Questo libro il frutto di un percorso di lotta per l'accesso alle conoscenze e alla formazione promosso dal CSOA Terra Terra, CSOA Officina 99, Get Up Kids!, Neapolis Hacklab. Questo libro solo uno dei tanti messi a disposizione da LIBREREMO, un portale finalizzato alla condivisione e alla libera circolazione di materiali di studio universitario (e non solo!). Pensiamo che in un'universit dai costi e dai ritmi sempre pi escludenti, sempre pi subordinata agli interessi delle aziende, LIBREREMO possa essere uno strumento nelle mani degli studenti per riappropriarsi, attraverso la collaborazione reciproca, del proprio diritto allo studio e per stimolare, attraverso la diffusione di materiale controinformativo, una critica della propriet intellettuale al fine di smascherarne i reali interessi. I diritti di propriet intellettuale (che siano brevetti o copyright) sono da sempre - e soprattutto oggi - grosse fonti di profitto per multinazionali e grandi gruppi economici, che pur di tutelare i loro guadagni sono disposti a privatizzare le idee, a impedire l'accesso alla ricerca e a qualsiasi contenuto, tagliando fuori dalla cultura e dallo sviluppo la stragrande maggioranza delle persone. Inoltre impedire l'accesso ai saperi, renderlo possibile solo ad una ristretta minoranza, reprimere i contenuti culturali dal carattere emancipatorio e proporre solo contenuti inoffensivi o di intrattenimento sono da sempre i mezzi del capitale per garantirsi un controllo massiccio sulle classi sociali subalterne. L'ignoranza, la mancanza di un pensiero critico rende succubi e sottomette alle logiche di profitto e di oppressione: per questo riappropriarsi della cultura - che sia un disco, un libro, un film o altro - un atto cosciente caratterizzato da un preciso significato e peso politico. Condividere e cercare canali alternativi per la circolazione dei saperi significa combattere tale situazione, apportando benefici per tutti. Abbiamo scelto di mettere in condivisione proprio i libri di testo perch i primi ad essere colpiti dall'attuale repressione di qualsiasi tipo di copia privata messa in atto da SIAE, governi e multinazionali, sono la gran parte degli studenti che, considerati gli alti costi che hanno attualmente i libri, non possono affrontare spese eccessive, costretti gi a fare i conti con affitti elevati, mancanza di strutture, carenza di servizi e borse di studio etc... Questo va evidentemente a ledere il nostro diritto allo studio: le universit dovrebbero fornire libri di testo gratuiti o quanto meno strutture e biblioteche attrezzate, invece di creare di fatto uno sbarramento per chi non ha la possibilit di spendere migliaia di euro fra tasse e libri originali... Proprio per reagire a tale situazione, senza stare ad aspettare nulla dall'alto, invitiamo tutt* a far circolare il pi possibile i libri, approfittando delle enormi possibilit che ci offrono al momento attuale internet e le nuove tecnologie, appropriandocene, liberandole e liberandoci dai limiti imposti dal controllo repressivo di tali mezzi da parte del capitale. Facciamo fronte comune davanti ad un problema che coinvolge tutt* noi! Riappropriamoci di ci che un nostro inviolabile diritto! esca ferra^ferra Get Up Kis www.getupkids.org Meapolis Hacklab www.neapolishacklab.org www.csoaterraterra.org esca ferra Terra esca Officina 99 www.officina99.org BIBLIOTECA STUDIO UMBERTO ECO SEMIOTICA E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO ate( -/ EINAUDI I. Segno e inferenza i. Morte del segno? Proprio nel volgere di secolo in cui la semiotica si affer- mata come disciplina, si assistito a una serie di dichiarazio- ni teoriche circa la morte o nel migliore dei casi, la crisi del segno. Naturalmente procedimento corretto per una disciplina mettere anzitutto sotto inchiesta l'oggetto che le stato asse- gnato dalla tradizione. Il termine greco crriufEov, sia pure ine- stricabilmente connesso a quello di -rex[jLTtpipv (che di solito si traduce con 'sintomo') appare gi come termine tecnico nella scuola ippocratica e nella speculazione parmenidea; l'i- dea di ima dottrina dei segni si organizza con gli stoici; Ga- leno usa il termine q. a que- sta categoria di segni che pensavano gli stoici quando affer- mavano che il segno una proposizione costituita da una connessione valida e rivelatrice del conseguente [Sesto Em- pirico, Contro i matematici, Vili, 245]; Hobbes quando de- finiva il segno l'evidente antecedente del conseguente, e al contrario, U conseguente dell'antecedente, quando le mede- sime conseguenze sono state osservate prima; e quanto pi spesso sono state osservate, meno incerto il segno* [Levia- tano, 1,3]; Wolff quando lo definiva come un ente da cui si inferisce la presenza o l'esistenza passata o futura di un al- tro ente [Ontologia, 5 952]. : .; ' 2.2. Equivalenze arbitrarie. Il linguaggio comune circoscrive per anche una seconda categoria, quando dice 'Fare un. segno di saluto', "Offrire un segno di stima', "Esprimersi a segni'. Il segno un gesto, emesso con intenzione di comunicare, ovvero per trasferire una propria rappresentazione 0 stato interno a un altro es- sere. Naturalmente si presume che, perch il trasferimento abbia successo, una certa quale regola (un codice) abiliti sia il mittente sia il ricevente a intendere la manifestazione in uno stesso modo. In questo senso sono riconosciuti come segni le bandierine e i segnali stradali, le insegne, i marchi, le eti- chette, gli emblemi, i colori araldici, le lettere alfabetiche. I dizionari e il linguaggio colto debbono a questo punto accon- sentire a riconoscere come segno anche le parole ovvero gli elementi del linguaggio verbale. L'uomo della strada ricono- sce le parole come segni solo con una certa fatica; nei paesi di lingua anglosassone il termine sign fa subito pensare alla gesticolazione dei sordomuti (detta sign language), non alle manifestazioni verbali. Tuttavia la logica vuole che se se- gno un cartello indicatore lo sia anche una parola o un enun- 2 . I SEGNI DI UNA OSTINAZIONE 7 date. In tutti casi qui esaminati sembra che il rapporto fra Y diquid e ci per cui esso sta sia meno avventuroso che per la prima categoria. Questi segni sembrano essere espressi non dal rapporto di implicazione ma da quello di equivalenza (p = q. Donna = /ewjwe o woman; donna = animale, umano, femmina, adulto) e inoltre dipendere da decisioni arbitrarie. 2.3. Diagrammi. A turbare la chiara opposizione fra le due categorie prece- denti, ecco che si parla anche di segni pei- quei cosiddetti 'simboli' che rappresentano Oggetti e relazioni astratte, come le formule logiche, chimiche, algebriche, i diagrammi. An- ch'essi paiono arbitrari come i segni di seconda categoria, eppure manifestano una sensibile differenza. Infatti con la parola /donna/, se si altera l'ordine delle lettere non si rico- nosce pili l'espressione, e se invece la si scrive o la si pronun- zia nei modi pi diversi (in rosso, in lettere gotiche, con ac- cento regionale) le variazioni dell'espressione non modifica- no la comprensione del contenuto (almeno a un primo e pi elementare livello di significazione). Al contrario, con una formula di struttura o con un diagramma le operazioni che si compiono sull'espressione modificano il contenuto; e se que- ste operazioni sono compiute seguendo certe regole, il risulta- to d nuove informazioni sul contenuto. Alterando le linee di una carta topografica possbile pronosticare l'assetto possi- bile del territorio corrispondente; inscrivendo triangoli in un cerchio si scoprono nuove propriet del cerchio. Questo av- viene perch in questi segni esistono corrispondenze punto a punto tra espressione e contenuto: sicch sono di solito ar- bitrari, ma contengono elementi di motivazione. D conse- guenza i segni di terza categoria, pur essendo emessi da es- seri umani e con intenzione di comunicare, sembrano obbe- dire al modello dei segni di prima categoria: p=>q. Non so- no, come i primi, naturali, ma sono detti 'iconici' o 'analo- gici'. 24- Disegni. Strettamente affini a questi, ecco che il dizionario ricono- sce come segni (e il parlare comune acconsente chiamandoli 8 SEGNO E INFERENZA 'disegni') qualunque procedimento visivo che riproduca gli oggetti concreti, come il disegno di un animale per comuni- care l'oggetto o il concetto corrispondente. Cosa accomuna il disegno e il diagramma? Il fatto che su entrambi si posso- no operare trasformazioni a fini prognostici: disegno i baffi sul mio ritratto e so come apparir se mi lascer crescere i baffi. CxDsa li divide? (1 ratto (certo solo apparente) che il dia- gramma risponde a regole precise e codificatissime di produ- zione, mentre il disegno appare pi 'spontaneo'. che il dia- gramma riproduce un oggetto astratto, mentre un disegno riproduce un oggetto concreto. Ma non sempre vero: gli unicorni dello stemma reale inglese stanno per un'astrazione, per un oggetto fittizio, al massimo per una classe (immagina- ria) di animali. D'altra parte Goodman [r968] discute a lun- go sulla difficile differenza tra una immagine umana e una im- magine di un dato uomo. Dove sta la differenza? Nelle pro- priet intensionali del contenuto che il disegno riproduce, o nell'uso estcnsionale che si decide di fare del disegno? Il problema gi presente (e non del tutto risolto) nel Cratilo platonico. 2.5. Emblemi. Tuttavia l'uso comune chiama segni anche quei disegni che riproducono qualcosa, ma in forma stilizzata, cosi aie non importa tanto riconoscere la cosa rappresentata, quanto un contenuto 'altro' per cui la cosa rappresentata sta. La cro- ce, la mezzaluna, ia falce e il martello, stanno per il cristiane- simo, l'islamismo, il comunismo. Iconici perch come dia- grammi e disegni sopportano manipolazioni dell'espressione che incidono sul contenuto; ma arbitrari quanto allo stato di catacresizzazione a cui ormai sono pervenuti. La voce comu- ne li chiama 'simboli', ma nel senso opposto in cui sono sim- boli le formule e i diagrammi. I diagrammi sono aperti a molti usi, ma secondo regole precise, la croce o la mezzaluna sono emblemi die rinviano a un campo definito di significati indefiniti. z.6. Bersagli. Infine, il linguaggio comune parla di 'Colpire nel segno', 'Mettere a segno', 'Passare il segno', 'Fare un segno dove si deve tagliare'. Segni come 'bersagli', termina ad quae, da usa- re come riferimento in modo da procedere 'per filo c per se- gno', h'aliavid, in questo caso, pi che stare per, sta onde indirizzare una operazione; non sostituzione, istruzione. In tal senso segno per il navigante la Stella Polare. La strut- tura del rinvio del tipo inferenziale, ma con qualche com- plicazione: se ora p, e se quindi farai z, allora otterrai q. 3 . Intensione ed estensione. Troppe cose sono segno e troppo diverse tra loro. Ma in questa ridda di omonimie si instaura un altro equivoco. Il segno res, praeter spedem quam ingerit sensibus, aliud aliquid ex se fadens in cogita tionem venire (Agostino, De doctrina Christiana, II, 1,1] o, come altrove lo stesso Agosti- no suggerisce, qualcosa con cui si indicano oggetti o stati del mondo? Il segno artifido intensionale o estcnsionale? Si cerchi ora di a n a li zzare un caratteristico intrico semio- tico. Una bandiera rossa con falce e martello equivale a co- munismo (p=q). Ma se un tale reca una bandiera rossa con falce e martello, allora probabilmente un comunista (p z>q). Ancora, si supponga che io asserisca /A casa ho died gatti/. Qual il segno? La parola /gatti/ (felini domestid), il conte- nuto globale dell'enundato (nella mia dimora ospito died fe- lini domestid)^ il riferimento al fatto che si d il caso che esi- ste nel mondo dell'esperienza reale una casa specifica dove esistono died gatti specifid? O non ancora il fatto che se a casa ho died gatti, allora debbo avere spazio sufficiente, al- lora difficile che possa tenere anche un cane, e allora sono uno zoofilo? Non basta, ma in tutti questi casi segno l'occorrenza con- creta o il tipo astratto? L'emissione fonetica [gatto] o il mo- dello fonologico e lessicale /gatto/? Il fatto che io abbia hic et nunc dieci gatti a casa (da cui tutte le inferenze possibili) o la classe di tutti fatti di questa natura, per cui chiunque e IO SEGNO E INFERENZA comunque abbia a casa dieci gatti dar segno di zoofilia e del- la difficolt di tenere un cane ? In questo labirinto di problemi sembrerebbe davvero op- portuno eliminare la nozione di segno. Al di l di una fun- zione di stare per, tutte le altre identit scompaiono. L'unica cosa che pare rimanere fuori discussione l'attivit di signi- ficazione. Pare comune agli umani (e la zoosemiotica discute se questo non accada anche a molte specie animali) - produrre eventi fisici - o avere la capacit di produrre classi di eventi fisici - che stanno in sostituzione di altri eventi o entit, fisici e no, che gli umani non sono in grado di produrre nell'atto della significazione. Ma a questo punto la natura di quoti alqu e il modo dello stare per, nonch la natura di ci a cui si rinvia, si frangerebbero in una molteplicit irricompo- nibile di artifici. I processi di significazione sarebbero l'arti- ficio indefinibile che gli esseri umani, nella loro impossibilit di avere tutto il mondo (reale e possibile) a portata di mano, metterebbero in opera per sopperire all'assenza dei segni. Conclusione affascinante ma 'letteraria'. Essa sposterebbe solo il problema: come funzionano infatti processi di signi- ficazione? E sono tutti della stessa natura? La discussione sulla morte del segno verte sulla difficolt di rispondere a questo problema senza che la semiotica possa costruirsi un oggetto (teoretico) in qualche modo definibile. 4. Le soluzioni elusive. Taluni affermano che il termine 'segno' si addice alle en- tit linguistiche, convenzionate, emesse o emettibili intenzio- nalmente al fine di comunicare, e organizzate in un sistema descrivibile secondo precise categorie (doppia articolazione, paradigma e sintagma, ecc.). Tutti gli altri fenomeni che non siano sussumiteli sotto le categorie della linguistica (e che delle unit linguistiche non siano chiari succedanei) non sono segni. Saranno sintomi, indizi, premesse per inferenze possi- bili, ma sono di pertinenza di un'altra scienza [Segre 1969, p. 43]. Altri prendono una decisione analoga, ma ritengono l'altra scienza pi generale della linguistica, che in qualche modo comprende. Malmberg [1977, p. 21] per esempio deci- de di chiamare 'simbolo* ogni elemento che rappresenti un'al- 4. LE SOLUZIONI ELUSIVE II tra cosa e di riservare il termine 'segno' alle unit che, come i segni del linguaggio, sono doppiamente articolate e che deb- bono la loro esistenza a un atto di significazione (dove 'li- gnificazione' sta per comunicazione intenzionale). Tutti i se- gni sono simboli ma non tutti i simboli sono segni. La deci- sione, moderata, lascia tuttavia indeterminato a) in che mi- sura i segni siano apparentabili ai simboli, e b) quale scienza debba studiare i simboli e sulla base di quali categorie. Inol- tre in questo contesto non viene chiarita la differenza tra estensione e intensione, anche se si presuppone che la scienza dei segni sia di natura intensionale. Talora la distinzione delle aree viene proposta con intenti epistemologici pi radicali. Si veda questo intervento di Gil- bert Harman; Il fumo significa (means) il fuoco e la parola combustione significa fuoco, ma non nel medesimo senso di significa. La parola significare ambigua. Dire che il fumo significa il fuoco dire che il fumo un sintomo, un segno, una indicazione, una prova del fuoco. Dire che la parola com- bustione significa fuoco vuole dire che la gente usa quella pa- rola per significare fuoco. Inoltre non vi un senso ordinario della parola significare in cui l'immagine di un uomo signifi- chi- sia un uomo sia quell'uomo. Ci suggerisce che la teoria dei segni di Peirce comprende almeno tre soggetti abbastan- za diversi: una teoria del significato inteso (intended mean- tng), una teoria della prova e una teoria della rappresenta- zione pittorica. Non vi alcuna ragione per cui si debba pen- sare che queste teorie abbiano principi comuni [1977, p. 23J. L'argomento di Harman urta anzitutto contro la con- suetudine linguistica: perch la gente, da pi di duemila an- ni, chiama segni fenomeni che dovrebbero essere suddivisi in tre gruppi diversi? Harman potrebbe rispondere che si tratta di un normale caso di omonimia, cosi come la parola jhacbe- iorf significa laureato di primo livello, paggio di un cavaliere, maschio adulto non sposato e foca che non si accoppia du- rante la stagione degli amori. Ma un filosofo del linguaggio interessato agli usi linguistici dovrebbe interrogarsi proprio sulle ragioni di queste omonimie. Jakobson ha suggerito che un unico nucleo semantico profondo costituisca la base della apparente omonimicit di jbachelorj', si tratta di quattro casi in cui il soggetto non arrivato al compimento del proprio curriculum, sociale o biologico che sia. Qua! la ragione se- 12 SEGNO E INFERENZA man dea profonda della omonimi cita di /segno/? In secondo luogo l'obiezione di Harman urta contro il consensus gen- itura della tradizione filosofica. Dagli stoici al medioevo, da Locke a Peirce, da Husserl a Wittgenstein, non solo si cer- cato il fondamento comune fra teoria del significato lingui- stico e teora della rappresentazione 'pittorica', ma anche quello fra teoria del significato e teoria dell'inferenza. Infine l'obiezione urta contro un istinto filosofico che non si pu meglio definire che nei termini in cui Aristotele parla della 'meraviglia' che spinge gli uomini a filosofare. /Ho a ca- sa dieci gatti/ : lo si detto, il significato il contenuto che viene comunicato (intended meaning) o il fatto che ho dieci gatti (da cui inferire altre mie propriet)? Si pu rispondere che il secondo fenomeno non ha nulla a che vedere con il si- gnificato linguistico, e appartiene all'universo delle prove che si possono articolare usando i fatti che le proposizioni rappresentano. Ma l'antecedente evocato dal linguaggio davvero cosi facilmente separabile dal linguaggio che lo ha rappresentato? Quando si affronter il problema del evitivi stoico si vedr quanto sia ambigua e indistricabile la relazio- ne che intercorre tra un fatto, la proposizione che lo rappre- senta e l'enunciato che esprime quella proposizione. In ogni caso ci che rende i due problemi cos difficilmente districa- bili proprio il fatto che in entrambi i casi diquid stai pr diquo. Ohe il modo dello stare per muti, non toghe che ci si trovi di fronte a una singolare dialettica di presenza e assenza in entrambi i casi. Non sar questa una ragione sufficiente per chiedersi se un meccanismo comune, per profondo che sia, non presieda a entrambi i fenomeni? Un tale ha all'occhiello un distintivo con una falce e un martello. Si di fronte a un caso di 'significato inteso' (quel tale vuole dire che comunista), di rappresentazione pitto- rica (quel distintivo rappresenta 'simbolicamente' la fusione tra operai e contadini) o di prova infere nziale (se porta quel distintivo, allora comunista)? Lo stesso evento rientra sot- to l'egida di quelle che per Harman sono tre teorie diverse. Ora vero che uno stesso fenomeno pu essere oggetto di teorie diversissime; quel distintivo ricade sotto la sfera della chimica inorganica per la materia di cui fatto, della fisica in quanto soggetto alla legge di gravit, della merceologa in quanto prodotto industriale commerciabile. Ma nel caso 5. LE DECOSTRUZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO 13 in esame esso contemporaneamente oggetto delle tre (sup- poste) teorie del significato, della rappresentazione e della prova proprio e solo in quanto esso no sta per se stesso: non su per la sua composizione molecolare, per la sua ten- denza a cadere verso il basso, per la sua impacchettabilit e trasportabilt, ma sta in virt di quanto sta fuori di esso. In. questo senso suscita 'meraviglia' e diventa lo stesso oggetto astratto della stessa domanda teorica. 5 . Le decostruzioni del segno linguistico. Le critiche che seguono hanno una caratteristica in comu- ne: anzitutto, anche quando parlano di segno in generale e tengono d'occhio altri tipi di segni, si appuntano sulla strut- tura del segno linguistico; in secondo luogo, tendono a dis- solvere il segno in entit di maggiore o minore portata, 5.1 . Segno vs figura. Il segno una entit troppo vasta. II lavoro compiuto dal- la fonologia sui significanti linguistici, visti come effetto del- l'articolazione di unit fonologiche minori, inizia con l'indi- viduazione degli tr-toixEi stoici, raggiunge la sua maturit con Pindividuazone hjelmsleviana delle figure e viene coro- nato dalla teoria jakobsoniana dei tratti distintivi. Di per s questo risultato teorico non mette in questione la nozione di segno linguistico, perch l'unit espressiva, per quanto seg- mentabile e arricolabile, viene ancora vista come integral- mente correlata al proprio contenuto. Ma con Hjelmslev si apre la possibilit di individuare figure anche a livello del contenuto. Rimarr da decidere (e se ne parler nel secondo captolo) se queste figure del contenuto appartengano a un sistema finito di universali metasemantici o se siano entit linguisti- che che a turno intervengono a chiarire la composizione di al- tre entit linguistiche. Ma la scoperta di una articolazione del contenuto in figure porta Hjelmslev ad affermare che le lin- gue,., non si possono descrivere come puri sistemi di segni; in base al fine che loro generalmente si attribuisce, esse sono in primo luogo e soprattutto sistemi di segni; ma in base alla SEGNO E INFERENZA loto struttura interna esse sono in primo luogo e soprattutto qualcosa di diverso, cio sistemi di figure che si possono usa- re per costruire dei segni. La definizione della lingua come sistema di segni si dunque rivelata, a un'analisi pi attenta, insoddisfacente. Essa riguarda solo le funzioni esterne della lingua, i suoi rapporti con i fattori non linguistici che la cir- condano, ma non le sue funzioni interne caratteristiche [1943, trad. it. p. 51]. Hjelmslev sa bene che non esiste corrispondenza punto a punto tra figure dell'espressione e figure del contenuto, cio: i fonemi non veicolano porzioni minimali di significato, an- che se proprio da questo punto di vista si pu per esempio riconoscere che in /tor- 0/ il lessema esprime bovino + ma- schio + adulto mentre il morfema esprime singolarit. E se il sistema delle figure del contenuto fosse pi ricco e non soltanto organizzato secondo inscatolamenti da genere a spe- cie, allora si dovrebbe dire che /tor-/ esprime anche (e in bloc- co) cornuto + mammifero + ungulato + buono da monta e cos via. Sta di fatto tuttavia che queste correlazioni si pon- gono tra un sintagma espressivo e un 'pacchetto' di figure del contenuto, correlate a quella espressione in virt della fun- zione segnica, ma correlabili, in una diversa funzione, ad al- tri sintagmi espressivi. Il segno (o la funzione segnica) ap- paiono dunque come la punta emergente e riconoscibile di un reticolo di aggregazioni e disgregazioni sempre aperto a una ulteriore combinatoria. Il segno linguistico non una unit del sistema di significazione ma una unit riconoscibile del processo di comunicazione. Come evidente, la proposta hjelmsleviana (fecondissima per tutto lo sviluppo di una semantica strutturale) non rende per ragione di altri tipi di segni in cui pare che i due funtivi non siano ulteriormente analizzabili in figure. O una nuvola che annunzia il temporale, o il ritratto della Gioconda non sono segni, oppure esistono segni senza figure dell'espressio- ne e in cui appare rischioso parlare di figure del contenuto. Prieto [1966] ha decisamente allargato il campo di una siste- matica dei segni riconoscendo sistemi senza articolazioni, si- stemi a una sola seconda articolazione, sistemi con la sola pri- ma articolazione. Il bastone bianco del cico, presenza posi- tiva che si costituisce come pertinente contro l'assenza del bastone, significante senza articolazioni, esprime generica- ^. LE DECOSTMJZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO mente la cecit, chiede il passaggio, postula comprensione da parte degli astanti, esprime insomma una nebulosa di conte- nuti. Sul piano del sistema il bastone assai povero (presen- za vs assenza)., sul piano dell'uso comunicativo assai ricco. Se non un segno occorrer trovargli un altro nome, ma qualcosa deve essere. i ^ .2 . Segno vs enunciato. Negli stessi anni in cui Hjelmslev criticava il formato trop- po vasto del segno, Buyssens ne criticava il formato esagera- tamente minuto. L'unit semiotica non il segno, ma qual- cosa di corrispondente all'enunciato, che Buyssens chiamava 'sema'. L'esempio che fa Buyssens non riguarda segni lingui- stici, ma segnali stradali: Un segno non ha significazione: una freccia, isolata dai cartelli di segnalazione stradale, ci ri- corda diversi semi concernenti la direzione dei veicoli; ma da sola questa freccia non permette la concretizzazione di uno stato di coscienza; per farlo dovr avere un certo colore, un certo orientamento e figurare su un certo cartello messo in un certo posto; la stessa cosa che accade alla parola isolata, come ad esempio tavola*, essa ci appare come membro virtua- le di diverse frasi in cui si parla di cose diverse; ma da sola non permette di ricostruire lo stato di coscienza di cui si par- la [1943, p. 38]. .. . . Curiosa opposizione: Hjelmslev disinteressato al segno perch interessato alla lingua come sistema astratto; Buys- sens disinteressato al segno perch interessato alla comu- nicazione come atto concreto. Come evidente, si sottende al dibattito l'opposizione intensione vs estensione. Sgrade- vole omonimia: la semantica componenziale chiamer 'semi* le figure hjelmsleviane (minori del segno) e la tradizione che prende le mosse da Buyssens (Prieto, De Mauro) chiamer 'semi' gli enunciati pi vasti del segno. In ogni caso il sema di Buyssens ci che altri chiamereb- be un enunciato, o un atto linguistico compiuto. Stupisce co- munque l'affrmazione iniziale di Buyssens per cui il segno non avrebbe significazione. Se vero che nominantur singu- ltirla sed universalia signiftcantur, si dovr piuttosto dire che la parola /tavola/ da sola non nomina (non si riferisce a) nul- la, ma possiede un significato, che Hjelmslev avrebbe potuto SEGNO E INFERENZA scomporre in figure. Buyssens ammette che questa 1 parola (come la freccia) pu essere membro virtuale di frasi diverse. Cosa c' allora nel contenuto di /tavola/ che la dispone ad en- trare in espressioni come /La minestra in tavola/ o/La ta- vola di legno/ e non in espressioni come /La tavola mangia il pesce/ oppure /Si lav la faccia col tavolo da pranzo/? Biso- gner allora dire che, proprio in virt della sua analizzabilit in figure del contenuto, la parola /tavola/ deve rinviare, oltre che a entit semantiche atomiche, a istruzioni contestuali che ne regolino l'inseribilit in porzioni linguistiche maggiori del segno. Quindi il segno deve continuare ad essere postulato come entit mediana tra il sistema delle figure e la serie indefinita delle espressioni assertive, interrogative, imperative a cui destinato. Che poi, come suggerisce De Mauro [1971] sulla scia di Lucidi, questa entit mediana non debba essere chia- mata 'segno' ma 'iposema', pura questione terminologica. Prieto [1975, trad. it. p. 27] aveva chiarito questo appa- rente diverbio Hjelmslev-Buyssens dicendo che il sema (alla Buyssens) unit di funzione mentre la figura unit di economia . Hjelmslev diceva che il segno unit di funzione e la figura unit di economia. Si tratta solo di individuare non due ma tre (e forse pi) livelli in cui il livello inferiore sem- pre unit di economia di ci che al livello superiore unit di funzione. Certamente la distinzione di Buyssens apre la strada alle critiche che oppongono al segno l'atto linguistico nella sua concretezza e complessit. Ma erano gi presenti in Platone e Aristotele, nei sofisti e negli stoici le distinzioni tra il signi- ficato dei nomi e la natura pragmatica della domanda, della preghiera, del comando. Coloro che oppongono una pragma- tica degli enunciati a una semantica delle unit segniche spo- stano l'attenzione dai sistemi di significazione ai processi di comunicazione [cfr. Eco 1975]: ma le due prospettive sono complementari. Non si pu pensare al segno senza vederlo in qualche modo caratterizzato dal proprio destino contestua- le, ma non si pu spiegare perch qualcuno capisca un dato atto linguistico se non si discute la natura dei segni che esso mette in contesto. Lo spostamento di attenzione dai segni al- l'enunciato ribadisce solo quello che gi si sapeva a lume di buon senso, e cio che ogni sistema di significazione viene 5. LE DECOSTRUZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO 17 elaborato al fine di produrre processi di comunicazione. Met- tere a fuoco uno dei due problemi non significa eliminare l'altro che rimane sullo sfondo; significa al massimo riman- darne la soluzione, o assumerla come gi data. - 5.3. Il segno come differenza. Gli elementi del significante si costituiscono in un siste- ma di opposizioni in cui, come diceva Saussure, non vi sono che differenze. Ma lo stesso accade col sistema del significato: nel noto esempio fornito da Hjelmslev [1943, trad. it. p. 39] circa la differenza del contenuto di due termini apparente- mente sino nimi come jHolzI e fbois}, ci in cui le due unit di contenuto differiscono sono i confini di segmentazione di una porzione del continuum. Lo jHolzj tedesco rutto ci che non jBaumj e non iWaldj. Ma anche la stessa correla- zione fra piano dell'espressione e piano del contenuto si reg- ge su di una differenza: rimando, rinvio reciproco fra due eterogeneit, la funzione segni ca vive sulla dialettica di pre- senza e di assenza. Partendo da questa premessa strutturale si pu dissolvere l'intero sistema dei segni in una rete di frat- ture, e identificare la natura del segno in quella 'ferita' o 'apertura' o 'divaricazione' che costituendolo lo annulla. L'idea, per quanto ripresa con molto vigore dal pensiero post-strutturalista (si pensi in particolare a Derrida), emerge per molto prima. Nel breve scritto De organo sive arte ma- gna cogitandt Leibniz, nel cercare pochi pensieri dalla cui combinatoria tutti gli altri possano essere derivati, come ac- cade per i numeri, individua la matrice combinatoria essen- ziale nell'opposizione fra Dio e il nulla, la presenza e l'as- senza. Di questa dialettica elementare meravigliosa simili- tudine il calcolo binario. In una prospettiva metafisica pu essere affascinante ve- dere ogni struttura opposizionale come fondata su una diffe- renza costitutiva che vanifica i termini differenti. Ma non si pu negare che per concepire un sistema di opposizioni, in cui qualcosa venga percepito come assente, occorre che qual- che cosa d'altro sia postulato come presente (almeno poten- j^^ aente ^' ^ enza k presenza dell'uno non emerge l'assenza delTaltro. Le considerazioni che si fanno circa l'importanza dell'elemento assente valgono simmetricamente per l'elemen- iS SEGNO E INFERENZA to presente; e le considerazioni che si fanno sulla funzione costitutiva della differenza valgono per i poli dalla cui oppo- sizione scaturisca la differenza. L'argomento quindi anto- fago. Un fonema indubbiamente una posizione astratta in un sistema che acquista la sua valenza solo a causa degli altri fonemi che gli si oppongono. Ma affinch l'unit ernie sia ri- conosciuta occorre formularla in qualche modo come etic. In altri termini, la fonologia costruisce un sistema di opposi- zioni per spiegare il funzionamento di una serie di presenze fonetiche che in qualche modo, se non gli preesistono, sono solidali col suo fantasma. Senza gente che emette suoni non c' fonologia, anche se senza il sistema che la fonologia po- stula la gente non potrebbe distinguere i suoni che emette. I tipi si riconoscono perch sono realizzati come occorrenze concrete. Non si pu postulare una forma (dell'espressione o del contenuto) senza presupporvi una materia e vedervi con- nessa, n prima n dopo, ma nell'atto stesso di concepirla, una sostanza. Per quanto generati dalla pura solidariet sistematica, an- che gli elementi di forma del contenuto (che Peirce avrebbe chiamato 'oggetti immediati', prodotti dall'uso stessodel se- gno) sono manifestabili e analizzabili (e descrivibili netta loro natura formale) proprio perch sono conoscibili sotto forma di interpretanti, e cio di altre espressioni che in qualche mo- do debbono essere emesse. Cosi il segno come pura differen- za si contraddice nel momento in cui, per nominarlo come as- senza, si producono segni percepibili. La risposta data alla questione precedente pu per vali- dare un'altra crtica alla nozione di segno. Se di esso si cono- sce sempre e soltanto la faccia significante, per sostuzione continua della quale si fanno emergere le aree di significato, la catena semiotica altro non allora che 'catena significante . Come tale la manovrerebbe persino l'inconscio qualora fosse costituito come linguaggio. Attraverso la deriva dei signi- ficanti, altri significanti si producono. Come conseguenza pi o meno diretta di queste conclusioni, l'universo dei segni e degli stessi enunciati si vanificherebbe nella attivit dell'e- nunciazione. Non difficile riconoscere in questo nodo di po- 3 . LE DECOSTRUZIONI DEL SEGNO LINGUISTICO 19 sizioni una tendenza di derivazione lacaniana che genera di- scorsi diversi ma in qualche modo solidali. Questa critica si regge per su di un equivoco o su un vez- zo linguistico. Qualsiasi cosa i teorici di tale tendenza dicano sui 'significanti', basta leggere 'significati' e il loro discorso acquista un senso comprensibile. L'equivoco o il vezzo deri- vano dall'ovvia constatazione che non si possono nominare i significati se non per mezzo d altri significanti, come si detto nel paragrafo precedente. Ma non si d, nei vari pro- cessi di spostamento o condensazione studiati da Freud, co- munque se ne moltiplichino i meccanismi di deriva e di ger- minazione quasi automatica, non si d, bene ribadirlo, nes- sun gioco che, se pure legato ad assonanze, allitterazioni, si- milarit di espressione, non si riverberi subito sulla aggrega- zione delle unit di contenuto e non sia anzi determinato in profondo da tale riverbero. Nel passaggio tra /Hr/-/signai^ e /Signorelli/, di freudiana memoria, gioca una serie di diffe- renze espressive fondate su identit e progressivi slittamen- ti di contenuto. Tanto vero che l'esempio freudiano non solo comprensibile ma producbile solo da chi conosca a un tempo il tedesco e l'italiano e in essi riconosca funzioni segniche complete (espressione pi contenuto). Chi non sa il cinese non produce lapsus interpretabili in cinese, a meno che uno psicanalista che sa il cinese non gli climostri che ave- va memorie linguistiche rimosse e che senza volerlo ha gio- cato su espressioni cinesi. Un lapsus che faccia senso mette in gioco figure di contenuto; se mette in gioco solo figure di espressione, si tratta di un errore meccanico (di stampa, di dattilografia, di fonazione). E al massimo metter in gioco elementi d contenuto solamente per l'interprete; ma in que- sto caso l'interprete che dovr ventre psicanalizzato. Dire che il segno si dissolve nella catena significante una metafora per dire che il soggetto parlante (o scrivente, o pen- sante) pu essere determinato dalla logica dei segni, dalla lo- ro bava o deposito intertestuale, dal gioco sovente casuale (casuale in entrata, mai in uscita) tra diritti dell'espressione e diritti del contenuto. Ma in tal senso la nozione di catena significante non mette ancora in questione la nozione di se- gno, anzi ne vive. SEGNO E INFERENZA 5.5. Segno vs testo. , peraltro certo che la cosiddetta catena significante pro- duce testi che si trascinano dietro la memoria dell'interte- stualit che li nutre. Testi che generano, o possono generare, svariate letture e interpretazioni; al limite, infinite. Si sostie- ne allora (e si pensi, con accentuazioni diverse, alla linea che congiunge l'ultimo Barthes, l'ultimo Derrida, Kristeva) che la significazione passa solo attraverso i testi, testi sono il luogo dove il senso si produce e produce (pratica significante) e in questo tessuto testuale i segni del dizionario come equi- valenze codificate possono essere fatti riaffiorare solo a patto di un irrigidimento e di una morte del 'senso'. Questa critica non solo riprende l'obiezione di Buyssens (la comunicazione si d solo a livello di enunciato) ma colpi- sce pi in profondo. Un testo non solo un apparato di co- municazione. un apparato che mette in questione i sistemi di significazione che gli preesistono, spesso li rinnova, talora li distrugge. Senza pensare necessariamente a testi in questo senso esemplari come Vinnegans Wake, macchina testuale per liquidare grammatiche e dizionari, certo a livello te- stuale che si producono e vivono le figure retoriche. In que- sta sede la macchinazione testuale svuota e arricchisce di figu- re del contenuto i termini che il vocabolario 'letterale' cre- deva cosi univoci e ben definiti. Ma se si pu fare una me- tafora (cfr. l'articolo Metafora in Enciclopeda Einaudi, IX, pp. 191-236) e chiamare il leone /re della foresta/, ag- giungendo quindi a leone una figura di umanit, e river- berando sulla eia sse dei te una propriet di animalit, que- sto accade proprio perch sia /re/ sia /leone/ preesistevano co- me f un rivi di due funzioni segniche in qualche modo codifi- cate. Se non esistessero, prima del testo, segni (espressione e contenuto), ogni metafora altro non direbbe se non che una cosa una cosa. Invece dice che quella cosa (linguistica) al tempo stesso un'altra. Quello che c' di fecondo nelle tematiche della testualit tuttavia l'idea che, perch la manifestazione testuale possa svuotare, distruggere o ricostruire funzioni segniche preesi- stenti, bisogna che qualcosa nella funzione segruca (e cio il 5. LE DECOSTKUZIONl DEL SEGNO LINGUISTICO - 21 reticolo delle figure del contenuto) appaia gi come gruppo di istruzioni orientato alla costruibilit di testi diversi. Ci che si vedr meglio in seguito (cfr. S 9). 5.6. Il segno come identit. Secondo questa obiezione il segno sarebbe fondato sulle categorie della 'somiglianza' o della 'identit' e questa falla- cia lo renderebbe coerente con una ideologia del soggetto. Il soggetto come presunta unit trascendentale che si apre al mondo (o a cui si apre il mondo) nell'atto della rappresenta- zione, il soggetto che trasferisce le proprie rappresentazioni ad altri soggetti nel processo di comunicazione, una finzio- ne filosofica che ha dominato tutta la storia della filosofia. Non si discuter per ora questa critica, ma si vedr in che senso la nozione di segno sarebbe solidale con la nozione (in crisi) di soggetto: Sorto la maschera della socializzazione e del realismo meccanicistico, l'ideologia linguistica, assorbita dalla scienza del segno, erige il soggetto-segno a centro, ini- zio e fine di ogni attivit translinguistica, e lo rinchiude, l'in- stalla nella sua parola che il positivismo concepisce come uno psichismo che ha "sede" nel cervello [Kristeva 1969, trad. it. p. 63]. Per affermare questo bisogna per aver deciso di identi- ficare il segno con il segno linguistico e il segno linguistico col modello della equivalenza: p * q. Infatti la Kristeva defi- nisce il segno come 'somiglianza'. Il segno riconduce istan- ze differenziate (oggetto-soggetto da una parte; soggetto-in- terlocutore dall'altra) a un insieme (a una unit che si presen- ta come enunciato-messaggio), sostituendo alle pratiche un senso, e alle differenze una somiglianza [ibid., p. 64]. La relazione istituita dal segno sar quindi un accordo di divari, una identificazione di differenze {ibid., p. 75]. Ebbene, ci che occorre ora 'iscrivere in falso' (come si usa dire in questo tipo di discorsi, specie se tradotti in spirito provinciale) proprio questa idea che il segno sia somiglian- za, equazione, identificazione. In questa sede si dovr mo- strare che esso non somiglianza, identificazione ed equazio- ne fra espressione e contenuto. Le conseguenze di questa di- mostrazione sul rapporto soggetto-oggetto e soggetto-interlo- cutore, che non riguardano immediatamente il discorso che SEGNO E INFERENZA qui si sta facendo, saranno accennate in conclusione (cfr. Anzitutto il segno non appare come somiglianza e identit nella prospettiva peirciana: Un segno qualcosa attraverso la conoscenza del quale noi conosciamo qualcosa di pi [Peirce 1904, C.P. 8.332, t rad. it. p. 189]. E, come si vedr, l segno istruzione per l'interpretazione, meccanismo che conduce da uno stimolo iniziale a tutte le sue pi remote con- seguenze illative. Si parte da un segno per percorrere tutta la semiosi, per arrivare al punto in cui il segno pu genera- re la propria contraddizione (altrimenti non sarebbero possi- bili quei meccanismi testuali detti 'letteratura'). Il segno per Peirce (e lo ricorda la stessa Kristeva [1974. trad ; ? p. 47 ]) proposizione in germe. Ma affinch il segno appaia in questa luce bisogner ripercorrerne la vicenda almeno per il primo tratto della sua storia. Per fare questo bisogna sgom- brare U campo da una nozione imbarazzante, queUa-di segno linguistico. La si ritrover dopo. Per ora si pu farne astra- zione perch essa non apparsa per prima ed e anzi un pro- dotto culturale assai tardo. 6. Se gniv$ parole. Il termine che la tradizione filosofica occidentale ha poi tradotto come 'siffium 7 e come 'segno' in greco mquaw. Esso appare come termine tecnico-filosofico nel v secolo, con Parmenide e con Ippocrate. Spesso appare sinonimo di tex- uApwv 'prova', 'indizio', 'sintomo' e una prima decisiva di- stinzione tra i due termini appare solo con la Retorica aristo- ^Ippocrate trova la nozione di indizio nei medici che lo hanno preceduto. Alcmeone dice che delle cose invisibili e delle cose mortali gli Dei hanno immediata certezza, ma agli uomini tocca procedere per indizi (Tatu*tfwr&) [Diogene Laerzio, Vite, Vili, 83] - I media cnidu conoscevano il va- lore dei sintomi: pare li codificassero in forma di equivalen- za. Ippocrate decide che il sintomo equivoco se non e valu- tato contestualmente, tenendo conto dell'aria, delle acque, dei luoghi, della situazione generale del corpo e del regime che potr modificare questa situazione. Come dire: se p al- 6, SEGNI lq ' d Ve Je va ^* n sor JS _ ^X^T VV? 1 *^ ' m CU aventi sono on individua'] Wo col antec^teTro 7 menm _ . " Lume antecedente vero di un ragiona- meno necessaria) al conscguente (...jBora c' fuoco). 3 o SEGNO E INFERENZA Sesto si diverte a dimostrare l'insostenibilit di questa solu- zione che trasforma il segno in un rapporto logico, perch (sostiene) il contadino e il navigante che percepiscono even- ti atmosferici e ne traggono inferenze dovrebbero essere sa- pienti di logica. Come se gli stoici, anzich prescrivere, non descrivessero le regole del buon ragionare (logica utens, non logica docens): anche il navigante indotto nel momento in cui riconosce il segno come tale trasforma il dato bruto in qualcosa che, direbbe Peirce, ha la natura di una Legge. Per questo gli stoici possono dire, come dicono, che il segno un Xextv, e quindi un incorporale. Il segno non riguarda quel fumo e quel fuoco,, ma la possibilit di un rapporto da ante- cedente a conseguente che regola ogni occorrenza del fumo (e del fuoco) . 11 segno tipo, non occorrenza. chiaro allora come si saldino di diritto, nella semiotica stoica, dottrina del linguaggio e dottrina dei segni: perch ci siano segni occorre che siano formulate proposizioni e le pro- posizioni debbono organizzarsi secondo una sintassi logica che rispecchiata e resa possibile dalla sintassi linguistica [cfr. Frede 1978]. I segni affiorano solo in quanto sono espri- mibili razionalmente attraverso gli elementi del linguaggio. Il linguaggio si articola in quanto esprime eventi significa- tivi. Si badi bene: gli stoici non dicono ancora che le parole sono segni (al massimo dicono che le parole servono a veico- lare tipi di segni). La differenza lessicale tra la coppia njuat- vov/oTjnaiv6p,Evov e il st^elov permane. Ma la comune ed evi- dente radice etimologica spia della loro solidariet. Si po- trebbe far dire agli stoici , con Lotman, che la lingua siste- ma modellizzante primario attraverso il quale anche gli altri sistemi vengono espressi. Sempre usando riferimenti a teorie contemporanee [cfr. anche Todorov 1977] si potrebbe allora dire che termine lin- guistico e segno naturale si costituiscono in un doppio rap- porto di significazione o in una doppia sopraelevazione se- miotica che si traduce nel modello hjelmsleviano della con- notazione (nella forma diagrammatica divulgata da Barthes): E c 1 E C 7. GLI STOICI La parola /fumo/ si riferisce a una porzione del contenuto che vien convenzionalmente registrata come fumo: A que- sto punto abbiamo tre alternative, sia in direzione intensiona- lecne estensionale: a) fumo connota fuoco sulla base di una rappresentazione enciclopedica che tiene conto anche di relazioni metonimiche effetto-causa (come accadrebbe in una grammatica casuale che tenga conto di 'atlanti' come Causa o Agente); b) l'enunciato /c' fumo/ esprime la propo- sizione c e fumo che, sempre in virt d una competenza enaciopcdica soggiacente che includa frames e script s (vedi il secondo capitolo di questo libro), suggerisca come ragione- vole inferenza dunque c' fuoco (fenomeno che si verifica anche al di fuori di concrete operazioni di riferimento a stati del mondo); c) in un processo di riferimento a stati del mon- do la proposizione qui c' fumo, sulla base della compe- tenza enciclopedica, conduce alla proposizione pertanto qui c fuoco - a ari dovr poi essere assegnato un valore di venta. Ci si pu domandare cosa avvenga quando percepisco l'e- vento fasico costituito da una nuvola o da un pennacchio di fumo. In quanto evento fisico esso non diverso da un suo- no qualsiasi che posso percepire senza conferirgli rilevanza semiotica (come accade al barbaro). Ma se so, in base a una Zia precedente, che il fumo, in generale, rinvia al fuoco a pertinentizzo l'evento come occorrenza espressiva di' un contenuto pi generale e il fumo percepito diventa il con- tenuto percettivo fumo. Questo primo movimento, dalla sensazione, alla percezione investita di significato, cos im- mediato che si portati a non considerarlo come semiotica- mente rilevante. Ma questa immediatezza presunta fra sen- sazione e percezione che la gnoseologia ha sempre messo in questione. Persino nella prospettiva medievale in cui, se vero che la simplex apprehensio, ovvero prima operazione aeu intelletto, coglie nel fantasma la cosa nella sua essenza, dell wn att t\ uiz0 > e do =Ua sonda operazione aeu intelletto, che la cosa riconosciuta come esistente e rile- vante tu fini di ulteriori predicazioni. Non un caso se la gno- seologia parla di 'significato 1 percettivo e il termine , signifi- m? !f?i ? 3 Un tempo una cate g ria semantica e una cate- goria della fenomenologia della percezione. In verit anche per cogliere, ni una serie di dati della sensazione, la forma 32 SEGNO E INFERENZA .fumo,, debbo gi essere indili** dalla V*?** 5 fumo sia rilevate ai fini di ulteriori inferenze: altrimen- ti il fumo offertomi dalla sensazione rimane come un peicei- to virtuale che debbo ancora decidere se ^rtment^are come fumo, foschia, miasma, esalazione quals.asi ^Xe cTun fenomeno di combustione. Solo se gi posseggo Eleg- ge onerale per cui 'se fumo allora fuoco sono in grado M SncSe 'sigmiicante' il dato sensibile vedendolo come quel fumo che pu rivelarmi il fuoco. Pe* cui si pu dire che, anche di fronte al fatto naturale i dati della sensazione mi appaiono come espressioni di un possibile contenuto percettivo che a un cogliere, sia estensionalmente sia mtensionalmente, come se So che mi rinvia, in generale e in concreto, f*^* Tane sottintesa dalla stessa gnoseologia stoica ^e,^ do le certezze della 'rappresentazione catalettica , esse vanno ^ttavTverificate alla prova deU'inferenza lo^o^cmua- le La rappresentazione catalettica propone la presenza di qualcosa che potrebbe essere fumo (salvo inganno dei sensi : Sdo^ola verifica inf erenziale, solo dopo che si e verifica ta Sensualmente la conseguenza del fumo , il fuoco si s - Siti dlia certezza della percezione. La logica-semiotica stoi- ca lo strumento di verifica della percezione. 8. Unificazione delle teorie e predominio della lingui- stica. Alcuni secoli dopo, nel De magistro, Agostino operer de- fimtv^mente la saldatura fra teoria dei segni e teoria de hn- 3c, Egli riconoscer il genus dei segni di cui isegnihn- Susrici sonouna specie, come le insegne, i gesti, i segni esten- sivi. Sedici secoli prima di Saussure. Ma cosi facendo Agostino consegna alla tradizione g* fiore un problema che neppure gli stoia avevano molto con chiarezza e di cui egli, Agostino, provvede la soluzione, ma senza enfatizzarla in modo indiscutibile. Ci che rimaneva irrisolto nella soluzione stoica eraladit fel tra il rapporto (che Hjelmslev chiamer di mota- z oneTtra espressione linguistica e contenuto da un latore quello tra proposizione-segno e conseguente significato, dal 8. UNIFICAZIONE DELLE TEORIE 33 l'altro. Il sospetto che il primo livello si regga ancora sulla equivalenza, mentre il secondo indiscutibilmente fondato e - c r Tuttavia ci si deve chiedere se questa differenza non sia effetto d una curiosa 'illusione ottica'. Se ne segua la genera- zione. Dal momento in cui Agostino introduce la lingua ver- bale fra i segni, la lingua incomincia a trovarsi a disagio in questo quadro, Troppo forte, troppo finemente articolata e quindi troppo scientificamente analizzabile (e si pensi a quan- to avevano fatto gi sino ad allora i grammatici ellenistici), le riusciva difficile sottomettersi a una teoria dei segni nata per descrivere i rapporti fra eventi naturali, cosi elusivi e ge- nerici (e si vedr quanto l'implicazione stoica fosse epistemo- logicamente aperta a un continuum di rapporti di necessit e di debolezza). Poich si ritiene sempre pi (e varrebbe la pena di studiare minutamente questa vicenda di storia della semiotica) che la lingua, oltre che il sistema semiotico pi o meglio analizzabile, sia anche quello che pu mcwleliizzare tutti gli altri, trasformando ogni altra semiotica nel piano dei proprio contenuto, gradatamente il modello del segno lingui- stico si propone come il modello semiotico per eccellenza. Ma quando si arriva a questa conclusione (e si pu consi- derare che il coronamento lo si abbia con Saussure) il model- lo linguistico ormai cristallizzato nella sua forma pi 'piat- ta', quella incoraggiata dai dizionari e, malauguratamente, da molta logica formale che deve solo riempire a titolo di esem- pio i propri 'simboli' vuoti. E si fa strada la nozione d signi- ficato linguistico come sinonimia e definizione essenziale. Aristotele che ha consegnato il pf inripio di equivalenza (bicondizionale) fra termine e definizione per genere e spe- cie, perch lavorava solo sui termini categorematici da inse- r 're in proposizioni assertorie. Accade invece che gli stoici tefr. Frede 1978; Graeser 1978] ritenessero che ogni cate- goria sintattica ha la sua controparte semantica, anche i sin- categorernatici. Se i Xtxx completi nascevano da una combi- : '.azione dei lixi incompleti, dovevano avere contenuto an- 34 SEGN'O E INFERENZA che le congiunzioni, anche gli articoli e i pronomi. Agostino mostrer che hanno significato anche le preposizioni. 9. // modello 'istruzionale'. Nel De magistro [II, 1] Agostino analizza con Adeodato il verso virgiliano si nihil ex tanta superis placet urbi relin- qui e definisce le otto parole come octo... signa; quindi passa a interrogarsi sul significato di jsij e riconosce che que- sto termine veicola un significato di ^dubbio. E siccome ri- conosce non esse signum rttsi aliquid significete costret- to a definire anche il significato (non certo il referente!) di Inibii} : siccome impossibile che si emettano segni per non dire nulla, e siccome il significato di /niente/ non sembra es- sere n un oggetto n uno stato del mondo, Agostino conclu- de che questo termine esprime una affezione dell'animo, e cio lo stato della mente che, pur non riconoscendo qualcosa, ne riconosce perlomeno l'assenza. Oggi si direbbe; un ope- ratore logico, un qualche cosa che deve avere uno statuto nel- lo spazio astratto del contenuto. Quindi Agostino domanda cosa significhi jexj e rifiuta de- cisamente la definizione sinonimica, per cui esso significhe- rebbe jdej. Il sinonimo una interpretazione, ma deve essere a sua volta interpretato. La conclusione che jexj significa una specie di separazione {secreiionem quandam) da ci in cui si trovava incluso. E aggiunge una successiva 'istruzione' per la sua decodifica contestuale: talora esprime separazione da qualcosa che non c' pi, come quando la citta citata dal verso scomparsa; e talora esprime separazione da qualcosa che permane, come quando si dice che dei negozianti vengo- no da Roma. Dunque il significato di un termine sinca tegorematico un blocco (una serie, un sistema) di istruzioni per le sue possi- bili inserzioni contestuali, e per i suoi diversi esiti semantici in contesti diversi (ma tutti ugualmente registrabili in ter- mini di codice). Ma se questo possibile coi sincategorematici non potr esserlo anche coi categorematici? Infatti questa la soluzio- ne che sta ormai prevalendo nelle semantiche componenzial orientate al contesto. Queste forme di semantica istruzionale 9- IL MODELLO 'ISTRUZIONALE* gSdetfe 2.64; dr. anche Eco S zi ifc 23791 l87 > CP - suali [cfr. FillmoK r 9 |?BiS varie gnatiche ca- costanziaH [E^-T n a ] fl^ni contestuali e cir- la ^^Z 7 !^^ 11 ^ 0 nfornmlaWper to, basta a^^S^T"^^^^ parlanti. Se ^Zo ^Z^eZTJr^ * affatto vero che io m ba J JiiJ^f ce /oor W non mi limito a ^id^JZ^Zl tata dall 'articolazione d! ^S^SS^SS^ veloce + con le gambe, eccetera *^uL T^ S1C& + re bastavano ai temoi n oTStV ^P 10 e Prove " ,a verSZ^ ? T""" n appartengono anch'essi a un inventario limitato, ma qui siamo gi nell'universo delle opposizioni se- mantiche (e dovremmo decidere quante altre opposizioni ba- silari rientrano in questo inventario: bambino/adulto, alto/ basso eccetera) mentre nel caso dei pronomi Hjelmslev ave- va per cosi dire una garanzia morfologica della limitatezza dell'inventario. Ma certo che su basi morfologiche si ottie- ne un inventario assai povero. La conclusione del discorso che Hjelmslev asserisce la necessit di trovare inventari limi- tati, ma non riesce a trovare garanzie per definire i limiti df un inventario, e tranne jbejsbef tutti gli inventari su cui la- vora, siano essi parole che figure di contenuto, appaiono co- me illimitati. Il problema certo impostato, perch si riu- sciti a ridurre il contenuto di venti parole alla combinatoria di 6 x 2 figure, ma non si pu ancora dire che l'idea di un di- zionario a componenti finite sia realizzata. La proposta di Hjelmslev sembra accordarsi alle esigenze di molte teorie semantiche posteriori. Un dizionario riguarda soltanto la conoscenza linguistica e non fornisce istruzioni per riconoscere i referenti eventuali dei termini che esso in- tensionalmente descrive. Il dizionario hjelmsleviano ci dice perch /una pecora un ovino femmina/ e /se x una pecora allora non uno stallone/ sono espressioni semanticamente ben formate, anche se l'utente della lingua non ha mai visto una pecora e/o uno stallone. Altre teorie dizionariali, per for- nire istruzioni circa la riconoscibilit del referente, introdu- cono nella rappresentazione dizionariale elementi spuri co- me per esempio i 'distinguishers' di Katz e Fodor [1963; e per una riformulazione di questo principio si veda la 'teoria neoclassica del riferimento' in Katz 1979]. Possiamo dunque stabilire che il dizionario hjelmsleviano in grado di spiegare alcuni fenomeni semantici che, secondo la letteratura corrente, rilevano appunto del dizionario: 1) sinonimia e parafrasi (una pecora un ovino fem- mina); li) similarit e differenza (c' una componente semanti- ca comune tra pecora e stallone, o tra stallone e giu- menta, mentre d'altro canto si pu stabilire in base a quali altri componenti queste varie entit di con- tenuto si distinguono) ; 2. IL CONTENUTO 79 m) antonimia (/uomo/ antonimo di /donna/); iv) iponimia e iperonimia (/equino/ l'iper ordino di cui /stallone/ l'iponimo); v) sensatezza e anomalia semantica (/gli stalloni sono maschi/ dotato di senso mentre /uno stallone fem- s mina/ semanticamente anomalo); vi) ridondanza (sfortunatamente in quanto esempio di dizionario, a causa del suo formato ridotto, la ridon- danza coincide con la sensatezza: /stallone maschio/ sensato ma ridondante); vii) ambiguit (un dizionario pi vasto dovrebbe spiega- re la differenza tra /toro/ come animale e /toro/ come figura topologica, e risolvere le ambiguit che conse- guono a questa omonimia); vm) verit analitica (ancora una volta, a causa dei limiti del dizionario, /gli stalloni sono maschi/ analitica- mente vero, perch il contenuto significato del sog- getto contiene il significato -del predicato, ma al tempo stesso ridondante); IX) - contraddittoriet (non si pu dire /le giumente sono maschi/); x) sinteticit (il dizionario stabilisce che espressioni co- me /le pecore producono lana/ dipende dalla cono- scenza del mondo) ; xi) inconsistenza (/questa una pecora/ e /questo un montone/ non possono essere asseriti come egual- mente veri se riferiti allo stesso individuo); xn) contenimento e implititazione semantica. Quest'ultimo requisito molto importante e i due feno- meni sono strettamente interconnessi. In base al dizionario ogni termine 'contiene' o 'comprende* certe propriet e in forza di questa relazione semantica di contenimento (e indi- pendentemente da altre leggi logiche) /questa una pecora/ implicita /questo un ovino/; /questo non un ovino/ impli- cita /questa non una pecora/ mentre /questa non una pe- cora/ lascia impregiudicato se questo sia o non sia un ovino. Si sono severamente limitati i requisiti per un dizionario, anche se alcuni autori ne introducono altri pi controversi [cfr. per esempio Katz 1972, pp. 5-6]. In ogni caso il dizio- nario hjelmsleviano lascia irrisolti due importanti problemi. 80 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA Anzitutto, se definisce una pecora come un ovino femmina, non definisce cosa sia un ovino (n cosa sia una femmina) e quindi lascia aperto il problema della interpretazione delle figure di contenuto. In secondo luogo, come si visto, Hjelm- slev aspira a restringere gli inventari delle figure, ma non stabilisce se e come questo sia possibile. Occupiamoci subito del secondo problema, che sembra es- sere il pi dibattuto in tutte le discussioni posteriori sulla possibilit di un dizionario. II requisito che sembra irrinun- ciabile appunto che il dizionario permetta di analizzare il significato delle espressioni linguistiche attraverso un nume- ro finito di primitivi (siano essi componenti semantiche, mar- che, propriet, universali o altro). Non indispensabile assumere che le espressioni da defi- nire siano in numero finito, anche se la condizione ideale di un dizionario che si abbia un numero finito di lemmi ana- lizzabile attraverso un numero finito di primitivi [Katz 1972, pp. 59-60], Ma, per quanto sia aperto il numero dei lemmi da definire, indispensabile che si possa manovrare un nu- mero finito di primitivi, partendo dal principio che ogni mente umana contiene come parte del proprio patrimonio un sistema semantico, cio un insieme di concetti elementari o 'atomi logici', e delle regole secondo le quali tali atomi sono combinati in entit pi complesse [Wierzbicka 1972, p. 25] . II problema sar allora come determinare i primitivi e co- me limitarne il numero. In una delle pi acute critiche con- dotte all'idea di dizionario, Haiman [1980] suggerisce che i primitivi possono essere individuati in tre modi (e storica- mente sono stati individuati in uno di questi tre modi). Primo modo. I primitivi sono concetti 'semplici' e pos- sibilmente i pi semplici. Sfortunatamente assai difficile de- finire un concetto semplice. Per un parlante comune pi semplice, nel senso che pi facilmente comprensibile, il con- cetto di 'uomo* che non quello di 'mammifero', ed stato no- tato che per un dizionario assai pi facile definire termini come /infarto/ che verbi come /fare/ [Rey Debove 1971, pp. 1 94 sgg.] . Il rischio che i concetti semplici (defitiientia) sia- no pi numerosi che i concetti complessi da definire. Qual- cuno [Fodor 1977, p. 154] ha osservato che il requisito se- condo cui i primitivi debbano essere meno dei definienda 2. Il CONTEJsTTO non strettamente necessario: infatti possibile immagi- nare un sistema fonologico in cui ci siano pi tratti distintivi che fonemi. Ma i fonemi di una lingua sono pur sempre in numero finito, mentre per un sistema lessicale si tratta di ac- cettare l'idea di una catena indefinitamente aperta di lemmi definibili attraverso una serie indefinitamente aperta di pri- mitivi, il che comprometterebbe definitivamente il requisito della controllabilit del sistema dizionariale. Inoltre questo primo modo per il reperimento dei primitivi esposto alle critiche che si possono rivolgere al secondo modo. Secondo modo, I primitivi dipendono dalla nostra espe- rienza del mondo, ovvero [come suggerisce Russell 1940] sono 'parole-oggetto' il cui significato noi apprendiamo per ostensione, cosi come un bambino apprende il significato del- la parola /rosso/ trovandola associata alle diverse occorrenze del fenomeno 'rosso'. Al contrario, ci sarebbero 'parole di dizionario' che possono essere definite attraverso altre paro- le di dizionario. Russell peraltro il primo a individuare la vaghezza del criterio, perch ammette che /pentagramma/ sia per la maggioranza dei parlanti una parola di dizionario, men- tre una parola-oggetto per un bambino cresciuto in una stanza la cui tappezzeria riproduce come motivo decorativo dei pentagrammi. Wierzbicka [1972, p. 21] sembra essere molto generosa con le parole-oggetto perch elenca nomi per le parti del corpo e per oggetti che occorrono in natura - come mare, fiu- me, campo, bosco, nuvola, montagna, vento eccetera - per artefatti umani come tavola, casa, libro, carta eccetera. Le espressioni che in un certo senso non possono essere spiegate sono le parole per le 'specie' (nel senso Iato del termine): gatto, rosa, mela, canna, oro, sale eccetera. A parte il fatto che tale posizione si ricollega alla teoria della designazione rigida [Kripke 1972, Putnam 1 97 5] evidente che, una vol- ta su questa strada, la lista dei primitivi non pu essere fini- ta. Ma il rischio di questa posizione ben altro, e di natura pi squisitamente teoretica: l'idea di una lista di primitivi nasce per spiegare una competenza linguistica indipendente dalla conoscenza del mondo, ma in tal modo la competenza linguistica viene radicalmente fondata su una precedente co- noscenza del mondo. 82 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA Terzo modo. I primitivi sono idee innate di stampo pla- tonico (in tale direzione si muove ormai Katz 1981). La posi- zione sarebbe filosoficamente impeccabile, salvo che neppure Platone riuscito a stabilire in modo soddisfacente quali e quante siano le idee universali innate. O c' una idea per ogni genere naturale (la cavallini t) e allora la lista aperta. O ci sono poche idee molto pi astratte (come l'Uno e 1 Molti, il Bene, i concetti matematici) e allora non bastano a distingue- re il significata dei termini lessicali. Non rimane allora che una quarta possibilit. Supponia- mo che si stabilisca un sistema di primitivi tale che, per virt della relazione sistematica tra i suoi termini, esso non possa che essere finito. Se riusciamo a concepite un sistema del ge- nere, potremmo ammettere che esso rifletta delle strutture universali della mente (e forse persino del mondo). Ora un buon esempio di tale sistema quello dell'incassamento reci- proco tra iponimi e iperonimi quale ci viene offerto dai lessi- cografi. Esso organizzato gerarchicamente ad albero in mo- do che a ogni coppia (o tripletta, o n-tupla) di iponimi corri- sponda un solo iperonimo, e che ciascuna n-tupla d iperoni- mi costituisca a sua volta il livello iponimico di un solo ipero- nimo superiore, e cosi via. Alla fine, per quanti siano i ter- mini da incassare, l'albero non pu che rastremarsi verso l'al- to sino all'iperonimo patriarca. Se riorganizziamo i termini dell'esempio di Hjelmslev co- me in figura 2, otteniamo un albero di questo tipo: Animale Ovino Umano Figura 2. ^-"-v^ Pecora Montone Uomo Donna Quindi si potr dire che /pecora/ contiene o comprende 'ovino' e (per propriet transitiva della classificazione) con- tiene e comprende 'animale'. Si potrebbe anche dire che que- st'albero rappresenta un insieme di postulati di significato 1947]. La forma del postulato di i (x) (PxdOx) 2. IL CONTENUTO 83 ci garantisce infatti che /x una pecora/ postuli fx un ani- male/ cos che /questo una pecora/ implica /questo un animale/. Tuttavia un insieme di postulati di significato stabilito su basi pragmatiche [dr. Lyons 1977, p. 204] senza distin- guere tra propriet sintetiche e propriet analitiche. La for- mula del postulato di significato vale anche se P sta per 'pe- cora' e O sta per 'lanoso'. Anzi, se si postulate) che tutte le pecore sono lanose ma non si postulato che tutte le pecore sono animali, nella prospettiva carnapiana /se x una pecora allora x lanosa/ sarebbe una verit analitica mentre /se x una pecora allora x un animale/ sarebbe ridotto al rango di una verit sintetica e fattuale [Carnap 1966]. La serie dei po- stulati di significato indefinitamente aperta e non ubbidisce a criteri discriminatori tra propriet dizionariali e propriet enciclopediche. Invece l'albero di figura 2 rappresenta un insieme ordi- nato e dunque un sistema di postulati di significato struttu- rato gerarchicamente. Per questa ragione deve essere finito. Sfortunatamente il sistema di figura 2 (Tappresenti esso o no qualche struttura universale) non funziona come un buon dizionario: I) non dice cosa significhino /ovino/ 0 /animale/ (e cio non spiega il significato delle figure ovvero dei primi- tivi); II) non aiuta a distinguere tra una pecora e un montone, dato che entrambi sono animali ovini; III) spiega i fenomeni dell'iperonimia e sinonimia, del- la sensatezza e dell'anomalia, della ridondanza, delle verit analitiche, della contraddittoriet, dell'inconsi- stenza e dell'implidtazione, ma non spiega sinonimia, parafrasi e differenza semantica. L'albero di figura 2 non permette di elaborare definizioni. Come Aristotele sapeva bene, si ha una definizione quando, per caratterizzare l'essenza di qualcosa, si scelgono degli at- tributi tali che alla fine, bench ciascuno di questi attributi preso isolatamente abbia una estensione maggiore del sog- getto, tutti insieme abbiano la stessa estensione del soggetto. lAn. Sec. II 96a 35]. In altri termini ci deve essere assoluta reciprocabilit tra definiens e definiendum cos che essi pos- 4 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA sano essere mutuamente sostituiti in ogni contesto. In un al- bero che ci permettesse di affermare che /uomo/ definibile come maschio umano adulto, allora /questo un uomo/ impliriterebbe /questo un maschio umano adulto/ e vice- versa; parimenti /questo non un maschio umano adulto/ implicherebbe /questo non un uomo/ e /questo non un uomo/ implicherebbe /questo non un maschio umano adul- to/. Ma con l'albero di figura 2 tutto ci non pu accadere: non solo /questo un animala umano/ non implicita che que- sto sia un uomo, ma /x il mio uomo preferito/ non implicita affatto che /x il mio essere umano (o animale) preferito/ e /tutti gli uomini sono baffuti/ non implicita /tutti gli umani sono baffuti/ fa parte il fatto deplorevole che l'albero non mi consente d usare la propriet 'baffuto'). Occorre dunque tentare un sistema di determinazioni les- sicali che, avendo le stesse garanzie di chiusura e finitezza dell'albero di figura 2, nel contempo consenta anche di otte- nere definizioni assolutamente reciprocabili con il termine da definire. Visto che, partendo da Hjelmslev, ci eravamo posti il pro- blema di come definire pecore e cavalli, tentiamo ora (in figu- ra 3) un albero che in qualche modo riproduca le modalit attraverso cui i naturalisti classificano gli animali. 3. Pseudo-dizionario da camera per una lingua da ca- . mera. Naturalmente imprudente prendere una tassonomia del- le scienze naturali come modello per un inventario del con- tenuto di una lingua naturale: Dupr [1981] ha non solo di- mostrato che l dove il non specialista riconosce una specie come 'beatle* l'entomologo identifica circa 290000 specie, ma anche che il sistema lessicale di una lingua naturale e le tassonomie scientifiche si sovrappongono spesso in modo molto sfumato. Noi chiamiamo /albero/ sia un olmo che un pino, mentre il naturalista direbbe che il primo un angio- sperma e il secondo no. Non vi equivalente scientifico di /albero/ come non vi equivalente naturale di /angiosperma/. Tuttavia, partendo dalla proposta di Hjelmslev, cerchia- mo di concepire una serie di disgiunzioni (vedi figura 3) che possano definire senza ambiguit e con la massima economia 86 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA una serie di espressioni linguistiche come cane, lupo, volpe, gatto, tigre, lince, bachelor (nel senso della foca che rimane senza partner nella stagione degli amori, discussa da Katz e Fedor 1963), cavallo, bue, bufalo, pecora, muflone, elefante ed echidna. Abbiamo delineato un universo linguistico in cui non possibile distinguere un cavallo da un asino o un elefante da un rinoceronte, e questo per evitare molte disghmziorii infe- riori dell'albero. In questo senso la figura 3 riproduce solo in modo approssimativo quella che dovrebbe essere una buona tassonomia scientifica. Questo albero ci fornisce l'immagine di un universo molto limitato, costituito da un numero ridotto di cosiddetti 'generi naturali' di cui le parole in corsivo nell'ultima linea in basso forniscono i nomi. Questo universo assomiglia assai poco al- l'universo della nostra esperienza quotidiana, dove ci sono anche pesci, uccelli, uomini, cassapanche e cacciaviti (per suggerire solo qualche esempio) . Ma che per delincare un dizionario 'forte' dobbiamo sempre concepire un universo assai povero e ridotto, diciamo un universo da camera. Il guaio che di solito i costruttori di dizionari ideali non rie- scono pi ad uscire dal loro universo da camera, ma di que- sto si dir oltre. D'altra parte stato detto come sia difficile descrivere ac- canto ai generi naturali anche generi artificiali (come sedie e case), per non parlare di tutti i possibili predicati (quali es- sere freddo o caldo, essere il nonno di, o trovarsi alla destra di) e tutte le possibili funzioni e ruoli (parentali, politici, ec- cetera, come essere marito di, essere scapolo, essere presiden- te, pilota, astante - cfr. per esempio Schwartz 1977, pp. minar mente una alternativa: 1) Tutti i termini in tondo sono nomi di classi, cos che ogni termine iponimo nomina una sottoclasse inclusa nella classe pi vasta, e i termini in corsivo (che sono termini del linguaggio oggetto) nominano tutti gli indi- vidui che possono essere membri della classe immedia- tamente superiore. Rimarrebbe in tal caso impregiudi- cato in base a quali istruzioni potremmo riconoscere i 3. PSEUDO-DIZIONARIO DA CAMERA dati di esperienza (gli oggetti) che siamo autorizzati a designare attraverso quei nomi del linguaggio oggetto. 11) I nomi in tondo sono nomi di propriet, primitivi se- mantici, termini del metalinguaggio teorico. In tal ca- so rimarrebbe da stabilire se essi sono ancora interpre- tabili a loro volta o se costituiscono dei primitivi ulte- riormente inanalizzabili. L'albero di figura 3 ci permet- terebbe di dire (come peraltro l'albero di figura 2) che ogni iponimo 'contiene' o postula il proprio iperonimo, ovvero che se un x un gatto esso ha la propriet di essere un 'felis catus' e che tutti gli x che hanno la pro- priet di essere 'felis catus' hanno la propriet di essere 'felis, 'fendi' e cosi via sino ad 'ammali'. Lasciamo per ora impregiudicata questa alternativa: dicia- mo che, se l'albero rappresenta una struttura (finita) di po- stulati di significato, che devono servire al buon funziona- mento di una lingua naturale, lo stesso dire che ogni gatto necessariamente appartiene alla classe dei 'felis catus', e che la sottoclasse dei 'felis catus' inclusa in quella dei 'felis', o che se qualcosa un gatto ha necessariamente la propriet di essere 'felis', 'felide' e cosi via. Il vantaggio dell'albero di figura 3 rispetto a quello di figura 2 che, conservandone tutte le propriet, consente inoltre di rendere conto di fenomeni come sinonimia, para- frasi e differenza semantica. Esso consente quindi di formu- lare definizioni reriprocabili con il defimendum e quindi di distinguere senza ambiguit il significato di ciascun termine. In virt della struttura di questo sistema lessicale neces- sariamente vero che un /gatto/ un mammifero, placentale, carnivoro, felide, felis, felis catus e se non tutte queste cose espresse congiuntamente dalla definizione non pu es- sere un gatto. Oli nega il gatto nega tutto il blocco definizio- nale, anche se non nega nessuna di queste marche prese sin- golarmente. Cos concepito l'albero appare come un buon dizionario finito. Anche se la lista dei termini del linguaggio oggetto fos- se aperta e se dovessimo definire anche, per esempio, il ter- mine /trota/, basterebbe complicate l'albero opponendo 'pe- sci' a 'mammiferi', ma alla fine l'albero si rastremerebbe sem- pre al nodo superiore 'animali' - e cosi accadrebbe anche se 88 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA s volessero rappresentare generi 'artificiali' e sostanze non viventi. Tuttavia a questo punto, anche se il dizionario appare cosi perfetto, si deve avanzare una obiezione. Un gatto, nella figu- ra 3 , un 'felis catus' , ma in latino, sia pure a due diversi sta- di di sviluppo della lingua, sia /felis/ che /catti/ sono sino- nimi di /gatto/. La redprocabilit tra definiens e definendum si riduce a un caso di piatta sinonimia: questo albero non de- finisce un gatto, dice solo che si pu chiamarlo /felis catus/. E se poi domandassimo all'albero cosa sia un 'felis catus', l'albero ci direbbe che esso un 'felis', ma a questo punto non riusciremmo pi a distinguerlo da una tigre. Un gatto solo un felide che si distingue da una tigre perch i latini lo chiamavano /felis catus/? ovvio che lo zoologo ci risponderebbe che quando egli usa V espressione /felis catus/ non sta facendo un mero gioco di parole. Egli usa /felis/ come nome di un genere e /catus/ come nome di una differenza, ma attraverso queste espressio- ni linguistiche egli intende riassumere altre interessanti (e caratteristiche) propriet. Essere un 'catus' significa per lo zoologo possedere le propriet p h p?, po ed essere un 'fe- lis' significa possedere le propriet Pi, Pi, P n , e lo stesso si dovr dire per quanto riguarda espressioni come ovino, bovi- de, sino a mammfero ed ultra. Il fatto che se la figura 3 rappresenta una tassonomia zoologica, essa non pretende affatto di fornire il significato della parola /gatto/ o /pecora/: l'albero rappresenta una clas- sificazione di generi naturali, accidentalmente etichettati me- diante certi nomi (che mutano da lingua a lingua) mediante nomi di classi o di taxa che (accidentalmente) sono espressi in un esperanto naturalistico die assomiglia molto al latino classico. Lo zoologo come tale poi interessato a definire le propriet dei taxa che egli ha registrato, ma queste propriet, nell'albero tassonomico, sono semplicemente significate dal termine che egli usa come etichetta tassonomica. Se dicessimo a uno zoologo che i gorilla nascono in Irlan- da egli potrebbe reagire in due modi: o intenderebbe l'asser- to nel senso che alcuni gorilla possono nascere in Irlanda, e allora sarebbe pronto a concedere che fenomeni del genere accadono nei giardini zoologici; oppure egli intenderebbe l'asserto come veicolo di una proposizione eterna (tutti i go- 3. PSEUDO-DIZIONARIO DA CAMERA 89 rilk, tutti gli animali di questa specie nascono in Irlanda), e allora direbbe che la proposizione falsa perch contraddice alcune informazioni circa la natura dei gorilla che per lui so- no tassative, e che pertanto fanno parte della sua definizione scientifica di gorilla. Forse lo zoologo si esprimerebbe in altri termini, ma ci che egli vorrebbe dite sarebbe che la propo- sizione di cui sopra analiticamente falsa perch dire allo stesso tempo e dello stesso individuo /questo un gorilla/ e /questo un animale appartenente a una specie che nasce abi- tualmente in Irlanda/ rappresenterebbe un caso di inconsi- stenza semantica. Lo stesso zoologo non discuterebbe l'asserzione /questa pecora ha tre zampe/ perch non pu escludere la possibili- t di una malformazione accidentale, ma rifiuterebbe come scientificamente errato (e dunque, nel contesto del proprio linguaggio, come semanticamente inconsistente) l'asserto /questa una pecora e non un quadrupede/ perch nella sua definizione (non nella sua tassonomia) di pecora vi deve es- sere una propriet (che probabilmente dipende dal nodo 'un- gulati') che registreremo come 'qu adru pe didt' . Non so se lo zoologo direbbe che le pecore sono necessariamente o anali- ticamente quadrupedi, ma certo direbbe che la propriet di avere quattro arti appartiene a quella specie, in qualche sen- so 'energico' dd verbo /appartenere/. Gli zoologi sanno benissimo che i nomi dd generi, degli ordini, delle famiglie non sono meri costrutti teoria inana- lizzabili, ma sono interpretabili. Questi nomi sono 'parole' del loro linguaggio specifico. Per lo zoologo /mammifero/ non solo un costrutto teorico che garantisce l'anomalia di espressioni quali /una pietra mammifera/: per lo zoologo /mammifero/ interpretabile pi o meno come un animale viviparo che nutre i propri nati mediante latte secreto da ghiandole mammarie). La cosa interessante che anche gli utenti di una lingua naturale si comportano nello stesso mo- do - e gli unici esseri anormali, in tutta questa vicenda, sono i sostenitori di una semantica a dizionario. Quando noi dicia- mo che una terra ricca di minerali non vogliamo solo inten- dere che essa ricca di oggetti naturali non viventi. Noi usia- mo espressioni come /mammifero/ o /vegetale/ nello stesso modo in cui parliamo di gatti, di lupi e di tigri. Se l'albero di figura 3 fosse il dizionario di una lingua na- 9 o DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA turale (o di una lingua da camera omologa a una lingua natu- rale) dovremmo dire che i) o noi usiamo con la stessa fre- quenza e con gli stessi intenti sia termini della lingua natu- rale sia termini del metalinguaggio semantico, il) oppure che quando, parlando, noi diciamo /animale/ o /vegetale/ noi stia- mo usando parole che non hanno nulla a che vedere coi co- strutti teorici "animale' e Vegetale'. A questo punto saprem- mo benissimo cosa facciamo noi come parlanti della lingua naturale ma non riusciremmo a spiegare cosa fanno i sosteni- tori dei primitivi semantici: essi prendono a prestito termini della lingua naturale, li svuotano del loro significato, e poi li usano per spiegare il significato di altri termini. E ptoprio quando, tutto sommato, e anche senza condividere la teoria delle parole-oggetto, il parlante naturale ha poco bisogno che ^li si spieghi cosa un gatto, ma ha molto bisogno che gli si spieghi cos' un mammifero. Naturalmente il sostenitore del dizionario cerca di sfug- gire a questo impasse : e pu farlo solo assumendo che anche i primitivi possano essere interpretati. Per esempio Katz [1972, p. 40] analizza il lessema /sedia/ come (Oggetto) (Fisico) (Non vivente) (Artefatto) (Mobile) (Spostabile) (con gambe) (con schienale) (con sedile) (per una persona) (e resterebbe da chiedersi se non inserisca nella rappresenta- zione molti elementi di enciclopedia) ma dice poi che ciascu- no dei concetti rappresentati dalle marche semantiche do- vrebbe essere a propria volta analizzato e interpretato. E sug- gerisce che /oggetto/ possa essere analizzato come ogni or- ganizzazione di parti spazio temporalmente contgue che for- mano un rutto stabile avente orientamento nello spazio. Ma a questo punto un albero dizionariale dovrebbe conte- nere altri nodi con ' organizzazione' , 'parte', 'orientamento' e cos via. Anche ammettendo che queste marche possano es- sere inserite in un albero bidimensionale ( il che impossibile [cfr. Eco i975,2.i2jj,e postulando che poi, oltre ad 'ogget- to', vadano definiti anche 'vivente* e 'artefatto', e cos via, chiaro che si riaprono tutti i problemi concernenti la finitez- za del sistema dei primitivi. Infatti per arrivare a una rappresentazione come quella di Katz appena esemplificata, occorre prendere una -decisione; 4. L'ALBERO DI PORFIRIO rifiutare il principio di gerarchizzarione delle marche per adottare un sistema di classificazione incrociata, privo di rap- porti gerarchici definiti [cfr. per una acuta disamina di que- sto punto, Jane Dean Fodor, 1977, p. 153]. Ma se si abban- dona la gerarchizzazione (con tutti i vantaggi che presenta- vano gli alberi di figura 2 e di figura 3) si perde il modo di limitare il numero dei primitivi. Quindi, o le marche non debbono essere interpretate, e allora non si definisce il significato; o debbono essere inter- pretate, e si perde il modo pi Sicuro per limitarne il numero. Rimane infine aperto un altro problema: che l'interpreta- zione delle marche (quand'anche in qualche modo diverso se ne garantisse la limitazione) impone rintroduzione di un nuo- vo elemento del gioco, e cio la differenza specifica. Nell'al- bero di figura 3 'catus' era la differenza specifica che distin- gueva un 'felis' che fosse gatto da un 'fehV che fosse tigre. Ma, oltre al fatto che occorrerebbe interpretare anche /catus/, lo stesso procedimento si dovrebbe applicare a qualsiasi altro nodo dell'albero. il criterio che viene seguito dal pi antico e venerabile albero definizioni ale della storia, l'albero di Por- firio. Mostreremo nei paragrafi seguenti che, non appena in un albero di iponimi e speronimi, intesi come generi e speri, si introduce la differenza specifica, l'albero cessa di essere un esempio di dizionario e diventa fatalmente una enciclopedia. 4. L'Albero di Porfirio. 4.1. Definizione, generi e specie. Aristotele stabilisce che l'espressione definitoria tende... all'essenza e alla sostanza [Secondi Analitici, 9ob, 30]. Sic- come definire una sostanza significa stabilirne la causa, al di l degli accidenti da cui pu essere affetta, occorrer lavorare solo su determinazioni essenziali. Non si definisce l'uomo di- cendo che corre o che malato, ma dicendo che animale ra- zionale, e in modo tale che il defniens sia coestensivo al defi- niendum e viceversa, che non ci sia cio alcun animale razio- nale che non sia uomo e nessun uomo che non sia animale ra- zionale. Per arrivare a questa determinazione ultima che la definizione bisogna dunque assumere delle determinazioni 92 DIZ:ONABJO VERSUS ENCICLOPEDIA di tale natura, e continuare, ad accrescerne il numero, sin- ch s giunga al momento in cui per la prima volta risultano poste delle determinazioni, ciascuna delle quali possiede una sfera di predicazione pi estesa di quella dell'oggetto in que- stione, ma tali da non superare nel loro complesso l'estensio- ne dell'oggetto: qui sar infatti necessariamente la sostanza dell'oggetto \ibd. y $6& f 30-3 jj. Si noti che per Aristotele dare la definizione d un termine significa trovare il medio, e cio la causa, ma la definizione non la dimostrazione: non mira a dimostrare che une cosa (estensione) ma che cosa una cosa (intensione) [ibid., 9ob, 1 sgg.]. Tanto vero che nel sillogismo che dimostra, i termini non sono convertibili, mentre nella definizione lo so- no. Dare una definizione stabilire postulati di significato e in questa operazione si assume ci che il sillogismo dovrebbe invece provare [hid., gi, 35]. La definizione postula un si- stema di dipendenze anche se chi risponde non da il suo as- senso [ibid., 9ib, 18] e infatti viene assunta come indimo- strabile quale premessa per un sillogismo. Chi definisce non prova che un oggetto sia [ibid., 92b, 20]. La definizione spiega che cosa significa il nome di un oggetto, o comunque sar un altro discorso equivalente al nome [ibid., 9J>h, 30]. Per arrivare a definire questa equivalenza bisogna trovare un metodo che non consenta equivoci. E qui entrano in gioco quelli che la tradizione successiva chiamer predicabili, e cio i modi in cui le categorie possono essere predicate di un sog- getto. Nei Topici [1 loib 17-24] egli individua solo quattro predicabili: genere, proprio, definizione e accidente. Porfirio ne identificher cinque: genere, specie, differenza, proprio e accidente". Aristotele aveva alcune buone ragioni per limitare il numero a quattro: la specie data dal genere pi la diffe- renza, e genere pi differenza formano la definizione; quindi se si parla di definizione non pi necessario menzionare la specie. vero che allora non sarebbe pi necessario nomi- nare neppure il genere e tutto sommato sembrerebbe pi lo- gica la soluzione porfiriana, e cio eliminare la definizione e mantenere specie, genere e differenza. Ma Aristotele esclu- deva la specie anche perch la specie non si predica di nulla, essendo il soggetto ultimo di ogni predicazione, e pertanto non pu essere annoverata tra i predicabili. C' chi vede la 4. L'ALBERO DI PORFIRIO n mossa di Porfirio come ispirata a una visione pi platonica della specie. Ma non soffermiamoci troppo su questo punto perch, come vedremo alla fine della nostra argomentazione, una volta chiarito il problema della differenza, specie e ge- nere diventano irrilevanti. Ora, Porfirio riprende questi problemi nella Isagoge (ni secolo) e la sua trattazione, mediante il commento die ne d Boezio, passa a costituire il pezzo forte di ogni commentario medievale sul problema delle categorie e della definizione. E quindi sotto la forma trasmessaci da Porfirio che dobbia- mo esaminare il problema dell'albero definizionale. I predi- cabili stabiliscono il modo di predicazione di ciascuna delle dieci categorie. Ci possono dunque essere dieci alberi di Por- firio, uno delle sostanze che permetta di definire l'uomo co- me animale razionale mortale, l'altro (per esempio) delle qua- lit, che permetta di definire il porpora come una specie del genere rosso e il rosso come una specie del genere colore. Non c' un albero degli alberi, perch l'essere non un summum genus e i generi generalissimi sono solo le catego- rie, ma ci non esclude che ci possa essere un numero finito di inventari finiti. Porfirio evita la discussione sulla natura dei predicabili e li tratta come artifici logici. Per suggerisce una struttura ad albero. Quando Aristotele parlava di inventario finito [Secondi Analtici, 833, 1 sgg.], partiva dalle sostanze prime e cercava di definirle inventando, per cosi dire, alberi quasi ad hoc, mentre Porfirio non evita la tentazione neoplatonica di con- cepire (sia pure in senso logico) una 'cascata degli esseri*. Il fatto che in ogni teoria degli inventari finiti lavora una for- ma mentis neoplatonica, anche se del tutto secolarizzata. La definizione che Porfirio d del genere del tutto for- male: genere ci a cui subordinata la specie. Del pari la specie ci che subordinato al genere. Genere e specie sono termini relativi, un genere posto su di un nodo alto dell'al- bero definisce la specie sottostante, la quale diventa genere della specie sottostante, e cosi via. Al sommo dell'albero il genere generalissimo, o categoria, che non specie di niente altro, in basso le specie specialissime o sostanze seconde, e poi gli individui, le sostanze prime. Il rapporto fra specie e genere non bicondizionale: della specie si predica neces- 94 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA sanamente il genere, mentre la specie non pu venire predi- cata del genere. Ma quando ria definito specie e genere, Porfirio non ha an- cora provvisto gli strumenti per una definizione reciprocatile con il definito. Un albero delle specie e dei generi avrebbe infatti la forma seguente: Sostanza Corpo Incorporali Vivente No vivente Figura^ I Uomo e andrebbe incontro a tutte le critiche che, nel paragrafo 2.3 abbiamo mosso all'albero di figura 2. In un albero di questo tipo uomo e cavallo (o uomo e gat- to) non potrebbero essere distinti l'uno dall'altro. Un uomo diverso da un cavallo perch, anche se entrambi sono ani- mali, il primo razionale e il secondo no. La razionalit la differenza dell'uomo. La differenza rappresenta l'elemento cruciale, perch gli accidenti non sono richiesti per produrre una definizione e il proprio ha uno statuto molto curioso; ap- partiene alla specie, e solo a quella, ma non fa parte deDa sua definizione. Ci sono diversi tipi di proprio, uno che occorre in una sola specie ma non in ogni membro (come la capacit di guarire nell'uomo); uno che occorre in una intera specie ma non in essa sola (come Tessere bipede); uno che occorre in tutta la specie e solo in quella, ma solo in un tempo deter- minato (come il diventare grigio in tarda et) ; ed uno che oc- corre in una e una sola specie, solo in quella e in ogni tempo (come la capacit di ridere per l'uomo). Quest'ultimo tipo quello pi frequentemente citato nella letteratura in argo- mento e presenta la caratteristica assai interessante di essere reciprocabile con la specie (solo l'uomo ridente e solo i ri- denti sono nomini), in tal senso avrebbe tutte le ragioni per appartenere alla definizione essenzialmente e invece ne viene escluso e appare come un accidente sia pure con uno statuto 4. L'ALBERO DI PORFIRIO particolare. La ragione pi evidente per questa esclusione che per scoprire il proprio necessario un atto di giudizio ab- bastanza complesso, mentre si riteneva che il genere e la spe- cie fossero 'colti' intuitivamente (Tommaso e la tradizione aristotelico-tomista parleranno di simplex-apprehensio). In ogni caso, visto che il proprio escluso dal gioco, non occor- re che lo consideriamo, almeno nei limiti del presente di- scorso. Torniamo^ allora alla differenza. Le differenze possono es- sere separabili dal soggetto (come essere caldo, muoversi, esser malato), e in questo senso altro non sono che accidenti. Ma possono anche essere inseparabili: tra queste alcune so- no inseparabili ma sempre accidentali (come l'avere il naso camuso), altre appartengono al soggetto per s, ovvero es- senzialmente, come essere razionale o mortale. Queste sono le differenze specifiche e sono aggiunte al genere per formare la definizione della specie. Figura 5- Diflerenze Generi e specie Differenze SOSTANZA | ^ 1 Corporea Incorporea ' coi PO r A r Ani flto Inanimato 1 ESSERE VIVENTE _ * Scnslb,Ie Insensibile ' ANIMALE r A, Rtionak ,' Irrazionale ' ANIMALE RAZIONALE r A 1 Mott ^ Immonde 1 UOMO / DIO I DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPDIA Le differenze possono essere divisive e costitutive. Per esempio il genere 'essere vivente' potenzialmente divisibile nelle differenze 'sensibile/insensibile' ma k differenza 'sensi- bile' pu essere composta col genere 'vivente' per costituire la specie 'animale'. 'Animale' a propria volta diventa un ge- nere divisibile in 'razionale/irrazionale' ma la differenza 'ra- zionale' costitutiva, col genere cbe essa divide, della specie 'animale razionale'. Quindi le differenze dividono un genere {e il genere le contiene quali opposti potenziali) e vengono selezionate per costituire in atto una specie sottostante, de- stinata a diventare a sua volta un genere divisibile in nuove differenze. 111 L'Isagoge suggerisce Pidea dell'albero solo verbalmente, ma la tradizione medievale ha visualizzato il progetto, come appare nella figura 5 . Nell'albero della figura 5 le lnee tratteggiate marcano le differenze divisive mentre le linee continue marcano le diffe- renze costitutive. Ricordiamo che il dio appare come animale e come corpo perch nella teologia platonica, a cui Porfirio si rifa, gli di sono forze naturali intermedie e non debbono es- sere identifica ri con l'Uno. La tradizione medievale riprende questa idea per pure ragioni di fedelt all'esempio tradizio- nale, cosi come tutta la logica moderna assume, senza ulte- riore verifica, che la stella della sera e la stella del mattino siano entrambe Venere, che attualmente non esiste alcun re di Francia. 4.2. Un albero che non un albero. Il difetto di questo albero che esso definisce in qualche modo la differenza tra dio e l'uomo ma non quella tra il ca- vallo e l'asino, o tra l'uomo e il cavallo. Il difetto potrebbe essere solo apparente, dovuto al fatto che in ogni discussione canonica l'esempio che interessava instanziare era quello del- l'uomo. Se si avesse voluto definire il cavallo l'albero avreb- be dovuto essere arricchito di una serie di disgiunzioni ulte- riori sul proprio lato destro, in modo da isolare, insieme agli animali razionali, anche quelli irrazionali (e mortali). E vero che anche in questo caso d cavallo non avrebbe potuto essere distinto dall'asino, ma sarebbe bastato complicare ancora l'al- bero al proprio lato destro. 1 4. L'ALBERO DI.jPORFlRIO 97 Ora, sarebbe sufficienti; analizzare i problemi che Aristo- tele deve affrontare in De partbus animdium per accorgersi che questa operazione non cosi semplice come appare a pri- ma vista, ma basta, dal punto di vista teorico, dover decidere dove si porranno l'asino e il cavallo nell'albero di figura 3 per veder sorgere un serissimo problema. Cerchiamo di distinguere il cavallo dall'uomo. Indubbia- mente entrambi sono animali. Indubbiamente entrambi sono mortali. Dunque d che li distingue la razionalit. Pertan- to l'albero di figura 5 sbagliato, perch la differenza 'mor- tale/immortale' deve essere posta come divisiva del genere 'animale', e solo in seconda istanza si dovrebbe porre la dif- ferenza divisiva 'razioriale/iirazionale'. Ma si veda quali so- no le conseguenze formali di tale mossa. Figura 6, ANIMALE Mortile Immortale I ANIMALE MO ITALE Razionale Irrazionale ' UOMO /CAVALLO 1 Come risolveremmo a questo punto la differenza tra uo- mo e dio? Per farlo occorrerebbe tornare alla figura 5 e avremmo di nuovo perduto la possibilit di distnguere l'uo- mo dal cavallo. La sola alternativa che la differenza 'mor- tale/immortale' occorra due volte, una sotto 'animale razio- nale' e l'altra sotto 'arrnale irrazionale', come appare in figu- ra 7. Hfinta 7. ANIMALE S , r Irrazionale ANIMAI -E lAZKHMLS / ANIMALE IMAZIONALE * 1 A A I I I I Mortale Immortale i CAVALLO /l 9 8 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA Porfirio non avrebbe scoraggiato questa decisione, dato che egli dice (i 8 ,20) che la stessa differenza si osserva spes- so in diverse specie, come quadrupede in moti animali che differiscono per specie (trascuriamo che quadrupede debba essere un proprio e non una differenza, dato che come esem- pio di proprio dato altrove 'bipede'). Anche Aristotele dice che quando due o pi generi sono subordinati a un genere superiore {come accade nell'uomo e nel cavallo, in quanto sono entrambi animali) nulla esclude che essi abbiano le stesse differenze \_Cat, ib 15 sgg.; Top. VI i6 4 b 10]. In Analitici Secondi [II $ob sgg.] Aristotele mostra come sia possibile arrivare a una definizione non ambigua del nu- mero 3 . Posto che per i greci l'uno non era un numero (ma la fonte e la misura di tutti gli altri numeri), il tre pu essere definito come quel dispari che primo in entrambi i sensi (e cio che non n somma n prodotto di altri numeri). Que- sta definizione sarebbe del tutto reciprocarle con l'espres- sione /tre/. Ma interessante ricostruire nella figura 8 il pro- cesso di divisione attraverso il quale Aristotele perviene a questa definizione: Figura 8. Numeri Non somma Noti prodotto Non somma Non prodotto 2. 2 3 3 9 Questo tipo di divisione suggerisce due interessanti con- seguenze: a) le propriet registrate in corsivo non sono esclu- sive di una sola disgiunzione ma occorrono sotto pi nodi; b) una data specie (per esempio due, tre o nove) pu essere definita dalla congiunzione di pi propriet di cui sopra. Que- ste propriet sono in effetti differenze. Cosi Aristotele mo- stra non solo che molte differenze possono essere attribuite 4. L'ALBERO DI PORFIRIO 99 a una stessa specie, ma anche che la stessa coppia di diffe- renze divisive pu occorrere sotto diversi generi. Non solo, ma egli mostra anche che, una volta che una certa differenza risultata utile a definire senza ambiguit una certa specie, non importante tenete in considerazione tutti gli altri sog- getti di cui ugualmente predicabile. In altri termini, una volta che una o pi differenze sono servite a definire il nu- mero tre, irrilevante che esse servano altrettanto bene, sia pure in altre combinazioni, a definire il numero due. Per una chiara e inequivoca precisazione di questo punto si veda Afta- litici Secondi [II, XIII 973 16-25]. A questo punto si pu tentare un passo avanti. Una volta detto che, dati alcuni generi subordinati, niente impedisca loto di avere le stesse differenze, e poich l'albero delle so- stanze completamente costituito di generi rutti subordinati al genere massimo, difficile dire quante volte la stessa cop- pia di differenze possa occorrere. 4 -3- Un albero di sole differenze. Molti commentatori medievali dell'Isagoge sembrano in- coraggiare i nostri sospetti. Boezio [Is. C.S.E.L.: 256.10-12 e 266.13-15] scrive che 'mortale' pu essere una differen- za eli 'animale irrazionale' e che la specie 'cavallo' costituita dalle differenze 'irrazionale' e 'mortale'. Egli suggerisce pure che 'immortale' pu essere una differenza valida per i corpi celesti che sono sia inanimati che immortali: In questo ca- so la differenza immortale condivisa da specie che differi- scono tra loro non solo per genere prossimo ma per tutti i generi superiori sino a quel genere subalterno che occupa il secondo posto al sommo dell'albero [Stump 1978: 257], II sospetto avanzato da Boezio , secondo Stump, sor- prendente e sconcertante; invece del tutto ragionevole . Sia Aristotele che Boezio sapevano che la differenza pi grande del proprio soggetto, e cio ha una estensione pi va- sta, e ci possibile solo perch non sono i soli uomini a essere mortali o i soli di a essere immortali (e cos per le al- tre differenze concepibili). Se la differenza 'mortale/immor- tale' occorresse solo sotto un nodo, 'mortale' e /uomo/ sareb- bero reciprocati ili, e quindi non avremmo a che lare con una differenza ma con un proprio. Ci sono pi esseri mortali di IOO DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA quanto non ci siano uomini, proprio perch questa coppia di differenze ricorre anche sotto altri generi. Ed ecco perch, come Aristotele sapeva [Topici VI i44a 25], uomo reci- procabile con tutta la definizione ma non coi suoi singoli ele- menti: non con il genere ('animale razionale'), perch il ge- nere ha una estensione maggiore della specie, e non con la differenza perch (sia pure in modo diverso) anche la diffe- renza ha una estensione maggiore della specie. Ci sono pi esseri mortali di quanti non siano gli animali razionali. Ma il problema da affrontare ora riguarda esattamente la natura ambigua di maggiore estensione della differenza rispetto alla specie che costituisce. Abelardo nella sua Editto super Porpbyrium [157V 15] pi di una specie: falsimi est quod omnis differentia se- quens ponit super iores, quia ubi sunt permixtae differentae, fallit. Quindi: a) la stessa differenza comprende molte spe- cie, b) la stessa coppia di differenze pu occorrere sotto di- versi generi, c) diverse coppie di differenze occorrenti sotto diversi generi possono per essere espresse (analogicamente) dagli stessi nomi, d) rimane impregiudicato quanto in alto nell'albero stia il genere comune rispetto a cui molti sono i generi subordinati che ospitano la stessa coppia di differenze. Di conseguenza si autorizzati a riproporre l'albero di Por- firio secondo il modello della figura 9 : Figma 9, Sostanza Corporea [Corpo) Animata Inanimata {Vivente) (Minerale?) Sensibile (Attintale) (V, Incorporea (?) Animata Inanimata (?) (?) A A Razionale (?) Irrazionale (?) Razionale Irrazionale (?) (?) Mortale Immortale Mortale Immortale (Uomo) (Dio) (Bruto) (?) 4- L'ALBERO DI PORFIRIO IOI Viene qui verificata una idea di Gii [198 r, p. 1027], che cio i generi e le speci possono essere usati come parametri estensionaii (classi), ma solo le differenze fissino il regime in- tensionale. Quindi ovvio che in un 'buon' albero di compo- nenti semantiche (regime intensionale) debbano sopravvive- re solo differenze. Questo albero presenta interessanti caratteristiche: a) consente la rappresentazione di un universo possibile in cui possono essere previsti e collocati molti generi naturali ancora ignoti (per esempio delle sostanze in- corporee, animate ma irrazionali) ; b) mostra che ci che eravamo abituati a considerare ge- neri e specie (qui rappresentati in corsivo tra parente- si) sono semplici nomi che etichettano gruppi di diffe- renze; c) non retto da relazioni da iponimi a iperonimi; in quest'albero non si pu stabilire che, se qualcosa mor- tale, allora razionale, o che se irrazionale allora un corpo, e cosi via; d) come conseguenza di c) esso pu essere di continuo riorganizzato secondo diverse prospettive gerarchiche tra le differenze che lo costituiscono. Per quanto riguarda la caratteristica a) abbiamo visto ci che Boezio diceva sui corpi celesti. Per quanto riguarda la caratteristica b) chiaro che questo albero composto di pu- re differenze. Generi e speri sono solo nomi che diamo ai suoi nodi. Boezio, Abelardo e altri pensatori medievali erano ossessionati dal problema della penuria nominum, e cio dal fatto che non c'erano a disposizione abbastanza items lessi- cali per etichettare ogni nodo (altrimenti si sarebbe trovata un'espressione in luogo di 'animale razionale* che, come si vede, viene nominato ripetendo il nome del genere prossimo e quello della differenza specifica). Ammettiamo che il la- mento dei medievali sia dovuto a ragioni empiriche: dato che nella loro esperienza (come nella nostra) non si erano mai incontrati altri ammali razionali se non l'uomo e (sotto for- ma di forza naturale) il dio, il cui legame attraverso un ge- nere comune non era certo intuitivo e non poteva dunque essere registrato dal linguaggio, ecco spiegata l'origine acci- 102 DIZIONARIO VERSUS ENCICLOPEDIA dentale di quel caso di penuria. Ma a ben vedere non c' al- cuna ragione per cui dovesse esistere un nome per quell'altro nodo superiore risultante dalla congiunzione del genere 'vi- vente' con la differenza 'sensibile', e il ragionamento si po- trebbe ripetere per tutti i nodi superiori. In realt i nomi dei generi sono insufficienti perch essi sono inutili: un genere altro non che una congiunzione di differenze. Aristotele non aveva elencato le specie tra i predicabili, perch la specie il risultato della congiunzione di un genere con una differenza; ina per la stessa ragione avrebbe dovuto eliminare dalla lista anche il genere, che la pura congiun- zione di una differenza con un'altra differenza congiunta con un'altra differenza e cosi via sino al sommo dell'albero - do- ve su l'unica entit che forse un genere, la sostanza, ma la sua genericit cosi vasta che si potrebbe leggere l'albero a rovescio e dire che la sostanza altro non che la matrice vuo- ta d un gioco di differenze. Generi e specie sono fantasmi verbali che coprono la vera natura dell'albero e dell'universo che esso rappresenta, un universo di pure differenze. Per quanto riguarda la caratteristica c), siccome le diffe- renze inferiori non postulano necessariamente quelle del no- do superiore, l'albero non pu essere finito: rastremarle verso l'alto, non c' criterio che stabilisca quanto esso possa ramificare ai lati, e verso il basso. Come vedremo in 2.5 le differenze, che provengono dal di fuori dell'albero delle sostanze, sono accidenti, e gli acci- denti sono potenzialmente infiniti. Si aggiunga che, non es- sendo propriet analitiche, in termini contemporanei, le dif- ferenze saranno propriet sintetiche, ed ecco che l'albero si trasforma, in forza di quanto si discusso nei primi paragrafi di questo saggio, da dizionario in enciclopedia, dato che si compone di elementi di conoscenza del mondo. Infine, per quanto riguarda la caratteristica d), quest'al- bero potr continuamente essere risistemato secondo nuove prospettive gerarchiche. Dal momento che 'mortale' non im- plicita 'razionale', cosa proibisce di porre 'razionale' sotto 'mortale' anzich viceversa, come invece accade nell'albero classico della figura 4? Boezio lo sapeva benissimo e a inter- pretare un passo di De divisione VI. 7 chiaro che date alcu- ne sostanze come la perla, il latte, l'ebano e alcuni accidenti 4. L'ALBERO W PORFIRIO I03 Figuri 10. G *^^ Cenere Gfceliqukfc ti#& Dure Liquide Dure Bkr^rTkre r ' ' 'I II ? Ebano Lati* ? Cok dure s\ Bianche Nere I I Perla Ebano accfdln !? tt t q n e n ? ** $aggi Boezio sta P ari ^o di soli accidenti, ma in De Divisione XII.37 egli applica lo ^/t principio ad ogni divisione di peuoJ- Jt J stess tiplexdivisio 8 genenS unius f,r muI - La stessa cosa detta da Abelardo in Editto super Por M de Renale ' Figura 11. oppure Razionale Itamk Mortale Immortale essL" rio^wT St d S le ^ Possono W^ g T^ e * C T m0 5Condo la descrizione sotto l*qude un dato soggetto considerato. L'albero una strut tura sentile ai contesti, non un dizionario assoluto Le differenze sono accidenti e di acciari cn :c -~- almeno indefiniti per numero 0 generiefrlTni (q).q)=>p. Dal punto di vista logico la metafora aristotelica di se- condo tipo pi accettabile, dato che rappresenta un esem- pio corretto di modus ponens: ((p d q) . p) 3 q . Infatti la me- tafora di secondo tipo quella che il Gruppo u. chiamer si- neddoche parttcoUrizzante in X. L'esempio fornito da Ari- stotele e /mille e mille imprese ha compiuto Odisseo/ dove /nulle e mille/ sta per molte, un genere di cui mille e mille e una specie. Si vede qui come una implicazione materiale, formalmente corretta, suoni poco convincente dal punto di vista di una lingua naturale. Mille e mille necessariamente molto solo se si d un albero porfiriano che concerne una data scala di quantit. Se ne pu immaginare un'altra, che riguardi grandezze astronomiche, in cui mille e mille sia una quantit assai scarsa. D'altra parte, si veda cosa accade se si interpreta lo schema di secondo tipo in analogia con l'esem- pio fornito per il primo tipo: significherebbe che, dato uomo come specie e animale come genere, esiste una metafora ca- pace di significare animale attraverso /uomo/.' In altri termini, se pare abbastanza necessario che un uo- mo sia animale, e se ancorarsi necessariamente implicita fer- marsi, non pare altrettanto necessario che mille sia molto. Si ammetta pure che l'uomo sia animale solo secondo un certo quadro di riferimento, ovvero sotto una certa descrizione e non in assoluto; anche in tal caso il quadro e la descrizione secondo cui mille e mille sarebbe molto molto pi ridotto di quello per cui un uomo animale. Perch Aristotele non si rende conto della differenza fra il primo e il secondo esem- pio? Perch probabilmente secondo il codice della lingua gre- ca nel iv secolo a.C. l'espressione /mille e mille/ era ormai ipercodificata (come frase fatta ) e stava a designare una gran- de quantit. Ovvero, Aristotele spiega le modalit di inter- pretazione di questa sineddoche dando gi per disambiguata Ja sineddoche stessa. Nuovo esempio di confusione fra strut- tura del linguaggio, ovvero del lessico, e struttura del mondo. Per Aristotele i due primi tipi si equivalgono, quanto a validit metaforica. Il Gruppo (i invece ritiene che la sined- doche particolarizzante sia di difficile percepibilit, e contrap- METAFORA E SEMIOSI pone alla chiarezza di /nero/ per zul, la difficolt di /notte zul/ per notte nera. Ma se, per indicare spregiativamente un negro, si dice /zul/ si capiti sin troppo bene. Tanto pi che, proprio in termini di albero di Porfirio, sembra che la sined- doche particolar izzan te richieda meno tensione interpreta- tiva di quella generalizzante. Infatti nella sineddoche parti- colarizzante s deve risalire dal nodo inferiore a quello supe- riore, e quello superiore non pu essere che uno; nella sined- doche generalizzante invece si deve discendere dal nodo su- periore a uno fra molti nodi inferiori possibili. Non dovreb- be essere pi facile capire che /uomo/ significa animale che non capire che /animale/ significa uomo e non, per esem- pio, -coccodrillo? In ogni caso la conclusione sorprenden- te, che le metafore di secondo tipo sono logicamente cor- rette ma retoricamente insipide, mentre quelle di primo tipo sono retoricamente accettabili, ma logicamente ingiustifica- bili. 5. Aristotele: la metafora a tre termini. Col che si arriva al terzo tipo. L'esempio aristotelico du- plice: /Poi che con l'arma di bronzo gli attinse la vita/ e /Poi che con la coppa di bronzo recise l'acqua/. Un'altra traduzio- ne vuole che nel secondo caso si tratti ancora dell'arma di bronzo che recide il flusso del sangue o della vita. Sono co- munque due esempi di passaggio da specie a specie: /attin- gere/ e /recidere/ sono due casi di un pi generale togliere. Questo terzo tipo sembra pi genuinamente una metafora: si direbbe subito che c' qualcosa di 'simile' fra attingere e recidere. Per cui struttura logica e movimento interpretativo si rappresenterebbero cos; Terzo tipo dove il passaggio da una specie al genere e poi dal genere a una seconda specie pu avvenire da destra a sinistra o da si- J- ARISTOTELE: LA METAFORA A TRE TERMINI 15 3 nistra a destra a seconda di quale dei due esempi aristotelici si voglia discutere. Questo terzo tipo sembra cosi genuinamente una metafo- ra che molte delle teorie posteriori lavoreranno di preferenza su esempi del genere. Viene qui rappresentato un diagram- ma che si ritrova in diversi autori, in cui x e y sono rispetti- vamente metaforizzante e metaforizzato e 2 il termine in- termedio (il genere di riferimento) che permette la disambi- guazione. *e * II diagramma d ragione di espressioni come /Il dente del- la montagna/ (cima e dente partecipano del genere forma aguzza), oppure /Essa era un giunco/ (fanciulla e giunco partecipano del genere corpo flessibile). Le teorie contem- poranee dicono che il giunco acquista una propriet uma- na oppure la fanciulla ne acquista una vegetale, e che in ogni caso le unit in gioco perdono alcune delle loro proprie- t [cfr., per esempio, la teoria delle transfer features in Wcin- reich 1972]. Nel paragrafo 12 si parler pi propriamente di sememi (o unit di contenuto) che acquistano o perdono se- mi, o tratti semantici, o propriet semantiche. Ma a questo proposito emergono due problemi. Uno, che per definire quali propriet sopravvvono e quali debbono cadere, si deve appunto costruire un albero di Por- firio ad hoc, e questa operazione deve essere orientata da un universo di discorso o quadro d riferimento [per una delle prime asserzioni di questo principio cfr. Black 1955]. L'altro che in questa operazione di intersezione sememica avviene un fenomeno nuovo rispetto alle sineddochi o metafore dei primi due tipi. Si consideri il doppio processo movimento che presiede alla produzione sia all'interpretazione de /Il dente della Cima E METAFORA E SKMIOSI In una sineddoche, in cui si nominasse la cima come /cosa aguzza/, la cima perderebbe alcune delle sue propriet carat- terizzanti (come per esempio Tessere minerale) per condivi- dere col genere a cui ridotta alcune propriet morfologiche (Tessere appunto aguzza). In una metafora di terzo tipo, la cima perde alcune propriet diventando cosa aguzza e ne riac- quista altre ridiventando dente. Ma se cima e dente hanno in comune la propriet di essere aguzzi, per il fatto stesso i essere comparate evidenziano le propriet che Vi anno in op- posizione, Tanto vero che si parla, come si detto, del tra- sferimento di propriet (la cima diventa pili umana e orga- nica, il dente acquista una propriet di minerale). Ci che rende sempre assai discutibili le teorie delle transfer features, proprio il fatto che non si sa chi acquisti cosa e chi invece perda qualcosa d'altro. Pi che di trasferimento si potrebbe parlare di un via vai di propriet. quel fenomeno che verr chiamato nel paragrafo 7 condensazione, come lo ha chiama- to Freud. Ed il fenomeno che caratterizza la metafora di quarto tipo. Ma se si considera meglio quanto accade col /dente della montagna/ ci si accorge che la metafora di terzo tipo in effetti una metafora di quarto tipo, perch pone in gioco non tre ma quattro termini, che essi siano o no espressi nella manifestazione linguistica: la cima sta alla montagna come il dente sta alla bocca; d'altra parte la fanciulla sta alla rigidit di un corpo maschile come il giunco su alla rigidit della quercia, altrimenti non si capirebbe rispetto a cosa giun- co e fanciulla sono pi flessibili. In ogni caso quello che ap- parenta la metafora di terzo tipo a quella del quarto che non sono pi in gioco mere identificazioni o assorbimenti (da specie a genere): sono in gioco sia 'similarit' ria 'oppo- _* w% siziom . 6. Aristotele: lo schema proporzionale. La metafora per analogia o per proporzione una metafo- ra a quattro termini. Non pi A/B-C/B (la cima sta al ge- nere aguzzo come vi sta il dente) bens A/B = C/D. Il termine /coppa/ col termine /Dioniso/ nello stesso rapporto che il termine /scudo/ col termine /Ares/. In tal modo si pu defi- nire lo scudo come /la coppa di Ares/ o la coppa come /lo scu- 6. ARISTOTELE: LO SCHEMA PROPORZIONALE do di Dioniso/. Ancora: l vecchiaia sta alla' vita come il tra- monto sta al giorno, e quindi si potr definire la vecchiaia co- me /il tramonto della vita/ e la sera come /la vecchiaia del giorno/. Questa definizione aristotelica sempre parsa superba per concisione e chiarezza. E in effetti lo , e l'idea di trovare una sorta di funzione proposizionale infinitamente riempitale per ogni caso di metafora di questo quarto tipo ha rappresentato indubbiamente un colpo di genio. Tanto pi che questa for- mula proporzionale permette di rappresentare anche i casi di catacresi in senso stretto, in cui il metaforizzante sta per un termine metaforizzato che, lessicalmente parlando, non esiste: A/B-C/x. Aristotele fornisce un esempio linguistica- mente complesso, ma basti rifarsi alle due note catacresi del- la /gamba del tavolo/ e del /collo della bottiglia/. La gamba sta al corpo come un oggetto innominato sta al tavolo, e il collo sta alla testa (o alle spalle) come un oggetto irmomirtato sta al tappo o al corpo della bottiglia. Si rileva subito che il modo in cui la gamba sta al corpo non quello in cui il collo sta al corpo. La gamba del tavolo assomiglia alla gamba umana sulla base di un quadro di rife- rimento che mette in rilievo la propriet sostegno mentre il collo della bottiglia non propriamente sostegno del tappo n d'altra parte del recipiente intero. Pare che l'analogia che riguarda la gamba giochi su propriet funzionali a scapito del- le somiglianze morfologiche (ridotte a equivalenze molto astratte e lasciando cadere come non pertinente la quantit) mentre l'analogia che riguarda il collo lascia cadere le perti- nenze funzionali e insiste su quelle morfologiche. Che equi- vale a dire che ancora una volta sono in gioco diversi criteri di costruzione dell'albero di Porfirio. Se per fosse possibile parlare ancora di albero di Porfirio tout court. Dato un for- mato indiscutibile dell'albero di Porfirio (e cio mettendo tra parentesi le condizioni culturali o co-testuali della sua co- struzione), l'albero scelto spiega come e perch si pu pen- sare (produttivamente o interpretativamente) la metafora dei primi tre tipi. Ma si consideri la situazione tipica di una metafora di quarto tipo: coppa/Dioniso = scudo/Ares. Come la si calcola secondo un qualsiasi albero di Porfirio? Per cominciare, il rapporto coppa/Dioniso, secondo i cri- teri della retorica posteriore, un rapporto di tipo metoni- METAFORA E SEMIOSI mico. Si associa comunemente la coppa a Dioniso per conti- guit, per un rapporto soggetto/strumento, per una abitudi- ne culturale (senza la quale la coppa potrebbe stare a molti altri soggetti). Questo rapporto non affatto riconducibile a un albero di Porfirio a mena di non compiere equilibrismi in- siemistici (del tipo: la coppa appartiene alla classe di tutte le cose che caratterizzano Dioniso, oppure Dioniso appartiene alla classe di tutti coloro che usano coppe). E cosi per il rap- porto scudo/Ares. In altri termini, molto difficile ricono- scere questo rapporto come un caso di incassamento specie/ genere. Sembra che nel caso uomini/animali si sia di fronte a un rapporto analitico mentre nel caso coppa/Dioniso si sia di fronte a un rapporto sintetico. L'uomo animale in forza del- la definizione del termine /uomo/ mentre la coppa non riman- da necessariamente a Dioniso se non in un co-testo ristrettis- simo in cui elenchino, iconograficamente, i vari di pagani coi loro attributi caratterizzanti. Panofsky e Caravaggio sa- rebbero d'accordo nel sostenere che se Dioniso allora coppa, ma essi stessi converrebbero che non possibile pensare un uomo che non sia animale, mentre pur sempre possibile pensare Dioniso senza coppa. Ma si ammetta pure che sia possibile omologare il rapporto coppa/Dioniso con quello uomo/animale. Sorge tuttavia un nuovo problema. Perch Dioniso deve essere posto in rapporto con Ares e non, per esempio, con Cerere, Atena, Vulcano? stato deciso che la intuizione del parlante. deve essere esclusa da questo tipo di considerazione (perch l'intuizione del parlante decisa da contesti culturali), ma abbastanza intuitivo che riuscirebbe difficile allo stesso Aristotele nomi- nare k. lancia di Atena come /coppa di Atena/ e le messi di Cerere come /scudo di Cerere/ (anche se non si escludono contesti 'barocchi' in cui ci possa avvenire). L'intuizione dice che scudo e coppa possono essere messi in rapporto per- ch entrambi sono rotondi e concavi (rotondi e concavi in modo diverso, ma qui starebbe l'arguzia della metafora, nel fare riconoscere una certa rassomiglianza tra cose diverse). Ma cosa unisce Dioniso e Ares? Nel pantheon degli di pa- gani H unisce (mirabile ossimoro) la loro diversit. Dio della gioia e dei riti pacifici Dioniso, dio della morte e della guerra Ares. Dunque un gioco di somiglianze che interagisce con un 7- PROPORZIONE E CONDENSAZIONE gioco di chssimiglianze. Simili coppa e scudo perch entrambi rotondi, dissimili per la loro funzione; simili Ares e Dioniso perch entrambi di, dissimili per il loro rispettivo dominio d'azione. Di fronte a questo nodo di problemi, sorgono immediata- mente alcune riflessioni. Ci che ad Aristotele non apparso dSa^etaf Vd i enZ3j * ^ ^ SVluppat in tem P' diversi 7- Proporzione e condensazione. La metafora a quattro termini non mette in gioco solo so- stanze verbali. Non appena la proporzione si fa strada non possibile non vedere, e in modo incongruo, Dioniso che beve in uno scudo o Ares che si difende con una coppa. Nelle me- tafore dei primi due tipi il metaforizzante assorbiva in s (o si confondeva con) il metaforizzato, come una figura entra in una moltitudine - o ne esce - senza che le nostre abitudini conoscitive venissero messe in questione. Al massimo, se una immagine doveva corrispondere all'apprendimento verbale, si aveva qualcosa che si impoveriva quanto alla ricchezza del- le sue determinazioni, concettuali e percettive. Nella meta- fora di terzo tipo invece si crea gi una sovrapposizione quasi visiva fra vegetale e fanciulla, come nel quarto tipo. Aristotele, sia pure confusamente, se ne avvede: nomi- nando una cosa col nome di un'altra le si nega una delle qua- lit che le sono proprie. Lo scudo di Ares potrebbe essere no- minato anche come coppa senza vino [Poetica, 1 4 }jb, 32]. Albert Henry [1971] nota che questa non pi una metafo- ra bens un fenomeno secondario, conseguenza della me- tafora preliminare. giusto, ma questo significa che, come la metafora comincia a essere compresa, Io scudo diventa una coppa ma questa coppa, pur rimanendo rotonda e concava (seppure in modo diverso dallo scudo) perde la propriet di essere colma di vino. Oppure, al contrario, si forma una im- magine in cui Ares possiede uno scudo che si arricchisce del- la propriet di essere pieno di vino. In altri termini, due im- magini si sovrappongono, due cose divengono diverse da se stesse, eppure riconoscibili, ne nasce un rcocervo visivo (ol- tre che concettuale). 1 J5 8 METAFORA E SEMIOSI Non si direbbe che d si trova di fronte a una sorta di im- magine onirica t z, intatti 1 enetto della proporzione instaura- tasi assai simile a quello che Freud [1899] chiamava 'con- densazione': dove possono cadere i tratti che non coincidono mentre si rinforzano quelli comuni. Processo che non solo tpico del sogno ma anche del 'motto d spirito': ovvero di quelle arguzie o parole composte (tpuxp) [Retorica, i4o6b, 1] e meglio ancora di quelle espressioni spiritose (urtiia) [ibid., 141 ob, 6], che appaiono tanto simili ad alcune delle categorie di Witze, Kalauer e Klangwitze analizzati in Freud [1905]. Se la tipologia freudiana pu essere riportata a una tipologia retorica sul tipo di quella proposta nella tabella 1, indubbio in ogni caso che il risultato finale della proporzio- ne aristotelica proprio un processo affine alla condensazione freudiana, e che questa condensazione, come si mostrer me- glio pili avanti, pu essere descritta nel suo meccanismo se- miotico in termini di acquisto e perdita di propriet o semi che dir si voglia. 8. Dizionario ed enciclopedia. Come si visto nel secondo capitolo di questo libro, le pro- priet messe in gioco dalla metafora di terzo e quarto tipo non hanno lo stesso statuto logico delle propriet messe in gioco dalle metafore dei primi due tipi. Per ottenere la con- densazione coppa/scudo - ma chiaro che si condensano in pari modo Dioniso e Ares e che, per scegliere un altro esem- pio, si condensano mattino e tramonto, giorno e vita ne- cessario mettere in gioco propriet o semi come * rotondo, concavo, ultimativit o fase finale, e ancora guer- ra e pace, vita e morte. Ora qui chiaro che si pro- fila una differenza tra descrizione semantica in forma di dizio- nario e in forma di enciclopedia o anche, con non consistenti variazioni, tra propriet 2 e propriet n [Groupe u. 1970] e tra propriet semantiche e propriet semiologiche [Greimas 1966]. Il Gruppo p distingue una serie endocentrica di propriet 'concettuali' (modo 2) e una serie egocentrica di propriet em- piriche (modo II). Un esempio di serie endocentrica sarebbe l'incassamento betulla-albero-vegetale (curiosamente gli au- 8. DIZIONARIO ED ENCICLOPEDIA T59 tori considerano una sola direzione: se x un albero allora 0 e un pioppo, o una betulla a un faggio; senza considerare che se x e un pioppo allora necessariamente un vegetale- ma i due movimenti complementari). Un esempio di serie esoSn Vegetale ir Albero l Pioppo o faggio opino ,J PP ^ * 83 bem 1 ss , tmo k serie endocentriche esi- stono virtualmente nel lessico ma siamo noi a tracciacele perche ogni parola o concetto pu essere in via di principio 1 incrocio di tante serie quanti sono i semi che contiene U97, trad. it. p. 152]. Ma dopo aver mostrato questa co- scienza etilica dei meccanismi metalinguistici di un diziona- rio non ne trae d partito che dovrebbe, e ricade in una sorta di idem.ficazione aristotelica delle categorie con le cose Si veda U modo in cui sono considerate le varie costruzioni me- SSEJk VmU i do ^ P 358 ^ sineddochico, da smeddoche generalizzante (Sg) a sineddoche particolarizzan- te (Sp) e viceversa, sia in modo r che in modo n. Scbemegmrde D-fi)-^ metafora possibile Betulla ^ ^ GiovDetta t>) (Sg + Sp) II Uomo metafora impossibile Mano ^ Test cl * rimane assente daU interpretazione metaforica, debba essere una sineddoche del termine di partenza D, mentre il termine in arrivo A deve essere una sineddoche di I. La condizione che A e D si tro- vino allo stesso livello di generalit. Il doppio scambio sned- l6o METAFORA E SEMIOSI dochico deve produrre una intersezione tra De/1. Secondo il modo E la metafora si baser sui semi comuni a D e ad A, mentre secondo il modo n essa si baser sulle loro part co- muni. La parte materiale deve essere pi piccola del suo in- tero, la parte setnica deve essere pi generale. L'esempio a) scorretto. Che una betulla sia flessibile propriet II, a meno di non cambiare albero dizionari ale e considerare tutte le cose flessibili . Si riveda con attenzione 10 schema precedente: l'esempio dovrebbe essere /pioppo della giungla/ per * baobab; meglio ancora /nave del deser- to/ per cammello, quando il contesto abbia gi caratteriz- zato dizionarialmente il cammello come veicolo. L'esempio b) corretto, perch non si pu dire /mi strinse la testa/ per mi strinse la mano. Ma il meccanismo che esemplifica non affatto impossibile. La situazione onirica (o di Witz), in cui da /naso/ si risalga a uomo e da questo si discenda a pene, non affatto impensabile. Perch il naso pu metaforizzare il pene e la mano non pu metaforiz- zare la testa? La risposta viene suggerita a varie riprese da Greimas [1966]: due semi si oppongono o si uniscono a se- conda del classema (che altro non che una selezione conte- stuale [cfr. Eco 1 975; 1979]). Naso e pene hanno in comune la loro natura di appendice e la loro lunghezza (oltre al fatto che entrambi sono canali, entrambi sono a punta e cos via). Invece la testa ha semi di rotondit, di apicalit e di unicit, che la mano non ha. Ma allora la sostituzione non si basa solo su un gioco di sineddochi ma mette in que- stione una relazione Gemica pi complessa, in cui il comune riferimento del naso e del pene al corpo diventa irrilevante. Solo cos avviene l'effetto sovrapposizione tipico dei processi di condensazione. Quanto all'esempio c), di nuovo pare che il Gruppo u ab- bia scelto come dizionariali (o X) propriet che parrebbero II, e se le ha volute costruire come dizionariali non dice per qua- li ragioni contestuali stato necessario farlo. vero comun- que che la metafora appare impossibile perch si passa da un genere a una specie per poi risalire da quella specie a un altto genere che per non ha nulla in comune col primo. Secondo 11 Gruppo u. tale sarebbe anche il caso di una discesa dal ge- nere ferro alla specie lama e poi dalla specie lama al 9- LA FUNZIONE CONOSCITIVA genere cosa piatta. La coesistenza in uno stesso oggetto della qualit ferrea e della qualit piatta non produrrebbe in- tersezione di propriet. E si viene infine al caso d). Si porrebbe meglio esemplifi- iioj da /petrolio/; dalla propriet prezioso si risale a un al- tro lessema a cui pu essere ascritta, per esempio /oro/, e ne conseguirebbe la sostituzione oro/petroUo in metafore come /l oro degli sceicchi/ o /l'oro nero/. Ma anche in questo caso sarebbero m gioco altre propriet, come nero o degli sceicchi che lo schema del Gruppo u non tiene in considera: zione. Tutti problemi che si cercher di risolvere pi avanti Al termine di questa discussione della proposta aristote- lica (che, come S1 visto, neppure la metafatologa pi ag- giornata ha saputo risolvere), si sono messi in luce due nodi P j J) resistenza * Processi di condensazione, che rende abbastanza povera la spiegazione proporzionale* 2) la necessit di una pi flessibile considerazione dei rapporti fra propriet dizionariali e propriet enciclopediche, che vengo- no suddivise secondo necessit contestuali. Perch allora la proposta aristotelica ha affascinato nel corso dei secoli mi- riadi di interpreti? Ha giocato a questo proposito una du- plice ragione, ovvero hanno giocato un equivoco e una intui- zione lucidissima. 9. La funzione conoscitiva. L'equivoco che nel passaggio fra la considerazione dei primi tre tipi al quarto, Aristotele, senza rendersene conto ha cambiato gioco: parlando dei primi tre tipi egli dice come viene prodotta e compresa la metafora, parlando del quarto tipo egli dice cosa la metafora fa conoscere. Nei primi tre casi dice come la produzione e interpretazione metaforica funzio- nano (e pu farlo perch il meccanismo, che sineddochico e alquanto semplice e si basa sulla logica inflessibile dell'al- bero di Porfirio, comunque esso sia scelto). Nel quarto caso egli dice cosa la metafora dice, o in che essa accresce la cono- scenza dei rapporti fra le cose. In effetti lo dice solo in parte (-erto la metafora /coppa di Ares/ insinua il sospetto che esi- sta una qualsiasi relazione fra coppa e scudo e fra Ares e Dio- 12 METAFORA E SEMTOSI niso. Ma la teoria della condensazione ha detto che ci che si apprende non solo questo. La proporzione aristotelica lo schema astratto e indefinitamente riempibile di una cono- scenza che in efletti molto pi ricca (in cosa consiste questa relazione, cosa elimina e cosa conserva, in che modo i ter- mini messi in rapporto si sovrappongono e tuttavia si distin- guono, ecc.). La tradizione metaforologica posteriore prende la teoria della proporzione o analogia come spiegazione del meccanismo metaforico al prezzo di una avvilente catena d tautologie (La metafora quella cosa che ci consente una conoscenza analogica - e cio metaforica ) - e lascia sovente cadere la pi geniale e vigorosa delle prese di posizione ari- stoteliche: che la metafora non solo strumento di diletto ma anche e soprattutto strumento di conoscenza (come pe- raltro ha saputo indicare Freud a proposito dei Witze). Un fatto che colpisce alla lettura dei testi aristotelici {Poe- tica e Retorica) che sovente vi appaiono esempi metaforici che non convincono, dove lo stesso traduttore-filologo con- fessa di non cogliere l'ovviet di ima proporzione data come evidente. Sensazione che d'altra parte colpisce di fronte a molti testi di civilt lontane. Si legga per esempio il Cantico dei cantici: Alla mia cavalla... ri render simile, o mia dilet- ta... [r, 9]; I tuoi denti come un gregge di pecore che ri- salgono dal bagno [ibid., 4, 2]; Le sue gambe son colonne di marmo [ibtd., 5, 15]; Il naso tuo come la rocca del Li- bano [ibid., 7, 5]. Si noti che queste sono similitudini, e cio forniscono la proposizione in anticipo anzich suggerir- la sotto forma di piccolo enigma. Se la metafora fosse solo la contrazione di una proporzione gi posta, cos che produtti- vamente si parte dalla similitudine e interpretativamente ci si arriva, una similitudine dovrebbe essere sempre convin- cente. Eppure non si pu negare che, a voler offrire un mi- nimo di resistenza pragmatica, su queste immagini bibliche si potrebbe giocare come Mosca giocava sulle immagini er- metiche. Si portati a vedere le pecore che risalgono dal ba- gno come esseri vellosi e sgocciolanti (belanti, e puzzolenti): terribile premessa per costruire un'analogia della fanciulla nigra sei formosa le cui mammelle sono come caprioli di latte. Tuttavia, per poco che ci si sforzi, si indovina che il poeta biblico lascia cadere, delle pecore, tutte le propriet che si 9. LA FUNZIONE CONOSCITIVA ^ sono malignamente identificate, per conservare solo la loro natura diaequahtas numerosa, splendida unit nella variet h ti loro bianchezza. Si comprende che riesce a farlo perch nella sua cultura queste erano probabilmente le propriet che venivano associate alle pecore almeno nel quadro dell'uso poetico. E, si comprende che le qualit selezionate per defi- nire la bellezza di una pastorella sana e robusta, destinata a condurre 1 greggi lungo le dure colline di Palestina, riguarda- vano la sua solidit diritta (colonne), la sua integra perfezio- ne; cosi come delle colonne non si selezionava tanto la natura A* 3 quamo 12 bianchezza, la grazia slanciata. Ma per arrivare a queste conclusioni si compie un aDDas- S1 venfaca sulla similituclne, se ne pregustano le trasfor- mazioni metaforiche; si parte dalla solitudine per inferire un codice che la renda accettabile; si meominciano aconosce- re al tempo stesso e l'ideologia estetica del poeta biblico, e le propriet delk fanciulla, cio si apprende^ tempo^so qualcosa di pi e su quella fanciulla e sua WersTinterte- stuale del poeta biblico. Ad analizzare meglio questo proces- so per tentativo ed errore, ci si accorgerebbe di essere di fron- mH,r P S m Vime ? tnfeten2aI: ' l P tcsi (abduzione), induzione, deduzione. Lo stesso accade quando si comprende una catacresi. Non la catacresi istituzionalizzata, trasformata m 1 lessema codificato (la gamba del tavolo), ma la catacresi * tituba che poi mola identificheranno col momento auro- raie del linguaggio. /Serpente monetario/ catacresi istitu- tiva (il linguaggio crea metafore anche fuori della poesia, pro- pno per la necessita di trovar nomi alle cose) , E se le cata- cresi istitutive richiedono lavoro interpretativo perch la proporzione fondante (che potrebbe essere espressala una ^nudine) non esiste prima della metafora: va trovata, sia da chi la inventa sia da chi la interpreta (almeno per un bre- ve tratto del corso di circolazione del tropo: poi la lingua lo Sficato j SICab2Za ' Jo "S* 80 * ^ ^Pressione i?erco- proprio quello che voleva dire Aristotele quando asse- gnava alla metafora una funzione conoscitiva. Non solo quan- do la associa all'enigma, sequenza continuata di metafore disposizione dell'ingegno, perch il saper trovare belle me- 164 METAFORA E SEMIOSI tafore significa percepire o pensare la somiglianza delle cose fra di loro, il concetto affine (t Sumov fawpeEv) [Poetica, 14592, 6-8], Ma se fosse gi ipercodificata la proporzione fra coppa e scudo e fra Ares e Dioniso, la metafora altro non di- rebbe che quello che si sa gi. Se dice qualcosa che va visto per la prima volta, ci significa che o a) la proporzione non era cosi comunemente accettata oh) se era accettata, lo si era dimenticato. E dunque la metafora pone ('pone' in senso filo- sofico ma anche in senso fisico, nel senso die 'pone sotto gli occhi' - npi 6wj?faiv -notriv) una proporzione che, dovun- que fosse depositata, sotto gli occhi non era- o era sotto gli occhi e gli occhi non la vedevano, come la lettera rubata di Poe. Far vedere, insegnare a guardare, dunque. Cosa? Le somi- glianze fra le cose, o la rete sottile delle proporzioni fra unit culturali (in altre parole: il fatto che le pecore sono davvero uniche e uguali nella loro variet, o il fatto che una certa cul- tura vede il gregge come esempio di unit nella variet)? A questo Aristotele non d risposta, come era giusto per chi aveva identificato i modi di essere dell'essere (le categorie) con i modi di essere del linguaggio. Ci che Aristotele ha capito die la metafora non belletto (xev&i), bens strumento conoscitivo, chiarezza ed enigma. -Noi apprendiamo soprattutto dalle metafore... Bi- sogna che tanto l'elocuzione quanto gli entimemi siano spiri- tosi [le espressioni spiritose sono gli wrxaa, quelle che nel barocco saran le metafore argute], se vogliono renderci ra- pido PappfrettdinientD. Perdo neppure quelli ovvi tra gli en- timemi hanno successo: intendo per ovvi quelli che sono evi- denti a chiunque e non richiedono alcuna investigazione; e neppure quelli che sono detti in modo incomprensibile. Ben- s quelli che noi comprendiamo mano a mano che vengono detti e purch non siano gi noti prima, oppure quelli in cui la comprensione viene subito dopo: qui infatti vi un pro- cesso simile all'apprendimento [Retorica, i4iob, 14-25]. Della funzione eonosritiva della metafora Aristotele for- nisce la conferma pi luminosa quando la associa alla mimesi. Paul Ricoeur [1975] avverte che se la metafora mimesi non pu essere gioco gratuito. Nella Retorica [i4iib, 25 sgg,] non si lascia adito a dubbi: le metafore migliori son quelle che rappresentano le cose in azione. Quindi la conoscenza IO. LO SFONDO SEMIOSICO: IL SISTEMA DEL CONTENUTO 165 metaforica conoscenza di dinamismi del reale. La definizio- ne sembra alquanto restrittiva, ma basterebbe riformularla come: le metafore migliori sono quelle che mostrano la cul- tura in azione, i dinamismi stessi della semiosi. Sar l'opera- zione che si cercher di portare a termine nei paragrafi se- guente In ogni caso Aristotele ha sconfitto in partenza sia i teoria dcJa metafora fatile, sia i moralisti dassid die ne te- mevano la natura cosmetica e menzognera, sia gli immoralisti barocchi che la volevano soltanto e pimentatamene dilette- vole, sia infine i semantici odierni che vedono l'ornato reto- rico, al massimo, come una struttura pi superficiale ancora della struttura di superfide, incapace di intaccare le struttu- re profonde, siano esse sintattiche, semantiche o logiche. A tutti costoro Aristotde aveva gi detto: Bisogna trarre la metafora... da cose vicine per genere e tuttavia di somiglian- za non ovvia, cosi come anche in filosofia segno di buona mtmzione il cogliere l'analogia anche tra cose molto diffe- renti [ibid., 14123, 11-12], E che queste somiglianze non fossero solo nelle cose ma anche (forse soprattutto) nel modo in cui il linguaggio defini- sce le cose, lo sapeva bene il filosofo quando lamentava {ibid 14052, 25-27] che i pirati avessero ormai l'impudenza di de- finire se stessi approvvigionatoti, e che il retore abile od chiamare crimine uno sbaglio o sbaglio un crimine. Basta ai pirati, pare, trovare un genere a cui la loro specie si accordi e manipolare un albero di Porfirio attendibile: 'reale' che es- si trasportano mercanzie per mare, come gli approwigiona- ton. Ci che e 'derealizzante' (ovvero ideologico) sdezio- nare qudla fra tutte le propriet che li caratterizzano e attra- verso questa scelta farsi conoscere, porsi sotto gli occhi, dal punto di vista di una certa descrizione. 10. Lo sfondo semiosico: il sistema del contenuto. io.r . L'enddopedia medievale e Yanalogia entis. Si visto che il limite di Aristotele consiste nell'identifi- care categorie del linguaggio con categorie dell'essere. Que- sto nodo problematico non viene messo in questione dalla re- torica postaristotelica, che attraverso la Rhetorica ad Ueren- i66 METAFORA E SEMIOSI nium, Cicerone, Quintiliano, i grammatici e i retori medie- vali, perviene nel frattempo alla classificazione tradizionale delle figure. Si stabilisce tuttavia nel medioevo un atteggia- mento panmetaforico su cui vale la pena di riflettere breve- mente dato che contribuisce a risolvere (sia pure m negativo) la questione di cui ci si sta occupando . ... San Paolo aveva gi affermato; Al presente vediamo in- fatti come in uno specchio, in maniera confusa U Corinzi, 13, 12]. Il medioevo neoplatonico fornisce un quadro meta- fisico a questa tendenza ermeneutica. In un universo che : al- tro non che una cascata emanativa dall'Uno inattingibile (e non nominabile in proprio) alle ultime diramazioni della materia, ogni essere funziona come sineddoche o metonimia dell'Uno. Come si manifesti questa didnarativit degli enti nei confronti della loro causa prima, non importante dal presente punto di vista e riguarda semmai una teoria del sim- bolo. Ma quando Ugo di San Vittore afferma che 1 "itera mondo sensibile , per cosi dire, un libro scritto dal dito di Dio Tutte le cose visibili, a noi presentate visibilmente per un'istruzione simbolica, cio figurata, sono proposte a di- chiarazione e significazione delle invisibili [Didascaltcon a. Mgne, Patrologia latina, CLXXVI, col. 8! 4] lascia intende- re che esista una sorta di codice che, assegnando agli enti pro- priet emergenti, permette loro di diventare metafora delle cose soprannaturali, in accordo con la tradizionale teoria dei quattro sensi (letterale, allegorico, morale e anagogico). Ka- bano Mauro, nel De universo, fornisce una traccia di questa tecnica: Si tratta in esso [in questo libro] ampiamente della natura delle cose, e cosi pure del significato mistico delle co- se [^.CXI, col. 9 ].il progetto dei bestiari dei M>idm, delle imagines mundi, sulla scorta ellenistica del PbysiQlo- 2us- di ogni animale, pianta, parte del mondo, evento di na- tura si predicano certe propriet; sulla base dell'identit tra una di queste propriet e una delle propriet dell ente so- prannaturale da metaforizzare, si attua il rimando, bsiste dunque un tessuto di informazione culturale che funziona da codice cosmico. Il codice tuttavia equivoco, trasceghe solo alcune pro- priet e trasceglie propriet contraddittorie. Il leone cancella le tracce con la coda per depistare i cacciatori, e perci e figu- ra del Cristo che ha cancellato le tracce del peccato; pero " IO. LO SFONDO SEMIOSICO: IL SISTEMA DEL CONTENUTO 167 Salmo 21 dice: Salva me de ore leonis, la terribile bocca della belva diventa metafora dell'inferno, e in definitiva per leonem antichristum intelligitur. Anche se il medioevo neoplatonico non se ne rende conto (ma se ne render conto il medioevo razionalista, da Abelar- do a Ockham) l'universo, che appare come un tessuto rizo- ma tico di propriet reali, in effetti un tessuto rizomatico di propriet culturali, e le propriet sono attribuite sia agli enti terreni sia a quelli celesti affinch le sostituzioni metaforiche siano possibili. Quello che il medioevo neoplatonico sa che, per decide- re se il leone va visto come figura di Cristo o come figura del- l'Anticristo occorre un contesto (e di contesti fornisce una ti- pologia): e che in definitiva l'interpretazione migliore viene decisa da qualche auctoritas (intertestuale). Che si tratti di mero tessuto culturale e non di realt ontologiche se ne av- vede Tommaso d'Aquino, che liquida il problema in due mo- di. Da un Iato ammette che vi una sola porzione di realt in cui le cose e gli eventi stessi acquistano valore metaforico e allegorico perch sono stati cos disposti da Dio stesso: la storia sacra, e per questo la Bibbia in se stessa letterale (so- no le cose di cui essa parla letteralmente che sono figure). Per il resto rimane il senso parabolico usato nella poesia (ma in questo senso non si esce dai limiti della retorica antica). D'al- tro lato Tommaso, siccome bisogna pur parlare di Dio secon- do ragione, e Dio immensamente distante dal creato, con cui non si identifica neoplatonicamente, ma che tiene in vita per un atto di partecipazione, ricorre al principio della ana- logia entis. Principio aristotelico, che di Aristotele mantiene l'indistinzione fra categorie linguistiche e categorie dell'es- sere. Di Dio, causa la cui perfezione trascende quella degli effetti, non si pu parlare univocamente n ci si deve limitare a parlarne equivocamente: se ne parler dunque per analo- gia ovvero per rapporto di proporzione fra causa ed effetto. Una sorta di metonimia che per si regge su un rapporto pro- porzionale di tipo metaforico. Qual il fondamento dell'analogia? Si tratta di un artifi- cio logico-linguistico o di un effettivo tessuto ontologico? Gli interpreti sono discordi. Fra moderni Gilson ammette che ci che san Tommaso chiama la nostra conoscenza di Dio consiste nella nostra attitudine a formare proposizioni i68 METAFORA. E SEMIOSI affermative su di lui [1947, trad. it. p. 157I Basta spingersi un poco pi in l per affermare, senza abbandonare l'ortodos- sia tomista, che l'analogia parla solo della conoscenza che gli uomini hanno della realt, del modo di nominare i concetti, non della realt stessa. La metafora che ne deriva una jrp- positio impropria fondata sulla proporzione fra intentiones secundae, dove cio l'espressione /cane/ (sia essa verbale o vi- siva) non significa il cane reale, bens la parola /cane/ o il con- cetto di cane [Mclnerny 1 961]. In un universo conoscibile per la proporzione fra Dio e le cose, il meccanismo fonda- mentale dato in realt da una identit fra nomi, anche se per Tommaso (a differenza dei nominalisti) questi nomi ri- flettono le propriet delle cose. Per trovare una accettazione luminosa di questa idea si deve attendere che la teologia me- dievale si sia distrutta nell'es^monominalismo della tarda tino la Poetica, ignota al medioevo. 10.2. L'indice categorico di Tesauro. Un interessante ritorno al modello dello Stagirita dato dal Cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro, in piena epoca barocca. Del maestro il Tesauro compartecipa la tendenza a chiamar metafora ogni uopo e ogni figura. Non si dir qui della minuzie e dell'entusiasmo con cui il trattati- sta studia e le arguzie in parole isolate e in veri e propri mi- crotesti, e come estenda il meccanismo metaforico alle argu- zie visive, pittura, scultura, azioni, iscrizioni, motti, sentenze mozze, missive laconiche, misteriosi caratteri, ierogrammi, logogrifi, cifre, cenni, medaglie, colonne, navi, giarrettiere, corpi chimerici. Non si dir delle pagine in cui sfiora la teoria moderna degli atti linguistici parlando di come si mostra, si narra, si afferma, si nega, si giura, ci si corregge, si reticenti, si esclama, si dubita, si approva, si ammonisce, si ordina, si lusinga, si irride, si invoca, si domanda, si ringrazia, si fa vo- to. Per questi aspetti e per gli altri di cui si dir, si rimanda alla ricostruzione di Speciale [1978]- Tesauro sa bene che le metafore non si fanno per felicit inventiva ma impongono un lavoro, per imparare il quale occorre l'esercizio. Primo esercizio la lettura di cataloghi, antologie, raccolte IO. LO SFONDO SEMIOSICQ: IL SISTEMA DEL CONTENUTO 169 di geroglifici, medaglie, rovesci, emblemi: si direbbe un pu- ro invito all'intertestualit, all'imitazione del 'gi detto'. Ma la seconda fase dell'esercizio presuppone l'apprendimento di una combinatoria. Tesauro invita a stendere un indice categorico per via di schede e tabelle, ovvero un modello di universo semantico organizzato. Si parte dalle categorie di Aristotele (sostanza, quantit, qualit, relazione, luogo, tempo, essere in una si- tuazione, avere, agire, patire fefr. Categorie, ib, 25 - 2 a, 8]) e poi si sistemano sotto ciascuna di esse le varie membra che raccolgano tutte le cose che vi possono soggiacere. Si deve fare una metafora su di un nano? Si scorre l'indice catego- rico alla voce Quantit, si identifica il concetto Cose Piccole, e tutte le cose microscopiche che vi si trovano potranno an- cora essere divise per (si direbbe oggi) selezioni contestuali: astronomia, organismo umano, animali, piante, ecc. Ma l'in- dice che procede per sostanze dovrebbe essere integrato da un secondo indice in cui ogni sostanza viene analizzata per le particelle che definiscono il modo in cui si manifesta l'ogget- to in questione (nella categoria della Quantit si dovrebbe allora trovare 'come si misuri', 'quanto pesi', 'che parti ab- bia'; nella Qualit ci sar 'se sia visibile', r se sia caldo 1 e cosi via). Come si vede un vero e proprio sistema del contenuto organizzato a enciclopedia. A questo punto si trover che la misura pi piccola il Dito Geometrico e si dir del nano che a voler misurare quel corpicello, un dito geometrico sarebbe misura troppo smisurata. Disordinatamente strutturalista, Tesauro sa comunque che non sono pi rapporti ontologici ma la struttura stessa del linguaggio che garantisce i trasferimenti metaforici. Si veda la metafora aristotelica della vecchiaia come tramonto della vita (o della giovinezza come primavera). Tesauro pro- cede ancora per analogia, ma il rapporto tra contiguit nel- l'indice. Ed ecco come si struttura il trasferimento: Genere analogo Duratici) di tempo . 1 r* i Genere subalterno EUhununi Sapon deB'Aw I | Specie analoghe Giovinezza Primavera l 7 METAFORA E S KM IO SI I nodi pi alti diventano classemi o selezioni contestuali dei nodi pi bassi. Si pu immaginare che l'analogia che Ari- stotele trovava fra /attingete/ e /recidere/ sussista quando si consideri l'ano di attingere sotto la categoria del Patire, ma se lo si considera sotto quella dell'Avere, attingere diventa analogo ad altri processi di acquisizione e non a processi di depauperatone (togliere). Di qui la possibilit di percor- rere l'indice categoriale ad injinitum scoprendovi una riserva di metafore inedite? e di proposizioni e argomenti metaforici. il tessuto del neoplatonismo medievale ma risolto co- scientemente in puro tessuto di unit di contenuto culturale. il modello di una semiosi illimitata, un sistema gerar driz- zato (ancora troppo) di semi, una rete di interpretanti. 10.3. Vico e le condizioni culturali dell'invenzione. Una scorsa sia pur rapida (e per momenti di rottura del- l'episteme) nella storia della metaforologia non deve trascu- rare Vico. Se non altro per il fatto che La Scienza nuova (col. suo capitolo Della logica poetica) sembra mettere in questio- ne l'esistenza di un tessuto culturale, di campi e universi se- mantici, di semiosi gi condita, che dovrebbe presiedere (in base alle osservazioni precedenti) alla produzione e all'inter- pretazione metaforica. Otto, Vico discute dei 'primi tropi', di un parlare per so- stanze animate in cui oggetti e fenomeni di natura vengo- no nominati per traslato in riferimento alle parti del corpo [1744, ed. 1967 pp. 162-63] (gli occhi delle viti, le labbra del vaso, ecc.). Si detto sin troppo su questo momento 'au- rorale' del linguaggio, e sembra proprio che Vico parli del- la nativa capacit metaforizzante di creature all'aurora della propria intelligenza, e che quel parlare fosse iconico perch istituiva una sorta di nativa onomatopeica relazione fra pa- role e cose. Ma sta di tatto che Vico sa e dice che, al di l dell'utopia (gi dantesca, e poi tipica del Seicento inglese, e dei suoi tempi) di una lingua adamica, quello di cui si sa la diversit delle lingue. Infatti come certamente i popoli per la diversit de' climi han sortito varie diverse nature, on- de sono usciti tanti costumi diversi; cos dalle loro diverse nature e costumi sono nate altrettante diverse lingue: talch, per la medesima diversit delle loro nature, siccome han euar- IO. LO SFONDO SEMTOS1CO: IL SISTEMA DEL CONTENUTO I71 dato le stesse utilit o necessit della vita umana con aspetti diversi, onde sono uscite tante perlopi diverse ed alle volte tra loro contrarie costumanze di nazioni; cos e non altri- menti sono uscite in tante lingue, quant'esse sono, diverse Ubid. t p. ig 5 ]. Col che, pare, Vico fa le seguenti fondamen- tali considerazioni: che le lingue, come i costumi, nascono dalla risposta dei gruppi umani all'ambiente materiale in cui vivono; che anche se la tendenza al linguaggio funziona in tutti 1 gruppi umani secondo la stessa logica, e anche se le uti- lit e necessit della vita sono le stesse per tutti, tuttavia i gruppi umani hanno guardato a questi universali materiali con aspetti diversi, vale a dire hanno diversamente pertinen- tizzato il loro universo. La proposta catacrerica avviene per trasporti di nature o per propriet naturali o per effetti sensibili \ibid p 184] em questo 861130 l lavoro metaforico sempre motivato' Ideilo che qui ci si chiede se, alla luce della descrizione della differenziazione dei costumi e del modo di pertinentiz- zare utilit e necessit, quegli effetti e quelle propriet non siano gi d terreno di una costruzione culturale. Su questa via via che si sviluppa, l'inventivit catacrerica continua a giocare il proprio gioco della semiosi illimitata. Ma se per tonnare metafore gi si richiede il tessuto culturale soggia- cente, si sarebbe potuta mai dare una lingua geroglifica, pi fantastica della simbolica e della pistotare, senza che ogni in- venzione geroglifica gi non poggiasse sul tessuto delle "im- prese simboliche e delle convenzioni pistolari? La lingua de- gli dei un ammasso irrelato di sineddochi e metonimie: tre- mila dei identificati da Varrone, trentamila attribuiti ai Gre- ci, sassi, fonti, scogli, ruscelli, oggetti minuti, significanti di forze cause, connessioni. La lingua degli eroi gi forma meta- tore (che quindi non sarebbero cos primeve) ma la metafora ovvero la catacresi, inventa un termine nuovo usandone al- meno due gi noti (ed espressi) e presupponendone almeno un altro inespresso. Potrebbe instaurarsi senza l'appoggio di una lingua pistolare, la sola riconosciutamente convenziona- e? su questo punto molto esplicito: Per entrare nel- la difficilissima guisa della formazione di tutte e tre queste spezie di lingue e di lettere, da stabilirsi questo principio: che, come dallo stesso tempo cominciarono gli di, gli eroi e gii uomini (pcrch'eran pur uomini quelli che fantasticar on gli METAFORA E SEMIOSI di e credevano la loro natura eroica mescolata di quella de- gli di e di quella degli uomini), cosi nello stesso tempo co- minciarono tali tre lingue (intendendo sempre andar loro del pari le lettere) [ibid. , pp. 1 86-8 7] Alla luce di queste considerazioni la semiotica di Vico as- somiglia, pi che a una estetica della creativit ineffabile, a una antropologia culturale che riconosce gli indici categorici su cut giocano le metafore e di questi indici indaga le con- dizioni storiche, la nascita, la variet, cosi come indaga la va- riet delle imprese, delle medaglie e delle favole. 11. I lmiti della formalizzazione. A questo punto non si pu ignorare che la logica formale, cercando di trasformarsi in logica dei linguaggi naturali, ha compiuto recentemente molti e importanti sforzi per ridurre lo scandalo metaforico, ovvero per arricchire ima logica delle condizioni di verit riconoscendo legittimit alle espressioni metaforiche, le quali parlano del mondo mentendo. Quello che si vorrebbe qui suggerire che una semantica logica pu al massimo definire il posto che il calcolo metaforico potreb- be occupare nel proprio quadro, ma ancora una volta non spiega cosa vuol dire capire una metafora. Si veda un esempio, fra i tanti, forse il pi recente, di ten- tativo di formalizzazione del fenomeno. Il modello proposto intende riflettere la dipendenza contestuale {context-sensi- tivity] della metafora, e dare una interpretazione metaforica a enunciati che possono essete letteralmente veri e non de- viami [Bergmann 1979, p. 225]. Si propone un vocabolario fornito di predicati monadici P-, P 2 , di un predicato diadi- co -, di costanti individuali ai, a 2 , di variabili individuali Vi, Vj, dei normali connettivi logici. Si forniscono regole gram- maticali (del tipo: se li e t 2 sono termini, allora t,^t 2 una formula), si unisce alla semantica di questo linguaggio L una classe di contesti ideali C. Sia ora D una classe non vuota; l'universo di discorso e si assume comprenda indi- vidui possibili (attuali o non-attuali). Una funzione di inter- pretazione assegna a ogni predicato monadico di L un sotto- insieme di D, e a ogni costante un elemento di D. Sia F la classe di tutte le funzioni di interpretazione in D. Si scelga ILI LIMITI DELLA FORMALIZZAZIONE 173 qualche elemento di F come la funzione di interpretazione letterale - cos che essa assegni ai predicati monadici e alle costanti del linguaggio la loro interpretazione letterale. Si chiami questa funzione f. Sia P la classe di tutte le funzioni di interpretazione / in F che concordano con /" per quanto ri- guarda i valori assegnati alle costanti. Sia g la funzione di disambiguazione metaforica: essa assegna a ogni ceC un membro di P > -(/*). L'idea che g ci dica, per ogni contesto ideale, quali sono le interpretazioni dei predicati in questo contesto. Infine, sia un modello per L la 5 rupia M (D, C, f> F, g)* [ibid., p. 226]. Come ovvio, questa definizione non dice nulla della me- tafora. In effetti essa non pretende affatto di dire qualcosa: l'autrice non interessata a capire come funzionino le meta- fore, bens (una volta accettato intuitivamente che nei lin- guaggi naturali si producono e si capiscono benissimo meta- fore) interessata a introdurre questo fenomeno nella rap- presentazione formale di un linguaggio naturale. vero che l'autrice stessa avverte che, in ogni caso, il modello proposto permette di considerare meglio alcune domande e formularle in modo formalmente accettabile. Per esempio cosa si debba intendere per parafrasabilit letterale; se le interpretazioni metaforiche dipendano da quelle letterali e se ogni espressio- ne linguistica sia interpretabile metaforicamente in qualche contesto, o in ogni contesto, ecc. Ma sono domande la cui risposta non data (almeno per ora) da una semantica for- male: senza un contesto ideale non ci sono regole strette per l'interpretazione delle metafore [ibid., p. 228]. Che quello che la metaforologia gi sapeva: importante comun- que che le semantiche formali ne acquistino coscienza Ci sono naturalmente approcci formali che, per il fatto di tenere in considerazione anche i portati della linguistica, del- la lessicologia e della semiotica in generale, lasciano maggior- mente trasparire le loro preoccupazioni { tendenziali) di con- cretezza. Intanto si deve a studi del genere la distinzione tra una metafora che si potrebbe chiamare intensionaie e una estensionale. Esempio del primo tipo /La giovinetta un giunco/, che, dati certi postulati di significato (per esempio: se giovinetta allora umano; se giunco allora non-umano) di- mostra chiaramente la sua metaforicit (altrimenti sarebbe una espressione semanticamente scorretta, o una menzogna i74 METAFORA E SEMIOSI palese) Esempio del secondo tipo /Entr l'imperatore/, espressione che di per s letterale e semanticamente non ambigua, a meno che in una circostanza particolare non ven- ga riferita all'entrata del capufficio. Questo esempio si dareb- be per solo in un universo assurdo in cui le metafore appa- rissero solo in espressioni isolate dal contesto e fosse in gioco un solo sistema semiotico, e cio quello della lingua verbale. Situazione che si verifica solo nei vecchi libri di linguistica e nei libri di semantica logica. In effetti una fase del genere vie- ne di solito pronunziata: a) in un contesto in cui gi stato detto o sar detto subito dopo che sta entrando il capufficio; b) mentre si mostra una immagine del capufficio che entra; c) indicando una persona che chiunque riconosce (come il ca- pufficio e in ogni caso come un non-imperatore. U che signi- fica che, mettendo a contatto l'espressione isolata col conte- sto linguistico e con gli elementi di sistemi extralinguistici, essa verrebbe immediatamente ritradotta come: /Entra il ca- pufficio (che ) l'imperatore/ (ammesso che non si tratti di informazione de dicto: entra il capufficio che noi chiamiamo l'imperatore). A questo punto il secondo esempio rientra nel- la categoria del primo: la fanciulla non un giunco come il capufficio non l'imperatore [cfr. in ogni caso per questi casi di riferimento o menzione, Eco 1975, S 3-33- Teun van Dijfc ammette die solo un frammento di una seria teoria della metafora pu essere coperto da un approc- cio in termini di semantica formale... Una semantica formale specifica le condizioni alle quali,., enunciati metaforici pos- sono essere definiti come aventi un valore di verit [1975 p. 173]. E mette in chiaro che una semantica formale con queste ambizioni non pu essere che sortale: vale a dire una semantica che prende in considerazione quelle che in lingui- stica sono dette 'selezioni restrittive'^ (se /automobile/ ha un sema meccanico o inorganico e /mangiare/ ha semi come umano, l'oggetto organico, allora semanticamente deviante dire: /Luigi mangi l'automobile/; se /mangiare/ ha un sema umano non si potr dire /L'automobile mangiava la strada/, ovvero bisogner ammettere che questa deviazione sortale ha intenti metaforici). Di qui la differenza fra espres- sioni sortalmente scorrette come /La radice quadrata di Susy la felicit/, di cui la stessa negazione falsa, e che non sem- brano avere interpretazione metaforica possibile (natural- II. I LIMITI DELLA FORMALIZZAZIONE 75 mente non vero, dipende dal contesto), espressioni sortal- mente scorrette ma con possibile interpretazione metaforica (/Il sole sorrise alto nel cielo/) e espressioni sortalmente cor- rette che possono essere, in particolari situazioni di riferi- mento, metaforiche (/Entra l'imperatore/). Una specificazio- ne sortale sarebbe dunque una funzione che assegna a ogni predicato del linguaggio una "regione di spazio logico'. Pare che una regione del genere, che una semantica for- male individua come entit astratta e 'vuota', una volta riem- pita non possa essere altro che una porzione dell'indice cate- gorico di Tesauro. Dato che questa regione sarebbe popolata di 'punti', 'individui possibili' o 'oggetti possibili', il proble- ma della metafora aimporterebbe quello di similarit e diffe- renze fra questi oggetti. Giusto, ma troppo poco. Natural- mente la teoria meno sorda di quel che sembra: al proprio interno possibile dare una definizione formale, una volta ammesse differenze e similitudini, della maggiore o minore distanza fra metaforizzante e metaforizzato: /Il cavallo rin- ghia/ sarebbe metafora meno ardita di /La teoria della rela- tivit ringhia/, perch nel gioco di parentele tra propriet in- dubbiamente c' pi rapporto tra il ringhio e la propriet animale del cavallo che non tra il ringhio eia proprie- t oggetto astratto della teoria emsteiniana. Ma questa buona definizione della distanza non in grado di decidere quale delle due metafore sia migliore. Tanto pi che alla fine l'autore (che sa della metafora pi di quanto il metodo scelto in questo articolo non gli consenta) finisce con ammettere che la scelta dei criteri tipici per la funzione di similarit pragmaticamente determinata sulla base di conoscenze cultu- rali e credenze {ibid., p. 191]. Non maggiori soddisfazioni d un altro tentativo di un logico che parte proprio da Aristotele, Guenthner: Se le metafore debbono essere analizzate nel quadro della seman- tica formale la prima cosa da fare sar naturalmente provve- dere un modo di arricchire l'informazione circa la struttura di significato dei predicati che rilevante per il loro compor- tamento metaforico [1975, p. 205]. Ma subito si dice che non sar tuttavia necessario costruire questa informazione semantica nel formato di una enciclopedia, e basteranno po- che specificazioni sortali. Che esattamente il modo per pre- cludersi la comprensione di un tropo. Tanto vero che, quan- I7 6 METAFORA E SEMIOSI do analizza alcuni esempi presi a prestito dal Gruppo u, Guenthner ritrova la solita fanciulla-giunco. E come si vedr, il fatto che fanciulla e giunco siano flessibili proprio un da- to di informazione enciclopedica. In ogni caso il modello di Guenthner (inutile per capire come funzioni una metafora) pare pi utile degli altri per arricchire una semantica formale dei linguaggi naturali. L'autore parte infatti da una distin- zione fra naturai kinds (entit che hanno propriet fisse, co- me il fatto che il leone sia un animale feroce, opposti a non- natural kinds, come /presidente/) c gioca sul fatto che le pro- priet di un naturai kind devono venire contestualmente se- lezionate (ovviamente in base al contesto) per rendere la me- tafora accettbile e comprensibile. Un modello sortale una 4 rupia M - (D, f , k, s) tale che D un dominio non-vuoto di oggetti ovvero un universo di discorso, f una funzione di interpretazione, k una funzione che assegna a ogni oggetto in D gli insiemi (kinds) a cui l'oggetto appartiene nel model- lo, e s una funzione dall'insieme di quei predicati non asse- gnati come naturai kinds da k. Un modello sortale determina quali enunciati sono veri, falsi o privi di significato (cio let- teralmente non significanti). Se ora noi aggiungiamo una funzione p che assegna a ogni predicato P in L un insieme di propriet prominenti, un modello sortale spiega il significato metaforico di una espressione pi o meno nel modo che se- gue. Se un enunciato 0 non n vero n falso in M, se 0 tra- duce per esempio l'enunciato inglese: John is a mule (0 - 3x (x - j & Mx) oppure Mj ), allora 0 pu essere interpretato me- taforicamente se c' una propriet prominente assegnata a M tale che questa propriet vale per John, (Notare che nella no- stra cultura tali propriet sono usualmente molto ben delimi- tate, ma non sono mai collegate al significato di base di una espressione - e ci pu essere facilmente verificato quando si traduce un enunciato metaforico da un linguaggio naturale a un altro) \ibid. , p. 2 17]. Siccome entit con le propriet prominenti, e ogni altro possibile riempimento dell'apparato sortale, non possono es- sere date da una semantica formale, la presente ispezione in questo universo di discorso si arresta qui. E bisogner tor- nare, come si detto, alle semantiche componenziai. I 12. RAPPRESENTAZIONE COM POTENZIALE 12. Rappresentazione componenzide e pragmatica del testo. 12.1. Un modello per 'casi'. A questo punto si pu tentare una spiegazione del mecca- nismo metaforico che 1) sia fondata su una semantica compo- nenzide in formato di enciclopedia; 2) tenga conto al tempo stesso delle regole di una semantica del testo. Una semantica a enciclopedia indubbiamente piti interessante di una a di- zionario. Si visto che il formato dizionario consente di ca- pire il meccanismo della sineddoche, ma non quello della me- tafora. Si vedano i tentativi fatti in termini di grammatica trasformazionale e di semantica interpretativa [cfr. per un riassunto Levin 1977]: stabilire che nell'espressione /Essa un giunco/ si applica un transfert o trasferimento di proprie- t, per cui la fanciulla acquista un sema vegetale o il giun- co ne acquista uno umano dice assai poco su quanto av- viene nella interpretazione e nella produzione di questo tro- po. Infatti, se si prova a parafrasare il risultato (Questa fanciulla umana ma ha anche una propriet vegetale) si vede che non s lontani da una parodia alla Mosca (cfr. 2). Il problema ovviamente quello della flessibilit (e ancora: un giunco non flessibile nel modo in cui Io una fanciul- la...), e non pu essere considerato da una semantica in for- mato di dizionario. Tuttavia una rappresentazione componenziaie in forma di enciclopedia potenzialmente infinita e assume la forma di un Modello Q [Eco 1975], vale a dire, di un reticolo di propriet di cui le une sono gli interpretanti delle altre, senza che nessuna possa aspirare al rango di costruzione metalin- guistica o di unit appartenente a un pacchetto privilegiato di universali semantici. In un quadro dominato dal concet- to di semiosi illimitata ogni segno (linguistico e no) definito da altri segni (linguistici e no), i quali diventano a loro volta definiendi rispetto ad altri termini assunti come definenti. In compenso una rappresentazione enciclopedica (sia pure ideale), basata sul principio dell'interpretazione illimitata, in grado di spiegare in termini puramente semiotici il con- cetto di 'similarit' fra propriet. I7 METAFORA E SEMIOSI Si intende per similarit fra due semi o propriet semanti- che il fatto che in un dato sistema del contenuto esse pro- priet vengano nominate attraverso lo stesso interpretante) sia esso verbale o meno, e indipendentemente dal fatto che gli oggetti o cose per designare i quali quell'interpretante viene di solito usato presentino 'similarit' percettive. In al- tre parole i denti della fanciulla del Cantico sono simili alle pecore se e solo se in quella data cultura si usa l'interpretante /bianco/ per designare e il colore dei denti e quello delle pe- core. Ma la metafora non mette in gioco solo similarit, bens anche opposizioni. La coppa e lo scudo sono simili quanto al- la forma (rotonda e concava) ma opposti quanto alla funzio- ne (pace vs guerra), cosi come Ares e Dioniso sono simili in quanto di, ma opposti in quanto agli scopi che perseguono e agli strumenti che usano. Per rendere conto di questi feno- meni, una rappresentazione enciclopedica deve assumere il formato di una semantica casuale, che tenga appunto in con- siderazione il Soggetto Agente, l'Oggetto su cui l'agente eser- cita la propria azione, il Contro-Agente che eventualmente vi si oppone, lo Strumento usato dall'agente, il Proposito o lo scopo dell'azione, ecc. Una semantica di questo tipo stata elaborata da vari autori (si potrebbe pensare agli 'aitanti' di Tesnires e Greiraas, ai 'casi' grammaticali di Fillmore, alla semantica di Bierwisch). L'unica obiezione sarebbe che sino ad ora un'analisi casuale si di solito svolta sui verbi e non sui sostantivi. Ma se possibile analizzare, dei predicati at- traverso gli argomenti a cui sono assegnabili, si potranno pu- re analizzare degli argomenti in base ai predienti che possono venir loro assegnati. Una rappresentazione enciclopedica in termini casuali elimina la differenza fra sineddoche e metoni- mia (almeno in prima istanza). Se si registra tutto il sapere enciclopedico intorno a una data unit culturale, non esisto- no nozioni fuori dal contenuto concettuale. La foglia . un sema del semema albero tanto quanto lo il seme, anche se la prima vi appare come componente morfologica e il secondo come causa qd origine. , ., 12. RAPPRESENTAZIONE COMP0NENZIALE 12,2. Metonimia. In questa prospettiva la metonimia diventa la sostituzione di un semema con uno dei suoi semi (/Bete una bottiglia/ per bere del vino perche la bottiglia sar registrata^ le de- stinazioni finali del vino) o di un sema col semema a cui ap- partiene (/Piangi o Gerusalemme/ per .pianga il popolo d'I- sraele perche fra le propriet enciclopediche di Gerusalem- me deve esistere quella per cui la citt santa degli ebrei) yuesto tipo d sostituzione metonimica altro non sarebbe cne quello che Freud chiama spostamento, E come sullo spostamento si opera la condensazione, cos su questi scambi metonimici si opera (come si vedr) la metafora Tuttavia proprio il termine /spostamento/ fa pensare a quelle metonimie non contemplate da nessuna enciclopedia, che s irebbero empiriche o idiosincr etiche , legittimate da connessioni che dipendono dall'esperienza del singolo - co- me se ne verificano nell'attivit onirica o nel linguaggio degli afasm [Jakobson i 9M ]. Ma la ternaria SnSca disambiguahile solo in un contesto, il quale agisce proprio come stipulazione di codice, Non ci sono ragioni per cui il sapore della maddeine stia per Combray o addirittura per i tempo ritrovato, se non interviene il contesto proustiano a istituire questo rapporto. Quando il rapporto ria funziona- tojpassa per cosi dire in giudicato, il codice (ovvero l'enciclo- pedia) se ne impadronisce, e per tutti fmadelenef significher tempo ritrovato cosi come fi 8 aprile/ significa inizio del potere democristiano nel dopoguerra. Sulla base di una raD presentazione per casi, in Eco [i 973 } si cercato di mostrare d meccanismo di spostamento da sema a semema (e vicever- sa) analizzando 1 espressione virgiliana: Vulnera dirigere et calamos armare veneno [Aeneidos, X, v. 1 40] . U verso, che pu essere tradotto sia come 'distribuire fe- rite con dardi avvelenati' che 'ungere di tossico i dardi e lan- ciarli gioca sul fatto che fvulnera dirigerei' tu. per dirigere tela (o dirigere ictus, dirigere ptagas, vulnerare). Si suppon- ga che vulnerare sia l'interpretazione giusta e si immagini una rappresentazione semantica in formato casuale di questo /Vulnerare/ -> 0 VmtBB Sjw P P _ (VuJ ^ METAFORA E SEMIOSI Ecco che l'espressione /dirigere le ferite/ appare come meto- nimia in luogo di ferire, dato che assume il Proposito (o Effetto) per l'azione ovvero un sema sta pei l'intero semema. Dello stesso genere sarebbe l'aristotelico /stare/ per anco- rarsi; lo star fermo apparirebbe nella rappresentazione co- me l'effetto o il proposito dell'ancorarsi. Caso opposto (se- mema per sema) sarebbe descrivere una macchina parcheg- giata come saldamente ancorata. Una rappresentazione enei clopedka di /fermarsi/ dovrebbe annoverare f ra i suoi vari strumenti anche l'ancora . Questo tipo di rappresentazione pare funzionare per i ver- bi ma pone alcuni problemi per i sostantivi. Come trovare in- fatti un Agente, un Oggetto, uno Strumento per espressioni quali /casa/, /mare/, /albero/? Una proposta possibile sarebbe quella di intendere tutti i sostantivi come verbi o azioni rei- ficati [cfr. Eco 1 979, cap. n]. Quindi non tanto /casa/ quanto /fare una casa/. Ma un tipo di rappresentazione che pare so- stituire questa difficile traduzione di sostantivi in verbi quella che permette di vedere 1" oggetto' espresso dal sostan- tivo come il risultato di una azione produttiva che comporti un agente o Causa, una Materia da manipolare, una Forma da imporre, un Fine o Proposito a cui indirizzare l'oggetto. A pensarci bene non si tratta altro che delle quattro cause ari- stoteliche (efficiente, formale, materiale e finale), sia pure as- sunte in termini operazionali e senza connotazioni metafi- siche. Ecco pertanto che la rappresentazione di un sostantivo /x/ potrebbe assumere il tonnato seguente: / x / ~* F AtjKilo di i ^ Chi produrr i ^-T cost iuta i ^Vb terrei Una rappresentazione del genere, che riprodurrebbe solo pro- priet enciclopediche potrebbe dar luogo ai pi svariati al- beri di Porfirio ovvero ai pi svariati rapporti dzionariali. Per esempio, ammesso che si voglia considerare /x/ dal punto di vista dei suoi fini, x apparterrebbe alla classe di tutti i p che hanno la stessa funzione. Per cui la rappresentazione ap- parirebbe: P f /x/- F, AjM,... 12. RAPPRESENTAZIONE COMPONENZIALE Pt esse consento- concai an2ZanU m n ' Ie marche xc, Si dir subito che Ti^otZTZ^X rata tradizione retorica, non t.ene dal punto di vi" teoria Vi e solo un tipo di sineddoche possibde, ed e q uSa ^ lizzante o particolarit ntp ir, v L - , 4Utua g (J5e ra- derivataris^ttniwT ' ^ e metalin guisticamente XL" C ^.^^tommico provvisto dal codice. Cerche allora nel corso dei secoli si imposta una disti* che dal punto di vista di una rappresentazione semantica eoe Sto T^T bhcW dentare due tipi uguali i porto semema/sema, ovvero una metonimia? Questa bizza La risposta non pu essere che storico-fenomenologica . Le METAFORA E SEMIOSI cose vengono percepite anzitutto visivamente, e anche per le entit non visive ne vengono percepite principalmente le ca- ratteristiche morfologiche (un corpo rotondo o rosso, un suono grave o forte, una sensazione tattile calda, o ispida e cos via). Solo a una ispezione successiva si e m grado ct stabilire le cause, la materia di cui l'oggetto fatto, i suoi firn o funzioni eventuali. Per questo la sineddoche particolanz- zante (che si basa sul rapporto fra un 'oggetto' e le sue patti) ha ottenuto uno status privilegiato: che lo status privile- giato della percezione rispetto ad altri tipi a conoscenza, che si possono pure chiamare 'giudizi', che si basano su inferenze successive e che, a prima vista paiono trasportare - fuori deUa cosa stessa, verso la sua origine o il suo destino. Mentre pa- rimenti importante e individuante per una coppa sia 1 essere rotonda e concava, sia l'essere un manufatto, sia il servire a raccogliere liquido . Ma peraltro vero che si pub non sapere a cosa serva una coppa, n di che cosa sia fatta, ne se sia ef- fetto diopera umana o naturale, e purtuttavia accorgersi che rotonda e concava. Ma la distinzione, lo si e detto, dipende dal modo in cui ci si avvicina agli oggetti- Poich, una volta conosciuti, essi vengono pertinentizzat e definiti anche attra- verso la loro origine, causale e materiale, e ri loro ime, in una rappresentazione enciclopedica s possono trascurare queste fasi 'storiche' della loro conoscenza e organizzarne le proprie- t, per cos dire, in modo sincronico. w * i 1 .' J 12.3. Topic, frames, isotopie. : : Una rappresentazione enciclopedica potenzialmente in- finita. In una culturale funzioni della coppa possono essere molte, di cui quella di raccogliere liquido e solo una delle tante (si pensi aUe funzioni liturgiche ;del calice, o alle coppe sportive). Quali saranno dunque gli interpretanti che si do- vranno registrare sotto il caso P (proposito o furgone) della coppa? E quali quelle da raccogliere sotto F, A, M? non infinite, esse sono almeno indefinite. Come si e detto in fcco [1975 $ 2.i3],lasermoticaddcodiceimostrumentoope- rativo'che serve a una semiotica della produzione segnica... Dovr dunque essere un principio metodologico della ricer- ca semiotica quello per cui la delineazione di campi e assi se- mantici, e la descrizione di codici come attualmente runzio- 12. RAPPRESENTAZIONE COMPONE.NZIA1X nanti, pu essere compiuta quasi sempre solo in occasione dello studio delle condizioni comunicative di un dato mes- saggio. In altri termini, l'universo dell'enciclopedia cos vasto (se valida l'ipotesi dell'interpretazione infinita da se- gno a segno e dunque della semiosi illimitata) che in occasio- ne (e sotto la pressione) di un certo contesto, una data por- zione di enciclopedia viene attivata e proposta come 'spallie- ra svedese' [Eco 197 1] per sostenere e spiegare gli scambi metonimici e i loro esiti metaforici. Da cosa data questa pressione contestuale? Sia a) dalla identificazione di un tema o topic, e di conseguenza della scel- ta di un percorso di interpretazione o isotopia-, sia da b ) dal riferimento a frames o sceneggiature intertestuali che per- mettono di stabilire non solo di cosa si stia parlando, ma an- che sotto a quale profilo, a quali fini e in quale direzione pre- visionale se ne stia parlando. Tutti questi aspetti di una se- mantica testuale sono stati delineari (sulla scorta delle attuali ricerche) in Eco [1979]. Qui basti dire che, se s dice /Luigi non ha problemi di sopravvivenza perch attinge alle ricchez- ze paterne/ il tema o topic senz'altro 'risorse di Luigi', per cui si sar portati a selezionare un albero di Porfirio dell'ac- quisizione, e il frante o sceneggiatura "vita senza preoccupa- zioni di penuria* (e ancora una volta si sar portati ad esal- tare tutti semi di acquisizione e accrescimento). Baste- rebbe tuttavia che il contesto suonasse come /Luigi non s po- ne problemi di sopravvivenza perch, come la cicala di La Fontaine, attinge alle ricchezze paterne/, ed ecco che il topic rimarrebbe invariato mentre il fratrie rimanderebbe a una storia di risorse a termine. Una osservazione inevitabile che, se l'enciclopedia fosse molto ampia, non ci sarebbe differenza fra questo tipo di me- tonimia e la metafora. Perch se si ha (come si vedr) meta- fora quando sulla base di una identit di metonimie (due propriet uguali in due sememi diversi) si sostituisce un se- mema per l'altro - mentre la metonimia la sostituzione di un sema per il semema e viceversa allora in una rappresen- tazione enciclopedica ampia si dovrebbe registrare anche che il semema x ha la propriet di avere una propriet uguale al semema y. Bianco il collo del cigno, bianco il collo della don- na, su questa identit si sostituisce cigno a donna. Ma in una buona rappresentazione enciclopedica si dovrebbe avere tra 184 METAFORA E SEMIOSI le propriet (almeno connotate) del collo femminile anche quella di essere come d cigno. Per cui la sostituzione sa- rebbe da sema a semema. Il fatto che l'enciclopedia non mai cos esaustiva. Ovvero, la diventa, costruendola poco per volta. E le metafore servono esattamente a questo. Ovvero le metafore sono metonimie che si ignorano e che un giorno lo diventeranno. 1 2 4, Metafore banali e metafore aperte. Si prendano due esempi elementari, anzi primitivi, due kenningar islandesi di cui parla Borges [1953]: /L'albero da sedere/ ovvero la panca e /La casa degli uccelli/ ovvero l'aria. Si esamini il primo. Il primo termine, su cui non ci sono dubbi, /albero/. Se ne costruisca uno spettro compo- nenziale: /Albero/ -*F TMKD A Nlturi P^ EVmiok) Come chiaro in questa prima fase non si sa ancora quali sia- no i semi che si devono tenere contestualmente presenti. La enciclopedia (riserva potenziale di informazione) permette- rebbe di riempire indefinitamente questa rappresentazione. Ma il contesto fornisce anche l'indicazione /da sedere/. Anti- camente parlando l'espressione ambigua. Sugli alberi non ci si siede, ovvero si pu sedere su ogni ramo di ogni albero, ma allora non si comprende perch stato usato il determi- nativo /il/ (che secondo Brooke-Rose indicatore di uso me- taforico). Quindi questo albero non un albero. S deve tro- vare qualcosa che abbia alcune delle propriet dell'albero, ma altre ne perda, imponendo all'albero propriet che esso non ha. Qui si di fronte a un lavoro di abduzione (non a caso un kenning un indovinello basato su una metafora 'dif- ficile'). Una serie di ipotesi spinge a individuare nel tronco dell'albero k verticalit cos da cercare qualcosa che sia ugualmente di legno ma sia orizzontale. Si tenta una rap- presentazione di /sedere/. S cerca fra gli Oggetti su cui un Agente si siede quelli che abbiano il tema orizzontale. Un islandese primitivo o chi sa che l'espressione va riportatala! 12. RAPPRESENTAZIONE COMPONE NZIALE 185 codice della civilt islandese primitiva, individua subito la panca. Si compone la rappresentazione di /panca/: /Panca/ F A Orizajntile Cultura M^ P La marca in corsivo l'unica uguale a una di /albero/. Le altre sono opposte o almeno diverse. Ora si compie una seconda operazione. Si ipotizza che entrambe le unit culturali in gio- co possano far parte di uno stesso albero di Porfirio per esempio: * ^ rio ri Alberi Arbusti Ecco che albero e panca si identificano su di un nodo alto d. 1 albero (entrambi sono vegetali), e si oppongono sul nodo pi basso (uno lavorato e l'altro no). La soluzione crea una condensazione attraverso una serie di spostamenti. Conosci- tivamente parlando non si apprende molto, se non che le pan- che sono fatte di legno lavorato. In una rappresentazione en- ciclopedie, molto ricca si avrebbe avuto fra le marche di /al- bero/ anche quella serve a costruire panche. La metafora e povera. Si passi al secondo kenning, /La casa degli uccelli/. Qui possibile comporre immediatamente una duplice rappresen- /Casa/ -* F Rmineoan A Chiusa Coperti . /Uccelli/ eoe. (Originici}) ^VolMeoell'itli Due precisazioni. Ovviamente sono gi stati individuati dei semi che paiono pertinenti (gi effetto di una serie di ipotesi). Si sono caratterizzate le materie secondo una logica degli ele- menti (terra, aria, acqua e fuoco) e a questo punto si tro- i86 METAFORA E SEMIOSI vata una contraddizione fra la terrestrit della casa e la fina- lit aerea dell'uccello. Notare che, per inclusione semantica di qualche tipo, il sema aria dato anche dalla forma ala- ta dell'uccello. Si tratta di ipotesi ardite ma un fatto che questa metafora pi 'difficile' dell'altra e, come si vedr, pi 'poetica'. Ma a questo punto si pu provare a rappresen- tare /aria/ tenendo ovviamente conto del campo semico aper- /Aria/ -* Fjak^ M Aril nrir Aperti ovvio che tra i fini o le funzioni dell'aria si individuato non riparo solo perch in /casa/ esisteva un sema riparo. A questo punto per in questa metafora pare che tutti i semi, nella comparazione casa/aria, siano in opposizione. Cosa c' di simile? Una difficile costruzione ad albero sul sema conte- stuale elementi per cui le due unit in gioco trovano un nodo comune - molto in alto nell'albero di Porfirio ad hoc. L'interprete portato allora a fare inferenze sui semi in- dividuati. Ovvero a prendere vari semi come capostipiti di nuove rappresentazioni semantiche [cfr. Eco 1975, 5 2.12]. Si allarga l'ambito dell'enciclopedia: qual il territorio degli uomini e qual il territorio degli uccelli? Gli uomini vivono in territori chiusi (o cintati) e gli uccelli in territori aperti. G che per l'uomo cosa da cui ripararsi per gli uccelli ri- paro naturale. Si tentano nuovi alberi di Porfirio, abitazione o territorio chiuso vs abitazione o territorio aperto, gli uc- celli 'abitano' per cosi dire nell'aria. questo 'per cosi dire* che crea la condensazione. Si sovrappongono frames o sce- neggiature: se un uomo viene minacciato cosa fa? Si rifugia in casa. Se un uccello viene minacciato, si rifugia nell'aria. Dunque rifugio chiuso vs rifugio aperto. Ma allora l'aria che pareva luogo della minaccia (vento, pioggia, tempesta) per alcuni esseri diventa luogo del riparo. Ecco un caso di meta- fora 'buona' o 'poetica' o 'difficile' o 'aperta'. Perch possi- bile percorrere indefinitamente la semiosi e trovare unifica- zioni su qualche nodo di un albero di Porfirio e dissimiglian- ze ai nodi inferiori, cosi come si trovano a schiera dissimi- glianze e opposizioni nei semi enciclopedici. Di qui un primo abbozzo di regola: ispezionando il conte- sto, nei primi due termini che esso offre, si trovino semi pi 12. RAPPRESENTAZIONE COMPONENZIALE o meno simili (omonimi) che spingano a ipotizzare una terza unita semantica che presenti con quella metaforizzante (di cui e il metaforizzato) pochi semi simili e molti dissimili e che si componga con la prima entro un albero di Porfirio do- ve si d unit su un nodo molto alto ma disuguaglianza sui nodi pi bassi. Non si cercher una regola matematica che fissi k distanza' buona, e specifichi su quale nodo debbono stabffirsi identit e ^simigliarne. Piuttosto sar 'buona' la metafora che non consente di arrestare subito la ricerca (co- me era avvenuto per la panca), ma permetta ispezioni diver- se complementari e contraddittorie. lidie non pare diverso dal criterio di piacere che Freud [1905] individua per il buon motto di spinto: risparmio, economia, certo, ma solo per- che si trova facilitato (istruito) un corto circuito che, a voler- lo dipanare in tutti i suoi passaggi, porterebbe via troppo tempo. A questo punto dove sta la proporzione aristotelica? Cer- to 1 aria sta agli uccelli come la casa sta agli uomini {sotto un certo rispetto). Ma questo al massimo il riassunto del risul- tato finale di ogni ispezione interpretativa. k definizione di quanto 1 arguzia permette, da quel momento in avanti di cercare di conoscere in pi. Perch la proporzione in se stes- sa non dice ancora molto, va riempita. Essa al massimo ricor- da il quarto i termine /uomini/ (e qui si potr completare il gioco di condensazione, uomini - terrestri, uccelli - aerei uo- mini con gambe, uccelli con ali, e cos via). Si tratta ora di vedere se questa ipotesi interpretativa tie- ne per altre espressioni metaforiche, per le catacresi pi smac- cate come per le invenzioni poetiche pi delicate. Si incomin- cer a porsi dal punto di vista di chi debba disambiguare per la prima volta /La gamba del tavolo/: a pensarci bene, all'ini- zio era un kenning, ovvero un enigma (Vico lo sapeva). ne- cessario per gi sapere (molti vichiani ingenui non lo san- no) cosa sia un tavolo - e una gamba. Si trova nella gamba (umana) una funzione P di sostegno di un corpo. Si trova nel- la descrizione formale F di /tavolo/ l'istruzione che soste- nuto da quattro elementi. Si ipotizza un terzo termine /cor- po/ e si trova che in F si sostiene su due gambe. Si trovano semi di verticalit sk nella gamba sia nelk x che sostiene il tavolo. Si trovano ovviamente opposizioni su semi come na- tura vs cultura, organico vs inorganico . Si riuniscono /ta- i88 METAFORA E SEMIOSI volo/ e /corpo/ sotto un albero di Porfirio che considera le strutture articolate: si trova che /corpo/ e /tavolo/ si uni- scono nel nodo superiore e si distinguono in quelli inferiori (per esempio strutture articolate organiche vs strutture arti- colate inorganiche). Si passa alla comparazione fra la /gamba/ organica e la x di cui la catacresi fornisce lo pseudonome e u costruisce un albero dei sostegni: sostegni entrambi, i uno organico e l'altro inorganico. Insomma, d meccanismo chia- ro? al massimo ci si potrebbe chiedere se si trattava di una 'buona' catacresi. Non si sa, si troppo abituati, non si riac- quister mai pi l'innocenza della prima invenzione. Ormai sintagma preformato, elemento di codice, catacresi appun- to m senso stretto, non metafora inventiva. Si'orovi allora con due metafore vere e proprie: /tssa era una rosa/ e, da Maherbe, ju rose elle a vcu ce que viveni les roses ,l' espace d'un matini. La prima metafora dice subito contestualmente chi sia u metaforizzante e chi sia il metaforizzato. JEwtf non pu es- sere che un essere umano di sesso femminile. Dunque si pro- cede a comparare /donna/ a /rosa/- Ma l'operazione non sar mai cos completamente ingenua. L'intertestualit che si co- nosce ricca di espressioni preformate, di frames P^otL Si sa gi quali semi mettere in rilievo e quali lasciar cadere. Organico t . - : Vegetale t /Rosa/ -fF^, A NjJm M Vegetale P G ^tf , FrttchrzzM , ' "> Organico r , > t Animale ' t l /Donna/ - A Nj(W)1 Uj^^ P G ai.r , Frescbetu Il gioco di una semplicit sconcertante. La maggior parte dei semi enciclopedici simile. C' solo oprane sultane vegetale/animale. Su quello si costruisce albero di Portino e si scopte che, malgrado l'opposizione ai nodi infenoti, c e 12, RAPPRESENTAZIONK COM POHEN ZI AL E unit al nodo superiore (organico). Ma per far questo si do- veva ovviamente sapere gi che quando s paragona una don- na a un fiore si sta parlando di una donna-oggetto, che vive come i fiori gratta sui, puro ornamento del mondo. E final- mente si fa chiara la questione della similitudine o dissimi- glianza delle propriet. Non n percettivic n ontologia, semiotica. Occorre che la lingua (la tradizione figurativa) abbia gi inteso freschezza e colore come interpretanti, allo stesso titolo, della condizione di salute di un corpo uma- no e della condizione di salute di un fiore, anche se dal punto di vista fisico il rosa di una guancia muliebre raramente ha lo stesso spettro di un rosa di fiore. C' una differenza in milli- micron, ma la cultura li ha omologati, li nomina entrambi con la stessa parola o li rappresenta entrambi con lo stesso 1 colore. Cosa sar accaduto la prima volta? Non si sa, la metafora nasce su d un tessuto di cultura gi detta. Questa dunque una metafora povera, 'chiusa' , poco co- noscitiva, dice quello che si sa gi. Ma l'ispezione avverte che nessuna metafora 'chiusa' in assoluto, la sua chiusura pragmatica. Si immagini un utente ingenuo della lingua che la incontri per la prima volta. Sar preso in un gioco di tenta- tivi ed errori come chi disambiguasse per la prima volta /La casa degli uccelli/. Non 'c' metafora impoetica in assoluto: c' solo per determinate situazioni socioculturali. Pare inve- ce che ci sia metafora poetica in assoluto. Perch non si pu mai dire cosa un utente sappia della lingua (o di ogni altro sistema semiotico) ma si sa sempre, piti o meno, cosa una lin- gua (o altro sistema) ha gi detto, e si pu riconoscere la me- tafora che impone operazioni inedite, e la predicazione di semi mai ancora predicati. Il primo passaggio dato dalla metafora di Maherbe. Ap- parentemente essa impone lo stesso lavoro di comparazione della metafora precedente. II problema di /spazio/ gi ri- solto: la tradizione lo ha gi reso metafora di decorso tem- porale. La tradizione ha gi acquisito l'uso metaforico di /vita/ per la durata di entit non animali. C' dunque da lavorare sulla relazione fra durata, fanciulla, rosa e mattino. Alla /rosa/ si riconoscer come sema particolar- mente pertinente quello (peraltro intertestualmente codifi- cato) della fugacit (si apre all'alba e si chiude al tramon- to; oppure, dura pochissimo; come si vedr non si tratta del- METAFORA E SEMIOSI la stessa propriet). Tutte le altre similarit tra fanciulla e rosa son gi passate in giudicato e vengono prese come nter- testualmente buone. Quanto al mattino ha k propriet di es- sere solo una parte del giorno, un giorno incompleto. Ila an- che quella di essere la pi bella, delicata, attiva. Quindi natu- ralmente la fanciulla, bella come una rosa, ha vissuto una vi- ta fugace, e ne ha vissuto solo la parte che, per quanto breve, la migliore (Aristotele peraltro diceva gi: il mattino della vita la giovinezza). Quindi identit e dissimiglianza su mar- che enciclopediche, unificazione su nodo alto di albero di Por- firio (organico, o vivente) e differenza sui nodi bassi (animale vs vegetale). Seguono tutte le condensazioni del caso; fan- ciulla e fiore, palpito vegetale che diventa palpito carnale, ru- giada che si fa occhio umido, petalo* e bocca: l'enciclopedia permette di far marciare l'immaginazione (anche visiva) a pieno regime, il reticolo della semiosi si anima di parentele e mirnicizie. Ma rimane qualcosa di ambiguo. La rosa vive un mattino perch si chiude a sera, ma il giorno dopo rinasce. La fanciulla muore e non rinasce. qui che la metafora diventa 'diffcile', 'distante', 'buona' o 'poetica'. Si deve rivedere ci che si sa circa la morte degli umani? Si rinasce? O si deve ri- vedere ci che si sa circa la morte dei fiori? La rosa che rina- sce domani la stessa di quella di ieri o quella di ieri rimane quella che non fu colta? L'effetto di condensazione sbava, sotto l'irrigidimento cadaverico della fanciulla sta un pulsare lungo della rosa. Chi vince? La vita della rosa o la morte del- la fanciulla? Non c' ovviamente risposta: la metafora ap- punto aperta . Anche se si regge su un gioco di conoscenze in- tertestuau percouiiicate cne rasentano u manierismo. i 13. Cinque regole. Siamo ora in grado di delineare cinque regole per la inter- pretazione co-testuale di una metafora {si noti che il processo di interpretazione proietta all'inverso il processo di produ- 1. Si costruisca una prima rappresentazione componenzia- le del semema metaforizzante (parziale e tentativa). Chiamiamo il semema metaforizzante veicolo. Questa rappresentazione deve magnificare solo le proprietche 13. CINQUE REGOLE il co-testo ha suggerito come rilevanti, narcotizzando le altre [cfr. Eco 1979]. Questa operazione rappresenta un primo tentativo abduttivo. 2. Si individui nell'enciclopedia (localmente postulata ad hoc) un altro semema che possegga uno o phi degli stes- si semi (o marche semantiche) del semema Veicolo, e al tempo stesso esibisca altri semi 'interessanti'. Questo semema divenga un candidato per il ruolo di semema metaforizzato (tenore). Se ci sono pi sememi in com- petizione per questo ruolo, si tentino altre abduzioni, sulla base di indizi co-testuali. Sia chiaro che per 'gli stessi semi' si intendono i semi esprimibili attraverso io stesso interpretante. Per altri semi -interessanti' si intendono solo quelli rappresentabili da interpretanti diversi, ma tali che possano essere opposti secondo qualche incompatibilit ir^rcodificata (come aperto/ chiuso, morto/vivo, e cosi via). 3 . Si selezioni una o pi di queste propriet o semi diversi e si costruisca su di essi un albero di Porfirio tale che queste coppie di opposizioni si congiungano a un nodo superiore, 4. Tenore e veicolo esibiscono un rapporto interessante quando le loro diverse propriet o semi si incontrano a un nodo comparativamente molto alto dell'albero di Porfirio. Espressioni come /semi interessanti/ e /nodo compara- tivamente molto alto/ non sono vaghe, perch si riferi- scono a criteri di plausibilit co-testuale. Similarit e differenze possono essere valutate solo in accordo al possibile successo co-testuale della metafora e non c' criterio formale che stabilisca il 'giusto' grado di diffe- renza e la 'giusta' posizione nell'albero di Porfirio Se- condo queste regole, si parte da rapporti metonimici (da sema a semema) tra due diversi sememi e, control- land la possibilit di una doppia sineddoche (che inte- ressa sia veicolo che tenore), si accetta in conclusione la sostituzione di un semema con l'altro. Pertanto una so- stituzione di sememi appare come l'effetto di una dop- pia metonimia verificata da una doppia sineddoche [cfr, anche Eco 1971]. Pertanto possiamo passare alla quin- 192 METAFORA E SBMJOSI 5. S controlli se, sulla base della metafora ipotizzata, si possono individuare nuove relazioni semantiche, in mo- do da arricchire ulteriormente il potere cognitivo del tropo, 14. Dalla metafora all'interpretazione simbolica. Una volta iniziato il processo semiosico, difficile dire do- ve una interpretazione metaforica si arresti: dipende dal con- testo. Ci sono casi in cui, da una o pi metafore, l'interprete guidato verso una lettura allegorica o una interpretazione simbolica (e si veda il capitolo seguente). Ma quando si parte da una metafora e si inizia un processo interpretativo, spesso i confini tra lettura metaforica, lettura simbolica e lettura al- legorica sono assai imprecisi, Weinrich [1 976] ha proposto una interessante distinzione tra micrometaforica, metaforica del contesto e metaforica del testo. Si veda la sua analisi di un lungo brano di Walter Ben- jamin di cui non possiamo che riassumere i momenti pi sa- lienti. In Gabbiani (Mwen) Benjamin parla di un suo viag- gio per mare, denso di metafore che non verranno qui analiz- zate. Due per paiono singolari a "Weinrich: i gabbiani, po- poli di volatili, messaggeri alati, legati in un intreccio di se- gni, che si dividono a un tratto in due schiere, neri a occiden- te che scompaiono nel nulla, biancastri a oriente, ancora pre- senti e 'da risolvere': e l'albero della nave che traccia nell'a- ria un movimento pendolare. Weinrich sviluppa prima una micrometaforica (per esempio propriet comuni e dissimili fra albero e pendolo), poi una metaforica del contesto dove mette in connessione i vari 'campi metaforici' messi in opera da Benjamin. In breve, ne emerge lentamente qualcosa che sembra sempre pi una dichiarazione allegorica, e che nella fase finale della metaforica del testo svela la sua chiave poli- tico-ideologica (dove il testo viene visto anche nelle sue cir- costanze storiche di enunciazione): 1929, crisi della repub- blica di Weimar, situazione contraddittoria dell'intellettuale tedesco, da un lato ossessionato dalla polarizzazione dei con- trasti (amico vs nemico), dall'altro incerto sulla posizione da prendere, oscillante fra la neutralit e la resa dogmatica a una delle parti. Di qui l'albero che diventa metafora del 'pendolo 14. DALLA METAFORA ALL'INTERPRETAZIONE SIMBOLICA 193 degli eventi storici' e il contrasto antagonistico dei gabbiani. Corretta o meno che sia la lettura di Weinrich, si torni al- la metafora dell'albero-pendolo , per individuarne il meccani- smo costitutivo, il quale deve anche permettere tutte le infe- renze contestuali che il lettore (in questo caso assunto come Lettore Modello) ne d. Si passer subito sopra alle pressioni contestuali che inducono a selezionare certi semi a scapito di altri e si comporr lo spettro componenziale dei due termini presenti nel contesto: /albero/ e /pendolo/. In effetti il testo parla di 'movimento pendolare' {Pendelbwegungen), cos che pi che di metafora si dovrebbe parlate di pacifica simili- tudine (l'albero si muove come se fosse un pendolo) . Ma po- trebbe anche essere /l'albero che batte le ore/ o /l'albero pen- dolante/ e la natura contraddittoria, lo specifico effetto di condensazione di questa figura non ne verrebbe inficiato. Anzitutto, dato il contesto marino, l'albero chiaramente un albero di nave, senza ambiguit, non si tratta di metafora, i di codificati ssima catacresi, che sfiora l'omonimia. Si e pendolo. , /Pendolo/ F VtrtictU ^aatmn ^uv>" ' Lieve oscillazione Nave Tempo Sensibile Editartene Orologio Si vede subito su quali semi si stabilisca l'identit e su quali la diversit. Una prima unificazione su un qualche albero di Porfirio darebbe risultati deludenti: entrambi manufatti, en- trambi di legno o ferro, o peggio, entrambi appartenenti alla classe delle cose verticali. Non abbastanza. Le uniche oppo- sizioni degne di nota sembrano quella tra fissit e oscillazio- ne, e il fatto che l'uno sia funzionale ai percorsi nello spazio, l'altro alla misura del tempo. A una seconda ispezione si ve- drebbe che anche l'albero tuttavia, per star saldo, deve oscil- lare un poco, cosi come il pendolo, per oscillare, deve stare saldo intorno al suo pernio. Ma non si tratta ancora di un'ac- quisizione conoscitiva degna di nota: il pendolo imperniato 194 METAFORA E SEMJOSI in alto oscilla e misura il tempo, l'albero imperniato in basso oscilla ed in qualche modo legato allo spazio. Lo si sape- va gi. Se la metafora apparisse in un contesto che la lascia imme- diatamente cadere, non costituirebbe invenzione degna di ri- lievo. L'analisi di Weinrkh dice, che il tessuto intertestuale punta l'attenzione degli interpreti sul tema 'oscillazione' e, d'altra pane, nello stesso contesto, l'insistenza sul gioco al- terno dei gabbiani e sull'opposizione destra/sinistra, oriente/ occidente stabilisce una isotopia della tensione fra due poli. questa l'isotopia vincente a livelli pi profondi, non quella stabilita dal io pie viaggio per mare a livello delle strutture discorsive [cfr. Eco 1979]. Quindi il lettore portato a far giocare la semiosi sul sema oscillazione . La quale funzio- ne primaria per' il pendolo, secondaria per l'albero (l'enciclo- pedia deve cominciare ad ammettere una gerarchia dei semi). Inoltre l'oscillazione del pendolo funzionalizzata alla misu- ra esatta, mentre quella dell'albero pi casuale. Il pendolo oscilla in modo sicuro e costante, senza alterazioni di ritmo, l'albero esposto ad alterazioni e, al limite, a rotture. Il fatto che l'albero sia funzionalizzato alla nave, aperta al movimen- to nello spazio e all'avventura indefinita, e il pendolo all'oro- logio, fermo nello spazio e regolato nella sua misura tempo- rale, apre a successive opposizioni. La certezza, la sicurezza del pendolo contro l'incertezza dell'albero, l'uno cluso e l'altro aperto... E naturalmente il rapporto dell'albero (incer- to) con i due popoli contraddittori di gabbiani... Come si ve- de la lettura pu continuare aU'irrfinito. Isolata, la metafora era povera, immessa nel contesto sostiene altre metafore e ne sostenuta. Altri hanno tentato di definire la bont di una metafora dalla maggiore o minore distanza fra le propriet dei termini in gioco: non ci pare ci sia una regola stabile. il modello di enciclopedia costruito ai fini dell'interpretazione di un dato contesto, quello che fissa ad hoc centro e periferia dei semi. Rimane il criterio della maggiore o minore apertura, e cio di quanto una metafora permetta di viaggiare lungo la semiosi e di conoscere i labirinti dell'enciclopedia. Nel corso del qua- le viaggio, i termini in gioco si arricchiscono di priorit che l'enciclopedia ancora non riconosceva loro. Queste considerazioni non stabiliscono ancora e definiti- li CONCLUSIONI vamente un criterio estetico per distinguere metafore 'belle' da metafore 'brutte': giocano in quel caso anche gli stretti rapporti fra espressione e contenuto, fra valori materiali e valori di contenuto (in poesia si potrebbe parlare di cantabi- Iit, possibilit di memorizzare u contrasto e la similarit, e dunque entrano in gioco elementi come la rima, la paronoma- sia, l'assonanza, ovvero tutto il corredo dei mei aplasmi di cui si diceva nella tabella 1). Ma queste considerazioni permet tono di distinguere la metafora chiusa (o scarsamente cono- scitiva) da quella aperta, che fa conoscere meglio le possibi- lit della semiosi, ovvero proprio quell'indice ' categorico d cui parlava Tesauro. - - . . .. -,- - * . rj. Conclusioni. Non esiste algoritmo per la metafora: essa non pu essere prescritta per via di istruzioni precise a un computer, indi- pendentemente dal volume di informazione organizzata che vi si pu introdurre. La riuscita della metafora funzione del formato socioculturale dell'enciclopedia dei soggetti inter- pretanti. In questa prospettiva si producono metafore solo sulla base di un ricco tessuto culturale, ovvero di un universo del contenuto gi organizzato in reti di interpretanti che deci- dono (semioticamente) della similarit e della di s similarit delle propriet. Al tempo stesso solo questo universo del con- tenuto, il cui formato si postula non rigidamente gerarchiz- zato, bens a Modello Q [Eco 1975I, trae dalla produzione metaforica e dalla sua interpretazione occasione per ristrut- turarsi in nuovi nodi di sirnilarit e dissirnilarit. Ma questa situazione di semiosi illimitata non esclude che si possano dare dei primi tropi e cio delle metafore nuo- ve, mai udite o vissute come se non fossero mai state udite. Le condizioni di insorgenza di questi momenti che potremmo chiamare metaforicamente aurorali (ma che in Eco 1975 sono definiti come casi di invenzione) sono molteplici: a) Esiste sempre un contesto capace di riproporre come nuova una catacresi codificata o una metafora spenta. Si pu immaginare un testo della cole du regard in cui si riscopre, attraverso una lenta fenomenologia dei per- METAFORA E SEMIOSI cetti, la forza e la vivacit di una espressione come /Il collo della bottiglia/. E Mallarm sapeva che esistono ancora molti modi di dire /un fiore.../ b) Esistono inopinati passaggi da sostanza semiotica a so- stanza semiotica in cui quella che nella sostanza x era una metafora spenta, ridiventa metafora inventiva nel- la sostanza y. Si pensi ai ritratti muliebri di Modigliani, di cui si pu dire che reinventano visivamente (ma ob- bligano a ripensare anche concettu alm e n te e, per varie nKxiiazioni, verbalmente) una espressione come /Collo di cigno/. Indagini sulla metafora visiva [cfr. Bonsiepe 1965! hanno mostrato come una espressione usurata quale /flessibile/ (per indicare apertura d'idee, spregiu- dicatezza decisionale, aderenza ai fatti) pu ridiventare inedita quando, anzich nominarla verbalmente, la fles- sibilit venga mostrata rappresentando visivamente un Oggetto flessbile. c) Il contesto a funzione estetica pone sempre i propri tro- pi come primi: perch obbliga a vederli in modo nuovo e perch dispone una tale quantit di rimandi fra i vari livelli del testo da permettere una interpreta- zione sempre nuova della espressione in gioco (la quale non funziona mai da sola, ma interagisce sempre con qualche nuovo aspetto del testo; e si veda l'immagine dell'albero/pendolo in Benjamin). D'altra parte tipico dei contesti a funzione estetica produrre dei correlativi oggettivi che hanno funzione metaforica 'apertissima' in quanto lasciano intendere che si pongano rapporti di similarit o di identit senza che questi rapporti possa- no essere messi in chiaro. d) Il tropo pi 'spento' pu funzionare come 'nuovo' per un soggetto che si avvicini in modo 'vergine' alla com- plessit della semiosi. Esistono codici ristretti e codici elaborati (cfr. l'articolo Codice in questa stessa En- ciclopedia). possibile immaginare un soggetto che non ha mai udito paragonare una fanciulla a una rosa, che ignora le istituzionalizzazioni intertestuali, e che reagisce alla pi spenta delle metafore scoprendo per la prima volta i rapporti tra un volto muliebre e un fiore. Su questa stessa base si pongono anche i crampi della comunicazione metaforica, i casi in cui il soggetto 'idio- 15. CONCLUSIONI 197 ta' incapace i comprendere il parlar figurato, o ne in- travede faticosamente la funzione, vivendolo come una provocazione. Situazioni del genere si verificano anche nella traduzione di metafore da lingua a lingua: pu nascerne oscurit o folgorazione. e) Si danno infine casi privilegiati in cui il soggetto 'vede' per la prima volta una rosa, ne nota la freschezza, i pe- tali imperlati di rugiada- perch prima la rosa, per lui, era stata solo una parola, o un oggetto scorto nelle ve- trine del fioraio. In questi casi il soggetto ricostruisce, per cosi dire, il proprio semema, arricchendolo di pro- priet, non tutte verbalizzate e verbalizzabili, alcune in- terpretabili e interpretate da altre esperienze visive o tattili. In questo processo vari fenomeni sinestesci con- corrono a costituire reti di rapporti semiosiri . Chi, man- giando in una situazione privilegiata del miele, avverta un senso di deliquio, e lo decida simile, malgrado le dif- ferenze, al deliquio provato in una esperienza sessuale, inventer per la prima volta una espressione altrimenti spenta quale /miele/ per appellare la persona amata; e si pensi quanto spenta sia la metafora nell'uso anglo- sassone di chiamare fhoneyj la consorte che da noi, con espressione altrettanto spenta, si chiama /tesoro/. Que- ste metafore reinventate nascono per la stessa ragione per cui si rivelano i sintomi al medico in modo impro- prio (/Mi brucia il petto... Sento delle punture al brac- cio.../) Cosi la metafora si reinventa anche a causa del- l'ignoranza del lessico. Eppure anche questi primi tropi nascono sempre perch c' tessuto semiotico soggiacente. Vico ricorderebbe che gli uomini sanno parlare come eroi perch sanno gi parlare co- me uomini. Anche le metafore pi ingenue sono fatte con de- triti di altre metafore, lingua che s parla da s, e i confini tra primi e ultimi tropi sono esilissimi, non materia di semanti- ca, ma di pragmatica dell'interpretazione. In ogni caso, per troppo tempo s' pensato che per capire metafore occorresse conoscere il codice (o l'enciclopedia): la verit che la meta- fora lo strumento che permette di capire meglio il codice (o l'enciclopedia). Questo il tipo di conoscenza che riserva. Per arrivare a questa conclusione si dovuto rinunziare a METAFORA E SEMIOSI trovare per la metafora una definizione sintetica, immediata, bruciante: sostituzione, salto, similitudine abbreviata, ana- logia... Ci si illude che la metafora sia definibile attraverso una categoria semplice perch semplice il modo in cui pare di capirla. Ma questa semplicit, o felicit, nel compiere cor- tocircuiti all'interno della semiosi, un fatto neurologico. Semioticamente parlando invece A processo di produzione e interpretazione metaforica lungo e tortuoso. Non detto che la spiegazione dei processi fisiologici psichici immediati debba essere altrettanto immediata. Cita Freud nella sua rac- colta di Witze classici, questo motto di Lichtenberg: "Si stupiva che i gatti avessero due fessure nella pelle, proprio al posto degli occhi " . E commenta: La stupidit che si esibi- sce qui solo apparente; in realt questa osservazione sem- plicistica nasconde il grande problema della teleologia nella struttura degli animali. Che la rima palpebrale si apra l dove la cornea esposta non affatto ovvio, almeno fin quando la storia dell'evoluzione ci abbia chiarito questa coincidenza [1905, trad. it. pp. 83-84]. Dietro alla 'felicit' dei processi naturali (fisici e psichici) si annida un lungo lavoro. Di que- sto si tentato di definire alcune fasi. -4. Il modo simbolico 1 . La foresta simbolica e la giungla lessicale. EiijifoXov da expftXXui 'gettare con', 'mettere insieme', 'far coincidere': simbolo infatti originariamente il mezzo di riconoscimento consentito dalle due met di una moneta o di una medaglia spezzata, e l'analogia dovrebbe mettere in guardia i compilatori di lessici filosofici. Si hanno le due met di una cosa di cui l'una sta per l'altra {diqui stai pr aliquo, come avviene in tutte le definizioni classiche del segno), e tuttavia le due met della moneta realizzano la pienezza del- la loro funzione solo quando si ricongiungono a ricostituire un'unit. Nella dialettica di significante e significato che ca- ratterizza il segno questa ricongiunzione appare sempre in- completa, differita; ogni volta che il significato viene inter- pretato, e cio viene tradotto in un altro segno, si scopre qualcosa di pi e il rinvo anzich ricomporsi ai divarica, si acuisce... Nel simbolo, al contrario, c' l'idea di un rinvio che in qualche modo trovali proprio termine: una ricongiunzio- ne con l'origine. Ma questa sarebbe gi una interpretazione 'simbolica' del- l'etimologia di /simbolo/: procedimento pericoloso anche perch non si sa ancora cosa siano un simbolo e una interpre- tazione simbolica. Lo sanno i compilatori di lessici filosofici e i teorici del simbolico? Uno dei momenti pi patetici nella storia della lessicogra- fia filosofica proprio quello in cui i redattori del dizionario filosofico di Lalande si riuniscono per discutere pubblicamen- te sulla definizione di /simbolo/. La prima definizione parla di ci che rappresenta un'altra cosa in virt di una corrispondenza analogica. Quindi preci- sa: Ogni segno concreto che evochi (in virt di un rapporto naturale) qualcosa di assente o che non possibile percepire: IL MODO SIMBOLICO "Lo scettro, simbolo della regalit" [1926, trad. it. p. 813J. La seconda definizione suona: Sistema continuato di ter- mini ciascuno dei quali rappresenta un elemento di un altro sistema [ibid.~\. Definizione pi vasta, che vale anche a indi- care codici convenzionali come il Morse. Ma subito dopo, quasi a mo' di commento, e citando Lemaitre: Un sistema di metafore ininterrotte [ibd.]. Ultima definizione, l'accezione formulario di ortodos- sia, con riferimento al Credo come simbolo [ihid.]. Segue, come di costume per Lalande, la discussione degli esper, Delacroix insiste sull'analogia, ma Lalande asserisce di aver ricevuto da Karmin la proposta di definire come sim- bolo ogni rappresentazione convenzionale. Brunschvicg par- la di un potere 'interno' di rappresentazione e cita il serpente che si morde la coda, ma Van Bima ricorda che il pesce era simbolo di Cristo solo a causa d un gioco fonetico o alfabe- tico. Lalande rinnova le sue perplessit: come far coincidere il fatto che un foglio di carta pu diventare simbolo di milio- ni (ed evidentemente il caso di un rapporto convenzionale) mentre i matematici parlano dei simboli di addizione, sottra- zione e radice quadrata (dove non si vede il rapporto analo- gico fra segno grafico e operazione o entit matematica corri- spondente)? Delacroix osserva che in tal caso non s parla pi di simbolo nello stesso senso in cui si dice che la volpe simbolo dell'astuzia (e infatti in questo caso la volpe sm- bolo per antonomasia, un essere astuto rappresenta tutti i membri della propria classe). Qualcuno distingue ancora tra simboli intellettuali e simboli emotivi, e su questa complica- zione la voce si conclude. Ma non conclude: la conclusione indiretta a cui Lalande invita che il simbolo troppe cose, e nessuna. Insomma, non si sa cosa sia. Sembra che ci si trovi qui d fronte allo stesso fenomeno che s sperimenta quando si tenti di dare una definizione del segno. Il linguaggio comune, intessendo un nodo apparente- mente inestricabile di omonimie esibisce una rete d somi- glianze di famiglia. Ora le somiglianze d famiglia possono essere d tipo ristretto o d tipo vasto. Un esempio di tipo ristretto quello che propone Wittgenstein analizzando la nazione d gioco. Posto che A, B e C siano tre tipi di giochi diversi e che ciascuno presenti delle propriet a, ..., (come l'essere competitivo, il comportare sforzo fisico, l'essere d- I. LA FORESTA SIMBOLICA E LA GIUNGLA LESSICALE 20I sinteressato o meno) si verrebbe a creare una rete di somi- glianze di questo tipo: ABC Jh^ *^fW S?fcs ib'cde bcde f ed t f g dove si vede che ciascun gioco ha alcune delle pr altri, ma non tutte. Quando per la rete si amj una conseguenza formale di questo tipo; A B C D E F /^tV //IV. y/h^ //tVs /^IVv tbede bedef cdif g defgh efghi fghil dove si vede che, alla fine, A e F non hanno pi nulla in co- mune, se non il fatto assai curioso di appartenere alla stessa serie di cose 'simili 3 immediatamente fra loro. In certe strut- ture parentali l'essere cognato del cognato del cognato di una quarta persona implica rapporto parentale. Lessicografica- mente parlando, un legame di questo tipo si presenta invece, al massimo, come strumento di comprensione di un processo in termini di semantica storica. naturale che in un universo di interpretanza continua e di semiosi illimitata, per interpre- tazioni selettive si pu passare da cosacco ad armato a caval- lo, da questo a ussaro, da ussaro a personaggio di operetta e da questo infine alla vedova allegra. Ma questo non consente di dire che vi siano parentele semantiche fra un cosacco e la vedova allegra. Ora il tentativo che il concetto d segno permette di ve- dere se al di sotto delle somiglianze di famglia esista una propriet, molto generale, che sopravvive in ciascun termine della catena, e di costruire sulla base di questa propriet un oggetto teorico che non si identifica con nessuno dei fenome- ni presi in esame ma che di ciascuno d ragione, almeno dal punto di vista di una semiotica generale. Si mostrato che si ha un segno quando qualcosa sta per qualcosa d'altro secondo i modi di ima inferenza (p^>q>, dove p una classe di eventi percepibili (espressioni) e q una classe di contenuti, ovvero di pertinentizzazioni del continuum dell'esperienza, tale che ciascun membro della classe dei contenuti possa essere 'inter- pretato*, e cio tradotto in un'altra espressione, cosi che la se- 202 IL MODO SIMBOUCO conda espressione veicoli alcune propriet della prima (rile- vanti in un contesto dato) e ne esibisca altre che la prima espressione non sembrava includere. Compito di una semiotica generale costruire questo og- getto teorico, compito delle semiotiche specifiche studiare i modi diversi in cui la classe delle espressioni si collega alla classe dei contenuti, e cio la forza epistemologica di quel se- gno di inferenza che il modello generale poneva in modo pu- ramente formale. Una impressione che si prova di fronte ai vari impieghi di /smbolo/ nei loro diversi contesti, che questo termine non consenta l'identificazione di un nucleo costante seppur gene- ralissimo di propriet. Anche perch /simbolo/ non , come invece /segno/, un termine del linguaggio comune. Il linguag- gio comune usa espressioni come /Far segno di avvicinarsi/ oppure /Questo un brutto segno/ e anche un parlante incol- ta in grado di spiegare (o interpretare) se non il significato d /segno/ almeno il significato globale di questi sintagmi. Quando invece non il linguaggio di tut i giorni, ma lo pseu- dolinguaggio quotidiano della stampa o dell'oratoria pubbli- ca dice che un paese simboleggiato dai suoi prodotti, che il viaggio di Nixon in Cina aveva un valore simbolico, che Ma- rilyn Monroe era un smbolo del sesso o della bellezza, che l'istituzione del Mercato Comune ha costituito una svolta simbolica o che il ministro ha posto simbolicamente la prima pietra, il parlante comune non solo avrebbe difficolt a chia- rire il senso della parola /simbolo/ ma fornirebbe anche inter- pretazioni vaghe o alternative dei sintagmi in cui il tennine appare. Basterebbe dire che /simbolo/ termine del linguaggio colto che il linguaggio pseudoquotidiano prende a prestito considerandolo come meglio definito nei contesti teorici ap- propriati. Ma, mentre un libro di semiotica che si occupi del segno si affretta a esordire chiarendo le condizioni d'uso di questo termine, una delle sensazioni pi disturbanti che si avvertono di fronte a contesti teorici in cui si parla di /sm- bolo/ proprio il fatto che raramente questo termine viene definito, come se si rinviasse a una nozione intuitivamente evidente. Si citeranno pochi esempi, presi quasi a caso. Una teoria dell'arte come forma simbolica quale Feeling and Form di 1 . LA FORESTA SIMBOLICA E LA GIUNGLA LESSICALE 203 Suzanne Langer [1953] inizia criticando vari usi confusi del termine /simbolo/ e si richiama alla necessit filosofica di de- finirlo meglio. Ma subito dopo l'autrice ricorda che in casi come il suo la definizione potr venir fornita solo nel corso del libro e rimanda al capitolo xx. Quivi si legge che l'opera d'arte un simbolo indivisibile a differenza dei simboli del linguaggio comune, ma risulta difficile capire cosa sia quel- l'entit che nell'arte indivisibile e altrove non lo . Per for- tuna nell'introduzione si era anticipata una definizione: simbolo ogni artificio che ci consenta di adoperare un'astra- zione (trad. it. p. 13). Non certo molto, ma comunque l'autrice ci ha provato. Lo stesso interdetto definizionale si ritrova in un'opera per tanti altri versi ricca di finissime analisi poetiche, come YAnatomy of Cntichm di Northrop Frye tfrfift. Il capitolo intitolato alla teoria dei simboli afferma che il termine /sim- bolo/ in questo saggio indica qualsiasi unit di qualsiasi struttura letteraria suscettibile di analisi critica (trad. it. p. 94) e pi avanti si dir che questi simboli possono essere chiamati anche motivi. Si distingue il simbolo dal segno, che sembra essere il termine linguistico* fuori contesto, e si afferma che la critica invece interessata ai simboli rilevanti e notevoli, definiti come nomi, verbi e frasi costituiti da tenmni rilevanti [ibid., p. 104]. In una prospettiva di este- tica organica di derivazione romantica si privilegiano, sopra i significati letterali e desttittivi, quelle unit che mo- strano analogia di proporzioni tra la poesia e la natura che imitata [ibid., p. ir 2] per cui il simbolo sotto questo aspetto potrebbe meglio essere definito l'immagine [ibid]; ma all'interno della categoria delle immagini Frye distingue- r poi simbolo da allegoria, emblema e correlativo oggettivo e parler pi propriamente di simbolismo in riferimento al- l'uso di archetipi [ibid., p. 135], rispetto ai quali si prospetta la possibilit d una interpretazione 'anagogica' dell'opera poetica. L'unica definizione chiara sembra essere quella degli archetipi, ma derivata da quella jungjana. Una studiosa a cui L'antropologia simbolica deve molto, Mary Douglas, dedica un intero volume ai Naturai Symbols [1973] ed esordisce affermando che la natura deve essere espressa in simboli e che la conosciamo attraverso smbo- li (trad. it. p. 3); distingue simboli artificiali e convenzionali 20 4 IX. MODO SIMBOLICO da simboli naturali, sostiene una sistematica dei simboli, ma non definisce mai il simbolo in termini teorici. E certamente chiaro cosa sono in questo contesto i simboli naturali, e cio i mm agini del corpo usate per riflettere l'esperienza che un singolo ha della societ. Mary Douglas elabora di fatto una semiotica dei fenomeni corporali come sistema di espressioni che si riferiscono a elementi di un sistema sociale, ma non si vede alcuna ragione perch questi sistemi di simboli non deb- bano essere chiamati sistemi di segni. Cosa' che l'autrice per altro fa [ibid., p. 2y] lasciando intendere che per lei simbolo e segno siano sinonimi. Un altro classico dell'antropologia simbolica, From Ritual 10 Romance di Jessie L. Weston [1920], che pure ha fornito riserve di 'simboli' a un poeta come Eliot, dedica un capitolo sii Symbols e cio ai Talismani del mito del Graal; sostiene che questi simboli funzionano solo in un sistema di relazioni reciproche, sa che Coppa, Lancia 0 Spada hanno significazio- ne mistica, ma cosa siano un simbolo 0 una significazione, mi- stica viene lasciato alla buona volont del lettore. Uno dei tentativi pi generosi di penetrare la foresta dei simboli Symbols ^Public and Private di Raymond Firth [1973]- Firth denunzia la equivocit del termine e ne segue gli usi dalla stampa quotidiana alla letteratura, dalle teorie romantiche del mito alla moderna antropologia simbolica. Si rende conto che ci si trova di fronte a un meccanismo di rinvio, tipico della segnila, ma ne vede connotazioni partico- lari, come I'ineffettualit (il gesto puramente simbolico), la contraddittoriet rispetto allo stato dei fatti, il gioco di ri- mando fra concreto e astratto (volpe per astuzia) 0 fra astrat- to e concreto (il simbolo logico), il rapporto metonimico o si- neddochico (sassi e fiumi per di o forze naturali), la vaghez- za (il buio simbolo del mistero)... Avverte che a un primo li- vello il simbolo pu essere assai convenzionalizzato (le chiavi di Pietro per il potere della Chiesa) ma che basta guardarlo in trasparenza (di cosa simbolo il gesto di Ges che conse- gna le chiavi a Pietro e tra l'altro le consegna 'simbolica* mente' perch di fatto non d un paio di chiavi?) per farne 11 punto di riferimento di interpretazioni contrastanti e assai meno convenzionate. Alla fine di questa rassegna Firth pare approdare (e sempre provvisoriamente) a una sorta di defini- zione terra terra, ovvero una definizione pragmatica: Nel- I. LA FORESTA SIMBOLICA E LA GIUNGLA LESSICALE 20 J l'interpretazione di un simbolo, le condizioni della sua pre- sentazione sono tali che l'interprete solitamente ha molto maggior spazio per esercitare il proprio giudizio di quanto non avvenga coi segnali regolati da un codice comune a emit- tente e destinatario; perci un modo di distinguere all'in- gresso tra segnale e simbolo pu consistere nel classificare co- me simboli tutte le presentazioni in cui si riscontri una pi accentuata mancanza di aderenza anche forse intenzional- mente - nelle attribuzioni di produttore e interprete (trad- ir, p. 55). La conclusione 'pragmatica* di Firth pare ancora la pi ra- gionevole. Infatti, se pure si riuscisse a trovare al di sotto della rete di somiglianze di famiglia una caratteristica comu- ne a tutti i 'simboli' che egli esamina, si dovrebbe dire che questa caratteristica quella stessa del segno: e cio il fatto che alquid stai pr alquo. Basterebbe allora dire che /sim- bolo/ viene usato sempre come smonimo di /segno/ e forse viene preferito perch ha un'apparenza pi 'colta'. Nelle pagine che seguono si esamineranno, per approssi- mazioni ed esclusioni, vari contesti in cui /simbolo/ d fatto sta per /segno/ oppure per specie di funzione segni ca che gi si sono studiate. In tal. caso non ci sarebbero ragioni per oc- cuparsi pili a lungo del simbolo, perch uno dei compiti della lessicografia filosofica quello di chiarire e ridurre le sino- nimie. Tuttavia, proprio guidati dal sospetto pragmatico di Firth, si individuer, per una serie di approssimazioni successive, un nucleo 'duro' del termine /simbolo/. L'ipotesi che si cer- cher di elaborare che questo nucleo duro si riferisca a un atteggiamento semantico-pragmatico che si decide di deno- minare modo simbolico. Verr identificata pertanto una se- rie di contesti in cui il termine /simbolo/ va assunto in senso stretto qu;i!e allusione pi o meno precisa a un uso dei segni secondo il modo simbolico. Sia nell 'escludere le accezioni si- nonimiche sia nel definire il modo simbolico si sar costretti a procedere elaborando una tipologia generale, che non pu nutrirsi di tutti gli esempi a disposizione, dato che il termine 'simbolo' viene usato da quasi tutti i pensatori negli ultimi duemila anni. Gli esempi saranno pertanto scelti per la loro capacit di rappresentare infiniti altri contesti pi o meno si- mili, e sar per ragioni variamente 'economiche' che si po- 206 IL MODO SIMBOLICO tranno trovare riferimenti a Creuzer e non, per esempio, a Eliade, a Ricoeur e non a Bachelard, e cosi via. 2. Approssimazioni ed esclusioni . a.i. H simbolico come semiotico. Ci sono anzitutto teorie che identificano l'atea del simbo- lico con l'area di d che oggi si tende a definire come semio- tico. In tale prospettiva, simbolica l'attivit per cui l'uomo rende ragione della complessit dell'esperienza organizzan- dola in strutture di contenuto a cui corrispondono sistemi di espressione. Il simbolico non solo permette di ' nominare' l'esperienza ma altres di organizzarla e quindi di costituirla come tale, rendendola pensabile e comunicabile. stato mostrato [Goux 1 973 ; Rossi-Landi 1 968] che una generale struttura simbolica regge la teora marxiana e per- mette lo stesso articolarsi di una dialettica fra base e sovra- strutture. Rapporti di propriet, sistemi di equivalenza fra merce e merce e merce e denaro sono gi il risultato di una messa in forma simbolica. Parimenti, semiotico e simbolico si identificano nello strutturalismo di Lvi-Strauss: Ogni cultura pu essere con- siderata come un insieme di sistemi simbolici in cui, al primo posto, si collocano il linguaggio, le regole matrimoniali, i rap- porti economici, l'arte, la scienza, la religione fi 950, trad. it. p. xxiv]. Oggetto dell'antropologia sono dei modelli, ov- vero dei sistemi di simboli che tutelano le propriet carat- teristiche dell'esperienza, ma che, a differenza dell'esperien- za, abbiamo il potere di manipolare [1960, trad. it. p. 63]. Omologie, possibilit di trasformazione delle strutture (sia- no esse parentali, urbanistiche, culinarie, mitologiche 0 lin- guistiche) sono dovute al fatto che ogni struttura dipende da una pi generale capacit simbolica dello spirito umano che organizza secondo modalit comuni la globalit della propria esperienza. Non diversamente semiotico e simbolico vengono a coin- cidere in Lacan. Dei tre registri del campo psicanalitico (im- maginario, reale e simbolico) l'immaginario marcato dalla relazione aU'immagine del 'simile'. Ma la similarit di Lacan 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI non quella di una semiotica dell'conismo, bens quella che si realizza nello stesso meccanismo percettivo. rapporto di similarit (e quindi immaginario) quello del soggetto con la propria immagine nello stadio dello specchio, immaginario il rapporto erotico o aggressivo che si manifesta nella reazio- ne duale, appartengono all'immaginario i casi di isomorfi- smo. Nel Seminane sugli scritti tecnici di Freud, Lacan esa- mina immagini virtuali dovute a proiezioni che appaiono o scompaiono a seconda della posizione del soggetto e ne con- clude che nel rapporto dell'immaginario e del reale e nella costituzione del mondo cosi coin ne risulta, tutto dipende dalla posizione del soggetto. E la posizione del soggetto... caratterizzata essenzialmente dal suo posto nel mondo sim- bolico, altrimenti detto, nel mondo della parola [1975, trad. it. p. 100], Il registro del simbolico si realizza come leg- ge e l'ordine del simbolico fondato sulla Legge {le Nom-du- Pre). : Mentre per Freud, come si vedr, la simbolica l'insieme dei simboli onirici a significazione costante (c' in Freud il tentativo di costituire un codice dei simboli), Lacan scarsa- mente interessato a una tipologia di differenze tra i diversi ti- pi di segni, tanto da appiattire il rapporto espressione-conte- nuto e le sue modalit di correlazione sulla logica interna dei significanti. Come d'altra parte a Lvi-Strauss, non gli inte- ressa tanto il fatto che nell'ordine simbolico si costituisca- no funzioni segniche, quanto il fatto che i livelli o piani che le funzioni correlano posseggano una sistematicit ovvero una struttura: Pensare sostituire agli elefanti la parola ele- fante e al sole un tondo. Ma il sole in quanto designato da un tondo non vale niente. Non vale se non in quanto que- sto tondo messo in relazione con altre formalizzazioni, che insieme a quella costituiscono la totalit simbolica... Il sm- bolo vale solo se lo si organizza in un mondo di simboli [ibid., p, 278]. In questo esempio Lacan chiaramente parla sia d un 'simbolo' verbale come la parola /elefante/ sia di un simbolo visivo come il tondo per il sole. La diversa struttura segnica dei due tipi di 'simboli' non pare interessarlo. A leg- gere tutta la sua opera sorge tuttavia l'impressione che il mo- dello del simbolico a cui egli si rif di preferenza sia quello del verbale. E tuttavia, se pure a livello teorico nel Iacanismo il simbolico si identifica col semiotico, e questo col linguisti- 208 IL MODO SIMBOLICO co, pare che k pratica del lacanismo (quella di Lacan e dei suoi seguaci) reintroduca delle modalit interpretative che si sarebbe pi propensi a definire in termini di modo simbolico. Sospetto (o certezza) che tuttavia dovr essere controllato quando si sia definito meglio ci che si intende per 'modo simbolico'. Anche l'ordine del simbolico che costituisce l'oggetto del- la Filosofa delle forme simboliche [1923] di Ernst Cassirer l'ordine del semiotico, ed egli lo dice espressamente, l& scienza non rispecchia la struttura dell'essere (kantianamente rimosso in una zona di inaccessibilit propria della Cosa-in- s) ma pone i propri oggetti di conoscenza, e in definitiva il tessuto del mondo conosciuto, come simboli intellettuali liberamente creati. Cassirer si rifa alla concezione di Hertz (e di Helmholtz) degli oggetti scientifici coin simboli o si- mulacri tali che le conseguenze idealmente necessarie delle immagini siano sempre a loro volta le immagini delle conse- guenze naturalmente necessarie degli oggetti rappresentati (trad, it. p. 6). Potrebbe sembrare che qui si assimili il simbo- lo al modello o al diagramma - segni retti da ratio difficili* e comunemente detti 'analogici' ma in realt la mira di Cas- sirer pi vasta. Egli assimila la stessa teoria kantiana della conoscenza (reinterpretata in senso non astrattamente tra- scendentale ma storicamente culturologico) a una teoria se- miotica: l'attivit simbolizza trice (che si esercita anzitutto nel linguaggio verbale, ma allo stesso titolo nell'arte, nella scienza e nel mito) non serve a nominare un mondo gi cono- sciuto bens a produrre le stesse condizioni di conoscibilit di ci che viene nominato. Il simbolo non un rivestimento meramente accidentale del pensiero, ma il suo organo neces- sario ed essenziale... Cos ogni pensiero veramente rigoroso ed esatto trova il suo punto fermo sok> nella simbolica, nella semiotica, sulla quale esso poggia [ibid., p, 20], Accanto al mondo dei simboli linguistici e concettuali sta non paragonabile a esso e purtuttavia ad esso affine per ori- gine spirituale, quel mondo di forme che creato dal mito o dall'arte [ibid., p. 23]. Cassirer dunque riconosce differenze di articolazione fra diverse forme simboliche (in parte d natura concettuale, in parte di natura puramente intuitiva [ibid., p. 25]), ma sussume tutte queste differenze, appunto, sotto la categoria del simbolico- se miotico. 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI 209 La stessa unificazione di semiotico e simbolico si trova, malgrado le differenze terminologiche che si vedranno, in Julia Kristeva. Essa [cfr. in particolare Kristeva 1974] con- trappone il semiotico al simbolico-. Ma il semiotico, in tale prospettiva, un insieme di processi primari, scariche ener- getiche, pulsioni che articolano una chra e cio una tota- lit non espressiva costituita dalle pulsioni e dalle loro stasi in una motilit movimentata quanto regolamentata (trad. it. p. 28). Il semiotico non appartiene all'ordine del signifi- cante anche se si genera in vista della posizione significante. La ebra tollera analogie soltanto con il ritmo vocale o cine- sico [ibid., p. 29]; sottoposta a regolazione, esibisce discon- tinuit organizzaci, voci, gesti, colori gi coordinati secon- do spostamento e condensazione. Su questa base si instaura il simbolico, in senso affine alla nozione lacaniana: esso risul- ta dal rapporto sociale con l'altro. Di fronte alla imago dello stadio dello specchio, la voce portata dal corpo agitato (dal- la chra semiotica) all'imago H di fronte [ibid., p. 49], o la posizione del fallo come rappresentante simbolico della man- canza esperita conia scoperta della castrazione, tutte queste posizioni, che sono al tempo stesso proposizione e giudizio, segnano la soglia tra semiotico e simbolico [ibid. , pp. 46-49] . Q sembra che il termine simbolico designi in modo ade- guato questa unificazione sempre scissa, prodotta da una rot- tura e impossibile senza di essa [ibid., p. 51]. Il simbolico il momento del linguaggio con tutta la sua stratificazione verticale (referente, significato, significante) e tutte le conse- guenti modalit dell'articolazione logcosemantica [ibid., Dove si vede che il semiotico kristeviano una sorta di soglia inferiore della semiotica (luogo di una semiotica cellu- lare, di ima semiotica animale) mentre il simbolico ci che si potrebbe chiamare semiotico, in tutta la variet delle sue manifestazioni. Ci sarebbe al massimo da domandarsi se per la Kristeva, come per Lacan, molte modalit di produzione segni ca (riconoscimento di tracce, di indizi, di vettori [cfr. Eco 1975I) non si realizzino in una zona compromessa fra immaginario (e semiotico) e simbolico. Quello che cerco che il simbolico della Kristeva non quello di molti che asse- gnano la -simbolicit all'arte: il momento artistico per la Kristeva semmai quello in cui il simbolo, coscientemente, 2IO IL MODO SIMBOLICO lascia riaffiorare il semiotico; il momento in cui il semioti- co lacera il simbolico e ne stimola le pratiche di autoever- sione. Momenti per altro decisi a livello simbolico perch il semiotico senza simbolico produce la pura e semplice deriva nevrotica. Il semiotico controllato dal simbolico rimodella attraverso la pratica artistica l'ordine del simbolico, rinno- vandolo [Kristeva 1974, trad. it. pp, 65-66]. quindi chiaro che ci che in poesia si chiama simbolo e in altre teorie l'af- fiorare delle potenze simboliche del linguaggio (di cui si dir) per la Kristeva il momento artistico (trasgressivo) e non quello socializzato del suo "simbolico'. 2.2. Il simbolo come convenzionale-arbitrario. Abbiamo visto nel primo capitolo ( 6) come gi Aristo- tele riservasse il termine /simbolo/ per i segni linguistici in quanto convenzionali e arbitrari. Quest'uso non si mai per- so del tutto e nella tradizione matematica e logica (nonch in altre scienze esatte) si usato /simbolo/ per espressioni con- venzionalizzate come i simboli chimici o algebrici. Peirce definisce come simbolo ogni segno legato al pro- prio oggetto in virt di una convenzione. Mentre Vindice si riferisce al proprio oggetto in virt di una causalit fisica e Y icona si riferisce al proprio oggetto in virt di caratteri pro- pri (similarit), il simbolo un segno che si riferisce all'og- getto che esso denota in virt di una legge, di solito una asso- dazione di idee generali [190 C,P. 2.249, trad. & P* 140]. La scelta terminologica peitciana probabilmente do- vuta al fatto che egli aveva gi deciso di usare /segno/ come riferito al genus generolissmum e quindi doveva trovare una denominazione diversa per questo tipo specifico, acu appar- tengono anche i segni linguistici. pur vero che nei simboli algebrici o logici o chimici ci sono, per Peirce, anche aspetti iconici, dato che k loro forma rappresenta delle relazioni logiche (e quindi si potrebbe par- lare, in termini di Eco 1 975 di rapporto di ratio difficili*)-, ma anche vero che in effetti per Peirce nessun segno in se stesso soltanto un simbolo, una icona o un indice ma contie- ne, in proporzioni diverse, elementi di tutte e tre le moda- lit. In ogni caso erto die in Peirce il termine /simbolo/ 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI 211 non suggerisce mai la presenza di un significato vago o impre- ciso. Il suo uso, dunque, per quanto legittimo e legittimato da una certa tradizione, si discosta radicalmente da quello che approfondiremo in questo capitolo. curioso che proprio l'uso peiraano inviti a respingere dal novero dei simboli molte configurazioni (emblemi, ban- diere, simboli astrologia) che altri chiamano appunto sim- boli. Ed curioso perch, anche se queste configurazioni ave- vano originalmente qualche motivazione 'iconica', in seguito esse hanno funzionato come simboli nel senso peir ciano del termine, e cio come artifici del tutto convenzionali [dr. il concetto di stilizzazione in Eco 1975]. probabile che alle origini il segno alchemico per il Bai- neum Mariae o il segno astrologico per il Leone manifestas- sero qualche relazione pi o meno 'analogica* con il loro con- tenuto, ma altrettanto indubbio che oggi valgono come se- gni convenzionali (simboli nel senso peirciano) e prova ne sia che sono completamente incomprensibili a chi non ne pos- segga il codice. Naturalmente, come si vedr quando si par- ler d senso indiretto, chiunque pu reagire di fronte a un segno convenzionale come di fronte a un reattivo mentale, riempiendolo di significati idiosincratid. Ma questa capadt di trasformare ogni segno in simbolo assai vago decisione pragmatica che pu essere descritta nelle sue possibilit teo- riche ma non normalizzata. Il fatto che qualcuno possa rea- gire di fronte al segno della radice quadrata (che per Peirce era un simbolo) vedendovi 'dentro' indichili significati mi- stici, un fatto eminentemente privato, spesso di competen- za del neurologo. 2.3. Il simbolico come segno retto da ratio difficili!. Del tutto alternative a quella peirdana sono le definizioni di Saussure e Hjelmslev. Saussure [1 906-1 1] chiama /simbo- lo/ d che Peirce chiamerebbe /icona/; Hjelmslev dal canto proprio chiama simbolici i sistemi come i diagrammi e i gio- chi e pone tra i sistemi simbolici tutte le strutture interpreta- bili ma non biplanari, tra cui anche le entit che siano iso- morfe alla loro interpretazione, che siano raffigurazioni o em- blemi, quali il Cristo di Thorvaldsen come simbolo della com- passione, la falce e il martello come simbolo del comunismo, 212 IL MODO SIMBOLICO la bilancia come simbolo della giustizia, o l'onomatopea nella sfera linguistica [1943, trad. it. p. 121]. I segni di cui qui si parla sono quelli in cui l'espressione riproduce, in base ad alcune regole di proiezione, alcune del- le propriet che vengono riconosciute al contenuto, ed que- sto il procedimento di ratio difficili! [Eco 1975]. Questa ac- cezione affine a quella prevalente in logica formale, in alge- bra e in varie altre scienze, e si spiega perch in tutti questi casi si sia parlato di /simboli/. Si aveva presente infatti una relazione di ratio difficili! in virt della quale ogni manipola- zione operata sull'espressione implica delle trasformazioni a livello del contenuto. Cosi se su una carta geografica altero la linea di confine tra Francia e Germania posso prevedere, per semplice manipolazione dell'espressione, cosa accadrebbe se in un mondo possbile (contenuto) la definizione geopolitica dei due paesi fosse diversamente formulata. Si capisce allora perch si parli di 'metodo simbolico* in elettrotecnica riferendosi alle correnti alternate sinusoidali. Proposto da Seinmetz e KenneUy (e non a caso introdotto da Helmholtz, citato da Cassirer) il metodo si fonda sulla possi- bilit di introdurre una corrispondenza biunivoca tra l'insie- me delle funzioni sinusoidali della stessa frequenza (esprimi- bili attraverso 'simboli' assai convenzionati e per nulla 'ana- logici') e l'insieme dei punti del piano di Arnaud e Gauss, dove questione di vettori rotanti . Una rotazione di vettore implica una diversa funzione sinusoidale. Ma proprio esempi del genere suggeriscono che non tutti questi rapporti fondati su ratio diffietlis possono essere chiamati simboli nel senso stretto che si sta cercando di definire: qui il rapporto co- munque codificato in base a regole proiettive, strettamente codificato, e il contenuto a cui l'espressione rinvia non mai vago e nebuloso, n esiste la possibilit di interpretazioni conflittuali e alternative. La linea melodica rappresentata' sul pentagramma riproduce alcune propriet del suono a cui rin- via: infatti piti la nota scritta in alto sul pentagramma pi si rinvia a un suono di maggiore altezza. Ma non c' libert interpretativa. Esiste una regola proporzionale che fa corri- spondere ai punti di una scala ascendente sul pentagramma (altezza dimensionale) incrementi di frequenza (altezza fo- nica) - Ecco perch ci che Saussure e Hjelmslev chiamano /sim- 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI boli/ costituisce ancora un genere assai vasto le cui specie sot- tostanti possono differire per molte caratteristiche contra- stanti. 2.4. Il simbolico come senso indiretto e 'figurato'. Una chiave semantica per identificare il simbolico potreb- be essere: si ha simbolo ogni volta che una data sequenza di segni suggerisce, al di l del significato immediatamente asse- gnabile ad essi sulla base di un sistema di funzioni segniche, un significato indiretto. 'Intendo fare un viaggio in Polonia':' pronunziata da Giovanni Paolo II, questa frase avrebbe in- dubbiamente un significato denotativo interpretabile (o para- frasarle) come f Mi propongo di partire dal Vaticano e di re- carmi per un certo periodo di tempo nella Repubblica popo- late polacca'; ma chiunque ammetterebbe che questa frase ha un senso secondo o indiretto, variamente interpretabile. In altre parole un pontefice non si sposta a caso. 11 viaggio che il papa si propone durer pochi giorni ma i suoi effetti andranno al di l delle modificazioni fisiche rese possibili da quella traslazione. ci che si intende quando si suggerisce che il viaggio pontificio abbia un valore ' simbolico'. Si noti che senso indiretto e relazione di ratio difficili! non coincidono. Nell'esempio del viaggio pontifcio, o dell'asser- zione che lo annunzia, si ha senso indiretto provocato da una formulazione verbale retta da rapporto di ratio difficili!. D'altro canto la mappa della metropolitana di Parigi costi tuita secondo ratio difficili!, ma di per s pu funzionare sen- za che le vengano attribuiti sensi indiretti: essa rappresenta lo stato (o il progetto di uno stato possibile) delle linee sot- terranee in una data metropoli. Come ogni segno pu pro- durre interpretazioni successive secondo inferenze: se modi- ficassi la mappa in tal modo, potrei prevedere cosa avverreb- be nei sotterranei di Parigi e come si modificherebbero i flus- si di spostamento delle masse parigine nelle ore di maggior traffico... Diverso invece il caso dell'imma gin e del serpente che si morde la coda: qualsiasi destinatario dovrebbe essere in grado di riconoscere che l'immagine rappresenta un ser- pente in una posizione inconsueta e, a causa di questa stra- nezza della posizione, dovrebbe inferirne che forse rimmagi- ne vuole dire qualcosa d'altro. Quindi nel senso indiretto si 2I 4 IL MODO SIMBOLICO dovrebbe distinguere la possibilit normale di interpretazio- ne ulteriore dal sentimento della sovrasignificazione che co- glie un destinatario di fronte a un segno la cui emissione ap- pare bizzarra o scarsamente giustificabile in certe circostanze. Todorov [1978] coglie molto bene questa distinzione ma decide di riunire tutti i casi di senso indiretto sotto la rubri- ca del simbolico. C' per Todorov, in ogni discorso, una pro- duzione indiretta di senso. Essa si manifesta nella natura del- l'asserzione, in atti linguistici in cui apparentemente si sug- gerisce ma si vuole fare intendere che si ordina; in elementi paralinguistici che aggiungono una connotazione ulteriore a quanto linguisticamente detto; in frasi rivolte con un senso a X perch Y intenda un'altra cosa... La tipologia pu essere molto ampia, salvo che sorge il sospetto che questa produ- zione di sensi secondi sia fondativa per ogni sistema semio- tico. In ogni caso lo per il linguaggio verbale, a cui Todorov riserva la sua analisi. U segno fa sempre conoscere qualcosa di pi attraverso l'attivit dell'interpretazione che consu- stanziale all'attuazione del contenuto di ogni espressione. Ogni parola si apre sempre a un senso secondo perch com- porta numerose connotazioni, sovente contraddittorie. Ogni espressione linguistica veicola descrizioni di fatti e questi tat- ti possono diventare segno di qualcosa d'altro attraverso com- plessi meccanismi di inferenza. Ogni termine e ogni enun- ciato introducono nel circolo co-testuale nodi di presupposi- zioni. Esiste una attivit di attualizzazione della manifesta- zione lineare di un testo che sempre cooperazione per far dite al testo d che in superfcie non dice, ma in qualche mo- do vuole far sapere al proprio destinatario [cfr. Eco 1979]. Basta che io dica 'Fa freddo in questa stanza' perche il mio asserto possa venire inteso come l'ordine o la preghiera di chiudere la finestra. Il linguaggio per natura produttore di sensi secondi o indiretti. Perch chiamare 'simbolica' que- sta sua propriet? Todorov il primo a riconoscere [1978, p. 16] die segno e simbolo non si distinguono perch l'uno sia arbitrario e il secondo motivato. Egli non pu neppure opporre l'inesauribilit del simbolo all'univocit del segno perch si fa di una delle conseguenze del processo, la descri- zione del processo stesso. Ma allora perch chiamare simbolico ci che semiotico? Non si tratta di pura questione terminologica. Di fatto nella 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI ai j sua tipologia Todorov costretto a porre sotto la stessa egi- da del simbolico fenomeni difformi come a) fenomeni di sem- plice implicatura, per cui una frase detta fuori luogo, o con una insistenza esagerata nel fornire informazioni, lascia pen- sare che il parlante intenda suggerire qualcosa d'altro; e, d'al- tro canto, b) tipici fenomeni di 'simbolismo' poetico in cui una immagine emerge nel contesto e si carica di infiniti signi- ficati possibili, producendo interpretazioni infinite. Certo, Todorov sussume sotto il simbolico tutto ci che stimola (o che prodotto da) interpretazione. Ma questo un tratto ca- ratteristico del semiotico in generale. Todorov cosciente di avere a che fare con somiglianze di famiglia (anche se non usa questo termine): Io non ho una nuova "teoria del simbolo" 0 una nuova "teoria dell'inter- pretazione" da proporre... Cerco di stabilire un quadro che permetta di comprendere come tante teorie diverse, tante suddivisioni irreconciliabili, tante definizioni contraddittorie hanno potuto esistere... Non cerco di decidere cosa sia un simbolo, cosa" sia una allegoria, n come trovare l'interpreta- zione buona: ma di capire, e se possibile di mantenere, ci che complesso e plurale [ibid., p. 2 r]. Fra tutti i progetti buoni per giustificare delle somiglianze di famiglia, ancora uno dei pi ecumenici: simbolico tutto ci che permette l'interpretazione e l'attuazione di un senso indiretto. Ma, co- me si detto, la categorizzazione ancora troppo generica. Questa teoria del simbolo che si nega nel suo stesso porsi, dice solo che, una volta chiuso il dizionario e iniziato a par- lare, tutto nel linguaggio (e certamente anche nei linguaggi non verbali) simbolico. allora simbolica la pratica testua- le, ovvero simbolica la comunicazione nel suo complesso. Se 'simbolica* ogni pratica testuale in genere, a maggior ragione lo sar la pratica testuale retorica, con la quale espres- sione si intendono quelle strategie testuali rette da regole in base alle quali si significa indirettamente attraverso sostitu- zioni di termini o di pi ampie porzioni testuali; con la meta- fora, sostituendo un termine con un altro col quale ha uno o pili semi in comune, con la metonimia, sostituendo un lesse- ma con uno dei propri semi o viceversa, con Pironia, affer- mando x attraverso l'affermazione (di cui viene in qualche modo segnalata l'artificiosit) di non-x, e cosi via. Le sostituzioni retoriche sono indubbiamente un caso ti- IL MODO SIMBOLICO pico di senso indiretto. Apparentemente il linguaggio dice una cosa: ma ci che il linguaggio dice a un livello denotativo sembra contraddire o le regole lessicali o la nostra esperienza del mondo (e quindi, in generale, una qualche regola enciclo- pedica: cfr, l'articolo Significato), /L'automobile divorava la strada/ una espressione che contrasta con le regole, dette di sottocategorizzazione stretta, che assegnano a /divorare/ un oggetto organico e un soggetto altrettanto organico, men- tre assegnano ad /automobile/ un sema o propriet di non- organicit. Siccome la frase dovrebbe essere 'grammatical- mente' asteriscabile, si suppone che essa veicoli un altro sen- so. Di qui il processo di interpretazione sulla base di regole retoriche. /Giovanni entr nella stanza: un bosco fiammeg- giava in un angolo/: l'espressione contrasta con la nostra esperienza del mondo quale stata registrata dall'enciclope- da vigente. Nelle stanze non ci sono boschi. Quindi, se la frase non menzognera, /bosco/ deve significare qualcosa d'altro: si tratter di una metafora, /bosco/ sta per legno ab- bondante nel caminetto. La motivazione pragmatica che spin- ge a interpretare retoricamente che, se sfaccettasse il senso 'letterale' o denotativo, ci si troverebbe di fronte a una men- zogna. L'impulso a cercar chiavi metaforiche nasce dal fatto che l'espressione metaforica viola la massima della qualit delle regole conversazionali di Grice [1967]. Il senso indi- retto va elaborato e attualizzato in modo da gettare va il sen- so diretto. Lo si pu gettar via perch risulterebbe inganne- vole o perch risulta troppo generico (sineddochi generaliz- zanti: una espressione come /la creatura/ troppo vasta, oc- correr vederla come sineddoche per un altro vivente, uomo o animale, di cui il co- testo parla). /H discorso della corona/ espressione menzognera, le corone non parlano. Quindi sa- r una metonimia. E cos via. Ma la regola di disambgu azio- ne retorica vuole che, una volta scoperto il meccanismo di so- stituzione, il contenuto attualizzato non sia vago, ma preciso. La metafora arricchisce la nostra conoscenza dell'enciclope- dia perch incita a scoprire nuove propriet delle entit in gioco, non perch ci intrattiene in una zona interpretativa va- ga in cui non si sa quali entit siano in gioco. Una volta deci- so che /cigno/ sta per donna, si potr a lungo investigare perch una donna possa essere anche cigno, ma rimane indub- bio che quel cigno stava per una donna. Non proibito chiamare 'simbolica' questa propriet del- le sostituzioni retoriche, ma ancora una volta non si iden- tificata una nuova modalit di produzione segnica, semplice- mente si arricchito il dizionario di un nuovo -sinonimo, e con poco profitto. Queste osservazioni sono importanti per capire le ragioni per cui Freud [1899] parla di 'simboli onirici' e per decdere che e in che senso i simboli freudiani non siano simboli nel senso stretto che s sta cercando di individuare. Resosi conto che i sogni contengono immagini sostitutive di qualcosa d'al- tro, Freud studia come il contenuto latente (^pensieri del so- gno) si organizzi, attraverso il lavoro onirico, in discorso o contenuto manifesto del sogno. Egli parla esplicitamente di interpretazione simbolica e di simboli: un pensiero latente si manifesta come deformato e dissimulato [ibid. , cap. rv] ad opera d una censura: il sogno l'appagamento (mascherato) di un desiderio represso, rimosso. Freud rifiuta tuttavia di interpretare, secondo la tradizio- ne classica, il sogno come uba compiuta e organica allegoria. Si trattadi isolare brani e frammenti, uno alla volta, e lavo- rare sulla loro misteriosa meccanica di sostituzione; l'allego- ria ha una logica, il sogno no: Esso procede per condensa- zione e spostamento, in altri termini, anche se Freud non lo dice esplicitamente in quella sede, esso ha una retorica, per- ch procede attraverso i meccanismi tpici della trasforma- ~ zione tropica. Nel sogno della monografia botanica [ibid., trad, it. pp. 261-64], >1 simbolo 'botanico' condensa Grtner, Flora, i fiori dimenticati, i fiori preferiti dalla moglie, un esa- me universitario dimenticato: Ogni elemento del contenu- to onirico si rivela come "sovradeterminato", come rappre- sentato pi volte nei pensieri del sogno mentre singoli pensieri sono rappresentati, anche nel sogno da pi elemen- ti [ibid. , p. 263]. In un altro sogno, Irma diventer una im- magine collettiva con tratti contraddittori. Freud sa che l'immagine onirica correlata al proprio contenuto da ratio diffcitis; essa infatti realizza, manifesta alcune propriet che in qualche modo riproducono propriet del contenuto. Ma come in tutti i casi di ratio dfftis la proiezione da proprie- t selezionate del contenuto a propriet dell'espressione, e nel sogno la pertinentizzazione delle propriet da conservare 218 IL MODO SIMBOLICO segue una gerarchia regolata da esigenze di plasticit, concre- tezza, rappresentabilit [ihid. , pp. 3 1 3-1 4] . Freud sa che i simboli onirici non si presentano come 1 se- gni della stenografia, con un significato fissato una volta per sempre, ma prova il bisogno di fissare il simbolo, ancorare l'espressione a un contenuto discorsivo. Per ancorare 1 pro- pri simboli Freud ricorre a due decisioni teoriche: siccome molti simboli nascono per ragioni private, idiolettali, occorre interpretarli fondandosi sulle associazioni del paziente; ma per molti altri tale simbolismo non appartiene in modo esclusivo al sogno, ma alla rappresentazione inconscia so- prattutto del popolo, e lo si ritrova, pi compiuto che nel so- gno, nel folklore, nei miti, nelle leggende, nelle locuzioni, nel- la sapienza dei proverbi e nelle battute popolar: correnti* [ibid p 323]. E vero che esiste pur sempre una plasticit del sognatore, che pu piegare all'uso simbolico le cose pi varie, ma dall'altro Freud si affanna a pi riprese nelle suc- cessive edizioni e\V Interpretazione dei sogni (1909 , 19 " . i 9 i9 s > a ricostruire un codice del simbolismo onirico in base al quale ombrelli, bastoni, viaggi in treno, scale, e cosi via, tutto abbia un significato riconoscibile. In questa ricerca Freud appare alquanto combattuto: am- mettere un codice onirico significa sfiorare l'ipotesi di un in- conscio collettivo, come far Jung: ma Freud intuisce che occorrerebbe risalire cosi indietro, individuando qualcosa di veramente universale e collettivo che, come in Jung, non po- tr pi essere fissato da un codice. D'altra parte fissare un codice significa riconoscere una legge che regoli la semantica del sogno al di l dei limiti del soggetto sognante. Ancorando la decifrazione dei simboli onirici ai giochi di parole, e sugge- rendo a pi riprese che la conoscenza della lingua parlata dal sognatore pu aiutare a capire suoi meccanismi di sposta- mento e condensazione, egli giustifica la decisione lacaniana di ancorare l'immaginario onirico all'ordine del simbolico. Come dire, il codice pu essere ricostruito, ma non univer- sale e collettivo, storico, semiotico e dipende dalla enciclo- pedia del sognatore. . Ma se da un Iato cerca di ancorare l'interpretazione a ci che la societ (e la lingua) dicono al di fuori del sogno, dal- l'altro Freud avverte die a causa dei legami associativi 1 sogni sono 'plurisignificanri e ambigui' e vanno decodificati in base 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI al contesto e all'idioletto del sognatore. Tuttavia, e ci con- traddistingue la simbolica di Freud, di quelle espressioni am- bgue che sono i sogni occorre pur trovare il significato 'giu- sto'. Atteggiamento che del tutto estraneo ad altre 'simbo- liche' che anzi privilegiano l'inesauribilit e la vaghezza del simbolo. Quella di Freud dunque una retorica, con le sue regole di generazione delle immagini e regole, sia pure assai flessi- bili, di interpretazione contestuale. Nessuno dice che una me- tafora abbia un solo significato (se non in casi che sfiorano la catacresi) ma essa reagisce, nella sua polisemia, a un contesto che fissa delle pertinenze. Se si giudicata troppo ampia l'identificazione di simbo- lico e retorico si dovr giudicare altrettanto ampia l'identifi- cazione, per molti versi affine, simbolico-emblematico. Molti emblemi, imprese, stemmi, hanno certamente un senso se- condo. L'immagine rappresenta un monte, una citt, un al- bero, un elmo, e tuttavia il significato un altro. Pu essere una unit di contenuto riconoscibile: lo stemma rinvia a una casata o a una citt, nel qual caso si ha a che fare con quelle modalit di produzione segnica gi chiamate stilizzazioni [cfr. Eco 1975]. C' un codice, preciso, non c' spazio per l'inter- pretazione. Una stilizzazione come una metafora catacresiz- zata, vuole dire una cosa sola. Anche se, come nelle imprese, si ha a che fare con un testo enigmatico, esso consente una e una sola soluzione. Ripugna chiamare 'simbolo' un rebus o una sciarada. C' un senso secondo, ma tanto prefissato quan- to il primo. Lo stesso accade per le allegorie, ammesso che per allego- ria si intenda un testo (visivo o verbale) che proceda per ar- ticolazione di immagini che potrebbero essere interpretate nel loro senso letterale, salvo che a ciascuna immagine o azio- ne stato assegnato da un codice abbastanza precso un senso secondo : nella misura in cui codificata, l 'allegoria non sim- bolo, non pi di quanto non sa la trascrizione di un messag- gio verbale nel codice delle bandierine navali. 2^5. Il simbolo romantico* Si detto che tipico degli artifici produttori di senso in- diretto il fatto che, una volta colto il senso secondo, si getta 220 IL MODO SIMBOLICO va il primo senso, ritenuto ingannevole. E ci accade di fatto negli esempi di figura retorica o di sostituzione onirica di cui si detto, l dove ci che importa cogliere il 'messaggio profondo' di un enunciato visivo o verbale. Ma k comune esperienza estetica dice che quando una im- magine, una metafora o altra figura retorica vengono colte nel tessuto vivo di un testo capace di produrre attenzione per la sua stessa struttura (carattere autoriflessvo del segno este- tico), allora il senso diretto non viene sacrificato al senso in- diretto: l'enunciato ambiguo rimane sempre a disposizione, per commisurare sempre e sempre pi a fondo i rapporti mol- teplici che legavano senso diretto a senso indiretto. Si era detto all'inizio che l'etimologia di simbolo rives- tiva, perch le due met della moneta o della medaglia spez- zata rinviano, vero, Puna all'altra sino a che Puna appare come presente e l'altra assente, ma realizzano la loro con- cordanza pi soddisfacente proprio quando si ricompongono a formare l'unit perduta. questo l'effetto che sembra pro- durre il messaggio estetico, che in qualche modo vive e prospera della continua commisurazione del significante al significato, del denotante al connotato, del senso diretto al senso indiretto, e di questi alle espressioni fisiche che H veicolavano [cfr. Gadamer 1958]. In questa prospettiva si pu forse capire perch l'estetica romantica ha usato il termine /simbolo/ per designare quella unit inscindibile di espressione e contenuto che l'opera d'arte. Tutta l'estetica romantica pervasa dalla idea di coe- renza interna dell'organismo artistico : l'opera significa infat- ti se stessa e la propria interna e organica armonia, e proprio in tal senso appare intraducibile, 'indicibile', o 'intransitiva' [cfr. Todorov 1977]. Proprio perch l'opera un organismo dove s verifica Inscindibilit di espressione e contenuto, e il cui vero contenuto Popera stessa nella capacit che ha di stimolare infinite interpretazioni, si stimolati non a gettare via l'espressione per attualizzarne i significati, ma a pene- trare l'opera sempre pi profondamente (Kant), e ogni opera d'arte una illusione all'infinito (Wackenroder) . In Schelling l'opera d'arte chiamata espressamente /simbolo/ nel senso di ipotiposi, presentazione, analogia, per cui simbolica una immagine il cui oggetto non significa solo l'idea, ma questa idea stessa, cosi che il simbolo l'essenza stessa dell'arte f r 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI un raggio che cade dirittamente dal fondo oscuro dell'essere e del pensiero sino al fondo del nostro occhio attraver ncb tutta la nostra natura. Se nello schema il generale permette di arrivare al particolare (e si condotti a pensare S3E mi come simbo fi scientifici), e nell'allegoria il particolare con- duce al generale, nel simbolo estetico si realizza la comme- senza e il mutuo gioco di entrambi i procedimenti bu questa base Goethe distinguer il simbolo dall'allego- m L allegorico si distingue dal simbolico perch questo de- signa mdirettamente e quello direttamente* [1797, ed. 1902- 191 2 p. 94] l'allegoria transitiva, il simbolo intransitivo 1 allegona si indirizza all'intelletto, il simbolo alla perce^ ne, 1 allegoria e arbitraria e convenzionale mentre il simbolo e immediato e motivato: si credeva che la cosa fosse l perse stessa e invece si scopre che essa ha un senso secondario II simbolo e immagine (Bild) naturale, comprensibile a tut; mentre I allegoria usa d particolare come esempio del gene- rale, ne simbolo si coglie il generale nel particolare. Nell'al- legoria la significazione obbligatoria mentre il simbolo lo si interpreta e reinterpreta incoscientemente, realizza la fusio- aL T^T' Slgn 3 m lte 0056 esprime Vindici- perche il suo contenuto sfugge alla ragione. Il simboli- srno trasforma 1 esperienza in idea e Pidea in immagine, in modo che 1 idea ottenuta neU'immagine rimanga sempre infi- nitamente attiva e irraggiungibile, e, per quanto espressa in tutte le lingue, rimanga inesprimibile. L'allegoria trasforma ^fr, 3 m ^.conctto e il concetto in una immagine, ma in modo che neU immagine il concetto sia sempre definito contenuto ed espnrnibile [Goethe I 8o 9 - 3 2 J ed. 1926 V 1112-13]. * * y Se la categoria del simbolico si propone come coestentiva a quella dell estetico, si ha qui una semplice sostituzione di terroni: la simbohcit non spiega l'esteticit pi di quanto 1 esteticit non spieghi la simbolicit. Tipico delle estetiche romantiche e descrivere l'effetto che Popera d'arte produce non il modo in cui lo produce. L'estetica romantica non met-' te a nudo 1 artificio, come avrebbero detto i formalisti russi, ma racconta 1 esperienza di chi soggiace al fascino dell'artifi- cio In tal senso non spiega il mistero dell'arte ma raccon- ta ^esperienza di chi ritiene di soggiacere al mistero dell'arte iissa pone una equazione tra simbolico, estetico e inespri- 222 IL MODO SIMBOLICO mibile (e infinitamente interpretabile; ma ci facendo gioca su alcune pericolose omonimie. Confonde infatti tra inter- pretazione semantica e interpretazione estetica, e cio tra un fenomeno squisitamente semiotico e un fenomeno, come quello estetico, che non del tutto risolvibile in termini se- miotici. , Dire di un termine o di un enunciato che e infinitamente interpretabile significa dire, con Peirce, che di esso si posso- no predicare tutte le pi remote conseguenze illative ma que- sta interpretazione, pi che arricchire il termine o l'enunciato di partenza, arricchisce la conoscenza che il destinatario ha o potrebbe avere della enciclopedia. Ogni segno - dovuta- mente interpretato - porta a conoscere sempre meglio il ^Dire di un'opera d'arte che infinitamente interpretabile significa invece dire che non solo se ne possono attualizzare svariati livelli semantici, ma che comparando di continuo il senso che essa porta ad attualizzare con l'espressione mate- riale che questo senso veicola, si scoprono sempre nuovi rap- porti fra i due piani, facendo intervenire anche meccanismi che immediatamente semiotici non sono (sinestesie, associa- zioni idiosmeratiche, percezioni sempre pi affinate della te- stura stessa della sostanza espressiva) in modo da conoscere sempre meglio la natura particolare di quell'oggetto. In termini hjelmsleviani l'interpretazione semiotica que- stione di forme, l'interpretazione estetica (anche) questione di sostanze. Julia Kristeva direbbe che nella pratica poetica il simbolico si compromette con le profondit della chra se- miotica. Se usare il termine /simbolo/ significa denominare queste caratteristiche specifiche dell'esperienza estetica, allora si do- vr rinunziare a parlare di simbolo religioso, misterico e cos via. Si vedr pi avanti che nella nozione di simbolo in senso stretto compresa indubbiamente anche una componente estetica, ma ci si chiede se si debba del tutto appiattire l'e- sperienza simbolica sull'esperienza estetica. Questa tentazione certamente presente nel pensiero ro- mantico. Una delle pi influenti teorie del simbolismo, quel- la di Creuzer, parla dei simboli come di epifanie del divino (poi elaborate dal clero e irrigidite in simbologia iniziatica). Le idee costitutive delle dottrine religiose affiorano dai sim- 2. APPROSSIMAZIONI ED ESCLUSIONI ,223 boli come un raggio che giunge dalle profondit dell'essere e del pensiero [1 8 10-1 2, 1, p. 35] e certo questa definizione ha influenzato molta simbolica posteriore. Ma Creuzer ricor- da che anche una statua greca un simbolo plastico, il sim- bolo (anzi) nella sua nuda plasticit. Di nuovo si prova un senso di malessere: da un lato l'idea di smbolo pareva allu- dere a profondit inesauribili che una qualche manifestazio- ne svela e nasconde al tempo stesso (c' una definizione di Carlyle nel Sanar Resortus (1838) per cui nel simbolo si ha insieme occultamento e rivelazione) e dall'altro si offre l'e- sempio di una forma d'arte in cui tutto appare presente e sve- lato. Il problema : il simbolo strumento di rivelazione di una trascendenza (e allora inesauribili sono sia il trascenden- te svelato sia il rapporto di disvelamento tra simbolo e tra- scendenza) oppure il simbolo la manifestazione di una im- manenza, e allora inesauribile il simbolo stesso, dietro al quale non sta nulla. Tutto diventa diverso se il termine /simbolo/ non indica invece l'effetto estetico nella sua generalit, ma un partico- lare effetto semantico che l'arte pu usare o non usare, e che si propone anche al di fuori della sfera dell'arte, come paiono suggerire le distinzioni goethiane. Ma nell'estetica romantica si pongono i prodromi di una totale estetizzatone dell'espe- rienza, e questa distinzione diventa alquanto difficile, In tal senso molto pi esplicito e rigoroso Hegel, per il quale il simbolico sojo uno dei momenti dell'arte e trova le proprie radici prima e al di fuori dell'arte. VEstetka forse una delle trattazioni pi rigorose, nei termini della sistema- tica hegeliana, dei problemi del simbolo, e aiuta ad appres- sarsi alla nozione di modo simbolico. Il simbolo hegeliano rappresenta l'inizio dell'arte o la pre- arte (l'arte raggiungendo il proprio massimo sviluppo nella dialettica ascendente delle tre forme simbolica, classica e ro- mantica). Simbolo in generale un'esistenza esterna che immediatamente presente o data aU'm trazione, ma che non deve essere presa in base a lei stessa, cosi come immediata- mente s presenta, bens in un senso pi ampio e pi univer- sale. Quindi nel simbolo vanno subito distinti due lati: il si- gnificato e la sua espressione- [1 8 17-29, trad. it. p. 344]. Il simbolo un segno, ma del segno non ha l'arbitrariet delia correlazione fra espressione e significato. Il leone simbolo 224 IL MODO SIMBOLICO del coraggio e la volpe dell'astuzia, ma entrambi posseggono le qualit di cui devono esprimere il significato. 11 simbolo dunque, si direbbe oggi, analogico. Ma analogico in forma insufficiente, c' una sproporzione tra simboleggiante e sim- boleggiato: il simboleggiante esprime una delle qualit del simboleggiato, ma contiene altre determinazioni che non han- no nulla a che vedere con ci a cui questa forma rimanda. A causa di questa sproporzione esso fondamentalmente am- biguo [ibid. t p. 346]. 1 L'ambiguit tale che nascono sovente dubbi sulla simbo- licit di una immagine. E quindi non si parler di simbolicit, come fanno Creuzer e altri romantici, per gli di greci nella misura in cui l'arte greca li pone come individui liberi ed in s autonomamente conchiusi... sufficienti per se stessi [ibid., p. 355]. 11 simbolico nasce come pre-arte quando l'uomo ne- gli oggetti naturali intravvede (ma non vi identit assoluta) il sentimento superiore di qualcosa di universale ed essen- ziale. Ma in queste prime fasi in cui si cerca di spiritualizzare il naturale e moralizzare l'universale si hanno risultati fan- tastici, confusi, misti di fermenti ed ebbrezza, in cui l'arte simbolica sente l'inadeguatezza delle proprie immagini e vi rimedia deformandole sino alla smisuratezza di una sublimi- t semplicemente quantitativa. Sarebbe lungo ripercorrere le fasi (simbolismo incosciente, simbolismo della sublimit, simbolismo cosciente del parago- ne) per cui dai primi simboli delle religioni e dell'arte orien- tale antica si arriva alle favole, alle parabole e agli apologhi, all'allegoria, alla metafora e alla similitudine e alla poesia di- dascalica classici e moderni. Quello che pare importante nel- la idea hegeliana che il momento simbolico non deve essere identificato con quello artistico, e che vi sempre nel simbo- lo una tensione, una sproporzione, una ambiguit, una preca- riet analogica. Nel simbolismo vero e proprio le torme non significano se stesse n portano a coscienza il divino in- tuibile come esistente immediatamente in esse. Piuttosto que- ste forme alludono ad un pi ampio significato loro affine* [ibid., p. 396]. Il smbolo enigma, e la Sfinge il simbolo del simbolismo stesso [ibid., p. 407]. Nelle su& manifesta- zioni primordiali il simbolo sempre una forma che deve possedere un significato senza essere in grado di esprimerlo completamente. Solo nella fase pi matura il significato sar 3. IL MODO SIMBOLICO espresso esplicitamente (simbolismo del paragone) ma a que- sto punto ci si avvia gi alla morte dialettica del simbolico che si va trasformando in direzione di una pi alta maturit. Si gi infatti a quelle forme che si sono escluse dall'ambito del simbolico in senso stretto, come le figure retoriche. Tuttavia ci sono elementi per cui la teoria romantica del simbolo si apparenta ai procedimenti, che si vanno indivi- duando, di modo simbolico. Essa usa il termine /simbolo/ per contrassegnare l'indicibilit e intraducibilit dell'espe- rienza estetica. Ora chi scrive ritiene che, se non le esperien- ze estetiche individuali (sempre intessute di elementi diosin- cratici), le condizioni testuali di una esperienza estetica pos- sano essere Mette', descrtte e giustificate. Ma non questo il punto. che ci sono indubbiamente esperienze semiotiche intraducibili, dove l'espressione viene correlata {sia dall'e- mittente sia da una decisione del destinatario) a una nebulosa di contenuto) vale a dire a una serie di propriet che s riferi- scono a campi diversi e difficilmente strutturatali di una data enciclopedia culturale: cosi che ciascuno pu reagire di fron- te all'espressione riempiendola delle propriet che pi gli aggradano, senza che alcuna regola semantica possa prescri- vere le modalit della retta interpretazione- questo il tipo di uso dei segni che si deciso di chiamare modo simbolico, ed indubbiamente a questa nozione 'simbolica' dell'opera d'arte che si riferivano le estetiche romantiche. 3 . Il modo simbolico. 3.1. Gli archetipi e il Sacro. Per definire una nozione di simbolismo in senso stretto si era deciso di riconoscere come rilevanti le seguenti propriet: non solo una presunzione di analogia fra simbolizzante sim- boleggiato (per quanto le propriet 'simili' possano essere ri- conosciute e definite in vari modi) ma anche una fondamen- tale vaghezza di significato. Una espressione, per quanto do- tata di propriet precise che in qualche modo si vogliono si- mili alle propriet del contenuto veicolato, rinvia a questo contenuto come a una nebulosa di propriet possibili. Una 226 IL MODO SIMBOLICO simbolica di questo tipo rinvenibile nella teoria jungiana degli archetipi. Jung contrappone, come noto, a uno strato superficiale dell'inconscio (personale) uno strato pi profondo, innato e collettivo che ha contenuti e comportamenti che {cum gra- no salis) sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui [1934, trad. it. p. 3]. I contenuti dell'inconscio collettivo so- no i cosiddetti archetipi. Tipi arcaici, immagini universa- li presenti sin dai tempi remoti, rpresentations collectives (Lvy-Bruhl) ovvero figure simboliche delle primitive visio- ni del mondo [ibid. , p. 4] . Questi simboli sono rappresenta- zioni lunari, vegetali, solari, meteorologiche, pi evidenti ma pi incomprensibili nel sogno e nelle visioni che nel mito. Questi simboli non possono essere esaurientemente in- terpretati n come serncia (segni) n come allegorie [ibid., p. 36], Sono simboli autentici proprio perch sono plurivoc, carichi di allusioni, inesauribili. I principi basilari dell'incon- scio, le pxai, nonostante siano riconoscibili, sono, per la lo- ro ricchezza di riferimenti, indescrivibili. Nessuna formula- zione univoca possibile: essi sono contraddittori e parados- sali, come lo spirito , per gli alchimisti, simul senex et iuve- nis [ibd.'. Il simbolo rimane fresco quando e indecifrabile. I simboli classici e cristiani, sottomessi a tanta esegesi e a tanta discus- sione culturale, sono ormai avvizziti per noi, cosi che si pu credere di provare nuovi brividi simbolici di fronte ai sim- boli stranieri e agli di asiatici che hanno ancora del mano. cui attingere. La posizione jungiana sembra chiarissima. Perch ci sia simbolo ci deve essere analogia, ma soprattutto nebulosit di contenuto. Una semiotica che implica un'ontologia e una me- tafisica, certo. Ma senza un'ontologia e una metafsica del Sa- cro, del Divino, non c' simbolismo e non c' infinit di inter- pretazione. Naturalmente la tentazione quella di interpretare il sim- bolo, tentazione sempre presente nel mistico, come ricorda Scholem nei suoi studi sul cabbalismo e sulla mistica giudai- ca. L'esperienza mistica fondamentalmente amorfa, inde- terminata, inarticolata. Anche il testo sacro sotto gli occhi del mistico perde la sua forma e ne assume una diversa: La parola dura, in certo modo univoca, inequivocabile della rive- 3- IL MODO SIMBOLICO lazione viene ora colmata di un senso infinito... La parola as - *>l U tt in se stessa ancora priva di significato ma 4 p ina di significato [i960, trad. it. pp. x 6-7 7 ] P g L>i qui la dialettica fra tradizione e rivoluzione orooria di ZT^Tl Che ndJa sua esperienza po- a ^T. 0 ^^ ^ er0 ^Igere le verit deh dogma. D qui la sua necessita di procedere per simboli, dato che per la loro stessa natura i simboli esprimono qualcosa chTnonha espressane ^ mondo cfcU'esprirmbile [E 30] (Si H m, S co utilizza magari vecchi simboli ma conferendo S ' Simb U nU V rempt * W*it.E oroori?^ mStC ) ^ mS ,V ra m all'estremo la propria espenena ,ptocfc ^'esperienza amorfa delle pro- K5^ t Simh h * e k kimono, alla distruzione nrZ de,Uutom - *G contenuto dell'esperienza umana ultima, e cio mistica, la vita un continuo cces^ dt distruzione, nel quale e dal quale le forme emergono^ peressere afferrate e dissolte [ibid , p 39 ] ^ n!^ 6 ? 9 ^ SOne fra hmo r azio ^ rivoluzionaria (al limite un^ S Ca) 6 n F" *** ^ do ^ a viene b iHustratTda una esperienza di visione simbolica descritta da Jung Frate SnT if t "UT- Sta W Mato volto Espe- rienza ebe Jung definisce terrificante. Infatti questa virio- SZSSr* \ im r gm m a ^convmcereSina^ mS? 11^ f 16 VISIOm 4150110 " te co1 materiale pri- SlftSfT^ ^ sempiterna espe- rienza della venta, di cui hanno sempre dischiuso aU'uomoil presentimento, proteggendolo contemporaneamente daW non ^? * [I934 ' k " ?" * W Niklaus non potrebbe resistere alla tremenda esperienza del numi noso se non elaborando, traducendo il simbolo. La chianfi- cazione fu raggmnta suli'aliora granitico terreno del dogma che mostr la propria forza di assimilazione trasformando S?m?jr? te ^!f VV ndIa ^ tuiaonedel- su un ^ ? 3Vrebbe P 01 "* 0 3nche av luogo s eT^r C mpIetamen [ e ^r tSO: W* n deUa visione dT'Jfr ^ probabilmente a danno del concetto cristiano di Dio e indubbiamente ancor pi a 228 IL MODO SIMBOLICO danno del frate Niklaus, che in quel caso non sarebbe diven- tato beato, ma magari un eretico (se non addirittura un folle) e avrebbe forse terminato la vita sul rogo [ibid. , p, io]. Si deve a questa violenza dell 'esperienza simbolica se i simboli vengono poi addomesticati, uccidendone la forza. Il che ovviamente vero se la simbolica sorretta da una meta- fisica del Numinoso; in una prospettiva pi positivistica il problema si pone in modo diverso [cfr. Firth 1973, trad. it. pp. 194 sgg.]. Il simbolo mistico spesso privato. Come se ne sancisce l'accettazione pubblica? Il visionario di partenza un detonatore del simbolo, ma subito si rende necessario un elaboratore che pubblicizza il simbolo e ne fissa i signifi- cati, per quanto liberalmente possa agire. Nel caso di frate Niklaus detonatore ed accorto elaboratore coincidono. Nel caso di santa Margherita Maria Alacoque, studiata da Firth, l'elaboratore il suo confessore gesuita che pubblicizza e in- terpreta le sue visioni del Sacro Cuore di Gesirelaborando un vero e proprio culto. E quanto alla potenza analogica del sim- bolizzante, Firth nota che il culto del Sacro Cuore si fortifica proprio quando ormai la scienza e persino la coscienza comu- ne sanno che il cuore non pi la sede degli affetti : ma an- cora Pio XII parler del Sacro Cuore come 'simbolo naturale' dell'amore divino. Simbolo naturale per chi, con rara se pur inconscia sensibilit semiotica, identifichi la natura con l'en- ciclopedia. Pio XII sapeva che la sede degli affetti non il cuore, ma sapeva anche che l'intertestualit parla ancora di 'cuore spezzato' e di 'amore, amore, amore che fa piangere il mio cuore*. Quello che conta, nell'uso simbolico del Sacro Cuore, non la debolezza delle analogie che rinviano dall'e- spressione al contenuto, ma appunto la vaghezza del conte- nuto, Certamente il contenuto del /Sacro Cuore/ non una serie di proposizioni teologiche sull'amore divino, ma ima se- rie assai incontrollabile di associazioni mentali ed affettive che ciascun credente (quanto pi ignaro di teologia) potr proiettare nel smbolo cardiaco. In altri termini, il simbolo un modo per disciplinare queste associazioni, e le pulsioni che le muovono cosi come santa Margherita Maria Alacoque avr proiettato nel suo simbolo mistico tendenze e tentazioni che, non dovutamente controllate, avrebbero potuto condur- la al delitio incontrollato dei sensi. Affinch si possa vivere il smbolo in senso stretto come 3- IL MODO SIMBOLICO 229 naturale e inesauribile occorre per ritenere che qualche Vo- ce Reale parli attraverso di esso. Su queste basi si articola la opaco perche e dato per mezzo di una analogia; prigioniero 1 obiezione di Firth e ricorda forse che Jung aveva detto che ^1 archetipi sono universali ma cum grano salis); e non si d se non attraverso una interpretazione che resta problematica mente mito senza esegesi niente esege 51 senzl contestazio-' ZliP ' P ,' " 3 ; *?" ** lcU " sia sbnboIo > deve esserci una venta a cui ]J simbolo rinvia. Il simbolo parola dell'essere hadeggenanamente La filosofia implicita della fenomeno-' logia della religione e un rinnovamento della teoria della re 2J ^-J- Eppure Ricceur sa bSdStS^ psicanahtica, e soprattutto la lezione freudiana Avvenire di un tifone, dice ben altro: il simbolo religioso non parla del Sacro, ma par a di un rimosso. Salvo che nella ermeneu- tica di Ricceur le due prospettive rimangono complementari l t ^ W^T Una r g lare 'P Iarit ' e ^angono in-' erpretabili in due sensi, l'uno volto verso la risorgenza con- tinua deUe figure che stanno 'dietro', il secondo verso l'emer- genza delie figure che stanno 'davanti'. L'inconscio che si stati e il Sacro che si deve essere: Freud e Heidegger riletti ut chiave hegeliana I simboli raccontano questa S e que- sta direzionalit della coscienza umana come entit storica e eclettica. La coscienza come compito. L'escatologia della co- scienza come continua ripetizione creatrice della sua archeo- logia. Senza che vi sia una fine e un sapere assoluto. E senza dunque che 1 ermeneutica assegni ai simboli una verit finale e un significato da mettere in codice. ' : - 3.2. Ermeneutica, decostruzione, deriva. TUMflt"' "J? 0010 P T ^ tch P reraeva tOt arrivare alla definizione di un modo simbolico. In una tradizione cui- turale quale ia nostra, in cui da pi di duemila anni si parla di /simbolo/ (e si e visto quante volte, se non a sproposito, al- meno in senso equivoco e troppo disinvolto), una idea d sim- bolo m senso stretto agisce invece anche l dove la parola simbolo non viene mai nominata, o non costituisce comun- que una categoria fondamentale IL MODO SIMBOLICO Ricoeur ha mostrato il legame strettissimo fra simbolismo (in senso stretto) ed ermeneutica (e, ovviamente, fra erme- neutica e problema di una Verit che parla attraverso i sim- boli, a saperla ascoltare, o leggere). L'ermeneutica dunque deve intendete il linguaggio in chiave simbolica. La ricerca deUa verit come processo di interpretazione; il linguaggio come il luogo in cui le cose vengono autentica- mente all'essere. L'ermeneutica heideggeriana si fonda... sul presupposto che ci che rimane nascosto non costituisce il limite e lo scacco del pensiero, ina anzi il terreno fecondo su cui, solo, il pensiero pu fiorire e svilupparsi [Vattimo 1963, p, 150]. La struttura appello-risposta propria dell'in- terpretazione non mossa da un ideale di esplica tazione to- tale: essa deve lasciar libero (freilassett) d che si offre all'in- terpretazione. Ci per cui un pensiero vale... non quello che esso dice, ma quello che lascia non detto facendolo tutta- via venire in luce, richiamandolo in un modo che non quel- lo dell'enunciare [ibid. , p. 152]. L'interpretazione non ha punto di arrivo (guai a frate Nikkus! ) La parola non segno (Zete he n), ma zeigen 'mostrare'. Di qui l'originaria poeticit del linguaggio (dove si intrawedono legami non occulti con la teora romantica della simbolicit di tutto l'estetico). Si ricordi la suggestione etimologica insita nella parola /simbolo/: qualcosa sta per qualcosa d'altro, ma entrambe ritrovano un momento di massima pregnanza quando si ri- compongono in unit . Ogni pensiero simbolico cerca di scon- fggere la differenza fondamentale che costituisce il rapporto semiotico (espressione presente, contenuto in qualche modo assente) facendo del simbolo il momento in cui l'espressione e il contenuto inesprimibile in qualche modo si fanno una cosa sola, almeno per chi vive in spirito di fede l'esperienza della simbolicit. Difficile dire se l'ermeneutica heideggeriana porti neces- sariamente a queste conclusioni. In ogni caso a queste con- clusioni porta ogni pratica ermeneutica che decida di inten- dere ogni testo come simbolo e quindi come infinitamente interpretabile e, come si suol dire oggi, decostruibile. Detto in termini crudamente semiotici, una espressione a cui corrisponde una nebulosa non codificata di contenuti pu apparire la definizione di un segno imperfetto e socialmente inutile. Ma per chi vive l'esperienza simbolica, che sempre 3- IL MODO SIMBOLICO in qualche modo l'esperienza del contatto con una verit (tra- scendente o immanente che sia), imperfetto e inutile il se- gno non simbolico, che rinvia sempre a qualcosa d'altro nella fuga illimitata della semiosi. L'esperienza del simbolo sem- bra invece, a chi la vive, diversa: la sensazione che ci che veicolato dall'espressione, per nebuloso e ricco che sia, vi- va in quel' momento wi/'espressione.' Questa indubbiamente l'esperienza di chi interpreta este- ticamente un'opera d'arte, di chi vive un rapporto mistico (comunque i simboli gli appaiano) e di chi interroga un testo nel modo simbolica. Assumere il testo (e quel Testo per eccellenza che sono le Sacre Scritture) come simbolo antica esperienza mistica. Dice Scholem a proposito della mistica cabbalistica che i mistici ebrei hanno cercato di proiettare nei testi biblici loro propri pensieri [i960, trad. it. p. ,44]. In effetti ogni let- tura 'inesprimibile' di un simbolo partecipa di questa mecca- nica proiettiva. Ma nella lettura del Testo secondo il modo simbolico lettere e nomi non sono solo mezzi convenzionali di comunicazione. Sono molto di pi. Ognuno di essi rappre- senta una concentrazione di energia ed esprime una ricchezza di senso che non pu essere tradotta nel linguaggio umano, o almeno non lo pu essere in modo esauriente [tbid., p. 48]. I cabbalisti non partono dal concetto di senso comunicabile: Per loro la circostanza che Dio dia espressione a se stesso, anche se tale espressione pu essere lontanissima dalle possi- bilit umane di conoscenza, infinitamente pi importante d qualsiasi significato'' specifico che tale espressione po- trebbe comunicare [ibd., p. 57], Dice Io Zhar che in ogni parola brillano mille luci [ci- tato tbtd.tp. 81], AI limite, l'illimitatezza del senso dovuta alla libera combinabilit dei significanti, che solo per acci- dente (nel testo) sono legati in un dato modo, ma che potreb- bero essere combinati in modi diversi, attuandone, come si dice oggi, una infinita deriva. In un manoscritto di rabbi Eliyyhu Kohn Ittamari di Smirne, riportato da Hayyim Yosep Dwid AzQlay, si dice perch il rotolo deUa T'rh do- vette essere scritto per l'uso sinagogale secondo la norma rab- binica senza vocali e senza interpunzione. Questo stato di co- se contiene un riferimento allo stato della Trh quando essa esisteva al cospetto di Dio prima di essere trasmessa. Da- IL MODO SIMBOLICO vanti a lu c'era una serie di lettere che non erano congiunte in parole, come accade ora, poich la disposizione vera e pro- pria delle parole doveva avvenire secondo il modo e la ma- niera in cui si sarebbe comportato questo mondo inferiore;* [citato ibid., p. 95]. Quando il Messia verr, Dio eliminer la presente combinazione di lettere e parole e metter insie- me in modo diverso le lettere a formare altre parole che par- leranno di altre cose. Dio un giorno insegner a leggere la TSrab in un altro modo libid. , pp. 95"9 6 1- M* al' 0 18 let " tura stessa della Trah cosi com' pu essere condotta in que- sto spirito di libert . Dice ancora Azlay che se l'uomo pro- nuncia parole della Torah, genera continuamente potenze spi- rituali e nuove luci che escono come farmaci da combinazioni quotidianamente nuove degli elementi e delle consonanti. E quindi persino se per tutto il giorno legge soltanto questo unico verso raggiunge la beatitudine eterna, perch in ogni tempo anzi in ogni attimo, cambia la composizione [degli elementi interni del linguaggio] secondo lo stato e l'ordine gerarchico di quell'attimo, e secondo I nomi che sfavillano in questo attimo [ibid. , p. 97I - , Questa disposizione a 'decostruire' il testo secondo un modo simbolico (rendere aperto e ^esprimibile, ma ricco di significati possibili, ci che appare troppo bassamente lette- rale) non tipica della sola mistica ebraica. Anzi, se si sono riportati questi brani stato per fornire un pedigree tradizio- nale a molte teorie che, figlie di una ermeneutica pi o meno deformata, parlano oggi del testo come luogo di una infinit di interpretazioni, dove mettendo in deriva i significanti, separati dal loro significato normale, si realizza una lettura sintomae e trasparente e (anche in contesti epistemologia sprovvisti della categoria di verit) si profila, indistinguibile dall'atto stesso della lettura, una certa verit. Si legga l'appassionante dibattito avvenuto tra John bear- le uomo denotativo e letterale, che crede che la menzione copyright voglia dire che un brano non pu essere riprodotto senza permesso, e Jacques Derrida che, quanti altri mai rab- binico e cabbaHstico, dalla semplice menzione del copyright trae occasioni per infinite inferenze sulla fragilit deU'altrui linguaggio, e la sua infinita decomponibilit. Ci si trover di fronte a una perfetta messa in opera del modo simbolico ri- spetto a testi che originariamente non volevano comunicar 3. IL MODO SIMBOLICO 233 per simboli. Ridotta al rango di Trb, la parola di Searle infinitamente decostruita, d modo a Derrida di leggere altro' sempre Altro da ci che l'avversario credeva di dire e da cui stato detto. Derrida ti 977] contesta il modo in cui Searle [1977] ha letto Derrida [1972]. La sua unica debolezza di pretendere che Searle legga il suo testo nel modo 'giusto': ma nel cercare di mostrare all'altro come il suo testo andasse letto, Derrida ribadisce esemplarmente la sua teoria di una lettura infinita capace di prescindere dai significati che l'altro voleva comu- nicare, e da ogni codice che tenti di imporre negli interstizi di un testo la presenza di un significato. Per non irrigidire il testo derridiano in una interpretazione (quale una traduzione sempre ) non rimane che riportarlo nella lingua originale: La logique et la graphique de Sec [Signature Evenement Contexte] mettent en question jusqu a la securitdu code et du concep de code. Je ne peux pas m'engager ici dans cette voie afin de ne pas compliquer davantage une discussion dj trop lente, surdtermine et surcode de tous cts, Je si- gnale simplement que cette voie est ouverte dans Sec ds la premire des trois parttes, prcisement partir de la phrase suivante : " Consequence pcut-tre par adorale du recours que jefais en ce moment l'itration et au code: la disruption, en dernire analyse, de Pautorit du code comme sys trne fini de rgles; la destruction radicale du mme coup, de tout con- teste comme protocole de code" (pp. 375-76, tr. p. 180). Et cette mme voie, celle d'une iterabilit qui ne peut tte que celle qu'elle est dans Yimpuret de son identit soi (la rpe- tition altre et l'altration identifie), est baliste par les pro- posmons suivantes: "S'agissant maintenant du contexte s- miotique et interne, la force de rupture n'est pas moindre: en raison de son itrabilit essentielle, on peut toujours pr- lever un synragme crit hors de l'enchaneraent dans lequel il est pris ou donne, sans-lui faire perdre toute possihilit de fonctionnement, sinon toute possibilit de 'communkation' prcisement. On peut ventuellement lui en reconnatre d'au' tres en Pinscrivant ou en le grefant dans d'autres chanes. Aucun contexte ne peut se dor sur lui. Ni aucun code, le code tant ici la fois la possibilit et l'impossibilit de l'- cnture, de son itrabilit essentielle (rpetition/altrit) " (p 377 tr. p. 182), et "...par l [par Pitrabilit ou la citatio- IL MODO SIMBOLICO tialit quelle permet] il [tout signe] peut rompre avec tout conteste donne, engendrer l'infini des nouveaux contextes, de facon absolument non saturable. Cela ne suppose pas que la raarque vaut hors contorte, mais au contraire qu'il n'y a que des contextes sans aucun centre d'ancrage absolu" (p. ? 8i f tr. pp. 185-86) Ei977> PP- 36-37L . Salvo che, in questa ultima epifania del modo simbolico, il- testo come simbolo non viene pi letto per cercare una ve- rit che stia altrove: la verit sta nel gioco stesso della deca- struziotie, nel riconoscete il testo come tessuto di differenze e di varchi. Ma le cose stanno cosi, che anche il bianco, gli spazi vuoti nel rotolo della Torah sono costituiti d lettere, solo che noi non siamo capaci di leggerle allo stesso modo che leggiamo il nero, Ma nell'et messianica Dio riveler anche le parti bianche della Torah, quelle lettere che per noi, ora, sono diventate invisibili, ed questo che s'intende quando si parla della "nuova Torah" [rabbi Lewi Yishq, citato in Scholem i960, trad. it. p. 105]. Il riconoscimento lacaniano dell'ordine simbolico come ca- tena significante, ispirando le nuove pratiche di decostruzio- ne e di deriva, ha portato le pi recenti ermeneutiche seco- lari a riscrivere di continuo, in ogni lettura, la Nuova Tdrab. Occorreva arrivare per approssimazioni ed esclusioni al modo simbolico per scoprire l'attualit (e l'epistemologia re- mota) di una decisione di percorrere il mondo come una fore- sta di 'simboli'. '* 4. Il modo simbolico 'teologale' (e le sue reincarna- zioni). Pare a chi scrive che il modo simbolico sia una tentazione ricorrente di varie culture e d vari periodi storici; e d'altra parte che la sua diffusione risponda a criteri di controllo so- ciale delle pulsioni individuali e collettive. Per questo si pu seguirne la genesi e lo sviluppo in un'epoca storica partico- lare, presumendo di metterne in luce delle costanti che, coti le dovute variazioni, si manifestano in altre epoche. E non perch si ritenga che lo 'spirito umano' funzioni secondo meccanismi sovrastorici, ma perch la cultura una catena di testi che istruiscono altri testi, di concrezioni enciclopediche 4. IL MODO SIMBOLICO 'TEOLOGALE 1 che si trasformano lentamente le une nelle altre, le vecchie lasciando le proprie tracce nelle nuove. E quindi vedere come si articola la pratica simbolica in un'epoca significa intuire come le e pervenuta dalle epoche precedenti e come essa la trasmette alle epoche a venire. Se ora si soffermer l'atten- zione sulla nascita e crescita del modo simbolico fra tardo pa- ganesimo e mondo medievale perch si ritiene che ancora oggi 1 modi simboUci vengano elaborati su quella traccia e in virt (o vizio) di quella lezione. I poeti pagani scrivevano, probabilmente, credendo agli dei di cui parlavano. Ma dal vi secolo, con Teagene di Reg- gio, uno agli stoici si decide che della poesia e del mito si pu dare una lettura allegorica. II metodo allegorico secolariz- zante o demitizzante (le storie degli dei parlano in effetti del- la struttura fisica del cosmo) e necessita, di un codice di un sistema di trascrizioni (dal nebuloso, dal fantastico e dall'in- determinato al determinato e al razionale o razionalizzabile) Ma una volta che il processo stato iniziato perch non in- vertirlo, procedendo dal determinato all'indeterminato^ Op- ^ Iedue P ratiche? Mentre nel r secolo d. C. File- ne di Alessandria propone una esegesi veterotestamentaria a carattere secolarizzante, come gli stoici, il mondo cristiano tenta 1 operazione inversa con Clemente di Alessandria e con Origene. Difficile parlare di Dio (mentre si sta formando la nuova teologia) ma facile parlare delle Scritture: i testi sono l- Sal- vo chele Scritture sono due, l'antica e la nuova. Se gli gno- stici affermavano che solo il Nuovo Testamento era valido Origene cercher di mantenere la continuit delle due Scrit- ture e di fondare una linea di pensiero giudaico-cristiano, at- traverso la lettura parallela dei due Testamenti. Nasce a que- sto punto il 'discorso teologale' [cfr. Compagnon 1979] che non discorso su Dio ma sulla sua Scrittura. In Origene l'opposizione Antico/Nuovo si intreccia con opposizione Lettera/Spirito. Il divario fra lettera e spirito si manifesta in entrambi i Testamenti: c' in entrambi un sen- so letterate, un senso morale o psichico, e un senso mistico o pneumatico. Per Origene il senso morale funziona anche per il non cristiano (da cui la triade: senso letterale-tropologico- aliegonco o tipologico). Pi avanti la triade generer quattro livelli di lettura, dove il senso morale dipender da una cor- , IL MODO SIMBOLICO 236 retta interpretazione allegorica gi ispirata dalla letterale-pologico-tropologico-anagogico ( Luter gesta 1 ao- cet, quid credas allegoria, | moralis quid agas quo tendas anagogia, Agostino di Dacia, 11 secolo). k teonadei quattro sensi che via via, attraverso Seda, arriver smo a Dante [Epistola XII I\. Apparentemente la teoria dei quat- tro sensi non rinvia al modo simbolico: per leggere m modo 'giusto' occorrono delle regole, dei codici * lettura, Si sareb- be allora al senso indiretto ma non simbolico m senso stretto. Ma veramente cos? Per ritenere i quattro sensi come gi dati occorre una tradizione esegetica: ma perch questa tradizione esegetica si formi occorre che 1 due Testamenti siano letd inizialmente secondo il modo simbolico. U prima operazione, in Origene, consce nel ripiegare per cosi dire, un Testamento sull'altro: l'Antico parla del Nuov?. Ogni parola, ogni frase deU'Antico, al di la della let- tera evidente, deve rimandare a una delle verit, espresse nel Nuovo. Ma anche nel Nuovo, s. vedr la v^ta e espressa sovente in modo indiretto. E inoltre quale sia la regola per la traduzione dell'Antico (lettera) nel Nuovo (spmto), e ancora difficile da definire. Anche perch nella Scrittura Sacra si ope- ra un ambiguo appiattimento di emittente significate ^ signi ficante e referente, dovuto alla ambiguit della figura del Cri- sto: in quanto Logos, Cristo l'emittente deUe Sature che per sono discorso e quindi Logos e parlano del Logos-Cnsto come del loro referente ultimo; ma ne parlano tn modo mo- retto, attraverso significati indiretti, discorsi (X^ot) che oc- corre interpretare. Ma il primo interprete della Legge, il com mentatore per eccellenza, ancora Cristo come Logos (ogni commento kimitatio Cbristt e nella luce del Logos tutti di- ventiamo Xor^i). Anzi, in Origene, imbevute .di wgft - nismo, il Logos come mediatore e conoscenza che il Padre ha di se stesso, l'insieme stesso di tutti gli archetipi, e dunque fondamentalmente polisemo. Anche se un Testamen e pax^ U dell'altro, ci di cui parla suscettibile di molte interpre- tazioni; la Scrittura produce il modo simbolico defo t m ter- prelazione perch il suo contenuto, che I unico Logos, la nebulosa di tutti gli archetipi possiedi. Ci che i primi interpreti dunque sapevano che poste queste premesse, la Scrittura 1 avrebbe : potuto diremo pro- prio perch dice il Tutto, il Sacro, il Numinoso per eccellen 4. IL MODO SIMBOLICO 'TEOLOGALE' za. Feroce- volont di chiarificazione esegetica e attonita ado- razione di -un. mistero che si rivela nel testo, inesauribile, scandiscono la dialettica tra modo simbolico e^niodo allego- rico, l'uno sfumando continuamente nell'altro. Il modo alle-, gorico deve avere, un codice, U modo simbolico non pu aver- lo, e. tuttavia jl modo simbolico *:he, se ha successo, deve fornire le regole al modo allegorico. S'instaura qui quella dia-: lettica che miner dall'interno ogni discorso-mistico, come si visto, diviso tra l'inesauribilit della propria esperienza-di interpretazione e la necessit di tradurre i propri simboli in significati analizzabili e comumcabdLPeri quesito, jk^ScrjttUr ra Figura e Ombra. ( . - Questa teoria dell'interpretazione legata al modo simbo- lico da un altro presupposto; che ogni minima particella del- la Scrittura contenga tutta fa verit, il che automaticamente impone che ogni suo segno debba venire usato come simbo- lo: una espressione che rinvia alla totalit del contenuto. Ma la Scrittura non pu dire tutto e non pu consentire a ciascuno di dire ci' che vuole: il pensiero teologale fonda la Chiesa come autorit che presiede all'interpretazione, e proprio da questa autorit trae la propria garanzia. Pertanto la proliferazione delle interpretazioni deve 1 essere, tenuta a freno dalla tradizione, e garante della tradizione la Chiesa. pur vero, tuttavia, ebe la tradizione, e la Chiesa che ne vie- ne fondata, nasce dalla interpretazione della Scrittura. Da cui un circolo vizioso: l'interpretazione del simbolo scritturale, dovutamente ridotta e tradotta, fonda la Chiesa, e la Chiesa garantisce la bont di alcune interpretazioni del simbolo scrit- turale, tendendo sempre pi a ridurlo ad f allegoria. Ma rima- ne il problemar quis custodia custode s? La storia dell'esegesi patristica- 1 e' medievale procede su questo binario costruito* ad' anello di 'Moebius.- La Scrittura fonte infinita di interpretazione ma ci chTinterpretazio- nc scopre deve essere ci che gi stato detto: non nova sed nove. La tradizione pertanto non -pu essere una regola; un sistema, al postutto omeostatico, di mutue costrizioni inter- testuali. Si stabilisce una enciclopedia cristiana fondata sulla Scrittura, ma questa encidopedia garantisce Tinterpretazione della Scrittura (che la fonda). 1 Un lungo processo per mantenersi sempre appresso all'o-, rigine. Questo processo, per cui il mistico deveserapre ritro-i IL MODO SIMBOLICO 238 vare la propria esperienza nel testo retto inteso come corpus symbolcum stata rilevata anche da Scholem per k mistica ebraica- il durevole riconoscimento del testo nella sua super- ficie significante la porta attraverso cui il mistico passa, una porta pc che egli si tiene sempre aperta. Questo atteg- giamento del mistico si esprime con la massima concisione in una memorabile esegesi dello Zbar su Genesi 12.1: le paro- le diDio ad Abramo "Lekh lekha" non sono prese solo nel loro significato letterale ^Vattene', ossia nel senso del co- mando di Dio ad Abramo di andarsene per il mondo, ma so- no anche lette nel loro senso letterale mistico: Va a te , ossia a te stesso, a ci che veramente sei [i960, traci, it. p. 21] Sembra di udire una eco! anticipata del detto freudiano Wo Es wat, soli Ich werden, ma nella interpretazione laca- nian* L o fut ca, dove fu cosi, il me faut advetur, debbo avvenire [i957> traa - l - P' 5 1 . , L'esegesi cristiana medievale compensa tuttavia queste tensioni mistiche con una abbondante produzione didattica, e controlla anche la dialettica fondante/fondato con I idea^ assai spregiudicata, che l'autorit abbia un naso di cera. No nova sed nove significa allora, nella pratica esegetica; si mo- stri che ci che mi pare opportuno trovare nel testo e stato in qualche modo preautorizzato da una qualche auctontas tradizionale. Che poi il modo in cui procede ogni pratica secondo il modo simbolico: visto che il simbolo e aperto e ambiguo io vi trovo ci che vi proietto; si tratta solo di vede- re se ho carisma necessario per rendere pubblico il mio gesto n2almente privato. . - . , Compagnon [i 9 79> P- ^ suggerisce che la stessa dialet- tica si ritrovi in ogni pratica interpretauva contemporanea, dalla xotv marxiana alla xolvti freudiana (e un suggenmemo non dissimile d Todorov [197*1 P- . , r Ma l'esegesi medievale innerva un nuovo modo simbolico sulla lettura simbolica delle scritture. U- Scritture parlano per figure non solo in quanto usano parole ma anche e soprat- tutto perch narranodi fatti: l'allegoria pu essere sia tn ver- bis sia in factis. Occorre allora assegnare valore simbolico (da codificare poi allegoricamente) adatti stessi. Quindi per ci Dire i sensi indiretti della scrittura bisogna capire 1 universo. Lo sa Agostino^ lo dice nel De dottrina Christiana: occorre 4--JL M0D0 SIMBOLICO 'TEOLOGALE* 259 conoscere non solo il ^senso dei nomi, ma la fisica, Ja geogra- fia, la botanica, la mineralogia. t Difficile dire se qui sj incontrino due linee indipendenti di' pensiero, runa-greca e l'altra asiatica, e la fusione avvenga senza progetto, o se di fatto il simbolismo del mondo venga elaborato per rendere leggibile il simbolismo della Scrittura. Sta di fatto che pili o meno, mentre si elabora il discorso teo- logale, il mondo cristiano accetta e introduce in circolo tutta una produzione enciclopedica, di origine, asiaticoellenistica, l'enciclopedia, del Pbysiologus e di tutti i -bestiari, erbari e: lapidari, dle Jmagines e degli Specula muniiim ne derive- ranno, ni : siSicut inferius sic superius, recita il Corpus Hermeticum nel 111 secolo. IL mondo emanato dall'Uno inaccessibile le- gato da una rete di simpatie per cui gli strati infimi della ma- teria parlano in qualche modo della loro 1 origine, insegna la traditone neoplatonica, Di qui due forme di^)h ' , Una, che partendo dai commenti allo Pseudo-Dionigi, at- traverso TEriugena, sino alla soluzione tomista dell'analogia, entfs, vedr immondo come un tessuto simbolico metafsico nel qualeogni effetto parla della propria causa ultima. L'altra, quella del simbolismo ingenuo del Pbysiologus, per cui omnis mundi creatura, quasi liber et pittura nobis, est in speculum (Alano di lilla, xn secolo). Il simbolismo dei bestiari retto da -un forte principio di analogicit o simi- larit delle propriet. Il leone simbolo di Cristo risorto per- ch dopo tre giorni dalla nascita sveglia con un ruggito i suoi cuccioli che giacciono ancora ad occhi chiusi: ma perch sa; figura del Risorto occorre che abbia una propriet che lo ren- de simile ad esso. Non conta qui- che la pia pratica enciclope- distica assegni al leone la propriet di cui ha bisogno per es- sere figura di Cristo; n che, -la propriet essendogli stata as- segnate da una tradizione precristiana, venga messa a fuo- co perch si presta a fondare una similitudine mistica. Ci che potrebbe mainare la 'simbolicit' del procedimento che sembra che qui si sia in presenza di un codice prefissato: non vi sarebbe dunque vaghezza, nebulosit, libert interpretati- va. Ma le propriet del leone sono contraddittorie. Ce ne so- no anche alcune che lo rendono figura del diavolo.' La cifra codificata si ritrasforma in simbolo aperto a causa della sino- IL MODO SIMBOLICO data abbondanza delle propriet che l'espressione veicola. L'espressione assume significati diversi a seconda 4ei con- testi - come il simbolo onirico freudiano. - Quale sar la garanzia dell'interpretazione 'giusta? In pratica, contestuale; in teoria, deve esistere da qualche par- te una auctoritas che ha fissato limiti e condizioni di decon-' testualizzazione. Poich le auctoritates sono tante, c' sem- pre il modo di trovare quella buona, tanto siamo nani sulle spalle di giganti e i giganti hanno buone spalle. Ma un senso; profondo di disciplina spinge d solito a "creare catene i-Ouc-\ toritates coerenti, a ripetere da interprete a interprete te in- terpretazioni pi assodate. Cosi il modo simbolico genera u' modo allegorico e l'indeterminatezza dei simboli si sohdifica in codice (salvo, lo si visto, l'improvviso colpo di coda del' mistico). ' . Ma, mentre i dotti tendono a irrigidire 1 interpretazione, si pu immaginare un uomo medievale che vive nei propri nervi il modo simbolico, e si aggira per un mondo in cui tut- to la foglia, l'animale, la pietra, vogliono certamente dire qualcosa d'altro. Aliud dicitur, aliud demonstratur/ un so- spetto nevrotico continuo, non solo di fronte alla parola, ma di fronte anche alla natura. Una coazione a interpretare. Da un lato una consolazione: la -natura non mai cattiva, il mon- do un libro scritto dal dito di Dio. Dall'altro la tensione ne- vrotica di chi deve sempre decifrare un senso secondo, e spes- so non sa quale. Non questa la meccanica del complesso di persecuzione: mi ha salutato, cosa avr voluto dire? Una continua lettura sintomale della realt pu essere una difesa, ma pu indurre an crollo dei nervi. ' ! 1 possibile che il modo simbolico sollevi da altre tensioni, sublimi in direzione numinosa (speranze e timori) l'angoscia che proviene da altre rimozioni. Il mito, col simbolo, aiuta a sostenere il dolore dell'esistenza D'altra parte il modo sim- bolico risponde a esigenze di controllo sociale: una automa carismatica polarizza, sull'ossequenza al simbolo, 1 dissensi e le contraddizioni, perch nel contenuto nebuloso del simbo- lo le contraddizioni (potendo tutte convivere) in qualche mo- do si compongono. come se, nel modo simbolico, si verifi- casse un consenso fatico: non si d'accordo su coche il sim- bolo vuole dire ma si d'accordo nel riconoscergli un potere semiotico. Chepoi ciascuno l'interpreti a modo propnoJnon 4. ILM0DO SIMBOLICO 'TEOLOGALE' a+t conta, il consenso sociale raggiunto nel momento in cui tut- ti insieme si riconosce la forza, il mattatiti- simbolo. La ban- diera un emblema, dal senso codificato. Ma pu essere vis- suta nel modo simbolico: certo essa dir a ciascuno qualcosa di diverso, il verde dei prati, il sangue dei martiri, il senso* della traduzione, il gusto della vittoria, l' amore per i padri, ilj sentimento della sicurezza dato dall'unit, la concordia degli, spiriti.,. Quello che importa che intorno alla bandiera ci, si raduni perch si sa che vuole dire [qualcosa. Importa che ci si raduni intorno allibro, anche se le sue lettere potrebbero essere combinate in mille modi diversi, e proprio perch esso ha infiniti sensi. Quando venga il momento in cui un senso; deve essere posto, e riconosciuto, interverr il carisma del de-, tento re dell'interpretazione pi autorevole a stabilire il con-, senso. Possedere la chiave dell'interpretazione, questo, j^ilt potere. , * 5 , . r: Nelle scuole esoteriche - al cui genus appartengono oggi, le scuole psicanalitiche - la lotta per il, potere la lotta per, chi detiene il carisma dell'interpretazione migliore, in un con-: testo in .cui l'interpretazione infinita {e proprio per questo' si aspira inconsciamente a riconoscerne una pi garantita del- le altre), solo in una comunit retta dalTossequenza al mo- do simbolico che si avverte l'esigenza! di una auctoritas. E so- lo doveri nega l'esistenza del codice che si deve cercare un garante del modo simbolico. Dove c' codice il potere dif- fuso nelle maglie stesse del sistema, il potere il codice. Un, potere elimina^l'altro, occorre pur scegliere uno dei due. , , La vicenda dell'esegesi medievale si riassume nella lotta fra la libert del modosimbolico, che richiede una auctoritas, e l'instaurazione di un codice che deve fondare l'autorit in- discutibile della Ragione. Vince, con la scolastica, il codice. San Tommaso sancisce la. morte del modo simbolico. Per questo, da quel momento in avanti, le epoche successive an-- tiranno a praticare il modo simbolico al di fuori della Chiesa, , che, lo riserva (e lo disciplina), per riassorbire le deviazioni; mistiche, o per offrire una simbologia orientata .(gi allego- ria) alle .masse. Culto, non mito. Il Sacro Cupre come man- dala per, chi deve coltivare buoni sentimenti, ma non folgo- razioni numinose che porterebbero a insostenibili nuove me- tafisiche e a teojpgie ,niclilistcbe,rormai privilegio della cui-, turaJaica.:..-; . ;v ".ft* . - . : itsv. ,* * il MODO SIMBOLICO 34'2 . . r \ - - - *->':. - 'r ' ' 3 ' l * ' * Il mo do simbolico nell'afte. ; - ^ " Esauritosi nel filone del pensiero teologale, mentre ,i cfc- fonde Uberamente per i canali della mistica e deUj teologie eretiche, il modo simbolico trova una delle sue pi folgoranti realizzazioni (e discipline) nell'arte moderna. Qui non si sta pensando alla teoria romantica dell'arte come simbolo, bi sta piuttosto pensando alle poetiche del simbolismo dove il simbolo viene riconosciuto come un modo particolare di dK sporre strategicamente i segni affinch essi si dissocino dai loro significati codificati e diventino capaci di veicolare nuo- ve nebulose d contenuto. Il simbolo m questa prospettiva non coestensivo all'estetico: atra levane f trategifc poe- tiche possibili." . r Le basi del simbolismo poetico possono essere metafisi- che come avviene ancora nelle Cortes ponmces di Baude- laire- la natura un tempio in cui viventi colonne si lasciano talvolta sfuggire confuse parole: l'uomo vi passa .attraverso forSe di sSboh che lo guardano con occhi familiari. &m* a lunghi echi che di lontano si confondono in una tenebrosa e profonda unit, vasta come la ; aotte e la luce 1 profumi 1 colori e suoni s rispondono. Ma questa metafisica non ha nulla a che vedere con quelle di molti simbolismi mistici. Coat- ti o albatros, i simboli di Baudelaire sono privati nel senso che non rinviano a un codice o a un sistema di archetipi Di- ventano simboli solo nel contesto poetico Mallarm lo dira in modo pi 'secolare'-, esiste una tecnica della suggestione, che talora contestualizza proprio eliminando il contesto, Mo- lando la parola sulla pagina bianca; "' ' Se nel simbolismo delle origini potevano rimanere echi di un simbolismo mistico, il modo simbolico 'si instaura nella sua forma pi pura e secolare, ^^'^^g 1 ^ col correlativo oggettivo eliotiano. Si sa che, fra tutti S teo- rici quello che ha meno parlato di correlativo oggettivo e sta- to proprio Eliot - che pure non ha abbondanza anche archetipi provenienti dalla simbologia dei miti arcaici. Correlativo oggettivo rimane per molti versi un termine sinonimo di epifania, cosi come d procedimento e esemplificato e teorizzato in Joyce. In ogni caso s. tratta d, presentare un evento, un oggetto, un fatto che, nel contesto 3 ,n, modo simbolico meli -arte in cui- appare, si riveli in qualche modo fuori /wtfcv pecchi non si pieghi alia logica simbolica [etr. Eco 1 962]. Una cartina di tornasole per verificatelo spiazzamento del. simbolo possono essere le regole conver sazionali di Grice [1967]. Forse lo scambio quotidiano di informazioni soggia- ce a regole pi complesse di quelle elencate da Grice; ma s assumono quelle di Grice come Je pi soddisfacenti , per ora: forse' in seguito una normativa pi complessa potr nascere non dalla fenomenologia degli usi normali ma proprio dalla tipologia degli usi deviami, da una ispezione condotta sulle opere letterarie di itutti i casi in cui qualcosa rivela la propria natura simbolica perch si mostra come fuori posto,. - Pare a chi scrive che la maggior parte delle figure retori- che, massime la metafora, si segnalino perch violano la re- gola della qualit, che impone di dire, sempre la ventalo di assumere che si sta dicendo la ; verit: Lo si vgi* detto (efr- S 2 .4), un tropo, se preso nel proprio senso 'letterale, dice qualcosa che non pu verosimilmente riferirsi al mondo pos- sibile delle nostre credenze: si deve cercare un senso secon- do, e Io si deve trovare. Non si ancora- alla nebulosa simbo- lica. Restano ^violazioni delle altre tre regole; sii pertinen- te, non essere oscuro, non dire pi o meno di quello che ri- ; chiesto dalle circostanze comunicative. Quando queste regole vengono violate, ed pensabile che non siano violate per er- rore, scatta Vimplicatura e s cerca di capire cosa il parlante) voleva "dare a intendere 3 . Non tutte le implicante rinviano al modo simbolico, ma si crede che ogni apparizione -del mo- do simbolico in un contesto- artistico assuma inizialmente le forme dell' implica tura. L'implicatura conversazionale scatta- semplicemente perch una risposta non pare soddisfare in; modo ragionevole la richiesta formulata dlia domanda. Che anche in una implica tura conversazionale possa essere intro- dotto il modo simbolico non da escludersi, ma f*aro. L'im- plicatura testuale invece pu prendere due strade. Pu da un lato riprodurre in un testo l'implicatura conversazionale, e, spingere il destinatario a fare inferenze, o nominare e descri- vere oggetti e azioni la cui insistita presenza in quel contesto appaia - dal punto di vista letterale - gratuita, ridondante, eccessiva, sfasata. Qualcosa non rientra nei termini della 'sce- neggiatura' che ci si attendeva. Quando il maestro zen, a una domanda su cosa sia la vita, alza il proprio bastone, intrawe- 244 IL modo simbolico do una volont di implicatura al di fuori delle sceneggiature normali (registrate dall'enciclopedia). Devo supporre non che quel bastone costituisca il rifiuto di rispondere 1 (sia cio non pertinente) ma abbia una pertinenza diversa, sia di fatto la risposta, salvo che si tratta di una espressione gestuale che posso riempire di contenuti diversi, plurimi, probabilmente non riducibili a una interpretazione univoca. La risposta non pertinente mi ha introdotto al modo simbolico, devo metter- mi alla ricerca di una pertinenza altra. v Cos procede I'implicatura testuale che introduce al modo simbolico. Mi descrive un oggetto che in quel contesto, se si seguissero le sceneggiature normali, non dovrebbe avere il rilievo che ba. 0 la descrizione non pertinente, o prende pi spazio di quel che dovrebbe, o procede in modo ambiguo, rendendomi pi difficile la percezione dell'oggetto (procedi- mento di straniamento). Allora si 'annusa' il modo simboli- co: l'oggetto descritto deve avere funzione epfanica. Ste- phen si sorprese a osservare a destra e a sinistra parole ca- suali, stolidamente stupefatto che queste parole si fossero cosi in silenzio vuotate del loro senso immediato, finch ogni pi banale insegna di negozio gli leg la mente come un in- cantesimo... Qoyce, A Portrait of the Artst as a Yvung Man, cap. v]. Produrre epifanie significa piegarsi sopra le cose presenti e attuali e lavorarvi attorno a foggiarle in modo che una pron- ta intelligenza pu andare oltre e penetrare nell'intimo del loro significato, ancora inespresso [Stephen Hero, cap. xlxJ. L'oggetto rinvia a una nebulosa di contenuti, che non posso- no essere tradotti (la traduzione uccide l'epifania, ovvero l'e- pifania infinitamente interpretabile a patto che nessuna in- terpretazione venga fissata in modo definitivo). Ora l'oggetto che si epitanizza non ha, per epifanizzarsi, altri titoli se non quello che di fatto si epif anizzato . Perch si epifanizzi biso- gna che sia posto strategicamente in un contesto die lo rende da un lato rilevante e dall'altro non pertinente secondo le sce- neggiature registrate dall'enciclopedia . Funziona come un simbolo, ma un simbolo privato: vale solo in e per quel contesto. La ragazza uccello di Joyce, la carrucola del pozzo di Montale, la paura mostrata in un pugno di pol- vere di Eliot, non rinviano a un sistema di simboli prece- dentemente istituito da qualche mitologia, sono fuori siste- 5. IL MODO SIMBOLICO NELL'ARTE ma ovvero fanno sistemarlo con altri oggetti ed eventi di quel testo. Citati fuori testo, come si sfa facendo, non sono pi simboli, ma etichette, bandierine, puntine da disegno con la capocchia colorata che rinviano a posizioni simboliche gi esperite e ancora esperibili. Nulla a che vedere con la Croce, il Mandala, la Falce e il Martello. Possono funzionare come coagulatoti di consenso snobistico (noi che ci ricono- sciamo intorno alla citazione della modelline...) ma sono-pri- : vi.di quel potere che hanno i simboli dei miti e dei rimali. In questo consiste la loro completa secolarizzazione Essi sono secolarizzati in un triplice senso: anzitutto perch sono privi delia capacit di instaurare controllo sociale' e di per- mettere; manipolazioni del potere (se non, lo si detto per una-conventicola di interpreti a pari livello di carisma); poi perche sono veramente aperti, in quanto privati; infine per- che, pur l essendo aperti, non consentono mistificazioni, ov- vero non consentono sequenze interpretative incontrollabili, perche sono controllati dal testo e dall'intertestualit: Francesco Orlando [1968J considera un poema in prosa di Majarm Frisso d'hver. IJ poema non presenta partico- lari chfticolt di interpretazione tropica, le metafore o gli altri traslati sono contenuti e comprensibili. Ci che in esso colpi- sce e ^descrizione ossessiva di una pendola, di uno specchio, e di altri elementi di arredamento: fuori posto perch insi- stiti, fuori posto perch la complessiva confortevolezza del- 1 arredamento contrasta con l'apparizione, tra un paragrafo e 1 altro, di ragnatele tremolanti nell'ombra delle volte. Si trascurano altri indici di spaesamento, dovuti alle poche bat- tute di dialoga di una interlocutrice misteriosa, e dall'appello che il poeta le rivolge, ^critico costretto a riconoscere su- bito che quegli oggetti di arredamento nompo ssono stare sol- tanto per se stessi. Che in tutto il testo sia presente mia ca- rica simbolica... reso indubbio dalla stessa irrazionalit del parlare di ci di cui si parla, cosi come se ne parla \ibti., p. 3 So] - Di li il tentativo di interpretazione, che da un lato lega il significato di quegli oggetti a una enciclopedia inter- testuale mallarmana, dall'altro li collega tra loro, in un si- stema co-testuale di rimandi. L'operazione interpretativa in- veste quegli oggetti di contenuti abbastanza delimitati (di- stanza temporale, desiderio di regressione, rifiuto del presen- te, antichit,..) e .quindi ritaglia una zona di enciclopedia a IL MDO SIMBOLICO cui le espress ioni rim andano . Afe non si tratta di un fissaggio allegorico; non c' elaborazione di codice, al massimo un orientamento ai codici possibili. Non si ha qui l'infinit in- controllabile del simbolo mistico, 'perch il contesto control- la la proliferazione dei significati; ma nello stesso tempo, sia. pure entro i confini del campo semantico della 'temporalit', il simbolo rimane aperto, continuamente reintetp reta bile. Tale la natura del' ambola'poetko moderno. Un altro esempio, tratto da Sylvie di Gerard de Nerval; e mi rifaccia alle letture di Sylvie pubblicate nel numero di VS [Violi 1982], e in particolare a Pezzato [1982]. Il Nar- ratore, nel primo capitolo, vive un conflitto tra il suo amore, presente, per una attrice {donna ideale e inattingibile) e la . cruda realt della vita quotidiana. Un trafiletto di giornale letto per caso lo pone (all'inizio del secondo> ' IL MODO SIMBOLICO Onde dorate, e l'oc de erari capelli, t , r e, mentre i flutti tremolanti e belli' , , ... &i con drittissimo solco di videa, . l'i* delle rotte fila Amor cogliea, ' _ per formarne catene a' suoi rubeUi. Per l'aureo mar, che rirtcrespando apri * , il procelloso suo biondo tesoro, . .i . agitato il mio core a morte gi. ; . fj . , Ricco naufragio, in cui sommerso io'moro, pokh'almen fr, ne la tempesta mia, di diamante lo scoglio e '1 golfo d'oroi. Mi accaduto di analizzarlo nel corso di un seminario, cercando di spiegarne il funzionamento metaforico (pi o meno nei termini del modello interpretativoproposto in que- sto libro nel capitolo sulla metafora). Non il caso di insi- stervi molto ; secondo'le modalit del concettismo 'barocco, Marino sta qui descrivendo una donna che si pettina (e d'al- tra 1 parte lo suggerisce subito nel primo verso). Al termine dell'analisi Paolo Valesio mi aveva^f atto no- tare che del sonetto si poteva dare un'altra interpretazione. Quei flutti in cui' il poeta vorrebbe immergersi, navicella e pettine, anch'egli, non sono solo capelli. Il sonetto dice ; qual- cosa'^ pi, il percorso erotico che suggerisce ben pi radi- cale.' Avevo obbiettato che nulla (alla luce delle competenze lingustiche del lettore, e delle chiavi che il contesto offre) autorizzava quella interpretazione metaforica, e confesso die ho preso il suggerimento come una illecita licenza 'decostrut- ti vis tica', un tentativo di far dire al testo quello che non si poteva (non si doveva) fargli dire. Ora sarei molto pi prudente. L'interpretazione pi sco- pertamente sessuale non'dipende certo dalla strategia meta- forica: la metafora dice nave per pettine e mare per chioma, tutto. Ma possiamo chiederci perch il poeta abbia tanto insistito su di una metafora cosi evidente. Se vi ha insistito perch si era impegnato su di un topos della versificazione barocca, il discorso si chiude: c' una ragione (extratestuale) dell'insistenza. E personalmente sospetto che di ragioni non 6. SIMBOLO,, METAFORA, ALLEGORIA ve ne siano altre. Ma si pu impedire al lettore (mi posso* im- pedi re io, mentre rileggo) di sospettare qui - ed in ogni va- riazione di questo topos - una insistenza eccessiva, uno spre- co di energie testuali, una consunzione quasi rituale di ric- chezze semiotiche? Possiamo evitare la sensazione che il poe- ta barocco insista tanto per avvisarci che egli intende sugge- rire qualcosa di pi? !; >i ; Ed, ecco che a questo punto il testo pu essere letto nel modo simbolico, e allora non v' ragione di arrestarsi all'in- terpretazione sessuale: vengono suggeriti molti e pi. impre- cisi annientamenti, discese in gorghi oscuri, volont di per- dersi in qualche immemoriale profondit. Se per non si vuole prendere questa strada, il modo sim- bolico non prevarica, come fa la metafora. G lascia liberi, una volta interpretata la metafora, di riconoscere una dama che, davanti allo specchio, mollemente e inutilmente si pet- tina. Cosa accade infine con l'allegoria? Diversamente dalla me- tafora, e in analogia col modo simbolico, il- destinatario pu decidere di intenderla letteralmente. Dante porrebbe benis- simo voler dire davvero che stava viaggiando per unaforesta e che vi ha incontrato tre fiere; o che ha visto una processio- ne con ventiquattrovegliardi. Come il modo simbolico, l'alle- goria suggerisce al massimo l'idea che ci sia, in, quel testo, uno spreco rappresentativo. Salvo che mentre nei casi di mo do, simbolico qualcosa appare, nel testo, per durarvi un tem- po brevissimo,; l'allegoria sistematica e si realizza su. di una vasta porzione testuale. Nella sua invadenza pirotecnica; inol- tre,. essa mette in gioco immagini gi viste da qualche altra parte. D fronte alla allegoria (salvo testi di civilt poco co- nosciute, nel qual caso appunto il filologo si interroga sulla dubbia natura allegorica della rappresentazione) gioca un im- mediato richiamo a codici iconografici gi noti. La decisione di interpretarla nasce di solito dal fatto che questi iconografi!- mi appaiono evidentemente legati l'un l'altro da una logica gi resaci familiare dal tesoro dell'intertestualit. L'allegoria rinvia a delle sceneggiature, a dei frames intertestuali che gi conosciamo. Il modo simbolico mette invece in gioco qual- cosa che non era stato ancora codificato. Nulla vieta, e spesso probabilmente accade, che ci che era nato come allegoria (nelle intenzioni di un remotissimo 2J2 -" IL MODO SIMBOLICO autore) funzioni per destinatari estranei alla sua cultura come strategia simbolica.- O che,' senza generare sospetti, scivoli nella pura letteralit. Un testo, nel suo rapporto con gli in- terpreti, provoca moki effetti di senso che l'autore non aveva previsto (e forse questo probabilmente il caso del sonetto di Marino) e altri (che l'autore aveva previsto) lascia scivo- lare nel nulla. Cosi come nelle interazioni quotidiane credia- mo talora che uno sguardo (rivoltoci per caso) sia una pro- messa o un invito; e altre volte non avvertiamo l'intensit di un altro sguardo (rivoltoci in modo che altri credeva eloquen- te), e un rapporto possibile si blocca, o si banalizza. E spesso quella interazione diventa un testo diverso a seconda di co- me noi abbiamo sopravvalutato o disatteso l'intensit di quello sguardo. . 1 - . ' '.' . s ' >', ' * ' '' '.% : ' - ".,- v ' ' ' Gi da queste proposte l'idea di codice appare avvolta da un'aura di ambiguit: legata a una ipotest comunicativa, essa non garanzia di comunicazione bens di coerenza struttura- le, di tramite tra sistemi diversi. una ambiguit che chiari- remo pi avanti e che dipende da una duplice accezione di /comunicazione/: come trasferimento di informazione tra due poli e come trasformatone da un sistema all'altro, o tra ele- menti dello stesso sistema. Per il momento basti osservare che la fusione dei due concetti feconda: essa suggerisce che cj debbano essere regole solidali per due operazioni distinte e che queste regole oltre che descrivibili siano in qualche mo- do dominabili da un algoritmo, r 1.5. La filosofia del codice. Questo basa anche a insinuare il sospetto che ogni batta- glia troppo prematura contro l'invasione dei codici possa ce- lare nell'ombra il desiderio di un ritorno all'ineffabile. Si pu anche sospettare - certo che la fortuna del codice abbia tu'-- te le caratteristiche di un esorcismo, costituisca il tentativo di porre ordine al movimento e organizzazione alle pulsioni telluriche, di individuare un copione l dove c' solo una dan- za estemporanea di eventi casuali. Sospetto che agita anche i metafisici del codice, perch il codice, anche quando sia re- I. UN TERMINE [ FETICfclO? 263 'gora, non per questo una regola che" chiude*; pu'anche es- sere una regola-matrice che" apre', che permette di generare occorrenze infinite, e dunque l'origine di un 'gioco', di un 'vortice' incontrollabile. In effetti la cultura della seconda Wt del 'secolo attra- versata dal duplice tentativo di pervenire dal vortice al codi- ce per bloccare il processo e^riposare^nella definizione di strutture maneggiabili, e di tornare dal codice al vortice, per mostrare che il codice stesso "che non "maneggiabile, 'dato chnoi non lo abbiamo posto, ma esso un'dato che pone noi (non noi parliamo i ! linguaggi, sono i linguaggi > che ci parla- no). E tutta vja l'avere avvertito il bisogno di romba ttere'que- sta battaglia'significa che ^il problema delle regole, della'loro origine' e deMoro funzionameli to' stato proposto, e con esso l'esigenza"di spiegare in 1 termini "unificati ' i fenomeni indivi- duali e quelli sociali. Quindi l'irruzione deltodice ci dice che la cultura 'contemporanea vuole costruire oggetti di cono- scenza o 'dimostrare che alla radice del nostro funzionare co- me esseri umani vi sono degli oggetti sociali conoscibili.' La nozione d codice insieme condizione preliminare e conse- guenza immediata di un progetto istitutivo delle scienze uma- ne. Utopia le scienze umane,' sar' utopia la ricerca dei codici: la sorte dei due concetti intimamente legata, il codice Io strumento categoriale di quel compito scientifico che sono le scienze s umane. Sconfittoli codice, dell'umano notfsi dar pi scienza, e sar il ritomo allefflosofie dello Spirito creatore, ' '* ' Sitaatta'allbra di costruire la categoria di'eodice, di' distin- guerla da\quello che notf pu- essere definito come tale, di 'de- limitarne le possibilit d'impiego. Il ' che ; non 'significa dire che si lasceranno m'ombra le aItre r qestioni agitate in queste pagine introduttive. Semplicemente esse saranno' ricondotte al- modello di base. Anche quando siano 1 giudicate metodolo- gicamente illegittime dovr risultarne^ 'legittimit' storica, e cio si cercher di capire perch malgrado l'illiceit della me- taforizzazione, la metafora risulti convincente. Una volta in- dividuate le similarit s potr asserire che sulla similarit non si costruisce un sillogismo. Ma almeno si sar capito co- me e perch ha funzionato un corto circuito. Lo zoologo sa benissimo che Achille 'non ' un leone, e il suo compito quel- lo di circoscrivere l'unit zoologica leone nelle sue caratteri- stiche peculiari. Ma se avr un minimo di 1 sensibilit poetica 2: sitrascriva 1 * : Acomeoo ' , > 01 - *j ,v -. . : - C io ; "'- ': ' it. r ma in realt il teorico dell'informazione non immediata- mente interessato alla correlazione tra segnali binari e il loro possibile contenuto alfabetico. Egli e interessato al modo pi economico con cui trasmettere i propri segnali senza ingene- rare ambiguit e neutralizzando rumori sul canale o errori di trasmissione. Pertanto, ammesso che egli voglia mettere in codice lettere alfabetiche, la sua trasmissione risulter pm sicura se inventer un 'codice' capace^di consentire messaggi pi ridondanti, per ^esempio: . .;.t si trascriva -'' A come oobi *f a p-' ! B iooo ; ' '' ' '- fc #- -X*, Olio.;. * 1 ** p y ....... --t iooi 1 '"' ' Il problema della teoria dell'informazione la sintassi in- terna del sistema binario, non il .fatto che le sequenze espres- se, dal sistema binario possano esprimere come lorp conte- 2. IL CODICE COME SISTEMA B 6 5 mito 'lettere alfabetiche o qualsiasi altra' sequenza' di entit. Il' codice di cui ; parla HI teorico dell'informazione un sistema mono planare, e come tale si pu' definire non un 'codice bens un sistema, ovvero un^-codke (cfr>Ecq 1975]. c ~ * r>n , o-' v-. . t , - f *t * ">w i>:b* .... a-Z- Cotliaronologic^,^. ~ . > , .. In tal senso anche un codice fonologico un s-codice f 'e l'uso di chiamare /codici/ gli s-codici dovuto proprio all'ap- plicazione dei criteri informazionali ai sistemi fonologici [Ja- kobson-Halle 1956]. Gli elementi di un sistema fonologico sono sfomiti di si- gnificato, non corrispondono a nulla, non sono correlabili a nessun contenuto. I tratti distintivi che^costtuiscono e carat- terizzano reciprocamente i fonemi, fanno parte di un puro sistema di posizioni e opposizioni, 'una struttura. L'assenza 0 la presenza di uno o pili tratti (esprimibile e calcolabile in termini binari) distingue un fonema daun altro. Un sistema fonologico retto da una regola (sistematica) ma questa" re- gola non -un codice. Perch allora si parlato di 'codice 'fo- nologico e non soltanto e pi correttamente di sistema' fono- logico? Jakobson [1 961] elaborando per la prima volta nel modo pi compiuto la sua teoria dei rapporti tra "fonologia e teoria matematica della comunicazione, appare conscio della differenza che stiamo sottolineando . Ma in altri testi si rende conto che il sistema non-significante dei tratti distintivi strettamente legato al codice linguistico vero e proprio. Non che prima venga il sistema fonologico e poi, grazie ad esso, la lingua con la sua dialettica di signantia e di sgrtata, ma la lingua stessa, nel suo porsi in azione per funzioni di significa- zione, organizza a un tempo le proprie regole correlazionali e 1 sistemi da cor relazionare. E gioca in questa confusione vo- luta l'esigenza che cercavamo di enucleare: che cio sotto l'appello al codice non sta tanto l'idea che tutto sia comuni- cazione bens quella che tutto ci che comunicazione (na- tura o cultura che sia) soggetto a regola e a calcolo, e quindi analizzabile e conoscibile, cos come generabile per tra- sformazioni di matrici strutturali che sono oggetto (e sorgen- te) di calcolo. Che poi a pensarci bene l'esigenza dei teorici della comunicazione; possibile mettere in codice (per 'ren- dere i messaggi facilmente trasmissibili) perch alla' radice 266 LA FAMIGLIA DEI CODICI della comunicazione vi un calcolo, e quindi il processo della comunicazione pu essere oggetto ,di scienza (onde conoscer- lo) e di tecnica (onde dominarlo). In questo nodo di esigenze filosofiche, sta il duplice uso di "codice. Distinguere le due accezioni del termine (s-codici da godici propriamente detti) fondamentale perla prosecuzio- corretta di un discorso semiotico. Riconoscere il perch della loro confusione fondamentale per fare, attraverso la storia della parola codice, una storia delle idee del nostro tempo, ; .. ut . ; / . 2.3. Sistemi semantici e s-codici. T; Sono s-codici anche quelli studiati dalla semantica struttu- rale, sia in linguistica che in antropologia culturale. Essi sono sistemi di pertinentizzazione di uno spazio o universo di con- tenuto. S veda un sistema di relazioni parentali e si considerino le seguenti propriet: a) gerarchie di generazione in rapporto a Ego; b) differenze sessuali; c) rapporti di discendenza; di- retta e collate ralit. Ne consegue una matrice del tipo che se- gue espandibile a volont onde rendere conto anche dei pi complessi rapporti tra f am i g lie: . m .... 1234^6789. ecc. ...... ... Generazione . ' I G + J ... + + , G+i + + .+ Co f ' : + + ' "G-i + + ' . -4- Sesso ut + + + + + f ,:t, + + . + + Ltea L, + + * + . + + JU + + + I- ,1 Con tale matrice si analizzano rapporti parentali anche se in una lingua data non esistono termini per esprimere una data posizione. In tal senso questo codice parentale un 3> CODICE COME CORRELAZIONE s-codice. del tutto accidentale che in italiano ci siano nomi per ciascuna di queste nove posizioni. Per inciso l'inglese ha anche un termine unico (/sibling/): per 'indicare 1 insieme le posizioni 7 e -8, mentre l'italiano (con altre lingue) usa il ter- mine linguistico /zio/ anche per posizioni diverse dalla 9 (in una tabella che rilevasse anche' le marche di consanguineit, troveremmo degli zii che non sono consanguinei e altri che Io sono), l dove altre lingue hanno un lessico paientaletmol- to pi differenziato. : mm . , Quindi una lingua (ovvero il lessico parentale d unai lin- gua) un codice che correla unit lessicali a posizioni del si- ^codf^de^ 6 ' ^ ^ $ ' Stemfl P atenta ^ e 'anche quando det- dalla lingua. P ' : * : , : * .^f^^^H Una volta chiarito cosa sia un scodice./ si potr- ora pas- sare a quegli usi del termine /codice7xhe.rriettc^ intgioco una verae propria correlazione; ' -.fc-v.w.. ; : . , .3-, Codice come conelazhne.:^ l - >! - ^ ' 1 . ty& ' In crittografia un codice un sistema ditfegole che consen- tono di trascrivere un dato messaggio '(in linea di principio un contenuto concettuale, in pratica una sequenza linguistica gi precostituita ed espressa in' qualche Knguaggio naturale) mediante una serie di sostituzioni tali che attraverso di esse un destinatario che conosca la regola di sostituzione sia in grado di riottenere il messaggio originario. ILmessaggio 'ori- ginario detto 'chiaro', la sua trascrizione detta 'cifrato'. La crittografia si distingue dai metodi steganografici, ' 1 * 4) una afra 'posizionale', per cui la successione temporale degli elementi deve intendersi, al momento della deco- difica, come successione spaziale. Siamo qui in presenza di una seconda articolazione pari a quella del linguag- gio. La cifra in questione potrebbe anche decidere di al- terare le regole artcolatorie della lingua naturale di ri- ferimento (per esempio: i sintagmi si.debbono leggere a rovescio). In qgni.casp Y ordine degli elementi signi- ficante; l ' s) un cloak, che si Identifica con quello della lingua natu- rale di riferimento, per cui a un sintagma dato (parola) corrisponde una catena o una gerarchia di tratti seman- tici o una definizione; 6) un codice (di cui incerto se si tratti di cifra o di cloak) che riguarda le leggi di prima articolazione del linguag- 3- COniCE COM'tOWULLAZIONE . . . 271 V gio ejche fissa funzione significane delle' rxjsizioni sintattiche dei terminidel cloak 5." Phom Come chiaro appartengono"^ cifra crittografica in aue- Ta f* rci >. iJ concio proprio del- DD^fene gra T mat f l0glCa de * ^"88" Plato, U quarto - 3 2--Dalla correlazione all'istruzione/ Gli stessi problemi si ritrovano nei linguaggi di proeram- niazione e nei linguaggi di macchina a pr^Z d^UuZ raton elettroma Un calcolatore dig^le Humcn^t^ bde a jstru.^ni formulate in notazione binaria, pu C ii codice a 6 bit. "Cte Zon* Numerico .'tifi 'j-}t 0 00 0000 1 * oggi 3 00 001 1 : - 6. oo. : t... tQlw 7 oa 0111 Vi. . -J .\ >.! . ; 00 IOOO 9 00 ' xoqj ..r .t Un esempio di codice (nella fattispecie a 6 bit) anello iT^tTf^** (c n ^ ono Culate V^ dl j4 bit) teff. London l^/trad. it. p. 76] /Mediante ^coT cate al calcolatore come segue: ' i r . " ' ' 3 ' ;PC9o6 oooooi :[ ooiooi 0001 io 0001 iq- , , , cats ^ icooir 100001 noaoo 110011 '."/'' kZt- Vm ^ a ^ ot ^ Programmazione alfanumerico (le ni fianno *rma letterale e numerica insieme), come z?z f , , . fjL FAMIGLIA DEI CODICI read 01 oppure multi Ply 03 15 87 (che significa 'moltipli- ca il contenuto della cella 03 per il .contenuto della cella 15 e disponi il prodotto nella cella 87'). Dato un codice opera- tivo che contempli ad esempio V ,. " MULTIPLY -r C3J - . i ' ' il comando multiply 03 15 87 assumer la forma numerica 03 03 15 87. Ma affinch la macchina 'capisca di dover mol- tiplicare un primo contenuto per il secondo, e cosi via, occor- reranno varie altre istruzioni di codice Essa anzitutto dovr riconoscere in una istruzione numerica l'indirizzo eh una da- ta cella della memoria, dovr sapere che il numero di cella si- gnifica il contenuto di quella cella, e in secondo luogo dovr riconoscere la posizione delle varie istruzioni: Codice operativo cifra 1 cifra 2 Primo indirizzo cifra 3 afra 4 Secondo indirizzo cifri j cifra 6 Terzo indirirzo cifra 7 cifra 8 Tenuto conto che naturalmente la istruzione numerica deci- male sar tradotta in codice in notazione binaria, la macchina ricever alla fine k seguente istruzione OOODOO OOOOII 000000 OOOOII . opocoi 0OO,Ol DOIOOO 000111 Questo processo richiede almeno tre tipi di convenzioni; I) una cifra a che correli ogni espressione decimale a una espressione binaria: II) un cloak ( che correli espressioni numeriche a opera zioni da compiere; ni) un cloak y che correli a ogni posizione nella sequenza un diverso indirizzo di cellula. Ora una 'lingua 1 di tale tipo, anche se composta d pi co- dici correlazionali, non pi basata su semplici equivalenze. Essa funziona fornendo istruttorii d questo genere: se, m riferimento a y, la espressione x si trova neua posizione a allora il sistema di equivalenze a cui riferirsi e % ma se la stessa espressione si trova nella posizione b allora il sistemi di equivalenze a cui riferirsi sar %. Un 'codice di questo ti- po impone selezioni, contestuali [vedi Eco I97J> 2 IlJ *J non si obietti che la^nacchina non fa inferenze i^non siamo 3 . -CODICE -COME 1 CORRELAZIONE 273 interessatf alla psicologia della macchina ma alla semiotica del codice (ehe"tra f l'altro potrebbe anche essere 'parlato' da esseri umani)."' '-^ ' ' -' ;r ' , ' i A questo punto possiamo fare unpasso avanti e vedere in che senso un codice di tipo crittografico non solo contempli istruzioni e selezioni contestuali, ma permetta la realizzazio- ne di altri fenmeni che paiono tipici di una lingua o di un sistema semiotico a struttura' enciclopedica. 1 Esaminiamo una cifra impiegabile per fini bibhoteconomi-' ci, e cio per contrassegnare e classificare i libri di una biblici teca pubblica. A questo fine si possono impiegare due tipi di codice [cfr. -Nauta 1972 /p. 134]: o un codice selettivo o : un codice significante, che preferiamo chiamare rappresen- tativo, > ' Un codice selettivo assegna un numero progressivo 'ad ogni libro: perla decodifica richiesto un code-book, ^per- ch altrimenti sarebbe difficile' individuare il libro 'numero 33 721; in^efrettf un codice selettivo un cloak, perch po- trebbe nominare ogni libro con una- parola convenzionale. ' Un codice- rappresentativo invece una cifrai tutti gli ef- fetti: e della cifra ha la possibilit di consistere di pi cifre interdipendenti e d poter generare un numero infinito di messaggi. Supponiamo infatti che ogni 1 libro sia definito da quattro espressioni numeriche di cui la prima indica la sala, l seconda la parete, la terza il ripiano dello scaffale e la quar- ta la posizione del volume nello scaffale a partire da sinistra. Pertanto il cifrato /1.2.5.33/ indicher trentatreesimo libro del quinto ripiano della seconda parete della prima sala. In questo caso 'il codice non solo permette 'la formulazione' di infiniti messaggi, sempre interpretabili purch si conosca la regola correlazionale enunciata (facilmente rneroorizzabue senza bisogno di code-book), ma permette anche di 'rappre- sentare' il libro, e cio di descriverlo almeno nelle sue carat- teristiche di collocazione spaziale. L'interpretazione del ci- frato possibile sulla base di regole d correlazione di cui fa 1 parte anche un codice 'posizionale' (simile ai codici 4) e 6) descritti nel 3.1), che avrebbe al tempo stesso un lessico (col suo dizionario) e una sintassi , e sarebbe perci una gram- matica. '* Non solo: con questo codice sarebbe anche possibile ge- nerare uri numero infinito di messaggi menzogneri tuttavia *74 LA FAMIGLIA DEI -CODICI forniti di significato. Ad esempio il cifrato /3000.1500. 10000.4000/ significherebbe il quattromillesimo libro del decimillesimo scaffale della millecinquecentesima parete del- la tremillesima sala, lasciando intravvedere una biblioteca dalle migliaia di sale enormi a forma di poligoni megaedri -. anche se tale biblioteca di Babele non esistesse. Un codice del, genere sarebbe perci un dispositivo per generare descrizioni intensionali di oggetti dall'estensione nulla (almeno nel mon- do della nostra esperienza), ovvero un dispositivo capace di permettere riferimenti a mondi possibili. Propriet che ti- pica di una lingua naturale. Questo codice r mette in opera due sistemi di correlazione. Da un lato ci diceche j^j va interpretato come quarto, dal- l'altro ri dice che la prima posizione significa stanza. Esso associa la posizione del numero nel sintagma a una data, fun- zione categoriale che completa l'assegnazione di contenuto alla espressione. La seconda correlazione di carattere vetto- riale. Pertanto rinformazione veicolata da un codice rappre- sentativo strutturale ed rappresentata da un vettore in uno spazio informazionale [Nauta 1972, p. 135], Una grammatica di lingua naturale pi ridondante per- ch riconosce una fisionomia categoriale ai propri elementi al di fuori della posizione sintattica, mentre col codice bibliote- conomico sarebbe possibile invertire l'ordine delle espressio- ni numeriche senza che ci si potesse accorgere dell'errore (sal- va conoscenza extralinguistica sulle dimensioni della biblio- teca:, ma anche a sapere che la biblioteca piccola, l'inversio- ne di /3 .3. 10.333/ in /333.10.3.3/ sarebbe pur sempre signi- ficante anche se apparisse come riferimento a una sala e a una parete inesistente). ., + 1 Il cosiddetto codice linguistico, dunque, permettendo il riconoscimento delle categorie lessicali e introducendo regole di sottocategorizzazione e selezioni restrittive, in grado di discriminare tra frasi hai formate e frasi mal formate. Inol- tre consente in struttura superficiale variazioni della struttu- ra profonda, mentre nel codice biblioteconomico struttura profonda e struttura superficiale non possono che coincidere. Ma tuno questo significa solo che vi sono codici pi o meno complessi e pi o meno capaci di 'autocontrollo'. Il nostro problema non era tuttavia quello di scoprire che 3. CODICE COME CORK E L AZIONE *7J nemico o che il modello del codice biblioteconomico non spiega H funzionamento di una lingua naturale. 01 .nostro pro- blema non era di mostrare (come forse si fatto sin troppo negli ultimi tempi) che una lingua cometin codice : era piut- tosto Suggerire che un codice, nel senso piti ristretto del termine estbisce gi alcune propriet che sono j tipiche di una lingua. Infatti, e lo ricordiamo, tifine dr questa panoramica storica e problematica quello di spiegare perch la nozione di codice, in apparenza cosi piatta, si sia rivelata cos feconda da suggerire tante estensioni del proprio; uso : u La nozione di codice crittografico ci ! pars a quella provo- catoriamente pi semplice: 'provocatoriamente', perch se si riesce a individuare un principio di inferenzialit anche nella crittografia allora avremo capito perch l'idea' di codice parsa cosi affascinante. v -"" " " * ' ~ *- Riprendiamo dunque la nostra esploratone della critto- graha, vedendola all'opera nelle strategie enigmistiche. Ve- 1 dremo cosi che si pu partire da un codice crittografico per' operare strategie testuali, molto affini a quelle di vari sistemi semiotici, dove inferenza e istruzione, prevalgono sul sempli- ce rapporto di equivalenza, M ? '/ ' - ' 4 ; } ( 3-3- Dalk correlazione all'inferenza cotestuae. ; L'enigmista non sembra un decodificatore ma un decritta- tole: deve scoprire, insieme col chiaro, a codice, che non gli e stato dato. In realt egli non sfomitp di una regola,, per- ch sa che ij gioco che sta risolvendo un rebus, o^un ana- gramma, o una crittografia mnemonica; o una sciarada E dunque possiede delle 'linee d'azione' per arrivare alla solu- zione. Eppure le direttive fornite dal titolo. del gioco (sciara- da o rebus, ecc.) non gli permettono un tipo di decodifica pari a quella dell'agente segreto che conosce il codice. L'enigmi- sta trova l'anagramma Romea e non sa se la soluzione Amo- re, Marea, O erma!, A remo, E mora, Mao-re. Pu avere una traccia, e di solito le riviste di' enigmistica la forniscono; l'a- nagramma ha un titolo e il titolo serve ad indirizzare verso la soluzione. D'altra parte anche senza traccia il gioco sarebbe legittimo, perch la regola enigmistica esiste, ed appunto la regola anagrammatica della permutazione o trasposizione r ^ t . LA FAMIGLIA PEI CODICI Dunquec' ima regola operativa, ma essa .non consente una e una sola soluzione. . ' . Si veda il rebus: una imrxjagine mostra una seried oggetti: o di scene, e [ciascuno degh elementi visivi pertinenti porta sovrimpresse una o piu lettere alfabetiche. Esaminiamo un rebus, descrivendo le immagini e ponendo tra parentesi gli elementi alfabetici sovrimpressi: alcuni ami da pesca sopra un tavola (L).- un equilibrista sopra un filo (R) - un tempietto con archi a tutto sesto (T) - un uomo (E) infila un tappo, su di una bottiglia (T) - un giovane (BR> bacia una giovane (N) - accanto ad essi un altro amo con un verme (T). La|souizione 'La mirabile architettura bramantesca'. , . La regola era' la stessa di ogni rebus: 'assegna nomi alle immagini e componi il nome delle immagini con la lettera so- vrimpressa 1 . Ma chi mi dice' che devo comporre L + amie non ami + L (come nel caso di archi + T)? E perch l'equilibrista 'abile'? Non potrebbe essere, appunto, 'equilibrista'? Per- ch BR 'ama" N e non Br 'bacia' N? '(Trascuriamo la questio- ne se le immagini siano riconosciute in base a un codice o per ragioni 'naturali': di questo si accenner nel 8}.' Se rispondiamo: 'vale la soluzione dotata di senso', dicia- mo che il solutore deve completare' la regola di genere con una inferenza contestuale. Questa inferenza del tipo di quella che Peirce chiamava abduzione e cheialtro non se non l'ipotesi: si tratta di azzardare una regola ad hoc che dia forma atta ] situazione rendendola comprensibile (che poi l'operazione che fa il decrittatore, il quale ipotizza un codice ancora ignoto e prova se alla luce di quello il messaggio nsuJ- ta leggibile) /Quindi l'enigmista per un lato ha una regola ge- nerale, e'per l'altro deve' cercate una regola contestuale. Tuttavia ha anche a propria disposizione dette comuetu- imr enigmistiche.' Sa che i vermi 'infilati sugli ami di solito stanno per esca*, se ci fossero due altari greci saprebbe sen- za ombra di dubbio che essi sono are. L'enigmista dunque hai non solo una regola ma anche un ^lessico' di genere non diverso dalle convenzioni iconografiche nella storia delle arti figurative e dalle 'frasi fatte' della 'lingua naturale, (volere o volare, toccare il cielo con un dito; servo suo). La. situazione del rebus pare simile a quella delle frasi am- bigue su cui si affannano, gli studiosi di semantica: JLujgi fa all'amore con sua moglie, una voltalalla gettimi Ln- 3. CODICE COME CORRELAZIONE rico/. Con chi fa all'amore Enrico? Con sua moglie o con la moglie di Luigi? C' una regola di coreferenza dfc'/anche/ che a permette di applicarlo sicuramente all'azione di far all'a- more o all'azione di far all'amore con k moglie di Luigi? O sopperisce una conoscenza delle buone creanze? O le infor- mazioni che abbiamo sia sulla lealt*u-Enrico che sulla fedel- t della moglie di Luigi? Adesso dobbiamo chiederci se non esistano dei giochi pi 'regolati' ancora del rebus, in cui per esempio siano formu- late regole di decidibtlil contestuale .capaci d dirigere in modo pi vincolante l'ipotesi. Si vedano ad esempio le crit- tografie mnemoniche tefr. Manetti 'Violi 1977] . In termini di regola di genere esse* consistono in una espressione-stimolo dotata di senso (il cifrato) che deve-fessere trascritta in una seconda espressione che veicola- per omonimia due chiari/ ovvero due livelli di contenuto, o ancora due isotopie seman- tiche. La prima costituisce una sorta di' parafrasi, commento,' definizione, trasformazione sinonimica della espressione-sti- molo, mentre la seconda indipendente dal contenuto dell'e- spressione-stimolo. La seconda isotopia fa deU'espressione- risposta un luogo comune, gi prestabilito nel repertorio dei modi di dire e pertanto riconoscibile mnemonicamente come df vu. Una serie di classiche espressioni-stimolo trascritte nell'e- 1) Fede assoluta Credenza piena , 2) Lacrimata salma Pianta spoglia '/ ''* 3) Astro dominante ~> Signore sole " . ' 1 ' 4) Asino vivo -+ Campo incolto ", j) Ges Recinto di spine;,' .., .. . 6) Sonorape -> Campo di fiori 7) Ges nell'orto -> H verbo riflessivo. 1 } Ct *' 1 Esaminando le crittografe 1 )-4) ci si rende subito conto che le risposte ad un primo livello costituiscono sia definizio- ni che trasformazioni sinonimiche dell'espressione-stimolo; mentre esaminando le crittografie 5)7) ci si accorge che sti- molo e risposta si trovano in un rapporto di implicazione (se, allora: se Ges, allora uomo recinto di spine; re sono un'ape, allora vivodi fiori; se Ges Dell'orto, allora Verbo riflette e medita). AI secondo livello tutte e sette le : risposte costi- L FAMIGWA BEI 0>DICI 278 tuiscono altrettante ftasi fatte: la pianta s PsK le ; ^^! sole il campo incolto, ecc. Il meccanismo a doppia isotopia della crittografia 1 sarebbe pertanto-U seguente: s . -- vivente vs (io) v ivo' (da) asino (ignorante)]; . la) Wla risposta alla 1) ' si, trova per entrambi 1 membri 'della frase due espressioni sinonime appartenenu alla stessa categoria grammaticale [asino (agg.) colto ; - ;f vivo (verbo) -* campol; _ ' ' ibi controlla se l'espressione sinonima omonima .con un lnogo comune (campo incolto come lembo di terra non coltivato); ... . , li) se la risposta alla 1) no, sosutoisei ogni membro del- la frase col piopriosinonimo (rispondono a questa ca- ratteristica le i), 2: lacrimata diventa pianta salma diventa spoglia Jede diventa credenza, assoluta d* ua) ronrroUa S ^'espressione sinonima omonima con un ./ luogo comune, anche se s deve accettare un cambio $ categoria gramtnadcale (nella 2), per la seconda iso- . to P U>^ da aggettivo diventa sostantivo,* 0* ,.. da sostantivo diventa aggettivo; . a&E la^ostituzione con sinonimo nond senso prova " t^con altre figure retoriche (nel caso deUa 3) I P riJlia 1t. sostituzic^avvieiie,r^ S meddocbe: E sole apparile- 3 . CODICE COME CORREI AZIONE 179- ne al genere astro:'Se la rispostt-haWsenso, procedi iv) se le regole i) e li)" non danno 'risultati apprezzabili '" prova a costruire xina' implicazione {se, allora) e consi- dera tra le soluzioni possibili quella che risponde alla regola i), applicata non allo' stimolo ma alla risposta. ' Naturalmente, osservando un corpus pi completo di crit- , tografie, ci si rende conto che le regolesono^molto pi com- plesse. Ma non sono informulabili. Esse non consentono la soluzione automatica, perch anche qui deve giocare l'ipotesi contestuale, unitamente all'ipotesi mnemonica, e questo la si che il gioco enigmistico sia appunto un gioco, prova di pa- zienza e di intuizione a un tempo. Ma la pazienza si esercita provando varie regole dotate di una loro ricorsi viti, e l'intui- zione si esercita cogliendo per rapida ispezione,, tra tutte* le. regole possibili, quella giustai ; * : **i Quindi la crittografa ha non solo regol e gen eriche ma an- che regole di deddibilita contestuale; Naturalmente la crittografia mnemonica vive in rapporto parassitario col codice della lingua naturale e ne sfrutta la complessit, e cio vive sul fatto che non esistono* sinonimi assoluti, ed ogni sostituzione sinonimica fa slittare il signi- ficato dell'espressione sostituente verso aree che non erano coperte dal significato dell'espressione sostituita. Ma proprio per questo i suoi problemi non paiono dissimili da quelli del- l'analisi testuale in linguistica, dove le regole della lingua non. riescono spesso a rendere ragione dell'ambiguit eli certe espressioni e rimandano pertanto a una conoscenza 'extrate- stuale o a laboriose inferenze contestuali. Io /Nancy dice che vuole sposare un norvegese/ per esempio indecidibile sulla base del codice se Nancy voglia* sposare una persona precisa che essa conosce e che norvegese, o se m> , | 4.1. S-codki e^gnmcazione. ' "' .' - r Si detto che gli s ^kJwa-queUo-rtMo del mondo ehe il sistemi . delle regole matematiche/ e un lessicografo che di- cesse chei/father/in inglese significa G+ r /*, Marebbe (po-; marno m lingua italiana) una i affermatone W circa queUo no del mondo che il lessicale*/ ovvero sui rapporti tra una-espressione della-Jingua^inglese e una posizionTnel sistema della parentela. : 1 ; ' > Tuttavia il fatiche con gfri^d-mm possano af- iermazioru false ed elaborare menzogne circa il mondo ester- no, non vieta che medtante un Codice si possano configura- re sequenze di espressioni tali che, proprio in base aleggW terne al sistema stesso, esse rinviino ad altre sequenze di espressioni Ce quindi una sorta di p o t a e sigm^ ea^Sedi s-codia-, nel senso in cui in aritmetica, data la sequenza 5- 10-' 15 a sr pu ragionevolmcnte * ****- un aminoacS To' o ma. J nAh ^^'l m. so che ameojati. Sono momenti fransi oTmW^ P ' d bilue relazioni comunictive acSffi ^ miei pM rispettodos^^S (voglia gradire i troibS ad Xrel^Ttono elerS^ T"? I* d- c sono elementi di un cloak (efr S > ,\ ^mangono fenomeni che difficile desiai rr^i' P- 1 4-a. Le istituzioni come siatemi doratici. ., apparente sistema di 'corrdazior^rtSlL^n ' eOp) (q=>*r) (pz>Or) (primo assioma di Mally, dove l'operatore' O sta per ' obbligatorio') e cer-- cando via via di 'formalizzare calcoli in cui si tiene' conto di uno stato del mondo e della rnodificazione che ne consegue per l'azione di un agente, oppure calcoli che tengono conto 1 (proprio a proposito d norme etiche o 'giuridiche) del con-: certo d 'permissibilit* e del concetto di 'divieto*: vieta- to 'disobbedire alla legge, quindi obbligatorio obbedirvi. Dobbiamo fare ci che non ci permesso di non fare. Se un atto e la sua negazione sono entrambi permessi, allora Tatto indifferente... Due atti sono moralmente incompatibili se f ' la loro congiunzione vietata [Wright 1951, trad. it. pp. 127-28]. Il fatto che per i codici istituzionali siano sistemi espri- mibili in termini di logica modale non toglie che siano sog- getti a regole di calcolo. Nello stesso modo funzionano quelle istituzioni che sono le regole di conversazione, studiate dall'etnometodologia, dall'analisi del linguaggio comune, dalla logica dei linguaggi naturali e dalle varie forme di pragmatica:, a una domanda si deve dare una risposta; se asserisco qualcosa, presuppo- stole io dica il vero; se uso un eccetera i membri dell'elen- co presupposto ,debbono; essere della stessa categoria dei membri esplicitati, almeno dal punto di vista dell'enumera- zione in atto, e l'insieme di tutti gli enumerandi deve essere noto all'interlocutore al suicidio. Si potrebbe obiettare che d codice giuridico un dizionario con pochi contenuti e una infinit di espressioni .snonime ma il punto non, questualo un tloak l'espressione sta per 11 con- tenuto nel momento in cui la comunit accetta la convenzio- ne, mentre d codice mmSco'presaive solo l'obbligo di ren- dere esecutiva la correlazione, tra delitto e pena. L'aspetto correlaaonale si intreccia con l'aspetto istituzionale e amie le correlazioni qui si organizzano secondo una logica deon-. tica. inogm caso la correlazione con tra atto delittuoso e pena (posso sapere che qualcuno - un ladro e nel contempo ^pere che non verr mai punito) ma tra riconoscimento mu-, diziario del delitto e obbligo di- farglicorrispondere la pena ' La^orrelazione non ; tra un fattole un altro fatto, ma Wfl riconoscente della violazione^ un obbligo e il rispetto di un altro obbligo. Al massimo si pu dire che in termini di se- miotica del comportamento ogni delitto connota la pena che presuppone ed implica. O che U delitto di x mi induce ad attendere per forzai convenzione, la pena inflitta a x da y . t - Basu infatti osservare che se y non infligge la pena dovuta- a x .. . .. .>>-. Si mostrato sinora che ogni volta che si parla di codice 1 correlazionale sono individuabili dei fenomeni inferenziali, e ogni volta che si parla di codice istituzionale sono indivi- duabili fenomeni di correlazione tra antecedenti e conseguen- ti, strettamente legati ad altri processi inferenziali: Proviamo ora a verificare cosa accade con un'altra accezione di /codice/- che pure ha avuto gran fortuna in questa secondateti del J secolo, quella di codice genetico. interessante notare come anche la tematica della comu-' nicazione genetica faccia la sua apparizione in termini espli- citi nella seconda met del secolo; anche se le premesse sono - sviluppate prima: la scoperta della doppia elica degli anni 1 *50, nel 1961 Jacob e Monod scoprono i processi' di trascri- zione da dna a una ed definitivamente al Congresso di Mo- ! scadel T91 che si fa risalire la prima decifrazione del codice genetico. " " * Non detto che la meccanica del codice genetico quale oggi' riconosciuta dagli studiosi sia quella reale e che' il co- dice genetico non sia per ora che una pura costruzione ipote- 1 tica dei genetisti. Vorremmo per dire -che, nella misura in cui fosse errata, l'ipotesi sarebbe tanto pi significativa n" terrnini di storia delle idee. Schematizzando al massimo, di-' damo che l'informazione genetica contenuta nel cromosoma e immagazzinata nel dna (acido desossiribonucleico a strut- tura elicoidale doppia la cui unit fondamentale, il nucleo- tide, contiene una base, uno zucchero e un acido fosforico) determina la costruzione di una molecola proteica. Una mole- cola proteica fatta di aminoacidi. Gli aminoacidi sono venti e dalla loro combinazione nascono le diverse molecole pr teiche. Nel dna si dispongono diverse successioni di quattro basi azotate (adenina, timina, guanina e citosina) ed la succes- sione di queste basi che determina la successione degli ami- noacidi. Siccome gli aminoacidi sono venti e le basi 5- IL PROBLEMA [DEL, CODICE GENETICO 2&$ quattro, occorrono pi basi per definire un aminoacido. Vi- sto che una sequenza di due basi permetterebbe 16 ^ t azioni e una sequenza di-quattro basi ne permetterebbe 2664 l'economia combinatoria maggiore pare raggiunta da sequen- ze di tre basi, o triplette, che consentono "anche' -"con le loro 64 combinazioni per venti aminoacidi - di definire lo stesso aminoacido attraverso *omof oni* 'o sinonimi e di servirsi di alcune combinazioni nulle, in funzione di segni di interpun- zione tra sequenze 1 'significanti'. Non discuteremo qui se tale economia dipenda da un processo evolutivo o non sia che una economia metalinguistica dovuta al biologo; potrebbe darsi che le sequenze reali siano 266 (e il radice sia a quattro basi) salvo che solo venti aminoacidi sono sopravvissuti alla selezione evolutiva e tutte le combinazioni non utilizzate so- no nulle o omofone'. In ogni caso chiaro che il sistema delle triplette del dna ancora un s-codiee e come tale soggetto a calcoli di trasformazione e a valutazioni di economia strut- turale. Ma U dna sta nella cellula, mentre l'informazione che esso immagazzina deve trasportarsi nel ribosoma dove avviene la sintesi proteica. Pertanto 1 le triplette^del dna vengono dupli- cate, nella cellula, da un'altro acido nucleico, lo* una (acido ribonucleico) che in funzione di RNA-messaggero 'trasporta il messaggio nel ribosoma. ' Qui lo RNA-solubile , (probabilmente attraverso una nuova traduzione- in triplette complementari, che non considerere- mo per ragioni di semplicit) inserisce un aminoacido.in cor- rispondenza di ogni'tripletta di basi azotate. .' , (J La traduzione da DN/v-a rna avviene per sostituzione com- plementare di. triplette, con la complicazione che la timina, del dna viene sostituita da una nuova base, Furatile. E qui siamo in presenza, almeno formalmente, di un codice vero?, proprio che chiameremo per comodit 'codice di cellula? : r ' n " ' t -* a - Pertanto se il dna Teca la sequenza sina, lo rna traduce: uraciletitosma-guanina. Ned momento in cui si attua la ; sintesi proteica nel riho- 390 LA FAMIGLIA DEI CODICI soma' entra in gioco quello che chiameremo 'codice d ribo- soma", per cui, ad esempio, alla tripletta gcu (e ai suoi omo- foni gcc gca e gcg) corrisponde l' Parole di coict gcu ccc OCK GCG GCU CGC CGA.CGG AGA AUU AAC Asparagna gau gac Acido aspartico ugu UGC ; Ci s tema " ! n * gaa ' GAC Acido glutamminico ; caa cag^' !' Gluttmina '? Mi ' GGIT GGC GGA GGG' ".' Glicha . i . ~> . - ; -. -' 1 , Lo stesso accade con la pi elementare delle cifre (come; sa il decrittatore): occorre scommettere sul cifrario giusto. Un punto e una linea equivarranno ad /a/ se stiamo ricevendo, qualche messaggio in Morse, (e si tratta di un messaggio' e, non di puro rumore). Certo, si tratta di una congettura sul codice, non di una congettura permessa e autorizzata dal co- dice. Ma ecco che gi al livello 'piatto' della pi, piatta delle cifre riconoscimento di equivalenza e scommessa >mferenziale iniziano a mescolarsi. Non si separeranno pi. p : i -.. La presenza di processi inferenziali diventa pi evidente, nei casi pi complessi di cloak:. abbiamo cercato di' mostrare che irijquesti casi non si ha mai a che fare con un unico siste- ma di equivalenze. Basta che due sistemi si- intreccino {efr, per esempio ^ casi discussi nei %% 3 .r., 3 ,2) ed eccoche il cosid- detto codice (gi sistema di pi codici) non - pi soltanto un apparato-che provvede equivalenze, bens una macchina -che provvedejistruzioni per manovrare divers-siptemi di equiva- lenze in diversi contesti o circostanze. jSiaroo gi nella dimen-, sione pragmatica: ma se le istruzoni-per muoversi nella dii mensione pragmatica sono in qualche modo previste efpinitei dal codice, ecco che questo codice (capace di integrare la pr-: pria semantica elementare a una pragmatica) ha gi assunto l'aspetto di una enciclopedia, sia pure a livello minimo. Abbiamo dapprima opposto, l'aspetto coirelazionale all'a- spetto isttnrionlp del codice. Ma i visto che raramente questi due aspetti vanno disgiunti, un codice, sempre una' tavola di correlazioni pi una : serie di regole ! istituzionali.) Non per caso che si usato il teimine codice, lo stesso, per due fenomeni che all'inizio apparivano cosi diversi. Diremo s allora che l'insistenza sul codice stata dovuta al-, la difficolt di riconoscere la necessit, l'evidenza deU'encido-, pedi a; e per alcuni autori stato forse il modo di addomesti-, care jljfantasma dell'enciclopedia mediante un apparato di LA FAMGLIA DEI CODICI regole dall'apparenza piti univoca e confortevole. In' molti casi si ricorso alla nozione di codice per le stesse ragioni per cui si ricorso all'idea d dizionario. Ma si veda il secondo capitolo di questo libro: l'idea di dizionario non poteva non generare, dal proprio interno, la necessit dell'enciclopedia, e cosi accaduto all'idea di codice. Una volta che si sia rico- nosciuta l'inevitabilit della rappresentazione enciclopedica, nulla vieta tuttavia che per ragioni di comodit, in situazioni locali, s faccia ricorso al modello del dizionario; parimenti si danno casi in cui sufficiente spiegare in termini di codice, e persino di cifra piatta, fenomeni semiotici elementari o resi elementari dalla finzione di laboratorio. Alla luce di queste conclusioni potremo allora rileggere, ancora una volta, molti contesti in cui il termine /codice/ stato usato in modi spesso contraddittori, per riconoscere, al di sotto della semplificazione e della contraddizione, la pre- serva di una problematica pi vasta; che non poteva essere evitata. Il codice lvi-straussiano della parentela : a) un sistema (s-codice) di tipo logico su cui in linea di principio qualcuno 1 potrebbe operare equivalenze e trasformazioni anche senza sapere che i simboli usati corrispondono a relazioni paren- tali; b) Un sistema di prescrizioni, che pu essere osservato o violato; c) nella misura in cui osservarlo o violarlo prova' la fedelt all'istituzione dominante, un 1 codice in senso cor- relazionale; d) nella misura in cui sposando una certa donna l'Ego si impegna (lascia attendere) una serie di specifiche ob- bligazioni nei confronti dei suoi parenti, abbiamo ideile pos- sibilit di significazione del tipo di quelle studiate da Jakob- son per i sistemi musicali e la pittura astratta; come anche Lvi-Strauss aveva osservato, la donna diventa al tempo stes- so il 'segno' delle obbligazioni che implica. Passando al codice dei miti occorre osservare che Lvi- Strauss usa il termine /codice/ secondo accezioni discordanti. Quando parla di una armatura come insieme di proprie- t che rimangono invarianti in due o pi miti parla di un s-codice come sistema di unit di contenuto; quando parla di codice come del sistema delle funzioni assegnate in ogni mito a queste propriet, sta gi parlando d correlazioni sog- gette a selezioni contestuali (il motivo delle viscere galleg- gianti ha due funzioni; in codice acquatico le viscere sono 7- CODICK E ENCICLOPEDIA congruenti coi pesci, in codice celeste con le stelle Ccfr. Lvi- Strauss 1964, trai it. p^32i]). Quando parla- di un codice di terzo grado (il codice metaUnguistko della sua ricerca) destinato ad assicurare la traducibilit reciproca tra-i vari miti \ibid., p. 28], parla di un sistema di regole di calcolo che impone anche correlazioni. IndJhomme nu [i^/trad. it. pp. 58-39] egli parla anche di codice dei singoli miti, la cui traducibilit affidata a un codice di gruppo di miti che correla gli elementi dei singoli codici, e che egli chiama in- tercodice*. D'altra parte alI ? interno dei -singoli miti egli ve- de agire codici diversi (astronomico, .geografico, anatomico, sociologico, etico [cfr. Lvi-Strauss 1968, trad. it. pp. 148- 149] i quali per ci sembrano piuttosto di nuovo -codici o porzioni di campo semantico i cui clementi vengono, dal co- dice del mito, associati a funzioni . . > . > > . .7 1 > - & -' 1 Si gi detto del doppio uso che Jakobson fa del termine codice: s-codice quando si riferisce al sistema i fonologico , e codice correlazionale quando invece l'autore in una stermi- nata serie di articoli, via via parla di codice mimico, cinema- tografico, funzioni semantiche degli shifters, sottocodici, 'co- dice della divinazione, ecc. ' * Pi vaga sembra l'accezione di codice nella ricerca socio- linguistica d Basii Bernstein: i-codici sono dei 'quadri signi- ficanti' ma sono anche delle probabilit con le quali possi- bile prevedere gli -elementi strutturali che-saranno selezionati per organizzare i significati; quando A emetteun segnale ver- so B si sviluppa un processo di orientazione, associazione e organizzazione (e integrazione dei segnali per produrre una risposta coerente):- Il termine di codice cos come io lo im- piego assume i . principi che reggono -questi -tre processi [1971, parte V, i].-Come si vede 1 il termine pare ricoprire a un tempo vari dei significati gi esaminati. D'altra parte il co- dice sociolnguistico riguarda la strutturazione sociale dei significati e le loro diverse ma connesse realizzazioni lingui- stiche contestuali. Una differenza tra codice -elaborato e co- dice ristretto sottolinea i due livelli di diversa libert e facili- t simbolica di soggetti appartenenti a classi diverse: e in questo senso la-nozione copre quella di possesso pi o meno articolato di un linguaggio naturale e delle sue regole. Pi vasta la nozione di Jurij Lotman e Boris Uspenskij nel contesto della loro tipologia delle culture. Il punto di I- A 'FAMIGLIA DEI'CODICI partenza dato dal conce t to inf ormazionale di codice, corre- lai alla nozione lotraaniana di testo. Il codice un sistema di modeilizzazione del mondo, sistema di mcidellizzazione primario il linguaggio, secondari gli altri sistemi culturali, dalla mitologia all'arte. In quanto modellizz il mondo/ il sistema ha gi una 1 sua precisa natura correlazionale. Lotman [i 970] distingue molto chiaramente i codici- nel senso da noi elaborato (transcodifica esterna), in cui si stabilisce una -equi- valenza tra due catene di strutture (geminata) o tra'pi cate- ne (plurima), considerando anche la differenza tra codici se- mantici e codici pragmatici (intesi questi ultimi- come modelli stilistici particolari che mutano l'atteggiamento nei confronti dell'oggetto modellizzato). Ma sottolinea che all'interno del testo si formano significati aggiuntivi dovuti al mutuo richia- mo dei segmenti testuali (che diventano siiwmmi'strutturali) e si verifica una transcodifica interna, propria dei sistemi se- miotici* nei quali il significato si forma non mediante il riav- vicinamento di due catene di strutture, ma in modo imma- nente all'interno dello stesso sistema. Riconosce l'esistenza di segni rappresentativi in cui non giocano codici complessi e al destinatario ingenuo pare che non vi sia alcun codice. In tutti questi casi si ha a che fare con codici 1 correlazionali , ^Con sistemi, 'invece, sembra abbia a che fare la tipologia delle culture [Lotman 1969]-, dato che il compito -della tipo- logia la descrizione dei principali tipi di codici culturali sul- la cui base prendono' forma le 'lingue' delle 1 varie culture. Questi codici sociali sono naturalmente istituzioni (e quindi sistemi di norme) o : ststem i di valori (come 'onore* 1 , 'gloria') ma l'esame, dei testi anche l'esame di 'come questi elementi sistematici -possanoessere espressi. Pertanto la tipologia 'del- le culture oscilla intorno alla doppia accezione di codice cesene istituzione e codice come correlazione, in entrambi i casi il codice culturale essendo un modello del mondo e- quindi qualcosa che permette ai propri elementi espressivi di stare per altri contenuti. Peraltro Lotman [1970! distingue cultu- re che noi chiameremmo ipocodificate, basate su testi che propongono modelli di comportamento e culture che noi Ria- meremmo ipercodificate, basate su manuali ovvero gramma- tiche [dir. anche Lotman e Uspenskij 1 97 jj. ' " Egli inoltre distingue, con la pluralit dei codici e dei sot- tocodiei, anche la dialettica tra codici dell'emittente e' codici 7,, CODICE E ENCjtCJLQPEDl del destinatario [cfr. anche Eco 1968, a proposito degli scarti interpretativi di un messaggio dovuti alla differenza dei co- dici], dialettica particolarmente operante, e m modi diversi, sia nella comunicazione standardizzata dei mezzi di massa che nella letteratura del testo poetico. " - . Diremo che- in Lotman/ apparendo chiara la distinzione tra correlazione e istituzione, i due aspetti- del problema si fondono continuamente e coscientemente, a sottolineare l'i- stanza comunicativa che pervade il suo modo di considerare le istituzioni e l'uso che i membri del corpo sociale ne fan- no. Istanza unificatrice che vale a giustificare l'invadenza con- temporanea del concetto di codice anche l dove si -rendereb- be necessaria (come abbiamo tentato- di r f are) una pi accu- rata distinzione tra le varie accezioni del termine. Parimenti rappresentativa per questa tematica l'opera di Roland Bar- thes, dalle prime opere semiotiche [1964]^ in cui le nozioni sono chiaramente precisate, a quelle della maturi(,fdovetri- prende il sopravvento la tendenza unificatrice. Roland Barthes accenna ja varie riprese a codici correla- zionali: intitola Systme de la Mode [1967] il suo noto- sag- gio e in parte esamina le regole interne di trasformazione dei tratti vestimentari, ma vede la moda anche come codice cor- relazionale o .codice vesti mentano reale (un abito sta per qualcos'altro) e soprattutto elegge a oggetto del proprio-stu- dio la- correlazione tra il linguaggio verbale che descrive la moda e la moda vestimentaria descritta .(codice vestimenti rio parlato). , In S/Z [1970] Barthes individua nel corso della ricerca cinque codici,, seraico, culturale, simbolicoi, ermeneutico te proaire tira. Il codice proairetico, o delle azioni, senz'altro un sistema di comportamenti; il codice ermeneutico si pre- senta come inventario dei termini formali tramite i quali un enigma viene centrato, posto, ritardato (e si tratterebbe quin- di di un sistema), ma anche formulato (e si pensa a una corre- lazione) in quanto il codice ermeneutico anche l'insieme delle unit aventi la funzione di articolare una domanda, la sua risposta e i vari accidenti che preparano la domanda e ri- tardano la risposta. Si potrebbe dire, proseguendo la lettura di SfZ, che Barthes, sia pure in modo metaforico, passa in rassegna in questo libro, tutte le varie accezioni di codice sin qui considerate. E vi un 'brano dell'operain cui, accennan- : la' Famiglia dei 1 codici do all'universo dei codici 1 intertestuali a cu il racconto rin- viategli cifa'assaporare'le ragioni per cui la cultura contem- poranea individua codici dappertutto e ad ogni costo: l'esi- genza di trovare ovunque del culturalizzato e del gi detto e di vedete la vita culturale come una combinatoria pi che come una creazione exnibiloi Il codice non una lista, un paradigma che occorre ricostruire ad ogni costo. Il codice una prospettiva di citazioni, un miraggio di strutture... sono altrettanti barbagli di quel qualcosa che 'sempre- stato gi letto, visto, fatto, vissuto: ti codice il solco di questo gi. Rimanendo a ^quello che- stato scritto,' vale a ; dire' al Libro (della cultura, della vita come cultura), fa del reato il prospetto di questo libro. In questo testo ideale le reti sono multiple... i codici che mobilita si profilano a perdita^d' oc- chio:.. Ogni codice una delle forze che si possono impadro- nire del testo (di cui il testo larete), unadelle ! Voci di cui guc re al massimo le caratteristiche di una categoria' non priva di ambiguit, questo richiamo metaforico all'unit della pro- spettiva; vedere la vita della cultura come tessuto di codici e come richiamo continuo da codice a codice ha significato cercare, in qualche modo, delle regole per l'attivit' della se- miosi. Andre quando le regole sono state semplificate, stato importante cercarle. La battaglia per il codice stata una bat- taglia contro l'ineffabile. Se vi regola vi istituzione e vi societ e dunque vi un meccanismo in qualche modo co- strubile e decostruibile. 'Parlare 1 di codice ha significato ve- dere la cultura come fatto di interazione regolata, l'arte, la lingua, i manufatti, la percezione stessa come 1 fenomeni di interazione collettiva retti da leggi esplicitabili. La vita cul- turale non pi stata vista come creazione libera, prodotto e oggetto di intuizioni mistiche, luogo^deirineff abile, 1 pura emanazione di energia creatrice, teatro di una rappresenta- zione dionisiaca retta da forze che la precedono e su'tui 1 l'ana- lisi 'non ha presa. La vita della cultura vita di testi retti da leggi intertestuali dove ogni gi detto 1 agisce come tegola possibile. l gi detto costituisce il tesoro dell'enciclopedia. .v >,.n.-; -n . b--- -HIV.' ; S ' , .;ti il * t .tjuJ '. 1 . K'j: ,., * >' v >U*- * ' ; ri ? 3 : "i' 1 : 1 ....... 1 . ; fs*j i* ; f ss..*";.'-* *v . av_:* => : . he. ri; -* t% " '-"M**! ^ rijj.* - = j-.-'- ..*>*...'. M>* s:--: -s:. S'-^V.'S: - -s-- iivi ! -: j ' : " -l *~ " .i-wp'-' / -. i v . : ..j tjg '. '^;. Ji iV' :. V^..'. . i ,5 '''.-.-,". .'!,'. V-' .'' i--*- 'iSf5-:'* *. ' * } ...'..5p o .; :: : '*> i .),. 1 , ;.*. 5 . -wuii, un'. : i ." ' : ; ' i : ' MI i 1 . pi"', ( ,4* -fisti . ? ' '^ -Sii' : T .... , !:;.' -. . i.'- .-- "-. -.^ ,- " -- . - .*-=!-; -, , l t ?>-. -, ut,. -.--:; . .- ! pL ..-.= -- . - > ..i - : % ' . ".f, \>: 'i.- - "^j f i ..' : ' i :. -^-'r " , ,- . v / . 1*" 'V' . ' .. :JJ>, ; - ; --v . ' ; ' < ; ' ' . ' . ' _ | V '*$*!... l'i:.'-.... itjj i ^ jll *r .-,0 . , S p, , - , Riferimenti bibliografici
Friday, June 20, 2025
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