate da rivelare in chi parlava una morbosità, un fiuto attratto dagli aspetti più crudi della vita.” È lo stesso abbrivo fantastico di Proust, ma Proust tes- se una rete per agguantare una magnifica preda, una sensazione che gli faccia provare quel suo particolare sfi- nimento del cuore, mentre Joyce, per acre piacere di de- gradarsi (già nel passo citato c’è una tonalità d’abiezione nell’esercizio della reminiscenza) sconnette le maglie del- la sua sintassi (che già negli scritti giovanili non era fit- tamente ordita, tanto che è raro scoprirvi subordinate) al fine di lasciarsi invadere dalla molteplicità del flusso di co- scienza. Non contento di obliterare la subordinazione sin- tattica, egli neanche rispetta l’interezza degli atomi del di- scorso, le parole. Ed ecco che cosî attua la sua metamorfo- si, si disossa, si affloscia come mucillagine (Spitzer parlò del Molluskenbafte des Stils di Joyce), ammasso viscerale duttile, scivoloso. Il paragone con Proust, data l’analogia delle premesse e la divaricazione dei risultati, ha sem- pre colpito gli osservatori dall'occhio bovino. C'è per- fino in Proust, e Spitzer omise di ricordarlo, un esem- pio di ruminazione interna del personaggio nel famo- so passo: “cerf, Francis Jammes, fourchette”. Spitzer dice: “Nel caso di Jingle a tinkle taunted, in cui Joyce lascia riecheggiare nella ruminazione interiore tanto lo scalpiccio come lo scampanellare, Proust si varrebbe di parentesi basate sul fardis que... né giungerebbe a fol- gorazioni immaginifiche come Bloomusalem.” Frase che è un ragguardevole esempio di amoralità classificatoria e fi- lologica, ove si chiamano Augenblicksbildungen biascichii d’infante e questi si spacciano per equivalenti all’antico ordine sintattico che divide le specie e soppesa gli oggetti. ! 1 più pericolosi eversori non sono i rivoluzionari schietti, come i futuristi russi del famigerato proclama “Uno schiaffo in faccia al gusto pubblico” del 1912 (Burljuk, Khlebnikov, Kruchionykh, Majakovskij) i quali confessavano di voler “buttare Puskin, Dostoevskij e Tolstoj dal piroscafo dei tempi moderni”, di nutrire “un odio senza compromessi verso la lingua finora usata”, di voler “scuotere la sintassi fino a farla a pezzi”; assai più efferati sono i subdoli e colti, come Carl Gustav < Jung, il quale di Joyce scrisse: “Nell’Ulisse c’è vita, e la vita non è 180 ELÉMIRE ZOLLA La metamorfosi in verme non poté tuttavia compier- si senza un iniziale moto di disgusto, l’identificazione con la nausea mediante la nobilitazione del linguaggio del- la nausea, non fu affare da poco e l’artista giovane disse: “le fantasticherie mostruose erano balzate innanzi improv- vise e furibonde, da semplici parole, ed egli aveva presto ceduto e se le era lasciate imperversare avvilenti nell’in- telletto, domandandosi sempre di dove, da quale tana di mai esclusivamente malvagia e distruttrice. Per quanto tutto ciò che si riesce ad afferrare in questo libro sia negativo e dissolvente, si finisce col presentire un che di inafferrabile, uno scopo recondito che gli conferisce un significato e, con ciò, della bontà. Che in fin dei conti questo variopinto tappeto di parole e di immagini sia simbolico? Non cetto — per carità — un’allegoria, ma simbolo quale espressione di essenzialità inafferrabili?” Ecco uno Jago perfetto: egli precede la ri- pugnanza che si prova naturalmente alla lettura di Ulysses, e fa appello proprio ai principi che sono connaturati ad un animo incortotto, che sia tale non per esperienza del male, ma per fiducia nel bene che suppone attorno a sé forte quanto lo sente in se stesso; alla prova d’un’analisi il discorso di Jung svela la sua sciattezza: se l’essenzialità è inafferrabile, è disonesto parlarne; se la vita ha sempre un qualche barlume di decenza, e se U/ysses è indecente, è una sopraffazione la battuta introduttiva dell’'imbonimento. Ma nello stesso saggio su Ulysses, Jung butta la maschera dell’insinuazione sdolcinata e si svela brutale come il seduttore che, alle strette, insulta, fa paragoni incongrui ed isterici: “Anche se (in U/ysses) prevalgono gli elermenti malvagi e di- struttori, questi vivono accanto e forse più in alto del ‘bene’, del ‘bene’ tradizionale che si rivela come un tiranno; come un illusorio sistema di preconcetti che impoverisce con molta crudeltà la possibile ricchezza della vita reale... Il non dover più essere bello e buono e intelligente è addirittura una redenzione per l’uomo medievale.” Il ritornello del giacobinismo etico, tous frères et cochons, risuona appena velato, in questa esortazione in cui “vita reale” è sinonimo di “scutrilità”. Ma almeno un insegnamento si può trarre da queste sgradevoli scaltrezze: lo Spirito della Modernità procede sempre a falsi dilemmi, dice: “Che cosa preferite, in luogo di questo che vi offro? Qualcosa dovete con- sumare, o questo o qualcosa di peggio.” Naturalmente non esiste alcun obbligo di consumare, e non c’è ragione di scegliere fra le mucillagini joyciane ed un “sistema di preconcetti”, specie se per avventura si vive in un organico edificio di concetti, cosî come non c’è motivo di sce- gliere fra un film ed un brutto libro, fra l'avanguardia ultima e la pre- cedente; questo è il gioco dei falsi opposti, un trucco tanto banale quanto incredibilmente efficace. Come non bastasse, i manipolatori della massa sono riusciti a far credere che sia di cattivo gusto ritenere obbrobriosa la canaglia, sicché soltanto Virginia Woolf osò dire di Ulysses: “it is underbred, not only in the obvious sense, but in the literary sense” (A Wrifer's Diary, Londra, 1954, p. 49). JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE 181 immagini mostruose erano sbucate. E sempre restava de- bole e umile di fronte agli altri, irrequieto e nauseato di sé, dopo che gli erano imperversate attorno.'” Eppure non tennero gli argini del cuore e dell’intelletto, il cuore era bacato: “nulla si moveva nella sua anima, tranne una li- bidine fredda, crudele e senza amore.” La mente è indif- ferente: non importa sapere se si crede o no, afferma Ste- phen, con la tracotanza dell’accidia: “non voglio servire né Dio né l’uomo,” proclama, e almeno di questo è ben certo senza scetticismo alcuno. Che gli resta? Soltanto di “tollerare cinicamente i particolari vergognosi delle sue orge segrete, in cui esultava a deturpare pazientemente qualunque cosa lo avesse colpito”. E allora si lasciò inva- dere da questa sua moderna versione della possessione dia- bolica, dalla “presenza sottile come un mare... come una moltitudine che dorma”, dal “grido contro un iniquo ab- bandono, un grido che non era che l’eco di un osceno scarabocchio letto sulla parete grondante di una lattina”. Joyce mostra la faccia dell'avanguardia senza veli, e in lui puoi leggere tratto per tratto l’intera, ormai vetusta fi- sionomia. Egli comincia con una serie di racconti intrisi d’un sim- bolismo smanioso: Dubliners. Al paragone certo sembra un sollievo Stephen Hero dove viene consacrato l’imperio del fantasticare osceno e turpiloquo e spesso soltanto ebete, posto alla pari con l’erudizione, lo studio, il garbo, e a furia d’essere giustapposto con aria umoresca, giustifi- cato. Al paragone sembra poi grandioso Ulysses, dove il gioco di parole, l'abbandono alla fantasticheria diventa in- distinguibile dal pensiero e dalla rappresentazione arti- stica, quando pure questi compaiano. Con Finnegans Wake, com’è noto, si va ancora un passo in là, la fantasticheria è ridotta alla sua purezza. Non ci si può arrestare, una volta accettato un invito di Joyce, bisogna seguirlo fino al fondo del suo antro: in ciò la sua demonicità e la sua unica decenza; molti vorrebbero dire: “fermiamoci a...,” ! Dedalus, pp. 137 e 142. 182 ELÉMIRE ZOLLA e il limite sarà a Dubliners per chi vuole soltanto il sen- timentalismo; a Stephen Hero per chi vuole soltanto vizi moderati come il gioco di parole o l’accostamento osceno, consuetudini di quasi tutti i borghesi del tempo di Joyce; a Ulysses per chi vorrebbe soltanto mescolare sogno e realtà in un complesso che abbia tutti i vantaggi e dell’osten- tazione erudita e del racconto realistico e della fantasti- cheria dissipata. Ma l’opera di Joyce è una macchina inar- restabile, travolge tutti a loro dispetto nel suo giro, con- duce ad una spoliazione progressiva da tutto ciò che sia armonioso (l’eleganza verbale sarà l’ultimo velo a cadere), non permette che i vizi restino segreti, li vuole manifesti, e non permette alla fine neanche la cognizione del vizio, ma esige la resa totale alla schizofrenia. Se si vuole scam- pare, bisogna colpire le radici al primo apparire della fantasticheria, e del sentimentalismo che ne è l’avvisaglia, altrimenti occorre procedere fino ad averne l’occhio vitreo e la lingua impastata. Questo è il carattere orrido e insieme salutare dell’avanguardia in genere, che non permette il “fin qui e non oltre”; accolta la sua prima istanza, a gra- do a grado essa porta all’ultima distruzione; s’incomin- cia con i contorni smussati, con il sentimentalismo gton- dante, e non si può non finire al tozzo di plastica bru- ciacchiata, al cicaleccio di Finnegans Wake. Con Joyce s’impara altresi un’altra lezione: rinun- ciando alla misura goethiana che toglie dalla visuale tutto quanto non si conformi al canone della rappresentazione esemplare, si è tratti in un vortice che di giro in giro s'inabissa fino al fondo del mare; a poco a poco, rinun- ciando ad attenersi alle cose auguste grazie alle quali si educa la fantasia, si perde anche l’ultimo appiglio, lo stile: la fantasticheria non si riesce neanche più a esptimerla, ad accennarla; come un acido corrode il suo recipiente, essa slabbra e infine assottiglia fino alla sfarinatura la sintassi. Questo si era annunciato già in Jens Peter Jacobsen, come notava Hugo von Hoffmansthal: “Ciò che egli ha rappresentato per primo: quel vedere le cose doppiamente, insieme reale e stilizzato. Nei vecchi ro- JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE 183 manzi psicologici (Werther, Adolphe, Manon Lescaut) si rappresenta il contenuto della vita psichica, in Jacob- sen la sua forma, osservata con precisione psichiatrica; l’incrociarsi, il sollevarsi ed il perdersi dei pensieri, l’illogi- cità, il ribollire e il fluttuare dell’anima. Il rapido fastidio delle cose, il loro appassire e perdere splendore, la gioia dei colori e la nostalgia dei colori — idealismo nevtopatico.” Questo corrisponde un poco al primo Joyce, che battezza epifania spesso non tanto un momento di riuscita stili- stica, di attenzione, ma un attimo di stupefazione vacua, di fantasticheria simile a quella descritta da Edgar Allan Poe in Berenice. Joyce offre i vantaggi di certi baracconi delle fiere d’un tempo, dove venivano mostrati attraverso quadri succes- sivi gli effetti di certe infezioni dai modesti ponfi sino alle piaghe nauseose, o di certi cartelloni di cantastorie con le vignette sulla sorte della ragazza che ascoltò le lu- singhe d’un giovane brillante e finî, di peccato in peccato, fra gl’incurabili. Con Joyce non ci si ferma più all’idealismzo nevropa- tico, si giunge alla semplice neuropatia. In Ulysses il pro- tagonista Leopold Bloom parrebbe a tutta prima oggetto di sarcasmo perché nulla è più oggettivamente comico d’un uomo simile, licenzioso nella mente, goffo nei movi- menti, osceno quanto umanitario, alla mercè d’ogni avvi- so pubblicitario che gli avvenga di scorgere per la strada, dei motivetti musicali che coglie nell’aria e che racimola come uno scarabeo stercorario. La poetica di Joyce è però l'opposto dell’educazione dei sentimenti attraverso alla cultura dell’immaginazione e della vista: egli abitua a soffermarsi su ciò che andrebbe scartato il più rapida- mente possibile. Intelligenza vorrebbe che di Bloom e di sua moglie si desse un profilo satirico, se ne ridesse e via; tutt'al più li si può nominare re e regina di Carnevale. T’accorgi, leggendo U/ysses, che Joyce mira invece al- l'opposto: Leopold giganteggia, diventa un personaggio tragico, Marion impersona la Terra, la Madre, l'Abisso, le associazioni mentali dei due diventano materia eletta, de- 184 ELÉMIRE ZOLLA gna di studio e di affetto. Chi avesse scambiato Joyce per un medico, s’avvede che è un untore; non un artista che rappresenta, ma un vizioso che chiede complicità. Marion Bloom capisce male una parola, meterzpsycho- sis. La situazione è inveterata: da Plauto in qua spesso si è visto l’ignorante alle prese con la parola dotta, storpiarla in modi esilaranti, ma questa è la prima volta che si diventa come lui, e ci si sofferma sui suoi fraintendimenti con amo- re. Marion Bloom capisce Met him pike hoses, e fantasti- cando sul marito che le ha spiegato il significato del vocabolo ignoto, borbotta fra sé: “That word meant so- mething with hoses in it and he came out with some jaw- breakers about the incarnation he never can explain a thing simply.” Lo stesso qui pro quo affiora nella mente del marito nelle più varie situazioni. Tutte queste vacue stor- piature, e questo loro intrecciarsi ed appastatsi insieme, formano agli occhi di Joyce uno spettacolo da delibare come un mosaico musicale. Invece dell’oro egli lavora escrezioni psicologiche, come un cane ritorna al proprio vomito. Non a caso la cloaca era stata il centro delle vicende dei roman- zi d’appendice ottocenteschi; nella loro apoteosi joyciana non si distingue fra cartacce e gioielli scivolati nella mota, ricordi di cultura antica e di miti sono trascinati via nella colluvie insieme agli avvisi economici, ai qui pro quo, alle notizie di giornale, alle canzonette. Le opere antiche possono raccomandarsi agl’ignari per l’alone di difficoltà, di complessità che le circonda; gli avanguardisti di ciò s’avvalgono per giustificare opere composte soltanto di quell’alone, invocano i bisticci dei classici per avallare Joyce. Crittogrammi sempre si sono usati, Saint Graal era tutt'uno con Saing Réal, e Pietro fu la Pietra, e VITRIOL volle anche dire Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem, e via enumerando, ma il gioco fonico era al servizio del senso occultato, laddove in Joyce viene rovesciato l’ordine: la gamma delle elucubrazioni erudite serve a gettare un manto di nobiltà sull’abitudine di storpiare vocaboli. Usa JOYCE O L'APOTEOSI DEL FANTASTICARE 185 allineare le opere di Joyce con le polifonie di Rabelais, di Melville o d’altri classici, si dà a credere che dietro le fan- tasticherie immonde di Bloom e di sua moglie esista un’ar- chitettura di richiami filosofici. È detto nella prefazione del Gargartua: “Bien aultre gouste trouverez et doctrine plus absconce, laquelle vous re- velera de tres haults sacrements et mysteres horryficques”, dove borrificques alluderà a aurificques: alchemici; petsi- no l’uso della scurrilità è in Rabelais simbolo scandaloso di concetti alchemici. In Joyce hai il contrario, un uso di concetti variamente eruditi al fine di dar pimento o colore di dottrina alla mediocre scurrilità. Il gioco della confu- sione è reso possibile anche dall’incapacità crescente di discernere il divario tra una fantasticheria materiata di erudizione ed una vigile cultura (coelestis agricultura). Rabelais adopra spesso quegli scherzi cui egli accenna nella prefazione alla sua opera: qualcosa di simile ai lazzi con cui i buffoni di talune tribi d’America debbo- no mimare le cerimonie sacre; egli parla degli arcani for- nendone il riflesso grottesco, e perfino nei momenti più licenziosi cela dietro al pagliaccio l’officiante. Il culmi- ne delle avventure borryfcques è l'abbazia di Thélème. Sulla porta di Thélème sta scritto Fa’ ciò che vorrai, che è insegna da luogo di licenza se letto da occhi ple- bei, e perciò il lettore comune si divertirà a quell’inven- zione d’un’abbazia centro di pantagruelismo; ma, sotri- dendo paternamente di quelle risate, il teologo saprà ri- condutre tutto ad una occulta citazione di Sant’Agostino'. ! Valga questa pagina di Ottavio Durante a illustrare il concetto adombrato da Thélème: “la vera manna ha virtù di purificare e mo- dificare il sangue, che però vale nelle febbri acute, benché proven- gano dalla collera; (ma l’adulterata apporta piuttosto nocumento che giovamento). Questa è forse quella manna della quale furono nutriti gli ebrei 40 anni nel deserto, che fu quivi creata per miracolo di Dio, mutata in meglio nella bellezza e nel sapore, della quale San- t'Agostino dice: Faciat unusquique secundum quod vult; et secundum quod per fidem suam, ac devotionem noverit esse faciendum, hoc est enim quod in Libro Sapientiae dicitur Manna secundum desideria sin- gulorum sapiebat in ore omnium. Ma in un altro luogo dice l’istesso Santo, che quella manna eta diversa da questa, perché era simile al 186 ELEMIRE ZOLLA Colui che si divertiva alle avventure di giganteschi, osceni beoni, con animo fanciullesco, suscitava la condi- scendenza del saggio, il quale pensava al contraccolpo che in lui, fatto adulto, avrebbe prodotto la scoperta di sen- si nascosti in ciò che gli era sembrata, nella sua verde età, una farsa villereccia. Qualcosa di simile al gusto che si può provare inse- gnando un catechismo ordito da teologi e grandi ponte- fici a bambini che lo ripetono come una filastrocca; se la dottrina forma e informa ogni parte della vita del cate- chista, egli si delizierà di impartirla, pregustando il pia- cere che l’alunno sarà per provare allorché più tardi nella vita imparerà certe verità, con risentimento e stupore e commozione vieppit grandi perché scoprirà che esse eta- no racchiuse, seme nella polpa, in quei giochi catechi- stici che l'avevano divertito da fanciullo, di cui s’era ver- gognato da giovanotto. Cost l’iniziato antico poteva ride- re allorché il poeta comico, Catullo o Giovenale, desi- gnava un turpe invertito con i nomi che competevano all’iniziando consacrato sposa del Dio, poiché ben ridi- colo era un uomo che confondesse i diletti sublimi dello sposalizio ad un Dio con quelli d’un congiungi- mento perverso, anzi poche cose potevano essere più le- pide (cosi dimostrò Jean Colin nel suo saggio sulla satira romana). Nello stesso spirito operavano i costruttori delle panta- grueliche cattedrali medioevali: “... cerimonie assai attraen- ti per la folla vi si mantennero durante il bel periodo medioevale. La festa degli stolti, — o dei saggi — ker- messe ermetica processionale, che partiva dalla chiesa con il suo papa, i suoi dignitari, i suoi devoti, il suo popolo — il popolo del medioevo, fragoroso, saputo, faceto, tra- seme del coriandro, e ’1 sapore simile al miele; il che si deve inten- dere ancora del nostro pane spirituale, cioè del giocondissimo pane dell'Eucarestia, il quale è tanto più giocondo, quanto si prende con maggior effetto di devozione.” Ecco le armoniche che risuonavano ad una lettura bene avvisata di Rabelais. Inoltre la Divg Bottiglia ado- rata a Thélème eta una Sacra Coppa come il Graal. JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE 187 bocchevole di vitalità, d’entusiasmo e di foga — e si sper- deva per la città... Ah, la festa dei pazzi, col suo car- ro del Trionfo di Bacco trascinato da un centauro ed una centauressa, nudi come lo stesso dio, accompagna- to dal suo grande Pan; carnevale osceno che s’impa- droniva delle navate ogivali! Ninfe e naiadi uscite dal bagno; divinità dell’Olimpo senza nuvole né farsetti: Giu- none, Diana, Venere, Latona... ideata dall’iniziato Pierre di Corbeil arcivescovo di Sens, secondo un rituale pagano e dove le pecorelle del 1222 gettavano il grido di gioia dei baccanali: Evoè, evoè. E gli scolari in delirio rispon- devano: Haec est clara dies clararum clara dierum! Haec est festa dies festarum festa dierum! Ci fu anche la festa dell’asino, fastosa quasi quanto la precedente, con l’entrata trionfale, sotto i sacri archi, di maestro Alibron, il cui zoccolo calpestava un tempo il selciato ebreo di Gerusalemme. Il nostro glorioso san Cri- stoforo vi era celebrato con un ufficio speciale ove si esal- tava dopo l’epistola questa potenza asinina che ha valso alla chiesa l’oro dell'Arabia; l'incenso e la mirra del paese di Saba, per non dire delle immagini scolpite rappresentan- ti la festa dell’asino o della volpe nella navata di Nostra Signora a Strasburgo, o delle feste della Flagellazione del- l’Alleluia in cui si cacciavano fuor della cattedrale di Lan- gres a frustate le trottole (sabots)'”. Nel secolo XX sono ben diradati coloro che possano, non si dice cogliere per erudizione i segreti delle satire antiche, di Rabelais o delle cattedrali, ma viverli con pie- nezza quotidiana, si da guardare con condiscendenza a coloro che ne intendano soltanto la scorza e mondiglia. Pochi giungono, a fatica, ad apprendere certi materiali gio- chi d’erudizione, in ambienti dove per bizzarria del caso e della storia tuttora essi abbiano un pregio economico. ! Fulcanelli, Le rmystère des cathédrales, Parigi, 1957, pp. 29-30, 188 ELÉMIRE ZOLLA I cultori di tali ricerche, non essendo ormai per tem- pra di carattere, per pratica quotidiana diversi dal- l’uomo comune e meccanico, giustamente quest’ultimo non viene più deriso, ma deride. Il plebeo, oltre che sen- timentale, è d'umore grasso e si diletta di storpiature di vocaboli: questi tratti sono ripresi, sia pure con la metal- lica diligenza e indifferenza sua propria, dall'uomo mas- sa. L’opera di Joyce attesta ma non esprime questo tra- passo del plebeo nell’uomo massa. Il genere di giochi di patole joyciano è nuovo soltanto per la sua sistematicità poiché i bambini e gli ebbri ne fecero sempre uso ed il lezio secentesco abusò pubblica- mente di trovate, come nel caso occorso a Torino nel 1660, del balletto composto da Tommaso Borgonio per il matrimonio d’una sorella di Carlo Emanuele III di nome Margherita con il duca di Parma e intitolato L’u- nione per la peregrina Margherita dove per la poteva di- ventar Perla, sinonimo di Margherita ovvero di Marga- rita, e dove peregrina indicava sia che la novella sposa s’allontanava da Torino, sia che ella era preziosa. La pub- blicità, che mira a far tornare infanti sfruttando quanto di infantile è in ciascuno, adoprò questi ritrovati indu- strialmente; dal canto suo Joyce offri ogni sorta di sugge- rimenti ai mercanti di propaganda. Che sia stretto il legame tra la prosa giornalistica o bu- rocratica e le parole in libertà delle varie scuole, dal fu- turismo in poi, è ormai non più materia di intuizione critica ma rapporto sperimentalmente comprovato dalla tra- duttrice elettronica, la quale tutt’insieme ha la scorrevolez- za senza intralci e la prosopopea burocratica quando forni- sce versioni di passi di prosa (traduce “illimitato dalle condizioni temporali” invece di “fuor del tempo”, ma scarta ogni costruzione non corrente) e la laconicità stra- volta, la asintattica fulmineità della poesia cubofuturista quando traduca dei versi. Fra la massima contaminazione utilitaria, l’industria culturale, e la massima purificazione arbitraria del lin- JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE 189 guaggio, lo sperimentalismo avanguardistico, esistono punti di osmosi che danno a pensare che la loto natura sia la stessa come comune è la loro origine nello sviluppo d’una civiltà industriale. Nel 1929 il fumettista De Beck cominciò a coniare espressioni meramente onomatopeiche o parole formate da frasi di più parole agglutinate; Joyce stava facendo altret- tanto. Il più timorato conformista sarebbe incapace di af- fermare che ci sia una differenza qualitativa fra insulsaggini joyciane come betterflies (gioco su butterflies, farfalle, e better, meglio) e quelle del fumettista americano Al Capp, che crea parole e personaggi come Shwz00 che è un animale tondo il quale agogna di farsi mangiare e si riproduce a perdifiato; smooth, smug, small sono alcune delle pa- role che Al Capp ha messo a bollire insieme. Dopo gli Shbmoo Al Capp inventa i Kigmie (Kick me), animaletti masochisti che evitano a tutti gli altri di maltrattarsi at- titando addosso a sé con tripudio calci e sevizie. Bifol- chi balordi consumano queste creature otribilmente alle- gre del proprio sacrificio: una combinazione che ha fatto gridare ad arte hogarthiana, addirittura a teorie del ca- pro espiatorio o del redentore divino i critici più blasfe- mi, Con Al Capp si tocca il punto pit tortuoso nella sto- ria della volgarità: l’intellettualizzazione, per cui sono spesso i devoti dell’avanguardia letteraria o cinematogra- fica a fornire analisi estetiche elaborate dei fumetti. Capita infatti che in questi vengano già adoprate tecniche quali più tardi saranno riprese nei circoli d’avanguardia, come avvenne già attorno all’anno 1900: il fumettista Charles Dana Gibson per rappresentare un uomo incerto fra due belle, gli disegnava una testa a piani sovrapposti di varie teste in varie pose, si da dare l'impressione del movimento in vortice; più tardi il cubista Duchamp ed il futurista Balla avrebbero fatto ricorso allo stesso espediente. Dal sogno dell'avanguardia, chi mai si stacca, quando si avanzi nei secoli XIX e XX? È vano a tal punto vo- ler sceverare un’arte sana da un’altra decadente e morbo- 190 ELÉMIRE ZOLLA sa, perché, nelle patole di Musil, “la villania universale, è insopportabile, oggi. Ma giacché è cosî, anche la bontà dev'essere falsa. L'una non dipende dall’altra come i due piatti d’una bilancia, di cui l’uno scende quando l’altro sale, ma piuttosto come due parti d’un corpo che sono insieme malate e sane. Nulla dunque è più sbagliato che immaginare, come accade in generale, che il prevalere dei sentimenti cattivi sia causato dalla mancanza dei buoni, al contrario, il male cresce evidentemente col crescere di una falsa bontà.” Cosi sono individuate le due sole forze che esistano nel mondo artistico industriale, la falsa bontà d’una tradizio- ne riformata e deformata e i cattivi sentimenti dell’ulti- ma avanguardia, il penultimo e l’ultimo passo verso la catastrofe (poco importa il segno che si presta ai due ter- mini: si può anche dire che la falsa bontà è l’ultimo e la cattiveria il penultimo passo: il rapporto non muta). Ma le due forze possono pareggiarsi. Si forma allora fra esse un vuoto, un luogo dove vengono sospese le gra- vitazioni: un’isola di libertà (e, sia pure una gobba di ce- taceo, che s’inabisserà subito; ci si può celebrare una mes- sa, come fece sul dorso di balena San Brandano). Il vuoto della libertà non è un compromesso fra le ra- gioni delle forze contrapposte, ma una sospensione totale delle ragioni della forza a pro della forza della ragione: e questa significa diritto di natura quanto all’azione, princi- pio di non contraddizione e del terzo escluso nel pensare, le leggi tratte dalle armoniche in musica e via elencando le ga- ranzie necessarie seppure, ovviamente, insufficienti della veglia. Fare un censimento del popolo dei vigilanti è tentazio- ne diabolica, come sperimentò Davide allorché volle nu- merare la sua gente. Ma si potrà rammentare che Mel- ville seppe fondere le tradizioni ismaelitiche in una natra- zione biblica, Emily Dickinson enunciò aforismi di etica puritana, Kafka richiamò le tradizioni cabbalistiche in una natrazione di stampo chassidico, Pasternak trasfuse in uno studio sul destino la tradizione serbata dalla liturgia JOYCE O L’APOTEOSI DEL FANTASTICARE 191 greca, Eliot riusci a riplasmare in versi la tradizione del ritiro secentesco di Little Gidding, Djuna Barnes evocò la tradizione del teatro in versi. E quasi tutti dovettero libe- rarsi prima del fango dell’avanguardia e fino all’ultimo portarono ancora traccia dell’obbrobrio. Melville aveva amato e imitato Oberzzann nelle opere an- teriori al suo capolavoro, Kafka ebbe un momento ini- ziale espressionistico e quasi joyciano (in talune novelle o in Beschreibung eines Schlachtes), Pasternak del pari nelle poesie quasi futuristiche o in Anna Ljuvers, Eliot ancora in Waste Land non s'era sciolto dai collages e dal- l'umorismo soggettivo, Djuna Barnes prima di Antiphon indulse nel gusto dell’orrido e della stravaganza. Tutti ebbero la forza di calarsi indietro vertiginosamen- te; Melville alla Bibbia di Re Giacomo e a Shakespeare, Emily Dickinson alla pleiade secentesca che va da Vaughan a Herbert, Kafka al Baal-Scem, Pasternak a Pu$kin, Eliot al- la “poesia del secolo XVII e XVIII” che “anche nelle pro- duzioni minori, possiede un’eleganza e una nobiltà che manca alla poesia popolare e ambiziosa dei romantici e dei loro seguaci',” Djuna Barnes a Marston e Shakespeare. Soltanto nel precipizio del passato si trova il fiore. Con- dizione per coglierlo: che non si schivino le prove di ti- rocinio, e davvero si imparino le regole dei Maestri Can- tori che destano alla difficoltà della veglia, che non si tema di piombare in direzione di un punto del passato il qua- le, punto essendo, non ha estensione: la comunità armo- nica, della quale è lecito dire soltanto che ogni tradizio- ne, ogni vita ad essa rimanda e che la sua immagine è conservata, per l'Occidente, nel Crizia di Platone. ! Prefazione a Homage to Dryden, citato da R. Curtius, Letteratura europea, Bologna, 1963, p. 380. PARTE II FANTASMAGORIA DELL’AVANGUARDIA Dar conto di quanto sia fantastica l'avanguardia è im- barazzante a causa della sua facilità. Tre dichiarazioni di fantasticheria si possono ttascegliere, nelle quali si co- glie la radice d’ogni rivolta avanguardistica: una lettera di Van Gogh, una di Schonberg, un paragrafo di Wittgen- stein. Se si vuole una data presunta della morte dell’arte, essa è proprio il momento in cui non ci si accorge quanto siano compassionevoli le confessioni sciorinate in questa lettera di Van Gogh, le quali cosi bene descrivono il vo- lontatismo, e trattano la pittura come spunto d’immagi- nazioni (Heine aveva osato altrettanto con la musica, de- scrivendo i quadri da lui immaginati durante l’ascolto di Paganini): “Vortei fare il ritratto di un amico artista, che fa so- gni grandiosi e lavora come l’usignolo canta. Egli è bion- do, e vorrei infondere nel quadro l’amore e la stima che sento per lui. Comincerò dunque con il dipingerlo tale e quale, quanto più fedelmente mi sarà possibile. Ma il qua- dro non è completo cosî. Per completarlo mi trasformo in un colorista arbitrario: esaspero il biondo dei capelli, mi spingo verso l’arancione, il cromo, il limone pallido. Dietro la testa, al posto del muro banale del povero ap- partamento, ci metto come sfondo l’infinito, uno sfondo semplice del più carico e intenso turchino che riuscirò a confezionare”: velleità, prevaricazioni, quali possono alli- gnare soltanto se quella prima operazione, della fedeltà, è negata ormai alla mano. Dire che i risultati della poe- tica sdolcinata di Van Gogh sono affini all’arte primitiva 13. . Storia del fantasticare. 194 ELEMIRE ZOLLA è un abuso frequente e fraudolento; i primitivi coltivano un’arte liturgica, compongono dei mandala, cioè subotdi- nano la loro pittura al fine della meditazione religiosa o della magia; la pittura della Rinascenza è classica perché è in se stessa, nella disposizione dei suoi elementi retti dalla legge della sezione aurea, un’azione liturgica o, alme- no, mistica. L’arte moderna non si rifà ai primitivi, ma agl’inetti che allignano nelle masse, ed in una lettera di Van Gogh a von Rappard si legge addirittura che un ba- nale disegno dello zar morente sul Purch “ha quasi più sentimento del Totentanz di Holbein”. Ancora un passo innanzi e si giunge alle ingiurie di Léger contro “l’estasi del soggetto nobile” della Rinascenza. La perversione era cominciata (addita Lawrence Alloway, elogiandola) con il critico Campfleury, che nel 1850 prese ad applicare le ca- tegorie dell’estetica all’imzagerie de cabaret, alle cerami- che rozze, alle caricature. Allorché un tal Pierre de Mas- sot scrive che le gambe delle canzonettiste e le pitture di Duchamp “sono l’unico regno poetico nel quale posso vivere”, egli mostra di aver terminato il periplo del male, d’essere l’uguale del piti miserabile abitante della sua città. Il punto d’avvio era stato l’intenerimento per la patetica “arte volgare”; Van Gogh, a furia di predicare ai minatori aveva scordato di predicare a se medesimo le parole di San Paolo (I ai Corinzi, 14,20): “Fratelli, non siate fan- ciulli di senno; ma siate bambini in malizia, e uomini com- piuti in senno.” La dodecafonia fu la sistematica réverie musicale: come Joyce utilizzava frantumi di cronache di giornale per cavarne materiale narrativo, cosi il dodecafonista mette a frutto in modo arbitrario un materiale musicale!; ! Come il cuore vizioso almanacca, cincischia valendosi dei dati ac- cidentali raccolti nella realtà, cosî l'avanguardia compone “al quadra- to”; nel 1918, a Parigi, Strawinsky si era fatto spedire dall'America un pacco contenente tutta la musica volgare, jazz e ragtimzes, che fosse reperibile e quindi, servendosi di queste musiche come materiale, ave- va composto il suo celebre Ragtizze. “Poco prima James Joyce si era fatto spedire da Dublino una quantità di wovelettes volgari di appen- dice... e aveva costruito con quegli ingredienti il celebre capitolo Nau- FANTASMAGORIA DELL'AVANGUARDIA 195 l’equazione nascosta da cui l’uno e l’altro si sentono auto- rizzati suona: Realtà è Immaginazione, da cui proviene l’altra, la quale equipara le norme che dalla realtà si di- stillano (la teoria armonica che si ricava dalle armoni- che naturali) alle convenzioni escogitate dalla Moda, fi- glia della Morte. Ecco il passo di Schonberg: “l’unità dello spazio sonoro richiede una percezione assoluta e unificata. In questo spazio cosi come nel cielo di Swedenborg non esiste un sopra, un sotto, una destra, una sinistra e nemmeno un assoluto avanti e dietro. Nello stesso modo in cui il nostto spirito può riconoscere sempre un coltello, una bottiglia oppure un orologio indipendentemente dalle posizioni in cui tali oggetti si possono trovare, come la nostra coscien- za, in virti della forza immaginativa, può percepire le cose in ogni posizione, cosî la coscienza del compositore può operare spontaneamente con una serie di suoni, quale ne sia la direzione o la maniera in cui si costituiscono le forme riflesse dei loro rapporti reciproci, che perman- gono come quantità invariabili”. Lo spazio sonoro della musica d’avanguardia è quello dell’uomo che immagina, non quello percepito dall’uomo che contempla; in esso può avvenire soltanto ciò che si sia convenuto per arbitrio totalitario, cioè innaturale, e ne nasce un sistema come la dodecafonia o i ritorni tematici di Joyce, sciarade e rebus da dilettarne i patiti dei giochi di pazienza. Quando manchi ogni arbitrario sistema di convenzioni a regolare le combinazioni, si ha la musica atonale o i vari generi di parole in libertà. È noto che regolando ogni parametro, alla fine ci si conduce a risul- tati identici a quelli dell’arbitrio assoluto. Nel gergo si suo- le affermare: “la costruzione assoluta e l’aleatorietà asso- luta coincidono”, che vale a dire: “un sistema giuridico del tutto sciolto dal diritto naturale e divino coincide con sicaa del suo Ulysses” (A. Plebe, La dodecafonia, Bari, 1962, p. 22). Che si segua o meno un sistema nella “quadratura” o ci si valga di materiale proprio invece che altrui (come fu il caso di Schénberg), poco importa, l'essenza viziosa del procedimento resta immutevole. 196 ELÉMIRE ZOLLA l’anarchia”. Ed equivale ad affermare che nella fantasti- cheria non esistono norme che non sieno trovate arbitta- rie, cioè negazioni della normatività; cosî negli stati to- talitari l’irreggimentazione assoluta coincide con l’assolu- to spadroneggiare di bande di gangster. Il terzo caso è dato da un paragrafo delle Ricerche filo- sofiche di Wittgenstein: « Posso forse immaginare (ben- ché la cosa non sia per niente facile) che le persone che mi vedo d’attorno sieno afflitte da atroci sofferenze, ma che tuttavia riescano artificiosamente a celare il dolore? È importante che io debba immaginarmi in loro un’arti- ficiosa volontà di fingere. Che non mi possa semplice- mente dire: “Va bene, la sua anima soffre, ma che c’en- tra il corpo?” oppure: “Tutto sommato, non ha bisogno di dimostrarlo col cotpo.” E quando immagino ciò, che cosa faccio, che cosa dico, come guardo alla gente? Forse guardo uno di loro e pen- so: “Deve essere difficile ridere quando si soffre cosî,” e osservazioni simili. Come se recitassi una parte fingendo che gli altri soffrano ». (I, 391) Da questo atteggiamento di modesto fisionomista, frut- to inevitabile d’un’abitudine alla réverie che smaterializza ogni cosa, nasce tutta la narrativa d’avanguardia, con la sua insistenza sull’inconoscibilità reciproca, sui “proble- mi della comunicazione”, sulla scissione dei pensieri pre- sumibili dal comportamento oggettivamente registrabile. Di fatto, nel mondo dei réveurs tutti si sentono doppi, recitano la loro parte nella realtà come un attore si pre- senta sul proscenio, e debbono ogni volta farsi forza per infondere calore alla loro azione cosi come per in- vestirsi della parte l’attore deve dar credito alla recitazio- ne dei colleghi. Talché ancor prima di recitare amore, indifferenza oppure odio del suo prossimo il réveur si do- manda se quel prossimo esista, se stia recitando al pari di lui. L'illusione di essere dotato di sottigliezza psicolo- gica (“quelli credono che io sia davvero tutto qui, in que- sto attimo e intanto trasvolo per tutta la gamma di reci- FANTASMAGORIA DELL’AVANGUARDIA 197 tazioni possibili”) o di asciuttezza (“mi attengo al nudo comportamento, all’oggettività assoluta, misurabile”), sol- leva il cuore del réveur. La chiara coscienza che conduce Manzoni a sceverate come principale vizio di Gertrude l’orgoglio, scartando la lussuria o la ferocia, non è concessa al réveur, maestro nel supporre, nell’almanaccare, nel rompersi la testa, nel se- minare sospetti cervellotici; egli è fondato su un presup- posto gratuito e allettante: “tutti sono réveurs”, basta ac- cettarlo e ogni cosa si arruffa, acquista mille penombre misteriose. Wittgenstein non fa che codificare l’opposto di codesta frenesia analitica, ovvero la paralisi che irrigidisce. Ma alla stotia della fantasticheria nel secolo dell’avan- guardia non si sta più dietro poiché diventa fantastiche- ria la storia stessa, allorché vengano tralasciate le norme della natura. Alla fantasticheria puoi acconciare l’orazio- ne che il Bartoli pose in bocca al denaro: “Ma che più mi stendo io in farvi una efemeride della mia vita, e in raccontarvi i miei fatti ad uno ad uno e i miei misfatti? Quante volte a’ consiglieri ho fatto perdere la fede, a’ giu- dici l’equità, alle matrone l’onestà, alle vergini l’innocen- za, agli Ecclesiastici la coscienza? Quante ne’ contratti ingannevole, maliziosa ne’ doni, ingiusta ne’ furti, nelle paghe crudele? Quanti ho accecati con la mia luce, sic- ché han perduto di vista, chi la verità, chi la pietà, e chi l’anima? Quanti sordi a prieghi e minacce, ho incantati col mio suono ottuso? Quanti col peso mio ho tirati dalle più alte cime del paradiso all’imo più profondo dell’in- ferno? Bastivi sapere, che per poche menti io sono pas- sata, che non le abbia lasciate, o men giuste, o men ca- ste, o men fedeli, o meno innocenti.” Per giungere alle ultime conseguenze, alla trasposi- zione della fantasticheria dalla mente viziosa sopra uno schermo collettivo, si è dovuto faticare per un secolo di avanguardia. Infine, ecco il risultato, l’apogeo, un au- tore di romanzi cinematografici, Robbe-Grillet, diventato regista di film, il quale confessa: 198 ELÉMIRE ZOLLA “Il tempo mentale è proprio ciò che ci interessa con le sue stranezze, le sue ossessioni, le sue ragioni oscure, perché è quello delle nostre passioni, della nostra vita. I ricordi che rivediamo, le regioni lontane, gli incontri fu- turi, o anche gli episodi passati, che ognuno combina nella propria testa, modificandone a piacere il corso. È come un film interiore, che si svolge continuamente in noi, non appena cessiamo di interessarci a quanto accade attorno a noi. Ma in altri momenti registriamo al contra- rio, con tutti i nostri sensi, questo mondo esterno che si trova sotto i nostri occhi. Cosî il film totale del nostro spirito ammette contemporaneamente, di volta in volta... frammenti passati, futuri o totalmente fantasmagorici.” Il corsivo non è di Robbe-Grillet, ma serve a isolate un esempio di logica fantasmagorica, di apparente de- duzione, quale si ritrova di quando in quando nei di- scorsi dei réveurs, i quali spesso hanno l’aria di voler di- mostrate qualcosa ma non fanno seguire concatenazio- ne di sorta. La trama del fil scaturito da questa osten- tazione della fantasticheria, L'imzortelle, è il risultato delle distruzioni perpetrate dagl’inizi del romanticismo a oggi: “Un professore francese arriva a Istambul. Sulle rive del Bosforo incontra una bella e giovane donna che gli fa visitare la città. Fra i due sboccia un idillio, ma la donna scompare senza aver detto chi è. Il professore la cerca dappertutto. Gli consigliano di non insistere. La ri- trova ugualmente in un quartiere popolare. La bella sco- nosciuta viaggia a bordo di una lussuosa automobile bian- ca, ma è sempre spiata da un uomo con gli occhiali neti che tiene al guinzaglio due enormi cani. Nel corso di una nuova passeggiata la donna muore. Il professore con- tinua a cercare di sapere chi era quella donna misterio- sa, che diventa per lui importante. Ma finirà per restare ucciso anche lui'.” Qui tutti i motivi della réverie sono im- pastati insieme: il cinema vi tocca la sua perfezione di ! Lorenzo Bocchi, corrispondenza da Parigi su Corriere della Sera, 23 agosto 1962. FANTASMAGORIA DELL’AVANGUARDIA 199 spettacolo di massa. Già basta la nuda situazione dello spettatore cinematografico in sala, che ripete quella degli uomini chiusi nella caverna di Platone, a dire quanto il cinematografo sia orrido in se stesso, come proiezione del fomite d’ogni vizio in una macchina apposita; ma la sua perfezione come franca sfilacciatura di sogni a occhi aperti senza neanche più il riferimento a situazioni in qualche modo mitiche, archetipiche e narrative è raggiun- ta da Robbe-Grillet. Dapprima la macchina cinematogra- fica inghiottiva come poteva leggende, miti, frantumi del passato, cosî le catapecchie della Roma medioevale si va- levano di frontoni, di colonne dei tempi cesarei. Era an- cora cannibalico e usava temi come il fantasma, il robot, il vampiro, l’utopia. Il futuro della réverie totale, siste- matica, incancellabile, è quello che un Robbe-Grillet col- labora a creare, ma egli è solo uno dei tanti operai di questa Fabbrica per la distruzione della realtà, che lavora assiduamente giorno e notte, con sussidi sempre più au- tomatizzati. Il giorno in cui la Fabbrica sarà diventata l’unica realtà è già avviato al suo meriggio. RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE La riproduzione di una cosa è già un atto d’immagina- zione, in quanto compie il lavoro proprio di questa: con- serva la realtà, sia pure monca di certi aspetti; più la riproduzione coincide con la realtà e più s’apparenta con l'immaginazione, che è capace di serbare calchi esattissimi e allucinatori, ai quali fa soltanto difetto un ineffabile: la vita. Le varie arti insegnano a cogliere la realtà con mag- gior trasporto, perché il quadro, nel segno che l’ha trac- ciato, offre la traduzione in movimenti muscolari e manua- li delle impressioni stampate sulla retina, e cosî la statua: la plastica è danza congelata, mentre la poesia individua il riverbero ritmico, timbrico, tonale delle impressioni che un avvenimento suscita nei cinque sensi, e non è tale se non trasmette con la voce che la dice un aroma, una qualità di luce, un sapore; del pari la musica, che alle ori- gini era una parte della prosodia. Le arti non sono riproduzione se non di riflesso: i mo- vimenti dello scalpello, del pennello, delle corde vocali sono l’espressione della media proporzionale fra i due estre- mi, realtà e riproduzione. Platone sbandi dalla Repubbli- ca perfetta le arti; esse vi sarebbero state superflue, poiché l’elemento di riproduzione, di mimesi della realtà che esse contengono nella perfezione assoluta del reggimento pla- tonico avrebbe potuto recare fastidio, rammemorare l’ori- gine d’ogni vizio: la diminuzione dell’essere attraverso la sua riproduzione. L’arte conosce questa sua macchia 202 ELEMIRE ZOLLA d’origine, tant'è che un’opera eccelsa tende alla morte d’ogni altra, ed esige perfino il superamento di se stes- sa, è “una porta che si spalanca sulla realtà”. Finché tuttavia le riproduzioni vengono fatte a mano, qualcosa si salva (anche se, per imperizia dell’artista, scar- samente). Quando si riproduce a macchina, invece altro non si fa se non coniare fantasticherie e le si danno poi da consumate all’occhio o all’orecchio altrui, esercitando opera diabolica, cioè presentando come fosse realtà un fatto d’immaginazione. La consuetudine di questo consu- mo (di fotografie, di film, di registrazioni televisive e via elencando) implica una diffusione della fantasticheria di secondo grado attraverso i sensi, i tramiti che dovreb- bero invece aprire alla realtà. L’uomo nel secolo XX vive sogni altrui quando non suoi, tanto che la sua mano ormai non sa più ritrarre, e il suo orecchio non percepisce nean- che i suoni perché stanno per diventare antiquati gli stru- menti coi quali essi si definivano, in grazia di certi movi- menti della mano. Filtra sempre meno luce nella vita degli uomini, i qua- li sognano socialmente, ormai, senza alcun lucido inter- vallo. Ed i pochi desti che rimangono, capaci tuttora di individuare con la mano o con le corde vocali il tracciato che definisce la mediazione fra riproduzione e realtà, ven- gono stregati: accantonati come relitti, sia che coltivino un orto, o che attendano ad una bestia, o che raffiguri- no senza deformazione la realtà, sia che semplicemente se ne stiano seduti sulla soglia di casa a guardare una cam- pagna, in silenzio e senza divagare, con un chiodo infisso nel cuore a tenerlo immobile: la riverenza verso chi con- tiene quella materia e dispone quelle forme. Naturalmen- te questo prevalere del sogno sulla veglia finisce col cor- rodere perfino il sogno, togliendogli via via le tracce che esso pur serbi della realtà: un occhio colpito da riprodu- zioni meccaniche di immagini alla fine perde la facoltà di riprodurne fantasticamente; un orecchio sommerso in concerti permanenti riprodotti meccanicamente è ottuso nella facoltà di amare l’ordine tonale. Perciò coloro RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE 203 che vogliono fantasticare per conto proptio, fantasticano astrattamente, atonalmente; di qui l'avanguardia artistica, che sarebbe un misterioso spettacolo altrimenti, poiché in nessun altro secolo si sono visti uomini dedicarsi a cose siffatte ed a spiegarlo non basterebbe da sola la tenden- za a fingersi libidinosa la sopportazione d’un fastidio. Una notazione del diario di Corrado Alvaro è assai feli- ce e palesa l’origine dell’obbrobrio: “Dopo aver fumato più del solito, e uscito da un cinema, ho sognato non uomini ma oggetti in movimento, come una riproduzio- ne esatta della fantasia di tutta una successione di qua- dri. Solo che, invece di essere animati, i protagonisti erano oggetti, superfici bianche e grigie.” Chiamare tragici gli abitatori d’una tal epoca è scorretto, perché ogni loro do- lore volontario è comico. È ben raro che un tiranno costringa sulla punta della spada a intossicarsi, a cacciarsi in cinema e guardare televisori; come i più buffi perverti- ti, costoro pagano per essere frustati. La notazione di Alvaro dà conto di moltissimi effetti: come mai proprio sul diluvio dei romanzi, degli spetta- coli “commerciali” galleggi l’avanguardia (“superfici bian- che e grigie”). Le scene predilette del réveur sono quelle stesse del me- dio film: come il cenciaiolo di Baudelaire, il medio ré- veur profonde bontà, viene posto in pericolo, ma scampa fortunosamente, a scorno dei suoi nemici malvagi. C'è in lui come nei fil un inseguimento, un combattimen- to, una morte o un perdono. L’arringa difensiva perpetua che il réveur va pronunciando a proprio favore dentro di sé è sostituita dalle scene di tribunale o simili, di indole rivendicatoria, dei fila. Si sa quale parte abbia nelle réve- ries la scena del funerale o dell’apertura del testamento: del pari nei film. Il genere comico, che sempre è stato imperniato sullo smascheramento del révear, non ha più efficacia terapeutica, perché l’uomo massa non è mai sar- castico o ironico, ma solo umoristico, e nutre non già di- sprezzo ma tenerezza o curiosità per le bambocciate. Or- mai il contrasto fra avanguardia e immagini diffuse da 204 ELEMIRE ZOLLA “reti” di varia natura, è soltanto quello fra sogni provo- cati originalmente e sogni predigeriti; gli apologeti del- l'avanguardia credono di dover spiegare che bisogna abi- tuatsi ai nuovi prodotti, fare il callo alle novità che essi patrocinano, lasciarsi andare, non itrigidirsi, permettere che i loro sogni invadano la nostra mente. La questione del grado di perizia e del grado di imitazione della realtà è stata accantonata, e nessuno osa più porla: la scelta è fra sogni già sognati e sogni nuovi, nel mondo dei réveurs. Ma che si voglia non sognare, non pare scelta concepibile. Ciò che l’uomo massa chiama “realtà” è un’orditura di fantasticherie, e questo dà conto della strana assetzione che di quando in quando odi da lui, a spiegazione del suo vario seppur parziale suicidio: “Bisogna tenersi in con- tatto con la realtà.” Il massimo di fantasticheria è quel che oggi si presen- ta come informazione e ragguaglio; disse Daniel J. Boor- stin: “il potere di riferire e ritrarre ciò che accadeva fu una tentazione che indusse a creare immagini probabili o a preparare ragguagli già pronti di ciò che ci si aspet- tava accadesse. Come spesso capita, gli uomini finirono con lo scambiare il loro potere e i loro bisogni. Lettori e spettatori dovevano tosto preferire la vivacità del servi. zio, il candore della fotografia alla schiettezza di ciò che veniva narrato.” A ciò s’aggiunse l’esigenza industriale della produzione perpetua; oggi le notizie debbono non essere pi soltanto quotidiane, come al tempo dei giornali, ma d’ogni momento, e bisogna anche fabbricarle sinteti- camente perché i giacimenti della storia contemporanea non reggono ad uno sfruttamento cosî massiccio. La stessa quantità delle melodie, frasi, effigi le rende fantastiche; questo è uno dei volti della chimera, l’altro è la incapacità dell’uomo massa di attenersi alle notizie che almeno lo incuriosiscano, se non interessino (primo passo per inoltrarsi verso il limite ottimo: attenersi a ciò che conduca alla salvezza). Pochi sanno che l’uomo vale per ciò che non fa, per le cose trascurabili che sa scartare, per gli accadimenti dai RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE 205 quali sa distogliere lo sguardo, per i bisogni che sa estin- guere. Si fa una statua asportando il marmo superfluo dal blocco, si diventa schietti e pronti levando di mezzo le abitudini dannose, gl’impedimenti; alla stessa stregua: si impara a far attenzione togliendo di mezzo le informa- zioni di nessun conto. Al contrario l’uomo massa: in grazia dell’accumulo for- sennato e distratto di notizie e di rappresentazioni, le qua- li restano poi tutte inutili perché non allegorizzate, egli smartisce ogni possibilità di incontrare un limite, un destino. La formula prevalente seguita nella fabbricazione di notizie è quella dell’intervista (nata sul New York Tribu- ne del 20 agosto 1859): un’intrusione nella sfera privata ormai generalmente tollerata. I secolari diritti della pri- vatezza sono stati distrutti da una serie di contrarie con- suetudini dell’industria culturale (fu eroso lo stesso diritto all'immagine, che viene confiscato a chi entri nella sfera del- l'interesse pubblico, curiosa reincarnazione della caduta in schiavitù e del pari si perde il sacro diritto all’integrità del cadavere nei pubblici ospedali, e la promessa mendace al pubblico o la concorrenza sleale vengono ristrette dalle nor- me tacite ma dotate di maggiore autorità, del sistema pub- blicitario). L’intervista è non solo un invito a fantasticare, a fornire un'immagine di se stessi, un proprio doppio spet- trale con la scusa di offrire un pezzo vivo della propria persona, ma è anche prefabbricabile, e perciò, tutte le vol. te che convenga, prefabbricata. Il primo a creare un’azien- da per la fabbricazione del proprio calore umano fu Fran- klin Delano Roosevelt, che disponeva di un comitato di giornalisti, poeti, commediografi, incaricato di confezio- nare le sue apparizioni sui mezzi di massa. Il caso finora più accuratamente studiato di fabbricazione d’un avveni- mento fu l’accoglienza di Chicago al generale McArthur: “Lo spettatore della televisione, con gli occhi fissi ora sul Generale ora sulla folla entusiasta, le orecchie colma- te da una narrazione che senza tregua ribadiva lo scam- bievole effetto di folla e celebrità, non poteva che riceve- 206 ELÉMIRE ZOLLA re un’impressione di continuo e drammatico fasto... Gli spettatori reali furono doppiamente delusi, non solo per- ché vedevano ben poco e per poco dal luogo dov'erano ca- pitati, ma anche perché sapevano di perdere una rappre- sentazione assai migliore (e d’una maggior drammaticità di quanto s’aspettassero) sullo schermo della televisione... ma per molti presenti uno dei brividi più intensi della giornata era la possibilità di essere ripresi dalla televisione.” Cosî Boorstin compendia i risultati d’una indagine fatta da trentun sociologhi dell’Università di Chicago diretti da Kurt Lang. Un osservatore non sfornito dei cinque sen- si e di quella capacità di coordinarli un tempo detta men- te, sarebbe bastato a capirlo, ma affinché un’osservazione abbia oggimai prestigio bisogna che si presenti sotto spe- cie accademica, come ridicola perizia. Gli avvenimenti prefabbricati, cioè le immagini che si modellano sulle aspettative dell’interesse o della fantasti- cheria, sono oggi la maggioranza. La reazione dell’uomo ingenuo, dunque assetato di furbizia, viziato insieme e sentimentale è la seguente: “se gli avvenimenti sono or- mai fabbricati, il potere sarà della minoranza dei fabbri- canti; basterà che ne faccia parte io e questa forza satà volta al bene”. In realtà non c’è una casta di signori che domini i mezzi di massa, poiché i mezzi stessi signoreg- giano, chi li manipola è manipolato, chi ne usa viene usa- to: la vendetta del mezzo è certa, come la spinta dell’aria sicuramente solleva le ali che le corrono incontro. Un au- tore non può fabbricare interviste a se stesso e scrivere sceneggiature senza sentire, dopo qualche tempo, una stra- na difficoltà a concepire una narrazione genuina; un uo- mo politico non può stare alla parte fatua, generica, ri- toccata che i mezzi di massa gl’impongono consetvan- do un angolo intatto della propria volitività; è vietata la riserva mentale a contatto con i mezzi di massa poi- ché si può agire subdolamente con un altro uomo, non con un meccanismo. Il nuovo Mazzarino si fa truccare per la sua comparsa alla televisione, impara la parte che gli è assegnata alla “conferenza stampa”, ma chi è l’in- RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE 207 gannato? Il suo comitato di esperti di relazione pub- bliche? Sono suoi complici. Gl’intervistatori? Sono com- parse nello stesso dramma prefabbricato per lui o da lui. Gli spettatori? Essi non lo vedono, egli entra nei loro dot- miveglia come uno spettro, al pari di tutte le altre ombre, e non verso di lui ma verso la sua persona prefabbricata nutrono essi i loro sentimenti fantastici: sono conniven- ti. Alla fine, se un ingannato s’ha da trovare, è proprio co- lui che si ripromette di essere duttile, accorto, sottilmente compromissorio, diabolico all'occorrenza nell’esercizio d’u- na “ridimensionata” arte del possibile. Crede di usare senza essere usato, di conservare la sua libertà di scelta scegliendo fra le scelte che sono state scelte per lui, come tutta la massa. Le burocrazie imperano assai meno dei mezzi di massa, il cui ipnotismo consiste nel dar l’illusione ai loro padroni d’essere gl’ipnotisti. Ma questo è un inganno che tosto svanisce, dando luogo alla mera diligente esecuzione tra- sognata; il re ieratico, prigioniero del rituale, in mano ad eunuchi e maestri di palazzo, si reincarna senza fasto, sen- za rituale augusto ma con molto maggiore impotenza nell’uomo politico d’oggi. Agesilao Spartano, quando gli fu detto che c’era un uo- mo capace di rifare al naturale il canto degli usignoli, se ne spacciò dicendo che non vedeva il motivo di ascol- tare quel canto d’imitazione. All’opposto, l’uomo massa non lo riscuoti ma anzi affascini vieppit, dandogli un ragguaglio di come si fabbricano i falsi accadimenti, i quali ai suoi occhi appaiono più vivaci, più intelligibili, più rassicuranti della realtà spontanea ed il fatto che qual- cosa sia fabbricata, gli sembra semmai una garanzia di eccellenza. L’applauso registrato per i concerti, il folklore stipendiato, il finto rustico popolare non gli ripugnano, come al vizioso non danno fastidio un volto nascosto da cosmetici o una capigliatura tinta, anzi, li preferisce all’in- carnato e ai capelli veri. Gli ideali d’un tempo sono sostituiti dalle immagini di cose, istituzioni, persone: “Pid importante di ciò che pen- 208 ELEMIRE ZOLLA siamo del candidato alla Presidenza è ciò che pensiamo della sua immagine pubblica. Votiamo per lui perché è la specie di immagine pubblica che vogliamo alla Casa Bianca. L'immagine della Buick è più importante di ciò che la Buick realmente è. Essa ci viene venduta e noi ne godiamo a causa della sua immagine. Il linguaggio delle immagini non è citconlocutorio, ma soltanto un modo semplice di descrivere ciò che domina la nostra esperien- za" osserva Boorstin. Se invero ciò che ti è sempre presente allo spirito è il tuo Dio, ecco il loro, la Contraffazione. La pubblicità crea costantemente nuove immagini; il pubblico ne è vittima quanto il produttore costretto a spen- dere un’alta somma per vendere complicate fantasticherie sul prodotto insieme al prodotto; e nemmeno si può ren- dere responsabile il perito di psicologia che congegna i mezzi finanche subliminati per instillare quella fanta- sticheria nei consumatori; chiunque dia licenza alla sua mente ha posto in essere la causa di quella riduzione del commercio a rapporto fantastico tra produttore e con- sumatore, come della corrispettiva irrealtà propagandistica della vita politica. L’azione pubblicitaria o propagandistica fornisce moti- vi per sogni a occhi aperti, che s’insinuano nel flusso e possono affiorare anche in atti d’acquisto. Perciò poco im- porta che chi la subisce le dia fede. A chi non fantastica il terrorismo pubblicitario in tutte le sue propaggini (e qua- le immagine o seguito di note musicali riprodotti a mac- china non sono pubblicità di se stessi, se non d’altro?), ap- pare inspiegabile; un tal uomo non sopporta le varie con- catenazioni sutreali fra immagini e prodotti. In un tiepido bagno solvente s’aggirano gli uomini mas- sa, immagini e suoni ne riproducono il lavorio fantasti- co e fantasticano per loto, fuori di loro e dentro di loto; essi ignorano la distinzione stessa fra originalità e imi- tazione fantastica; anche quando s’imbattano in una for- ma incorrotta della natura o dell’arte, continueranno a ve- dere e a udire come sono addomesticati a fare, lasceranno scorrere il loro nastro di sogni, e cosî molle è ormai la loro RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE 209 indole, dopo più d’un secolo d’industria culturale dispie- gata, che quel nastro nemmeno sanno di poterlo fermare. Te ne avvedi da quanto l’uomo sia inetto ormai a te- ner ferma l’attenzione con assiduità; se di bestiale, quan- to a baldanza di istinti o a nitore di percezioni, l’uomo non ha quasi più traccia, è invece tutto animale quanto all’incapacità di trattenersi con perseveranza e logica su un qualche oggetto: divaga, storpia, scherza o corre alla conclusione: “e allora, che fare?”; qualsiasi richiamo lo sollecita e nessuno lo arresta, nulla egli discrimina e a nulla rinuncia; è gelatinoso, dove si trova lî s’affloscia. Come il cane disabituato alla caccia o alla custodia di greggi, ogni odore, brulichio o vento lo svaga, eppure neanche un fulmine lo strapperebbe, per più del baleno, dal flusso d’immagini in cui si stempra. Niente incastella, dà travatura e forma a tali vite simi- li a otri gonfi di liquame cadaverico, di fantasticheria. Per costoro non sussiste questione che non sia compara- tiva, propria d'un settore industriale e quando odano dia- gnosi della loro esistenza sono capaci perfino di consen- tire, scambiandole per ragguagli sullo stato vacillante della produzione libraria o dello smercio di dischi di mu- sica antica o sulla penuria di istituti d’istruzione, ovvero sulla scarsa propensione del mercato ad accogliere come personalità commerciabili poeti, scrittori, musici. Di con- seguenza uno di loro può persino correte a comunicarci che sono in aumento le vendite di dischi di Lorca (quasi che gran parte di Lorca non fosse una contaminazione di réveries e cartelloni turistici), che le riviste più diffuse non respingono collaboratori appartenenti al panteon con- sacrato, che il pubblico non rifiuta film di registi intel- lettuali. Tutti segni che l’uomo massa non ha nemmeno più la dignità che gli conferiva il gusto sicuro nel re- spingere le cose non fatte per lui, ma che è anzi tanto mitridatizzato da non discernere pit i cibi che dovrebbe- ro avvelenarlo. La divulgazione è un atto sacrilego, che vieterà di os- servare le cose degne per avventura preservate, perché le 14, - Storia del fantasticare. 210 ELÉMIRE ZOLLA facezie o le seriose ostentazioni dell’uomo massa si udranno fra le rovine e nelle pinacoteche, a farci risovvenire le pa- role di Lord Melbourne citate da Dwight Macdonald: “L’eleganza, la grazia e il sentimento che costui contempli sia pure con costanza non possono mescolarsi ai suoi pen- sieri e insinuarsi nella loro espressione; egli rimane rozzo, insolente e goffo, ancor più dell’ignorante e incolto.” Si può rinviare al racconto del Novellino: “Fue uno fi- losofo lo quale era molto cortese di volgarizzare la scienza, per cortesia, a signori e altre genti. Una notte, li venne in visione, che le dee della scienza, a guisa di belle donne, stavano al bordello. Ed elli, vedendo questo, si maravi- gliò molto e disse: ‘Che è questo? Non siete voi le dee della scienza?’ Ed elle risposero: ‘Bene è vero: perché tu sei di quelli che vi ci fai stare.” Isvegliossi e pensossi che volgarizzar la scienza, si era menomar la deitade. E rimasesene e pentessi fortemente.” Il male che tutto ammorba è l’idea del pubblico, cioè d’un fantasma che non è una società organica e presente, né una generazione né una setta né una comunità; il suo in- combere segreto rende tutto spettrale, tenerne conto signi- fica piombare nell’irrealtà. Il gusto dell’ovvio è il segno del rispetto per il pubblico; ormai pochi sentono ripugnanza per l’ovvio, e soltanto questa repulsione distingue la cultura dalla divulgazione. L’ovvio è la terra: vi germogliano fiori e frutti; ma con- sumarla è segno di follia; Nabucodonosor impazzi metten- dosi a divorare la terra. In un mondo non meccanico l’uomo massa sarebbe inet- to a sopravvivere civilmente. Un mito tutt’affatto mo- derno è viceversa quello dei ragazzini che, abbandonati a se stessi a causa di una qualche catastrofe, creano una società barbarica, con una sua liturgia sanguinosa. Tale l'impianto, ogni narratore varia poi il colore degli ele- menti, in Lord of the Flies di William Golding la cata- strofe iniziale è un’esplosione, in Our Mother's House di Julian Gloag è la morte della madre il cui cadavere viene nascosto dai figlioletti. Ma ragazzotti d’oggi, inebetiti dal- RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE 211 l'industria culturale, non saprebbero creare rituali e se di certo abbonderebbero fra loro i macelli, difficilmente essi saprebbero elevare altari di sactifizio; è fuor di dubbio che se di ogni semplice rapporto creerebbero una burocrazia non saprebbero però dar forma a una cerimonia. Stupisci vedendo che, in qualche loro modo, i réveurs nondimeno qualcosa edificano e compongono, e spesso compiono imprese che vorrebbero menti deste e mani fer- me; ma non un uomo sibbene un comitato è l’autore di ciò che si attua. Dove s’è potuto, s'è procurato di ampu- tare l’uomo dall’esecutore, la genialità dalla perizia, sic- ché un medico, un giureconsulto o altro dotto ancora oggi sopravvivente si svela una scimmia addomesticata, capace di far buone diagnosi o di sciogliere grovigli d’affari e poi, uscito di clinica o di tribunale, appare trasognato neanche avesse lavorato ad una catena di montaggio: un consumatore in più per l’industria culturale. La civiltà mo- derna è come quel tiranno antico il quale, a garantirsi i prigionieri, faceva recidere loro il pollice, per averli inetti a scagliare una lancia ma atti al remo; saranno stati an- che rematoti di scarso piglio. Lo spareggio che ci sia fra dignità del lavoro e tono della vita privata sarà sempre temporaneo e parziale; ineluttabili e crescenti sono la sterilità e fatuità del clinico o del giureconsulto, a mano a mano che consumino più docilmente le distrazioni del- l'industria culturale; verrà il giorno in cui non sapranno più dischiudere in se stessi quel silenzio interiore da cui affiora l’intuizione clinica o giuridica, avendo contratto in modo inguaribile la coazione a stivare di pattume so- noro e visivo il tempo di vacanza. Infatti a poco a poco muoiono gli ultimi uomini completi e perciò gli ultimi clinici o giuristi geniali, e sempre più si opera in comi- tato, con varie scuse (lavoro sovrabbondante, informazio- ni straripanti da assimilare) e per una unica causa: la di- strazione crescente, l’incapacità progressiva di apprende- re, assimilandola organicamente, la materia di studio. E, naturalmente, il rancore verso chi faccia eccezione. Non è possibile che un uomo tollerante come un vaso per 212 ELÉMIRE ZOLLA l’immondezza, che accolga cronaca fatua (nera e rossa e sportiva) e tritume fotografico o rifiuti musicali, poi si trasformi, al varco del laboratorio o dello studio, in un sapiente che trama i suoi sistemi come un ragno la tela, che trasceglie i concetti come un’ape i fiori e non per- mette che una stilla del suo tempo si perda. Nelle arti e nella filosofia la cosa è ben pi manifesta, perché un ar- tista o un pensatore che amino ottundere la loro sensiti- vità sono inauditi, e anzi è perfino impensabile un uomo per il quale l’arte o la filosofia sieno cose diverse dal- la réverie, e nondimeno sia “uno come tutti”. Se è uno come tutti, al più, amerà l'avanguardia, ed il passato delle arti e del pensieto in quanto ripostiglio o fondaco del- l’avanguardia. Perciò l’idea di un uomo massa al concerto o alla pinacoteca intento a studiare i classici, ripugna come un accoppiamento contronatura che già si sa desti- nato a svelarsi sterile, come una messa officiata da scim- mie. L’arte o la filosofia classica educheranno e convertiran- no con la loro vicinanza? Si lascia edificare accanto ad un edificio medioevale una torre di cemento, eseguire un concerto in mezzo a spari e gracidii, o esporre un dipinto in una foschia rossigna (già nessuno trova demente espor- re quadri alla luce non già di lucernari ma di lampadi- ne), o recitare un poema austero con voce di cerretano e gesti di Pulcinella, scusandosi col dire che la cosa eccelsa conquisterà il peggio, che basta far attenzione solo a quel- la, distogliendo lo sguardo dal male, con savia miopia. Ma un fermo e vero proponimento educativo anzitutto insegnerebbe l’immobilità ed il silenzio e poi a distingue- re il bene dal male e a non mescolarli. Perciò imporre programmi “culturali” alle varie reti è il principio della diseducazione; come sarebbe profumare rifiuti, invece di sbarazzarsene. Dai mezzi di massa si potrebbe cavar qualche bene? Si dovrebbe poter utilizzare a buon fine il Kitsch o l'avanguardia sua sorella? Se è cosî, a che diventino un tesoro manca soltanto che si seppelliscano. Prima cura del pedagogo sarebbe di preservare dalla cor- RIPRODUZIONE E IMMAGINAZIONE 213 ruzione la cosa da impartire, con la cura incendiaria con cui qualche santa plebe islamica ancora ricusa di per- mettere una pellicola su Maometto. Credere che sia possibile educare alle difficoltà d’un clas- sico, allorché l’agevolazione di non consumare più imma- gini industriali sembra una cima inattingibile, è ben fri- volo inganno. Soltanto dopo la purificazione lo Spirito dice: “Egli è un vaso eletto da me, per portare il mio Nome” (Arti 9, 15). 15. - Storia del fantasticare. ANTROPOLOGIA FANTASTICA L’uomo d’immaginazione dissipata può anche non vivere come nel ritmo di una barcarola, come trasportato lungo un fiume ora impaludato ora precipitoso, ma piutto- sto starsene murato vivo in un unico sogno tessuto e ri- tessuto. Può darsi che la scena da lui perpetuamente ri- badita nella sua immaginazione sia un’avventura vissuta, che lo riempie o d’orgoglio o di diritti; sia pure con qual- che ritocco fantastico, sempre il révewr la rivisita e riper- corre, cosî rallentando il tempo della réverie, togliendole l’unico bene che le sia connaturato, la facilità a passate, a essere smaltita. Spesso dietro il sogno fisso se ne cela un altro, taciuto, che ha rapporti di una tal quale analogia col primo, che gli fa da schermo. La rivelazione improvvisa di questo segreto può guarire dal fantasticare, perché dà una scossa e ridesta. L'uomo del sottosuolo di Dostoevskij so- gna di andare ramingo come un pellegrino santo, senza pos- sesso che lo distragga dal costante sacrificio e di impartire con parole arroventate la buona novella, sicché il papa cessa di occupare gli Stati pontifici e le rivoluzioni diventano su- perflue; quale sia il sogno vero, che si nasconde dietro a questo scudo istoriato, ce lo svelerà il comportamento del- l’uomo del sottosuolo con la povera meretrice. Ogni volta, per scoprire il sogno segreto d’un uomo basta domandarsi: “Entro quale vicenda si giustificherebbe il suo comporta- mento, in se stesso insensato?” Com'è noto, dietro c’è sem- pre una qualche scena traumatica dell’infanzia; l’uomo fan- tastica di un’altra e diversa al fine di non pensare ad essa. D'altra parte il fantasticare non fa che approfondire la feri- ta del trauma, talché è terapeutico non solo scoprire al vivo 216 ELÉMIRE ZOLLA la “scena capitale”, ma soprattutto far cessare il lavorio im- maginativo. Il réveur dedito alla sua scena fissa vi torna, come il cane al suo vomito, senza intermissione, e la sua malattia può essere di tre specie, a seconda che colpisca l’una o l’altra fra le potenze dell’anima. Allorché ne è af- flitta la memoria la scena ossessiva sarà una rimembran- za. Allorché invece è l’intelletto a soffritne, si suole imma- ginare di pensare a qualcosa, ed il sintomo di quest’ultima forma morbosa è l’abitudine di distinguere fra intenzione e atto, fra mezzi e fine e non già per disprezzare le in- tenzioni senza esito o i fini malraggiunti, ma anzi, per circondarli di cure e carezze, e allora nascono le frasi: “Io ho tentato di esprimere..., a voi giudicare se ci sono riuscito.” “Non so quale, ma un’idea c’è.” “Non importano i mezzi, conta il risultato.” Sono asserzioni d’apparenza innocua, di sostanza dolo- sa, poiché vorrebbero dare a credere che esista da un lato un bugno ronzante di pensieri, e dall’altro uno stru- mentario in se stesso neutro, col quale li si traduce o meno in atto, quasi si potessero dividere cose organicamente av- vinte, ed i mezzi non fossero la definizione dei fini, e l’e- spressione non costituisse l'attuazione del contenuto; ogni delitto diventa lecito quando si cominci a ragionare sepa- ratamente dei fini e dei mezzi, di intenzioni e di tecni- ca. La fantasticheria viene troncata se si riconducono gli aspetti delle cose alla loro unità organica. Non c’è alcun réveur moderno che non si trastulli con progetti per mettere a frutto le forze esistenti a scopi di- versi da quelli che esse hanno in concreto e per loro es- senza; egli vuol ottenere che l’uomo si serva della mac- china invece di servirla, si valga dei mezzi di diffusione di massa per meditare e criticamente riflettere, che l’intel- lettuale si inserisca nella macchina della produzione, e via conciliando il sogno e la veglia, immaginando d’affidare a saltimbanchi la celebrazione di sacri riti, e nascondendo- si cosf che una ben più straordinaria conciliazione sta av- ANTROPOLOGIA FANTASTICA 217 venendo sotto i nostri occhi, fra la decrepitezza e la pue- rizia, in coloro che nutrono tali chimere. La scena madre o capitale dei viziosi è spesso di una demenza che ne vieterebbe ogni espressione, salvo faceta; perciò resta muta, e quando procuri di esprimersi dà come risultato tronconi ermeticamente allusivi. A giudicare dalla diffusione del turpiloquio e della let- teratura sconcia tal scena dovrebbe essere un atto di libidi- ne ma fors’anche più spesso è un’ostentazione di prestigio, di fortuna e di forza, magnanima o brutale, comunque fru- strata. Molti sono anche gli adepti del “bel gesto da re- starne allibiti”. I réveurs hanno voglia di fermare chic- chessia per potergli raccontare la loro scena madre: il giorno che concessero (o rifiutarono) soccorso al nemico, che il medico li rassicurò che avevano un cuore eccezio- nale (o malato), che dissero una certa qual frase all’au- tomobilista che li aveva urtati, che incontrarono quella tal donna... Ogni avvenimento nuovo viene da costoro trascurato, o riversato in quella forma cava e spesso incontri uomini stati nei frangenti più atroci e grandiosi delle guerre, delle lotte per il potere, i quali rimuginano soltanto una qual- che scena madre inconsistente o scurrile: quella è stata il centro della loro sognante esistenza; alla fine dell’Edu- cation sentimentale di Flaubert il protagonista s’accorge che la sua scena madre non è stato questo o quell’in- contro con la donna sempre amata, ma una visita impac- ciata ad un lupanare in compagnia d’un amico, e tutto il romanzo verte su questo scambio di scene madri. Chi è occupato a covare la scena madre è malvivo, noioso e annoiato, monotono e ciarliero. Hawthorne, nella prefazione alla Scarlet Letter fu il primo a cogliere il raccapriccio che destano persone la cui vita è stata una traversia, che dovrebbero essere glo- riose di esperienze e nondimeno hanno confitta nella mente soltanto una scheggia, magari una qualche arguzia burocratica: cosî i vecchi capitani di marina dalla vita mol- 218 ELÉMIRE ZOLLA teplice, i quali rimasticano le loro scenette nella dogana di Salem. L’immaginazione è come una resina che cola dalla mente ferita: invischia e poi invetria. Le facce dei réveurs finiscono coll’esprimere le vicende immaginate; se ci si guarda attorno in un qualunque luogo si vedono le torme dei sonnambuli tutti atteggiati in modo incongruo, con una qualche smorfia sempre ripetuta e infine pietrificata sul volto. L'uno vi ha dipinti dolori atroci sopportati con fierezza, l’altro una truculenza che maschera la bonarietà, l’altro una sufficienza clemente dinanzi a insistenti omag- gi; paura, furbizia, supplica sono il lembo visibile del so- gno, meglio evidente nella piega delle bocche. Ma anche le mani esprimono, disegnando il gesto fondamentale del- la scena madre; un altro modo di esternare il sogno è l'andatura, guardinga, truce o spavalda, impetrante od astuta. Il corpo è costretto, schiavo della mente, a fare la sua parte nella farsa. Non manca di un fondamento il culto della forza fisica e del corpo perfettamente adde- strato: è difficile avere un gioco muscolare sciolto senza tensioni né rilassamenti, allorché si farnetica. Se la mente è tirannica invece che regale, il corpo si vendica; se si protendono i nervi nel regno dei fantasmi, essi ricortono alle consuete risorse degli sfruttati: la lungaggine nell’ac- correre, il languore nell’ubbidire, la dilazione nell’udire. Una branca della medicina s’occupa dei malanni che na- scono dal fantasticare, delle occlusioni dovute al non po- ter “mandar gi” qualcosa, delle asme dovute al sentirsi soffocati dall'ambiente, delle ulcere scavate da trafiggenti preoccupazioni. I corpi obbligati a comporre i geroglifici dell’immaginazione intristiscono come schiavi di miniera. Fra una vecchia nozione della demonologia, che il dia- volo non sa nulla di ciò che gli uomini pensino, delibe- rino o rammentino, sa però tutto ciò che essi immagi- nano; perciò gli riesce di quando in quando d’impressio- nare con rivelazioni di segreti. I vicari del diavolo sono numerosi: con gusto indovinano e attizzano le altrui im- ANTROPOLOGIA FANTASTICA 219 maginazioni, sono lenoni di fantasie. Le persone diaboli- che sono misteriose all’apparenza, perché paiono dotate di penetrazione inconsueta; ma siano messe a fronte di per- sone che non immaginano ed ecco: il loro potere si scio- glie; esse non leggono il pensiero, a parlare propriamen- te, ma soltanto la fantasticheria. Appaiono sciocche allor- ché s’imbattano in una persona vereconda, che non offra esca alla loro diabolicità, perché allora vanno attribuen- dole intenzioni, sogni, desideri, in modo del tutto incon- gruo. Le vedi in tali casi scambiare una riflessione per una manovra politica, un apprezzamento estetico per una voluttà, un bisogno per un vizio, una ripugnanza mora- le per orgoglio di classe, uno sdegno etico per una pre- sunzione di superiorità, una devozione religiosa per una sensualità travestita, un eroismo per una parata romanti- ca, uno studio appassionato per un’avara o stravagante ac- cumulazione. Maldestri, inveleniti, questi Iago riescono però assai sovente a sorprendere i candidi Otelli, se a co- storo non viene insegnata l’astuzia del serpente. L’indovinare le altrui fantasticherie, che è concesso sol- tanto a chi si abbandona in modo diabolico alle proprie, può essere spinto fino alla medianità: non a caso nelle congreghe spiritiche d’ogni specie, come osservò Hawthor- ne e dopo di lui Benedetto Croce, non è mai emerso nulla che somigliasse ad un concetto o ad un’immagine poetica: esse celebrano le feste dell’immaginazione oziosa. Fra le consuetudini della vita di massa alcune hanno la forza diabolica delle sedute medianiche e d’altrettanto irrobustiscono la potenza del fantasticare: le interviste, che sono vere e proprie partite di immaginazioni, durante le quali ci si eccita con quesiti (“quale personaggio sto- rico vi piacerebbe essere stato?” “con quale tipo di donna vi piacerebbe di trovarvi su un'isola deserta? ”) Nelle famiglie di massa lo scarso tempo sottratto ai so- gni collettivi dei vari apparecchi viene dedicato ad un esercizio immaginativo che consiste nel domandarsi di ogni avvenimento, anche del più trascurabile, la causa, nell’ingigantire i fatti di nessun conto. 220 ELÉMIRE ZOLLA Accostarsi ad una famiglia di massa è come entrare in una tana dove si è sorvegliati da enormi occhi polime- ruli, da antenne sibilanti. Sintomo decisivo da cui riconosci se un uomo è réveur: che ami o no il silenzio. Esiste gente che lo detesta al punto non solo di farcirlo di chiacchiere ma di tenere ac- ceso continuamente un “rumore di fondo”, perfino quan- do studia. I film allenano alla disintegrazione del vecchio rapporto di ritmo e lavoro o di raccoglimento e studio, con la loro divaticazione voluta tra colonna sonora e azio- ne (suona il valzer, il ferito s’accascia). Le orchestrine di cannibali scheletriti nei campi di concentramento nazi- sti non furono che l’applicazione fortuita d’un princi- pio che esige la musica di fondo cosî durante convegni erotici come durante la guida dell'automobile, quasi a riaffermare: “siamo qui eppure non ci siamo, esistiamo e fantastichiamo”. È come se si avesse sempre seco un doppio minorato che si deve tener sveglio in qualche modo, come usano fare le nutrici coi loro fantolini; al doppio si dà da ascoltare un programma radiofonico o un disco, o da guardare, con la coda dell’occhio, un qualche seguito di immagini. Non a caso una delle situa- zioni archetipiche del mondo attuale è K nel Castello, che si deve portare dietro i due aiutanti scimuniti dovun- que vada. È per tener buono questo doppio che anche nei raduni più seri si fanno giochi di parole, si indugia su bisticci, su qui pro quo voluti. Una persona che sia stata sottoposta a questa tortura per molto tempo (ed or- mai non c’è quasi nessuno al mondo che non ne sia stato pervertito) non può più essere integra, dedita interamente a ciò che fa: è stata sdoppiata alla perfezione e non c’è più molta speranza di indurla a vergognarsi, non già di aver venduto la sua ombra al diavolo, come nella favola di Chamisso, ma, peggio, di trattarla come fosse un infer- mo o un pargolo. PSICOANALISI E FANTASTICHERIA Quando uno psicoanalista invita ad associare, talvolta gli capita d’incontrare una radicale incomprensione; taluni davvero non sanno che cosa egli stia chiedendo: sono le persone perfettamente sane (oppure cosî malate e intimo- rite dalle loro fantasticherie da doverle negare). La psicoanalisi nacque sul ceppo di una certa lette- ratura minore, scolaticcio della novellistica tedesca: quella di Joseph Popper, che usò lo pseudonimo di Linkeus (1838-1921), e che nel 1899 scrisse Phantasien eines Rea- listen, dove celebrava l’ideale di un mondo onirico orga- nizzato come il tempo di veglia, e quella di Jensen, l’auto- re della réverie su Pompei, Gradiva. Furono i testi fonda- mentali, sui quali Freud edificò la psicoanalisi, in grazia degli accostamenti puramente associativi che vi campeg- giavano. Eppure lo studio scientifico moderno della fantasticheria è assai scatso: non la si è ancora misurata né ridotta in un linguaggio chimico, per parlarne si usa tuttora la pro- pria lingua e non un insieme di segni convenzionali. Freud ne scrisse abbastanza poco; osservò che oltre alle fantasticaggini dei paranoici, i quali di continuo si rappre- sentano le proprie grandigie o le proprie magnifiche sof- ferenze con monotoni stereotipi, ed a quelle dei perver- titi sessuali, sempre occupati a proiettarsi lussurie, esistono quelle specifiche degl’isterici e degli adolescenti, di conte- nuto erotico nelle donne ed erotico misto d’ambizioso negli uomini: “questi sogni a occhi aperti ci forniscono la chiave pet capire i sogni notturni, il cui nucleo altro non è se non queste fantasticherie diurne complicate e deformate, 16, - Storia del fantasticare. 222 ELEMIRE ZOLLA e malcomprese dal sistema psichico cosciente'”. Colui che nutre tali sogni a occhi aperti si riconosce dai sorrisi su- bitanei e distratti, dalle parole mormorate fra sé e sé, dal- l’acceletazione improvvisa dell’andatura allorché la vicen- da fantastica s’'avvia alla conclusione: “tutti gli attacchi isterici che ho potuto finora indagare si sono rivelati so- gni a occhi aperti involontari di questa sorta che irrom- pevano nella vita quotidiana”; i sintomi isterici non sono che l’espressione della fantasticheria fondamentale e “gl’i- sterici incapaci di esprimere come sintomi le loro fan- tasticherie le attuano consapevolmente nell’azione e cosi immaginano e perfino provocano nella realtà attacchi o violenze sensuali”. Il fondamento su cui Freud poggiava la sua analisi della fantasticheria era tradizionale: “Le persone felici non fantasticano mai, soltanto le insoddisfatte... Se le fantasticherie diventano esuberanti e prepotenti, ecco po- ste le condizioni per lo scoppio d’una neutosi o psicosi; le fantasticherie sono altresi lo stadio preliminare e menta- le dei sintomi di malattia.” Ma egli cadde nella confusio- ne allorché volle stabilire quale nesso esistesse fra il poeta o narratore ed il sognatore a occhi aperti, quesito che si scioglie assai facilmente: un poeta o narratore è tale nella misura in cui non fantastica; ma Freud non aveva sensibilità estetica e scrisse alcune frasi inconsulte per spie- gare come mai ci attraggano le opere d’arte e invece il racconto di fantasticherie da parte dei nevrotici che ne soffrono ci ripugni o lasci freddi: “l’arte poetica sta nel- la tecnica con cui il nostro sentimento di disgusto viene superato... Lo scrittore ammorbidisce il carattere egotisti- co della fantasticheria con mutamenti e dissimulazioni, e ci attira con l’offerta di un piacere puramente formale, cioè estetico nella presentazione delle sue fantasticherie””; un'estetica che si attaglia soltanto al meccanismo di pro- duzione dei valzer di Johann Strauss, delle operette di ! Le fantasie isteriche ed il loro rapporto con la bisessualità, (1909). ? Il poeta e la fantasticheria (1908). PSICOANALISI E FANTASTICHERIA 223 Offenbach, dei romanzi d’appendice o delle farse del café chantant (o dei film). Freud non distinse bene neanche fra giochi infantili e fantasticheria: i giochi tradizionali sono per lo più addot- trinamenti mimati (attraverso i quali vengono insegnate la prontezza, la rassegnazione, e altre virtà); quelli che i fan- ciulli abbandonati a se stessi viceversa s’inventano sono pur sempre ancorati alla realtà, anche se stabiliscono fra gli oggetti rapporti diversi dai consueti, e vanno giudi- cati esercizi di interpretazione o allenamenti piuttosto che fantasticherie. Fra i seguaci di Freud l’argomento non ebbe che un solo cultore minuzioso, il fammingo Varendonek' il qua- le si osservò con cura e sistematicità, ricavando una serie di leggi della fantasticheria o, com’egli dice, delle cateze di pensieri preconsci: Una catena è una successione di ipotesi e repliche e quesiti che viene interrotta di quando in quando da allu- cinazioni mnemoniche. Il processo è diretto da certi desi- deri predominanti ed è vivace nella misura della loro for- za. Ogni catena nasce da un commosso ricordo che può scaturite da un’occasione ovvero imporsi all’improvviso senza causa. La catena si avvia come una frarce dopo una sorta di sospensione, di vuoto, che ne è l’abbrivo, e a mano a mano che si evolve, dominano gli elementi visivi allorché essa affonda nell’inconscio, e gli elementi discorsivi allorché ne emerge. Le catene sono irreversibili, non consentono verifiche, ritorni e perciò neanche correzioni e critiche. “Le catene terminano in un momento di passività men- tale che le fa affiorare alla superficie, oppure perché la memoria viene messa in moto dall’appercezione in seguito a stimoli esterni; in entrambi i casi l’effetto è un ritorno alla coscienza desta.” Rep Varendonck, Ueber das vorbewusste phantasierende Denken, Vienna, 1922. 224 ELEMIRE ZOLLA Nel vago restano gli altri psicoanalisti: Bleuler chiama la fantasticheria pensiero autistico; la produzione di pleo- nasmi non è buon segno, tant'è vero che egli confonde la fantasticheria con il gioco che allena all’azione, la paragona alle capriole con cui i gattini si abituano a cacciare i sorci; Rapaport obiettò che mancano alla fantasticheria due ope- razioni essenziali del progettare: la facoltà di arrestarsi per analizzare certi vunti ed il riesame di fatti già trascorsi’. Sartre fece qudlche osservazione simile a quelle di Freud sugl’isterici: l’uomo fantastico è un essere senza rapporto con l’uomo reale insieme a cui convive, e questo sdoppia- mento fa si che l’azione progettata sia sempre diversa dal progetto, e quando nonostante tutto si compia proprio l’azione progettata è perché si è presi alla sprovvista e non si ha altra risorsa a disposizione oppure si è mossi da una cocciutaggine che s’è acciecata e fa agire “d’une manière raide et cassante”, come di chi “dice quel che ha da dire” senza guardare l’interlocutore, si da compromet- tere irrimediabilmente la realtà nel senso voluto dal sogno. La plasticità e l’adattabilità vengono distrutte dalla ré- verie, lo schizofrenico che vi trova riparo non incontra cosa alcuna che possa eluderlo, resistergli, sorprenderlo, tanto sono povere le sue immaginazioni, e chi fantastichi eroticamente, è ridotto cosî “non tanto petché sia stato de- luso in amore, ma perché non è più capace d’amore””. Que- ste osservazioni sono spatse da Sartre nel contesto program- matico che esige il metodo fenomenologico, révasserie del- l’intelletto. Le analisi delle cosiddette immagini ipnagogiche sono di qualche utilità perché mostrano quali sono i caratteri facciali cui tende il réveur. Nello stato ipnagogico il tono muscolare s’allenta, salvo che viene teso l’orbicolare del- l'occhio; la pupilla si restringe, lo sguardo si fa conver- gente, gli occhi ruotano nell’orbita, le palpebre stanno serrate. 1 David Rapaport, Organization and Pathology of Thought, New York, 1951. m ? J. P. Sartre, L’imaginaire, Parigi, 1948. PSICOANALISI E FANTASTICHERIA 225 Le immagini che appaiono allora, sono tutt'uno con la loro interpretazione, non esiste una distanza fra la loro apparizione sensibile e il loro riconoscimento e la loro classificazione, non avviene alcun adeguamento della mente alla cosa, poiché la cosa è già la sua nozione. L’oggetto ipnagogico non è particolareggiabile, non si può scomporre, il suo nome è ante rem e l'abbondanza dei particolari che possono riferire certi allucinati è illusoria, perché ogni particolare è già la propria descrizione e per- ciò non si può ulteriormente approfondire. La legge più importante che la psicologia abbia asso- dato, fra quante reggono l’uomo fantastico, è quella per cui: “I movimenti scaturiti dall’immaginazione sono sen- titi come del tutto involontari”.” ® Leroy, Les visions du demi-sommeil, Parigi, 1926. ? Journal of Abn. and Social Psych., 1946, vol. 41, pp. 107 sgg. L'IMMAGINAZIONE BUONA L’immaginazione buona è quella morta, come il buon pane è grano macinato, impastato, infornato. L’immagina- zione è femminile, nefasta perciò a chi la tratti fem- minilmente, con arrendevole soggezione o con irruenza simulata. Può conoscere, possedere l'immaginazione colui che non sappia concepire cose sgraziate e imperfette; che abbia del tutto distrutto, asceticamente, la sua fanta- sticheria. L’immaginazione non si dà al pavido, ama l’aria della sprezzatura e del torneo, preferirebbe, con femminile sag- gezza, l’uomo che agisce male senza pensarci, con fero- cia infantile, a chi nutra, con mano innocente, un’idea torbida; sdegna con femminile spietatezza l’uomo infred- dolito e incerto (“o sollecito dubbio e fredda tema che pensando t’accresci!” lamentava il Tasso). La ottiene, la fa prolifica e felice chi sia temprato bene, cioè sappia fare a meno di lei, e all'occorrenza sia in grado di darle il bene del castigo disciplinare che da sola non si sa procurare, tale essendo il suo limite e sesso. Essa diventa, una volta rapita, inanellata e resa fedele, fonte di ricchezza e d’intuitivi soccorsi, metà dell’uomo. Un’immaginazione disciplinata arride soltanto a chi ab- bia su di lei autorità e questa ottiene soltanto un pensiero che non pecchi (e l’unico peccato è di pensiero). Quando tale sia il pensiero, l'immaginazione si adegua, e cosi subisce una metamorfosi, diventa l’intuizione che discerne alberi nel seme, figli nel padre, sistemi scheletrici nella vertebra, destini nel carattere, concetti in ogni immagine. Dal pensiero ismaelitico questa facoltà cosi rara a fiorire 228 ELÉMIRE ZOLLA e che costituisce il semenzaio delle idee o figure, questo mondo mediatore fra intelligibile e sensibile fu minuta- mente studiato; nella tradizione occidentale fu Goethe a insegnare come l’immaginario si depuri fino alla sua metamorfosi. L’intuitivo sa che se l’idea, cioè la forma o carattere di una cosa, non gli si sviluppa appieno in tutte le sue determinazioni organiche, rimanendogli oscura e confusa, è perché egli è asservito a quella forma o carattere: a causa d’un suo peccato. Sa anche che Dio è ciò che è presente con costanza alla mente, e se il suo Dio è un idolo o ‘un agglomerato di idoli egli non avrà saggezza, ma se invece è l’essere che non ammette immagine e da cui perciò emanano tutte le immagini, allora si aprirà l'occhio dell’anima, l’immaginazione diverrà la com- pagna fedele e sottomessa con cui si vivrà felicemente da allora in poi. Quando si provveda alla custodia del cuore con desi- derio e amore, ci si accorge che per quanto si divaghi, si cada, ci si assopisca durante la custodia, si può non- dimeno essere riaccolti nella quiete; questa è clemente e misericordiosa senza fine, simile ad un padre il quale festeggi il figliol prodigo tornato da luoghi stranieri o ad una madre che perdoni con pazienza smisurata un bambino. Ci si accorgerà che talvolta la quiete arride subito a un dissipato che si volga a chiederla e non si concede a chi si sorveglia con solerzia; che è simile ad un padrone tremendo che dà o toglie secondo disegni disumani. A meglio osservare appare chiaro che la quiete è la bontà stessa; si concede benché nessuno ne sia dav- vero degno, tale essendo la facilità di ciascuno a divagare; ed è altresi il bene perché nessun bene ha durata e con- sistenza senza di essa. La parabola degli operai della vigna, quella delle nozze del figlio del re, quella delle vergini savie e delle folli, quella dei talenti sono tutte rappresentazioni di codesta misteriosa amministrazione della quiete. L'IMMAGINAZIONE BUONA 229 L’immaginativa combattuta da un’ascesi che l’abbia ben spenta, diventa la facoltà che fa scorgere il polo op- posto ovvero futuro d’ogni cosa: nel bulbo raccolto la pianta espansa, nella voracità del bruco la farfalla asti- nente, nell’umanitarismo fraterno la ghigliottina operosa, nella restaurazione industriale della bellicosità le camere a gas, nella redenzione del proletariato il regno dell’intrigo burocratico, nella lava il sasso, nella seduzione il ricatto, nella bruscheria il pianto, nelle buone intenzioni i la- strichi dell’inferno, nel mezzo stesso il fine del suo uso, nella fantasticheria l’abominio, nella trasgressione l’inquie- tudine, nell’acquisto il fastidio, nella vertebra lo scheletro, nello sperma il figlio, nel sangue il latte. Poiché ciò vede, l’uomo sagace non s'impone di essere ma è continente, casto, rispettoso d’ogni vita, ligio a ogni norma naturale e, come dice Melville nel Moby Dick, “perciò i veri prin- cipi dell'impero di Dio sono trattenuti dal prender parte ai comizi elettorali, lasciando i più alti onori agli uomini che si rendono famosi più per la loro infinita inferiorità a quel pugno di uomini scelti dal Divino Inerte, che non per la loro indubbia superiorità al morto livello della massa”. Occorre abituare l’immaginativa ad assorbire le spirali con cui evolvono gli organismi; se la si lascia incancre- nire o servire i desideri personali, la si debilita, da forza che sarebbe diventa fardello. Essa è portata germinalmente a rendere il suo naturale servizio, che è poi quello de- scritto nel capitolo XIV della prima epistola ai Corinzi di San Paolo, dove fra l’altro si dipinge al vivo quel che è una comunità di persone dall’immaginazione risanata e pura. È ben raro chi intenda quel capitolo. Se cogli l'immaginazione allo stato nascente essa ti fornisce av- vertenze; lo sa assai bene la saggezza popolare, che si regola sulla prima impressione. Germinalmente vuol però dire debolmente: la ghianda è minima, l'embrione ha tanta potenza quanta inermità. L’immaginazione dev'essere difesa e lasciata libera di of- 230 ELÉMIRE ZOLLA frire le sue primizie, di far udire la sua voce rapida e de- licatissima, di lampeggiare nel buio. Il Talmud attesta l’uso di accostare fallo e teschio, che era un inculcare mediante l’orrore la comprensione delle polarità; bene insegnò Goe- the a nutrirsi soltanto di forme, di organismi compiuti, evitando ogni chimera, qualsiasi figura superflua o mec- canica. Chi anticamente voleva un’immaginativa robusta, si ritirava in romitaggi o si velava il capo. Ma tutti sapevano comunque di dover curare la loro alimentazione di imma- gini, badando a non ingozzarsi ma a trascegliere, contem- plando soprattutto crescite regolari (donde il savio uso di coltivare piante, aver sempre sott'occhio fiori, putti, be- stie graziose), temperanze di calori e umidità (donde la savia consuetudine di intrattenersi su presagi del tem- po e del raccolto), oggetti modellati dalla mano umana secondo ritmi fisiologici e simboli religiosi. Si acquista così l’abito di cogliere al volo l’inclinazione, la virtualità d’ogni organismo; e di tale consuetudine alata è lecito dire soltanto che lasciata libera si sviluppa in modi oggi- giorno rarissimi, un tempo, secondo attestano poemi epici e scritture, frequenti; che veleno per essa sono curiosità, frivolezza, vanagloria. Ogni immagine nata ineluttabil- mente ha radici nella realtà, di cui esprime o simboleggia qualche lato nascosto o futuro; ma quando si è assediati da immagini superflue questo araldo del reale o non ci può raggiungere o, se pure sopravviene, si confonde con gli assedianti. Tutto è infine compendiato nelle parole del trattato alchemico intitolato Rosarium Philosophorum, stampato a Francoforte nel 1550: “E sta’ bene attento che la tua porta sia saldamente chiusa, sicché colui che è dentro non possa fuggire... la tua immaginazione deve indirizzarsi se- condo natura. Ed osserva dunque secondo natura (vide secundum naturam), i cui corpi si rigenerano nelle viscere della terra, e quindi immagina ciò secondo fantasia ve- ridica e non fantasticando (ef hoc imaginare per veram imaginationem et non phantasticam)." INDICE PARTE I La fantasticheria La carità fantastica ovvero il cristianesimo di massa La recitazione fantastica Fantasticheria e stregoneria L’esasperazione terapeutica del fantasticare Immaginazione e opinione Le norme e la fantasia PARTE II L’Inghilterra e lo spleen fantastico Il magistero di Goethe e la fantasia tedesca La fantasticheria dell’istinto Il magistero di Surin e la fantasia francese Fantasticherie proustiane e gidiane La fantasticheria americana ed il magistero puritano La fantasia russa ed il magistero di Tolstoj Le fantasticherie italiane ed il magistero del Manzoni Kafka demonologo moderno Musil e l'avanguardia Joyce o l’apoteosi del fantasticare PARTE III Fantasmagoria dell’avanguardia Riproduzione e immaginazione Antropologia fantastica Psicoanalisi e fantasticheria L’immaginazione buona 105 111 137 145 153 159 169 173 177 193 201 215 221 227
Wednesday, June 18, 2025
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