Luigi Speranza -- Grice e Fedro: la ragione
conversazionale a Roma antica -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Abstract.
Grice: “Hardie, my tutor at Corpus, never displayed his philosophical views to
me – which was a shame – but then he said he was following Fedro’s advice in
teaching Cicero!” Keywords: pupil-tutor. Filosofo italiano. The philosophy teacher
of Cicerone at Rome. F. follows the doctrines of The Garden, and succeeds
Zenone as the head of the school.
Feliceto
search.
Luigi Speranza -- Grice
e Ferdinando: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dela
masculinità, il maschio e la tarantella – scuola di Mesagne – filosofia
brindisese – filosofia pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Mesagne). Filosof
italiano. Mesagne, Brindisi, Puglia. Grice: “I like Ferdinando; for one he
describes himself as a ‘philosophus,’ which is good – second, he deals with
‘philosophia’ in terms of this or that ‘theorema,’ which is good, and third he
follows Aristotle!” Definito dai suoi concittadini “Socrate Salentino”, studia grammatica,
poetica, greco e latino sotto RICCIO (si veda), intimo amico di Paolo e Aldo MANUNZIO
(si veda). Si trasfere successivamente a Napoli dove studia FILOSOFIA. Si
laurea in filosofia. Ha dieci figli. Tra le saggi principali di F. grande rilievo
assumono i “teoremi filosofici”, dedicati alla sua amata città natale; Morso
della tarantola, che testimonia l'importanza del tarantismo e della tradizione
salentina nel suo pensiero; Centum Historie o Casi Medici, raccolta di cento
casi clinici più peculiari analizzati dal medico nella sua vita professionale;
infine Antiqua Messapographia, attenta e appassionata analisi della storia di
Mesagne. Dal punto di vista culturale, l'opera di riferimento per eccellenza
del F. è fuor di dubbio Centum Historiæ, dedicata a Giulia Farnese, Marchesa di
Mesagne, di cui l'autore è medico di fiducia, intimo amico e compagno di
viaggio, come quello che li conduce a Roma dove F. conosce Clemente, medico di
Paolo V ed è contattato, per la sua fama, da noti scienziati e medici romani
dell'epoca tra cui Severino, con cui ebbe una disputa riguardo al metodo
migliore di operare l'incisione della salvatella, la vena presente sul dorso
della mano che parte dalla base del mignolo e si connette con la vena ulnare. Profondo
conoscitore dei classici e seguace non solo delle teorie d’Ippocrate di Kos e
Galeno, ma anche di quelle formulate da MERCURIALE (si veda), Eustachio,
Falloppia e FRACASTORO (si veda), attento alle tradizioni della sua terra, propone
un nuovo metodo di insegnamento con lezioni al letto del malato, in una
perfetta sinergia tra lo studio teorico e la sua applicazione clinica. Per la
sua grande cultura e competenza è richiesto non solo in tutta la provincia, ma
anche a Bari, Napoli e Lecce. Noto fra i concittadini per la sua bontà d'animo,
cura anche senza compenso somministrando farmaci costosi pure ai poveri. Nelle
sue diagnosi si concentra sull'importanza delle analisi del sangue valutandone
consistenza, opacità, densità e colore e ritene centrale per la terapia
attenersi ad una adeguata dieta. Per curare i suoi pazienti si serve non solo
di salassi, purghe e clisteri, secondo la prassi ordinaria, ma prepara anche
dei farmaci di origine vegetale ottenuti miscelando quantità variabili d’erbe
mediche a seconda della terapia. Nella sua vita si occupa anche di due casi di
interesse neurologico e pediatrico, descritti nei particolari nelle Centum
Historiæ, e nutre anche uno spiccato interesse nei confronti del tarantismo e
della musica come terapia certissima. Grazie alle sue opere, in cui
l'impostazione medico-scientifica si compenetra con quella storica, grazie ad
uno stile tendente al genere narrativo, ed ai contatti che mantenne con i
medici napoletani, è uno dei più importanti intermediari fra la cultura medica
napoletana e quella di terra d'Otranto. Studiosi, soprattuto F., si sono
interrogati sulla natura del tarantismo, o tarantolismo, dopo essere venuti a
conoscenza delle cure previste dalla tradizione popolare per questo morbo, tra
cui la più importante di tutte è senza dubbio la musico-terapia somministrata
al malato da vere e proprie orchestre composte da violinisti, chitarristi e
soprattutto tamburellisti a pagamento. Proprio il tamburello assume una
funzione fondamentale in questo tipo di terapia poiché scandisce il tempo
modificando via via il ritmo del brano che, divenuto frenetico, viene
assecondato dai movimenti della danza del tarantato. La credenza vuole che il
malato dopo essere stato morso dove espellere il veleno scatenandosi a ritmo di
musica, ma non di una qualunque. Il tema musicale dove essere scelto in base al
colore della tarantola responsabile del morso. Il primo documento che
testimonia il legame tra musica e taranta è il Sertum Papale de Venenis
redatto, presumibilmente da Marra da Padova, nel pontificato di Urbano V. Il secondo
a documentare per esperienza diretta questa connessione è F.. Nelle sue Centum
Historiæ analizza, tra gl’altri, il caso di un suo concittadino, tale Simeone,
pizzicato mentre dorme di notte in un campo. Il medico crede fermamente nella
musica come terapia certissima criticando chi sostene che il tarantismo non è necessariamente
scatenato da un morso tanto reale quanto velenoso. Inoltre, è il primo a
proporre come metodo di cura per i tarantati morsi da tarantole le malinconiche
(nenie funebri). Kircher riferisce nel
suo Magnes un episodio accaduto ad Andria, nel barese, talmente singolare da
destare ragionevoli sospetti su quanto sta alla base di questa terapia. Come il
veleno stimolato dalla musica spinge l'uomo alla danza mediante continua
eccitazione dei muscoli, lo stesso fa con la tarantola; il che non avrei mai
creduto se non l'avessi appreso per testimonianza dei padri ricordati, che son
degnissimi di fede. Essi infatti mi scrivono che in proposito è tenuto un
esperimento nel palazzo ducale di Andria, in presenza di uno dei nostri padri,
e di tutti i cortigiani. La duchessa infatti, per mostrare nel modo più adatto
questo ammirabile prodigio della natura, ordina che si trovasse a bella posta
una taranta, la si collocasse, librata su una piccola festuca, in un vasetto
colmo d'acqua, e che fossero quindi chiamati i suonatori. In un primo momento
la taranta non dette alcun segno di muoversi al suono della chitarra. Ma poi,
allorché il suonatore dette inizio ad una musica proporzionata al suo umore, la
bestiola non soltanto faceva le viste di eseguire una danza saltellando sulle
zampe e agitando il corpo, ma addirittura danzava sul serio, rispettando il
tempo. E se il suonatore cessa di suonare anche la bestiola sospendeva il
ballo. I Padri vennero a sapere che ciò che in Andria ammirarono in quella
circostanza come episodio straordinario, era a Taranto fato consueto. Infatti i
suonatori di Taranto, i quali erano soliti curare con la musica questo morbo
anche in qualità di pubblici funzionari retribuiti con regolari stipendi (e ciò
per venire incontro ai più poveri, e sollevarli dalle spese), per accelerare la
cura dei pazienti in modo più certo e più facile, sogliono chiedere ai colpiti
il luogo dove la taranta li ha morsicati, e il suo colore. Dopo ciò i medici
citaredi sogliono portarsi subito sul luogo indicato, dove in gran numero le
diverse specie di tarante si adoperano a tessere le loro tele: e quivi tentano
vari generi di armonie, a cui, cosa mirabile a dirsi, or queste or quelle
saltano. E quando abbiano scorto saltare una taranta di quel colore indicata
dal paziente, tengono per segno certissimo di aver trovato con ciò il modulo
esattamente proporzionato all'umore velenoso del tarantato e adattissimo alla
cura, eseguendo la quale essi dicono che ne deriva un sicuro effetto
terapeutico. Altre opere: Theoremata philosophica (Venezia); “De vita
proroganda seu iuventute conservanda et senectute retardanda” (Neapoli); “Centum
Historiae seu Observationes et Casus medici” (Venezia); Aureus De Peste
Libellus (Napoli); “Libellus de apibus”; “Tractatus de natura leporis”; “De
coelo Messapiensi”; “De bonitate aquae cisternae”; “Libellus de morsu
tarantolae.” Martino La terra del rimorso, Milano, Est, Magnes sive de arte
magnetica opus tripartitum, Le notizie biografiche sono tratte da: Mario Marti e Domenico Urgesi, F., medico e
storico. Atti del convegno di studi, Besa, Nardò, Altre fonti: Kircher, Magnes sive de arte magnetica opus
tripartitum, Martino, La terra del rimorso, Est, Milano, Portulano Scoditti,
Distante, Alfonsetti, Poci. Assessorato alla Cultura Città di Mesagne, Mesagne,
Nicola Caputo, De tarantulae anatome et morsu, Lecce, Scoditti e Distante, La
peste, traduzione del De peste aureus libellus, Scoditti e Distante, F. Le
centum historiae e la medicina del suo tempo, Città di MesagnM. Luisa Portulano
Scoditti e Amedeo Elio Distante, F., De Vita Proroganda, Città di Mesagne, traduzione
del De Vita Proroganda seu juventute conservanda, Napoli, Scoditti e Distante,,
Atti del Congresso della Società Italiana Storia della Medicina, Mesagne. Grice:
“Ferdinando says that tarantella proves that the aspects of reason are not
sufficient, since the dance is irrational – Churchill liked it though and he
thought his bronze of the male dancer in his garde reminded him of his
adventures in Southern Italy when he would dance nude in the hills!” Keywords:
mito, taranta, tarantella, Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferdinando” – The
Swimming-Pool Library. Epifanio Ferdinando. Ferdinando.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Fergnani: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del gesto e la passione – la scuola di Milano – filosofia
milanese – filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo
milanese. Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Grice: “I love Fergnani;
especially his “Il gesto e la passione,” which I apply to them extravagant
Victorian male-only interactions!” Si laurea a Milano sotto BANFI (si veda).
Insegna a Crema e Bergamo, Milano. Saggi in “Il pensiero critico”, “Rivista di
filosofia”, “aut aut”, “Rivista critica di storia della filosofia” e “Nuova
corrente”. È figura di spicco
nell’esistenzialismo. Si dedica a Sartre, Marx, Merleau-Ponty, Bloch, Lukács,
Althusser, Heidegger, Lévinas, Bergson. Altre opere: “Marx” (Padus, Cremona);
“Un critico di se stesso”; “More geometrico” (TET, Torino), “Prassi di GRAMSCI
(si veda)” (Unicopli, Milano); “Materialismo” (il Saggiatore, Milano); “La
dialettica dell’esistere” Feltrinelli, Milano);
L'essere e il nulla” (Il Saggiatore, Milano); “Da Heidegger a Sartre” (Farina,
Milano), “Sartre sadico” (Farina Milano); “Esistire” (Farina, Milano); Kierkegaard
(Farina, Milano); “Il gesto e la passione” Farina, Milano, “Merleau-Ponty”,
Farina, Milano. “L’Esistenzialismo”
Farina, Milano, “Sartre” (Farina, Milano); “Jaspers, Farina, Milano); Manzoni, “Il filosofo che ci “spiega” Sartre”,
Corriere della Sera. La lezione di F.",
in Materiali di Estetica, Massimo Recalcati, L'ora di lezione, Einaudi, Torino,
Papi. Fisiognomica interpretazione del
carattere di una persona sulla base del suo aspetto esteriore Lingua Segui
disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'album di Battiato, vedi
Fisiognomica (album). La fisiognomica o fisiognomonica è una disciplina
pseudoscientifica che attraverso la fisiognomia o fisiognomonia pretende
di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo aspetto
fisico, soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto. Il termine
deriva dalle parole greche physis(natura) e gnosis (conoscenza). Questa
disciplina godette di una certa considerazione tanto da essere insegnata nelle
università. La parola fisiognomica o fisiognomia venne usata fra gli studiosi
per distinguerla dal termine fisionomia (o fisonomia) che ha un significato
simile ma più generico. Esempi di fisiognomica di criminali, secondo LOMBROSO
(si veda): "Rivoluzionari e criminali politici, matti e folli". Tutto
il sapere umano si basa infatti sulla fisio-gnomica derivata dalla fisio-nomia
estetica della realtà. Ovverosia dal dedurre, attraverso i sensi e
l'osservazione morfo-genetica della natura, la sua intrinseca legge del
divenire in atto. La cosiddetta " fisio-gnosia " in cui rientrava
pure l'uomo quale cosciente parte della legge naturale. Descrizione Esistono
due principali tipi di fisiognomica: la fisiognomica predittiva assoluta,
che sostiene una correlazione assoluta tra alcune caratteristiche fisiche (in
particolare del viso) e i tratti caratteriali; queste teorie non godono più di
credito scientifico. la fisiognomica scientifica, che sostiene una qualche
correlazione statistica tra le caratteristiche fisiche (in particolare del
viso) e i tratti caratteriali a causa delle preferenze fisiche di una persona
dovute al comportamento corrispondente. La correlazione è dovuta al
rimescolamento genetico. Questo tipo di fisiognomica trova fondamento nel
determinismo genetico del carattere. La fisiognomica nell'antichità Riferimenti
a relazioni tra l'aspetto di una persona e il suo carattere risalgono
all'antichità e si possono rinvenire in alcune antiche poesie greche. Le prime
indicazioni allo sviluppo di una teoria in questo senso risultano nell'Atene
dove un certo Zopyrus si proclamava esperto di quest'arte. I giovani che
volevano entrare nella scuola pitagorica a CROTONE nella Calabria doveno
dimostrare di essere già istruiti nella fisiognomica (ephysiognomonei). Il
filosofo Aristotele del LIZIO si riferiva spesso a questo tipo di teorie anche
con citazioni letterarie. Aristotele stesso è d'accordo con queste teorie come
testimonia un passaggio di Analitici primi. È possibile inferire il carattere
dalle sembianze, se si dà per assodato che il corpo e l'anima vengono cambiati
assieme da influenze naturali. Dico naturali perché se forse, apprendendo la
musica, un uomo fa qualche cambiamento alla sua anima, questa non è una di
quelle influenze che sono per noi naturali. Piuttosto faccio riferimento a
passioni e desideri quando parlo di emozioni naturali. Se quindi questo è
accettato e anche il fatto che per ogni cambiamento c'è un segno
corrispondente, e possiamo affermare l'influenza e il segno adeguati ad ogni
specie di animale, saremmo in grado di inferire il carattere dalle sembianze.
(Jenkinson) Il primo trattato sistematico sulla fisiognomica giunto fino ad
oggi è il Physiognomica attribuito ad Aristotele ma più probabilmente frutto
della sua scuola nel LIZIO. È diviso in due parti e quindi probabilmente in
origine sono due saggi separati. La prima sezione tratta soprattutto del
comportamento umano sorvolando su quello degl’animali. La seconda sezione è
incentrata sul comportamento animale dividendo il regno animale in maschile e
femminile. Da questo vengono dedotte corrispondenze tra l'aspetto umano e il
comportamento. Dopo Aristotele, i trattati più importanti sono:
Polemo di Laodicea, de Physiognomonia, in greco Adamanzio il Sofista,
Physiognomica, in greco Anonimo LATINO, de Physiognomonia, La fisiognomica
moderna. Tipica illustrazione di un libro ottocentesco sulla fisiognomica (a
sinistra: profonda disperazione; a destra: collera mischiata con paura) La
fisiognomica, in quanto studio delle particolarità del volto umano in grado di
rivelare peculiarità caratteriali, è piuttosto diffusa nel Rinascimento ed è
risaputo che VINCI (si veda) ne è appassionato, come pure BUONARROTI (si veda).
Nello stesso passo, Condivi accenna all'intenzione di BUONARROTI (si veda) di
scrivere un trattato di anatomia con particolare riguardo ai moti e alle
"apparenze" del corpo umano. Esso evidentemente non si fonda sui
rapporti e sulla geometria, e nemmeno è strato empirico come quello che avrebbe
potuto scrivere VINCI (si veda). I termini "moti" (che fa pensare
alle "emozioni" oltre che ai "movimenti") e
"apparenze" fanno invece ritenere che BUONARROTI (si veda) insiste
sugl’effetti psicologici e visuali delle funzioni del corpo (Ackerman,
L'architettura di BUONARROTI (si veda), Torino.Il trattato di GAURICO (si veda)
intitolato De Sculptura, pubblicato a Firenze presenta questo tipo di
conoscenza nei termini seguenti. La fisiognomica è un tipo di osservazione,
grazie alla quale dalle caratteristiche del corpo rileviamo anche le qualità
dell'animo. Se gl’occhi sono piuttosto grandi e con uno sguardo un po’umido,
mostreranno un grande spirito, un'anima eccelsa e capace di grandissime cose,
ma anche l'iracondo, l'amante del vino e il superbo senza misura: così dicono
che è Alessandro il Macedone. Se vede un naso pieno, solido e tozzo, come
quello dei leoni e dei molossi, lo considera segno di forza e arroganza. La fronte quadrata, che ha la lunghezza
quanto l'altezza, è indice evidentissimo di prudenza, saggezza, intelligenza,
animo splendido (Estratti citati da Koshikawa, Individualità e concetto. Note
sulla ritrattistica, in Rinascimento. Capolavori dei musei italiani. Roma
catalogo della mostra di Roma, Scuderie Papali del Quirinale, Milano,Skira. Gli
studi di fisiognomica influenzarono artisti come Anguissola (Fanciullo morso da
un gambero) e Galizia (Ritratto di Paolo Morigia) nell'interpretazione
dell'emotività del soggetto ritratto. Il principale esponente della
fisiognomica pre-positivista è stato il pastore svizzero Lavater che fu amico,
per un breve periodo, di Goethe. Il saggio di Lavater sulla fisiognomica fu
pubblicato per la prima volta in tedesco e divenne subito popolare. Venne poi
tradotto in francese ed inglese influenzando molti lavori successivi. Le fonti
principali dalle quali Lavater trasse conferma per le sue idee furono gli
scritti di PORTA (si veda) e del fisico e filosofo Browne del quale lesse e
apprezzò Religio medici. In questo lavoro Browne discute della possibilità di
dedurre le qualità interne di un individuo dall'aspetto esteriore del
viso: nei tratti del nostro volto è scolpito il ritratto della nostra
anima (...).» (R.M.) In seguito Browne affermò le sue convinzioni sulla
fisiognomica nella sua opera Christian Morals: Poiché il sopracciglio
spesso dice il vero, poiché occhi e nasi hanno la lingua, e l'aspetto proclama
il cuore e le inclinazioni basta l'osservazione ad istruirti sui fondamenti della
fisiognomica....spesso osserviamo che persone con tratti simili compiono azioni
simili. Su questo si basa la fisiognomica. A Browne è accreditato l'uso della
parola caricatura in inglese, sulla quale si cercò di basare con fini
illustrativi l'insegnamento della fisiognomica. Browne possedeva alcuni
scritti di PORTA (si veda0 tra cui Della celeste fisionomia nel quale egli
sosteneva che non sono gli astri ma il temperamento ad influenzare sia
l'aspetto che il carattere. In De humana physiognomia. Porta usò delle
xilografie di animali per illustrare i tratti caratteristici dell'uomo. I
lavori di Porta sono ben rappresentati nella libreria di Browne ed entrambi
erano sostenitori della dottrina delle firme — cioè, le strutture fisiche in
natura come le radici, i gambi e i fiori di una pianta, sono chiavi indicative
o firme delle loro proprietà medicamentose. La popolarità della
fisiognomica, nonostante precursori come Chambre, crebbe. Trovò in particolare
nuovo vigore negli studi del celebre antropologo e criminologo italiano LOMBROSO
(si veda), il quale ne trasse ipotesi di applicazioni pratiche nella
criminologia forense e nella prevenzione dei reati, giungendo a predicare la
pena capitale come unica soluzione contro la tendenza criminale innata e
pertanto non educabile con la sola pena detentiva. La fisiognomica
influenzò anche altri campi al di fuori della scienza, come molti romanzieri
europei tra i quali Balzac; nel frattempo la Norwich connection' alla
fisiognomica si sviluppò attraverso gli scritti di Opie e del viaggiatore e
linguista Borrow, inoltre fra molti romanzieri si diffuse l'uso di passaggi
molto descrittivi dei personaggi e del loro aspetto fisiognomico in particolare
Dickens, Hardy e Brontë. Questa dottrina è stata da più parti tirata in
campo a supporto di ideologie xenofobe e pseudo-studi sulla razza. La
frenologia era pure considerata fisiognomica. È creata intorno dai fisici t
Gall e Spurzheim e si diffuse in Europa e negli Stati Uniti. In sostanza
la fisiognomica moderna subisce nel tempo una serie di modificazioni
strutturali che la specializzano in varie discipline (dai primi rudimenti di
psicanalisi alla antropologia criminale di LOMBROSO (si veda))). Essa infatti è
proporzionale alle conoscenze del periodo, ma ancor più alle metodologie
impiegate. Parlando infatti di fisiognomica moderna, si invade un campo
vastissimo fatto di congetture neo-aristoteliche, ma anche di mirabolanti
imprese antropologiche, come la macchina che misura le capacità intellettive
umane partendo dall'analisi della forma del cranio, inventata dai fratelli
Fowler. Tuttavia, che si tratti di tentativi pseudo-scientifici, o di volontari
indottrinamenti razzisti, questo spesso strato di ricerche resta un monumento
alle buone e alle cattive intenzioni umane, in quanto mai ha concesso prove
scientificamente insindacabili. Il recentissimo studio del naturalista David
(La vera storia del cranio di PULCINELLA: le ragioni di LOMBROSO (si veda) e le
verità della fisiognomica), ha messo in evidenza quanto effimero sia il
piedistallo antropocentrico, e nel contempo come possa essere studiato il volto
umano, in relazione al comportamento, utilizzando il solo grandangolo
dell'etologia comparata e dell'ecologia. I tratti somatici sono infatti
indicativi di una regione ben identificabile per cultura, religione, storia,
tradizioni o magari isolamento geografico. Se quei tratti somatici (ammesso che
siano effettivamente diversi) si associano quindi ad un comportamento, che
magari sarà tipico o frequente nel luogo, allora ecco la fisiognomica, o per lo
meno una sua versione scientificamente accessibile, in grado di relazionare
comportamento e sembianza. Per Lust questa scienza non ha nulla di
pseudo-scientifico; egli osserva, per il rigoroso metodo naturopatico che
sviluppava in quegli anni, che quando la gente guariva, cambia anche in volto.
Eliminando le scorie e le tossine, il viso diventa più "snello": il
doppio mento scompariva, torna a vedersi il collo in quei volti che prima lo
avevano "sepolto" sotto strati di tessuto adiposo, anche i capelli in
alcuni casi erano più folti. Per tutto questo comincia a sviluppare un
sistema di diagnosi all'inverso, ossia: se le modificazioni, una volta che la
gente guariva da un determinato male sono costanti, allora significa anche che,
quando e quanto più quelle caratteristiche facciali sintomatiche sono presenti
in una persona, tanto più la persona è anche affetta da quel determinato male
specifico di cui le alterazioni nel viso sono soltanto un sintomo.
Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Milano alla voce corrispondente.
fisiognomonìa o fisiognomìa, in Enciclopedia generale Sapere.it De
Agostini.Vocabolario Treccani alla voce "Fisiognomia" Aulo Gellio,
Noctes Atticae Porta, Coelestis Physiognomonia, in Alfonso Paolella, Edizione Nazionale
delle opere di Giovan Battista della Porta, Napoli, Edizioni Scientifiche
Italiane Paolella, Porta e l'astrologia: la Coelestis Physiognomonia, in
Montanile, Atti del Convegno "L'Edizione nazionale del teatro e l'opera di
Porta", Salerno, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici
internazionali, Porta, Humana Physiognomonia / Della Fisionomia dell'uomo libri
sei, in Paolella, Edizione Nazionale delle opere di Porta, Napoli, Edizioni
Scientifiche Italiane Paolella, L’autore delle illustrazioni delle
Fisiognomiche di Della Porta e la ritrattistica. Esperienze filologiche, in
"Atti del Convegno La “mirabile” Natura. Magia e scienza in Porta",
Pisa-Roma, Serra Paolella, La fisiognomica di Porta e la sua influenza sulle
ricerche posteriori, in "Atti del Convegno Porta, Piano di Sorrento, Roma,
ed. Scienze e Lettere, Paolella, Die Physiognomonie von Della Porta und Lavater
und die Phrenologie von Gall, in Morgen-Glantz Zeitschrift der Christian Knorr
von Rosenroth-Gesellschaft Naturmagie und Deutungskunst. Wege und Motive der
Rezeption von Porta in Europa - Akten der Tagung der Christian Knorr von
Rosenroth-Gesellschaft" - Herausgegeben von Rosmarie Zeller und Laura
Balbiani Voci correlate Lüdke, la più celebre vittima della Antropologia
Criminale di Lombroso. Emanuel Felke, studioso di naturopatia, applica
l'omeopatia, l'iridologia e la fisiognomica Benedict Lust, utilizza la
Fisiognomica nella sua diagnosi medica e ne sviluppa una vertente tutta sua.
DisciplineModifica Frenologia Patognomia Caratterologia Personologia
Wikizionario contiene il lemma di dizionario «fisiognomica» Fisiognomica, su
Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc. Portale
Antropologia Portale Sociologia Frenologia teoria
pseudoscientifica Lavater scrittore, filosofo e teologo svizzero
Porta filosofo, scienziato, alchimista e commediografo italiano Wikipedia
Il Nudo eroico concetto dell'arte classica Lingua Segui Il nudo eroico o
nudità ideale è un concetto dell'arte e della cultura classica che si propone
di descrivere l'utilizzo del corpo umano nudo soprattutto, ma non solo, nella
scultura greca; con esso si vuole indicare che il soggetto umano apparentemente
mortale raffigurato nella scultura è in realtà un essere semi-divino, ossia un
Eroe. L'Apollo del Belvedere attribuito a Leocare, esempio tipico di nudo
eroico-divino dell'antichità, al Museo Pio-Clementino. Questa convenzione ha
avuto il suo inizio durante il periodo della Grecia arcaica ed in seguito
adottato anche dalla scultura ellenistica e dalla scultura romana. Il concetto
ha operato sia per i ritratti di figure maschili che per quelli di figure
femminili (nei ritratti di Venere e altre dee[1]). Particolarmente in alcuni
esempi romani ci ha potuto portare alla strana giustapposizione tra un gusto
iper-realistico (difetti fisici o elaborate acconciature femminili) con la
visione idealizzata del "corpo divino" in perfetto stile greco.
Il Galata morente. Come concetto è stato modificato fin dalla sua nascita
con altri tipologie di nudità appartenenti alla scultura classica, ad esempio
la nudità (che richiama al pathos) dei valorosi combattenti sconfitti in
battaglia dai nemici barbari, come il Galata morente. Dopo essere
scomparsa per quasi tutto il Medioevo[3]l'idea è stata reintegrata nell'arte
moderna quale esempio di Virtù (il vero, il bello e il buono) incarnate dal
corpo umano maschile nudo. Questa metafora ha rappresentato la perfetta
raffigurazione di grandi uomini, coloro cioè le cui azioni potrebbero incarnare
il più alto status esistenziale. Riapparso con grande vigore soprattutto
durante il Rinascimento e il Neoclassicismo, periodi in cui l'eredità classica
ha potentemente influenzato tutte le forme di arte alta: molto famosi sono i
nudi eroici di Michelangelo Buonarroti (esemplare è la figura del suo David) o
quelli di Antonio Canova (con Perseo trionfante che tiene in mano la testa di
Medusa e Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore, per fare solo due esempi
tra i tanti). Un principe seleucide raffigurato in nudità eroica, Museo
nazionale romano. Statua eroica di un generale romano con la testa
di Augusto, al museo del Louvre. Statura romana con la testa di
Marcello (da un prototipo greco). Napoleone Bonaparte come Marte
pacificatore di Canova, all'Apsley House a Londra. StoriaModifica
Leonida alle Termopili di David Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della
nudità. Achille in assetto da battaglia, rilievo ateniese La nudità
maschile era di norma socialmente accettata entro certi contesti sportivi e
militari dell'antica Greciae ciò è divenuto col tempo un tratto distintivo
della cultura ellenica. A quanto pare, come risulta da un passo di Tucidide, la
nudità fu praticata per primi dagli Spartani nelle loro esercitazioni militari
e da loro in seguito introdotta anche nei giochi olimpici antichi, ma altre
fonti invece sostengono che l'usanza ebbe invece origine quando un atleta vinse
la gara di corsa durante la V olimpiade il quale a metà percorso si liberò
della fascia che aveva attorno ai fianchi e che lo intralciava nei movimenti.
La studiosa Larisse Bonfante pensa che la nudità potesse servire ad uno scopo
magico-protettivo, così com'era comune a quel tempo il simbolismo fallico e
l'uso dell'amuleto; ora, qualunque sia stata la forma della sua introduzione,
la nudità è rapidamente adottata dalla società greca e dalle arti in una sua
idealizzante formale e concettuale, generando una prolifica ed influente
iconografia attestata fin dall'VIII secolo a.C. in dipinti di navi e numerosi
kouroiarcaici. Nel V secolo a.C., quando appaiono le prime palestre o
ginnasio di atletica, la nudità atletica era già diffusa: la stessa parola
ginnastica, per inciso, deriva dal greco gymnos che significa nudo. Trajanic
woman as Venus (Capitoline Museums), su indiana.edu, Indiana University. Hallett
Sorabella, "The Nude in Western Art and its Beginnings in Antiquity",
su Heilbrunn Timeline of Art History, metmuseum.org, The Metropolitan Museum of
Art Colton, Monuments to Men of Genius: a Study of Eighteenth Century English
and French Sculptural Works, NewYork University Spivey, Greek Sculpture,
Cambridge, Osborne, "Men Without Clothes: Heroic Nakedness and Greek
Art", in Gender et History Stevenson, "The 'Problem' with Nude
Honorific Statuary and Portrait in Late Republican and Augustan Rome", in Greece
and Rome, Stevenson, "Nacktleben", in Dominic Montserrat (a cura di),
Changing Bodies, Changing Meanings: Studies on the Human Body in Antiquity,
Routledge, Bonfante, Etruscan Dress, The Johns Hopkins University, Hallett, The
Roman Nude: Heroic Portrait Statuary Oxford, Casana, The Problem with Dexileos:
Heroic and Other Nudities in Greek Art, in American Journal of Archaeology,
vOsborne, Men Without Clothes: Heroic Nakedness and Greek Art, in Gender et History,
Tom Stevenson, The 'Problem' with Nude Honorific Statuary and Portraits in Late
Republican and Augustan Rome, in Greece et Rome, Nudo artistico Altri
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Storia della nudità Storia degli atteggiamenti sociali delle varie culture
verso la nudità Apollo di Piombino Perizonium Wikipedia Il contenutoGrice: “Napoleon, an
Italian, thought he was French, but he was a Corsican – “No, I don’t know
Corsica” – however he thought he was an emperor and as such, as every student
at Milano laughs at, that he should convince Canova to go nudist! Nelson tries
but Vivian Leigh opposed!” Keywords: il gesto e la passione, exist, Grice on ‘a
is’ Grice on ‘a exists’ – E-committal – Peano on ‘existent’ – esistono – es
gibt, there is/there are, some, or at least one, il y a, c’e, Warnock on
‘exist’ I gesti dei imperatori romani nudita eroica! Fisionomia – porta ---- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Fergnani” – The Swimming-Pool Library. Franco
Fergnani. Fergnani.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrabino: la ragione conversazionale
e l’implicatura conversazionale della terza Roma – la base mitologica del latino
– scuola di Cuneo – filosofia cuneana – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Cuneo).
Filosofo cuneano. Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. Cuneo, Piemonte. Grice: I like Ferrabino; if I
were not into the unity of philosophy, I would say he is a philosophical
historian and a Roman historian, too! Strictly, a philosopher of Roman history, alla
Gibbon! Si compie il mio ottantesimo anno. Declinano le stelle della sera sulla
diuturna milizia di storia e di magistero che fu la mia vocazione, non tradita
ma superata. Misticamente m'accoglie la dimora del Verbo dove l'Io s'incontra
col suo Dio nascosto. Figlio di Angelica Toesca, donna sensibile e generosa e
di Vincenzo Agostino, funzionario dello Stato, uomo dalla natura affettuosa e
sobria e di idee agnostiche, che per questo motivo non volle far battezzare i
figli. Compe il primo ciclo di studi dimostrandosi subito allievo modello e con
rare doti di intelligenza. Prosegue gli studi classici a Cremona, e quando la
famiglia dovette nuovamente trasferirsi in Alessandria, terminato il Liceo, si
iscrive a Torino. Inizia a frequentare assiduamente l'ambiente universitario
dedicandosi con il massimo impegno allo studio e dando lezioni private per non
dover pesare troppo sulle finanze paterne. Il suo tutore Graf. Verso il terzo anno inizi a seguire con
crescente interesse la filosofia antica frequentando le lezioni di SANCTIS (si
veda), sotto il quale si laurea con Kalypso. Insegna a a Torino, Palermo,
Napoli, e Padova. rettore dell'ateneo
fino al anno in cui ottenne la cattedra di filosofia romana presso a Roma.
Morta la moglie, F. conclude il suo periodo di avvicinamento alla religione
cattolica facendosi battezzare. Sposa Paola Zancan, proveniente da agiata e
cattolica famiglia, con la quale si stabil a Roma. Inizia in quel periodo a
frequentare "La Cittadella dAssisi" diventando grande amico di ROSSI
(si veda), fondatore di Pro Civitate Christiana e La Rocca. Ad Assisi, F.
prende l'abitudine di trascorrere con la moglie e le nipoti lunghi periodi
durante le vacanze estive alternate a quelle trascorse a Fregene. Venne eletto
senatore per la democrazia cristiana e rimane al Senato. Divenne presidente
dellENCICLOPEDIA ITALIANA, incarico che detenne, insieme a quello di direttore
scientifico. stato intanto incaricato di presiedere al Consiglio Superiore dellAccademie
e promosse il Centro nazionale per il catalogo unico delle biblioteche italiane
e per le informazioni bibliografiche diventandone il presidente. Divenne
corrispondente dell'Accademia del LINCEI e corrispondente nazionale della
stessa e presidente dell'Istituto italiano per la storia antica. Presidente
della Societ Nazionale "Dante Alighieri" e insieme a Cappelletti (si
veda), fonda "Il Veltro". Pubblica sull'Italia romana, l'et dei
Cesari, la filosofia fatalistica della storia. Alter opere: Calisso: la storia
di un mito (Bocca, Torino) with a
section on the myth among the Latins, and a later section on the treatment by
Roman authors, Arato di Sicione e l'idea federale (Monnier, Firenze); L'impero
ateniese note that its Roman empire and
impero ateniense, but BRITISH empire not London empire, and American empire,
rather than Washington empire La
dissoluzione della libert nella Grecia antica (Milani, Padova); L'Italia romana
(Mondadori, Milano); GIULIO (si veda) Cesare (Unione Tipografica, Torinese); La
vocazione umana (Edizione Ivrea, Ivrea); L'esperienza Cristiana (Libreria
Draghi, Padova); Le speranze immortali (Societ per Azioni, Padova); Trilogia
del Cristo (Le tre venezie); Adamo (Morcelliana, Brescia); Le vie della storia
romana (Sansoni, Firenze, Rivelazione e cultura (La Scuola, Brescia); Storia
dell'uomo avanti e dopo Cristo (Pro Civitate Christiana, Assisi); L'essenza del
Romanesimo (Tumminelli, Roma); L'inno del Simposio di S. Metodio Martire
(Giappichelli, Torino); Storia di Roma (Tumminelli, Roma); La filosofia della
storia (Sansoni); Trasfigurazioni (Martello, Milano); Pagine italiane, Il
Veltro, Roma); Misticamente (Stamperia Valdonega, Verona); La bonifica
benedettina (Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Enciclopedia dell'Arte
Antica: Classica e Orientale, (presidente), Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Dizionario Enciclopedico Illustrato, Jannaccone, Sturzo,
Istituto della Enciclopedia italiana fondata da Treccani, Roma, Nel Centenario
Della Battaglia Del Volturno, Ente Autonomo Volturno, Napoli. Prefazione in
Misticamente, Verona, L'Erma di Bretschneider, Il figlio dell'uomo (nella
testimonianza di Matteo) II: Il figlio di Dio (nella testimonianza di Giovanni)
III: Il risorto (nella testimonianza di Paolo), Lincei, Roma. Treccani,
Dizionario biografico degli italiani. Roma
il sogno de' miei giovani anni, l'idea-madre nel concetto della mente,
la religione dell'anima; Cv'entrai, la sera, a piedi, sui primi del marzo,
trepido e quasi adorando. Per me, Roma -
ed tuttavia malgrado le vergogne
dell'oggi - il Tempio dell'umanit; da Roma escir quando che sia la
trasformazione religiosa che dar, per la terza volta, uni- t morale
all'Europa!. Cos, MAZZINI (si veda) ricorda il proprio ingresso nella citt poco
dopo che vi era stata proclamata la repubblica; e, insieme a ci, ribadiva
l'importanza che Roma aveva nella sua visione politica, secondo la quale l'unit
e l'indipendenza d'Italia si collegavano a una missione universale di
liberazione dei popoli e a una vera e pro- pria riforma religiosa. Dopo la Roma
dei Cesari GIULIO (si veda) Cesare -- e
la Roma dei Papi, affermava in tono profetico Mazzini, sarebbe nata la Roma del
Popolo, centro della nuova religione dell'umanit. Si trattava di una. concezione
peculiare, in cui confluivano tuttavia vari elementi .dell!! cultura
dell'epoca: dall'enfasi con cui il romanticismo aveva predi- cato l'idea della
particolare missione di ciascun popolo, al posto che l'istruzione scolastica
riservavaalla storia greco-romana, alimentan- do indirettamente la passione per
le idee di libert e di repubblica.
indicativo che anche in un uomo dalla cultura piuttosto approssi- mativa
come Garibaldi avesserolargo spazio concetti fon- dati su reminiscenze
classiche, in primo luogo romane, da cui deri- torit moderatrice del pontefice;
inoltre il primato italiano veni- va fatto dipendere proprio dalla presenza di
quella Roma cattolica e poqtificale che Mazzini voleva invece distruggere.
Tuttavia era anch'esso un modo di'legare inscindibilmente Roma all'Italia. Non
era sempre stato cos. Nei primi decenni del secolo - ha scritto Chabod. Roma
era stata relegata sullo sfondo e, in sua vece, entusiasmi e affetti s'eran
riversati verso l'Italia medievale, l'Italia dei Comuni, di Pontida, della'
Lega Lombarda e di Legnano, l'Italia di Gregorio VII e di Alessandro II!, o,
ancor pi su, l'Italia di Arduino, nella quale s'eran visti gli albori della
nazione italiana2.Dopo la Repubblica romana del 1849,invece, il richiamo a Roma
divenne centrale nel processo di indipendenza nazionale, per l'aura di gloria
che aveva accompagnato la sconfitta e anche per il particolare ruolo di traino
che su questo argomento svolsero Mazzini e i democratici. Ma l'importanza di
quel richiamo dipende, in fondo, dalle peculiarit stesse dell'idea nazionale italiana,
che s'era fondata e costruita su richiami al passato e alla tradizione
culturale che ben difficilmente avrebbero potuto prescindere da Roma. L non V]sarebbero state molte delle tragedie
che hanno segnato la storia dell'Italia unita; M- Z%!^-'^^J1'V, j^i;-' AL bO
FLRRABI MO Kf\\ypso PIC BIBLIOTtCB S?254 bi SCIENZE nODLRME r"i'BOCCB
EDIT. KALYPSO F. KALYPSO Saggio d'una Storia del Mito TORINO BOCCA. KALYPSO.
STORIA. La storia del mito . necessaria
e legittima Il suo triplice valore. Caratteri. Il genio mitopeico. Kalypso.
Andromeda. Prima di Euripide, Euripide, Dopo Euripide, La Demetra d'Enna Il
mito siculo, Il mito greco. Il mito siracusano. Il mito contaminato. L'abigeato
di Caco. Presso gli Indiani e i Greci. Presso i Latini. I poeti. Gli storici. I
razionalisti. Cirene mitica 11 sostrato storico. L' " Eea, di Cirene e
d'Aristeo. Cirene in Tessaglia. Cirene in Libia. Euripilo ed Eufemo. GlEufemidi
e Batto. Kalypso. L'intuizione mitica. Le manifestazioni mitiche,. L'evoluzione
della mitopeja letteraria, Il flusso e riflusso delle saghe, La fine, -
INDAGINE. Andromeda Il racconto di
Ferecide Perseo. Acrisie, Preto, Polidette, Ditti. Atena e la Gorgone Medusa.
Cefeo, Fineo e Cassiopea, 341 I miti
etimologici presso Erodotoed EU ani co (frr. 159. 160), I frammenti dell'*
Andromeda di Euripide, Euripide nel 412
Il culto di Demetra inEnnajart. La questione. I caratteri del culto ennense
nell'et storica. Il primitivo probabile nucleo siculo, Le versioni greche del
nitto di Kora,L'abigeato di Caco . . 2>('l- 397-420 11 problema, Il valore
del mito indiano. Vergilio e Ovidio ; Properzio. Livio e Dionisio. I
particolari etiologici del culto. Gli eruditi, Cirene mitica Bibliografia e
metodo, La ninfa Cirene, Apollo Carneo. Aristeo, La ricostruzione dell'Eea di
Cirene. Euripilo ed Eu- femo, Gli Argonauti in Libia. Callimaco e il mito di
Cirene. Esegesi novissima STORIA La Storia del Mito, nitto di Kora. L'abigeato
di Caco . . 2>('l- 397-420 Il problema. Il valore del mito indiano. Vergilio
e Ovidio. Properzio. Livio e Dionisio. I particolari etiologici del culto. Gli
eruditi. Cirene mitica. Bibliografia e metodo. La ninfa Cirene. Apollo Carneo.
Aristeo. La ricostruzione dell'Eea di Cirene. Euripilo ed Eufemo. Gli Argonauti
in Libia. Callimaco e il mito di Cirene. Esegesi novissima, STORIA. F. Kalypso.
La Storia del Mito. necessaria e
legittima. Non esatta, anzi pu dirsi fallace la nozione del mito che pi diffusa. Andromeda, esposta sullo scoglio
al mostro marino; la ninfa Cirene, domatrice di leoni ; Cora di Demetra, rapita
da Aidoneo; Caco che, ladro di bovi, la forza dErcole pieg annientandolo. Tali
persone e vicende, come l'altre il cui insieme assunse presso noi nome di
MITOLOGIA greca e LATINA, inducono, ciascuna, al pensiero un racconto, non pur
definito netermini e preciso neparticolari, ma costante nel contenuto, si da
valere (usando espressioni proprie a fenomeni differenti) per E cosi
rispettivamente ogni volta chC; Nel saggio si allude a uno fra questi quattro
miti. classico o canonico, da apparire quel mito. N il prevalente costume, a
pari di molti, senza motivi: gi che si
ricollega per un lato ai modi che, nel concepire ed esporre miti, tennero i
compilatori alessandrini, quando miti non pi sinventavano, ma si raccoglievano
in contesti dotti, e a scopo di conservazione erudita ciascuno si ordina
secondo uno schema principale, nemargini sol tanto apposte discrepanze minori e
facili a obliterarsi. Si ricollega esso costume per altro lato al vezzo, malo
quanto diffuso, suffragato dall'ignoranza, pel quale la saga chiude in s una
sostanza di verit, in ispecie storica; si che, la verit non potendo esser che
singola, unico similmente sarebbe l'intreccio della FIABA onde compresa. Ora, poich i criterii degramatici in
nessun modo possono essere pi i nostri; e n meno pi nostra, per ci che non sodisfa la
riflessione n il senso storico, una tanto facile fede nella veridicit del
RACCONTO MITOLOGICO. Bisogna risolutamente farsi a considerare qual via puo
divenire la buona non che la nuova. Sbito sgombra la mente di assai equivoci e
di troppe astrazioni il porre, con precisione storica, i materiali grezzi della
mitologia. Ilmito di Cirene, dimostrano questi, non esiste. Meglio, esiste
bens, ma soltanto dopo le odi pitioniche di Pindaro, i capitoli erodotei,
l'inno di Callimaco, questa o quell'altra anfora, un'iscrizione di Rodi. Dopo
ci, e dopo tutto che andato perduto
nell'esserci trasmesso dai secoli e che di conseguenza ignoriamo. In altre
parole, l'indagine concreta non conosce se non un complesso di componimenti
letterarii, manufatti artistici, riti cultuali; e sente entro ciascun
componimento, ciascun manufatto, ciascun culto, in s e per s, IL MITO.
All'infuori, questo pu tuttavia sussistere. E per vero in due modi risulta da
quelli, sia per ordinata compilazione, sia per alterazion fantastica. Ma allora diverso e nuovo, UN ALTRO MITO [cf.
Grice on myth Meaning Revisited] a pena
affine a qualunque l'uno di quelli. pm-e rende conto dei varii componimenti
manufatti culti e spiega i singoli stadii e i singoli trapassi. Ma in tal
caso divenuto, non la forma canonica o
classica, bens LA STORIA DEL MITO. Lartista clie ci ripete una fra le
molteplici fiabe pagane, prosegue, e non termina, una serie di vicende, cui
sottost quella FIABA gi nel passato. Egli, insomma, elabora UNA FIABA NUOVA, la
quale pu essere per certe analogie di casi e identit di nomi avvicinata a
talune antiche meglio che ad altre, ma non diviene per questo la fiaba di quei
nomi e di quei casi. Questa in qualclie modo ci d, solo, lo storico, comprendendo
nel suo dire tutte le trascorse apparenze della FAVOLA e organandole
geneticamente ed evolutivamente. Chi vuole IL MITO di Andromeda, ne legga LA
STORIA. Se non che, ond' nato il concetto di racconti principi nella mitologia
pagana? Da due radici: UN FATTO, e una tendenza. Riandando storie di miti
accade di avvertire, chi anche sia grossolano osservatore, quale e quanta rete
dinteressi politici, di orgogli civici, di odii regionali, di vanti
principeschi, di rivalit religiose, ricopra, musco boschivo, il crescente
tronco della LEGGENDA. Indi, la preferenza decisa vien concessa, in certo luogo
e in certo momento, a quella tra le forme esprimenti LA SAGA, la qual contenga
il particolare simpatico, LANEDDOTOfavorevole, o (che basta) si atteggi nella luce
che pi appaga. Un fine pratico, per conseguenza, pu CANONIZZARE i miti altre
volte, lala d' un poeta, la vigoria d'uno storico. O, infine, il pi fortuito
caso. Sempre, tuttavia, a canto di questa preminenza d'una fra le forme
mitiche, valse a traviare il pensiero, l'abito, ch' talora il vezzo,
dell'astrazione, sovente inopportuna. E perch, comparati tra loro DIVERSI
RACCONTI DUNA SAGA, parte coincideno, e pareva il pi, parte differano, e sembra
il meno. Si ritenne lecito prescinder dalle differenze per insistere su le
coincidenze, e di queste costituire la saga, e quelle giustaporre in guisa di
varianti secondarie. Cosi le simiglianze riscontrate in cinque testi di cinque
autori intorno alle vicende, poniamo, di Cora, legittimavano la creazione
arbitraria d'un FITTIZIO MITO di Cora. Grossolano errore contrassegnato di
superficialit. Difatti, oltre le minori discrepanze notate, pure sotto luguali
apparenze slontanava l'un l'altro i varii testi alcunch, men ponderabile forse,
ma altrettanto reale: LA COMPLESSIVA INTONAZIONE DEL RACCONTO. Il paesaggio
medesimo, certo; ma incombente la luce di tramutati soli. L'artificio cosi palese che stupisce potesse ingannare e
diffondersi. E pure condusse pi oltre: a fngere, dopo IL MITO di ciascun
personaggio e. g. GANIMEDE, ENEA,
EURIALO, NISO, ROMOLO, REMO, CORIOLANO --, IL MITO IN S, quasi ENTE SEPARATO,
capace di influssi attivi e passivi; senza che diviene tosto palese, come
cotesto ente non sussiste se non col suo predecessore logico; come quest'ultimo
sorga duna contaminazione di varie forme letterarie artistiche cultuali; come
quindi uniche esse forme costituiscano la realt da pensarsi e studiarsi. Alle
quali noi ritorniamo con franchezza; per asserire, e lo asserimmo dianzi, che
conoscerle significa giustificarne le vicende. Ossia: per affermare che SOLO
STORICAMENTE SI PU CONOSCERE IL MITO. Ma dopo tale asserto, e dopo scoperti i
motivi reconditi dellequivoco consueto, rimane ancor dubbio, se o no legittima LA STORIA DEL MITO. Difatti chi sa
daver innanzi espressioni multiformi, cui sono mezzo le pi disparate materie,
DALLA PAROLA AL COLORE, DAL BRONZO AL GESTO SACERDOTALE, pu sospettare a
ragione che trasceglier quelle espressioni, connetterle in serie, narrarle in
istoria dove accadere per nessi, non intimi, ma estrinseci: per identit di nomi
di figure dimprese; mentre tempi lontani, fibre tanto varie d'uomini, caratteri
cosi mutati dambiente, sembrerebbero permettere, o comandare, la distinzion pi
recisa. Sospetto lecito, questo -- ma specioso. Non importa che certa temperie
(dico, ad esempio, l'epoca dOTTAVIANO, o il magistero di OVIDIO) accosti molto
fra loro due saghe di soggetto diverso; l dove lontananza d'anni e di spazii
separan spesso saghe dell'identico soggetto. Ci vale, o ci ajuta, a informarci
dell'epoca augustea o di Ovidio, e del posto che LA MITOLOGIA prende in quella
o presso questo. Ma d'altra parte
irrecusabile che ciascuna espressione di un mito, in qualsivoglia materia
avvenga, stretta alle precedenti da un
vincolo pi profondo e pi intimo che largomento: le conosce, ci , e le
ri-elabora. Disposte quindi in serie cronologica coteste espressioni,
ciascuna materia greggia rispetto alle
successive, ed sintesi originale (anche
negativamente originale, si capisce) a confronto con le anteriori. Ne segue che
la storia ha buon diritto di farle scaturire l'una dall'altra: essa, cosuoi
criterii di tempi e di luoghi, con tutti i sussidii di cui pu valersi, riesce a
costruirne quasi una genealogia; della quale i rami e i gradi son segnati da
reciproci influssi pi o meno profondi, da modelli pi o meno diversi, sempre da
caratteri intrinseci ed essenziali. Del resto, il resultato medesimo o, se
piace di pi, il medesimo soggetto di questa, che diciamo, STORIA DEL MITO ne
legittima, dopo glargomenti or ora esposti, la esistenza. Giunge essa a
costruire sopra VARIANTI FORME FAVOLOSE un individuo organico e definito:
individuo ch', come mostrammo, LA LEGGENDA. Ma quali sono per essere i modi di
tale istoria? Il suo procedimento
chiaro. Raccolte, supponiamo, le espressioni del racconto su Cirene o su
Cora, sia per notizie tramandate sia per industria di congetture ne , quasi
sempre, presto determinato lordine cronologico, se non nelle sue minuzie,
almeno in linee sufficienti. Solo di poi s'inizia un pi arduo lavoro. Il
pensiero, insomma, prende a conoscere quelle espressioni. Di ciascuna distingue
prima gli elementi costitutivi. Ci sono I PARTICOLARI DELLA SAGA, e quanti ne
sieno espressi, e quali, che scene e che episodi!: in sguito, ne ravvisa la
tempera, il punto di veduta onde i particolari le scene gli episodii furon
guardati: per ultimo, discerne ove consiste o se esista la forza sintetica che
i par- ticolari le scene gli episodii trascelse, aggrupp, fuse. Triplice
processo: valevole come per un carme, cosi per una pittura e, checch sembri,
per un culto. Giusta poi le risultanze di questa nostra fatica, le diverse
espressioni mitiche in- torno a Cirene o a Cora, si raccolgono, quasi per s,
secondo nessi ed influssi, sino a costruire lo schema delle lor geniture.
Allora lo scopo conseguito e l'indagine
ha fine; mentre un'altra specie di conoscenza si avvia: non pi dubitosa, qual
si conviene alla ricerca, e faticosa di controversie; ma conscia e sicura. Quel
che rimane incerto delimitato; quel che
pu essere certo, posseduto; si che le
lacune e il ricolmo si distinguono nette. Altrui giudizii su la materia son
superati con l'approvarli o respingerli o modificarli. E insomma stabilito
l'ordine; pel quale lo schema ch'era conquista ultima dell'indagine, diviene
poi quasi base; e sovr' esso si erige, pei suoi muri maestri nei suoi archi di
commessione co' suoi travi intelajati, 1edificio definitivo. Il mito ha la
propria storia. Il mito , da questo momento, vera ricchezza nello spirito
nostro. Si obietta che acquisto mal
certo, per che sieno per pensarsi o seriversi ancora, nell'avvenire come nel
passato, di quella stessa leggenda storie molto o poco di- verse con asserzioni
contradittorie alle prece- denti e con intelletto nuovo. Il clie ridonda in
parte al difetto delle nostre fonti, mal perve- nuteci frammentarie o lacunose,
e in parte alla discordia dei pensieri individuali. Ma n l'una n l'altra verit
scema l'importanza dell'acquisto. E in primo luogo : l'insufficienza delle
fonti tra- mandate o cosi fatta che
impedisca la storia o pure solo qua e col la fiacca. Se l'impedisce (e son
taluni casi), il danno davvero grave.
Ma, ove solo la fiacchi (e sonvi gradazioni mol- teplici che non perseguiamo
qui), la jattura pu variare di entit ma si riduce tutta, in ultimo, al fenomeno
comune della individuale memoria e, traverso questa, della memoria collettiva;
si riduce, quindi, alla condizione imprescindibile della nostra conoscenza
intorno al passato. In se- condo luogo, il differire degli storici intorno a
una saga, se dimostra che nessuna storia deve a nes- suno parere domma, prova
insieme che ciascuna acquisizione viva a
cui lo spirito muove libero per indursi ad accettarla, e poi difenderla, con
agile freschezza e cura non intermessa ; attesta quindi di ciascuna l'importanza,
assidua perch dinamica. Nell'uno e nell'altro luogo, poi: quello spirito che ha
conosciuto la storia d'una leggenda, o di per se o con assimilare 1' opera
altrui, ferma con ci duplice possesso; sia tra- mutando in organismo il tutto
insieme inorga- nico delle fonti; sia impregnando della propria essenza
quell'organismo. Ha, in somma, composto armonia del discorde, e reso personale
l'alieno. Quindi, l'acquisto, come non dubbio, cosi anche materiato della pi alta virt di
pensiero. Dura come una fatica ; splende come una vittoria. Che se di poi
mutazioni intervengano e pentimenti, non se ne scema, ma pi tosto se ne
innalza, superando, il pregio insigne. H quale consiste, fi- nalmente,
nell'aver provocato la sintesi, se non immutabile, certo personale, in tutta la
serie co- nosciuta di determinate espressioni mitiche, lon- tane e disperse. Il
mito , dunque, da quel punto viva ric- chezza nello spirito nostro. Se facile
mostrare tal verit, sottile per
discernere i valori di- versi della conoscenza in quella guisa procurata.
Ma necessario, per farla pi conscia. Lo
storico si , durante i successivi momenti della saga, uguagliato a' successivi
artefici di essa. Un ignoto cantor popolare vi trasfuse il suo sogno? Io, per
comprenderlo, debbo mirare con gli occhi di lui ; e dinanzi a me la visione ha
da concre- tarsi in quelle fogge che f m-on di lui. Erodoto ? Pindaro? Claudio
Claudiano? Uno appresso al- l'altro, s'immedesimano per l'istante con lo sto-
rico e questi con loro, fin quando similmente a ciascuno la materia si sublimi
in arte. Tuttavia, in si fatte individuazioni, o mischianze con gl'in- dividui
creatori, la Storia avverte tosto il suo vantaggio. Nell'atto d'intuire la saga
il poeta o il pittore muovono dalle sue forme anteriori, che conoscono, verso
la nuova espressione, che igno- rano e producono; a quell'atto rifacendosi
l'in- telligenza dello storico, deve muovere tanto dalla loro espressione
quanto dall'altre precedenti, e quella conosce, e queste conosce del pari. Si
che l dove l'artista si trova di fronte a un che di imprevisto, in cui l'
impreveggibile determinato dalla potenza
della sua energia creativa ; per contro lo storico si trova sbito a conoscere,
traverso l'opera compiuta, appunto quella potenza dell'artista e pu ponderarla
e giudicarla. L'effetto che non solo
egli si identificato con una delle
espressioni nelle quali la saga visse, ma anche l'ha valutata. L'attimo di
possesso si conclude in giudizio. Di pi
lo storico non si considera pago n pur di questo giudizio che gi di per s lo
eleva sopra l'artista intuente : vi avverte un valor m omentaneo e, tenendo
l'occhio a ben pi alto segno, vuole e pu assurgere a quell'intuizione sintetica
della saga, da cui appajono giustificate le intuizioni singole degli stadii e
delle forme come dallo scopo il mezzo. Tale pregio, che della storia del mito, pu quindi esser detto
pregio intuitivo. Ce n' un secondo: scientifico. Non poche discipline difatti
van di continuo preparando al pensiero cognizioni che gli giovino nell' opera
sua: attinenti ai linguaggi dell' antichit, agli scrittori co' lor caratteri e
con la misura in cui sono attendibili, ai culti con le fogge che divennero
consuetudinarie, ai popoli con le credenze e i pregiudizii, con le superbie le
ire e le menzogne. Certo, non son leggi rigide e fisse, quelle che cotesto
discipline ci offrono, n tanto meno impongono ceppi all'intelligenza. Sono, pi
tosto, formule in cui l'esperienze vannosi condensando; consigli, che
risparmino fatica individuale o suppliscano a irrimediabili ignoranze.
Costituiscono il tesoro comune, cui possono tutti riferirsi, che stolto trascurare, n si pu senza fallacia.
Orbene ; anche le cognizioni cosi cumulate lungo gli anni da tanti sforzi
concordi, convergono nella storia della leggenda; e quanto pi numerose, meglio
l'afforzano, rassodandole l'ossatura, e permettendole o promettendole consenso
pi vasto e interesse pi vario.Fra tutte, precipue quelle in cui s' tradotta la
coscienza dell'antico e recente, vicino e lontano, favoleggiare : maraviglioso
sempre, di rado inconsueto. Cento numi agresti si rinvengono fra cento popoli,
dagli Urali alle Ande, dall'Islanda all'Equatore. E i riti, le danze, i canti,
i vestimenti, le fiabe, si mischiano somigliandosi e differendo insieme, vario
concento sopra un ritmo unico: che ogni gente reca il suo contributo. E cielo,
monti, acque silvestri marine lacustri, paschi pingui di bovi opimi, biade che
la golpe uccide, biade che la zolla e il Sole indorano, notti illuni, meriggi
piovosi, silenzii delle cime, fragori delle spiagge e dei tuoni, fauci di
caverne e fenditure del suolo : l'immenso respiro pnico, che penetra pei sensi
ed abbacina l'anime, ritoma costante nelle voci e nei gesti di viventi in terre
lontane. E ritornando erudisce l'uomo dell'uomo. Ond' che son opere in cui
questa variet speciosa ricercata con
amore intento, disposta con cura e scrupolo in chiaro ordine . Ivi Cito ad
esempio W. Makshardt Mythologische Forschungen (Strasburg); H. Usexer
Sintfluthsagen (Bonn); J. G. Frazer The golden Bough ^ spec. parte V Spirits
ofthe corn and of the wild (London 1912); W. v. Bau molte leggende sono
narrate, molte cerimonie descritte, quelle che gli uomini dicono e compiono da
quando sorge il lor Sole a quando tramonta, e quelle anche che la notte
conosce. Ma ivi nessuna leggenda vale per s, nessun rito pel suo modo; anzi,
non a pena ripetuta l'una, tracciato l'altro, si distrugge tosto
l'individuazione, perch si vuole, badando al generale ed al comune, conseguire
identit spirituali contro distanze di tempi di luoghi e differenze di forme. Vi
si fa propedeutica; non storia. Cosi in altre opere, le quali scaltriscono su
g' infingimenti obliqui di interessate invenzioni che non lieve scoprire ; o vero su i traviamenti
della intelligenza che tenta le cause del fenomeno ignoto, ma s'abbaglia di
fantasmi. Avvertono, queste, come un nome frainteso generasse talvolta un
popolare etimo errato, e l'etimo la fiaba: come Scaevola connesso con
l'aggettivo che significa " mancino
determin il racconto dell'intrepido Muzio e della destra bruciata.
Insegnano che per dar ragione al nome di una citt (Roma?) s'invent pari pari un
eroe o un nume (Romolo?). Spiegano che un culto greco fra culti romani parve
agli antichi giustificato col narrare qualmente al dio stesso fosse piaciuto
recarsi da l'Eliade nel Lazio. Procurano, infine, di segnare in classi i fatti;
e creano alle classi fin la denominazione discorrendo di " miti
etimologici per i primi casi ; di "
miti etiologici per l'ul DissiN Adonis
und Esmun (Leipzig); E. S. Haktland The legend of Perseus (voli. 3, London
1894-6). timo . Tutti bisogna che lo storico sappia, per sviscerare gli stadii
della sua saga, senza equivoco grande n troppe dubbiezze. Di tutti,
quindi, conscia la storia di una
leggenda. La quale leggenda nel tempo stesso cbe ne riesce definita, si da
impedir confusioni con altre pur simiglianti, si allaccia poi tutta, o quasi
tutta, con le formule della propedeutica confermandole in presso che ogni sua
vicenda. Non che in tal modo scemi la singolarit sua propria; e allora perch
farne storia? N manco che non aggiunga tal volta materia alla propedeutica
medesima; gi che questa non mai
conchiusa, e di continuo si accresce, per l'appunto come la esperienza
dell'uomo in cui la contenemmo. Ma anzi la storia di un mito ha questo pregio
scientifico: mentre impregnata, come pi
latamente pu, del sapere collettivo intorno alla propria materia; mentre dissimile da quel sapere, ed esiste per la
sua dissimiglianza ; pronta a
contribuirvi con tutta s medesima, per quanto contiene di insolito, e per
quanto riafferma del consueto. Terzo pregio
un altro, fors' anche maggiore. Cfr. G. De Sanctis Per la scienza
dell'antichit (Torino), ove in polemica
chiarito assai bene anche con esempii il contenuto di quelle due
denominazioni. Chi poi voglia avere rapidamente un'idea su la vastit e
gl'indirizzi dell'indagine mitologica pu per gli anni 1898-1905 consultare la
intelligente rassegna di 0. Gruppeu " Jahresbericht tber die Fortschritte
der klassischen Altertumswissenschaft
Supplementband. Filosofico, si riferisce a un' alta visione del jiassato
e del presente. La saga dell' uomo,
nasce di lui, or come nebbia da piani pigri, or come da lago ninfea. Le vicende
della luce la iridano durante un giorno, e le compongono varia bellezza, fin
che la tenebra giunga. Ma il motivo delle trasfigurazioni luminose come del
sopravvenir tenebroso, secreto dello
spirito umano. Secreto dell'uomo, che ha fermati i suoi saldi piedi sul suolo
tenace, e vede intorno a s la meraviglia del cielo nel sole nelle nubi negli astri,
purezze nivee e dentate di vette inviolabili, scompigli di chiome arboree nello
squassar dei vnti, rigidit delle rupi cui arcana opera finge sembianze umane,
mefiti di putizze dagli acri fumi ; vede, e conosce, mentre un empito
indicibile gli urta su la fronte le tempie, illudendolo centro a quel mondo ; o
mentre una forza ineffabile lo gitta prono nello stupore che paventa ed adora.
Secreto, in fine, dell'uomo che con occhi incerti guata, fra il mento e i
capelli, la maschera fosca del suo rivale, ad apprenderlo ed eluderlo ; e con
occhi scaltri studia nel moto i muscoli e gli artigli della belva silvana, per
farla sua preda o imitarne il destro miracolo ; e poi, con occhi ebbri di
sogno, nelle improvvise forme che la natura plasma tra cielo e terra, nelle
prepotenti energie che essa suscita ovunque, ammira il volto del suo nimico o
la violenza della fiera. Appresso, su la prima trama esigua, quasi ragna d' oro
fra due rami d' un mirto, si consuma la dolorosa fatica dei posteri ; che
l'invenzione originaria non si perde, ma, serbata tal volta in reliquarii
preziosi, salva altre volte per caso, regge su le sue fila tenui il trascorrer
lento e difficile dei travagli clie martellano Fumanit nei secoli e le rodono
il cuore invincibile. Ogni fiaba s'impregna cosi di sapori dolci e agri, forti
ed amari : abbrividisce delle cose tremende, s'esalta delle cose salienti,
supplica, spera, esorta, rampogna. Il suo intreccio si foggia su i meandri
dello spirito. E nello spirito la sua virtii cerca le potenze dell' espressione
; stimola 1' energia onde si crea il diafano contesto verbale o si plasma nella
dura materia il moto o si finge l'ansito nel colore; e con lei genera creature
d'ale e di fiamma, o per lei si corrompe in miserevoli mostri e deformi. Far
quindi la storia del mito significa spremerne cotesto succo occulto, il quale
si mischia col nostro pi profondo pensiero su la vita e saggia le nostre idee
sul bello sul buono sul vero, su l'uomo e la forza della sua visione, e la
forza della sua espressione, e il suo lungo cammino. Idee che costituiscono
d'altro lato lo scheletro stesso della storia d' un mito. Del quale il trapasso
di forme pu venir concepito geneticamente, l'una determinando l'altra ; o
staticamente, i nessi essendo privi di forza generatrice; o in rapporto
all'evolversi complessivo dello spirito ; o in altre maniere, di cui ciascuna
dipende da una teoria filosofica. Persino chi per orror metafisico mai abbia
voluto impacciarsi di problemi si fatti, porter la sua avversione nella storia
e ve ne lascer i segni, non giova dire di quale specie. Onde la conoscenza del
mito di Caco o di Andromeda, pur contenendosi nei termini di un limitatissimo
fenomeno, pur fermando nel pensiero una porzioncella minima del grande moto di
cui tutto il passato pieno nella memoria
degli anni, tuttavia impegna con s un'idea di quel moto e del nostro pensiero:
la stimola e la cimenta. FILOSOFIA: senza cui, il breve mito sarebbe assai poco
; con cui, diviene moltissimo. in. Caratteri. Che se a quest'ultimo i3regio
filosofico pensiamo ora aggiunti in perfetta fusione di Storia gli altri due,
intuitivo e scientifico, non appare sbito qual sia la lega comune onde tanto
compatto il resultato. Ma lega si rivela
l'intelletto dello storico ; ove i concetti assimilati dalle discipline
propedeutiche, e le idee elaborate dal pensiero meditante, s'illuminano di luce
nuova nella vita dellintuizione, quando vengono esposti all'attrito della realt
testimoniata. Di pi non pu dirsi: che ha da restare intatto il mistero
creativo. Tuttavia, pur da questo si vede come larghissima parte della
intelligenza vada a imprimere la storia d'una semplice saga; come quindi questa
storia sia, anzi tutto, soggettiva. N forse
detto ci senza stupore di molti ; perch prevale oggi il principio della
oggettivit storica, tanto che il riconoscimento del contrario nell'opera di chi
che sia suona quasi a rampogna. Si avvezzano cosi i lettori d'istorie a
cercarvi le parole della certezza assoluta, allettandoli con un equivoco ch'
quasi una mistificazione. Si proclami dunque chiaro e alto. Nel racconto delle
vicende storielle per cui un mito si svolse sono le stimmate d'una personalit;
n solo, ma il valore di quel racconto in
queste stimmate ; in quanto la personalit, non pure assomma, si anche fonde e
ritempra, com' necessario, quelle cognizioni dottrinali, quella teoria
filosofica, quella geniale potenza intuitiva, che si riconoscono indispensabili
alla costruzione d'una qual siasi storia; e in quanto, inoltre, dalla misura di
esse cognizioni teoria potenza e del loro commettersi, dalla misura, in breve,
della personalit medesima, segnato il
pregio del contesto narrativo. Dal qual evidentissimo principio si definisce
anche l'atteggiamento di chi legge a fronte di chi ha scritto. Non accettazione
sbita ; n reverenza ad autorit indiscussa : invece, ragionevole assenso, ora
parziale ora totale, ora nei particolari ora nella sintesi. E sempre, al di l
degli uni e dell'altra, valutazione del pensiero che solo responsabile e che, scoprendosi con
arditezza, accetta onestamente d'essere imputato. Compito arduo, adunque, il leggere non meno che lo scrivere storie;
si che pu ben dirsi, che quasi mai viene assolto integro. Ma, per lo pi, solo
per il lato si adempie che costituisce l'interesse onde mosse la lettura ; e da
quel lato soltanto sogliono originarsi le censure, le pi modeste e le pi
burbanzose. E a volta a volta la storia della saga di Cirene deve soddisfare le
pretese del filosofo, la dottrina dello scienziato, il gusto del contemplatore.
Ora, affinch sia pi lieve a tutti costoro l'opera di critica rielaboratrice, lo
storico mostra sempre (fra noi, almeno; non costumava cosi Tucidide, n
Machiavelli ; con pena della moderna indagine) mostra, in una qualunque parte
del suo lavoro, i mezzi di cui si valso
e le vie che ha seguite; onde ne pronto
il riscontro . Per che si giunge a scoprire l'opposto aspetto della soggettivit
fin qui rilevata. Quando l'artefice medesimo scinde, pei lettori critici,
l'opera propria ; allora, sopra le testimonianze e le formule e i giudizii,
ch'egli cita e discute, si fan concrete ed esteriori le sue idee e intuizioni,
si cristallizzano in materia nuova su la materia che vedemmo preesistere allo
storico. Accade perci, da tal momento, che si possa misurare quanto ciascuna
individuazione sia piena di realt, cimentandola con tutti gli elementi,
divenuti esteriori e concreti, di cui nella intimit e fluidezza dello spirito
creativo essa si era nutrita. Il critico, se
(fenomeno raro) compiuto, vaglia, in qualit di scienziato di filosofo di
individuatore, tutti questi elementi, scissi prima, organati poi; e valuta il
pregio dei singoli e della mischianza loro. Cosi, quel che fu gi emanazione
viva d'una vivente persona; imponderabile, quindi, oltre la sfera di essa
persona; e definito, per tanto, '' soggettivo
: diventa passibile di metro, di scandaglio e di analisi; definito, per
tanto, " oggettivo . Sempre, per opera dello storico la leggenda assume la
finitezza della persona e i caratteri dell'organismo. Si scevera da
l'altre: quella. In questo volume
ci fatto nel libro II: Indagine. una. Le
sue vicende hanno, inoltre, un principio e un termine, per conseguenza un
culmine ; v' quindi un nascimento e un corrompimento, fra cui si tocca la
maturit. La storia d'una saga sarebbe dunque una ^ storia catastrofica,, e sul
suo finire sonerebbe l'elegia, inetta a risuscitar la creatura morta, ma
pretensiosa di balsamarla? . Si risponde:
catastrofica; gi che si chiude col dissolversi di quel che al suo inizio
si compone : non elegiaca ; per che, pur
lamentando, se crede, la morte avvenuta, ne indaga i motivi e prociu-a
comprenderli col pensiero senza stingerli col sentimento. Ma entrambe queste
risposte esigono d'esser pi ampiamente delucidate. Qualche pagina innanzi fu
provato (per quanto io credo) che non solo
necessaria la storia del mito per conoscer il mito, ma in tutto legittima, perch opera sopra un
individuo preciso il quale ha una reale e non disconoscibile esistenza. E. gi
sappiamo del pari che quell'individuo risulta da una serie di stadii, e ciascun
d'essi non pu star solo, ma in intima
attinenza coi precedenti e coi successivi. Ora possiamo specificare meglio :
che ciascuno stadio rappresenta una creazione spirituale. Sia di poco o di
molto momento, vi immancabile l'attivit
Contro le storie catastrofiche ed elegiache si pronuncia Benedetto Croce in
Questioni storiografiche [" Atti dell'Acc. Pontaniana]. Egli muove, s'
intende, dalla sua identificazione della storia con la filosofia. d'un artefice
che ha segnato di s medesimo, con grande o con piccola impronta, la materia
leggendaria. Ognuno di questi artefici apporta speciali energie e del mito
sviluppa potenze che o vi giacevano celate o n'erano state mal svolte. Per
conseguenza, astraendo si possono considerare, in un qual siasi stadio leggendario,
tre elementi : la manifestazione, senza cui non sarebbe ; la sostanza del mito
desunta dagli stadii anteriori ; l'energia innovatrice dell'artefice. Di qui,
son possibili varie evenienze: o che a un certo momento ogni manifestazione
cessi, per qual siasi motivo, sebbene ce ne fosse la potenza ancora negli
spiriti e nel mito; o che la manifestazione appaja inadeguata alle precedenti e
per ci monca e non bastevole ; o che, in fine, l'energie dell'artefice
apportino alla sostanza della saga violenze che la rinneghino. Nel primo caso,
la catastrofe sbita e tronca un
rigoglio; nel secondo preceduta da uno
scadimento, che la prepara; nel terzo, da una corrosione, che la vuole ; i
quali due ultimi evidente che debban
spesso coincidere. Ma la catastrofe, la morte,
sempre. E la storia, in quanto storia, deve narrarla, come narr il
nascimento ; ed essere, inevitabilmente, catastrofica. Non , dicemmo, elegiaca.
Sarebbe, senza dubbio, se lo spegnersi d'una luce non significasse, fra gli
uomini che hanno assiduo il fermentar delle forze nello spirito, l'accensione
di un'altra, di pi altre, quasi pel ripetersi ardito di magie misteriose. Ma
qui dove dai vecchi ceppi si spiccano a dieci i virgulti giovani, v' motivo a
sconforto sol tanto per chi brami, come meglio, la distruzion del tutto.
Rimane, per altro, legittimo, se non lo sconforto, il senso del danno. Lo
stampo di Caco s'infranse, e qual egli era stato concepito, quale gli artefici
l'avevano formato, ninna potenza terrena pu ricrearlo indipendentemente: un
individuo insostituibile scompare. E^ scomparso, non lui solo perdiamo. Molte
saghe venner create con bell'impeto dalla giovine mitopeja dei Pagani; molte,
non tutte le nate, si svolsero traverso gl'inni dei poeti, i bronzi degli
statuarii, i gesti sacerdotali; non molte, poche divennero nell'epoca del pili
adulto pensiero classico, quando per contaminazioni la ricchezza del numero si
fu assottigliata in bellezza della specie. E ogni nuova morte sminuisce quella
dovizia di una unit, scema questa bellezza di grande efficacia : quel che
sottentra copia e grazia dello spirito
umano, della mitopeja classica non pi... Una maggior individualit, dunque, minacciata dalle morti di questi minori
individui mitici. Un colpo di accetta, ognuna ; e la quercia si squassa. Il
genio mitopeico.Quella individualit maggiore
oramai embrionalmente posseduta dal nostro pensiero. Quando siasi letta
la saga di Andromeda, e poi di Cirene, e di Caco, e anche di Cora; appresso,
non si conoscono pure quattro vite di saghe, come fossero di eroi o di santi o
di statisti; ma gi vivo, se anche non
maturo, nell'intelletto un nuovo sapere. La ancor recente esperienza, rotti i
termini entro cui si formata, tenta di
organarsi in altro stampo, infrange l'intuizione del singolo per disporsi, in
che ? come ? Per la risposta, da principio ingannano due parvenze,
contradittorie nella forma, entrambe erronee. La prima parvenza brevemente questa. Con l'ajuto delle
cognizioni acquisite nello studio di quattro miti si possono perseguire due
compiti differenti. Uno, pi modesto, consiste nel raccogliere tutti i fatti
constatati durante lo studio e nel disporli con altro criterio che il
cronologico e genetico : nel guardare, in breve, il medesimo mondo, nei medesimi
margini, ma da altro pimto di veduta. H secondo compito, in vece, costringe a
trascendere i limiti segnati dalle quattro saghe, fino ad affermare di tutte le
saghe qualcosa che per le quattro soltanto venne sperimentato : costringe a
varcare verso l'ignoto l'esperienza acquisita, pregiudicando da questa quello.
Entrambi i compiti hanno natura e scopo pratico ; come quelli che servono a
concludere ordinatamente sotto la specie di leggi (nel secondo caso) o di
formule (nel primo) esperienze compiute storicamente sotto la specie
delFindividuo. E sono, perch pratici, utilissimi ; n giova, secondo piace a
taluno, predicarli ridevoli o in altro modo spregiarli. Non mostrano, tuttavia,
lo stremo di quanto possa e voglia il nostro pensiero, elaborato che abbia un
certo numero di storie su fiabe. Non pu esistere un soggetto vivo cui
attribuire quelle formule e quelle leggi, si cke gli aderiscano come i
caratteri all'uomo ; ond' che ci appajono e le une e le altre, dopo che
arbitrarie, insufficienti. Arbitrarie le formule, perch incardinate su criterii
che non sono immanenti al loro soggetto, ignoto e irreale, ma che vengono dal
di fuori imposti alla massa dei fatti storici ; e le leggi, perch
temerariamente affermano pi del conosciuto, impegnando in s, insieme con il gi
intuito, il non mai visto. Cosi le prime, avulse dalla realt viva onde
germinano, incadaveriscono in freddo schema e, come schema, lasciano straripare
oltre di s e sfuggire sotto di s la vita vera delle quattro saghe ; le seconde,
pur danneggiando tal vita nella stessa guisa, non sodisfano i^oi affatto un
intelletto veramente avido di sapere concreto : entrambe, quindi, definimmo or
ora insufficienti. Fallita la prova di questa parvenza, l'altra vediamo qual
sia, e ]Derch non appaghi. Dove fu avvertita mancanza d'un soggetto che
sostituisca nella nuova opera i miti, soggetti delle singole storie, ci
s'illude di coglierne uno ; se ne crea uno difatti, f)ur che si astragga un
poco come suole il pensiero. Si crea un (diciamo) ente o spirito, cui competano
tutti i caratteri dei varii intelletti che influirono, di stadio in stadio, su
l'uno o su l'altro dei quattro miti storicamente appresi; cui, quindi,
appartengano patriottismo e fede, scettico scherno e dubbio religioso,
preoccupazione sociale, sensualit voluttuosa e i)regiudizio manchevole ; e che
concilii inoltre ogni virt in una sintesi superiore alle contradizioni
apparenti. Cotesto ente o spirito avrebbe, forse. esso pure una evoluzione, e
certi stadii lungo i quali si disporrebbero le sue energie e i suoi attributi.
Parrebbe, per tanto, assai bene passibile di storia. Ma l'artificio pi palese
l'ha origina to. Difatti, mentre chi narra la storia di un mito opera (vedemmo)
su stadii, che sono di per s congiunti, e che senza nesso non sono n pure
compiutamente intelligibili ; i caratteri in vece e le energie di quel pseudo
spirito vengono solo per caso delimitati, avvicinati e graduati : gi che unico
motivo per cui quel falso ente si afferma con alcune qualit, e non altre, con
alcune vicende, e non altre, la scelta,
precedentemente fatta con criteri! estranei, di quattro miti, e non d'altri.
Che se dieci o diversi fossero, gli attributi muterebbero numero, specie e
successione. Segue, che necessario
guardarsi dall'insistere sopra un soggetto cosi fittizio, se non si voglia
ricadere negli stessi vantaggi pratici e svantaggi teorici in cui trascinano
formule e leggi. Vinto l'errore, la salute appare spontanea. Basta che si trovi
uno spirito, il qual sia vero e non artificiato, intuibile dallo storico e
soggetto vivo delle nostre esperienze anteriori, limitate per qualit e per
quantit. Ora, se (come dicemmo)
arbitrario determinare un individuo mitopeico valevole per quattro miti,
perch introdotto dal caso, ossia dalla
nostra anterior ricerca, il numero di quattro : sopprimendo quel numero, ci
troveremo dinanzi a un reale individuo, allo spirito greco-romano in quanto
elabora saghe, o al genio mitopeico dei Pagani: dinanzi, ci , a un che di
esistito effettivamente, di certamente vivifcabile, di indbitabilmente storico.
Qui il pensiero si ritrova a suo agio e, intuendo, lotta a sottomettersi la
realt proteiforme ; qui formule e leggi vanno a confluire nella materia ignea,
rimettendo di lor rigidezza fino a liquefarsi nel flusso incandescente. E
conquistato una volta questo certo soggetto, si comprende d'un tratto come
tutto che si afferma nell'ambito delle quattro fiabe conosciute vale ed esatto per il genio mitopeico, ne la storia ; , sol tanto, incompiuto e
insufficiente : perch lembo di un tutto ; lembo casuale di un tutto reale. Ma,
appunto in forza di questo tutto, ha importanza, dev'essere affermato, e pu
assumere, esprimendosi, un tono generale. La medesima sua incompiutezza
poi solo in parte insufficienza. E, in
quanto oltre alle quattro fiabe cnte altre assai sarebbero a disposizione del
pensiero che volesse conoscerle in istoria e attribuirle poi al genio
mitopeico. Non , quando si avverta che, i)ur conoscendo tutte le fiabe, quel
genio mitopeico risulterebbe per noi sempre, dalle fortune del caso e dal
decorso del tempo, privo di qualche sua saga, e quindi scemo di talune energie,
per guisa che dovr in ogni maniera venir intuito traverso molte si ma non tutte
le sue manifestazioni ; non dissimilmente dall'indole degli uomini che la sorte
ci pone su la via o dalle vicende degli istituti che remoti echi ci tramandano
irregolari. Quattro miti son dunque poco i3er possedere, nei suoi confini e
nelle sue virt, l'animo leggendario dei Pagani ; tuttavia il loro
insegnamento certo, se bene incompiuto;
insufficiente, non arbitrario. Cosi le storie di quattro miti conducono alla
storia della mitopeja. La quale pertanto non pu consistere nell'insieme
inorganico di quelle quattro singole storie, se si mantenga incompiuta, n, se
voglia integrarsi, nell'insieme inorganico delle storie su le varie saghe conosciute.
Tale l'uso dei manuali; ed uso degno del nome e dei libri: che noi
vedemmo dianzi la esigenza di quella pi larga istoria emergere a punto dal
succedersi (che stimolo, dunque, non
sodisf acimento) di taluni racconti men larghi. Come, per analogia, le
biografie di cento individui non souD la storia della nazione cui appartengono,
e che li comprende in s e in s li distrugge. Flutti nel mare, le molteplici
saghe non s'individuano che a patto di delimitar volta per volta il total genio
mitopeico in margini che non sono i suoi proprii. E a quel modo che l'Uomo non
attua le sue potenze tutte se non nella umanit ; il Mito non sviluppa tutte le
sue virt se non se nella mitopeja. E tutte non si conoscono, che spezzando in
un testo pi ampio i termini in cui si conchiusero le conoscenze dei singoli.
Evidenza pari ha, o dovrebbe avere, un altro vero eh' parallelo a questo. Dianzi, giustificandosi
legittima la storia di un mito, nell'atto di mostrare come le molteplici manifestazioni
leggendarie potessero aggrupparsi in tanti cespiti quanti sono i nomi e le
fondamentali vicende che accomunano talune fra esse ; disegnavasi pure, come
possibile, l'impresa di ridurre quelle manifestazioni molteplici pi tosto sotto
le rubriche delle diverse epoche e dei differenti luoghi, per comporre, con
criterio cronologico e geografico, la storia della mitopeja pagana lungo i
secoli e traverso le regioni del mondo classico. Et per et si vedrebbero gli
spiriti, informati da quella determinata temperie, intervenire su tutto il patrimonio
favoloso; e ciascuna avrebbe le sue predilezioni nello scegliere i soggetti e
le sue attitudini nel foggiarli. Or bene : dopo una tale opera, cosi se siasi
estesa a intero l'ambito temporale e regionale dei Gentili, come se sia stata
ristretta in taluni confini di paese o di momento, tutto sodisfatto il desiderio di conoscenza?
o pure, anche da essa deriva allo spirito un bisogno pi alto? Senza dubbio, un
paragone con l'insieme inorganico delle singole storie di miti sarebbe a
sproposito. In questo secondo caso difatti v' organicit : ogni epoca influendo
su la susseguente dopo che la precedente su essa aveva operato ; ogni luogo fra
i Glreco-romani riconnettendosi, quant'alla mitopeja, con qualcbe altro, o in senso
negativo o in positivo. Ma, a parte tal rilievo, certo che il bisogno sussiste tuttavia. Sopra
le differenze pi o men notevoli fra regioni e tempi, colpisce in tutt'e due i
casi la costanza con cui talune energie dell'anima nostra, e sol tanto quelle,
e sempre quelle, influiscono su le saghe: siano la fede e Tamor patrio, il
senso naturalistico e l'acume psicologico, lo scetticismo ragionevole ed il
razionale. Colpisce che, come pi si risalga nei secoli, meno fra esse
intervengono nella mitopeja, fin che alle scaturigini pochissime si ritrovano ;
e che, come pi si discenda nei secoli, non solo si accrescono per numero ma
quasi si succedono per dignit, tramandandosi tal volta nel corso la fiaccola,
umanamente. Si comprende che son le potenze del genio pagano in officio di
mitopeja ; s'indovina, entro la libert delle manifestazioni, cosi traverso
l'epoche come sotto i cespiti nominativi, un'armonia ch' ancora imprecisa ma
merita indagine; e si desidera cercare questa armonia e quelle potenze.
Concetti empirici, dunque, tali potenze? arbitrio di astrazione a scopo
pratico? Non cosi. Il tono generico solo
esteriore ; nell'intimo, chi ben guardi, ciascuna di quelle parole vuol
indicare qualcosa di assai individuo e concreto : altr' e tante energie
spirituali che, in certi momenti della storia, e in determinati punti della
terra, hanno gittate singolari riflessi su la saga, ora iridandola di
sfumature, ora riardendola fin nell'essenza : altr'e tanti fatti passibili di
storia, e solo per storia conoscibili. Le carit patrie di Euripide e di
Vergilio ; i razionalismi di Dionisio e di Luciano ; le religioni d'un esiodeo
e d'un latino : fatta breccia nei confini onde storicamente son racchiusi entro
un'opera e un temperamento, si compenetrano, ricalcano l'un l'altro i caratteri
comuni, contraddistinguono le differenze, quelli e queste ordinano in sintesi:
fino a divenire, in diverso contesto storico, la carit patria, il razionalismo,
la religione del genio mitopeico pagano,con valore (si vide) bensi non
compiuto, ma pm- sufficiente ; generale e individuato a un tempo. Generale,
rispetto alle singole saghe: individuato, rispetto al genio mitopeico., Di che
pu aversi riprova. A quel modo che durante la storia d'una specifi.ca fiaba,
linteresse pi attento soverchia il cerchio breve del palco ove poche persone
son mosse in non molte vicende, e tocca, al di l, la forza animatrice di quel
moto ; del pari, per l'interesse pi attento, anche gli amor patrii di Vergilio
e di Euripide, e i razionalismi di Dionisio e di Luciano, competono fin da
principio, dopo che a Vergilio a Luciano a Dionisio ad Euripide, alla mentalit
pagana di cui son pregni, alla vita de' Grrecoromani nella quale immersi son
trascinati subendo e reagendo, come massi che il fiume ha composti e disgretola
poi con la medesima forza. Si che, a rigor di discorso, gi i successivi stadii
d'un mito superano il mito, e si proiettano, in altra serie, su lo sfondo
comune, dove li dispone non pi affinit di nomi e di casi, ma di potenze
spmtuali. Per a questa disposizione nuova manca tuttora l'ordine della successione
: che , anche, l'ordine secondo cui la mitopeja si evolve. Non pu valerci pi,
adesso, il criterio cronologico : atto bens a graduare strati di leggende ;
inetto del tutto a decider, con certezza che non sia di pallida congettura o
non nasca da arbitrio di pregiudizio, a decider se la fede versi la purezza
delle sue acque nel mito prima che l' analisi psicologica vi gitti i suoi dati.
Interrogata al proposito, ogni saga darebbe una propria risposta, diversa
secondo vicende casuali o necessarie . Qualcuna persino mostrerebbe
contemporanee le manifestazioni in apparenza pi Sul valore di queste
es^pressioni LA STORIA DEL MITO disparate o in sostanza pi contradittorie. E,
per tanto, necessario sceglier altro mezzo allo scopo di vedere il genio
mitopeico vivere, com' d'ogni individuo definito, evolvendo le sue speciali
energie. Ora, esso ha, tra i Pagani, alcune espressioni che ci richiamano senza
dubbio alla sua origine ; altre, che ci riportano quasi con certezza al suo
termine. Basta dunque, jier graduare ciascuna delle caratteristiche mitopeiche,
compararle o alle qualit originarie o agl i ultimi corrompimenti. Ma perch pi
certe appajono le prime, a esse la com[)arazione va riferita. E tanto pi si
sente, allora, tarda (nell'essenza) quell'energia che, acquisita allo spirito
mitopeico, pi lo distorna dai suoi primi sogni : per essa, in vero, lo spirito
procede, nel tutto suo insieme, a una tappa nuova ; si che il momento della
conquista ben paragonabile all'oscillazione
d'una lancetta sul quadrante : s'inizia l'ora. Una storia compiuta dovrebbe per
seguire il mostrarsi di ciascuna energia, segnalando il punto in cui dopo la
precedente essa confluisce nella saga a nutrirla e deformarla, e precisando il
modo del deformare. Una storia, per contro, incompiuta e provvisoria dovrebbe,
facendo i suoi raffronti, mantenersi entro gli argini della sua incompiutezza,
col tratteggiare senza disegnarle le linee dell'opera propria. Tutt'e due
vedrebbero, oltre l'assiduo rinnovellarsi delle forme e il disordine scapigliato
in ciascuna saga introdotto dall'insita sorte, la vasta e chiara armonia del
complessivo progresso geniale, le cui pietre miliari hanno nome dalle potenze
dell'animo e dalle forze del pensiero. Legame, da ultimo, fra quel disordine e
questa armonia, apparirebbe la constatazione che tutte quasi le saghe, le quali
la storia pu scegliere a suo oggetto, fanno testimonianza di s di fronte a noi,
in lavori di arte letteraria e manuale o in riti di culto, quando oramai o per
intiero o in buona parte lo spirito onde sono elaborate ha acquisito le sue
virt: pel che quest'ultime possono manifestarsi od occultarsi, secondo nessi
stabiliti non dal loro reciproco grado, ma dalle vicende della fiaba. Succede,
in somma, nei singoli miti, un perpetuo rinnovarsi di quei fenomeni che
segnano, ciascuno, un diverso stadio del genio mitopeico ; rinnovarsi che
non senza evoluzione ma con evoluzione
diversa dall'originaria. Condizioni di ambiente fanno si che in una sola et,
l'augustea, la leggenda di Caco si manifesti infusa di x^atriottismo e zelo
religioso presso Vergilio, incrinata di scettico dubbio e di saccente
sofisticheria presso Dionisio ; ma, contro questa contemporaneit cronologica,
non esitiamo a proclamare pi vetusta l'una forma a petto dell'altra nel
riguardo della complessiva mitopeja. Tal certezza si conforta, in questo caso,
dell'esame delle fonti, donde appare VergiKo attingere a pi antica sorgente che
Dionisio ; certezza dovrebbe durar tuttavia anche quando il riscontro non fosse
possibile per qual siasi motivo. Com' del mito di Andromeda, il quale gi scaduto in un tentativo di travestimento
storico allor che Euripide lo solleva al culmine della sua vita penetrandolo di
passione patria e di pensiero religioso. Crii
che la mitopeja ha oramai il possesso sicuro di ciascuna tra quelle sue
forze e di volta in volta ne fa uso secondo richieggano sorti diverse. Spetta
all'occliio dello storico separare, caso per caso, dal suo rinnovarsi il
primigenio acquisto: per decidere se lo stadio di una fiaba sia evolutivo solo rispetto
agli stadii anteriori di quella fiaba; o sia in vece, insieme, evolutivo nel
progresso del genio mitopeico. Va perduto cosi l'impetuoso rigoglio di forme,
per cui le figure si moltiplicano disponendosi l'una a canto dell'altra, affini
sorelle, non identiche aggeminazioni ; e i casi si ripetono e s'intrecciano
simiglianti e differenti ; e si dispongono in racconti svariati, che ciascuno
possiede, quasi nome personale, una peculiare orma, n confusioni son lecite, e
taluno, fatto vivo dall'arte, ha destino qualche volta non perituro. La storia
della mitopeja per contro diviene scaltra a scoprire, in luogo dell'abbondanza
creativa, la limitatezza fondamentale della manifestazione : il sottostrato di
potenza definita, di l dalla superficie delle creazioni che si tramutano lungo
serie senza termine e fogge senza numero. E n meno qui, in quest'altro ufficio,
essa si converte in scienza astraente e classificante. Quando vengono disegnate
le vie che la mitopeja trov per le sue creature, si adoperano certo concetti
empirici e partizioni; quali fra letteratura e arte pittorica, fra statuaria e
culto, per cui il filosofo userebbe termini ben diversi. Ma i medesimi concetti
intervengono nelle storie dei singoli miti, insieme con altri, e non
impediscono che quelle storie concretino individui ben precisi e reali. Si che
a ogni modo la loro presenza non pu decidere senz'altro contro la natura
storica di un' opera. Difatti, ancor questa di cui parliamo lata storia
mitopeica fonde leggi categorie e formule nello scoprire: in primo luogo, i
confini entro cui tutte le manifestazioni favolose son racchiuse; in secondo
luogo, i gradi secondo cui esse sono disposte; onde riesce a precisare una
risposta a questo problema, ch' denso di realt storica : con che mezzi e con
quale sodisfacimento lo spirito pagano mitopeico si manifesta ? Il badile ed il
coltello han diritto alla loro epopea, dopo le pagine ove Tincruento travaglio
campestre e la sanguinolenta strage hanno diffuso riflessi dolci e selvaggi. Ma
poi che questa diversa istoria del genio mitopeico, nel suo nascere, nel
succedersi delle sue potenze, nell'ordine dei suoi mezzi, siasi compiuta, e non
ancora conchiusa, riapparir a sua volta catastrofica e non elegiaca : segnando,
senza sconforto, la fine della mitopeja pagana. Non senza rimpianto per, ch'
differente cosa. Non vediamo pili Centauri scender galoppando dai ventosi antri
dei monti : n per noi ogni sera il Sole muove verso l'ombra a combattere mostri
marini e piegare tracotanza di violenti. Quella cecit e questa negazione sono
stati il prezzo con cui pagammo altri spettacoli ed altre certezze. Ma il
prezzo duole, nel fondo del cuore, alla nostra avarizia di uomini, a questa
cupidigia di opulenza spirituale. Sin qui tentammo della mitopeja e della sua
storia il concetto compiuto. Ma un motivo, che si forma nella pratica degli
studii e della vita, e si rafforza di esigenze, estranee bens alle fiabe e alle
storie loro, ma non agli storici ; un motivo interviene spesso a ridurre le
indagini e le ricostruzioni del mito nei confini di una sol tanto fra le
maniere dell'espressione mitica: nei confini della letteratura. Certo, il genio
letterario dei Grreci e dei Latini ha saputo rendere immortale il tessuto de'
suoi sogni mitici con l'opera di non so qual spola d'oro. E anche sia concesso
senz'altro esser la letteratura di gran lunga preminente rispetto e alle altre
arti e ad ogni diversa forma del significare le saghe . Non cessa per che di
queste ridurre la storia nell'ambito di pur una fra le loro espressioni compiere una arbitraria amputazione.
Lealmente riconoscendola, questa colpa
grave. N medicabile. Si pu palliarla: come suole lo storico dell'arte
richiamarsi per accenni alla storia civile e alla letteraria ; e cosi in
reciproca guisa. In ispecie quando, per le lacune che sono ampie e non rade nel
pur ricco patrimonio trasmessoci dagli antichi, uno o pi stadii d'un mito sieno
costituiti da nessuna forma di letteratura, bensi da prodotti scolpiti o
dipinti o in altro modo artisticamente lavorati dall'attrezzo e dalla mano.
Allora la storia monca deve a forza integrarsi di quella sua parte che un caso
rende ben necessaria e come vitale. Con simile pensiero fatto ricorso alle notizie cultuali, e le
formule de' sacerdoti le litanie dei fedeli si cercano, farmachi preziosi, a
supplire e lenire organiche deficienze. Ma la plenitudine non se non nell'intreccio del tutto ; e i
riferimenti, fngendola, tradiscono il vuoto. Mal colmato, il difetto permane, e
si appaja con la incompiutezza cui limitate esperienze entro esiguo numero di
miti costringono il ritratto del genio pagano facitore di saghe. Permane : la
sua radice s'insinua fra stretto] e rupestri, si che non pronto lo svellerla ; ineffettuabile tal
volta. Onde avviene che dinanzi la storia insufficiente cosi della singola
favola come della total mitopeja antica, la nostra insoddisfazione si cresce
del diffcile sforzo per rimanerne sgombri. Tant': nell'isola ove piaceva a
Kalypso di amarlo, con promessa di rendergli " senza vecchiezza n morte
per sempre la vita, Odisseo, da la rupe
a fronte del mare, piangeva la patria lontana. L'anno avanti Cristo
quattrocento dodici Euripide fece rappresentare in Atene una sua tragedia
intitolata Andromeda^ alla quale forniva materia un episodio del mito di
Perseo. Ma se l'opera dramatica aveva tratto dalla saga la sostanza a nutrire
la sua compagine, nell'opera la saga viveva una vita altra da l'anteriore: per
che lunga gi e complessa ne fosse stata, innanzi, l'evoluzione.
Antichissimamente, negli anni cui corrispondono, eco affievolita, i pi vetusti
canti della epopea e poche mal certe tracce, una assai uber ei) Cfr. per tutto
questo cap. l'Indagine in libro II cap. I; di cui si citano i nelle note successive. tosa terra di Grecia
aveva fecondato di s un semplice racconto . Si narrava in Tessaglia, e in
ispecie nella pianura pelasgia che fu detta Pelasgiotide poi, di un re, cui era
regno in Ai'go (Pelasgico), molto potente ma triste. Vecchio, difatti, e non
lontano da morte, egli era tuttora senza prole maschile, unica essendogli nata una
figlia a nome Danae. Ansioso per l' avvenire di sua schiatta, si sarebbe recato
a consultare in Delfi l'oracolo di Apollo, dal quale ebbe in risposta, non
essergli per nascer maschi se non da Danae, ma dovergli il nipote togliere e
trono e vita. Non fu vano il grave mnito; ed ogni cura fu posta a che la
vergine restasse dal generare, contro la sorte. Ma Preto, fratello del re
Acrisio, riusci occultamente a renderla madre d'un bimbo che fu chiamato
Perseo. La nascita, che si volle tener celata, fu in vece scoperta e caus
l'irosa vendetta del re impaurito, il quale decretava che la giovine e il
neonato fossero, come Preto per altra parte fu, cacciati, e derelitti in bala
della violenta natura e delle intemperie. Mossero Danae e Perseo verso
l'oriente e pervennero in Magnesia: ove per loro fortuna li accolse un
pescatore, Ditti, che li ospit di poi nella casa sua e del fratel Polidette. Il
bambino crebbe fanciullo, giovane agile e vigoroso: tra i coetanei valente in
giuochi ginnici ove nerbo di muscoli e destrezza di ginocchia d'occhi di
braccia si rivelassero. Allora piacque al caso Cfr. II e III. che il re di Larisa indicesse fra'
giovani ima gara pubblica e che all'agone partecipasse l'adolescente Perseo e
assistesse il vecchio Acrisio ospite del dinaste vicino. Accadde l'inevitabile,
che la Pizia aveva predetto e a cui non si poteva sfuggire: il disco venne
dalla mano di Perseo lanciato, opera d'un nume! contro le deboli membra del
nonno, che ne fu morto. L'oracolo per tal modo compiendosi, il nepote riconosciuto
si ebbe il trono e la dignit dell'avo. Una tal fiaba parrebbe germogliata,
semplice e intiera, su dal suolo mitico d'una trib aria, frutto non insolito
d'un seme a pi altri simigliante: ove la stessa sua trasparenza non ne
scernesse, una ad una, le fibre. C', in quel breve racconto, lo spunto
originario della morte inflitta dal giovine, che si rivendica l'avvenire, al
vecchio progenitore, che il passato ha curvo e fiacco : dal Sole, ci sono,
nascente circonfuso di purpureo sangue, per illuminare l'oggi, al Sole
occidente verso il bujo, circonfuso di pm-pureo sangue, dopo aver rischiarato
il jeri. Durante la notte, nell'ombre, il delitto si compiuto ; e l'astro giovine regna in luogo
dell'antico, nato da una Danae (donna di quei Danai che nella leggenda
combattono i Liei o ^' Luminosi ) e sorto, oltre la linea dell'orizzonte, su
dalle case sotterranee diPolidette ("l'accoglitoredi molti sovrano dell'oltretomba). A cotesto schema
rozzo, cui il mal grato biancore di ossa
a pena commesse, diedero nel principio veste di muscoli e colori i nomi locali,
che tante reminiscenze di bellezza e di rigoglio traevano con s e richiamavano
a tanti concreti particolari della realt : le pianure d'Argo Pelasgico ; Larisa
; il venerando oracolo di Delfi; le montagne della Magnesia in ispecie,
nell'est, dalle cui giogaje ride prima la luce su i pascoli, e che dalle grotte
temibili, disagiato ospizio di fuggiaschi, recavano al mito un brivido tra di
paura e di piet. Di poi sul racconto naturalistico, come i3 venne foggiandosi
in forme di plastica umana, s'innest una di quelle novelle, simili tra loro
come tra essi i cristalli di medesima specie, nelle quali il popolo par
condensare, con la propria esperienza, la propria filosofa della vita, i^erch
vi fissa gli esempli tipici delle consuete vicende (per lo pi, familiari) e le
sembianze caratteristiche delle figure che sospinge la sorte comune. Traverso
la fantasia delle masse, come traverso un vaglio singolare, il complesso, per
esempio, dei pastori o de' pescatori e l'insieme de' vizii e delle virt che in
genere presso quelli si riscontrano, si affina in una selezione di cui vano cercar le leggi, per comporsi nella
sintesi d'un personaggio tradizionale con tradizionali e pregi e difetti : il
pastore, dico, o il pescatore soccorrevole e onesto che come suo alleva, dopo
averlo accolto ed ospitato, il figlio non suo. Analogo lo schema della fanciulla cui nasce
illegittimo un bimbo e che l'ira del padre discaccia per pena. Grracili
virgulti quello e questo ; cosi fatti per che improvvisa linfa vi rifluisce non
a pena s'immettano sopra una determinata leggenda : cui recano, per altro, non
esiguo contributo in compiutezza e bellezza. Nella Pelasgiotide appunto
impressero alla fiaba tutta una diversa vivacit romanzesca e forza dramatica.
Non fu tuttavia sovrapporsi d'uno strato a un altro, cosi che il pi recente
prevalesse sul pi antico fino a ridurlo in oblio: fu, come mi espressi,
innesto; onde l'essenza solare di Perseo, la sede orientale del bujo Polidette,
permasero a costituire il volto significativo del mito durante tutto questo
primo stadio, tessalico, della sua formazione. Il che fu chiaro in sguito .
L'Argo Pelasgico o v'erano re nella fiaba Acrisio prima e Perseo poi, venne
confondendosi, nei canti dei poeti e per gli scambi! mitici fra i varii popoli
della Grecia, con altro Argo, che sorgeva a offuscar in gloria e potenza il pi
antico, ed era situato in un conchiuso piano del Peloponneso fra monti e mare,
nell'oriente della penisola. I due Argo furon quindi, in realt, uno: prima il
tessalico, poi il peloponnesiaco; per guisa che a questo si riportarono via via
le leggende che a quello si erano dianzi riferite. Fra l'altre, anche la nostra
di Perseo: il quale divenne adunque, se pm" nipote dello stesso nonno,
rampollo di schiatta cresciuta sopra altro suolo. La popolazione argolica
assimil ben presto la saga tessala con i suoi particolari e le sue figure:
persino l'accenno a la Magnesia, che quanto mai disconveniva alle sedi mutate,
si serb in solco profondo ; persino, e specialmente, la morte di Acrisio in
Larisa, cui grande varco di terre e di mare separava dal Peloponneso, si
mantenne non alterata. Al conservarsi contribuirono due motivi. La Magnesia era
nel mito ricordata per mezzo del suo eponimo Magnete, che si fngeva padre di
Polidette e Ditti: facile quindi sottrarre al nome della persona ogni valore di
riferimento al luogo geografico e ripeterlo fuor d'ogni attinenza concreta, A
Larisa poi dur alquanto un sacrario {heroon) dedicato ad Acrisie : sicuro perno
adimque, che nemmeno la nuova leggenda poteva facilmente trascurare. Ma col
proceder degli anni tutto che nel mito non fosse o compatibile senz'altro con
la mutata sede o ineliminabile per cause intrinseche fini con l'alterarsi. Il
ricetto, in particolare, ove Ditti figlio di Magnete avrebbe accolto Danae, e
il padre di Perseo vennero corretti e adattati: n a dirsi qual de' due ritocchi sia il pi
antico ; ma si vede bene quale per essere
il pi importante. A Preto fu, nella seduzion furtiva, sostituito Zeus, il dio veneratissimo
in Argo, da cui si faceva discendere anche l'eroe eponimo Argo : gi che forse
piacque cosi adombrare quel Preto che in Argolide doveva riuscir meno noto, e
che aveva, per quanto ci dato supporre,
contenuto naturalistico simile a Zeus. Ai monti poi della Magnesia, pur
permanendo Magnete, fu sostituita l'isola di Serifo ch' di fronte all'orientai
costa del Peloponneso nel mare del golfo argivo. Perch quell'isola fosse la
prescelta, s'ignora; notevole a ogni modo
che per essa un lembo di territorio jonico sia tocco dalla leggenda nata
fra Eoli e trapiantata in Argolide. Da Argo fra tanto il mito si diffonde:
attinge Micene, penetra a Tirinto. Nella quale anzi cosi si radica, che
s'invent come Perseo, ucciso il nonno, avesse onta di rientrare in Argo e
preferissenceder questa, per riceverne Tirinto, a suo cugino Megapnte figlio di
Preto. Se non che: con l'irradiarsi la saga, perno Argo, nel Peloponneso; e col
pervenire essa in territorio jonico: si prepara all'evoluzione futura una base
duplice in cui son contenuti potenzialmente due ulteriori sviluppi. Entrambi si
devolvono nel fatto, simiglianti tra loro per sostrato e valore, e paralleli in
modo che non riuscibile lo stabilire la
priorit dell'uno su l'altro. Era leggenda fra i Joni che la dea Atena, cui
molto culto si tributava e particolar reverenza, recasse sopra il suo scudo la
testa di un mostro pauroso e ricinto d'ombre : Medusa, una delle Grrgoni
dimoranti al limite estremo dell'Oceano, oltre la terra, dove il Sole scompare
e si profonda nel bujo. Su lo scudo quel capo significava trofeo d'una vittoria
conseguita dall'iddia avverso la protervia nefasta di quella figlia di abissi
marini. La leggenda era antica, traccia della natura xDrima ond'era informata
Atena, divinit della luce solare, nume del temporale, in cui pi vivo il contrasto fra le forze luminose e la
potenza delle tenebre. E del Sole per vero un altro attributo si riferiva, tra
i Joni, alla dea Pallade: il possesso d'una cappa, lavorata nella pelle canina,
onde si dissimulava il suo splendoreogni qualvolta piacesse a lei di occultarsi
: a quel modo che l'astro sparisce agli occhi umani per molte ore vestendosi di
oscuro. C'erano adunque, in racconti embrionali tuttavia, spunti di gesta
eroiche o divine: le quali, se si accoglievano bene nella figura di Atena, non
formavano ancora intorno alla sua persona una veste cosi aderente, che non
fosse possibile separamela in parte con lievi alterazioni. Si direbbe anzi che
la vittoria contro la Grrgone e la propriet della cappa invisibile si
riportavano assai meglio al sostrato naturalistico della Dea che non al suo
individuo, alla folgorante luce che non alla sostanza corporea della effigie
umanata. E perch Perseo quando pervenne in Serifo, e come in Serifo in Atene in
Mileto nella Jonia, ancor traeva alimento al suo essere dall'energia naturale
(la veemenza del Sole) di cui era forma e onde era nato, e poteva pertanto in
facil guisa accostarsi, simile nume, a Pallade; accadde che a lui pure si
attribuissero e l'impresa contro Medusa e il cappuccio canino : cosi che alla
dea non rimase altro ufficio se non quello di ajutare e protegger l'eroe. Fu
quasi una contaminazione delle due leggende in una; ma di due leggende non
indipendenti n ciascuna distinta per s, si di due che si originavano da una
medesima intuizione delle forze naturali, e aggeminate si erano dopo che
aspetti simigliantissimi dell'unico Astro avevan tolto in luoghi distinti
doppio nome di Atena e di Perseo. Il racconto che ne nacque, come prese a
vivere d'una essenza propria, ebbe la sorte d'ogni materia vivente in organismo
: si accrebbe. La fantasia che plasma le leggende ha certi suoi modi, quasi
formule, quasi schemi, nei quali va foggiando analoghe le sue opere : essa
imprime del suo segno terreno il racconto di quegli spettacoli della Natui'a
cui aveva gi dato volti e gesti umani : prende una seconda volta possesso della
sua materia. Cosi non concede essa all'eroe, e sia pur grande d'assai pi che
l'uomo, e assistito da soccorrevoli iddii. facile e pronto il conquisto; vuole
sia arduo: preparato con forza ed astuzia. Ecco imaginati talismani senza cui
l'opera non pu compiersi e per i quali trovare si richiederanno altre fatiche :
ecco pensata, prima dell'impresa, un'awentui'a preparatoria, ch' mezzo non
fine, ma non dispensabile : e
all'avventura apparecchiati i personaggi. Qui, furono le figure in cui la
novella fissa ed esagera la vecchiaia: le tre sorelle Graje, canute fin dalla
nascita, veggenti, tre, per un occhio solo vicendevolmente, masticanti, tre,
con un dente. Esse, si narr, sapevano la sede di certe Ninfe dai calzari alati,
senza cui non era concesso ad uomo trasvolar fino al limite dell'Oceano presso
le Grgni, e dalla bisaccia (xi^iaig) magica, che fosse atta a contenere, dopo
spiccato, il capo di Medusa. Perseo vi si rec dunque ma non ottenne n quelli n
questa se prima non ebbe con violenza privato le tre vecchiarde dell' occhio e
del dente, esigendo a compenso della restituzione i due oggetti cui mirava. Gli
fu agevole poi, auspice Atena, conseguire lo scopo. Arma gli venne attribuita
la falce. Ermes glie l'avrebbe donata, nume in particolare diletto, se pur non
quanto Atena, agli Ateniesi; il quale, avendo allora gi assunto rilievo di dio
luminoso, era affine a Perseo e dicevole soccorritore contro i mostri bui. Cosi
erasi d'assai allargata la saga. A concliiuder la quale non rimaneva oramai se
non motivare l'impresa strana del fanciullo cacciato con la madre da Argo e
accolto in Serifo. Cronologicamente essa non poteva cadere ciie nell'intervallo
fra l'ordine iniquo di Acrisio e il ritorno del giovine sul trono avito.
Logicamente la causa dell'avventura e del pericolo aveva a connettersi con gli
ospiti di Danae : Ditti e Polidette. E poich non certo l'originalit pi ricercata nella mitopeja, fu sfruttato
ancor qui un comune motivo leggendario, stracco per quel che parrebbe a noi,
non tuttavia si sterile da non riuscire ad arricchii'e la fiaba di quei tramiti
episodici onde abbisognava. Come contro la Chimera fu spinto Bellerofonte da
chi ne desider la morte; come Q-isone in Colchide venne inviato perch perdesse
nell'arduo cimento la vita; cosi Perseo avrebbe assunto il rischio meduso per
stimolo di Polidette, che innamorato di Danae bramava toglier di mezzo il
giovine difensor della donna. Oramai il racconto era compiuto : armonico,
organico, uno: vibrava d'una forza sintetica dalla quale eran fusi i diversi
elementi confluitivi da parti lontane. 11 lavorio invisibile di penetrazione,
lata e i)rofonda, nel suolo jonico a traverso strati naturalistici e nove] listici
aveva dato alla fine il suo bel frutto maturo. Analogo al processo d'evoluzione
mitica per cui il nucleo tessalo-argolico della saga s'era accresciuto d'un
episodio e di due campeggianti figure, Atena e Medusa, fu l'altro che in
diverso terreno prepar novella sixnigliante . Ma, a un tempo, incomparabilmente
pi complesso ed inviluppato: tanto che l'indagine riesce a ricostruirlo non con
la fondata probabilit ch' concessa all'esame del mito di Medusa, ma con
incertezze non jDOclie, e con grande cautela. Se l'ipotesi non erra, due
personaggi costituirono i X^erni fondamentali di quel processo: e l'uno Perseo nella sua natura di eroe luminoso in
lotta con i mostri tenebrosi ; l'altro
Cassiepa o, come il suo nome significa senza dubbio, la "
millantatrice ; tipo popolaresco della donna orgogliosa troppo di sua bellezza
che osa competere in gara ineguale con le Dee, e n' punita per fiere pene nella
sua prole. Due perni adunque di essenza diversa, che l'uno naturalistico, novellistico l'altro ; cui
tuttavia compete un comune carattere precipuo: l'attitudine, cio, a commettersi
con pi altri elementi, a raccoglierli intorno a s, quasi per energia magnetica;
cosi da allacciare in maglia e in rete pi trame mitiche distinte. Per essi si
formarono due compagini leggendarie che insieme li contenevano e n'erano quindi
accostate fra loro. L'una. Si conosceva, fra i Peloponnesiaci in particolare,
un re mitico Cfeo o, in altra forma, Cfeo, che sar x)i tardi venerato con
carattere e attributi di divinit ctonia in Cafe, luogo dell'Arcadia ; e che
veniva creduto signore di popoli abitanti all'orizzonte fra la luce e l'ombra.
Quivi eran, secondo gi l'epopea omerica, gli Etiopi, arsi appunto dal Sol
nascente e dal tramontante, tcchi dal bujo per un lato, immersi nella vampa per
l'altro. Cfeo dunque re degli Etiopi reggeva il suo popolo in quelle stesse
lontane regioni, o in tutt'affatto conformi, nelle quali ritrovammo aver sede
le Grorgoni, e verso cui come a simili mete muovono in awentm'a i simili eroi
solari. Che anche fra gli Etiopi nella terra di Cefeo fosse condotto
Perseo, a pena bisogno, quindi, di dire.
Per scopo fu scelto non an mostro specifico, quale Medusa, ma una vagamente
indicata belva che sorgesse da l'onde a esterminio e terrore: il ketos.
Soccorrevole, nell'officio di Atena contro la preda gorgona, s'indusse un
diffuso tipo di Vergine, strenua in combattere, ignara di mollezze feminee, il
cui maschio nome istesso rendeva imagine di possanza non muliebre si virile:
l'Andromeda. Qual motivo in fine si ritrovasse alla impresa ignoriamo; ma
possiam senza errore fngercene uno non dissimile da quel che apprendemmo
nell'altro episodio, cosi concorde con questo per contenuto forma e valore. Si
ottiene un mito modellato sopra i medesimi schemi su cui foggiata l'impresa fra i Joni ; nel quale i
nomi a pena pajon mutati; ma tutte le tinte sarebber identiche se non fosser
d'alquanto pi sbiadite, e tutti i particolari invariati se non apparissero
scemi al paragone. Un arricchimento per venne ad esso mito quando Cassiepa vi
fu introdotta. E consistette non nell' aggiungersi d'un personaggio all'azione.
si pi tosto nel trasformarsi profondo del significato complessivo che
quell'acquisto ebbe a preparare. Due avventure di Perseo contro mostri delle
tenebre non potevano non venir avvicinate prima, e dissimilate i)oi. Si tramut
Tuna, la minore e pi svigorita. E fu iDer un evolversi, si direbbe spontaneo,
della sostanza eroica di Andromeda. La " Maschia v, si and raggentilendo
fin che si transfuse del tutto nel tipo novellistico della fanciulla che l'eroe
libera di prigionia, ama e sposa. Gli era stata al fianco nella lotta, in gara
aveva lanciato i sassi contro il ketos avanzante dal mare, e un vaso del secolo
sesto ce raffigura nell'atto sgraziato del lancio, constringendole e movendole
le membra l'animo pugnace. Fu poi dinanzi al prode, premio insigne alla
vittoria, bella non forte. Allora, divenne indispensabile giustificar la
cattivit della fanciulla, motivar la lotta di Perseo contro il mostro a
liberarla : e Cassiepea servi allo scopo. n vanto della " millantatrice ,
dalle Dee offese punito nella vita giovine e florida della figlia, Andromeda fu
tramutata in sua figlia, sarebbe appunto stato la causa prima del pericolo
orrendo e della pugna eroica. Per tal modo tutto l'aspetto originario
dell'episodio alterato, nel profondo. La
seconda forma possiede la vita che non la prima. E individuata come non la
prima. Da l'una a l'altra segna il passaggio Andromeda trasformantesi, e
accanto a lei resta Cefeo che con lei si evolve. Ma se questi sono di tal mito
i personaggi caratteristici, i fondamentali sono Perseo e Cassiepea. Cassiepea
e Perseo prevalsero pure, sembra, in un'altra leggenda differente di origine.
Protagonista qui Fineo : divinit del fosco
settentrione di cui le saghe lumeggiarono due aspetti opposti. Benefico e
malefico egli pu esser difatti : secondo che dietro lui muova il rigente
turbine del nord a offuscare le chiarit solatie ; o che la freschezza dei suoi
vnti temperi l'afe estive ricacciando a mezzod gli affocati avversarli che il
Sole suscita su l'equatore. Quest'ultimo carattere fu, in vero, la base del
racconto, giusta cui egli sarebbe stato fin nelle sue sedi assalito dalle
Arpie, mostruosi uccelli, mossegli contro da Elios ene sarebbe perito senza
l'intervento de'fgli di Brea i quali respinsero le moleste e perseguitarono a
ritroso fin l dond'erano venute. In tutto parallelo al formarsi di questo mito
delle Arpie, ma mosso da principio diverso, fu il formarsi della nostra saga
intorno a Fineo. Contro di lui il Sole non si sarebbe levato col maleficio
deleterio de' suoi vnti meridionali, ma con la forza purificatrice dei suoi
raggi chiari: per vincerlo, non per esserne sopraffatto. Non l'autunno
sopravviene, nella nostra leggenda, a mitigare le ardenze della riarsa estate ;
si la primavera a dissipar le brume e i geli foschi dello inverno. Ora l'eroe
solare che trionfa del re nordico fu, sembra, appunto Perseo, in singoiar
duello. E cotesto embrionale racconto, cerc, e trov, un motivo in Cassiepea :
ancor una volta pare che il vanto di lei fosse addotto a spiegar la sorte
inferiore di Fineo, suo figlio : figlio per vero alla donna ce lo testimonia
l'epica che si dice da Esiodo. Col che si ottenne anche di fornire compiutezza
romanzesca alla favola, quando il significato naturalistico ne andasse
smarrito. C era dunque la materia, idonea a produrre, ove uno spirito creatore
trovasse in s il levame opportuno, un mito pur esso dramatico n meno denso di
bellezza poetica. In vece, prima ancora che riuscisse a comporsi in opera ben
delimitata, fu travolta e assorbita in diverso complesso. Per che i due
intrecci di Andromeda e di Fineo, ne' quali entrambi Perseo e Cassiepea
apparivano non pure nell'identit de' nomi ma e nella analogia degli uffici, non
potevano rimanere distinti: e tanto meno potevano se, come non provato ma
forse da ritenere, un medesimo suolo li generava. Si com penetrarono
difatti fin che divennero una narrazione sola in cui gli elementi delle due
generatrici sussistevano tuttavia presso che integri, l sol tanto alterati ove
fosse parso inevitabile alla logica della commessura. Rimase il duello fra
Perseo e Fineo; rimase la discendenza di Andromeda da Cassiepea: ma, e fu il
segno della connessione fra le 'due saghe indipendenti, la causa della lotta
fra i due eroi, fu rintracciata non pi nel supposto vanto d'una madre, ma nella
stessa precedente vittoria di Perseo contro il ketos e nelle successive nozze.
Fineo, si disse, sarebbe stato il promesso sposo di Andromeda avanti la venuta
del giovine liberatore: cosi ignavo prima a soccorrerla, come presuntuoso poi
nell'accampare diritti di precedenza. Inascoltato ricorse, ancora si disse, al
coperto agguato con l'armi. Fu abbattuto. Cosi si conchiuse questa fiaba di
doppia scatuiigine : senza che nulla dei due miti che vi si fusero (su Cefeo
l'uno e Andromeda, su rineo r altro) andasse perduto, tranne il nesso di
maternit fra Cassiepea e Fineo. Chi confronti ora da un lato l'avventura medusa
di Perseo con l'assistenza di Atena ed Ermes, e l'impresa d'altro lato avverso
il ketos con il premio della vergine e il contrasto con Fineo ; e si fermi alla
superfcie variopinta dei due episodii, senza indagarne il significato recondito
; non vi trova pili tracce di quella simigliali za che le saghe della
"Maschia,, e della Gorgone rendeva pallide entrambe ; bens li avverte
dramaticamente diversi, materiati entrambi di moti sentimentali ma or verso la
madre Danae or verso la liberata Andromeda; di cimenti perigliosi ma ora contro
Medusa spietata ora contro la famelica belva ora contro l'imbelle ostinato. La
cosi ottenuta diversit formale, permise a chi volle aggruppare intorno al nome
di Perseo tutte le vicende di lui, di comporre queste due in ordine insieme con
la nascita dell'eroe e la uccisione del nonno Acrisio. Un'opera siffatta fu
compiuta da Ferecide, il quale ci trasmise tutto il mito, nel suo insieme
organico, e divenne per tanto la base prima d'ogni ricerca costruttrice . Ne
possediamo un sunto per opera d'uno scoliaste; lacunoso, j)er, onde necessario integrarlo col testo del ben pi
tardo Apollodoro. Non ridaremo qui la trama disadorna. Essa non pi per noi, nella forma con cui ci pervenne,
il corpo, plasmatosi dopo la lunga gestazione per effetto della sintesi
narrativa; ma , di quel corpo, lo scheletro. Dalla nascita misteriosa vediamo
Perseo compiere, dopo l'infanzia trascorsa in Serifo, le sue avventure, la
medusa e l'etiopica, per ritornarsene in Serifo a impietrar Polidette e in
Larisa a uccidere per equivoco Acrisio, stabilendo poi in Tirinto il suo regno,
che Argo gli era divenuta infesta. Ma effetto dell'esser stata raccolta in
sintesi la serie delle gesta eroiche di Perseo non fu solo di fargli attribuire
per arma contro Fineo il capo della Gorgone o di condurre sul trono di Argo
Andromeda regina; ma fu, pi tosto e meglio, di sottraiTe all' episodio del
ketos ogni vita autonoma : valse esso qual momento d'una complessiva azione ed
ebbe valore di conseguenza da un lato, di premessa da l'altro. Parte d'un
tutto, doveva dal tutto ricever sua norma e sua importanza: fin che al meno non
ne fosse mutato il sostanziai contenuto; e l'essenza sua romanzesca, gradita a'
novellatori, tanto pi quanto pi di fatti si 'arricchiva la trama, di
particolari le vicende, di gesti le figure, non si trasformasse in essenza
diversa. Nel molto che and perduto eran certo forme varie di cotesta
indispensabile trasformazione. Una ne ravvisiamo tuttavia appresso gli storici
del secolo quinto . Per essi la favola di Perseo e Andromeda acquista una
importanza nuova di reliquia fededegna serbata a traverso gli anni. La
cagione un avvicinamento verbale : uno
de' consueti di cui si compiacque la fantasia degli anticM nel conato e nella
pretesa di farsi pensiero critico : fra Perseo e i Persiani. L' analogia non
etimologica ma fonica indusse a ritener quello capostipite di questi: non
direttamente per, si bene per mezzo d'un figlio suo di cui fu coniato il nome
" Perse per pi di verisimiglianza.
A dar poi un aspetto anche meglio credibile alla congettm^a fu addotto il nome
d'impronta ria di cui doveva esser memoria fra i Persiani, " Arti : questo
ritenendosi epiteto primitivo ; quello, posteriore, tolto dall'eroe e dalla sua
discendenza. Naturalmente si lasci, a tal fine, sbiadire fino alla scomparsa il
ricordo degli Etiopi, sudditi di Cefeo nella pi antica saga: per che essi si
riconoscessero, in quell'epoca, or mai identici a reali " Etiopi , situati
al sud dell' Egitto. In luogo loro si coniarono i " Cefni desumendoli, come traspare, dall'appellativo
medesimo del re. E si pens che a Cefeo succedesse nel regno il nipote Perse,
figlio di Andromeda e Perseo ; che Perse, guidando i Cefeni, li conducesse a
sottometter gli Artei ; e il popolo fuso dei vincitori e vinti da lui si
denominasse Persiano. La garbata ricostruzione critica non fini in questo :
perch, difatti, i Cefeni con Perse sarebbero mossi a sottoporsi gli Artei? La
risposta si trov combinando questa congettm:"a con un'altra. Oltre ai
Caldi semiti che avevan sede intorno a Babilonia, eran noti altri Caldei
abitanti lungo il Ponto, presso i Mariandini e i Paflgoni; e il gruppo esiguo
di questi si riteneva un ramo da quelli staccatosi in et antichissime. Poich
inoltre sul Ponto la leggenda delle Arpie affermava abitar Fineo fratello di
Cefeo e principe per tanto dei Cefeni; fu facile dire che i Cefeni avevano
abbandonato la regione loro, allor quando da Babilonia i Caldei eran mossi
verso il nord. E costrurre quindi in un sol tutto la trasmigrazione totale
cosi: da Babilonia si diparte una schiera di Caldei ad occupare la terra
settentrionale dei Cefeni e scaccia questi ; che si spingono verso gli Allei,
li sottomettono e insieme divengono il popolo de' Persiani. Se non che questa
mitopeja di eruditi pur riuscendo a staccar l'episodio di Andromeda in singoiar
guisa dalla leggenda di Perseo, infondendogli una essenza nuova dissonante dal
resto della fiaba, finiva per in una soppressione dell'avventura. La venuta di
Perseo fra i Cefeni, la lotta col ketos, le nozze con Andromeda, il duello con
Fineo, sono un niente a petto della conseguenza precipua su cui ogni altro
fatto s'impernia : la nascita di Perse. Le premesse non hanno pi vita
artistica; le conseguenze, ne hanno una storica. Una pseudo realt nasce; ma la
bellezza muore. Per tanto, se le gravi lacune del nostro patrimonio letterario
troppo non ci traggono in inganno, l'episodio di Andromeda, che nacque dal
combinarsi di esigui intrecci leggendarii emergenti a lor volta su da rigide
abitudini mentali e in mezzo a consueti aspetti della fantasia mitopeica, non
solo perde presto la sua autonomia col commettersi ad altre vicende, ma indugi
a svincolarsi da F impaccio, e a circoscriversi in forma e colore : a bastanza,
perch il senso critico lo adulterasse e, un poco, lo vituperasse. n. Euripide.
Fu sorte della tragedia dare a esso episodio di Andromeda il contenuto nuovo :
che non fu n romanzesco n storico ; ma psicologico. Di altri non ci rimase
sufficiente notizia. Di Euripide possediamo i frammenti bastevoli a ricostruire
il drama, se non ne' suoi particolari di arte e nelle sue forme di tecnica teatrale,
certo nelle sue linee maestre . Era consuetudine ferrea che la tragedia nei
suoi episodii svolgesse un mito. Ma in quale modo i tragedi pervenissero all'
elezione del tema e alla scelta dell'argomento non possibile dire, per la oscurit
imperscrutabile de' processi artistici tal volta inconsci, e per la penui'ia I
frammenti, naturalmente, son citati e tradotti su Nauck Fragmenta tragicorum
graecorum^ (Lipsia 1889). delle notizie tradizionali. Sol tanto si pu con
qualche chiarezza intendere come il problema di arte si presentasse al poeta
allor quando si accinse a elaborare la fiaba di Perseo e Andromeda ; come, in
somma, lo spirito di lui prendesse possesso, nell'impeto creatore, della
materia leggendaria. Nel mito del ketos si trovavano fusi, come ai)pare dal
testo di Ferecide, due elementi distinti : e l'uno era il divino, palese nel
potere singolare della Gorgone e nel volo miracoloso traverso l'aria, segni
d'una forza mossa da l'alto per consenso di Dei ; e l'altro era l'umano,
sensibile nell'amore dell'eroe con la fanciulla, nel corruccio di Fineo, nel
vanto di Cassieijea, nel patto nuziale di Cefeo. Entrambi cotesti elementi
trovano la loro unit in un terzo, che , in somma, del mito il carattere eroico
e la forma romanzesca. Euripide adunque ebbe, dinanzi al suo pensiero, l'umano,
il divino, l'eroico. Di questi, uno suscitava spontaneamente il suo pi vivo
interesse. Non solo difatti egli staccava nella tragedia l'episodio mitico
dalla serie narrativa sua I)ropria; ma lo indirizzava al fine, eh' di tutta la dramatica greca, di appassionare
non la fantasia bens il sentimento degli sf)ettatori; e lo sottoponeva
all'esigenza di \brare per pregio e forza intrinseci non per smaglianza
esteriore di tinte. Le menti in cui il mito ora si accoglie, come sono ben
lontane da quelle che l'hanno creato dinanzi la natura e complicato in novella,
cosi son anche pi mature dell'altre che ne han goduto, con puerile compiacenza,
lo straordinario e l'impossibile. Per certo le pi antiche e le moderne cerca
van tutte nella saga una verit ; ma la verit naturalistica e la verit eroica
non appagavano ora quei cittadini di Atene che vi desideravano una verit
psichica. Ora, con si fatto spostarsi dell'interesse mitologico, il colorito
romanzesco che un tempo riusciva opportuna o indispensabile commessione fra i
due diversi elementi della fiaba, sopravviveva adesso, insieme col divino,
quale materia in apparenza superflua. In qual maniera difatti allivellare sopra
un piano medesimo una gesta miracolosa, un affetto terreno, un intervento di
Dei? E ovvio per che il poeta non vide, come qui criticamente si espone, il suo
problema; ma che lo intui da artista. A punto per questo egli non ebbe un modo
costante di risolverlo in tutte le sue opere; ma il genio gli soccorse, or
peggio or meglio, di volta in volta, e a seconda dei casi in guise diverse.
Poich ci sono rimaste nella loro integrit V Elettra ch' del 413 e V Elena ch'
di quel medesimo 412 da cui V Andromeda si data, intrawediamo a bastanza la
vita dello spirito euripideo nel torno di tempo in cui la sua arte tentava il
nodo mitico di Perseo. Il nucleo primo cosi dell'una come dell'altra
tragedia un contrasto di passioni.
Elettra ed Oreste che, contro ogni vincolo di stirpe, per L'analisi, che segue,
del pensiero religioso e sociale d'Euripide intorno al 412 fatta di sul testo (edizione Murray Oxford s.
a.) di&WEletta e AqW Elettra ed emana da quello. Di pi cfr. Vili. vendicare il padre uccidono la madre ;
clie odiano fino a darle la morte la donna da cui nacquero, ma le sono tuttavia
carnalmente congiunti, cosi che col sangue di lei scorre nelle lor vene una
indicibile virt di amore e rispetto : protendono da la scena una dolorante
maschera umana ; fraterna con la grande pallida faccia intenta dagli scanni del
teatro. E quando Menelao reduce da Troja naufraga su le spiagge d'Egitto
recando con s la riconquistata Elena ; e vi s'imbatte nell'Elena vera, quella
che gli Dei recarono celatamente in Egitto, mentre un vuoto simulacro fuggiva
con Paride e presedeva alla decennale guerra; e la gioja irrompente per la
ritrovata sposa s'urta nello spirito del principe con lo sconforto per i
travagli sopportati in vano e la vita gittata in vano da centina] a di prodi :
allora con la sua s'agita la sorte di tutte le creature terrene, cui piacere e
sofferenza giungono inseparabili per tramutarsi a vicenda l'uno nell'altra. E
in queste situazioni palese l'immergersi dell'artista nella sostanza dei
personaggi, nella correntia delle vicende, con un oblio completo di tutto
l'estraneo : stolto cercarvi un sistema filosofico applicato, co' suoi
postulati generali, ai casi particolari. Qui l'uomo espresso, dal profondo, con la freschezza
d'una polla cui s'apra nel terreno la via. Ma di qui non possibile indurre riferimenti con l'ambiente
storico del poeta o, peggio, conseguenze intorno allo stato psichico di lui in
quegli anni; ma solo intorno al consueto modo della sua forza d'arte. L'animo
di Euripide si rivela pi in l. In quello anzitutto che dalla tradizione egli
accett. ANDROMEDA Giacch nei miti di Clitemestra uccisa e di Elena in Egitto
erano affermati fatti ch'egli non poteva respingeren poteva non alterare. Tali
l'oracolo delfico di Apollo, che avrebbe imposto a Oreste di compiere
l'esecrando delitto ; e l'ordine di Zeus, che Ermes recasse di nascosto Elena
in Egitto e un simulacro inviasse a Troja, permettendo sperpero immane di
energie e valore. Cotali interventi divini eran la premessa indispensabile
dell'azione ; divennero per Euripide radice di nuova tragicit : per che, tanto
pi gli parve orribile il delitto di Elettra, in quanto era ineluttabile ; e in
quanto voluto dal Dio sommo, tanto pi spaventoso il vacuo scempio di vite
intorno ad Ilio. Sotto questo aspetto adunque le parti divine della tragedia si
connettono per lui strettamente con il travaglio umano ; ma costituiscono una
forza cieca e buja contro cui bisogna urtare : simile al peso corporeo che non
s'evita con gli slanci dello spirito, all'aderenza col suolo che non si
sopprime con i trovati dell'ingegno. Onde il poeta accett l'oracolo di Apollo ;
ma chiese ' come pot il Dio saggio ordinar cose non savie ? ' ; rispose, per
bocca dei Dioscuri, "Febo Febo... taccio: certo egli saggio; ma vaticin cose non saggio : o sia non rispose. E anche si domandava, e
fece suo interprete il Coro, " perch o Dioscuri, essendo Dei e fratelli di
questa ch' morta Clitemestra, non distornaste la sciagura dalla casa ? ; per farsi Elett. vv. 1245-6. rispondere con
una parola ch' poco o molto, vdyxr] " Necessit . E chiaro : il suo spirito s' formato un concetto alto della divinit :
giusta, la pensa, e misericordiosa; da essa non pu concepire derivi il delitto
; n la stoltizia, n alcuna forma di male ; ma sol tanto il bene : e quel
concetto urta contro le affermazioni del mito, contro l'eco che il passato gli
manda. Urta; non supera. Il poeta, in quanto poeta, resta perplesso ; non
decide, ma porge intatta la questione al pubblico, dopo averla agitata col
prestigio dell'arte, e posta con lucidezza di intelligenza. Del iDari, se non
forse in guisa pi a^Dcrta, si comporta nelVElena. Un capriccio di Afrodite ha
voluto il ratto della bellissima per opera di Paride ; l'ambizione rivale di
Era le toglie di conseguir il fine, e a Paride concede una parvenza di quel
corpo che nella realt si cela appresso Proteo in Egitto. Non basta : la contesa
delle feminette continua ; e mentre la dea amante vuol Elena sposa di
Teoclmeno, successo a Proteo nel trono, la moglie di Zeus la vuol salva e casta
per Menelao : indi volgare bisticcio. Su la terra fra tanto, uomini e donne,
migliori che gli " abitatori delle case olimpie,,, procedono secondo
purezza di virt : Elena si mantiene fedele al marito lontano e sopp ' come pot
il Dio saggio ordinar cose non savie ? ' ; rispose, per bocca dei Dioscuri,
"Febo Febo... taccio: certo egli
saggio; ma vaticin cose non saggio
: o sia non rispose. E anche si domandava, e fece suo interprete il
Coro, " perch o Dioscuri, essendo Dei e fratelli di questa ch' morta
Clitemestra, non distornaste la sciagura dalla casa ? ; per farsi Elett. rispondere con una parola
ch' poco o molto, vdyxr] " Necessit
. E chiaro : il suo spirito s'
formato un concetto alto della divinit : giusta, la pensa, e
misericordiosa; da essa non pu concepire derivi il delitto ; n la stoltizia, n
alcuna forma di male ; ma sol tanto il bene : e quel concetto urta contro le
affermazioni del mito, contro l'eco che il passato gli manda. Urta; non supera.
Il poeta, in quanto poeta, resta perplesso ; non decide, ma porge intatta la
questione al pubblico, dopo averla agitata col prestigio dell'arte, e posta con
lucidezza di intelligenza. Del iDari, se non forse in guisa pi a^Dcrta, si
comporta nelVElena. Un capriccio di Afrodite ha voluto il ratto della
bellissima per opera di Paride ; l'ambizione rivale di Era le toglie di conseguir
il fine, e a Paride concede una parvenza di quel corpo che nella realt si cela
appresso Proteo in Egitto. Non basta : la contesa delle feminette continua ; e
mentre la dea amante vuol Elena sposa di Teoclmeno, successo a Proteo nel
trono, la moglie di Zeus la vuol salva e casta per Menelao : indi volgare
bisticcio. Su la terra fra tanto, uomini e donne, migliori che gli "
abitatori delle case olimpie,,, procedono secondo purezza di virt : Elena si
mantiene fedele al marito lontano e sopp orta paziente l'ignominia che cade
sopra lei incolpevole, confusa con il simulacro ; Teonoe, sorella di
Teoclimeno, ajuta lei nel proposito, non il fratello Elett. vv. 1298-1301. ne'
suoi tentativi di coniugio ; Menelao onesto,
cortese e affettuoso. Che dunque ? Cotesti iddii sarebbero d'assai pi piccini,
nell'animo, che i terreni ? risibili ? Eui'ipide non dice. Anche qui il
problema si formula ; ma nulla lo risolve ; nessun raggio fende il cumulo nero
nel cielo. Osserva il Coro : " Chi
dio, chi non dio, chi semidio? qual fra i mortali, anche spingendo molto
lontano la sua ricerca, dir di saperlo? quale, dopo aver visto l'opere divine
or qua or l balzare con contradittorie e inaspettate vicende?,,. Nessuno
risponde. Questo silenzio una tragedia a
s. Non si svolge materialmente su la scena, accanto i personaggi s moventi,
ma nello spirito del poeta, ed a noi non meno fraterna. Ben sua, la seconda
tragedia, pi che la prima. Non di compassione, di simpatia geniale verso la
sofferenza d'un'Elettra o d'un Menelao ; ma di spasimo e strazio interiore. E
la tragedia del dubbio. La quale nasce ad Euripide nel seno medesimo della sua
arte, lungi a ogni filosofa. Il suo pensiero di critico e filosofo, nel fatto,
ha superato or mai la concezione omerica e infantile degli Dei, non vi crede ;
l'ha sostituita con una pi matura. Ma, poeta, vi deve credere per rivivere il
suo mito, che rivivere gli bisogna per crear il drama. Poeta, sente l'urto fra
le due idee; se ne tormenta : ripete a chi l'ode la favola bella degli antichi,
fa trasparire a chi l'intende la sua filo Elena tv. 1136 sgg. sofia ; questa e
quella compone, senz'accordo logico, entro il suo affanno. Ma oltre
agl'interventi divini, che la tradizione postulava nel mito, ed Euripide
accetta travagliandosene ; sono neW Elettra e, di pi anche hqW Eena^ giunte che
il poeta solo volle e in cui espresse il pili personale tra' suoi aneliti ;
intrusioni sgorgate da un animo che, non pure assorbe in s per rielaborarla la
saga, ma nella saga si profonda e si abbandona, anche con quelle forze e
ricchezze che le sarebbero estranee. Tale s'origin nel drama di Clitemestra la
figura del contadino, povero e rozzo, ma pur squisito di sentimenti e schietto
di azioni : VaixovQyc,, a cui Elettra sarebbe stata costretta in sposa dalla
madre, la qual ne temeva i figli se nati da nobile genitore. Egli, come apprese
la condizione della fanciulla che gli veniva destinata e gli scopi della
regina, fece rinunzia a' suoi diritti coniugali, pur continuando ad ospitare
nell'umile sua capanna la donna e fngendo, per eluder la maligna, nozze felici.
A lui, quando aijpare su la scena verso l'alba e l'ultime ombre son vinte da le
prime luci, fanno sfondo i campi arati e le file degli alberi e i freschi pozzi
: la Terra, la grande generatrice di frutti buoni e di forze sane. Dopo, ogni
suo gesto virile e sobrio, contenuto e
cordiale ; il suo spirito si rivela semplice perch diritto : e mentre Elettra
ed Oreste si laniano di x^assioni, di odii, di paure, egli va crescendo in valore
fino a superarli nella sua persona salda e nel suo fermo polso. N basta. Il
poeta, sottolineando s stesso, richiama gli sguardi su la sua creatura : e ad
Oreste fa A. Feekabino, Kalypso. 5 esclamare con maraviglia un poco attonita:
"Ahim! Non v' criterio alcuno a distinguere la nobilt : v' scompiglio
nella natura degli uomini. Ecco io vidi esser da nulla il figlio di padre
generoso; e rampolli onesti di genitori perversi ; la penuria nello spirito
d'un ricco ; la magnanimit in un corpo povero. C'ome orientarsi ? secondo il
danaro ? mal fido criterio questo sarebbe : secondo la povert ? ma la
miseria una malattia, cattivo
maestro il bisogno : secondo l'esercizio
dell'armi ? ma cM risguardando a la lancia giudicherebbe qual sia il virtuoso ?
Meglio sembra lasciare indecisi codesti problemi. Costui per esempio grande
non fra gli Argivi [VadTOVQyg], non
insigne per rinomata schiatta : uno dei
molti : e pure si rivela ottimo . Ottimo si che la sua onesta figura divien
quasi di maniera e par disegnata per dimostrar una tesi o attingere uno scopo.
Quale tesi o quale scopo si propose Euripide nel concepirla e nello stagliarla?
Non meno larga che neV Elettra nelV
Elena la novit introdotta. E anzitutto nella scelta medesima della favola : un
mito secondario che risale a Stesicoro (2) e che, a lato della principal
leggenda di Menelao e Paride a Troja, sembrava destinato a viversi gramo
nell'oblio. Il tragico lo preferi per motivi ch' vano indagare; che forse si
assommano nel desiderio di met Elett. vv. 367 sgg. (2) Cfr. Bethe Helene in
Pauly-Wissowa " R. Encyclopdie, VII (1912) pag. 2833. terne in risalto il
singoiar contenuto. La donna bellissima che, secondo la tradizione diffusa,
sarebbe stata causa unica di ire e guerre per un decennio, di sventure ed
errori per altri dieci anni di poi ; la donna su cui pittarono tutti gli strali
dell'ironia del sarcasmo e fin dell'odio i poeti misogini ; di colpo trasformata nella pi pura e casta
moglie che fiaba conosca. Ella ha giurato a Menelao di " morire ma non mai
violare il letto ; n ha giurato in vano,
che di morire sul punto, e attiene la
parola, ed beata di cadere, dice al
marito, " vicino a te (2). E a lei
fa degno riscontro (forse troppo) il coniugale amore di Menelao ; che le
afferma " Privo di te, io finir la vita
(3). Onde sol pi li preoccupa di scomparir degnamente cosi " da
acquistare gloria (4). Ora tanta fedelt
di affetti traverso anni e vicende acquista il suo pi vero significato quando
venga contrapposta all'adulterio di Clitemestra verso Agamemnone, di cui era
intessuta l' Elettra. Fra questa difatti e V Elena le attinenze sono indubbie,
non pure cronologicamente, ma anche, e si direbbe pi, spiritualmente : su la
fine difatti di quella prima viene annunziato e svolto in breve il tema della seconda
(5). E le attinenze divengono palesi quando le due cognate si paragonino fra
loro e le due sorti. Clitemestra non
presso Euripide se non la malvagia donna : tale la condanna Elettra che
le rinfaccia il lusso e i Elena v. 836. (2) Ih. v. 837. (3) Ih. v. 840. (4) Ib.
V. 841. (5) Elett. v. 1278 sgg. vezzi durante l'assenza del re. Si difende ella
bens rimproverando ad Agamemnone l'uccisione di Ifigenia ; in vano : " la
moglie bisogna che, s' savia, tutto consenta al marito ; non
giustoj per una figlia, ammazzar lo sposo, uomo insigne nell'Eliade (2).
No, osserva sdegnata Elettra, tu nascesti cattiva (3) : " tu, prima che
fosse decisa l'uccisione della tua figlia, lontano appena da le sue case il
marito, intrecciavi allo sj^ecchio le bionde trecce della tua chioma (4) : e " la donna che, assente il
marito, adorna la sua bellezza, si cancelli come cattiva (5). Appropriato amico di cotesta non buona,
figura Egisto, non prode, non nobile, ma ambizioso della sua grazia corporea e
avventurato sol tanto fra mezzo alle donne. C' dunque nelle due tragedie il
riscontro fra due coppie : riscontro a base morale, ma introdotto dall'arbitrio
dell'artista in miti privi d'ogni cosi fatta preoccupazione. E perch
introdotto? perch l'arbitrio? Alla domanda che per la seconda volta in breve
esame ci si presenta non si deve rispondere se non dopo aver rilevato un altro
particolare. Il Nunzio, veduto vanii*e in fumo il simulacro d'Elena e ridursi
in nulla sforzi durissimi e sacrifzii immensi, si accende di sdegno contro
gl'indovini che, prendendo parte all'impresa, non scorsero la verit, non
svelarono il comune abbaglio, n evitarono vittime inutili. Dice al suo Signore
: " Vedi quanto l' opere Elett. V. 1052. (2) Ih. vv. 1066 sgg. (3) ib. v.
1061. (4) Ib. vv. 1069-71. (5) Ib. vv. 1072-3. degli auguri sono stolte e
menzognere!... Calcante non disse n rivel all'esercito vedendo gli amici morire
per una nuvola ; e n pure Eleno : e la citt fu predata in vano. Dirai forse,
che un Dio non volle. E perch allora ci rivolgiamo agli auguri ? agli Dei basta
far sacrifizio invocando fortuna ; e non badar ai vaticinii : furono inventati
ad allettamnto della vita, ma nessun ozioso divenne ricco per gl'ignispicii. Il
senno e il buon consiglio sono l'augure migliore . Per contro
nella tragedia personaggio, non pur dramaticamente notevole, ma anche
moralmente insigne, Teonoe sorella di Teoclimeno, la quale dagli Dei possiede
la virt di saper tutte quante cose avvengono ;
quindi invasa da una potenza profetica analoga alla magia d'un Calcante
o d'un Eleno. Ma ella buona, ella giusta, ella
savia : sa, ove occorra, tacere al fratello gli avvenimenti pi vicini
affinch trionfi la fede amorosa di Elena e Menelao. Perch aver creato questo
contrasto ? Che non fittizio n casuale :
Euripide parla cosi per bocca del Nunzio come per bocca de' Dioscuri lodanti
Teonoe : esprime in entrambi i casi il suo pi soggettivo pensiero. In questo
suo pensiero sta di fatti la ragione e dell'esser stato concepito VadxovQyg, e
della purezza di Elena, e del dissidio tra le due forme di vaticinio. Il
poeta percosso da un'unica ansia, di cui
quelle son le forme momentanee ; morso
Elena vv. 744 da convinzioni contradittorie, di cui quelli sono gl'indizii
occasionali. Egli appare un moralista. Ecco i personaggi per cui parteggia con
simpatia : una moglie onesta, un marito fedele, un'indovina equa ; la figura
che crea con compiacenza paterna : un lavoratore dignitoso e saggio ; gli
esseri che avversa acre e violento : un bellimbusto galante, una feminetta
vana, un augm'e stolto. Da un lato coloro che rientrano nel suo concetto del
bene e del giusto ; dall'altro quelli che appartengono al suo concetto del male
e dell'iniquo. Ed dicevole : nessuno pu
disconvenire sul principio che regola la sua morale ; solo la espressione pu
venirne discussa. Ma quando gli si scruta pi dentro nell'animo ci s'accorge che
quel bene e quel giusto egli vuole a pr dello Stato, che VavtovQyg egli reputa
degno e capace di governare la pubblica cosa, che di mariti e di mogli simili
ad Elcna e Menelao gli piace constituita la polis a scopo di fermezza e quiete
politica. Ci s'accorge che il suo occhio mira pi in l d'una teoria morale:
mira, fiso e intento, ad Atene, alla patria. Mentre scrive, navi e uomini
ateniesi sono in pericolo in Sicilia : pericolo grave che si tramuter di K a
poco in disastro immane. I Dioscuri si affrettano a conchiuder V Elettra perch
debbon " salvare le prore nel mar siciliano . Il Peloponneso minaccia dal
Sud. Negli altri territori! la sorte non volge migliore. E all'interno ? E
peggio. La democrazia non d buoni frutti dopo la morte di Pericle. Il partito
de' temperati si alterna nel potere con quello degli estremi : ed tale la EURIPIDE 71 sfortuna di Atene che gli
uni non attingono il governo se non quando le disfatte han dimostrato
rinettitudine degli altri, e non son per per lasciarlo fin che disastri non li
colpiscano a lor volta. Ogni mutamento
una esperienza; ed ogni esperienza, fruttifera di tosco . Sopra tutti,
male comune nell'inettitudine comune, si stende la piovra della cupidigia, la
sete del guadagno a ogni costo e in ogni modo. Corrono massime cui ciascuno
informa l'opere se non le parole : ' beato chi
ricco ', ' la ricchezza potenza
', ' il ricco libero, anche se schiavo ;
il povero servo, anche se cittadino';
'l'uomo il danaro '. E la sete inesausta
travolge ognuno in una lotta, ove il pregio morale non conta, la forza
intellettiva non importa pi che il tesoro cumulato ; forse meno. Aspra e
grovigliata situazione adunque ; difficile a risolversi. Che per risolverla
bisognava superarla ; piegar la realt possedendola sino al fondo, conoscendola
in ogni forma ed esigenza. E difatti voci di riforma e tentativi d'un
rivolgimento costituzionale serpeggiavano e fermentavano all'oscuro : si
preparava la rivoluzione dei Quattrocento. Il lievito che era in tutta la
materia sociale tocc Euripide ; il suo spirito ne fu macerato e sconvolto : per
che contro l'immediata e ineluttabile realt dello Stato, ineriva il suo ideale
con i pallidi sogni. Egli non Cfr. su questi anni Beloch Attische Politik
(Leipzig 1884). Naturalmente il rapido quadro che se ne d qui veduto con gli occhi di Euripide. segui n
l'uno n l'altro dei partiti. Fu in vece con la classe di mezzo. Ebbe il cuore
con gli adxovgyoi della sua fantasia, con l'Elene e i Menelai del suo mito.
Trasfuse l'esigenza politica, che il suo genio d'artista non poteva n doveva
sodisfare, in esigenza morale: spostando i problemi dalla sfera pratica a
quella etica. E divenne malinconico di speranze deluse e rinascenti. A canto
alla tragedia religiosa sussistette nel suo spirito quest'altra: di patriota,
di statista, che a bastanza acuto per
vedere i problemi, troppo poeta per saperli risolvere.Tragedia flebile, nella
quale confluiscono, opportunamente, tutte quante le quistioni minori della vita
sociale e familiare ; le contese minute su questa legge o quel decreto : le
spine sparse lungo i sentieri del grande roveto. Tale l'invettiva contro gli
auguri, secondaria piaga dello Stato ateniese e di tutte le poleis greche, che
repugnava, ancor \)\\x che al suo intelletto di filosofo evoluto, alla sua
coscienza di cittadino probo ; e il riscontro di Teonoe in cui il vero dono
divino si rivela appunto pel modo del suo uso e la bont delle sue conseguenze.
" Attuale corruccio ancor questo:
che favore di auguri aveva secondato l'infausta spedizione siciliana. Cosi
tutta Atene pu entrare, ed entra, nell'animo del poeta per tal via: melanconico
spiraglio alla pi intensa vita. Mirabile di intuito psicologico nell'elaborar
la materia umana del mito ; pensoso su' dubbii della Tucidide VII 50; Vili
1.religione e della filosofia ; preoccupato dalle sorti politiclie e dalle
condizioni sociali della sua patria Atene : Euripide crea i drami fra l'urto di
due interiori tragedie. Crea, dopo V Elettra e con VElena^ V Andromeda. Il suo
spirito si fece largo, sbito, di fra i particolari minori e grinciampanti
aneddoti della saga ; e colse di questa il profondo cuore. Nel pensiero di chi
imagin la lotta di Perseo col ketos la tragedia era nel combattimento delle due
potenze avverse ; l'ansia, nell'esito incerto. Nel pensiero di cii raccolse,
ordinando, tutta la leggenda dell'eroe argivo e ne divenne mitografo, la
bellezza era constituita dal numero e dall'intreccio delle gesta. Nel pensiero,
ora, del poeta di Atene, il pregio consistette nell'amore di Perseo e di
Andromeda : il congiungersi dei due giovini fu ritmo fondamentale all'opera in
cui novellamente l'antico mito viveva. Ogni altro elemento si dispose intorno a
questo : dal quale ebbero tutti l'armonia di composizione. Era il primo flusso
del nuovo sangue infuso nella vecchia compagine: fu vigoroso ancor pili che non
sembri. Come dichiarano i frammenti, a l'inizio della tragedia appariva la
fanciulla sospesa a una rupe, in abiti di cerimonia festiva, mestissima e
piangente. I lamenti di lei Eco ripete da lungi; non lontano il mare onde la belva vorace verr al
selvaggio convito ; sono li presso, in Coro, fanciulle etiopi, le eguali di
Andromeda, che tentano vani conforti a la tremenda sciagm-a. E notte. All'alba
il ketos deve sopravvenire. E nell'animo degli astanti la deprecazione del male
imminente lotta con la tormentosa ansia pel greve indugio : l'attesa gravita su
i capi come un mostro informe. " sacra notte, qual lungo cammino con i
cavalli percorri, reggendo il tuo cocchio su gli stellanti dorsi del divino
etra, traverso il santissimo Olim^DO ! :
tale parla nei silenzii l'aspettazione. E il cuore si ribella contro l'asprezza
del fato e la trista disparit del dolore : " loerch pi larga parte di mali
Andromeda s'ebbe^ che misera presso alla
morte ? (2). Il Coro s'impietosisce e
tenta il conforto dividendo il dolore : " perch chi soffre sente alleviato
il suo male, se del pianto fa parte con altri
(3). La sofferenza che sta nel petto, senza sollievo, con la durezza
della materia minerale, e non prorompe se non per voci d'ira e suoni di sdegno,
non a pena ha inteso il moto compassionevole delle compagne, si discioglie
nella rievocazione lacrimosa di tutta la vicenda : la vanit f eminea e il
puntiglio divino onde la fanciulla fu addotta, incolpevole, alla pena. I
presupj)osti dell'eiDisodio vibrano non di forza narrativa, si di spasimo
lirico : che si assommano nel presente pianto della figlia punita, e di quel
pianto s'impregnano. Ve su la scena, nell'ambiente creatovi dall'arte, un'amara
volutt del dolore stesso onde si soffre, e una insistenza : non sposa a nozze,
e delle nozze avrebbe diritto pel fiore della sua giovinezza, ma vittima a
sacrifizio la fanciulla recata; non fra
i cori delle compagne, si avvinta in funi Fr. 114. (2) Fr. 115. (3) Fr. 119. e
tra il compianto virgineo . Ma a rompere Tuniformit di questo tormento, giunge
a traverso l'aria con l'alato piede Perseo, reduce dal rischio di morte
incontro a Medusa: il capo ne reca in Argo (2). E radioso della sua recente
gloria ; bello della sua giovinezza. Stupisce prima : "" Dei ! a qual
terra di barbari col veloce sandalo siam giunti? (3) Che vedo? Timagine d'una
vergine, come scolpita da mano sapiente tra i rupestri rilievi! (4). Si fa poi sollecito. E richiede
l'avvinta. Ma invano. " Tu taci la
persuade " ma il silenzio
inadeguato interprete del pensiero
(5). Non senza rancuna son le prime parole di quella : " ma tu chi
sei ? ; se non che la forza stessa del
dolore la tradisce e senz'altro, per la veemenza del soffrire, non definisce
audace colui che persiste nel voler sapere, si comx)assionevole : " ma tu
chi sei, c'hai piet del mio male ? (6).
" vergine, ho piet di te che veggo sospesa
(7). Ogni freddezza si dissipa. Quel che d'ostile era ancora nelle
parole della fanciulla si placa. Quel che di vago era nell'animo dell'eroe si
concreta. Fr. 117, 121-122. Convengo col Bethe " Jahrb. des Arch.
Inst. XI (1896) pa^. 252 sgg. che questa
scena, nei particolari esteriori,
rappresentata sul cratere del Beri. Mus. Inv. N. 3237. Lascio indiscussa
la quistione, per, ntorno al coro che il Bethe riconoscerebbe nella figura a
sinistra di Ermes. (2) Fr. 123. (3) Principio del fr. 124. Fr. 125, parafrasi.
(5) Fr. 126. (6) Fr. 127. (7) ibid. Inverto l'ordine dei due versi
ipoteticamente dato dal Nauck. La frase dell'uno accende quella dell'altra ; si
susseguono rincalzandosi per armonizzarsi in un concento unico di vivace
simpatia vicendevole. E alla fine la generosit dell'eroe, la quale si forma
adesso assai pi nell'inconscio secreto del cuore desideroso che nella vigoria
dei muscoli forti e pronti, erompe in promessa : " vergine! s'io ti salvi,
mi sarai grata?,, , Egli si traditela
sua prodezza non vuole compenso per solito ; la gloria gli premio valevole. Ma quel che ora chiede pi che una gloria : il possesso magnifico, Andromeda intende ; se
non che il suo animo troppo ancora
tenuto dall'imminenza mortale per abbandonarsi alla fede: teme d'illudersi : e
lo dice " Non m' esser cagione di pianto, inducendomi speranze! . La
risposta, che nasce da l'immensit del suo soffrire, pu parer dura al generoso
offertore; l'istinto femineo se ne avvede e la spinge a soggiungere : non per
colpa di te " ma molto pu avvenire contro l'aspettazione... (2), La speranza di campar la vita non nata o almeno non del tutto salda; nata la fiducia in Perseo. Ma questi, in nome
del suo passato di vittoria, della sua strenua energia, dell'animo bramoso che
lo incende e gli moltiplica le forze, riesce finalmente a trascinarla con s nel
sogno, a persuaderle certa la liberazione prossima. E Andromeda allora lascia
ch'esca diritto dall'anima il grido di promessa onde dato al giovane, oltre l'avanzante mostro
oltre la minacciata morte, su la rupe triste sul Fr. 129. (2) Fr. 131. mare
vicino, gaudio maraviglioso : " Straniero ! e tu conducimi, come tu vuoi,
sia ancella, sia moglie, sia schiava ! Abbi piet di me che soffro tutto; mi
sciogli dai vincoli! Perseo combatter difatti il ketos sorgente da "
l'Atlantico mare . E gli s'affoller intorno " tutto il popolo dei pastori
: a ristoro della fatica, chi recando una tazza d'edera colma di latte, chi
succo di grappoli . I principi, " in casa, a torno la tavola del banchetto
. Si vuoter il xsiog, la coppa del salvatore (2). Sbito profondo si manifesta,
in questa ch' la fondamental intuizione psicologica della tragedia, il
progresso rispetto al mito ferecideo. In quello Andromeda non pi, nel suo intrinseco valore, che una fronda
di alloro o un raro cammeo offerto da Cefeo al vincitore Perseo. La
fanciulla mezzo nelle loro mani ;
come vittima nelle mani di Cassiepea.
L'anima le sottratta: meglio, l'anima
non le data. Euripide per contro ne fa
il centro della scena : plasmandola d'una sostanza indipendente, la costituisce
di sensazioni affetti empiti ; e, conchiudendola in una persona non comparabile
con altre, la crea fuor dalla materia ove si giaceva informe. Ella gitta
nell'aria lo spirito sofferente; eia natura mesta le si accoglie d'intorno nel
compianto di Eco. Ella contrappone il proprio forsennato desiderio di vivere
alla sorte tremenda che la vuol morta ; e ogni volto, dal cielo dalla terra dal
mare, la guarda. E quando il giovine eroe giunge, Frr. 132 e 128. (2) Dai frr.
145-148. la divinit di lui si menoma e si abbassa dinanzi la sventiu'a di lei:
ella chiusa in una corazza dura di
dolore, ed egli supplica. Poi, tutto sembra invertirsi : nel riandar le sue
glorie Perseo si accresce, nel narrar la sua doglia Andromeda si piega in
lacrime, e il giovane venuto per l'aria pare alla fine attrarre sopra di s, ch'
per affrontare il ketos, tutta la luce. Ma
parvenza fallace. La vergine lancia al fervido desiderio del prode il
grido della sua dedizione, e si afferma per tanto di nuovo, vivace, nella sua
libert che dalla passione forma il volere, del volere compone il proprio decreto.
La " Maschia che nel primitivo
antichissimo mito ajutava d'opera e di consiglio Perseo contro la belva, era pi
vigorosa corporalmente; non era cosi forte nell'interiore spirito. Certo, nella
tragedia euripidea, una tanto geniale innovazione doveva sembrare anche
anarchica urtando contro le consuetudini legali e morali della vita ateniese; e
per ci senza dubbio si dovette velare e temiDcrare agli occhi dei cittadini. E
chiaro che Cefeo interveniva in qualche modo, o prima o dopo, a simulare la
sanzione paterna, e a ricomporre nello schema giuridico la mossa ardita della
figlia. E fine si manifestava forse, in questo, l'arte del poeta. Ma s'ignora.
L'intervento, tuttavia, di Cefeo non fu senza effetti. L'amore della vergine
che prima della lotta trionfale era come offuscato di paura e di speranza
egoistica se ben legittima, dopo si vel di malinconia contrastando con gli
affetti filiali. " Conducimi con te
aveva esclamato : dove ? Lontano : in Ai'go, in Serif o. Ma ell'era
unica al vecchio padre canuto : e la dipartita ne diveniva grave, aspra la
lontananza : era svlta ancora (da un eroe, sia pure, non dalla morte) alla
vecchiezza di lui. Accanto al padre, la madre : colpevole, vero, del rischio; madre tuttavia. Nel
doloroso contrasto levasi l'appello al dio che travaglia, a Eros, il quale
dovrebbe soccorrere i mortali che affligge : " Ma tu, tiranno di uomini e
Dei, Eros, o non mostrarci belle le cose belle o ajuta benigno gli amanti che
penano pene di cui tu sei l'artefice ! E, per tal modo facendo, onorando sarai
ai mortali ; non facendo, per lo stesso insegnare l'amore, tu perderai la
grazia di che ti onorano . Calda
invocazione che tanto piacque al pubblico perch nella veemenza dell'amante
incontro al Dio della sua passione traspare il profondo gaudio, onde, pur nel
soffrire, non invoca la salute del morbo, ma un ajuto a tollerarlo. Eros
soccorrer nel fatto : l'amore vince. Era ancor questa una giunta di Euripide al
mito. Ma secondaria: un che di convenzionale la gravava ; non improntandola il
segno del pensiero innovatore, ma parendo scaturir ovvia dalla situazione
medesima. Per ci lo spirito dell'artista, inappagato, volle nutrir d'altro
sangue quel dissidio sorto dalla piet e dall' affetto e dirizzarlo a scopi
diversi, pi profondi o pi larghi. S'innestarono difatti sopra l'analisi
psicologica queir ansia pregna di preoccupazione Fr. 136, leggendo dvjzots al
v. 5. Cfr. VII. politica, quel travaglio
complesso di meditazione sociale, che vedemmo costituire Tuna delle due
tragedie soggettive al poeta e tutta l'opera magnificamente arricchire. Quando
l'ingegno di lui crede di aver esaurito per una via la materia psichica del
dramma, una nuova senza indugio gli s'apre : cessa di toccare la pi schietta ma
generica umanit del suo pubblico, per eccitarne peculiari moti e destarne i
singolari interessi. Parlava all'uomo : parla all'ateniese. E, al solito,
l'idealismo lo tradisce, conducendolo senz'altro alla difesa della giovinezza e
della passione, da lui concette e atteggiate sotto la piti seducente specie: a
Perseo e Andromeda fa esprimere il pensiero eh' egli dilige; a Cefeo e forse a
Cassiepea spetta di combatterlo. Qualunque sia la quistione giuridica o sociale
o politica di cui per far cenno, dalla
sola impostatura dei termini si comprende che Euripide, anche una volta, aspira
a risolvere una difficolt empirica col criterio non dell' utile e del pratico
ma del buono e del bello. La quistione poi non
sola, si consta pi veramente di due. I genitori della vergine s'armano
oltre che dei proprii diritti sentimentali, di sofismi ed argomentazioni. Il
congiungimento degli esseri si trasforma in un contratto economico: nel quale
l'eroe detronizzato, e cresciuto da la piet ospitale, ha troppo palesemente la
peggio di fronte a le ricchezze dell'unica figlia del fastoso re etiopico. Dice
l'un parente : " Oro io voglio sovra tutto avere nelle mie case : anche se
schiavo, onorabile l'uomo ricco ; il
libero, bisognoso, a nulla riesce : l'oro riconosci causa della felicit! . Che importa forza di giovent, ardimento di
cuore ? clie importa la gloria immortale, per cui " gi morto, gi sotto la
terra, sii venerato ancora ? Nulla :
" vano : fin ch'uno viva, l'agio
gli giova (2). N basta obiettargli, con
l'esempio recente, che si pu per ricchezze fiorire, e tuttavia giacersi nella
sventura (3). Risponde, al ricco anche la sventura esser pi lieve che al
povero: gi che quello non soffre se non del presente ; questo " ogni
giorno spaventa il futuro, che non sia dell' attuale il dolore avvenire pi
grande (4). Il dissidio fra la fiducia
idealistica e il materialismo gretto si assomma in una sentenza : " questa
delle ricchezze la maggiore : nobili
nozze contrarre (5). Euripide ha torto ;
la ragion pratica lo deve condannare, se pure lo asseconda il sentimento. Ha
torto tanto pi quanto che egli ha lo sguardo non al singolo caso svolgentesi su
la scena, ma alla plutocrazia d'Atene e alla cupidigia immorale dei suoi
concittadini. Ma se il fine propostosi dal tragico non vien conseguito, un
altro lo , pi dramatico : di far sorgere il dubbio, di irritare la piaga, di
stimolare i cuori. La memoria recente
della sconfitta tcca in Sicilia ; vivo
il lutto de' numerosi uomini perduti ; dalle Latomie di Siracusa gli urli de'
suppliziati giungono ancora in Atene ; ognuno interroga l' imminente destino;
ma le risposte scavano inutili l'aria torbida d'ansie. Su questi spiriti
Euripide lasciando Fr. 142. (2) Fr. 154. Cfr.
VII. (3) Fr. 143. (4) Fr. 135. (5) Fr. 137. A. Ferbabiko, Kalypso. cader
la sua massima morale il suo rigido e teorico principio, se non insegna una
via, disgusta del presente cammino. Nel male generico poi rocchio di lui
scorge, e rileva, un difetto specifico. Nel 451 a. C, quarant'anni circa prima
deVAndromeda^ Pericle aveva proposto e fatto votare un psfisma, secondo cui si
ritenevano illegittimi (vd'Oi) i nati da genitori di cui l'uno fosse non
cittadino. E tale legge era durata in vigore di poi fino ad attirarsi nel 414
gli strali sarcastici di Aristofane. In verit se si pensa agli scambii continui
fra Aliene e gli alleati e gli stranieri, ci s'avvede subito in qual forte
numero gli Ateniesi dovevano veder diseredati i x3roprii figli e decaduti a un
grado inferiore, solo per aver contratto unioni con donne straniere. Pericle
stesso fu colpito a causa di Aspasia da Mileto. N solo il sentimento coniugale
e l'affetto paterno urtava quel decreto incresciosamente; ma tutte le esigenze
politi clie gli eran contrarie. Se n pure la cittadinanza dello sposo poteva
far ateniese, per esempio, una donna nata in citt della Lega marittima, dura e
perigliosa barriera si rincalzava fra gli alleati ed Atene, la quale pur del
loro ajuto di continuo abbisognava, e su la loro fedele assistenza doveva
contare specie durante le guerre infelici. Onde il largo spirito euripideo, il
qual tutto accoglieva che agitasse la societ de' suoi tempi, si giov
dell'attributo etnico che la saga conferiva ad Andromeda per riproporre al suo
pubblico il quesito scabro. Ad Andromeda difatti diceva il padre, o la madre :
" Non voglio che tu n' abbia figli illegittimi ! che, ai legittimi in
nulla essendo inferiori, soffrono per legge: da questo necessario che ti guardi . L'accortezza
artistica di un cosi fatto mnito pari
alla profondit del problema toccato. Perseo accoglie su di s le simpatie non
pur dell'autore si del pubblico, per la sua generosa attitudine verso la
vergine. Ch'egli proprio sia la eventual vittima della dura legge ; che la
ragion giuridica stia con il cattivo genio della tragedia avverso il buono :
trasporta l' uditorio intiero contro il decreto e gli strappa, non per
raziocinio ma per sentimento, il solenne biasimo. Aristofane muove a riso se un
suo cotale perde l'eredit a causa del psfisma periclo. Eurij^ide indigna se
fnge Perseo offeso non nell' avere ma, dopo un estremo rischio, nel giusto compenso
d' amore. All' architettura passionale la scenica doveva corrispondere per modo
che non s'adombrasse alcuno n dell'anacronismo n dell'irrazionaUt (2), di cui
qualche mediocre spirito potrebbe menare grande scalpore. Anacronismo e
irrazionalit era difatti mostrare Perseo ed Andromeda sotto l'aspetto che so ?
di Pericle e Aspasia : l'arte forse non se ne avvide, certo non li discoperse.
Ma restano essi indizio d'un' alterazione del mito ben pi profonda ed esiziale
di quella operata dalla genialit iDsicologica : ch'era tuttavia un modo di Fr.
141. Cfr. VII. (2) Mi piace qui
ricordare l'arguto e acuto studio di G. Fraccaroli su L'irrazionale nella
letteratura (Torino 1903). rivivere il mito, di serrare e appalesare i tramiti
fra la nostra essenza umana e le favolose vicende. Invece, una volta intrusi
fini di riprensione politica e di biasimo sociale sopra la trama della sa^a,
essa ne rimane soffocata e asservita. Eppure il poeta che, a proposito di
Perseo e del ketos, affronta problemi proprii dello statista, non prosegue se
non l'opera del mitologo che, al medesimo proposito, finse l'amore di Andromeda
e il vanto di Cassiepea : quegli immette nel mito la societ, questi l'uomo ; e
tutt'e due sviluppano r antropomorfismo contenuto nel primissimo germe. Si assiste
cosi a una penetrazione successiva e graduale del fenomeno solare nella
sostanza umana. Ma quanto pi l'assorbimento procede, tanto meno il mito
serbasi, qual era, mito di maraviglia cui si presta la fede non razionale ma
fantastica: tanto meglio si tramuta in paradigma d'una teoria logica, in schema
di una tesi politica. In vero, dopo che Perseo
divenuto pretesto a un problema giuridico, egli per diventare l'esempio aggraziato d'una fra
le possibili soluzioni : segno che gi l'intelletto si preoccupa d'altro. Cosi
la saga si avvince alla vita con nuovi sottili filamenti, che non valgono per
le sue prime rigogliose radici. Mentre da questo lato la leggenda si profonda
verso la terra, per l'altro richiama al cielo i pensieri. Il religioso spirito
di Euripide non manc di agitare, anche per Andromeda e Perseo e le vicende
loro, i dubbii e le incertezze della fede. Quanto e come, impossibile dire: solo per barlumi
s'intravvede alcunch : " Non vedi come la divinit sconvolge la sorte ? in
un giorno ri EUKIPIDE 85 volge l'un qua l'altro l Quegli era felice ; lui, un
dio oscur dell'antico splendore: piega la vita, piega la fortuna con lo spirar
dei vnti , " Non v' mortale che nasca felice, senza che in molto
l'assecondi il Divino (2). E ancora:
" La Giustizia si dice esser figlia di Zeus e seder presso ai falli degli
uomini (3). N manca un moto d'ira contro
la divinit che ha voluto il sacrifizio di Andromeda ; ma espresso in forma accorta e velata : non
avverso a Posidone e alle Nereidi, si a Cefeo che ha ubbidito loro. "
Spietato quegli dice ad Andromeda il Coro " che dopo
averti generata, o afflittissima fra i mortali, ti concesse all'Ade in favor
della patria ! (4). Di questi frammenti
il principale, da cui traggono luce gli altri,
intorno a Dike, la Giustizia : e si compie esso con un suo analogo,
rimastoci della Melanippe incatenata (5). " Pensate voi che le colpe
balzino su con le ali presso gli Dei? e che poi qualcuno vi sia per inscriverle
entro le tavolette di 'Zeus? che Zeus le vegga e ne renda giustizia ai mortali?
L'intiero cielo non basterebbe, se Zeus volesse annotare i peccati degli uomini
; non basterebbe Egli stesso a tutti esaminarli e aggiudicare le pene. Aprite
gli occhi : Dike [non l su: ella] qui basso, vicino a voi,,. Dunque Euripide ha
un concetto di giustizia Fr. 152-3. Nel primo leggo (Aolgav al v. 2. Nel
secondo, Tv al V. 1. (2) Fr. 150. (3) Fr. 151. Leggo f^aQziag, non TifioQlag.
(4) Fr. 120. (5j Fr. 506. a cui non vede rispondere n l'opere n i decreti
divini, a cui gli pare meglio s' addica la condotta degli uomini. Per lui
v' disaccordo fra Zeus eDike: questa non
pu seder presso quello. Per lui v' incoerenza fra colpe e pene: queste mal
rispondono a quelle n sempre presso al " fallo dei mortali abita Griustizia. In verit: un re felice tramutato in infelicissimo per l'ambizione di
talune iddie ; un eroe vittorioso non ha la gioja del premio e deve superare
nuovi contrasti; la figlia punita per la
madre. E pure tutto ci vogliono gli Dei dall'alto. Che cos' dio? che cosa non dio?
che cosa semidio? La domanda angosciosa, l'eterna del dubbio tragico, -
ritorna, e accompagna, in tono minore, il concerto delle passioni eroiche e dei
problemi sociali. Ma cotesto non pi
mito. E critica del mito : in quanto esso contiene un ricco elemento religioso.
Critica singolare per : che insieme atto
di negazione e atto di fede. Euripide accetta la leggenda, la narra senza
alterarne il lineamento essenziale. Solo dopo si domanda s'essa riveli un
legittimo procedere della divinit. E la sua risposta ha un sottinteso profondo.
Egli potrebbe difatti negar di credere al racconto per le azioni che vi sono
attribuite agli Dei. Al contrario, perch le sente, dopo averle psicologicamente
vivificate, umane e, come umane, verisimili, se ne fa una base al suo dubbio di
filosofo. E una maniera di sceverar, nella fiaba, la incorruttibile verit, il
dolore l'amore la morte, dalla verit caduca, onde sorgono gli aspetti e le
forme divine. Se non che essa verit caduca non
morta, ha vita in assai spiriti ancora: quindi la ribellione difficile, faticosa; lo svilupparsi da' suoi
impacci un travaglio. E il tentativo di
ripossedere totalmente il mito fallisce; una rocca resta inespugnata. Cosi fu
adunque, dal genio artistico di Euripide investito il problema che la leggenda
eroica di Perseo e Andromeda offriva al suo magistero. Della leggenda la
sostanza umana fu la pi riccamente rielaborata : quella in cui lo spirito
creatore si profond con la sua potenza d'intuito da un lato, con le sue
preoccupazioni di politica da l'altro; quella per cui l'animo si compiacque
della finzione antica, e la godette ricreandola. L'elemento divino fu
contemplato con occhi di esitazione, accettato quasi rassegnatamente. Al di
sopra si conservava intanto la patina eroica, lo splendore delle avventure, la
maest delle figure e dei gesti. Perseo giunge a volo.; reca il capo di Medusa;
trionfa di un mostro orrendo : v' quanto basta perch chi s' appaga dell'
ap]3arenza lo senta d' un' altra specie, immensamente lontano. Non si sa se
nella tragedia avesse luogo, come nel racconto di Ferecide, l'ostilit di Fineo
e il duello fra i due rivali: certo questo fu, se mai, un fatto di pi, non un
sentimento nuovo: rientr insomma nella sfera estrinseca eroica della tragedia.
Ma sostanza umana, elemento divino, vernice romanzesca non trovarono la loro
sintesi se non nell'unit dello spirito euripideo : sintesi che non concordia logica, n armonia estetica ; si
bene vita in angoscioso travaglio ; nel quale l'intuito psicologico e l'affanno
politico e il dubbio religioso si fondono ; pel quale il personaggio di Perseo,
la sorte di Perseo assommano in un solo vivo vertice le divergenti passioni
dell' intera tragedia. Per comprender questa nella sua forma poliedrica, per
ravvisarla una, oltre le superfcie molteplici, bisogna aver ricostruito l'animo
del poeta e essersi immedesimati con lui. Con lui pot identificarsi anche il
popolo d'Atene: una sola volta: quello stesso anno 412 onde nacque e in cui fu
rappresentato il drama. Preoccupato del pari, aveva sotto gli occhi uguali
spettacoli, sentimenti simili ne scaturivano. Agli spettatori come al poeta il
fato travaglioso dell'eroe, audace generoso e mal soccorso dagli Dei,
suscitando il dubbio d'una vera Dike, si tramutava a poco a poco in un'altra
angoscia pi sorda di spavento : chi avrebbe retto e vigilato, da l'alto, le
infortunate vicende della grande Atene ? Questo Perseo che la leggenda pretende
argivo, si quasi fatto cittadino
ateniese dinanzi gl'inconsci risguardanti, da quando un psfsma di Pericle viene
opposto al suo amore; si quasi fatto
simbolo concreto e doloroso di Atene, da quando il suo impulso ideale vien
premuto dalla material cupidigia. L'incerto futuro che lo elude ha la maschera
ambigua dell' avvenire che attende, lontano, la Citt confusa. A lui definisce
la sorte Atena, apparendo a predirgli le nozze con Andromeda, il ritorno in
Argo, l'assunzione in cielo con la sposa e Cefeo e Cassiepea tramutati in
constellazioni. I problemi umani della sua vita sono tronchi da un intervento
divino : non resoluti. Onde pi tragico ricade sugli ascoltanti il timore per le
imminenti sorti della patria; s'accresce il senso vivace del mistero che regola
le fortune terrene. Se non che Tessersi l'umano, il celeste e l'eroico del mito
compaginati negli spiriti di Euripide e del primo suo pubblico, non significa
che si fosser fusi nell'opera d'arte: perch la scissione pu, nello spirito,
comporsi per il dolore medesimo di cui
causa; ma rende, senza dubbio, disarmonica la forma estetica che la
esi^rimeQuindi l'unit momentanea, non
stabile. Le diverse materie della leggenda si serbano disgregate e inorganiche.
E, non potendosi nel tempo, se non per via di critica, riprodurre identico
l'ambiente spirituale del tragedo e dell'et che fu sua, le innovazioni che al
mito ne erano derivate non accolgono simpatie e non trovan cultori. Ond' che il drama nella storia della fiaba
rappresent una pausa senza echi. Dopo Euripide. Si assiste, nell'ulteriore
vicenda del mito, a un lento ma spiccato impoverirsi della sua vita. Fino ad
Euripide, il processo era stato, in vece, di arricchimento; la tendenza verso
una poliedrica complessit: onde naturalismo e novelHstica s'eran da prima
complicati insieme, avevan avuto giunta dal romanzesco, per attingere il sommo
della pienezza nel dramatico travaglio del pensiero religioso e politico, il
vertice dell'altitudine nella fine intuizione psicologica. Dopo Euripide, la
parabola discende sino ai confini d'una pi consueta mediocrit: si che par nel
principio che fuor dalla corteccia non si sviluppi se non il midollo originario
della fiaba, ma si mostra poi ch'esso medesimo
presso che inaridito. Che la saga non ritorna in sua vecchiezza alle
fogge giovanili, acerbe pi che esigue; si bene lo spirito che negli inizii
verso lei convergeva intiero, vie meglio alimentandola nel suo assiduo
allargarsi, se ne distrae ora insensibilmente, e si immerge in altre creazioni.
L'impoverirsi della leggenda di Andromeda
parallelo al formarsi del disinteresse mitico; ed quindi preludio d'un nuovo stadio spirituale,
in cui l'uomo, colmato a pena uno stampo, prende a foggiarsene e riempire un
altro : maggiore. Il lamento ch' solito allo storico del mito si deve ripetere
ancor qui: assai fu perduto che ci avrebbe di molto giovato nello studio di
cosi fatta decadenza mitica. Non son pi che quattro gli autori, in cui ci
ritorni il racconto del ketos; ma per fortuna rappresenta ciascuno una tappa
caratteristica. Apollodoro, raccogliendo nella Biblioteca con l'altre ancor
questa favola, si riconnette a Ferecide : muove ci , non dalle forme eh' essa
aveva assunte nei pi vicini tempi, ma dalla sua origine. N vi aggiunge gran
cosa ; al pi, pio ti) Dal numero escluso
Igino Fav., come quello che contiene varianti di particolari, ma non imprime d'un
propi'io segno la fiaba. coli insignificanti particolari; qua e col, quasi in
margine, ferma la notizia d' una tradizione alcun poco diversa dalla ferecidea.
Chi legga distratto vi bada a pena. Vi s' indugia sol chi abbia intenti
d'investigazione erudita : nel che si appalesa dunque la caratteristica di
questo strato evolutivo. All'autore che la narra la leggenda morta:
cadavere che egli ricompone fra bende, con qualche cautela, a fin che
poco di quelle membra che furono organismo vada disperso. E vi sono ragioni
pratiche per cui, nell'opera, si preferisca modello l'antichissimo compilatore
; presso il quale gi armonia di contesto
e compiutezza di termini. V', inoltre, una ragione pi alta, intima alla logica
dello sviluppo storico, onde Euripide dev' essere taciuto : la singolare opera
di lui non ha vinto, e la volgata con tutte le sue piccole e grandi
varianti oltre; pi sopra o pi sotto, non
importa ; distinta e prevale. Quindi ben
fa chi compila a lasciar quella in oblio: le compete luogo fra le produzioni
libere dell'arte, non fra le specifiche della mitopeja; gi che la distinzione
deve valere, se mai per alcuno, per il mitografo tardo. Se non che tale aspetto
non fu del solo Apollodoro. Anche di un poeta. Ovidio mosse del pari, se pure
non nell'atto materiale del suo lavoro, certo nella sfera fantastica della sua
mente, da Ferecide : o sia da quelle che in Ferecide erano le fondamentali
intuizioni della saga. Ci sono : lo stupore simpatico verso il romanzesco ; la
ricchezza dei gesti e dei movimenti nei personaggi ; il pathos sobrio dell'
idillio fra i due giovini. Ciascuna di queste intuizioni ripresa e svolta a costituire l'ordito del
racconto; e sol tanto entro i loro limiti il poeta si concede di imitare altre
fonti, sia pure Euripide. Il romanzesco imprenta tutto quanto il compatto
manipolo degli esametri tra la fine del quarto e il principio del quinto libro
nelle Metamorfosi. Sottinteso costante e necessario il miracolo della potenza oltreumana: dal
volo che conduce Perseo fra i Cefeni, alla virt del capo gorgoneo che termina
l'episodio. In apparenza per Ovidio non se ne compiace con la maraviglia
schietta di Ferecide ; si tenta di comprimerlo in termini di umanit. E
fallacia. Certo, il ketos avanzante al feroce convito vien paragonato a nave
rapida: onde n' ridotto il confine mostruoso. E Perseo gli piomba di sopra con
l'empito discendente dell'aquila: non insolito spettacolo. Ed essa belva si
dibatte a simiglianza di cignale fra cani in torma : scena cui abitudine nella vita comune. E lo scoppiar
degli applausi su la spiaggia dopo la vittoria dell'eroe richiama l'eco dei
fragorosi anfiteatri. In realt, queste similitudini umane riescono una pi
sicura esaltazione dello stupefacente: necessarie perch le intuizioni si
concretino, escano dall'indefinito ferecideo, e conseguano una plasticit chiusa
e viva, che non sarebbe senza il riscontro consueto e terreno : utili, di pi,
per creare, di l del riscontro, il contrasto fra lo straordinario e il normale.
Si compie qui, accanto a un magistero d' arte pi evoluto che vede i particolari
e li esprime non li accenna, uno sforzo per accrescere la distanza di cui
separasi la terra dal cielo, la creatura dal semidio. Gli corrisponde il rombo
del verso. A che fine? Per la metamorfosi che conchiude, in due riprese, il
racconto. In quella il romanzesco si dissolve, come in sua foce : il capo di
Medusa che impietra in coralli le verghe del mare e converte lo stuolo dei
congiurati in affoltata marmorea di statue danno una sanzione estrema a
l'inverosimile che precede. Non in egual modo, a dir vero ; che ciascuna di
quelle trasformazioni ha importanza speciale, n pu valere se non congiunta con
la prima o la seconda delle scene in cui il racconto si divide. La prima intorno alla venuta di Perseo, al duello con
la fiera, alla vittoria . Novamente da l'una parte e da l'altra egli si avvince
con le penne i piedi ; della curva spada s arma : e il limpido etra fende
movendo i talari. D'intoi'no e di sotto innumeri genti lasciate, scorge le
schiatte etiopiche e i campi cefi. Ivi l'ingiusto Ammone aveva ingiunto che
l'incolpevole Andromeda della materna lingua scontasse le colpe. Lei come
l'Abantade vide, avvinta le braccia su la dura rupe, se Paura lieve non avesse
agitato i capelli n gh occhi stillato un tepido pianto, opera di marmo
l'avrebbe creduta. Ignaro ne avvampa e stupisce, e rapito all'aspetto
dell'apparsa IV vv. 665-752. Traduco sul testo di H. Magnus (Berlino 1914).
bellezza dimentica quasi d'agitare le penne per l'aria. Si ferma. "0 tu
dice degna non di queste catene, ma di quelle che serran fra loro i cupidi
amanti, il nome a chi '1 chiede rivela della terra e di te, e perch porti
legami . Si tace ella da prima n osa parlare, vergine, a un uomo : delle mani
celerebbesi il volto pudico, se legata non fosse. Gli occhi, e poteva, di
sgorgante pianto colmava. A lui, che insiste pi spesso, svela, perch celar non
sembrasse delitti suoi proprii, il nome della terra e di s, e quanta fosse
stata fiducia della materna bellezza. Ancor non compiuto il racconto, l'onda
risuona : avanzando, la belva a l'immenso mare sovrasta, e molta sotto il petto
acqua soggioga. Stride la vergine. Doloroso il padre, e insieme la madre presente : miseri entrambi, pi giustamente
questa. Non recano ajuto con s, ma, come vuole il momento, pianti e lamenti, e
si serrano al corpo legato. Or cosi l'ospite parla : " Di lacrime molti
giorni vi potranno restare ; a porger salvezza
breve l'ora. Questa s'io vi chiedessi, Perseo nato da Giove e da quella
che rinchiusa Giove f' pregna d'oro fecondo; Perseo vincitor della Gorgone
anguicoma, e per gli spazii etrei agitando le ali volatore ardito, sarei qual
genero a tutti, per certo, anteposto. A tante doti io tento di aggiungere un
benefizio, pur che m'assistan gli Dei. Che, dal mio valore salvata, sia mia, fo
patto,. Accettano (chi avrebbe per vero esitato ?) e pregano, e promettono
inoltre in dote il lor regno, i genitori. Ecco, quale nave veloce solca col
prominente rostro le acque, da sudanti braccia di giovini condotta ; tale la
fiera, spartendo con l'empito del petto le onde, tanto dalla rupe distava,
quanto del cielo interposto possa Balearica fionda col piombo vibrato varcare :
allorquando d'un sbito il giovane, da i piedi respinta la terra, alto si leva
verso le nubi. Come alla sommit dell'acque fu vista l'ombra dell'uomo,
s'infuria contro la vista ombra la belva. E come l'uccel di Giove, vedendo che
nel campo sgombro un serpe al Sole le livide terga concede, da dietro lo
afferra, perch la nefasta bocca non torca, e figge i bramosi artigli nella
cervice squammea; cosi con volo rapido a piombo calando pel vuoto, della fiera
fremente oppresse le terga, nel fianco destro l'Inachide le nascose il ferro,
fin dove ricurvo . Laniata da grave
ferita, ora eretta si aderge nell'aria, ora si asconde nell'acque, ora voltando
si avventa a guisa di fiero cignale cui la turba de' cani latranti d'intorno
spaura. Egli causa con l'ale veloci gli avidi morsi ; adesso le terga
soprasparse di cave conchiglie, adesso dei fianchi i margini, adesso dove la
tenuissima coda si termina in pesce, ovunque si porga indifesa, flagella con la
spada falcata. La belva da le fauci vome i fiotti misti con purpureo sangue. Le
penne asperse s'appesantiron madide : n Perseo osando pi oltre affidarsi a'
zuppi talari, scorse uno scoglio che col supremo vertice l'onde supera chete, coperto da l'onde agitate. A quello poggiato,
con la sinistra della rupe tenendo i gioghi estremi, tre quattro volte
inferisce la spada nei fianchi colpiti. D'applausi il clamore riempie la
spiaggia e le superne case de' Numi. S'allietano, lo salutano genero, ausilio
della schiatta e salvator io proclamano, Cassope e Per avere una idea precisa
della " spada ricurva, " falcata
di Perseo e per comprendere il v. 720 {curvo tenus hamo) si veda il
disegno in Roscher Lexicon d. Gr. ti. R. Mythologie III 2 (Leipzig Cefeo padre.
Sciolta da le catene s'avanza la vergine, della fatica e causa e premio. Egli
in acqua attinta purifica le vincitrici mani : e perch dura non offenda l'arena
il capo gorgoneo, f' molle di foglie il terreno, virgulti distese nati nel mare,
e sopra vi pose la testa di Medusa Porcinide. Il recente virgulto, dal succoso
midollo ancor vivo assorb la forza del mostro, al contatto di questo fu duro,
nelle fronde e nei rami assunse rigidezza inusata. Ma sperimentan le ninfe del
pelago il mu-abile fatto in pi verghe e con gaudio lo vedon ripetersi uguale.
Poi che di quelle i semi sparser su l'acque, ancora ai coralli la stessa
natura rimasta, che dal tocco dell'aria
ricevan durezza, e ci ch'era verga nel mare, sopra il mare sasso diventi.
Seguono le scene di festoso tripudio cui s'abbandonano con Cefeo e Cassiepea i
Cefeni tutti. E si termina, col libro quarto, il primo episodio, per s stante,
del mito. Chi lo cerchi pi a fondo, deve soffermarsi sopra il dialogo fra
Perseo e Andromeda, fra Perseo e Cefeo con Cassiepea. Vibra, ivi, il sentimento
attorno cui Ferecide aveva trovato raccolta la fiaba del ketos. Ma, si direbbe,
in sordina. Un che d'ignoto par che l'attenui come d'un velo. Cosa non senza
maraviglia, giustificandosi tutto il successivo evento appunto dal sorger
dell'amore in Perseo e dalla promessa del padre. Anzi, se l'origine dei
coralli il vertice avventuroso del
racconto, questa scena a l'inizio dovrebbe esser il perno sentimentale o,
meglio, umano. Ora in ci a punto la
causa del poco rilievo concessole dal poeta. Il suo senso d'arte l'avverti che
questo poteva divenire "iin elemento disgregatore, una disarmonia
nell'opera: e la passione tramut in accordo nuziale. I due protagonisti
impiccioliscono visibilmente: ella s'induce a rivelare allo straniero il perch
di sua xDOsitura " a fin clie non sembri celare colpe sue proprie , e
accusa la madre: egli sciorina dinanzi ai piangenti genitori, mentre la belva
avanza e il terror tragico martella i cuori, i proprii titoli, quelli per cui
si ritiene onorevole genero al re. I pi generosi appajono, poveretti, quei due
vecchi che di tutto cuore danno, con la figlia, il regno! Si che l'artista fu,
in questo argomento, volubile ; n gli soccorse alcuno di quei fini tratti di
psicologia di cui capace in altri casi.
I soli accenni pi appropriati toglie a Euripide: tali lo stupor del veniente
Perseo per l'aria, e il pudore silenzioso della vergine. Ma deliba a pena il
calice, e l'ampiezza numerica della forma cela l'esiguit della intuizione. Il
romanzo gli ha, non pur scemato, ma un poco anche guasto la vita. Dopo che tra
grande esultanza si sono raccolti a banchetto nuziale il re e la regina con la
figlia e il genero nuovo, si fa innanzi Fineo. E l'uomo di Ferecide: il
fratello di Cefeo gi fidanzato con Andromeda ; il quale non ha avuto il
coraggio di liberarla col proprio rischio ; ma tenta ora di riaverla quando il
ketos ben morto. Mentre fra mezzo alla
schiera cefena quell' imprese l'eroe danaejo racconta, gli atrii regali riempie
Le precedenti sue avventure : le Graje, Medusa, ecc. una turba fremente ; sorge
un clamore, non di canti alle feste nuziali, ma d'annunzio a feroce contesa. E
i conviti mutati in sibiti tumulti potresti assomigliare a golfo che, quieto,
sollevi in onde commosse la fervida rabbia dei vnti. Primo Fineo tra quelli,
temerario autore della contesa, agitando un'asta di frassino con bronzea punta,
" Ecco dice * ecco, mi avanzo a
vendetta della carpita sposa. N a me te le penne, n sottrarr Giove in falso oro
converso . A lui clie tentava scagliare,
Cefeo opponeva " Che fai ? qual mente ti spinge infuriato al delitto ?
tale grazia si rende a ineriti grandi ? con questa mercede compensi la vita di
lei ch' salvata ? La quale ritolse, se tu cerchi il vero, non Perseo a te, ma
l'aspro nume delle Nereidi, ma il corngero Ammone, ma quella belva del mare che
veniva per farsi satolla delle viscere mie ! Allora rapita ti fu, quand'era a
morire. Se non se, crudele, ci stesso tu brami, che muoja, e t'allieti del
nostro dolore. non basta che nel tuo cospetto ella fu avvinta ? che nullo
soccorso recasti, tu sposo, tu zio ? in oltre, ti duoli che fu da taluno
salvata, e gli carpisci il premio ? Questo se a te grande paresse, da quegli
scogli dov'era affisso l'avresti richiesto. Ora lascia che quegli il qual lo
richiese, pel qual non orba questa
vecchiezza, si porti quanto con opre e parole pattu ; e comprendi come lui
s'antepone non a te, ma a una morte sicui'a . Non cede Fineo a' consigli del
fratello, anzi forse inutile ricordare
che, secondo il mito, Zeus avrebbe generato Perseo (sopra pag. 94) cadendo dal
soffitto in forma di pioggia aurea nel grembo di Danae. comincia il combattere.
E il racconto si distende lungo per circa due centinaja di versi : che la
battaglia seguita ne' suoi particolari
con abbondanza di nomi di persone di gesti. Il tumulto grande . " Le congiurate schiere d'ogni
lato combatton per la causa che impugna inerito e fede. Per questi il vanamente
pio suocero, e con la madre la nuova sposa, son favorevoli, e d'ululato
riempiono gli atrii. Ma prevaleva il suon dell'armi e il gemito dei caduti .
Per poco ancora dura la lotta. " Per quando alla turba soccombere vide il
valore, Perseo : " Poi che mi costringete voi stessi, ausilio richieder al
nemico. Rivolga il viso chi, propizio,
presente : e trasse il capo della
Gorgone. " Cerca un altro, che i tuoi vanti commuovano! esclam Tscelo; ma, mentre con la mano
apprestavasi a scagliare il dardo fatale, in tal gesto rimase statua di marmo,.
All'ultimo prostrato, dopo assai altri
come Tescelo irrigiditi dal mostro meduseo, lo stesso Fineo. E implora : "
Vinci, Perseo : allontana i fieri mostri, togli il capo impietrante della tua
Medusa, qual che si sia. Togli, ti prego. Non odio ci spinse a contesa, n brama
di regno ; per la sposa movemmo le armi ; migliore fu la tua causa per opre,
pel tempo la mia. Non m' grave di cedere. Nulla, fortissimo, fuor che
quest'anima concedi a me! tuo il resto ti sia . A lui, che cosi parlava, n
risguardare ardiva quello cui con la voce pregava, rispose : " Ci che, o
timidissimo Fineo, concederti posso, ed al vile
dono ben grande, lascia il timore. ; la parafrasi dei vv. 150 sgg. ti conceder: da ferro non
sarai violato. Che anzi vo' darti un monumento che duri perenne ; e sempre,
nella casa del suocero nostro, sarai guardato si che la mia sposa da l'imagine
del fidanzato abbia conforto . E lo impietra. Cosi la vasta e agitata folla che
nel principio commoveva la scena si tramuta in un popolo rigido di statue, di
cui ciascuna serba, nella fissit, un gesto di vita. Ed qui a punto il cardine del secondo episodio
mitico: efficace trapasso per il quale la compiacenza ferecidea verso la
riccliezza del movimento e l'ampiezza dell'azione si sublima in motivo di
armoniosa bellezza. Che quasi
esclusivamente merito di Ovidio; come di quello che, sviluppando a s tutta la
seconda parte della leggenda, la equilibr con l'ampUarne, ai due estremi, il
combatmento e la metamorfosi. Ma non fu pago a tanto. Inser nella sua materia
anche la nobile fede di Cefeo che si oppone al fratello esortandolo a giusta
pace, e l'ironia ultima di Perseo non priva di malignit n di un grossolano
sale. Se bene gi questa non era una giunta che compiesse, si pi tosto una
intrusione che alterava, il jDoeta volle perseguir fin nelle minuzie anche le
vicende della contesa; e tradusse il duello in una battaglia omerica; cadendo
nella pi stucchevole prolissit. Non fu ricco, ma pletorico : non diverso, si
bene monotono. Nella scialba sostanza impresse poi, su l'inizio e su la fine,
senza garbo n acume, tracce d' umane passioni. Della cui banale mediocrit s'
intende quindi il motivo : fu necessario all'autore inspessirle per ottenerne
un qualche rilievo da 1' immenso piano uniforme dello sfondo. Sola, or qui or
l, la perizia tecnica foggia il verso con eleganza; e varia musicalmente il
ritmo. Nell'insieme, sopra un ben intuito fondamental contrasto, lo sforzo d'
esser profondo deforma e rigonfia gli elementi dell'opera. E ricordiamo.
Contrario ci apparve il difetto nel primo episodio: volubile superficialit
psicologica accanto a larghezza romanzesca. Ma analogo nella sua radice. Nell'un caso e nell'altro
il poeta non ha colto il cuore del mito, n ha, da quello, vissuto il mito.
Altrimenti, egK non avrebbe errato : il suo respiro coinciderebbe con il
respiro della fiaba. In vece, essa gli fu estranea : pagina fredda di volume
svolto. Il suo interesse la tent con approcci successivi, e di ciascuno rimase
una traccia: ora piacque l'analisi psichica, ora la smaglianza dell'avventura,
ora l'agitazione bellicosa; in parte fu possibile imitare Euripide, Omero in
parte. Mai per, in alcun punto, l'interesse divenne simpatia, tanto meno amore.
Sembra che la leggenda uncini con tutte le molteplici sue bellezze uno spirito
stanco, che reagisce pigramente se ben non dorma ancora. In realt lo
spirito distolto ; vive altrove. Un
secolo e mezzo dopo, il pensiero umano
molto lungi. Ha nel trattare il mito una grazia nuova, '' lucianesca .
Ecco il quattordicesimo dei Dialoghi marini di Luciano. Le nozze di Perseo e
Andromeda si stan celebrando ; il ketos
a pena morto. In non si sa qual recesso del mare Tritone e le Nereidi
cambian fra s quattro ciance. un
mormorio di donnicciuole con un rivenditore del mercato. L'uno d le notizie ;
l'altre gli si fanno attorno, e ov' la bellezza dei volti? con moti curiosi:
ora questa ora quella alza la voce ; le compagne in tanto ascoltano con stupor
muto. Sono ignare de' pi recenti fatti, e l'amico li ha appresi origliando.
L'eco della terra par muovere da una lontananza. Ma la terra presente . Tritone e le Nereidi. Tbit. Quel
vostro ketos, o Nereidi, che inviaste contro la figlia di Cefeo, Andromeda, non
solo non f' danno alla fanciulla come credete, ma fu ucciso gi esso medesimo.
Ner. Da chi, o Tritone ? forse Cefeo, esposta come sca la vergine, lo assalse
ed uccise, attendendolo in agguato con molti guerrieri ? Trit. No. Ma voi
conoscete, credo o Ifianassa Perseo, il bambino di Danae, che fu cacciato sul
mare nell'arca insieme con la madre ad opera del nonno e che per compassione di
loro voi avete salvato. Ifian. So di chi parli: suppongo che ora sia un giovine
e molto prode e bello di aspetto. Trit. Egli uccise il ketos. If. E perch, o
Tritone ? non questo compenso per vero egli ci doveva. Trit. Vi dir tutto, come
avvenne. Egli fu mandato contro le Gorgoni per compiere al re quest'impresa ;
dopo poi che fu pervenuto in Libia... If. Come, o Tritone ? solo ? o conduceva
compagni? che altrimenti la via
difficile. Testo del Jacobitz (Lipsia, Teubner). Tbit. Traverso l'aria :
Atena lo aveva fornito d'ali. Quando dunque fu pervenuto l dove dimoravano,
esse dormivano, ritengo, ed egli pot tagliare il capo a Medusa e scapparsene a
volo. If. Ma come le guardava ? sono difatti inguardabili : o pure chi le
guardi, non vedr altro dopo di esse. Trit. Atena col porgli innanzi lo scudo
(queste cose udii ch'egli raccontava di poi ad Andromeda e a Cefeo) Atena
dunque gli diede a vedere l'imagine di Medusa su lo scudo risplendente, come
sur uno specchio : allora egli aflPerrata con la sinistra la chioma, sempre
riguardando nell'imagine, recise con la falce nella destra il capo di lei, e
prima che le sorelle si destassero vol via. Come poi giunse a questa spiaggia
d'Etiopia, gi basso su la terra volando scorge Andromeda esposta sopra una
sporgente rupe, infissavi, bellissima, o di !, sciolta le chiome, seminuda
assai sotto i seni : e da prima, compassionando la sorte di lei, dimandava la
causa del supplizio, ma a poco a poco preso da amore (bisognava pure che
uscisse salva la fanciulla) decise di soccorrerla. Fra tanto il ketos avanzava
pauroso come per divorar Andromeda ; e il giovine, pendendogli di sopra, e
brandendo la falce, con una mano lo colpi, con l'altra gli mostr la Gorgone e
lo fece pietra: la belva tosto mori e divenne rigida in molte membra, quante
avevan veduto Medusa : egli sciolse i vincoli della vergine, e porgendole la
mano la sostenne mentre scendeva in punta de' piedi dalla rupe sdrucciolevole;
e ora celebra le nozze nelle case di Cefeo e la condurr in Argo : cosi che in
luogo della morte ella trov un marito, e non comune. Ir. Io gi dell'avvenuto
non mi sdegno; che colpa di fatti aveva verso noi la figlia se la madre menava
vanto e riteneva d'esser pi bella ? DoB. Ma in tal modo, come madre, avrebbe
sofferto per la figlia sua. If. Non rammentiamo pi tali cose, o Doride, se una
donna barbara ciarl un po' pi del giusto. Basti, a nostra vendetta, cbe fu
spaventata per la figlia. Rallegriamoci dunque delle nozze. Certo, la
terra presente. E nei gesti che si
sottintendono ; e, pi, nei confini mentali degli interlocutori. L'arte di
Luciano li designa con perizia finissima nelle varie domande chemuovon a
Tritone le Nereidi. Da principio, annunziata la morte del ketos, suppongono,
com'era pi semplice, un agguato di Cef eo. No ; fu Perseo : il primo ingresso dello stupefacente. Perseo
s'era recato in Libia. E quelle pensano a una regolare spedizione con compagni,
^' che altrimenti la via difficile .
Ragionan bene; ma, per altro, Perseo volava : nuova maraviglia. Or egli aveva,
prima, ucciso Medusa. " Ma come la guardava?! . L'inverosimile al colmo. Da quel momento Tritone pu
continuar ininterrotto. E continua; ma svela, in un suo breve inciso,
improvvisamente, l'importanza di quelle interrogazioni. Perch Perseo fu "
preso da amore per Andromeda? Risponde:
" bisognava salvar la fanciulla . Tal motivo non vale per l'animo
dell'eroe, che in esso quella non causa
sufficiente e appropriata ; bens smaschera l'artificio del mitologo, e mostra
la passione inventata a giustificare la salvezza della vergine. E una critica
genetica, diremmo oggi. Ed la stessa che
avevan fatta, pi coperta, le figlie di Nereo. Il dono delle ali rilevato come stromento mitopeico perch
Perseo potesse recarsi in Libia ; l'astuzia dello scudo, come mezzo artefciato
ad eliminar in Medusa quella medesima nefasta efficacia che le si soleva
attribuire Dunque, deduzione implicita,
ci fu una interessata volont, la qual condusse con varie furberie il giovine in
Libia e contro Medusa e fra gli Etiopi. Dunque il mito favola che imagin taluno. Passo a passo i
colpi son recati, fin che la leggenda non ha pi una base di fede, si una di
scetticismo sorridente e maligno. Onde si appalesa fittizio lo stupore
crescente delle Nereidi dinanzi all'avventura: per che il pensiero da cui sono
animate , non cosi ristretto da non concepir l'insueto, ma largo a bastanza da
negarlo. E nell'ultime parole la larghezza si accresce d'un contenuto morale,
estrema vetta di cotesta saliente bellezza d'arte : non era giusto colpir la
figlia per Terrore materno ; fu molto che Cassiepea avesse a temere tanta
sventura ; n dovrebbe importare a Dee la gara in bellezza d'una donna barbara
con loro. Son questi, si, ancor gli attacchi che al mito avrebbe mossi la
coscienza etica di Euripide; ma la tragedia manca, n pu sussistere adesso. La
fiaba stata svlta da l'anima, e respinta
al di fuori ; onde il biasimo tocca alcun che di esterno, non logora il cuore
stesso dell'artista. Come un luogo comune dell'ornamentazione retorica l'aveva sfruttata
Manilio per le sue Astronomiche^ a proposito delle costellazioni denominate da
Perseo e da Andromeda. Ma senza vigoria originale. E difatti in cotesto uso
(non importa se anteriore nel tempo) assai men vita leggendaria che nello
stesso Luciano: nel quale l'intellettual sorriso della critica tuttavia indizio di un sopravvissuto
interesse, come a passato recente e sentito ancora. Manilio per contro segue
l'andazzo letterario, e non illumina n pure con la luce della sfera pi alta le
tenebre deir ormai superata. La conversione dei personaggi in astri, che presso
Euripide era giunta a troncare ardui problemi dello spirito, diviene qui lo
spunto, donde il raccnto si diparte : le
anzi asservito il racconto medesimo, il quale nella mente all'astrologo
imbelletta la pseudo scienza celeste, che di Grecia aveva trovato favor di
accoglienza fra i Latini . Si che qui si misura, con precisa esattezza, il
regresso dell'efficacia leggendaria. N Luciano n Manilio accennano a Fineo. Se
per ci si connettano con il tragico che, forse, non gli aveva trovato luogo nel
drama, non a dirsi. La natura del tema,
in entrambi, giustifica il silenzio: che Fineo non divenne astro n ebbe
attinenze col ketos. Per contro notevole
che non essi, come non Apollodoro n Ovidio, accettano la Andromeda euripidea. E
per chiaro motivo. Creata quella nel momento del culminante interesse pel mito,
scompare di Cfr. M. ScHANZ Geschichte der romischen Litteratur^ (Miinchen) II 2
pagg. 28 e 37. poi con lo scemarsi della simpatia traverso le posteriori
vicende del pensiero. Nel sommo della parabola, che segna lo sviluppo di questa
leggenda, sta adunque una singolare originalit ch' in contrapposto ad un tempo
con gli stadii precedenti e con i successivi. E una singolare ricchezza
psichica, che dell'originalit la causa
diretta. Enna: nell'interno della Sicilia, a presso che mille metri sul mare,
non lungi a un lago cui oggi il nome di
Pergusa e di Pergo era nella antichit, sopra una larga groppa dei monti Erei
(2), onde, traverso l'aria diafana delle aurore e dei tramonti settembrini, le
pupille bevono, oltre le giogaje lungo le valli e i tortuosi solchi dei fiumi,
la dorata luce dei piani. Demetra genitrice delle biade, Cora-Persef one figlia
Per questo capitolo v. Vlndagine in libro II cap. II, di cui nelle note
successive si citano i . La descrizione d'uno straniero : 0. Rossbach
Castrogiovanni, das alte Henna in Sizilien (Leipzig LA DEMETRA d'bNNA di lei,
Trittolemo dall'aratro, vi avevano negli anni di Cicerone templi statue culto.
Le donne, cui talune cerimonie eran riservate, vi salivano forse dai paesi
vicini; tutte fin da Panrmo da Drpano da Catana da Camarina da Siracusa da
l'Etna vi lasciavano giungere certo il pensiero divoto, supplice per la
famiglia ed i campi, timoroso dell'ire e delle vendette divine: per elle di l
la Dea, la quale nume ad un tempo del
matrimonio e delle spighe, sembrasse vegliare su l'intiera isola, e proteggere
l'isolane in casa, gl'isolani su le glebe. Di quella religione l'oratore romano
vantava, nell'arringa scritta contro il mal governo di Verre, l'origine
antichissima : ivi nate le Dee, ivi vissute e viventi ; ivi dall'et vetuste le
case dei numi ed i riti sacri. E l'antichit asseriva riconosciuta da ogni
popolo senza contrasto . Contrasto certo non sussisteva, in Sicilia, ove al
santuario ennense si guardava, come a reliquia dei tempi, con un profondo
rispetto, che le arcane leggende dei primordii rendevano pi intimo e sentito. N
la memoria secreta del popolo o il suo pronto intuito di fedele s'ingannavano.
Da poi che, forse, la Storia oggi, molti nessi ravvisando e molte
trasformazioni che s'ignoravano allora, riesce a dare un pi saldo fondamento
alla credenza di quei Siciliani, un contenuto meglio ampio al loro ricordo; se
bene diffcilmente serbi la grata bellezza poetica di cui insieme erano pregnanti
religione e mito. CicER. in Verr. IV 106. IL MITO SICULO. probabile che gli avvenimenti seguissero cosi
. Enna, nella sua forte positura montana,
da presumere fosse uno dei luoghi ove gl'Italici appartenenti alla trib
dei Siculi ebbero a cercar rifugio sul finire dell'et micenea, nel sec. IX
avanti l'ra. Le coste, pi agevole sede, eran divenute mal fide per l'incursione
dall'Oriente di predatori troppo ben armati perch fosse riuscibile la
resistenza. Sotto l'irrompere dei violenti s'era per alcun tempo spostato verso
l'interno il processo evolutivo che, non senza influssi esterni e tal volta
notevoli, durava fin dall'et eneolitica. E sulle vette dei monti si
stratificava fino a cristallizzarsi la vita civile dei Siculi ; tra cui, com'
ovvio, prendeva consistenza anche il pensiero religioso, con la leggenda divina
che n', fra gli Arii, foggia consueta. Per disavventura, dagli scavi
archeologici noi siamo assai meglio informati su gli oggetti delle pi vetuste
necropoli e su gli stili loro, che non su la maturit mentale, su gli di, su le
fiabe, di questa trib in quell'epoca. Ci manca, sovra tutto, qua! si sia
testimonianza atta a fermare una caratteristica dell'intelletto siculo
antichissimo la quale valga a contraddistinguerne, p. es., i miti da quelli dei
popoli affini nel Lazio e nella Grrecia. L'affinit concede bens volontieri
l'analogia; ma questa deve, sobria, fermarsi a linee sommarie e incompiute. Per
ci la congettura ancor che acuta lascia intrawedere, se cauta, poco.
Gl'incunabuli dell'arte e scienza che insieme ammaestra a sparger il seme nelle
zolle e stringe i vincoli dell'istituto familiare, erano stati il tesoro comune
che gl'Indoeuropei dividendosi recavano seco traverso le regioni dissimili.
Agricoltura e famiglia, vie meglio possedute e costituite col cessar del
nomadismo, avevano per s pi e pi secoli di trionfo nell'avvenire :
costituivano, con la loro celata forza e importanza, due poli essenziali nella
vita presente. Essenziali e magnetici tanto, da attrarre parecchie fra le
medesime divinit della luce e del cielo, e sopra tutto fra le divinit delle
tenebre e di quella morte, che la mente bambina dei primitivi, iDer non averne
compreso il profondo valore e la non palese bellezza, circondava di ombra nelle
celate viscere della terra ove scompajono i corpi di uomini'ed animali. Di
questi due poli religiosi seguire a ritroso la progressiva formazione, conduce
a origini tra s lontane. Il naturismo che venera l'albero e il sasso, il
ruscello e la zolla, la spiga del grano ; l'animismo, che poi se ne evolve, e
adora lo spirito del sasso e la potenza del seme ; il pi maturo pensiero che,
in fine, riesce a foggiarsi di tutta la terra una divinit sola o di tutte le
biade: ci riassumono, nei loro gradi pi recisi, e nelle loro sfumature assai
meno formulabili, la storia sintetica del Nume agreste, il quale tutta la vita
degli agricoltori accoglie e disciplina intorno al suo proprio culto. un'ascesa dalla pianta al dio, dalla terra al
cielo : un germogliare della credenza su
da quel suolo cui si richiama. Altra via tien la famiglia nel venerare i suoi
iddii. Il vecchio padre, che morto dopo
aver in vita esercitata la suprema autorit su le mogli e i figli ; ed morto lasciando nella dimora le cose tutte
che gi furono segnate del suo possesso e cedendole ai successori insieme con le
vendette da compiere e gli odii da esaurire; ed
morto spezzando con l'ultimo alito la compagine che si raccoglieva
intorno a lui e sciogliendo i suoi nati dal vincolo che li legava per la sua
difesa : rappresenta con la scomparsa un troppo profondo evento, j)erch l'ombra
di lui non debba venir placata dai nepoti, e il suo nome di " Padre ripetuto. E quando, anche qui, la
intelligenza divien sensibile ai nessi, e i padri delle diverse famiglie si
accostano si penetrano si fondono nella simiglianza della lor figura, la
divinit del Padre prossima a precisarsi.
Prossima, j)ure, a influire su l'altre simili della Madre (ove anche il
matriarcato le sia al tutto estraneo) del Figlio della Figlia; le quali
presuppongono per sensi d'affetto di gran lunga pi svilupx3ati e squisiti tra i
diversi membri della famiglia. Cosi l'uomo vivo, che s'era sminuito tra
l'ombre, si addensa di luce: si scioglie dal suo proprio sepolcro; e, in
sintesi, protegge per la sua parte la vita familiare. Ed processo comparativamente recente, se si
pensa all'istituto e agli affetti che lo precedono; ma comparativamente vetusto se si pensa alla non
piccola serie di alterazioni cui gi andato
soggetto in poemi antichi come gli omerici. Ma, se la formazione originaria
degli iddii agresti su dalla natura
diversa da quella dei A. Febeabino, Kalypso. 8 familiari su dalla morte,
non mancano, tra le due, attinenze. Che il culto dei morti e il culto de'
divini influiscano l'uno su l'altro, vicendevolmente, ben noto. Ma nel caso speciale anche pi
efficace influenza vi doveva essere. Per che la terra sola faccia (se fecondata
dal cielo) prosperare il gregge ed i figli, la famiglia, in somma. Il campo
dell'erba e quel delle biade son la ricchezza; perch sono il nutrimento la
salute la vigoria, de' buoi e delle capre l'uno, di uomini e donne l'altro. Il
padre vivo ha gittato il seme e ha fatto che s'indorasse al sole la spiga; il
Padre morto, perch protegga i suoi che lo placano e pregano, deve tener lontana
dal grano la tempesta e la rubigine, e provveder che carestia non affami gli
agricoltori. Antica accanto a questa, ma anche maggiore, l'attinenza tra il concepimento e la nascita
dei figli per opera delle madri, e il germogliar dei semi in seno alla terra ;
riflessi a pena diversi d'un unico miracolo, cui i primi, se non i primissimi,
uomini apersero gli occhi: la conservazione e la rinnovazione perenne di quel
mistero ch' la vita. " Schiatta senza pi seme in Omero la schiatta che muore. Dice, in
Euripide, Febo a Lajo: " re, non seminare di figli il tuo solco : e
intende il talamo maritale . E o pu sembrare un antropomorfismo capovolto : una
figurazione dell'uomo a simiglianza della terra. Se non che, in realt, deve pi
tosto dirsi una tra le forme dell'antropo- Biade I 303, Euripide Fenici 18.
morfismo, per cui il fenomeno naturale assume, nel cielo o sulla terra o nella
terra, l'aspetto dell'atto umano: cosi che Zeus, nell'alto delTaria, padre della pioggia, e i campi hanno dopo il
raccolto un abbandono puerperale. E tra le forme questa appare certo
antichissima: perch, anche psicologicamente, sembra tosto suggerita alla
fantasia dalla frequenza periodica e dalla importanza, tanto della generazione
umana, quanto della produzione terrestre : e perch contraddistinta da una elementare semplicit,
che la rende compatibile con uno stadio civile ancor a bastanza involuto. E ad
ogni modo, come principio ad effetto, forma anteriore a quella teogonia che
figura gli Dei a s costituiti, come gli uomini, in famiglie composte da
genitori e figli, da parenti ed affini. Or come per un lato le divinit dei
campi e della famiglia si avvicinano e fan intimi i lor nessi, cosi per l'altro
i Numi della terra feconda richiamano al pensiero quelli che sotto la terra
regnano su i morti. Sotto la terra sta nascosto il seme per lunghi mesi; sotto
la terra profondano le radici gli alberi, e ve le abbarbicano con tanta forza e
tenacia che duro abbattere una quercia;
sotto terra scompaiono tal volta alcuni tra i fiumi; da la terra sgorgano
polle, che l'uomo ignora dove abbiano origine, e dissetano del pari la bocca
dei bimbi e i grumi inariditi del suolo. Nelle viscere che inghiottono il corpo
dei morti si svolge un mistero tenebroso, di cui si scorgono al sole pochi
segni : la vicenda della spiga, ad esempio, matura e granita, che s' indugiata
prima tra i meandri terrosi, e ad essi deve in parte tornare di poi. La Dea che
la protegge e ch'essa rappresenta forse sa ; gli Dei inferi forse sanno. Ed
ecco l'attinenza fra i due, diversi. Quanto per sono facili rapporti fra la
zolla feconda e l'invisibile profondit sotterranea, tanto, e pi, sono palesi
tra il campo ed il cielo. La luce del Sole, la pioggia delle nubi danno forza e
colore, spirano nella vegetazione la loro secreta virt. Dopo che il tralcio ha
forato la crosta del suolo, e s' vestito di pampini, e s' onusto di grappoli,
l'Astro sol tanto par dargli il verde per le frondi e il rosso per i frutti.
Dopo che la spiga s' eretta a sommo del culmo perch l'aria l'impregni, da la
calda aria pure essa sembra ricevere l'oro e il peso per che si flette. Per
converso l'impeto rabido d'un vento, l'assalto cieco della gragnuola convertono
in desolazione la speranza, in strage la messe. Le potenze della luce e della
volta celeste reggono, per una grande lor parte, benigne o maligne, le vicende
della terra ferace. A tale stadio di evoluzione religiosa eran assai
probabilmente giunti i Siculi quando in Enna si elabor il mito. E tutti i
concetti fondamentali, tutti i principali stami di questo incipiente tessuto
sacro, nel mito appunto conversero. Quando delle figurazioni che si accennarono
Una sintesi su la religione deglarii e sullantichissima romana, in SANCTIS (si
veda), STORIA DEI ROMANI I (Torino) capp. Ili e Vili. ormai ricca la mente, le fiabe che possono
esserne conteste sono molteplici, e solo il caso o la preponderante importanza
di taluno tra i fenomeni riesce a far prevalere qualunque l'una di esse. Le
vicende del grano assalito dalla golpe o fecondato dalla pioggia o isterilito
dalla siccit o squassato dai vnti ; il suo nascer e i primi fili gracili che il
bestiame calpesta e tenta brucare; l'incurvarsi sotto il peso della spiga e
l'abbondante capellatura delle arste ; la seminagione e il riposo invernale:
posson del pari offrire contenuto alla leggenda, si prestano a foggiarsi sotto
sembianza umana e familiare, si attengono per l'uno o per T altro modo agli Dei
del cielo e delle tenebre. Ma principalissimo
senza dubbio, nel suo assiduo mistero, il miracolo, onde la pianta
nasce, del soggiorno lungo che il seme, spiccato alla messe matura, compie
sotto la terra. Tal miracolo il mito ennense venne ad elaborare. Richiam i riti
degli uomini, tra cui avevan parte le nozze della figlia tolta alla madre; le
nozze richiam in una delle forme consuete, il ratto. Fece salire su la terra la
potenza delle sotteiTanee ombre, e il ratto le attribu. Disse il lamento della
Madre biada cui la biada sua Figlia
rapita, simile al lamento delle madri umane. Alla scena disegn lo sfondo
delle selve che circondavano il lago di Pergo, da cui, secondo l'ideazione
usuale, sarebbe salito il Dio inferno. A questo poco si limita quel che nella
probabilit storica la congettura pu affermare della originaria saga sicula. Per
che troppo esigue tracce ella abbia lasciate di s, sopraffatta, pi tardi, da
nuove vicende, e non fermata, quel che pi importa, in canti che il pregio
dell'arte e la fortuna ci serbassero. Visse nel culto ; i sacerdoti ne ebbero e
tramandarono forse memoria traverso gli anni; ma col suggello del segreto. E
forse ancora nei primi secoli avanti e dopo Cristo, le donne, cui solo era
l'accesso ai riti, conoscevano alcun particolare che ignoriamo : il nome delle
Dee agresti, antichissimo; quel del rapitore; o le circostanze del ratto; o
tutto il di pi ch' vano e impossibile supporre. Ma ogni rivelazione era celata
tra veli mistici. Oggi , e rester, nelle tenebre. E certo tenebre graverebbero
del pari sopra un altro consimile mito e culto in Grecia, ove l'arte non ce ne
avesse serbato ampio e colorito ricordo. Gli stadii per cui in Grecia trapass
la leggenda furono, secondo verisimile,
a un di presso quei medesimi che si possono tracciare in sintesi svelta pei
Siculi: cosi che le due saghe sono strette, come i due popoli, da intima
parentela. Rami e fiori dell'unico ceppo ario, dissimili certo ma certo anche
analoghi fra loro. Se non che quando l'arte, almeno nella pi vetusta
espressione a noi pervenuta, elabora il mito presso gli Elini, questo ha gi
raggiunto uno sviluppo maggiore, che non toccasse i)robabilmente
nell'antichissima Enna. Certo nelVlnno omerico a Demetra^ il quale da attribuire, sembra, al secolo VII avanti
l'ra , la leggenda si preoccupa, non pur di adombrare le vicende del seme
durante l'inverno, ma ancbe di giustificar la periodicit costante con cui la
seminagione la vegetazione e il raccolto si alternano nei mesi dell'anno :
coglie in somma il fenomeno con uno sguardo pi ampio, oltre il singolo momento.
La figlia pertanto tolta prima, poi
ricondotta alla madre; col patto per cbe abbia ad intervalli determinati a
ritornare nel grembo della terra, soggiornando con vicenda alterna otto mesi
nel sole e quattro nelle tenebre. La ragione del fatto cercata, com' ovvio, nell'essersi ormai
consumato tra la rapita e il dio rapitore il matrimonio : e, pi rettamente, nel
simbolo di questo, il gustato frutto del melograno. Oltre poi a rivelare
cotesta sostanziale maturit mitica, l'Inno a Demetra palesa anche divenuta pi
ricca la leggenda. Un primo a bastanza antico innesto accrescitivo da scorgersi nella presenza di Ecate " bendata
di luce,, e di Elios " chdaro figlio di Iperione,. ; i quali, giusta
l'Inno, rivelerebbero alla Dea delle biade il modo del ratto e, dopo nove
giorni di vana e affannosa ricerca, la persona del rapitore. Ecate, sia la Luna
che risplende su le notti della terra ; Elios, o sia il Sole, che fa chiari i
giorni e vede tutto degli uomini: sono probabilmente Allen and Sikes The
homeric hymns (London 1904) pag. 10 sgg. i pili arcaici personaggi entrati su
la scena accanto ai protagonisti : per che essi fossero i pi adatti (ognun lo
nota) a informare la " Madre su la
" Figlia perduta, essi che son gli
occhi diurni e notturni del cielo. N l'originario lor valore al tutto obliterato nel carme; se bene non vi
permanga senza alterazione. Di pi, altro segno di compiutosi progresso mitico,
nell'Inno ogni figura precisa perch
risponde a un modulo sancito, e il poeta possiede con sicurezza una teologia e
una teogonia. Ciascun Dio figlio di un
certo, padre di un altro e fratello, ha caratteristiche sue, un passato ben
suo. Le due principali Dee del racconto, le divinit agresti, hanno assunto
definito aspetto. La Madre, la Signora delle biade " Demetra , ha
profondamente evoluto la sua duplice essenza agricola e familiare : delirante nel suo dolore di madre cui l'unica
figlia tolta X3er tradimento ; d'altra parte padrona della vita degli
uomini, che pu prosperar per il dono gramiminaceo di lei ed esaurirsi
senz'esse: porta in somma al supremo vertice la sua natura umana e la sua virt
germinativa. La Figlia, in greco " Cora , spazia, vivente d'una vita che
par s'alimenti da sangue nostro, su tutti i campi ov' vegetazione, e le grazie
della sua feminea giovinezza cercan a preferenza fiori profumi e prati. Il suo
valore naturalistico d seme che i primitivi trasfigurarono in lei) s' adombra
: dea,
bella, ingenua, e le vergini
Oceanine le fanno corteo. Presso agli agresti, con uguale individuata determinatezza
appajono gli Dei sotterranei, addotti da quel vincolo di analogia che vedemmo
pili sopra. L'infero Nume rapitore
" Ade o " Aidneo ; signoreggia su la vasta moltitudine degli
estinti : fiero astuto atro ; non gradevole. Balza dalle tenebre alla luce per
preda; ripiomba nel bujo: e i cavalli del suo cocchio sono caliginosi: e la
corsa del suo cocchio un vortice
travolgente. Sul trono, al suo fianco, siede Persfone, regina fra i trapassati
com'egli re; com'egli veneranda e truce fra le xDallide larve. Dal cielo le
potenze luminose, gl'Iddii supremi, partecipano alle scene del dramma : Zeus,
giusto in sue sentenze, x^adre di uomini e numi; Iride, messaggera di lui a
Demetra per placarne il dolore, se bene vano le riesca il viaggio; Ermes,
loquace ambasciatore ed accorto, che induce Ade a cedere la recente conquista.
Fra tutti, agresti tenebrosi chiari Dei, si stringono attinenze come sogliono
tra gli umani : Zeus, fecondatore dei campi con la pioggia di cui padre, appar fratello di Demetra : Zeus,
risplendente face della terra, germano
di Ade, come quegli che da l'alto ajuta il suolo nella secreta germinazione del
grano. Uniche non potevano congiungersi in parentela, perch s'elidevano l'una
con l'altra, Cora e Persfone : la rapita di Aidoneo e la moglie del He. E poich
il contrasto non si poteva dalla fantasia superare in altro modo, il quale non
offendesse l'una delle Dee, le due figure diverse si ridussero a differenti
nomi dalla medesima persona scambievolmente usati, e la Figlia assunse alquanto
il tono austero della Regina, di cui tuttavia mitigava la maschera accigliata.
La creatura leggendaria e religiosa che ne scatur tenne delle due onde fu
composta, ma risult armonica ed ebbe riso e vezzi su la terra i)resso la Madre,
rigidezza e austerit fra i morti i^resso il marito. Il poeta adunque ricevette
dalla tradizione una trama di leggenda ben pi ricca che la povera da noi
ricostruita per Enna ; i^ersonaggi pi precisi e raccolti in gruppo organico. Vi
apport in oltre la sua arte che addusse la saga a nuovo grado di progresso. La
vagheggia egli difatti non senza raccoglimento religioso n senza coscienza, al
meno complessiva, del suo significato riposto. Ma la vagheggia sovra tutto
quale una creazione bella dello sph'ito : come il suo sguardo di greco avrebbe
potuto carezzare il torso nudo di un efebo o le ginocchia del vincitore nella
corsa. Insensibilmente per lui, sensibilmente per noi, la fiaba si stacca dalla
sua origine; e le mani pajono comporla e plasmarla allora per la prima volta in
un fervore pacato di concezione e di espressione. Tutto si ordina secondo
un'architettura severa, dal respiro ampio e calmo. E il centro di quel mondo di
Dei e di Dee disegnato sopra la tela dei secoli lontanissimi , pi che in ogni
altro senso, in un tranquillo godimento. Segno non piccolo, di fronte
all'oscuro mito siculo, dell'efficacia che all'arte compete qual balsamo delle belle
creature mitiche. Intercalato per nel mito
un lungo racconto, diverso . Demetra, appreso da Elios il nome del
rapitore, in preda alla sua folle sofferenza giunge neir Attica ad Eleusi e
qui^d sosta sopra un sasso, " la pietra del pianto , assumendo l'aspetto
d'una vecchia donna. L'incontrano le figlie del Re del luogo, Cleo, e
l'intrattengono col chiederle e col darle notizie: attratte anzi dalla simpatia
che spira il sembiante venerando, l'invitano nella casa della madre loro,
Metanira, accennandole d'un bimbo di recente nato cui ella potrebbe prodigar
sue cure. Nella reggia la Dea diviene infatti nutrice prov\dda e attenta al
piccolo Demofnte. Al quale anzi l'Iddia vorrebbe donare il sacro dono
dell'immortalit ; onde di notte lo pone, con certe sue arti magiche, tra le
fiamme, fra cui, non combusto, si accresce di vigore e acquista la virt
sovrumana. Se non che Metanira, destatasi d'improvviso e scorta Demetra
nell'atto, se ne impaura, urla e distrugge l'incantesimo. Demofonte non sar
libero di morte. Ma per compenso la Madre delle biade insegna a Celeo a ai
principi eleusini! Trittlemo Eumlpo Diocle e Polissno i secreti del suo culto.
A spiegare, appimto, il culto che in Eleusi con specialissima pompa si rendeva
a Demetra dunque indirizzata tutta questa
ampia parte del carme ; la quale cosi nell'insieme come nei particolari
costituisce dunque un complesso etiologico ben distinto dal complesso
mitologico. E a quel modo che quest'ultimo ci mostrava quanto a\Tebber potuto
maturit di pensiero e soffio d' artista svolgere e imbellire il nucleo rozzo e
imperfetto del mito ennense ; quel primo fa intrawedere la guisa per cui, nel
seno della vita religiosa che in Enna si svolgeva intorno alla Dea agreste
innominata, la saga si sarebbe potuta complicare di personaggi e di episodii,
rivestendo un venerando colore di antichit sacra. Ma anche per altro rispetto
mito ed etiologie deirinno attraggono la nostra attenzione . All'uno e
all'altre sostrato un'idea r)rincipale
che importa porre in tutto il suo risalto. Questa: nel momento in cui Cora rapita da l'Ade, gli uomini conoscono gi
l'uso del grano, come si semini e come cresca fra le zolle ; quel momento anzi
cagiona un temporaneo danno ai campi : che " molti nei campi in vano
trascinarono i bovi aratri ricurvi; molto su la gleba bianco orzo sterile
cadde; ed ecco dei parlanti uomini tutta quanta la schiatta per fiera fame
periva (2). E solo dopo la sentenza di
Zeus che ridona alla Madre la figlia per " due terzi del volgente
anno ritorna in terra la gloria del
biondo cibo. Il soggiorno di Demetra in Eleusi
contemporaneo al danno, e la sua conseguenza si riduce intera
all'iniziazione dei misteri sacri. In somma, appare qui a bastanza conservato
il contenuto originario del mito naturalistico: se difatti Demetra la biada il cui chicco scompar sotterra per
germinare e risorgere culmo, giusto che
le biade esistano prima del ratto sotterraneo, scompaiano poi, riappajano col
ritorno della rapita. E la sentenza di Zeus giova a rendere periodico, ma senza
dolore, questo alternarsi agreste. Cosi, sebbene un nuovo senso di umanit siasi
trasfuso nel racconto a velarne il significato primitivo, questo permase non
corrotto; si che la leggenda dell'Inno merita il nome di prisca. E noi la
diremo protoattica, in confronto con un'altra meno antica (del V secolo) che,
per essere del pari eleusinia, pu dirsi neoattica. Questa seconda concepisce il
mondo ignaro di messe prima che si compisse il ratto, esperto solo di poi : di
maniera che la violenza di Ade causa,
oltre che de' Misteri e del giudizio di Zeus, anche dell'apprendere gli uomini
la seminagione e l'aratura. E l'apprendono a opera di Trittolemo : nome che
ricorre gi nell'Inno qual di principe in Eleusi a lato di Celeo re in una con
altri (Eumolpo, Diocle, Polisseno); figura per contro che appare adesso la
prima volta, e prevale, e si diffonde nell'arte letteraria plastica pittorica,
col carattere di adolescente giovinezza e con l'officio di maestro nella fatica
novissima e preziosa. Semi ed aratro definiscono il pregio del fanciullo
prediletto alla Dea; e la triade recente spezza lo schema anteriore
ricostituendone un altro. Nel quale, dunque, non si oblitera tutto il senso
naturalistico del mito, ma acquista un valore riflesso : perch il rapimento di
Cora diviene, meglio che la trasfigurazione umana della sorte graminacea,
l'inizio storico, cronologicamente e geograficamente inteso, del grano
coltivato su la terra. Tal diverso concetto non sostituisce soltanto con
importanza maggiore Trittolemo al Demofonte deirinno per la magia del fuoco ;
bensi sopprime anche la vendetta di Demetra, che in verit non avrebbe pi modo
di attuarsi; e riduce Celeo e Metanira, genitori di Demofonte e or di
Trittolemo, a quella condizione di misera vita, ch' acconcia a uomini privi
della vera e primissima fonte di agio. Accetta permase questa leggenda. Nel suo
largo diffondersi sub, vero, non pochie,
sviluppando a s tutta la seconda parte della leggenda, la equilibr con
l'ampUarne, ai due estremi, il combatmento e la metamorfosi. Ma non fu pago a
tanto. Inser nella sua materia anche la nobile fede di Cefeo che si oppone al
fratello esortandolo a giusta pace, e l'ironia ultima di Perseo non priva di
malignit n di un grossolano sale. Se bene gi questa non era una giunta che
compiesse, si pi tosto una intrusione che alterava, il jDoeta volle perseguir
fin nelle minuzie anche le vicende della contesa; e tradusse il duello in una
battaglia omerica; cadendo nella pi stucchevole prolissit. Non fu ricco, ma
pletorico : non diverso, si bene monotono. Nella scialba sostanza impresse poi,
su l'inizio e su la fine, senza garbo n acume, tracce d' umane passioni. Della
cui banale mediocrit s' intende quindi il motivo : fu necessario all'autore
inspessirle per ottenerne un qualche rilievo da 1' immenso piano uniforme dello
sfondo. Sola, or qui or l, la perizia tecnica foggia il verso con eleganza; e
varia musicalmente il ritmo. Nell'insieme, sopra un ben intuito fondamental
contrasto, lo sforzo d' esser profondo deforma e rigonfia gli elementi
dell'opera. E ricordiamo. Contrario ci apparve il difetto nel primo episodio:
volubile superficialit psicologica accanto a larghezza romanzesca. Ma
analogo nella sua radice. Nell'un caso e
nell'altro il poeta non ha colto il cuore del mito, n ha, da quello, vissuto il
mito. Altrimenti, egK non avrebbe errato : il suo respiro coinciderebbe con il
respiro della fiaba. In vece, essa gli fu estranea : pagina fredda di volume
svolto. Il suo interesse la tent con approcci successivi, e di ciascuno rimase
una traccia: ora piacque l'analisi psichica, ora la smaglianza dell'avventura,
ora l'agitazione bellicosa; in parte fu possibile imitare Euripide, Omero in
parte. Mai per, in alcun punto, l'interesse divenne simpatia, tanto meno amore.
Sembra che la leggenda uncini con tutte le molteplici sue bellezze uno spirito
stanco, che reagisce pigramente se ben non dorma ancora. In realt lo
spirito distolto ; vive altrove. Un
secolo e mezzo dopo, il pensiero umano
molto lungi. Ha nel trattare il mito una grazia nuova, '' lucianesca .
Ecco il quattordicesimo dei Dialoghi marini di Luciano. Le nozze di Perseo e
Andromeda si stan celebrando ; il ketos
a pena morto. In non si sa qual recesso del mare Tritone e le Nereidi
cambian fra s quattro ciance. un
mormorio di donnicciuole con un rivenditore del mercato. L'uno d le notizie ;
l'altre gli si fanno attorno, e ov' la bellezza dei volti? con moti curiosi:
ora questa ora quella alza la voce ; le compagne in tanto ascoltano con stupor
muto. Sono ignare de' pi recenti fatti, e l'amico li ha appresi origliando.
L'eco della terra par muovere da una lontananza. Ma la terra presente. Tritone e le Nereidi. Tbit. Quel
vostro ketos, o Nereidi, che inviaste contro la figlia di Cefeo, Andromeda, non
solo non f' danno alla fanciulla come credete, ma fu ucciso gi esso medesimo.
Ner. Da chi, o Tritone ? forse Cefeo, esposta come sca la vergine, lo assalse
ed uccise, attendendolo in agguato con molti guerrieri ? Trit. No. Ma voi
conoscete, credo o Ifianassa Perseo, il bambino di Danae, che fu cacciato sul
mare nell'arca insieme con la madre ad opera del nonno e che per compassione di
loro voi avete salvato. Ifian. So di chi parli: suppongo che ora sia un giovine
e molto prode e bello di aspetto. Trit. Egli uccise il ketos. If. E perch, o
Tritone ? non questo compenso per vero egli ci doveva. Trit. Vi dir tutto, come
avvenne. Egli fu mandato contro le Gorgoni per compiere al re quest'impresa ;
dopo poi che fu pervenuto in Libia... If. Come, o Tritone ? solo ? o conduceva
compagni? che altrimenti la via
difficile. Testo del Jacobitz (Lipsia, Teubner). Tbit. Traverso l'aria :
Atena lo aveva fornito d'ali. Quando dunque fu pervenuto l dove dimoravano,
esse dormivano, ritengo, ed egli pot tagliare il capo a Medusa e scapparsene a
volo. If. Ma come le guardava ? sono difatti inguardabili : o pure chi le
guardi, non vedr altro dopo di esse. Trit. Atena col porgli innanzi lo scudo
(queste cose udii ch'egli raccontava di poi ad Andromeda e a Cefeo) Atena
dunque gli diede a vedere l'imagine di Medusa su lo scudo risplendente, come
sur uno specchio : allora egli aflPerrata con la sinistra la chioma, sempre
riguardando nell'imagine, recise con la falce nella destra il capo di lei, e
prima che le sorelle si destassero vol via. Come poi giunse a questa spiaggia
d'Etiopia, gi basso su la terra volando scorge Andromeda esposta sopra una
sporgente rupe, infissavi, bellissima, o di !, sciolta le chiome, seminuda
assai sotto i seni : e da prima, compassionando la sorte di lei, dimandava la
causa del supplizio, ma a poco a poco preso da amore (bisognava pure che
uscisse salva la fanciulla) decise di soccorrerla. Fra tanto il ketos avanzava
pauroso come per divorar Andromeda ; e il giovine, pendendogli di sopra, e
brandendo la falce, con una mano lo colpi, con l'altra gli mostr la Gorgone e lo
fece pietra: la belva tosto mori e divenne rigida in molte membra, quante
avevan veduto Medusa : egli sciolse i vincoli della vergine, e porgendole la
mano la sostenne mentre scendeva in punta de' piedi dalla rupe sdrucciolevole;
e ora celebra le nozze nelle case di Cefeo e la condurr in Argo : cosi che in
luogo della morte ella trov un marito, e non comune. Ir. Io gi dell'avvenuto
non mi sdegno; che colpa di fatti aveva verso noi la figlia se la madre menava
vanto e riteneva d'esser pi bella ? DoB. Ma in tal modo, come madre, avrebbe
sofferto per la figlia sua. If. Non rammentiamo pi tali cose, o Doride, se una
donna barbara ciarl un po' pi del giusto. Basti, a nostra vendetta, cbe fu
spaventata per la figlia. Rallegriamoci dunque delle nozze. Certo, la
terra presente. E nei gesti che si
sottintendono ; e, pi, nei confini mentali degli interlocutori. L'arte di
Luciano li designa con perizia finissima nelle varie domande chemuovon a
Tritone le Nereidi. Da principio, annunziata la morte del ketos, suppongono,
com'era pi semplice, un agguato di Cef eo. No ; fu Perseo : il primo ingresso dello stupefacente. Perseo
s'era recato in Libia. E quelle pensano a una regolare spedizione con compagni,
^' che altrimenti la via difficile .
Ragionan bene; ma, per altro, Perseo volava : nuova maraviglia. Or egli aveva,
prima, ucciso Medusa. " Ma come la guardava?! . L'inverosimile al colmo. Da quel momento Tritone pu
continuar ininterrotto. E continua; ma svela, in un suo breve inciso,
improvvisamente, l'importanza di quelle interrogazioni. Perch Perseo fu "
preso da amore per Andromeda? Risponde:
" bisognava salvar la fanciulla . Tal motivo non vale per l'animo
dell'eroe, che in esso quella non causa
sufficiente e appropriata ; bens smaschera l'artificio del mitologo, e mostra
la passione inventata a giustificare la salvezza della vergine. E una critica
genetica, diremmo oggi. Ed la stessa che
avevan fatta, pi coperta, le figlie di Nereo. Il dono delle ali rilevato come stromento mitopeico perch
Perseo potesse recarsi in Libia ; l'astuzia dello scudo, come mezzo artefciato
ad eliminar in Medusa quella medesima nefasta efficacia che le si soleva
attribuire Dunque, deduzione implicita,
ci fu una interessata volont, la qual condusse con varie furberie il giovine in
Libia e contro Medusa e fra gli Etiopi. Dunque il mito favola che imagin taluno. Passo a passo i
colpi son recati, fin che la leggenda non ha pi una base di fede, si una di
scetticismo sorridente e maligno. Onde si appalesa fittizio lo stupore
crescente delle Nereidi dinanzi all'avventura: per che il pensiero da cui sono
animate , non cosi ristretto da non concepir l'insueto, ma largo a bastanza da
negarlo. E nell'ultime parole la larghezza si accresce d'un contenuto morale,
estrema vetta di cotesta saliente bellezza d'arte : non era giusto colpir la
figlia per Terrore materno ; fu molto che Cassiepea avesse a temere tanta
sventura ; n dovrebbe importare a Dee la gara in bellezza d'una donna barbara
con loro. Son questi, si, ancor gli attacchi che al mito avrebbe mossi la
coscienza etica di Euripide; ma la tragedia manca, n pu sussistere adesso. La
fiaba stata svlta da l'anima, e respinta
al di fuori ; onde il biasimo tocca alcun che di esterno, non logora il cuore
stesso dell'artista. Come un luogo comune dell'ornamentazione retorica l'aveva
sfruttata Manilio per le sue Astronomiche^ a proposito delle costellazioni
denominate da Perseo e da Andromeda. Ma senza vigoria originale. E difatti in
cotesto uso (non importa se anteriore nel tempo) assai men vita leggendaria che
nello stesso Luciano: nel quale l'intellettual sorriso della critica tuttavia indizio di un sopravvissuto
interesse, come a passato recente e sentito ancora. Manilio per contro segue
l'andazzo letterario, e non illumina n pure con la luce della sfera pi alta le
tenebre deir ormai superata. La conversione dei personaggi in astri, che presso
Euripide era giunta a troncare ardui problemi dello spirito, diviene qui lo
spunto, donde il raccnto si diparte : le
anzi asservito il racconto medesimo, il quale nella mente all'astrologo
imbelletta la pseudo scienza celeste, che di Grecia aveva trovato favor di
accoglienza fra i Latini . Si che qui si misura, con precisa esattezza, il
regresso dell'efficacia leggendaria. N Luciano n Manilio accennano a Fineo. Se
per ci si connettano con il tragico che, forse, non gli aveva trovato luogo nel
drama, non a dirsi. La natura del tema,
in entrambi, giustifica il silenzio: che Fineo non divenne astro n ebbe
attinenze col ketos. Per contro notevole
che non essi, come non Apollodoro n Ovidio, accettano la Andromeda euripidea. E
per chiaro motivo. Creata quella nel momento del culminante interesse pel mito,
scompare di Cfr. M. ScHANZ Geschichte der romischen Litteratur^ (Miinchen 1913)
II 2 pagg. 28 e 37. poi con lo scemarsi della simpatia traverso le posteriori
vicende del pensiero. Nel sommo della parabola, che segna lo sviluppo di questa
leggenda, sta adunque una singolare originalit ch' in contrapposto ad un tempo
con gli stadii precedenti e con i successivi. E una singolare ricchezza
psichica, che dell'originalit la causa
diretta. Enna: nell'interno della Sicilia, a presso che mille metri sul mare,
non lungi a un lago cui oggi il nome di
Pergusa e di Pergo era nella antichit, sopra una larga groppa dei monti Erei
(2), onde, traverso l'aria diafana delle aurore e dei tramonti settembrini, le
pupille bevono, oltre le giogaje lungo le valli e i tortuosi solchi dei fiumi,
la dorata luce dei piani. Demetra genitrice delle biade, Cora-Persef one figlia
Per questo capitolo v. Vlndagine in libro II cap. II, di cui nelle note
successive si citano i . (2) La descrizione d'uno straniero : 0. Rossbach
Castrogiovanni, das alte Henna in Sizilien (Leipzig LA DEMETRA d'bNNA di lei,
Trittolemo dall'aratro, vi avevano negli anni di Cicerone templi statue culto.
Le donne, cui talune cerimonie eran riservate, vi salivano forse dai paesi
vicini; tutte fin da Panrmo da Drpano da Catana da Camarina da Siracusa da
l'Etna vi lasciavano giungere certo il pensiero divoto, supplice per la famiglia
ed i campi, timoroso dell'ire e delle vendette divine: per elle di l la Dea, la
quale nume ad un tempo del matrimonio e
delle spighe, sembrasse vegliare su l'intiera isola, e proteggere l'isolane in
casa, gl'isolani su le glebe. Di quella religione l'oratore romano vantava,
nell'arringa scritta contro il mal governo di Verre, l'origine antichissima :
ivi nate le Dee, ivi vissute e viventi ; ivi dall'et vetuste le case dei numi
ed i riti sacri. E l'antichit asseriva riconosciuta da ogni popolo senza contrasto
. Contrasto certo non sussisteva, in Sicilia, ove al santuario ennense si
guardava, come a reliquia dei tempi, con un profondo rispetto, che le arcane
leggende dei primordii rendevano pi intimo e sentito. N la memoria secreta del
popolo o il suo pronto intuito di fedele s'ingannavano. Da poi che, forse, la
Storia oggi, molti nessi ravvisando e molte trasformazioni che s'ignoravano
allora, riesce a dare un pi saldo fondamento alla credenza di quei Siciliani,
un contenuto meglio ampio al loro ricordo; se bene diffcilmente serbi la grata
bellezza poetica di cui insieme erano pregnanti religione e mito. CICERONE (si
veda) in Verr. IV 106. probabile che gli
avvenimenti seguissero cosi . Enna, nella sua forte positura montana, da presumere fosse uno dei luoghi ove
gl'Italici appartenenti alla trib dei Siculi ebbero a cercar rifugio sul finire
dell'et micenea, nel sec. IX avanti l'ra. Le coste, pi agevole sede, eran
divenute mal fide per l'incursione dall'Oriente di predatori troppo ben armati
perch fosse riuscibile la resistenza. Sotto l'irrompere dei violenti s'era per
alcun tempo spostato verso l'interno il processo evolutivo che, non senza
influssi esterni e tal volta notevoli, durava fin dall'et eneolitica. E sulle
vette dei monti si stratificava fino a cristallizzarsi la vita civile dei
Siculi ; tra cui, com' ovvio, prendeva consistenza anche il pensiero religioso,
con la leggenda divina che n', fra gli Arii, foggia consueta. Per disavventura,
dagli scavi archeologici noi siamo assai meglio informati su gli oggetti delle
pi vetuste necropoli e su gli stili loro, che non su la maturit mentale, su gli
di, su le fiabe, di questa trib in quell'epoca. Ci manca, sovra tutto, qua! si
sia testimonianza atta a fermare una caratteristica dell'intelletto siculo antichissimo
la quale valga a contraddistinguerne, p. es., i miti da quelli dei popoli
affini nel Lazio e nella Grrecia. L'affinit concede bens volontieri l'analogia;
ma questa deve, sobria, fermarsi a linee sommarie e incompiute. Per ci la
congettura ancor che acuta lascia (Ij Cfr.
1 e III. 112 III. - intrawedere, se cauta, poco. Gl'incunabuli dell'arte
e scienza che insieme ammaestra a sparger il seme nelle zolle e stringe i
vincoli dell'istituto familiare, erano stati il tesoro comune che
gl'Indoeuropei dividendosi recavano seco traverso le regioni dissimili.
Agricoltura e famiglia, vie meglio possedute e costituite col cessar del
nomadismo, avevano per s pi e pi secoli di trionfo nell'avvenire :
costituivano, con la loro celata forza e importanza, due poli essenziali nella
vita presente. Essenziali e magnetici tanto, da attrarre parecchie fra le
medesime divinit della luce e del cielo, e sopra tutto fra le divinit delle
tenebre e di quella morte, che la mente bambina dei primitivi, iDer non averne
compreso il profondo valore e la non palese bellezza, circondava di ombra nelle
celate viscere della terra ove scompajono i corpi di uomini'ed animali. Di
questi due poli religiosi seguire a ritroso la progressiva formazione, conduce
a origini tra s lontane. Il naturismo che venera l'albero e il sasso, il
ruscello e la zolla, la spiga del grano ; l'animismo, che poi se ne evolve, e
adora lo spirito del sasso e la potenza del seme ; il pi maturo pensiero che,
in fine, riesce a foggiarsi di tutta la terra una divinit sola o di tutte le
biade: ci riassumono, nei loro gradi pi recisi, e nelle loro sfumature assai
meno formulabili, la storia sintetica del Nume agreste, il quale tutta la vita
degli agricoltori accoglie e disciplina intorno al suo proprio culto. un'ascesa dalla pianta al dio, dalla terra al
cielo : un germogliare della credenza su
da quel suolo cui si richiama. Altra via tien la famiglia nel venerare i suoi
iddii. Il vecchio padre, che morto dopo
aver in vita esercitata la suprema autorit su le mogli e i figli ; ed morto lasciando nella dimora le cose tutte
che gi furono segnate del suo possesso e cedendole ai successori insieme con le
vendette da compiere e gli odii da esaurire; ed
morto spezzando con l'ultimo alito la compagine che si raccoglieva intorno
a lui e sciogliendo i suoi nati dal vincolo che li legava per la sua difesa :
rappresenta con la scomparsa un troppo profondo evento, j)erch l'ombra di lui
non debba venir placata dai nepoti, e il suo nome di " Padre ripetuto. E quando, anche qui, la
intelligenza divien sensibile ai nessi, e i padri delle diverse famiglie si
accostano si penetrano si fondono nella simiglianza della lor figura, la
divinit del Padre prossima a precisarsi.
Prossima, j)ure, a influire su l'altre simili della Madre (ove anche il
matriarcato le sia al tutto estraneo) del Figlio della Figlia; le quali
presuppongono per sensi d'affetto di gran lunga pi svilupx3ati e squisiti tra i
diversi membri della famiglia. Cosi l'uomo vivo, che s'era sminuito tra
l'ombre, si addensa di luce: si scioglie dal suo proprio sepolcro; e, in
sintesi, protegge per la sua parte la vita familiare. Ed processo comparativamente recente, se si
pensa all'istituto e agli affetti che lo precedono; ma comparativamente vetusto se si pensa alla non
piccola serie di alterazioni cui gi
andato soggetto in poemi antichi come gli omerici. Ma, se la formazione
originaria degli iddii agresti su dalla natura
diversa da quella dei familiari su dalla morte, non mancano, tra le due,
attinenze. Che il culto dei morti e il culto de' divini influiscano l'uno su
l'altro, vicendevolmente, ben noto. Ma
nel caso speciale anche pi efficace influenza vi doveva essere. Per che la
terra sola faccia (se fecondata dal cielo) prosperare il gregge ed i figli, la
famiglia, in somma. Il campo dell'erba e quel delle biade son la ricchezza;
perch sono il nutrimento la salute la vigoria, de' buoi e delle capre l'uno, di
uomini e donne l'altro. Il padre vivo ha gittato il seme e ha fatto che
s'indorasse al sole la spiga; il Padre morto, perch protegga i suoi che lo
placano e pregano, deve tener lontana dal grano la tempesta e la rubigine, e
provveder che carestia non affami gli agricoltori. Antica accanto a questa, ma
anche maggiore, l'attinenza tra il
concepimento e la nascita dei figli per opera delle madri, e il germogliar dei
semi in seno alla terra ; riflessi a pena diversi d'un unico miracolo, cui i
primi, se non i primissimi, uomini apersero gli occhi: la conservazione e la
rinnovazione perenne di quel mistero ch' la vita. " Schiatta senza pi
seme in Omero la schiatta che muore.
Dice, in Euripide, Febo a Lajo: " re, non seminare di figli il tuo solco :
e intende il talamo maritale . E o pu sembrare un antropomorfismo capovolto : una
figurazione dell'uomo a simiglianza della terra. Se non che, in realt, deve pi
tosto dirsi una tra le forme dell'antropo- Biade I 303, Euripide Fenici 18.
morfismo, per cui il fenomeno naturale assume, nel cielo o sulla terra o nella
terra, l'aspetto dell'atto umano: cosi che Zeus, nell'alto delTaria, padre della pioggia, e i campi hanno dopo il
raccolto un abbandono puerperale. E tra le forme questa appare certo
antichissima: perch, anche psicologicamente, sembra tosto suggerita alla
fantasia dalla frequenza periodica e dalla importanza, tanto della generazione
umana, quanto della produzione terrestre : e perch contraddistinta da una elementare semplicit,
che la rende compatibile con uno stadio civile ancor a bastanza involuto. E ad
ogni modo, come principio ad effetto, forma anteriore a quella teogonia che
figura gli Dei a s costituiti, come gli uomini, in famiglie composte da
genitori e figli, da parenti ed affini. Or come per un lato le divinit dei
campi e della famiglia si avvicinano e fan intimi i lor nessi, cosi per l'altro
i Numi della terra feconda richiamano al pensiero quelli che sotto la terra
regnano su i morti. Sotto la terra sta nascosto il seme per lunghi mesi; sotto
la terra profondano le radici gli alberi, e ve le abbarbicano con tanta forza e
tenacia che duro abbattere una quercia;
sotto terra scompaiono tal volta alcuni tra i fiumi; da la terra sgorgano
polle, che l'uomo ignora dove abbiano origine, e dissetano del pari la bocca
dei bimbi e i grumi inariditi del suolo. Nelle viscere che inghiottono il corpo
dei morti si svolge un mistero tenebroso, di cui si scorgono al sole pochi
segni : la vicenda della spiga, ad esempio, matura e granita, che s' indugiata
prima tra i meandri terrosi, e ad essi deve in parte tornare di poi. La Dea che
la protegge e ch'essa rappresenta forse sa ; gli Dei inferi forse sanno. Ed
ecco l'attinenza fra i due, diversi. Quanto per sono facili rapporti fra la
zolla feconda e l'invisibile profondit sotterranea, tanto, e pi, sono palesi
tra il campo ed il cielo. La luce del Sole, la pioggia delle nubi danno forza e
colore, spirano nella vegetazione la loro secreta virt. Dopo che il tralcio ha
forato la crosta del suolo, e s' vestito di pampini, e s' onusto di grappoli,
l'Astro sol tanto par dargli il verde per le frondi e il rosso per i frutti.
Dopo che la spiga s' eretta a sommo del culmo perch l'aria l'impregni, da la
calda aria pure essa sembra ricevere l'oro e il peso per che si flette. Per
converso l'impeto rabido d'un vento, l'assalto cieco della gragnuola convertono
in desolazione la speranza, in strage la messe. Le potenze della luce e della
volta celeste reggono, per una grande lor parte, benigne o maligne, le vicende
della terra ferace. A tale stadio di evoluzione religiosa eran assai
probabilmente giunti i Siculi quando in Enna si elabor il mito. E tutti i
concetti fondamentali, tutti i principali stami di questo incipiente tessuto
sacro, nel mito appunto conversero. Quando delle figurazioni che si accennarono
Una sintesi su la religione degli Indoeuropei e su Fantichissima romana, in De
Sanctis Storia dei Romani I (Torino 1907) capp. Ili e Vili. ormai ricca la mente, le fiabe che possono
esserne conteste sono molteplici, e solo il caso o la preponderante importanza
di taluno tra i fenomeni riesce a far prevalere qualunque l'una di esse. Le
vicende del grano assalito dalla golpe o fecondato dalla pioggia o isterilito
dalla siccit o squassato dai vnti ; il suo nascer e i primi fili gracili che il
bestiame calpesta e tenta brucare; l'incurvarsi sotto il peso della spiga e
l'abbondante capellatura delle arste ; la seminagione e il riposo invernale:
posson del pari offrire contenuto alla leggenda, si prestano a foggiarsi sotto
sembianza umana e familiare, si attengono per l'uno o per T altro modo agli Dei
del cielo e delle tenebre. Ma principalissimo
senza dubbio, nel suo assiduo mistero, il miracolo, onde la pianta
nasce, del soggiorno lungo che il seme, spiccato alla messe matura, compie
sotto la terra. Tal miracolo il mito ennense venne ad elaborare. Richiam i riti
degli uomini, tra cui avevan parte le nozze della figlia tolta alla madre; le
nozze richiam in una delle forme consuete, il ratto. Fece salire su la terra la
potenza delle sotteiTanee ombre, e il ratto le attribu. Disse il lamento della
Madre biada cui la biada sua Figlia
rapita, simile al lamento delle madri umane. Alla scena disegn lo sfondo
delle selve che circondavano il lago di Pergo, da cui, secondo l'ideazione
usuale, sarebbe salito il Dio inferno. A questo poco si limita quel che nella
probabilit storica la congettura pu affermare della originaria saga sicula. Per
che troppo esigue tracce ella abbia lasciate di s, sopraffatta, pi tardi, da
nuove vicende, e non fermata, quel che pi importa, in canti che il pregio
dell'arte e la fortuna ci serbassero. Visse nel culto ; i sacerdoti ne ebbero e
tramandarono forse memoria traverso gli anni; ma col suggello del segreto. E
forse ancora nei primi secoli avanti e dopo Cristo, le donne, cui solo era
l'accesso ai riti, conoscevano alcun particolare che ignoriamo : il nome delle
Dee agresti, antichissimo; quel del rapitore; o le circostanze del ratto; o
tutto il di pi ch' vano e impossibile supporre. Ma ogni rivelazione era celata
tra veli mistici. Oggi , e rester, nelle tenebre. n. Il mito greco. E certo
tenebre graverebbero del pari sopra un altro consimile mito e culto in Grecia,
ove l'arte non ce ne avesse serbato ampio e colorito ricordo. Gli stadii per
cui in Grecia trapass la leggenda furono, secondo verisimile, a un di presso quei medesimi che
si possono tracciare in sintesi svelta pei Siculi: cosi che le due saghe sono
strette, come i due popoli, da intima parentela. Rami e fiori dell'unico ceppo
ario, dissimili certo ma certo anche analoghi fra loro. Se non che quando
l'arte, almeno nella pi vetusta espressione a noi pervenuta, elabora il mito presso
gli Elini, questo ha gi raggiunto uno sviluppo maggiore, che non toccasse
i)robabilmente nell'antichissima Enna. Certo nelVlnno omerico a Demetra^ il
quale da attribuire, sembra, al secolo
VII avanti l'ra , la leggenda si preoccupa, non pur di adombrare le vicende del
seme durante l'inverno, ma ancbe di giustificar la periodicit costante con cui
la seminagione la vegetazione e il raccolto si alternano nei mesi dell'anno :
coglie in somma il fenomeno con uno sguardo pi ampio, oltre il singolo momento.
La figlia pertanto tolta prima, poi
ricondotta alla madre; col patto per cbe abbia ad intervalli determinati a
ritornare nel grembo della terra, soggiornando con vicenda alterna otto mesi
nel sole e quattro nelle tenebre. La ragione del fatto cercata, com' ovvio, nell'essersi ormai
consumato tra la rapita e il dio rapitore il matrimonio : e, pi rettamente, nel
simbolo di questo, il gustato frutto del melograno. Oltre poi a rivelare
cotesta sostanziale maturit mitica, l'Inno a Demetra palesa anche divenuta pi
ricca la leggenda. Un primo a bastanza antico innesto accrescitivo da scorgersi nella presenza di Ecate "
bendata di luce,, e di Elios " chdaro figlio di Iperione,. ; i quali,
giusta l'Inno, rivelerebbero alla Dea delle biade il modo del ratto e, dopo nove
giorni di vana e affannosa ricerca, la persona del rapitore. Ecate, sia la Luna
che risplende su le notti della terra ; Elios, o sia il Sole, che fa chiari i
giorni e vede tutto degli uomini: sono probabilmente Allen and Sikes The
homeric hymns (London LA DKMETRA d'eNNA i pili arcaici personaggi entrati su la
scena accanto ai protagonisti : per che essi fossero i pi adatti (ognun lo
nota) a informare la " Madre su la
" Figlia perduta, essi che son gli
occhi diurni e notturni del cielo. N l'originario lor valore al tutto obliterato nel carme; se bene non vi
permanga senza alterazione. Di pi, altro segno di compiutosi progresso mitico,
nell'Inno ogni figura precisa perch risponde
a un modulo sancito, e il poeta possiede con sicurezza una teologia e una
teogonia. Ciascun Dio figlio di un
certo, padre di un altro e fratello, ha caratteristiche sue, un passato ben
suo. Le due principali Dee del racconto, le divinit agresti, hanno assunto
definito aspetto. La Madre, la Signora delle biade " Demetra , ha profondamente
evoluto la sua duplice essenza agricola e familiare : delirante nel suo dolore di madre cui l'unica
figlia tolta X3er tradimento ; d'altra parte padrona della vita degli
uomini, che pu prosperar per il dono gramiminaceo di lei ed esaurirsi
senz'esse: porta in somma al supremo vertice la sua natura umana e la sua virt
germinativa. La Figlia, in greco " Cora , spazia, vivente d'una vita che
par s'alimenti da sangue nostro, su tutti i campi ov' vegetazione, e le grazie
della sua feminea giovinezza cercan a preferenza fiori profumi e prati. Il suo
valore naturalistico d seme che i primitivi trasfigurarono in lei) s' adombra
: dea,
bella, ingenua, e le vergini
Oceanine le fanno corteo. Presso agli agresti, con uguale individuata
determinatezza appajono gli Dei sotterranei, addotti da quel vincolo di
analogia che vedemmo pili sopra . L'infero Nume rapitore " Ade
o " Aidneo ; signoreggia su
la vasta moltitudine degli estinti : fiero astuto atro ; non gradevole. Balza
dalle tenebre alla luce per preda; ripiomba nel bujo: e i cavalli del suo
cocchio sono caliginosi: e la corsa del suo cocchio un vortice travolgente. Sul trono, al suo
fianco, siede Persfone, regina fra i trapassati com'egli re; com'egli veneranda
e truce fra le xDallide larve. Dal cielo le potenze luminose, gl'Iddii supremi,
partecipano alle scene del dramma : Zeus, giusto in sue sentenze, x^adre di
uomini e numi; Iride, messaggera di lui a Demetra per placarne il dolore, se
bene vano le riesca il viaggio; Ermes, loquace ambasciatore ed accorto, che
induce Ade a cedere la recente conquista. Fra tutti, agresti tenebrosi chiari
Dei, si stringono attinenze come sogliono tra gli umani : Zeus, fecondatore dei
campi con la pioggia di cui padre, appar
fratello di Demetra : Zeus, risplendente face della terra, germano di Ade, come quegli che da l'alto
ajuta il suolo nella secreta germinazione del grano. Uniche non potevano
congiungersi in parentela, perch s'elidevano l'una con l'altra, Cora e Persfone
: la rapita di Aidoneo e la moglie del He. E poich il contrasto non si poteva
dalla fantasia superare in altro modo, il quale non offendesse l'una delle Dee,
le due figure diverse si ridussero a differenti nomi dalla medesima persona
scambievolmente usati, e la Figlia assunse alquanto il tono austero della
Regina, di cui tuttavia mitigava la maschera accigliata. La creatura
leggendaria e religiosa che ne scatur tenne delle due onde fu composta, ma
risult armonica ed ebbe riso e vezzi su la terra i)resso la Madre, rigidezza e
austerit fra i morti i^resso il marito. Il poeta adunque ricevette dalla
tradizione una trama di leggenda ben pi ricca che la povera da noi ricostruita
per Enna ; i^ersonaggi pi precisi e raccolti in gruppo organico. Vi apport in
oltre la sua arte che addusse la saga a nuovo grado di progresso. La vagheggia
egli difatti non senza raccoglimento religioso n senza coscienza, al meno
complessiva, del suo significato riposto. Ma la vagheggia sovra tutto quale una
creazione bella dello sph'ito : come il suo sguardo di greco avrebbe potuto
carezzare il torso nudo di un efebo o le ginocchia del vincitore nella corsa.
Insensibilmente per lui, sensibilmente per noi, la fiaba si stacca dalla sua
origine; e le mani pajono comporla e plasmarla allora per la prima volta in un
fervore pacato di concezione e di espressione. Tutto si ordina secondo
un'architettura severa, dal respiro ampio e calmo. E il centro di quel mondo di
Dei e di Dee disegnato sopra la tela dei secoli lontanissimi , pi che in ogni
altro senso, in un tranquillo godimento. Segno non piccolo, di fronte
all'oscuro mito siculo, dell'efficacia che all'arte compete qual balsamo delle
belle creature mitiche. Intercalato per nel mito un lungo racconto, diverso . Demetra, appreso
da Elios il nome del rapitore, in preda alla sua folle sofferenza giunge neir
Attica ad Eleusi e qui^d sosta sopra un sasso, " la pietra del pianto ,
assumendo l'aspetto d'una vecchia donna. L'incontrano le figlie del Re del
luogo, Cleo, e l'intrattengono col chiederle e col darle notizie: attratte anzi
dalla simpatia che spira il sembiante venerando, l'invitano nella casa della
madre loro, Metanira, accennandole d'un bimbo di recente nato cui ella potrebbe
prodigar sue cure. Nella reggia la Dea diviene infatti nutrice prov\dda e
attenta al piccolo Demofnte. Al quale anzi l'Iddia vorrebbe donare il sacro
dono dell'immortalit ; onde di notte lo pone, con certe sue arti magiche, tra
le fiamme, fra cui, non combusto, si accresce di vigore e acquista la virt
sovrumana. Se non che Metanira, destatasi d'improvviso e scorta Demetra
nell'atto, se ne impaura, urla e distrugge l'incantesimo. Demofonte non sar
libero di morte. Ma per compenso la Madre delle biade insegna a Celeo a ai
principi eleusini! Trittlemo Eumlpo Diocle e Polissno i secreti del suo culto.
A spiegare, appimto, il culto che in Eleusi con specialissima pompa si rendeva
a Demetra dunque indirizzata tutta
questa ampia parte del carme ; la quale cosi nell'insieme come nei particolari
costituisce dunque un complesso etiologico ben distinto dal complesso mitologico.
E a quel modo che quest'ultimo ci mostrava quanto a\Tebber potuto maturit di
pensiero e Yv. 91-304. soffio d' artista svolgere e imbellire il nucleo rozzo e
imperfetto del mito ennense ; quel primo fa intrawedere la guisa per cui, nel
seno della vita religiosa che in Enna si svolgeva intorno alla Dea agreste
innominata, la saga si sarebbe potuta complicare di personaggi e di episodii,
rivestendo un venerando colore di antichit sacra. Ma anche per altro rispetto
mito ed etiologie deirinno attraggono la nostra attenzione . All'uno e
all'altre sostrato un'idea r)rincipale
che importa porre in tutto il suo risalto. Questa: nel momento in cui Cora rapita da l'Ade, gli uomini conoscono gi
l'uso del grano, come si semini e come cresca fra le zolle ; quel momento anzi
cagiona un temporaneo danno ai campi : che " molti nei campi in vano
trascinarono i bovi aratri ricurvi; molto su la gleba bianco orzo sterile
cadde; ed ecco dei parlanti uomini tutta quanta la schiatta per fiera fame
periva (2). E solo dopo la sentenza di
Zeus che ridona alla Madre la figlia per " due terzi del volgente
anno ritorna in terra la gloria del
biondo cibo. Il soggiorno di Demetra in Eleusi
contemporaneo al danno, e la sua conseguenza si riduce intera
all'iniziazione dei misteri sacri. In somma, appare qui a bastanza conservato
il contenuto originario del mito naturalistico: se difatti Demetra la biada il cui chicco scompar sotterra per
germinare e risorgere culmo, giusto che
le biade esistano prima del ratto sotterraneo, scompaiano poi, riappajano col
ritorno della rapita. E la sentenza di Zeus giova a rendere periodico, ma senza
dolore, questo alternarsi agreste. Cosi, sebbene un nuovo senso di umanit siasi
trasfuso nel racconto a velarne il significato primitivo, questo permase non
corrotto; si che la leggenda dell'Inno merita il nome di prisca. E noi la
diremo protoattica, in confronto con un'altra meno antica (del V secolo) che,
per essere del pari eleusinia, pu dirsi neoattica. Questa seconda concepisce il
mondo ignaro di messe prima che si compisse il ratto, esperto solo di poi : di
maniera che la violenza di Ade causa,
oltre che de' Misteri e del giudizio di Zeus, anche dell'apprendere gli uomini
la seminagione e l'aratura. E l'apprendono a opera di Trittolemo : nome che
ricorre gi nell'Inno qual di principe in Eleusi a lato di Celeo re in una con
altri (Eumolpo, Diocle, Polisseno); figura per contro che appare adesso la
prima volta, e prevale, e si diffonde nell'arte letteraria plastica pittorica,
col carattere di adolescente giovinezza e con l'officio di maestro nella fatica
novissima e preziosa. Semi ed aratro definiscono il pregio del fanciullo
prediletto alla Dea; e la triade recente spezza lo schema anteriore
ricostituendone un altro. Nel quale, dunque, non si oblitera tutto il senso
naturalistico del mito, ma acquista un valore riflesso : perch il rapimento di
Cora diviene, meglio che la trasfigurazione umana della sorte graminacea,
l'inizio storico, cronologicamente e geograficamente inteso, del grano
coltivato su la terra. Tal diverso concetto non sostituisce soltanto con
importanza maggiore Trittolemo al Demofonte deirinno per la magia del fuoco ;
bensi sopprime anche la vendetta di Demetra, che in verit non avrebbe pi modo
di attuarsi; e riduce Celeo e Metanira, genitori di Demofonte e or di
Trittolemo, a quella condizione di misera vita, ch' acconcia a uomini privi
della vera e primissima fonte di agio. Accetta permase questa leggenda. Nel suo
largo diffondersi sub, vero, non
pochimutamenti, n tutti soltanto di particolari; giacch, dovunque a Demetra e
Cora fosse culto, divenne costume lecito alterare la saga per adattarla alle
esigenze e ai vanti locali. Ma sul xjullulare di coteste piccole invenzioni
essa si ergeva con l'alto suo fusto, destinata a varcare i confini di un Comune
per attingere gli estremi del mondo colto. Unica pu starle a paro, per intima
vgoria di concepimento, e per potenza espansiva, la favola composta nell'ambito
di quel moto filosofico e religioso onde il pensiero greco, e specie nell'Attica,
fu travagliato al tempo dei Pisistratidi, moto che conosciamo col termine di
" Orficismo . Serbandosi solo le due Dee e Trittolemo, nuova veste di nomi
e nuovo intreccio di casi assunse il mito di Cora fra gli Orfici ; ma non tutti
i suoi particolari ci importano qui : quelli soltanto che furono poi efficaci
sul vetusto nucleo leggendario dei Siculi in Enna. Per che tutt'e tre, la proto
e neoattica e l'orfica, s'incontrassero queste versioni greche con la
siciliana, tenace per antichit, infantile per incompiutezza. E dall'incontro
scaturiva un lungo moto di storia. in. Il mito siracusano. I Siculi, che si
erano ritirati su i monti dell'interno perch incapaci di resistere ai predoni
dell'Oriente venuti a loro traverso i mari, e che in Enna avevan con pi insistenza
fissato il lor mito agreste, lasciarono nello scorcio dell'^TH secolo le coste
dell'isola popolarsi di Greci, sonare dei nuovi linguaggi e dell'armi nnove,
ornarsi di sedi le quali si trasformavano via via, divenendo sempre pi salde pi
ampie pi belle, in citt ricche. E gli EUeni in quel secolo e nel VII e nel VI
seguenti, trovando sgombro per s il terreno, o sgombro facendolo con
distruggere e sottoporre gl'indigeni, s'insediarono nella teri'a siciliana con
tutto agio, fino a giungere in breve a fiore civile intellettuale e artistico
grandissimo in paragone di quelli, e a distendere sn tutte le portuose spiagge
dell' isola un incancellabile smalto greco . Di miti templi cerimonie della
loro mentalit religiosa si radicano ivi senza resistenza, e, nel trapiantamento
fuor dalla patria, pajon rinascere con rinnovellata vigoria e bellezza. Certo
la lor somma di progresso spirituale e Ampio racconto su la colonizzazione
greca dell'Occidente, in HoLM Storia della Sicilia (trad. ital.) voi. I (Torino
1896) lib. Il; Freeman History of Sicihj voi. I (Oxford 1891); Pais Storia
della Sicilia e Magna Grecia voi. I (Torino 1894). di culto civico,
accopj)iandosi con la congenita irrequieta genialit e l'inconculcabile
aspirazione ad accrescere il possesso, doveva spingerli presto a violare i
segreti delle regioni pi interne e a portarvi il soffio della propria opera
contro le resistenze dei Siculi, non restii ad evolversi si a sottomettersi. E
forse, traverso anche i commerci di scambio, a Enna ebbero a pervenire folate
di vento greco fin dal secolo VI. Eorse . Ma quante e quali nessuno direbbe ;
percli non la minima traccia n' rimasta
; n fino ad ora gli scavi archeologici e' illuminano alcun poco. La palese
influenza dei Grreci su Enna comincia nel V secolo e per opera di Sii^acusa.
Dopo che Gelone ebbe, con il sussidio del suo alleato Terone tiranno di
Agrigento, sconftti ad Imera circa il 480 a. C. gli eserciti cartaginesi di
Amilcare, Enna entr nella sfera siracusana e ne fu assorbita. Qual resistenza
politica opponesse non importa qui sapere. Senza dubbio oppose una resistenza
riguardo al suo culto e al suo mito, che non poterono venir eliminati, ma
rispettati dovettero essere. La risultante di queste due forze (la siracusana
che assorbiva e la ennense che non cedeva) fu una leggenda, la quale
impropriamente si direbbe contaminata, perch
pi tosto un compromesso di politica religiosa, una formula felice per
conciliare le pretese o, se piace, i diritti dei due centri diversi. In
Siracusa Grelone fu un institutore e un propagatore zelante del culto delle
greche iddie Demetra e Cora (-Persefone). Di queste il culto aveva, come fu
visto poc' anzi, a base il mito del rapimento. E a quel modo che nelr Inno a
Demetra la favola naturalistica, non spoglia della sua prisca indeterminatezza,
vien ad arte connessa con un preciso e determinato centro religioso, Eleusi;
cosi un' analoga tendenza doveva indurre i Siracusani, per mezzo dei loro
sacerdoti e poeti (questi gli artefici delle saghe), a sostituire i nomi dei
lor proprii luoglii alle indeterminate frasi del racconto mitico e a applicare
quest'ultimo non senza artifcio su le cerimonie sacre vigenti nella loro citt.
Era un moto religioso, tanto spontaneo e consueto fra Greci, quanto
egoisticamente esclusivo, per la preferenza che cosi ciascun paese si
attribuisce di fronte a un certo nume. Di qui nascono difatti sovente contese
tra regioni ; in particolare se vi partecipa, com' per le dee agresti, il vanto
della maggior fecondit d'un suolo a paragone d'un altro. N pare che Siracusa
derogasse alla generale tendenza: per che ci sia rimasto indizio, se bene
esiguo, d' una sua leggenda la quale vi s'informa per l'appunto. ^q\V Epitafo
di Bione ch' del sec. I a. C. non che in altri testi il ratto di Cora localizzato su l'Etna ; onde Ade sarebbe
molto dicevolmente scaturito, come da una delle bocche dell'Erebo e del
sotterraneo fuoco. Che se accanto a questo parti ci) V. 133. A. Ferrabino,
Kalypao. colare si pone Taltro, secondo cui il Dio infernale si apre la via del
ritorno presso lo stagno di Ciane ; si ottengono i due estremi punti
topografici di una saga che adatta il vecchio mito greco agl'interessi di
Siracusa: perch Ciane una palude nelle
vicinanze della citt ; e sulla zona dell'Etna l'influenza politica e militare
dei Siracusani si sempre estesa o nel
fatto o nell'intenzioni. Ma come tale tentativo mitico prettamente libero da
Enna dimostra qual fosse l'impulso originario del culto instituito da Gelone ;
cosi la penombra in cui permane e la caducit che lo contraddistingue provano
quanto diffcile fosse serbar nella leggenda di Demetra l'indipendenza contro i
diritti di prima occupante che competevano alla fiaba dei Siculi. La quale
s'imponeva difatti tanto pi quanto maggiormente s' era, traverso gli anni
molti, radicata nelle coscienze degl'indigeni rifugiati su i monti, e quanto
era pi stretta, nel nucleo essenziale per lo meno, la sua simiglianza con il
mito ellenico. Il ratto, sul lago di Pergo potevasi rivestir di fogge e
definire con nomi greci ; non asportare dal lago : ove del resto la feracit del
luogo e la credenza, anche greca, che dai laghi o da vicine grotte sorgessero
sovente i numi sotterranei, ne difendevan la vita. E difatti il ratto rimase. I
Siracusani diedero alla divinit delle biade il nome di Demetra; ne chiamaron la
figlia col duplice termine di Cora-Persef one ; il rapitore con quello V. sotto
pag. 131. di Ade o Aidoneo. Colorirono i loro artisti tutto l'episodio con quei
pennelli che gli Elleni ben sapevano, e con quei particolari che eran divenuti
fissi e tradizionali. Ma sottostettero ai diritti di precedenza. Nel resto si
valsero del campo libero : la palude siracusana di Ciane fu l'apertura per il
ritorno, dopo che Ade sul cocchio vi aveva da Enna trascinata Cora-Persefone. A
Siracusa, sembra, si poneva pure 1' " anagoge di Cora dall' rebo alla terra su bianchi
cavalli. E noi non sappiamo molto di pi; ma
facile che altri particolari della leggenda si connettessero al culto ai
suoi riti ed ai sacerdoti. Suggello poi di questo compromesso religioso tra
Enna e Siracusa l' elaborazione
caratteristica d'un motivo orfico attinente al ratto di Cora. Questa avrebbe
avuto compagne durante la raccolta dei fiori (1' " antologia ), oltre le
Oceanine, anche Artemide ed Atena, le dee vergini. Ora Artemide grandemente
importava nel culto siracusano ; Atena in quello di Imera, citt a Siracusa
amica durante le guerre del V secolo specie contro Atene. Per ci in uno dei
suoi rami la leggenda, la quale ancor qui si vede costretta a riconoscere che a
Demetra doveva esser spettata la signoria di Enna, attribuisce al meno quella
di Imera ad Atena, di Siracusa ad Artemide ; introducendo pertanto questi due
luoghi per obliqua via a lato di Enna e, quel che importava, al medesimo
livello. Conchiuso in tal modo il compromesso tra l'esigenze dell'antichissima
saga ennense e le pretese della pili recentemente sopraggiunta saga siracusana,
i due centri dovettero trovarsi concordi nell'adattare a s la figura e gli
uffici di Trittolemo. Non poteva esservi dubbio. A Enna Cora rapita mentre coglie fiori mirabili per
vaghezza e profumo ; presso Ciane Cora scende sotterra e in Siracusa risale
alla luce; Demetra e la figlia prediligono l'isola e dal suo ombelico la
proteggono; Atena ed Artemide, compagne alla violata, signoreggiano due citt siciliane
; il suolo opulento di biade come non
altrove : certo dunque che in Sicilia, non altrove, cadde il primo seme, e il
primo culmo spunt da zolla sicana. Ma la leggenda neoattica, prevalente, diceva
l'attico Trittolemo beneficato primo del grano. Bisognava dunque, da che
respinger Trittolemo non era dicevole, adattarlo in Sii^acusa ed Enna. E
l'adattamento avvenne non senza garbo . Si concedette che un eleusinio,
Trittolemo, avesse avuto il favore di Demetra e comunicato alle terre il dono
preziosissimo; si concedette che ci accadesse in occasione del ratto di Cora ;
e fu lasciato cosi senza ritocco tutto il racconto. Ma, gli si premise, gi
dianzi, avanti il ratto e avanti Trittolemo, la Sicilia produceva grano,
prediletta alle due Dee per la sua fertilit e scelta a loro dimora. Quindi, si
conchiuse, Trittolemo fu primo rispetto agli altri popoli; secondo dopo i
Siciliani. Una separazione dunque della Sicilia dal restante paese, onde il
ratto divenne il momento propizio per diffondere al mondo il privilegio siculo.
Che era non poco orgoglio. Dopo ci esistevano in Sicilia oramai tutti
senz'eccezione gli elementi per un ben contesto tessuto leggendario che un
poeta potesse far suo tema : i luoghi pittoreschi fra Enna e Siracusa offrivano
dicevole sfondo, il racconto mitico aveva i suoi punti topografici fssi e
armonicamente collegati ; il culto preparava salda e e vasta base per
un'accorta serie di invenzioni etiologiche ; gli stessi orgogli delle singole
citt s'eran tradotti in accrescimenti della favola, la stessa gara con Eleusi
le aveva tribuito qualche particolare non privo di attraenza. N mancarono forse
i cantori che la materia non indegnamente lusingasse. E pure a noi non rimane
se non il testo, povero non chiaro e senza vigoria espressiva, di Diodoro che
attinge a Timeo. Perch tutto vivace si senta il contrasto fra la potenzialit
artistica del mito e la mancata espressione di esso, eh' a un tempo mancata intuizione, piace qui
tradurre dalla Biblioteca istorica , lasciando il racconto nel suo disordinato
svolgimento. I Sicelioti che abitano l' isola appresero dai loro progenitori la
fama, tramandatasi traverso il tempo nelle generazioni, ch'essa fosse sacra a
Demetra e Cora; e che le predette Dee in questa isola primamente apparvero ; e
che questa per prima produsse il fi-utto del grano a cagione della feracit del
suolo... (2). A riprova Cfr. Geffcken Timaios' Geographie des Westens in Phi
lologische Untersuchungen, XIII (1892) pag. 103 sgg. (2) DioDORo V 2, 3. 4
passim. adducono il ratto di Cora che avvenne in quest'isola e che mostra
chiarissimamente come in questa le Dee soggiornassero e di questa sovra tutto
si compiacessero. Favoleggiano poi che il ratto di Cora accadde ne' prati
intorno ad Enna. Questo luogo vicino
alla citt, per viole insigne e altri fiori d'ogni genere, e degno di vedersi. A
causa del profumo di quei fiori si narra che i cani avvezzi a cacciare perdon
le tracce ottundendosi loro la naturai virt.
il prato predetto piano e d'ogni parte ben irriguo; ai lati per scosceso
e rotto tutt'intorno da burroni. Sembra giacere nel mezzo dell'isola : per
che detto anche da alcuni l'ombelico
della Sicilia. Ha vicino boschi e, intorno a questi, paludi, e un grande speco
con apertura sotterranea rivolta a settentrione; dal quale favoleggiano che
balzasse col cocchio Plutone a rapire Cora. Le viole e gli altri fiori col
odoranti rimangon fioriti miracolosamente per l'intero anno e rendono lo
spettacolo pittoresco e gradito. Favoleggiano ancora che insieme con Cora
crescessero Atena e Artemide, tutt'e tre vergini, e che insieme raccogliessero
fioH e preparassero in comune il peplo al padre Zeus. Per l'intimit e la
conversazione reciproca si compiacquero specialmente di quest'isola; e ciascuna
si ebbe un territorio : Atena dalle parti di Imera..., cosi che gli indigeni
consacrarono a lei la citt e il territorio chiamato fino ad oggi Ateno :
Artemide ebbe in Siracusa dagli Iddii l'isola che per lei da oracoli e uomini chiamata Ortigia: e,
parimenti alle due predette dee, anche Cora ottenne i prati intorno a Enna.
Favoleggiano poi che Plutone, compiuto il ratto, rec Cora sul cocchio presso
Siracusa ; e che, spalancata la terra, scomparve con la rapita nell'Ade ; e che
ivi fece sgorgare la fonte detta Ciane. Dopo il ratto di Cora favoleggiano che
Demetra, non potendo ritrovare la figlia, accese fiaccole nei crateri
dell'Etna, si rec in molte parti della terra abitata e benefic, donando il
frutto del grano, gli uomini i quali meglio l'accolsero. Pi benignamente
avendola accolta gli Ateniesi, a essi primi dopo i Sicelioti don il frutto del
grano ; pel che questo popolo pi d'ogni altro onora la dea con splendidi
sacrifzii e coi misteri eleusinii. Il mito siracusano qui per intero : ogni linea ne viene
accennata; pietra a pietra, chi nmeri, l'edifcio esiste. N mancano (che noi
tralasciammo per brevit) cenni etiologici alle feste sacre. Fece difetto il
genio architettonico: e il difetto si tradisce ogni volta che Diodoro ripete,
ed spesso, quel suo " favoleggiano
. Altri; non egli: eh' estraneo a quel
che racconta. Modello insigne, questo, del come possano mascelle di erudito
maciullare e rugumare il fiore della saga. Il mito contaminato. Il mito
siracusano di Demetra e Cora, imperniato in Enna e Ciane, e nato dal
compromesso dei due centri religiosi, venne accolto nell'ambiente poetico di
Alessandria. E fu questo l'i- DioDOBo V 3-4:, 4 con qualche omissione. nizio
d'una sua vita nuova. In Alessandria di fatti, oltre alla forma siracusana
della favola, erano affluite, ed affluivano, la primitiva forma dell' Inno
omerico, insieme con la variante di Trittolemo inventor dell'aratro : cosi che
quella diveniva la fucina ove cotesti elementi, parte simili, parte dissimili,
mossi da origini diverse, avevan da commettersi l'un l'altro e penetrarsi. E
non pur cotesti elementi precipui ; bens anche alcuni altri secondarii, che per
varie ragioni fossero riusciti a trascendere i limiti della mediocrit
espressiva e della ristrettezza geografica, per intrudersi nella letteratura
tradizionale. La mitopeja orfica in ispecie aveva trovato accoglienza
favorevole nel colto ambiente alessandrino ; e a canto d'essa fiorivano ivi le
differenti e notevoli saghe metamorfiche, che presso i pi antichi non erano se
non una forma, fra l'altre, dell'intuizione naturalistica, e che il gusto
posteriore, compiacendosene, moltiplic artefece. La storia per tanto del mito
siculo fuor di Sicilia la storia della
sua seconda immersione nel flusso del pensiero e dell'arte greca; la storia del successivo accogliersi intorno
ad esso di giunte e di innovazioni via via pi complesse. Si sono smarrite per
noi parecchie fra l'opere dell'arte letteraria in cui cotesto processo ci
sarebbe stato trasparente: dei maggiori alessandrini medesimi. Sola di quelle
ci rimasta traccia Sul culto di Demetra
e Cora in Alessandria cfr., p. es., Scolio a Callimaco Inni VI (Schneider I
133). e tal volta quasi copia in autori romani. Con questo valore, ci appare un
ampio tratto del quinto delle Metamorfosi ovidiane , in cui appunto si rivela
la contaminazione fra diverse correnti leggendarie. Vige l'indirizzo
siracusano, senza dubbio. Anzi vi si manifesta con talun nuovo particolare ;
cosi il poeta sembra seguire pi tosto una tradizione tutt'affatto sicula, che
abbandonarsi a una variazion fantastica, quando nel luogo di Ecate fa dare a
Demetra, durante la ricerca affannosa e dolorante di Cora, il primo indizio del
ratto dalla fonte Ciane ; e in luogo di Elios introduce la ninfa del siracusano
lago di Aretusa, nell'isola di Ortigia fra mezzo i due Porti. Se non che questi
elementi siciliani, che al pari di Enna pajono saldati con il concetto duplice
di una Sicilia esperta del grano prima del ratto e di una umanit esperta sol
dopo (si ricordi Timeo), qui invece sono trasfusi in uno schema diverso. Quando
Proserpina rapita, la terra, se non
tutta per buona parte, gi ha avuto il dono del seme ; e Cerere del suo dolore
si vendica col privare gli uomini di aratri di bovi di spighe : dunque, come
nel mito protoattico. Ma, come nel neoattico, Trittolemo, dopo il verdetto di
Giove, sparge per segno di pace la semenza. E i due miti si conciliano nel
pensiero che uguale bisogno del nuovo dono ha cosi la zolla mai colta come
quella di cui per la vendetta divina fu pretermessa la coltura. In tale
contaminazione Vv. 341-661. Cfr. IV. dei
due miti protoattico e neoattico la saga siciliana s'inquadra umiliandosi un
poco, col porre la propria terra fra pi altre, prima nel godere le biade, i)oi
nel riaverle. Resta il vanto di fertilit singolare e di fedelt a Demetra.
D'altra parte il poeta asseconda, cosi per l'attitudine sua mentale come per la
natura del suo tema, con particolar compiacenza l'impulso letterario delle
metamorfosi. Sembra persino che ogni vicenda del mito in tanto g' importi in
quanto si risolve in uno di cotesti travestimenti di forme. Ciane, ad esempio,
che solo perch palude era sembrata luogo dicevole alla scomparsa di Ade come un
lago alla comparsa, offre spunto a una d'esse, quale ninfa tramutata in acqua.
E anche. L'episodio di Cora-Persefone che gusta la melagrana sfruttato per immettervi un Ascalafo ; il
quale scorge la Dea nell'atto, ne riferisce ed
converso in gufo. Sovra tutto per, l'efficacia della tradizione
letteraria si risente in Ovidio per il tentativo di analisi psicologica nei
personaggi: in Cora specialmente, per cui egli giunge sino a finezze troppo
cerebrali per esser vere, sino a farla piangere, non che per il ratto, j)er lo
smarrimento dei fiori raccolti. Anzi, passionale diventa tutto l' antefatto del
mito : il ratto voluto, non da un
decreto di Zeus, bens da Afrodite cui
sdegno che tante dee si sottraggano al suo potere e che libero ne resti
il medesimo Ade (latinamente Dite). Amore sostituisce cosi, quando psicologico
diviene il racconto, un particolare che, allor che esso era naturalistico,
valeva con tutt' altra importanza: la fecondante pioggia. Tuttavia lo spunto
viene, non senza garbo, inserito sullo sfondo siciliano della fiaba : Afrodite
difatti l'Ericina, che i Siculi facevan
oggetto di culto singolare. Cosi perch pili appaja la giustizia di Griove e ne
risalti la umanit del mito, l'anno pel
doppio soggiorno di Proserpina con la madre e col marito diviso a mezzo non pi
per terzi. Simile attenzione psicologica governa i discorsi di Aretusa a
Demetra, di Demetra a Giove, materiati di accortezza feminea e l'uno e l'altro.
Al qual carattere corrisponde poi lo studio dei gesti in ciascuna figura, per
toccare di quelli che a ciascun momento dell'animo competono, l dove tecniche
mitologiche pi elementari non cercano se non il consueto e costante attributo
del Nume : cosi che Aretusa, e basti per tutti l' esempio solo, ritrae prima di
parlare i capelli roridi via dalla fronte sino alle orecchie per lasciar nudi
la bocca e il viso. Siam lontani dal cristallizzato epiteto omerico che
s'addice alla Dea; il gesto si conviene alla donna. Siamo allo stremo dell'
allegoria agreste. E su la soglia dell'umanit. Non lungi a le mura di Enna son
le profonde aeque d'un lago: Pergo, di nome. Pi numerosi non spande canti di
cigno Castro su l'onde scorrenti. L'acque corona una selva, d'ogni lato le
cinge ; con le sue fronde di schermo
alla vampa solare. Frescura, i rami; purpurei fiori d l'umida terra.
Primavera perjDetua. Mentre nel bosco
Proserpina gioca ed or viole or Vv. 885 sgg. Edizione H. Magnus (Berlino 1914).
gigli candidi coglie, mentre con fanciullesca cura seno e canestri empie e
nella raccolta studia superar le compagne ad un punto veduta amata rapita da Dite. Tanto fu pronto
amore! Atterrita la Diva con mesta voce madre e compagne chiamava; la madre pi
spesso ; e poi che lacerata dal sommo s'era la veste, da r allentata tunica
caddero i fiori raccolti. Ed ecco anche questa sventura, cosi fur ingenui gli
anni puerili, il virgineo dolore commosse. Il rapitor regge il cocchio, e
ciascuno chiamando per nome esorta i cavalli: scuote su colli e criniere le
redini tinte di ferruggine persa . nel
mezzo fra Ciane ed Aretusa un golfo d'angusti bracci raccolto e chiuso. Quivi
fu gi e dal suo nome lo stagno ha nome tra le siciliane ninfe notissima, Ciane.
Ella fino a sommo il ventre sorse tra mezzo il gorgo, e riconobbe la Dea.
" Non pi lungi andrete ! esclam
" non puoi di Cerere essere il genero contra sua voglia: chiederla non
rapirla dovevi. Che se m' lecito alle grandi le piccole cose accostare, me pure
Anpi amava; ma pregata sposa mi addusse non, come questa, atterrita . Disse, e
con aperte le braccia si oppose. Non pi non pi l'ira il Saturnio frenava: i
cavalli terribile esortando, nel fondo del gorgo il vibrato scettro regale con
forte braccio affond : la terra percossa una via pel Trtaro aperse ed i
precipiti carri nel mezzo della voragine accolse. Ma Ciane, la rapita Dea
piangendo ed i violati diritti della sua fonte, tacita soffri ferita
inconsolabile e si consunse tutta di pianto. Neil' acque di cui grande nume gi
era, or s'estenuava: molli le membra, flettevansi Omessi i vv. 405-8. l'ossa,
la rigidezza perdevano l'unghie ; le tenerissime parti da prima si sciolser fra
tutte, le cerulee chiome, le dita le gambe ed i piedi, che di delicate membra
in acque gelide il trapasso breve: gli
omeri poi e le terga ed i fianchi vanescendo ed il petto in tenui si dissolvono
rivi: nelle tramutate vene alla fine al vivo sangue la linfa subentra, e nulla
rimane che prender si possa . Per quali terre la Dea, e per quali acque
errasse, lungo indugio sarebbe narrare. A lei che cercava venne meno la ten'a.
Ritorn in Sicilia ; e mentre ogni dove indaga vagando, a Ciane viene. Tutto le
avrebbe narrato, se non fosse mutata; ma lei che voleva, non ajutavan la bocca
e la lingua, n con altro poteva parlare. Ma segni palesi ella diede e indizio
alla madre: di Persefone il cinto, in quel luogo per caso caduto nel gurgite
sacro, a fiore dell'acqua mostrava. Come lo riconobbe, quasi il ratto appena
allora apprendesse, i disadorni capelli si lacerava la Dea ed una e pi volte il
petto con le sue mani percosse. Dove la figlia si sia ancora non sa ; ma le
terre biasima tutte ed ingrate le chiama n degne del dono di biade: Trinacria
su tutte, dove le tracce del danno aveva trovate. Ed ecco col di sua mano
spezzava gli aratri che fendono duri le glebe, ed a pari morte nell'ira mandava
e i coloni ed i bovi aratori, ed ai campi di sperdere il lor aflSdato tesoro
ordin, ed i semi corruppe. La molto nota nel mondo fertilit del paese fiaccata: senza far csto muojon le biade, ed
ora le vizia l'eccesso di sole ed ora di piogge l'ec- Omessi i w. 438-461:
errore di Cerere; metamorfosi di Ascalabo. cesso, le stelle ed i vnti fan
danno, gli sparsi semi ingordi nccelli colgono, triboli e loglio fan guerra a
le piante del grano e non estirpabil gramigna. Il capo allora da l'ele onde
solleva Alfjade e dalla fronte le roride chiome a l'orecchie ritrae. Dice:
" tu della vergine cercata nel mondo, o tu genitrice di biade, cessa da
tue immense fatiche e da la violenta ira contro la teiTa a te fida. Non ha
colpa la terra ; la rapina toller contro sua voglia. N per la pati'ia supplico
: ospite son qui venuta. Pisa mia
patria, l'Elide diede i nataK. Sicania abito straniera, ma d'ogni suolo pili
grata m' questa terra. Ai-etusa, questi ora ho per penati, questa per sede : e
tu clementissima la salva ! Perch mi sia mossa per tanto spazio, e per tanto
grande mare all'Ortigia mi rechi, tempo verr ch'io ti dica, opportuno, quando
alleviato TatPanno e migliore il tuo volto sar. A me un sotterraneo varco offre
il cammino e, traverso profonde caverne scendendo, qui il capo sollevo e a le
stelle di nuovo mi avvezzo. Or mentre l sotto nel gurgite Stigio scorreva, l
sotto dai nostri occhi veduta la tua Proserpina fu. Triste ella per vero, n per
anco tranquilla nel volto; ma Regina, ma nell'oscuro mondo Signora, ma
dell'inferno tiranno Sposa potente . La madre udendo le voci stupisce ed
impietra, ed attonita a lungo rimane. Appena dal grave dolore la grave demenza rimossa, a l'aure superne col cocchio ella
ascende. Ivi tenebrosa il volto, scarmigliata i capelli, d'odio riarsa, sti
innanzi a Giove. " Per il mio (dice) supplice a te venni o Giove e per il
tuo sangue ! se nessuno gode favore la madre, la figlia il padre commuova; n
meno cara preghiamo ti sia perch da nostro parto nata. La figlia che a lungo
cercai ecco rinvenni: se rinvenire tu chiami il perder pi cex-to, se rinvenire
tu chiami il saper dove sia. Rapita, sopporto : pur ch'egK la renda : che d'un
marito predone degna non la tua
figlia..., se anche mia figlia non ,. E Giove obiettava : " Pegno comune e
gravame a me con te la figlia. Ma, se i
veri nomi alle cose noi vogliam dare, non
questa un'offesa : amore ! N ci
sar quel genero a vergogna, sol che tu voglia o Dea. Se pur altri pregi non
sieno, qua! pregio fratello dirsi di
Giove ! N mancano gli altri ; n fuor che per sorte mi cede. Ma se tanto di
separarli hai desiderio, ritomi Proserpina al cielo, fermo il patto restando
che con la bocca l gi cibo alcuno non abbia toccato: che delle Parche tal fu la
legge . Avea detto. Ma Cerere ferma di
ricondur la figlia. Non cosi vogliono i fati ; la vergine aveva rotto il
digiuno e, ingenua errando per gli adorni giardini, dal ricurvo albero
dispiccato un pomo fenicio e fuor da la gialla corteccia sette chicchi fra i
denti premuti . Ma, tra il fratello e la mesta sorella, imparziale, il volgente
anno per mezzo Giove divide. Ora la Dea, di due regni nume comune, altrettanti
mesi con la madre, altrettanti con lo sposo. D'animo si muta ella e di volto
; e la fronte che dianzi poteva allo stesso Dite mesta parere, lieta fronte
diviene: simile a Sole che da gravide nubi coperto era gi e da le vinte nubi
riappare (2). A coppia i serpenti la fertile Dea al cocchio aggioga, e
costringe coi freni le bocche, e nel mezzo per l'aria fra il cielo e la terra
coire e conduce il lieve Omessi i vv. 538-563: metamorfosi di Ascalafo e delle
Sirene. (2j Omessi i vv. 572-641 : metamorfosi di Aretusa. SUO carro nella citt
Tritonide, a Trittolemo : e parte dei semi donati comandava di sparger sul
suolo mai colto, parte sul suolo dopo assai tempo rilavorato. Contaminato ma
diversamente, ci appare il racconto appresso Ovidio medesimo, nei Fasti libro
quarto . Occasione gli offerta dai
romani Ludi Cereri. E alle cerimonie rituali tien difatti rocchio alquanto il
poeta (o il suo modello). La mente che ricorda il racconto delle Metamorfosi,
pur riconoscendo nel principio del nuovo carme (2), con la mano del medesimo
poeta, il I)aesaggio siculo del ratto, nota tuttavia un ritegno, quasi una
schiva attenzione per evitar d'insistervi troppo. In Enna le Dee sono invitate
da Aretusa; non quella la lor sede: n
nella palude Ciane si sprofonda Dite, o al meno non detto. Il mito sorto dal compromesso tacito
fra Enna e Siracusa senza dubbio noto ;
ma non usurpa da signore lo schema greco pi antico: vi s'insinua. E quando la
ricerca affannosa della Madre comincia (" dai tuoi campi, o Enna ), Ciane
l'Anapo Oela Ortigia Mgara Imera Agrigento Tauromnio Camarina ed altri luoghi
ancora e i tre capi Peloro Pachino e Lilibeo, offrono bens materia alla
fantasia del poeta non ignaro di geografa siciliana, ma sono per ci a punto
introdotti dal suo solo arbitrio nella leggenda, onde costituiscono un elenco
di Vv. 393-620. Edizione H. Peter* (Leipzig 1907). Confronta IV. (2) Vv. 419-50. nomi regionali, non gi
altr'e tanti addentellati mitici. C' dunque una cauta fedelt al mito siracusano
: speciosa fedelt che per risolversi
sbito dopo in abbandono. Quel che oggi si chiama la Cereale Eleusi, questo del
vecchio Cleo fu il campo. Egli in casa porta le ghiande e le more spiccate agli
spini e le risecche legna pel focolare che l'arda. La figlia piccina riconduce
due caprette dal monte ; e nella zana un tenero figlio giace malato. "
Madre la fanciulla dice e commossa la Diva pel nome di madre " che fai in
solitarii luoghi senza compagnia ? . Si
sofferma anche il vecchio, quantunque il peso lo spinga, e la prega, ella vada
sotto il come che misero tetto della sua capanna. Si rifiuta. Assemprava una
vecchia e d'una mitra i capelli avea cinti. A quello, che insiste, tali parole
risponde : " Salvo tu stia ! e padre per sempre. A me fu rapita la figlia.
Oh la tua sorte di quanto migliore che
la mia sorte!. Disse, e come di lacrima che non piangon gli Dei cadde sul
tepido seno una lucida goccia. Piangon, del pari teneri in cuore, la fanciulla
ed il vecchio ; e dopo, del giusto vecchio le parole son queste : " Se a
te, che la piangi rapita, sia salva la figlia, levati, non disprezzare il tetto
della misera casa . Cui la Dea " Conducimi
dice " come mi potessi costringer, hai ben saputo ! . E s'alza dal sasso ed al vecchio tien
dietro. Alla compagna la guida racconta, come sia il figlio malato e sonni non
prenda ma vegli pel male. Ella, pria di varcare la povera soglia, soporoso il
papavero coglie lene nella terra agreste. Mentre raccoglie, si narra che ne
gustasse con bocca obliosa, e involontaria rompesse A. Ferrabino, Kalypso. 10
la lunga fame: e perch della notte in principio ella finiva i digiuni,
gl'iniziati ritengon per tempo del cibo l'apparir delle stelle. Come varc la
soglia, piena di pianto vede ogni cosa : gi speranza alcuna non v'era di
salvezza pel bimbo. Salutata la madre Metanra la madre si chiama alla sua
congiunger degnava la bocca puerile. Fugge il pallore, sbite forze vengon nel
corpo: tanto vigore viene da la celeste bocca. Tutta la casa lieta : la madre il padre ci sono e la figlia
: tutta la casa, quei tre. Pongon tosto le mense, e cagli stemprati nel latte e
pomi e nei favi suoi proprii miele dorato. L'alma Cerere non mangia, ma a te, o
bimbo, a bere con tiepido latte d i papaveri causa del sonno. Della notte era
il mezzo, era nel placido sonno silenzio ; ed ella nel grembo Trittolemo prende,
con la mano tre volte lo palpa, tre dice scongiuri : scongiuri, che non ripete
parola mortale. E nel focolare il corpo del bimbo entro la calda cinigia
nasconde, che l'ardore purghi l'umano incarco. Si scuote dal sonno la madre a
torto pietosa, ed insensata esclama " che fai ?, e rapisce dal fuoco le
membra. A lei la Dea : " Per non esser scellerata tal fosti dice ; " vani i miei doni divengon pel
timore materno. Questi sar bens mortale; ma primo e con aratro e con seme da le
coltivate terre coglier premii . " Disse : uscendo d'una nube s'avvolse,
su i serpenti sali, e con l'alato cocchio Cerere riparte . Qui non
pi il racconto dell'Inno con il Vv. 507-562. mito protoattico ; non n meno il racconto di Timeo con il mito
siracusano : per che a differenza profonda dal primo la umanit presentata ignara di biade e cibata di
ghiande prima del ratto; e a differenza caratteristica dal secondo la Sicilia
non ha privilegio alcuno rispetto all'altre terre. Qui dunque il mito neoattico di cui dicemmo, che ha
sostituito Trittolemo a Demofonte nella magia del fuoco, e ha tramutato il
semplice istitutore di un rituale sacro nel giovinetto onde per favore della
Dea un inestimabile benefizio si largiva agli umani. Celeo e Metanira recano
identici i loro nomi, ma intorno ad essi il polito palazzo regale s' tramutato
in povera capanna: sul desco stanno cagli; nei cuori ingenua ignoranza. Cosi pertanto la versione
siciliana, dianzi cautamente seguita,
soppiantata, senz'urti, da una seconda. Ma finisce apjjena questo brano,
che un terzo influsso si rivela. Come nell' Inno, informatori di Cerere su la
persona del rapitore sono due astri ; identico
il nome dell'uno, il Sole (EHos) ; analogo l'officio dell'altro. Elice,
che per non la Luna (Ecate), ma la
stella dell'Orsa maggiore che mai non tramonta nel mare, e per ci tutto vede,
di notte. D'altra parte, dopo il colloquio fra Cerere e Griove, questi decide
di dividere l'anno in due parti perch Proserpina rimanga sei mesi col marito e
sei con la madre . Ora, Elice sostituisce Ecate perch preferita nella consueta
mitopoetica alessandrina; e l'anno diviso Vv. .575-614. pel mezzo gi ritrovammo
nel gusto alessandrino delle Metamorfosi. E sotto la medesima luce posson
venire considerati anche l'idilliaca scena in casa di Celeo, dal tono dolce dal
colore delicato dall'insieme grazioso ; e il quadro del florilegio in Enna.
L'arte per converte la triplice mischianza in armonia. Onde la vicenda si snoda
men lenta che nelle Metamorfosi, s'indugia solo nel pastorale abbandono di
Eleusi, e diviene rapida nel termine ove pi personaggi agiscono e parlano con
una stringata prontezza che culmina forse nelle parole di Ermes " La
rapita ruppe il digiuno con tre di quei grani che le melagrane ricopron con
molle corteccia . Le varie correnti
mitiche son fuse ed scomparsa ogni
traccia di mosaico mitologico; una inspirazione centrale muove tutto il carme,
lo ricollega con qualche sparso accenno a questo o a quel particolare del
culto, su dal culto lo stacca elevandolo a ricordo solenne del benefzio divino,
scaturito dal dolore d'una Madre e compiuto nella capanna d'un misero. La
gratitudine verso la Dea si traduce bens in sacrifzii suini e in vestimenta
candide, ma non di origine religiosa, si
pi tosto muove da una intima commozione umana, di simpatia per la sofferenza
eterna, per la semplicit primeva, per la faticosa Terra. Nei Fasti quindi minor
parte fatta al mito siracusano; ma per
compenso conseguito pi alto pregio
letterario che non nell'altro carme Vv. 606-7. ovidiano, ove il poeta con
l'innesto delle frequenti trasformazioni deforma la sua materia, or riducendola
a magrezza or distraendola a rimoti oggetti. Oltre che elementi siculi proto e
neoattici, anche particolari orfici compose insieme con abbondanza Claudiano
nel poemetto che al Ratto di Proserpina volle dedicare, senza per altro
condurlo a termine. Grli spunti siciliani sono i ben noti: Enna sede del
rapimento, Ciane oppressa dal rapitore e tramutata in fonte , le fiaccole
notturne accese su l'Etna. Gli spunti protoattici dovevano esser copiosi nella
parte del poemetto che non fu scritta e trattava del soggiorno della Madre in
Eleusi, forse nella casa di Coleo e Metanira. Gli spunti neoattici in fine si
assommano nella figura di Trittolemo a cui par probabile che venisse attribuito
il dono delle biade (2). Su questa trama vennero innestati parecchi motivi che
si dovevano all'orficismo. Leggevasi presso gli Orfici che Demetra aveva
affidato la propria figlia alle Ninfe ai Coribanti e ai Cm-eti e che in loro
custodia Cora trascorreva il tempo intenta a tessere un tessuto ove fossero
affigurate le stelle del cielo. E ancora : che il ratto accadde si per volont
del Fato {aifiovog aiarj) sotto cui traspare il favore di Zeus pluvio, ma con
l' inganno delle sorelle {pvvfiaifio) : o sia Artemide ed Atena. Pi tardi
cotesta circostanza fu alterata ; da chi, pare, non III 246 sgg. (2) I 12 sgg.,
Ili 51.s'accorse o non volle accorgersi che il concorso delle due Dee al ratto
non era se non un assecondar le leggi fatali e irremovibili ; ma ritenne che pi
nobile officio loro, nel punto in cui Cora, vergine com'esse erano vergini,
soggiaceva a violenza, fosse la lotta contro il fosco Aidoneo : nelVElena di
Euripide difatti elleno gli appajono ostili. Se non che scemato cosi al ratto
il favore di Atena e d'Artemide, a compenso vi fu introdotto quello, che pareva
pi dicevole, d'Afrodite, nume propizio agli amori (2). L'antico aneddoto orfico
pertanto fu e rinnovato nel suo contenuto e ampliato nelle sue linee : rimase
tuttavia, e Claudiano ne fece suo possesso. Molte altre fiabe erano nella poesia
orfica attinenti a Demetra e a Persef one ; ma poi che vertono su quella parte
la quale nel poemetto sul Ratto non
svolta sar qui da tacerne. Oramai difatti sono stati raccolti tutti i
materiali che da triplice fonte il poeta adun per l'opera sua e che gli
bastarono, con giunte e innovazioni, a narrare del ratto e i precedenti e le
primissime conseguenze. Importa ora vedere come lo spirito del poeta investisse
quella sostanza leggendaria e la elaborasse esprimendo. Il suo racconto si
spezza spontaneamente in due parti: delle quali la prima ha termine col ratto.
Plutone nell'Ade infelice perch privo di
moglie e ignaro delle dolcezze che la paternit concede. Tanto l'assilla il suo
veemente Vv. 1301 sgg. (2) V. Igino Fav. 146 e cfr. IV. desiderio, ch'egli giunge a minacciare lo
stesso Zeus di sovvertirgli l'ordine dell'universo e liberare i Titani
incatenati, ove non sia fatto pago. E Zeus, intimorito, cede e promette: solo in dubbio intorno alla scelta della sposa, gi
che nessuna volentieri accetterebbe marito il tenebroso Re dei morti.
Contemporanea a cotesta scena per si svolge l'altra in cui Demetra, per
sottrarre l'unica sua figlia Cora allo stuolo degli insistenti proci fra cui
Apollo e Ares primeggiano, la reca in Sicilia ove l'affida alle cure della
nutrice Elettra delle Ninfe e di Ciane (ritornano, come si vede, sott' altra
specie, le orfiche Ninfe e i Coribanti e i Cureti) e la ritiene certa da ogni
attentato sotto l'alta protezione celeste del padre Zeus : onde si ritorna ella
poi in Frigia appresso Cibele. Si congiungono alla fine queste due linee
narrative da quando il Signore degli Dei decide di maritare Cora appunto,
profittando della lontananza materna, a Plutone, e j)repara le nozze.
Connivente Afrodite, egli fa si che la vergine esca con le compagne e Artemide
ed Atena e la stessa dea dell'amore a raccoglier fiori su i prati smaglianti di
Enna e che su quelli, balzando improvviso dal suolo spalancato in voragine, la
rapisca il sotterraneo Nume. Grande scompiglio ne sorge. Fuggono le giovani
amiche. Atena e Artemide tentano opporsi con l'armi che sono lor proprie. Ma
Zeus da l'alto tuona il suo assentimento. E presto Cora, trascinata dai cavalli
dell'oltretomba, fa il suo solenne ingresso nelle sedi buje, ove l'accolgono,
con festa ch' insueta col, gl'iddii torvi e le paurose iddie de' regni
flegetonti. La seconda parte possiede quell'unit di struttura che manca a
questa prima. Il centro naturale dell'azione
offerto da Demetra; intorno a cui ogni altra luce si deve comporre. La
Madre non vive tranquilli i giorni presso i Frigi: un presentimento vago ma
assiduo la turba con sogni atri che mal si dileguano nel risveglio. Alla fine,
decide di abbandonar le terre di Cibele e recarsi a visitar la figlia fra i
Siciliani. Parte, tutto temendo, nulla sperando. Da Imigi le appajono i luoghi
ove s'aspetta di trovar Cora ; ma ben presto scorge deserta e sconvolta la
casa. Entra, e vede incompiuta l'opera tessile della vergine, e lacrimante in
profondo dolore la nutrice Elettra. Chiede con voce ch' gi di disperazione; e
apprende il ratto. Lo schianto le per
quasi sbito superato dallo sdegno contro gli Dei tutti, e Zeus in ispecie, che
permisero il delitto, lo lasciarono impune, non curando se per tal modo si
sovvertissero leggi di giustizia e principii di morale. Giura che non cesser di
percorrere, intenta alla ricerca, l'universo intero fin che non le sia
ritrovata la figlia. E la ricerca inizia senz'altro, dopo aver fatto a s, per
la notte, fiaccole di due pini recisi presso il fiume Aci in bosco sacro a
Zeus. Il resto si desidera. Ne importa gran fatto, che poco pi apprenderemmo
nel sguito. Il poeta si era assunto ben grave soma, chi guardi alla difficolt
insita in ogni forma leggendaria, ove sempre la materia poetica molta, ma sorda ad artefice che non sia di
assai fermo polso; e ove la stessa potenziale bellezza contribuisce a rendere
scabro l'officio dell'attuarla. Claudiano vi manc: non esito a dire che vi manc
per intiero. Noi lo giudichiamo qui a fronte della sua saga, e possiamo farlo
con pienezza di giudizio, che la sua saga
la nostra: abbiam appreso a conoscerla da l'origine lungo la vita
complessa. Non c'illude quindi, e sarebbe facile errore, quella, che prima
colpisce, bellezza formale di particolari, eleganza di scene, armonia di verso.
Riconosciamo cotesti pregi ; ma come perfezion delle parti in un tutto su cui
si volge il nostro interesse e l'esame pi vero. N la perfezione stessa anche da concedersi intera : guasta per certa
esuberanza, che assempra il vecchio pescatore teocriteo dalle vene gonfie sul
collo, spiace dopo le prove d'un'arte pi cauta se bene gi troppo a s
indulgente. Ma in ogni modo, sopra le singole pennellate riuscite e oltre le
mancate, com' composto il grande affresco ? Claudiano avverti primi, e svolse
gli spunti psichici di cui tutto il racconto
pregno: non diversamente operando, in ci, da Ovidio. Le sue dee per
tanto divennero donne; uomini, i suoi numi. E suo grande compiacimento si fu
narrare ora il cordoglio della madre, ora lo spavento della figlia; qua i
coniugali rimpianti di Plutone, l le dolcezze filiali di Cora. Se non che in
Ovidio tal via era tenuta con due pregi: la accorta profondit
dell'investigazione intima; e, Giudizio opposto tenne W. Pater, nel suo garbato
essay su Demeter and Persephone in " Greek Studies, (London LA DEMETRA
d'eNNA inoltre, una grazia di tocco per cui, oltre la donna o l'uomo, figuravan
sempre senza stridenza di contrasti la Dea e il Dio. Nel Ratto per contro cosi
quello come questo pregio mancano del tutto. Nulla, che non sia vieto e
grossolano richiamo di motivi abusati,
infuso nell'ordito passionale; le finezze di certi gesti, le sfumature
di talune emozioni gli sono ignote ; i suoi personaggi, non pur non condensano
la loro personalit per l'arte di lui, si scemano per la imperizia fin quel
vigore e scancellano quella determinatezza ch'era lor impressa dalla
tradizionale teologia. Una madre, una figlia, un marito recente, un giudice un
po' pauroso e a bastanza ingiusto: ecco i protagonisti: non importano nomi, non
colori, non linee. Basta, che per ciascun tipo sono applicati i luoghi comuni
della retorica. Che se poi ci s'avvicina alla scena, colpisce la solennit
jeratica dei paesaggi. Lungo periodo di versi circoscrive la Sicilia con un
senso di sacro rispetto. Enna, poco prima che le Dee l'onorino di lor presenza,
invoca da Zefiro splendor di fiori ; ed ha nell'atto una compostezza e un
contenuto orgoglio matronali. La Frigia lontana riceve da Cibele, quasi un
recondito balsamo religioso. Persino il bosco onde Demetra svelle i due pini a
illuminare la notte un lucus Jovis. Lo
sfondo, pertanto, delle scene, se pur varia,
tuttavia sempre ampio alto e severo : non in proporzione con la statura degli attori ;
o meglio, non con la loro statura d'uomini, si con un'altra, fittizia, di Dei.
Onde si a\^erte il primo contrasto, che par creato a posta dal poeta, IL MITO
CONTAMINATO fra la diminuita materia divina della fiaba e l'accresciuta materia
terrena: quasi fosse stato trasferito al paesaggio il decoro che avrebbe dovuto
essere dei Numi. Primo contrasto ; non solo. Ben presto si nota che nessuno dei
consueti attributi stato tolto da
Claudiano n a Demetra n a Cora n a Plutone n ad Atena n ad Artemide n ad
alcun'altra figura celeste del poemetto. Il re dei morti Ila tutta la sua
terrificante corte ; la vergine Figlia ha intero il suo sguito di bellissime
ninfe; hanno l'armi Pallade e la Cacciatrice, quella lo scudo gorgono, questa
l'arco e le frecce; la Madre corre per l'aria su cocchio trainato da draghi e
doma leoni. Il meccanismo oltreumano resta inalterato, e il poeta v'insiste.
Ond' che la vita umana e affettiva vi
poi spirata dentro senza che Fautore mostri di accorgersi del dissidio
che ne risulta. Il quale , a volte, men grave. Ma a volte attinge a dirittura
il grottesco e tramuta il poema in commedia. Quando, gli esempii potrebber
essere moltissimi, desunti ogni cento versi ; basti l'uno pi notevole, quando
Plutone ha rapito Cora e ne ha uditi i primi gemiti e poi gli urli e i lamenti
pietosi e le invocazioni alla Madre, si commuove : " Da tali detti il
feroce e dal pianto vezzoso convinto, e
sente i palpiti del primo amore. Le lacrime (le) deterge con ferruginea tunica,
e con pacata voce consola il mesto dolore (di lei) . E, questa, una innovazione di II 273-276.
Claudiano : gi che le parole che seguono e che vantano di Plutone i pregi qual
marito e re son le medesime che l' Inno attribuiva ad Elios e Ovidio a Giove,
per consolar Demetra. Ma rinnovazione a punto svela a maraviglia a qual grado
di risibile pervenga il poeta nel colorire pateticamente quello spauracchio
" feroce di Aidoneo che egli stesso
ha poc'anzi dipinto mostro a tutte tremendo. Dai medesimi errori iniziali
consegue l'essere artisticamente (non dico logicamente, che sarebbe inutile
rilevarlo) mal connesso il mondo divino del breve poema. Tutti gli Dei balzano
all'improvviso su dalla terra al cielo. Demetra ridiviene di colpo sorella di
Zeus, dopo che il tono dei suoi lamenti e l'incertezza dell'angoscia ce
l'avevano affigurata di Zeus suddita umile e meschina al pari d'una qualsiasi
siracusana. Ciascun dio sembra supinamente soggetto a Zeus; ma Zeus a sua volta
prende a impaurirsi e tremare non a pena Plutone lo minaccia di far liberi i
Titani. Non c'ispirano quindi reverenza n timore cotesti numi ambigui. E l'invettiva
che contr'essi scaglia la Madre nell'ira non
per nulla sacrilega : ci scende fredda nel pensiero, perch vuota cosi di dolore materno come di
ribellion religiosa. Se per poco fosse spinta in l la tendenza del poeta, i
suoi di finirebbero con l'apparirci, nella loro scema sostanza um^ana, e
tracotante pompa esteriore, marionette fngenti per gioco di fili occulti e virt
di orpelli gravit olimpica, in un consesso di stolidi e in una famiglia
disamorata. L'errore d'intuizione artistica in fine culmina in quel solenne
decreto di Zeus con cui s'apre il libroni: il quale vorrebbe mostrare come, col
decretar da Demetra il dono del seme, la suprema volont sapesse ritrarre un
vantaggio agli uomini dalla vicenda di Cora; ma non prova nel fatto se non
quanto Claudiano ha deformato il sommo Iddio. Conchiudendo, il poeta giunto proprio al contrario di quel che era
compito dell'arte: ha dissimilato in luogo di ordinare in armonia ; ha
contrapposto, in vece di avvicinare senza contrasto. Ora, gli elementi del
dissidio erano gi tutti nella primitiva saga di Cora, e avevan perdurato
identici lungo il suo evolversi. E pure non gli avevamo avvertiti: non so che
secreta forza li faceva coerire in unit e bellezza. Se adesso adunque si
frangono e s'iu"tano, segno che non
pure s' svigorita l'arte, ma l'organismo del mito moribondo, e si dissolve. Cosi n pur la
contaminazione di motivi, desunti dalle pi diverse fonti, riesce a infondere
ricchezza di contenuto alla leggenda agreste. Un pi profondo guasto la uccide,
senza rimedio. Onde finisce l'ultima forma di quell'antichissimo racconto
siculo, che una prima volta aveva sentito, per opera di Siracusa, vigoroso
l'influsso greco, e trov una seconda volta, traverso gli AlessandiTni, arricchimento
di bellezza poetica da iDrincipio, gravame in sguito di mal congesti elementi.
Indra e Vritra si combattono. Nel profondo cielo dove il Sole si vela di
ardore, Indra teneva le sue smaglianti mucche al pascolo e lasciava vagare
leggre, qua e col, nell'azzurro. Non sfuggirono a Vritra, turpe figura di
serx^e dalle tre teste, n tentarono in vano la sua maligna cupidigia. Le rapi,
e trassele nell'antro che gli era dimora; e ve le tenne secrete. I ben colorati
animali furono avvolti dalle tenebre, celati sotto un' incupita parvenza
uniforme. Ma Indra corse alla vendetta. Dall'antro, ove segregato si stava il
bottino, gli Per tutto questo capitolo v. Vlndagine, in libro II cap. Ili ; di
cui si citano i nelle note successive.
giunse un profondo e rauco muggito che gli svel e il furto e il luogo. Vi si
precipita, fende con la sua possente forza la grotta, di frecce e di clava
colpisce pi e pi volte il mostro nemico, l'abbatte, lo uccide. E riconduce le
mucche nel cielo, onde lasciano esse scorrere il latte fin sopra la terra. Cosi
nel Rigveda indiano si adombra per noi la vicenda del temporale, i bianchi
cirri sparsi per l'azzurro mutandosi in torvi cumuli, che dopo tuoni e lampi
scatenano benefica la pioggia. L' odio, che un' anima paganamente infusa nella
natura nutre acre contro il velame dal quale
tal volta celato il Sole agli sguardi, ha sentito nelle nubi gravide
d'acqua e di fuoco la presenza di una forza attiva, e nemica cosi della luce
benefica come della fiamma benefica, per che si compiaccia, in vece, di
tenebrori e di vampe distruggitrici. Vampe escono dalla caverna di Vritra :
fulmini percuotono 1' opere umane e le annientano. Il bujo della notte; l'ombra
dei secreti abissi sotterranei, ove occhio non si spinge, e che, quando
spiragli appajono traverso il suolo, atterriscono i cuori ; l'atra tinta del
fumo, che g' incendii sprigionano, pregno di odori corrotti, su dai possessi
degli uomini ; l'ambiguo rossastro delle lame di fuoco, che s'insinuano avide
fra cosa e cosa, per far di tutte cenere uguale ; la negra cortina dei cumuli ;
l'abbagliante incandescenza del baleno, che acceca le pupille: questi colori
queste Cfr. fino a pag. 163 E. PRESSO
gl'indiani E I GRECI 161 forme quest' energie si accostano nel pensiero
primitivo, si compongono variamente e diversi si foggiano in figurazioni molte,
ripetendo per con ritmo unico il malefcio costante e il duro danno, in antitesi
violenta contro il dono, in cui prodigo
l'Astro, di luce e di calore. La fiammata che cuoce l'alimento una scintilla tolta dal Sole per gli uomini :
e, come il Sole, ha virt di respingere l'oscurit intomo a s. La fiammata in
vece che rade una selva nemica del Sole
perch nemica dell'uomo: e, poi che teme la luce solare, s'avvolge di bujo. La
mente bambina non sa che la tenebra un
modo della luce, e che il fuoco un solo
principio, distrugga o giovi. Contrappone le parvenze ; crea, dagli effetti,
delle antinomie fallaci nelle cause. Cosi fatto l'atteggiamento fondamentale
del pensiero. Che comune, come si sa,
agli Arii ; e comuni, se bene traverso le differenze a volte non piccole, sono
le forme di cui si veste e le associazioni psichiche di cui si vale :
l'antropomorfismo, ci sono, ed i nessi fra la notte e il sotterraneo mondo, fra
il bujo e la fiamma malefica, fra gli ascosi meandri del suolo ed il cielo. E
questo d'ogni singolo mito del fuoco, quale che sia per esserne il valore pi
immediato, permane il riposto senso di allegoria naturalistica. Anzi, in grazia
a punto di essa affinit di concetti, poco importa se la fiaba si connetta pi
tosto con la freccia del fulmine che squarcia il perso involucro dei nuvoli, o
pi tosto col dente infocato che appare impro\^iso e avido tra le sph'e di un
fumo caliginoso, o altrimenti con altro. Griacch la fantasia primigenia, la
quale ha narrato sotto la specie dell'uomo una spettacolosa vicenda della
natura, deve esser stata indotta dalle medesime sue associazioni analogiclie a
ripetere, nelle aridit della concezione, un solo racconto per fenomeni simili.
Ci spiega perch, fuor del E-igveda, il mito ritorni bens presso assai popoli
arii, ma presso pochi come l simboleggi il temporale. Presso gli Eranii
tramutato si , pur serbando parecchie simiglianze, in una forma, per cui
Tistrj^a e Apaosha si combattono ; e a dirittura rinnovato in altra forma, la
quale, per il nesso che nel pensiero gi intercede fra tenebra e male, luce e
bene, trasporta il mito a significare il contrasto tra Ormuzd il buono e il
cattivo Ahriman. Che se, dopo averle spiegate, non grande conto da farsi di queste trasposizioni della fiaba
da uno ad altro fenomeno ; molto maggiore se ne deve attribuire in vece
all'alterarsi o al persistere di taluni particolari significanti. In essi il segno di qilanto si accosti o allontani
dalla saga originaria il nuovo racconto : simili a quei tratti caratteristici
che permangono a contraddistinguere il volto di una famiglia nei secoli. E
quando del mito si poi perduto tutto il
senso riposto, restano testimoni veritieri ed irrefutabili dell'origine prima e
dimostrano che in fondo scarsa fu la elaborazione innovatrice sul modello pi antico.
Quando in vece un significato s'intrude sopra e contro l'originario e lo
modifica o lo soffoca, si perdono insieme i primitivi particolari episodici,
come un muro coinvolge nella sua caduta gli affreschi. o solo tanti se ne
serbano quanti non disconvengono al nuovo dominante pensiero. Giaccli l'energia
conservatrice insita in quei particolari
costituita, in somma, da una non pi cosciente memoria dell'importanza
essenziale clie tutti, in vario modo, avevano, quando ancora la saga travestiva
un reale fenomeno. E cessa pertanto, allorcli al ricordo incosciente sottentra
nel racconto la coscienza d'un contenuto e d'un fine diverso. Un fine e un
contenuto del tutto nuovi ha assunti il mito primitivo appresso i Greci. Ed
ecco difatti tramutarsi anche la foggia esteriore e l'intreccio dei casi. Come
il furto di buoi perpetrato a danno d'una divinit solare venisse narrato
insieme con la successiva vendetta nelle saghe antichissime degli Elleni,
ignoriamo : e ci sembra inutile pel nostro assunto la congettura. Certo che in
secolo a bastanza antico la metamorfosi del racconto si rivela profondissima.
L'omerico i Inno a Ermes la nostra fonte
in una sua ampia parte. Ed pervaso tutto
dalla minore anima greca: quella che baratta e commercia; che ruba con astuzia,
e nega con impudenza ; che scaltra in
ben parlare, e avvolge di parole artificiate, di periodi fluenti, di frasi
ambigue, d'esclamazioni infinte e do li) Tralascio tutte le quistioni su gli
" strati,, la cronologia, ecc. dell'/nno, come estranee al tema. Confronta
A. Gemoll Die homerischen Hymnen (Leipzig 1886) 181 sgg. e T. W. Allen and E.
E. Sikes The homeric hymns (London 1904) 128 sgg. mande coperte, l'infelice
derubato ; che giura invocando i men pericolosi di, nella speranza di averli
meglio indulgenti ; che non ignora alcuna furberia, e si vanta di tutte ; e
nessuno pi le crede, e ognuno le s'arma di sospetto, ma ne resta poco o molto
gabbato. L'uomo il quale discorre a lungo e lascia i suoi detti vagare per
l'aria, incurante se assai ne cadano a vuoto, certo che giungono in parte al
brocco, e tiene fra tanto i suoi occhi, sotto le palpebre basse, fissi qua e l
su oggetti che non guarda; il Grreco dei proverbi e dei motti ironici: vive
intiero, per una fresca vivacit di dipintura, nel ladro di buoi. E lo ritrae la
maggiore anima greca, la virile, cui la cupidigia di guadagno s' congiunta con
la brama di gloria, cui il buono anche
bello, e forza indirizzata al suo fine
anche il bene. Ma fra questa maggiore e la minore anima greca i tramiti
non sono affatto tronchi. Onde una celata coscienza della superiorit di quello
spirito che pu, se voglia, rinchiudere in un labii"into di dubbii e di
certezze, entrambi illusorii, l'intelligenza del suo interlocutore, serpeggia
per il racconto. E un sorriso di compiacimento interno lo illumina : il sorriso
mal palese degli aruspici, secondo Catone; il sorriso, dagli occhi assai pi che
dalla bocca, con cui gli ambasciatori d'Atene dovevan accogliere, pacati
d'indulgenza ironica, la dichiarazione frequente dei Peloponnesiaci : "
Grli Ateniesi discorrono troppo bene perch si possa lor credere . C un biasimo tacito del furto ; ma c' una lode
sobria del ladro abile. E la commedia nasce. Comico, il racconto eh' era stato
tragico allorquando Vritra cadeva sotto la invitta clava di Indra. Perno del
mito diviene adunque l'astuzia clie elude la forza. I protagonisti sono mutati.
Caduti taluni particolari, altri s'improvvisano dal largo patrimonio
novellistico. Lo sfondo diverso, perch
alla furberia del mortale compete scena la terra, come alla violenza del
mostruoso iddio sede il cielo. Resta la pascente mandra divina, di splendido
aspetto ; e il secreto del furto ; e l'antro ove l'ombra accoglie i mugghianti.
Apollo il derubato, Ermes il ladro;
Ermes, nella sera del giorno in cui nacque, piccolo bimbo di inverosimile forza
e di mente gi dotta nelle oblique vie. Fra il neonato dalla tenera pelle ed
esigua statura, e il Dio vigoroso e alto, si svolge la principal scena. Due
altre la precedono. La prima narra il furto. Non opera di violenza, ma di scaltrezza. I buoi,
cinquanta, pascevano nella Pieria mentre " con il suo carro e i
cavalli il Sole spariva sotto la terra.
Ermes, per celare ogni traccia dell' abigeato sul suolo sabbioso, condusse le
bestie all'indietro, intrecciando per s accorti e leggeri sandali con vincastri
e sarmenti. Giunto presso TAlfeo cela la refurtiva in una grotta " da la
volta elevata . Poi, ritorna presso la madre, sul monte Cillne. E ha luogo la
seconda scena . E di Cillene, tosto, egli ai divi gioghi toi'nava in sul
mattino ; n per la lunga via alcuno scontrossi con Vv. 142 sgg. Edizione T. W.
Allen (Oxford l'abigeato di caco lui o tra gli Dei beati o tra i mortali
uomini; e non latravano i cani. Ermete, il benefico figlio di Zeus, obliquo per
il serrarne della casa scomparve, simile a vento d'autunno o pure a la nebbia.
Avanza dix-itto nell'antro fino al ricco recesso, piano coi piedi movendo : n
cos fa rumore sul suolo. Subitamente entr nella zana l'inclito Ermes, le fasce
a le spaUe avvolgendo, come d'un piccolo bimbo che in braccio alla balia i lini
scompone coi piedi . Ma non sfuggiva l'Iddio alla sua madre Dea, che gli disse
parole. " E perch mai tu, o ben furbo, e donde in ora di notte ne giungi,
o cinto d'inverecondia ? Ed ecco te pi'eveggo, da indissolubili vincoli intorno
allo sterno legato, uscir da queste soglie fra le mani di Apollo, o finir per
recarti a predar nelle valli al pari di ladro. Prditi, stolto : che per grande
sventura ti generava il Padre agli uomini mortali e agl'immortali Dei . Ed
Ermete a lei scaltre parole rendeva : " Madre, perch queste cose tu
m'ammonisci, come ad un piccolo bimbo, che malizie ben poche conosca nel cuore,
e timido tema fin della madre i rimprocei ? Ma io un'arte apprendere voglio,
ch' la pi bella (2). N fra gli Dei immortali spogli di doni e negletti, quivi
restando, ci rimarremo come tu vuoi. Meglio
per sempre frequentar gl'immortali ricco ed agiato di beni e di messi
che nella casa sederci, nell'oscura caverna. Quanto ad onore, il convenevole
anch'io voglio ottenere, ben come Apollo. E se il mio padre non me lo dona, io
stesso per certo tenter che posso dei rapinatori divenire il capo. Che se mi
ricerchi il figlio dell'illustre Omesso il v. 153. Omesso il v. 167 ch'
corrotto. Latna, altr'e tanto (io mi credo) avrebbe in ricambio e anche pi : mi
reco in Pitne al saccheggio della grande sua casa, molto da quella rubando
stupendi tripodi ed oro e lebti, molto sfavillante ferro, e vesti di molte. Tu
certo vedrai se ti piaccia . n senso d'umanit e la sostanza greca che sono
divenuti il nucleo nuovo del mito appaiono qui in tutta la loro vivace
contrapiDOsizione alla forma indiana di cui fu veduto. Perch la difesa, che il
poeta adorna cosi bene su le labbra bambine,
un breve mal represso anelito di simpatia per il ladro perspicace ed
ardimentoso, simile a profondo brivido onde nelle fibre arcane della carne si
ax)provi quel che la ragione condanna. Ben altro era l'odio atterrito per cui,
nel Rigveda, il rapinatore trascinava la sua mole serpentina nel dimenio orrendo
delle tre teste. L, freme il ribrezzo contro Vritra, l'ignobile, e l'ombra
della sua caverna, dalla quale il mugghio bovino suscita un' eco di sgomento
negli animi. Qui, noi abbiamo ormai preso parte in favor del breve Ermes
fasciato, che si crogiola di caldo nella zana, orgoglioso senza pudore di
quanto ha compiuto, pronto a difender s e la i)ropria opera, certo di saperla
proseguire nel futuro. E non v' dubbio
che a Maja piacciano le vesti che l'arti del figlio le recheranno rapite! Le
due spanne onde il corpicino si misura sono molto piccola cosa di fronte alle
cinquanta terga di tori: e nella grazia furbesca del contrasto, che la
onnipotenza divina giustifica e legittima, sta il motivo della simpatia e
nostra e del poeta. l'abigeato di caco Come lui scorse di Zeus e di Mjade il
figlio, adirato pel furto dei bovi l'arciero Apollo, dentro la fascia odorosa
s'immerse : quale del legno la cenere molta brace di ceppi nasconde
all'intorno, tale celava s stesso Ermes, il Lungisaettante vedendo : in breve
raccolse il capo le mani ed i piedi, come se per bagno dolce sonno chiamasse a
ristoro, sveglio restando per. Il figlio di Leto e di Zeus riconobbe, n gli
sfugg, la montana bellissima ninfa con il suo figlio, bimbo piccino, avvolto
dentro ingannevoli astuzie. Della grande casa i recessi mirando, con la
splendida chiave tre ripostigli schiudeva, di nettare colmi e di gradita
ambrosia : molto oro ed argento dentro giaceva, molte della Ninfa purpuree
vesti e smaglianti : tutto che dei beati dentro sogliono avere le sacre dimore.
Della grande casa i seni esplorati, il Latoide con detti parlava ad Ermes
illustre. " bimbo che nella zana ti giaci, mostrami i bovi : presto, che
tosto in disdicevole modo contenderemo fra noi. Ti piglier ti scaglier nel
fosco Tartaro nella tenebra triste irreparabile ; n te la madre n il padre alla
luce potr ritrarre ; ma' sotto terra errerai primeggiando fra i bimbi . Ed
Ermete a lui scaltre parole rendeva : " Latoide, qual mai aspro discorso
parlasti ? e perch ricercando agresti bovi qui sei venuto ? Non vidi, non so, n
d'altri intesi parole, n mostrare potrei, n vprenderne premio, n somiglio ad un
ladro di buoi, uomo possente. Non questo
da me, e prima altre cose mi piacciono : il sonno a me piace, ed il
latte della mia madre, e attorno alle spalle le fasce, ed i tiepidi bagni. Vv.
235 sgg. Nessuno potrebbe sapere donde sorse tale contesa, che per vero gran
maraviglia fra gl'immortali sarebbe che un bimbo nato da poco varcasse la
soglia fra mezzo di bovi silvani. Oh male tu parli ! Ieri mi nacqui ; i piedi
son molli ; scabra, di sotto, la teri'a. Ma se vuoi, su la testa del padre un
grande giuramento far : n io affermo n io stesso fai causa, n vidi alcun altro
ladro dei vostri buoi checch i bovi si sieno, poi che per fama sol tanto ne odo
Cosi dunque parl, e di frequente con le palpebre ammiccava, inarcando le
ciglia, e qua e l guardando . Ma a lui lene ridendo l'arciero Apollo rispose :
" amico, in dolo scaltro e in inganni, io preveggo per vero che spesso per
invader le ben abitate case durante la notte, pi c'uno stenderai sul suolo,
senza rumore ripulendo la casa : tale tu parli. E molti nelle valli dei monti
molesterai agresti pastori, allor che, bramoso di carne, t'imbatta in mandre di
bovi o in pecore lanute. Ma via! l'ultimo ed estremo sonno se non vuoi dormire,
scendi dalla zana, o compagno della nera notte. Questo per certo anche poi tra
gl'immortali avi'ai officio, di esser per sempre chiamato capo dei ladri . Cosi
disse adunque e il bimbo prendendo trasse Apolline Febo. Allora, il forte
Argicida, tra le mani levato, tutto serio, un presagio emetteva, ardito servo
del ventre, e messaggero impronto. Dopo esso, starnuti tosto : poi che Apollo
l'udiva, da le mani sul suolo l'illustre Ermes gittava. Gli si mise dinanzi e,
pur affrettando il cammino, Ermes gabbava ed a lui diceva Omesso il v.
l'abigeato di oaco parole : * Coraggio, o fasciato, figlio di Majade e Zeus:
con questi presagi trover pure, alla fine, i capi gagliardi dei buoi : tu, per
altro, m'insegnerai la strada . La
contesa continua un po', fin che si decidono entrambi a recarsi nel cospetto
del Cronio Zeus per aver giustizia. Li Ermete giura di nuovo solennemente il
falso ; ma poco vale. Pur troppo Zeus conosce ogni cosa e anche dell' abigeato
ben sa. Sorride, il gran Dio, e comanda ai due Dei di cercare insieme "
con animo concorde i buoi e ad Ermes
ordina d'indicarne il rifugio. Ubbidiscono. E la commedia finisce come le
commedie sogliono terminare: con una buona pace. Di essa rimangono cardini
notevoli l'accortezza del trascinare le mucche all'indietro per disperderne
l'orme e travolger gl'indizii ; e l'insistente ammiccante spergiui'o di Ermes
dinanzi ad Apollo ed a Zeus : particolari che, pur appartenendo forse ad
antiche trame novellistiche, sono tuttavia qui per il loro piglio maliziato
probabilmente a bastanza tardi. Presso i Latini. Le fila s'intrecciano poi
presso gl'Italici, e presso i Latini in ispecie . N della trasposizione, per
cui il mito vien riportato da un fenomeno all'altro analogo ; n Cfr., di qui fino
a pag. 182, V e (in parte) VI. dell'intrusione, per la quale un nuovo
significato scaccia, d'entro lo schema leggendario, l'antico, e rinnova per
conseguenza i particolari del racconto : si deve tener parola a proposito della
saga romana di Caco. Altre vicende essa ha subite allor quando ci appare
formata in et di storia. Non quelle. Segno certo, che rimase da prima ben
radicata nella memoria delle generazioni, approfondita nel sangue della stirpe
; che vi si cristallizz in una foggia, la quale non aveva pi il contenuto
cosciente della antica, ma dell'antica tutti serbava i tratti, anche i pi
minuti, e dall'antica ripetendo il suo essere ne diveniva veneranda e
intangibile. E per allora che r elaborazione artistica sopravvenne con voce pi
sicura e lievito pi possente, non pot distruggere per ricreare ; dovette
costringersi nella materia, n sorda n asx^ra, ma irrigidita dai secoli :
sopravveniva difatto troppo tardi. Il rispetto, per vero, di tutti i
particolari, che furono proprii della saga primordiale aria e che si rinvengono
intatti nel Rigveda, contraddistingue, senza eccezione, la serie intiera delle
vicende che il racconto attraversa di poi, tanto nei carmi dei poeti, quanto
nelle storie e nelle interpretazioni dei dotti. La presentazione dei protagonisti.
Per che forse la differenza pi notevole fra il racconto indiano e il probabile,
d'una probabilit ottimamente fondata, i^rimitivo racconto latino, consista nei
mutati nomi delle iDersone. N da
ammirare. Sono molteplici gli aspetti onde un qual siasi spettacolo naturale si
presenta all'occhio ingenuo : e tanto pi quanto meno il pensiero scorge tra i
varii il nesso unico e ha vigoria per riportare ciascun parvente alla sola
sostanza. Ogni aspetto poi si presta a tramutarsi, da prima, assai pi che in
una personale figura di Dio, in un nome cui risponde una sbiadita ombra divina.
Spiccatisi pi tardi dal comune ceppo ario i rami diversi, l'evoluzione
linguistica da un lato trasforma quei nomi per fenomeni fonetici appresso le
differenti razze; dall'altro, il caso lascia smarrire taluni di essi, e taluno
fa prevalere, addensando di questo il contenuto e concretando il valore . Cosi
l'intuizione fondamentale della fiamma aveva certo moltissimi termini che le
corrispondevano : ma uno ne trionfava l, ed un altro qui. Onde accade che un
solo mito del fuoco possa rinvenirsi in fogge bens quasi identiche presso
gl'Indiani e i Latini, ma non mai con identici nomi. La presentazione, adunque,
dei protagonisti. Quando i Latini (e forse si potrebbe dii-e senz'altro gl'Italici
; ma, se bene intorno a ci le loro leggende ci appajono per barlumi, in fondo
ne siamo all'oscuro, ed quindi prudenza
non affermare alcun che) ripeterono l'antichissimo mito indoeuropeo senza
ancora averne dimenticato il valore naturalistico, s'indussero ad usare i nomi
di Caco e di un non sappiamo se Garano o Recarano. Di fronte ai quali la storia
si trova in ben diverse condizioni. Non solo il primo Cfr. G. De Sanctis Storia dei Bomani I
(Torino 1907) 88. ben certo, l dove il secondo non n pur formalmente sicuro e varia nei due
testi ove appare sol tanto ; ma quello
analizzabile con un etimo di cui riflessi si rinvengono pure fra i
Grreci, e questo offre difficolt molto maggiori. Glie in Caco ritorni la radice
che anche in xaio) (" brucio, ardo ) e nel prenestino Caeculus, probabilissimo e consuona bene alla sua
natura ed ai suoi offcii. Ma Garano-Recarano
restio a tentativi cosi fatti ; ed
preferibile comprenderlo fra gli di cui non di certa analisi il nome. Inoltre a lui tocc
di esser pi tardi soppiantato da un altro Iddio, ond' impossibile definire,
quali sieno gli attributi suoi proprii, e quali al personaggio sieno stati
aggiunti dal secondo attore. Unica certezza, cbe se fu prescelto a significare
la forza della natm-a la quale nel Rigveda esprime Indra, da Indra non differ
forse troppo. E difatti Caco non differisce n pure, nel tutt' insieme, molto da
Vritra. Indubitata la forma mostruosa ;
certo l'atto del vomitar fuoco da le
fauci e nerissimo fumo ; congetturabile, l'orribile cervice tripartita. Un
antro immane sua dimora, fra le tenebre
cupe. AlFintorno, egli rapisce e distrugge: n forza gli resiste, n ostacolo lo
rattiene. Il terrore lo circonda. L'odio invano lo minaccia. Tale sua effgie
ripugnante ed immonda per si deve riferire ad un secondo stadio del suo
evolversi mitico, perch son tracce palesi d'una sua pi vasta comprensione. Egli
dovette, ci , nell'inizio, valere come non pur malefico si anche fuoco
benefico: e senza dubbio i due aspetti antitetici erano potenzialmente, pi che in
lui, 174 IV. - l'abigeato di caco nel suo nome. Difatti sotto sembianze
piacevoli ed amicali Cacu ritorna presso gli Etruschi in certi specclii dipinti
che ne pervennero unica reliquia. E, sopra tutto, in Roma attestato il culto d'una Caca^ cui vergini
avrebbero con assidua cura vigilato un sacro focolare, non dissimilmente da
Vesta. Eorse il termine non significava da principio se non il fuoco nell'atto
dell'ardere e in quanto arde ; e solo poi le due contrapposte concezioni della
fiamma confluirono in esso, e valsero a derivarne ben due figure divine. Il
terzo stadio in fine della sua evoluzione Caco toccava quando nei posteriori
tentativi di genealogie divine divenne figlio di Vulcano, che aveva a sua volta
assunto il primo posto fra i Numi della fiamma. Dei due protagonisti, il furto
e il duello si svolgeva quasi certamente in modo simile al racconto del
Rigveda. Vi ritornavano il muggito bovino rivelatore dell'inganno; le frecce e
la clava, forse ; con certezza, la distruzione violenta della caverna e
l'abbattimento del mostro tra il fragore il fumo ed il fuoco. E tutto il mito
latino si esauriva, per quanto ci
concesso sapere, dentro questi termini : senza n originalit sua propria
di particolari e di figure n smaglianza singolare di colorito formale. Un primo
arricchimento gli deriv dall'avere, in proceder di tempi, localizzato con pi
esattezza la fiaba, topograficamente vaga nelle origini, come quasi ogni altra.
Nello spazzo che s'apre su la riva sinistra del Tevere tra il Palatino a
oriente, a sud l'Aventino, il Campidoglio a nord, e dove erano nell'et storica
il Foro Boario e il Velabro, trov la sua fssa sede la saga. E fu pi vicina alla
terra, e pi lontana come dal cielo cosi dal suo proprio senso naturalistico.
Fra i colli romani essa divenne il racconto di avventure terrene, il ricordo di
tempi lontanissimi, di cui testimoni unici restavano i monti ed il fiume. Prese
a trasformarsi in una leggenda che la pretende a storia accampando una verit
fallace e diversa dalla sua prima, ben j)u effettiva. Un particolare locale
s'insinua : la caverna di Caco pensata
nel monte Aventino. E, assai pi di quanto possiamo scorgere nelle
testimonianze, i luoghi ove poi saranno le scalae Caci e Vatrium Caci danno
contributo di piccoli nuovi tocchi precisanti alla fiaba. La quale si forma
pertanto col in uno stadio, che il suo
primo fra i Latini, e di cui il colle Aventino e i due numi Caco e
Garano-Recarano costituiscono i iDerni. Acquistare una sede significa per per
un mito, non pure raggiungere una consistenza e saldezza maggiori, bensi
allargarsi via via per attinenze nuove, suggerite dai luoghi ove altri miti son
radicati. E un contagio cui il suolo serve di conduttore: e che qui fu invero
non presto, ma fu per compenso profondo. Quando il dio greco Eracle penetrasse
nel patrimonio leggendario latino e sotto la veste di Ercole venisse
definitivamente adottato e sar del tutto
incerto . Senza dubbio poi alquanto tempo dovette trascorrere innanzi ch'egli
potesse fondersi con gli Cfr. De Sanctis St. d. R. l'abigeato di caco di latini
a lui simiglianti o per qual si voglia modo contigui : prima, dovette divenire
familiare, ottenere culto e insediarsi sugli altari, esser conosciuto anche nei
suoi minori attributi, assimilarsi infine air ambiente. Non presto dunque dall'
" Ara massima ove nel Foro Boario
gli si faceva sacrifizio, presso al Palatino, sopravvenne ad assorbire in s ed
annientare la figura di Grarano-Recarano. La quale difatti non cade in cosi
profondo oblio clie non se ne serbino tracce fra gli eruditi dell'et imperiale.
Ma come l'ebbe assorbita. Ercole prevalse onninamente. Il dio solare poco noto
che era di fronte al dio solare notissimo, impresso di grecit? A entrambi,
sembra, competevano e le frecce e la clava: simboli dei raggi della Stella. E
le lotte erculee avverso l'Ade o avverso Neleo non erano se non se i riscontri
analoghi del duello fra Grarano-Recarano e Caco. Ma l dove l'uno apparteneva a
una religione poco evoluta qual la latina, l'altre recavano con s grande
maturit religiosa. Una poi di cotesto imprese di Eracle, la fatica con cui
uccise il ^' ruggente Gerione e gli tolse la stux)enda mandra, offriva il
pretesto per rinsaldare quel nesso fra Ercole e Caco, che circostanze di luogo
e simiglianza di forma e contenuto tanto favorivano. Fra Eritia nell'occidente
spagnolo, ove quella fatica avrebbe avuto luogo, e la Grecia, cui doveva
ritornare l'eroe, l' Italia era ponte, e nell' Italia Roma. Della positura
geografica approfittarono molti facitori di saghe per le loro combinazioni ;
Per es. Stesicoeo nella sua Gerioneide: cfr. U. Man per nessuna forse cosi
felicemente come per la latina di Caco. Giacch la vittoria conseguita in Eritia
sul Ruggente giustificava, oltre che la presenza di Ercole su l'Aventino, il
possesso della mandra che Caco rapisce. In progressione, quanto pi Ercole
prevaleva su Recarano-Grarano, tanto pi s'allarg la leggenda. Vi si aggiunsero
i particolari sul culto romano dell'eroe nel Foro Boario, e se ne fece tutto un
paragrafo nuovo del racconto, contraddistinto per profondi caratteri dal resto.
Non pi il mito della natura; ma l'impasto non sempre coerente di etiologie, con
le quali si tenta di spiegare l'uno o l'altro aspetto del rituale, un costume,
un gesto, projettando il tutto, senza prospettiva di tempo, sopra uno schermo
unico. Del paragrafo che cosi accresce la leggenda, uno strato appare, se
l'ipotesi non erra, di unica origine; rispetto a cui sussistono inserzioni pi
tarde. Addette al culto di Ercole nell'Ara Massima erano in et storica, prima
che il servizio vi fosse assunto da pubblici ufficiali (anno 312 a. C), le
famiglie dei Potizii e dei Pinarii ; se non che a questi ultimi sembra che non
spettasse come a quei primi di partecipare al banchetto in cui dopo il
sacrifizio si consumavano i resti delle vittime. Era inoltre uso di offrire al
Nume la decima, per consueto, d'un proprio guadagno o CUBO La Urica classica
greca in Sicilia e nella Magna Grecia I (Pisa 1912) (" Annali della R.
Scuola Normale Sup. di Pisa l'abigeato di caco d'un bottino conseguito in guerra
: e l'offerta era lecita cosi a generali come a privati cittadini. Il primo fra
questi fatti e forse anche il secondo costituiscono la trama originaria della
leggenda etiologica. Per essa Ercole avrebbe instituito, subito dopo la sua
vittoria su Caco, un altare, l'Ara Massima, e vi avrebbe sacrificato la decima
del bottino strappato al mostro: sacrifizio cui sarebber stati partecipi membri
dei Potizii e dei Pinarii, con zelo e per tempo quelli, con ritardo questi onde
non poteron partecipare al banchetto delle viscere. Ercole decret allora che
tale nei secoli restasse il costume fra le due famiglie. Se non che dal culto
erculeo dell'Ara le donne erano escluse. Anche qui occorrendo un motivo, non si
pens che in Roma Ercole anche dio della
generazione maschile ; ma si disse che le donne avevano offeso il Nume, in
qualche maniera, durante quel primo sacrifizio. L'etiologia dev'essere a
bastanza tarda, e discorda nei testi ov' riferita. Per gli uni Carmenta (e la
Porta Carmentalis che ne ha il nome
prossima al Foro Boario) avrebbe respinto l'invito di assistere l'eroe
presso l'ara ; o vi sarebbe pervenuta in ritardo : ancor pi che i Pinarii ! Per
una redazione forse pi antica in vece, donne rinchiuse presso il Velabro pel
culto della Bona Dea avrebbero, per mezzo della loro sacerdotessa, rifiutato al
Dio sitibondo di concedergli un po' d'acqua, per non lasciar violare il
sacrario da un uomo : onde la vendetta di lui. E anche recente , sembra, il
nesso che si strinse fra Ercole e un'ara, esistente vicino alla Porta Trigemina
non lungi al Foro Boario, dedicata Jovi inventori. Certo secondario, e per ci non da tutti accolto, il
particolare che essa fosse eretta da Ercole per ringraziare, col sacrifizio di
un giovenco, il suo padre Giove. Ora, se tutti cotesti accrescimenti
leggendarii, i quali si commettono con la figura di Ercole ed il culto di lui
nell'Ara Massima, rappresentano, pur tenendo conto di talune interpolazioni pi
tarde, nel complesso un secondo stadio del racconto; un terzo venne di poi a
sovrapporsi. Entr nel mito la figura di Evandro. Le cause furono, come per
Ercole, due. L'una identica per entrambi
: la contiguit delle sedi ; poich di Evandro era un altare presso la Porta
Trigemina non lungi all'Aventino e al Foro Boario. L'altra analoga, non uguale. Come per Ercole era
valsa la simiglianza di lui con Garano-Recarano, cosi per Evandro influ la
forma del suo nome. La mente non matura che cerca di motivarsi le tradizioni,
quasi sem^^re ritiene d'aver tutto spiegato allor che ha supposto l'etimo d'un
termine. Caco ad esempio venne, e forse da eruditi greci, accostato per
omofonia all'aggettivo xaTt^ ^' cattivo ^ ; il quale parve del resto convenir
bene al mostruoso ladrone. D'altra parte Euander che volto in greco divenne
EdavQog, fu inteso " buon uomo . Indi fu facile il riscontro tra il "
malvagio,, dell'Aventino e il ' buon uomo
della Porta Trigemina. Evandro era, in una leggenda che qui non
l'abigeato di caco accade di analizzare, un signore di Arcadi dalla Grecia
venuti a insediarsi sul Palatino, accanto agli Aborigeni retti da Fauno. La sua
persona pareva dunque acconcia a esser legata per pi attinenze con quella di
Ercole e Caco; e se il racconto lo avesse accolto in et pili antica senza
dubbio troveremmo una volgata concorde intorno a ci. L'accoglimento in vece fu
tardo, e la volgata non esiste. Esistono racconti cbe oscillano, dalla forma in
cui egli ostile ad Ercole, alla forma in
cui egli ospita Feroe e gli rende culto. Ma evidentemente la natura stessa dei
suoi ra^Dporti etimologici con Caco rende certo ch'egli dovette in prevalenza
figurar contro di questo e a favore del greco figlio di Zeus. In questo
medesimo terzo stadio venne a confluire, confondendovisi, e innestandosi con
Evandro, un'altra tarda invenzione. Quella Carmenta, di cui era un anticbissimo
sacrario presso la Porta Carmentalis e che gi vedevamo usufruita per una
etiologia del racconto, fu in altra guisa sfruttata per accrescere di solennit
la venuta di Ercole in Roma e immetterla nelle tradizioni pi propriamente
indigene. Ella avrebbe, cio, predetto in un suo vaticinio l'avvento dell'eroe e
la futura divinit di lui. Il fato cosi rendeva veneranda la gesta; e la
favoletta serviva assai bene a vantare per antichissimo fra tutti il culto
romano di Ercole. Tarda trovata, che si foggia tal volta coi nomi, in vece che
di L'analisi v. in De Sanctis St. d. R. Carmenta, di Nicostrata, di Temide o,
presso Greci, con quel dell'oracolo Delfico. Tarda, che si trov la maniera di
unire all'altra di Evandro questo facendo figlio o amico della profetessa, e
col ricordo del vaticinio giustificando l'accoglienza di lui al Tirinzio. Basti
di coteste invenzioni, cosi povere e recenti che anche presso i poeti mal si
collegano col restante racconto. E impossibile dire chi per primo abbia in un
testo scritto accolto il nucleo leggendario pi antico, dai successivi stadi!
delFet volgenti deformato in parte, in parte svolto e compiuto ; chi abbia,
bene o male composto un organismo di quel che era opera, non del tutto
compaginata, d' una lenta e libera evoluzione traverso slanci fantastici ed
erudizieni grame. Sol tanto si pu congetturare che Ennio commettesse nel suo
poema la materia come del primo (Caco), cosi anche del secondo stadio (Ercole),
al meno nella sua pi vetusta parte. E di poi un annalista del II sec. a. C.
desse adito al terzo stadio (Evandro) ed alle sue propaggini. La quale ipotesi
potrebbe sussistere parallelamente ad un' altra che giustifica assai bene
taluni aspetti del mito di Caco ax)presso gli scrittori dell'et augustea. E
probabile difatti, la fiaba greca di, Ermes ed Apollo, che l' Inno omerico
divulgava in degna veste d'arte e con autorevole efficacia, non rimanesse senza
influsso su quel mito il quale tra i Latini riproduce, con fedelt maggiore, lo
stesso unico spunto allegorico indoeuropeo. E se l'abigeato del figlio di
l'abigeato di caco Maja fu nella mente di talun culto scrittore, come Ennio,
non privo di analogie con l'abigeato di Caco, da quello questo ebbe forse a
ripetere qualche particolare attinente pi tosto all'astuzia che alla forza.
Tale lo scaltro accorgimento del condurre per la coda all'indietro i buoi fino
all'antro per disperderne le tracce ; tale anche lo spergiuro del ladro che
nega il furto : questi difatti ritrovammo nella G-recia tratti essenziali della
saga rielaborata. Certamente per, quanto al di l di coteste innovazioni e
giunte s' conservato intatto il primo profilo del mito, cosi che i particolari
posteriori si sono aggregati ma non sostituiti ai precedenti ; tanto se ne son
venute alterando la luce e la prospettiva e se n' obliterata la coscienza. Chi
ricorda pi se la rapina e la vendetta narrino del temporale che il Sole vince o
del fuoco malefico e tenebroso cui la luce
nemica ? Ora, il fenomeno naturale
lontano : la terra il cielo il fiume ^ sono intorno alla leggenda, non
dentro ; la colorano, non la costituiscono. Ora, essa duplice nella sua parvenza. Narrata con un
certo abbandono della fantasia, con una cura precisa di non omettere le pi
vivide tinte, una fiaba, da ripetersi
perch gradita, da ripetersi con arte per non guastarla, da apprezzarsi come
l'eco di due cose venerande : il tempo e la bellezza. E i poeti la toccheranno
con il loro tocco pi lieve e pi esperto. Tramandata in vece con un ritegno
sobrio che la contenga dentro i margini dell'umano e dell'eroico, riman sospesa
ambigua tra la realt e il sogno, che la fiaba muore e non storia ancora; riempirebbe la lacuna dei
tempi bui, ma non elimina ogni dubbio e non genera certezza di conoscenza. E
gli storici dotati di senso d'arte la riprodurranno guardinghi e pur non
spiacenti. Una fiaba, dunque, presso e il poeta e lo storico. Ma una, cui
quello pago di ammirare, questo desideroso di credere. Noi non possediamo per
n i versi degli artisti pi antichi n le prose dei pi antichi annalisti che in
Roma accolsero il mito : solo li conosciamo riprodotti e compiuti nell'opere
mature dell'et di Augusto. ni. I Poeti. Quando, dopo Ennio, l'arte incaston nel
verso il fulgore della fiaba, gi la tecnica aveva polito r esametro e,
temprandolo per la forza l'aveva reso agile per la grazia delle movenze. La
parola regnava : scelta, limata, contesta, vigeva nel tono quanto nel
significato; aveva un senso nel pensiero, e un ritmo nella frase. Esprimeva, e
aggiungeva. E il mito visse nella parola, che gli divenne fine pi che mezzo.
Valse in quella come la congiuntura nella vita: per gli effetti che produceva,
scelto a pretesto o a tema di un carme; per i distici che l'infrenavano e gli
esametri in cui adagiavasi; per gli aggettivi che esigeva e i sostantivi ove si
distillava. Ond' che raro il poeta
innov, sempre quasi si attenne alla tradizione. L'arte era nell'abigeato di
caco l'adattamento, che non fosse trito, della ribelle massa linguistica allo
schema rigido e inviolabile : mentre la licenza facilitava l'opera, il merito
splendeva nel difficile. Il gesto della mano che elegge e soppesa la parola,
simboleggia, riguardo a Caco, l'opera e di Properzio e di Vergilio e di Ovidio:
emblema cui sol tanto non si attennero l dove altro procedere esigesse il
general tema dell'opera loro, il quarto libro delle Elegie^ l'ottavo dTEneide^
il primo dei Fasti. Properzio occupa rispetto agli altri due un posto
singolare. La sua dipendenza da Vergilio, difficile cronologicamente a
dimostrarsi, anche artisticamente
improbabile, cosi che gli sembra pi tosto parallelo. In tal caso, sia che egli
attingesse a un modello diverso, sia che con Ennio non contaminasse altre
fonti, sia che infine si ritenesse lecita una libert maggiore, il suo racconto
non comprende Evandro, il terzo stadio della leggenda, ma, solo i due primi.
Caco ed Ercole : per noi quindi, qual
che ne sia la causa, un esempio della forma che avrebbe potuto assumere la
fiaba senza il mito etimologico sul " cattivo ladro. Pel resto, il racconto in tutto personale. I vero tema
dell'elegia Ercole Anfitrioniade, in
qualit di Dio venerato nel foro boario con rito greco e senso romano. La sua
sola figura campeggia in due quadri, che uniscono egli e il momento del tempo e
la postura della scena. Nel primo combatte Caco in una lotta brevemente
descritta, la quale sembra importare al poeta pi nel suo insieme cbe nei
particolari. Nel secondo invoca dalle donne, raccolte nel mistico culto della
Bona Dea, l'acqua che gli negano e ne trae vendetta. Sono dunque le due sole
avversioni che Teroe abbia trovate innanzi a s sul suolo dell'Urbe, superate
entrambe con un moto di violenza, concretate entrambe in prescrizione di rito.
Una caverna dell'Aventino, e il riposto limitare sacro d'un bosco presso il
Velabro, si fanno riscontro; le tre teste di Caco, e le chiome bianche d'una
sacerdotessa. E l'antichissimo mito della natura si dispone allo stesso piano e
nella medesima luce del recente mito etiologico. L'arte, serbata la bellezza di
quello, ha creato la bellezza di questo ; svolgendone una fantasiosa scena cui
rende grata e fresca il murmure d'un fonte. Quando l'Anfitriomade da le tue
stalle, o Eritia, aveva stornato i giovenchi, vincitor venne agli alti pecorosi
palatini monti, ed i bovi stanchi stanco egli stesso pos, l dove il Velbro con la
sua propria corrente stagnava, dove su le urbane acque apriva le vele il
nocchiero. Ma su la terra dell'infido Caco salvi non furono : quegli di furto
Giove macchiava. Indigeno Caco si era, ladrone da l'antro pauroso, che suoni
emetteva per tre bocche divisi. Egh, perch non fos-Properzio Elegie IV 9;
edizione Phillimore^ (Oxford l'abigeato di caco sere indizi! certi di palese
rapina, per la coda all'indietro trasse nell'antro i buoi ; ma non sfuggiva al
Dio: i giovenchi muggirono il ladro, del ladro le tane spietate l'ira abbatt.
Dalla Menalia clava le tre tempie percosso, giacque Caco, ed Alcide si parla :
" bovi andate, o d'Ercole bovi andate, fatica estrema della clava nostra,
due volte da me ricercati, due volte mia preda, o buoi, ed i campi Boarii con
lungo muggito sacrate : il pascolo vostro sar nobile Foro di Eoma . Avea detto,
e per la sete ond' secco il palato il volto
contratto ma nessun'acqua gli procacciava umida la terra. Il riso ode
lungi di rinchiuse fanciulle. In ombrosa cerchia gli alberi un bosco avevan
formato, clausura di feminea dea, con venerandi fonti e sacelli, a maschio
nessuno impunemente aperti. Le riposte soglie purpuree bende velavano; nella
vecchia dimora odoroso fuoco splendeva ; il tempio adornava con lunghe fronde
un pioppo e cantanti uccelli densa ombra copriva. Quivi egli corre, con
ammucchiata la polvere su l'arida barba, e parole non degne d'un Dio gitta
dinanzi all'ingresso : " voij che nel sacro recesso del bosco giocate,
aprite, vi prego, allo stanco eroe ospitale il santuario ! Erro una fonte
cercando, e qui intorno sonoro di acque
; del ruscello mi basta quanto nel concavo palmo si accoglie. Udiste di alcuno
che il mondo con le spalle sostenne ? Quegli son io : Alcide la sostenuta terra
mi chiama. Chi dell'Erculea clava le forti imjirese non ode ? e contro le
immense fiere le non mai vane frecce ? e che ad un uomo solo si diradar le
tenebre di Stige? E s'anche celebraste Omesso il v. [42J. sacrifizio
all'avversa Giunone ? le sue acque non mi avrebbe negate la stessa matrigna. Ma
se qualcuno il mio volto e del leone il vello e le chiome riarse dal libico
Sole spaventano, io pure, in veste Sidonia, compii offici di schiava, e
cotidiani pennecchi con Lida conocchia ; ed anche a me cinse una fascia morbida
l'irsuto petto e fui con le dure mani garbata fanciulla,. Con tali detti Alcide
; ma con tali l'alma sacerdotessa, da purpureo nastro ricinta le chiome bianche
: * Non riguardar, o straniero, e lascia l'inviolabil bosco; ritirati or su,
abbandona, sicuro fuggendo, la soglia. Per temibile legge interdetta ai maschi,
si venera un'ara che del rimoto sacello si fa riparo. Con gran danno scorse il
vate Tiresia Pallade mentre, la Gorgone deposta, le forti membra lavava! Altre
fonti gli Dei ti donino : quest'acqua scorre per le fanciulle solo, appartata
dentro limitare secreto . Cosi la vecchia : quegli con le spalle scuote gli
opachi battenti : n l'uscio chiuso all'adirata sete resiste. Ma poi che col
ruscello bevuto aveva placato l'ardore, un triste giuro con le a pena rasciutte
labbra pronuncia. " Quest'angolo del mondo ora me con i miei fati accoglie
: questa terra a me stanco s'apre con pena. La massima ara egli dice " che dai ritrovati
greggi consacrata, l'ara da queste mani
Massima fatta, questa nessuna donna mai veneri, perch senza vendetta non resti
la sete d'Ercole escluso . Padre santo salve! di cui si compiace oramai
l'avversa Giunone ; o santo vogliti rivolgere benigno al libro mio. Cosi il
breve carme assempra il magistero delle pause musicali, cui si affida pi espressione
tal volta che al contesto delle note : giacch l'abigeato di caco quando il mito
vive di forza verbale, la pausa lo costituisce non meno della parola. Dal
complesso della leggenda volgata e nota, che rinchiude abbozzato nella mente di
tutti il lavoro dell'arte, il poeta crea con pochi tocchi i rilievi e le luci,
le ombre e gli sfondi lascia alla memoria comune ; e nel silenzio di lui vibra
il ricordo di tutti. Noi non sappiamo oggi a pieno ci che tale ricordo potesse
supplire; ma in parte l'abbiamo supposto, in parte ci verr mostrato da Vergilio
ed Ovidio. Intendiamo per tanto quest'arte. E insieme ne scorgiamo il carattere
profondo: eulta. Il mito, nella sua
squisitezza formale, dottrina; e il
compiacimento del poeta di una garbata
esumazione dinanzi a lettori cui la raffinatezza ha svigorito la forza delle
sensazioni. Non il senso religiosa non l'idea nazionale anima quei distici, se
bene dell'uno e dell'altra vi sieno echi. Li regola un senso fine dello stile e
un gusto aristocratico dell'accenno sapiente, della misurata allusione
mitologica. Nei limiti dell'arte, che non pu esser mai volgare, assai meno
aristocratica, ma in compenso atta a una pi vasta cerchia di lettori, la narrazione di Vergilio: perch l'informano
quei caldi sensi trascendenti, i quali sono Tamor patrio e la santit della
fede. Dentro la cornice del poema, che esalta la nazione nei suoi principi!
primi, ed percorso tutto dal rispetto
alla leggenda, come a quella onde scaturisce l'orgoglio del nome romano e si
giustifica la gloriosa istoria dei tempi pi vicini; accanto alla I POETI figura
del pio eroe Enea, che opera per volere di Griove e abbassa la fronte sotto
l'afflato degl'incombenti Numi : il mito, cbe narra Tinstituzione del culto
erculeo, e celebra et anteriori alla venuta dei Trojani nel Lazio, non pu non
essere circonfuso d'una luce due volte sacra, e ascoltato in atteggiamento
inchinevole. Il libro ottavo dell'Eneide si equilibra su i due suoi estremi:
comincia con le lotte cruente di Enea contro Turno; finisce con l'inno alle
mirabili vittorie romane e alla battaglia d'Azio, significate da Vulcano su lo
scudo dell'eroe. Dalle prime alle estreme gesta, balza il pensiero senza
intervallo in un constante sentimento ; e, nella compagine salda degli
esametri, appajono le divinit di tre Dei, Venere Ercole e Vulcano. La leggenda
si affonda nella realt; la religione le penetra entrambe ; e il canto muove
dalle radici profonde dei profondi sentimenti del popolo che diede la fantasia
alle fiabe, i soldati forti alle imprese, al culto i divoti. Per ci, e il mito
di Caco vien esposto durante un sacrifizio ad Ercole, e spazia abbondante di
particolari. Qui detto quel che
Properzio accenna. Qui Ennio non si lchiama, ma si sostituisce. E la primordiale
figura della saga, Caco, non svolta meno
della seconda, Ercole, n della terza, Evandro: per che rappresentino, in
ordine, la divinit mostruosa e la divinit bella e un antichissimo assetto
politico presso il colle Palatino. E tutt'e tre sono edizione Sabbadini'
(Torino). l'abigeato di caco cosi collegate che Evandro, il quale d il segno
dell'epoca, il narratore, e nel racconto
di lui le due forze divine si combattono. Il combatti- mento assume, difatti,
la parte pi notevole perch il canto intiero suona d'armi e perch nella lotta si
rivelano a pieno tutti gli aspetti dei due awersarii. Quindi, per l'esigenze
del tema generale, il mito adombra quei particolari di astuzia che supponemmo
dedotti dalla Grecia, e lumeggia bene ogni forma di violenza; riconducendoci
per obliqua via alla sua probabile foggia originaria: breve in ispecie
l'accenno allo spergiuro del ladro, che pi si accosta al furbo diniego di
Ermes. Ma allora, quasi insensibilmente, il gravitar dell'importanza su questo
duello ne accresce le conseguenze e, insieme col pretenzioso sfondo storico, le
spinge al di l dell'origine di un culto. Poich il poeta vuol credere alla
leggenda, e la pareggia alla storia, in Caco con la belva muore la vita
selvaggia, e dalla sua fine principia non sol tanto il rito d'Ercole, con i
Potizii e i Pinarii, ma la quiete per gli abitanti del Palatino. E il suo
cadavere trascinato per i piedi empie d'un'avida curiosit le menti e non basta
ad appagare i cuori, atterriti dal lor terrore morto; e i fuochi spenti su le
fauci somigliano un simbolo. Le lotte saran poi di guerrieri con guerrieri. E
sullAventino, ove ENEA contempla ancora le tracce del passato, i contemporanei
d'OTTAVIANO (si veda) scorgono marmoree dimore. Parla Evandro ad ENEA: Guarda
da prima questo masso tra le rupi sospeso: e come lungi son sparsi i macigni, e
deserta la dimora nel monte, e
rovinarono le pietre in frana. Qui fu la spelonca, remota in suo immenso
recesso, che il semiumano Caco di feroce aspetto abitava non tcca dai raggi del
sole ; e sempre di strage recente era calda la terra ed affissi su la soglia
violenta pendevano volti foschi di lurida tabe. A un tal mostro Vulcano era
padre, del quale atri fuochi dalla bocca recendo trascinava la sua vasta mole.
A noi bramanti il tempo alla fine recava soccorso, e l'avvento del Dio. Infatti
vendicator supremo Alcide giunse, di Gerone ucciso e deUe spoglie superbo, e i
tori ingenti qui vittorioso guidava, e la valle ed il fiume occupavano i buoi.
Ma l'efferata mente bramosa di Caco a ci che nullo delitto ed inganno inosato o
intentato restasse dal pascolo quattro di mirabile corpo tori distorna e altr'e
tante di magnifiche forme giovenche. Poi, perch nessun'orma diretta vi sia, per
la coda li trascina nell'antro, del cammino capovolgendo gl'indizii, e li
occulta nell'opaca caverna. Traccia nessuna guidava chi cercasse allo speco.
Fra tanto, quando gi dal pascolo il gregge pasciuto moveva l'Anfitrionade, e
procacciava il partire, nella partenza mugghiano i buoi e tutta di lamenti
riempion la selva e con clamore abbandonano i colli. Alle voci una delle
giovenche rispose per l'enorme antro mugghiando, onde deluse le speranze di
Caco la prigioniera. Allor per la rabbia il dolore d'Alcide d'atra bile riarse:
con la mano afferra l'armi e la quercia gravata di nocchi, e a corsa raggiunge
l'erta dell'aereo monte. Per la prima volta videro i nostri occhi Caco pauroso
e turbato. Fugge senz'altro pi veloce dell'Euro, l'antro raggiunge : ai piedi
il timore presta le l'abigeato di caco ali. A pena vi s'era rinchiuso, ed un
immane macigno, che per ferro e per l'arte patema stava sospeso, avea fatto
cadere le catene spezzando, e di quello munito le porte rinchiuse : ed ecco
furente nel cuore incalza il Tirinzio, e ogni accesso indagava, ratto qua e l
movendo, e digrignando i denti. Tre volte, d'ira fremente, tutto perlustra il
monte Aventino : tre volte le pietrose soglie in vano tenta : tre volte,
stanco, nella valle riposa. Vera, tra i diruti intorno macigni, acuminata una
roccia, a la caverna sorgente sul dorso, altissima allo sguardo, sede opportuna
a nidi d'inauspicati uccelli. Questa che, prona, dal giogo a sinistra incombeva
sul fiume, verso destra all'incontro spingendo scrollava; da le profonde radici
la strappa e la svelle ; indi d'un sbito la scaglia con impeto onde risuona
l'etra grandissimo, sussultano le rive, e si ritira spaventato il fiume. E lo
speco, e di Caco la reggia immane appar scoperta, e l'ombrosa caverna si mostr
nel profondo, non diversa che se nel profondo spalancandosi per forza secreta
la terra aprisse le inferne sedi e dischiudesse gl'invisi agli Dei pallidi
regni, e dall'alto l'immenso bratro si scorgesse, e pel penetrato lucore
tremassero i Mani. Lui, colto improvviso da la inattesa luce e nella cava rupe
rinchiuso e per insolito modo ruggente, di sopra Alcide opprime di dardi, e si
vale di tutte le armi, e con rami l'incalza e con enormi macigni. Quegli allora
(non sopravanza difatti al pericolo scampo nessuno) da le fauci, mirabile a
dirsi, moltissimo fumo vomita, ed avvolge la casa in caligine cieca, agli occhi
togliendo il vedere, e nell'antro una fumosa notte aduna, tenebre miste con
fuoco. Non sopporta Alcide 'nel cuore, e con precipite salto si scaglia nel
fuoco, l dove pi fitto il fumo volge sua spira e nel grande speco fluttua atra
la nebbia. Qui nelle tenebre afferra in stretto nodo Caco, che vani incendii
rece, compresso schiacciato gli esorbitan occhi e la gola si ingorga di sangue.
Si spalanca tosto, abbattute le porte, la nera casa: i buoi rubati, la
spergiurata rapina, riappajono al cielo, e il deforme cadavere trascinato pei piedi. Non possono placarsi i
cuori mirando gli occhi tremendi, il volto, ed il petto della mezza fiera,
villoso di ste, e su le fauci i fuochi spenti. Da allora gli si celebra onore,
e i posteri lieti ricordarono il giorno ; e primo Potizio institutore ne fu con
la schiatta Pinaria, custode del sacrifizio erculeo. Quest'ara Ercole eresse
nel bosco, che massima sempre verr detta da noi, e massima sempre sar.
AVIRGILIO (si veda) sembrerebbe di poter fare seguire senz'altro OVIDIO (si
veda); che lo imita su questo punto assai strettamente e ne finge anche il
senso religioso e patrio, non inoioportuni n l'uno n l'altro in quei Fasti ove
si rassegnano le feste sacre e nazionali di Roma. In realt sotto una
superficiale simiglianza si cela ben profonda differenza. La vita artistica del
mito, pregnante in Properzio, rigogliosa in Vergilio, vi agonizza. Ce ne
accorgiamo prima dalla parola; che s' esaurita, che non osa violare il modello
i^er rinnovarne le linee e si sforza imj)otente di mutarne i suoni. Cosi che si
perde nel vanto piccolo d'un nuovo vocabolo coniato, allor che -- edizione
Petee (Lipsia). l'abigeato di caco claviger
detto con falsa audacia Ercole; si sminuisce nel gioco artificioso d'una
frase, quando eletta a costituire un
verso cosi: Dira viro facies, vires pr corpore, corpus Grande; sorride bolsa
nel bisticcio etimologico Cacus non leve malum Non pi la finezza properziana e la ricca
concisione: il lezio ricercato a far un
poco attonito chi legga. Ci spiega poi anche la freddezza riposta di tutto il
racconto. Di esso l'occasione son le Carmentalia dell'll gennaio, e il legame
che alla cerimonia sacra lo congiunge
rappresentato dal nesso ' Carmenta-Evandro-Ercole-Caco. Carmenta
difatti, e perch madre di Evandro, e perch profetessa del culto erculeo,
giustifica tutta la seconda parte del carme ovidiano. Ma il legame sottile. Carmenta, numen p-aesens della
poesia, ne lontana dal verso; e la sua
lontananza nell'essenza e nella forma (e nell'essenza persiste forse anche
quando cessa nella forma) sottrae parte della forza reKgiosa al mito: il quale
tutta l'avrebbe avuta, se raccontato a proposito der sacrifcio ad Ercole nel 12
agosto. E parte similmente della sua forza patria la fiaba smarrisce (inconscio
il poeta) per il colore eh' dato alla figura
di Evandro. Questi non pi, come in
Vergilio, il re che, ormai latinizzato, ajuta Enea, e appare nell'atto di
celebrar un sacro rito romano : lo
straniero, l'Arcade, giunto da poco, nuovo alla terra, foruscito dalla sua
patria, il quale lia bisogno ad apprezzar il Lazio dell'incitamento e dello
sprone materno. Indi, senza dubbio, la luce, per coerenza al tema, si addensa
su la figura di Carmenta; ma il figlio di lei se ne menoma. E menomato, stronca
il vigore nazionale del mito. Non solo : che ^ stabant nova tecta quando Ercole giunse, straniero egli pure.
Unico indigeno, Caco: ossia proprio il personaggio odioso del racconto ; Caco
terrore ed infamia della selva aventina. Cosi una inezia apparente ha tramutato
la situazione. Ma l'inezia non sarebbe sfuggita all'artista se il suo
sentimento patrio fosse stato, nei riguardi di questo mito, reale ed efficace.
In vece egli imit Vergilio nella superfcie; e all'artifizio di tale imitazione
sospese il suo racconto. Pur nella facile vena del verso, nella sonorit
scorrevole, nella fantasia corriva, l'artifizio s'eleva ad arte. Ecco i bovi
d'Eritia conduce col il clavigero eroe che del lungo orbe ha misurato il
percorso. Mentre lui ospita la casa d'Evandro, incustoditi vagano pei campi
feraci i bovi. Il mattino sorgeva, e desto dal sonno il Tirinzio pastore dal
novero avverte mancare due tori. Del tacito furto non vede, cercando, vestigia;
le bestie airindietro aveva tratte Caco nell'antro ; Caco, terrore ed infamia
della selva aventina, danno non lieve a l'abigeato di caco stranieri e a
vicini. Spietato del forte l'aspetto, le
forze rispondono al corpo, il corpo ha grande. Del mostro, Mulcbero padre : per casa, ingente di lunghi recessi
ha una spelonca nascosta, che mal troverebbero fino le belve. Teste
all'ingresso e braccia pendono infisse: la terra squallida d'umane ossa
biancheggia. Con la mal serbata parte dei buoi, o nato da Giove, ne andavi :
diedero un mugghio i nibati con rauco suono. " Accolgo il richiamo dice e, seguendo la voce, vincitor per la selva
all'empio antro perviene. L'adito quegli con un masso strappato dal monte aveva
munito, che cinque a stento e cinque avrebbero smosso pariglie. Delle spalle
questi si serve anche il cielo v'aveva posato e il peso immane smuove
crollando. L'abbatte, e il fragore lo stesso etra spaventa ; da la pesante mole
percossa cede la terra. Da prima, venuti alle mani, Caco combatte, e feroce con
travi e con sassi sostien la difesa. Ma poscia che non n'ha vantaggio, ricorre,
mal forte, alle arti del padre, e fiamme vomita da la sonora bocca. Le quali
sempre che esala, crederesti che respiri Tifeo e che dal fuoco dell'Etna ratto
baleno si scagli. Alcide, incalza, e la vibrata trinocchiuta mazza
dell'avversario il capo tre quattro volte percuote. Egli cade, e misto col
sangue vomita il fumo, e batte morendo col vasto petto la terra. Un toro fra
quelli, o Giove, t'immola il vincitore, e chiama Evandro con gli agricoltoii. A
s costituiva quell'ara che Massima detta
: qui, dove una parte dell'Urbe ha il nome dal bue. N tace la madre di Evandro,
che prossimo il tempo, in cui la terra
abbia a bastanza goduto l'Ercole suo. Il gesto pi significante clie insieme
compiano Livio e Dionisio (i due storici dell'et di Augusto, i quali riferirono
la leggenda di Caco) la dichiarazione
con cui rifiutano di accettare responsabilit per quanto raccontano. Cosi si
suol tramandare dice Livio; e richiama tacitamente le parole del suo prologo: n
di affermare n di negare ho in animo. E Dionisio: " vi sono intorno al
nume d'Eracle racconti pi favolosi, e altri pi credibili. Il pi favoloso questo. E vero che, nel gesto comune, Livio
crede pi di Dionisio ; tuttavia entrambi hanno accettato l'opinione che il mito
abbia un contenuto storico (opinione la quale, come si disse dianzi, dovette
prender radice col primo insediarsi laleggenda sull'Aventino) ed entrambi si
pongono, e risolvono male, il problema della sua attendibilit. Anzi, per
diminuire quasi l'importanza stessa del problema, giunsero ad accrescerla. Se
avessero riferito il racconto com' in Vergilio, n pur Livio, con la scarsa
perspicacia critica che lo segnala, avrebbe esitato a respingerlo tra le
favole. In vece essi lo trovano attenuato presso i pi antichi annalisti: lo
rinvengono sotto quella veste di fiaba si, ma umana, che vedemmo convenirgli
alla fine delia sua evoluzione. Caco vale a dire,^non vome fiamma n un mostro. E (Ij Su Livio e Dionisio
l'abigeato di caco un uomo malvagio (xaxg), un violento, un ladro : uomo. La
possibilit terrena informa la fiaba e non ammette sopra s che l'eroico, Ercole
; onde le due forze divine avverse si spogliano del soprannaturale e il valore
del racconto pesa assai pi sul furto che su la vendetta. In questa difatti
troppo palese appare la natura mostruosa di Caco, troppo il padre mitico di lui
si rivela nelle armi ch'egli usa. Un cenno breve d, cosi in Livio come in
Dionisio, notizia della vittoria d'Ercole. All'offesa serve la clava, arma
d'eroe. Alla difesa dovrebbe valere l'ajuto dei vicini ; ma il malvagio lo
invoca in vano. Resta, tuttavia, la fiaba. Il colore la tradisce, i buoi
stupendi di Gerione la palesano. Fuor dai nitidi periodi di Livio appaiono,
negl'incunaboli di Roma, il fiume Tevere cosparso le ripe di erbosi pascoli, ed
Ercole dormiente nella queta ombra sotto il peso del cibo e del vino. Sorge
l'aurora, si svolge la ricerca inutile, la vendetta ; poi una breve folla
d'uomini vigorosi si accoglie intorno a un'ara, consuma il sacrificio fumante,
il banchetto ; su tutto, il carme profetico di Carmenta. E l'aura favolosa si
forma, oltre il preciso linguaggio prosastico, nel pensiero di chi legge. Resta
la fiaba. E nella trama della storia si tinge d'una gravit un po' paludata,
d'una seriet riflessiva, le quali non la soffocano affatto, si al contrario
l'abbellano di un candore ingenuo. Ma solo la stessa arte di Livio pu dare quel
senso secreto -- edizione Weissknbohn'^ (Lipsia). GLI STORICI Che Ercole in
quei luoghi conducesse dopo l'uccisione di Gerione magnifici buoi e che presso
il fiume Tevere, per dove aveva nuotando traghettato innanzi a s la mandra, in
luogo erboso si giacesse, stanco egli stesso del viaggio e per ristorar con la
quiete e con un buon pascolo i buoi, si suol tramandare. Ivi, come per la
gravezza del cibo e del vino il sopore l'oppresse, un pastore di quei dintorni,
a nome Caco e di violenta forza, allettato dalla bellezza dei buoi e volendo
stornar quella preda, perch, se avesse spinto all'inuanzi la mandra verso la
spelonca, le impronte medesime vi avrebbero addotto il padrone nella ricerca,
trasse per le code all'indietro verso la spelonca i bovi, quelli insigni per
bellezza. Ercole in sul far dell'aurora come, desto dal sonno, esamin con gli
occhi il gregge e s'accorse che una parte ne mancava dal numero, si diresse
alla vicina spelonca, se per caso col conducesser le impronte. Quando queste
vide tutte rivolte al di fuori n altrove dirette, confuso e mal certo prese a
condurre la mandra lungi dall'inospite luogo. Ma poi, avendo alcune delle
giovenche sospinte muggito, come accade, per desiderio delle restanti, il risponder
dalla spelonca dei buoi rinchiusi rivolse Ercole. Lui che assaltava la spelonca
Caco tent di rattener con la forza, ma colpito dalla clava in vano invocando
l'ajuto dei pastori cadde. Evandro allora reggeva quei luoghi. Quest'Evandro,
turbato dall'accorrer dei pastori trepidanti pel forestiero reo di manifesta
ucsione, dopo ch'ebbe udito il fatto e del fatto la causa, scorgendo l'aspetto
e i modi dell'eroe alquanto maggiori e pi augusti degli umani, gli chiede chi
mai Omesso in parte il l'abigeato di caco si sia. Quando il nome e la paternit
e la patria ne apprese: nato da Giove, Ercole, disse salve! Che tu avresti
accresciuto il numero dei celesti predisse a me la madre, veritiera interprete
degli Dei, e che a te qui un'ara sarebbe stata dedicata, la quale un giorno il
popolo pi opulento della terra chiamer massima e venerer secondo il tuo rito.
Dando la destra Ercole dichiara di accoglier l'augurio e di adempiere i fati,
instituita e dedicata a lui l'ara. Ivi allora per la prima volta con una stupenda
giovenca della mandra il sacrifizio di Ercole, attendendo al ministero e al
banchetto i Potizii e i Pinarii, che allora eran le famiglie pi insigni
abitanti quei luoghi, fu celebrato. Ora accadde che i Potizii fosser pronti per
tempo e ad essi venissero imbandite le interiora, i Pinarii giungessero per i
restanti cibi ma gi consumate le interiora. Di qui rimase stabilito, finch la
schiatta dei Pinarii visse, che non mangiassero le interiora del sacrifizio. I
Potizii istruiti da Evandro furon i capi di quella cerimonia per molte et, fin
quando trasferito a pubblici servi il ministero sacro della famiglia, tutta la
schiatta dei Potizii peri. Tale, nell'insieme,
Dionisio: se se ne toglie che Caco
per lui non un pastor ma un predone dei luoglii; che Carmenta mutata in Temide; che il ladro, interrogato,
nega la sua rapina ; che Ercole, prima che a s, alza un altare a Giove
Inventore; e pochi altri particolari minori su la cui natura e sul cui valore
non qui da dir nulla, poi che fiu'on
sopra vagliati. Se non che in Dionisio , di pi, una stanchezza che Livio
ignora. Si dilunga per due capitoli sopra un racconto cui non crede affatto;
scrive ciascun particolare, ma reputa di vedervi adombrato un simbolo che
riveler poi, con sicumera da erudito certo di s e del proprio sapere (povera
certezza in vero!). Eppure non nervoso;
non sorvola n condensa: insiste e stanca. Il suo pensiero critico estraneo: si afferma all'inizio, si ritrae
poi, non ricompare se non alla fine : Intorno ad Ercole questo il racconto favoloso che si tramanda. Alla
fiaba manca l'amore. I Razionalisti. Quando alla fiaba manca l'amore, essa non
pu che singhiozzare i suoi ultimi guizzi fra le stretto j e fatali del
razionalismo. I don Ferrante dell'erudizione romana trovarono il fatto loro
come i poeti in Ennio, gli storici negli antichi annalisti, negli annalisti
dell'et dei Gracchi: Cassio Emina e Gneo Gelilo. Su la forma precisa del
racconto che si trovava presso l'uno e l'altro siam tanto jdoco certi quanto
non possiamo dubitare su la forma generale. Entrambi, abbandonandosi alla pi
rigorosa critica razionalista, concordano nel ridurre il mito a un gramo cencio
per tramutarlo in realt; ma si l'abigeato di caco direbbe che il primo abbia
l'occhio pi tosto alla redazione poetica della favola siccome apparve poi in
Vergilio ed era apparsa prima in Ennio, il secondo invece si parta pi tosto
dalla redazione storica che con riserve riprodurranno Livio e Dionisio. Cassio
Emina difatti narrava un preteso " racconto veritiero ove Caco appariva in qualit di servo. Suo
padrone sarebbe stato Evandro, il buono Evandro signore del cattivo servo.
Cotesta concezione fondamentale ci ritorna in due testimonianze, ma un po'
diversamente: presso il commentator di Vergilio Servio e il suo interpolatore ;
e presso uno scritto L'origine del popolo romano^ opera probabile d'un erudito
del IV secolo che compilava con grami intenti storici. Quest'ultimo solo cita
Cassio per sua fonte; il primo sembra contaminarlo con altre informazioni, ma
certo non l'ignora. Per Servio adunque (e chi l'interpola) Caco fu un uomo,
soggetto al re degli Arcadi, che per l'abitudine malvagia di devastare i campi
col fuoco fu detto vomitar fumo e fiamme dalla bocca. Il nome gli venne dal
greco xang col ritiro dell'accento^ come fu di 'EMvtj in Hlena. Ercole lo
abbatt ponendo fine al suo mal fare. Dunque: il racconto di Vergilio resta, ma,
ridotto Ercole a uomo forte e il fuoco di Caco a simbolo, travisato nella sua essenza. A tale effetto
furono bastevoli tre interventi del razionalismo: l'uno a spiegar e ridurre la
natura mostruosa del ladro, l'altro a legittimarne il nome, l'ultimo a
giustificarne i rapporti con Evandro. Pi in l si spinge in vece L'origine nell'
attinger forse pi compiutamente, certo in modo pi esclusivo, a Cassio Emina.
Non solo Ercole un uomo forte (il suo
vero nome Recarano), e Caco uno schiavo
ribelle; ma il furto punito per autorit
di Evandro senza duello n lotta. I motivi razionali di questa notevole
soppressione son due : lo scrittore non aveva spiegato allegoricamente il fuoco
di Caco e doveva quindi sorvolare su la circostanza in cui pi il fuoco ha parte
; la qual necessit poi gli servi anche per metter in rilievo la buona figura di
Evandro e la giustizia di lui. Ma in cosi fare egli si allontana dalla fiaba
poetica molto pi che non appaja Servio, se bene come questo la tenga presente.
Come per questa di Cassio Emina doveva essere, rispetto ad Ennio, una
considerevole riduzione del mito fantastico nei termini della realt possibile,
ma, rispetto al racconto degli annalisti pi antichi, non era se non se un lieve
i tocco; cosi su questo racconto altri critici inrtervennero assai pi
profondamente. Ridurre il mostro a servo: ecco una trovata buona. Ma m.utare
l'uomo singolo in condottiero di eserciti: ecco uno spunto ottimo per
inquadrare meglio nella storia dei popoli anche la breve favola.
Quest'atteggiamento era assunto in Gelilo; e da un contemporaneo di lui, per
qual si voglia via, la deriv a s Dionisio per il suo pi credibile racconto;
edizione Jacoby (Lipsia). l'abigeato di caco Quale capitano fra tutti
fortissimo nei tempi suoi e comandante d'un numeroso esercito, Eracle percorse
tutta la terra compresa dall'Oceano; abbattendo, ove c'ei'ano, le tirannidi
gravi ed aspre per i sudditi o le repubbliche violente e dannose ai vicini o i
ridotti di uomini dalla condotta selvaggia ed iniqui uccisori di stranieri;
instituendo in vece legittimi regni e savie repubbliche e costumanze socievoli
e umanitarie; collegando inoltre gli Elleni con i barbari, i popoli marittimi
con i continentali, che fin allora vivevano disuniti e diffidenti; eostruendo
citt ne' luoghi deserti, deviando fiumi che inondavano i piani, aprendo strade
nei monti inaccessibili; e l'altre opere compiendo, per modo che l'intiera
terra ed il mare divenisse comune pel vantaggio di tutti. Venne dunque in
Italia, non da solo n conducendo una mandra di buoi (n di fatti la regione sulla via di chi si rechi ad Argo
dall'Iberia, n per aver traversato la contrada avi'ebbe meritato tanto onore);
ma guidando numeroso esercito per sottomettere e dominare questi abitanti dopo
avere ormai soggiogato l'Iberia: e a col permanere pi a lungo fu costretto e
dall'assenza della flotta phe avvenne pel sopraggiunger dell'inverno e dal non
accettare tutti i popoli che occupavano l'Italia di sottoporsi a lui.
Quindi narrata la sottomissione armata
dei LIGURI, non che d'altri ; per continuare: Fra costoro che furono superati
in battaglia, si dice che anche il favoleggiato Caco dei Romani, un re affatto
barbaro e signore di sudditi selvaggi avesse con Eracle contesa, perch
occupando luoghi forti era di danno ai finitimi. Costui, tosto ch'ebbe appreso
Eracle essersi accampato nella pianura vicina, con apparecchio da ladrone
attacc in sbita mossa l'esercito dormiente, e quanto del bottino rinvenne
incustodito caricandosene pred. Dopo per, stretto d'assedio dagli Elleni, vide
i presidi! conquistati a forza e fu ucciso egli stesso nelle fortificazioni.
Abbattuti i presidi! di lui, i territorii all'intorno presero per s i seguaci
d'Eracle e alcuni Arcadi con Evandro. Quest'ultima asserzione rivela quanta
libert il razionalista si arrogasse; fino a far giunger nel Lazio insieme con
Ercole quell'Evandro signore degli Arcadi che la volgata afferma insediato sul
Palatino al momento del duello. Libert intesa al servizio del vero "
secondo i filosofi e gli storici come s'esprime Servio, ossia di quella
critica, che conduce a creare, accanto alla favola pi propria una fiaba
fittizia e grottesca : la fiaba dell'Ercole errante in awentm'e cavalleresche,
a liberare gli oppressi, render civili i barbari, pacificar i nemici. N del
resto sarebbe cosi risibile un tale sforzo verso il " vero , n cosi
miserandi apparirebber i suoi risultati; se non gl'inquinasse una mal celata
boria, un vanto sicuro di superiorit intellettiva che solamente sterile miseria. Su queste rovine
pochi poveri racconti si stremano ancora. Evandro richiama con s la figura di
Fauno di cui era divenuto un equivalente sotto l'aspetto di buona mitezza:
Fauno attira il nome di Latino, suo figlio : il sacrario di Caca suggerisce la
storiella che la dea abbia otte- l'abigeato di caco nuto il culto sacro
rivelando il furto di Caco, suo fratello. Poi,
il silenzio. Singolare sorte della saga, in verit. Ricca di densa
materia; vissuta traverso il succedersi delle geniture in una propaggine del
vigoroso ceppo ario; maturatasi lentamente tra il Palatino l'Aventino e il
Tevere : ebbe nel II secolo a. C. non pur la sua forma poetica e la sua foggia
istorica, si anclie soffri su quella e su questa lo spruzzo livido dei
razionalisti : per modo, che sopra il quadruplice schema l'et pi possente del
pensiero romano, l'augustea, non seppe se non disporre adorne trame di ben
vagliate parole, ma di poco varii disegni. Onde il mito ebbe preclusa nel
sguito ogni ulteriore vita : per che dovesse morire intero con l'estinguersi la
potenza alla sua bellezza verbale. Cirene mitica t^roj; libera Ditti e la madre
Danae; impietra Polidette e quei di Serifo : compie in somma parecchi fra i
consueti atti degli eroi solari. Che il sole nascente sia considerato
l'assassino del sole, suo padre, scomparso la sera innanzi : che al sole
competa la perenne lotta contro le tenebre, nei paesi del Nord dell'estremo
occidente, e contro i mostri tenebrosi che ivi abitano : e ormai cosf risaputo
che pu esser per criteri soggettivi negato, ma non deve pi esser ribadito con
argomenti. Cfr. Beloch Griech. Gesch. Absch. VI Mythos und Religion e SANCTIS
(si veda), Storia dei Romani Religione primitiva dei Romani e GLINDO-EUROPEI IN
ITALIA. GLARII IN ITALIA. Un eroe solare ritiene difatti Perseo, a. e., 0.
Gruppe nella sua Griech. Mythologie. N sono sufficienti, anzi non sono
valevoli, le argomentazioni in contrario di E. Kuhneet, in Roscher Lex.: giacch
egli dimentica la differenza profonda A parte (e, secondo noi, insostenibile)
sta la teoria di A. J. Reinach " Rev. de l'hist. d. relig.: Perseus 'le
destructeur' n'est sans doute qu'un vocable qu'on donnait son arme, la harp, adore comme Vakineks l'tait
chez les Scythes e sensibile che intercede fra i motivi naturalistici e gli
spunti novellistici, cui tutto il mito di Perseo vuol ridotto. A questo
proposito sar anzi bene osservare che, per reagire agli eccessi di quegli
studiosi che in ogni eroe videro un dio solare e un fenomeno meteorologico in
ogni episodio dei miti, i recenti indagatori caddero nell'eccesso opposto di
negare ogni sostrato o nucleo naturalistico e di ridurre ogni episodio a
novella. Sintomo significativo di questo secondo eccesso l'articolo di R. Sciava in " Atene e
Roma. Assai equilibrato era in vece il saggio del Comparetti Edipo e la
mitologia comparata Pisa. Ma notevole
che quest'ultimo autore deve lasciar nel bujo il significato e l'origine della
Sfinge; e quel primo, trattando di BELLEROFONTE (si veda H. P. Grice, Vacuous Names), non spiega la
CHIMERA (Grice, Vacuous Names). Entrambi quindi appajono per ci stesso attenti
a un aspetto del fenomeno mitologico non a tutti. quindi metodo migliore, credo, far giusta
parte nel mito cosi al naturalismo come alla novellistica. Il problema poi
intorno alla priorit dell'uno o dell'altra entro le singole saghe va, in parte,
resoluto caso per caso; in parte
d'indole generale e vien trattato in questo saggio. Qui diremo solo, in
breve, che l'intuizione naturalistica suppone una grossolana conoscenza della
natura e dell'uomo, mentre la novella gi
densa di pi larga e pi ricca esperienza umana. Comunque, procureremo, dopo
queste premesse, di sceverare quei due elementi, naturalistico e novellistico,
nei varii nuclei in cui abbiam veduto per s stesso spezzarsi il racconto di
Perseo. tesi vecchia: cfr. per es. il
sennato art. diJ. RviLLK in " Rev. de l'hist. d. relig. Acrisie, Prete,
Polidette e Ditti. Nel racconto Ferecideo, riassunto dallo scoliaste e
ricostrutto dalla critica, attira fortemente l'attenzione il particolare della
fuga di Acrisie re da Argo in Larisa, dal Peloponneso alla Pelasgiodide
tessalica: fuga con cui connessa la
menzione del re pelasgico Teutamida e di un ijQipov in onore di Acrisie
medesimo (Scoi. Apoll. R.). Si son sempre in ci vedute tracce d'un'influenza
tessalica sul mito di Perseo (cfr. Kuhnert). Ma ben pi sembra che se ne possa
dedurre ricordando quanto, dopo il Busolt e il Beloch, ha dimostrato P. Cauer
Grandfragen der Homerkritik, intorno allo scambio fra Argo peloponnesiaca e
Argo tessalica ["Aqyos JleaayiKv deVHiad. B 681). Se difatti si danno casi
in cui l'Argo pelasgica dei Tessali s' potuta identificare con l'Argo del
Peloponneso cosi che gli eroi di quella furono a questa attribuiti, molto probabile che l'Argo di cui re quell'Acrisio che la stessa leggenda
peloponnesiaca fa pertinacemente morire in Larisa sia, in origine al meno, non
quella pretesa dai mitografi antichi e critici moderni, si l'altra di Tessaglia.
E si pu con probabilit scientifica ritenere che abbiamo in Perseo un nuovo caso
d'un equivoco di cui altri casi furono gi constatati e che si ripresenta con i
caratteri consueti. Da questa constatazione fondamentale traggono rilievo
alcuni particolari, a cosi dire, laterali del mito, il cui valore era fin qui
stato in gran parte misconosciuto; particolari i quali son pure, a un tempo,
riprova della verit di essa ipotesi. Cosi fatti sono: 1. la discendenza di
Ditti e Polidette da Magnete; di cui d notizia Apoll. I 88, in un luogo che non
, come il v., sotto l'influsso di Ferecide ma rispecchia fonte diversa; 2. la
nascita di Perseo non per opera di Zeus si di Preto fratello di Acrisie : sulla
quale informano Apoll. II 34, che riferisce questa come una tradizione
parallela alla ferecidea, e lo Scoi. A II. S, che fa risalir la notizia a
Pindaro. 11 primo di questi particolari lascia chiaramente iutravvedere una
forma della fiaba in cui i due salvatori di Perseo e Danae sono personaggi
tessalici della Magnesia: se adunque Acrisie , in origine, re pelasgico, quella
ha da essere la forma primitiva della fiaba. Onde e assicurato al nucleo
originario del mito l'intervento di quelle due figure. 11 secondo particolare
poi d'importanza anche maggiore. Per
esso noi dobbiamo di fatti scegliere fra la tradizione che dice Zeus padre di
Perseo e quella che padre afferma Preto : e non possiamo non propendere a
riconoscere carattere argolieo nella prima, ricordando quanto nei miti e nella
vita dell'Argo peloponnesiaca Zeus abbia parte, cosi che fin Argo l'eponimo del
luogo, figlio di lui (Esiodo fr. RzACH^
= Paus. Il 26, 2; cfr. Feeec. fr., MLLER FHG). La tradizione pertanto che dice
di Preto sarebbe da ritenersi, in contrapposto, tessalica, e quindi anteriore a
quella su cui gl'influssi peloponnesiaci son gi palesissimi. E poich col
delitto di Preto si riconnette bene la cacciata di lui per opera di Acrisie
irato, allo strato tessalico appartiene, forse, anche quest'altro spunto: su
cui vedi Apoll. Il 24 (diverso da Paus. Il 25, 7 e pili ancora da Ovidio
Metani. versi; i quali riproducono una tradizione gi alterata da elementi
estranei introdotti dalle genealogie peloponnesiache, per cui poteva
interessare che Preto riuscisse pari ad Acrisie addirittura lo superasse). N
contro l'ipotesi che Preto appartenga allo strato tessalico del mito crea
ostacoli il rilievo ch'egli acquist poi nelle saghe tirinzie : che potrebbe
essere, come riteniamo, posteriore al suo trasporto nell'Argolide insieme con
Perseo e Acrisie. Anzi la nostra congettura, ove paja ragionevole, spiega forse
anche il valore naturalistico di Prete, ritenendolo analogo a Zeus, e da Zeus
sostituito in regioni ov'egli era poco noto in sul principio e ove pot
localizzarsi solo obliterando il proprio valore. Che per, velatamente, appare
anche nella connessione con i Liei C Luminosi) in cui egli posto dtiVIliade Z. Tuttavia gli elementi
cosi sceverati, che appartengono potrebbero appartenere a uno strato tessalico
della leggenda, non sarebbero di per s sufficienti a provare di quello strato
l'esistenza, ove accostati l'un l'altro non dessero modo di trarne un racconto
organico e coerente, che potesse reggere al paragone di altri svolgimenti
mitici e novellistici analoghi. Ora
notevole in vece che, tenendo conto dei materiali tessalici, espungendo
le inserzioni argoliche, si giunge a ricostruire la trama compiuta d'un mito:
serbate le due figure di Acrisio e di Preto di cui l'una ha avuto culto in
Larisa, l'altra anteriore a Zeus
peloponnesiaco e ne sar sostituita; serbato l'oracolo delfico (Feeec. in
Scol.ApoU. R.) che diviene anche pi dicevole per la vicinanza e le attinenze
fra Delfi e la Tessaglia; serbati Ditti e Polidette figli di Magnete, onde si
acquista anche sufficiente notizia del luogo ove trovarono asilo Perseo e
Danae; serbata in fine l'uccisione di Acrisio a' giuochi larisei: ne nasce un
racconto che omogeneo e definito, e si
raccomanda quindi tanto per la sua localizzazione geografica uniforme quanto
per la sua coerenza interiore. Incerto potrebbe rimanere sol tanto se allo
strato tessalico a quello peloponnesiaco abbia a farsi risalire il nome e la
figura di Danae: giacch se il secondo caso fosse il vero bisognerebbe supporre
che essa sostituisse un nome e una figura pi antichi. Ora se certo che nell'Argo del Peloponneso Danao e
le Danaidi, cui Danae si riconnette senza dubbio, costituiscono un vigoroso e
caratteristico ceppo mitico; non per man
certa la presenza di Danaidi in Tessaglia, se si cfr. Scoi. Apoll. R. e
Antonino Liberale. Va pertanto conchiuso che Danae pu appartenere assai bene
allo strato tessalico del nostro mito; e che, se non dicevole ai fini della ricerca presente il
vagliare il problema mitico di Danao, in questo problema tuttavia la nostra
ipotesi intorno alla primitiva sede della saga di Perseo s'inquadra
ottimamente. Restano cosi delimitate a sufficienza le due stratificazioni
distinte in cui si spezza quell'episodio del nostro mito ch' intorno ad Acrisio
e alla sua morte. N difficile stabilire
l'epoca approssimativa in cui la seconda si sovrappone alla prima di esse. Se
difatti Zeus , come congetturammo, la sostituzione peloponnesiaca del Prete
tessalico, quando Vlliad. S 319 dice Perseo figlio appunto di Zeus, se ne deve
dedurre che come l'et tarda del passo lascia buon margine alla leggenda
tessalica di Prete, cosi la sua comparativa antichit, giacch anche le meno
antiche interpolazioni dell'Iliade son certo abbastanza vetuste, fa risalire
non poco nei tempi l'intervento del Peloponneso. Non rimane adunque che
studiare partitamente l'uno e l'altro strato. Affermata una volta l'esistenza
dello strato peloponnesiaco come posteriore al tessalico, il problema critico
consiste non tanto nel cercar le cause singole dei singoli nessi instituiti fra
il mito di Perseo e il Peloponneso, quanto nel graduarli cronologicamente per seguire
passo passo, fin che possibile, il
processo di penetrazione di quel mito in quel territorio. (Le testimonianze si
veggano raccolte dal Kuhnert in Roschee Lex.; cui mi richiamer volta a volta).
Ora non v'ha dubbio che al complesso di piccole saghe esistenti in Micene in
Tirinto in Lerna in Midea e nella stessa Argo non che in Elo e in Cinuria
dev'esser andata innanzi la diffusione del culto a Perseo e alle figure che a
lui si attengono miticamente. Ed del
pari certo che cotesta germinazione di miti secondari sul ceppo del principale
dev'essere stata a bastanza tarda se nella trama vera e propria della leggenda
le peculiarit locali non han potuto trovar posto adatto. Ma ben altro da dirsi riguardo a Serifo: per cui a priori possibile cosi che il culto abbia
preceduto la leggenda onde ivi son localizzati Ditti e Polidette, come che sia
avvenuto l'opposto. Nel primo caso sarebbe per da spiegare perch il culto di
Perseo abbia toccato Serifo, a preferenza di ogni altra dell'isole vicine. Nel
secondo caso in vece rimarrebbe senza risposta la domanda che chiedesse il
motivo onde Serifo fu dai mitologi preferita ad altre isole, anche pili .vicine
all'Argolide, come sede del salvator di Perseo. N l'esame della genealogia di
Ditti e Polidette conduce ad alcun che (Febeo, fr. -= Scoi. Apoll. R.), come di
quella la quale contiene bens riferimenti a Danao e all'Argolide, non a Serifo.
Nel mito primitivo il luogo donde Perseo avea da venire per uccidere Acrisie
era senza dubbio indicato, in modo vago s'intende, a oriente. Pi tardi la
localizzazione dev'esser divenuta pi esplicita, e sappiamo che nella Magnesia
s'era trovato il punto dicevole, di cui per altro ignoriamo il nome. E non e
improbabile che questo fosse tale da determinar per analogia a dirittura
omonimia la scelta di Serifo fra l'isole che sono ad oriente e non lontano da
Argo peloponnesiaca. Pure accettabile sembra l'ipotesi che la scelta avesse un
motivo unicamente geografico l'est; ma
ipotesi non sufficiente a spiegar tutti i fatti se si guarda all'isole che
sono nella stessa giacitura di Serifo; ed ipotesi che dovrebbe, quindi,
integrarsi con altra la quale supponesse un intervento di casualit. Il problema
rimane ACBISIO, PBETO, POLIDETTE E DITTI 333 dunque senza soluzione recisa. A
ogni modo Serifo deve essere entrata assai presto nel mito peloponnesiaco perch
vi rimase nettamente e saldamente incastrata. E poich lo stesso da dire di Zeus che prende il posto di Preto,
bisogna ritenere che questi due punti fossero ben fissati gi quando il culto di
Perseo prese a difiondersi per tutto il Peloponneso. Un momento successivo occupato dalla saga di Tirinto (Apoll.).
Questa saga non si sarebbe dovuta creare se il culto di Perseo non avesse in
Tirinto assunto importanza ben maggiore che nell'Argo medesima, costringendo i
mitologi a darne una giustificazione. D'altra parte se era plausibile che, come
si disse da quelli, dopo aver ucciso il nonno i e d'Argo, Perseo si vergognasse
sls "Aqyos nave&Elv, era facile legittimare la scelta di Tirinto
ch'egli avrebbe fatta in cambio, se a Tirinto s'era radicato e svolto quel
Preto che importato forse dall'Argo tessalica non aveva trovato favore
nell'Argo peloponnesiaca. Onde i miti tirinzii di Preto e Bellerofonte e di
Perseo e Megapente mostrano entrambi che i personaggi della saga tessala
attecchirono assai meglio in Tirinto che in Argo. Seguono poi tutte l'altre
saghe minori e meno importanti (quella di Micene p. e.: Pads.), che sfuggono al
racconto dApollodoro, testimoniando per tal modo la loro recenziorit. La sanzione
definitiva per dell'insediarsi nel Peloponneso, specialmente nell'Argolide, il
mito di Perseo, i; data dai genealogisti. Combinando Apollodoro (con Ferec. fr.
= Scoi. Ap. R.) risulta il seguente schema che pu valere come volgata su questo
punto: Linceo Ipermestra Lacedemone Abante Euridice ACRISIO Prkto Zeus Danae
Megapente PERSEO Andromeda Posidone Amimone Nauplio Damaatore Pericastore
Peristene Androtoe Alceo Elettrione Stenelo Mestore Ditti Polidette Anfitrione
Alcmene Euristeo Ippotoe ERACLE Tafio Poich
troppo chiaro che di questa genealogia i punti fermi sono Danao ed
Eracle, il Kuhnert vi vedeva la riprova che Acrisio e Preto sono originarie
divinit argive (predoriche) cui si vuol imparentare l'eroe dorico pi recente
Eracle, non senza che nel contrasto fra questo ed Euristeo sussista traccia
della diversit dei ceppi. Ma se a Kuhnert si pu concedere che tardo sia
l'intervento di Eracle nei miti argolici, non gli si pu consentire in vece
intorno ad Acrisio e Preto. Per vero il posto che essi occupano nello schema
genealogico ben motivato, ma da
tutt'altre ragioni che la lor origine peloponnesiaca. Il nome di Danae doveva
riportar sibito a Danao, cui sarebbe stato da avvicinare per quanto era
possibile; ma due generazioni dovevano necessariamente intercedere: una, quella
di Acrisio e Preto; l'altra, quella delle Danaidi. Pi oscura resta la presenza
della terza generazione: di Abante. Ma non mancano elementi per la congettura.
Abante ritenuto l'eponimo di Abe in
Focide (Stef. Biz. g. v. "Affai; Paus. X 35, 1); capo degli Abanti di
Eubea (Stef. Biz. s. v. 'Affaviig, Scoi. B II. B 536, Scoi. Pind. FU. Vili 77).
Su di lui Strabone 431 ha un luogo che merita comento : oc oh [r "AQyog t
Ileaaytiv] o itiv [xovrai] ^ t zojv Qerza&v 7tiov oSrcog voiiuTtyiaig
eyfievov, &ef.tvov zovvofia ''Aj^avTog, ^ "Agyovg Ssvq Tioixi^aavTog.
Qui , sbito evidente, un giuoco di omonimia fra le due Argo; ma del pari evidente che un motivo deve aver
indotto a sceglier per l'appunto Abante per attribuirgli l'introduzione del
nome Argo in Tessaglia. E il motivo non pu esser altro che il trovarsi come nel
Peloponneso cosi nella Pelasgiotide tessalica tracce o di lui o del suo culto.
La quale ipotesi concorda bene con la presenza di nomi affini a quello di lui
in Eubea e nella Focide: territori miticamente affini alla Tessaglia. Ma se
ci probabile, ne deriva che Abante pot
essere importato in Argolide in una con Acrisio e Preto da l'Argo pelasgica e
si spiega in fine la presenza di lui, terzo, fra Danao e Danae. Per Ditti e
Polidette non si trattava in vece che di porli nella medesima generazione di
Perseo e Andromeda, di imparentarli con essi per meglio giustificarne
l'accoglienza: e a ci valsero nomi come quello di Nauplio, eponimo di Nauplia,
di Damastore, padre dell'argivo Tlepolemo in U., di Peristene, sposo d'una
danaide Elettra in Apoll. Or come lo schema genealogico studiato fin qui mostra
Acrisio e Danae innestati fra Danao (gi anticamente peloponnesiaco) ed Eracle
(meno anticamente peloponnesiaco.', cosi i matrimonii fra i figli di Perseo e
le Sglie di Pelope (le testimonianze presso Kuhnert) rivelano la analoga
tendenza a collegar il nuovo venuto eroe con il pili vetusto. E l'opposto vale
per Dioniso che la leggenda fa superar da Perseo [cfr. Edseb. Chron. II 44 Schone; Cirillo c.
lui.; Agost. de Civ.; Scoi. Totr.
IL. Questa dev'essere la leggenda pi antica; l'altra in cui il vinto Perseo (cfr. Kthnert) dov nascere allor che
Dioniso fu pi a fondo penetrato in Argolide]. Che se per lo strato argohco pu
esser suddiviso in parti cronologicamente succedentisi, il tessalico offre
occasione a diverso studio. Il personaggio di Danae serve a gittar, di fatti,
molta luce su elementi che a tutta prima sfuggirebbero nel mito e che sono
tutt'afFatto novellistici. Certo esso , originariamente, vivo di sostanza
naturalistica ; si riconnette con Danao e, come esso, deve valere quale divinit
del mare (Beloch Gr. G.) della nuvola nera o di alcun che di simile: e, se bene
forse sia eccessivo precisare di pi, in ciascuno di questi casi chiarissima la ragione per che Perseo, l'eroe
solare, fu detto nato da lei. Tuttavia, sopra questo innegabile strato, nel
mito tessalico Danae ci appare gi ricca di un nuovo contenuto. Il motivo invero
della figlia o, pi latamente, della vergine che contro un esplicito divieto
divien madre e paga il fio di questa sua colpa insieme con la sua piccola
creatura svolto in larga diffusione nel
folk-lore. E non ha nulla in comune con lo spunto, che si fonda sopra una
primitiva bambinesca intuizione del succedersi dei soli, intorno al delitto di
Perseo contro il nonno. Ugual carattere novellistico si riscontra poi in Ditti:
il cui nome non se non il generico
appellativo " pescatore, (cosi che
quasi vana postilla quella di Ferec. fr. iy.Tvi>) ievmv) e la cui
natura per tanto assimilabile a quella
del consueto pastore agricoltore che rinviene la derelitta ed il figliolo
abbandonati alla violenza delle forze naturali. Potrebbe bens pensarsi anche a
una divinit pescatrice (cfr. la cretese Diktynna, su cui bene giudica Maass
presso Wide Lahonische Kulte e il Gruppe Gr. Myth.). Ma il contesto della fiaba
lo esclude, e al pili concede di supporre che il caso sia per Ditti analogo a
quello di Danae: che cio l'indubitabile carattere novellistico offuschi un
antico sostrato naturalistico. Certo in ogni modo che per quel primo carattere
non per questo sostrato Ditti entr e rimase nel mito di Perseo. Altro di Polidette: questa stessa forma verbale si
rintraccia difatti in un attributo di Plutone-Ade, onde, tra altri, 0. Crusios
Jbb. Phil. ha creduto di identitcar con Ade appunto anche l'ospite di Danae e
Perseo. L'ipotesi ci par ragionevole, a patto che si facciano due restrizioni :
anzi tutto non da credere col Crusius
che Ditti fosse epiteto primitivo di questa figura dell'Ade- Polidette, e da
epiteto si trasformasse in fratello; ma tenendo conto del folk-lore e delle sue
forme consuete, da pensare invece che
originario fosse Polidette, il cui significato trasparente fa intra vvedere un
fondo naturalistico al suo episodio come a tutto il primo nucleo della saga, e
posteriore Ditti. Inoltre altra la
interpretazione da darsi, io credo, ai rapporti fra Polidette-Ade e Perseo con
Danae. Il Crusius difatti, col far gravitar tutta l'importanza del mito su
questa, la riteneva simbolo dell'anima che il re sotterraneo rapisce e Perseo
(= Ermes) libera. Se al contrario vero
che Danae divinit del mare o del bujo e
Polidette nume sotterraneo, la
spiegazione di entrambi esiste rispetto a Perseo in un concetto unico. Nel
fatto l'eroe solore Perseo si pretendeva nato da Danae come il sole dall'ombra;
ma poi, sopravvenuta per Danae la forma novellistica, fu concepito un doppione
di lei m Polidette. per cui Perseo viene ad uccidere Acrisio non pur
dall'onental Magnesia (v. sopra) si anche dall'ombra, dalla regione
sotterranea, onde ogni mattina il sole emerge. La cattivit di Danae presso
Ade-Polidette dunque giustificata anche
dalla affinit F., Kalypso. ANDROMEDA sostanziale dei due personaggi. In tal
caso, ammettendo la diversit di Ditti e di Polidette, la tradizione ferecidea
che li fa fratelli e figli di Magnete par che si debba spiegare come un atto
unico di elaborazione mitologica per cui dalla Magnesia (per la sua positura
astronomica rispetto ad Argo pelasgica) fu desunto il nome del padre, e dalla
paternit dedotto il rapporto fraterno. Considerati nel loro insieme lo strato
argolico, di cui vedemmo i successivi momenti, e il tessalico, di cui tentammo
scernere gli elementi naturalistici e novellistici, costituiscono per un lato
una fiaba di schema consueto e di per s bastevole, ma offrono per altro lato
appiglio a giunte e svolgimenti mitici. L'indagine, continuando, ce ne dar
conferma. Atena e la Gorgone Medusa. Glelementi che caratterizzano la prima
avventura di Perseo in quell'intervallo di azione ch' compreso fra la sua cacciata
da Argo e il suo ritorno, sono tutti a un tempo elementi jonici. La Dea che lo
protegge Atena, la quale ci riporta
senz'altro ad Atene; il Dio che l'ajuta
Ermes, di cui in Atene culto
notevolissimo (cfr. p. e. Roscher nel suo Lex.); il mostro che combatte e
vince quel medesimo di cui il capo sullo scudo di Pallade (Iliade); il luogo
onde si muove Serifo, colonia di Joni. A
questi dati fanno buon riscontro le notizie che per altra via si posseggono
intorno al culto di Perseo in Serifo (Paus., per le monete cfr. Head H. N), in
Atene (Kchnert), in Mileto (Strab. cfr. Erod., Edrip. Elena, Kuhnert): in
Mileto, specialmente, tali da risalire al VII sec. a. C. Da tutto ci, poich
anche il mito di Perseo e Medusa non contiene altri elementi all'infuori di
questi n favorevoli n contrarli, lecito
dedurre che quell'episodio dev'essersi formato in territorio jonico; e che per
conseguenza la sua formazione posteriore
ai principii dello strato peloponnesiaco, del quale appare un effetto.
Quanto probabile questo risultato tanto
par certo il contenuto naturalistico dell'impresa. Le Gorgoni abitano (presso
[Esiodo] Teog.) nQrjv kvtov 'Qxeavoo oxa^tfl TCQg vvCTg, tv' 'EajtEQisg
iy^cpcovoi ; sono pertanto evidenti mostri delle tenebre e della notte che
dicevolmente si contrappongono all'eroe solare in aperto contrasto. L presso si
devono ritrovare gli Etiopi che abitano dove sorge e dove tramonta il Sole
{Odissea. A Nord, ma con egual significato tenebroso, stanno gli Iperborei
(cfr. Pind. Pit. X 50 sgg. e SniiA di Rodi appr. Tzetze Chil.). Non dunque dubbio, anzi tutto che l'avventura
contro le Gorgoni si riconnette pel sostrato naturalistico e con l'uccisione di
Acrisie e con quella del kjtos (v. sotto) ; in secondo luogo che quando in
territorio jonico il mito di Perseo venne importato e diffuso, il suo valore
era ancor a sufficienza noto e chiaro. E da origine rintracciabile con
probabilit derivano anche i singoli elementi constitutivi della saga. Che Atena
avesse sul suo scudo il capo di Medusa non
spunto vano: il suo valore di Dea nata dal cielo e in (Ij Su le Gorgoni
v. Roschee Gorgonen u. Verwandtes (Leipzig 1879). Un recente lavoro (Berlin
1912) su lo stesso tema non merita d'esser citato. (2) Cfr. WiLAMOwiTZ Hom.
TJnters. {= " Phil. Unt. Cfr. Knaack Hermes. Su gl'Iperborei v. 0. Schrder
" Archiv f. Religionswiss., A. KoETE ibid. X (1907) 152 sgg.; Gruppe in
Bubsian-Kroll ' Jahresb. particolar modo di Dea del temporale (Beloch Griech.
Gesch} I 1, 154) d risalto a quello spunto, cosi che vi fa trasparire un'antica
antitesi fra Pallade e le tenebrose Gorgoni. Antitesi invero che si serb
sempre, accanto al mito di Perseo, se Eurip. Jone la ricorda e Apoll. II
46 costretto a farne menzione. E, ultima
riprova di un fatto gi a bastanza palese, anche quando alla Dea si sottrae il
merito della vittoria contro Medusa, a lei sempre si attribuisce l'ausilio in
favor di Perseo (Ferec. fr. 26 e Apoll. ). Se non che il capo di Medusa pure su lo scudo di Agamennone in //. A
Pensando alla natura prima di lui (Beloch Griech. Gesch.) si potrebbe supporre
per lui un'antitesi con Medusa analoga a quella che fra Atena e la stessa Medusa. Ma bisogna
rammentare che su lo scudo il capo della Gorgone divent ben presto un costante
e diffuso ornamento senz'altro motivo che di estetica e di tradizione. Dalla
medesima Atena desunta la y.vvi\ ond'
coperto, e reso invisibile, Perseo: si trova di fatti menzionata per lei in //.
E 845 ("^'^os KvvrJ. Di natura diversa, e novellistica, sembrano in vece e
i calzari alati e la Kifiiacg e l'episodio delle Graje. Queste non sono mostri
analoghi alle Gorgoni bens tipi esagerati della vecchiaia, di cui la novella
suol compiacersi; ma perch un aspetto mostruoso
in loro innegabile, per ci bene [Esiodo] Teog. 270 sgg.; Esch. Promet.;
Apoll.; TzETZE a Licofr. 838. 846 fanno le une sorelle delle altre. Accadde per
che la parentela con le Gorgoni e la paternit di Forco traviasse i critici; che
vollero in gran numero ritener le Graje personaggi naturalistici (Rapp in
RoscHER Lex.). Ma bisognava prima provare (e la prova manca) che la parentela e
la paternit sono originarie nel mito, e non indotte dall'essersi nella fiaba le
tre Graje e le tre Gorgoni (di diversa origine) trovate vicine. Di fatti delle
Graje la novella approfitt per farne i personaggi di una pre-avventura, la
quale trova moltissime analogie, e le depositarie di alcuni talismani, che
ritornano sotto mutati aspetti con frequenza nelle fiabe. Ufficio analogo (e
analoga origine per conseguenza compete al suo intervento) esercita Ermes e la
falce di lui. Mentre per le Graje dovevano contrapporsi a Perseo, come quelle
che la notte ricinge, Ermes dove essergli propizio, come quello che quando si
scontr con Perseo aveva caratteri di dio della luce esso pure (Beloch Griech.
Gesch. Mentre inoltre le Graje nel cammino dell'eroe si trovano solo per motivi
novellistici; Ermes si trovava in vece anche nella real sfera della diffusione
cui and soggetto il culto di Perseo. Riassumendo, dunque : l'episodio di Medusa
nel mito di Perseo pare concepito in territorio jonico; , nel suo fondamento,
senza dubbio naturalistico; ma coi personaggi naturalistici (le Gorgoni, Atena,
Ermes) si mischiano gli elementi novellistici (le Graie, la Kt^iffig, i
talari); e tutto il contesto per tal
modo novellistico che anche quei personaggi vi intervengono con offici proprii
della novella. V. Cefeo Fineo e Cassiepea. Gli elementi onde costituita la impresa di Perseo contro il
x^roy sono di natura e origine assai pi incerta che quelli raccolti intorno a
Medusa. Tuttavia, anche a prescindere dalla prima forma del racconto e a
limitar l'indagine pur ai In quanto al valore originario di Ermes lascio qui
intatto il problema e solo rimando a E. Metek G. d. A. IRicordo anche Roscher
Heines der Windgott (Leipzig) (cfr. l'art, nel Lex.); e Siecke Hermes der
Mondgott (Leipzig 1908) che determin una polemica appunto col Roscher. dati
tardi delle genealogie e delle saghe secondarie, la diffusione di Cefeo
nell'Arcadia e nell'Acaja (v. sotto), la constatata presenza di Fineo in quei
luoghi (v. sotto), inducono a cercar di preferenza nel Peloponneso il
territorio forse di formazione e probabilmente di diffusione di quell'episodio
mitico. Molto pi deve dire un esame delle figure singole. La lotta di Perseo
contro il v,f}zog , bisogna a pena osservarlo, parallela per significato
all'impresa avverso Medusa. Sarebbe quindi gi a priori da attender notizia
intomo a un Nume che in quell'avventura compiesse gli uffici i quali nell'altra
esercita Atena; e un cosi fatto nume sarebbe anche, per pura indagine
etimologica, da ravvisar in Andromeda, nel cui nome non dubbia la radicale di vfjQ; se a conferma
validissima non ci fosse serbato un cratere (" Mon. d. Inst.; KuNHERT) in
cui Andromeda appare non legata, vittima prossima del n^Tog e premio futuro
all'eroico liberatore, ma ritta presso l'eroe nell'atto di ajutarlo a respinger
la belva col lanciar sassi, che sono raccolti in mucchio li presso. Ivi
ella senza dubbio queir "
ajutatrice che la congettura avrebbe per
s supposta. N la comparativamente tarda et del vaso (VI sec.) deve
stupire: ovvio che la stilizzata
tradizione artistica dei vasai deve aver serbato in anni posteriori, quando il
mito s'era al tutto tramutato, memoria della forma che esso aveva pia anticamente
assunta. Questa ipotesi per intorno al primitivo racconto sul x^rof, se tanto evidente da indur meraviglia che il
cratere possa esser stato prima non cosi interpretato (Kuhnert o, c. 2020),
pone anche il problema su le cause del passaggio da quello stadio mitico a
quello ch' in Ferecide. Ora chiaro che
l'episodio di Medusa e quel del tijTog non potevano, nella veste pi arcaica,
venir raccontati l'uno appresso all'altro senza che se ne dovesse notare,
sbito, la simiglianza strettissima: quindi il bisogno di dissimilarli. Inoltre,
a sodisfar quel bisogno giovava il facile innesto su quella saga naturalistica
di uno spunto novellistico : la fanciulla cattiva e liberata, premio al prode
che la salva (si ricordino le epopee cavalleresche). Se non che alla medesima
forma vetusta e primordiale dell'episodio non dovevano mancare gli Etiopi. Fu
veduto dianzi come le sedi loro nella concezione mitica li raccostassero ai
mostri tenebrosi. E tanto pi qui il loro ricordo era importante in quanto,
mentre le Gorgoni richiamavano, sole, a sufficienza i luoghi di lor sede, il
nrjTog per s non sarebbe stato indizio locale bastevole. cosi preparato il terreno a giudicar di
Cefeo. Le testimonianze intorno a lui (doricamente Cafeo) sono tali da non
permettere dubbi sul luogo ove il mito lo ha pi a fondo radicato. I testi
fondamentali di Apoll., di Paus., di Apoll. R. Argoti., che tutti lo fanno
figlio di Aleo, eponimo di Alea in Arcadia, e re di Tegea; le monete di Tegea
appunto, in cui abbondanti volte ritorna (cfr. Deexlek in Roschee Lex.: fissano
in modo esplicito per l'et storica la sede prevalente del suo essere mitico
presso gli Arcadi. In particolare poi Paus. asserisce che da Cafeo avrebbe
preso nome la citt arcadica di Cafe. Il problema, che non in questo caso solo
si presenta alla critica, fra le attinenze reciproche de' due nomi non pu esser
risolto fin che manchino notizie sul culto di Cefeo, che solo risolverebbe la
quistione col far deri- Cfr. Immerwahr Die Kulte u. Myihen Arkadiens; che mi
sembra per superficiale. vare alla citt il nome dal Dio. Ma ad ogni modo quelle
attinenze non sono da negare. E queste notizie sono non infirmate, ma
consolidate da Licofkone Aless. ove Cefeo
n:' ^Qevov \ Avfii^ re BovQaiotoiv ijyef*)v OTQazov : perch nell'Acuja
dobbiamo ravvisare uno dei punti tcchi dall' irradiarsi di lui fuor
dell'Arcadia nel restante Peloponneso. Analogamente Cefeo fu, fuor
dell'Arcadia, introdotto nel mito spartano degli Ippocoontidi, cacciati da
Eracle, cui egli avrebbe recalo ajuto ottenendone in premio la perenne salvezza
del suo dominio in Tegea: saga, pare, a bastanza antica, se gi Alcmane fr. Bgk.
{^ax ztg audcpevg [Kaq>evs Nelmann] vdao)v) ne aveva sentore: cfr. inoltre
Apoll. II 144, Stef. Biz. s. v. Kacpvai. Ma se eifetto d'una pi tosto tarda
irradiazione sono coteste attinenze fra Cefeo e l'Acaja, fra Cefeo e Sparta, di
gran lunga posteriore va ritenuto, sembra, il trasporto di lui in Beozia: scoi.
B a lliad. B 498 QeaTCEiov zov Ki^q>ews ^ d-vyatQe^ ^aav v' . 11 TiMPEL
Kephcus presso Roscher Lex. II 1, 1113 esclude, senza peraltro addur motivi,
che queste parole derivino dal facile equivoco tra Cefeo e Cefiso, o da una
combinazione tra le 50 figlie di Tespio e 60 figli di Cefeo ; e ne deduce,
richiamandosi alle sue ipotesi su Cassiepea, che in Beozia va cercata la sede
prima di Cefeo! Lasciando ora di discutere le asserzioni del Tumpel su
Cassiepea (v. sotto), va qui solo rilevato che non difficile chiarire la genesi, posto che
equivoco di nome non siavi, della notizia serbata in quello scolio. Le genealogie
che esamineremo pi tardi (v. sotto) uniscono Cefeo con Fenice e Cadmo, tebani e
beoti per Queste genealogie sono studiate ampiamente, se non acutamente, da A.
W. Gomme " Jour. of Hell. Stud.
XXXIII (1913) 53 sgg. eccellenza: con Fenice e Cadmo, tardi quindi,
Cefeo dev'essere pertanto giunto in Beozia. Tra queste notizie, pi meno tarde,
che ci riportano all'Acaja a Sparta alla Beozia, e quelle che ci richiamano
all'Arcadia il criterio per scegliere in modo decisivo non manca. 11 Cefeo
arcade secondo Ellanico (fr. = scoi.
Apoll. R. I 162 combinato col fr. senza numero = scoi. MTA a Eurip. Fenice;
contro l'opinione del Tumpel a. e.) figlio di Posidone; e secondo Apoll.
fratello di Licurgo (per contro di Licurgo
figlio presso Apoll.). Questi dati genealogici, come ci vengono riferiti
solo per il Cefeo dell'Arcadia, cosi concordano del tutto e con il suo
carattere di re degli Etiopi (v. sopra) e con la probabile etimologia del suo
nome. Di fatti sia che vi si voglia riscontrare la radice kuF- sia che con gli
antichi gramatici lo si riconnetta con ncjcpg (confr. x^go^f), sempre vi
traspare la natura d'una divinit ctonica e tenebrosa: la quale in vero viene
pensata o abitante nelle oscure cavit che sono oltre la linea donde sorge il
sole, pure priva della voce. Se ne conclude che la localizzazione di Cefeo in
Arcadia dev'essere la pi antica, come quella con cui va tuttavia connesso il
ricordo di quell'essenza naturalistica di lui che mito e nome rivelano del
pari. Mentre per il nesso fra Cefeo e gli Etiopi risulta in tal modo se non
primordiale certo antichissimo, non si pu dire altrettanto del nesso con
Andromeda. In vero se questa sul
principio 1' " ajutatrice, di Perseo, solo quando, ed , come si vide,
assai per tempo, l'avventura dell'eroe contro il xijvos fu localizzata fra gli
Etiopi, e solo a traverso questa localizzazione, pervenne a commettersi con
Cefeo. Perseo, Andromeda, Cefeo, gli Etiopi, il x^roj, erano per tal modo
sufficienti a costituire, per s soli, la trama di un episodio mitico; onde la
presenza di Fineo e Gassiepea, per non sembrare un' intrusione superflua deve
venir giustificata con l'indagare partitamente il valore di quelle due figure.
Quanto a Cassiepea, lo stesso nome rende non dubbio che si tratta del tipo
novellistico della " millantatrce
(cfr. TMPEL in Roschek Lex.) che compete in bellezza con le dee e
ne punita in s o nella prole. I luoghi
per tanto dove vien fatto di rintracciarla non hanno attinenza alcuna con la
sua natura e solo ella vi indotta a
traverso i miti in cui penetra. Cosi per esser stata congiunta (miticamente e
genealogicamente) con Cefeo Fenice e Cadmo, viene sostituita a Memphis come
moglie di Epafo presso Igino Fav. 149 e, altrove (Esiodo fr. Rz.), fatta
discendere da Thronie, l'eponima d'un luogo Thronion della Locride : cfr. scoi.
D a, II. B. Si sa difatti che con Epafo ed Egitto han nessi mitici e
genealogici Fenice e Cadmo ; e che con la Beozia (e quindi con le regioni
vicine) han nessi cultuali e geografici. Fu dunque abbagliato da
localizzazioni, che son conseguenza d'una erudita elaborazione mitologica, il
Tumpel quando su la fede dei luoghi citati asser Cassiepea esser beota. Ma se
la Millantatrice originariamente
estranea a ogni luogo, essa anche con Andromeda e Cefeo si deve esser connessa
non per contiguit di luoghi ma a compimento della trama novellistica che quelli
comprendeva. Non quindi dubbio che la
sua presenza accanto Andromeda risalga a quel momento in cui la figura di
questa viene appunto novellisticamente atteggiata nel tipo della vergine che un
prode libera da prossima morte (v. sopra). Allora di fatti diventava necessario
giustificare in qualche modo la cattivit della fanciulla; alla quale il vanto
della Millantatrice, pot divenire argomento sufficiente (contro Tumpel). E solo
a traverso Andromeda si strinse il legame di lei con Cefeo e gli Etiopi. La
riprova di questa ipotesi sta nel non potersi rintracciare nella sua figura e
in quella parte del mito ohe pi le attiene alcun indizio d'un'antica e diversa
vita mitica. Quanto a Fineo, il Sittig in Fault- Wissowa R.-Encr . mette a
sufficenza in luce il sostrato naturalistico del mito, che pi propriamente suo, delle Arpie di Elios e
de' Boreadi; ci la lotta dei caldi venti
del Sud, che il Sole suscita apportatori di nuvole e di danno, contro i venti
del Nord, che insorgono a respinger quelli e a difendere il nume cieco del bujo
settentrione. In questo sostrato per non si vede elemento alcuno onde possa
giustificarsi l'intervento di Fineo nel mito di Andromeda, all'infuori del
contrasto che fra la sua figura e l'eroe
solare Perseo : contrasto che rendeva anche dicevole la presenza sua fra gli
Etiopi. Ma se le sedi mitiche di Fineo si potevano cercare senza contraddizione
cosi al nord come a l'estremo oriente o a l'estremo occidente, la sede
geografica di lui fu rintracciata sul Ponto quando divenne pei coloni Greci
quello l'estremo punto settentrionale conosciuto (cfr. le testimonianze
raccolte dalJESSEN sul Roscher Lex.). Col egli divenne l'eponimo della regione
vicina e de' popoli : onde si commise con Fenice ritenuto l'eponimo dei Fenici
(Bkloch Griech. Gesch.) e con Egitto e Libia. Di qui appare possibile anche
l'ipotesi, contraddicente quella cui si pervenne pur ora, che il nesso fra
Fineo e Perseo si sia stretto non per motivi di sostrato naturalistico ma
traverso Cefeo, considerato re e rappresentante degli Etiopi in senso
geografico.Senza dubbio per le tracce che si riscontrano intorno a un Fineo
Arcade (presso Apoll. ove Fineo figlio
dell'arcade Licaone e presso Servio a Verg, Eneid. Ili 209 ove rex Arcadiae) debbono ritenersi posteriori al
nesso con Cefeo ANDROMEDA e determinate da questo. N giova a sostegno del
contrario addurre l'analogia fra le Stinfalidi e le Arpie ; perch non giusto che ci uniformiamo al sincretismo de'
mitografi Greci, onde pi figure analoghe di numi erano unificati in un solo
aspetto leggendario ; ma dobbiamo, giusta i pili savi e moderni concetti
critici, ritenere che in luoghi diversi esistessero divinit analoghe parte
simili parte dissimili, senza che la localit dell'una possa illuminarci su quella,
probabile, delle altre. Restano ancra da indagare le attinenze tra Fineo e
Cassiepea, prima che il problema critico si presenti in tutta la sua
complessit. A tale scopo necessario
ricostruire lo schema genealogico la cui esistenza sia presumibile presso
Tepica esiodea. Il Tmpel (negli articoli citi del RoscHER Lex.) ha considerati
divisi e distinti i due frr. di 'ESiq-do {Rzach) 31 e 23. E ha pertanto
ritenuto provata l'esistenza mitica di due Cassiepee, secondo questi due
schemi: I (fr.): Tronie Ermes Arabo I Cassiepea (fr.): Agenore Cassiepea ~
Fenice I Fineo Il testo SU cui si fonda
Strab: che per vero egli interpreta male. Strabene sostiene che Erembi
ed Arabi sono nomi diversi d'uno stesso popolo: TteQ Che han per fondamento, insieme con l'altro
art. del Lex., il voluminoso saggio dello stesso TMPEL in " Jahbb. Phil.,
Supplbnd. II concetto essenziale di questo saggio (che nella pi antica forma
del mito la sede dell'episodio di Andromeda
Rodi) stato, mi sembra a ragione,
confutato dal KuHNERT 0- e.CEFEO FINEO E CASSIEPEA Tv 'EQf*p}v Tto fiv
s'iQrizai, 7if&av)raT0t S elaiv ol voui^ovreg zovg "A^afiag
yea&ai. Tuttavia nel verso omerico Aid-iOTidg '&' ly,fA,t]v koI
Siovlovg nal 'EQefi^ovg {S 84) non ritiene dicevole il sostituire con Zenone
"AQa^dg te : perch, dice, non v' corruttela di testo; v' bens mutazione di
nome dalla pi antica all'et posteriore. Omero difatti ricorda gli E r e m b i ;
Esiodo in vece v KaiaXyqj conosce Arabo: Kal xoijQ']v 'Aqc^oio ...KT [fr.].
Bisogna dunque dedurre (slad^eiv) che gi ai tempi di Esiodo il nome di Arabia
esistesse, e non esistesse ancora ai tempi di Omero (aar tovg rJQcoag). Di
questo passo l'interpretazione non pu essere, pare, che una : Esiodo faceva
fCassiepea] figlia di Arabo, figlio a sua volta di Tronie ed Ermes. Il Tmpel in
vece si lascia fuorviare dalla menzione, che quivi fatta brevemente, degli Etiopi, e ritiene che
per Strabene Arabia sia il nome esiodeo d'Etiopia e che quindi la KovQri
^Aqufioio sia la regina degli Etiopi moglie di Cefeo ; onde integra il fr.
cosi: Tronie Ermes Arabo I Cassiepea Cefeo Andromeda. Se non che nel luogo di
Strabene gli Etiopi non costi- Il nome si supplisce da Scoi. Apoll. R. e Anton.
Lib. 40. tuiscono che un argomento a mo' di parentesi. \7t yQ xov elg zjv ^Qav
/*fiavetv tog 'EQe/*fiovg zv(ji,ooyovat, oUvcg ol tiooI, ofig fieraafivzeg ol
dareQov nl T aacpateQOv TQtyoviag ndeaav ' otoi S (ol 'E Q e fi fio i) e la IV
^A Qd fi wv olTcl&dzegov fiQog Tov 'Agafilov ktiov ksk i fivo i, t TiQg
Aly7tx(fi v.a\ AI& ton la. E, continua, per tal motivo appunto questi
Erembi son ricordati da Omero: in causa, ci , della lor vicinanza con gli
Etiopi, citati nel verso medesimo : to-tov (twv 'E^efifi&v) elug
fiefivja&ai Tv TioifjTjv xal TiQg vovTOvg (pl%d-aL Xyeiv Tv MevXaov, xad'
hv tqtiov sQrjxai, xal TtQg zovg Ald'loTiag' zfj yQ Orjfiatdt nal odzoi
TtTjaid^ovoi. E parimenti {/A.ol(og) son rammentati tov fn^aovg zi^g Tiorjfilag
(xdQLv) y,al zov v^ov. Come si vede, gli Etiopi servono a dare un'idea della
positura geografica degli Erembi {^Qg) e a fornire un motivo dell'averli Omero
ricordati insieme. Ma si ben lungi da
una qual si voglia identificazione " Erembi = Etiopi ! L'unico dato positivo adunque che dal luogo
cit. di Strab. si ricava la discendenza
di Cassiepea da Arabo. La qual notizia spiega un'altra, poco appresso (I 43),
da cui a sua volta integrata. " Vi
sono alcuni ot xal ttjv Al&ioniav elg Tjv Kad"' ^f*g ^otvlTirjv
fA.Ezdyovai, nal za nsQ ztjv 'Av~ QOftSav v 'lTZ] avfifiy\val (paai ' oi>
r'jnov xar' ayvoiav Tonimjv aal zovzcv eyofivcov, ^ v ^v&ov fiov a^'^fiazi
" xad-dyie^ tial zwv Jiaq 'HaiSq) aul zog aoig 7tQ0(pQei
' AnoXXoQog ... Vi erano adunque
alcuni che fondandosi su Esiodo portavano gli Cfr. Ps.-SciL. GGM. I 79, Stef. Biz. s. v.
'Unti, Eust. Cotnm. in GGM. II
375- Di questa localizzazione fenicia del mito non mi sono occupato, che
ritengo essa possa e debba studiarsi e spiegarsi del tutto a parte. Etiopi fra
i F enici. L'ipotesi pili semplice chespieghi questo fatto che in Esiodo era moglie di Fenice (fr. 31
Rz.) quella Cassiopea che nel mito di Andromeda
regina degli Etiopi. Non quindi
in nessun modo lecito dedurre che in Esiodo la figlia di Arabo avesse ad essere
moglie di Cefeo : n si vede a che condurrebbe, COSI fatta interpretazione, se
non a confonder il testo altrimenti chiaro. Concludendo, da Strabene, ben
letto; pu risultar soltanto: che Cassiopea era figlia di Arabo in Esiodo ; 2)
che era moglie di Fenice. E quindi permesso unificare i fr. 23 e 31 Rz.' e
costruire il seguente schema esiodeo: I-f II (fr. 23 + 31): Tronie - Ermes I
Agenore Arabo j I I Cassiepea - Fenice I Fineo. Nel quale schema, analizzando
si ravvisano svibito elementi secondari quali Arabo ed Agenore, ed elementi
principali raccolti nei due nessi Cassiepea-Fineo e Fenice-Fineo. Quest'ultimo senza alcun dubbio da spiegarsi al modo
medesimo del nesso Arabo-Fenice, Fenice-Egitto; come, ci , un avvicinamento di
numi eroi creduti eponimi o rappresentanti di popoli stranieri. Ma il primo di
quei nessi non pu legittimarsi se non pensando a possibili analogie mitiche tra
Fineo e Cassiepea (poich l'ipotesi d'un legame casuale non servirebbe che ove
tutte le altre non fosser riuscibili). E difatti un'affinit si vede sbito tra
le due figure invise agli di e dagli di punite : l'una come millantatrice;
l'altra come dio tenebroso vinto dal Sole. Di pi poi permette di discernere
l'esame dei motivi dalla tradizione addotti a spiegar la pena di Fineo. Tre
sono : Fineo avrebbe preferito una lunga vita alla vista, offendendo Elios
(Esiodo fr. 52 Rz^.); Fineo avrebbe additato la via a Frisso; Fineo avrebbe
ajutato nel viaggio fra le Simplgadi gli Argonauti (Apollod. 1 124; Apoll. R.
Il). Ora ovvio che il terzo motivo ricalcato sul secondo, e molto tardo ; che il
secondo posteriore alla localizzazione
di Fineo sul Ponto, e quindi recente ; che il primo il pii antico. Ma del pari ovvio che di questo motivo si dove cominciar
a sentir bisogno quando il sostrato naturalistico delle Arpie e di Fineo and
inavvertito ; giacch prima era sufBciente a tutto legittimare la natura di lui
e quella di Elios. Non pertanto
improbabile che in quell'et comparativamente non antica in cui si ebbero a cercar
gli spunii novellistici a fin di motivare l'antitesi tra Fineo e la luce, come
piacque l'aneddoto dell'offesa al prezioso dono del vedere, COSI piacesse (e
forse per una pena analoga ma diversa) l'aneddoto del vanto di Cassiepea punito
nel figlio, Dell'invenzione unica traccia ci rimarrebbe la genealogia esiodea.
In somma, pu darsi sia che Cassiepea e Fineo si connettessero primamente per i
motivi or ora supposti, sia che si connettessero poi, traverso Fenice, al par
del quale Fineo era considerato eponimo di popoli stranieri. Riassumendo ora in
breve i risultati delle singole indagini, veniamo a importanti ipotesi: Cassiepea
offre al mito di Perseo -Cefeo Andromeda (Etiopi), uno spunto, ed entra in
quella trama; Fineo si unisce a Cassiepea per lo spunto no- L'ipotesi del mio maestro SANCTIS (si veda); la
responsabilit dell'argomentazione mia.
vellistico che trova in questa la causa della pena di quello; o, in linea
secondaria, col marito di Cassiepea (Fenice), come rappresentante di genti
straniere; Fineo si unisce a Perseo come nume del bujo ad eroe solare; o, in
linea secondaria, a Cefeo come rappresentante di genti straniere. Di questo
triplice rapporto rimangono le tracce sensibili : a) nel racconto ferecideo del
mito di Perseo; V nella genealogia esiodea di Fineo; e) in Ferecide e specie
nel duello tra Perseo e Fineo. Se non che questa una matassa confusa di cui bisogna sceverare
le fila conduttrici. Un gruppo a s, e d'importanza minore, costituito dalle attinenze a sostrato
etnico-geografico (tra Fineo e Fenice; Fineo e Cefeo) la loro natura
evidentemente tarda tale, che ove
accanto a una di esse se ne possa ravvisare un'altra a sostrato naturalistico o
novellistico, a questa da dar la
preferenza su quella, in via d'ipotesi. Un secondo gruppo costituito da questo racconto, coerente e
conchiuso: Cassiepea si vanta e la divinit offesa la punisce nel figlio Fineo
(h); questi condannato a venir superato
in duello da Perseo. Un terzo gruppo infine
costituito da quest'altro racconto, esso pure coerente e conchiuso;
Cassiepea si vanta; la figlia Andromeda ne
punita 5 Perseo libera la fanciulla (a). Di questi gruppi il terzo testimoniato in Ferecide (= Apollodoro) ; il
pili ipotetico il secondo : esso suppone
in vero e una variante su la causa della pena di Fineo, e una variante su
questa pena medesima : vale a dire tutto un mito parallelo a quel dell'Arpie.
Ma come l'esistenza di coteste varianti non
affatto improbabile nella ricchezza di produzione mitica originaria,
cosi esso gruppo spiega molto bene, e insieme, tanto la discendenza esiodea di
Fineo da Cassiepea quanto il duello tra Perseo e Fineo; F., Kalypso. discendenza
e duello che si potrebber bens giustificare pensando per l'una a un errore di
genealogia, per l'altro a una tarda aggiunta novellistica; con due ipotesi per
che non ci saprebbero render ragione n della singolarit per cui l'errore
sopravviene appunto tra due nomi che uno spunto mitico pu ottimamente
congiungere, n della preferenza data a Fineo su ogni altro per farne il
protagonista dello spunto novellistico. Poich invece l'equivoco si pu ammettere
solo ove sieno confusi elementi tra s inconciliabili e discrepanti; e la
preferenza casuale si pu concedere solo quando la preferenza logica sia
impossibile; dobbiam conchiudere che l'ipotesi nostra, pur non pretendendo di
rispondere con esattezza alla verit n di essere perentoria, spiega almeno nel modo
che pare pili semplice tutte le testimonianze che sono a noi conosciute. E,
ultimo vantaggio, non piccolo, ci fa intendere come il secondo gruppo e il
terzo, in entrambi i quali eran Cassiepea e Perseo, si fondessero,
trasformandosi accanto ad Andromeda la figura di Fineo, in un racconto unico,
in cui Cassiepea si vanta, la figlia di Andromeda ne punita e Perseo la libera col tradimento di
Fineo che ucciso da Perseo. Dopo le quali
conclusioni, non resta che da determinar conpid esattezza il valore di alcuni
trai personaggi secondari cui la genealogia collega con Cefeo Cassiepea Fineo e
Perseo. L'Egitto e la Libia son gi noti all'epopea omerica: Il; Od.; e sono
trasparentissimi simboli di quelle regioni i personaggi delle genealogie. Ma pi
oscura la essenza di Agenore (cfr. Stoll
in RoscHEK Lex). Se si prescinde da II. A 467 A 59 M 93 S'425 545-90 ove appare
un Agenore figlio del trojano Antenore, con una non dubbia consistenza eroica,
tutte l'altre testimonianze come son tarde cosi ci dan una scialba imagine di
cotesta persona, senza attinenze chiare con miti, con alcuni dei quali a mala
pena si collega per nessi insignificanti e punto caratteristici. Tranne la
notizia ([Plut.] de fltiv.) singolare di un Agenore padre di Sipilo, la quale
potrebbe riconnettersi con l'epopea in qualche modo, i testi su un Agenore
argivo (Pads.; Apoll.; Igino Fav.; Ellan. app. scoi. A II. F) o un Agenore avo
di Patreo eponimo di Patre in Acaia (Pads.) un Agenore figlio di Fegeo re di
Psofide in Arcadia (Apollod.) un Agenore etolico figlio di Pleurone, genero di
Calidone, zio di Meleagro (Apoll. 1 58 cfr. Igino fav.), se rendono non dubbia
una larga diffusione di quel nome, non son tuttavia sufficienti a orientar con
certezza sul centro onde quella ebbe a prender inizio. Poich non pu esser qui
da discutere l'Agenore etolico, il problema consiste nel decidere se il
peloponnesiaco siasi introdotto nella genealogia di Cefeo e Fenice per motivi
di contiguit geografica con il primo d'essi e con Danao ; oppure se la presenza
sporadica del nome di lui negli schemi del Peloponneso sia posteriore al nesso
con Cefeo e con Danao. Ora, tenuto conto dell'esser la genealogia di Cefeo e
Fineo contesta o sopra fondamento naturalistico-novellistico o sopra base
etnicogeografica, sembra da preferirsi la congettura che in quest'ultimo caso
rientri anche Agenore, in qualit di rappresentante dei popoli che abitavano la
Troade, grossolanamente limitrofi di quei del Ponto, cui Fineo simboleggia :
congettura che confortata dal nesso di
Agenore con le genealogie ove appajono Cadmo e Fenice (cfr. DuMMLER in
Pauly-Wissowa R.-Encl.). L'indagine laboriosa che ora finisce conferma, secondo
a noi pare, quel che affermammo nell'inizio. ANDROMEDA Il personaggio
fondamentale di questo episodio mitico, Cefeo,
peloponnesiaco; l'altro personaggio che come Cefeo ha valore
naturalistico, Fineo, nel Peloponneso si diiFon,de: dunque il Peloponneso l'area dove s'informa il mito, se pure
non quella ove si crea. Fuori da
quell'area, come fuori da ogni altra stanno, o possono stare. Cassiopea
"millantatrice,, e Andromeda, "maschia prima, in seguito vittima del n^rog:
personaggi novellistici della fiaba. Per quale intreccio di casi e d'influssi
poi la trama cosi si serrasse e cosi si connettessero quelle quattro figure
tentammo di concepire, per ipotesi ; ma il risultato rimane, d'uopo convenirne, opinabile. Tale, credemmo
tuttavia di manifestarlo e sostenerlo : sia perch ci parve tesi rispondente,
meglio dell'altre fin qui difese, a quei criteri! su la mitopeja che riteniamo
validi; sia perch ci parve tesi, se non di per s probabile, molto possibile al
meno, e dalla probabilit certo non lontana. I miti etimologici presso Erodoto
ed Ellanico (frr.). Che il nome di Perseo sia stato a bastanza presto collegato
con i Persiani, non pu far meraviglia ad alcuno. Importa solo precisare i
particolari di quel collegamento. A tale scopo si confronti anzi tutto Erodoto:
'EKaovTO ndai Ji [*hv 'E^viv Krjip^veg,
vti fivroi. aq>(Ov atx&v nal T)v 7t(iiox)v ^ AQtaloi. 'Enel oh
HeQaevg Aavdt^g Te Kai A log nineio na^
K'^ifpa xv B^ov, nal 'aj^e aitov T]v d-vyatQa ^AvS^OfieS'Tjv, ylverai aUt^ nalg
r^ oi!vo/A^a ed'ETO TlQarjVj tovtov
airov y^avasCnei ' vy^ave yQ naig v
Kt]rjvg, XaSaloi. Il soggetto di
voTrjaav qual ? Dev'essere Xaaoi. Noi sappiamo che esistevan dei Caldei sul
Ponto (cfr. Baumstark in Pauly-Wissowa R-E.). L'omonimia con i Semiti di
Babilonia non poteva non indurre gli eruditi antichi a connetter, senza alcun
altro fondamento che verbale, i due popoli lontanissimi. E, come quei di
Babilonia eran di gran lunga pi noti, da questi si fecero derivare gli abitanti
sul Ponto. Se non che tutti i popoli (Tini Mariandini Paflagoni ecc.) che fino
alla Colchide occupavano le rive di quel mare erano da alcuni supposti sotto il
dominio di Fineo (cfr. Jessen in RoscHER Lex.); e da Fineo rappresentati. Se
dunque i Caldei del Ponto venivan dal sud (Babilonia) e se quindi alla regione
ch'essi migrando occuparono conveniva dare un anteriore nome ; questo si poteva
scegliere dal mito di Fineo. Nel mito, Fineo
fratello di Cefeo: tra i Cefeni, adunque. Ed ecco che Cefenia e Cefeni
vennero assunti a nomi pristini della regione e del popolo su cui si sarebbero
insediati poi, fuor da Babilonia, i Caldei. I frammenti dell'Andromeda di
Euripide. Su i framm. che di questa tragedia euripidea ci son pervenuti e che
si trovan raccolti presso Nauck Su questo punto sono insufficienti cosi il
cemento dello Stein come quello del Macan a Erodoto. FTG}. furon tentate piti
di una volta ricostruzioni della tragedia : cfr. Matthiae Eurip. fragm.,
Wklckek Die Griechische Tragedie, Hartcng Eurip. restitutus, Wagner fragni.
Eurip., Fr. Fedde De Perseo et Andromeda (diss.), P. Johne Die Andromeda des
Euripidea in Elfter Jahresbericht des K. K. StaatsObergymnasiums zu Landskron
in Bhmen, Wernicke Andromeda in Fault- Wissowa R-E.^ I 2156 sgg., E. Kuhxert
Perseus in Roscher Lex., Wecklein in Sitz.-Ber. d. K. Bayr. Akad. d. Wiss. H.-Phil. Kl., Mller Die Andromeda des
Euripides in '' Philologus (N. F.). Di tutte le trattazioni citate scopo ricostruire la tragedia frammentaria per modo
che ne riescan fissati i singoli episodi nel loro succedersi, la struttura
complessiva nel suo organamento tecnico e scenico, le parti dei varii
personaggi. Ma appunto perch tale il
loro fine, n pur una fra esse riesce a liberarsi da una duplice inevitabile contraddizione.
Anzi tutto mentre pacifico oramai che
Euripide si deve essere pili o men liberamente allontanato dallo schema mitico
tradizionale qual riprodotto in Ferecide
e che deve aver pi o men profondamente rielaborato non pur la trama tutta si
anche le diverse figure, per contro si tende da tutti a far coincidere quanto
pi e meglio possibile i frammenti con il
racconto ferecideo, ripugnandosi ad ammettere nei particolari quella libert che
in generale si concede al poeta Pel rapporto coi vasi dipinti, cfr. Hcddilston
Greek Trag. in the tight of vases painting (London); con le antichit sceniche,
Engelmann Arch. Stud. zu den Trag. (Berlin tragico. Inoltre laddove riesce a
chi che sia impossibile dar ai ditferenti attori del dramma un contenuto il
qual non derivi dallo studio dei frammenti, i frammenti appunto si
distribuiscono poi tra gli attori in armonia a quel contenuto che in questi
avevan fatto pensare essi medesimi. Uscire da questi circoli viziosi, che sono
i fondamentali e in cui altri minori si assommano, non si pu, io credo, se non
ponendo alla ricerca un altro scopo: il raggruppare i frammenti intorno a
ciascuno dei motivi e degli spunti di sentimento e di pensiero onde la tragedia
doveva vibrare e onde sembra vibrasse dai pochi suoi avanzi. Non resta dunque
che interpretare e scernere. I framm. debbono venir lasciati in disparte per
l'ambiguit della loro interpretazione: giacch se b innegabile che in essi asserita la instabilit delle umane vicende e
l'incostanza della fortuna, non men vero
che tale asserzione pu colorire assai bene, cosi l'angoscia di Andromeda
offerta preda al x^zog, come l'ansia di Perseo, cui Cefeo neghi la figlia in
isposa, o Fineo tenda insidia sbito dopo l'esultanza pel trionfo. Del pari il
151 si conviene tanto a un discorso di ammonimento rivolto a Cefeo o a Fineo
per distoglierli dall'^a^rm; quanto a uno indirizzato a Cassiepea, il cui vanto
deve scontar la figlia. I framm. in vece lasciano trasparire una situazione di
fatto piena di forza tragica, ma non tale da permetterci di dedurne conseguenze
sul resto del dramma: debbono pertanto essi pure venire, al nostro scopo,
omessi. E quasi lo stesso da ripetersi
per i frammenti, che tanto svelano in parte l'azione quanto 8on vuoti di
contrasto passionale. n primo gruppo che attira la nostra attenzione quello. Perseo giunge volando traverso l'aria
a una terra di barbari; scorge sbito, su la riva del mare, TteQQQVTOv (pQ(p
&ad(jat]g, una vergine, nag^vov eixo) riva, Andromeda. I versi che seguono
non possono non appartenere, com' concorde giudizio, a un colloquio fra Perseo
e Andromeda. Ora sembra chiaro che tra la situazione 124-125 e il colloquio
126-32 dev'essere troppo stretta attinenza perch sia possibile pensare tra
l'una e l'altro un abboccamento tra Perseo e Cefeo. Il quale pertanto da escludere prima del colloquio tra
il giovine e la fanciulla. Del colloquio, ora, attirano lo sguardo due
frammenti specialmente. Nel primo Perseo chiede ad Andromeda qual compenso egli
potr avere dopo la sua vittoria contro la belva {eiofj ftoi ;ifa()tv/): e avere
da lei. Nel secondo Andromeda si offre, ed
questo da ritener il compenso, ette riQaitoov &eig \ elY aoy^ov ehe
f^coi'... Da entrambi risulta chiarissima, sgombra d'ogni possibile dubbio,
l'intuizione artistica di Euripide: per cui da un lato Perseo chiedendo, in
garbato modo, l'amore di Andromeda mostra di ritenere ch'ella gli si possa
concedere; dall'altro lato la fanciulla promettendosi mostra di ritenersi
libera nel disporre della propria persona. Onde, confrontando questi
incontrovertibili risultati con Apoll. (= Febecide, V. 1) II 44 (TavTTiV ["AvQOftSav]
d'eaaduevog HeQaevg Kal gaad'elg,
vai^i^asiv vna'x^szo Krjq>st T y.fjTog, el ^kXei a&etaav adtrjv aiz(p
(asiv yvvatxa) appare, in tutta la sua profondit, la discrepanza tra le due
forme del mito: la Euripidea, in cui il patto si stringe tra i due giovini; la
Ferecidea, per la quale le nozze si promettono da Cefeo e su Cefeo grava
l'importanza della deliberazione. Per conseguenza bisogna conchiudere che : o
come non prima cosi non dopo il colloquio tra i due giovini, avesse luogo
l'abboccamento tra Perseo e Cefeo; o pure, avvenendo, avesse esso tutt'altra
importanza che presso Ferecide ed Apollodoro, tutt'altro contenuto, forma
diversa. N si obietti che la tradizione posteriore concorde nel serbar quell'abboccamento e nel
serbarlo com' presso Ferecide ; poich tal fatto deve, di fronte alla logica
argomentazione svolta or ora, indurre pili tosto ad affermare la genialit
innovatrice di Euripide non esser stata imitata che a negar fede a conseguenze
logiche di premesse certe. Un secondo grappo che dev'essere studiato nel suo
insieme costituito dai framm. Essi si
dividono sbito in due serie, contrapponendosi l'una all'altra. La prima un vanto del valore, degl'ideali, della nobilt
spirituale, di tutto che s'origina per un ardimentoso slancio dell'animo
{d'Qccaog Tov vov) : il fr. 134 e il 149 in particolare esaltano la fama
conseguita con fatiche (svKeiav eXa^ov on avev noXXiv nvcav) e con rigoglio di
giovinezza {vezrjg fi' jiTlQe..); il 137 e 138 contrappongono alle ricchezze un
nobile amore {yevvalov X^og ... a&Jv Q}fiv(v) ; il 143 afferma il denaro
insufficiente alla felicit. La seconda serie in vece tutta una dichiarazione di preferenza del
denaro a ogni altro bene : il povero non solo soffre ma teme di continuo il
futuro, che non gli rechi dolore pili grave del presente (135"); il ricco
anche se schiavo stimato (ta dovog S)v
yQ tC/Mog tiXovtGv vfiQ 142^ 2) laddove il libero bisognoso othv ad'vei: onde
di tutta la serie pu esser conchiusione il verso ultimo del fr. 142 : XQvaov
vfii^s aavzv e^vex' etvxeIv. Fra queste due serie pu trovar posto anche il fr.
154 : ove per venga letto non nella forma in cui lo d il Nadck 404, che inintellegibile, ma nell'emendazione del
Hkrwekden Exerc. crii. 35 t ^ijv cpvza ae Kaz yijs r/*d)ff' l'awg ; e del
MnsGBAVE nsvv y' ' 5vav yQ ^fl tig sTvxtv XQ^^^- Cosi letto di fatti esso asI
FBAMME^TI DELLANDROMEDA, DI EURIPIDE 3omma bene in s il contrasto delle due
serie opposte che furono esaminate : tra l'idealismo che non trascura la fama
la quale dopo morte conforta l'egregie opere ; e il materialismo gretto che
nella vita vuole il godimento e aborre dal morire e non scorge pi oltre. Ora,
se si pu questionare, ove si voglia, su l'attribuzione di tutti cotesti framm.
ai singoli personaggi, non pu in vece dubitarsi su la realt del contrasto
passionale che abbiamo delineato. Su questa certezza si deve dunque, a mio
avviso, costruire una parte della trama del dramma ; tralasciando del tutto il
litigio su quei punti troppo mal sicuri e fors'anche inutili. Terzo spunto ci offerto il fr. 141 : y) Ss TiaSag oiy. cj
v&ovg aiSetv' T)V yvrjaiitv yQ oiv vieg veelg vfKp voaovai ' S ae
(pvXd^aad-at, yQEvia; KQu. Siibito, questa necessaria eliminazione di taluni
elementi deVInno induce una conseguenza: se nellet probabile della composizione
di esso, il mito era gi cosi maturo da poter e accogliere elementi nuovi e
localizzarsi in un determinato centro di culto ; se inoltre non probabile che a favor di questo centro
appunto sia stato inventato, come quello il quale nel suo riposto senso troppo intimamente connesso con i primordiali
riti delia madre terra; si pu senz'altro affermare che doveva, prima di
quell'epoca, aver vissuta oramai una, certo non molto breve, vita mitologica. E
poco quindi importa che neV Iliade non appaja (v. le opinioni contrastanti del
Forster Raiib und Rilckkehr d. Persephone; Welcker Griech. Gotterl.; Preller
Griech. Mith}; Bloch; Malten Archiv. ftr Religionswiss.): soltanto significa
che manc l'occasione o non fu colta per introdurvelo. Ora, nell'epopea omerica
Persefone non ha alcun carattere (come fu notato) che l'avvicini, anche di
poco, all'aspetto ch'ella assume, sotto la foggia "Persefone-Kora ,
noVInno om. citato, all'in fuori di questo: ella la signora dell'Ade, regina dei morti accanto
al re delle tenebre. Demetra per contro vi appare gi col suo aspetto di Dea
campestre {E 500 JV 322 = iavd-QQios. Tal differenza acquista valore se la si
contrappone alla concordia con cui due poeti indipendenti, VIRGILIO (si veda) e
Properzio, raffigurano Caco sotto la specie del mostro. Gli che in questi ritorna l'immutato concetto
primordiale; negli storici in vece si rispecchiano razionalizzazioni, simili
non identiche, dell'unico mito: non identiche, perch dif. fcile raggiunger l'accordo nel travestir
le fiabe : dell'unico mito, perch nel " ferox viribus, come nel yi^/oTTjj
ri j traspare ugualmente il ' monstrum . (Contro MNZER). In Dionisio Caco ad
Ercole che lo interroga risponde di non aver visto i buoi. Ci, fu notato,
corrisponde a Vergilio (abiurat rapin). In Livio (e in Ovidio in Properzio)
manca il particolare. Se non che cosi della presenza come dell'omissione difficile far giudizio. Cotesta astuzia di
Caco da avvicinare all'altra di condurre
" aversos i buoi : ed entrambe
ritornano nell'omer. Inno a Ermes. Nel quale, ove si narrano le astute imprese
del Dio, son per vero dicevolissime e consuonano al tono burlesco di tutto il
racconto; l dove sembra che la fiaba di Caco, che contesta su la lotta violenta della luce
contro il tenebroso fuoco, male armonizzi con scaltrezze COSI fatte. Si
propenderebbe quindi a ritenere tutt'e due i particolari pi tosto ornamenti
introdotti sotto l'influsso letterario greco che analogie originarie. La quale
ipotesi spiegherebbe anche la brevit degli accenni in Vergilio e Dionisio.
Mentre ben altra la natura del muggire i
buoi nell'antro di Caco: che primitivo
simbolo del tuono (Bkal 0. e. 93 sgg.). (Contro Mnzer). E anche sotto
l'influsso greco di Polifemo {Odiss. i) pu essersi introdotta l'invocazione di
Caco ai pastori vicini a quelli che solevano adz^ avvayQavslv : la quale
difatti manca nel Rigveda, e non
intrinsecamente connessa con la forma prima del mito. N si erra forse di
molto attribuendo a Ennio stesso queste imitazioni di fonti greche che si
ritrovano poi, cosi nei poeti come negli storici; cosi, cio, nel mito come nei
suoi travestimenti razionali. Risulta adunque che la fonte di Livio e, in
parte, di Dionisio conteneva un racconto umanato rispetto a quello poetico che fonte di Vergilio, di Ovidio e di Properzio;
ma tale che lascia trasparire a sufficienza la forma primitiva, in ispecie
negli episodii di astuzia. Ma comune agli storici e ai poeti anche un'altra parte del mito: la etiologica,
che attende ora il nostro esame. I particolari etiologici del culto. Quella
parte del racconto, in VIRGILIO (si veda), OVIDIO (si veda), Properzio, LIVIO
(si veda), Dionisio, che narra gli avvenimenti seguiti all'uccisione di Caco fu
presto riconosciuta posteriore alla prima e intessuta di particolari
etiologicamente desunti dal culto di Ercole. Ma se non pi possibile questionare su ci, bisogna ancor
discutere su i singoli particolari. A tal proposito il MNZEE (p. 88) asserisce:
dassin der Tat Cacus l'abigeato di caco und Euander nichts miteinander zu tun
haben; dass zwei ganz rerschiedene Erzhlungen, die nur die Persoti des Hercules
als einen Trdger der Handlung gemeinsam haben, rein usserlich
zusammengeschweisst worden sind. E anche: Der Einfluss der Verbindung mit
Euander usserte sich am frubesten und am bedeutssamsten dadurch, dass der
Scbauplatz des Cacusabenteuers naher bestimmt wurde. A questa concezione si
contrappongono le parole del De Sanctis (S^^. d. jB. I 154): "hanno
contribuito a suggerirne del mito i particolari l'Ara Massima dErcole vincitore
nel foro boario e le vicine scale di Caco sul pendio del Palatino (Solino;
Diod.). Tardo poi e dovuto soprattutto a un giuoco etimologico il contrapposto fra l'uomo buono e benefico
del Palatino, Evandro , e il cattivo ladrone (xax^) dell'Aventino (su questo
punto ha giudicato rettamente A. Bormann ... Kritik der Sage vom Konige
Evandros). La tesi del De Sanctis si pu dimostrare pi verisimile. Due son le
figure principali del mito: Caco ed Ercole; e l'una d'esse certo latina o
italica, l'altra certo, in quella forma, greca. Se v' dunque in Roma un luogo
cui si attiene il nome di Caco (scal Caci) e uno ove si rende culto ad Ercole,
il metodo e la logica vogliono che questi due servissero a localizzar il mito e
il primo innanzi al secondo. Si potrebbe,
vero, pensare anche che l'Ara Massima sia stata la causa della
localizzazione di Caco (quando a Recarano-Garano fu sostituito Ercole). Ma
l'ipotesi sarebbe difficile da sostenere perch suppone, prima della
comparativamente tarda intrusione di Ercole, Euander, che nella sua forma greca
sonava -E'^av^^o^, e che era la mitica personificazione della eavQa, fu
interpretato buon uomo per un lunghissimo lasso di tempo non localizzata la
saga. L dove l' essersi anche topograficamente Garano-Recarano ed Ercole
trovati vicini giova a spiegarne la fusione : se difatti l'uno era con Caco
fissato presso il Palatino, l'altro si stabili all'Ara massima, la contiguit
dei luoghi giov senza dubbio a fondere le due simiglianti figure. Se non che
nel Thes. L. L. Suppl. {Nom. propr.) a proposito del Kdxiog diodoreo osservato: hic perperam idem esse putatus est
atque Cacus deus ; fuit re vera auctor gentis Caci. E il Mnzer accetta, pur
ammettendo che il nome alle scale possa derivar anche da Cacus (non Cacius):
" aber dann bleibt eben Cacus ein Name, der schon for die Romer ohne
Tnhalt und Bedeutung war. Ora il testo di Diod. (che : v xavtrj oh twv Tiicpavcv 'vreg v6Q>v
Kamog xal HivaQiog ^avvo tv 'H^UKsa evcoig icoyoig Hai cQealg xsxccQiafivaig
tifirjaav ' noi tovtcov tv vQcv TCOfiv^fiata ftxQi t&ve t>v KaiQiv
iafivet Kor xiv 'PiLfiTjv.TJv yQ vvv eiiysvv vQwv z ziv UtvaQov vofia^o^vcv
yvog ia^vei, nag zog 'Pcoftaloig, )^ vTiccQXov Q^aLzazov, zov Kaxiov v z(p HaazCcj) /.azd^aalg aziv ey^ovaa
i&lvrjv Kifiaaa zrjv vof*a^ofivt]v n y.evov KaKav, oiaav nrjaiov zfjg zve
yevofAvrig oiniag zov Kaxiov.) mostra troppo chiara l'origine del suo
contenuto. I dati certi che possiede sono: l'esistenza di scalae Caci,
l'antichit dei Pinarii; le attinenze amichevoli, tradotte nel culto, tra
Pinarii ed Ercole. Da questi dati sono desunti: per falsa etimologia il nome
KaKtog; il nome Ilivd^tog) (per analogia) le attinenze amichevoli tra Ercole e
Cacio, le cui scale son prossime a quell'Ara Massima (JoedanHuLSEN Topogr.) ove
al culto erculeo i Pinarii partecipavano. Tale costruzione da erudito costringe
ad l'abigeato di caco ammettere l'ignoranza, vera o pretesa, e della lotta fra
Ercole e Caco, e dei Potizii (ignoranza, si badi, che anche il Miinzer deve
presupporre, nella sua ipotesi). E poich i Potizii, estinti (Haug in Pauly-Wissowa
R. E., VITI), avevan avuto di fronte ai Pinarii privilegio nel culto, non arrischiato pensare che il racconto in cui di
quelli si tace al tutto e si tace del mito ove quelli eran inevitabilmente da
menzionarsi, sia dovuto a questi appunto (cfr. Pais STORIA CRITICA DI ROMA:
contro WiNTER). A ogni modo le scalae Caci del Palatino derivano, se la nostra
ipotesi vera, da Cacus, come da esse fu
tolto Kdxiog: e additano per tanto la prima naturai sede della lotta. E perch
accanto alla menzione di esse va posto il dato tradizionale su la caverna
dell'Aventino (VIRGILIO (si veda)En., OVIDIO (si veda) Fasti), se ne deve
concludere: che la localizzazione di Caco
mossa dall'area piana ch' fra Palatino Aventino e Tevere, diffondendosi
in un senso verso il Palatino {scalae: cfr. poi Evandro, sotto), nell'altro
verso l'Aventino (caverna). La seconda sede, non lontana, fu l'Ara maxima la
quale servi a fornire assai pi tratti al disegno: ci sono, tutti i particolari
connessi con il culto romano d'Ercole. (Cfr. Peter). Che se il mito di Caco ,
come si vide, italico e vetustissimo, l dove Ercole un, comparativamente, tardo travestimento
dell'Eracle greco, si deve ritenere che tutto quanto si attiene solo alla
figura di questo costituisca un secondo strato leggendario. Del quale le
diverse derivazioni appajono in genere concordi nella sostanza : cfr. gli
aneddoti sul sacrifizio di buoi, su i Potizii e i Pinarii, su la decima, ecc.
In vece maggior discrepanza si presenta intorno all'esclusione delle donne dal
culto di Eracle, su cui si danno tre versioni : da Properzio; dallo scritto
OHgo geni. rom. 6; e daPtUTAECo Q. r. 60: tutte dififerenti, in ispecie la
prima rispetto alle due altre. TI che significa come un unico fatto venisse
travestito in almeno due forme diverse. Lo stesso si pu dire dell'ara lovi
inventori che ricordata in Dion.,
Solino, Origo geni. rom., OVIDIO (si veda), e taciuta dagli altri. Il qual
silenzio dimostra, se non pi, che il nesso tra quell'altare e YAra maxima non
era nel mito etiologico essenziale, e forse anche che v'era entrato tardi. Onde
non improbabile che il motivo ne vada
cercato nella topografia: giacch secondo Dion. l. e. l'altare lovi inventori naq tfj TQiifiq) IIvrj ov' un altro tempio
d'Ercole (Cfr. Gilbert Gesch. u. Topogr. d. St. Rom. II 158). Ma ha certo
ragione il Peter quando ritiene tarda invenzione il voto di Ercole per cui
presso Solino I 7 l'eroe erige l'ara a Giove. Or se la discordia delle fonti
giustifica l'ipotesi che il secondo strato leggendario si sia arricchito parzialmente
per pi tarde aggiunte, la medesima discordia conferma l'asserzione del De
Sanctis (nonch del Bormaim) intorno ad Evandro. Di fatti la presenza di lui,
che essenziale nei racconti di Strab. V
2 30, Veeg. l. e, Lrvio 1. e, Dion. l. e, OVIDIO (si veda) e, Solino, Serv. En.
(= Myth. Vat.) e nello scritto Origo geni. rom. 7, e manca solo in Propeez. l.
e. non si sa bene perch, per narrata in
fogge diverse. Mentre p. e. Livio e Dionisio attribuiscono a lui la instituzione
dell'Ara Massima, in Vergilio in Ovidio in Solino Evandro non che uno, e sia pur il principale, fra gli
spettatori del primo sacrifizio: e secondo Servio egli da prima ostile ad Ercole. D'altra parte la
istituzione medesima dell'Ara attribuita
a un vaticinio ora di Nicostrato (Strab. e Solin.) ora di Carmenta (Liv. e
Ovid.) ora di Temide (Dion.) ora dell'oracolo Delfico l'abigeato di caco (Myth.
Vat.). Ma Carmenta partecipa al mito sol perch la Porta Carmentalis (a
sud-ovest del Campidoglio) a nord del
Foro Boario ov' l'Ara Massima. E Nicostrato e Temide son sue variazioni di
sapore greco. E parimenti chiaro che il
vaticinio di lei un accessorio della
leggenda, parallelo bens a quel di Evandro, per con una base topografica non
pseudo-etimologica. Entrambi poi vennero fusi col far Carmenta madre di
Evandro.Se non che tutto cotesto processo semierudito e semifantastico traspare
ancora nelle fonti dell'et Augustea, in quelle medesime ove non pi incerta la localizzazione della saga nel
Foro boario ed solidamente fissata la
figura greca di Eracle-Ereole: e se ne deve pertanto dedurre che Evandro rispetto a questo di gran lunga pi tardo.
Rappresenta dunque il terzo strato leggendario, fuso con quel di Carmenta; e a
cui un'aggiunta introdotta col far da
lui annimziare la venuta di Ercole a Fauno (Cfr. De Sanctis o. c. 192 su Fauno
ed Evandro, e Origo geni. rom.). Di qui s'inizi poi una mitografia del tutto
secondaria la quale combattente contro Ercole o introduce Fauno in luogo di
Caco (se non parallelamente a questo) (DerCYLUS Italica fr. 6 appr. Mullee); o
di Fauno il figlio, Latino (Conone Narr. appr. Fozio Bibl. cod.; cfr. anche
Schweglee Rom. Gesch.). In breve, il complesso etiologico inseritosi nel mito ,
a prescinder da tarde superfetazioni, sceverabile in tre strati: Caco, con le
scalae e la caverna (Palatino-Aventino) ; Ercole, con l'Ara Massima; Evandro,
con taluni episodii mal fissati e fluttuanti. Anche su queste etiologie, come
sul mito vero e proprio, si esercita il razionalismo degli eruditi. Gli
eruditi. Il riscontro degli errori in cui GLI ERUDITI cade la dimostrazione del
Munzer su Caco offerto dal suo cap. VI
die antike Forschung. Egli si trova di fatti costretto, dinanzi a due
testimonianze che la nostra tesi spiega traendone a sua volta conforto, a
dichiararsi incapace di chiarirle. Nell'Interpol, di Seev. En. Sane de Caco
interempto ab Hercule tam Graeci quam Romani consentiunt: solus Verrius Flaccus
dicit Garanum fuisse, pastorem magnarum virium, qui Cacum adflixit, omnes autem
magnarum virium apud veteres Hercules dictos,) e nello scritto Or. gen. rom.
Recaranus quidam, Graec originis, ingentis corporis et magnarum virium pastor,
qui erat fortuna et virtute ceteris antecellens, Hercules appellatus) ritoma
sotto due forme diverse un nome differente da quel di Ercole, nella lotta
contro Caco: Garanus e Recaranus. Qual delle due forme sia da preferirsi incerto (con Mukzee contro Peter o. c.,
Pais., Winter, Bohm in Pault-Wissowa R. E.). Ma non incerta, a noi pare, la interpretazione di
esse. Sappiamo che il mito di Caco
antichissimo, che Eracle non divenne Ercole se non pi tardi, che per
tanto una figura indigena, latina o italica, lo deve aver preceduto. Troviamo
ora un nome sotto due forme, che sembra prettamente italico ; troviamo che gli
eruditi si son sforzati di conciliar esso nome (e non potevan quindi senz'altro
eliminarlo) con quel di Ercole per mezzo dell'asserzione " omnes magnarum
virium Hercules dictos,. Riteniamo per conseguenza legittimo attribuire tale
nome appunto al personaggio italico il cui Cfr. H. Peter Die Schrift * Origo
gentis romanae in Berichte der K. Schsischen Gesell. d. Wiss. zu Leipzig,
Phil.-hist. Kl. l'abigeato di caco preesistere ad Eracle era a priori pensato.
Quando in vece Mnzer deve asserire, giusta la sua tesi, che un cotal Garano
(Recarano) invenzione di eruditi (i
quali dunque avrebber voluto, essendo Caco un pastore, dargli avversario un
semplice pastore non un eroe famoso) contraddice in parte s stesso perch, se
Caco originariamente un pastore, un uomo
anzi che un dio, sin dall'origine non doveva essere un dicevole avversario di
Ercole; e non riesce poi a interpretare il nome Garano (Recarano) n a dire
donde Verrio l'abbia ricavato. L dove per noi l'oscuro nome conferma della natura del vetusto iddio. N
giova, per questo secondo rispetto, l'ipotesi dello Schott (che il Pais St.
crii. d. R. I 1, 200 n. e WiNTER accettano), Garano e Recarano esser " due
forme errate di Karanos l'eroe argivo eraclide, fondatore della stirpe dei re
Macedoni . Nulla di fatti pu esser addotto a conferma di tale ipotesi, che non
ha per s se non un'approssimativa simiglianza formale dei nomi, e ha bisogno a
sua volta d'esser spiegata, giacch sembra assai strana cotesta scelta degli
eruditi latini. Il supporre, in fine, col Mnzee 95 che Garanus sia un obliterato
epiteto di Ercole pericoloso per la tesi
di lui : giacch in quel caso diventa di nuovo probabile che l'epiteto
obliteratosi non sia se non il nome stesso della divinit soppiantata da esso
Ercole. In breve l'ostacolo non si supera bene se non da chi, come noi, abbia
preso le mosse dal mito indiano e creda all'antichissimo mito latino. Altra
testimonianza che il M. non spiega
quella su Caca. Servio En. (= Myth. Vai.) parla d'una sorella di Caco,
Caca, la quale lo avrebbe denunziato: ed ivi pure data notizia di un " sacellum Cacao,, e
si aggiunge " in quo ei per virgines sacrificabatur (cod. Reginensis); per
vir- GLI ERUDITI gines Vestae sacrificabatur {codd. rei.); pervigili igne sicut
Vestae sacriflcabatur {cod. Floriacensis) . L'ultima lettura la preferita; la prima sceglie il M. Ch'egli
abbia torto dimostra la seconda: la quale nella sua concisa oscurit e nella
confusione che contiene, pili tosto il
risultato d'un'amputazione dell'ultima che un ampliamento della prima.
Comunque, lo stesso M. deve ridursi ad ammettere l'esistenza del sacellum a una
dea Caca. Col che ha gi ammesso troppo contro la sua tesi : perch una dea di
quel nome il riscontro pili magnifico
che si potesse sperare a un supposto dio Caco. Se poi si aggiunge che all'una
si sacrifica sicut Vestae, e l'altro emette fiamme dalla bocca, la deduzione
non pu esser che una. Verissimo tuttavia che lo spionaggio attribuito a Caca in
Servio non le da imputare, come quello
ch' una erudita invenzione poco felice in contrasto con tutto il mito. Che Caca
sia poi il travestimento di queir " una boum, che appresso VIRGILIO (si
veda) rivela il furto n meno il M. osa sostenere. E se il sacellum Cac sia per
il M. oscuro al pari dell'atrium Caci, e se entrambi oscuri non sono per la
nostra tesi, par che non vi sia pi molto a discuter su gli argomenti dell'una e
dell'altra parte. Due composizioni erudite meritano di esser qui ravvicinate,
l'una pi compiuta che l'altra. Servio En. si esprime: Cacus secundum fabulam
Vulcani filius fuit, ore ignem ac fumum vomens, qui vicina omnia populabatur.
veritas tamen secundum philologos et historicos hoc habet, hunc fuisse Euandri
nequissimum servum ac furem; ignem autem dictus est vomere, Cfr. su Caca,
Giannelli II sacerdozio delle vestali romane (Firenze l'abigeato di caco quod
agros igne populabatur; novimus autem malum a Graecis kuhv dici: quem ita ilio
tempore Arcades appellabant. postea translato accentu Cacus dictua est ut 'Evi]
Helena (Cfr. Myth. Vat.). Poi a En. si danno le notizie sull'Ara Massima i
Potizii e i Pinarii ecc. in una forma non inconsueta, che qui non c'interessa
pi. Il razionalismo si qui dunque
limitato: a ridurre a uomo il dio, a spiegar il fuoco che il poeta gli fa
emettere, a interpretar il nome. Molto pi si permette il racconto che si trova
in Origo gen. rom.: " Recaranus quidam, Graecae originis, ingentis
corporis et magnarum virium pastor, qui erat forma et virtute ceteris
antecellens, Hercules appellatus; Cacus Euandri servus, nequitiae versutus et
praeter caetera furacissimus: tali i due avversarii. Caco ruba a Recarano i
buoi e questi dopo vana ricerca per
partirsi quando Enander, excellentissimae iustitiae vir, postquam rem uti acta
erat comperit, servum noxae dedit bovesque restitui fecit,. Allora Recarano
dedica " inventori patri ^ un altare e lo chiama Ara Massima e vi
sacrifica la decima parte dei proprii buoi. Carmenta, invitata, si rifiuta di
parteciparvi e le donne son perci per sempre escluse dai sacrifizii in quel
luogo. Cotesto racconto di gran lunga pi
finito e particolareggiato di quel ch' in Servio. L'interpretazione razionale
qui si estende fin l, dove il primo non si dilungava da Vergilio. L'antico nome
Recarano (Garano) l'autore concilia col pi noto dErcole, Ercole mutando in
soprannome. Inoltre, poich non pu giustificar l'intervento d'Evandro come p. e.
Livio, n valersi di vaticinio alcuno ; poich d'altra parte il giuoco
etimologico ha fatto %aKs servo di EijavQos: omette il duello tra Recarano e
Caco, ch'era ricchissimo di particolari mitici (fuoco fumo clava ecc.), GLI ERUDITI
e attribuisce ad Evandro la scoperta del furto, senza dircene il modo, nel
testo pervenuto almeno, che non si esclude in un testo piii ampio il muggito
indiziale potesse ritornare. E di Carmenta in fine tralascia la profezia; ma si
vale di essa per un mito etiologico. Allo stesso modo, non potendo l'Ara
massima venir instituita da Ercole ch' qui soppresso, viene a ragion veduta
confusa con l'ara lovi inventori, e la gratitudine basta a spiegarla. Tra
Servio e il racconto della Origo v' simiglianza profonda in taluni punti: cfr.
la figura di Caco; dissimiglianza in altri. Di questa si comprende il valore
comparando la sicurezza con cui ixqW Origo si assevera che Ercole non se non il soprannome di Recarano, alla prudenza
con cui l'Interp. di Servio {En. Vili 203) oltre i concordi racconti su Caco
nota la tesi di Verrio Fiacco su l'identit Garano = Ercole. Ci mostra che
Servio ha presente con altre la fonte medesima oVOrigo; ma se ne vale solo
saltuariamente rispettando molto pili il racconto di Vergilio che commenta.
Qual fosse poi la fonte di cui, in vario modo, approfittano e Servio e l'autore
eWOrigo, detto quivi haec Cassius libro
primo Ossia quasi certamente L. Cassio Emina. Mnzer a tal proposito suppone che
a Cassio venisse attribuito tutto il racconto per esagerazione, in luogo di un
solo passo. Di Cassio per abbiamo (Peter fr. 4) un frammento su Evandro e
Fauno. Egli tratt verisimilmente tutta la saga di Evandro e quella di Caco. Non
v' dunque ragione per negare che nella tradizione erudita si serbassero (anche
e specie mediatamente) di lui estratti a bastanza ampii intorno a quel mito.
Del resto, se anche un solo suo passo poteva addirsi al racconto dell'Orler, si
pu sostenere che in lui era al mena assai simile la razionalizzazione del
duello fra Ercole e F. Kalypso. l'abigeato di caco Caco. Ma poich questa appare
neWOrigo organica e armonica in tutti i particolari, difficile negare che, cosi definita, non si
trovasse gi anche in Cassio. (Contro M.). Di natura opposta alle due
testimonianze erudite che furon or ora discusse sono i racconti di Dion. e di
Cn. Gellio appr. Solino = Peter fr. Difatti l dove in quelle la lotta pur
umanandosi resta limitata a due soli personaggi; in queste in vece si allarga
ad eserciti. Ma se Dion. non ofi"re grandi difficolt, quando si conoscano
le fiabe degli eruditi latini su gli Arcadi di Evandro e gli Aborigeni di Fauno
(De Sanctis St. d. Bom.); per contro Gellio
oscurissimo, Cacus, ut Gellius tradidit, cum a Tarchone Tyrrheno, ad
quem legatus venerat missu Marsj'ae regis, socio Megale Phryge, custodiae foret
datus, frustratus vincula et unde venerat redux, praesidiis amplioribus
occupato circa Vulturnum et Campaniam regno oppressus est. Megalen Sabini
receperunt, disciplinam augurandi ab eo docti. Il carattere che sbito appare pi
evidente in tal racconto il
travestimento erudito razionalista; cosi che, se esso anche avesse a contenere
forme ignorate del mito, le conterrebbe certo sotto un velame. Inoltre vi son
tracce palesi di contaminazione : gli Etruschi difatti, i Marsi, i Sabini, i
Campani sono compresi in queste poche righe, ed
difficile che una schietta e unica leggenda originaria accosti per tal
modo tanti popoli. Ora fin che Gellio fa combattere Ercole contro un Caco
insediato sul Volturno pi tosto che contro uno sul Palatino, possiamo intendere
ch'egli preferisse foggiarsi il mito a imagine della reale storia e si valesse
a ci p. e. della prima Sannitica inventandone un precedente; che non si
scosterebbe in questo metodo gran che dalla fonte di Dionisio la quale di Caco
crea un antecessore di Fauno ed Evandro. LI ERUDITI E non rigorosa l'ipotesi che costretto egli vi
fosse da un mito cumano o campano (il passo di Festo s. V. Romam di lettura troppo mal sicura e nulla se ne
trae). Cosi quando ricorda Megale Frigio e i Sabini, si ricava dalla "
disciplina augurandi, trattarsi d'una secondaria e piccola leggenda etiologica
o etimologica che qui viene inserita per ignoti motivi. Quando in vece introdotto l'eponimo di Tarquinii (Tarchone)
che avrebbe usato violenza contro Caco non si sa per qual modo, sembra
tutt'altro che improbabile, vi sia qui un'elaborazione di quella leggenda
istessa la quale ritratta, sotto forma
mutata, in alcuni specchi etruschi [KETE Etruskische Spiegel V tav., Rilievi
delle tirne etnische; Petersen Jahr. D. Instituts; De Sanctis Elio; MuNZER 0.
e. e Rhein. Mus.] e il cui nucleo dovrebbe consistere nell'assalto proditorio
contro un Caco dal benigno aspetto. Ond' che difficilissimo resta, nell'attuali
condizioni della scienza, decidere se anche per i Marsi si debba attribuire la
loro presenza al desiderio di foggiar il mito su lo schema della storia, come
ci parve probabile per i Campani; o alla contaminazione d'una terza leggenda
con la latina e l'etrusca. Riassumendo adunque, Cassio Emina e Cn. Gelilo
rappresentano bens un unico atteggiamento di fronte alla leggenda di Caco, come
vuole il Mnzer, ma ciascuno ne esprime una forma diversa. Il primo si serba
vicino alla poesia molto piii che il secondo. Quello par travestire la fiaba che
sar poi seguita da VIRGILIO (si veda). Questo, il racconto che narra Livio. Per
ci Dionisio dopo aver esposto il mito assai similmente a LIVIO (si veda), d il
suo Ari- azeQos Myog come un'interpretazione del fiv&ty.g = liviano: d, in
somma, il racconto razionale dell'anna- m. - l'abigeato di caco lista pili
tardo come ermeneutica del racconto favoloso dell'annalista pi antico. Allo
stesso modo che Servio appone la forma cassiana del mito per esegesi al testo
vergiliano, desunto da Ennio. Tra le due teorie che (cme vedemmo in principio)
si combattono intorno a Caco, da
preferire quella che crede ad un antico mito latino in quanto tien maggior
conto di tutte le testimonianze ed meglio
in grado di spiegarle tutte insieme e coerentemente. La evoluzione letteraria
poi del mito, contradicendo il Mnzer e compiendo il breve disegno del De
Sanctis, va tratteggiata cosi: dopo che in tre strati (intorno a Caco prima,
poi ad Ercole, poi ad Evandro) si
contesta la leggenda, la parte sostanziale di essa elaborata con diversit di tono da un poeta
(Ennio) e da un annalista; l'una e l'altra forma vengono, nell'et
succescessiva, razionalizzate in Cassio Emina e Cn, Gellio. L'et augustea
riproduce (con i poeti e Livio da un lato, Dionisio e Verrio Fiacco dall'altro)
tutt'e quattro queste manifestazioni. Cirene mitica. Bibliografa e metodo. Il
complesso dei miti raccolti attorno alla figura di Cirene studiato gi da Theige Res Cyrenensium etc.
(Bafniae) che raccolge i materiali e, in comparazion dei tempi, seppe
vagliarli. Trova poi trattazione minuta ed accurata per opera di Studniczka
Kyrene, eine altgriechische Gottin (Leipzig), che la stessa materia rielabor in
RoscHER Lexicon; e di Malten Kyrene, sagengeschichtliche und historisehe
Untersuchungen in Philologische Untersuchungen, del Kiessling e Wilamowitz
ove tenuto conto anche delle ipotesi
brevemente enunciate da Geecke in Hermes. Nella sostanza identico e sol nella
forma diverso si vegga questo capitolo neglAtti della R. Accademia delle
Scienze di Torino. Qui appare con un'ampiezza pi dicevole, che lo spazio ora
consente. Dopo i quali non si vuol citare che lo scritto di Vincenzo Costanzi
Tradizioni Cirenaiche in Ausonia. Indipendentemente il Costanzi ed io abbiamo
nel medesimo tempo assunto una stessa attitudine di fronte ai miti cirenaici,
la quale si contrappone in modo reciso a quella dei nostri predecessori. A
prescindere di fatti dalle particolari discrepanze che ci dividono, noi siamo
concordi nel non " voler cercare un significato recondito nei miti (Costanzi)
p, oom'io mi espressi (Atti), nel non volervi cercare la chiave delle pi
antiche vicende greche in Tara e in Libia. L dove in vero lo Studniczka
{Eyrene) nega di poter spiegare la leggenda di Cirene senz'ammettere una
vetustissima colonizzazione tessalobeota in Tera; e Malten pure stimava
necessaria l'ipotesi che, prima dei Dori, la Libia fosse stata abitata da un
popolo misto tessalico e pelopico direttamente venuto dal Tenaro recando e
figure divine e fogge linguistiche; mi assumo in vece di provare come le vicende
storiche, ben note nell'insieme, tra cui sorse e visse la Pentapoli cirenaica,
sieno sufficienti a spiegar del mito non pure Toriginarsi si anche, di stadio
in stadio, l'evolversi. Determinato cosi il mio antitetico punto di veduta,
passo ai particolari. La ninfa Cirene. Dopo che il Malten ebbe dimostrato
contro lo Studniczka la natura libica di Cirene e la vera origine del nome e
del suo essere mitico non avrei che da richiamarmi a lui su questo punto, se
non dovessi rispondere alle obiezioni a me mosse, avverso tale tesi,
privatamente da 0. Geuppe. Egli, nel permettermi di pubblicare questa sua let-
Ich glaube nicht, dass Kyrene nach der libyschen Lokalbezeichnung einer Quelle
(Kyra) genannt und erst nachtrglich mit Aristaios in Verbindung gesetzt ist.
Die Kyrene von Abdera und Maroneia ist zwar, wie dies bei der Aehnlichkeit der
Namen natrlich ist, friih mit der Pyrene von Kreston verwechselt worden, war
aber gewiss ursprnglich von ihr verschieden, und es ist zum mindesten
unstatthaft, ftr Kyrene, die Mutter des Diomedes bei Apollodor, Pyrene
einzusetzen. Es kommt hinzu, dass eben hier, auf dem benachbarten Ismaros, auch
von Orpheus, Eurydike und Aristaios die Rede ist, und von dieser Kste stammt
der im Schiffskatalog erwhnte Kikonenkonig Euphemos, der Sohn des Troizenos.
Nicht weniger als vier Namen der kyrenaischen Sage, Kyrene Aristaios Euphemos
und Diomedes, kehren auf ganz engem Raum an der thrakischen Kste wieder. Dass
die Verbindung dort eine ganz andere ist, beweist gerade dass wir es hier mit
einer sehr alten, den bekannten Epen vorausliegenden Ueberlieferung zu tun
haben (Cfr. Malten; Studniczka). "
Aber nicht genug damit. Auch in Kroton ist ein Kyrene (als Mutter des Lakinios)
bezeugt, und dass auch hier Aristaios nicht fehlte ist aus demPersonennamen des
krotoniaten Aristaios mit Wahrscheinlichkeit zu schliessen. Diomedes ist fr
Kroton bisher, so viel mir bekannt, nicht bezeugt, tera, esprime il dubbio che
le sue argomentazioni non potessero riuscire efficaci a bastanza, per la brevit
con cui ebbe ad esprimermele. Del che ogni lettore intelligente gli terr,
credo, il dovuto conto. Quanto a noi, manifestiamo l'augurio che l'illustre e
dotto studioso sostenga presto in pubblico con tutta i'ampiezza la propria
Jambl. vii. Pijth. (N. d. Gr.). CIRENE MITICA aber doch fr das benachbarte
Thurioi. Aus alledem glaube ich entnehmen zu durfen: dass Kyrana und seine
Kurzform Kyra griechischen, nicht libyschen, UrspruDgs sind, also die Quelle
nach der Gttin heisst oder der Quellnamen selbst aus dem dann, aber wohl schon
im griechischen Mutterland, eine Gottin oder Heroine geschopft sein msete von
Griechen tbertragen wurde; dass die vier Namen Euphemos, Aristaios, Kyrene und
Diomedes in einer ausserordentlich alten Sagenberlieferung zusammenstanden. Aus
Grnden, die ich nicht in der Kurze entwickeln kann, bin ich berzeugt, dass die
Verknpfung dieser vier Namen in Troizen erfolgte, das ein bedeutendes
Kolonialreich besessen haben muss. Troizenische Kolonisten werden Diomedes
Kyrene und Aristaios nach Sybaris mitgenommen haben, von wo jener nach Thurioi,
diese nach Kroton ubernommen wurden. Dass Troizenier einst auch in Kyrene
sassen, will ich nicht behaupten obwohl ich es glaube; aber dass diese
Bruchstiicke troizenischer Sagen den ltesten Bestand der Ueberlieferung von
Kyrene bilden, balte ich fiif gesichert. Ora, per dimostrare in modo esauriente
che da Trezene il complesso mitico di Cirene Aristeo Diomede ed Eufemo s'irradi
da vero in Tracia, a Crotone, in Libia; bisogna provare: l'esistenza di questo
quadrinomio a Trezene; il ritorno costante di esso nei luoghi rassegnati or
ora, e il ritorno non dubbio, scevro da possibili equivoci; l'insistente
ripetersi, nelle forme e nei luoghi diversi, del perno o nucleo originario, ove
il suo alterarsi non sia ben motivato. Il carattere spaziato introdotto solo nella trascrizione. Sul primo
punto il Gruppe si scusa di non insistere in der Kiirze: sorvoleremo noi pure.
A CROTONE si sarebbero potute raccogliere tracce di due al meno fra le quattro
figure la cui presenza riscontrata in
Cirenaica; Aristeo e Cirene. Tuttavia far sbito notare quanto sia debole il
fondamento su cui si basa la supposta esistenza mitica di Aristeo in Crotone:
il nome di un nume notissimo e diffusissimo dato a una persona non prova
assolutamente nulla intorno al culto locale del nume. Inoltre ben dubbio se sia veramente da mantenere la
forma Cirene per la madre di Lacinio, non sia da correggersi in Pirene (Maltes;
cfr. Serv. a VIRGILIO (si veda) Eneid. Localizzata di fatti Eritia in Spagna e
prese a narrare le lotte di Ercole, reduce in Grecia, traverso la Campania (De
Sanctis Storia dei Romani), non
improbabile che a Crotone si riprendesse il mito di Eracle contrastante
con i figli di Pirene, solo al nome d'uno fra questi sostituendo l'eponimo del
Lacinium promontorium li presso. Ma se mal sicure son le tracce di Aristeo e di
Cirene in CROTONE, altr' e tanto incerte son quelle che Gruppe ne riscontra in
Tracia. Si sa che nel testo di Apollodoro il Malten corregge il nome della
madre di Diomede da Kvqi^vij in IIvQr^vrj. Per Gr. l'equivoco consisterebbe in
vece nell'essersi permutato Cirene in Pirene. E poich pare molto improbabile
che in paesi limitrofi sussistessero due tradizioni diverse, di cui l'una a
Crestone facesse moglie di Ares Pirene con i figli Cieno e Licaone, l'altra in
Abdera e Maronia facesse moglie di Ares Cirene col figlio Diomede; credo
d'interpretar bene il Gruppe attribuendogli la supposizione che, corrottosi
Cirene in Pirene, ne derivasse il nesso con Ares con Cicno e con Licaone. Ma n
questa ipotesi semplice, perch
presuppone un originario nesso Cirene-Diomede una corruzione Pirene-Diomede un
ampliamento Ares-Pirene-Diomede-Cicno-Licaone n
in alcun modo giustificata, perch, all'infuori di Apollodoro nessuna
fonte accennando a Cirene in Tracia, nulla ci costringe a supporvela
necessariamente ricorrendo persino a contorte vicende. Pi semplice e
giustificata la supposizione del Malten : in territorio predominato da Pirene
un'unica traccia di Cirene deve attribuirsi a testo corrotto, non ad altro. Del
pari Aristeo in Maronia troppo
evidentemente introdotto da Chio per opera de' Chii che la colonizzarono
(Malten 80); troppo vi congiunto con
Dioniso; perch non si debba ritenere ch'egli non fu importato insieme con
Diomede e la supposta Cirene, da cui invece rimane col al tutto indipendente.
In fine si resta molto perplessi su le profonde difi'erenze fra il tracio
Eufemo re dei Cleoni, e il beota Eufemo figlio di Posidone, o il tenario figlio
del Fai^oxog. Or come n in Crotone n in Tracia Cirene e Aristeo son di sicura
esistenza, cosi si pu fondatamente asserire che in Libia Diomede non ha radici
profonde: su quelle coste di fatti naufraga bens, a simiglianza di Euripilo di
Protoo di Guneo tessalici e a simiglianza degli Argonauti; ma sol tanto perch
quelle coste sono, nella tradizione poetica dei vaioi, il luogo tipico delle
fortune di mare: in Argo quindi, sua patria e sede della sua pili elaborata
leggenda, probabile fosse foggiato anche
quel particolare. In breve, Aristeo e Cirene son dubbii in CROTONE, dubbii in
Tracia; in Tracia l'Eufemo non con
certezza identico all'avo dei Battiadi; in Libia Diomede non esiste. Per di pi,
oltre ad essere incerta la presenza di tutt'e quattro i numi in CROTONE in
Tracia in Libia, non si capisce, se, come vuole Grappe, tra quelli lin nesso
s'era stabilito prima in Trezene e diffuso poi altrove, perch a CROTONE il
perno del mito sia il APOLLO CARNEO nesso dell'ipotetica Cirene con Lacinio, in
Tracia la linea fondamentale della leggenda sia la discendenza di Diomede da
Cirene, mentre in Libia il nucleo
costituito dalla commessione Cirene-Aristeo. E n pure si capisce perch
in Tracia resti indipendente, come forse a Crotone, Aristeo che in Cirenaica figura essenziale; e per converso qui si
scemi quasi al tutto la persona di Diomede, la quale l campeggia. Tutta la
fisonomia della leggenda si distrugge e si trasforma: senza causa evidente. Non
posso dunque finora accettare la teoria di Gruppe; e resto fermo, per Cirene,
alla dimostrazione del Malten. Passiamo adesso a studiare la seconda figura
fondamentale del mito. Apollo Carneo. Non cade dubbio che Apollo e Carneo
fossero in origine distinti numi (cfr. gli artt. di Wide e Hofeb in Roscheb
Lex. Ma per il mito di Cirene di somma
importanza il determinare se la fusione tra di essi fosse avvenuta gi in Tara
prima che il VII sec. a. C. finisse, o vero si compiesse soltanto in Cirenaica
(cfr. Malten). Ora tenendo conto dell'esser il culto di 'AnXov Kdgvecog
diffusissimo non pure fra i Dori ma anche fuor del Peloponneso {scoi. Teocr. V
83: Tavzriv t{]v oQvriv... ol fievocy.i^aavTeg ex nsonovvfjaov elg z^ag nXsig
...neTovv : e cfr. gli articc. citt., quello spec. del Hofer), due ipotesi sono
possibili : o che in tutti quei luoghi ove il culto appare di sufficiente
antichit la figura di Apollo, separatamente, sorvenisse ad assimilare a s
Carneo; o pure che l'assimilazione fosse vetustissima e si propaga dal centro
originario nelle altre sedi del culto. E questa ipotesi com' pi verisimile e pi
semplice cosi ritengo preferibile all'altra. CIRENE MITICA N offre difficolt
nello special caso di Tera e Cirene, giacch l'iscrizione di Aglotele (Hilleb v.
Gaektringen Thera) accertando pel VI sec. a. C. il culto teraico di
Apollo-Carneo non imprudente o
arbitrario il supporlo gi sussistente nella seconda met del sec. anteriore. N a
tale ipotesi contrario Malten; il quale
scrive: Gewiss ist die Verbindung ' ApollonKameios ' nicht zum erstenmal um
Kyrenes willen oder erst in der Eoe vorgenommen worden; sie ist alter und hat
sich auf griechischem Boden weit verbreitet. Se non che egli non trae da ci
l'unica deduzione che logicamente
possibile. Poich difatti tutta llliade (prescindendo dai pi meno antichi
strati) dimostra il carattere preminentemente delfico di Apollo; e poich
l'antichit del santuario delfico e della sua preponderanza famosa ben riconosciuta dal Beloch Griech. Gesch.;
se si ammette che gi in Tera Apollo prepondera su Carneo, si da mutar questo in
suo epiteto; si ammette a un tempo che i coloni dori pervenuti in Cirenaica
avevano ormai alla loro principale divinit riconosciuto un rilevante carattere
delfico. E diviene pertanto del tutto superflua la opinione che un tal
carattere a quella non venisse attribuito se non neWEea di Ch'ene. La quale
appar quindi non la causa del fondersi insieme i caratteri di Apollo e quei di
Carneo, ma un effetto di esso, cui tengon dietro in proceder di tempo e per
medesimo impulso Pindaro con le sue Pit. IV e IX, Erodoto IV 158 e Callimaco ad
Apollo. Dove appaja la originalit della Eea ci verr mostrato, crediamo, dalla
terza figura su cui costituita la saga:
Aristeo. Aristeo. Non qui opportuno
studiarne la diffusione: basteranno poche note. (Cfr. il materiale raccolto dal
Malten e neglAtti dell'Accad. di Torino. Il culto di Aristeo in Cirenaica attestato da scoi. Aristof. Cavalieri 894,
Ititi. Anton., scoi. Pit. IV (rv 'A^iaraov, 8v Tia^ KvQrjvaioig )g oIklot^v i Ttfi^g
dyead-at). Dinanzi a queste testimonianze tra due possibilit si pu scegliere :
o Aristeo ha culto in Libia dopo il suo congiungimento con Cirene (avvenuto in
Grecia) e a causa di esso; o pure perviene in Libia prima di quella connessione
e la determina. Tra le due possibili ipotesi va scelta la seconda. Di fatti
Aristeo ha una vasta area di diffusione, nella quale sono comprese isole
dell'Egeo, quali Ceo Chic l'Eubea, e l'Arcadia: onde non per nulla strano che o gi in Tera qualche
strato della popolazione e qualche famiglia gli rendesse culto, vero in Libia
pervenisse con quei coloni che nel principio del sec. VI, regnando Batto II, da
l'isole e dal Peloponneso si recarono ad accrescere il primitivo manipolo di
Dori. Contro la prima supposizione non si pu obiettare l'assenza di
testimonianze da cui un culto teraico di Aristeo sia provato: che troppo poco
conosciamo in proposito e molto in ogni caso, restando nei pi bassi strati, non
emerse alla superficie storica. Contro la seconda non fa ostacolo la
cronologia; gi che cui risale la Pitia IX di Pindaro resta spazio sufficiente
per lEea di Cirene. Nessuno stupore poi che in Libia Aristeo si commettesse con
Apollo (protettore della fonte) e con Cirene (vincitrice del leone); a quel
modo che nessuno Cfr. Stobck Die dltesten Sagen der Insel Keos Diss. Giessen
stupore v', se in Tracia si connette con Dioniso e con Zeus in Arcadia: cfr.
Malten. L'analogia sufficiente motivo.
Stimo in fine inutile discutere se Aristeo sia da vero originario di Tessaglia.
Basti che nel mito nostro egli tessalo
per eccellenza: segno sicuro che doveva avere un vivacissimo carattere
tessalico allor quando del mito venne a far parte. N mi riesce di precisare il
luogo ove potesse connettersi con Gea e le Ore. Ma questi punti riescono di
minore rilievo a confronto con quelli che riteniamo di aver assodati su la
libica Cirene, il delfico Apollo, e Aristeo : e l'averli assodati giova a
ricostruire nelle sue linee principali il componimento da cui quelle tre figure
vennero collegate in racconto: l'Eea. La ricostruzione dell'Eea di Cirene.
Convengo col Malten che le fonti cui dobbiamo attingere pi direttamente per la
ricostruzione dell'^'ea di Cirene sono : Pindaro Pit., Esiodo t'r. 128 Rzach^,
Ferecide in scoi. Pit., Seiivio a VIRGILIO (si veda) Georg. = Esiodo fr. Rz.,
Apoll. Rodio cui vengono aggiunti se bene per la loro sommariet non sieno di
grande valore, Timeo appr. Diod., Nonno Pan. Dionis. (Malten). Quanto poi al
modo di usar cotesti sussidii, mi sono attenuto a due criterii fondamentali. Il
primo il piti Malten lascia in dubbio ob
der Gott schon in der kyrenischen Lokalsage zum Sohne der Kjrene wurde; ma, per
amor della sua tesi, asserisce quasi il contrario. In Thessalien erregte Kyrene
das Gefallen des Gottes. hr Sohn ward Aristaios, elementare : ritenni
originario tutto che ritornasse costantemente nelle diverse forme assunte dal
mito e riflettenti, in vario modo, l'Eea. Il secondo criterio pi complesso. Fu dimostrato poc'anzi che non
pu venir attribuita all'Eea la mischianza de' caratteri proprii di Apollo
Delfico con quelli del Carneo. Altra , chi ben guardi, l'essenza di quel carme.
Per esso, com' noto, Cirene, ninfa e cacciatrice libica, vien trasportata in
Tessaglia av'era ben radicato il culto di Aristeo. Aristeo dunque, non Apollo,
dev'essere stato il motivo del trasferimento da l'una all'altra regione,
l'impulso a trasformare in tessala la dea libica. Ma se l'Eea, con lo spunto
del giovinetto iddio pastorale, atteggia per il mito cirenaico uno sfondo
tessalico, legittimo ritenere, ed pure ovvio, che essa contenga pi propriamente
tutti quei particolari i quali pi propriamente sono con Aristeo connessi. Di
questo, nel fatto, meglio che della madre,
il carme : e lo dimostra anche il rilievo che, com' probabile, vi aveva
la sua ulteriore vicenda Cea e il racconto sul figlio di lui Atteone. D'altra parte
la figura di Apollo troppo era di per s notevole e preponderante perch traverso
essa e per sua causa non dovessero penetrare nella favola personaggi ed
episodii a lei aderenti: i quali per ci
dicevole attribuire meglio che al canne esiodeo alle sue pi tarde
propaggini. Nei particolari i criterii esposti conducono a questi risultati;
Cirene figlia di Ipseo re dei Lapiti;
Ipseo nato da Creusa (una Najade) e dal
fiume Peneo: cfr. Malten. Lo storico cirenaico Acesandeo {scoi. Pit. Cfr. sul
mito di Atteone, che per l'economia del nostro lavoro qui si omette, Malten. Si
vegga inoltre, Castiglioni Atteone e Artemis nella miscellanea di Studi critici
offerti a C. Pascal, (Catania). CIRENE MITICA fa discendere Ipseo da Filira,
madre di Chirone. Se non che questa variante
sospetta, come quella che tende a giustificare con la parentela
l'intervento di Chirone nelle nozze tra Apollo e Cirene: intervento che spiace
a Pindaro pure e Apollonio tace: l dove il centauro nell'Eea ha parte solo
perch gi connesso con Aristeo prima che questo con Cirene. Apollo scorge la
ninfa nell'atto di lottare con un leone, sul Pelio. La lotta col leone ricordata da Pino. Pit., da Nonno; non da
Apoll. R.: questi l'introduce nell'officio di pastorella. Il Malten resta per
ci incerto su l'esistenza di essa lotta nell'Eea: mi risolvo pel si. L'esame
del racconto di Apollonio, che si fa pi sopra, mostra come esso si allontani
assai dall'originaria forma del mito a causa dell'influsso del razionalismo: al
quale adunque si deve anche attribuire la soppressione della belva e della
lotta che troppo male consentivano al paese tessalo. Chirone profta le nozze
del dio e della fanciulla: cfr. Stddniczka. Col quale ove si ammetta che
Pindaro tenti invano di ribellarsi all'Eea su questo punto, ne consegue che
Apollonio, allor quando sopprime tutta la scena e induce il Centauro allevatore
sol tanto di Aristeo, non compie se non la prosecuzione di quel tentativo.
Ci confermato dal doppione che ne
risulta : Aristeo di fatti sarebbe in Apollonio allevato e da Chirone e dalle
Muse: originarii essendo, se non nel nome nell'essenza, questi dmoni; inserto
quello. Apollo trasporta la fanciulla in Libia sul suo carro (Malten).
Cirene accolta da Libia. Non v' di fatti
differenza sostanziale tra le xd'viai vifA,q>ai e la eiQVeifiov nTvia
Ai^vrj: cfr. Malten. Mi parrebbe quindi sofisticheria l'insistere su la lieve
dissimiglianza. A ogni modo, se una forma fosse da preferire per antichit
sceglierei Libia: giacch le xd-viai. vfifat sembrano ben proprie di un'epoca pi
tarda in cui dal nome di Libia il concetto di persona, sostituito pili
fermamente da quel di regione, si al
tutto ritirato; mentre se Libia era nella Eea si spiega meglio come mai Pindaro
fosse indotto a raddoppiarla con Afrodite. La quale all'Eea non apparteneva
certo; e fu introdotta a causa di quel KvQdvag yvy.vg nTiog 'AtpQoczag, che era
al nostro poeta ben conosciuto {Pit.) e a cui si pu riportare un passo di
Erodoto II 181 (cfr. Malten); giacch non trascurabile culto a essa dea si
doveva rendere, se quando fu fondata Evesperide venne presso il lago Tritonio a
lei eretto un tempio (Steabone). Aristeo
riportato in Tessaglia da Apollo. Cosi Apoll. R. Pindaro Pit.
attribuisce quell'ufficio a Ermes: ma senza dubbio l'innovazione, a scopo
esornativo, favorita dalle attinenze fra
i due di : cfr. l'omerico Inno a Ermes ed Esiodo fr. Rz. = Anton. LiBEB. XXIII.
E se un'analogia giova, si ricordi che in Euripide Ione Ermes per ordine di
Apollo reca Ione, colatamente, in Delfi. Aristeo allevato dalle Ore e da Gea. Pare qui che il
profilo primitivo meglio si serbi in Pixd. Pit. IX 60 che in Apollon.: per che
tre sieno, principalmente, le varianti poetiche dell'unico fondamentale
concetto; l'una Cea che narra di Bglaai (Aristot. fr. Rose); l'altra pindarica che
introduce le Ore; la terza di Apollonio che ricorda le Muse; varianti delle
quali la prima troppo strettamente Cea disdirebbe alla general intonazione
tessalica del carme esiodeo, l'ultima traspare sbito come un'alterazione dovuta
alla figura di Apollo Musagete (basti ricordare B. A); la mediana pertanto preferibile. (Ci contro Malten 14).
Da ultimo forse da notare che le Ninfe
di Timeo presso Diod. IV 81 sono pili un trascorso impreciso dell'autore che
una vera e propria vaA. Fersabi>-o, Kalypso. CIBENE MITICA riante. Aristeo
ha i nomi di Nomio Agreo Opaone ed
avvicinato a Zeus {Zevg 'Agiaiatos) e ad Apollo (cfr. Malten). Nel
complesso adunque Pindaro pare, a mal grado delle due intrusioni di Ermes e di
Afrodite, pili vicino all'Eea che Apollonio; questi pi razionalista di quello.
Un confronto opportuno con l'Eea di Cirene (o di Aristeo) ci offre l'Eea di
Coronide (oltre che quella di Eufemo su cui v. ): cfr. Malten che qui si
combatte. Sappiamo che Asclepio (figlio di Coronide) nume salutare di Tessaglia [cfr. M. G.
Columba Le origini tessaliche del culto di Asklepios in Rassegna di Antichit
classica contro Kjellberg Asklepios, mythologisch-archdologische Studien in
Srtr. u. Sprakv. Sllsk. forhandl. Upsala Universitets Arsskrift,]. Apollo gli
somiglia nell'aspetto di divinit salutare e sanatrice: cfr. Beloch Griech.
Gesch} e Wilamowitz Isyloi. E bene: prima si congiunge Apollo ad Asclepio; poi
A^jollo si trasporta in Tessaglia. A quel modo che, secondo crediamo, prima si
congiunge Cirene con Aristeo e poi la si trasporta in Tessaglia. Riassumendo
dunque in breve i risultati di queste ricerche, abbiamo: che Cirene nome libio-greco della ninfa che protegge e
abita la fonte dedicata ad Apollo Carneo; che Aristeo tessalo, pervenuto,
durante il diffondersi del suo culto, in Libia, si accosta a Cirene; che
questa la causa per cui Cirene passa in
Tessaglia; che su questi elementi si pu ricostruire l'Eea di Cirene ottenendo
un'opera analoga per indirizzo all'Eea di Coronide, tale quindi da potersi
ricondurre al medesimo centro delaborazione mitopoetica. Euripilo ed Eufemo. Le
due principali figure del racconto di Pindaro Pit. han dato occasione alle pi
diverse ipotesi: cfr. Studniczka e Malten. Il farne oggetto di minuto esame
giover a preparare risultati atti a spiegare e ricostruire quel mito cirenaico
dei Battiadi che fa riscontro al mito della ninfa Cirene. Euripilo si rinviene:
in Tessaglia, figlio di Evemone; in Cos, figlio di Posidone; in Misia, figlio
di Telefo e condottiero dei Cetei; in Acaja, Pads. Ora probabile che l'Euripilo di Cos si possa far
risalire a quello di Tessaglia: cfr. WilamowiTz Isyllos 52 e " Hermes XLIV (1909) 474 sgg. Ma tutti gli altri sono
indipendenti. L'Acaico viene bens da Pausania identificato con il Tessalico; ma notevole che altri gi allora combattevano
questa teoria: iy^aipav de i]Srj Tivg od tip Oeaaatp av^i^dvza E-QV7tv(p x
siqrijtteVa, XX EdQVTcvov Aeafievov Ttatda xov v ^i2v(p PaoievaavTog d'sovai
afia 'HQay.e aiQatevaavxa g "liov TiaQ Tov 'HQw^Aovs tjv Qvay,a nt.
Evidentemente gli eruditi greci cercavan di precisare l'origine dell'eroe
Euripilo cui si rendeva culto in Acaja; ed era ipotesi di taluno fra essi che
egli fosse il medesimo Euripilo di Tessaglia. Il re dei Cetei da Malten ricondotto in Arcadia. Ammesso che
Keteig possa ricondursi in Arcadia e con lui Telefo; arbitrario dedurne senz'altro un Euripilo
arcadico : perch questi potrebbe esser stato connesso con quelli dopo il loro
trasporto in Misia; il che par dimostrare la nessuna traccia da lui lasciata in
Arcadia al contrario di Telefo e Ceteo. Sarebbe quindi da ritenere probabile
l'esistenza indipendente di un Euripilo in Misia. Alla schiera adunque Cfr.
IiiMEBWAHR Die Kulte und Mythen Arkadiens. di questi tre Euripili (in Tessaglia
in Acaja in Misia) viene ad aggiungersi l'Euripilo della Cirenaica. Contro i
tentativi di ridurre l'uno all'altro i quattro omonimi G. De Sanctis m'insegna
a ritener questi manifestazione, varia nel tempo e nei luoghi, d'una medesima
unica tendenza mitica; la quale ci
dall'etimologia facilmente chiarita, Euripilo essendo il dio dell'
" ampia porta infernale. Era ovvio
che questo comune concetto, questo, meglio, fantasma venisse volta a volta
applicato presso popoli di stirpe greca. In tal caso poich egli appare presso
la i^vij Tgizovlg legittimo credere che
impulso alla sua localizzazione libica desse la grotta del Gioh [su cui
MiNUTiLLi La Tripolitania (Torino)] che era ritenuta appunto apertura di Dite
(cfr. Strab; Tolemeo Geog., 4, 8; PLINIO (si veda). In Cirenaica Euripilo congiunto con altri numi da uno schema genealogico
che si ritrova presso Acesandbo [scoi. Pind. Pit.) cfr. Malten: Atlante I
PosiDONE ->- Celeno lios I I Tritone Euripilo Sterope Pasifae LicAONE
Lbdcippo Se non che questo schema ci appare sbito una combinazione accorta di
eruditi locali. Pasifae (Wide Lak. Kul.), Tritone {fiv^ TqitcovIs Strab. e
Pind. Pit.), Lieeo = Zeus Liceo (Eeod. eSTUDNiczKA) souo accertati in Libia da
altre fonti: elementi arcadici e cretesi la cui presenza non stupisce (cfr.
Maass Hermes e Studniczka). A Liceo corrispondono, miticamente, Licaone Lieo. Di Lieo in altre fonti (Ellan. in
Scoi., Apoll. Bibl.) padre Posidone e
madre Celano, Atlantide. E il nostro erudito ha serbato la genealogia, inserendo
per fra Licaone e Celeno-Posidone una generazione : Tritone e Euripilo, il dio
della palude e il dio della grotta, l'una e l'altra vicina. Sorella di
Celeno Sterope (Apoll. Bibl. Ili 110): e
questa offre all'erudito lo spunto per introdurre Pasifae e con lei Elios. Sia
per questo o altro il procedimento seguito dall'autore dello schema, a ogni
modo esso dimostra niilla pi che gi non sapessimo : l'influenza grande di Creta
e dell'Arcadia su i miti libici, influenza che le attinenze commerciali e
politiche spiegano senz'altra ipotesi : a quel modo istesso che Euripilo al
Gioh non prova se non la costanza con cui un unico tipo di nume ctonio fissa la
sua sede in luoghi diversi col favor delle condizioni geografiche. 2.
Eufemo nel mito cirenaico (Pind. Pit.)
connesso con la Beozia con Lemno con il Tenaro con Tera con la Libia. La connessione
con Lemno una conseguenza della sua
qualit di Argonauta: sta e cade con questa. A Tera non v' traccia di lui, e
anche il mito vi fa giungere solo i suoi discendenti con Samo o Sesamo {scoi
Pit., scoi. Apoll. R.). Resta adunque ch'egli sarebbe nato in Beozia, il Tenaro
avrebbe per patria (Pind.: ol'aoi), i Battiadi di Cirene per vantati
discendenti. Ora in Beozia v' traccia della sua supposta madre Mecionice
(Tzetzk Chiliad.) : e non v', ch'io vegga, motivo alcuno per dubitare che, se
non originario di quella regione, egli sia tuttavia caratteristicamente beota.
Col che si connette la sua presenza in Lesbo (EsicH. s. v) che lo fa supporre
anche in Tessaglia : a ognuno invero
nota l'attinenza stretta fra i miti beotici e tessalici. Ma perch i
Battiadi ne avrebbero fatto il loro capostipite? Lo Studniczka pensa che i
co[CIRENE MITICA] Ioni recassero quel nome con s daTera: il Malten che in Libia
lo trovassero e che per legittimarsi ne facessero il proprio avo. Costanzi mi
par ben pi vicino a una probabile ipotesi: I Battiadi stanno ad Eufemo come gli
Agiadi di Sparta ad Euristene e gli Euripontidi a Prode; come, soggiungo, i
dinasti Molossi ad Achille, i Pisistratidi a Nestore. E queste analogie ultime,
a punto, possono lumeggiare il fenomeno cirenaico: Pisistrato nome d'uno dei figli di Nestore; Neottolemo,
che ricorre fra i Molossi, figlio di
Achille nell'epopea: e similmente ArcesLlao, appellativo di quattro re di Cirene, un eroe beota nelVIliade (cfr. Pads.). E
se errato sostenere col Mller Orchomenos
che di Beozia fu tratto il nome, non per
arrischiato l'asserire la possibilit che il nome beotico abbia attratto l'avo
beotico. A ogni modo, quand'anche restasse oscuro il preciso motivo di tale
genealogia, non sarebbero meno da respingere, com' ovvio, le due ipotesi dello
Studniczka e del Malten: sproporzionate al fatto che vogliono spiegare. Non
resta da vagliare che la sede al Tenaro. Col non traccia di Eufemo che sia indipendente da
questa leggenda : c' in vece, importantissimo, il culto di Posidone Geaoco (S.
Wide Lak. Kulte). Non solo, ma i caratteri di Eufemo (si ricordi eicprjfielv, e
il suo significato religioso) son pi vicini a quelli di Apollo (Stodniczka) e,
in genere, del dio solare (cfr. Zsg Ecpiifiog, Esich. s. v.) che a quelli d'un
nume sotterraneo. Nume sotterraneo ritennero Eufemo p. es. Studniczka e Maass
(Gtt. Gel. Anz.; Orpheus) solo sul fondaBen altrimenti Gruppe Gr. Myth. I
rapporti di un nume o eroe con Posidone non implicano senz'altro un carattere
ctonio di quello: con Posidone difatti ha mento della sua localizzazione al
Tenaro, bocca dell'Ade : fondamento per cui s'indussero anche a forzare il
significato di eiiq>r,iA,og, spiegandolo come un epiteto, appunto,
eufemistico in luogo del nome pauroso della divinit ctonia. Tutto ci cade, se
la localizzazione al Tenaro risulta artificiosa, e dovuta a tutt'altri motivi
che l'affinit fra Eufemo e l'Ade. Difatti, se tenendo presenti queste
osservazioni, si legge la Pitia, vien fatto d'interpretarla nel seguente modo.
Ai discendenti di Eufemo quattro punti si dovevano necessariamente far toccare,
tre forniti dalla storia, uno dal mito: Lemno, il Peloponneso, Tera, la Libia.
Or bene: a Lemno abbiam gi veduto Eufemo. Ma dopo ci occorrevano due motivi per
spiegare il soggiorno nel Peloponneso e quello a Tera. Per Tera s'invent lo
smarrimento della zolla; per il Peloponneso, lo si disse patria di Eufemo. E
siccome Eufemo figlio, in Beozia, di Posidone, e al Tenaro v'era culto di
Posidone Geaoco, Eufemo fu localizzato al Tenaro. Interpretando in tal modo
tutto si spiega: ed questa ipotesi molto
pi semplice che non quella del Malten. Localizzato per tal guisa al Tenaro
Eufemo, e ovvio che i tardi genealogisti si preoccupassero di introdurlo nelle
genealogie laconiche; difatti lo troviamo nipote dell'Eurota (Tzetze Chil.); o
figlio di una Doride [scoi. Pind. Pit.); o sposo di una Laonome sorella di
Eracle (scoi. Pind. Pit.). Ma ha torto Malten di dar peso a tali genealogie, e
in ispecie all'ultima: bisognerebbe ch'egli potesse dimostrarle indipendenti
dalla localizzazione di Eufemo al Tenaro ; mentre arbitraria anche la soppressione di Eracle
fra Guneo attinenze cultuali anche Apollo (Gerhabd Abh. Beri. Akad. Wiss.).
CIRENE MITICA e Eufemo nello schema che ci d il cit. scoi. Pind. Pif. Ora, al
Tenaro Eufemo localizzato, a quel che
pare, gi nell'Eea di lui (fr. 143 Rzach ^): se lo si deve dedurre dall'epiteto
di Fairioyos che vi si trova e che
quello con cui al Tenaro si venerava Posidone: fi oirj 'TQitj TtVKLVcpQv
MrjKioviiri ^ zxev JEvq)f]fiov yairjxffi Evvoacyaiq) fieix&ela' v (ptTrjzc
nov^Qvaov 'Aq)QodTi]g. Di li dipenderebbero: Pind. Pit. IV, Apoll. R.; Igino
fav.; Acesandro e Teoceesto in scoi. Apoll. B.. Se dunque vero che la localizzazione .al Tenaro tutta a favor degli Eufemidi (= Battiadi),
cotesta Eea non pu esser che sotto l'influsso cirenaico. La qual cosa spiega o
pu spiegare per analogia anche il formarsi dell'Eea di Cirene o (pi
propriamente) di Aristeo, che gi abbiamo accennato dianzi. E poich l'importanza
che in entrambe le Eee ha Apollo
singolare (in quella di Aristeo come padre del fanciullo, in quella di
Eufemo come ecistre), avremmo in esse un modello del come in Delfi si
servissero gl'interessi d'altre regioni : togliendo p. e. lo spunto da Aristeo
per trasportar Cirene in Tessaglia (v. sopra pag. 429); dagli Argonauti, per
Eufemo in Lemno ; da Posidone per Eufemo al Tenaro, ecc. ecc. Cfr. in vece
Malten Crediamo adunque di aver mostrato e che Euripilo in Libia non ci riporta
ad alcuna regione ma solo a un comune concetto mitico dei Greci, e che Eufemo
beota si connette forse per fiabe etimologiche ai Battiadi, certo estraneo al Tenaro. Al Malten pertanto che
afferma Euripilo ed Eufemo costituire eine Reihe, die ihre Endpunkte in der
Kyrenaika und im sudlichen Thessalien hat, e con l'uno d'essi collegarsi
intimamente [EUBIPILO ED EUFEMO] Atlante e Posidone, urpeloponnesisch, possiamo
rispondere di aver troncato a quella " Reihe per Euripilo r Endpunkt, che
sta in Tessaglia, per Eufemo l'estremit che si fissa in Libia e il centro che
si posa sul Tenaro. Abbiamo in somma, se non c'inganniamo, reciso i nervi a
quella teoria. Del pari cadono le analogie con cui la rincalza. In LicoFEONE
naufragano su la costa libica Euri pilo (ma figlio di Evemone tessalico), Guneo
perrebico e Proteo magnete. Onde Malten sostiene che il naufragio in Libia di
Guneo e di Proteo leggenda cirenaica
(LicoFB., Apollod. a Wagner): e rintraccia poi quegli eroi a Creta e in
Tessaglia. Noi per abbiamo gi osservato a proposito di Diomede che nei varoi la
spiaggia libica appare il luogo tipico dei naufragi e che quindi tali leggende
son da ritenere indipendenti affatto da Cirene. Il trovare ora che un mito
secondario, attinente per contenuto all'epopea dei vazoi, fa naufragare in
Libia un Euripilo senza avvertire l'esistenza in quei luoghi di un omonimo,
rilevante figura locale, ci conferma nella nostra opinione, e prova contro il
Malten che Guneo e Proteo non appartennero mai a saghe cirenaiche, se non, al
pili, per molto tardo riflesso. Col che si spezza sin dall'inizio la feste
Kette von Beziehungen zwischen Libyen und Kreta einerseits und Nordthessalien
andererseits, die in Arkadien ihren Knotenpunkt hat, (Malten). Se non che,
secondo il mito cirenaico dei Battiadi, Eufemo ed Euripilo ebbero attinenze in
quanto quegli era Argonauta, e questi agli Argonauti fece dono di una zolla
libica. A noi quindi, che analizzammo partitamente le due figure, non resta che
studiare la trama narrativa in cui si accostano e agiscono: ossia il mito degli
Argonauti in Libia. CIRENE MITICA Gli Argonauti in Libia. Poich su questo punto
io profondamente mi allontano dal Malten terr pi minuto discorso. A quattro
redazioni leggendarie dobbiamo por mente: Pindaro Pit.; Erodoto; Licofronk;
Apoll. Rodio; e tutte bisogna esaminare. Pindaro racconta che gli Argonauti,
ritornando con Medea dall' Oceano sopra lArgo, debbono per dodici giorni
trasportare la loro nave su la terra deserta fino al lago Tritonio, ove nel
punto della partenza appar loro Euripilo a donare all'eroe Eufemo, compagno di
Giasone, una zolla: fatidico dono. In questo racconto non v' nulla che non si
convenga ai desiderii dei Battiadi; nulla quindi che non paja inventato per il
loro compiacimento; fuor che il particolare del Iago Tritonio, il quale l'unico non indispensabile. Dev'essere
difatti questo il lago, di cui Strab., presso Berenice (Bengasi) che esiste
tuttora (i laghi salati). E non si vede bene, svibito, perch per l'appunto quel
lago venisse scelto per il dono. N Euripilo poteva esser causa della
preferenza; per che paja invece piti probabile il contrario: Euripilo esser
intervenuto a cagione del lago. D'altra parte difficilmente, sembra, Eufemo,
avo mitico dei Bat- tiadi, sarebbe stato fatto Argonauta, ove con tal mezzo a
punto non lo si fosse potuto far giungere in Libia: il che lascia supporre che
in Libia una leggenda pi antica recasse gi gli Argonauti. Per queste due
possibilit adunque, nel racconto di Pindaro parrebbe che l'episodio della
palude Tritonide debba risalire a un nucleo mitico pi antico : parvenza
bisognosa d'altri suffragi. Sul valore che tal dono ha nelle leggende cfr. una
interessante nota in Gebckk o. c. 455. Ma gli esempi si potrebbero
moltiplicare. Ora in Erodoto si narra che presso la minor Sirte esiste una
MjAvri f^eydrj T^ubvig: ben lontano dunque da (Bengasi) Berenice; e ivi Giasone
il quale tentava circumnavigare il Peloponneso avrebbe subito naufragio, per ci
che una fortuna di mare ve lo avrebbe improvvisamente trasportato senza
possibile uscita fuor dalle strette del lago. Ma Trtone apparso trasse di
rischio la nave, dimostr la via, e ricevette in dono un tripode. Dopo le quali
cose, profet agli Argonauti che un giomo presso quel lago i Greci avrebbero
fondato cento citt: Taira ytovaavzag rovg 7tix<^Qovg twv Ai^vov KQV'kpat, Tv
zQLJioa. Qui sono due particolari ben distinti : il dono del tripode per
ottener lo scampo, e la profezia. Quest'ultima non si avver perch la piccola
Sirte non ebbe colonie greche ; ed da
vedere in essa (cfr. tra gli altri CosTANzi 0) un riflesso del tentativo com-
piuto nel Cinipe fra le due Sirti dallo spartano Dorieo. Ma il dono del tripode
non che fittisiiamente collegato con la
profezia e il tentativo di Dorieo: suo vero e unico e primo scopo ottenere da Tritone la via. Il resto superfetazione pi tarda. Da ultimo notevole che ritorna ancor qui il lago
Tritonio, localizzato per non pili presso Berenice ma nella piccola Sirte.
Esistono dunque nel breve racconto erodoteo due strati. L'uno recente, e non risale pi in l della
spedizione infelice di Dorieo: appartengono a questo la profezia di Tritone e
il valore fatidico dato al tripode. L'altro
assai pi antico, e preesiste a Dorieo: gli appartengono i nomi degli
Argonauti e del lago Tritonio e il dono di Giasone al dio. Ora, quest'ultimo
strato assomiglia, grossolanamente, al nucleo che ci parve originario in
Pindaro. Esaminiamo pertanto pivi da vicino questi elementi simili.
Identico il nome della palude; ma
diversi sono i luoghi: tuttavia pi vetusta appare la identificazione C'IBENE
MITICA con il lago dell'estremo occidente nella minor Sirte (cfr. RoscHER nel
Lex. e Costanzio.). Identico l'apparire di un nume; ma i nomi differiscono: e
non dubbio che Tritone, aderente com' al
lago stesso, risalga a pivi vetusta forma che Euripilo, figura recente dei
nuovi coloni. Identica la circostanza d'un dono, ma la vicenda mutata: ed
chiaro come al mito primo deglargonauti si convenga il dono che serve a
favorire il viaggio, pi tosto che quello il quale prepara, a tutto vantaggio
d'una regnante dinastia, una colonia. Lo strato adunque pi antico dErodoto
appare alla nostra analisi come la forma su cui vennero foggiate: da un lato la
leggenda cirenaica a pr dei Battiadi, con alcune alterazioni dicevoli;
dall'altro la leggenda spartana in favor di Dorico, con altri mutamenti
opportuni. Se questo vero si spiegano
facilmente Licofrone e Apollonio. Licofrone dice dei naufragi di Guneo Proteo
ed Euripilo presso Tauchira (citt della Cirenaica non lungi a l'odierna
Bengasi). Quivi (soggiunge) furon gi gli Argonauti, che ad Ausigda seppellirono
Mopso (Ausigda giace fra Tauchira e Cirene). Quivi (insiste) scorre Kivv(pEiog ^og (il Cinipe, cfr. Malten, che
fluisce, in vece, fra le due Sirti, molto lontano di li). Agli Argonauti appare
Tritone, e a lui dona Medea un cratere, per compenso del quale egli insegna
loro la via, e profta che i Greci colonizzeranno quella regione, allorch
riavranno il cratere. Onde gli Asbisti {= i Libii) impauriti lo celano.
Ora evidentissimo che, ove si muti il
cratere in tripode, il colorito e l'andamento della scena son quelli medesimi
erodotei. Mutati sono unicamente i luoghi: i quali, tranne il Cinipe, sono
della Cirenaica. N il Cinipe turba gran che l'armonia: questa irrazionalit
geografica qui indotta dal ricordo, che
tutto il mito del resto nella sua forma erodotea presuppone, di [GLI ARGONAUTI
IN LIBIA] Dorieo sbarcato presso quel fiume : ricordo cosi vivo che in una
fonte anche Guneo tessalo al Cinipe fa naufragio (Apollod. vi 15 a Wagner =
scoi, a Licofr.) (contro Malten). In breve, Licofrone contamina; mischia
insieme, di qui due localit cirenaiche, di l il contesto sirtico-spartano del
mito. Ben pi contamina Apollonio. Dal Peloponneso gli Argonauti naufragano alla
Sirte, dove le Eroine gli esortano a recare per dodici giorni le navi verso oriente.
Giungono cosi al lago Tritonio, presso cui a loro impediti nel viaggio insegna
la via Ti-itone: dona a Eufemo una zolla, riceve da Orfeo il tripode. Sono, ci
, ravvicinati: il tripode erodoteo alla zolla pindarica; Eufemo ad Orfeo (=
Giasone, in lieve vai-iante); la Sirte a Bengasi. E il poeta (o la sua
fonte) cosi conscio della
contaminazione, che i due distanti luoghi (Sirte-Bengasi) congiunge con una
fittizia marcia di dodici giorni da occidente a oriente : marcia il cui modello
pu bene esser in quella, di cui Pindaro, fra l'Oceano e la palude Tritonia. N
coteste contaminazioni erano puro effetto dell'arbitrio di poeti. DioD.
narrando (qual che ne sia la fonte) c'ne gli abitanti di Evesperide
pretendevano d'aver rinvenuto essi il tripode donato a Tritone, dimostra come
la leggenda sirtico-erodotea, la quale nella piccola Sirte, dopo l'insuccesso
di Dorieo, era spostata, avesse trovato terreno propizio, anche nella realt,
presso l'altro lago Tritonio, a Bengasi. Conchiudiamo. La facilit con cui dalle
nostre premesse furono spiegate le complesse narrazioni di Licofrone e
Apollonio, insieme col loro sostrato reale, par buona conferma delle premesse
medesime. Poche parole bastino dunque, ancra, sul posto che, nella complessiva
spedizione, occupa l'episodio deglargonauti . Pindaro e Licofrone lo collocano
dopo la CIRENE MITICA conquista del vello : Medea presente. Apollonio ed Erodoto, prima. Anzi
tutto va osservato che non bisogna dar troppo peso a Licofrone, in cui un
equivoco ben possibile e facile, da poi
che non tratta egli esplicitamente, ma solo parenteticamente, deglargonauti.
Inoltre la discrepanza dimostra a pena che il nucleo primitivo del mito non
aveva carattere cronologico preciso: cosi che ogni poeta poteva tribuirgliene
uno, secondo l'esigenze poetiche o l'estro dell'ispirazione. E possiamo
finalmente raccogliere in breve i risultati delle ricerche sul mito dei
Battiadi. A favore di questi ultimi l'Eea di Eufemo rielabor un antico motivo
favoloso su gli Argonauti in Libia: conducendo quivi e a Lemno, e localizzando
al Tenaro, il capostipite dei Battiadi Eufemo, in qualit di Argonauta;
trasportando i suoi discendenti a Tera; e approfittando del nume di Euripilo,
che fra i Greci di Libia vigoreggiava come altrove. In tutta l'Eea quindi , si,
un complesso rifacimento di miti con scopo dinastico e religioso; ma tal
rifacimento riflette sol tanto le condizioni storiche a noi note, non gi altre,
anteriori e ignote. Questa Eea di Eufemo poi e quella di Cirene crediamo si
possano mostrare contaminate parzialmente in Callimaco. Vili. Callimaco e il
mito di Cirene. Malten vede nel nesso Cirene-Euripilo la forma pi antica della
leggenda, quella che l'Eea adultera. Ora
bens verissimo che Callimaco, come AceSANDRO {scoi. Apoll. R.) e
Filakco, storici, cirenaico l'uno, egizio forse l'altro, sente una pi viva eco
e pi genuina della primitiva forma mitica allorquando fa combattere in Libia,
non in Tessaglia, Cirene col leone. Ma
altr'e tanto' vero, e intui- [CALLIMACO E IL MITO DI CIRENE] tivo, che
il nesso con Euripilo tardo. Se difatti
l'Eea avesse trovato questo nome congiunto, comunque, con quel di Cirene, non
avrebbe omesso di trasportarlo, con Apollo e Aristeo, in Tessaglia: in
Tessaglia invero signore di Ormenio un
Euripilo figlio di Evemone. Che se dunque il nesso posteriore all'Eea e a Pindaro, pur posteriore alla leggenda dinastica
deglEufemidi, gi riflessa in quest'ultimo poeta, e in cui Euripilo ha
preponderante azione. Par quindi legittimo pensare che Euripilo si commetta con
Cirene, dopo che la sua figura ha assunto valore e rilievo indigeni nel mito
deglargonauti su la Tquovc ifivrj. Callimaco pertanto rispecchia una posteriore
forma indigena della leggenda che
oggetto del nostro studio; a quel modo che VIRGILIO (si veda) rispecchia
una posteriore forma straniera. A parte bisogna considerare Filarco l. e. per
la frase di lui fiev jieivv: Cirene di fatti sarebbe pervenuta in Libia non
sola ma con molti. Analogo, se bene un po' diverso, Giustino: mandati dal padre di Cirene, Ipseo
re di Tessaglia, i Tessali si sarebbero fermati in Libia con la fanciulla, loci
amoenitate capti. Ora, come Callimaco fa trasparire un mito ove la favola di
Cirene ninfa e la leggenda dei Battiadi si compenetrano in parte; cosi i due
passi or ora citati continuano lo stesso indirizzo, non pi solo col connettere
Cirene ed Euripilo, bens anche col porre intorno a Cirene coloni tessali, che
vengono imaginati ad analogia dei coloni dori. I gradi di questo processo
mitopeico sono: Euripilo in Libia quando
Eufemo, capostipite dei Battiadi, vi giunge ; dunque molto prima di Batto;
Cirene in Libia rapita da Apollo, essa
pure prima che vi pervenga Batto; Cirene ed Euripilo ebbero rapporti in Libia
in quegli antichi tempi) con Cirene, che ha il trono da Euri- [OIBENE MITICA] pilo,
eran Tessali suoi compatrioti. Lento (ma chiaro) processo, adunque, le cui
forme non si debbon confondere con le primitive quali ci appajono nelle due
Eee. Esegesi novissima. Storia e indagine su Civette mitica soo in questo
volume gi per intero composte quando apparvero di Pasquali le Quaestiones
Callimacheae (Gottingae) ove il mito di Cirene
di nuovo trattato. Ne pubblicheremo altrove una confutazione ("
Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino). Torino, BOCCA, TORINO Piccola
Biblioteca di Scienze Moderne Grice: Mussolini lacked a classical
education he was obsessed, if we are
talking alla hymns, of the modern, not the ancient! Grice: Mussolini, who wasnt
from Rome, called Rome the city of prostitutes. Hausmann suggested that he
should build the third Rome somewhere in the Lazio. Keywords: la terza Roma, Mazzini. Una e unica Roma,
one and only. Mussolinis
dislike for ruins, Mussolinis use of modern versus ancient. Calypso. Refs.: Luigi Speranza, Grice e
Ferrabino The Swimming-Pool Library.
Aldo Ferrabino. Ferrabino.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrando:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale di CORIOLANO,
ovvero, la filosofia – scuola di Roma -- filosofia romana – filosofia lazia -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Roma).
Filosofo italiano. Grice: “I like Ferarndo; for one, he is what I would call an
Anglo-Italian – cf. Anglo-Argentine; so he philosophised on Otello, Coroliano,
la creazione di Carpenter and the forces of Prentice Mulford; on Byron’s Manfredi,
and more beyond!” Si laurea a Pisa. Insegna a Firenze. Direttore della Biblioteca
Filosofica. In qualità di filosofo s’interessa a Bergson, il misticismo, il
transcendentalism (saggi per L’Annuario Filosofico), come filosofo anglista
s'interessa a Shakespeare (“Otello”, “Corolliano”), e Coleridge, Carpenter (“La
creazione”), Coleridge, Byron (“Manfredi”), “Le forze che dormono in noi”
(Prichard). dando di alcuni di questi anche delle versioni. È inoltre studioso
di psicologia e redattore della rivista Psiche. Collabora con SALVEMINI (si
veda) alla propaganda anti-fascista e firma il manifesto di Croce. Espatria a
New York, dove continua la sua attività anti-fascista, insegna filosofia e
sposa Wilhelmina Anieka Leggett, con cui adotta la figlia Vasanti. Contribue
più a fondare la Besant Hill School di Ojai, California, praticandovi l'insegnamento
more socratico. L’istruzione è un processo d'indagine dove l’studente impara dal
tutore *come* pensare, non *cosa* pensare". RootsWeb's World Connect Project: LEGGETT of
ELY, CAMBRIDGESHIRE, ENGLAND. Fe. appointed
Chairman of italian dept. Vassar Miscellany News, Besanthill. Opere: Saggi, “La
Voce” -- Coriolano politico e Generale dell'Antica Roma Lingua Segui Gneo
Marcio Coriolano, in latino Gnaeus Marcius Coriolanus, generalmente conosciuto
come Coriolano, membro dell'antica Gens Marcia, fu uomo politico e valoroso
generale al tempo delle guerre contro i Volsci. Veturia ai piedi di
Coriolano di Nicolas Poussin. BiografiaModifica Il giovane Gneo Marcio, non
ancora Coriolano, partecipò come semplice soldato alla decisiva battaglia del
lago Regillo, distinguendosi per il proprio valore, tanto da meritare la Corona
civica per aver salvato da solo in battaglia un altro cittadino romano. Secondo
Livio e Plutarco a Gneo Marcio fu attribuito il cognome a seguito della
vittoria di Roma contro i Volsci di Corioli, ottenuta anche grazie al valore
del giovane patrizio; secondo altri storici il cognome indica che la sua
famiglia fosse originaria della città stessa. Q. Marcius, dux Romanus, qui
Coriolos ceperat, Volscorum civitatem, ad ipsos Volscos contendit iratus et
auxilia contra Romanos accepit. Romanos saepe vicit, usque ad quintum miliarium
urbis accessit, oppugnaturus etiam patriam suam, legatis qui pacem petebant,
repudiatis, nisi ad eum mater Veturia et uxor Volumnia ex urbe venissent,
quarum fletu et deprecatione superatus removit exercitum. Atque hic secundus
post Tarquinium fuit, qui dux contra patriam suam esset. Q. Marcio, comandante
romano, che aveva conquistato Corioli, città dei Volsci, accecato dall'ira si
recò presso i Volsci e ottenne aiuti contro i Romani. Sconfisse spesso i
Romani, arrivando fino a cinque miglia da Roma, pronto a combattere anche
contro la sua patria, respinti i legati inviati per chiedere la pace, vinto
solamente dal pianto e dalle suppliche della madre Veturia e della moglie
Volumnia, andate a lui da Roma, ritirò l'esercito. E questo fu il secondo capo,
dopo Tarquinio, ad essersi opposto alla propria patria.» (Eutropio,
Breviarium ab Urbe condita) L'Eroe della presa di Corioli Consoli Postumio
Cominio Aurunco e Spurio Cassio Vecellino, a Roma, per quella che sarebbe stata
ricordata come la prima secessione, la plebe si era ritirata sul Monte
Sacro. La situazione era poi resa oltremodo complicata dalla necessità di
definire un nuovo trattato (Fœdus) con i Latini, compito che fu affidato al
console Spurio Cassio, trattato che da lui prese di nome (Fœdus Cassianum), e
dai preparativi bellici intrapresi dai Volsci, contro cui si decise di
intraprendere l'ennesima azione militare, affidandola al console Postumio
Cominio. Postumio Cominio iniziò la campagna militare guidando l'esercito
romano contro i Volsci di Antium, città che venne espugnata. Successivamente
l'esercito romano marciò contro le città volsche di Longula, Polusca e Corioli,
tutte e tre conquistate dai Romani, quest'ultima con l'apporto decisivo di Gneo
Marcio, tanto che Livio annota: L'impresa di Marcio eclissò la gloria del
console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio
Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria su
una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio combatté
contro i Volsci LIVIO Ab Urbe condita.
Dai contrasti tra patrizi e plebei all'esilio. Intanto a Roma la prima secessio
plebis e la conseguente mancata coltura dei campi aveva provocato un rincaro
del grano e la necessità della sua importazione. Sotto il consolato di Marco
Minucio Augurino e Aulo Sempronio Atratino, Coriolano si oppose fortemente alla
riduzione del prezzo del grano alla plebe, che lo prese in forte odio. In
effetti la contesa non riguardava tanto il prezzo del grano, ma il conflitto
tra plebei e patrizi, con questi ultimi che ancora non si erano rassegnati
all'istituzione dei tribuni della plebe, e cercavano in tutti i modi di
contrastarne l'azione. In un contesto di feroci attacchi politici, Coriolano
rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che propugnava il ritorno alla
situazione antecedente alla concessione del tribunato ai plebei, e per questo
motivo era attaccato violentemente da questi. Durante una di queste infuocate
assemblee mancò poco che Coriolano fosse mandato a morte, gettato dalla rupe
Tarpea. «...A questo punto Sicinnio, il più impudente dei tribuni, dopo
una breve consultazione con i colleghi, proclamò davanti a tutti che Marcio era
stato condannato a morte dai tribuni della plebe, e ordinò agli edili di
portarlo immediatamente sulla rocca Tarpea e di gettarlo giù nella
voragine.» (Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e
Alcibiade) Alla fine fu citato in giudizio dai tribuni della plebe, e a questo
punto le versioni di Livio e Plutarco divergono. Secondo Livio, Gneo Marcio
rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci,
e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita. Invece per
Plutarco[5] Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di
essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il
tesoro di Anzio tra i commilitoni, invece di consegnarlo all'Erario. Anche per
Plutarco, la condanna fu quella dell'esilio a vita. La guerra contro
RomaModifica Gneo Marcio scelse di recarsi in esilio nella città di Anzio,
ospite di Attio Tullio, eminente personalità tra i Volsci. I due, animati da
forti sentimenti di rivincita nei confronti di Roma, iniziarono a tramare
affinché tra i Volsci, più volte battuti in scontri campali dall'esercito
romano, si sviluppassero nuovamente motivi di risentimento contro i Romani,
tali da far nascere in questi il desiderio di entrare in guerra contro il
potente vicino. Marcio e Tullo discutevano di nascosto in Anzio con i più
potenti e li spingevano a scatenare la guerra mentre i Romani si combattevano
tra loro. Ma mentre i Volsci erano trattenuti dal pudore perché le due parti
avevano concordato una tregua e un armistizio di due anni, e furono i Romani a
fornire loro stessi il pretesto, annunziando durante certi spettacoli e giochi,
sulla base di qualche sospetto o falsa accusa, che i Volsci dovevano lasciare
la città prima del tramonto. Plutarco, Vite parallele, Gneo Marcio Coriolano e
Alcibiade) Alla fine i Volsci decisero per una nuova guerra contro Roma, ed
affidarono a Coriolano e ad Attio Tullio il comando dell'esercito. Quindi i due
comandanti si risolsero a dividersi le forze, rivolgendosi Attio ai territori dei
Latini, per impedire che portassero soccorso a Roma, e Coriolano a saccheggiare
la campagna romana, evitando però di attaccare le proprietà dei Patrizi, così
da fomentare la discordia tra Plebei e Patrizi. L'espediente ebbe successo,
tanto da permettere ai due eserciti Volsci, di tornare nel proprio territorio,
carichi di bottino e senza aver subito alcun attacco dai Romani.
Successivamente, mentre Attio proteggeva con il proprio esercito la città,
Coriolano volse il proprio esercito contro la colonia romana di Circei che fu
presa, mentre Roma non reagiva per il montare della discordia tra i due
ordini. Alla fine a Roma si decise di arruolare un esercito, e si permise
agli alleati Latini di prepararne uno per proprio conto, in quanto Roma non era
in grado di difenderli dalle incursioni dei Volsci. Ai Volsci, che si
preparavano alla guerra, si aggiunse poi la rivolta degli Equi. Coriolano, al
comando del proprio esercito quindi prese Tolerium, Bola, Labicum, Corbione,
Bovillae e pose l'assedio a Lavinium, senza che i Romani portassero aiuto a
queste città. Quindi Coriolano si accampò a sole cinque miglia dalle mura
della città in località Cluvilie, dove fu raggiunto da un'ambasceria composta
da cinque ambasciatori. Per tutti parlò Marco Minucio Augurino, senza però
riuscire a far desistere Coriolano dal proprio intento; anzi i Volsci, sempre
guidati dal condottiero romano, presero Longula, Satricum, Polusca, le città
degli Albieti, Mugillae e vennero a patti con i Coriolani. Leggermente
diversa la versione di Livio: Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca,
Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese
Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò
una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò
su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla
città» (LIVIO (si veda), Ab Urbe condita libri) Qui, alle porte dell'Urbe
al IV miglio della Via Latina, dove si trovava il confine dell'Ager Romanus Antiquus
(nei pressi dell'attuale Via del Quadraro), mentre i consoli, Spurio Nauzio e
Sesto Furio, organizzano le difese della città, venne fermato dalle
implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia, accorsa con i due
figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal proprio proposito di
distruggere Roma. «....Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile
e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche
alla collera, gli disse: «Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui
ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo
considerarmi una prigioniera o una madre.» (LIVIO (si veda), Ab Urbe
condita libri) Morte LIVIO (si veda) riporta come non ci è concordanza sulla
morte di Coriolano. Secondo parte della tradizione, è ucciso dai Volsci, che lo
considerarono un traditore per aver sciolto l'esercito sotto le mura di Roma. Secondo
Fabio, muore di vecchiaia in esilio. Plutarco e Dionigi di Alicarnasso
raccontano come Coriolano è ucciso da una congiura, capitanata da Attio Tullio,
mentre si sta difendendo in un pubblico processo ad Anzio, dove è stato messo
sotto accusa dai Volsci per essersi ritirato, senza aver combattuto, da
Roma.Poi, però, è dimostrato che l’azione non è affatto condivisa da tutti,
sicché fu seppellito con grandi onori e il sepolcro di Coriolano, ornato con
armi e spoglie, fu considerato dalla popolazione il sepolcro di un eroe e di un
grande generale. I Romani, invece, non gli tributarono onori quando seppero
della sua morte, né tuttavia gli serbarono rancore, tant'è vero che alle donne
fu consentito portare il lutto fino a un massimo di 10 mesi. CICERONE (si veda),
nel Brutus, nel paragonare Coriolano a Temistocle ne accomuna la sorte: si
sarebbero entrambi tolti la vita una volta allontanati dalla patria.Critica
storica Secondo parte della moderna storiografia Coriolano rappresenta un
personaggio leggendario, creato per giustificare le sconfitte dei Romani nelle
guerre contro i Volsci nella prima epoca repubblicana, guerre che arrivarono a
minacciare l'esistenza stessa di Roma. I Romani trovarono giustificazione delle
loro ripetute sconfitte, nella credenza che solo un condottiero romano avrebbe
potuto sconfiggere un esercito romano. La circostanza che Coriolano non appaia
tra i fasti consulares aumenta il dubbio che si sia trattato di un personaggio
storico (cf. Grice, “Vacuous Names”). Plutarco, Vite parallele, Vita di
Coriolano, Livio, Ab Urbe condita libri Plutarco, Vite parallele Gneo Marcio
Coriolano e Alcibiade, Livio, Ab Urbe condita libri Plutarco, Vite parallele Gneo
Marcio Coriolano e Alcibiade, Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio
Coriolano e Alcibiade, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Livio, Ab Urbe
condita libri Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso,
Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane,
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità
romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Dionigi di Alicarnasso,
Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane,
Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane Appiano, Storia romana, Livio, Ab Urbe
condita libri, lib. II, par. 40 ^ Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio
Coriolano e Alcibiade, Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, V Dionigi di
Alicarnasso, Antichità romane CICERONE (si veda), Laelius de amicitia CICERONE
(si veda), Brutus. Livio, Ab Urbe condita libri Plutarco, Vite parallele,
Coriolano Eutropio, Breviarium ab Urbe condita (che lo chiama Quinto) Ispirata
pure alla vicenda di Coriolano è un'ouverture di Beethoven (in do min.),
composta per la tragedia teatrale omonima di Collin. Gens Marcia Volumnia
Veturia Coriolano, tragedia di Shakespeare Coriolano, Gneo Marcio, in
Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Coriolano, Gnèo
Màrcio, su sapere.it, De Agostini. Modifica su Wikidata Gneo Marcio Coriolano
Gneo Marcio Coriolano (altra versione), su Enciclopedia Britannica,
Encyclopædia Britannica, Inc. Portale Antica Roma Portale
Biografie Portale Guerra Portale Politica Sesto Furio
Medullino Fuso politico romano Roma e le guerre con Equi e Volsci Attio
Tullio Nobile volsco di Antium (le odierne Nettuno ed Anzio) CORIOLANO
Tragedia Note di Raponi. Il testo inglese adottato per la traduzione è quello d’Alexander
(Shakespeare - “The complete Works”, Collins., London), con qualche variante
suggerita da altri testi, specialmente quello prodotto dal Furnivall per la
“Early English Text Society”, l’“Arden Shakespeare” e l’ultima edizione
dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Taylor e G. Wells per la Clarendon. Alcune
didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la
migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è
essenzialmente intesa. 3) All’inizio di ciascuna scena i personaggi sono
introdotti con il rituale “Entra” o “Entrano”, che ripete l’“Enter” del testo;
giova avvertire però che tale dizione non implica che i personaggi debbano
“entrare” in scena al levarsi del sipario; è spesso possibile che essi vi si
trovino già, in un qualunque atteggiamento. La reciproca vale per le dizioni
“Exit” - “Exeunt”, “Esce”, “Escono”. 4) Il metro è l’endecasillabo sciolto,
intercalato da settenari, come l’abbia richiesto al traduttore lo scorrere
della verseggiatura. 5) Trattandosi della Roma di Coriolano, la forma del “tu” (i
Romani non ne conoscevano altra) è sembrata imperativa, ad onta del dialogante
alternarsi dello “you” e del “thou” dell’inglese. 6) La divisione in atti e
scene, com’è noto, non si trova nell’in-folio; essa è stata elaborata, spesso
anche con l’elenco dei personaggi, da vari curatori nel tempo, a cominciare da
Rowe. Li si riproduce come figurano nella citata edizione dell’Alexander.
CORIOLANO Nota introduttiva Plutarco, dalle cui “Vite parallele” Shakespeare
trae essenzialmente la trama della sua tragedia, associa Coriolano con
Alcibiade, come esempio di due grandi condottieri e uomini politici venuti in
contrasto con la loro patria e scesi contro di essa in guerra alla testa di
eserciti nemici. I due sono contemporanei: Alcibiade vive nell’Atene di Pericle
(V sec. a.C.), già matura repubblica demo- aristocratica; Coriolano nella
giovane immatura repubblica di una Roma che si è appena liberata della tirannia
dei re etruschi. Ma il parallelismo tra i due è per contrasto; perché Alcibiade
cerca, contro l’aristocrazia di cui è parte (è il nipote di Pericle), e che gli
dà l’ostracismo, il favore del popolo; Coriolano, all’opposto, nel suo orgoglio
di aristocratico rozzo e impolitico, disprezza la massa plebea ed è da questa
prima eletto poi privato del consolato e bandito da Roma. L’orgoglio di
Coriolano e il suo conflitto con l’intima nobiltà dell’uomo è il “leitmotiv”
del dramma shakespeariano; ad esso fa da sfondo una Roma la cui politica
interna è caratterizzata dalle lotte di classe fra patrizi e plebei, quella
esterna dalle prime guerre di espansione. I nemici più vicini sono i Volsci,
che abitano le terre del sud del Lazio, comprese le città di Anzio e Corioli.
La superbia è il peggiore dei vizi, il massimo dei peccati capitali della
dottrina cristiana; tradotta nella persona di un eroe della Roma pagana essa
acquista la dimensione di un vizio legato ad una virtù: nobiltà e onore. Le
parole “nobility” e “honour”, come osserva il Melchiori, con i loro derivati
nominali e verbali ricorrono ben 137 volte nel testo della tragedia. Questo
conflitto, come una fatale condanna, nega a Coriolano la capacità di convivere
con gli oppositori, l’inclinazione al possibilismo che è la massima dote del
politico, e sarà, nel mondo politico nel quale egli si muove, la sua tragica
fine. Il linguaggio di Coriolano, a differenza di quello raffinato e colto di
Alcibiade, è sempre rude, quasi urlato, di rissa; e ad accentuarne la rudezza
Shakespeare crea, in contrapposto, di sua fantasia, il personaggio di Menenio
Agrippa, un modello di scaltrezza politica - questo sì - simile ad Alcibiade,
che parla studiando l’avversario, per saggiarne i punti deboli e, prima
assecondandolo poi demolendolo, averne ragione. Ma Coriolano non è solo questo.
All’intolleranza faziosa egli aggiunge l’incostanza del carattere, l’ignoranza
di sé. Questo lo porta ad ingannarsi non solo sulla realtà politica che lo
circonda, ma sulla sua stessa immagine; si trova così, quasi senza volerlo,
sottomesso alla volontà della madre, Volumnia. Questa è la figura di matrona
romana nelle cui parole par quasi di sentire un’eco ante litteram del
Machiavelli: “Chi diventa principe col favore dei grandi deve anzitutto
guadagnarsi il favore del popolo, farsi “gran simulatore e dissimulatore”.
Coriolano, a differenza di Alcibiade, è il contrario di tutto questo.
CAIO MARCIO, detto poi “Coriolano” TITO LARZIO COMINIO, generali romani nella
guerra contro i Volsci MENENIO AGRIPPA, amico di Coriolano SICINIO VELUTO
GIUNIO BRUTO, tribuni della plebe IL PICCOLO MARCIO, figliolo di Coriolano Un
araldo romano NICANOR, romano al servizio dei Volsci TULLO AUFIDIO, generale
dei Volsci Un luogotenente di Aufidio ADRIANO, volsco Un cittadino di Anzio Due
sentinelle volsche VOLUMNIA, madre di Coriolano VIRGINIA, sposa di Coriolano
VALERIA, amica di Virginia Una dama di compagnia di Virginia Senatori romani e
volsci Patrizi, edili, littori, soldati, cittadini, messaggeri Servi di Aufidio
ed altri dei vari seguiti Cospiratori del partito di Aufidio SCENA: parte a
Roma e nei dintorni di Roma; parte a Corioli e dintorni; parte ad Anzio.
PERSONAGGI Roma, una strada Entra un gruppo di POPOLANI in rivolta, con
mazze, randelli e altri ordigni PRIMO CITTADINO - (Agli altri) Prima d’andare
avanti, m’ascoltate! TUTTI - Parla, parla. PRIMO CITT. - Decisi allora: morti,
piuttosto che affamati! TUTTI - Decisi sì! - Decisi! PRIMO CITT. - Primo:
ciascuno sa che Caio Marcio è il principale nemico del popolo. TUTTI – È Caio
Marcio! Lo sappiamo tutti. PRIMO CITT. - Uccidiamolo, allora, e avremo il grano
al prezzo nostro! Chiaro? TUTTI - Chiaro. Basta parole. Andiamo ai fatti!
SECONDO CITT. - Una parola, buoni cittadini. PRIMO CITT. - “Buoni” dillo ai
patrizi! Noi per loro non siamo che gentaccia! Il sovrappiù che avanza a
lorsignori già ci procurerebbe alcun sollievo; quello che avanza dalla loro
tavola, dico, che fosse appena digeribile; potremmo almeno farci l’illusione
che ci aiutino per umanità; ma pensano che già costiamo troppo. La macilenza
che ci affligge tutti, a specchio della nostra povertà, è per loro un
inventario ad uomo per esibire la loro abbondanza. La nostra sofferenza è il
lor guadagno. Vendichiamoci con le nostre picche prima che diventiamo dei
rastrelli, ché se parlo così, sanno gli dèi ch’è per fame di pane, e non punto
per sete di vendetta! SECONDO CITT. - E vorresti che noi si procedesse
prima di tutti contro Caio Marcio? PRIMO CITT. - Contro di lui per primo; è un
vero cane, quello, per il popolo. SECONDO CITT. - Hai ben considerato,
tuttavia, quali servigi egli ha reso alla patria? PRIMO CITT. - Certamente, e
sarei anche contento di dargliene pubblicamente merito; ma di ciò lui si paga
da se stesso con la sua boria. SECONDO CITT. - Via, non dirne male. PRIMO CITT.
- Io ti dico che tutto che di buono ha fatto è stato per un solo fine; anche se
a certe tenere animucce può piacere di dire che l’ha fatto pel suo paese, in
verità l’ha fatto per piacere a sua madre, ed anche, in parte, per soddisfare
la propria ambizione, ché ce n’ha tanta per quanto ha coraggio. SECONDO CITT. -
Tu gli addebiti a colpa qualcosa contro cui lui non può niente, perché fa parte
della sua natura. Non puoi dire però che sia corrotto. PRIMO CITT. - Questo no,
ma di accuse su di lui ne posso partorire a volontà. Di difetti ce n’ha di
sopravanzo, da stancare ad enumerarli tutti! (Clamori all’interno) Ma che son
queste grida?... L’altra parte della città è in rivolta, e noi ce ne restiamo
qui a cianciare? Al Campidoglio, tutti! TUTTI - Andiamo! Andiamo! PRIMO CITT. -
Un momento! Chi è che viene qui? Entra MENENIO AGRIPPA SECONDO CITT. - Il buon
Menenio Agrippa, un galantuomo, uno che sempre volle bene al popolo.
PRIMO CITT. - Una persona onesta. Fossero tutti gli altri come lui! MENENIO -
Ehi, cittadini, che intendete fare, dove volete andare, così armati di mazze e
di randelli? PRIMO CITT. - Il motivo lo sa bene il Senato. È da due settimane
che sanno quello che vogliamo fare. Ora glielo mostriamo con i fatti. Loro
dicono che noi postulanti abbiamo il fiato forte: ora sapranno che abbiamo
forti pure mani e braccia. MENENIO - Evvia, signori, buoni amici miei, onesti
miei concittadini, diamine!, volete rovinarvi? PRIMO CITT. - Rovinati già
siamo, amico; più non è possibile. MENENIO - Ed io vi dico invece, brava gente,
che i patrizi si curano di voi col più caritatevole riguardo. Quanto a quel che
vi manca, ciò che soffrite in questa carestia, alzare contro lo Stato romano le
vostre mazze, è come alzarle in aria con l’intenzione di colpire il cielo: esso
seguiterà per la sua strada, spezzando mille, diecimila ostacoli più forti che
non possa mai sembrare quello di questa vostra opposizione. Quanto alla
carestia, sono gli dèi che l’han voluta, non punto i patrizi, e davanti agli
dèi sono i ginocchi, non le braccia, che possono soccorrervi. Ahimè, che voi vi
fate trascinare dalla disgrazia dove altri malanni v’aspettano, a calunniar
così e maledir come nemici gli uomini che reggono il timone dello Stato e di
voi son pensosi, come padri. PRIMO CITT. - Di noi pensosi, quelli? Figuriamoci!
Mai se ne son curati fino ad oggi. Ecco, ci lasciano morir di fame, e i
magazzini son pieni di grano; sfornano editti per punir l’usura e favoriscon
solo gli strozzini; abrogano ogni giorno sane leggi promulgate a suo
tempo contro i ricchi ed ogni giorno sfornano decreti sempre più duri per impastoiare
ed affamare la povera gente. Se non saran le guerre, saranno loro a sterminarci
tutti. Ecco qual è l’amore che ci portano. MENENIO - Dovete ammettere che a dir
così siete mostruosamente in malafede, o si dovrà accusarvi di follia. Vi
voglio raccontare una storiella su misura. L’avrete già sentita, ma poiché ben
s’adatta al mio proposito, m’avventuro a ridurla un po’ più trita. PRIMO CITT.
- Beh, sentiamola un po’. Ma non pensare di far sparire con un raccontino il
nostro obbrobrio. Dilla, se ti piace. MENENIO - Successe un tempo che tutte le
membra del corpo si levarono in rivolta contro lo stomaco, così accusandolo:
restarsene esso solo, in mezzo al corpo, a ingozzarsi di cibo tutto il tempo
come un gorgo, infingardo ed inattivo, senza divider mai con l’altre parti il
lavoro comune, mentre quelle eran continuamente ad esso intente, ad udire, a
pensare, a impartir ordini, a camminare, a percepir coi sensi, sì che
aiutandosi l’una con l’altra, provvedevano insieme agli appetiti e ai bisogni
comuni a tutto il corpo. Lo stomaco rispose... PRIMO CITT. - Beh, sentiamo,
quale fu la risposta dello stomaco? MENENIO - Stavo appunto per dirtelo. Lo
stomaco, mostrando loro un certo sorrisetto che non gli venne affatto dai
polmoni(9) ma proprio qui, così...(10) perché, vedete, se posso farlo parlare,
lo stomaco, posso ben farlo egualmente sorridere, provocatoriamente replicò
alle parti che s’eran ribellate invidiose ch’ei solo ricevesse, esattamente
come adesso voi che criticate i nostri senatori perché non sono quali
siete voi. PRIMO CITT. - La risposta del tuo stomaco... Beh? La testa, sede di
regal diadema, l’occhio, vigil guardiano, il cuore, consigliere, il braccio,
nostro difensore armato, la gamba, nostro caval di battaglia, la lingua, nostro
araldo trombettiere, con tutte l’altre nostre munizioni e piccoli ausiliari di
difesa di questa nostra fabbrica, se questi, tutti insieme... MENENIO - Ebbene,
che?... (Tra sé) Parola mia, costui si parla addosso! (Forte) Ebbene, allora?
Avanti, su, che cosa? PRIMO CITT. - ... dovessero venir prevaricati dal
cormorano stomaco, ch’è la fogna del corpo... MENENIO - Ebbene allora? PRIMO
CITT. - Allora, insomma, se questi che ho detto si lamentavano, che mai
rispondere poteva il ventre? MENENIO - Te lo dico io, se mi concedi un poco di
pazienza, anche se, come vedo, ce n’hai poca. PRIMO CITT. - Eh, quanto la fai
lunga! MENENIO - Stammi bene a sentire, buon amico... Dunque lo stomaco, con
gran sussiego, pesando le parole, in tutta calma, al contrario dei suoi
accusatori, dice: “Miei cari consociati, è vero ch’io ricevo per primo tutto il
cibo da cui traete voi sostentamento; ma è giusto e logico che sia così dal
momento ch’io sono il magazzino e l’officina di lavorazione di tutto il corpo.
E se ci riflettete, io lo rimando poi regolarmente, pei canali del sangue, fino
al palazzo della corte, al cuore, al suo trono, il cervello, e,
attraverso i tortuosi labirinti e le diverse stanze di servizio della persona,
i più robusti muscoli, e le più capillari delle vene ricevono da me regolarmente
la naturale dose d’alimento onde ciascuno trae la propria vita. Ed anche se voi
tutti presi insieme...” - attenti, amici, adesso, attenti bene, a ciò che dice
il ventre... PRIMO CITT. - Sì, ma sbrigati. MENENIO - “... anche se non potete,
lì per lì, vedere ciò che fornisco a ciascuno, cionondimeno alla resa dei conti
il mio bilancio è a posto, perché tutti ricevono da me il fior fiore di tutto,
laddove a me non resta che la crusca”. Beh, che ne dite? PRIMO CITT. - Una
risposta l’era, questa; ma come può adattarsi a noi? MENENIO - Fate conto che
siano i senatori di Roma questo stomaco, e voialtri le membra ammutinate.
Perché considerate in generale le lor delibere e le lor premure, digerite a
dovere entro di voi quanto concerne il pubblico benessere, e troverete che dei
benefici che tutti riceviamo dallo Stato non ce n’è che non vengano da loro, e
nessuno da voi. (Al Primo Cittadino) Beh, che ne pensi, tu che sei, come mi
sembri, l’alluce del piede di codesto assembramento? PRIMO CITT. - Io, alluce?
Perché? MENENIO - Perché sei tra i più bassi, i più schifosi, i più morti di
fame di codesta saggissima rivolta, e vai avanti a tutti, tu, cagnaccio che sei
del peggior sangue quanto a correre, e ti dài arie da caporione sol per trarne
vantaggio personale! Impugnateli pure i vostri arnesi, i nodosi randelli
ed i batacchi: Roma ed i sorci della sua cloaca stan per darsi battaglia, chi
sa quale dei due avrà la peggio(15)! Entra CAIO MARCIO MENENIO - Salute a te,
nobile Marcio. MARCIO - Grazie! (Al popolo) Che vi succede, torpida canaglia,
che a furia di grattarvi notte e giorno la scabbia della vostra ostinazione
siete ridotti a una putrida rogna? PRIMO CITT. - Sempre buone parole da te,
Marcio! MARCIO - Buone parole, ad uno come te, chiunque le dice sse, sarebbe
un basso e immondo adulatore. Che volete, cagnacci, cui non va bene né pace, né
guerra, perché l’una vi fa tanti conigli, l’altra vi fa sfrontati e tracotanti?
E a fidarsi di voi, non che scoprir che siete dei leoni, ci si accorge che
siete solo lepri, oche, invece di volpi. No, si può far meno fiducia in voi che
in un tizzone acceso in mezzo al ghiaccio, che in un granello di grandine al
sole. Siete capaci d’innalzare al cielo chi è punito per qualche sua magagna, e
insieme maledire la giustizia che l’ha punito. Chi merita onore, non può che
meritare l’odio vostro; le vostre simpatie per questo o quello son come
l’appetito di un malato che va desiderando soprattutto ciò che può solo
peggiorargli il male. Chi dipendesse dal vostro favore è come se nuotasse avendo
ai piedi pinne di piombo, o avesse l’illusione di segare una quercia con dei
giunchi. Fidare in voi?... Impiccatevi! Voi mutate gabbana ogni minuto. Siete
pronti a dir nobile chi poco prima coprivate d’odio, e vile chi era prima il
vostro eroe. E adesso che v’ha preso, d’andare urlando per le vie di Roma
contro il Senato che, grazie agli dèi, riesce ancora a mantenervi a freno(17),
se no vi sbranereste l’un con l’altro? (A Menenio) Che van cercando? MENENIO -
Grano, al loro prezzo, perché sostengono che la città n’è ben fornita. MARCIO -
Alla forca! “Sostengono”!... Siedono tutto il tempo accanto al fuoco, e
pretendono di sapere loro tutto quel che succede in Campidoglio: chi può andare
più in alto, chi ci sta con buone prospettive, chi declina; parteggiano or per
uno or per un altro, s’inventano alleanze immaginarie, innalzano alle stelle
una fazione e sotto le lor scarpe rattoppate calpestano chi non va loro a
genio. Dicono che c’è grano in abbondanza! Se i nobili mettessero da parte per
una volta la loro pietà e lasciassero a me d’usar la spada, ne farei un tal
mucchio, fatti a pezzi, di migliaia di questi miserabili alto quanto gittar può
la mia lancia(19). MENENIO - Non c’è bisogno. Quelli che son qui son già quasi
convinti tutti quanti; perché se pur son largamente privi d’ogni criterio di
moderatezza, sono pure abbondantemente vili. Dimmi piuttosto tu, che cosa dice
il resto della mandria. MARCIO - Si son dissolti. Che crepino tutti! Dicevan
d’aver fame, e davan fiato sospirando a sentenze come queste: “La fame fa
crepare anche le mura”; “Pure i cani han diritto di mangiare”; “Gli dèi non
hanno dato il grano agli uomini soltanto per i ricchi”... ed altre simili. E
con questi cascami di saggezza esalavano il loro malcontento; finché han
trovato chi gli ha dato retta ed ha esaudito una lor petizione... una
richiesta assurda, da spezzare il più generoso cuore, e spegnere sul volto del
potere ogni baldanza. E quelli tutti a urlare, gettando i loro cappellacci in
aria, come se li volessero appiccare ai corni della luna. MENENIO - E che cos’è
ch’è stato lor concesso? MARCIO - Cinque tribuni, di lor propria scelta, a
difesa della plebea saggezza. Uno dei cinque è Giunio Bruto, un altro è Sicinio
Voluto... e non so più. Ma, sangue degli dèi, se stesse a me, questa canaglia,
prima di spuntarla doveva scoperchiare tutta Roma! Questi col tempo prenderan
la mano sul potere legittimo, e pian pian accamperanno sempre altre pretese
come pretesto ad una insurrezione. MENENIO - Certo, la cosa è sconcertante
assai. MARCIO - (Alla folla) A casa, a casa, avanti, spazzatura! Entra di corsa
un MESSAGGERO MESSAGGERO - Caio Marcio dov’è? MARCIO - Qui. Che succede?
MESSAGGERO - Marcio, è giunta notizia che i Volsci sono in armi. MARCIO - Ne ho
piacere. Potremo sbarazzarci finalmente di tanto nostro ammuffito superfluo. Ma
ecco i nostri più nobili anziani. Entrano COMINIO, TITO LARZIO, con altri
SENATORI, poi GIUNIO BRUTO e SICINIO VOLUTO PRIMO SENATORE - Marcio, quel che
ci hai detto ultimamente è confermato: i Volsci sono in armi. MARCIO - Ed hanno
a capitano Tullo Aufidio, uno che vi darà filo da torcere. Peccherò, ma
m’invidio il suo valore, e se fossi altro da quello che sono, vorrei
essere lui, e nessun altro. COMINIO - Vi siete già scontrati faccia a faccia.
MARCIO - Se la metà del mondo si scontrasse con l’altra, e Tullo Aufidio si
venisse a trovar dalla mia parte, io cambierei di fronte per guerreggiar con
lui solo. È un leone a cui m’inorgoglisce dar la caccia(25). PRIMO SENAT. - E
allora, degno Marcio, unisciti a Cominio in questa guerra. COMINIO - Me l’hai
promesso, Marcio. MARCIO - E lo mantengo. E mi vedrai ancora, Tito Larzio,
volteggiare la lama in faccia a Aufidio. Che hai? Ti vedo alquanto titubante.
Ti tiri fuori? LARZIO - No, Marcio, che dici? Appoggiato magari a una stampella
e brandendo quell’altra come un’arma, piuttosto che mancare a quest’impresa.
MENENIO - Eh, buon sangue romano... PRIMO SENAT. - Allora tutti insieme in
Campidoglio, dove so che si trovano ad attenderci i più degni ed illustri
nostri amici. LARZIO - (A Cominio) Tu avanti a tutti. (A Marcio) E tu dopo di
lui. Noi seguiremo. A voi la precedenza. COMINIO - (Prendendo sottobraccio
Marcio e avviandosi) Nobile Marcio! (Alla folla) A casa, via, sparite! MARCIO -
Ma no, lascia che vengano anche loro. I Volsci han molto grano. Portiamoli da
loro, questi sorci, a rosicchiare i lor granai, perbacco! Ribelli rispettabili,
il valor vostro ha buone prospettive. Seguiteci, vi prego. (I popolani si
disperdono) (Gli altri escono tutti, meno SICINIO e BRUTO) SICINIO - S’è visto
mai un uomo più arrogante di questo Marcio? BRUTO - Non ce n’è l’uguale.
SICINIO - Quando ci elessero tribuni... BRUTO - Già, notasti pure tu le labbra,
gli occhi? SICINIO - No, notai solo le sue insolenze. BRUTO - Oh, quanto a quelle,
se perde le staffe non esita ad insolentir gli dèi. SICINIO - O a schernire la
vereconda luna. BRUTO - Se questa guerra se lo divorasse! È diventato troppo
strafottente, per essere altrettanto valoroso. SICINIO - Uno con un carattere
così, se il successo gli fa montar la testa, arriverà a sdegnare la sua ombra e
pestarla coi piedi a mezzogiorno. Mi sorprende perciò che tanta boria giunga a
piegarsi tanto docilmente da farsi comandare da Cominio. BRUTO - La fama, cui
palesemente aspira, e che già gli ha concesso i suoi favori, non c’è mezzo
migliore per serbarla intatta ed anche accrescerla che operare in un posto dopo
il primo; così quando le cose vanno male, sarà colpa del comandante in capo,
abbia pur egli fatto tutto il meglio ch’è possibile a un uomo; ed a quel punto
gl’immancabili stupidi censori si daranno a gridar di Caio Marcio: “Ah, se
l’avesse comandata lui quest’impresa!”. SICINIO - Se invece vanno bene, la voce
della pubblica opinione, ch’è già così favorevole a Marcio, defrauderà Cominio
d’ogni merito. BRUTO - E così la metà di tutti i meriti che spettano a
Cominio andranno a Marcio, senza che questo li abbia meritati. SICINIO - Ma
muoviamoci. Andiamo un po’ a sentire che cosa si decide per la guerra e come
intende lui, col suo carattere, avventurarsi in questa impresa. BRUTO -
Andiamo. (Escono) SCENA Corioli, il Senato Entra TULLO AUFIDIO con alcuni
SENATORI PRIMO SENATORE - Così, tu pensi, Aufidio, che quei di Roma siano a
conoscenza dei nostri piani e delle nostre mosse? AUFIDIO - E voi non lo pensate?
Ci fu mai decisione in questo Stato ch’abbia potuto mandarsi ad effetto prima
che Roma se ne impadronisse? Ho notizie di là abbastanza fresche, meno di
quattro giorni, che mi dicono... Credo d’aver con me il dispaccio... Eccolo
(Legge) “Hanno ammassato un poderoso esercito, “ma non si sa per qual
destinazione, “se ad est oppure ad ovest... “Nella città la carestia è grande,
“e nel popolo c’è molto fermento. “Si dice che Cominio insieme a Marcio, “il
vecchio tuo nemico, odiato a Roma “più che da te, e insieme a Tito Larzio, “un
romano di altissimo valore, “saranno i comandanti designati “di quest’azione,
dovunque diretta. “Molto probabilmente “essa è contro di voi. State in
allarme”. PRIMO SENAT. - La nostra armata è in campo. Eravamo sicuri che da Roma
ci sarebbe venuta la risposta)... AUFIDIO - ... a giudicar non certo una follia
creder che i vostri piani di battaglia avessero a tenersi sotto chiave
finché non fosse proprio necessario ch’essi si rivelassero da soli(29); invece,
a quanto pare, erano noti a Roma sin da quando si covavano. Questa brutta
scoperta c’impone adesso d’abbassar la mira, ch’era di prendere molte città
prima almeno che Roma sapesse ch’eravamo scesi in guerra. SECONDO SENAT. -
Nobile Aufidio, assumi tu il comando, raggiungi le tue truppe, e lascia a noi
di difender Corioli. Se s’accampasser qui davanti a noi, porta su le tue forze
per cacciarli. Ma penso ch’essi, lo vedrai tu stesso, non si preparano contro
di noi. AUFIDIO - Ah, su ciò non illuderti. Le mie notizie son di fonte certa.
Dirò di più, già alcuni scaglioni del loro esercito stanno marciando, e
soltanto per questa direzione. Mi congedo, signori. Se Marcio ed io dovessimo
incontrarci, ci siamo già giurati di combattere fin che un non soccomba. TUTTI
- Il ciel t’assista! AUFIDIO - E protegga le vostre signorie. PRIMO SENAT. -
Addio! SECONDO SENAT. - Addio! TUTTI - Addio! (Escono tutti, i Senatori da una
parte, Aufidio dall’altra) SCENA III - Roma, la casa di Caio Marcio VOLUMNIA e
VIRGINIA siedono intente a cucire VOLUMNIA - Canta, figlia, ti prego, o almeno
mostrati un po’ meno triste! Se Marcio invece d’essere mio figlio fosse mio
sposo, sarei più felice di saperlo lontano a farsi onore, che averlo a
letto a gustarne gli amplessi, per quanto amore egli potesse effondere.
Quand’era ancora un tenero fanciullo, e l’unico rampollo del mio ventre, e la
sua fascinosa giovinezza gli attirava gli sguardi della gente; quando una
madre, neppure se un re l’avesse scongiurata un giorno intero, se lo sarebbe
fatto allontanare dalla vista nemmeno per un’ora, io, presaga da allora della
gloria cui uno come lui era votato (ché se brama d’onor non lo animasse,
sarebbe stato nulla più che un quadro da restare appiccato alla parete), ero
felice di lasciarlo andare in cerca di pericolo, dovunque egli potesse
incontrar fama. E lo mandai ad una cruda guerra, dalla quale però fece ritorno
col capo cinto di foglie di quercia. Ti dico, figlia, che di tanta gioia non
sussultai sentendo il primo annuncio che avevo partorito un figlio maschio,
quanta fu a veder la prima volta qual uomo vero egli s’era mostrato. VIRGINIA -
E se fosse caduto in quell’impresa, madre, che avreste fatto? VOLUMNIA - Avrei
serbato al posto di mio figlio la gloria del suo nome, e in essa avrei
ritrovato mio figlio. Senti quel che ti dico, cuore in mano: avessi pur dodici
figli maschi, tutti egualmente amati, e nessuno di loro meno caro del tuo e mio
buon Marcio, preferirei vederne morir undici nobilmente, in difesa della
patria, che saperne uno solo dissipare la vita nei piaceri, lontano dalle
fatiche di guerra. Entra un’ANCELLA ANCELLA - Padrona, è qui la nobile Valeria,
per farti visita. VIRGINIA - Madre, ti supplico, dammi licenza, vorrei
ritirarmi. VOLUMNIA - Niente affatto, non devi. Mi par già di sentire
qui, vicino, il rullo dei tamburi del tuo sposo, e di vederlo che trascina in
terra, presolo pei capelli, quell’Aufidio, ed i Volsci fuggire innanzi a lui
come bambini alla vista dell’orso... E vederlo che pesta i piedi a terra, così,
e gridare: “Avanti, voi, vigliacchi! Figli della paura, e non di Roma!” e
asciugarsi la fronte insanguinata con una mano inguantata di ferro, ed avanzar
pel campo di battaglia simile a un mietitore che s’imponga di mieter tutto il
campo per non perder la paga giornaliera. VIRGINIA - La fronte insanguinata?...
Oh, Giove, no! VOLUMNIA - Via, sciocca! Il sangue s’addice ad un uomo meglio
dell’oro sopra il suo trofeo(33). I seni d’Ecuba giovane sposa che allattavano
Ettore bambino non erano più belli della fronte di lui quando, sprezzante,
schizzava sangue per le greche spade. (All’ancella) Va’, di’ a Valeria che
siamo qui pronte a darle il benvenuto in casa nostra. (Esce l’ancella) VIRGINIA
- Proteggano gli dèi il mio signore dal terribile Aufidio. VOLUMNIA - Sarà lui,
che schiaccerà del fero Aufidio il capo col suo ginocchio e il collo col suo
piede. Rientra l’Ancella con VALERIA e un servo di questa VALERIA - Buongiorno
a voi, mie donne! VOLUMNIA - Cara amica! VIRGINIA - Son lieta di vederti.
VALERIA - Come state? Brave massaie, vedo. Un bel lavoro: che
ricamate?... E il bimbo come sta? VIRGINIA - Sta bene, buona amica, ti
ringrazio. VOLUMNIA - Preferirebbe stare tutto il giorno a veder spade ed udire
tamburi, piuttosto che star dietro al suo maestro. VALERIA - Parola mia, il
figlio di suo padre! Un frugoletto stupendo, davvero. Vi dirò, sono stata ad
osservarlo mercoledì scorso per una mezz’ora: che piglio risoluto! A un certo
punto l’ho visto correr dietro a una farfalla dalle alucce dorate; l’acchiappò,
poi la lasciò andar libera di nuovo, e lui di nuovo dietro, ruzzolando su e
giù, e rialzandosi, finché riesce ad acchiapparla ancora; e là, o l’avesse
urtato il ruzzolone, o che cos’altro, la serra tra i denti, così, e la sbrana.
E come l’ha ridotta, non vi dico. VOLUMNIA - Gli scatti di suo padre! VALERIA –
È così, vero, un bimbetto di razza. VIRGINIA - Un monello, mia cara. VALERIA -
Via, mettete da parte quel ricamo. Vo’ farvi fare, questo pomeriggio con me la
parte di massaie oziose. VIRGINIA - No, mi dispiace, non mi va uscire. VALERIA
- Non vuoi uscire? VOLUMNIA - Uscirà, uscirà! VIRGINIA - Davvero, no,
perdonami, Valeria, ma ho deciso di non varcar quell’uscio finché non sia
tornato il mio signore dalla guerra. VALERIA - Ma via, è irragionevole. che tu
t’imponga un simile confino. Su, devi pur deciderti a far visita a quell’amica
che sta per sgravarsi. VIRGINIA - Le faccio voti d’un felice parto e le
sto accanto con le mie preghiere; ma visitarla, adesso, no, non posso. VOLUMNIA
- Perché? VIRGINIA - Non per sottrarmi ad un fastidio, e tanto meno per poca
affezione. VALERIA - Vuoi farti proprio una nuova Penelope. Dicon però che
tutta quella lana ch’ella filò nell’assenza di Ulisse non servì che a riempir
di tarme Itaca. Eh, vorrei tanto che questa tua tela fosse sensibile come il
tuo dito, così potresti, almeno per pietà, smettere di bucarla con quell’ago!
Su, devi uscir con noi. VIRGINIA - No, cara amica, perdonami, ma io non uscirò.
VALERIA - Senti, se vieni, sulla mia parola, ti fornirò eccellenti notizie di
tuo marito. VIRGINIA - Ah, mia buona amica, è troppo presto ancora per averne.
VALERIA - T’assicuro, non scherzo. Ne abbiamo ricevute ieri sera. VIRGINIA -
Parli sul serio? VALERIA - In sacra verità. Ne ho sentito parlare un senatore.
Son queste: i Volsci sono scesi in campo, contro di loro è partito Cominio con
una parte delle nostre forze. Con l’altra tuo marito e Tito Larzio sono
accampati davanti a Corioli, la loro capitale. Son sicuri di prenderla, e
concludere presto la campagna. La notizia è sicura, sul mio onore. E dunque
avanti, non farti pregare, vieni con noi. VIRGINIA - Ti chiedo ancora scusa,
mia cara. Un’altra volta, tutto quello che vuoi, te lo prometto. VOLUMNIA
- Evvia, lasciala stare! Con l’umore che adesso si ritrova non farebbe che
rattristar noi pure. VALERIA - Lo penso anch’io. (A Virginia) Allora,
arrivederci. (A Volumnia) Andiamo, cara amica. (Volgendosi di nuovo a Virginia)
Evvia, ti prego, caccia la mutria, vieni via con noi. VIRGINIA - No, non
insistere. Non esco e basta. V’auguro buon divertimento. VALERIA - Addio.
(Escono Volumnia e Valeria. Virginia si richina sul ricamo) SCENA
L’accampamento romano davanti a Corioli Entrano CAIO MARCIO e TITO LARZIO con
un seguito di ufficiali e soldati con tamburi e vessilli. Un MESSAGGERO si fa
loro incontro. MARCIO - Arrivano notizie. Scommetto che si sono già scontrati.
LARZIO - Il mio cavallo contro il tuo che no. MARCIO - Accettato. LARZIO -
D’accordo, affare fatto. MARCIO - (Al Messaggero) Di’, s’è scontrato il nostro
generale col nemico? MESSAGGERO - Si trovano già in vista l’un dell’altro, ma
scontro ancora niente. LARZIO - Il tuo cavallo è mio! MARCIO - Te lo ricompro.
LARZIO - Nient’affatto, né te lo do in regalo. Te lo do in prestito per
cinquant’anni. (Al Trombettiere) Appella a parlamento la città. MARCIO -
(Al Messaggero) Quanto distan da qui i due eserciti? MESSAGGERO - Un miglio e
mezzo circa, non di più. MARCIO - Allora sentiremo il loro allarme d’inizio
della mischia, ed essi il nostro. Ora, Marte, ti prego, facci concludere alla
svelta qui, sì che da qui possiamo poi marciare, con le daghe di sangue ancor
fumanti, in aiuto dei nostri amici in campo. (Al Trombettiere) Avanti, la tua
squilla. (Tromba a parlamento. Sugli spalti delle mura di Corioli appaiono due
SENATORI con altra gente) (Ai due Senatori volsci) Tullo Aufidio è in città?
PRIMO SENATORE - No, né c’è uomo qui che men di lui vi tema: vale a dir meno
che niente. (Rullo di tamburi in lontananza) Ecco i nostri tamburi che chiamano
a battaglia i nostri giovani. E noi, piuttosto che lasciarci chiudere come in
trappola dentro queste mura, le abbatteremo. Queste nostre porte che sembrano
sbarrate fortemente, le abbiam fermate appena con dei giunchi. Si apriranno da
sé. (Frastuono di carica guerresca in lontananza) Laggiù, sentite? Aufidio è
là; potete immaginarlo il bel lavoro ch’egli sta facendo in mezzo al vostro
dimezzato esercito(35). MARCIO - Oh, s’azzuffano! LARZIO - Questo lor clamore
sia il nostro segnale. Qua le scale! (Soldati volsci escono improvvisamente
dalle mura) MARCIO - Non ci temono, questi, anzi, vedete, ci fanno addirittura
una sortita! Avanti allora, scudi avanti al cuore, e col cuore più saldo degli
scudi, all’assalto, mio valoroso Tito! Costoro mostrano d’averci a
spregio più di quanto potessimo pensare; e ciò mi fa sudare dalla rabbia!
All’assalto, all’assalto, miei soldati! Il primo che indietreggia, lo prenderò
per un soldato volsco, e gli farò assaggiare la mia spada! (Allarme di
battaglia. I Romani sono respinti sulle loro posizioni) (Marcio esce
combattendo, poi rientra, infuriato, gridando) Ah, vergogna di Roma! Branco
di... Vi s’attacchino addosso tutti i mali più pestilenti d’Africa! Carogne! Vi
ricoprano pustole e bubboni, sì che ancor prima di guardarvi in faccia vi
possiate infettar l’un con l’altro a un miglio di distanza controvento! Anime
d’oca dentro umane forme! Come avete potuto indietreggiare davanti a
un’accozzaglia di straccioni che perfino le scimmie sarebbero capaci di
sconfiggere? Per Plutone e l’inferno siete feriti tutti nella schiena, con le
facce slavate per la fuga e la paura che vi fa tremare! Pensate a riscattarvi,
scellerati! Ricacciateli indietro, o, per il cielo, mollo il nemico e vi
combatto contro! V’ho avvertiti. Tenete duro! Avanti! E li ricacceremo
alle lor tane, in braccio alle lor mogli, così com’essi ci hanno ricacciati
alle nostre trincee. Su, dietro a noi! (Altra carica. Questa volta i Romani
hanno la meglio, i Volsci sono volti in fuga, e Marcio li insegue da solo fino
alle porte della città) Ecco, le porte adesso sono aperte. Dimostratevi buoni
inseguitori. A chi insegue le apre la Fortuna, le porte, non a chi se la dà a
gambe! Guardate me, e fate come me. (Entra da solo in Corioli) PRIMO SOLDATO -
(Arrestandosi cogli altri davanti alla porta ancora aperta) È prodezza da
folle, io non lo seguo. SECONDO SOLD. - E io nemmeno. (Improvvisamente la
porta si chiude) Toh, guardalo là! L’han chiuso dentro. TUTTI – È in trappola,
sicuro! Entra TITO LARZIO LARZIO - Che succede di Marcio? TUTTI - Ucciso,
generale, non c’è dubbio. PRIMO SOLDATO - Stava inseguendo quelli che
fuggivano, è entrato insieme a loro, e quelli, subito, gli hanno richiuso la
porta alle spalle. È solo, contro tutta la città. LARZIO - Oh, nobile collega!
Tu che sensibilmente(36) in audacia superi l’insensibile tua spada, e resisti,
se pur essa si piega! Tu sei perduto, Marcio! Un diamante della più pura
luce(37) e dello stesso peso del tuo corpo non sarebbe gioiello più prezioso!
Tu eri, come nessun altro a Roma, il soldato voluto da Catone(38), fiero e
tremendo non solo a colpire, ma cui bastava solo un truce sguardo e un grido
della tua voce di tuono, per incuter tal tremito al nemico, come se tutto il
mondo fosse preso subitamente da tremor febbrile. Entra MARCIO, sanguinante,
inseguito da soldati volsci PRIMO SOLDATO - Oh, generale, guarda, guarda là! Ma
quello è Marcio! Corriamo a salvarlo, o qui si muore tutti insieme a lui!
(Zuffa. I Romani sopraffanno i Volsci ed entrano tutti in Corioli) SCENA V -
Corioli, una strada Entrano alcuni legionari romani recando in mano delle
spoglie di guerra PRIMO SOLDATO - (Mostrando un oggetto d’argento) Io questa
roba me la porto a Roma. SECONDO SOLD. - E io con quest’altra. TERZO
SOLDATO - (Gettando via il proprio bottino) Accidentaccio!... Questo l’avevo
preso per argento! (In lontananza, il fragore di cariche che continuano) Entra
CAIO MARCIO, sanguinante, con TITO LARZIO e un trombettiere. Al vederli, i
soldati con le spoglie di guerra escono. Marcio si ferma a seguirli con lo
sguardo. MARCIO - Eccoli là, questi eroi da strapazzo! L’onore di soldato(40)
per costoro non vale più d’una dracma crepata(41). Ferri vecchi, cuscini,
cucchiaiacci, giaccacce lise che perfino il boia seppellirebbe con chi le
portava(42), saccheggian tutto, questi manigoldi, tutto imballano, per portarlo
a casa, prima ancora che cessi la battaglia! Che crepassero tutti!... Senti,
senti che chiasso leva di là il generale(43)! A lui adesso! Là c’è un uomo,
Aufidio, ch’io odio sovra ogni altra cosa al mondo, e sta facendo strage di
Romani! Perciò, trattieniti, mio prode Tito, quanti soldati credi che ti
servano per tener la città; io, nel frattempo, con quelli che hanno l’animo di
farlo, accorro a dare man forte a Cominio. LARZIO - Ma tu sanguini, mio nobile
Marcio. Già troppo dura prova hai sostenuto, per combattere ancora. MARCIO -
Niente lodi. Quel che ho fatto non m’ha manco scaldato. Perdere un po’ di
sangue, col mio fisico, fa più bene che male. Voglio apparir così davanti a
Aufidio, e battermi con lui. LARZIO - Possa allora la bella dea Fortuna
innamorarsi di te follemente, e con la forza dei suoi incantesimi sviar da te
le spade dei nemici, ed il Successo diventar tuo paggio. MARCIO - E a te non
meno sia il Successo amico di quanto l’è a coloro cui Fortuna decide di
portare in alto. Addio. (Esce) LARZIO - Nobile Marcio! (Al trombettiere) Va’,
recati al Foro e chiama con la tromba a parlamento tutti i notabili della
città: che s’adunino in piazza, per conoscere i nostri intendimenti. (Escono)
SCENA VI -Il campo di Cominio Entra COMINIO alla testa di soldati romani in ritirata
COMINIO - Alt, riprendete fiato, miei soldati! Vi siete ben battuti! Ne siamo
usciti fuori da Romani, senza resistere spavaldamente, senza vigliaccamente
ritirarci. Ci attaccheranno ancora, son sicuro. Mentre ci scontravamo, di
quando in quando, portate dal vento, si sentivan le cariche dei nostri
dall’altra parte. Che gli dèi di Roma li vogliano guidare alla vittoria, come
speriamo vogliano con noi, così che al fine entrambi i nostri eserciti,
incontrandosi col sorriso in fronte, possano offrirvi, o dèi, i sacrifici di
ringraziamento! Entra un MESSAGGERO Che nuove porti? MESSAGGERO - Quelli di
Corioli, han fatto all’imprevisto una sortita e hanno dato battaglia a Larzio e
Marcio. Ho visto io stesso i nostri che venivano ricacciati indietro nelle loro
trincee; e son partito. COMINIO - Sarà come tu dici, ma non mi pare sia proprio
così. Da quanto tempo sei venuto via? MESSAGGERO - Da più di un’ora.
COMINIO - Ma da qui a Corioli non c’è nemmeno un miglio di distanza, e da poco
si sono uditi qui i lor tamburi. Come hai tu potuto metterci un’ora a
percorrere un miglio, e recar così tardi il tuo messaggio? MESSAGGERO - Sulle
mie tracce alcune spie dei Volsci m’hanno dato la caccia, e m’ha costretto a
fare un giro di tre o quattro miglia, per evitarle; se no, generale, t’avrei
recato già mezz’ora fa il mio messaggio. Entra MARCIO dal fondo Ma chi è
laggiù, che par come se l’abbian scorticato? O dèi! Dalla figura sembra Marcio!
L’ho visto già altre volte in quello stato. MARCIO - (Da lontano) Arrivo troppo
tardi? COMINIO – È la sua voce. Saprei distinguerla da altre mille, meglio di
quanto non sappia il pastore il fragore di un tuono da un tamburo. MARCIO -
(Avvicinandosi) Arrivo troppo tardi? COMINIO - Sì, se quel sangue che t’ammanta
tutto, è sangue tuo, e non sangue nemico(45). MARCIO - Ah, lascia ch’io ti
abbracci forte, Cominio, e con la stessa gioia con la quale abbracciai la mia
ragazza al declinar del giorno delle nozze, quando ardenti bruciavano le
fiaccole a farmi luce sulla via del talamo! COMINIO - Fior di tutti i
guerrieri! E Tito Larzio, che mi dici di lui? MARCIO - Ch’è tutto preso ad
emanar decreti di giustizia, chi condannando a morte, chi all’esilio, di chi
accettando il prezzo del riscatto, con chi indulgente, con chi rigoroso;
tiene Corioli, nel nome di Roma, al guinzaglio, come un levriero docile da
lasciar libero come si voglia. COMINIO - (Volgendosi intorno) Dov’è quel
miserabile che poc’anzi è venuto ad annunciarmi che il nemico v’aveva
ricacciati nelle vostre trincee?... Dov’è? Chiamatelo! MARCIO - Lascialo stare.
T’ha informato bene. A parte i nobili, la bassa forza - peste li colga! E gli
han dato i tribuni! - son fuggiti, come da gatto sorcio, davanti a scalcagnati
più di loro. COMINIO - E come avete fatto a prevalere? MARCIO - C’è tempo per spiegartelo?
Non credo. Ma il nemico dov’è? Siete rimasti, a quanto pare, padroni del campo.
Se no, perché cessaste di combattere? COMINIO - Finora, Marcio, abbiamo
combattuto in una posizione di svantaggio, e ci siam ritirati di proposito, per
poi rifarci e vincerli. MARCIO - Sai com’hanno schierato il loro esercito? E
dove han messo gli uomini migliori? COMINIO - Da quel che m’è dato indovinare,
in prima linea son quelli di Anzio, che sono i combattenti più affidabili, e li
comanda Aufidio, il vero cuore delle lor speranze. MARCIO - Ti supplico,
Cominio, per le battaglie combattute insieme, per il sangue che insieme abbiam
versato, pei giuramenti che ci siam fatti, fa’ in modo ch’io mi trovi faccia a
faccia con Aufidio e con tutti i suoi Anziati, e non tardare ad attaccar
battaglia; affrontiamoli subito, riempiamo di frecce l’aria, e di spade
brandite. COMINIO - Sarebbe meglio, penso, nel tuo stato, ch’io ti faccia
condurre ad un bel bagno e spalmarti d’unguenti le ferite; ma non saprò
giammai negarti nulla. Scegli tu stesso gli uomini più adatti a secondarti
nell’azione. MARCIO - Saranno solo quelli che mi diranno d’esservi disposti.
(Forte, ai soldati) Se c’è qualcuno qui - e sarebbe peccato dubitarlo - cui
piaccia questa tinta ond’io, vedete, sono imbrattato dalla testa ai piedi; se
c’è qualcuno che ha meno paura di rischiare la vita che il suo nome, che pensa
che una morte valorosa vale più d’una vita senza onore; e che la patria val più
che se stesso, egli solo, o quant’altri in mezzo a voi si trovino a pensarla
come lui, levino in alto il lor gladio, così, per dir che sono pronti a seguir
Marcio. (Tutti, con un grido, agitano in alto i gladii; alcuni sollevano Marcio
sulle loro braccia, altri lanciano in aria i berretti) Di me solo, di me fate
una spada(46)! Se queste vostre manifestazioni non son soltanto mostra, quale
di voi non vale quattro Volsci? Non c’è nessuno che non sia capace d’opporre al
grande Aufidio uno scudo robusto come il suo. Io vi ringrazio tutti, ma tra voi
debbo scegliere solo un certo numero. Gli altri daranno prova in altra impresa,
quando se ne presenti l’occasione. Ora vi piaccia di sfilarmi innanzi in
bell’ordine, sì ch’io possa scegliere subito quelli più adatti a seguirmi.
COMINIO - In marcia, miei soldati! Date prova d’avere quel coraggio che avete
sì altamente proclamato, e ciascuno dividerà con noi la sua parte di rischi e
di bottino. (Escono marciando) SCENA Davanti alle porte di Corioli TITO
LARZIO con un tamburino, un trombettiere e una guida è sul punto di partire per
recare aiuto a Cominio e Caio Marcio; con lui è anche un LUOGOTENENTE con altri
soldati LARZIO - (Al Luogotenente) Dunque, le porte siano ben guardate.
Attenetevi agli ordini impartiti. Se lo richiederò, mandate subito quelle
centurie in nostro aiuto. Il resto basterà a tenere per poco la città; per
poco, sì, ché se perdiamo in campo, la città non potremo più tenerla.
LUOGOTENENTE - Va bene, generale, sarà fatto(48). LARZIO - Muoviamo, dunque, e
chiudete le porte dietro di noi. (Alla Guida) Andiamo, battistrada, scortaci
fino al campo dei Romani. (Escono) SCENA - Il campo di battaglia. Allarme
d’assalto Entrano da parti opposte, AUFIDIO e MARCIO MARCIO - Con te e con
nessun altro voglio battermi, ché ti porto un odio quale nemmeno al peggiore
spergiuro. AUFIDIO - Siamo pari. Non c’è serpente in Africa ch’io aborrisca più
della tua fama e della tua rivalità. Difenditi(49)! MARCIO - Il primo che fa un
solo passo indietro muoia schiavo dell’altro, e poi gli dèi lo dannino in
eterno. AUFIDIO - Se mi vedi fuggire, urlami dietro, Marcio, come un cane corre
abbaiando dietro ad una lepre. MARCIO - Tullo, da meno di tre ore, io, da solo
ho combattuto contro tutti dentro le mura della tua Corioli, facendo tutto
quello che ho voluto. Lo vedi questo sangue di cui sono imbrattato? Non è
mio. Chiama a raccolta tutte le tue forze, adesso, se vuoi farne tu
vendetta. AUFIDIO - Fossi tu pure l’Ettore di Troia che della tua altezzosa
progenie fu la frusta(50), stavolta non mi scappi. (Si battono. Soldati volsci
accorrono in aiuto ad Aufidio, ma Marcio li ricaccia tutti indietro) (Ai suoi
soldati) Gente zelante, ma non valorosa, con questo vostro maledetto aiuto
m’avete sol coperto di vergogna! (Escono) SCENA Il campo romano Squilli di
tromba come segnali di carica. Trambusto e cozzo d’armi all’interno. Poi,
segnale di ritirata Entra da una parte COMINIO con l’esercito romano;
dall’altra MARCIO con un braccio al collo COMINIO - Marcio, foss’io a
raccontare a te quel che t’ho visto fare oggi in battaglia, tu stesso non mi
presteresti fede. Ma lo riferirò dove saranno a udirlo senatori che mesceranno
lacrime a sospiri ad ascoltarlo: dove grandi nobili ascolteranno, prima
spallucciando tra loro increduli, infine ammirati; dove matrone, dapprima
atterrite, poi trepidanti d’intimo piacere, vorranno udirmi raccontare ancora;
dove gli ottusi, stupidi tribuni, che insieme alla lor plebe puzzolente t’hanno
in odio, dovranno a malincuore pur esclamare: “Sien grazie agli dèi che Roma ha
un tal soldato!”. Senza dire che tu, ad un tal banchetto sei venuto per dare
solo un morso, avendo già mangiato a sazietà. Entra TITO LARZIO con l’esercito,
di ritorno dall’aver inseguito i Volsci in rotta LARZIO - (A Cominio, indicando
Marcio) Generale, il cavallo di battaglia è lui, noi siamo la sua bardatura. Lo
avessi visto!... MARCIO - Evvia, basta, ti prego! Anche mia madre, che
pure ha il diritto di vantar con orgoglio il proprio sangue, se si mette ad
elogiarmi, mi fa male. Ho fatto ciò che avete fatto tutti, cioè quanto ho
potuto, come voi animato da un solo sentimento, l’amor della mia patria.
Chiunque abbia operato con nient’altro che con la propria buona volontà, ha
fatto esattamente come me. COMINIO - Non sarai tu la tomba dei tuoi meriti(53).
Roma deve sapere quanto vali. Tener nascoste al mondo le tue gesta, sarebbe
compiere un trafugamento peggior d’un furto; ammantar di silenzio qualcosa che
quand’anche proclamata sui vertici più alti dell’elogio apparirebbe ancor ben
più modesta della realtà, non è minor delitto d’una calunnia. Perciò ti
scongiuro: per quello che tu sei, e non in premio di quello ch’hai fatto,
ascoltami davanti al nostro esercito. MARCIO - Le ferite ch’ho addosso mi
dolgono a sentirsi ricordare. COMINIO - Potrebbero, se non le ricordassimo,
esulcerate dall’ingratitudine, curarsi da se stesse con la morte. Di tutti quei
cavalli - e ne abbiam catturati d’assai buoni ed in gran numero - e del bottino
conquistato sul campo ed in città, noi ti assegniamo la decima parte, che
potrai scegliere liberamente prima che sia spartito tutto il resto. MARCIO -
No, generale, grazie, ma non potrei convincere il mio cuore ad accettare un
dono sottobanco per pagar la mia spada. Lo rifiuto, e reclamo per me
semplicemente la parte che hanno avuto tutti gli altri ch’hanno partecipato
alla battaglia. (Lunga fanfara(55). Tutti gridano: “Marcio!”, lanciando in aria
i berretti e le lance. Cominio e Larzio restano a capo scoperto) Questi
strumenti che voi profanate non risuonino più così a sproposito! Quando tamburi
e trombe son ridotti, sul campo di battaglia, a strumenti per adulare, allora
si riempian le corti e le città di genti dalle facce false e ipocrite. Quando
l’acciaio si fa così morbido come la seta addosso al parassita, s’elevi questo
a simbolo di guerra(57)! Basta, basta, vi dico! Sol perch’io non mi son lavato
il naso che sanguinava, sol ch’abbia abbattuto qualche misero scarto di natura
- ciò che molti altri han fatto come me senza la minima nota di elogio - ecco
che voi mi portate alle stelle con iperboliche acclamazioni, come s’io fossi un
uomo che tenesse a vedere la pochezza ch’ei sa di essere alimentata dalle lodi
con salsa di menzogne. COMINIO - Tu sei troppo modesto, e più spietato contro
la tua fama che grato a noi che te la tributiamo con tutto il cuore. Con tua
buona pace, però, se sei irritato con te stesso, ti metteremo le manette ai
polsi come ad uno deciso a farsi male, così potremo ragionare insieme senza
incorrere in chi sa quali rischi(58). Perciò sia proclamato a tutto il mondo,
come a noi tutti qui, che Caio Marcio di questa guerra è il vero vincitore(59),
ed io per questa sua benemerenza gli faccio dono del mio bel corsiero, animale
famoso in tutto il campo, e della relativa bardatura. E d’ora in poi per quanto
egli ha compiuto di valoroso davanti a Corioli, con unanime applauso ed un sol
grido, si chiami Caio Marcio “Coriolano”. (A Coriolano) Di questo titolo sii
sempre degno! TUTTI - (Con applausi e suon di trombe e tamburi) Sia gloria a
Caio Marcio Coriolano! CORIOLANO - Ora vado a lavarmi, e sul mio viso poi
che l’avrò pulito, osserverete se me l’avrete fatto o no arrossire. Comunque vi
ringrazio. (A Cominio) Intendo cavalcare il tuo destriero, ed il bel soprannome
che m’hai dato porterò sempre, e nel modo più degno, in cima al mio cimiero.
COMINIO - Ora torni ciascuno alla sua tenda: io, nella mia, prima di riposare,
scriverò a Roma del nostro successo. Tu, però, Tito Larzio, è necessario che
torni a Corioli, e mandi a Roma i loro più autorevoli, coi quali, per il bene
loro e nostro, si possa negoziare. LARZIO - Lo farò. CORIOLANO - Gli dèi
cominciano a prendermi a gioco: ho appena rifiutato d’accettare doni degni d’un
principe, ed eccomi costretto a mendicare qualcosa dal mio comandante in capo.
COMINIO - Già concessa, è tua. Di che si tratta? CORIOLANO - Io, a Corioli, più
d’una volta fui ospite di un certo pover’uomo che mi si dimostrò molto cortese.
L’ho visto adesso qui, tra i prigionieri, che mi gridava aiuto; in
quell’istante però m’è apparso innanzi agli occhi Aufidio, e l’ira ha
sopraffatto la pietà. Ecco, ti chiedo di lasciare libero quel mio buon ospite.
COMINIO - E bene hai chiesto! Fosse pur l’assassino di mio figlio, libero se
n’andrebbe, come l’aria. (A Larzio) Rilàsciaglielo, Tito. LARZIO - Il nome,
Marcio? CORIOLANO - Per gli dèi, me lo son dimenticato! Sono stanco, ho la
mente affaticata... Non avreste del vino? COMINIO - Alla mia tenda, Marcio,
andiamo, vieni. Il sangue sulla faccia ti si secca. Pensiamo intanto a
questo, adesso. Vieni. (Escono) Il campo dei Volsci Fanfara di cornette. Entra
AUFIDIO tutto coperto di sangue, con dei soldati AUFIDIO - La città è presa.
PRIMO SOLDATO - Ce la renderanno a buone condizioni. AUFIDIO - Condizioni!...
Romano vorrei essere, ché da volsco non sono più me stesso! Condizioni!... Che
buone condizioni può portare una resa a discrezione alla parte ch’è alla mercé
dell’altra? O Marcio, ho combattuto cinque volte con te, e cinque volte tu
m’hai vinto; e faresti altrettanto, son sicuro, c’incontrassimo pure tante
volte quante ogni giorno ci sediamo a mensa. Ma, pel cielo e la terra!, se
accadrà ch’io mi trovi un’altra volta faccia a faccia con lui, o io o lui! Il
mio spirito di rivalità ha perduto ogni scrupolo d’onore; ché, se prima pensavo
di schiacciarlo ad armi pari, spada contro spada, ora, sia l’ira a darmelo o
l’astuzia, non più, qualsiasi mezzo sarà buono a spacciarlo. PRIMO SOLDATO – È
il diavolo in persona. AUFIDIO - Più ardito, anche, se pur meno furbo. Il mio
valore è come avvelenato solo a soffrire d’essere oscurato per colpa sua; e per
causa di lui sarà costretto a fuggir da se stesso(62). Non ci sarà né sonno né
santuario(63), sia nudo o infermo, non ci sarà tempio né Campidoglio, non sacre
preghiere né cerimonia d’offerta agli dèi, - tutti freni al furore scatenato -
ad arginare l’odio mio per Marcio in forza del lor marcio privilegio e
dell’usanza che ancor li sostiene. Dovunque me lo trovi innanzi agli
occhi, foss’anche a casa mia, pure là, l’avesse pur mio fratello in custodia,
contro ogni legge d’ospitalità, laverò la mia mano inferocita nel suo cuore...
Tu ora va’ in città, informati in che modo è presidiata e chi son quelli
ch’essi hanno prescelto per inviarli a Roma come ostaggi. PRIMO SOLDATO - Tu
non ti muovi? AUFIDIO - Sì, sono aspettato al bosco dei cipressi. Là, ti prego
(è a sud della città, dopo i mulini) fammi sapere come stan le cose, ch’io
possa regolarmi su quale corso muovere i miei passi. PRIMO SOLDATO - E così
sarà fatto, comandante. (Escono) ATTO SCENA Roma, una piazza Entrano MENENIO e
i tribuni SICINIO e BRUTO, incontrandosi MENENIO - L’augure dice che per questa
sera avremo novità. BRUTO - Buone o cattive? MENENIO - Non certo tali da
piacere al popolo, che non vuol bene a Marcio. SICINIO - Natura insegna pure
agli animali a conoscere chi è loro amico. MENENIO - Già, guarda, infatti: a
chi vuol bene il lupo? SICINIO - All’agnello. MENENIO - Sì, appunto: per
sbranarselo; come vorrebbero fare con Marcio gli affamati plebei. BRUTO -
Quello è un agnello però che bela come un orso. MENENIO - Un orso, che vive
tuttavia come un agnello. Beh, voi siete due uomini maturi, ditemi solo questo.
I DUE TRIBUNI - Ossia, che cosa? MENENIO - Che vizi possono imputarsi a Marcio,
che voi due non abbiate in abbondanza? BRUTO - Nessuno gliene manca; anzi, di
tutti, si può dir che possieda ampia provvista. SICINIO - Specialmente di
boria. BRUTO - E di alterigia come nessun altro. MENENIO - Ah, questo sì che è
buffo! Lo sapete voi due come vi giudicano in città... Sì, qui, dico, in mezzo
a noi della fila di destra(67)? Lo sapete? I DUE TRIBUNI - Ebbene, come siamo
giudicati? MENENIO - Voi che parlate tanto d’alterigia... se ve lo dico non
andrete in collera? I DUE TRIBUNI - Bene, allora?... MENENIO - Del resto, poco
male, tanto si sa che a voi basta un’inezia per farvi uscire dai
gangheri(68)... Ma sì, lasciate pur andar la briglia sciolta sul collo ai
vostri permalosi umori, e andate in collera quanto vi pare, se ci provate
gusto!... Proprio voi, accusar d’alterigia Caio Marcio? BRUTO - Non siamo i
soli. MENENIO - Ah, questo lo so bene! Da soli voi sapete far ben poco; ed è perché
son tanti ad aiutarvi che riuscite a fare anche quel poco: troppo infantili
sono i vostri mezzi perché riusciate a far molto da soli. E venite a parlare
d’alterigia! Ah, poteste rivolger gli occhi in dentro, nei meandri dei
vostri cervicali e fare un bell’esame di coscienza! Magari lo poteste! BRUTO -
Ebbene, allora? MENENIO - Allora scoprireste un’accoppiata di magistrati
scialbi, senza meriti, e tuttavia boriosi, prepotenti, lunatici, bizzosi, e
insomma stolidi, come non ce n’è a Roma nessun altro. SICINIO - Va’ là,
Menenio, che anche tu sei noto... MENENIO - Sì, lo so, sono noto per essere un
patrizio un poco estroso, al quale piace un buon bicchier di vino(69) non
annacquato nell’acqua del Tevere; uno di cui si dice che ha il difetto di dar
ragione al primo che reclama; uno che prende fuoco facilmente; uno che bazzica
più volentieri il nero deretano della notte che non la chiara fronte del
mattino. Io quel che ho dentro ce l’ho sulla bocca e la malizia m’esce via col
fiato. Se mi trovo con due politici (che non posso dir certo due Licurghi(70) )
come voi, e volete darmi a bere qualcosa ch’è sgradito al mio palato, fo
boccacce. Non posso certo dire che le signorie vostre han detto bene una cosa,
se in ogni vostra sillaba io trovo tutto un concentrato d’asino(71). E se
sopporto con rassegnazione chi mi dice che siete uomini seri e rispettabili,
dico ch’è un bugiardo chiunque dica che le vostre facce. son facce oneste. E
ammesso che voi due riusciate a legger questo sulla mappa del microcosmo della
mia persona, ne segue forse che possiate dire di conoscermi bene? E se pur
fosse, qual difetto riescono a discernere le vostre miopi facoltà visive in
questa mia natura? BRUTO - Via, Menenio, pensiamo di conoscerti
abbastanza! MENENIO - No, voi non conoscete né Menenio, né voi stessi, né
niente! Siete solo ambiziosi di scappellate e inchini dalla parte di misere
canaglie. Siete capaci di buttare ai cani il tempo d’una intera mattinata ad
ascoltare la banale bega tra un’ortolana e un venditor di zaffi, per rinviare
poi ad altra udienza quella controversiuccia da tre soldi. E se, mentre sedete
ad ascoltare in una lite l’una e l’altra parte, v’accade d’esser colti dalla
strizza d’andar di corpo, fate mille smorfie, da somigliare a delle marionette,
innalzate bandiera rosso-sangue(74) contro chiunque non voglia aspettare, e,
bofonchiando in cerca d’un pitale, lasciate lì la causa nel bel mezzo, a
sanguinar più imbrogliata di prima; col risultato che la conclusione che sarete
riusciti ad apportare alla vertenza sarà stata in tutto l’aver chiamato
entrambi i litiganti “farabutti”. Che bella coppia, siete! BRUTO - E tu? Va’ là
che tu sei meglio noto come un brillante pigliaingiro a tavola che come un
altrettanto indispensabile occupante d’un seggio in Campidoglio! MENENIO -
Perfino i nostri bravi sacerdoti devono diventar delle linguacce se son
costretti ad aver a che fare con tipi della vostra bassa tacca. Quel che sapete
dire di più acconcio non vale l’agitarsi che nel dirlo fanno le vostre barbe;
quelle barbe che non meritan fine più onorata che d’andare a servir da
imbottitura al cuscino di qualche tappezziere o d’esser chiuse dentro a un
basto d’asino(79). E tuttavia dovete andar dicendo a destra e a manca che
Marcio è superbo; lui, che a stimarlo poco, val più di tutti i vostri
antecessori presi insieme, da Deucalione in giù(80); anche se casualmente, tra
coloro, ci sia stato qualcuno, tra i migliori, col mestiere di boia ereditario.
Ma buona sera alle eccellenze vostre; ché a star ancora a discuter con
voi, mandriani del plebeo bestiale armento, c’è rischio d’infettarsi le
cervella. Fa per allontanarsi, quando vede arrivare VOLUMNIA, VIRGINIA e
VALERIA. Bruto e Sicinio si fanno da parte mentre Menenio va loro incontro Oh,
le mie belle e nobili matrone! Non sarebbe più nobile la Luna, se mai fosse
terrena creatura. Dov’è che indirizzate in tanta fretta i vostri passi?
VOLUMNIA - Nobile Menenio, sta per giungere qui mio figlio Marcio. Lasciaci
andare, per Giove e Giunone! MENENIO - Ah, Marcio torna a casa? VOLUMNIA - Sì,
Menenio, e accompagnato dal più vivo applauso, e dai migliori auspici. MENENIO
- (Gettando in aria il berretto in segno di gioia) Oh allora, Giove, prenditi
il mio berretto, e ti ringrazio! Dunque, Marcio ritorna? VIRGINIA E VALERIA -
Sì, Menenio. VOLUMNIA - Guarda, ho qui una sua lettera; un’altra l’ha il
Senato, una sua moglie; e ce n’è un’altra, credo, anche per te, a casa tua.
MENENIO - Per me? Una sua lettera?... Uh, uh, stanotte, per tutti gli dèi, mi
metto a far ballar tutta la casa! VIRGINIA - Proprio così, una lettera per te.
L’ho vista con i miei occhi. MENENIO - Una sua lettera! Mi regala sette anni di
salute! Per sette anni farò boccacce al medico! A fronte d’una tale medicina,
la ricetta più eccelsa di Galeno è uno specifico da ciarlatano! Peggio d’un
beverone da cavallo! Non è mica ferito?... Perché sempre tornò a casa ferito le
altre volte. VIRGINIA - Oh, no, no, no, no, no! VOLUMNIA - Ferito, sì, ed
io di ciò rendo grazie agli dèi. MENENIO - Anch’io, se non lo sia di troppo
grave... Le ferite stan bene a chi si porta la vittoria in tasca. VOLUMNIA -
Lui se la porta in fronte, la vittoria, ed è la terza volta che mi torna col
capo cinto di foglie di quercia! MENENIO - E Aufidio? L’ha sistemato a dovere?
VOLUMNIA - Secondo quanto scrive Tito Larzio, si son scontrati, ma quello è
scappato. MENENIO - E per fortuna sua, gliel’assicuro! Ché se fosse rimasto,
io, al suo posto, non mi sarei voluto “aufidizzare” per tutto l’oro che sta
custodito dentro le casseforti di Corioli. Il Senato è informato? VOLUMNIA - (A
Virginia e Valeria) Andiamo, donne. VALERIA - Oh, sì, di lui si dicon
meraviglie. MENENIO - Meraviglie! Ma certo! E tutte vere(83), garantito!
VIRGINIA - Così voglion gli dèi! VOLUMNIA - Che siano vere? Toh, sentite
questa! MENENIO - Che siano vere, son pronto a giurarlo. Dov’è ferito?...
(S’interrompe vedendo avvicinarsi i due Tribuni) Vostre signorie, che Dio le
salvi, Marcio sta tornando, ed ha ancor più ragioni, questa volta, d’esser
superbo. (Alle due donne) Dov’è ch’è ferito? VOLUMNIA - Alla spalla ed al
braccio, qui, a sinistra. Ce ne saran di belle cicatrici da scodellare al
popolo quando concorrerà per la sua carica! Sette ne ha ricevute per il corpo
nel cacciare Tarquinio. MENENIO - Un’altra al collo, altre due alla coscia, e
fanno nove, ch’io conosca. VOLUMNIA - Ne aveva venticinque quando è iniziata
questa spedizione. MENENIO - Sicché con queste fanno ventisette: e ogni tacca
la tomba d’un nemico. (Uno squillo di tromba, poi fanfara da dentro, con
clamori di popolo) Ecco le trombe. VOLUMNIA - Sono i suoi araldi. Egli si porta
innanzi a sé i clamori, dietro si lascia lacrime. Nel suo possente braccio sta
di stanza il tenebroso spirito, la Morte. Esso avanza con lui, con lui
colpisce, e gli uomini periscono(86). Fanfara. Entrano, in pompa, COMINIO e
TITO LARZIO, in mezzo a loro CORIOLANO cinto il capo di foglie di quercia, indi
ufficiali, soldati e un ARALDO ARALDO - Sappia Roma che Marcio ha combattuto,
lui solo, tra le mura di Corioli, dove s’è guadagnato, con la gloria, un nome:
Coriolano, che va aggiunto, quale segno d’onore, d’ora in poi, a quello suo.
Sii benvenuto a Roma, illustre Caio Marcio Coriolano! TUTTI - Benvenuto,
illustre Coriolano! CORIOLANO - Basta! M’offende l’anima. Vi prego! COMINIO -
Guarda, Marcio, tua madre. CORIOLANO - Oh, tu, lo so, hai pregato gli dèi pel
mio successo. (S’inginocchia) VOLUMNIA - No, mio bravo soldato, alzati, su!
Marcio mio nobile, mio degno Caio... ora che t’hanno dato un soprannome
in onore delle tue grandi gesta, come debbo chiamarti... Coriolano? Mah, oh!,
ecco tua moglie! CORIOLANO - (A Virginia) Mio grazioso silenzio(87), ti saluto!
Piangi a vedermi tornar vittorioso, perché? Avresti atteso, per sorridere,
ch’io ti fossi tornato in una bara? Occhi, mia cara, come questi tuoi hanno a
Corioli le madri e le vedove rimaste senza i lor figli e mariti. MENENIO - E
ora t’incoronino gli dèi! CORIOLANO - Anche tu qui, Menenio(88)? (A Valeria)
Oh, mia gentile signora, perdonami. VOLUMNIA - Non so dove voltarmi... (A
Cominio) Generale, ben tornato anche a te... ed a voi tutti! MENENIO -
Bentornati, sì, centomila volte! Mi vien da piangere, mi vien da ridere, son
triste e allegro insieme. (A Coriolano) Bentornato! Un cancro(90) morda il
cuore alla radice a chi non è contento di vederti! Siete tre uomini che tutta
Roma dovrebbe amare; e invece, guarda un po’(91), abbiamo in casa dei meli
selvatici che non si vogliono far innestare al vostro gusto. Ma, a loro
dispetto, bentornati guerrieri! Noi l’ortica chiamiamo ortica, e chiamiamo
sciocchezza l’errore degli sciocchi. COMINIO - Sempre giusto, Menenio.
CORIOLANO - Sempre, sempre. ARALDO - (Alla folla) Largo, largo! CORIOLANO - (A
Volumnia e Virginia, prendendole per mano) La tua mano, e la tua. Prima di
ritirarmi in casa nostra(92), debbo rendere omaggio ai senatori dai quali
insieme col loro saluto ho ricevuto anche nuovi onori. VOLUMNIA - Sarò vissuta
fino a veder oggi realizzati i desideri miei ed avverate le mie fantasie. Manca
solo una cosa, ma non dubito che la nostra Roma te la concederà. CORIOLANO -
Ricordati, però, mia buona madre, che tuo figlio preferirà comunque d’essere
loro servo a modo suo, piuttosto che padrone a modo loro. COMINIO - Avanti, al
Campidoglio! (Trombe. Escono tutti in corteo, meno BRUTO e SICINIO) BRUTO -
Tutte le lingue parlano di lui, ed anche quelli che han la vista debole si
procurano occhiali per vederlo. La balia, per pettegolar di lui, lascia il
proprio marmocchio a urlare e piangere fino a venirgli il convulso; la
sguattera s’appunta attorno al suo bisunto collo la stola più vistosa e per
vederlo s’arrampica sul muro per guardarlo; gremiti stalli, banchine, finestre;
su i tetti, a cavalcioni sui comignoli gente d’ogni colore e d’ogni risma,
tutti presi dall’ansia di vederlo. Persino i flàmini(96) (che raramente è dato
di vedere per la via) si pigiano affannati tra la calca per conquistarsi un
posto in mezzo a loro. Le matrone le delicate guance solitamente protette da un
velo, sulle quali con sfida civettuola lottano il bianco e il rosa damaschino,
espongon oggi al lascivo saccheggio degli infuocati baci del Dio Sole(98):
un’atmosfera così surreale, da far pensar che un dio, per guidarlo, si sia
insinuato furtivo nelle sue facoltà umane, e gli abbia dato una forma divina.
SICINIO - Io, per me, già lo vedo fatto console. BRUTO - Allora sì che il
nostro tribunato potrà dormire i suoi sonni beati per tutto il suo mandato!
SICINIO - Non è uomo capace di tenersi in quella carica fino al termine. Finirà
col perderla. BRUTO - Ciò mi conforta. SICINIO - Puoi restarne certo. Il popolo,
che noi rappresentiamo, non fosse che per antico rancore, si scorderà, alla
minima occasione, di queste nuove sue benemerenze; e l’occasione l’offrirà lui
stesso, cosa ch’io tengo altrettanto per certa come la sua superbia
nell’offrirglielo. BRUTO - L’ho sentito giurare che se dovesse candidarsi a
console, mai lo farebbe scendendo nel Foro, e nemmeno umiliandosi a indossare
la lisa tunica dell’umiltà, né mostrando le sue ferite al popolo per mendicarne
i puzzolenti voti(99). SICINIO - Bene. BRUTO - Son sue parole. Oh, lui
piuttosto vi rinuncerebbe se lo dovesse chiedere altrimenti che per espressa
richiesta dei nobili e per unanime loro volere. SICINIO - Per me, io non
desidero di meglio: si tenga fermo in un tale proposito, e agisca in
conseguenza. BRUTO – È assai probabile che lo farà. SICINIO - E sarà allora,
come ci auguriamo, per lui andare a sicura rovina. BRUTO - Così dev’essere; se
no, per noi sarà la fine del nostro potere. Perciò sta a noi di ricordare al
popolo l’odio ch’egli nutrì sempre per loro; spiegar a tutti che, fosse per
lui, avrebbe fatto di ciascun di loro bestia da soma, ridotto al silenzio
i loro difensori; conculcate le loro libertà: perché li stima, quanto alla lor
capacità di fare, inferiori per facoltà d’intendere ed attitudine di stare al
mondo, ai dromedari usati per la guerra, a cui si somministrano foraggi sol
perché possano portare il carico, salvo ad ucciderli a bastonate quando sotto
quel carico stramazzano. SICINIO - Sì, appunto, questo, come tu lo dici va
ricordato al momento opportuno, quando la tracotante sua burbanza toccherà il
colmo sì da urtare il popolo (e l’occasione non potrà mancare se saremo noi
stessi a trascinarvelo, cosa altrettanto facile quanto aizzar dei cani contro
un gregge); e sarà questa l’esca che d’un colpo accenderà le loro vecchie
stoppie; e la loro fiammata l’oscurerà per sempre. Entra un MESSAGGERO BRUTO -
(Al Messaggero) Che c’è adesso? MESSAGGERO - Vengo a dirvi di andare in
Campidoglio. Sembra che Marcio sarà fatto console. Ho visto fare ressa, per
vederlo, pure i muti, ed i ciechi per udirlo; le matrone gettargli i loro
guanti mentre passava, e donne e giovinette le loro sciarpe, i loro fazzoletti;
i nobili inchinarsi avanti a lui come davanti alla statua di Giove, e il popol
tutto fare pioggia e tuono coi lor berretti in aria e i loro strilli... Cose
mai viste! BRUTO - Andiamo in Campidoglio. Occhi e orecchi attenti, e cuore
pronto a tutto. SICINIO - Eccomi, andiamo. (Escono) SCENA II -Roma, il
Campidoglio Due USCIERI stanno disponendo i cuscini sui seggi dei senatori
PRIMO USCIERE - Su, su, sbrighiamoci. Son qui che arrivano. Quanti sono a
concorrere per console? SECONDO USC. - Dicono tre, ma tutti son convinti che ad
ottenerlo sarà Coriolano. PRIMO USCIERE - Un tipo valoroso, ma superbo come nessuno;
e poi non ama il popolo. SECONDO USC. - Oh, quanto a questo se ne son ben visti
uomini illustri che te l’han lisciato, e mai gli sono entrati in simpatia; così
come altri ch’esso ha benvoluto senza saper perché. II popolo è così: vuol bene
o male a questo o a quello senza una ragione. Perciò, dunque, riguardo a
Coriolano, il fatto ch’egli non tenga alcun conto s’essi l’abbiano in odio o in
simpatia prova solo che li conosce bene, e glielo lascia intendere ben chiaro
con la sua signorile indifferenza. PRIMO USCIERE - Mah! Se davvero non gliene
importasse ch’essi l’abbiano o no in lor favore, dovrebbe mantenersi in
equilibrio, senza far loro né bene né male; invece va cercando il loro odio più
che non faccian essi a ricambiarglielo, e non trascura nessuna occasione
perch’essi possano scoprire in lui apertamente il loro gran nemico. SECONDO
USC. - Ha bene meritato della patria, e va detto altresì che la sua ascesa non
è stata per facili gradini come quella di chi, facendo mostra di sorrisi e
premure per il popolo, è riverito a inchini e scappellate dallo stesso, senza
aver fatto nulla per meritarsene stima e rispetto. Ma lui è riuscito così bene
a imprimere nei lor occhi i suoi meriti e in tutti i loro cuori le sue gesta,
che s’essi non volessero parlarne e rifiutassero di riconoscerli, si
renderebbero certo colpevoli di una forma di nera ingratitudine. Così
come il parlar male di lui sarebbe veramente una malizia destinata a smentirsi
da se stessa, perché chiunque si trovasse a udirla, la smentirebbe subito, con
sdegno. PRIMO USCIERE - Insomma, è un uomo di tutto rispetto. Basta, facciamo
luogo. Ecco che arrivano. Preceduti da squilli di tromba e da littori entrano i
SENATORI, i TRIBUNI DELLA PLEBE, poi CORIOLANO, MENENIO, COMINIO. Siedono tutti
sui loro scanni, i senatori da una parte, i tribuni dall’altra. Coriolano resta
in piedi MENENIO - Dunque, poiché dei Volsci s’è deciso, ed altresì di
richiamare in patria Tito Larzio, non resta che decidere in questa nostra coda
di seduta come ed in che misura compensare i servigi di chi sì nobilmente ha
combattuto per la propria patria. Perciò vi piaccia chiedere, reverendissimi e
saggi maggiori, a colui che ha la carica di console ed è stato alla testa
dell’esercito in questa nostra fortunata impresa, di farci una succinta
esposizione dell’encomiabile comportamento di Caio Marcio Coriolano; al quale
siamo qui riuniti per dar merito e decretare, in riconoscimento, onori che a
tal merito sian pari. (Coriolano si siede) PRIMO SENATORE - Bene, a te la
parola, buon Cominio. Non omettere alcun particolare per il timore d’apparir
prolisso; dicci anzi cose da farci pensare che sia piuttosto la nostra
repubblica a mancare dei mezzi convenienti a sdebitarsi, che l’animo nostro a
voler ch’essi sian quanto più alti. (Ai tribuni) A voi, capi del popolo,
chiediamo di prestar cortese orecchio, e di voler, dopo aver ascoltato, usar la
vostra influenza col popolo, per ottenere ch’esso sia concorde con quanto sarà
qui deliberato. SICINIO - Siamo qui convocati per discutere sopra una
materia che trova tutto il nostro gradimento; e siam di tutto cuore favorevoli
ad onorare e innalzare l’uomo ch’è l’argomento di questa assemblea. BRUTO - E
tanto più favorevoli a farlo saremo, s’egli si ricorderà di nutrir per il
popolo una stima un poco più benevola di quella che ha finora dimostrato.
MENENIO - Questo non c’entra! Non ci azzecca niente! Avresti fatto meglio a
stare zitto! Volete compiacervi, sì o no, di ascoltare Cominio? BRUTO -
Volentieri. Ma il mio avvertimento di poc’anzi era più pertinente all’argomento
di quanto non sia ora il tuo rabbuffo! MENENIO - Coriolano vuol bene al vostro
popolo; Ma non puoi obbligarlo fino al punto di diventar suo compagno di letto.
Parla, degno Cominio, ti ascoltiamo(102). (Coriolano, a questo punto, s’alza e
fa per lasciar la sala) Ehi, che fai?... Fermo là. Resta al tuo posto! PRIMO
SENATORE - Sì, siedi, Coriolano. Non dev’esser motivo di vergogna per te
ascoltare tutto ciò ch’hai fatto di nobile. CORIOLANO - Le vostre signorie mi
scuseranno, ma preferirei vedermi riaperte e doloranti le ferite, che stare ad
ascoltare come le ho ricevute... BRUTO - Non siano state le parole mie, voglio
sperare, a farti alzar dal seggio. CORIOLANO - No, se pur siano state le parole
spesso a farmi scappare anche da luoghi da cui nemmeno dure sciabolate
sarebbero riuscite a trattenermi. Tu non m’hai adulato, tuttavia, e le
parole tue non m’han ferito. Quanto però al tuo popolo, gli voglio bene per
quel ch’esso vale... MENENIO - Ti prego, avanti, siedi. CORIOLANO - Preferirei restare
sotto il sole, in ozio, a farmi grattare la testa quando suonasse l’allarme di
guerra, che starmene seduto qui, per niente, ad udir magnificare i miei
nonnulla. (Esce) MENENIO - (Ai tribuni) Ecco, capi del popolo, ditemi adesso
voi come un tal uomo potrebbe mai ridursi ad adulare il prolifico vostro
canagliume - ché di buoni ce n’è uno su mille - quando voi stessi l’avete ora
visto pronto a tutto rischiare per l’onore, piuttosto che prestare un solo
orecchio a sentire esaltare le sue gesta... Parla, avanti, Cominio. COMINIO -
Mi mancherà la voce. Troppo flebile è la mia per ridir di Coriolano le
gesta(104). Se il valore militare è nell’uomo la massima virtù, che nobilita
assai chi la possiede, l’uomo del quale mi accingo a parlare non ha chi possa stargli
a pari al mondo. Aveva sedici anni quando Tarquinio mosse contro Roma, e
combatteva già meglio di tutti; e il nostro dittatore di quel tempo che voglio
ricordar con ogni lode, l’osservava, col suo mento d’Amazzone(106), battersi in
armi e ricacciare in fuga avversari con baffi sulle labbra; e lo vide piantarsi
a gambe larghe su un Romano caduto, e in quella posa affrontare ed uccider tre
nemici. Poi si scontrò con lo stesso Tarquinio e, d’un sol colpo, lo forzò in
ginocchio. Tra i fasti di quel dì, quel giovinetto che avrebbe ben potuto
recitare una parte di donna sulle scene, si dimostrò il miglior soldato in
campo meritandosi, in degna ricompensa, una corona di foglie di quercia.
Entrato poi dall’età minorile nella virilità, simile al mare quando ingrossa, è
venuto su crescendo e in diciassette battaglie, da allora, ha rubato la palma a
ogni altra spada. Quanto poi a quest’ultima sua gesta, fuori e dentro le mura
di Corioli, devo dire che non ho parole adatte a riferirne come si conviene. Ha
fermato i suoi legionari in fuga, e col suo raro esempio ha volto in gioco
quella ch’era paura nei codardi. Davanti alla sua prua, come alghe sotto l’urto
d’un vascello lanciato a tutto vento, obbedienti, si piegavano gli uomini e
cadevano; la sua spada, come mortal sigillo lasciava il segno ovunque
s’abbattesse, Era, da capo a piedi, tutto sangue ogni suo gesto essendo
punteggiato dal grido dei morenti. Varcò da solo la fatale porta della città,
segnandola così col crisma d’un destino inesorabile; poi senza alcun aiuto ne
sortì, e, ricevuto un rapido rinforzo, piombò sopra Corioli con la forza d’un
fatal pianeta. Da quel punto, tutto era in mano sua, quando, di nuovo, il
lontano clamor della battaglia ferisce i suoi sempre vigili sensi: allora il
suo coraggio, raddoppiato, ravviva subito nella sua carne quel che v’era di
stanco e affaticato, e lì torna sul campo di battaglia, dove imperversa,
fumante di sangue, sopra i nemici come in una strage che non dovesse avere mai
più fine; e fino a che non potemmo dir nostro tutto il terreno e nostra la
città, non si concesse un attimo di tregua, anche solo per dare alcun sollievo
al respiro affannato. MENENIO - Degno uomo! PRIMO SENATORE - Sicuramente degno
degli onori che abbiamo in animo di conferirgli. COMINIO - Ha respinto
con sdegno la parte di bottino a lui spettante guardando a quegli oggetti di
valore come a vil spazzatura. Per se stesso desidera di meno di quello che la
stessa povertà potrebbe dargli, unico compenso alle sue gesta essendo a lui il
compierle; ed è contento di spendere il tempo della vita così, a lasciarlo
scorrere(111). MENENIO - Animo nobile! Lo si richiami. PRIMO SENATORE - (Ad un
ufficiale) Chiamate Coriolano. UFFICIALE - Sta venendo. Rientra CORIOLANO
MENENIO - Il Senato altamente si compiace, Coriolano, di nominarti console.
CORIOLANO - Son suoi la mia vita e i miei servigi. MENENIO - Rimane solo che tu
parli al popolo. CORIOLANO - Vi supplico, vogliate dispensarmi da quell’usanza.
Io, quella tunica, non me la sento di portarla addosso, d’espormi in piazza,
nudo della mia, e pregarli di darmi il lor suffragio solo a cagione delle mie
ferite... Esoneratemi da tutto questo. SICINIO - Il popolo dovrà pur dir la
sua, né vorrà consentir che si tralasci un solo punto del cerimoniale. MENENIO
- (A Coriolano) Non starli a contrastare, ora, ti prego. Confòrmati all’usanza
nelle forme da questa stabilite, così come hanno fatto puntualmente tutti
quelli che t’hanno preceduto. CORIOLANO – È una parte che mi farà arrossire a
recitarla: un “diritto del popolo” che si farebbe bene ad abolire. BRUTO - (A
parte, a Sicinio) Hai sentito? CORIOLANO - ... Sbracarmi avanti a loro a
vantarmi che ho fatto questo e quello, mettere in mostra le mie cicatrici ormai
indolori, che dovrei nascondere, come chi se le fosse procurate solo per
guadagnarsi i loro voti... MENENIO - E via, non farne un caso proprio adesso!
(Ai due tribuni) Ed ora a voi, tribuni della plebe, raccomandiamo la nostra
delibera perché la sosteniate presso il popolo; e al nostro nobile novello
console auguriamo felicità ed onore. TUTTI - Felicità ed onore a Coriolano!
(Squilli di tromba. Escono tutti nell’ordine in cui sono entrati, tranne i due
tribuni) BRUTO - Ecco, hai sentito con quali intenzioni vuol trattar con il
popolo. SICINIO - Ho sentito, e speriamo che il popolo capisca. Andrà a
sollecitare il lor suffragio con l’aria d’uno che tenga a disdegno che siano
loro a doverglielo dare. BRUTO - Andiamo, adesso. Bisogna informarli di quanto
è stato qui deliberato. So che sono nel Foro ad aspettarci. (Escono) Entra un
gruppo di CITTADINI SCENA Roma, il Foro PRIMO CITTADINO - Insomma, se ci chiede
il nostro voto, rifiutarglielo certo non possiamo. SECONDO CITT. - E invece sì;
basterà che vogliamo! TERZO CITTADINO - Il potere di farlo ce l’abbiamo: ci
manca quello di tradurlo in atto. Perché se mette in mostra le ferite e ci
spiattella tutto quel che ha fatto ci tocca cedere la nostra lingua a
quelle, e far che parlino per noi. Così se si presenta avanti a noi a raccontar
le sue nobili gesta, come facciamo a non significargli la nostra generosa
gratitudine? L’ingratitudine è cosa mostruosa, e per il popolo mostrarsi
ingrato vuol dire farsi mostro da se stesso; e noi tutti, che ne facciamo
parte, passeremo così per tanti mostri. PRIMO CITTADINO - E ci vuol poco a far
ch’essi ci vedano non meglio di così. Quando insorgemmo per il grano, non esitò
un istante proprio lui, Coriolano, a definirci “una plebaglia dalle molte
teste”. TERZO CITTADINO - Oh, quanti ci chiamavano così! E non perché la testa
fra tutti noi c’è chi la tiene grigia, chi castana, corvina e chi pelata, ma
son le nostre idee che sono tutte di color diverso. Del resto penso anch’io,
per parte mia, che se le idee di ciascuno di noi dovessero uscir tutte da un
sol cranio, sciamerebbero in ogni direzione, a est, a ovest, a nord e a sud; e
il solo punto su cui accordarsi circa la direzione dove andare, sarebbe di
volarsene ciascuna per tutti i quattro punti cardinali. SECONDO CITT. - Così
pensi? Ed in quale direzione volerebbe la mia, secondo te? TERZO CITTADINO -
Beh, intanto non è facile, alla tua, di venirsene fuori come l’altre, chiusa
com’è in una zucca di legno; ma direi che, se uscisse in libertà, tirerebbe
filato verso sud. SECONDO CITT. - E perché proprio là? TERZO CITTADINO - Per
andare a disfarsi nella nebbia; dove si scioglierebbe per tre quarti mischiata
con vapori puzzolenti, mentre la quarta, presa dallo scrupolo, ritornerebbe a
te, per aiutarti a sceglierti una moglie. SECONDO CITT. - A te la voglia
di sfottere il prossimo non manca mai. Ma fa’ pure, fa’ pure! TERZO CITTADINO -
Allora, siete tutti risoluti a dargli il vostro voto? Anche se, poi, sì o no,
non cambia niente. La maggioranza è quella che decide. Però se si mostrasse un
po’ più incline al popolo, più degno uomo di lui non c’è mai stato. Eccolo che
viene, e con la tunica dell’umiltà. Entra CORIOLANO. Ha indosso la “tunica
dell’umiltà”. Con lui è MENENIO Stiamo a vedere come si comporta... Ma non
restiamo qui tutti ammassati; avviciniamolo, pochi per volta, a uno, a due, a
tre, dove si ferma... Deve rivolgere la sua richiesta a ciascuno di noi,
singolarmente: perché ciascuno di noi ha diritto di dargli il voto con la
propria voce. Perciò statemi dietro, vi mostrerò come dovete fare quando
l’avvicinate. TUTTI - Ti seguiamo. (Escono tutti) MENENIO - No, hai torto, mio
caro, a far così! Ma non hai mai saputo che persone degnissime l’han fatto,
prima di te? CORIOLANO - Che cosa devo fare? “Ti prego,
cittadino...”. Dannazione! Non me la sento proprio di forzare la lingua ad
un tal passo! “Guarda le mie ferite, cittadino, le ho buscate al servizio della
patria, quando non pochi dei compagni vostri se la davano a gambe schiamazzando
al primo rullo dei nostri tamburi...”. MENENIO - O dèi, per carità, poveri noi!
Non devi tirar fuori tutto questo! Tu non devi far altro che pregarli che si
ricordino di te. CORIOLANO - Di me... Loro!... Che s’impiccassero
piuttosto! Di me magari si dimenticassero, invece, come fanno coi precetti di
virtù che gli predicano i preti! MENENIO - Tu rischi di mandare tutto all’aria.
Ti lascio adesso. Vedi di parlare a quella gente in maniera garbata. CORIOLANO
- Sì, chieder loro di lavarsi il viso e di pulirsi i denti. (Esce Menenio)
(Entrano il SECONDO e il TERZO CITTADINO) Eccone appunto un paio. (Al Terzo
Cittadino) Cittadino, tu sai il motivo per cui io sto qui. TERZO CITTADINO -
Già. Ma dicci che cosa ti ci porta. CORIOLANO - I miei meriti. SECONDO CITT. -
I tuoi meriti? CORIOLANO - Già, non certo il mio volere personale. TERZO
CITTADINO - Ah, non il tuo volere... CORIOLANO - Nossignore; non fu mai voler
mio importunare la povera gente chiedendo io l’elemosina a loro. TERZO
CITTADINO - Beh, devi pur pensare che se noi plebe ti diamo qualcosa speriamo
d’ottener qualcosa in cambio. CORIOLANO - Bene, ditemi allora, per favore, qual
è il prezzo che date al consolato. SECONDO CITT. - Che tu ce lo richieda
gentilmente. CORIOLANO - E gentilmente, amico, io ti chiedo di farmelo
ottenere. Ho qui delle ferite da mostrarti, che puoi vedere, se lo vuoi, in
privato. (All’altro) Il tuo buon voto, amico. Che mi dici? TERZO
CITTADINO - Che l’avrai, degno Marcio. CORIOLANO - Affare fatto. Ecco già due
magnifici suffragi mendicati. Ho intascato l’elemosina. Statevi bene! (Volta
loro le spalle, come per andarsene) TERZO CITTADINO - Ma che strano modo!
SECONDO CITT. - Mah, se dovessi darglielo di nuovo, chissà... Comunque, beh,
lasciamo stare. (Escono i due cittadini) Entrano il QUARTO e il QUINTO
CITTADINO CORIOLANO - (Andando loro incontro) Di grazia, amici, se mai
s’accordasse col tono stesso dei vostri suffragi il fatto ch’io sia nominato
console, eccomi qua vestito come richiesto dalla consuetudine. QUARTO CITT. -
Hai meritato bene della patria, ma hai anche non bene meritato. CORIOLANO -
Cos’è, un indovinello? QUARTO CITT. - Pei suoi nemici sei stato un flagello, ma
per i suoi amici una tortura(115). Tu, la povera gente, in verità, non l’hai
tenuta mai in simpatia. CORIOLANO - Tanto più meritevole per questo dovresti
ritenermi, perché “povero” non sono stato nel volerle bene(116). Comunque,
cittadino, d’ora in poi l’adulerò il mio grande fratello, il popolo, per
conquistar da lui maggiore stima: ché questo per loro vuol dire “esser gentili
con il popolo”. E dal momento che la lor saggezza preferisce guardare al mio
cappello piuttosto che al mio cuore, d’ora innanzi li tratterò col più ipocrita
inchino e con la più leccosa scappellata. Vale a dire che imiterò, brav’uomo,
le smancerie di certi capipopolo, che elargirò con generosità a quanti
gradiranno di riceverne. Perciò, vi supplico, fatemi console. QUINTO CITTADINO
- Noi speriamo poterti avere amico; perciò ti diamo di buon cuore il voto.
QUARTO CITT. - Ti sei buscato un sacco di ferite per la tua patria... CORIOLANO
- Non suggellerò col mostrarvele la lor conoscenza, che del resto già avete.
Farò gran conto dei vostri suffragi, e così non vi disturberò più(117). I DUE
CITTADINI - Gli dèi ti diano felicità, te l’auguriamo molto cordialmente.
(Escono i due cittadini) CORIOLANO - Che dolcezza di voti!... Meglio morire,
crepare di fame che andare accattonando una mercede che pur ci spetta, perché
meritata. Ed io dovrei restarmene qui, fermo, in questa veste da sembrare un
lupo, a questuar dal primo Tizio e Caio voti dei quali non c’è alcun bisogno?
Dicono che così vuole l’usanza. Ma se dovessimo in tutte le cose far quel che
vuol l’usanza, la polvere che copre il tempo andato mai non sarebbe più
spazzata via, ed ammucchiando errore sopra errore si formerebbe tale una
montagna di tutti errori, che la verità sarebbe poi impedita a sovrastarla. Ah,
no! Piuttosto che starmene qui a recitar la parte del buffone, che l’alto
ufficio e i relativi onori vadano ad altri, più di me disposto ad eseguire quel
che vuol l’usanza. Ma son già a mezza strada... Ho sopportato la prima metà,
farò anche l’altra...(118) Entrano il SESTO e SETTIMO CITTADINO Ma ecco altri
voti. (Ai due) I vostri voti, amici. Pei vostri voti io ho combattuto.
Pei vostri voti ho vegliato la notte. Pei vostri voti porto su di me almeno due
dozzine di ferite. Pei vostri voti ho visto e raccontato diciotto fatti d’arme.
Pei vostri voti ho fatto tante cose qual più qual meno, ma tutte importanti. I
vostri voti, sì, per esser console. SESTO CITTADINO - S’è ben portato, e non
gli può mancare il voto d’ogni cittadino onesto. SETTIMO CITT. - Sia console,
perciò. Gli diano gli dèi felicità e faccian ch’egli voglia bene al popolo.
SESTO CITTADINO - E così sia! Che gli dèi ti proteggano, nobile console!
(Escono) CORIOLANO - Che fior di voti! Entrano MENENIO, SICINIO e BRUTO MENENIO
- Sei stato qui per il tempo prescritto, ed i Tribuni, col voto del popolo, ora
ti conferiscono il potere. Resta che con le insegne della carica tu ti presenti
subito al Senato. CORIOLANO - Allora è fatto? SICINIO - Hai fatto la richiesta
secondo il rito: il popolo ti accetta ed è già convocato in assemblea per la
ratifica. CORIOLANO - Dove, al Senato? SICINIO - Sì, Coriolano, là. CORIOLANO -
Posso togliermi allora questa veste? SICINIO - Certo. CORIOLANO - Allora non
esito un istante, così potrò riconoscer me stesso. Poi andrò al Senato.
MENENIO - T’accompagno. (Ai due tribuni) Voi che fate, venite via con noi?
BRUTO - Restiamo qui ad attendere il popolo. SICINIO - Ci rivediamo dopo.
(Escono Coriolano e Menenio) Ce l’ha fatta. È suo, e a giudicar dagli sguardi
ha il cuore in festa. BRUTO - Ma con quale sdegno portava indosso quell’umile
veste!... Che facciamo? Lo congediamo il popolo? (Entrano parecchi CITTADINI)
SICINIO - Ebbene, miei compagni? Avete dunque preferito lui? PRIMO CITTADINO -
Abbiamo dato a lui il nostro voto. BRUTO - Voglia il cielo che sappia meritarla
la vostra preferenza. SECONDO CITT. – È quel che dico. Perché a mio povero,
modesto avviso, quello mentre ci domandava il voto, si beffava di noi. TERZO
CITTADINO - E come no! Ci ha preso pei fondelli a tutto spiano! PRIMO CITTADINO
– È il suo modo di fare; quello. No, lui non s’è fatto gioco di nessuno.
SECONDO CITT. - Qui non ci sei che tu a dir così, fra tutti noi. Ci doveva
mostrare i segni delle sue benemerenze: le ferite buscate per la patria...
SICINIO - Ma l’avrà fatto, spero, son sicuro. TUTTI - Niente affatto! Nessuno
qui le ha viste. TERZO CITTADINO - Ha detto, sì, che aveva le ferite, ma che
poteva mostrarle in privato; e col berretto in mano, ecco, così,
agitandolo in aria come a beffa, “Vorrei - dice - esser console; “e antica
usanza senza i vostri voti “me l’impedisce. I vostri voti, dunque”. E quando
glieli abbiamo assicurati, lui: “Vi ringrazio del vostro favore, “grazie dei
vostri carissimi voti. “Ora che avete espresso i vostri voti, “con voi non ho
più nulla da spartire”. Non è questa una beffa? SICINIO - Ma eravate
incoscienti a non capirlo? O, avendolo capito, tanto ingenui da dargli il voto
come dei bambocci? BRUTO - Eppure v’avevamo ammaestrati - e avreste ben potuto
ricordarglielo - che quando non aveva alcun potere, piccolo servitore dello
Stato, vi si mostrò nemico e parlò sempre contro i vostri diritti e privilegi
di cui godete in seno alla repubblica; e adesso, giunto che fosse al potere e a
governar lo Stato, se seguitasse ad essere lo stesso il nemico giurato dei
plebei i vostri voti potrebbero essere per tutti voi tante maledizioni. E
ancora questo dovevate dirgli: che come le sue gesta valorose gli meritavano
una ricompensa non inferiore a quella cui aspira, così la sua generosa natura
dovrebbe spingerlo a pensare a voi, che l’avete votato, e volgere in affetto il
malvolere, facendolo patrono e amico vostro. SICINIO - A parlargli così, come,
del resto, vi fu consigliato, avreste scosso le sue fibre all’intimo e saggiato
il suo animo; e strappato gli avreste forse una bella promessa, da vincolarlo
alla prima occasione; oppure, al peggio, avreste esasperato quel suo
caratteraccio insofferente incapace di assumersi un impegno che lo leghi a
qualsiasi adempimento; e, fattegli così perder le staffe, avreste poi potuto
trar partito dalla sua collera, per non eleggerlo. BRUTO - Ma come avete
fatto a non vedere con che aria palese di disprezzo vi domandava il voto,
mentre gli abbisognava il vostro appoggio? E come avete fatto a non pensare che
quel disprezzo vi potrà recare chi sa quale malanno, ora ch’egli ha il potere
di schiacciarci? Diamine! Solo corpi e nessun cuore tutti quanti? E avevate sol
la lingua per sbraitare, come avete fatto, contro il buonsenso per cacciarlo
via? SICINIO - E dire che altre volte, nel passato, avete pur rifiutato il
consenso a postulanti in cerca di suffragi; ed ora regalate come niente i
vostri voti tanto ricercati ad uno che nemmeno ve li ha chiesti in buona forma,
e per di più schernendovi? TERZO CITTADINO - Comunque ancora non è
confermato(121). Possiamo sempre revocargli il voto. SECONDO CITT. - E lo
revocheremo! Io, per me, posso accordare cinquecento voci su questa nota. PRIMO
CITTADINO - Ed io due volte tante. E tutti i loro amici in sovrappiù. BRUTO -
Presto, allora muovetevi di qui e andate a dire a questi vostri amici che hanno
scelto per diventare console uno che torrà loro ogni diritto, e non darà lor
voce più che a quei cani bastonati apposta per abbaiare, e a questo mantenuti.
SICINIO - Fateli riunire in assemblea, e unanimi, su più serio giudizio,
revocate questo inconsulto voto. Battete sul suo orgoglio e sull’antico odio
che ha per voi; e non dimenticatevi, per giunta, con quale aria sprezzante egli
indossò l’umile veste, e si schernì di voi nell’atto stesso di chiedervi il
voto. Dite loro che è stato il vostro affetto, memore dei servigi da lui
resi, a non farvi capire, in quel momento, il suo comportamento provocante,
offensivo per voi, indecoroso, volutamente da lui conformato all’odio radicale
che vi porta. BRUTO - Gettate su di noi, vostri Tribuni, tutta la colpa: che
nulla abbiam fatto - dite - perché non sorgessero ostacoli alla sua elezione
presso il popolo. SICINIO - E che l’avete eletto per conformarvi ad un nostro
comando più che per vostra vera convinzione; che le vostre coscienze, in
conseguenza, preoccupate più di conformarsi a ciò che ad esse era stato
ordinato, che a ciò che esse avrebbero dovuto, v’hanno indotto ad esprimere
quel voto contro la vostra propria inclinazione. Insomma, date a noi tutta la
colpa. BRUTO - Sì, non vi fate scrupolo per noi. Dite che vi abbiam fatto su di
lui, per istruirvi sulla sua persona, lunghi discorsi: come, ancora imberbe,
abbia iniziato a servire la patria, e seguitato a farlo poi negli anni; da qual
nobile stirpe egli discenda, la nobilissima gente “marciana”, da cui discese
pur quell’Anco Marcio nipote di re Numa, che regnò a Roma dopo il grande
Ostilio; donde provennero e Publio e Quinto che con la costruzione di
acquedotti ci addussero la nostra acqua migliore; e suo grande avo fu quel
Censorino, così meritamente nominato per esser stato due volte censore, per
voto popolare. SICINIO - Ed un tal uomo discendente da sì nobile stirpe e
onusto per di più di tanti meriti per ricoprire una sì alta carica, siamo stati
noi stessi, noi tribuni, a segnalarlo alla vostra attenzione; ma voi, dopo aver
bene soppesato il suo comportamento nel presente a confronto con quello del
passato, avete tutti in lui riconosciuto un vostro irriducibile nemico, e
gli avete pertanto revocato un gradimento dato troppo in fretta. BRUTO - E non
sareste giunti mai a tanto - battete sempre sopra questo tasto - se non vi
avessimo incitato noi. TUTTI - Sì, sì, faremo come dite voi. Ormai qui quasi
tutti si son pentiti della scelta fatta. (Escono i cittadini) BRUTO - Ora non
c’è che da lasciarli fare. Meglio rischiare adesso una sommossa, piuttosto che
tirarsi addosso il peggio, che certamente verrà, se aspettiamo. Se lui, per
questo loro voltafaccia, si facesse, con quella sua natura, prendere dalla
rabbia, attenti noi a saper profittar dell’occasione e trar vantaggio da questa
sua collera. SICINIO - Al Campidoglio. Troviamoci là prima che vi affluisca
tutto il popolo. Dovrà apparire - come in parte è - tutta e soltanto loro
iniziativa, cui noi ci siamo solo limitati a fornire uno sprone dall’esterno.
(Escono) ATTO TERZO SCENA I -Roma, una strada Fanfara. Entrano CORIOLANO,
MENENIO, COMINIO, TITO LARZIO e SENATORI CORIOLANO - (A Larzio) Tullo Aufidio
sicché è riuscito a rimettere in piedi un nuovo esercito? LARZIO - Sì,
Coriolano, ed è questo il motivo che ci ha deciso a negoziar l’accordo.
CORIOLANO - I Volsci son lì, dunque, come prima, pronti a saltarci addosso
appena s’offra loro l’occasione. COMINIO - Sono sfiancati, Console: è difficile
che rivedremo, noi di nostre età, garrire ancora i lor vessilli al vento.
CORIOLANO - (A Larzio) Tu Aufidio l’hai visto? LARZIO - Venne da me sotto
salvacondotto, solo per dirmi peste e vituperio contro i Volsci, che avevano
ceduto così vilmente la loro città. S’è ritirato ad Anzio. CORIOLANO - T’ha
parlato di me? LARZIO - Sì, Coriolano. CORIOLANO - In che modo? Che ha detto?
LARZIO - Ha ricordato come si sia spesso con te scontrato solo, spada a spada;
che per la tua persona nutre un odio come per nessun altro al mondo; e inoltre
che sarebbe disposto - ha dichiarato -, ad impegnarsi tutto che possiede, così,
senza speranza di riscatto, pur di potersi dir tuo vincitore. CORIOLANO - E
vive ad Anzio, adesso? LARZIO - Ad Anzio, sì. CORIOLANO - Come vorrei che
mi s’offrisse il destro d’andare là a scovarlo dove sta, e affrontare il suo
odio faccia a faccia! Ma ben tornato, Larzio. Entrano i tribuni SICINIO e BRUTO
Ecco, guardate: questi sono i Tribuni della plebe, le lingue della sua volgare
bocca. Sento per loro un disprezzo istintivo perché si bardano d’autorità
contro ogni nobile sopportazione. SICINIO - (A Coriolano) Fermo! Non andar
oltre! CORIOLANO - Che vuol dire? BRUTO - Che è rischioso per te andar oltre.
Fèrmati. CORIOLANO - Che diavolo di voltafaccia è questo! MENENIO - Che
succede? COMINIO - Non ha forse il consenso dei nobili e del popolo? BRUTO -
Del popolo, Cominio, proprio no. CORIOLANO - Son voti di fanciulli allora
quelli ch’essi m’hanno dato? UN SENATORE - Tribuni, andiamo, fateci passare.
Coriolano deve recarsi al Foro. BRUTO - Il popolo è in fermento. Non lo vuole.
SICINIO - Fermi, o qui si finisce in un tumulto. CORIOLANO - Il vostro gregge,
eh? E deve dunque questa gentaglia aver diritto al voto, se prima te lo danno,
e poi, subito dopo, lo rinnegano? E voi, che state a fare? Voi che siete la
loro stessa bocca, perché non governate i loro denti? O siete stati voi ad
aizzarli? MENENIO - (A Coriolano) Calma, sta’ calmo! CORIOLANO - (Ai
Senatori) È tutta una manovra, una combutta preparata ad arte, per piegare la
volontà dei nobili. Se li lasciate fare, rassegnatevi a vivere con gente
incapace così di governare, come d’esser comunque governata. BRUTO - Non parlar
di combutta. Il popolo vocifera di rabbia perché ha capito che l’hai preso in
giro; e perché quando fu distribuito, ultimamente, a loro il grano gratis,
fosti tu solo ad alzare la voce, e a coprire d’insulti e vituperi chiunque
fosse dalla loro parte, tacciandolo di basso opportunista, adulatore, nemico
dei nobili. CORIOLANO - Ebbene? Questa è cosa risaputa. BRUTO - Non tutti la
sapevano, di loro. CORIOLANO - E così hai pensato ad informarli. BRUTO -
Informarli, chi, io? CORIOLANO - Non sei tu il tipo ben tagliato per simili
faccende? BRUTO - Non meno bene che per far le tue meglio che possa farle tu.
CORIOLANO - Ma certo! Perché dovrei io diventare console? Per tutti i fulmini,
datemi il tempo di diventare un nulla come te, e fatemi tribuno, tuo collega!
SICINIO - Tu porti ancora addosso troppo di quello che dispiace al popolo; se
ti preme raggiungere il tuo scopo, devi chieder la strada, che hai smarrita,
con uno spirito più malleabile, o non sarai giammai tanto virtuoso da poter
esser console, e nemmeno da stare accanto a lui (Indica Bruto) come
tribuno. MENENIO - Calmi, state calmi! COMINIO - Il popolo è ingannato, è
subornato. Questo ondeggiare tra il sì e il no non è degno di Roma, e Coriolano
non merita davvero un’ostruzione così disonorante posta ad arte lungo il piano
cammino del suo merito. CORIOLANO - Venirmi adesso a parlare del grano! Quello
che ho detto allora lo ripeto! MENENIO - Non adesso, però, per carità. UN
SENATORE - No, Marcio, non in tanta eccitazione. CORIOLANO - Sì, invece,
adesso! Sì, per la mia vita! I miei nobili amici mi perdonino; ma la fetida,
bassa minuzzaglia voltagabbana s’ha da render conto ch’io non son uomo che
sappia adulare, si specchi in me, piuttosto, e in ciò che dico. Lo ripeto: a
cercar di assecondarla, noi non facciamo che dare alimento alla malerba della
ribellione, dell’insolenza, della sedizione contro il Senato; per la qual
zizzania noi stessi abbiamo arato, seminato e consentito che si propagasse
mescolandosi a noi, gente d’onore, cui non manca virtù né autorità, salvo
quella ceduta a dei pezzenti. MENENIO - Bene, ora basta. UN SENATORE - Basta,
ti preghiamo. CORIOLANO - Basta? E perché? Com’io ho sparso sangue per la mia
patria senza aver paura, così nessuna forza impedirà ai miei polmoni di coniar
parole, fino a diventar marci, contro questi pestiferi miasmi di cui tutti
temiamo d’infettarci avendo tuttavia fatto del tutto per buscarceli. BRUTO - Tu
parli del popolo né più e né meno che se fossi un dio, che sia pronto a
punirlo, e non un uomo affetto dalle stesse debolezze. SICINIO - Ed è
bene che il popolo lo sappia. MENENIO - Sappia che cosa? Questa sua sfuriata?
CORIOLANO - Sfuriata!... Foss’io calmo, per Giove!, come il sonno a mezzanotte,
sarei sempre di questa stessa idea! SICINIO – È un’idea velenosa che tale deve
rimaner dov’è, senza infettare gli altri intorno a sé. CORIOLANO - “Deve”!...
Sentitelo questo Tritone dei lattarini(124)! Avete preso nota di codesto suo
“deve” perentorio? COMINIO – È contro regola, senz’altro. CORIOLANO - “Deve”! O
buoni ma incautissimi patrizi, voi, gravi ed imprudenti Senatori, voi che avete
permesso qui a quest’Idra di scegliersi un suo proprio magistrato che con
questo suo “deve” perentorio, qual rumoroso corno di quel mostro non si fa
scrupolo di minacciare d’esser capace di deviare altrove, entro altra fossa, la
vostra corrente, e di far suo l’attuale suo letto! Se è vero ch’ei possiede un
tal potere, s’inchini allora a lui la vostra ignavia; ma se non l’ha, svegliate
dal suo sonno la vostra mite e rischiosa indulgenza. Se saggezza è in voi, non
comportatevi come volgari sprovveduti sciocchi; se saggezza non v’è, fateli pur
sedere accanto a voi. Sarete voi la plebe, ed essi i senatori; e tali sono, già
ora se, quando le loro voci son mischiate alle vostre, il loro accento è il
tono che prevale nell’insieme. Si scelgono il lor proprio magistrato, e questo
è uno che sbatte in faccia il suo “deve”, quel suo “deve” plebeo, contro
un’assise che nemmen la Grecia ebbe mai di più seria e veneranda. Ma, tutto
questo, per il sommo Giove!, riduce i consoli a ben poca cosa! E mi
sanguina il cuore a pensare che quando due poteri sono in sella
contemporaneamente, sì che nessun dei due può prevalere, nel loro vuoto può
infilarsi il caos, e far che si distruggano a vicenda! COMINIO - Al Foro,
dunque, andiamo. CORIOLANO - Chiunque siano ch’abbian consigliato di far distribuir
gratuitamente il grano dei depositi statali, come s’è fatto qualche volta in
Grecia... MENENIO - Via, via, non ne parliamo più. CORIOLANO - (Seguendo il suo
discorso) (... ma in Grecia ben più ampi poteri aveva il popolo...), io dico
che costoro, chi essi siano, hanno nutrito la disobbedienza, cibato la rovina
dello Stato. BRUTO - E il popolo dovrebbe dare il voto ad uno che si esprime in
questi termini? CORIOLANO - Al popolo dirò le mie ragioni, che valgono ben più
dei loro voti. Essi sanno benissimo che il grano non doveva servir da
ricompensa, essendo noto che per meritarlo nessun servizio avevano essi reso.
Chiamati per la guerra, in un momento in cui il cuore stesso dello Stato
correva gran pericolo, ricusaron perfino di varcare le porte di città; non si
può dire che sia stato codesto un tal servizio da meritare loro il grano a ufo.
Né, partiti che furon per la guerra, hanno parlato poi a lor favore le
sedizioni e gli ammutinamenti in cui han fatto prova - oh, allora sì! - di
tutto il lor valore di guerrieri. Così come plausibile motivo non potevano
certamente offrire per così generosa elargizione le assurde accuse da loro
lanciate contro il Senato, l’una dopo l’altra. E adesso? Come questo milleteste
digerirà nel suo multiplo ventre la cortesia che gli ha fatto il Senato?
Dai fatti si può già pronosticare quali saranno le loro parole: “L’abbiamo
chiesto, siamo maggioranza, e ci hanno accontentati, per paura”. Così noi
degradiamo i nostri seggi, ed offriamo motivo alla marmaglia di dir che quanto facciamo
per loro lo facciamo soltanto per paura; il qual ragionamento, con il tempo,
scardinerà le porte del Senato, e allor v’irromperanno le cornacchie a dar di
becco all’aquile. MENENIO - Via, basta! BRUTO - Basta ed avanza. CORIOLANO -
No, ce n’è di più! E sia suggello a quanto sto per dire tutto quello che al
mondo c’è d’umano e di divino sopra cui giurare. Questo nostro bicipite potere
dove una delle teste, con ragione, disdegna l’altra che, senza ragione insulta,
dove nobiltà di nascita e titoli e saggezza di governo non possono decidere un
bel niente senza aver ottenuto il “sì” o il “no” dell’ignoranza di un’intera
classe, è costretto per forza a trascurare i reali interessi dello Stato per
dare spazio a fanfaluche inutili; talché, sbarrato qualsiasi proposito, ne vien
che nulla è fatto più a proposito. Perciò vi supplico - se la paura non ha
offuscato in voi ogni saggezza - voi, cui le fondamenta dello Stato stan troppo
a cuore perché dubitiate della necessità di migliorarle; voi che a una vita
lunga preferite una vita dignitosa, e siete pronti a medicine estreme per un
corpo malato, destinato altrimenti a morte certa, strappate via di colpo, di
violenza, questa lingua dal corpo dello Stato, ch’essa non abbia più a leccar
quel dolce ch’è anche il suo veleno! La vostra indecorosa umiliazione rende
monco ogni sano giudicare, priva lo Stato di quell’unità che
dovrebb’essere sempre la sua, rendendolo impotente ad operare, come vorrebbe,
pel bene comune, per colpa di un tal male, che lo domina. BRUTO - Ha detto
quanto basta(132). SICINIO - Ha parlato da vero traditore, e come tale ne dovrà
rispondere. CORIOLANO - Miserabile! La tua stessa bile ti seppellisca!... Che
può fare il popolo con queste zucche vuote di tribuni? Finché avranno costoro
come guida, si sentiranno tutti esonerati dall’obbedire a maggior dignità. A
quella carica li hanno eletti in un momento di piena rivolta, quando non la
giustizia ma soltanto la forza era la legge. I tempi son cambiati, per fortuna:
oggi si dica che dev’esser giusto quello che è giusto, e si getti alle ortiche
il lor potere. BRUTO - Questo è tradimento! Flagrante! SICINIO - Console
costui? Giammai! BRUTO - Gli Edili(134), oh! Venite! Entra un EDILE
(Indicandogli Coriolano) Sia arrestato! SICINIO - (All’Edile) Va’ e riunisci il
popolo in comizio. (Esce l’edile) (A Coriolano) Ed in nome del popolo, io qui
t’arresto come traditore, sovvertitor di modi e di costumi, e nemico del popolo
romano! T’ordino di obbedirmi e di venire subito con me, a risponder di quanto
sei accusato. CORIOLANO - (Respingendo con forza Sicinio) Sta’ lontano da me,
vecchio caprone! SENATORI e PATRIZI - Ci facciamo garanti noi per lui.
COMINIO - (A Sicinio, che cerca d’impadronirsi di Coriolano) Ehi, vecchio, giù
le mani. CORIOLANO - Via, carogna, o ti sparpaglio l’ossa dai tuoi stracci!
Entrano i due EDILI con una folla di PLEBEI SICINIO - Aiuto, cittadini! MENENIO
- Cittadini, più rispetto, dall’una e l’altra parte! SICINIO - (Indicando alla
folla Coriolano) Ecco colui che intende spodestarvi d’ogni potere! BRUTO -
Arrestatelo, edili! PLEBEI - Abbasso! A morte! UN SENATORE - L’armi! L’armi!
L’armi! (Zuffa generale attorno a Coriolano) TUTTI A VICENDA - Senatori!
Patrizi! Cittadini! Sicinio! Bruto! Coriolano!... MENENIO - Pace!!!! Calmatevi
un momento!... Che succede? Non ho più fiato... Ma qui si va diritti alla
rovina!... Non posso più parlare... Voi, tribuni, parlate voi al popolo. (A
Coriolano) Sta’ calmo. Sicinio, parla tu. SICINIO - Ascoltatemi, gente mia...
Silenzio! PLEBEI - Udiamo il nostro tribuno. Silenzio! Fate silenzio! Parla,
parla, parla! SICINIO - Le vostre libertà sono in pericolo. Marcio, che
avete appena eletto console, vuol togliervele tutte. MENENIO - No così! Ma tu
invece di spegnere la fiamma, l’attizzi! UN SENATORE - Demolisci la città, in
questo modo, tu la radi al suolo! SICINIO - Che cos’è la città, se non il
popolo? PLEBEI - Giusto, Sicinio, la città è il popolo! SICINIO - E noi, per
loro unanime consenso, siamo i loro legali difensori. PLEBEI - E tali
resterete! MENENIO - Resteranno, sì, certo, resteranno. COMINIO - Questa è la
via per demolirla al suolo, la città, e tirarne il tetto giù fino alle
fondamenta, seppellendo tra ammassi di rovine tutto quello che ancora ci rimane
d’ordinato. SICINIO - Costui merita morte. BRUTO - Qui è in gioco la nostra
autorità, o la perdiamo. Ed in nome del popolo, nella cui potestà noi fummo
eletti a suoi legittimi rappresentanti, noi dichiariamo qui che Caio Marcio è
meritevole di morte, subito. SICINIO - (Agli Edili) Arrestatelo dunque; che aspettate!
Lo si conduca alla Rupe Tarpea, e che sia di lassù precipitato, alla sua fine!
BRUTO - Prendetelo, Edili! PLEBEI - Marcio, arrenditi! MENENIO - Ancora una
parola, Tribuni, ve ne supplico. EDILI - (Alla folla) Silenzio! MENENIO -
(Ai Tribuni) Siate per una volta quelli che sempre volete apparire: sinceri
amici della vostra patria; e procedete con ponderazione a ciò che invece con
tanta violenza, a quanto vedo, intendete distruggere. BRUTO - Menenio, questi
tuoi gelidi modi, che sembrano consigli di prudenza son un veleno
pericolosissimo per un male violento come questo. (Agli Edili) Avanti,
impadronitevi di lui, ho detto, e conducetelo alla Rupe! CORIOLANO -
(Sguainando la daga) No, morirò qui stesso. Ci sarà pur qualcuno in mezzo a voi
che m’ha visto combattere. Beh, avanti, venga a provare adesso su di sé quel
che m’ha visto fare. MENENIO - Via quell’arma! Tribuni, allontanatevi un
momento. BRUTO - (Agli Edili) Afferratelo! MENENIO - Aiuto a Marcio, aiuto!
Nobili, giovani, vecchi, aiutatelo! PLEBEI - A morte! A morte! A morte!
(Mischia. I tribuni, gli edili e i plebei sono respinti ed escono) MENENIO - (A
Coriolano) Va’, torna a casa, presto! Via da qui. Altrimenti sarà rovina piena.
UN SENATORE - (A Coriolano) Parti da qui. CORIOLANO - Dobbiamo tener duro!
Siamo, amici e nemici, in pari numero. MENENIO - S’ha da arrivare a
questo? UN SENATORE - Gli dèi non vogliano! (A Coriolano) Nobile amico, ti
prego, adesso tornatene a casa; lascia a noi di curar questa faccenda. MENENIO
- Perché è una piaga che portiamo addosso tutti quanti, e che tu non puoi
curare. Va’, ti scongiuro. COMINIO - Vieni via con noi. CORIOLANO - Come vorrei
che fossero costoro barbari - come sono in realtà, se pure furono partoriti a
Roma - e non Romani, come non lo sono, fossero pure stati partoriti di sotto al
portico del Campidoglio!... MENENIO - Va’, va’, non affidare alla tua lingua la
tua rabbia, per quanto giusta sia. Lasciamo tempo al tempo. CORIOLANO - (Senza
ascoltarlo) Ne abbatterei quaranta, in campo aperto! MENENIO - Io pure saprei
farne fuori un paio, tra i lor migliori: i tribuni, ad esempio. COMINIO - Ma
qui la sproporzione è troppo grande, tra noi e loro, e il coraggio è follia
quando pretende di tenere in piedi un edificio che sta per crollare. È meglio
che tu vada via di qua, prima che ci ritorni la plebaglia. La sua furia oramai
è come un fiume cui si sia posto un blocco, che, straripando fuor da tutti gli
argini entro i quali scorreva normalmente, travolge e abbatte tutto quel che
incontra. MENENIO - Sì, va’ via, te ne supplico... Vedrò io se il mio antico
spirito potrà servire a qualcosa di buono con gente che sì poco ne possiede.
Questo strappo dev’esser rattoppato con una pezza di qualsiasi tinta.
COMINIO - Sì, Marcio, andiamo via. (Escono Coriolano e Cominio) UN PATRIZIO -
Quest’uomo ha danneggiato seriamente le sue fortune di uomo politico. MENENIO –
È che la sua natura è troppo nobile per conformarsi alle cose del mondo. Mai
s’indurrebbe ad adular Nettuno pel suo tridente, o Giove pel suo tuono. Ha in
bocca quel che ha in cuore: la sua lingua deve dar fiato a ciò che detta il
cuore; e se s’infuria, non ricorda più d’avere udito la parola “morte”. (Rumori
da dentro) Eccoli. Qui l’affare s’ingarbuglia! UN PATRIZIO - Come vorrei
saperli tutti a letto! MENENIO - Sì, nel letto del Tevere!... Che diamine,
però! Che gli costava di parlar loro in modo più civile? Entrano BRUTO e
SICINIO con la folla dei plebei SICINIO - Dove sta quella vipera cui piacerebbe
di vedere Roma spopolata, per esser tutta lui? MENENIO - Tribuni... SICINIO -
Giù dalla Rupe Tarpea merita d’essere precipitato con la forza di mani
inesorabili! S’è messo contro la legge, e la legge altro giudizio non dovrà
concedergli che la severa giustizia del popolo, da lui costantemente
disprezzato. PRIMO CITTADINO - Imparerà così che i nobili Tribuni son la bocca
del popolo, e noi siamo le sue mani. PLEBEI - Dovrà impararlo, certo! MENENIO -
(A Sicinio) Amico, ascolta... SICINIO - (Alla folla) Silenzio, olà!
MENENIO - Non gridate “Sterminio!”, quando invece dovreste limitare la vostra
caccia in modesti confini. SICINIO - Di’ piuttosto, Menenio, la ragione perché
hai favorito la sua fuga. MENENIO - Sentimi bene: come so a memoria i meriti
del Console, so dirti ad uno ad uno i suoi difetti. SICINIO - “Il Console”! Di
che console parli? MENENIO - Di Coriolano, diamine! SICINIO - Lui, Console!
PLEBEI - No, no, no, no, no, no! MENENIO - (Alla folla) Se, con licenza dei
Tribuni e vostra, brava gente, mi si vorrà ascoltare, mi basta dirvi una parola
o due: ad ascoltarla non vi costerà più d’una lieve perdita di tempo. SICINIO -
Ebbene parla, ma senza lungaggini, perché qui siamo tutti ben decisi a
sbarazzarci subito e per sempre di questo velenoso traditore. Esiliarlo sarebbe
già rischioso per noi; ma trattenerlo vivo qui, sarebbe morte certa per noi
tutti. Perciò s’è decretato in assemblea ch’egli sia messo a morte questa
notte. MENENIO - Ahimè, non vogliano gli dèi benigni che la nostra famosa,
illustre Roma, la cui riconoscenza verso i figli che d’essa han meritato è
registrata nel grande libro dello stesso Giove, divori, come madre snaturata,
le proprie creature! SICINIO - È un cancro che dev’essere estirpato! MENENIO -
No, Sicinio, se mai è solo un arto, malato, ma è la morte ad amputarlo;
curarlo, è facile. Che male ha fatto egli, a Roma, per esser messo a
morte? Il sangue che ha perduto a imperversare sui nostri nemici - e posso dire
ch’è assai più di un’oncia di quello che gli scorre nelle vene - l’ha ben
versato per il suo paese; che ora, ad opera della sua patria debba perdere
quello che gli resta, sarebbe una vergogna per noi tutti, chi lo facesse e chi
lo permettesse, una macchia che porteremmo addosso per sempre, fino alla fine
del mondo. SICINIO - Questo vuol dir mistificare i fatti! BRUTO - Semplicemente
il contrario del vero. Tutte le volte ch’egli ha dato prova di amare il suo
paese, il suo paese l’ha ben onorato. SICINIO - Se un piede va in cancrena, non
s’esita davvero ad amputarlo per i servizi resi in precedenza. BRUTO - Basta
con le parole. (Agli Edili) Ricercatelo a casa, ed arrestatelo, ché la sua
infezione è contagiosa, e può diffondersi tra l’altra gente. MENENIO - Ancora
una parola! Una parola!... Questo vostro furore piè-di-tigre(140) quando vedrà
qual danno avrà prodotto tanta precipitosa avventatezza, vorrà legarsi dei pesi
di piombo ai calcagni, ma sarà troppo tardi! Processatelo per le vie legali, se
volete evitar che le fazioni si scatenino, perché è molto amato, e che alla
grande Roma tocchi in sorte d’essere messa a sacco dai Romani. BRUTO - Se così
fosse... SICINIO - Ma che vieni a dirci! Non abbiam forse avuto un primo
assaggio del suo rispetto per l’autorità? Non ha forse percosso i nostri Edili?
Aggredito noi stessi?... Andiamo, via! MENENIO - Considerate questo che
vi dico: egli è uno cresciuto tra le guerre da quando seppe impugnare una
spada, e non ha avuto mai chi gli insegnasse ad usare un linguaggio raffinato.
Mischia farina e crusca, tutto insieme, senza badarci. Datemi licenza d’andar
da lui, ed io ve lo conduco, parola mia, dove potrà rispondere in piena calma
ed in forma legale, ad assoluto suo rischio e pericolo. PRIMO SENATORE – È
questo il modo, nobili Tribuni, di trattare la cosa umanamente; l’altro sarebbe
via troppo cruenta, e di sbocco imprevisto e imprevedibile. SICINIO - Ebbene,
allora, nobile Menenio, sii tu il rappresentante della plebe. (Alla folla)
Mastri, giù l’armi. BRUTO - Ma senza disperdervi. SICINIO - E radunatevi di
nuovo al Foro. (A Menenio) Ti aspetteremo là; e se torni senza condurre Marcio,
procederemo come stabilito. MENENIO - Ve lo conduco. (Ai Senatori) Mi sia
consentito di chiedere la vostra compagnia. Dovrà venire, o ne seguirà il
peggio. PRIMO SENATORE - Sì, vi prego, rechiamoci da lui. (Escono tutti) SCENA
II -Roma, in casa di Coriolano Entra CORIOLANO con alcuni PATRIZI CORIOLANO -
Mi facciano crollare il mondo addosso, mi minaccino morte sulla ruota, o
trascinato da cavalli bradi, o accatastino l’una sopra l’altra sulla Rupe
Tarpea dieci colline, sì che non sia più manifesto agli occhi il fondo stesso
di quel precipizio, io con loro, sarò sempre così! PRIMO PATRIZIO - E ciò ti
rende di tanto più nobile. CORIOLANO - Quello che mi stupisce è che mia madre
non approvi più questa mia condotta, lei che ha sempre chiamato quella gente
servitoracci imbottiti di lana(143), cose fatte per essere comprate e rivendute
poi per quattro soldi(144) o per mostrar nelle loro assemblee zucche pelate,
bocche spalancate, ferme inchiodate lì, in ammirazione, se solamente alcuno del
mio rango si levasse a parlar di pace o guerra. Entra VOLUMNIA Di te parlavo
appunto: perché vuoi ch’io mi mostri più tenero? Dovrei tradir la mia vera
natura? Dimmi piuttosto che ad agir così non faccio che mostrarmi quel che
sono. VOLUMNIA - Ah, figliolo, figliolo, tu, il potere avrei voluto l’avessi
indossato(145) prima di consumarlo, come hai fatto... CORIOLANO - Lascia
andare. VOLUMNIA - ... e restare pur te stesso senza sforzarti tanto di
ostentarlo. E ti saresti posto meno ostacoli ai tuoi fini, se non li avessi
esposti così scopertamente agli occhi loro prima ch’essi perdessero il potere
di frapporti essi stessi degli ostacoli. CORIOLANO - Vadano tutti quanti ad
impiccarsi! VOLUMNIA - Ah, per me, vadano a bruciarsi vivi! Entra MENENIO, coi
SENATORI MENENIO - Troppo rude sei stato, su, un po’ troppo! Ora devi
ripresentarti a loro, e rimediare. PRIMO SENATORE – È l’unico rimedio, o
la città si spacca e va in rovina. VOLUMNIA - Segui il loro consiglio, te ne
prego. Ho un cuore anch’io poco incline alla resa simile al tuo, ma ho pure un
cervello che sa sfruttare a suo pro l’ira altrui. MENENIO - Ben detto,
nobilissima matrona! Anch’io piuttosto che vederlo prono ad umiliarsi innanzi a
questo gregge, se non fosse che il corso degli eventi lo rende necessario come
un farmaco per la salute dell’intero Stato, indosserei la mia vecchia armatura,
con tutto che ne regga appena il peso. CORIOLANO - Che devo fare? MENENIO -
Tornar dai Tribuni. CORIOLANO - Va bene, e poi? MENENIO - Far finta di pentirti
di tutto ciò che hai detto. CORIOLANO - Innanzi a loro? Non lo faccio nemmeno
con gli dèi, devo farlo con loro? VOLUMNIA - Figlio mio(146), sei troppo
altero, troppo distaccato, pur se questo non può mai dirsi troppo per un
nobile; salvo che a parlare non siano le esigenze del momento. T’ho udito dire
sovente che in guerra onore e astuzia crescon di conserta, da amici
inseparabili. È così? Spiegami allora che cosa han da perdere i due dal
seguitare quest’accordo anche in tempo di pace. CORIOLANO - Che discorsi!
MENENIO - Una domanda pertinente, invece! VOLUMNIA - Se in guerra tu consideri
onorevole sembrar quello che non sei, e fai di questo il mezzo per raggiungere
i tuoi fini, perché dovrebbe questa tua politica perdere d’efficacia e di
valore, accoppiandosi in pace, come in guerra, all’onore, se d’ambedue le
cose si presenti l’egual necessità? CORIOLANO - Perché insisti su questo?
VOLUMNIA - Perché è questo per te il momento di parlare al popolo, non seguendo
la tua ispirazione, o quello che ti suggerisca il cuore, ma con parole mandate
a memoria sulla lingua, se pur solo bastarde e sillabate senza alcun rapporto
con quella verità che hai nel petto. Ebbene, non c’è nulla in tutto questo che
ti possa recare disonore; non più che conquistare una città col mezzo di
gentili paroline, in un momento in cui ogni altro mezzo t’avrebbe esposto ai
colpi di fortuna o al rischio di far correr molto sangue. Io non avrei alcuna
esitazione a nasconder la mia vera natura, se mi fosse richiesto dall’onore
essendo in gioco la mia stessa sorte, o quella degli amici. Ebbene, figlio, in
tal frangente adesso ci troviamo io, tua moglie, tuo figlio, i senatori, i
nobili; e tu stimi che sia meglio mostrare a questa turba di pagliacci come sei
bravo a far la faccia dura, invece di sprecare una moina per guadagnarti le lor
simpatie e per salvare ciò che, senza questo, può andar perduto. MENENIO -
Nobile matrona! (A Coriolano) Vieni dunque con noi, e parla loro con parole
acconce. Potrai così non soltanto salvare quel che oggi è in pericolo, ma
rimediare alle passate perdite. VOLUMNIA - Sì, figlio mio, ti prego, ti
scongiuro, va’ da loro con il cappello in mano(149), e, tesolo così, con largo
gesto - perché così devi fare con loro - le tue ginocchia sfiorando le pietre -
in certe cose il gesto è più eloquente delle parole, ché degli ignoranti
son più istruiti gli occhi che le orecchie - ed abbassando e rialzando il capo
come a correggere, con questo gesto, l’altero cuore, divenuto docile per
l’occasione come mora sfatta che si stacca dal rovo al primo tocco, di’ loro
che tu sei il lor soldato, e che, cresciuto in mezzo alle battaglie, non hai
quel tanto di buone maniere che - lo confesserai - sarebbe giusto per te di
usare e per loro di esigere nel momento in cui chiedi il loro voto; ma che,
d’ora in avanti, a giuramento, modellerai te stesso a lor talento, per quanto
sarà in te e in tuo potere. MENENIO - Una volta che avrai fatto così,
esattamente come lei ti dice, ebbene, i loro cuori saran tuoi: perché quelli,
se uno glielo chiede, sono altrettanto facili al perdono che a sbraitare per cose
da nulla. VOLUMNIA - Ti prego, va’ e riesci a dominarti; anche se so che con un
tuo nemico preferiresti magari inseguirlo fin dentro una voragine di fuoco
piuttosto che adularlo in un salotto. Entra COMINIO Ecco Cominio. COMINIO -
Sono stato al Foro; bisognerà davvero, Coriolano, che tu ci vada bene
accompagnato, e che sappi difenderti con calma, o non andarci affatto. È tutto
furia. MENENIO - Basta parlare con un po’ di garbo. COMINIO - Sì, basterà, se
saprà contenersi. VOLUMNIA - Si deve contenere, e lo farà. Ti prego, dimmi che
sei pronto a farlo, e vacci. CORIOLANO - Debbo andare a mostrar loro la mia
zucca scoperta(150)? Dare con vile lingua una smentita al mio nobile cuore, e
comandargli di sopportarla?... Bene, lo farò. Sebbene, si trattasse sol
di perdere questo pugno di fango, per mio conto questa forma che porta nome
Marcio la potrebbero macinare in polvere e disperderla al vento... Andiamo al
Foro! Però la parte che m’avete imposta non saprò mai rappresentarla al vivo.
COMINIO - Via, via, te la suggeriremo noi. VOLUMNIA - Figlio caro, ti prego,
hai sempre detto che le mie lodi furono le prime a far di te un soldato, e
questa volta per meritarle recita una parte mai fatta prima. CORIOLANO - Bene,
devo farlo. Natura mia, abbandonami, e di me s’impossessi ora lo spirito d’una
puttana! La voce di guerra che si fondeva con il mio tamburo si tramuti
nell’esile falsetto da sottile cannuccia dell’eunuco e da vocina della
verginella che culla i bimbi con la ninna-nanna! Sulle mie guance restino accampati
i ghignosi sorrisi dei furfanti, le lacrimucce dello scolaretto m’inondino gli
specchi della vista; tra le mie labbra venga ad agitarsi una lingua d’abbietto
mendicante, ed i ginocchi che nell’armatura si piegavano solo sulla staffa, si
flettan come quelli del pitocco ch’abbia pur mo’ buscato l’elemosina! Non lo
farò, non voglio tralignare dal rimanere fedele a me stesso, e col
comportamento del mio corpo indurmi ad insegnare alla mia anima una bassezza
non più cancellabile. VOLUMNIA - Fa’ come credi. Sento più vergogna io a
pregare te, che tu non senta a pregar loro. Vada tutto a male! E lascia che tua
madre abbia a soffrire del tuo orgoglio, più di quanto tema per questa tua
rischiosa ostinazione; perch’io so farmi beffa quanto te della morte. Ma fa’ a
tuo talento. Il tuo coraggio è mio: tu l’hai succhiato da me. Ma la
superbia è solo tua. CORIOLANO - Non inquietarti, madre, te ne prego. Vado al
Foro. Non farmi più rimbrotti. Farò sfoggio di ciarlataneria per conquistar le
loro simpatie, riuscirò a scroccare i loro cuori, e mi vedrai tornare a casa
amato da tutte le romane mestieranze. Guarda, sto andando. Saluta mia moglie.
Tornerò console, o d’ora in poi non fidarti di quanto saprà fare la mia lingua
nell’arte di adulare. VOLUMNIA - Fa’ come vuoi. Addio. (Esce) COMINIO - I
Tribuni t’aspettano. Muoviamoci. Preparati a rispondere con calma, ché quelli,
a quanto sento, hanno approntato contro di te accuse assai più gravi di quelle
che già porti sulle spalle. CORIOLANO - “Con calma”, sì, è la parola d’ordine.
Andiamo pure. Risponderò loro come mi detta il cuore,: per quante accuse
vorranno inventarsi. MENENIO - Sì, ma garbatamente. CORIOLANO - E come no!
Garbatamente, sì, garbatamente! (Escono) Entrano BRUTO e SICINIO SCENA III
-Roma, il Foro BRUTO - Su questo punto attacchiamolo a fondo: che la sua mira è
il potere assoluto. Se qui ci sfugge, dobbiamo incalzarlo sul suo comportamento
ostile al popolo, e sul bottino tolto a quelli di Anzio, che non è stato mai
distribuito. Entra un EDILE Allora, viene? EDILE – È qui che sta
arrivando. BRUTO - Chi l’accompagna? EDILE - Il solito Menenio e i patrizi che
l’han sempre appoggiato. SICINIO - Hai la lista completa dei voti che gli
abbiamo procurato, suddivisi per singoli comizi? EDILE - L’ho qui con me,
completa. SICINIO - Per tribù(152)? EDILE - Sì. SICINIO - Convochiamo allora in
assemblea la plebe, subito. E quando udranno da me queste parole: “Così sia,
per il diritto e il potere del popolo”, o si tratti di condannarlo a morte, o a
pagare un’ammenda, o all’esilio, s’io grido: “Ammenda!”, ripetano: “Ammenda!”,
se grido: “Morte!”, ripetano: “Morte!”, riaffermando con questa procedura
l’antico privilegio ed il potere di giudicare nella giusta causa. EDILE - Li
informerò di queste tue istruzioni. BRUTO - E che non cessino più di gridare,
ma reclamino, con maggior clamore la pronta ed immediata esecuzione di quanto
sarà stato sentenziato. EDILE - Perfettamente. SICINIO - E vengano in gran
numero, e siano tutti pronti all’imbeccata che noi daremo loro al punto giusto.
BRUTO - Va’, provvedi che tutto ciò sia fatto. (Esce l’Edile) (A Sicinio)
Portalo subito a perder la calma. È uso a vincere e s’avvampa subito se
contraddetto: una volta scaldato, non ha più freni alla moderazione,
spiattella tutto ciò che tiene in petto; ed è a quel punto che ci porge il
destro di farsi rompere l’osso del collo. Entrano CORIOLANO, MENENIO, COMINIO,
con senatori e patrizi SICINIO - Bene, arriva. MENENIO - (Piano, a Coriolano)
Mi raccomando, calma. CORIOLANO - Sì, calma, calma, come uno stalliere che per
i quattro soldi della paga sopporta d’essere chiamato “bestia”! (Forte)
Vogliano sempre i venerandi dèi serbar sicura Roma e provvedere che agli alti
seggi della sua giustizia seggan uomini degni! Vogliano seminar tra noi
l’amore, affollar di pacifici cortei i nostri templi, e non d’interne lotte le
nostre strade. PRIMO SENATORE - Amèn. MENENIO - Nobile augurio. Rientra l’EDILE
con la folla dei plebei SICINIO - Venite pure avanti, cittadini. EDILE -
Ascoltate i Tribuni. Olà, silenzio! CORIOLANO - Prima ascoltate me. I DUE
TRIBUNI - Va bene, parla. (Alla folla) Silenzio, voi, laggiù! CORIOLANO - Ci
saranno altre accuse aggiunte a queste, oppure tutto si decide qui? SICINIO -
Io ti chiedo se intendi sottostare a quel che il popolo andrà a votare,
riconoscere i suoi rappresentanti, se accetterai di scontare la pena prevista
dalla legge per le colpe che saranno a tuo carico provate. CORIOLANO -
Accetto. MENENIO - Lo sentite, cittadini? Ecco, dice che è pronto ad accettare!
A voi di valutare giustamente tutti i servizi da lui resi in guerra;
considerate pure le ferite che porta numerose sul suo corpo, come tombe in un
santo cimitero. CORIOLANO - Solo graffi di spine, cicatrici da ridere,
nient’altro. MENENIO - Considerate poi che nell’esprimersi, se non parla come
uno di città, dovete in lui vedere il soldato. Non prendete l’asprezza del suo
dire per malagrazia nei riguardi vostri, ma, come dico, lo dovete prendere come
il parlare proprio d’un soldato e non già d’uno che vi vuole male. COMINIO -
Bene, basta così. CORIOLANO - Per qual motivo, dopo che sono stato eletto
console con voto unanime, devo sentirmi leso nell’onore a tal punto, che, dopo
appena un’ora, volete ritrattare il vostro voto? SICINIO - Rispondi a noi,
piuttosto. CORIOLANO - Già, tocca a me rispondere. Di’ pure. SICINIO - Noi
t’accusiamo d’aver macchinato con l’intento di spazzar via da Roma tutte le
cariche costituite, e di puntare, per traverse vie, al potere assoluto: onde tu
sei traditore del popolo romano. CORIOLANO - Che! Traditore, io? MENENIO - No,
no, sta’ calmo. Ricorda la promessa... CORIOLANO - Questo popolo, che se lo
inghiotta il più profondo inferno! Io, traditore! Insolente tribuno! Avessi tu
stampata nei tuoi occhi la morte ventimila volte, e in mano ne avessi tu
milioni, e ancora il doppio su quella tua linguaccia di bugiardo, ti griderò:
“Tu menti!” con quella stessa mia voce dell’animo altrettanto spontanea come
quella con cui prego gli dèi: SICINIO - (Alla folla) Lo senti, popolo? PLEBEI -
Alla Rupe! Alla Rupe quello là! SICINIO - Basta così, non servono altre accuse!
Avete visto tutti quel che ha fatto, udito che ha detto: ha malmenato i vostri
delegati, v’ha insultati, ha resistito violento alla legge, ed ha sfidato qui
l’alto potere di coloro che devon giudicarlo: tutto questo è delitto capitale,
da meritar nient’altro che la morte. BRUTO - Tuttavia, poiché ha ben servito
per il bene di Roma... CORIOLANO - Che vuoi cianciare tu di ben servire? BRUTO
- Dico ciò che conosco. CORIOLANO - Proprio tu! MENENIO - (A Coriolano) È così
che mantieni la promessa fatta a tua madre? COMINIO - Sappi, amico, che...
CORIOLANO - Non voglio saper altro! Mi condannino pure come vogliono: ad essere
buttato dalla Rupe, ad andare in esilio vagabondo, magari ad essere scuoiato
vivo, o a languire di fame in una cella con un granello di frumento al giorno:
mai m’indurrò a comprare la pietà al prezzo d’una sola parolina d’adulazione,
mai mi s’indurrà a trattenere la mia repulsione dall’ottener da loro qualche
cosa, bastasse pure dir solo “buongiorno”! SICINIO - Attesoché in diverse
occasioni ha fatto tutto ch’era in suo potere per mostrare il suo odio contro
il popolo, cercando ogni possibile espediente per strappargli il potere; ed
anche in questa s’è mostrato ostile non solo contro l’austera giustizia ma
contro chi la deve amministrare, noi, in nome del popolo e nella nostra veste
di tribuni, lo bandiamo da questo stesso istante dalla nostra città, sotto
minaccia d’esser precipitato dalla Rupe, se ancor varcasse le porte di Roma.
Così sentenzio, nel nome del popolo. PLEBEI - E così sia! E così sia!
Cacciamolo! È bandito da Roma, e così sia! COMINIO - Ch’io vi parli, miei
mastri, amici miei... Ascoltatemi. Sono stato console, e sul mio corpo porto le
ferite che m’hanno fatto i nemici di Roma. Io di questa mia patria ho caro il
bene con più tenero, più sacro rispetto, più profondo della mia stessa vita,
dell’onore della mia cara sposa, dei frutti del suo grembo, e prezioso tesoro
dei miei lombi. Perciò s’io vi dicessi... SICINIO - Che vuoi dire? Sappiamo già
dove vuoi arrivare. BRUTO - Non c’è altro da dire, se non che questi è bandito
da Roma, come nemico di Roma e del popolo. E così sia. PLEBEI - E così ha da
essere! CORIOLANO - Branco di miserabili cagnacci, il cui fiato fetente io
detesto come l’aria d’una palude infetta, i cui favori apprezzo quanto il lezzo
ammorbante l’atmosfera delle carcasse d’uomini insepolti, son io che vi
bandisco ora da me! E qui restate coi vostri orgasmi! Che ogni minima
voce metta a tutti in cuor la tremarella! Ed i nemici col solo scuotere delle
lor piume, vi piombino nella disperazione. Tenetevelo stretto un tal potere di
dare il bando a chi vi può difendere, finché alla lunga la vostra insipienza,
che nulla impara finché non lo prova, non risparmiando nemmeno voi stessi, di
voi stessi facendovi nemici, non vi consegni, come prigionieri i più
disonorati, a una nazione, che vi avrà vinti senza un solo colpo! Così,
sprezzando io la mia città per causa vostra, le volto le spalle. C’è un mondo
pure altrove! (Esce con Cominio, Menenio e gli altri patrizi) EDILE - Il nemico
del popolo è partito! PLEBEI - Via il nostro nemico! Al bando! Evviva! (Gridano
tutti, gettando in aria i berretti) SICINIO - Ora andate a vederlo quand’esce
dalla porta di città, e con lo sguardo lo segua ciascuno con lo stesso
disprezzo col quale egli ha guardato sempre voi. Dategli la tortura che si
merita. Che una guardia ci scorti, nel mentre attraversiamo la città. PLEBEI -
Alla porta! Alla porta! Andiamo, andiamo! A vederlo mentre esce di città! Gli
dèi proteggano i nostri Tribuni! Andiamo, andiamo tutti! (Escono) ATTO
QUARTO SCENA I -Roma, davanti a una porta della città(155) Entrano CORIOLANO,
VOLUMNIA, VIRGINIA, MENENIO, COMINIO e giovani patrizi CORIOLANO - (Alla madre
e alla moglie) Basta, via, con le lacrime. Un addio breve. Mi caccia a cornate
la mala bestia dalle molte teste(156)... Madre, suvvia, fa’ cuore! Dov’è dunque
l’antico tuo coraggio? M’hai sempre detto che gli estremi mali sono le grandi
prove dello spirito; che le comuni avversità son cose che anche la gente bassa
sa patire; che con calma di mare, ogni naviglio, qual che sia la stazza, si
mostra in grado di tenere il mare; che quanto più in profondo si dirigono i
colpi della sorte, tanto più nobilmente i nostri sensi devon sopportarne le
ferite. M’hai sempre caricato di precetti che dovevano rendere invincibile il
cuore che li avesse assimilati(157)... VIRGINIA - O cieli! O cieli! CORIOLANO -
No, ti prego, donna... VOLUMNIA - La peste colga tutti i mestieranti di Roma, e
muoiano tutti i mestieri! CORIOLANO - Via, via, che assente mi rimpiangeranno.
Su, su, madre, ritrova il vecchio spirito di quando non facevi che ripetermi -
ricordi? - che se fossi stata tu la moglie d’Ercole, avresti fatto sei delle
sue fatiche, risparmiando metà dei suoi sudori a tuo marito... Cominio, non ti
contristare. Adieu! Addio, mia sposa, addio, madre mia! Saprò cavarmela,
malgrado tutto. E tu, mio vecchio e fedele Menenio, le tue lacrime sono più
salate delle lacrime d’occhi giovanili, e son come veleno per i tuoi. (A
Cominio) Mio caro generale, t’ho visto spesso fermo ed impassibile davanti a
viste da impietrire il cuore: fa’ tu capire a queste afflitte donne che
piangere per colpi inevitabili è tanto stolto quanto è stolto il riderne.
Madre, sai bene che per te i miei rischi sono stati la tua consolazione, e sta’
certa che s’anche me ne vado solo, solingo come un drago solitario che fa
temibile la sua palude e del quale la gente parla tanto quanto meno lo vede,
questo figlio farà qualcosa di straordinario; se non riusciranno a catturarlo
col mezzo dell’inganno e dell’astuzia. VOLUMNIA - Ma dove te ne andrai,
figliolo mio? Prendi almeno con te, per qualche tempo, il buon Cominio. Decidi
che fare, non esporti alla cieca ad ogni evento che ti si possa offrire sul
cammino. VIRGINIA - O dèi!... COMINIO - Vengo con te per tutto un mese; così
potremo decidere insieme dove fermarti sì che poi di te possiamo aver notizia e
tu di noi; così se con il tempo fiorirà l’occasione del tuo richiamo in patria,
non dovremo mandare per un uomo alla ricerca in tutto il vasto mondo e perdere
il vantaggio del momento, che sempre fatalmente si raffredda nell’assenza di
chi deve giovarsene. CORIOLANO - Addio, Cominio. Sei carico d’anni, e pesano
ancor troppo su di te le fatiche di guerra, per pensare d’andare alla ventura
per il mondo con uno che ce la può far da sé. Accompagnami solo per un pezzo
fuori le mura. Vieni, dolce sposa, madre amatissima, amici miei di nobil
tempra; e appena sarò fuori ditemi tutti addio con un sorriso. Vi prego,
andiamo. Avrete mie notizie fintanto che avrò i piedi sulla terra; e non
saprete mai nulla di me se non di quel che sono sempre stato. MENENIO -
Questo parlare è quanto di più nobile può udire orecchio. Ebbene, niente
lacrime! Potessi scuotermi solo sett’anni da queste stagionate braccia e gambe,
ti seguirei, per gli dèi, passo passo! CORIOLANO - Qua la tua mano nella mia.
Andiamo. (Escono) SCENA Roma, davanti a una porta della città Entrano i due
TRIBUNI con un EDILE SICINIO - Rimandiamoli a casa. È andato via. È inutile che
procediamo oltre. I nobili non l’han mandata giù. Tutti dalla sua parte,
abbiamo visto. BRUTO - Ora, però, che abbiam mostrato i denti ci conviene
mostrarci più dimessi di quando tutto questo era da fare. SICINIO - (All’Edile)
Mandali a casa. Di’ che il gran nemico se n’è andato, e la loro antica forza è
sempre intatta. BRUTO - (All’Edile) Sì, mandali a casa. Esce l’Edile Ecco sua
madre. Entrano VOLUMNIA, VIRGINIA e MENENIO SICINIO - Evitiamola. È meglio.
BRUTO - Perché? SICINIO - La dicon furibonda pazza. BRUTO - Ci hanno visti.
Cammina, tira dritto. VOLUMNIA - Oh, v’incontro a buon punto! Tutte le più
schifose pestilenze tenute in serbo dagli dèi per gli uomini possano
ripagare il vostro zelo! MENENIO - Non gridare così! VOLUMNIA - Ancor più forte
mi sentiresti, se non fosse il pianto... Anzi, mi sentirai lo stesso, adesso...
(A Bruto) Che! Te ne vai? VIRGINIA - (A Sicinio) Resta qui anche tu... Potessi
dir lo stesso a mio marito! SICINIO - (A Volumnia) Diamine, siete diventate
uomini? VOLUMNIA - Certo, imbecille, è forse una vergogna? Stammi a sentire,
pezzo di babbeo: uomo non era forse il padre mio? Tu invece no, tu sei solo la
volpe ch’è riuscita a cacciar via da Roma un uomo che per Roma ha dispensato
più colpi che parole tu abbia detto. SICINIO - O dèi beati! VOLUMNIA - Sì,
colpi più nobili che tu sagge parole, e dispensati per il bene di Roma. Sai che
ti dico?... Ma va’, va’... No, invece, no, anzi resta... Vorrei che mio figlio
si trovasse in Arabia, spada in pugno, a faccia a faccia con la tua tribù.
SICINIO - Ebbene, allora? VIRGINIA - Allora sentiresti! Porrebbe fine a tutta
la tua schiatta. VOLUMNIA - A tutta la tua razza di bastardi. Quel gagliardo,
con tutte le ferite che si porta per Roma! MENENIO - Via, sta’ calma. SICINIO -
Se avesse seguitato a comportarsi verso la patria come da principio, e non
avesse spezzato lui stesso il generoso nodo da lui stretto... BRUTO - Ah,
sì, magari avesse... VOLUMNIA - “Ah, sì, magari”! Ma se vi siete dati proprio
voi ad infiammar la folla! Voi, gattacci, che siete in grado di stimare i
meriti non più di quanto io sappia scrutare i misteri insondabili del cielo!
BRUTO - Andiamo, prego. VOLUMNIA - Prego, andate, andate. Avete fatto una bella
prodezza. Prima, però, sentite che vi dico: di quanto s’erge in alto il
Campidoglio sopra il più misero tetto di Roma, di tanto il figlio mio e di
costei sposo - di questa donna qui, vedete? -, da voi bandito, vi sovrasta
tutti. BRUTO - Bene, bene, ma adesso vi lasciamo. SICINIO - Perché star qui a
sorbirci gli improperi d’una che ha perso chiaramente il senno? (Escono i due
Tribuni) VOLUMNIA - E v’accompagnino le mie preghiere. Non avesser gli dèi
altro da fare che confermar le mie maledizioni! Ah, potessi incontrarli, questi
due, anche una volta al giorno: già basterebbe per sentirmi il cuore sollevato
dal peso che l’opprime. MENENIO - Gli hai detto il fatto loro, e, francamente,
ne avevi ragione. Non vorreste cenare insieme a me? VOLUMNIA - È la rabbia il
mio cibo. La mia cena la farò su me stessa, divorandomi, così mangiando morirò
di fame. (A Virginia) Andiamo, cessa di piagnucolare, e lamentati, come faccio
io, di rabbia, alla maniera di Giunone. Andiamo. (Escono Volumnia e Virginia)
MENENIO - Vituperio, vituperio! (Esce) SCENA La strada fra Roma e Anzio
Entrano NICANOR, soldato romano, e ADRIANO, soldato volsco, incontrandosi
NICANOR - Io ti conosco, amico; ed anche tu devi conoscer me. Se non mi
sbaglio, ti chiami Adriano. ADRIANO - Esattamente, amico; ma, in coscienza, di
te non mi ricordo. NICANOR - Son romano, ma uno che lavora, come te, contro i
Romani. Mi ravvisi adesso? ADRIANO - Nicanor?... NICANOR - Sì, amico, proprio
lui. ADRIANO - Più barba avevi, quando t’ho incontrato l’ultima volta, ma la
voce è quella. Bene, che novità ci sono a Roma? Ho qui un mandato del governo
volsco di ricercarti là; ma adesso tu m’hai risparmiato un giorno di cammino.
NICANOR - Ci sono state a Roma insurrezioni mai viste prima(163): il popolo in
rivolta contro il Senato, i nobili, i patrizi. ADRIANO - “Ci sono state...”.
Perché, son finite? I nostri governanti non lo credono; stanno facendo grandi
apprestamenti per la guerra, sperando di sorprenderli nel pieno ardore delle
lor discordie. NICANOR - Beh, la grande fiammata ormai è spenta; ma basta una
scintilla a ravvivarla, perché i nobili han preso così male la cacciata del
prode Coriolano, da ritener matura l’occasione per togliere alla plebe ogni
potere e strapparle per sempre i suoi tribuni. C’è fuoco sotto cenere, ti dico,
e sta lì lì per divampar di nuovo. ADRIANO - Coriolano bandito! NICANOR -
Sì, bandito. ADRIANO - A Corioli farà molto piacere, Nicanor, questa tua
informazione. NICANOR - Lo credo; è un buon momento, ora, per loro. Ho sempre
udito che il miglior momento per sedurre la moglie di qualcuno è quando ha
litigato col marito. Il vostro valoroso Tullo Aufidio avrà modo di mettersi in
gran luce in questa guerra, il suo grande avversario, Coriolano, trovandosi in
disgrazia col suo paese. ADRIANO - Per forza di cose. È stata veramente una
fortuna per me incontrarti, così, casualmente; hai concluso così la mia
missione, e con piacere t’accompagno a casa. NICANOR - Fino all’ora di cena
avrò da dirti molte cose stranissime da Roma, e tutte vantaggiose ai suoi
nemici. Hai detto che hanno pronto già un esercito? ADRIANO - E che fiore
d’esercito! Magnifico! I centurioni, con i loro uomini, già arruolati, al soldo
dello Stato, equipaggiati e pronti a entrare in campo in termine di un’ora.
NICANOR - Son contento di udire che son pronti, perché ritengo d’esser proprio
io quello che li farà mettere in marcia con la massima urgenza. Bene
incontrato, dunque, amico mio, e molto lieto della compagnia. ADRIANO - Tu mi
rubi di bocca le parole, amico; sono io che ho più ragione di rallegrarmi.
NICANOR - Bene, incamminiamoci. (Escono) SCENA IV - Anzio, davanti alla casa di
Aufidio Entra CORIOLANO in abito dimesso, travestito e imbacuccato
CORIOLANO - Bella città quest’Anzio! E son io qui, Anzio, che le tue donne ha
reso vedove. Ho udito gemere sotto i miei colpi molti eredi di queste tue
magioni e cadere. Perciò non riconoscermi, che le tue donne con i loro spiedi
ed i ragazzi con le lor sassate non m’uccidano in un puerile scontro. Entra un
CITTADINO Salve, amico. CITTADINO - Salute a te. CORIOLANO - Di grazia,
sapresti dirmi dove sta di casa il grande Aufidio? Si trova qui ad Anzio?
CITTADINO - Sì, e banchetta a casa sua stasera con i notabili della città.
CORIOLANO - Qual è la casa sua? CITTADINO - Ce l’hai davanti. CORIOLANO -
Grazie, amico, salute. (Esce il Cittadino) O mondo, le tue scivolose curve!
Amici uniti da antica affezione, da sembrare un sol cuore entro due petti, da
trascorrere insieme tutti i giorni le ore, il letto, la mensa, il lavoro,
inseparabili nel loro affetto come fossero stati due gemelli, basta uno
screzio, un dissenso da niente per rompere in tremenda inimicizia. Così
ugualmente nemici giurati cui l’ira e il furore dell’intrigo tolsero il sonno a
forza di pensare come distruggersi l’uno con l’altro, ecco che per un caso, una
sciocchezza che vale meno d’una coccia d’uovo, possono diventare grandi amici e
unir le loro sorti. Così io: detesto il luogo dove sono nato e guardo con amore
a una città che mi è stata nemica... Beh, io entro. Se m’uccide, si sarà
solo preso una giusta rivalsa. Se m’accetta, mi metterò a servire il suo paese.
(Esce) Musica da dentro SCENA V - Anzio, l’interno della casa di Aufidio Entra
un SERVO, gridando, affaccendato e traversando la scena PRIMO SERVO - Vino,
vino!... Che razza di servizio! Qui mi paiono tutti addormentati! (Esce) Entra
un altro SERVO SECONDO SERVO - (Chiamando) Coto!... Ma dove s’è cacciato?...
Coto! Il padrone lo vuole. Entra CORIOLANO CORIOLANO - Bella casa... Dal
banchetto promana un buon odore; ma io non sembro certo un convitato. Rientra
il PRIMO SERVO PRIMO SERVO - Che vuoi, amico? Da che parte vieni? Qui per te
non c’è posto. Fila, prego. (Esce) CORIOLANO - Essendo Coriolano, non mi merito
da questa gente miglior trattamento(164). Rientra il SECONDO SERVO SECONDO
SERVO - Da dove spunti, amico?... Ma il portiere ce l’ha gli occhi, che lascia
entrare qui figuri come te? Va’ fuori, via! CORIOLANO - Via tu, piuttosto.
SECONDO SERVO - Io? Aria, sparisci! CORIOLANO - Ora cominci a
infastidirmi. SECONDO SERVO - Ah! Ci fai pure il gradasso? Ora vedrai: ti
faccio dire io due paroline. Entra un TERZO SERVO, insieme con il PRIMO TERZO
SERVO - Chi è costui? PRIMO SERVO - Uno strano figuro quale mai m’è caduto
sotto gli occhi. Non mi riesce di mandarlo via. Fammi il favore, chiama tu il
padrone. TERZO SERVO - (A Coriolano) Che ci fai qui, compare? Su, va’ fuori.
CORIOLANO - Lasciami solo starmene qui, in piedi. Non ti farò alcun danno al
focolare. TERZO SERVO - Chi sei? CORIOLANO - Un nobile. TERZO SERVO - Sarai un
nobile, ma sei meravigliosamente povero. CORIOLANO - È vero. TERZO SERVO - E
dunque, nobile spiantato, ti prego, scegliti qualche altro posto. Questo non è
per te. Sgombrare, via! CORIOLANO - Seguita pure a far le tue faccende, va’ ad
ingozzarti con i loro avanzi. (Gli dà una spinta, mentre il Terzo Servo gli si
avvicina) TERZO SERVO - Che! Non vuoi? (Al Secondo Servo) Per favore, di’ al
padrone che strano convitato ha dentro casa. SECONDO SERVO - Vado subito.
(Esce) TERZO SERVO - (A Coriolano) Dove stai di casa? CORIOLANO - Sotto il
gran baldacchino(165). TERZO SERVO - Il baldacchino? CORIOLANO - Sì. TERZO
SERVO - E dov’è codesto baldacchino? CORIOLANO - Nella città dei nibbi e dei
corbacchi. TERZO SERVO - Nella città dei nibbi e dei corbacchi? Che razza di
somaro è mai costui! Allora alloggi pure con le taccole(167)? CORIOLANO - No,
questo no: non mi trovo al servizio del tuo padrone. TERZO SERVO - Che vuoi
dir, compare? Vuoi avere a che far col mio padrone? CORIOLANO - Certo, e
sarebbe più onesto servizio dell’aver a che far con la tua ganza. Tu cianci
troppo. Va’ a servir la tavola col tuo tagliere. Lèvati di mezzo! (Lo caccia
via percuotendolo) Entra TULLO AUFIDIO col SECONDO SERVO AUFIDIO - Dov’è dunque
quest’uomo? SECONDO SERVO - (Indicando Coriolano) È qui, padrone. L’avrei
cacciato a calci come un cane; non l’ho fatto per non recar disturbo alle lor
signorie che son di là. (Il Primo e Secondo Servo si fanno da parte) AUFIDIO -
(A Coriolano) Da dove vieni? Che vuoi? Il tuo nome?... Perché non parli?...
Avanti, di’ chi sei. CORIOLANO - (Scoprendosi il volto) Tullo, se ancor non
m’hai riconosciuto, e se, a guardarmi, non sai ravvisarmi per quel che sono, ti
dirò il mio nome. AUFIDIO - Cioè? CORIOLANO - Un nome che non suona
musica agli orecchi dei Volsci, e soprattutto deve suonar ben aspro a
quelli tuoi. AUFIDIO - E dillo, questo nome! Hai l’aria fiera e impresso in
faccia il segno del comando. Anche se il tuo sartiame va a brandelli, la
struttura completa dello scafo rivela nobiltà. Qual è il tuo nome? CORIOLANO -
Prepara la tua fronte ad aggrottarsi. Ancora dunque non mi riconosci? AUFIDIO -
No, non ti riconosco. Dimmi il nome. CORIOLANO - Son Caio Marcio: l’uomo che ha
procurato a te in particolare e a tutti i Volsci assai malanni e lutti. N’è
testimone questo soprannome: Coriolano, che m’hanno dato a Roma. Il gravoso
servizio militare, i pericoli estremi da me corsi e le gocce di sangue che ho
versato per l’irriconoscente patria mia m’hanno fruttato, quale ricompensa,
nulla di più che questo soprannome: un bel ricordo, una testimonianza per te di
tutto l’odio ed il rancore che dovresti portarmi. Questo nome è però tutto ciò
che mi rimane: le crudeltà, l’invidia della plebe secondata da nobili
vigliacchi che m’han lasciato a lottare da solo, si sono divorate tutto il
resto ed han permesso ch’io fossi cacciato da Roma per i voti degli schiavi. È
stato questo estremo di sventura che m’ha portato qui, al tuo focolare; non già
con la speranza - non fraintendermi - d’aver salva la vita, ché, se avessi
paura della morte, e c’è un uomo da cui dovrei guardarmi, quello sei tu, ma per
puro dispetto, e per rifarmi in pieno con coloro che m’han bandito. E son
davanti a te. Se tu covi nel cuore una rivincita che ti ripaghi dei torti
subiti, se brami cancellare la vergogna delle mutilazioni che si vedono in ogni
angolo del tuo paese, non esitare a trarre beneficio dalla mia situazione di
disgrazia: usala in modo da trarre un vantaggio da quanto io possa far
per vendicarmi. Perch’io ti dico che combatterò contro l’incancrenito mio paese
con la rabbia dei diavoli d’inferno. Ma se di tanto osare non ti senti, e
stanco sei di tentar nuove sorti, anch’io sono stanchissimo di vivere, e pronto
a presentare la mia gola a te ed all’antico tuo rancore. E se ti rifiutassi di
tagliarla, ti mostreresti soltanto uno stolto, perché il mio odio t’ha sempre
inseguito, ha fatto correre botti di sangue dalla tua terra, ed io non potrei
vivere se non che a tuo completo disonore, salvo che non vivessi per servirti.
AUFIDIO - (Dopo un cenno al servo, che si ritira) Oh, Marcio, Marcio! Come ogni
parola di queste tue m’ha strappato dal cuore una radice dell’antico odio! Se
Giove stesso su da quella nuvola mi rivelasse divini misteri, e mi dicesse:
“Questa è verità!” a lui non crederei più che ora a te, nobilissimo Marcio!
Ch’io recinga in un abbraccio codesto tuo corpo contro il quale la mia forcuta
lancia si spezzò cento volte, e le sue schegge sfregiarono la faccia della
luna! E adesso invece stringo fra le braccia la stessa incudine della mia
spada, e caldamente quanto nobilmente gareggio col tuo ardore, come prima, con
ambiziosa forza, col tuo valore. Sappi solo questo: ho amato molto colei che ho
sposato; mai uomo sospirò più lealmente. Ma ora, nel vederti avanti a me,
nobilissimo uomo, con più gioia mi sobbalza rapito il cuore in petto di quando
vidi per la prima volta la mia sposa varcare la mia soglia. Ebbene, dico a te,
come al dio Marte, che abbiamo già un esercito allestito, pronto all’azione, ed
ancora una volta m’ero proposto di falciarti via con la mia spada lo scudo dal
braccio, o di perdere il mio; dodici volte, l’una dopo l’altra, tu m’hai
piegato, e da allora ogni notte non sogno che di scontri tra noi due: ci vedo
tutti e due avvinti a terra, e lì, dopo esserci slacciati gli elmi, afferrarci
l’un l’altro per la gola... per poi svegliarmi tutto tramortito, e perché?, per
un nulla, solo un sogno. Degno Marcio, se pur altra querela non avessimo che la
tua cacciata con Roma, chiameremmo tutti gli uomini alle armi, dai dodici ai
settanta, e, rovesciando rivoli di guerra nelle viscere dell’ingrata Roma,
strariperemmo su tutto il suo corpo con la violenza d’un torrente in piena. Ma
entra, vieni a stringere la mano ai senatori amici qui venuti a salutarmi, poi
che mi preparo ad attaccare i vostri territori, se non proprio la stessa Roma.
CORIOLANO - O dèi, questa è una vostra benedizione! AUFIDIO - Perciò se vuoi,
nobilissimo amico, prender la guida della tua vendetta, prenditi la metà delle
mie forze e decidi il da fare, a tuo talento come ti detta meglio l’esperienza;
ché tu conosci più di chiunque altro del tuo paese forza e debolezza, se sia
meglio, cioè, picchiare d’impeto alle porte di Roma, o se investirli con
violenza nella periferia, per spaventarli prima di distruggerli. Ma vieni
dentro, ch’io per prima cosa ti presenti a coloro cui compete di secondare i
tuoi desiderata. Sii dunque mille volte benvenuto, più amico oggi che nemico
ieri (e lo sei stato, Marcio, e che nemico!). Qua la mano. Sii molto benvenuto.
(Escono) Il PRIMO e il SECONDO SERVO si fanno avanti(169) PRIMO SERVO - Quale
sbalorditiva metamorfosi! SECONDO SERVO - Per questa mano, avevo già pensato,
ti giuro, di cacciarlo a bastonate... Però dentro di me lo sentivo che il
suo abito non diceva il vero... PRIMO SERVO - E che braccia!... M’ha fatto fare
un giro con la presa del pollice e del medio, come se avesse avviato una
trottola. SECONDO SERVO - Eh, l’ho capito subito dal viso che c’era in lui
qualcosa; una tal faccia che mi pareva... non so come dire. PRIMO SERVO - Sì,
sì, aveva un’aria, quasi fosse... Eh, m’impicchino se non ho capito che quello
lì ci aveva qualche cosa in più di quanto potessi pensare. SECONDO SERVO - E io
lo stesso, lo potrei giurare. Senz’altro è l’uomo più straordinario che ho
visto al mondo. PRIMO SERVO - Penso anch’io così. Però, come soldato, c’è
qualcuno di lui più grande, e tu lo sai chi è. SECONDO SERVO - Chi, il padrone?
PRIMO SERVO - Non c’è discussione. SECONDO SERVO - Ne vale sei. PRIMO SERVO -
No, non esageriamo. Però lo reputo miglior soldato. SECONDO SERVO - Guarda, in
coscienza, non so come metterla: nella difesa d’una roccaforte il nostro
generale è ineguagliabile. PRIMO SERVO - Certamente, ma pure nell’attacco.
Entra il TERZO SERVO TERZO SERVO - Ehi, furfantacci! Ho notizie da darvi, e che
notizie, figli di puttana! I DUE - Quali, quali, su, spùtale! TERZO SERVO - Fra
tutte le nazioni della terra, non vorrei essere proprio un romano: sarebbe come
una condanna a morte. I DUE - Perché, perché? TERZO SERVO - Perché quel
Caio Marcio che le ha suonate non so quante volte al nostro generale, è qui con
noi. PRIMO SERVO - “Suonate al nostro generale” hai detto? TERZO SERVO -
“Suonate” proprio no, non dico, via, però gli ha dato del filo da torcere.
SECONDO SERVO - Ah, per questo, sia detto fra di noi, per lui è stato sempre un
osso duro. L’ho udito spesso dirlo da lui stesso. PRIMO SERVO - Un osso troppo
duro, sì, per lui, a dire il vero: davanti a Corioli l’ha tagliuzzato come una
braciola. SECONDO SERVO - Se avesse avuto gusti da cannibale se lo sarebbe pur
cotto e mangiato. PRIMO SERVO - Beh, tutte qui le tue grandi notizie? TERZO
SERVO - No, lì dentro lo trattan tutti quanti che pare il figlio e l’erede di
Marte: l’hanno fatto sedere a capotavola; e i senatori, per fargli domande,
s’alzano in piedi e si scoprono il capo. Il nostro generale, poi, lo tratta
come fosse la sua cara morosa: lo sfiora con la mano come un santo, e a
sentirlo parlar strabuzza gli occhi. Ma il vero succo sapete qual è? Che il
nostro generale è dimezzato rispetto a ieri, perché l’altro mezzo se l’è preso
quell’altro, col consenso e le preghiere di tutta la tavola. Andrà, egli dice,
a tirare le orecchie a chi sta a guardia delle porte di Roma, che falcerà ogni
cosa avanti a sé, per far pulito e sgombro il suo passaggio. SECONDO SERVO - Ed
è uomo capace di far questo, quant’altri al mondo. TERZO SERVO - Farlo, lo
farà; perché, vedi, avrà, sì, tanti nemici, ma anche tanti amici; i quali amici
non hanno avuto, diciamo, il coraggio, di mostrarsi, diciamo, amici suoi mentre
lui è in discapito... PRIMO SERVO - “Discapito”? E che cos’è? TERZO SERVO
- ... ma quando lo vedranno con la cresta rialzata e bene in sangue salteran
fuori dalle loro tane come conigli dopo l’acquazzone e tutti insieme a fargli
grande festa. PRIMO SERVO - Ma quando ciò? TERZO SERVO - Domani, oggi, subito.
Potresti sentir battere il tamburo addirittura questo pomeriggio, come se fosse
l’ultima portata del lor banchetto, da tradurre in atto prima ch’essi
s’asciughino la bocca. SECONDO SERVO - Così riavremo almeno intorno a noi un
po’ di movimento. Questa pace serve solo ad arrugginire il ferro, ad accrescere
il numero dei sarti e partorire autori di ballate. PRIMO SERVO - Ah, per me,
dico, datemi la guerra! È meglio cento volte della pace, come il giorno è
migliore della notte; la guerra è cosa viva, movimento, è vispa, ha voce, è
piena di sorprese. La pace è apoplessia, è letargia: spenta, sorda,
insensibile, assonnata, e fa mettere al mondo più bastardi che non uccida
uomini la guerra. SECONDO SERVO - Proprio così. La guerra la puoi dire, per un
verso, una grande scopatrice, così come la pace una grande fattrice di cornuti.
PRIMO SERVO - Già, e fa odiare gli uomini tra loro. TERZO SERVO - Logico:
perché quando sono in pace, hanno meno bisogno l’un dell’altro. Eh, sì, la
guerra a me va proprio a genio! E spero che vedremo qui Romani a pochi soldi
l’uno, come i Volsci. Si alzano da tavola! Si alzano! PRIMO e SEC. SERVO -
Dentro, dentro, sbrighiamoci! (Escono entrando nella sala da pranzo)
SCENA VI -Roma, una piazza Entrano i tribuni SICINIO e BRUTO SICINIO - Di lui
non s’è sentito più parlare, né c’è luogo a temerne: le sue armi sono
spuntate... Il popolo sta quieto e in pace, la selvaggia agitazione è finita.
Che tutto ora vada bene a Roma, grazie a noi, fa arrossire di rabbia i suoi
amici, che avrebbero di certo preferito, a costo di soffrirne loro stessi,
vedere moltitudini in rivolta per le strade di Roma anziché udire cantare i
nostri nelle lor botteghe, serenamente intenti ai lor mestieri. BRUTO - Abbiam
puntato i piedi al punto giusto. Entra MENENIO Non è Menenio, questo? SICINIO -
È lui, è lui, s’è fatto gentilissimo con noi, da qualche tempo in qua. Salute,
amico. MENENIO - Salute a voi. SICINIO - Il vostro Coriolano non sembra essere
molto rimpianto, tranne che nella cerchia degli amici. La repubblica regge bene
in piedi senza di lui, e reggerebbe sempre, foss’egli ancor più in collera con
lei. MENENIO - Sì, tutto bene, infatti. Andrebbe meglio però, se avesse saputo
aspettare. SICINIO - Hai notizie di lui? Dove si trova? MENENIO - Non ne so
nulla. La madre e la moglie sono anch’esse sprovviste di notizie. Entrano
alcuni POPOLANI I POPOLANI - (In coro) Gli dèi v’assistano sempre,
tribuni! SICINIO - Buona sera a voi tutti. BRUTO - Buona sera! PRIMO POPOLANO -
Dovremmo stare sempre inginocchiati, noi, con le nostre mogli e i nostri figli,
a pregare gli dèi per voi due! SICINIO - Vivete e prosperate, brava gente!
BRUTO - Addio, buona salute, cari amici! Avesse avuto per voi Coriolano la
premura che vi portiamo noi! I POPOLANI - (In coro) Il cielo vi protegga! I DUE
TRIBUNI - State bene. (Escono i popolani) SICINIO - Grazie al cielo, son tempi
più felici questi, rispetto a quando questa gente si riversava in massa per le
strade urlando e seminando la rivolta. BRUTO - Marcio alla guerra è stato certamente
un bravo condottiero, ma altezzoso, ambiziosissimo, pieno di sé... SICINIO -
... e quanto mai smanioso di diventare il padrone assoluto della repubblica,
senza collega. MENENIO - No, questo non lo credo. SICINIO - Eh, a quest’ora ce
lo saremmo ritrovato tale, a nostro gran rimpianto, s’egli fosse salito al
consolato. BRUTO - Gli dèi l’hanno impedito, per fortuna; e Roma, lui assente,
può viver tranquilla e in sicurezza. Entra un EDILE EDILE - Onorandi tribuni,
c’è uno schiavo che abbiam messo in prigione, ch’era in giro spargendo
dappertutto la notizia che i Volsci, da due parti, con due eserciti, son
penetrati nei nostri confini in armi, e van con furia micidiale, distruggendo
ogni cosa che si para sulla loro avanzata. MENENIO - Questo è Aufidio, che,
avendo appreso del bando di Marcio, tira fuori di nuovo ora le corna che ha
mantenuto sempre dentro il guscio senza osar di mostrarle, finché per Roma
combatteva Marcio. SICINIO - Evvia! Che c’entra tirar fuori Marcio! (All’Edile)
Va’, fallo fustigare l’allarmista! Non può esser che i Volsci osino tanto da
romperla con noi! MENENIO - Ah, può ben essere! Abbiamo precedenti che può
essere. Però interrogatelo quest’uomo prima di castigarlo: che dica da che
fonte ha la notizia, se non volete andar incontro al rischio di frustare la
vostra informazione e bastonare chi vi mette in guardia contro qualcosa ch’è da
far paura. SICINIO - Ma son fandonie. So che non può essere. BRUTO - No, no,
non è possibile. Entra un MESSO MESSO - Tutti i patrizi, in grande agitazione,
stanno andando al Senato. Ci son notizie che li hanno sconvolti. SICINIO - È
tutto questo schiavo... (All’Edile) Va’, fallo fustigare avanti a tutti.
L’allarme è suo; nient’altro che fandonie. MESSO - No, onorevole tribuno, no!
Il suo racconto è tutto confermato. E c’è dell’altro, ancora più terribile!
SICINIO - Ancora più terribile? Che cosa? MESSO - È tutto un dire, da bocche
diverse - quanto ci sia di vero non lo so - che Caio Marcio, unito a
Tullo Aufidio, vien marciando alla testa d’un esercito contro Roma, e giurando
una vendetta generale, così indiscriminata da includere i più giovani e i più
vecchi. SICINIO - Per chi ci crede! BRUTO - Voci sparse ad arte, per ravvivar
negli animi più fiacchi l’augurio che il “buon Marcio” torni a casa. SICINIO -
Già, questo è il loro gioco. MENENIO - Anch’io ci credo poco. Aufidio e lui son
due che possono andare d’accordo non più di quanto può l’acqua col fuoco. Entra
un altro MESSO SECONDO MESSO - Siete attesi in Senato. Un grande esercito al
comando di Marcio e Aufidio uniti, imperversa sui nostri territori,
travolgendo, incendiando, distruggendo tutto quello che incontra avanti a sé.
Entra COMINIO COMINIO - (Ai due tribuni) Che bel capolavoro avete fatto!
MENENIO - Perché, che sai, che sai? COMINIO - (Come sopra) Non potevate meglio
dare mano a farvi violentar le vostre figlie, a far piovere sulle vostre zucche
il piombo fuso dai tetti di Roma, a vedervi stuprare sotto gli occhi le vostre
mogli... MENENIO - Perché? Che succede? COMINIO - ... a vedervi bruciare,
incenerire i vostri templi, e vedervi ridotte sì sottili le vostre guarentigie
e poteri, cui tenevate tanto, da entrar nel forellino d’un succhiello! MENENIO
- Insomma, che notizie sai? Ti prego! (Ai due Tribuni) Avete fatto, ho
paura, voi due un bel capolavoro... (A Cominio) Di’, ti prego. Che nuove porti?
Se davvero Marcio s’è unito ai Volsci... COMINIO - Se? È il loro dio! Li guida
come fosse un’entità non generata da madre Natura, da deità diversa, e più
capace della Natura stessa a fare un uomo; e quelli là lo seguono contro di
noi, mocciosi bamboccioni, con la stessa svagata sicurezza di ragazzi che
inseguono farfalle sotto il sole d’estate, o di beccai che si trovino a
macellare mosche. MENENIO - (Ai tribuni) Che bel lavoro avete combinato, voi ed
i vostri grembiulati amici(174)! Voi, che tanto eravate infatuati del voto
della vostra mestieranza e del fiato dei mangiatori d’aglio! COMINIO - Ve la
farà crollare sulla testa, la vostra Roma! MENENIO - Come quando Ercole,
scrollò le mele mature dall’albero!(175). Avete fatto proprio un bel lavoro!
BRUTO - Insomma, è proprio vero? COMINIO - Tanto vero, che prima di scoprire
che non l’è, dovrete divenir pallidi morti. Tutte le genti gli aprono le porte
sorridendo, ed i pochi che resistono, derisi per il lor vano eroismo, periscono
da stolidi lealisti. Chi può muovergli biasimo, del resto? Anche i nemici, i
vostri come i suoi, riconoscono che c’è in lui qualcosa. MENENIO - Siete tutti
spacciati, se quel nobile non avrà pietà. COMINIO - Pietà! Chi dovrà chiederla?
I Tribuni? Almeno per pudore, quelli no! Il popolo? Ma il popolo da lui
merita tanta pietà quanto il lupo dai pastori. Chi altro? I suoi seguaci? Ma se
costoro gli andassero a dire: “Sii pietoso con Roma”, la lor preghiera avrebbe
l’accoglienza di quella di chi merita il suo odio, e cioè di chi fosse suo
nemico. MENENIO - È vero. S’anche m’appiccasse fuoco alla casa e me
l’incendiasse tutta, io non avrei la faccia di gridargli: “Fermati, ti
scongiuro!”. Avete fatto proprio un bel lavoro, voi due, con tutto il vostro
artigianume! COMINIO - Per colpa vostra Roma sta tremando, come non ha mai
fatto nel passato. I DUE TRIBUNI - Non direte che questo è colpa nostra.
MENENIO - Ah, no? Sarebbe dunque colpa nostra? Marcio noi l’amavamo, ma da
nobili bestie, quanto vili, abbiam ceduto alla vostra ciurmaglia che urlando
l’ha cacciato via da Roma. COMINIO - Ho paura però che questa volta dovranno
urlando chiedergli pietà. Tullo Aufidio, il cui nome di soldato è secondo nel
mondo, gli obbedisce come un qualunque suo subordinato. Ormai tutta la tattica
di guerra tutta la forza, tutte le difese che Roma potrà opporre a questi due
sarà solo la sua disperazione. Entra un gruppo di POPOLANI MENENIO - Arriva il
branco... E Aufidio è insieme a lui? (Ai popolani) Voi siete quelli che gli
avete reso irrespirabile l’aria di Roma, quando gettaste in aria quelle coppole
vostre unte e fetenti per acclamare la sua messa al bando! Adesso egli ritorna,
e non c’è pelo in testa a un suo soldato che non si farà sferza per voi tutti:
farà cadere a terra tante zucche quanti berretti voi gettaste in aria, e vi
salderà il conto dei voti che gli avete ritrattato. E se poi ci mandasse tutti
a fuoco, fino a ridurci un unico tizzone, tanto peggio! L’avremo meritato! I
POPOLANI - Certo, udiamo terribili notizie. PRIMO POPOLANO - Per parte mia,
quando gridai: “Al bando!” aggiunsi pure che mi dispiaceva... SECONDO POPOL. -
E così io. TERZO POPOLANO - E io no?... In coscienza, fece così la gran parte
di noi. Quel che abbiam fatto è stato a fin di bene; e se pur assentimmo
volentieri a bandirlo, fu certo controvoglia. COMINIO - Bravissimi, voi tutti e
i vostri voti! MENENIO - Avete combinato un bel lavoro, voi e i vostri
schiamazzi! (A Cominio) Che facciamo, saliamo al Campidoglio? COMINIO - Mi pare
non ci sia altro da fare. (Escono Cominio e Menenio) SICINIO - (Alla folla) A
casa, amici; ma non vi allarmate. Quelli là appartengono a una parte cui
farebbe davvero gran piacere se dovesse avverarsi quello che fanno finta di
temere. A casa, e che nessuno dia a vedere d’aver paura. PRIMO POPOLANO - Gli
dèi ci proteggano! Compagni, a casa!... Io l’ho sempre detto che facevamo male
ad esiliarlo. SECONDO POPOL. - Tutti l’abbiamo detto, s’è per questo! Andiamo,
andiamo a casa! (Escono i popolani) BRUTO - Brutte notizie. Proprio non
mi piacciono. SICINIO - Nemmeno a me. Darei metà del mio, se servisse a saper
che sono false. BRUTO - Saliamo al Campidoglio. SICINIO - Prego, andiamo.
(Escono) SCENA - Il campo dei Volsci presso Roma Entrano AUFIDIO e il suo
LUOGOTENENTE AUFIDIO - Passano ancora molti col Romano(178)? LUOGOTENENTE - Non
so quale magia egli abbia addosso ma i tuoi soldati l’hanno sempre in bocca
manco fosse il “Signore benedicite” prima dei pasti, il lor discorso a tavola e
il lor ringraziamento a fine pasto(179); e tu sei messo in ombra, generale,
anche dai tuoi, in questa spedizione. AUFIDIO - Per il momento non ci posso
nulla, a men di far ricorso a tali mezzi che finirebbero con l’azzoppare i
nostri stessi piani. Anche con me si mostra assai più altero di quanto avessi
mai immaginato, il giorno che lo accolsi a braccia aperte. Ma è sua natura, in
ciò non si smentisce e io debbo per forza perdonare ciò che non è possibile
correggere. LUOGOTENENTE - Avrei desiderato tuttavia - nel tuo stesso interesse,
intendo dire - che non lo avessi associato al comando, ma che avessi da solo
preso in mano la suprema condotta dell’impresa; o l’avessi lasciata solo a lui.
AUFIDIO - Intendo quel che dici, ma sta’ certo, quando verrà che dovrà render
conto, non sa quel che saprò tirare in ballo contro di lui. Sebbene in
apparenza, come egli stesso crede - e come appare non meno bene agli occhi
della gente - ei compia tutto in piena lealtà e dimostri d’avere buona
cura degli interessi dello Stato volsco, che si batta per esso come un drago e
che tutto riesca ad ottenere col solo sguainar della sua spada, c’è una cosa
però che ha trascurato, e sarà tale da spezzargli il collo, o a mettere il mio
a pari rischio, quando verremo alla resa dei conti. LUOGOTENENTE - Che pensi,
generale, sarà capace di prendere Roma? AUFIDIO - Ogni località s’arrende a
lui, prima ch’egli s’appresti ad assediarla; la nobiltà di Roma è tutta sua:
senatori, patrizi fanno a gara a chi più l’ama. I tribuni del popolo non son
uomini d’arme, e il loro popolo sarà altrettanto pronto a richiamarlo quanto lo
è stato a decretarne il bando. Penso ch’ei sia per Roma e pei Romani quel ch’è
la procellaria per il pesce, che lo divora per suprema legge della natura.
D’essi è stato prima nobile servitore, ma incapace in seguito di mantener le
cariche con tutto l’equilibrio necessario. Sia stato orgoglio - che, con il
successo, sempre contagia l’uomo che lo coglie - sia stata assenza di
discernimento nel lasciarsi sfuggire le occasioni che pure aveva saldamente in
pugno; sia stata pure la sua stessa indole che lo rende istintivamente inabile
a mostrarsi diverso da se stesso quando passa dall’elmo del guerriero al
cuscino del seggio consolare, e a concepire che non è possibile governare la
pace col piglio e la durezza usati in guerra, sta che uno solo di questi
difetti - ché in lui di tutti quanti c’è sentore, seppur nessuno ne possieda al
massimo, ciò che finora me l’ha fatto assolvere - l’ha reso un uomo da tutti
temuto, e così odiato, e così messo al bando. Ha certamente un merito che
annulla ogni difetto al solo dirlo. Ma le virtù degli uomini, si sa,
soggiacciono alla stima del momento; e il potere, in se stesso
pregiatissimo, non ha tomba più certa che lo scanno su cui siede a esaltare ciò
che ha fatto. Così il fuoco divora un altro fuoco, e un chiodo scaccia l’altro;
così cade un diritto per forza d’un diritto, la forza per la forza d’altra
forza. Ma muoviamoci adesso... Caio Marcio, quando tua sarà Roma, tu sarai il
più povero di tutti, ed allora sarai subito mio! (Escono) SCENA Roma, una
piazza Entrano MENENIO, COMINIO, SICINIO, BRUTO e altri MENENIO - No, non ci
vado. Avete tutti udito come ha parlato a colui che fu un tempo suo comandante
e ch’era a lui legato dal più tenero affetto. Mi chiamava suo padre. E che con
ciò? Andate voi, che l’avete bandito, e prima d’arrivare alla sua tenda, un
miglio prima cadete in ginocchio e implorate la sua misericordia. No, se s’è
dimostrato indifferente a sentire Cominio, io resto a casa. COMINIO - Era come
se non mi conoscesse... MENENIO - Ecco, sentite?... COMINIO - Eppure nel
passato mi chiamò sempre per nome: Cominio. Gli ho richiamato la vecchia
amicizia ed il sangue che abbiam versato insieme; ma a chiamarlo col nome
“Coriolano” non rispondeva, e lo stesso con gli altri; come se fosse un nulla,
un senza nome, fin quando non si fosse da se stesso forgiato un altro nome, un
nome nuovo, nel braciere di Roma messa a fuoco. MENENIO - Addirittura! (Ai
Tribuni) Ecco, ora vedete, che bel lavoro avete combinato? Una bella pariglia
di tribuni che han fatto il necessario perché a Roma ci fosse del carbone a
buon mercato. Che nobile epitaffio(182)! COMINIO - Non ho mancato poi di
ricordargli come regale sia il perdonare specie se meno atteso. M’ha risposto.
ch’era quella richiesta senza senso da parte di uno Stato a una persona ch’esso
stesso aveva castigato. ATTO QUINTO MENENIO - Benissimo! Poteva dir di
meno? COMINIO - Ho cercato di risvegliare in lui l’attaccamento agli amici più
cari: m’ha risposto che non poteva certo star lì a sceverarli uno per uno in un
mucchio di pula infetta e putrida; e che sarebbe stato da imbecilli, per salvar
qualche chicco di frumento in quel putrido ammasso, astenersi dall’appiccarvi
il fuoco e seguitare ad annusarne il lezzo. MENENIO - “Per qualche chicco di
frumento”, ha detto? Uno son io di quelli, e sua madre, e sua moglie, e il suo
figliolo, ed anche questo valoroso amico, (Indica Cominio) siam tutti i
granellini ch’egli dice... (Ai Tribuni) ... ma voi siete la lolla imputridita,
che spande il suo fetore oltre la luna. E noi, per causa vostra, sarem forzati
a farci abbrustolire! SICINIO - Evvia, ti prego, non t’imbestialire! Se ti
rifiuti di prestarci aiuto, ora ch’esso ci occorre come mai, non rinfacciarci
almeno la disgrazia! Certo, però, se tu fossi disposto ad intercedere presso di
lui pel tuo paese, l’abile tua lingua sarebbe ben capace di fermarlo il nostro,
come non potrebbe fare qualunque esercito che gli opponessimo. MENENIO - No,
non voglio immischiarmi. SICINIO - Ti prego, va’ da lui. MENENIO - A far che
cosa? SICINIO - Soltanto un tentativo, quale può fare a favore di Roma il tuo
legame d’affetto con Marcio. MENENIO - Beh, mettiamo che mi rimandi indietro,
senza ascoltarmi, come pure ha fatto con Cominio... Che cosa ne verrebbe?
Nient’altro che un amico disilluso, ferito dalla sua indifferenza. Non ti pare?
SICINIO - Quand’anche così fosse, la tua prova di buona volontà non potrà non
ricevere da Roma la gratitudine commisurata alla buona intenzione dimostrata.
MENENIO - Bah, mi ci proverò. Chissà che non si degni d’ascoltarmi; sebbene
quel suo mordersi le labbra, quell’inarticolato bofonchiare che ci ha detto
Cominio, non son cose che m’incoraggino un gran che a tentare... Ma forse non
fu colto il buon momento: non aveva pranzato, e il sangue è ancora freddo nelle
vene quando queste non son ben riempite, al mattino, imbronciati come siamo,
siamo sempre, si sa, poco disposti a dare o a perdonare; quando, invece,
abbiamo riempito in abbondanza con vino e cibo queste condutture in cui si canalizza
il nostro sangue abbiamo l’animo più disponibile che non nei nostri digiuni da
preti. Perciò starò lì attento ad aspettare che sia sazio e disposto ad
ascoltarmi, e allora cercherò di avvicinarlo. BRUTO - Tu conosci qual è la
strada giusta per giungere alla sua arrendevolezza, e non ti puoi smarrire.
MENENIO - Per mia buona coscienza, io ci provo; poi vada come vuole. Non ci
sarà poi tanto da aspettare per constatare se sarò riuscito. (Esce) COMINIO -
Non sarà mai che voglia dargli ascolto. SICINIO - No? COMINIO - Ve l’ho detto:
se ne sta seduto in un seggio dorato(183), l’occhio rosso quasi a volere, col
solo suo sguardo, incenerire Roma; e la sua offesa(184) è il carceriere
della sua pietà. Gli son caduto davanti in ginocchio, e lui m’ha detto appena,
in un sussurro: “Rialzati”, e d’un gesto della mano in silenzio, così, m’ha
congedato. M’ha fatto poi sapere per iscritto quel ch’è disposto a fare e quel
che no: impegnato com’è da un giuramento ad osservare certe condizioni. È così;
non c’è nulla da sperare, salvoché, come ho udito, la sua nobile madre e la sua
sposa non vadano esse stesse a implorargli mercé per la sua patria. Perciò
muoviamoci, andiamo a pregarle di recarsi da lui quanto più presto. (Escono)
SCENA - Il campo volsco, davanti a Roma Entra MENENIO, e avanza verso due
SENTINELLE 1a SENTINELLA - Alto là! Dove vai? 2a SENTINELLA - Fermati!
Indietro! MENENIO - Voi fate buona guardia, e fate bene. Ma, con vostra
licenza, io sono qui in veste di ufficiale dello Stato, e vengo per parlare a Coriolano.
1a SENTINELLA - E da dove? MENENIO - Da Roma. 1a SENTINELLA - Non si passa!
Devi tornare indietro: il generale da lì non vuol ricevere nessuno. 2a
SENTINELLA - Potrai vedere la tua Roma in fiamme prima di colloquiar con
Coriolano. MENENIO - Miei buoni amici, se vi sia occorso d’udir parlare il
vostro generale di Roma e degli amici ch’egli ha là, c’è da scommetter mille
contro uno che il nome mio vi sia giunto all’orecchio: è Menenio. 1a
SENTINELLA - Può darsi, ma va’ indietro, perché il tuo nome qua non conta
niente. MENENIO - Ti dico, amico, ascolta, ch’io son uno al quale il generale
tuo vuol bene, uno che è stato, vedi, in qualche modo il libro delle sue famose
imprese, e dove gli uomini han potuto leggere le sue gesta. magari un po’
gonfiate, per via che degli amici (e lui è il primo) ho cercato di dire sempre
bene ed in tutta l’ampiezza consentita da verità, senza toglierci un ette.
Talvolta posso aver passato il segno, come accade a una boccia, tirata sopra un
fondo diseguale; e nel far le sue lodi m’è accaduto quasi di fabbricar moneta
falsa... Pertanto, amico, credo d’aver titolo e che tu debba lasciarmi passare.
1a SENTINELLA - Senti, amico, se pure avessi detto in favore di lui tante bugie
per quante chiacchiere hai speso per te, di qui non passi; manco se
fregare(185) fosse virtù come vivere casti. Perciò indietro. MENENIO - Ma per
favore, amico, ricordati che il mio nome è Menenio, e sono sempre stato
partigiano del partito del vostro generale. 2a SENTINELLA - Tu potrai essere,
come tu dici, il suo bugiardo, quanto ti fa comodo, io son uno che sta sotto di
lui e non dico bugie, perciò ti debbo dire che non passi. Avanti, sgombra!
MENENIO - Puoi dirmi soltanto se ha già pranzato? Non vorrei parlargli prima
ch’abbia mangiato. 1a SENTINELLA - Sei romano? MENENIO - Romano, come il vostro
generale. 1a SENTINELLA - Allora tu dovresti odiare Roma né più né meno quanto
l’odia lui. Come fate a pensare che dopo aver cacciato dalle porte colui
che era il loro difensore e dopo aver regalato al nemico il vostro scudo,
possiate sperare ora di fronteggiar la sua vendetta con i facili piagnistei di
vecchie o in virtù delle virginali palme giunte in preghiera delle vostre
figlie, o per l’intercessione paralitica d’un vecchio rimbambito come te? Come
puoi credere di poter spegnere con un debole fiato come il tuo le fiamme in cui
fra poco dovrà ardere la tua città? Ti fai illusioni, vecchio, e perciò fila,
tornatene a Roma, e prepàrati per l’esecuzione. Perché là siete tutti
condannati; il generale non v’accorderà, l’ha giurato, né tregua né perdono.
MENENIO - Stammi a sentire, amico: se il tuo capo fosse informato ch’io mi
trovo qui, mi tratterebbe con ogni riguardo. 1a SENTINELLA - Il mio capo?
Nemmeno sa chi sei. MENENIO - Volevo intendere il tuo generale. 1a SENTINELLA -
Che vuoi che gliene importi, al generale, di uno come te! Va’ indietro, via, se
non vuoi che ti faccia spillar fuori quel bicchiere di sangue che ti resta.
Sloggiare, via, sloggiare! Via di qua! MENENIO - Eh, ma... amico, un momento!
Entra CORIOLANO con AUFIDIO CORIOLANO - Che succede? MENENIO - (Alla
sentinella) Oh, adesso, amico, te lo faccio io un bel rapporto col tuo
superiore! Così saprai se m’ha riguardo o no. Vedrai se un bischero di
sentinella si può permettere di trattenermi dall’incontrarmi col mio Coriolano.
Già dal modo con cui mi tratterà potrai immaginare se per te c’è già pronta la
forca o altra sorta di più lungo supplizio. Sta’ a guardare e poi svieni,
per quello che t’aspetta! (A Coriolano) Gli dèi gloriosi seggano in consesso
ora per ora a conservarti prospero e non t’abbiano essi meno caro del tuo
vecchio Menenio. Figlio mio tu ci stai preparando fuoco e fiamme. Guarda: ecco
qui l’acqua per estinguerle. A stento hanno cercato di convincermi a venir qui
da te; ma quando io stesso alla fine mi sono persuaso che nessun altro
all’infuori di me potesse fare tanto da commuoverti, coi lor sospiri sono stato
spinto fuor dalle porte della tua città ad implorarti il perdono per Roma e pei
supplici tuoi compatrioti. Gli dèi benigni plachino il tuo sdegno e ne faccian
cader l’ultima feccia sulla testa di questo manigoldo (Indica la 2a Sentinella)
che s’è impuntato, duro come un ciocco, a sbarrarmi l’accesso a te... CORIOLANO
- Va’ via! MENENIO - Come! Che dici? CORIOLANO - Moglie, madre, figlio, non li
conosco. Tutte le mie cose son sottomesse ad altri. La vendetta è tutto quanto
mi resta di mio; il mio perdono è nel cuore dei Volsci. Che un’amicizia sia
stata fra noi, sia l’ingrata oblivione suo veleno piuttosto che venirci la
pietà a ricordar quant’essa fosse grande. Perciò vattene. A queste vostre
suppliche i miei orecchi son più resistenti che le porte di Roma alle mie armi.
Tuttavia, per l’affetto che t’ho avuto, prendi questo con te: (Gli consegna una
lettera) per te l’ho scritto, e te l’avrei mandato. Altro da te, Menenio, non
starò ad ascoltare. (Ad Aufidio) Quest’uomo a Roma m’era molto caro fra tutti:
eppure tu lo vedi, Aufidio. AUFIDIO - Vedo: sei uomo di tempra costante.
(Escono Coriolano e Aufidio) 1a SENTINELLA - Sicché, compare, il tuo nome è
Menenio? 2a SENTINELLA - Caspita, un nome di molto potere. La via di casa la
conosci. Va’. 1a SENTINELLA - Hai sentito che striglia abbiamo preso per aver
bloccato Tua Eccellenza? 2° SENTINELLA - Che motivo ci avrei io di svenire,
secondo te? MENENIO - Non me ne importa più né del tuo generale, né del mondo!
Quanto ad arnesi della vostra specie faccio fatica soltanto a pensare che siete
al mondo, tanto vi considero! Chi è deciso a morir di propria mano non teme di
morir per mano altrui. Faccia pure quanto di peggio ha in mente, il vostro
generale; quanto a voi, restate pure a lungo quel che siete, e vi cresca, cogli
anni, la miseria! Dico a voi quel ch’è stato detto a me. (Esce) 1a SENTINELLA -
Un brav’uomo, però, non c’è che dire. 2a SENTINELLA - Che tipo in gamba il
nostro generale! Una roccia, una quercia che non crolla per quanti venti gli
soffino contro. (Escono) SCENA -La tenda di Coriolano Entrano CORIOLANO,
AUFIDIO e Ufficiali. Si siedono CORIOLANO - Accamperemo domani l’esercito proprio
davanti alle mura di Roma. Tu, mio collega in questa spedizione, farai sapere
ai senatori volsci con quanta lealtà verso di loro io l’ho portata avanti.
AUFIDIO - Hai guardato soltanto ai loro fini e sei rimasto pienamente
sordo alle suppliche dell’intera Roma; non hai ammesso a privato colloquio
nessuno, no, nemmeno quegli amici ch’eran sicuri di poterlo fare. CORIOLANO -
Quest’ultimo venuto, quel vegliardo che ho rinviato con il cuore a pezzi a
Roma, mi teneva ancor più caro che se fosse mio padre, ed io per lui ero un
dio. Mandarlo ora da me è stata l’ultima loro risorsa; ed io, in nome
dell’antico affetto, pur mostrandomi duro anche con lui, ho loro offerto una
seconda volta per suo mezzo le prime condizioni, le stesse ch’essi avevan
rifiutato e che ora non posson più accettare; e ciò solo per un riguardo a lui
che pensava poter fare di più. Ho ceduto ben poco. Non presterò più orecchio,
d’ora in poi, a suppliche o altre ambascerie, che vengan dallo Stato o dagli
amici... (Grida dall’esterno) Che grida sono queste? Non dovrò mica vedermi
tentato a ritrattare una promessa fatta appena adesso?... No, non lo farò.
Entrano VIRGINIA, VOLUMNIA, VALERIA, il PICCOLO MARCIO e altri del seguito (Tra
sé) Prima, davanti a tutti, la mia sposa; poi l’onorato grembo da cui forma
prese questo mio tronco, ed in mano a lei il nipotino del suo stesso sangue...
Ma via da me la piena degli affetti! Spezzatevi legami di natura e diritti del
sangue! La caparbia sia virtù. Che valore ha quell’inchino? Che valgono per me
gli sguardi di quegli occhi di colomba che spergiurar farebbero gli dèi?... Ma
oh!, m’intenerisco, non son di terra più forte degli altri! Mia madre mi
s’inchina... È come se l’Olimpo si curvasse ad implorare una tana di talpa; e
il mio ragazzo ha un’aria così supplice ha un’espressione così
supplichevole che par sia la Natura che mi gridi a tutta voce: “Non dire di
no!”. Ma passino coi loro aratri i Volsci sopra il suolo che vide eretta Roma,
e rompano col vomere l’Italia! Non sarò così insulso da cedere alla forza
dell’istinto, ma resterò deciso ed incrollabile come uomo padrone di se stesso
ignorando qualsiasi parentela. VIRGINIA - Mio signore e marito!... CORIOLANO -
Questi occhi non son più i miei di Roma. VIRGINIA - È la grande afflizione che
ci fa sì mutate agli occhi tuoi. CORIOLANO - (A parte) Ecco che adesso, da
cattivo attore, dimentico la parte, m’impappino fino a un fiasco completo!...
(Alzandosi e andando verso la moglie) Tu, della carne mia la miglior parte,
perdona la spietata mia durezza, ma non chiedermi in cambio di perdonar “questi
nostri Romani”. (Virginia lo abbraccia e lo bacia) Oh, mia diletta, questo
lungo bacio, lungo come l’esilio, un bacio dolce come la mia vendetta! Per la
gelosa regina del cielo, quel tuo bacio d’addio io l’ho portato sempre con me e
vergine il mio labbro da quell’istante l’ha serbato... O dèi, io sto lasciando
senza il mio saluto la più nobile madre della terra! (S’inginocchia ai piedi di
Volumnia) Già, mio ginocchio, affòndati per terra, lasciaci il calco d’una devozione,
la più grande che figlio abbia sentito. VOLUMNIA - Oh, rialzati, figlio
benedetto! (Coriolano si rialza) Son io che m’inginocchio avanti a te su
questo duro cuscino di pietra, mostrando in un tal gesto per se stesso
irriguardoso di civil decoro, come finora mal sia stato inteso il rispetto fra
figlio e genitore. (S’inginocchia) CORIOLANO - Che significa questo? Tu
inginocchiata qui davanti a me? Davanti a questo figlio tante volte da te
rimproverato? Oh, allora volino a punger le stelle anche le ghiaie dell’arida
spiaggia! Allora scaglino i venti in rivolta gli alteri cedri contro il sole
ardente, spazzando via dal mondo l’impossibile, sì che diventi all’uomo facil
opra fare che ciò che non può esser sia. VOLUMNIA - Tu sei il mio guerriero e a
farti tale io t’aiutai. Conosci questa donna? (Indica Valeria) CORIOLANO - La
nobile sorella di Publicola, luna di Roma, casta come il ghiaccio che da neve
purissima s’aggruma col gelo, e pende sul tempio di Diana... Cara Valeria!...
VOLUMNIA - (Indicando il piccolo Marcio) Questo è la tua copia, un acerbo
compendio di te stesso, che quando il tempo l’avrà maturato potrà essere tutto
il tuo ritratto. CORIOLANO - (Carezzando il viso del piccolo Marcio) Possa il
dio dei soldati, col consenso di Giove ottimo-massimo, informarti di nobiltà la
mente sì da renderti immune al disonore e farti emergere nelle battaglie come
un gran promontorio in mezzo al mare, che regge l’impeto delle burrasche e
salva tutti quelli che lo vedono! VOLUMNIA - (Al piccolo Marcio) Giù, in ginocchio!
CORIOLANO - Il mio bravo figlietto! (Il piccolo Marcio s’inginocchia, ma
il padre lo tira su) VOLUMNIA - Ecco, anche lui, tua moglie, questa donna(195)
ed io, tua madre, siamo qui tuoi supplici. CORIOLANO - Ti scongiuro, non
domandarmi nulla! O, se qualcosa devi domandarmi, prima di tutto tieni in mente
questo: le cose che giurai di non concedere non siano mai da te considerate
come rifiuti, se non le concedo. Non chiedermi di rimandare a casa i miei
soldati, o di capitolare alla plebe di Roma un’altra volta. Non dirmi snaturato
se ricuso non smorzare con più freddi argomenti la mia rabbiosa sete di
vendetta. VOLUMNIA - Oh, basta, basta, hai detto: non sei disposto a concedere
nulla... e noi qui non abbiamo che da chiedere quello che tu hai detto di
negarci. E tuttavia te lo vogliamo chiedere, sì che, se ci fai vana la
richiesta se ne possa dar colpa solo alla tua protervia. Perciò ascolta.
CORIOLANO - Aufidio, ed anche voi, Volsci, sentite; perché in privato qui nulla
da Roma s’ha da sentire. (Si siede) Che cos’hai da chiedere? VOLUMNIA -
Quand’anche rimanessimo in silenzio, senza profferir verbo, il nostro aspetto e
queste nostre vesti ti direbbero che genere di vita abbiam vissuto da quando
sei partito per l’esilio. Considera che donne sventurate noi siamo, come
nessun’altra al mondo, nel venir qui da te, se il sol vederti, che ci dovrebbe
empir di gioia gli occhi e far danzare di conforto i cuori, li costringe al
contrario a lacrimare e tremar di paura e di dolore, e far che madre, sposa e
figlioletto vedano il loro figlio, sposo e padre che strappa i visceri alla
propria terra. E l’esser tu di questa nostra terra divenuto nemico è più
funesto per noi, povere donne, che per gli altri. Ché almeno agli altri è
concesso il conforto di pregare gli dèi, a noi per causa tua proibito. Come
possiamo, ahimè, noi le tue donne, pregare il cielo per la nostra patria (come
sarebbe pur nostro dovere) e nel contempo per la tua vittoria (come sarebbe pur
nostro dovere)? Ahimè, tra dover perdere la patria, nostra cara nutrice, o
perder te, che nella patria sei nostro conforto, andiamo incontro a una
sciagura certa, qualunque sia la parte, delle due, che possiamo augurarci
vittoriosa: ché o dovrem vederti tratto in ceppi come un nemico vinto
attraversare le strade di Roma, oppur calcare da trionfatore le rovine di
questa tua città con la palma d’aver sparso da eroe il sangue di tua moglie e
dei tuoi figli(196). Quanto a me, figlio mio, non ho certo intenzione
d’aspettare qual esito la sorte avrà voluto serbare a questa guerra. Se non
potrò convincerti a far grazia con nobiltà di cuore alle due parti piuttosto
che cercare la rovina d’una sola di esse, non potrai - credimi, tu non potrai!
- muovere ad assaltare il tuo paese, figlio, senza aver prima calpestato il
ventre di tua madre che t’ha portato al mondo. VIRGINIA - E quello mio che ha
partorito a te questo ragazzo per far vivere il nome tuo nel tempo! IL PICCOLO
MARCIO - A me, però, non mi calpesterai! Io scapperò finché non sarò grande, ma
poi voglio combattere! CORIOLANO - Per non intenerirsi come femmine bisogna non
vedere innanzi a sé facce di donne o di fanciulli... Basta, ho già troppo
ascoltato. (Si alza dal seggio e fa per andarsene) VOLUMNIA - No, no, Marcio,
non lasciarci così! Se il nostro chiedere mirasse solo a salvare i Romani
e a distruggere i Volsci che tu servi, ci potresti accusar d’esser venute come
avvelenatrici del tuo onore. No, ti chiediamo di riconciliarli, sì che, da un
lato i Volsci possan dire: “Ecco mostrata la nostra clemenza”, e i Romani:
“L’abbiamo ricevuta”; e ciascuno ti acclami, da ogni parte, ed esclami: “Che tu
sia benedetto, per aver combinato questa pace!”. Tu sai, nobile figlio, come
incerte siano sempre le sorti della guerra; ma questo è certo: se conquisti
Roma il beneficio che potrai raccoglierne sarà un nome che, appena menzionato,
sarà inseguito da maledizioni come cervo da una canea latrante(197), e così
d’esso scriverà la storia: “L’uomo fu certo di gran nobiltà, della quale però
l’ultima impresa ha spazzato fin l’ultimo vestigio, ha distrutto la patria, ed
il suo nome resta esecrato per le età future”. Parlami, figlio. Tu ch’hai
sempre amato i generosi slanci dell’onore, tu ch’hai sempre aspirato ad imitar
gli dèi nella clemenza, a lacerar col tuono l’ampio spazio, come puoi caricare
la tua collera con un fulmine buono appena appena a buttar giù un querciolo...
Perché taci? Credi sia degno d’un animo nobile non saper cancellar dalla
memoria le offese ricevute? (A Virginia) Parla, figlia, parla anche tu, perché
delle tue lacrime lui non si cura. (Al piccolo Marcio) Parla anche tu, piccolo.
Forse la tenera tua fanciullezza più che i nostri argomenti può riuscire a
dargli un briciolo di commozione. Non c’è uomo che debba più di lui a sua
madre, e mi lascia qui a cianciare come una alla gogna... (A Coriolano) Per tua
madre non hai avuto mai in vita tua un tratto di filiale gentilezza; per
lei che, invece, da povera chioccia, incurante d’aver altra covata, t’ha sempre
accompagnato chiocciolando alla guerra, e t’ha ricondotto a casa felicemente e
carico d’onori. Di’ che la mia richiesta non è giusta e respingimi pure con
disprezzo; ma se tale non è, non sei onesto, e gli dèi ti faranno ripagare
questo tuo rifiutare l’obbedienza che spetta di diritto ad una madre...
(Coriolano guarda da un’altra parte) Ah, volge il viso altrove!... Donne, giù!
(S’inginocchia, e gli altri la imitano) Ci veda inginocchiati, e si vergogni!
Al soprannome suo di Coriolano meglio s’addice la boria proterva che la pietà
per le nostre preghiere. Giù, sia finita, per l’ultima volta! Poi torneremo a
Roma, e moriremo coi nostri vicini. No, no, devi guardarci! Questo bimbo, che
non sa profferir ciò che vorrebbe ma s’inginocchia e ti tende le mani con noi,
sostiene la nostra preghiera con più forza di quanto tu ne adoperi nel
respingerla. Via, andiamo via! (Si alzano) Quest’uomo ha avuto per madre una
Volsca, sua moglie sta a Corioli, e suo figlio somiglia a lui per caso. (A
Coriolano) Parla, per dirci almeno “Andate via”! Io, da qui innanzi resterò in
silenzio finché la nostra Roma non sia in fiamme; solo allora dirò qualche
parola. CORIOLANO - (Prendendole la mano, dopo lungo silenzio) Ah, madre, madre
mia che cosa hai fatto!... Guarda, s’aprono i cieli e di lassù irridono gli dèi
a questa scena innaturale! Oh, madre, madre, hai vinto! Una felice vittoria per
Roma; ma per tuo figlio - credilo, ah, credilo! - hai prevalso su lui, ma
esponendolo a un pericolo estremo, se non proprio alla morte. E così sia!
(Ad Aufidio) Aufidio, io non potrò più condurre questa guerra in piena lealtà.
Negozierò perciò una congrua pace. Ma dimmi, buon Aufidio, al posto mio,
avresti dato tu ad una madre minore ascolto? O concesso di meno? AUFIDIO - Sono
commosso anch’io. CORIOLANO - L’avrei giurato! Ché non è poco, Aufidio, che i
miei occhi trasudino pietà. Ma dimmi tu, buon collega, che pace vuoi
concludere. Per parte mia, non resterò a Roma; torno con te a Corioli e ti
prego di darmi il tuo sostegno in questa contingenza. O madre! O moglie!
AUFIDIO - (A parte) Godo a veder che ti sei messo dentro questo conflitto tra
pietà ed onore; ed è proprio su questo che farò rifiorir la mia fortuna.
CORIOLANO - (Alle donne) Subito, sì. Beviamo prima insieme. Ma voi dovete
riportare a Roma miglior testimonianza della cosa che non sian le parole: un
documento dalle due parti rato e sigillato. Venite, dunque, entrate insieme a
noi. Donne, voi meritate a Roma un tempio: tutte le spade che sono in Italia e
i suoi eserciti confederati non avrebbero fatto questa pace. (Escono) SCENA. Roma,
una piazza Entrano MENENIO e SICINIO MENENIO - Lo vedi quello spigolo di pietra
lassù sul Campidoglio? SICINIO - Ebbene, allora? MENENIO - Ebbene allora
se tu col tuo mignolo riesci a smuoverlo, qualche speranza vuol dir che c’è che
le donne di Roma, soprattutto sua madre, lo convincano. Ma io ti dico che non
c’è speranza. Le nostre gole sono condannate, si tratta solo d’aspettare il
boia. SICINIO - Possibile che in così poco tempo possa cambiare l’animo di un
uomo? MENENIO - Tra un bruco e una farfalla ce ne corre; eppure la farfalla è
stata un bruco. Questo Marcio, da uomo ch’era prima s’è tramutato in drago. Ha
messo l’ali. Non è più cosa che striscia per terra. SICINIO - A sua madre era
molto affezionato. MENENIO - Ah, per questo anche a me; ma di sua madre adesso
si ricorda non più che della sua uno stallone partorito da lei ott’anni fa.
Porta sul viso i segni di un’asprezza da far inacidir l’uva matura. Quando
cammina par né più e né meno che stia muovendosi una catapulta: la terra si
raggrinza al suo passare. Ha uno sguardo che fora le corazze, parla rintocchi
di campana a morto, e borbotta come una sparatoria. A vederlo seduto sul suo
scanno pare la statua d’Alessandro Magno. Se dà un ordine, questo è già
eseguito prima ch’abbia finito d’impartirlo. Gli manca solo, per essere un dio,
l’eternità e un cielo in cui regnare. SICINIO - E la pietà, se è vero il tuo
ritratto. MENENIO - Io lo dipingo per quello che è. Vedrai quanta pietà saprà
ottenere da lui sua madre. Ce n’è meno in lui pietà, che latte in una tigre
maschio. Se ne avvedrà questa povera Roma. SICINIO - N’abbian gli dèi
misericordia! MENENIO - No, in questo caso gli dèi non ne avranno! Non avemmo
per loro alcun rispetto quando l’abbiam cacciato e messo al bando; ora
che torna a fracassarci il collo, non possiamo dagli dèi rispetto. Entra un
MESSO MESSO - (A Sicinio) Se vuoi salva la vita, corri a casa, i plebei hanno
preso il tuo collega e lo trascinano di su e di giù, giurando in coro che se le
matrone non dovessero riportare a casa qualcosa che dia loro alcun conforto, lo
linceranno, lo faranno a pezzi. Entra un SECONDO MESSO SICINIO - Notizie?
SECONDO MESSO - Buone! Buone! Le matrone ce l’hanno fatta: i Volsci hanno
sloggiato e Marcio è andato via. Roma non salutò più fausto giorno, nemmeno
alla cacciata dei Tarquinii. SICINIO - Amico, sei sicuro che sia vero? Proprio
sicuro? SECONDO MESSO - Come il sole è fuoco. Ma tu dove sei stato fino ad ora
che non ci credi? Mai un fiume in piena irruppe sotto l’arcata d’un ponte, con
l’impeto con cui s’è riversata tutta la gente, ormai rassicurata, attraverso le
porte. Ecco, li senti? (Frastuono all’interno di trombe, oboi, tamburi, voci,
alla rinfusa) Trombe, sambuche, pifferi, salterii, cimbali, tamburelli(200), e
tutta Roma urla da far ballare il sole. Senti? (Grida di gioia all’interno)
MENENIO - Splendido! Vado incontro alle matrone. Questa Volumnia vale, solo
lei, tanti consoli, senatori, nobili da popolare un’intera città; tribuni come
te, poi, ce ne vogliono, appetto a lei, un mare, un continente. Oggi dovete aver
pregato bene: stamattina non avrei dato un soldo per diecimila delle
vostre teste. Senti come si sgolano di gioia! (Altre voci e grida all’interno)
SICINIO - (Al Messo) Prima, ti benedicano gli dèi per la bella notizia che hai
portato; e poi accetta i miei ringraziamenti. SECONDO MESSO - Tribuno, qui di
far ringraziamenti abbiamo tutti abbondanti ragioni. SICINIO - Son presso la
città? SECONDO MESSO - Quasi alle porte. SICINIO - Allora andiamo tutti loro
incontro, ad accrescer la gioia della festa. (Escono) SCENA V - Strada presso
la porta della città Entrano, attraversando la scena, due SENATORI con
VOLUMNIA, VIRGINIA, VALERIA, il PICCOLO MARCIO, seguiti da altri PRIMO SENATORE
- Ecco, guardate, la nostra patrona, la salvezza di Roma! Chiamate ad adunata
le tribù, innalzate agli dèi ringraziamenti, ed accendete fuochi trionfali!
Spargete fiori sul loro cammino, e cancellate con gioiose grida il clamore che
mise al bando Marcio; richiamatelo dando il benvenuto a sua madre, gridando
tutti in coro: “Benvenute, matrone, benvenute!”. TUTTI - Benvenute, matrone,
benvenute! (Fanfara con trombe e tamburi. Escono tutti) SCENA Corioli, una
piazza Entra TULLO AUFIDIO con seguito AUFIDIO - Andate ad annunciare ai
senatori ch’io sono qui a Corioli, e consegnate loro questa carta. La
leggano e poi vadano nel Foro dove dinanzi a loro e a tutto il popolo io
fornirò le prove di tutto quanto v’han trovato scritto. L’uomo che in essa
accuso a quest’ora si trova già in città e intende presentarsi avanti al popolo
nella speranza che con un discorso riesca a scagionarsi. Fate presto. (Escono
alcuni del seguito) Entrano alcuni CONGIURATI del partito di Aufidio Benvenuti!
1° CONGIURATO - Stai bene, generale? AUFIDIO - Come uno ch’è rimasto avvelenato
dalle proprie elemosine ed ucciso dalla sua stessa generosità. 2° CONGIURATO -
Aufidio nobilissimo, se ancora sei dello stesso proposito del quale ci hai
voluto tuoi partecipi, noi siamo pronti a sbarazzarti subito di questo gran
pericolo. AUFIDIO - Non so che dirti. Bisognerà agire come troviamo gli umori
del popolo. 3° CONGIURATO - Il popolo non si saprà decidere, finché duri il
contrasto fra voi due; ma una volta caduto l’uno o l’altro, sarà tutto per
quello che rimane. AUFIDIO - Lo so, e il mio pretesto per colpirlo è basato su
solidi argomenti. Io l’ho fatto salire, ed ho impegnato sulla sua lealtà
l’onore mio; ma, giunto così in alto, egli ha innaffiato i suoi nuovi germogli
con la rugiada dell’adulazione, seducendomi tutte le amicizie. Ed a questo ha
piegato la sua indole, mai conosciuta prima altro che rude, indomabile, chiusa,
indipendente. 3° CONGIURATO - Già, quella sua proterva ostinazione,
quando concorse per il consolato che perdette per non voler piegarsi... AUFIDIO
- Stavo per dirlo. Bandito per questo, venne a cercar rifugio a casa mia,
presentando la gola al mio coltello. Io l’accolsi, lo feci mio collega nel
comando, gli detti aperta via a soddisfare ogni suo desiderio; anzi, gli feci
sceglier da lui stesso tra le mie file gli uomini migliori per meglio perseguire
i suoi disegni; mi misi io stesso a sua disposizione e l’ho aiutato a mieter
quella fama che ha finito per fare tutta sua, al punto da sentirmi io stesso
fiero di recare a me stesso questo torto. Ho fatto fino all’ultimo la parte
d’un umile e modesto suo seguace, e non già quella d’un suo pari grado, ed egli
me l’ha sempre ripagato con ostentata altera sufficienza, manco se fossi stato
un mercenario... 1° CONGIURATO - È vero, generale; la truppa n’è rimasta
sbalordita. E infine, quando aveva in mano Roma e ci arrideva a tutti un gran
bottino, oltre alla gloria... AUFIDIO - Questo è proprio il punto su cui
concentrerò contro di lui tutte le fibre; il sangue ed il sudore che ci è
costata questa grande impresa egli li ha bassamente barattati per quattro
lagrimucce di donnette, che non valgono più delle bugie. Perciò deve morire, ed
io risorgerò dal suo tramonto. Ma eccolo, sentite queste grida? (Tamburi e
trombe da dentro, fra grida di popolo) 1° CONGIURATO - Tu sei entrato nella tua
città come un qualsiasi comune corriere: nessuno t’aspettava a salutarti; ed
ecco che lui torna, e il lor clamore spacca l’arco del cielo! 2° CONGIURATO - E
questi idioti avvezzi a ogni sopruso ai quali lui ha massacrato i figli
si spellano i lor vili gargarozzi ad osannarlo. 3° CONGIURATO - Tu, al momento
giusto, prima che parli e che commuova il popolo, fagli sentir la lama della
spada, noi ti daremo mano. Lui caduto, racconta lor la storia a modo tuo: avrai
così seppellito per sempre le sue ragioni insieme al suo cadavere. AUFIDIO -
Silenzio, i senatori. Entrano i SENATORI della città TUTTI I SENATORI - (Ad
Aufidio) Un caldissimo bentornato a casa! AUFIDIO - Non lo merito... Nobili
signori avete letto bene quanto ho scritto? TUTTI I SENATORI - Sì, certo. PRIMO
SENATORE - E con non poco dispiacere. Perché quali che fossero le colpe da lui
commesse prima di quest’ultima avrebbero trovato, a mio giudizio, facile
ammenda; ma finire là dove avrebbe dovuto cominciare, gettando via l’indubbio
beneficio d’avere nelle mani il nostro esercito con le spese di guerra a nostro
carico, e stipulando un trattato di pace con un nemico che s’era già arreso...
tutto questo non può presso di noi trovare alcuna giustificazione. AUFIDIO - È
qui che viene. Potete ascoltarlo. Entra CORIOLANO, alla testa di soldati in
marcia, con tamburi e vessilli; dietro una folla di popolo CORIOLANO - Salute a
voi, signori! Ritorno a voi come vostro soldato, non più preso d’amor per la
mia patria di quando son partito; e sempre sottomesso ed ossequiente alla
vostra suprema autorità. Sappiate che ho condotto questa impresa con successo,
e guidato i vostri eserciti attraverso passaggi sanguinosi fino davanti
alle porte di Roma. Il bottino che abbiamo riportato può compensare per almeno
un terzo la spesa sostenuta per la guerra. Abbiam fatto una pace altrettanto
onorevole pei Volsci quanto disonorevole per Roma; e qui vi consegniamo il
documento col testo del trattato stipulato, sottoscritto da consoli e patrizi,
munito del sigillo del Senato. AUFIDIO - Non leggetelo, nobili signori! Dite
piuttosto a questo traditore ch’egli ha abusato fuor d’ogni misura dei poteri
che voi gli avete dato. CORIOLANO - Io, traditore? AUFIDIO - Sì, tu, Marcio!
CORIOLANO - Marcio... AUFIDIO - Sì Marcio, Marcio, dico: Caio Marcio! O credi
forse ch’io ti faccia bello chiamandoti col tuo nome rubato, Coriolano, a
Corioli?... Senatori, voi che sedete a capo dello Stato, costui s’è comportato
con perfidia da traditore della vostra causa ed ha ceduto la vostra città, sì,
dico, Roma, ch’era già vostra, per poche goccioline d’acqua salsa, alla madre e
alla moglie, stracciando via giuramenti e propositi come una stringa di seta
tarlata, senza curarsi mai di convocare un consiglio di guerra. Così alle
lacrime della sua balia, egli, tra molti gemiti e guaiti ha dato ai cani la
nostra vittoria, sì da far arrossire di vergogna perfino le ramazze
dell’esercito(203) e costringere gli uomini di tempra a guardarsi in silenzio,
sbalorditi. CORIOLANO - O Marte, ascolti? AUFIDIO - Non lo nominare quel dio,
piagnucoloso ragazzotto! CORIOLANO - Eh?... AUFIDIO - Non sei altro!
CORIOLANO - Sfacciato bugiardo! Vil carogna, mi fai scoppiare il cuore!
“Piagnucoloso ragazzotto”, a me! Signori, perdonatemi, questa è la prima volta
in vita mia che mi vedo costretto ad insultare. Questo cane, signori venerandi,
sarà smentito dal vostro giudizio; e tutto quanto potrà dir di me - lui, che
porta stampati nella carne i segni dei miei colpi, lui, che deve portarsi nella
tomba le cicatrici delle mie batoste - dovrà unirsi alla vostra verità per ricacciargli
in gola la menzogna. 1° SENATORE - Calmatevi, voi due, ed ascoltatemi.
CORIOLANO - Volsci, fatemi a pezzi! Grandi e piccini, uomini e ragazzi,
intingete le lame nel mio sangue! “Ragazzotto”!... A me! Cane bastardo! Se
nelle cronache in vostro possesso c’è scritto il vero, ci dev’esser scritto
ch’io, come un’aquila in un colombaio, ho seminato tra i vostri, a Corioli, il
putiferio. E l’ho fatto da solo! “Piagnucoloso ragazzotto”... Eh?! AUFIDIO - E
voi, nobili padri, permettete a questo maledetto fanfarone di richiamare alla
vostra memoria, innanzi agli occhi vostri, ai vostri orecchi, quello che fu un
suo colpo di fortuna, e la vostra vergogna? TUTTI I COSPIRATORI - E per ciò,
muoia! TUTTI I POPOLANI - Sì, facciamolo subito! Linciamolo! A me ha ucciso un
figlio! A me una figlia! A me il cugino Marco! A me mio padre! 2° SENATORE -
Calma, oh! Niente violenze! Calma! È un uomo di valore, ed il suo nome
abbraccia tutto l’orbe della terra. Il suo colpevole comportamento in questa
guerra sarà giudicato secondo legge. Aufidio, tu non muoverti, e non turbare la
pubblica quiete. CORIOLANO - Ah, se potessi usar contro di lui, contro sei
altri Aufidi ed anche più, e tutta la sua razza, questa spada! La farei io la
legge! AUFIDIO - Insolente canaglia! (A questo punto, d’improvviso i
cospiratori traggono le spade e uccidono Coriolano, che crolla a terra. Aufidio
gli mette un piede sopra) I COSPIRATORI - Ammazza! Ammazza! Ammazza! Ammazza!
Ammazza! I SENATORI - Fermi! Fermi! Fermatevi! Fermatevi! AUFIDIO - Ascoltatemi,
nobili signori! 1° SENATORE - Ah, Tullo, cos’hai fatto! 2° SENATORE - Tullo, ti
sei macchiato di un’azione sulla quale il valore piangerà. 3° SENATORE - Togli
quel piede da sopra il suo corpo! E voi tutti, silenzio! Via le spade! AUFIDIO
- Signori, quando avrete conosciuto (ora non lo potete certamente, nello
scompiglio da lui provocato) qual pericolo fosse per voi tutti quest’uomo, vi
dovrete rallegrare che sia stato così eliminato. Piaccia alle vostre signorie
onorevoli di convocarmi davanti al Senato: mi metterò, da fedel servitore, alla
mercé della vostra giustizia, accetterò la più grave condanna. 1° SENATORE -
Portate via il cadavere. Si prepari per lui un funerale con la solennità
che si conviene ad onorare la salma più nobile che mai araldo accompagnò alla
tomba. 2° SENATORE - L’irruenza di lui libera Aufidio da gran parte di colpa.
Ora ciascuno faccia tesoro di quel che è successo. AUFIDIO - La mia collera è,
ora, tutta spenta, mi sento sol pervaso da tristezza. Solleviamolo. Diano qua
una mano tre dei soldati di più alto grado. Io sarò il quarto. (Al tamburino)
Tu, batti il tamburo, voi, voltate le picche, punta a terra. Pur se in questa
città molte mogli egli abbia reso vedove e molte madri privato dei figli,
s’abbia da noi la degna sepoltura che spetta a un grande cuore. Su, aiutatemi!
(Escono portando a spalla il corpo di Coriolano, al rullo prolungato del
tamburo). Sapeva, come nessun altro, l’arte di “flatter le peuple” e farsi da
esso benvolere, ricorrendo senza scrupoli ad ogni sorta d’intrighi personali
(Senofonte, “Memorabili”, citato da Romilly in “Alcibiade”, ed. De Fallois,
Parigi, Melchiori, “Shakespeare”, Laterza, Bari “Il préférait l’opportunitè aux
principes” (Romilly, “But they think we are too dear”: frase d’incerta
interpretazione. Qualcuno (D’Agostino) intende: “Ma per loro stiamo bene così
come siamo”, cioè magri. “Ere we become
rakes”: “rake”, era simbolo di magrezza; si diceva “magro come un rastrello”
(“as lean as a rake”). “I need not be
barren of...” letteralm.: “Non c’è bisogno ch’io ne sia sterile...”. Il testo
gioca sull’aggettivo “strong” che con “breath” ha il significato di “bad
smelling”, “fiato che puzza”. “I shall tell you a pretty tale”: qui “pretty” ha
il senso di “properly”, “shaperly formed”, “tagliato al caso”, “ben tagliato”.
(9) Cioè non con la parola ma col gesto delle labbra. (10) Cioè sulle labbra.
“Fore me, this fellow speaks!”: “Parola mia, questo compare ha la lingua
sciolta!” Il primo cittadino fa anche il saputo, e Menenio esprime a se stesso
la propria stizza. “... the cormorant belly”: il cormorano, vorace uccello dei
mari australi, è simbolo dell’insaziabilità (cfr. “Riccardo II” “Light vanity,
insatiate cormorant”). Simile immagine dello stomaco è in Dante, “Inferno”:
“... il tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia”. “... and fit it
is”: “is fit” ha qui valore imperativo di “is duty of...”, “is due to...”; e
“and” ha valore avversativo. “The one side must have the bale”: la frase è
ironica, per intendere che si sa bene chi avrà la peggio. È il gesto di scherno
con cui Menenio chiude il suo apologo. Cominciato in tono amichevole, quasi
sottomesso, questo è venuto man mano crescendo d’enfasi e di efficacia
persuasiva, fino all’invettiva finale di Menenio contro il suo interlocutore
principale, il Primo cittadino, e al sarcasmo per l’esito della sommossa.
L’entrata in scena di Caio Marcio e il tono trionfale con cui Menenio lo saluta
sono il suo magistrale coronamento. “The one affrights you”, letteralm.: “L’una
vi terrorizza”; ma Coriolano è uno d’arme, e nel suo “affrights you” c’è il
disprezzo di chi ha paura di andare a battersi in armi. (17) “Keep you in awe”:
“to keep in awe” è espressione colloquiale per “trattenere qualcuno, se
necessario, con la forza”. In realtà il Senato romano non si riuniva in
Campidoglio, ma nella Curia Hostilia, al Foro, o nella Curia Pompeiana, presso
il teatro di Pompeo, dove fu ucciso Cesare. Ma per Shakespeare il Campidoglio è
il centro politico della Roma antica.
“... as high as I could pick my lance”: “pick”, nell’inglese del ’500
era sinonimo di “throw”, “lanciare (in ogni direzione)”. “Convinti”, cioè, a
desistere dalla sommossa. “What says the
other troop?”: Marcio proviene da un’altra parte della città, dove - come ha
detto prima il Primo cittadino - la plebe è già insorta. Il testo, come spesso
in Shakespeare, ha la frase in astratto: “... da spezzare il cuore alla
generosità”. Così dice Plutarco; in verità, quanti fossero i “tribuni plebis”
nella prima repubblica, non si sa, le fonti si contraddicono. Con certezza si
sa che furono dieci dopo il 448 a.C. Qui, per tutto il dramma, ne compaiono
soltanto due, Bruto e Sicinio. Per Coriolano, rappresentante della classe
guerriera, una guerra è rimedio sicuro per interrompere le lotte interne e,
insieme, togliere di mezzo quello che egli chiama “ammuffito superfluo” (“musty
superfluity”) negli uomini e nelle istituzioni. È il primo tratto, dopo le
sprezzanti invettive alla plebe, che Coriolano fa da se stesso del suo
carattere: orgoglioso, fazioso, intollerante; e il primo accenno alla sua
rivalità con l’altro grande guerriero del dramma, il volsco Aufidio. “.. his
lips and eyes”: boccacce e occhiatacce. La luna come divinità era impersonata
da Diana, la dea della castità muliebre. Marcio, quando s’arrabbia, è sboccato
anche in senso lubrico. “We never yet made doubt but Roma was ready to aswer
us”: letteralm.: “Mai noi finora ponemmo in dubbio che Roma fosse pronta a
risponderci”. Cioè al momento della loro messa in atto. Plutarco - ch’è la
fonte di Shakespeare per questo dramma - così spiega la ragione per cui i
Romani usavano incoronare di fronde di quercia la fronte dell’eroe: “... o
perché riverissero sovra l’altre piante la quercia in onore degli Arcadi... o
perché tosto e in ogni parte i soldati trovavano fronde di quercia... l’albero
sacro a Giove, protettore della città” (“Vita di Coriolano”). La guerra cui
accennava Volumnia è quella contro Tarquinio il Superbo, che tentava di
rientrare a Roma dopo la vittoria del Lago Regillo sui Latini. Questa immagine
nella mente esaltata della madre, che vede il figlio/eroe trascinar nella
polvere, presolo pei capelli, il nemico ucciso, e, più sotto, quella di lui che
schiaccia al nemico abbattuto la testa col ginocchio, si rivelerà un tragico
presagio all’inverso del destino di Marcio. “You were got in fear, though you
were born in Rome”: letteralm.: “Voi siete stati concepiti nella paura, sebbene
siate nati a Roma”.“It more becomes a man than gilt his trophy”: il “trofeo”
era il cumulo delle armi e delle spoglie del nemico vinto, che il vincitore
appendeva ad un albero o ammucchiava sul luogo della battaglia, per offrirlo in
voto di ringraziamento agli dèi: tanto più bello e prezioso se le armi
luccicassero d’oro. Cioè conquistare la città di Corioli assediata. “Amongst
your cloven army”: i Volsci sanno che quello che li assedia è metà
dell’esercito romano, l’altra metà essendo impegnata a respingere il loro,
capitanato da Tullo Aufidio. “Sensibilmente” (“sensibly”) ha qui valore di “con
sensi vivi del tuo essere”, in opposto all’inerte materia della tua spada (cfr.
in Dante, “Inferno”: “Tu dici che di Silvio lo parente / Corruttibile ancora,
ad immortale / Secolo andò e fu sensibilmente”). “A carbuncle entire”: “entire”
è qui nel suo significato di “perfect”, e la perfezione di un diamante si
giudica dalla sua luce. In verità, Catone è vissuto 250 anni dopo Coriolano; ma
Shakespeare segue pedissequamente Plutarco, e non si cura degli anacronismi.
Questa didascalia, che figura in molte fonti, lascia intendere, se ce ne fosse
bisogno, che il corso dell’azione scenica ha saltato quel che è successo a
Marcio dopo che è rimasto chiuso da solo in Corioli. Lo si saprà dall’elogio
che gli farà più sotto Cominio. “their honours”: si accetta la lezione
“honours” dell’“Oxford Shakespeare”, in luogo di quella “... their hours”
dell’Alexander (la cui traduzione sarebbe: “Un’ora di battaglia per
costoro...”). “A craked drachma”: le monete crepate hanno un suono
fasullo e non valgono più. Ma la dracma era moneta greca. È un’altra prova che
Shakespeare copia acriticamente il greco Plutarco. Il boia aveva il diritto di
appropriarsi dei vestiti del condannato da lui giustiziato. “The general” è,
s’intende, Aufidio, che si sta battendo con Cominio, a meno di un miglio e
mezzo di distanza, come ha annunciato prima il Messaggero. La traduzione
letterale di queste parole di Cominio sarebbe: “Non distingue il pastore il
tuono da un tamburo/ più di quanto io distingua il suono della voce di Marcio
da quello di qualsiasi altra”. Cioè:
“Arrivi tardi, se sei ferito (se fossi venuto prima non lo saresti stato). Ma
se quello che hai addosso è sangue nemico, non sei affatto in ritardo”. “O me alone, make you a sword of me”: è uno
dei versi più discussi del dramma. La lezione è incerta. C’è chi lo fa seguire
da un punto interrogativo (“Oxford Shakespeare”, cit.), come se Marcio dica ai
soldati che lo sollevano in aria: “Povero me, volete fare di me una spada?”;
chi ci mette un esclamativo (è la lezione qui adottata); chi addirittura
(Brockbanck) l’attribuisce ai soldati. Secondo noi, Shakespeare fa esclamare
Marcio con l’espressione massima del condottiero che incita i suoi alla
battaglia: “Di me solo, fate la vostra spada!”; che è, tra le altre lezioni,
anche la più poetica. “... dispatch
those centuries to our aid”: quali centurie intenda Larzio, non si capisce;
forse egli accompagna la frase con un gesto ad indicare le truppe rimaste
accampate fuori le mura di Corioli; o forse “quelle” vuol indicare “quelle
sulle quali ci siamo già intesi che ci avreste mandato”. “Fear not out care,
Sir”: letteralm.: “Non aver timori sulla nostra premura, signore”. “Fix thy foot”: letteralm.: “Tienti saldo sui
piedi”, espressione che nel gergo cavalleresco significava: “Sta’ in guardia!”.
“Wert thou Hector/ That was the hip of your bragged progeny”: Aufidio chiama
Ettore “frusta” dei suoi Troiani, dai quali i Romani, da Enea, discendevano, ad
intendere che anche Marcio, come Ettore, è per i suoi esempio di virtù guerriera.
Per i segnali musicali in tutto il teatro shakespeariano, v. la “Nota
preliminare” alla mia traduzione del “Re Lear”. Senso: “Eppure a questo
banchetto (l’orgia di sangue della battaglia) al quale tu sei venuto tardi, tu
non hai mangiato che un boccone, rispetto al grande banchetto che avevi già
fatto (a Corioli)”. Queste battute tra Marcio e Cominio danno un’altra forte
pennellata al ritratto dell’eroe. Cominio - per la cui bocca è Shakespeare che
parla - non crede alla modestia di Marcio: il suo rifiuto d’ogni lode per
l’impresa di Corioli, che gli darà il trionfale soprannome di Coriolano, e di
partecipare in forma privilegiata alla divisione del bottino di guerra è solo
una manifestazione dell’egocentrismo dell’uomo e della sua smisurata superbia.
E Cominio, elegantemente, con moderazione e senza offenderlo, ce lo fa
intendere. “But cannot make my heart consent to take e bribe to pay my sword”:
in quel “bribe” che vale, più che “mancia”, “compenso dato a qualcuno per
corromperlo”, c’è tutto il carattere sdegnoso di Marcio. La didascalia ha “Flourish”,
che è uno dei segnali musicali del teatro shakespeariano. Perché la loro
funzione è quella di strumenti di guerra e non di adulazione. “Let him be made
an ovator for th’ wars”: si accetta la lezione “ovator” in luogo di “ouverture”
di altri testi, perché, pur nella relativa oscurità della frase, sembra la più
pertinente, oltre che la più poetica. “Ovator” è termine creato da Shakespeare
forse in derivazione da “ovate”, derivato a sua volta dal latino “vates”,
“vate”, “bardo”, “profeta”; sì che il senso ci sembra essere: “Sia ormai il
parassita, vestito di morbida seta, e non più il guerriero vestito di duro
ferro, il simbolo della guerra”. Pertanto “him” sarebbe riferito a “parasite”
del verso precedente. Il testo ha semplicemente: “safety”, che non è tanto “con
calma” o “serenamente”, ma “in safety”, “in security” (che giustifica le
manette). “... that Caius Marcius wears this war’s garland”: letteralm.: “...
che Caio Marcio veste la ghirlanda (di trionfatore) di questa guerra”. D’ora in poi, il personaggio sarà indicato col
nome di Coriolano, non più con quello di Caio Marcio. Questo episodio del
prigioniero di Corioli che l’aveva ospitato e del quale egli chiede la
liberazione, ma non ne ricorda il nome, introduce un magistrale tocco
psicologico sulla personalità dell’eroe. L’episodio è in Plutarco, dove però
l’ospitante è “un ricco e onesto cittadino”: in Shakespeare diventa “a poor
man”, senza nome, del quale nel dramma non si saprà più nulla; nemmeno se è
stato liberato. “La magnanimità del condottiero non sa estendersi alla comune
umanità, i poveri non hanno nome e perciò sono dimenticati” (Melchiori,
“Shakespeare” Ripete, con altre parole, il concetto di prima: è sparito in lui
ogni scrupolo d’onore; il suo valore - di cui l’onore è cospicuo componente - è
avvelenato. Aufidio enumera qui tutte le situazioni che, secondo le leggi della
cavalleria medioevale (ma agli anacronismi di Shakespeare siamo abituati)
impedivano di perseguire un avversario: quando dormisse; quando trovasse asilo
in un luogo sacro (“sanctuary”); quando assistesse in un tempio a funzioni
religiose o sacrificali. A Corioli, occupata dai Romani. Questa scena, che
chiude l’atto, chiude anche la serie di avvenimenti incentrati intorno
all’impresa di Corioli, dalla quale Marcio ha tratto il suo soprannome. Il
quadro è ormai completo: alla figura di guerriero violento e perfidamente
machiavellico di Aufidio fa riscontro lo sfrenato orgoglio di Marcio, che
disprezza e insulta la soldataglia romana che pensa più a far bottino
che a combattere, la saggezza politica di Cominio, il comportamento smargiasso
dei notabili volsci che fanno tentare ai loro una sortita sotto gli occhi degli
assedianti. “Will not you go”: è improbabile che il soldato dica ad Aufidio:
“Tu non vieni?”, come intendono molti. Aufidio non può andare in una città
occupata dai Romani, che sarebbe riconosciuto; e il soldato non può non
saperlo. “In what enormity is Martius poor...”: “poor” non ha qui il senso di
“povero”, “privo”, “difettoso”, ma di “contemptible”: altrimenti la frase non
avrebbe senso. “... I mean of us of the right-hand file...”: solo al tempo di
Shakespeare, nelle parate militari, la fila a destra del sovrano era riservata
ai nobili. È uno dei soliti anacronismi shakespeariani. “... for a very little
tief of occasion will rob you of great deal of patience”: letteralm: “...
perché anche un piccolo furtarello d’occasione vi deruba di molta pazienza”.
Senso: “A gente come voi basta il minimo pretesto per farla diventare
sproporzionatamente irascibile e intollerante”. “One that loves a cup of hot
wine”: “hot” sta qui per “generoso”, ma anche, secondo alcuni, proprio per
“caldo”, il vino caldo (che però si diceva “mulled wine”) essendo molto in uso
in Inghilterra al tempo di Shakespeare. Si legga come si vuole. Licurgo, il grande uomo politico greco,
divenuto esempio di saggezza politica. “... I find the ass in compound”:
letteralm: “... trovo l’asino in amalgama”, “un concentrato d’asineria”. Il
testo ha “an orange-wife”, “una venditrice di arance”. Menenio parla qui come
se i tribuni della plebe avessero anche funzioni giurisdizionali; il che non è
storicamente esatto. Plutarco parla di loro come “magistrati”, ma nel senso
classico di persone investite di pubblica carica. “...(you)... set up the bloody flag...”: la
bandiera rossa era la bandiera di guerra, o di resistenza nelle città
assediate, in contrapposto alla bandiera bianca della resa. “... against all patience”: cioè non
curandovi, o a dispetto di quelli che aspettano giustizia. Ma si può anche intendere:
“Contro ogni limite di tolleranza”. Il testo ha: “... the more entangled by
your hearing”, letteralm.: “... tanto più imbrogliata dalla vostra udienza”.
“... such ridiculous subjects as you”: “ridiculous” ha qui il senso di
“risibile”, “da poco”, “insignificante”, non quello di “che fa ridere”. Con
capelli e crini s’usava imbottire cuscini, sellame per cavalcature e anche
palle da tennis. Deucalione è il corrispondente pagano del biblico Noè,
progenitore dell’umanità, dopo Adamo. Il suo mito è che quando Zeus, nell’età
del bronzo, scatenò sulla terra il diluvio per punire gli uomini, Deucalione
costruì un’arca e vi entrò insieme con la moglie Pirra. I due, rimasti gli
unici scampati al diluvio, su consiglio di Temi ripopolarono il mondo, gettando
sassi alle loro spalle all’uscita del tempio della dea: i sassi scagliati da
Deucalione diventarono uomini, donne quelli scagliati da Pirra. Galeno, il
padre della medicina greco-romana, soprannominato “principe dei medici”, autore
di circa 500 trattati. Solo che Galeno è vissuto nel II secolo dopo Cristo,
dunque almeno 600 anni dopo Coriolano! “... is but empiricutic”:
“empiricutique” nell’in-folio è, verosimilmente una deformazione, in chiave
comico- dispregiativa, di “empirical”.
“... and not without his true purchesing”: letteralm.: “... e non senza
che egli l’abbia pagate di tasca sua”. Coriolano ha bisogno di “vere” ferite da
mostrare al popolo, quando ne chiederà il favore per ottenere il consolato.
Perciò s’insiste qui sulla “verità” delle sue ferite. “God save your
worships!”: “God” al singolare è nel testo, e così lo si è tradotto. Ma è
invocazione cristiana. I pagani di Coriolano invocavano gli dèi (“Gods”).
Coriolano aveva partecipato alla cacciata dei Tarquini da Roma (provocata dallo
stupro che Tarquinio Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, aveva fatto a
Lucrezia) e alla instaurazione della Repubblica. Questa battuta di Volumnia,
ritenuta di palese fattura non-shakespeariana, è omessa da molti testi; ma
serve teatralmente a preparare l’ingresso in scena del corteo dei
vincitori. “My gracious silence, hail!”:
questo saluto di Coriolano alla sua sposa contiene una tale carica di poetica
tenerezza, che comunque tradotta diversamente dalla sua lettera, si perderebbe.
Baldini traduce: “Mia tacita sposa”, altri “mia graziosa taciturna”, “mia bella
silenziosa”... ma non è lo stesso! “And
live you yet?”: letteralm.: “E sei ancor vivo?”. Ma in italiano un saluto del
genere è tutt’altro che un saluto. Si scusa con Valeria per non averla vista
prima. “A curse... at very root on’s heart...”: “curse” qui non è
“maledizione”, come intendono molti; il vocabolo, nell’inglese aveva lo stesso
significato di “bane”, termine che esprime tutto ciò che distrugge fisicamente,
fino a far morire; perciò “cancro”. “By faith of men...”: espressione da
intendere non altro che come semplice esclamazione derivata dalla più usata “By
my faith”, che riecheggia il francese “ma foi”. Non credo si possa intendere
“Per la mia fiducia negli uomini” (Baldini e altri), che non sembra avere molto
senso, specie in bocca a Menenio. “Ere in our own house I do shade my head”:
“To shade his own’s head” significa “togliersi alla vista degli altri”, “to
shade” avendo il senso di “screan”, “mask”, “recess”. “The good patricians must
be visited”: qui, come altrove, Shakespeare chiama “patricians” i membri del
Senato. Altro smaccato anacronismo: nella Roma di Coriolano gli occhiali
non esistevano (furono inventati intorno al 1300 dopo Cristo!). “... her richest lockram”: il “lockram” era
un tipo di stoffa che prendeva il nome dall’omonimo villaggio della Britannia,
dove si fabbricava. Qui deve trattarsi di una sciarpa o di una stola, se è
indumento da “appuntarsi al collo” (“pins... about her neck”). I Flàmini (“Flamines”) sono sacerdoti
incaricati del culto di una singola divinità (per opposto a “pontefici”,
sacerdoti del culto di tutti gli dèi). Erano così chiamati perché portavano
attorno al capo scoperto, o intorno al berretto sacerdotale, un filo di lana
(filamen). “... their nicely gawded cheeks”: si segue la lezione “gawded” in
luogo della più corrente “guarded”, perché il termine esprime meglio - come
verosimilmente Shakespeare abbia voluto - la civetteria femminile nella
circostanza. “Gawded” è sinonimo di “gaudy”, “vistoso”, “sgargiante”.
Nell’“Amleto” Polonio raccomanda al figlio Laerte, che va a vivere a Parigi, di
vestire “rich, non gaudy”. Le matrone romane, in verità, non avevano la fobia
del sole che avevano le dame inglesi, e non andavano velate per proteggere il
viso dai raggi solari. Secondo Plutarco (“Vita di Coriolano”) era consuetudine
che un generale romano che aspirasse al consolato dovesse presentarsi al popolo
nel Foro, per chiederne il suffragio, indossando solo la “tunica dell’umiltà”
(“the vesture of humility”), che era normalmente portata dalla povera gente e
dagli schiavi; doveva inoltre mettere in mostra le cicatrici delle ferite
riportate nelle guerre. La tunica era il capo di abbigliamento di uso generale;
ma da sola la portava solo il popolo minuto e gli schiavi: i patrizi la
coprivano con la toga; le matrone con la stola o la “palla”; i cavalieri con
l’“angustus clavus”; i senatori col “laticlavio”. “Most reverend and grave
elders”: “elders” è il corrispondente del latino “patres” con cui si chiamavano
i membri del Senato, ritenuto esser composto tutto di uomini in età venerabile.
“We are convented upon a pleasing treaty”: letteralm.: “Siamo qui convocati per
una piacevole trattativa”. I due tribuni, si noti, si astengono dal nominare
Coriolano: per loro è solo un “aderire a portare a buon esito la discussione su
un ordine del giorno (“the theme of our assembly”)”. “Ti ascoltiamo” non è nel testo. “I had
rather one scratch my head in th’ sun / When alarum were struck...”: senso: “provo
tanta smania di andarmene, per non star qui a sentir esaltare le mie gesta,
quanto non ne proverei nemmeno se dovessi restare neghittoso a farmi
massaggiare il capo da qualcuno, quando fosse squillato sul campo l’allarme di
guerra”. Il che è tutto dire. “I shall lack voice. The deeds of Coriolanus /
Should not be uttered feeby”: letteralm.: “Mi mancherà la voce. Le gesta di
Coriolano non dovrebbero essere scandite da una voce flebile (come la mia)”.
Nella Roma repubblicana il dittatore (“dictator”) era il magistrato investito
dal Senato della suprema autorità civile e militare nei momenti difficili della
nazione; l’incarico cessava col cessare delle condizioni che l’avevano reso
necessario. “... with his Amazonian chin...”, cioè col suo mento ancora
imberbe, da donna. Le Amazzoni erano le donne guerriere della mitologia greca,
e il viso femmineo di Marcio giovinetto è messo in contrasto con le “baffute
labbra” (“bristled lips”) dei nemici che egli batte. Al tempo di Shakespeare le
parti femminili nel teatro erano sostenute da giovinetti imberbi, alle donne
essendo vietato di far parte di compagnie drammatiche. Non così nella Roma di
Coriolano. “... like a planet”: “planet” in senso figurativo indica vagamente
un potere occulto che, come l’influsso d’una maligna stella, s’abbatte
fatalmente su uomini e cose. “He cannot but with measure fit the honours which
we devise him”: “Egli non può che essere adeguato agli onori che intendiamo
decretagli”. “Fit with measure” è appunto “corrispondente”, “adeguato” (a
qualcuno o a qualcosa) secondo il senso biblico di “measure” che include il
concetto di paragone/contraccambio, come nel titolo della commedia “Measure for
Measure”. “... and is content to spend the time to end it”: frase ambigua. L’interpretazione
più comune è: “Usa il tempo senza ambizioni, senza pensar di trarne alcun
vantaggio”. Qualcuno intende “it” come riferito idealmente al precedente
“deeds” e traduce “è contento di spendere il tempo per compierle (le sue
gesta)” (Lodovici). Questo racconto di Cominio ha una funzione fondamentale
nella impalcatura della tragedia; quasi la prosecuzione della parola di
Volumnia nella 3a scena del I atto, a completamento dell’immagine di Coriolano
come forza cieca, per quanto nobile, della natura, alla quale immagine il poeta
opporrà quella dell’uomo debole e indeciso, privo del tutto di senso politico:
contrapposizione che è la ragione e il contrappunto teatrale di tutta la
tragedia. Il candidato che chiedeva la carica di console doveva presentarsi al
Foro, davanti al popolo e chiederne il suffragio. Roma, al tempo di Coriolano,
è una repubblica aristocratica, cioè con il potere nelle mani dei nobili, ma il
voto della plebe, per consuetudine non codificata, è necessario. “... to all
the point of the compass”: “... per tutti i quattro punti della bussola (“compass”)”;...
ma la bussola è stata inventata nel Medioevo! “If it may stand with the
tune of your voices...”: Coriolano gioca sul doppio significato di “voices”,
che vale “voti” ma anche “voci”. S’è cercato di rendere il bisticcio alla
meglio. “... you have been a rod to her
friends”: “rod”, “corda”, “nerbo”, “sferza”, era uno strumento di tortura.
Altro bisticcio del testo inglese sul termine “common”. Il cittadino ha detto:
“You have not indeed loved the common people”, dove “common” riferito a persone
(“people”) ha il senso di “of inferior quality”, “of inferior value”; ma
significa anche “comune”, “popolare”. Coriolano dice il suo amore per il popolo
essere stato nei due sensi. “... and so trouble you no farther”: c’è chi
intende qui: “E così vi tolgo il disturbo”, come se Coriolano stesse per
andarsene; ma sono i due che se ne vanno, mentre Coriolano resta; sarebbe
inoltre difficile, grammaticalmente, non vedere che quel “trouble” è retto dal
precedente “will”. Questo monologo di Coriolano completa il ritratto che
Shakespeare vuol fare dell’eroe; all’orgoglio si aggiunge e contrappone
l’indecisione. Coriolano aborre il popolo, e la consuetudine che costringe a
mendicare da esso il voto, ma alla fine l’accetta, ci si adegua, trovando un
alibi al suo impulso a reagire a tale imposizione nel: “Sono ormai a mezza
strada, meglio proseguire”. Sarà lo stesso conflitto interno a farlo cedere
alle preghiere della madre e della sposa davanti alle mura di Roma. “...
battles thrice six I have seen and heard of”: “Heard of” ha qui valore di
“called to account for”: “Ho visto diciotto (tre volte sei) battaglie e
altrettante volte ne ho riferito”. Il condottiero doveva riferire al Senato
sullo svolgimento del fatto d’arme, come ha fatto Cominio qui per la battaglia
di Corioli. “... have you chose this
man?”: si ricorderà che, come si son detti tra loro gli uscieri del Senato
all’inizio della 2a scena del II atto, i candidati al consolato sono tre.
Secondo una prescrizione d’allora, introdotta con l’istituzione del tribunato
della plebe, il candidato alla carica di console, dopo che avesse ricevuto
l’accettazione da parte del popolo, richiesta nella forma della vestizione
della “tunica dell’umiltà”, doveva ricevere la conferma, con voto formale, dai
“comitia tributa”, l’assemblea, appunto, di cui parla qui Sicinio. Il testo
inglese gioca ancora sul doppio senso di “voices”. Questa genealogia della
“gens” marcia, o marzia, è tratta di peso da Plutarco. Ma poiché Plutarco
nomina questi personaggi senza datarli, Shakespeare mette qui in bocca a Bruto
alcuni anacronismi: Bruto non poteva conoscere tutti i personaggi della “gens”
che nomina, perché a lui posteriori, eccetto il primo, Anco Marzio, re di Roma.
Caio Marcio Rutilio, detto il “Censorino”; Quinto è il Quinto Marcio costruttore
dell’acquedotto dell’acqua detta appunto “marcia”, che è stato pretore. “...
this Triton of the minnows”: si dice “a Triton of or among the minnows” di uno
che appare grande solo grazie all’estrema piccolezza di quelli che gli stanno
intorno. Tritone è il dio marino del mito classico; “minnows” è la minuzzaglia
ittica. Il mitico serpente dalle molte teste che infestava le paludi di Lerna e
le cui teste rinascevano appena tagliate. L’immagine della folla come “mostro
dalle molte teste” è frequente in Shakespeare. “... being but the horn and the
noise o’ th’ monster”: che l’Idra avesse un corno attraverso il quale
diffondere il suo strepito, non sta scritto in nessun luogo, ma l’immagine
serve a Shakespeare per designare il tribuno come “portavoce” del mostro.
Questo discorso di Coriolano sulla distribuzione del grano alla plebe, come la
seguente apostrofe ai senatori, sono tratti quasi di peso dal testo della “Vita
di Coriolano” di Plutarco, nella traduzione inglese del North. È quasi un
secondo monologo dell’eroe, che sbozza ancor meglio la sua immagine di
rappresentante dell’aristocrazia al potere, e getta altra luce sulla lotta
delle due classi, la patrizia e la plebea, nella Roma agli albori della
repubblica. “... by yea and no of
general ignorance...”: “general” è qui da intendere come sinonimo di “common”,
che equivale a “belonging to a given community” (“Oxford International
Dictionary”). “Therefore beseech you /
You that will be less fearful than discreet...”: letteralm.: “Perciò vi
supplico / Voi che volete avere in voi meno timore che discernimento...”;
frase, in italiano, insopportabilmente artificiosa. “... dal corpo dello
Stato...” non è nel testo. “Your dishonour”: “Il vostro disonore”, ma si capisce
che è un disonore imposto dall’esterno a gente onorata. In italiano, “il vostro
disonore” suonerebbe ambiguo. “Has said enough”: intendi: quanto basta a
confermarlo nemico del popolo. “... when what’s not meet, but what must be, was
law...”: letteralm.: “... quando era legge non ciò che era lecito fare, ma ciò
che si doveva fare per imposizione”. Gli Edili erano magistrati con funzioni
amministrative di custodia dei pubblici edifici (“aedes”, donde il nome), oltre
che dei templi, e di organizzazione di pubblici spettacoli. Al tempo di Coriolano
si chiamavano “aediles plebis”, e affiancavano i tribuni nella difesa degli
interessi civili della plebe. Donde il loro intervento qui. Come i tribuni,
erano due e duravano in carica un anno. Successivamente ad essi se ne
aggiunsero due, detti “curuli”, dalla “sedia curule” (“sella curulis”) simbolo
di tutte le magistrature dello Stato; questi potevano essere eletti anche tra i
patrizi. “One time will owe another”: letteralm.: “Un momento sarà debitore
all’altro”. S’è dovuto tradurre a senso. “When it stands against a falling
fabric”: s’è reso “stands” con “pretende di tenere in piedi” e non come
intendono molti, con “s’oppone”, per evitare l’immagine peregrina data dal
“volersi opporre” ad un edificio che sta per crollare. “His nature is too noble for the world”:
“world” ha qui il senso di “interests of the present life” o anche “state of
human affairs” (v. “Oxford International Dictionary”, alla voce). “Where you
should but hunt with modeste warrant”. Senso: “Laddove dovreste esercitare i
vostri poteri con maggior discrezione”. L’immagine è tolta dal linguaggio
venatorio, dove “warrant” era il permesso di esercitare la caccia entro un
certo raggio e in certi periodi dell’anno. Questa battuta è attribuita da
molti, compreso l’autorevole “New Arden”, a Menenio, con il senso d’una
interrogazione che questi rivolge a Sicinio a continuazione del suo traslato
dell’arto infetto: “E se un piede va in cancrena, vuol dire forse che i servizi
resi da esso quand’era sano non si debbano tenere in conto?”; ma m’è sembrato
che la battuta, in bocca a Sicinio, s’attagli meglio al contesto. Il testo ha
“This tiger-footed rage”, “Questo furore dalle zampe di tigre”, ossia violento,
precipitoso e famelico. “Let them pull all about mine ears”: “to pull
(something) about one’s ears” è frase idiomatica usata nel senso di provocare
una pioggia di oggetti sul capo o il crollo di una casa su qualcuno, e simili.
La ruota era uno strumento di tortura: il condannato veniva legato intorno al
suo cerchio e dilaniato dai chiodi che essa incontrava girando. “Wollen vassals”: le robe di lana erano la
veste dei poveri. I ricchi invece vestivano di seta. “Vassal” è “umile
servitore”, col senso di moralmente abbietto. “To buy and sell with groats”:
“da comprare e rivendere a pochi soldi”. Il “groat” (dal latino medioev.
“grossum”, italiano “grosso”) era una moneta di poco valore (circa 1/8 di oncia
d’argento) in circolazione in Inghilterra al tempo di Shakespeare. Era il
“soldino” senza valore per eccellenza (cfr. il titolo del pamphlet di Greene “A
groatsworth of wit bought with a million of repentance”, uno dei rari scritti
dell’epoca in cui si può scorgere un accenno alla persona di Shakespeare). “I
would had you put your power well on / before you had worn it out”: Volumnia
qui paragona la carica di console di suo figlio ad un vestito da indossare
(“put on”) e che egli, prima ancora di indossare, ha ridotto liso (“worn out”).
“Figlio mio” non è nel testo. “Not by your own instruction”: “instruction” è
termine che contiene la nozione di intelletto affinato dall’istruzione -
ispirazione raziocinante - per contrapposto al sentimento (“passion”), ispirato
dal cuore. “Ispirazione” è piuttosto riduttivo, ma non si è trovato termine più
proprio. Queste esclamazioni di Menenio - la prima e la seconda - punteggiano
drammaticamente, come un applauso, la grande “tirata” di Volumnia, che dà
lezione di politica al figlio riecheggiando sorprendentemente MACHIAVELLI (si
veda) (che Shakespeare non risulta conoscesse). Il principe che, per regnare,
deve guadagnarsi il favore del popolo, a costo di essere “gran simulatore e
dissimulatore” (“Il Principe”); l’arte politica che richiede, in chi la
esercita, d’essere ad un tempo leone e volpe, colomba e serpe, sono tra i
massimi insegnamenti del grande Segretario fiorentino. Coriolano, uomo d’arme e
di cuore, quest’arte non possiede; ne è tragico segno la sua domanda: “Che
debbo fare?”, che corona, con l’immagine dell’uomo indeciso e votato ormai al
suo destino, lo scontro verbale dell’eroe “too absolute” con la machiavellica e
volitiva genitrice. Il “cappello in
mano” in segno di ossequio è immagine ed espressione del parlare del tempo di
Shakespeare. I Romani non avevano altro copricapo all’infuori dell’elmo. “Must
I go show them my unbarbed sconce?”. La frase è volutamente ambigua, perché può
anche significare: “Devo andare a mostrar loro la mia fortezza indifesa?”.
Perché “sconce” ha il doppio significato di “testa”, “zucca” e di “fortezza”,
“roccaforte”; e “unbarbed” significa “senza peli”, “senza capelli”, ma anche
“indifesa”. Il significato figurato si attaglia perfettamente al discorso. “I
will not do’t lest I surcease to honour mine own truth”: letteralm.: “Non lo
farò, almeno ch’io non voglia rinunciare ad onorare la mia intima verità”. Il
senso di questa richiesta di Sicinio all’Edile è così spiegato da Plutarco
(“Vita di Coriolano”): “Congregandosi dunque il popolo, tentarono i tribuni con
ogni sforzo in prima che si rendessero i voti non a centurie, ma a tribù,
perché in questo modo la turba vile dei poveri e saccenti, che non tien conto
d’onore, veniva ad aver più forza nei voti, ciascuno porgendo il suo, di quanta
non avessero gli abbienti e conosciuti, che andavano alla guerra”. Le
“centurie” erano le 193 divisioni in cui Servio Tullio aveva ripartito i cittadini
di Roma secondo il censo. “Every feeble rumour”: ogni voce di pericolo (per la
presenza di nemici dall’esterno); si capisce da quel che dice dopo. Le piume dei loro cimieri, s’intende. Di
quale porta si tratti, non si sa. I testi non hanno alcuna didascalia per
questa scena; si capisce, tuttavia, che essa si svolge presso una porta di
Roma. La plebe: Coriolano l’ha chiamata così prima. “... with precepts that would make
invincible...”: il “would” è palesemente riferito alle intenzioni della madre
nel dare al figlio i precetti; il che giustifica, nella traduzione, il
“dovevano”. “Ti ricordi?” non è nel testo. Il testo ha “... with one / that is
umbruised”,“... con uno che non è contuso”, e prosegue la metafora del corpo
(di Cominio) sopraffatto (“too full”) dalle fatiche della guerra. Il testo ha
“Ora che abbiam mostrato il nostro potere” (“Now we have shown our
power”). “Are you mankind?”. C’è chi ha creduto di vedere in questa
battuta di Sicinio una sottile intenzione di equivoco, perché la frase
significherebbe anche “Siete matte?”. Ma il senso di “matto” in “mankind” non
si trova in alcun testo; e del resto la risposta di Volumnia sarebbe diversa,
perché la donna avrebbe capito l’allusione. Giunone è il simbolo dell’ira
femminile vendicativa. Prese parte alla sommossa degli dèi contro lo stesso suo
marito, Zeus (cfr. VIRGILIO (si veda), “Eneide”: “saeve memorem Junonis ob
iram”). “Strange insurrections”: “strange” qui ha il valore di “abnormal”,
“unknown”, “unfamiliar”. “I have deserved no better entertainement / in being
Coriolanus”: “Non m’aspettavo miglior trattamento, essendo Coriolano”; ma mi
pare grammaticalmente errata (“I would have...” sarebbe stato d’obbligo) e
incongrua di senso (il servo non sa di trovarsi di fronte a Coriolano). “Under
the canopy”: “canopy” è il baldacchino sospeso su un trono, un letto, un
altare, tradizionale segno di regalità; ma in senso figurato vale “cielo”,
“firmamento” (il baldacchino del cielo). Coriolano, giocando sul doppio senso,
si attribuisce la regalità. Che cosa sia questa città, nella mente di
Coriolano, è incerto; forse egli allude all’esilio o al campo di battaglia. È
comunque, una figurazione sinistra: l’unico esempio - secondo iBradley - in
tutto il dramma di accostamento della Natura a uno stato d’animo. “Then thou dwells with daws too”. Doppio
senso: “Daw”, “taccola” (uccello della famiglia dei corvacei) è usato
familiarmente anche per “simpleton”, “sciocco”, “scemo”. “Che m’hanno dato a
Roma” non è nel testo inglese. I servi sono introdotti qui quasi in funzione di
coro; le loro battute preparano e, alla fine, commentano, quasi fosse uno
spettacolo, lo “strano” incontro tra Coriolano e Aufidio. Nel loro dialogo
rozzo e ironicamente dissacrante s’avverte la tragica impossibilità di un
accordo tra i due grandi guerrieri, la cui cordialità presente nasconde, in
Aufidio, l’invidia e il sordo quasi inconscio desiderio di rivalsa, e in
Coriolano e nella sua forzata “voglia di servire” il nemico, l’intima debolezza
che lo porterà a cedere alle preghiere della madre e della sposa. “Whilst he’s in directitude”: sta
verosimilmente per “in discredit”. È uno degli “humourous blunders”,
strafalcioni lessicali che Shakespeare si compiace di mettere in bocca ai suoi
personaggi minori, per l’ilarità del pubblico. “The wars for my money”:
l’espressione colloquiale “for my money” in frasi come “this is for my money”
equivale a “this is what I desire”, “this is my choice”, eccetera. “His
remedies are tame”: frase di senso ambiguo, che si può intendere diversamente,
a seconda del senso che si dia a “his”, “i suoi rimedi”, e cioè: “i rimedi che
egli può adottare contro di noi”, oppure “i rimedi che noi abbiamo contro di
lui”: s’è preferita la prima, intendendo “remedies” nella sua accezione di
“means of counteracting an outward evil” (“Oxford Dictionary”), traducendo a
senso. “And affecting one sole throne
without assistance”; letteralm.: “E aspirando ad esser solo in trono senza
collega”. I consoli, nella Roma repubblicana, erano due. “You and your
apron-men”: il grembiule, normalmente di pelle, era, in certo modo, il
distintivo di chi esercitava a Roma un mestiere e che, non essendo né nobile né
cavaliere, apparteneva alla plebe (cfr. “Giulio Cesare”: “Where is thy leather
apron?”). Allusione alla leggenda dei pomi d’oro delle Esperidi che Ercole, per
ordine di Euristeo, andò a rubare nel giardino di quelle, custodito dal drago
Ladone. “... and you’ll look pale before
you find it other”. Senso: “Morirete di vecchiaia, prima di poter dimostrare
che non è vero”. Si capisce che “quelli” (“these”) si riferisce a Cominio e
Menenio testé usciti. “Do they fly to
th’ Roman?”. Qui “fly to” ha piuttosto il significato di “to flee from” che
contiene l’idea di chi fugge da un luogo ad un altro, oppure “sfugge” ad una
certa situazione; ed è l’idea insita nella domanda di Aufidio che vede i suoi
soldati abbandonare sempre in maggior numero le sue file attratti dal fascino
di Coriolano. È l’inizio del voltafaccia di Aufidio e la svolta del dramma.
Tutta la scena sarà lo spiegamento di questo stato d’animo dell’eroe volsco,
che verso Coriolano, poco prima amato ed ammirato, cova un odio mortale. Il suo
colloquio col luogotenente ne farà risaltare il carattere torbido, ambiguo,
tortuoso, teso quasi inconsciamente alla fine dell’avversario, che lo sovrasta.
“... as the grace fore meat...”: è ancora Shakespeare che anacronisticamente
attribuisce ai tempi di Coriolano un uso, come quello della preghiera di
ringraziamento prima e dopo i pasti, tipico della civiltà del suo tempo. La
frase è ambigua, come è oscuro il concetto del passo seguente, quasi
sicuramente guasto. A quale “merito” di Coriolano si riferisca Aufidio non è
chiaro, forse all’unico ch’egli possa apprezzare: quello di aver tradito Roma
per venire da lui. Il testo ha: “A mile before his tent, fall down”: “un miglio
prima della sua tenda, cadete in ginocchio”; a parte l’anacronismo del miglio,
si tratta di un’esagerazione dialettica di Cominio per sottolineare la
colpevolezza dei tribuni.“A noble memory!”: è come se Menenio dicesse:
“Scriveremo sulle vostre tombe, come epitaffio, quando sarete morti: - Fecero
il necessario perché Roma avesse il carbone a buon mercato -”; cioè fosse tutta
ridotta a carbone. “He does sits in gold”. Coriolano che siede su un seggio
d’oro come un trionfatore circonfuso di gloria poco prima della sua tragica
fine: un magistrale espediente del drammaturgo ad accentuare il contrasto delle
tinte del dramma. “And his injury / the gaoler to his pity”: “... e l’ingiuria
(da lui sofferta ad opera dei Romani) a far da carceriere perché non esca da
lui il minimo moto di pietà”. “Thoug it were as virtuous to lie as
to live chastely”: è il solito gioco di doppi sensi sulla parola “lie” che
significa “mentire” e “giacersi” (nel senso sessuale). “Nay, but fellow, fellow...”: la battuta
lascia intendere che Menenio ha visto arrivare Coriolano.“Col tuo superiore”
non è nel testo. È la scena culminante del dramma. Con l’ingresso, in silenzio,
della madre e del figlioletto dell’eroe nella tenda di questi, Shakespeare ha bisogno
di guardare, in un soliloquio che sarà l’ultimo, nell’animo di Coriolano e
scavarne i più intimi sentimenti, suscitati dallo svolgersi fatale dell’azione.
È la lotta dell’eroe contro il suo destino, che lo vedrà ineluttabilmente
perdente. Si confronti questa esclamazione con quella di Antonio nell’“Antonio
e Cleopatra”: “Let home in Tiber melt, and the wide arch/ of the ranged empire
fall...”, che accomunano, nelle due tragedie, la catarsi dell’eroe. Cioè “io ti vedo in una luce diversa da
quando ero a Roma”. È l’ultima espressione di irrigidimento dell’eroe. La
battuta seguente dirà che la piena degli affetti lo ha già vinto. È uno dei
frequenti riferimenti di Shakespeare, uomo di teatro, a immagini del mondo del
teatro. La gelosia di Giunone è proverbiale. Shakespeare la ricorda spesso nei
suoi drammi. “To your corrected son?”:
frase ambigua, che si può intendere “(davanti) al tuo figlio punito (da Roma,
col bando)”, oppure “(davanti) al tuo figlio da te rimproverato”. S’è scelta la
seconda. Diana è la dea protettrice della castità virginale. Il suo tempio a
Roma era stato eretto da Servio Tullio sull’Aventino. Secondo Plutarco, è
Valeria che spinge Volumnia e Virginia a recarsi da Coriolano. Indica Valeria. Così nel testo: “thy wife and
children’s blood”; una evidente distrazione dell’Autore indotta dal fatto che
in Plutarco (“Vita di Coriolano”) i figli di Coriolano sono due, laddove
Shakespeare ha assegnato all’eroe solo il piccolo Marcio. Testo: “... will be dogged with curses”: “...
sarà inseguito da una canea di maledizioni”. Si è creduto di ampliare, nella
traduzione, la bella immagine venatoria. Plutarco, unica fonte di Shakespeare
per questo suo dramma, narra che, tornate a Roma, la madre e la moglie di
Coriolano, insieme a Valeria furono salutate in Senato come salvatrici della
patria e vennero loro offerti dallo stesso Senato onori e ricompense, che esse
rifiutarono, solo chiedendo che fosse eretto un tempio alla “Fortuna
muliebris”, sulla Via Latina. Sparatorie, al tempo di Coriolano, evidentemente,
non ce n’erano, e Menenio non poteva pensare a un siffatto termine di paragone.
È un altro dei frequenti anacronismi del poeta. Alcuni di questi strumenti -
come la sambuca e il salterio - non esistevano al tempo di Coriolano: è un
altro degli scusabili e, per certi versi, suggestivi, anacronismi di
Shakespeare. Plutarco (“Vita di Coriolano”) pone questa scena e tutti gli
eventi che seguono, fino alla morte di Coriolano, ad Anzio, dove l’eroe è
tornato con l’esercito volsco. L’ubicazione della scena a Corioli sembra
tuttavia giustificata dalle parole del 1° Congiurato: “Your native town you
entered”, e da quelle dello stesso Aufidio: “Though this city he hath
widowed...”. Il testo ha “una pace onorevole per Anzio”. “Pages”: il termine
sta ad indicare, spesso in senso spregiativo, qualsiasi persona, di sesso
maschile, addetta a mansioni umili e subordinate; nel gergo militare le
“ramazze” sono gli uomini addetti alle pulizie delle caserme. thou has made my
heart / too great for what contains it...”; letteralm.: “... m’hai fatto
diventare il cuore troppo grosso per quello che lo contiene. Keywords: CORIOLIANO,
ovvero, la filosofia. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferrando” – The
Swimming-Pool Library. Guido Ferrando. Ferrando
Luigi Speranza --
Grice e Ferranti: implicatura conversazionale, ragione, deutero-Esperanto – e
lingua universale – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma. Collo pseudonimo
d’“ingegnere Filopanton,” presenta il “simplo,” ispirato al progetto di PEANO
(si veda), nel saggio “SIMPLO INTERNATIONALE LINGO: CONTRIBUTO AL STUDIOS DIL
INTER-NATIONE LINGO PEM SIMPLIGITE FONETICE-GRAFICE SISTEMO”. Lo scopo è quello
di creare un SISTEMA in grado di rendere l'apprendimento della lingua internazionale
facile e veloce, tramite l'abolizione delle desinenze, dei suffissi e dei
prefissi e un rapporto intuitivo tra idea e parola. Per F., idee tra loro
collegate devono essere espresse da parole tra loro simili; per esempio, aventi
la stessa radice. Keywords: system, sistemo, lingua, lingo. Refs.: Grice e
Ferranti” Mario Ferranti. Ferranti.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Ferrari: implicatura conversazionale e ragione nella
lingua universale – la scuola di Modena – filosofia modenese – filosofia
emiliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Modena). Filosofo modenese. Filosofo emiliano. Filosofo
italiano. Modena, Emilia-Romagna. Insegna etica. Sotto lo pseudonimo di
Callicrate Aletiano, F. pubblica “Mono-glottica: considerazioni
storico-critiche e FILOSOFICHE intorno alla ricerca d’una lingua universale,”
Vincenzi, Modena, -- un contributo rilevante per la discussione intorno alla
lingua universale, con le proprie considerazioni in materia, dedicando il
saggio a un certo Aristodemo Euganeo. “Callicrate” ricalca il nome di un
architetto della Grecia antica; Aletiano riconduce alla parola greca per
'rivelazione', 'verità'. Allora F. si configura come l'architetto – cf. Grice,
engineer -- di un sistema linguistico che rispecchi la verità delle cose, che
si rifà direttamente alle idee. Aristodemo invece è una figura della mitologia
greca che sacrifica la propria figlia in nome della vittoria sulla città di
Sparta; Euganeo deve essere ricondotto alle origini del dedicatario. Il modus di
F. è del tutto simile a quello di SOAVE
(si veda). Dopo una disamina del tipo d’alfabeto
utilizzato dagl’italiani, F. dichiara che le tradizionali disformità della lingua
e della scrittura accumularono ostacoli d'ogni sorta alle scambievoli
comunicazioni delle genti, ed alla diffusione della generale socievolezza e
coltura, arrivando perfino ad essere causa di incomprensioni sì grandi da
condurre i popoli alla guerra, giacché: diversitas linguarum hominem alienat ab
homine (AGOSTINO, De Civitate Dei, Venezia, Albizziano). Conscio degli studi
dei suoi predecessori, tra cui nomina anche gl’italiani CESAROTTI (si veda),
CERUTI (si veda), e SOAVE (si veda), F. espone e passa in rassegna i progetti,
esprimendo elogi e rimproveri per
ciascun sistema. F. propone un indice dei sezioni che formano il nuovo saggio
di studi e di proposte riguardanti l'istituzione di una lingua universale --di
cui “Monoglottica” è un mero riassunto. In
nota, riporta: Premessi alcuni principi generali, seguiti da alquante
norme direttive, lo schema espone l'alfabeto universale, che, da poche
modificazioni in fuori, s'identifica con quello della favella aria italiana. Il
comune alfabeto vocale ipotizzato da F. comprende le V vocali a, e, i, o, u
poiché esse formano il sostrato primitivo ed essenziale de’varii sistemi FONETICI
– FONEMICI – cf. Grice, disctinctive features -- di tutti i popoli da lui
considerati. Per quanto riguarda le consonanti esse sono «b, c, d, f, g, h, j,
k, 1, m, n, q, r, s, tv, w, X, y, z» e a ciascuna di esse è associato un suono
e uno soltanto. Graficamente esso deve essere latino -- quel che l'autore
intende è che la lingua non può essere simile a una lingua romanza come
l’italiano --, poiché il meno appuntabile rispetto agl’altri, e corredato delle
note tipografiche. La lingua proposta è - moderatamente - flettente e
combinante, a stregua però di una calcolata ECONOMIA (cf. Grice, efficiency,
cooperative efficiency), nello svolgimento del VERBO. Valendosi rispetto al
NOME (e predicato – ‘shaggy’) --, a forma delle lingue analitiche, dell’ARTICOLO
DETERMINATIVO. Salvo il differenziare con minima flessione la desinenza plurale
dalla singolare – “irrelevant in logic” (Grice): “(Ex): “Some, at least one”.
Per questo è evitata quanto più la FLESSIONE, la derivazion, l’agglutinamento e
l'uso dell’accento non giustificato d’una reale esigenza. La lingua oxoniense in
discorso non è ideografica, siccome quella concepita da Delgarno e da Wilkins,
né semi-algebrica, come la caratteristica leibniziana, né tampoco tachigrafica
o stenografica a mo’della pasigrafia di Taylor. È puramente alfabetica, e
costituita con una base e un processo grammaticale, epperò con opportuno
corredo dell’ARTICOLO (“the,” “a”) e il pronome (“I am hearing a sound”), della
congiunzione (“and” – but cf. ‘or’ and ‘if’), la preposizione (cf. Grice on
‘to’ and ‘between’) ell’avverbo (cf. ‘not’). Essa discerne due generi nominali,
l'uno maschile o concreto, l'altro femminile o astratto, lo che giova non meno
alla perspicuità che all'armonica varietà del favellare. Adotta sei verbi di
uso frequentissimo, come primi ed AUSILIARI (cf. Grice, “Actions and Events” on
‘do’), semplificandone le forme e gli svolgimenti, e rilevandone le funzioni
rispetto agli altri verbi. Con somma parsimonia si vale dell'applicazione di
lettere vocali e delle consonanti a denotare maniere e rapporti di senso
nominale e verbale; tenendosi lungi anzichenò, dal sistema gallico d’OCHANDO.
Segue un procedimento metodico per l’evoluzione delle parole primitive e
radicali, allo scopo di ritrarre le molte parvenze e trapassi nell'esplicazione
delle idee fondamentali. Poscia sono stabilite le norme relative alla SINTASSI,
ed il regime sì diretto, che indiretto. Infine si traccia il disegno
costitutivo della lessicografia. L'autore cura soprammodo, in tutte le parti
dello schema, la semplicità, il collegamento e la regolarità, che debbono esser
le doti primarie e congenite della lingua universale, perchè puo ella riescire
perspicua, gradita, e mirabile per
esattezza ed energia. La lingua di F. deve anch'essa essere esente di sinonimi,
neologismi, solecismi, irregolarità, e deve piuttosto fare ampio uso
dell'analogia, che quindi deve essere assurta a regola; tanto che F. sostiene «l'analogia è un
giorno, quando che sia questo per ispuntare, l'oracolo e la salvaguardia della lingua
universale, deve essere attuato un procedimento di logo=genesi, per il quale il
suono ESPRIMENTE (SEGNANTE) un'idea o proposizione semplice deve in qualche
modo essere presente anche in qualunque suono che compone la parole da esso
derivate. La SINTASSI deve seguire quanto più l'ordine logico dei pensieri. Keywords:
lingua universale, Deutero-Esperanto. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferrari”,
pel Gruppo di Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza. Gaetano
Ferrari. Ferrari.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Ferrari: la ragione conversazionale e FILOSOFIA della
RIVOLVZIONE – la scuola di Milano – filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Milano). Filosofo
italiano. Grice:
Ferrari is important in at least two fronts: as a philosopher, he promotes what
has been called a critical illuminism
and who but an Italian philosopher can have as a claim to fame a
treatise on the philosophy of revolution? The second front is my proof of the
latitudinal unity of philosophy; for Ferrari counts as the best interpreters,
with his La strana sorte di Vico, of Vico! My pupil at Oxford my first one, actually Flew, once called Humpty Dumpty an
anarchist semantic anarchism, he called
it. But he was wrong. Humpty Dumpty
cannot mean that by uttering Impenetrability, Alice will know that he means
that a change of topic is required! Essential Italian philosopher. Federalista, repubblicano, di
posizioni democratiche e socialiste, fu deputato della Sinistra nel Parlamento
italiano per sei legislature e senatore del Regno. Nato da una famiglia
borghese il padre era medico -- dopo la morte dei suoi genitori pot godere di
una rendita grazie alla quale visse senza particolari problemi economici. Fece
i suoi stud nel ginnasio S. Alessandro, fu poi alunno dell'Almo Collegio
Borromeo. Si laurea a Pavia. Fu per pi interessato dalla filosofia, che coltiv
nel cerchio di Romagnosi. Giunto a posizioni irreligiose e scettiche, nutre per
la cultura filosofica, storica e politica francese un'ammirazione che lo porta
a Parigi. Si laurea in filosofia alla Sorbona, con Sullerrore, ossia, De
religiosis Campanellae opinionibus. Nella prima parte presenta positivamente la
filosofia di Campanella. Nella seconda parte giunge ad una conclusione scettica
a proposito dei giudiz. Un giudizio infatti non consente di giungere alla verit
oggettiva. Grice:
The problem with Ferraris analysis is etymological. For the Romans, indeed the
Indo-Europeans cf. German irren --, to
err was to wander FROM THE TRUTH. Its a metaphor, a figure of speech. Un giudizio indissolubilmente intrecciato a questo che
Ferrari chiama un errore. F. define un errore come un vero un vero relativo, non assoluto. Similarmente,
il vero e un errore relativo giudizio
vero relativo al soggetto errore
intersoggetivo. -una vero relativo. Speaking of relative/absolute allows
you to avoid objective and subjective, but we do want to use subjective and
inter-subjective. An error can still be inter-subjective, for Ferrari, un vero
relativo a S1-S2. Introdotto nei circoli
intellettuali di Parigi da lettere di presentazione di Peyron e Valerio (due
allievi piemontesi di Cattaneo) e di Ballanche, Ferrari frequenta Cousin,
Thierry, Fauriel, Michelet e Quinet, come pure gli che si riunivano nel Palazzo
Belgiojoso. Insegna a Rochefort-sur-mer e Strasburgo dove, attaccato da Roma
per le affermazioni irreligiose e scettiche espresse nel suo corso sulla
filosofia del Rinascimento e per la sua presentazione favorevole della Riforma
luterana, fu anche accusato di insegnare dottrine atee e socialiste e sospeso
dall'insegnamento, e, bench avesse ottenuto la cittazidanza francese e il
titolo di "professore di filosofia che lo abilita ad insegnare non fu pi
reintegrato nell'insegnamento, poich la raccomandazione di Quinet per una sua
nomina a professor al Collge de France, bench accettata dalla Facolt, fu
rifiutata dal ministero dell'Educazione. L'allontanamento di Strasburgo fu
all'origine del suo rapporto con Proudhon che, avendo appreso il "caso F."
dalla stampa, s'interess a lui e ai suoi scritti e dette inizio ad un'amicizia.
Ferrari fu tra gli avversari repubblicani della monarchia orleanista, con
Schoelcher. Durante il sollevamento delle cinque giornate di Milano contro il
governo austriaco fu accanto a Cattaneo ma, deluso dai risultati della
rivoluzione, fece rientro in Francia, dove fece un altro tentativo infruttuoso
(per l'opposizione di Cousin) di ottenere una cattedra a Strasburgo. Insegna
filosofia a Bourges. Divenne il colpo di Stato che mise fine alla repubblica e
porta al trono Napoleone III.Ricercato come repubblicano, si rifugia Bruxelles. Ritorna definitivamente a Milano
per partecipare alle vicende che porteranno all'unificazione e alla nascita
dello stato italiano. Fu eletto deputato al Parlamento del Regno di Sardegna
nel collegio di Luino (elezioni suppletive), confermato nelle elezioni (eletto
in secondo scrutinio nello stesso collegio di Luino, nel frattempo allargato a
Gavirate). Sedette ala Camera dei deputati sui banchi della sinistra per sei
legislature. Fu pure eletto nel primo collegio di Como, ma si mantenne fedele
ai suoi primi elettori. Il suo programma politico pu essere riassunto nella
formula: "irreligione e legge agraria", cio lotta contro Roma e il
clericalismo e riforma della propriet terriera dei latifondi, con la
distribuzione di terre coltivabili ai contadini. Roma e i proprietari terrieri,
sostenendosi a vicenda sono i nemici naturali delluguaglianza. Per quel che
concerne la forma dello stato italiano, F. domandava una costituzione federale,
con un esercito, delle finanze e delle leggi federali comuni, ma anche con la
pi ampia de-centralizzazione amministrativa possibile. Dopo essersi recato sul
posto, scrisse una relazione parlamentare sul Massacro di Pontelandolfo e
Casalduni. Fu nominato dal re Cavaliere Ufficiale dell'Ordine dei Santi
Maurizio e Lazzaro, e rimanda immediatamente il decreto di nomina al ministro
della Pubblica Istruzione, che glielo aveva inviato. Ma la nomina era
irrevocabile, essendo stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale. Nominato
professore di filosofia a Milano, bench non ci fosse a quel tempo nessuna
indennit parlamentare e i parlamentari non godessero di nessun beneficio,
rinuncia allo stipendio per poter rimanere in Parlamento pur continuando a insegnare.
Prese posizione in sede di discussione sull'intitolazione degli atti del
governo, contro la denominazione di secondo, e non primo re d'Italia, assunta
da Vittorio Emanuele, a pi riprese contro uno stato unitario, in favore di una
costituzione federale e dell'autonomia delle regioni, in particolare del
Mezzogiorno. Nonostante riconoscesse nell'articolo che l'unit italiana non
esiste che nelle regioni della filosofia. In una regione astratta come e la
filosofia, non si trova un popolo, non si posse reclutare un esercito, non si
pu organizzare nessun governo. Esprime l'auspicio che l'Unit Italiana si
potesse prima o poi realizzare. LItalia tutta deve domandare alla libert. La
liberta non ha leggi, n costumi politici, essa non appartiene a se medesima;
essa non n una n confederata; essa non
progredir se non col cominciare a chiedere costituzioni, poi la confederazione,
indi la guerra, da ultimo lUnit, se la fatalit lo permette. Nel Parlamento di
Torino sconfessa queste sue parole dicendo. Io non muto d'avviso. Sono stato
avversario dell'unit italiana. Credo lunita tragica nell'azione sua, destinata
a creare immemorabili martirii e crudelissimi disinganni, bench necessaria come
gli scandali alla storia, come i sacrifizi e gli olocausti alle religioni.
Si pure pronunciato contro la cessione
di Nizza e della Savoia alla Francia, contro il trattato di commercio con la
Francia e contro gli accordi con il governo francese per la ripartizione del
debito gi pontificio (lui, "francese al peggiorativo", come ama
definirlo il suo irriducibile avversario, Mazzini), in difesa di Garibaldi per
i fatti d'Aspromonte in favore della Polonia e dello spostamento della capitale
da Torino a Firenze, prese parte attiva ai dibattiti parlamentari sulla
proclamazione di Roma capitale, sul brigantaggio, sulla situazione finanziaria
del nuovo regno. E fatto senatore. Assolutamente solitario e totalmente
estraneo ad ogni gruppo politico e ad ogni consorteria, non ebbe seguito. una delle illustrazioni del parlamento, ma
non esprime se non che le sue idee individuali. La sua azione parlamentare stata cos caratterizzata e riassunta. Sedeva
suo banco della Sinistra difendendo le opinioni liberali, combattendo gli
arbitri e gli errori dell'amministrazione, denunciando nel piemontesismo l'indebita
preminenza di una consorteria, vagheggiando la demolizione di ogni privilegio
romano, e per tutto questo poteva sembrare d'accordo con i suoi colleghi
dell'Estrema, anche se talvolta si divertiva a pungerli e sgomentarli con
l'indisciplinata libert dei suoi atteggiamenti; ma intimamente non era con
loro. Discorsi: Contro la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Contro
le annessioni incondizionate. Sulla interpellanza del deputato Audinot intorno
alla questione romana. Interpellanza relativa alle condizioni delle province
meridionali. Il battesimo del Regno. Contro il prestito di 500 milioni, La
questione romana e le condizioni delle province meridionali. La ferrovia da
Gallarate al Lago Maggiore. Sull'esercizio provvisorio (bilancio, Interpellanza
sul proclama del Re (Aspromonte) Interpellanza sugli affari di Roma. Sulla
questione della Polonia. Contro il trattato di commercio con la Francia.
Intorno al bilancio dell'Interno. Sulla situazione del Tesoro e sulle
condizioni finanziarie del Regno. Il trasporto della capitale. sul giuramento
politico. sulle giornate di Torino, Interpellanza al Ministero sulla crisi del
Ministero Ricasoli. Contro la convenzione col governo francese per l'assunzione
del debito pubblico degli ex Stati pontifici. Contro le trattative con Roma e
la nomina dei vescovi da parte del Papa. Sulla violazione del diritto del non
intervento, Interpellanza su Mentana. Inchiesta sul corso forzoso. Per la
guardia nazionale. Legge sul macinato. Sulla sospensione dei professori all'Bologna.
Sulla Regia cointeressata dei tabacchi. Sull'assassinio di Monti e Tognetti.
Sui disordini per la legge sul macinato. Inchiesta sulla Regia. Sul bilancio
dell'Interno. Sul consiglio Superiore d'Istruzione. I fatti di Francia. Contro
la convalidazione del decreto di accettazione del plebiscito di Roma.
Interpellanza per la pubblicazione del Libro verde. Contro la politica estera.
Sulla nomina dei vescovi. Interpellanza intorno al divieto del comizio popolare
al Colosseo, Sulla politica estera. Sul ripristinamento dell'appannaggio al
principe Amedeo. La soppressione degli ordini religiosi in Roma. Gli arresti di
Villa Ruffi.Carriera universitaria, Professore supplente di storia
all'Strasburgo. Professore onorario dell'Napoli. Professore di Filosofia della
storia all'Accademia scientifico-letteraria di Milano, Professore di Filosofia
all'Torino. Professore di Filosofia della storia all'Istituto di studi
superiori pratici e di perfezionamento di Firenze. Direttore e fondatore della
rivista L'Ateneo. Membro corrispondente dell'Istituto lombardo di scienze e
lettere di Milano.Membro ordinario della Societ reale di Napoli. Membro
effettivo dell'Istituto lombardo di scienze e lettere di Milano. Membro
straordinario del Consiglio superiore della pubblica istruzione. Membro
ordinario del Consiglio superiore della pubblica istruzione. Socio
corrispondente della Deputazione di storia patria per le antiche province
modenesi. Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei di Roma. Onorificenze
Cavaliere dell'Ordine al Merito Civile di Savoianastrino per uniforme ordinaria
Cavaliere dell'Ordine al Merito Civile di Savoia, Ufficiale dell'Ordine dei
Santi Maurizio e Lazzaronastrino per uniforme ordinariaUfficiale dell'Ordine
dei Santi Maurizio e Lazzaro, Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia.
Come tutti i socialisti italiani, Ferrari
fortemente influenzato dall'Illuminismo e da Proudhon. Il suo socialismo
si costituisce come una radicalizzazione del principio di uguaglianza affermato
dalla rivoluzione francese. Riconosce come unico fondamento della propriet il
lavoro. Propone quindi un socialismo che, non strettamente in opposizione al
liberalismo, fosse fondato sul merito individuale e sul diritto di godere dei
frutti del proprio lavoro. Pi che con la nascente borghesia, si pone dunque in
contrasto con i residui feudali ancora presenti in Italia, e auspica uno
sviluppo industriale e una rivoluzione borghese. Partecipa anche attivamente al
dibattito risorgimentale. Contrario all'unificazione della penisola, propone
come obiettivo la formazione di una federazione di repubbliche, in modo da
tutelare le particolarit e l'unicit delle singole regioni. Questo progetto dove
essere attuato attraverso un'insurrezione armata, aiutata dall'intervento
francese. Al contrario della maggioranza dei teorici risorgimentali (in
particolare Mazzini), i quali credevano che l'Italia avesse una missione
storica, credeva abbastanza pragmaticamente che fosse necessario l'intervento
di uno stato estero per sconfiggere gli eserciti organizzati dei diversi stati
italiani. L'opinione pubblica dove essere preparata alla rivoluzione (che dove
avvenire spontaneamente e non guidata da un gruppo di cospiratori) da un
partito di stampo democratico, repubblicano, federalista e socialista. La
questione sociale era infatti inscindibile da quella istituzionale. Il stato
federale dei republiche regionali sarebbe stato gestito da un'assemblea
nazionale e da tante assemblee regionali. Insieme a Pepe elabor il
neo-guelfismo -- per sottolineare il carattere re-azionario di restaurare la
presenza attiva di Roma nella vita politica dItalia. Critico verso la formula
liberale Libera Chiesa in libero stato, e afferma la superiorit dello stato
dItalia rispetto alla Roma, corrispondente alla superiorit della ragione
rispetto alla credenza religiosa, un rapporto Stato-Roma che si riallaccia alla
politica ecclesiastica di Giuseppe II in Lombardia e a quella di Leopoldo I di
Toscana. Consta dai registri della Parrocchia di S. Satiro, che Giuseppe
Michele Giovanni Francesco dei coniugi Giovanni e Rosalinda Ferrari nacque.
Cenno su Giuseppe Ferrari e le sue dottrine", di Luigi Ferri. Altre opere:
Romagnosi (O. Campa, Milano); Sulle opinioni religiose di Campanella (Milano,
Franco Angeli); "La fede in Dio
l'ERRORE pi primitivo, pi NATURALE del genere umano. La religione la pratica della servit. Roma presenta tutti
i vizi della ri-velazione sopra-naturale. Roma conduce alla dominazione
dell'uomo sull'uomo. Il romano c morto, l'uomo deve nascere, nato, ha gi respinto dallo Stato gli apostoli
e la Chiesa. Filosofia della rivoluzione, in: Scritti politici di Giuseppe
Ferrari, Silvia Rota Ghibaudi, Torino, POMBA, Camera dei Deputati, Atti del
Parlamento Italiano sessione, discussioni della Camera dei Deputati, Torino,
Eredi Botta, Atti del parlamento italiano, Le pi belle pagine di Scrittori
italiani scelte da scrittori viventi. F., Milano, Garzanti, Altre opere:
Romagnosi; Vico; La Federazione repubblicana; Filosofia della rivoluzione;
L'Italia dopo il colpo di Stato; Opuscoli politici e letterari; La mente di
Vico, Corso sugli scrittori politici italiani, Corso sugli scrittori politici
italiani; Il governo a Firenze, Giannone; Lettere chinesi sull'Italia, Storia
delle Rivoluzioni d'Italia; Teoria dei periodi politici, L'aritmetica nella
storia; Proudhon (Andrea Girardi, Napoli, Edizioni Immanenza);La Rivoluzione e
i rivoluzionari in Italia, Il genio di Vico, I partiti politici italiani, Le pi
belle pagine, Opere (Ernesto Sestan); Scritti politici, Ghibaudi, I filosofi
salariati, L. La Puma, Scritti di filosofia e di politica, M. Martirano, Il
genio di Vico, Sulle opinioni religiose di Campanella, Epistolario Peruta,
"Contributo all'epistolario di F.", in: Franco Della Peruta, I
democratici e la rivoluzione italiana, Milano, Franco Della Peruta
(ed.),"Contributo all'epistolario di Ferrari", Rivista storica del
socialismo, Lettere a Proudhon, Annali dell'Istituto Giangiacomo Feltrinelli,
C. Lovett, "La Questione Meridionale con lettere inedite", Rassegna
storica del Risorgimento; Milano e la Convenzione di Settembre dalla
corrispondenza inedita di Ferrari", Nuova rivista storica, Lombardia dalla
corrispondenza inedita di Ferrari", Nuova rivista storica, Lovett,
"Il Secondo Impero, il Papato e la Questione Romana. Lettere inedite di
Wallon a F.", Rassegna storica del Risorgimento e la politica interna
della Destra. Con un carteggio inedito, Milano. Altro A. Agnelli,
"Giuseppe Ferrari e la filosofia della rivoluzione", in: Per
conoscere Romagnosi, Ghiringhelli e F. Invernici. La vita sociale e politica
nel collegio di Gavirate-Luino", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino
Ghiringhelli, Il nuovo stato italiano, Milano, Luigi Ambrosoli, "Cattaneo
e Ferrari: l'edizione di Capolago delle opere di F.", in: Silvia Rota
Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Il nuovo stato italiano, Milano, Paolo
Bagnoli, "F. e Montanelli", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino
Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Bruno Barillari,
"Ferrari critico di Mazzini", Pensiero mazziniano, Francesco
Brancato, Ferrari e i Siciliani, Trapani, Bruno Brunello, Ferrari, Roma, Bruno
Brunello, "Ferrari e Proudhon", Rivista internazionale di filosofia
del diritto, Michele Cavaleri, Ferrari, Milano, Cosimo Ceccuti, "Ferrari e
la Nuova antologia: il destino della Francia repubblicana", in: Silvia
Rota Ghibaudi, e Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano, Arturo
Colombo, "Il F. del Corso", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino
Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Luigi Compagna,
"Ferrari collaboratore della "Revue des deux mondes", in: Silvia
Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano,
Corona, "Il filosofo "rivoluzionario" visto da Asproni",
in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, [a cura di], Giuseppe Ferrari e il nuovo stato
italiano, Milano, Carmelo D'Amato, Ideologia e politica in Giuseppe
Ferrari", Studi storici, Amato, "La formazione di Giuseppe Ferrari e
la cultura italiana della prima met dell'Ottocento", Studi storici,
Peruta, "Il socialismo risorgimentale di F., Pisacane e Montanelli",
Movimento operaio, Franco Della Peruta, Un capitolo di storia del socialismo
risorgimentale: Proudhon e Ferrari", Studi storici, Franco della Peruta,
"F.", in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe
Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Aldo Ferrari, F., Saggio critico,
Genova, Ferri, "Cenno su F. e le sue dottrine", in: Ferrari, La mente
di G. D. Romagnosi, Milano. Gian Biagio Furiozzi, "Olivetti e F.",
in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano, Milano, Gastaldi,
"Nella galassia dell'Estrema", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, [a cura
di], Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Robertino
Ghiringhelli, Robertino Ghiringhelli, "Romagnosi e F.", in: Silvia
Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato italiano,
Milano, Carlo G. Lacaita, "Il problema della storia in F.", in:
Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato
italiano, Milano, Eugenio Guccione, "Il laicismo politico di
Ferrari", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli, F. e il nuovo stato italiano,
Milano, Grosso, "Il Medioevo in F.", in: Ghibaudi, e Ghiringhelli,
Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Lovett, "Europa e Cina
nell'opera di F.", Rassegna storica del Risorgimento, Maurizio Martirano,
Ferrari, interprete di Vico. Maurizio Martirano, Filosofia, storia,
rivoluzione. Saggio su F., Napoli, Liguori, Gilda Manganaro Favaretto, Angelo
Mazzoleni, Ferrari. Il pensatore, lo storico, lo scrittore politico, Roma,
Angelo Mazzoleni, F.. I suoi tempi e le sue opere, Milano, Antonio Monti,
"La posizione di Ferrari nel primo Parlamento italiano", Critica
politica, Giulio Panizza, L'illuminismo critico di Ferrari, Giulio Panizza,
"La teoria della fatalit nell'Histoire de la Raison d'Etat", in:
Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato
italiano, Milano, Giacomo Perticone, "La concezione etico-politica di
Ferrari", Rivista internazionale di filosofia del diritto, Luigi Polo
Friz, "Ferrari e Frapolli: un rapporto di amore e odio tra due interpreti
del Risorgimento Italiano", in: Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Il
nuovo stato italiano, Milano, Nello Rosselli, "Italia e Francia in
Ferrari", Il Ponte, Silvia Rota Ghibaudi, Ferrari, lFirenze, Silvia Rota
Ghibaudi, "Ferrari e la Teoria fatalista dei periodi politici", in:
Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo
stato italiano, Milano, Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli,
Giuseppe Ferrari e il nuovo stato italiano, Milano, Luciano Russi,
"Pisacane e Ferrari: esiti socialisti dopo una rivoluzione fallita",
in: Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato
italiano, Milano, M. Schiattone, Alle origini del federalismo italiano,
Ferrari, Nicola Tranfaglia, "Ferrari e la storia d'Italia", Belfagor,
Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Giuseppe Ferrari e il nuovo
stato italiano, Milano, Luigi Zanzi, "un filosofo"militante",
in:Silvia Rota Ghibaudi, e Robertino Ghiringhelli, Ferrari e il nuovo stato
italiano, Milano, Stefano Carraro, "Alcuni aspetti del pensiero
politico", BAUM, Venezia. Gian Domenico Romagnosi Carlo Cattaneo Cinque
giornate di Milano Lodovico Frapolli Pierre-Joseph Proudhon Giuseppe Mazzini
Carlo Pisacane Federalismo. TreccaniEnciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana.F., su siusa.archivi.beniculturali, Sistema Informativo
Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere di Giuseppe F., su Liber
Liber. Il primo radicalsocialista italiano, dal sito del Movimento
RadicalSocialista. Concludiamo. Interrogala sotto ogni aspetto, la filosofia
conduce a due inevitabili conseguenze, il regno della scienza, il regno
dell'eguaglianza. Questo era l'intento dei primi filosofi, questo l'intento della rivouzione. 'I primi filosofi
ne furono i precursori: ma traditi dalla metafisica, sentivansi solitari,
impotenti, inviluppati da ostacoli infiniti; e invocando i demoni, le favole,
un artifizio estrinseco, un felice inganno, cadevano sotto il felicissimo
inganno della chiesa; Socrate non poteva regnare se non sotto la protezione di
Cristo. Ma la rivoluzione liber questo prigioniero delia teologia, ne divulg la
parola, la trasmise a tutti gli uomini, e vuol costituire l'umanit sulla terra
colla forza della scienza e con quella del diritto. Da mezzo secolo la
metafisica tende un'ultima insidia alla rivoluzione trasportando il problema
della scienza nelle antinomie dell'essere, e il problema dell'eguaglianza nelle
antinomie del diritto. Ne consegue, che abbiamo il regno della scienza fatta
astrazione dalla verit, il regno della libert falla astrazione dai dogmi, il
regno dell'eguaglianza falla astrazione dal riparlo, il regno dell'industria
fatta astrazione dal capitale: e s'incoraggiano le nazionalit senza badare
all'umanit; si pensava perfino a fondare un impero meno l'impero, un papato
meno il papato, quasi fosse proposito deliberalo di predicare la rivoluzione
meno la rivoluzione, mantenendoci in eterno nel regno dell'impossibile. I
miseri cavilli della metafisica sarebbero morti nel vuoto delle scuole, se
leggi equivoche a disegno non li avessero tratti in piazza per stabilire una
tregua tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Ma la tregua non regge; ad
ogni momento vediamo avvicinarsi il giorno della guerra, e se ad alcuni pu
parere lontano, e se altri possono consigliare di dare tempo al tempo, si
ricordino gli uomini di poca fede che quando la scienza scopre un errore per
quanto sia teorica, lo lascia smascherato per sempre, e chi lo difende pi non
regna, e se s ostina cade sconfitto e accusato d'impostura. Si ricordino che la
fede negli avvenimenti imprevisti non
cieca e viene autorizzala dalla forza del vero che oggi tradito si
vendica domani col corso naturale degli affari, delle guerre, delle paci, della
ricchezza, e perch ogni verit un valore,
chi la scorge se ne impossessa e la sconta, e tiranno o tribuno giova a lutti sotto
le forme pi inaspettate. Si ricordino che non vi fu mai progresso che non
toccasse alla propriet o alla religione che non venisse dalla scienza e
dall'eguaglianza e che non si dovesse irnaginare con ardimento scandaloso quasi
fosse una profanazione. Si ricordino da ultimo che il dato di Voltaire, di
Rousseau, di Weisshaupt ferve in ogni cuore; e, tolto il velo dell'astrattezza,
gi dairso al 93 quattro soli anni bastavano per passare dalla teoria alla
pratica e per sostituire una generazione di tribuni, di generali, di
insorgenti, di dittatori, di uomini d'azione all'inoffensiva generazione dei
filosofi mandati alla bastiglia e qualche volta perfino protetti tanto
sembravano lontani dalla realt. Quanto a noi figli del passato, discepoli degli
stessi maestri da noi discussi, visto nella critica l'arme che ferma la
metafisica e che ne scaccia le vane larve e gli inutili tormenti dal campo
della rivelazione naturale, visto che rinchiusi nel fatto, legali alla terra
ogni giorno, ci sottrae alla rivelazione sopranaturale comunque si gradui il
progresso e possa prendere delle forme mostruose e talora nemiche, dal momento
che sentimmo compiersi nella nostra mente la filosofia della rivoluzione
secondo l'inflessibile suo disegno, la linea retta fiparve la migliore e il
dissimulare ci parve tradimento. Per sette anni il F. tacque : non pia studi
pubblicati sulle riviste francesi per far conoscere al mondo T Italia del
passato e del preseme, non pi opuscoli politici per tracciare piani d'azione
pamphlets violenti contro i suoi avversari: gli amici lo avrebbero potuto
creder morto. EpIHjre la sua operosit si svolgeva occulta sotterranea
silenziosa, tanto pi assidua quanto meno era visibile: abbandonato il campo del
giornalismo dove le tracce del lavoro sono ben presto cancellate dall'incalzare
di sempre nuovi problemi e dalle richieste di gusti sempre mutati, lasciato il
tumulto della vita politica, U Ferrari si era dedicato totalmente alla pura
scienza. Il presente Io affliggeva ed e^i si volgeva al passato; l'Italia pareva
ricaduta nella schiavit e nell'abiezione, ed egli la volle studiare libera e
regina, quando marciando a capo di tutte le nazioni trasmetteva l'urto delle
sue continue rivoluzioni al mondo. Il Medio Evo italiano, il campo chiuso della
sua attivit storica, era sempre stato il suo lavoro e il suo tormento: grande
nell'insieme e nei suoi pi piccoli frammenti pareva che volesse sottrarsi ad
ogni interpretazione razionale e organica, come se sotto il bel cielo d'Italia
l'unica legge che governava le continue rivoluzioni di cento stati differenti
gli uni da^i altri come posti agli antipodi fosse il caso, il capriccio della
fornina, l'arbitrio dell'individuo. Tutte le altre nazioni presentavano uno
svolgimento storico organico, una forma politica costante che le
contradistingueva in ogni epoca : ai tempi di Ugo Capeto come a quelli di
Napoleone III la Francia era sempre stata la nazione della monarchia unitaria;
la Germania era ancora governata dalla Dieta federale, l'Inghilterra dalla
Camera dei Lordi come ai tempi di Ottone I e di Guglielmo il Conquistatore. Ma
l'Italia Qon poteva ridursi sotto nessuna categoria politica; u al principio
della monarchia n a quello ddla repubblica, n all'Impero n al Papato : ftemmeno
ad un sistema federale che raccogliesse in organismo la variet tumultuosa ed
eslege dei ^uoi stati. Rivoluzioni d'Italia. Da molti anni queste
considerazioni si svolgevano lentamente nel mio spirito, per rendermi
enigmatiche e impenetrabili le vicessitudini di Milano di Firenze di Roma di
Genova di Venezia, di tante citt unite dal suolo e separate da irreduttibili
diiTerenze. Qualunque fosse lo splendore estemo dei fatti, eran pur sempre
vittorie senza scopo, sconfitte senza causa, rivoluzioni senza idee, guerre
senza soluzione. Le cronache degli Scriptores rerum Italicarum mi apparivano
quasi statue rovesciate, quadri capovolti, medaglie sparse di un museo che una
vandalica ignoranza avesse devastato. Tutte le serie, tutte le simmetrie
essendo dissestate da una mano sconosciuta; potevasi dire che TAriosto solo
colla noncurante sua ironia avesse il diritto di sognare liberamente in mezzo a
questi cenci pomposi. Ma se la fecondit lussureggiante degli avvenimenti si
rivoltava contro ogni unit imperiale o pontificia; se essa facevasi gioco delle
repubbliche, delle signore, del candore dei cronisti e degli artifizi della
retorica; se essa compiacevasi di sconcertare tutti i sentimenti e tutte le
analogie: io vedevo tanta grandezza dell'insieme e una tal forza nel minimo
frammento, da non potermi arrendere all'idea che la patria di Gregorio VII e
della Divina Commedia ingannasse l'aspettativa destata dal sentimento del
bello, .per non essere se non un cumulo di accidenti eslegi. n Ferrari volle
scoprire il spreto di una cosi misteriosa apparenza, la legge vitale di un
organismo cos complesso, lo scopo di una coA abbagliante fantasmagoria. Si tuff
nella storia medievale fino agli occhi : senza fermarsi alle compilazioni volle
risalire alle fonti originali, medit su tutte le pagine degli Scrptores rerum
Italicarum, rsfogli le cronache, rivisse tra la polvere erudita coi vescovi e
coi consoli coi settari e coi signori del buon tempo antico: e cosi mentre la
turba degli gnomi, non comprendendo la sua solitaria libert superiore alle
borie del nazionalismo miope e pettegolo, lo accusava di vilipendere la sua
lingua e la sua patria, egli preparava in silenzio airitalia uno tra i pi bei
monumenti di gloria che potessero inalzarle i suoi figli. Le Rivoluzioni
d'Italia furono pubblicate la prima volta a Parigi in francese nel 1858,
ripubblicate in italiano tradotte dell'autore: in questa seconda edizione,
nonostante gli studi posteriori in seguito ai quali credette di avere scoperto
la filosofia della storia e la legge periodica del movimento storico, guidato
da un istinto fortunato, non la ritocc quasi affatto, non os guastarla per
farla servire alla sua teoria; quindi noi terremo sott*occhio pel nostro studio
Tedizione italiana, da cui son tolte le citazioni e a cui si riferiscono i
rimandi. Per quel che gi conosciamo della costinizione intellettuale del
Ferrari, possiamo fin d'ora giudicarlo 11 tipo dello storico perfetto, perch
egli riunisce l'intelligenza artistica alla comprensione filosofica e al
criterio di un sistema formato. Tutti
grandi storici sono artisti: artisti neil'interpretare gli uomini e i
fatti, artisti nel rappresentarli e atteggiarli davanti al lettore in modo che
sembrino attuali e spirino vita. Sono anche filosofi, in quanto hanno una
WeUanschaung da cui traggono i criteri della interpretazione e del giudizio; ma
di solito il loro sistema non che
implicito e irrflesso come quello di qualsiasi individuo che non si dedichi di
proposito alla filosofia; qualche pi rara volta c', ma preso a prestito, non
rielaborato n rivissuto individualmente, rimane estrinseco e astratto. Orbene
la grandezza unica del F., la sua caratteristica qualit, consiste nell'avere a
fondamento della sua interpretazione un vero formato originale sistema
filosofico. Non solo. Questo suo sistema, che anche oggi in gran parte vivo perch rientra nel corso
delle grandi concezioni, il pi adatto a
dare una base filosofica all'interpretazione storica; perch considera la reah
come movimento, ed tutto pervaso dalla
persuasione della razionalit che governa la realt e la storia. Cosicch per
quanto il Ferrari come politico sia un uomo di partito militante e quanti altri
mai fermo nelle sue idee, amante delle posizioni nette, insofferente degli
equivoci; come storico noi possiamo essere sicuri che guarder la storia
dall'alto, sapr giudicare libero totalmente dalle preoccupazioni politiche del
momento, sapr rispettare la veneranda grandezza del passato senza querimonie
per gli eroi mancanti e per le cause sconfitte, non far ddla narrazione dd
passato un pamphlet da una specie di
lotta di cla|^e^arbaro che avrebbe imbrgliato la rivoluzione sodale, legato i
gran centri romani nella rete delle citt militari in arretrato, sepellito sotto
un'alluvione barbarica le reliquie della civilt romana conservate dal cattolicismo.
E per impedire che potesse mai formarsi un regno su questa terra sacra alle
rivoluzioni, destinata a spandere il fuoco della libert su tutta l'Europa,
l'Italia trasport l'Impero in Occidente. Come rappresentanti del nuovo patto
sociale che doveva essere la base del diritto pubblico dell'Occidente a loro
sottoposto, il Papa e l'Imperatore si divisero la penisola destinata ad essere
la custode del loro duplice potere europeo : l'Imperatore ebbe l'Italia
superiore, il Papa Ravenna il centro occidentale e tutta l'Italia meridionale
con le isole da conquistarsi ancora 3ui Bizantini. {Trasporto dell'Impero in
Ocddente). L'Italia perde quindi l'indipendenza nazionale, ma acquistava la
libert: e per tutti i domini del Papa e dell'Imperatore il progresso sociale
migliorava le condizioni dei Romani, non pi sottomessi alla legge della spada
barbarica, ma alla giurisdizione dei loro vescovi; rialzava la sorte delle citt
dell'industria e del commercio a danno (dei centri militari; soffiava nelle
ceneri calde della coltura romana ad attivarne nuove scintille .Solo le terre
ancora escluse dal patto papaie-imperiale, Venezia, le repubbliche meridionali,
la Sicilia, scontavano amaramente la loro indipendenza politica con una
inferiorit sociale, prodotta dalla confusione bizantina dd potere temporale e
del potere spirituale, la quale impediva la gran libert del pensiero. Intanto
Tunit dell'Impero d'Occidente andava decomponendosi sotto gli inetti successori
di Carlo Magno, e l'Italia marciava ancora alla testa delle nazioni insegnando
loro a conquistarsi una libert federale. Ma poich da questa risorge lo spettro
micidiale d'un regno barbaro interno, la rivoluzione papale e imperiale sempre
regnante approfittando delle rivalit tra i feudatari rende impossibile il regno
d'Italia, lo condanna a non essere che una lotta di pretendenti, offrendo
sempre la corona a due rivali e rialzando sempre il vinto contro il vincitore
(Lotta contro il regno barbaro interno) finch invocato dalle rivoluzioni
italiane giunge Ottone I a rinnovare il patto papaieimperiale. Egli distrugge
per sempre il regno, disorganizza le marche dei discendenti dei barbari, esalta
il clero romano, protegge i comuni italiani. La rivoluzione italiana si propaga
a tutte le nazioni europee e modifica al suo esempio anche la Chiesa. {Riv.
d'Italia): L'Europa trovasi disposta come gli intervalli di no scacchiere, gli
uni bianchi gli altri neri, gli um unitari gli altri federali; presso gli uni
la religione prevale sulla legge, presso gli altri la legge primeggia sulla
religione; i primi progrediscono con l'eguaglianza, i secondi con la libert. La
necessit della guerra condanna tutti i popoli a svolgersi al rovescio gli uni
degli altri; la stessa necessit della guerra li obbliga pure ad accettare
coll'una o coiraltra delle due forme la rivoluzione italiana che si propaga.
Cigni stato in ritardo, ogni popolo che dimentica s stesso che non prende la
sua base d'operazione in opposizione ai suoi vicini, si trova debole impotente
in contradizione con se stesso e soggiogato. Se si cerca Tinfluenza italiana in
.una propaganda diretta uniforme, non si scopre e bisogna negarla; se invece si
segue nell'urto delle azioni e delle reazioni che si estendono opposte le une
alle altre.... si vede dappertutto la catastrofe del regno d'Italia riprodotta
con esattezza similare, dappertutto l'antico stato carlovingio o pagano
sparisce per cedere il posto ad un nuovo stato libero colle diete o popolare
col re. Liberata cosi per sempre dalla tirannia unitaria di un re l'Italia pu
abbandonarsi alla carrera magica delle sue rivoluzioni, che sembrano frantumare
in moti individuali variati disordinati la sua ideale unit di nazione, e a
prima vista ci appaiono refrattarie a qualsiasi principio organico di
interpretazione (Riv. d'Italia): Fin qui noi abbiamo potuto sottomettere tutto
all'azione dei principi; e la storia d'Italia si svolgeva una e logica,
dominando i pi svariati avvenimenti con una specie di continuit drammatica un
tempo vasta come il mondo. Odoacre abbraccia l'intera nazione col fatto unico
del regno proclamato contro gli ultimi imperatori, che accampati da .banditi a
Ravenna abbandonavano Milano ed Aquileia agli Unni e Roma ai Vandali. I Goti
continuavano l'opera di Odoacre, fissando l'invasione unica del re in tutta
l'Italia. Bdisaro e Narsele lottavano pure quali capitani dell'unit Imporde
contro il ragno tondKo so Ravenna; e tutte le citt, scacciando i Goti, si
rianimavano con un risorgimento quasi repubblicano. Pi tardi i due principi
opposti dell'unit imperiale e dell'invasione regia si spartivano materialmente
la penisola; e la terra, met romana, met longobarda, rimaneva una nella guerra
dei popoli cattolici del Mezzod contro la dominazione ariana di Pavia; ancora
una nel doppio slancio che estolleva le repubbliche cattoliche e il regno
longobardo; sempre una nell'infallibile trionfo della religione delle
repubbliche, che consegnava il regno a Carlo Magno per rifare l'Impero
d'Occidente. L'unit sopravviveva nel patto di Carlo Magno esteso a tutta la
vera Italia dipendente da Roma e da Pavia; continuava colla reazione dei
Berengario degli Ugo e dei papi quasi bisantini, tutti egualmente nemici del
Papato e dell'Impero; l'unit si mostrava di nuovo nelle rivoluzioni posteriori
contro la falsa indipendenza dei dogi di Roma e dei re italiani. Ad onta
dell'anarchia e dei rivolgimenti di quattordici rivoluzioni, noi abbiamo visto
la terra ordinata nelle sue lotte, uniforme nel suo ultimo trionfo, unanime nel
disegno che rinnovava il patto della Chiesa coli 'Impero. Costituendo fin dai
primordi t due principi della rivoluzione cattolica e del regno nazionale,
s'intendeva facilmente il senso di tutte le lotte; dal momento che una guerra
scoppiava doveva essere la guerra dei due principi: ci bastava il seguire le
due correnti, il nostro lavoro era eccezionale senza esser diffcile, l'unit
delle idee suppliva all'unit materiale dei fatti. Noi avevamo il diritto di
sottomettere ad una unit eccezionale il moto eccezionale del Papato e
dell'Impero; Napoli, Venezia, Bari, la Sicilia, Amalfi, Gaeta si scostavano da
se stesse per lasciare il posto alla geografa pontifcia imperiale; e queste
repubbliche ordinate al rovescio della vera Italia ne confermavano l'unit
rivoluzionaria, la sola che importava di seguire. M dai primi anni del XI
secolo cambia la scena; il moto generale scioglie ^uestltalia che gi
sconcertava la critica: o^i citt ha il suo eroe, le sue rivolttzioni, le sue
guerre, il suo destino. I comuni non sembrano punto associati; nesstma
federazione, nessuna lega, nessun' unione generale e apparente: Milano straniera ad Ancona qtianto Arles Trever o
Cambra!. I popoli si combattono, gli avvenimenti si incrocicchiano in tutti i
sensi, gli episodi sono innumerevoli. Alcune citt fondano delle colonie, altre
si estendono colle conquiste, giungono i Normanni, la Chiesa si rivolta contro Tlmpero:
quanto piti c'inoltriamo, tanto pi le forze della guerra e della libert
sembrano scatenarsi a caso. Lo spirito si turba; l'Italia cessa di comprendere
se stessa; i suoi storici non abbracciano pi l'insieme della penisola:
Giordanes, Paolo Diacono, Vamefrdo e Liutprando non hanno successori; pi non si
scoprono se non dei frammenti di cronache, delle scene staccate. Pi tardi ogni
citt ci presenta la sua biblioteca d scrittori, i suoi poeti della barbarie
municipale, il suo Cimer che canta nuove Iliadi. Eccoci in presenza di cento
storie distinte diverse contradittorie, senza legame palese: noi lo domandiamo,
dove sar la storia d'Italia? Le nostre proprie idee ci danno il filo che ci
guida attraverso il labirinto italiano. I comuni s'impadroniscono del suolo per
interpretare la vittoria da essi riportata col Papato e coli 'Impero; essi
proseguono la loro guerra contro il regno, combattendo ogni rimembranza, ogni
istituzione che richiama la legge, la forza, l'aristocrazia, l'esercito, la
dominazione dei re; questo lo scopo
loro; essi marciano contro il Papa e l'Imperatore per distruggere nell'uno e
nell'altro ogni principio che conserva le tracce dei Goti, dei Longobardi, dei
barbari dell'Italia o dell'Europa. La storia dei comuni non dunque altro che la storia di una rivoluzione
continua, lenta, fatale, e sempre trascinata dai suoi propri antecedenti a
combattere il vecchio Papa e il vecchio Imperatore della barbarie, per creare
un Papato, un Impero ideale, donde spariscano in modo cosmopolita tutte le traceie
della dominazione delFuomo sull'uomo. Un grand 'errore ingombra la storia
d'Italia, ne sconvolge i prncipi il moto le epoche il progresso, e snatura il
senso di tutti gli avvenimenti: ed
l'errore che la considera come il racconto di una guerra continua contro
il Papa e l'Imperatore per conquistare l'indipendenza politica del governo o,
come si dice in oggi, per respingere l'invasione dello straniero. Sotto questo
aspetto l'Italia non sarebbe mai stata, la prima delle nazioni, e la sua storia
riuscirebbe a questa assurdit inammissibile: che dopo cinque secoli d guerra
non avrebbe n raggiunto, n voluto lo scopo stesso della guerra. No! nacque
l'Italia pontificia e imperiale contro i Goti, contro i Longobardi, contro i re
italiani provenzali e burgundi; nacque creando e interpretando il gran patto
della Chiesa coli 'Impero; domin le stesse conquiste carlovinge cogli incanti
della religione e colla magia della consacrazione imperiale: fino dai tempi di
Teodorico la Chiesa e l'Impero sono stati i simboli della sua libert, della sua
redenzione, di ogni sua idea liberatrice sulla terra e nel cielo nel fatto e
nel possibile; e con la costituzione dei due poteri essa ha organizzato una
rivoluzione permanente, universale, indefinita nelle sue aspirazioni verso l'avvenire.
Il primo dei suoi capi sotto l'aspetto politico
l'Imperatore, il pi debole il piii legale il piti federale dei re; il
secondo suo capo il Papa, cio il pi
inerme tra i principi, il meno conquistatore dei sovrani: non avvi dunque
conquista alcuna sul suolo italiano, ed al contrario il regno che era
conquistatore venne schiantato con una guerra cos violenta che tutti gli stati
dell'Europa ne rimasero scossi. Pertanto non vi ha, n vi sar mai guerra alcuna
d'indipendenza; Il Pontefice e l'Imperatore non avranno se non pochissimi
soldati, sempre costretti a fondarsi sulla forza stessa della terra. Che, ss
sono assaliti, si perch sono
oltrepassati dagli Italiani che vogliono riformare il patto che chiedono sempre
un miglior Papa che non esiste, un Imperatore che dev'essere rifatto: n punto
reclamano una vuota indipendenza; ma sostengono una guerra costituzionale
intima organica per trasformare le idee le istituzioni la religione, una guerra
dove il principio di respingere gli stranieri
sempre posposto al principio di distruggere ogni istituzione regia o
feudale. E se il Papa e Tlmperatore resistono, non combattono se non come
conservatori quasi indigeni, sostenuti dalle reazioni inteme che la libert
provoca e sormonta, imponendosi loro cosi d'epoca in epoca fino agli ultimi
giorni del risorgimento italiano. La storia dei comuni, considerata in tutta la
sua durata, non dunque la storia di una
guerra contro lo straniero, fatto unico materiale mille volte impotente;
ma la storia di un fatto ideale organico
sempre crescente: e poich l dove le idee regnano il caso non pu regnare,
l'oscurit del labirinto italiano deve sparire - e qualora restasse la colpa
sarebbe nostra. La rivoluzione la stessa
in tutte le citt : da per tutto essa ha lo stesso punto di partenza la caduta
del regno, lo stesso punto d'arrivo il risorgimento italiano; da per tutto si
svolge colle medesime idee rette dalla medesima logica; lenta o rapida,
squallida o splendida, vittoriosa o vinta, le sue fasi sono determinate
anticipatamente dall'inflessbile destino che sforza i principi a generare le
loro conseguenze. Che i mille accidenti della guerra turbino adunque l'Italia,
essi saranno tutti travolti da una sola corrente; e vi sar sempre una storia
ideale e uniforme, comune a tutte le citt da Ottone I alla flne del
risorgimento. La storia ideale della citt italiana si ripete a un patto di
Carlo Magno, che essa interpreta e che trasforma di continuo. Di fatto il Papa
e l'Imperatore noli intendono che a mantenerlo nel senso il pih tardo, se ne
dichiarano apertamente conservatori; la loro opera sempre una restaurazione imperiale e
pontificia. Ma hannovi forse restaurazioni nella storia? Noi non ne conosciamo:
gli antichi poteri che diconsi ristabiliti si trovano sempre trasformati, e non
trionfano se non accettando Topera del tempo, e non ricompaiono sulla scena se
non alla condizione di rappresentare i principi che la fatale ignoranza del
governo tradizionale lasciava ai loro nemici. Stessamente il Papa e
l'Imperatore compiono 'le loro restaurazioni cos dette eterne, seguendo passo
passo la storia delle citt italiane di cui amnistiano le ribellioni e accolgono
le innovazioni. Egli giusto che
resistano; se non resistessero la rivoluzione non avrebbe nessuna ragione per
manifestarsi e nel medesimo tempo la storia ideale si fermerebbe. Ma egli altres giusto che, una volta sconfitti, si
ristabiliscano, accettando il progresso che si
fatto strada e che passa allo stato di fatto compiuto o di fato
ineluttabile; ed cos che tutte le epoche
della storia ideale si riproducono nel patto di Carlo Magno colla Chiesa. Una
volta nel patto, esse si ripetono in tutti gli stati dell'Europa. Non sono
forse il Papa e l'Imperatore i due grandi personaggi dell'Occidente? bisogna
dunque che propaghino da per tutto le idee da essi rappresentate: d'altronde
tutti gli stati non si svolgono forse simultaneamente gli uni contro gli altri?
devono quindi accettare ogni progresso, non foss'altro per combatterlo. Ecco
quindi la trama ideale su cui scorrono tutte le rivoluzioni italiane; la legge
che ne governa la variet a prima vista irreducibile di forme, e le costringe ad
essere incasellate entro il quadro di due reazioni imperiali e pontificie. E'
questo il periodo storico che il Ferrari ha studiato con pi amore e trattato
con pi larghezza i la storia an- t^rorc al 962 e posteriore al 1530 rispetdvamente conaiderata come imrochizione
e come epilogo alla epopea di quel che egli chiama risorgimento italiano.
Allontanato per sempre il percolo d'una tirainide regia colla rinnovazione del
patto papaloimperale e col trasporto dell'Impero in Germania, r Italia che fln
qui era stata l'alleata dd Papa e dell'Imperatore comincia a combatterli ma non
per distruggerli, bens per riformarli, trascinata dagli antecedenti aUa lotta
senza quartiere contro ogni rimembranza del regno. La rivoluzione dt Vescovi
apre la serie. Nella citt sfuggita ormai all'incubo dd re^ gno ecco si trovano
di fronte due poteri : il conte goto longobardo o franco di discendenza, che
vorrebbe riprodurre in piccolo dentro la cerchia ddle mura cittadine la
tinmnide regia, che governa cdla legge ddla spada il popolo di discendenza
romana; e il vescovo romano di razza e di tradizione che protegge i deboli
contro la prepotenza regia del conte barbaro, aprendo loro le porte del suo
palazzo dove l'esenzione ottenuta da Ottone impedisce agli sgherri del tiranno
di entrare. B. popolo si serra attorno al suo vescovo, vuol essere giudicato
dalla sua giustizia superiore a quella del conte come la ragione alla spada, si
appassiona per tutte le sup*stizioni dd cattolicismo voltandde come armi ideali
contro le alabarde degli sgherri comitali^ finch un giorno scoppia
improwisame&ie una sollevazione annata. Il conte si trova espulso, e nella
citt si comincia a sbozzare colla formazione dd primo popolo raccolto dalla
corte del conte e da quella del vescovo Torganismo comunale italiano, che
non una derivazione germanica o romana
ma nasoe adesso oomh battendo contro le memorie del regno. La rivoluzione
vescovile irraggiata dal focolare di ribelto> ne delle citt penetra nei
feudi, ove sostituisce famiglie pie di tradizione romana e avversa al regtto
(Canossa, Savoia, Este) alle famiglie discendenti dagli invasori; conquista il
Mezzogiorno paralizzato dalla confusione bizantina dei due poteri, al seguito
delie schiere avventurose dei Normasni; e in RomB trionfa coHa libera elezione
popolare e clericale di Gregorio VI nemico dei conti e dei patrizi. Ma i centi
espulsi daUe citt da un esercito d! straccicmi capitanati da un prete ricorrono
all'autorit legale del loro supremo tutore, l'Imperatore, che vede oltraggiata
la sua legge; e Corrado II di GebeHno comincia la reazione contro i vescovi.
Invano : sconfitto da Eriberto di Milano, che oppone alla cavalleria feudale le
picche dei popolani raccolti attorno al carroccio novdlamente creato, vede la
sua reazione abortire nelle citt e nei feudi deiritaUa imperiale e in Roma, e
deve legalizzare la rivoluzione. It sovrano ddritalia meridionale il Papa, che l'ha avuta fai seguito al ^an
patto carolingio: a lui quindi spetta di guidare la necessaria reazione contro
i Normanni rappresentanti meridionali del principio vescovile, i quali dopo
averto vinto sforzano S. Leone IX ad accettare la loro rivoluzione. E cosi
Imperatore e Papa dopo avere ammistiata e legalizzata la rivoluzione italiana,
come poteri europei la diffondono in tutta l'Europa; e perfino ndla Chiesa, la
quale si appassiona per la verginit mistica in odio dei preti ammogliati, che
profanano la sua repubblica immacolata con una specie di feudalit clericale.
Appena ottenuta la legalizzazione della cacciata del conte, la rivoluzione
entra in una seconda fase, continuando contro i vescovi nominati
dall'Imperatore che li incarica di sostenere la parte dei conti, per strappare
la libera elezione dei vescovi stessi e una volta vittoriosa vuole la libera
elezione del pi grande dei vescovi, del Papa, che l'Imperatore si arrogava il
diritto di imporre. Il monaco Ildebrando riunisce tutte le forze della
rivoluzione per togliere Roma ai papi tedeschi, prima con l'elezione di Nicola
II, poi con quella di Alessandro II contro l'antipapa Cadaloo; e infine salito
lui stesso sul trono pontificio assale per la prima volta la supremazia
imperiale, e trasporta nella Chiesa la rivoluzione vescovile compita predicando
la crociata. Senonch l'utopia di Gregorio VII conteneva il germe d'una reazione
pontificia contro la libera elezione dei vescovi, che si sarebbe voluto
trasportare dalle mani dell'Imperatore a quelle del Papa: cosicch al suo
avvento gli uomini della rivoluzione passano nel campo nemico; dichiarano che
il Papa non il padrone della Chiesa ma,
sottoposto al Vangelo alla tradizione ai concili, il servitore dei servitori, e pu essere
deposto se manca alla sua missione. Ecco cosi la guerra delle investiture
che la reazione papaie-imperiale contro
la libera elezione dei vescovi : i due capi sempre in ritardo si sforzano di
rassicurarsi interpretando con mente retograda l'antica tradizione; ma i popoli
al seguito dei loro vescovi, come avevano atterrato il vecchio Impero sotto 1
colpi di Gregorio VII, atterrano il nuovo Papato sotto quelli del nuovo Cesare
rigenerato. Le citt dirigono il Papa e l'Imperatore: sono imperiali quando il
Papa trionfa e pontificie quando l'Imperatore prepondera, e finiscono col seguire
l'alleanza imperiale sulle terre della donazione e quella papale sulle terre
dell'Imperatore. Roma determina l'azione di Gregorio VII sulla Germania; le
citt lombarde decidono Arrigo IV a resistere e gli danno la vittoria nonostante
la sua sciocca sottomissione di Canossa, ma quando la sua vittoria diventa
minacciosa disertano il suo campo e rialzano il Papa; e continuano in questo
gioco a rimbalzello Anche riescono ad ottenere la libera elezione dei vescovi,
che il Papa e l'Imperatore diffondono al solito dopo concessa a tutta l'Europa.
Anche la prima crociata cade sotto la legge della rivoluzione vescovile:
costituita coi quattro elementi della citt italiana, la moltitudine il popolo i
consoli e i vescovi, altro non se non Te
spetrazioae volontaria della feudalit che lascia libera la terra alla
giuriadizion^ dei vescovi. Abbiamo dato un sunto diffuso di questo periodo per
offrire un esempio pi chiaro del metodo interpretativo del Ferrari : ora
potremo procedere pi rapidamente. Qi stati dell'Europa non avevano ancora
compita la prima met della rivoluzione dei vescovi che nelle citt italiane
dov'era nam essa era assalila da una nuova rivoluzione, nei principi oscura e
indecisa, dopo cosi splendida e scandalosa c^ tuid i vescovi della cristiania
ne erano scQS^ nelle loro sedi. La rivoluzione dei Couso^ 2ipassava anch'essa
per due tesi: prima sostituiva il governo vescovUe ed governo consolare; poi
scatenava le une contro le i|kre citt consolari, divise in due campi per
conquistarsi con la guerra una pi larga libert dentro il patto
papaie-imperiale. Nella citt vescovile il vescovo essere religiosa e
u-asmondano si trovava a capo della moltitudine, agitata da tend^ize
industriali e commerciali completamenie mondane ch'egli non poteva soddisfare n
raffrenare. Dall'opposizione nasce rifisurrezione : la citt si muove prima
conservando le apparenze dell'obbedienza, poi rinnova le sue istituzioni e crea
un nuovo popolo pi allargato e democratico chiamato a legiferare nd parlamenti
che, col tradizionale intervertimento di aUeanze nemico del Papa negli stati
della Chiesa e nemico dell imperatore nellitalia imperiale, assale il diritto
del regno a nome nel risorto diritto romano. La. immancabile reazione
pontificia e imperiale procedeva questa volta unita : Innocenzo II e il suo
alteato Lotario IH, capo dell'opposizione cattolica tedesca allora vittoriosa
nellimpero, secondo la formula generale di tutte le reazioni opponevano il
passato sempre vivo in essi al presente da cui erano assaliti; e combattevano i
consoli fondandosi sui vescovi liberamente eletti ed altra volta si
ardentemente invocati dai popoli, ma non riuscivano che ad ottenere la fatale
sconfitta. Ed ecco che appena vittoriosi della duplice reazione i consoli
spingono le citt le une contro le altre in quella guerra municipale, che fa la
maraviglia e lo sdegno degli storici maldicenti con le lacrime agli occhi a
tanto inesplicabile odio fratemo. E' questo uno dei misteri pi profondi della
storia ditalia: la guerra municipale non si spiega n colla volont del Papa e
dell imperatore, n colla lotta fra i due capi della cristianit, n colla duidit
geografica di Roma e di Pavia, n colle vertenze fra i diversi distretti, n
colla HbeDione dei castelli. (Riv. d'Italia): Guardiamo alla terra dove sorgono
le citt libere : la sua geografla
anticipatamente determinata da una rivoluzione anteriore. La rivoluzione
dei vescovi ha disorganizzato il regno, ne ha paralizzata la capitale, lia
isolata, ha degradato le citt militari che l'assecondavano, le ha spodestate
delle loro funzioni strategiche, ha soppiantato Pavia e i centri secondari che
erano padroni delle vie dei fiumi del commercio di tutto. Le citt romane sono
state rialzate, opposte alle citt militari; restituite all'importanza naturale
che loro davano il conmiercio, la ricchezza, la facilit delle comunicazioni, le
circoscrizioni diocesane stabilite dai Romani sotto l'impero della civilt. Ne
nasce che la terra dualizzata in ogni
parte, la rivoluzione dei vescovi ha voltate tutte le citt le une contro le
altre: ogni centro militare si trova in presenza di un centro romano a lui
ostile; Tuno declina, l'altro s'inalza; l'uno immiserisce, l'altro prospera;
l'uno langue, l'altro risorge. Nell'era dei vescovi la dualizzazione delle citt
non ancora apparente, la legge imperiale
e pontificia regna ancora, la guerra si dissimula; e se i conti sono congedati,
la met della gerarchia sussiste ancora col vescovo che supplisce al conte,
nasconde la guerra - e non vedonsi che lotte momentanee. Eriberto di Milano non
combatte le citt dei dintorni se non per ordine dell'Imperatore. Ma nel momento
dei consoli la disorganizzazione vescovile del regno si fa laica, la
dualizzazione delle citt diventa economica: pi non trattasi di reclamare
precedenze, giurisdizioni ecclesiastiche o feudali; si reclamano la ricchezza,
i fiumi, le strade, i transiti trasformati in istrumenti di prosperit o di
miseria; il mercante, il fabbricante, il ricco si sostituiscono al vescovo;
nessuna gerarchia, nessuna diplomazia superiore che raffreni le rivalit; non i
giudici per decidere sulle vertenze, le citt devono giudicarsi da s. Esse sono
in contatto immediato; il contatto diventa lotta, la rivoluzione dei consoli
diventa guerra si potrebbe forse evitarla? Guardiamo sempre la terra. La
rivoluzione dei consoli si sviluppa sul fondo stesso della prima rivoluzione
dei vescovi, per raddoppiare la disorganizzazione del regno e la degradazione
delle citt militari. Questa degradazione
fatta dal commercio, dall'industria; diventa la miseria dei centri regi,
la prosperit dei centri commerciali : i primi son condannati a difendersi sotto
pena di morire, i secondi combattono anche prima di dichiarare guerra perch
basta loro il vivere il progredire per spegnere le citt dell'antico regno; esse
assorbono t frutti il succo gli umori del suolo italiano, esse rifanno tutte le
strade tutte le comunicazioni al rovescio del sistema militare, esse
sostituiscono alla strategia regia quella del commercio che procede lenta sorda
implacabile col libero spaccio di tutte le merci. Come resistere loro se non
colle armi? Ecco l'ostilit dichiarata: ogni citt militare lotta colle armi,
coll'astuzia, con tutti i mezzi della politica; tutti soa buoni, tutti giusti
trattandosi di difendere la patria. Se occorre si rivolgeranno le forze stesse
della libert e della civilt contro le citt pi libere, pi civili; si spingeranno
alla ribellione i comuni intermediari promettendo loro l'indipendenza; si
tenter di smembrare le citt romane, di attorniarle con borghi insorti, di
disorganizzare questo centro di disorganizzazione e ne nascer l'aff
razionamento dell'aff razionamento, la guerra della guerra. Fin qui abbiamo
considerata solo la natura del suolo: e l'abbiamo trovato friabile,
inconsistente, disposto alle frane, e dualizzato come se avesse subito in tutte
le sue molecole una doppia polarizzazione sotto la pressione del Papato e
dell'Impero. Prendiamo ora il compasso, misuriamolo; e noi vedremo che la
guerra deve raddoppiare d'intensit. Qual' la circoscrizione della terra ove
sorgono i consoli? La citt vescovile si ferma ai corpi santi; pivi oltre
tutto occupato dai feudatari
dell'Impero, la campagna cosa loro,
l'irradiazione popolare della prima rivoluzione ha dovuto soffermarsi nei
limiti determinati dall'ombra della cattedrale. Ma i consoli possono forse
rimanere in questi limiti? Essi rappresentano un nuovo popolo, del doppio pi
potente coll'avvenimento ddrinttstra e del commercio, due volte pi ricco grazie
alla sua attivit che moltiplicandosi trabocca oltre il vecchio recinto delle
nmra; quindi si rinnovano i bastioni, gli edilizi pubblici, il palazzo del
conume, le fortezze, i cimiteri; la citt s*adoma, s'ingrandisce e pi non pu
capire nel proprio territorio, e segue coll'occhio i suoi fiumi le sue strade i
suoi sbocchi: dei pedaggi altre volte insignificanti intralciano il corso delle
merci, dei villaggi un tempo inosservati le tagliano le comunicazioni; la citt
smania di estendersi, di svincolarsi dalle sue pastoie, di rompere ogni
ostacolo. Pisa e Genova, die si trovano dinanzi delle terre lontane sul mare,
fondano delle colonie consolari; ma per le citt delFintemo non hannovi terre
vacue, la campagna appartiene alla feudalit, tutte le giurisdizioni son armate,
i confini sono spietati e le citt si gettano sull'unico spazio che sia vuoto,
sullo spazio della rivoluzione consolare. Ogni citt che si governa coi consoli
sfugge all'Impero o alla Chiesa nella misura stessa del consolato, e si
presenta come la preda naturale del nemico che l'osserva; essa res nuUius: 9 combattimento permesso naturale inevitabile; ed ogni citt,
ogni borgo aspira a diventare una capitale; la guerra deve durare fino alla
liquidazione generale di tutte le pretensioni; l'Italia dev'essere rifatta per
intero. Ora supponete il Papa e l'Imperatore animati da sentimenti patemi e da benefiche
intenzioni; supponeteli sempre pronti a intervenire per predicare la pace
l'unione la concordia; supponeteli abbastanza forti per ottenere innumerevoli
conciliazioni,per riparare mille torti, per render giustizia agli oppressi;
supponeteli protettori, conservatori come devono essere secondo il dato primo
del Papato e dell'Impero: le citt riporteranno vittorie che non saranno
vittorie; le-sconfitte non saranno sconfitte; nessuna guerra riuscir ad alcuna
soluzione; tosto ottenuto un vantaggio bisogner rialzare le torri spianate,
ricostruire le mura smantellate, riedificare le citt incendiate, restituire il
territorio conquistato; e alla partenza del Papa deirimperatore e dei loro
delegati, le cause della guerra sussistendo ricondurranno le citt al combattimento;
si rimarr per secoli a battagliare in una casamatta, ai piedi di un bastione,
sull'orlo di un fosso - per riportare mille vittorie inutili, per subire mille
sconfitte sempre riparate. La guerra municipale che rimane dentro i confini
della regione viene quindi ridotta al dualismo delle citt militari e delle citt
romane costrutte le une a controsenso delle altre : di Milano e di Pavia la
capitale di Alboino, di Mantova e di Verona la prediletta di Teodorico, di
Bologna e di Ravenna la capitale di Odoacre, di Firenze e di Fiesole, di Pisa e
di Lucca, di Roma e delle citt latine : anche il regno di Napoli si toglie
all'analogia degli altri regni per seguire la legge delle citt italiane,
funzionando come una gran citt cambattente con Palermo contro i rimasugli
federali dei piccoli stati greco-longobardi. Questa guerra che oggi si
considera come un disordine odioso era nel secolo XII un progresso, una
rivoluzione, il primo passo delle citt per determinare i loro confini a nome
della propria libert insultata e disconosciuta dalle vecchie giurisdizioni.
Intanto Fed. Barbarossa,capo della rivoluzione vescovile in Germania, si
propone di combattere in Italia la seconda fase della rivoluzione consolare,
sopprimendo la libert della guerra municipale che insulta alla sovranit
dell'Impero: e A. PrrraRI Giuseppa F. la sua reazione subisce vicende diverse
secondo che si muove sulla terra delPantco regno o su quella del Papa o del
regno normanno. Nell'Alta Italia diventa capitano municipale delle citt romane,
manovrante da bandito con l'uniforme d* Imperatore, e invece di spegnere la
guerra la conferma. Dopo i successi effmeri dovuti alle citt che lo secondavano
nelle prime discese, vinto dalla Lega Veronese dalla Lega Lombarda e dalla
fondazione d'Alessandria, accorda il diritto alla guerra sanzionando nel
trattato di Costanza le due leghe di Pavia e di Milano. La battaglia di Legnano
non dunque una lotta repubblicana e
nazionale dei liberi comuni contro l'Imperatore tedesco (1); ma una lotta fra
le citt romane guidate da Milano le citt
militari guidate da Pavia, per ottenere dentro la gran giurisdizione
dell'Impero la libert della guerra. La nuova rivoluzione, appena legalizzata
dalla duplice repubblica europea del Papa e ddl' Imperatore, si diffonde
dappertutto dando ad ogni nazione dei governi con missioni consolari : perfino
nella Chiesa, che assalita da ogni parte prende al rovescio i suoi nemici colle
creazioni consolari dei cardinali, dei concili, dei nuovi ordini francescani; e
sostituisce la conquista vicina dell' Inquisizione alla conquista oltremarina
della Crociata, e la scolastica di S. Tomaso e S. Bonaventura all'indisciplina
dei Francesi e dei cappuccini. Cfr. J BRyCF. : lite Holy Roman Empire, London,
Macmillan, Non si dichiaraTano prncipi repubblicani, n si faceva appello alla
nazionalit italiana. La terza grande rivoluzione italica prende nome dai
Cittadini e Concittadini e pa9sa per le fasi della guerra ai castelli e della
guerra cittadina che provoca la creazione del podesta. La citt consolare, la
quale non altro se non un'oasi in mezzo
alla foresta feudale del regno che copre ancora tutta la campagna inceppando il
libero espandersi del commercio, una volta ottenuta la libert della guerra
riflette che le citt rivali sono troppo radicate alla terra, mentre i nobili
della campagna si presentano come vittime facili; e volta contro di loro
l'impeto irresistibile della sua espansione economica e politica. Le citt
romane specialmente combattono con furore contro la moltitudine dei feudatari
che le accerchiano impedendo loro il respiro; e questa ultima rivoluzione che
estende la libert alle campagne si presenta come la conclusione della gran
guerra contro il regno, distrutto nelle sue sopravvivenze campagnole dei
castelli. Nella Bassa Italia, che funziona come un gran municipio, la guerra ai
castelli si confonde con la continuata guerra municipale di Palermo contro gli
antichi centri, ultimi nidi di feudatari di sangue longobardo sognatori di
sorpassate franchige aristocratiche. La soluzione della prima fase, vittoriosa
della reazione, apre una nuova lotta. I castellani, naturalizzati e deportati
per forza nel cuore della citt che loro impone l'odiosa legge dell'uguaglianza,
si vendicano costruendo delle fortezze inteme, armando i loro servi,
conquistandosi coil'oro la moltitudine che voltano contro il popolo e
ricominciano un combattimento che come quello fra citt e citt non pu finire;
perch il denaro alle prese col denaro,
la borsa colla borsa, la finanza colla finanza : i proprietari della terra
(concittadini) sono almeno forti come i possessori deifabbriche (cittadini). La
lotta fra il Papa e l'Imperatore si presenta ai cittadini e ai concittadini per
riassumere ed eternizzare il loro combattimento: con la solita interversione
d'alleanze i cittadini dell'Alta Italia seguono il Papa, quelli di Roma e delle
Due Sicilie invocano l'Imperatore; al contrario i concittadini dell'Alta Italia
seguono l'Imperatore, mentre quelli della Bassa Italia invocano il Papa contro
Palermo. I torbidi continui, le prese d'armi improvvise, l'anarchia imperante,
conducono alla creazione di un nuovo governo : i consoli nella loro qualit di
capi dei cittadini come parti in causa non hanno quell'autorit imparziale che
possa giudicare i due partiti, e lasciano il posto ad un nuovo magistrato nel
tempo stesso giudice e capitano, ad una specie di dittatore annuale che si
chiama podest. Preso all'estero e quindi superiore ai partiti egli stesso
giudica e applica la sua legge con potere discrezionaro ma spirato il suo
mandato sottoposto a giudizio, e se
trovato colpevole condannato a multe a
prigonia e talvolta alla morte. La reazione immancabile questa volta si
semplifica. Il Papa il protettore delle
citt romane del Nord, T Imperatore lui
stesso il gran podest delle Due Sicilie : la reazione imperlale non opprime
quindi che i sudditi diretti dell'Impero, mentre la reazione pontificia non
percuote che i popoli della Chiesa. Federico II assale qua! console della
Germania i podest della Lombardia, diventa capo dei concittadini delle citt romane
e dei cittadini delle citt militari; ma dentro al laberinto incrociato delle
inimicizie dualizzate si trova impegnato in un combattimento a cui
l'equivalenza delle forze non permette nessuna soluzione ed costretto a riconoscere col fatta della
guerra interna la nuova rivoluzione. (Riv. d'ItaUa): Visto da lungi nella
confusione del XIIl secolo, Federico inganna gli storici col suo doppio
prestigio di console della Germania e di podest delle Due Sicilie, e vien
considerato come un essere onnipoten-^ te che avrebbe potuto fare Tltalia come
voleva; e la poesia, che segue le grandi figure della storia per trasportarvi
di pianta i suoi sogni i suoi disegni le sue utopie le sue speranze o i suoi
rimpianti, stende silenziosamente il dito sul gran Federico, quasi abbia seco
perduto non si sa qual misterioso destino d'Italia. Ma ha perduto le tradizioni
solo dei Gebelini, condannati alla demenza delle reazioni impossibili : il
fatto della sua sconfitta non ammette n pentimenti n correzioni; egli resta
qual' nel suo tempo nel suo giorno nell'ora sua, simile all'uno dei mille
geroglifici che la stenografia della storia traccia con la rapidit del lampo
per un'eterna immobilit. Utile al Mezzod, l'ultimo degli Hohenstauffen non
poteva n essere il podest dell'alta Italia, n equilibrar runa coll'altra le due
regioni del Mezzod e del Nord, n reggere tutta la penisola con un potere di
screzionaro e profressivo; le nozioni stesse di compensi, di equit giudiziaria,
di discrezione politica o di despotismo beneflco erano anticipatamente
eliminate dal progresso dalla vita e dalle rivoluzioni delritalia, che si
svolgevano diverse variate affrazionate da cento stati contradittori, la cui
suprema felicit era di rovesciare il Papa o Tlmperatore. Il male fatto a
Firenze non era compensato dal bene fatto a Lucca, un'umiliazione di Milano non
toglievasi con alcuna indennit concessa a Pavia. Un podest unico regnante a
Palermo a Roma ed a Milano; un regno unitario improvvisato ed esteso a tutta la
penisola; una sola dominazione imposta d'un tratto all'antico regno ed alla
donazione, ai conti, ai marchesi, ai cittadini, ai concittadini ed alla Santa
Sede sarebbe stata come una montagna sovrapposta a tutte le montagne, una
devastazione inaudita di tutte le libert, una esagerazione iperbolica del regno
dei Longobardi, un cesariato neroniano che avrebbe d'un tratto fermata e
inaridita la civilizzazione dell'Occidente. E come mai l'uomo che non poteva
evitare la sua sconfitta decretata dai secoli avrebbe potuto riportare una
simile vittoria? Dove avrebbe preso le sue frze? I suoi stessi pensieri
partivano dal basso come la libert generale... Al certo l'elevazione non
mancava a Federico; e fissando lo sguardo su lui, a traverso i delitti della
corona, lo spettacolo dell'Impero e la commedia estema delle pompe, si scopre
quell'irrefrenabile arditezza che si manifesta sempre m tutte le epoche della
storia; nel momento delle grandi rivoluzioni, quando gli eroi nello spasimo
Cfr. P. VlLLARi. L Italia da Carlo Magno alia morte di Arrigo F/Z-MUbo, HoepU*
N*to in un secoio di disordini e di contradioDi le quali spesso in Ini si
pCTSonJlicaroiM>, chiamato a Kovemare regioni cba come hi G^mania V lulia
meridionale e U aellatttcieiiale avrebbero richiesto una politica diversa un
indirizzo qualche veka addiritura opposto, pi volte egli disfece con una roano
ci che aveva costruito con 1' altra. del dolore dimenticavano un istante di
essere tribuni re imperatori, per chiedere alla natura e agli astri se pu darsi
un esito ragionevole alle pazzie deirumanit. Egli si rivolge ai sapienti
dell'Islamismo, per cercare delle verit che la sua religione gli vieta di
conquistare; li turba colle sue orgogliose interrogazioni su Dio, sull'anima,
sulla provvidenza, sulla vita futura. Qualche volta, stomacato dalla furberia dei
miracoli cristiani, si direbbe che sogna un califato d'occidente, col quale la
ragione gli renderebbe la met del potere ceduto da Carlo Magno alla Chiesa. La
tradizione profana lo segue appassionatamente e, guerreggiando con le calunnie
cattoliche, gli attribuisce confusamente il pensiero di voler regnare quale
podest delle tre religioni che si contendono la terra; essa gli fa dire che Mos
Ges Cristo e Maometto sono i tre grandi impostori dell'umanit, che ingannano i
mortali, che seminano sulla terra il furore delle crociate, che bisogna domarli
e dominarli; e che ci dev'essere qualche cosa ad essi superiore, non fosse
altro un etemo sonno, per calmare la ragione oltraggiata dai pontefici dagli
ebrei dai cristiani e dai musulmani. Porse, nel suo disprezzo per i commedianti
di Roma, nel suo amore per i Romani e per i castellani minacciati dal fuoco
della moltitudine e dell'inquisizione, pensava egli ad una rivoluzione
religiosa; nel mentre che numerosi insensati si attendevano a vedere
trasformato l'universo da un incanto che rovescerebbe la tirannia imperiale. Ma
nelle alte regioni del potere il libero arbitrio del pensiero, che si fa strada
in mezzo alle pi astratte possibilit, non serve che a rivelare di rimbalzo
tutta la forza della fatalit. Sciagurati i Cesari che lottano coi pontefici!
Essi sono obbligati di parere ancora pi religiosi degli altri; devono imporre
il silenzio l'obbedienza la cecit, e farsi ipocriti impostori e persecutori di
ogni filosofia; perch la moltitudine adora i suoi preti i suoi ierofanti i suoi
mistificatori, essa si nutre di favole di iperboli di miracoli questo il suo pasto; e non sacrifica i suoi capi pi
assurdi se non agli uomini che le promettono con maggior energia di continuarne
gli errori. Podest occulto di tre religioni, Federico IIgemeva sotto il peso
occulto di una filosofia che lo condannava a dissimulare il suo pensiero, a
dirsi cattolico, ad abbruciare gli eretici e a disprezzare lumanit. Viceversa
nel regno delle Due Sicilie la reazione
guidata dal Papa, che come console dei concittadini del Mezzod assale
con le armi della rivolta federale e della superstizione cattolica il suo
vassallo Federico 11 supremo podest, ma
vinto nel momento stesso in cui trionfa nell'Alta Italia. E la sua
sconfitta si ripet a Roma, che organizzata a forma repubblicana lo obbliga a
cedere di fronte a Brancaleone dell' Andalo podest bolognese. La libert della
democrazia della sedizione e delle battaglie si svolge in tutta l'Italia
proclamando il grande interregno, e si diffonde per tutta l'Europa e anche
nella Chiesa dove i dottori combattono come cittadini e concittadini prendendo
al rovescio gli stati, finch il Papa diventa il giustiziere universale di tutte
le dissidenze presenti passate e future come un podest mitriato. Ma nemmeno il
podest poteva durare sulla Il possesso del regno di Sicilia lo metteva nella
falsa posizione di un vassallo resistente al sno legittimo sovrano. BRyCE :
Iloly Roman Empire, pag. 208. scena un tempo maggiore di quello concessogli dal
fato della rivoluzione^ la quale entrava nella nuova fase dei Guelfi e
Ghibellini che si divide in periodo delle sette e dei tiranni, al momento in
cui la guerra civile straripava al disopra del governo pacificatore e i
combattenti disprezzavano gli ordini del podest. Chi sono questi furibondi che
si scannano a vicenda proprio adesso che il grande interregno li libera alle
lofo tendenze, permette ai Lombardi di adorare il loro Papa, ai Meridionali di
venerare il loro Imperatore? Essi non derivano dal Papa e dall'Imperatore non
sono altro che le due sette dei cittadini e dei concittadini che rinascono con
duplicato furore, per darsi delle sempre nuove battaglie al seguito della quale
una met degli abitanti deve prendere la via dell'esilio. I cittadini delle citt
romane sono guelfi, all'opposto dei cittadini delle citt militari di Roma e del
Regno delle Due Sicilie : i concittadini delle citt romane sono ghibellini,
mentre quelli delle citt militari di Roma e del regno sono guelfi. Con una
guerra tutta sociale figli di una stessa citt, essi combattono per conquistarla
non per distruggerla; riconoscendo per la prima volta l'unit i Cfr. Volpe :
Pisa, Firenze e Impero in Studi storici. Pisa: I-e varie cagioni delle lotte
interne ed esteme dei conuni sono al di fuori di Papi e di Imperatori, e
indipendenti dalle cagioni che questi aggiungono di proprio quando si mescolano
nelle gare dei comuni: quelle preetistono a queste e sono le vere arbitre della
storia d' Italia del Medio Evo, a cui le due podest servono pur illudendosi di
comandare. deale della nazione si stringono in alleanza coi settari del loro
stesso colore, onde tutta la penisola
corsa come dalla rete di una circolazione di vene e di arterie moventisi
a controsenso. Pari la forza degli
interessi, pari la forza delle idee; la lotta adunque nel complesso della
nazione eterna e senza soluzione come
una antinomia metafisica; ma prende possesso delle contradtzioni della guerra
municipale, secondo la legge che dopo una minore o maggiore alternativa di
espulsioni fa inclinare sempre la vittoria a favore dei cittadini, del popolo :
dei Guelfa quindi nelle citt romane, dei Ghibellini nelle citt militari. Essa
allarga ancora la libert nazionale dentro il patto di Carlo Magno, istituisce
un nuovo popolo pi numeroso dilatando la democrazia, e mira a creare secondo il
tipo ideale formatosi con la generalizzazione delle sue due tendenze una nuova
Chiesa democratica e un nuovo Impero legale. Minacciato dalle due sette che
fanno traballare il suo ux)no, il Papa non pu regnare a Roma se non facendo un
passo indietro per fermare la rivoluzione, chiamando Carlo d'Angi alla
conquista della Sicilia affinch domini come un podest imparziale sulle sette
italiane. Ma Carlo diventa guelfo prima d'aver visto l'Italia e la reazione
papale sconfitta. Questo orribile
sconvolgimento rivoluzionario, cio
benefico e liberatore : dirocca innumerevoli castelli sfuggiti alla guerra
consolare, estende la libert alle arti ai mestieri alla plebe, compensa il
decadimento delle citt militari col fiorire delle citt romane arricchite
dall'industria e dal commercio, rivela attraverso il collegamento antitetico
delle sette Tunit nazionale, e d due linguaggi due poesie due nuove religioni
all'Italia. Il francese, lingua guelfa adottata dall'aristocrazia popolare
delle citt romane, bilancia l'italiano coltivato dalla corte ghibellina di
Federico II e di Manfredi, artificiosamente scelto dai dialetti di tutte le
citt; finch viene a trionfare la nuova lingua guelfa della democrazia di
Firenze. Il periodo dei Guelfi e Ghibellini entra adesso nella seconda fase dei
tiranni. Il tiranno il capo di una delle
due sette che gli concedono un potere dispotico sacrificando la loro libert
quasi feudale nell'interesse della vittoria: esso compensa la violazione di
tutli i diritti acquisiti coi favori prodigati alla moltitudine e colla
condotta vittoriosa della guerra estema, e per la prima volta rappresenta la
terra sotto una forma individuale. Ma, capo di un partito destinato
dall'equilibrio delle forze ad alternare te sconfitte con le vittorie, si avvia
anch'egli ad una catastrofe certissima. Le citt che non entrano nell'era dei
tiranni si contorcono nelle angosce della guerra civile non ancora disciplinata
imbrigliata e mitigata, e in ritardo di una generazione nel corso della civilt
sono sorpassate dalle rivali come Firenze che rifiuta un tiranno guelfo in Gian
della Bella, o son costrette a ricorrere a tiranni stranieri come Brescia o^
Piacenza fondate sul tiranno di Napoli. Bonihido Vili minaeciato tenta la
reazione opponendo la guerra pura e semplice all'ordine nasceme delle tirannie,
per suscitare attraverso alla penisola un ondulazione guelfa che distrugga le
tirannie ghibelline; e ricorre a Carlo di Valois. Lo scaglia Contro la Sicilia
ma uivano : in tutte le citt i Guelfi si trovano senza capi senza riputazione
senza potere e disonorati dall'invettiva immortale della Dmna Commedia.
Invocato da Ghibellini d'Italia arriva infine Arrigo VII, che in ritardo come
la sua patria di due rvduzioni non vuole essere n guelfo n ghibeliino; e guida
quindi una reazione opponendo ai furori delle tirannie la pacificazione
sorpassata del podest. Ma appena messo il piede sul suolo fatale ditalia, come
i suoi predessori vien preso nell'ingranaggio politico delle inimicizie,
costretto a diventar ghibellino, e muore sconfitto e si dice avvelenato
dall'ostia guelfa dei monaci di Buonconvento, dopo ruminazione di Roma e
l'affronto di Roberto di Napoli. La rivoluzione dei tiranni penetra infine nel
patto di Carlo Magno colle teorie antitetiche di S. Tomaso e di Colonna, di
Tolomeo da Lucca e dALIGHIERI (vedasi), che propongono come stato modello gli
uni la tirannia guelfa gli altri la tirannia ghibellina. La Divina
Commedia la grande epopea della tirannia
ghibellina trasportata nell'universo soprannaturale, dove Dio sostiene la parte
del tiranno supremo; Dante il poeta del
terrore, dell'odio, della rabbia, dell'esterminio sanzionato dalla necessit su^
prema di salvare il genere umano; che da per tutto immola sacrifica consacra i
Guelfi del suo temp ad una eterna infamia, pur accettando tutta la democrazia
guelfa del passato. La rivoluzione vittoriosa si diffonde per tutta l'Europa;
si riproduce nella Chiesa grazie a Bonifacio Vili e ai suoi successori
d'Avignone; penetra nei conventi colle esplosioni guelfe e ghibelline dei
domenicani tomisti e dei francescani scottisti, nelle scuole coi realisti e
nominalisti, e perfino nell'altro mondo dove si vogliono scacciar gli angeli
dal cielo per ristabilirvi i demoni dell'inferno. A un certo momento il tiranno
s'accorge che per regnare deve sfuggire alle ondulazioni guelfe e ghibelline,
stabilendo il regno dell'imparzialit col disarmo colla corruzzione o con la
distruzione dei settari nobili e repubblicani, nell'interesse dell'agricoltura
dell'industria e del commercio che vogliono ora la pace. Il reggimento
repubblicano gi compromesso dai tiranni viene quindi abolito dai Signori che
regnano da despoti colla forza della intelligenza, sfuggendo di traverso al
Papato e all'Impero senza prenderli mai di fronte; finiscono le guerre ai
castelli e le guerre municipali fin qui insolute, dando predominio alle citt
progressive romane; si estendono colla forza della necessit, migliorando la
sorte delle citt conquistate trattate coll'imparzialit usata verso le due
sette; e sempliflcando la geografia delle due Italie, utilizzano ormai
direttamente il Papa nel Sud quasi guelfo e Tlmperatore nel Nord quasi
ghibellino (Avvento dei Signori). Traviati derisi traditi dalla giurisprudenza
che dimostrava in qual modo si poteva vivere nello stesso tempo nei due campi o
passare sapientemente da un campo all'altro; i Guelfi e i Ghibellini non
avevano altro mezzo che d'invocare ^ uni il tiranno d'Avignone gli altri il-
gran tiranno dell'Impero, per disfare con una reazione generale le nuove
costruzioni delle signorie imparziali. Ma la signoria definitivamente
vittoriosa di tre reazioni, una papale una imperiale e una combinata, penetra
nel patto di Carlomagno, mentre i giureconsulti proclamano per la prima volta
la sovranit popolare di ogni nazione astrazion fatta dalla Chiesa e
dall'Impero. Nella seconda fase della Prosperit dei Signori a regno dei
furfanti benefci si propaga in tutte le citt : le terre pi timide, i centri pi
disgraziati, i villaggi pi infelici vogliono crearsi dei capi al di fuori dei
vecchi partiti: ogni citt prende definitivamente il posto che le era stato
indicato dai vescovi durante la rivoluzione del 1000: indi l'importanza di
Milano, la petulanza di Verona, l'inferiorit della Toscana e del Mezzod. La
signoria di Milano era frattanto giunta a tanta potenza cfie provoc per
contraccolpo la reazione di una federazione repubblicana pontificia e
imperiale, in cui le citt minacciate dalla voracit dd Biscione si alleavano coi
poteri retrogradi per difendersi. Ma Tltalia ben presto lasciava a s i suoi
capi retrogradi e la reazione finiva colla catastrofe dell'Impero, sceso con
Carlo IV alTimperdonabile bassezza di farsi mercante di dijplomi; e col gran
scisma della Chiesa divisa fra Urbano VII quasi ghibellino e Roberto di Savoia,
che coi loro vicendevoli anatemi liberavano la ragione individuale dalle catene
della religione. La terza fase del periodo dei signori dominata dal dualismo fra Milano e Firenze.
Un nuovo progresso inalza Milano, dove per cancellare ogni rimembranza di
atrocit tiranniche Galeazzo tradisce Barnab suo zio. L'ambizione illumina i
cronisti milanesi e suggerisce al Mussi Tidea di sopprimere la dominazione
temporale della Chiesa per sottomettere T Italia all'unica signoria dei
Visconti. Ma quest'idea trasforma la signoria milanese benefica e
rivoluzionaria lungo il suo raggio legittimo in un flagello per il resto della
penisola, ed obbliga Firenze a difendere la liberta le leggi le tradizioni e le
federazioni dei popoli italiani. Da quest'istante tutti i fenomeni della nazione
si spiegano col contrasto fra Milano e Firenze, che si riflette nelle due
rispettive scuole dei cronisti. Ma la vera Italia si trova superiore al
contrasto, rappresentata dal Petrarca da Bartolo e da Boccaccio, che tradiscono
il Medio Evo a profitto dei moderni e impersonano l'empiet del nuovo scisma:
l'uno conciliando ogni contradizione col suo classicismo accademico feroce solo
contro la Chiesa d'Avignone, l'altro liberando ' le nazioni dal gran patto
papaie-imperiale per mezzo della romanit, il terzo sepelleiido le imposture del
Medio Evo sotto le risate della sua novella federale. E* questo il momento in
cui la bisantina Venezia esiliatasi fin dall'era dei vescovi toma nel sistema
italiano. (Riv. d'Italia Dimenticata fino dalla caduta del regno, appena frammista
qua e l alle battaglie lombarde e friulane come una terra secondaria e affatto
straniera, quasi sconosciuta al Papa e all'Imperatore non meno che ai popoli e
ai poeti d'Italia; si presenta d'un tratt ancorata a Rialto, carica di prede di
ricchezze di simboli, simile ad una nave d'alta velatura che sarebbe entrata
nel porto durante la notte, di ritomo da un lungo viaggio nelle regioni
favolose d'Oriente. La signoria si propaga in tutta l'Europa, dove tutti gli
stati capovolti dalla rivoluzione anteriore riprendono il loro atteggiamento
naturale; e la Chiesa rinuncia alle lotte della scolastica fra i sostenitori
dell'individuo e quelli del genere, per diventare ciceroniana ed eclettica ad
imitazione del Petrarca. Le conquiste sociali e politiche della signora vengono
adesso minacciate dalla Crisi militare. I signori avevano composto i loro
eserciti di mercenari per disarmare i Guelfi e i Ghibellini e per
tranquilizzare i cittadini tradizionalmente antimilitari; ma poich, affascinati
dal demone della conquista vogliono mantenere eserciti superiori alla loro
potenzialit economica, finiscono per fallire e per cadere in balia della plebe
irritata e dei soldati insorti. La crisi si compie in tre tempi : prima la
plebe insorgendo contro il flagello della miseria distrugge la signoria,
risuscitando le forme politiche sorpassate della repubblica o della tirannia;
poi vedendo che quella libert la ripiomba nelle demenze del passato accetta una
nuova signoria, che limiti le sue ambizioni conquistatrici al raggio legittimo
consentitole dai suoi mezzi finanziari. Il signore cosi ritemprato da una nuova
consacrazione plebea si trova adesso di fronte al condotdere capo di una
signoria volante di soldati su d'un territorio che non pu sostenerli tutti e
due, bisogna che uno scompaia : ora il
condotdere che diventa signore come Francesco Sforza, ora la signora che toglie di mezzo il condottiero
come Venezia fa del Carmagnola. La garanzia dell'oro, l'unica che resiste
ancora in mezzo alla derisione universale di tutti i principi, conserva tutto
il lavorio dei secoli precedenti : la federazione italiana si semplifica colla
vittorai dei gran centri romani sulle citt militari e le dualit invincibili;
detronizzando diciassette dinastie e distruggendo diciassette indipendenze inutili,
uccise dai poveri e dai plebei secondo la gran legge che da Carlomagno in poi
sacrificava l'orgoglio della nazionalit alle necessit della democrazia, perch
la fame superiore all'ambizione delle
monarchie e delle repubbliche. Indipendenti A. Ferrari Giuseppe Ferrari. nel
fatto dal Papa e dall* Imperatore le signore secolarizzate si uniscono nella
cdebre lega del 1484, in cui Milano Venezia Firenze Roma e Napoli, dichiarando
di assoldare un condottiere a spese comuni, stabiliscono il principio di tutte
le federazioni : di formare uno stato solo contro al nemico bench ogni stato
resti distinto e sovrano nel proprio territorio. Le reazioni di questo periodo
sono appena accennate e non servono che a confermare la rivoluzione
flnanziaria. La quale si riflette nelle lettere, dove si ha prima la ricerca di
tutti i valori, poi il rinascere delle opere originali con Lorenzo col
Poliziano e col Pulci, che malizioso come un signore liquida il Papa e
l'Imperatore senza contestare i principi del Papato e dell'Impero. E penetra
inflne nella Chiesa la quale, assalita dalla ribellione federale del Concilio
di Costanza, si rigenera all'imi tazione di tutti gli stati mostrandovi le
scintille d'un incendio universale di democrazia, che presto avrebbe divorato
tutti i re e i dottori protettori della libert e delle riforme; inventa la
visione beatificata mettendo d'accordo l'Apocalisse e il purgatorio; e fa
adorare un Dio che vende le indulgenze per rendersi visibile nei capolavori
dell'arte. L'Italia aveva fin qui squassato la face ideale della rivoluzione;
marciando alla testa della civUt essa creava man mano le nuove forme politiche.
che diffondeva per mezzo del Papa e dell imperatore a tutte le nazioni
d'Europa. Ma ecco che durante il periodo della Decadenza dei Signori la civilt
trasporta i nuovi centri incendiari in un'altra nazione; e la Francia chiamata
da Ludovico il Moro straripa improvvisamente con una espansione militare
nellitalia, la quale sorpresa da questo imprevedibile progresso costretta a difendersi restaurando il Papato
e l'Impero che l'astuzia dei signori aveva quasi esiliato, e resuscitando le
forze indigene delle sette guelfe e ghibelline che il tradimento dei signori
aveva addormentato. Il meccanismo politico cosi adesso si rovescia : prima era
l'Italia che trasmetteva all'Europa l'impulso delle sue sempre nuove forme
politiche per mezzo dei poteri europei del Papa e dell'Imperatore; adesso l'Euror pa che, mossa da un'altra nazione,
per mezzo del Papa e dell'Imperatore trasmette il progresso allitalia. Succede
un altro passo indietro quando l'Italia
costretta a mettere il Papa e l'Imperatore sotto la Spagna per
difendersi dall'insurrezione germanica e federale di Lutero contro le sue
rivoluzioni, contro la sua civilt passata attaccata nel Papa; che rappresentava
tutto il suo lavorio religioso, la sua supremazia mondiale e che era pure uno
dei due membri della federazione europea da essa creata (Riv. d'ItaUa) r Cfr.
C. Balbo: Dciln stona d' Italia: Finiva V et del primato (qualunque fosse) d*
Italia; iocominciava quella dei primati occidentali di Spagna, poi Francia, poi
Inghilterra. L'eresia che aveva serpeggiato nel Nord fra le due patrie di Huss
e di Wicleif reclamava anch'essa la sua espansione; le regioni che avevano
respinto il giogo della centralizzazione dell'antica Roma si levano con nuovi
Arminii, per respingere con le forze invisibili del pensiero l'unit pontifcia
che era sottentrata all'unit conquistatrice dei Romani; i popoli la cui antica
barbarie aveva imposto le sue federazioni nomadi ai Cesari, opponevano le nuove
federazioni degli spiriti indipendenti ai demiurgo di Roma e al Cesare guelfo
dell'Austria. II Nord dell'Europa sorgeva dunque alla voce di Lutero; ed 0gni
individuo, diventato libero nel fro intemo della propria coscienza, formulava
cento gravami contro la monarchia del . Pontefice e contro le rivoluzioni
d'Italia che l'avevano creata. Si sorgeva dunque contro la prima rivoluzione,
che in odio del re di Pavia aveva divinizzato i preti i vescovi e il loro capo;
contro il prestigio magico che essi avevano messo negli antichi simboli
dell'eucaristia, della messa e delle reliquie a confusione dei barbari; contro
la santificazione dell'antica capitale con una gerarchia misteriosa che aveva
umiliate tutte le citt regie; e contro la superstizione incendiaria che aveva
dato all'ordalia, all'altare e all'acqua benedetta il potere di sottrarre i
delinquenti ai tribunali ed i popoli ai re. Non si risparmi poi alcuna delle
creazioni di Carlo Magno : n la separazione dei due poteri; n la donazione che
faceva della Chiesa una potenza politica; n la penitenza che metteva i suoi
giudici al di sopra di tutti i giudici, le sue sentenze al di sopra di tutte le
sentenze; n la liturgia che propagava il culto col fascino dei canti, delle
pitture, delle sculture sconosciute alla Chiesa primitiva; n il purgatorio che
raddoppiava la distanza fra il cielo e l'inferno, per far luogo agli incanti
delle preghiere clericali; n in una parola il pontefice che arrivava all'anno
mille come un Dio fuori di Dio, vera ipostasi della giustizia divina e
proconsole di tutti i proconsoli istituiti sotto il nome di primati. La
devastazione luterana si estendeva a tutte le rivoluzioni posteriori : e
proscrveva dell'era dei vescovi il celibato dei preti e tutte le riforme che
fornivano armi spirituali temporali allunit pontifcia; dellera dei consoli gli
ordini mendicanti, le feste imponenti, Tesaltazione dei cardinali, Timpostura
regnante e rimplacabile inquisizione; delfera delle due sette i tomisti e gli
scottasti, le ecceit, i flatus vocis, le dotte puerilit che profanavano Do
trasformandolo in tiranno or guelfo e ora ghibeilino; del tempo dei signori il
culto nell'atto stesso capriccioso, materiale, e abbandonato al despotismo
della frase ai periodi ciceroniani e al pennello di artisti sostituiti
alrinsegnamento degli apostoli; del tempo della crisi fnalmente si assaliva il
delitto che riassumeva tutti i delitti e che consisteva nel vendere le
preghiere le assoluzioni le indulgenze le dispense tutto, per far denaro con
una religione gi materiale, e per moltiplicare cosi i capolavori che
sostituivano ai miracoli di Crsto quelli delle nove Muse. Non si voleva pi
ascoltare l'oracolo di Roma, le coscienze si rivoltavano contro la sua
religione, le intelligenze contro i suoi dogmi, il pudore contro la sua morale.
L'ira generale denunciava il sacerdote giudice confessore inquisitore
funzionario e papista come un nemico del genere umano. Si chiedeva di vivere in
una chiesa dove, ogni uomo diventato il proprio pontefice, la religione incatenata
al senso letterale della Bibbia, tutto l'andamento divino ridotto alla stessa
legalit di questo documento primitivo - l'opera arbitraria delle rivoluzioni
italiane sarebbe definitivamente abolita come una epidemia satanica, e tutta la
signoria di Roma maledetta come un sacrilegio commesso contro la libert del
Vangelo. L'Italia non era mai stata pi violentemente oltraggiata : i Longobardi
avevano rispettato la civilt romana, i Goti di Teodorico l'avevano protetta
Lutero la fulminava; e se prima di lui si era declamato contro la nuova
Babilonia, le si attribuivano adesso come delitti non solo i suoi vizi e le sue
virt ma altres la sua grandezza e magnificenza. Gli Italiani difendono dunque
il Papa e 1.Imperatore che rappresentano le loro rivoluzioni legalizzate, e
questi si mettono sotto la protezione della Spagna per resistere al federalismo
protestante dei luterani; mentre i signori rinunziano alla lega del 1484 che
aveva congedato silenziosamente il Papa e l'Imperatore, e la nazione rinnova
per un'ultima volta il patto di Carlo Magno colla Chiesa. La restaurazione di
Cario V non era una reazione: delle rivoluzioni italiane rispettava nitto il
lavorio geografico e sociale, ben differente dalle reazioni anteriori che
pretendevano farlo ren*ogradare; essa venne quindi accettata. Leone X riassume
e sviluppa la grandezza dei suoi predecessori, mentre gl'increduli del suo
tempo si burlano della Chiesa e dell'Impero. L'arte e la scienza trasportano
nel campo ideale la rivoluzione di quell'epoca. L'Ariosto ne riBette l'immagine
nella sua poe^a dove nello stesso tempo deride ed ammira il Medio Evo, dove
sono ammessi all'onore dell'arte tutti i contrari della politica e della
religione ^uabnente ridicoli e venerabili, tutto il fantastico pagano e
orientale non meno rispettabile delle favole della Chiesa e la sua arte che
rappresenta ancora oggi l'indole italiana
imitata da tutta la letteratura. Il Machiavelli pu dirsi l'Ariosto in
azione : volendo insegnare le norme della politica rimane vuoto e asirattOy
mentre fonda la teora che determina le leggi secondo cui si svolgono tutte le
rivoluzioni possibili. Cosi nella vita
malpratico improvido senza importanza, ma la sua fama si estende lentamente
colle rivoluzioni ulteriori contro il patto di Carlo Magno colla Chiesa, man
mano che l'umanit si svincola dalle credenze soprannaturali e si basa sul
razionale. La nuova era politica della Rivoluzione protestante propagata dalla
Germania consiste in un movimento che estende la fraternit umana oln*e assai la
benedizione del Papa e la memoria di Roma e, conservando la distinzione dei due
poteri che aveva inaugurato il regno del pensiero puro, la affida ad ogni
individuo divenuto papa di se stesso una volta in regola colle leggi del suo
stato. Essa si attua in forma opposta negli stati germanici e negli stati
latini: nei primi individuale legale federale distrugge il potere di Roma
confermando quello dei prncipi; nei secondi riforma le antiche dottrine della
teocrazia romana, opponendo alla rvoluzione protestante la fraternit e la
democrazia, le concentrazioni ispaniche e le centralizzazioni francesi. In
Italia produce il tronfo degli stati ghibellini (Milano Genova Firenze Napoli)
sui loro opponenti guelfi e francesi d'alleanza, e il sacrificio dei Ghibellini
nella minoranza degli stati dove i Guelfi devon regnare (Venezia Savoia Roma).
La rivolizione rinnova la letteratura col Tasso, il poeta della tenerezza che
celebra la grande impresa cattolica della prima crociata; fonda la musica; e
ringiovanisce la Chiesa coi Gesuiti e colle teorie della fraternit in
opposizione alla libert protestante. La riforma appena vittoriosa assalita da una reazione : cattolica e
unitaria nei paesi protestanti, protestante e federale nei paesi cattolici, essa
non fa che confermarla; sacrificando in Germania Wallenstein e in Francia gli
Ugonotti; negli stati ghibeliini d'Italia i Guelfi francesi i Guisa i Vacchero,
e negli stati guelfi i Ghibellini spagnoli d'alleanza come i 500 cospiratori
annegati da Venezia. La letteratura nazionale sta per soccombere
airinsurrezione dei dialetti; mentre che la ragion di stato liquida senza
parere la religione e spegne il senso morale cogli scritti di mille mediocrit
misteriose; e la filosofia d Bruno e T. Campanella : Tuno il martire del
panteismo che afferma Punita della materia e la pluralit dei mondi; Taltro il
rappresentante pi grande deiTutopia politica dei popoli latini esagerante
alTinfihito la fraternit l'unit e il despotismo, contro l'utopia opposta che si
svolge secondo Lutero colla forza della libert delle federazioni delle leggi.
Il nuovo periodo storico che va dal 1648 al 1789 e che si potrebbe definire del
Despotisma illuminato guidato dalla
Francia; la quale insegna a tutte le nazioni d'Europa l'indifferenza religiosa
che secolarizza lo stato, la semplificazione del governo colla distruzione
dell'indipendenza quasi feudale d'una nobilt costretta a modernizzarsi,
l'impostura e la libert della ragion di stato nell'interesse delle moltitudini.
Esso si attua in senso inverso negli stati monarchici e negli stati federali
colla centralizzazione o colla legalit. In Italia la democratizzazione
dell'aristocrazia viene diffusa negli stati ghibellini dall'Impero d'Austria,
nei guelfi dall' imitazione della Francia. I politici della ragion di stato
sospendono le loro cicalate, i poeti dei dialetti cessano dalle loro
divagazioni, e le pompe dell'opera traducono il secolo di Luigi XIV nella
lingua universale della musica diffusa dall'Italia a tutta l'Europa (Riv.
d'Italia) : La nazione mantiene ormai la 3ua supremazia coirestatica inazione
dei suoi cantanti. Non si affrettano mai : gli eroi si precipitano al
combattimento colla misura dell'andante, il nemico fugge senza potersi staccare
dalla scena dove l'incatenano i ritomeli, le tenebrose sorprese si svolgono con
cavatine i cui accenti riempiono le pi vaste sale, si danno le pugnalate in
battuta, le vittime cadono colle vibrazioni isocrone del trillo - e nessuno
s'impazienta perch rartista coll'arco alla mano ha abolite tutte le leggi delle
verosimiglianze. Ma contro la secolarizzazione d'Europa abbiamo l'immancabile
reazione guidata dal cardinale Alberoni, che cupido di riconquistare alla
Spagna i domini di Carlo V aiuta in ogni stato i vecchi partiti per distruggere
il nuovo progresso. Ma il suo bieco disegno
distrutto in Francia dagli uomini della reggenza e dai filosofi
delPenciclopedia, che diffondono in tutta l'Europa le idee del despotismo
illuminato, mentre la Massoneria succede ai Gesuiti. In Italia l'Austria prende
l'iniziativa delle riforme, il Regno di Napoli diventa indipendente, il
Piemonte si ricostituisce e si estende; mentre le repubbliche rimangono
indietro attardate dalla loro retrograda aristocrazia. La nazione rivela la sua
grandezza nella filosofia con Vico, il quale colle idee del despotismo illuminato
mette a livello tutte le societ e tutte le religioni; nella poesia con
Metastasio il pi tenero nemico degli dei, e con Alfieri il tragico poeta della
guerra che vuole tutte le idee alla altezza dei nuovi tempi {Riv.
d'ItaliaDeliziosamente illusa da queste cantilene rimate [di Metastasio] che
svegliavano gli echi di tutti i teatri d'Europa, la folla italiana fu un giorno
sorpresa e si direbbe intimorita da un nuovo spettacolo che portava la sfida
alle pompe asiatiche dell'orchestra. Senza musica, senza cori, senza strofe,
senza rime, Alfieri fece salire i suoi attori su d'una scena squallida triste e
nuda; e l quattro personaggi dalle figure astratte, impegnati in una azione
unica stincata rapida, obbligata a giungere alla meta in ventiquattr'ore coli'orologio
alla mano con un cadavere in terra e colla nuova moralit del vizio vittorioso e
della virt sacrificata questi miserabili mezzi a controsenso di tutti i
pregiudizi fecero Teffetto di un drappello d Spartani che fennassero Tannata di
Serse. Il melodramma ne ricevette uno smacco irreparabile, i suoi pomposi
personaggi furono scompigliati, i loro gemiti sospirosi si fermarono subito;
nessun poeta succedette a Metastasio; i maestri rimasero soli con taluni poeti
pagati, con libretti insignificanti, con parole vuote di senso che si chiamano
ancora in oggi le parole e la poesia lasci per sempre le rime effeminate, le
pugnalate fantastiche, le virti ridicolmente languide e i cantanti castrati
delle cappelle principesche. Perch Alfieri faceva finalmente vibrare la corda
della guerra, sconosciuta a tutti i drammaturghi dagli Arlecchini fino ai poeti
cesarei. Pi nuovo di Dante, pi moderno di Shakespeare, egli inventava dei
personaggi poetici per formarne dei veri; nuovo Orfeo voleva destare la libert
nazionale, che nella sua immobilit secolare non sapevasi ornai come intendere.
I cicisbei impallidirono, lo spasimante il patito il cavalier servente ed anche
il signor marito si sentirono ridicoli, le civette si morsero le labbra, gli
abbati si accigliarono, i patrizi dalle code impdverate si guardarono intomo, e
i capitani capirono che si poteva morire alla guerra. Il fuoco sacro di Parnaso
rendeva la scena inviolabile al cospetto del governo, la tragedia penetrava nei
gabinetti, qualche volta esiliata dalle scene investiva il lettore a casa sua e
i suoi spettri inattesi gli intimavano di spogliarsi del vecchio uomo, di
levarsi, di pensare. L'ultimo perodo storco, non ancor chiuso quando il Ferrari
scriveva, quello della Rivoluzione
francese. Il suo principio consiste nella divulgazione dei misteri del
despotisir.o illuminato per modo che il razionalismo libero pensatore trionfi
presso tutti i popoli, neiristimzione del codice che uguaglia politicamente
tutti i cittadini, nell'avvento della propriet borghese figlia dell'industria e
del commercio. La rivoluzione francese ricorre alla forma repubblicana
antipatica alla nazione come a strumento di distruzione, finch Napoleone
trasporta nella forma tradizionale dell'assolutismo il contenuto nuovo,
l'ultimo progresso; e lo diffonde con le armi a nitta l'Europa dove
l'esordio quindi assolutistico e la
conclusione libera. Cosi la Germania dal despotismo della conquista napoleonica
necessaria per trasmetterle la rivoluzione torna alla sua federazione quasi
repubblicana, alle speculazioni astratte, aUa libert della sua arte; 1 Austria
ritorna alla patema democrazia e alla burocrazia meccanicamente esatta;
l'Inghilterra aveva gi avuto nel suo territorio la esplosione che creava gH
Stati Uniti anticipando le idee della rivoluzione francese; ma la Russia copia
il progresso francese direttamente coli' assolutismo degli Czar. L*ltalia si
volge alla Francia per distruggere Papato e Impero a Une di acquistare il nuovo
progresso; e ad una prima tenue succede una seconda pi radicale trasformazione
all'unitaria, Anche conquistati i principi nuovi ritoma con lavorio lento alla
sua tradizionale federazione. Al solito la rivoluzione francese assalita da una reazione, che impone alla
Francia la libert costituzionale della dinastia borbonica, e viceversa air
Europa il despotismo; ma essa si avviticchia alle forme stesse della reazione
per combatterla e sconfiggerla, in Francia colla repubblica che conduce al
governo assoluto di Napoleone III, presso i suoi avversari col ristabilimento
delle libert costituzionali. In Italia abbiamo pure assolutismo al rovescio
della Francia; ma assolutismo che
costretto a diffondere il contenuto della rivoluzione, a far riforme
amministrative, ad appellarsi alla moltitudine che tenta di voltare contro i
liberali. Per la nazione volle scuotere questo odioso giogo dell'assolutismo e
alla rivoluzione di febbraio corrispose l'esplosione unitaria del Piemonte
accettata per riformare il Papa e l'Imperatore; finch la religione e la
politica federalista si volsero contro Carlo Alberto, che trasformava la guerra
di libert in guerra di conquista interna non legittimata nemmeno dalla vittoria
napoleonica, e da Villafranca a Novara si distrusse un regno immaginario a
profitto della federazione italiana. Ma il progresso richiesto tanto all'Austria costretta alle
riforme e bilanciata dalla Francia, quanto al Papato compromesso politicamente
dalla doppia occupazione dei due imperi rivali. Tutti i governi cedono ai
principi deir89 per il rumore confuso delle nuove idee che attaccano la
propriet. E dalla lotta fra la religione e la filosofia, fra i preti e i
tribuni scaturisce il progresso; secondo che gli uni o gli altri, essendo
detronizzati, trovansi nella necessit di proporre una pi vasta democrazia per
risalire al potere. Il sunto a bella posta diffuso che noi abbiamo steso
tessendolo spesso di frasi e perodi dell'autore baster a dare un'idea adeguata
della importanza unica di quest'opera, in cui il Ferrar dispiega netta la sua
incomparabile grandezza di storico. Per averne la misura paragonate la sua
storia d'Italia, non dir con uno di quei manuali in cui i fatti e i personaggi
sono infilzati l'uno dietro all'altro come una corona di nocciole, ma anche coi
libri di coloro che vanno per la maggiore fra i moderni : con la voluminosa
storia politica d'Italia pubblicata dal Vallardi, o con la storia del Villari,
che passa per il migliore dei nostri storici viventi, in corso di pubblicazione
adesso presso Hoepli). Anche per una persona di quelle cosidette colte che
frequentano le societ di lettura e fondano le universit popolari la storia,
secondo l'idea che ne ha portato dal liceo,
come una fantasmagoria irragionevole, che sarebbe comica se non
stillasse il sangue di innumerevoli vittime. II capriccio la pazzia il caso
sembrano movere questi innumerevoli fantocci di un dramma senza processo e
senza scioglimento; dove si vedono degli individui che si scannano senza
ragione, delle nazioni che si combattono senza sapere il perch, delle invasioni
barbariche piovute dal cielo, e sopratutto una incessante lotta intema dei
popoli Lf' /mvfsi'oni barba r'hf, Milano, Hoepli; L' Ita^ Ita da Carlo Magno ad
Arrigo VJJy id., contro i governi che pare non proporsi mai uno scopo, fatta
per para cattiveria. Pur troppo molti manuali di storia sembrano scritti da
gente che la pensa cosi! Ma anche molti degli storici pi elevati, pi
scientifici diciamo, mancano del metodo interpretativo in una maniera
impressionante. La loro storia, costretta a rimanere attaccata ai personaggi
ufficiali per avere almeno una unit apparente,
un seguito di biografie e di raccontini legati gli uni agli altri dalla
meccanica successione cronologica o da metafore vuote. A quel modo che i
letterati seguaci del cosi detto metodo storico che per eccellenza il metodo antistorico credevano
che la critica avesse esaurito il suo compito, una volta dimostrato che la tal
canzone del Petrarca era stata scritta nella tale occasione per quel tal
personaggio; cosi molti storici credono ancora che il lavoro della storia si
limiti a mettere in sodo se un tal fatto pi o meno particolare accaduto in quel dato modo, se quella data
istituzione politica era costituita cos e non altrimenti. Ma come di fronte a
quei pseudo-letterati la critica afferma la necessit di completare e integrare
il loro lavoro da puri manuali della letteratura con la ricostruzione con
l'interpretazione col giudizio; cosi contro questa specie di positivismo
storico non sar mai abbastanza forte affermato che la storia non deve limitarsi
alla descrizione estema dei fatti, ma li deve interpretare spiegare
resuscitare, collocare in una lnea di sviluppo per cui si veda sotto alle
apparenti fermate o alle parziali decadenze lo sviluppo continuo e progressivo
della civiltil umana. Sta bene la ricerca del documento nuovo: noi non proclamiamo
affatto inutile questo lavoro che anzi
la base necessaria su cui si deve svolgere il lavoro veramente storico, ma
affermiamo che il documento di per s
inutile se non usato, che muto se non vien fatto parlare, che deve
essere bruciato per rischiarare la storia; la quale non soltanto, la Dio grazia, scovamento e
pubblicazione della nota della lavandaia di Alessandro Manzoni o degli avvisi
di fiere del comune di Simifonti, ma
narrazione dello sviluppo civile dell'umanit. Non basta raccontare un fatto
come avvenuto; bisogna penetrare al di
sotto della sua superficie squallida o brillante per ritrovarne l'intima
ragione; bisogna i fatti singoli sgranati collegarli colKunit d'un principio
che il loro motore e la loro
spiegazione; bisogna il succedersi dei diversi principi, dei diversi sistemi
sociali dimostrarlo dominato da una legge di continuo sviluppo, di progresso
continuo. Or bene l'opera del Ferrari un
modello incomparabile di storia interpretativa, di storia cio vera. Di pi, il
Ferrari uno storico completo. Cfr. T. B.
Macaulay: History in Miscellaneous WriiififTi Longmans, Green and Co.. London:
Nella invenzione sono dati i principi per tro%'are i fatti, nella storia sono
dati i fatti per trovare principi; e lo
scrittore che non sa spiegare i fenomeni ueualmente bene come li narra compie
solo una met del suo ufficio. I fatti sono semplicecernente la scoria della
storia. dall' astratta verit che li
penetra e sta latente fra essi come 1oro nel minerale che la massa deriva tutto
il suo valore. Storia vera la narrazione
e interpretazione di tutta l'attivit umana, quindi non semplicemente della
politica ma anche della artistica e della filosofica; perch l'uomo uno in nitte le sue manifestazioni. Lo
storico completo deve dunque dimostrare come tutta l'attivit umana di uno
stesso periodo abbia unit di caratteri, come arte e filosofia e politica siano
tutte dominate da uno stesso principio storico; questo, come abbiam visto, il
Ferrari fa; giudicando inoltre senza pregiudizi di aorta l'arte dal puro punto
di vista estetico, il pensiero dal puro punto di vista filosofico. Ma la sua
dote migliore quella di essere
totalmente libero dai pregiudizi della morale miope dei buoni padri di
famiglia, che vorrebbero ridurre la storia a qualche cosa come un dramma a fine
morale, con l'obbligo del n*ionfo per personaggi dotati di tutte le sette virt
cardinali e teologali. Nulla di pi noioso che gli scritti di certi signori,
perpetuamente scandalizzati di fronte alla vitalit umana potente nei vizi come
nelle virt, perpetuamente predicanti contro le orge di Nerone o le crudelt
della Rivoluzione francese, ridotti alla disperazione di dover ricercare a
forza dentro i fatti ribelli il trionfo della loro moralit di scomunicare il
90% della storia. (La Chine) : Non c' niente di meno storico che Io scopo
morale perseguito s ostinatamente da certi storici, i quali trasformano la
storia in una specie di catechismo. Essa al contrario ammette tutti gli
scioglimenti : A. F, Giuseppa F.ora tragica, ora comica, a volta indulgente e
crudele, non si incarica di punire di ricompensare alcun eroe; e domanda senza
fine dei tiranni dei condottieri dei martiri degli stolti delle vittime. Perch
si vorrebbe qui ch'essa s'inchinasse davanti a un innocente, l che s'irritasse
contro un malvagio, e che si sostituisse a Dio per ricompensare gli uomini
secondo il loro merito; che fosse in una parola edificante per le madri di
famiglia e per i bambini poppanti! Che l'arte debba essere giudicata da! puro
punto di vista artistico, la fliosofia dal fllosoflco, si finalmente cominciato a capire : pare che non
si sia invece capito ancora che, per intendere e giudicare la storia, bisogna
mettersi da un punto di vista superiore a quello della propria moralit individuale
e contingente. La storia un tessuto di
azioni pratiche, che io posso quindi giudicare sia dal punto di vista economico
che dal punto di vista morale; posso cio determinare se l'azione di quel dato
individuo fu prodotta puramente da fini individuali, da Ani universali. Devo ad
ogni modo ricordarmi bene che la moralit
formale, che morale quello che
l'uomo crede e sente morale; devo quindi rinunziare alla mia rivelazione morale
come direbbe F. per rimettermi nei panni dell'individuo che pretendo
sottomettere al mio tribunale; e non portare le idee del secolo XX nel secolo V
avanti Cristo, e non giudicare il Valentino coi criteri con cui si giudica un
onesto impiegato municipale padre di numerosa prole. Ma lo storico non deve
limitarsi a mettere in sodo seVisconti trad lo zio Barnab per pura libidine di
regno o per beneflcare i suoi popoli, liberandoli dall'ultimo vestigio della
tirannia a nome di una pi completa imparzialit; anche nel caso del resto
piuttosto raro in cui fazione sia determinata dal solo interesse individuale,
lo storico vero deve saperci discernere il bene, quel bene che l'individuo non
cerca e non cura ma che il destino gli impone di compiere, e che solo permette
alla sua azione di essere e le d un senso. Cosi si viene veramente a dimostrare
che la storia il trionfo della moralit,
che non quella degli storici pudibondi;
della moralit che non esiste senza il vizio perch appunto lotta contro il vizio; della moralit che si
vale per i suoi fini di tutti gli istinti, di tutte le passioni, di tutte le
colpe dell'uomo, condannato dal destino ad essere sempre e dovunque angelo e
bruto. E veniamo ora a giudicare il valore della interpretazione concreta.
Pensate che ai tempi del Ferrari la piti importante storia d'Italia era il
Sommario di C. Balbo (1), il quale in fondo non
molto superiore ad un manuale scolastico, come del resto riconosceva
l'autore stesso: Finch non avremo un grande e vero corpo d storia nazionale, da
cui si faccia poi con pi facilit Ediz. definitiva: Firenze, Le Monnier, iS^n,
ed esattezza uno di quei ristretti destinati ad andar per le mani di tutti, o
come si dice un manuale; k> non so se mi ingannino le mie speranze di
scrittore, ma tal mi pare possa esser questo e dove lo sguardo dello
storico velato dal pregiudizio
deirindipendenza. Con le Rvolutions d'ItaUe di E. Quinet (2) l'opera del
Ferrari non ha altro serio punto di contatto che l'identit del titolo, del
resto ormai classico (3). Se qualche vaga somiglianza di concezione ci si trova
(l'Italia spiega l'Europa la sua lotta
per la libert non per l'indipendenza Venezia estranea alla vera Italia) si tratta di
osservazioni ormai comuni fra gli storici, o gi anticipate dal Ferrari stesso
nei suoi saggi sull'Italia anteriori al 1848 (4). Non parliamo degli storici
anteriori di cui il Ferrari stesso mette in luce nella prefazione all'opera sua
la deficenza interpretativa, per cui alcuni volevano spiegare l'Italia col
principio dell'Impero (Dante, Mussato) e altri con quello della Chiesa
(Baronio, Rajnal, Fleury), alcuni ridurla sotto la forma politica dei principati
(Guicciardini) e altri sotto quella delle repubbliche (Sigjmondi). Ma chi ha
mai ancora oggi sessant'anni dopo vistq con tanta giustezza e profondit,
giudicato da tanta altezza, narrato con tanta ala di poesia e forza di
rappresentazione la storia d'Italia? (i) e. Balbo : Della storia tf Italia,
Bari, Laterza, Paris, Dagnerre Cfr. Le Rri*oluziom d" Italia di C. Denina
Cfr. D. LiOV: G, Ferrari ^ Torino, Pomba 1864, pag. 88. Chi potrebbe oppugnare
la scoperta da lui fatta del ststema politico italiano impiantato sulla gran
repubblica papato-imperiale che ha fatto dell' Italia una nazione senza
confini, perch possa diventare U centro d'Europa che irraggia le sue
continuamente nuove creazioni politiche a tutti gli stati? Solo questa idea pu
dominare e spiegare coU'unit d'una legge la esuberante variet delle forme
politiche che prende lo spirito italiano, scisso nelle due eteme antitesi dei
Guelfi e dei Ghibellini. E solo quando si parta dal concetto che gli Italiani
lottano non per l'indipendenza che sottragga la nazione al patto
papaie-imperiale, ma per la libert e per il progresso sociale, non per
distruggere ma per riformare la repubblica dualizzata che la loro franchigia; diventano intelligibili
le innumerevoli battaglie che ebbero il loro campo fra le Alpi e il mare. Non
contro il Papa e l'Imperatore che proteggono la sua libert dal pericolo d'un
regno, che danno alla nazione la gloria di essere il centro politico di tutta
l'Europa, combattono i suoi Guelfi e i suoi Ghibellini per conquistare il
lustro vano di una gretta indipendenza chiusa nei suoi confini; ma per
riformare il Papa e l'Imperatore e costringerli ad ammettere grado a grado nel
loro patto il progresso sociale delle nuove forme politiche create dalla forza
rivoluzionaria ddlitalia. Il po^ polo italiano
il gran protagonista che adopera i Papi e gli Imperatori, imponendo loro
le parti che devono recitare sulla scena mobile ddla storia; che distrugge o
chiama gii stranieri, sfrutta tutte le invasioni, maneggia Francesi e Tedeschi
come strumenti per conquistare una sempre pi larga democrazia. Tutta la gran
guerra delle rivoluzioni italiane si riduce, come per Vico la guerra intema
della repubblica romana, a un contrasto sociale del popolo con l'aristocrazia;
che diventa anche contrasto di razza perch il popolo italico e romano, l'aristocrazia formata dai Goti dai Longobardi dai Franchi
da tutti gli invasori e dai loro discendenti. Ltt gran guerra contro il regno
barbaro estemo dei Goti e Longobardi e contro il regno barbaro intemo dei
Berengar e degli Arduini, la rivoluzione dei vescovi contro i conti sono nello
stesso tempo lotte di classe e di razza; da una parte il popolo romano,
dall'altra i conquistatori barbari. E poich i barbari hanno piantato pi
profonde radici nelle citt militari da essi colonizzate; la lotta fra le citt
romane e le militari si classifica pure sotto questa doppia antitesi; come la
lotta ddle citt contro i CMtdH, dei Cittadini coatro i Coocttttdini, dei GQdfi
contro i GUbdliiii. Se non che man mano che si procede nella fusione barbarica,
la lotta attenua il suo carattere di razza per accentuare quello di classe; gi
ncUt guorra cqmm 1 castelli i feudatari combtttoti daDe citt altari barbare di
tendenza si romanizzano facendo amicizia colle citt romane; cosicch nell'era seguente
noi vediamo la lotta incrociata in modo che nelle citt romane i Cittadini sono
romani e i Concittadini barbari, mentre nelle citt militari viceversa; e nel periodo ancora successivo il
popolo guelfo nelle citt romane e
ghibellino nelle militari. E siccome la vittoria data all'elemento romano e all'elemento
popolare insieme uniti : noi vediamo trionfare le grandi citt dell'industria e
del commercio; e il progresso della democrazia va di pari passo col risorgere
dei grandi focolari della civilt romana; finch colla costituzione della lega
federale il processo indigeno compiuto e
i nuovi progressi della democrazia vengono dall'esterno, trasmessi a noi dal
Papa e dall'Impero per mezzo dei Guelfi e dei Ghibellini. Chi ha mai saputo
disegnare con tanta chiarezza i lineamenti della storia italiana, decomposta
cosi nei suoi fattori e spiegata nelle sue leggi? Il sistema papaie-imperiale e
la lotta non nazionale ma democratica per riformarlo non per distruggerlo,
rimangono sempre le due idee che ci danno la chiave della storia nostra. Ma non
meno giusta l'interpretazione che F. ci
d dei particolari periodi storici. Alcuni periodi, come quelli dei vescovi, dei
cittadmi e concittadini, dei tiranni sono da lui addirittura scoperti; ma anche
quegli altri che erano gi conoscenza acquisita di qual luce non vengono da lui
illuminati! Egli non usa le partizioni comuni che hanno il difetto di
abbracciare troppo tempo e di sottomettere la nostra storia a un principio
straniero che mai ebbe fra noi cittadinanza e fu sempre combattuto
dall'espansione originaria nostra; per es. l'enorme periodo del feudalismo che
va da Carlo Magno ai Comuni da lui
decompoSto nei due perodi della lotta contro il regno barbaro intemo e dei
vescovi. Chi meglio di lui ha saputo spiegare la gran catastrofe dellimpero
romano, che percuote di spavento come un miracolo dimostrando che fu rovesciato
dai popoli irritati dalla sua fiscalit, i quali vollero piuttosto una invasione
stabile che il continuamente rnnovantesi disastro delle invasioni maneggiate
dall'Impero? Chi ha meglio di lui spiegato la lotta delle investiture, condotta
non dal Papa e dall'Imperatore, ma dai popoli italiani che si giovavano
dell'uno contro l'altro per modificarli a vicenda, e costringerli a lasciar
penetrare nd patto di Carlo Magno la gran rivoluzione della libera elezione dei
vescovi? Chi meglio di lui ha saputo ritrovare il filo del progresso logico in
mezzo allo sconvolgimento vertiginoso della crisi militare; chi ha meglio di
lui definito il periodo della decadenza dei signori come restaurazione
papaie-imperiale non conquista, perch liberamente invocata e accettata dai
popoli che non si difendodono nemmeno con una battaglia? Nella storia moderna
F. un po' meno preciso e la interpretazione
in qualche punto ancora soggetta a
completamento e a correzione come egli stesso fa piti tardi, quando trasporta
dalla Francia all'Inghilterra il vanto di essere il centro d'irradiazione
politica deir Europa, e anticipa il periodo della Rivoluzione francese alla
pace d'Aquisgrana. L'opera del di F. in
conclusione la messa in valore degli Scrptores rerum Italicarum del
Muratori, la riabilitazione del Medio
Evo; che anche oggi comunemente
considerato dalla gente cosi detta di cultura, la quale giudica coU'occhio
velato dal pregiudizio classicistico del Rinascimento, come un periodo di
decadenza di barbarie di traviamento mistico. I romantici specialmente
stranieri nella loro nostalgia mistica e nel loro orgoglio nazionale furono i
primi a rivendicare il Medio Evo, per pi dal punto di vista del sentimento che
della ragione, finendo col considerarlo come un territorio di sogno dove la
fantasia urtata dalle volgarit del presente potesse ricoverarsi, in mezzo allo
splendore magico di una societ fantastica in cui un cavaliere poteva col suo valore
conquistarsi un regno. Poi vennero i cattolici che lo celebrarono come la loro
et deiToro; il perodo di trionfo delle loro idee; l'et in cui tutta la terra,
popolata di gente che passava come pellegrina cogli occhi fissi al cielo, era
sottoposta all'alta sovranit del Papa, che poteva imporre agli imperatori
l'umiliazione di Canossa. Questa per es.
la concezione di Gioberti che, combinando col sentimento cattolico l'orgoglio
nazionale, celebr il Papato come la ragjone della grandezza medievale d'Italia,
dominante il mondo colla religione come una volta coll'armi. Del primato civile
e moraU degli Italiani BniaelUs. Adesso per converso, dove lui vedeva la luce e
appunto per la stessa ragione la folla delle persone colte vede le tenebre; e
il Medio Evo ancora per loro come un
enorme deserto di schiavit di barbarie di abiezione mistica, in cui fioriscono
non si sa come le oasi dei liberi comuni a un certo punto distrutte dal simoun
delle signmie. Nessuno ha saputo riabilitare con cos alta giustizia il Medio
Evo come il Ferrari. Esso sfata l'assurda leggenda della decadenza, dimostrando
come anche nei secoli pi bui il progresso sociale continui sotterraneo; come il
popolo d'Italia non sia mai stato schiavo ma abbia, o accettato liberamente le
invasioni perch gli portavano un progresso sociale, o lottato contro i
conquistatori cos terrbilmente da distruggerli; come egli solo protagonista
oscuro e possente abbia creato e atterrato Papi e Imperatori, invocandoli per
distruggere il regno o combattendoli per riformarli. Non si tenti dunque di far
passare per un popolo di puri mistici questo che, anche nelle epoche pi
teocratiche volto alla terra, si giovava della religione come di un'arma
spirituale pi terribile delle spade gotiche e delle aste longobarde, per raffrenare
e dominare colla magia di tma superstizione terribile gli enormi bestioni
vellosi e truculenti dei barbari tremanti dinanzi all'invisibile Dio dei
Romani; che poi al tempo dei consoli, rigettando l'aiuto della Chiesa ormai
inutile, si voltava con una energia meravigliosa alle opere dell'industria e
del commercio e diventava il banchiere dei re dell'Europa,ritenendo la
religione come una tradizione da cui gli artisti potessero evocare un popolo di
capolavori che pass nove secoli in mezzo alle passioni forse pi forti della
vita, quelle della politica, colla spada alla manp. La decadenza poUtica
comincia proprio nel perodo del Rinascimento, quando la civilt trasporta
altrove i suoi centri incendiari e V impulso viene dal di fuori. Ma decadenza
sociale, civile non c' : come non c' alia caduta dell'Impero romano, come non
c' all'avvento delle signorie sopra il comune: il gran processo sociale della
democrazia aliargantesi continua, anche se non originario proviene dall'Europa
pi avanti ormai nella scala storica; questo progresso sociale della democrazia
si traduce in un continuo aumento di potenza dei centri romani, delle citt
industriali e commerciali. Non c' salto come non c' decadenza, non si pu quindi
accettare l'interpretazione del Rinascimento come di un movimento che prenda a
rovescio il Medio Evo, di cui invece la
continuit ideale; anche qui F.
confermato dai resultati ultimi dell'investigazione particolare dei
nostri storici: Si vede dunque come le radici dell 'Umanesimo siano
profondamente penetrate e ramiflcate nel terreno dell'Italia comunale; come
esso sia intimamente moderno e nuovo, sia uno, come statua liberata dal blocco
di marmo. Volpe : Bizantinismo e Rinascenza in Critica, Bari, Laterza. Ma F.
non solo un interpretatore ih nico, anche un artista di primissimo ordine, che il
buon Cantoni non si peritava di paragonare per la sua potenza drammatica di
rappresentazione a Shakespeare. Duno sguardo psicologico acuto e profondo,
d'una mirabile facolt di ridar vita movimento e colore agli uomini e ai fatti
della storia; egli aveva in ci le qualit pi difficili che fanno i grandi
drammatici, e avrebbe potuto forse divenire il pi grande dei nostri se un*altra
tendenza pi forte non lo avesse spinto alla filosofia : la tendenza cio
precocissima in lui ad ascendere ai principi assoluti, ai principi supremi ed
etemi che regolano la vita degli individui e delle nazioni (!) Le abbondanti e
frequenti citazioni bastano a dare una idea della forza artistica con cui sa
caratterizzare uomini e cose, descrivere citt, rappresentare movimenti
politici. Un periodo ampio; una vivezza calda e mossa di rappresentazione; un
sottile humour tenue come il sorriso dun uomo superiore che compatisce alle
debolezze umane, e nei tempo stesso un'accensione lirica una foga d'entusiasmo
che gii fa mettere in luce la grandezza epica della storia in ogni minimo
fatto; la forza dell'immagini che, atteggiando come esseri viventi citt e
stati, vi si piantano nel cervello senza abbandonarvi pi; formano le Cantons:
(/. F., doti di questo scrittore che avrebbe potuto anche nel campo dell'arte
pura lasciare un'orma immortale. Con una fecondit versatilit profondit
veramente shakespeariana egli ha saputo creare una folla di personaggi e
rappresentare una serie innumerevole di rivolgimenti senza mai ripetersi, perch
sa colpire nella sua caratteristica la realt che mai si ripete. Per avere
un'idea della sua forza drammatica leggete per esempio la narrazione della
lotta di Milano contro il vescovo papista Grossolano {Riv. d'Italia) e delle
imprese di Ezelno da Romano; per dare ancora un esempio della sua vivezza
rappresentativa eccovi la descrizione di Genova che pare d'oggi: Genova un magnifico anfiteatro gettato fra il mare e
la montagna, e tale che suoi abitanti
non possono fare un passo senza salire sulle rupi o senza ondeggiare
sull'acqua: sono montanari marittimi che riuniscono tutti gli estremi della
miseria e della munificenza. Nei loro viottoli stretti neri fangosi
inaccessibili alle carrozze si rizzano immensi palazzi, che disegnano le linee
della loro abbagliante architettura sulle case piccole e misere che li
accerchiano da ogni lato; le due riviere ci versano i loro marchesi, che vi si
incontrano alla ventura colia moltitudine cenciosa dei marinai. Ad ogni
rivoluzione la citt ondeggia dall'aristocrazia alla democrazia come una goletta
di smisurata alberatura; e i suoi cronisti non possono dissimulare
l'ondulazione dei consoli, specie di marea tumultuosa che monta a poco a poco
fino a insabbiare il potere del vescovo. Superiore in questo al De Saiictis in
cui D'Anunzio poteva notare tante manchevolezze artistiche e stilistiche da
presagire a torto la sua dimenticanza, F. anche dovesse la sua interpretazione
essere dimostrata falsa da una critica superiore rimarrebbe ancora immortale in
questo capolavoro, che continuerebbe ad essere letto come uno dei pi bei
romanzi storici dItalia. Eppure con tanto valore artistico e storico questa sua
opera non ebbe fortuna, n nella prima edizione francese fatta per T Europa, n
nella seconda edizione italiana. Quello che
il suo pregio caratteristico fu appunto la causa del suo insuccesso, la
concezione filosofica cosi profonda che era a base del suo lavoro di
interpretazione rese quest'opera inintelligibile in un periodo di barbarie, in
cui il positivismo dominante ottundeva tutte le menti : la sua altezza cosi
serena di giudizio Io fece trascurare da quegli uomini ancor tutti accesi delle
passioni politiche dal cui cozzo usciva r Italia. Tipica a questo proposito la recensione larghissima di Rosa; essa univa
a qualcuna delle solite immancabili osservazioni di dettaglio la critica di uno
che, irretito ancora nei pregiudizi comuni della nazionalit e del liberalismo
astratto, pare spaventato che si possa refutare l'apologia dei Longobardi o
giustificare l'azione dei Gesuiti; sebbene abbia una certa confusa sensazione
che in ci consiste la grandezza di F. Per questa altezza nuova, per
Tindipendenza dalle idee vecchie, per la vastit del concetto specialmente noi
facciamo plauso alla storia del Ferrari. Che se non possiamo accettare tutte le
di lui argomentazioni, se anche tutte le di lui teorie non reggeranno alla
prova della scienza storica progrediente; egli avr prestato prezioso servigio
agli studi italiani, avr educato a sollevarsi dalle angustie delle idee
storiche, dalle tradizioni tiranniche dei partiti nazionali e scolastici. Per
lui i giovani apprenderanno a contemplare la storia da un'altezza che la
ragguaglia a quella della civilt, dove non giungono le ire delle passioni, dove
il male parziale appare coordinato a pi vasto bene. Gli accade in piccolo e in
breve come a quel Vico ch'egli venerava col nome di maestro: troppo alto per il
suo tempo non venne compreso. Anche coloro fra i moderni che citano questa sua
opera, come per es. Romano o Gianani, paiono non comprenderne affatto la
terribile profondit il metodo l'interpretazione e somigliano un po' a fanciulli
che giochino colla clava di Ercole. Solo uno straniero, che am e studi ritalia,
J. A. Sysmonds, autore di quella Renaissance in Italy non meno importante del
piiji noto lavoro del Burkardt, ebbe l'esatta percezione dell'importanza di
questo libro. Infatti come nella prefazione del I voi. (L'era dei tiranni)
ricor- Archivio storico italiano, Firenze.Le Invasioni barbariche. Milano,
Vallardi. I Comuni, Milano, Vallardi. dava espressamente, nel cap. II {La
storia italiana) ne ripete con parole diverse e con qualche ampliamento o
dilucidazione tutte le grandi idee per da un punto di vista un p* meno alto e
non del tutto superiore ai pregiudizi del senso comune, e nel seguito del
volume non ne tiene molto conto. Nessuno tra gli storici moderni, tra cui ce ne
sono diversi molto meritevoli per ricerche particolari, riuscito a sollevarsi all'altezza del Ferrari
che rimane ancora unico solitario gigante, per darci un'interpretazione
completa della storia d'Italia. O meglio ci fu uno che tent sebbene con forze
inferiori : Alfredo Oriani. Solo in mezzo a una folla di positivisti che
abbassavano arte e storia alla portata dei loro intelletti piccini, Oriani ben
comprese e l'aveva appreso in gran parte da F. come la storia sia
interpretazione, spiegazione, visione dall'alto, resurrezione secondo la parola
di Michelet. Non c' bisogno di abbassare l 'Oriani per innalzare il Ferrari :
la condotta poco delicata di quello verso quest'ultimo, rammentato con
citazioni che nascondono pi che rivelare la derivazione, non deve indurci a
negare il valore storico all'autore della Lotta p-Sysmonds: // Rinascinunto in
Italia; Cera dei tiranni (vcrs. it,). Torino, Roux e Viarciigo: Debbo anche
manife&tare speciale gratitudine al Ferrari, del quale ho fatto miei non
pochi {^iudirj nel capitolo sulla storia italiana scrtto per la seconda
edizione di questo volume, Oriani: Fino a Dogali, - Bologna, Gherardi litica.
Esso fu il solo degno continuatore di Ferrari; continuatore in quanto non
propriamente storico del Medio Evo i libri I e II della Lotta politica
come stato dimostrato non sono altro se
non un riassunto spesso colle stesse parole dal suo gran predecessore ma
storico del Risorgimento italiano. Ad ogni modo, per quanto sia runico che
possa tentare la prova del paragone, Oriani soccombe; come storico per
l'ineguaglianza deirinterpretazione ora indovinata ora superficiale, come
artista per la non rada enfatica esagerazione romagnola inferiore alla potente
precisione lombarda. Oriani si trova inoltre in una posizione sentimentale un
po' meno adatta che non quella del Ferrari. In questo il senso del sublime
storico e l'entusiasmo di fronte alla grandezza va accompagnato a una calma serena,
a una specie di fine bonario umorismo che sa trovare l'uomo magari contro il
suo volere benefico anche sotto i cenci del mascalzone. Oriani ha della storia
solo il senso tragico; brontola un po' troppo; troppo spesso va in collera col
passato; non sa mantenersi cabno davanti agli errori dei suoi personaggi,
errori spesso imposti dalla storia che qualche volta egli vorrebbe correggere.
Questi difetti sono pi sensibili nei due primi libri per mancanza di quella
conoscenza diretta che necessaria alla
storia. Dopo si va avanti meglio, ma anche qui c' da notare un po' di
semplicismo e astrattismo, pi nelle forme che nel con ci) l. Ambrosini : La
lotta politica di A, Oriani nella Voce, Prrrari Oimeppe F., cetto. Per es. egli
d come ragione dello scacco delta rivoluzione del 48 la sua forma federale,
mentre poi nell'esposizione fa vedere come fu l'equivoco del popolo e il
tradimento dei prncipi. Ragionando a questa maniera vedrebbe pi giusto il
Ferrari che pensa precisamente l'opposto. Certo qualche po' delle lodi che
danno all'rani storico i crdci moderni, il Croce e il Borgfte- se, spetta di
diritto a F., di cui sono tre fra le immagini che quello cita per dare un
esempio della forza rappresentativa del suo autore (Venezia I Condottieri
Pellico). Concludiamo. Sare6be un'impossibile pretesa l'affermare che l'opera
del Ferrari sia definitiva, perch nulla c' al mondo di definitivo, n la vita n
la filosofia n l'interpretazione storica. Ma come una filosofia viva finch non sorpassata e inverata, cos una storia. Orbene
prima di buttare il saggio di F, fra le anticaglie bisogna averlo sorpassato, e
finora nessuno non solo non Tha superato ma non si nemmeno sollevato al suo livello. Noi
consigliamo quindi a studiarlo: primo per imparare il metodo di Inter* pretare
la storia; secondo per meditare la sua interpretazione concreta, anche oggi
tanto vera che 1 moderni studi particolari la confermano invece di
distruggerla. E non solo in Italia, ma in tutta l'Europa il Ferrari merita un
posto a parte superiore ai pi famosi : a Macaulay citato da Grice -- a Mommsen a Taine, per la
stessa ragione che rende il De La Critica^ genn. i<)og. La vita e il libro.
Torino, Bocca. Sanctis superiore a tutti i critici della letteratura^ per il
senso filosofico che gli diresse la potenza interpretativa a risultati cos
grandi. Per racchiudere in una frase il resultato di queste mie osservazioni,
Ferrari il De Sanctis della storia
politica, lo storico dell'Italia medievale. Noi non esitiamo a considerarlo
come il pi gran rappresentante della storiografia romantica (1), sorpassato
nelle sue fisime di filosofo della storia, ma ancor degno come storico concreto
di essere il gran maestro della nostra generazione. Grice: I use
revolution occasionally minor ones! --.
Grice: Mussolini kept saying that Ferrari was talking of rivoluzione
fascista Garibaldi hardly used
rivoluzione! Grice: Nothing pleased Mussolini more than the collocation
rivoluzione fascista almost as much as
Washington did American revolution, and Cromwell, The Glorious Revolution! --
Giuseppe Ferrari. Giuseppe Michele
Giovanni Francesco Ferrari. Ferrari. Keywords: FILOSOFIA della RIVOLVZIONE, A.
Ferrari on storia dItalia i
rivoluzionarii italiani Vico, Romagnosi.
Luso del termine rivoluzione nella storia italiana la rivoluzione dellunificazione, la
rivoluzione fascista il risorgimento
dellunita hardly qualifies as a revolution. Refs.: Luigi Speranza, "Grice
e Ferrari," per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferrari:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale degl’anarchici di
Mussolini – scuola della Spezia – scuola d’Arcola – filosofia speziana –
filosofia ligure -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Arcola). Filosofo arcolese. Filosofo speziano.
Filosofo ligure. Filosofo italiano. Arcola, La Spezia, Liguria. Grice: I like Ferrari; he was
a philosopher AND a poet a combo we dont
find too often at Oxford! -Ferrari (alias Novatore) Renzo Novatore. Oggi cerco un'ora sola di furibonda anarchia e per
quell'ora darei tutti i miei sogni, tutti i miei amori, tutta la mia vita.
Refrattario a ogni disciplina fin da giovanissimo, frequenta la scuola soltanto
per alcuni mesi prima di abbandonarla definitivamente ed essere costretto dal
padre a lavorare nei campi. Il suo profondo desiderio di conoscenza, unito ad
una notevole forza di volont, lo spinse per ad un personalissimo studio da
autodidatta che lo port a leggere Stirner, Nietzsche, Palante, Wilde, Ibsen,
Schopenhauer, Baudelaire. Non rinunci comunque ad elaborare una visione
autonoma, che costru giorno dopo giorno, come ricorda il suo amico Auro
D'Arcola, attraverso una costante attivit meditativa. Si sposa con Emma Rolla e
con lei ebbe tre figli, uno dei quali morto in tenera et. Gli altri due, Renzo
e Stelio, proseguirono sulle orme paterne una personalissima riflessione
esistenzialista che svilupparono nell'ambito della produzione artistica e
letteraria. Questo nonostante fosse contrario alla famiglia tradizionale e alla
visione idealizzata della donna: O ciniche prostitute, o espropriatrici audaci,
ergetevi sopra la putredine ove il mondo sta immerso e fatelo impallidire sotto
la luce perversa dei vostri grandi occhi profondi. Voi siete il sole pi bello
che oggi il sole bacia. Voi siete di un'altra razza. E l'anima vostra un canto, un sogno la vostra vita. Scardinate
il mondo o libere prostitute, o espropriatrici audaci. Io canter per voi. Il
resto fango! (Le mie sentenze)
L'anarchico disertore La prima volta in cui le cronache s'interessarono di lui
fu nel 1910, quando un incendio distrusse la chiesa della Madonna degli Angeli
nella notte: le indagini dei regi carabinieri portarono infatti a identificare
i responsabili del gesto in un gruppo di giovani anarchici del posto, tra i
quali anche Ferrari. Contrario alla guerra, venne richiamato sotto le armi ma
si rese irreperibile. Venne dunque imputato di diserzione e condannato in
contumacia alla pena di morte. Sar poi arrestato e scarcerato in seguito ad
amnistia. E le rane partirono... Partirono verso il regno della suprema vilt
umana. Partirono verso il fango di tutte le trincee. Partirono.... E la morte
venne! Venne ebbra di sangue e danz macabramente sul mondo. Danz con piedi di
folgore... Danz e rise... Rise e danz... Per cinque lunghi anni. Ah, Come volgare la morte che danza senza avere sul
dorso le ali di un'idea... Che cosa idiota morire senza sapere il perch. (Dal
poema Verso il nulla creatore) Anarchico individualista, assunto lo pseudonimo
di Renzo Novatore, protagonista con i
suoi compagni Dante Carnesecchi e Tintino Persio Rasi di alcuni dei pi
importanti episodi della lotta operaia del biennio rosso nella Provincia della
Spezia: episodi la cui importanza non si comprende se non tenendo conto che
allora La Spezia era una delle pi importanti roccaforti militari italiane,
circondata da una serie di forti e polveriere che ne dominavano il golfo, e
caratterizzata dalla presenza di un arsenale militare e di alcune delle pi
importanti industrie belliche. In quel periodo molti lavoratori anelavano a
"fare come in Russia", tanto che era in molti anarchici, come Errico
Malatesta, la convinzione che la rivoluzione fosse dietro l'angolo e bastasse
dare solo una spallata decisa. L'antifascismo e la morte Coerente fino alla
fine nella prima lotta al nascente fascismo, entr nel mirino delle camicie
nere, coadiuvate dalla polizia di Stato, e dovette fuggire per garantirsi
l'incolumit; per sopravvivere si un al bandito piemontese Sante Pollastri che
era noto anche per proteggere e finanziare gli anarchici con la sua banda di
rapinatori, data la simpatia politica che aveva per loro e il suo odio per il
fascismo. Qualche tempo dopo la banda di Pollastri rapin un importante cassiere
di una banca, che portava una borsa piena d'oro: durante la colluttazione il
ragionier Achille Casalegno venne colpito da un proiettile e mor; sebbene
probabilmente fu Pollastri, che aveva gi diversi omicidi di poliziotti e
fascisti alle spalle, ad esplodere il colpo, al processo costui avrebbe
accusato il defunto Novatore. Le forze dell'ordine, su incarico del governo
Mussolini, intensificarono la caccia alla banda Pollastri. Un mezzogiorno, il
maresciallo Lupano e i carabinieri Corbella e Marchetti entrarono in abiti
civili nell'Osteria della Salute di Teglia, nel genovese, perch avevano
individuato Pollastro ed intendevano arrestarlo. Novatore era seduto accanto al
celebre bandito e ad un altro componente del gruppo, e probabilmente fu proprio
lui il primo a sparare sui carabinieri, scatenando la risposta di quest'ultimi.
Nello scontro a fuoco rimasero uccisi il maresciallo Lupano e un amico del
bandito, il cui corpo crivellato di colpi si rivel essere quello dell'anarchico
Ricieri Ferrari, noto come Renzo Novatore, ricercato per attivit sovversiva e
antifascismo, mentre Pollastri e l'altro compagno riuscirono a scappare.
Novatore, al momento della morte, aveva con s una pistola Browning, due
caricatori di riserva, una bomba a mano ed un anello con spazio nascosto
contenente una dose letale di cianuro, per suicidarsi se fosse caduto vivo
nelle mani dei fascisti, oltre ad un documento falso recante il nome di
Giovanni Governato. Si define anarchico individualista. Lotta per la libert e
per i diritti delle masse, ma era anche sicuro, dopo il fallimento delle
insurrezioni del 1919, che non si potesse fare affidamento sul popolo: Le masse
che sembrano adoratrici di Errico Malatesta sono vili e impotenti. Il governo e
la borghesia lo sanno e sogghignano. Io so, noi sappiamo, che cento uominidegni
di questo nomepotrebbero fare quello che cinquecentomila
"organizzati" incoscienti non sono e non saranno mai capaci di fare.
Il suo pensiero nichilista, anticlericale, anarchico e iconoclasta si
caratterizzava soprattutto per il fortissimo individualismo, un individualismo
fine a s stesso che lo pose spesso in conflitto con altri membri del movimento
anarchico di quegli anni, come Camillo Berneri (di ispirazione
anarco-comunista). L'individualismo com'io lo sento, lo comprendo e lo intendo,
non ha per fine n il Socialismo, n il Comunismo, n l'Umanit. L'individualismo
ha per fine s stesso. (Dallo scritto Il mio individualismo iconoclasta in
Iconoclasta!) L'anarchia per me un mezzo
per giungere alla realizzazione dell'individuo; e non l'individuo un mezzo per
la realizzazione di quella. Se cos fosse anche l'anarchia sarebbe un fantasma.
Se i deboli sognano l'anarchia per un fine sociale; i forti praticano
l'anarchia come un mezzo d'individuazione. Nella vita io cerco la gioia dello
spirito e la lussuriosa volutt dell'istinto. E non m'importa sapere se queste
abbiano le loro radici perverse entro la caverna del bene o entro i vorticosi
abissi del male. Nessun avvenire e nessuna umanit, nessun comunismo e nessuna
anarchia valgono il sacrificio della mia vita. Dal giorno che mi sono scoperto
ho considerato me stesso come meta suprema. Rimaneva salda nel suo pensiero la
convinzione che agire e schierarsi fosse una necessit irrinunciabile tanto che
di lui si disse che scriveva come un angelo, combatteva come un demonio. Su di
lui rest sempre fortissima l'ispirazione di Max Stirner e di Nietzsche. Opere
scritte Le opere e il ricordo del Novatore sono state in gran parte distrutte
dal regime fascista e sostanzialmente a lungo dimenticate anche da alcune parti
del movimento anarchico. Le sue firme compaiono con molti pseudonimi diversi
(oltre al gi citato "Renzo Novatore", anche "Mario
Ferrento", "Andrea Del Ferro", "Sibilla Vane",
"Brunetta l'Incendiaria") su svariate pubblicazioni anarchiche
dell'epoca, tra cui Il Libertario (pubblicato a La Spezia), Gli Scamiciati
(Pegli), Cronaca Libertaria (Milano), Il Proletario (Pontremoli), Pagine
Libertarie, Iconoclasta! (Pistoia), L'Avvenire Anarchico, Vertice (La Spezia),
Nichilismo, L'Adunata dei Refrattari (New York) e Veglia (Parigi). Da ricordare
inoltre due libri di pubblicazione postuma: "Verso il nulla creatore"
e "Al di sopra dell'arco". Libri ed opuscoli Renzo Novatore,
prefazione de Il figlio dell'Etna, Verso il nulla creatore, Siracusa, "Figli
dell'Etna", Renzo Novatore, prefazione biografica di Auro d'Arcola,
appendice di Tot Di Mauro, illustrazioni di G. Scaccia, Al di sopra dell'arco,
Siracusa, "Figli dell'Etna", Renzo Novatore, prefazioni di Virginio
De Martin e Il figlio dell'Etna, Verso il nulla creatore, New York, Renzo
Novatore, prefazione di Auro d'Arcola, Il mio individualismo iconoclasta,
Firenze, Pistoia, Albatros, Renzo Novatore, Camillo da Lodi [Camillo Berneri],
Mario Senigallesi, Polemica, Firenze, Pistoia, Albatros, Renzo Novatore, prefazioni
di Tot Di Mauro, Tito Eschini e Lato Latini, illustrazioni di G. Scaccia, Al di
sopra dell'arco, Firenze, Pistoia, Albatros, Renzo Novatore, prefazione
biografica di Auro d'Arcola, appendice di Tot Di Mauro, illustrazioni di G.
Scaccia, Al di sopra dell'arco, Torino, Reprint Assandri, Verso il nulla
creatore, Catania, Centrolibri, RAlberto Ciampi, Un fiore selvaggio. Scritti
scelti e note biografiche, Pisa, BFS Edizioni, Renzo Novatore, Toward the
Creative Nothing, Portland, Venomous Butterfly Publications, Renzo Novatore,
introduzione di Alfredo M. Bonanno, Verso il nulla creatore, Trieste, Edizioni
Anarchismo. Renzo Novatore, Novatore, Ardent Press,. Renzo Novatore, Le rose,
dove sono le rose?, Gratis Edizioni,. Renzo Novatore, Flores silvestres,
Lisbona, Textos Subterraneos. Novatore: una biografia Archiviato iRenzo
NovatoreAnarchopedia, su ita.anarchopedia.org. dal personaggio di Sybil Vane,
presente nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Wilde Maurizio Antonioli
(diretto da), Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Franco
Serantini, Massimo Novelli, La furibonda anarchia. Renzo Novatore poeta, Bra
(CN), Araba Fenice, Scritti, citazioni e aforismi di Renzo Novatore Archivio di
testi di Renzo Novatore. Ricerca Anarchismo filosofia politica Lingua Segui
Modifica L'anarchismo definito come la
filosofia politicaapplicata o il metodo di lotta alla base dei movimenti
libertari volti fattualmente gi dal XIX secolo al raggiungimento dell'anarchia
come organizzazionesocietaria, teorizzante che lo Stato sia indesiderabile, non
necessario e dannoso o in alternativa come la filosofia politica che si oppone
all'autorit o all'organizzazione gerarchica nello svolgimento delle relazioni
umane. La A cerchiata, il pi celebre simbolo anarchico I fautori dell'anarchismo,
noti come anarchici, propongono societ senza Stato basate sulle associazioni
volontarie e non gerarchiche. Il termine inteso in senso politico venne
inizialmente utilizzato dal girondino Jacques Pierre Brissot nel 1793,
definendo negativamente la corrente politica degli enrags o arrabbiati, gruppo
rivoluzionario radicale critico di ogni forma d'autorit. Nel 1840 con
Pierre-Joseph Proudhon e il suo saggio Che cos' la propriet? (Qu'est-ce que la
proprit ?) i termini anarchia e anarchismo assumeranno una connotazione
positiva. Ci sono alcune tradizioni di anarchismo e sulla base della storia del
movimento transitata attraverso il dibattito fine-ottocentesco dell'anarchismo
senza aggettivi. Le scuole di pensiero anarchico possono differire tra loro anche
in modo sostanziale, spaziando dall'individualismo estremo al totale
collettivismo. Le tipologie di anarchismo sono state suddivise in due
categorie, ovvero anarchismo sociale e anarchismo individualista, tuttavia
compaiono anche altre suddivisioni basate comunque su classificazioni dualiste
simili. L'anarchismo in quanto movimento sociale ha registrato regolarmente
fluttuazioni di popolarit. La tendenza centrale dell'anarchismo a coniugarsi
come movimento sociale di massa si avuta
con l'anarco-comunismo e con l'anarco-sindacalismo mentre
l'anarco-individualismo principalmente
un fenomeno letterario, che tuttavia ha avuto un impatto sulle correnti pi
grandi. La maggior parte degli anarchici sostiene l'autodifesa o la
nonviolenza(anarco-pacifismo) mentre alcuni anarchici hanno approvato l'uso di
alcune misure coercitive, tra le quali la rivoluzione violenta e il terrorismo,
per ottenere la societ anarchica. Chomsky descrive l'anarchismo, insieme al
marxismo libertario, come "l'ala libertaria del socialismo". Come
padre fondatore del pensiero anarchico in senso moderno, troviamo William
Godwin, politico e filosofo britannico, che, con le sue riflessioni sulla
caduta della Rivoluzione francese nella dittatura giacobina, precorrer e
ispirer il pensiero anarchico dominante del XIX secolo. Abitualmente comunque
ci si riferisce a Pierre-Joseph Proudhon, Michail Bakunin, Ptr Kropotkin e
Johann Kaspar Schmidt, alias Max Stirner, come ai quattro principali teorici di
questa corrente di pensiero. Per quanto riguarda Stirner, il suo pensiero
rimane in ogni caso fino all'inizio del XX secolo praticamente sconosciuto
fuori dalla Germania(L'Unico fu tradotto in inglese come The Ego and Its Own e
tutte le traduzioni delle opere sono novecentesche) e totalmente estraneo alla
nascita del movimento libertario propriamente detto, ma si inserisce in una
corrente di pensiero individualista, estranea ai movimenti pi o meno di massa
dell'epoca. Quanto a Proudhon, che pu essere considerato giustamente come il
padre dell'anarchismo ottocentesco, il suo pensiero ha subito anche lunghi
momenti di oblio ed stato oggetto, in
alcuni casi, di grossolane deformazioni derivanti dalla decontestualizzazione
di molte asserzioni, prima fra tutte quella relativa alla propriet. Per quanto
riguarda Bakunin, se la sua influenza
diretta e decisiva sul movimento libertario, almeno sotto gli aspetti
pratici, se non sotto quelli teorici, questo prende il suo slancio ed assume le
sue caratteristiche solamente dopo la morte. In realt, molte idee anarchiche
sono conosciute essenzialmente attraverso l'opera di Ptr Kropotkinche non esita
su punti importanti a modificare, precisare, allargare l'eredit bakuniniana
approdando esplicitamente al comunismo libertario. Sul piano filosofico e delle
idee, l'anarchismo pu essere considerato come la manifestazione estrema del
processo di laicizzazione del pensiero occidentale che approda al rifiuto di
ogni forma d'autorit esterna o superiore agli uomini, sia essa
"divina" o umana, e al rifiuto di tutti i principi che, in tempi,
forme e con modalit differenti, sono stati utilizzati dalle classi dominanti
per giustificare la loro dominazione sul resto della popolazione. Sul piano
politico e sociale, l'anarchismo si ritiene continuatore dell'opera della
Rivoluzione francese, depurata dagli errori ad essa immediatamente successivi,
attraverso la realizzazione, accanto all'eguaglianza politica, di una vera
eguaglianza economica e sociale; eguaglianza che nella societ borghese si
realizza attraverso la lotta contro il capitalismo e per l'abolizione del
salariato. A questa visione contrapposta
quella dell'anarco-capitalismo che mette invece il diritto di propriet e il
libero scambio come fondamenti di una societ in cui lo Stato non pi necessario: qualsiasi limitazione alla
propriet di s stessi e di ci che un individuo si procura con il lavoro o il
libero scambio vista come una lesione
dei suoi inalienabili diritti naturali e della sua libert di scelta. Da questo
punto di vista considerato scorretto
pensare di poter formare l'anarchia in un'unica ideologia: essa deve
semplicemente costituire una cornice dentro la quale ogni individuo pu cercare
liberamente di realizzare la propria volont ma senza mai cercare di imporla
agli altri (principio di non aggressione). Il comunismo, allora, pu diventare
una delle opzioni scelte da un gruppo di individui (che ad esempio decidono di
investire in una cooperativa), ma mai un'imposizione su altri individui, in
quanto con un'imposizione non si avrebbe pi un'anarchia. Etimologia I termini
anarchia e anarchismo derivano dal greco , ovvero senza arch (principio
regolatore). La parola anarchia per come
utilizzata dalla maggior parte degli anarchici non ha nulla a che fare
con il caos o l'armonia e rappresenta piuttosto una forma egualitaria di
relazioni umane stabilite ed effettuate intenzionalmente. Origini
dell'anarchismo Modifica Storicamente, il movimento anarchico si sviluppato in seno al movimento operaio in
quanto espressione, al pari delle altre correnti socialiste, della protesta dei
lavoratori contro lo sfruttamento moderno. Su questo punto, esso pu essere
considerato come una reazione radicale alla condizione operaia del XIX secolo,
caratterizzata dalla forte gerarchizzazione del salariato e dalla netta
divisione in classi della societ. Dalla loro nascita, tuttavia le idee
anarchiche entrano in conflitto sia con le concezioni riformiste del socialismo
(che sostenevano la possibilit di cambiare "progressivamente" le basi
inegualitarie della societ capitalista) che con le concezioni marxiste, in
particolare per quanto riguarda l'uso dello stato come mezzo rivoluzionario.
Specificit della dottrina anarchica L'obiettivo della teoria anarchica la nascita di una societ di uomini e donne
liberi e uguali dal punto di vista dei diritti. Libert ed eguaglianza dei
diritti sono i due concetti chiave attorno ai quali si articolano tutti i
progetti libertari. Differenze sorgono sull'interpretazione del concetto di
eguaglianza: mentre infatti le correnti che si rifanno al comunismo considerano
desiderabile e perseguono l'eguaglianza considerata come uniformit dal punto di
vista dei mezzi a disposizione di ogni individuo per perseguire i propri scopi,
le correnti che sostengono il libero mercato (i sostenitori del cosiddetto
"socialismo di mercato") considerano l'uniformit come un'utopia che
oltre ad essere indesiderabile , a causa della naturale diversit degli
individui, irraggiungibile. In quanto socialisti, tutti gli anarchici
sostengono il possesso collettivo dei mezzi di produzione e di distribuzione. In
quanto libertari, essi pensano che la libert dispieghi il suo reale significato
in quanto accompagnata dall'eguaglianza. Libert ed eguaglianza devono essere
"concrete", cio sociali e fondate sul riconoscimento uguale e
reciproco della libert di tutti. Mentre il pensiero borghese liberale aveva
come motto "la mia libert finisce dove inizia la tua", per gli
anarchici (a eccezione degli anarco-individualisti) la libert dell'individuo
non limitata ma confermata dalla libert
altrui. "Sono partigiano convinto dell'eguaglianza economica e
sociale scrive Bakunin perch so che al di fuori di questa
eguaglianza, la libert, la giustizia, la dignit umana, la moralit e il
benessere degli individui cos come la prosperit delle nazioni non saranno
nient'altro che menzogne; ma, in quanto partigiano della libert, questa
condizione primaria dell'umanit, penso che l'eguaglianza debba stabilirsi
attraverso l'organizzazione spontanea del lavoro e della propriet collettiva
delle associazioni dei produttori liberamente organizzate e federate nei
comuni, non attraverso l'azione suprema e tutelare dello Stato". Per
realizzare una tale societ, gli anarchici ritengono indispensabile combattere
non solo le forme di sfruttamento economico ma anche quelle di dominazione
politica, ideologica e religiosa. Per gli anarchici, tutti i governi, tutti i
poteri statali, quale che sia la loro composizione, origine e legittimit,
rendono materialmente possibile la dominazione e lo sfruttamento di una parte
della societ sull'altra. Secondo Proudhon, lo Stato non che un parassita della societ che la libera
organizzazione dei produttori e dei consumatori deve e pu rendere inutile. Su
questo punto le concezioni anarchiche sono totalmente divergenti dalle concezioni
liberali che fanno dello Stato l'arbitro necessario ad assicurare la pace
civile. Per la critica anarchica, il ricorso ad una dittatura, definita
proletaria, non ha condotto al deperimento dello Stato (e alla sua
"estinzione" in termini marxiani) ma allo sviluppo di una enorme
burocrazia fonte di soffocamento della vita sociale e della libera iniziativa
individuale. D'altra parte, fino alla sua caduta, proprio a tale burocrazia
venivano imputate le ineguaglianze e i privilegi nei paesi dell'Est dove pure
avevano abolito la propriet capitalista. Come gi aveva sottolineato Bakunin
nella sua polemica con Marx "La libert senza eguaglianza una malsana finzione. L'eguaglianza, senza
libert, il dispotismo dello Stato e lo
Stato dispotico non potrebbe esistere per un solo giorno senza avere almeno una
classe sfruttatrice e privilegiata: la burocrazia". Al modo di
organizzazione della vita sociale governativo e centralizzatore, i libertari
oppongono un modo di organizzazione federalista che permetta di sostituire lo
Stato, e tutta la sua macchina amministrativa burocratica, attraverso la presa
in carico collettiva da parte degli stessi interessati di tutte le funzioni
inerenti alla vita sociale che si trovano precedentemente monopolizzate e
gestite da organismi statali, posti al di sopra della societ. Il federalismo,
in quanto modo di organizzazione, costituisce il punto di riferimento centrale
dell'anarchismo, il fondamento e il metodo sul quale si costruisce il
socialismo libertario. Il federalismo cos inteso ha ovviamente ben poco a che
vedere con le forme conosciute di federalismo politico praticato da un buon
numero di Stati. Per i libertari non si tratta di una semplice tecnica di
governo ma di un principio di organizzazione sociale a s stante, capace cio di
inglobare tutti gli aspetti della vita di una collettivit umana. Organizzazione
anarchicaModifica Il pensiero anarchico
dunque ben lontano dal negare il problema dell'importanza
dell'organizzazione, ma esso si pone come obiettivo un'altra forma di organizzazione
con la quale rispondere agli imperativi collettivi. Gli uni e le altre si
associano per garantirsi vicendevolmente e per provvedere ai bisogni
individuali e collettivi. Cos, se l'autogestione nelle imprese rende possibile
la sostituzione del salariato con la realizzazione del lavoro associato,
l'organizzazione federativa dei produttori, delle comuni, delle regioni
permette la sostituzione dello Stato. Essa intende presentarsi come il
complemento indispensabile per la realizzazione del socialismo e la migliore
garanzia della libert individuale. Il fondamento di tale organizzazione il contratto, uguale e reciproco, volontario,
non "teorico" ma effettivo, che si pu modificare per volont dei
contraenti (associazioni dei produttori e dei consumatori, ecc.) e capace di
riconoscere il diritto di iniziativa di tutti i componenti della societ. Cos
definito, il contratto federativo permette di precisare anche i diritti e i
doveri di ciascuno e di sviluppare i principi di un vero diritto sociale in
grado di regolamentare gli eventuali conflitti che possono sorgere tra
individui, gruppi o collettivit, o anche fra regioni, senza per altro rimettere
in causa l'autonomia dei suoi componenti, il che permette all'organizzazione
federalista di opporsi tanto al centralismo che al "lasciar fare" dell'individualismo
liberale. Secondo gli anarchici tuttavia una tale organizzazione non pu
pretendere di sopprimere tutti i conflitti ed essi potranno continuare a
prodursi a tutti i livelli anche nella societ federalista. Tuttavia il
federalismo costituisce un metodo per risolvere le questioni sociali nel
rispetto della massima libert di ciascuno senza dar ricorso ad arbitraggi
governativi possibili fonti di nuovi privilegi. Inoltre gli anarchici
sostengono che i problemi sociali, nell'organizzazione socialista verrebbero
affrontati e risolti nell'interesse di tutti, non semplicemente repressi
come solito fare lo Stato (quando
addirittura non li favorisce per aumentare nei sottoposti il bisogno di
un'autorit regolatrice). Azione anarchica Per gli anarchici esiste un legame
indissolubile tra il fine perseguito e i metodi adoperati per raggiungerlo.
Tuttavia essi pensano che il fine non giustifichi i mezzi e che questi ultimi
devono sempre, nella misura del possibile, essere in accordo con il fine
perseguito. Lo scopo dell'azione anarchica non vuole essere in alcun caso la
"conquista" del potere o la gestione dell'esistente. Il Congresso di
Saint-Imier, in Svizzera, dette ufficialmente vita alla branca antiautoritaria
dell'Associazione internazionale dei lavoratori (AIL) in opposizione alle tesi
marxiste. In quella sede si afferm che il primo dovere del proletariato
non la conquista del potere all'interno
dello Stato ma la sua distruzione. L'approccio dei libertari quello di opporre soluzioni sociali alle
soluzioni politiche dimostrandosi con ci non politici ma antipolitici. D'altra
parte, storicamente, i libertari hanno sempre considerato almeno con
scetticismo l'idea di poter utilizzare l'arma elettorale o il parlamentarismo
per mutare le condizioni di vita in seno alle democrazie borghesi. All'azione
politica e parlamentare, tesa alla conquista del potere, essi preferiscono
l'azione diretta di massa, vale a dire l'autogestione generalizzata e senza
deleghe di potere. I libertari ritengono che per i lavoratori la pratica dell'azione
diretta, e in particolare dello sciopero, sia anche il migliore e pi efficace
mezzo di lotta. Essi propagandano inoltre l'autorganizzazione e l'azione
collettiva e autonoma dei lavoratori. Gli anarchici non sono e non aspirano a
divenire un'avanguardia o a svolgere un ruolo dirigente, poich ritengono che
non esista nessuno che possa occuparsi dei propri affari meglio
dell'interessato stesso. Ma perch ci sia possibile occorre che i lavoratori
prendano coscienza di ci che Proudhon ha definito la "loro capacit
politica". I lavoratori rappresentano la forza reale di una societ e solo
da essi pu venire una sua trasformazione profonda. L'azione anarchica ha sempre
mirato, prima di ogni altra cosa, alla difesa degli sfruttati e appoggia tutte
le rivendicazioni che vanno nel senso di un miglioramento delle condizioni di
vita e del progresso sociale. Numerosi libertari hanno visto nelle
organizzazioni sindacali non soltanto degli organismi di difesa degli interessi
dei salariati, ma anche una potenziale forza di trasformazione sociale. Da
questo punto di vista, il federalismo libertario non pu essere realizzato senza
il concorso attivo dei sindacati operai poich, da una parte, questi ultimi sono
qualificati ad organizzare la produzione e, dall'altra, essi hanno il vantaggio
di raggruppare i lavoratori in quanto produttori. Da un punto di vista
libertario, un'organizzazione sindacale deve, nel suo funzionamento come nei
suoi principi: cercare di mantenere la sua autonomia nei riguardi di tutte le
organizzazioni politiche che vorrebbero controllarla e nei riguardi dello
Stato; praticare il federalismo e una vera democrazia diretta dal basso, sole
garanzie solide contro ogni forma di burocratizzazione; darsi
contemporaneamente l'obiettivo di ottenere la soddisfazione delle
rivendicazioni immediate, materiali, e di preparare i lavoratori ad assicurare
la gestione della produzione nel futuro. Quest'ultimo punto assai importante poich, per gli anarchici, il
sindacato e l'azione sindacale non sono e non possono essere considerati come
una finalit in s. La sua autonomia non deve significare "neutralit"
nei riguardi del potere o dei partiti perch ci significherebbe perdere una gran
parte delle sue potenzialit di cambiamento e di rottura. Gli anarchici ritengono
che il sindacato, se non vuol cadere nel tradeunionismo, si doti di un
programma di trasformazione sociale e di una pratica conseguente. L'azione
sindacale non tuttavia il solo mezzo di
lotta di cui dispongono i lavoratori, che possono e devono, secondo le circostanze
dotarsi delle forme organizzative e di resistenza che paiono loro utili e
opportune. Dottrine di carattere libero-mercatista. Le teorie anarchiche di
impronta individualistaamericane, come quelle di Benjamin Tucker, che in
un'accezione lievemente differente da quella all'epoca egemone si definiva
socialista[31], convergono sulla necessit di una prospettiva di eguaglianza
sociale attraverso una redistribuzione delle risorse basata su un mercato
libero[32] e non distorto, come mediatore degli impulsi egoistici[33],
convergono con il concetto marxista della teoria del valore del lavoro e si
distaccano da ipotesi come l'anarco-capitalismointese a giustificare la
propriet privata del capitale. Queste sono dottrine di origine liberale che
possono essere considerate come fautrici di un liberismo portato alle estreme
conseguenze, cio alla scomparsa dello Stato. Sia i fautori di queste ultime che
quelli dell'anarchismo classico vedono comunque le due dottrine come due corpus
teorici distinti senza alcun punto di contatto tra loro. Cos' la propriet? La
propriet un furto (Pierre-Joseph
Proudhon) Proudhon, noto per questa famosa espressione, era fautore del libero
scambio tra lavoratori autonomi e/o cooperative autogestionarie e nella
"Teoria della propriet" arriv ad affermare che "la propriet libert". L'apparente contraddizione dovuta al fatto che Proudhon intendeva come
furto non la propriet individuale, ma quella propriet che seppur utilizzata da
altri individui fonte di profitto o
rendita per il proprietario mentre come libert quella propriet, chiamata
"propriet-possesso", frutto del proprio lavoro, che viene
direttamente utilizzata dal proprietario senza determinare sfruttamento del
lavoro altrui. Questi concetti rientrano nel mutualismo ed escludono il
profitto, inteso nel senso economico di utile, come scopo. Anarchismo di ieri e
di oggi. Anche se oggi viene trascurata, l'influenza che nel corso del XX
secolo il movimento libertario ha esercitato sul movimento operaio stata notevole. Gli anarchici rappresentano
una parte a s stante del movimento sindacale e operaio internazionale, e la
loro presenza si rintraccia in tutti i movimenti rivoluzionari, del XIX e del
XX secolo, come la Comune di Parigi del 1871, la rivoluzione russa del 1917 e
la guerra civile spagnola del 1936. L'influenza delle idee anarchiche si soprattutto manifestata in maniera
significativa in seno alle organizzazioni sindacali come la CGT in Francia,
l'Unione Sindacale Italiana in Italia, la CNT in Spagna, ma anche la FORA in
Argentina, le IWW negli Stati Uniti, la FAU in Germania o la SAC in Svezia.
Basti pensare che nel 1922 l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIT),
che raggruppava le organizzazioni anarcosindacaliste che avevano rifiutato di
aderire all'Internazionale bolscevica, contava pi di un milione di aderenti.
L'anarchismo ha tuttavia conosciuto nel corso degli anni '20 e '30 un periodo
di crisi. Se la rivoluzione russa apre in Europa e nel mondo una nuova fase
rivoluzionaria, contemporaneamente in molte nazioni, anche in opposizione al
bolscevismo, emergono e si affermano movimenti di tipo fascista. In particolare
il movimento libertario si trova al centro di un doppio attacco. Eliminato in
Russia dalla repressione prima leninista e poi staliniana, esso deve far fronte
ai metodi staliniani in seno al movimento operaio e sindacale anche negli altri
Paesi. Il mito della rivoluzione bolscevica e l'atteggiamento dei vari partiti
comunisti occidentali provocano una crescente marginalizzazione dell'influenza
anarchica. D'altra parte laddove le organizzazioni sono rimaste forti, esse
vengono annientate dai governi nazionalisti. In Italia, in Germania, in
Argentina, in Bulgaria e in altri paesi governati da regimi autoritari il
movimento anarchico ridotto al silenzio,
e i suoi militanti spesso assassinati o costretti all'esilio. In generale si pu
dire che gli anarchici si trovano in questo periodo sempre pi isolati, anche
sul piano internazionale, potendo trovare al loro fianco solo alcuni settori
socialisti e comunisti dissidenti. La rivoluzione di Spagna del luglio 1936 ha
rappresentato l'ultima occasione per i lavoratori di rispondere al fascismo e
alla guerra attraverso pratiche rivoluzionarie anarchiche. Gli avvenimenti di
Spagna, con il ruolo determinante avutovi dalle organizzazioni anarchiche e
anarcosindacaliste, sono stati forse l'espressione storica pi importante delle
idee libertarie. Questo anche per le dimensioni del movimento anarchico nella
Spagna di quel periodo. All'inizio della guerra civile infatti, nel fronte antifascista
sono presenti la centrale anarcosindacalista, la Confederazione Nazionale del
Lavoro (CNT), che nel maggio 1936, nel suo Congresso di Saragozza, contava su
982 sindacati e 550.595 aderenti, la Federazione Anarchica Iberica e la
Federazione Iberica delle Giovent Libertarie(FIJL). Dopo il 1946, la
spartizione del mondo in due blocchi imperialisti contrapposti, la guerra
fredda e le minacce atomiche hanno ridotto le possibilit di azione per i
libertari. Il radicarsi del legame tra lavoratori da una parte e sindacati e
partiti politici dall'altra ha marginalizzato sempre pi le correnti anarchiche.
Dopo il Sessantotto, tuttavia, a seguito dell'esplodere della rivolta
studentesca e giovanile, le idee libertarie hanno conosciuto un ritorno di
vigore, anche all'interno del movimento sociale, con la generalizzazione di
concetti come "autogestione" o "gestione diretta". A tutto
questo occorre aggiungere la reazione sempre pi viva di vasti settori della
popolazione contro la burocratizzazione delle societ sia del blocco
"socialista" (in realt trattasi di Capitalismo di Stato) che di
quello liberale. In Italia, anche all'interno della contestazione, queste idee
non sono state appannaggio dei soli gruppi anarchici, ma anzi sono state fatte
proprie in modo pi o meno coerente, anche dai gruppi che si rifacevano al
trotskismo e al maoismo quando non addirittura al marxismo-leninismo. Oggi il
movimento anarchico ancora vitale in
tutto il mondo. Tra la fine degli anni novanta e l'inizio del nuovo secolo il
movimento contro la globalizzazione neoliberista (la cui nascita si fa
coincidere con le proteste contro la riunione del WTO di Seattle nel novembre
1999) si giovato del contributo delle
analisi libertarie e dell'impegno dei militanti anarchici nelle tante
organizzazioni specifiche, nelle strutture popolari di base e nei sindacati
autonomi. Degno di nota anche il movimento anarchico greco, uno dei pi
importanti in Europa, che si visto protagonista
delle grandi rivolte divampate nel paese nel dicembre 2008 (in seguito
all'uccisione del quindicenne anarchico Alexandros Grigoropoulos) e nel maggio
2010, in cui sono insorte anche ampie fasce della popolazione greca.
L'anarchismo pu ancora contare su un consistente patrimonio culturale in grado
di rispondere, in un'ottica alternativa e radicale, alle sfide globali del
nuovo millennio (guerra permanente, terrorismo internazionale, corsa agli
armamenti, fanatismo religioso, involuzione autoritaria delle democrazie,
inquinamento, devastazione ambientale, crisi della rappresentanza
istituzionale, divario tra paesi ricchi e paesi poveri, precarizzazione del
lavoro, ecc.) che sembrano riproporre in chiave postmoderna i tradizionali
ambiti di intervento dell'anarchismo e delle sue istanze di uguaglianza e
libert. L'anarchia l'ideale che potrebbe
anche non realizzarsi mai, cos come non si raggiunge mai la linea
dell'orizzonte, l'anarchismo il metodo
di vita e di lotta e deve essere dagli anarchici praticato oggi e sempre, nei
limiti delle possibilit, variabili secondo i tempi e le circostanze. Errico
Malatesta, Repubblicanesimo sociale e anarchia, Umanit Nova, Roma, 1922. Siri
Agrell, Working for The Man, in The Globe and Mail, 2007. URL consultato il 14
aprile 2012 (archiviato dall' url originale il 16 maggio 2007). Anarchism, su Encyclopdia
Britannica, 2006. URL consultato il 14 aprile 2012. ^ ( EN ) Anarchism, in The
Shorter Routledge Encyclopedia of Philosophy, 2005, p. 14. Anarchism is the
view that a society without the state, or government, is both possible and
desirable. ^ ( EN ) Paul Mclaughlin, Anarchism and Authority, Aldershot,
Ashgate, 2007, p. 59, Johnston, The Dictionary of Human Geography, Cambridge,
Blackwell Publishers, Slevin, Carl. "Anarchism." The Concise Oxford
Dictionary of Politics. Ed. Iain McLean and Alistair McMillan. Oxford University Press, 2003 ^ a b L'Internazionale
delle Federazioni Anarchiche lotta per: l'abolizione di ogni forma di autorit,
sia essa economica, politica, sociale, religiosa, culturale o sessuale. Vedi: (
EN ) I principi dell'IFA, su iaf-ifa.org. URL consultato il 14 aprile 2012
(archiviato dall' url originale il 3 aprile 2012). ^ Anarchism, then, really
stands for the liberation of the human mind from the dominion of religion; the
liberation of the human body from the dominion of property; liberation from the
shackles and restraint of government. Anarchism stands for a social order based
on the free grouping of individuals for the purpose of producing real social
wealth; an order that will guarantee to every human being free access to the
earth and full enjoyment of the necessities of life, according to individual
desires, tastes, and inclinations. Emma Goldman, "What it Really Stands
for Anarchy" in Anarchism and Other Essays ^ L'anarco-individualista
Benjamin Tucker ha definito l'anarchismo come opposizione all'autorit nel
seguente modo: They found that they must turn either to the right or to the
left, follow either the path of Authority or the path of Liberty. Marx went one
way; Warren and Proudhon the other. Thus were born State Socialism and
Anarchism...Authority, takes many shapes, but, broadly speaking, her enemies
divide themselves into three classes: first, those who abhor her both as a
means and as an end of progress, opposing her openly, avowedly, sincerely,
consistently, universally; second, those who profess to believe in her as a
means of progress, but who accept her only so far as they think she will
subserve their own selfish interests, denying her and her blessings to the rest
of the world; third, those who distrust her as a means of progress, believing
in her only as an end to be obtained by first trampling upon, violating, and
outraging her. These three phases of opposition to Liberty are met in almost
every sphere of thought and human activity. Good representatives of the first
are seen in the Catholic Church and the Russian autocracy; of the second, in
the Protestant Church and the Manchester school of politics and political
economy; of the third, in the atheism of Gambetta and the socialism of the
socialism off Karl Marg. Benjamin Tucker, Individual Liberty, su
theanarchistlibrary.Ward, Anarchism as a Theory of Organization, su
panarchy.org, 1966. URL consultato il
14 aprile 2012. ^ Lo storico anarchico George Woodcockriferisce
dell'anti-autoritarismo di Michail Bakunine mostra la sua opposizione alle
forme di autorit statali e non statali nel seguente modo: All anarchists deny
authority; many of them fight against it ... Bakunin did not convert the League's central committee
to his full program, but he did persuade them to accept a remarkably radical
recommendation to the Berne Congress of September 1868, demanding economic
equality and implicitly attacking authority in both Church and State ^ citt
Susan L. Brown, Anarchism as a Political Philosophy of Existential
Individualism: Implications for Feminism, in The Politics of Individualism:
Liberalism, Liberal Feminism and Anarchism, Black Rose Books Ltd. Publishing, 2002, p. 106. ^ ANARCHISM, a social
philosophy that rejects authoritarian government and maintains that voluntary
institutions are best suited to express man's natural social tendencies, George
Woodcock, "Anarchism" in The Encyclopedia of Philosophy ^ In a society
developed on these lines, the voluntary associations which already now begin to
cover all the fields of human activity would take a still greater extension so
as to substitute themselves for the state in all its functions. Ptr Alekseevi
Kropotkin, "Anarchism" in Encyclopdia Britannica ^ That is why
Anarchy, when it works to destroy authority in all its aspects, when it demands
the abrogation of laws and the abolition of the mechanism that serves to impose
them, when it refuses all hierarchical organization and preaches free agreement
at the same time strives to maintain and enlarge the precious kernel of social
customs without which no human or animal society can exist. Ptr Alekseevi
Kropotkin, Anarchism: its philosophy and ideal, su theanarchistlibrary.. ^ anarchists
are opposed to irrational (e.g., illegitimate) authority, in other words,
hierarchy hierarchy being the institutionalisation of authority within a
society. B.1 Why are anarchists against authority and hierarchy?, in An
Anarchist FAQ. Ostergaard, Anarchism, in The Blackwell Dictionary of Modern
Social Thought, Blackwell Publishing, p. 14. ^ Peter Kropotkin, Anarchism: A
Collection of Revolutionary Writings, Courier Dover Publications, Fowler, The
Anarchist Tradition of Political Thought, in Western Political Quarterly,
Skirda, Facing the Enemy: A History of Anarchist Organization from Proudhon to
May 1968, AK Press, Lo storico catalano Xavier Diez riporta che la stampa
anarco-individualista spagnola fu ampiamente letta da membri di gruppi
anarco-comunisti e da appartenenti al sindacato anarchico CNT. Ci furono anche casi di anarco-individualisti di
spicco come Federico Urales e Miguel Gimenez Igualada che furono membri del CNT
e come J. Elizalde che fu un membro fondatore e primo segretario della
Federazione Anarchica Iberica. Vedi Xavier Diez, El anarquismo individualista en Espaa: Resisting the
Nation State, the pacifist and anarchist tradition" by Geoffrey
Ostergaard, su ppu. Woodcock, Anarchism: A History of Libertarian Ideas and
Movements, 1962. ^ R. B Fowler, The Anarchist Tradition of Political Thought,
in The Western Political Quarterly, Chomsky, On anarchism, Woodcock,
L'anarchia: storia delle idee e dei movimenti libertari, Feltrinelli Editore,
1966. Max Stirner, trad. Steven Tracy Byington, The Ego and Its Own, 1st engl
ed. New York, 1907 ^ Con l'esclusione della
prima edizione, incompleta, francese del 1899: Max Stirner, trad. R.L. Reclaire
L'Unique et sa proprit, P.V. Stock, diteur, 1899, ma riedito l'anno successivo,
Max Stirner, Trad. Henri Lasvignes, L'Unique et sa proprit, ditions de La Revue
Blanche, 1900 ^ Prima edizione, incompleta italiana, 1902: Max Stirner, trad.
Ettore Zoccoli, l'Unico, f.lli Bocca, 1902 riedito completo per i tipi della
Libreria Editrice Sociale ^ Peter Marshall, Demanding the Impossible: A History
of Anarchism, PM Press, Tucker, State Socialism and Anarchism, su fair-use.org.
^ Brown. Susan Love. 1997.
The Free Market as Salvation from Government. In Meanings of the Market: The
Free Market in Western Culture. p. 107. Berg
Publishers. Voci correlate: Anarchia Economia anarchica Anarcopunk
Anarco-capitalismo Anarco-comunismo Anarco-individualismo Anarco-femminismo
Anarco-pacifismo Anarco-sindacalismo Anarco-socialismo Bakunin Mutualismo
(economia) Pananarchismo Possibilismo libertario FaSinPat (Fabbrica senza
padroni) Christiania Stati per forma di governo Radio Libertaire Radio Blackout
Radio Canut Radio Zinzine Radio Klara Radio Primitive Radicali Anarchici Umanit
Nova A/Rivista Anarchica contiene il testo completo di alcuni canti
sull'anarchismo Wikizionario contiene il lemma di dizionario anarchismo
anarchismo, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
anarchismo, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Anarchismo, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera. Anarchismo,
su Enciclopedia Britannica. Opere riguardanti Anarchismo, su Open Library,
Internet Archive. Portale Anarchia Portale Filosofia Portale Politica.
Socialismo libertario Anarchismo sociale forma di socialismo anti-statalista e
libertaria, che vede la libert individuale interconnessa all'aiuto reciproco e
la cooperazione Scuole di pensiero anarchico correnti di pensiero riguardo
l'anarchismo. BIBLIOTECA Luparini ANARCHICI DI MUSSOLINI rali vere SETTIMANALE
ANARCHICO INTERVENTISTA Ta Pisetemenzar via Garibaldi A | assonimion i Ami 13]
CRITNTEINTA] o f= Niue] | Senesi Aia
MILANO - Dc t9rs. | "iSToNIO su oi RIA | ore 2 Spina sovdrela jattonza,
spogli. d'agnt fiomposit retorien, agli anici ed agli nvvornarl not ci
presentiamo. iper ur Drrepprinsibile dinoziio det ilmo nostro di affermare ut;
colla Nancics nel campo amrehve vi 20 rie site 1 commi. dl pectore i dia in
questa vigilia d'armi, quello che y pi sai Mi iaia alli domantpquando vibrabte
squiller Ia diana + ho gl chiamer al elmonto, riaffermeremo Quatt nurca La cdl. fuetlo nelle, trincee o
sulle barricate, 50 = Medea re pico per
no vogljamo formulare da queste colorin nt gle 1 ti romina. ch ancora non perufptione
iocolieri della politica i probleini Nindaedi e) hibertari. ni per l'unit
d'Itata oggi dia sarei Mali netta
rivolta " dicaro ciod'ad alta voce il nostro diritto rd ? i is
ri to in i; k conferenza di De Ambris
riprodoti vin internazio: ; sto | . n sn commento di parte repubblicana,
significativo in vista o ge So dellinterventismo rivoluzionario, si veda
larticolo Una voce sindacalista, LInizia ; agosto 1914. Li H x) rs sian
Belgio n Francia ad opera dei tedeschi
determin la 1 posizione a favore dellIntes i i Sr a da parte di alcuni degli ini
pi rappresentativi dellanarchi qualiv iS chismo, non solo fi i i Pi Db? 9 10,
rancese, tra i quali Piotr Fnac Jezn n James Guillaume e litaliano Amilcare ppi
il rio colonnello della Com ichi o) e 1 une. Le loro dich ioni Poni a Cc ichiarazioni, che a i la naturale e antica
simpatia dei rivoluzionari europei verso di E ella Grande Rvolution e che, a
distanza di un anno e mezzo, ag ubi espressione definitiva nel cosiddetto
Manifesto dei suscitarono polemiche e
divisioni i dici ni anche tra gli anarchici italiani primo intervento
eterodosso di ico i dia i 1 segno anarchico in materia di i neutralit fu opera
proprio di io Gi Reit i io di Mario Gioda. Ad ui i i fu o c i na settimana dal on \ suo articolo
BIO Gioda, scrivendo per Volont (il principale periodico go ita iano), rilev il
fallimento improvviso e devastante He age D sostenne la necessit che, in caso
dinvasione austriaca, anche gli anarchici impu i i i } >, pugnassero le armi
per difendere il ici i il suolo azionale
. La Folla, la rivista di Paolo Valera di cui Gioda era da tempo S 8 assiduo
collaboratore li offr, a breve distanza, I Opportunit di precisare In i pieni
torinese interpretando lo sbigottimento di molti ello e troppo forse si sognato. La guerra il ri Wi Intanto, il fallimento dello) izi e
A en i ILL pposizione socialista e democratica nepaesi I social esi dell
FEFUIONIA imperiale e delle quadrate organizzazioni operaie [...] ci tone i
prebiaia S : Ag its do FEDELI, Breve storia dell'Unione Sindacale Italiana. HI,
in Rec ana ngi ni Vac i due volumi di FELICE Mussolini il nario,, Einaudi,, p.
235 ss., e Sindacalismo riv N zii i rig nel heidi; De Ambris-D'Annunzio,
Brescia, Morcelliana, 196 19.35. ln si, per il valore della testimonianza, ARM
o di (1398-1905) NIGOlIEREARAI pp v [BORGHI, Mezzo secolo di anarchia dat Psa
reo) be fog la luce il 28 febbraio 1916, mentre ottenne il consenso di sti
(cfr. Gli anarchici intelligenti son dichiarazione storica, LInternazion:
linate j ale, 25 marzo 1915), fu i da parte del movimento anarchico itali i i
GATE ROMEA taliano (si veda, in particol: arti i nba } _In particolare,
larticolo di ERRICO ; governo, Le Rveil communiste- i i N g uniste-anarchiste, 1 maggio 1915 si n arts
rie sea Li n. ee della grande guerra, ai pagina a 14. 9 re di Valera, aveva
contribuito alla ri; ita di e 1912, e vi scriveva regolarmente, i so imi ai
12, per lo pi sotto pseudonimi (l Amico
di Vautrin, i I torinese). Fondamentali, per capire il raj *anzi sat rese).
mentali, per pporto tra lanziano scrittore e agitato! iali Porlinia gli
articoli di questultimo Paolo Valera, e Ancora di Paolo Valera, nai Fa = inni i
ll o 1911. Su questo punto v. altres Miano i LI, rchici italiani e la prima
guerra mondial 1 ici interventisti (1914-1915), in Rivista Storica dell
Anarchismo, 1995, TCA ig 14 di difendere domani la nostra casa da qualsiasi
eventuale minaccia contro la integrit di essa, nel mentre a gran voce, dai
nemici di dentro, dalla monarchia [...], reclamiamo e vigiliamo per la assoluta
neutralit" Gli articoli di Gioda (che pure erano ancora lontani da una
netta presa di posizione in senso interventista) scatenarono una polemica a
distanza fra lautore, il direttore dell Avanti! Benito Mussolini e Nella
Giacomelli, una delle voci pi autorevoli di Volont! In essa sinser ben presto
anche lanarchico individualista Oberdan Gigli, coetaneo e amico di Gioda,
recandovi nuove e pi profonde inquietudini". In una lettera aperta alla
Giacomelli, Gigli prese senz'altro le difese del compagno. GIODA, Mentre
trionfa la guerra, La Folla, 9 agosto 1914 U Sul numero di Volont dell8 agosto
era apparso anche un contributo di Petit Jardin (pseudonimo di Nella
Giacomelli), intitolato La pi grande mistificazione: da Herv a .. Mussolini. In
esso, la Giacomelli, traendo spunto da alcuni articoli di Mussolini che
lasciavano intravedere un possibile allontanamento dal neutralismo assoluto,
aveva paragonato il dubbioso direttore dellAvanti! a Gustave Herv, laraldo
dellantipatriottismo estremo, arruolatosi volontario nellesercito francese
subito dopo la dichiarazione di guerra della Germania alla Francia. Mussolini
aveva replicato con una lettera nella quale, rifacendosi a sua volta
allarticolo di Mario Gioda, rimarcava lincoerenza di Volont, che, nel mentre
accusava lui di aver tradito le sue idee internazionaliste, non aveva esitato a
pubblicare una pagina di quel tenore. La replica di Mussolini trov spazio in un
secondo articolo della Giacomelli (In pieno patriottismo!!! Da Herv a
Mussolini: da Mario Gioda a Oberdan Gigli, Volont), molto critico nei riguardi
di Gioda e degli altri sovversivi guerrafondai. Infine, il 29 agosto, il
giornale ospit una lettera dello stesso Gioda, che, respingendo laccusa di
patriottismo, affermava per il dovere degli anarchici, proprio in quanto tali,
di difendere la causa della libert - rappresentata dalla Francia e dai popoli
latini - dalla minaccia del pangermanesimo. In merito a questi avvenimenti
v.ANTONIOLI, Gli anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di
Luigi Fabbri e di Cesare Agostinelli a Giacomelli Rivista Storica dell
Anarchismo. Il ragioniere Oberdan (in realt Oberdank) Gigli era nato a
Gallarate nel 1883, ma si era formato a Genova, dove la famiglia Gigli si era
trasferita dopo la nascita del figlio. Il carattere mite e la propensione per
gli studi filosofici, che ne facevano pi il tipo dellintellettuale che delluomo
d'azione, non gli avevano impedito di farsi strada con sicurezza negli ambienti
anarchici del capoluogo ligure, con i quali era entrato in stretti rapporti
ancora giovanissimo. La prefettura genovese ne aveva tracciato questo breve
profilo: Individualista, professa con ardore i principi extralegali, riuscendo
ad avere non poca influenza sui correligionari, non solo in Genova e
Sanpierdarena, ma anche in provincia [sell instancabile nella propaganda delle
teorie da lui con calore professate, esplicando tale propaganda con buon
profitto, specialmente fra la classe operaia. ACS, CPC, Busta [Gigli]. 15 I
problemi dello spirito affermava sono tramontati per ora: forza e della razza e
della nazionalit ritornano a predominare coi ferocia. I valori sociali hanno
subito un'inversione. Linternazion spezzato [...]. Chi doveva non ha fatto il
suo dovere; neppure noi' i problemi della n raccapricciante alismo operaio Agli anarchici - concludeva Gigli - restava
da riscoprire la loro comune anima umana, non escludendo lopportunit di
combattere gli invasori austriaci (quantunque, come suggeriva, in libere
schiere non governative), il giorno in cui questi avessero minacciato lintegrit
territoriale italiana! i Ai primi di settembre Volont pubblic una nuova lettera
di Gi li Il concetto fondamentale espresso dal giovane anarchico era che il
crohn della rivoluzione sociale non potesse.essere posto dove fossero ancora ai
rt le questioni della libert e dellindipendenza nazionali. son Lanarchismo
sosteneva lautore non rinnega, ma supera il concetto di patria: rinnega per il
patriottismo, che concezione
perfettamente borghese e sibi la rivoluzione liberatrice anche contro i
connazionali. Ma lanarchismo curdo me,
una filiazione della filosofia e delle istituzioni borghesi: perci esso
Fon presupporre una societ borghese dove possa svilupparsi fino alla vittoria.
La storia ela tradizione sono quindi progenitrici non ripudiate. Ritengo quindi
che i roblemi essenziali della borghesia debbano essere risolti per poter
liberamente clara verso sistemi libertari. E fra tali problemi v quello delle
nazionali la risolvere libert: fr: I bi
Ilo dell pi Il lit, da risol A Tar n 1 Un eventuale Vittoriosa invasione
delle armi austro-tedesche non solo cn lasciato drammaticamente irrisolta la
questione nazionale, ma, sotto . TEC . . Z il profilo delle conquiste politiche
e sociali, avrebbe altres determinato un Volont, un Pot in riferimento
all'articolo di Mario Gioda dell8 agosto, era inserita insieme que a di
Mussolini nel citato articolo di Nella Giacomelli, /n pieno patriottismo!!! dr
parole di Gigli la redazione di Volont (retta allora da Cesare Agostinelli,
trovandosi esu rilusi i fatti della settimana rossa, sia Errico Malatesta che
Luigi Fabbri) fece seguire una de i aperto disappunto. A noi pare vi si leggeva
che la situazione di quelli che, come io x e Gigli, si lasciano trasportare dal
sentimento patriottico sia la medesima di quegli E rici che, tempo addietro,
andarono volontari a combattere per le patrie dei greci, dei cubani, dei boeri,
degli albanesi. Il fatto materiale potrebbe anche riuscire simpatico; ma esso
esula dal compito specifico degli anarchici divi on questo incoerente se si
arriv: i anarchici, e pu entare c P qi Incoe; si a regresso: l'avvento, anche
in Italia, di un sistema feudale e militaristico sul modello di quello degli
Imperi Centrali. Impedire che ci avvenisse aveva di per s un valore
rivoluzionario; significava combattere per la causa anarchica e, allo stesso tempo,
salvare lanarchismo dallisolamento, riportarlo a contatto con le masse,
ravvivato alla fiamma dellumanit dolorante!?. La condanna fatta seguire dalla
redazione di Volont alle parole di Gigli hiuse definitivamente la polemica,
almeno per quel che riguardava il giornale di Ancona. Nondimeno, le defezioni
di Gioda ed Oberdan Gigli, considerati fra i migliori giovani ingegni
dellanarchismo italiano, segnarono un passaggio doloroso nella storia del
movimento libertario. Rygier, intanto, gi paladina dellantimilitarismo e, in
assoluto, una delle personalit pi stimate del campo rivoluzionario, aveva
firmato un sorprendente articolo per Il Libertario di La Spezia, nel quale,
richiamandosi alle tradizioni garibaldine del Risorgimento, aveva plaudito alla
fine della Triplice Alleanza, il patto infame gi vincolante lItalia agli Imperi
Centrali, auspicando la guerra liberatrice contro gli Asburgo, i carnefici di
Oberdan? Rygier era da poco rientrata da un giro di conferenze in Francia, dove
era stata sorpresa dallo scoppio della guerra, e dove pare avesse rinsaldato i
suoi legami con i gruppi herveisti e soreliani e con la massoneria francese
(con cui sembra fosse in rapporti gi dallanno precedente), legami comunemente
ritenuti la ragione principale della sua invero repentina conversione |a stessa
Giacomelli, nellarticolo del 22 agosto, li aveva definiti i nostri migliori
uomini; mentre Errico Malatesta, nella su prima affermazione ufficiale contro
la guerra (larticolo Anarchists have forgotten their principles, pubblicato sul
numero di novembre della rivista londinese Freedom, poi ripreso dai principali
giornali libertari italiani), si rammaricava che tra gli anarchici
interventisti vi fossero dei compagni che amiamo: rispettiamo profondamente. Rygier, nata a
Firenze, aveva militato nelle fila del sindacalismo rivoluzionario. Nel 1907,
con Corridoni, aveva dato vita al giornale antimilitarista Rompete le file!. La
sua fervida propaganda (culminata, dopo la guerra di Libia, con la campagna in
favore di Augusto Masetti, di cui era stata la principale agitatrice) le era
valsa il carcere e numerosi processi, contribuendo ad accrescerne la fama negli
ambienti sovversivi. Nel 1909 era passata al movimento anarchico. Cfr.
ANDREUCCI, DETTI, // movimento operaio italiano. Dizionario biografico, Vol.
IV, Roma, Editori Riuniti, ad nomen. Per una breve storia de Il Libertario v.
BIANCO, COSTANTINI, Per la storia dell'anarchismo. Il Libertario dalla
fondazione alla prima guerra mondiale, in Movimento Operaio e Socialista in
Liguria, RYGIER, La bancarotta della politica monarchica in Italia, Il
Libertario, allinterventismo. Nei mesi che intercorrono tra la settimana rossa
e il suo ritorno in Italia nelle vesti di propagandista dellintervento ha
scritto a questo proposito uno storico dellanarchismo Maria Rygier trova la sua
strada proprio con laiuto dei circoli herveisti parigini e del Grande Oriente
di Francia, che laccoglie nelle sue logge istruendola nel compito che dovr
assolvere nei confronti dei vecchi compagni e del direttore dell Avanti!?, A
sua volta un altro autore, in uno dei rari studi dedicati al fenomeno
dellanarco-interventismo, riferendosi ai motivi determinanti la svolta della
Rygier e degli altri anarchici favorevoli alla guerra, ha scritto n pi n meno
di tradimento nero, mercanteggiato, prezzolato?. In questottica, anche in
considerazione del ruolo che molti anarchici interventisti ebbero nel fascismo,
non difficile capire il perch, a
posteriori, si sia finito semplicemente per negare loro il diritto di
cittadinanza nella storia dellanarchismo italiano. Senza dubbio, al di l delle
durissime e CERRITO, L'antimilitarismo anarchico nel primo ventennio del
secolo, Pistoia, RL, 1968, p. 34. Quello
dei finanziamenti, pi o meno occulti, della massoneria al movimento interventista,
fu uno dei motivi dominanti della polemica che precedette lentrata in guerra
dellItalia (e basti pensare alla nota questione dei fondi de Il Popolo
dItalia). Nel caso di Maria Rygier, quel che
certo che ella era da tempo in
stretto contatto con gli ambienti dellemigrazione italiana in Francia,
specialmente con i gruppi socialisti e anarchici di Marsiglia, citt dove la
questione dei rapporti tra le frange interventiste di estrema sinistra e le
logge massoniche era sentita in modo particolare. A Marsiglia, infatti, su
iniziativa dellanarchico Raffaele Nerucci, si costitu un agguerrito Fascio
rivoluzionario interventista italiano, accusato dagli avversari, fin dal suo
apparire, di loschi connubi con la massoneria. Un anonimo articolista
dellAvarti!, commentando la pubblicazione ad opera del Fascio di Marsiglia di
un numero unico a sostegno dellintervento (La nostra guerra, 21 marzo 1915),
rimprover a Nerucci e agli altri interventisti rivoluzionari marsigliesi
dessersi serviti del denaro dei massoni, nonch del sostegno del Ministero degli
Esteri italiano (cfr. Gli interventisti a Marsiglia, Avanti!). Personaggio
ambiguo e contraddittorio, Nerucci era nato a Castelfranco di Sotto, in
provincia di Firenze (oggi Pisa). A Marsiglia, dovera emigrato nellaprile del
1901 e dove gestiva un ristorante, Nerucci aveva a lungo esercitato una grande
influenza, conseguenza di un carattere che lambasciata italiana aveva definito
audace e pronto, ma anche della sua spregiudicatezza (pare, del resto, che egli
fosse in qualche modo legato alla malavita locale). Nerucci era stato
corrispondente da Marsiglia de La Protesta Umana, de Il Libertario e de
L'Avvenire Anarchico. Nel dopoguerra fu tra i fondatori del Fascio di
combattimento marsigliese, da cui fu tuttavia espulso nel 1927 per indegnit
morale e politica. Condusse il resto della sua vita sotto lattenta sorveglianza
delle autorit fasciste. ACS, CPC, Busta 3526 [Nerucci Raffaello]. MASINI, Gli
anarchici italiani fra interventismo e disfattismo rivoluzionario, in Rivista
Storica del Socialismo, comprensibili polemiche del momento, che hanno spesso
sisi anche nel tono, i giudizi e le interpretazioni successive, la scelta i
campo c Maria Rygier, per quello che il suo nome evocava nell immaginario
simbolico dellestrema sinistra italiana, rappresent un trauma n pe riassorbito,
cui pu essere paragonato (ma solo in minima parte) quello a fece seguito alla
professione di fede interventista di un altro protagonis delle battaglie
antimilitariste dinizio secolo: Antonio Moroni ; Lbatnn Circa le ragioni
ideali, se non devono essere sottovalutati, ne i inire il mutato atteggiamento
della Rygier che prima di aderire all anaro ismo e stata sindacalista
rivoluzionaria, i debiti con il sorelismo e con 1 Giga 46he ad ogni modo
costituivano un substrato culturale comune a molti rivoluzionari, non solo del
campo interventista), ben pi rilevanti, come emerge dalla febbrile attivit
propagandistica della stessa Nico vr precedenti e immediatamente successivi all
entrata in guerra o alia, appaiono i riferimenti al mazzinianesimo. Non certo un eri pe Pan veste della Rygier fosse
particolarmente apprezzata dai repubblicani n lei medesima finisse vieppi per
accostarsi al dpi . ni repubblicano, fino 2a n la confluenza di tutte le [
*interventismo rivoluzionario ne i
manifestazione ufficiale dellinterventismo della Rygier Li lettera di adesione
alle tesi di Ambris, che ella pn 20 agosto, allindomani della discussa
conferenza milanese del dirige i i i i i in Volont del 19 2 Basti, al riguardo,
ci che della Rygier preti slo sini settembre 1914: Io trovo in te solo un
merito: que i i al tuo dnerottiio
doccasione, rivelandoti femmina fino alla radice dei capelli per morbosit di i
i; inti i spirito. NOILIA . sentimenti; per intima debolezza di spiri G i RG 27
Il caso del giovane militare di leva Antonio Moroni, nie su vela di pria i i
impatie anarchiche, eri San Leo di Romagna a motivo delle sue simp: T i Ma i
imilitari inistra (battaglia che egli
stesso avi battaglia antimilitarista dellestrema sinis negre i ie di l carcere,
regolarmente pubblicat limentare con una lunga serie di lettere dal ere, ) d
ssovveniivafi Sul suo nome, insieme a quello di Augusto Masetti, era sa DRSAATE
campagna da cui ebbe origine la settimana rossa. Congedato il no A vs ci de i
del sovversivismo; il che pu era stato accolto come un vero e proprio eroe de )
E i i vecchi compagni allorch egli, al
della sorpresa e dello sgomento dei suoi vec T di A E i i tari garibaldini (a ti dove fin per
arruolarsi fra i voloni I prese la via della Francia, i i $ I IN Arti i *arti i
l'i LAvvenire Anarchico, 8 g 6 lempio v. larticolo Moroni l'ingrato, i Pulcino)
Su Antonio Moroni v. FRANCO ANDREUCCI, TOMMASO DETTI, op. cit., Vol. III, ad
Oltre i Iniziati i ropria penna a 28
Oltre che allorgano nazionale del PRI, L Iniziativa, la Rygier 9 la pi sa pci
molti altri giornali repubblicani, tra cui principalmente La Libert (Ravenna),
Repubblicano (Roma) e Il Lucifero (Ancona). sindacalista Ma la Rygier fu anche
i ratrice del Manifesto yg spirat le anife degli anarchici Interventisti ;
redatto da Oberdan Gigl dietro invito di lei 3 gli di anifesto ne quale egli VI
orma di programma, le manif riprende a, ordinandole in fi d prog! 8 Si 5) = 1
gia espresse nelle su ue lettere a Vo lont ppello, steso 1 tesi gi espresse
nell ed Vol ); La Il t 120 sette re e diffuso alla fine de (ese, critto da
alcuni noti e meno ne del mese, era sottosi ettembre e diff Ila f I tt tto d. 1
noti esponenti dell anarchismo italiano Insieme a sindac. I 1 ns d t tal ;
sinda alisti, socialisti dissidenti e repubblicani, e non fu un caso ch Ve
pressi In e vedesse la luce essoch contemporanea a un manifesto
Intransigentemente neutralista diramato dalla e: s Quasi ad anticipare la
nascita (; C lavi Direzione del PSI d I anche in chiave anti nu ista) del primo
Fascio rivoluzionario d azione internazionalista. el testo di Gigli, accanto a
Immagini e richiami della simbologia libertaria, SI trovavano, confusi in un
unico disegno, concetti apertamente democratici e mazziniani (noi riteniamo che
| Internazionalismo sar possibile solo q o nazioni saranno libere, P' ich l
dove odio divide lIrredento uando le na: i, po l di lodio divid I eden dallo,
ressore, ogni altro problema economico e politico no! pu trovare ppi p! P' liti
n ti SO uzione), romantiche visioni camicie rosse (la ri Li I, per mi isioni di camici (l I neutralit. 088
P' utti solamente un a 0 egoismo nazionale; essa (CISA azioni lett gO. ional p
legazione tutti solamente ui bbie iazionale; essa la recisa neg dello inter nazionalismo mater
iato di solidariet e sacrificio, che ci ha spinto sui campi della Francia,
della Grecia, del Messico, della Serbia) e roboanti ! p proclam di stampo
roto-mussoliniano (I Inerzia
vigliaccheria e la neutralit, che ancora disconosce la volont po
olare, trad mento. E? lora ) pop:, ti 1
I 29 n E, n kia pon fn LInternazionale,
Edizione Nazionale [dora innanzi Ed.Naz.], 12 4. La lettera si trova riprodotta
anche in MARIA R soglia t i i YG ia di Lana nostra patria, Roma, Libreria
Politica, 1915. pp. 19-24 drain questo scopo ella si era segretamente in n Gigli pi di cre. ils ver ola pae i contrata
con Gigli pi di una volta. Cfr. ACS, pi poi Hi RyGIER, Sulla soglia di
un'epoca, cit., p.25 e firme apposte al manifesto erano i: e igli i 1 ap al m
quelle di: Oberdan Gigli, Maria Rygi i pe que Paolinelli, Edoardo Malusardi,
Gino Tenerani, ta elit Di i e di ss Sa ua Martello, Emanuele Carletti, Ugo
Piermattei, Len } I asquali, Bruno Bernabei, Giovanni Provinciali, Ezi ? ini eni
Ardisson, Gesualdo Grossi, Otriade Gigliucci, Francesco Sarti. Aigle 63 ai DIE
i ese hi p articolo di poco successivo (Dedicato agli anarchici caiser, Inizi ,
10 ottobre 1914), ebbe tuttavi; i 3 ii i sui intervenzionisti a suo tempo. Lo
firmerei den ae6 ia AREA appello della Direzione socialista, opera
prevalentemente di Mussolini, fu pubblicato dallAvanti! del 22 settembre 1914 i
rivolazionario, ite pp, 250251, colato FELICE, Miasolini:1 L'invito finale,
rivolto a tutti i sovversivi, era quello a mobilitarsi per la loro Francia, la
Francia della libert e della rivoluzione**. Gigli, in verit, avrebbe voluto
inserire nel testo almeno un accenno alle terre italiane Irredente, ma ne fu
dissuaso dalla Rygier, convinta che non fosse ancora il momento per unesplicita
dichiarazione in senso nazionale. In calce al manifesto degli anarchici
interventisti figurava anche la firma di Tancredi, pseudonimo di Massimo Rocca.
Se i casi di Gioda, di Gigli, di Rygier e di altri che ne sarebbero seguiti
destarono lo stupore e il rammarico di molti, il fatto che Rocca si schierasse
per l'intervento non sorprese quasi nessuno: fu visto, anzi, come una logica
cofiseguenza degli atteggiamenti da lui presi in passato, specie in relazione
alla guerra di Libia. Un giudizio di Berneri del 1924 (mentre volgeva al
termine la parabola di Rocca come dirigente fascista) racchiude in poche parole
il comune sentire degli anarchici italiani e si pu dire riassuma buona parte
della successiva riflessione storiografica sul personaggio. Massimo Rocca
scriveva Berneri non mai stato anarchico.
Fu individualista; il che non la stessa
cosa. Comunque si voglia vedere, per
indiscutibile che fu nel clima culturale e politico dellanarchismo V Per il
testo completo del manifesto del 20 settembre v. RYGIER, Sulle soglie di
un'epoca, cit., pp. 27-29. Il manifesto, intitolato Per la Francia e per la
libert, fu pubblicato a stralci su Il Resto del Carlino del 21 settembre 1914
(Un manifesto di anarchici e di rivoluzionari a favore della guerra), su Il
Corriere della Sera del 23 e su LIniziativa del 26. Eloquente il commento del
quotidiano liberale bolognese: Oggi gli anarchici ed i rivoluzionari italiani
si levano in piedi a respingere la neutralit e a richiamare il soccorso di
tutti gli uomini di libert, per dar mano alla Francia, per schiacciare il
blocco austro-tedesco, per riportare in Europa il soffio della rivoluzione.
Quale rivoluzione? Quella francese, quella borghese, quella dellindividuo e
della nazione: la nostra! Per le ripercussioni del documento in seno al
movimento anarchico v. gli articoli / sovversivi guerrafondai, Avanti!, 23
settembre 1914 (cui fece seguito una risposta di Gigli a Mussolini, pubblicata
dallorgano nazionale socialista quattro giorni dopo), e // manifesto dei
falliti, Volont, 3 ottobre 1914. Sullintera vicenda v. altres FEDELI. Note su!
19141915. Gli anarchici e la guerra, in Volont, 1950, n. 10, pp. 622-628. 35
Cfr. RyGIER, Sulla soglia di un'epoca, cit., p.26 36 CAMILLO BERNERI, Uomini e
idee. Libero Tancredi, La Rivoluzione Liberale, 18 marzo 1924. Il profilo tracciato
da Berneri non nasceva unicamente da una valutazione di carattere personale, ma
sinseriva in una lunga consuetudine di pensiero. A proposito della campagna
interventista intrapresa da Rocca, Volont del 5 settembre 1914 lo definiva un
anarchico che... non mai stato dei
nostri; e Luigi Molinari, uno dei padri dellanarchismo italiano, in suo
intervento su L Avvenire Anarchico del 15 ottobre, gli contestava fermamente il
diritto a dirsi anarchico, almeno nel senso scientifico della parola. Su
Massimo Rocca si veda anche la voce corrispondente in ANDREUCCI, DETTI, gra n.
che si formarono uomini come Massimo Rocca e che questi Icolare si pone come
una delle fi i i x i igure pi controverse e a tuttoggi cin definite della
storia politica italiana del Novecento. seal so n fon il 26 ni 1884 da una famiglia di modeste
condizioni, operaio tipografo come il compagno Mario Gi i i ; io Gioda, Rocca
accostato allanarchismo agli inizi del
ole lel 900, nel momento in cui,
insi prime suggestioni nietzschiane e allinqui IRR Inquieta poesia di Henrik Ibsen, si TARA ni
nel nostro paese le idee di Johan C Schmidt mosciuto con lo pseudonimo di M i
il fil ueglicicoa i ax Stirner), il filosofo de n x Attratto dalle teorie degli
individualisti, che a quelle idee e a iaia i 5 apici Rocca si era
contraddistinto per unintensa nferenziere, collaborando nel frattem i gi i
ttivit d ere, collal po a numerosi giornali o anarcoindividualista, fra i quali
Il Grido della Folla di ip ; Pi 1906 al 1911, con lamico Alfredo Consalvi,
aveva dato vita PR lata rino del Novatore, rivista improntata a un marcato
alismo intellettualistico; esperienza che gli d | istici e gli era valsa lunghe
ed acri polemiche con gli ambienti dellanarchismo ufficiale, Agli eccessi Pics E ; a Gipi ear opera di Max Stimer,
L'Unico e le sue propriet, apparve nel P i Torino, a cura del tipografo
modenese Ettore Z. i, gi i gruppi anarchici degli Stati Uniti e lo, i i ua FR
pera di Max Stirner, una i i i del Geni met 1a d ner, prima introduzione al
pensiero $ ; pali divulgatori delle
teorie individualiste i i libertario italiano furono - con i i an eri Nella
Giacomelli - Ettore Molinari, Giuseppe Monanni e Leda Sulle fortune e le
diverse correnti dellindivi i ellindividualismo anarchico nel nostri DA A pu Pena piace alla settimana rossa. Per una
storia dell Di. Italia (1881-, Firenze, 1977, p. 97 ss., e PIER CARLO M. i i
ici vet csi; HRR degli attentati, Milano, Rizzoli, 1981, p. 193 i Vf perg rido
della Folla fu il primo giornale a hico italia i Il ( fuvil narchico italiano
di schietta int i HR ino acri ni sia del 1902 da Ettore Molinari e Nella
Giacomelli cad i ovanni Gavilli, cess le pubblicazioni cinque anni pi tardi i i
7 Vai toi PIER. . ardi. T CAS ira din videro la luce in quegli anni, i pi Sposi
frico (Firenze, 5), La Protesta Umana
(Mil: 3 1 i ire 1907-1908), Sciarpa Nera (Milano, 1910 veli Gil INIT A |, -) e
La Rivolta (Milano, 1910 ueste pubblicazioni ebbero fra i | i assidui i si i 9
i loro pi assidui collaboratori Oberdan Gigli e Mario Gi i loda. V a ale a i.
nel ve Anarchico individualista, stretto collaboratore oca, 1 protagonisti
dellanarcointerventismo. Nel do)
convinzione al fascismo e nel 1929, anche in virt ' fottla chi paria ; i
; rt della stretta amici Rossoni, fu radiato dallelen i ivi Mir gira gs co dei
sovversivi. Cfr. ACS, CPC, Busta 1441 [Consalvi 40 : . 13 Ra SS anni (poi
semplicemente Novatore) usc in tre serie successive: la Lr n Pose A psi ottobre
1906; la seconda dopo che Rocca e Consalvi alia per gli Stati Uniti a New York,
dal 15 ottobri i i a i 7 i } e 1910 al 4 de Wperzia di nuovo in Italia (prima a
Milano, poi ancora a Roma), dal 29 luglio al Nel 1907 il giornale anarchico
romano La Giovent Libertaria accus MRO PEPATE PITT TT ATER RPVOR polemici, che
ne avrebbero segnato tutta la vita, lo spingevano daltra parte il carattere
irrequieto ed un acceso orgoglio intellettuale, tipico della sua formazione di
autodidatta. Lo scoppio della guerra libica lo aveva visto a fianco di Arturo
Labriola e degli altri sindacalisti rivoluzionari sostenitori dell'impresa (ai
quali si sentiva affine per vocazione ideale), su posizioni decisamente
tripoline'. Con la sua propaganda a favore dellavventura coloniale, il solco
che gi lo Alivideva dai suoi vecchi compagni si era fatto incolmabile.
Nellestate del 1914, tuttavia, grazie anche allinteressamento di Mario Gioda,
aveva tentato di riavvicinarsi al movimento anarchico, chiedendo, con qualche
speranza, di poter prender parte al progettato - e presto abortito - congresso
di Firenze. Con ostinazione, cui non era stata estranea una buona dose di
autocompiacimento, e a dispetto dei suoi molti avversari, Rocca aveva
continuato (e, in fondo, sempre avrebbe continuato) a considerarsi anarchico.
Rocca e Consalvi dessersi appropriati dei fondi raccolti in Italia e allestero
per finanziare la rivista. BETTINI, Bibliografia dell'anarchismo, Firenze, CP,
ad indicem. dl Sul Tibicismo di Rocca v. soprattutto LiBERO TANCREDI, Una
conquista rivoluzionaria. In pro e in contro la guerra di Libia, Napoli,
Editrice Partenopea. Rocca era in stretti rapporti con gli ambienti del
sindacalismo rivoluzionario. Tra il 1909 e il 1911 suoi scritti erano comparsi
su Pagine Libere di Paolo Orano e Angelo Oliviero Olivetti e su La Lupa, la
rivista fiorentina fondata da Orano che fu arena dincontro fra sindacalisti e
nazionalisti (Orano, tra laltro, scrisse la prefazione al volume di Rocca La
tragedia di Barcellona, pubblicato nel 1911). Quanto al nazionalismo, bisogna
dire che Rocca ne aveva seguito con grande interesse lavventura politica, come
anche testimoniato dallarticolo. // neo nazionalismo, scritto per il Novatore
di New York nel dicembre del 1910, allapertura del congresso nazionalista di
Firenze che decret la trasformazione del movimento in Associazione. E notevole
aveva scritto Rocca in quelloccasione che nell'Italia democratica del presente,
tutta piena di pacifisti e di umanitari, vi sia un Corradini abbastanza
coraggioso per inneggiare alla guerra ed alle armi [...]. Certo, il
nazionalismo in Italia un fenomeno
nuovo, che sconvolge molte teorie, ma che comincia ad imporsi e col quale
bisogner confrontarsi. Bisogner, se non altro, considerarlo come unonda di
sincerit lia, e che non manca dun lato che avvolge gli ultimi residui virili
deila borghesia dItal onorevole e grandioso. #? Gioda (un intervento del quale
figurava nel programma congressuale) av Gli anarchici di fronte agli altri
partiti sovversivi eva accompagnato una nota di raccomandazione alla lettera
indirizzata da Rocca al comitato ordinatore del congresso fiorentino. In quella
lettera - che Volont rifiut di pubblicare Rocca aveva auspicato che il
congresso potesse servire di spiegazione fra compagni e di mezzo di
pacificazione e aveva chiesto desservi ammesso come relatore sul tema Guerra e
militarismo, al riguardo assicurando che la sua tesi era meno eterodossa di
quanto potesse sembrare di essere in
grado di spiegarsi fraternamente su Tripoli. Cfr. ANTONIOLI, Gli anarchici
italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di anarchici interventisti Nelli 7
f 4 7 ellintroduzione a un suo libro di quel periodo, che possiamo leggere come
La programmatico del suo modo di interpretare lanarchismo, aveva ritto: i Dal
momento chio persisto a dichiararmi ed a sentirmi anarchico senza curarmi
dellaltrui divieto o permesso [...], credo e persisto a credere che lanarchismo
quale energia. critica di pensiero e di temperamento individuale, e le
affermazione ribelle di valori etici nuovi, possa avere una vasta ed m Bi
funzione da compiere, a lato dei movimenti pratici: credo anzi che dell'anfchismo
ve ne sia molto oggid fuori degli anarchici ufficiali nelle minoranze ch
formano la parte pi viva e suscitatrice della vita pubblica odierna i A ;
questa visione concettuale, estetizzante e fortemente elitaria dell anarchismo,
inteso pi come uno stato danimo che come un corpo certo di dottrine e di
programmi, Rocca rest in definitiva sempre fedele, pur nel mutare delle
esperienze politiche e personali, e ad essa si sarebbe fiheli richiamato, negli
anni della sua adesione al fascismo, a motivare le posizioni assunte allinti
del ito! interno del partito". E n
5 RSA ott ; regni; contro l'anarchia.
Studio critico-documentario, Pistoia, Il Punto focale della riflessione di Rocca
era la contrapposizione fra la rigidit formale dell anarchia, intesa come
dottrina politico-filosofica, e lenergia liberatoria dellanarchism Se lanarchia
rappresentava il mito elevato a dogma, una concezione trascendente [ n
superiore e padrona anche di chi vi crede; lanarchismo era invece pi
propriamente 104 disposizione dello spirito leterna sete di progresso, di
libert, di novit, incarnantesi nell: rivolta, nel senso pi puro ed etico del
termine, al punto che tutte le rivolte passate
future, tutti glideali nel loro senso dinamico potevano considerarsi sue
mai istazioni AI libro di Rocca era premessa una breve lettera di Arturo
Labriola (a riprova dei legami esistenti ia individualista torinese e il mondo
del sindacalismo rivoluzionario), che Gol da
ci Sia ammirazione per lautore, definendolo uno degli scrittori politici
pi Nel 1924, in una lettera/dedica a Mario Gioda premessa ad una raccolta dei
suoi articoli revisionisti sul fascismo, Rocca avrebbe scritto: Tu, Gioda, sei
tra i pochi che mi furono compagni di spirito anche prima che il fascismo
sorgesse: tra quel gruppo di sovversivi che volevano esser tali per disprezzo
delle classi dirigenti autodemolitrici di se medesime e della nazione, ma che
affermavano ereticamente la realt della patria fra le masse sovversive di
allora. Orbene, io ho ripassato in questi giorni quel mio libro L'anarchismo
contro l'anarchia [..] ein quelle cinquecento pagine, ho ritrovato, esplicito o
in nuce, moltissimo di ci che oggi il
fascista che ti scrive. Vi ho ritrovato cio [...] il riconoscimento del sentimento
nazionale quale dato integratore dellindividuo e quale spinta indispensabile al
progres umano; l'immortalit dell stato e del diritto, pur attraverso le sue
trasbordo fol organo necessario a consolidare e conservare le conquiste operate
dalla societ su se stess concretandone la coscienza e selezionando, con la
resistenza del potere politico, le Pisi veramente rivoluzionarie e rinnovatrici
dalle irrequietudini dissolventi; il diritto alla libert Non mancher di stupire
chi conosce qual sia la concezione politica per la quale io milito scriveva
Rocca allesordio della sua campagna interventista - sebbene sia coerentissimo
con ci che penso da dieci anni e che da tre anni sostengo apertamente, nella
previsione dellattuale catastrofe. Fulero della nuova impresa polemica di
Massimo Rocca era la rivendicazione, ribadita fra il settembre e lottobre in
numerosi altri interventi, della natura sostanzialmente anarchica della lotta
contro il militarismo e lespansionismo desco in difesa dei popoli latini, dal
momento che Ia latinit aveva sempre rappresentato la libert, il progresso e la
rivoluzione*. Alla maggioranza degli anarchici rimproverava perci di. aver
tradito leredit e il messaggio ideale del vero anarchismo, quello che
combatteva Mazzini per completarlo, pi che per negarlo'*, e di essersi messi al
giogo dellopportunismo ministerialista e del complice teutonismo dei socialisti
ufficiali. interiore per chi capace di
foggiarsi nel proprio spirito una legge, e la legittimit della coazione su chi
non si eleva a tanto ROCCA, Idee sul fascismo, Firenze, La Voce, TANCREDI, //
dovere della guerra, LIniziativa, 29 agosto 1914. Questo e altri scritti del
periodo sono anche contenuti (ma spesso in forma incompleta o rimaneggiata) nel
volume di Rocca, Dieci anni di nazionalismo fra i sovversivi d'Italia, Milano,
Il Rinascimento, Oltre agli articoli direttamente citati v. anche L'accordo che
commuove, LIniziativa, Gli eterni vinti, Il Resto del Carlino, 3 ottobre 1914,
e Gli anarchici, i sindacalisti e la situazione internazionale, Il Lavoro,
TANCREDI, // dovere della guerra, cit. 4" Ip., Gli anarchici del kaiser,
LIniziativa, L'organo del PRI pubblic la seconda parte di quest'articolo il 26
settembre. La controversia che ne segu coinvolse soprattutto Ottorino Manni,
indicato da Rocca fra gli anarchici favorevoli alla guerra contro gli Imperi
Centrali (insieme ai fiorentini Lato Latini e Giovanni Canapa), per via di due
suoi interventi apparsi su Il Libertario del 27 agosto e del 10 settembre (Gli
eroi della guerra e Polemica sulla guerra). Manni, che aveva effettivamente
ammesso di trovare realistiche e pi positiviste, rispetto alle astratte prese
di posizione dell'ortodossia anarchica, le considerazioni di Mario Gioda e di
Oberdan Gigli a proposito delleventualit della difesa in armi del territorio
nazionale, respinse per ogni addebito Interventista, dapprima con un nuovo
articolo su Il Libertario del 24 settembre (La guerra no!), poi con una lettera
di poco successiva a Volont. A parte il caso di Manni, bisogna dire che gli
esempi portati da Rocca nel suo celebre articolo non erano granch probanti.
Infatti, se Giovanni Canapa (meglio conosciuto con lo pseudonimo Brunetto
DAmbra) era un nome noto dellanarchismo italiano, altrettanto non si poteva
dire di Lato Latini. Il Prefetto di Firenze - dove Latini, nativo della provincia
di Arezzo, esercita il mestiere di tipografo - aveva informato la Direzione
Generale di Pubblica Sicurezza di non averne fino ad allora segnalato il caso,
perch modestissimo gregario della setta anarchica. ACS, CPC, Busta 2729 [Latini
Lato]. 4 Per un giudizio di Rocca sulla politica del Partito Socialista si veda
la sua prefazione al volume di LASKINE, / socialisti del kaiser, Milano,
Sonzogno,Lardente propaganda di Rocca per la guerra, propaganda che egli (come
del resto gli altri anarchici interventisti) riteneva potesse indurre la base
del movimento ad abbandonare la ferma pregiudiziale neutralista, contribu a
esacerbare gli animi, mentre si moltiplicavano le provocazioni e le
intemperanze, da una parte e dallaltra. La sera del 4 ottobre Rocca e Maria
Rygier sincontrarono alla Societ Operaia di Bologna per una conferenza sulla
Morale della guerra, ma la decisione non si rivel molto felice, vuoi per la
sede prescelta il pubblico essendo costituito per lo pi da operai anarchici e
socialisti vuoi per il momento poco propizio, e lannunciata discussione si
concluse in un prevedibile tumulto, con tanto di lancio di sedie, nel quale i
due oratori e le loro improvvisate guardie del corpo (fra cui il giovane
romagnolo Leandro Arpinati) ebbero inevitabilmente la peggio. Si era tenuto a
Bologna un comizio del deputato belga Lorand in Italia allo scopo di
sensibilizzare lopinione pubblica alla causa del proprio paese in occasione del
quale gli organizzatori avevano fatto circolare un volantino in cui si affermava
che i repubblicani, i sindacalisti, gli anarchici pi colti e intelligenti erano
per la guerra all'Austria. Il Fascio Libertario bolognese e il gruppo del
foglio antimilitarista Rompete le file! avevano reagito con sdegno alla pretesa
degli interventisti di ascrivere anche gli anarchici tra i fautori della guerra
(una loro lettera di protesta era stata pubblicata dallAvanti! il 3 ottobre). !
Cfr. La conferenza di un anarchico sospesa con una sedia in testa, Il Secolo, 5
ottobre 1914, e Violenze e tumulti di socialisti ad un comizio di anarchici, Il
Corriere della Sera, 6 ottobre 1914. Sul periodo anarchico di Leandro Arpinati,
0, meglio, sui legami tra lazione politica di Arpinati durante il fascismo e le
sue radici anarcoindividualiste, v. WHITAKER, Arpinati anarcoindividualista,
fascista, fascista pentito, in Italia Contemporanea. Per il resto, le poche
notizie sulla formazione politica di Leandro Arpinati sono mediate dal vecchio
volume di NANNI, Leandro Arpinati e il fascismo bolognese (Bologna, Edizioni
Autarchia7), unopera agiografica, scritta nel pieno delle fortune politiche
dellArpinati fascista, alla quale occorre guardare con molta cautela. A quel
primo lavoro, ritirato dal commercio subito dopo la pubblicazione (sembra per
volont dello stesso Arpinati) e mai pi ristampato, hanno attinto tutti i
successivi biografi di Arpinati, da SUSMEL (Arpinati, in La Domenica del
Corriere, 1967, n. 36 pp. 16-20) a IRACI (Arpinati l'oppositore di Mussolini,
Roma, Bulzoni, 1970). Nato a Civitella di Romagna, in provincia di Forl,
Arpinati si era trasferito a Torino giovanissimo, lavorando prima come
sguattero dalbergo, poi come operaio alla fabbrica automobilistica Diatto. Di
estrazione socialista (suo padre Sante era stato uno dei maggiori esponenti
della sezione socialista di Civitella), il giovane Arpinati si era avvicinato
allanarchismo intorno al 1910, restando affascinato dalle teorie degli
individualisti e divenendo, a quanto pare, grande ammiratore di Massimo Rocca.
Risalirebbe a questo periodo anche il primo contatto di Arpinati con Mussolini,
allepoca direttore de La Lotta di Classe, chiamato a inaugurare il nuovo
mercato coperto di Civitella intitolato ad Andrea Costa. Nell'occasione, gli
anarchici locali, con alla testa Arpinati, avrebbero inscenato una dura
contestazione, suscitando il risentimento di Mussolini (ma non v' traccia di
questepisodio nelle pagine dellorgano socialista forlivese). Da quel momento -
secondo gli autori sopra PPANTPP 777 VIP PRRPPIA Le seggiolate rimediate alla
Societ Operaia bolognese non Fine Rei effetto che quello di confermare Rocca
nella propria capar campo, n gli impedirono in alcun modo di proseguire, E: e n
proselitismo, pur in un clima di sempre maggior tensione. % si g D i dopo
lepisodio di Bologna e un momento prima di lasciare sn ia o ; Francia alla
volta delle truppe garibaldine - Rocca, che era da an > rapporti con
Mussolini e lAvanti!, ottenne anzi il suo per pi yritido e importante, firmando
i celebri e controversi articoli su ua Carlino che forzarono il futuro duce del
fascismo ad accelerare i temp: del suo strappo interventista". citati
Arpinati e Mussolini sarebbero comunque rimasti in seria Fata sunt E) ri . . A icizi ipazione di Arpinati alla vita politica
amicizia. Quel che certo che la partecipazi T a Fi i ico itali i
ionale collaborazione con un giorn: ino, anarchico italiano, fatta eccezione
per un'occasi x DE dpr arti i i Socialismo e anarchismo (L Alleanz ; che aveva
fruttato larticolo in due parti 4 % nt gent i he rilevante, e che solo
lintervei), era stata tutt'altro cl ] ) i re ) A it di i notare. Secondo la
figlia, autrice anc! futuro gerarca lopportunit di farsi noi rice | na iscutibi
i i lo prese parte attivissima ; i iscutibile biografia, lanarchico romagno i
ima 4 a Fira dopo quello famoso della Societ Operaia, in papea RE incidenti, al
punto da assumere un nome falso - Vittorio Neri -, da saga panda all'oscuro la
madre delle sue disavventure (Oo Cari erinen eigen i r ittari ttera a
firma io padre, Roma, Il Sagittario,
1968. p. 37). Una lett O ( Civitella che si proclama al fianco di Mussolini per
la A i verso sa rr, i i Italia del 25 novembre . Impiegato, comparve in effetti
su Il Popolo d Ita i | pi aopinti fu
riformato dal servizio militare perch figlio maggiore di madre vedova, rese
parte alla guerra. i iris fi ida A I} GI i 6 ottobre, la testa ancora fasciata
per le ferite riportate due gio! se i gii artecip ad una conferenza, indetta
dall Unione Repubblicana bolognese Ure SR ochist e macchinisti, con una
relazione sulla Triplice Alleanza. Cfr. LInizi: n ail il i izioni Librarie
Italiane, 1954), Rocca S In Come il fascismo divenne una dittatura (Milano,
Edizioni Librarie anni cbr scrisse di
aver conosciuto Mussolini nellestate del 191 pra a pa dr n del fi i i lini direttore dellAvanti!, Rocc: i del futuro duce. Divenuto Musso! V HAN gie zi ialista (firmandosi con gli
pseudonimi a collaborazione con lorgano social 1 i i juidi il larticolo 4/
rimorchio dei ciechi., ve Guidi), conclusasi 18 agosto 1914 con colo i c Sligo
soin isagli i P in Dieci anni di nazionalismo di ui 2g ( avvisaglia ricordava
lautore in n eta A is la censura di Mussolini, allora fe; t d'interventismo,
non aveva passato la cei h IR M Si i articoli // direttore dellAvanti!
smascherato. 9 i Si tratta degli articoli /
ato. U xa aperta a Benito Mussolini, e La polemica fra Benito Mussolini
e Libero patata ; ed del socialismo contro la guerra. Un uomo di bronzo, Il
Resto del Carlino, 7 e sd Ai abissi . n,, o 9 s questa vicenda v. FELICE,
Mussolini il rivoluzionario, cit, p. 255 ss.,
Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, I casi fin qui
considerati (ai quali dev'essere senz'altro aggiunto quello del famoso
pubblicista Roberto DAngi) 5 sono sicuramente i pi noti ed emblematici, ma lirrompere
del conflitto europeo, lungi dal trovare gli anarchici tutti risolutamente
ostili e impenetrabili ad ogni incanto guerresco, suscit anche nel movimento
libertario non pochi dubbi e ripensamenti, che, se non sfociarono tutti in
atteggiamenti positivi di sostegno allintervento, fermandosi a volte al limite
dell eresia, o non andando oltre un generico - e del resto largamente condiviso
- sentimento di simpatia per la causa dellIntesa, testimoniavano di
unincertezza diffusa e sotto molti aspetti inevitabile, considerata lasprezza
della prova, capace di segnare in modo indelebile la coscienza di molti. Cos,
via via che gli eventi bellici maturavano e si modificava la situazione
politica interna, numerosi altri anarchici (alcuni dei quali, allora semplici
gregari - come Arpinati e un altro giovane romagnolo, Edmondo Mazzucato? -, si
sarebbero fatti le ossa Angi, nato a Foggia, era stato redattore de Il
Libertario. La sua attivit si era dispiegata per la maggior parte allestero: in
Egitto, dove aveva soggiornato per quattro anni, dal 1902 al 1906,
contribuendo, grazie soprattutto a due giornali da lui fondati e diretti
(LOperaio e Lux), a rinsaldare la gi fertile comunit anarchica italo-egiziana;
e a Montevideo, in Uruguay, dove era giunto nellaprile del 1906 e dove aveva
dato vita al foglio La Giustizia. A differenza di Rocca e degli altri esponenti
di punta dellanarcointerventismo, DAngi non ebbe un ruolo determinante nella
propaganda per lintervento, ma le sue dichiarazioni pubbliche a favore della
guerra contro gli Imperi Centrali destarono egualmente sconcerto. Nel
dopoguerra - come vedremo -Angi avrebbe rivendicato con pervicacia la scelta
interventista, tentando anche, senza successo, di raccogliere i superstiti
dellanarcointerventismo intorno ad un progetto politico autonomo. Cfr. ACS, CPC,
Busta 1612 [DAngi Roberto]. Sulla figura e lopera di Roberto DAngi v. altres
BETTINI, op. cit., ad indicem. Il percorso politico di Mazzucato era stato
sotto molti aspetti simile a quello di Leandro Arpinati. Nato a Forl nel 1887,
il repubblicano Edmondo Mazzucato si era trasferito a Milano appena
diciottenne, in cerca di miglior fortuna. Nel capoluogo lombardo aveva trovato
dapprima lavoro nellufficio pubblicitario del giornale socialista Il Tempo,
poi, come tipografo, presso la tipografia Politti e Galimberti, dove si
stampava lanarchico Il Grido della Folla. Risalivano dunque a quel periodo i
primi contatti di Mazzucato con lanarchismo, testimoniati dalla sua
collaborazione ai fogli libertari milanesi, La Protesta Umana e LOperaio. Nel
gennaio del 1906, il giovane anarchico era stato tratto in arresto per aver
preso parte a una manifestazione commemorativa della domenica di sangue in
Russia. Tre anni pi tardi, militare di leva, era stato condannato a un anno di
reclusione per aver percosso un superiore e internato nel carcere napoletano di
Sant'Elmo. Nell'ottobre del 1910 aveva assistito come osservatore al congresso
milanese del PSI, durante il quale - come sembra - conobbe il conterraneo
Mussolini. Nove anni dopo, scrivendo per lorgano dellAssociazione fra gli
Arditi dItalia, Mazzucato avrebbe rievocato quellepisodio con queste parole: Lo
ricordiamo fin dalle giornate del congresso socialista di Milano nel 1910,
quando con la sua eloquenza incisiva e tagliente sferz tutto un sistema di
obbrobrio, di patteggiamenti osceni, di volute rinunce della parte cosiddetta
intellettuale del Partito Socialista. Fu una rivelazione MAZZUCATO, Governo di
pigmei, L Ardito, proprio nella lotta interventista) si lasciarono attrarre dal
fascino e dalle ragioni della guerra. Fra questi dovevano emergere due uomini,
diversi per indole e per esperienze di vita (e ai quali il dopoguerra avrebbe
riservato opposti destini), ma uniti allora nella comune battaglia
interventista, nella quale avrebbero riversato tutte le loro energie. Erano
Attilio Paolinelli, di Grottaferrata?, e il lodigiano Edoardo Malusardi,
entrambi firmatari del manifesto del 20 settembre. Lo stuccatore Edoardo
Malusardi, che allepoca dei fatti aveva appena venticinque anni (era nato il 30
agosto 1889), era poco conosciuto negli ambienti anarchici nazionali. La sua
esperienza di maggior rilievo era stata la collaborazione con il foglio
bolognese LAgitatore, per il quale aveva curato una rubrica di corrispondenze
da Lodi, firmandosi con gli pseudonimi Turbolente e Odroade, e rivelando, gi
allora, una naturale propensione per la polemica giornalistica. Attivo nella
propaganda spicciola, specie in ambito sindacale, e noto alle autorit di
Pubblica Sicurezza per lirruenza dei comportamenti, il contributo di Malusardi
alla vita politica del movimento libertario era stato comunque limitato (sembra
anzi che molti compagni lo tenessero in conto di buono a nulla) e la sua sola
uscita pubblica di una certa importanza risaliva ad un comizio pro scioperanti
di Piombino e Isola D'Elba, il 7 settembre del 1911, a Lodi; comizio durante il
quale aveva avuto il compito dintrodurre loratore principale, che nelloccasione
era stato Massimo Rocca. ; i Bench influenzato dalle teorie dei sindacalisti
rivoluzionari, lanarchismo di Malusardi appariva intensamente venato
dindividualismo. Lanarchia -). Allo scoppio della guerra europea Mazzucato segu
dunque Mussolini nell'avventura interventista e si arruol volontario,
combattendo negli arditi. Nel opoguerra wi rese protagonista nelle file del fascismo.
Cfr. ACS, CPC, Busta [Mazzucato], e MAZZUCATO, Da anarchico a sansepolcrista,
MRO EEgIeTE 1934 (per quanto edulcorata questa breve autobiografia di Mazzucato
A si n; i rappresentazione significativa non solo ne av politico dellautore, ma
anche del cl >) a il primo movimento fascista). Matino iaia db nel 1882. Approdato
allanarchismo dopo travagliate esperienze personali (nel 1898 era stato
condannato a 11 anni e otto mesi di carcere per aver a la matrigna), fu uno dei
grandi protagonisti dellanarcointerventismo. Cfr. ACS, CPC, Busi Paolinelli
Attilio]. 7 liaison che Ho vita, con qualche interruzione, dal maggio 1910 al
luglio E nta stato uno dei pi importanti periodici anarchici italiani, potendo
contare sul contri uto di alcuni tra i nomi pi rappresentativi dellanarchismo,
da Luigi Fabbri a Domenico Li da Armando Borghi alla stessa Maria Rygier. Oltre
che al settimanale bolognese, Malusari i aveva occasionalmente collaborato a Il
Grido della Folla, a LAvvenire Anarchico e alla sindacalista L'Internazionale,
sempre occupandosi-di cronaca locale lodigiana. Cfr, ACS, CPC, Busta 2964
[Malusardi Edoardo]. aveva scritto in polemica con un foglio cattolico di Lodi
ai tempi della sua collaborazione a LAgitatore - un sublime Ideale di redenzione proletaria,
avente per seguaci tutti gli spiriti ribelli delle innumerevoli nazioni e per
compito quello di combattere ogni tirannia. Noi per aveva concluso Malusardi
non ci illudiamo, lo sappiamo che la realizzazione di questIdeale molto lontana, ed ecco perci che, basandoci
sulla realt, bench siamo umanitari per eccellenza, giustifichiamo tutti gli
atti di violenza diretti contro lautorit, le alte personalit e lordine
costituito, poich fintantoch voi adoprerete la violenza per sopprimerci, e
fintantoch vi cardio diseguaglianze, esisteranno sempre individui risoluti, i
quali, facendo getto della propria vita, emergeranno dalle moltitudini belanti
per vendicare la propria classe! La realt opposta alla dottrina, la violenza
come forza sovvertitrice e pedagogica, la massa amorfa e, in antitesi, la
figura del ribelle, l'individuo eroicamente consapevole, erano motivi
ricorrenti nella simbologia e nella fraseologia dellindividualismo anarchico e
gi contenevano, in potenza, il germe dellanarcointerventismo. Nel caso specifico
di Edoardo Malusardi, si pu affermare che ne avrebbero accompagnato, segnandolo
profondamente. lintero percorso politico. i Nella propaganda per lintervento
Malusardi manifest unancor pi spiccata vis polemica e una notevole
intraprendenza organizzativa rendendosi sin dallinizio protagonista di un
vivace dibattito, nientemeno che con Luigi Molinari?. La contesa sollevata dal
giovane anarchico lombardo. che investiva proprio la consistenza e la misura
delladesione anarchica alle tesi interventiste, fin per coinvolgere il
direttore de Il Libertario, Pasquale Binazzi. Malusardi, infatti, aveva citato
alcuni articoli filo intesisti apparsi sul giornale spezzino (uno dei pi
diffusi e autorevoli dellanarchismo italiano) come segno dellorientamento
tuttaltro che univoco degli anarchici in merito alla guerra europea. Binazzi fu
costretto a replicare che il condannare e disprezzare fatti odiosi compiuti
dagli aggressori austro- TURBOLENTE, Buffe denigrazioni. Lettera aperta al
direttore del giornale Il Cittadino di sal LAgitatore, La prima sortita
interventista di Malusardi apparve su LIniziativa del 12 settembre 1914 (i
articolo Anarchici per la guerra). Il 3 ottobre, sempre sulle pagine dellorgano
nazionale repubblicano, Malusardi si scagli contro Luigi Molinari, il quale,
sull Avanti! del 25 settembre, aveva definito bugiarda ed interessata
lopinione, diffusa soprattutto negli ambienti borghesi e democratici, che gli
anarchici italiani fossero per lo pi favorevoli all intervento. La polemica fra
i due si trascin per diversi giomi. Molinari aveva conosciuto Malusardi tre
anni prima, in occasione di una commemorazione di Francisco Ferrer avvenuta a
Lodi il 26 ottobre 1911. Cfr. ACS, CPC, Busta 2964 [Malusardi]. tedeschi contro
i serbi, i belgi e i francesi? era cosa assai diversa dal far attiva propaganda
per lintervento, con ci riaffermando lindirizzo indiscutibilmente anarchico del
suo giornale. In verit, la condotta de Il Libertario, improntata, rispetto a
quella di Volont e de L'Avvenire Anarchico, a una maggiore elasticit,
costituiva di per s la spia di un non trascurabile disagio. Non si pu negare,
infatti, che il foglio di Binazzi che, come si
visto, aveva pubblicato il primo articolo revisionista di Maria Rygier
concedesse ampio spazio ad enunciati e proposte che, agli occhi dellortodossia
anarchica, dovevano apparire quanto meno discutibili. Negli scritti di Tanini,
di Baldassarre e del socialista-anarchico Francia (collaboratori di lunga data
del giornale e figure non marginali dellanarchismo italiano) ci, scritti
ispirati ad un radicale filo-francesismo e intrisi di un odio altrettanto
violento per 1 Austria e la Germania, non si esitava a parlare di nuove orde di
Attila che mettevano a repentaglio la sopravvivenza stessa della civilt
occidentale; del terribile pericolo rappresentato dal pangermanesimo delirante,
negatore violento delle razze e del genio latini; di Francesco Giuseppe e
Guglielmo II come di due semi umani [...] avvinazzati, due bruti appestati di
grandezza imperialista e di delirio militare; e si evocava il tragico lievito
rosso della guerra, da cui sarebbe dovuta scaturire, sulle rovine delle antiche
tirannie, la palingenesi rivoluzionaria. Il fatto che, col passare del tempo,
queste posizioni si andassero mitigando*
che Binazzi (come anche ebbe modo di chiarire nel dibattito a distanza
con BINAZZI, Non equivochiamo, Il Libertario Tanini, in particolare, in virt
della sua costante attivit politica e propagandistica nonostante la giovane et (era del 1889), godeva
di molta considerazione. Costretto a riparare In Svizzera per sottrarsi alle
ricerche della polizia (da Losanna aveva regolarmente curato una rubrica per Il
Libertario), era rientrato in Italia alla vigilia della settimana rossa. Cfr.
ACS, CPC, Busta 5023 [Tanini Alighiero].
le citazioni sono tratte, nellordine, da: TANINI, La guerra dei titani,
Il Libertario, 20 agosto 1914, e La triplice alleanza morta per il bene del mondo,BALDASSARRE,
/mperialismo barbaro, Ivi; FRANCIA, l.'apocalisse storica, Ivi. Forse per non dar adito ad altre divisioni,
Alighiero Tanini e Marino Baldassarre chiarirono che la loro manifesta simpatia
per la Francia e per il Belgio non celava assolutamente il desiderio di vedere
lItalia in guerra a fianco delle Democrazie, e riaffermarono in pi di una
eircostanza la loro fede internazionalista. Tanini singegn anche a mostrare la
via per una soluzione pacifica della questione nazionale: fare di Trieste una
citt libera e del Trentino una provincia indipendente (si vedano, per quanto
riguarda Tanini, gli articoli // nostro pensiero pacifista, La fine del
teutonismo e Il nostro ideale pacifista, Il Libertario; e, per quel che attiene
a Baldassarre, l'articolo / tocchi dell'agonia). Malusardi) fosse personalmente
del tutto contrario al coinvolgimento degli anarchici nel nascente movimento
interventista rivoluzionario, non toglie che il suo giornale, si consideri o no
un segno di discutibile larghezza, rappresent, almeno sino alla fine del 1914,
una tribuna affatto secondaria di confronto, anche estremo, sui temi della guerra.
Fondamenti ideologici e riferimenti politici dellinterventismo anarchico
Patrimonio di tutti (o di quasi tutti) gli anarchici interventisti era - come
si gi pi volte accennato - leredit
dellindividualismo. Poich lindividualismo fu fenomeno complesso e variegato, indispensabile cercare di definire i contorni
di questa comune matrice dellinterventismo anarchico e, pi in generale, provare
ad evidenziarne i tratti caratterizzanti. A tale proposito, considerata la sua
influenza, il caso di soffermarsi ancora
una volta sul pensiero di Massimo Rocca, per il quale, nonostante liniziale
infatuazione per Stirner, lindividualismo non sidentificava - e non si era mai
del tutto identificato - con lo stirnerismo, quanto meno nella sua accezione pi
diffusa, velleitaria e amoralistica. Alla volgarizzazione di Stirner e alle sue
conseguenti degenerazioni metafisiche (di cui egli imputava la responsabilit a
giornali come Il Grido della Folla e che non riteneva meno dannose per
lanarchismo dellutopia comunista kropotkiniana) Rocca opponeva una valutazione
storica e sentimentale dello stirnerismo, che sostanzialmente non avrebbe mai
abbandonato e che costituir il substrato culturale dei suoi futuri approdi
politici. AI contrario di Tanini e Baldassarre, l'avvocato Francia (che era
nato nel 1869 a Minervino Murge, in provincia di Bari, e vantava una lunga
militanza nelle file dellestrema sinistra pugliese) non torn affatto sui propri
passi. Smessa la collaborazione con Il Libertario, si schier senza esitazioni
per lintervento e si arruol volontario nei reparti garibaldini impegnati sulle
Argonne. Nel dopoguerra ader al movimento fascista e prese parte, in
rappresentanza dei Fasci di combattimento pugliesi, al primo congresso
nazionale fascista (cfr. Il Popolo dItalia, 11 ottobre 1919). Rimasto fedele
allidea socialista- anarchica, si distacc dal fascismo non appena questo ebbe
assunto una marcata coloritura di destra. Pur senza mai assumere un
atteggiamento di netta opposizione al regime (anche in virt di un carattere
eccentrico e incline alla misantropia, che lo spingeva allisolamento) Francia
visse il resto della sua vita sotto la stretta sorveglianza dellautorit di
Pubblica Sicurezza. Cfr. ACS, CPC, Busta 2155 [Francia]. CERRITO, L
'antimilitarismo anarchico nel primo ventennio del secolo, cit., p.37.
Sullatteggiamento de Il Libertario riguardo alla guerra europea v. anche
COSTANTINI, Gli anarchici in Liguria durante la prima guerra mondiale, in
Movimento operaio e socialista in Liguria, Egli aveva scritto di Stirner ai
tempi del NOVATORE non predica il delitto pel delitto, la forza bruta per la
forza bruta, ma le invoca perch nella Germania profondamente statica ne
rappresentavano lo sfasciamento. La sua potenza, il suo sacrilegio, il suo
egoismo hanno unintenzione, un significato, una portata non Individuale, ma
sociale [...]. Lindividuo di Stirner non
dunque lo scialbo calcolatore egoistico del giorno per giorno o dei
quattro soldi per truffare. E luomo che si erge di fronte al sole e al mondo,
pieno di tutta lumanit che il passato gli ha trasmesso, ma innalzato a questa
base di ereditariet, comune a tutti i suoi simili, dalla gigantesca statura
della sua personalit individuale Rocca sottolineava pertanto la grandezza
passionale della filosofia di Stirner, di cui intravedeva la forza trainante e
rivoluzionaria nellesaltazione del sentimento e dellistinto. Ammettere questo
significava riconoscere, accanto allindividuo, ogni entit collettiva, dalla
famiglia, alla classe, alla nazione, cementate e fondate da una comunanza sentimentale;
significava, in una parola, negare lastratto a favore del reale. Muovendo da
queste premesse, Rocca era approdato a quello che definiva liberismo
rivoluzionario o novatorismo, che era poi lindividualismo anarchico ampliato e
confrontato con la realt. Noi sono ancora sue parole affermiamo altamente
limportanza dellindividuo singolo, quale novatore, inventore e ribelle [...] Ma
comprendiamo pure le folle che rovesciano impetuose un ostacolo al progresso
dietro la spinta di una minoranza rivoluzionaria; comprendiamo la classe che si
materia soggettivamente dellavversit sorda verso la classe opprimente;
comprendiamo la nazione che si forma per lunga eredit storica e si afferma
contro lo straniero o contro lo stato suo Interno che la sfrutta e la trascina alla
vergogna. Comprendiamo insomma tutte le rivolte; comprendiamo tutte le volont
di affermazione e di dominio e le esaltiamo quando sono sorrette da una fede
sincera dentusiasmo che le innalza al di sopra del meschino determinismo
quotidiano. Per noi gli statisti che tiranneggiano in nome di un principio
confessato e francamente servito sono infinitamente pi nobili e
rivoluzionariamente pi fecondi dei Giolitti che inaugurano laccordo delle
classi corrompendole nella generale mangiatoia TANCREDI, Liberismo
rivoluzionario o individualismo democratico, Novatore, New York, Ivi Ivi,
"Ivi, A proposito dellindividualismo di Rocca si veda anche il lungo
articolo auto-apologetico, Una difesa postuma (agli ex amici della Vir), in
Quand-meme (un numero unico pubblicato a Parigi nel luglio del 1908 su
interessamento di Alfredo Consalvi), articolo nel quale Rocca difendeva la
propria interpretazione dello stirnerismo dallaccusa di morbosit Solo tenendo
presente questo punto di vista possibile
comprendere i presupposti teorici dellinterventismo di segno
anarchico-novatoriano (quanto meno nei suoi artefici pi consapevoli, come
Gigli) e le ragioni profonde della successiva adesione al fascismo di molti dei
suoi protagonisti. Quantunque il novatorismo fosse il tratto saliente
dellinterventismo anarchico, pure questultimo non pu non esser considerato
nellambito di quella vera e propria esperienza di sincretismo politico e
ideologico che fu linterventismo rivoluzionario. Mentre il riaffiorare delle
passioni risorgimentali e dellutopia garibaldina fece da ponte tra le forze
dellestrema sinistra sindacalista e anarchica ed il Partito Repubblicano, i
miti dellazione e della violenza rivoluzionaria, incarnati nel sorelismo,
rimandavano a un linguaggio e a una simbologia noti tanto ai sindacalisti
quanto ai discepoli di Massimo Rocca, Lo stesso individualismo, per la sua
carica eversiva e iconoclasta, servi da punto d'incontro fra gli anarchici
propugnatori della guerra e le correnti pi radicali della cultura italiana del
tempo, in primo luogo le avanguardie futuriste, che ebbero una parte non
trascurabile nella campagna interventista. mossagli dalla rivista fiorentina di
Giuseppe Monanni e Leda Rafanelli (cfr. Per l individualismo, Vir).
Fondamentali, per una testimonianza diretta a questo riguardo (prescindendo
dagli inevitabili accenti propagandistici e agiografici), le pagine dellallora
segretario del PRI Oliviero Zuccarini, Storia della vigilia. Il Partito
Repubblicano e la guerra d'Italia, Roma, Edizioni de LIniziativa, 1916. ? Circa
i legami fra il mondo anarchico italiano e le dottrine di Georges Sorel e, in
senso pi ampio, lideologia e la prassi politica sindacalista v. FURIOZZI,
Socialismo, anarchismo e sindacalismo rivoluzionario, Rimini, Maggioli, 1981.
Sul nesso tra anarchismo e sindacalismo rivoluzionario, specie in relazione
alla nascita e allattivit dellUSI, v. anche lintroduzione di Maurizio Antonioli
a LEHNING, L'anarcosindacalismo. Scritti scelti, Pisa, BFS, 1994, pp. 11-27, e
EMiLIo DE FALCO, Armando Borghi e gli anarchici italiani, Urbino, QuattroVenti,
1992, p. ll ss. A partire dal numero del 15 agosto 1914, la rivista fiorentina
Lacerba, fondata lanno precedente da Giovanni Papini, assunse un contenuto
esclusivamente politico, dando un appoggio incondizionato alla propaganda per
lintervento. Nel quadro di un indirizzo sostanzialmente nazionalista, le pagine
di Lacerba non disdegnarono di accogliere posizioni di segno rivoluzionario.
Valga per tutti un articolo di Ardengo Soffici del primo settembre, Per la
guerra, nel quale lartista sposava la tesi della guerra rivoluzionaria e
tesseva lelogio di Herv. Sui rapporti tra anarchici e futuristi v. soprattutto
CIAMPI, Futuristi e anarchici. Quali rapporti? Dal primo manifesto alla prima
guerra mondiale e dintorni, Pistoia, Archivio famiglia Berneri, Le differenti
impostazioni ideologiche, cui per sottostava una molteplicit di riferimenti
culturali comuni, sintrecciavano dunque nella complessa trama dellinterventismo
rivoluzionario, del quale gli anarchici novatoriani andarono a costituire uno
degli elementi formanti. Guerra e Germinal (ovvero guerra e rivoluzione
sociale, guerra come mezzo per labbattimento violento del militarismo e delle
strutture politiche ed economiche borghesi), la meta additata da Ottavio Dinale
ai sovversivi italiani in unintervista a Il Resto del Carlino, divenne il tema
dominante della campagna interventista dei partiti estremi; e il mito della
guerra rivoluzionaria - come lo ha chiamato Renzo De Felice - s'impadron anche
dellinterventismo anarchico. Massimo Rocca firm il famoso appello ai lavoratori
italiani, lanciato a Milano, per la costituzione di un Fascio rivoluzionario
dazione internazionalista, punto dinizio di un movimento che, di l a pochi
mesi, avrebbe messo radici in tutta lItalia centro-settentrionale?. Da quel
L'intervista a Dinale (Ottavio Dinale dice guerra e germinal) si trova in Il
Resto del Carlino. La biografia politica di Dinale offre un esempio emblematico
del clima culturale nel quale prese forma e matur la corrente interventista
rivoluzionaria. Inizialmente socialista, organizzatore e agitatore sindacale
nella bassa modenese, Ottavio Dinale era stato tra i promotori del sindacalismo
rivoluzionario in Italia e fondatore del primo giornale ufficialmente
sindacalista, il settimanale La Lotta proletaria. Quattro anni pi tardi aveva
Iniziato la pubblicazione prima a Nizza, poi a Milano del periodico La
Demolizione, caratterizzato da unimpostazione marcatamente antilegalitaria e da
frequenti richiami sia all'individualismo stirneriano, sia al nascente
movimento futurista. Interventista, attivo collaboratore del mussoliniano Il
Popolo dItalia, nel dopoguerra sostenitore dellimpresa fiumana e candidato
repubblicano alle elezioni del 1921, Dinale si avvicin infine al fascismo,
diventando amico intimo (e poi persino biografo) di Mussolini. Nel 1928 fu
nominato Prefetto del Regno. Cfr. ANDREUCCI, DETTI, op. cit., Vol. II, ad
nomen, CIAMPI, op. cit., ad indicem.
"3 11 manifesto/appello del Fascio Rivoluzionario (sottoscritto, oltre che
da Massimo Rocca, da Decio Bacchi, Michele Bianchi, Ugo Clerici, Filippo
Corridoni, Amilcare De Ambris, Attilio Deffenu, Aurelio Galassi, Angelo
Oliviero Olivetti, Decio Papa, Cesare Rossi, Silvio Rossi, Sincero Rugarli) fu
edito in prima battuta da La Folla del 4 ottobre 1914, quindi, sei giorni dopo,
dal primo numero della nuova serie di Pagine Libere (la rivista quindicinale di
Olivetti, che si stampava a Lugano), contemporaneamente a un lungo articolo,
Inchiesta sulla guerra europea, contenente i pareri, tra gli altri, di Massimo
Rocca e di Maria Rygier. Sulla nascita, la diffusione e il significato politico
dei Fasci Rivoluzionari v. in particolare il classico VIGEZZI, L'Italia di
fronte alla prima guerra mondiale, Vol. 1, L'Italia neutrale, Milano-Napoli, Ricciardi,
1966, p. 860 ss., e FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 305 ss. Di
questultimo autore v. altres il breve saggio L 'interventismo rivoluzionario,
in Il trauma dell'intervento, Firenze Vallecchi, Infine, per una riflessione
sui primi giorni dellinterventismo rivoluzionario v. SERENI: alle origini
dellinterventismo rivoluzionario, in Ricerche Storiche, 1981, nn. 2-3, pp.
525-574. momento gli anarchici interventisti furono parte integrante dei Fasci,
collaborando attivamente ad essi e intensificando i rapporti con le testate
dellinterventismo rivoluzionario. Nondimeno, essi avrebbero sempre conservato
una loro specificit. Alla fine di ottobre Attilio Paolinelli, con Rocca, la
Rygier, Antonio Agresti e Torquato Malagola, pubblic La Sfida, giornale di
polemica anarchica, un numero unico che, se testimoniava dellorganicit del
manipolo anarcointerventista in grembo al neonato movimento dei Fasci, voleva
anche dar prova di una peculiarit ideologica rivendicata con fierezza e
destinata, pi tardi, a trovare eco nelle pagine de La Guerra Sociale*. Poco
dopo la nascita de Il Popolo dItalia, Paolinelli (che peraltro auspicava per il
nuovo giornale di Mussolini il ruolo di portavoce ufficiale dellinterventismo
rivoluzionario) scrisse al direttore dell'organo milanese di sentirsene, in un
certo qual modo, addirittura un precursore Il fiorentino Agresti (1864-1926),
incisore, anarchico vicino al sindacalismo rivoluzionario, collaboratore de La
Lupa di Paolo Orano, fu autore di uno dei pochissimi contributi di parte
anarcointerventista sul conflitto mondiale, il pamphlet Perch sono
interventista. Risposta allopuscolo La guerra europea e gli anarchici, Roma,
LAgave, 1917 (lopuscolo citato nel titolo era quello di Luigi Fabbri,
pubblicato a Torino per la Tipografica Editrice). Nel corso della campagna
interventista, come altri suoi compagni, a cominciare dalla Rygier, Agresti fin
per accostarsi al mazzinianesimo (esemplare, a questo proposito, una sua
lettera pubblicata da La Libert, organo del PRI ravennate). Nel dopoguerra, pur
mostrando simpatia per il fascismo, si ritir sostanzialmente dalla vita
politica. Da molti anni- annotava nel marzo del 1925 la Prefettura di Roma,
proponendone la radiazione dal registro dei sovversivi si allontanato dai compagni di fede e non
professa pi principi anarchici. E un valoroso pubblicista, redattore de La
Tribuna, uomo d'ordine. ACS, CPC, Busta 31 [Agresti Antonio]. 7 Il sarto
Torquato Malagola, di S.Alberto in provincia di Ravenna, era nato nel 1876.
Come Agresti, anchegli nel dopoguerra si allontan dallimpegno politico,
rompendo i ponti con lanarchismo. /bidem, Busta 2946 [Malagola Torquato]. 7 La
Sfida si apriva con una dichiarazione programmatica a .firma gli anarchici
indipendenti dItalia - e si componeva di cinque articoli (PAOLINELLI, Comunismo
e individualismo. Ideologie metafisiche e realt anarchiche; TANCREDI,
Dellanarchismo; AGRESTI, Oggi e domani; RYGIER, Per la civilt contro la
barbarie; MALAGOLA, Alle armi!), pi alcuni estratti da Lectres un francais sur la crise actuelle, un testo
di Bakunin del 1870 sulla guerra franco-prussiana (dal quale trasparivano le
simpatie del vecchio cospiratore per la patria dell Ottantanove), comunemente
citato dagli anarchici interventisti a sostegno delle loro posizioni
filo-intesiste. Per le reazioni in campo anarchico ufficiale alliniziativa di
Paolinelli v. Accettando La Sfida. Ritratto del grafomane pseudo-anarchico
Libero Tancredi, L Avvenire Anarchico, 12 novembre 1914, e BERTONI, Agli
sfidatori, Volont, 28 novembre 1914. ? Caro Mussolini scriveva Paolinelli noi
ci conosciamo: io mi ti presento a traverso un foglio La Sfida, del quale ti
mando alcune copie [...]. Il nostro numero unico di Roma, come vedi, precorre
il tuo bel quotidiano (Il Popolo dItalia, 19 novembre 1914). Inesorabilmente,
pi gli schieramenti si andavano definendo e pi laccanimento col quale il gruppo
degli anarchici interventisti reclamava il diritto alla qualifica anarchica
doveva destare scompiglio ed imbarazzo. La sera del primo novembre, al Teatro
Garibaldi del Testaccio, a Roma, ebbe luogo un comizio dei Fasci, cui presero
parte i redattori de La Sfida ed altri anarchici dissidenti. A proposito di
questi ultimi commentava quasi divertito un quotidiano liberale occorre notare
che essi sono invasati dallidea che la guerra si debba fare; il che desta
alquanta meraviglia e stupore. Le reazioni degli ambienti anarchici ufficiali
non si fecero attendere, mentre gi da tempo, nel fluire ininterrotto delle
questioni di principio e delle polemiche verbali, il movimento libertario si
trovava di fronte alla spinosa e assai pi concreta questione dei volontari.
Anarchici o garibaldini? ] Errico Malatesta, pur riconoscendo a Garibaldi e ai
patrioti del Risorgimento la nobilt dellispirazione e alla loro opera
disinteressata il merito di aver educato le future schiere rivoluzionarie allo
spirito di sacrificio, non nutriva per gran simpatia per il garibaldinismo.
Nella definizione del celebre capo anarchico, che pure da giovane, come quasi
tutti i protagonisti del primo internazionalismo italiano, aveva pagato il suo
tributo di affetti al mazzinianesimo, lo spirito garibaldino era la malattia
infantile dellestrema sinistra italiana, retaggio di unepoca lontana,
sentimento generoso ma sterile, tanto pi pernicioso in quanto distoglieva i
partiti popolari da quello che avrebbe dovuto essere il loro solo scopo, la
rivoluzione sociale. Certo che, come il
patrimonio storico e ideale del pensiero democratico risorgimentale continu ad
esercitare un forte ascendente anche sui pi 0 Un comizio al Testaccio in favore
della guerra. Gli anarchici vogliono diventare soldati, Il Giornale dItalia, 2
novembre 1914. Alla fine di novembre si costitu anche a Roma un Fascio
rivoluzionario dazione Internazionalista, che ebbe proprio in Attilio
Paolinelli e Torquato Malagola due dei pi attivi propugnatori (cfr.
LInternazionale, Ed.Naz., 28 novembre 1914). dal i ' Al riguardo v. Soprattutto
TONIETTI, Alienazione mentale o mistificazione, L'Avvenire Anarchico, 5
novembre 1914, e la lettera di protesta del gruppo libertario romano Martiri di
Chicago, pubblicata dall Avanti! del 7 novembre. "? Per l'opinione di
Malatesta su Garibaldi e le forze della Democrazia risorgimentale se ne veda la
prefazione a NETTLAU, Bakunin e l'Internazionale in Italia, Ginevra, Il Risveglio,
accesi internazionalisti, che non di rado su di esso si erano formati, cos il
garibaldinismo costitu, almeno sino al giro di boa impresso dalla prima guerra
mondiale, lanima avventurosa, romantica e un po ingenua, del sovversivismo
italiano. Se ci non sorprende affatto per i repubblicani, i quali, nonostante
la sempre maggior attenzione posta alle questioni di politica sociale, non
avevano mai abbandonato le idealit mazziniane, non deve del pari sorprendere
per quel che riguarda il Partito Socialista, quanto meno in alcune sue
correnti, quelle pi vicine al socialismo delle origini. Allo stesso modo,
sebbene gli anarchici indulgessero assai meno alle suggestioni della camicia
rossa, anche in seno al movimento libertario sopravviveva, qua e l, un residuo
di mentalit risorgimentale, in cui - com stato scritto - libert dei singoli e
libert dei popoli si intrecciavano e si confondevano e in cui la pianta
dellinternazionalismo affondava le sue radici in un terreno impregnato pi del
volontarismo mazziniano che del determinismo del socialismo scientifico.
Lesempio pi noto e certamente pi suggestivo di questo modo di concepire
lanarchismo senz'altro quello di
Cipriani; ma egli era, in fin dei conti, un uomo daltri tempi, di quellepoca di
mezzo che aveva visto germogliare lidea internazionalista dal tronco del
mazzinianesimo, sotto il pungolo della predicazione di Bakunin'. Quel medesimo
clima ideale che aveva generato uomini come il romagnolo PCeccarelli, compagno
di Cafiero e Malatesta nella cosiddetta banda del ANTONIOLI, Gli anarchici
italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di anarchici interventisti Su
LInternazionale del 5 dicembre 1914, per la rubrica Lettere dalla Francia in
guerra - inaugurata il 21 novembre comparve un'intervista di Alceste De Ambris
ad Amilcare Cipriani. In essa, che ebbe larga risonanza in tutto il campo
dellinterventismo rivoluzionario (fu ripresa anche da Il Popolo dItalia),
Cipriani ribadiva le ragioni del proprio filo- intesismo. Commentando le
dichiarazioni di Cipriani, il sindacalista anarchico Boldrini tracci un acuto
profilo del vecchio rivoluzionario. Cipriani scrisse Boldrini luomo che sintetizza lavvenire, ma con
sistemi e con emotivit passate. Non siamo feticisti: Amilcare Cipriani dominato da quella psicologia da cui furono
dominati tutti i grandi uomini del risorgimento italiano; il suo socialismo
doggi, come il suo anarchismo del processo di Roma, infarcito di repubblicanesimo e la sua
rivoluzione sociale la rivoluzione
dellindipendenza italiana, che, con lidealit umana di Mazzini, fu prima del 70
come oggi, per gli uomini dazione repubblicana, la conquista per l'indipendenza
e per la libert di tutti i popoli oppressi, al di fuori dogni preconcetto,
sotto per qualunque forma di stato (BOLDRINI, A proposito di un'intervista di
De Ambris a Cipriani, L Avvenire Anarchico ibdiaibbici. Matese (di cui era
stato lideologo militare), un anarchico che aveva vestito la camicia rossa dei
Mille, combattendo a Bezzecca e a Digione. Ma qui pi che altro importante ricordare come
giovani volontari anarchici, senza legami diretti con il garibaldinismo delle
origini, non avevano esitato a seguire Cipriani sui campi di Grecia, nel 1897
(e allanarchico Filippo Troja, caduto a Zaverda durante quella campagna,
sarebbe stato persino intitolato un circolo libertario della capitale, proprio
comera nel costume e nella tradizione del martirologio repubblicano) , e poi di
nuovo, nnon ancora spentasi leco per le agitazioni antimilitariste contro la
guerra di Libia, a riprendere le armi contro i turchi! Sulla scelta di questi
giovani, accanto alle memorie risorgimentali, aveva pesato in modo determinante
la concezione (tipica, come si visto,
Sulla figura di Ceccarelli v. ANDREUCCI, DETTI, 0p. cit., Vol. II, ad nomen. In
merito alla sua importanza quale teorico militare dellanarchismo v. PERUTA,
Democrazia e socialismo nel risorgimento, Roma, Editori Riuniti, 1973, ad
indicem. Cfr. L Alleanza Libertaria, 27
luglio 1911. Per il rientro in Italia delle spoglie di Filippo Troja, alla fine
di agosto del 1912, i gruppi libertari romani, riuniti in un apposito comitato,
avevano addirittura organizzato solenni onoranze funebri. Il funerale
dellanarchico garibaldino era stato motivo di gravi incidenti fra gli anarchici
e gruppi di nazionalisti che manifestavano a favore della guerra libica. Il
racconto che di quellepisodio aveva dato LAgitatore di Bologna sintmatico del favore e del rispetto con i
quali, anche in taluni ambienti dellestrema sinistra libertaria, si guardava al
garibaldinismo. Cosa non pu aspettarsi aveva scritto lanonimo articolista de
L'Agitatore - il buon pubblico italiano in questo quarto dora di solenne e
malefica sbornia di fesso patriottardume poliziesco? Tutto. Anche
l'impossibile. Infatti si piglia qualunque pretesto [...] per inscenare della
manifestazioni nazionalistoidi [...]. La canaglia studentesca del nazionalismo
da vedova allegra pretende dimpossessarsi dei resti mortali dun nostro eroico
compagno, Filippo Troia, caduto gloriosamente a Zaverda, insieme ai suoi
commilitoni della leggendaria camicia rossa, per lindipendenza del popolo
ellenico oppresso dalla dominazione turca. Ma il generoso popolo di Roma [...]
non permesso una profanazione e
violazione mostruosa. Ha gridato alto e forte che i resti del cittadino romano,
cittadino del mondo, appartenevano al popolo, perch egli aveva combattuto, si
era volontariamente sacrificato, per la libert e l'indipendenza del popolo [ A
Zaverda, in Grecia, un idealista, un propugnatore dellidea anarchica, indossa
la rossa divisa dei liberatori di popoli oppressi, e cade colpito da una palla
[...] contento di aver fatto del suo meglio per donare la tanto desiata libert
a quel popolo torturato dalla barbarie turca. Quel giovane nato in Italia, a Roma. l'ornando le sue
ceneri nella terra di nascita, dei falsi patrioti [...] pretendono di servirsi
del ricordo terreno di chi per la libert mora, per dimostrare alla Turchia, da
loro oggi combattuta, che anche uno di quelli odiatori di guerre e di qualsiasi
forma di governo combatt contro di loro (SPARTACO, // caso Troja, LAgitatore).
N Le insegne rosso-nere dellanarchia si erano levate anche nella lontana Cuba,
per la guerra d'indipendenza cubana, cui aveva preso parte come volontario
lanarchico napoletano Oreste Ferrara. Cfr. TAMBURINI, L'indipendenza di Cuba
nella coscienza dell'estrema sinistra italiana, in Spagna Contemporanea,
PROPONI PORNIA dellanarchismo individualista) dellazione anarchica anzitutto
come ribellione istintiva: una concezione assai poco dogmatica ed anzi intrisa
di spontaneismo, che ben si sposava, per questa via, con lepica del
garibaldinismo. Pochi giorni dopo linizio della guerra, mentre prendevano corpo
i primi confusi progetti di una spedizione garibaldina in Francia e si
preparavano le infuocate polemiche dellautunno, sette giovani italiani,
raccolto lappello di Ricciotti Garibaldi a mobilitarsi per la Serbia, si erano
imbarcati alla volta della Grecia e avevano raggiunto il comando serbo di
Salonicco*. Erano repubblicani? Erano anarchici? comment un foglio repubblicano
qualche tempo dopo Non importa sapere: erano italiani e seguivano una
tradizione che gloria dItalia: quella
garibaldina*. Con loro, tutti militanti del PRI, si trovava in effetti anche
lanarchico Cesare Colizza, di Marino Laziale, un veterano della camicia rossa
(aveva preso parte come ufficiale alla seconda spedizione garibaldina in
Grecia, nel 1912, combattendo a Drisko). Cinque dei sette volontari, fra i
quali lo stesso Cesare Colizza, erano caduti nello scontro di Babina Glava,
presso Visegrad, il 20 agosto 1914. Era anarchico scrisse di Colizza lorgano
romano del PRI il suo ideale muoveva verso l universalit, ma la sua anima
ribelle sentiva la protesta contro ogni ingiustizia'. Molti anni dopo il
repubblicano Aldo Spallicci, che lo aveva avuto compagno a Drisko, ne avrebbe
tracciato un breve profilo ideale che merita di esser ricordato perch
rivelatore del modo dintendere lanarchismo cui si pi volte accennato. Il suo dio ricordava
Spallicci era Max Stirner e sulla sua opera, L'Unico e le sue propriet, aveva
fondato il suo credo. Essere in guerra contro tutto e contro tutti, in pace e
sul campo di battaglia, era la sua divisa. Contro le ingiustizie sociali come
contro le infamie nazionali. Contro il capitalismo sfruttatore, come contro il
L'appello di Ricciotti Garibaldi [si veda], incitante la giovent italiana a
prendere posizione di difesa e, in caso, di offesa, fu diffuso a mezzo stampa
dal giornalista ed ex garibaldino Ravasini. Lo si veda in Il Fascio
Repubblicano, 2 agosto 1914. Su tutta la vicenda v. MANNUCCI, Volontarismo
garibaldino in Serbia nel 1914: nel solco della prima guerra mondiale, Roma,
Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini, [s.d.]. MENEGHETTI, La
Serbia bagnata dal sangue italiano, La Libert, 12 settembre 1914. Gli altri membri della spedizione erano Ugo
Colizza, fratello di Cesare, Nicola Goretti, Arturo Reali, Vincenzo Bucca,
Marino Corvisieri e Francesco Conforti. Nella sostanza, la loro fu uniniziativa
personale, priva di referenti politici veri e propri. Ricciotti Garibaldi,
infatti, dopo aver inizialmente accarezzato lidea di una spedizione di camicie
rosse in Serbia (e dopo aver preso contatti, a questo fine, con l'ambasciata
serba a Roma tramite Ravasini), gi il 9 agosto aveva diffuso una nota,
pubblicata da Il Fascio Repubblicano, con la quale sconsigliava apertamente
linvio di volontari. ! Eroi italiani caduti in Serbia, Il Fascio Repubblicano,
6 settembre 1914. turco che aggrediva la Grecia e, come nellultima sua trincea,
contro laustriaco che aggrediva la Serbia? La morte dei volontari italiani
aveva offerto il destro agli interventisti rivoluzionari per una delle loro
prime uscite pubbliche. Il 14 settembre i garibaldini caduti in Serbia erano
stati commemorati alla Casa del Popolo di Roma, in via Capo dAfrica, su
proposta della locale sezione del Partito Repubblicano. A quella celebrazione,
che fu la prima manifestazione di un certo rilievo dellinterventismo di
sinistra (anticipante, non solo sul piano simbolico e iconografico, ma anche su
quello pi strettamente politico, le assemblee dei Fasci rivoluzionari), avevano
preso parte anche alcuni anarchici, fra i quali Rygier e Paolinelli. E indice
ulteriore delle incertezze e delle ambiguit di quel momento il fatto che la
Rygier avesse il giorno innanzi presieduto a una riunione indetta dai gruppi
anarchici capitolini, conclusasi con la votazione di un ordine del giorno
nettamente contrario alliniziativa repubblicana, e che, ciononostante, ella
fosse convinta di poter avere con s la maggior parte del movimento. I miei
compagni aveva detto anzi nel suo applauditissimo discorso alla Casa del Popolo
saranno ove occorra, al fianco di quanti
soffrono e gemono sotto le percosse di secolari violenze. Lepisodio aveva
profondamente turbato lambiente anarchico della capitale, suscitando in
particolare la dura reazione di Ceccarelli, personalit di spicco dellanarchismo
romano, e la risposta non meno infuocata di Paolinelli. A Ceccarelli, che in
una lettera a Il Giornale dItalia aveva affermato essere ormai la Rygier
lontanissima dai suoi trascorsi anarchici e antimilitaristi, Paolinelli aveva
replicat, in questo modo: n MANNUCCI " Cfr. Azione Socialista, e Il Fascio
Repubblicano. I due soli superstiti della spedizione,Colizza e Reali, erano
rientrati in Italia da ochi giorni. Cfr. Il Corriere della Sera, 5 settembre
1914 e Il Lavoro, Il Giornale dItalia del 15 settembre e Il Fascio Repubblicano
del 20, nel riportare la cronaca della commemorazione, sostenevano essere
presenti anche i gruppi anarchici Arganti, Salucci e Martiri di Chicago. Cfr.
Volont, LIniziativa Ceccarelli era il fondatore del gruppo libertario Martiri
di Chicago, operante nel rione Esquilino, gruppo che alcuni giornali avevano
indicato tra gli aderenti alla commemorazione del 14 settembre " Polemiche
fra anarchici, Il Giornale dItalia, 17 settembre 1914. In quanto [...] alla
scomunica lanciata dal Ceccarelli pontificalmente contro l'atteggiamento di
Maria Rygier e nostro di fronte alla realt della guerra, si convinca il
Ceccarelli che la essa scomunica non ha valore maggiore di quelle che possono
lanciare i papi veri. Lanarchismo non
disciplinato, interpretato e letto da alcun dittatore, n il Ceccarelli
pu arrogarsi il diritto di parlare a nome di tutti gli anarchici, come se egli
fosse lunico depositario della verit e della coerenza? Se la spedizione in
Serbia di un pugno di giovani avventurosi aveva destato clamore e suscitato
accesi dibattiti, ancor pi ne sollev quella in Francia, ben pi consistente e
organizzata. Essa fu il definitivo canto del cigno della camicia rossa (che
peraltro non venne nemmeno utilizzata), ultimo bagliore di utopie ottocentesche
prima che la moderna guerra tecnologica e le mutate condizioni della lotta
politica facessero piazza pulita dogni residuo romanticismo. Gi ai primi
dagosto del 1914, mentre i figli di Ricciotti Garibaldi si ritrovavano a Parigi
per discutere sul da farsi, diversi, fra anarchici, sindacalisti, socialisti e
repubblicani [...] inclinavano a partire per la Francia, ad agire per loro
conto, o a riprendere senz'altro la camicia rossa, magari con organizzazioni
proprie', Dalla met di settembre, operanti in molte localit del centro nord dei
comitati di arruolamento repubblicani, erano cominciate le prime partenze di
volontari italiani per la Francia. L'indirizzo allimpresa, tanto sul piano
militare quanto su quello politico vero e proprio, era dato dal Partito
Repubblicano, il quale, sopravvalutando l'appoggio inizialmente ricevuto dalle
autorit francesi, mirava ad organizzare una spedizione per la liberazione di
Trento e Trieste, nonch a strappare liniziativa dalle mani della diplomazia
sabauda, cos accelerando la formazione di un vasto moto insurrezionale
allinterno del Paese e la caduta della monarchia'. Allintransigenza dei
dirigenti repubblicani (soprattutto di Eugenio Chiesa, il pi risoluto
sostenitore della spedizione adriatica, mentre il segretario del partito
Oliviero Zuccarini si sarebbe dimostrato pi possibilista) ', avrebbe fatto da
contraltare la disinvolta malleabilit di Peppino Garibaldi, il maggiore dei figli
di Ricciotti, al quale, non senza perpiessit (legate pi che altro alle ambiguit
ideologiche del personaggio), in molti riconoscevano il diritto a comandare la
spedizione. Peppino VIGEZZI, A questo riguardo v. ZUCCARINI, Storia della
vigilia, cit. 12 Per quanto attiene al ruolo e alla centralit del PRI nelle
vicende descritte v. anche CAPRARIIS, Partiti ed opinione pubblica durante la
Grande Guerra, in Atti del XLI Congresso di storia del Risorgimento Italiano,
Roma, Istituto per la storia del Risorgimento Italiano, 1965, p. 86 ss.
Garibaldi, di fronte alle resistenze opposte dal governo francese alla
costituzione di un corpo franco di camicie rosse, aveva finito per accettare il
semplice inquadramento dei volontari italiani nella Legione Straniera. Era dunque
nata la Legione Italiana, composta di tre battaglioni, con sede a Montlimar e a
Nimes (poi ricongiuntisi al campo di Mailly allinizio di novembre), mentre una
compagnia Mazzini, di netto orientamento repubblicano, costituitasi a Nizza ai
primi di settembre e forte di trecento uomini, era stata sciolta gi il 14
ottobre dietro una precisa disposizione del Comitato Centrale del PRI". La
maggior parte dei suoi membri aveva fatto ritorno in Italia; altri, come
Massimo Rocca (che aveva raggiunto la compagnia il giorno stesso del suo
scioglimento) 104. si erano aggregati alla Legione Italiana di Peppino
Garibaldi, in tempo per aver parte ai sanguinosi combattimenti delle Argonne
nel dicembre-gennaio. Oltre a Rocca (che, a quanto risulta dalla carte di Zuccarini,
fu tra coloro che pi si adoperarono perch la Legione fosse inviata al fronte)
!%, facevano parte di quel corpo di volontari altri anarchici, fra i quali sono
certi il veneto Gino Coletti, autore fra laltro di una breve storia della
spedizione", i romagnoli Agostino Masetti, di Ravenna!, Pezzi Su tutti
questi punti v. VIGEZZI La fine della compagnia Mazzini non signific solamente
il tramonto del progetto politico repubblicano, ma fu, in un certo senso, la.
dimostrazione dellimpossibilit, per l'interventismo rivoluzionario, di
costituire un movimento davvero autonomo, in grado dinfluire in modo
determinante sulle scelte del Governo. Mario Gioda, in un commento
all'episodio, sostenne che, essendo venuti a mancare i presupposti per i quali
molti sovversivi erano partiti volontari, quelli di loro che avevano scelto di
rientrare in Italia avevano agito correttamente (cfr. GioDA, A proposito del
battaglione Mazzini, La Folla). 104 |a data del 14 ottobre sicura. A quel giorno, infatti, risale una
nota (sottoscritta anche da Libero Tancredi) con la quale i volontari raccolti
a Nizza, preso atto della comunicazione ufficiale del PRI, dichiaravano sciolta
la compagnia. Cfr. ARCHIVIO DELLA DOMUS MAZZINIANA DI Pisa (dora innanzi ADM),
Fondo Zuccarini, FI e 3/18. 08 La Legione Italiana lasci il campo di Mailly
solo il 17 dicembre, dopo un lungo temporeggiamento, dovuto ai molti contrasti
che dividevano il Comando francese da Peppino Garibaldi e questultimo dalla
dirigenza repubblicana. Zuccarini riferiva di aver raggiunto un accordo con gli
uomini a lui pi vicini (fra i quali citava Libero Tancredi) per partire al
fonte da soli, qualora lordine di partenza non fosse giunto per la fine
dellanno, V. ZUCCARINI, La missione a Parigi, i Garibaldi e il corpo volontari,
ADM, Fondo Zuccarini, FI e 1/3. + 10 Si
tratta di Peppino Garibaldi e la Legione Garibaldina, Bologna, Stabilimento
Poligrafico Emiliano, 1915. Sulla figura di Gino Coletti (che nel dopoguerra
assurse a breve fama come segretario dellAssociazione Nazionale fra gli Arditi
dItalia) ci permettiamo di rimandare a LUPARINI, Gli anarchici interventisti e
il fascismo. Il caso di Gino Coletti in una lettera a Mussolini, in Nuova
Storia Contemporanea, e Panzavolta, di Faenza (ma entrambi da tempo residenti a
Parigi) e un certo Perati, descritto
proprio da Coletti come anarchico romagnolo profugo della settimana rossa, che
perde la vita nello scontro delle Argonne. A tal episodio partecip anche Rocca,
che pare vi rimanesse ferito. Di sicuro egli si trovava ricoverato in un ospedale
francese quando La Folla pubblica un suo articolo presentandolo quale eminente
anarchico disilluso, andato in Francia coi garibaldini [...], ora in un
ospedale Cfr. Il Resto del Carlino, 16 ottobre 1914 (recante una lettera di
Masetti dalla Francia, nella quale lanarchico romagnolo si lamentava del
trattamento al quale i volontari italiani erano sottoposti dalle autorit
militari francesi e, in particolare, del fatto che la Legione Italiana fosse
stata inquadrata nella Legione Straniera). Masetti era nato a Ravenna. Tra i
rappresentanti pi in vista dellanarchismo ravennate dinizio secolo,
collaboratore assiduo de LAgitatore, amico di Fabbri, di Zavattero e di Borghi,
Masetti, gi prima della guerra, aveva avuto motivi di forte attrito con i suoi
compagni di fede politica. Allepoca dellaspro conflitto per il possesso delle
macchine trebbiatrici, che aveva a lungo insanguinato la Romagna mettendo gli
uni contro gli altri lavoratori socialisti e lavoratori repubblicani (i rossi e
i gialli, secondo la terminologia del tempo), Masetti, pur parteggiando per la
causa dei primi, era stato contrario a un impegno diretto degli anarchici in
quella lotta, temendo che ci potesse significare la compromissione
dellanarchismo con il riformismo socialista, che egli detestava. Il dissenso
con gli anarchici ravennati (alimentato dalle simpatie di Masetti per certo
repubblicanesimo intransigente) si era spinto fino a indurre Masetti a
dichiarare di non aver pi nulla in comune con loro (LAgitatore 21 agosto 1910).
In realt, la separazione era stata di breve durata e Masetti era rientrato a
pieno titolo nel movimento. Direttamente coinvolto nei tumulti della settimana
rossa, e accusato di omicidio, Masetti si era rifugiato a Marsiglia, ospite di
Domenico Zavattero. Terminata lesperienza nella Legione Italiana, pot far
ritorno a Ravenna, dove fu tra i promotori del locale Fascio rivoluzionario
dazione internazionalista (cfr. La Libert, Ravenna). Richiamato alle armi,
cadde in battaglia. Cfr. ACS, CPC, Busta 3125 [Masetti]. 8 Cfr. Il Popolo
dItalia, 12 febbraio 1915. Panzavolta e Pezzi militavano da anni nel movimento
anarchico, allinterno del quale godevano di buona fama. Agostino Panzavolta era
nato a Faenza. Era espatriato in Francia, da dove non avrebbe pi fatto ritorno
e dove, almeno sino allinizio del conflitto mondiale, aveva mantenuto i
contatti con gli ambienti anarchici romagnoli. Tenuto costantemente sotto
controllo dalle autorit di Pubblica Sicurezza, nonostante avesse, dopo la
guerra, progressivamente abbandonato limpegno politico dietro sua esplicita
istanza fu cancellato dal registro dei sovversivi, per avere, fra le altre
cose, dimostrato buoni sentimenti patriottici. ACS, CPC, Busta [Panzavolta].
Domenico Pezzi, al contrario del vecchio compagno, non avrebbe mai rinnegato le
proprie origini, segnalandosi anzi per limpegno antifascista, sia pur modesto.
Dalle informazioni della polizia doveva risultare iscritto alla loggia
massonica Italia (nota come focolaio di opposizione al regime), sostenitore
della Concentrazione antifascista nonch regolarmente abbonato a Giustizia e
Libert. Cfr. /bidem, Busta [Pezzi Domenico]. Cfr. LInternazionale, 27 gennaio
1915. !! Cfr. LIniziativa, gravemente ferito. Intorno a questa vicenda si
scatenarono in realt le ipotese e le illazioni pi svariate. Lepisodio aveva
invero del misterioso, se le stesse autorit - come sembra - non erano in grado
di far piena luce sull'accaduto. Il 5 febbraio 1915, in una nota indirizzata
alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del Ministero degli Interni, la
Regia Ambasciata dItalia a Parigi segnalava Rocca tra i feriti nei
combattimenti delle Argonne, salvo comunicare, dieci giorni dopo, che egli si
trovava ricoverato perch ammalato di febbri!!?. Il nuovo caso legato al nome di
Massimo Rocca trov eco sulle pagine della stampa anarchica italiana. Ancora a
distanza di due mesi dallepisodio, scrivendo sotto pseudonimo (Dyali) per la
milanese La Libert, la nota scrittrice e propagandista libertaria Leda
Rafanelli neg che Rocca fosse stato ferito in battaglia e afferm trovarsi egli
in ospedale vittima di una angina pectoris, non avendo preso parte ad alcuno
scontro ed essendosi limitato a prestare servizio nella Croce Rossa. Libero
Tancredi ironizza Dyali fino a oggi ha portato alla Francia un aiuto un po
discutibile: ha occupato un letto che poteva servire a un ferito di guerra; a
un francese!!?. A Leda Rafanelli, prima ancora del diretto interessato, replic
Edoardo Malusardi sul foglio anarcointerventista La Guerra Sociale, sostenendo
che, se effettivamente Rocca si trovava ricoverato per lacuirsi di una malattia
respiratoria che da tempo lo tormentava, pure egli aveva combattuto negli
scontri, restando ferito a una mano. Fu lo stesso Rocca, in una lettera da
Parigi, a chiarire definitivamente la questione. Egli racconta - ammalato
realmente di angina pectoris, cui in Francia si era aggiunta una stupidissima
bronchite, era stato ricoverato per motivi di ll L'articolo, intitolato La
rejetta, unaccorata difesa di Maria Rygier, sort come effetto di far nascere nuove
discussioni. In risposta alle parole di Rocca, Ceccarelli serisse fra l'altro:
Costoro [gli individualisti] hanno arrecato danno al nostro movimento pi di
quanto non gliene abbiano fatto tutte le polizie del mondo messe insieme
(CRCCARELLI, 4/ garibaldino ferito in Francia, La Folla, 31 gennaio 1915). !!?
ACS, CPC, Busta 4362 [Rocca Massimo]. !!! La Libert, Milano. Il La Guerra
Sociale. Il trafiletto di Malusardi era firmato con uno pseudonimo (Emme). ] La
polemica tra Malusardi e la Rafanelli aveva avuto un prologo qualche tempo
prima, rincora a proposito di Massimo Rocca e del suo ruolo nella campagna per
la guerra. Ad un intervento della Rafanelli sul giornale milanese Il Ribelle,
nel quale lautrice aveva riconosciuto la figura morale di Rocca, il babau dei
pontificanti dellanarchismo, sostenendo per essersi egli, merc il suo acceso
interventismo, del tutto isolato dal resto del movimento anarchico, Malusardi
aveva replicato con sdegno, rivendicando al compagno e quindi a s stesso e a
tutti gli altri anarchici interventisti il diritto a dirsi anarchico (cfr.
EipoARDO MALUSARDI, Per la verit, LIniziativa). MA A A Ai salute il 9 gennaio.
Non era dunque mai stato ferito sul campo, ma aveva nondimeno preso parte ai
primi tre combattimenti sulle Argonne ed era anzi stato proposto per il grado
di sergente'!. La lettera di Rocca precedette di poco il suo rientro in Italia,
a Milano, il 18 marzo 1915"!9, Durante il soggiorno nella clinica militare
di Guyon, Rocca aveva inviato a Il Resto del Carlino una lunga corrispondenza.
In essa, prendendo a pretesto la propria esperienza come volontario
garibaldino, era giunto, in mezzo a reminiscenze ed abusate affermazioni di
sapore libico (per le quali il garibaldinismo era lespressione pi genuina e pi
profonda del rinascente imperialismo italiano e questultimo altro non era che
lesuberanza delle forze vitali) !!, ad evocare una sorta di sovversivismo
nazionale permanente e, per cos dire, istituzionalizzato, di cui vedeva il
modello proprio nel garibaldinismo e che avrebbe dovuto costituire, perfetta
combinazione tra libert del singolo ed esigenze nazionali, lo spirito di una
nuova Italia. Il fenomeno garibaldino aveva scritto, in questo modo definendo
le coordinate del proprio anarco-nazionalismo
un egoismo intimo, perch lungi dimporsi collettivamente dalla nazione
allindividuo, trova lorigine e la spinta nellindividuo singolo che sente, da
solo, tutta la propria nazione!" E ancora: Io sogno ed io scorgo una nuova
Italia [...]; una pi grande e consapevole Italia garibaldina, ove la sintesi
squisitamente italiana del pensiero e dellazione, della disciplina e della
libert, raggiunga la sua massima espressione di forza nella nazione interamente
padrona desuoi destini [...], nellindividuo eternamente libero, pur nei limiti
della compresa e voluta, perch necessaria, disciplina Una rettifica di
Tancredi, La Guerra Sociale, Fatto rientro a Milano, dove come si affrettava a
comunicare la Prefettura era convenientemente vigilato, Rocca riprese subito la
sua propaganda interventista. Il 30 marzo era alle scuole comunali di via Circo
per una conferenza sul tema Classe e nazione. ACS, CPC, Busta [Rocca].
TANCREDI, L'imperialismo garibaldino, Il Resto del Carlino. In questo stesso
periodo la rinnovata collaborazione con il quotidiano di Filippo Naldi frutt a
Rocca altri tre articoli, dedicati a questioni di politica internazionale. Il
rapporto fra Rocca e Il'Resto del Carlino si nutriva evidentemente di stima
reciproca. Poco tempo prima della pubblicazione di detti articoli, lautorevole
quotidiano bolognese aveva favorevolmente recensito lultimo libro di Rocca,
Dopo Tripoli e la guerra balcanica: appunti storici per Sono parole,
quest'ultime, nelle quali si pu ragionevolmente cogliere unanticipazione delle
future battaglie revisioniste condotte dal Rocca in seno al fascismo. Le
vicende dei volontari italiani caduti in Francia ebbero larga eco in patria,
destando anche a sinistra unondata di commozione (non si deve dimenticare che
sulle Argonne persero la vita Bruno e Sante Garibaldi, nomi ancora in grado di
risvegliare palpiti di entusiasmo nazionale). Cos, un foglio anarchico di
Senigallia che si definiva giornale razionalista indirizzava ai volontari
italiani caduti nelle Argonne per un Ideale di Libert, il saluto di tutti i
militi di unIdea', mentre il segretario della Camera del Lavoro di Carrara
Alberto Meschi, dindiscusso credo neutralista, pur non approvando le idee
guerraiole di parecchi suoi amici e compagni, non si sentiva per questo di
ritenerli dei rinnegati e dei venduti, e si augurava comunque la sconfitta
degli Imperi Centrali, causa di tanti mali e di tanto danno!?!. Persino Volont,
nel momento in cui ribadiva la propria totale avversione alla guerra, non pot
evitare di esprimere simpatia e financo ammirazione sincera per quei sovversivi,
pure anarchici, andati a morire sui campi di Francia'. Sono esempi importanti,
che attestano di un malessere vero, a riprova che spesso, anche tra gli
anarchici pi intransigenti, le posizioni erano ben pi sfumate e problematiche
di quanto gi allora si volesse far credere. La conquista di uno spazio politico
Quando si esuli dai casi pi noti, la diffusione delle idee e degli argomenti
interventisti in seno al movimento anarchico, per le caratteristiche stesse di
fissarne le responsabilit (Lugano, Rinascimento, 1914), lodandone i caratteri
di originalit e di onest intellettuale (cfr. VALORI, Un volume di Libero
Tancredi sulle due guerre della vigilia, Il Resto del Carlino). Il Resto del
Carlino occup un posto di primo piano tanto nella direzione della campagna per
lintervento, quanto nel dibattito politico del dopoguerra, seguendo con
interesse il processo di ridefinizione in senso nazionale dell'estrema sinistra
interventista (a cominciare dal caso Mussolini). A tale riguardo (in merito,
soprattutto, al ruolo di Naldi) v. MALATESTA, Il Resto del Carlino: potere
politico ed economico a Bologn, Milano, Guanda. Il Solco, 17 gennaio 1915. Il
Solco era diretto da Ottorino Manni. !:! MESCHI, Contro la guerra, Il Cavatore,
Il Cavatore era lorgano della USI carrarese. 12 Ancora dei volontari e la
guerra, Volont quella corrente politica, in genere refrattaria a precise regole
dinquadramento e di organizzazione,
difficilmente quantificabile. Un aiuto ci viene senz'altro dalle pagine
dei giornali"? e soprattutto dalla rubrica Adesioni de Il Popolo dItalia,
che ci offre uno spaccato significativo delle divisioni in atto nel campo
libertario. In appena dieci giorni il nuovo organo socialista mussoliniano, che
aveva iniziato le pubblicazioni il 10 novembre del 1914, riportava le adesioni
di quattordici anarchici!, svelando una realt altrimenti destinata alloblio e
aprendo uno scorcio su alcune realt locali particolarmente interessanti!. A
titolo di esempio si considerino i casi degli anarchici interventisti toscani
Duilio Lotti, di Fucecchio, al centro di unaccesa polemica con il gruppo
libertario di Santa Croce sull Arno (cfr. Ad un emerito girella, L Avvenire
Anarchico), e Baronti, di Firenze. In una lettera a un foglio liberale
fiorentino, Baronti si dissoci peraltro dallanarchismo, dichiarandosi di idee
nazionaliste (Una lettera significante, L Alfiere). Lindividualista Baronti, un
violento con numerosi precedenti penali (e senza alcuna influenza nel partito,
secondo quanto scriveva di lui la Questura fiorentina) si fa strada nel
fascismo. Siscrisse al Fascio di combattimento di Bettolle, in provincia di
Siena, dove si era trasferito alla fine della guerra, divenendo capo squadra
della milizia. addirittura chiamato alla
segreteria dei sindacati fascisti di Sinalunga e lanno successivo, descritto
ormai nelle carte della Pubblica Sicurezza come un puro fascista, venne radiato
dal registro dei sovversivi. ACS, CPC, Busta [Baronti]. Nellordine: Pietro
Battaglino, anarchico liberista milanese (19 novembre); Bernardo Pieraccini,
anarchico individualista di Genova; Navacchio, operaio anarchico individualista
di Pisa; Far e Franceschelli anarchici novatori di Milano (24 novembre); Pietro
Rossi, Balilla Petrocchi, Alessandro Clelotti, Lorenzo e Torquato Pasquinelli,
Amerigo Lodenzetti e Monaci, tutti piombinesi (25 novembre); Ferrari, anarchico
non fossilizzato milanese; Facchini, del gruppo anarchico bresciano.
Sfortunatamente, con leccezione di Battaglino, la sommaria testimonianza de Il
Popolo dItalia tutto ci che ci stato tramandato di questi uomini.
Battaglino, nato a Novara, di professione venditore ambulante, aveva
collaborato a La Protesta Umana. Operoso nel campo dellorganizzazione sindacale
aveva dato vita a una lega di miglioramento fra venditori ambulanti, aderente
alla Camera del Lavoro di Milano, e nera stato eletto segretario. Nel
dopoguerra Battaglino fu tra i primi ad iscriversi al Fascio di combattimento
milanese, dal quale venne tuttavia espulso nel 1923. Cfr. ACS, CPC, Busta 407
[Battaglino]. 125 E? il caso di Piombino, citt a forte presenza operaia, dove
lo scontro a sinistra tra neutralisti e interventisti fu molto acceso. Del
gruppo di anarcointerventisti piombinesi citati da Il Popolo dItalia il pi
conosciuto era senzaltro Edoardo Monaci. Nativo di Castel del Piano in
provincia di Grosseto, era stato membro del gruppo giovanile anarchico LAlba
dei liberi e si era guadagnato una certa notoriet grazie allintensa
partecipazione agli imponenti scioperi siderurgici del 1910-1911. Fu quindi tra
gli iniziatori del fascismo piombinese, ma venne allontanato dal Fascio nel
marzo del 1923 perch iscritto alla massoneria. Cfr. ACS, CPC, Busta [Monaci].
Che le dimensioni e i termini del fenomeno e delle controversie ad esso legate
fossero niente affatto marginali (pur non potendosi certo sostenere; come fece
ad esempio lorgano del partito Social Riformista con chiaro intento
provocatore, che la maggior parte degli anarchici italiani fosse per
lintervento) lo dimostrano anche il rinfocolarsi delle polemiche e il fatto che
i nomi pi autorevoli dellanarchismo italiano sentissero la necessit
dintervenire personalmente nel dibattito. In particolare, prima con una
vibrante lettera pubblicata su un numero unico dei sindacalisti parmensi!, poi
con una serie di articoli su Volont, Luigi Fabbri dovette ribadire le
motivazioni ideali e politiche dellopposizione anarchica al conflitto in corso,
contestando una ad una le affermazioni degli anarcointerventisti, ai quali di
volta in volta si rivolgeva, con allarmata puntigliosit'?8. Il protrarsi
ininterrotto dello scontro tra fautori e detrattori dellintervento,
laccanimento della lotta, non di rado alimentata da amarezze e da rancori
personali, contribuivano del resto a tener alta la tensione!?. E in questo 10
Egli [I Avanti!] scrisse Azione Socialista- ci accusa di malafede perch abbiamo
contato gli anarchici e i sindacalisti tra gli antineutralisti e porta in campo
il deliberato dellUnione Sindacale. La met pi uno! E questa la norma
valutatrice di questi rivoluzionari dellet della pietra! Noi invece, con buona
pace dellorgano milanese, crediamo di non commettere un falso annoverando tra i
nostri vicini in questo momento i sindacalisti e gli anarchici; quando tali si
vogliono considerare quasi tutti coloro che rappresentano un pensiero e che a
queste correnti didee danno importanza nella vita nazionale. ; 127 Si tratta di Contro la guerra!, edito a
Parma il 6 febbraio 1915 a cura di un gruppo di sindacalisti, in aperta
contrapposizione alla linea politica di De Ambris. 28 Si veda in particolare
larticolo in cinque parti Le idee anarchiche e la guerra (Volont). Gli scritti
di Fabbri, pubblicati in contemporanea con luscita de La Guerra Sociale, furono
bersaglio di molte e appassionate repliche da parte della redazione del nuovo
giornale anarcointerventista (nellordine: RYGIER, Coerenza verbale o azione
liberatrice, La Guerra Sociale; POLEDRELLI, A guisa di risposta, Ivi; MARIO
Giona, Contro una stupida speculazione; GIGLI, Anarchismo: concezione storica e
concezione razionale, Ibidem, 20 marzo 1915, e Nella vita e nella teoria,
Ibidem, 10 aprile 1915; MARIA RYGIER, Le idee anarchiche e la guerra, Ivi;
TANCREDI, Chiusura: per finire con Luigi Fabbri, Ivi, e Per finire con Don
Abbondio e c.,). ubi, Circa la posizione di Fabbri v. altres ANTONIOLI, Gli
anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Il diario di Fabbri, in Rivista
Storica dell Anarchismo, Un ulteriore motivo di contrasto fra le opposte
tendenze scatur dalla diffusione di un manifesto anarchico contro la guerra,
redatto da Libero Merlino, nel quale si affermava: Che ben vengano i tedeschi
in Italia. O essi sono pi civili di noi e che vengano a portarci questa civilt,
o sono pi barbari e che vengano a civilizzarsi. Mario Gioda lo defin un
documento clima e su questo sfondo di passioni che devessere inquadrata la
violenta aggressione subita da Oberdan Gigli il 24 gennaio 1915 a Massa
Finalese, una frazione di Finale Emilia, nella provincia di Modena, dove
lanarchico genovese risiedeva ormai da undici anni e dove era conosciutissimo,
per avere tra laltro a lungo diretto la locale Camera del Lavoro! Il fatto,
condannato dalla redazione di Volont!!, fu invece accolto con soddisfazione sia
da Il Libertario, che anzi deplorava il buon cuore del foglio anconetano",
sia da L'Avvenire Anarchico, che laconicamente commentava: Di fronte a tanto
strazio di vite non ci debbono essere rispetti umani, Nel frattempo il processo
di organizzazione dellinterventismo rivoluzionario e della sua frazione
anarchica non aveva subito rallentamenti. Si era riunito a Milano il primo
convegno nazionale dei Fasci rivoluzionari dazione internazionalista, al ipa
avevano preso parte, applauditi protagonisti, la Rygier e Paolinelli. L'impegno
penoso, esortando gli anarchici pi consapevoli - fra i quali annoverava lo stesso
Luigi Fabbri, che infatti non aveva esitato a manifestare le proprie perplessit
al riguardo - a non farsene complici con un ancor pi penosissimo silenzio
(GIODA, Ben vengano?, Il Popolo dItalia. Per la cronaca degli avvenimenti v.
Oberdan Gigli ferito da neutralisti, Il Popolo dItalia, e Argomenti
neutralisti, LInternazionale. Il giornale di Mussolini pubblica una lettera
aperta di Gigli al deputato socialista Gregorio Agnini, nel cui collegio
elettorale si era verificata laggressione. In tale missiva, scritta allindomani
dellinfelice episodio, Gigli contestava ai suoi assalitori, in maggioranza
operai, il diritto a chiamarsi socialisti. In questa folla feroce scriveva non
vi pi, se mai v stata, lanima
socialista. In conseguenza di questi fatti la maggioranza socialista al
Consiglio Comunale della piccola cittadina emiliana fu indotta alle dimissioni
(cfr. Crisi comunale a Finale Emilia per una conferenza intervenzionista, Il
Resto del Carlino). Cfr. Volont Alla riprovazione per la manifestazione
dintolleranza da parte degli irruenti neutralisti finalesi, Volont aggiunse
comunque un commento significativo. Oberdan Gigli sostenne lorgano anconetano
che persona di cuore e ragionevole deve
pure rendersi conto dei moventi pi intimi del fatto lamentato. Pensi egli
allimpressione che deve fare nelle anime primitive e nelle menti incolte questo
fenomeno, di vedere proprio uno che fino a ieri consideravano loro amico,
patrocinatore dei loro interessi, avversario del militarismo e della guerra,
esaltatore della massima libert individuale, cambiare di un tratto
atteggiamento e mettersi a fare una propaganda che, se ascoltato, avr per
risultato labdicazione dogni libert individuale nelle mani dello stato, la
guerra e la chiamata sotto le armi per forza di tanta parte di operai. 12 LUoMO
CHE RIDE, Tenerezze fuori posto, Il Libertario, CHELOTTI, Giuste
argomentazioni, L Avvenire Anarchico, A questo riguardo v. FELICE, Mussolini il
rivoluzionario, cit., pp. 305-306. Per il resoconto del congresso si vedano
principalmente Il Popolo dItalia e LInternazionale del 30 (ma anche gli
articoli di Azione Socialista e de LIdea degli anarchici nella campagna a
sostegno dellintervento italiano trov la definitiva consacrazione circa un mese
dopo, con la pubblicazione de La Guerra Sociale. Il primo numero del nuovo
settimanale anarchico interventista usc il 20 febbraio". Il nome rimandava
esplicitamente a La Guerre Sociale, il noto foglio antimilitarista di Gustave
Herv, mentre il motto, rubato a Giuseppe Garibaldi (E inutile sperar alustizia
se non dall'anima di una carabina), testimoniava una volta di pi della
commistione, in seno allinterventismo anarchico, di elementi eterogenei, tratti
tanto dalla tradizione libertaria quanto da quella democratica e
risorgimentale. Il compito nostro recitava larticolo di fondo della
redazione ben preciso: rivendicare cio
ad alta voce il nostro diritto di cittadinanza nel campo anarchico che i
teologhi dellanarchismo, in nome di non sappiamo quale sacro comandamento ci
vogliono negare; prepararci ad incitare allazione la parte migliore degli
anarchici dItalia: quegli anarchici cio che non sono infarciti di femmineo
sentimentalismo, ma che bens son convinti che lumanit non pu camminare verso la
civilt se non attraverso a lotte aspre e sanguinose. La Guerra Sociale dunque
sar anarchica, prettamente anarchica" In prima pagina, Gigli riassumeva a
titolo programmatico i fondamenti ideali e le giustificazioni storiche e
politiche dellanarcointer- ventismo. Nazionale, organo ufficiale
dellAssociazione Nazionalista). Si ricordi che, quasi contemporaneamente
allassise degli interventisti rivoluzionari nel capoluogo lombardo, si era
riunito il congresso nazionale anarchico di Pisa. Il Popolo dItalia del 10
febbraio 1915 forn la cronaca di una riunione degli anarchici interventisti
milanesi, avvenuta la sera prima al circolo repubblicano Cattaneo di via Sala
(che era sede del Fascio). Nel corso di quellincontro era stata decisa la
pubblicazione di un giornale di segno anarcointerventista, che, oltre che
propugnare le tesi dellintervento dal punto di vista anarchico, proponesse
anche di iniziare una sana ed audace discussione d'idee nel campo stesso, onde
salvarlo dallondata di ridicolo in cui l'avevano trascinato i pontificanti
dellanarchismo ufficiale. NES Rui Herv era stato il simbolo stesso
dellantimilitarismo e dell'antipatriottismo. Per anni, sulle pagine del La
Guerre Sociale, aveva condotto una feroce battaglia contro le istituzioni
militari. E singolare che gli anarcointerventisti italiani si richiamassero a quella
storica testata dellestremismo antimilitarista (che aveva avuto
un'inconcludente edizione italiana nel 1908), proprio nel momento in cui Herv,
passato alla causa dellIntesa, labbandonava per dar vita a La Victoire, organo
del nuovo Movimento Socialista Nazionale da lui fondato. Sulla diffusione e la
fortuna dellherveismo nel nostro pnese v. GIACOMINI, Antimilitarismo e
pacifismo nel primo novecento. Alfredo Bartalini e La Pace, Milano, Angeli, La
Guerra Sociale, SI Vi sono guerre e rivoluzioni liberatrici scriveva e
accettiamo la guerra per evitare una oppressione. Noi vediamo lanima anarchica
in ogni rivolta liberatrice. Noi siamo gli eterni rvoltes, e nel secolo scorso
avremmo cospirato con Mazzini per lunit dItalia e oggi, nellIndia, saremmo coi
nazionalisti nella rivolta contro gli inglesi. Noi riteniamo che la vittoria
degli Imperi Centrali sarebbe un enorme male per la civilt nostra. Sarebbero
prevalenti i focolai dellautoritarismo cattolico pi inflessibile,
dellimperialismo pi pazzesco, del militarismo pi prepotente: sarebbe rimandato
di anni e anni il problema rivoluzionario nostro pel riaffacciarsi dei problemi
democratici e nazionali. Noi vogliamo al contrario che tutti i nostri sforzi
siano volti a preparare le basi storiche della rivoluzione proletaria. Noi
manteniamo integro e purissimo il nostro ideale anarchico! Pi oltre, in una
lettera indirizzata al direttore Edoardo Malusardi, lettera che esprimeva il
comune sentire di tutti gli anarchici interventisti, Mario Poledrelli negava di
sentirsi un revisionista dellanarchismo per il fatto dessere favorevole alla
guerra, ritenendo anzi di pensare e di agire nel solco della migliore
tradizione libertaria!. La Guerra Sociale, che usc con una discreta diffusione,
compendiava quindi, per la prima volta in forma unitaria e immediatamente
riconoscibile, tutti i motivi, le tematiche e le passioni proprie
dellinterventismo anarchico. Molto importante, sotto questo profilo, la rubrica
Dagli amici, dalla quale apparivano nitidamente, nelle varie coloriture, gli
umori della base. Cos, fianco a fianco allanziano anarchico rivoluzionario
Alfeo Davoli, gi garibaldino, che da Milano esortava alla guerra rivoluzionaria
che abbattesse per sempre qualunque sia forma di governo"', si schieravano
il maestro elementare GIGLI, Perch siamo interventisti, POLEDRELLI, Revisione?,
Ivi. Poledrelli si era formato negli ambienti anarchici di Ferrara. Nellaprile
del 1912 si era trasferito a Milano, entrando a far parte del locale Fascio
libertario. A Milano aveva anche progettato la pubblicazione di un periodico,
che avrebbe dovuto intitolarsi L Adunata, ma era stato fatto rimpatriare a
Ferrara su ordine della Questura milanese, perch disoccupato. Arruolatosi
volontario, cadde in combattimento il 3 giugno 1917. Cfr. ACS, CPC, Busta 4053
[Poledrelli Mario]. 10 Nellarco dei suoi due mesi di vita il giornale vendette
28 abbonamenti, di cui dieci a Milano, e benefici di 157 sottoscrizioni (la
maggior parte provenienti dal capoluogo lombardo, fra le quali due a nome di
Mussolini), per un totale di 251, 56 lire. Non erano grandi cifre tanto che il
10 aprile, in un trafiletto indirizzato ai compagni, la redazione invitava
apertamente i lettori ad essere pi generosi, pena la sospensione delle
pubblicazioni ma in linea con la media degli altri fogli anarchici editi nello
stesso periodo (fatta ovviamente eccezione per le tre grandi testate a
diffusione nazionale La Guerra Sociale, Salvadori, ammiratore delle teorie di
Francisco Ferrer, che si dichiarava per lintervento, a dispetto dello slombato
anarchismo menefreghista!!, e lanarchico individualista Costa, di Verona, il
quale affermava di desiderare la guerra semplicemente in virt dei propri
convincimenti catastrofici; mentre il genovese Ciotto chiama a fondamento del
proprio interventismo entrambe le eredit del bakuninismo e del mazzinianesimo!
Sulle pagine de La Guerra Sociale si avvicendarono dunque i principali
portavoce della corrente anarcointerventista, da Rocca alla Rygier, da
Paolinelli a Malusardi, e una serie di nomi minori, la cui testimonianza resta
per non meno significativa. Non di tutti, purtroppo, ci stato possibile ricostruire la biografia
politica. Dalle informazioni raccolte emergono comunque alcune caratteristiche
ricorrenti: lorigine proletaria, la cultura approssimativa, la fede
individualista, il ribellismo, vissuto talvolta nelle sue manifestazioni pi
eccessive (requisiti, questi, comuni del resto alla maggioranza dei semplici
militanti del movimento anarchico), ma anche il valore successivamente
dimostrato sui campi di battaglia. Quanto alladesione al fascismo di alcuni di
tali uomini, essa fu conseguenza, non automatica n tanto meno ineluttabile, di
scelte personali, diverse caso per caso. Ci a conferma che la semplicistica
equazione anarcointerventisti prima-fascisti poi, non motivo sufficiente - e daltronde nemmeno
Davoli era nato a Reggio Emilia nel 1849. Mor nel 1918. Cfr. ACS, CPC, Busta
1630 Davoli Alfeo]. 4 La Guerra Sociale, 20 febbraio 1915. Alceste Salvadori,
nato a Palaia, un piccolo borgo in provincia di Pisa, nel 1884, insegnava a
Castelfiorentino, dove risiedeva dal 1905. Per le sue idee libertarie,
antimilitariste e radicalmente anticlericali (era membro di un Associazione
Razionalista), e in virt del suo ruolo di educatore, era dalle autorit
considerato estremamente pericoloso in linea politica. Dopo la guerra (cui
prese parte come volontario, congedandosi col grado di sottotenente) Salvadori
vest la camicia nera del fascismo. Nellaprile del 1921 siscrisse infatti al
Fascio di Castelfiorentino (del quale, per breve tempo, fu anche segretario),
per giungere, qualche anno pi tardi, alla direzione della locale organizzazione
sindacale fascista. ACS, CPC, Busta 4543 {Salvadori Alceste]. 4 La Guerra
Sociale, Cfr. /bidem, 10 marzo 1915. Qualche tempo dopo, alla vigilia di
arruolarsi volontario in fanteria, Dal Ciotto si disse persuaso che la divisa
non avrebbe intaccato i suoi convincimenti rivoluzionari e manifest la speranza
di tornare, un giorno, a fianco dei compagni in buona fede contro la guerra per
combattere insieme le future battaglie (// saluto di un anarchico
interventista, Il Popolo d'Italia, 5 luglio 1915). ragionevole. - per
disconoscere lappartenenza allanarchismo degli interventisti di estrazione
libertaria! Scrissero per La Guerra Sociale: Consalvi, Canapa (Ambra),
Rivellini, Fraschini, M.Benedetti, Effebo Scaramelli, Armando Senigallia,
Sabatino Di Loreto, Silvio Colla e Raffaele De Rango. Canapa, che di mestiere
era rilegatore di libri, era nato a Firenze. La sua partecipazione alla vita
del movimento anarchico era stata contrassegnata da numerose disavventure
giudiziarie. La Prefettura fiorentina lo aveva dipinto tra i pi entusiasti
seguaci delle dottrine libertarie a Firenze, assiduo a tutte le riunioni e
manifestazioni proletari, ma privo di un ruolo di rilievo in seno ai circoli
anarchici, attesa la sua scarsa intelligenza e la niuna cultura. In realt,
Canapa aveva collaborato a numerosi fogli anarchici, specie dindirizzo
individualista, celandosi dietro la maschera di Brunetto DAmbra. Nella campagna
interventista lanarchico fiorentino che fu membro del Fascio rivoluzionario del
capoluogo toscano dimostr un particolare accanimento, per lo pi ricorrendo al
consueto pseudonimo e solo occasionalmente servendosi del suo vero nome (come
nel caso del lungo articolo polemico Anime di fango, LIniziativa). Canapa si
arruol volontario (cfr. Il Popolo dItalia) e cadde sul Carso. ACS, CPC, Busta
992 [Canapa Giovanni]. Edoardo Malusardi ne celebr la figura di eterodosso
dellanarchismo, eretico impenitente, scomunicato del Santo Sinodo (ODROADE,
Ricordi di un amico su Giovanni Canapa, LIniziativa); mentre Massimo Rocca, che
gli era particolarmente legato, ne avrebbe richiamato il nome nellintroduzione
al suo Dieci anni di nazionalismo. Rivellini era nato a Milano, da famiglia
poverissima. Carattere fra i pi irrequieti e impulsivi - come scrive di lui la
Prefettura milanese n -, Rivellini, nonostante la giovanissima et, era assai
noto negli ambienti libertari del capoluogo lombardo e aveva subito gi numerosi
arresti per attivit sovversive. Allo scoppio della guerra fece da subito lega
con gli interventisti, ritenendo, comebbe a scrivere a Mussolini, di difendere
cos i supremi interessi del proletariato di tutto il mondo (Il Popolo dItalia).
Si arruol volontario nel giugno 1915 (nel 68 reggimento fanteria, lo stesso di
Malusardi) e combatt valorosamente, guadagnandosi una medaglia di bronzo e un
encomio solenne. Si conged con il grado di tenente degli arditi. Nel dopoguerra
prese parte allimpresa di Fiume (e come delegato fiumano presenzi al congresso
nazionale fascista), conclusasi la quale si ritir sostanzialmente dalla lotta
politica. Risulta iscritto al PNF. Cfr. ACS, CPC, Busta 4348 [Rivellini Carlo].
Effebo Scaramelli, bracciante, era nato a Casciavola, una frazione di Cascina,
provincia di Pisa, nel 1880. Legatissimo al noto pubblicista e propagandista
anarchico Giovanni Gavilli, che spesso ebbe modo di accompagnare e di assistere
nei suoi giri di conferenze (Gavilli era non vedente), Scaramelli aveva
collaborato saltuariamente a Il Grido della Folla. Nel dicembre del 1906 aveva
preso parte al congresso regionale anarchico di Pontedera. Volontario di guerra
nel 1915, il suo Comando lo segnalava come un soldato disciplinato, rispettoso
e contento della vita militare. Dismessa la divisa, lasci l'impegno politico e
muore. /bidem, Busta 4662 [Scaramelli Effebo]. Armando Senigallia era nato ad
Ancona nel 1883. Ritenuto anarchico molto pericoloso, Senigallia, pur senza mai
abbandonare la professione di venditore ambulante, aveva collaborato
assiduamente a Il Grido della Folla, a La Protesta Umana e al romano Il
Pensiero Anarchico, subendo, in virt della sua prosa infuocata, numerose
condanne per istigazione a delinquere. Attivo nel campo dellorganizzazione di
partito, Senigallia aveva pPAT TEST PRIA TRRE PROT OTITEAPTETI VIRATA STUPITO
PROP VOR. VIRA VPI ROTTO MIPPAPMPERPERERABE RIFPI BE 1177171777 Grazie a La
Guerra Sociale, per un periodo di tempo tanto breve quanto decisivo, gli
anarchici interventisti poterono dunque disporre di uno spazio autonomo ed
ebbero modo di precisare, una volta per sempre, il proprio particolare punto di
vista allinterno della multiforme realt dellinterventismo rivoluzionario. La
partecipazione anarchica alla vita dei Fasci risult comunque assai intensa,
specie l dove il movimento era pi forte. A Parma gli anarchici collaborarono
fattivamente al quindicinale Guerra alla guerra (24 gennaio- I maggio 1915),
edito a cura del Fascio locale, roccaforte della politica deambrisiana e fra i
principali centri propulsivi dellinterventismo rivoluzionario. Allincirca nello
stesso periodo in cui vedeva la luce il giornale di Malusardi, era anche degno
di nota (vuoi per il rilievo dei protagonisti, vuoi perch Pisa era una delle
citt italiane dove il movimento anarchico era maggiormente radicato) il
contributo degli anarchici Alberto Fontana e Ruffo Sarti alla nascita e alla
diffusione de La Guerra del Popolo, organo del Fascio rivoluzionario pisano!.
preso parte al congresso interprovinciale anarchico di Ancona (gennaio 1910) e
al convegno anarchico umbro-marchigiano di Fabriano (febbraio 1913), discutendo
temi relativi alla struttura interna del movimento e ai rapporti con le altre
forze operaie. Nel gennaio del 1914 la Prefettura di Ancona annotava sul suo conto:
E sempre uno dei pi ferventi anarchici di Ancona, prende parte a tutte le
riunioni del partito ed iscritto al
Circolo anarchico Studi Sociali. Nell'agosto del 1916, avendo fatta
dichiarazione scritta dalla quale si rilevava la mitezza delle sue idee politiche
e la completa adesione alla guerra, fu inviato al fronte con una squadra di
lavoro. Richiamato alle armi nel luglio 1917, si comport coraggiosamente, finch
non cadde prigioniero degli austriaci. Ader al fascismo e, nel gennaio del
1935, divenne membro e fiduciario del sindacato provinciale fascista dei
venditori ambulanti. Ibidem, Busta 4746 [Senigallia Armando]. Silvio Colla,
nato a Parma nel 1896, era assai noto negli ambienti dellestrema sinistra
parmense, in quanto segretario di un Circolo socialista antimilitarista
rivoluzionario intitolato ad Amilcare Cipriani. Divenuto interventista, Colla
si arruol volontario, combattendo negli arditi ed ottenendo ben due medaglie al
valore. Cfr. Ibidem, Busta [Colla]. Di Rango, nato a Rende in provincia di
Cosenza nel 1888, sappiamo ben poco, se non che egli, dopo la parentesi
interventista, che lo aveva visto magnificare la guerra come mezzo per far
piazza pulita di tutti i rivoluzionari di carta e da comizio (Liquidazione di
rivoluzionari, La Guerra Sociale, 10 marzo 1915), riallacci i rapporti col
movimento libertario. Nel dopoguerra, De Rango emigr negli Stati Uniti (prima a
Chicago, poi a Oakland in California), dove prese parte attiva alla vita della
numerosa comunit anarchica italiana, collaborando al foglio di San Francisco
LEmancipazione. Da oltre oceano l'anarchico calabrese mantenne regolari
contatti con i compagni italiani, non escluso Errico Malatesta, col quale era
anzi in amichevole corrispondenza. Cfr. ACS, CPC, Busta 1739 [Rango]. 14% 1] primo
numero de La Guerra del Popolo usc. Liniziativa di Ruffo Sarti e Fontana fu
contestatissima dai gruppi anarchici di Pisa (si veda in particolare D'altra
parte, i Fasci compivano il massimo sforzo di coordinamento. Pur nella diversit
di vedute, la preoccupazione principale di tutte le forze che componevano lo
schieramento interventista rivoluzionario era allora quella di affrettare
lingresso dellItalia nel conflitto europeo, anche a costo di dover accantonare
le pregiudiziali ideologiche e di scendere a patti col Governo. Il 10 aprile
LInternazionale pubblic una Dichiarazione, con la quale il gruppo dirigente dei
Fasci smpegnava ad una tregua rivoluzionaria se la monarchia si fosse alfine
decisa a dichiarare la guerra. Tra i firmatari di quel documento. figuravano
anche la Rygier e Mario Poledrelli (il 24 aprile lorgano sindacalista ricevette
le adesioni di Rocca e Malusardi) Commentando lo sciopero generale indetto a
Milano il 14 aprile per protestare contro luccisione del giovane operaio
elettricista Innocente Marcora - avvenuta tre giorni avanti ad opera della
polizia durante una manifestazione contro la guerra'* -, sciopero al quale
avevano aderito anche i Fasci interventisti (Alceste De Ambris fu tra gli
oratori principali), Rocca auspica che non si verificassero pi simili episodi,
temendo altrimenti chessi potessero trasformarsi in un pretesto per una
manifestazione neutralista, comunque un tentativo per intimidire il Governo
larticolo in tre parti di OTONIETTI, Aberrazione mentale collettiva, L'Avvenire
Anarchico, 1, 8 e 16 aprile 1915), che tenevano soprattutto ad affermare la
sostanziale estraneit dei due interessati alla vita del movimento libertario
pisano. Quello di negare ai compagni passati allinterventismo ogni parentela,
anche trascorsa, con lanarchismo era una delle scappatoie di cui gli anarchici
si avvalevano con pi frequenza. Del pari, la storiografia ha sostanzialmente
accolto questindirizzo, che potremmo definire negazionista. Cos, nel caso
specifico di Sarti e Fontana, stato
scritto che i due rappresentavano poca cosa, politicamente e quantitativamente,
nei confronti del vasto movimento cittadino SACCHETTI, Sovversivi in Toscana,
1900-1919, Todi, Altre Edizioni, 1983, p.88). In realt, Sarti e Fontana erano
entrambi conosciutissimi ed entrambi - come ci ha lasciato scritto la
Prefettura di Pisa - risultavano avere nel movimento molta influenza. Fontana
era stato redattore de LAvvenire Anarchico. Cfr. ACS, CPC, Busta [Fontana].
Sarti era noto anche a livello nazionale, avendo collaborato a Il Libertario e
al milanese Il Grido della Folla e potendo vantare, come sembra, stretti
rapporti di amicizia col celebre avvocato anarchico Pietro Gori. Nell'ottobre
del 1904 Sarti si era reso protagonista di un attentato a un brigadiere dei
carabinieri, avvenimento che aveva messo in subbuglio lintero lambiente
anarchico e che gli era costato lunghe disavventure giudiziarie e due mesi di
carcere. Durante la detenzione annotava la Questura fu largamente aiutato dagli
anarchici di qui, i quali sopportarono anche le spese occorrenti per la sua
difesa. /bidem, Busta 4614 [Sarti Ruffo]. Il testo completo della Dichiarazione
si trova in appendice a FELICE, Mussolini il rivoluzionario. Cfr. Un giovane
ucciso da una bastonata durante le dimostrazioni dell'altra sera, Il Corriere
della Sera, 13 aprile 1915. con disordini interni e farlo tentennare nella
risoluzione di decidere la guerra; ed esortava gli interventisti rivoluzionari
a tutto subordinare alleventualit del conflitto! Il periodo bellico A poco pi
di un mese dalla proposta de LInternazionale per la tregua rivoluzionaria, la
dichiarazione di guerra dellItalia all Austria realizz gli auspici di tutti gli
interventisti. La partenza per il fronte dei principali esponenti
dellinterventismo rivoluzionario e la situazione di eccitazione e di generale
incertezza determinata dagli avvenimenti bellici, situazione non certo propizia
al normale dispiegarsi dellattivit politica, contribuirono peraltro a sfaldare
progressivamente il movimento dei Fasci. ua Anche Rocca, Gigli e Malusardi, si
arruolarono volontari". L'altro grande protagonista dellanarcointerven-
tismo, Gioda, che a suo tempo era stato riformato, part per il fronte soltanto
nellestate del 1916". Prima di allora, incalzato dalle accuse
dimboscamento, Gioda (che era membro del Gruppo di Azione Civile di Torino,
avente lo scopo di assistere i combattenti e di svolgere propaganda a TANCREDI,
A proposito di sciopero generale, La Guerra Sociale Rocca si arruol volontario
ai primi di luglio del 1915, prest giuramento in una caserma milanese il giorno
11 (cfr. / volontari del 7 reggimento fanteria prestano giuramento, Il Corriere
della Sera) e fu inviato al fronte alla fine del mese. Cfr. ACS, CPC, Busta
4362 [Rocca Massimo]. Oberdan Gigli, ammesso al corso ufficiali di complemento
nel 2 reggimento artiglieria campale pesante di Modena, part per la zona di
guerra il giorno 26 luglio. Cfr. Ibidem, Busta 2407 [Gigli Oberdan]. Edoardo
Malusardi si arruol nel 68 reggimento fanteria il 12 agosto. Cfr. Ibidem, Busta
2964 [Malusardi Edoardo]. mia i o Mentre lesperienza di guerra di Rocca fu
limitata, Gigli e Malusardi presero parte all intero svolgimento del conflitto.
Da notare che un estratto del diario di guerra di Malusardi - un memoriale di
un certo interesse, anche se, con tutta probabilit, rielaborato ad arte dall
autore - si trova in EDOARDO MALUSARDI, Filippo Corridoni. Commemorazione
tenuta in Parma, Torino, Druetto, Per l'esattezza, Gioda fu richiamato alle
armi il giorno 21 luglio e destinato al 7 reggimento bersaglieri di Brescia
(cfr. Il Popolo dItalia, e LIniziativa). Per le sue cattive condizioni di
salute, tuttavia, Gioda rimase al fronte solo pochi mesi. favore della
guerra) si batt con passione, che non c
motivo di non ritenere sincera, per la revisione dei riformati!, Insieme ai
nomi pi celebri dellanarcointerventismo, partirono, volontariamente o perch
richiamati alle armi, la maggior parte degli altri anarchici interventisti. In
taluni casi la frenesia delle armi raggiunse livelli quasi parossistici.
Lanarchico romagnolo Ghetti, ad esempio, riformato per evidenti questioni di
salute, pass gli anni di guerra nellestenuante tentativo di farsi arruolare.
Cosa c'entra la visita scrisse ad un periodico fiorentino labilit o linabilit,
quando uno vuol sacrificare volontariamente, noncurante dei difetti organici,
tutto s stesso nei campi di battaglia contro il pericolo che oggi minaccia pi
che mai lintera umanit? Per la mia libert, che
la libert di un popolo, dellumanit, voglio dare il mio sangue, la mia
vita contro loppressione e la prepotenza militaristica prussiana. Senza far
sfoggio di coraggio, cos il mio
sentimento di libertario Qualche giorno dopo Ghetti si present in zona
operativa vestito da bersagliere, ottenendo soltanto di essere arrestato Il
Gruppo di Azione Civile si era costituito ad opera del tipografo mazziniano
Grandi e di altri esponenti del repubblicanesimo torinese e rest in vita sino
allagosto del 1917, quando conflu nella ricostituita Fratellanza Artigiana di
Torino (cfr. LIniziativa, 1 settembre 1917). Come si desume da alcune lettere
di Gioda a Grandi (pubblicate in Vita di Gioda narrata da Croce, cit.), i due
si conoscevano da tempo ed erano in ottimi rapporti. In una lettera al giornale
di Mussolini, Gioda respinse laccusa dessersi imboscato e spieg la propria
intenzione dimpegnarsi affinch fosse al pi presto riconsiderata la posizione di
tutti i riformati. Io poi scrisse prima categoria della classe 1883, sono stato
riformato...per deficienza toracica! Ragione che mi fa oggi invocare, daccordo
con gli amici del Popolo dItalia, la revisione dei riformati (Per /a revisione
dei riformati, Il Popolo dItalia). In autunno, dopo che il Governo ebbe
annunciato lintenzione di varare una tassa sui riformati, Gioda torn
decisamente sullargomento. E unumiliazione afferm inflitta a tutti i cittadini
che sono stati scartati alla leva militare,
quasi un bollo, che contrassegner, agli occhi di qualcuno, una
deficienza umiliante e discutibile. Noi avremmo capito la revisione dei
riformati da noi ardentemente sollecitata e poscia magari se necessit assoluta
lavesse richiesta la tassa applicata ai veri riformati, a quelli cio che non
potendo offrire alla patria tributo di sangue avrebbero rassegnatamente accolto
limposta, onde contribuire in qualche modo per la salvezza nazionale GIODA, A
proposito della tassa dei riformati. La revisione doveva avere la precedenza,
Il Nuovo Giornale Ghetti era nato a Dovadola, nel forlivese, hel 1891. A sedici
anni era emigrato in Germania, poi in Svizzera, cambiando pi volte residenza, e
stabilendosi infine a Berna. In quella citt Ghetti aveva svolto unintensa
propaganda anarchica, facendosi anche promotore D'altra parte, anche al di
fuori della corrente anarcointerventista vera e propria, lentrata in guerra
dellItalia provoc, in seno al movimento libertario italiano, reazioni emotive
contrastanti. Ai primi di giugno del 1915, amplificata dal quotidiano romano Il
Messaggero, si diffuse la notizia (parallelamente alla voce, subito smentita,
di contatti segreti tra anarchici ed emissari degli Imperi Centrali a Villa
Malta) che i gruppi libertari capitolini Sante Caserio e Francisco Ferrer
avrebbero invitato i propri aderenti ad arruolarsi volontari nella Croce Rossa.
In una cartolina riportata da L Avvenire Anarchico del 10 giugno 1915 (Gli
anarchici non si corrompono), Ceccarelli condann senza mezzi termini
quelliniziativa, negando lesistenza di un circolo anarchico intitolato a
Francisco Ferrer. Ciononostante, il 24 giugno, il foglio pisano pubblic una
dichiarazione degli anarchici Luigi Pallotta, Ettore Piattini e Giuseppe Frate,
a nome dei gruppi Caserio e Ferrer, nella quale si affermava che il comunicato
apparso su Il Messaggero, invitante gli anarchici a inscriversi nella Croce
Rossa, doveva interpretarsi nel senso che i compagni soggetti al richiamo
avrebbero dovuto scegliere, indossando la divisa del soldato, quella della
suddetta istituzione, sempre umanitaria, per quanto militarista; e dunque chera
erroneo il commento dei compagni che avevano creduto sottolineare tale invito come
addirittura un reclutamento anarchico ced adesione di anarchici alla Croce
Rossa. Sebbene rimasto senza seguito, questepisodio a nostro avviso indicativo dellincertezza che
colse parte degli anarchici all'indomani. i Nonostante il clima di eccezionalit
seguito allo stato di guerra, la tnsione tra gli opposti schieramenti della
vigilia non diminu che in minima parte (ed
significativo che persino larruolamento di Rocca, il cui nome bastava
evidentemente ad evocare malumori e risentimenti, suscitasse una coda di di un
Comitato di difesa sociale pro Masetti (ma pare che i suoi rapporti con la
comunit anarchica italo-svizzera, e in particolare con Luigi Bertoni, fossero
tempestosi). Un suo articolo violentemente antimilitarista (Cos' /a caserma?,
L'Avvenire anarchico) gli era valso unincriminazione per istigazione a
delinquere. Due mesi pi tardi Ghetti era rientrato in Italia, a Milano, ed era
stato arrestato perch trovato in possesso di numerosi ordigni esplosivi.
Condannato a dieci mesi di carcere, benefici dellamnistia concessa la momento
dellentrata in guerra dellItalia. Non si hanno notizie di un suo coinvolgimento
nella campagna interventista, ma sappiamo che egli fu di nuovo arrestato
(questa volta a Torino) per aver causato gravi incidenti durante un comizio di
Rygier. Ghetti riusc infine ad arruolarsi in fanteria. Cfr. ACS, CPC, Busta
2355 [Ghetti Domenico]. 156 dea SPERO da
9 polemiche) . La verit che la frattura
tra neutralisti e interventisti non si sarebbe mai pi ricomposta, protraendosi
anzi, come noto, ben oltre la fine delle ostilit. La crisi dei Fasci, seguita
allentrata in guerra dellItalia, non valse affatto a rasserenare gli animi,
aggravando semmai i motivi di attrito, dentro e fuori il movimento.
Linvoluzione subita dallinterventismo rivoluzionario, daltronde, prima ancora
che la sua capacit di sopravvivenza politica, in ogni caso compromessa (i
Fasci, come tali, si sarebbero compiutamente ricostituiti solo alla fine del
1915) '5, investiva la sua stessa ragion dessere. Cos, lungo tutto larco della
guerra, si assistette al tentativo (non sempre fruttuoso) da parte degli
interventisti rivoluzionari, di ricompattare le proprie fila e, soprattutto, di
non smarrire, in mezzo al divenire convulso degli avvenimenti, la propria
specificit ideale. In questo senso, anche la morte in battaglia, il 23 ottobre
1915, di Filippo Corridoni, una delle figure pi carismatiche di tutto
linterventismo rivoluzionario, acquist un significato che trascendeva lepisodio
in s, per assumere una valenza quasi meta-storica. Il giovane milanese assurse
a eroe- simbolo dellinterventismo rivoluzionario, che al nome dellarcangelo
sindacalista si sarebbe pi volte richiamato, nel prosieguo della guerra, come a
un monito di coerenza ideale. Vale la pena, a questo proposito, di ricordare le
parole di Gioda, scritte immediatamente a ridosso del 23 ottobre, perch
specchio di quella concezione volontaristica dellazione politica che ich questo
riguardo, si veda larticolo // giuramento di managgia (Il Risveglio
Comunista-Anarchico, Ginevra), nel quale il giuramento di Massimo Rocca era
fatto oggetto di commenti particolarmente malevoli. Sullaltro versante, un
ottimo esempio di questo stato danimo
rappresentato da un saggio di Nerucci, pubblicato su interessamento di
Fontana e con prefazione di Malato (Da/ di l del Rubicone, Pisa, Tipografia
Mariotti). In quelle pagine, Nerucci riprendeva i temi abituali della
propaganda anarcointerventista (la contrapposizione fra anarchismo reale e
anarchismo ideale, la necessit di difendere la civilt latina, culla della
rivoluzione, dalla minaccia del pangermanesimo ecc.) e si scagliava
violentemente contro gli avversari. Lapologia interventista di Nerucci, scritta
in una prosa magniloquente infarcita di citazioni latine, appariva ancor pi
incongrua in quanto giungeva a quasi un anno dallentrata in guerra dellItalia.
In ogni caso, pochi mesi dopo la pubblicazione di Da/ di l del Rubicone,
Nerucci abiur allanarchismo, e, in una lettera ad un settimanale italiano di
Marsiglia, annunzi di aver preso la tessera del Partito Repubblicano (cfr. LEco
dItalia). Nonostante la conclamata fede interventista, Nerucci fece di tutto
per evitare la trincea, ottenendo di essere chiamato sotto le armi a guerra
quasi conclusa. Cfr. ACS, CPC, Busta 3526 [Nerucci Raffaello]. !57 Per un
quadro complessivo delle traversie dellinterventismo rivoluzionario negli anni
della guerra, v. soprattutto FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 288
ss., al quale si rimanda per tutte le vicende qui sommariamente descritte.
aveva animato la condotta degli interventisti rivoluzionari nellora della
vigilia, e che pareva attuarsi, e come prendere corpo, nella vita e nella
tragica sorte di Corridoni. Egli scriv
Gioda ricordando il compagno scomparso - la nostra giovent, tutta la nostra
vagabonda, ardente giovent balzata fuori tra gli sterpi duna bassa politica e
il dissolvimento departiti, tra l'impotenza dedogmatici e la ribalderia
demercanti !5 AI combattimento che cost la vita a Corridoni prese parte anche
Edoardo Malusardi. Il racconto di quellepisodio che lanarchico lombardo invi
allorgano mussoliniano interessante sia
come esempio di autorappresentazione politica (linterventista rivoluzionario
che, ricolmo di fede nelle proprie idee, combatte con grande sprezzo del
pericolo), sia come prima elaborazione del mito corridoniano (Corridoni che
cade eroicamente, intonando un canto patriottico), un mito destinato a crescere
in breve tempo', e al quale avrebbe attinto anche il sindacalismo fascista, Malusardi
in testa. Mi trovo degente in un ospedale da campo riferiva dunque Malusardi
ferito in quattro parti del corpo, per fortuna non gravemente. Sono caduto in
un assalto alla baionetta, in primissima fila; fui fatto prigioniero dagli
austriaci perch impossibilitato a fuggire. Fuggii da questi attraverso a
peripezie che hanno del romanzesco ed a torture inenarrabili [...]. Tra i morti
si conta anche Filippo Corridoni, comportatosi da prode. Questultimo,
anzi, caduto vicino a me cantando linno
dOberdan' 158 Il Popolo dItalia Sulla figura di Corridoni v. il contributo di
MELOTTO, Corridoni fra sindacalismo e interventismo, in Storia in Lombardia,
Gia pochi giorni dopo la morte di Corridoni, Il Popolo dItalia avvi una
sottoscrizione er l'erezione di un ricordo marmoreo delleroe. Il Popolo dItalia La battaglia detta della
trincea delle frasche fatale anche ad un
anarchico interventista toscano di nome Contini. Egli era - scrive di lui
Malusardi - un ANARCHICO NOVATORE. Un eretico su cui grava lanatema del
Sinedrio Anarchista.. Il suo anarchismo, come il mio, non la fronzuta elucubrazione di qualche sofista
a spasso, ma bensi la teoria di tutte le libert e sintesi di ribellione fattiva
controgni oppressione. I suoi precursori, come i nostri, erano due eroi: Troja,
caduto per 1 indipendenza ellenica, e Colizza, la maschia figura di spartano,
caduto sotto gli spalti di Seraievo in difesa della Serbia aggredita
LIniziativa. RI VATTIRP PARO VERI PURI] VAT POV FOVGPRATA IMRE 97 RG "N
Sul piano della concreta riorganizzazione dei Fasci, una delle iniziative pi
interessanti fu la proposta - lanciata proprio dagli anarchici interventisti -
di far confluire tutte le forze dellinterventismo rivoluzionario nel Partito
Repubblicano. Rygier (che dallo scoppio della guerra era andata sempre pi
accentuando la sua vicinanza al mazzinianesimo) ', reputando fondamentale anche
in vista delle sfide politiche del dopoguerra rinsaldare lunit del fronte
interventista rivoluzionario, propose apertamente che gli interventisti
rivoluzionari, di ogni scuola e partito, siscrivessero al PRI!9. Linvito di
Rygier fu raccolto da Malusardi. In una lettera inviata a LIniziativa
lanarchico lodigiano si disse persuaso della necessit di unificare tutti i
partiti della sinistra interventista e daccordo con Rygier nel ritenere che ci
potesse concretamente realizzarsi nel segno dell Edera, a condizione, per, che questo non
significasse un appiattimento sui programmi repubblicani. Gli unici che
potrebbero trovarsi a disagio notava a questo proposito Malusardi saremmo noi
anarchici novatori: per quanto anche noi, non essendo degli impenitenti
utopisti della societ paradisiaca, coi repubblicani ci troviamo molto daccordo.
Noi siamo degli esaltatori dellindividuo, non nel senso esageratamente
Zaratustriano, ma audace e cosciente, che sa imporsi in mezzo al falso ed
imbelle umanesimo grettamente egoista della folla misoneista e dei suoi codardi
capeggiatori. Mentre i repubblicani subordinano la volont individuale a quella
collettiva, quella delle minoranze a quella delle maggioranze, noi anarchici, Il
definitivo approdo di Rygier al mazzinianesimo era avvenuto con larticolo
L'ombra sua ritorna ch'era dipartita (LInternazionale, 1 gennaio 1915), una
lunga e sentita celebrazione di Mazzini. La svolta della Rygier aveva trovato
consensi e destato speranze negli ambienti repubblicani. Si auspica che
lesempio della Rygier aveva scritto Alfredo Poggiali sullorgano del Partito
Mazziniano Italiano chera partita, nesuoi primordi, da premesse non esatte,
possa far breccia anche fra gli altri anarchici (Lettera politica dalla
Romagna, La Terza Italia, 15 gennaio 1915). Dopo lo scoppio della guerra, Maria
Rygier, la cui opera di propaganda non conobbe soste, intensific, se possibile,
la collaborazione con la stampa repubblicana, massime con LIniziativa. Linfatuazione
della Rygier per Mazzini e il mazzinianesimo trovava del resto concordi
numerosi altri interventisti rivoluzionari (a cominciare da Ambris) e
anarcointerventisti. Mario Gioda, in particolare, il quale - come si visto - nutriva gi una viva simpatia per le
idee e per i programmi repubblicani (si veda, a titolo di esempio, larticolo
Mazzini e l'ora storica, Il Popolo dItalia, 11 marzo 1915, in cui Gioda aveva
tra laltro sostenuto che tutti i sovversivi, non schiavi dello sterile
dogmatismo, non avvelenati dalle secche teorie tedesche o intedescate,
avrebbero dovuto riconoscere la grandezza di Mazzini), rafforz negli anni di
guerra il proprio filo-repubblicanesimo. " Cfr. RyGIER, / partiti di
domani. Prepariamoci per le lotte future, LIniziativa, pur coadiuvando in tutte
le contingenze lazione collettiva, non intendiamo che si RA ERI F 16 debba tarpare le ali alle
iniziative individuali e le minoranze Il rispetto delle minoranze e delle
singole individualit era stato a fondamento dellazione dei Fasci interventisti:
qualora il PARTITO REPUBBLICANO avesse offerto le stesse garanzie politiche,
nulla - concludeva Malusardi - avrebbe potuto impedire il confluire in esso di
tutte le forze dellinterventismo rivoluzionario, anarchici compresi'. Il
progetto avanzato da Rygier rimase lettera morta, ma il problema dellunit tra
le forze della sinistra interventista si sarebbe ripresentato pi volte, durante
come dopo la guerra. In ogni caso, quale che fu lesito della sua proposta, il
cammino personale di Maria Rygier verso le idealit nazionali non sub inversioni
di rotta. Ella al congresso nazionale
repubblicano di Roma. Non ho ancora la tessera disse in mezzo agli applausi dei
congressisti ma voglio confermare che la guerra ha fatto maturare in me, come
in altri, una coscienza nuova, perch ha disvelato effetti deleteri duna
propaganda basata sul determinismo economico pi gretto. E noi torneremo al
vostro Mazzini Lex madrina dellantipatriottismo torn in effetti a Mazzini, e
quella tessera che ancora non poteva esibire al Congresso romano lebbe in realt
pochissimo tempo dopo!. Il prolungarsi oltre ogni previsione delle ostilit, il
malumore ognora crescente delle masse e il conseguente, nuovo slancio assunto
dalla propaganda neutralista, aumentarono il senso di smarrimento degli
interventisti rivoluzionari. Lesigenza di opporsi alla presunta opera
disgregatrice del neutralismo socialista-cattolico-giolittiano, un'esigenza
molto spesso tracimante in vera e propria ossessione, fu allorigine della
nascita e della diffusione, un po in tutta Italia, di leghe e di comitati per
la resistenza interna. Nellambito di queste iniziative, tuttavia, gli
interventisti rivoluzionari - o comunque di sinistra - si sarebbero ritrovati
il e su AI congresso giunsero anche i saluti di Gioda, che diceva di seguire
con vivissima simpatia il lavoro dellunico partito che la guerra e le
rivendicazioni nazionali non avevano sconvolto; di Rocca, il quale auspica che
lassise repubblicana potesse porre le basi per un sovversivismo nazionale, meno
settario, pi serio, pi vasto didee e profondo di sentimento; e di Lotti. pi
delle volte in minoranza (tipico il caso del Fronte Interno, costituitosi a
Roma ad opera di forze prevalentemente democratiche, che fin assai presto per
essere egemonizzato dalle destre). Linterventismo di destra, infatti, e in
particolare quello estremo dei nazionalisti, aiutato dalla radicalizzazione
delle prospettive politiche indotta dallo sforzo bellico, prese senz'altro il
sopravvento, finendo per condizionare la stessa azione delle sinistre, ed
aprendo, in questo modo, nuovi e imprevisti scenari. La preoccupazione di
frenare la propaganda neutralista e quella, pi o meno consapevolmente
avvertita, di salvaguardare la purezza dei propri ideali, dominarono il
convegno nazionale dei Fasci rivoluzionari, che si riun a Milano. Pochi giorni
prima dellinizio di quel congresso, Gioda si era fatto interprete dello stato
danimo di grande perplessit che attanagliava linterventismo rivoluzionario.
Prendendo spunto dalle agitazioni contro il caro-viveri scoppiate in Germania e
Austria, agitazioni che i neutralisti italiani avevano portato a esempio
dellinsofferenza popolare verso il protrarsi delle ostilit, Gioda si era
augurato che lItalia rimanesse al di fuori dellondata di malcontento che stava
attraversando gli altri paesi belligeranti e sera detto convinto del buon senso
e delle virt patriottiche del popolo italiano. Malgrado ci, lanarchico torinese
aveva avvertito la necessit di ribadire la ragionevolezza della guerra in atto.
La guerra - aveva affermato Gioda - era giusta perch risolutiva e perch avrebbe
schiuso la via per maggiori conquiste, in un ambiente europeo non pi
accidentato da agguati tedeschi e da barbarie prussiana. Per la cronaca del
convegno v. Il Popolo dItalia, 21, 22 e 23 maggio 1916. V. altres Le
dichiarazioni del Congresso dei Fasci, LIniziativa, 27 maggio 1916, e La grande
adunata di Milano e la parola dei nostri compagni, LInternazionale, GIODA,
Perch questa guerra giusta, Il Popolo
dItalia, 17 maggio 1916. Qualche giorno prima, in occasione della festa del
lavoro, Gioda aveva manifestato a chiare lettere quale fosse ormai il proprio
pensiero riguardo alle questioni economiche. Mentre il mondo aveva scritto - si
dibatte nella tragica convulsione duna rivoluzione decisiva per lavvenire dei
popoli, per lo meno fatuo il voler
cianciare ancora di garofani rossi e di feste di primo maggio per quella
ascensione economica di classe che il proletariato non conquister se non a
condizione di essersi reso degno di rimanere libero entro libere nazioni
(GIODA, / socialneutralisti industrializzano il primo di maggio, LIniziativa, 1
maggio 1916). Del resto, in un articolo intitolato Valori e limiti della lotta
di classe, pubblicato da Il Popolo dItalia del 22 febbraio 1915, Gioda aveva
sostenuto che il materialismo non avrebbe mai potuto offrire una chiave
interpretativa univoca dei grandi fenomeni storici e che lo stesso socialismo,
se avesse voluto mantenere la sua primigenia forza morale, non avrebbe dovuto
risolversi, edonisticamente, in una mera questione economica. La lotta di
classe, perci, non avrebbe dovuto porsi come fine del socialismo, ma come
semplice mezzo, da valutare secondo le circostanze. Nel caso contrario,
lorganizzazione di classe sarebbe diventata fine AI convegno milanese presero
parte Maria Rygier, che vi svolse una relazione sul tema Neutralismo e
neutralisti!, eRocca, in licenza dal fronte!. Proprio Rocca si fece portavoce
di una convinzione che, in forma pi o meno velata, cominciava a circolare anche
tra gli interventisti di sinistra: la convinzione, cio, che il Governo dovesse
adottare dei provvedimenti, i pi severi possibili, per eliminare il pericolo
neutralista. Lazione contro i neutralisti - sostenne Rocca - doveva essere di
due tipi: positiva e negativa. Positiva, nel senso che gli interventisti
avrebbero dovuto intensificare lopera di propaganda tra le masse, negativa,
perch era giunto il momento, nellinteresse del Paese, di rispondere con misure
energiche alle provocazioni dei nemici di dentro. Noi afferma Rocca dobbiamo
avere il coraggio di dire: contro i neutralisti abbiamo fatto tutto quello che
si poteva fare. Noi dobbiamo avere il coraggio di domandare che il Governo
faccia unopera che sia di repressione, che sia capace di porre un freno. La
posizione di Rocca, per quanto radicale, era coerente con quanto da lui
sostenuto alla vigilia della guerra in merito allopportunit di una condotta
realmente unitaria della crisi bellica. Non per niente, in risposta a quanti,
in a se stessa, e nessun alito di umanit e di generosit avrebbe animato il
popolo, rinchiuso nelle sue ghilde, nelle sue fratellanze, nelle sue leghe. La
classe - aveva concluso Gioda - non doveva considerarsi un semplice agglomerato
di uomini economici, ma un insieme complesso di individui, formanti una comunit
con pi alte e profonde aspirazioni; ed era pertanto inutile, sciocco e
disonesto il ripetere al popolo che solo la lotta di classe lo avrebbe dovuto
interessare, ogni altro problema essendo problema borghese. Questi passaggi sono a nostro avviso di capitale
importanza. E infatti in questa visione dei rapporti sociali, intrisa tanto di
misticismo mazziniano quanto di elitarismo individualista, che deve
rintracciarsi il motivo delladesione di Mario Gioda e di tanti
anarcointerventisti alle ideologie del sindacalismo nazionale e del
produttivismo fascista, nonch, per successive corruzioni dellimpostazione
originaria, la ragione del passaggio di molti di loro dallantisocialismo
allantioperaismo tout court. In Il Popolo dItalia sati !! Il Popolo dItalia
riporta le adesioni al convegno di altri due anarcointerventisti: Fanelli e
Ciotto. Il nome di Fanelli, che incontriamo qui per la prima volta, pu esser
preso a simbolo degli anarchici interventisti dei quali non ci giunta notizia. Il panettiere Fanelli nato a La Spezia. Anarchico convinto, che
prende parte a tutte le riunioni e manifestazioni del partito (come lo descrive
un funzionario della Prefettura di Genova in un rapporto), Fanelli gerente responsabile de Il Libertario.
Divenuto interventista, fu membro del Comitato Esecutivo del Fascio dazione
internazionalista di La Spezia. Nel dopoguerra adere al fascismo, iscrivendosi
al PNF. ACS, CPC, Busta [Fanelli].Il Popolo dItalia sede di discussione,
avevano affermato lopportunit di scindere nettamente loperato dei Fasci da
quello di casa Savoia, Rocca (dimostrando maggiore realismo politico) sostenne
che linterventismo rivoluzionario doveva assumersi per intero le proprie
responsabilit riguardo alla monarchia, con la quale, e non contro la quale, la
guerra era stata decisa!?. Nei restanti due anni di guerra Rocca , insieme alla
Rygier, il pi attivo del gruppo degli originari anarchici interventisti.
D'altronde egli venne ricoverato allospedale militare di Milano per una grave
forma dipertrofia tonsillare, ottenendo cos una licenza di sei mesi (rinnovata
nel marzo dellanno successivo) ! che gli consent di dedicarsi a pieno ritmo
allopera di propaganda e di organizzazione politica. Vede altres la ripresa, da
parte di Rocca, della sua antica predilezione per i grandi problemi di ordine
internazionale, come attestato dalla pubblicazione - per la casa editrice
Sonzogno - del libro // Mare Adriatico, volume nel quale lautore sposava le
rivendicazioni dei nazionalisti sullIstria e la Dalmazia. Non si trattava di un
interesse passeggero, visto che la questione adriatica, destinata a segnare in
modo drammatico il dopoguerra italiano, sarebbe stata - insieme ai temi di
politica economica. - la nota predominante dellattivit di Massimo Rocca nel
biennio 1918-1920. Nel febbraio del 1918, del resto, Rocca entr nella redazione
del quotidiano milanese La Perseveranza, avviando, sulle pagine di quel
giornale, una serrata campagna a sostegno dellitalianit della Dalmazia,
campagna che gli attir gli strali polemici di Salvemini. Cfr. ACS, CPC, Busta
4362, [Rocca]. Loperato di Rocca in questo periodo fu caratterizzato da un
attivismo capillare che non disdegnava la propaganda spicciola (lo troviamo, ad
esempio, oratore principale alla riunione indetta dal Fascio interventista milanese,
per salutare i fascisti della classe 1897 in procinto di partire per il fronte.
Cfr. Il Popolo dItalia). Ancora la Prefettura romana annota che Rocca, pur
conservando le sue idee sovversive, continua a svolgere attiva propaganda a
favore della guerra. ACS, CPC, Busta [Rocca]. La posizione di Salvemini
(espressa a chiare lettere nel volume La questione dell'Adriatico, pubblicato
allinizio del 1918), che si rifaceva a Mazzini e al principio di nazionalit, e
che gli avversari bollavano come rinunciataria, e quella annessionista di
Massimo Rocca erano diametralmente opposte. Sulle pagine della sua rivista
settimanale, LUnit, Salvemini accus Rocca di essersi appiattito sulle tesi dei
nazionalisti. Rocca, dal canto suo, non risparmi le critiche a Salvemini (si
vedano, in particolare, gli articoli Per l'onest politica e la Dalmazia
italiana, e Operai, libertari, Dalmazia e nazionalismo, La Perseveranza).
Lapprodo di Rocca al giornale del conte Giangaleazzo Arrivabene, un foglio di
chiaro orientamento conservatore, non deve sorprendere. Infatti, sebbene Rocca
avesse gi in passato manifestato simpatie per la destra, fu in questo arco di
tempo, compreso tra il congedo dalle armi e la fine della guerra, che si consum
la sua definitiva trasformazione politica; fu allora, per meglio dire, che lex
anarchico matur un completo distacco, non tanto dal movimento libertario, ormai
del tutto abbandonato, quanto da ogni residuo sinistrismo. A conclusione di un
lungo cammino umano e ideale, passando attraverso le decisive esperienze
dellinterventismo e della guerra, Massimo Rocca fin dunque per virare
decisamente a destra, verso posizioni che semplificando - potremmo definire di
conservatorismo illuminato sul piano politico; di liberismo radicale, con forti
inflessioni produttiviste, sul piano economico. In entrambi i casi, per, i
legami con il fondo elitario del novatorismo restavano evidenti.
Lindividualismo di Rocca, rafforzato dalla . sua personale convinzione di
appartenere a un aristocrazia, alla parte nobile - pi meritevole perch pi
capace - del popolo italiano (proprio in quegli anni, daltra parte, lex
tipografo autodidatta compiva con successo il suo ciclo di studi) ', giunse in
pratica al suo esito naturale. In questo passaggio era gi compreso, in potenza,
tutto il futuro politico di Rocca, dalla riscoperta della Destra storica alla
rivalutazione dellistituto monarchico, dal programma economico del 1922 ai
Gruppi di Competenza, fino alla trincea revisionista. In ultima analisi,
infatti, il fascismo di Rocca non fu mai, nella sostanza, granch diverso dal
suo liberalismo. Rocca ader al Comitato dazione per la resistenza interna,
sorto a Milano su iniziativa di Dinale allo scopo di coordinare tutte le forze
interventiste e dinfondere nuovo vigore alla loro opera'??. In qualit di
delegato di quellorganizzazione, Rocca partecip al secondo convegno nazionale
dei Fasci dazione internazionalista, convocato a Roma allinizio di luglio, il
quale si concluse con lapprovazione di una Rocca consegu la licenza tecnica
superiore subito dopo la guerra, iscrivendosi quindi alla facolt dingegneria
del Regio Politecnico di Milano. Quale fosse lo scopo principale di questa
nuova associazione patriottica, bene lo illustrava un ordine del giorno votato
a una riunione del Comitato: Reclamare dal. Governo provvedimenti immediati
contro i troppi tedeschi, turchi, bulgari e austriaci che infestano il nostro
Paese (Il Popolo dItalia). Alla fine del mese il Comitato invi un memoriale al
Presidente del Consiglio, nel quale, dipinta a tinte fosche lazione
destabilizzatrice del neutralismo disfattista, s'invocava unazione draconiana
contro tutti i nemici di dentro. Il memoriale, pubblicato in parte anche da Il
Popolo dItalia del 27 maggio, si trova in ACS, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI
MINISTRI. GUERRA EUROPEA, Fascicolo [Movimento interventista]. sorta di
documento programmatico dellinterventismo rivoluzionario!?. Nonostante il
tentativo dimprimere allazione dei Fasci un indirizzo certo, tanto sul piano
politico quanto su quello delle rivendicazioni sociali, le grandi questioni
delineatesi nel corso dei due anni precedenti, quella delle misure da opporre
alla ripresa del neutralismo, e quella (per cos dire relativa allindole stessa
del movimento) della salvaguardia della propria identit rivoluzionaria, rimanevano,
complice linasprirsi delle tensioni interne al Paese, pi che mai aperte!*. La
tragedia di Caporetto, con ci che ne segu, a livello politico-militare come a
livello emotivo, e la conseguente demonizzazione dei cosiddetti disfattisti,
avrebbe contribuito non poco a mischiare le carte in tavola, spostando
decisamente a destra lasse della politica interventista. Le divergenze tra le
diverse forze dellinterventismo finirono per appianarsi, a tutto vantaggio
della destra nazionalista, salvo poi riproporsi, ma in un contesto nel
frattempo profondamente mutato, alla fine della guerra. V. Il Popolo dItalia e
larticolo // Congresso Interventista di Roma in difesa degli operai e della
pace giusta, LInternazionale (lorgano sindacalista parmense riprese le pubblicazioni
dopo una sospensione di quasi un anno). E molto difficile, per lassoluta
mancanza d'informazioni, sapere cosa gli anarcointerventisti pensassero
riguardo a queste due tematiche, ma
ragionevole credere che la loro opinione non differisse da quella degli
altri protagonisti dellinterventismo rivoluzionario, sempre pi orientati verso
una linea di ferma intransigenza. Una testimonianza importante, anche per
lestremismo del linguaggio usato, quella
di Edoardo Malusardi, il quale, prendendo le mosse dalla proposta di dimissioni
generali avanzata ai sindaci e agli amministratori socialisti da Lazzari (un
gesto che, nellopinione del segretario del Partito Socialista, si sarebbe
rivelato un utile strumento di pressione sul Governo e avrebbe potuto
accelerare luscita dellItalia dalla guerra), si appellava direttamente al
popolo italiano perch facesse alfine giustizia di un cos ributtante fenomeno di
perfidia e di vigliaccheria (EMME, Son purl.). FASCISMO Lanarcointerventismo
alla prova della nuova Italia Ripercorrere le tracce dellanarcointerventismo
nel caos del dopoguerra non impresa
facile. Gi nei mesi successivi allarmistizio, il blocco dellinterventismo
rivoluzionario cess di esistere come un tutt'uno, per disperdersi e
riaggregarsi in mille rivoli, mentre la nascita di nuove formazioni, che pure
ad esso si richiamavano (fra tutte i Fasci di combattimento), aggiungeva
imprevedibilit a unatmosfera politica di per s gi molto fluida.
Lanarcointerventismo, che non aveva mai posseduto, per sua stessa natura, una
rigidit organizzativa e ideologica, non sfugg a questo processo dissolutivo.
Nondimeno, se non ha pi molto senso, dopo Vittorio Veneto, parlare di
interventismo anarchico come corrente politica in s, tuttavia possibile come si accennava
nellintroduzione -, attraverso la vicenda personale dei suoi maggiori
rappresentanti, provare a ritrovarne i segni nella politica italiana del
dopoguerra. Dei /eaders anarcointerventisti, alcuni, come Gigli e Rygier,
finirono per isolarsi progressivamente dal gioco politico e per non avere che
una parte di secondo piano nella tormentata stagione del prefascismo'; altri,
come Attilio Paolinelli, riallacciarono, sebbene a fatica, i legami con il
movimento anarchico, rientrando a pieno titolo nell ortodossia. Altri ancora, infine,
Nel caso di Gigli, si pu affermare che, con la partecipazione alla guerra, ebbe
del tutto termine la sua militanza pubblica. Nel dopoguerra, infatti, egli
abbandon la politica, tornando a dedicarsi ai suoi studi. Cfr. ANTONIOLI, Gli
anarchici italiani e la prima guerra mondiale. Lettere di anarchici
interventisti. Pi complesso liter politico di Maria Rygier. Negli anni
successivi alla guerra la Rygier si ivvicin allAssociazione Nazionalista,
maturando, nei confronti del fascismo, un atteggiamento sostanzialmente
ambiguo. comunque costretta ad
espatriare in Francia, dove rimase sino alla caduta del regime. Rientrata in
Italia, concluse la sua travagliata milizia politica nelle file del Partito
Liberale. Muore a Roma. (fr. FRANCO ANDREUCCI, DETTI, Paolinelli arrestato con laccusa di aver preso parte al
complotto di Pietralata, allorch un gruppo di anarchici, insieme a repubblicani
e arditi, tent d'impadronirsi dell'omonimo forte militare. Amnistiato, ader poi
- in rappresentanza degli anarchici individualisti - a un comitato romano di
difesa proletaria in funzione antifascista. come Gioda, Malusardi e Rocca, si
guadagnarono un posto di rilievo nel nascente movimento fascista, del quale
divennero, quantunque in ambiti diversi, indiscussi protagonisti. La loro
vicenda allinterno del fascismo (che appunto ci proponiamo di ricostruire nel
prosieguo di questo lavoro) pu, a nostro giudizio, essere considerata in
relazione ai loro precedenti anarchici; e infatti, se arbitrario ricercare in essa un medesimo filo
conduttore, immediatamente e coerentemente riconducibile alla doppia e
complessa eredit dellindividualismo anarchico
riconoscervi, pur | nelleterogeneit delle esperienze e delle posizioni
ideali e politiche, non | e dellanarcointerventismo, per possibile pochi punti di contatto con
quel pensiero e con quella tradizione. Nel valutare lapporto della cultura
anarcointerventista al movimento mussoliniano (un contributo minoritario, ma
non per questo trascurabile), occorre poi tener presente che il fascismo iniziale,
lungi dal formare un | monolito impenetrabile, orbitante attorno alla tetragona
figura di Mussolini, si distingueva piuttosto - come lucidamente nota Felice
nellintroduzione al primo volume della sua biografia mussoliniana - per essere
una serie di stratificazioni, un accumulo di passioni e didee diverse, non di
rado in contrasto tra loro. Di questo multiforme e | contraddittorio universo
che fu il primo fascismo, la vena. anarcointerventista, proprio in ragione
della sua disorganicit evidente nei diversi orientamenti di Gioda, Rocca e
Malusardi -, costituisce inoltre, per cos dire, un modello in scala ridotta. La
storia dellanarcointerventismo nel dopoguerra (la si consideri o meno in ordine
al fascismo) fu dunque, essenzialmente, storia dindividualit, anche se, ancora
per qualche tempo, nei mesi successivi allarmistizio, si verificarono, qua e l,
sporadici tentativi di raccogliere i superstiti della corrente
anarcointerventista intorno a un progetto politico ben definito, in grado di
misurarsi autonomamente con le forze nuove emerse dal rivolgimento bellico. A
prescindere da alcune iniziative isolate, come quella | partita da Domenico
Ghetti, l'esperimento di maggior sostanza in questa | condannato a quattro anni di confino. Il
secondo dopoguerra lo vide ancora attivo nelle fila del movimento libertario.
Cfr. ACS, CPC, Busta 3711 [Paolinelli]. i FELICE, Mussolini il rivoluzionario,
cit., p. XXII. 4 Il 17 maggio 1919, sulle colonne de Il Popolo dItalia, apparve
un appello di Ghetti agli anarchici interventisti milanesi perch facessero
giungere la loro adesione alla nuova iniziativa patrocinata da Mussolini.
Ghetti era un mussoliniano convinto (nel giugno del 1919 la Prefettura di
Milano, citt nella quale lanarchico romagnolo si era trasferito alla fine del
conflitto, lo segnalava tra i pi accesi propagandisti dei principi mussoliniani
in seno al partito anarchico). ACS, CPC, Busta 2355 [Ghetti]. direzione fu
quello tentato da Roberto DAngi. Nella primavera del 1919, gli ambienti
anarchici liguri (DAngi si era trasferito a La Spezia a guerra in corso) furono
messi in subbuglio da una circolare, firmata appunto dal noto propagandista,
nella quale si dava per imminente la pubblicazione di un nuovo giornale
anarchico dispirazione interventista. Le concezioni di DAngi sullanarchia
annota il 31 marzo il Prefetto di Genova non collimano con quelle del Binazzi
Pasquale, direttore e gerente del periodico anarchico Il Libertario che si
pubblica a La Spezia, ed ha pertanto deciso di fare uscire prossimamente col un
nuovo giornale anarchico intitolato La Protesta, che vorrebbe pubblicato
quindicinalmente. Tale nuova pubblicazione avrebbe come programma
lillustrazione del principio anarchico adattato ai nuovi tempi sortiti in
seguito allopera di rivoluzione fatta dalla guerra Il prestigio che ancora
ispirava il nome di DAngi e il ricordo, sempre vivo, delle dure polemiche
danteguerra, indussero Il Libertario a prendere nettamente le distanze da
quelliniziativa. Parecchi compagni da varie localit ammoniva il foglio di Binazzi
- ci chiedono spiegazioni circa una circolare diramata da Roberto DAngi, colla
quale si annunzia la pubblicazione di un nuovo giornale anarchico a Spezia.
Rispondiamo in blocco ai compagni: da tempo il suddetto individuo non ha pi
nulla di comune cogli anarchici di Spezia e tanto meno con noi del Libertario
Alla fine di maggio, Il Popolo dItalia - ormai organo ufficioso dei nuovi Fasci
mussoliniani - ospit un accorato appello di DAngi a tutti i libertari
interventisti, affinch dessero il loro contributo, anche economico, alla
realizzazione de La Protesta. Ci che io desidero scriveva DAngi, precisando il
proprio punto di vista che tutti gli
anarchici dItalia, i quali si dichiararono contro il militarismo prussiano,
abbiano il coraggio civile di affrontare la situazione da noi creata. Non lecito star zitti quando ci definiscono ex
anarchici, volta gabbana, rinnegati, ecc. Noi dobbiamo reagire, dobbiamo
esprimere le nostre idee [...]. Dobbiamo esprimere ed esporre le nostre idee
per snebbiare le menti, per fare viva luce, per dimostrare che noi, che ci
opponemmo con la violenza alla violenza teutonica, fummo e rimaniamo i veri
anarchici + Ibidem, Busta [Angi]. Il Libertario,Il Popolo dItalia IPO VRE PERI
PRIOTOI VIVONO TT Pet POVIOA Il primo numero de La Protesta usc. Noi si afferma
nelleditoriale facciamo qui una pubblicazione anarchica, n pi n meno. Come
prima della guerra, dunque, obiettivo principale degli anarchici interventisti
era quello di rivendicare la propria appartenenza alla famiglia anarchica,
nella convinzione, semmai, che i tempi fossero pi che mai propizi per una
riforma radicale dellanarchismo; riforma che doveva passare attraverso una
selezione delle migliori energie rivoluzionarie. Lo sconvolgimento europeo
sosteneva un anonimo articolista de La Protesta - ha insegnato qualche cosa
alloperaio. Noi anarchici, che a costui predichiamo di emanciparsi, dobbiamo,
come abbiamo fatto nel passato, non seguire il sistema del socialismo
ufficiale, per il quale il numero, o meglio una somma di numeri, tutto. Noi, nel rivolgerci alla massa,
dobbiamo parlare allindividuo Nonostante liniziale sostegno di Mussolini, e
nonostante i favori raccolti in ambito anarcointerventista', il giornale di
Roberto DAngi non sopravvisse al secondo numero, e il suo fallimento convinse
lo stessoAngi a ritirarsi a vita privata. Lo sforzo, tentato da Angi con La
Protesta, di connettere gli anarchici interventisti, come entit politica
autonoma, alla pi vasta corrente rinnovatrice del dopoguerra, rest un caso
isolato, ma il contatto tra gli . narchici e le forze superstiti
dellinterventismo rivoluzionario fu fecondo anche di altre esperienze, che, pur
non avendo un nesso diretto con | lanarcointerventismo, doveroso richiamare brevemente. E nota, ad
esempio, lattenzione con la quale, nel confuso biennio, gli interventisti
rivoluzionari - e in parte gli stessi Fasci di combattimento - guardavano al
movimento libertario. D'altronde, se le divisioni tra i due schieramenti erano
molte e insanabili, non mancavano tuttavia i motivi dincontro, particolarmente
la comune ostilit nei confronti dei socialisti bolscevizzati e del loro
inconcludente rivoluzionarismo, demagogico e parolaio (Malatesta manifesta a pi
riprese le sue riserve nei confronti dellesperimento leninista) '. Sul piano
puramente strategico non 8 La Protesta ? Le coscienze volitive, Dopo il numero
saggio del 16 luglio, il giornale di DAngi raccolse oltre 30 sottoscrizioni -
per un totale di 240,45 lire - e 28 abbonamenti. Tra gli entusiasti sostenitori
de La Protesta ritroviamo alcuni dei nomi pi noti dellanarcointerventismo, da
Gigli a Sarti, da Fontana ad Senigallia. Cfr. /bidem. Angi muore a Milano. Cfr. ACS, CPC, Busta
1612 [D'Angi Roberto]. Liniziale cautela
con cui Malatesta accolse le notizie provenienti dalla Russia lasci
gradualmente - ma inesorabilmente - il posto a una condanna senza appello del
comunismo era quindi irragionevole pensare, da entrambe le parti, ad unintesa
dazione in chiave rivoluzionaria; e basti qui ricordare la vicenda del
progettato tentativo insurrezionale che, auspice Alceste De Ambris, avrebbe
dovuto estendersi da Fiume, occupata dai legionari di Gabriele D Annunzio, a
tutta la Penisola. Il piano, che vide direttamente coinvolto Malatesta
(rientrato in Italia nel dicembre 1919, grazie allinteresse del segretario
della Federazione dei lavoratori del mare, il capitano Giuseppe Giulietti, e
accolto favorevolmente dalla stampa filo-fiumana), fall, a quanto pare, solo
per la ferma opposizione dei socialisti a dare un appoggio anche solo indiretto
allimpresa'. La presenza anarchica nel nebuloso quadro politico del dopoguerra
si manifest anche per altre vie e in altri modi, che, sebbene inconsueti, non
devono per meravigliare pi di tanto, quando si tenga conto. della multiformit
delle posizioni allinterno del mondo anarchico. Daltra parte, il processo di
ridefinizione degli spazi politici si prestava a favorire la nascita di connubi
apparentemente improbabili'. Tipico, in questo senso, il caso de autoritario e
soprattutto della dottrina della dittatura del proletariato. Per valutare la
posizione di Malatesta riguardo al bolscevismo
essenziale la lettura dei molti articoli da lui dedicati allargomento.
Una scelta significativa di questi scritti (originariamente apparsi su Umanit
Nova e Pensiero e Volont) si trova in MALATESTA, Individuo, societ, anarchia.
La scelta del volontarismo etico, a cura di Nico Berti, Roma, Edizioni e/o,
1998. ! Il 27 dicembre, Il Popolo dItalia, che segu con simpatia e
partecipazione il rimpatrio di Malatesta, rilev, a proposito dei rapporti di
questi con linterventista Giulietti, chegli era forse meno intransigente dei
tenenti idioti e nefandi del PUS. Gli apprezzamenti dellorgano mussoliniano, in
verit, non piacquero a Malatesta, consapevole del loro valore strumentale (al
riguardo v. BORGHI). Del resto, linfatuazione del fascismo per il vecchio capo
anarchico fu di breve durata (a questo riguardo si veda il duro articolo Una
leggenda che si sfata, in Il Fascio, 6 marzo 1920), e tuttavia,
lantibolscevismo di Malatesta fu spesso opportunisticamente richiamato, dai
iornali fascisti, in aperta polemica con i pussisti. Su questi fatti v. FELICE,
Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio Ambris Annunzio. Tra
gli esempi pi significativi di questa sorta di diaspora anarchica devessere
ricordato quello degli anarchici triestini Andriani e Ukmar. Dopo il crollo
della monarchia asburgica, Andriani e Ukmar (che sono membri di riguardo del
gruppo libertario Germinal, il pi importante di Trieste) entrano nel Fascio
Nazionale, costituito dalle forze politiche italiane allo scopo di garantire
lunione della citt irredenta alla madrepatria. Dimentichi di ogni divergenza di
programmi recitava il manifesto del Fascio Nazionale -, fusi nel grande amore
di sentirci italiani, noi, uomini di tutti i ceti, ci siamo costituiti in
Fascio Nazionale, sintesi ed espressione di quanti consentono ad ununione con
la Patria [...], che ogni altro ideale comprende ed ammette (/taliani!, La
Nazione). Su Andriani e Ukmar v. MASERATI, Gli anarchici a Trieste durante il
dominio asburgico, Milano, Giuffr La Testa di Ferro, lorgano dei legionari
fiumani diretto dallardito e futurista Mario Carli!, che fu, per circa un anno,
luogo dincontro e di confronto tra le frange estreme del combattentismo e del
futurismo politico e certo anarchismo violentemente individualista, gravitante
attorno a riviste dal titolo emblematico, come Nichilismo e LIconoclasta!.
Attraverso la rubrica Polemiche danarchismo, il giornale di Carli, che iniziava
le Carli, nato in provincia di Foggia ma fiorentino dadozione, uno dei protagonisti delle avanguardie
futuriste. Verso la fine della guerra, Carli, con il gruppo del giornale Roma
Futurista (Settimelli, Marinetti, Rocca, Bottai, ecc.) tra i fondatori del Partito Politico
Futurista. Il futurismo politico, al quale dettero un apporto considerevole gli
ex-combattenti (lo stesso Carli, che era capitano degli arditi, si fece
promotore dellAssociazione fra gli Arditi dItalia), decisamente orientato a sinistra e costitu
una delle assi portanti dei primi Fasci mussoliniani, contribuendo altres ad
influenzarne gli orientamenti. Il programma dei Fasci di Combattimento creati
da Mussolini commenta Roma Futurista -
sostanzialmente identico al programma del Partito Politico Futurista.
Forse, le due istituzioni finiranno per fondersi. Lo spirito che le anima uno. E lo spirito dellItalia nuova: lItalia
dei combattenti. Sulla figura e lopera di Carli v. Dizionario biografico degli
italiani, Vol. 20, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1960-1997, ad
nomen, nonch il contributo di SCARANTINO, L'Impero. Un quotidiano
reazionario-futurista degli anni Venti, Milano, Guanda, 1978, p. 12 ss. Sul
futurismo politico e i suoi rapporti col primo fascismo v. FELICE, Mussolini il
rivoluzionario, GENTILE, Le origini dell'ideologia fascista, Bari, Laterza,
1975, p. 109 ss., e, con una particolare attenzione alla personalit e al ruolo
di Marinetti, MicHEL OSTENC, Intellettuali e fascismo in Italia, Ravenna,
Longo. Li Nichilismo, diretta da Molaschi, usc a Milano; LIconoclasta, fondata
da Gozzoli, vide la luce a Pistoia. Cfr. BETTINI, op. cit., ad indicem. Per
capire di quale tipo di idee fossero portavoce queste riviste, si veda
larticolo // mio individualismo, a firma Enzo di Villafiore (Enzo Martucci), comparso
su LIconoclasta (ma se ne potrebbero citare molti altri). Quale differenza vi
si legge corre tra il fanatico che si lascia castrare per i suoi dei, il
patriotta che si fa uccidere pel suo paese, e il sovversivo che cade evocando
la redenzione collettiva? Nessuna! Nella stessa guisa han perduto la coscienza
del proprio io, e perseguono un fantasma irraggiungibile. Sono dei deboli. Essi
non sentono la propria individualit che vuole affermarsi, godere, vivere. E
vorrebbero che io li seguissi. Io scettico, iconoclasta, cinico. Vorrebbero che
mi sacrificassi per la plebe stupida, grossolana e volgare. Io che voglio bere
il profumo della Vita e inebriarmi di Bellezza, che voglio aspirare laere della
Libert sconfinata, per ricevere infine il bacio della Morte. Io tanto superiore
alla mediocrit. Io lotto per me, unicamente per me. Sono al di la del Bene e
del Male. In ogni caso, posizioni di questo tenore suscitarono critiche
allinterno della stessa rivista di Gozzoli (che - come recitava il sottotitolo
- era aperta a chiunque). In un articolo significativamente intitolato
/ndividualismo o futurismo?, Berneri defin deliri letterari, prose pazze e
vuote, gli scritti di Villafiore e compagni, e pazzoidi e megalomani i loro
autori, pubblicazioni, si apr ai contributi di quegli anarchici individualisti,
per lo pi molto giovani, che, suggestionati dalla retorica demolitrice e
anticonformista del futurismo, vi scorgevano unarma potente di rinnovamento
della societ e, allo stesso tempo, un mezzo di realizzazione personale"8.
In polemica con Umanit Nova (il primo quotidiano del movimento anarchico
italiano, fondato da SUCKERT Malatesta), che guardava con naturale diffidenza
alla rivoluzione fiumana e alle velleit sovversive dei futuristi, Carli
affermava recisamente il carattere proletario e progressista del futurismo e
definiva in questo modo il proprio rapporto con lanarchismo. Tutti sanno quanta
dose di anarchismo sia nella nostra concezione futurista del mondo, che
vorrebbe abolire tutte le cose inutili ed ingiuste; le dinastie e i carceri, il
papato e i tribunali, il parlamento e i privilegi, larcheologia e i corrieri
della sera, E per questo che, non potendo pi accettare il dominio dellattuale
classe dirigente, n avendo fiducia in quello avvenire delle altre classi, io mi
sento assai vicino alla concezione anarchica, cio individualista, che vuol
preparare un tipo di uomo libero e forte, unico e indiscusso arbitro dei propri
destini A sua volta, Marinetti, rispondendo a un anarchico che, pur plaudendo
allopera novatrice dei futuristi, rimproverava loro il sostegno dato alla causa
fiumana e il loro sentimentalismo patriottico!, invitava gli anarchici a
lasciarsi dietro le spalle il pessimismo vano, per aderire alla lotta
propositiva del futurismo. Il punto era - secondo Marinetti - che, mentre gli
anarchici erano tutti pi o meno dei futuristi antipratici, platonici e
pessimisti, i futuristi erano degli anarchici pratici, fattivi, ottimisti, con
un campo determinato per le Zoro demolizioni e bonifiche, cio la patria. Tra gli
anarchici collaboratori de La Testa di Ferro si contava anche Ghetti,
responsabile dellufficio di corrispondenza del giornale a La Spezia. !9 Si
veda, in modo particolare, larticolo Con /a lenza, a firma Simplicio (Damiani),
in Umanit Nova CARLI, Replica a un avversario ultra-rosso, La Testa di Ferro
Cfr. BrUTNO. 22 Ivi. In quegli stessi giorni, Marinetti pubblicava, per le
edizioni de La Testa di Ferro, l'opuscolo A/ di l del comunismo, che pu
considerarsi il manifesto del suo sinistrismo. In esso, il poeta passava in
rassegna, criticandole, tutte le incarnazioni, vecchie e nuove, della sinistra,
e definiva le coordinate del suo individualismo futurista rivoluzionario.
Vogliamo afferma tra laltro - l'abolizione degli eserciti permanenti, dei
tribunali, delle polizie e dei carceri, perch la nostra razza di geniali possa
sviluppare la maggior quantit possibile di individui liberissimi, forti,
laboriosi, novatori, veloci. K } Sisonialitga al quale facevano riferimento
Carli, Marinetti e u uristi de La Testa di Ferro era il medesimo c in
lindividualista Abele Ricieri F. ov. o ETTARI FRI 3 atore, descriveva come
agilit volitiva, poesia i gli altri he, in quello stesso meglio noto come Renzo
violenza creatrice [ dl . _ x . O . uo: 4 ca di ei o minoritario, puramente
concettuale, pio Ismo nietzschiano, che niente a 6 $ d F Veva a che veder il
movimentismo malatesti sconti stiano,
cos pervaso di i i mala umanesimo, n con
il comunismo libertario di Umanit x i it Nova (col qual i, si i munism i i
quale, anzi, si poneva in netta antitesi) , ma che era, innegabilmente, frutto
di quel periodo storico I primi contatti col fascismo. Chiusa questa
parentesi, dunque il momento di tornare
alle vicende dei protagonisti dellanarco-interventismo in procinto di vestire
la cami ta nese di seguirne il cammino nellimmediato dopoguerra, a Jomiigii re
di Rocca. i vandi. In questo periodo - come si accennava - linteresse di
Rocca per lo pi rivolto alla bruciante
questione adriatica. In essa, allora al pui di sd dibattiti, egli rivers tutto
il suo virtuosismo polemico e la sua abilit di propagandista, con il puntiglio
e la caparbiet che gli erano propri Sebb Vicino ai nazionalisti, alla cui
Associazione ader subito dopo la vera. Rocca non ne condivide le smodate mire
imperialiste. Come si cilea dai MANTRA TORE: Oltre ogni confine, La Testa di
Ferro. Bocea , pag Leni Nazi i tra i pi assidui collaboratori de LIconoclasta.
sponenti della corrente anarco-individualist: i
Una raccolta dei suoi scritti si trova i Vila ae eri; va in F. UN FIORE
SELVAGGIO, Pi A pr E; beds seal con una breve nota biografica e bibliografica a
cura di Cimmii o ui fr vm Testa di Ferro, un certo Atomon ribade che i
futuristi Ri nino ma sh individualisti, bollando come anti-anarchica l'Unione
Anarchica a Malatesta, che, come le organizzazioni social- i i limi e comuniste, si limita a fare della a, la vera
anarchia non dove dare al i fattore economico dellesistenza, ma rici i FI nat)
; ercare la perfezione dellindividuo nella vi i sopra di ogni pregiudizio o di
ogni do, ITA a opr ] gma. Al contempo,
per, lanonimo futuri distinguere il gruppo di Umanit Ni i pic ae a s ova dal
Partito Socialista, mostrando di ire i primo al secondo, e define Malatesta, d
i quaglie do, lel I morale, un agitatore e apostolo. - AE Rocca membro del Fascio delle iazioni iotti 21 ro.
dels associazioni patriottiche e del Comitat i L'ing irredente di Milano. Cfr.
ACS, CPC, Busta [Rocca] Faggi Cfr. Rocca, Come il fascismo divenne una
dittatura. suoi numerosi articoli per La Perseveranza, a cui continua a
collaborare fino a quando il mutamento della linea editoriale, sopravvenuto a
un cambio di propriet, gli consiglia labbandono), la sua posizione non anda
oltre la rivendicazione dellIstria e della Dalmazia, che egli non dubitava
essere geograficamente, culturalmente e politicamente italiane. Una certa
moderazione, che pur gli va riconosciuta, non gli imped di attaccare
violentemente i cosiddetti rinunciatari, a cominciare da Leonida Bissolati, sia
dopo lintervista da questi rilasciata al Morning Post, sia dopo il suo celebre
discorso alla Scala?. Rocca prende parte allimponente comizio milanese pro
Fiume e Dalmazia italiana, che fu la risposta data dai dalmatofili
alliniziativa del Zeader socialriformista, comizio nel quale - secondo Renzo De
Felice - ebbe il compito di sostituire Mussolini, che prefer non intervenire
per evitare incidenti8. Ai primi di marzo, Rocca intraprese un viaggio di
studio lungo la costa orientale italiana, da Venezia a Brindisi, giungendo
quindi a Spalato, sulla sponda opposta dell Adriatico. Dalla cittadina dalmata,
dove si trattenne qualche giorno, fece pervenire al suo giornale un esteso
reportage, nel quale si prodigava, con la consueta e un po pedante ricchezza di
argomentazioni, a dimostrare l'italianit della Dalmazia. AI suo rientro in
Italia fu protagonista di due nuove manifestazioni patriottiche, a Milano e
Torino; quindi, allinizio di aprile, part per Parigi, inviato speciale de La
Perseveranza, a seguire da vicino i lavori del congresso di pace. Dopo il
messaggio di Wilson agli italiani e il conseguente ritiro della nostra
delegazione dalla capitale francese, Rocca, che fino ad allora aveva tenuto,
nei confronti del wilsonismo, un atteggiamento prudente e non del tutto
ostile*, abbandona 7 A questo riguardo v. TANCREDI, // ministro della piccola
Italia, La Perseveranza, e Una pace di menzogna per un nuovo giolittismo.
FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p.491. Per la cronaca del congresso
v. Il Popolo dItalia, 18 gennaio 1919. 29 Cfr. TANCREDI, La passione di
Spalato, La Perseveranza, Cfr. Il Popolo dItalia, e La Perseveranza, ROCCA,
Come il fascismo divenne una dittatura; cit., p. 77. 32 In occasione del
viaggio di Wilson in Italia, Rocca, pur vagheggiando una sorta di lega latina,
fondata sullalleanza Italia/Francia, che facesse da contraltare al nuovo
imperialismo anglo-statunitense, aveva manifestato interesse per le tesi del
presidente americano, dicendosi favorevole ad una partecipazione italiana alla
Societ delle Nazioni. Essa sola scrisse - avrebbe potuto garantire giustizia
per i vincitori come per i vinti: giustizia per gli italiani dell'Istria e
della Dalmazia, per gli albanesi, per i romeni, per gli stessi tedeschi (LIBERO
TANCREDI, L'Italia e la Societ delle Nazioni, La Perseveranza). ogni remora, schierandosi
senza riserve con il partito dellannessione, ormai - a suo dire - lunica via
percorribile. AI congresso per l'annessione di Fiume e della Dalmazia, che si
tenne a Milano, su iniziativa del Fascio delle associazioni patriottiche, Rocca
non lesina le accuse a Wilson, denunciando il torbido retroscena bancario
internazionale che si nascondeva dietro la figura del presidente filosofo. Da
questo momento i toni della propaganda estera di Rocca si fecero sempre pi
intransigenti. In un fondo per lorgano torinese dellAssociazione Nazionalista,
egli giunse addirittura a prefigurare la necessit di un imperialismo senza
confini, qualora la crescente ostilit internazionale e Ia fantastica corsa allo
sciopero allinterno del paese, con i suoi effetti negativi sul livello di
produzione, avessero a tal punto danneggiato le esportazioni e fiaccato la
ricchezza nazionale da impedire di provvedere pacificamente allacquisto delle
materie prime indispensabili. Questi ultimi accenni alla situazione interna
dellItalia ci consentono di soffermarci sugli aspetti pi propriamente economici
del pensiero di Rocca. La sua visione economica, infatti, che rimarr pressoch
inalterata negli anni a venire, si veniva proprio allora configurando come una
mistura di liberismo, sindacalismo e produttivismo di stampo mussoliniano. Cos,
a proposito della ventilata introduzione delle otto ore lavorative, Rocca
esprimeva lesigenza che ad essa si accompagnasse tutto un sistema otganico di
educazione ed istruzione professionale che accrescesse il rendimento degli
operai; i quali operai, a loro volta, pena il tracollo economico della nazione,
avrebbero dovuto prendere coscienza delle loro accresciute responsabilit. Ci
presupponeva una matura collaborazione tra capitale e lavoro, dal momento che -
secondo Rocca - lemancipazione dei lavoratori non si sarebbe mai realizzata
tramite. lestraniarsi dalla storia e dal divenire sociale, dai problemi, dai
doveri e dalla responsabilit chessi comportano, ma solo attraverso la piena
compartecipazione al ciclo produttivo, secondo il modello del sindacalismo
nazionale. Quanto alla borghesia industriale, suo compito doveva essere, da un
lato quello di comprendere il cambiamento introdotto dalla guerra, ossia di
prendere consapevolezza dellormai inscindibile legame tra politica ed economia;
dallaltro, quello di dimostrarsi autentica classe dirigente, in grado sia di
Audacia (appunti per l'On. Orlando), Il Popolo dItalia TANCREDI, Per il
nazionalismo proletario. Un fenomeno d impotenza, La Riscossa Nazionale. Le otto
ore internazionali di lavoro, La Perseveranza, ID., Assenteismo e
collaborazione di operai e di industriali, opporsi con fermezza al bolscevismo
dilagante, sia di provvedere allintegrazione e alleducazione del proletariato.
Occorre che la classe dirigente - scrive Rocca - od almeno i suoi elementi
migliori, comprendano che il loro ufficio non
solo di resistere o di concedere, ma di persuadere e di guidare. Questo
modo di pensare era senz'altro condivisibile da Mussolini, il quale, nel
frattempo, aveva ribattezzato il suo quotidiano giornale dei combattenti e dei
produttori e promosso, con i Fasci di combattimento, una formazione che aveva,
tra i suoi primi obiettivi, quello di contrastare la demagogia bolscevica.
Rocca, del resto, ricordava di aver aderito ai Fasci di combattimento fin dal
1919, poco tempo dopo la loro nascita. Questa affermazione, con tutta
probabilit rispondente al vero, non per
altrimenti accertabile; quel che
sicuro che Rocca - almeno per
tutto il 1919 - non dimostr, a differenza di molti suoi compagni, un grande
interesse per liniziativa di Mussolini. Di Il Popolo dItalia lancia un invito
per la costituzione di un nuovo movimento politico d'avanguardia. Tra le molte
adesioni pervenute al giornale prima della data fatidica del 23 marzo,
ritroviamo i nomi di alcuni anarchici interventisti: il vecchio anarchico
Vittorio Boattini (che si dice toto corde con Mussolini, per le sante
bastonature interventiste ed anti-bolsceviche) Rivellini e Ghetti. Gli
anarchici coscienti scriveva questultimo al suo conterraneo Mussolini non
potranno che aderire al vostro appello . i Alla riunione milanese di Piazza san
Sepolcro fu senz'altro presente Mario Gioda, che aveva da subito aderito
allappello di Mussolini i Secondo Mario Giampaoli (che peraltro, pur essendo
stato testimone diretto dellaccaduto, fa riferimento alla cronaca de Il Popolo
dItalia), vi avrebbe preso parte Cfr. Ip., Un po' di cannibalismo economico
dopo la guerra, Ibidem, 18 febbraio 1919. sig In., La svalutazione sociale
della vittoria, Ibidem, 2 aprile 1919. Cfr. Massimo Rocca, Come il fascismo
divenne una dittatura, cit., p. 31. "i olo dItalia, 9 marzo 1919. SIAT
i nato a Meldola, nei pressi di Forl.
Manifesta idee anarchiche. Si trasfere a Milano, dove aveva a Li collaborato a
Il Grido della Folla. la Prefettura milanese scrive che, avendo egli, durante
la guerra, militato nel campo interventista, si dimostra un fervente
nazionalista, in tal senso svolgendo attiva propaganda. Il figlio di Boattini,
pe per qualche tempo segretario politico
del PNF per la provincia di Milano. ACS,CPC, Busta 679 [Boattini]. #2 Il Popolo
dItalia, anche Malusardi*, ma il fatto non
certo. Malusardi stesso, in un telegramma di adesione a Il Popolo
dItalia, si era detto dispiaciuto, trovandosi ancora sotto le armi, di non
poter partecipare personalmente, limitandosi a garantire la sua presenza in
ispirito, per riaffermare recisamente il suo interventismo e la sua apostasia*
- Il fatto che, anni dopo, Malusardi rivendicasse la patente di sansepolcrista,
non affatto probante, vista la tendenza
di molti fascisti, anche della prima ora, a retrodatare il pi possibile il
momento della loro presa di coscienza. GIAMPAOLI, Roma, Libreria del Littorio.
In base alla ricostruzione di Giampaoli (che, in ogni caso, si limita a citare
Il Popolo dItalia), Malusardi sarebbe stato presente in rappresentanza di
Milano e di Bologna. Il Popolo dItalia Si vedano gli articoli di Malusardi Cose
a posto e Commiato, in Audacia, 28 maggio e Degli anarchici interventisti che
sposarono la causa fascista, uno fra i pi intraprendenti Arpinati. Il futuro gerarca, peraltro, adere
al Fascio di Bologna a pi di sei mesi dalla sua costituzione. Nel primo Fascio
bolognese - nato nellaprile ad opera del repubblicano Pietro Nenni e di altri
interventisti di parte democratica - Arpinati ebbe sempre, a quanto pare, un
ruolo del tutto marginale, nonostante la notoriet conquistata, allorch un
comizio elettorale fascista al Teatro Gaffurio di Lodi si concluse in un violento
scontro con i socialisti ed egli, che faceva parte del servizio dordine, fu
arrestato insieme ad altri cinquanta camerati (cfr. Il Popolo dItalia). in parallelo con linvoluzione reazionaria del
fascismo e la conseguente crisi del Fascio bolognese (culminata con la
fuoriuscita degli elementi democratici e di sinistra), che Arpinati inizi una
spregiudicata ascesa politica. L11 aprile, il Comitato Centrale dei Fasci di
combattimento gli affid la responsabilit per lEmilia centrale; quindi, in
occasione del congresso fascista di Milano, nel maggio, entr a far parte dello
stesso organo direttivo del movimento (cfr. Il Popolo dItalia). Tra il
settembre e lottobre successivi, Arpinati, complice il subbuglio seguito
alloccupazione delle fabbriche, si fece promotore di una vera e propria
riorganizzazione del fascismo bolognese, in senso marcatamente antipopolare,
guadagnandosi il sostegno, anche finanziario, degli ambienti pi conservatori.
Il Fascio di Bologna, cos ricostituito, accrebbe enormemente i propri
effettivi, e, forte di una struttura militare di primo piano, divenne una delle
centrali dello squadrismo emiliano-romagnolo, rendendosi protagonista di
unimpressionante escalation di violenze, culminate il 21 novembre (dopo le
elezioni amministrative vinte dai socialcomunisti) nel famigerato assalto a
Palazzo DAccursio, che consegn il Comune di Bologna nelle mani dei fascisti. Su
tutti questi punti v. TAROZZI, Dal primo al secondo Fascio di combattimento:
note sulle origini del fascismo a Bologna, in Bologna Le origini del fascismo,
a cura di Casali, Bologna, Cappelli, e ONOFRI, La strage di Palazzo Accursio.
Origine e nascita del fascismo bolognese, Milano, Feltrinelli, Gioda: il
difficile equilibrio tra reazione e operaismo A differenza di Massimo Rocca,
che si avvicin al fascismo gradualmente e con un certo distacco, Gioda si gett
anima e corpo nella nuova avventura. Due giorni dopo ladunanza di Piazza San
Sepolcro, Gioda, con lex sindacalista rivoluzionario Attilio Longoni, fu tra i
promotori del Fascio di combattimento torinese, del quale assunse la
segreteria. Gli intervenuti a quella prima riunione erano pochi, e Gioda - come
avrebbe ricordato molti anni dopo un testimone - appariva un ometto dalle
grosse lenti e dalleloquenza inesperta, vestito con un inelegante abito
marrone; piuttosto il tipo dellintellettuale - si direbbe - che quello del
tribuno in camicia nera. Il Fascio, costituitosi ufficialmente prese sede nei
locali della Lega dazione anti-tedesca, unassociazione patriottica di destra
sorta ad opera del nazionalista Cian. Il fascismo torinese - al cui sviluppo
iniziale contribuirono in misura notevole gli ex combattenti (Gioda cerc in
ogni modo di venire incontro alle esigenze e alle richieste dei trinceristi,
sforzandosi di far apparire il fascismo come il legittimo rappresentante dei
loro interessi) nacque dunque con il concorso e sotto gli auspici della destra,
distinguendosi da Secondo un biografo mussoliniano, la ritrosia di Rocca
nellaccostarsi al fascismo fu dovuta anche ai non ottimi rapporti tra
questultimo e Mussolini, il quale non avrebbe avuto granch in simpatia colui
[Rocca] che lo aveva violentemente attaccato, obbligandolo, nei confronti
dellintervento, ad una presa di posizione che egli avrebbe preferito assumere
senza sollecitazioni esterne (YvoN DE BEGNAC, Palazzo Venezia. Storia di un
regime, Roma, Editrice La Rocca). Cfr. Il Popolo dItalia. AVENATI, Dodici anni
dopo. Com' nato il Fascio di Torino, La Stampa In seguito il Fascio si trasfer
nei locali della Pro Torino, in Galleria Nazionale, un'associazione patriottica
di stampo sabaudo presieduta dal CONTE BARBAVARA DI GRAVELLONA.
Contemporaneamente al lavoro di organizzazione nel capoluogo, i fascisti
torinesi iniziarono unopera di penetrazione nella provincia. In una delle
primissime riunioni del Fascio, il 29 marzo, lanarchico trincerista Boario rec
le adesioni dei gruppi fascisti del Canavese, di Ciri, di San Maurizio e di
Caselle. Cfr.GIODA, Il fervido lavoro dei fascisti a Torino, Il Popolo dItalia)
La coscienza combattentistica di Gioda, bench inevitabilmente ammantata di
retorica, appariva sincera. Gi prima della nascita dei Fasci di combattimento,
lanarchico torinese si era fatto promotore di una campagna per il pieno
riconoscimento dellindennit di congedo agli smobilitati, rappresentanti lItalia
pi vera e coraggiosa, quella in grigio verde (ID., Sino all'ultimo sussidio
militare e l'indennit di congedo non viene, Ibidem, 16 marzo 1919). PORT PI
CTPTPM PIO VT PERE RIVER PT ETTI IPPONI OPA REATO O TORRI O PRETE PAPPA PAPA
subito per le forti venature non solo antisocialiste*, ma, spesso, antipopolari
tout court. Ci divenne ancor pi evidente dopo lavvento di Vecchi, un tipico
esponente della borghesia conservatrice piemontese (cattolico militante e
monarchico senza riserve, secondo la definizione che egli da di se stesso) , il
quale, entrato nel Fascio alla met di aprile, ne divenne in breve, a dispetto
di Gioda, il vero deus ex machina. La convivenza tra i due uomini forti del
fascismo torinese, cos diversi per indole, per estrazione sociale e per
esperienze politiche, si rivel subito molto difficile. Emblematico, a questo
riguardo, il giudizio, sospeso tra lironia e la commiserazione, che Vecchi,
nella sua autobiografia, ci ha lasciato di Gioda: un povero diavolo dalle molte
vicende. Il giovane Fascio torinese fu quindi immediatamente attorniato dalla
simpatia e dalla complicit dei ceti pi tradizionalisti. Se Torino - come
rimarcava lorgano del nazionalismo piemontese - era stanca di essere diffamata
da chi voleva farla credere bolscevica e giolittiana*, allora il fascismo
poteva segnarne la definitiva rinascita, poteva rivelarsi un elemento dordine,
pi che mai indispensabile a svolgere una decisa azione di vigilanza e di
controbatteria. Cos, gi alla fine di aprile, il Fascio di combattimento poteva
vantare ladesione di ben 31 associazioni liberali torinesi, e non v' dubbio
che, nonostante gli impedimenti inizialmente frapposti dallautorit prefettizia,
lapporto delle destre valse a favorire la graduale espansione del fascismo nel
capoluogo piemontese. Il lavoro Sul piano della stretta organizzazione
antisocialista i fascisti torinesi si dimostrarono molto efficienti. In un
telegramma del 22 maggio al Ministero degli Interni, il Prefetto di Torino
riferiva dell'avvenuta costituzione, in seno al Fascio, di un ufficio [...] con
mandato di seguire e segnalare le manifestazioni ed il movimento nel campo
socialista ed anarchico, vale a dire di un vero e proprio apparato di
spionaggio. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Direzione Generale di Pubblica
Sicurezza (dora innanzi Dir. Gen. PS), Affari generali e riservati (dora
innanzi Affari gen.e ris.), 1921, Busta 112 [Fascio di Torino]. Wp DE VECCHI,
// quadrumviro scomodo, a cura di Luigi Romersa, Milano, Mursia, p.I/. Sulla
figura di De Vecchi v. Dizionario biografico degli italiani, cit., Vol. 39, ad
nomen. VECCHI, La Riscossa Nazionale Cf. Il Popolo dItalia, Al Fascio ader
anche il comitato madri dei combattenti, presieduto dalla contessa Eleonora
Contini di Castelseprio. Nei primi mesi di vita del Fascio Gioda ebbe a
lamentarsi in pi di unoccasione, sulle pagine de Il Popolo dItalia (per il
quale curava la cronaca di Torino), del trattamento riservato ai fascisti
torinesi dalle autorit cittadine, nonch della presunta campagna diffamatoria
della giolittiana La Stampa nei confronti del Fascio di combattimento. scriveva
Gioda a Bianchi a un mese dallentrata in funzione del Fascio - procede
benissimo e tra molto entusiasmo. Il Fascio si
imposto confermava di l a poco a Mussolini e se noi non ci lasciamo
sfuggire il momento opportuno, otterremo risultati incalcolabili!. Ma qual era,
in tutto questo, il vero ruolo di Gioda? Se egli era senz'altro consapevole dei
vantaggi che potevano venire al Fascio di Torino dallaccordo con loligarchia
conservatrice piemontese, ci sembra per scorretto affermare - com stato fatto -
che egli ritenesse quella della reazione antipopolare lunica strada da battere.
In realt, l'approccio dellex tipografo alla questione delle alleanze politiche,
cos come a quella, pi complessa, dellorientamento generale del fascismo, era -
e sempre sarebbe rimasto - ben pi problematico. Gioda, infatti, pur difendendo
il carattere antibolscevico del Fascio torinese e pur desiderando che ad esso
accorressero tutte le forze sane, giovani, italiane, senza distinzione di parte
o di colore politico (perch il fascismo doveva essere anarchicamente -
lantipartito), teneva comunque a distinguere tra antibolscevismo e
antioperaismo e ribadiva che i fascisti non dovevano passare per dei nemici del
proletariato. Questa stessa esigenza fu da lui espressa al primo convegno
regionale dei Fasci piemontesi, allinizio del giugno 1919%, e a ACS, MOSTRA
DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA (dora innanzi MRF), Carte del Partito Nazionale
Fascista, Adesione ai Fasci Italiani di Combattimento, Busta, Lettera di Gioda
a Bianchi, Lettera di Gioda a Mussolini, MANA, Origini del fascismo a Torino,
in Torino fra liberalismo e fascismo, a cura di Nicola Tranfaglia e Ugo Levra,
Milano, Angeli, L'idea di antipartito era gi da tempo al centro della
riflessione politica di Mario Gioda. Lavversione alle forme tradizionali di
organizzazione politica, gi tipica dellanarchismo individualista, trovava del
resto un corrispettivo nelle nuove tensioni antipartitiche e antiparlamentari
del dopoguerra. Lantipartito aveva scritto Gioda vuol essere il sunto della
nausea che in Italia nutrono combattenti e produttori verso i politicanti.
Contro il feticcio partito, ormai incapace di conciliarsi collelettamente
dinamica modernit civile (la nuova societ scaturita dalla guerra), occorreva
suscitare lidea sovvertitrice dellantipartito, un'iniziativa iconoclasta e
squisitamente anarchica, in grado di restituire dignit e centralit ai singoli
individui (GIODA, L'antipartito, Il Popolo dItalia). AI di l dei riferimenti ai
temi del reducismo e del produttivismo, tipici dellaumus del periodo e dai
quali il trincerista e prossimo fascista Mario Gioda non poteva prescindere, la
radice libertaria e individualista di una simile impostazione di pensiero
appare comunque evidente (non a caso Gioda indicava in Henrik Ibsen uno dei
padri spirituali dellantipartito). Sul concetto di antipartito nel primo
fascismo v. GENTILE, Le origini dell'ideologia fascista, GIODA, Aspetti del
fascismo torinese, Il Fascio Cfr, Il Popolo dItalia riaffermata poi in pi di un
frangente. Ad esempio, Il Popolo dItalia riportava unintervista di Gioda al
sindacalista Angelo Scalzotto, che lautore stesso definiva un saldo e vigoroso
lottatore, ben noto nel campo dellorganizzazione e del socialismo italiano.
Lintervista verteva sulla situazione dei ferrovieri italiani (in particolare
sulla questione delle otto ore lavorative) e Gioda non esitava a dichiarare che
lapprovazione, da parte del Governo, di concedere altre migliorie ai ferrovieri
non poteva non destare un senso di legittima soddisfazione, dal momento che
vedeva tutelati i sacrosanti diritti dei lavoratori. Il fatto che poi, in
occasione dello scioperissimo, il Fascio di Torino assumesse, nei confronti
degli scioperanti, una posizione di aperta sfida, non muta i termini del problema,
in quanto liniziativa dei fascisti era ancora indirizzata contro la politica
irresponsabile dei bolscevichi (ed era pienamente condivisa da tutti i partiti
della sinistra interventista) e non contro la totalit dei lavoratori!. E per
vero che, di fronte al primo programma fascista, fortemente sbilanciato a
sinistra, Gioda - come ricorda Felice - espresse qualche perplessit,
soprattutto, lui repubblicano, in merito alla cosiddetta pregiudiziale
istituzionale. Qualcuno -- scriveva il 6 giugno ad Attilio Longoni - rimasto male poich ha intravisto tra le
riforme anche quella definitiva della monarchia. Forse necessario mettere i puntini sugli i e Un
manifesto, fatto circolare dal Fascio torinese in quelloccasione, faceva
intendere senza mezzi termini che i fascisti, qualora fosse stato necessario,
sarebbero intervenuti a tutela dellordine, onde salvare il paese dal tragico
caos bolscevico. Allo stesso tempo, il manifesto ricordava ai lavoratori che
nessun partito socialista ufficiale aveva scopi violentemente innovatori come i
Fasci di combattimento, e di immediata attuazione. Sullo scioperissimo a
Torino, che si concluse senza incidenti degni di rilievo, v. La Stampa.
Latteggiamento dei fascisti nei confronti dello scioperissimo ben rappresentato dalle lettere di due
anarcointerventisti, entrambi operai. Edmondo Mazzucato, che lavorava alla
redazione de LArdito, il giornale dellAssociazione fra gli arditi dItalia,
scrisse a Mussolini (che ne defin la lettera un gesto di fierezza e di dignit)
di non aver alcuna intenzione di subire supinamente le imposizioni della
Federazione del libro, il sindacato a cui aderiva, e che si sarebbe recato come
di consueto sul posto di lavoro (Il Popolo dItalia). Su Il Giornale del mattino
del 30 luglio (organo ufficioso del Fascio bolognese, diretto da Pietro Nenni)
comparve una lettera non meno polemica del ferroviere Arpinati. Secondo il suo
primo biografo, Arpinati ricomparve sulla scena politica proprio in occasione
dellassemblea generale dei ferrovieri del compartimento di Bologna, il 20
luglio, allorch si sarebbe scontrato duramente con i colleghi favorevoli
allastensione dal lavoro (cfr. NANNI programma, elaborato da Agostino Lanzillo
e intitolato / postulati dei Fasci. Per la rappresentanza integrale, fu reso
noto da Il Popolo dItalia, chiarire i nostri rapporti coi fascisti monarchici.
La preoccupazione di Gioda era dunque, innanzi tutto, quella di non spezzare i
delicati equilibri interni del fascismo torinese, dove gli elementi monarchici
erano in netta preminenza, e non difficile
leggere nel qualcuno della sua lettera a Longoni un esplicito riferimento a De
Vecchi. Ma Gioda, come avrebbero dimostrato le vicende successive alle elezioni
politiche, non aveva rinnegato il proprio repubblicanesimo. Le sue cautele
erano quindi dettate da considerazioni di ordine strategico e in questo senso,
piuttosto che in quello di un suo personale mutamento di rotta, devono essere
interpretate le sue pur numerose concessioni alla destra. La questione delle
alleanze, la questione, in particolare del rapporto con la sinistra
interventista (repubblicani, sindacalisti della USI, socialisti riformisti), si
present con sempre maggior forza in previsione delle elezioni politiche
dellautunno. Si trattava di un problema che coinvolgeva tutto il movimento
fascista (e basti pensare al travaglio che colse il fascismo romano a ridosso
del voto) , ma che, a Torino, prendeva un significato particolare. Gi il primo
agosto 1919, in una nuova lettera allamico Longoni, Gioda defin leventualit che
si addivenisse a un blocco elettorale di tutto linterventismo di sinistra la
soluzione preferita da Mussolini - una sterile palla di piombo!. E chiaro che
Gioda pensava a salvaguardare lunit del Fascio da lui guidato, dove le forze di
destra, che erano preponderanti, non avrebbero mai condiviso una piattaforma
programmatica che ponesse tra i propri obiettivi quello della costituente. Non
a caso il direttore de La Riscossa Nazionale espresse il proprio rammarico per
le ripetute dichiarazioni di Mussolini in senso repubblicano, chiedendosi se
anche i fascisti torinesi intendessero seguire il loro duce in quella china.
Gioda, consapevole di doversi misurare con le ubbie monarchiche di De Vecchi,
intervenne a dissipare le perplessit dei destri. Mussolini sostenne - esprimeva
una posizione del tutto personale, che tale sarebbe rimasta, almeno sino alla
convocazione del primo congresso nazionale fascista. Quanto al Fascio di
Torino, esso non aveva, e non poteva avere, pregiudiziali di sorta. FELICE,
Mussolini il rivoluzionario. A Roma, la sinistra futurista guidata da Enrico
Rocca e Giuseppe Bottai si oppose alla decisione, votata dalla Giunta Esecutiva
del Fascio capitolino, di aderire alla Alleanza Nazionale, lintesa elettorale
promossa dai liberali di destra e dai nazionalisti (cfr. Dichiarazioni
futuriste sulla situazione elettorale romana, Roma Futurista, 2 novembre
FELICE, Mussolini il rivoluzionario RAVA, Posizione di battaglia, La Riscossa
Nazionale, 3 agosto 1919. Se fuori dal Fascio affermava Gioda - stimo
politicamente certi nazionalisti di indubbio valore e intelligenza, al Fascio
io non ne conosco nessuno. Cos come ignoro repubblicani, monarchici,
socialisti, radicali, anarchici e sindacalisti. AI Fascio, che non pu essere un
partito, io conosco solo dei fascisti concordanti su un dato programma di
realizzazione immediata. Tra parentesi, sono stato proprio io, anarchico, a
proporre a suo tempo di includere [Angelo] Cavalli, nazionalista, e Vecchi,
monarchico, nel Comitato Esecutivo del Fascio Ora, ci che queste parole mettevano
in evidenza non era soltanto uno scrupolo elettoralistico, ma la fermezza di
Gioda nel difendere il carattere antidogmatico dellidea fascista; una presa di
posizione tipica della vocazione movimentista del primo fascismo, ma nella
quale, nel caso specifico di Mario Gioda,
possibile scorgere (almeno in qualche misura) anche il retaggio
dellanarcoindividualismo. Non privo di
significato, daltronde, che il fascista Gioda, consapevole della novit
rappresentata dal fascismo rispetto alle categorie politiche danteguerra,
richiamasse tuttavia la propria identit di anarchico, e non gi come semplice
attitudine o abitudine mentale, ma come un dato di fatto politico. In ogni
caso, chiarito che il fascismo, quanto meno in Piemonte, non nutriva propositi
sovversivi, Gioda pot confermare che il Fascio di Torino avrebbe davvero
costituito lasse per una grande intesa degli interventisti in vista delle
elezioni; ma che questa. sarebbe appunto avvenuta fascisticamente, fuori dagli
schemi destra-sinistra, ormai superati, astraendo dal colore della tessera di
partito. La marcia di Ronchi e loccupazione militare di Fiume da parte di
Gabriele. DAnnunzio parvero poter accelerare questo processo di unificazione.
Il 30 settembre, infatti, il Fascio di Torino si fece promotore di in comitato
pro Fiume (ne sorsero di analoghi un po in tutta Italia), nel quale erano
rappresentate tutte le forze nazionali, di sinistra e di destra, dai
repubblicani ai nazionalisti. Ma si trattava di un entusiasmo passeggero, che
avrebbe ben presto ceduto il passo a una pi grande incertezza.GIODA, /
nazionalisti e l'intesa di sinistra, tai Ip., Gli aspetti del fascismo
torinese, cit. Nel corso di unadunata del Fascio torinese alla presenza del
segretario politico generale del movimento Pasella, Gioda ribad che a Torino i
fascisti si sarebbero battuti per unintesa elettorale degli interventisti di
tutti i partiti. Cfr. Il Popolo dItalia Cfr. Il Fascio. Dal congresso fascista
di Firenze non venne affatto, contrariamente alle aspettative del segretario
del Fascio torinese (che vi ebbe peraltro un ruolo defilato), unindicazione
univoca in senso elettorale. Alla relazione di Bianchi, fautore di una linea
politica possibilista (la politica del caso per caso), fece da contraltare
quella di Mussolini, che, quantunque in modo non esplicito, lasci per
trasparire lintenzione di perseguire laccordo con le sinistre interventiste.
Quel che ne usc fu un ordine del giorno compromissorio, che, di fatto, lasciava
libert di azione ai singoli Fasci. Questa libert, venuta meno ogni possibilit
di accordo a sinistra, fin per concretarsi nellalleanza con la destra
liberal-nazionale (nella sola Milano, infatti, il fascismo riusc nellintento di
presentare una lista autonoma) 7. I deliberati del congresso di Firenze, nella
loro elasticit, andavano sostanzialmente nella direzione auspicata da Gioda, il
quale, libero da condizionamenti di sorta, pot rivolgersi alle forze politiche
torinesi con linvito ad abbandonare le fazioni e a dar corpo ad un potente
fascio di energie, in funzione antibolscevica e antigiolittiana. Per questa via
si addivenne infine alla costituzione di un Blocco della Vittoria, peraltro
chiaramente orientato a destra, quanto meno nella sua composizione. Ne facevano
parte, infatti, radicali, liberali di destra e antigiolittiani, tra i quali
alcuni membri del disciolto Fascio Parlamentare (Daneo, Sulloccupazione di
Fiume e le sue ripercussioni sul movimento fascista v. VIVARELLI, /! dopoguerra
in Italia e l'avvento del fascismo Dalla fine della guerra all'impresa di
Fiume, Napoli, Istituto italiano per gli studi storici, LEDEEN, D'Annunzio a
Fiume, Bari, Laterza, PERFETTI, Fiumanesimo, sindacalismo e fascismo, Roma,
Bonacci, e OSTENC, Si veda inoltre lintroduzione di Renzo De Felice a ANNUNZIO,
La penultima ventura: scritti e discorsi fiumani, Milano, Mondadori, Cfr.
FELICE, Mussolini il rivoluzionario, Il congresso ebbe luogo al Teatro
Nazionale, in via dei Cimatori, nei giorni (per la cronaca v. Il Popolo
dItalia). Vecchi entra a far parte del nuovo Comitato Centrale del movimento,
in rappresentanza dei Fasci piemontesi. Di tale lista faceva parte Edmondo
Mazzucato. Questi aveva aderito al Fascio di combattimento di Milano al momento
della sua costituzione ed era stato tra gli assaltatori della sede dell
Avanti!. La sua candidatura scriveva Il Popolo dItalia significa elevazione
delle classi lavoratrici, lo sforzo per formare tra gli operai una aristocrazia
di pensiero e di azione. Nella lista dei Fasci egli rappresenta loperaio onesto
e che non usurpa il nome di lavoratore. Mazzucato risult 14, su un novero di 19
candidati, con 56 voti di preferenza. GIODA, La piattaforma elettorale
piemontese, Il Popolo dItalia, 24 ottobre 1919, e Il Fascio, Bevione e lex
Presidente del Consiglio Boselli), mentre il Fascio vi era rappresentato da
quattro combattenti: De Vecchi, il generale Etna, gi comandante del corpo
darmata di Torino (deposto su ordine di Nitti nel settembre), il maggiore degli
alpini Garino e il capitano Revelli. LUnione Socialista Italiana, che in un
primo momento sembr poter entrare nel Blocco, se ne tir fuori quasi subito, per
far causa comune con i repubblicani nella Alleanza Elettorale. A questo punto,
Mario Gioda parve rendersi conto di aver imboccato una strada a rischio. Si
nota infatti, nella sua attivit politica prima delle elezioni, la
preoccupazione ricorrente di non far apparire la lista del Blocco della
Vittoria troppo sbilanciata a destra. Essa - sottolineava Gioda in un articolo
illustrativo per Il Popolo dItalia - era la pi organica, la pi rappresentativa
anche delle esigenze popolari, e il suo programma aveva un contenuto sociale
notevolissimo? In particolare, egli rimarcava ancora una volta che il fascismo
intendeva combattere il bolscevismo, non i lavoratori nel loro insieme, ed
operava altres una netta distinzione tra pussisti e socialisti rivoluzionari.
Un accenno alla lotta contro il bolscevismo scriveva Gioda a commento di un
passo della piattaforma elettorale del Blocco - non troppo felice. Si confuse, da Cfr. Il Popolo
dItalia, 25 ottobre 1919. AI Blocco della vittoria non ader la sezione torinese
dell Associazione Nazionale Combattenti, che si pronunci a favore
dellastensione. Nel corso di un'assemblea del Fascio, Gioda critica duramente
la scelta dei combattenti, non tanto perch non ne condividesse le ragioni
ideali (la volont, cio, di non compromettersi nella lotta parlamentare),
quanto, piuttosto, perch la riteneva controproducente sul piano tattico. I
fascisti disse Gioda hanno accettato anche la lotta schedaiuola per rintuzzare,
ovunque e comunque, la sfida dei giolittiani, dei clericali dei socialisti
ufficiali. Si noti che, nel testo originale autografo del discorso di Gioda, la
parola anche sottolineata, a evidenziare
il carattere strumentale attribuito dallo stesso Gioda alla battaglia
elettorale fascista. ACS, MRF, Esposizione, Busta[Documenti]. Il Fascio
commentava a questo riguardo Gioda non ha potuto far blocco con lUnione
Socialista Italiana, cio con i bissolatiani, non tanto per divergenze
programmatiche, quanto per la diffidenza di questi ultimi verso i nazionalisti
ed anche perch la USI vorrebbe impostare la campagna elettorale prescindendo
dallinterventismo e dal neutralismo. GIODA, /nsinuazioni gesuitiche dei
socialisti rinunciatari contro i fascisti, Il Popolo dItalia). Il programma
elettorale del Blocco della Vittoria. Tra i postulati del programma elettorale
del Blocco della Vittoria figuravano: lintroduzione di una tassa sui
sovraprofitti di guerra, la riforma scolastica, quella del sistema doganale
(per abbattere parassitismi e monopoli) e della burocrazia, lassicurazione
obbligatoria contro linvalidit, la vecchiaia e la disoccupazione, una riforma
degli organi legislativi che garantisse alla classe lavoratrice [...] una
diretta e specifica rappresentanza. nisticntiititnm parte dei redattori del
programma, socialismo rivoluzionario e bolscevismo. Ora, i maggiori e migliori
esponenti internazionali del socialismo rivoluzionario sono antibolscevichi per
eccellenza. Gli interventisti italiani della prima ora, da Cipriani a Corridoni
a De Ambris, sorsero appunto dalle file del socialismo rivoluzionario. Le
elezioni del 16 novembre videro, come noto, la sonora sconfitta dei fascisti. A
Torino risultarono eletti nelle file del Blocco della Vittoria i soli Bevione e
Boselli; primo dei fascisti in ordine di preferenze riusc Vecchi, seguito da
Etna, Revelli e Garino. Rispetto alla vera e propria dbacle registrata dal
fascismo in altre parti dItalia, non si trattava di un esito disastroso, ma
occorre tener presente che i fascisti in quanto tali non ottennero alcunch
(Bevione e Boselli, anzi, finirono per entrare nel gruppo parlamentare
giolittiano!). Gioda, commentando il responso delle urne, sottolineava il
rovescio subito dalla lista giolittiana e scriveva di brillante risultato**, ma
si trattava di un mero artificio tattico, 0, se vogliamo, di una ben magra
consolazione . su In verit, la sconfitta bruciava e fu anzi loccasione per un
chiarimento allinterno del Fascio di Torino. Si riun l'assemblea generale dei
fascisti torinesi. Gli operai sindacalisti Umberto Lelli e Pilo Ruggeri,
spalleggiati da Gioda, criticarono linvoluzione conservatrice del Fascio,
sostenendo la necessit di un pi stretto rapporto con i lavoratori delle
fabbriche??. Riguardo allalleanza con le destre, Gioda dichiara Per lesattezza,
il Blocco della Vittoria riporta 23.321 voti, contro i 116.409 dei socialisti
unitari, i 38.008 dei popolari, i 21.402 della lista giolittiana dellAratro, i
10.093 del Partito Economico, i 6.547 dellAlleanza Elettorale, e i 1.642 del Partito
Agrario. Per un quadro esauriente dei risultati elettorali nel capoluogo
piemontese v. La Stampa. GIODA, / risultati elettorali ottenuti dal Fascio di
Torino, Il Popolo dItalia, 28 novembre 1919. #5 Cfr. Il Fascio, 20 dicembre
1919. Mi l Pilo Ruggeri, che aveva militato nelle file della USI, era un tipico
rappresentante dell ala operaista del fascismo. Quali fossero le sue
convinzioni ben testimoniato da un suo
discorso al Teatro di Pinerolo, innanzi a una platea composta per lo pi di
socialisti. Nel suo intervento Ruggeri si era prodigato a illustrare l'essenza
rivoluzionaria e proletaria del programma fascista, evidenziandone le
differenze ma anche le affinit con quello socialista, in ci rivelando il timore
comune anche a molti altri fascisti - che una troppo accentuata politica
antisocialista potesse condurre allisolamento del movimento fascista dalle
masse. E significativo del clima politico di quei giorni che, nonostante le
aperture di Ruggeri agli avversari, il comizio si fosse concluso con gravi
incidenti tra fascisti Io stesso propugnai i blocchi a larga base, ma credo che
oggid occorra molta, ma molta circospezione prima di avventurarsi ancora in
altri blocchi, se non vogliamo [...] negare sempre la nostra giovinezza didee e
la nostra combattivit a beneficio dei vecchi partiti e dei vecchi loro
rappresentanti. Nella nuova Commissione Esecutiva del Fascio, eletta subito
dopo, entrarono quattro operai (oltre a Lelli e Ruggeri, Cantinetto e Giraudo)
Lallargamento della base del Fascio - come auspicava Gioda (che fu riconfermato
segretario politico) - avrebbe dovuto favorire la ripresa, in vista di nuovi
cimenti e di pi gagliarde lotte politiche e sociali**. Tuttavia, la decisione
di recuperare spazio e credibilit a sinistra rest senza seguito. Lassenza di
una base reale tra i lavoratori (a fronte di un movimento operaio forte e, a
Torino pi che altrove, schierato su posizioni di avanguardia), le irrisolte
contraddizioni della politica fascista - rese ancor pi stridenti dalla nascita
e dalla diffusione del fascismo agrario - e le resistenze della destra interna,
determinarono la sconfitta (ma sarebbe pi opportuno parlare di mancata
realizzazione) di questo progetto. Nella prima met del 1920 il fascismo
torinese attravers quindi una fase di ristagno, per non dire di vera e propria
crisi, che parve poterne compromettere le sorti, tanto che lunico successo
ottenuto da Gioda in questi mesi fu la costituzione, accanto al Fascio, di una
Avanguardia Studentesca, In occasione di una nuova assemblea generale dei
fascisti torinesi, nel maggio, Gioda pronunzi un importante discorso, che,
sebbene non si discostasse granch da quanto egli professava fin dal 1915,
lasciava presagire un nuovo mutamento di prospettiva politica, nel senso di
unattenuazione delle velleit operaiste. Linsuccesso della linea di sinistra
propugnata da Gioda e il prevalere, in seno al movimento fascista nazionale, di
un indirizzo e socialisti. Cfr. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. Gen. PS,
Affari gen. e ris., 1921, Busta 112 [Fascio di Torino]. 80 Il Fascio, cit. n
Cfr. Il Popolo dItalia, 25 dicembre 1919. Di GiODA, Un appello ai fascisti
torinesi, Ivi. AI riguardo v. EMMA MANA, op. cit., p. 251 ss. 2 bt Avanguardia
Studentesca torinese, nata alla fine di aprile del 1920, era presieduta dallo
studente dingegneria e mutilato di guerra Carmelo Cimino, gi membro della nuova
Commissione Esecutiva del Fascio. Cfr. Il Fascio. Sul fenomeno delle
avanguardie studentesche e, in generale, sui rapporti tra fascismo e
associazionismo giovanile, lopera pi circostanziata rimane quella di NELLO,
L'avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, Roma-Bari, Laterza
marcatamente reazionario, limitavano del resto i margini di manovra del
fascismo torinese. Ancora nellaprile, in risposta della grande agitazione dei
metallurgici (il cosiddetto sciopero delle lancette), un manifestino del
Fascio, vergato a mano da Gioda, invitava gli operai torinesi a rinnegare il
bolscevismo - che aveva corrotto lidea socialista di giustizia e di libert -,
per stringersi fiduciosi intorno ai fascisti, i quali erano per le pi ardite
riforme e le pi audaci rivendicazioni dei lavoratori, purch queste non
significassero la rovina e il sabotaggio degli interessi della Nazione?!. Nel
discorso del maggio laccento si spost (mazzinianamente, potremmo dire) dal
piano dei diritti a quello dei doveri del proletariato, con unaccentuazione dei
temi pi strettamente produttivistici. I fascisti dice Gioda sono delle volont e
delle capacit che seguono direttive senza dogmi e senza battesimi politici. Per
questo sono, alloccorrenza, rivoluzionari e conservatori. Vogliamo tutti i
diritti rivendicati al popolo lavoratore, se questo sa assolvere tutti i suoi
doveri. Un proletariato educato solo al culto del bel vivere una bestia da soma che qualsiasi governo o
classe capitalistica o chiesa politica possono asservire. La questione del
proletariato, invece, un altra cosa. E
una questione innanzitutto di capacit, allinfuori delle ciance rivoluzionarie e
parlamentari. E una questione di volont superiori maturate attraverso
lesperienza produttiva di tutte le energie nazionali? Gioda prese parte al
secondo congresso nazionale fascista, che si riun a Milano, quello della svolta
a destra e della ! ACS, MRF, Esposizione, Busta [Documenti]. Il Fascio, cit. Il
dissidio tra la sua concezione del fascismo, derivante in parte dal suo passato
anarchico e repubblicano, e le ragioni del compromesso (senza per tralasciare
di considerare che la disinvoltura programmatica era un aspetto non secondario
del cosiddetto problemismo fascista), accompagn tutta lopera di Gioda. Durante
ladunata provinciale dei Fasci piemontesi, chebbe luogo a Torino il 27 febbraio
1921, Gioda, commentando la relazione di Umberto Pasella sulla questione
sindacale, difese il principio, in essa affermato, della legittimit dello
sciopero economico anche nei servizi pubblici, essendo lo Stato, molte volte,
un cattivo padrone e un pessimo amministratore. 1 Fasci di combattimento, per
Gioda, non dovevano essere organizzazioni di guardie bianche o comitati di difesa
civile e avevano il dovere di battersi per qualsivoglia riforma, sia pur
audace, quando essa avesse arrecato beneficio ai lavoratori, nel rispetto degli
interessi generali. Riprendendo un concetto caro allala sindacalista del
fascismo, il segretario del Fascio torinese auspic la trasformazione del
movimento politico e sindacale fascista in un unico partito del lavoro. ACS,
MRF, Esposizione, Busta [Documenti]. Sui presupposti ideologici del partito del
lavoro, , pi in generale, sugli orientamenti laburisti allinterno del fascismo.
GENTILE., e soprattutto NELLO, Dino Grandi: la formazione di un leader
fascista, Bologna, Il Mulino, conseguente trasformazione del movimento. Daltro
canto, lingresso di Gioda nel Comitato Centrale dei Fasci, in sostituzione di
De Vecchi, rappresent - come ha sottolineato Felice - lunico successo dellala
sinistra del fascismo. Al riconoscimento di Gioda sul piano nazionale non
corrispose per il rafforzamento della sua leadership nellambito del fascismo
torinese. Alla fine di luglio, anzi, le elezioni per il rinnovo della
Commissione Esecutiva del Fascio videro la netta affermazione della destra. De
Vecchi, chiamato a presiedere la Commissione, accrebbe sensibilmente il proprio
prestigio e la propria influenza, mentre i primi sintomi di una grave malattia
costringevano Gioda a forzati periodi di assenza dalla scena politica
cittadina. Da questo momento, insieme al progressivo dilagare dello squadrismo,
di cui Vecchi seppe essere un abile manovratore, il Fascio di Torino riprese la
sua espansione. Gioda, dal canto suo, recuper il proprio ruolo soltanto a I
nuovi Postulati programmatici del movimento fascista, approvati a Milano,
modificavano radicalmente in senso conservatore - il programma fascista.
Cadevano, tra le altre cose, la pregiudiziale antimonarchica e la richiesta
dellassemblea costituente (lanarchico Ghetti, rappresentante del Fascio di La
Spezia, fu tra i pochi a pronunciarsi per la repubblica). In polemica con il
nuovo corso del fascismo, Marinetti e il gruppo dei futuristi abbandonano il
movimento. Per il resoconto del congresso v. Il Popolo dItalia, e Il Fascio.
Sullintera vicenda v. FELICE, Mussolini il rivoluzionario Cfr. Il Fascio. Il
ritorno in auge di De Vecchi fu senz'altro favorito dalla nuova crisi che colse
il fascismo torinese nella tarda primavera del 1920. Il 12 giugno si era
riunita unassemblea straordinaria del Fascio per decidere circa latteggiamento
da assumere di fronte alla crisi di governo. Caduto il secondo gabinetto Nitti,
si prospettava infatti leventualit di un esecutivo affidato a Giolitti: una
soluzione che trovava il pieno consenso di Mussolini. Nel corso dellassemblea,
che raggiunse toni drammatici, Gioda si disse assolutamente contrario a ogni
intesa con i giolittiani, definendo uningiuria alla nazione vittoriosa il
rientro sulla scena nazionale delluomo politico di Dronero, e minacciando
addirittura di dimettersi qualora i fascisti di Torino avessero dato il loro
assenso alla linea mussoliniana (cfr. Movimentata assemblea generale del Fascio
di Combattimento di Torino Un ordine del giorno contro Giolitti, Il Fascio). Di
fronte alle resistenze incontrate allinterno del Fascio e, soprattutto, di
froni. alla risolutezza dei vertici del movimento, decisi a perseguire laccordo
con Giolitti, Gioda si rese conto che la sua posizione non aveva alcuna
possibilit di affermarsi. Quindi, dietro sollecitazione di Umberto Pasella, si
decise a convocare la nuova assemblea generale che avrebbe portato al rinnovo
della Commissione Esecutiva. Su questi avvenimenti v. MANA. Con loccupazione
delle fabbriche, che ebbe il suo epicentro proprio a Torino, le violenze
fasciste si moltiplicarono. Le imponenti agitazioni operaie del settembre
contribuirono a legare il fascismo torinese agli ambienti del grande capitale (che
si erano visti minacciare nei setter cirrretricdatietnttittztt sac, allorch
assunse la direzione del nuovo settimanale del fascismo torinese: Il Maglio.
Rocca: il fascismo come nuova lite AI congresso fascista di Milano assistette
anche Massimo Rocca. Le sue conclusioni non dovettero dispiacergli, se vero - come ha lasciato scritto - che egli
non si era entusiasmato alloriginario programma sansepolcrista, giudicandolo
troppo impeciato di socialismo. Ma Rocca, sia pur attento osservatore delle
traversie del fascismo, era ancora prevalentemente un giornalista. Inizia le
pubblicazioni la rivista settimanale Il Risorgimento. Lintendimento della
redazione, guidata dal conte Arrivabene, ex direttore de La Perseveranza, era
chiaro: occupare lo spazio lasciato vuoto dal vecchio quotidiano milanese dopo
la sua conversione al nittismo, fare un giornale che riflettesse le idee e le
aspirazioni della borghesia conservatrice. Poich Rocca ne divenne uno dei pi
continui e pi stimati collaboratori, le credenziali dellex novatore anarchico
quale neofita del liberalismo ne uscirono senz'altro irrobustite. Sulle pagine
de Il Risorgimento Rocca riprese la polemica adriatica. E indispensabile
ritornare sullargomento, perch fu proprio su tale delicata questione che si
venne realizzando lincontro definitivo tra Rocca e Mussolini. Inizialmente,
Rocca parve non recedere dalla sua intransigenza, scagliandosi contro la Lissa
diplomatica, cui, a suo parere, la politica dei rinunciatari avrebbe condotto
il Paese. Quasi nello stesso tempo, tuttavia, prese ad emergere, dai suoi
scritti, una posizione diversa, pi conciliante e realistica. Di fronte alle
mille difficolt frapposte dagli Alleati e dalla Jugoslavia alle rivendicazioni
italiane, Rocca si persuase che la sola via loro interessi e non si sentivano
adeguatamente tutelati dal Governo), con ovvi benefici sul iano dei
finanziamenti e del sostegno politico e organizzativo. Il Maglio, fondato dal
capitano Pietro Gorgolini, aveva iniziato le pubblicazioni nel gennaio,
evolvendo dal quotidiano La Patria, un foglio interventista vicino ai
nazionalisti. Per lesattezza, Gioda ne eredit la direzione a partire dal sesto
numero, inaugurando la rubrica Senza guanti (che usava firmare con il vecchio
pseudonimo lAmico di Vautrin), una finestra polemica sulla realt nazionale e
cittadina che lo vide impegnato in schermaglie a distanza con la stampa
avversaria, in particolare con Ordine Nuovo, organo del PCdI torinese. 9
Massimo Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura TANCREDI, La lingua
nostra, Il Risorgimento, Milano, duscita fosse quella dellapplicazione
integrale del patto di Londra del 1915. Consapevole che ci sarebbe equivalso a
rinunciare a Fiume, Rocca (che pure aveva avuto una breve esperienza come
legionario dannunziano) ! si disse convinto che la citt, confinante con
un'Italia signora del Carso, delle Alpi Giulie, dellIstria e dell Adriatico, si
sarebbe sentita infinitamente pi forte, che se fosse stata abbandonata, senza
continuit territoriale, ad una larva di sovranit italiana'. Dopo lavvenuta
autoproclamazione di Fiume in stato indipendente, Rocca si rafforz nella
convinzione che lItalia non dovesse legare i propri destini a quelli della citt
martire. In un articolo gli elogi di prammatica al coraggio e alla fede della
popolazione fiumana non bastavano a celare il disappunto per il colpo' di mano
dAnnunzio. Noi - scrive Rocca - rimaniamo convinti e tenaci fautori
dellannessione di Fiume allItalia. Ma non abbiamo mai nascosto ai fiumani che,
oggi, lItalia non pu contemporaneamente annettere la citt del Quarnaro e
realizzare il Patto di Londra: anzi, che nella nostra lotta diplomatica in
difesa dell Adriatico e contro gli Alleati, leroica passione di Fiume pi dimpaccio che daiuto. Il giudizio lusinghiero
riservato da Rocca alla Carta del Carnaro (contemplante in effetti alcune delle
soluzioni da lui stesso auspicate sul piano dellordinamento politico), non ne
scalfiva lopinione che la reggenza dannunziana costituisse un serio ostacolo
alle aspirazioni internazionali dellItalia. Lambizioso esperimento fiumano era,
in ogni caso, votato al fallimento. Il Trattato di Rapallo, stipulato 100 a i d
n sudo Hi Hi 6 u Pi Rocca, giunto a Fiume subito dopo la marcia di Ronchi, vi
era rimasto per circa tre mesi, durante i quali aveva gestito lufficio di
propaganda estera di DAnnunzio. A Fiume si erano ritrovati anche altri
anarchici interventisti, fra i quali Mazzucato e Malusardi. !! LiBeRO TANCREDI,
La sfda di Nitti, Il Risorgimento, 20 maggio 1920. !2 Ip., L'Adriatico e
l'Europa. In particolare, Rocca disse di apprezzare che nella carta dannunziana
(redatta dAmbris e messa in bello stile dAnnunzio) fosse sancito il dovere di
produrre, quale requisito fondamentale per il godimento dei diritti politici. A
parte questo, egli condivideva labolizione del Senato e listituzione di un
camera tecnica, espressione delle diverse corporazioni professionali. Le
corporazioni, secondo Rocca, erano l'istituto fondamentale, il solo in grado di
raccogliere e disciplinare le masse e di dar loro una norma e unidea. (ID., La
costituzione di Fiume). Nondimeno, al di l delle convergenze formali, il
produttivismo meritocratico e sostanzialmente conservatore di Massimo Rocca
differiva in modo profondo dal sindacalismo integrale deambrisiano. Sulla
costituzione fiumana si veda La Carta del Carnaro nei testi dAmbris e
d'Annunzio, a cura di Felice, Bologna, Il Mulino, eli ita tra lItalia e la
Jugoslavia auspice il governo Giolitti, inflisse un duro colpo alle velleit
indipendentiste del comandante. In due suoi interventi su Il Popolo dItalia,
scritti a ridosso dellaccordo italo-jugoslavo, Mussolini mostr di accettare
sostanzialmente lesito dei negoziati!. Si trattava di una mossa a sorpresa,
spregiudicata, frutto di un preciso calcolo politico (in questo modo il duce
avrebbe realizzato il suo inserimento nel gioco politico-parlamentare a livello
nazionale) ', che disorient la maggior parte dei fascisti ma trov consenziente
Massimo Rocca. Il Comitato Centrale dei Fasci di combattimento si riun per
discutere della questione. Rocca, presente come semplice osservatore (e perci
senza diritto di voto), si schier apertamente dalla parte di Mussolini, imitato
dal solo Rossi. Il Trattato di Rapallo - dice Rocca - risolveva il problema
adriatico dal lato di terra, mentre lasciava insoluta la questione dell
Adriatico centrale e meridionale. Riguardo a questultimo punto, il suo parere
era che i fascisti dovessero far buon viso a cattiva sorte, senza perdersi in
uno sterile massimalismo e soprattutto senza assecondare improbabili disegni di
sedizione militare. Non si trattava - sostenne ancora Rocca riecheggiando le
tesi espresse negli articoli di Mussolini! - solo di una ragione di opportunit,
in quanto il problema marittimo per lItalia non si fermava all Adriatico, ed
era quindi uno sbaglio ostinarsi a considerare Fiume e la costa Dalmata come
lunico obiettivo. Occorreva guardare oltre, avere una visione pi ampia dei
problemi di politica estera. O noi concluse Rocca con una provocazione -
riusciamo ad essere i padroni dItalia e facciamo la politica interna ed esterna
che ci piace, oppure persuadiamoci che impiantare una politica estera armata
accanto a quella ufficiale, senza essere capaci di annullare quella ufficiale,
potrebbe forse essere un male gravissimo MuSSOLINI, L'accordo di Rapallo, Il Popolo
dItalia, 12 novembre 1920, e Ci che rimane e ci che verr, . Su questi fatti v.
FELICE, Mussolini il rivoluzionario. Gioda, che avrebbe dovuto rappresentare
Torino, era assente in quanto ammalato e fu sostituito da De Vecchi. Cfr. La
discussione e il voto dei Fasci italiani di combattimento. Il Fascismo innalza
la bandiera della Dalmazia Italiana, Il Popolo dItalia, Gli italiani scrive
Mussolini nel suo fondo non devono ipnotizzarsi sullAdriatico. C' anche se non
ci inganniamo un vasto mare di cui l'Adriatico
un modesto golfo e che si chiama Mediterraneo, nel quale le possibilit
vive dellespansione italiana sono fortissime. La discussione e il voto dei
Fasci italiani di combattimento, cit. Dopo accese discussioni, la riunione
termin con lapprovazione di un ordine del giorno unitario, largamente
compromissorio, che, se snaturava completamente la primitiva mozione di
Mussolini! apparendo come un successo della corrente filo-dannunziana, in realt
non andava oltre una generica dichiarazione di solidariet a D'Annunzio e non
comprometteva affatto la strategia del duce, come gli avvenimenti delle
settimane successive, culminati con il non intervento fascista in occasione del
Natale di sangue, avrebbero ampiamente dimostrato. Il giorno dopo la riunione
del Comitato Centrale, Rocca scrisse a Mussolini di non aver votato contro
lordine del giorno (come aveva fatto Rossi) solo in quanto non ne aveva
legalmente diritto, riconfermando la propria solidariet al duce. Da quel giorno
Rocca entra a pieno titolo nei ranghi del fascismo. Non soltanto, infatti,
riprese la collaborazione con Il Popolo dItalia (per il momento continuando ad
occuparsi del problema adriatico, sempre nellottica mussoliniana) !'?, ma inizi
lascesa politica che, nel giro di pochi mesi, lo avrebbe portato ai vertici del
movimento. D'altronde, le idee di Rocca si rispecchiavano ormai in gran parte
nella nuova fisionomia assunta dal fascismo allindomani del congresso di
Milano. Col tempo, infatti, egli era andato sviluppando posizioni sempre pi
conservatrici. Nella sua riflessione, le ragioni immediate del difficile
momento politico ed economico attraversato dallItalia andavano rintracciate,
oltre che nellignavia e nellincapacit dei suoi governanti, nellirresponsabilit
delle classi operaie. Queste, incapaci di assolvere ai propri doveri e dedite
allo sperpero, erano schiave di un socialismo degenere, alfiere di un
gaudentismo sfarzoso e gastronomico"!. Da qui - secondo Rocca - il
dilagare degli scioperi, quasi sempre ingiustificati; subdole manovre politiche
che mettevano a repentaglio lintegrit della produzione. A fronte di tutto
questo, una borghesia laboriosa, avente il dovere di resistere e di FELICE,
Mussolini il rivoluzionario 1 intesa italo-jugoslava - recita lordine del
giorno ispirato dalla destra fascista (Pietro Marsich, De Vecchi, ecc.) - era
insufficiente per Fiume, nonch deficiente ed inaccettabile per la Dalmazia. !!!
Il Popolo dItalia !2 gi vedano, in modo particolare, gli articoli Dopo Rapallo.
Il problema terrestre e quello marittimo, e Il trattato di Rapallo, pubblicati
dal giornale di Mussolini il 18 e il 25 novembre 1920. Questi e altri scritti
di analogo contenuto furono raccolti da Rocca in un volume dal titolo //
trattato di Rapallo: una pagina di storia ancora aperta, stampato a Milano
nellestate del 1921 per le edizioni de Il Popolo dItalia. !!3 Massimo Rocca, La
crisi maggiore, Il Risorgimento Gli articoli citati facevano parte delle
rubrica Pagine economiche, di cui Rocca
il principale curatore. vincere"!, ma troppo spesso paralizzata
dalla bassezza dei ceti dirigenti, burocratici e parassitari, assolutamente non
in grado di comprendere i fenomeni sociali ed economici del regime
capitalistico industriale!!5. Il nodo ultimo della crisi italiana risiedeva
pertanto, a detta di Rocca, nella perdurante e anacronistica separazione netta
fra la casta burocratica e la classe borghese, e nella sopraffazione della
prima sulla seconda, mentre leconomia andava sempre pi controllando la
politica, fino ad imprimerle le sue necessit e direttive '!. A questo stato di
cose occorreva rispondere con la rivoluzione della competenza: la rivoluzione
della classe borghese. La borghesia produttiva, la sola capace di gestire con
criteri tecnico- produttivi tanto il potere economico quanto il potere
politico, aveva lobbligo morale di realizzare un rivolgimento aristocratico
della societ italiana. Solo cos, contro ogni utopia egalitaria, le leve del
comando effettivo sarebbero tornate in mano ai migliori, anzich ai molti, ai
capaci e ai competenti. Alla borghesia, finalmente consapevole della propria
autorit, sarebbe spettato il compito, altrettanto impegnativo, di cooptare in
questo processo la parte migliore e pi responsabile del proletariato. In attesa
che ci avvenisse, Rocca suggeriva una serie di provvedimenti che, a suo modo di
vedere, avrebbero dovuto correggere le storture del sistema economico, a
cominciare dalla privatizzazione dei servizi essenziali. Se si vuole che si
lavori scriveva Rocca - bisogna tornare allo stimolo dellinteresse e del
puntiglio individuale, alla precisione ed allaccrescimento delle responsabilit
singole, a misura che i diritti e gli stipendi aumentano; allabolizione
radicale dei privilegi di cui godono i funzionari pubblici!!8, Dopo
loccupazione delle fabbriche, Rocca giunse a invocare ferree misure draconiane
contro gli eccessi del bolscevismo!". Il primo obiettivo di un governo che
avesse a cuore le sorti della nazione doveva essere quello di reintegrare il
pieno dominio della legge, senza indulgere a pietismi TANCREDI, Scioperi politici.
L'articolo in questione fu scritto da Rocca a seguito della vertenza dei
metallurgici torinesi. ROCCA, La crisi maggiore, ID., La disperazione dei
servizi pubblici, si In seguito, Rocca torn pi di una volta sulla convenienza
di restituire ai privati lesercizio dei servizi essenziali (si veda, a titolo
di esempio, larticolo / servizi che non servono il pubblico). La
privatizzazione avrebbe costituito uno dei cardini del programma economico
fascista, elaborato da Rocca con Corgini. Cfr, ID., La vertenza dei
metallurgici, democratici. Come si rileva da un articolo Rocca pensa a una
qualche forma di dittatura; a un uomo nuovo, che avesse gi fornito prova di
volont e di giustizia, il quale avrebbe potuto far cessare lorgia di tutti i
disordini. Non chiaro se egli si
riferisse direttamente a Mussolini, ma
molto probabile. E comunque significativo - come si evince da quello
stesso articolo - che Rocca ritene lassunzione dei pieni poteri una soluzione
eccezionale, destinata a rientrare una volta passata lemergenza bolscevica.
Allo stesso modo egli giustificava lo squadrismo, ma solo in quanto strumento
temporaneo dellazione politica fascista, utile a frenare le prepotenze e le
intemperanze dei rossi, Quando la violenza fosse diventata la consuetudine,
erigendosi a sistema, Rocca non avrebbe indugiato - come fece - nello
schierarsi anche contro lestremismo squadristico, in difesa della legalit. Non
riteniamo esservi contraddizione nel diverso atteggiamento - di legittimazione
e di condanna - assunto da Rocca nei confronti dello squadrismo prima e dopo la
marcia su Roma. Certamente, egli non seppe o non volle vedere la gratuit e la
scelleratezza delle violenze fasciste del periodo eroico, e, in senso pi ampio,
che quelle violenze erano il frutto di una visione totalitaria della lotta
politica, visione connaturata allessenza stessa del fascismo, che nello
squadrismo (e prima ancora nella mentalit squadristica, esprimente non soltanto
un disegno rivoluzionario ma, spesso, un ri verso la vita in generale) aveva il
proprio stile politico qualificante; ma occorre tener presente che Rocca si
poneva, appunto, dallangolo visuale del fascismo, vale a dire da una
prospettiva di parte, prigioniero di quella che potremmo definire sindrome da
guerra civile. Da uomo di parte, Rocca riteneva che la violenza delle camicie
nere fosse la risposta pi che legittima alla violenza antinazionale dei i Ip.,
Per una via d'uscita (0 reagire 0 abdicare), Ibidem, 21 ottobre 1920. In un
commento a margine dellassalto a Palazzo DAccursio guidato dalla sua ex guardia
del corpo Arpinati, Rocca espresse chiaramente il proprio punto di vista sullo
squadrismo. I fascisti scrisse costituiscono oggi un comodo paravento per
scusare alle masse linanit anche della violenza [...]. E costituiscono anche un
pietoso alibi per giustificare, di fronte alla borghesia non morta ed al codice
penale non ancora abolito, una propaganda ed unazione da veri delinquenti.
Ma troppo noto che, senza i fascisti, la
violenza delle masse abbrutite ad arte si scatenerebbe pi indisturbata e non
meno atroce (Ip., Bologna, Sulla violenza come aspetto caratterizzante della
cultura e dellazione politica fascista v. il fascicolo n. 6, 1982, di Storia
Contemporanea, per la maggior parte dedicato allargomento, particolarmente il
saggio di NELLO, La violenza fascista ovvero dello squadrismo
nazionalrivoluzionario, Dello stesso autore v. anche le riflessioni in merito
contenute in L'avanguardismo giovanile alle origini del fascismo, cit., e
Liberalismo, democrazia e fascismo. Il caso di Pisa, Pisa, Giardini, pussisti.
Ci non toglie che egli, dopo lascesa al potere di Mussolini, reputando esser
venute meno, con la sconfitta dei socialcomunisti, le ragioni dello squadrismo,
fosse in buona fede nel denunciare il perdurare dellillegalit fascista. Rocca
consolida la sua gi rilevante posizione allinterno del movimento fascista. Un
suo articolo in difesa della monarchia, scritto sotto pseudonimo per il
giornale di Mussolini, contribu a rinfocolare il dibattito circa lorientamento
istituzionale del fascismo. I fascisti - sostenne Rocca - dovevano schierarsi a
tutela dellistituto monarchico, non solo per motivi di opportunit strategica
(una rivoluzione repubblicana avrebbe infatti rimesso in gioco le forze del
sovversivismo, a tutto danno degli equilibri interni del Paese e del fascismo
stesso), ma anche in ossequio a pi complesse valutazioni politiche (monarchico
di ragionamento, si autodefine Rocca molti anni dopo) 1a, che investivano
lintero assetto della realt nazionale. La societ economica e politica che va
sotto lappellativo convenzionale di borghese - scrive Rocca - si capovolta nel suo contenuto produttivo ed
ideologico. Economicamente essa
sindacalista e non pi individualista: tanto che leconomia tende ad
assorbire la politica, compresa quella estera. Se una rivoluzione matura oggigiorno, nel senso di rinnovamento
urgente e non di rissa da arena diurna,
quella che sostituisca, in tutto o in parte, con un colpo di forza se
divenisse indispensabile, la tecnica e i tecnici, borghesi ed operai, e gli
organismi sindacali e tecnici, alla burocrazia, ai politicanti, ai demagoghi.
La funzione dei Parlamenti oggi
totalmente diversa da quella di cent'anni or sono. Allora essi erano le
rappresentanze genuine, non ancora corrotte [...], di nuove /ites in cui il
popolo rispecchiava se stesso. Oggi il Parlamento [...] diventato pur esso una casta chiusa [...] non
meno delle pi diffamate monarchie. E allora resta da chiedersi se alle
minoranze giovani e volitive della Nazione convenga meglio aver di fronte una
sola casta, quella parlamentare, o non sia meglio averne due, cio anche quella
monarchica, per usare delluna qual mezzo di controllo e di pressione
sull'altra. ROCCA, La realt italiana, ABC. ALTAVILLA, Repubblica e monarchia,
Il Popolo dItalia (anche in ROCCA, /dee sul fascismo). L'articolo di Rocca,
scritto in forma di lettera a Mussolini, fa parte della rubrica Orientamenti e
discussioni, inaugurata da Il Popolo dItalia in previsione delle adunate
regionali dei Fasci. Le adunate, convocate dal Comitato Centrale del movimento
nel gennaio, avrebbero dovuto fare il punto sullo stato del fascismo nelle
diverse regioni e dettare le linee orientative dellazione politica fascista per
il nuovo anno. La questione istituzionale, su cui era incentrata una relazione
introduttiva di Cesare Rossi (le altre, curate rispettivamente da Gaetano
Polverelli, Pietro Marsich, Mussolini e Pasella, concernevano il problema
agrario, i A prescindere dai cenni di natura tecnico-politica, ci che ancora
una volta emergeva da queste frasi era il contenuto fortemente elitario della
riflessione di Rocca. Non deve perci stupire pi di tanto il fatto che egli,
dopo aver rivalutato il ruolo della borghesia produttiva come classe dirigente,
riscoprisse il carattere esclusivo della tradizione monarchica (cos come, pi
tardi, avrebbe riscoperto limportanza etica del cattolicesimo) Del resto, in un
articolo dello stesso periodo, ricco dimplicazioni psicologiche e di
riferimenti autobiografici pi o meno espliciti, Rocca espresse il convincimento
che l'elevazione umana fosse sempre un fenomeno parziale, dindividui singoli o
di piccoli gruppi, e che lascesa e l'emancipazione, come la istruzione, fossero
sempre, e per nove decimi, unauto-ascesa, unauto-emancipazione, un
auto-insegnamento. Era dunque necessario - chiude Rocca (con parole dalle quali
traluceva in modo inequivocabile la matrice individualista della sua cultura
politica) - tornare agli individui e farla finita una volta per sempre con il
culto demagogico della massa. Malusardi: il mito del fascismo libertario Il
1921 vide inoltre lingresso nelle fila fasciste di Malusardi. Conclusa una
breve militanza nell Associazione Nazionale Combattenti!?, rapporti con lo
stato, la politica estera e il movimento sindacale), costituiva uno dei punti chiave
del dibattito interno. La riunione dei Fasci lombardi, cui prese parte anche
Rocca, ebbe luogo al Teatro Lirico di Milano il 20 febbraio (cfr. La grandiosa
adunata lombarda dei Fasci i
combattimento, Il Popolo dItalia. ROCCA, Una questione da non risolvere, Il
Risorgimento. La questione menzionata nel titolo era quella romana, che Rocca
riteneva non dovesse essere risolta, nellinteresse dItalia e dello stesso
papato, altrimenti destinato a smarrire il proprio carattere di universalit.
Larticolo conteneva un giudizio altamente positivo della funzione storica e
persino politica del cattolicesimo. L'attenzione di Rocca per la Chiesa e la
dottrina cattolica crebbe notevolmente negli anni a venire. E probabile che
questinteresse fosse da attribuirsi ad unautentica conversione personale;
tuttavia, come vedremo meglio in seguito, Rocca pare interessato al
cattolicesimo pi e altro come a un elemento di autorit e di disciplina
interiore. te ID., Quarto e quinto stato. La seconda parte di questo lungo
articolo comparve sul numero successivo della rivista, il 3 marzo. In esso
Rocca ribadiva lidea che fosse doveroso, oltre che utile, educare il
proletariato, cos da poterne estrarre un nucleo scelto, un/ite responsabile in
grado di cooperare con la borghesia alla gestione della produzione. Spintovi
dalla passione trincerista, Malusardi adere entusiasticamente all ANC (per
qualche tempo ricoprendo la carica di redattore capo de L'Eco della Vittoria,
organo della sezione monzese di quella organizzazione), salvo abbandonarla in
margine al Congresso nazionale di Napoli perch contrario ai ventilati propositi
di trasformazione Malusardi aveva intrapreso una saltuaria collaborazione con
Il Fascio e (come si ricava dalle cronache di quello stesso giornale) una
altrettanto frammentaria attivit di propagandista per conto del Comitato
Centrale fascista, prima di partire alla volta di Fiume, dove era stato
designato a dirigere la Camera del Lavoro dannunziana'*. Chiusa anche
quellesperienza Malusardi giunse a Verona, chiamatovi da Italo Bresciani,
segretario politico del locale Fascio di combattimento (nonch ex
anarcointerventista) ', noto per rappresentare lala di estrema sinistra del
fascismo veneto. Bresciani, che conosceva e apprezzava le doti di organizzatore
di Malusardi, gli affid lincarico di segretario propagandista del Fascio. La
scelta si rivel azzeccata, poich lanarchico lodigiano riusc ad imprimere al
fascismo veronese non solo un maggior dinamismo, ma anche una maggior visibilit
politica. Come prima cosa Malusardi dette vita a un giornale (Audacia), che
doveva immediatamente segnalarsi per il carattere battagliero, contribuendo al
graduale inserimento del Fascio nella realt scaligera. Egli, in particolare, vi
affin le proprie qualit giornalistiche, rispolverando tra laltro una rubrica
dei tempi de La Guerra Sociale (Foglie dortica), che divenne un punto di
riferimento importante nella dialettica politica cittadina. Come si detto, Malusardi proveniva da Fiume: tra i
suoi valori di riferimento, accanto alla fede repubblicana e a confuse (ma
autentiche e mai rinnegate) aspirazioni libertarie, retaggio della sua
militanza anarchica, si trovavano dunque la Carta del Carnaro e il sindacalismo
nazionale di Corridoni il suo compagno di trincea - e Alceste De Ambris. Nel
Fascio veronese, dellAssociazione in partito. A parte i suoi articoli per LEco
della Vittoria, per lo pi improntati al tema dellapoliticit del movimento
combattentistico, lattivit di Malusardi in seno all ANC non agevolmente documentabile. Anche sulle date
dellarrivo e della permanenza di Malusardi a Fiume vi incertezza. Il Fascio riporta un avviso ai
Segretari e Fiduciari dei Fasci e delle Avanguardie e a tutti coloro che
avevano occasione di corrispondere con la Segreteria Politica, annunciando che
Malusardi non ricopriva pi lincarico di segretario propagandista del Comitato
Centrale, in quanto, gi da qualche giorno, si trovava a Fiume. Nella citt
olocausta Malusardi diresse altres il foglio sindacalista La Conquista, del
quale non ci stato possibile reperire
una collezione (lo stesso Felice, dal cui Sindacalismo rivoluzionario e
fiumanesimo nel carteggio De Ambris-D'Annunzio traiamo questa informazione,
cita da fonte indiretta). n Bresciani, classe 1890, gi convinto militante
anarchico, fra i promotori del Fascio
veronese di azione internazionalista. Cfr. ACS, CPC, Busta [Bresciani]. Cenni
alla formazione sindacalista di Malusardi si trovano in MALUSARDI, Elementi di
storia del sindacalismo fascista, Torino, Stabilimento Tipografico Artistico
Commerciale, PIPTREIPPRRA \PPPTPOT VOTO PIPE PP PPIPT OP. POPRPOTTI TO RPPARE
PP decisamente orientato a sinistra, Malusardi trov lambiente ideale per
portare avanti le proprie idee. Si riun a Venezia ladunata regionale dei Fasci
del Veneto". Alla presenza, tra gli altri, del segretario generale del
movimento Umberto Pasella e del vecchio compagno Massimo Rocca, Malusardi ebbe
modo di esporre il proprio programma. Riguardo alla controversia
repubblica/monarchia, egli formul lauspicio che i fascisti si facessero
portavoce di un fiero atteggiamento antimonarchico. La monarchia sabauda afferm
aveva tradito in pi di unoccasione: prima della guerra perch favorevole al
parecchio giolittiano, durante perch colpevolmente latitante, dopo perch
sostenitrice della politica rinunciataria di Cagoja Nitti, a Fiume perch
complice della repressione sanguinosa dellinsurrezione dannunziana'. Noi, che
siamo repubblicani e libertari concluse Malusardi - in determinati momenti
avremmo, quando il governo non agiva e lItalia sembrava essere gettata nel
caos, accettata anche una dittatura monarchica [...]. Ma quando una monarchia
esiste solo di nome ed avalla tutte le infamie che si commettono nel suo nome,
non per noi che un anacronismo inutile e
ingombrante! AI termine della discussione, Malusardi e Bresciani presentarono
un ordine del giorno repubblicano, che raccolse per soltanto nove voti (quanti
erano i delegati del Fascio veronese), contro gli oltre venti ottenuti da una
mozione Pasella, rivendicante il carattere antidogmatico e antipregiudiziale
del fascismo in materia di regime. sulla
questione sindacale, cui egli era particolarmente sensibile, che Malusardi
ottenne i maggiori riconoscimenti. In quei mesi il problema dellorganizzazione
sindacale era oggetto delle preoccupazioni della dirigenza fascista. Nel
novembre del 1920 era sorta infatti la Confederazione Italiana dei Sindacati
Economici (CISE), che raccoglieva i piccoli sindacati autonomi, dispirazione
fascista pi o meno accentuata, operanti - come si usava dire - sul terreno
nazionale!*. Il nodo gordiano dellintera vicenda, Per Ja cronaca v. La grande
adunata fascista di Venezia, Audacia Si noti la determinazione con cui
Malusardi teneva a precisare lessenza libertaria del proprio fascismo Pi n toda
re: 4 det H rado In occasione delle grandi agitazioni dei postelegrafonici e
dei ferrovieri, il fascismo aveva assunto un atteggiamento decisamente
anti-operaio. Poich la UIL, il sindacato interventista, aveva invece appoggiato
gli scioperi, i fascisti ritennero giunto il che avrebbe a lungo condizionato
gli sviluppi del sindacalismo fascista, era se lazione sindacale dovesse avere
natura politica oppure apolitica, vale a dire se i Sindacati Economici
dovessero agire in stretto accordo con i Fasci di combattimento, seguendone i
programmi e le direttive; 0, al contrario, se dovessero essere svincolati dalla
tutela del fascismo, liberi, perci, di agire nel campo delle rivendicazioni del
lavoro con la pi ampia autonomia. Nel suo intervento al convegno veneziano,
Pasella afferma che i fasci dovevano ostacolare con ogni mezzo gli scioperi nei
servizi pubblici. Malusardi - facendo cos intendere quale fosse il proprio
pensiero riguardo ai Sindacati Economici - gli oppose che le lotte del lavoro
andavano valutate caso per caso. Infatti rileva -, se i fascisti avevano il
dovere di contrastare gli scioperi dichiaratamente politici, non dovevano per
opporsi alle legittime richieste dei lavoratori, quando questi reclamavano un
pi ampio diritto alla vita, e quando le loro aspirazioni potevano essere
armonizzate con gli interessi superiori della Nazione. Le preoccupazioni
operaiste di Malusardi si rivelarono ancor pi manifestamente allorch egli
dichiar che, quando i lavoratori avessero saputo dimostrare una capacit tecnica
intellettuale ed una preparazione morale superiore agli attuali dirigenti delle
fabbriche e delle officine, i fascisti (che non dovevano essere la guardia
bianca di una classe, ma i difensori della Nazione) avrebbero dovuto
riconoscere loro il diritto di gestire direttamente il frutto del proprio
lavoro!. L'ordine del giorno votato dalladunata accolse le tesi di Malusardi,
anche nella parte relativa agli scioperi nel pubblico impiego, riguardo ai
quali recita - i fascisti, pur non condividendoli in linea di principio, si
sarebbero riservati di prendere posizione volta per volta, in base alle
circostanze. Anche in materia di politica estera, Malusardi prese nettamente le
distanze dalla linea ufficiale del movimento. Egli, che era stato testimone del
Natale di sangue, non poteva ammettere che i fascisti avessero abbandonato
D'Annunzio al suo destino. Perci, pur dichiarando -la propria stima a
Mussolini, Malusardi tenne a precisare di non indulgere ad alcuna forma di
momento di misurarsi direttamente nel campo dellorganizzazione del lavoro. I
nuclei sindacali fascisti trovarono il loro modello in quelle formazioni
indipendenti, per lo pi di modeste dimensioni, che, sorte numerose dopo la
guerra, si proclamavano apolitiche. Il primo sindacato autonomo di marca
fascista, il Sindacato Economico Ferrovieri, si form a Roma il 16 febbraio,
dalla fusione dell Associazione Movimentisti e del Fascio Ferrovieri. In ordine
a questi argomenti v. principalmente CORDOVA, Le origini dei sindacati
fascisti, Roma-Bari, Laterza, e ERFETTI, // sindacalismo fascista. Dalle origini
alla vigilia dello stato corporativo, Roma, Bonacci, La grande adunata fascista
di Venezia, feticismo e non esit a rimproverare al duce di aver ingiustamente
sacrificato Fiume sullaltare della ragion di stato. Le prese di posizione di
Malusardi alladunata di Venezia gli valsero severe critiche da parte sia di
Pasella, sia di Freddi (il segretario generale delle Avanguardie studentesche),
che gli rimproverarono di fare della demagogia. In un fondo per Audacia
Malusardi, quasi lusingato di aver suscitato tanta apprensione nei piani alti
del fascismo, replic ai suoi detrattori con queste parole: Freddi e Pasella
hanno chiamato il mio discorso demagogico. E un aggettivo che non mi spaventa,
quando penso poi che dai su citati
prodigalmente distribuito a tutti coloro che si permettono di pensare
con la propria testa Riaffiora - come si pu notare - lo spirito polemico che
aveva contraddistinto il giovane anarchico nei giorni dellinterventismo;
riaffiora, soprattutto, lorgoglio individualista, la presunzione di sentirsi |
fuori dal gregge, senza curarsi (ma anzi compiacendosi) di essere tacciato come
eretico. Pochi giorni dopo le sue dichiarazioni su Audacia, Malusardi comunque indotto a dimettersi dalla carica di
segretario propagandista del Fascio di Verona. L'assemblea generale dei soci,
tuttavia, riunitasi durgenza, respinse allunanimit le sue dimissioni". I
fascisti veronesi apparivano compatti intorno a Malusardi, e non avrebbero
mancato di dimostrarlo, gi in occasione dellappuntamento elettorale. Queste
affermazioni di Malusardi sul feticcio Mussolini rimandano significativamente a
quanto Rocca ebbe a scrivere sul rapporto tra gli anarchici interventisti e il
fascismo. Per provare poi annota Rocca - che non tutti i primi fascisti erano
mussoliniani, basta ricordare gli anarchici che entrarono nel movimento, quasi
tutti, e che non furono pochi; io solo ne conosco una trentina. La maggior
parte si dedic allorganizzazione operaia, come Malusardi ed altri. Degli
anarchici di cui mi ricordo nessuno
stato squadrista, nessuno entr nel partito dopo la marcia su Roma,
parecchi anzi si ritirarono prima o subito dopo il delitto Matteotti. Si
trattava di gente disposta a servire la Patria o unidea, ma non ad incensare un
uomo; la mentalit di questi anarchici era lantitesi di quella dei socialisti
passati al fascismo. I primi non conoscevano lintransigenza settaria dei
secondi: ma possedevano una coscienza morale solida e indipendente (MASSIMO,
Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura MALUSARDI, /n margine alladunata,
Audacia, cit. L'Assemblea generale del fascio Veronese. Una manifestazione di
simpatia al nostro direttore. Dalle elezioni alla marcia su Roma Le
consultazioni generali, merc linclusione dei Fasci di combattimento nei
cosiddetti Blocchi Nazionali, realizzarono lingresso del fascismo nel cuore
della vita politica e parlamentare italiana. Una riunione straordinaria del
Comitato Centrale dei Fasci (presente anche Mario Gioda) ratific la decisione
che Mussolini aveva preso gi da tempo - di dar corpo ad un'intesa elettorale
con le altre forze nazionali. Il giorno successivo, a unassemblea del Fascio
milanese, Massimo Rocca difese la legittimit di quella scelta. Non colpa nostra dice se quei perfetti reazionari
che sono i socialisti e i comunisti malgrado il rosso di cui sincipriano, ci
hanno imposto di scegliere fra lItalia com, con certe sue caste dirigenti e le
incapacit e le brutture che ne derivano, e la rovina completa della Nazione,
sul tipo di quella toccata alla Russia. La nostra scelta dunque doverosa, anche se non lieta: salvare
ad ogni costo, in qualunque modo lItalia. Per sia ben chiaro con questo che noi
non rinunciamo a nulla delle nostre idee e del nostro programma conservatore e
rinnovatore nello stesso tempo. Soprattutto non rinunciamo alla nostra lotta
contro la propriet e il capitale improduttivo, quando tale veramente e non secondo le ciarle dei
demagoghi, mentre rendiamo giustizia a tutte le forze produttive della Nazione.
Non rinunciamo alla lotta contro la burocrazia parassitaria [...] n contro lo
Stato a tipo puramente parlamentare-burocratico, incapace di adempiere le
funzioni di cui sincarica, mentre lega le mani alle energie private,
individuali e collettive, capaci di esercitarle con utilit e convenienza! Del
pari, a Torino, Gioda acconsent a sostenere la politica bloccarda,
giustificando lintesa elettorale tra fascismo e liberalismo con lesigenza di
salvare lItalia dal pericolo bolscevico'. Nondimeno, la formazione del Cfr. /
Fasci di Combattimento per la costituzione dei Blocchi Nazionali, Il Popolo
dItalia Su questi punti v. soprattutto FELICE, Mussolini il fascista. La
conquista del potere, Torino, Einaudi, 1! n Popolo dItalia, Rocca riprende
questi concetti in un saggio per Il Maglio, intitolato Arrestare la
dissoluzione. La decisione del Fascio milanese fu salutata con soddisfazione
dalle forze liberali (cfr. Il programma dei fascisti e l'adesione al Blocco, Il
Corriere della Sera. Cfr. Movimentata Assemblea del Fascio di Torino per i
Blocchi Nazionali, Il Popolo d'Italia. Nel corso dell'assemblea generale dei
soci del Fascio, riunitasi sabato 9 aprile, Gioda fatic a imporre la linea
della collaborazione elettorale. Alle perplessit della sinistra interna che (Ai
li A A ici Blocco Nazionale nel capoluogo piemontese si rivel tutt'altro che
agevole. I fascisti torinesi inaugurano la campagna elettorale con un comizio
di Rocca. Gioda annunci lavvenuto raggiungimento di un accordo di massima -
sulla base di alcune condizioni poste dai fascisti!" - tra il Fascio di
combattimento, l'Associazione Nazionalista, 1 Associazione Radicale, il Partito
Socialriformista, 1 Associazione Arditi, il Sindacato Economico Ferrovieri e
l'Associazione Nazionale dei Combattenti. Il segretario del Fascio lasci
trapelare la possibilit che il Blocco comprendesse anche l'Associazione
Liberale Democratica, tenendo per a sottolineare come la fermezza
antigiolittiana dovesse rimanere il criterio orientativo dellazione politica
fascista. Ora, era evidente che trattare con i giolittiani dell Associazione
Liberale. Democratica e, contemporaneamente, pretendere di fare
dellantigiolittismo, era un controsenso, tanto pi a Torino, dove un Blocco che
prescindesse dal sostegno di Giolitti aveva scarse probabilit di affermarsi ed
era perci nellinteresse dei fascisti non tirare troppo la corda. Il 21 aprile,
a conclusione di un negoziato che lo stesso Gioda defin penoso e difficile, si
giunse alla costituzione del Blocco, con linclusione dell Associazione Liberale
Democratica. Cos, non soltanto i fascisti accantonarono ogni remora
antigiolittiana, ma, nonostante Gioda lamentasse lingerenza immorale da parte
del Governo, il Fascio accolse il veto imposto dal Presidente del Consiglio
alla candidatura dellex parlamentare radicale Edoardo Giretti in favore del
responsabile dellUfficio i egli personalmente condivide riguardo allopportunit
di far blocco anche con gli odiati giolittiani, il segretario oppose la
necessit di far fronte allavanzata delle forze antinazionali i e, riprendendo
un concetto proprio dellimpostazione antidogmatica del fascismo, rivendic il
carattere aperto del Fascio, che non doveva conoscere n radicali, n liberali, n
anarchici, | ma solo fascisti, uniti nellinteresse del Paese (// Fascio di
Torino prende posizione nella lotta elettorale, Il Maglio Cfr. ] Fascisti
iniziano la lotta elettorale a Torino, Il Popolo dItalia, 15 aprile 1921, e Un
poderoso discorso di Libero Tancredi, Il Maglio, 16 aprile 1921. Rocca si
dimostr, come di consueto, un instancabile propagandista. Il giorno dopo
lapparizione torinese fu infatti a Milano, tra i principali oratori al comizio
inaugurale della campagna elettorale fascista (cfr. Il primo comizio elettorale
a Milano, Il Popolo dItalia). Queste prevedevano: schede elettorali con il
Fascio dei Littori; un programma che comprendesse la valorizzazione della
guerra e della vittoria, lassistenza ai combattenti, la tutela dellitalianit
allestero; il riconoscimento dellopera di salvamento nazionale compiuta dai
Fasci di Combattimento; uomini nuovi e di fede per le candidature; la difesa e
la valorizzazione dellimpresa fiumana e dalmata; la lista bloccata GIODA, Un
primo accordo fra i vari partiti a Torino. Sar possibile il blocchissimo"?
Trattative e moniti. Stampa presidenziale, Luigi Ambrosini". Nel Blocco
erano compresi unici candidati fascisti Vecchi e Rocca, che fa cos il suo
ingresso nella lotta elettorale. Dove la linea bloccarda incontra fortissime
resistenze fu a Verona. Il 10 aprile, nel corso della prima riunione dei Fasci
e dei Nuclei fascisti della provincia, Edoardo Malusardi fece intendere che i
fascisti veronesi non avrebbero rinnegato le loro origini rivoluzionarie e non
si sarebbero compromessi in unalleanza elettorale con le forze della borghesia
moderata e monarchica". Nonostante i ripetuti inviti al dialogo da parte
dello schieramento governativo (lorgano del liberalismo veronese, arriv a
definire l'eventuale accordo con i fascisti una necessit sacra) , il Fascio di
Verona si attenne alla linea indicata da Malusardi e disert il Blocco. Cos,
unico caso in Italia, nel collegio Verona/Vicenza i fascisti presentarono una
lista autonoma!. Va detto che Mussolini non neg il proprio assenso
alloperazione e che anzi, in una lettera aperta ai fascisti di quel collegio,
si congratul con loro per aver agito fascisticamente, giacch, ove mancavano
certe elementari condizioni di probit politica, occorreva non bloccare ma
sbloccare. Cfr. Ibidem. pl so Giretti fu costretto a rinunziare al suo posto in
lista per non compromettere la formazione e Blocco (cfr. MARIO GIODA, Una
nobile rinuncia dell'On. Giretti). la candidatura di Rocca particolarmente spinta da Gioda. Rocca
scrisse questultimo, presentando lamico agli elettori torinesi stato un novatore e un divinatore. Ha veduto
chiaramente il futuro quando tutti brancicavano nel buio. Per questo Stato scomunicato quale eretico dai pontefici
rivoluzionari (ID., Il Blocco Nazionale a Torino. I candidati fascisti). Cfr. Audacia A questo proposito v. anche /
fascisti veronesi lotteranno da soli, Il Popolo dItalia. I DTA 148 La
costituzione del Blocco Nazionale raggiunta a Verona. Contro il comune nemico:
fascisti a voi!, Arena, 24 aprile 1921. : i fo La composizione della lista
appariva comunque nettamente orientata a destra. Eccezion fatta per Italo
Bresciani e il ferroviere Michele Costantini, ne facevano parte il generale
Umberto Zamboni, gli agrari conte Giuseppe Serenelli e Cesare Piovene, lex
parlamentare Giberto Arrivabene (uno dei fondatori del Fascio Parlamentare del
1917) e il professor Alberto De Stefani (che risult lunico eletto). Cfr.
Audacia i 150 11 Popolo dItalia, 3 maggio 1921 (la lettera di Mussolini, datata
29 aprile, si trova anche in MussoLINI, Opera omnia, a cura di SUSMEL (si veda)
e SUSMEL (si veda) Susmel, Firenze, La Fenice). Mussolini si reca a Verona per
la campagna elettorale e riconferm l'apprezzamento per la decisione dei
fascisti veronesi di affrontare da soli il cimento delle urne. Cfr. Il Popolo
dItalia. Rocca figura dunque candidato fascista a Torino. La Giunta Esecutiva
del Blocco Nazionale per la circoscrizione Milano/Pavia decise di candidarlo
anche in quel collegio", in quanto egli - come scrisse Il Popolo dItalia -
conferiva un tono e un colore patriottico e passionale alla listay. Rocca
espone le linee del suo programma elettorale a cavallo tra laprile e il maggio,
in una serie di articoli per Il Risorgimento. Nel primo di essi (importante
soprattutto alla luce di ci che sarebbero stati i Gruppi di Competenza) Rocca
riprendeva unidea a lui cara: quella della riforma tecnocratica della
rappresentanza parlamentare. Una riforma seria e duratura scrive - dovrebbe
consistere nel riconoscere limpossibilit della politica astratta, limmoralit
parassitaria dei politicanti puri, e nel sostituire loro i valori fondamentali
che leconomia addita attraverso le sue organizzazioni, di ceto, di mestiere.
Distinguere gli uomini per quello che fanno e non per quello che dicono; e
quindi togliere alle mandrie elettorali lincarico di eleggere chi sa parlare,
mentire e intrigare di pi, per affidarlo alle collettivit ed ai nuclei organizzati
sulla base di unattivit specifica a profitto della vita sociale, attivit alla
quale soltanto i veramente capaci possono eccellere. Sarebbe possibile allora
che industriali e operai e scienziati e artisti autentici prendessero parte
alla Vita pubblica, occupandosi ciascuno delle questioni in cui competente: e i Parlamenti tecnici cos
formati conoscerebbero meglio il lavoro fecondo e pratico e meno le
disquisizioni politiche mascheranti i settarismi e i puntigli. A questo
intervento ne seguirono altri, pi specifici (una sorta di vera e propria
piattaforma elettorale in tre parti), nei quali Rocca suggellava i princpi
fondanti del suo rinnovato credo politico: libert economica, decentramento,
rispetto della legge. Leconomia liberista - argomentava Rocca nel primo di
questi articoli programmatici - veniva accusata di essere caotica, anarchica,
antisociale ed egoista, ma ci non rispondeva a verit, poich il vero liberismo
non si risolveva nellindividualismo fine a se stesso. Esso, infatti, trascende
e comprende tanto lindividualismo quanto il collettivismo; racchiudeva, cio,
tutti i sistemi di vita, tutte le forme economiche (tranne le improduttive), di
volta in volta selezionate e messe in atto dalla societ umana. In altri
termini, il liberismo era l'economia spontanea di per se stessa. Per questo
motivo, tornare al liberismo significava, n pi n meno, tornare all'economia
naturale della vita Cir. / candidati per il Blocco, Il Corriere della Sera. ne
Il Popolo dItalia ROCCA, La riforma fondamentale, Il Risorgimentosociale, al
libero dispiegarsi di tutte le energie economiche!'. Le affermazioni di Rocca
in materia economica, come del resto lintero suo pensiero, avevano ormai un
evidente contenuto conservatore, e, in questo senso, non v dubbio che la sua
propaganda contribuisse a rassicurare i ceti moderati sulle buone intenzioni
del fascismo. E per interessante vedere quanto anche la concezione liberista di
Massimo Rocca (soprattutto Ja definizione del liberismo come organizzazione
spontanea della vita economica) discendesse almeno in parte dalla formazione
anarco- individualista del suo ideatore. Del pari, la naturale ostilit
anarchica verso lo stato e, in generale, verso ogni potere accentratore, pareva
emergere l dove Rocca, nella seconda parte del suo manifesto elettorale,
additava la necessit del decentramento amministrativo e politico quale
condizione essenziale per una maggiore libert e una miglior gestione delle
risorse nazionali. Nel terzo ed ultimo articolo, infine, Rocca affrontava la
questione della legalit. La legalit scriveva - era requisito imprescindibile
per un corretto esercizio della libert, la quale, se svincolata da regole e da
limiti preordinati, si risolveva in un non senso, una negazione di se medesima,
attraverso larbitrio individuale e il disordine generale. LItalia, quindi, non
sarebbe stata realmente libera fintanto che non fosse stata restaurata la
disciplina, in tutti i settori della vita civile e politica: disciplina di
governo, di vita pubblica, di nazione, di vita privata. Disciplina era anche
sinonimo di gerarchia; infatti - sosteneva Rocca - bisognava ripristinare Ia
gerarchia in ogni campo, affinch il valore cosciente tornasse a primeggiare sul
numero. Larticolo terminava con lauspicio che finalmente, in Italia, fosse
ristabilita la legge contro tutti !59, i Simili affermazioni imponevano
equanimit di giudizio; imponevano, in altre parole, che quella stessa legge che
egli pretendeva applicata contro gli scioperanti socialcomunisti, valesse anche
nei confronti delle camicie nere. In futuro - come si accenna - Rocca non
avrebbe esitato a prendere posizione contro la perdurante illegalit fascista;
ma allora anchegli riteneva che lo squadrismo fosse uno strumento pi che
legittimo di lotta politica. Cos, ad appena due giorni di distanza dal suo
articolo su Il Risorgimento, commentando un gravissimo episodio di Ritorno
all'economia) y Tornare al liberalismo era anche il titolo di una conferenza
tenuta da Rocca il 6 maggio nei locali dellAssociazione Commercianti
Industriali Esercenti di Milano (cfr. Il Popolo d'Italia ROCCA, Ritorno alla
semplicit, Il Risorgimento. Ritorno alla disciplina. a A mm PPTIPONI violenza
fascista a Torino (lassalto e la devastazione della Casa del Popolo), Rocca lo
defin una sacrosanta vendetta contro il dispotismo comunista, dopo mesi e mesi
di longanimit!?. In circostanze misteriose, loperaio fascista Odone assassinato da un militante comunista.
Allalba del giorno seguente, bande armate di fascisti prendeno dassalto la Casa
del Popolo. Nel terribile conflitto che ne segue restarono gravemente feriti
tre comunisti e un studente fascista di Reggio Emilia, Maramotti, che muore
poco dopo in ospedale. La Casa del Popolo e i locali annessi, invasi dai
fascisti, sono prima completamente devastati, poi incendiati. Gli squadristi -
riporta La Stampa - impedirono ai vigili del fuoco di avvicinarsi alle fiamme e
gli edifici andarono quasi del tutto distrutti. I danni provocati dallassalto
fascista sono stimati intorno ad un milione di lire!. Nei giorni successivi,
lautorit giudiziaria ordina il fermo di nove fascisti, tra i quali il
segretario della sezione torinese dellAssociazione Arditi, Bruno Ricolfi,
mentre gli stessi Gioda e Vecchi sono denunciati con laccusa distigazione e
complicit morale (senza peraltro che la denuncia sorte alcun effetto). Non affatto chiaro se Gioda coinvolto nella decisione di assaltare la
Casa del Popolo (la spedizione - a quanto rifere il Prefetto di Torino Taddei al
Ministero organizzata prontamente e nel
massimo riserbo), ma appare evidente dal suo comportamento di quei giorni come
anch'egli, al pari di Rocca, fosse prigioniero di un equivoco di fondo: quello
di considerare la violenza un ll Che cosa
gi il controllo operaio a Torino, Il Popolo dItalia. Cfr. Operaio
fascista e mutilato di guerra ucciso da un comunista, La Stampa Per le versioni
di parte fascista e comunista v. rispettivamente Giona, Un fascista mutilato di
guerra assassinato da un comunista a Torino, Il Popolo dItalia, 27 aprile 1921,
e Tragico epilogo di una rappresaglia fascista, L'Ordine Nuovo Cfr. La funesta
notte e le sue conseguenze, La Stampa L'organo del PCdI torinese rifer che le
guardie regie di presidio alla Casa del Popolo (quaranta, secondo i documenti
di PS), non solo non avevano ostacolato gli assalitori, ma gli avevano persino
assecondati (cfr. Come stata incendiata
e saccheggiata la Casa del Lavoro di Torino, L'Ordine Nuovo). Il comportamento
delle guardie regie fu oggetto, nei mesi seguenti all'episodio, di una lunga polemica.
Un'apposita inchiesta, voluta dallenergico Prefetto Paolo Taddei, escluse che i
militari avessero preso le parti degli squadristi, ma accert altres - come lo
stesso Taddei scrisse al Ministro in data 6 luglio - la deplorevole negligenza
degli ufficiali preposti al servizio dordine, dimostratisi incapaci di
fronteggiare adeguatamente e con fermezza danimo loffensiva fascista. ACS,
MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., Busta 112 [Fascio di
Torino]. Cfr. Il Popolo dItalia. !0! ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI, Dir. Gen. PS,
Affari gen. e ris., cit, aspetto importante ma tutto sommato transitorio
(quindi, in un certo senso, accessorio) del fascismo, mentre essa ne era un
elemento coessenziale imprescindibile, oltre che difficilmente addomesticabile.
Un esempio di questo ambivalente stato danimo si trae da un articolo di Gioda
di poco precedente ai fatti narrati. In esso, commentando l'aggressione subita
da GRAMSCI (si veda) ad opera di alcuni squadristi, il segretario del Fascio
torinese define sacrosante le ritorsioni fasciste contro le vili imboscate e la
violenza liberticida dei pussisti, ma, al contempo, vivamente deplora
quellepisodio, del quale non comprende la necessit. Nel caso poi della
drammatica rappresaglia alla Casa del Popolo, Gioda mostr, almeno allapparenza,
di non averne intesa la reale portata politica, allorch ebbe a dichiarare,
contro levidenza dei fatti, che essa aveva avuto natura anticomunista ma non
antiproletaria tout couri n Fino a che punto Gioda fosse consapevole della
contraddittoriet della propria posizione non
dato sapere, ma certo che egli
non aveva la forza sufficiente per opporsi ad uno stato di cose che sfuggiva
ormai al suo controllo, costringendolo ad improbabili equilibrismi. Allindomani
della prova elettorale (che vide il fascismo conquistare 35 seggi alla Camera)
16, un quotidiano romano pubblic una lunga intervista a Mussolini. Alla domanda
se i neo deputati fascisti avrebbero o no preso parte alla seduta inaugurale
della XXVI Legislatura alla presenza di re Vittorio Emanuele III, il duce risponde.
IL FASCISMO NON HA PREGIUDIZIALI MONARCHICHE O REPUBBLICANE -- ma tendenzialmente repubblicano. In ci
differenziandosi nettamente dai nazionalisti, che sono GRAMSCI (si veda) aggredito alluscita dalla sede di one Nuovo.
Il leader comunista non sube in realt alcuna violenza, mentre lardito del polo
Torrero, accorso in suo aiuto, resta gravemente ferito. Cfr. Ibidem. GIODA, in
tema di violenza, Il Popolo dItalia. E Che Gioda non nutre molta simpatia per
gleccessi degli squadristi me provato
dallimpegno che egli mise nel cercare di frenarne le intemperanze nel pesi c
pipa Lo recrudescenza dello squadrismo torinese, ossia nei mesi immediatamente
precedenti i pe fo pacificazione. Alla fine di giugno, ad esempio, dopo un
ennesimo cruento scontro i fascis e comunisti, Gioda, rivolgendosi direttamente
alle camicie nere, rilev ! urgenza li ata fine una buona volta a quella fosca
teoria di violenze, destinata ad attizzare MEA odio olitico (ID., Un monito
opportuno dopo una lotta sanguinosa, Ibidem, ! luglio 1921). to Ip., Un rilievo
opportuno dopo l'incendio vendicativo. Rocca non eletto. Soltanto 18 su 28 candidati a Milano,
con 5.897 voti di preferenza (cfr. Il Corriere della Sera, 24 maggio 1921),
ottenne un miglior risultato in FERIRE 35,282 voti a Torino citt e 88.670
nellintera circoscrizione (cfr. La Stampa). pregiudizialmente e semplicemente
monarchici. Il gruppo fascista si asterr ufficialmente dal prendere parte alla
seduta reale!$ Le dichiarazioni filo repubblicane di Mussolini scossero
profondamente tutto lambiente fascista. Dinanzi al putiferio da esse suscitato
in molti Fasci, stabilito di rimandare
ogni decisione in merito a una riunione congiunta dei deputati fascisti, dei
membri del Comitato Centrale e dei segretari delle Federazioni regionali, al
Teatro Lirico di Milano. Tra i Fasci dove la questione ha un'eco maggiore vi
sono quello di Verona e quello di Torino. Un editoriale di Audacia (poi
rivendicato da Malusardi) fa giungere a Mussolini il consenso dei fascisti
veronesi. Loriginario programma fascista - vi si legge - quello di piazza San
Sepolcro, intransigentemente repubblicano,
stato purtroppo messo in disparte, mentre giunto il momento di rinverdire lo spirito
rivoluzionario del fascismo. Le dure apostrofi dellorgano fascista destano viva
apprensione neglambienti moderati di Verona, al punto che, rispondendo
allarticolo di Audacia, il liberale Carli lascia addirittura intendere che la
borghesia veronese non esita a difendersi con le armi da uneventuale
insurrezione repubblicana fascista. Lassemblea generale del Fascio si chiude
con lunanime approvazione di un ordine del giorno Malusardi. Il Fascio Veronese
di Combattimento recita il documento - richiamandosi alle origini eterodosse
del fascismo, qui nel veronese mai smentite, dichiara la propria incondizionata
solidariet con Mussolini nella tanto dibattuta questione della tendenzialit
repubblicana e riafferma essere inconcepibile che i fascisti facciano parte
anche di altri partiti. Dopo che la riunione milanese del 2 giugno, protrattasi
fino al giorno successivo, si fu risolta in un nuovo compromesso (una soluzione
molto confusa e contraddittoria, secondo la definizione di Felice Il Giornale
dItalia, L'intervista a Mussolini fu riprodotta anche da Il Popolo dItalia
Sulle conseguenze dellintervista di Mussolini v. FELICE, Mussolini il fascista,
Cfr. NOI, Cose a posto, Audacia, CARLI, Difendo il Re, Arena, Audacia, FELICE,
Mussolini il fascista, che eludeva lessenza del problema, Malusardi non nascose
il proprio malumore e manifest la speranza che il prossimo congresso nazionale
sciogliesse definitivamente il nodo dellindirizzo istituzionale del fascismo.
E? ora di finirla scrisse tra laltro di vedere e liberaloni e nazionalisti e
rancidi conservatori insinuarsi nelle nostre file collunico scopo di
rimorchiare al loro partito il nostro movimento. Ed ora di finirla anche con questi Fasci Agrari
o dOrdine, che snaturano il nostro programma e mascherano gretti interessi
individuali o di classe!?. La vicenda ebbe conseguenze assai pi traumatiche a
Torino, dove port a un nuovo aspro scontro tra Gioda e De Vecchi. Quest'ultimo,
infatti, in unintervista rilasciata a un quotidiano locale, dichiar che i
deputati fascisti del Piemonte avrebbero senz'altro presenziato alla seduta
reale. Per testimoniare il proprio dissenso da De Vecchi, Mario Gioda si dimise
dalla carica di segretario politico del Fascio di Torino e dalla direzione de
Il Maglio'. La Commissione Esecutiva del Fascio, riunitasi il giorno seguente,
ne rigett tuttavia le dimissioni, inviando altres un voto di piena, assoluta
solidariet al duce. In un articolo di commento alla vicenda, Gioda, rinfrancato
dalle risoluzioni della Commissione Esecutiva, si lasci andare a valutazioni
ottimistiche. Nessuno scrisse - aveva il diritto di meravigliarsi per la
professione di fede repubblicana fatta da Mussolini. Ben pi strano, infatti,
sarebbe stato se il fascismo, il giorno dopo le elezioni, fosse diventato tanto
opportunista da velare, o tacere, o sorvolare su una delle sue principali
caratteristiche; quella, cio, di essere un movimento tendenzialmente
repubblicano. L'intervista del duce - secondo Gioda - era giunta a proposito,
cos da smontare una volta per sempre la favola di un fascismo antiproletario e
incatenato al servizio della borghesia agraria e Lordine del giorno approvava
loperato di Mussolini e decretava la nascita del gruppo parlamentare fascista,
riproponendo in sostanza la tesi della non partecipazione alla seduta reale, ma
non faceva menzione della questione istituzionale. MALUSARDI, Vogliamo il
congresso nazionale!, Audacia. Cfr. La Gazzetta del popolo. Nel corso di un
comizio al teatro Trianon per la ricorrenza dellentrata in guerra dellItalia,
il futuro quadrumviro riconferma quanto dichiarato il giorno prima al
quotidiano torinese (cfr. Il Popolo dItalia). Nelle sue memorie, De Vecchi si
compiacer di ricordare che Gioda, nellascoltarne il discorso, era diventato
sempre pi pallido, finch, esasperato, aveva abbandonato anzitempo il teatro
(cfr. VECCHI). Cfr. Il Popolo dItalia, cit. In conseguenza dellabbandono di
Gioda Il Maglio sospese le pubblicazioni per quasi un mese. Cfr. Il Popolo
dItalia, industriale', Tornava dunque a mostrarsi la vecchia anima repubblicana
e libertaria di Mario Gioda, e non v dubbio che egli fosse in buona fede.
Ciononostante, le sue posizioni non trovavano corrispondenza nella situazione
generale del fascismo, sul piano locale come su quello nazionale, ed erano,
perci, fatalmente destinate a soccombere. Il giorno prima della prevista
riunione di Milano ebbe luogo lassemblea del Fascio di Torino. Essa - riferiva
la cronaca, stranamente non edulcorata, de Il Popolo dItalia - si risolse in un
duello personale tra Gioda e De Vecchi. Soltanto al termine di un affannoso
dibattito fu licenziato un ordine del giorno anodino (sottolineante il
carattere unitario del programma politico fascista) che, in definitiva, suonava
come unattenuazione della linea intransigente sostenuta da Gioda'. La riunione
al Teatro Lirico, nel corso del quale De Vecchi non manc di fare una manifestazione
di fede monarchica!?8, conferm la vittoria dellindirizzo moderato. A distanza
di pochi giorni De Vecchi prese liniziativa - del tutto personale - di
convocare un vertice dei segretari dei Fasci piemontesi. Gioda non rispose
allinvito e non si rec allincontro. Fu invece presente Umberto Pasella, che
riusc a far passare una mozione rivendicante il pi assoluto agnosticismo in
materia di regime. L'assemblea confer a De Vecchi lincarico di designare il
nuovo direttore de Il Maglio e la scelta, comera logico, cadde su un uomo di
sua fiducia, lavv. Ruella' Torna a riunirsi la Commissione Esecutiva del Fascio
torinese. Gioda si dimise per la seconda volta, lasciando capire di non aver
intenzione di recedere dalla propria decisione'*. Dieci giorni pi tardi,
unennesima assemblea straordinaria dei soci del Fascio | provvide
allinsediamento di una nuova Commissione Esecutiva'*, che a sua volta,
riunitasi il 4 luglio, design segretario politico un altro fedelissimo di De
Vecchi, il capitano Aurelio, di Novara, gi comandante della legione dalmata a
Fiume Gioda appariva sconfitto su tutti fronti. Nel giro di un | la disciplina
fascista, Allassemblea del Fascio torinese prese parte anche Massimo Rocca,
senza tuttavia intervenire nella discussione. LOI imponente convegno fascista a
Milano. Cfr. Il Maglio Cfr. Il Popolo dItalia La segreteria del Fascio di
Torino fu assunta in via provvisoria dal capitano degli arditi Mario Gobbi.
Cfr. Il Maglio, e Il Popolo dItalia, I membri della Commissione Esecutiva
furono portati da cinque a sei. Cfr. Il Maglio, GIODA, Le dichiarazioni di
Mussolini e la speculazione idiota degli avversari. Per mese, tuttavia, merc i
contrasti suscitati dal patto di pacificazione nel frattempo stipulato con i
socialisti, la situazione mut ancora una volta. Il 6 agosto, a riprova della
gravit della crisi, Il Maglio interruppe nuovamente le pubblicazioni (le
avrebbe riprese soltanto il 26 novembre). Trascorsa una settimana, Gioda fu
richiamato alla segreteria del Fascio, quindi, lassemblea generale fascisti
torinesi vot la nomina di unaltra Commissione Esecutiva. La sterzata a destra
coinvolse, almeno in parte, anche Edoardo Malusardi. Si svolge unadunata
provinciale straordinaria dei Fasci e dei Nuclei fascisti del veronese. Al
centro del dibattito, una volta ancora, il tema dei Sindacati Economici. Alla
tesi facente capo a Giuseppe Serenelli, contraria alla costituzione di detti
sindacati, e a quella di Alessandro Melchiori, favorevole alla formazione di
organizzazioni sindacali ad autonomia ridotta, si oppose lidea di Malusardi,
per il quale, mentre la prima rivelava chiaramente la qualit di agrario del suo
suggeritore, la seconda era troppo generica e parimenti inaccettabile. Secondo
Malusardi, il fascismo doveva adottare il programma di sindacalismo integrale
contenuto nel testamento politico di Filippo Corridoni". Ma la grande
novit delladunata furono le dimissioni di Malusardi dal suo doppio incarico
allinterno del Fascio veronese, per motivi di salute e non politici. Al
riguardo mancano purtroppo notizie certe, ma non da escludere che la sua decisione, anzich a
ragioni contingenti, fosse dovuta a pressioni esterne, pi o meno indirette.
Daltra parte, leggendo il saluto indirizzato da Malusardi ai suoi lettori,
l'impressione che se ne trae quella di
un uomo tuttaltro che dimesso; un uomo che si sentiva ingiustamente messo da
parte e che, persuaso della bont dei propri convincimenti, riaffermava la
propria indipendenza di giudizio. Su tutta questa vicenda v. MANA. Melchiori (a
lungo segretario politico del Fascio di Brescia) aveva gi espresso il proprio
punto di vista in un precedente intervento su Audacia. I sindacati - aveva
rilevato - dovevano mantenersi il pi possibile indipendenti, ma, al tempo.
stesso, non potevano rinunciare al sostegno e alla protezione del fascismo, se
necessario anche contro gli stessi interessi padronali. Come fino ad oggi aveva
scritto Melchiori - i nostri camions sono serviti per punire i calunniatori del
fascismo, essi serviranno per prelevare a domicilio quei proprietari che
volessero ad ogni costo andare contro corrente. MELCHIORI, Costituiamo i
Sindacati Economici, Audacia). Alla fine dei lavori ladunata approv un ordine
del giorno, formulato da Italo Bresciani dintesa con il presidente
dellassemblea Salvatore Stefanini (membro del Comitato Centrale), per la
costituzione, anche nel veronese, di Sindacati Economici nazionali, aventi
autonomia finanziaria e politica. Ho sempre pensato scriveva Malusardi - come
meglio mi parso. Non ho mai avuto alcun
feticcio. Ho sempre preso il bello ed il buono da qualunque parte venissero.
Perch io non sono di quelli che marciano sulle rotaie dellanchilosi cerebrale
che i partiti e le chiesuole hanno portato su tutte le contrade. Sempre ho
irriso, anzi, a tutte le botteghe multicori politiche che pretendono daver la
privativa dellinfallibilit. E interessante, in questa lunga confessione di
Malusardi, il modo in cui egli tornava ad illustrare la propria concezione
sindacalista. Il tono e i contenuti - come si pu vedere - non erano granch mutati
dai tempi de LAgitatore. Bench sono [sic] orgogliosamente individualista
affermava - fui tra le masse lavoratrici e per esse lottai, pugnai di persona.
Non perch io credessi o creda nella elevazione collettiva della massa [...], ma
per staccare da essa delle individualit e delle minoranze intelligenti e
volitive, capaci dinnalzarsi realmente ad un pi alto livello di comprendonio e
di personalit. Poich io non dimentico che la storia sempre stata scritta dagli individui e dalle
minoranze. Il sindacalismo, quale io lo intendo
individualista ed una realt
avveniristica nella quale predomina il mito della singola responsabilit. Il
sindacalismo logicamente per un continuo
superamento e per il massimo imborghesimento; il socialismo ed il comunismo
statali rappresentano invece il livellamento e la massima proletarizzazione di
tutti!8* Infine, Malusardi rilasciava una dichiarazione dallevidente sapore
programmatico.lo non sar mai per il conservatorume rancido e vilissimo che,
passata la bufera bolscevica, spazzata via dal salutare vento fascista, si riverniciato a nuovo e pretende rimerchiare
la nostra gagliarda giovinezza. Io sono orgoglioso, anzi, di aver molto
contribuito a mantenere al fascismo veronese la sua caratteristica sbarazzina e
ardita, tanto da essere chiamato la punta estrema del movimento fascista! n
definitiva, lallontanamento di Malusardi da Verona - cui fece seguito il suo
temporaneo esilio in provincia - pareva dettato, pi che da cattive condizioni di
salute, da valutazioni di opportunit ambientale. Egli, del resto, non abbandon
affatto lattivit politica. Al congresso provinciale MALUSARDI, Commiato A
seguito delle dimissioni di Malusardi la direzione di Audacia fu ereditata da
Grancelli. fascista, Malusardi infatti
presente in rappresentanza dei piccoli Fasci di Legnago e di Cologna Veneta,
figurando altres quale segretario generale della Federazione fascista
intermandamentale del basso veronese. In quel frangente egli si fece promotore
di una mozione favorevole al patto di pacificazione, da poco stipulato con i
socialisti, per ragioni di ordine nazionale'. L'ordine del giorno Malusardi fu
approvato con 14 voti a favore, il doppio di quelli ottenuti da una proposta di
Bernini, del Fascio di Verona, per laccettazione condizionata del patto. Ci
sembra significativo che, proprio nel momento in cui il Fascio veronese
manifestava al riguardo molte perplessit, Malusardi appoggiasse la strategia
distensiva di Mussolini. Senz'altro, com anche possibile desumere dalle sue
future prese di posizione in tema di violenza, Malusardi riconosceva il bisogno
di una tregua darmi con le sinistre (la sua intransigenza sui principi non
dev'essere confusa con lestremismo squadristico), ma anche presumibile che egli mirasse in parte a
recuperare credito agli occhi delle gerarchie!, Tra lagosto e il settembre,
Malusardi simpegn in unintensa opera di propaganda a sostegno del patto di
pacificazione, girando tutta la provincia di Verona, con esiti confortanti.
Contemporaneamente riprese a collaborare con Audacia, di cui riassunse la
direzione, poco tempo prima del III congresso nazionale fascista Favorevole
alla tregua con i socialisti si era detto anche Massimo Rocca, bench, in un
articolo di poco precedente alla firma del patto, egli avesse espresso forti
dubbi circa la tenuta di un eventuale accordo, soprattutto nelle zone, come
l'Emilia Romagna, dove la lotta politica aveva raggiunto la massima asprezza
(cfr. Massimo Rocca, Per la pace interna, Il Risorgimento). Dopo che laccordo
fu denunciato - in conseguenza dei gravi incidenti scoppiati al margine de! III
congresso nazionale fascista -, Rocca attribu la responsabilit del suo
fallimento ai socialcomunisti (cfr. Ip., La commedia di una pacificazione Su
tutte le questioni connesse al patto di pacificazione v. FELICE, Mussolini il
fascista. Audacia A questo proposito, il responsabile per la propaganda del
Comitato Centrale, mentre rimproverava a Grancelli e agli altri dirigenti del
Fascio di Verona, il loro semplicismo politico, si disse piacevolmente sorpreso
che l'ex anarchico Malusardi condividesse liniziativa di Mussolini per la
pacificazione (MARINONI, Dopo il Congresso Provinciale). In preparazione
dellassise nazionale di Roma, i Fasci del veronese si radunano a congresso. Tra
i temi dibattuti, oltre a quello dellannunciata trasformazione del movimento in
partito (che avrebbe dominato i lavori dell Augusteo ), vi fu nuovamente quello
dei Sindacati Economici. Infatti, dopo la nascita e la diffusione dei Gruppi
dei ferrovieri fascisti, organismi di categoria dipendenti dai Fasci, che
lasciavano intravedere la possibilit di un sindacalismo integralmente fascista,
si andava vieppi riconsiderando la funzione dei Sindacati Economici, la cui
pretesa apoliticit era ormai oggetto delle critiche di autorevoli Il congresso
fascista, che si riun al Teatro Augusteo di Roma tra il 7 e il 10 novembre
1921, ebbe tra i suoi maggiori protagonisti Massimo Rocca. Questi si prepar
allappuntamento con una serie di articoli dindubbio interesse, nei quali per la
prima volta in modo compiuto - formul la sua proposta per un fascismo liberale.
Nellopinione di Rocca, i Fasci avrebbero dovuto essere un movimento di lite, di
avanguardia politica e ideale, come lo era stata la Destra storica cavouriana.
La vita politica italiana, costretta in avvilenti compromessi, aveva bisogno di
un eccesso di spiritualit, tale da bilanciare leccesso di politicantismo
mercantile che la sommergeva; e solo una destra rinnovata, che avesse saputo
riappropriarsi della cultura e dello spirito del vecchio liberalismo piemontese,
avrebbe potuto svolgere questo compito di equilibrio e di correzione. In quella
tradizione risiedeva del resto un grande insegnamento realistico e morale dal
quale il fascismo non avrebbe potuto prescindere, vale a dire che non le masse,
ma le minoranze rinnovavano il mondo e che il progresso consisteva nel
succedersi di aristocrazie libere'. I fascisti - Rocca non ne dubitava -
avevano le carte in regola per guidare quest'opera di rinnovamento della destra
italiana, ma dovevano prima definirsi come forza politica. Il fascismo,
infatti, era nato prevalentemente ad opera di sovversivi, alcuni dei quali non
avevano mai del tutto rotto i ponti con il proprio passato. Erano coloro che
difendevano la pregiudiziale repubblicana e i Sindacati Economici (forse Rocca
pensava agli amici Gioda e Malusardi) e rappresentavano la tendenza
filoproletaria del movimento: una tendenza, sia pur degna del massimo rispetto,
che rischiava di ripetere gli errori storici della sinistra, plasmando una
sorta di demagogia fascista, non meno deprecabile di quella socialcomunista.
Sul versante contrario, Rocca poneva esponenti della gerarchia fascista, da
Bianchi a Grandi, da Rocca allo stesso Mussolini (su questi punti v. CORDOVA).
Al congresso veronese Malusardi si pronunci contro la costituzione di sindacati
prettamente fascisti e difese il principio dellapoliticit dellazione sindacale
(la tesi patrocinata a livello nazionale da Edmondo Rossoni). I sindacati di
partito, rilev Malusardi, avrebbero ostacolato lunit di tutte le forze
sindacali nazionali, ch'egli riteneva indispensabile, anche per contrastare il
monopolio dei sindacati socialcomunisti. Se in politica afferm le divergenze
son profonde, sul terreno economico son facilmente colmabili. Il lavoratore
credente e quello miscredente, il monarchico ed il repubblicano sono tutti
daccordo nel volere il proprio miglioramento economico e morale. Di concerto
con Bresciani, Malusardi present dunque un ordine del giorno, sanzionato a
larga maggioranza, affinch sorgesse, allinfuori dello stesso Partito Fascista,
un forte organismo sindacale che raccogliesse sotto il suo vessillo di
battaglia tutti i lavoratori che non rinnegavano la realt Nazione (Audacia
ROCCA, Pr una nuova destra, Il Popolo dItalia, anche in Idee sul fascismo. la destra
reazionaria, formata da certa borghesia, specialmente terriera, e da residui
daristocrazia decaduta, che vedeva nel fascismo larma di difesa e di offesa da
sfruttare al minor prezzo possibile, ed era responsabile del carattere
offensivo e violento assunto dai Fasci in talune zone del Paese, Tra le due ali
estreme del fascismo si situava tuttavia un folto centro moderatore, che Rocca
riteneva essere il legittimo erede del primo nazionalismo, come questo lo era
stato del primo liberalismo di destra, del liberalismo, cio, non ancora
inquinato dallutopia demo-sociale. Una zona media del fascismo, dunque, fondata
sulla disciplina verso la Nazione, al di sopra degli esclusivismi ideologici e
degli interessi particolari, che Rocca confida sarebbe infine prevalsa sugli
opposti estremismi, fino a costituire il perno della nuova destra di governo!
Nel suo intervento al congresso di Roma Rocca riprese uno ad uno questi temi.
Il fascismo disse - doveva innanzi tutto svolgere unopera di educazione sulle
masse, per volgersi infine alla trasformazione degli organi legislativi, in
quanto la crisi italiana era una crisi dincompetenza e le questioni economiche
e amministrative, per le quali lo stato politico non era adatto, dovevano
essere demandate ai tecnici. In quest'opera di riforma, le organizzazioni
sindacali avrebbero potuto giocare un ruolo importante, a condizione che i
sindacati divenissero strumento di selezione delle lites proletarie. Lassise
dell Augusteo decret la nascita del Partito Nazionale Fascista. Sia Rocca (che
a Roma rappresentava il piccolo Fascio lombardo di Castellanza) sia gli altri
ex anarcointerventisti Malusardi e Gioda, presenti anchessi al Un neo
liberalismo?, Il Risorgimento anche in Idee sul fascismo Su questo aspetto del
pensiero politico di Massimo Rocca v. altres GENTILE, Le origini dell'ideologia
fascista Il Popolo dItalia. L'intervento di Rocca al congresso dell Augusteo fu
per la maggior parte incentrato sui problemi di ordine internazionale. A questo
riguardo Rocca conferm la convinzione che lItalia dovesse avere una politica
estera rettilinea e chiara, senza le incertezze del passato, e che spettasse al
fascismo far s che ci avvenisse. Il discorso, con i suoi richiami alle glorie e
alla potenza dItalia, vibrava di forti acc>nti nazionalistici e non fu un
caso che l'organo dellAssociazione Nazionalista ne facesse l'elogio (cfr. /!
discorso polemico di Massimo Rocca, LIdea Nazionale Cfr. Il popolo dItalia Il
Fascio di Castellanza, un piccolo centro in provincia di Milano (oggi Varese),
era stato inaugurato alla presenza di Rocca, che aveva fatto da padrino.
Ne segretario Schejola e conta 67 soci,
in prevalenza operai e impiegati. L'assemblea generale dei soci designa Rocca a
rappresentare il Fascio al congresso nazionale di Roma. Cfr. ACS, MRF,
Carteggio politico e amministrativo del Comitato Centrale con i Fasci di
combattimento,Busta [Castellanza]. congresso, votarono a favore della
trasformazione del movimento in partito! Dal congresso scatur inoltre il nuovo
organigramma fascista: Massimo Rocca entr a far parte della Commissione
Esecutiva del PNF%, mentre De Vecchi, a testimoniare la definitiva virata a
destra del fascismo, rilev Gioda nel Comitato Centrale? Le conclusioni del
congresso furono esaltate da Rocca in un lungo articolo celebrativo,
significativo per i numerosi richiami al problema dellorganizzazione sindacale
e, soprattutto, per gli accenni ai Consigli ; A Errante " Si raduna
lassemblea generale dei fascisti torinesi. Nella sua relazione Gioda si era
pronunciato a favore del partito, sebbene - come aveva tenuto a precisare - la
stessa parola partito gli ripugnasse istintivamente. Il fatto era - aveva
sostenuto - che il movimento fascista era ormai un partito de facto e si
trattava, perci, soltanto di ratificarne ufficialmente lesistenza. La creazione
di un partito fascista era altres indispensabile per imprimere un carattere
nazionale al fascismo, di per s troppo frammentato, troppo legato alle singole
realt provinciali; e per porre un freno alle lotte infeconde tra le sue diverse
correnti, espressione, nella maggior parte dei casi, dinteressi localistici o
addirittura personali. Si noti, a questo proposito, la concordanza tra la
posizione di Gioda e quella di Rocca (L'assemblea dei fascisti torinesi
favorevole al Partito Fascista Italiano, Il Popolo dItalia. Anche Malusardi, in
occasione del gi menzionato congresso provinciale veronese del 30 ottobre, si
era detto favorevole alla trasformazione del movimento fascista in partito, a
patto che la nuova compagine politica ereditasse il patrimonio ideale del
vecchio partito dazione mazziniano, plasmandolo, con la concezione sindacalista
della Costituzione Fiumana, alle esigenze della vita moderna (Audacia). In
seguito, Rocca rifer che Vecchi, a nome di amici nazionalisti e sindacalisti,
gli aveva offerto la segreteria del partito, da egli rifiutata, malgrado le
insistenze, per non venirsi a trovare in una situazione difficilmente
gestibile. Qualunque segretario del partito scrive Rocca ricordando lepisodio
avrebbe dovuto scegliere fra il ritirarsi in un compito amministrativo e di
adulatore, o diventare dopo qualche settimana il rivale e poi il nemico del
Duce (Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, cit., p. 98). Segretario
del PNF fu quindi nominato Michele Bianchi. Per la cronaca del congresso
dellAugusteo v. Il Popolo dItalia. Sulle vicende legate a questa importante
tappa della storia del fascismo v. FELICE, Mussolini il fascista. Stando al
resoconto de Il Popolo dItalia del 10 novembre, al momento del voto pro 0
contro il partito Rocca manifest lintenzione di dimettersi dall Associazione
Nazionalista. In base a quanto da lui stesso riferito anni dopo, pare invece
ch'egli avrebbe conservato la doppia tessera (cfr. Rocca, Come il fascismo
divenne una dittatura). Il tema dei rapporti col nazionalismo domina a lungo il
dibattito interno fascista allindomani del congresso di Roma. In un'intervista
concessa allorgano dellANI, Rocca, dopo aver sottolineato lo spirito
aristocratico che animava il nuovo Partito Fascista, si disse convinto che il
fascismo, il nazionalismo e il risorgente liberalismo di Destra stessero
preparando qualcosa che, un giorno o laltro, li avrebbe compresi e li avrebbe
trascesi, ed auspic la formazione di un unico partito nazionale (Il fascismo e
la crisi italiana in una nostra intervista con Tancredi, LIdea Nazionale),
Tecnici. Rispetto ai sindacati - rileva il neo dirigente fascista -, il partito
poteva scegliere di prevalere aristocraticamente su di essi (come egli si
augurava), oppure di farsene soggiogare, soccombendo a una visione demagogica
della lotta sindacale. Alla necessit di delineare gli orientamenti sindacali
del fascismo si accompagnava quella di riformare gli organi elettivi, in
armonia con la economia sindacale moderna. Secondo Rocca, un primo passo verso
questa riforma era rappresentato dalla decisione, presa in ambito congressuale,
di dar vita a organismi professionali ristretti - i consigli tecnici appunto -,
da affiancare ai Parlamenti generici e politici, inadatti per loro stessa
natura a decidere su argomenti che richiedessero competenze tecniche
specifiche. Chi, a differenza di Rocca, si disse insoddisfatto dei deliberati
del congresso nazionale fu Malusardi. In primo luogo - comebbe a scrivere su
Audacia - egli dissentiva da Mussolini in merito alla concezione statale. Il
ritorno al liberismo e laccantonamento della Carta del Carnaro, sanciti a Roma,
gli apparivano difatti come la negazione dello spirito originario del fascismo.
Quando egli [Mussolini] rileva Malusardi - giustamente dice che vuol inserire,
superando la vecchia concezione della lotta di classe, le classi lavoratrici
nella vita della Nazione, ecco che viene ad ammettere che dalla Carta del
Carnaro possiamo trarre non solo lo spirito, ma anche qualcosa di pi, poich
appunto nella Carta del Carnaro vi
moltissimo di quella ideologia mazziniana che il fascismo, secondo lo
stesso Mussolini, non deve ignorare ma integrare Quanto allannosa questione
istituzionale, Malusardi ribad il proprio repubblicanesimo, solo in parte
stemperato da considerazioni di opportunit politica. Rocca, Un congresso di
vivi, Il Risorgimento (anche in cismo). DIE n prete anre ie del PNE, accolge le
indicazioni del congresso circa lopportunit di dar vita a dei Consigli Tecnici
(o Gruppi di Compare). Questi, che venivano al terzo posto nella struttura
gerarchica del partito, subito dopo gli organi dirigenti (Consiglio Nazionale,
Comitato Centrale, Direzione e Segreteria Generale) ei Fasci, avrebbero dovuto
raccogliere tutti gli iscritti che avessero dimestichezza in materia di servizi
pubblici, o in questioni attinenti alla vita economica ed amministrativa, tanto
sul piano nazionale che su quello locale, in modo tale da rendere possibile !
analisi di ogni problema politico, economico e sociale secondo criteri di competenza
professionale. Cfr. Programma e Statuti del Partito Nazionale Fascista, Roma,
Stabilimento Tipografico Berlutti, (lo statuto/regolamento del partito pubblicato in prima battuta da Ii Popolo
dItalia MALUSARDI, /n margine al congresso, Audacia, Anche Mazzini scrive - pur
mantenendo intatta la sua FEDE REPUBBLICANA, per raggiungere lunit dItalia,
scrive la famosa lettera a Carignano e non ostacola di salire al trono Vittorio
Emanuele SAVOIA (si veda). Ma il veggente ligure, per, mai si adatta a servilismi
o incensamenti cortigianeschi. Cos, pure noi fascisti, pur riconoscendo
inopportuno attualmente qualsiasi tentativo repubblicano, perch verrebbe
sfruttato dagli elementi antinazionali, dovremmo riaffermare chiaramente la
nostra originaria tendenzialit repubblicana? Infine, Malusardi deplor la scarsa
attenzione volta dai congressisti ai problemi sindacali e alla questione
agraria, attribuendo la ragione di questa grave lacuna programmatica alla
presenza, in seno al fascismo, di agrari dalla mentalit antiquata. Per contro,
egli afferm la necessit di combattere il latifondo, per giungere alla
sproletarizzazione delle campagne, incrementando la piccola propriet e la
cooperazione, L'ultimo atto pubblico di Malusardi a Verona la partecipazione al congresso provinciale
fascista. Anche in quella circostanza egli non tralasci di riaffermare la
propria fede sindacalista e di celebrare il sindacalismo/corporativismo
dannunziano genialmente dettato nella Carta di Fiume. Due giorni dopo, il
congresso nazionale delle organizzazioni sindacali fasciste, riunitosi a
Bologna, sanc la fine dei Sindacati Economici, aprendo la via, con la nascita
della Confederazione Nazionale delle Corporazioni, a un modello sindacale
fortemente ideologizzato. Il sindacalismo puro, nella tradizione corridoniana e
Malusardi abbandon la direzione del giornale (che fu rilevata da Grancelli).
Intorno a questi avvenimenti v. CORDOVA. AI congresso di Bologna, punto darrivo
di un lungo e tortuoso dibattito, si scontrarono tre posizioni: quella di Rossoni,
sostenitore della tesi autonomista (cui era propenso Malusardi), quella del neo
segretario del PNF, Bianchi, per listituzione dei sindacati di partito, e
quella, mediana, di Grandi e Rocca, a favore di unautonomia controllata, che
fin per prevalere (a questo riguardo si veda NELLO, Grandi: la formazione di un
leader fascista, Bologna, cit.). Nel corso della discussione Rocca sostenne che
il sindacalismo apolitico avrebbe avuto senso solo dopo lentrata in funzione
dei Gruppi di Competenza. Prima di allora - data limmaturit delle masse -, era
vano sperare di sottrarre i lavoratori al controllo pervasivo dei
socialcomunisti, semplicemente lasciando loro la facolt di organizzarsi in modo
autonomo. Daltro canto, creare dei sindacati fascisti, come proponeva Bianchi,
avrebbe esposto anche il PNF al rischio della demagogia. Per questi motivi
Rocca si espresse - con Grandi - per l'istituzione di sindacati semplicemente
deambrisiana, usce dunque dallorizzonte programmatico del fascismo, ma
Malusardi pare non rendersene conto. Lasciata Verona per Brescia, dove rileva
la direzione del locale organo fascista, Malusardi si presenta ai camerati
bresciani con queste parole. Se noi dichiariamo senza indugi che, come nel
passato, siamo contro a qualsiasi dittatura bolscevica, ci non significa che
siamo dei conservatori e dei reazionari. Noi siamo, invece, profondamente
NOVATORI. Se Malusardi si considera ancora e sempre un NOVATORE, Rocca, ch
liniziatore e il maestro del NOVATORISMO ANARCHICO, ormai un integerrimo conservatore. Nel suo
cammino di riscoperta delle radici del liberalismo si spinse anzi sempre pi a
fondo, giungendo, in un articolo carico di reminiscenze sonniniane, ad invocare
la restaurazione di tutte le prerogative della corona, usurpate dal parlamento,
secondo la lettera dello statuto albertino. Di pari passo con la maturazione
conservatrice di Rocca crescevano le sue responsabilit politiche e
organizzative allinterno del Partito Fascista e aumentavano, con esse, il suo
prestigio e la sua influenza, come lesplosione, in marzo, del caso legato a
PMarsich, avrebbe pienamente rivelato. A ridosso del drammatico colpo di mano
fascista a Fiume?"!, un giornale vicino a Marsich, (che nel fascismo
rappresentava la destra oltranzista e rivoluzionaria), rese nota una lettera di
questultimo alla Segreteria del partito, nella quale egli lamentava la
degenerazione parlamentarista del nazionali, guidati da fascisti e da uomini
della cui fede patriottica non fosse possibile dubitare (Il Popolo dItalia.
Rocca prende parte anche al congresso nazionale delle Corporazioni (Milano),
durante il quale svolge una relazione sullemigrazione italiana allestero (cfr.
Il Lavoro dItalia). Malusardi arriv a Brescia, dopo un breve soggiorno a
Milano, nei primi giorni di febbraio. In origine il suo compito avrebbe dovuto
limitarsi allorganizzazione del locale sindacato fascista postelegrafonici. A
questo scopo, infatti, la segreteria del partito (rispondendo alle richieste
che gi da due mesi giungevano dal Fascio bresciano) ne aveva sollecitato il
trasferimento da Verona. Cfr. ACS, MRF, Carteggio politico e amministrativo del
Comitato Centrale con i fasci di combattimento, Busta [Brescia]. MALUSARDI, A
guisa di presentazione, Fiamma ROCCA, La pi grande crisi, Il Risorgimento, col
pretesto di vendicare lassassinio del fascista ed ex legionario Alfredo
Fontana, le camicie nere di Fiume, guidate da Francesco Giunta, rovesciarono il
governo autonomista di Riccardo Zanella e presero possesso della citt. La nuova
crisi fiumana si concluse dopo dieci giorni di trattative, con la nomina di un
fascista, Giovanni Giurati, a capo provvisorio dellesecutivo. fascismo e si
scagliava contro linfausta egemonia di Mussolini, contrapponendogli la figura
incorruttibile di Gabriele DAnnunzio?!. Il duce, a sua volta, in una secca
replica al suo censore, ne defin lo sfogo nientaltro che una tragicommedia, Lo
scontro tra Marsich e Mussolini, che, ben lungi dallesaurirsi in un contrasto
personale, concerneva lindirizzo politico del partito, innest una lunga serie di
polemiche, a tutti i livelli (a Brescia, ad esempio, contrappose Malusardi al
segretario provinciale uscente, Minniti) !*. Dei dirigenti del PNF, Rocca fu
tra i primi a prendere posizione. Quella della presunta egemonia mussoliniana -
scrisse in una lettera a Il Popolo dItalia -
una leggenda priva di fondamento. Quanto alla deriva legalitaria che
negli ultimi tempi, secondo Marsich, si sarebbe venuta a creare nel fascismo
(una situazione che Rocca si vantava di aver contribuito a determinare), essa
era destinata a durare ancora a lungo, dal momento che lItalia stava
attraversando una fase di assestamento e non aveva, perci, alcun bisogno di
rivoluzioni. A che pro, inoltre - si domandava Rocca -, levare la bandiera
dellantiparlamentarismo una volta SIRO Gebo a : Il fascismo nel giudizio di un
fascista. Una lettera inedita di Marsich, La Riscossa dei legionari fiumani,
(la lettera ripresa anche dallAvanti!
del giorno seguente). La filippica di Marsich, gi da tempo molto critico nei
confronti dellorientamento politico del fascismo, fu originata da unintervista
rilasciata da Mussolini (I! pensiero di Mussolini sulla crisi ministeriale, Il
Resto del Carlino, 3 febbraio 1922), nella quale il duce, commentando la caduta
del governo Bonomi, si era detto ben disposto verso un eventuale rientro in
scena di Giolitti. Sul caso Marsich v. FELICE, Mussolini il fascista, cit., p.
197 ss. us Il Popolo dItalia. Nel corso di un convegno straordinario dei Fasci
del bresciano, il 15 marzo, Malusardi prese le difese di Marsich, attaccato
invece duramente da Minniti. Secondo Malusardi, tuttavia, il vero problema del
fascismo non stava tanto nellessersi colpevolmente adeguato alle regole e ai
sotterfugi del parlamentarismo, quanto nellassenza di un orientamento politico
univoco; una lacuna grave, in ragione della quale in alcune zone i fascisti
erano elementi novatori e, senza cadere nella demagogia, difendevano
mirabilmente i diritti del lavoro; mentre in alcune altre diventavano
instrumenti inconsci di reazione e di corruzione. Il dibattito di Brescia
riveste unimportanza notevole, soprattutto perch la discussione intorno alla
vicenda Marsich tocc anche il tema della violenza. Turati afferm che i rilievi
contro il parlamentarismo potevano essere condivisi, a condizione che ci, soprattutto
dopo il dilagare dello squadrismo fascista in talune zone del Veneto,
notoriamente feudo di Marsich, non conducesse allapologia dei metodi
extralegali. Il ricorso indiscriminato al manganello, afferm il futuro
segretario del PNF con il consenso di Malusardi, avrebbe fatalmente condotto
allisolamento politico. Il convegno si chiuse con lapprovazione di un ordine
del giorno unitario, col quale i fascisti della provincia di Brescia, non
riconoscendo nelle critiche contenute nella lettera di Marsich le vere ragioni
del proprio dissenso, reclamavano la purificazione del fascismo e facevano
auspicio che alla lotta politica fosse restituita la forma di un civile
contrasto (Fiamma). entrati in Parlamento con ben 35 deputati? Il sistema
rappresentativo, semmai, avrebbe potuto essere migliorato, e ci sarebbe
senzaltro avvenuto, grazie al fascismo e allistituzione di parlamenti tecnici.
Riguardo a Gabriele DAnnunzio - proseguiva Rocca - latteggiamento di Marsich
era poi del tutto irragionevole: non solo perch, dopo le infinite vicissitudini
dei legionari dannunziani, nessuno era in grado di dire quali fossero le idee
politiche del comandante, ma anche, e soprattutto, perch era privo di senso
attaccare Mussolini per poi smarrire ogni senso critico dinanzi alle seduzioni
del dannunzianesimo. Il fascismo concludeva Rocca dev'essere anzitutto
unaccolta di uomini liberi, sia pur disciplinato ad una causa ed unazione
liberamente scelte: non un plotone di soldati al servizio di un uomo. La
Direzione del partito vot una mozione di biasimo a Pietro Marsich!, poi
riconfermata - su iniziativa proprio di Rocca - dal Consiglio Nazionale del
fascismo. Rocca conosce forse il suo periodo di maggior popolarit come
dirigente fascista. In quei mesi, che prepararono lascesa al potere di
Mussolini, sembra per molti versi che le idee di Rocca potessero concretizzarsi
in un progetto politico di ampio respiro. Parve, cio, che il fascismo (com'era
nelle aspirazioni dellex anarchico) potesse davvero configurarsi come lite
ROCCA, Chiarificazioni, Il Popolo dItalia. nonna Poco tempo dopo, ancora in
riferimento alla vicenda Marsich, Edoardo Malusardi ge lo in politica non
concepisco la disciplina cieca e inconsapevole alla militare, ma quella
intelligente e consapevole che viene accettata dagli uomini liberi (MALUSARDI,
Sincerit delle sincerit [cf. GRICE, APING COOPERATIVE PRINCIPLE], Fiamma, 1
aprile 1922). Lo spirito individualista di Rocca e Malusardi se cos si pu dire
- era rimasto fondamentalmente intatto, anche se le nn politiche dei due ex
anarcointerventisti erano ormai divergenti. Per Malusardi, infatti, ; fascismo
non doveva trasformarsi in una riedizione pi o meno aggiornata del tiberalismo
i destra (come appunto credeva Rocca), ma doveva provare a recuperare
lispirazione i ionaria e i programmi del Partito d Azione mazziniano. una pr
direzione del partito. L'On. Piero Marsich deplorato, Il Popolo
"Italia). dI Of La prima pra del
Consiglio Nazionale Fascista; Il Consiglio, riunitosi a Milano, si protrasse
per tre giorni, durante i quali furono Pv temi importanti, dalla vicenda di
Fiume allindirizzo politico del partito. SNA lo a questultimo punto, Rocca si
schier una volta ancora tra i moderati. Si poteva (miti cdi - afferm
provocatoriamente - che alcuni fascisti i invocassero 1 azione. extra] lega
" rivoluzionaria, ma in tal caso, pena la perdita della credibilit, si
doveva avere il coraggio di fare la rivoluzione sul serio, non limitandosi ad
adorarla (cfr. La seconda giornata del Consiglio Nazionale Fascista. Rocca
dirige anche la Federazione provinciale fascista torinese. Cfr. ACS, CPC, Busta
[Rocca]. PARETI RIE IPP IRT OT PIPPO TOT REP TO PITT DPR POP ANY PETIT
dirigente, capace di raccogliere il testimone del vecchio liberalismo di destra
e di guidare una riforma delle istituzioni in senso tecnocratico. Allinizio di
luglio Rocca ricevette dalla Direzione del partito lincarico di procedere alla
costituzione dei Gruppi di Competenza (che, sebbene contemplati dallo
statuto/regolamento, erano rimasti sulla carta) !; quindi nel settembre, fu
chiamato a presiedere un apposito Segretariato nazionale. Quest'ultimo, che
aveva sede a Roma, doveva coordinare lopera dei singoli Gruppi di Competenza,
locali o provinciali, in modo tale chessi servissero da legame e da organi
dinformazione fra il Partito Nazionale Fascista e le Corporazioni sindacali, e
facessero da punto di raccolta dei nuovi valori intellettuali e tecnici
destinati a formare la classe dirigente del futuro - Per lex operaio tipografo,
orgoglioso e tenace autodidatta, che da anni andava predicando lurgenza di una
rivoluzione dei competenti, si tratta di un riconoscimento personale
importantissimo e di una grande occasione politica. Anche per questa ragione,
il fallimento dei Gruppi di Competenza (al quale dovevano contribuire le resistenze
opposte dalla oligarchia fascista e dai capi locali pi ignoranti) ?,
rappresent, per Rocca, una cocente delusione, che ebbe un peso non secondario
nel definirne | il mutato atteggiamento riguardo al fascismo. A fine agosto Il
Popolo dItalia rese noto un programma in due parti per il risanamento
finanziario dello Stato e degli Enti Locali, Il documento, che doveva dettare
le linee orientative della propaganda fascista in materia economica, era
redatto da Massimo Rocca e dallon. Ottavio Corgini, ed era, in massima parte,
ricalcato sui postulati della scuola liberista. Proprio a motivo della sua
classicit, il programma Rocca/Corgini suscit commenti benevoli nel mondo
borghese e imprenditoriale italiano? e valse, insieme Cfr. Il Popolo dItalia.
Gli unici due Gruppi di Competenza operanti nei mesi successivi allentrata in
vigore dello statuto risultavano essere quello degli ingegneri fascisti e
quello degli assicuratori fascisti triestini (cfr. CORDOVA). Il Popolo dItalia
Su tutti questi punti V. principalmente AQUARONE, Aspirazioni tecnocratiche del
primo fascismo, in Nord e Sud, nonch CORDOVA, Ka cit., p. 101 ss. si Massimo
Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura p Detto programma aveva avuto
unanticipazione nellarticolo di Rocca Disavanzo cronico, pubblicato dallorgano
mussoliniano il 18 luglio. Il Corriere della Sera, in un fondo del 6 settembre
dal titolo Riabbeverarsi alla sorgente (senza firma, ma opera di Luigi
Einaudi), formul un giudizio addirittura entusiasta sul programma economico
fascista. Esso - osserv Einaudi - aveva il merito di risalire alle sorgenti
liberali dell'economia classica, senza niente concedere alla facile demagogia
alle rassicuranti dichiarazioni di Mussolini in tema di regime?4, a spazzar via
le residue diffidenze dellopinione pubblica moderata nei confronti del
fascismo, nel momento in cui esso si candidava scopertamente a forza di
governo. AI centro della riflessione di Rocca e Corgini lidea che il Parlamento italiano ormai diventato un organo di sperpero, in
balia di gruppi parlamentari irresponsabili, e che occorresse per questo
abolire liniziativa parlamentare a proporre nuove spese. Tra i provvedimenti
atti a risanare lerario, il programma annovera: la riforma della burocrazia
(affinch gli uffici pubblici cessassero di essere un ricettacolo di tutti i
vinti anticipati nella lotta per lesistenza e lelevazione); la cessione ai
privati delle industrie di stato; lo smantellamento degli organi statali
inutili; la soppressione dei sussidi - ferroviari e in denaro - ai funzionari
pubblici, ai privati, alle cooperative e agli Enti Locali; la riduzione
allessenziale dei lavori pubblici; la revisione delle leggi sociali che
inceppavano la produzione; e, soprattutto, la ridefinizione dellintero sistema
tributario, nel senso di una riduzione delle imposte dirette, le quali andavano
a detrimento della produzione, e di un corrispondente aumento di quelle
dirette, che, colpendo il consumo interno, lasciavano ampio margine alle
esportazioni, La seconda parte del programma, dedicata alla situazione degli
Enti Locali, era senz'altro molto pi politica. La responsabilit prima del
dissesto dei Comuni e delle Province italiane - affermavano infatti gli
estensori del socialistoide. Rocca stesso, riandando con la memoria agli
avvenimenti di quellestate, scrisse che il programma incontr un successo
rilevante, sebbene esso andasse oltre lideologia liberale. Rocca, Come il
fascismo divenne una dittatura,). nellambito di un intervento al Teatro Sociale
di Udine, Mussolini afferma che la rivoluzione fascista non insidia il trono
dei Savoia. Lasceremo in disparte dice, fuori del nostro gioco, che ha altri
bersagli visibilissimi e formidabili, listituto monarchico, anche perch
pensiamo che la gran parte dellItalia vede con sospetto una trasformazione del
regime che anda fino a quel punto (Un forte e chiaro discorso ammonitore di
Mussolini su l'azione e la dottrina fascista dinanzi alle necessit storiche
della Nazione, Il Popolo dItalia. Il discorso di Mussolini molto apprezzato e non puo essere altrimenti
da Rocca, che, in un telegramma al duce, dichiara di condividerne
entusiasticamente ogni parola. Pi sfumata la reazione di Gioda. Le
considerazioni di Mussolini in ordine alla questione istituzionale - scrive il
segretario del Fascio torinese - doveno essere valutate serenamente. Dopo
tutto, osserva Gioda, anche REPUBBLICANI INTRANSIGENTI come Mazzini e Crispi si
sono piegati, nellinteresse dItalia, ad accettare la monarchia. (GIODA, Il
discorso di Udine, Il Maglio. ROCCA, CORGINI, Pel risanamento finanziario dello
stato italiano. Relazione per i comizi di propaganda del Partito Nazionale
Fascista, Il Popolo dItalia, Ae documento - era delle amministrazioni di
sinistra, socialiste e popolari dellazione immorale, disordinata e
dilapidatrice dei sovversivi. Un rimedio poteva consistere nellobbligare gli
amministratori rossi a preparare e fare approvare i bilanci comunali e
provinciali nei modi e nei tempi stabiliti dalla legge (a costo di agire
fascisticamente, senza mezzi termini ed eufemismi), ma, ancora una volta, la
soluzione vera del problema doveva passare attraverso la riforma tributaria, in
attesa della quale Rocca e Corgini auspicavano la costituzione, in ogni
capoluogo di provincia, di un comitato centrale di difesa dei contribuenti
Dalla met di settembre sino alla vigilia del congresso fascista di Napoli
Rocca impegnato a dirigere la campagna
di comizi per il risanamento finanziario, che attravers tutta lItalia. Quattro
giorni prima dellinaugurazione del congresso partenopeo Il Popolo dItalia
pubblica lo statuto/regolamento dei Gruppi di Competenza. Lo statuto (che
possiamo a ragione considerare il maggior contributo di Rocca ai programmi del
primo fascismo) era preceduto da una lunga relazione introduttiva, nella quale
lautore esponeva in modo lineare la propria dottrina della competenza. Per
prima cosa Rocca sottolineava la differenza tra i Gruppi appena costituiti e i
sindacati nazionali corporativi. Infatti, mentre i secondi erano, a tutti gli
effetti, formazioni di massa, allinterno delle quali i produttori restavano
raggruppati pi con riguardo al numero che alle capacit singole, al fine di
salvaguardare interessi particolari e soprattutto economici; i primi dovevano
configurarsi come nuclei esigui di persone, le quali, in quanto partecipanti ai
gruppi medesimi, non dovevano avere alcun interesse specifico, n personale n di
classe da tutelare. Ai Gruppi doveva quindi competere una funzione
eminentemente consultiva e di studio, ma anche una funzione, per cos dire, di
armonizzazione dei diversi interessi, unopera il cui precipuo carattere
spirituale fosse quello di favorire la concordia fra le diverse classi e
categorie produttive, cos come fra il partito e le corporazioni. Poich, secondo
Rocca, tutte queste caratteristiche non erano compatibili n col numero n con i
metodi democratici di elezioni e i Lo (1g ARA ID., Pel risanamento finanziario
degli Enti Locali. Relazione per i comizi di propaganda del Partito Nazionale
Fascista, Ibidem, 30 agosto 1922. Entrambi i programmi furono in seguito
pubblicati in PNF, Pe/ risanamento della finanza pubblica. Relazioni di Massimo
Rocca e dell'On. Ottavio Corgini sulla situazione finanziaria dello Stato e
degli Enti Locali, Roma, [s.i.t.], 1922. Rocca era a capo di una commissione
finanziaria, incaricata di organizzare i comizi. Rocca loratore principale a Genova, Livorno,
Savona, Alba - dov previsto un suo contraddittorio con Sturzo, saltato
allultimo momento (cfr. Il Popolo dItalia) - e Palermo. di discussioni, i
Gruppi di Competenza dovevano essere posti sotto la diretta sorveglianza degli
organi direttivi del partito. Nella sua relazione al congresso fascista di
Napoli, ufficialmente convocato per discutere i problemi del Mezzogiorno, Rocca
illustr dettagliatamente il progetto di statuto/regolamento, dicendosi altres
convinto che i Gruppi di Competenza avrebbero recato un contributo alla
soluzione della questione meridionale?. Sul meridionalismo di Rocca, che egli
avrebbe in seguito rivendicato come un titolo di merito, necessario aprire una parentesi. Gi da qualche
tempo prima del congresso napoletano, il fascismo, che al sud mancava di una
robusta struttura organizzativa, mirava a mettere radici nel meridione.
Daltronde, lipotesi - ormai sempre pi concreta - di una marcia su Roma
presupponeva, per la sua attuazione, una penetrazione politica e militare anche
nei territori a sud della capitale. Si
riunita la Direzione del PNF, per studiare lorganizzazione fascista in
rapporto ai bisogni delle regioni meridionali e delle isole, e definire lordine
del giorno della prevista adunata partenopea. Nel corso della discussione Rocca
si era mostrato scettico sullopportunit di considerare la questione meridionale
anche in relazione alle tematiche riguardanti lordinamento del partito un
problema a se stante, slegato dalla pi complessa realt nazionale, e aveva
espresso il timore che il congresso potesse risolversi in una contrapposizione
artificiosa tra nord e Il Popolo dItalia A norma dello statuto, che ottenne
l'approvazione della Direzione del PNF nel dicembre, i Gruppi di Competenza
(ripartiti in sette rami principali: industria, commercio, agricoltura,
trasporti, amministrazione pubblica, scuola e difesa) si dividevano in locali,
provinciali e nazionali, nominati rispettivamente dai Fasci, dalle Federazioni
provinciali e dal Segretariato nazionale. Il numero dei componenti i singoli
gruppi non doveva eccedere i venti elementi, scelti, secondo il criterio della
capacit professionale, in tutte le classi sociali, e, in ogni caso, iscritti al
Partito Fascista. Compito precipuo di tali gruppi doveva essere quello di
offrire un sostegno tecnico qualificato agli organismi dirigenti del fascismo;
e, a tal fine, di compiere indagini, raccogliere materiale di studio, emettere
pareri, compilare proposte e relazioni, che servissero di guida al partito e ai
sindacati. Ai Direttori fascisti dei capoluoghi di circondario e a quelli
provinciali era fatto obbligo di richiedere il parere dei Gruppi ogni qual
volta avessero dovuto assumere decisioni su problemi anche solo in parte
tecnici, e quando si fosse trattato di dirimere eventuali vertenze sociali. In
questo caso lo statuto prevedeva che i Gruppi, o parte di essi, potessero
essere costituiti in apposite commissioni arbitrali, atte a comporre i
conflitti tra capitale e lavoro. Lo statuto/regolamento dei Gruppi di
Competenza, con lannessa relazione, si trova anche in Rocca, Relazione al Gran
Consiglio Fascista sui Gruppi di Competenza. Relazione introduttiva e
statuto/regolamento. I Gruppi di Competenza nella nuova vita nazionale.
Discorso pronunciato alladunata di Napoli: vigilia della Marcia su Roma,
Milano, Imperia, Cfr. Il Popolo dItalia, sud del Paese, o, peggio, in una
guerra di frazione o di campanile tra le diverse regioni del Mezzogiorno.
Nellinsieme, si pu dire che il torinese Rocca non manifesta una particolare
sensibilit verso i problemi del meridione. Eppure, nei mesi che seguirono la
nomina di Mussolini a capo del Governo, egli
uno dei dirigenti fascisti maggiormente presenti al sud. Rocca compe un
viaggio di studio in Sicilia per conto della Direzione del partito, e ne rifere
al Gran Consiglio. Sembra peraltro che nel corso delle sue frequentazioni
siciliane egli rimane invischiato in affari torbidi (connessi alla gestione del
consorzio zolfifero), che ne hanno in qualche misura condizionato il futuro
politico. Il punto oscuro, ma deve
essere richiamato, dal momento che, tra le accuse mosse a Rocca da Farinacci e
dagli altri ras provinciali nel pieno della polemica revisionista, quelle di corruzione
hanno un peso non secondario. Stando a quanto ammesso dallo stesso Rocca al
segretario del Fascio di Londra (dove Rocca si trova per seguire i negoziati in
atto tra i produttori di zolfo italiani e nordamericani), egli ha i primi
contatti con i responsabili del consorzio zolfifero siciliano alla vigilia del
congresso di Napoli, in occasione di un suo comizio palermitano nellambito
della campagna fascista per il risanamento finanziario? Il Governo Mussolini -
dichiara Rocca al suo intervistatore - doveva impegnarsi a fondo per risollevare
le sorti dellindustria zolfifera siciliana, da tempo alle prese con una grave
crisi, anche attenuando il proprio intervento nelle faccende del Consorzio.
Ora, a quanto risulta da un documento conservato nelle carte di PS (un
dattiloscritto anonimo), alla sollecitudine dimostrata da Rocca verso le sorti
dellindustria zolfifera sarebbe in realt corrisposta una ricca contropartita. I
produttori di zolfo, riuniti in consorzio, avevano dato vita a un comitato di
agitazione, allo scopo di esercitare pressioni sul Governo e di ottenerne
provvedimenti a favore del settore. Trovandosi a corto di liquidi, detto
comitato aveva prelevato Importante convegno a Roma della Direzione del PNF, Il
Popolo dItalia Cfr. PNF, Il Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era fascista,
Roma, Editrice Nuova Europa, Secondo quanto riferito dallo stesso Rocca, egli
avrebbe individuato nella regolazione delle acque e nel miglioramento delle vie
di comunicazione la misura immediata e necessaria, sebbene non sufficiente per
attenuare i disagi delle popolazioni meridionali (Rocca, Come il fascismo
divenne una dittatura PELIZZI, La questione degli zolf e altre cose.
Un'intervista con Massimo Rocca, Il Popolo dItalia arbitrariamente la somma di
25.000 lire dal fondo assicurazioni del sindacato zolfatari, senza farne
menzione nellobbligo di rendiconto. La decisione, chiaramente illegale, aveva
incontrato lopposizione tanto del Ministro del Lavoro del Governo Facta, quanto
del suo successore nel nuovo esecutivo a guida fascista, il popolare Stefano
Cavazzoni. A questo punto - secondo la medesima fonte -, sarebbe entrato in
gioco Massimo Rocca, il quale, dietro adeguata ricompensa, avrebbe fatto valere
il proprio peso politico, intercedendo con successo a favore del consorzio
zolfifero. Le informazioni contenute nella relazione citata rispondevano
probabilmente al vero, ma non da
escludere, tenuto conto del momento in cui il documento in questione vide la
luce (al termine, cio, della seconda ondata revisionista), che esse fossero
montate ad arte nel tentativo di screditare Massimo Rocca, divenuto nel
frattempo un oppositore dichiarato del Governo. AI di l dei proclami ufficiali,
lassise napoletana serv quale adunata generale in vista della marcia su Roma.
Gi da tempo, e precisamente dopo la prova di forza offerta dalle camicie nere
in occasione dello sciopero legalitario indetto dall Alleanza del Lavoro alla
fine di luglio, molti capi fascisti meditavano il colpo a sorpresa. Gli stati
maggiori del fascismo, riunitisi a Milano, a pochi giorni dalla conclusione
dello sciopero, avevano discusso a lungo sulleventualit o meno di
un'insurrezione armata. Insieme a Grandi, Rocca
il pi convinto fautore della via legalitaria, mentre la linea
insurrezionale aveva trovato i suoi propugnatori soprattutto in Farinacci,
Balbo e lo stesso segretario del partito Bianchi. Dopo la marcia Cfr. ACS, CPC,
Busta [Rocca]. Limportante vertice romano (erano presenti i membri della
Direzione, del Gruppo parlamentare, del Comitato Centrale e la segreteria della
Confederazione delle Corporazioni) era stato dominato dalla relazione di
Bianchi sulla situazione politica. Il segretario del PNF aveva chiaramente
lasciato intendere che il fascismo, dopo la dimostrazione di forza offerta nei
giorni dello sciopero legalitario, non era pi disposto a tollerare lo sfacelo
del Paese e si sarebbe impadronito del potere con le buone o con le cattive.
Rispetto alle due tendenze, la legalitaria e linsurrezionale, delineatesi nel
corso della discussione intorno alla relazione Bianchi, Mussolini, come suo
costume, si era tenuto a mezza via, e i due ordini del giorno votati il 13
agosto (il primo, per listituzione di un comitato militare ristretto; il
secondo, firmato anche da Massimo Rocca, reclamante lo scioglimento anticipato
della Camera e lindizione di nuove elezioni) rispecchiavano la posizione
ambivalente del duce. Cfr. / lavori del Comitato Centrale del Partito Nazionale
Fascista, Il Popolo dItalia Cfr. ANTONINO REPACI, La marcia su Roma, Milano,
Rizzoli, su Roma (a cui egli non prese parte) e la nomina di Mussolini alla
Presidenza del Consiglio, Rocca si convinse sempre pi che lascesa al potere del
fascismo, con lassunzione di responsabilit chessa comportava, dovesse chiudere
per sempre la fase eroica della rivoluzione e inaugurare quella della
ricostruzione, in spirito di concordia nazionale, e soprattutto - nellassoluto
rispetto della legalit. Lesigenza di porre un freno alle intemperanze dello
squadrismo era del resto avvertita, oltre che dallo stesso Mussolini, da molti
fascisti della prima ora, tra i quali Edoardo Malusardi. Nelle sue continue
peregrinazioni (egli stesso amava definirsi un nomade), dopo aver retto per
qualche tempo la Federazione Sindacale padovana??, Malusardi era giunto a
Sestri Ponente, in provincia di Genova, dove aveva assunto il duplice incarico
di segretario politico del Fascio e di direttore del locale organo fascista I
fascisti di Sestri Ponente si radunarono in assemblea straordinaria. in discussione il tema della violenza, reso
scottante a motivo dei reiterati episodi di squadrismo verificatisi in molte
zone del genovese Malusardi, secondo limpostazione cara anche a Rocca, a Gioda
e ai fascisti pi moderati (una forma mentis di cui abbiamo gi rimarcato i
limiti intrinseci), rilev che la violenza squadrista, utile e legittima
fintantoch si manteneva chirurgica e cavalleresca, non era giustificabile
quando assumeva i caratteri della prevaricazione. Inoltre, dopo lascesa al
governo del fascismo, le camicie nere avevano lobbligo, insieme morale e
politico, di essere disciplinate. Su questo punto di grande importanza v.
altres CHIURGO, Storia della Rivoluzione fascista, Firenze, Vallecchi, e NELLO,
Dino 4 Grandi: la formazione di un leader fascista Cfr. ACS, CPC, Busta
[Malusardi]. Malusardi chiamato a Padova
e vi si trattenuto, contribuendo, grazie
alle sue capacit di organizzatore e di propagandista, e alla vena popolare del
suo fascismo, alla rinascita del Fascio padovano. Il suo maggior successo il raggiungimento di un concordato con la
locale Associazione Agraria, alla fine di giugno. L'accordo tendenzialmente favorevole ai lavoratori
(prevedeva, tra le altre cose, le otto ore lavorative, limponibile di mano
dopera e la creazione di commissioni paritetiche per dirimere i conflitti
dinteresse), e Malusardi, ligio ai propri convincimenti sindacalisti, si era
adoperato per imporne il rispetto agli agrari, anche i pi riottosi. Di fronte
ai numerosi tentativi di boicottaggio da parte dellassociazione padronale, il
congresso sindacale provinciale si conclude con un ordine del giorno molto
duro, nel quale sinvocava unopera decisa ed inesorabile, per far piegare,
innanzi al giusto ed unanime diritto del lavoratore, i [...] datori di lavoro
(Il Lavoro dItalia. Malusardi rimase a Sestri Ponente sino alla fine di
dicembre. Cfr. ACS, CPC, Busta 2964 [Malusardi Edoardo]. Noi non possiamo pi
sostenne Malusardi a proposito dellautorit politica I scavalcarla ed
esautorarla, bens la dobbiamo coadiuvare e vigilare perch applichi
inflessibilmente lo imperio della legge. E conclude: Lasciate stare, dunque, o
amici, il manganello, lolio di ricino, la gradassata inutile, e chiedete invece
delle biblioteche e delle scuole di cultura Aspettative e delusioni Nonostante
gli auspici di molti la nomina di Mussolini alla Presidenza del Consiglio non
attenu affatto le brutalit fasciste, che anzi subirono unimpennata, culminando
nella strage di Torino. L'episodio fin
troppo noto e costituisce una delle pagine pi fosche nella storia del fascismo,
che qui giova rievocare soprattutto per le conseguenze che ebbe sulle sorti
politiche di Gioda e di Rocca. Accampando come dabitudine il pretesto di
vendicare l'uccisione di due camerati, gli squadristi torinesi, capeggiati da
Brandimarte, scatenarono una sanguinosa rappresaglia contro le organizzazioni
socialcomuniste. In quella che Salvemini define una vera orgia di sangue
trovano la morte una ventina di persone, tra le quali lex anarchico Berruti,
consigliere comunale comunista e noto L'assemblea straordinaria del Fascio,
Giovinezza. sn i pa del dicembre solo
lapice di una lunga teoria di fatti di sangue. In un telegramma al Ministro Di
Interni, il Prefetto di Torino mostrava di aver perfettamente compreso la
situazione (Articoli comparsi su ultimi numeri del giornale fascista Il Maglio
- O rivelano chiaramente intenzione riprendere atti violenza contro
organizzazioni comuniste accendono rancori di parte che potranno esplodere in
forma violenta ed improvvisa) e chiedeva linvio di rinforzi. ACS, MINISTERO
DEGLI INTERNI, Dir. gen. PS, Affari gen. e ris., Busta [Fascio di Torino]. : It
i La ricostruzione pi accurata di questi drammatici avvenimenti si trova in
FELICE, I fani di Torino in Studi Storici, SALVEMINI, Scritti sul fascismo,
Milano, Feltrinelli, esponente del Sindacato Ferrovieri. Gioda, il cui potere
effettivo allinterno del Fascio torinese era andato vieppi scemando (tanto che,
negli ultimi mesi, la sua attivit si era limitata a curare le corrispondenze
per Il Popolo dItalia), non ebbe alcuna responsabilit nellaccaduto?* ed anzi,
al pari di Rocca, non si fece scrupolo di biasimare la ferocia degli
squadristi. Vecchi, al contrario, sebbene egli stesso personalmente estraneo ai
fatti, se ne attribu la paternit, a nessun altro scopo - come sembra - se non
quello di riaffermare, ad onta di Gioda e dello stesso Mussolini (che aveva
incaricato una commissione dinchiesta di far luce sullaccaduto), la sua |
figura di ras di Torino e del Piemonte? Con una mossa a effetto, carica per di
significati politici - e non solo per quanto atteneva agli equilibri interni del
fascismo torinese -, Rocca e Gioda fecero giungere una corona di fiori sul
feretro di Berruti, loro amico di giovent ?. Gli squadristi - nota Rocca a
distanza - non gli avrebbero mai perdonato quel gesto. Episodi come quello di
Torino contrastavano drammaticamente con la | necessit - posta in evidenza da
Rocca e non da lui soltanto - di una | normalizzazione del fascismo. I primi
mesi di vita del governo Mussolini Sulla figura di Berruti v. ANDREUCCI, DETTI,
Gioda scrisse che la mobilitazione fascista era stata ordinata a sua completa
insaputa. Cfr. FELICE, / fatti di Torino Popolo FELICE, / fatti di Torino del
dicembre 1922, cit., p. 82. % Cfr. GIODA, Un nobile gesto fascista in morte del
comunista Berruti, Il Popolo dItalia. Gioda scrive di Berruti chegli era
indubbiamente un uomo in buona fede e dotato di qualit intellettuali non
comuni. Cfr. MASSIMO Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura Linchiesta
ordinata da Mussolini, affidata a Giunta e Gasti, accerta le gravissime
responsabilit degli squadristi torinesi. Nonostante le risultanze delle
indagini, il Gran Consiglio si limit a statuire lo scioglimento del Fascio di
Torino, delegando lincarico della sua ricostruzione allo stesso De Vecchi,
nominato fiduciario con pieni poteri, mentre Gorgolini e Gobbi (due dei pi
stretti collaboratori di Mario Gioda), autori di un memoriale contro il
quadrumviro, furono addirittura espulsi dal PNF, per esservi riammessi solo nel
dicembre. Il deliberato del supremo organo fascista, chiaramente
compromissorio, non significava che Mussolini avesse perdonato a Vecchi la sua
indisciplina. Di l a pochi mesi, infatti, il quadrunviro fu dapprima
allontanato dal Governo, ove ricopriva il ruolo di sottosegretario alle
pensioni e allassistenza militare, quindi, dopo la sua nomina a governatore
della Somalia, costretto a lasciare lItalia. In una vibrante lettera a
Mussolini, poi allegata agli atti dellinchiesta, In un discorso al Teatro
Ambrosiano, il quadrumviro difese loperato di | Brandimarte e si assunse la
responsabilit politica e morale della strage. Cfr. La Gazzetta del | furono
segnati da questa stridente contraddizione, in un difficilissimo equilibrio tra
disordine e legalit, spinte eversive e propositi riformatori, ricerca del
consenso e violenza indiscriminata. Sebbene funzionale agli interessi del
partito, il dibattito sulla legge elettorale, che monopolizz la vita
politico/parlamentare italiana UNO DEI
POCHI MOMENTI REALMENTE COSTRUTTIVI DEL FASCISMO. Rocca, gi da tempo schierato
per il ritorno al sistema maggioritario, entr nella speciale commissione per la
riforma elettorale nominata dal Gran Consiglio, primo passo verso quella che
sarebbe diventata la legge Acerbo. Per un certo MITA] riguardo si veda
larticolo // processo alla proporzionale, in Il Risorgimento. Sulla delicata
questione del sistema elettorale Rocca ha un vivace scambio di vedute con
Farinacci, fautore di un ripristino delluninominale puro. In una lettera a
Farinacci, Rocca defin un passo indietro, anche rispetto al deprecato sistema
proporzionale vigente (che se non altro aveva avuto il merito di immettere
sangue nuovo nellasfittica vita parlamentare italiana), uneventuale
reintegrazione del collegio uninominale; una formula dominata dalle aderenze,
dalle amicizie, dalle clientele personali, coltivate non sempre con mezzi
leciti ed onorevoli, e che per di pi aveva il difetto di acutizzare Io spirito
campanilistico (La discussione sul sistema uninominale. Una lettera di Massimo
Rocca all'on. Farinacci, Cremona Nuova). Nella sua pronta replica, Farinacci
obietta che la rivoluzione fascista ha a tal punto innovato i costumi politici
deglitaliani che il ristabilimento delluninominale non puo considerarsi un
semplice ritorno al passato. Se allora, nel passato sosteneva Farinacci sono le
clientele che decideno, adesso sarebbero da una parte il criterio e il giudizio
della Federazione provinciale fascista e dallaltra la conoscenza personale del
corpo elettorale e il suo giudizio, non pi formulato in virt della potenza
della clientela, ma in forza del valore del candidato, facilmente apprezzabile
dagli elettori per la loro educazione fascista. Quanto al problema del
campanilismo questione niente affatto trascurabile, soprattutto qualora la si
consideri alla luce delle future polemiche tra Rocca e Farinacci in merito al
fascismo provinciale -, il ras di Cremona fu ancora pi esplicito. Tu rimprovera
infatti a Rocca prescindi dallefficacia del nostro movimento, che ha allargato
la visione dei singoli i quali sono inclinati, merc lopera nostra, a conciliare
linteresse della provincia con quello della nazione, subordinando luno allaltro
(FARINACCI, // perch del ritorno al collegio uninominale). a conclusione dei
suoi lavori, la commissione (di cui facevano parte, oltre a Rocca, Michele
Bianchi, Roberto Farinacci, Rossi, Maraviglia, Bastianini e Sansanelli) si
pronuncia ufficialmente per il sistema maggioritario secondo uno schema
elaborato da Bianchi e contro luninominale. Rocca, che si trova in Sicilia e
non pot esser presente alla riunione, invia una lettera di piena adesione, di
cui da conto lo stesso Bianchi (cfr. Il Popolo dItalia). Il Gran Consiglio
accett le decisioni della commissione (il progetto Bianchi raccolse 21 voti a
favore, contro i 2 ottenuti da Farinacci. Cfr. PNF, // Gran Consiglio nei primi
dieci anni dell'era fascista), dopodich il sottosegretario alla presidenza del
consiglio, Giacomo Acerbo, fu incaricato di stendere il relativo disegno di
legge. Questo, sottoposto allesame preventivo di una commissione parlamentare
interpartitica (la cosiddetta commissione dei VIT PATTI VENI "TV ZO E TOPO
VOTO VI VITTI E PP TI periodo, parve che alla riforma elettorale com'era negli
auspici di Michele Bianchi e dello stesso Rocca - potesse accompagnarsi una pi
ampia azione di rinnovamento istituzionale. Nellultima seduta della sessione di
aprile il Gran Consiglio deliber la creazione di un Gruppo di Competenza per la
riforma costituzionale, affidandone la presidenza proprio a Rocca?!. Dinanzi
allallarme suscitato negli ambienti liberali da queste manovre Rocca si affrett
ad assicurare ogni patriota in buona fede che n listituto monarchico, n i
principi informatori dello Statuto sarebbero stati messi in discussione. In
realt, proprio la diffidenza manifestata dagli altri partiti della maggioranza
e il timore che essa potesse incidere negativamente sul cammino della legge
elettorale, indussero Mussolini a lasciar cadere ogni velleit riformatrice.
Rocca, che finalmente intravede la possibilit di legare il proprio nome - e la
funzione stessa del fascismo - ad unopera propositiva di riforma, ne resta
amareggiato. Questa volta scrive a distanza di tempo la delusione profonda. Il movimento fascista, che da
quattro anni parla senza tregua di rivoluzione e gi ne invocava i pretesi e
illimitati diritti contro ogni critica, non osava intraprendere la pi modesta
riforma, meno radicale di quella corporativa attuata dANNUNZIO (si veda) a
Fiume; una riforma capace di giustificare, dinanzi ai contemporanei e ai
posteri, le gesta passate del fascismo, il dominio presente, la chiara intenzione
di prolungarlo nel futuro, la retorica sulla nuova era dischiusa al Paese, le
eccessive intemperanze verbali e le violenze illegali. La sua rivoluzione si
riduceva dunque ad un'etichetta, dal significato puramente negativo, comodo
pretesto per trascurare la legalit | vigente, senza per curarsi di foggiarne
unaltra qualsiasi. Mussolini trascurava diciotto) - che lo approv -, fu
ratificato dalla Camera il 21 luglio, dopo una lunga discussione. Su tutti
questi punti v. FELICE, Mussolini il fascista Cfr. PNF, I! Gran Consiglio nei
primi dieci anni dell'era fascista Il Gruppo comprendeva anche: Bianchi
(presidente), Costamagna (segretario), Corradini, Maraviglia, Casalini,
Rossoni, Tamaro, Panunzio, Lolini, Gatti e Vecchio. Il Popolo dItalia, FELICE,
Mussolini il fascista Fedele a una visione tecnocratica della politica, Rocca
si apprestava a presentare uno schema di riforma i cui punti chiave erano: il
riconoscimento giuridico dei sindacati dogni categoria e dogni classe;
lelezione, da parte dei dirigenti e delle federazioni sindacali, di consigli
tecnici dell'economia, comprendenti tre classi, a livello locale, provinciale e
nazionale; il divieto di sciopero nei servizi pubblici; il passaggio automatico
al Senato vitalizio dei presidenti del Consiglio uscenti, per togliere loro
ogni preoccupazione elettorale ed assicurare il contributo dei migliori uomini
agli affari pubblici; il divieto al Parlamento di proporre nuove spese;
lapprovazione in blocco dei singoli bilanci (MASSIMO ROCCA, Come il fascismo divenne
una dittatura, cit., p. 138). un'occasione unica di mostrarsi grande e
dimporsi, col suo prestigio di riformatore, ai capi locali che cercavano di
scimmiottarlo nei suoi atteggiamenti esteriori La delusione di Rocca fu tanto
pi grande in quanto allaccantonamento dei disegni di riforma costituzionale si
aggiunse il concomitante naufragio dei Gruppi di Competenza, liniziativa nella
quale egli aveva riposto le maggiori speranze. In unintervista a un quotidiano
romano (riprodotta in parte anche da Il Popolo dItalia), Rocca, pur ribadendo
che i Gruppi di Competenza, nati da unidea prettamente aristocratica,
rappresentavano la maggior novit del fascismo, riconobbe che la loro attuazione
dipendeva dalla volont del Governo di utilizzarli?9. Dietro questa semplice
constatazione si nascondeva lamara consapevolezza delle grandi difficolt fin l
incontrate dai Gruppi allinterno stesso del fascismo (si tenga presente che, a
quasi quattro mesi dallentrata in vigore dello statuto/regolamento, i soli due
Gruppi realmente funzionanti erano quello per la pubblica amministrazione e
quello per leducazione, questultimo, peraltro, in pessimi rapporti con il
ministro Gentile) AI Gran Consiglio del 17 marzo, Rocca, dopo aver riferito
sulla situazione generale dei Gruppi, afferm la necessit di riconoscere loro
una franca autonomia, sola condizione per garantirne un'effettiva operativit.
Nei mesi successivi qualcosa parve smuoversi, al punto che, al Gran Consiglio
del 28 luglio, Rocca pot annunciare l'avvenuta costituzione di 178 Gruppi di
Competenza provinciali, ottenendo lassicurazione che gli organi direttivi del
partito avrebbero fatto il possibile per promuoverne lo sviluppo. Nonostante le
apparenze, tuttavia, i Gruppi di Competenza conducevano unesistenza stentata,
senza un reale collegamento gli uni con gli altri e con la segreteria
nazionale, mal visti e spesso dichiaratamente osteggiati dai fiduciari del
partito e dalle stesse corporazioni! Linsorgere della prima crisi revisionista,
conclusasi con linsuccesso di Rocca, diede loro il definitivo NicoLA Pascazio,
/l Gran Consiglio, i Gruppi di Competenza, la burocrazia, la scuola, l'Istituto
delle Assicurazioni. Intervista con Rocca, Il Giornale dItalia. A questo
riguardo v. CORDOVA, op. cit., pp. 166-167. 258 PIF, /l Gran Consiglio nei
primi dieci anni dell'era fascista V. altres / gruppi di competenza e la
riforma della scuola nella relazione di Rocca al Gran Consiglio Fascista, Il
Popolo dItalia. Cfr. PNF, /l Gran Consiglio nei primi dieci anni dell'era
fascista E? estremamente significativo, ad esempio, che il primo consiglio
nazionale delle Corporazioni, riunitosi a Roma il 30 giugno 1923, non avesse
minimamente affrontato il tema dei Gruppi di Competenza. Cfr. CORDOVA, op.
cit., p. 164. colpo di grazia. Complessivamente, quindi, il primo anno di vita
del governo Mussolini non rispose alle aspettative, personali e politiche, di
Massimo Rocca e non v dubbio che fu proprio la disillusione a indurre l'ex
anarchico alla sua ultima battaglia polemica. Fatale alle aspirazioni rinnovatrici
di Rocca, mentre Mario Gioda tornava faticosamente alla vita politica (il
Fascio di Torino, sciolto in conseguenza dei fatti del dicembre, fu
ricostituito), il biennio vide la consacrazione di Malusardi come dirigente
sindacale; e tuttavia non sembri un paradosso -, proprio nel 1924 la carriera
dellex stuccatore rischi di spezzarsi per sempre. AI pari dei suoi vecchi
compagni sebbene su un piano diverso -, anche Malusardi si trov a dover fare i
conti con la trasformazione del fascismo in regime. Malusardi lasci Sestri
Ponente, per dirigere la Federazione sindacale di Firenze. In pochi mesi egli
seppe conferire allorganizzazione corporativa dellarea fiorentina maggiore
stabilit ed efficienza. Nell'agosto, a coronamento dei suoi successi, Malusardi
fu nominato segretario della Corporazione nazionale del vetro, da poco
costituita, Quali fossero gli orientamenti generali del fascismo in materia
sindacale e quanto essi si discostassero dalla concezione operaista di
Malusardi, alimentata dai miti corridoniano e dannunziano, lo mostr chiaramente
il cosiddetto patto di Palazzo Chigi, stipulato tra la Confederazione delle
Corporazioni e la Confindustria, un accordo che segn il fallimento, almeno
nellindustria e in quel momento, dellipotesi di In seguito alla sua sospensione
per tre mesi da ogni attivit di partito, Rocca lascia la segreteria dei Gruppi
di Competenza al suo vice Costamagna, che la assunse a titolo definitivo. Nel
frattempo, il Gran Consiglio daveva disposto la trasformazione dei Gruppi in
Consigli Tecnici nazionali, organismi ancor pi evanescenti, dei quali ben
presto non sarebbe rimasta traccia. Cfr.AQUARONE al Teatro Scribe, ha luogo
l'assemblea del Fascio per lelezione del nuovo Direttorio. Questo, radunatosi
quattro giorni dopo, riconferm segretario politico Mario Gioda. Cfr. Il Maglio,
2 giugno 1924, e Il Popolo dItalia. Cfr. MALUSARDI, Elementi di storia del
sindacalismo fascista, E A n past p In base alla relazione presentata da
Malusardi al primo consiglio nazionale delle Corporazioni, le corporazioni
operanti nella provincia di Firenze sei mesi dopo il suo arrivo a Firenze erano XIV (I agricoltura, II commercio, III
industria, IV impiego, V professioni intellettuali, VI scuola, VII sanit, VIII
dipendenti monopoli e aziende statali, IX stampa, X teatro, XI trasporti e
comunicazioni, XII ospitalit nazionale, XIII industrie artistiche, e XIV belle
arti), per un totale di circa 50.000 iscritti. Cfr. Il Lavoro dItalia, Ctr.
sindacalismo integrale. Lintesa, fondata sul principio della collaborazione e
raggiunta grazie alla mediazione decisiva del governo, sollev tensioni e
contrasti allinterno del sindacalismo fascista. Si riun a Roma il consiglio
nazionale delle Corporazioni, nel corso del quale si manifestarono due
tendenze: la prima (pi conciliante e che fin per prevalere) facente capo a
PANUNZIO (si veda) e sostenuta dal segretario generale Rossoni, per il
sindacato unico obbligatorio e il riconoscimento giuridico dei contratti
collettivi di lavoro; la seconda, rappresentata da Bagnasco e Malusardi, a
favore dellazione diretta contro glindustriali. Nel clima di confusione seguito
al rapimento e allassassinio di Matteotti, Malusardi si dimise dalla segreteria
dei sindacati fascisti fiorentini (dove
sostituito da Lusignoli) 2. un
primo atto di ribellione, al quale fa seguito la costituzione - con Galbiati
(segretario della Corporazione nazionale dellarte bianca) e altri dirigenti
sindacali milanesi - dun comitato dazione per rigenerare le Corporazioni,
Nellordine del giorno diramato a mezzo stampa dal Comitato si denunciavano la
debolezza, lincertezza programmatica e lautoritarismo che contraddistinguevano
lopera delle Corporazioni fasciste, e sinvoca un totale revisionismo, nei
metodi, nei programmi e nel gruppo dirigente. Le Corporazioni proseguiva il
documento - dovevano agire in senso nettamente sindacalista, avendo presenti
gli interessi effettivi della classe produttiva, senza lasciarsi condizionare
da pregiudizi ideologici (di lotta di classe e di collaborazione aprioristica)
e politici, ma anzi ricercando l'intesa con le masse e le organizzazioni che si
muovevano sul terreno nazionale. Quanto ai rapporti con il Partito Fascista,
questi dovevano essere fissati in forma di libera e consapevole alleanza? Pochi
giorni dopo, PERFETTI, Il sindacalismo fascista. Su questi punti v. CORDOVA.
PERFETTI, Il sindacalismo fascista. Per la cronaca del congresso v. Il Popolo
dItalia, e Il Lavoro dItalia. Cfr. La crisi del fascismo fiorentino, La
Giustizia. Cfr. Un sintomatico pronunciamento fra i dirigenti delle Corporazioni
milanesi, La Voce Repubblicana. AEREI ; i i Dal 13 settembre il Comitato inizi
le pubblicazioni di un proprio settimanale: LIdea Sindacalista. Jai Un
sintomatico pronunciamento fra i dirigenti delle Corporazioni milanesi, cit.
(La Voce Repubblicana, che, da sempre ferocemente critica nei confronti degli
orientamenti sindacali del fascismo, segu con grande attenzione gli sviluppi
della crisi, defin una diagnosi perfetta quella contenuta nellordine del giorno
del Comitato milanese). Direttorio nazionale delle Corporazioni sanzion
lallontanamento dal movimento sindacale fascista di Galbiati e Malusardi?!, il
quale per, allinizio di ottobre, dette le dimissioni dal Comitato, ottenendo il
ritiro del decreto di espulsione. Non
chiaro per quale motivo Malusardi si decise a quella mossa, ma certo che, cos facendo, egli salvaguard la
propria carriera politica. Pertanto, pur senza mai rinnegare del tutto le
proprie radici anarcosindacaliste (si pu dire infatti che la sua azione
nellambito del sindacalismo fascista continu a vivere di velleit operaiste) ??,
Malusardi la cui fedelt al fascismo non fu comunque mai in discussione - rientr
| disciplinatamente nei ranghi, adeguandosi sempre pi ai modelli imposti dal
regime. Nell'autunno del 1924, preludio allavvento di una lunga dittatura, si
concluse quindi almeno formalmente la vicenda libertaria di Malusardi: unuscita
di scena meno appariscente di quella toccata in sorte a Massimo Rocca e a Mario
Gioda, ma egualmente emblematica. Si riune a Roma il Direttorio nazionale delle
Corporazioni. L'iniziativa di Malusardi e Galbiati fu liquidata come latto di
quattro persone che non avevano alcuna autorit e alcun seguito. Cfr. Il Popolo
dItalia Hi Provvedimenti del Direttorio delle Corporazioni. Sullintera vicenda
v. CORDOVA 2a Dimissioni!, LIdea Sindacalista Un mese dopo Malusardi presenzia
regolarmente al secondo congresso nazionale delle Corporazioni (Roma). Cfr. Il
Popolo dItalia. Esemplare, a questo proposito, lesperienza di Malusardi come
segretario dellUnione provinciale dei sindacati fascisti di Torino, segnata dai
continui contrasti con l'Unione industriale fascista, e la FIAT in particolare
(al riguardo v. SAPELLI, Fascismo, grande industria e sindacato. Il caso di
Torino, Milano, Feltrinelli. Le aspirazioni libertarie di Malusardi trovano un
ultimo rifugio nellutopie socializzatrici della Repubblica Sociale, nella quale
egli ha comunque un ruolo defilato e la cui funesta parabola non gli risparmia
dolori e amarezze (uno dei suoi figli, divenuto partigiano, fatto prigioniero dai fascisti e condannato a
morte, Malusardi si rivolge a Mussolini, il quale intervenne personalmente
affinch al ribelle risparmiata la vita.
Cfr. ACS, REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, Segreteria particolare del duce. Nel
dopoguerra, nonostante la non pi verde et, Malusardi partecipa attivamente alla
vita politica e sindacale nelle file della CISNAL. Il suo approccio alle
questioni del lavoro resta di fatto immutato, sentimentalmente ancorato alle
memorie di Corridoni e Annunzio (a titolo di esempio si vedano i saggi
Corridoni e Socialit di ANNUNZIO (si veda), pubblicati da Malusardi su una
risorta edizione de Il Maglio. Muore a Torino. Sulla figura e lopera di Edoardo
Malusardi, quale rappresentante dellala sinistra del fascismo, v. infine PARLATO,
La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino, 2000,
ad indicem. Linizio della polemica revisionista
giustamente fatto coincidere # L pubblicazione su Critica Fascista, dell
articolo Rocca Fascismo e paese . Gi da qualche mese, tuttavia, dinanzi al
protrarsi delle illegalit fasciste, i settori pi lungimiranti del PNF -e I
ambienti ad essi vicini - avvertivano con crescente inquietudine l urgenza di
un cambio di rotta, di una nuova fase che segnasse il definitivo inserimento
del fascismo nellordine statutario. Intervenendo alla Camera, lon. Misuri, gi
parlamentare fascista, anticipa, di fatto, alcuni dei temi poi sollevati da
Rocca nel suo celebre articolo. In RT Misuri chiede la smobilitazione delle
squadre e | inclusione le ; MVSN nellesercito regolare; la cessazione, da parte
del segretario si Partito Fascista e dei responsabili dei singoli Fasci, d ogni
ingerenza srt; i affari di competenza dellesecutivo e delle prefetture; !
allargamento va base del Governo a tutte le sane correnti nazionali. Il
discorso kr deputato perugino, al quale si sarebbe associato Ottavio i Lee Di
breve stagione del dissidentismo fascista (almeno di quello mo lerato, ch Di
furono altri tipi di dissidentismo) , fenomeno parallelo e in un certo sen Larticolo
usc simultaneamente anche sulle pagine de Il Giornale dItalia, che lo defin
notevole. Lira : Epi ? Alfredo Misuri, di estrazione monarchico liberale, SE
tra " n n pn i fasciste, dovette abbandonai Perugia. Eletto al Parlamento
nelle file f, d a r i ua ito di duri i ltri maggiorenti del fascismo u Li 1922
a seguito di duri contrasti personali con al sa 1 di i P ta nel PNF rientr per
bre i ismo, dopo la fusione deli Associazione Nazional is NF rientr | lst
ferighi del fascismo, per esserne definitivamente espulso ai primi di a.
MISURI, Rivolta morale: confessioni, esperienze e documenti di un uinquennio di
vita italiana, Milano, Edizioni vana 1924. i i i 95-122. | testo completo del
discorso v. /bidem, pp. ar , h vira ore
dalla conclusione del suo intervento, Misuri fu aggredito da alcuni sgherri
fascisti, guidati dallufficiale della Milizia Arconovaldo Bonaccorsi, e
malmenato Cs sullepisodio v. Per l'aggressione allon. Misuri, Il Giornale d
Italia, 31 maggio 1 i ) Il dissidentismo conservatore di Alfredo Misuri e
Ottavio Corgini trov lun pun concreta nel gennaio 1924, con la nascita
dellassociazione Patria e Libert, evocante, gi: speculare = a quello del
revisionismo. Nondimeno, a parte le riserve espresse dai dissidenti - e da
Misuri in particolare sul revisionismo e su Massimo Rocca, tra le due eresie
fasciste correva una differenza sostanziale. Come gi notava acutamente Giacomo
Lumbroso nel 1925, mentre i dissidenti non nutrivano grandi speranze circa la
capacit del fascismo di autoriformarsi (tant' che finirono per distaccarsene
quasi subito), Rocca silludeva di far trionfare la propria idea da dentro il
partito; credeva, in altri termini di poter cambiare il fascismo dal suo
interno, nella convinzione - per dirla con le sue parole - che esso potesse
realmente diventare lala marciante e riformatrice del liberalismo. In questo
vizio dorigine, prima ancora che nei mutevoli umori di Mussolini e nella
protervia di Roberto Farinacci e degli altri ras, in questa valutazione errata
della vera essenza del fascismo (che avrebbe fatto della battaglia revisionista
unestenuante e infruttuosa lotta di posizione) *, devono essere ricercate le
ragioni ultime della sconfitta di Massimo Rocca. Come detto, larticolo di Rocca
vide la luce su Critica Fascista, la nuova rivista di Giuseppe Bottai, che
aveva iniziato le pubblicazioni il 15 giugno nel nome, taluni circoli
monarchici piemontesi di fine Ottocento. Dopo il delitto Matteotti I
associazione prese a pubblicare il settimanale Campane a stormo (poi riesumato
da Misuri nellimmediato secondo dopoguerra). n Sul dissidentismo fascista, la
sua complessa vicenda politica e le sue diverse coloriture e ramificazioni, v.
principalmente LOMBARDI, Per le patrie libert: la dissidenza fascista tra
mussolinismo e Aventino, Milano, Angeli, ma anche con pi esplicito riferimento
alloperato di Misuri e Corgini, ZANI, L'Apsocio4iali costituzionale Patria e
Libert, in Storia Contemporanea, ondamento delle loro critiche al revisionismo
i dissidenti di Patria e Libert ponevano la considerazione che fosse ormai
necessaria la liquidazione, non la revisione del fascismo. Pisi caotici
costruttori di teorie, in quanto convinti di poter salvare qualcosa del
ascismo, lavoravano inconsciamente per esso (Revisionismo, Campane), PSR A E e
Cfr. LUMBRO050, La crisi del fascismo, Firenze, Vallecchi, Lumbroso (gi nella
fiorentina Banda dello sgombero, una delle prime manifestazioni del
dissidentismo fascista) era stato tra i promotori in Toscana dei Fasci Nazi
nali, formazioni autonome che pretendevano riallacciarsi al fascismo puro delle
origini. Fascista di animo e di azione sin dalla vigilia scriveva Lumbroso
nelle pagine ug se suo da Ta sono rimasto tale perch non credo che la dottrina
e lo spirito del cismo debbano confondersi collo scempio che ne stato compi i inetti i f iu indegni. RIA: dae Re) 2a Massimo Rocca, Come il fascismo divenne una
dittatura. ZANI. Fin dai primi numeri, il periodico romano si era fatto
interprete di una concezione legalitaria, costituzionale del fascismo. Sebbene
muovendo da premesse culturali e politiche molto diverse, anche Bottai - come
Rocca - riteneva finito il tempo della rivoluzione e chiedeva il rinnovamento
del partito, la sostituzione del vecchio ceto dirigente fascista con una nuova
lite che fosse in grado di guidare la ricostruzione del Paese. Un mese e mezzo
prima che Rocca aprisse ufficialmente il fronte revisionista, un altro
collaboratore di Bottai, lex sindacalista corridoniano Marsanich, chiara in
modo inequivocabile lorientamento della rivista. Noi scrive Marsanich - diciamo
che il nostro partito deve iniziare subito unopera di revisione, anzi di
liquidazione, di certi suoi precetti e di certi suoi metodi, che se furono
utili prima, oggi non servono pi, se non ad intorbidire le fonti della nostra
forza ideale e politica. Intanto dobbiamo dire alto e forte che proprio uno dei
nostri compiti necessari, in quanto lItalia
nata dal liberalismo e cresciuta nel parlamentarismo, quello di ridonare al Parlamento il suo
valore di massimo istituto storico e politico dellet nostra, di riconciliare
insomma la Nazione col Parlamento. Il Partito Fascista dovrebbe ormai sentire
la necessit di smobilitare e di proporsi nettamente, con un superiore obiettivo
di sintesi nazionale, l'eventualit di avvicinarsi a molti, se non a tutti, i
suoi nemici di ieri"! Essendo queste le premesse, era quasi inevitabile
che Rocca, il quale da tempo esorta alla normalizzazione, trova in Bottai e
nella redazione di Critica Fascista degli interlocutori attenti e ben disposti.
Ma ? Sul ruolo avuto da Bottai e da Critica Fascista nel dibattito interno al
fascismo durante il primo scorcio degli anni venti (con particolare riferimento
al revisionismo) v. soprattutto MANGONI, L interventismo della cultura.
Intellettuali e riviste del fascismo, Bari, Laterza, GENTILE, GUERRI, Bottai
fascista critico, Milano, Feltrinelli, BOTTAI, Disciplina, Critica Fascista.
Che il fascismo, compiuta la sua rivoluzione e conquistate le leve del potere,
dovesse por mano alla ricostruzione morale e materiale della Nazione, secondo
un programma propositivo, era opinione largamente condivisa tra i fascisti pi
politici. Lo stesso Mussolini, in una lettera a Bottai pubblicata sul secondo
numero di Critica Fascista (e riprodotta anche da Il Popolo dItalia del 30
giugno), aveva scritto: Caro Bottai, prima ancora che il programma, mi piace il
titolo della tua rivista, titolo che mi appare come un gesto di consapevole
orgoglio e come un privilegio del nostro movimento. Il quale, raggiunto il suo
secondo tempo costruttivo, deve affinare le sue capacit di controllo e di
critica. !! Augusto DE MARSANICH, Revisione Su MARSANICH (si veda), figura di
rilievo del regime mussoliniano e quindi, nel secondo dopoguerra, uno dei
protagonisti del movimento neo-fascista, v. Dizionario biografico deglitaliani.
cosa scrive Rocca che desta tanto clamore? La rivoluzione fascista questo in
sintesi il suo pensiero aveva avuto il merito di strappare lItalia al baratro
del bolscevismo, ma una rivoluzione aveva ragion dessere soltanto se
finalizzata al bene della Nazione, di tutta la Nazione, e non alla propria
autoconservazione. Il fascismo - spiega Rocca
dove servire il Paese e non viceversa, come preteso dai capi
provinciali, i quali, interessati solo a perpetuare il loro piccolo potere,
erano i primi responsabili del perdurare dellillegalit e del clima di tensione,
da guerra civile permanente, che ancora dominava in certe regioni". Ora,
nella battaglia intrapresa per la sprovincializzazione del fascismo, Rocca era
convinto di trovare in Mussolini un alleato naturale, ma questopinione, se non
mancava di riferimenti nella realt, non teneva nel dovuto conto la
spregiudicatezza tipica del modus operandi del duce, ed era perci, in
definitiva, frutto di una valutazione decisamente ottimistica. Scorrendo larticolo
di Rocca si ha I impressione che lautore tendesse a sopravvalutare certe prese
di posizione di Mussolini che, pi o meno
inconsapevolmente, finisse per attribuire al duce la propria personale visione
del fascismo. I segni pi evidenti della volont conciliatrice del Presidente del
Consiglio - scriveva Rocca - erano stati: la promessa, lanciata nel primo
discorso in Parlamento, di utilizzare a servizio del Paese tutti gli elementi
di valore, persino se provenissero dallestrema sinistra: lappoggio dato alle
Corporazioni fasciste, fino a riconoscerle di fatto, se non di diritto, sebbene
ospitassero nel loro seno vaste masse di non tesserati; I incoraggiamento ai
Gruppi di Competenza, destinati a completare e correggere lopera sindacalista
compiuta nei ceti proletari; la costituzione di un governo non esclusivamente
fascista; l'immissione di ufficiali dellesercito nei quadri della Milizia, per
maturarne la futura fusione con lesercito medesimo; il rifiuto ostinato,
intelligente ed onesto, di soddisfare alle pretese dimpiegati e di favori da
parte di troppi procaccianti in veste fascista, specie dellultima pes; Se
pensiamo alla sorte ingloriosa che, complice proprio la caduta in disgrazia del
loro mentore, sarebbe spettata di l a poco ai Gruppi di Competenza; alleffettivo
strapotere della Milizia e, soprattutto, al vero e proprio esercito di
profittatori, dintriganti e dincapaci che affollava lentourage di Mussolini
(uno stato di cose a cui egli, forse per effetto della Cfr. MassIMo Rocca,
Fascismo e paese, Critica Fascista. Larticolo, con altri due dello stesso
periodo, si trova ri ilti i STE, con, prodotto sotto il titolo // l'Italia -
anche in Idee sul fascismo. pan sua sfiducia negli uomini, trov sempre inutile
opporsi), abbiamo la misura di quanto Rocca singannasse. In ogni caso, il suo
articolo fu bene accolto da Il Popolo dItalia, che anzi ne fece pubblicamente
l'elogio", e nel complesso, lungo tutta la durata della prima crisi
revisionista, il giornale diretto dal fratello del duce, Arnaldo, ne incoraggi
apertamente le fatiche. Mussolini stesso, del resto, sebbene senza mai esporsi
in prima persona, dette una mano alla campagna revisionista, ma la ragione di
questo suo favore non derivava tanto, come crede Rocca, da unintima convinzione
ideale, bens - come ha ben sottolineato Felice (e com'era, daltronde, nel
carattere del duce) - da considerazioni di opportunit politica. L'obiettivo
allora perseguito da Mussolini, infatti,
quello di una graduale apertura verso le forze costituzionali (liberali,
cattolici, ma anche socialisti riformisti), che consentisse un ampliamento e
dunque un consolidamento della sua maggioranza. A questo progetto si opponevano
scopertamente gli intransigenti alla Farinacci, ed ecco, perci, che lesistenza
di una corrente revisionista, moderata, allinterno del fascismo, poteva servire
a un duplice scopo: a rassicurare gli altri partiti e l'opinione pubblica sulle
buone intenzioni del governo e a tenere a freno i ras, in vista di un possibile
compromesso! Fu quindi grazie a Mussolini che il dibattito inaugurato da Rocca
sulle pagine di Critica Fascista pot uscire dallambito piuttosto limitato della
rivista di Bottai per diventare, grazie al coinvolgimento di altri organi di
stampa, un fatto politico di portata nazionale'. Per rimanere allambito
strettamente fascista, i giornali che pi degli altri si fecero carico di
assecondare i disegni dei revisionisti furono tre: Il Corriere Italiano di
Filippelli, L'Impero di Carli e Settimelli, e, inizialmente in misura pi
sfumata, Il Nuovo Paese di Carlo Bazzi. Si trattava di fogli dalla linea
editoriale incerta e contraddittoria e - ci che pi conta - legati a interessi
equivoci'5; cos, se innegabile che il
loro sostegno Su questo aspetto non secondario della personalit mussoliniana v.
RENZO DE FELICE, Mussolini il fascista. Cfr. FROMBOLIERE, Un monito fascista:
basta con gli pseudo-Mussolini!, Il Popolo dItalia Cfr. Renzo DE FELICE,
Mussolini il fascista. Il Corriere Italiano era sorto grazie a finanziamenti di
origine imprecisata ed era, a ragione, considerato l'organo ufficioso del
Governo, essendone diretti ispiratori due uomini molto vicini a Mussolini:
Finzi, sottosegretario al Ministero degli Interni, e Rossi, capo dellufficio
stampa del duce e membro del Gran Consiglio del fascismo. L'Impero aveva
anch'esso iniziato le pubblicazioni e si distingueva per l'accento
smaccatamente reazionario, spesso addirittura delirante, dei suoi articoli. I
motivi dette a Rocca lopportunit di far giungere la propria voce a un pubblico
pi vasto, altrettanto fuor di dubbio
che, a lungo andare, esso non giov affatto alla seriet della campagna
revisionista, e che anzi, lessersi trovato Rocca anche solo indirettamente
coinvolto in certe mene affaristiche, offr a suoi avversari il destro per
muovergli accuse, pi o meno esplicite e motivate, di corruzione. Rocca rileva
al riguardo Lumbroso puo ridersi di certe accuse poich la sua probit privata
era inattaccabile; ma sta di fatto che i giornali di cui egli si serviva e
anche taluni degli uomini che lo incoraggiavano nella sua campagna non erano
certo i pi indicati a parlare di epurazione del Partito; ed innegabile che certo fascismo provinciale,
illegalista, dispotico e violento, in del sostegno offerto da Carli e
Settimelli alla campagna revisionista, oltre che nei vincoli strettissimi con
Filippelli e il suo giornale (LImpero apparteneva alla stessa cordata
economico/finanziaria editrice de Il Corriere Italiano, la societ La vita
dItalia, di cui Filippelli era amministratore delegato), andavano ricercati nel
loro esasperato mussolinismo, nellammirazione, certo non disinteressata, per il
duce, verso il quale i due | reduci del futurismo, un tempo cantori
dellanticonformismo e dellindividualismo anarchico, tenevano un atteggiamento
adulatorio, sconfinante nel ridicolo, che pi di una volta mise in imbarazzo lo
stesso Mussolini. A riprova dellincostanza e dellopportunismo che
caratterizzava la redazione de LImpero si ricordi che, nel corso della crisi
Matteotti, il giornale, gi revisionista, sarebbe stato in prima linea nel chiedere
il giro di vite e la soppressione violenta delle opposizioni; e che, a
conclusione di quella dolorosa vicenda, Carli pubblica un saggio, con la
prefazione di Farinacci, (Fascismo intransigente. Contributo alla fondazione di
un regime, Firenze, Bemporad), che tutto
un panegirico del ras di Cremona e dei suoi epigoni. Il Nuovo Paese apre i
battenti su iniziativa di Bazzi. Questi, che compagno di Rocca nelle Argonne,
proveniva dal PRI ed apparteneva a quelle frange del movimento repubblicano
che, in polemica con lorientamento antifascista prevals o in seno al partito
dorigine, se n'erano staccate per dar corpo a formazioni autonome
fiancheggiatrici del fascismo (lo stesso Bazzi si era fatto promotore di una
Unione Mazziniana Nazionale). Anche Il Nuovo Paese non era al di fuori di
loschi giri daffari, essendo legato a quel vasto ed equivoco mondo affaristico
che subito dopo la marcia su Roma si annida ai margini del fascismo al governo;
una lobby multiforme che aveva tutto linteresse che il fascismo rimanesse al
potere e mirava, per questo motivo, a una normalizzazione che rafforzasse la
situazione, da cui il contributo recato dal giornale di Bazzi alla causa del
revisionismo FELICE, Mussolini il fascista. Su Il Nuovo Paese e Il Corriere
Italiano si veda CANALI, Cesare Rossi: da rivoluzionario a eminenza grigia del
fascismo, Bologna, Il Mulino. Il medesimo autore ha efficacemente ricostruito
l'intreccio affaristico sottostante al primo esecutivo a guida fascista, in //
Delitto Matteotti: affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Bologna,
Il Mulino. Su Bazzi in particolare v.SALOTTI, Affarismo e politica intorno alla
liquidazione dei residuati bellici, Storia Contemporanea.Infine, a proposito de
LImpero, v. SCARANTINO. complesso si era mantenuto puro dalla piaga
dellaffarismo, e non vi ha dubbio che ci erano dei ras, tipo Farinacci,
persuasi in buona fede di giovare alla causa del fascismo e dellItalia,
dominando nelle loro provincie come despoti incontrollati ed incontrollabili e
riducendo a zero lautorit dei funzionari governativi"? Il giorno dopo la
comparsa dellarticolo di Rocca su Critica Fascista, Il Corriere Italiano prese
di petto la questione e, in un fondo che avrebbe sollevato lindignazione di
Farinacci, si scagli senza mezzi termini contro larbitrio capriccioso e
tirannico dei capi provinciali, arrivando a prospettare, neanche troppo
velatamente, la possibilit di uno scioglimento del PNF, il quale, vivendo ormai
di rendita alle spalle di Mussolini, costituiva linciampo pi grave allazione
del Governo. Lipotesi insinuata dal quotidiano di Filippelli dest, comera
prevedibile, un nugolo di polemiche. L'Impero, per tramite dei suoi
condirettori, afferm che il feticismo ostinato nei confronti del partito non
aveva pi alcuna giustificazione e che, essendosi chiuso il periodo eroico della
rivoluzione fascista ed essendo stati lo spirito e la mentalit del fascismo
gradualmente ma rapidamente assorbiti dallintera Nazione, non vi era pi ragione
di conservare in vita il partito. Nel frattempo, Rocca non perde occasione per
riaffermare il proprio punto di vista. Personalmente contrario, almeno nel
breve periodo, allo scioglimento del PNF, il leader revisionista prosegue
imperterrito lungo la via intrapresa. I problemi pi gravi del fascismo -
insiste Rocca - consisteno nellequivoco perdurante tra partito e governo, vale
a dire nellidentificazione del primo col i secondo; nellirresponsabilit e nella
prepotenza dei fiduciari provinciali; nella LUMBRO50 Cfr. Governo e fascismo,
Il Corriere Italiano. SETTIMELLI, L'ultima svolta del fascismo, L'ImperoCos, ad
esempio, a Torino, in sede dinaugurazione dei nuovi locali dei Gruppi di
Competenza. Nel suo discorso, che riceve il plauso dGioda, Rocca non tralascia
di accennare alle controversie in atto nel fascismo, ribadendo le proprie
critiche aglintransigenti (cfr. Il discorso di Rocca sulle funzioni dei Gruppi
di Competenza, Il Piemonte). In una lettera pubblicata da L'Impero (Partito e
Governo fascista), Rocca scrive non essere ancora giunto il momento in cui
lItalia, pienamente e consapevolmente fascista, si sarebbe potuta sostituire al
partito. Con questo egli non esclude che, in un futuro pi o meno prossimo, ci
sarebbe potuto accadere, e indic nei Gruppi di Competenza e nei sindacati dogni
ceto produttivo gli strumenti necessati di questa trasformazione. Il giorno
seguente Rocca ribade i medesimi concetti in unintervista a Il Corriere
Italiano, parodia duna disciplina formale senza norme n garanzia; nel
predominio deglorgani esclusivamente politici di partito su tutto ci che pur
rientrando nella vita corrente del fascismo, non strettamente ulivo (ad esempio i Gruppi di
Competenza) e che, per questa ragione, il partito ostacolava in ogni modo.
Tutto ci - secondo Rocca - conduce ad una vera forma di nuovo bolscevismo, DISSOLVITRICE
DELLO STATO E DELLITALIA, cui si dove assolutamente porre rimedio. Contro la
campagna revisionista, che raccolge i favori dellopinione pubblica moderata
variamente filo-fascista, insorsero invece glintransigenti. Nellambito di una
riunione del Consiglio Provinciale di Cremona, Farinacci difende il principio
dellintransigenza, si disse contrario all'inserimento della milizia
nellesercito regolare e minacci una seconda ondata rivoluzionaria contro i
falsi fascisti, profittatori senza fede che si servivano del fascismo per i
loro maneggi affaristici, Pi avanti, in un editoriale per il suo giornale, il
ras cremonese replic seccamente alle accuse dei revisionisti. Non era affatto
vero scrisse - che Mussolini non dovesse niente al fascismo provinciale, il
quale, al contrario. costituiva la vera forza, il fondamento del partito e
aveva contribuito in modo schiacciante al trionfo. Se si distrugge il fascismo
delle provincie si domanda Farinacci che cosa resterebbe del fascismo? Io non
ho lacume di Massimo Rocca, ma come caffoncello di Provincia mi permetto di
fare uno sforzo mentale pari a quello di he pero della terza elementare
calcolando che Provincia pi Provincia fa azione! ROCCA, Partito e Governo
fascista, cit. Tra gli organi indipendenti che offrirono spazio e
considerazione alla campagna revisionista, oltre a Il Giornale dItalia,
tradizionalmente vicino alla destra liberale, si segnalarono soprattutto La
Tribuna, lautorevole quotidiano romano diretto da Olindo Malagodi, Il Corriere
dItalia, organo ufficioso della destra cattolica ex popolare, e LEpoca, un
giornale dispirazione combattentistica. Proprio LEpoca pubblic unintervista di
Montalto a Rocca (Il momento attuale e il fascismo), dando modo allex anarchico
di esporre le proprie idee revisioniste a un pubblico non strettamente
fascista. di Un forte discorso dell'on. Farinacci, Cremona Nuova FARINACCI, /n
difesa dei cafoni di provincia. Il giorno avanti, il quotidiano farinacciano
aveva ospitato un intervento del bolognese Baroncini, membro del Comitato
Centrale, una delle figure pi note del fascismo emiliano/romagnolo (su di lui
v. NELLO, Grandi: la formazione di un leader fascista, cit, ad indicem).
Larticolo (intitolato Evviva il Fascismo e pubblicato in contemporanea anche da
La Scure di Piacenza e, naturalmente, dal bolognese L Assalto) era una difesa
appassionata del fascismo di provincia contro il fascismo spurio, interessato e
Il ragionamento di Farinacci, nella sua schematicit, non mancava di logica e di
veridicit e coglieva un aspetto essenziale del problema, andando al cuore delle
contraddizioni della politica revisionista. Il fascismo delle provincie,
caotico, brutale e intimamente sovversivo, costituiva davvero, assai pi del
fascismo addomesticato, costituzionale e legalitario di Roma e di Milano,
lanima del movimento. Mussolini ne era ben consapevole, tant' vero chegli non
pensava affatto, come Rocca avrebbe voluto, ad una liquidazione in tronco del
rassismo, ma, casomai, ad un suo opportuno ridimensionamento, che lo svuotasse
dei contenuti pi radicali e pi difficilmente gestibili; alla qual cosa, come gi
si detto, la propaganda senza anima,
propagandato dai revisionisti. Di analogo tenore - e spesso ben pi sbrigative e
violente - le reazioni degli altri fogli intransigenti. L'organo del fascismo
trevigiano, per mano del suo direttore, lasci intendere che Rocca avrebbe
meritato lo stesso trattamento riservato a Misuri, in quanto il suo larticolo
su Critica Fascista era degno di far pari col famigerato discorso dellex
deputato fascista (PEDRAZZA, Polemica fascista. Rispondiamo a Massimo Rocca,
Camicia Nera. A Piacenza, IL CONTE BARBIELLINI (si veda) punta lindice contro
le trame affaristiche sottostanti alla campagna revisionista. Per quali anonimi
lestofanti tuona il ras piacentino - fate voi da agenti provocatori di torbidi
nel fascismo? Vi secca la attivit fascista di provincia? Vi secca che dai ras
provinciali si siano mandati allaria diversi grossi affari che gruppi
capitalisti avevano qui realizzato ai danni dellErario Nazionale? (BARBIELLINI,
Perch non molliamo, La Scure). Circa le radici e le ragioni culturali e
politiche dellestremismo provinciale fascista con particolare riguardo a
Farinacci v. GENTILE. E interessante, a questo riguardo, ricordare il giudizio
di un esponente della cultura antifascista, Gobetti, secondo il quale non gi i
revisionisti ma Farinacci e gli altri ras del suo stampo erano gli autentici e
pi genuini rappresentanti del fascismo. In due articoli non certo teneri nei
confronti di Rocca, definito un parvenu e un arrivista, Gobetti scrive di
preferire la rozzezza degli intransigenti, non priva di senso di dignit e di
spirito di sacrificio, al politicantismo senza pudore e al trasformismo, senza
decoro e senza intransigenza dei vari Rocca, Bottai e Grandi, professionisti
della politica il cui revisionismo era nato in mezzo alle mollezze romane,
confortato da ricche prebende. A parte gli aspetti volutamente paradossali
delle sue considerazioni (e a parte la predilezione, tipicamente gobettiana,
per la categoria politico/morale dellintransigenza), lintellettuale torinese
coglieva nel segno allorch metteva in risalto la maggior rappresentativit
sociale - e culturale in senso antropologico - del fascismo provinciale, il
quale si faceva portavoce di sentimenti reali, di sincere, per quanto confuse e
primitive, aspirazioni palingenetiche, e godeva di un seguito che mancava
invece completamente alle fredde teorie dei revisionisti. Dietro ai vari ras di
provincia - notava lucidamente GOBETTI (si veda) - vi erano centomila giovani,
che al fascismo non avevano chiesto di guadagnare o di risolvere il problema
della propria disoccupazione, ma vi avevano portato la loro disperata
aberrazione, la repugnanza per i compromessi e gli opportunismi (la prima
citazione tratta da Elogio di Farinacci,
La Rivoluzione Liberale; le restanti da Secondo elogio di Farinacci. Anche in
GOBETTI, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Torino, Einaudi.
revisionista (anche attraverso il ricatto rappresentato dalla ventilata
minaccia di scioglimento del partito) poteva servire in modo egregio. Queste
considerazioni parevano sfuggire a Rocca, il quale, vittima forse anche della
propria presunzione, era invece convinto di avere al suo arco pi frecce di
quante non ne avesse in realt. Per niente intimorito dalla reazione di
Farinacci, ma anzi, data la propria innata vena di polemista, perfettamente a
proprio agio nel clima di roventi discussioni da lui stesso suscitato, Rocca
alz il tiro delle sue accuse. Non ci si ancora
accorti, evidentemente scrisse in un nuovo articolo per Critica Fascista che
oggi governa Mussolini in nome di una monarchia pi salda che mai; che i nostri
antenati e noi abbiamo combattuto per creare e rafforzare e ingrandire unItalia
unitaria, ove la forza armata, anche solo di manganello, dev'essere una sola e
uno il Governo che ne dispone, e uno solo il governo che fa le leggi e le
applica attraverso i prefetti, dando a questi ultimi il diritto di mettere in
galera anche i pi autorevoli fascisti locali se contravvengono alla legge. Non
si adattano ad essere cittadini pur essi come tutti gli altri, nella loro
provincia? Ebbene, facciano essi i prefetti, e pongano nella legalit il loro
dominio personale e continuino pure lopera meritoria compiuta nel fascismo. Ma
questopera indipendente dalla loro
prepotenza personale nelle cose che il partito non riguardano; ma per
continuare tale funzione non necessario
instaurare repubbliche dittatoriali o vicereami con feudi annessi o diarchie
lillipuziane. Non basta federare degli staterelli autonomi, ove laugusto
signore sentenzia qui comando io e fabbrica una legge speciale per lui, senza
controllo; non basta federarli platonicamente sotto legida di Mussolini,
sopporta col platonico omaggio di un alal. Bisogna disfarli.Tutto ci per la
fronda fascista, nuova specie di sovversivismo autentico imbellettato di
tricolore: unico sovversivismo attivo e ingombrante oggigiorno. Tutto ci per la
Fronda insorta personalmente contro una mia tesi impersonale, a minacciare col
seguito dei suoi vassalli un modestissimo, ma convinto pensiero individuale,
che non riconosce altro ordine se non quello del Duce, n altra legge se non
quella raccolta nel codice e applicabile dal procuratore del Re [...]. Ma la
Fronda si piegher? La fronda non si pieg. A distanza di soli tre giorni dalla
pubblicazione di questo articolo, la Giunta Esecutiva del PNF - istigata da
Farinacci - decret lespulsione di Rocca dal partito per grave Rocca, Diciotto
brumaio, Critica Fascista (anche in ID., Idee sul fascismo). Questo saggio di
Rocca preceduto da una significativa
postilla della redazione. Siamo perfettamente solidali con lautore vi si legge
- e con gli scopi altissimi della sua battaglia, che anche la nostra battaglia. VIPATTTTRA VENTO
ile A indisciplina e indegnit politica. MUSSOLINI RICEVE ROCCA in qualit di
vicepresidente dellistituto nazionale dellassicurazioni, ufficialmente per
trattare di questioni riguardanti l'ente ma in realt per aver modo di
esprimergli la propria solidariet. La sortita del duce, da cui egli si
aspettava le dimissioni dellintera Giunta Esecutiva, ebbe invece come effetto
di provocare quelle della Segreteria Generale (cio di una parte soltanto della
Giunta), il che rilevava prontamente Il Popolo dItalia - non risolveva affatto
la questione. Era in atto, come ben notava Il Giornale dItalia, un vero e
proprio regolamento di conti. Ora si domanda il quotidiano romano per le espressioni crude ed aspre adoperate
da Rocca, o per la tesi generale da lui sostenuta che la espulsione dn stabilita? Se vero che il Cremona Nuova di Farinacci
sarebbe dalla Giunta Esecutiva considerato come giornale ufficioso del partito,
sarebbe da dedurre che le lamentate tendenze, diremmo cos, provinciali,
localistiche avrebbero prevalso? E prosegue: La lotta precisamente tra i revisionisti tipo Rocca e
gli ioni ono Farinacci, tra i politici e i selvaggi, tra i romani e i
provinciali IRPROI Crisi i coscienza del Partito Fascista, questa, crisi per la
lotta di due opposti elementi: quelli che vogliono avvicinare il fascismo
allanima, del Paese e quelli che vogliono mantenerne la formazione chiusa e
intransigente La Giunta Esecutiva del Partito Nazionale Fascista riafferma la
necessit della manetta compattezza nell'interesse della Nazione ed a sostegno
del Governo, Il Popolo dItalia. tif, side Hib: La Giunta Esecutiva del PNF,
istituita in luogo della disciolta Direzione, sa composta da: Farinacci,
Lantini, Bianchi, Marinelli, Sansanelli, Teruzzi, Bolzon, Bastianini,
Maraviglia, Caprino, Dudan, Zimolo e Starace. La decisione contro Rocca presa allunanimit. i i 31 Rocca ricopre la
carica di vicepresidente dellINA. Cfr. Ibidem. TSI VII j; La Segreteria
Generale era formata da Bianchi, Marinelli, Bastianini, Sansanelli, Teruzzi,
Starace e Bolzon. bri Bata La Giunta esecutiva del PNF espelle Rocca il
revisionista. Mussolini intende che tale decisione ri-esaminata. La Segreteria Generale del
partito presenta le dimissioni al duce, Il Giornale dItalia gii vl Nellinsieme,
lespulsione di Rocca solleva unondata di sdegno Si scrive di procedimento
sommario, di decisione grottesca che ha il sapore della rappresaglia, mentre
anche il consiglio bazionale dei gruppi di competenza fa sentire la sua voce,
votando un ordine del giorno di pieno sostegno al proprio segretario. A Torino,
Gioda, che fin dallesordio della polemica revisionista aveva preso le parti di
Rocca si dimise dalla segreteria del Fascio in segno di solidariet con il suo
vecchio compagno. Fu un atto coraggioso, che, tenuto conto dei passati
contrasti tra Gioda e De Vecchi (questultimo simpatizzante degli intransigenti)
e delle mai sopite tensioni in seno al fascismo torinese, si colorava di un
forte significato politico. Non la prima
volta riconosce a questo proposito lorgano mussoliniano che, durante clamorose
polemiche, Gioda si schiera apertamente per la corrente temperata del Partito
Nazionale Fascista, ed ancora ricordato
a Torino lomaggio di fiori che, unitamente al comm. Massimo Rocca, tribut al
comunista Berruti, consigliere comunale, ucciso durante i fatti dello scorso
dicembre' Qualche giorno dopo, nel dare lannuncio delle proprie dimissioni
anche dalla direzione de Il Maglio, Gioda fu al proposito pi che esplicito, con
parole che non lasciavano spazio a fraintendimenti. Li LEpoca L'Impero Cfr. Il
Giornale dItalia. In un fondo per il nuovo quotidiano torinese Il Piemonte (Pap
buon senso), Gioda define i saggi revisionisti di Rocca un meraviglioso,
poderosissimo quanto ardito e coraggioso studio sul fascismo. In un articolo di
poco successivo, il segretario del Fascio torinese chiar il proprio punto di
vista, perfettamente in linea con gli assunti dei revisionisti. I fasci scrive
tra laltro Gioda non sono sorti per soddisfare le ambizioni militari o
politiche di TIZIO, CAIO, O SEMPRONIO, ma per lItalia, unicamente per la
salvezza e le fortune dItalia (GIODA, Corf, Roma e il Fascismo, Il Maglio).
Cfr. Il Popolo dItalia Gioda riassume la carica di segretario del fascio e la
direzione de Il Maglio da pochi giorni, dopo essersene allontanato per qualche
mese a seguito del riacutizzarsi della sua grave malattia. Il posto di Gioda,
dopo le sue dimissioni, rilevato da
Bardanzellu, gi presidente della sezione torinese dell Associazione Nazionale
Combattenti. Insieme a Gioda si dimise anche il segretario federale Pino
Mongini, un suo fedelissimo, ufficialmente per ragioni di carattere famigliare
(Il Maglio). Mongini sostituito dal
milanese Rossi. Il Popolo dItalia. Le polemiche de passati giorni scrisse - mi
hanno trovato pienamente, apertamente, risolutamente favorevole alla corrente
cosiddetta revisionista capeggiata da quella catapulta cerebrale di grande
anarchico che Rocca. Mi sono dimesso
dalle cariche [...] perch mi parve inconcepibile che si potesse appartenere
ancora un minuto ad un partito ridotto a defenestrare i suoi uomini pi
formidabili [...], mentre nell'ombra prosperava e vivacchiava alquanta gramigna
Mussolini convoca Bianchi a Palazzo Venezia. Questa volta Il duce richiede
espressamente le dimissioni della giunta esecutiva, decide il rinvio del
convegno dei Fiduciari provinciali e decreta la prossima convocazione del Gran
Consiglio del fascismo. Di fronte alla precisa intimazione di Mussolini, ai
membri della Giunta non rest altro da fare che obbedire. Rocca, dal canto suo,
non aveva disarmato. Colto di sorpresa (cos almeno rivelava Il Giornale
dItalia) dal provvedimento disciplinare comminato nei suoi confronti, era
subito passato al contrattacco, dichiarando in unintervista che la Giunta,
essendo parte in causa, non aveva diritto alcuno di decidere della sua
espulsione e che, in ogni caso, egli non sarebbe indietreggiato di un
millimetro. A primi di ottobre Rocca si ritir nella sua Torino" e l,
accanto alla moglie (si era sposato da pochi mesi) e ai familiari, attese la
pronuncia del Gran Consiglio. Dal suo ritiro torinese lex anarchico invi a
Critica Fascista un nuovo articolo, dai toni fortemente retorici, col quale
auspicava una ricomposizione dei contrasti in nome e in ossequio alla grandezza
dItalia. MagriO Giona, Commiato, Il Maglio. L'articolo di Gioda usce
accompagnato da una nota redazionale, opera probabilmente di Colisi Rossi, che
definiva inopportune e intempestive le parole del direttore uscente. Cfr. Il
Giornale dItalia, 30 settembre 1923. In un editoriale (/ncoscienza?) Il Popolo
dItalia plaud alla richiesta di dimissioni avanzata da Mussolini alla giunta
esecutiva. Quest'ultima - secondo lorgano milanese - manca di rispetto al duce,
il quale, oltre a non esser stato messo al corrente del proposito di mettere
fuori gioco Rocca, allora interamente
assorbito dimpellenti questioni dordine internazionale e non dove essere
trascinato in polemiche artificiose. Egli scrive il giornale diretto da
Mussolini (A) ha altro da fare. I capi fascisti delle provincie devono
finalmente intenderlo. Se i fascisti locali non intendono ci, essi non
capiscono nulla del Fascismo e sono indegni di appartenervi. La giunta
esecutiva si dimise infatti. Cfr. Il Popolo dItalia. LEpoca, Cfr. Il Piemonte,
Cfr. ACS, CPC, Busta 4362 [Rocca]. AI cospetto di un fatto cos grandioso scrive
-, noi, uomini che alla nuova creazione abbiamo con devota umilt collaborato,
dobbiamo sentire la nostra pochezza individuale al confronto con la creatura
che non soltanto nostra e ci sovrasta
nello spazio e nel tempo; dobbiamo comprendere che nulla sarebbe pi folle, pi
sterile del voler monopolizzare lItalia nuova per noi. Dobbiamo sentire che
anche il Fascismo una parte, certo la
migliore, ma non il tutto del fenomeno storico di cui siamo propulsori e
trascinati assieme: che la grandezza del ai
possibile solo in quanto sinquadra nella grandezza dItalia e le serve di
ase Nelle intenzioni dellautore queste parole avrebbero dovuto placare ogni
dissenso personale. In realt, trascinato dal suo temperamento, Rocca si era
ormai invischiato in una fitta ragnatela di polemiche. Tipica, in questo senso,
la controversia che lo oppose in quei giorni a LANTINI (si veda), uno dei
maggiori esponenti del fascismo ligure. Sulle colonne del suo giornale Lantini
chera membro della Giunta Esecutiva - aveva duramente attaccato Rocca, definendo
la campagna revisionista denigratrice, svalorizzatrice ed offensiva, e
denunciandone la ben meschina origine, di carattere prematuramente e
comicamente elettorale. In una lettera di poco successiva, Rocca replica al suo
detrattore con una serie di accuse minuziose, in particolare rinfacciandogli di
aver disertato la battaglia fascista nei giorni infuocati dello sciopero
legalitario, salvo poi ROCCA, L intangibile grandezza, Critica Fascista, 8
ottobre 1923 (anche in ID. Idee sul fascismo). f L'articolo in questione fu
pubblicato nei giorni successivi anche da Il Piemonte (10 ottobre) e LImpero
(11 ottobre). di ID., /dee sul fascismo, LANTINI, Dichiarazione, Il Giornale di
Genova. AI breve editoriale di Lantini fa seguito una chiosa di Pala, il
fiduciario provinciale per la Liguria (nonch condirettore del giornale), che si
professa completamente solidale con lautore. Fin dal suo apparire Il Giornale
di Genova suscita sospetti circa i suoi finanziamenti. In polemica con Il
Messaggero, che in un articolo svela i legami esistenti tra il nuovo quotidiano
fascista genovese e la Banca Commerciale, Pala smente [cf. GRICE
DISIMPLICATURA] seccamente, dichiarando che la propriet del giornale appartene
alla societ anonima Compagnia Editrice, di cui egli presidente (cfr. Il Popolo dItalia). A
Genova, tradizionale roccaforte del socialismo riformista, lo sciopero
legalitario aveva avuto pesanti conseguenze. Subito dopo la proclamazione delle
agitazioni, il Fascio genovese da corpo a un comitato d'azione, del quale fanno
parte, tra gli altri, Lantini, gli onorevoli Torre e Stefani, e Rocca, il cui
nome per del tutto assente dalle
dettagliatissime cronache de Il Popolo dItalia, la qual cosa fa pensare ad un
coinvolgimento minimo del futuro isetitett fritti tti vu eten ida PP PIPPIOS
servirsene, accampando benemerenze inesistenti, per farsi eleggere Consigliere
Comunale. La diatriba Rocca/Lantini si trascina a lungo, in un intreccio di
querele e cavalleresche quanto stucchevoli sfide a duello (peraltro sempre
onorevolmente risolte, senza bisogno dincrociare le armi) *, a tutto scapito
della credibilit complessiva della campagna revisionista. Come previsto, si
riun il Gran Consiglio del Fascismo. Al termine di una lunga seduta fu votato
un ordine del giorno che tramutava lespulsione di Rocca in una ben pi blanda
sospensione di tre leader revisionista nei disordini di quei giorni. Al termine
di una settimana di aspri scontri, i fascisti si erano ritrovati padroni del
capoluogo ligure. Obiettivo principale della violenta offensiva fascista stato il Consorzio autonomo portuario, cuore
del potere socialista a Genova, che riuniva le cooperative portuarie rosse e
aveva di fatto il controllo del porto. Dopo che i capi fascisti lanciano un
manifesto contro la camorra portuaria dei vigliacchissimi socialisti (Il Popolo
dItalia), le camicie nere genovesi, con il concorso di squadre giunte da
Carrara, da Alessandria e da Torino, assaltano Palazzo San Giorgio, sede del
consorzio (nellattacco, che fa numerose vittime, rimane ucciso lo squadrista
carrarese Martini, poi entrato trionfalmente nel martirologio fascista. Il
senatore Ronco, presidente del Consorzio autonomo, stato costretto a firmare una dichiarazione
capestro, con la quale si impegna a revocare le concessioni di lavoro alle
cooperative socialiste. Per la versione di parte fascista, v. La cronaca delle
giornate di Genova, Il Popolo dItalia. Su questi avvenimenti v. altres REPACI.
La crisi del fascismo in Liguria documentata in una gravissima lettera di
Massimo Rocca a Ferruccio Lantini, Il Secolo XIX (anche in Il Giornale
dItalia). Il Secolo XIX segue con partecipazione le polemiche tra revisionisti
e intransigenti, mostrando di parteggiare chiaramente per i primi. Nondimeno,
Rocca si risente dellavvenuta pubblicazione della sua lettera a Lantini - a suo
dire non destinata alla pubblicit - e ne chiese soddisfazione al direttore del
quotidiano genovese, Mario Fantozzi (cfr. Vertenza cavalleresca, Il Secolo XIX.
A un certo punto, come riferiva il 6 ottobre Il Giornale dItalia, la vicenda
assunse i contorni di un vero e proprio torneo. Si aggiunga che anche il
dissidio tra Rocca e Lantini cela un pi vasto conflitto dinteressi (di cui la
vicenda dei finanziamenti a Il Giornale di Genova costituiva un risvolto),
riguardante i grandi gruppi economico/finanziari che si contendevano il
controllo di Genova: da una parte il trust formato dallAnsaldo, dai fratelli
Perrone e dalla Banca di Sconto (allora in via di liquidazione), sostenuto
dalla corrente del fascismo cittadino facente capo a Mastromattei, amico di
Rocca; dallaltra la potente azienda armatoriale Odero (e, dietro di essa, la
Banca Commerciale), che aveva lappoggio di Lantini e dei suoi (su questi punti
v. LYTTELTON, La conquista del potere. Il fascismo, Bari, Laterza). Tale
contrapposizione travagli a lungo il fascismo genovese, dando luogo a laceranti
lotte intestine. Il primo atto della crisi fu il pestaggio, ad opera di alcuni
squadristi, del segretario delle locali Corporazioni fasciste, Loiacono, di cui
erano note le simpatie revisioniste (cfr. Il Giornale dItalia), +55 de i fee .
mesi. Tutto, dunque, comera nella volont di Mussolini, si risolveva in un
accomodamento, e bene rimarcava Il Giornale dItalia allorch scriveva che: Senza
esaminare il merito delle polemiche da questi Rocca sollevate, certo che tra la prima condanna allespulsione
per indegnit politica e la sospensione per tre mesi inflittagli ieri sera
troppo ci corre, tanto almeno da far credere allintervento di un compromesso.
Ma appunto fra i tumulti della politica e le variabili contingenze che essa
impone, i compromessi diventano non di rado inevitabili Il Gran Consiglio
decret altres un vero e proprio riordinamento del partito, nonch la nomina di
Cesare Maria De Vecchi a governatore della Somalia. Lallontanamento del futuro
conte di Val Cismon dallItalia (un provvedimento ispirato da Mussolini, stanco
di doversi misurare con le irrequietezze del quadrunviro), fu una grande
vittoria di Mario Gioda, il quale - come si
visto - aveva avuto il coraggio di esporsi personalmente nel dibattito
sul revisionismo e poteva ora, merc la messa in disparte del suo rivale,
aspirare a recuperare credito allinterno del fascismo subalpino. Ai primi di
dicembre, con la rielezione a segretario politico del Fascio di Torino, ebbe
inizio lultima fase della sua vicenda politica. In un'intervista di quel
periodo, Gioda espose il suo progetto per la normalizzazione. Occorre dichiara
- puntare sullo sviluppo dei sindacati e delle cooperative, in modo da
allargare la base effettiva del fascismo e porre le condizioni per una piena
collaborazione con le altre forze sociali (al riguardo Gioda si disse convinto
della possibilit di realizzare una federazione di cooperative di tutti i colori
e di tutte le tinte politiche. Come a livello sindacale, cos anche sul piano
politico i fascisti avrebbero dovuto ricercare un insieme di aperta, onesta,
equilibrata concordia con Per lesattezza, il testo dellordine del giorno
recita.Il gran consiglio prende atto delle dimissioni della giunta esecutiva,
revoca lespulsione di Rocca e, per le degenerazioni polemiche alle quali il
Rocca stesso ha contribuito, lo sospende per tre mesi da ogni attivit di
partito a cominciare dalla seduta odierna (Il Popolo dItalia). Una nuova fase,
Il Giornale dItalia. V. anche Le importanti deliberazioni del Gran Consiglio
fascista, Il Nuovo Paesee larticolo di Carli Il palladio della rivoluzione,
LImpero La Giunta Esecutiva sostituita
da un direttorio di IX membri, V con funzioni politiche e IV con funzioni
amministrative. Giunta divenne il nuovo segretario generale del PNF. Cfr. Il
Piemonte. Gioda non riassunse la direzione de Il Maglio, che resta a Rossi,
tutti glelementi politici nazionali. Relativamente ai temi della violenza e del
rassismo, Gioda perentorio. oggi doveroso per i fascisti afferma -
orientarsi verso un'attivit pi Sa ai tempi. A tutelare lordine bastano le
disciplinatissime forze della milizia a Fascio pu svolgere la pi intensa e
doverosa attivit per il suo Caveta nie cli
rappresentato unicamente dal Prefetto. Essendo paladini le 1A ri
fascisti sono e devono essere i primi a dare luminoso esempio. De n ci br
grande partito moderno come il nostro non pu reggersi unicamente sulle Vi o
qualit politiche suggestive e trascinatrici di Tizio 0 di Caio. I ngi vitali e
poter operare fecondamente, non hanno bisogno del : divo DE Mussolini in
sessantaquattresimo, ma piuttosto di coltivare una ferrea organizzazione che
possa esprimere suna lite di dirigenti. Non dunque nu compagnia di guitti
attorno allattore di cartello, ma un insieme di squisite cap: che troveranno
tutte una dura parte da reggere Il programma illustrato da Gioda nella sua
intervista fu in seguito sottoposto al giudizio del nuovo Direttorio del Fascio
e approvato a voti unanimi. Oltre il fascismo La sospensione di Rocca attenua
ma non pose fine alla poni revisionista, che, rimasta latente e come
addomesticata nel tempo presse: Ha le elezioni politiche del 6 aprile 1924,
esplose nuovamente ad pi c iosa per soccombere infine, una volta per sempre,
nell arco di meno i un ie s Il fascismo, del resto (in ci davvero svelando
lanima dinamica Hd decantata dai suoi ideologi), era un corpo in continua
trasformazione e le circostanze che avevano reso possibile 1 pr delle teorie
revisioniste e laffermarsi intorno ad esse di un intenso i % n per quanto funzionale e condizionato -, non
si sarebbero pi simonos e pel mesi successivi. Mutata la situazione politica,
venuta meno, res me ma inesorabilmente, la benevolenza di Mussolini, i
sostenitori di suse defilarono (chi per calcolo, chi come Bottai perch ormai
persua i i i i itico GALETTO, Problemi e propositi del fascismo torinese.
Intervista col segretario pol io Gioda, La Gazzetta del popolo, 12 dicembre
1923. o ; ca parzialmente anche su Il Maglio)
fu rilasciata da Gioda allospedale San Giovanni, durante una delle sue ormai
abituali degenze. Il Direttorio era entrato in carica. IRE SRPORT TE VINTO VE
NIV APRO VO SPTOOT TOT PVA VIRPPOI PITT dellinanit della lotta), mentre i
giornali che glavevano dato man forte manifestarono tutta la propria ambiguit,
dapprima servendosi della copertura revisionista nella logorante campagna
diffamatoria contro il ministro Stefani, quindi, girato il vento, non esitando
a passare dallaltra parte della barricata. Cos, quasi senza rendersene conto (e
forse, come al solito, presumendo troppo da se stesso), Rocca sinfil in un cu/
de sac vittima di un gioco che trascendeva ormai le sue forze, in poco tempo
mandando a rotoli la sua intera carriera politica. Oltre che a fattori esterni
certo, la sua disfatta fu senz'altro dovuta anche gravi errori personali.
Intrappolato nel vortice della polemica, compiaciuto della propria cultura,
Rocca confer un tono sempre pi concettuale e filosofico al suo revisionismo e i
suoi articoli si fecero vieppi cervellotici, colmi di citazioni libresche, in
uno sfoggio di erudizione spesso fine a se stesso, con la conseguenza
inevitabile - di distogliere il grande pubblico dal cuore del problema e di
stancare anche gli osservatori pi benevoli, facendo apparire la polemica
revisionista in confronto alle concrete argomentazioni di un Farinacci - poco
pi che una bizzarria intellettuale. Scontato il provvedimento di sospensione,
Rocca riprese - inizialmente con cautela lordito dei suoi disegni. In una
sequenza di nuovi articoli, pressoch concomitanti, per Il Nuovo Paese, per Il
Popolo dItalia e per Critica Fascista, lex anarchico torna sul tema della
legalit. Sebbene paretianamente convinto che lindifferenza e la diffidenza nel
Paese verso il Parlamento fossero opera del Parlamento medesimo (in virt della
degenerazione dellistituto parlamentare) e dunque che la responsabilit della
crisi sistemica non potesse essere imputata unicamente alla rivoluzione delle
camicie nere, ma, semmai, ad un processo storico irreversibile di cui detta
rivoluzione era stata un fattore accelerante, Rocca non cullava sogni
palingenetici e restava assertore di un liberalismo restaurato, restituito
dalla cura fascista alla sua forza originaria. Dai ripetuti episodi di
squadrismo, e in particolare dallaggressione ad Amendola, Rocca trasse motivo
per ribadire lurgenza di ristabilire il confronto politico entro i confini
della normale dialettica costituzionale, e lobbligo, per il fascismo, di
abbandonare le pratiche extralegali. Solo cos si sarebbe giunti ad una nuova e
pi alta normalit, fondata sullimperio della legge, di cui il Governo a guida
fascista avrebbe dovuto farsi garante Rocca, Fascismo e Costituzione, Il Popolo
dItalia (anche in Idee sul Fascismo). Cfr. Il Nuovo Paese (anche in Idee sul
Fascismo), nel suo stesso interesse. Il primo segnale che i rilievi critici di
Rocca cominciavano ad esser mal tollerati, oltre che dagli irriducibili del
manganello, anche dai suoi alleati di settembre, si ebbe dal dietrofront de
LImpero. In un editoriale ispirato dagli articoli di Rocca, Settimelli si
chiese se, alla luce delle sue pi recenti affermazioni, egli potesse ancora
esser considerato un fascista o non, piuttosto, un liberale a tutti gli
effetti. Nella sua replica, che non si fece attendere, Rocca non dissimul affatto
il proprio filo-liberalismo. Il fascismo scrive - un superatore pi che un negatore assoluto dei
principi liberali. Infatti, fatto salvo il dogma della Nazione, la cui
accettazione era il requisito essenziale per potersi dire fascisti, tutte le
libert che non avessero minacciato quel dogma e che non si fossero risolte in
una negazione della Patria, doveno essere rispettate. Sul piano strettamente
politico, il torto maggiore del liberalismo
- secondo Rocca - quello di voler ancora comprendere da solo tutta la
societ, assai pi complessa e articolata che in passato, cos come il difetto di
fondo del parlamentarismo era quello di voler fare del Parlamento, un puro
organo politico generico, uno strumento
tuttofare. dunque necessaria
uninversione di rotta e lesecutivo fascista ne possede i mezzi nei consigli
tecnici, lunico proposito veramente rivoluzionario scaturito dal fascismo, la
pietra angolare di ogni autentica riforma in senso tecnocratico. A parte
l'enfasi posta sui Consigli Tecnici (quasi una sorta di compensazione
psicologica a fronte del naufragio dei suoi Gruppi di Competenza, dei quali
essi avrebbero dovuto raccogliere linfruttuosa eredit), lessenza delle
considerazioni di Rocca non si discostava da quanto egli aveva pi volte
sostenuto in passato, con la differenza che nel fascismo pareva non esservi pi
posto per simili posizioni. Non a caso, in contemporanea alla s Ip., Tornare
alla normalit, Il Nuovo Paese, (anche in Idee sul Fascismo,). SETTIMELLI,
Fascista o liberale energico? (Risposta a Rocca), LImpero. Pi tardi, conclusasi
la polemica revisionista con la definitiva espulsione di Massimo Rocca dal PNF,
Settimelli, in risposta allaccusa di doppiogiochismo lanciatagli da parte
socialista (cfr. La ritirata dell'Impero, Avanti!), avrebbe rievocato proprio
quest'articolo quale prova della coerenza del suo giornale (cfr. L'Impero e
Massimo Rocca , L'Impero). Ci non toglie che, nel giro di poco pi di tre mesi,
lorgano romano avesse completamente mutato la propria linea editoriale riguardo
al revisionismo, passando dalliniziale sostegno alla decisa ostilit. Rocca,
Fascismo e liberalismo (anche in ID., Idee sul Fascismo). a i idee
pubblicazione della risposta di Rocca a Settimelli, l'Ufficio Stampa del
Partito Fascista diram un comunicato nel quale sinformava che il Direttorio
Nazionale aveva inviato una lettera di deplorazione a Rocca a motivo dei suoi
ultimi saggi. Forse per evitare altri inconvenienti, il testo di un discorso
che Rocca pronuncia al Teatro Scribe di Torino
sottoposto alla preventiva approvazione del duce, Ci che colpiva nel
lungo intervento torinese di Rocca (un vero e proprio compendio della sua
dottrina dello STATO, quale anda formandosi negli anni) lassenza - certo non casuale - di qualsiasi
riferimento al partito fascista. Perci, nonostante il discorso dello Scribe non
contene cenni al revisionismo, pure, in un certo senso, ne costituiva lo
scheletro, il fondamento concettuale. Nella FILOSOFIA di Rocca, sintesi delle
tre grandi direttive della sua esperienza politica, individualismo,
liberal/nazionalismo e fascismo, non c pi spazio per la mediazione del partito.
LO STATO, vertice della piramide, il
dogma intangibile e indiscutibile, superiore ad ogni temporanea formazione e
vicissitudine partigiana, superiore, quindi, allo stesso fascismo. Il
discorso lultima uscita pubblica di
Rocca prima dellappuntamento elettorale. Egli, tuttavia, non disarma affatto e
anzi lavora ad un volume antologico dei suoi saggi revisionisti (il pi volte
citato Idee sul fascismo), che vede la luce dopo le elezioni, nellambito della
collana I problemi del Fascismo diretta da SUCKERT (si veda). Il saggio,
significativamente dedicato a Gioda (un fratello che sa valutare e comprendere
la testimonianza dun travaglio spirituale) contene anche due inediti di grande
importanza. Nel primo di essi, intitolato Una legge aglitaliani, Rocca invoca
lavvento di una legge che inattaccabile
nella sua imparzialit serena, amministrata da uno stato capace di farne
sostanza della Il Nuovo Paese, Cfr. Il discorso di stasera del comm. Rocca, Il
Piemonte. Il testo completo del discorso si trova anche in MAssIiMO Rocca, Idee
sul Fascismo, come La ricostruzione morale della Nazione. Le considerazioni di
Rocca riceveno commenti benevoli da La Stampa (Il discorso di Rocca), da Il
Nuovo Paese (Il discorso di Rocca a Torino) e financo da Il Maglio, che ne
defin lintervento un mezzo di lento riavvicinamento allanima del fascismo (Il
discorso di Rocca). ROCCA, Idee sul Fascismo sua eternit, al di sopra
degluomini e dei governi e dei partiti e delle classi. Il secondo inedito, Il
Fascismo nel pensiero moderno, rivela pienamente i segni dellinvoluzione
concettualistica che contraddistingue la ripresa della campagna revisionista.
Perno di questa lunga e spesso contorta digressione storico-politico-FILOSOFICA la condanna della modernit, di cui Rocca come
altri anti-modernisti - individua lorigine nella riforma protestante e di cui
segue le successive incarnazioni, dal razionalismo allo scientismo, per giungere,
sul terreno politico, allastrazioni della democrazia demagogica e del
socialismo. Contro la decadenza e la dissoluzione dogni gerarchia innestate
dalla critica moderna, si leva, in passato, la rivolta isolata dalcuni spiriti
liberi (Stirner, Bergson e Sorel), ma -
in Italia - prosegue Rocca - che la reazione anti-intellettuale da i
frutti migliori e pi durevoli, generando prima la riscossa nazionalista, poi
quella futurista e infine, nello sfacelo generale del dopoguerra, quella
fascista. Ma il fascismo, pur nella sua grandezza, ancora, per il teorico del revisionismo, una
energia formidabile ma grezza, contenente i germi duna creazione grandiosa, ma
solo abbozzata nelle linee principali. La pienezza restauratrice del fascismo -
conclude Rocca - dove passare attraverso la riscoperta della centralit e della
missione della chiesa cattolica romana, unica depositaria della certezza del
dogma. Negli ultimi due paragrafi del suo saggio - Il valore del Cattolicesimo
e Fascismo e religione -, Rocca immagina un ritorno al dogmatismo cattolico (un
altro ritorno, dunque, dopo quello al liberalismo), prefigurando addirittura,
quale approdo ultimo del fascismo, una sorta di nazional-cattolicesimo sotto
legida della Chiesa. La critica di Rocca al moderno e la sua rivalutazione
della tradizione mostrano non pochi nessi con la contemporanea riflessione di
Suckert, senza tuttavia possederne n loriginalit, n tanto meno lanima romantica
e sostanzialmente rivoluzionaria. Puramente e Il riconoscimento del
cattolicesimo romano come base fondante dellunit nazionale e, pi in generale,
della religione come elemento di disciplina, non solo morale ma politica, al centro della riflessione di Rocca anche
nel secondo dopoguerra. Sulle pagine di ABC, la rivista fondata da Bottai, Rocca
ampiamente tratta questi temi, sia sotto unangolatura puramente
storico-FILOSOFICA, sia in riferimento alla nuova situazione politica italiana,
indicando nellautorit e nella dottrina della Chiesa cattolica lunico vero
antidoto alla degenerazione partitocratica caratterizzante lItalia repubblicana.
DA proposito dellantimodernismo quale componente dellideologia fascista e della
sua centralit nella riflessione di Curzio Suckert, v. GENTILE, MICHEL deliberatamente conservatrice, la
concezione politica dell'ex anarchico lo fa dunque assomigliare pi a Maistre
che a MAZZINI. AI di l di queste considerazioni, ormai chiaro che Rocca esprime posizioni
personali, che difficilmente, con leccezione di pochi intellettuali, trovano
nel fascismo persone disposte a confrontarvisi (non a caso Farinacci, il genuino
rappresentante della base fascista, non esita a farsi beffe degli scrupoli
cattolici del suo avversario. Le elezioni e la crisi del fascismo torinese
Rocca e Gioda parteciparono alle elezioni nelle file del listone governativo.
La candidatura di Rocca incontra invero moltissime difficolt. Apertamente
osteggiato daglintransigenti, il leader revisionista dove rinunciare a correre
nel sicuro collegio di Torino (dove
invece candidato Gioda), per accontentarsi di un posto in 1 quello di
Milano/Pavia, non senza incontrare le forti resistenze di Farinacci. Sembra,
peraltro, che Gioda condiziona la propria candidatura alla presenza nel listone
dellamico Rocca. Avendo Rocca rileva infatti un giornale torinese -, con cui
Gioda pienamente solidale, accettato la
candidatura in Lombardia, OSTENC. Sul pensiero politico dellintellettuale
toscano v. la monografia di PARDINI, SICKERT (si veda) Malaparte. Una biografia
politica, Milano, Luni. Non solo Farinacci, a dire il vero. E singolare che
quasi a voler rinverdire le polemiche danteguerra, la comunit anarchica di New
York, gravitante attorno al giornale Il Martello (uno degli organi pi
autorevoli dellanarchismo italiano allestero), da alle stampe un saggio
intitolato Dio e patria nel pensiero dei rinnegati, che, accanto a vecchi
scritti anti-clericali di Mussolini e di Herv, riproduce il testo di una
conferenza tenuta da Rocca a Providence allo scopo di dimostrare che il
mangiapreti dun tempo in realt un
voltagabbana. Due anni dopo, peraltro, il foglio anarchico italo/americano non
si sarebbe peritato di dar spazio ad un articolo dello stesso Rocca (ormai un
fuoruscito politico), violentemente critico nei confronti di Mussolini (cfr.
Rocca, La verit su Mussolini, Il Martello). Su tutte le vicende legate alla
decisiva consultazione elettorale v. FELICE, Mussolini il fascista. Cfr. Il
Piemonte. Il ras di Cremona non fece mistero di non condividere la candidatura
Rocca. Solo dopo la diramazione della lista ufficiale dei candidati, Farinacci
si rassegna ad accettare il fatto compiuto. Ora che le liste sono approvate,
col sigillo del duce e del PNF - scrive con evidente disappunto -, devessere
bandita ogni discussione, anche se nel listone. V' qualcosa dindigesto; vi il nome di qualcuno che credevamo che la
rivoluzione nostra avesse sepolto per sempre (FARINACCI, Ora basta!, Cremona
Nuova). il Segretario politico del fascio di Torino rimane candidato nella
lista nazionale. Quella di Rocca , necessariamente, una campagna elettorale in tono
minore, n molto diversa a causa della salute malferma quella di Gioda; ciononostante, entrambi
risultarono eletti alla Camera. Il dopo elezioni apre unennesima deflagrante
crisi allinterno del fascismo sub-alpino; crisi significativa perch, a
prescindere dai fattori di ordine ambientale, sinscrive nel pi generale
contrasto tra revisionisti e intransigenti. La Stampa pone laccento sui
contrasti tra la tendenza transigente filo-liberale del fascismo locale,
rappresentata da Rocca, e lala pi, giottosa e ribelle, nostalgica dei metodi
squadristici, arroccata in provincia. Come effetto di queste lacerazioni
intestine, la formazione della lista nazionale era stata difficoltosa e,
complessivamente, la percentuale di voti ottenuta.In Piemonte da tale
schieramento era risultata la pi bassa dItalia (il 43 12%). A una settimana
dalle votazioni si riun a Torino lassise dei Fasci provinciali. In unatmosfera
satura di tensione (il discorso Il Piemonte. Io rinfaccia pi tardi Rocca a
Farinacci -, per disciplina verso il duce, ho accettato di abbandonare Torino,
ove riempio i teatri con le mie conferenze a pagamento; e in Lombardia, quando
ho visto che i tuoi amici boicottavano la mia propaganda per farti piacere, me
ne sono andato, infischiandomi dei voti (ROCCA, All'onorevole Farinacci despota
e censore, Il Nuovo Paese. La propaganda elettorale fascista fu inaugurata
domenica 2 marzo con una serie di comizi per la proclamazione dei candidati.
Gioda non era presente al comizio torinese, chebbe luogo al Teatro Regio il
marted successivo, ma fece giungere allassemblea una lettera programmatica,
nella quale si augurava che il confronto elettorale in Piemonte si mantenesse
nellambito della correttezza, come si conveniva ad una lotta didee e non di
uomini, e professava disciplina e fedelt assoluta a Benito Mussolini (//
messaggio di Mario Gioda ai fascisti torinesi, Il Popolo dItalia. Anche in Il
Piemonte). Il segretario del fascio torinese ebbe modo di illustrare
direttamente il proprio pensiero il 30 marzo, in un lungo intervento al Teatro
Alfieri, che fu lunica sua uscita pubblica durante tutta la campagna elettorale
(cfr. il forte discorso di Gioda al Teatro Alfieri, Il Maglio). Nelle 328
sezioni di Milano/citt Rocca raccolse appena 413 voti di preferenza. Miglior
risultato ottenne in provincia, con 1.071 suffragi (cfr. Il Popolo dItalia). Di
gran lunga pi cospicuo il bottino elettorale di Mario Gioda: 5.694 preferenze
in Torino/citt, 10.439 in provincia (cfr. La Stampa). Posizioni politiche e
questioni di uomini in tema elettorale. A confondere ulteriormente le acque,
accanto alla lista ufficiale si era presentato anche un raggruppamento di
fascisti dissidenti, guidato da Cesare Forni e Raimondo Sala, che vantava un
largo seguito tra gli agrari e gli squadristi pi facinorosi e che pare godesse
delle simpatie di De Vecchi. Su tutti questi punti v. MANA del segretario
federale, Rossi, fu interrotto pi volte), il congresso si risolse in un tumulto
generale, con violenti scontri tra i membri del Fascio del capoluogo e i
rappresentanti delle province. Il punto era - come ancora evidenziava La Stampa
- che, dopo lentrata in carica del nuovo Direttorio, allinizio di dicembre, e
la svolta normalizzatrice avviata da Gioda, 1 margini per una ricomposizione
fra le due anime del fascismo subalpino si erano definitivamente assottigliati.
di fascismo nella provincia registra lorgano giolittiano - tende ad avere una
Cuggino diversa da quella dellattuale Direttorio, un carattere, cio,
legalitario ma rude, antidemocratico ma ossequente delle gerarchie, quasi
intransigente, del tipo, insomma, che fu gi.
i L de, gi ed ancora definito coi i schiettamente
piemontese st GR Nonostante da parte fascista si cercasse di minimizzare, la
gravit della situazione era sotto gli occhi di tutti. Gioda, che non aveva
preso parte alla concitata assemblea provinciale, fu convocato a Roma dalla
Direzione del partito, per chiarire la vicenda di Torino. Le decisioni pi
importanti, in realt, erano gi state prese, indipendentemente dalle valutazioni
di Gioda Sabato 19 aprile, Colisi Rossi annunzi lo scioglimento del Direttorio
del Fascio torinese e la nomina, in sua vece, di un triunvirato composto da
Brandimarte, Orsi e Gorgolini. Il provvedimento colse di sorpresa Gioda, il
quale, in unaccorata lettera a Il Popolo dItalia, lo defin un atto inconsulto e
provocatore e dichiar di non riconoscere nel modo pi assoluto lo scioglimento
del Direttorio del glorioso e laborioso Fascio di Torino. La Segreteria
Federale, forte dellapprovazione dei vertici nazionali del partito, non si cur
minimamente pie si a Incidenti ad un
convegno fascista. Qualche contuso, La Stampa. x tt n : In una lettera della
Segreteria del Fascio di Torino al Prefetto (riportata da Il Popolo d Italia)
lorgano giolittiano veniva accusato di subdole esagerazioni. Il Maglio attribu
la responsabilit dellindegna gazzarra a misteriosi provocatori esterni,
elementi incoscienti, operanti per conto terzi. Il Popolo dItalia, 18 aprile
1924, Rs; situazione del fascismo torinese. Una vivace lettera dell'On. GiodaIl
giorno prima il segretario del fascio torinese invia un telegramma ancor pi
duro a Mussolini, definendo lo scioglimento del direttorio un imbecillesco
provocatore colpo di mano e chiedendo la nomina di un commissario avente pieni
poteri che facesse piena luce su ; pasa na $ quanto accaduto a Torino. ACS,
MIN/S7% DEGLINTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., Busta e delle
rimostranze di Gioda ed anzi ne riprov la lettera come una manifestazione di
deplorevole indisciplina. Giunge a Torino Starace, in qualit di supervisore, Su
decisione di Starace il decreto di scioglimento del direttorio cittadino esteso allintero fascio, la cui
ricostituzione venne in seguito demandata a un commissario straordinario, nella
persona del ras Lantini. La nomina dellintransigente Lantini, uno dei pi
accaniti avversari del revisionismo, ad arbitro delle sorti del fascismo
torinese aveva un evidente significato ammonitore. Gioda, ormai sfinito dalla
lotta contro la malattia, usc definitivamente di scena, assistendo impotente
alla rovina politica dellamico Rocca. Minato dalla leucemia, lex tipografo si
spende in un ospedale torinese. Quale che sia il giudizio sulle sue idee e
sulla sua azione (che avrebbe forse potuto essere pi incisiva ed influente, se
le tortuosit programmatiche del fascismo, le difficolt incontrate nella
gestione del Fascio di Torino - in particolare lannosa contrapposizione con
Vecchi e le sue stesse esitazioni e insicurezze non lo avessero impedito), e
sorvolando sulle celebrazioni postume delloleografia fascista, certo che con Gioda Il Piemonte Cfr. La
Stampa, e Il Piemonte. Cfr. La Stampa, e Il Piemonte. Non a caso, larrivo di
Lantini a Torino fu salutato con soddisfazione da Il Maglio. In un precedente
fondo, lorgano fascista - che significativamente non da spazio alla nuova crisi
del Fascio torinese - aveva aspramente criticato i revisionisti, affermando di
non credere alla utilit di mutamenti programmatici nei postulati fondamentali
del partito e negando addirittura lesistenza del fenomeno rassismo (Rassismo,
revisionismo e speculazioni avversarie. Sullintera vicenda v. anche MANA. Dopo
lespulsione di Rocca dal PNF, l Avanti! sinterroga su quali sarebbero state le
reazioni di Gioda, ipotizzandone le dimissioni, come gi avvenuto in occasione
della prima crisi revisionista (cfr. Le ripercussioni a Torino per l'espulsione
di Rocca. In realt, come rifer a Finzi il Prefetto di Torino dopo un colloquio
con lo stesso Gioda, questi reag serenamente, ormai rassegnato, consapevole
forse di non poter cambiare il corso degli avvenimenti. ACS, MINISTERO DEGLI INTERNI,
Gabinetto Finzi, Busta. si Esemplare, a questo proposito (oltre agli articoli
commemorativi de Il Popolo dItalia, de Ii Piemonte e de Il Maglio, pubblicati
allindomani della sua morte), il gi citato volumetto La vita diGioda narrata da
Croce. Nel secondo dopoguerra, la memoria di Gioda fu recuperata nella cerchia
del sindacalismo di estrazione fascista (pi propriamente salodina), organizzato
nella CISNAL. Fondatore Gioda campeggiava sul frontespizio della nuova serie de
Il Maglio, come periodico del sindacalismo nazionale, In uno dei suoi primi
numeri comparve un sentito ricordo di Gioda, firmato da siii. ef .1.} scompare
un protagonista appassionato di una fase cruciale della storia politica
italiana, una figura complessa e contraddittoria, in un certo senso simbolo
dellirriducibilit del fenomeno fascismo ad un unico criterio interpretativo. Pa
seconda campagna revisionista e la definitiva sconfitta di Rocca. Mentre si
consuma la crisi del fascismo torinese. Rocca riapre formalmente il fronte
revisionista, con lintenzione come confess pi tardi di giungere ad un risultato
pratico di epurazione e di chiarificazione. In una lucida intervista a LEpoca,
che riattizza immediatamente il fuoco delle polemiche, il neo-deputato ribad
uno ad uno i capi-saldi del revisionismo. Di nuovo, Rocca aggiunse un esplicito
attacco contro quelle classi industriali. che, prive dogni idea generale
nobilitante, silludevano di assolvere ogni loro dovere verso la patria e la
civilt foraggiando i vari capetti fascisti, in cambio di utili tranquilli. Alla
domanda, conseguente, se egli ritenesse possibile e opportuno un orientamento
verso sinistra del fascismo, Rocca replica. Verso una sinistra politica,
democratica o liberale didee, no. Verso una democrazia di fatto, nel senso di
appoggiarci su larghi strati di popolazione, si. Il governo fascista - osserva
Rocca -, uscito rafforzato dalle consultazioni politiche, aveva il dovere, e
insieme la necessit, di ampliare la propria base favorendo, a tal scopo, una
profonda collaborazione tra le diverse componenti della societ civile e del
mondo del lavoro. Una collaborazione Malusardi, che di quel giornale fu usuale
collaboratore (cfr. MALUS, Ricordando Gioda, Il Maglio). a MAassIMO Rocca, A
Farinacci despota e censore, cit. Il nuovo orientamento del fascismo.
Intervista dell Epoca con l'on. Massimo Rocca, LEpoca. Rocca riprende questi
concetti in un saggio su Il Nuovo Paese (// bolscevismo degli industriali). Il
fascismo - scrisse in quella circostanza - non era nato per tutelare gli interessi
delle cricche industriali/finanziarie. AI contrario, troppi nuovi e vecchi
imprenditori vedevano nellItalia un paese di conquista economica, proprio come
certi ducini pseudo-fascisti vedevano nelle citt e nelle provincie un terreno
di conquista politica e militare. Tra i due deprecabili fenomeni - aggiunse
Rocca vi era un nesso profondo, in quanto gli squadristi dellultima ora erano
sovente finanziati da industriali e proprietari senza scrupoli. Il nuovo
orientamento del fascismo. Intervista dell Epoca all'on. Massimo Rocca, cit, di
questo tipo, fondata sulla solidariet nazionale e non isterilita da pure
considerazioni economiche o da unopera di gendarmeria a favore di una classe
sola, poteva darsi soltanto a condizione che il Partito Fascista abbandonasse
ogni residuo settarismo per divenire finalmente parte integrante della Nazione.
A queste considerazioni Rocca, incurante dellinvito alla prudenza fattogli
pervenire dallo stesso Mussolini! fece seguire altri interventi - soprattutto
su Il Nuovo Paese! -, ogni volta tornando sugli stessi concetti. In un articolo
particolarmente duro per il giornale di Bazzi (una sferzante requisitoria
contro le camarille locali fasciste), Rocca, quasi presentendo la resa dei
conti finale, sostenne che la normalizzazione non poteva pi esser rimandata.
Dopo le elezioni scrive -, il Paese ha diritto di pretendere un assetto
definitivo del Fascismo. Il 1924 dovr assolutamente assistere allinquadramento
completo del partito nella Nazione, Com lecito attendersi, le rinnovate accuse
di Rocca destarono una pronta levata di scudi da parte del fascismo
provinciale. Questa volta, per, Farinacci e gli altri ras trovarono un
insperato alleato nel ministro delle Finanze Alberto De Stefani, una delle
figure di maggior prestigio del governo Mussolini!?. E noto, infatti, che la
seconda ondata revisionista LEpoca, diretta allora da Madia (subentrato a
Falbo), dedic almeno inizialmente molta attenzione alla seconda fase della
polemica revisionista. Pochi giorni dopo la pubblicazione dellintervista a
Massimo Rocca, il quotidiano romano ne ospit unaltra, anch'essa molto
importante, a Giuseppe Bottai (cfr. Le origini e le finalit del revisionismo.
Intervista dell'Epoca con l'on. Bottai). Mussolini ricorda Rocca a questo
proposito - mi fa pregare, da Paolucci deCalboli Barone, di abbandonare la
polemica. Rifiutai qualsiasi impegno in merito, perch volevo giungere ad una
chiarificazione definitiva (Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura). Il
Nuovo Paese prende, di fatto, il posto che
stato de L'Impero e de Il Corriere Italiano. Il favore accordato dal
giornale di Bazzi al revisionismo era per caratterizzato da unambivalenza di
fondo. Tipico, sotto questo profilo, un editoriale del 7 maggio (Polemica
revisionista), in cui, agli elogi a Massimo Rocca si accompagnavano critiche
alleccessiva astrattezza filosofica delle sue tesi, il tutto in una cornice di
disinvolta celebrazione mussoliniana. Fin dalle prime battute, dunque, apparve
chiaro che Il Nuovo Paese mirava a garantirsi una via di fuga, nellipotesi,
rivelatasi realt, che i revisionisti finissero per soccombere. 102 MassIMO
ROCCA, Politica interna e disciplina nazionale, Questo articolo apparve nel
contesto di una rubrica dal titolo programmatico di Mezzi per normalizzare
veronese Stefani, deputato ( eletto - come si
visto - nellambito della lista fascista patrocinata da Malusardi), era
entrato nel governo Mussolini come ministro delle Finanze, ereditando, dopo la
morte del popolare Vincenzo sintrecci con la violenta campagna scatenata contro
Stefani da Il Nuovo Paese nel tentativo di sottrarre i propri equivoci giri
daffari alla temuta opera moralizzatrice del ministro'. Secondo Felice, il
coinvolgimento di Rocca in quelle oscure - e mai del tutto chiarite - manovre
fu probabilmente il prezzo che egli dovette pagare per conservare il sostegno
di Bazzi, ma certo, in ogni caso, che il
leader revisionista ha in tutta quella vicenda una parte solo marginale. Rocca,
del resto, nega sempre di esser sceso in polemica personale con Stefani; e in
effetti, sfogliando i suoi articoli di quel periodo, non vi troviamo che
sporadici accenni a questioni economico/finanziarie e mai un riferimento
diretto al ministro!. E bens vero che Rocca (il quale era convinto che il
programma elaborato con Corgini fosse il migliore possibile e non aveva mai
digerito il suo accantonamento da parte di Mussolini) pubblic un intero volume
contro la politica economica di De Stefani, ma
anche vero che il saggio usc quando della polemica montata da Il Nuovo
Paese non resta che leco!?. D'altra parte, il discredito derivante a quel
giornale Tangorra, anche il Dicastero del Tesoro. La sua azione di governo,
sostanzialmente improntata ai postulati del liberismo classico, si articol
lungo tre direttive principali: raggiungimento del pareggio (grazie soprattutto
al taglio drastico della spesa pubblica e allintroduzione di nuove imposte);
contenimento della dinamica salariale; ripresa di un liberismo doganale
controllato. Cfr. Dizionario biografico deglitaliani, fe Su questi punti v. FELICE,
Mussolini il fascista. Il Nuovo Paese rimproverava al ministro lostinazione nel
voler perseguire a tutti i costi lequilibrio del bilancio, una politica
definita esiziale per le risorse economiche della Nazione; ma questa era - per
cos dire - laccusa nobile, di facciata, essendo ben altri, in realt, i motivi
dellostilit del giornale nei confronti di Stefani. Tra le principali
imputazioni mosse al ministro, la pi importante - perch pi strettamente
connessa agli interessi della lobby sottostante alliniziativa editoriale di
Bazzi - riguardava i suoi presunti favori alla potente Banca Commerciale
(accusata di mirare al monopolio di tutte le attivit industriali, bancarie e
finanziarie), a discapito soprattutto della Banca di Sconto, gi in via di
liquidazione (ofr. Per gli uomini di buona fede, Il Nuovo Paese). si Cfr. Renzo
DE FELICE, Mussolini il fascista. In una lettera successiva alla sua espulsione
dal Partito Fascista (pubblicata da Il Corriere della Sera), Rocca si sarebbe
detto amareggiato del fatto che il suo nome fosse stato collegato alla diatriba
Nuovo Paese/De Stefani, sottolineando di non aver mai attaccato il ministro. 1?
Una sola volta, con larticolo La tirannide finanziaria (pubblicato da Il Nuovo
Paese il 14 maggio), Rocca prese ufficialmente posizione nella polemica contro
la Banca Commerciale. Ra Cfr. Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura. Si
tratta di Fascismo e Finanza (Napoli, Ceccoli). Il saggio, che fa parte della
collana Pagine Politiche diretta dAngiolillo, raccoglie il testo di un dai suoi
ripetuti e spesso triviali attacchi a Stefani ha un riflesso del tutto negativo
sullazione di Rocca. Se per i fascisti delle province lintegerrimo uomo di
governo divenne un simbolo e uno strumento nella lotta contro glaffaristi
romani, all'opinione pubblica moderata, che aveva accompagnato con simpatia la
campagna a favore della normalizzazione del fascismo, le accuse di quello che
veniva considerato il principale organo revisionista ad un conservatore come
Stefani (il quale godeva, tra laltro, della stima di eminenti personalit del
mondo politico ed economico liberale, come Einaudi) apparvero incomprensibili e
gratuite!!!, mentre fu subito chiaro che Mussolini non avrebbe mai accondisceso
a liquidare uno dei suoi pi validi collaboratori. discorso pronunciato da Rocca
alla Camera dei Deputati (anch'esso, dunque, posteriore alla sua radiazione dal
PNF) e una serie di note nelle quali lautore illustrava dettagliatamente i
motivi del suo dissenso dalla linea politica di De Stefani, ribadendo peraltro la
propria estraneit alla polemica tra il ministro e Il Nuovo Paese, e definendo
una leggenda lopinione in base alla quale egli sarebbe stato espulso dal
Partito Fascista a motivo di essa. Quanto alla sostanza delle sue critiche a
Stefani, il punto di partenza di Rocca consisteva nellimputare al responsabile
delle Finanze il suo economismo professorale - troppo legato allarida teoria e
perci fine a se stesso - e la sua incapacit, per converso, di valutare
levoluzione sindacalista della produzione, colta invece dal programma economico
fascista. Per un economista di tal razza argomenta Rocca esiste soltanto la
libert economica, cio della classe borghese, ma non la libert politica, cio
delle altre classi, con la conseguenza di favorire il dominio della plutocrazia
bancaria e affaristica, la quale rappresentava lapplicazione quotidiana,
esagerata e unilaterale della scienza economica classica e borghese. Pi La
lotta contro Stefani scrive Farinacci in tono minaccioso - deve cessare. Il
Direttorio del Partito deve intervenire e sconfessare ancora una volta il Nuovo
Paese e i suoi collaboratori fascisti. Un ministro fascista come lon. De
Stefani non pu essere lasciato aggredire da chi
privo di ogni diritto e autorit morale (FARINACCI, Solidali con Stefani,
Cremona Nuova). palla giolittiana La Stampa (CABIATI, Il ministro Stefani) ai
filo-fascisti Il Giornale dItalia (Polemiche interfasciste sul revisionismo e
pro 0 contro De Stefani) e Il Resto del Carlino (FLORA, Per l'onorevole
Stefani), la stampa liberale prese, compatta, le difese delluomo di governo
veronese, lenergico restauratore delle finanze pubbliche. Il commento di Flora
per il quotidiano bolognese forse il pi
indicativo di questo comune sentire. Nulla di pi enigmatico e di pi doloroso
per il pubblico italiano scrisse larticolista de Il Resto del Carlino della
campagna ostile contro il ministro De Stefani, riuscito in soli due anni con
una politica finanziaria coraggiosa e sapiente, che ricorda quella eroica di
Quintino Sella, a salvare le finanze italiane dal fallimento e il credito della
nazione dallestrema rovina. I revisionisti, complice la campagna de Il Nuovo
Paese contro De Stefani, apparivano dunque, alla maggioranza degli osservatori
liberali, per sostenitori della finanza allegra, al punto che tutti gli altri
argomenti (la costituzionalizzazione del fascismo, il ripristino della legalit
ecc.), che costituivano la vera essenza del revisionismo, finirono per passare
in fe TE avitbicee In unatmosfera carica di equivoci e di tensioni, Massimo
Rocca si avvi incontro alla sua fine politica. Le diverse posizioni, ancora
incerte al momento della sua intervista a LEpoca, si andavano daltronde sempre
pi definendo. LImpero, dopo un lungo silenzio, scese in campo a dar manforte a
Farinacci. In un editoriale Il pugno e la biblioteca -, Settimelli prende le
difese dei selvaggi delle province (il pugno), accusando i revisionisti (la
biblioteca) di filosofare vanamente sui massimi sistemi, tradendo lanima
guerriera del fascismo. A parte la disinvoltura dei suoi ex alleati, per indiscutibile che Rocca si compiacesse
troppo di se stesso, abbandonandosi sovente a virtuosismi da erudito (come
testimoniato da scritti del tipo di La rivoluzione e le fonti del Fascismo,
uscito su LEpoca in contemporanea allarticolo di Settimelli), col risultato
come si diceva - di togliere mordente e immediatezza alla polemica
revisionista, facendola apparire, appunto, uno sterile e noioso esercizio di
critica filosofica. A strappare definitivamente Rocca alle sue speculazioni
provvide Mussolini (A) con un fondo durissimo per Il Popolo dItalia. Gli
onorevoli Rocca e Bottai scrive il fratello del duce -, ai quali non si pu
negare perspicacia nello studio di grandi problemi, si sono dati a demolire, a
precipitare ci che anda semplicemente attenuato. I patriarchi non si mettono a
fare la boxe coi capi di provincia. Se non ci fossero stati gli squadristi, se
non ci fosse stata la violenza, l'ordine, la disciplina, la ripresa di tutta la
nazione italiana sarebbero lontano o lettera morta, e nemmeno i facili critici
secondo piano e che la liquidazione di Rocca sembra infine un mezzo necessario
per salvare lintegrit dei bilanci. Persino Il Mondo, lorgano dellopposizione
costituzionale amendoliana, che pure precisa di non tenere per nessuna delle
parti in causa e che, in ogni caso, non ha mai risparmiato critiche alloperato
di Stefani, convenne sullinopportunit della campagna contro il ministro.
Indifferenti come noi siamo a qualsiasi esito - scrive infatti il giornale
diretto da Cianca di una cosa sola possiamo rallegrarci: che non ha vinto una
campagna che appare troppo minata da rancori e da vendette duomini o di gruppi
che si sono trovati in contrasto con le ragioni dellerario, ed hanno sferrato
contro l'ostacolo Stefani attacchi di stile inusitato perfino nellattuale
depressione del costume politico (Il caso Stefani. La logica del pugno in
opposizione alla biblioteca - replica Rocca a Settimelli -, lesaltazione cieca
della forza, il mito dellITALIANIT, conduce il fascismo alla dissoluzione
morale (Rocca, Il problema morale del fascismo, LEpoca). Il problema deducare e
quindi di responsabilizzare i quadri fascisti
avvertito dai dirigenti pi accorti. Dopo la marcia su Roma, nel pieno
delle polemiche sullo squadrismo, Malusardi - allora a Sestri Ponente - si
batte per lapertura, nei locali del fascio, di una biblioteca di cultura varia,
in modo da offrire ai fascisti un'opportunit di crescita etica e intellettuale
(cfr. Giovinezza). di oggi puo parlare da Roma, sprofondati su le buone piazze,
col gesto ed il tono ieratico degleunuchi. Le brusche parole di Mussolini (A),
in perfetto stile farinacciano, colsero di sorpresa Rocca. Posto dinanzi anche
allimprovviso - ancorch non imprevedibile voltafaccia de Il Nuovo Paese, Rocca
prova dapprima a parare il colpo con una dichiarazione nella quale precisa di
non aver mai inteso offendere leroiche camicie nere. Quindi, di fronte
aglinsistenti affondo di Farinacci, si decide a pubblicare una lettera aperta
al proprio rivale. Bench traboccante di retorica, la lettera di Rocca un fiero atto daccusa a Farinacci (il vicer
spagnolesco di Cremona) e al fascismo provinciale che egli rappresenta,
degenerante nella volgare brutalit del cazzotto o del randello. stato scritto, molto suggestivamente, che in
questo modo Rocca ridiventa lanarchico Libero Tancredi esi prepara a riprendere
la via dellesilio. Non sembra, tuttavia, che Rocca si del tutto reso conto desser giunto al
capo-linea della sua avventura fascista, sebbene non difficile prevedere, come riusc a un giornale
MUSSOLINI, La Fronda, Il Popolo dItalia. Lo stesso giorno, con grande tempismo,
L'Impero titola: Gridiamolo ancora: il fascismo ha fatto la rivoluzione per
avere uno STATO FASCISTA, non per appuntellare lo stato liberale. 3 gu i i ni
C' una fronda in giro? si chiede il giornale di Bazzi, riecheggiando il titolo
del saggio dMussolini (A). Non ci riguarda. Noi chiediamo anzi che spezzata. La dichiarazione di Rocca pubblicata da Il Nuovo Paese e ripresa, il
giorno seguente, anche da Il Popolo dItalia e da Il Giornale d'Italia.
Farinacci, sul suo giornale, si dice indignato per quella che considera
unautentica virata di bordo da parte del suo avversario (Cremona Nuova). In
realt, Rocca si era DERER a esprimere il proprio apprezzamento per gli
squadristi della vecchia guardia (come sO resto aveva sempre fatto), senza
giustificare in alcun modo le violenze dei teppisti pc quelli di tutte le seste
giornate, ma anzi sottolineando che egli continua a attersi per lepurazione
allinterno del panic affinch questo puo realizzare il suo genuino di disciplina
legale e materiale. Ne Masino i A Gale Farinacci despota e censore, cit. (la
lettera si trova riprodotta anche in Come il fascismo divenne una dittatura).
Contemporaneamente alla lettera a Farinacci, Rocca diffunde un comunicato con
il cbr no notizia delle proprie dimissioni da vicepresidente dellINA, nonch da
membro del consiglio damministrazione della Societ Anonima per le raffinerie
petrolifere di Fiume, una carica che ricopriva da qualche mese (cfr. Il
Giornale dItalia, e Il Nuovo Paese). BEGNAC,
ti 18 In. effetti, ancora dopo che il direttorio fascista ne sanziona il
definitivo allontanamento dal PNF, Rocca nutre la speranza che il suo caso ri-esaminato, come gi avvenuto in occasione della sua precedente
espulsione. Ed ora dichiara il dellopposizione, che la sua lettera a Farinacci
ne ha con tutta probabilit determinato lespulsione dal partito. La sera stessa
il direttorio fascista, riunito a Palazzo CHIGI alla presenza di Mussolini
(precipitosamente rientrato da una visita ufficiale in Sicilia), DECRETA
LESPULSIONE DI ROCCA dal PNF. Essa, commenta Il Popolo dItalia, non solo: la punizione ad un sedizioso, ma un
monito severo e una minaccia solenne a tutti quegli PSEUDO fascisti o FALSI
fascisti che rinnegano la fede, offendendo la patria e turbano colla smania e
la follia dellarrivismo quel che il
dovere fascista pi grande: la ricostruzione nazionale. Il direttorio decide
altres lespulsione di Bottai, ma questi, grazie allintercessione di Marinelli
(non si sa a quali eindizioni probabilmente la promessa di rientrare nei
ranghi), ottenne la revoca del provvedimento, cosicch Rocca si trova, di fatto,
a sostenere da solo il peso dellepurazione. Nel giro di pochi mesi, dunque, il
revisionismo passa duna concreta, bench ingannevole, speranza di successo al pi
cocente fallimento, mentre a Il Giornale dItalia pi fascista che mai, se il
fascismo legge statale e disciplina
spirituale, non mi resta che tornare ad attendere un po di giustizia, non
Importa se pi tardiva che nello scorso settembre. Avanti!: Cfr. Il Popolo
dItalia. Ogni commento da parte nostra - rileva Farinacci trionfalmente superfluo. Costui [Rocca], da noi, considerato fuori del fascismo gi da un anno
(FARINACCI Virando di bordo, Cremona Nuova. GUERRI. La marcia indietro di
Bottai addolora Rocca, che ne attribu la ragione alle preoccupazioni
carrieristiche del intellettuale fascista. Bottai scrive Rocca --, teme di
veder spezzata per sempre la sua carriera. Rocca, Come il fascismo divenne una
dittatura. Il punto che il revisionismo
di Rocca e quello di Bottai, sebbene concomitanti, muoveno da premesse
culturali e ideologiche sostanzialmente diverse. Al contrario di Rocca,
infatti, che vanta una militanza politica pre-fascista di tutto rispetto,
Bottai, fatta eccezione per la sua breve stagione futurista, si e form
politicamente col fascismo, al quale dedica tutto se stesso, e di cui se cos si
pu dire - puo considerarsi lunico vero intellettuale organico. Nonostante lapproccio
critico, quindi, la fedelt fascista di Bottai non assolutamente in discussione. cos come sottolinea efficacemente Guerri -
che Bottai, il quale crede nel FASCISMO COME TEORIA POLITICA, non volle
rinunciarvi sempre ripromettendosi di migliorarne la prassi, mentre Rocca,
assai meno fascista e anebra molto anarchico, piuttosto che accettare la
disciplina di un partito che considera irrimediabilmente marcio, prefere
rinunciarvi del tutto (GUERRI. Rocca vienne abbandonato al proprio destino.
Perch MUSSOLINI decide di sacrificare Rocca, di cui aveva personalmente preso
le difese meno di un anno prima,
questione di non facile interpretazione. La risposta pu essere ancora
una volta ricercata nella duttilit strategica del duce. Mussolini, infatti,
coltiva ancora il disegno dun allargamento della maggioranza, da realizzarsi
soprattutto grazie a unintesa con la CGL -- un progetto a cui il capo del
fascismo tiene in modo particolare e che, se non sopraggiunta la vicenda Matteotti, sarebbe
probabilmente andato in porto. Un'operazione tanto importante scrive Felice
dove essere realizzata con le minime possibili scosse interne. Glintransigenti
dovevano essere convinti ad accettarla. Se il prezzo o una parte del prezzo da
pagar loro la fine del revisionismo e la
testa di Rocca, Mussolini non puo certo esimersi da Rocca quindi vittima dintricate manovre politiche,
ma giusto ripetere che egli sconta anche
gravi errori personali. Con la sua definitiva espulsione | commenti della
stampa italiana sono variamente ma unanimemente favorevoli alla decisione del
direttorio. Settimelli, su L'Impero ha parole di stima per Farinacci (il suo
programma semplice e schietto, energico e fiducioso, il nostro programma) e di riprovazione per
Rocca (Rocca non ha una visione chiara e sintetica della situazione. farraginoso e analitico). Il Resto del
Carlino, che vede con favore la battaglia per la legalizzazione del fascismo,
rimarca la degenerazione personalistica della polemica revisionista concretatasi
neglattacchi a Stefani - augurandosi che Rocca si convince dellopportunit di
rientrare in un completo silenzio (Il provvedimento contro l'on. Rocca). Con
argomenti simili, Il Giornale dItalia, pur riconoscendo la validit del
revisionismo deglinizi, ne critica linvoluzione dottrinale (non si capisce
quale la meta, per quali vie concrete
raggiungibile, che i nuovi San Paolo si proponeno) ed espressa soddisfazione
per l'avvenuta risoluzione della crisi (Nube risolta). FELICE, Mussolini il
fascista. A una successiva riunione del gran consiglio del fascismo (in piena
crisi Matteotti), Mussolini si mostra ancora moderatamente ben disposto verso
certe tematiche revisioniste. Dichiaro dice il duce -- che io non ho ben capito
ancora dove i revisionisti vogliono andare a parare. Bisogna che questi nostri
amici specificano. Si tratta di una ricaduta nello STATO democratico/liberale
con tutti glannessi e connessi? Si vuole invece rivedere i quadri ed i gregari?
O si vuole come logico ri-vedere le
posizioni morali e politiche del fascismo per adeguarle alla nuova realt, cio
al possesso del potere politico? In questultimo caso, il revisionismo ha una
reale utilit. E evidente che, assunto il potere, bisogna diventare dei
legalitari e non continuare ad essere dei ribellisti. Oppure il revisionismo
vuole condurci ad un ri-esame delle nostre posizioni programmatiche? Il
revisionismo, insomma, una porta sul
futuro, o un ritorno al passato? (PNF,
Il Gran Consiglio nei primi danni dell'ERA FASCISTA). dal PNF, Rocca (che non
si dimise da deputato e presenzia regolarmente alla seduta inaugurale della
nuova Camera) concluse la propria
militanza politica. Senza mai sviluppare una precisa coscienza anti-fascista,
per tutto il resto della sua vita Rocca mantenne, riguardo al fascismo, un
atteggiamento ambivalente (potremmo dire di odio/amore), di cui testimonianza il suo saggio, Come IL FASCISMO
divenne una dittatura. Fatto segno a minacce e persecuzioni", in un primo
momento Rocca - in accordo con altri dissidenti - tenta la via dellopposizione
interna; quindi lascia lItalia per la Francia, dove vive a lungo come appartato
in rapporti di reciproca diffidenza con la concentrazione anti-fascista e in
ristrettezze economiche, scrivendo saltuariamente per Il Pungolo, il giornale
diretto dal socialista Lemmi che raccoglie anche molti ex fascisti espatriati
in seguito alla vicenda Matteotti (fra i quali Rossi e lo stesso Bazzi) !8.
Dalla Francia Rocca passa in Belgio, proseguendo la sua collaborazione a 15
Cfr. Il Giornale dItalia. Rocca, PRIVATO DELLA CITTADINANZA ITALIANA dopo
lespatrio in Francia, dichiarato
decaduto dal mandato parlamentare. Cfr. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati,
Legislatura, Discussioni, Rocca
aggredito pi volte: le pi gravi a Roma, tre giorni dopo la sua
espulsione, ad opera di Bonelli, Masini e Nardo (rispettivamente il segretario
del fascio di Genova e i comandanti delle squadre dazione genovesi), indignati
per i riferimenti contenuti nella lettera di Rocca a Farinacci circa i legami
tra il fascismo genovese e i gruppi armatoriali liguri (cfr. La Tribuna,); e in
Galleria a Milano da parte di alcuni facinorosi squadristi milanesi. Cfr. ACS,
MINISTERO DEGLINTERNI, Dir. Gen. PS, Affari gen. e ris., Busta 7 [Rocca comm.
Massimo]. Un telegramma del prefetto di Verona al ministero deglinterni informa
duna riunione in una trattoria di Peschiera, nel corso della quale Rocca,
illustrando il programma revisionista, propugna la formazione di fasci
autonomi, che avrebbero dovuto raccogliere tutti glelementi dissidenti degni di
militare nel fascismo (a questo proposito Rocca lesse le adesioni di Forni,
Padovani, Sala e Marsich) e ricercare la collaborazione dei combattenti e dei
mutilate. Il progetto, caldeggiato da Rocca, di radunare tutte le diverse
espressioni del dissidentismo fascista intorno a un programma e a deglobiettivi
comuni, prende corpo nella Lega Italica, sorta su iniziativa del gruppo di
Patria e Libert e sotto legida del poeta e drammaturgo BENELLI (si veda),
figura, se possibile, politicamente ancor pi contraddittoria di ANNUNZIO (si
veda). La Lega Italica, che avrebbe dovuto costituire lembrione di un vero e
proprio partito dei dissidenti, si dissolve per nel giro di pochi mesi, vittima
delleccessiva eterogeneit e della fumosit dei programmi. ZANI. Cfr. ACS, CPC,
Busta [Rocca]. Per l'editore parigino Alcan, Rocca pubblica il saggio Le
fascisme e l'antifascisme en Italie, anticipante molti dei temi da lui in
seguito sviluppati in Come il fascismo divenne una dittatura. ci giornali e
riviste soprattutto di lingua francese - e sempre mantenendo, nei confronti del
regime, un contegno altalenante (lex anarchico approva pubblicamente limpresa
dEtiopia, ma non ha esitazioni, in seguito, a prendere posizione contro le
leggi razziali). Rientra in patria soltanto dopo un periodo di detenzione nelle
carceri belghe, riprendendo a pieno ritmo la sua attivit di pubblicista. Muore
a Sal. Tra questi spiccavano il settimanale Cassandre e il quotidiano Le manna
entrambi editi a Bruxelles. I saggi di Rocca, per lo pi firmati con pseu toni
il pi ricorrente), vertevano principalmente su questioni di politica RENO RAT. Rocca
arrestato subito dopo la sesta di sg
tgp so ta I Il suo nome appare nella lista egl de ni
iale. L'ex anarchico nega sempre di aver avuto a che fare con nig ela aa e, su
ricorso del figlio, St cancellato dallelenco (al riguardo v. Rocca, Come il dae
pri, i dittatura). Ciononostante a quanto i; a un FOA documentatissimo studio (FRANZINELLI, I
tentacoli dell OVRA. Seen co ADEN e viftime della polizia politica fascista,
Torino, Bollati Boringhieri, ta pare ani Rocca fa effettivamente parte dei
quadri dell OVRA, celato sotto il nome di Omero. Le battaglie perdute sono
generalmente dimenticate, poich i vincitori non sentono alcun interesse a
ricordarle, almeno quando si sono svolte entro uno stesso partito o una stessa
nazione. Ci non toglie che, se non gluomini, almeno le cose e le verit
sconfitte alla lunga si vendichino, attraverso le conseguenze del loro
disconoscimento. Nulla pi facile, ad
esempio, che deridere e sopprimere certi valori spirituali, quando si dispone
della forza sufficiente per impedirne la affermazione e persino il ricordo. Nei
giorni della sventura tuttavia, cio quando la forza vien meno, si misura
limportanza negativa della loro assenza, e meglio ancora la misureranno coloro
che, pi tardi, cercheranno una spiegazione obiettiva agli avvenimenti (Rocca,
Una battaglia perduta: il revisionismo, ABC). Con luscita di scena di Rocca,
coincidente con il fallimento della linea revisionista, ha termine questo
saggio. La caduta in disgrazia di Rocca (cui si accompagnarono, pressoch
contemporaneamente, la scomparsa di Gioda e, prima ancora, la sua sconfitta
politica - e il brusco ridimensionamento delle residue velleit libertarie di
Malusardi), pu infatti essere assunta a limite cronologico della parabola
storica dellanarco-interventismo, quanto meno di quella parte
dellanarco-interventismo, qui presa in esame attraverso le vicende incrociate
dei suoi principali esponenti, che conflu nel movimento fascista. Se infatti,
come giova ripetere, sarebbe improprio, dal punto di vista della correttezza
storiografica, considerare lanarchismo e il fascismo di Rocca, Gioda e
Malusardi come fenomeni correlati, quasi in relazione di causa ed effetto
(perch il conflitto mondiale comport uneffettiva trasformazione della societ
italiana, contribuendo a ridisegnare le tradizionali categorie politiche
prebelliche; e perch il fascismo, al di l delle sue molte anime, fu comunque un
fatto nuovo, impensabile senza la svolta epocale della guerra), pure, come
crediamo di aver illustrato, latteggiamento di fondo con cui questi personaggi
si accostarono al fascismo pu in qualche modo esser ricondotto alla loro
formazione anarcoindividualista. In questo senso, riteniamo si possa parlare
della presenza, nel fascismo delle origini, di una piccola vena anarchica, che,
innestatasi in esso tramite linterventismo, si esaur, progressivamente ma in
modo inesorabile, con il consolidarsi al potere della rivoluzione fascista.
Renzo Novatore (Arcola) filosofo. Renzo Novatore. Keywords: implicatura,
lanarchismo di Humpty Dumpty, la scusa anarchista dei fascisti, I anarchici di
Mussolini. Refs.: Luigi Speranza, Grice e Ferrari The Swimming-Pool Library. Abele Ricieri
Ferrari. Ferrari
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferraris:
la ragione conversazionale e filosofia italiana – la scuola di Galatone -- Luigi
Speranza (Galatone). Abstract. Grice: “At Oxford,
conversazione is a term of art; not in Italy!” Keywords: conversazione. Filosofo
italiano. Grice: I like Ferraris he
analyses all the implicata of The Lords Prayer
pretty complicated my favourite
is his excursus on the implicatum of thy will be done Figlio Pietro De Ferraris
e Giovanna d'Alessandro. Studia
a Nard. Passa quindi a Napoli. Molte sono le conoscenze che fa all'Accademia.
Entra in contatto con Gareth detto il Chariteo, Attaldi, Pontano, Gaza,
Caracciolo, Pardo, Lecce, Sannazaro. Si laurea a Ferrara, dove soggiorna. Si
trasfer poi a Venezia per poi ritornare a Napoli ed entrare nel giro della
reggia partenopea, nella corte di Ferdinando I. Si adatta a Gallipoli, dove si
sposa Maria Lubelli dei baroni di Sanarica. La serenit della sua vita fu
turbata dall'invasione di Otranto da parte dei Turchi. Cerca rifugio a Lecce
annotando gli eventi drammatici che in seguito sarebbero stati il canovaccio
per un'opera composta in latino. Si sposta ripetutamente fra Napoli, apprezzato
dottore al servizio della corte aragonese, e la Puglia, sua zona d'origine e di
residenza. Inizia anche a scrivere, inizialmente in forma epistolare. Manda i
ringraziamenti a Barbaro per la dedica ricevuta; seguente la redazione di Altilio
Galateus e Ad M. Antonium Lupiensem
episcopum de distinctione humani generis et nobilitate; e una seconda epistola
a Barbaro e il saggio Ad Pancratium de dignitate disciplinarum. Dopo la morte
di Ferdinando e Alfonso II, abbandona Napoli non prima di avere composto
Galateus medicus in Alphonsum regem epitaphium. Torna a Lecce dove forma assieme
LAccademia dei lupiensi. Scrisse Ad Chrysostomum De villae incendio, per
celebrare la propria villa di Trepuzzi che era andata distrutta dal fuoco. E a
Napoli, convocato dal re Federico dAragona che lo volle con s, ma
l'inasprimento del conflitto con Francia lo spinse a ritornare nella provincia
salentina. Godette dell'ospitalit di Isabella dAragona, presso cui ebbe modo di
comporre in latino lavori di filosofia, filosofici. Una delle pochissime
trasferte dal Salento fu quella che effettu a Roma presso Giulio II, a cui offr
una copia dell'atto di Donazione di Costantino, che era conservata nella
biblioteca di Casole. Fu uno studioso che, come gli intellettuali suoi
contemporanei, riusc a coniugare una vasta erudizione umanistica con nozioni
scientifiche. Le sue conoscenze erano di ampio respire. Il suo bagaglio
filosofico include la cultura classica di Aristotele, Platone ed Euclide.
Considera che la filosofia classica era stata traviata dai filosofi come
Alberto Magno e Duns Scoto, e dei filosofi dei secoli bui salv solo Boezio e la
sua Consolatio philosophiae. Prediligeva la civilt classica e autori come
Omero, Senofonte e Plutarco; Terenzio, Catullo, Ovidio, Seneca, Svetonio,
Virgilio e Orazio; e insieme il mondo del volgare, con letture di Dante, Petrarca,
il Morgante e Sannazaro fra i tanti. Si interessa anche delle opere di
Strabone, Tolomeo e Plinio. A questo patrimonio di conoscenze associ Ippocrate
e Galeno.Non trascur gli usi e i costumi della sua terra d'origine, e descrisse
in termini molto particolareggiati le zone del salentino, illustrando con
realismo Gallipoli ed esaltando uno stile di vita meditativo in alcune sue
opere. Ma non sfugg a Ferraris il quadro generale della societ dei suoi tempi e
della corruzione morale e politica che la attanagliava; e che fu anch'essa
soggetto degli scritti di De Ferraris nei quali critic la diffusione delle
cattive consuetudini. Il suo De Situ Japygiae e un autorevole trattato
storico-geografico sul Salento. Mentre era a Bari ha notizia della
"Disfida di Barletta" e ne narr per primo la storia nel suo De pugna
tredecim equitum. Altre opere: Oltre a saggi e trattatelli, compose le seguenti
epistole: Ad Accium Sincerum de inconstantia humani animi, Ad Accium Sincerum
de villa Laurentii Vallae, Ad Franciscum Caracciolum de beneficio indignis
collato, Marco Antonio Ptolomaeo Lupiensi episcopus, Antonio Ptolomaeo Lupiensi
episcopo, De Heremita, De podagral, Ad Chrysostomum, suo salutem de nobilitate,
Ad Chrysostomum de morte fratris, Ad illustrem comitem Potentiae, Ad comitem
potentiarum, Ad Maramontium de pugna singulari veterani et tyronis militis Ad
Belisarium Aquevivum marchionem Neritonorum Federico Aragonio regi Apuliae, Ad
Chrysostomum de morte Lucii Pontani Ad Ferdinandum ducem Calabriae, ad
Chrysostomum de pugna tredecim equitum, Ad Hieronymum Carbonem de morte
Pontani, Ad Prosperum Columnam, ad Chrysostomum de Prospero Columna,
phiilosophi praestantissimi de situ elementorum ad Accium Syncerum Sannazarium,
Esposizione del Pater noster De educatione Ad illustrem dominam Bonam Sforciam,
ad Antonium de Caris Neritinum episcopum, regem Ferdinandum, Beatissimo Iulio
II pontifici maximo; philosophi epraestantissimi De situ Japigiae ad
clarissimum virum Ioannem Baptistam Spinellum, comitem Choriati, Ad Nicolaum
Leonicenum medicum, Petro Summontio De suo scribendi genere, Summontio suo
bonam valetudinem Callipolis description, Pyrrum Castriotam, Illustri viro
Belisario Aquevivo, (Vituperatio litterarum), Ad Ioannem et Alfonsum
Castriotas, Ugoni Martello episcopo Lupiensi B. V. La Iapigia. Itinerari e
luoghi dell'antico Salento (Lecce, Messapica Editrice), Gallipoli (Lecce,
Messapica Editrice). Galatone, che ha una strada "Antonio Galateo",
onorato il poeta nel marzo con lapposizione in Piazza Crocefisso di una lapide dedicata
alla sua memoria. Dizionario biografico degli italiani, Treccani Enciclopedie,
Galatone, in Treccani Enciclopedie. PULITEZZA SPECIALE, tifi' m CONVERSAZIONI,
' r Or^ne delle eatwersm Umi e specie. M AUoroh, dopo il IX -secdb, ff mase
sciolto quasi ogni vincolo governativo in Europa, ciascun uomo, secondo le sue
forz6% procur di rapire o distruggerot Dibbmar fortezze per difendersi o adonar
prmi per assalire. Tra gli oggetti rapiti prpieggiavano le donne ragguardevoli
per bellzz. I cavalieri o sia gli uomini a cavallOy che pi de* fanti erano
anticamente pregiati alla gurra, spinti da avidit e da amore, da vanit e da
gloria ^i assunsero il carico di difendere il bel sesso come vedremo nlF articolo seguente.Quindi 8i
uoiiODD in croecbi talora ne' ciiBSteUi de'feudatari, talora nelle corti de'
principi i cavalieri per fare pompa delle loro lAiprese, le doniM/ per onorare
i loro difensori e trarne vanto, i poeti pec cantare il valore degli uni e la
bellezza delle altrer Le donne, i cavalier, rrme, gli aniiori., Ile cortesie,
le audaci imprese io canto. Siccome le dame e le principesse l'oggetto sono
della poesia, cos ne furono le sovrane in ' M giudizio e pr tribunali.
Imperocch tenevano nelle lor Corti e
castella corte W amore o par lamentoi oy trattai^nsi i problemi^ le cause,
le liti amorose e cavalleresche;
concorrendovi gen- iiluomini e dame dappresso e da lungi, e sopratutto poeti e
cantori, quasi avvocati e giurisprudenti primarii a quel foro. Che se contenti
non sono { litiganti. (kyUa sentenza de'{>ai:lamenti allora sorgevano le
Tenzoni o sfide poetiche, eolle j> quali r un contra T altro scrivevano i
trobadori a difesa dJoi^ eauT'e di lor belle onde sono sempre in giro messagi e
proposte e risposte, e lamenti e disQde novelle d'^inore e di poesia Cresciuti
in fom i Governi ne suasegnenti secoli, e cessati i pericoli delle belle, non
fu pi necessario,, per ere ammesso in queste conversazioni, Taver rottopi
lancia in onore d-ona prin* eipessa o d' una lama, ma bast Q^ie vi scendesse 1)
BeUifiellf. j ^ oj by vmmztA: sfigxale 30& Per lungo )> pi magoanimi
lombi ordine il sangue Purissimo celeste; per appriezz^re meglio i sentiBient
del poeta e salire air origine degli usi, il lettore pu consultare la nota. Xe
i Londra del dicono: Le pU^ni presentate alla carte dei rUelami nella
circostanza dell'incofonazione delFattufide.re d* InghQterra), cofi tengono
pretensioni singolarissime, e che ricordano usi antlchissimi. il conte
d'Abergaf enny, come signore della cascina di Sculton, riclama l'uffizio di
capo deUe dispense cl:edeta di farne il servizio sia personalmente, sia .col
mezzo del sup deputato, e riclama per suo emolumento tutti gli avanzi deUe
pietanze e delle carni dt^o il pranzo. Due petizioni furono presentale dal duca
di Norfolck. Colla prima, nella sua qualit di conte maresciallo ereditario,
egli chiede di compiere personalmente o col mezzo d'un deputato gli idficii di
primo boUiqUm'e d'Inghilterra, e di ricevere perci la migitor coppa. d'oro con
Q[M$relio, tp rimarranno sotto, il inezzule, e tutti gii orciuoll e coppe,
eccetto quelli d'oro e d'argento che resteranno nel celliere dopo il pranzo.
Colla seconda petizione li nobile duca dimanda, come signore della cascina di
Workoop, di presentare al r^ un guaoto di mano destra, f'di soistoiieife il
destro- liran^lo dei re nel menti ch'e tiene lo scettro reale. n duca di
Montrose, grande scui^ere; dimanda di fare il servizio di sargente di lavatoio
dell'argenteria, e di ricevere tutti i piatti e tondi d'argento serviti sulla
mensa del re il giorno dell'incoronazione, e cogli emolumenti che ne dipendono,
e di portare eziandio gli speroni del re dinanzi S..M. n 8lg^ CampbeU, come
signore della cascina fi Lyston, reclama il diritto di fiir de cialde pel re, e
d' imbandirle jsulla mensa reale al banchetto dell'incoronazione. Rimasero
quindi a poco a poco e dovettero rimanere esclusi i poeti; giacch, se nello
stato primitivo delle conversazioni, mentre il poeta si mostra ricco d'idee,
vantavano i cavalieri destrezza e le donne pericoli^ nel seguente stato il poeta
solo sarebbe rimaso oggetto degli astanti, quindi ne avrebbe sofferto la vanit
degli altri. Muniti di privilegi reali ed onoriQci che dalle altre classi li
separavano, facendo, principalmente in Francia, professione d'ignoranza, i
nobili chiusero ad esse la loro conversazione, e avrebbero creduto di
degradarsi, se alla loro confidenza avessero ammesso chi soltanto di talenti o
d'altre abilit personali si fosse potuto dar vanto. Appena comparvero leprime
scintille delle scienze, i pochi spiriti gentili che non rimanevano impaniati
nelle sensazioni materiali del volgo, provarono il bisogno di unirsi, per fare
acquisto delle altrui cognizioni e dare in cambio le proprie. Questo bisogno
era tanto pi forte, quanto che prima della stampa altissimo era il prezzo de'
libri, come tutti sanno; nacquero cosi le conversazioni letterarie od
accademie, le quali da principi illustri vennero proli) Esistono scritture del
XVH secolo, sulle quali persone dalto rango fecero la croce perch non sapevano
scrivere. Nello stesso secolo parecchi parenti del celebre Cartesio si
sforzavano di cancellarlo dalla loro memoria, i)ersuasi che la filosofia, di
cui egli il corifeo, fosse macchia alla
loro schiatta. V. Thomas, Eloge de Dcartes. PUL1tBZZ4 SPBULE tette, giacch i
principi illustri non temono le sciepze
sanno che degli Stati il principale pregio son MSe e lo splendore. Per
consimili motivi sors^ eonvecsi^ioni di pit tori, di musei, e con maggiore
coneorrenza, giae* b la capacit d' apprezzare le bellezze di questo, ti egregie men rara di qa$Ua che per appresare le
scienze richiedesi. Lo spirito di commercio svegliatosi dopo I." un decimo
secolo in Itatta^ pisogfessivattiente 4)reseii|U> ne' susseguenti, fu larga
fonte di ricchezze. Si vide allora che si poteva essere ricco e considerato
senza essere nobile o possessore di fondi. Il desiderio di far pompa di
ricchezze, unito al bisogno di conoscersi peraccrescere le relazioni
commerciali, form le adunanze de' commercianti. La ricchezza de' mercanti cozz
colla ricchezza de possidenti, e nette citt libere ottenne quegli o maggi che
altrove si era riservati la nobilt. La classe direttrice de' lavori nieccanlci
si diviso in altrettante masse quante sono le specie di essi. L'analogia
de'lavorit il desiderio d'imporre legge ai lavoranti, la necessit di conoscersi
per ripartire le imposte che i principi esigevano dall' industria, rkniirono i
direttoli delle varie arti, o sia i fabbricatori, in altrettante compagnie o
cow/rafernite che ebbero te loro regole e tennwo le loro Mssioni in gicrni
determinati Le'ricebezze perdute ddia iiobiUyer ie ragimif ehe diremo, furono
raccolte da persone' intelligenti e attive, che, senza appartenere al ceto
de'commercianti o de'fabbrieatori, sepp ero farle. vafere. I (>er spacciare
le loro idee nelle CONVERSAZIONI i^altri per non mostrarsi digiuni delle
notizia pi triviali. La lettura cominciata per vnt, continuata per abitudirte,
talvlta in passione si cambia, e i frivoli gusti tghoreggia o discaccia. Chi
lggCi o per istruirsi o innocentemente intrattenersi, toglie sempre degli
istanti alla covi^ ruzione, e talvolta le toglie de' capitali per la compra
delibri di cui abbisogna. I gabinetti di lettura sono una conseguenza dello
spirito socievole dello scorso secolo; si procura a tutti un mezzo distruzione
con pochi soldi. Non tutti possono leggere tutti i libri; ciascuno costretto a ristringersi nella sua sfera; ma
NELLA CONVERSAZIONE i libri letti da uno, divengono mezzi d'istruzione per gli
altri. In caso di bisogno egli vi d in UQ quarto d'ora il frutto di dieci ore
di' lettura. Se nelle dispute che sogliona nascere NELLE CONVERSAZIONI, i due
contendenti restano per la pi di loro parere, l'influenza delle dispute sulle
opinioni non lascia d'essere reale, giacch. Gli spettatori disinteressati
formano il loro giudizio sulle ragioni allegate pr e contra dai disputanti. La
voce, il gesto, il tuono di essi rendono, per cos dire, pi acuti i tratti del
loro spirito e pi profondamente neir altrui memoria gli imprimono. Quegli tra i
contendenti che ha torto, e che nella disputa chiuse glocchi alla verit, non
conserva questa ostinazione, allorch riflette poscia di sangue fredddo, e
sovente s'accosta al sentimento, che aveva combattuto. In una CONVERSAZIONE
GENERALE, quegli che parla, si vede cinto d'una specie d'uditorio che lo nima e
lo sostiene. Questa circostanza da allo spirito maggiore attivit, alla memoria
maggior fermezza, al giudizio maggior penetrazione, alla fantasia de LIMITI CHE
NON GLI PERMETTONO DI DIVAGARE. IL BISSOGNO DI PARLAR CON CHIAREZZA lo sforza a
dar qualche attenzione allo stile e ad ESPORRE CON QUALCHE ORDINE le sue idee.
Il desiderio d'essere ascoltato favorevolmente gli suggerisce tutti I MEZZI
DELOQUENZA DI CUI LA CONVERSAZIONE famigliare
capace.Quindi LA CONVERSAZIONE la
prima. Intendo qui di parlare delle persone di spirito e di buonafede; giacch
gli spiriti falsi e vani, o gli uomini di parUto, pe quali LA CONVERSAZIONE E
UNARENA OVE COMBATTANO DA GLADIADORI, non aspirando di giungere alla verit, ma
di conseguire un' apparente VITTORIA, quesU non riescono nelle loro dispute che
a raddoppiare il velo che ingombra il loro intelletto, e a vie pi nelle loro
opinioni smarrirsi. e la migliore scuola per gli uomini che {tarlar ia pubblico
si dispongono. Sj: f Air opposto un uomo che vve solitario nel suo gabjiettOr
noD stimolato a farpas^re.le sue idee tjrii'Mtrui'anittio,
noin^eriteiidosr'itvymffiairii a fronte non avendo obbie;{.ioni da combattere,
non impr. ft^ gmm qiiest'acle delicata ebe convincere gli spiriti senza
offender lamor proprio. 0D bel garbo costringe l'altrui inerzia airesame j^tt
prgiuritzie^ pungndota con x^iche tmjU* piccante Altronde sempre solo con s
stesso, e ^imsM aggeUi^^L^4xm/twitoi disposto a niguardmi x^iascuna 4rfeache
gli si pcesdtay.came^una scoperta. Non mai esposto a queste piccole lotte di
societ che danno si prontamente a tiascufiei. la misura delle sue forze, egli
incliner a formarsi mt ppinione esagerata de' supL talenti e ad eBpone le
^nierdee con atsi fmpfariosa edoffenshra. Si pu dire delle CONVERSAZIONI ci che
ALFIERI dice dei. vhiggi;.vY| s impara^ pi assai che in su le cartCi tH\
stimare o spregiar l'uomo^ ^^^j ;Ma a.cnoscer s stesso e gli altri jn parte v.
^i^Lo studio iaatti de'libri rie^oe ua mol languido . ddN)le^ che esercitai non
agita!^ non riseaMa la mente come LA CONVERSAZIONE. S'io discorpo con CdbustO/
ragionatore, dicis Montaigne^, egli mi ein|[e e iB.Incalza da tulteie parti;
l^sa$ fdee ri^egllaiio le umi la^^osia, la gloria, .la QQnte^ziQpe mi spingena,
mi riali^aho sopra di me, e non diradortni presentano nuove combinazioni
ideali. INFLUENZA DELLE CONVERSAZIONI. sfil costume U de6derio 4i piacere a^i
atoi vaddoldsee ia pale mseefen dir mm^i nra questo Aderto si svolge, ci aDiina
NELLE CONVERSAZIONI e l' abitudiM d!eq^ijmerlt forma J'abMdiBe di aeotirlo.
DACCHE LE CONVERSAZIONI DIVENNERO COMUNI, nacq[iie fior /quell'eleganza di
tratto. e quella non 9 80 quale gra^a^-d* urbanit^ quel Aresentorsi pl 9.
disinvolto, quel pi leggiadro atteggiarsi, e quei n versatili modi e politi
cbe. imlla sentano V ioatr titudiiie 6 TimbaMaso; quindi quel wism wtm u pi
dilicato, e que' mutui riguardi e qua' molti* pliei uffieii di olviltt johe
quaai ad egiH .ubante Ja vanit e LAMOR PROPRIO dona e riceve. Le passioni
.medesinia c)ie erano prima iutratta* .iMtt'., Mnreggendo in pfttte la toc
nafitf wtm^ i> biaoza, sonosi anch' esse, dir cos, incivilite. L'oigo^iosa
superbia si maaobei^ata sotto la spoglia
d' doa finta modestia; T invdia siesta sa pronunciar delle lodi, e IL
PUNTIGLIOSO E CALDO RISENTIMENTO V obe quasi ad ogni parola aveva li fuoco
neglocchi e la mano sull'elsa, ha .tesBiperato. queir indole sua ferqee ;
si im parato a dissimulare un'offesa, a
Dasedndelw tipata, a rispondere pacatamente; e bench questa re P if M lusinghiera,
gradita e di realissimi vantaggi sociali /ecandq, ^jper-^^la.^[y&lio
ostacolo a mali gravU-. Finalmente sogliono non pochi giudicare del mento 4'
uoa pecfiona dalla sua maniera di caavMr* sare^' n, si eiitano di porre al
vaglio sue buone 0 cattive qualit^, ma ue^ formailo giudizio dalle idfie
cb'ella .presenta: B^ordeobi sociali; qoiadi 0^ forza entrare nelle societ,
giacch le abitudini del ^eatil couversare aoit possooo in soUngo gabinetto
aljgnistarsi. INFLUENZA DELLE CONVERSAZIONI SULLA MORALE. h AUotcfa gli uomini
s'uniscono in CONVERSEVOLE ecMohior^ 49orge tea di' essi un' opinione la quale
condanna glatti che riescono nocivi a tutti od a qualcuno deglj uniti:
ciascuno costretto a nascosi dere 1
eentimQti criminosi che per avventura cova neiranimp. aiccMie. anche ci maqa i virt, vuole
mostrarne almeno l'apparenza, quindi, se qualcuno d^li uniU d mentore di v^i,
la van^ degli altri . si unise to6t pericaeeierlo dal loro imo, ae^ non corra
voce che lo tollerano o f approvano. Dnn^e quanto {m. eresc lar bc^ma di
PARTECIPARE AI PIACERI DELLE CONVERSAZIONI, tanto pi cresQono i. motivi per
isciogli^sii dai vizii che esse ooodamiaiiD. 1 ref mordendo a lungo GIOCO, d'uopo
Che r oprare al gridar conforme eqch^ggi )\ II; Screditando gli altrui
vizii ciascuno si lusinga ^ iter provn di .contiaria virt; quindi NELLE
CONVERSAZIONI cascuoo cbiSuna a indicato la riprover vole condotta degli
estranei od assenti: ciascuno ride delle umiliazioni cui condannato un leccazampe; ciascun parla con
orrore d'un tradimento; ciascuno sviluppa le circostanze che aggravano un
delitto ecc. Escono DALLE CONVERSAZIONI dalle de' gridi che chiamano gli
sguardi del pubbblico sul magistrato corrotto, sul giudice venale, sull'
amministratore infedele ecc. Allorch la condotta di qualche persona potente
non ben nota, ciascuno deglastanti
comunica agli altri le sue viste; si mettono al vaglio i fatti e le congetture,
si confrontano le realt e le apparenze; si richiamano le notizie anteriori e
concomitanti, e dualmente si giunge a smascherar l'impostura. L'opinione pubblica
va ad attingere ALLE CONVERSAZINI i documnti che giustificano i suoi decreti
donore o d'infamia. LE CONVERSAZIONI sono come le sentinelle notturne che ad
ogni ora si comunicano il grido di sorveglianza, onde reprimere ne' pubblici
perturbatori il desiderio di far del male. LE CONVERSAZIONI offrono il destro
di pronte benefiche soscrizioni a vantaggio dei poveri. L'interesse che la
padrona di casa sa destare nellanimo de'suoi amici a favore d'una famiglia o
d'una classe sventurata, il desiderio comune di dare prova di generosit,
l'altrui esempio che fa forza anche ai pi renitenti, tutto concrre a far
riuscire immediatamente un progetto generoso, che senza LE CONVERSAZIONI le
resterebbe sventato o verrebbe troppo t^rdi. Quindi con piccolo incomodo deglastanti
si raccoglie ia pi orocebi una-samiQil ragguai:de* vofi e safficieate ^1
Jbisoguo, INFLUENZI DELLE CONVERSAZIONI sulte crtL Le conversioni avviemando
giornalmente uomini, e ciascuno bramando di comparire ricco e4 legaste,
i:e5C0ifo i compratori dette merci 4^.e adornaao le persone e le case. Quindi
si eslesero toi^amei^te l^.arti cos dette, di lusso. Il popolo firneese,
"^tmi H quale, E MASSIMO IL BISOGNO DI CONVERSA divenuto IL DOMINATORE DELLA MODA. JBari'addietrqi
etmano scarsissime LE CONVERSAZIONI, e moltissimi globbriachi; ti capitale che
ora si spende in abiti,. allora sj spendeva in bagordi. Quelii cbe ftnaot
rimprovero ALLA FILOSOFIA d'avere esteso lo spirito di socievolezza, son
costretti a dire cAteun uomo ubbriaco j preferibile ad,un nomo legante. Per
disgrazia dell' umanit questi Ostrogoti sitrovano talvolta alla testa degli
St^i, e con ottime A Verona, trovandomi un stat alla convetsadon'e d^iHia signora che non soleva andare al
teatro, ma univa nella sua^easi vaeii amici, ella ci dice: Signori : dimani a
sera no^ qi vedremo, perch uadc A teatro, t t:ome al teatro t ^ Si, gbuseh la
serata va avaatagato ^ povecL^Dunque ci vedremo, risposero tulli.. fiaatt' la
ra. susseguente non solo ciascuno deglastanjti and' i -tealro, ma, conduce seco
quattro o cinque amici cosicch il palco dUa signora fu un andirivieni continuo,
ed una specie di goecr a Mdam V ini4$mt0 > la ^te si fonava neUa sua
sconfitta. Beco la ^vOlz^adone : beaefioennt uoit^ alpia^. cerei onore al bel
sesso cbe la proinoveiL intenzioni li rovinano. Pio IV, declamando contro l'uso
delle carrozze, indusse i cardinali a cavalcare le mule; si moltiplicarono le
mule in ragione de'capitali che non erano pi impiegati nelle carrozze cio le
nule presero il posto deglartisti. Non vi par bella e sensata questa
trasformazione? Andate avanti, beatissimo Padre, e, giusta le massime predicate
da altri moralisti, induceteci a privarci del cappello, della giubba, delle
calze, delle scarpe; e cos dopo d' aver fatto sparire gli artisti, se pur questi
vorranno sparire senza cagionarvi qualche timore, venderete le vostre derrate
agluccelli. Torniamo al fatto: IN FORZA DELLE CONVERSAZIONI si sono cambiate le
abitudini economiche, e leleganza
sottentrata all'ubbriachezza. Quella massa di liquori che per Taddietro
consumavasi da un solo con danno della salute e della ragione, ora sopra dieci
innocuamente si distribuisce, cio sopra gli artisti che fabbricano cose comode
ed eleganti. Dunque nell'aumento DELLE CONVERSAZIONI hanno guadagnato larti e
la morale. II lettore che non fosse abbastanza persuaso de' vantaggi che ho
attribuito ALLE CONVERSAZIONI ed in generale allo spirito di socievolezza, pregato a sospendere il suo giudizio sino
all'articolo secondo, ove esaminer gli usi e i costumi de'tempi barbari e
semi-barbari, ne'quali di, socievolezza non v' era quasi traccia., Accennate
nel Tranat del Inerito e ^elt KieomfitnUe.
Gli oMPOstt Oggetti V Rende pi chiaro il paragoo. Distngua, Meglio ciascun di noi; ic.i.n NeimalehegIiattnopprm4lb9A. Scelta
deHe tantffsaatcni: r .f'/.v;r li Cki .vcdesgft sfogare il coosoitia di tutti f
reprobi, correrebbe pericolo di viver solo. Pupi restare ia casa nfm ioKdarti
kfijoarp^t ma restando in casa ti privi d'una passeggiata utile e 4^Uzio9a
Dpnque non potendosi p^r noi crear uoniiiil perfetti, sar sempre miglior
consiglio accrescere la forza della j[M*opria virti5 di quello che i'irrita^
biKt agli altrui vizi. Dire che aoa dobbiamo essere cestii a lordarci ^ le
weqMi pi^ jurooucarci una buona passeggiiitaii nm dire che dobbiamo innoitrarci nel fango sao
agli occhi e con pericolo di spezzarci una gamba : per anpdoga dite lo stesso
delle conversazioni. Adombrati gh' estremi, dir al giovine che nella soelta
delle conversazioni, pi ctie gli adulti ed^ i veoohi egli debb' essere
riservato; giacch, mancandogli la loro esperienza pu facilmente .restare tra
queMaeei che essi spezzerebb^o.. Inoltre il credito degli adulti e de'
vecchi giformato; le loro buone qualit,
sona note, un'ab. tudine provaUi da pi risponde ad ogni dub* bia apparenza.
All'opposto il giovine dee tuttora ar nascere questa b|io)ML, opinione
neir^ltrui animo "^4 di
hidd^oi^eail giadhao ebe gU/a^ d noi, quando dalie persone che frquentiamo ci
giudicano; e fa d' uopo osservare che la yafiit vieta loo di cambiare
j&KitiAiDte h ptt opinione che di noi concepirono, vera o falsa che ella
sia, Dun(]ue, beii|^ ^^iva Aacora molto istrutto, otterr il giovine pi gradi di
stima se correr voce eh' egli conversa . spes$p.^^on parsone di merito e gode
fa loro confidenza. LA CONVERSAZIONE colle ballerine, colle persne di dubbia
fede, o p^leseqiente scellerat, macchia la riputazione di clrinncpie: i cm
'lodt insudiciano queUi tui ft^no maggiori carezze. Tutti consigliano ai
giovani di non trovarsi NELLE CONVERSAZIONI bve s! tengono giucW d'at^ zardo;
giacdi, quaiunqu: sia la lro risoluzione, ossi finiscokio peir tedere e
rovinarsi; Essi cedono, alte suggestioni ed all' esempio altrui, al timore
d'essere dichiarati' spilorci, paurosi, vili o schiavi d^e^voiiri patemi; essi
cedono 1 defsiderlo di dlve* . nire prontamente ricchi, desiderio che
prontamnte SI aperite, 'la brama azsata'dell'oro i|tra caiH crena ciie rode l'animo del
giuoeatore, una sottile fiamma che lo
consuma. Ommetto di parlare de' suicidi prodotti dalle perdite nel giuoco.
Perdita della salute. questa una
conseguenza dell'accennato stato dell'animo. Infatti sotto razione ripetuta del
giuoco si sviluppa un carattere irascibile ed una viziosa energa di sensibilit
che alla macchina corporea riesce sommamente nociva; perci la massima parte
de'giuocatori sono decrepiti a 40 anni. Perdita delle sostanze. Per un
giuoeatore arricchito dal giuoco ne conterete cento rovinati. 4. Perdila delta
fama. Cicerone, per iscreditare i giudici di Clodio, li paragona a quelli che
frequentano le case di giuoco. Bench tutti i giocatori non siano persone
infami, ci non ostante la massima parte non lasciano d'essere riprensibili
perch si espongono al pericolo di divenir tali. Nissuno d la sua figlia per
isposa ad un gioca^ tore; nissuno lo accetta per compagno in uh' intrapresa;
nissuno lo vanta per amico; nissuno lo vorrebbe per padrone; ogni padre vieta
a'suoi figli la di lui compagnia come la peste. Perdita della sensibilit ai
piaceri intellettuali e morali. Siccome le persone abituate all'uso del pi
acuto rap divengono insensibili ai soavi effluvii del garofano e della rosa,
cos le persone abituate alle scosse gagliarde del giuoco rimangono insensibili
ai piaceri della commedia, della trage-; dia, della pittura e delle altre arti
belle; quindi 1* momenti che i giocatori non impiegano nel giuoco, sono
occupati dalla noia. Il giuoco accresce il bisogno di sentire, e diminuisce il
potere di soddisfarlo. Il giuocatore s'espone al pericolo di perdere, e perde
talvolta quell'unico denaro che
necessario alla sussistenza de' figli e della moglie; la sorte infelice
di questi fa dunque minor impressione sopra di lui che il bisogno di giuocare:
in quale punto sar sensibile il di lui animo alle loro carezze ? Un giovine
dedito al giuoco sfugge la compagnia de' suoi genitori, sdegna i loro innocenti
piaceri, sprezza i loro consigli, amareggia i pochi istanti della loro vita,
diviene ladro domestico, e talora i disonora con azioni che gli fruttano la
prigionia 0 il capestro. 6. Perdita del senso comune. Ogni giocatore sragiona
cosi come sragiona il volgo, allorch dai sogni deduce futuri numeri del lotto. L' abitudine di
prendere per norma a' suoi giudizi i rapporti fantastici delle cose distrugge
l'abitudine di consultarne i rapporti reali, costanti e ragionevoli. Un
giocatore non avr vergogna d'attribuire la sua perdita alla sua scatola; un
altro alla presenza d'un nemico ecc.; alcuni non giocano che denaro tolto a
prestito, quasi preservativo contro la sorte; altri destinano parte delle
yincite ad opere pie, quasi pegno di vincita, ecc. L' idea del guadagno allorch
soggiorna lungo tempo in una testa debole, ardente, soggiogata da; vane,
combinazioni, converte il dubbio in certezza, e fa riguardare come infallibile
ci che fervidamente desidera. L'illusione s forte, che non distrutta dall'esperienza delle perdite, e in
onta di esse rinasce e si rinforza. Gli animi frtenfient agitati, dice Tacito,
inclinano alla superstizione, cio la causa delle loro sventure riconoscono in
cose o parole incapaci di produrle; quindi le invocano o le maledicono, ne
sperano o ne temono. La fortuna^ nome vuoto di senso, agisce sull'animo
de'giocatori cme se fosse un ente reale : a lei attribuiscono le vincite e le
perdite. La fortuna un concorso di cause
ignote ove la temerit fa tutto y e la prudenza nulla. I selvaggi dell'America,
dice il padre Lafiteau, si preparano al giuoco con austeri digiuni, quasi
volendo interessare la Divinit al successo de'loro stolti e ingiusti desideri.
Dop ^li antecedenti riflessi quasi
inutile l'osservare che nel giuoco ogni sentimento di decenza si perde e di
gentil costume; si diviene rozzo, villano, grossiere, caustico, mordace: non si
ha riguardo n alle qualit altrui n ai diritti; si offende l'altrui amor
proprio, si tradiscono sent-' menti del
proprio animo, ecc. Dopo la fama di decenti ed oneste il giovine ' preferir
quelle conversazioni ove maggiore la
libert. Siccome il piacere d'indole s
schizzinosa che non sempre apparisce ai cenni del desiderio'; e fugge
rapidamente allorch vede un laccio, fosse anche tessuto di rose, ri di tempo
serba regola n di luogo, ri a tutti i discorsi sorride; quindi dir al giovine:
allontanati da que'crocchi ove devi rendere ragione perch non venisti a tal
ora, perch ti parti pria del consueto, e t' forza al posto assiderti che non
t'aggrada, e con tale foggia d'abito comparire che non ti conviene, e sulle
altrui maniere irremissibilmente atteggiarti e deporre sulla soglia il tuo
carattere originale per rivestirtene allorch n'esci. Fuggi pure, perch il
rituale esat-" tissimo delle cerimonie, i complimenti, gli inchini, i
baciamani si .frappongono ai cuori che corrono a contatto, e i sentimenti ora
rispinti dall' altrui orgoglio, qui
umiliati dai titoli, l repressi dall'aria di comando, e tra imperiosi e inetti
doveri allacciati, non possono scorrere rapidamente qual elettrica scintilla e
propagarsi per tutta 1' assemblea; quindi l'allegrezza sfuma ed ilpiacere, e al
loro posto va assidersi mortai tiranna la noia. Taccio il civile
barbaro-bugiardo V Frasario urbano d'inurbani petti,^ t w Figlio di ratte
labbra e sentir tardo. iVs. k IV. Il
giovine non fuggir la conversazione delle donne oneste, giacch solamente in
loro compagnia imparer a rattemprare l'effervescenza dell'et, a ingentilire
colla grazia le maniere, a piegare i movimenti a leggiadria, la placidezza del
discorso senza vilt, la modestia senza timidezza, il coraggio senza impeto, il
brio che sa rispettar la de, cnza, l'allegrezza che non diviene smodata, quelle
fine attenzioni che prevengono i desiderii senza mostrar d'occuparsene, e quel
conversare libero e cordiale che non degenera in confidenza temeraria e plebea.
v Swift attribuisce LA DEDADENZA DELLA CONVERSAZIONE in Inghilterra
all'esclusione delle donne; da ci nacque una famigliarit grossolana che porta
il titolo d'allegrezza e libert innocente, abitudine dannosa, egli dice, ne'
nostri climi del Nord^ i) ove la poca pulitezza e decenza che abbiamo s r DM.
introdotta, per cos dire, d contrabbando e ^ contro la naturale inclinazione
che ci spinge continuamente verso la
barbarie, ^e non si manfi-T tiene che per artifizio. SOGGETTO DELLE
CONVERSAZIONI. Qualunque argomento frivolo o grave basso o sublime, lepido o
serio, p^rcA piaccia agli astanti, noi
offenda la morale^ PUO ESSERE ARGOMENTO DI CONVERSAZIONE: qui pi che altrove
debb'essere. ragione e legge Ci che il consenso universale elegge. ytl poeti satirici hanno voluto ristringerci
in pi angusti confini; quindi 1. Pongono in ridicolo le dimande relative alla
salute quasi che la salute non fosse l'oggetto pi interessante per gluomini, e
una buona digestione non valesse cento anni d'immortalit; r 2. Non vogliono che
parliamo del tempo, quasi che le vicende delle stagioni sullo stato tsico e
morale della specie umana, sui prodotti delle campagne, sul corso del
commercio, e non di rado sui pensieri degluomini grandi e piccoli aon
influissero ; c giornalmente non fossero occupati i fisici ad osservarne
Tandamento progressivo, retrogrado, irregolare. Qualche poeta ci deride QUANDO
NELLE CONVERSAZIONI PARLIAMO d'arti e di commercio, di pace e di guerra, di
governa e di politica, vuole poi x che
ci occupiamo d'satelliti di Giove
dell'anello; di Saturno. Certamente che anche Giove e Saturno possono
ESSERE OGGETTO DELLE NOSTRE CONVERSAZIONI, ed
cosa desiderabile che Io sieno, s perch pascono l'animo di idee sublimi,
s perch servono di guida al nocchiero che va. errando sulP immensa superficie
de' mari, ecc. Ma avreste voi vietato ai Romani di parlare quando Cesare
ottenne dal Senato il diritto sopra tutte le mogli? Quando Vespasiano, che si
mostrava s tenero pel bene del popolo, pose un'imposta sulle orine? Vi sono
delle cose che ci toccano s dappresso, che
assai difficile di non tenerne discorso, come difficile di non gridare ahi ! quando il
fuoco ci scotta. Se poi, per opposta ragione, si riflette che LO SCOPO
PRINCIPALE DI QUELLI CHE SUNISCONO IN CONVERSEVOLE CROCCHIO si d'intrattenersi e ridere, si scorger che quasi impossibile d'allontanarne glargo menti
ridicoli, da qualunque sorgente provengano. I Romani non potevano contenere le
risa allorch parlavano dell'imperatore Costanzo, perch costui, quand' era in
pubblico non osava movere il capo, n fare un gesto, n tossire, n sputare,
lusingandosi in tale guisa di rendere pi imponente la dignit imperiale. Il
retore Temistlo, il quale era stato fatto senatore da Costanzo, trasform
l'imperatore, che non sapeva sputare, nel pi gran filosofo dell'universo;
avreste voi voluto che i Romani non ridessero n dell'impeiratore n del retore?
Si pu parlare, senza cognizione, della pace e della guerra come delle zucche e
dei ravanelli; dunque IL LIMITE DI FISSARI AI DISCORSI NELLE CONVERSAZIONI,
rispettata la mral, come si disse di sopra non dalia qualit dell' argomeiita
8i-dU)e ildsomere, ma dalh'giioliiiza.di parla o dalla noia di chi ascolta.
Dopo 4 avere eseldso dalle cQiiVi^sjtidid^l discorsi pi interessanti, si fatto loro rimprovero perch spasso non
s'occupano che di coseJrivoJes eoiti jfoal nsbra si d a divedere d^aver diinenticato
che IL PRINCIPALE OGGETTO DELL CONVERSAZIONI si' il piacere: Se il caippo in cui il piacer ap^
l^^cev di gi anche troppo ristretto, per
quale motivo vorrete voi ristringerlo d pi?. Vi furono* de' grand' iiinini che
ridvan di cuore alle tlSt^ tezze di Pulcinella, vorrete voi condannarli? Pi l
spirito 3tato avvolto in cose serie, pi
assav\* por il contrasto delle'frfvolezze' Ne'momenti^'zia non vergognava Esopo
di giuocare alle noci, Ca* tbfif alla pafla nel empo Mairzio; Pascal facevi
delle scarpe, Malebranche cucina delle vivande^ di SCIPIONE e di LELIO dice
CICERONE, che, ritirti alla esfipagna, non isdegnavano di bamboleggiare,
incredibiliter repuescere. Queste frivolezze .offrono uni trastullo
necessai^io, senza che lascino neil' a ttimo alcuna traccia da che sono
svanite. Rispettiam dunque la follia
gradita l^.QWBe balsamo dolce dUa vita.
Cbesterfield dice che le frivolezze DELLE CONVERSAZIONI l^0B& tn ti
compnso delie liiine piccole, eb neri pensano e non amano di pensare. Avrei
fimyandatQ volontieri a questo scrittore s' 6|^i addljMMMte per pensare^ Le
frivolezze DELLE CONVERSAZIONI, simili alle immagini scucite 4el sonno, servono
a farci ridere e nulla pi. Io sono stanooc a segno che non mi reggo in piedi, e
voi mi'con- sigliate di passeggiare? Che cosa direste d'un uomo che per sgombrarvi
dall'animo la melanconia, viponesse tra le mani le Notti di Yung ? Si devono ammirare quelli che dopo d'essersi
occupati di studio 0 d' affari nel gabinetto, possono ritornare aglaffari o
allo studio NELLE CONVERSAZIONI;. hna non si possono spregiar quelli che dopo
avere eseguito il loro dovere, abbisognano di riposo. Sic, .come i pranzi non
sono eccellenti se non quando possono soddisfare tutti i gusti, cos non sono,
eccellenti LE CONVERSAZIONI se una variet di soggetti corrispondenti ai bisogni
di ciascuno, non presentano. Generalmente parlando, i discorsi serii non
possono piacere alla maggior parte deglastanti, giacch la maggior parte vanno a
ricercare NELLE CONVERSAZIONI riposo alla riflessione e pascolo alla fantasia.
Non si pu quindi approvare la condotta d Locke, il quale, mentre tre milordi,
Hallifax, Anglesey., Shaftesbury, jgiocavano tra di- loro, egli ' occupaVasi a
scrivere ie parole che uscivano loro ' di bocca. Per quale motivo ridete voi,
gli disse nglesey? Perch nou perdo nulla di quanto voi dite, rispose il
filosofo, e gli mostr la nota delle parole poco assennate che ciascun giocatore
aveva detto. Questa censura era fuori di proposito, giacch da persone die
giocano, e giocano per divertirsi, non si deve aspettare che argomentino in
barbara o in baralipton. Quando prendiamo una medicina, dobbiamo noi osservare
se bianca o nera, leggiera o pesante,
bella o brutta, graziosa 0 no alia visita, di qualche astante ? Ua ci ridona la
salute,, e bastai Airincontro, dice Gozzi, certi Catoni vorrebbero che oca si
uscisse mai dal malinconica e dal ^rave, come se gli uomiiri fossero d'aeciaio
e non di carne. Questi tali ci, vorrebbero affo. gati nella noia. quando Fanioio kifastfdilOt
non buono n per s n per altrui.
Il meglio un bocconcello colla salsa di
tempo in tempo, e poscia un grosso
boccone delle vivand usuaK. La misura ne' passatempi rimedio della vita; ed io jtanto ve^ magri
sparati disossati quelli V che non
pensano ad altro che al sollazzo, quanto > queUi che tirano continuamente
quella benedetta li carretta delle fecceade. Soggetti ge^ieralni^nte noiosi
Sogliono essere soggetti noiosi ed opposti allo SCOPO DELLA CONVERSAZIONE i
seguenti. Glincessanti lamenti sopir viali a cui non si pu opporre rimedio..
Talvolta LA CONVERSAZIONE in vette d'essere un tessuto di piacevoli discorsi e
ameni, un vero piangisteo, o, per dir
meglio, un miserere. Se qualcuno riesce a dipenticare i Riali eomuni, T un o
l'ailro degli astanti glieli rammenta con circostanze nuove, e il sentimento
dolorosa ne aggrava colla prospettiva d'un avvenne peggiore. Che cosa direste
di schiavi che per divertirsi parlassero delle loro catene. questo up difetto de' veccM che non snm aprir
l'animo alla speranza; degli ignoranti, incapaci di riguardare le cose da pi
aspetti; delle menti deboli che ad ogni lotta succumbono. Alcuni velano questa
incivile abitudine col sentimento di compassione pe'mali altrui, cio per
mostrarsi compassionevoli verso glassenti tormentano glastanti. Pietro morto improvvisamente; Paolo si ammazzato; il pane troppo caro; la tempesta ha distrutto la
vendemmia ; le imposte sono eccessive; la guerra imminente; la peste s'avvicina, ecc. Poco
manca che non ci predicano la flne del mondo, come si usava negli scorsi
secoli, idea che tuttora s' insinua ne' discorsi della plebe quando afflitta da qualche calamit. Sarebbe pazzia
il pretendere di non sentire i mali della vita, ma pazzia maggiore il non sforzarsi di
dimenticarli. Sarebbe imprudenza l'andare verso il futuro colle spalle
indietro, ma imprudenza maggiore il
riguardare i mali futuri come successi e non distrarne lo sguardo. La novit
della cosa pu qualche rara volta sciorre da incivilt lannunzio d'una trista
novella. Ma richiamare continuamente r idea di mali che tutti conoscono, l'eccesso deirinurbauit, giacch questa
ricordanza, oltre d' essere dolorosa per se stessa, conturba e piega a
melanconia i sentimenti deglastanti. In questa situazione deglanimi non osa
spuntare sul labbro il sorriso. Cento detti spiritosi, pronti a ravvivare LA CONVERSAZIONE,
tornano indietro. Ora rinunziare a cento piaceri per procacciarsi un
dolore un calcolo da matto. Si pu
procurare agli spiriti de' momenti di distrazione fissandoli sopra oggetti
diversi dagli abituali. S po 'Yntiizzare la sensazione 4el dolore riguardando
le cose dal lato ridicolo. CasGuno^ pu cogliere de'jnoti?! d eoasolaaone
paragonandosi con quelli che in pi tristo statoci trovano. Chi vuol viver
tranquillo i giorni sui, Kon conti
quanti son di lui pi lieti, 'Ma gitanti sod pi miseri di lui. Si pu innalzare lanimo alla speranza,
mei]itre il volgo s'abbandona al timore, considerando tutta Festeosione delle
eventualit possiinli Mentre, aeU' ulUmo assedio di Genova, i soldati ca? scanti
(li fame facevano la guardia seduti, uno di essi disse: Ma^sna non voiT
arrendersi inch non ci ha fatto mangiare i ud stivali. Questa facezia induce
glastanti a dioie ai-^ tre, e intanto U sentimento deUa fame fa tr^;ua. Un
generale francese, ferito in battaglia^ sta per far^ta-*. gliarc una ^aniba; il
suo servo piange in un angolo della stanza: Meglio per te^ 'l'n imbecille non crede che T innesto possa
costringere r albero selvaggio a produrre de' fruin domestici e sa. porlti : le
anime deboli non credono che possa lo spirito innalzarsi sul senthnento d^I
dolore e dominarlo : tanto peggio per esse. Al contrarlo lo ho conosdiito m
nomo di tempra ' forte, che, detenuto per opinioni politiche, non
sog^^iacciue che un giorno alla melanconia
in quattordici mesi, bench gli fosse negato il conforto de* libri. Far r elogio
della melanconia, come i^ero alcuni scrittori detti sentimentali, fere F elogio delle nubi che f\ tolgonp la
vista dil lriuaniento. In mezzo a tante forze die* tendono a dislrng^ insipide^
6Mi gliezze allorch, divenute triviali affatto, da uq Iato si ripetono eoo
pretensione di novit, con che si d -segno dignophza, daU'aUra riescono ofhn^
sive alfuno o all'altro degli astanti. Il poeta Despraiix^ che iioa eika^
dotate della pazienza di ncia^ daina reoffriti ^ se^tnde'^un giorno Bordaloue a
rpetere le vaghe analogie sulla pretesa follia dei poeti^ gU dis9eHxi(
pp^auslieanlellte: Io so, mio Caro padre, quanto si dice d'ingegnoso su
questo 9fg0jQsento; se v^i y/lete venir
meco aU'o spedate de'matti, io son pronto a mostrarvi dieci predicatori per i^u poeta ^ e^roi vedrete a
tutte lo 4(>ggb deUdjiaal he dividanp il loto dteooiso^ in ti;e punti.-'
r^Uriaql^oedenti riiles^iiaioa condanaano Fuso dir propMie quistioofdligegncile^
le quali, rispondendo ciascuno a capriccio, servono di piacevole esercizio ag^fipiiNiti
^'^liti iNToiy^ e vivaci che sci^piana impftliisamente y -e talvlta a lode di
qualche a 8ti^t(^ v.|ieUa mw^m^lkm^ della duchessa del MaifMVfei^liB^ a dar
risalto alle pili sfuggevoli differnze tra i diversi oggetti pro^ ||9^iM^>^^
dis$A,Ma giorno ai cardinale di p4>)igw%]^Inatot^difi6ie^ passa tra me e il
mio oralogio? Il vostro orologio,
rispose il cardi* nia^e ^ ($tliirieor4a(^/ Sopra le scene; e s'egli ver che rieda
L'astuta Frine che ben cento folli
Milordi rimand nudi al Tamigi; O
se il brillante danzator IXarciso 9 Torner pure ad agghiacciare i petti De' palpitsgoiti italici mariti. Ai vcrthfo
dfititafidefai conto degli u^i eivlii, po*' litici, religiosi clie negli anui
di sua giovent si costuinarona, onde . procurarti il piacere d! con* frontarli
cogli attuali. Preparati per a sentire eccessive lodi dei passato; quindi avrai
Tavvertenza ^di separare i f alti dal giudizio di chi "gli e^one.
Spingerai anco con bel garbo il di lui animo verso l- piaceri che pi
Tadescarono . ' Onde misero cor, che il ben p^dtita. Non ha pi di goder speranza alcuna,, Kesii il conforto stiinen d'aver goduto.,
Colle donne volgari Or di polii ragiona, or di bucato* Colle donne galanti parla Di veli e enfile e femminili arredi. Colle donne gentili che uniscono ii bel
costiime airistruzione, porrai sul tappeto le arti belle, e a norma del loro
genio particolare proporrai quaiclie problema, acdocoh al piacere di discorrere
umscano il piacere di soddisfare la tua curiosit. Ad una giovinetta ohe. occupa
vasi a dipingere, chiese un giovine, se provava pi diletto nel ritrarre gli
uomini o le donne ^ i giovani o i vecchi.
Sono indififerente a tutti.
Eppure? Pre/e^ risco le fisonomie
sensibili senza riguardo al sesso.
quali sono i segni fisionomici che caratterizzano la sensibilit? ^ Qui
cominci un discorso che dur due ore, la giovine facendo pompa, di sentimento,
il giovine di metafisica. Le letture, cui talvolta sono occupate le signore, Yf
jfffft^mo U ctesbro di jebider loro ^ii^li f^m le colpiscano di pi, e quali
autori in tale tal altro ramo di
letteratura preferiscano, e se avrete l'av mieuM proporr loro qualche
obbiezione pet dimostrare che non vi sfuggono le loro idee^ pr* curerete ad e^
il diritto di pmlan^ lun^iit^ mmBM
^^nimm/^:e9lL mUoMi poesn Uteek^l d* incivilt y poich ciascuno ba diritto, di
difen^ dflisi: e giusticare cl cbe dm*' Della fanciulla vorrai yedere i dis!^,
i ricini, la scrittura, ecc. Chtederstt drifcaamom ohe ms w^ ^^IpM^ che
brillano neH*azzurra volta del cielo. Per quaH ag4QiiLalciij|^i:sfiH>iB(^^
altri cambiarono. di MlOfe. D' oode. amnga che i pidi^ si n dano per trimestre,
e per cai non di' rad^ Osan profoni e fetidi servacci Di libert mentire il
nobil fuoco. Quanti ancor ne veggiam d'animo
incerto 1^ E di dottrina 5 in cui fondarsi, ignudr, Che quel clie sol mattino
era lor Aoia, * Chiaman perfetto al
tramontar del sole ? A vicenda gli scorgi ora del vro Difensori, or del falso:
ora baciarti 9 In fronte amici, or affrontarti infesti, Tanto che sotto a due
stendardi e volti > A due partiti un d solo li yede. m :}/ Le qifMate^ ripugnanze. Pi Qti gusto^ um
aUbsrimf, wi senliflliefite '' tsemofie, pi :AigM alcuni d mostrarsene^ alieni.
Cos adoperando, i^etnbr loro di tacears dalla massa volgare, e, collocatisi in
alto, divjenire r oggetto degli altrui sguacdi. Essi contrasto- etern \ i.
Fanno a ragion, per voler esser sempre \ P, Singolari dagli altri; e picca
occulta Hanno in s .d'esser d buon gusto
soli/ ! Jton d'altri ppresse, e veder soli il vero;;; V I pi di quQSti
incaputendo avvezzi Son del snno a c^rcpr, lontani ognoi^ Dalle profane
popolari turbe. Onde se ayvjen-che il popolo par caso Dia pur nel segno, e
ragiohevoi pnsi, Sci.nt.onan essi^ e mal pensano e a torto;. \ Perch purificate
ecelse menti. Non seguan mai popolaresche teste. ' ISome vi sareste voi
contenuto con Euripide, il quale assicbrava di non amare le donne,
dopo4'essersi amtaogliato tre volte ? Seguendo i precetti sinora esposti, voi
avreste dovuto, senza lasciar {scorgere dubbio sulla sua sinceriti^^avreste dovuto
^ c^tedrgli la storia di questi tre^esseri tatfto odiati, e con cui egli
strinse, alie^inz^ forse, ad esercizio di sua pazienza. Gli sforzi della vanit
per cui ciascuno tenta d* associare V idea delia propria persona aWida delle
cose pregiate o delle persane il* lustri. Se taluno vanta un bel libro, un
letterato yi accerter tosto che lo possiede, bench forse Odflii ahbia and'
vodafe fi i^die pti^iAMii r''^ si tratta d'un grand'uotno, questi vuo! essere
suo parente^ e qu^i ^la ^ide a Parigi .0 a Londra ^ o viaggi cn'lai tstXto ^iso
meeilV e wd tm vanto come l'asino della favola, il quale portando delle
reliquie, slnun^gmava d'sere adorato- Orasio si vantava d'urtare impulitamente
chiunque incotrava per if^rada^ purch potesse giungere presto .^"^M^eeniib
i^irefdete l'asMKia o aia il ettraito dieK* ^i'inclr proprio : egli vi d una
parte della sua ri-piitai^we^^ cie ti concede d' essereimpulHo, af finch Io
crediate in lega col ministro' d'AiagteMU in somma quatti .ad ogni istante si
scorge che ^ ttMini iielle loro pretensioni sohcf p^ iirragione* voli di
que'facchini che seqtendo a lodare le belle sonate d'un organista, si gloriane
d'avere levato i mantici. A^'^Aeciocch i giovani non prendano abbaglio, far
>dHervare ebe il vantarsi d'essere i'amioo di qiiid(die persona virtuosa od
altrimenti stintiablle, qtiando 10 si
veramente V non un vanto
irsagtonevole oftie gli anteeedenti -, giaeeli le petiOfle YMMia^ le stimabili
non concedono la loro amicizia^se non 11 persone eh' elle stimano. >r . / pregiudizi comuni. QuSIft
torgent^^i ri* dicolo non ti pu mancare se ti trovi in compagnia di
donneeiuole; giaeeh ae pe)r ea. 'favai oggetto del discorso un male 0 l'altro,
esseti spac^i^attno tosto de'rimedii simili a quelli del medico Quinto Sereno,
il quale, per guarire t quatwia ' j^neva sotto il capo del febbricitante il
quarto li%fo eir Ilade. Contnua tu la storia dellegaia* lattier ed fisa
Mtttiiuieraiiil^ dei recale che ti farebbero ridere, fossi anche moribondof/
Mi stato di^and^to se e come si pu
iotrat* teimrsi e ridere eofievj^aeecherew yeramente il problema un po'difflcile, ma se il'tettora premelte di
noa tradisuii) gli affider il Le pinzochere chiamano chiunque al loro
contoitton^e; e il. loro eootoi^ cresce in ragione delle persole eh eoodamano;
^ Quando adunque mi .tcp vo in compagnia d' una di queste signore, le em^to
avioti ' una ventina di peccatori per te meno, e tutti colle loro colpe sulla
fronte : qui si;iegge rnode^ ik ietfo^ pi Jungi pas^eggiy smmii "La vista
di questi piaceri, a cui per motivi rispettabili, madama ha rinunziato,
riscalda la sua bHe; quindi eceolar assisa pr tribunali, e scrivendo sentenze
da Radiunante, colle mani e co'{icdi eac* la tPotw* filpifi poveri profiud.
-Appunto perch so che la pinzochera
ineso-. rabitef io mi interpongo e chieggo piet ora per Vhi^. ora per
rsAtro : tento Tapologia della moda; dimando qualche tolleranza pel teatro; il
concerto dlie (Sfere mi serve ja difendere i ^oni, gli au gelli vengonoin
soccorso de' canti ecc.; succede dunque una contesa tra il giudice e V oratore,
e coi {a siession. criminale continua^ gicoh ie, ob* bieziofifi ragionevoli ed
a proposito sohq uhq sti"molante DELLA CONVERSAZIONE. E eieoofm lo zelo di
madama . scevro di mallaia, quindi riscaldandosi
ella facilmente, ini permette di i^ere n$l/wdo delsuo euHmof ravviso allora
sotto tinte superstiziose quelle false idee che leggo in alcuni libri sotto
tinte poetiche, ed imparo a stimarne profondamente gli autori! Crescendo il
calore di madama, io diminuisco; l'opposizione, e le lascio assaporare il
piacere d'avermi persuaso e vinto : in questo modo usciamo dalla conversazione
soddisfattissimi entrambi, ella di me, ed io di lei. Gli sforzi per comparire
ricchi; del che vedi un cenno alla pag. 89, .Baster qui il dire che il ridicolo
in questi casi cresce in ragione della differenza che passa tra l'apparenza e
la realt, sicch il massimo ridicolo ci verrebbe offerto da. colro che
imitassero i comici di campagna, i quali, dopo d'avere rappresentato Cesare e
Pompeo, muoiono di fame. La saccenteria la quale si di due specie:), appartengono alla prima
quelle persone che, non^ facendo mai uso del loro giudizio, spacciano le idee
altrui senza discernimento e come proprie. Molti vedrai che proferir non sanno
^ \% ' Mai sentenza da s; corrono in
gra'^ Per la cittade di pareri a caccia;, 1 Intendimento in casa lor, da cant 3 Mobile disusato e
inutil ciarpa. L'opinioni pi travolte e false
Succian avidamente, e a grande onore. Premon la spugna ad opportuno
tempo, E fan lago d'umor sorbito altrove. La seconda specie di saccenti
contiene que* cerretani che, forniti d'un capitale scientifico come 10, fanno
pompa d'un capitale come 100, e otten-,gono facile credenza prineipalmeate
presso le donnicciuole che pizzicano di letteratura. Non basta, dice Gozzi, l'aver
buone merci V nella bottega; ma il saperle mostrare di grande utilit. Succede a'ietteral, quando
sanno acqui starsi l'opinione degli uomini, quello che accade > a qualche
benestante o giocatore, che se il primo
ha tremila ducati d'entrata, si dice cinquemila; e se il secondo ne vince cinquanta, corre la
voce '^di cento. Cos se l'uomo di lettere avr buona V maniera d'insinuarsi
nell'animo altrui, non vi sar cosa al mondo che non si creda eh' egli
i^intenda. Una cos fatta avvertenza fu buona in
ogni tempo. vero che secondo i
costumi del> l'et e delle nazioni la fu anche diversamente posta in opera. Ma che credete che fosse
quella ruvidezza d'Antistene? Che quel
mantellaccio, quella valigia, quel bere con le giumelle, e la casa nella botte,
e le altre poltronerie di quei malcreato
di Diogene? Non altro che un saper
vendere le sue mercanzie. Perch quando uno f a con una certa signoria
d'animo quello che gli ^altri non usano di fare, tira gli occhi di tutti a * s,
e a poco a poco la maraviglia. Aristofane V che intendeva le cose pel buon
verso, e diceva " al pane pane, per aprire gli occhi agli Ateniesi, ,
volendo far conoscere l'artifizio di certi studianti, li fece comparire sulla scena magri, smunti e
^ del colore della terra, che pareva che si fossero distrutti a studiare; poi le loro dottrine
erano, quanto spazio salta una pulci, e
se la zenzala ha la tromba nella gola,
o, con riverenza vostra, di sotto. Le industrie d'oggid non istanno V pi nelle
goffaggini di Diogene, o nel colorito
della faccia che gialleggi. Non importa pi che ' i letterati siano magri o scoloriti, no; ch
ce ne pu essere d'ogni corpo e d'ogni
colore; solamente necessario un poco di
baldanza per dar cognizione di s al
mondo. vero che per rendersi baldanzoso bisogner prima
invaghirsi.^ del suo fare e del suo
dire; e a forza di dare ad intendere a s
medesimo, che si sa, comin> fciare a crederlo finch la coscienza noi nega
pi, e allora poi darlo ad intendere anche ad altrui. Poi entrare in ogni ragionamento tanto
animati, e tanto a bandiera spiegata da
far credere che quello che si dice abbia proprio la radice nel rintelletto, e
sia studio di tutta la sua vita.'
Qualche picchiata agli autori pu ancora giovare, M Verbigrazia, se un
dice : Come vi piace l'opera' ' del tale
Non ho avuto pazienza di leggerla. ALIGHIERI (vedasi) .J rancido. PETRARCA (vedasi)? Troppo
lavorato;> poi malgrado gli so, perch ha fatti tanti Pe trarchisti che sono
una noia. L'Ariosto? Divino; ma molte
volte d nel basso che m'uccide. Il
Tasso? Semper corda oberrat eadem. Insomma eir come dice Leopardi: a Vuoi tu parere un'
arca di' scienza ? Biasima sempre, e vedrai la brigata Starti d' intorno con gran riverenza. Un grand'uomo, un grand'uomo costui, dir la brigata, che conosce dove sono
difettivi gli autori. Proviamolo. Si
ragiona di questo mondo e dell'altro. Su
due piedi l'uomo ha da saper rispondere
tanto del corso de' pianeti, quanto sentenziare deiinitivamente delio
arricciare ca pelli; e s'egli ha grande animo, sempre terminera col dire : In
un mio Trattato spero di far vedere al
mondo eh' goffo. Le signorie loro tra poco vedranno l'opinione ch'io tengo
sopra ci in un libro che quasi ho
terminato: per modo che empiendo il capo
de' circostanti di sentenze, di libri e
di simili abbondanze letterarie, egli
impossibile che quando prende licenza dalla com pagnia non si bisbigli :
Oh che uomo ! Oh che profondo sapere ! Costui
una libreria che cam mina. Una stamperia che tira il fiato. Ma se ti
permesso di ridere delle stoltezze degli uomini, come gli altri ridono
delle tue, la pulitezza vuole che il tuo sorriso al loro guardo s'asconda, e
che, d'ogni malizia spoglio, non sia diverso dal sentimento che eccitano in te
due puU. Cini che vengono a contesa. /, giuochi di societ. Classificazione
d*giuochi e vantaggi. Da un lato non
sempre possibile nelle lunghe sere iemali alimentare LA CONVERSAZIONE
con soggetti nuovi e interessanti; dall'altro il discorso pende naturalmente
alla satira. Ora meglio giocare che
annoiarsi, meglio giocare che
maledire purch regola si serbi e misura.
Le jeu ft de tout
temps permis p9ur s'muser; Oh ne peut pas t^mjours travailler^ prier, lire; //
vaut, nieux s'ccuper jouer qii mdire. 1 giaoehi poksoAo esher indotti a cpiattro-elattf: La
1. esercita le forze corporee (per es., il orso, la lotta, il pigiato eec^. )
La 2.^ esercita le forze intellettuali ( per es. gli teaochif vari! giuochi
colle carte; eec} La S.* lascia Inerti le fonie corporee e intrilel tuali (per
es. i dadi e tutti i giuochi d'azzardo)^ La . 4 esercita coDtemporaoeaoieDte le
forze fi siche e tntellettualf in diversi gradi,e In parte anco dipende
dall'azzardo ( per es. il giuoco della palla
cavallo^ del pallMe.eo'piedi ecc.). I*r?{^ volanti divertono nel verno
tutte le corti d'oriente: vi si appendono de' fuochi che seml^rano astri in
mezeo al cielo. Quello del i di Stam^ smpre in aria ciascuna notte, e i
mandarini ne tengono alternatvamente il cordone. In Itlia querto diiier^
timento rimasto ai ragazzi ne'giorni
festivi d'estate e nelle ore pomeridiane, e unisce il piacere deHa vista
airesercizio delle membra (t). * L' opinione comune vuole ( ed io l'aveva
segnita Bell0 antecedenti edizioni di questo scritto ) che Fuso delle carte da
giuoco fosse ignoto pria del XV secolo, e che ne sia stato inventore Gi*
cornino Crtn^nneur, pittore di Parigi, verso la fine dei secolo XIV. Pare che
non si possa dubitare della (!) I cervl-volanU meritavano una menidone
pnrtlcoIw?c, |H9cch la loro storia unita
a quatta deU' el^tlrieit. falsit di questa opinione allorch si legge il
manoscritto italiano del 1295, citato dal Tiraboschi e dal Dizionario della
Crusca, nel quale si parla del giuoco delle carte, come gi largamente diffuso
in quelTepoca. Forse ella questa
un'invenzione asiatica come il giuoco degli scacchi. Che che per sia della sua
origine, egli certo che le carte,
ugualmente che altri piaceri innocenti, censurate caldamente da' predicatori,
proscrtte con pene rigorose dai governi, resistettero a tanti nemici potenti
congiurati contro di esse. Dopo che l'esperienza e i progressi dell'economia
politica hanno insegnato ai governi a trarre un partito flscale da ci che
avevano inutilmente proibito, le carte da giuoco godono, per cos dire, d'un
esistenza legale, impinguano il pubblico tesoro, occupano alcuni fabbricatori,
e il piacere deglr uni diviene sorgente di lavoro per gli altri. Le carte
formano parte de' divertimenti delle quattro parti del mondo. Le prime carte
differivano dalle attuali nell'apparenza e nel prezzo; esse erano dorate, e le
loro figure dipinte e alluminate, sicch la fabbricazione richiedeva talento e
lavoro particolare; quindi ne era alto il prezzo, in conseguenza raro Tuso.
L'invenzione delle carte introdusse de' cambiamenti ne'modi di divertirsi. I
differenti giuochi a' quali esse aprirono il campo, costarono pi tempo che
dertaro; quindi anche nel loro abuso furono meno fatali de' dadi. In generale i
giuochi d'industria, quali appartengono
alla seconda classe, possono essere utile e innocente esercizio allo spirito di
combinazione ed io dir francamente alle
madri: Se il vostro ligliuoio stupido i
inspirategli qualche gusto pe^ fuochi d'industria; k vanit punta ed aaiouAa ^Ue
vaende delle pmlile a deHe Tioctto risyegl Tattenzione e d qualche iittivit
allo spirito. Aggiungete che una persom ohe UM sa gioem^ costringe altre due o
tre a rimanere oziose come eis^ in una coaversazione. r o: Additando i iWDtaggi
det giooo tm paioob al bisogno d'intrattenersi, non intendo di vantarne la
passioiie^ amo ehi addita i pragl4el vino, iolande di gkistifioare
rubbriaebeeza.. : vi .v>iJE che dite dei degli scacchi? Quello earia
mutile JiilfatteDHMBta ai kh
gegnoso (risponde il Castiglione); ma parmfebe un sol difetto vi si trovi; e questo che si pu
sapera^ troppo, di modo che a cui vuol ^ssaere eccellente nel giuoco degli scacchi, credo
bisogni consumarvi molto tempo, e
mettervi tanto studio 9 quanto ii^ vatsse^iiiiparar qoaiehe wbil aefeaza, o far qual si voglia altra cosa ben
d'importauiia; e pu; d utolme^ etn tanta
letica, non w altep che un giuoco.
GU^^fOiiiAi^gi^o^i qtiai eh' essi siwa^ purch noi! eseati 'dal liaMi . della
deeema^ s$ao imta pi pregiabiUy quca^o maggiore esercizio offrono
^iifoftj%roei;iqipHfi^^ alU/0rze^istellet' tuali; quindi tra tutti i giuochi t
meno pregiabiii e i pi^daiinoat aooo i giuochi d'azzardo.: ^ 'Regote di civilt
nel giuoco. iVoti mQSif4Ue mal umore se vi. toccano cat' ibe coorte o se
perdete; giaceb, altvimenli facendo, dareste a divedere che la vostra tranquilK
pu essere turbata da un'inezia, e cte apprezzate WfmhiiaMnlle una pieeola
niQneta . If Nm siate troppo fento nel giocare, sia per non dar prova d'inerzia
intetlettpale, sia per non Se il vostra compagno commette degli ^rrorif
&rreggetelo on gwbo^ iberna fare schiaiNMS^ 6 dar wgM 4t troppo dispidoere
R che violerebbe la prima regola; d' altra parte dovete fiewdarvi di ^fuiatli
%t eonunetlete steas. Se giocate con persone schizzinose, difendet il vostro
diritto seaza riscaldarvi e soprattutto iiM paifo iSniiiKe; #^ Ae^po 'a?^
sposto }e vpstre ragiooi) cedete con beila maniera. Io gico per diletto e per
conforto; chi vuol far quistion vada aila^guerr^ E giuochi ad ammazzare o ad
essr morto. Non moxtrMe ecee$soa ^ili^rwsa fpumdo vincete, s percb Waii^prez
maggiore dell impmtattca eila Msa t dtnot picooiMza di apicito s perch la
vostra allegrezza produce nel perdente im (dispiacere pi sensibiie d^a
perdita,. ed riguardato cornai m
prmo''gmb d'iMuttOk Infetti nissuno ama di perd^e a nissun giuoco, non tanto
per h^resse guanto par amair propria; giaacb dalla perdita risultane idee
umiliamli eeonlrarie aii/opinione abituale die ci3scuno arasi formata in mente
della stia destrazza e della sua fortuna. Vod* taire, bench uomo di spirito, o
perch uomo di . troppo spirito, non poteva tollerare il padre Adam, quando
guasti lo vinceta agli scaccili o al t* ie;lardo. Un principe assiro uccise il
Aglio di ^>o Jbyas alla i:accia, pereb quel giovine era riuscito a ferire un
orso ed pn (ione, contro tsni il pnriiicipe aveva slanciate le sue freccie
inutilmente. Un uomo probo non si permette la minima sperchieria nel giuoco;
egli vuole poter dire io non ho fraudato giammai, senza che la coscienza Io
smenta : egli tem che V abitudioe d' ingannare neHe cose piccole diminuisca la
sua delicatezza nelle grandi. Ogni frode dovrebbe essere punita- clla perdita
una, due o tre partite, secondo la sua impor* tanza, ed a giudico inappellabile
d^gli astanti. La somma giocala deve essere tenuissiha e sempre inferiore alle
finanze del men ricco tra i giuocatori; altrimenti alcuni non giocheranno per
non resbr esposti a gravi perdit, altri giocheranno con grave loro daqoo per
non comparire spilorci: Tono e l'altro caso annuUa il piacere delibi
CONVERSAZIONE e lo deprava. Il prodotto delle vincite debb' essere mpSeguito 4Z
vasutaggio tornirne; QUESTA REGOLA dimti)uisce il dispiacere delle perdite^ e
neutralizza l'avidi del guadagno. Il tempo destinato al giuoco non deve
superare i due terzi del tempo consecFato alla cw^ ireflsasione i e questa non
deve succedere a ^ee 'de' doveri e degli affari di maggiore importanza. . X
Jiton ai deve costringere con importunii ssamo a giocasi, come non ti deve
oatriogere . jaissuno a bere. Non si devono accoppiare mi friwM >er* sos^ie nemiche
o reciprocamente odiose. Egli quf$ta un
probienia tevoita dilGcile per la padrora iiratO TM di casa, e a scioglierlo
beae ci vuole occhio Qao e pratica di aioDdo..
Lieto cos tra ramichevol turbai
L' ore dividi delle amene sere, )* E n'abbiao parte gli eruditi
detti, parte ancora al genial oe
dona Breve ommercio di piacevol
gioco, Cui mutua gioia e scarsa speme
avvivi, > Ma sete d'oro non corrompa, o il renda ' Torbido e taciturno, e tal che dopo Al vnto Insieme e al vincitore incresca. DOVERI
NELLA CONVERSAZIONE. ATTENZIONE. Lattenzione ne' crocchi sociali si divide in
doe rami distintisdmi* Il prim^ coDuprenda quatf a^ttnsa sansibiiil che
immagina i bisogni deglastanti, li previene od asseconda; Il secondo
oom|ltettde le affetftudini steHori dimostranti che Taitrui discorso occupa
interamente il nostro anunob* L Supponiamo una signora, che, animata dal-,
raoeenaata sensibilit dirige ufia CONVERSAZIONE, 0d serviaoMMie ^v%ibM^ La
ptontezza era mii ella risponde alle dimande, vi fa supporre che la sua
attenzione sia tutta ooeupata nelle risposte; V ingannate; ella si diiFd6, si
moltiplica, ed presente a tutti i
pensieri degli astanti; non vi S&7 sfogge uno sguardo eh' ella noi vegga;
non {orinate- tto degiderk) ch'elici non conosca} noa pfo^ ferite una proia eh'
ella non ascolti; non v' ha individuo nella conversazioae eh' ella dimentichi
iQ&tti ella vede l Ja un angola ehi wa paria per timidezza, 6 gh dirige con
sorriso di confidenza una dimanda. Ella s'accofge^ che U discorso d;qualcuQ
eomiaeiab ad annoiar la brigala, e gli . cambia cofx bel. garbo il soggetto tra
le mani. Il vosl^ ^vvtirsacio vi stringeeoa afgomenti.iQealDt a segno che siete
vicino succumbere; ella viene in ip(ra soccorro, con una celia. . Vi jsf ugg di
bocca dna parola a cui sh d sinistro senso,? ella spiega la vostra intenzione e
la presenta in beir aspetto. Cadeste per inavvertenza iiv uno sbaglio che pu
divenirvi nocive ? ella vi trae d'imbarazzo colla sua presenza di spirito Uh
Voi non ardite leggere una iatteira che vi viene pre^eotida/netta
ewiversaziaiie; ella dimanda per. voi. il permesso agli astanti, pro^testando
che ne conosce Timportan^a. Voi vorreste .partire e non osate; elja vi et
rimprovero che 4ih 1 'Ferdinando VI re di Spagna, bench di carattere buono jed
amano, era alquanto severo controquelli che facevano uso di tabacco
proy[>ito. tJn gom in sua presenza un grande di Spagna trasse di tasca una
scatola piena della polve proscritta. Il re slanci sopra di lui uno sguardo
minaccioso. L' ambasciatore di Francia ( M.r di Duras ), accortosi della
faccenda, s' avvicin alio Spaludo e gli disse: Ohi ecco la ndaia|iaocbierache
V.E., per prenderai giuoco di me, mi aveva tolta. Questo felice espediente
trasse d^ impaccio il reo 6 disarm il monarca. (NB. I membri del corpo
diplomatico non erano soggelU alla legge della proibizione ). menrichiate i
vostri affari pe'vostri amici, e v'ordina di partire sotto pena della sua
disgrazia. Vinse ella, vero, al giuoco,
ma se la destrezza del suo compagno non avesse corretto i suoi errori, sarebbe
rimasta succumbente. Quest'oggi ella
libera dalla sua emicrania e ne furono medicina i bei motti della scorsa
sera. Osservate con quale compiacenza arresta di quando in quando il suo .
sguardo sopra uu astante, e pare che la sua fisonomia s'animi e s'abbellisca :
ne volete conoscere il motivo? Questi le present l'occasione d'essere utile ad
un infelice. Senza pretendere dominio nella conversazione, sa dirigerla con
destrezza, e quasi direi fa comparire sul palco i personaggi, restando essa tra
le scene. Ella sa far valere ciascuno senz'aria di protezione, perch sa
distribuire le parti secondo V abilit, il genio e i talenti di ciascuno. Voi
avete fatta una bella azione, e non ne parlate per modestia; credete voi
ch'ella non la conosca ? che l'abbia dimenticata? Aspettate che la
conversazione sia piena, ed ella verr, per cos dire, a prendervi per la mano e
vi presenter agli sguardi di tutti in mezzo ai raggi della vostra gloria.
Parecchi scrittori che frequentarono i bordelli, hanno fatto la satira del bel
sesso : essi avevano Nel testo ho abbozzato con lievi tinte il carattere d'una
signora, la cui amara perdita lasci profonda sensazione nelr animo di quelli
che ne ammirarono le vir : parlo della signora Marianna Morigi Rina. ragione :
il primo dovere d' un viaggiatore si d'
essere esatto. A. chi ha conosciuta deile dooae che il flore delia gentilezza
uDivana aHe fi- amabili virt, iocumbe l'obbligo d'esattew eguale. IL Mostrare
che degli altrui discorsi nu ft dete una parola, e che le affezioni risentite
che il parlante tende ad eccitare,
dovere si evidente, che. d' ulteriori schiarimenti non abbisogna dopo
quanto stato detto nel libro primo. Se
npn mostra che il turbi o che il conforti Ci che sente chi ascolta, non dirai '
f O ch'egli sordo o che poco gt'
importi? Con somma attenzon dunque dovrai Ascoltar ehi proponga o chi
risponda,, n Se avrai iuterrogato o se il sarai* .se avversa al tuo genio o pur seconda Sar'
la eosa iM^t di mei visito. Mostrare impressione aspra o gloa)vare la
vitad un uomo, mtre voi tentale di
togliergliela : ignorate vo^ questa
MASSIMA? La menzogna die frutta un bene, vale
pi della verit che produce un danno. Turenne avendo veduto nella sua
armala un olBciale imesto ma povero, fornito. di cattivo cavallo, lo invitta
pranzo, e dopo pranzo gii disse in disparte con speciale bont d'animo: io devo
farvi una preghiera che forse voi troverete un poco ardila; ma spero che non
vorrete ricali ltill alvostro generale, lo sono vecchio ed anemie malaticcio }
i cavalli Uroppo vivaci mi ca^^ianano disagio e pena; voi ne avete' uno sol
quale starei cmodissimo. Se non temessi di domandarvi un sacrifizio troppo
grande, vi pregherei di cedermelo. L' officiale non rispose che con profonda.
riverenza, and ^ pifendero il suo .cavallo e lo condusse nella cudfHriA di
Turenne. ^ Questo generali^ gii sped il giorno appresso uno de* pi belli e
migliori cavalli dell* acq^ta. gfO^re ch'egei si astiene dalle commi ^UHaipai a
iBer di labbro^ no aeeompagnat A desieria d'eseguire^ e che si debbono chiamai'e
r YeiMi igafin in mmzognere offerte, r
fissare sei^ro co' suoi simili
dtmenticare di quante qualit siamo sprovvisti, da quanti difetti
funifflio lur^ervati dai solo azzardo, quanti oggetti, qpante circostanze sulle
debolezze degli uomini influiscano. Ma per e^er buono non siate imprudente } e
ricordatevi che la bont inclina naturalmente a giudicare gli uomini no quali
som ma quali dovrebbero essere; la quale illusione se riesce.pia^ cevole, perch
ci libera dalle spine della difliden^a, spesso di molti, e gravi sbagli fonte.
8. Modestia^. Per Qiodsci inteiAlesi quella, virt, die si astiene dal
prevalersi de' proprii talenti e della pr* pria abilit In modo spiacevole a^ j^ulli
con cui viviamo. Ella veramente una virt
^ gi^h riesce a reprimere la nittrale tendenza che spinge ciascuno ad esagerare
i proprii pregi e farli sentire agli altri. ^ Io non credo ch'uom sia sotto la
luna, Ch'il suo ingegno cambi^^e con PLATONE,
Quantui^ue egli non skppia cosa acuna. Perche a ciascun par esser
Salomone,, ui essenza^si giudica da
tanto Che meriti ogni onor da le
persone. Quindi Timmodestia cresce in ragione dell'ign^^ . ranza, o per dir
meglio del falso sapere; perci Digi vi,' la Bruyre dice : // vanaglorlosOy
misto di sciocco e di petulante^ sta tra questi due estremi. Un giudizio troppo
favorevole di noi stessi offende i nostri simili, quali, volendo giudicare liberamente le
nostre azioni, veggono con dispiacere che si assegni a se stesso nella loro
opinione un rango o delle ricompense che essi non ci assegnarono. L'uomo
modesto somiglia a que' fiori che umili steli tolgono all'altrui vista, e che
solo il loro profumo fa conoscere. La modestia d ai talenti, alle virt, alle
abilit quell'incanto che il pudore aggiunge alla bellezza. ' Ippolito, che si pi in l A\ tanti Fra lor che
sanno, e di saper dan mostra, Mentre a te ignaro de' tuoi proprii vanti.
Schietto pudor Tonesta guancfa inostra.
LaseianK), dice GOZZI, il commendarsi da se medesimi a coloro i quali,
temendo di s e delle y> opere loro, tentano di sostenerle coi puntelli, come gli edifizi vecchi e cadenti. Non sia
disgiunta da noi giammai queir onorata modestia
che condimento e grazia di tutte
le virt, e ^> le rende pi care e pregiate. Qual baldanza, vi Lumilt,
differente dalla modestia, una qualit
cha brama mostrarsi agli occtii altrui, perch, mostrandosi, In vece d'
offendere la loro vanit, X adesca \ ella suppone per lo pi in quelli che la
ostentano, un sentimento segreto d'amor proprio od anche d'orgoglio ch'ella si
sforza di reprmiere, desiderando che le si sappia grado della sua vittoria.
prego, sarebbe la nostra se volessimo privar le
genti della facolt di dare il proprio giudizio sopra di noi ? Perch vorremo noi essere
niae-^ stri a tutti coloro i quali ci
ascoltano, e coniandare ad ognuno che a nostro modo favelli ? E se per
avventura V intendessero altrimenti da
quello che andiamo noi vociferando di noi me desimi, che sarebbe allora
? Le nostre voci si rimarrebbero
offuscate nelP immensa furia delle
contrarie, e noi verremmo giudicati senza cervello. Quanto a me, cos penso e tengo per fermo, che far sempre inutile opera colui
il quale a dispetto di mare e di vento vorr
essere d'assai con la sola forza delle
sue ciance. r Giusta gli esposti
principii, l'uso ha introdotto nel conversare socievole certi modi di dire che,
lungi dal dare segno di confidenza eccessiva nel nostro giudizio, lasciano
scorgere dubbio e diflldenz. Franklin ci dice che conserv T abitudine di non
impiegare giammai nelle quistioni controverse le parole certamente,
sicuramente^ indubitatamente^ od altre simili che il dimostrassero irremovibile
nella sua opinione. Io diceva piuttosto, egli soggiunge i fo credo^ io
suppongOy a me pare che la cosa sia cos, per tate a tale ragione: ovvero la
cosa cos, se non m'inganno. Prima di
Franklin, aveva detto Monsignor Della Casa :
Bisogna che tu ti avvezzi ad usare le parole gentili e rao deste, e dolci s, che ninno amaro sapore
abbiano* e in nanzi dirai : Io non seppi dire, che Voi non m' intendete, j e
Pensiamo un poco, se cos , come noi diciamo; pint: tosto che dire: Voi errate, o E' non vero, o
Voi non la Poich gli scopi della conversazione sono d'iVr^struirsi o d'istruire
gli altri, di piacere o di per siiadere,
cosa desiderabile che gli uomini in- telligenti e ben intenzionati non
diminuiscano n^vjl potere che hanno d'essere utili, affettando d'esprimersi in modo positivo'^ presuntuoso
che vi|i9n lascia di spiacere a quelli
che ascoltano,, e non proprio che ad eccitare delle opposizioni' e prevenire gli effetti pe' quali fu concesso
al . uomo Jl.s dono della favella/, tr r
Se volete istruire, ricordatevi che un tono af^, fejrmativo
^fidogmatico, proponendo la vostra -Ili sapete; perciocch cortese amabile usanza lo Incolpare M altrui, eziandio in quello che
t intendi d'incolpaclo;^ anzi derlo. Noi errammo la via : e Noi non ci .
ricordammo ieri di cos fare* ^ome che lo
smemorato sia pur colui A solo e non tu : e quello che Restatone disse ai suoi
com pagni non istette bene: Foij se le vostre parole moi men' M lono n;
perch non si deve recare ili dubbio la fede al > tmi: anzi, se alcuno U
promise alcuna cosa/e non tela attende,
non ist bene che tu dica: Voi mi mancaste della ) vostra fede; salvo se tu non
fossi costretto da alcuna necessiti, pr salvezza del tuo onore, a cos dire : ma
se n egli ti avr ingannato, dirai : Voi non vi ricordaste di cos fare : e se
egli non se ne ricord, dirai piuttosto : Voi non poteste; o Non vi ritorn a mente; che Voi
dimenUcastc, o Voi non vi curaste
d'attenermi la promessa: perciocch
queste s fatte parole hanno alcuna puntura e alcun ve neno di doglianza e di villania; sicch coloro
che costu mano di spesse volte dire
colali motU, sono ripulaU per sone aspre
e ruvide; e cosi fuggito il loro
consorzio M conie si fugge di rimescolarsi Ira' pruni e tra' triboli. S6ft proposizione ^ sempre causa per cui si cerca di
eontraddpvi'^ e pr non si^ aicoltato 1 con attenzione. Da un altro Iato se,
desiderando d'essere istruito, e di
profittare delle coignizteiii degli
altri ^ to ti esprimete eooie pensona for temente ostinata nei suo modo di
pensare, gli 9 MouNAt modesti e sensibiii che nm amane la H disputa, vi
lasceranno tranquillamente in pos sesso de' vostri errori. Seguenda un metodo
or- y> goglioso, raire volt potete speme, di piaeefs af vostri uditori, di conciliarvi la loro
benevolenza, e di convincer quelli cui
voi eravate vago di a9 aggradire i
vostri pensieri La ragione non lia giammai maggiore impero che quaodo alla si
presenta non come una legge che si deve seguire, ma come un'opinione che pu
meritare d'essere esaminata; perci ne' crocchi di Filadelfia pagavasi
un'ammenda tutte le volte die facciasi uso d'un' espressione decisiva.e
dogmatica. Gli liQmini pii intrepidi' nella loro c^rtsasa 4^rano obbligati
d'impiegare le formole del dubbio, e prendere nel loro linguaggio l'abitudine
della modestia^ la quale, quand'anclie s*|uerestasse alle sete parole, L* abate
Polignae sapava presedtave le ime Idee i^a aria s modesta e gentile, clieil
Pontefice Alessandro VIU gli diceva: Voi sembrate sempre essere del mio parerei
ma alla line de' conti sempre il vostro
che prevale. Luigi XIV, dopo d*avere ascoltato U suddetto abate sulla
iegoziazkme Intrapresa Boma per le
celebri proposiztoid idei clero Oallleano, disse : R!l sono Inlratlenuto con un
nomo, e glovre uomo, U quale mi ha sempre controddetUi c mi e smifte piaciuto,
/ ai* uno xiMa ^ * avrebbe gi il vantaggio di non offendere 1' altrui amor proj^io,
ma che^ per rinfluenza delle i^aaroie MHe idee y m fiiialMefite etftfindent 4mU6
fltetse opkioai..Ii6 pmone gemili sapendo die ralttni wiit soffre allorch si
vede convinta, sogliono terminare la contesa con una lepidezza, a fine di
mostrare che mii forepo icrtet dall'oppoeisimd, eh0 Ellero offendere il loro
antagoniata,. che non si, vantano 4Mla vktona.C&a^imazi(me dello stsso
argomento. Siccome T ombra sola della pretensione offende Faltmi amor proprio,
perci i titoli di vano, suIUrb, anrogantef tallita si regalane a tollo^ a torto
si dichiarano offensive le giuste ragioni con cai l'Qinocenza e il nierito
rivendicano i loro. diritti. Costretto non di rado Tuomo grande ad imporre
silenzio air orgoglio soperchialore, a conoscere d di* egli , sbalza nella tua
possa e torreggia dinanzi alla mediocrit impertinente che vorrebbe avvilirlo. a
Di modestia Tempo or non , voce d*oner
n'appella. Infatti la vera modestia eome la vera bravura, J quale non oltraggia
giammai, ma sa rispingere gli oltraggi y fuorch quelli che. li fa non sia
vile segno da non meritare che
disprezzo. Chi avrebbe potuto tacciare d'arroganza Cicerone, allorch, totnato
dall'esilio, pregiavasi d'avere salvato gli Dei del Campidoglio, il Senato
dalla vendetta di CATILINA, il popolo dal giogo e dalla schiavit ? Non era egli
giusto che mostrasse a'suoi nemici il suo Dome cancellato, i suoi, monumenti
distrutti, la, sua casa demolita, e c6l peso della sua gloria gli opprimesse?
I^aseiando da. banda il caso assai rara di CICERONE CiceronC) e consultando la
giornaliera esperienza, vedremo che ^Uotdi.. l'esternare giusto sprezzo per gUr
aUH e giusta sHtim pcts^ gittstij^ato,
^alr altrui insolenza. Gbe cesa dite di quelH ohe scrivono la propria vita? Il
severo Tacito non ha osato fare rimprovero a parecchi' famosi ingegni dell'
antichit, che le loro gesta pubblicarono, non per ostentazione e Un prelato
cortigiano, il cui merito consisteva ne'suoi avi, ccedevasi disonorato vedendo
in Flechier un confratello, che Dio aveva fatto eIoqu$inte, caritatevole,
virtuoso, ma non gentiluomo : egli era ^sorpreso che Flchier fosse passato dalla
bottega de* snoi paventi affa ^e tescovfle, ed Mie r impertinenza di dirglielo
: Con questo modo di jwmare^ rispose il vescovo di Nmes, temo assai che se voi
foste nolo f ai posto m cui io aono^ rum ne feski disceso far delle eandU Anche
H lareseiall de la Feutde, tanto pi soper cliialore con quelli che credeva
inferiori a s, quanto pi era vile alla Corte, disse al sullodato Flechier, eh'
egli non' era a' suoi ocelli che un meschino borgliigilino di Nimes, e SQg^nset
Gmmdt ehs vostro padre sarebbe 6m sr^ preso nei vedrvi d che voi siete. Forse
men sorpreso che non vi sembra^ rispose il prelato, giacch non il figlio di mio
padre^ ma io^ fui fatto vescovo. Il
diritto di difesa giustificava questa risposta; poich l' alta opinione che U
buon vescovo mctetiava di s, oltre d' essere fondata sul veiO} ten deva a
reprimere un ioigjusto 8pcegio arroganza ma pr quella tonfideasa the .la
'pvobit inspira. Alfieri che ci ha lasciato. la sua vita confessa candidamente
che il parlare e molto pi lo scrivere ^.^i se sl^esso nasce da molto amor, di
se stessa. '^kipo questa ingenua confessione rautece giustifica * la sua
condotta nel modo segunte: '^-Avendo ia oramai scritto naolto, e troppo pi
forse che non avrei dovuto ^ cosa assai nturate
che alcuni di quei pochi a chi non saranno dispiaciute le mie Opere ( e non
tra' miei con^, temporanei, tra quelli
almeno che vivran dopo ), avranno qualche curiosit di sapere qlial iiano U
medica in rrocato^ lo stampatore in consigliere, ll^canieiioe in arlecchino:
raccontano fatti che l' opinione locale smentisce, citano libri di cui non
conoscono il frontispizio, alterano le date per creare odiosit od affezione,
censurano quelli che non li pagano, vendono le lodi a tre centesimi per
jMigina, gindicano ^ af-* lui coir acume della stupidezza, parlano degH uomini
come ne parlerebbe un Ourangoulangh, ecc. ecc. : speculazione libraria che n d,
ne toglie riputazione, perch nissuno guarentisce n i fatti, n i giudizii, ma
che pu far ridere sinceramente le persne di enno, giacch le persone di senno
hanno diritto di ridere, quando veggono lin' impsta icfAi credulit^ sidV
invidia e tuUo $pitii0 di fmrUio ^ affezioni tanto pi pronte a pagare quanto
pi. goffe son le menzogne die lor $i vendono molto schizzinosa su questo punto:
gli uomini, non osando lodarsi in
pubblico, si adulano pi liberamente in
segreto, e s credono in diritto di
risarcirsi della loro Onta modestia col detrarre' alla fama degli altri. Cos non abbiamo
guada-* gnato che virt apparenti e vizi
reali. Eccettuati i casi di difesa
accennati di sopra,' a me pare che il giudizio di Cesarotti dia in falso;
giacch chi vanta i proprii meriti, in vece di far^ parlare gli altri a suo
favore, li fa tacere; In vece di farsi degli ammiratori, si fa de'nemici;
quindi il dignitoso silenzio della modestia sar sempre preferibile: II merito
pi grande il pi modesto. Se facesse
d'uopo confermare questa idea popolare con autorit, sceglierei tra gli antichi
CATONE, il quale, a detta di SALLUSTIO, faceva grandi cose senza menarne
rumore, e avrebbe potuto dire : a Cedo a tutti in parole, a nullo in fatti. Tra
i moderni v' additerei il poeta Despraux, il quale, eccitato da un incisore a
far qualche verso pel suo ritratto : Io non sono s malaccorto, rispose, da dir
bene di me, n s stolto da dirne male. 6.
Rispetto ai pregiudizi. I giovani non conoscendo ancora per esperienza quante
passioni vegliano alla conservazione degli errori, ignorando che tra gli errori
v' una fortissima lega, e tale che
scotendone uno, gli altri si risentono e CQjrrono in difesa: i giovani, dissi,
si danno a credere che ogni verit potssa essere, sRa- presenza di chiunque
proclamata, e fanno le maraviglie se pi ostacoli le si oppongono. Come inafi ha
(iNDlnto il sensate Bandi riguardare il rispetto ai pregiudizi come un legame
inventato dai eapriccio e dalla moda? Se qualcuno, entrato in una moschea zeppa
di adoratori di Maometto, grl-> classe ad altissinia voce che Maometto era
un impostorcr credete voi. che farebbe HK>lti proseliti, e che non verreUe
in pezzi dagli astanti? Ma senza anco voler calcolare i danni cui si espone ehi
spaccia una verit imprudente, fa d'uopo con-f venire che, offendendo i
pregiudizi contrarii, non le rende pi agevole la strada^ ma pi scabrosa.
Ella infatti cosa difficilissima il
convincere un' uomo dopo che abbiamo offeso ilsuo an^or proprio, ' Se il -sole,
dice d'Alembert, ^lene ad illuminare in un istante gli abitanti d'una caverna
oscura, e dardeggia impetuosamente i suoi raggi &m loro occhi non anco
disposti e preparati, e quindi gli irrita soverchiamente, render loro per
sempre odioso lo splendore dei giorno, di cui non conoscono ancora i vantaggi,
mentre sentono il dolore che loro cagiona. Se ai contrario introducesi in
questa inverna un debole raggio che per insensibili gradi vada crescendo, si riuscir
a dimostrare il pregio della luce, e gli abitanti stessi ne branieranno
l'aumento. Per la medesima ragione conviene rattemprare la luce dei vero, ed
aspettare che rintelletto a poco a poco si sciolga dalle false idee che
l'ingombrano, divenga gradatamente pi forte. I s' abitui e s' addomestichi cpl
nuovo ospite f^he non conosceva per anco. Pretendere che tutti gli intelletti
ammettano tosto le stesse verit,
pretendere che tutti gli stomachi digeriscano egualmente le stesse
vivande. La pulitezza vi fa dunque un dovere di conoscere il carattere
personale e la situazione sociale delle persone che al solito crocchio
concorrono, acci le vostre idee ed affezioni non vadano a dar di cozzo contro
quelle degli astanti, e con reciproco risentimento rimbalzino. F'lo alle
antipatie. Lo sprezzo che merita la vile adulazione ha in-, dotto a fare
distinto elogio della franchezza, e come virt assoluta raccomandarla. La
massima di velare le proprie antipatie, come quella di rispettare i pregiudizi, stata riguardata qual legame inventato dal
capriccio e dalla moda da pi scrittori. Si dice che dass prova d'integrit
allorch la lingua ed il cuore essendo d'accordo, le parole rappresentano i
sentimenti. Ciascuno per altro s' accorge, o sente almeno confusamente, che se
merita sprezzo un cortigiano che ci protesta stima, affezione, amicizia, mentre
nell'interno dell' animo egli si ride di noi, merita disprezzo maggiore un
cinico, che senza necessit viene a dirci: Io v'abbomino e vi detesto. Dunque
tra la menzognera adulazione e la frani chezza eccessiva vi debb'essere un
mezzo. La necessit di questo mezzo
dimostrata da tre ragioni. f i. L'amor proprio di ciascuno,
costantemente avido di farsi degli amici e degli ammiratori, agevolmente lusingasi
di ritrovarne dappertutto, e sente in lui sorgere e crescere il dispiacere in
ragione delle persone da cui si vede sprezzato. Il dispiacere risultante dallo
sprezzo copiosa fonte d'antipatie,
animosit, odii, e perci di gravissimi danni sociali.-Noi c'inganniamo sovente
nell'opinione che concepiamo degli altri, e pi volte siamo costretti a
ritrattarla V senza riuscir sempre a giudicare pi sanamente. Laonde quando
alcuno, giusta l'interno suo sentimento, dice ad un altro, Vi sprezzo, sempre certo che gli cagiona un dolore,
non sempre^ certo se colpisce nel vero,
-^y, Ora, escluso il caso di necessit, fa d'uopo essere 0 crudele pazzo per cagionare ad altri un dolore' che
pp essere ingiusto, e farci un nemico che pu riuscirci funesto. ^i^V'-Alcuni dicono:
Da un lato v' smpre piacre neir
esprimere i sentimenti quali nascono nel nostro animo, mentre si prova pena nel
reprimerli; dall'altro noi non abbiamo bisogno di nessuno*f^i Di questo
raziocinio la prima parte sempre vera,
ma la seconda sempre falsa, finch re^*
stiamo nella societ. Voi non avete bisogno di Pietro, e forse senza danno
presente o futuro potete dirgli : Ti disprezzo; ma la faccenda non va cos con
tutti gli altri uomini. ntrate in una CONVERSAZIONE con quella franchezza
encomiata da alcuni scrittori, e presentandovi successivamente a ciascuno, dite
a questo : Voi pretendete di piacere a tutti, e tutti si ridono di voi; a quello : Voi siete s sciocco che m'eccitate
compassione; a un terzo : Non saprei
dirvi il motivo, ma sento ars avversifte Contro di voi, ecc. Se voi cos operate^
'mi par certo che tutti s'alzeranno per cacciarvi' fuori della conversazione a
ceffate; e vi succeder lo stesso in tutte le altr. ^^'o^mii ' La franchezza non
consfete nell' offendere inu^ tilmente l'altrui amor proprio, ma nel difendere
con coraggio i dirtti deWinnanit contro r orgoglio che li calpesta^ e nel
convenire de'prqpri difetti ed emendarsene. ' / ^,iliisidu6m;2 In vece dunque
di dire al giovine : Alza il vlo che copre il tuo animo e mostra a tutti Podio/
lo sprezzo, la noia, il dispiacre che in te producono le loro debolezze e i
loro difetti; gli dir piuttosto :; Jpl^; Uflf' lato sii pronto a compatire le
loro debolezze, dall'altro non crederti infallibile j ne'juoi giudizi. L'uomo
franco pu conservare. il j suo sentimento senza offendere l'altrui amor pr =5
prio; non si deve offendere l'altrui amor proprio se non in vista d'un
vantaggio maggiore, come nnr si taglia una gamba se non per salvare la vita. Mi
spiegher meglio con un esempio: ^ Uno de'confratelli di Guettard lo ringraziava
un giorno perch questi gli aveva dato il suo voto 4 allorch quegli fu accettato
membro dell'accadenriia delle scienze, roi non mi dovete nulla, risponde il
botanico : s'io non avessi creduto che era giusto it darvelo ^ non r avreste
avuto ^ giacch io non v' amo. Questa risposta, bench lodata da Condorcet mi
sembra riprensibile, perch gratuitamente offensiva. Per quale motivo cagionare
un disgusto e dire, non v'amo^ a chi viene a protestarvi un sentimento di
riconoscenza.^ Se Guettard. avesse,SW' d(^V Nl^ire tt 'mi^i^ te eoasult te
gisUza e niente altro; non ringraziate ddnqii me^. ina voi stess, giiceb se nra
avessi creduto cto lo meritaste^ ndw ?irfcM vto; sapr il giovine adescarla con
garbo senza compromettere la dignit dell'uomo; ritrover il limite che separa la
dissimulazione dalla simulazione, e idalla vile falsit si terr lungi ugualmente
che ridalla sincerit gratuitamente offensiva. Dapprima, in vece di mostrarsi
stupido e silenzioso alla vista dell'altrui nierito,, il giovine ne sar \
pronto encomiatore, esternando gradi di sti?nu proporzionati alle qualit utili
e lodevoli, associando alla stima gradi di rispetto, se di particolari virt si
tratti e di grandezza d'animo; in tulli i casi egli procurer che il sentimento
rappresentato da' suol atti e dalle sue parole s'avvicini i quello che gli
altri vogliono ritrovare in lui, non dimenticando che quando s tratta di
riguardi; e men male peccar per eccesso che per difetto. Sta dunque attento nel
passar del guado, ^jji?,.K cerca d'evitare li due scogli, Da cui scampano
pochi, o almen di rado. ft ben che in
questo mar la nave sciogliCol rischio a destra ed a sinistra, ancora :^ Salvar ti puoi, se il mio consiglio accogli.
. Va per la via di mezzo, e se pur fuora ^.;vDel relto calle fantasia li mena,
. AH pilo, e non al basso tien la prora.
' d'avvilirsi^ isostrndosi indulgente alle umane de^lez29e, aUor][i nmaa
dmm ne risulta^* EUa^Mft isdegna A tendere agli altri tach d pi di quel,c^e
hanno diritto d'esgere, sapendo ejie nel com* smercia Le aote anima ficoole^
jpqtttfe aidle iaM pretemttoi, speaae^ sospette jti guardando come furto fatto
a se stesse lutto ci (^p c(NMdoiif^ figli aitai > Ungot gooliaf^^ l
tfiiancia in mano per pesare a rigore ci che 4!^oiiq| fat^f^iiidaie o musare: sg^s^ sotto pr^ testo di non degradarai, si
imlmiio*iiliiv^tlaeif|i .(^io^Q usfmli e inferiori. I Lacedemoni, che- neri
peccavano per eccesso di bassezza, hanno lasciato un beli' esempio dell'
indulgenza che si debba alla folla de' grandi. 41e^s^^o piccolis^iiaio, qMlido
pladava drenare figUo 4i Giove, e JHo egli stess, ^ireeheper Melo
rieooosotaeiDo tutti gU 8ta(l.ella Grecia : in occasione d queste pretensioni i
Lacedemoni fecero il eguente decreto, veramente laconico ~ Poich Alessaneto
vuol essere Dio che lo sia. ' . Attai meao ladolgeiito si moslfl FilosseiMr een
Dioiiigi fttotteo. Questo ttasniio, peidi era vtf laceva de*very, pre* tendeva
al vanto di pela. Ef^li prff^ un giorno Filoss^ne a correggere una sua opera
teatrale; e questi, avendola rappezzata e rifatta 4al primo verso air^Himp, il
re lo condann alla lettere, ^acci- fi Imipamse a rispeltase ia regia pc^la. li
gim sussegniYte^ tra(todi cacGasKe,^K>'amiiiis8 alla sua mensa, e liniio il
pranzo, dopo avergli fettOfaleciDl versi, gli domand il suo parere. Il ponila,
senza rispon iV?^ Raccomander finalmente ai giovani di non imitare la vile e
perfida condotta di coloro che lodano alcuni collo scopo di denigrar altri. Ih
ciascuna carriera alcuni personaggi distinti occupano gli sguardi del pubblico
: cbe cosa fa V invidia per defraudarli ? Suscita loro de'rivali, colma di lode
degli imbecilli che appena hanno il senso comune, e si sforza di ripeterne i
nomi, acciocch il pubblico s'induca ad occuparsi di essi e dimen-,/tichi i
primii -^^Nel corso della giornata si riproducono ad ogni vistante de' casi,
ne' quali alla sola azioiie d'innocente lode si pu ricorrere per conseguire
l'assenso di alcune volont, e diminuire la resistenza di altre; perci ad
esercizio de' giovani soggiungo i seguenti problemi, ciascuno de'quali ammette,
col dere, si rivolse alle guardie e disse loro: Riconducetemi in ctarcere.
^f-^u i Un uomo ^11 pirilo nel case di Fllossene sarebbe uscito d impaccio con
una celia. Infatti la condotta di questo poeta sarebbe ammirabile, se si fosse
trattalo d'una cattiva legge od alli-a operazione daivosa al pubblico; ma
scegliete jl carcere pcrcli un Uranno vuol essere poeta, paizrja. Maggiore imprudenza commise
rarchitelto Apollodoro, il quale, sapendo quanti l' imperatore Adriano avido d lodi, critica un di lui tempio in
modo un po burlesco, osservando cbe se gli Dei e le Dee si fossero alzale in
piedi, si sarebbero rotta la testa nel soffitto. Questo scherzo gli cost lii
.vita. 11 quale fatto dice che i
coltivatori dozzinali delle belle arti hanno una vanit atraordinaria, superiore
a qualunque sentimento^ e capace di sacrifico'c la slessa amicizia, mezzo della
lode, soluzioni indefinite nelle varie circostanze sociali. Disarmare la
collera. .Aureliano faceva rimprovero a Zenobia, perch non aveva riconosciuto
glimperatori romani. La principessa lo calma, dicendogli. Io riconosco voi per
imperatore, voi che sapete vncere. Galieno e i suoi pari non mi sembravano
degni di questo nome. Addolcire l'amarezza d'uri rifiuto. ( il gran Cond,
pregato dalle dame di lasciarle uscire da Vezel ch'egli assediava, prevedendo
che Ja loro uscita ritarderebbe la resa della piazza, rispose che non poteva
acconsentire ad una dimanda che del pi bel frutto del suo trionfo lo prive,
rebbe., Accrescere pregio ad un favore. Luigi XIV nominando al vescovato di
Lavaur Flechier, che predicava alla corte, gli dice: Vi ho fatto aspettare
alcun poco un posto che meritavate da lungo tempo, ma non voleva privarmi cos
presto del piacere d'ascoltarvi. ) ' elare il lato offensivo d'una verit. (
Despraux interrogato da Luigi XIV sopra alcuni versi da lui composti: Sire,
rispose, nulla impossibile a Vostra
Maest : ella ha voluto fare de' cattivi versi, e vi riuscita. ) Un soldato francese si faceva
chiamare col nome d| Turenne, celebre maresciallo di Francia: quesU mostr
d'esserne ofifso: il soldato rispose: Generale, io sono invaso dalla gloria
denomi: se ne avessi conosciuto uno pi bello del vostro, l' avrei preso. L'uso
della lode ragionevole finch, fondato
sul vero o verisimile, stimolo o
ricompensa ai talenti, all'industria, alla virt. L'uso della lode riprensibile quando o fondasi sul falso, 0 di
gran lunga oltrepassa la misura del merito encomiato, e allora dices adulazioil
Vi sono de'Iodator eterni, i quali non vi danno una lode fuggiasca e dilicata,
ma vi inondano e opprimono d'elogi; e ci per ogni inezia, ad ogni istante, alla
presenza di qualunque persona; cosicch se non rispingete le loro lodi smodate,
acquistate taccia di vanit ; e se le rispingete, essi '. le replicano con
usura, e per cos dire non vi incensano, ma vi danno il turibolo nel naso. Tre
caratteri distinguono l'adulazione dalla lode ragionevole 0 meritata:
L'adulazione cambia i vostri vizi in virt; ^ m||||( Ella vanta in voi delle
qualit che non avete; Ella innalza eccessivamente quelle che avete; .Nel
mentire esperto, Maestro in adulare,
egli senz' onta V Chiama faconda indotta lingua, e bella I Schifosa faccia; un sottil collo e lungo I ))
Agguaglia a quello d'Ercole, che innalza I . Di terra Anteo; magnifica. una
voce Stridula e chioccia qual d'irato
gallo Che alla mogliera sua morde la cresta. L'adulatore adunque un ipocrita che finge &entimeoti c^^ptmru
a qutli ohe cg^ ffi^U' animo; ^ Z m vile
Buffon, perpetao l^ioMM' di eaptf , die trama ai cenni del rccOf e
Ib.ecQ ai detti deUd persgy|;iefiu viziose i % w soroccatore cl)e.)d .menzogne
per fitleoi^rj; vantaggi personali; un
ladro che toglie alla virt r.eiicomio ehe profonde al vizio; un infame che
io^i^^i^te ali' onore non teme il
pubblico disprezzo; L infamia delPadulazione cresce in ragione della pubblieU^
ddta aUe lodi menzognere. Pera colai che sa malnati fogli Famelfto eerifter vende sue lodi, E d'aura popolar Talme rigonfia. Sid labbro a lai le venenate tazze Vota menzogna, e Favvilito incenso Onde frodonne di virt gli altari, La lusinga vnal pria^nde a Itti; Che col prestigio d'un error che piace 19
Cangia il ?izio in virt, traiforma in mmie
T Ignoranza, follia, viltade, e mira
Sorger Tersit emulator d'Achille
E nn Sfida infame in an Traian rivolto. Allorch Filippo di Macedonia
divenne guercio, il cortigiano Clisofo usciva di casa con un empiastro sulF
occbjo, e si traeva dietro una gamba allorch il re zoppicava per una lecita.
Sono arcpochissim quelli che facciano sforzi per acquistare le qualit che loro
mancano allorch vengono accertati che le posseggono; e meno sentono stimolila
salire ad alto grado di gloria se quelli che li circondano dicono loro ad ogni
istante che sono giunti alla cima. Si pu asserir anco che pi personaggi potenti
non divennero tiranni se non perch fu fatto lor credere che tutto era loro
dovuto, e che il loro rango scusava qualunque colpa potessero commettere. Da un
lato essendo utile l'uso moderato e ragionevole della lode, dall' altro non
essendo difficile d'essere tacciati d'adulazione, perci ricordec la regola d
Montaigne, il quale, nel lodare le virt e i pregi reali de' suoi amici,
compiacevasi bens d'esagerare alcun poco, ma limitavasi a cambiare un piede in
un piede e mezzo : secondo Montaigne adunque il rapporto tra il merito e la
lode che possiamo tributargli, non deve oltrepassare il rapporto di uno ad uno
e mezzo. Quindi pria di profondere lodi dobbiamo esaminare le qualit delle
ji^rsone; e se ci accade d'esserci per bont o generosit d'animo ingannati, non
essere restii a ritrattarci. Squadra ben ben Tuom che commendi, ond'onta De' falli altrui non ti rifletta in viso, w
Diam talor nella ragna, e ottien l'indegno M Da noi favor; dunque la man
delusa Sottrai da chi va di sua colpa
onusto. Delicatezza animo. Si' dic0
delicato oa fiim aUovcb al ooniatto ' d'aur un po' pungente s'attrista, e al
raggio meridiano piega ti capo suUo stelo. Pr drantMre quanto dUiaiad r onora dette donne, lo parago;iiaDao
a terso cristallo, i, :A debl canna y
Ch'ogn'aur9 mchina, ogni respiro appanna Si,ah)ai;pa animo dilicat
quello che alle tnioime seai^kKon|,m&raUj^iK^ od a vanjia^o aly 4rui si
risente. \\. pi^Q 4^, essere bont d'animo senza de. Rcatezzas ^ uoma ytino vi
&r tosto il piae^ ^ebcgli domandate : un uomo dilicato far d pi;' egli Vif
risparmier la peqa 41 domandare,, e a^r tenere segreto il beneficio. Vi pu
essere giustim Sj^nza^ delicatezza : un uomo giusto difender con calore i
vostri diritti nel consiglio: un uomo dilicato difender anco le vostre
convenien^, e s' affiretter a .spedirvi la Booi^ del felice enccesso. La
delicatez^ d'animo un misto di speciali
qni^it e'si manifesta coi caratteri di esse, ^esie.qualit sono le seguenti.
Finissima sensibilit. 1 generali Ateniesi a ' Maratona, ecc^itati dall'esempio
d*Ar9tide, cedettero intero a Milziade quel comando che gionialmmte^ed a
vicenda toccava a dascuno* Milziade, acci la vittoria che lusingavasi di
conseguire non fosse cagione di rincrescimento a qualcuno de'ge9erali, spinse
la delicatezza al segno da non dare la faiOtagli^ che giorno ia cui gli
dpparlBomirjeoinandd. iW^^h-T^ Cemdido disinteresse. Nelle cose di.seasibite
vitloree boa hm^wYv^la^fe^ kk^eosa offerta e Ja cosa (zccettata. serve misurare la' delicatez;uhi [wgio ir^ che t^Qto
stero. Giunto > il duca co'suoi nobili, tutti riccar m^te vestiti,;
avendo os^rvato che gli scandi erano oecopati,
die nissano rispondeva alle sue gen* . tilezze, si diresse, senza
mostrare la minima sorp^^. jo II 4iiniQiO turbamento., veysp jl'una delle
estremit della sala che rimaneva vuota, si lev il mantello, lo pieg con bel
garbo, lo pose sul pa- imento e vi si assise sopra, nel che fa imitato dal suo
seguito. Pranz in questa posizione colle vivande cl^e gli vennero polite, dando
segno d^lla . pi frfetta soddis&zione. Finito i pranzo, il iw e i suoljaobli
s' alzarono, presero congedo dalla ^mpagrai nel moda pi grasoso ed uaeiroao
dalia sala colle loro giubbe, lasciando sul pavimento i mantelli che erano di
gran valore. L'imperatore che ^y^Va ammirato b tro condtta, fa sorpreso da
quest^^ul)imo tratto, e sped .upo de' suoi crtigani.jal sappUcare U dqcft iiA
il sao. se^ guito a riprendere i loro mantelli. Andate, a dire al vostro
padrone, rispose il duca, che i ]!>{ormann non usano portar via gli scanni
di cui si servirono a pranzo.
"Questo rifiuto era delicato, nobile, convenevole e fiero nel tempo
stesso.^ r*vi-Gentili sorprese. Il czar Pietro, che viaggiava in Europa per
istruirsi nelle manifatture europee, si ferm alcuni giorni a Parigi, e tra gli
altri stabilimenti visit quello della zecca. Si coniarono molte monete alla sua
presenza: una di queste essendo caduta a'suoi piedi, egli la raccolse e vi vide
da un lato II suo ritratto in busto, dalraltro una faRia appoggiata col piede
sul globo, e questa leggenda : Fires acquirit eundo^ felice alIasione ai viaggi
ed alla gloria di Pietro il Grande.; D( queste monete ne furono presentate a
lui ed 'alla sua comitiva. Il czar non pot ritenersi dal dire : I soli francesi
sono capaci di simili gentilezze (o.;2'!!C -^..rT.'^'' Dopo d'avere adombrati i
quattro principali elementi che caratterizzano la delicatezza dellanimo,
passiamo ad osservarne' qualche combinazione. Lo spirito vivace e la pronta
sensibilit di questa nazione rendono luso delle sorprese gentili men raro che
altrove, anche nelle basse classi sociali. Dopo la battaglia della Marsalte,
vinta da CaUnat, egli pass la notte sotto la sua tenda alla testa delle truppe
Trovavasi egli in mezzo alla gendarmera e dormiva inviluppato nel suo mantello.
I gendarmi, che avevan presi ai nemici 28 stendardi, immaginarono di
circondarlo di quesU trofei: gli altri reggimenti portarono essi pure gli
stendardi conquistali. 11 giorno comparisce: Catinai si sveglia circondato dai
trofei della sua vittoria, e salutato dalie acclamazioni dell' esercito. V%Mm
Wanini diHcata sa mggeHrs de* vtm* sigli senza mortificare V altrui vanit y ad
imitew zione di Livia, la quale gettava, per cos dire, a e^w nella convrsazione
delle fdee trtlK ad Aogost senza che egli s'accorgesse ch'ella aveva pi spirito
di lui. . Non suole offrire alta per rinfacciare penuria^ contento di mostrare
la sua disposizione a chi volesse approfUtqme* Nelle poee d'Ossian^ mentre
Gaulo viene circondato da Svarano, Fingal s'alza ma non si d fretta
d'accorrere; egli non vude rapire a Gaulo l'onore di rimettersi e liberarsi dal
nemico; troppa sollecitudine sarebbe stata un' offesa alfa sua gelosa
delicatzza su* questo pnto. ' Egli sa coprire il soccorso con qualche p7 etesto
plausibite^ e all'idea s mortificante della Kmosn sostituisce quella d'un
credito, d' un compenso, d'un' indennizzazione, d'un onorario. Eccone alcani
esempi: Un sigDoi! per mr 'eampd di benefleare un aVvooat miserabfle, ed
aUonlanare dal suo animo l'idea umiliante del soccorjK), lo consultava $opra
cause immagiaarie, e pagava largamente i consulti. AJCcesUao visitando il suo
amico Ctesibio ammalato, e vista la sua Indigenza, trov modo di cacciargli
destramente sotto II capeuftle U denarb che abbisognavagll. l signor Dubois
all' epoca del terrorismo in Francia, essendo stato destituito dalia sua carica
e rinchiuso in pri^one, il botanico (^ll^ei^t port ciascun mese, e finch dur Uk
detenzione,. alla fl^posa dell' amico detenuto^ la met del proprio onocario,
acclorcb', ella non sospettasse la destituzione del marito, e non iscoigesse
tutto il pericolo cui rimaneva esposto. Facendo de' benefica, egli si guarda
dal rammentarli s perch aspira al piacere delle belle anime, non a quello dei
despoti; s perch sa che la ricordanza de'beneiizi riesce gravosa al beneficato.
CiLstode deW altrui gloria y e quasi dimentico della propria y si trova
infinitamente lontano dal pi vile di tutti i sentimenti, F Invidia Che d'altrui
ben, quasi suo mal, si duole. Allorch Ulisse e Diomede ritornano dal campo
troiano, conducendo i cavalli di Reso e riportando le spoglie di Dolone,
Ulisse, che poteva dividere col suo amico la gloria di questa spedizione, si fa
un dovere di lasciargliela intera : egli racconta minutamente tutto ci che fece
Diomede, e nulla dice di se stesso. Dimenticando ch'egli ha dello spirito, sa
far valere quello degli altri, ed incoraggiare il merito nascente talvolta
timido, si perch non crede che possa essere offuscata la sua gloria, s perch si
regola coll'idea del pubblico vantaggio. Apre r animo a tutti i sentimenti che
ingrana discono la natura umana, e vorrebbe pur chiuderlo a quelli che la
degradano. Egli sarebbe slato buon credente in Grecia ove si divinizzavano gli
eroi, miscredente in Egitto ove si divinizzavano gli animali. Riceve con
riconoscenza gli altrui avvertimenti anch quando offendono il suo amor proprio,
e ne profitta, mentre le anime piccole e grossiere ingrognano e riguardano come
nemici quelli che additano loro i mezzi per divenire raigliori. S#S buisce a
virtt, collo scopo di ravvivarne l'imagioe e promoverne resecozione Ltmgi dal
brigare sotta mano l carica del sm amico i egli
disposto a rinunziare ad una pen^ sione a vantaggio di chi la merita pi
di lui ( Proporziona la riconoscenza non al beneficoy ma air intenzione di chi
V esegu, n crede che cessino i suoi obblighi se
benefattore cKvihe sventurato. Egli
penuaso che la rottura deW amiditAa non Vautorizza a manifestare i
segreti che furono affidati alla sua onoratezza, e non vuole screditare la sua
causa con un tradimento, come fu detto a suo luogo. * Costretto a correggere
qualcuno, egli nn lo fa alla prssenza di estranei, e quando pu ^ il fa a
quattr'occhi; sa anco condire la correzione con lodi. che animano, in vece di
ricorrere a Dopd Ta tn?6n dUa fertem di SoltneU'riainiflt, nid 4657, primi soldati che entrarono nella piazza
avendovi ritrovato una bellissima donna, la condussero al celebre maresciaUo di
Turenne come la parie pi preziosa del bollino. U maresciallo, fingendo di
credere che essi altro scopo non s'avessero proposto che di sottrarla alla
brutalit de' loro compagni, il colm di lodi per si onesta condotta, fece quindi
ricercare il di lei marito, e gli disse alla loro presenza: Voi dovete alla
morigeratezza de' miei soldaU l'onore della vostra sposa. Dugnay Trouin, dopo
una campagna gloriosa nel 1707, ricus una pensione che II ministro voleva
dargli, ma la dimanda e lottenne per Saint-Auban, ^uo aiutante, ciie aveva
perduto una coscia nella steslsa campagna. t
f4i. villanie che avviliscono. Egli procura di scemare la colpa
attribuendone parte alle circostanze; e per eccitare la voglia del
ravvedimento^ ne lascia intravedere la speranza. Egli dice, per esempio : . che
certamente non estinta; in somma Y er
rore indegno di voi. Come mai non vi
cadde in mente che esponevate i vostri
genitori alla w taccia d' avervi istillato cattive massime ? Do vranno essi
cogliere disdoro dove speravano lode ed
onore? I vostri amici che tentano di nascondere il vostro fallo, accertano che
ne sentite w profondo rammarico : Vorrete voi smentirli ? Dovr io accertarli che s' ingannano ? ecc.
Vuomo dilicato^ nelle contese co^nemici sdegna le vie segrete, le quali,
essendo favorevoli alla calunnia e alla frode, sono preferite dalle anime vili
Non abusa della vittoria perch non v' merito neW abusar del potere^ e v' vilt nell'insidtare i cadaveri. li Son frmvde
ncque occuUis^ sed palam et armatum populiim romanum hostes suos vlcisci,
diceva Io stesso Tiberio. Achille, che fu da Omero divinizzato, insulta Ettore
moribondo, e gli protesta che, in vece d onorata sepoltura, Io far pasto de'
cani. Dopo che Achille ha attaccato egli i /V fl sentimento della vendetta
confondendoci coi bruti, egli si sforza sempre di reprimerlo, perch, ^
.ogniqualvolta il pu, vuole distinguersi da essi. Egli tenta quindi di
soggiogare il nemico pi ^ colla generosit che colla /orsa i' pffl '> blandi.
Lo chiama delicatanriente fratello d'Aganadeca, per destar in lui Sentimenti
teneri ed amichevoli coll'imagine d una sorella amala non ij^rjf^^^no da lui
che da Fingal. Mostra che sin dal ^
tempo di quella, egli avea concepita molta pro)) pensione per lui, e gli
rammemora la prova sen/^h sibile che glie ne diede in quella occasione.
Con > ci gli induce Svarano a
vergognarsi di conservar odio e rahcore con una persona che gi;s;3i;:da gran
tempo 1* avea provocato in affetto e in ..p benevolenza. Finalmente mette in
opera un tratto di generosit singolare che doveva espugnare l'a.:;t4.oimo il pi
indomabile. Svarano era vinto : Fingal era padrone della sua vita e della sua
libert. >^ questi si scorda della sua vittoria ? suppone ^,>) (:he
Svarano sia libero come innanzi la battaglia, jfc)/^- propone, per soddisfarlo,
un nuovo cimento personale, come se il passato non dovesse deci-jf^' dere.
Svarano non un nemico vinto, ma un
ospite nobile a cui si desidera di far onore^ A;d tanta generosit Svarano
s'ingentilisce, e la sua V ferocia si va cambiando in grandezza. Svaran, disse
Fnga], nelle mie vene Scorre il tuo
sangue : le famiglie nostre, Sitibonde
d*onor, vaghe di pugne, jj w Pi volle s aCfronlr, ma pi volte anco W^iti n^^l^
cqnv.ersa:;>ioni . 1. Cohcorrenza
superiore alla capacit " . y'^^ : 'del locale, *JL. ' j I Invitare pi persone dl qiiel che possa
compreu dere il locale, invitarle ad
essere soffocate dal ^ (ialore, a restare in piedi con sommo disagio, a i non
i^ssere servite se h Tu sgorgasti valor; l'alta tua voce Quella valea di mille duci e mille. 'Sciogli doman le biancheggianli velCj;'
'Pt^lu^'^w Fratel d* Aganadeca; ella sovente Viene all'anima mia per lei
doglios /J^ Qual sole in sul merggio: io mi rammento. Quelle lagrime lue; vidi
il tuo pianto. Nelle sale di Starno, e la mia spada t^ Ti rispett mentr' io volgeala a tondo
Rosseggiante di sangue, e colmi avea Gli
occhi di pianto, e '1 cor rugga di sdegn^J > Che se pago non sei, scegli e
combatti : \x ' Quell'aringo d'onor, che i padri tuoi > Diero a Tremmor,
l'avrai da me: gioioso (; Vo' che tu parta, e rinomato e chiaro Siccome Sol che
al tramontar sfavilla, n regna in Inghilterra ne' cos detti routs 0 GRANDI
CONVERSAZIONI. Una signora sceglie una giornata in cui terr un rout. Ella
spedisce de'biglietti d'in-;.,.-^vto a pi centinaia di persone, non perch sono
suoi parenti, suoi amici, suoi conoscenti, ma per^, ch le ha vedute, e. perch
la loro presenza acqui ster credito alla
sua assemblea., .un vano Secreto genio femminil che gode > Di un
numero maggior, non sceglie i buoni, Ma tutti accoglie, e popolando il foco.
D'un incomodo stuol, cresce la turba. Minorando li piacer. Pria delle 11 ore
della sera (il clie si chiama il momento dell'alta marea )^ la casa brulica di
persone d'ogni rango e d'ogni sesso. Si pongono \ i tavolini da giuoco in tutti
gli angoli della casay e tanti in ciascuno quanti ifc pu contenere, la-,
sciando appena spazio bastante onde i giocatori possano passare o sedersi. Il
caff, il t, la limo* na circolano negli appartamenti. La confusione la vera essenza d'un rout. Una dama che tiene
queste assemblee non consulta la capacit delle sue sale, ma la lista delle
persone .. di buon tuono. Elia invita sempre pi persone di quel che possa
ricevere; ella si compiace degl'in* convenienti della stanchezza, del rumore,
del calore con tanta soddisfazione, con quanta un attore ' ascolta i gridi e il
fracasso degli spettatori che assistono ad una scenica rappresentazione
destinata a suo beneficio. Gli sbagli de' servi, la perdita di qualche
gioiello, le ripetute esclamazioni buon Diot come fa caldo! sono vicino a
svenire! riescono estremamente piacevoli alla padrona di casa. Non manca nulla
alla sua felicit s'ella viene a sapere \ che v'ha tumulto nella strada, che I
servi d'alcuni Pari si sono battuti^ che de' cocchi si sono spezzai j e che
qualcuno della compagnia stato derubato
alla porta ecc.; giacch tutti questi accidenti romoreggiando per la citt
porteranno il nome di madama da una estremit all'altra. Il giuoco il solo piacere che vi si trovi : delle
perdite considerabili procurano rinomanza ad un rut, e se un giovine erede vi
resta rovinato, la celebrit della casa
sicura per sempre. Talvolta si .danza nei rowte, e il ballo seguito da un^|;,gran cena; ma vi manca
sempre ci che fa la delizia della danza, la grazia e l'allegrezza. Il locale
destinato ad una conversazione semM '
pre difettoso quando i concorrenti, atteso la situazione de' canap, non possono
unirsi in linea ciri ^ colare, o stare a fronte gli uni degli altri. Allorch
restano seduti in linea retta da una sola banda, la conversazione si spezza, e
da generale diviene pa^^; tcolare., il che va soggetto a pi inconvenienti^ come
vede nel seguente paragrafar CONVERSAZIONE PARTICOLARE SOSTITUITA. v.'^T alla
CONVERSAZIONE GENERALE. LA CONVERSAZIONE
gehVat allorch ciascuno defili astant vi contribuisce come attore o
spettatore. LA CONVERSAZIONE particolare
quando gli astanti si dividono in pi crocchi, stranieri per cos dire, j gli uni
agli altrii bench riuniti nella stessa stanza. Supponiamo, a cagione d'esempio,
UNA CONVERSAZIONE DI DODICI PERSONE - facile cosa Io scorgere che se esse
restano unite in un solo crocchio '! ' conseguiranno maggior effetto con minore
sforzo; d quello che se in quattro si dividessero. Infatti nel caso per
intrattenere XII persone ne basta una; nel 2.o per intrattenere XII persone se
ne richieggono tre. !' Nel 1.^caso una celia fa ridere XII persone; I ^ ngl2.
s'arresta nel circolo di quattro. VAllorch LA CONVERSAZIONE generale, un'idea vera ma inesalta annunziata
da un'individuo, viene rettificata da un secondo, commentata da un terzo,
dimostrata da un quarto, ecc., sicch alla fine del discorso si ha per prodotto
una verit lampante. All'opposto separate in IV crocchi questi' contribuenti, e
vedrete che in vece di quella verit penduta comune a XII teste, restano in
ciascuna delle semi-idee, delle nozioni inconcIudenti, delle notizie qui
inesatte, l false, e dalle quali nulla si pu dedurre. Succede NELLA PRODUZIONE
DEL PIACERE NELLE CONVERSAZIONI ci che succede nella produzione delle ricchezze
nellagricoltura o nelle arti. PIETRO possed l'aratro. PAOLO i buoi, GIOVANNI
ra))llit t' arare. Se questi individui s'associano, ^ Taratura $\ leffetliia,
non si effettua se restano di: sgiunti. Allorch dunque qualcuno trae a se due o
tra / astanti, commette una specie di furto verso gli altri, poich li priva del
piacere che produrrebbero in essi le persone spiritose e gioviali ch'egli ' b
rapito. Egli stesso debb'essere riguardato come un disertore od un contribuente
morso. un fatto dimostrato dall'
esperienza, che le scosse sensibili s'accrescono comunicandosi, atteso la forza
sussidiaria che loro presta l'immaginazione degli astanti. Quindi una celia che
fa ridere quattro persone in un grado come quattro, ne fa ridere dodici in un
grado come cinque o sei.. Inoltre, se assistono XII persone al discorso del
parlante, con maggior cura ed attenzione egli svolger le sue idee di quello che
se assistessero quattro solamente. Allorch LA CONVERSAZIONE generale, un fatto qualunque, esposto da chi
parla, va ad agitare XII immaginazioni, nelle quali s trovano associate altri
fatti e diversi in ciascuna. Dunque si deve sperare maggior movimento NELLE
IDEE CHE ALIMENTANO LA CONVERSAZIONE e maggior variet. Se in vece di XII
persone (numero preso per ipotesi), gli astanti fossero di pi, i crocchi a
parte sarebbero meno condannevoli; giacch ammettendo gli accennati vantaggi
della CONVERSAZIONE GENERALE, bisogna anche ammettere che in molti la voglia di
parlare vivissima: e che questa meno
NELLA CONVERSAZIONE GENERALE resta soddisfatta che ne crocchi parziali. D'altra
parte, QUANDO LA CONVERSAZIONE troppo
numerosa, scema in alcuni l'allegrezza, perch scema la confidenza. cosa rara che LA CONVERSAZIONE resti
generale, i allorch in XII concorrenti si trova pi d' una donna; giacch
ciascuna diviene centro particolare, intorno al quale parte deglastanti
naturalmente si unisce. Ho detto cosa
rara, poich non certamente impossibile
che una speciale gentilezza nelle donne si sforzi di prevenire la divisione. V
% Z/parlare motti insieme^ ' V v ' ^ IMa lsto^^ idi tiite : ' ,'Vcr distordf e
gareggianti iiisime Pur, ua senso
accoppiar? Tutti ad un tn^o; VoglioB la
boea aprire' n^n^ i^/^ ^ "
Affastelfano insieme. Quanti argomenti. Ad ua sol puQtot AKri di cuCQe ed. tiri
failli ragiona: Qui i iMe;; L ^si contrasta^ e la quisti^ja si . cribra ' r-^
Con oikkt ttpljcre altertm ' v vf . r" ^ Di s e d no. Di trenta voci
acutaV/f -Stridule,, rauche, reboanti e gravi,; V DIssoiiaQti tra ior odi lin
eiifiise : . Frastuono ingrato di parole
e d'^rK, ' .1 fi. tumulto e di tiMa^^nde J T^ta *; Concava echeggia e
riinbombahd &sorda, L civile modestia
ed il, buon senso i^ v / y> Li ift'iifi ngolo stringono le labbta E Storditi
ai tarano gli wecchl . / f^iimando ii^Iti^fBirJdiio Jnsiemip i Yh9^wf' d'M^ .
gara per superarsi a yie(ida, .tpro^\irii^^^ 4'a8sor49tffe:^gli ^istanti^ >
A > ? : * /. Ili alcuni SI uniscono tr _d[i|etti ', 1 . La sfnania, di
int^rrpmp^e glt alt^i^; jlk X'impazkiDza di seiitr Hitnrtii .m stessi; ' a. La
pretensione che gli alJLr uoa siano 4istratti> lontre es^i li aiuioiaii.
Alloreb iiHrfli parlano insieme . ' L Si . stancano i iK>liuoni f gli
iBSofi^ d0' par-! istori'}'- V. \ ^ V t'O'V. \ I &i annoiano gii astanti
con un fraatiMno in* intelligibile; Si
costretti a ripetere pi volte la stessa cosa; Si afferrano male le idee
altrui. Si oonsuma tempo e fasica a combattere delie eliimre. Siccome poi si
parla per piacere o istruire, non j)er fajr pompa, 4i cognizioni quindi allorch
Taltrui impazienza ci interrompe,
miglior consiglio lasciarle libero il campo, e tacere, di quello che
battere inutilmente gli orecchi di chi non vuole ascoltarci CO* Limp^iua e la
vivacit che domDano mi carattere della Jiazlone francese r assoggettan al
difetU accenaU: mi testo. Cornino^, riportaiado B Trattato di VERCELLI Vsegnato
ft 40 oUobi^ 4495 tra Carlo VILI e gli Ualiani, osserva come un tratto
caratteristico dello spirito francese la suania di paelare, per. cui molte
(rsone parlando insieme ed alzando a vicenda la voce ^ nesana realmen^ inte^. AH* opposto, egli aggiunge,
deglitaliani nessuno parlava, 'ftiorh il duca Lodovico, il quale perci dice ai
francesi : Gii I ad uno ad uno. le memorie dell* Accademia francese hanno
conservato per IradlikHQ no moUirdI If^ miran, R quale,/oireso: pi d'ogni aHeo
dell'aeeennato difetto, disse un giorno seriamente a' suoi confratelli:
Signori, io vi propongo di decretare che non parleranno qui pi di quattro
persone Insieme forse cos riusciremo ad intenderci 1 ! Un francese diceva a
numel, vescovo di SaUsboiy/ oMe il fesi eei^Uisini eea stola cosa' molto
mertosia per cjH'Imglfeaf)^ non potendo essi die difficilmente rinunziare ad un
pezxo di manzo. Al che iiurnet mpo.se : Non
men. meritoria per voi altfi francesi, atteso la legge del silenzio. y
.i^co L.Allegrezza clamorosa. Un grado moderato di sale rende l vivande gradite
a tutti! palati : i gradi' maggiori, 1 quali non riescono piacevoli che a
poeliissimi, estinguono Tappetito negli altri* L'allegrezza moderata nelle
conversazioni passa facilmente d' animo In animo ed accolta con lieta fronte da tutti.
L'allegrezza clamorosa si comunica a pochi, e spesso muore sul labbro di chi
Tolle eccitarla* Del quale fenomeno tre sono le cagioni. 1 . I caratteri freddi
non essendo suscettivi d'aU legrezza clamorosa, s'armano contro di essa e le
oppongono la reazione deirindifferenza. ' L allegrezza clamorosa dipendendo/ da
un ino4o particolare d vedere le cose, alquanto strano, 6 spesso* da ^ccolezza
di spirito, i ^'arett^ ragio* nevoli e sensati non possono approvarla.
L'jiUegrezza moderata pi facilmente che la clamorosa si coniiunica agli
^stariti, perch dista meno dallo stato abituale degli spiriti. Qualunque sieaa
te dause deli' accennale fono* meno, egli
fuori di dtfbbio che se V allegrezza moderata fopienta ta CONVERSAZIONE,
l'allegrezza clamorosa tnde ad estinguerla, e la cosa non pu ^essere
altrimenti; infatti, U Durairte lo scoppio dfille risa smodate ma potendosi
comunicare agli animi i moti d' un aU legrezza piti mite, tutti quelli che non.
parteoi|iane aHe prime, si veggono 'ditfraudaft de' secondi; quindi mentre
alcuni ridono a piena gof, restano gli altri atteggiati a sprezzo o
sbadigliano; essi provano quell'ingrata sensazione che prova chi attento al
dolce suono dell'arpa viene im;rovvisainente assordato dal rumore delle
campane. Dopo lo scoppio di risa smodate succede una seriet agghiacciata, come
dopo un fuoco d'artifizio ci sembra loscurit pi profonda. Un'allegrezza
clamorosa ci balza improvvisamente fuori di strada, e, per cos dire, sopra
un'eminenza, ove non sappiamo d' onde siamo venuti, n dove dobbiamo andare; da
ci poi la seriet, il silenzio, qualche esclamazione, e la difficolt di
riprendere il filo di ameni discorsi. L' allegrezza clamorosa non comunicandosi
agii altri, ed assai pochi essendo capaci di rianimarla, quegli che la eccita
si trova nella necessit di farne tutta la spesa; quindi se vuole restare sulla
scena costretto a rappresentare il
personaggio del, buffone. L' allegrezza moderata, figlia d' una buona
coscienza, animata da un' immaginazione ridente, trova facilmente motivi
d'innocente trastullo e dignitoso sorriso nelle scene morali esposte.
L'allegrezza clamorosa, figlia talvolta dello stravizzo, talvolta d'un
immaginazione irregolare, per lo pi d'una sensibilit ottusa e piccolezza di
spirito, quasi sempre accompagnata dalla sgarbatezza, trova pascolo nella goffa
derisione degli astanti o degli assenti, e nella rappresentazione d'atti
sguaiati, plebei, vHlan. Loquacit eccessiva. LA CONVERSAZIONE COME UNAZIENDA COMMERCIALE; ciascuno dee prvi
il suo caratlo e ciascuno partecipare al prodotto. Luomo che tace sempre IN UNA
CONVERSAZIONE uomo che vuole essere a
parte del prodotto senza essere carattista. Luomo che parla sempre un jearattista che vuole tutti i prodotti
dellazienda. In generale NELLE CONVERSAZIONI ciascuno ama meglio spacciare la
propria mercanzia di quello che acquistare l altrui; e, in vece di formarsi
giusta idea deglaltri, aspira a darla di s stesso. Agitati dalla smania di
parlare, non pochi bramano di comparire sempre alla tribuna, senza volerne mai
discendere. Quindi vi tengono discorso su di tutto, d' un libro nuovo dopo la.
lettura di quattro cinque pagine a salti,
duna nuova macchina dopo d'averne veduto un pezzo, dun quadro dopo d'averne
ammirata l cornice ccCm e decidono e sentenziano senza interruzione, simili al
giudice d'Aristofane, che, chiuso in casa dai parenti vuole almeno dar sentenza
tra due cani. GOZZI fa il seguente carattere dell'imperlerrito parlatore.
SIgpor jS. N. y a penai la algaoria; vostra ente un cct stailo, un luteo, o un
ebfeo a oomlnclaM uara^hmar mento, eh'
ella si scaglia ^ e glielo rompe a mezzo col dire. La non cos. Io so l' ordine delle cose, e ve la D
iUc lo; e dlie dlie dlie, non la finite pi, tornando Gir irteoiiTenienti a coi
va incontro uu uomo che parla troppo, sono i seguenti: molte volle da capo, con
molle cosette di mezzo, clje sono uno sfinimento, come sono, per esempio,
que'vostri colori r^ttorici : E dov' era
io oca? Ah s. E toeno due passi indietro: e la fu da rdere, e verbi^eazlai
ecceleira, tanto ohe mm lasciate pi tirare il fiato a poveri drcaslanti. Cos
quando avele assassinali e ammazzati
primi a uno a uno, eccovi a volar via di l in qualche cerchio d'amici -o
di patenti, clie cagionana de'fatU lorO| e piombate sopra que povereUi come un
uccello di rapina, sbaragUandogli e
facendogli andare qua e col per paura della furia vostra. M' ha dello un certo
maestro, che qualche volta andate al suo collegio, e che, appena entratovi,
stornate i discepoli n dallo studio, e i maestri dall' insegnare, parlando di
dot* tftoe, di scienze-, d'armeggiare,
di salire U cavallo, e di tutto quell che volete e potete, si che nessuno si pu
salvare dalla furia vostra. Se un pover uomo prende U cenza da voi per andare a
casa sua, e voi subito volete
accompagnarlo per forza come se foste lombra di lui, petseguitandoto
fino In sali' nsco e sulle scale, e nette
stante ancoia. Se per caso si narra qualche novella per la citt;i, voi slte come, ma rondine, ora qua,
ora col a dirla e ridirla a tulli
quanti. N giova punto eh' altri vi
iaficsL intendere che la sa: perche voi volete cominciarla a dispetto di ttUU, aggMtigendevi anche Im
proemio. Parli late di predicatori, dlmiinoranenli, di battaglie, del
vostro servo, e delle fmestre di casa
vostra con tanfo tedio di chi v'ascolta,
che, appena avele favellato, Tuno si dimentica
tutto, Taibro sbadiglia sonniferando, e c' chi vi pianta l nel meo Aet ragionamehto. Siccli se vi trovato
con uno ch*ahliis '4a sedere .a un
magistnito, a una predica, a mensa, a
una commedia, siete cagione che slede mezz'ora A dopo il bisogno alla sua
faccenda. E credo che piuttosto vi
contentereste di morire, che di non superare il cicalat' mento delle gasze, de'
pi^papHii delle rondini, e di quanto Egli affatica i suoi polmoni. spesso costrtto a ripetere^ le stesse cose il
che cagiona noia agli altri e svela i limiti del suo pirUo S'espone a dire
degli spropositi vc^ndo parlare di cose che non gli sono familiari^, e dimostra
di non saperne alenna, giacch quelli che sisinno una cosa bene si astengono dal
parlare di quelle che ignorano. Offende quelli che vorrebbero parlare in vece
di lui (2>; bestie Gidiio, schiamaizo.
Oh |^ puie un eraii peccato a non aver (ante gole quante canne hd
l'organo, da poter cavar fuori le parole da tutte 1 Basta cbe siete i^unto a Il
tale, che non v Imporla pi che ciascheduno si fugga da vqL cpme da un can guasto, e cbe fino i
fanciulli di casa vostra si ridano di
voi: petcliquando la sera il snno comincia ad aggravarli, vi pregano a contar
lo;o qualche i) cosa per dormire pi presto. Saggio e cauto ad un tempo j e
spesse. voHe Timido un poco, lentanijenle sffgno . D di stia decisloa uom che
ben vede, E in brevi detti ognor spiegarsi agogna^ Clii ragiona a proposito, di
rado, S'allarga ragioiUMiKlo ma la folle . SupecUa ) che a scloe&bezza si
cong^mge Si diffonde In loquela ^ e s^gue solo, I. suoi fantasmi ^ e a s paria
e risponde. E alcuni altri tanta ingordigia hanno di parlare, che non lascian
dire altrui. E come noi veggiamo taUolki su
per r aie de contadini X un pollo torre la spLca di becco % atf allvo;
^^osl cavano costoro i EagtonaoieiiU di bocca a colui. che li cominci, e dicono
essi. E sicuramente che eglino fanno venir voglia altrui d'azzuffarsi con esso
loro. Rende glaltri pi severi nel giudicarlo. Impedire la diffusione di idee
migliori delle sue; ? Svela talvolta, per procurare alimento al dscorso, ^11
altrui segreti. Quindi si mostra indegno e si "pfw deirallrui confidenza.
Dimentica spesso la convenienza, non ha riguardo al caratterie delle persone
con cui i^rla, al luogo In cui si trova alla situazione degli animi. Per
concentrare in s vimmargiormente gli altrui sguardi, balza in piedi, molti
gesti facendo colle mani e col capo; e se qualcuno ardisce non di torre in
dubbio la di lui infallibiUt, che verar mente la sarebbe un'impertinenza senzjj
pari, nia perciocch e tu guardi bene, ninna cosa muove Y uomo piuttosto ad ira,
die quando d' improvviso gli guasta la
sua. voglia e il suo piacere, eziandio minimo; siccome (|umd0 i^ avrai aperto la bocca per
isbadii^re, e alcuno !>' t la Cura con' mano, quando tu liai alzato il braccio per trarre fa pietra, e egli l' sliitamente tenut da colui, che V di dietro. Ecco l'origine del pedanlimo:
quegli pedante che, s(M*gendo io .piedi
ed alzando una voce magnale e dura detta
le sue opinioni e pronuncia l& sue sentenze eoi tuono che adopera il
maestro di scuola co' suoi scolari. Pedantfimo si dice anche rus troppo frequente
e inopportune delle cognizioni tecniche pella conversazione ordiiiarte, e
lapresunzione ebe ravvisa in esse importanza eccednte ; quindi i seni-dtll
Geminano ^ppertutlo H lor6 .falso sapere, allegano Platone e S. Tommteo in
eosii ebe ai accertarle bata Tasserzione d'un facchino. Pedantismo finalmente
s'appella un' eccessiva severit ed uu^ndefssa affettazione nella scelta delie
parole e delle frasL solo di fargli qualche obbiezione, esso gli volta
gentilmente le spalle sorridendo tra s dell'altrui dabbenaggine, o gli risponde
alla maniera della Pitia la quale furiosa mostravasi allorch non sapeva come
sottrarsi ad una dimanda importuna. Questi eterni parlatori, per lo pi teste
superficiali, e talvolta prive d senso comune, affettano di sapere ci che non
sanno, d'intendere ci che superiore alle
loro cognizioni, di possedere ci che loro realmente manca. Si tratta egli d'una
notizia? essi la sapevano; d'una scienza? Thanno studiata; d'un fatto
straordinario ? ne sono stati testimoni; d' un giuoco ? i' hanno insegnato al
loro nonno, ecc.: e per voglia di comparire istrutti, allontanano da essi
l'istruzione. Chi ha poco senno e dovra starsi ignoto, Vuol far tutte le carte
in compagnia : In simile maniera un
carro vuoto )' Fa il fracasso pi grande per la via . La loquacit presuntuosa
de' giovani una conseguenza necessaria.
Della vanit generale comune a tutti gluomini. Dell'educazione particolare,
supposta scientifica, e veramente insensata che ne primanni della loro
giovinezza ricevettero. Siccome ciascuno procura di mostrare ricchezza collo
sfoggio degli abiti, cos molti procurano di mostrare spirito collo sfoggio
delle cognizioni. Essi crederebbero d'aver perduto tempo e fatica se
aprisserola bocca senza aver detto qualche cosa spirit,.cT Volendo presentare
tratti ingegnosi e superare laltrui aspettazione^ fanno degli sforzi che
tormentano glastanti, e ad essi fruttano ridicolo. Presumer vanto di sagac,
arguto E senza aver punto di sale in zucca, Imprudente mostrarsi e linguacciuto
v. Rendere eunuco V intelletto e feconda limmaginazione tale era il problema
che si proponevano grinstitutori nello scorso secolo. Un sonettino, una
canzoncina, un po' di latino, uno sche-T* letro cronologico detto storia, un
elenco dei nomi delie citt e de fiumi, chiamato geografa, ecc., in somma parole
e poi parole, e non mai cose, *v,.^. stituivano il capitale intellettuale,
l'immenso fogliame senza frutti che i giovani compravano s caro prezzo.
Abituati ad accettare parole senza' conoscerne IL SIGNIFICATO nelle prime
scuole, accettarono parole IN FILOSOFIA senza corrispondenti idee. Si
pronunciando per es., le parole mistiche di KANT, redetterjo di essersi
innoltrati nella scienza dell'uomo; e cos dite di tanti altri sistemi cui la
sola maga delle parole e Tbitudine di ammetterle r'^ senza esame acquistarono
rinomanza. Quindi LE CONVERSAZIONI brulicarono di cianciarelli, che, essendo
verbosi, credevano d'essere eloquenti, e solleticando l'orecchio, di persuadere
si lusingarono e d' istruire. Ma fatai cosa eli' ch'ove pi abbond)a Un bel parlare, ivi la
specie umana Sia seccatrice almen quaut'
faconda ti dono di parlare con facilit e prontezza cosa pregevolissima, e. non pu essere
Irascui'alo doq da chi PITAGORA, per reprmere ne* giovani I ' eccessrv'^
loquacit, esige da' suoi discepoli un assoluto silenzio ne V primi anni delle
sue lezioni; il che era spingere le cose all' estremo opposto, e spezzare il
ramo per raddrizzarlo. Pi saggia Tao-tca cavalleria diceva a' suoi seguaci:
Siate semjore lultimo a parlare in mezzo agluomini che vi, superano in et e il
primo a battervi alla guerra. Non arrogarti dunque il diritto d'eterno
parlatore, ma Solo i tuoi detti nel
comun discorso Ifitreccia a tempo, e in
un civile e cauto Le tue parole e il tuo
silenzio alterna. Colui che- si finge dotato di cognizioni che non ha, perdi il
diritto dessere creduto neglaffari sociali. Volendo mostrare troppo spirito, si
resta caricati di TUTTO IL PESO DELLA CONVERSAZIONE, e si perd in affetto ci
che si acquista in ammirazione; gidoo ^ ignora che, per convncere l spirilo,
spesso forza sedurre le passioni che gli
fan siepe. Ma questo dono per se stesso ilion
sicuro indizio di profondo pensare. Parecchi buoni spiriti non riescono
a svolgere le loro idee fuorch col mezzo della meditazione; ed stato osservato che i filosofi non sono
quelli che brillano di pi ne' crocchi sociali. Ne' discorsi di ROUSSEAU neppur
lombra scorgevasi di quello stile che ne' suoi scritti si ammira. NICOLE, uno
de' primi scrittori del XVn secolo, stanca quelli che lascoltano. Perci egli
dice del sig. TREVILLE, U quale parla con facilit: Egli mi batte rulla camera :
ma egli non g^cora in fondo deHa^caa eh
io V ho confuso, t 4t&l ch, generalmente parlando, gli uomini non amanq '
quelli che li offuscano. > -^pm > ^Allorch non avete argomento
interessante da proporre, la civill vuole che vi astenate dal parlare, in vece
di mettere alla tortura l'altrui pazienza con puerili e non gradite
scempiaggini. Perci r abate S. PIERRE, il quale non discorre gran fatto NELLA
CONVERSAZIONE, non per sterilit n per disprezzo, ma per tema d'infastidire i
suoi ascoltanti, dice. Quando io scrivo, nissuno obbligato a leggermi. Ma quelli ch'io vorrei
costringere ad ascoltarmi si darebbero la pena d farne almeno le viste, ed io
la risparmio loro per quanto, posso. Inoltre chi vuol parlare di ci che non
intende, al quasi certo rischio si espone di guadagnarsi il titolo d'ignorante.
Quindi l'abate Choisj', il quale non era dotto, ma lontanissimo dal volerlo
comparire, scrivendo ad un suo amico sulle sue CONVERSAZIONI o sul suo silenzio
coi dotti missionarii che nella sua ambascera egli aveva ritrovati a Siam, si
esprime cos.ii^^ Io occupo un posto d' ascoltante nelle loro assemblee, e mi
servo sempre del vostro metodo : una gran modestia e nissun prurto di parlare.
Quando la palla mi viene naturalmente, e ch'io mi sento istrutto a fondo della
cosa di cui si tratta, allora mi lascio v forzare, e parlo piano, modesto
egualmente nei D sono della voce che nelle espressioni. Questo metodo fa un
effetto mirabile, e sovente, quando non apro bocca, si crede ch'io non voglia
parli lare, mentre la vera ragione del mio silenzio si un'ignoranza profonda chegli pur bene di nascondere agli occhi altrui.
tjttl^ ^ Da qiiesta modesta confessione, soggiunge d^A^^. lembert, si raccoglie
che l'abate Choisy non rassomiglia certi ciarlieri, i quali, presi dalla mana
di parlare di quanto ignorano, meriterebbero la risposta che un artista greco
fece nel suo laboratorio ai ridicoli sragionamenti d'un dilettante:,.
Guardatevi dal farvi sentire da' miei scolari. Infatti parlano costoro con
leggerezza tale, che spesso l'uomo pulito si astiene dal far loro un'obbiezione
per tema di vederli ammutolire. I chiacchieroni si fanno tacere col non dar
retta ai loro discorsi, come appunto un suonator di violino ferma i danzatori
cessando di sonare. Co?itimcazione dello stesso argomento. La loquacit
eccessiva un difetto che i moralisti
sogliono rimproverare al bel sesso. Quindi essi dicono, che mostrare molto spirito
colle donne non il miglior mezzo per
conciliarsi, il loro animo. Una dama d'alto tono che si era; I, scelto per
amico un uomo di beli' aspetto e di molto spirito, gli disse un giorno che
poteva ritirarsi, perch ella non ama le persone che parlano troppo. . vFin dal
pergamo fu rimproverato alle donne ' l'accennato difetto : un predicatore
parlando avanti I UA consesso d monache nel giorno di Pasqua/ I diede loro ad
intendere che Cristo risuscitato coin ' parve alle donne prima che ai discpoli,
acci la nuova della sua risurrezione pi rapidamente si diffondesse. i 11
suddetto difetta potrebbe essere confermato dall'uso delle donne negre della
riviera. di Qs^m d j tot. le ^uaH essendo applio^tisshne ai labori; glioBO, a
fina ^'^fitace hi maldicdiusa 0 i diseoiti inutili, empirsi la bocca d'acqua
mentre lavorano.. La leqoacit dette, domiet seoondo che io ne giu die, a due
Ani d^lta fimportanzia* orridi^nde. L'uno si
che, essendo $$e. te prime educa-triei
faneiiilll') detona esiereltttfe te fero .tenere^ orecchie con un
cicaleccio continuo, e imprimere b ^ue'db^li cernili oiolte tracce ideali, che
senza,^ questo soccorso- diffleHmente Vi gioirebbero. ' .'1) seeogdq si, . che, essendo esse destipate a Mi^iEnfel^ra
aspra la vita airaomo,. dover* vano essere dotate d'una sensibilit squisita che
a lotti di lui affetti prontamente si
risentisse, e della facolt d' insiniVs^ gqrbo nqf di li allibo, i|jtrattenerlo
oaa sentimentale colloquio ed Heirtariit t pene: tton saprei ben dire se questo
sia il motivo per cui generalmente le donne superbie gli n^minLoella gra^^ia
della voce e del canto. GIOVENALE, come tanti altri poeti dopo di lui v ha
eensurato la loquacit deUe donne letterate ne', segufati^'veirn: . SI tosto, ^
' i> T'assidi a mensa, essa 1^ mensa in scuola^. EcQO ti cangia ^ d sentenze e.-npr|Be, / Loda il cantor d'Enea, s'intenerisce. Per la
pQv.era Elisa ^ i due poeti ' ' Mette al
paraggio; a ima bitaneia appende, In un,
gscio Maron, neir altro mero.
Orammatici, rettord, seolastiei .^ i> Ite a rfporvi : i convittor son
muti PiissuQ fisponde; e chi tentar latria . s ; D'arresUrue la foga? Un avvcatd, y B'altre
donne uno stuol; tal dalla bocca ^'1^pondendo che con monosillabi, lasciavi^no
scor^ '^gere un orgoglio offensivo.. Filippo re di Macedonia avendo scrtto agli
Spartani che avrebbe fatto i le sue vendette se entrava nel loro territorio,
que^ Bti aljro non risposero se non che Se. Gli stessi Spartani scrivevano
lettere molto laconiche, cio H impertinenti; ma dacch furono compiutamente. 'i.
i battuti a Leutre, cominciarono ad allungar loro frasi. Son io, diceva
Epaminopda, che ho inse^ guato loro questa civilt. La taccia d'inurbana data
alla tacilurnil dun^ '' que molto antica, e con ragione /
principalmente i quando son le persone adulte che tacciono; giacch se necessaria la riservatezza per non esporre
pensieri che poscia si vorrebbe invano rivocare, non fa d'upo spingerla al
punto da rendersi muto. Una persona taciturna nella conversazione una persona che vuole entrare in teatro senza
biglietto d'ingresso; una persona che
vuole godere senza contribuire. Una persona taciturna diviene incomoda per pi
ragioni. Ella arresta la comunicazione de'sentimenti, i quali sogliono
acquistar forza diffondendosi. Presenta l'idea d'un censore severo che semr br
accusare gli astanti di frivolezza. Eccita una diffldenza non favorevole alla
giovlalit. Una persona ch parla ci d, per cosi dire, la misura delle sue forze
: le sue idee, i suoi sentimenti, i suoi gusti, i moli della sua fisonomia, \a
qualit de' suoi gesti la palesano al nostro sguardo : noi sappiamo come fa
d'uopo regolarsi con essa. All'opposto una persona che tace, inspira difUdenza,
perch si diffida di tutto ci che non si conosce. D'altra parte non si sa che
cosa 'possa piacerle o spiacerle: questa incertezza diviene un limite illegittimo
alla facolt d'agire e di parlare, quindi
penosa. Finalmente, siccome nel i^commercio V amor proprio d' un
negoziante resta offeso allorch vede rigettate 1^ sue cambiali, cosi nella
conversazione spiace all' amor proprio degli astanti la vista d'una persona che
non corrisponde alla loro allegrezza, e ricusa d' accomunarsi con essi; perci
pi facilmente viene perdonata la frivolezza che la taciturnit. La taciturnit pu
essere prodotta da cinque cause. Mancanza d'idee o stupidezza. In questo caso
certamente miglior consiglio tacere qhe parlare; giacch parlando si
procurerebbe spregio a se stesso e noia agli altri. Le persone taciturne che
appartengono a questa classe sono tollerate "nelle conversazioni come si
tollerano nella societ '^1 bisognosi impotenti : la pubblica beneficenza gli
alimenta. Non potendo CONTRIBUIRE ALLA CONVERSAZIONE, esse devono rappresentare
il personaggio dlia scimmia, cio atteggiarsi a norma de'seutimenti che si
dimostrano dagli altri. Diffidenza eccessiva di se stesso. Questa qualit si
trova talvolta anche nelle persone di carattere amabile, e proviene da mancanza
d' educazione e di pratica: una
debolezza che merita Indulgenza, almeno sul principio, bench faccia torlo alla
societ privandola di molte idee utili; dico almeno sul principio, giacch un po'
d'esperienza dandoci la misura delle altrui forze e delle nostre, questa
diffidenza deve sparire se non unita a
stupidezza, ii Scarsa scienza molta
vanit. Alcuni non osano di contraddire perch non soffrono d'essere
contraddetti; la loro pazienza non che
un timido orgoglio; il loro silenzio un
mezzo di sicurezza; essi tacciono per non esporsi alla censura. /4. Stolto
orgoglio. L'amor proprio raffinato e tronfio sdegna di prendere parte alle
frivolezze della CONVERSAZIONE, e di comunicare agli altri i suoi pi che
sublimi concetti. Si danno anche uditori disdegnosi che, per non accordare
leggermente la loro ammirazione, ricusano l'approvazione pi meritata. Malizia.
L'orgoglio va spesso unito a cattivo carattere; quindi il silenzio non di rado effetto della malizia. Ritornando
dalla CONVERSAZIONE, in cui non proferirono una parola, alcuni passano a
rivista tutto ci che vi fu detto, con intenzione di censurare i discorsi pi
indifferenti; osservatori malevoli, il silenzio de quali uno spionaggio sempre pronto ad abusare del
vantaggio che le anime false e fredde sulla franchezza e la veracit agevolmente
ottengono. Fu dimandato a M.r Fontanes 9 celebre matematico, che cosa faceva
nelle CONVERSAZIONI ove slava sovente taciturno: Sto osservando^ diss'egli, la
vanit degli uomini per ferirla all'occasione. Bel mestiere per un filosofo!
Alcuni finalmente non sono taciturni nelle CONVERSAZIONI, ma misteriosi: essi
dicono alcune cose e poscia troncano il discorso con aria d'importanza e
mistero. Questa condotta doppiamente
censurabile; giacch da un lato eccita una curiosit che non resta soddisfatta,
dall'altro fa supporre che crede gli astanti inoapaci di silenzio o capaci di
tradimento. EGOISMO # r ir Se alla loquacit s' unisce legoismo, cio se parliamo
sempre di noi ste&i, denostri gusti, delle cose nostre, in somma di quanto
ci appar.tiene, siamo certi d'annoiari gli astanti oltre misura. difficile di ritrovare un viaggiatore che sia
sobrio nel racconto de'suoi viaggi; un cliente delle sue liti; un*galante delle
sue avventare ecc., . senza aspettare che l'analogia delle idee guidi il
discorso ove essi vogliono, taluni parlano della loro moglie che un'ottima creatura, de'loro figli cJiie hanno
sortita ndole divina, de' loro maestri che sono altrettanti Socrati, de'loro
affari che tutti vanno a maravigliai de' loro nemici che sono il fior de'
birbanti, ecc. : u Di s, de' suoi pernier de' sogni suoi Perpetuo citator, storia e giornale Invasi da questa mana si mostrano spesso i
gipvni poeti, perch lusipgandf^i facilmente d'avere composto sublimi versi,
vogliono recitarli anche ai sordi. inedtartoir acerbo In fuga volge e ignorante 1 dotto;
Se poi ne abbranchi alcunOf il ten, l'uccsMIe* 1 Leggendo ognor;
mignatta, che la cute Non. lascia pria
che ae rilK)cchi ii saague. La stoUem e la vanit giungono talvolta a segno^ che
non potendo far oggetto dell' altrui attenzione te nostre heUe qualit, le
presentiamo i nostri incomodi^ lenostre . debolezze 9 la nostra pusillanimit, e
talora que'raali che, essendo comuni, non meritano speciale riflesso. i' A che lai lezzi, Schizzinoso mortai, e con
qual dritto ' i> Pretender puoi d' esser tu solo esente ) Da la sorte comnn,
come se fossi r> Il figliuolin della gallina bianca, 1 Moi vili polli e di
vii uovo usciti ? Cresee r impertinenza,
se alla voglia di ptflmre sempre di s, si unisce la pretensione di superare in
tutto gli altri. A sentire qualche stolto, i suoi cavalli ilono pi veloci di
quelli d' Achille, i suoi jiervi pi avveduti di Ulisse, il suo cuoco pi sagace
d'Apicio, ecc. Il sole comprimi ed ultimi raggi saluta il suo palazzo; l'aria
non pura fuorch nelle sue campagne; in
nessun gianlino olezzano s soavemente i fiori come nel suo. Chi si move in una
danza con maggior > garbo di lui? Al paragone della beHesza non potrebbe
egli contendere il ponto alle tre Dee? ecc. Quindi ora pretende al sublime
onore di passare prima degli altri ; ora si lagna, perch non pieghi sino a
terra la fronte chi gli fa di cappello ecc. I suoi vanti giungono sempre alla
menzogna quando parla con persone che non lo conescono. ! a E sei miglia lontan
dal suo paese Tal faceva il signor,
barone o conte.Ch'ivi guardava i porci per le spese . f ^ Siccome gli uomini
vogliono pi applausi die istruzione, inclinano pi a censurare che ad
applaudire; perci comparir nelle conversazioni pi di s occupali che degli
altri, voler primeggiare sopra tutti, pretendere di singolarizzarsi a spese
altrui, il pi sicuro mezzo per rendersi
spregevole e ridicolo, /j/vj . La smania di rappresentare un personaggio
distinto nella conversazione e rendersi lo scopo di tutti gli sguardi, il difetto principale degli uomini di spirito
^ i quali perci amano meglio talvolta di conversare con persone di poca levata
cui possono dar legge coloro discorsi, di quello che ritrovarsi in crocchio
coloro simili, da cui temono di .riceverla; cio preferiscono d'essere re in una
cattiva compagnia, alPessere sudditi in una buona. Ma solamente una vanit
puerile pu compiacersi dell'omaggio di quelli ch'ella disprezza. Due donne di primo
rango ti movevano querela^ pretendendo runa suir altra il passo in una chiesa y
e assordavano colle loro dispute i tribunali. Carlo V, per impedire le cabale
.cui poteva dar luogo questa s seria contesa, stim a proposito di farsene
arbitro, e decise che 11 diritto d' andare avanU apparteneva alla pi stolta
delle contendenti. L'abate Testu, dice d'Alembeit, dominava principalnieDte
all' Hlel-Richelieu, ovo era l'oracolo e l'amico intimo ^iqitif L'amore
disordinato di noi stessi tnehdoci fissa avanti lo spirito V idea delle nostre
qualit, V ingrandisce snrisuratamente, come il sol eadente ingrandisce l'ombra
del nostro corpo e la fa comparir gigantesca. Pu essere citato sotto questo
articolo il difetto 4i coloro che la loro arte o professione innalzano ' sopra
tutte, e vi mostrano i beni immensi di cui
fonte; e vi provano con cento argomjenti, che se sparissero tutte le
altre, essa sola sosterrebbe la, societ cadente e le darebbe lustro. Da ci
nasce una serie indefinita di sgarbi, di>spregi, di censure alle volte
ingiuste, spesso false, sempre mpulit;e. Un buon prete cui confessavasi
Despraux, gU dimand Qual era la sua professione. Io sono poeta, rispose il
penitente. Cattivo mestiere, replic il prete : e poeta in qual genere ? Poeta
satirico. Amora peggio; e contro chifate voi delle satire? Contro i compositori
difxommedie e di romanzC '^^h ! per questo aggiunse il prete, alla buon' orix;
e gli diede fassoluzione immediatamente. In conseguenza delPaccennata
impulitissima pretensione Alcibiade diede uno schiaffo ad un maestro di
rettorica, perch non aveva un esemplare delle poesie d'Omero; ed un altro
adoratore di questo poeta fece voto di . della duchessa di quest nome, ^lceome
egli non amava d'essere contraddello, ma molto di essere ammirato, perci gli andava
poco a sangue il commercio degli uomini, pi conlenlo di brillare in un circolo
di donne che talora col suo dir sorprendeva, talora adescava, secondo che meno
o pi gli piacevano., t leggere Ogni giorno mille versi di esso a riparazione
tarli gli venivano iattL \Irritabilit e ruvidezza. Lo spirito stizMso ii flagello deH^^Nii^t'i come il carattere
dolc ne il ba)san(M),.Iiiriitbilit rende
deeuplo-'il.fientmjeiito.ctolAh supposta offesa: e spesso ha fonte neir ntima
p^sijasiooe di non meritare alcun riguardo. Quindi le* peiisMe pi ^irtilei)Ui
sm' per lo fii4e? teste pi piccole, pi vuote, pi prive di qualit reati."
Gcnvinte dqlla ..kro .BiiUft.> iMiinam amdenl scopo dell'altrui spre^?o, e
si confermano in questa idea ad j^oi/miaima eerknoma che per ioavverf lnaa veng
cdii ss traseurta.^ Uina parole eftig gita in un momento di calprCi- di
vivacit, d'lle^ grezza, viene da ^se esaotlnata con tutto il rigor, non dico
della logica, ma del puntiglio, staccata da quelle circostanze che se non la
giostifican pienain6iite e fragili 4, che il viv.ere e dimorar con asdofo, ninna altra cosa , che impacciarsi fra
tanti sottilissimi vetri; cos temono
essi ogni leggier '^ercosis, e cos conviene trattargli e riguardar* gli : 1 qijali cos si crucciano, se voi non
foste 1* cos pronto ^ fioUeeto a sduladii a visitarli, a riverirli, ed a risponder loro, come un
altro*. farebbe d'un' ingiuria mortale; e se voi non dato loro cos ogni titolo appunto, le querele
aspris sime e le inimicizie mortali nascono di presente. l^oi mi diceste messere^ e non signore. E per
ch non mi dite voi S. ? Io chiamo pur
voi il signor^ tale. Ed anco non ebbi il mio luogo a tamia ! E ieri non vi degnaste
di venire per me a casa, come io venni a
trovar i^voi Valtr* ieri. Questi non sono mdi da tener con un mio pari. Costoro
veramente recano le persone^a tale, che
non chi, li possa patir di vedere, perciocch troppo amano se medesimi fuor di misura; ed in ci occupati, poco
di spazio avanza loro di poter amare
altrui; senza che gli uomini richieggono
che nelle maniere di w coloro co' quali usano, sia quel piacere che pu in cotale atto essere; ma il dimorare con s
> fatte persone fastidiose, l'amicizia delle quali s )^ leggiermente, a
guisa di sottilissimo velo, si w squarcia, non
usare ma servire, e perci non solo norf diletta, ma ella spiace
sommamente. Altri a nissuno mai fanno
buon viso; e vo-~ lonlieri ad ogni cosa
dicono di no; e hh prri dono in grado n onore n carezze che loro sf >i
faccia, a guisa di gente straniera
'^barbara; non sostengono
d'essere visitati ed accompagnati; e non
si rallegrano de'motti n delle piacevolezze;
^ tutte le profert rifiutano. Messr tale m*im pose dinanzi ch'io vi
salutassi per parte sua. Che ho io a fare dei suoi saluti ? ^ E>l messer
cotale mi dimand come voi stavate.^
Fenga, e s mi cerchi il polso La
naturale rozzezza dell' uomo, fa mancanza d^educazione, una stolta vanit, la
piccolezza di spirito, talvolta dei risentimenti amari, talvolta Fimpossibilit
di partecipare ai piaceri sociali, bastano a spiegare in generale gli accennati
difetti. Una causa speciale d' irritabilit e ruvidezza si era per Taddietro uno
stolto orgoglio di famiglia, per cui alcuni, persuasi d'essere vasi d'oro, e
credendo tutti gli altri di fango, sfuggivano ogni contatto con essi, si
mostravano alieni da ogni confidenza, s'atteggiavano a sprezzo abituale come
queir Omberto ALDOBRANDESCHI a cui Dante ALIGHIERI fa dire, L'antico sangue e l'opere leggiadre De'miei maggior mi fro s arrogante, Cbe non pensando alla comune madre, Ogni uomo ebbi in dispetto tant*avante, ^ Cb'
io ne morii Finalmente vi una irritabilit e una ruvidezza che figlia di timori immaginarii. Un asino sta
mangiando il suo fieno; voi gli passate a fianco senza pensare a lui; egli si
volge e vi mostra i denti, temendo cbe vogliate rapirgli parte del suo pasto o
tulio. In questo stalo d'allarme si
trovano non di rado alcuni, percb credono d'avere sempre qualche nemico a
fronte; quindi stanno continuamente sulle ditese, pronti anche ad assalire chi
non ha giammai pensato ad essi. Uno sguardo incerto, una parola dubbia, un atto
che non sanno spiegare, eccita tosto il loro mal umore; quindi succedono degli
sgarbi, parecchie amicizie cessano, delle nimist sottentrano, e l' allegrezza
dalla conversazione sparisce. Contro i quali difetti . vatgpna i seguenti
riflessi. La societ una piazza di
commercia, ove 8i d amor per amore
.stima per stima, odio per odio, sprezzo per sprezzo. Jn.qiesto camliia
d'affetti ciascuno procura di non essere ingannato, e rieiisa } dar pi di quel
ctie riQeve. L'orgoglioso vorrebbe violare queste due lef^i; egli d sprezzo, e
vorrebbe ammirazione : egli d poco o nulla, e vorrebbe motto; quindi s' irrita
non rfeevendo !n proporzione delle sue pretensioni; egli irragionevole come colui che con pochi
centesimi volesse eomprar delle gemme. Il tempo che perdete in lagnarvi
inutilmente, in prepararvi a difese, in mulinare contro chi non pensa a voi,
occupatelo a rendervi stimabile in qualche cosa, e coglierete rispetto e
contentezza > mentre attualmente cogliete sprezzo e rammarico. ottima cosa la sensibilit airopinione
pubblica, perch stimolo alla virt e
ritegno ai vizi; ma pazzia il far
dipendere la propria felicit dairopinione eventuale di questo o di quello. Brami invan d'esentarti alle punture, Se ff d' A pelle infin Topre Immortali D'un ciabatti Q soggette alle censure.
Pretendere che la nostra condotta ottenga lapprovazione di tutti, nretendere che a tutti piacciano le stesse
vivande, i falsi giudi%i del volgo non tolgono pregio alle nostre azioni, come
le nubi non tolgono pregio alla hice del sole. Chiama in Roma pi gente alla sua
udlenea L'arpa d'aoa Ucisca
cantatrice^ Che la eampafia della
Sapienaa. Laseino omai> le dispute e
i litgi Il Portico e il Liceo, poich' et
MllM Pi di Talete un aarto di
Parigi. *i^ sono delle persone dalle
quali essere lo4a(p sarebbe infamia, e lo sprezzo delle quali segn 4| merito. $iate dunque sensibile air
opinione pubblica^ e sordo alle yoci .p^rtioolari cbe da es^ discordano^
ricercate l'approvazione delle per som assennata 2;iV^2^o5e,^e ridetevL4f)U
dpgli sciocchi e de'yiziosL *t Uq .vi^giatore, dice Boccalini, era importunato
dal rumore delle cicale; egli yolle ucciderle, e s allontan dalla strada; egli
doveva continuare quietatneate il suo viaggio, e le Qical^ sarebbero wprJje 4a
se 9|M8e alla fiue di otto giomL. I lE fo come il villan, che, posto in mez^ '
r i V Al romor delle stridule cicale,
Semai eurare H fimeo strido toro D Segue traa^uUamente il suo
lavoro. III. Se avete qualche difetto
fisico, siate il primo a riderne voi stesso; in questa maniera sfuggirete
airaltrui motteggio : facendo altrimenti, mostran* dovi tenera da questo lato,
ognuno si procurer il piacere di pungervi. Alfieri, costretto a portare la
parrucca nella $ua giovent, allorch trovavasi in collegio, divenne
iminediataBiente lo scherno di tutti i suoi compagni. Da prima, egli dice, io m'era messo a
pigliarne apertamente le parti; ma
vedendo poi ch'io non poteva a nisBua patto
salvar la parrucca mia da qaello sfrenato tor rente che da ogni parte assaltavala, e ch'io
ao dava i rischio di perdere anche con essa me
stesso, tosto mutai di bandiera, e presi il partito pi disinvolto, che era di sparruccarmi da
me prima che mi venisse fatto
quell'affronto, e di palleggiare io
stesso la mia infelice parrucca per D l'aria, facendone ogni titapero. E io
fatti, dopo alcuni giorni, sfogatasi
Tira pubblica in tal guisa, io rimasi
poi la meno perseguitata, e dirci quasi v a pi' risj[lttta parroeca fira le due
o tre altre cb^ ve n'erano in quella
stessa galleria. Allora imparai che
bisognava sempre parere di dare.
spontaneamente quello ebe non si potea impedire d'esserci tolto. ; >^ Benedetto XIV fece
di pi: un cattivo poeta aveva stampata una satira contro di lui: il Pontc09%^jBsamin,
la corresse, la . rimand air autore, accertandolo che cosi corretta la
venderebbe iV. (%esterfi0ld aggiunge:
IVon mostrate iriai il pi piccolo
segno di risentimento se non potete i in qualche maniera soddisfarlo: ma-
sorridete^ sempre quando non potete
punire. Non si po: trebbe viver nel
mondo se non si pocesserana^ scondere o
almeno dissimulare i giusti motivi di
risentimento che incontrano ogni giorno in un'attiva vita e affaccendata. Chi non^ padrone di se stesso in tali occasioni, dovrebbe
lasciare ilmondo e ritirarsi iu qualche romitaggio o de serto. Mostrando m inutile e cupo
risentimento^, LIMQ^EUO, autorizzate
quello di coloro che vi possono. of* 3 fendere, e oh/f voi olCeodigre aoa
potete} porgete 1 loro quel pretesto eoa cui forse desiderano di . Komperla cop
voi e d'iugiuriarvi, mentre un op pqsto coQtegBO li forzerebbe a star
ae'liiniti delia decenza almeno, e
sconcerterebbe o farebbe pa lese la loro otalfgoit V * J ^ii^' In somnia^ sodo
le deboli canne che si lasciano turbare da ogni soffio di vej^o, pentrj^ le
alte gttpr0e rslstoiK) agli aquiioni. Finch dunque si tratta d'ingiurie lievi,
la miglior^ risposta, si il sorxiso del
dispre^ui^o; ma Quando iti tratta d' ingiurie gravi ch offendano l'onorey chi
le soffre le merita; il risentimento in 'questi casK cosi jiusto come giusta^lsi legge che le punisce. ^^l \ i 10.
Curiosit degli affari altrui. > Non pu abbastanza censurarsi, perch
contraria alla confidenza e quindi. all'allegrezza, la smania di eeloro che
vogliono conoscere tutti gli affari altrui^ saperne le pi minute circostanze, e
dei nomi chieggono notzia a de' luoghi, e, per trarvi di bocca qualche cosa di
pi, pria fingono di non avere bea intesot poi vi dimandano schiarimento ad un
dubbiti^ orarvi piantano avanti un sospetto come in* fallibile, e, vedendo che
lo respingete, mostrano di ricieders passando al sospetto opposto, e dalla
nuova vostra negativa o maraviglia fatti accorti si ripiegano aopra se stessi
per ritornare airattacco; e 0 non gran pompa di tolleranza v' invitano ad aprir
V animo, o con improvvisa ed isolata interrrogazione vi sorprendono : e tenendo
gli occhi fissi sopra di voi, cercano di leggervi nel volto V impressione che
fanno i loro discorsi, la quale, pav - ragonata e unita alla vostra risposta,
serve loro di via per giungere al vero. Questa curiosit conduce -i ciarlieri, i
parabolani, gli invidiosi, i tristi per tutte le case, i palchi, i caff, onde
raccogliere e. raccontare i^.^^ > ' it ie vicende ascose: w Degli instabil
amor, le cagion lievi Dei frequenti disgusti, i varii casi Del d gi scorso, le gelose risse, Le
illanguidite e le nascenti fiamme Le forzate costaiize e le sofferte. Con mutua
pace infedelt segrete, Dolci argomenti
a feraminii bisbiglio. Questo prurito d'indagare le faccende altruf tanto pi attivo, quanto pi si manca di idee e
di sentimenti proprii; giacch il nostro animo volendo ^un continuo pascolo, se
non ne trova in se stesso . va per le altrui case a questuarne. v ^ Senbra che anco la vanit concorra a rendere
il pungolo della curiosit pi attivo. Si crede acqui" *i ' ir L'Imperatore
Claudio sarel)be morto di noia se noi) si fosse occupalo ad ascoltare tutte le
cause che si agitavano nel foro, ed a conoscere tutti i segreti, gli accidcnU,
le sventure,i piccoli odii, gli intrighi, i pelegolezzi delle famiglie. Gli
avvocati, cui era nota questa sua debolezza, lo prendevano alle volte per i
piedi e lo trattenevano in tribunale allorch egli voleva partirne. Le dimande
inopportune, le rispostestolte, i riflessi ridicoli di qlieslo preteso giudice
mei \ levano in tale evidenza la sua stupidezza, che un avvocato :,v.',.Starsi
qualche grado di gloria nel poter dire lo^lo io l'ho veduto : infatti gli
stolti e gli scioperati amniirano queste
notzie, e credono uom d'acuto e; perspicace ingegno colui che le spaccia;
mentre tutto : il suo ingegno si riduce a prestare le sue orecchie ai discorsi
degli altrui servi e nio;izi di stalla. >^ Siccome in tutte le classi
sociali sta la realt all'apparenza come la grossezza della rana alla grossezza
del bue; siccome ciascuno si sforza di coprire con color lusinghiero le proprie
debolezze, quindi il curioso che vuole spingere lo sguardo /sotto al velo delle
cose, offende sensibilmente l'altrui amor proprio, e tanto pi, quanto che da un
lato si temono maligni commenti, dall'altro si vede minacciata pubblicit alle
proprie miserie ed ai difetti, sapendosi da ciascuno che il curioso indiscreto e ciarliero. Sarebbe desiderabile
che i ^ curiosi venissero a scoprire nelle loro impulite ricerche ora un'azione
virtuosa che la modestia voleva sottrarre agli altrui sguardi, ora qualche
accidente che offendesse il loro amor proprio, come successe a Catone, il quale
stimolando Cesare a mostrare una littera che questi ricevette in pien senato, e
di cui faceva mistero, Catone, dissi, vide con sua sorpresa una lettera galante
scritta i"di pugno di sua sorella. Allorch s tratta di cose alcun poco
ragguardevoli, il curioso corre pericolo d'assicurarsi Tonoratissimo titolo di
spia. Gozzi dipinge nel modo seguente la comune curiosit de' faUi altrui e i
suoi ridicoli commenti. ( Sar uno nella sua slanza cheto, solitario; penser,
Franklin ci d un metodo, se non per liberarci dai curiosi, almeno per troncarne
Y importunit; 1 .v. Jegc;er, scriver, o
far qualche altra opera onorala : uscir
di casa, ander un poco inlorno a ricrearsi all'aria; saluter due o tre amici, perch pochi pi ne
avr voluti^ sapendo che di rado se ne
trova anche uno che sia vero: e appresso
rientrer come prima a fare i falli suoi. Che
uccellaccio questo ? diranno
alcuni : non possihile che ) un uomo sia
fallo a questo modo. Si comincia ad inter prelare ogni suo atto, ogni parola.
Sapete voi che ha voluto dire quando alz
le spalle ? quello che signific queir oc*, > chala? e quella parola tronca
ch'egli ha proferito? Sicch il pover uomo, senza punto avvedersene, ha dietro
il notaio e Io strologo, e chi nota, chi
indovina, chi fa commenU alla sua lingua, e a quante membra egli ha indosso.
Vo lete voi pi? Tanti sono i sospetU del
fallo suo, che egli avr fatto nell'
opinione d' alcuni quello che non ha fatto mai, o che non avr sognato di fare.
Le cose di questo mondo sono come una matassa di filo; chi non sa trovarne il
capo, la lasci stare, perch s' impiglier sempre
pi. A me pare che quando s' ode a raccontare qualche cosa d'uno, si dotesse prendere questa
matassa, metterla sull'arcolaio, come fanno
le femmine appunto del filo, scio gliere
con accortezza il primo nodo, e preso il bandolo in mano, cominciar a dipanare con diligenza, e,
secondo che si trovano gli intrighi e i viluppi, tentare se col candore
dell'animo e con la verit si possono sciogliere. Se non si H pu, buttisi via la
matassa, ma quasi sempre credo che s potrebbe da chi non corresse troppo in
furia, per vo^ H lont d'ingarbugliare piuttosto che di snodare. Questa u-^ r
ganza quasi comune. Bench la logica
insegni in qual forma s' abbia a fare
per venir in chiaro di certe faccende incredibili o inviluppate, pochi se ne
vagliono, e menasi il n basloie alla cieca, e suo danno a cui tocca. Quando
il capo
principalmente alteralo da sospetti o dal mal volere contro una persona, si pu dire che questa sia
una specie ivi 4Sfl umm tmM e . questo n^do cooste nel precisare il disMMio e
limitame H soggetto in nde^ da 'Weliidero quai^lunque eventuale dimanda.
Allorch questo filosofo ni 1 0 che dove prenderei sapendo quanto erano curiosi
^ kiterrogator gli Americani, usava dire alle persoAe cui dnrigevasi: 11
mionome .Franklm, staoH' patore di professione; io vengo da tale luogo, voglio
andare a tal altro: quale strada devo tenere? Dichiarando impulita l'eccessiva
curiosit, av-^ verto i giovani, che in molti casi la curiosit ; vin; perch
lindifferenza, la non curiinza linsensibilit sono la massima offesa per lamor
proprio x^he vuple occupare gU ititn ili S9 atpsso V ^ conservare le apparenze della modestia. La
pulitezza v' impioiie adunque dt chiedere frequenti aptfeief di mostrarvi
inquieto suH' . altra! aorte ^ d esternar piacere o dolore alle altrui foi tnne
o disgrazie. L'infelice, come stato
detto altrove ^\ sente alleviarsi il peso de' suoi mali allorch gli 4j^e^ al
suo simile; ma q^olte volte temendo d'imv ^tf^unaito, si pasce di cordoglio in
segreto, allora fa d'uopo che una tenera sensibilit gli faccia una dolce
vio^enzaf e "versi il balsamo della eon ^ solazione sulle piaghe del suo
animo: la curiosit de' superiori o degli amici in questi casi diviene imlesto
rugiada. Parimente, ccome II timore dV
equistarsi la taccia di vani, consiglia alcuni a ve* lara le loro fortune ed
onori : qindi la pulitezza^, y d'ubbriache/za, per la cui forzii l' uomo non
vede, n sa pi quello che si dica o faccia, e appena coiX)sce pi s medesimo 4Sr eome. attrai ai m ^ vgoto^ehe
iiigtaM il di* scorso da questa banda, ma con destrezza e tale eanfeaiaQsa di
parole, dm la congratulazione e l'elogio seovri 'adiilaamie si mostrino e di
men^ 20goa. V In oMkia > Ja cnriofiit
ripronslbile qomdo minaccia pubblicit alle altrui debolezze e imperf
zioni; lodevole quando tende . a dare
risalto al merito o porger aoeeors al bisogno. Burrasche delle CONVERSAZIONI i
o dispute. 'I glardiAf de'iilosofi d'Atene si estendevano dalla rive
deirillisso sino a quelle del Cefso. Gli Epicurei s erano stabiliti al centro,
i discepoli di Piatone vrso il Nord, e quelli d^Aristotite al Sud. Non si
videro giammai vicini men turbolenti n man gelosi: un sentiero d* ulivo ^ un
boscbetto di mirto, una siepe di rose separava i sistemi e serviva di limite al
regno dell'opinione. Le conver* sazioni non ono sempre ugualmente paciliche; la
diversit delle idee apre il campo a lotte rumorose accompagnato e seguite da
parecchi inconvenienti. Idea della personalit. Discutere allegare le ragioni e gli argomenti cui due
opposta opinioni si ' 0 sione degenera in disputa al momento che qualche
personalit vi si frammischia. Per personalit non si intndono qui quelle patenti
ingiurie che la buona compagnia interdice, ma quelle che, sebbene meno gravi,
non lasciana d'essere nel tempo stesso pungenti per Taltrui amor proprio, ed
estranee alla cosa. . Due specie di personalit sogliono per lo pi introdursi
nella discussione, e le fanno degenerare in disputa. > Colla 1.3 spede si fa rimprovero air
avversario ch'egli parla per motivi particolari, d'interesse per se stesso, d'affezione
pe'suoi amici o per la sua classe, d'odio contro i suoi nemici, ecc. Voi
parlate cos perch siete militare; e voi negate perch siete prete, ecc. Ognun vede che queste non sono ragioni; e
quanto facile di farne uso ad uno,
altrettanto riesce spedito all'altro il ribatterle. Colla 2.3 specie s dice
all'avversario ch'egli non conosce la materia di cui si parla; ch'ella suppone
cognizioni superiori alle sue; eh* ella
estranea alla sua professione. Anche questo modo d'argomentare tende
bens a deprimere la persona dell'avversario, ma non scioglie i dubbi eh' egli
proipove. Inoltre, senza essere, per es., giureconsulto, non impossibile d'avere delle idee giuste e nuove
sulla giurisprudenza. Cause delle dispute. Si direbbe che gli uomini inciviliti
amano le dispute, come i selvaggi i combattimenti. Sono cause di dispute: I. //
desiderio di conservare la propria libert. In parit di circostanze ciascuno
preferisce all'ai'. litti^ Jaia 9iMm^ ppunto perah sm ^ jqumdi siamo tanto pi resti! ad
ammettere l'opinione altri, quanto
maggiore 13aria di epmaoido con om ei viene proposta, fiiif sottopond al
nostro giudizio un'idea sotto le forme del dubbio, riesce fi,feibiimt0 a
eonYtnemi. dr ^oello ^ ehi > senza produrre argomenti maggiori, nfH>stra
di vo* ler dogmatizzare e vietarci ogni obbiazioiie L'uoma ai geloso detta sua libert intellettuale,
eoitae la . della ua libert civile e politica. Dopo molti acutissimi argomenti
1 E molte riflessioni pellegrine E belle
cose dtte da^taienti S grandi, la
questione ebbe qul fir v '\l. Che
soglion tutte le quistioni avere v " Cio ^est ciiscun,4el, mo parere . IL
La vanU^^ee^ uaa apecie d'avvilimento^ tst sommettere la propria alF altrui
opinione, percK' lo crede segno 4'iaferiorit intellettuale. Il dispia-, cere d
questa supposta infricirit, sensibile in ttt^ cresce in ragione dell'alta idea
che ci formiam di noi stessi, e pu ( tant'
la. debolezza umana j ) . giungere al plinto da cagionare la morte, come
successe ad un filosofo dell'antichit detto Dodoro. Erano state fatte a questo
sedicente filosofo alcune, obbiezioni, alle quali egli non seppe rispondere :
lo sgraaiato .fu punto da s vivo malincuore e dispetto, perch il suo spilli to
lo aveva tradito, tm spir air istante.
si ver4 die la. vanit cavia di
dispute^ che il silenzio d'uno de' disputanti che resta nella propria opinifma
diviene offensivo;per Taitro. Il silenzio in questo caso sembra provare che si
ha s basso concetto dell'antagonista, che qualunque ragione non basterebbe per
convincerlo; quindi si risparmia la pena di parlare. Costui vede dunque che
mentre egli si sfiata, il nemico sorride, e lo lascia abbaiare come i cani alla
luna; e che quindi egli non ottiene lo scopo che si aveva proposto, cio la
superiorit sul suo avversario. La Mothe aveva detto male d'Omero; il poeta
Gacon pretese di vendicarlo; la Mothe non rispose]: roi non volete dunque
rispondere al mio Omero vendicato'? gli disse il poeta, f'^oi temete la mia
replicai Ebbene, voi non V evltet^ete; io pubblicher un libro che avr per
titolo : Risposta al silenzio di la Mothe. Lo spirito di contraddizione. Alcuni
par che non godano d'altro che d'essere molesti e fastidiosi a guisa di
mosche, fanno professione di..
contraddire dispettosamente ad ognuno senza riguardo. Pria che tu parli, M Nega quel che vuoi dir,
e se consenti . Pur d'aver torto,
Non yero^ ei grida^^^" vuol ch'abbi raglotii"/-' E siccome
taluni si mostrano terribili nelle dispute per la forza e capacit de' polmoni,
perci sembra che lo spirito di contraddizione si debba primieramente a stolto
orgoglio attribuire, o sia indistinto bisogno di dominare. Lo fomenta
fors'anche una causa fisica non ben nota, chiamata temperamento, quella causa
per cui il can rosso dell' abate Casti neinilustre adunanza degli animali
parlanti. Di petto Instancabile e di voce
Ringhia; con tutti ognor brontola e sbuffa, Pronto con tutti ad attaccar baruffa. Le
inimiczie sogliono essere una delle primarie ragioni per cui si rigettano le
idee altrui; giacch all'odio sembrano vere e reali vittorie le mortificazioni
alla vanit dell'odiato. Secondo che racconta il Castiglioni, trovandosi due
nemici nel consiglio di Fiorenza, V uno di essi, il quale era di casa Altoviti,
dormiva; l'altro che gli sedeva vicino, e che era di casa Alamanni, per ridere;
toccandolo col cubito, lo risvegli e disse : Non odi tu ci che il tal dice ?
rispondi, ch i signori dimandano del tuo parere. Allor TAltoviti, tutto
sonnacchioso, e senza pensar altro, si lev in piedi e disse : Signori, io dico
tulio il contrario di quello che ha detto T Alamanni. Rispose rAlaiiianni: Oh!
10 non ho detto nulla. Subito disse rAllovit: Di quello che tu dirai ! ! i V. V
imperfezione inerente a qualunque cosa umana apre il campo a rinascenti
dispute. Questa imperfezione risulta : Dagli oggetti che hanno molti lati, e
de'quali ciascuno considera quello che pi gli piace; 2. Dalle persone che non
hanno gli stessi occhi, gli stessi interessi, gli stessi principi!, le stesse
cognizioni, gli slessi gusti. Petrarca parla iV un uomo, il gusto del quale era
si depravato, che non poteva tollerare il dolce canto degl'usil^nuoli, e
gongolava di piacere al crocidar delle rane. Dalie parole che non sono
abbastanza moltiplicate ne abbastanza particolari per essere sempre esatte ^ e
corrispondere ali^ varie modiGcazioni de' sentment!. Quindi tutto ci che si
dice e si scrive essendo SQfi^ettfvo. di variet indefiaila^ non deve recare
maraviglia se a costanti opposizioni va soggetto, ^1ra le eansa delle dApntei e
sotta questo arti* colli fa d'uopo ace^nramia monto di spiegm^ i futti prima
d'esserBi accertati della loro esistenza ^ e .per col si dispala con- taMd
maggioi* calwes quanto che ciascuno parla y ccilne si dice, in aria, e M batte
con strali di nebbia. Nel l>05 corse rumore elio essenilo caduU ideali ad qi
faiciailo df sette anni nella Slesia, gUe.tt era sorlo uno d'drd al poslo
d*tino de'ipollftri eadutt. HorsHus, professore di meileina mellf universit ^i
ffelmaMftd, sf rsse nella storia di questo dente, e pretese ch'egli era in
parte naturale, in parte niracoloso, e. che era stato spedito da Dio a questo
fanciullo^ a fine di consolare i Cristiani afflitti per le vittorie de'Turhi.
t^lguratvt quale consolazione poteva recare al cristiani tm dente d' oro, e
quale rapporto poteva unire un dente e i Turchi. Nello stesso anno, attnch
questo dente noB-manoasse di storici, RuUandtui ne diede una nuova storia con
VMOvI cijmiDelitIt SuaUnni dopo ^ IngloBlerns ^ altro, dpU^ tedesco, scdsse
contrq II sistema esposto da iWlandus^ W quale rispose cpn una pix)fonda
arcihelllssima replica, come ben
naturale di supporre. Un altro dotto d'eguale calibro raccolse tutta ci i^ha
era stato detto sopra questo dente maravtgliosOi e vi aggiunse i! suo parere* A
tante bHe per aitro non mancava se non che la cosa fosse vera, do he II dente
fosse d'oro. Onando un orefice Tebbe esaminato, risult che questo preleso dente
d'oro era umi Incmvementi delle disput/ L'imn araltya elle sopraece&nate
peirsonalit suole inacerbire gli animi nelle discute : Ordiiariamente ricorre
pi spesso aite personalit chi pi scarseggia di ragioni, 3. Nel calore delia
disputa ^li animi perdano di vista rargomento' primitivo^ 'e vanno divagando
fra idee accidentali Tuno all'oriente, Taltro all' occidente, questi in >Ic;
quello al bass ^ Dsicch dopo lungo alternare di s e di no, dopo un'ora di
tempesta, dopo d'ayere perduto la voce e i polmoni, i conteodeati pi cbe pria
trovansi lootn! dalla meta,, ]^fiMii0 di 4U08|ta dUpQsizione d^ loro che la
decisione della disputa temono contraria alle lor viste; quindi s'arrestano
sopra oa parola, contendono sopra una slhfifrtudine, scMainazzano sopra un'idea
accessoria ecc.; il perch .talvolta/a cdlwosa i^ntesa sopra circoif^s^nze ac'
cideitali potr smprirpi la dubbia, fede di lai uno da' coniendentL foglia d'oro
destramente applicata al dente ma s cominci A disputale e aompprre de'libn,
posd^ ^ consult l'oreiice. foMaeeademfeo A Seeliao, me^ibro d' altre accdeoUe,
in vm giOg^Mti |Mdb1kta ael 4821, j^ailmdb deUa pcovinda Lodigiana, dice che
ivi si fabbrica .iV- celebre formaggio deUo parmigiano; nel che ha ragione : ma
il bello si v che ag. SiWgB cbe questo ((nrmaggio si fabhi:ie^ col latte di
asina. Se quaala gcariaso M^ddoM>
oneduto, possiamo aspi^tacci uoa feoiioa di dissertazioni sui nostri
formaggi ffasipati Dal riscaldameato contro le ragioni si passa al
risealdtmeiiio Mnlro Je feraipei; e :i disputanti dimpslrano Negli occhi il
fuoco e sulle labbra il tosco In somma dalla disputa s pass^ alle ingiurie,
gentilissiiue ed edificanti ragipni degli eroi di Omero. Iqfatt^ Giove non
parla mal a .Giunon .senza dirle molti improperi!, e Giunone non risponde che
sullo stesso tonO. Dopo s npbiU esenipip figuratevi come dovevano parlare gli
Dei minori. In forza di questo riscaldamento, o in, mezzo a questa lotta di
vanit, ciascuno a'osti^ia nel pri (i) jF^ra i IraUi caratterisUci.degli awpcaU
iligiil, 1 an'impudeitt. Que ;.Mia gloria non ripongo in ostinarmi,, i . torre,
hai a fai*e con un greppo, e non ti riesce altro se non ch tu medesimo t' induri, e a poco a poco
senza *) avved s' appicca air altro, tanto sei tu ostinato e duro nella tua n
opinione, quanto egli nella sua, e non c' pi verso, che n l'uno n Taltro si creda d'avere il torto.
Nella camera de'comuni d'Inghilterra, chi discute r altrui mozione o risponde
ad un argomento, in vece di 'designarne l'autore col di lui nome individuale,
ricorre a qualcuna delle seguenti circonlocuzioni : l'onorevole membro alla mia
destra o sinistra, il gentiluomo dal cordone bleu, il nobile lord, il mio dotto
amico (parlando d'un avvocato)* ecc., ovvero semplicemente il preopinante. La
ragione di questa regola si che la specifi aOa libert delle opitueit schermo contro le ingiuste accuse. Nei
dibattimenti pplitieii com(9 HeUa^gju^rra^' ciascuna deve. asteneES da que'
mezzi che ragjionevoitnente non yorrcbe Msati opntro di s. ) ? 1 -Ma sQi^rirttutto poid'Memoata^^liegek
tepiiliMr^ alla prudenza. Infatti, voi credete che il vostrb a^jta^aui^
'apfiig^ al. torto^^ oi^. egli ummrk torse resto ad abbracciale l vostra
opinimie* s gliela presentate nella sua nudezza scortata sold dagli argofwoti
elM la dinioetiaadv Mealtn idee, o palpabilmente vere le vostre. La mAt 0
r^ppfovairtmi 'che 4wdrete sut nSMI'iBltM^'^ I me ii^KmM^ cAft ee^Hun^ Urist
faecia ces\ queista me:&2;o gi iicceooato di sopra. Chi ael e. Qqanlo forte
e psseote : e s dicendo, . ' v\ Prende capace coppa, e a lei con questa, ;
Presentandosi innanzi : Ah soflri, o, .madre n SommessameotJ^lgllando a^unse'^,
i $Qnrif iiie'yoH^^Impiinem^EHtftlei 9 N non vuole mtate-fiirta' in generosit.
Quindi glanimi si acquietano. Lo spiritoso Voiture ha punto e nareeiNto un cor
^hHoi quetf vt)lva omingerlo a battersi in duello. La partita non uguale, risponde il poeta. Siete grande io
soa piceola; \voi siete bravo ed io poltrone. Voi volete uccidermi? ebbene,
eccomi morto. gU dissirma il suo nemico facendM Quando i contndenti non la
finiscono, e kt disputa alquanto
loalorom y pnM dvf^ degli astanti d'interromperla con suoni, cantij giuochi^
soniniinistraziani di Jiqwri o ifn|li. V Al suon {piacevole. D'arpe trniafitr, Mescete, o vergini, Mescete i canti Satira itran. t I. UtilH
della satira urbana. Condannando come inurbane le villanie e le ngiuriC) non
intendo di vietar Tusa savio ed op^ prttino deli' ironfa o idetta a^ttn eh
flUt^ pregiU'* tifiao tElujO volta
giunge a porre sul trono il vero, )ridendo . J'amor pri^Mifo, che non ahbaadana
uomini m aoQ qiiMd^,9m abtoodoiiwo la, vk; ii toi^ temere spra ogni altro male
la dersione, e scuote Jovb d dos89 .r uidolenza, e daUe^ i^j^ cai^ feUe gir
spoglia per non rimanere esposto ai frizzi del ridicolo^: i) che jpes^. non,
ottime la pii l^mpaoti^ Tri 6d ligguerrta >raginir./$e Aristo&iie avelie
dato agli Ateniensi In una concione quegli ani* ma^brameoti. etie died^.loro
.aeU^ cooiniedie, l'avrebbero lagnato a pezzi; laddove in teatro ridevano
smasc^llatamente e di^vaiio eh' egli, aveya vagioiie. Bi^ch i Geniti aTesaerc^
veduto CiaerOQe assalire Tedificio dellldolatra con armi prestategli dalla,
filosofia V. poro iiea. aapavafio lodimi .ad abbandonarnei tempii. Comparve in
mezzo d'essi Ladano, il ^uiQ fece la guerra al gentilesimi. doI .lotteggio, fi
se non ne distrMse gli altari, ne d^ sperse in gran parte gli adoratori. Il
buon senso ha {irseritte. la^ mz^ia cavallefescfae in fspagna, pria che nasces^
d^rvanfes;C m quella nazione non riusc a spogliarsene se non dopo ^'tgii abbe
precutato al ptibbli^, 11 suo ridico* Kssimo Dpn Chisciotte. Tanto , vro ci che
dice Orazio: fPnoa graVf sstenza ottieB
pi spesso II desiato Cne arguta celia .
Si deve adunque riguardare la satira come una apecia d'ammenda censoria che
aerve a corriere quei difetti i quali, senza cessare d'esser molesti e talora
4muk)s alla aociatb non triy^Qsijaei codici, St inosservati dalio stesso
colpevole seoza la caule mmo9lme della satira \ del an^tteg^; dello scherzo. Il suo pungolo viva e
leggiero, vibrato a tempo, pu divenire suppUmento alla le* i mtnvte azioiii'
altrui ^lU&ee severa inquisizione, A fiiie t itywf qualche aeGateBa^
e;.coii wA^ gni >ep]or. adoaibrarla:
Di tutti invidioso dice malQ Snisa rispetto, e pretendi^vii ardito '
. Piovra i costumi altrui far da fiscale
Quindi suUe cose, sulle folle ^ sui pregiudizi, sulle |ti*itensi(^ai d^lj'aiuor
proprio, ' sui vizi in generale evc H 'jmotteggit) pi spesso cadere che .non
suiruomo particolare, ccioecb alpri, vo^ndo eedtar iH .rteOi non apra una piaga
mortale mei4'altrui animo, e non s'esponga all^d^o delle per SOM emeste se la
/SMira d in ialso, . FqItio chet-. tenerlo non debbe chi spargendo false
maldicenze e ingiuste satire, dice d'averle intese da. Pietro a d9 Martino, io
un caff o in un'osteria, enones^ i^ne egli rinventore^ ' SenCilor W raceontar, fti un trombe]^ Preso
una volta da'nemici in campo r Mentre
stava sonando alla veletta: V \\ qiial, per ritrovar riparo o scampo/ Dicea che solamente egli sonava, Ma eoi stio
frro mai non tinse il campq. Gli fu rispo$to allor, ch'ei meritava Maggior iien^ pero; poich sonando^ > Alle
stragi, al. furor gli altri irrita. Dopo (Tavere stabilita la legge generale,
fa d' uqpo aggiungere le ecceziotU, le. qvali per lo piiij dall' e$am delle
ragini w cut fondMli l 4lessa legge^ risultano. y url^nit jno! coBdaQQa ne nel
convenar ab eiale n nella repubblica letteraria i modi satrici pi. 0 .iDeoo
.piccanti, ma veri, contro gi indk^i^, dui t^ seguenti casi e pe' seguenti
motivi: /, 1^ Rispingere m impertinente aggressore ^ jMtiasiiiio Oacier^
entuaiasta della eiMza ^digb' antichi, ascoltando un giorno una dama che non ne
parlava Qon troppo rispetto, e prioiHpdknj^qt del divino Platone, le .disse con
tatta la gentilezza degli eroi d'Omero: Certdment;^ madama non degnasi di
leggete dtro Srittere antic che Petronio (ciascun sa che Petronio rutore prediletta de' dissoluti^;
Perdojiate^, replic ellat f aspetto, per leggerlo \ che voi fie abbiate Jatto
un santo. Chi vorreje dare al {rizao di quella dama ia ttisoiii dimpulito? Un
principe volendo divertirsi a spese d' un suo cortigiano I eli' egli avm
impiegido ip divers amb^^ecie, lo Mendicar la ragione deglattentati duno stolto
o d'un impostore. SOCRATE adoprava LIRONIA
cf. Grice -- colle persone presuntuose, con que' pretesi dotti
universali che, non sapendo nulla, davano ad intendere al popolo di saper
tutto, e pronti mostravansi a rispondere sopra qualunque argomento. Luciano
smascher il celebre Peregrino, il quale profittando della dabbenaggine
popolare, e facendo false predizioni, aveva aperta una bottega d'impostura
nella Grecia e s'era arricchito a danno del senso comune e del pubblico
costume. Mendicare i diritti del giustOy delVonesty .della patria dagli
attentati demalvagi, per falsa opinione potenti o per forza' reale. Chi avrebbe
potuto condannare Cicerone, allorch metteva in evidenza i vizi di Catilina e i
suoi atr tentati cntro la Repubblica? Il giudice che espone un delinquente alla
berlina con un cartello sul . pettOj ove t\ leggono i suoi delitti, senza dubbio un maldicente; ma questa
maldicenza personale necessaria a scorno
del delitto ed a fine;di prevenirlo' rassomigliava ad un barbagianni. Io non,
so bene a obi mi ral^omlgli, rispose il cortigiano : tutto ci cb'io so si , che
ho avuto l'onore di rappresentare molte volte vostra maest. ' Anche nel eguente
madrigale il frizzo giustilcato dal
diritto di difesa: D'un ponte al passo stretto.
Stando sopra d'un carro Tommasetto y hicontrossl In due fraU zoccolanti -, n
Che disser : Villanaccio, Ur avanU. Ed egli: Aspetto che passiate voi; ^ Non to' mettere 11 carro innanzi t* buoi .
a.. m f-Il pdjdrone che, interrogato sulle qualit d'un servo licenziato, dietro
la sua esperianza lo dchiara ladro,
senza fallo un maldicente; rna que* sta maldicenza o diffamazione utile, giacche meno male che resti senza padrone un ladro,
di quello che vengano derubati pi innocenti. ChesterOeld non distinse con
precisione i con* fini che la satira, la derisione, la maldicenza utile e
necessaria separano dalla maldicenza inutile 0 ingiusta, nel. seguente
paragrafo. La privata maldicenza non deve giammai es*^ sere accolta e divulgata
volontariamente, perch sebbene la
diffamazione possa al presente ap pagar la malignit e Torgoglio de'nostri
cuori, i> pure la fredda riflessione trarr da s fatta inclinazione
conseguenze sfavorevolissime per noi. In
fatto di maldicenza, come di ruberia, chi la
raccoglie sempre creduto
colpevole quanto il ladro stesso . Distinguete la maldicenza che svela le
altrui innocue debolezze per sola voglia di denigrare, dalla maldicenza che
svela i vizj veri e i delitti reali che possono essere dannosi al prossimo. La
prima ingiusta e riprensibile, la
seconda utile e necessaria. L'uomo cui siete per affidare la direzione della
vostra cassa, un truffatore, xxn
giocatore, un dissoluto: mi farete voi rimprovero se ve ne avvertisco? Qualcuno
vi imputa dei vizi e dei delitti falsi: vi lagnerete voi di me, se gli strappo
dal volto la maschera, e Io dimostro bugiardo ed impostore? giunto in citt un cavaliere d'industria che
co' suoi ingegnosi stratta gemmi scrocca l'altrui denaro: vorrete voi che noR
ne dia avviso a' miei amici, acci la loro jomoaa fede, non cada in laccio? AU^
corte; sevo] amate il gregge, darete la caccia ai lupi; e se gli uoiiiiali. accennerete
loro i cani arrabbiati. Jieyole ^er V uso^ della satira. Tre sono le fegole che
debonsi osservare motteggiatore, acciocch il motteggio riesca onesto e
Jegittiibo, cio non offenda n la giusti^^ ij Yumanity n la convenienza. Il
motteggio ingiusto in due modi: 1^
quando t>un^e (^ersne esent! dal vizio niputato;' 2^ qMando cade su difetti
che non possono ascri' versi a colpa, come le imperfezioni fisiche ^ ovvero le
sventure accidentali. Lumanit rimane offesa quando il motteggio nialigno acerbo. D segno d malignit chi mostrasi avido
del male altrui y M si delizici^ e cn^piaep neirinsuJtare e nel nuocerer^$id
segno d'acerbit, qualora il motteggio
sproporzionato alla jcolpat .e flagella a sangue chi ^on merita che un
lieve colpo di stafile (I)., (\\ V itoth' SoMe m rattopprata .^iHn'^Mee delle
sue maniere ^ dairameDi abituale de'suoi sguttdi, dal tiorriso d bonlA sempre
pronto a Dc^cere sui suoi labbri, di modo che 4'icoDia cessa d'essere aiuara, e
diveniva, per oqs dite, ua agro-dolce eondile dalle grazia. Cresce or '
t*inK>, or riiRro di ifustt due efemeiilt, secondo cbe il difeif Tdie
Socrate voleva correggere, era amb nodfO. Voltaire dice, che volendo censurare
Cornelio, imiterebbe iioid4> Il Quatoy nellA poomi^edl del Uakiouuto pet
ior^a y .i.Lo u Si Tola la convenienza, quando i motteggi di' sconvengono al
motteggiato o al motteggiatore Ha iveostanza di ioogo e* di tmf^; qrwto sono
sconci o villani, quando si scialacquano senza misara^ e : se ne fa professione
aperta perpetn L'ingiustzia nel
motteggiatore o maliziosa o '
irriflessiva^ la prima nasce dal bisogno di umiliar PMtrtt merito ptat
inoftlnorsi sulle f^tie deli" ftb^* battuto rivale: la seconda proviene da
un errore d3iiteUetto originalo de rislielftesie di idee^ siste* mi esclusivi,
rigidezza d carattere, tenacit d'opnoni. Da quesi^a causa derida j^e tal,Y9|ts^
l'aicer* Ut prodotta p*^ii spesso umor eausticei. etrabiUariqi^ JLi|i
causticit sovente figlia 4/ bailaalata a' Sganardio'w non previo un
eoDipUmento rispeUoso, e colla protesta d'essere disperalo per essere caj[tr41o
di Cario. Questo inpdo.di^ceosarareiMja debb' esjsere escluso dai croccili.
sociaB , se ma cb0 in vece di porre in m&no al censore uh bastone j fa d*
uopo drgfr un fltigeR di jNMe. Jl}m^ li6)Ia imwnms^h satira appoggiate al falso
va mordendo lievemente i costumi degli assenU, non ta 99vero cepsore
aggrotterai tosto ki eiglia, u tomi icon mano ardita qoeat tenoe piiiBere alla
mediocrit che si consola della pr-! |lra batwzza sfoirmndosi4i4pcimi^V
J'alte^^^ nerito V ma a condiscendenza atteggiato pi che ad a88.ei) .ammirerai
lo spirito di ehi censura, e^ter^ modo dabbii mU'applicaaioQa. Sa poi U piacere
di satireggiale gua4dgi]ia gj[i 9Staim al puntp,,(^e 'aQi;ga qwlcha ;vt.-(:;-
Tewit et6lrti0 nr?atord^^ f'':: Motti protervi, onde a maligno riso V Mover la dorma e la virt schernire ti sar
permesso di. troncare em jdigail V altrui aiscorso, e assumere la difesa degli
assenti; ma, per non scemar fede alle tue parole ^ non devi mostrare
alterazione di spirito; giacch, altrinieriti operando, al piacere di
satireggiare si assoeier, nell'animo .del satrico il, piacere di conturbarti, e
gl} assenti verranno ad essere danneggiati dalla tua stessa apologia. L'
e^peri^jdza dimostra infatti che il calare della difesa rend, tahotta gli
assalitori pi feroci, e allora la conversazione rasso miglia i^ue'aiigrifizi
sbarbar ne' quali immola vansi ijjttime omaiie. ' Lascia dunque qualche
pascerlo .alla malignit, se vuoi ch'ella ti permetta un elo.go; MBt per prosare
la. itiocei^it del, 4iio ttlo,> allorch tu stesso produrrai in mezzo le
azioni di qualcuno, in cui siano difetti frammisti a vir^, userai la dstrzza di
quel pittore che, dovendo ritrarreAntigono guercio, lo pins^ di profile.
Facezie. Un discorso che inaspettotanieiile e contro JTapparanza caoibid il
rimpjTovero in. lode, it male. in .tiene, il lisGMHre iO; sqi^exanza, lo spmzo
iii istinni^ e talora anche ali'oppostcs si chiamai face za La facezia si
divide in due. specie; La l> ^ un hrY raceoitto che fa passare IV nimo tra
alcune d\Tenture, e dopo daverne alimentota la curiortt, ikiisce con iin
sentimento non preveduto. Dionigi il tiranno avendo sapulo che una sua coni-'
me^Ua^ dajui spedita. 4l: concorso in Atene, era^t^ta eorooata^ ne injpti
rlleg)nem. CiH Ateniesi dissesn cbe^ise *avflh aero preveduta' questa
tdaf^t^joti i vsu^hf^eio cronatQ.Dlou^ venti anni prima. in qiieslo caso la
iode copre un vero disprezzo, e mmtesta la Viziosa compiacenza ct^e dovevano
provare que' repubb|i^|AMr la moi>ti d'un tiranno tanto abbminato; Sorge^^fftiBrmo
piaqvolissitna sorpeesa nel vedere etie glateniesi potevano liberar Siracusa
onorando Dioniiii in Atenei Jjl. padre Le 'i'clier, che mentre era confessurti
di Luigi XV, tenne il protocollo debeneticii ecclesiastici, dice ad uti abate:
Yoi altri esitanti agli impieglil sile oost^ amfei' finch aVet, bisoerio di
noi; 'ma qiaida siete saziati^ ci dimenticate. Ah, non temete nulla, rispose
ridendo Tabate: io iK>n vi dimcoUciier giuiumai, giaccli solip iosa^ In
questo cio tt timore si cambia in speranza^ e nel -tempo slesso i si pres^ta
improvvisamenfe ni^ upa brama I che con
somma gelosia suol tenei:s nascosta., i, Eia
un semplice detto pronto, rnaspetttoi opportuno t un vivo ^^apidgiripo
che vellica e' punge piaeevoimente. Con maggiore chiarezza e precisione di ter^
Quni>giusta il suo costume, spiega la cosa il dottissimo Gberardffil
dksemkK. La giocondit delle lacezie par che nasca ordinariamente da un ing^
gIMMt' ed iroproiovlM 'aecoppiftiBentcr W die idee disparatCL tra loro e
disconv^jiienti. l riso, semjira il prodotto 4i due sensai&ioni uiike,
sorpresa e piacere, eccitate da Jien elitra-, st 0 da finissime analogie.
L'impressione oagionata nel nostro animo da un oggetto nuovo o inaspettato
sidsiiania sorpfesia. La sorpresa
maggiore quando T oggetto .coni0 la' eosa raeectea' eonivira a/ qiiai^ suole comuneipente
succedere. Quindi la aorptesa. massiin
allorch massiio il contrasto tra il
fatto ^pcaditio .eJa-Hft: stifi.jaspettazione* Ci posto: jChie el jtUo abbia:
kmga la sorpresa^ di^ mostrato dai
seguenti notissimi fatti: Ridono frt spe&so gli ignoranti che gli o^-, mini
cotti, poich primi nn conosGndo i
rapporti die uniscftpo, ie cas.e, 9, WAggiori sorprese soggiacciono. 11 saggio
appena sorride mentre lo sciocco t'abbandona a^ riso sgangherato, ^acch il
sagg^o . EIcmonti peesla ad uso delle scuole. trava presto le idee intermedie
che imisip>pi^jlor^ liuie' afeiluate. ddto se .col fi^ kq^if^^^ successo e
che sembra smentirlo. ^ r "> a' r^r? II riso die ecdta .una facezia^
sentila la fush ma yoitai 'moltn pjore alte sead^a, e posbin diviene millo,
perdi le cose note fioii lasciano Ittoga^^liia ijorp. IL Che a/ riso non basti
una sorpresa q^it^*'^ limqu^f ma si riohicgga Vaggimla^i sensaziaue piacevole,
seop^ira rieattare -dat ft^^fuenti ietti: Noi ridiamo ricordando le nostre
passate fi^l^ Qv^j^m^ aUoiaOia annessa jd^a del .disi^nore, perch questa
Vicordanxa d risalta al sen^ limentOc:4^4.;POSti;a #Utuaj|^e .saggezza e!, quasi
dissi, le accresce piregio; t, evi^ rvjV/. 2. Noi ridiamo aH'udire le altrui goffaggini;
il,* cl\e fiorse d^riiui dairamor (HPQpriOr il qmlei gica-f, see nello scoprire
in altii de'difetti de'quali egU ait crede esente. Koi rdiamo alle sveMure^dei
ncNMvl^nemicti. allorch non sono s forti da interessare la nostra compassione;
poich le accennate sventure ad^ scano piacevolmente il sentimento dell'
inimicizia e della vendetta.,i^>>i -^^t^^fi r/Ji^U\p>y'4,i ^j'^Mip^i
4. I beffardi ridono nello scliernre quest o quello, giacch il loro orgoglio
coglie tanti gradi di piacere, quanti gradi di depressione ed avvilimento fa
subire agli altri co'suoi motteggi.
^fi.p Noi ridiamo nello scoprire somiglianze tra oggetti che credevamo
non ne serbassero alcuna, come rdiamo in generale sentendo ingegnosi tratti di
spirito; perch il facile esercizio della nostra intelligenza nel rapido
passaggio da un' idea dtf un'altra, cui
rapporti lontani non erano ben noti e distinti,
per se stesso piacevole, com'
piacevole un moderato passeggio, il respirare aria nuova, la comparsa d'
un lume neiroscurit e simili; 2.0 perch quella cognizione diviene argomento
della sagacit nostra^ la quale ha saputo cogliere un elemento che, i:esto
all'analisi, al comun guardo ascondevasi* V. "4(^j*, III. j4cci la
sorpresa e il piacere cagionino riso, vogliono essere prodotti da lievi
contrasti 0 da finissime analoge; ecco qualche fatto: 1. Alla vista, per es. d'un bel quadro,
all'udire una bella musica, noi proviamo sorpresa e pia- cere, ma non rdiamo;
dite lo stesso allorch al' vostro occhio s presenta l'arcobaleno od altro
simile grandioso ed innocente fenomeno. "i.^ Vi cagioner sorpresa e
piacere senza farvi ridere la vista d'un animale selvaggio non mai veduto
prima, per es. la grossa scimia chiamata Qurang-outang. Ma se la scimia vi si
presenta con berretto da cardinale in testa, voi non potrete comprimere il
riso: v' qui un' contrasto. Osservate bene che non tutti i contrasti fanno
ridere^ ma solamente i contrasti lievi, e son quelli che escludono la
compassione e l'orrore. Se un uomo millantandosi di poter saltare un fosso vi
cade in mezzo come un animale, voi ridete sgangheratamente; ma se, cadendo si
rompe una gamba od altro, voi non ridete pi; qui il riso compresso dalla compassione. Dire con
Aristotile, che il riso prodotto da una
deformit senza dolore^ ristringere di
troppo, secondo che io ne giudico, il campo del ridicolo; poich spesso noi
ridiamo saporitamente senza che alcuna ombra di deformit al nostro spirito si
appresemi. Infatti ci fa ridere la scoperta di finissima analoga non prima
supposta, l'unione di qualit che sogliono essere disgiunte, la disgiunzione di
qualit che vanno ordinariamente unite insieme. TI rasllf^'lone raccoma come un
dottore vedendo uno che per giusti/.a era frustato intorno alla piazza, e
avendone compassione, perch 'I meschino, hench le spalle leramente gli
sanguinassero, andava cos lentamente, come se avesse passeggiato a piacere per
passar tempo, gli disse. Cammina, poveretto, ed esci presto di questo affanna
Allora il luion uomo, rivolto, guardandolo quasi per maraviglia, stette un poco
senza parlare, poi disse : Quando sarai frustato tu, anderai a modo tuo \ eh'
io adesso voglio andar al mio. Vediamo in questo caso disgiunte due quail che
sogliono essere unite; cio, sotto Fazione delle percosse, non scorgiamo n I
SEGNI DEL DOLORE [cfr. Grice frown], n
lo sforzo a liberarsene. Abbiamo dunque dun lato una forte sorpresa, dallaltro
Fonti 4ija0ezie Le numerose FONTI da cui s^possoikl tram et^cezie, vogliono
esser ridotte a cinque capi generali. Deformit logiche, deformit morali,
deformit fisiche; opposizione artifiziale tra lo stile Grice: THE HOW -- e il soggetto (Grice: THE
WHAT), e somigh'aoze e contrariet lontane o LATENTI (implicit Grice) ed miprovvisamente svelate. Sono
DEFORMITA LOGICHE le deviazioni dal retto raziocinare; e i gradi desse sono
sempre maggiori quanto pi peccano GRICE:
flout, INFRINGE] contra le regole del giusto raziocinio. L'rghpranza quindi
delle 1) pili facili combinazioni, la credulit soverchia, i> la scimunitaggine
sono FONTI sicurissimi dia'qiiali emerge quella deformit logica che provoca il
riso [man is a laughable animal Grice on
Aristotle] senza eccitare n rodjQ nla compassione. Quindi le parole o prive di
senso o storpiate, le interrogazioni, le risposte fuor di proposito, e le
incoerenze, la pertinacia negerrori evidenti, e quella abitudine che i goffi
hanno d dir sempre e credere le cose a rovescio dei logici detr tand . un sospett di quel padeiit o non
gffrissC} il che fa tacere n denttinoto penoso della compassione o ituscisae a
deoilnare il dplre il che d luogo ad anudirazione scevra d'invdia. Io non
saprei come innesLire sulle azioni e sul discorso di quest'uomo Lidea della
deformit mentre vi veggo cbiarrsslmo un bel contrasto con quanto succede comunemente.
DUn esemplo di ^&r^giooaaieuto logico cagionato a ' bijina d^e d'irgotglia
s vede nel discorsa 'die ALFIERI (vedasi) mette in bocca al suo conte, allorch
costui viene a contrasto eoU'abate, futuro mae^a .de'suo] pgl^ sup'ofiiararto
che gli vuol dare. Ora, venendo al sodo, .S. ^ Del salario parliamo. V do tre
scudi; Che tutti in casa far star bene io godo. Ma, signor, le, par egli? a me
TRE SCUDI? S Al cocchier ne da SEI. Che impertinenza? Mancan forse i maestri
anco a DU'scudi? Ch' ella in somma poi vostra scienza? '^r% Chi siete^D somma voi,
che al mi' cocchiere Veniat a contrastar la precedenza? l K GU nato in casa, e d'un mi'cameriere: i i Mentre
tu sei di padre contadino, e lavorano i tucti r/altrui podere^ H Compitar,
senza intenderlo, il latino. Una zimarra, un mantello n tallare, i rCn> coUaru^cia sudi-rcelestrino, Vaglion
irse a natura in voi cangiare r. Poche parle: io p^go^ereibeiiissimo: C . u '
Se a lei non quadra ella padron
d'andare. Atteso una grata sorpresa sono parimente mate)ie di RISO (laughable
animal Grice on Aristotle) le imle^
intelligenze come allorch un discorso vien preso ih UN SENSO OPPOSTO cf. Grice, IRONY -- a quello che gli dato da chi. Jo pronunci; d'onde nasce una contrariet fra la
dimanda How is he getting on at his new
job at the bank, Im out of gas -- e la risposta
He hasnt been to prison yet, theres a garage round the corner --, ed una
sensibilissima divergenza. Per
es., Pietro dimanda a Paolo robbare a
Pietro per pagare a Paolo Dove va? Paolo
risponde jparfii pesci. ij,.i^L.o i.Appartengono a questa tasse t ISu'tle
contengono un certo inganno inaspettato, per cui nasce molestia ad alcuno senza
dolore per e senza grave incomodo. Per DEFORMITA MORALE intendesi quella che
NON E CONSONA ALLUSATA MANIERA CON CUI CONVERSANO GLUOMINI, ma s per che non
turbi o funesti lordine socievole, poich allora questa deformit anda congiunta
colla scelleratezza, e ingenererebbe ODIO
My lips are sealed --, NON RISO. Quindi fanno ridere lincongruenza
decaratteri, perci sembrano piacevolmente assurde alla Youre the cream in my coffee -- le
millanterijs in bocca d'un vile, e LE GRAVI SENTENZE SUL LABBRO DUNA MERETRICE
e simili. Tutti i caratteri e tutte lazioni che hanno l'aria di singolarit cio
che si scostano dalle ricevute costumanze; la discordanza tra i mezzi e il fine
(METIER) prpostosi Grice: conversation
as goal-directed rational discourse -- o le pretensioni maggiori delle forze.
Le passioni gagliarde svegliate da lievi cagioni; talvolta per es., resta
annullato un progetto di matrimonio, di commercio, od altra associazione, per
contesa sui titoli de'contraenti da inserirsi nella carta di CONTRATTO Grice: For a while, I was a
quasi-contractualist, and my pupils suffered my seminars as a result!--; e le
reciproche vanit rimbalzano come rimbalzano e retrocedono due palle elastiche
che, moventisi in opposte direzioni, vengono ad urtarsi in mezzo al bigliardo.
Allorch il cardinale Mazarino, ministro francese, e don Luigi di HarO) ministro
spagnuolo, convennero nellisola deFaggianI (in mezzo alla Bidassoa sul confine
dedue regni), per concertare tra laltre cose il matrimonio d'una S. Gli sforzi
per attribuire aglaltri la colpa, de nostri sbagli.r A scanso di ripetizioni
vedi il passagio. DEFORMITA FISICA si
quella che emerge dalle deformit visibili, corporee, naturali.
Vastissimo campo di ridicolo CYRANO
dALFANO -- si questo, poich infinite
sono laberrazioni che notarsi possono nel regno della natura, e nell'uom
principalmente, che per eccellenza detto
re della natura Grice,
natural/nonnatural -- medesima. Quante mai numerar si possono deformit corporali,
sia nei membri, sia nel portamento, tutte sono GIOCONDISSIMA FONTE DI
RIDICOLO cf. Trump --, perch le deformit
che prendonsi D per oggetto di scherzo non siano indecenti o col dolore
congiunte, poich allora non riso, ma ecciterebbero di leggieri odio O COMPASSIONE. Un uomo urbano per altro non
fa MAI oggetto di scherzo quelle fisiche deformit che non si possono attribuire
a colpa cf. Grice on Strawson on Freedom
and resentment --, come ho gi detto pi volte. Ito Linfante di Spagna, Maria
d'Auslda, con Luigi XIV re di Francia, sono tante le reciproche pretensioni,
sorgeno si gravi difficolt sul cerimoniale e letichetta, che trascoreno due
mesi prima che i ministri possono accordarsi. Un ingegnere mezzo ul)briaco e
barcollante prende a misurare un terreno, e commette: ercoli tali die glastanti
ne fanno le maraviglie. Il buon uomo in vece di rendere giustizia a s stesso,
se la prende col suo strumento, e dice balbetttUdo: Ehi ma il difetto nella mia pertica: ora ella lia otto piedi,
ora non ne ha quattroj e la getta sul fuoco. In questo esempio primeggia la
deformit logica sulla deforniif morale. Ceretti. .j^ xxl i^\.^r Jife ctoi^ v
ti. "'llr, il ridicolo nasce alle volte dal veder trattali con uno stile
lepido e scherzevole glargomenti gravi e severi, il che vellica piacevolmente
la malignit del cuore umano, il quale gode nel veder posti a livello glioggetti
eminenti coi pi comuiif, ed questo il
copioso fonte delle parodie. Talvolta all'incontro s'induce riso col ragionar
doggetti bassi e plebei in un tono grandioso ed elevato cf. Grice, The theory of context --, dal che
vengono essi a ricevere unaria comica e faceta, mentre sotto aspetto di lode
son fatti ridicoli, e LA CRITICA RIESCE TANTO PIU SALSA QUANTO PIU E
DISSIMULATA cf. Grice: Miss X. executed
a series of sounds that closely corresponded to the score of Home, Sweet Home. --.
Senza alcuna specie di discorso si pu eccitare ridicolo con una lode apparente
smentita dal fatto (A fine friend! +> a scoundrel Grice). Batru, che ha motivo di lagnarsi del
duca d'Epernon, fa un libro che ha per titolo, Le grandi imprese del duca
d'Epernon cf. H. P. Grice, Prejudices
and predilections; which, become, The life and opinions of H. P. Grice -- ma
tutti i fogli del libro sono bianchi. tt Debbono essere collocati sotto questo
titolo queCONCETTI DAMBIGUO SIGNIFICATO, onde pu trarsene una grave sentenza ed
una arguta fa) cezia. DAMN BY FAINT PRAISE
He has beautiful handwriting
Grice. Cos a dire d'un uomo liberale, che quello che ha non suo pu divenir salso ove si V torca a biasimo
d'un ladro: e salso riesce cf. Grice on
the philosophy tutor on Socratic midwifery: stranging error at birth -- per D
non dissimil ragione quel motto citato da Tullio CICERONE (vedasi), )i a proposito dun servo
infedele, lui essere il y> solo, per cui mdla vha in casa disuggellato e di
chiuso; il che a lode d'un servo LEALE po irebbe dirsi ugualmente. Se non che s
fatti >p scherzi vengono commendati pi per ingegnosi .?>> che per
festivi, essendo manifesto INDIZIO
DICTUM di Grice -- d'acuto ingegno il tor LA PAROLE IN ALTRA
SIGNIFICAZIONE DA QUELLA IN CHE SOGLIONO ESSER USATE Grice on Humpty Dumpty, Impenetrability.
Ordinariamente questi scherzi riescono insipidi, perch per lo pi dun lato
lasciano scorgere la voglia di scherzare e l'impotenza di riuscire. Dall'altro,
non producono effetto sensibile sull'animo per mancanza d'acume. Tra tutte la
maniere onde si perviene a movere RISO --- Grice on Aristotle: a laughable
animal --, piacevoli senza fine riescono, tanto il torcere contro d'altrui quel
frizzo che a farci ridicoli proferito, a
quel modo che CATULLO (vedasi), interrogato da Filippo perch abbaiasse. Perch
vedo il ladro, risponde; quanto dal concedere argutamente all'avversario ci
stesso con che ti morde, trarne appunto occasione di vituperarlo, siccome usa
avvedutamente L. CELIO (vedasi), al quale essendo da taluno di bassi natali
rimproverato che egli indegno desuoi
maggiori: Aff, ripiglia, che tu se' degno de' tuoi. In questi e simili casi il
piacere risulta da doppia fonte. Primo, dalla depressione d'un impertinente,
aggressore, o sia dalla cessazione d'un dolore; il che, quando succede
rapidamente nelle cose mo-.^ fall, equivale a piacere. Secondo, daglimprovvisi
rapporti di somiglianza tra la pro-posta e la ris-posta. Il ridicolo risultante
dalla scoperta improvvisa di somiglianze o contrariet non comuni, non si Luigi
XV dice un giorno al conte Eric di Sparre, che
due volte ambasciatore in Francia pel re di Svezia: SigfioF di Sparre,
provo dispiacere vivissimo in pensando che voi non siete della mia religione.
Un giorno o lallro io ander in cielo, e non vi trover. Perdonatemi, sire,
risponde lambasciatore. Il mio padrone mha ordinato di seguirvi dappertutto. ,
f pu assolatamaote attribuis alia iiialigQil|iiMa, come si dovrebbe, se in
queste indagini si preip (fesse peK gttid la ^ola teoria dAsistotete il che
multer meglio dall'analisi del seguente fiattv. Un contadino, venuto a dolersi
pon un podest perch gli rubatali sto
ino^ dopo d'aerare; parlato della. Sfla povert e dellinganno fattgH dal ladro,
per. fine pj grave la perdita sua, dice. Messere, se voi aveste veduto il lio
asioo^, aiio0r, fiitt riconoscereste quanto io ho ragion di dolermi; ch quandi
veva il suo basto a^osiSiH f iHraa :f sopriam^iM^ *ii8^^i^hevci cagiona qiipste
4i8Cor^^ non n^sce dal vedere depresso TulHo a livello dellasino, ma DVoiedei^x
sorz;aur dosi d'ingrandirne lidea, scappa &ori improvTl^ ^saQiente con un
confronto nuovo, e si Insinga t^^r sowiigliaiwa.tra Basilio e TiilfiQ^r l
tttele cose vi sono certi limiti che non si ebboo oltrepassare, certe
condizioni alle qu^l jEa d'uopo sottomettersi -- largomento trascendentale
debole di H. P. Grice. Altrimenti facendo, si va lungi, dalla meta o METIER, GRICE -- cui si propone di
giungere, non si consegue lo scopo che si vagheggia (Dont bite more than you
can chew Grice). Lo ^opo cui miriamo, i
mezzi che possiamo porre m pera, servond a farci ricondscere quelle condizioni
e quelimiti. Le faczie x) celie che teodono a rendere festiva a brigata, s
possono considerare nella persona che le dice;. i.o Ifelia persona che m l'oggetto;r3. Migli auuiti eh, le aseetbp^i'
Persiona che^ celia . 1^*0 uomo geutila n ride n fa ridere aUa foggin de'pazzi^
degU seioeioliii id^IL iilriichif deglinetti, debuffoni, Fenelon non ischerza
come arlecchino: u Xmsm 4 M8to eaft stanno allinferno). Una vecchia contessa
assai ricca avendo sposato'un marchese malagiato, e nel contratto di
matrimonio. Le celie, allorch il soggetto lo comporta devono richiamare gli
spiriti alla morale. Non si deve cambiare il mezzo in fine (METIER GRICE), cio non conviene consecrare alle
celie quel tempo che dovuto alle cose pi
gravi. Da tale passione pe'combaltimenti di spirito o duelli di mot, leggi e di
celie sono invasi i normanni, che anche nellardore d'un assedio i nemici
sospendeno talvolta lostilit cf. Monty Python, THE HOY GRAIL -- per
abbandonarsi ad una guerra meno dannosa, guerra di motti, di redarguziom,
de'buffonerie. Allorch qualcuno dei due partiti, preso da questa vaghezza, si mostra all'altro
in abito bianco, il che riconosciuto ed
accettato come una sfida di celie. La qual cosa certamente non riprensibile in tempo di guerra, giacche non
distrugge citt guerra di lingue avendogli falla la donazione di luUi i suoi
beni, lemelle, dopo molte infedelt, che il marito volesse disfarsi di lei, e un
giorno sentendosi male, crede e dice d'essere avvelenata. Avvelenata?, risponde
il marchese alla presenza di pi persone. E chi accusate voi di questo delitto?
Voi, replica la dama. Ah, signori, nulla di pi falso, esclama il marito.
Sventralela subito, e toccherete con mano la calunnia. Qui l'acerbit e la
malignit vanno insieme. Si fa rimprovero ad una donna perch acconsente a
sposare un uomo che urta di fronte glusi e le mode del suo tempo, un orUjinale
in una parola. Ma la singolarit di quest'uomo non che un vizio dello spirilo, e nessuno ha
lanimo pi onesto di lui. Quindi la donna che lo conosce, risponde con finezza.
Lacconsento a sposarlo perch spero che sar buon marito per singolarit ed mee male dileggiarsi che iieoidev9; ma 6ao^
vafii di Salisbury rimprovera ai detti popoli quell'eccedente p^issiona aoebe
ia tempo di pace. Kantagqi che si possono trarre dalle /ae^ie. Bench le celie s
riducano a momentanei tratti di spirito^ i^e, ^imiU^alle sciatillc,
jcoin|^ariscooo -e eessano m un utante Don segue pero che di grandi eventi non
possano esser cagione. Infatti, alloich^ei tvatta di coscT mrali, gleffetti
dipendono dalla determinazione della volont. Ora a determinarle la volont i pi
frivoli MOTIVI (Grice/Baker) bastano, s quando mancano MOTIVI (Grice/Baker) pi
gravi, s quandi questi si trovano in opposizione come una seinplice dramma
basta per'&r traboccare la blaacta a mensa i il|Mi||0Q>Mm*vadaDdo ^mm di
perdono/ 'ifM tutto II piatto sopra tjll'liii||lah cabile re. Nouchlrevan, pi
sorpreso che sdegnalo, volle saperi la ragione di siffalta temerit. Prncipe,
gli disse i( paggio, io desidero die te laia morte non rechi niacclia. 1 alia
ofiiii Hplitazioiia; com ve de'moffiirehi, mavoi perdereste quello bel titolo
se l po slertfi sapesse che per lievissima colpa condannaste a morie ano
devostri sudditi; perci ho versalo tu Ito il piatto. Nouchirevan rientrato lo
se stesso vergogp della sua collera, e gli f(?ce grazia. Il Mareles dAndrea
tnristeva press Luvis ministro della guerra in Francia, onde ottenere una
carica^ il ministro die aveva ricevute parecchie lagnanze contro questo
officiale gliela ricusava. S io eoiniociassi a servire so. ben io ci ^he fael,
ri8|Mstf roffieii|le un po^ emmosso; fi che fareste vd ? gli disse fl mli^stro
con un tono risentila Regolerei s bene la mia coikloUa, replic l'officiale, che
non vi trovereste nulla da ridire. Il ministro sorpreso plaeevollafDte da
questa sposia, acl pcNlerl.-tin ii|le cl)e a fondo conosceva
qitelmQlantaiofe che sapea qaaiilk tasse
povero in riim; non potendo pi contnersi a lal iattanze, gii inosse sobi. Grice: Ferrariss Galateo was
so famous that, unlike Vico with his new science, a few philosophers cared to
consider seriously a nuovo Galateo. Antonio
De Ferraris, Antonio De Ferraris. Galateo. Ferraris. Keywords: conversazione,
il Galateo, il nuovo Galateo. Refs.: Luigi Speranza, Ferraris e Grice The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferraris:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della supercazzola –
scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza
(Torino). Abstract. Grice: “I
cared for the sceptic for too long – and then I discovered pirotology!” The
fact that in the introduction of expressions for specific prehensions a demand
is imposed on a further theory to define functions mapping such pre-hensions on
to physical situations might well prove fatal to a sceptic about the material
world. How can such a sceptic, who is unsceptical about descriptions of
sense-experience, combine the demand implicit in such descriptions with a
refusal to assent to the existence of the physical situations which, it seems,
the further theory would require in order to be in a position to meet the
demand?Keywords: pirotology. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino,
Piemonte. Grice: “Ferraris is what the in the Renaissance used to be called a
‘Renaissance man.’ My favourite of his essays is “La svolta testuale” – he is
into Derrida and Yale, but I’m into Grice and Harvard, and I still connect!” Si
laurea a TORINO sotto VATTIMO (si veda). Insegna a Macerata, Trieste, Torino al
Laboratorio di Ontologia dal Centro Inter-Dipartimentale
d’Ontologia. Studiato a Torino. In ambito teorico, lega il suo nome al rilancio
dell'estetica come teoria della “sensibilità” a un'ontologia sociale intesa
come ontologia dei documenti (documentalità) e a un superamento del post-modernismo
attraverso la proposta di un nuovo realismo. Centro inter-universitario d’Ontologia
Teorica e Applicata. I primi interessi di F. si rivolgono alla filosofia
post-strutturalista (“Differenze”; “Tracce” e “La svolta testuale”). Specificamente
a Derrida, F. dedica: Postille a Derrida, Honoris causa a Derrida Introduzione
a Derrida, Il gusto del segreto e, infine, Derrida. Ritratto a memoria. Lavorando
invece a contatto con Gadamer, si rivolge all'ermeneutica, scrivendo: Aspetti
dell'ermeneutica, Ermeneutica di Proust, Nietzsche e la filosofia, e
soprattutto Storia dell'ermeneutica. F. sviluppa un'articolata critica alla
tradizione heideggeriana e gadameriana (si veda in particolare Cronistoria di
una svolta, postfazione alla conferenza di Heidegger La svolta), che fa valere,
in particolare, l'apporto del post-strutturalismo come contestazione del
retaggio romantico e idealistico che condiziona tale tradizione. La conclusione
di questo percorso critico sfocia nella riconsiderazione del rapporto tra lo
spirito e la lettera e in un ribaltamento della loro contrapposizione
tradizionale. Spesso i filosofi e gl’uomini comuni disprezzano la letterale
norme e i vincoli che sono istituiti attraverso documenti e iscrizioni di vario
genere anteponendole lo spirito il pensiero e la volontà e riconoscendo la
libera creatività del secondo rispetto alla prima. Per F. è la lettera a precedere
e fondare lo spirito. Abbandona il relativismo ermeneutico e la decostruzione
di Derrida per abbracciare una forma di oggettivismo realistico secondo cui l'oggettività
e realtà, considerate dall'ermeneutica radicale come principi di violenza e di
sopraffazione, sono di fatto e proprio in conseguenza della contrapposizione
tra spirito e lettera di cui si è dettola sola tutela nei confronti
dell'arbitrio. Questo principio, valido in ambito morale, ha nel riconoscimento
di una sfera di realtà indipendente dalle interpretazioni il suo fondamento teorico.
Il mondo esterno, riconosciuto come inemendabile, e il rapporto tra schemi
concettuali ed esperienza sensibile (l'estetica, riportata al suo significato
etimologico di “scienza della percezione sensibile”, acquisisce una rilevanza
primaria si vedano, in particolare, Analogon rationis, Estetica (con altri autori),
L'immaginazione, ed Estetica razionale sono temi dominant. Rilegge Kant
attraverso la fisica ingenua del percettologo triestino BOZZI (si veda) (Il
mondo esterno e Goodbye Kant! La “ontologia critica” ferrarisiana riconosce il
mondo della vita quotidiana come largamente impenetrabile rispetto agli schemi
concettuali. Il mancato riconoscimento di questo principio risale alla
confusione tra ontologia (la sfera dell'essere) ed epistemologia (la sfera del
sapere), di cui F. articola una tematizzazione critica fondata sulcarattere di
inemendabilità che è proprio dell'essere rispetto al sapere (si vedano in
particolare: Ontologia e Storia dell'ontologia.La sua riflessione sul
realismo sfocia nell'elaborazione del Manifesto del New Realism. L'esito
naturale dell'ontologia critica è il riconoscimento accanto al mondo
inemendabile di un dominio d’oggetti in cui la filosofia trascendentale
kantiana trova la sua adeguata applicazione: gl’oggetti sociali,
l’intersoggetivo (Dove sei? Ontologia del telefonino, Babbo Natale, Gesù adulto, Sans Papier, La
fidanzata automatic, Il tunnel delle multe. La tesi di fondo è che la
distinzione tra ontologia ed epistemologia, unita al riconoscimento
dell'autonomia ontologica dell’intersoggetivo, della sfera degli oggetti
sociali (regolata dalla legge costitutiva “oggetto = atto iscritto”), consente
di correggere la tesi derridiana secondo cui "nulla esiste al di fuori del
testo" (letteralmente, e a-semanticamente, “non c'è fuori testo”) per
teorizzare che “niente di sociale esiste fuori del testo”. Documentalità.
Perché è necessario lasciar tracce.In seguito la sua si arricchisce di piccole ma significative
metafisiche dei costumi artistici e scritturalifin anche ultratecnologici con
Piangere e ridere davvero e Filosofia per dame, vere e proprie grammatologies,
insomma, ma ri-viste, e robustamente visionarie, oltre che re-visionate, come
del resto tutti gli articoli di intervento culturale (si cfr. esemplarmente
quelli per Alfabeta e Alfabeta). La svolta realista compiuta da partire
dalla formulazione dell'estetica non come filosofia dell'arte, ma come
ontologia della percezione e dell'esperienza sensibile trova un'ulteriore
declinazione nel Manifesto del nuovo realism. Il Nuovo realismo, i cui principi
sono anticipati da Ferraris in un articolo uscito su Repubblica l'8 agosto e che avvia un imponente dibattito, è in
primo luogo un consuntivo di alcuni fenomeni storici, culturali, politici
(l'analisi del postmoderno sino al suo deteriorarsi in populismo mediatico). Da
queste considerazioni consegue la messa in chiaro degli esiti prodotti dalle
derive del postmoderno nel pensiero contemporaneo (l'interpretazione dei
realismi filosofici e delle “teorie della verità” che si sviluppano a partire
dalla fine del secolo scorso come reazione a una devianza del rapporto tra
individuo e realtà). Da questo scaturisce la proposta di un antidoto alla
degenerazione dell'ideologia postmodernista, alla prassi degradata e mendace
della relazione con il mondo che questa ha indotto.Il Nuovo Realismo si
identifica infatti nell'azione sinergica di tre parole-chiave, Ontologia,
Critica, Illuminismo. Il Nuovo Realismo è stato oggetto di discussioni e
convegni nazionali e internazionali e ha sollecitato una serie di pubblicazioni
che implicano il concetto di realtà come paradigma anche in ambiti
extrafilosofici. In effetti, il dibattito sul nuovo realismo, per
quantità di contributi e media implicati, non ha equivalenti nella storia
culturale recente, tanto da essere stato assunto 'case study' per analisi di
sociologia della comunicazione e linguistica. Il nuovo realismo ha sollecitato
una serie di pubblicazioni che ne discutono le tesi, a cominciare da Della
realtà: fini della filosofia, Milano, Garzanti di Vattimo e Inattualità del
pensiero debole, Udine, Forum, di Rovatti sino a Il senso dell'esistenza. Per
un nuovo realismo ontologico, Roma, Carocci,, di Gabriel, Bentornata Realtà. Il
nuovo realismo in discussione (Caro e F.), Torino, Einaudi, e a Sociologia e nuovo realismo,
Milano-Udine, Mimesis, di Luca
Martignani (che fa parte della collana “Nuovo Realismo” diretta da F. e De
Caro, che conta numerose pubblicazioni). Al Nuovo Realismo di Ferraris
hanno aderito sia filosofi di formazione analitica, come Caro (cfr. Bentornata
Realtà, a c. di Caro e F.), sia filosofi di formazione continentale, come
Beuchot (Manifesto del realismo analogico, ), Taddio (Verso un nuovo realismo) e
Gabriel (Campi di senso. Un'ontologia neo-realista), che ha raccolto il
sostegno di filosofi come ECO (si veda), Putnam e Searle, e che si incrocia con
altri movimenti realisti sorti in modo indipendente ma rispondendo a esigenze
affini, come il realismo speculativo di Meillassoux e di Harman. Per il nuovo
realismo, il fatto che sia sempre più evidente che la scienza non è
sistematicamente la misura ultima della verità e della realtà non comporta che
si debba dire addio alla realtà, alla verità o alla oggettività, come aveva
concluso molta filosofia del secolo scorso. Significa piuttosto che anche
la filosofia, così come la giurisprudenza, la linguistica o la storia, ha
qualcosa di importante e di vero da dirci a proposito del mondo. In questo
quadro, il nuovo realismo si presenta anzitutto come un realismo negativo: la
resistenza che il mondo esterno oppone ai nostri schemi concettuali non va
considerata come uno scacco, ma come una risorsa, come una prova dell'esistenza
di un mondo solido e indipendente. Se le cose stanno in questi termini, però,
il realismo negativo si trasforma in un realismo positivo (Cfr. F., Realismo
Positivo, Rosenber e Sellier ). Nella sua resistenza la realtà non costituisce
soltanto un limite, ma offre anche delle possibilità e delle risorse, il che
spiega come, nel mondo naturale, forme di vita differenti possano interagire
nello stesso ambiente senza condividere alcuno schema concettuale; e come, nel
mondo sociale, le intenzioni e i comportamenti umani siano resi possibili da
una realtà che è anzitutto data, e che solo in un secondo momento potrà essere
interpretata e, se necessario, trasformata. Esauritasi la stagione del
postmoderno, il nuovo realismo ha intercettato un diffuso bisogno di
rinnovamento in ambiti extradisciplinari come l'architettura, la letteratura,
la pedagogia, la medicina. L'ultima corrente filosofica inaugurata ha
provocato resistenze e critiche da parte dei sostenitori del postmodernismo e
del pensiero debole. Altre saggi: “Differenze. La filosofia dopo lo
strutturalismo” Milano: Multhipla); “Tracce. Nichilismo moderno postmoderno,
Milano: Multhipla); Mimesis, La svolta testuale. Il decostruzionismo in
Derrida, Lyotard, gli “Yale Critics”, Pavia: Cluep); L’ermeneutica (Genova:
Marietti); Proust, Milano: Guerini e associati,
Storia dell'ermeneutica, Milano: Bompiani);Nietzsche (Milano: Bompiani; Cronistoria
di una svolta, in Heidegger, La svolta, Genova: il Melangolo (traduzione e
conclusione, Postille a Derrida, Torino:
Rosenberg et Sellier); La filosofia e lo spirito vivente, Roma: Laterza); Mimica.
Lutto e autobiografia da Agostino a Heidegger, Milano: Bompiani); “Storia della
volontà di potenza, Milano: Bompiani) Analogon rationis, Milano: Pratica
filosofica, 1nterpretazione ed
emancipazione. Milano: Cortina); L'immaginazione, Bologna: il Mulino); Estetica,
(con altri autori), Torino: Pomba); Il gusto del segreto, con Derrida, Bari:
Laterza); Estetica razionale, Milano: Cortina); Honoris causa a Derrida,
Torino: Rosenberg e Sellier); Una Ikea di università, Milano: Cortina); Il
mondo esterno, Milano: Bompiani); L'altra estetica, (con altri autori), Torino:
Einaudi); Derrida, Roma: Laterza); Ontologia, Napoli: Guida); Goodbye Kant!,
Milano: Bompiani); “Dove sei? Ontologia del telefonino, Milano: Bompiani); “Babbo
Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede?, Milano: Bompiani); Sans papier.
Ontologia dell'attualità, Castelvecchi: Roma); La fidanzata automatica, Milano:
Bompiani); Il tunnel delle multe. Ontologia degl’oggetti quotidiani, Torino:
Einaudi); Storia dell'ontologia, Milano: Bompiani, Una Ikea di università. Alla prova dei fatti,
nuova edizione, Milano: Raffaello Cortina; “Piangere e ridere davvero.
Feuilleton, Genova: Il melangolo); Documentalità. Perché è necessario lasciar
tracce, Roma-Bari: Laterza); Ricostruire la decostruzione. Cinque saggi a
partire da Derrida, Milano: Bompiani); Filosofia per dame, Parma: Guanda); Anima
e iPad, Parma: Guanda); Manifesto del nuovo realismo, Roma-Bari: Laterza, Bentornata Realtà. Il nuovo realismo in
discussione, con Caro, Torino: Einaudi); Lasciar tracce: documentalità e
architettura, Visconti e Capozzi, Milano: Mimesis); Filosofia Globalizzata, con
Caffo, Milano: Mimesis); Realismo Positivo, Torino: Rosenberg e Sellier); Spettri
di Nietzsche, Guanda: Parma); Mobilitazione Totale, Roma-Bari: Laterza); I modi
dell'amicizia, con Varzi, Napoli-Salerno: Orthothes); Emergenza, Torino:
Einaudi); L'imbecillità è una cosa seria, Bologna: il Mulino); Filosofia
teoretica, con Terrone, Bologna: il Mulino,
Postverità e altri enigmi, Bologna: il Mulino); Il denaro e i suoi
inganni, con Searle, Torino: Einaudi); Intorno agl’unicorni. Supercazzole,
ornitorinchi, ircocervi, Bologna: il Mulino); Il capitale documediale.
Prolegomeni, in Scienza Nuova. Ontologia della trasformazione digitale, Torino:
Rosenberg e Sellier. Responsabile scientifico di "Pensiero in
movimento", Pearson Libri in collana di quotidiani: Oltre che diverse
curatele e interventi per il "Caffè Filosofico" del settimanale
l'Espresso e la collana "Capire la Filosofia" de la Repubblica si
segnalano: "Felicità. Cos'è
la ricerca della felicità?", Roma, la Repubblica, "Libertà. Quando si è davvero liberi?",
Roma, la Repubblica, "Arte. Perché
certe cose sono opere d'arte?", Roma, la Repubblica, "Male. È possibile vivere senza il
male?", Roma, la Repubblica, "Uguaglianza. C'è qualcuno più uguale
degli altri?", Roma, la Repubblica, "Bellezza. C'è una regola del
bello?", Roma, la Repubblica, s
"Mente. La mente è soltanto il cervello?", Roma, la Repubblica,
"Morale. C'è un solo modo giusto di
vivere?", Roma, la Repubblica, "Potere. Perché si lotta per il
potere?", Roma, la Repubblica, "Pensiero. Che cosa significa
pensare?", Roma, la Repubblica, "Violenza: La violenza è
inevitabile?", Roma, la Repubblica, "Passione: Chi decide, la ragione o la
passione?", Roma, la Repubblica, "Senso: Che cosa ci manca quando diciamo
che la vita non ha senso?", Roma, la Repubblica, "Linguaggio: Si può pensare senza
parole", Roma, la Repubblica, s"Scienza: Che cosa sanno gli
scienziati?", Roma, la Repubblica, v "Filosofia: A cosa servono i
filosofi?", Roma, la Repubblica, ha curato, oltre a partecipare con
singoli interventi, la seconda serie del "Caffè Filosofico" di
Repubblica curandone gli epiloghi. Nel biennio - ha diretto e condotto
tre serie del programma televisivo Zettel Filosofia in movimento in onda su Rai
Scuola. Nel e nel ha continuato tale lavoro nel programma
televisivo "Lo stato dell'arte", in onda su RAI5. Conduce la rubrica
di Rai cultura "Opera aperta", in onda sullo stesso canale. “F.",
in D. Antiseri e S. Tagliagambe, Filosofi italiani contemporanei, Milano:
Bompiani, "Maurizio Ferraris", la Repubblica, Per una rassegna completa del dibattito sorto
intorno al "Manifesto del New Realism" si veda Copia archiviata, su
labont. Nuovo Realismo | Il sito ufficiale della rassegna nuovo realismo R. Scarpa, Ilcaso Nuovo Realismo. La lingua
del dibattito filosofico contemporaneo, Milano-Udine, Mimesis, Reperibileonline.
Questi ealtri riferimenti, con resoconti e presentazioni degli incontri, sono
quireperibili: nuovorealismo Si vedano ancora, tra gli altri, Bazzanella, La
filosofia e il suo consumo. Il nuovo New Realism, Trieste, Asterios,; Perché
essere realisti? Una sfida filosofica, Andrea Lavazza e Vittorio Possenti,
Milano-Udine, Mimesis,; L. Somigli (a cura di), Negli archivi e per le strade.
Il ritorno alla realtà nella narrativa di terzo millennio, Roma, Aracne,;
Architettura e realismo, Milano Maggioli,
Il Caffè Filosofico. La filosofia raccontata dai filosofi Lo stato dell`arteIl di RAI Cultura dedicato alla filosofia, in
Il di RAI Cultura dedicato alla
filosofia. “F.", in Antiseri e
Tagliagambe, Filosofi italiani contemporanei, Milano: Bompiani, "Ontologia analitica e ontologie
continentali: F. e i filosofi italiani di impostazione analitica", in
Esposito e Porro, Filosofia contemporanea, Roma: Laterza, dal
Rassegna Stampa Nuovo Realismo, sul sito del Labont: raccolta estesa di
tutti gli interventi a proposito della proposta teorica sul realism. Documentalità
Ontologia Ermeneutica Realismo. Treccani. CTAOCentro Interuniversitario di
Ontologia Teoretica ed Applicata, Laboratorio di Ontologia, su labont. Il
«questionario Proust» a F., su elapsus. F., il Nuovo Realismo, sul RAI Filosofia, su filosofia.rai. Parsons
sociologo Parsons. Sociologo. Parsons produsse una teoria generale per
l'analisi della società chiamata "struttural-funzionalista", nella
quale sono evidenti i richiami a Durkheim, Weber, all'antropologia culturale
nonché all'etnologia. Cerca di combinare "azione sociale" e
"struttura" in un'unica teoria non limitata al solo
funzionalismo. Il suo lavoro ha avuto grande influenza quando la ricerca
era quasi solamente empirica) proponendo una visione delle scienze sociali più
raffinata. Pur essendo un riferimento per sociologi contemporanei importanti
come Habermas e Luhmann, il suo favore si è gradualmente ridotto nel tempo e il
più importante tentativo di far rivivere il pensiero di Parsons, sotto
l'etichetta di "neofunzionalismo", si deve ad Alexander. Parsons
nasce a Colorado Springs. Frequenta l'università ad Amherst, Massachusetts, ed
è orientato allo studio della biologia e alla medicina, ma s’interessa
progressivamente all'economia e alle scienze sociali, anche grazie alle opere
di Durkheim e Weber. Dopo Amherst, Parsons si reca alla London School of
Economics, dove subisce l'influenza dei lavori di economisti quale Laski e
Tawney, gli antropologi culturali Malinowski e Radcliffe-Brown, e i sociologi
Ginsberg e Hobhouse. Grazie ad una borsa di studio in Sociologia ed Economia,
si trasferisce a Heidelberg, dove consegue il dottorato con una tesi
sull'origine del capitalismo in Weber e Sombart. Tornato negli Stati
Uniti Parsons insegna a Harvard. Entra a far parte del Dipartimento di
Sociologia (diretto da Sorokin, con il quale Parsons è in disaccordo) e
successivamente presso il Dipartimento di Relazioni Sociali (diretto dallo
stesso Parsons). Viene eletto presidente dell'American Sociological
Association. Muore a Monaco di Baviera. Lo struttural-funzionalismo
L'approccio di Parsons è definito struttural-funzionalismo, poiché si propone
di individuare la struttura di fondo della società e di comprenderla mostrando
le funzioni assolte dalle sue parti. Si riallaccia al funzionalismo di
Durkheim, il quale riconduce ogni fenomeno alla funzione che esso ha
all'interno dell'insieme di cui è parte, la società. Alcuni hanno proposto per
la sociologia di Parsons il termine "approccio sistemico". Comunque,
in linea di massima, ciò che Parsons si propone di fare è di integrare i due
approcci opposti di Weber e Durkheim; il primo infatti pone l'accento sul ruolo
dell'individuo, il secondo sul ruolo della società. L'azione sociale In
La struttura dell'azione sociale, Parsons afferma che l'azione (o atto) è
l'unità elementare di cui si occupa la sociologia. L'atto richiede i seguenti
elementi: L'attore, colui che compie l'atto; Un fine verso cui è
orientato l'atto; Una situazione di partenza da cui si sviluppano nuove linee
d'azione e in cui vi sono le condizioniambientali, sulle quali l'attore non ha
possibilità di controllo, e i mezzi che invece l'attore controlla e utilizza;
Un orientamento normativo dell'azione, che porta l'attore a preferire certi
mezzi ad altri e certe vie ad altre, tuttavia basandosi sul sistema morale
vigente nella sua società. Si nota come Parsons si sforzasse in questa visione
di contrastare da un lato il comportamentismo, la tendenza cioè a ridurre
l'azione umana a mero meccanismo di risposta a stimoli, togliendo ogni ruolo
alla volontà; dall'altro l'utilitarismo, che spiega tutte le azioni in base a
un interesse eliminando il ruolo dell'orientamento normativo. Le norme
collegano l'individuo alla società di cui è parte, il che in parte riduce il
libero arbitrio umano: l'uomo nel suo comportamento è vincolato da queste norme
sociali (se non le segue è sottoposto a sanzioni), e queste norme sono
espressione dei valori di fondo di una cultura. Mostrando dunque come l'azione
individuale vada ricollegata alla società nel suo insieme - tramite le norme -
Parsons ha già in parte trovato un punto di congiunzione nella dicotomia
individuo/società. Un successivo passo avanti è compiuto con la definizione del
concetto di sistema. Il concetto di sistemaModifica Ne Il sistema sociale
Parsons definisce il sistema come un insieme interrelato di parti che è capace
di autoregolazione e in cui ogni parte svolge una funzione necessaria alla
riproduzione dell'intero sistema. Ogni sistema dev'essere in grado di svolgere
almeno quattro funzioni (secondo il celebre schema AGIL). Parson applicò questo
concetto teorico anche alla famiglia nucleare, nel suo caso quella americana,
per giustificare i ruoli: Adattamento all'ambiente; (Adaptation) il
sottosistema che svolge questa funzione è il sottosistema economico. Nella
famiglia ad occuparsi di questo ruolo era il padre, il quale attraverso il
lavoro (l'economia) manteneva la famiglia, garantendone la sopravvivenza.
Definizione dei propri obiettivi; (Goal attainment) il sottosistema che svolge
questa funzione è il sottosistema politico. Nella famiglia a guidare i vari
membri verso gli obiettivi e scopi precisi era il padre. Integrazione delle
parti componenti; (Integration) il sottosistema che svolge questa funzione è il
sottosistema giuridico e il sottosistema religioso. Nella famiglia, a regolare
i conflitti interni, era il padre. Conservazione della propria organizzazione;
(Latency pattern maintenance) i sottosistemi che svolgono questa funzione sono
il sottosistema della famiglia e il sottosistema della scuola. Nella famiglia,
ad insegnare, promuovere e mantenere i modelli (latenti) di comportamento su
cui, all'epoca, si reggeva la società, era la madre. In realtà nella visione di
Parsons gli individui non sono singole persone ma persone che svolgono dei
ruolispecifici, modelli di comportamento regolati da norme ed orientati
all'espletamento di una funzione: Parsons non tratta dei signori X e Y, ma
dell'insegnante e del meccanico. Il sistema sociale è dunque un sistema di
ruoli. Nell'ambito del proprio ruolo ogni individuo entra in relazione con gli
altri e contribuisce alla riproduzione del sistema nel suo complesso. I ruoli
fanno anche parte delle istituzioni, sottounità del sistema sociale che
implicano più ruoli interagenti tra loro: la scuola, ad esempio (fatta dei
ruoli di insegnante, studente, bidello, ecc.), la famiglia (padre, madre,
figli). Lo stesso argomento in dettaglio: AGIL. Famiglia e
socializzazione Si è già detto che in pratica il congiungimento tra l'individuo
e la società avviene tramite le norme. Ma in che modo le norme diventano parte
dell'individuo? Parsons riprende da Freud il concetto di interiorizzazione (in
Freud chiamato introiezione): ogni individuo impara a seguire certe norme e a
vivere in società attraverso la formazione di un'istanza psichica (il “super-io”)
che riproduce l'autorità inizialmente al di fuori di noi ma che poi noi
interiorizziamo. Questa interiorizzazione delle norme e dei valori avviene nel
corso del processo di socializzazione, che si realizza nell'infanzia grazie
alla famiglia. Il ruolo della famiglia nell'ambito del sistema sociale è quello
di educare i figli e socializzarli. La famiglia in Parsons è nucleare, composta
cioè solo dai due genitori e dai figli, residente in un'abitazione indipendente
mononucleare. All'interno della famiglia avviene una differenziazione di
funzioni e ruoli: la moglie/madre assume il ruolo di casalinga che cura i figli
e la casa; il padre/marito è il bread-winner, colui che porta il pane a casa,
cioè che si procura di che da vivere, e il leader strumentale che si occupa
dell'interazione tra famiglia e società. Questi due ruoli sono complementari,
l'uno non esiste senza l'altro. I figli e le figlie svilupperanno una
personalità che farà propri i valori dei genitori e la differenziazione dei
ruoli tra i due genitori. Variabili strutturali e universali
evolutiviModifica Parsons definisce un insieme di parametri sulla base dei
quali è possibile classificare società e culture diverse: sono le variabili
strutturali (pattern variables). Esse sono scelte binarie di fondo compiute da
una cultura nel corso della sua esistenza: Particolarismo/universalismo.
È la differenza tra il comportamento di un genitore e quello di un giudice. Il
primo è ispirato a criteri particolaristici, che magari avvantaggiano il figlio
ma non un altro individuo. Il secondo è ispirato a criteri universalistici, le
regole che applica valgono per tutti indifferentemente ("la legge è uguale
per tutti"). Diffusione/specificità. Nel primo caso l'azione è orientata a
tener conto di tutti gli aspetti della personalità di chi mi sta davanti, nel
secondo l'azione si basa sul ruolo: quando interagisco con un amico tengo conto
dell'insieme della sua personalità; quando un commesso interagisce con un
cliente tiene conto solo dell'aspetto "cliente" di quell'uomo.
Ascrizione/acquisizione. È l'importanza che una società attribuisce a chi ha
tratti derivatigli dalla nascita quali colore della pelle o famiglia di
provenienza (ascrittivi), oppure per ciò che quell'individuo è stato capace di
realizzare nel corso della sua esistenza (tratti acquisitivi). Affettività/neutralità
affettiva. La differenza tra sistemi d'azione nei quali vi è una gratificazione
affettiva (madre/figlio) o dove le relazioni si basano sul distacco affettivo
(funzionario/cliente). Interessi collettivi/interessi privati. Il diverso
orientamento nell'agire degli individui; il medico è orientato verso interessi
collettivi, l'imprenditore verso interessi privati (il proprio utile). In Il
sistema sociale Parsons afferma che le società moderne sono caratterizzate da
azioni universalistiche e danno importanza ai tratti acquisitivi; le società
tradizionali si basano su azioni particolaristiche e tratti ascrittivi.
Per universali evolutivi, invece, Parsons intende dei modelli organizzativi che
emergono in una società nel corso della sua storia e che ne permettono
l'adattamento all'ambiente ed il suo successo rispetto a società che ne sono
prive. Nel corso dell'evoluzione umana, le società primitive hanno visto
l'affermazione di universali evolutivi quali i concetti di linguaggio,
religione, parentela (incentrata sul tabù dell'incesto), tecnologia (tecniche
che portano l'uomo a controllare la natura). Nella rivoluzione neolitica
diventano universali evolutivi i concetti di sistema di stratificazione sociale
e di organizzazione politica. La società moderna è caratterizzata da quattro
universali evolutivi: la burocrazia, il mercato, le norme universalistiche, la
democrazia. In pratica solo quelle società che nel corso della loro evoluzione
hanno sviluppato questi concetti, questi universali, hanno raggiunto la
maturità, la modernità. Parsons effettua una classificazione delle
società, basandosi sul criterio secondo il quale la classificazione va redatta
riconoscendo che una società è più avanzata nella misura in cui la sua
organizzazione sociale può essere adattabile per tutti. Questo concetto fa
parte delle sue teorie evoluzionistiche e neo evoluzionistiche. Abbiamo quindi
3 stadi di società: - società primitive: dove la parentela è l'elemento
principale e dove vi sono meno differenze tra gli individui - società
intermedie: dove vi è la scoperta della scrittura come passo fondamentale e
dove è presente più stabilità sociale - società moderne: dove abbiamo una
maggiore autonomia delle persone grazie al diritto universalistico e dove la
cultura ha un ruolo preponderante L'evoluzionismo non è mai lineare,
poiché nell'evoluzione umana c'è molta varietà. Parsons procede quindi
all'analisi specifica delle società seguendo la loro evoluzione: -
Organizzazioni legate al Sacro: società antiche dove è forte l'influenza della
mitologia e della religione e dove vi è uno stato di chiusura mentale che non
dà spazio all'innovazione. - Società tradizionale: l'organizzazione sociale è
divisa per parentela e per gruppi di età mentre l'economia è semplice e si
utilizzano risorse date dalla terra - Società tecnologiche: l'ambiente
tecnologico si frappone tra le persone e natura grazie ai macchinari, vi è una
forte divisione del lavoro e una distinzione tra proprietari e consumatori che
lottano per soddisfare i propri bisogni. Vi è quindi un'alienazione dell'uomo e
una larga diffusione della burocrazia. - Società urbana: dove la città è il
simbolo più evidente e dove le classi sociali assumono un ruolo dominante, esse
sono divise in "élite" ovvero gruppi di persone che grazie alla loro influenza
contribuiscono all'agire storico di una collettività. Abbiamo sei tipi di
élite: tradizionali, tecnocratiche, proprietarie, carismatiche, ideologiche,
simboliche. Ulteriore sviluppo Le teorie di Parsons sono state sviluppate
ulteriormente da Merton, Luhmann e DONATI (si veda). Critiche. L'opera di
Parsons apparve a lungo isolata ed astratta, e come tale fu derisa, per esempio
dai sociologi Pitirim Sorokin e da Mills, che ne indicava efficacemente anche
le implicazioni sociologiche conservatrici. Il pensiero di Parsons è
stato spesso accusato di etnocentrismo per il fatto di aver assunto le società
occidentali come il modello a cui tutte le altre società dovevano tendere e
conformarsi. Egli vedeva infatti il processo di modernizzazione come un
processo unilineare. L'etnocentrismo di Parsons è presente anche negli studi
sulla trasformazione della famiglia, facendo riferimento soprattutto alla
famiglia nordamericana bianca, appartenente al ceto medio. In questo senso poi
le critiche sono venute soprattutto dai movimenti femministi che non hanno
accettato la tendenza di Parsons a ratificare la subordinazione di fatto della
donna a partire dalla tesi di complementarità dei ruoli dei coniugi.
Parsons viene criticato anche da Merton. Attribuendo a Parsons una valenza
sempre positiva all'ordine sociale, Merton ritiene che quest'ultimo è anche
fonte di disordine. Per Parsons tutte le istituzioni sono funzionali per la
società, mentre Merton rileva l'esistenza di disfunzioni. L'attore di
Parsons sarebbe un over-socialized man, cioè un uomo iper socializzato ai
valori, che ha un comportamento del tipo conformistico e che si comporta come
la gente vorrebbe che egli si comportasse. OpereModifica Ulteriori
informazioni Questa sezione sull'argomento sociologia è solo un abbozzo.
Contribuisci a migliorarla secondo le convenzioni di Wikipedia. Segui i
suggerimenti del progetto di riferimento. Elenco delle principali opere:
La struttura dell'azione sociale, Il sistema sociale, Toward a General Theory
of Action (con Shils et alii), Working Papers in the Theory of Action (con
Bales, Shils et alii), Saggi di teoria sociologica, Famiglia e socializzazione,
Structure and Process in Modern Societies, Sociological Theory and Modern
Society, Politics and Social Structure, Hamilton, Parsons, Bologna, il Mulino,
Marinelli, Struttura dell'ordine e funzione del diritto. Saggio su Parsons,
Milano, Angeli, Prandini, a cura di, Talcott Parsons, Milano, Bruno Mondadori,
Gerhardt, Parsons. An Intellectual Biography, Cambridge, Marra, Parsons. Valori,
norme, comportamento deviante, in «Materiali per una storia della cultura
giuridica», Segre, Parsons: un'introduzione, Roma, Carocci, Bortolini,
L'immunità necessaria. Talcott Parsons e la sociologia della modernità, Roma,
Meltemi, Hart (ed.), Parsons. A Collection of Essays in Honour of Parsons,
Chester, Ruolo di genere Giddens Luhmann Dahrendorf Habermas Touraine A Parsons,
Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Parsons, su
sapere.it, Agostini. Parsons, su Enciclopedia Britannica, Parsons, su
Mathematics Genealogy Project, North Dakota State University. Opere di Talcott
Parsons, su Open Library, Internet Archive. Portale Biografie
Portale Sociologia Funzionalismo (sociologia) posizione dominante tra le
teorie sociologiche contemporanee Merton sociologo statunitense. Grice:
“There is a big difference between ‘inter-subjective’ and ‘inter-personal’ –
and then there’s inter-active, co-active, and shared – intenzionalita condivisa
--. Subject applies to object, so inter-subjective should be used when a
neutral common ground (the object that both subjects perceive) matters.
Usually, this is not the case, since our focus is communication or
psi-transfer. However, ‘interpersonal’ is too vague because we never know what
a person is. Co-active and inter-active seem better, alla Parsons. The dyad or
interpersonal or interactional unit, where A orientates his action towards B
and reciprocally or mutually so does B. Co-operation.” Keywords: the ontology of the
intersubjective – inter-soggetivo – a functionalist approach to the
inter-subjective – Grice as an ‘intersubjectivist’ – Grice as a meta-theorist
of the inter-subjective. The inter-subjective conditions for the understanding
of pretty subjective utterances like, “That pillar-box seems red to me.” Collective intentionality, shared intentionality, and
the inter-subjective – inter-subjective and inter-personal. ‘conversational’ as
short for ‘inter-subjective’ and ‘inter-personal’. Grice’s definition of
‘implicature’ as relying on utterer AND addressee. Grice’s definition of
communication as relying, obviously, on utterer and addressee. Ferraris
reccognises the rhapsodies of Austin needed some systematization, and while
Ferraris refers to Grice, he does so very superficially -- and more. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Ferraris” – The Swimming-Pool Library. Maurizio
Ferraris. Ferraris.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Ferrero: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale
arimmetica – scuola di Torino – filosofia torinese – filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torino). Abstract. Grice: “My
Oxonian pupils are often mesmerised by the interest the Italian philosophers
place on Crotone, a little nothing in the middle of nothing. But then we only
have Stonehenge that compares!” Keywords: Crotone. Filosofo torinese. Filosofo
piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “Just for having
written on the influence of Pythagoras on the Roman world, Ferrero is highly
commendable! Pythagoras is crucial for Plato; and Pythagoras taught of course
at what would be a Roman cives, ‘Croto.’ So it all relates!” -- Italian
philosopher, author of “Pigatorismo nel mondo romano.” La Storia del
Pitagorismo nel mondo romano vide la luce grazie al contributo della Fondazione
Parini-Chirio e della Facoltà di Lettere dell’Torino e rappresenta ancora oggi
uno dei contributi più alti alla Storia della Filosofia Romana. Animato da uno
spirito che potrebbe senza dubbio definirsi per mezzo del sentimento
dell’importanza maggiore, nella storia delle idee dell’Antichità, di coloro che
Aristotele chiamava “i filosofi italiani”, di coloro che hanno fatto fiorire
sulla terra d’Italia uno dei rami più vigorosi del pensiero filosofico
occidentale. Ricco di elementi ed agile nella prosa, il libro è uno dei più
importanti, se non l’unico, contributo che rende ragione della relazione tra
filosofia romana e pitagorica,
rinvenendo l’importanza del pensiero speculativo alla base della cultura romana
classica. Su questa base l’a. arriva a
sostenere l’idea nuova ed originale dell’ideale che l’organizzazione pitagorica
ha, in ogni tempo, proposto alla classe dirigente romana che l’accolto e
realizzato, non dimenticando che il fine della filosofia pitagorica è la
formazione del politico. Il piano
dell’opera è semplice e chiaro. Due parti e cinque capitoli solamente
permettonodi abbracciare una storia che si estende sui secoli storici della
Roma antica, arricchite da un’ampia consultazione delle fonti e da un indice
analitico che ne facilita la consultazione.
Si laurea con Rostagni, a Torino. Insegna a Trieste. Ferrero is not the first to claim Italianita
and Romanita for Pythagoras. After all Pythagoras’s father was an Etruscan!
Numa learned from him! CICERONE corrects here – it’s the tradition that counts
– Livio also notes that a book by Numa was destroyed: by that time, the
republic had an official religion and Pythagorianism was not part of it! The
Cusano thought that the Holy Trinity is Pythagorean. Ficino claims Plato is
Pythagorean via his tutor who was Pythagoras’s tutee – Pico asks Ficino for
advice on these maters. Caparelli thinks it’s all Pythagoreian. The important
bit is politic, and ethnic. Pythagoreanism became popular in the rest of Europe
via Italy, that always showed more of an interest for ancient history than the
Germanic peoples – perhaps because runes do not give so easily to history! ARISTOSSENO
('Αριστόξενος, Aristoxĕnus) di Taranto. Filosofo peripatetico, scolaro di
Aristotele, della prima generazione che seguì a quella del maestro. È il più
grande teorico greco di ritmica e di musica. Prima seguace del pitagorismo,
sviluppò poi in seno alla scuola peripatetica la sua tendenza alla ricerca
naturalistica. I suoi Elementi di armonia eccellono per l'esattezza della
ricerca e della elaborazione teoretica, condotta non in base agli astratti
presupposti aritmetici dei pitagorici, ma all'osservazione diretta dei fenomeni
del suono (v. Grecia: musica). Tuttavia, egli continuò ad apprezzare nella
musica l'elemento etico e l'efficacia di educazione spirituale. Col suo
temperamento di studioso di musica è in accordo la sua dottrina dell'anima come
armonia, che già doveva essere stata propugnata dal più antico pitagorismo,
trovandosi pure ricordata e combattuta nel Fedone platonico. Egli si occupò,
del resto, anche di altre questioni (di scienza naturale, psicologia, morale,
politica, aritmetica) e compose narrazioni storiche, che non ci sono peraltro
messe in troppo buona luce dai frammenti rimastici, in cui le notizie su
Socrate e su Platone o sono inattendibili o rivelano troppo pertinace intento
di svalutazione polemica. Pei frammeriti degli 'Αρμονικά vedi le edizioni
moderne di Marquard (con commento e versione tedesca, Berlino), di Westphal (A.
v. Tarent, Melik und Rhytmik des Klassischen Hellenentums, versione e commento,
Lipsia) e di H.S. Macran (The Harmonics of Aristox. ed. with transl., notes,
introd. and index of words, Oxford). Bibl.: von Jan, in Pauly-Wissowa,
Real-Encycl. d. class. Altertumswis, che contiene ulteriori indicazioni
bibliografiche, per cui cfr. anche Ueberweg, Grundriss d. Gsch. d. Philos.,
Berlino; L. Laloy, A. de Tarente, disciple d'A., et la musique dans
l'antiquité, Parigi 1924. La restituzione della Geometria Pitagorica Il
teorema dei due retti – Il teorema di Pitagora Il Pentalfa – I Poliedri
regolari Il simbolo dell'universo Dimostrazione del "postulato" di
Euclide. PREMESSE. Proclo, capo della Scuola d'Atene, ci ha lasciato un
prezioso commento su Euclide, dal quale commento si traggono le più precise ed
importanti notizie che i moderni posseggano sui risultati conseguiti e le
scoperte fatte in geometria da Pi-tagora e dalla sua scuola. Secondo Proclo Pitagora
trasforma questo studio e ne fece un insegnamento liberale; perché rimonta ai
principi superiori e ricerca i teoremi astrattamente e con l'intelligenza pura;
è a lui che si deve la scoperta degli irrazionali e la costruzione delle figure
del cosmo (poliedri regolari). PROCLO, Com. in Euclidem, ediz. Teubner: la
traduzione su riportata è quella del Tannery TANNERY, La Géométrie grecque;
comment son histoire nous est parvenue et ce que nous en savons, Gauthier-Villars,
Paris). Non è una traduzione alla lettera; e non per pedanteria, ma per fedeltà
al pensiero pitagorico, notiamo che il testo greco non dice che Pitagora rimonta
ai principi superiori della geometria, ma ἄνωθεν τὰς ἀρχὰς αὐτῆς ἐπισλοπούμενος,
che significa: considerando dall'alto i principi della geometria. Anche Loria
(Le scienze esatte nell'antica Grecia), riporta il passo con una traduzione
analoga a quella del Tannery. Proclo ci attesta inoltre che Eudèmo, il
peripatetico, attribuisce ai pitagorici la scoperta del teorema dei due retti
(in un triangolo qualunque la somma degli angoli è eguale a due retti), ed
asserisce che ne davano la dimostrazione che consiste (fig. 1) nel condurre per
uno dei vertici A la parallela al lato opposto e nell'osservare che, essendo
eguali gli an- goli alterni interni formati da una trasversale con due rette
parallele, la somma dei tre angoli del triangolo è eguale a quella di tre
angoli consecutivi formanti un angolo piatto. Questa, dice Proclo, è la
dimostrazione dei pitagorici. b) «Sei triangoli equilateri riuniti per il
vertice riempiono esattamente i quattro angoli retti, lo stesso tre esa- goni e
quattro quadrati. Ogni altro poligono qualunque di cui si moltiplichi l'angolo
darà più o meno di quattro retti; questa somma non è data esattamente che dai
soli Cfr. TANNERY, Le Géométrie Grecque, PROCLO, ediz. Teubner MIELI riporta il
passo nel testo greco in Le scuole ionica, pythagorica ed eleatica, Firenze
1Eudemo da Rodi, l'eminente discepolo di Aristotele. poligoni precitati,
riuniti secondo i numeri dati. È un teorema pitagorico. Pitagora scoprì il
teorema sul quadrato dell'ipote- nusa di un triangolo rettangolo. Se si
ascoltano coloro che vogliono raccontare la storia dei vecchi tempi, se ne
possono trovare che attribuiscono questo teorema a Pita- gora, e gli fanno
sacrificare un bue dopo la scoperta. Secondo Eudemo (οἱ περὶ τὸν Εὔδημον) la
parabola delle aree, la loro iperbole e la loro ellisse, sono scoperte dovute
alla musa dei pitagorici». Con questa nomenclatura, classica dopo Euclide, ed
oggi non più usata, Proclo designa i problemi dell'appli- cazione semplice,
dell'applicazione in eccesso e di quel- la in difetto, ossia attribuisce ai
pitagorici la costruzione geometrica, dell'incognita delle tre equazioni6:
ax=b2; x(x+a)=b2; x(a – x)=b2 e) L'impiego del pentagono stellato, o
pentagramma, o pentalfa, come segno di riconoscimento. f) La costruzione dei
poliedri regolari, ed in particola- re l'inscrizione del dodecaedro (regolare)
nella sfera7. 4 PROCLO, ediz. Teubner, PROCLO, ediz. Teubner Questo teorema è
attribuito a Pitagora anche da DIOGENE LAERZIO, VIII, 12, da PLUTARCO, da
VITRUVIO (De Architectura), e da ATENEO. 6 PROCLO, ediz. Teubner PROCLO, ediz.
Teubner Per quest'ultimo punto vedi anche GIAMBLICO – De Vita Pythagorae Queste,
insieme a poche altre che avremo occasio- ne di vedere in seguito, sono le
scarse notizie che oggi si possiedono sulle scoperte geometriche dei
pitagorici; le dobbiamo a Proclo che a sua volta le ha tratte dalla fon- te
attendibile di Eudemo. Bisogna però notare che il Tannery, nel magnifico studio
sopra citato, non solo condivide il punto unanimemente concesso che Proclo non
ha conosciuto personalmente nessuna opera geome- trica anteriore ad Euclide, ma
sostiene anche la tesi che Proclo non ha neppure utilizzato direttamente la
storia geometrica composta anteriormente ad Euclide da Eudemo, quantunque lo
citi assai spesso8, e che conosce e cita Eudemo solo di seconda mano, e
precisamente attraverso Gemino, un greco, probabilmente, nonostante il nome
latino. Quanto ad Eudemo, per spiegare l'origine delle indicazioni
passabilmente numerose e circostanziate perve- nuteci per suo mezzo relative ai
lavori della scuola pitagorica, Tannery sostiene che deve essere esistita un'o-
pera di geometria, relativamente considerevole, che Eudemo deve avere avuto tra
le mani, opera composta dopo la morte di Pitagora, approssimativamente verso la
metà del V secolo. È forse l'opera che Giamblico designa come: la tradizione
circa Pitagora. Osserva il Tan- nery10 che, in base al riassunto storico di
Proclo, nel trat- tato di geometria greca di cui si può sospettare l'esisten-
TANNERY, La Géom. gr., TANNERY, La Géom. gr. TANNERY, La Géom. gr., za,
il quadro era già quello che riempiono gli «Elementi» di Euclide, dal I libro
(teorema dei due retti), al 10o (scoperta degli incommensurabili), al 13o
(costruzione dei poliedri regolari). Questo è il coronamento dell'uno e
dell'altro; cioè del riassunto di Proclo e degli Elementi di Euclide. «Toute la
Géométrie élémen- taire nous apparait ici, comme sortie brusquement de la tête
de Pythagore, de même que Minerve du cerveau de Jupiter. Nulla però sappiamo
circa le dimostrazioni dei teoremi, le risoluzioni dei problemi ed in generale
la trattazione delle questioni riportate da Proclo – Gemino – Eudemo; nulla,
all'infuori della dimostrazione del teorema dei due retti cui a prima vista non
manca niente. La dimostrazione su riportata, ed attribuita da Eudemo ai
pitagorici, non coincide con quella che si trova nel testo di Euclide (prop.
32) ma ne differisce di poco. Euclide dimostra prima che un angolo esterno di
un triangolo è eguale alla somma dei due interni non adia- centi, basandosi
sopra la proposizione 29, a sua volta basata sul V postulato, o postulato delle
parallele o postulato di Euclide. Il passaggio al teorema sopra la som- ma dei
tre angoli di un triangolo è immediato ed è effet- tuato da Euclide nella
proposizione stessa. Teorema e dimostrazione sono però, come osserva Vacca,
anteriori ad Euclide; perché, come è stato osser- TANNERY, La Géom. gr., VACCA
Euclide – Il primo libro degli elementi, Testo greco, versione italiana e note,
Firenze vato da Heiberg, Aristotele in un passo della Metafisica si riferisce
non solo a questo teore- ma ma a questa stessa dimostrazione di Eudemo. A
questo punto dobbiamo sollevare una questione im- portante dal duplice punto di
vista storico e teorico. La dimostrazione cui si riferisce Aristotele, e che è
quella stessa che Eudemo attribuisce ai pitagorici, si basava anche essa come
quella di Euclide, sopra un postulato equivalente a quello posteriormente
ammesso e formu- lato da Euclide? Proclo si serve nel passo che riporta da
Eudemo del termine di parallela, dice anzi: παράλληλος ἠ, la parallela; fa lo
stesso anche Eudemo, e fanno lo stesso anche i pitagorici di cui parla Eudemo?
Ed in tal caso quale era l'accezione e la definizione, per loro, della parola:
parallela? Ed in relazione a questa questione di ordine storico si presenta
l'altra di ordine teorico: per dimostrare il teorema dei due retti, è
necessario basarsi sopra il famoso postulato di Euclide, o sopra un postulato
equivalente? Possiamo rispondere che il postulato di Euclide non è necessario
per poter dimostrare il teorema dei due retti; non solo, ma anche la
dimostrazione cui si riferisce Aristotele, e che è secondo Eudemo quella stessa
dei pita- gorici, si può fare senza ammettere o premettere il V postulato, o,
ciò che è equivalente, senza ammettere o pre- mettere la unicità della non
secante una retta data passante per un punto assegnato. Se infatti si ammette,
per esempio come fa il Severi, il postulato che: in un piano il luogo dei punti
situati da una parte di una retta ed aventi da questa una data distanza, è
ancora una retta, si può osservare: che tale retta è unica; che per poter
dimostrare come questa retta, cioè l'unica equidistante dalla retta data
passan- te per il punto assegnato, è anche l'unica non secante della retta
data, Severi ricorre al postulato di Archimede, il che prova che il postulato
ammesso dal Severi non è equivalente al postulato di Euclide; che la
dimostrazione data dal Severi del teorema dell'angolo esterno, e del teorema
sopra la somma degli angoli di un triangolo (e che è quella di Euclide), si
basa in realtà sopra le sole proprietà della equidistante (la parallela del
Severi), e, sebbene nel testo ne sia preceduta, non si basa sulla proprietà
formulata dal postulato di Euclide. Basta condurre per il vertice la
equidistante dal lato op- posto ed applicare la proprietà degli angoli alterni
interni, ossia basta basarsi sul postulato del Severi e non su quello di
Euclide. SEVERI, Elementi di Geometria, Firenze, È l'edizione non ridotta.
SEVERI, Elem. di Geom.,SEVERI, Elem. di Geom. Vedremo in seguito come se ne
possa fare a meno, occorre però sempre ricorrere ad un postulato. SEVERI, Elem.
di Geom., ISEVERI, Elem. di Geom. Ne segue che la dimostrazione cui si
riferisce Aristotele può benissimo sussistere sulla base di un postulato come
quello del Severi o di un postulato ad esso equiva- lente, e che è legittimo
sollevare la questione di ordine storico sopra esposta. Ma noi la lasceremo per
il mo- mento da parte, perché per quanto riguarda gli antichi pitagorici essa
appare in un certo senso oziosa. Infatti, anche questo unico dato che sembrava
acquisito circa le dimostrazioni dei pitagorici viene a mancare, essendo certo
che gli antichi pitagorici non dimostravano il teo- rema dei due retti per
questa via, ma in altro modo affat- to diverso e d'altronde anche affatto ignoto.
Avverte infatti giustamente Loria. Una sola cosa bisogna notare a questo
proposito, ed è che i pitagorici ai quali si deve la scoperta di questo teorema
non sono per fermo gli stessi che inventarono questo ragionamento, ché
altrimenti non si saprebbe comprendere come Eutocio, in un passo del commento
al 1o libro delle Coniche di Apollonio (Apollonio – ed. Heiberg, Lipsiae) dica:
Similmente gli antichi di- mostrarono il teorema dei due retti a parte per ogni
specie di triangolo, prima per l'equilatero, poi per l'isoscele e finalmente
per lo scaleno, mentre quelli che vennero dopo dimostrarono il teorema in
generale: i tre angoli LORIA, Le scienze esatte nell'antica Grecia, Hoepli interni
di un triangolo sono eguali a due retti». «E» con- tinua Eutocio, «chi dice
questo è Gemino». In conclusione anche questo dato viene a mancare, e sappiamo
solo che la proprietà sopra la somma degli an- goli interni di un triangolo non
era ammessa, ma bensì dimostrata dagli antichi; e che inoltre tale
dimostrazione era suddivisa in tre parti; particolare importante perché induce
a ritenere quasi per certo che la dimostrazione non dipendeva dalla teoria
delle parallele o da quella af- fine delle rette equidistanti. «Ai pitagorici»
scrive ancora il Loria, «era noto il valore della somma degli angoli di
qualunque triangolo rettilineo e sapevano dimostrare [come?] il relativo
teorema; ad essi per universale consenso viene attribuita la scoperta e la
dimostrazione [quale?] della proprietà ca- ratteristica del triangolo
rettangolo». Siamo dunque costretti, tanto per l'uno quanto per l'altro teorema
a fare delle congetture; tenendo presente che per il primo bisogna escludere la
teoria delle paral- lele, e per il secondo bisogna escludere la dimostrazione
contenuta nel testo di Euclide (dipendente anche essa dal postulato di
Euclide), perché Proclo attesta formal- mente che tale dimostrazione del
teorema di Pitagora non è di Pitagora ma di Euclide, dicendo: «per conto Cfr. MIELI,
Le scuole jonica, pythagorica ed eleatica, Firenze; ivi è riportato il testo
greco di Eutocio. Il LORIA riporta tutto il passo nelle «Scienze esatte. LORIA,
Storia delle matematiche, Torino mio ammiro coloro che per primi investigarono
la verità di questo teorema; ma ammiro ancor più l'autore degli Elementi,
perché non solo lo ha assicurato con una di- mostrazione evidente, ma perché lo
ha ridotto ad un teo- rema molto più generale nel suo sesto libro con stretto
ragionamento. Non è noto quale fosse la dimostrazione data da Pi- tagora al suo
teorema; però possiamo affermare, ci sem- bra, che Pitagora non si serva a tale
scopo della proprie- tà enunciata dal postulato delle rette parallele.
Altrimenti gli antichi pitagorici, che per quanto antichi erano po- steriori a
Pitagora, ne avrebbero fatto uso già ed anche per il teorema dei due retti,
mentre sappiamo da Euto- cio-Gemino, che solo quelli che vennero dopo dettero
tale sbrigativa dimostrazione. L'Allman ha indicato come gli antichi possano
essere giunti al teorema dei due retti, che egli propende ad at- tribuire a
Talete. Osserva l'Allman22 che nel caso dei sei triangoli equilateri congruenti
attorno ad un vertice co- mune, essendo la somma dei sei angoli eguale a
quattro retti, ciascuno risulta eguale ad un terzo di due retti, e quindi i tre
angoli di un triangolo hanno per somma due retti. Questa spiegazione, per
quanto ingegnosa, non può essere la buona, perché presuppone il riconoscimento
21 Il Mieli a pag. 266 dell'opera citata riporta il testo greco di Proclo.
ALLMAN, Greek Geometry from Thales to Euclid, Dublin, 1necessariamente empirico
che sei triangoli equilateri (di cui si ammette l'esistenza implicitamente e
così pure che siano anche equiangoli) si possano effettivamente di- sporre
nella maniera indicata; mentre Proclo afferma nettamente che questo terzo punto
costituiva un teorema pitagorico, il che, a meno di sofisticare sul senso
preciso attribuito alla parola teorema da Proclo, indica che que- sto era il
punto di arrivo e non quello di partenza. Dal caso del triangolo equilatero
l'Allman passa age- volmente al caso del triangolo rettangolo particolare che
se ne ottiene abbassando l'altezza. Nel caso poi del triangolo rettangolo
qualunque, egli completa il rettangolo (di cui si presuppone così l'esistenza)
e dice che: «he (Talete) could easily (empiricamente?) see that the diagonals
are equal and bisect each other». Il triangolo rettangolo è così decomposto in
due triangoli isosceli cogli angoli alla base eguali, e siccome si sa che i due
consecutivi di vertice A hanno per somma un retto, lo stesso accade per la
coppia degli altri due angoli ad essi rispettivamente eguali, e quindi ne
deriva che la somma dei tre angoli di un triangolo rettangolo qualun- que è
eguale a due retti. Di qui il teorema si estende agevolmente, sebbene Allman si
dimentichi di dirlo, al triangolo isoscele, e da questo ad un triangolo
qualunque. Tannery riconosce esplicitamente che dal teorema dei due retti
deriva logicamente la proprietà relativa alla possibilità di disporre attorno
ad un vertice comune i sei triangoli equilateri, i quattro quadrati ed i tre
esagoni; ciò nonostante anche egli inverte l'ordine dicendo: «È anche molto
possibile che sia stato il riconoscimento empirico della proprietà dei
triangoli equilateri riuniti attorno ad un vertice comune, che abbia condotto alla
scoperta della eguaglianza a due retti della somma degli angoli di ciascuno di
questi triangoli; si sarà passati in seguito, secondo la testimonianza di
Gemino, prima al triangolo isoscele ed infine allo scaleno». Abbiamo ve- duto
che, seguendo la via tracciata dall'Allman, si passa solo invece ad un caso
particolare del triangolo rettan- golo, e che poi occorre fare un nuovo appello
all'empiri- smo per passare al caso del triangolo rettangolo qualun- que,
soltanto dopo si passa finalmente al triangolo iso- scele ed a quello scaleno.
Non pare dunque che il punto di partenza indicato dal Tannery e dall'Allman sia
quello adoperato dagli antichi. Occorre trovarne un altro, che conduca ai
risultati nel- TANNERY, La Géom. gr., l'ordine indicato da Gemino, e che faccia
appello all'in- tuizione in modo più semplice. 4. Quanto al teorema sul
quadrato dell'ipotenusa «tut- to sembra indicare», scrive Tannery, «che se non
l'ha presa in prestito dagli egiziani, questa proposizione fu una delle prime
che egli incontrò, ed affatto il corona- mento delle ricerche», come invece è
nel testo del primo libro di Euclide. Perfettamente d'accordo; ed appunto per
questa ragio- ne la dimostrazione pitagorica del teorema di Pitagora non solo
non può essere la coda e la conseguenza di altri teoremi sull'equivalenza, ma
deve essere indipendente dalla teoria della similitudine, da quella delle
proporzioni, nonché dai postulati di Euclide e di Archimede. D'al- tra parte,
se è noto e certo che gli egiziani conoscevano particolari triangoli rettangoli
aventi per misura dei lati numeri interi, tra questi il triangolo detto appunto
trian- golo egizio, non risulta però affatto che conoscessero il teorema
generale sul quadrato dell'ipotenusa, e se la scoperta di Pitagora si fosse
ridotta ad un semplice pre- levamento si spiegherebbero male gli osanna, i
peana ed i sacrifici agli Dei. Ricercando quale possa essere stata la
dimostrazione, Tannery, dopo avere detto che «i greci introducevano il più
tardi possibile la nozione di similitudine (VI di Euclide)», afferma poco dopo
che Pitagora deve essersi TANNERY, La Géom. gr., TANNERY, La Géom. gr., servito
della similitudine, il cui impiego si dovette in se- guito restringere a causa
della scoperta della incommen- surabilità. Il principio di similitudine si
dimostra impie- gando il postulato delle parallele; «inversamente ammettendolo
a priori se ne potrebbe ricavare il postulato delle parallele. Ora, a parte il
fatto che si tratta di una semplice ipotesi non suffragata da alcun elemento,
biso- gna notare come sia ben vero che ammettendo questo postulato della
similitudine se ne potrebbero ricavare il postulato delle parallele, il teorema
dei due retti, la no- zione e le proprietà dei rettangoli e dei quadrati, la
teo- ria delle proporzioni e la dimostrazione del teorema di Pitagora mediante
i triangoli simili, ma non si spieghe- rebbe allora la preesistenza dell'antica
dimostrazione del teorema dei due retti menzionata da Eutocio-Gemino. Anche
secondo Loria la dimostrazione che presenta il massimo di verisimiglianza è
quella basata sulla similitudine di un triangolo rettangolo coi due che nascono
abbassando la perpendicolare dal vertice dell'angolo retto sull'ipotenusa. Con
una agevole metamorfosi essa diviene quella stessa che leggesi negli elementi
di Euclide. Questa possibilità di ridurre questa dimostra- zione a quella di
Euclide sembra a noi che provi proprio l'opposto, e cioè che la dimostrazione
accennata da Loria e da Tannery, la quale conduce infatti al così detto primo
teorema di Euclide, da cui si trae poi il teorema di TANNERY, La Géom. gr.,
LORIA, Storia delle Matematiche. Pitagora, non sia affatto quella originale;
senza contare che, se così fosse, sotto la denominazione di teorema di Pitagora
dovrebbe trovarsi designato un altro teorema, e precisamente il teorema sopra
il quadrato di un cateto (il primo così detto di Euclide). Molto più
felicemente osserva Allman che sebbene Pitagora possa averlo scoperto come una
conseguenza del teorema sulla proporzionalità dei lati dei triangoli equiangoli,
manca qualsiasi indizio che egli vi sia giunto in tale maniera deduttiva, e
dopo avere ricordato che sappiamo, grazie a Prodo, che Pitagora tenne una via
che non è quella te- nuta da Euclide, riconosce che «la maniera più semplice e
naturale di arrivare al teorema è la seguente come è suggerito da
Bretschneider. Questa è una dimostrazione di cui gli storici moderni ignorano
l'autore; ma si sa però che essa è antica. Per essa occorrono solo le nozioni
di triangolo rettangolo e di quadrato, le proprietà delle rette perpendicolari
e, come vedremo, occorre conoscere il teorema dei due ALLMAN, Greek Geometry BRETSCHNEIDER
Die Geometrie und die Geometer vor Euklides, Leipsig, retti; ed è invece, come vedremo,
indipendente dalla teoria delle parallele. Se non che, continua l'Allman,
l'Hankel nel citare questa dimostrazione da Bretschneider dice che «si può
obiettare che essa non presenta affatto un colorito speci- ficamente greco, ma
ricorda i metodi indiani. Questa ipotesi circa l'origine orientale del teorema
mi sembra ben fondata; io attribuirei pertanto la scoperta agli egiziani, da
cui poi Pitagora lo avrebbe tratto. Indiani od egiziani pare che sia la stessa
cosa, pur di togliere ogni merito a Pitagora! Ad ogni modo, sia pure
derivandolo dall'India, dall'Egitto o dalla civiltà minoi- ca, questa sarebbe,
secondo l'Allman ed il Bretschnei- der, la dimostrazione data da Pitagora; si
vorrà almeno ammettere che, pure inspirandosi alla via suggerita dalla figura,
la dimostrazione logica gli appartenga; altrimenti dove sarebbe il merito che
Proclo e tutta l'antichità han- no riconosciuto in proposito a Pitagora? Del
resto l'apprezzamento sul carattere più o meno indiano od egizia- no della
dimostrazione non ci sembra abbastanza sicuro ed impersonale, ed applicando codesto
criterio è probabile che si dovrebbe assegnare una provenienza orienta- le
anche ad altri teoremi che invece sono sicuramente greci. Noi mostreremo come
una dimostrazione del teorema basata sopra questa figura si ottenga molto
semplice- ALLMAN, Greek Geometry, HANKEL H., Zur Geschichte der Mathematik in
Alterthum und mittel-Alter, Leipsig. mente usufruendo del teorema dei due retti
e delle sue immediate conseguenze. Ed, anticipando, notiamo subi- to che in
tale dimostrazione ci serviremo degli stessi cri- teri di composizione e
decomposizione delle figure di cui Platone fa uso nel Timeo e nel Menone32, e
che in conseguenza tale dimostrazione non soltanto ha colorito greco, ma ha il
colorito pitagorico della dimostrazione del Menone. 32 PLATONE, Timeo,
XX; Menone, Da quanto precede risulta che occorre risolvere questa questione
essenziale e preliminare: Trovare in qual modo gli antichi pitagorici
dimostravano il teorema dei due retti. Noi sappiamo soltanto che essi ne davano
una dimo- strazione che non era quella basata sopra il postulato delle
parallele; e questo porta con una certa sicurezza a concludere che non
ammettevano tale postulato. Questa prova indiretta, per altro, trova conferma
nel fatto che non soltanto il postulato, ma il concetto stesso di rette
parallele, definite almeno con Euclide come ret- te che prolungate all'infinito
non si incontrano mai, doveva apparire particolarmente ripugnante alla
mentalità pitagorica per la quale il finito, il limitato era il compiuto e
perfetto mentre l'infinito, l'illimitato era l'imperfet- to. D'altra parte,
escludendo il V postulato, e facendo uso solamente di quanto precede la 29a
proposizione del libro primo di Euclide, non è possibile, crediamo, di per-
venire allo scopo; e bisogna supporre quindi che gli an- tichi pitagorici
dovevano ammettere qualche altra sem- plice proprietà che permetteva di
dimostrare il teorema. Nulla di strano che ciò avvenisse; dice infatti il
Tannery che al tempo di Pitagora il numero delle verità ammesse come
primordiali era, senza dubbio, molto più consi- derevole; ed il progresso deve
essere consistito più che altro nella riduzione degli assiomi». Abbiamo vedu-
to che tra queste verità primordiali ammesse dagli anti- chi pitagorici il
Tannery propende a ritenere figurasse un postulato della similitudine; ma se
questo può servire per giungere alla dimostrazione del teorema di Pitagora non
serve per quello dei due retti, perché conduce alla dimostrazione ordinaria di
questo teorema e non a quella arcaica, ignota, ma di cui conosciamo la
esistenza e la indipendenza dal postulato di Euclide. Per la stessa ra- gione
ed anche per la sua relativa complessità bisogna escludere che i pitagorici
ricorressero ad un postulato come quello enunciato dal Severi e che abbiamo
riporta- to in principio. Queste considerazioni di carattere razionale
permetto- no di escludere che si debba ricorrere a simili postulati; ma con
sole considerazioni razionali non è sperabile di afferrare quale possa essere
il postulato cui ricorrere; possiamo soltanto aggiungere che deve trattarsi di
qual- che proprietà che seguitò naturalmente a sussistere dopo l'adozione del
postulato delle parallele e dopo l'assetto dato da Euclide alla geometria, ma
che disparve in se- guito dal numero delle proprietà primordiali, divenendo
probabilmente una ovvia conseguenza del nuovo postu- lato. Determinare quale
fosse è questione di inspirazione piuttosto che di ragionamento; diciamo
inspirazione e 25 non capriccio o fantasia, ed aggiungiamo che dovremo
sottoporla ad ogni possibile controllo, esaminare se ar- monizza con la
mentalità pitagorica e se consente uno sviluppo pari allo sviluppo
effettivamente raggiunto dai pitagorici e capace di condurre ai risultati
conseguiti da essi, quali Proclo ci ha tramandati. Ben inteso poi, e lo diciamo
esplicitamente a scanso di equivoci e per precisione, che per necessità e per
bre- vità noi presupponiamo ed ammettiamo accettato o di- mostrato dai
pitagorici il contenuto delle prime 28 pro- posizioni di Euclide; ossia quanto
precede il postulato delle parallele e la teoria delle parallele; in quanto che
a noi interessa ed occorre indagare come si possano dimo- strare le
proposizioni nelle quali la geometria pitagorica sappiamo che differiva da
quella euclidea. Sostanzial- mente ammettiamo e supponiamo che i pitagorici
(espli- citamente o no) ammettessero: i postulati di deter- minazione e
appartenenza; i postulati relativi alla divisione in parti della retta e del
piano (riferiti se si vuole a rette finite e piani finiti); i postulati della congruenza
o del movimento. E riteniamo dimostrate e note ai pitagorici le proprie- tà che
cogli ordinarii procedimenti se ne ricavano, e cioè: i criteri ordinari di eguaglianza dei
triangoli; le relazioni tra gli elementi di uno stesso triangolo; i teoremi
sopra i triangoli isosceli, equilateri ed a lati di- suguali; il teorema
dell'angolo esterno (maggiore di ciascuno degli interni non adiacenti), il
teorema sopra un lato e la somma degli altri due. l'unicità della
perpendicolare per un punto ad una retta, la proprietà delle perpendicolari ad
una stessa ret- ta, le proprietà delle perpendicolari e delle oblique, del-
l'asse di un segmento... ossia quanto si ottiene in sostan- za con gli ordinari
postulati e procedimenti e senza il postulato di Euclide. Adoperando il
linguaggio moderno, abbiamo detto che occorre introdurre un nuovo postulato,
ossia ritrovare l'antico postulato, per poter dimostrare il teorema dei due
retti. Ma non sappiamo con quale termine gli antichi designassero le verità
primordiali da cui traevano logi- camente le altre proposizioni della
geometria. La parola postulatum, in cui è trasparente il carattere di esigenza
logica attribuito al concetto così designato, corrisponde al greco αἴτημα ed al
medio latino petitio, ed appare come termine matematico nell'edizione latina di
Euclide del Commandino, e come termine filosofico nella versione latina della
Reth. ad Alexan. del Philelphus. La distinzione in ipotesi, assiomi e postulati
è di Aristotele; ed Euclide, naturalmente, fa uso del termine αἴτημα.
Nell'edificio geometrico logico degli antichi figurava- no necessariamente
delle verità primordiali ammesse senza dimostrazione, ma non è detto che questo
avvenisse per pura necessità logica, per dare al ragionamento il necessario
punto di partenza; né è detto che venissero
scelte e stabilite avendo riguardo unicamente all'intui- zione ed
all'esperienza sensibili ordinarie. Occorre tenere presente che la mentalità
geometrica dei pitagorici era ben diversa dalla mentalità moderna che ha per
ideale una geometria pura, astratta, esistente unicamente nel mondo della
logica. Al contrario, osserva Rostagni, «Religione, morale, politica, scienze
matematiche non rappresentavano per i pitagorici materie separate; o veramente
si individuarono in progresso di tempo ma non cessarono mai di essere
emanazioni e dipendenze della cosmologia... Lo spirito cosmologico, ch'è insito
nella filosofia pitagorica, sta al di sopra di quelle specifica- zioni, e le
domina tutte, indifferentemente. Archita, il pitagorico amico di Platone, in un
frammento riportato da Nicomaco ed in un altro riportato da Porfirio, dice che
la geometria, l'aritmetica, la sferica (l'astronomia sferica), e la musica sono
delle scienze che sembrano sorelle. La geometria non era per essi una
disciplina esclusi- vamente logica, fatta dall'uomo e per l'uomo, indipen-
dente della realtà cosmica, come potrebbe essere il gioco degli scacchi; era la
scienza che ha oggetto di studio il cosmo sotto l'aspetto della posizione e
dell'estensione. L'aritmetica è la scienza del ritmo, ῥυθμός, ἀριθμός, del
numero, del tempo, dell'intervallo; ed Archita distin- ROSTAGNI, Il verbo di
Pitagora, ed. Bocca, Torino Cfr. A. ED. CHAIGNET, Pythagore et la philosophie
pythagoricienne; Paris, gueva inoltre un tempo fisico ed un tempo psichico. Ed
è evidente il nesso che con queste due scienze ancor oggi sorelle avevano le
altre due, la astronomia sferica e la musica. Inoltre occorre ricordare che
questa visione sintetica che legava tra di loro le varie scienze non era
presumibilmente basata sopra la sola intuizione ed esperienza sensibile umana
ordinaria e non aveva per oggetto soltanto la φύσις, la natura, il mondo dell'ἄλλο,
dell'alterazione, del divenire; ma anche l'eterna ed olimpicamente inalterabile
ἐστὼ τῶν πραγμάτον, l'essenza delle cose, l'al di là del περιέχον, della fascia
cosmica, che avvolge il mondo dei quattro elementi e dei dieci corpi celesti.
Dieci secoli dopo Pitagora, Proclo assegna ancora all'intelligibile e non al
sensibile gli oggetti della geometria. Tenuto conto di tutto questo, la verità
primordiale che introduciamo, e che riteniamo ammessa dai pitagorici è la
seguente, che chiameremo: Postulato pitagorico della rotazione: se un piano
ruota rigidamente sopra se stesso in un verso assegnato attorno ad un suo punto
fisso (centro di rotazione) di un angolo (convesso) assegnato, ogni retta
situata nel piano si muove anche essa, e le posizioni iniziale e finale della
retta (orientata), se si incontrano, formano un angolo eguale a quello di cui
ha ruotato il piano. Questa verità primordiale dal punto di vista moderno è
innegabilmente un semplice dato dell'intuizione, dell'osservazione e
dell'esperienza. Quando una ruota gira, un segmento qualunque, giacente e
rigidamente connesso con il piano della ruota, si muove anche esso, e gira
sempre in un verso se la ruota fa altrettanto, e gira più o meno a seconda che
più o meno gira la ruota; e l'intuizione e l'osservazione dicono che la
rotazione del segmento è eguale alla rotazione del raggio vettore. D'altra
parte la capacità di confrontare fra loro gli angoli non poteva fare difetto ai
pitagorici; giacché, secondo Eudemo, il problema, un poco più arduo, di
costruire un angolo eguale ad un angolo assegnato, dato il vertice ed un lato
dell'angolo da costruire, è una invenzione piuttosto di Oinopide da Chio che di
Euclide; ed Oinopide è forse un pitagorico. All'adozione di questo postulato
parte dei moderni obbietterà che esso non prescinde dal movimento; ma occorre
osservare che non si tratta qui di discutere le questioni teoriche del
movimento e della congruenza, si tratta di giudicare se questo postulato possa
essere stato una delle verità primordiali ammesse dai pitagorici, ed il fatto
che esso si basa sul movimento, anzi sulla rotazio- ne, non porta in proposito
nessun pregiudizio. Il movimento, ed in particolare il movimento di rotazione,
si presentava come aspetto saliente e caratteristico della vita cosmica, e
perciò non solo poteva ma doveva pita- goricamente avere la sua funzione anche
nella geometria. La tendenza a fare a meno per quanto è possibile del movimento
è una tendenza di Euclide, e questa sua antipatia ha forse contribuito alla sua
grande innovazio- ne, alla teoria delle rette che prolungate all'infinito non
si incontrano mai. Sono rette di cui nessuno ha mai potuto procurarsi
l'esperienza sensibile e nemmeno quella intelligibile, ma Euclide non era un
pitagorico e gli basta che la definizione delle parallele ed il relativo po-
stulato gli dessero il mezzo necessario per procedere nella sua via. Il postulato
pitagorico della rotazione non coincide, naturalmente, con l'ordinario
postulato della rotazione. Il postulato ordinario della rotazione ci dice che
quan- do un piano ruota intorno ad un suo punto fisso O di un certo angolo α,
tutti i punti di una retta qualunque AB del piano ruotano intorno ad O, in modo
che due raggi vettori qualunque OA, OB vanno rispettiva- mente in OA', OB' tali
che ^AOA' = ̂BOB' = α, e la retta AB va in A'B' ed ogni altro punto C della AB
va in un punto C' di A'B' disposto rispetto ai pûnti A' e B' come C è disposto
rispetto ad Ae B, ed è COC' = α. Ogni punto della AB ruota dunque di α. Il
postulato pi- tagorico della rotazione afferma che inoltre tutta la retta AB,
con tale rotazione, se incontra la A'B', forma con essa l'angolo α. Nel caso di
un raggio vettore OA la so- vrapposizione ad OA' si ottiene con la semplice
rotazio- ne intorno ad un suo punto O, nel caso di una retta qua- lunque AB la
sovrapposizione si ottiene con una rota- zione eguale intorno ad un punto
esterno O, oppure con una rotazione eguale attorno al punto di intersezione (se
esiste) delle AB ed A'B' seguita da una opportuna traslazione. Il postulato
afferma l'eguaglianza di queste due rotazioni; e, se ogni punto della AB ruota
di α, non era naturale affermare che l'insieme di tali punti, ossia la AB,
ruotava anche esso di α? Dal postulato segue poi immediatamente che se la ret-
ta r con due rotazioni consecutive nello stesso senso si
portaprimainr1epoidar1inr2,l'angolo r̂r2 èegua- le alla somma r̂ r 1+ ̂r1 r 2 .
Perciò la proprietà si estende subito al caso dell'angolo concavo e dell'angolo
giro. Nel caso della rotazione di mezzo giro, condotta dal centro di rotazione
la perpendicolare OH alla AB, il raggio vettore OH si porta sul prolungamento
OH', la AB si porta sulla perpendicolare ad OH' per H', ed il postulato
pitagorico ci dice che se essa incontrasse la AB forme- rebbe con essa un
angolo piatto. Ma siccome è noto che due rette perpendicolari in punti diversi
H, H' ad una stessa retta non si incontrano, ci si limita a riconoscere che in
questo caso le posizioni iniziale e finale della ret- ta non si incontrano.
Naturalmente non ne segue affatto che per ogni altra rotazione esse debbano
incontrarsi. Notiamo infine come il postulato si potrebbe anche enunciare sotto
forma diversa. Per esempio: Se il piano ruota sopra se stesso in un certo senso
intorno ad un punto fisso l'angolo formato da una retta qualunque del piano con
la sua posizione finale è costante; oppure: se il piano compie due rotazioni
consecutive nello stesso senso con le quali la r va prima in r1 e poi in r2
allora r̂r2=̂rr1+̂r1r2 . Ma ci sembra che la forma che abbiamo prescelto
aderisca in modo più immediato alla osservazione ed abbia quindi maggiore
probabilità di coincidere con la verità primordiale ammessa dai pitagorici. Con
l'aiuto di questo postulato il teorema dei due retti nel caso del triangolo
equilatero si dimostra imme- diatamente. Naturalmente ciò presuppone che
esistano dei trian- goli equilateri e che si sappia costruire un triangolo
equilatero di lato assegnato. La considerazione del triangolo equilatero doveva
comparire molto presto nella geometria pitagorica, per la corrispondenza che
essi scorgevano tra i primi quattro numeri, ed il punto, la retta (individuata
e limitata da due punti), il piano ed il triangolo individuato da tre, e lo
spazio o il volume indi- viduato da quattro punti. Non è forse un caso se anche
in Euclide la prima proposizione del primo libro ha ap- punto per oggetto il
triangolo equilatero. E giacché se ne presenta l'occasione notiamo che in essa
Euclide am- mette tacitamente ed implicitamente il postulato che se una
circonferenza ha il centro su di un'altra circonferenza ed un punto interno ad
essa, la taglia. Così pure del resto è ammesso tacitamente in Euclide l'altro
caso par- ticolare del postulato di continuità, e cioè che il segmen- to
congiungente due punti situati da parte opposta di una retta è tagliato da
essa. Posto ciò, per dimostrare il nostro teorema basta conoscere il 1o e 2o
criterio di eguaglianza dei triangoli con i loro corollari sul triangolo
isoscele e sul triangolo equilatero, ed applicare il postulato pitagorico della
ro- tazione. Dimostriamo dunque il TEOREMA: La somma degli angoli di un
triangolo equilatero è eguale a due retti. Sia ABC il triangolo equilatero
(fig. 5), e quindi equiangolo. 34 La bisettrice dell'angolo ̂CAB
incontra il lato opposto in un punto D interno ad esso, e poiché i due punti A
e D si trovano da parte opposta della bisettrice di ^ACB, le due bisettrici si
tagliano in un punto O inter- no al triangolo dato. Gli angoli ̂OAC ,̂OCA sono
eguali perché metà di angoli eguali, e quindi OAC è isoscele ed OA = OC. I
triangoli ACO, BCO sono eguali per il 1o criterio, e perciò OB = OA = OC e
^OBC=^OAC; e perciò OB è bisettrice dell'angolo ^ABC. I tre triangoli isosceli
OAB, OBC, OAC sono quindi eguali (2o o 3o criterio) e gli angoli al vertice
̂AOC,̂COB,̂BOA sono eguali. Facendo ruotare la figura attorno ad O dell'angolo
^COB, ilverticeCvainB,BinA,edAinC,laCBsi porta sul̂la BA e l'angolo da esse
formato, cioè l'angolo esterno CBE è eguale per postulato all'angolo ̂COB.
Proseguendo nella rotazione, con due altre rotazioni eguali, la figura si
sovrappone a se stessa; e la somma dei tre angoli di rotazione, ossia dei tre
angoli esterni del triangolo dato, è eguale ad un angolo giro, ossia a quattro
retti. D'altra parte ogni angolo interno di ABC è supple- mentare dell'angolo
esterno; perciò la loro somma sarà eguale a sei retti meno la somma degli
angoli esterni, ossia a sei retti meno quattro retti: ossia a due retti. c. d.
d. 35 5. La verità del teorema nel primo caso, secondo Eu- tocio e
Gemino, dimostrato dai pitagorici è dunque una conseguenza immediata del
postulato pitagorico della rotazione. Dimostrato il teorema agevolmente in
questo caso particolare, era naturale che gli antichi si chiedes- sero cosa
avveniva in generale, ed era naturale che pri- ma del caso generale essi
studiassero l'altro caso parti- colare del triangolo isoscele. In questo
secondo caso la dimostrazione non è così immediata; occorre premettere
parecchie altre proposi- zioni tutte dimostrabili con una certa facilità e
senza bi- sogno del postulato di Euclide, come del resto si trovano in Euclide
stesso e nei testi moderni. Ad essi rimandia- mo per le dimostrazioni e ci
limitiamo a ricordare queste proprietà, che sono del resto comprese tra quelle
indicate innanzi: La bisettrice dell'angolo al vertice di tal triangolo
isoscele è anche mediana ed altezza. Esistenza, unicità e determinazione del
punto medio di un segmento. Teorema dell'angolo esterno di un triangolo. La
somma di due angoli interni di un triangolo è sempre minore di due retti. Se un
angolo di un triangolo è maggiore od eguale ad un retto gli altri due sono
acuti. Se in un triangolo un lato a è corrispondentemente maggiore eguale o
minore di un secondo lato b, l'angolo ̂A opposto ad a è corrispondentemente
36 maggiore, eguale o minore dell'angolo B̂ opposto a b; e viceversa. Se
un triangolo ha un angolo ottuso o retto, il lato opposto ad esso è il
maggiore. In un triangolo un lato è minore della somma degli altri due. Definizione, esistenza, unicità della
perpendicolare ad una retta per un punto. Teoremi inversi sopra la mediana e
l'altezza del triangolo isoscele. Teoremi sull'asse di un segmento e sulle
bisettrici degli angoli formati da due rette concorrenti. Premesso questo
dimostriamo il TEOREMA: La somma degli angoli interni di un triangolo isoscele
è eguale a due retti. Sia ABC il triangolo isoscele e sia AB = AC e quindi
^ABC=^ACB; sia AH la bisettrice, mediana ed altezza del triangolo isoscele. Si
dimostra come nê l caso precedente che la bisettrice dell'angolo alla base ABC
incontra la AH in un punto O interno, e congiunto O con C dall'eguaglianza (1o
criterio) dei triangoli BAO, CAO segue che OB = OC e perciò ^OBC=^OCB, e perciò
CO è la bisettrice di ^ACB. D'altra parte, essendo BC < AB + AC sarà la metà
BH < AB = AC; e presi allora sui lati BK = CL = BH i punti K ed L risultano
interni rispettivamente ad AB ed AC. Congiunto O con K e con L, i triangoli
OKB, OHB, OHC, OLC risultano eguali per il 1o criterio, e perciò OH = OK = OL,
e le AB, AC rispettivamente perpendi- colari ad OK ed OL. Facciamo adesso
ruotare la figura intorno ad O, in modo che OH ruota in OK, la BC per- pendicolare
ad OH si porta sulla retta BA perpendicolare alla OK in K, e per il postulato
della rotazione l'ango- lo esterno ̂VBA del triangolo dato risulta eguale
all'angolo di rotazione ^HOK. Continuandolarotazionenel- lo stesso verso OK va
su OL, la AB perpendicolare ad OK va su CA perpendicolare ad OL e l'angolo
esterno ^BAT è eguale a ^KOL. Proseguendo la rotazione e portando OL sopra OH
la figura ritorna, dopo un giro completo, sopra se stessa, ed ^ACS=^LOH . La
somma dei tre angoli esterni è eguale all'intera ro- tazione di quattro retti;
ed anche questa volta, essendo i tre angoli del triangolo dato rispettivamente
supplemen- tari degli angoli esterni adiacenti, la loro somma sarà eguale a sei
retti meno la somma degli angoli esterni, ossia a sei retti meno quattro retti,
ossia a due retti c. d. d. 6. Passiamo al caso generale. Occorre solo
premettere i seguenti teoremi, che si di- mostrano agevolmente per assurdo, e
che per brevità ci limitiamo ad enunciare. In un triangolo acutangolo i piedi
delle tre altezze sono interni ai lati. b) In un triangolo ottusangolo o
rettangolo il piede dell'altezza relativa al lato maggiore è interno al lato.
Basta questo per dimostrare che: TEOREMA. In un triangolo qualunque la somma
dei tre angoli è eguale a due retti. Sia A il vertice dell'eventuale angolo
retto od ottuso del triangolo qualunque ABC. Abbassata l'altezza AH, il piede H
è interno a BC e l'angolo ^BAC è diviso in due parti dalla AH. Sul
prolungamento di AH prendiamo HA' = AH e congiungiamo A con B e con C. I triangoli
rettangoli AHB, A'HB sono eguali per il lo criterio, quindi BA = BA' e
^BAH=^BA'H; analoga- mente ^CAH=^CA'H. 39 Per il teorema precedente
applicato ai due triangoli isosceli BAA', CAA' si ha: ̂ABA '+ ̂BAA '+ ̂BA '
A=due retti ed, essendo BH bisettrice del triangolo isoscele BAA', si ha:
Analogamente e sommando ossia ^ACH+^CAA '=un retto, ^ABH+^BAA '=un retto .
^ABH+^ACH+^BA ' A+^CAA '=due retti, ^ABC+^ACB+^BAC=due retti. Il teorema è così
dimostrato in generale. 7. La dimostrazione si è presentata immediata nel pri-
mo caso menzionato da Eutocio-Gemino, e poi ordinata- mente per gli altri due
casi da essi menzionati. Occorre però osservare: 1o che la dimostrazione del
primo caso è, da un punto di vista moderno, superflua, perché il secondo caso
include il primo; 2o che il caso generale si può anche dimostrare direttamente
in modo da includere gli altri due. Per ottenere questa dimostrazione generale
occorre solo premettere due teoremi, che sono i seguenti: TEOREMA: Due
triangoli rettangoli aventi l'ipote- nusa eguale ed un angolo acuto eguale sono
eguali. Sia (fig. 8) ̂A=̂A' = 90°; a=a'; B^=^B'. 40 Se BA = B'A' il
teorema è dimostrato; se fosse invece ad esempio B'A'>BA, preso B'D'=BA, il
triangolo B'D'C' risulta per il 1o criterio eguale al triangolo BAC; quindi
C'D' perpendicolare a B'A', e questo non può ac- cadere perché da C non si può
condurre che una sola perpendicolare alla B'A'. L'altro teorema che occorre
premettere è il seguente. TEOREMA: Due triangoli rettangoli aventi le ipote-
nuse eguali ed un cateto eguali sono eguali. Siano (fig. 9) BAC, B'A'C' i due
triangoli, ^A=^A '=90°, BC=B'C', CA= CA'. Preso A'B''=AB il triangolo
rettangolo C'A'B'' è egua- le a CAB, C'B"=CB=CB', e nel triangolo isoscele
41 B'C'B'' l'altezza è anche mediana, quindi B'A'=A'B''=AB.
Premesso questo si ottiene la seguente dimostrazione generale del teorema
fondamentale: Sia A (fig. 10) il vertice dell'eventuale angolo retto od ottuso
del triangolo ABC; e conduciamo le bisettrici de- gli angoli ^BAC, ^ABC . Si
dimostra al solito che esse si incontrano in un punto O interno al triangolo
ABC. Gli angoli ^ABO, ^BAO metà di angoli convessi sono acuti, dimodoché nel
triangolo OAB l'eventuale angolo non acuto è quello di vertice O, e perciò in
tutti i casi, abbassando da O la perpendicolare OH ad AB il piede H è̂interno
ad AB. Congiunto O con C l'angolo acuto ACB è diviso in due angoli acuti,
dimodoché anche nei triangoli AOC, BOC l'eventuale angolo non acuto è quello di
vertice O, ed anche in essi i piedi L e K delle perpendicolari abbassate da O
sopra AC e BC sono in tutti i casi rispettivamente interni ad AC e BC. I
triangoli rettangoli OBK, OBH hanno l'ipotenusa eguale ed un angolo acuto
eguale; perciò sono eguali, ed 42 OK=OH. Analogamente sono eguali i
triangoli OAH, OAL e quindi OH=OL. Ma allora i triangoli rettangoli OLC, OKC
hanno l'ipotenusa in comune, il cateto OL=OK, sono quindi eguali e perciò OC è
bisettrice di ^ACB. Si ha dunque che le tre bisettrici degli angoli interni di
un triangolo qualunque si incontrano in un punto interno al triangolo, tale
che, abbassando da esso le perpendicolari ai lati i tre piedi H, L, K sono
interni ai tre lati, e si ha: OH=OK=OL. Non resta adesso che fare ruotare la
figura attorno ad O, portando successivamente OK su OH, OL, OK e la retta BC
andrà successivamente sulla AB, CA, BC; gli angoli esterni del triangolo ABC
per il postulato pitago- rico della rotazione risulteranno rispettivamente
eguali ai tre angoli ^KOH, ^HOL, ^LOK; la loro somma sarà quattro retti, e
quella degli angoli interni sarà due retti. 8. Questa dimostrazione rende
dunque superflue le due precedenti; ed in ogni caso la dimostrazione nel caso
del triangolo isoscele include quella del triangolo equilatero. Se ne deve
concludere che non è questa la dimostrazione in tre tappe degli antichi
pitagorici, menzionata da Eutocio e Gemino? Concludere in questo senso
equivarrebbe ad attribuire agli antichi la tendenza e l'abitudine moderna alla
gene- ralizzazione, ossia significherebbe giudicare alla stregua della nostra
mentalità. Per obbedire alle nostre norme avrebbero dovuto rinunziare a
dimostrare subito il teorema nel primo e semplice caso ed attendere (e perché
mai?) di avere trovato il modo di dimostrarlo nel secon- do e nel terzo caso.
Non va dimenticato inoltre che essi scoprirono il teorema; ed è probabile che
la scoperta sia avvenuta per il caso del triangolo equilatero; soltanto dopo ed
in conseguenza sarà sorto il dubbio se il teore- ma valesse in generale, e solo
dopo e con ben altra fati- ca saranno giunti a dimostrarlo negli altri due
casi; quin- di il passo di Eutocio si può riferire non soltanto all'ordi- ne
dell'esposizione pitagorica del teorema ma all'ordine cronologico, storico
delle loro scoperte. Perciò, a meno che si riesca a dedurre ed in modo ab- bastanza
semplice il secondo caso dal primo, siamo con- vinti che le nostre
dimostrazioni sono proprio quelle de- gli antichi, e quasi quasi riteniamo che
anche nel terzo caso essi non dedussero la dimostrazione dal secondo caso, ma
preferirono per analogia di dimostrazione ri- correre ancora al postulato della
rotazione. Si tenga presente ad ogni modo quanto scriveva il Tannery35: «credo
inutile insistere sulla difficoltà che sembrano avere trovato i primi geometri
ad elevarsi alle generalizzazioni più semplici», citando ad esempio proprio il
caso del teorema dei due retti. Comunque siamo giunti a questo risultato:
Abbiamo dimostrato il teorema fondamentale sopra la somma de- gli angoli di un
triangolo senza fare uso del postulato e del concetto delle rette parallele. È
un risultato di una TANNERY, La Géom. gr. certa importanza se il postulato
pitagorico della rotazio- ne non equivale al postulato di Euclide. 9.
Effettivamente il postulato pitagorico della rotazio- ne non è equivalente al
postulato dì Euclide. Ed ecco perché. Abbiamo veduto che dal postulato pitagorico
della ro- tazione se ne deduce il teorema dei due retti. Viceversa, ammettendo
che la somma degli angoli di un triangolo sia una costante, se ne deduce il
nostro postulato. Sia, infatti (fig. 4), O il centro di rotazione ed S il punto
d'incontro della posizione iniziale e finale della retta r. Prendiamo sulla r
un punto A situato rispetto alla r' dalla parte di O, ed uno B da parte
opposta; la r' taglia in un punto T il segmento OB. La rotazione che porta r in
r' porta il punto A in un punto A' e B in un punto B' ed è ̂AOA '=̂BOB '
l'angolo di rotazione. I triangoli AOB, A'OB' sono eguali, quindi B^=^B'. I
triangoli OTB', STB hanno dunque gli angoli B^ = ^B ', ^OTB'=^STB; e, se
ammettiamo che la somma degli angoli di un triangolo qualunque sia costante, il
terzo angolo ̂TSB r̂isulterà eguale al terzo angolo ^B ' OB ; ossia l'angolo rr
' eguale all'angolo di rotazione, come dovevasi dimostrare. Dunque il postulato
pitagorico del- la rotazione e la proposizione sopra la costanza della somma
degli angoli di un triangolo si equivalgono come postulati. Ammettendo quindi
la costanza della somma degli angoli di un triangolo si potrebbe dedurne il
nostro postulato della rotazione, ed applicandolo al caso del trian- golo
equilatero, si troverebbe subito che la quantità di cui si è ammessa la
costanza è eguale a due retti. Girolamo Saccheri propose, come è noto, la
nozione che la somma degli angoli di un triangolo è eguale a due retti in
sostituzione del postulato di Euclide, ed il Le- gendre ha dimostrato che, se
si ammette anche il postu- lato di Archimede, la proposizione Saccheri equivale
ef- fettivamente al postulato di Euclide. Ne segue immedia- tamente che se
oltre al postulato pitagorico della rota- zione ammettessimo anche quello di
Archimede esso equivarrebbe a quello di Euclide. Se non si ammette altro, esso
non equivale al postula- to di Euclide. Infatti Dehn dimostra che l'ipotesi del
Saccheri è compatibile non solo con l'ordinaria geometria elementare, ma anche
con una nuova geometria, necessariamente non archimedea, dove non vale il V
postulato, ed in cui per un punto passano infinite non secanti rispetto ad una
retta data. Math. Ann., B. 53, Die Legendre'schen Sätze über die Winkelsumme in
Dreieck; cfr. BONOLA, Sulla teo- ria delle parallele e sulle Geometrie non
euclidee, in ENRIQUEZ, Questioni riguardanti le Matematiche elementari. Dehn
chiama questa geometria: geometria semi-euclidea. Lo stesso vale
senz'altro per il nostro postulato. Una volta ammessa la proposizione Saccheri
o l'equivalente postulato pitagorico della rotazione, si può: ammettere il
postulato di Archimede, ed allora ne risulta dimostrato quello di Euclide; e si
ottiene l'ordina- ria geometria euclidea ed archimedea. negare quello di
Euclide, e quindi necessaria- mente anche quello di Archimede; e si ottiene la
geome- tria semieuclidea del Dehn. ignorare completamente i due postulati d’Euclide
e d’Archimede e le questioni relative, e sviluppare una geometria più generale,
indipendente dalla loro accettazione o negazione (e valevole quindi nei due
casi), come conseguenza del teorema dei due retti oramai otte- nuto. Gli
antichi pitagorici ignoravano quasi certamente il postulato di Archimede38, ed
avevano ottenuto la dimo- strazione del teorema dei due retti con un
procedimento indipendente dalla teoria delle parallele. Non introducendo il
postulato di Archimede noi veniamo a trovarci esattamente nella stessa
posizione. Se i pitagorici antichi non hanno fatto uso del concetto di pa- La
proposizione 1a del libro X di Euclide equivale all'assio- ma di Archimede. Da
alcuni passi di Archimede, risulta che, prima ancora, Eudosso aveva fatto uso
di questo «lemma»; ed Loria ritiene che l'origine di questo lemma debba farsi
risalire ad Ip- pocrate da Chio (cfr. LORIA, Le scienze esatte nell'antica
Grecia). Comunque gli antichi pitagorici dovevano ignorare il postulato di
Archimede. rallela, deve essere possibile adesso, dal teorema dei due retti,
sempre senza ricorrere al postulato di Euclide ed a quello di Archimede,
dedurre una dopo l'altra tutte le scoperte attribuite da Proclo ai pitagorici.
Se questo ac- cade questa geometria più generale concorderà o coinci- derà con
la geometria della Scuola Italica. 10. Prima di proseguire vogliamo però esporre
una via più rapida per dedurre dal postulato pitagorico della rotazione il
teorema dei due retti. Dal vertice A dell'angolo retto (fig. 11) di un
triango- lo rettangolo qualunque OAS conduciamo la perpendi- colare AH
all'ipotenusa, e sul prolungamento prendiamo HA'=AH. Sappiamo che H è interno
ad OS; congiunto A' con O e con S, i triangoli rettangoli OHA', SHA' ri-
sultano rispettivamente eguali ai due OAH, SHA; e quindi OA=OA', SA=SA',
^OAH=^OA'H, ̂SAH=̂SA'H ed ̂SA'O=̂SA'H+̂OA'H = ^SAH+^OAH=unretto. Perciò,
facendo ruotare intor- no ad O dell'angolo ^AOA', la AS va sopra la perpen-
dicolare in A' ad OA', ossia sulla A'S, e perciò per il po- stulato della
rotazione ^AOA '=^A ' ST . Ne segue che ^AOA ' ed ^ASA ' sono quadrilatero
AOA'S si ha: supplementari, e quindi nel ^SAO + ^AOA ' + ^OA ' S + ^A ' SA = 4
retti . E siccome le altezze SH, OH dei triangoli isosceli SAA', OAA' bisecano
gli angoli al vertice la somma ̂HSA + ̂SAO+ ̂AOH è la metà della precedente,
ossia abbiamo il teorema: In un triangolo rettangolo qualun- que la somma degli
angoli è eguale a due retti. Dal triangolo rettangolo qualunque si passa a
quello isoscele (ed in particolare a quello equilatero), condu- cendo la
bisettrice dell'angolo al vertice che è anche l'altezza; ed essendo oramai
complementari gli angoli acuti di un triangolo rettangolo qualunque, la somma
degli angoli acuti dei due triangoli rettangoli in cui è decomposto il
triangolo isoscele risulta eguale a due retti. Dal caso del triangolo isoscele
si passa a quello generale nel modo già visto. La via tenuta, passando per le
tre tappe menzionate da Gemino, è quella probabilmente tenuta dagli scopritori
della proprietà; oggi, a scoperta fatta, è più speditivo procedere nel modo ora
indicato. Abbiamo avuto bisogno del postulato pitagorico della rotazione per
dimostrare il teorema dei due retti. Da ora in poi, in tutto quanto segue, non
ne avremo più bisogno, perché ci basta il teorema dei due retti ad esso, come
sappiamo, equivalente. E, siccome sappiamo39 che i pitagorici conoscevano il
teorema dei due retti perché lo dimostravano, la restituzione della geometria
pitago- rica procede da ora in poi partendo da questa loro sicura conoscenza,
comunque ottenuta, ma senza il postulato delle parallele. Anche se la via
tenuta per ottenere il teorema dei due retti fosse stata un'altra, sempre però
indi- pendentemente dal postulato di Euclide, ci troveremmo sempre nella
medesima situazione di fronte al problema della restituzione della geometria
pitagorica, come sviluppo e conseguenza del teorema dei due retti. Limiteremo
la nostra indagine a quanto occorre per ottenere i risultati attribuiti da
Proclo ai pitagorici, La testimonianza di Eutocio, pur essendo Eutocio
posteriore anche a Proclo, è attendibile. Dice LORIA (Le scienze esatte) che
Eutocio, di mediocrissimo ingegno, è però assai diligente, accurato e
coscienzioso. È difficile d'altra parte inventare una notizia così precisa e
circostanziata. omettendo spesso le dimostrazioni quando coincidono con quelle
a tutti note. E per prima cosa vediamo come il teorema dei due retti consenta
immediatamente la costruzione e la consi- derazione del quadrato e del
rettangolo e la dimostrazione del teorema di Pitagora. E notiamo come dal
teorema dei due retti discendano subito, tra le altre, le seguenti conseguenze:
Gli angoli acuti di un triangolo rettangolo sono complementari; ed in quello
rettangolo isoscele sono eguali a mezzo retto. L'angolo del triangolo
equilatero è eguale ad un terzo di due retti. L'angolo esterno di un triangolo
qualunque è egua- le alla somma dei due interni non adiacenti. Passando ai
quadrilateri, osserviamo subito che Euclide ne distingue, nelle sue
definizioni, cinque: il qua- drato, il rettangolo, il rombo, il romboide, e
tutti gli al- tri. Essi sono definiti e distinti da Euclide in base alla
eguaglianza dei lati e degli angoli, e la definizione di rette parallele viene
subito dopo; mentre invece nel testo la costruzione del quadrato si basa sulle
parallele e com- pare alla fine del primo libro. Definito il quadrato come un
quadrilatero con tutti i lati eguali e tutti gli angoli retti, la costruzione
di un quadrato di lato assegnato AB, e quindi la sua esistenza, discendono
invece dal teorema dei due retti e da esso soltanto. Condotto AC eguale e
perpendicolare ad AB, i due angoli alla base del triangolo rettangolo iso-
scele ABC sono eguali a mezzo retto. Conduciamo per B la semiretta
perpendicolare ad AB dalla parte di C, e prendiamô su essa BD = AB = AC; la BC
divide l'ango- lo retto ABC in due parti eguali; A e D stanno da parti opposte
rispetto a CB, e quindi la CB divide l'an- 40 Adoperiamo il termine: semiretta
per brevità di elocuzione; ma il concetto di rette e semirette prolungate
all'infinito non puo, ci sembra, essere condiviso dai pitagorici.
Effettivamente del resto la 2a, 3a e 4a definizione di Euclide si riferiscono
alla linea ed alla retta limitata, cioè al nostro segmento; ed il postulato se-
condo di Euclide ammette solo che la retta, cioè il segmento, si può prolungare
κατὰ τὸ συνεχές. Bisognerebbe dunque dire: da B si conduca dalla parte di C
rispetto a D un segmento perpendico- lare ad AB, e su esso convenientemente
prolungato se occorre, si prenda il segmento BD = AC... La definizione 23a di
Euclide ed il postulato V introducono il concetto di rette infinite. Si tratta
dun- que di un'aggiunta non conforme allo spirito dell'antica geometria e che
male si adatta alle altre definizioni dell'elenco stesso che precede il testo
di Euclide. golo ^ACD. I triangoli ABC, DBC risultano eguali per il 1o criterio,
quindi CD = AC, e ̂DCB=̂ACB, ̂CDB=̂CAB. Il quadrilatero ABCD ha dunque tutti i
lati eguali e tutti gli angoli retti; è dunque, per definizio- ne, un quadrato.
La diagonale BC lo divide in due trian- goli rettangoli isosceli eguali. Si
dimostra facilmente che AD = BC e che le due diagonali si tagliano nel pun- to
medio e sono perpendicolari tra loro. 3. Definizione, esistenza, costruzione e
proprietà del rettangolo. Prendiamo la seguente definizione: Rettangolo è un
quadrilatero con tutti gli angoli retti. Sia ABD (fig. 13) un triangolo
rettangolo qualunque ed A il vertice dell'an- golo retto. Condotta per B la
semiretta perpendicolare ad AB dalla parte di D rispetto ad AB, e preso su di
essa BC = AD, C ed A rimangono da parti opposte rispetto a BD perché, essendo
̂ABD acuto ed ̂ABC retto la BD divide l'angolo retto ^ABC. Congiunto C con D, i
triangoli ABD, CBD sono eguali per il 1o criterio, e quindi DC=AB,
^DCB=^DAB=unretto, 53 ^CDB=^ABD; e ̂ siccome sappiamo che ̂ABD è
complemento di ADB anche CDB sarà comple- mento di ^ADB, ossia anche il quarto
angolo ̂ADC del quadrilatero ABCD è retto; esso è dunque un rettan- golo. I
lati opposti sono eguali ed i loro prolungamenti non si possono incontrare
perché sono perpendicolari ad una stessa retta; si dimostra facilmente che la
diagonale AC è eguale a BD e che esse si tagliano per metà. Viceversa se ABCD è
un rettangolo, si osserva per principiare che i vertici C e D debbono stare da
una stessa parte rispetto ad AB, perché altrimenti la CD sa- rebbe tagliata in
un punto M dalla AB, e dai triangoli rettangoli ADM, CBM risulterebbe che gli
angoli non potrebbero essere retti. Sia dun- ^ADC, ̂DCB que ABCD un rettangolo;
la BD determina i due trian- goli rettangoli ABD, CBD, ed essendo in entrambi
acuti gli angoli adiacenti all'ipotenusa, la BD divide i due an- goli retti di
vertici B e D del rettangolo, e lascia A e C da parti opposte; inoltre ̂CBD è
complemento di ^ABD, e quindi ^CBD=^ADB; similmente ^CDB=^ABD, ed i due
triangoli rettangoli ABD, CBD sono eguali, e CD = AB, BC = AD ecc. Per
costruire il rettangolo di lati eguali ad AB ed AD, si prendono a partire dal
vertice A di un angolo retto so- pra i due lati i segmenti AB, AD; si conduce
per B la perpendicolare ad AB, e su di essa dalla parte di D si prende BC = AD,
si unisce C con D ed ABCD è il ret- tangolo richiesto. Il teorema dei due retti
con le conseguenti proprietà del triangolo rettangolo assicurava dunque
immediata- mente ai pitagorici l'effettiva esistenza dei quadrati e dei
rettangoli, ne permetteva la costruzione, e ne dava le proprietà fondamentali.
Per dimostrare adesso la proprietà relativa ai poligoni regolari congruenti
attorno ad un vertice comune, biso- gnerebbe passare alla considerazione dei
poligoni qua- lunque; ma, siccome per dimostrare il teorema di Pita- gora non
abbiamo bisogno di altro, passiamo senz'altro alla dimostrazione di questo
teorema fondamentale. TEOREMA DI PITAGORA. In un triangolo ret- tangolo
qualunque il quadrato costruito sull'ipotenusa è eguale alla somma dei quadrati
costruiti sopra i cateti. Adoperiamo l'antica espressione: eguale, invece della
moderna equivalente, anche perché nella dimostrazione ci serviremo (come fa
Euclide nella sua) della «nozione comune» di eguaglianza per differenza, e non
della no- zione di eguaglianza additiva che sola conduce al con- cetto di
equivalenza (Duhamel) o di equicomposizione (Severi). Nel caso particolare del
triangolo rettangolo isoscele, Platone dà nel Menone la seguente dimostrazione:
pre- PLATONE, Menone. Una traduzione corretta e completa del passo di Platone
trovasi nelle Scienze esatte nell'antica Grecia di LORIA. Platone conosceva la
validità so un quadrato ABCD e riunitine altri tre eguali congruenti in un
vertice come è indicato in figura si ot- tiene un quadrato quadruplo del dato.
Dividendo poi ciascuno di quei quattro quadrati con la diagonale si ot- tiene un
quadrato che è doppio del quadrato dato, perché composto di quattro triangoli
eguali ad ABC, mentre il quadrato dato lo è di due. Passando al caso generale,
tra le settanta ed oltre di- mostrazioni conosciute, le più semplici sono: 1o
quella suggerita dal Bretschneider, il cui autore è ignoto ai moderni, ma di
cui si sa che è antica; 2o quella ideata da Abu'l Hasan Tabit (morto nel 901
d.C.) e di cui ci ha serbato memoria Anarizio; 3o quella di Baskara posteriore
a Tabit. La prima, sia perché non si sa a chi vada attribuita, sia per la sua
del teorema nel caso del triangolo rettangolo che ha l'ipotenusa doppia del
cateto minore; risulta dal Timeo. Cfr. G. LORIA, Storia delle Matematiche.Cfr.
G. LORIA, Storia delle Matematiche.grande semplicità, può darsi benissimo, e
noi ne siamo convinti, che sia quella di Pitagora. Vediamo come questa
dimostrazione si possa fare senza il postulato delle parallele. Supponiamo che
nel triangolo rettangolo ABC sia  l'angolo retto ed AC il cateto maggiore. Sul
prolungamento del cateto AC prendiamo CD = AB e sul prolungamento di AB
prendiamo BE = AC. Ne segue AE = AD. Per C e per D conduciamo dalla parte di B
ri- spetto ad AD le semirette perpendicolari alla AD e pren- diamo su esse DP =
CK = AB; e congiungiamo K con P e con B. I due quadrilateri ABKC, CKPD
risultano per costruzione rispettivamente un rettangolo ed un quadra- to; e
precisamente il rettangolo è eguale al doppio del triangolo rettangolo dato, ed
il quadrato ha per lato un segmento eguale al cateto AB del triangolo dato.
Essi sono separati e situati da parti opposte del lato comune CK, perché le tre
semirette AB, CK, DP perpendicolari ad una stessa retta AD non si incontrano due
a due, e siccome C è compreso tra A e D, la DP e la AB stanno da parti opposte
della CK. Essendo poi retti gli angoli di vertice K del rettangolo e del
quadrato la loro somma è un angolo piatto, e quindi i punti P, K, B risultano
alli- neati sopra una perpendicolare comune alle rette DP, CK, AB. Sui
prolungamenti delle DP e CK dalla parte opposta alla AD prendiamo i segmenti PF
= KM = BE = AC, e congiungiamo M con F e con E. Il quadrilatero PKMF risulta un
rettangolo per costruzione ed anche esso è il doppio del triangolo dato ABC;
KMBE risulta un qua- drato che ha per lato un segmento eguale al cateto AC del
triangolo dato; ed anche i tre punti F, M, E risultano allineati sopra una
perpendicolare comune alle tre rette AB, CK, DP. Si riconosce subito che il
quadrilatero AEFD ha tutti gli angoli retti e tutti i lati eguali e quindi è un
quadrato. La terna delle tre rette AB, CK, DP e la terna delle tre rette AD,
BP, EF sono tra loro perpendicolari, e poiché K è compreso tra C ed M, e tra B
e P, CM e BP dividono il quadrato AEFD in quattro parti. Esso è quindi eguale
alla loro somma. Il quadrato AEFD è dunque eguale alla somma del quadrato
costruito sul cateto AB, del quadrato costruito sul cateto AC, e di quattro
triangoli rettangoli eguali al dato. Prendiamo ora sopra DF ed FE i segmenti DG
= FH = AC e congiungiamo C con G, G con H ed H con B. I triangoli rettangoli
ABC, DCG, FGH, EHB risultano eguali per il 1o criterio e perciò il quadrilatero
CGHB ha 58 tutti i lati eguali. Inoltre siccome le semirette GC e GH
stanno da una stessa parte rispetto alla DF e gli angoli DGC, FGH sono acuti e
complementari (perché ^FGH=^DCG ) l'angolo ̂CGH che si ottiene toglien- do
dall'angolo piatto i due angoli ^DGC, ̂FGH risul- ta retto; in modo analogo si
dimostrano retti gli altri an- goli del quadrilatero CGHB, il quale dunque è il
quadra- to costruito sull'ipotenusa BC del triangolo dato. Siccome poi ̂DCG è
acuto e ̂DCM retto, il trian- golo CGD ed il quadrilatero CGFM stanno da parti
op- poste rispetto a CG. CG divide dunque l'intero quadrato in due parti e cioè
il triangolo CDG ed il poligono CGFEA. E poiché ̂CGF è ottuso e ̂CGH retto, il
po- ligono precedente è diviso da GH in due parti e cioè il triangolo GFH ed il
poligono CGHEA; questo a sua vol- ta è diviso dalla HB in due parti e cioè il
triangolo HBE ed il poligono CGHBA, il quale finalmente è diviso dal- la BC nel
triangolo ABC e nel quadrato CGHB. Il quadrato CGHB si ottiene dunque dal
quadrato ADFE togliendone quattro triangoli rettangoli eguali ad ABC. Ma togliendo
dal quadrato ADFE i due rettangoli ABKC, KMFB, ossia quattro triangoli eguali
al dato, si ottiene la somma dei quadrati costruiti sui cateti AB ed AC, e
siccome la seconda nozione euclidea (che si trova però già in Aristotele) dice
che togliendo da cose eguali cose eguali si ottengono cose eguali. Così il
quadrato costruito sull'ipotenusa è eguale alla somma dei quadrati costruiti
sui cateti. Ammettendo il postulato pitagorico della rotazione ed ignorando i
due postulati d’Euclide e d’Archimede, abbiamo così ottenuto subito i due
teoremi fondamentali della geometria: il teorema dei due retti, e da questo il
teorema di Pitagora. Essi sono validi entrambi tanto nella ordinaria geometria
euclidea ed archimedea quanto nella geometria più generale che ammette il
postulato pitagorico della rotazione e prescinde dai postulati di Euclide e di
Archimede. Il teorema di Pitagora si presenta così come primo teorema nella
teoria dell'equivalenza; precisamente come, secondo il Tannery, avveniva coi
pitagorici. Esso sta alla base di questa teoria e non alla fine. La
dimostrazione che ne abbiamo dato dipende unicamente dal teorema dei due retti,
noto agli antichi pitagorici, e dalle sue conseguenze immediate. Si sa che una
dimostrazio- ne basata sulla figura che abbiamo adoperato esisteva, è antica,
ed il suo autore non è noto agli storici moderni della matematica. Noi non
abbiamo fatto altro che ren- derla indipendente dal postulato di Euclide, di
cui i pitagorici non si servivano per dimostrare il teorema dei due retti e che
diventa perciò superfluo anche per il teorema di Pitagora. Tutto sommato, non
ci sembra affatto improbabile che questa sia proprio la dimostrazione che il
fondatore della «Scuola Italica» scoprì e dette venticinque secoli fa. Con essa
il teorema è valido nel senso di eguaglianza per differenza in una geometria
che ignora od anche che nega i postulati di Euclide e di Archimede. La
dimostrazione del testo d’Euclide prova la validità del teorema di Pitagora
sempre nel senso di eguaglianza per differenza se ed anche se si ammette il
postulato delle parallele e nulla si dice di quello d’Archimede. Le
dimostrazioni moderne ne provano la validità nel senso di eguaglianza addittiva
(Duhamel), equivalenza od equicomposizione (Severi), se ed anche se si ammette
insieme al postulato d’Euclide anche quello d’Archimede. Dalla dimostrazione
che abbiamo dato del teorema di Pitagora si traggono subito, e con la massima
sempli- cità, i tre importanti teoremi espressi con le notazioni moderne dalle
formule: (a+ b)2=a2+ 2ab+ b2 (a–b)2=a2 –2ab+b2 (a+b)(a–b)=a2 –b2 Quanto al
primo basta semplicemente osservare la figura per riconoscere che: TEOREMA: Il
quadrato che ha per lato la somma di due segmenti (AB e BE) è eguale alla somma
del qua- drato (CKPD) costruito sul primo segmento, del qua- drato (BEMK)
costruito sul secondo segmento e di due rettangoli aventi i lati eguali ai
segmenti dati. Nel caso che i due segmenti siano eguali il teorema diventa: il
quadrato che ha il lato doppio del lato di un quadrato dato è quadruplo di
questo44. Premessi i seguenti teoremi: 44 PLATONE, Menone, XVII. 61
am+bm=(a+b)m am–bm=(a–b)m di immediata dimostrazione, dalla figura,
ponendo AE=a, AB=b si ha BE=a – b, e (BE)2 =quad. ED + quad. DK – 2 rett. ABDP
ossia (a – b)2=a2+ b2 –2ab cioè il TEOREMA: Se un segmento è eguale alla
differenza di due segmenti il quadrato costruito su di esso è eguale alla somma
dei quadrati costruiti sui due segmenti di- minuita di due volte il rettangolo
che ha per lati i due segmenti. Ponendo poi AE=a, BE=b e AB=d dalla fig. 15 si
ha: la differenza dei quadrati costruiti su AE e BE è data dallo gnomone
ADFMKB; ossia: e quindi: a2 – b2 – ad + bd=(a+ b)d a 2 – b 2 =( a + b ) ( a – b
) ossia il TEOREMA: La differenza di due quadrati è eguale al rettangolo che ha
per lati la somma e la differenza dei due segmenti. Questo gnomone non è altro
che la squadra dei muratori; e nel caso in cui a sia l'ipotenusa e b un cateto
di un triangolo rettangolo, lo gnomone è eguale al quadrato costruito
sull'altro cateto. I tre teoremi inversi si possono dimostrare facilmente; così
pure il 62 TEOREMA INVERSO DI PITAGORA: Se il quadrato costruito sopra un
lato di un triangolo è eguale alla somma dei quadrati costruiti sugli altri
due, il triangolo è rettangolo ed il primo lato è l'ipotenusa. Usando per
brevità le notazioni moderne supponiamo che tra i lati a, b, c di un triangolo
sussista la relazione: a2=b2+c2. Costruitoiltriangolorettangolodicatetib e c, e
chiamandone a1 l'ipotenusa, si ha per il teorema di Pitagora: a12=b2 +c2, e
supponendo ad esempio a>a1, si ha sottraendo: e quindi: a 2 – a 12 = ( b 2 +
c 2 ) – ( b 2 + c 2 ) (a+ a1)(a – a1)=0 Questo può accadere solo se a=a1; ma
allora i due triangoli sono eguali, e quindi il triangolo dato è rettan- golo,
come volevasi dimostrare. 7. Altri due importanti teoremi che si deducono im-
mediatamente sono i due così detti teoremi di Euclide. 63 TEOREMA:
Il quadrato costruito sopra l'altezza di un triangolo rettangolo è eguale al
rettangolo avente per lati le proiezioni dei cateti sopra l'ipotenusa. Sia AH
(fig. 16) l'altezza del triangolo rettangolo ABC. E siano m, n le proiezioni
CH, HB dei due cateti. Indicando per comodità, rettangoli e quadrati con le no-
tazioni moderne (ma senza introdurre con questo i con- cetti di proporzione e
di misura), dal triangolo rettango- lo ABC si ha: e perciò: D'altra parte
quindi: ma quindi anche: m2+ h2=b2 m2+ h2+ c2=b2+ c2 a=m+ n m2+n2+2mn=a2 b2+
c2=a2 m2+h2+c2=m2+n2+2mn e per la seconda nozione comune: [α] ma e quindi: e
h2+ c2=n2+ 2 mn c2=h2+ n2 h2+ c2=2h2+ n2 2h2+n2=n2+2mn; 2h2=2mn 64 [β]
h2=mn Dimostrato questo teorema, osserviamo che il secon- do membro della [α] è
la somma di due rettangoli aventi la medesima altezza n e le basi n e 2m; esso
è quindi eguale al rettangolo di base n + 2m, ed altezza n, ossia: n2+ 2mn=n(n+
2m)=h2+ c2 n(n+ m)+ nm=h2+ c2 n(n+ m)=c2 na=c2 Si ha dunque il teorema:
TEOREMA: Il quadrato costruito sopra un cateto di un triangolo rettangolo è
uguale al rettangolo che ha per lati l'ipotenusa e la proiezione del cateto
sopra l'i- potenusa. Questo è il così detto primo teorema di Euclide.
Ricordiamo che Proclo ci attesta che il teorema non è do- vuto ad Euclide e che
ad Euclide appartiene solo la dimostrazione che si trova nel testo degli
Elementi (Libro). In Euclide la dimostrazione si basa sopra il postu- lato
delle parallele; da essa poi si ottiene il teorema di Pitagora, e dai due
l'altro teorema così detto di Euclide. Da questo teorema segue immediatamente
il seguente corollario. COROLLARIO: Se due triangoli rettangoli sono tra loro
equiangoli ed un cateto di uno di essi è eguale all'i- 65 od anche: e per la
[β] ossia potenusa dell'altro, il quadrato costruito sul cateto del primo
è eguale al rettangolo che ha per lati l'ipotenusa del primo ed il cateto omologo
del secondo. Siano i triangoli rettangoli ABC, A'B'C e sia Ĉ =Ĉ ed AC = B'C' =
b. Si ha allora, abbassando l'altezza AH del primo trian- golo, c. d. d.
b2=(AC)2 –BC·HC=ab' Di questo corollario ci serviremo in seguito. Tra le
conseguenze del teorema di Pitagora ha massima importanza la scoperta delle
grandezze incommen- surabili, che sorge dall'applicazione del teorema ad un
triangolo rettangolo isoscele. Ma ciò non rientra nel nostro tema; così pure
non ci occuperemo dei metodi attribuiti a Pitagora per la formazione dei
triangoli rettangoli aventi per misura dei lati dei numeri interi45. 8. Dallo
studio dei rettangoli dobbiamo ora passare a quello dei quadrilateri e dei
poligoni in generale. Dal TANNERY, La Géom. gr., triangolo rettangolo isoscele
e dal triangolo rettangolo qualunque abbiamo ottenuto quadrato e rettangolo e
le loro proprietà. In modo simile, partendo dal triangolo isoscele e dallo
scaleno, si ottiene il rombo ed il romboide. Rombo, secondo la definizione che
si trova in Euclide, è il quadrilatero equilatero ma non rettangolo (perché in
tal caso si chiama “quadrato” [GRICE, IMPLICATURE: A square is a quadrilatero
rettangolo]. Sia ABD un triangolo isoscele non rettangolo, e dal vertice B
della base BD conduciamo la semiret- ta BC da parte opposta di A rispetto alla
BD, formante con la BD un angolo ^DBC=^ABD, e prendiamo BC = BA. Siccome ̂ABD è
acuto, sarà ̂ABC convesso; e quindi C e D stanno dalla stessa parte rispetto ad
AB, mentre C ed A sono da parti opposte rispetto a BD. Uniamo C con D: i due
triangoli ABD, CBD risulteran- no eguali per il 1o criterio e quindi i quattro
lati del qua- drilatero ABCD sono eguali. Esso è dunque un rombo. Gl’angoli  e
Ĉ sono eguali, e si riconosce subito che anche ^ADC=^ABC; la diagonale BD
biseca gli angoli del rombo; l'asse di BD passa per A e per C; quindi anche
l'altra diagonale biseca gli angoli, è perpendicolare alla prima ed il loro
punto d'intersezione è il loro punto medio. Viceversa se il quadrilatero ABCD è
un rombo, se cioè AB = BC = CD = DA (supponendo i vertici ordinati), osserviamo
prima di tutto che i vertici B e C non possono trovarsi da parti opposte
rispetto ad AD. Supposto infatti che ciò accada, il vertice C non può trovarsi
rispetto alla BD dalla stessa parte di A, perché i due triangoli isosceli ABD,
CBD con la base in comune ed eguali per il 3o criterio coinciderebbero e C
coinciderebbe con A. Ma neppure può accadere che il vertice C stia da parte
opposta di A rispetto a BD e di B rispetto ad AD, perché l'asse della base
comune BD dei due trian- goli isosceli deve passare per A, per C e per il punto
medio di BD, e quindi la semiretta AC sta tutta rispetto ad AD dalla parte di
B. Dunque se un quadrilatero ha i quattro lati eguali due vertici consecutivi
sono situati dalla stessa parte della congiungente gli altri due vertici.
Essendo poi A e C da parti opposte di BD questa diago- nale divide il rombo in
due triangoli isosceli eguali e di- vide per metà i due angoli B^ e ^D del
rombo; l'altra diagonale AC non è che l'asse di BD; le due diagonali si
tagliano dunque internamente, nel loro punto medio, sono perpendicolari tra
loro, e bisecano gli angoli del rombo. La definizione di romboide data dagl’elementi
d’Euclide è la seguente. Romboide è il quadrilatero che ha i lati e gli angoli
opposti eguali tra loro, ma non è né equilatero (ossia rombo), né eteromeco
(ossia un rettan- golo). Euclide chiama poi trapezii tutti gli altri
quadrilateri. Subito dopo compare, in Euclide, la definizione di rette
parallele, e manca invece completamente, sia tra le definizioni, sia nel testo,
la definizione di parallelogrammo; mancanza sensibile anche per il fatto che
sappiamo da Proclo che la locuzione parallelogrammo è una invenzione d’Euclide.
Abbiamo già osservato che la definizione euclidea di rette parallele, che è la
23a ed ultima, come il postulato delle parallele è l'ultimo nell'elenco dei
postulati, non va troppo d'accordo con le definizioni 2a, 3a e 4a per le quali
la retta è sempre finita; ora troviamo che la definizione dei quadrilateri
precede e fa astrazione dal concetto di parallele e che manca in conseguenza la
definizione di parallelogrammo. Si ha l'impressione che l'elenco delle
definizioni a noi giunte insieme al testo di Euclide sia l'antico o più antico,
e che la classificazione dei quadrilateri ivi contenuta sia la classificazione
antica, con appiccicata a guisa di coda la 23a ed ultima definizione, come il
postulato delle parallele è appiccicato in fondo all'elenco degli altri
postulati. Questa classificazione dei quadrilateri è più conforme ad una
geometria come quella che stiamo ricostruendo che non alla geometria euclidea,
basata sul V postulato; PROCLO, ed. Teubner. Cfr. ALLMAN, Greek Geometry, e si
spiega con il fatto che i quattro quadrilateri: quadrato, rettangolo, rombo e
romboide si ottengono operando in modo assolutamente identico sopra il
triangolo rettan- golo isoscele, il triangolo rettangolo qualunque, il
triangolo isoscele e, come vedremo, il triangolo scaleno (non rettangolo).
Anche il romboide, infatti, si ottiene con questo procedimento. Sia, infatti,
ABD un triangolo qua- lunque. Condotta da B la semiretta BC dalla parte oppo-
sta ad A rispetto a BD e formante l'angolo ^DBC=^ADB, e preso su essa BC = AD,
si unisca C con D. Sarà ̂ABC=̂ABD+̂ADB e quindi minore di due retti; la BC sta
dunque insieme a D dalla stessa parte rispetto ad AB. I triangoli DBC ed ABD
sono eguali per il 1o criterio; quindi CD = ̂AB, ^CDB=^ABD; e, poiché la BD
divide l’angolo ABC e quindi anche ^ADC, si ha anche ^ABC=^ADC. Abbiamo
dunque costruito un quadrilatero ABCD coi lati opposti eguali e gli angoli
opposti eguali, ossia un romboide. Unito ora il punto medio M di BD con A e con
C, i triangoli ADM, CBM risultano eguali per il 1o criterio; quindi ̂DMA=̂CMB e
perciò i tre punti A, M, C sono allineati; MA = MC. Le diagonali del romboide
si tagliano dunque per metà. Ognuna delle due diagonali di- vide il romboide in
due triangoli eguali, la somma degli angoli del romboide è conseguentemente
eguale a quat- tro retti (il che vale anche per il rombo), e poiché gli angoli
opposti sono eguali quelli consecutivi sono supple- mentari. Viceversa, se si
escludono dalle nostre considerazioni i poligoni intrecciati e quelli non
convessi, si dimostra che se un quadrilatero ABCD ha i lati opposti eguali esso
è un romboide. Con tale ipotesi gli angoli del qua- drilatero debbono essere
tutti convessi; se fosse infatti ̂DAB un angolo concavo il vertice C dovrebbe
stare rispetto a BD dalla stessa parte di A ed essere esterno al triangolo BDA
e così pure dovrebbe essere A esterno al triangolo BCD, perché, se fosse p.e. A
interno al triangolo DCB, sarebbe, come si può dimostrare, la somma di AD ed AB
minore della somma di CD e CB, mentre con l'ipotesi fatta le due somme devono
essere eguali. Ma se A è esterno a BCD, e C è esterno a ABD, ed A e C stanno da
una stessa parte di BD il quadrilatero ABCD viene intrecciato. Ne segue che il
quadrilatero ABCD ha gli angoli convessi. Essendo DAB convesso il vertice C sta
rispetto a BD da parte opposta di A, perché se stesse dalla stessa parte il
quadrilatero sarebbe intrecciato oppure avrebbe con- cavo l'angolo C^ . Il
quadrilatero ABCD, allora, è diviso dalla diagonale BD in due triangoli eguali
per il 3o criterio, e gli angoli opposti risultano eguali; avendo quindi lati
opposti ed angoli opposti eguali esso è un romboide. Così pure si dimostra che
se un quadrilatero convesso ha gli angoli opposti eguali, esso è un romboide.
Anche in questo caso A e C non possono stare dalla stessa parte rispetto a BD,
perché essendo eguali gli angoli ^A e C^ il vertice C non può stare dentro il
triangolo DAB, né il vertice A dentro il triangolo DCB, e perché se A è ester-
no a DCB e C a DBA, ed A e C stanno dalla stessa parte di BD, il quadrilatero
ABCD risulta intrecciato contro la ipotesi. Stando dunque A e C da parte
opposta di BD la BD divide il quadrilatero in due triangoli, e perciò la somma
dei quattro angoli del quadrilatero viene eguale a quattro retti. Essendo
eguali le coppie di angoli opposti si avrà allora ^CDA+^DAB=due retti; e quindi
̂CDB = due ret- ti meno la somma di ̂BDA e ^DAB. Ma per il teorema dei due
retti questa somma ha per supplemento l'angolo ^ABD, e perciò ^CDB=^ADB.
Analogamente ^DBC=^ADB, e quindi i due triangoli ABD, DBC sono eguali per il
secondo criterio, ed è AB = DC e AD = BC, ed il quadrilatero ABCD è un
romboide. Si vede poi facilmente, riconducendosi al primo caso che se un
quadrilatero ha le diagonali che si tagliano per metà, esso è un romboide47.
10. Abbiamo veduto così, senza neppure parlare di rette parallele, come si possono
definire quadrato, rettangolo, rombo e romboide, e riconoscere le loro pro-
prietà caratteristiche. Si può dimostrare facilmente che il punto d'incontro
delle diagonali nel romboide (e quindi anche negli altri tre quadrilateri) è un
centro di figura, e che le perpendi- colari condotte da esso ai lati opposti
sono per diritto. Facendo ruotare allora la figura intorno a questo punto, nel
caso del quadrato, un lato si porta successivamente sopra gli altri ed ogni
vertice sul consecutivo, e la figura si sovrappone a se stessa con ogni
rotazione di un ango- lo retto; nel caso del rombo la retta di un lato si
sovrap- 47 Non ignoriamo che per soddisfare l'esigenza moderna della
generalizzazione avremmo dovuto trattare subito il caso generale dei romboidi e
dedurne poi le proprietà nei casi particolari del rombo, del rettangolo e del
quadrato. Ma il nostro scopo non è quello di fare una nuova geometria, al
contrario è quello di resti- tuire l'antica geometria pitagorica, quale
verisimilmente e probabilmente era; e riteniamo che per riuscirvi convenga, se
non ne- cessita, rifarsi una mentalitità pitagorica, pre-euclidea, senza ec-
cessivi ossequii per le abitudini e le esigenze moderne. L'ordine cui ci siamo
attenuti è quello della classificazione dei quadrilateri nelle «definizioni di
Euclide», e siamo persuasi che questo ordine risponde all'ordine cronologico di
scoperta ed a quello espositivo della trattazione dei quadrilateri da parte dei
pitagorici. pone successivamente alla retta degli altri lati, e nel caso
del rettangolo e del romboide ciò accade solo per la ro- tazione di mezzo giro.
Il rombo gode dunque della stessa proprietà di cui gode un triangolo qualunque
quando ruota intorno al punto d'incontro delle tre bisettrici, ed il quadrato
si comporta come il triangolo equilatero sovrapponendosi a se stesso quattro
volte in un giro completo come quel- lo tre volte. Se facciamo queste
considerazioni è perché il nome stesso del rombo e quindi anche quello del
romboide ci pare legato ad esse. In greco, infatti, dicono i dizionari, ῥόμβος
(da ῥέμβω) designa ogni corpo di figura circola- re o mosso in giro.
Anticamente era il nome del fuso, e nel funzionamento del fuso le fila tessute
prendevano la forma del rombo. Rimase poi il nome di rombo al rom- bo di bronzo
di cui è menzione nei misteri di Rea, la madre frigia presso i greci, ed uno
scoliaste alle Argonautiche d’Apollonio dice che il rombo è un rocchetto che
vien fatto girare battendolo con delle striscie di latta. Archita pitagorico
parla in un suo frammento di questi rombi magici che si fanno girare nei
misteri. Apollonio, Argonautiche. In OMERO (Iliade) sono chiamati anche
στρόμβοι. Anche Proclo (Teubner) dice che sembra che anche il nome sia venuto
al rombo dal movimento. MIELI (si veda) che riporta il testo greco di Archita
traduce ῥόμβοι in tamburi (MIELI – Le scuole jonica, pythagorica) e lo CHAIGNET
traduce: les toupies magi- Cosicché la classificazione dei quadrilateri che si
trova negli Elementi di Euclide, non solamente è indipendente dal concetto di
parallele, ed ha tutta l'aria di essere pre- euclidea, ma nella terminologia
sembra riconnettersi al postulato della rotazione pitagorica, ed alle proprietà
dei triangoli che vi si riferiscono. La proprietà riscontrata per il triangolo
equilatero e per il quadrato sussiste per ogni poligono convesso equilatero ed
equiangolo, inscritto in una circonferenza. Supposto diviso l'angolo giro, od
una circonferenza, in n parti eguali, e presi a partire dal centro sopra i
raggi n segmenti eguali, riunendone consecutivamente gli estre- mi si ottiene
un poligono regolare, decomposto in n triangoli isosceli eguali tra loro e di
eguale altezza (apo- tema del poligono). Facendo ruotare la figura intorno al
centro di un 1n di angolo giro il poligono si sovrappo- ne a se stesso; e
quindi in un giro completo si sovrappo- ne n volte su se stesso. Per il
postulato della rotazione l'angolo esterno risulta 1n di quattro retti, e
quello interno il suo supplemento. Aumentando n, l'angolo interno va crescendo
e si può calcolarne il valore per n = 5, 6, ... ques. Siamo ora in grado
di occuparci della scoperta pitago- rica dei poligoni regolari congruenti
attorno ad un vertice che riempiono il piano. I poligoni debbono essere almeno
tre, ed occorre che l'angolo del poligono sia contenuto esattamente nell'angolo
giro. Questo accade con il triangolo equilatero il cui angolo è la sesta parte
di quattro retti; con il quadra- to il cui angolo è la quarta parte di quattro
retti, non si verifica con il pentagono regolare, si verifica con l'esa- gono
il cui angolo è un terzo di giro; e non può verificarsi con altri poligoni
regolari perché se il numero dei lati supera il sei l'angolo interno supera il
terzo di giro. Questa scoperta è dunque una conseguenza del teorema dei due
retti; risulta cioè da una dimostrazione, come Proclo ci ha riferito, e non è
affatto un dato empirico che ha servito a dedurre il teoremi dei due retti come
Tannery e Allman vorrebbero, malgrado l'esplicita asserzione di Proclo che
della proprietà dei poligoni regolari congruenti attorno ad un vertice fa un
teorema pitagorico. La divisione della
circonferenza in 2, 3, 4, 6, 8, ... parti eguali ed il problema relativo della
inscrizione in essa dei poligoni regolari di 3, 4, 6, 8, ... lati non presenta
difficoltà per i pitagorici. Occorre appena osservare che dalla riunione di sei
triangoli congruenti attorno ad un vertice comune si ottiene appunto l'esagono
regolare il cui lato risulta eguale al raggio della circonferenza circoscritta.
Più difficile invece si presenta il problema della divisione della
circonferenza in 5, 10 parti eguali e della in- scrizione in essa del pentagono
e del decagono regolari; problema che doveva destare nei pitagorici speciale
interesse perché l'arco sotteso dal lato del decagono stava nell'intera circonferenza
come l'unità nella decade. Essi hanno certamente risolto questo problema,
perché altrimenti non avrebbero potuto costruire l'icosaedro ed il dodecaedro
regolare come invece sappiamo hanno fatto. Vediamo come possono aver fatto,
sempre prescindendo dalla teoria delle parallele, della similitudine, delle
proporzioni e dai due postulati di Euclide ed Archimede. Il problema
dell'applicazione semplice, che Euclide risolve dopo avere dimostrato il
teorema sopra i paralle- logrammi complementari (parapleromi) si può risolvere,
in un caso particolare, anche senza ammettere il postulato delle parallele. Il
problema si può enunciare così: Costruire un rettangolo di base data ed eguale
ad un rettangolo od un quadrato assegnato; problema che corrisponde alla
determinazione della soluzione dell'equazione di primo grado: oppure: ax=bc
ax=b2 Se a > b oppure a > c, il problema è risolubile anche nella nostra
geometria. Sia, per esempio, a > b e sia HBCK il rettangolo dato con HB = b
e BC = c. Preso sopra la BH a partire da B e dalla parte di H il segmento BA =
a, completiamo il rettangolo ABCD. Poiché H è compreso tra A e B, questi punti
restano da parti opposte di HK, e così pure i punti C e D; perciò la HK taglia
in un punto P interno la diagonale AC. Conduciamo infine per P la MN
perpendicolare alle AD, HK, BC. Per l'eguaglianza delle coppie di triangoli
ABC, ADC; PNC, PKC; AHP e AMP, risulta sottraendo che il rettangolo HBNP è
eguale (in estensione) al rettangolo MPKD, ed aggiungendo ad entrambi il rettango-
lo PNCK si ha che il rettangolo MNCD è eguale al rettangolo dato HBCK. Il
segmento CN è dunque l'incognito x dell'equazione. Se invece a è minore tanto
di b che di c, ossia se H è esterno al segmento BA, non si ha più la certezza
che la AC prolungata incontri in un punto P il prolungamento del lato HK. Tale
certezza si ottiene solo con la proposi- zione che costituisce il postulato di
Euclide. Ora vale la pena di notare in proposito che Proclo nel commento ad
Euclide (teorema dello gnomone) dice che i tre problemi dell'applicazione sono
scoperte dovute alla musa dei pitagorici secondo οἷ περὶ τὸν Εὔδημον, e non
dice come in tutti gli altri casi che quan- to afferma è basato sopra
l'autorità d’Eudemo. La testimonianza non è questa volta quella personale di
Eudemo, ed a questa indeterminazione nella testimonianza corrisponde il fatto
che gli antichi pitagorici, senza la teoria delle parallele, potevano risolvere
il problema solo nel caso ora veduto. Esso è del resto quello che ci interessa,
perché per- mette di risolvere le questioni che ci si presenteranno in seguito.
Per risolvere, dopo quello dell'applicazione semplice (parabola), gli altri due
problemi dell'applicazione, dob- biamo premettere il seguente teorema ed il suo
inverso: TEOREMA: Il punto medio dell'ipotenusa di un triangolo rettangolo è
equidistante dai tre vertici, ed in- versamente se in un triangolo il punto
medio di un lato è equidistante dai tre vertici esso è rettangolo. Sia ABC il
triangolo rettangolo (fig. 21), ed A il verti- ce dell'angolo retto. Conduciamo
per A dalla parte di C rispetto ad AB la semiretta che forma con AB un angolo
eguale all'angolo (acuto) ^ABC. Essa è interna all'an- golo retto ^CAB, sega
quindi l'ipotenusa BC in un pun- to O interno, formando due triangoli isosceli
OAB, OAC (il secondo ha gli angoli alla base complementari di angoli eguali);
quindi O, punto medio dell'ipotenusa, è equidistante dai tre
vertici. Viceversa, se nel triangolo ABC è O il punto medio di BC ed è OA
= OB = OC, risulta ^OAC=^OCA; ^OAB=^OBA,, siccome per il teorema dei due retti
la 80 somma di questi quattro angoli è eguale a due retti si avrà:
^OAC+^OAB=unretto. Notiamo che le due altezze dei triangoli isosceli li
suddividono in triangoli rettangoli eguali e si ha: OM=12AC; ON=12AB 3. Passiamo
agli altri due problemi dell'applicazione. Il problema dell'applicazione in
difetto (ellissi) si può enunciare così: Costruire un rettangolo di area data
b2 e tale che la differenza tra il rettangolo di eguale altezza e base
assegnata ed esso sia un quadrato. Più moderna- mente e più chiaramente:
costruire un rettangolo di data area b2, conoscendo la somma dei lati a. Si
tratta cioè di risolvere l'equazione di secondo gra- do: x (a – x)=b2 Sia ABCD
il quadrato di lato AB = b. Preso sulla AB dalla parte di A il punto O tale che
DO sia eguale alla metà di a, si determinano sulla AB i punti E ed F tali che
OE = OD = OF. Per il teorema precedente il triangolo EDF è rettangolo; e quindi
il quadrato co- struito sull'altezza AD è eguale al rettangolo di lati AF, AE. Costruito
il rettangolo EKGF, con EK = AE, se da esso si toglie il rettangolo AHGF ossia
il quadrato ABCD, la differenza AEKH è appunto un quadrato. Il rettangolo AHGF
risolve dunque il problema, ed è EA la 81 x dell'equazione data. Affinché
il problema ammetta so- luzione reale occorre che sia a>2b. Il problema
dell'applicazione in eccesso (iperbole) si può enunciare così: costruire un
rettangolo di area data b2 e tale che la differenza tra di esso ed il
rettangolo di eguale altezza e base assegnata a sia un quadrato. Il pro- blema
equivale a costruire un rettangolo conoscendone l'area e la differenza dei
lati, ossia corrisponde alla riso- luzione dell'equazione: x(a+ x)=b2 ed
ammette sempre soluzione. Sia ABCD il quadrato di lato b, e prendiamo dalla parte
di B sulla AB il segmento AF'=a. Sia O il punto medio di AF'; e prendiamo sulla
AB i segmenti OE = OD = OF. Il triangolo EDF è rettangolo, ed il qua- drato
dell'altezza ABCD è eguale al rettangolo che ha per lati le proiezioni EA = EK,
ed AF = EF' dei cateti. 82 Se da questo rettangolo si toglie il
rettangolo AHL'F' di eguale altezza e base assegnata AF'= a, si ottiene ap-
punto un quadrato EKHA. Il rettangolo EKL'F' risolve dunque il problema, ed EA
è la x dell'equazione. PROBLEMA. Determinare la parte aurea di un segmento;
ossia dividere un segmento in modo che il quadrato avente per lato la parte
maggiore (parte aurea) sia eguale al rettangolo avente per lati l'intero
segmento e la parte rimanente. Questo problema è un caso particolare del
problema dell'applicazione in eccesso; e precisamente il caso in cui a = b.
Costruiamo il quadrato ABCD sul segmento assegnato AD. Sia O il punto medio di
AD, e prendiamo su AD i segmenti OE = OF = OC. Il triangolo ECF è rettangolo,
quindi il quadrato che ha per lato CD è eguale al rettan- golo EHKD che ha per
lati DK = DF ed ED. 83 Siccome OC e quindi OF è minore di OD + DC,
ri- sulta DF e quindi DK minore di DC; l'altezza del rettan- golo EHDK è dunque
minore del lato AB del quadrato dato mentre la base ED ne è evidentemente
maggiore; perciò la HK divide il quadrato in due parti, e togliendo dal
rettangolo EHKD e dal quadrato ABCD la parte comune AGDK si ha che il quadrato
EHGA è eguale al rettangolo BGKC, che ha per lati il segmento assegnato BC ed
il segmento BG, che è quanto resta del lato AB = BC quando se ne toglie AG,
ossia il lato del quadrato EHGA. Il punto G divide dunque il segmento AB nel
modo richiesto, ossia è AG = EA la parte aurea di AB. Dalla figura risulta che
AD è la parte aurea di ED, mentre la parte rimanente EA è la parte aurea della
parte aurea AD; similmente BG è la parte aurea di AG ecc. L'unicità della parte
aurea di un segmento si dimostra per assurdo. Sia per esempio AS < AG
un'altra soluzio- ne; ossia, con le notazioni moderne: sia: (AS)2 = AB ‧
BS Per l'ipotesi fatta si ha: AG =AS+SG e BG=BS-SG e quindi (AS)2 + (SG)2 + 2AS
‧ SG = (AG)2 ma (AG)2 = AB ‧
BG = AB ‧ BS – AB ‧
SG e quindi (AS)2 + (SG)2 + 2AS ‧ SG = AB ‧
BS – AB ‧ SG e (AS)2 + (SG)2 + 2AS ‧
SG + AB ‧ SG = AB ‧
BS 84 dalla quale, togliendone la prima (SG)2 + 2AS ‧
SG + AB ‧ SG = 0 ossia SG (SG + 2AS + AB) = 0
Questo rettangolo dovrebbe essere nullo; e ciò può accadere solo se SG = 0,
ossia se S coincide con G. 5 TEOREMA: La base di un triangolo isoscele aven- te
l'angolo al vertice eguale alla quinta parte di due ret- ti è la parte aurea
del lato. Un triangolo isoscele VAB che abbia l'ango- lo al vertice di 36° e
quindi quelli alla base di 72°, è diviso dalla bisettrice di uno degli angoli
alla base in due triangoli isosceli CAV, ACB ed i tre segmenti VC, AC, AB
risultano eguali. Il triangolo VAB e il triangolo ACB risultano inoltre
equiangoli tra loro. Abbassando le altezze VH ed AM, e conducendo da H
l'altezza HN del triangolo isoscele AHM, si ha NH=12 BM – 14 BC I triangoli
rettangoli VAH, AHN hanno gli angoli eguali, ed il cateto AH del primo è
l'ipotenusa del se- condo; perciò per un corollario del capitolo precedente si
ha: rett. (VA, NH) = quad. (AH) e quindi: 4 rett. (VA, NH) = 4 quad. (AH) rett.
(VA, 4 NH) = quad. (AB) rett. (VA, BC) = quad. (VC) Dunque VC, ossia AB è la
parte aurea di VB; c.d.d. Si dimostra, per assurdo, il teorema inverso: Se un
triangolo isoscele ha la base che è parte aurea del lato, esso ha l'angolo al
vertice eguale alla quinta parte di due retti. Sia V'A'B' il triangolo dato e
la base A'B' parte aurea del lato V'A'. Costruito il triangolo isoscele VAB con
VA = VB = V'A' e l'angolo al vertice un quinto di due retti, sarà per il
teorema precedente AB parte aurea di VA ossia di V'A'; e per l'unicità della
parte aurea sarà AB = A'B' e quindi i due triangoli eguali c.d.d.50 50 LORIA (Scienze esatte) attribuisce a Pitagora
la costruzione del triangolo isoscele con l'angolo al vertice metà di quello della
base, riportandola alla costruzione della parte aurea; ma per dimostrare che la
base è la parte aurea del lato ricorre alla similitudine dei triangoli VAB, ABC
(fig. 24), e sembra che in- Per costruire un triangolo isoscele con l'angolo al
vertice metà di quello alla base, ossia per costruire un angolo eguale ad un
quinto di due retti od a un decimo dell'angolo giro, basta prendere per lato un
segmento qualunque, e per base la sua parte aurea. Facendo com- piere a tale
triangolo 10 rotazioni attorno al vertice eguali all'angolo al vertice, si
viene a riempire il piano attorno al vertice e si ottiene un decagono regolare.
Viceversa se una circonferenza è divisa in 10 parti eguali, il lato del
decagono regolare inscritto è la parte aurea del raggio. Siamo dunque in grado
di risolvere il PROBLEMA. Dividere una circonferenza in dieci parti eguali.
Uniamo il punto medio C del raggio OA con l'estremo B del raggio perpendicolare
ad OA, e prendia- mo dalla parte di A il segmento CD sulla OA eguale a CB; AD è
la parte aurea del raggio. Essendo AD minore di OA la circonferenza di centro A
e raggio AD taglia in due punti E, P la circonferenza di centro O e raggio OA.
Questo accade, naturalmente, ammettendo tacitamente (come Euclide ha fatto
ancora, due secoli dopo Pitago- ra) il postulato della continuità in un caso
particolare, ammettendo cioè che se un circolo ha il centro A sopra una
circonferenza di centro O e passa per un punto D tenda significare che tale via
fu tenuta anche da Pitagora. Lo svi- luppo che abbiamo mostrato parte, invece,
dal teorema di Pitagora, ed utilizza soltanto conseguenze di questo teorema, in
particolare il corollario ed i problemi dell'applicazione che sappiamo erano
stati risolti dai pitagorici. esterno ed uno interno a tale circonferenza le
due circonferenze si tagliano. Questa proprietà talmente assiomatica che
Euclide non ha sentito il bisogno di postularla, per i pitagorici doveva
costituire un dato di fatto, una verità primordiale. Gli archi AE, AP sono
dunque un decimo della intera circonferenza. Facendo centro successivamente in
E ed in P ecc. con il medesimo raggio si determinano gli altri punti di
divisione, due a due diametralmente opposti es- sendo 10 un numero pari.
Riunendoli successivamente si ottiene il decagono regolare inscritto; riunendo
il primo con il terzo, il terzo con il quinto ecc. si ottiene il pentagono
regolare inscritto. Si vede dunque come partendo dal teorema di Pitagora, e con
i semplici procedi- menti esposti, i pitagorici erano in grado di dividere
la circonferenza in 5 e 10 parti eguali, e di inscrivere in essa il
decagono ed il pentagono regolari. Il pentagono stellato o pentalfa (o
pentagramma) si ottiene pure im- mediatamente conducendo le cinque diagonali
del pentagono; e poiché il pentalfa era il simbolo del sodalizio pitagorico, la
scoperta della divisione della circonferenza in 10 e 5 parti eguali e la
costruzione del decagono regolare, del pentagono regolare e del pentalfa, vanno
attribuite senz'altro a Pitagora. 7. Le ragioni per le quali il pentalfa fu
prescelto come simbolo dalla nostra Scuola non sono tutte di natura geometrica.
Cosa naturale, data la connessione tra la geometria, le altre scienze e la
cosmologia pitagorica. Ma le proprietà geometriche che legano tra loro il rag-
gio della circonferenza, i lati del pentagono e del deca- gono regolari
inscritti, e quelli del pentalfa e del decago- no stellato o decalfa, sono
tante e così semplici e belle da avere indubbiamente suscitato l'ammirazione
dei pitagorici e da avere contribuito a determinare od a giusti- ficare la
scelta del pentalfa a simbolo della Scuola ed a segno di riconoscimento tra gli
appartenenti all'Ordine. Vediamone ordinatamente una parte. Congiungendo
successivamente i punti di divisione A, B, C,... della circonferenza in 10
parti eguali si ha il decagono regolare ABCDEFGHIL, di cui indi- cheremo il
lato con l10. Esso è la parte aurea del raggio. Congiungendo A con C, C con E
ecc., si ha il pentagono regolare ACEGI di cui indicheremo il lato AC con l5;
congiungendo A con D, D con G ecc., si ha il decagono stellato ADGLCFIBEH
oppure AA'BB'CC'... LL' o decalfa di cui indicheremo il lato con s10;
congiungendo A con E, E con I ecc. si ha il pentalfa AEICG oppure
ANCN1EN2GN3IN4 di cui indicheremo il lato con s5. Congiungendo A con F si
ottiene il diametro, e tiran- do da A le corde AG, AH... degli archi sestuplo
ecc. dell'arco AB si riottengono in ordine inverso i poligoni re- golari già
ottenuti. I poligoni regolari e stellati inscritti nella circonferenza, e che
si ottengono mediante la sua suddivisione in 10 parti eguali, sono quattro e
solo quat- tro. Il pentalfa deve evidentemente il suo nome ai cinque α (A
dell'alfabeto greco) come quello formato dai tratti AE, AG, NN4 della figura.
Il nome è adoperato da Kircher nella sua Aritmetica. Siamo però convinti che
questa è la denominazione originale pitagorica, e che analogamente decalfa è la
denominazione origina- le del decagono stellato. Abbiamo già veduto che
riportando 10 volte successivamente l'arco AB sulla circonferenza si esaurisce
la circonferenza, come la somma di dieci unità esaurisce l'intera decade. E
come gli elementi della geometria: il punto, la linea (retta o segmento
determinato da due punti), la superficie (piano, triangolo determinato da tre
punti), il volume (tetraedro, determinato da quattro pun- ti) riempiono ed
esauriscono lo spazio (tridimensionale), corrispondentemente la somma dei primi
quattro numeri interi dà la decade, relazione pitagorica fondamentale che
dall'unità attraverso la sacra tetractis conduce alla decade. Altrettanto,
naturalmente, succede nella nostra figura dove l'arco AB sommato con il suo
doppio BD, con il triplo DG e con il quadruplo GA dà per somma la intera
circonferenza. 51 Cfr. G. LORIA, Storia delle Matematiche, vol. I, pag. 66.
91 Il quadrilatero ABDG che ha per lati l10, l5, s10, s5 e per
diagonali AD = s10 e BG = 2r, è diviso dalla diago- nale BG in due triangoli
rettangoli, e quindi si ha: l2+s2=4r2 10
5 l2+s2 =4r2 5 10 dalle quali l2+l2+s2+s2=8r2 5 10 5 10 relazione che lega il
raggio della circonferenza ed i lati dei quattro poligoni, che si enuncia con
il TEOREMA: La somma dei quadrati costruiti sopra il lato del decagono
regolare, del pentagono regolare, del pentalfa e decalfa inscritti in una
circonferenza è eguale ad otto volte il quadrato costruito sul raggio. Si riconosce
facilmente che il diametro AOF è perpendicolare al lato EG del pentagono ed al
lato CI del pentalfa, ed essendo l'angolo ̂EOF di 36° ed il trian- golo EOA
isoscele l'angolo ̂EAF risulta di 18° e quindi ̂EAG di 36°. Ne segue il
TEOREMA: La somma dei cinque angoli del pental- fa è eguale a due retti, che si
dimostra facilmente vero per qualunque pentagono intrecciato. I triangoli
isosceli AEG, ANN4 avendo l'angolo al vertice di 36° hanno la base parte aurea
del lato. Dunque il lato del pentagono regolare inscritto è la parte aurea del
lato del pentalfa; ed NN è parte aurea di AN. ̂ ̂1 Essendo DOF di 72° DAO viene
di 36°; simil- mente si riconosce che ̂CAO è di 54° e ̂BAO di 72°; ossia che la
perpendicolare per A al diametro AF e le congiungenti A cogli altri punti di
divisione in 10 parti eguali della circonferenza dividono l'angolo piatto
attorno ad A in 10 parti eguali; ed analogamente per gli altri vertici. Se ne
trae che AN = NC = CN1 = N1E ecc. Il triangolo ECN avendo i due angoli alla
base CN eguali e di 72° è isoscele; perciò EN è eguale al lato l5 del
pentagono, il quadrilatero NEGI è un rombo, le dia- gonali del pentagono
regolare ossia i lati del pentalfa si dividono in parti corrispondenti eguali,
di cui la mag- giore è eguale al lato del pentagono. Nel lato AE del pentalfa,
NE = EG = l5 è la parte aurea di AE, quindi N1E = AN è la parte aurea di EN; ed
NN1 la parte aurea di AN. Naturalmente NN1N2N3N4 è un pentagono rego- lare.
Notiamo infine che l'apotema del pentagono regolare è la metà del lato del
decalfa, come si ottiene dal trian- golo rettangolo ACF. Altre proprietà avremo
occasione di riconoscerle in seguito. Dobbiamo ora stabilire un'altra
importante relazio- ne che si presenta nella costruzione dell'icosaedro, e che
i pitagorici debbono quindi aver conosciuto. Ammettendo che ogni retta passante
per un punto in- terno ad una circonferenza è una secante, si dimostra che la
perpendicolare al raggio nel suo estremo è la tangente in quel punto alla
circonferenza. E siccome sappiamo che il luogo geometrico dei vertici dei
triangoli rettangoli di data ipotenusa è la circonferenza che ha per diametro
l'ipotenusa, si è anche in grado di condurre le tangenti ad una circonferenza
da un punto assegnato. Conduciamo allora da un punto P esterno ad una
circonferenza la tangente PN, il diametro PO ed una secante qualunque PCD. La
mediana del triangolo isoscele OCD è perpendico- lare alla base CD, ed il
rettangolo che ha per lati PD e PC ossia PM + CM e PM – CM è eguale come
sappia- mo alla differenza dei quadrati costruiti su PM e su MC. Si ha: PC · PD
= (PM + MC) (PM – MC)= = (PM)2 – (MC)2 = = (PM)2 + (OM)2 – [(OM)2 + (MC)2]= =
(PO)2 – (OC)2 = (PO)2 – (ON)2 = = (PN)2. Prendiamo allora nella figura sulla AB
a partire da A il segmento AS = OA: i triangoli isosceli OAC, ASO, avendo il
lato eguale e l'angolo al vertice eguale sono eguali, e quindi OS = AC = l3; e
siccome in questi trian- goli l'angolo al vertice supera quello alla base, la
base 94 OS è maggiore del lato OA ed il punto S è esterno alla
circonferenza. Condotta da S la tangente ST, sarà per il teorema ora
dimostrato: (ST)2 = SA · SB e, siccome AB è il lato del decagono regolare, esso
è la parte aurea di AS, ossia: (AB)2 = SA · SB quindi ST = AB = l10 Dal
triangolo rettangolo OST si ha allora: (ST)2 + (OT)2 = (OS)2 ossia la
relazione: [4] l2 +r2=l2 10 5 che si enuncia così: TEOREMA: Il lato del
pentagono inscritto è l'ipote- nusa di un triangolo rettangolo che ha per
cateti il rag- gio ed il lato del decagono regolare inscritto. 9. Nella figura
26 i segmenti OC ed AD si tagliano in un punto V e risulta ^AVO=^DCV=72°. Dai
triangoli isosceli AVO, DCV con l'angolo al ver- tice di 36° si ha VO = VD = DC
= l10, ed AV = OA = r; quindi VD è la parte aurea di AV ossia di r ed AV è la
parte aurea di AD. Il raggio è dunque la parte aurea del lato del decalfa, e si
ha la semplice relazione: [5] r+ l10=s10 95 Da questa relazione e dalle
altre ottenute si deducono geometricamente le seguenti, che scriviamo per
brevità con le solite notazioni: s2 +r2=s2 +l2–l2 =4r2–l2 =s2 10 10510 105 [6]
s2 +r2=s2 e sostituendo nella [1] [7] s2 +r2+l2 =4r2 e s2 +l2 =3r2 1010 1010 e
perciò dalla [3]52 [8] s25+ l25=5r2 Si ha inoltre: r2=(s –l )2=s2 +l2 –2s l
quindi [9] 10 10 10 10 1010 r2=3r2 –2s10l10 e s10l10=r2 (s l )2=s2 +l2 +2s l
=3r2+2r2=5r2 10 10 10 10 10 10 e quindi 10 5 (s10 l10)2=s25+ l52 [10] Prendiamo
adesso il triangolo rettangolo ABC (fig. 28) coi cateti AB = l10 ed AC = r;
l'ipotenusa è BC = l5, e prendendo sui prolungamenti dei cateti BD = r e CF =
l10 si ha AD=AF=s10; CD=s5. Preso AM=s10 +l10,e 52 La relazione s52+ l25=r2 si
trova (cfr. LORIA, Scienze esatte) nel libro di Euclide (che è di Ipsicle), e
così pure l'altra: a5=r+l10 . 2 Ma ciò non prova che fossero sconosciute prima
di lui. Ipsicle, infatti, dimostra anche che l'apotema del triangolo equilatero
è la metà del raggio, proprietà nota certamente molto prima. sulla
perpendicolare alla AM il segmento ML = r anche BL = s5; ed il triangolo CBL
risulta rettangolo, perché CL = AM = s10 + l10. In questo triangolo rettangolo
compaiono gli stessi cinque elementi che comparivano nella formula [3]. Esso ha
per cateti il lato del pentagono regolare inscritto e quello del pentalfa, ha
per altezza il raggio del cerchio circoscritto, e le due proiezioni dei cateti
sull'ipotenusa sono eguali rispettivamente al lato del decagono regola- re
inscritto ed a quello del decalfa; la proiezione del ca- teto minore è parte
aurea dell'altezza e l'altezza è parte aurea della proiezione del cateto
maggiore. Il cateto mi- nore è parte aurea di quello maggiore, e la somma dei
quadrati costruiti sopra i tre lati è eguale a dieci volte il quadrato
costruito sopra l'altezza, ossia sul raggio della circonferenza circoscritta a
quei poligoni regolari. Inoltre, poiché i rettangoli ABKC, BMLK sono divisi per
metà dalle diagonali BC, BL, il triangolo rettangolo CBL è la metà tanto del
rettangolo di lati CB e BL quan- to del rettangolo di lati CA ed AM; si ha
quindi una terza relazione tra quei cinque elementi: l5·s5=r(s10+l10) indicando
con a5 l'apotema del pentagono e con a10 l'a- potema del decagono, aggiungiamo
alle precedenti anche le relazioni:
2a5=s10=r+l10 2a10=s5 Vedremo in
seguito le relazioni che legano questi ele- menti ai vari elementi del
dodecaedro regolare. Il pentalfa era il simbolo del sodalizio pitagorico. Si
disegna, con la punta in alto scrivendo in corrispondenza dei vertici le
lettere componenti la parola ὑγίεια, latino salus, da intendere nel duplice
senso che ha la parola salute in Dante e nei «Fedeli d'Amore», ossia nel senso
di quella salvezza o sopravvivenza privilegiata indicata alla fine dei Versi
d'oro. Questo antico simbolo pitagorico riappare qua e là nella tradizione
esoterica occidentale, designato di solito come la figura di Pitagora. Talora
al centro si trova scritta la lettera G, iniziale di Geometria, come ad esem-
pio nella flaming Star di un noto Ordine Occidentale avente per scopo il
perfezionamento dell'uomo, ossia alla lettera, la teleté dei misteri. Ma non è
ora il caso di fare la storia della sua trasmissione sino a divenire il
fatidico stellone d'ITALIA. Diremo soltanto, che il pentalfa ed IL FASCIO
LITTORIO (tra i quali passa più di un legame) sono i soli importanti simboli
spirituali veramente occidentali. Il resto, buono o cattivo che sia, vien
dall'Oriente. Per vedere in quale modo Pitagora pervenne alla costruzione dei
poliedri regolari ed alla loro inscrizione nella sfera occorrerebbe fare per lo
spazio quel che ab- biamo fatto, in parte, per il piano. Ossia ricostruire la
geometria pitagorica dello spazio senza introdurre i con- cetti di rette
parallele, di rette e piani paralleli, di piani paralleli, e mostrare come si
possa egualmente pervenire ai risultati che Eudemo attraverso Proclo ci
tramanda come conseguiti da Pitagora. Ma per non allungare troppo questo nostro
studio ci limiteremo ad indicare per sommi capi la via da tenere, o una delle
vie da seguire, tralasciando in generale le dimostrazioni che ognuno può
trovare da sé. Perciò, ammettendo che un piano divida lo spazio in due
semispazii, ammettiamo anche il postulato del semi- spazio: Il segmento
congiungente due punti situati da parti opposte rispetto ad un piano è tagliato
in un suo punto dal piano. Può darsi che anche questo caso parti- colare del
postulato di continuità fosse ammesso tacita- mente come una verità
primordiale. Si dimostra poi nel modo ordinario che: Una retta non giacente in
un piano e che abbia con esso un punto comune è divisa da esso in due semi-
rette situate da parti opposte rispetto a quel piano. Se due piani hanno un punto
in comune la loro in- tersezione è una retta passante per quel punto; uno
qualunque dei due piani è diviso dalla comune in- tersezione in due semipiani
situati da parti opposte rispetto all'altro. Se per un punto H di una retta m
si conducono ad essa in piani diversi due perpendicolari a e b, ogni altra
retta del piano ab passante per H è perpendi- colare alla m, e viceversa ogni
perpendicolare alla m per H giace nel piano ab. Il piano ab dicesi per-
pendicolare alla retta m in H; e la retta perpendico- lare m al piano ab in H.
d) Per un punto A appartenente o no ad una retta passa un piano ed uno solo
perpendicolare ad essa. Teorema delle tre normali: Se una retta m è perpen-
dicolare ad un piano α e dal piede H esce nel piano una retta a perpendicolare
ad una retta r di α (passante o no per il piede H), la terza retta r è perpen-
dicolare al piano am delle prime due. f) Due piani che si intersecano dividono
lo spazio in quattro parti (diedri). Seguono le definizioni di die- dro
convesso, piatto e concavo. Sia β un
piano perpendicolare ad una retta a e sia H il suo piede. Conduciamo per a un
piano qualunque α, e sia r la αβ; e conduciamo per H in β la bb'
perpendicolare alla r. Per il teorema delle tre normali la b è perpendicolare
al piano α e quindi ad a; i due angoli ^bHa, ^aHb' risultano retti. Facendo
ruotare il piano ab intorno ad H su se stesso esso rimane perpendicolare alla r
e quando la semiretta b va sulla a e la a sulla b', il semipiano β vasul semipiano
α ed α su β'.I due diedri β̂α e ̂αβ ' si sovrappongono, sono quindi eguali; il
semipiano α biseca dunque il diedro piatto ^βrβ'. Ogni altro semipiano per r è
interno all'uno od al- l'altro dei diedri α̂βe^αβ'; quindi per una retta r del
piano β si può condurre uno ed un solo piano α che bisechi il diedro piatto ^β
r β ' . Il piano α dicesi perpendicolare al piano β; l'angolo ^a H b dicesi
sezione normale di αβ, ed è retto. Se per un punto P di α si conduce la
perpendicolare a' alla r dal piede e la c in β perpendicolare alla r, anche il
piano a'c è perpendicolare alla r; facendo ruotare attorno alla r il semipiano
β va in α ed α in β', la semiretta c va sulla a', e la a' sulla c'; dunque ĉ a
=̂a ' c ' = un retto, e quindi a' risulta p̂erpendi- colare anche a β e la
sezione normale a ' c del ̂^ diedro αβ risulta eguale all'altra ab . h) Retta
perpendicolare ad un piano per un punto. Sia H un punto di un piano β, e si
conduca per H in β una retta b qualunque, e per H il piano α ^ Se poi il punto
dato fosse P esterno al piano β, condotta in β una retta b qualunque e per P il
piano α perpendicolare alla b, esso interseca la b e quindi il piano β secondo
una retta r. Da P in α si conduca la PH' perpendicolare alla r e per il teorema
delle tre normali risulta PH' perpendicolare a β. Per assurdo se ne dimostra
subito la unicità. I piani passanti per una retta perpendicolare ad un piano
sono perpendicolari ad esso. 103 perpendicolare alla b; sia r la αβ. Per H
condu- ciamo nel piano α la perpendicolare a alla r; per il teorema delle tre
normali risulta a perpendicolare a β. La unicità della perpendicolare a β per H
si di- mostra per assurdo. k) Se i piani α e β sono tra loro
perpendicolari, la per- pendicolare PH' alla intersezione abbiamo veduto che è
perpendicolare a β. Viceversa, per l'unicità della perpendicolare ad un piano,
se due piani α e β sono perpendicolari, e da un punto P di α si condu- ce la
perpendicolare a β essa giace in α. l) Sezione normale di un diedro qualunque.
Per due punti A e B (fig. 31) della costola r di un diedro α̂β conduciamonellafacciaαleperpendicolari
a, a' alla r, e nella faccia β le perpendicolari b, b' alla r. Chiameremo
sezioni normali del diedro ̂^^ αβ gli angoli ab, a'b'. Essi sono eguali. Presi
infatti su α AC = BD e su β AE = BF i qua- drilateri ACDB, ABFE sono dei
rettangoli e quindi CD = AB = EF. La r è perpendicolare ai piani ab ed a'b';
quindi il piano α è perpendicolare ai piani ab ed a'b', la CD che è
perpendicolare alla interse- zione a dei due piani α ed ab risulta
perpendicolare al piano ab e perciò anche alla CE; analogamente risulta
perpendicolare alla DF; ed analogamente la EF risulta perpendicolare alle CE ed
FD. Inoltre, essendo CD perpendicolare al piano ACE, il piano CDE è
perpendicolare al piano ACE, e la EF, per- pendicolare anche essa al piano ACE,
giace nel piano CDE; perciò il quadrilatero CDEF è un qua- drilatero piano
cogli angoli retti, ossia è un rettangolo. I triangoli ACE e BDF risultano
quindi eguali per il terzo criterio, e gli angoli ^CAE e ^DBF 104 sono
eguali. Le sezioni normali di un diedro qua- lunque sono dunque eguali. Se due
piani α e β sono perpendicolari ad un terzo γ la loro intersezione è
perpendicolare a γ. Due piani perpendicolari ad una retta non si incontrano.
Definizione di piano assiale di un segmento. Si dimostra che esso è il luogo
geometrico dei pun- ti equidistanti dagli estremi del segmento. Distanza di un
punto da un piano; e luogo geome- trico dei punti del piano aventi distanza
assegnata da un punto esterno. Corollario: Dato un poligono regolare inscritto
in una circonferenza, un punto qualunque della per- pendicolare al piano del
poligono condotta per il centro è equidistante dai vertici del poligono. q)
Piano bisettore di un diedro e sue proprietà. Per un punto P del piano γ
bisettore del diedro α̂ β si conduca il piano δ perpendicolare allo
spigolo r. I tre piani α, β, γ sono perpendicolari a δ; condotte da P le
perpendicolari PH e PK ad α e β esse giacciono in δ; ed unendo il punto M di
inter- sezione della r e di δ con H, P, K, i triangoli rettangoli PHM, PKM sono
eguali per avere l'ipotenusa PM in comune e gli angoli ^HMP, ^KMP eguali
perchéγèbisettoredi α̂β efacendoruotareat- torno alla r, quando γ va su β, α va
su γ ed i due an- goli si sovrappongono. Viceversa si dimostra che se un punto
P interno ad α̂β è equidistante da α ed a β,esso appartiene al Si dimostra nel
solito modo, e si estende all'angoloide. TEOREMA. La somma delle facce di un
triedro è minore di quattro retti. Si dimostra nel solito modo e si estende
all'ango- loide convesso. Definizione degli angoloidi regolari. Hanno tutte le
facce eguali, ed eguali i diedri for- mati da due facce consecutive. Definizione
di poliedro. Il poliedro si dice regolare quando tutte le facce sono poligoni
regolari eguali e gli angoloidi sono regolari eguali. Possono esistere al
massimo cinque poliedri rego- lari, uno con tre, uno con quattro ed uno con
cinpiano γ bisettore del diedro αβ.
Definizione di triedro e di angoloide convesso. TEOREMA: In un triedro
una faccia è minore del- la somma delle altre due. que facce congruenti
in un vertice eguali a dei triangoli equilateri; uno con tre quadrati
congruenti in un vertice, ed uno con tre pentagoni regolari congruenti in un
vertice. Questa possibilità si dimostra nel solito modo. Costruzione del
tetraedro regolare. Dimostrata la possibilità dell'esistenza dei cinque po-
liedri regolari passiamo alla loro effettiva costruzione. La proprietà del
baricentro di un triangolo qualunque si può riconoscere valida anche nella
nostra geometria pitagorica indipendentemente dal postulato di Euclide; nel
caso del triangolo equilatero è poi facilissimo rico- noscere che il baricentro
è anche centro delle due circonferenze circoscritta ed inscritta e che il
raggio della prima è doppio di quello della seconda. Per il centro H di un triangolo
equilatero ABC si condurrà la perpendicolare h al piano ABC, e siccome AH è
minore di AB si determina nel piano Ah l'intersezione di h con la circonferenza
di centro A e rag- gio AB. Si unisce questo punto D con A, B, C; e si ha DA =
DB = DC = AB. Il tetraedro DABC ha per facce quattro triangoli equilateri
eguali; gli angoloidi sono dei triedri a facce eguali; ed i diedri sono pure
eguali, per- ché il ̂diedro di spigolo AC ha per sezione normale l'an- golo DKB
del triangolo isoscele KDB che ha per lato l'altezza della faccia e per base lo
spigolo, ed è quindi lo stesso per tutti i diedri. Esiste dunque un tetraedro
rego- lare di dato spigolo AB. 107 Chiamando l4 lo spigolo, con il
teorema di Pitagora si ha: (BK )2= 34 l24 e quindi (BH )2= 49 · 34 l 24
(BH)2=13 l24 e (DH)2=23 l24 Il centro della sfera circoscritta sta sulla h che
è il luogo dei punti equidistanti da A, B, C; quindi se D' è l'altro estremo
del diametro OD, il piano ADD' è diame- trale, il triangolo ADD' è rettangolo
perché il punto me- dio di DD' è equidistante dai vertici, AH è l'altezza di
questo triangolo rettangolo e quindi si ha: (AD)2=2r·DH e 32 ·(DH)2=2r·DH;
3(DH)2=4r·DH; 3DH=4r; DH=43r e OH=13r Ne segue la regola per la Inscrizione del
tetraedro regolare nella sfera di raggio r. 108 Preso OD = r e da parte
opposta OH = 13 r si ha in DH l'altezza. Si conduce una circonferenza di
diametro DD' = 2r, e per H la perpendicolare al diametro; la sua intersezione
con la circonferenza sia il vertice B del tetraedro. Condotto infine il piano
passante per HB e perpendicolare al diametro DD', si descrive in esso la
circonferenza di raggio HB ed in essa si inscrive il triangolo equilatero ABC.
Il tetraedro ABCD è il tetrae- dro regolare inscritto. Esistenza e costruzione
dell'esaedro regolare. Sia ABCD un quadrato. Conduciamo per i vertici le
perpendicolari al piano del quadrato ABCD da una stessa parte del piano, e
prendiamo su esse i seg- menti AE, BF, CH, DG eguali al lato AB. I piani EAB,
EAD risultano perpendicolari al piano α del quadrato ABCD; e le perpendicolari
BF e DG al piano ABCD giacciono rispettivamente nei piani EAB, EAD, dimo- doché
ABFE e ADGE sono due quadrati eguali al dato. Analogamente la CH coincide con
la intersezione dei piani FBC e GDC perpendicolari ad α, e quindi anche FBCH e
CDGH sono dei quadrati. Perciò CH è perpen- dicolare al piano FHG; CD è
perpendicolare a CB e CH, quindi anche al piano BCHF; il piano CDGH è perpen-
dicolare al piano BCHF e la GH perpendicolare all'intersezione CH risulta
perpendicolare anche al piano BCHF, e quindi alla HF. Quindi ̂FHG = un retto.
La FH è quindi perpendicolare al piano CDGH. D'altra parte la DG è
perpendicolare al piano HGE, i piani HGD, HGE sono perpendicolari tra loro e
quindi la FH perpendicolare al primo di essi appartiene al se- condo. Il
quadrilatero FHGE è dunque un quadrilatero piano coi lati tutti eguali ed un
angolo retto e perciò è un quadrato. Le sei facce dell'esaedro ABCDEFGH sono
dei quadrati; le tre facce congruenti in ogni vertice sono dei quadrati ed i
diedri son tutti retti; l'esaedro regolare è costruito. EA ed HC sono
perpendicolari ad AC ed EH, e il pia- no EAC è perpendicolare ad ABCD, la CH
pure e per- ciò giace in AEC, quindi EACH è un quadrilatero piano con gli
angoli retti, ossia è un rettangolo, quindi le due diagonali del cubo CE, AH
sono eguali e si tagliano per metà. In simil modo EF e CD risultano
perpendicolari a FC ed ED, EFCD risulta un rettangolo, e la diagonale FD è
eguale alle altre due ed è tagliata per metà dal loro punto medio; lo stesso
per la BG. Le quattro diagonali sono eguali, e si incontrano in un medesimo
punto O 110 che le biseca, quindi O è equidistante da tutti i vertici ed
è centro della sfera circoscritta. Si ha poi (EC)2=(EA)2+(AB)2+(BC)2 e quindi
4R2=3l26 ed l26=34R2. Condotta OM perpendicolare ad EH e quindi alla fac- cia
EFHG, il segmento OM, che è la metà dello spigolo 2 R2 è eguale all'apotema del
cubo, e a6 =3 . D'altra parte si riconosce facilmente che il quadrato costruito
sopra il lato del triangolo equilatero inscritto in una circonferenza di raggio
R è triplo del quadrato del raggio (ossia il lato del triangolo equilatero è R
√ 3 e si ha quindi il TEOREMA. L'apotema del cubo inscritto nella sfera di
raggio R è 13 del lato del triangolo equilatero in- scritto nella circonferenza
di raggio R; e lo spigolo del cubo è i 23 di tale lato (l6=32 R √3) Dopo ciò
per risolvere il problema della inscrizione del cubo nella sfera di raggio
dato, occorre sapere divi- dere un segmento assegnato in n (nel nostro caso 3)
par- ti eguali. Il problema, indipendentemente dalla teoria delle parallele, è
sempre risolubile grazie al seguente LEMMA. Se l'ipotenusa di un triangolo
rettangolo è divisa in n parti eguali e per i punti di divisione si conducono
le perpendicolari ad uno dei cateti esse lo divi- dono in n parti eguali. Sia
ABC un triangolo rettangolo, e sia l'ipotenusa BC divisa in n (5) parti eguali;
per i punti di divi- sione D, E, F, G conduciamo le perpendicolari ai cateti AC
e AB. Si riconosce facilmente che DMAL, ENAK, EPLK ecc. sono dei rettangoli e
che essendo EDM=DMB+DBM è pure EDP=DBM; quindi i triangoli rettangoli EDP, DBM
sono eguali, e EP = DM e perciò AL = LK. Analogamente LK = KI = HI =
HC. Viceversa, per l'unicità del sottomultiplo di un seg- mento dato, se
ipotenusa e cateto sono divisi in un me- desimo numero di parti eguali, le
congiungenti i punti di divisione corrispondenti LD, KE... risultano
perpendicolari al cateto. Vedremo nel capitolo ultimo come si possa sempre,
indipendentemente dalla teoria delle rette parallele, ri- solvere il problema
di dividere un segmento in un numero assegnato di parti eguali. Frattanto per
il caso di n = 5 il problema si risolve così: Preso un segmento tale che il suo
quintuplo sia maggiore del segmento dato (per esempio riportando cinque volte
consecutivamente la quarta parte del segmento assegnato), si descrive sopra di
esso come diametro la circonferenza, e poi con centro in uno degli estremi del
diametro e raggio eguale al segmento assegnato si descrive un'altra
circonferenza; il punto di intersezione delle due circonferenze è vertice di un
triangolo rettangolo che ha per ipotenusa il diame- tro della prima
circonferenza, e conducendo per i punti di divisione del diametro le
perpendicolari al cateto esso viene diviso in cinque parti eguali. In modo
analogo si risolve il problema della divisione di un segmento in tre parti
eguali. Risolviamo adesso il problema della Iscrizione del cubo nella sfera di
raggio R: si costruisce il triangolo equilatero inscritto nella cir- conferenza
di raggio R, e se ne divide il lato in 3 parti eguali. Per un diametro CE della
sfera si conduce un piano, ed in esso si costruisce il triangolo ret- tangolo
di ipotenusa CE e cateto CH=32 del lato del triangolo equilatero costruito. Per
il punto medio O di CE (centro della sfera) si conduce la perpendicolare MN al
cateto EH; OM = ON è l'apotema. Per M e per N si conducono i piani
perpendicolari alla MN, e nel primo di essi si costruisce il quadrato che ha EH
per diagonale. Esso è una faccia del cubo; i simmetrici dei quattro ver- tici
rispetto ad O danno gli altri quattro vertici del cubo. Inscrizione
dell'ottaedro regolare nella sfera di raggio dato. Condotto per il centro della
sfera il piano perpendicolare al diametro EF, sia ABCD un quadrato inscritto
nel cerchio sezione. Unendo gli estremi del diametro EF con A, B, C, D si ha
l'ottaedro regolare inscrit- to. Infatti le otto facce sono dei triangoli
equilateri, gli angoloidi sono eguali ed i diedri pure, essendo angoli al
vertice di triangoli isosceli aventi il lato eguale all'altez- za della faccia
e la base eguale al diametro della sfera. Si dimostra facilmente che l'ottaedro
che ha per verti- ci i centri delle sei facce del cubo è regolare, e che il
tetraedro che ha per vertice un vertice del cubo ed i tre vertici opposti delle
tre facce ivi congruenti è regolare. L'icosaedro regolare. Divisa una
circonferenza di centro V e raggio qualunque in 10 parti eguali si inscriva in
essa il decagono regolare A1B1A2B2A3B3A4B4A5B5 ed i due penta- goni regolari
A1A2A3A4A5 e B1B2B3B4B5. Per i vertici A del primo pentagono si conducano le
perpendicolari al piano α della circonferenza, e si prendano su di esse i
segmenti A1C1 = A2C2 = A3C3 = A4C4 = A5C5 = VA1. Il piano C2A2A3 è
perpendicolare al piano α, quindi la A3C3 giace in esso, il quadrilatero piano
C2A2A3C3 è un rettangolo e C2C3 = A2A3. Analogamente A4C4 giace nel piano
C3A3A4, il quadrilatero piano C3A3A4C4 è un rettangolo e C3C4 = A3A4. E così
proseguendo i lati del pentagono C1C2C3C4C5 risultano tutti eguali a A1A2. Esso
è inoltre un poligono piano. Infatti la C2A2 è per- pendicolare al piano α ed
al piano C1C2C3; il piano C2A2A4 è perpendicolare al piano α e quindi la A4C4
perpendicolare al piano α giace nel piano C2A2A4; quindi C2A2A4C4 è un
rettangolo, e C2C4 è perpendicolare a C2A2 e perciò C4 giace nel piano C1C2C3;
analogamente C5 giace nel piano C2C3C4; quindi il poligono C1C2C3C4- C5 è un
pentagono piano coi lati tutti eguali. Il suo angolo C1 C2 C3 è eguale
all'angolo A1 A 2 A3 perché sono entrambi sezioni normali dello stesso diedro,
analogamente per gli altri angoli; e quindi C1C2C3C4C5 è un pen- tagono
regolare piano eguale ai due pentagoni inscritti nella circonferenza del piano
α. Condotta per il centro V la perpendicolare al piano α, essa giace nel piano
C2A2V, e, preso su essa dalla parte di C2 il segmento VQ = VA2 = A2C2, la C2Q
sta nel piano del pentagono C1C2C3C4C5, ed è QC2 = VA2, e C2A2- VQ è un
quadrato. Analogamente QC1 = VA2, ecc., e quindi Q è il centro della
circonferenza circoscritta al 116 pentagono regolare C1C2C3C4C5 ed eguale
alla circonferenza del piano α. Essendo poi C1A1 perpendicolare ad A1B5 si ha:
(C1 B5)2=(C1 A1)2+ (A1 B5)2 e poiché C1A1 è eguale al raggio della
circonferenza V ed A1B5 è il lato del decagono regolare inscritto in essa, sarà
C1B5 il lato del pentagono regolare, cioè CB5 = B1B5 = C1C5 = ... Analogamente
dai triangoli rettangoli C1A1B1, C5A5- B5... si ottiene C1B1 = B1B5, C5B5 =
B5B4... quindi i trian- goli C1B1C5, C1B5C5 sono equilateri, e così proseguendo
si riconosce che i dieci triangoli C1C2B4, C2B4B2, C2C3- B2, C3B2B3... che si
ottengono unendo ordinatamente i vertici del pentagono C1C2C3C4C5 a quelli del
pentagono B1B2B3B4B5 sono equilateri. Sia O il punto medio di VQ; si vede
subito che esso equidista dai vertici C e dai vertici B. Prendiamo allora sulla
VQ i segmenti OD = CE = OC1 = OB1; confrontan- do con la fig. 23 si riconosce
che i segmenti QD e VE sono la parte aurea di QV ossia del raggio delle due
cir- conferenze di centro V e centro Q. Uniamo D coi vertici del pentagono
C1C2C3C4C5 e E con quelli del pentagono B1B2B3B4B5. Dal triangolo rettangolo
DQC2 risulta: (DC2)2 = (QC2)2 + (QD)2, e quindi anche DC2 è eguale al lato del
pentagono. Analogamente per DC1, DC3, DC4, DC5; quindi anche i triangoli aventi
il vertice in D e per lati opposti i lati del pentagono C1C2C3C4C5 sono equila-
teri. E lo stesso naturalmente per i triangoli di vertice E aventi per lati
opposti i lati del pentagono B1B2B3B4B5. Abbiamo così ottenuto un icosaedro
avente per vertici i punti D ed E ed i dieci vertici dei due pentagoni C1C2C3-
C4C5 e B1B2B3B4B5; esso ha per facce dei triangoli equi- lateri, ed è inscritto
nella sfera di centro O e raggio OD. Poiché O equidista da D, C2, B2 e così
pure C3 equidi- sta dagli stessi punti, i piani assiali degli spigoli C2DC2B2
si tagliano sicuramente, e la loro intersezione OC3 risulta perpendicolare al
piano DC2B2 e lo interse- ca, in un punto F equidistante da D, C2, B2. D'altra
parte i triangoli DC2O, C3C2O hanno OC2 in comune, OD = OC3, DC2 = C2C3 e sono
perciò eguali; l'altezza C2Q del- l'uno è eguale alla C2F dell'altro, ed è F
interno a OC3 ed OF = OQ e FC3 = QD. I triangoli isosceli OC3D, OC3C4 hanno per
lato il rag- gio della sfera circoscritta e per base lo spigolo dell'ico-
saedro quindi sono eguali. E, poiché OQ = OF, anche i triangoli OC Q, OC F
risultano eguali per il primo crite- 3̂4̂ rio, ed essendo OQC3 = un retto anche
OFC4 = un retto; FC4 è dunque perpendicolare ad OC3 e giace quin- di nel piano
DC2B2; ossia C4 sta in questo piano. Analo- gamente si dimostra che anche B3
sta in questo piano; e si ha: FB3 = FC4 = FD = FC2 = FB2. Perciò il pentagono
DC2B2B3C4 è un pentagono piano equilatero inscritto nella circonferenza di
centro F e raggio FD, ossia è un pentagono piano regolare ed è base della
piramide pentagonale regolare di vertice C3. Analogamente si dimostra che ogni
vertice dell'icosaedro è vertice di una piramide pentagonale regolare eguale.
La sezione normale del diedro di spigolo DC3 si ottie- ne congiungendo il suo
punto medio con i punti C2 e C4. Quest'angolo è quindi l'angolo al vertice di
un triangolo isoscele che ha per lato l'altezza della faccia e per base la
diagonale del pentagono di base; quindi la sezione normale è la stessa per ogni
diedro di ogni angoloide dell'icosaedro. L'icosaedro costruito è dunque un
icosaedro regolare. Per costruire l'icosaedro regolare di dato spigolo C1C2 si
può dunque procedere nel modo seguente: si determina il segmento C1C4 di cui
C1C2 è la parte aurea. si determina il centro Q della circonferenza
circoscritta al triangolo isoscele di lato C1C4 e base C1C2, e si descrive la
circonferenza di centro Q e raggio QC1. si inscrive in questa circonferenza il
pentagono regolare C1C2C3C4C5. si conduce per il centro Q la perpendicolare al
piano del pentagono e si prende QV eguale al raggio della circonferenza, e si
ha nel punto medio O di QV il centro della sfera circoscritta ed in OC1 il
raggio. si prendono sul diametro QV i seg- menti OD = OE eguali ad OC1. si
conduce per V il piano perpendicolare al diametro DE. si abbassa dal vertice C1
la perpendicolare al piano condotto per V, il suo piede A1 appartiene alla
circonferenza di centro V e raggio eguale a VQ. si abbassa da C2 la
perpendicolare a questo piano ed anche il suo piede A2 appartiene alla circonferenza
di centro V. si prende il punto medio B1 dell'arco A1A2 e si inscrive nella
circonferenza di centro V il pentagono regolare che ha questo punto medio per
uno dei suoi vertici, ossia, il pentagono B1B2- B3B4B5. si unisce D ai punti
C1, C2, C3, C4, C5 ed E aipuntiB1,B2,B3,B4,B5;siuniscepoiB1 aC2,C2 aB2 ecc., e
si ha l'icosaedro. 6. Inscrizione dell'icosaedro regolare nella sfera di raggio
R. Il triangolo DC2E della fig. è rettangolo in C2 per- ché i suoi vertici
equidistano da O centro della sfera. In esso l'altezza C2Q = r, raggio del
pentagono C1C2C3C4- C5;DQ=l10;C2D=l5;QE=QV+VE=r+l10 =s10,e quindi C2E = s5;
perciò per la [8] (C2D)2 + (C2E1)2 = 5r2 ma per il teorema di Pitagora si ha:
(C2D)2 + (C2E)2 = (DE)2 = 4R2 e perciò 5r2 = 4R2. ossia si ha il TEOREMA: Il
quintuplo del quadrato che ha per lato il lato del pentagono di base è eguale
al quadruplo del quadrato del raggio della sfera circoscritta. Premesso questo
teorema, prendiamo (fig. 36) DE = 2R, e dividiamo DE in cinque parti eguali.
Preso DG eguale ad un quinto di DE, si conduca per G la perpen- dicolare a DE
sino ad incontrare in H la circonferenza di diametro DE. Si ha: (DH)2 = DE · DG
ossia (DH)2=2R·25 R=54 R2 120 DH è dunque eguale al raggio r della
circonferenza circoscritta al pentagono. Si determina allora il lato del
decagono regolare in- scritto nella circonferenza di raggio r, e si toglie da
OD e da OE, in modo da ottenere i segmenti OQ ed OV. Si conducono per Q e per V
i piani perpendicolari al dia- metro DE, e con centri Q e V e raggio r si
descrivono in essi due circonferenze. In queste si inscrivono opportu- namente
i pentagoni regolari di vertici A, di vertici B e di vertici C; ed unendo il
vertice D coi vertici C, il verti- ce E coi vertici B, i cinque vertici C tra
loro consecuti- vamente, i cinque B tra loro ed i vertici C opportuna- mente ai
vertici B si ha l'icosaedro regolare inscritto. Chiamando con R il raggio della
sfera circoscritta, con a l'apotema dell'icosaedro, con l5 lo spigolo, con r il
raggio della circonferenza circoscritta al pentagono di lato l5, con l10 la
parte aurea di r, con s5 e s10 i lati del pentalfa e del decalfa inscritti in
questa circonferenza, con R' il raggio della sfera tangente agli spigoli
dell'ico- saedro nei loro punti medii, con a5 l'apotema del penta- gono di lato
l5 e con a10 l'apotema del decagono di lato l10, si hanno le seguenti
relazioni: 5r2=4R2 2R=r+ 2l10=s10+ l10 e quindi, dal triangolo rettangolo DC2E
si ricava: R '=12 s5⋅a10
121 cioè: il raggio della sfera tangente agli spigoli dell'icosaedro è
eguale alla metà del lato del pentalfa inscritto nella circonferenza di raggio
r, oppure è eguale all'apotema del decagono inscritto in questa circonferenza.
Il raggio della sfera inscritta od apotema a è cateto di un triangolo
rettangolo ON5K6 che ha per ipotenusa R' e per altro cateto la terza parte
dell'altezza della faccia; quindi: 2 2 l52 12 l52 1 2 2 a=R'
–12=4s5–12=12(3s5–l5) e per la [2] e la [6]: a2= 1 (3s2 –4r2+s2 )= 1 (3s2
–r2+s2 )= 125 101210 10 = 1 (4s2 –4r2)= 1 (2s +r)+(2s −r)= 12 10 12 10 10 = 1
(s10+l10+r+r)(s10+s10–r)= 12 = 1 (2R+2r)(s10+l10)=(R+r)·R 12 3 ossia: il
quadrato che ha per lato l'apotema dell'icosae- dro è eguale alla terza parte
del rettangolo che ha per lati il raggio della sfera circoscritta, e questo
raggio R au- mentato del raggio r della circonferenza circoscritta al
pentagono. La relazione si può anche scrivere sotto la forma Rr = 3a2–R2.53 53
Dal triangolo ON5D si ha invece: l2 l2 a2=R2 –(2 5 √3)=R2 – 5 323 Si può
riconoscere infine che il piano diametrale pas- sante per i vertici D, B2, E
sega l'icosaedro secondo un esagono che ha due lati opposti eguali allo spigolo
del- l'icosaedro e gli altri quattro eguali all'altezza della faccia, e si può
dimostrare geometricamente che questo esagono ha la stessa estensione del
rettangolo che ha per lati s10 e R + a5. Tagliando invece l'icosaedro con un
piano diametrale perpendicolare al diametro DE si ottiene per sezione un
decagono regolare che ha il lato eguale alla metà dello spigolo dell'icosaedro
ed è inscritto in una circonferenza di raggio R', da cui risulta che la metà di
l5 è la parte au- rea di R'; che risulta anche dalla formula: R '= 12 s5 . 7.
Costruzione del dodecaedro regolare. e e quindi e Si ha pure: ossia Si ha
inoltre geometricamente dalla figura: l 25= 2R · l 10; s52=2R · s10 123 3a2=3R2
–l25 3 R 2 – l 25 = R r + R 2 2R2=l52+Rr; l52=R(2R–r) s 52 + l 52 = 4 R 2 l2 a2
+(5)=R2 10 2 Consideriamo nella fig. 36 la piramide pentagonale di
vertice C3 e base DC2B2B3C4. I punti medi K1, K2, K3, K4, K5 dei lati della
base sono alla loro volta vertici di un pentagono regolare di centro F che è
base di un'altra piramide di vertice C3 e spigoli C3K1 = C3K2 = C3K3 = C3K4 =
C3K5. I centri N1, N2, N3, N4,N5 delle facce late- rali della prima piramide
stanno sugli spigoli della se- conda e si ha: C N =C N =C N =C N =C N =2C K 3 1
̂3 2 3̂3 3 4 3 5 3 3 1 Siccome K1 C3 K2=K2C3 K3=... i triangoli isosceli
N1C3N2, N2C3N3... sono eguali per il primo criterio e quindi N1N2 = N2N3 = N3N4
= N4N5 = N5N1. Siccome il triangolo C3FK1 è rettangolo in F ed N1K1 è un terzo
dell'ipotenusa, la perpendicolare al cateto C3F condotta da N1 incontra il
cateto C3F in un punto L tale che FL è un terzo di C3F. Lo stesso accade per
gli altri punti N2, N3, N4, N5; e quindi N1N2N3N4N5 è un pentagono piano
equilatero in- scritto nella circonferenza di centro L e raggio LN1; os- sia è
un pentagono piano che ha per vertici i centri delle facce dell'icosaedro
congruenti in C3. Analogamente prendendo i centri delle facce laterali della
piramide di vertice D e base C1C2C3C4C5, essi sono i vertici di un altro
pentagono piano regolare ed eguale al precedente ed avente in comune con esso
il lato N5N1; e prendendo i centri delle facce laterali della piramide di
vertice C4 e base DC3B3B4C5 si ottiene un terzo pentago- 124 no piano
regolare eguale ai precedenti ed avente un lato in comune con il primo ed uno
in comune con il secon- do in modo che il vertice N1 è comune ai tre pentagoni.
Operando in modo consimile con ciascuno dei dodici vertici dell'icosaedro si
ottiene un dodecaedro che ha per facce dei pentagoni regolari eguali a
N1N2N3N4N5, e per angoloidi dei triedri a facce eguali. Il vertice C3 ed il
centro L della base sono equidistanti dai vertici della base N1N2N3N4N5 e
quindi anche il cen- tro O della sfera circoscritta all'icosaedro è
equidistante da tutti i vertici dei pentagoni come N1N2N3N4N5; quindi il
dodecaedro che abbiamo costruito è inscritto nella sfe- ra di raggio ON1. Preso
allora il punto medio M dello spigolo del dode- caedro comune alle facce
̂adiacenti di centri L1 e L2 ed unitolo con essi, l'angolo L1 ML2 è la sezione
normale di tale diedro; ed è angolo al vertice di un triangolo iso- scele che
ha per lati gli apotemi delle facce L1M e L2M e per base il segmento L1L2 che
unisce i centri delle due facce. Ma OL1 ed OL2 sono eguali perché cateti dei
triangoli rettangoli ON1L1, ON1L2 aventi l'ipotenusa ON1 in comune ed i cateti
L1N1, L2N1 eguali; quindi il segmento L1L2 è base di un triangolo isoscele che
ha per lati OL1 = OL2 e l'angolo al vertice in comune con il triangolo isoscele
che ha per lati i raggi OD, OC4 della sfera e per base lo spigolo DC4
dell'icosaedro. Tali elementi restano dunque gli stessi se si prende la sezione
normale di un altro diedro del dodecaedro; quindi questi 125 diedri son
tutti eguali, e possiamo concludere che il dodecaedro costruito è regolare, è
inscritto nella sfera di raggio ON1 ed ha per apotema OL1. Vedremo più oltre la
costruzione del dodecaedro di dato spigolo. 8. Inscrizione del dodecaedro
regolare nella sfera di raggio R. Sia ABCD... UV (fig. 37) un dodecaedro
regolare. In esso si può inscrivere un cubo avente per vertici dei vertici del
dodecaedro e per spigoli delle diagonali delle facce del dodecaedro. Preso
infatti il vertice A, e nelle tre facce congruenti in A i vertici G, C, P; e
presi i quattro vertici U, M, S, K, del dodecaedro ad essi diametralmente
opposti, questi otto punti sono vertici di una figura i cui spigoli sono tutti
eguali alle diagonali delle facce del dodecaedro, os- sia al lato del pentalfa
inscritto nella faccia. Dimostria- mo che i triedri aventi per vertici i
vertici e per spigoli gli spigoli di questa figura ivi concorrenti sono
trirettan- goli; basterà dimostrare che ad esempio il triedo di vertice A è
trirettangolo, e per esempio che AG è perpendi- colare ad AC. Tornando per un
momento alla figura, osserviamo che se dai vertici C ed I del pentagono
regolare ACEGI si abbassano le perpendicolari CP, IQ al lato EG i trian- goli
rettangoli CPE, IQG, avendo l'ipotenusa ed un an- golo acuto eguali sono eguali
e si ha CP = IQ; quindi il quadrilatero PQIC è per costruzione un rettangolo di
base PQ ed altezza CP = QI. Esso si ottiene anche ripor- tando a partire dal
punto medio M di EG i due segmenti MP=MQ=12 CI, ed unendo P con C e Q con I.
Preso allora (fig. 37) il punto medio M' dello spigolo HB del dodecaedro, e
presi M'P'=M'Q'=12 AG=12 CK, i quadrilateri GP'Q'A, KP'Q'C sono dei rettangoli;
e perciò la P'Q' è perpendi- 127 colare alle Q'A e Q'C ed al loro
piano AQ'C, e così pure è perpendicolare alle P'G e P'K ed al loro piano GP'K.
Il piano ABH che passa per P'Q' risulta perpendicolare al piano AQ'C ed al
piano GP'K, e la retta GA di questo piano essendo perpendicolare alla
intersezione AQ', come pure alla GP', è perpendicolare anche al piano AQ'C come
pure al piano GP'K; e quindi è perpendico- lare alla AC ed alla GK. Quindi il
quadrilatero AGKC, che ha tutti i lati eguali ha due angoli retti; e siccome lo
stesso discorso si ripete per la KC e la KC è perpendico- lare al piano Q'CA in
un punto C della sua intersezione AC con il piano GAC ad esso perpendicolare la
CK sta nel piano GAC, e GACK è un quadrato. Analogamente si dimostra che sono
dei quadrati le altre due facce ACMP e AGSP. Operando in simil modo coi triedri
di vertici G, S, P, K, U, M, C, gli spigoli GK, SU, PM, AC si dimostrano
perpendicolari al piano del quadrato AGSP ed eguali tra loro ed al lato AP di
questo quadrato; quindi AGSPCKUM è effettivamente un cubo, inscritto nel do-
decaedro, e tutti e due sono inscritti nella sfera che ha per diametro la
diagonale del cubo. Dalla fig. risulta che i centri di due facce opposte del
dodecaedro come L1 e L3 stanno sul diametro DE e sono equidistanti dal centro O
della sfera circoscritta al dodecaedro; perciò la congiungente i centri di due
facce opposte del dodecaedro è perpendicolare ad esse. Con- giunti dunque nella
fig. 37 i centri O1 ed O2, di due facce opposte la O1O2 passi per il centro O
ed è O1O – O2O l'apotema del dodecaedro. Esso è cateto del triangolo OAO1,
avente per ipotenusa il raggio OA = R e per altro cateto il raggio O1A = r
della circonferenza circoscritta al pentagono AEPQF. Questo raggio non è che
l'altezza del triangolo rettangolo che ha per cateti l5 ed s5 ossia AE ed AP.
Ma AP è lo spigolo del cubo inscritto e sap- piamo che il triplo del quadrato
dello spigolo è eguale al quadrato della diagonale; abbiamo quindi: 3(AP)2=2R2
ossia [14] 3s52=4R2 e siccome il quadrato che ha per lato il lato del triangolo
equilatero inscritto nella circonferenza di raggio R è il triplo del quadrato
del raggio, mentre il quadrato di s5 è i quattro terzi di questo quadrato, ne
segue che il quadrato di s5 è i quattro noni del quadrato del lato del
triangolo equilatero inscritto, e perciò lo spigolo del cubo inscrit- to, che è
anche il lato del pentalfa inscritto nella faccia del dodecaedro, è i due terzi
del lato del triangolo rego- lare inscritto nella circonferenza di raggio R.
Perciò per costruire il dodecaedro regolare inscritto nella sfera di raggio OA
= R si può procedere così. Si inscrive il triangolo equilatero nella
circonferenza di raggio R, e si prende i due terzi del lato. Si ha così lo
spigolo del cubo inscritto ed il lato AP = s5 del pentalfa inscritto nella
faccia. Si determina la parte aurea di questo spigolo e si ha così AE = l5. Si
costruisce il triangolo rettangolo di cateti s5 ed l5; l'altezza di questo
triangolo rettangolo è il raggio r della circonferenza circoscritta alla faccia
del dodecaedro. Si costruisce il triangolo rettangolo di ipotenusa R e cateto
r, l'altro cateto è l'apotema OO1 del dodecaedro. Preso un segmento O1O2 eguale
al doppio dell'apotema si conducono per O1 ed O2 i piani perpendicolari ad
esso, si descrivono in questi piani le circonferenze di raggio r e centri O1 ed
O2 e si inscrivono in esse i pentagoni regolari AEPQF, UVKIL dove U è
simmetrico di A rispetto ad O punto medio di O1O2. I punti A, P, K, U sono
quattro vertici del cubo inscritto. Si conducono per A e per P i piani
perpendicolari ad AP. Nel primo di questi piani si costruisce il quadrato che
ha per diagonale AK e nel secondo il quadrato PSUM che ha per diagonale PU; si
hanno così gli altri quattro vertici del cubo. Nel piano AFG si completa il
pentagono regolare AFGHB, e poi nel piano EAB si completa il pentagono ABCDE, e
poi HBCIK ecc. 9. Relazioni tra gli elementi del dodecaedro ed altra soluzione
del problema della sua inscrizione nella sfera di raggio R. Nella figura i
triangoli AVO, CΘO, DOZ, EVO... sono isosceli con il lato eguale al raggio OA
della cir- conferenza e la base eguale al lato del decagono regola- re
inscritto, quindi la circonferenza di centro O e raggio eguale al lato AB del
decagono passa per Θ, V, Y, Z...; il suo raggio è parte aurea di quello della
circonferenza di raggio OA. I triangoli isosceli CΘY, OCA sono eguali 130
perché hanno il lato eguale e l'angolo al vertice eguale, quindi il lato ΘY del
pentalfa inscritto nella minore è eguale al lato del pentagono inscritto nella
maggiore ed è quindi parte aurea del lato del pentalfa inscritto nella maggiore:
e quindi ΘV lato del pentagono inscritto nella minore è parte aurea del lato
del pentagono inscritto nel- la maggiore. I triangoli isosceli BCV e OYZ sono
eguali perché hanno il lato eguale e l'angolo al vertice eguale e quindi il
lato del decagono inscritto nella minore è parte aurea del lato del decagono
inscritto nella maggiore; ed il lato del decalfa inscritto nella minore,
essendo eguale al raggio della minore aumentato del lato del decagono
inscritto, è eguale al raggio della maggiore. Viceversa, data la circonferenza
di centro O e raggio OV e descritta la circonferenza concentrica che ha per
raggio il lato VZ del decalfa si ottiene la circonferenza di raggio OC e
sussistono le relazioni ora vedute, ed in particolare il lato del pentagono
regolare inscritto nella maggiore è eguale al lato del pentalfa inscritto nella
minore. Consideriamo ora le facce opposte (fig. 37) AEPQF, KILUV del
dodecaedro, e siano O1 ed O2 i centri delle rispettive circonferenze
circoscritte ed r il loro raggio O1A = O2K. Sappiamo che O1O2 è perpendicolare
alle due facce e quindi anche il piano O1AO2 è perpendicolare a queste due
facce; esso coincide con il piano DEN5 della figura 36, passa per il punto K6
di questa figura ed è perpendi- colare allo spigolo C2C3 perché anche K6Q è perpendi-
131 colare a questo spigolo, e quindi taglia il piano della faccia C2C3B2
secondo la K6B2 perpendicolare allo spi- golo C2C3, e passa quindi per N4 ossia
per il vertice B della figura 37; e siccome questo piano O1AO2 passa an- che
per il vertice U opposto al vertice A interseca la fac- cia inferiore KILUV
secondo la O2U e quindi lo spigolo KI nel suo punto medio B1; quindi il
pentagono O1AB- B1O2 è un pentagono piano. Analogamente è un penta- gono piano
O1O2UTT1; ed il piano O1OA sega il dode- caedro secondo l'esagono ABB1UTT1.
Analogamente è piano il pentagono O1O2D1DE ed i due pentagoni hanno i lati
ordinatamente eguali, gli angoli di vertice O1 ed O2 retti, gli angoli di
vertice B1 e D1 eguali perché sezioni normali del dodecaedro; e si riconosce
facilmente che anche gli angoli di vertice A e B del primo pentagono sono
rispettivamente eguali a quelli di vertice E e D del secondo. I due pentagoni
O1ABB1O2, O1EDD1O2 sono dunque eguali; perciò conducendo da B e D le perpendi-
colari al lato comune O1O2 i loro piedi coincidono in un punto Θ e ΘB = ΘD.
Così pure ΘN, ΘS, ΘG risultano eguali a ΘB e perpendicolari ad O1O2,; insomma Θ
è il centro di una circonferenza di raggio ΘB situata in un piano
perpendicolare a O1O2, nella quale è inscritto il pentagono piano regolare
BDNSG. Analogamente conducendo da C la perpendicolare Cη ad O1O2 si dimostra
che η è centro di una circonferenza (situata in un piano perpendicolare ad
O1O2) nella quale è inscritto il pentagono piano regolare CMTRH. 132
Siccome AE spigolo del dodecaedro è parte aurea di AP e quindi di BD, troviamo
che il lato del pentagono inscritto nella circonferenza di raggio r è parte
aurea del lato del pentagono inscritto in quella di centro Θ e rag- gio ΘB; ne
segue che il raggio r è parte aurea del raggio ΘB ossia, che questo raggio è
eguale al lato s10 del de- calfa inscritto nella faccia del dodecaedro. Preso
ora su BΘ il segmento Θλ, eguale ad r il seg- mento Bλ, sarà eguale ad l10, e
poiché O1AλΘ è un rettangolo per costruzione il triangolo ABλ è rettangolo. La
sua ipotenusa è l5, il cateto Bλ, è l10, l'altro cateto è quindi eguale ad r.
Il rettangolo O1AλΘ è dunque un quadrato ed i piani delle due circonferenze di
centri O1 e Θ hanno una distanza eguale ad r. D'altra parte essendo l'apotema
O2B1 della faccia eguale alla metà di BΘ = s10, B1 è il punto medio del
segmento O2μ preso eguale a s10, e quindi BΘO2μ è un rettangolo, e BμB1 è un
triangolo rettangolo di cui l'ipotenusa è eguale ad r+a5, il cateto μB1 è eguale
a a5 e quindi. Ma perciò (Bμ)2 = (r+a5)2–a25=r2+2ra5 r=s10 –l10 ed a5=s10 e
siccome 10 10 10 10 10 10 r2=s10 ·l10 133 2 (Bμ)2 = r2+s (s –l )=r2+s2 –l
s si ottiene quindi ossia (Bμ)2 = s2 10 Bμ = s10 Bμ=O2Θ=BΘ = s10. Quindi
anche BμO2Θ è un quadrato; e la distanza tra il piano dei vertici BDNSG e la
faccia inferiore KILUV è eguale ad s10. Analogamente preso il punto η sopra
O1O2 tale che O2η = O1Θ = r esso è il centro della circonferenza di raggio s10
passante per CMTRH. NeseguecheΘη=ΘO2 –O2η=s10 –r=l10.Dunque la distanza tra i piani
dei vertici BDNSG e CMTRH è eguale a l10, lato del decagono regolare inscritto
nella faccia del dodecaedro. La distanza tra le due facce opposte del
dodecaedro AEPQF e KILUV è eguale a 2a; e si ha: [15] 2a=2r+l10=s10+r ed a = 2
r + l 10 = r + s 10 = r + a 5 . 222 Dai triangoli rettangoli AO1η e BΘO1 che
hanno per cateti r ed s10 si trae che le ipotenuse Aη e BO1 sono eguali a s5.
Siccome poi r è la parte aurea di s10, s10 a sua volta è la parte aurea di
O1O2; dunque la distanza 2a tra le due facce opposte del dodecaedro è divisa
dai piani degli al- 134 triverticiinduepuntiΘedηtalicheηO1 =O2Θèla
parte aurea di 2a, la parte rimanente O1Θ = O2η è eguale alla parte aurea r di
s10 e la parte intermedia è la parte aurea di r ossia è il lato del decagono
inscritto nella fac- cia del dodecaedro. Riassumendo, le due circonferenze di
centri Θ ed η hanno il raggio eguale al doppio dell'apotema della fac- cia del
dodecaedro, hanno dalle due facce ad esse pros- sime distanza eguale al raggio
della faccia e dalle altre due facce distanza eguale al loro raggio ossia al
lato del decalfa inscritto nella faccia del dodecaedro. Nella figura 28 è
disegnata nel suo piano la sezione ABB1 UTT1 del dodecaedro ed è costituita
dall'esagono PFQP'F'Q'. I punti N e D corrispondono ai centri O1 e O2 delle
facce della figura 37. I lati PF e P'F' sono quelli eguali allo spigolo l5 del
dodecaedro. BD e PN sono eguali al raggio r della fac- cia; O punto medio di ND
è il centro della sfera ed OB = OF = OP è il raggio R della sfera circoscritta,
DH è eguale ad s10. Completando il quadrato ADHF ed il ret- tangolo ADNV,
risulta AB eguale ad l10. Preso sopra PB il punto K tale che PK = s10 sarà BK =
r; condotta per K la perpendicolare a PD essa taglia AV in C e DN in E tali che
AC = DE = r e BC = AK = l5: preso poi KL = BM = s10 i triangoli rettangoli KBL,
KPNsonoegualiequindiKN=BL=s e ̂̂̂̂ 5 PKN=KLB=ACB=AKB quindi i punti A, K, N
sono allineati, e la diagonale AN è divisa da K in due 135 parti, AK
eguale ad l5 e KN eguale a s5, dimodoché AN è eguale a l5 + s5. AD è eguale ad
s10; preso allora il pun- to medio Q di AD sarà DQ l'apotema a5 della faccia ed
OQ il raggio R' della sfera tangente agli spigoli del do- decaedro nei loro
punti medii. E siccome OQ è la metà di AN si ha la semplice relazione: [16]
R'=l5+s5 2 Nella figura 28 FN e CD sono eguali ad s5. Dalla fi- gura risulta
che il rettangolo BDNP è eguale alla somma del rettangolo BDHG e del quadrato
GHNP e quindi si ha: 2a·r=r·s +r2=r·s +s ·l =s (r+l )=s2 Dunque [17] 10
10 10 10 10 10 10 2a·r=s2 10 od anche [18] a·r=2a25 Nella figura 28 la
diagonale AN, e gli assi di AD e DN si incontrano nel punto medio di AN ed il
rettangolo di base AQ = a ed altezza a è diviso dalle BP e CE in modo che il
rettangolo di base AB = l10 ed altezza a è eguale in estensione al rettangolo
di base AQ = a5 ed al- tezza r. Si ha dunque: [19] a·l10=r·a5 od anche [19']
2a·l10=r·s10 Dai triangoli OBD ed OQD della fig. 28 si trae: 136 [20]
R2=a2+r2 [21] R 2=a 2+ a25 e da queste od anche dalla figura l2 [22] R2=R2+r2 –
a25 R '2+(25 ) L'esagono ABB1UTT1 sezione del dodecaedro è egua- le al
rettangolo di lati 2s10 e 2a, diminuito dei rettangoli di lati r ed l10 e a5 ed
s10. Si ha dunque: 2 s10 · 2 a – rl10 – a5 s10=4 a5 · 2 a – r (s10 – r) – 2 a52
= 4a5(s10+r)–r·s10+r2–2a25=8a52+4a5r–2a5r+r2–2a52 =
6a25+2a5(s10–l10)+r2=6a52+4a25–s10l10+r2=10a25 Dunque la sezione fatta nel
dodecaedro con il piano passante per i centri di due facce opposte ed il
vertice di una di queste facce è il decuplo del quadrato che ha per lato
l'apotema della faccia. Nell'esagono PFQP'F'Q' le diagonali PP' ed FF' sono
eguali a 2R e siccome si bisecano in O ne segue che PFP'F' è un rettangolo; e
quindi i triangoli isosceli PQ'F' e FQP' che hanno il lato eguale hanno eguali
anche le basi PF' ed FP' e sono eguali. Queste basi sono eguali a 2R'. ̂̂ Gli
angoli Q'PF' e QFP' alla base dei due trian- goli isosceli precedenti sono
eguali; e quindi sono eguali anche gli angoli ̂Q ' PF e ^PFQ ; quindi i
triangoli 137 PFQ' e PFQ sono eguali per il primo criterio e perciò le
due diagonali dell'esagono PQ e FQ' sono eguali. Que- st'ultima è ipotenusa del
triangolo FQ'T' e perciò il qua- drato costruito sopra di essa è dato da
9a25+r2 : e se ne possono trovare anche altre espressioni. Dopo avere trovato
l'espressione delle tre diagonali dell'esagono PFQP'F'Q' si può trovare che la
sua area è anche espressa da R'(2l5 +s5) od anche da R'(2R' + l5), che si
possono dimostrare identicamente eguali a 1 0 a 25 . In base alle proprietà che
abbiamo trovato si può dare la seguente soluzione al problema di inscrivere il
dodecaedro regolare nella sfera di raggio dato, soluzione pre- feribile alla
prima e che presumiamo collimi con quella data dai pitagorici. Dato R si
determina come nell'altro procedimento lo spigolo AP del cubo inscritto che è
anche eguale ad s5, lato del pentalfa inscritto nella faccia del dodecaedro. Si
determina la parte aurea di questo spigolo del cubo e si ha in essa lo spigolo
del dodecaedro. L'altezza del triangolo
rettangolo che ha per cateti s5 ed l5 ossia gli spigoli del cubo e del
dodecaedro inscritti è eguale ad r, raggio della circonferenza, circoscritta
alla faccia del dodecaedro. Le proiezioni dei cateti di questo triangolo sono
l10 e s10, ossia il lato del decagono regolare ed il lato del decalfa inscritti
nella circonferenza circoscritta alla faccia. Si prende un segmento Θη = l10
lato del decagono e parte aurea del raggio r, e se ne prendono i prolungamenti
ΘO1 = ηO2 = 138 r. Il punto medio O dei segmenti Θη e O1O2 è il centro
della sfera inscritta, ed i segmenti OO1 = OO2 = a sono eguali all'apotema del
dodecaedro. Per i punti O1, Θ, η, O2 si conducono i piani perpendicolari ad
O1O2; in questi piani si descrivono le circonferenze di centri O1 e O2
eraggiorequelledicentriΘeηeraggios10 =lato del decalfa, e si inscrivono in esse
i pentagoni regolari AEPQF, KILUV, BDNSG, CMTRH in modo che i verti- ci A e B
stiano in uno stesso piano OO1AB ed i vertici I, C in uno stesso piano OO2IC e
che questi due piani for- mino un angolo di 36°. Si hanno così tutti i vertici
del dodecaedro. Si tira AB, ED, PN, QS, FG, IC, LM, UT, VR, KH; e poi si
uniscono successivamente i punti B, C, D, M, N, T, S, R, G, H, B ed il
dodecaedro è co- struito. Il problema di costruire il dodecaedro circoscritto
alla sfera di raggio a, si risolve immediatamente. Basta pren- dere la parte
aurea del diametro 2a, e la parte rimanente è r, la differenza tra 2a ed r è
s10; e la differenza fra s10 ed r è l10; e ora si prosegue come nel caso
precedente. Il problema di costruire il dodecaedro regolare di dato spigolo l5,
si risolve costruendo prima (fig. 23) il seg- mento s5 di cui lo spigolo
assegnato è la parte aurea; poi costruito il triangolo rettangolo di cateti s5
ed l5, la figura fornisce successivamente r, l10, s10, a, a5, R, ed R'.
139 Ipsicle e prima di lui Aristeo54 han dimostrato che i circoli
circoscritti al pentagono del dodecaedro ed alla faccia dell'icosaedro
inscritti nella stessa sfera hanno lo stesso raggio. La dimostrazione si può
fare così: nella fig. 36 si ha: ON5 – R > OL1. Sugli apotemi OL, OL1, OL2
... prendo OL' = OL'1 = OL'2 = ... = R. Questi punti sono vertici
dell'icosaedro inscritto nella sfera di raggio R. Infatti, 1o – L'L'1 = L'L'2 =
L'1L'2 = ... perché basi di triangoli iso- sceli di lato ed angolo al vertice
eguale; 2o – Il triangolo equilatero L'L'1L'2 ha il centro sull'asse ON1
equidistante da essi: questo centro X è il piede delle altezze di vertici L',
L'1, L'2 dei triangoli eguali ON1L, ON1L'1, ON1L'2; 3o – Il triangolo
rettangolo OXL'1 = ON1L1 perché l'ipote- nusa OL'1 = ON1 ed un angolo acuto è
in comune; quin- di XL'1 = L1N1; ma XL'1 è il raggio della circonferenza
circoscritta alla faccia dell'icosaedro, ed L1N1 è il raggio di quella
circoscritta al pentagono del dodecaedro; e quindi la proprietà è dimostrata geometricamente. LORIA
– Le scienze esatte nell'antica Grecia. IL SIMBOLO DELL'UNIVERSO. In relazione
ai poliedri regolari e specialmente al dodecaedro regolare dobbiamo ora
soffermarci alquanto a considerare le tre medie considerate anche dai pitagorici,
ossia la media aritmetica, la media geometrica e la media armonica. Nicomaco attesta
che Pitagora conosceva le tre proporzioni aritmetica, geometrica ed armonica; e
Giamblico attesta che nella sua scuola si consideravano le tre me- die
aritmetica, geometrica ed armonica. Si ha proporzione aritmetica tra quattro
numeri a, b, c, d quando a – b = c – d; la proporzione è continua se b = c; ed
in tal caso b è il medio aritmetico o la media aritmetica di a e d e si ha:
b=a+d . 2 Se si tratta di tre segmenti in proporzione aritmetica, la
definizione è la stessa ed il segmento b semisomma dei due segmenti a e d è la
loro media aritmetica. Cfr. NICOMACO, ed. Teubner; e JAMBLICHI, Nicomachi
Arith. introd., ed. Teubner, pag. 100. Cfr. anche G. LORIA, Le scienze esatte. Si
ha proporzione geometrica tra quattro numeri a, b, c, d quando a : b = c : d, e
per i segmenti quando il ret- tangolo dei medi è eguale al rettangolo degli
estremi. Con questa definizione non vi è bisogno della teoria del- le parallele
e della similitudine, non si considera il rap- porto di due segmenti e non si
sbatte nella questione della incommensurabilità. Abbiamo veduto inoltre che i
pitagorici erano in grado di risolvere il problema dell'ap- plicazione
semplice, ossia di costruire il segmento quar- to proporzionale dopo tre
segmenti assegnati a, b, c, nel caso in cui il primo segmento era maggiore di
uno alme- no degli altri due, sempre s'intende senza bisogno di pa- rallele. Se
b è eguale a c, la proporzione è continua e b è il medio geometrico tra a e d;
la media geometrica di due segmenti è dunque il lato del quadrato eguale al
rettangolo degli altri due; ed abbiamo visto che i pitagorici erano sempre in
grado, come applicazione del teorema di Pitagora, di costruire tale media geometrica.
Quanto alla proporzione armonica e alla media armo- nica, si dirà che quattro
numeri a, b, c, d sono in propor- zione armonica quando i loro inversi sono in
proporzio- ne aritmetica, ossia quando 1a – 1b = 1c – d1 ; e conseguentemente b
è medio armonico tra a e d quando l'in- verso di b è eguale alla media
aritmetica degli inversi degli altri due. Archita in un suo frammento ci ha
tramandato le defi- nizioni pitagoriche nel caso della proporzione continua
142 di tre termini; le definizioni antiche coincidono con le moderne nel
caso della media aritmetica e della geome- trica, la definizione della media
armonica è invece diversa. Riportiamo il frammento di Archita, inserendo per
chiarezza gli esempi numerici. La media è aritmetica quando i tre termini sono
in un rapporto analogo di eccedente, vale a dire tali che la quantità di cui il
primo sorpassa il secondo è precisa- mente quella di cui il secondo sorpassa il
terzo; in que- sta proporzione si trova che il rapporto dei termini più grandi
è più piccolo, ed il rapporto dei più piccoli è più grande (esempio: 12, 9 e 6
sono in proporzione aritmetica perché 12 – 9 = 9 – 6. Il rapporto dei termini
più grandi cioè il rapporto di 12 e di 9 è uguale a 1+13, il rapporto dei più
piccoli, cioè di 9 e di 6 è eguale 1+ 12, ed 13 è minore di 12 ). Si ha media
geometrica, continua Archita, quando il primo termine sta al secondo come il
secondo sta al ter- zo, ed in questo caso il rapporto dei più grandi è eguale
al rapporto dei più piccoli (esempio: 6 è la media geometrica di 9 e 4 perché 9
: 6 = 6 : 4); il medio subcontra- rio che noi [Archita] chiamiamo armonico
esiste quando [Cfr. DIELS, Die Fragmente der Vorsokratiker, ed. Berlin; fr. 2o.
Il frammento d’ARCHITA DA TARANTO (si veda) è riportato nel testo greco dal Mieli
a pag. 251 dell'opera più volte citata. Lo Chaignet (A. Ed. CHAIGNET –
Pythagore et la philosophie pythagoricienne) ne dà la traduzione. 143
il primo termine passa il secondo di una frazione di se stesso, identica
alla frazione del terzo di cui il secondo passa il terzo; in questa proporzione
il rapporto dei ter- mini più grandi è il più grande ed il rapporto dei più
pic- coli il più piccolo (esempio: 8 è la media aritmetica di 12 e di 6, perché
12=8+13 di 12; ed 8=6+13 di 6; il rapporto di 12 ad 8 è eguale a 1+12,
quellodi8a6èegualea 1+13, e 12 èmag- giore di 13 )». Prima di Archita di
TARANTO (si veda) (o dei pitagorici?) questa proporzione è chiamata ὑπεναντία
tradotto con subcontraria anche da LORIA (si veda), perché secondo la
definizione che abbiamo riportato, in questo caso succede il contrario che nel
primo. Da questa definizione si può trarre con operazioni aritmetiche semplici
la definizione moderna. Difatti se a, b, c, formano proporzione armonica, ciò
significa secondo Archita di TARANTO che a=b+ 1na e b=c+1nc; ;dalle quali si
deduce facilmente: n=a:(a–b)=c:(b–c) a(b–c)=c(a–b); ab–ac=ac–bc; 2ac=ab+bc; 57
Cfr. JAMBLICHI, Nicomachi Arith., ed Teubner, pag. 100; e NICOMACO, ed.
Teubner, pag. 135. 144 e quindi: 2ac=b(a+c); b=2ac ; 1=1(1+1). a+c
b 2 a c Si può anche scrivere: b(a+ c)=a·c 2 Si ha quindi la proporzione
numerica: a : a + c = 2 ac : c 2 a+c che, secondo quanto attesta Nicomaco di
Gerasa, Pitagora trasporta da Babilonia in Grecia. In questa importantissima
proporzione geometrica gli estremi sono due numeri (o grandezze) qualunque, i
medii sono ordinata- mente la loro media aritmetica e la loro media armonica.
Nel caso di segmenti, dalla penultima relazione risulta la presumibile
definizione geometrica della media armo- nica: la media armonica b di due
segmenti a e c è l'altez- za di un rettangolo avente per base la media
aritmetica dei due segmenti ed eguale al rettangolo che ha per lati i due
segmenti, ossia eguale anche al quadrato che ha per lato la media geometrica
dei due segmenti. E poiché la media aritmetica di due segmenti a e c è maggiore
del più piccolo di questi segmenti, ne segue che dati i due segmenti a e c,
costruita geometricamente la loro media aritmetica, per determinare geometrica-
mente anche la media armonica bastava risolvere il pro- blema dell'applicazione
semplice, in questo caso risolu- La testimonianza è di Giamblico, cfr. LORIA,
Le scienze esatte ecc. bile sicuramente (anche senza la teoria delle
parallele); ed abbiamo così trovato anche la relazione geometrica tra le tre
medie. L'esempio di media armonica che abbiamo addotto (8 media armonica tra 12
e 6) fa comprendere il perché Ar- chita od i pitagorici dettero il nome di
armonica alla media sub-contraria. Questi numeri infatti esprimono ri-
spettivamente le lunghezze della prima, terza e quarta (ed ultima) corda del
tetracordo greco (la lira di Orfeo); ossia in termini moderni le lunghezze
rispettive delle corde (che a parità di tensione, di diametro ecc.) danno la
nota fondamentale, la quinta e l'ottava59; e questo tanto nella scala
pitagorica, quanto anche nella scala natu- rale maggiore e minore. Questo
conduce a vedere le relazioni che i pitagorici hanno scoperto (o stabilito) tra
le corde del tetracordo, e così pure dell'ottava (chiamata in greco armonia).
Ce lo dice, in parte, FILOLAO (si veda) in un suo frammento. Dice Filolao:
L'estensione dell'armonia è una QUARTA più una QUINTA [adoperiamo i termini
moderni di quarta e quinta per chiarezza]; la quinta è più forte della quarta
di nove ottavi. Il che significa: presa una corda, e presa la corda che ne dia
il suono primo armonico, ossia la corda che dà l'ottava, ed avute in questo
modo le due corde estreme del tetracordo, l'armonia ossia l'ottava si I termini
di quarta, quinta ed ottava si trovano già in NICOMACO, ed. Teubner. Cfr.
CHAIGNET, Pythagore etc., che riporta il frammento; estende mediante l'aggiunta
di due corde intermedie che sono la nostra quarta e quinta. Si ha così il
tetracordo composto di quattro corde che sono (per noi) ordinata- mente quelle
del do, del fa, del sol e del do superiore (la corda intermedia nel doppio
tetracordo). Considerando le lunghezze di queste corde, invece delle frequenze
od altezze dei suoni emessi come oggi si usa, frequenze che sono le inverse
delle lunghezze, è noto come Pitagora abbia trovato sperimentalmente le
lunghezze di queste corde. Egli trovò che la lunghezza dell'ultima corda era la
metà di quella della prima, e che la lunghezza della seconda, cioè del fa era
semplicemente la media aritmetica delle lunghezze di queste due corde estreme.
Quan- to alla corda del sol, il cui suono dà all'orecchio la sensazione di un
intervallo rispetto al do inferiore eguale Questo tetracordo non è altro che la
lira d’Orfeo, strumento con il quale si accompagnava la recitazione ed anche il
canto. Osserva TACCHINARDI nella sua Acustica musicale (Hoepli), che è notevole
che il tetracordo contiene gli intervalli più caratteristici della voce nella
declamazione. Infatti, INTERROGANDO (cf. Grice, ?p – interrogative mode,
indicative mode, imperative mode), la voce sale di UNA QUARTA; rinforzando,
cresce ancora di un grado; ed infine, concludendo, ridiscende di una quinta.
Occorre anche tener presente che l'ACCENTO dell'indo-europeo è un accento di
altezza. La vocale tonica è caratterizzata, non da un rinforzo della voce, come
in tedesco ed in inglese, ma d’una ELEVAZIONE. Il TONO greco antico consiste in
una ELEVAZIONE DELLA VOCE, la VOCALE TONICA è una VOCALE PIÙ ACUTA delle vocali
atone. L'intervallo è dato da Dionigi di Alicarnasso come un INTERVALLO D’UNA
QUINTA (MEILLET, Aperçu d'une histoire de la langue grecque,
Paris). all'intervallo del do superiore a quello del fa, ha una lunghezza
tale che le quattro lunghezze nel loro ordine formano una proporzione
geometrica. Queste lun- ghezze sono infatti espresse rispettivamente da 1, 34,
23, 12 ; od in numeri interi, prendendo eguale a 12 la lunghezza della prima
corda, sono espresse dai nume- ri 12, 9, 8, 6; ed essendo 9 maggiore di 6 la
lunghezza della corda del sol si poteva sempre determinare con il metodo
dell'applicazione semplice. La lunghezza della terza corda è dunque 8, ossia la
media sub-contraria di 12 e di 6; ed ecco perché Archita dà il nome di armonica
a questa media. In conclusione le quattro corde del tetracordo hanno lunghezze
che si stabiliscono semplicemente così: l'ulti- ma corda è lunga la metà della
prima, la seconda ha per lunghezza la semi-somma delle lunghezze delle corde
estreme; e la terza corda ha per lunghezza la media armonica delle lunghezze
delle corde estreme. Tutte que- ste lunghezze si costruiscono geometricamente.
Se invece delle lunghezze si prendessero le frequenze si trove- rebbe che la
quinta ha per frequenza la media aritmetica delle frequenze delle corde
estreme, e la quarta la media armonica. In molti testi di fisica e di
matematica si trova detto che la media armonica deve il suo nome al fatto che
le tre note dell'ac- cordo maggiore do, mi, sol formano una progressione
armonica in cui la lunghezza della corda del mi è la media armonica delle
lunghezze delle altre due. Quest'affermazione è errata, quantunque Vediamo ora
quali medie aritmetiche, geometriche ed armoniche si presentino considerando
gli elementi dei poliedri regolari. Per il cubo la cosa è immediata. Il cubo ha
12 spigoli, 8 vertici e 6 facce; sono proprio i numeri che danno le lunghezze
della prima, della terza e dell'ultima corda del sia vero che nella scala
naturale la lunghezza della corda del mi sia la media armonica delle lunghezze
del do e del sol. Ma ciò non accade nella scala pitagorica. Nella scala
naturale gli intervalli sono basati sopra la legge dei rapporti semplici, e la
media armonica delle lunghezze 1, 23 del do e del sol è 45 = lunghezza del mi;
come quella del re = 89 è la media armonica di quelle del do e del mi. La scala
pitagorica di Filolao, invece, si impernia sul tetracordo; in esso la lunghezza
della terza corda (sol) è la media armonica delle lunghezze delle corde
estreme; la sua elevazione rispetto alla prima corda è la stessa di quella
dell'ultima corda rispetto alla seconda, ed è la stessa elevazione che nel
greco parlato si verificava secondo Dio- nigi di Alicarnasso per la vocale su
cui cadeva l'accento tonico. E la denominazione di media armonica introdotta da
Archita deriva dalla proprietà della corda del sol nel tetracordo greco, e non
dal- la proprietà del mi nell'accordo maggiore della scala naturale, al- lora
inesistente. Filolao ci dice come venivano stabiliti gli intervalli nella scala
pitagorica. Si prendeva l'intervallo 23 : 34 =89 tra le due corde medie del
tetracordo (sol e fa); e con esso, partendo dal do e dal sol si determinavano
le lunghezze delle altre corde. Si ottenevano cosìlelunghezze:do=1,re= 8, mi=
64, fa= 3, sol= 9 81 4 149 tetracordo. Inoltre 8 è il primo cubo, è
il cubo del primo numero dopo l'unità. Per questa ragione Filolao chiama il
cubo armonia geometrica. I numeri dei suoi elementi presentano la stessa
relazione che presentano le tre cor- de prima, terza e quarta del tetracordo.
La stessa cosa, naturalmente potrebbe dirsi per l'ot- taedro regolare che ha 12
spigoli, 8 facce e 6 vertici. Nell'icosaedro regolare, indicando con R il
raggio della sfera circoscritta, con r quello della circonferenza circoscritta
alla base pentagonale di ogni angoloide e con l10 e s10 i lati del decagono
regolare e del decalfa in 2, la = 16 . Nella scala naturale, invece, la
lunghezza del 3 27 mi è 4=64 con una differenza di circa 1 dalla lunghezza 5 80
100 del mi pitagorico. Nella scala pitagorica, quindi, il mi non è la media
armonica tra il do ed il sol. Ed è invece la terza corda del tetracordo (la
quinta della nostra ottava) che per le sue proprietà suggerisce ad Archita il
termine di media armonica per designare la media aritmetica delle inverse.
Così, e soltanto così, si può comprendere l'importanza che i pitagorici
dovevano attribuire a questa media armonica, che con identica legge matematica
si presenta nella musica, nella lingua, e nel dodecaedro, simbolo
dell'universo. Naturalmente quest'errore si ripresenta nei testi di filosofia.
Robin, p.e., (ROBIN, La pensée grecque, Paris) prende per le quattro corde
della lira la bassa, la terza, la media e la alta rappresentate (dice lui) dai
numeri interi 6, 8, 9, 12; e commette così il doppio errore di sostituire la
terza alla quarta, e di invertire l'ordine delle lunghezze delle corde. Cfr.
NICOMACO, ed. Teubner] essa inscritti, abbiamo trovato che: s10 + l10 = 2R. La
media aritmetica tra s10 e l10 è dunque R, mentre per la [9] la media
geometrica è r. Si può dunque costruire la me- dia armonica; indicandola con M
si avrà: (s10+l10)·M=2s10l10 e sostituendo e siccome si ha: M · R = 45 R 2 ed
infine M = 45 R Così pure, considerando il raggio R e la somma R + r dei due
raggi, abbiamo trovato che la loro media geometrica è (R + r) · r = 3a2, dove a
indica l'apotema dell'ico- saedro. E quindi, indicando con M la media armonica
si ha: e poiché si avrà: (2R+r)·M=6a2 2R=s10+l10 2R·M=2r2 r 2 = 45 R 2
2s10·M=6a2; s10·M=3a2 sfera circoscritta all'icosaedro con il raggio della
circon- 151 ossia la media armonica tra la somma del raggio della ferenza
circoscritta al pentagono base ed il raggio della sfera, è l'altezza di un
rettangolo che ha per base il lato del decalfa inscritto in questa
circonferenza ed è eguale al triplo del quadrato che ha per lato l'apotema
dell'icosaedro. Venendo a considerare gli elementi del dodecaedro regolare e
della sua faccia, osserviamo innanzi tutto la presenza di due quaterne: la
prima costituita dalle di- stanze 2a, s10, r, l10 tra i piani di due facce opposte,
tra i piani contenenti gli altri vertici dalle due facce, e tra loro; la
seconda dal lato del pentalfa e dai segmenti de- terminati sopra di esso dai
due lati del pentalfa che lo intersecano, cioè dai segmenti AE = s5, AN1 = EN =
l5, AN = EN1, NN, della fig. 26. In ambedue queste quater- ne di segmenti,
ognuno di essi è la parte aurea di quello che lo precede. Ora, se indichiamo
con a, b, c, d quattro segmenti consecutivi della successione che si ottiene
prendendo come segmento consecutivo di un segmento la sua parte aurea, si ha:
a=b+c b=c+d e quindi a + d = 2b; dunque: il secondo termine della successione è
la media aritmetica degli estremi. Si ha poi: b2=ac; c2=bd bc=(a – c)c=ac –
c2=b2 – c2=(b+ c)(b – c)=ad 152 quindi D'altra parte, indicando con M la
media armonica de- gli estremi a, d, essa è tale che: ad=a+d ·M 2 ossia
sostituendo, che: bc=b·M dunque essa non è altro che il terzo segmento c.
Possia- mo perciò enunciare la proprietà che, se quattro seg- menti sono
segmenti consecutivi di una successione tale che ogni segmento è seguito dalla
sua parte aurea, accade che il secondo segmento ed il terzo sono
rispettivamente la media aritmetica e la media armonica degli estremi.
Esattamente la stessa cosa accade per le lunghezze della seconda e terza corda
del tetracordo rispetto alle lunghezze delle corde estreme. Considerando allora
la quaterna 2a, s10, r, l10 dei segmenti determinati sopra la congiungente i
vertici di due facce opposte del dodecaedro dai piani delle facce e dai piani
contenenti gli altri vertici si ha: 1o – la distanza s10, (ossia il lato del
decalfa inscritto nella faccia) è la parte aurea del doppio dell'apotema ed è
la media aritmetica tra il doppio dell'apotema ed il lato l10 del decagono in-
scritto nella faccia (ossia la distanza tra i piani conte- nenti i vertici
intermedi); 2o – La distanza tra uno di questi piani e la faccia più vicina,
ossia il raggio r della circonferenza circoscritta alla faccia, è la media
armoni- ca tra 2a ed l10. [Analogamente il lato l5 del pentagono regolare in-
scritto è la parte aurea del lato s5 del pentalfa, ed è la media aritmetica tra
il lato del pentalfa ed il lato del pentagono NN1N2N3N4; mentre il lato AN
della punta del pentalfa è la media armonica tra il lato del pentalfa ed il
lato del pentagono NN1N2N3N4. Nel dodecaedro la distanza 2a delle facce
opposte, e nella faccia il lato del pentalfa, sono così suddivisi in modo da
costituire due quaterne di segmenti, tali che i segmenti medii si ottengono
dagli estremi prendendone la media aritmetica e quella armonica, esattamente
come le due corde medie del tetracordo si ottengono da quelle estreme.
Prendendo come segmenti estremi s10 ed r si trova per media aritmetica a [15];
e per la media armonica M si ha: a·M=rs =(s –l )s =s2 –s l 10 10 10 10 10 10 10
e per la [9] a·M=s2 –r2=(s +r)(s –r)=2al 10 10 10 10 ed infine M = 2l10 Così
pure la media aritmetica tra s5 ed l5 è R' [16], e la media armonica è data da
2 (s5 – l5), che equivale a 4 (s5 – R') ed a 4 (R' – l5), ed è il doppio del
lato AN della punta del pentalfa. In queste due quaterne il quarto segmento è
la parte aurea del primo, ed i due segmenti intermedi la media aritmetica e la
media armonica degli estremi. Si ha infine, indicando con M la media armonica
di 2a ed s10: 154 (2a+s )·M=4a·s =2(s +r)·s =2s2 +2s ·r 10 10 10 10 10 10
e per la [17] (2a+s10)·M=4ar+2s10 ·r=2r·(2a+s10) e quindi la media armonica tra
2a ed s10 è eguale al dia- metro della circonferenza circoscritta alla faccia.
L'esistenza di queste medie armoniche, e di queste specie di tetracordi
costituiti dagli elementi del dodecae- dro e della sua faccia non deve esser
sfuggita ai pitago- rici (almeno a quelli posteriori), e specialmente il tetra-
cordo formato dagli elementi 2a, s10, r ed deve avere costituito ai loro occhi
una conferma significativa delle ragioni simboliche che facevano del dodecaedro
regolare il simbolo geometrico dell'universo; diciamo confer- ma in quanto
questa corrispondenza tra il dodecaedro e l'universo si basa sopra altre
ragioni ancora. 3. I cinque poliedri regolari erano chiamati figure co- smiche
perché erano considerati come simboli dei quat- tro elementi e dell'universo.
II dodecaedro era il simbolo dell'universo. Se vogliamo vederne il perché non
vi è che da leggere alcune pagine del Timeo di Platone. Riassumiamo servendoci
della versione dell'Acri64. Ti- meo osserva che ogni specie di corpo ha
profondità ogni profondità deve avere il piano, e un diritto piano è fatto di
triangoli, in altri termini ogni superficie piana poligonale è composta di
triangoli e corrispondentemen- [PLATONE, I dialoghi, volgarizzati da ACRI,
Milano] te ogni poliedro si decompone in tetraedri: dimodoché il piano
corrisponde al numero tre dei vertici determinanti il triangolo ed il quattro
al numero dei vertici che deter- minano il tetraedro. Il due, come è noto,
corrisponde a una retta che è individuata da due punti. Il punto, la retta, il
piano o triangolo ed il tetraedro sono gli elementi della geometria, come i
numeri: uno, due, tre e quattro sono i numeri il cui insieme dà l'intera
decade. Per il fatto che ogni poligono è composto di triangoli, i pitagorici
dicevano che il triangolo è il principio della generazione. I triangoli,
prosegue Timeo, nascono poi da due specie di triangoli, il triangolo rettangolo
isoscele ed il triangolo rettangolo scaleno. Questi vengono posti come
principii del fuoco e degli altri corpi [elementi]; e con essi si compongono i
quattro corpi [i quattro elementi, ossia le superfici dei poliedri simboli dei
quattro elementi]. Siccome di triangoli rettangoli scaleni ve ne sono in-
numerevoli (distinti per la forma), Timeo sceglie quello «bellissimo» avente le
seguenti proprietà: 1o – con due di essi si compone un triangolo equilatero; 2o
– l'ipotenusa doppia del cateto minore; 3o – il quadrato del cate- to maggiore
è triplo di quello del minore. Con sei di questi triangoli si forma un
triangolo equilatero (o vice- 65 Cfr. PROCLO, ed. Teubner. Per altre fonti cfr.
lo CHAIGNET. Quanto si trova entro le parentesi è stato aggiunto da noi per
chiarimento.] versa, preso un triangolo equilatero i diametri della cir-
conferenza circoscritta passanti per i suoi vertici lo de- compongono in sei di
tali triangoli), e con quattro di questi triangoli equilateri si ottiene il
tetraedro regolare, «per mezzo del quale può essere compartita una sfera in
parti simili [di forma] ed eguali [di volume] in numero di ventiquattro». Con
otto di tali triangoli equilateri si ottiene l'ottaedro (composto dunque di 48
di tali triango- li); il terzo corpo, l'icosaedro, ha venti facce triangolari
ed equilatere, e quindi due volte sessanta di tali triangoli elementari. Altri
poliedri regolari con facce triangolari non vi sono. Con il triangolo
rettangolo isoscele si genera il cubo; perché quattro triangoli isosceli
formano un quadrato (od anche, il quadrato è diviso dai diametri passanti per i
vertici in quattro triangoli rettangoli isosceli), e con sei quadrati si forma
il cubo che consta così di ventiquattro triangoli rettangoli isosceli. Rimane
così, dice Timeo, ancora una forma di composizione che è la quinta, di quella
si è giovato Iddio per lo disegno dell'universo. Timeo sembra proprio sicuro
del fatto. Mieli esclude assolutamente che i pitagorici fossero arrivati a
riconoscere la impossibilità dell'esistenza di sei poliedri regolari, e riporta
in nota, non dice se a sostegno di questa sua esclusione ma così pare, la
dimostrazione d’Euclide nel suo testo greco. A noi sembra che i pitagorici
potevano benissimo pervenirvi; ad ogni modo è certo che essi conoscevano i
cinque poliedri che effettivamente esistono. A questo punto Platone fa tacere
Timeo, forse per riserva forse perché nel caso del dodecaedro vi è qual- che
differenza. Ma applicando il medesimo metodo di decomposizione in triangoli
alle facce del dodecaedro, il pentagono con le sue diagonali dà il pentalfa, e
la figura è divisa in trenta triangoli rettangoli dai diametri passan- ti per i
dieci vertici del pentalfa. La superficie del dodecaedro viene perciò
decomposta in 30×12 = 360 triangoli rettangoli, i quali però questa volta non
sono di quelli «bellissimi» cari a Timeo. Ora il numero XII (che compare anche
negli altri poliedri) ha già per conto suo un carattere sacro ed universale. XII è il numero delle divisioni zodiacali e XII
in ROMA è il numero degli Dei consenti, XII è il NUMERO DELLE VERGHE DEL FASCIO
ROMANO, ed un dodecaedro etrusco e molti dodecaedri celtici pervenutici stanno
ad indicare l'importanza del numero XII e del dodecaedro. Il numero CCCLX è poi
il numero delle divisioni dello zodiaco caldeo, ed il numero dei giorni
dell'anno egizio, fatti presumibilmente noti a Pitagora. Per queste ragioni il
dodecaedro si presentava natural- mente come il simbolo dell'universo. Il
silenzio di Platone in proposito ha dato nell'occhio anche a Robin, il quale
dice (ROBIN, La pensée grecque, Paris) che «au sujet du cinquième polyèdre
regulier, le dodécaedre... Platon est très mysterieux. Robin non prospetta
alcuna ragione di tanto mistero. REGHINI, Il fascio littorio, nella rivista
«DOCENS»] La cosa è pienamente confermata da quanto dicono due antichi
scrittori. Alcinoo70 dopo avere spiegato la natura dei primi quattro poliedri,
dice che il quinto ha dodici facce come lo zodiaco ha dodici segni, ed ag-
giunge che ogni faccia è composta di cinque triangoli (con il centro della
faccia per vertice comune) di cui cia- scuno è composto di altri sei. In totale
360 triangoli. Plutarco71, dopo avere constatato che ognuna delle dodi- ci
facce pentagonali del dodecaedro consta di trenta triangoli rettangoli scaleni,
aggiunge che questo mostra che il dodecaedro rappresenta tanto lo zodiaco che
l'an- no poiché si suddivide nel medesimo numero di parti di essi. E come
l'universo contiene in sé e consta dei quattro elementi, fuoco, aria, acqua,
terra, così il dodecaedro, inscritto nella sfera come il cosmo nella fascia (il
περιέχον), contiene i quattro poliedri regolari che li rappresentano. Abbiamo
veduto infatti come si possa in- scrivere in esso e nella sfera l'esaedro
regolare; si può mostrare poi facilmente che l'icosaedro avente per vertici i
centri delle facce del dodecaedro è regolare; così pure si ottiene un ottaedro
regolare prendendone come vertici i centri delle facce del cubo; ed unendo un
vertice del cubo con quelli opposti delle facce ivi congruenti ALCINOO, De
doctrina Platonis, Parigi; Cfr. an- che l'opera di MARTIN – Études sur le Timée
de Platon, Paris, PLUTARCO, Questioni platoniche. Naturalmente si tratta
dell'anno egizio quantunque Plutarco si dimentichi di precisarlo. e questi tre
fra loro si dimostra che si ottiene un tetrae- dro regolare. La tetrade dei
quattro elementi è contenuta nell'uni- verso, il κόσμος, e questo nella fascia,
come i quattro poliedri nel quinto e nella sfera circoscritta. Così la te-
trade dei punti, delle linee rette, dei piani e dei corpi è contenuta nello
spazio e lo costituisce; e quattro punti individuano il poliedro con il minimo
numero di facce ed individuano una sfera; così la somma dei primi quat- tro
numeri interi dà l'unità e totalità della decade (nume- ro che appartiene tanto
ai numeri lineari della serie natu- rale, quanto ai numeri triangolari, quanto
ai numeri pira- midali, e questo indipendentemente dal fatto di assume- re il
dieci come base del sistema di numerazione); così le quattro note del tetracordo
costituiscono l'armonia. Il tetraedro, la tetrade dei quattro elementi, la
tetractis dei quattro numeri, ed il tetracordo sono così intimamente legati tra
loro, ed ai quattro elementi del dodecaedro 2a, s10, r, l10 di cui ciascuno ha
per parte aurea quello che lo segue, e di cui i medii hanno rispetto agli
estremi esattamente la stessa relazione delle corde medie alle estreme del
tetracordo, e che individuano i quattro piani conte- nenti i vertici del
dodecaedro. E si comprende perché il catechismo degli Acusmatici identifichi
l'oracolo di Delfi (l'ombelico del mondo) alla tetractis ed all'armonia. La
parte aurea ha grandissima importanza nella strut- tura del pentalfa ed in
quella del dodecaedro simbolo [ROBIN, La pensée grecque, Paris dell'universo.
Si comprende quindi anche perché la parte aurea abbia tanta importanza
nell'architettura pre-periclea; e molte altre cose vi sarebbero da dire circa
l'in- fluenza ed i rapporti tra la geometria pitagorica, la co- smologia,
l'architettura e le varie arti. La digressione sarebbe però troppo lunga. Ci
limitere- mo ad osservare che in questo modo lo sviluppo della geometria
pitagorica ha per fine (nei due sensi della pa- rola) la inscrizione del
dodecaedro nella sfera ed il riconoscimento delle sue proprietà, come sappiamo
che ac- cadeva effettivamente. Anche Euclide, secondo l'attestazione di
Proclo75, pose per scopo finale dei suoi elementi la costruzione delle figure
platoniche (poliedri regolari); e forse dal tempo di Pitagora a quello di
Euclide questo scopo fina- le si mantenne tradizionalmente lo stesso; ma mentre
in Euclide l'intento era puramente geometrico, in Pitagora invece le proprietà
del dodecaedro mostravano, se non dimostravano, l'esistenza nel cosmo di quella
stessa ar- monia che l'orecchio e l'esperienza scoprivano nelle note del
tetracordo. Questo era, riteniamo, il legame profondo che univa la geometria
alla cosmologia, e forniva la base e l'impul- [CANTOR, Vorlesungen über
Geschichte der Mathematik] Alla considerazione della media armonica si connette,
invece, il canone della statuaria di Polycleto; ROBIN, La pensée grecque; LORIA,
Le scienze esatte ecc.] so anche all'ascesi pitagorica; e si comprende ora con
una certa precisione, e non più vagamente, come Platone potesse scrivere che
«la geometria è un metodo per dirigere l'anima verso l'essere eterno, una
scuola preparatoria per una mente scientifica, capace di rivolgere le attività
dell'anima verso le cose sovrumane», e che «è perfino impossibile arrivare a
una vera fede in Dio se non si conosce la matematica e l'intimo legame di que-
st'ultima con la musica». Per i pitagorici e per Platone la geometria era
dunque una scienza sacra, ossia esote- rica, mentre la geometria euclidea,
spezzando tutti i contatti e divenendo fine a se stessa, degenerò in una ma-
gnifica scienza profana. Di questo particolare legame della cosmologia con la
musica, percepibile nel tetracordo formato dagl’elementi costitutivi del
dodecaedro, non è rimasta traccia, ma in questo caso riteniamo che l'assenza di
ogni traccia materiale non sia casuale, perché questo doveva costituire uno
degli insegnamenti segreti della nostra scuola; ed un indizio del fatto è
fornito dalla subita riserva di Timeo nel dialogo platonico omonimo appena
giunge a parlare del dodecaedro. Così possiamo presumere di avere fatto un
passo abbastanza importante per la restituzione della geometria pitagorica, non
soltanto dal punto di vista moderno di restituzione dell'edificio geometrico
puro, ma dal punto di vista pitagorico inteso a studiare il cosmo per scoprire
LORIA, Le scienze esatte ecc.] le connessioni tra la geometria e le altre
scienze e discipline. Altre cose si potrebbero aggiungere in proposito, ma
anche noi dobbiamo pitagoricamente tener presente: μὴ εἶναι πρὸς πάντας πάντα ῥητά.
Partendo dal teorema dei due retti, e con l'aiuto del conseguente teorema di
Pitagora, ma senza ricorrere alla teoria delle parallele, della similitudine e
della propor- zione, è dunque possibile pervenire a tutte le scoperte dei
pitagorici menzionate da Proclo, con l'unica restri- zione che il problema
dell'applicazione semplice (para- bola) non si può risolvere in tutti i casi,
ma solo in un caso speciale, per quanto importante e sufficiente a con- sentire
il pieno sviluppo della geometria pitagorica pia- na e solida come la abbiamo
potuta restituire sin qui. Ed abbiamo notato il fatto eloquente che per i
problemi del- l'applicazione la testimonianza addotta da Proclo non è quella
autorevole di Eudemo, ma soltanto quella di co- loro che stavano attorno ad
Eudemo. Si obbietterà che questo non basta a dimostrare con assoluta certezza
che effettivamente quella che abbiamo ricostituito sia tale e quale la
geometria pitagorica. Lo sappiamo perfettamente, ma sappiamo anche che, data la
assoluta mancanza di ogni documento diretto, del quale avremmo del resto dovuto
tener conto come elemento per la restituzione e non come documento di prova,
non era possibile fare di più; e sappiamo che in questa circostanza anche le
prove indirette, che abbiamo raccolto per via, hanno il loro valore a favore
della nostra tesi. Nello sviluppo della geometria pitagorica ci siamo limitati
a quanto occorreva per poter raggiungere i risultati menzionati da Proclo; ma
si possono raggiungere altri risultati ancora; ed una parte di essi li dovremo
premettere per trattare l'importante questione del «postulato» delle parallele.
Il problema dell'applicazione semplice, corrispondente alla risoluzione
dell'equazione ax = bc o ax = b2, si può risolvere nel caso in cui a sia
maggiore di b o di c. Nel caso che ciò non avvenga la certezza dell'esistenza
della soluzione si può avere solo quando si disponga della proprietà postulata
da Euclide con il suo V postu- lato. Una difficoltà analoga si incontra in
altre importanti questioni. Così, dati tre punti di una circonferenza, si
dimostra che gli assi delle tre corde passano per il centro; ma non si può
dimostrare in generale che per tre punti non allineati passa sempre una
circonferenza. Ora, di fronte a questo ostacolo che sbarra la strada
all'ulteriore sviluppo della geometria, come potevano comportarsi i pitagorici?
Abbiamo veduto quali ragioni importanti fanno ritenere che essi non hanno
ammesso il postulato delle parallele e nemmeno il concetto di paral- lele quale
è definito da Euclide; ci proponiamo adesso di mostrare come potevano,
egualmente, superare la dif- ficoltà. Osserviamo anzi tutto come sia noto come,
conoscen- do comunque il teorema dei due retti (proposizione Sac- cheri), si
può, ammettendo il postulato di Archimede, dimostrare con Legendre la unicità
della non secante una retta data passante per un punto assegnato (proprietà
equivalente al postulato delle parallele); e così pure osserviamo come il
Severi, ammesso il suo postulato delle parallele, dimostri, sempre con l'aiuto
del postulato d’Archimede, la unicità della non secante. La cosa è dunque
possibile servendosi del postulato d’Archimede; se non che, non possiamo
pensare a ricorrere a questo postulato perché Archimede è posteriore persino ad
Euclide, e non è verosimile che i pitagorici abbiano ammesso un postulato come
quello di Archimede. D'altra parte, è vero che il postulato d’Archimede basta
per permettere di raggiungere il risultato; ma è anche necessario ricorrere ad
esso? E se non è necessario, potevano i pitagorici, senza di esso ed in modo
più sempli- ce, raggiungere il risultato, dimostrare cioè la unicità della non
secante una retta data passante per un punto assegnato? BONOLA in ENRIQUEZ,
Questioni riguardanti etc., SEVERI, Elementi di Geometria, Firenze. Vedremo di
sì, e vedremo come; ma ci è necessario per far questo premettere ancora altre
proposizioni che si deducono da quelle già viste. TEOREMA: Se due rette a e b
sono perpendicolari entrambe ad una stessa retta AB, ogni altra perpendicolare
ad una di esse incontra anche l'altra ed è ad essa perpendicolare. Siano le due
rette a e b perpendicolari alla AB; e da un punto P della a conduciamo la
perpendicolare alla b. Il suo piede Q è necessariamente distinto da B, perché
altrimenti da B uscirebbero due perpendicolari alla b. E siccome la AB e la PQ
perpendicolari in pun- ti diversi ad una stessa retta non possono incontrarsi,
i punti P e Q devono stare da una stessa parte rispetto ad AB. Unendo A con Q
il triangolo ABQ è rettangolo, e quindi ̂AQB è minore dell'angolo retto ^PQB;
la QA divide quindi in due parti quest'angolo retto, e siccome sappiamo che i
due angoli acuti del triangolo rettangolo sono complementari, i due angoli ̂AQP
e ̂QAB risul- ta^no eguali perché complementari di uno stesso angolo AQB. I due
triangoli ABQ, QPA, avendo inoltre eguali gli angoli ̂AQB e ̂QAP perché
entrambi com- plementari dello stesso angolo ^BAQ, risultano eguali per il
secondo criterio; e quindi l'angolo ̂APQ è retto, c.d.d. D'altra parte essendo
unica la perpendicolare per P alla a essa coincide con la PQ, ossia la
perpendicolare PQ alla a incontra la b ed è ad essa perpendicolare.
Osservazione: Un punto qualunque P o Q di una delle due rette a o b ha
dall'altra distanza costante. Infatti, essendo ABPQ un rettangolo il lato PQ è
eguale al lato opposto AB. Perciò due rette perpendicolari ad una ter- za sono
tra loro equidistanti. Viceversa, se un punto P situato nel piano dalla parte
di A rispetto alla b ha dalla b una distanza PQ = AB, allora diciamo che questo
punto P appartiene alla perpendicolare alla AB condotta per A ossia sta sulla
a. Supponiamo infatti che i due punti A e P situati dalla stessa parte della b
abbiano dalla b distanze eguali tra loro AB, PQ. Il punto P non può
naturalmente appartenere alla AB, altrimenti Q coinciderebbe con B e quindi P
con A; allora anche Q e B sono distinti. Uniamo A con Q; l'angolo ̂AQB del
triangolo rettangolo AQB è acuto e complementare di ^BAQ; la QA divide quindi
^BQP, ed ̂AQB è complemento di ^AQP; perciò i due triangoli ABQ, QPA hanno AQ
in comune, AB = PQ e l'angolo compreso eguale e sono perciò eguali; l'angolo
̂PAQ è dunque eguale al complemento ̂AQB di ̂BAQ e perciò l'angolo ̂BAP=̂BAQ+
̂QAP 168 è eguale ad un retto. Il punto P sta dunque sulla a
perpendicolare alla AB per A. Ne segue che ogni altra retta passante per a non
può essere tale che i suoi punti abbiano distanza costante dalla b; si ha
dunque la unicità della retta equidistante; cioè il TEOREMA: Per un punto passa
una ed una sola ret- ta equidistante da una retta data. Il problema di condurre
per un punto A la retta equi- distante da una retta data b, si risolve
immediatamente. Basta da A abbassare la perpendicolare alla b; e poi da A la
perpendicolare a questa. Abbiamo visto che tutti i punti della a e soltanto
essi hanno dalla b la distanza costante AB. Questo si esprime con il TEOREMA:
Il luogo geometrico dei punti del piano situati da una stessa parte rispetto ad
una retta data ed aventi da essa una distanza costante assegnata è una retta.
Questa proposizione è quella che il Severi assume come postulato, chiamandolo
il postulato delle parallele. Per noi è un teorema conseguenza del teorema dei
due retti e quindi del postulato pitagorico della rotazione. Queste tre
proposizioni sono tali che ognuna di esse porta per conseguenza le altre due;
vedremo infatti tra breve che dalla proposizione ora stabilita si può dedurre
il teorema dei due retti. Osserviamo finalmente che l'aver dimostrato l'unicità
della equidistante da una retta b passante per un punto 169 assegnato A,
non dice affatto che ogni altra retta passante per A debba secare la b;
possiamo soltanto dire che, se vi sono altre rette passanti per A non secanti
la b, esse non sono equidistanti dalla b: ossia per ora abbiamo dimostrato la
unicità della retta equidistante; e nulla sappiamo della unicità della non
secante. 3. Valgono per le rette equidistanti alcuni teoremi analoghi a quelli
valevoli per le rette parallele di Eucli- de. TEOREMA: Se una retta ne incontra
altre due e forma con esse angoli alterni interni eguali esse sono equidistanti.
Siano a e b le due rette incontrate dalla trasversale AB, e siano gli angoli
alterni interni eguali. Ne segue che gli angoli coniugati interni sono
supplementari. Se questi angoli sono anche eguali, ossia se sono retti, le a e
b sono perpendicolari entrambe alla AB, e per il teorema precedente sono
equidistanti. Se i due angoli sono diseguali ed è per esempio ^DAB>^ABC,
sarà ̂DAB un angolo ottuso ed ̂ABC acuto. Abbassando da A la perpendicolare AH
alla b, il piede H è situato ri- 170 spetto a B dalla parte dell'angolo
acuto perché un trian- golo non può avere più di un angolo retto od ottuso, e,
siccome anche l'altro angolo ̂BAH del triangolo ret- tangolo ABH è acuto, ne
segue che la AH divide l'angolo ottuso ̂BAD in due parti. Si ha per ipotesi: ^ABH+^BAD=2
retti e quindi: ^ABH+^BAH+^HAD=2 retti ma ^ABH+^BAH=un retto per il teorema dei
due retti: quindi ^HAD=un retto; e le a e b perpendicolari alla AH sono due
rette equidistanti. Lo stesso accade se la AB forma con le a e b an- goli
corrispondenti eguali, angoli alterni esterni eguali ecc. TEOREMA INVERSO: Se
una trasversale seca due rette equidistanti, forma con esse angoli alterni
interni eguali, angoli alterni esterni eguali, ecc. Supponiamo che la AB (fig.
39) tagli le due rette equidistanti a e b. Se fosse perpendicolare ad una di
esse sappiamo che lo sarebbe anche all'altra ed il teore- ma sussisterebbe. Se
non lo ̂è formerà con la a angoli adiacenti diseguali; sia p.e. BAD ottuso.
Condotta da A la perpendicolare comune alle due rette a, b essa divi- de BAD, e
nel triangolo rettangolo BAH l'angolo ̂ABH risulta complementare di ^BAH; e
quindi e ^HBA+^BAH=un retto ̂HBA+ ̂BAH+ ̂HAD=2 retti 171 ̂HBA+ ̂BAD=2
retti I due angoli coniugati interni sono dunque supplementari; e quindi gli
alterni interni sono eguali ecc. Non è però dimostrato che se due rette sono
equidistanti ogni secante della prima deve secare anche la seconda; perciò non
si può ancora risolvere p.e. il problema dell'applicazione semplice nel caso
generale. Diventa ora possibile la dimostrazione del teorema dei due retti
attribuita d’Eudemo ai pitagorici, dimostrazione alla quale si riferisce il
passo della Metafisica d’Aristotele. Condotta per il vertice A di un triangolo
ABC (fig. 1) la equidistante dal lato opposto BC, per l'eguaglianza degli
angoli alterni interni di vertici A e B, ed A e C il teorema si dimostra nel
modo ben noto. Naturalmente questa semplice dimostrazione è per noi un cavallo
di ritorno. Lo era anche per i pitagorici cui Eudemo attribuisce la
dimostrazione? Lo era anche per Aristotele? Se non lo era, ossia se non si basa
sopra il teorema delle rette equidistanti, derivante dal teorema dei due retti,
doveva necessariamente basarsi sopra questa proprietà delle rette equidistanti
ammessa per po- stulato o dedotta da un postulato equivalente; ma rimar- rebbe
con ciò inesplicabile la esistenza dell'antica dimostrazione del teorema dei
due retti menzionata da Eutocio. Comunque questa dimostrazione si basa sopra le
proprietà delle rette equidistanti, e vale quindi sia che si accetti o non si
accetti o non si usi il postulato d’Euclide. La equidistante è una non secante,
che a differenza delle altre eventuali non secanti (o parallele secondo la
definizione di Euclide) gode delle proprietà vedute, e consente perciò la
dimostrazione del teorema dei due retti. I pitagorici antichi, per le ragioni
che abbiamo vedu- to, non ammettevano né il postulato di Euclide né un
postulato sopra le rette equidistanti come quello di SEVERI (si veda). Se, come
crediamo, pervennero al concetto delle rette equidistanti, si fu come
conseguenza del teorema dei due retti da essi dimostrato con la ignota
dimostra- zione in tre tempi, e non viceversa. A meno che non si voglia
supporre che in un certo momento una parte dei pitagorici abbia creduto di poter
prendere come punto di partenza il concetto delle rette equidistanti, e di
trarne la dimostrazione del teorema dei due retti al posto dell'an- tica
dimostrazione. Dopo Euclide, ricorsero al concetto delle rette equidi- stanti
Poseidonio e Gemino con lo scopo di eliminare il postulato di Euclide; ed altri
tentativi furono fatti come è noto in seguito, ma sempre in modo non rigoroso,
perché, come SACCHERI dimostra, l'ammettere che delle rette equidistanti
esistano effettivamente è da con- siderare come un nuovo postulato. Esso è il
postulato del Severi, equivalente alla proposizione SACCHERI, ed al nostro
postulato pitagorico della rotazione. VAILATI, Di un'opera dimenticata di SACCHERI,
in Scritti.] Per noi è un teorema perché è conseguenza del teore- ma dei due
retti, a sua volta conseguenza del postulato della rotazione. Per le ragioni
vedute è certo che gli antichi pitagorici non ammettevano, ma dimostravano, la
proposizione Saccheri, e la dimostravano in un modo che non è verosimile derivi
da un postulato delle rette equidistanti o dal concetto stesso di rette
equidistanti; mentre è per lo meno possibile che la dimostrazione si basasse
sopra un postulato come quello della rotazione. Se ammettevano questo
postulato, non solo ne pote- van dedurre il teorema dei due retti, e quello di
Pitagora, ma anche tutte le scoperte loro attribuite da Proclo-Eudemo, ed
inoltre la teoria delle equidistanti e, di rimando, la dimostrazione del
teorema dei due retti attribuita ad essi da Eudemo.Se una trasversale incontra
due rette equidistanti e da un punto di una di esse si conduce la retta
equidistante dalla trasversale, essa incontra anche l'altra. Sia m la
trasversale delle due rette equidistanti a e b (fig. 40), e sia P il punto
assegnato sopra la a. Congiun- giamo B con P, e prendiamo sulla b il segmento
BQ = AP situato rispetto alla m dalla parte di P. La BP forma con le a e b
angoli alterni interni eguali; quindi i trian- goli APB, QBP vengono eguali per
il 1o criterio; perciò anche ̂APB=̂BPQ e la m e la PQ risultano equidistanti. E
siccome sappiamo che per P passa una sola retta 174 equidistante dalla m,
essa coincide con la PQ; dunque la equidistante dalla m condotta per P punto
della a incon- tra anche la b nel punto Q. Osservazione: il quadrilatero ABQP è
un romboide. Viceversa, se ABPQ è un romboide, siccome una diago- nale fa coi
lati opposti angoli alterni interni eguali, essi sono equidistanti. Dunque nel
romboide e nel rombo i lati opposti sono equidistanti. Questa distanza costante
si chiama altezza del romboide. TEOREMA: Se per il punto medio di un lato di un
triangolo si conduce la retta equidistante da uno degli altri due lati essa
incontra il terzo lato nel suo punto medio. Per il punto medio M del lato AB
(fig. 41) del trian- golo ABC conduciamo la retta equidistante dalla BC. Tutti
i punti della BC stanno da una stessa parte rispetto ad essa; i punti A e B
stanno da parte opposta rispetto ad essa, e quindi anche i punti A e C stanno
da parte oppo- sta, e quindi il segmento AC è tagliato in un suo punto N da
questa retta. Completiamo il romboide che ha per 175 lati
consecutivi MN, MB; il lato NP di questo romboide è equidistante dalla AB e
lascia, il punto C e la AB da parti opposte; quindi il vertice P compreso tra B
e C. Siccome PN = BM = AM, ed è ̂MAN=̂PNC perché corrispondenti rispetto alle
equidistanti AB, PN, e ̂AMN=̂NPC per ragione analoga, i triangoli AMN, NPC
risultano eguali e quindi AN = NC, ossia N è il punto medio di AC. Naturalmente
per la stessa ragione P è il punto medio di BC e si ha MN=BP=PC=12BC TEOREMA
INVERSO: La congiungente i punti me- dii di due lati di un triangolo è
equidistante dal terzo lato ed è eguale alla metà di esso. Si dimostra per
assurdo, come conseguenza della unicità della equidistante dalla BC passante
per M, e della unicità del punto medio M. Come conseguenza di questi teoremi se
ne possono dimostrare degli altri sul fascio delle rette equidistanti, sul
trapezio, ecc.; si può risolvere il problema della divi- sione di un segmento
in un numero assegnato di parti eguali; si può dimostrare che le tre mediane di
un trian- golo si incontrano in un unico punto ecc.80 Ci limiteremo al seguente
teorema di cui abbiamo bisogno. TEOREMA: Se sul prolungamento di un lato di un
triangolo si prende un segmento eguale al lato, e per l’estremo del segmento si
conduce la retta equidistante da uno degli altri due lati essa incontra il
prolungamen- to del terzo lato. Sia AMN il triangolo dato; prendiamo sul
prolunga- mento di AM il segmento MB = AM; e sul prolunga- mento di AN il segmento
NC = AN. Uniamo B con C. Per il teorema precedente la MN e la BC sono equidi-
stanti. Dunque la equidistante dalla MN passante per B incontra il
prolungamento della AN nel punto C. Vogliamo ora dimostrare la proprietà,
fondamentale che per un punto assegnato A esterno ad una retta data b si può
condurre una sola retta che non la seca. In modo simile a questo si può
sviluppare la teoria delle rette e dei piani equidistanti e la teoria dei piani
equidistanti. Avremmo potuto premettere questi sviluppi, ottenendo poi con il
loro sussidio molte semplificazioni in varie questioni che abbiamo trattato, ma
con un po' di pazienza si è potuto fare a meno anche di essi. Dal punto A
conduciamo la perpendicolare alla b e sia B il piede; e dal punto A conduciamo
la a perpendicolare alla AB. Sappiamo che la a e la b entrambi perpendicolari
alla AB non si possono incontrare. Si tratta di dimostrare che ogni altra retta
passante per A e distinta dalla a è una secante della b. Supponiamo se è
possibile che ciò non accada. Vi sarà allora, oltre alla a, almeno un'altra
retta m che passa per A e non incontra la b. Il punto A divide la m in due
semirette situate da parti opposte della a; consideriamo la semiretta m che
rispetto alla a è situata dalla parte del punto B, ossia della b, ossia della
striscia di lati a e b. E consideriamo le semirette a e b situate ri- spetto
alla AB dalla stessa parte della semiretta m. La m è una delle semirette di
origine A e comprese nell'angolo ^B A a delle semirette AB ed a, la quale per
ipotesi non incontra la b. Oltre a questa semiretta ve ne possono essere altre
di origine A che non incontrano la semiretta 179 b; anzi ve ne sono di
sicuro e sono tutte le semirette di origine A e comprese nell'angolo m^a,
perché se una di esse p.e. la n incontrasse la b in un punto N, siccome la
semiretta m sarebbe interna all'angolo ̂BAN del trian- golo ABN e lascerebbe
quindi i punti B ed N da parti opposte dovrebbe segare il segmento BN
contrariamente alla ipotesi fatta sulla m. Perciò ogni retta n, interna
all'angolo ^mAa,, è dunque una non secante se la m è una non secante. D'altra
parte, dall'origine A escono sicuramente oltre alla AB delle semirette comprese
in ^B A a e secanti la b. Una di queste è ad esempio quella che forma con la AB
l'angolo di 60° e con la a quello di 30°; preso, infatti, a partire da A su
questa semiretta il segmento AC = 2AB, e congiunto B con C e con il punto medio
M di BC, il triangolo isoscele BAM avendo l'angolo al verti- ce ̂BAM di 60° è
equilatero; quindi il triangolo MBC è isoscele e l'angolo ̂ABC è retto, il che
significa che il punto C della AM sta sulla b, ossia che la AM è una se- cante
della b. Naturalmente tutte le semirette per A in- terne a ̂BAC sono delle
secanti della semiretta b. D'altra parte, le semirette del fascio di centro A
comprese tra la semiretta AB e la semiretta a o sono secanti della semiretta b
oppure sono non secanti della b. Alla classe delle secanti appartiene la AB, la
AC e tutte le se- mirette comprese entro l'angolo ^BAC; e vi apparten- gono
inoltre certamente anche una p^arte delle semirette di origine A ed interne
all'angolo C A a ; basta infatti 180 prendere un punto S qualunque sul
prolungamento del segmento BC dalla parte di C, e la semiretta di origine A,
passante per S, è compresa nell'angolo ^C A a ed è una secante della semiretta
b. Alla classe delle non se- canti appartiene la a di sicuro, la m per ipotesi,
e come abbiamo ve^duto anche tutte le semirette di origine A ed interne ad m A
a . La classe delle semirette di origine A e secanti la se- miretta b
costituisce un insieme ordinabile, perché è in corrispondenza biunivoca con
l'insieme dei punti della semiretta b. Ordinandole effettivamente in corrispon-
denza sarà la AB la prima semiretta secante seguita ordinatamente dalle altre;
e poiché non esiste l'ultimo pun- to della semiretta b così non esiste l'ultima
semiretta di origine A secante della b; ossia dopo una secante qualunque della
b nel fascio ordinato delle semirette di cen- tro A ve ne sono delle altre.
Premesse queste considerazioni, conduciamo dal pun- to C la perpendicolare
comune alle rette a e b. Le semi- rette di origine A che seguono la AB e
precedono la AC sono in corrispondenza biunivoca con punti del segmento BC; le
semirette che seguono la AC analogamente sono in corrispondenza biunivoca con i
punti del seg- mento CD, dimodoché le semirette del fascio di centro A comprese
tra la AB e la a sono in corrispondenza biu- nivoca con i punti della spezzata
ortogonale ABC, estremi compresi. La AB è la prima delle semirette secanti, la
a l'ultima delle non secanti la b. Facciamo a questo punto una osservazione: La
corrispondenza biunivoca tra i punti del segmento BC e le semirette dell'angolo
convesso ̂BAC che proietta il segmento da un punto A fuori della retta BC,
permette di ordinare l'insieme delle semirette dell'angolo ^BAC. Per dedurre
dalla ordinabilità della retta la possibilità di ordinare le semirette di un
fascio, il Severi nota che occorre prima introdurre il postulato delle parallele,
e poi nella corrispondenza escludere dal fascio una delle semirette. Tale
duplice necessità scompare se, invece di ordinare le semirette in
corrispondenza con i punti di una retta, si può ordinare le semirette in
corrispondenza con i punti del perimetro di un rettangolo le cui diagona- li
passino per A, e la corrispondenza è completa, nessuna semiretta esclusa.
Naturalmente per fare questo bisogna conoscere i ret- tangoli indipendentemente
dal postulato delle parallele, cosa che si verifica appunto nello sviluppo di
questa no- stra geometria pitagorica. Stabilita in questo modo la ordinabilità
dell'insieme delle semirette del fascio di centro A comprese tra la AB e la AD,
e stabilito il verso di tale ordine; ed osservato che tali semirette sono necessariamente
secanti o non secanti della semiretta b, che ogni semiretta che precede una
secante è anche essa una secante ed ogni semiretta che segue una non secante è
anche essa una non secante, osserviamo ancora che come non esiste l'ultima
delle se- [SEVERI, Elementi di geometria] mirette secanti la b così da un punto
di vista puramente logico si potrebbe pensare che non esista o possa non
esistere la prima delle semirette non secanti la b; ossia che data una
semiretta qualunque non secante la b se ne possano sempre trovare delle altre
pure non secanti le quali la precedano. L'intuizione però osserva che partendo
dalla posizione iniziale AB, od anche AC, e girando intorno ad A sino ad
arrivare alla posizione finale a, la semiretta che era una secante è divenuta
alla fine una non secante. Se la metamorfosi non si è verificata proprio al
momento finale per la semiretta a, dovrà essersi verificata ad un certo momento
per una posizione intermedia, prima del- la quale la semiretta si era mantenuta
sempre ancora se- cante e dopo la quale si è mantenuta sempre ancora non
secante. Insomma è intuitivamente evidente che esiste una ed una sola semiretta
che è la prima delle non se- canti; e tutto si riduce a mostrare che tale prima
non se- cante non è altro che la a. Da un punto di vista logico si presenta
corrisponden- temente la necessità di ricorrere ad un postulato; ed era
naturale e prevedibile che questo dovesse accadere, al- trimenti il postulato
della rotazione pitagorica (o l'equivalente proposizione Saccheri) sarebbe
stato equivalente al postulato di Euclide; soltanto che non si tratta del postulato
d’Archimede ma di un caso assai più semplice del postulato di continuità.
Bisogna ammettere come postulato la esistenza di una semiretta di separazione
delle due classi di semirette secanti e non secanti la b; verità talmente
evidente all'intuizione da presumere che agli occhi degli antichi dovesse
costituire un dato di fatto, una verità primordiale tanto assiomatica da non
sentire neppure il bisogno di postularla esplicitamente. Invero, se Euclide non
ha sentito il bisogno di postulare il postulato di continuità nei due casi che
abbiamo a suo tempo espressamente notato, sarebbe strano credere o pre- tendere
che ciò sia o debba essere avvenuto in un caso perfettamente analogo, e questo
due secoli prima d’Euclide quando Pitagora per primo faceva della geometria una
scienza liberale. Ammettiamo dunque esplicitamente il postulato che vi è almeno
una semiretta di origine A che separa le semirette di origine A e secanti la b
da quelle non secan- ti la b. Sappiamo che non può essere una secante quindi
sarà necessariamente una non secante. Inoltre si riconosce subito, per assurdo,
la sua unicità. Essa è dunque la pri- ma non secante. Noi intendiamo mostrare
che nessuna semiretta del fascio A distinta dalla a può essere la pri- ma non
secante, dimodoché la a è come sappiamo non secante, ed è la prima e l'unica.
Premettiamo un'osservazione: se per il punto medio H di AB (fig. 42) si conduce
la perpendicolare h ad AB (asse di AB ed equidistante dal- la a e dalla b),
ogni semiretta per A che sega la h sega anche la b. Se infatti la r sega la h
in R, essendo HB eguale ad AH la b equidistante dalla HR sega come sappiamo la
r, perciò una semiretta per A che non seghi la b non può segare neppure la h;
in particolare la prima se- miretta che non sega la b non può segare la h ed è
quindi contenuta nella striscia ah. Dimostriamo adesso il TEOREMA FONDAMENTALE:
Per un punto non appartenente ad una retta data passa una ed una sola retta che
non la seca. Sia A il punto dato e b la retta data. Si con- duce da A la
perpendicolare AB alla retta data, e sia B il piede. Poi da A la semiretta a
perpendicolare alla AB dalla stessa parte della semiretta b e per il punto
medio H di AB la semiretta h perpendicolare ad AB sempre dalla stessa parte
delle a e b. Supponiamo se è possibile che la semiretta r che forma con la
semiretta a un certo angolo δ (con δ ≠ 0) sia una non secante qualunque della b
(eventualmente anche la prima). Allora la prima non secante, ossia la se-
miretta di separazione delle secanti dalle non secanti di cui abbiamo ammessa
l'esistenza, non può seguire la r, e perciò o coincide con la r o precede la r,
ossia la semi- retta di separazione deve formare con la a un angolo ε≥δ dove
per altro è certamente ε < 30°. Sia essa la s. Condotta allora per A la
semiretta che forma con la semiretta a l'angolo 2ε essa sega la b in un punto
C. Conduciamo per B la perpendicolarê alla s e sia H il pie- de. Dovendo essere
acuto l'angolo HAB del triangolo 185 rettangolo AHB, il piede H sta sulla
semiretta s, e l'an- golo ̂ABH = ε. Siccome la BH fa con la BA un angolo ε 30°
e quindi anche minore di 60°, essa incontra certamente la semi- retta a in un
punto D. Ciò risulta anche dal fatto che la s è tutta compresa nella striscia
ha, perché la s non incon- trando la b non incontra neppure la h, quindi B ed H
sono da parti opposte della h, BH incontra la h, e quindi anche la a. Si ha
subito: BD > BA > BH. Preso perciò BK eguale a BA, sarà il punto K com-
preso tra H e D. Facendo ruotare la figura intorno a B dell'angolo ε in modo
che A vada su K, BA va su BK e la a, perpendicolare alla BA in A, va sulla a'
perpendi- colare alla BK in K. La a' e la s, perpendicolari entrambi alla BD
sono equidistanti, e poiché K è compreso tra H e D, D e la s stanno da parti
opposte rispetto alla a', e quindi anche D 186 e A; perciò il
segmento AD è tagliato in un suo punto E dalla a'. Con la rotazione la s va
sulla s' che passa per K e for- ma con a' l'angolo ε penetrando perciò nell'angolo
retto ^EKD ed incontrando il segmento ED in un punto L. La DA forma con le
rette equidistanti a' ed s angoli corrispondenti ^DEK, ̂DAH eguali; quindi
^DEK=ε, il triangolo LEK è isoscele e perciò l'angolo esterno ^DLK=2ε.
Prendiamo ora sul prolungamento di BC il segmento CP = AL, ed uniamo P con L. I
triangoli ALC, PCL han- no LC in comune, AL = CP e l'angolo compreso eguale
perché la trasversale CL forma con le due rette equidi- stanti a e b angoli
alterni interni eguali; perciò ^ALP=^ACP, e quindi ^PLD=^ACB=2ε. Dunque tanto
la PL come KL formano con la AD un angolo eguale a 2ε; perciò le semirette LK
ed LP coincidono, ossia i tre punti L, K, P sono allineati, ossia la s'
incontra la b. Il triangolo PBK è isoscele avendo gli angoli alla base complementari
di ε, il suo vertice P sta quindi sul- l'asse di BK. Facendo ruotare tale
triangolo intorno a B di E in modo da riportare la base BK su BA, il suo asse
va sulla h, la s' torna sopra la s, ed il punto P della s' va sopra la h. La s
incontra dunque la h in un punto T. Pre- so ora sul prolungamento di AT un
segmento TV = AT il punto V della s appartiene alla b. Dunque la s è una
secante della b. La prima non secante s non può formare con la a un angolo ε≥δ;
ma abbiamo veduto che non può formare con la a neppure un angolo minore di δ;
quindi se esistesse una prima non secante la b distinta dalla a dovrebbe
soddisfare alla condizione di formare con la a un angolo che non dovrebbe esser
né maggiore, né eguale né minore dell'angolo S formato con la a da una non
secante qualunque r. Ne segue che, essendo impos- sibile soddisfare tali
condizioni, tale prima non secante distinta dalla a non esiste; e quindi la a è
una non secan- te della b, è la prima ed è l'unica tra tutte le semirette di
origine A e comprese tra la AB e la a, che non seca la b. Questa dimostrazione
si può facilmente trasformare in modo da fare a meno del movimento di rotazione
at- torno al punto B. Concludiamo che, ammettendo il postulato pitagorico della
rotazione, o l'equivalente teorema dei due retti (proposizione SACCHERI (si
veda)) o l'equivalente postulato di SEVERI (si veda) opra le rette
equidistanti, si può dimostrare il po- stulato di Euclide, sia ricorrendo al
postulato di Archi- mede, sia facendo a meno di ricorrere al postulato di Ar-
chimede, ed ammettendo soltanto la esistenza di quella semiretta di separazione
delle secanti dalle non secanti che alla intuizione degli antichi doveva
apparire indi- scutibile. Dimostrato il postulato d’Euclide si rientra
naturalmente nell'alveo della geometria euclidea non archi- medea; ed il nostro
compito è finito. A noi interessava difatti la restituzione della geome- tria
pitagorica, non in quanto collimava con la geometria euclidea, ma in quanto ne
differiva. Che ne differisse sostanzialmente lo prova la esistenza di quella
arcaica dimostrazione del teorema dei due retti che non poteva essere basata
sopra le proprietà degli angoli alterni inter- ni. Per ottenere questa
dimostrazione abbiamo ricorso alla supposizione che i pitagorici ammettessero
il postu- lato pitagorico della rotazione che abbiamo enunciato, ed abbiamo
veduto che ne segue immediatamente il teo- rema dei due retti nel primo caso
particolare menzionato da Eutocio, poi negli altri casi, ed abbiamo veduto che
di lì si trae senz'altro il teorema di Pitagora, e si può con successivi
sviluppi arrivare a tutte le scoperte attribuite ai Pitagorici. Fatto questo, e
sempre senza introdurre il concetto di parallele e il relativo postulato,
abbiamo po- tuto pervenire alla teoria delle rette equidistanti, la quale
consente da sola la più recente dimostrazione del teorema dei due retti
riportata da Aristotele ed attribuita da Eudemo ai pitagorici. Sappiamo bene
quali obbiezioni si possono sollevare all'adozione del postulato pitagorico
della rotazione, che presuppone il concetto di movimento rigido del piano, e la
capacità di riconoscere l'eguaglianza delle figure per sovrapposizione. Ma
questo è un problema teorico del quale non ci interessiamo; a noi interessa
invece vedere se i pitagorici possono avere adottato esplicitamente o no questo
postulato della rotazione. Come riprova del fatto che essi non ammettevano il
postulato delle parallele, definite come in Euclide, abbiamo addotto la ragione
che per i pitagorici il concetto di infinito si identifica con quello di
imperfetto. Ora, per una ragione analoga, da un punto di vista pitagorico, si
potrebbe obbiettare che essi non potevano accettare o basarsi neppure sopra il
concetto di movimento. Infatti nella serie delle opposizioni pitagoriche, come
il concetto di finito e perfetto si oppone al concetto di infinito ed
imperfetto, così, corrispondentemente, il concetto di immobilità si oppone a
quello di movimento. Questa è per noi una obbiezione assai più seria
dell'altra. Seguendo una pura norma di coerenza schematica, sia il concetto di
infinito sia quello di movimento avrebbero dovuto essere banditi. Ma dobbiamo
tenere presenti i legami che avvincevano le concezioni geometriche dei
pitagorici a quelle cosmologiche; e se nessuno ha mai veduto due rette
parallele nel senso anzi detto, due rette cioè che prolungate indefinitamente
non si incontrano mai, viceversa chiunque vede e sa per esperienza che il
movimento è un carattere essenziale della vita umana ed universale. Gl’astri,
ossia gli dei, si movevano eternamente nelle loro danze celesti. E secondo i
pitagorici, il movimento circolare era quello perfetto, forse non soltanto per
la sua regolarità e semplicità, ma anche per il fatto che il centro e l'asse di
rotazione restavano im- [VERONESE, Appendice agli elementi di geometria, Padova]
mobili e partecipi della perfezione. L'ammettere dunque che una retta del piano
situata ad una qualsiasi distanza finita dal centro di rotazione ruotasse anche
essa, era ammettere quanto sembrava verificarsi nell'universo con la rotazione
intorno alla terra od al fuoco centrale od al sole (Aristarco di Samo), ed
ammettere che l'angolo del raggio vettore iniziale con la sua posizione finale
fosse eguale all'angolo delle posizioni iniziale e finale della retta, era
ammettere un fatto conforme alla intuizione e verificato dalla esperienza nel
campo raggiungibile dalla nostra osservazione. Dice il Veronese83 «che fa
veramente onore ad Euclide di avere fatto senza del movimento dove ha potuto,
poiché nei suoi elementi è chiara la tendenza di evitarlo per quanto gli è
stato possibile. Se dunque Euclide, pur reluttante, fa uso del movimento, prima
di lui se ne do- veva fare uso ancora maggiore, ed abbiamo così una riprova che
i pitagorici ne fanno uso senza tanti scrupoli e che quindi potevano benissimo
anche servirsi di un postulato relativo al movimento di rotazione come quello
che abbiamo enunciato. Con il tempo il punto di vista pitagorico che legava
intimamente tra loro le varie scienze venne tenuto sempre meno presente, accentuan-
dosi la tendenza a fare della geometria una scienza sepa- rata, puramente
logica; ed Euclide, ammettendo il suo postulato, raggiungeva il doppio scopo di
liberarsi sem- pre più dal concetto di movimento e di procurarsi un 83 G.
VERONESE, Appendice agli elementi etc.] mezzo comodo e rapido per risolvere
difficoltà che altri- menti si possono superare solo con molto maggiore pa-
zienza e lavoro. In compenso introdusse il suo postulato che non ha mai
soddisfatto nessuno e che Alembert chiama lo scoglio e lo scandalo della
geometria. Ricapitolando, consideriamo due semirette a e b perpendicolari da
una stessa parte in due punti A e B ad una stessa retta AB. Esse non si
incontrano; e ciò risulta dal solo fatto che da un punto qualunque del piano si
può condurre una sola perpendicolare ad una retta data. In secondo luogo, se si
ammette il postulato pitagorico della rotazione o la proposizione Saccheri, si
ha che queste rette sono anche equidistanti84. In terzo luogo, se si ammette
anche il postulato di Archimede oppure il caso particolare del postulato di
con- 84 In precedenza, supponendo noto che due rette perpendicolari in punti
distinti ad una stessa retta non possono incontrarsi, ne abbiamo dedotto che
una retta r con una rotazione di mezzo giro intorno ad un punto O esterno ad
essa prende una posizione tale che la r ed r' non si incontrano. Questo fatto,
per altro, non è che una conseguenza del postulato pitagorico della rotazione.
Di fatti, con tale rotazione un punto A della r va sul simmetrico A' di A
rispetto ad O; ed A' non appartiene alla r perché altrimenti anche O dovrebbe
appartenere alla r. D'altra parte, se le r ed r' avessero in comune un punto P,
dovrebbero per il postulato pitagorico forma- re un angolo di 180°, ossia
coincidere, e questo non può accadere perché A' della r' non appartiene alla r:
quindi esse non si incon- trano.] tinuità che noi abbiamo adoperato, si ha che
la semiretta a è l'unica semiretta di origine A che non seca la b. Torniamo
dopo ciò ad esaminare la questione della seconda dimostrazione pitagorica del
teorema dei due retti. Secondo Proclo, Eudemo direbbe testualmente così. Sia il
triangolo αβγ e si conduca per α la parallela alla βγ καὶ ἤθω διὰ τοῦ ᾶ τῇ βγ
παράλληλος ἡ. Qui appare il termine parallela e l'articolo determinativo ἡ ne
implica la riconosciuta unicità. Ma, anche ammettendo che Proclo riporta di
peso la dizione usata d’Eudemo, resta a vedere se Eudemo adopera il termine
parallela nella accezione attribuita ad esso dalla posteriore definizione di
Euclide, e resta a vedere se la nozione della unicità di questa retta proveniva
anche in Eudemo dall'accettazione di un postulato come quello ammesso poi d’Euclide.
Aristotele nel passo della Metafisica in cui si riferisce a questa stessa
dimostrazione conduce anche lui per il vertice α la retta che serve alla
dimostrazione, ma non la chiama né parallela, né equidistante, né non secante.
Egli dice semplicemente: εἰ οὖν ἀνῆκτω ἡ παρὰ τὴν πλευράν, ossia: se si conduce
la retta di fianco o di fronte al lato. Anche in questo passo l'articolo ἡ
mostra che tale retta è ritenuta unica, ma anche qui non è definita in nessun
modo e non si sa di dove derivi questa sua unicità. L'etimologia evidente della
parola parallela non dà in proposito nessuna luce. Il termine è adoperato in
astronomia per i paralleli della sfera celeste; ed è usato nel linguaggio
ordinario d’Aristotele, come poi ad esempio da Plutarco nelle vite parallele.
Dal linguaggio ordinario è passato poi al linguaggio geometrico, ma quando e
con quale precisazione non risulta. Aristotele lo usa tre volte nella
Analitica, come termine geometrico, e sentenzia che coloro i quali si sforzano
di descrivere le parallele commettono una petizione di principio. Così come
stanno le cose il passo di’Eudemo e quello del suo maestro Aristotele non
provano affatto che la dimostrazione posteriore dei pitagorici si basasse sopra
una definizione delle parallele e sopra un relativo postu- lato eguali alla
definizione ed al postulato d’Euclide. E non è da escludere che questa retta
fosse la equidistante, e fosse chiamata la parallela, e fosse ritenuta unica
non secante semplicemente per non essere ancora sorto il dubbio che oltre alla
equidistante vi potessero essere anche altre rette non secanti. In tal caso il
dubbio sarebbe sorto dopo, ed Euclide lo avrebbe eliminato d'autorità
introducendo il suo postulato. In tal caso la dimostrazio- ne di Aristotele
sarebbe corretta se quella tal retta con- dotta per il vertice del triangolo si
intende che sia equi- distante, e sarebbe scorretta se concepita come parallela
ne fosse supposta senza base la unicità; mentre invece quella di Eudemo sarebbe
corretta se con il termine di parallela si intende la equidistante (la cui
unicità e le cui proprietà i pitagorici potevano desumere dal teorema dei due retti)
e sarebbe scorretta se designasse una parallela nel senso euclideo e non si
fosse ammesso o dimostrato il postulato di Euclide. Comunque i due passi, d’Aristotele
e d’Eudemo, non provano che i pitagorici posteriori dessero del teorema dei due
retti una dimostrazione identica a quella d’Euclide. Se, come ci sembra, questa
dimostrazione pitagorica posteriore si basava sopra le proprietà delle rette
equidistanti, sia pure chiamandole parallele, anche questa dimostrazione era
indipendente da quel concetto di rette che prolungate all'infinito non si
incontrano mai e da quel postulato di Euclide, che vanno così poco d'accordo
con la concezione pitagorica. Notiamo in fine che nella dimostrazione che
abbiamo dato della unicità della non secante non si presenta la necessità di
prolungare la retta all'infinito e quindi anche essa quadra con la concezione
pitagorica. E notiamo ancora che, anche se non si vuole accordare che la
geometria pitagorica si basasse sopra il nostro postulato pitagorico della
rotazione, la dimostrazione del postulato d’Euclide che abbiamo esposto si può
fare egualmente, se si ammette la proposizione SACCHERI od il postulato del SEVERI.
E siccome i pitagorici conoscevano certamente il teorema dei due retti
indipendentemente dal po- stulato delle parallele, risulta così manifesto che
essi potevano dal teorema dei due retti e senza postulato d’Archimede arrivare
a dimostrare la unicità della non secante. La questione non trascendeva i loro
mezzi, né certamente l'intelligenza di quei così detti primitivi. La
trasformazione del postulato di Euclide in teorema è un risultato secondario di
questo nostro studio. Ed esula dal carattere di questo studio, né ci presumia-
mo da tanto, il giudicare se l'assetto euclideo della geo- metria sia, da un
punto di vista teorico moderno, preferi- bile all'antico assetto che abbiamo
cercato di ricostituire. Naturalmente tutti i postulati sono comodi; e,
tagliando il nodo gordiano delle parallele con la spada del postula- to di
Euclide, le cose si semplificano. Ma dovendo scegliere tra il V postulato ed il
postulato pitagorico della rotazione quale dei due è meno ostico? Quale dei due
è meno restrittivo? L'apprezzamento in queste cose è anche un po' personale, e
noi lasciamo che ognuno scelga secondo i suoi gusti. A noi interessa constatare
che il postulato pitagorico della rotazione consente di dimostrare il teorema
dei due retti e quello di Pitagora indipendentemente dal postula- to e dalla
teoria delle parallele in un modo che ha tutta l'aria di essere l'antico, e
consente da solo di ottenere tutto lo sviluppo della geometria pitagorica; e
non ci consta che sinora si sia trovato un modo, non soltanto più
soddisfacente, ma un modo qualunque, di raggiungere lo stesso risultato. Il
postulato di continuità al quale abbiamo ricorso è servito soltanto per
risolvere l'ultima questione, quella di dimostrare il postulato d’Euclide in
modo non trascendente le possibilità dei pitagorici. Una volta introdotto, come
postulato, il V postulato d’Euclide, la proprietà enunciata dal postulato
pitagorico della rotazione viene a perdere ogni importanza. Non meraviglia
quindi il non trovarne alcuna traccia su- perstite. Sarebbe strano che fosse
accaduto diversamente quando ogni traccia di dimostrazione pitagorica si è
perduta ad eccezione della tarda dimostrazione del teo- rema dei due retti. Se
la nostra ricostruzione corrisponde al vero, la introduzione del postulato d’Euclide
dovette sconvolgere profondamente l'assetto della geometria; ed anche que- sto
è conforme alle notizie che abbiamo in proposito, poiché sappiamo che Euclide
cambiò l'ordine e le dimostrazioni ed in generale alterò tutto l'assetto della
geo- metria, sicché ad esempio il teorema di Pitagora divenne l'ultimo e
ricevette un'altra dimostrazione. Il favore quasi incontrastato di cui hanno
goduto per oltre venti secoli gl’elementi di Euclide, aggiungendosi a queste
condizioni sfavorevoli alla trasmissione della geometria pitagorica, ha portato
alla esaltazione della scuola greco-alessandrina, a tutto scapito della gloria
della scuola italica. Della scuola greca tutto o quasi ci è pervenuto; della
nostra scuola, della scuola che aveva creato dalle fondamenta, nulla si è
salvato. Un destino avverso sembra essersi accanito contro l'opera vasta ed
ardita del grande filosofo. Abbattuto, ad opera della democrazia, il regime
pitagorico in CROTONE Cotrone; disperso l'ordine e la scuola, le scoperte e le
conoscenze vennero combattute, miscono- sciute, derise e dimenticate.
Aristotele, con la sua auto- rità messa poi al servizio di pregiudizi di altra
natura, impede l'accettazione delle teorie cosmologiche pitagoriche,
assicurando per venti secoli il trionfo dell'errata teoria geocentrica; la
filosofia, intesa nel senso etimologico e pitagorico della parola, venne
occultata nel dila- gare delle speculazioni, dei sistemi, delle credenze, del
moralismo e del feticismo; e persino l'opera geometrica, che pur doveva avere
salde basi, si è perduta a tutto beneficio della scuola greca posteriore. Per
quanto arduo il compito, era, dopo venticinque secoli, l'ora di fare qualche
cosa a favore della nostra scuola, riparando per quanto è possibile alla
funesta azione del tempo e delle contingenze. Cercare di restituire l'opera
geometrica della scuola itala è stato per noi non soltanto un importante
argomento di studio, ma è anche un gradito compito di rivendicazione. Nel
terminare, vogliamo esplicitamente dichiarare che siamo perfettamente coscienti
di quanto le nostre modestissime forze siano state inferiori all'impresa ed
all'ardire. Vengano quindi altri, facciano di più e meglio, e saremo i primi a
rallegrarcene. E così pure, ben inteso, sappiamo benissimo quale rapporto
intercede tra noi e Pitagora. Perciò è naturale imputare a noi, e solo a noi,
gli errori e le manchevolezze di queste pagine; ma, se vi sono dei meriti,
preghiamo i lettori di ascriverli, non no- bis, ma all'immortale fondatore
della nostra scuola. Αὑτὸς ἔφα. Unico nostro merito, se mai, è l'avere saputo prendere
direttamente da lui l'inspirazione. ΤΕΛΟΣ. Keywords: implicature arimmetica, pitagorismo
romano. Cf. uomo, scuola pitagorica, filosofia italiana, filosofia italica, il
pitagorismo comparato con altri scuole, aristosseno e pitagora – crotone –
crotona – Taranto – metaponto, aristosseno, prima seguace del pitagorismo,
reghini, massoneria, esoterico, numeri sacri. Cf. Luigi Ferri,
L’interpretazione dei filosofi italiani sull’origine del pitagorismo. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferrero” –
The Swimming-Pool Library. Leonardo Ferrero. Ferrero
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferretti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’inter-soggetivo
– scuola di Brusasco – filosofia torinese – scuola di Torino – filosofia
piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Brusasco). Abstract. Grice: “When I lectured at Bielefeld, I had
to be careful with the language. They use Objekt very seriously – much more
seriously than Subjkekt – and they usually ignore the Inter-Subjektiv!” Keywords:
inter-soggetivo. Filosofo italiano. Brusasco,
Torino, Piemonte. Grice: “I like Ferretti, for one, he wrote on
intersubjectivity which is a problem for Husserl: cogitamus; nobody speaks of
‘cogitamus --; one has to distinguish between my favoured –‘inter-subjectivity’
and ‘alterity’!” – Grice: “Ferretti has also philosophised on the infinite,
which poses a problem to my principle of conversational helpfulness.” Si laurea
a Milano. Insegna a Milano, Torino, Macerata. Altre opere: Persona (Milano).
Storia della filosofia romana (SEI, Torino), “L’ntersoggettivo (Macerata); “L’ontologia
di Kant” (Rosenberg et Sellier, Torino). Ricerca Soggetto (filosofia) termine
Lingua Segui Modifica (LA) «Noli foras ire, in te ipsum redi, in
interiore homine habitat veritas.» («Non uscire da te stesso, rientra in
te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità.» (da La vera religione di
Sant'Agostino) Il termine soggetto che deriva dal latino subiectus(participio
passato di subicere, composto da sub, sotto e iacere gettare, quindi
assoggettare) letteralmente significa "quello posto sotto", "ciò
che sta sotto". Nella speculazione filosofica il termine ha assunto
una varietà di significati: un essere, sostrato sostanziale di qualità
che lo configurano particolarmente e accidentalmente; elemento soggettivo che
determina una data sostanza nella sua singolare peculiarità; termine che, in
età moderna, viene riferito alla coscienza individuale e all'autocoscienza intesa
come attività consapevole dell'io. Il ribaltamento di significato nella storia
del concettoModifica In filosofia il concetto di soggetto ha subito un
ribaltamento del suo significato originario. Inizialmente il termine si
riferisce a un concetto di essenzialità immutabile, ad una
"oggettività" ben determinata e certa. Successivamente il significato
si capovolge assumendo il valore di ciò che è apparentemente vero nell'ambito
della soggettività individuale. Il termine latino infatti traduce l'originario
greco ὑποκείμενον(hypokeimenon), che vuol dire appunto "ciò che sta
sotto", ciò che secondo il pensiero antico è nascosto all'interno della
cosa sensibile come suo fondamento ontologico. Magnifying glass icon
mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Calogero. La teoria sul pensiero
greco arcaico. Quindi soggetto (ὑποκείμενον/subiectus) è la sostanza (sub
stantia), ciò che di un ente non muta mai, ciò che propriamente e primariamente
è inteso come elemento ineliminabile, costitutivo di ogni cosa per cui lo si
distingue da ciò che è accessorio, contingente, e che Aristotele chiama
"accidente": anzi, è proprio la sostanza che sorregge gli accidenti
rappresentati da quelle qualità sensibili che mutano la loro apparenza nel
tempo e nello spazio. Sempre in Aristotele, poi, il soggetto assume anche
una funzione sul piano logico-linguistico che corrisponde al piano del soggetto
nella sua realtà: il soggetto nel giudizio è il punto di partenza, la base a
cui viene attribuito, affermativamente o negativamente, il predicato
mutevole. E sostanza è il sostrato, il quale, in un senso, significa la materia
(dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto, ma un alcunché
di determinato solo in potenza), in un secondo senso significa l'essenza e la
forma (la quale, essendo un alcunché di determinato, può essere separata con il
pensiero), e, in un terzo senso, significa il composto di materia e di forma.»
Un terzo aspetto particolare del soggetto in Aristotele è che questi non è
soltanto sostanza, il sostrato materiale delle cose ma poiché ad ogni materia è
inevitabilmente connessa una forma, il soggetto-sostanza è "sinolo"
(synolon), unione indissolubile di materia e forma: «Questo primo sostrato
suole essere identificato in primo luogo con la materia, in secondo luogo con
la forma e in terzo luogo con il composto di entrambe». Il ribaltamento
soggetto-oggetto inizia con Cartesioche pure mantiene una realtà sostanziale al
pensiero soggettivo che definisca res cogitans, sostanza pensante. Ma poiché
l'attività senziente viene concepita inizialmente come attributo del soggetto
corporeo cui inerisce, «il termine soggetto è adoperato per designare, in
genere, la coscienza e il pensiero, mentre il suo opposto passa a indicare la
realtà che esiste in sé e che quindi è il termine cui il pensiero deve
adeguarsi. Di conseguenza, nella stessa realtà si presenta come soggetto ciò
che non si può pensare esistente se non in funzione del pensiero, e come
oggettivo ciò che invece sussiste in sé indipendentemente dal suo essere
conosciuto.» Nel lessico moderno, allora, "soggetto" fa coppia con
"oggetto": da una parte c'è qualcuno che pensa, vuole, accetta,
respinge, desidera, teme, ecc. (soggetto); dall'altra, necessariamente, c'è
qualcosa che è pensato, voluto, accettato, respinto, desiderato, temuto, ecc.
(oggetto). Soggetto assume una serie di nuovi significati come
"interiorità", "libertà" o anche "umanità", in
quanto contrapposte alla Natura ed alla cieca materia. Dualismi come
libertà/necessità, Spirito/Materia, Uomo/Natura, si possono ricondurre a quello
fondamentale soggetto/oggetto. Questo insieme di significati è relativamente
recente. Oggi si potrebbe meglio parlare di "autocoscienza" o anche
"mente" contrapposta a "realtà esterna". Gli
antichiModifica Nel pensiero antico, almeno tra i presocratici, l'interiorità
come già accennato non viene contrapposta alla "realtà esterna": uomo
e cosmosono concepiti in stretta unità. Pertanto il primo pensiero greco non
tematizza il soggetto. Il primo concetto filosofico, archè, indica il
fondamento della legge naturale e di quella umana. Eraclito vede un'unica
legge, un'armonia generale, operante nella natura e nella mente umana, il
Lògos. Parmenide afferma che lo stesso è pensare ed essere, ed «è necessario
che il dire ed il pensare siano essere. Per Anassagora il Noùs è l'intelletto
che governa il cosmo e che, a livello umano, pensa ed agisce. In tutti questi
casi non si ha una chiara distinzione tra soggetto ed oggetto. I Sofisti
occupano un posto a parte: essi rifiutano in generale il concetto di realtà,
verso la quale ostentano uno scetticismo o un relativismo che è la loro
caratteristica peculiare, per concentrarsi sul mondo umano. Socrate prosegue
con il suo celebre "so di non sapere" al quale viene riportata
l'autocoscienza. La Natura è inconoscibile, ed il compito proprio del filosofo
diventa: conosci te stesso». La ricerca si orienta verso l'interiorità dove
troviamo il concetto universale di bene e male, virtù e vizio, giusto ed
ingiusto, ecc. Con Platone il concetto diventa Idea, da sempre presente
nell'Iperuranio, mondo trascendente eterno e divino. Platone afferma la
separazione tra pensiero (le Idee) e materia (le loro copie sensibili), ma
attribuisce realtà oggettiva solo alle Idee: viene confermata l'unità tra
soggetto ed oggetto, tra pensiero e realtà, ma tale unità viene sottratta alla
sfera propriamente umana. La vita individuale è sede della dòxa, apparenza ed
errore, mentre solo l'anamnesi, ovvero la visione dell'essere ideale, porta
alla Verità. Così la filosofia, dal punto di vista della dòxa, si presenta come
"fuga dal mondo" ed "esercizio di morte". Aristotele
elabora un'ampia teoria sul soggetto, che coincide appunto con l'upo-kéimenon:
è il substrato, il fondamento su cui poggiano le qualità accidentali (soggetto
metafisico); è il soggetto grammaticale, di cui si dicono i vari predicati
(soggetto logico). Aristotele afferma che la sostanza pare che sia in primo
luogo il soggetto di ogni cosa. Alla sostanza competono numerosi altri aspetti
(potenza, atto, materia, forma, entelechia ecc.), a seconda del contesto; ma
tutti questi aspetti o significati afferiscono a quello fondamentale, che è la
sostanza come soggetto. Perciò il soggetto umano, nel senso moderno, è solo un
caso particolare di sostanza e di soggetto. Riassumendo la posizione
greca: con l'eccezione dei Sofisti, si riteneva che nella realtà del Cosmo
l'Uomo e la Natura costituissero una unità o un'armonìa, o un rapporto di
tensione, dove un principio unico (arché) li univa, e dove in ogni caso la
sostanza (ciò che è esterno alla nostra mente) prevale ontologicamente sul
soggetto (la mente). Con il Neoplatonismo la coppia soggetto/oggetto si
presenta a livello cosmico, dove il polo soggettivo della realtà (che si
manifesta ovunque, dall'Uomo al mondo divino) è unito a quello oggettivo
(Essere), ma sono entrambi subordinati al Principio unico o Uno, anzi sono
derivati da esso per emanazione. L'autocoscienza umana, il «so di esistere» non
è che un riflesso, una manifestazione particolare dell'autocoscienza dell'Uno,
che anche Plotino chiama Noùs (Intelletto). Si ha di nuovo la coincidenza tra
soggetto e oggetto e l'"assorbimento" dell'intelletto umano in una
dimensione intellettiva universale. Sulla scorta di Aristotele, nel
Medioevo il soggetto assume un significato oggettivo: il soggetto del discorso,
l'argomento di cui si parla. Questo uso è corrente nel mondo anglosassone
(subject, sinonimo di matter). Nonostante le apparenze, nemmeno Agostino si
oppone al realismo filosofico: il suo protagonista è sì l'anima, l'interiorità;
ma, come per Platone, l'anima vive e pensa grazie all'illuminazionedivina: il
soggetto umano dipende in tutto da una Verità che lo trascende. Col
Cristianesimo si ha comunque ad una nuova concezione di Dio rispetto a quella
greca: non più come entità impersonale, o semplice fondamento oggettivo della
natura, ma come Soggetto vivo e pensante, di cui l'uomo è immagine e
somiglianza. Nella disputa sugli universali, Aquino prende posizione a favore
del realismo, nel contesto tuttavia di un'autocoscienza del soggetto ricondotta
alla trascendenza divina. Su questa strada anche il Rinascimento descrive
variamente l'interiorità come contatto con l'universale che si riflette
nell'umano. Anima mundi (Ficino), Mens insita omnibus (Bruno), Intelletto
(Cusano), sono espressioni e dottrine che esprimono quest'adesione del soggetto
umano alla dimensione cosmica del Soggetto assoluto: l'uomo è un microcosmo che
contiene in sé gli estremi opposti dell'universo, in quanto specchio dell'Uno
dal quale proviene tutta la realtà. La natura partecipa di questa soggettività
universale, essendo tutta viva e animata, non un meccanismo automatizzato ma
abitata da forze e presenze nascoste. Si verificano due processi paralleli: con
Galilei si inaugura la visione scientifico-matematica della Natura; con
Cartesio viene inaugurata la visione moderna del soggetto. Questo duplice
processo costituisce la base del dualismosoggetto/oggetto, e riflette la nuova
consapevolezza da parte dell'uomo europeo del proprio potere sulla Natura.
Cartesio parte dall'evidenza che nella mia mente vi sono molteplici Idee, di
varia natura (il significato cartesiano è differente da quello platonico: esse
sono solo nella mia mente). Io non posso essere sicuro che a queste Idee
corrisponda una realtà esterna al mio pensiero. Nel rapporto tra il mio
pensiero e le Idee spesso l'oggetto (di cui l'idea è la mia rappresentazione
mentale) non esiste materialmente: esso può essere immaginato, inventato,
anticipato, ecc. Ma vi è soprattutto l'errore, ovvero la non-esistenza reale
dell'oggetto pensato come reale. Quindi si può esercitare un costante dubbio
circa la esistenza reale dell'oggetto, ma non si può mai dubitare della
presenza delle Idee nella mente né dell'esistenza dell'io che dubita. Cartesio
ha fortemente sbilanciato la coppia soggetto/oggetto a favore del primo
termine. La celebre proposizione del "Cogito, ergo sum" riassume un
lungo ragionamento che si può esprimere così: Posso dubitare di essere
ingannato riguardo qualunque verità (dubbio iperbolico), ma non posso
ingannarmi sul fatto di essere io il soggetto ingannato; Se sto dubitando e
ponendomi queste domande è necessario che io esista almeno quando me le pongo;
Poiché infatti posso liberamente dubitare di tutto, non posso invece dubitare
del mio libero atto del dubitare, di essere un pensiero che dubita; L'attributo
necessario alla mia sostanza è il pensiero, poiché non sono in grado di
concepirmi distinto da esso. Su questa base Cartesio costruisce un prototipo di
quella che si può definire "metafisica del soggetto", dove l'io
individuale diventa la prima sostanza, in ordine logico, e l'unica che possa
costituire il fondamento dell'esistenza di tutte le altre. Determinante per la
successiva elaborazione sul soggetto è il dualismo res cogitans/res extensa. Il
pensiero è contrapposto alla Natura ed alla materia, che Cartesio identifica
con l'estensione spaziale degli oggetti. Dal dualismo res cogitans/res extensa
si svilupperà il meccanicismo come visione matematica e deterministica della
Natura. Dopo Cartesio restano alcuni punti fermi: L'autocoscienza umana
non si aggiunge alla coscienza delle altre cose, ma è, per definizione,
antecedente ad esse (Kant dirà: a priori) poiché soltanto nell'autocoscienza si
manifesta tutto il resto; Le cose, che il senso comune vuole esistenti di per
sé, esistono anzitutto nella coscienza; la loro esistenza indipendente come
sostanze va invece dimostrata; L'autocoscienza è perciò il sub-iectum delle
altre cose, poiché mi viene data preliminarmente rispetto ad esse ed è capace
di interrogarsi sulla loro esistenza. Anzi, la sostanza vera diviene la sostanza
che si interroga sulla Verità. Con Leibniz tuttavia si ha una nuova metafisica
del soggetto, più complessa del semplice dualismo cartesiano, basata sulla
pluralità delle sostanze, che torna a riunificare la dimensione del pensiero
con quella dell'essere secondo l'ottica platonico-aristotelica; le idee, vere e
proprie realtà pensanti che si esprimono nel soggetto metafisico (la monade,
corrispondente nell'uomo alla sua mente) hanno di nuovo il ruolo di fondamento
della verità. Infatti il giudizio, nella sua forma logica “S è P”, è vero
quando il predicato è già contenuto nel soggetto, che è la sua causa o, per
dirla con Leibniz, la sua ragion sufficiente. Il soggetto logico S esprime la
sostanza reale o monade, che quindi è la causa della verità, sia in senso
logico (come soggetto del giudizio), che ontologico (come ragion sufficiente
del predicato). Se è vero che «Colombo scoprì l'America» (nel celebre esempio
di Leibniz), la ragione di tale scoperta risiede nel soggetto, cioè in Colombo
stesso. Leibniz descrive un soggetto già simile all'uomo moderno, come
individuo indipendente dagli altri («la monade non ha porte né finestre»),
dotato di una sua energia vitale (appetitus) e di una libertà e finalità sua
propria (l'entelechiaaristotelica), ma inserendolo entro un quadro organico
d'insieme, fondato sul concetto scolastico di armonia prestabilita.
L'empirismo inglese, prima con John Locke e poi più decisamente con Hume,
reagisce a questa sostanzializzazione del soggetto criticando sia la nozione di
sostanza (Locke), che poi quella stessa di soggetto (Hume). Ma in tal modo
l'empirismo perviene allo scetticismo, all'impossibilità di poggiare la
concordanza tra soggetto e predicato su solide basi: ne va di mezzo la
possibilità della conoscenza scientifica. Come in Cartesio, seppur partendo da
una prospettiva opposta, gli empiristi giungono così a un dualismo, ad una
frattura tra la dimensione soggettiva dell'esperienza, e quella oggettiva della
realtà esterna.Questa frattura tra la realtà e le sue rappresentazioni
soggettive derivanti dall'esperienza verrà radicalizzata da Kant come
opposizione tra fenomeno e cosa in sé (vedi oltre). Concludendo sul
pensiero moderno: all'opposto di quello antico, ora è il soggetto a prevalere
sull'oggetto esterno, fino a diventare esso stesso un'entità metafisica
autonoma (Cartesio), generando per reazione la negazione della sostanza
(empirismo). Kant e l'IdealismoModifica Con Kant si ha la
"rivoluzione copernicana" che mette il soggetto al centro del sistema
della conoscenza, facendo ruotare gli oggetti intorno alle sue forme a priori
(quelle sensibili, cioè spazio e tempo, e le dodici categorie dell'intelletto).
Il soggetto da individuo si fa soggetto trascendentale o puro: l'Io penso. Le
forme a priori, infatti, su cui si fonda l'oggettività delle conoscenze
empiriche, a loro volta poggiano su una forma universale, che è appunto il
soggetto puro. Scrive Kant: «L'Io penso deve poter accompagnare tutte le mie
rappresentazioni, poiché altrimenti in me verrebbe rappresentato qualcosa che
non potrebbe affatto venir pensato. Il pensare dunque è un atto originario
dell'io puro. Scrive ancora Kant. La chiamo originaria, poiché essa è quella
autocoscienza che, col produrre la rappresentazione "Io penso", non
può essere preceduta da nessun'altra rappresentazione, poiché condizione a
priori di tutte le altre rappresentazioni». Il soggetto empirico, l'io in carne
ed ossa, deve la sua stessa identità (per cui io so di essere io) alla forma
preesistente dell'io penso, che è la medesima per tutti i soggetti empirici.
L'Io penso kantiano non ha però un carattere sostanziale o metafisico come
quello cartesiano, poiché è soltanto una forma, un contenitore: mentre i suoi
contenuti sono i pensieri che i singoli soggetti empirici costruiscono sulla
realtà fenomenica, ben distinta dalla cosa-in-sé; quest'ultima sussiste
indipendentemente e al di fuori del soggetto, ed è pertanto inconoscibile. In
questo limite conoscitivo del soggetto si manifestano il criticismo e
l'avversione di Kant per la metafisica razionalistica. In Kant non abbiamo una
metafisica del soggetto vera e propria, ma piuttosto una visione
antropocentrica della Natura, in cui i nessi (logici e fisici) tra gli oggetti
naturali non valgono di per sé, ma solo in relazione ad un soggetto generale,
generico. La Natura è tale in relazione all'Uomo. Da Kant all'idealismo
il passo è breve: è sufficiente rimuovere la cosa-in-sé. Avremo così un
soggetto trascendentale dotato di forma e contenuto, principio metafisico della
realtà, sia di quella del soggetto (libertà, conoscenza) sia di quella
dell'oggetto (Natura, materia). Così in Fichte e Schelling l'Ioassoluto è
l'origine non solo dell'autocoscienza umana ma anche del non-io o Natura:
l'identità di questi due termini è un'unione "immediata", attingibile
solo al di là dell'opera mediatrice della ragione, tramite intuizione. Veniva
perciò ripristinata l'unità indissolubile di soggetto e oggetto tipica della
metafisica neoplatonica. La dialettica soggetto/oggetto Soggetto e
oggetto, pensiero ed essere, vengono unificati secondo Hegel nel momento in cui
la ragioneprende coscienza che l'uno non può esistere senza l'altro, che un
oggetto è tale solo in rapporto a un soggetto, e viceversa. A differenza di
Schelling e delle filosofie precedenti, che pure ben conoscevano una tale
dialettica soggetto/oggetto, nel sistema hegeliano è la ragione stessa che
opera quest'unificazione, via via che ne prende coscienza, mentre nella
metafisica tradizionale si trattava di un'unità già data a priori, sin
dall'inizio, che la ragione si limitava a riconoscere, non a costruire da sola.
Ne consegue in Hegel un'identità composita, non più immediata, dei due termini
contrapposti. Hegel identifica esplicitamente il soggetto con l'Assoluto,
ed infine col divino cristiano, ma diversamente dai suoi predecessori li
congiunge in forma "mediata", generando quindi nuovamente un
dualismo. Secondo Hegel, «che la sostanza sia essenzialmente Soggetto, ciò è
espresso nell'enunciazione dell'Assoluto come Spirito», ma quel che ancora
mancava al soggetto puro era la concretezza dello svolgersi della vita umana
nella dimensione storico-culturale, sociale, politica. Così egli elabora la
nozione di "Spirito" (Geist) come soggetto unico ed assoluto che però
inizialmente non sa di esserlo, per cui tutta la storia umana consiste in un
progressivo prendere coscienza di sé da parte dello Spirito, proprio attraverso
le vicende (politiche, culturali, religiose) degli uomini e dei popoli. Le
diverse figure attraverso cui lo Spirito si autoconosce sono narrate nella
Fenomenologia dello spirito, che è una sorta di storia romanzata della
autocoscienza: essa inizia come semplice io empirico (certezza sensibile), ma
poi attraverso numerosi passaggi dialettici diviene sempre più universale. Infine
Hegel identifica lo Spirito con la stessa filosofia, che è l'autocoscienza
dell'intera umanità e dove forma e contenuto coincidono, grazie all'opera
mediatrice della razionalità; così Hegel si ritiene colui che ha dato alla
Ragione illuministica il suo significato più pieno. Il successivo "sistema
filosofico" dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio,
basato sulla "dialettica" e suddiviso in Idea, Natura e Spirito,
descrive le forme, progressivamente più vere e concrete, attraverso cui la
realtà (o Idea, che Hegel definisce classicamente come "i pensieri di
Dio") viene pensata e diviene così contenuto dell'autocoscienza universale
o Spirito. Dallo Spirito hegeliano all'uomo concreto, sociale, storico,
economico, il passo è di nuovo breve. La sinistra hegeliana e soprattutto Marx
traducono l'idealismo in materialismo storico. Se per l'idealismo il soggetto è
l'origine dell'autocoscienza e della Natura, per Marx il soggetto della storia
è la classe sociale, ovvero un'autocoscienza collettiva costituita dalla sua
dimensione economica, dalla sua posizione nel sistema produttivo. Marx traduce
in forma consapevole il dominio dell'uomo sulla Natura ed infine sulla società,
ovvero su sé stesso. I suoi strumenti non sono più (o non solo) il puro
pensiero e la "scienza" newtoniana, ma piuttosto il lavoro e la
tecnica come forme di umanizzazione della Natura. Il Progresso è il destino
inevitabile del soggetto umano e storico. Il soggetto si lega inestricabilmente
alla dimensione della tecnica, cosa non certo priva di significato. Heidegger
rileva lo stretto legame tra l'affermarsi del dominio filosofico del soggetto e
l'affermarsi della tecnica come orizzonte esistenziale dell'uomo moderno.
Il soggetto oggi La filosofia già da un secolo va annunciando in varie forme la
"morte del soggetto". Il soggetto ha fatto da supporto alla
Rivoluzione scientifica e poi all'Illuminismo ed in generale al periodo storico
in cui l'Europa è stata (e si è messa) al centro del mondo. La rivoluzione copernicana
esprime un ottimismo della ragione che oggi per molti aspetti è entrato in
crisi. La filosofia e l'epistemologia contemporanee hanno in vari modi portato
oltre la relazione soggetto/oggetto quale unico fondamento della conoscenza
della Natura. Secondo Aristotele costituito da una materialità informe,
originaria e primitiva, pura potenza priva di atto. Aristotele,
Metafisica, Aristotele, Enciclopedia
Treccani, Dizionario di filosofia Parmenide, Perì Phýseos (Sulla natura),
Platone, Fedone, Aristotele, Metafisica, Salatiello, L'autocoscienza come
riflessione originaria del soggetto su di sé in san Tommaso d'Aquino,
Pontificia Università Gregoriana, Roma. Ad esempio Paracelso nel suo Liber de
nymphis, sylphis, pygmaeis et salamandris et de caeteris spiritibus parla
apertamente di entità spirituali responsabili di ogni legge e avvenimento di
natura. Piro, Spontaneità e ragion sufficiente. Determinismo e filosofia
dell'azione in Leibniz, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma Homo Laicus:
Berkeley. Kant, Critica della Ragion pura, Hegel, Fenomenologia dello spirito,
introduzione Vedere introduzione alla Scienza della Logica. Boulnois,
Généalogies du sujet. De saint Anselme AOSTA (si veda) à Malebranche, Parigi,
Vrin, Alain de Libera, Naissance du Sujet (Archéologie du Sujet I), Parigi,
Vrin, Libera, La quête de l'identité (Archéologie du Sujet), Parigi, Vrin,
Alain de Libera, La double révolution. L'acte de penser I (Archéologie du
Sujet), Parigi, Vrin. MONDOLFO, La comprensione del soggetto umano nella
cultura antica La Nuova Italia, Milano, Bompiani. Parisoli, Il soggetto e la
sua identità. Mente e norma, Medioevo e Modernità, Palermo, Officina di Studi
Medievali, Salatiello, Il soggetto religioso. Introduzione alla ricerca
fenomenologico-filosofica, Roma, Pontificia Università Gregoriana, Thiel, The
Early Modern Subject. Self-Consciousness and Personal Identity from Descartes
to Hume, New York, Oxford Individuo Oggetto (filosofia) Portale Filosofia:
accedi alle voci che trattano di filosofia
Idealismo corrente filosofica che nega la realtà al di fuori del
pensiero Autocoscienza Appercezione l’atto riflessivo attraverso cui
l’uomo diviene consapevole delle proprie percezioni (coscienza, io) Il
contenuto. While subjectivity and objectivity are pompous, intersubjectivity
seems fine, only that it can always be replaced by the Italian
‘l’intersoggetivo’. “The inter-subjective” sounds Butlerian in English!
Keywords: ‘l’intersoggetivo’, I soggetti, soggetto e oggeto, inter soggetti – la
questione dell’oggetto nell’intersoggetivo – ‘the common ground’ -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferretti” –
The Swimming-Pool Library. Giovanni Ferretti. Ferretti.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ferri: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – scuola di Bologna –
filosofia bolognese – filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza
(Bologna). Abstract. “My Oxford pupil, Strawson, thought that ‘to
karulise’ was to make love! But he couldn’t figure out why pirots would do that
ELATICALLY!” -- Keywords: love. Filosofo bolognese. Filosofo emiliano. Filosofo italiano. Bologna,
Emilia. Grice: “I love Ferri; for one, he wrote on Ficino’s ‘dottrina
dell’amore,’ which is of course Plato’s – and which I may call the most
complicated philosophical doctrine of love ever conceived!” Insegna a Firenze e
Roma. Linceo. Discusse in tre lettere le “Confessioni di un metafisico” di ROVERE
Mamiani ed elabora in tre memorie le sue concezioni. Pubblica la “Rivista italiana di filosofia.” La
filosofia platonica poggia su due basi: cioè sulla dottrina dell’idea e sulla
dottrina dell'amore. Da esse provengono le teoria del vero e del bene, l'ordine
dialettico e l'ordine morale in ogni sistema che accolga i principii e il
metodo di Platone o della sua scuola. Ne segue che per conoscere in modo
sufficientemente esatto la dottrina dell’amore di Ficino, non basta di
esaminare la sua dottrina delle idee e dell'intelletto; conviene eziandio
studiare i suoi pensieri sull'amore. Consideriamone adunque con lui la
natura, l'oggetto, il fine, le specie, gli effetti, le attinenze coll'uomo, col
mondo e con Dio; osserviamolo o immaginiamolo, com' egli fa, in se stesso e nei
varii ordini degli enti; seguiamo rapidamente sulle sue traccie la splendore
del bello e l'efficacia dell'amore nell'Antropologia, nella Cosmologia, nella
Teologia, cioè nell'intera enciclopedia filosofica da lui percorsa nel suo
Commento al Simposio platonico. (v. il fascicolo preceden to Conf. La Dottrina
dell'amore secondo Platone, lezione e note,
questa Rivista. Questa esposizione Firenze. Dopo d'allora fu pubblicata
da Giovanni. L'amore generalmente considerato è desiderio del corpo bello, e il
bello è una grazia che risulta da corrispondenza delle parti del corpo o da
unità. Questa corrispondenza delle parti o unità del corpo bello è di tre
specie; o è affatto spirituale e consiste nell'armonia delle virtù interiori
dell'animo, o è percettibile mediante li sensi ed è composto di una forma
corporea o di voci. Dal che segue che il bello, non essendo riferibile se non
ai sensi, altra facoltà e esclusa dal privilegio di conseguir e di goder il
bello, e quindi che l'amore non ha altri strumenti da applicare. Grato è a
noi, dice Ficino, il vero e ottimo costume dell'animo; grata è la speziosa
figura del corpo bello. E perchè queste tre cose, l'animo Università di
Palermo un'analisi accurata del Commento di Ficino sul Simposio platonico. Il
lettore la troverà nelle sue Lezione di Filosofia (Palermo). Di questo Commento
che è unito alla traduzione romana e italiana delle opere di Platone si hanno
tre edizioni in toscano. Due sono del medesimo anno, delle quali una fatta in
Venezia senza nome di stampatore: “Il Commento di Ficino sopra il Convito di
Platone e il esso Convito tradotlo in lingua toscana per BARBARASA da Terni con
dedica al maguifico messer Grimaldi”. Il Convito platonico vi è effettivamente
tradotto in toscano ed unito al Commento. Un'altra è di Firenze, per Neri
DORTELATA con dedica di un Bartoli al Duca Cosimo de' Medici. La terza è pure
di Firenze e dovuta a GIUNTI. Entrambe queste ultime hanno per titolo “Sopra lo
Amore ouver Convito di Platone”. Vi è premessa una dedica di Ficino a Vero, cad
Manetti, da cui risulta che la versione in lingua toscana del Commento edito a
Firenze dal Dortelata e riprodotto dal Giunti è opera propria di
Ficino. Le citazioni fatte in questa esposizione come gli estratti dati
nell'appendice sono tolti da essa. « come a lui accomodate e quasi
incorporali di più prezzo « assai stima che l'altre tre, però è conveniente che
egli più avidamente queste ricerchi, con più ardore abbracci, con più veemenza
si maravigli. E questa grazia di virtù, figura o voce che chiama l'animo a sè e
rapisce per mezzo della ragione, viso e udito, rettamente si chiama il bello
(pulchrum, to kalon). Se si vuole conoscere la vera natura d'amore occorre,
secondo Ficino, formarsi un giusto concetto del suo oggetto. I ragionamenti di
Ficino su questo punto meritano di essere riferiti. Trovandosi il bello
nella forma del corpo bello, è mestieri che il bello sia una essenza comune.
Non sarà dunque corporea, altrimenti non converrebbe agli animi; anzi tanto
manca che il bello possa dirsi corporeo, che il bello da noi ammirato in una
‘forma’ non procede dalla ‘materia’, ma da un principio diverso ed è esso pure
incorporale. Difatto, il corpo puo perdere il suo bello. Quantunque, la ‘materia’
del corpo sostanzialmente non cambi, e può conservaro la stessa grandezza o la
stessa piccolezza diventando brutto. La condizione del bello non corrisponde
alla condizione della quantità e dell'estensione. Il bello e le sue vicende non
dipendono punto dalla natura corporea e dai suoi più essenziali
attributi. Nè si dica come fanno alcuni, che il bello è una certa
posizione di tutti i membri del corpo o veramente commisurazione – simmetria --
e proporzione “pro portione” – portio cognate with Greek parao, to divide in
parts --– analogia -- con qualche soavità di colori. [ocr errors]
("). Objectum placitum res piacere Oggetti e piaceri del gusto,
dell'odorato e del tatto relativi alla nutrizione, conservazione e
generazione. Questa opinione non è ammissibile, imperocchè essendo
questa disposizione delle parti solo nell’organismo o cosa o corpo composto, nessuna
cosa semplice sarebbe speciosa. Ma noi veggiamo « i puri colori, i lumi, una
voce, un fulgor d'oro, il candor « dell'argento, la scienza, l'anima, la mente
e Dio, le quali « cose sono semplici, esser belle. (bello naso romano) --. Il
bello pue dunque esser in un composto, ma non s'anifica col composto, può
essere nella pro-porzione, ma non s'identifica con essa. Avviene che stando
ferma la medesima proporzione e misura della membra, un corpo non piace quanto
prima. Certamente oggi nel corpo bello è la figura medesima che l'anno passato
e non la medesima “grazia” – non genera il medisimo gratitudo -- Nessuna
cosa più tardi invecchia che la figura, nesssuna più tosto invecchia che la
grazia. E per questo è manifesto non essere tutt'uno figura e il pulcro. E
ancora spesso veggiamo essere in alcuno più retta disposizione di una parte e
misura che in un altro; l'altro nondimeno non sappiamo per che cagione si
giudica più “formoso” e più ardentemente si ama. E questo ci ammonisce che
dobbiamo stimare la forma bella essere
qualche altra cosa, oltre alla disposizione de' membri. La medesima ragione ci
ammae stra che noi non sospettiamo il pulcro essere soavità di colori: perchè
spesse volte il colore in Socrate è « più chiaro, e in un giovane Alcibidiade è
maggior grazia. E negli uguali di età alcuna volta accade che quello che
supera l'altro di colore è superato di grazia e di bellezza. Il bello non è
dunque nè mistione di figure e colori, nè proporzione di parti, nè materia, nè
quantità, e quantunque apparisca in un corpo bello, non ne risulta come da sua
causa; il bello si conferma ancora considerando le condizioni del suo conoscimento
nell’amante; imperocchè cid che piace, ciò che desta il senso della grazia è la
specie o immagine dell’amato accolta nell'animo; e questa specie è incorporale
poichè è dentro allo spirito; essa è una similitudine di un corpo bello – una
statua --, non il corpo bello stesso, dal suo concorso o forma proviene il
sentimento estetico di piacere e non dalla materia incapace di conferircelo
fintantochè la sua forma non e posta in relazione con noi mediante li sensi. Infinita
è la differenza fra la piccolezza della pupilla e l'ampiezza del cielo, ma in
un punto solo lo spirito ne accoglie l'immagine e l'ammira. Finalmente mentre
l’istinto corporali si acquietano e soddisfano mediante un determinato
conseguimento del loro fine (l’orgasmo mistico), l'amore è insaziabile, e il
suo andamento ci prova che havvi qualche cosa di superiore al corpo bello e al
finito in lui stesso e nel suo oggetto. Difatto in che guisa si genera
l'amore? In che modo commossi dal bello ne ammiriamo lo splendore? Eccolo. L'animo
porta come impresse nel segreto di sua sostanza le ragioni delle cose; quivi
sono le primitive idea del vero, del bello, dell'onesto, dell' utile: quivi le
cause più profonde di nostro desiderio, le norme universali e spontanee che
guidano il giudizio degli incolti, e formano di verità il senno naturale e
istintivo dell' uomo. Se l'immagine di una persona passando nell' animo
concorda con quella figura dell'uomo che l'animo porta in sè stampata come un
sigillo, subito piace, e come bello si ama. Per a qual cosa accade che
alcuni scontrandosi in noi, subito ci piacciono, benchè « noi non sappiamo la
cagione di tale effetto. Perchè l'animo « impedito dal ministerio del corpo,
non riguarda le forme « che sono per natura dentro a lui, ma per la naturale e
« occulta sconvenienza o convenienza, seguita che la forma della cosa
esteriore, con la immagine sua pulsando la forma della cosa medesima, che è
dipinta nell'animo consuona, e da questa occulta offensione, ovpero
allettamento, 'l'animo commosso, la detta cosa ama. Il bello è dunque
corrispondenza di un corpo alle loro idea, e quella eziandio che risplende nel
corpo bello è un certo atlo di vivacità e di grazia che dipende dal loro
influsso. Poichè ordine. modo e specie, cioè distanza commisurata di parti,
debita grandezza di membri, conveniente qualità di linee e di colori concorrono
ad abbellire la figura umana, quando convengono fra loro e nella unità del suo
tipo, quando concordano con le ragioni di ciascuna parto e con quella del
tutto. L'amore osservato in noi è dunque rivolto a un oggetto intelligibile; il
bello che egli ricerca è cosa spirituale; l'idea, la verità, a cui si riferisce
la sua più profonda inclinazione tende a separarlo dal corpo bello, a
innalzarlo sopra gli enti sensibili, a trasportarlo sulle ali della mente fra
gli oggetti divini e immutabili. Ma che cosa è adunque allora l'ainore in sè,
l'amore come principio di tutti gli amori; è egli dunque un Dio, è egli
perfetto e beato, felice, ricco, virtuoso, bastante a se stesso? Ovyero
continuando a rappresentarlo sotto la forma del mito, dobbiamo figurarcelo,
secondo il Convito di Platone, come un “demone”, cioè sotto la specie di
un ente imperfetto, di un genio tramezzante il divino e l'umano, bello e
brutto, ricco e povero, sapiente e ignorante, felice e infelice, nato dalla
povertà e dall’abbondanza il giorno che i celesti celebravano i natali di Venere?
Ficino ammette l'uno e l'altro concetto, ma dà più importanza al primo che al
secondo e quest'ordine è conforme allo spirito generale del suo sistema. Mentre
Platone nel Convito lasciando l'amore nel punto della sfera del finito che
tocca l'infinito, ne fa soltanto un “demone” che aspira alla perfezione, ma che
non giunge a conseguirla, Ficino, unendo il demiurgo del Timeo all'amore del
convito, ravvisa in lui un demone e un dio, e più spesso il secondo che il
primo, anzi egli attribuisce positivamente l'amore all'essere infinito. Il Dio
del Timeo, che non ha invidia, mentre vuole il mondo perchè ne ama l'idea; il
Dio di Filone e per Ficino il vero Dio, il suo Dio è come quello di Aligheri un
amore infinito che spande la bellezza nell' uni verso. Ma prima di
salire con lui alla regione più alta in cui possa recarsi la filosofia
dell'amore, rimaniamo per qualche tempo ancora in terra e rendiamoci conto
della sua vera natura nell'uomo. A malgrado della tendenza mistica che
distingue tutta la dottrina di Ficino ed era profondamente radicata nelle sue abitudini
e nel suo carattere, a malgrado dell'indirizzo spirituale e religioso che in
tutto il suo commento al Convito platonico egli si sforza di dare all' amore, è
per altro ben costretto di confessare che oltre al desiderio della verità e di
quell bello che si attiene alla mente, un'altra inclinazione l'accompagna, un
altro istinto e un altro fine ne determina nell' uomo le fasi e lo svolgimento.
Cosicchè dopo averlo definito semplicemente “desiderio del bello”, corregge con
Platone l’analissi quando si tratta di applicarla all’amante e ammette che è “appetito
– cupido -- di generare nel subbietto bello, per conservare vita perpetua nelle
cose mortali. Questo è il fine del nostro amore, questo è l'amore degli uomini
viventi in terra. Ne segue che egli pure debba con Socrate distinguere i
due influssi di Venere celeste o urania e di Venere volgare (sub-lunary), dividere
fra esse l'attività umana; le nostre aspirazioni e i nostri bisogni; che debba
attribuire all’amore volgare o sub-lunare la tendenza alla generazione e al
godimento materiale, all'amore celestial il desiderio della contemplazione e
dei piacere virtuoso, e che congiungendo questa doppia direzione dell' amore
con la triplice forma della vita sensibile, attiva e contemplativa di cui
l'uomo è capace, egli ravvisi nell'uva delle due Veneri la causa che ci innalza
dalla voluttà al godimento della virtù e della scienza, nell'altra la cagione
che ci abbassa dalla scienza e dalla virtù al piacere materiale; in quella la
forza che ci fa salire per gli ordini della perfezione, in questa l'impulso che
ci fa discendere i gradi della decadenza morale. Ficino svolge con compiacenza
il concetto di questa opposizione e insiste lungamente sulla superiorità
dell'amore celestiale; il sentimento cho lo guida, la qualità del suo
carattere, l'indole stessa della sua filosofia, i fini che egli si propone
scrivendo dell'amore, gliene ne fanno per così dire una legge. E per fermo
nella sua filosofia lo spirito signoreggia talmente che il corpo (soma) bello diventa
una sua creazione, che l'anima dimora nella materia come ospite e prigioniera,
finchè ne abbia infranto per così dire i cancelli e sia tornata nella regione
sopra-celeste (non sub-lunare) fra le anime beate. Immensa è la catena degli
spiriti che Ficino, guidato dalla mistica, stende fra la terra e il cielo, e
come ce ne convinceremo fra poco, l'Angelologia non è meno connessa presso di
lui con la dialettica dell' amore che con quella dell'intelletto. Inoltre
il sentimento religioso e l'onestà della coscienza lo spinsero a combattere la
scostumatezza dei contemporanei, a portare l'amore verso la meta più alta, a
sollevarlo dal fango delle passioni epicuree. Difatto, sogliono i mortali, quelle
cose che generalmente o spesso fanno, dopo lungo uso, farle bene, e quanto più
le frequentano farle meglio. Questo per la
nostra stoltiza falla in amore. Tutti continuamente amiamo in qualche
modo, tutti quasi amiamo *male*, e quanto più amiamo, tanto peggio amiamo e cid
avviene perchè entriamo in questo faticoso viaggio d'amore, senza conoscer ne
il termine e i passi. È dunque nella cognizione di questo termine che si
travaglia la sua filosofia. Trasmessa da Socrate a Platone essa viene significata
da Ficino ai suoi concittadini per innalzare la loro mente al vero fine della
vita. Ed egli è talmente persuaso della importanza della sua missione che
l'insegnamento platonico su questo soggetto è per lui l'effetto d'un decreto
della provvidenza, una vera rivelazione dello Spirito divino, un mezzo onde
l'amore infinito riduce a sè gli amori erranti dei mortali, e li guida al
godimento della bellezza assoluta. E così in questa coine nelle altro
parti della sua filosofia si ritrova quel miscuglio entusiastico di Platonismo
e di Cristianesimo indefinito e largo che senza dubbio era frutto dei tempi, ma
forse più ancora si atteneva al suo intelletto e a un'indole ondeggiante fra i
dogmi alquanto incerti di una erudizione non sempre ben coordinata e precisa.
Ma prima di giudicare la dottrina di Ficino sull'amore e di additare la causa
dei suoi pregi e dei suoi difetti, facciamo di esporla il più completamente
possibile. Arriviamo con lui al termine della dialettica e prima vediamo
che via convien tenere per conseguirlo. È quella medesimá che Platone insegnò
nel Convito sotto il nome di Diotima, mostrando come l'animo nostro dai
vestigii esteriori della bellezza sparsa nei corpi di una medesima specie,
raccolga l'idea di uno bello solo e limitato, poi come delle bellezze distinte
e coordinate delle specie corporee formi la bellezza più estesa di un solo
genere; poscia in che guisa passando dall'ordine fisico allo spirituale, dalle
bellezze visibili alle invisibili, componga le specie, poi il genere del bello
intellettuale e morale sparso nelle virtù, nelle scienze, nelle facoltà e doti
tutte dell'essere spirituale, fintantochè accorgendosi che i due ordini
partecipano a una medesima idea di perfezione e beltà infinita, sciolta da ogni
limitazione, superiore ad ogni genere e specie, la mente si riposi
nell'assoluta unità, e quella ami senza modo e misura. Tale è finalmente il
termine della salita d'amore, tale è la fonte in cui si appaga la sua sete
inestinguibile. « Bi« sogna, dice Ficino, cercarla altrove che nel fiume della
ma« teria, e nei rivoli della quantità, figura e colori. O miseri « amanti in
che luogo vi volgerete voi? Chi fu quello che [ocr errors][ocr errors] «
accese l'ardentissima fiamma nei vostri cuori? Qui è la « grande opera, qui è
la fatica. Io ve lo dirò, ma attendete. La divina potenza superiormente allo
universo, agli « angeli, e agli animi da lei creati, clementemente infonde, «
siccome a suoi figliuoli, quel suo raggio, nel quale è virtù « feconda a
qualunque cosa creare. Questo raggio divino in « questi, como più propinqui a
Dio, dipinge l'ordine di « tutto il mondo, molto più espressamente che nella
materia « mondana. Per la qnal cosa questa pittura del mondo, la « quale noi
veggiamo tutta, negli angeli e negli animi è più « espressa che innanzi agli
occhi. In quella è la figura di « qualunque specie, del sole, luna, stelle,
degli elementi, « pietre, alberi e animali. Queste pitture si chiamano negli «
angeli esemplari e idee, negli animi ragioni e notizie, nella « materia del
mondo immagini e forme. Queste pitture son « chiare nel mondo, più chiare
nell'animo e chiarissime sono « nell'angelo. Adunque un medesimo volto di Dio
riluce in « tre specchi posti per ordine nell'angelo, nell'animo e nel « corpo
mondano. Così Ficino congiunge la sua dottrina degli enti con quella
dell'amore, la sua Angelologia con la sua Estetica; così egli unisce il suo
dogmatismo mistico con le belle osservazioni e i profondi concetti che ha
ricavati da Platone e dalla scuola d’Alessandria; così egli varia gli aspetti
della filosofia dell'amore, non senza dilettare o abbagliare l'immaginazione e
fornire all'animo poetico e religioso un pascolo dilettevole quantunque non
sempre con uguale profitto per la so da scienza. Di tre simboli si serve
principalmente Ficino per espri mere la relazione della bellezza divina
colle bellezze create e la sua diffusione nel mondo; il lume, lo specchio e il
cerchio. Ora seguendo le traccie di Platone egli ci rappresenta Dio come un
sole intelligibile che non diversamente dal sole sensibile produce un lume
universale, crea colle forze fecondate dal suo calore l'occhio e la facoltà di
vedere, suscita e rende visibili nella materia le forme che l'adornano; ora
volgendosi a considerare l'idealità delle cose mondane e a significarne
l'origine, ce la rappresenta come un raggio che uscito dalla mente divina
accende l'intelletto puro degli angeli, vi produce come in ispecchio gli
esemplari degli enti, e di là si ripercuote come in altro specchio nei corpi,
per giungere così riflesso all'animo nostro ed unirsi con quello che ci viene
direttamente da Dio. Ora finalmente ci figura Dio come un centro posto in mezzo
ai quattro cerchi concentrici della mente, dell'anima, della natura e della
materia, ce lo dipinge come una forza infinita che da un punto solo raggia a
tutti i punti delle circonferenze l'essere e la verità, il bene e la bellezza.
Unità assoluta Dio penetra per tutto senza dividersi, proroca e regola il moto
senza muoversi, produce il multiplo e il vario senza uscire di sua perfetta
semplicità. Con un medesimo lume con una medesima efficacia egli raggia nel
cerchio delle menti angeliche le idee o verità, in quello delle anime le
ragioni o pensieri; nel cerchio della natura i semi; in quello della materia le
forme. In questi cerchi sono tre mondi che mediante la divina virtù
passano dal nulla all'essere, dal caos all'ordine, dall'ordine alla perfezione;
i mondi cioè della mente, delle anime e dei corpi. Ciascuno di essi è creato,
attratto e perfezionato da Dio, il quale come fattore è principio, come
perfezionatore è fine, come potenza attrattiva è mezzo universale degli enti. E
il ternario della vita universale, mentre si manifesta nel ritmo cosmico della
creazione, attrazione, e perfeziono delle cose, si palesa eziandio nella
sostanza dei tre mondi della mente, dell'anima e della materia, e più alto
ancora nel triplice attributo di Dio: Bontà, il bello e Giustizia. La Bontà
crea, la Bellezza attrae, la Giustizia consuma l'opera dell'una e dell'altra.
Cosicchè per ultimo tutto procede fontalmente da Dio, tutto è a Dio rapito e in
lui tutto ritorna e consiste per atto terminativo o perfetto; tutto viene
dall'unità e all'unità si riduce; e la causa principale di questo movimento è
la bellezza, l'atto per così dire centrale di questa circolazione della vita è
l'amore, amore perfetto e pieno possessore del bello in Dio, amore imperfetto e
ricettore meno ampio del suo splendore nel mondo e nell'uomo, nell'angelo,
nell'anima e nel corpo. « Con essa (bellezza) dice Ficino, Dio rapisce a
se il mondo « e il mondo è rapito da lui; un certo continuo attraimento è « tra
Dio e il mondo; che da Dio comincia e nel mondo « trapassa, e finalmente in Dio
termina, e come per un « certo cerchio, d'onde si ripartì, ritorna. Sicchè un
cerchio « solo è quel medesimo da Dio nel mondo, e dal mondo in « Dio, e in tre
modi si chiama. In quanto ei comincia in « Dio o alletta, Bellezza; in quanto
ei passa nel mondo o « quel rapisce, Amore; in quanto, mentre che ei ritorna
nello « autore, a lui congiunge l'opera sua, dilettazione. Lo amore « adunque
cominciando dalla bellezza, termina in dilettazione». Egli è a questa
dilettazione o beatitudine che Ficino ci chiama, facendosi interprete della
religione che suol chiamarsi naturale, del Cristianesimo e del
Platonismo; egli ce la promette nella vita sopramondana; in quell' Iperuranio
che Platone da sublime poeta dipinge nel Fedro, in quel Cielo che il genio d’ALIGHIERI
sparge di luce e letizia crescente di sfera in sfera fino alla bellezza
sfolgorante dell'Empireo e alla maestà del trono divino. Nella sua
immaginazione, riscaldata dal misticismo, i due concetti si fondono, i due
cieli si unificano, le due religioni si mescolano in una essenza comune, e la
intuizione poetica guida e signoreggia la mente del filosofo. Il linguaggio di
Dante e di Platone viene successivamente e promiscuamente sulle sue labbra;
poichè ora egli vede l'amor divino menar gli animi alla mensa dei celesti
abbondante di ambrosia e di nettare, ora contempla l'ordine in cui il medesimo
amore dispone per così dire i loro scanni, e la distribuzione con cui li rende
quieti e beati. Ficino ammira la perenne effusione e letizia di un affetto che
sempre si rinnova e si bea nella sua fonte eterna; congiungendo la terra al
cielo, la vita mondana alla celeste, egli ravvisa nell'amore il vincolo
dell'una e dell'altra, una medesima forza che si svolge e si perfeziona e quasi
un medesimo dramma che s'inizia nella prigione del corpo e si compie in una
esistenza pienamente libera e spirituale. Imperocchè i gradi di quelli che seggono
nel convito celeste, dice Ficino, seguitano i gradi degli amanti; quelli che
più eccellentemente Dio amarono, di più eccellenti vivande quivi si pascono.
Ciascuno lo göde sotto un aspetto, e cioè sotto quel medesimo che più amd e
imitd sulla terra; in lui la giustizia, la fortezza, la temperanza contempla il
beato e fruisce secondo la virtù che lo distinse, secondo il mezzo onde il suo
amore si sublimo, e l'idea onde la sua mente fu più inva ghita. Ma
qualunque sia il principio che informa la beatitudine di ciascun'anima, esso è
sempre un aspetto di Dio, e per così dire uno splendore del suo volto; cosicchè
la gerarchia delle idee divine costituisce i gradi della beatitudine e la
medesimezza della divina natura ne forma l'unità. Ecco ora spiegato l'enigma
dell'amore secondo Marsilio Ficino; nell'ultima parte di questa dottrina voi
ravvisate un predominio del sentimento religioso e dell'intuizione poetica
sulla ragione filosofica, un'abitudine di dogmatizzare che si sostituisce
all'atto schietto dell'osservare e del ragionare, o nondimeno una sintesi di
concetti e di rappresentazioni che formano un tutt'insieme elevato e degno
della nostra ponderata considerazione; sopratutto per le sue attinenze coi fini
che Marsilio si proponeva, colla causa della religione allora cosi decaduta nei
costumi e nelle credenze, e alla quale ogli si consacrava; colla poesia
pazionale che mercè do'suoi commenti si ricongiungera all'Estetica di Platone;
finalmente coll'arte che nella patria di Giotto e del Beato Angelico conseguira,
mediante i suoi lavori, una coscienza più piena della propria idealità, e una
spiegazione più compiuta delle sue inspirazioni. Grau differenza certo è
fra Platone c colui che volle essere suo schietto discepolo, ma non vi riuscì,
nè poteva impedito dal suo proposito di conciliare la dottrina del filosofo
Atoniese col Neoplatonismo degli Alessandrini e l'uno e l'altro col
Cristianesimo. Platone avera bensì additato all'anima umana la bellezza
incrcata e perfetta como termino supremo della sua contemplazione; aveva egli
detto veramente che il corpo è una prigione per essa, e che la sua vita
comincia colla morte corporeil; aveva insegnato como un sublime do [ocr
errors] vere la fuga dalle cose sensibili alle intelligibili, dai fenomeni alle
idee, e qualche altro pronunciato si troverebbe ancora nelle sue opere che
divenne pei posteri germe prolifico di dottrine mistiche ed esclusive. Ma egli
aveva pure fatto dell'amore un demone, e come un mediatore fra l'uomo e Dio,
una sintesi dei contrarii, un misto di perfezione e d'imperfezione; per cui
innalzandolo al cielo non lo separava dalla terra, rendendogli le ali non lo
dividera dalle passioni e dagli istinti che nei suoi miti stupendi sono
rappresentati dai cavalli del cocchio dell'anima e si connettono con le
necessità, i fini e le vicende della vita terrena. Egli definisce 'propriamente
l'amore il desiderio di generare nella bellezza, e dividendo questa generazione
in materiale e spirituale, egli vede soggiacere all'impero e al connubio
fecondo dell'amore e del bello la vita filosofica, religiosa, morale artistica
e fisica dell'umanità; per lui le opere belle e buone provengono tutte
dall'idea e dall'amore, e la unione e fecondità di entrambi si scorgono nella
vita dei grandi poeti, dei fondatori della religione, dei legislatori più
sapienti, dei filosofi più sublimi, come nelle leggi secrete che astringono la
vita del mondo al mantenimento dell'ordine universale e nei moti istintivi che
portano gli animali all'accoppiamento e alla perpetuazione della specie.
Così è, Platone, a malgrado della tendenza profondamente idealistica della sua
filosofia, non separa l'amore dalla realtà, e anzi talvolta lo lascia
cosiffattamente errare fra gli scogli dei costumi e della società greca, che vi
rompe spesso e perde le penne leggiere che debbono volgerlo all' alto e
portarlo dalla terra al cielo. Nella dottrina platonica il carattere
religioso dell'amore si fondava sul razionale, rimaneva dialettico e non
si tramutava in un processo mistico. Sotto la guida dell'intelletto saliva
dall'umano al divino per ricongiunger questo a quello, benchè i due termini non
vi fossero uniti in quella intimità profonda che la trascendenza delle idee
platoniche non poteva ammettere. La separazione originaria dell'intelligibile
dal sensibile vi apriva bensì un adito al misticismo, come un mezzo di supplire
alla insufficienza speculativa della metessi o partecipazione, ma non
l'introduceva se non accessoriamente col mito e la immaginazione, chiamati a
simboleggiare i misteri dell'oltretomba e a rappresentare artisticamente
concetti scientifici sulle attinenze dell'anima col corpo e sulla produzione
del mondo. Ma la dialettica ontologica di Ficino foggiata su quella di Proclo
non poteva mantenersi in questi confini. Presso di lui l'amore sembra non
avere altr'ufficio sulla terra che di indirizzarci al cielo, i suoi ministerii
antropologici, sociali, artistici, scientifici non valere che a rispetto della
sua meta suprema. Era questi mezzi Ficino ne distingue principalmente quattro,
la poesia, la religione, la divinazione o dono profetico e l'amor divino, e,
nel suo modo di vedere, l'opera del sentimento predomina in essi talmente sulla
ragione che dilatando il concetto attribuito dal Socrate platonico nel Fedro a
Stesicoro e applicato nello Jone specialmente alla facoltà poetica, egli chiama
furori gli affetti dai quali dipendono e misura i loro pregi dall'impulso
entusiastico col quale concorrono ad unificar l'animo, toglierlo all'agitazione
e al moto, accostarlo all'immobilità dell'angelo, e finalmente rapirlo in
estasi sopra la moltitudine delle cose mondane fino all'essenza e unità
divina. A conferma del carattere mistico del Commento di FICINO si
aggiunga che nell'orazione quarta detta dal Landino il grazioso mito. In
Platone l'amore collegandosi colle simpatie naturali e colle tendenze ideali
nobilitava gli istinti, stendeva un velo di bontà morale sulla passione,
rendeva gli amanti intenti al reciproco, perfezionamento, desiderosi della
vicendevole felicità, ammiratori di una comune bellezza; di guisa che in forza
della efficacia ideale, dell' amore, un raggio di poesia e di virtù si stendeva
sulle sue condizioni reali, ne purificava le funzioni e i fini, ne connetteva
i' risultamenti col bene dell'individuo e della società. Questo aspetto
stupendo dell'affetto umano in cui risplende il bene pratico e civile, che si
connette con l'eroismo e la gloria, con le virtù operative e feconde, o è stato
trascurato o almeno non ha ricevuto il necessario srolgimento nella dottrina di
Marsilio. Egli ci ammonisce per vero che dobbiamo, amar Dio in tutte le cose, e
tutte le cose in Dio, e che per gịungere a questa purificazione dell'amore ci è
mestieri di contemplare la pura essenza delle cose nella luce dei loro tipi
ideali, che sono il raggio immediato della Verità e Bontà divina. Là noi
troveremo il vero uomo, là vedremo la natura e il fine degli enti, il vero
oggetto di tutti i nostri ufficii. Ma in che modo questi bei precetti possono
essi applicarsi alla vita? Ficino non ce lo dice; Ficino non discende da
quest'altezza. Mentre Platone segue l'amore nelle sue fatiche e nelle sue
ansie, mentre abbracciando con ardore il doppio ordine della degli
Androgini esposto da Aristofane nel Convito platonico è nel commentu di Ficino
trasportato dalla integrità e divisione dell'uomo alla integrità o divisione
delle relazioni della conoscenza o attività psichica col lume sopranaturale e
naturale. Separata. da Dio e aflidata al solo lame ingenito l'anima è come
ridotta alla metà di se stessa, frutto della sua superbia. Essa non ritrova
l'altra sua metà e non si reintegra che ritrovando il lume sopranaturale.
vita attiva e contemplativa lo conduce di grado in grado ad ammirare le
bellezze del mondo ideale per farne penetrare la luce nelle operazioni e nelle
forme del mondo reale, Ficino si contenta d'allontanarlo il più possibile dal
corpo e dai suoi piaceri, di persuaderlo che la vista, l'udito e l'intelletto
sono i soli mezzi di cui possa giovarsi al suo vero scopo. Ottimi intendimenti,
eccellenti consigli, e certamente efficaci sugli animi ben naturati, quando
vadano congiunti a due importanti condizioni, e cioè 1° di non dimezzare la
natura umana dimenticandone gli imperiosi bisogni, gl' istinti e i fini
provvidenziali, e 2o d'aprire all'umana attività una carriera in cui le sue
passioni abbiano sfogo regolandosi colle norme della scienza della virtù. No,
le idee non son fatte soltanto per essere vagheggiate da solitarii ed egoisti
contemplativi, ma eziandio per essere recate all'atto, e sposate per così dire
al mondo con fecondo connubio. L'idealismo non può essere la guida della
umanità senza l'appoggio del realismo; l'uno e l'altro presi isolatamente sono
esclusivi; la loro unione soltanto è vera e feconda. Invano Ficino rapito dalla
idea della bellezza assoluta e vedendola scaturire dall'unità divina, mi
traccia la via d'amare e mi consiglia di cercarne l'oggetto nell'unità degli
enti spirituali, salendo dal corpo (forma) all'anima, dall'anima all'angelo,
dall'angelo a Dio; in questa salita in cui la scienza gli rimprovera di
realizzare l'astratto, separando la mente dall'anima per crear l'angelo, e di
trasportare le tradizioni religiose nelle dottrine filosofiche, il cuore umano
separato dalla realtà gli domanda imperiosamente di far ritorno alle sue vere
condizioni; egli vuol essere innalzato, ma al patto di riportar tosto dalle sue
peregrinazioni celesti, e, per cosi dire dal convito dei beati, [ocr
errors][ocr errors][merged small] quel nettare e quell' ambrosia che spargono
di giustizia e bellezza le relazioni della vita, che pascono lo spirito di
verità ideale per renderlo efficace operatore di beni e di virtù reali. Invano
Ficino conforta i suoi contemporanei a contentarsi, nell'amore, degli atti
della vita contemplativa; inutilmente egli deplora i corrotti costumi di una
società scettica e dimentica del dovere. La baldanza trionfante dei sensi e
della materia resiste alla sua voce come a quella del Savonarola. Lorenzo il
magnifico non si distoglie dal suo epicureismo, e la gioventù fiorentina
concorre avida e frequente a crescere il numero dei suoi imitatori. L'ascetismo
del frate riformatore e il misticismo del sacerdote filosofo sono rimedii
troppo superiori alle abitudini della società contemporanea. Essi sarebbero
insufficienti a ricondurre qualunque altra società a quelle virtù che
rampollando dalle nostre relazioni colla famiglia, colla patria e coll'umanità,
innalzano l'amore pei gradi di una gerarchia disposta dalla natura fra
l'individuo e l'autore del mondo morale. In questo ordine non bene apprezzato dall'idealismo
stesso di Platone, consiste la vera salita d'amore; in queste sfere egli pud
essere ad un tempo divino e umano, religioso e civile; egli pud diventar
sublime senza cessare di essere pratico, prender per guida l'idea senza perdere
di vista la realtà; in esse può spiegarsi la sua forza dal modesto affetto che
nudrisce e veglia la vita infante delle mortali generazioni fino all'eroismo
che rapito dalla bellezza della giustizia sacra e immola se stesso al trionfo
della libertà e del diritto. A questo segno aveva mestieri di essere
condotta Firenze, a questa meta avrebbe dovuto rivolgersi l'Italia sulla fine
del 400, per rifare le proprie convinzioni, per correggere i suoi
costumi, per dare alla forza materiale un fondamento incrollabile nella forza
morale. In questo modo essa avrebbe dovuto provvedere per tempo a se
medesima, e opporre l'usbergo della virtù e del coraggio allo straniero che sta
per immergerle il ferro nel seno. Egli venne attratto dalla sua bellezza. La
trova mal difesa, la vinse e se ne insignor. Videro i sapienti di quel tempo lo
strazio ch'egli ne fa schernendo la sua debole resistenza, e Ficino è fra
essi. Lagrima il pio sacerdote su tanto male, ricordd agl’uomini i loro
trascorsi e i segni del cielo forieri di punizione; gl'invita a rassegnarsi e a
pentirsi. Un altro conforto egli porse a Firenze afflitta, interponendosi fra
essa e Carlo VIII, e con orazione più informata a carità che a fermezza, si
sforza di volgere l'animo di lui a miti e clementi consigli. Cristiane
intenzioni, pietosi ufficii! Ma altri aiuti, altri difensori richiedevano i
tempi, e l'energia di Capponi mostra di che tempra sono gl’animi da cui dipende
la salvezza dei popoli. Il saggio-dialogo di Ficino sopra l'Amore consta di orazioni
che espongono e commentano con indirizzo neoplatonico, quelle che sono
contenute nel convito di Platone. Ficino stesso narra l'origine e lo scopo del
suo lavoro. Platone spira (secondo la tradizione) in un convito
nell'ottantunesimo anno di sua età il giorno anniversario della sua nascita,
cosicchè gli antichi platonici, ogni. anno, celebrano cotesto giorno in un
convito. Abbandonato per mille e dugento anni da Porfirio in poi il rito
solenne, è restaurato con regale apparato per ordine di MEDICI (si veda) nella
villa di Caregri, sotto la direzione di Bandini che ne è costituito
Architriclino. I convitati sono IX, pari cioè al numero delle muse. VII
figuransi le orazioni dette e corrispondono a quelle che sono contenute nel convito
dell’Accademia. Si trassero a sorte le parti da sostenersi e la sorto presaga
dell'intenzione del vero commentatore le distribui precisamente nel modo più
conveniente alle qualità dei personaggi del nuovo Simposio. Cosicchè le
orazioni. La I, di Fedro, retore, tocca a
CAVALCANTI (si veda), che per virtù e nobiltà di animo è chiamato l'eroe del convito; la II, detta
da Pausania, tocca ad Antonio degl’AGLI (si veda), vescovo di Fiesole, la III d’Erissimaco
a SPERANZA, medico a Ficino; la IV, d’Aristofane, a LANDINO; la V, d’Agatone, a
MARSUPPINI, la VI, di Socrate, a BENCI (si veda), la VII, di Alcibiade, a MARSUPPINI
(si veda). Ma il vescovo e il medico debbono partire per la cura delle
anime e dei corpi e commettono le loro disputazioni a CAVALCANI. FICINO non puo
essere più cortese coi suoi discepoli e amici platonici. In questo banchetto
reale la cui fatica ideale e commemorativa è tutta sua egli si è ecclissato.
Anche Nuti e Bandini che insieme cogli oratori compiono il numero sacro delle
nove muse non sono da lui dimenticati. A Bandini, ordinatore del banchetto, non
ha bisogno di attribuire altra parte che quella assegnatagli da MEDICI. Nuti
suppone fatta la lettura del simposio platonico premessa ai commentarii. Secondo
Bandini è Cavalcanti che persuade Ficino a scrivere il dialogo dell’amore per
invogliare i fiorentini del celeste bello. La versione toscana del commento
di Ficino al convito essendo divenuta ziuttosto rara, e desiderando far
conoscere con qualche particolarità le speculazioni del filosofo fiorentino
sull'amore, stimo opportuno di aggiungere alcuni estratti alle citazioni
contenute nel testo. Definizione della Bellezza e dell' Amore. Il
bello è una certa grazia, la quale massimamente e il più delle volte nasce
dalla corrispondenza di più cose; la quale corrispondenza è di tre ragioni. Il
perchè la grazia che è negli animi è per la corrispondenza di più virtù. Quella
che è nei corpi, nasce per la concordia di più colori e linee. È ancora grazia
grandissima ne' suoni, per la consonanza di più voçi. Adunque di tre ragioni è
la bellezza; cioè degli animi, de' corpi e delle voci. Quella dell'animo con la
mente sola si conosce: quella de' corpi con gli occhi; quella delle voci non
con altro che con gli oreochi si comprende. Considerato adunque che la mente e
il vedere e lo udire son quelle cose, con le quali sole noi possiamo fruiro
essa bellezza; e lo amore di fruire la bellezza desiderio sia; bo. Amore sempre
della mente, occhi è orecchi é contento. Lo appetito che gli altri sensi
seguita, non amore, ma piuttosto libidine o rabbia si chiama. Finalmente
che cosa è un corpo bello? Certamente è un certo atto, vivacità e grazia, che
risplende nel corpo. Questo splendore con discende nella materia, s' ella non è
prima attissimamente preparata. E la preparazione del corpo vivente in tre cose
s'adempie, ordine, modo e specie. L'ordine significa la distanza delle parti, il
modo significa la quantità, la specie significa lincamenti e colori. Perchè in
prima bisogna che ciascuni membri del corpo abbino il sito naturale, e questo è
che li orecchi, li occhi, il naso e. gli altri membri siano ne' luoghi loro, e
che gli orecchi" 'amendoi egualmente sieno discosti dagli occhi. E questa
parità di distanza che s'appartiene all'ordine, ancora non basta, se non vi s'aggiunge
il modo delle parti: il quale attribuisce a qualunque membro la grandezza
debita, attendendo alla proporzione di tutto il corpo. E questo è che tre nasi
posti per lungo adempino la lunghezza d'un volto; e ancora li due mezzi cerchi
delli orecchi insieme congiunti, faccino il cerchio della bocca aperta: e
questo medesimo faccino le ciglia se 1222, me si congiungono. La lunghezza del
naso ragguagli la lunghezza del labbro e similmente dello orecchio: e i due
tondi degli occhi, ragguaglino l' apertura della bocca, otto capi faccino la
lunghezza di tutto il corpo: c similmente le braccia distese per lato e le
gambe distese faccino l' altozza del corpo. Oltre a questo stimiamo essere
necessaria la spezie; acciocchè li “artificiosi” tratti delle linee e le
crespe, e lo splendore degli occhi adornino l'ordine e modo delle parti. Queste
tre cose benchè nella materia siano, nientedimeno parte alcuna del corpo essere
non possono. L'ordine de'membri, non è membro alcuno: perchè lo ordine è in
tatti. i membri, o nessun membro in tutti i membri si ritrova. Aggiugnesi che
lo ordine non è altro che conveniente distanza delle parti; e la distanza ė o
nulla, o vacuo, o un tratto di lince. Ma chi dirà le linee essere corpo?
Conciossinchè manchino di latitudine, e di profondità, necessarie al corpo.
Oltre a questo il modo non è quantità, ma è termine di quantità. I termini sono
superficie, linee, punti, le quali cose non avendo profondità non si debbono
corpi chiamare. Collochiamo ancora la spezio non nella materia, ma nella
gioconda concordia di lumi, ombre e linee. Per questa ragione si mostra essere
il bello dalla materia corporale tanto discosto, che non si comunica a essa
materia, se non è disposta con quelle tre preparazioni incorporali, le quali abbiamo
narrate. Tre mondi pongono (i Platonici): tre ancora saranno i caos. Prima che
tutte le cose è Iddio autore di tutto, il quale noi esso Bene chiamiamo. Iddio
prima crea la mente angelica: dipoi l'anima del mondo come vuole Platone:
ultimamente il corpo dell' Universo. Esso sonimo Iddio non si chiama mondo,
perchè il mondo significa ornamento di molte cose composto: ed cgli al tutto
semplice intendere si debbe. M:: esso Iddio affermiamo essere di tutti i mondi
principio e fine. La mente angelica è il primo mondo fatto da Dio; il secondo è
l'anima dell'universo, il terzo è tutto questo edifizio che noi veggiamo.
Certamente in questi tre mondi, ancora tre caos si considerano. In principio
Iddio creò la sostanza della mente angelica, la quale ancora noi essenza
nominiamo. Questa nel primo momento della sua creazione è senza forme e
tenebrosa: ma perchè ella è nata da Dio, per un certo appetito innato, a Dio
suo principio si rivolge: voltandosi a Dio, dal suo raggio è illustrata, e, per
lo splendor di quel raggio, s'accende l'appetito suo. Acceso tatto a Dio si
accosta; 'accostandosi piglia le forme; imperocchè Iddio che tutto può, nella
mente che a lui si accosta, scolpisce la natura di tutte le cose, che si
creano. In quella adunque spiritalmente si dipingono tutte le cose che in
questo mondo sono. Quivi le spere de' cieli, e degli elementi, quivi le stelle,
quivi la natura de' vapori, le forme delle pietre, de' metalli, delle piante, e
degli animali si generano. Queste spezie di tutte le cose, da divino aiuto, in
quella superna mente concepute, essere le idee non dubitiamo; e quella forma e
idea de' cieli, spesse volte Iddio cielo chiamiamo; e la forma del primo
pianeta Saturno, e del secondo Giove, e similmente si procede ne' pianeti che
seguitano. Ancora quella idea di questo elemento del fuoco si chiama Iddio
Vulcano, quella dell'aria Junone, e dell'acqua Nettuno, e della terra Plutone;
per la qual cosa, tutti gli dei assegnati a certe parti del mondo inferiore,
sono le idee di queste parti in quella superna mente adunate. Ma innanzi che la
mente angelica da Dio perfettamente ricevesse le idee, a lui si accostò; e
prima che a lui si accostasse, era già di accostarsi acceso lo appetito suo; e
prima che il suo appetito si accendesse, aveva il divino raggio ricevuto: e
prima che di tale splendore fosse capace, lo appetito suo naturale a Dio suo
principio già si era rivolto E il suo primo voltamento a Dio è il
nascimento d'amore; la infusione del raggio, il nutrimento d'amore, e lo
incendio che ne seguita, crescimento d'amore si chiama. Lo accostarsi a Dio è
lo impeto d'amore; [ocr errors] la sua formazione è formazione d'amore, e
lo adunamento di tutte le forme e idee i latini chiamano Mondo, e i greci
Cosmo, che ornamento significa. La grazia di questo mondo e di questo ornamento
è la bellezza alla quale subitamente che quello amore fu nato, tirò e condusse
la mente angelica, la quale essendo brutta (caos) per suo mezzo bella divenne.
Però tale è la condizione di amore che egli rapisce le cose alla bellezza, e le
brutte alle belle aggiugne. Amore legame universale. Secondo che
mostrammo, questo desiderio di amplificare la propria perfezione, che in tutti
è infuso, spiega la nascosta e implicata fecondità di ciascuno, mentre che
costringe germinare fuori i semi: e le forze di ciascheduno trae fuori: concepe
i parti, e quasi con chiave apre i concetti e produce in luce. Per la qual
cosii, tutte le parti del mondo, perchè sono opera di uno artefice, e membri di
una medesima macchina, tri se in essere e vivere simili, per una scambievole
caritii insieme si legano. In modo che meritamente si può dire lo Amore nodo
perpetuo, e legaine del mondo, e delle parti sue immobile sostegno, e della
universa macchina primo fondameuto. Bonghi ha intrapreso sino dalla sua
giovinezza il convito. Le implicature di Bonghi non valgono solo per lo sforzo
quasi sempre felice di rendere i pregi mirabili del convito, segnatamente di
quelli che si distinguono maggiormente per la forma arguta, agile e briosa del
conversare, ma ben anco per gli studi profondi che da ellenista consumato e da
pensatore acuto e vigoroso, egli ha compiuti sul testo e sulla dottrina del
grande filosofo, e che in varia maniera e intento diverso di scritti, allargano
la sua pubblicazione alle proporzioni di un commento filologico e filosofico,
nonché di una illustrazione storica della dottrina dell’amore. L'erudizione di
cui Bonghi dispone e a cui non isfugge nulla delle letterature straniere che
risguardi l’Ellenismo in generale e particolarmente la filosofia romana, gli
permette di trattar il soggetto in guisa da abbracciare i risultati delle
ullime ricerche e della critica più recente. La distribuzione di questo volume,
che è il sesto pubblicato, benchè porti la cifra IX e tale debba esser il suo
posto nell'intera versione dei Dialoghi, può dare un'idea del modo di procedere
in questi lavori. BONGHI apre il convito con un messagio ad un ignoto in cui si
discorre con quello spirito arguto e vivace e veramente romano che tutti
riconoscono nel Bonghi, dell'amore che, nonstante un titolo diverso, forma veramente
la sostanza del convito, non senza toccare lo scabroso argomento degli amori
greci e far intendere con delicatezza perchè la dedica di un tal dialogo non potesse
rivolgersi ad un ignore, ma dovesse, per così dire, farsi in petto e rimanere
misteriosa. Non possiamo trattenerci sulla rapida scorsa data da Bonghi in
questa prefazione alla storia della dottrina dell’amore, ovveramente sugli
accenni ch'egli fornisce a chi vorrà intraprenderla. Ci basti rilevarne queto
tratto che, a suo avviso, la dottrina dell'amore assai probabilmente non
sarebbe nata senza la depravazione del bisogno e del sentimento che ha spinto l'animo
di Socrate a sublimare tanto l'amore, quanto nei costumi romani, era divenuto
basso e turpe; congettura suggerita certamente da un fatto storico e dalla sua
connessione con una grande filosofia, ma che può parere soverchia considerando
che la dialettica romana eleva lo spirito dal finito all'infinito per le due
vie unite del pensiero e dell'amore, il cui oggetto comune è l'idea. Non v'ha
dubbio che il vizio dell’amore ‘volgare’ combattuto da Socrate porse
un'occasione e una forma particolare allo svolgimeno e sopratutto alla esposizione
di questa dialettica. Ma essa è talmente connaturata all'intero corpo della
dottrina dell’amore e e penetra del suo influsso talmente la psicologia filosofica,
da permettere di vedere nella salita dell'amore in dio una parte della su’essenza.
Anche senza gli amori cosi detti romani, il sentimento umano avrebbe sempre
offerto nelle sue inevitabili deviazioni qualche altra occasione a questa dottrina. Dopo
la prefazione anzidetta viene nel volume un proemio nei quali si tratta successivamente
del convito di Senofonte, del convito di Platone, del paragone dei due conviti,
della dottrina esposta nel convito di Platone, poi della storia della dottrina
dell’amore affini in Aristotele (amore del amico, amicizia, l’aporia
dell’amicizia), negli Stoici e negli Epicurei, e nel Paganesimo rinascimentale.
Seguono copiose ed erudite note alla prefazione ed al proemio, poi il Convito
platonico e il convito di Senofonte, ugualmente accompagnate da note e
commenti. Con molta acuratezza ed analisi finissima, si espone il soggetto e
l'ordito del convito senofonteo mostrando come bensi l'arte non vi sia
estranea, ma come anche vi si ritragga un fatto realmente avvenuto coi
personaggi che vi presero parte. Senofonte può avere abbellito o modificato in
qualche parte i discorsi che vi furono tenuti, ma egli ne ha, senza dubbio,
riferita la sostanza e conservato il carattere. Callia, Autolico, Antistene,
Socrate e gli altri vi assistettero e vi presero la parola e doveltero farlo in
modo conforme all'indole nota di ciascuno. Inducono tanto più a crederlo il modo,
il soggetto e l'ordine vario dei discorsi di questo Convito. Ciascuno dei
convitati parla di ciò di cui più si tiene, di guisa che se la relazione di
Callia col giovane Autolico porge occasione a discorrere dell'amore, e l'amore
ne diventa tanta parte, ognuno peraltro loda ciò che è più conforme al suo
gusto e gli pare più degno. Il vero scopo del convito senofonteo è di
mostrare uno degli aspetti molteplici della personalità di Socrate e
precisamente di dipingerla quale era in una allegra brigata fra amici che si
ricambiano piacevolmente lo scherzo. E difatto Socrate vi è chiamato ruffiano,
ed egli stesso accetta e si piace di essere chiamato cosi e si tiene del suo
ruffianesimo più che di ogni altra cosa, ma la sua arte di mezzano è altamente
morale e civile. Essa intende a mettere ciascuno in relazione col proprio
spirito, e gl'individui che meritano le sue premure in relazione gli uni cogli
altri in modo da porre concordia di virtù e d'amore fra i cittadini, amicandoli
con sè stessi e rendendoli utili alla patria. Essa è ben più ri-formatrice dei
costumi romane relativi all'amore, e tale appare negli atti e nei discorsi di
Socrate riferiti in questo convito, poichè egli, olre allo insegnare il modo di
volgere al bene intellettuale e civile l'amore pei fanciulli
spiritualizzandolo, per cosi dire, mostra chiaramente di condannarlo nella sua
parte materiale coll'additare la legittima via segnata dalla natura alla
passione amorosa. Il convito di Platone deve essere succeduto al convito del
suo con-discepolo Senofonte. I personaggi non sono i medesimi che quelli del
convito senofonteo. L'ordine dei discorsi non è libero come in quello, nè il
soggetto loro vario e a scelta, ma l'uno e l'altro sono prestabiliti secondo il
disegno di svolgere nei suoi vari aspetti l'argomento filosofico sull’amore; il
quale successivamente da Fedro, da Pausania, da Erissimaco, da Aristofane, da
Agatone e da Socrate -- che riferisce un altro dialogo -- è considerato, descritto
e lodato come un dio e come un sentimento, un simbolo mitico e un fatto fra
l’amante e l’amato, ora come forza cosmica e funzione essenziale della vita
universale, principio della generazione e della perpetuità delle specie, ora
nel mito festevolmente inventato da Aristofane come mezzo di completare la
nostra imperfetta natura mediante l'unione delle facoltà e delle attitudini che
ci mancano e il cui complesso si trova in origine fuso nella unità della
essenza umana primitiva, finalmente come mezzo d'innalzarsi, dietro la scorta
delle idee, dal bello individuale o particolare alla unità di sua specie e di
suo genero. Noi non possiamo riprodurre dalla dotta e particolareggiata
esposizione del Bonghi questi discorsi. Ci limiteremo a riferire i gradi della
scala dialettica segnati, nel discorso Socrate per salire all'ultimo oggetto
dell'amore. La corpo bello è il primo scalino. Ma in questo primo passo è un singolo
corpo bello quello a che muove l'amante. Un secondo gradino consiď ste nel distaccarsi
dal corpo bello singolare, considerando il bello che splende nel singolo corpo.
C’e un genero del corpo bello. Questo fatto ha occasione di montare un terzo
gradino. Questo e la comparazione generale e superior di una multitudine di
corpi belli singolari. Il quarto gradino e l’orgasmo mistico dell’amante altre
il singolare corpo bello iniziale dell’amato. L'azione ch'egli esercita su questa,
intrattenendola con ragionamenti adatti a renderla migliore e ricercandone di
tali, gli è motivo a riconoscere che v'ha un genero del bello, il quale
irraggia del pari (ogni condotta di vita e ogni prescrizione di legge. Questo e
il quinto gradino. Dal quale l'ascensione prossima è alla contemplazione del
bellissimo, ch'è sesto gradino. A questo punto egli ha già contemplate
molte corpi belli; s'è già distaccato da ogni corpo bello singolo; si ha già
liberato da ogni attaccamento particolare; sicchè è già in grado di contemplare
un bello, che su tutte tal bello s' elevi e tutto le raduni, e acquistarne
scienza. Questo è il gradino settimo. Ma v'ha ancora più in su di quea sto, un
bello, in cui ogni molteciplità o differenza si consuma e spira. Dal bello di
cui vi ha scienza, vi s'ascende, (e colla contemplazione di esso si giunge al
sommo della scala. Che natura ha questo bello supremo? Perenne, immutabile, perfetto,
senza principio nè fine, sovrasensia bile inaccessibile a ragionamento o a
scienza, comuni cabile a ogni cosa integro sempre e non accresciuto (nè
scemato mai. Qui è il fine e la beatitudine della vita, qui è la fonte d'ogni
virtù vera. Nella contemplazione di questo bello si a raggiunge la maggiore
intrinsichezza col divino, e si diventa davvero immortali. Prima di giungere a
tanta altezza di pensiero e di esporre il processo dialettico di Socrate e
servendosi del suo metodo, tratteggia un'analisi di psicologia filosofica sull’amore
che s’inizia con la percezione dell’AMANTE del corpo bello dell’AMATO -- in due
modi e cioè in termini concettuale e sotto i colori del mito giungendo col
primo alla definizione o concetto che ‘amore’ e ‘desiderio’ – ma un desiderio
specifico: di generare nel corpo bello. Questo concetto e simbolizzato nel mito
che representa l’amore come partorito dalla povertà unita al Dio Poro (Acquisto)
nel giorno in cui gli dei celebravano il natalizio di Venere. Quindi la natura
dell’amore: demone e non dio. Ma di tramezzante fra l’AMANTE e l’AMATO sempre
povero e ricco insieme, pel bisogno che soddisfatto rinasce e si perpetua nella
vita perenne della specie dell’uomo. Il mito suddetto fa credere a parecchi
interpreti e critici che l’ACCADEMIA quivi, come in altri luoghi, ricorre a
invenzioni poetiche, quasi per nascondere la sua impotenza di arrivare
coll’analissi concettuale la perfezione espositiva delle parti più astruse
delle sue dottrina dell’amore. Ma a BONGHI sembra, e secondo noi con
ragione, che la spiegazione si trovi nel doppio aspetto dell'ingegno
tutt'insieme concettuale e figurative di lui. Questo e per esporre sotto forma
di iniziazione una dottrina esistente ancora allo stato di intuizione e non
sviluppata. Lo spazio ci manca per seguire l'autore nelle vicende dottrinali
subite dal concetto dell'amore nelle scuole sopra enumerate che BONGHI conduce
colla sua solita perizia ed erudizione fino agli ultimi tempi del paganesimo
rinascimentale di FICINO. Altre opere: Il
genio del LIZIO. Discorso, Muse, Firenze, Stato e relazioni della volontà,
della coscienza e della personalità nel sonno, «Il Cimento», Della filosofia e
del metodo di SERBATI Rosmini, Il Cimento, Della filosofia del DIRITTO presso il
LIZIO, «Il Cimento», Estr.: Franco, Torino, Intorno alla filosofia esposta
nelle Confessioni di ROVERE Mamiani e alle dottrine platoniche, Riv. cont.,
Sulle dottrine dell’ACCADEMIA e sulla loro conciliazione colle del LIZIO.
Lettera a ROVERE Mamiani, Riv. cont., Estr.: Torino, Sulle attinenze della
filosofia e sua storia colla libertà e coll'incivilimento. Prolusione a un
corso di storia della filosofia, Niccolai, Firenze, Ciò che possa la filosofia
per l'istituzione civile dei popoli. Discorso per la riapertura del R. Istituto
di Studi Superiore di Firenze, Firenze, Rec. Di SAVIGLIANO (si veda), La
filosofia di Bossuet; di TURBIGLIO (si veda), Storia della filosofia; di CANTONI
(si veda), VICO (si veda), NA, La libertà del pensiero e la filosofia nell’università
italiane, NA, L’epicureismo L’ORTO e l’atomismo. Considerazioni
storico-critiche a proposito di un saggio recente, FSI, IEstr.: Cellini, Firenze,
Le Meditazioni cartesiane rinnovate da ROVERE Mamiani, NA, L'arte della
rinascenza e i suoi recenti critici, NA, Il materialismo e la scienza moderna,
NA, Rec. di Sesto Empirico, Delle istituzioni pirroniane. tradotti da BISSOLATI
(si veda), Imola, Anassagora e la filosofia greca prima di Socrate, Polemica
contro il materialismo, FSI, Rec. di R.
Bobba, La protologia di PINI (si veda), Torino, FSI, VICO (si veda) e la
filosofia della storia [Rec. di CANTONI (si veda), Studi critici e comparativi;
SICILIANI (si veda), Sul rinnovamento della filosofia positiva in Italia; ROVERE
(si veda), Principii di cosmologia (Teorica del progresso), FS, VINCI e la
filosofia dell'Arte. Discorso, Unione tipogr., Torino, Rec. Di FIORENTINO, POMPONAZZI.
Studi storici su la scuola bolognese e padovana con molti documenti inediti,
Firenze, ASI, Estr.: Cellini, Firenze, Niccolò di Cusa e la filosofia della
religione, NA, Le forme del pensiero filosofico o il metodo, FSI, Il senso
comune nella filosofia e sua storia, FSI, Estr.: Bernabei, Roma, Dei giudizi
sintetici a priori nelle dottrine italiane, FSI, Rec. di Kirchmann, La teorica
del sapere, FSI, Filosofia della Religione. Sull’attinenze della religione e
della filosofia e sulla incomprensibilità divina. Lettera a ROVERE, Conte
Mamiani, FSI, Rec. di FIORENTINO, La filosofia della natura e le dottrine di TELESIO
(si veda), Firenze, FSI, Estr.: Paravia, Torino Del principio e concetto di causa
nella scuola di Herbart, FSI, VINCI (si veda) filosofo. Vita e scritti secondo
nuovi documenti, NA, Vinci e l'idea del mondo nella Rinascenza, NA, L'ultimo saggio
di Strauss e i suoi critici, La forma del pensiero filosofico e l'ideale
platonico della filosofia, FSI, Janet, La dottrina dell'amore secondo l’Accademia,
FSI, Estr.: Paravia, Roma, L'evoluzione storica dell'idea dell'anima e i
sistemi filosofici, NA, Importanza della psicologia nella filosofia moderna,
FSI, La coscienza. Studio psicologico e storico, FSI, L’avvenire, Herbart, NA,
Sulle vicende della filosofia in Roma. Discorso, Civelli, Roma, Il metodo
psicologico e lo studio della coscienza, FSI, Cenni biografici su Ferrari, Acc.
Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, La psicologia di Pomponazzi, secondo
un manoscritto della Biblioteca Angelica di Roma, intitolato: Pomponatius in
libros de anima. Memoria, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, Sulle
vicende della fìlosofia in Roma. Discorso per la inaugurazione degli studi nell’università
di Roma, Annuario Univ. di Roma. Estr.: Civelli, Roma, La questione dell'anima in
Pomponazzi, FSI, Estr.: Opinione, Roma,
“L'io e la coscienza di sé”, (Grice’s “The I”), FSI, L’ORTO -- L’epicureismo, Firenze, NA,I Limiti
dell'idealismo, FSI, L'Idea, FSI, Sulla dottrina psicologica dell'associazione
considerata nelle sue attinenze colla genesi delle cognizioni. Saggio storico
critico, Acc. Lincei. Memorie, Estr.: Salviucci, Roma, La psicologia
dell'associazione da Hobbes ai nostri giorni, Bocca, Roma, Rec. d’ALLIEVO (si
veda), Il problema metafisico studiato nella storia della filosofia dalla
scuola ionica a BRUNO (si veda), Acc. Scienze Torino. Memorie, FSI, “L'assoluto”, FSI, CICERONE (si veda) sui
doveri. Conferenza, FSI, Rec. di CONTI (si veda) e ROSSI (si veda), Esame della
filosofia epicurea dell’ORTO nelle sue fonti e nella storia, Firenze, FSI, L’Accademia
platonica fondata in Firenze dai MEDICI. «Acc. Lincei. Transunti, FSI, Helmholtz
sulla percezione, FSI, Dell’idee e propriamente della loro natura,
classificazione e relazione, FSI, Il
Positivismo e la Metafisica (L'essenza delle cose), Estr.: Salviucci, Roma, ROVERE
Mamiani sulla religione, NA, L'Accademia romana d’Aquino e l'istruzione
filosofica del clero, NA, Sulla recente restaurazione della filosofia
scolastica e tomistica d’AQUINO considerata in ordine ai metodi degli studi ed
all’attinenze dei sistemi colla scienza e colla storia, Acc. Lincei. Transunti»,
Vera, Acc. Lincei. Transunti, Sulla percezione esteriore e sul fenomeno
sensibile, Acc. Lincei. Transunti», Rec. di Documenti intorno a BRUNO (si veda),
a cur. di BERTI (si veda), Roma, FSI, La filosofia d’AQUINO (si veda), FSI, PETRARCA
(si veda) e il suo influsso sulla filosofia del Rinascimento FSI, Estr.:
Salviucci, Roma, FSI, ZANOTTI (si veda),
La filosofia morale di Aristotele. Compendio. Con note e passi scelti
dell'Etica Nicomachea per cura di F. e Zambaldi, Paravia, Torino, Dottrina
aristotelica del bene e sue attinenze colla civiltà greca e italiana, FSI, Spaventa,
«Acc. Lincei. Transunti, Relazione sul concorso al premio reale per LE SCIENZE
FILOSOFICHE, Acc. Lincei. Transunti, Il fenomeno nelle sue relazioni con la
sensazione, la percezione e l'oggetto, FSI, Ficino e la causa della rinascenza
del platonismo nel quattrocento [unita longitudinale della filosofia – la
struttura delle revoluzione filosofiche] FSI, VINCI, NA, Il concetto di
sostanza e sue relazioni coi concetti di essenza, di causa e di forza. Come
contributo al dinamismo filosofico, Acc. Lincei. Memorie, Acc. Lincei.
Rendiconti, Estr.: Salviucci, Roma, Il platonismo di FICINO (si veda), FSI, La
dottrina dell’amore di FICINO (si veda), Una lezione elementare di psicologia.
Fatti psichici e fatti fisici, FSI, La GIUSTIZIA (cf. Grice) nella repubblica
utopica dell’Accademia. A proposito di recenti pubblicazioni, Storia della
filosofia. Il platonismo di FICINO (si veda). Le idee e la dialettica. La dottrina
dell'AMORE, FSI, Estr.: Salviucci, Roma, Le malattie della memoria e la sostanzialità
dell'anima, FSI, Psicologia. I fatti psichici e i fatti fisici, Ercole, Acc.
Lincei. Rendiconti, Conti, «Acc. Lincei. Rendiconti, Vera, Acc. Lincei.
Rendiconti, “Il concetto di sostanza e sue relazioni coi concetti di essenza,
di causa e di forza. Contributi al dinamismo filosofico. Memoria, Salviucci,
Roma, Di alcuni uffici della filosofia nelle condizioni morali del nostro
tempo, FSI, La psicofisiologia dell’ipnotismo, FSI, Il concetto di persona [cf.
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biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Treccani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Grice: “Ferri is obsessed with Bonghi’s Convito. The dialogues of
love by Plato are four: Carmide, Licide, Convito, and Fedro. Fedro is subtitled
by Diogenes Laertius as being ‘about eros’ (peri erotes) – but it was
translated as ‘o vero del bello’ – Convito is so obvious about eros that Plato
didn’t care. As for Carmide and Licide, Ferri dedicates little attention. Keywords:
fisiologia dell’amore come desiderio – psicologia filosofica dell’amore –
l’amore e una specie di desiderio – con relazione alla percezione dell’amante
del corpo bello dell’amato --. il convito di Platone nella traduzione di Bonghi
‘’ “Il convito di platone tradotto da R. Bonghi” RIF, il dialogo dell’amore di Platone come
sub-genere: “I dialoghi dell’amore di Platone” (Rizzoli): sono quattro:
Convito, Fedro, Liside, Carmide. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ferri” – The
Swimming-Pool Library. Luigi Ferri. Ferri.


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