Grammatiche
italiane nella seconda metà dell'Ottocento: tra teoria(e), storia e società L'autore presenta un
profilo storico delle grammatiche italiane tra l'unificazione nazionale (1861)
e l'inizio del Novecento, al fine di verificare la presenza di diversi
orientamenti teorici e i legami tra la ricerca linguistica italiana e le
diverse scuole europee. I testi scientifici mostrano che l'italiano presenta
più di una specificità rispetto alle lingue romanze. È infatti considerata la
lingua più vicina al latino; il numero e il peso dei suoi dialetti, praticati
anche dalle persone colte, sono notevoli; infine, la lingua scritta e la lingua
letteraria sono più considerate di quella parlata, ciò a causa di una divisione
politica secolare. In un Paese che, per la prima volta nella sua storia, sta
finalmente cercando di costruire un'istituzione educativa nazionale, tutti
questi nodi teorici influenzano anche le grammatiche scolastiche. Essi
rispondono all'esigenza sociale e politica di tradurre la questione della
lingua in una didattica capace di insegnare la lingua nazionale a parlanti
dialettali la cui pratica linguistica è spesso molto lontana da questa lingua
comune appena istituita attraverso ampie discussioni. VOCI DELL'INDICE Parole
chiave: lingua italiana, grammatica, lingua parlata e scritta, dialetti,
didattica della grammatica PIANO DETTAGLIATO TESTO COMPLETO 1. La grammatica
italiana nell'Ottocento 1Nel 1908, Ciro Trabalza pubblicò una Storia della grammatica
italiana dedicata a Benedetto Croce. Trabalza stila una tavola storica molto
dettagliata che va da Dante alla fine dell'Ottocento, includendo Croce e
Vossler, con la deliberata esclusione delle grammatiche storiche. Trabalza
esprime un giudizio molto severo su questa storia, ma soprattutto sull'intero
Ottocento. Egli ritiene che la fortuna e l'influenza dell'insegnamento di
Basilio Puoti testimonino lo stato del pensiero linguistico e grammaticale
italiano, che egli descrive come troppo spesso limitato a questioni retoriche,
ignorante o quasi ignorante della fonetica e privo di qualsiasi consapevolezza
dei problemi storici della lingua (Trabalza 1908: 502). Il filo conduttore
dell'opera di Trabalza è quindi la storia del fallimento di ogni tipo di grammatica
teorica, normativa o filosofica seguita all'avvento della nuova scienza del
linguaggio nata da Humboldt, che, almeno a giudicare dai suoi riferimenti
bibliografici, si è sviluppata quasi interamente in Germania (ibid.: 52). La
sua rappresentazione si basa su un perno teorico ben preciso:l'idea che la
grammatica sia solo un artificio didattico privo di valore scientifico e che la
sua storia sia quindi solo una sezione della storia del costume e delle
istituzioni (ibid.: 3). 2Questo giudizio di Trabalza potrebbe a prima vista
sembrare giustificato. Nel XIX secolo, caratterizzato quasi ovunque in Europa
dall'affermarsi del metodo storico e comparativo nella ricerca linguistica e
dall'istituzionalizzazione delle discipline linguistiche nelle università, l'Italia
era ancora divisa dal punto di vista politico. Era quindi divisa anche per
quanto riguarda l'istruzione pubblica, che era spesso ancora arretrata dal
punto di vista degli studi linguistici, sebbene alcuni autori fossero a
conoscenza delle nuove idee e le discutessero. Per quanto riguarda i testi
relativi all'attività linguistica come dizionari e grammatiche, la situazione
era disparata. Sebbene in Italia, già nel 1612, vi fosse una grande unità nel
campo della lessicografia grazie all'attività dell'Accademia della Crusca,
nonostante un boom molto precoce2, le descrizioni grammaticali dell'italiano
non conobbero uno sviluppo identico. Infatti, nel XIX secolo non esisteva
ancora una grammatica italiana di riferimento, sebbene fosse una delle lingue con
le migliori descrizioni. Durante la prima metà di questo secolo, i punti di
riferimento di tutte le grammatiche rimasero quelli che Bembo aveva stabilito,
ovvero: il rifiuto dell'uso parlato come fonte di regolarità linguistiche; la
separazione tra la lingua della prosa e quella della poesia; la tendenza a una
forte normatività. 3A uno sguardo più attento, tuttavia, rivela che Trabalza
fornisce una descrizione parziale dello stato degli studi linguistici e
grammaticali in Italia nel XIX secolo, perché la situazione italiana iniziò
gradualmente a cambiare tra il 1840 e il 1860 (epoca dell'unificazione
nazionale) e, per ragioni scientifiche ma anche politiche, la produzione di
testi relativi all'attività linguistica, dizionari e grammatiche, aumentò enormemente.
Tutti questi testi possono fornirci indicazioni sulla diffusione e la fortuna
delle nuove teorie linguistiche in Italia, ed è ciò che cercheremo di chiarire
qui. 4Le prime ricerche, condotte nelle regioni italiane e spesso legate a
esigenze sociali e a ragioni di politica linguistica, si concentrarono
principalmente sulla questione della lingua. I linguisti professionisti si
dedicarono essenzialmente alla pubblicazione di numerose grammatiche destinate
all'uso scolastico e di dizionari dialettali/italiano per facilitare
l'apprendimento della lingua ufficiale da parte dei dialettologi. Ma, come
vedremo più avanti, la crescente influenza delle principali correnti della
linguistica europea generò anche numerosi testi scientifici, tra cui le
grammatiche delle lingue romanze, in particolare quelle di carattere storico.e
che si rivelano un luogo privilegiato in cui è possibile individuare questioni
teoriche più generali. 5Qui cercheremo di stilare rapide tabelle dei diversi
tipi di grammatiche italiane di questo periodo, siano esse scientifiche
(storiche o meno) o accademiche. Potremo vedere che, sebbene le grammatiche
ispirate al comparativismo siano molto lontane dalle grammatiche classiciste o
dalle grammatiche destinate alla didattica (compresi i testi per stranieri),
presentano tutte tratti comuni che derivano dalle specificità dell'italiano dal
punto di vista linguistico, storico e sociolinguistico. 2. Linguistica e
grammatica in Italia nell'Ottocento: teorie e testi 6Nel 1839, Bernardino
Biondelli, linguista, archeologo e numismatico, dopo aver insegnato in diverse
scuole a Verona, sua città natale, decise di stabilirsi a Milano; Fu lì che
conobbe Carlo Cattaneo e iniziò a pubblicare sulla sua rivista Il politecnico
articoli che illustravano il metodo storico e comparato (Biondelli 1839, 1840a)
e una lunga recensione della Deutsche Grammatik di Jacob Grimm, il cui quarto e
ultimo volume era stato pubblicato nel 1836 (Biondelli 1840b: 250 e segg.). 7È
quindi a questo periodo che possiamo datare l'introduzione delle teorie
comparate in Italia. L'interesse per i risultati della nuova scienza del
linguaggio nelle università italiane fu così forte che furono presto istituiti
i primi corsi di glottologia3, distinti dai corsi più strettamente filologici,
come quello di sanscrito nel 1852, tenuto da Gorresio all'Università di Torino.
Dopo l'unificazione nazionale, numerose traduzioni resero accessibili a un più
vasto pubblico italiano le opere di Müller, Heyse, Schleicher, ecc. Gherardo
Nerucci tradusse le Lezioni sulla scienza del linguaggio di Max Müller (1864) e
pubblicò tra il 1870 e il 1871 la nuova serie delle sue lezioni Nuove Letture
sulla scienza del linguaggio; D'Ovidio tradusse The Life and Growth of Language
di Whitney nel 1876; Pezzi traduce il Compendium der vergleichenden Grammatik
der indogermanischen Sprachen di Leo Meyer e August Schleicher (Compendio di
grammatica comparativa dell'antico indiano,greco ed italico, a cura di Domenico
Pezzi). Nel 1881, appena un anno dopo l'edizione originale, Pietro Merlo
pubblicò un'eccellente traduzione dell'Einleitung in das Sprachstudium di
Berthold Delbrück4. 8È in questo contesto che nascono le prime due riviste
italiane dedicate agli studi linguistici, attraverso lo studio delle lingue
classiche nel caso della Rivista di filologia e di istruzione classica, e dal
comparatismo e dalla dialettologia nel caso dell'Archivio glottologico italiano
diretto da Graziadio Ascoli5.9Se il naturalismo e il poligenismo di alcune
correnti della linguistica europea costituirono un ostacolo negli stati
italiani, dove l'influenza del cattolicesimo era più forte, dopo l'unificazione
gli oppositori della nuova scienza del linguaggio furono destinati alla
sconfitta sia sul piano scientifico che su quello dell'organizzazione culturale
e didattica. Le élite della nuova nazione furono molto favorevoli
all'introduzione della nuova scienza del linguaggio e del comparativismo.
Terenzio Mamiani, primo Ministro dell'Istruzione del Regno d'Italia, istituì
numerosi corsi di sanscrito e di "filologia indo-germanica"6 e per
questi corsi scelse i migliori specialisti. 10Tra i risultati di queste
innovazioni, è necessario segnalare gli studi sulla grammatica storica delle
lingue romanze, uno dei campi fondamentali della linguistica teorica prima di
Saussure. È in questo campo che per la prima volta vennero evidenziate le
specificità dell'italiano. 11La prima peculiarità dell'italiano è che viene
sempre più ampiamente considerato la lingua romanza più vicina al latino.
Questo giudizio è condiviso da Diez (1853), da Meyer-Lübke (1890-1902) e da
Ascoli che definisce l'italiano "quasi un grado intermedio tra il tipo
antico latino e il moderno o romanzo" (Ascoli 1882-1885: 122)7. Per questa
caratteristica, l'italiano, come oggetto di studio, occupa il primo posto tra
le lingue romanze al momento dell'affermarsi del comparativismo storico ed è
considerato il vero "fuoco del sistema ottico nella linguistica
romanza" (Lausberg 1974: 252)8. 12 Una seconda caratteristica da prendere
in considerazione è lo stretto rapporto che esiste tra la lingua letteraria
scritta e la lingua volgare standardizzata, poiché l'italiano, prima del 1861,
è una lingua con una grande varietà di usi parlati, e non esiste una comunità
linguistica come nazione con unità politica. L'unità dell'italiano come lingua
comune rispetto ai dialetti non è quella di una lingua parlata ma quella di una
lingua letteraria. Questo è ciò che Muratori definisce l'unico e vero
"eccellente Linguaggio d'Italia […] quel Gramaticale che dai Letterati s'adopera
ed è comune a tutti gli Italiani studiosi" (Muratori 1706, II: 104)9. Per
questo, per molto tempo, l'identità dell'italiano è stata riconosciuta a
partire dalle diverse forme della lingua scritta, ed è soprattutto per la
situazione della lingua rispetto alla poesia e/o a certi generi letterari che,
soprattutto nel XVIII secolo, l'italiano è stato paragonato ad altre lingue
europee.13 L'opposizione tra la lingua italiana e i suoi dialetti è complicata
dal fatto che la tradizione letteraria è più vicina al toscano che a tutti gli
altri dialetti. Quando si scrive una grammatica dell'italiano come lingua
romanza in una prospettiva comparata e storica, si è quindi obbligati, da un
lato,tenere conto dei diversi dialetti aggiungendo le loro variazioni storiche
(anche se troppo spesso si studia invece l’Antichità) ma, d’altro canto,
bisogna confrontare anche l’italiano con le altre lingue romanze basate su
questa lingua letteraria. 14La terza specificità dell'italiano deriva quindi
proprio dal numero e dal peso dei dialetti utilizzati anche dalle persone colte
poiché un'unità idiomatica è ben lungi dall'esistere; e la varietà vi è, sotto
qualche rispetto, men sensibile, sotto altri, all'incontro, più sensibile che
non sia in altre contrade, le quali vantano ugualmente l'unità politica e
letteraria. Così, a cagion d'esempio, l'Italia non offre contrasti idiomatici
altrettanto gagliardi di que che non offerra l'Inghilterra coi dialetti inglesi
allato ai dialetti celtici dell'Irlanda, della Scozia e del Galles oppure la
Francia coi dialetti francesi allato al celtico della Bretagna, a tacer del
basco a' Pirenei […]. Ma, all'incontro, le varietà neo-latin dialetta che
nell'Italia convivono, differiscono tra loro assai più notevolmenteche non
differiscano, a cagion d'esempio, i vari età dialetti english o gli spagnuoli,
e si aggiunge, nell'Italia superiore in ispecie, che l'uso familiare dei
dialetti duri tenacemente anche tra' ceti più colti. (Ascoli 1882-1885: 98)10
15All'inizio degli anni Ottanta dell'Ottocento, Gustav Gröber, fondatore nel
1877 dello Zeitschrift für romanische Philologie, chiese a studiosi di diverse
nazioni di lavorare su una summa di studi romanzeschi: i Grundriss der
romanischen Philologie. La monografia sull'italiano, Die italienische Sprache,
fu affidata a uno svizzero, Wilhelm Meyer-Lübke, e a un italiano, Francesco
D'Ovidio. D'Ovidio fu anche l'unico italiano a lavorare a questo progetto,
poiché era evidente che all'estero era l'unico in grado, a parte Ascoli, di
fornire un'opera storica ben fondata. 11 I Grundriss sono principalmente
dedicati alla fonetica storica, Italienische und lateinische Lautlehre
(D'Ovidio si occupa del vocalismo), mentre poco spazio è dato alla morfologia e
nulla si dice sulla sintassi. Alla conclusione del suo lavoro nel 1888,
D'Ovidio dichiarò di dover e voler continuare le sue ricerche sullo spagnolo e
sull'italiano, ma questo progetto fu interrotto dai suoi gravi problemi di
salute. 17 La descrizione, soprattutto fonetica (come in Diez) e morfologica,
dell'italiano che si può leggere nei Grundriss è molto accurata e si basa su
una grande quantità di dati, ma fa continuamente riferimento, da un lato, alla
lingua comune letteraria e, dall'altro, ai dialetti. Dopo la malattia agli
occhi di D'Ovidio, Meyer-Lübke continuò a lavorare solo sui Grundriss e le sue
ricerche diedero origine alla sua Italienische Grammatik del 1890 (tradotta in
italiano nel 1901 da Bartoli e Braun), che è senza dubbio la migliore opera in
italiano disponibile prima delle opere di Gerhard Rohlfs,poiché i Principi di
grammatica storica italiana di Napoleone Caix del 1880 erano solo un tentativo
e Adolfo Mussafia e Giovanni Flechia non avevano prodotto le grammatiche
storiche che avevano previsto. I dati relativi ai dialetti sono presentati in
dettaglio (ad esempio, il toscano è separato dal fiorentino) ma sono raccolti
da quelli disponibili all'epoca e quindi non sono bilanciati in termini di
origine geografica. 12. 18 Questi sviluppi teorici sono certamente noti e le
loro tracce si possono trovare in più di una grammatica italiana ampiamente
utilizzata tra il 1828 e il 1882, sebbene i testi di inizio Ottocento siano
ancora basati sui principi del classicismo. Possiamo prendere l’esempio della
Grammatica della lingua italiana di Francesco Ambrosoli (1829) che, nella sua
prefazione, scrive: “qualche volta mi sono levato alle teoriche generali degli
stranieri e dei nostri, qualche volta me ne sono interamente discostato, quando
esse mi parvero piuttosto apparenti e sottili, chev vere e acconce a una chiara
applicazione” (Ambrosoli 1829: vi)13. Diverso è il caso di Fornaciari (studente
a Pisa all'Ecole Normale Supérieure con Carducci). Quest'ultimo, nelle varie
edizioni della sua Grammatica italiana dell'uso moderno (1879, 1881 e 1879),
prende come punto di partenza l'antica lingua romanza che, in ogni nazione, si
divise in più dialetti, uno dei quali divenne la lingua letteraria di quella
nazione. Egli individua tre fasi nella storia della grammatica in Italia che
corrispondono a tre fasi nel processo di allontanamento dell'italiano dal
latino: la prima andrebbe da Fortunio e Bembo a Buommattei (1623), dove il
metodo è sempre incerto, propendendo ora per il latino, ora per una delle
lingue volgari. Il secondo periodo, più sistematico, inizia con Corticelli
(1745) e il terzo arriva fino all'opera di Moise (1867). A suo avviso, gli
studi filologici più recenti non sono stati sufficientemente utilizzati dai
grammatici italiani. Fornaciari propone di mescolare e integrare l'uso parlato
della Toscana e la tradizione letteraria considerata, non come un modello, ma
come una sorta di serbatoio della lingua viva. Questa scelta rende la sua opera
un'opera che egli definisce né empirica né scientifica (Fornaciari 1879: XIX).
Non è un'opera scientifica perché, a suo dire, dovrebbe fare riferimento al
latino, di cui, tuttavia, i fruitori del testo potrebbero non essere a
conoscenza. Non si tratta di un'opera empirica neppure perché, pur mantenendo
la terminologia e l'impostazione argomentativa consuete, si propone di
privilegiare, come suggerisce Caix, «più elevati studi linguistici» (ibid.:
XIX)14, seguendo il lavoro svolto sull'italiano da Diez e da altri grandi
grammatici tedeschi. 19 Più o meno tra l'unificazione nazionale del 1861 e
l'inizio del XX secolo,La tradizione grammaticale derivante dal classicismo si
declina nell'incontro con i diversi orientamenti teorici della linguistica. È
quindi in questo periodo che i grammatici iniziano a scrivere testi che
pretendono di aderire ai nuovi metodi scientifici e che cominciano a interessarsi
alla realtà linguistica viva piuttosto che alla norma imposta dal classicismo,
per prendere posizione anche sulla questione della lingua (Poggi Salani 1988;
Serianni 1989 e 1990). 3. Lingua, nazione, educazione 20Il carattere originale
della storia della lingua italiana mostra che la questione della lingua si
insinua nel cuore di ogni tipo di studio sull'italiano. Dopo l'Unità, l'idea di
Manzoni (1868) di usare la lingua viva di Firenze come modello da imporre e
diffondere in tutta Italia attraverso le nuove istituzioni scolastiche innesca
un vivace dibattito sulla lingua da parlare e insegnare nella nuova nazione.
21La posizione di Manzoni ha molti sostenitori, ma solleva anche molti critici,
tra cui quelli di Ascoli. Il Proemio all'Archivio glottologico italiano (1873)
di Ascoli è un testo che, senza indebolire la scientificità del metodo di
analisi grammaticale, lessicale e dei fenomeni fonetici, si rivolge a un
pubblico colto più ampio dei soli specialisti, per proporre una politica
linguistica per la nazione appena nata. 22 Ascoli contesta l'idea manzoniana
secondo cui il nuovo italiano potesse svilupparsi dall'incremento degli studi,
dai rapporti tra intellettuali e dalla diffusione di una nuova cultura
scientifica, per diventare una lingua capace di integrare le diverse tradizioni
linguistiche del Paese. Al modello francese di Stato come centro politico,
culturale e linguistico che opera per uniformare la periferia, Ascoli
contrappone l'idea, a suo avviso realizzata nel mondo tedesco, di una nazione
policentrica in cui lo sviluppo culturale prende il posto dell'unità imposta
dalla politica. 23Ecco come la questione della lingua diventa per Ascoli uno
degli aspetti della modernizzazione intellettuale dell'Italia dove la lingua
nazionale potrebbe divenire il frutto del progresso civile, scientifico, anche
tecnologico: Ora, nella scarsità del moto complessivo delle menti, che è a un
tempo effetto e causa del sapere concentrato nei pochi, e nelle esigenze
schifiltose del delicato e instabile e irrequireto sentimento della forma,
s'ha, per limitarci al nostro proposito, la regione adeguata ed danstiera del
perché l'Italia ancora non abbia una prosa o una sintesi o una lingua chiusa e
sicura. (Ascoli 1975 [1873]: 30)15 24Il pensiero di Ascoli si inserisce in un
lignaggio che deriva da Giulio Perticari, Monti e Cesarotti, intellettuali che
avevano sottolineato il polycentrismo della storia linguistica italiana. La
letteratura non è più il centro del problema linguistico:Il Proemio insiste
sull'utilità che la lingua di coloro che Ascoli chiama "non-artisti",
la lingua della repubblica delle scienze, potrebbe avere nella costruzione
della lingua comune. 25 Ciò che emerge da questi dibattiti è la centralità, sia
teorica che pratica, della questione didattica, perché in ultima analisi
l'accento è posto sulla realtà della lingua. Nelle grammatiche destinate alla
didattica, i nodi teorici si associano alla necessità sociale e politica di
tradurre la questione della lingua in una didattica capace di insegnare la lingua
nazionale a utenti dialettofoni la cui pratica linguistica è spesso molto
lontana da questa lingua comune appena istituita a costo di grandi discussioni.
Tutto questo in un Paese che cerca finalmente di costruire istituzioni
educative nazionali, per la prima volta nella sua storia. 4. Grammatiche e
didattica 26 Le leggi che riorganizzarono l'istruzione pubblica in Italia, a
partire dalla Legge Casati del 1859, che sarebbe diventata la legge del nuovo
Regno d'Italia, attribuirono grande importanza all'analisi grammaticale nelle
scuole primarie16, quindi è nei testi scolastici che possiamo verificare le
tendenze generali discusse sopra. 27 Sulle grammatiche italiane destinate
all'insegnamento a tutti i livelli dell'istruzione pubblica, disponiamo di una
grande quantità di dati forniti dai lavori di Maria Catricalà (1991 e 1995). Le
sue ricerche mostrano che, inizialmente, i testi tradizionali erano
maggioritari e che i testi più ampiamente diffusi erano quelli che ignoravano
ampiamente le variazioni d'uso. In un primo periodo, la scelta dei modelli da
adottare divise i grammatici in due gruppi: coloro che si dichiaravano
manzoniani (Petrocchi, Morandi e Cappuccini, Parri) e i classicisti
(Fornaciari, Zambaldi). Intorno al 1880 circa, le grammatiche italiane
testimoniano generalmente l'influenza delle idee di Manzoni ma anche dei membri
toscani della commissione per la lingua che il ministro Broglio aveva istituito
nel 1868 (Lambruschini, Tommaseo e Capponi). Progressivamente, le grammatiche
offrono un'immagine della lingua più aperta e più complessa, anche in autori
come Raffaello Fornaciari, Cesare Mariani, o l'Abbé Moise, più attaccati
all'idea di una lingua letteraria comune "dopo l'unità i grammatici
presentarono un'immagine della nostra lingua senz'altro più complessa e
variegata di quella descritta per secoli attraverso il filtro della
prescrizione puristica tradizionale" (Catricalà 1995: 52)17. Va inoltre
notato che il riferimento al modello latino scompare molto rapidamente
dall'istruzione primaria, ma rimane in tutti i settori in cui è presente il
latino e l'uso della terminologia grammaticale latina persiste in alcuni casi
per un periodo piuttosto lungo.28Il Ministero monitorò attentamente questo
importante sforzo di alfabetizzazione e la qualità dei testi destinati all'uso
scolastico a tutti i livelli di istruzione, come testimonia la Relazione
(riservata) scritta nel 1875 dal professor Ulisse Poggi, patriota e presidente
del consiglio scolastico. Incaricato dall'Alto Consiglio del Ministero di esaminare
le grammatiche utilizzate nelle scuole del nuovo regno, Poggi selezionò
sessantuno testi che classificò principalmente in base al metodo utilizzato:
tradizionalisti, razionalisti, metodisti, teorico-pratici, ricalcatori e
sbandati18, ma furono considerati anche gli aspetti teorici. I tradizionalisti
seguivano Corticelli: c'erano regole da imparare a memoria, basate su esempi
tratti dagli autori; l'"etimologia" si occupava delle parti del
discorso e delle regole di associazione e costruzione (quella che Puoti
chiamava "sintassi"). Anche i metodisti (ispirati da Soave)
ritenevano che si dovesse imparare a memoria, ma insistevano sull'analisi
logica e cercavano di andare oltre la grammatica latina e introdurre una nuova
terminologia come "complemento". I razionalisti, pochissimi in questo
gruppo, volevano insegnare la grammatica nel quadro di una teoria generale del
linguaggio. 19 Poggi sosteneva grammatiche sia teoriche che pratiche, ispirate
a Girard ma anche alla filosofia positiva di Comte e al pensiero pedagogico che
ne derivava, e che affermavano l'importanza del ruolo dell'insegnante nel far
sì che gli studenti formulassero autonomamente le regole. Questo tipo di testi
era ancora raccomandato nel 1888 dal pedagogo Aristide Gabelli e dal ministro
Boselli. 30 Se, nella relazione di Poggi, nessuno dei testi scolastici
analizzati presenta una prospettiva comparativa (Gensini 2005: 24-26), non si
fa menzione nemmeno di grammatiche contrastive con il dialetto, che rimangono
rare. Quelle definite grammatiche di paragone (grammatiche contrastive)
divennero più numerose negli anni Ottanta, quando, in seguito alla lezione di
Ascoli, il dialetto venne considerato un elemento fondamentale
nell'insegnamento dell'italiano21. 31 Tuttavia, l'influenza del comparatismo
crebbe rapidamente, al punto che nel 1871 il ministro Correnti raccomandò in un
documento ufficiale che "si applicasse il metodo Curtius anche nello
studio dell'italiano"22 anche nelle scuole primarie (Catricalà 1995: 48).
Questo documento è citato da Raffaello Fornaciari nella prefazione alla sua
Grammatica storica della lingua italiana (1872) e pochi anni dopo, infatti,
apparvero testi scolastici che si dichiaravano comparativi e basati su nuove
conoscenze scientifiche, come, ad esempio, la grammatica di Morandi e
Cappuccini (1894). Nel 1917, Alfredo Trombetti,nella prefazione al suo testo
scolastico (Trombetti 1918) dove segnala il disordine terminologico e i veri
errori in testi notissimi e di larga diffusione, afferma l'importanza di
adottare considerazioni storiche e comparative e un rigoroso approccio teorico
anche in un testo destinato agli scolari. 32L'aspetto più originale e fecondo
della riflessione sulla pedagogia linguistica in Italia nasce dal necessario
incontro tra la teoria e l'urgenza di insegnare a milioni di dialettali diversi
tra loro, e spesso perfino analfabeti, non solo le regole della grammatica, ma
anche a scrivere, perfino a parlare23. 33Il dibattito sull'utilità di spiegare
le regole per l'acquisizione delle competenze linguistiche e comunicative fu
molto vivace negli ambienti italiani influenzati dalle parole di Girard, il
quale affermava che "non impariamo a parlare con le regole della
grammatica più di quanto impariamo a camminare con le leggi
dell'equilibrio" (Girard 1844: 5).24 Ma le questioni di metodo nelle
grammatiche italiane, soprattutto dopo il 1861, incontrano in primo luogo il
problema della natura del rapporto tra la lingua materna appresa naturalmente e
quella che si dovrà imparare e studiare a scuola.34È per questo motivo che
molti testi si preoccupano di stabilire le regole di pronuncia o di correggere
gli errori fonetici derivanti dal dialetto quando la tradizione scritta
incontra la varietà di questi stessi dialetti. Questo interesse per la
pronuncia corretta e per la fonetica in generale è un tratto comune a diverse
grammatiche dell'italiano dopo l'unificazione nazionale, che spesso trattano il
rapporto tra pronuncia e ortografia in confronto al francese (Catricalà 1995:
81); da cui si può concludere che l'idea dell'italiano come lingua a grafia
totalmente fonetica non è, tutto sommato, del tutto esatta. In ogni caso, una
buona pronuncia è fondamentale per condurre all'unità della lingua non solo dei
letterati e degli intellettuali, ma soprattutto della gente comune (Petrocchi
1887: ix). 35Il problema fondamentale nel caso dell'italiano è che è necessario
decidere quale delle varietà geografiche e storiche debba diventare il modello
normativo, qualunque sia il metodo scelto. Fino al 1920 circa, le grammatiche
si occuparono di questo problema, poiché i loro autori indicavano nei titoli
delle opere quale tipo di lingua veniva descritta/prescritta25: pura, parlata,
toscana, d'uso, di buoni autori, per le madri, per la famiglia, la lingua dei
Promessi sposi26 (i fidanzati del Manzoni), ecc. 36Tra il 1860 e il 1918, ci fu
quella che un autore chiamò una "inundazione di grammatiche"
(Borgogno 1875: 1); furono pubblicate o ristampate più di settecento
grammatiche diverse, scritte dagli autori più diversi, compresi apicoltori e saccenti27.Possiamo
trovare persino grammatiche in forma di dialogo, come quella messa in scena da
Giannettino e Boccadoro, due personaggi creati nel 1883 da Carlo Lorenzini,
detto Collodi (Prada 2018). Tra i due personaggi, grazie alla maestria dell'autore
di Pinocchio (1881-1882), la conversazione si svolge con accenti capaci di
simulare il parlato. Un'edificante trattazione grammaticale la troviamo ancora
nell'opera svolta da Edmondo De Amicis con il suo L'idioma gentile (1905).
Completamente privo di fondamenti teorici, questo testo è una sorta di libro di
lettura per scolari (che a quel tempo non erano solo bambini). Per il suo
autore, uno scrittore che nel Cuore (1886) fornì una celebre descrizione della
scuola italiana del suo tempo, l'italiano, in quanto lingua della patria, deve
essere appreso attraverso uno studio metodico che miri a usare la lingua con
naturalezza e precisione, senza affettazione e con un lessico adeguato, poiché
la grammatica non è una forma di tirannia ma un uso che, pur soggetto a
mutamenti, non può cedere il passo all'assenza di regole. 37 Sul piano
pedagogico, tuttavia, la tendenza che si affermò gradualmente tra il 1860 e il
1880 «fu quella contraria allo studio teorico della lingua e soprattutto alle
analisi logiche» (Catricalà 1995: 33)28, come testimoniano i dibattiti ai
congressi dell'Associazione pedagogica italiana (nel 1863 a Milano e nel 1874 a
Bologna). Alla fine dell'Ottocento, il ministero accettò definitivamente queste
idee; anche l'insegnamento grammaticale fu indebolito dall'influenza del Croce
e dei suoi discepoli. 38Tra XIX e XX secolo la grammatica divenne una sorta di
bestia nera che doveva essere bandita dall'insegnamento, al punto che perfino i
testi più rinomati, come quelli di Corticelli e Fornaciari, vennero pubblicati
in edizioni ridotte e comparvero grammatiche che si presentavano come:
brevissima, piccola, sunto, minuscola, noticine, notelle, lezioncine, ecc.29
Non si trattò solo di una scelta degli editori, ma di un'ondata che portò anche
a sperimentazioni, come le grammatiche in tavole sinottiche o illustrate
(ibid.: 50). 39Purtroppo, questa svalutazione dell'insegnamento grammaticale ha
avuto come conseguenza il progressivo allontanamento dell'italiano studiato a
scuola dalla lingua parlata, proprio nel momento in cui l'uso comune nazionale
si stava consolidando e stava dando i suoi primi frutti. 5. Conclusione 40La
nostra analisi mostra che nell'Ottocento, e soprattutto dopo l'unificazione
nazionale, gli studi grammaticali in Italia si concentrano su aspetti comuni ai
testi scientifici e alle grammatiche scolastiche: la questione della lingua,
l'importanza delle nuove teorie linguistiche, in particolare la nascita di
quella che in Italia viene chiamata glottologia, e gli sviluppi della
dialettologia, a cui vanno aggiunti, per i testi didattici,l'influenza della
filosofia positiva sulle teorie pedagogiche e sulla nuova scuola centralizzata
appena instaurata. Tutti questi elementi contribuirono a determinare una
rivoluzione nell'oggetto stesso degli studi grammaticali, poiché una tradizione
letteraria e accademica incontrò finalmente la lingua parlata attraverso
comunità diverse, socialmente molto varie e molto distanti tra loro, e non solo
geograficamente. Teoria e pedagogia si confrontarono immediatamente con la
realtà di una lingua come l'italiano, che mostrava così tutta la complessità
nata dalla sua storia politica e sociale. 41 Queste ragioni possono spiegare la
fortuna, nella linguistica italiana, dell'idea di lingua come istituzione, una
corrente che contava diversi rappresentanti in Italia, da Devoto a Nencioni, da
Lucidi a Piovani. Ancora una volta, vediamo che la specificità della ricerca
linguistica in Italia tra Ottocento e Novecento risiede nell'importanza
attribuita alla storia sociale e culturale e nella consapevolezza del ruolo
della lingua rispetto alla costruzione dell'identità nazionale e all'istruzione
pubblica, elementi evidenziati in più occasioni da Tullio De Mauro (De Mauro
1980: 11-12). Bibliografia Fonti primarie Ambrosoli, Francesco. 1829.
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Il Mulino. Note 1Il bersaglio polemico di Trabalza è rappresentato dagli eredi
di Du Marsais da Soave in poi e, ben oltre la metà dell’Ottocento, da una
grammatica generale «spolpata, dissanguata, scheletrita, ridotta ai puri
schemi, alla sua forma meno feconda e più noiosa», vale a dire «spogliata,
esangue, ridotta a scheletro, a semplici schemi, alla sua forma meno feconda e
più sclerotica» (Trabalza 1908: 416), incapace di accogliere la novità della
linguistica storica né di cogliere l’importanza della tradizione degli studi
filosofici sul linguaggio, e rappresentata, in Italia, da Vico la cui influenza
positiva, a suo avviso, fu avvertita da Cesarotti. Non dimentica di menzionare
quanto Bopp, Diez e soprattutto Meyer-Lübke abbiano fatto per la conoscenza
storica dell'italiano. Aggiunge la menzione e l'apprezzamento di un gruppo di
valorosi filologi come Caix, Bertoni, Ascoli e i membri della Società
filologica, D'Ovidio e Ceci (ibid.: 522). Sulla persistenza di una tradizione
di grammatica generale in Italia, vedi Zoppi 1886. Qui come altrove, siamo noi
a tradurre. 2 Le Regole grammaticali della volgar lingua di Francesco Fortunio
furono pubblicate nel 1516 e il terzo libro delle Prose della volgar lingua di
Pietro Bembo risale al 1525. 3 Questo è il nome dato alla linguistica in
Italia, secondo un'indicazione di Ascoli che traduce il termine tedesco
Sprachwissenschaft. 4 Si veda su questi temi Timpanaro 2005 e Stussi 2014. 5
Entrambe le riviste sono pubblicate da Hermann Loescher. La scelta di questo
curatore non è casuale, poiché quest'ultimo è pronipote di un celebre editore
di testi classici, GB Teubner, e la sua casa editrice, che aveva già pubblicato
a quel tempo la grammatica latina di Schutz e quella greca di Curzio, poteva
garantire la qualità tipografica necessaria a questo tipo di pubblicazione,
come ci ricorda Sebastiano Timpanaro (2005: 260, n. 1). Il primo numero della
Rivista di filologia e di istruzione classica uscì a Torino nel luglio del
1872, diretto dal linguista Domenico Pezzi e dal filologo Joseph Müller; pochi
mesi dopo, nel 1873, Loescher pubblicò il primo numero della rivista fondata da
Ascoli, l'Archivio glottologico italiano, dopo la sua prima rivista, Studi
orientali e linguistici. Tuttavia, gli studi italiani erano molto poco
conosciuti prima che Ascoli diventasse famoso e Mussafia, allievo di Diez e
insegnante a Vienna, pubblicasse le sue opere in tedesco. 6Questo insegnamento
sarà poi chiamato, sempre seguendo il consiglio di Ascoli, «storia comparata
delle lingue classiche e neolatine». 7«Quasi uno stato intermedio tra il latino
antico e quello moderno o romanzo». 8«Luogo di ogni sviluppo della linguistica
romanza».Diez parla di tre varietà del latino corrispondenti a Italia, Gallia e
Spagna. Per Diez, le lingue provenzali sono il perno del sistema linguistico
romano, ma l'italiano è senza dubbio, a suo avviso, l'erede più diretto del
latino. Questa idea è condivisa da Ascoli e da Wilhelm Meyer-Lübke, che
considera il francese la lingua romanza più lontana dal latino e l'italiano la
più vicina. 9“Lingua eccellente d'Italia […], questa lingua usata dai letterati
e comune a tutti gli italiani colti”. 10 “Una vera unità linguistica è ben
lungi dall'esistere, e la diversità linguistica è qui, a seconda del criterio
adottato, più o meno evidente che nei paesi che godono di unità sia politica
che letteraria. Ad esempio, l'Italia non presenta contrasti linguistici così
forti come in Inghilterra, con i dialetti inglesi rispetto ai dialetti celtici
di Irlanda, Scozia e Galles, o in Francia, con i dialetti francesi rispetto al
celtico della Bretagna, per non parlare del basco dei Pirenei […]. D'altra
parte, le varietà dialettali neolatine parlate in Italia presentano differenze
molto più marcate tra loro di quanto, ad esempio, non facciano tra loro i
diversi dialetti spagnoli o inglesi. A cui si deve aggiungere, particolarmente
nell'Italia settentrionale, la persistenza di un uso familiare dei dialetti,
anche negli ambienti colti. 11 D'Ovidio, in una lettera dell'ottobre 1883,
chiede consiglio ad Ascoli, il quale gli suggerisce di accettare una
collaborazione così lusinghiera (per D'Ovidio e per tutta la scuola linguistica
ascolana), sebbene quest'ultimo ammetta di non conoscere alcun dettaglio
relativo a ciò "enciclopedia romanza" (vedi Lubello 2010: 241-242).
12I dati sono tratti dai trattati di Zuccagni-Orlandini (1864) e Papanti
(1875). 13"Talvolta mi sono ispirato a visioni teoriche generali,
straniere e italiane, ma talvolta le ho abbandonate del tutto quando mi sono
sembrate più apparenti e sottili che vere e suscettibili di chiara applicazione."
Questo testo, pubblicato col titolo di Nuova grammatica dal 1869, fu
ripubblicato più volte fino al 1880. 14"Studi linguistici di livello
superiore." 15"Oggi è nella debolezza della circolazione generale
delle idee, conseguenza e causa insieme della concentrazione del sapere in una
minoranza, e nel manierismo imposto dal delicato, instabile, tormentato senso
della forma, che dobbiamo cercare, per limitarci al nostro argomento, la
spiegazione completa dell'assenza in Italia di una prosa, o di una sintassi, o
di una lingua stabilita e sicura." 16Si tratta della legge Casati del
1859, della legge Coppino del 1877, della legge del 1905 sull'istruzione degli
adulti, con l'istituzione dei corsi serali e dell'obbligo scolastico fino ai 16
anni (anche se rimane teorico),così come due successive leggi sulla scuola
media unica (collegio) nel 1940 e nel 1962. Ogni episodio riaccende il
dibattito sull'insegnamento della grammatica e sul suo metodo. Luca Serianni
(1989 e 1990) indica cinque diverse fasi della pedagogia grammaticale in
Italia: la prima tra il 1861 e la riforma scolastica di Giovanni Gentile
durante il fascismo; un periodo dal 1923 al 1952 di svalutazione della
grammatica; un ritorno all'insegnamento della grammatica tra il 1953 e il 1968;
una nuova crisi tra il 1968 e il 1983; infine, a partire dagli anni Ottanta, un
dibattito che cerca di trovare un equilibrio tra tradizione e modernità. 17
"Dopo l'unificazione nazionale, i grammatici hanno offerto un'immagine
della nostra lingua senza dubbio più complessa e diversificata di quella
dipinta per secoli attraverso il filtro del tradizionale purismo
prescrittivo." 18 Tradizionalisti, razionalisti, metodisti,
teorico-pratici, modellati su altri, ed erratici. 19 Ad esempio, inserendo io e
tu tra i nomi se usati referenzialmente o considerandoli come pronomi se usati
anaforicamente. 20 Le differenze tra la lingua e i dialetti sono molto sfumate
dal XVIII secolo in poi nelle grammatiche per stranieri, e l'uso romano è
preferito a quello toscano. 21 A questo proposito, possiamo segnalare la
grammatica pubblicata da Ciro Trabalza nel 1917: Dal dialetto alla lingua.
Nuova grammatica italiana per la IV, V e VI elementare, con 18 versioni
dialettali di un brano di parole promesse. 22 "Si applichi il metodo di
Curzio anche allo studio dell'italiano". 23 Sebbene Serianni (1989 e 1990)
abbia tentato di attenuare la tesi di De Mauro (1963), è vero che al momento
dell'unificazione nazionale, l'Italia contava tra il 70% e il 75% di
analfabeti. Nei successivi centocinquant'anni, questa percentuale è cambiata,
ma l'analfabetismo persiste, così come un livello di istruzione e un'abitudine
alla lettura insufficienti. 24 Ad esempio, per l'italiano, l'affermazione di
Girard può essere accettata da Raffaello Lambruschini, che scrisse in Toscana,
e quindi in una regione in cui esiste continuità tra la lingua parlata e quella
dei testi. 25 Si veda ad esempio Sanson 2011. 26 Il primo romanzo moderno della
letteratura italiana, I promessi sposi di Manzoni, fu pubblicato inizialmente
tra il 1825 e il 1827; una nuova versione riveduta dall'autore fu pubblicata
tra il 1840 e il 1842, in cui adottò gli usi della lingua viva di Firenze. 27È
nel Novecento che si affermano le grammatiche scolastiche, ad esempio con il
grande pedagogo Lombardo Radice (1906) o con linguisti come Trabalza (1917) o
Trombetti (1918), fino ai testi di Devoto (1941) e Migliorini (1963). 28«Fu
colui che si oppose allo studio teorico della lingua e soprattutto alla sua
analisi logica». A questo proposito, le indicazioni sono contraddittorie,
perché se da un latoAl congresso di pedagogia del 1863 si affermò che bisognava
sbarazzarsi dell'uso, d'altra parte, seguendo Soave (1771), esso fu considerato
il punto di partenza di ogni insegnamento linguistico. 29Brevissimo, piccolo,
riassunto, minuscolo, in appunti, in piccole note, in piccole lezioni. Stancati.


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