Luigi Speranza – GRICE ITALO!, ossia, Grice e Roccoto: la ragione
conversazionale e l’implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). To be identified.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rodano:
la ragione conversazionale dell’immunità e della comunità, o l’implicatura dei comunisti
– filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano .
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rodippo: la ragione
conversazionale ante la diaspora – Roma – filosofia calabrese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Crotone).
Filosofo italiano. Crotone, Calabria. A Pythagorean, cited by Giamblico.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rogatiano: la ragione
conversazionale della filosofia della gotta – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. A senator
whose tutor is Plotino. He credits Plotino for helping him realise the
importance of leading a frugal existence. He himself fasts every other day – to
which he attributes his recovery from gout. Rogatiano.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rogo: la ragione
conversazionale dell’allievo di Filone – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A pupil of Filone at Rome. Tertilio Rogo. h Fondatore del “catto-comunismo.” E tra i
fondatori del movimento dei cattolici comunisti, poi sinistra cristiana. Studia
a Roma. Frequenta la Scaletta. Milita nell'azione cattolica e nella FUCI
presieduta da Moro. Entra in contatto e collabora con anti-fascisti
d'ispirazione cattolica -- Ossicini, Pecoraro, Tatò e altri -- comunista --
Bufalini, Amendola, Ingrao, Radice e altri --, del partito d'azione e liberali
-- Malfa, Solari, Fiorentino fra gl’altri. Partecipa al movimento dei cattolici
anti-fascisti. Con Ossicini e Pecoraro tra i promotori e dirigenti del partito
co-operativista sin-archico -- poi partito comunista cristiano -- e ne redige i
principali documenti. Fa parte, con Alicata e Ingrao, del trium-virato
dirigente le II distinte organizzazioni clandestine, comunista e comunista
cristiana. Scrive saggi sull’Osservatore Romano. Arrestato dalla polizia
fascista in una generale retata dei militanti del partito comunista cristiano,
e deferito al tribunale speciale con altri suoi dirigenti. Il processo non ha
luogo per la caduta del fascismo. Nel periodo badogliano ha intensi scambi
d'idee con i compagni di partito e altre personalità anti-fasciste sulla linea
da seguire. Stringe amicizia con Luca e Pintor. Collabora al “Lavoro”, diretto
da Alicata, comunista, Vernocchi, socialista, e Gaudenti, cattolico. Sotto
l'occupazione nazista di Roma fonda il movimento dei cattolici comunisti, e ne
redige i documenti teorico-politici. Scrive saggi sui 14 numeri usciti alla
macchia di “Voce operaia”, organo dello stesso movimento dei cattolici
comunisti. Liberata Roma, il movimento di cattolici comunisti prende il nome di
partito della sinistra cristiana. Vi confluiscono i cristiano-sociali di Bruni.
Vi partecipano anche Balbo, Sacconi, Barca, Amico, Chiesa, Valente, Mira, Tatò,
Tedesco, Parrelli, Tranquilli, e Rinaldini. Stringe un rapporto di amicizia e
collaborazione -- che non sarà privo di momenti di dissenso critico --con
Togliatti. Su Voce Operaia, pubblicata adesso legalmente, scrive numerosi
saggi. In IV di essi sostiene la prosecuzione dell'IRI e ciò segna l'inizio
della sua amicizia con Mattioli. S'incontrano, a casa di R. e con la sua
mediazione, Togliatti e Luca, primo, cauto sondaggio reciproco tra mondo
cattolico e movimento comunista italiano. A conclusione di un congresso
straordinario, il partito della sinistra cristiana si scioglie. Sostiene, con
argomentato vigore, che non è più utile una formazione cattolica di sinistra,
poiché incombe alla classe operaia nel suo insieme e perciò al partito comunista
il compito di affrontare la questione cattolica, superando le pre-giudiziali
a-teistiche e del dogmatismo marxista. Si adopera perciò per ottenere modifiche
nello statuto del partito comuista, che consentano l'iscrizione e la militanza
in esso indipendentemente dalle convinzioni ideo-logiche e religiose, modifiche
che saranno adottate dal partito comunista nel suo congresso. Entrato nel
partito comunista, scrive su periodici ufficiali di tale partito o ad esso
vicini. Particolarmente numerosi i suoi saggi su Rinascita. Vi ha largo spazio
l'invito ai cattolici a lavorare in politica e nelle altre dimensione della
storia comune degl’uomini in spirito di laicità, evitando quindi improprie
commistioni con la fede religiosa. Questa posizione approfondita nel corso di
tutta la sua opera ed essenziale per comprenderla contrasta con la linea della
chiesa di Pio XII, che coglie l'occasione di due suoi saggi sulla condizione
economica del clero (Rinascita) per comminargli l'interdetto dai sacramenti,
accusandolo di fomentare la lotta di classe all'interno delle gerarchie
(L'interdetto e tolto sotto Giovanni XXIII). Cura i saggi politici di “Lo
Spettatore”. Scrive sul Dibattito Politico, diretto da Melloni e Bartesaghi,
teso a una difficile mediazione tra le posizioni politiche del mondo cattolico
e di quello comunista e socialista, nel distinto riconoscimento dei rispettivi
valori e motivi ideali. Vi collaborano tra gli altri Chiarante, Magri, Baduel,
Salzano. Durante il pontificato di Giovanni XXIII opera, tramite Togliatti, per
la trasmissione ai dirigenti della proposta, primo, cauto sondaggio reciproco
tra mondo cattolico e movimento comunista italiano. A conclusione di un
congresso straordinario, il PSC si scioglie. R.sostiene, con argomentato
vigore, che non è più utile una formazione cattolica di sinistra, poiché
incombe alla classe operaia nel suo insieme e perciò al PCI il compito di
affrontare accolta, di uno scambio di messaggi in occasione del compleanno di
papa Roncalli. L'iniziativa sarà il primo segno di disgelo tra URSS e s. sede.
Si svolge un serrato dialogo tra R. e NOCE (si veda), che mette in chiaro la
diversità delle rispettive posizioni. Fonda con Napoleoni La Rivista
trimestrale, affrontando nodi teorici e politici di fondo. Ancora con
Napoleoni, e Ranchetti, dirige la scuola di scienze politiche ed economiche,
rivolta a militanti del movimento. Collabora alla rivista “Settegiorni”,
diretta d’Orfei e Pratesi, in cui fra l'altro scrive una serie di interventi
d'intensa riflessione teologica, le Lettere dalla Valnerina. Chiusasi
l'esperienza della Rivista Trimestrale, R. scrive sui Quaderni della Rivista
Trimestrale, diretti da Reale, cui collaborano, insieme a Sacconi, Salzano,
Tranquilli, Gasparotti, Rinaldini, Reale, Agata, Vincenti, Montebugnoli,
Padoan, Sacconi, Zevi, R. e R., ed altri. Lo si considera l'esponente più
autorevole del “catto-comunismo”: "i rapporti di R. con il mondo cattolico
sono stati indagati a fondo. Quelli con Togliatti -- che furono rapporti
personali assai intensi -- assai poco, come quelli con Berlinguer --
all'Istituto Gramsci si conservano tre vaste memorie che scrive per Berlinguer
-- anche se il rapporto stretto di questi con Tatò è sufficiente a delinearne
l'influenza". Nella stagione del compromesso storico proposto da
Berlinguer e oggetto prima di attenzione, poi di cauta convergenza da parte di
Moro, R. elabora i fondamenti teorici di una politica diretta a non ridurre
l'incontro tra le grandi forze storiche del comunismo, del socialismo e del
cattolicesimo democratico a una mera operazione di governo, ma a farne una
strategia di lungo periodo di trasformazione della società. Quella stagione e
quelle prospettive vengono improvvisamente troncate dall'ASSASSINIO DI MORO.
S'intensificano, all'epoca, i suoi contatti personali con esponenti del PCI,
del PSI, della DC e di altri partiti -- Malfa, Malagodi, Visentini -- su
problemi politici a breve e lungo termine. Pubblica saggi su vari periodici e
sul quotidiano Paese Sera, quasi settimanalmente. Altre saggi: “Sulla politica dei
comunisti” (Boringhieri, Torino); “Questione demo-cristiana e compromesso
storico” (Riuniti, Roma), “Lenin da ideologia a lezione” (Stampatori, Torino);
“Lettere dalla Valnerina” (Pratesi, La Locusta, Vicenza); “Lezioni di storia
possibile” -- Tranquilli e Tassani (Marietti, Genova); “Lezioni su servo e
signore” – Tranquilli (Riuniti, Roma); “Cattolici e laicità della politica”
Tranquilli (Riuniti, Roma); “Cristianesimo e società opulenta” – Mustè (Storia
e letteratura, Roma). Saggi sono spubblicati in numerosi periodici e
quotidiani, tra i quali l'Osservatore Romano, Primato, Voce Operaia Rinascita
Il Politecnico, Unità, Vie nuove, Società, Cultura e realtà, Lo Spettatore
Italiano, Il Contemporaneo, Il Dibattito Politico, Argomenti, La Rivista
Trimestrale, Settegiorni, Quaderni della Rivista Trimestrale, Paese Sera, Città
Futura, Nuova Società, e Il Regno. I saggi più importanti, pubblicati sulla
Rivista Trimestrale e sui successivi Quaderni, sono “Risorgimento e democrazia,
Il processo di formazione della società opulenta”; “Il pensiero cattolico di
fronte alla società opulenta”; “Egemonia riformista ed egemonia
rivoluzionaria”; “Nota sul concetto di rivoluzione”; “Significato e prospettive
di una tregua salariale; “Il centro-sinistra e la situazione del paese”; “Marx,
A proposito del convegno delle ACLI a Vallombrosa”; “Su alcune questioni
sollevate dal movimento studentesco; “Con Dopo Praga: considerazioni politiche
sulla storia del movimento operaio, A proposito dell'autunno caldo”;
“Considerazioni sulla dialettica sociale dell'opulenza”; “La peculiarità del
partito comunista”; “Dopo il congresso del partito comunista: il nodo al
pettine”, “I germi di comunismo”; “La questione demo-cristiana”; “La proposta
del compromesso storico”; “Dopo la morte di Mao Tse-tung: la lezione di una
grande esperienza, con Tranquilli; “Considerazioni sulla strategia dei
comunisti italiani”; “Egemonia e libertà delle opinioni”; “Considerazioni sui
fenomeni di eversione”; “La politica come assoluto”; “Note sulla questione”; “La
specificità umana e condizione storica: dopo la lettera di Berlinguer al
vescovo di Ivrea: laicità e ideologie”; “Alla radice della crisi”;
“L'incompatibilità tra capitalismo e democrazia”; “È possibile una soluzione
reazionaria?” “Idee e strumenti della manovra reazionaria”; “Roluzione”
“Rivoluzione”; “Filosofia della storia”; Rivoluzione in Occidente e rapporto
con l'URSS, Il senso di una grande lezione: per una lettura critica di Lenin”;
“Per un bilancio del compromesso storico”; “Innovazione e continuità”;
“Contratti e costo del lavoro: imprese e sindacati, partiti e istituzioni”; “La
chiesa di fronte al problema della pace”. Craveri, Una critica pregnante, in
Mondoperaio, Teorico del compromesso storico Archivio la stampa. Noce: Lettera
a R. -- Regno-attualità --; Cinciari: Cattolici comunisti, n Enciclopedia
dell'anti-fascismo e della resistenza, Milano; Bedeschi: Cattolici e comunisti
(Feltrinelli, Milano); Cocchi, Montesi: Per una storia della Sinistra cristiana
(Coines, Roma), Casula: Cattolici-comunisti e Sinistra cristiana (Mulino,
Bologna); Tassani: Alle origini del compromesso storico (EDB, Bologna);
Ruggieri, Albani: Cattolici comunisti? (Queriniana, Brescia); Repetto: Il
movimento dei cattolici comunisti: problemi storici e politici -- Quaderni
della Rivista Trimestrale; Ricordo, Broglio, "Un cristiano nella
sinistra", in "Nuova Antologia", Giannantoni, Alema, Ingrao:
Dibattito in Rivista Trimestrale, Nuovo Spettatore Italiano, Bella: “Lo
Spettatore Italiano” (Morcelliana, Brescia); Papini: Tra storia e profezia: la
lezione dei cattolici comunisti (Univ., Roma); Landolfi, R.: la rivoluzione in
Occidente, Palermo, Ila Palma, Raimondo: solitudine e realismo del comunista
cattolico (Galzerano, Salerno); Tronti: Una riflessione -- in Rivista Trimestralen;
Manacorda: lettore di Marx in Critica marxista; Napoleoni, Cercate ancora
(Riuniti, Valle); Napoleoni, Teoria politica; Noce: Il comunista (Rusconi,
Milano); Tranquilli: Fede cattolica e laicità della politica -- in Teoria
Politica; Tranquilli: Realtà storica e problemi teorici della democrazia -- in
Bailamme, Reale: Sulla laicità: considerazioni intorno alle relazioni fra atei
e credenti -- in Novecento, Bellofiore: Pensare il proprio tempo. Il dilemma
della laicità in Napoleoni, in Per un nuovo dizionario della politica (Riuniti,
Roma); Capuccelli, Lucente: La riflessione teorica di R. dalla Sinistra
Cristiana alla “Rivista Trimestrale” -- tesi di laurea in scienze politiche,
Milano -- Istituto Gramsci: Convegno commemorativo di R., Roma --; Mustè,
“Critica delle ideologie e ricerca della laicità” (Mulino); lbani: La storia
comune degli uomini. Ri-leggendo R. -- in Testimonianze, Papini: La formazione
di un cattolico -- Tra la Congregazione mariana La Scaletta e il liceo
Visconti, in Cristianesimo e storia, Possenti: Cattolicesimo e modernità.
Balbo, Noce, R. (Milano); Mustè: Fra NOCE e R.: il dibattito sulla società
opulenta, La Cultura; Mustè: R.: laicità, democrazia, società del superfluo
(Studium, Roma). "Cristianesimo e società opulenta", a cura e con
introduzione di Mustè (Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, Parlato:
L'utopia in Manifesto, Melchionda: R. (in Aprile, Rosa, "R.; il
cristianesimo e la società opulenta", in "Ricerche di storia sociale
e religiosa", Chiarante: Tra Gasperi e Togliatti. Memorie (Carocci, Roma;
Pandolfelli: Marxismo, Scienze politiche, Roma; Tassani:"Il Belpaese dei
Cattolici", Cantagalli, "La traccia e la prospettiva teorica di
R." MORO, R. e la storia del 'partito cattolico' in Italia", in
Botti, Storia ed esperienza religiosa. Urbino, Quattro Venti, Hanno detto di
lui: la sua vita testimonia, in modo esemplare, quanto possa essere forte,
nell’uomo, la dedizione all’impegno intellettuale e ai grandi ideali, tra i
quali la politica intesa nel senso più nobile e più alto dell’accezione.
Portatore d’una fede religiosa profondamente sentita e sofferta, ha avuto
costantemente con sé il dantesco “angelo della solitudine”: durante l’intera
sua vita, infatti, mai si è sottratto al rovello e al dubbio; mai ha preferito
la comoda via dei pigri, degli opportunisti e dei neutrali. La sua prima scelta
di campo nell’Italia divisa in due, fu doppiamente coraggiosa: la resistenza al
nazi-fascismo ed il tentativo di conciliare nel Movimento dei cattolici
comunisti i valori della tradizione cristiana e cattolica con quelli della
rivoluzione d’ottobre. E così continuò senza paura e con sacrificio personale
in tutti questi anni promuovendo con le sue tesi, tra consensi e dissensi, un
continuo dibattito. La sua “inquietudine” è, dunque, sincera e feconda,
sorretta da uno spirito virile, ma al fondo sensibile ed umanissimo. Certamente
sarà ricordato dallo storico del futuro con queste sue peculiarità di
intellettuale originale, pugnace e coraggioso. In questo modo l’ho visto e
conosciuto, e così rimarrà per sempre nella mia memoria. Pertini, Quaderni
della Rivista Trimestrale. Ritengo che la sua vita e la sua opera abbiano
fornito una prova concreta e significativa della validità di due principi che
egli ha serenamente professato e praticato e che, anche con il suo personale
contributo, sono acquisiti al patrimonio teorico e ideale del partito
comunista. Il primo è la distinzione e l’autonomia reciproca della politica e
della fede religiosa -- o della convinzione filosofica o del “credo” ideologico.
Il secondo è l’affermazionefatta da Togliatti, formulata in una tesi approvata
dal X congresso del partito e sviluppata poi nelle tesi del XV congresso
secondo la quale un cristianesimo genuinamente vissuto non soltanto non si
oppone, ma è anche in grado di sollecitare un’azione che può contribuire alla
battaglia per la costruzione di una società più umana, più libera e più giusta
di quella capitalista. Berlinguer, Quaderni della Rivista Trimestrale. C’era
nella sua avversione al misticismo, all’indistinto, all’anarchismo, una grande
lezione di umanesimo storico e costruttivo. La drammaticità con cui sentiva i
rischi di un capovolgimento della democraziavissuta nei suoi angusti limiti
democraticisticiin corporativismo e in anarchia, e, quindi, la possibilità di
una replica autoritaria, è tuttora inscritta nella nostra vita quotidiana,
nella fase che stiamo attraversando. Bene: distinguere per collegare; stabilire
i confini del campo di ciascuno, da cui discende l’autonomia della politica
dalla religione e dalle ideologie. Per questo ritengo che occorra respingere le
sollecitazioni di quanti pensano di poter rimuovere la questione di fondo posta
da R.. Quella questione oggi riguarda, a mio avviso, il confine mobile tra
progresso e conservazione” Occhetto, Quaderni della Rivista Trimestrale, Per
chi ha seguito, anche talvolta dissentendo, la filosofia di R. e lo ha spesso
messo a confronto con la visione di MORO, appare chiaro che gli insegnamento di
R. come quelli di MORO non hanno solo valore per la ricostruzione storica di
una fase politica conclusa, ma hanno invece valore e significato come guida per
la costruzione di un processo di allargamento della democrazia, di sviluppo e
di confronto e di un dialogo che sono ancora più che mai attuali, perché attuali
e non risolti sono i grandi problemi nazionali che richiedono sì maggioranze e
governi più efficaci e risoluti, ma anche un più largo consenso popolare da
realizzarsi col confronto, col dialogo, con la partecipazione, sia pure a vario
titolo, ad un unico disegno di tutte le forze politiche rappresentative
dell’intera realtà popolare. Galloni, Quaderni della Rivista Trimestrale,
“benché creda che la storia sia opera di molti, e non di singole personalità
pur spiccatissime, ho sempre ritenuto che il ruolo esercitato da R. nella
vicenda italiana di questi decenni sia stato assolutamente fuori del comune, e
portatore di cambiamento come a pochissimi altri è stato dato. Ciò dico
soprattutto in riferimento alla storia e alle trasformazioni del partito comunista
italiano, nei cui confronti Rodano ha esercitato una funzione liberatrice e
maieutica che, se non temessi di far torto alla complessità del processo di un
grande movimento di massa e agli innumerevoli apporti di cui esso è
sostanziato, non esiterei a definire demiurgica.» Valle, Quaderni della Rivista
Trimestrale. Lasciamo ad altri le banalità sul consigliere del principe o sul
consulente per i rapporti con il mondo cattolico o con il Vaticano. Togliatti
ne fu attratto e interessato certo, anche perché l’esperienza di R., le sue
riflessioni, le sue frequentazioni arricchivano il Partito di qualcosa che
altrimenti non sarebbe venuto. Forse qualcosa di analogo era stato per Gramsci
e per Togliatti l’incontro con Godetti. Che conoscesse e stimasse Ottavini, che
fosse intimo di Luca, non era importante perché ciò rappresentava un “canale”.
E iuttosto decisivo che un giovane così ascoltasse e parlasse, che si trovasse
a casa sua tra i comunisti, che per farlo soffrisse fino alla persecuzione
vaticana, riuscendo sempre ad essere fedele nel senso più pieno del termine.
Paietta, Quaderni della Rivista Trimestrale. Rrimane uno dei pochi uomini la
cuia filosofia rende possibile l’appellativo di femminista anche per un
appartenente al sesso maschile. La sua continua attenzione dalla questione
femminile derivava, certo, da una molteplicità di circostanze. Vi influiva la
ricerca su quello che egli stesso define il processo di umanizzazione
dell’uomo, nel cui quadro la liberazione della donna costitusce ben più di una
semplice componente o misura, ma piuttosto una delle condizioni decisive per
una reale, generale fuoruscita dall’alienazione e dallo sfruttamento umano.
Oggi più d’uno ambirebbe, revanchisticamente, a considerare conclusa la
stagione femminista. E invece il vero problema per le donne, per la democrazia,
per il mutamento, è la perpetuazione e il saldo attestarsi a un livello
superiore del femminismo. Per questo il messaggio che può ben a ragione essere
definito femminista nell’accezione più onnicomprensiva ed elevata, risulta
tuttora rivolto alla speranza e soprattutto all’impegno: quell’impegno per cui
egli ha consumato generosamente, e certo positivamente anche per la causa
femminile, tutta intiera la sua vita. Tedesco, Quaderni della Rivista
Trimestrale. Il mio primo interrogativo riguarda le scelte politiche che egli
ha fatto, ponendosi come cattolico in contrasto con alcune direttive
ecclesiastiche. Dove ha trovato forza e serenità, pur con sofferenza, per
queste opzioni non rinunciando alla sua fede e alla sua appartenenza
ecclesiale, sempre professata? Non ho trovato altra risposta che la sua fede
teologale. La fede di Franco non era credenza dottrinale, magari utilizzata
ideologicamente, o sottomissione alla gerarchia che poi si muta in ribellione;
era adesione cosciente e ferma a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, ancora
vivente nella Chiesa. Questa fede comporta quel “sensus fidei” (ne ha parlato
il Vaticano II nella Lumen Gentium) che diventa giudizio pratico nelle concrete
situazioni per scelte che siano conformi alla volontà di Dio. È il
discernimento di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani (12, 2) e che
tanta parte ha nella dottrina spirituale cristiana. D. Torre, Quaderni della
Rivista Trimestrale, Il rapporto con la chiesa, sia come comunità di fede che
come istituzione, senza mediazioni di un partito cattolico rappresentava per R.
un’occasione e una garanzia per depurare il movimento comunista non solo
dall’ateismo scientista, ma anche di una visione totalizzante della rivoluzione
politica e sociale. Il mito del regno dei cieli sulla terra e di una storia
senza alienazioni. Corrispettivamente il movimento comunista e il portatore
necessario di una trasformazione della società che non si presentasse come
inveramento e compimento della razionalità illuministica, della rivoluzione
borghese, ma anche e soprattutto come loro rovesciamento dialettico, e perciò
offre un fondamento storico e materiale ad un mondo in cui le persone diventano
centro e misura, liberate dalla rei-ficazione capitalistica, e perciò stesso
base reale di un pieno sviluppo di un cristianesimo, non integralista, ma
consapevole, diffuso, praticabile. Magri. Melchionda, in "Aprile",
Dall'utopia alla secolarizzazione, Vassallo, Il consigliere di Berlinguer che
ama la Contro-Riforma. Giornalista politico, Franchi, Corriere della Sera,
Archivio storico. Treccani L'Enciclopedia italiana". Franco Rodano.
Rodano. Keywords: immunità e comunità – filosofia italiana – i comunisti, il
laico, democrazia, revoluzione, lotta di classe, societa opulenta, peculiarita
dei comunisti italiani, anti-fascismo, arrestato dai fascisti. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Rodano” – The Swimming-Pool Library.h
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Romagnosi: la ragione conversazionale della Roma antica, e l’implicatura
dei IV periodi: o, dal segno alla logìa – filosofia emiliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Salsomaggiore). Abstract.
Keywords: Conversational Self-Love, Conversational Benevolence. Filosofo italiano.
Salsomaggiore, Parma, Emilia-Romagna. Important Italian philosopher. L'etica, la politica ed il diritto si possono bensì
dis-tinguere, ma non dis-giungere. Non esiste un'etica pratica, se non mediante
la buona legge e la buona amministrazione. Studia a Piacenza e Parma. Insegna a
Parma e Pavia. Membro della società letteraria di Piacenza, dove legge i suoi saggi:
“Discorso sull'amore considerato come motore precipuo della legislazione”; “Discorso
sullo stato politico della nazione romana e italiana”; “L’opinione
pubblica. Uno degl’Ortolani. Pubblica la “Genesi del diritto penale”; Cosa
è eguaglianza e, Cosa è libertà; Primo avviso al popolo romano, che mostrano
simpatie rivoluzionarie. Il suo incarico gli procura contrasti con il principe
di Trento, Thun. Questi gli concede comunque il titolo di consigliere aulico
d'onore. Schiere contro i principi della rivoluzione francese. Accusato di
giacobinismo, è incarcerato a Innsbruck. Scrive “Delle leggi dell'umana
perfettibilità per servire ai progressi delle scienze e delle arti”. Scopre gl’effetti
magnetici dell'elettricità. R. anticipato la scoperta dell'elettro-magnetismo. Pubblica
“Quale e il governo più adatto a perfezionare la legislazione civili”. Fonda il
“Giornale di giurisprudenza universale”. Pubblica l’Istituzioni di Diritto
amministrativo e Della costituzione di una monarchia costituzionale
rappresentativa. Rerduna intorno a Milano una scuola o gruppo di giocco alla
quale si formarono alcuni dei nomi più illustri del risorgimento: Ferrari (si
veda), Cattaneo (si veda), Cantù (si veda), Defendente S. (si veda) e G. Sacchi
(si veda). Collabora alla biblioteca italiana. Pubblica L’Assunto primo della
scienza del diritto naturale. È arrestato e incarcerato a Venezia con l'accusa
di partecipazione alla congiura ordita da Pellico, Maroncelli e Confalonieri.
Pubblica “Dell'insegnamento primitivo delle matematiche” e “Della condotta
delle acque”. Pubblica l’Istituzioni di civile filosofia ossia di
giurisprudenza teorica. Dirige gl’Annali Universali di Statistica Tra i
maggiori filosofi italiani, nel rinnovamento del pensiero giuridico italiano
richiesto dalla necessità di codificare i nuovi interessi delle classi borghesi
emersi con la rivoluzione francese e consolidati nel successivo codice
napoleonico, è legata alla fondazione di una nuova scienza del diritto
pubblico, penale e amministrativo, con uno spirito scientifico
illuministicamente volto all'unificazione delle scienze giuridiche, naturali e
morali. Studia pertanto la vita sociale nelle sue componenti storiche,
giuridiche, politiche, economiche e morali. Considera l'uomo nelle forme della
sua esistenza storica, nei modi in cui concretamente pensa e agisce in un
contesto sociale determinato. In questo modo lo studio della storia rivela lo
sviluppo dell'incivilimento umano. Nella “Genesi del diritto penale”, opera che
gli dette notevole fama e non solo in Italia, riprendendo tesi di BECCARIA,
pone i problemi dell'utilità della punizione, della natura della colpa e del
diritto. Dà una GIUSTIFICAZIONE RAZIONALE della società che gl’appare un'unione
necessaria tra gl’uomini, dialetticamente rapportati nel rispetto di una
disciplina condivisa. L'uomo è lo stesso sia nello stato di natura che in
quello di società, malgrado le diversità delle forme sociali. Pertanto
gl’uomini hanno un diritto di socialità importante e sacro, quanto quello della
conservazione di se stesso. La società è per R. l'unico stato naturale
dell'uomo, respingendo così la dottrina di uno stato di natura *anteriore* allo
stato sociale. Il cosiddetto stato di natura è solo un diverso stato sociale
nella storia dell'umanità. Nell'introduzione allo studio del diritto pubblico
universale, premesso che ogni complesso giuridico di basarsi sul bisogno della
comunità, sostiene che lo scopo del diritto e il rafforzamento delle strutture
civili e politiche della società. Nell'Assunto primo della scienza del diritto
naturale, riprende temi sviluppati nella genesi del diritto. Sostiene che nella
natura è tanto il principio di individualità quanto quello di socialità, e,
pertanto, lo sviluppo umano avviene naturalmente verso uno stato di società,
l'unico in cui si sviluppa l'incivilimento - termine ricorrente nei suoi
scritti - un continuo processo verso stadi più avanzati di perfezionamento
morale, civile, economico e politico. E ancora nel Dell'indole e dei fattori
dell'incivilimento, con esempio del suo risorgimento in Italia si pone il
problema di quale sia il motore del progresso umano nella storia. La tesi è che
la società umana è l'organismo fattore di progresso, essendo in sé dotata di
forze agenti in particolari condizioni storiche e ambientali. Lo sviluppo
civile, suddiviso da R. in IV periodi -- I l'epoca del senso e dell'istinto, II
l'epoca della fantasia e delle passioni, III l'epoca della ragione e
dell'interesse personale e IV l'epoca della previdenza e della socialità --
vede un costante trasferimento, agl’organismi pubblici rappresentativi, delle
funzioni sociali come se la natura si trasferisse progressivamente nella
funzione rappresentativa. Il punto d'arrivo della civiltà è una forma sociale
in cui prevalgono la proprietà e il sapere. Tale processo non è lineare. Il
diritto ROMANO si afferma in condizioni civili arretrate. Ma, come una macchina
i cui meccanismi migliorano nel tempo, la sua azione progressivamente
perfezionata fa sorgere dal fondo delle potenze attive un sempre nuovo modo di
ri-azioni e quindi d’effetti variati. L'incivilimento appare così una cosa
complessa risultante di molti elementi e da molti rapporti formanti una vera
finale unità simile a quella di una macchina, la quale scindere non si può
senza annientarla. Il motore di siffatta macchina è il COMMERCIO, sviluppato a
sua volta dal progresso dello stato sociale. Guardando allo sviluppo storico
nazionale, vede nel medio-evo l'epoca in cui la città diviene luogo di
aggregazione di possidenti, artisti, commercianti e dotti, favorendo le
condizioni per la nascita dello stato italiano dallo stato romano anche se ai
comuni medievali manca uno spirito politico nazionale perché presero la strada
dal ramo industriale e commerciale per giungere al territoriale. Essi dunque
ripigliarono l'incivilimento in ordine inverso. In quest'ordine trovarono i più
gravi ostacoli avendo dovuto separare la professione dell’armi da quella
del’arti e della mercatura. Per questo, bisogna sempre porsi il problema di un
corretto modo di sviluppo e ora, nella società industriale, l'incivilimento è
una continua disposizione delle cose e delle forze della natura pre-ordinata
dalla mente ed eseguita dall'energia dell'uomo in quanto tale disposizione
produce una colta e soddisfacente convivenza. Nella collezione degl’articoli di
economia politica e statistica civile si trova espressa la fiducia nella
sviluppo capitalistico e nella libera concorrenza economica, difesa contro le
tesi di SISMONDI che vede nello sviluppo industriale una spaventosa sofferenza
in parecchie classi della popolazione. I poteri pubblici fano rispettare le
corrette regole della libertà di con-correnza, cosa che non avviene in
Inghilterra dove ora si favorisce il popolo contro i mercanti, ora i possidenti
e i mercanti contro il popolo e intanto si applica ancora il protezionismo. E
inoltre un paese in cui non si applica IL DIRITTO ROMANO, fonte di equità
civile. La mentalità empirica degl’inglesi non consente loro di pre-vedere ma
solo di constatare i fatti. Polemizza col Saint-Simon, dottrinario che ostacola
la libera con-correnza, assegna ogni ramo d'industria a guisa di privilegio
personale, favorisce il popolo miserabile contro i produttori e abolire il
diritto di eredità. I saintsimoniani vogliono far lavorare e poi lavorare senza
dirmi il perché. Progresso non è che lavoro. Questo è l'ultimo termine, questo
è il premio. L'uomo, secondo Saint–Simon, dovrebbe sempre progredire lavorando
con una indefinita vista e senza stimolo. Ma voler far progredire l'industria e
il commercio col togliere la possidenza è come voler far crescere i rami col
distruggere il tronco. La proprietà ha un carattere naturale e, come la natura
è la base di ogni società, negare la proprietà significa distruggere ogni
possibilità di convivenza civile. Partendo dalla sua vasta esperienza
giurisprudenziale e politica, auspica una nuova forma di filosofia civile, che
studia le forme e condizioni dell'incivilimento storico della nazione romana e
la nazione italiana, scoprendo la legge massima e unica delle vicende
politiche, sociali e culturali dei popoli. Riguardo al problema gnoseologico,
per R. la conoscenza proviene dai sensi ma la sensazione non è di per sé ancora
conoscenza, la quale si ottiene solo quando l'intelletto ordina e interpreta le
sensazioni secondo proprie categorie, definite logiche – logìe --, con cui
diamo segnature razionali alle segnature positive. Chiama compotenza questa
mutua concorrenza di sensazioni provenienti dall'esterno e di elaborazione
della nostra mente. Una logìa non è una idee formata nel momento della nostra
nascita, ma a sua volta è il risultato della riflessione operata
sull'esperienza empirica. La logìa è dunque a posteriori rispetto alla
sensazione passata e a priori rispetto alla sensazione attuale. Pertanto, la
conoscenza è in definitiva un a posteriori con un contenuto base empirico. Ma
cosa conosciamo in realtà? I sensi non danno conoscenza delle cose in sé, ma di
ciò che percepiamo delle cose. Conosciamo la rappresentazione che ci formiamo
della cosa. Se il fenomeno non e copie esatta del reale, tuttavia è UN SEGNO a
cui corrisponde in natura un’essere reale. Pertanto, una cosa esiste fuori di
noi, non è una creazione dell’io trascendentale. Non essendoci evidentemente
posto per una meta-fisica nella sua costruzione filosofica, R. è attaccato
dagl’spiritualisti e in particolare dal puritano SERBATI (si veda). Può a buon
diritto essere considerato il precursore del positivismo italiano. Considera la
contrapposizione di classico e romantico – nata nell'immediatezza della
restaurazione e trascinatasi per oltre un ventennio con implicazioni
letterarie, linguistiche e anche politiche - come impropria. Cerca di dare una
soluzione alla controversia attraverso la sua concezione ilichiastica -- cioè
relativa al tempo – cf. Grice, La costruzione ilichiastica dell’io -- della
letteratura, secondo la quale la filosofia e consone all'età e al gusto del
popolo romano e del popolo italiano, e suggere che le opere contemporanee
dovessero corrispondere sempre al pensiero moderno di un popolo.
L'ilichiastismo si rifà in sostanza alle sue concezioni sulla formazione della
civiltà. Così espose la sua dottrina in Della Poesia, considerata rispetto alle
diverse età della nazione romana e della nazione italiana. Sei tu romantico?
Signor no. Sei tu classico? Signor no. Che cosa dunque sei? Sono
“ilichiastico”, se vuoi che te lo dica in greco, cioè adattato alle età.
Misericordia! che strana parola! Spiegatemela ancor meglio, e ditemi perché ne
facciate uso, e quale sia la vostra pretensione. La parola “ilichiastico” che
vi ferisce l'orecchio è tratta dal greco, e corrisponde al latino “aevum”,
“aevitas” -- e per sincope, “aetas”, “età,” la quale indica un certo periodo di
tempo – nell’unita longitudinale della filosofia --, e in un più largo senso,
il corso del tempo. Col denominarmi pertanto “ilichiastico,” io intendo tanto
di riconoscere in fatto una filosofia relativa all’età, nelle quali si sono
ri-trovato e si trova il popolo romano e il popolo italiano, quanto di
professare principj, i quali sieno indipendenti da fittizie istituzioni, per
non rispettare altra legge che quelle del gusto, della ragione e della morale.
Ma la divisione di romantico e classico, voi mi direte, non è dessa forse più
speciale? Eccovi le mie risposte. O voi volete far uso di queste due parole,
‘classico’ e ‘romantico,’ per indicare nudamente il tempo, o volete usarne per
contrassegnare il *carattere* della filosofia nelle diverse età. Se il primo,
io vi dico essere strano il denominare ‘classica’ la filosofia romana antica, e
filosofia romantica la media e moderna. L’eta antica (palio-evo), l’eta media
(medio-evo), e l’eta moderna (neo-evo), sono fra loro distinti non da una
divisione artificiale e di convenzione, ma da una effettiva rivoluzione. Se poi
volete adoperare le parole di ‘classico’ e di ‘romantico’ per contrassegnare il
carattere della filosofia romana e della filosofia italiana nelle diverse età,
a me pare che usiate di una denominazione impropria. Quando piacesse di
contrassegnare la filosofia coi caratteri delle tre diverse età – I: paleo-evo,
II: medio-evo, III: neo-evo), parmi che dividere si potrebbe in I filosofia
eroica (filosofia romana antica), II filosofia teocratica (filosofia del
medio-evo), e III filosofia civile (neo-evo, moderna eta). Questi caratteri
hanno successivamente dominato tanto nella prima coltura, che è sommersa dalle
nordiche invasion dei barbari longobardi – dimenticami i goti – e d’arii --, quanto
nella seconda coltura, che è ravvivata e proseguita fin qui. Questi caratteri
non esistettero mai puri, ma sempre mescolati. Dall'essere l'uno o l'altro
predominante si determina il genere, al quale appartiene l'una o l'altra
produzione filosofica. Vengo ora alla domanda che mi faceste, se io classico o
romantic. E ponendo mente soltanto allo spirito di essa, torno a rispondervi
che io non sono (né voglio essere) né romantico, né classico, ma adattato alla
mia eta, ed al bisogno della ragione, del gusto e della morale. Ditemi in primo
luogo. Se io fossi nobile ricco, mi condannereste voi perché io non voglia
professarmi o popolano grasso, o nobile pitocco? Alla peggio, potreste
tacciarmi di orgoglio, ma non di stravaganza. Ecco il caso di un buon italiano
in fatto di filosofia. Volere che un filosofo italiano sia tutto classico, egli
è lo stesso che volere taluno occupato esclusivamente a copiare diplomi, a
tessere alberi genealogici, a vestire all'antica, a descrivere o ad imitare
gl’avanzi di medaglie, di vasi, d'intagli e di armature, e di altre anticaglie,
trascurando la coltura attuale delle sue terre, l'abbellimento moderno della
sua casa, l'educazione odierna della sua figliuolanza. Volere poi che il
filosofo italiano sia affatto romantico, è volere ch'egli abiuri la propria
origine, ripudj l'eredità de' suoi maggiori per attenersi soltanto a nuove
rimembranze -- specialmente germaniche: i longobardi. Voi mi domanderete se
possa esistere questo terzo genere, il quale non sia né classico né romantico?
Domandarmi se possa esistere è domandarmi se possa esistere una maniera di
vestire, di fabbricare, di “con-versare”, di scrivere, che non sia né antica,
né media, né moderna. La risposta è fatta dalla semplice posizione della
quistione. Ma questo III genere e desso preferibile ai conosciuti fra noi. Per
soddisfarvi anche su tale domanda osservo primamente che qui non si tratta più
di qualità, bensì di bellezza o di convenienza. In secondo luogo, che questa
quistione non può essere decisa che coll'opera della filosofia del gusto, e
soprattutto colla cognizione tanto dell'influenza dell'incivilimento sulla
filosofia, quanto degl’uffizj della filosofia a pro dell'INCIVILIMENTO. Non è
mia intenzione di tentare questo pelago. Osservo soltanto che questo III genere
non può essere indefinito. E necessariamente il frutto naturale dell'età nella
quale noi ci troviamo, e si troveranno pure i nostri posteri. Noi dunque non
dobbiamo sull'ali della meta-fisica errare senza posa nel caos dell'idealismo,
per cogliere qua e là l’ idea archetipo di questo genere. Dobbiamo invece
seguire la catena degli avvenimenti, dai quali nella nostra età, essendo stata
introdotta una data maniera di sentire, di produrre, e quindi di gustare e di
propagare il bello, ne nacque un dato genere, il quale si poté dire perciò un
frutto di stagione di nostra età. Per quanto vogliamo sottrarci dalla corrente,
per quanto tentiamo di sollevarci al di sopra dell’ignoranza e del mal gusto
comune, noi saremo eternamente figli del tempo e del luogo in cui viviamo. Il
secolo posteriore riceve per una necessaria figliazione la sua impronta dal
secolo anteriore. E tutto ciò derivando primariamente dall'impero della natura
che opera nel tempo e nel luogo, ne verrà che il carattere filosofico, comunque
indipendente dalle vecchie regole dell'arte, perché flessibile, progressivo,
innovato dalla forza stessa della natura, e necessariamente determinato, come è
determinato il carattere degl’animali e delle piante, che dallo stato selvaggio
vengono trasportate allo stato domestico. Posto tutto ciò, l'arbitrario nel
carattere della filosofia cessa di per sé. Si puo allora disputare bensì se il
bello ideale coincide o no col bello volgare. Se il gusto corrente possa essere
più elevato, più puro, più esteso; ma non si potrà più disputare se le sorgenti
di questo bello debbano essere la mitologia pagana degl’antichi romani – o dei
longobardi -- piuttosto che i fantasmi cristiani, i costumi cavallereschi
piuttosto che gl’eroici, le querce, i monti o i castelli gotici, piuttosto che
gl’archi trionfali, le are e i templi ROMANI. Il carattere attuale sarà
determinato dall'età attuale e dalla località. Vale a dire dal genio nazionale
romano e dal genio nazionale italiano eccitato e modificato dalle attuali
circostanze, il complesso delle quali forma parte di quella suprema economia,
colla quale la natura governa le nazioni della terra. Finisco questo discorso
col pregare i miei concittadini a non voler imitare le femminette di provincia
in fatto di mode, e ad informarsi ben bene degli usi della capitale. Leggano
gli scritti teoretici, e soprattutto le produzioni di LA FILOSOFIA
SETTENTRIONALE, e di leggieri si accorgeranno che se havvi in essa qualche
pizzo di romantica poesia, niuno si è mai avvisato né per teoria né per pratica
di essere né esclusivamente romantico né esclusivamente classico nel senso che
si dà ora abusivamente a queste denominazioni. Troveranno anzi essersi trattati
argomenti, e fatto uso di similitudini e di allusioni mitologiche anche in un
modo, che niun LATINO O ROMANO antico MERIDIONALE si sarebbe permesso. Il solo
libro dell'Alemagna della signora di Staël ne offre parecchi esempi. Il
pretendere poi presso di noi il dominio esclusivo classico, egli è lo stesso
che volere una poesia italiana morta, come una lingua italiana morta. Quando il
tribunale del tempo decreta questa pretensione, io parlo con coloro che la
promossero. Durante il periodo del regno italico, è iniziato massone nella
loggia r. giuseppina di Milano, di cui è in seguito oratore e maestro venerabile.
È grande esperto all'atto della fondazione del grande oriente esponente di
primo piano della massoneria di palazzo Giustiniani, grande oratore aggiunto
del grande oriente e in questa funzione autore di vari discorsi massonici.
Altri saggi: “Genesi del diritto penale”; “Che cos'è uguaglianza”; “Che cos'è
libertà”, “Introduzione allo studio del diritto pubblico universale”; “Principi
fondamentali di diritto amministrativo”, “Della costituzione di una monarchia
nazionale rappresentativa”; “Dell'insegnamento primitivo delle matematiche”;
“Della condotta delle acque”; “Che cos'è la mente sana?”; “Della suprema
economia dell'umano sapere in relazione alla mente sana”; “Suprema economia
dell'umano sapere”; “Della ragion civile delle acque nella rurale economia”;
“Vedute fondamentali sull'arte logica”; “Dell'indole e dei fattori
dell'incivilimento con esempio del suo risorgimento”; in Collezione degli
articoli di economia politica e statistica e civile, con annotazioni di Giorgi
(Milano, Perelli e Mariani); Opere, Milano, Perelli e Mariani, La scienza delle
costituzioni, I Discorsi Libero-Muratori, L'acacia Massonica, Scritti
filosofici, Milano, Ceschina, Scritti filosofici (Firenze, Monnier); Stringari,
R. fisico; Lanchester, R. costituzionalista, Giornale di storia costituzionale,
Macerata: EUM-Edizioni Università di Macerata, Gnocchini, L'Italia dei Liberi
Muratori (Mimesis-Erasmo, Milano-Roma); Studi in onore, Milano, Giuffrè, Per
conoscere R., Milano, Unicopli, Albertoni, “La vita degli stati e l'incivilimento
dei popoli nella filosofia politica di R.” (Milano, Giuffrè); Mereu,
“L'antropologia dell'incivilimento in R. e CATTANEO (si veda)” (Piacenza, La
Banca); E. Palombi, “Introduzione alla Genesi del Diritto penale” (Milano,
Ipsoa); Tarantino, Natura delle cose e società civile. SERBATI e R.” (Roma,
Studium); Treccani Dizionario di storia, Dizionario di filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, L'Unificazione, Dizionario biografico
degl’italiani, Il contributo italiano alla storia del Pensiero. 0 U»** in i~
fil 4 km»* C««Hr*'« a t a/rSÌ / # ‘/£f/£ j£ y* /A gsnjh >*t4 >^jt*^yt**
^4 ?ST ^ *?& ■~zs*U^ / Idtttsi* n~ . V;. jrfpép /±t ff >VJ@$%& ^
^fHlU l^*C-|.^ >*£r /^W~ OPERE DI RIORDINATE ED ILLUSTRATE DA GIORGI dottore
in leggi eoa ANNOTAZIONI, LA VITA DELL’AUTORE, L’INDICE DELLE DEFINIZIONI E
DOTTRINE COMPRESE NELLE OPERE, ED UN SAGGIO CRITICO E ANALITICO SULLE LEGGI NAT
DELL’ORDINE MORALE PER SERVIRE D’INTRODUZIONE ED ANALISI DELLE MEDESIME. P.E
SCRITTI FILOSOFICI MILANO PRESSO PERELLI E MARIANI. RICERCHE SULLA VALIDITÀ DEI
GIUDICII DEL PUBBLICO A DISCERiNERE IL VERO DAL FALSO. Optici poduuta E ij
nauti1 anche accadesse che hi generazione attuale cangia d’avviso intorno ad
imo stesso soggetto nemmeno allora dir si potrebbe che ciò avvenga per un
appallo a qualche esterna autorità che ne patirò- ne&r1 1 gindicii. Ma b
tinsi questa rivòlt&ioue di giudiaio molte tolte pn- regguir si dovrebbe ai
cangiametili di tua despota die ni indora del giorno ri colma di beneficenza un
suo suddito per un1 azione per la quale un ora prima Io sottopone a supplici®.
6, 1) altronde quanto rimo La ed aerea è dessa mai la soddisfazione die uu uomo
può trarre da ir appello d’un secolo all'altro, mentre attua-!*- meule seutesi
depresso dall’umiliazioni ricevute da1 suoi contemporanei! Ora se fatale
cotanto è la sorte che talvolta tocca a quelle produzioni le quali iti nulla
riguardano la persona medesima del pubblico, con quanto maggiore ragione
detrassi temere che tale riesca a colui che attentasse di rivocare in dùbbio o
di negare a lui la prerogativa di cui si mostra possessore imperturbato? E se
non v'ha potestà a cui ricorrere per indurre una riforma, come potrà egli
invocarla in suo favore? S. Quindi dovrò io riguardare come deciso il mio
destino, avendo divisato di filosofare sull’esposto quesito anche avanti ch'io
palesi Popi- mou mia Se più addentro io riguardo le cose, parrai di travedere
che, malgrado tutte lo premesse osservazioni non Io sì possa per auco u h i a
ra men te preveJere. Non io, mercè 1’aspetto imponi tore dcirautorilà, pretendo
di riscuotere la pubblica approvazione; e nemmeno aspiro a conciliarmi una vaga
persuasione; opera d’un gusto arbitrario, o d’un presentimento di congettura o
d’nua inclinazione di probabilità: ma bensì io sento, che se ne ’T ardua alternativa
o di ottenere 1’involontario assenso d’ima certezza irresistibile, o di subire
invece gl’anatemi che pendono sul capo della rivoltosa temerità e della
orgogliosa indipendenza, io giunga a dimostrare l’opinion mia: io sento, dissi,
che quantunque la mia decisione vada a ferire il pubblico, ella sarebbe
solennemente accettata e riconosciuta come irrefragabile. Allora non è più lo
scrìMore privato che parìa, ma è bensì la suprema ragione che manifesta i suoi
oracoli pella bocca del suo interprete. Allora, rivestito del carattere
d’inviato di colei a cui’1 Pubblico stesso riverente piegar deve i suoi
pensieri e la sua condotta, lo scrittore privato ne trattiene o ne modera i
trascorsi, o ne corregge ì gìudicii: non altrimenti che talvolta il Ministro della
religione in uu dispotico governo di molli barbari è l’unico ente capace a
frenarne le stravaganze. Dalle condizioni adunque ch’io impongo a me stesso nel
trattare questo argomento è ben agevole cosa arguire di quanta riverenza io mj
professi compreso e di quanta sentita stima ripieno verso del pubblico, del
quale io debbo ragionare, qualunque riesca la soluzione del proposto quesito.
Quindi senza indugio rivolgo su di esso l’aUenzioii. Chiunque rifletta per un
momento sull’esposizione del quesito. tosto s’avvede che tutte le risposte
possibili che a lui dare si possono, riduconsi alle tre sole seguenti: mai;
sempre; talvolta il giudicio del pubblico può essere e deve quindi tenersi
quale criterio di verità. Quest’ultima risposta trae seco altre ricerche
subalterne, e sono appunto: su quali oggetti ed in quali circostanze un tale
giudicio possa essere e si debba tenere come criterio di verità. E ben chiaro
che le sovraindicate risposte presuppongono l’esposizione d’una quistione più
generale ancora; cioè se giammai il giudicio del pubblico possa essere
veramente un criterio di verità: ed è chiaro altresì, eh’essa nell’ordine
dell’idee precede il quesito proposto. Imperocché s’il risultato della
discussione fosse che mai il giudicio del pubblico possa essere criterio di
verità, ciò renderebbe assurdo l’indagare in quali materie, dentro a quali
circostanze e fino a qual segno essere lo possa; conciossiachè un tale
risultato, essendo una pura ed illimitata esclusione d’ogni caso possibile
singolare affermativo 5 rende metafisicamente contradditorio il supporne
qualcheduno esistente. Che se poi invece si ritrovasse che sempre il giudicio
del pubblico riguardar si debba come regola di verità, ciò renderebbe
totalmente superfluo 1’indagare quando essere Io possa; poiché la conclusione
abbracciando ogni caso singolare, renderebbe assurdo lo escluderne qualcheduno.
Laonde da siffatte premesse è forza dedurre che il mentovato quesito ravvolga
dentro di sé come fermo supposto la tesi formale, che talvolta il giudicio del
pubblico debba tenersi quale criterio di verità; a meno che non vogliamo
avvolgerci in una formale ripugnanza, o supporre che 1’esposizione non
corrisponda all’INTENZIONE del suo autore: delle quali cose non lice nemmeno di
fare parola. Ma questo medesimo supposto è egli poi vero? Avanti di deciderlo
esponiamo le nostre ricerche nell’ordine loro naturale. Il giu- Tom. T. T34
ricerchi-; si ua validitàdisi giuduiilkc. Jicio del pubblico pud egli essere
per avventura cri lev io di verità? E se essere Io potesse, lo sarebbe egli
sèmpre o solamente r/wa/c/ic coftrt? E se sol lauto per qualche volta su di
quali materie, ed in quali tempi e circostanze essere lo potrebbe? Panni che,
iti tal guisa ordinando le quisLouh riesca del tuLto lìbero il corso all’attìvità
delle ricerche, ed affatto ì inprevenuta la manifesta /do uè della verità,
qualunque sìa l’occulta opinione di dii l’espone. Ma per lo contrario (mi si
perdoni s’ardisco di farlo osservare) panni che, lasciando tra lucere il
supposto del programma, potrebbe avvenire che taluno avvedendosene s’induce a
rispettarlo fors’anche per riverenza verso quel corpo illustre da cui egli
aspira ili essere favorevolmente giudicato. E quindi non avendo coraggio di
gettare su d’esso min sguardo di diffidenza, onde naturalmente apprezzarne la
validità, lo riguarda come mi punto fisso, inalterabile e incontroverso, d'onde
m- cominciare la sua trattazione: e quand’anche a lui sorge qualche dubbio,
crede grave temerità il sottometterlo a discussione. Ma se d’altronde dalla sorte
d’esso dipende, come sopra sic veduto, quella degl’ulteriori teoremi, perchè
mai lo lascoremo inesanunato, ancorché tosse vero? Non si rende forse pello
meno precaria la certezza dVigni nostro ulteriore pensamento! Quindi dal cauto
mio, benché io mi rechi a gloria di non cedete ad alcuno in Estima verso di
codesta Regìa Accademia, io credo necessario di dirigere le mie ricerche giusta
bordine da me sopra divisato j siccome appunto io faro incontanente, trattovi
da quell’obbligazione inviolabile clic lega ogni essere intelligente alla
schietta verità, ma che ad un tempo stesso ama di rispettar ogni altro rapporto
morale e d' istituzione, il quale non possa colliderla o snerva me ì vincoli
venerandi. Di elio all'esame delle idee succede quello dei piaceri e dei dolori
che vanno a loro annessi. Rammentiamoci, che siccome tulli gli oggetti
possibili dei giudiciì umani, e quindi tutte le materie sulle quali il pubblico
può recar giudicìo non possono essere che l’idee, e le loro particolarità,
combinazioni e couuessioni; c siccome altresì nell’idee stesse non si può
distinguerò d’una parte altro chi! il loro stato assoluto o relativa, e
dall’altra fa loro attività piacevole o dolorosa, e niente più: cosi tutti; fi
classi jèstìibiJi delle materie sulle quali il pubblico può giudicare,
riducousi o alle qualità diverse degl’oggetti gli uui relativamente agli altri,
o relativamente a non, o al piacere e al doloro ebe Intima ne può ritrarre. Da
ciò nascono sol lanlo due specie di giudicii, e di generi universali di scienze
e d’arti: la prima di giudici! o di scienze ed n l* Li di semplice convenienza
o ripugnanza fra le cose: e gl’altri, ad altre, di gusto e d’utilità. Ciò
ritenuto, è d’uopo osservare die il diletto o il disgusto si può riguardare
SotLo duo punii dì relazione: vale a dire o isolato, mercé di uu astrazione; o
in quanto va naturalmente connesso a determinate idee, le quali nei loro
paragoni sono sempre feconde di rapporti di convenienza o di ripugnanza o
interna o linaio. Ora contemplando il piacere o il dispiacere in se stessi,
noti entrano nella serie dell’attuali ricerche; conciosaiachè non si chiede
direttamente se il gusto del pubblico possa essere criterio di verità almeno
per connessione, o so passa essere regala di gusto o per rapporto al privato, o
per rapporto ad un altro pubblico; a bua I mente se la testimonianza del
pubblico dì sentire intorno a certi oggetti un dato piacere o disgusto sia un
giudichi o no, la qual cosa è superflua a proporsi a qualunque uomo dotato di
senso comune ma beasi ss chiede dìrettameute, s’il giudìcio del pubblico possa
essere criterio di verità. Sogliono, è vero, pello più gl’uomini denominare
Odilo o brut - lo^ utile o nocivo quello che reca loro piacere o dolore nell
atto che provano classi diverse d’idee o che oe preveggono per connessione lo
sperimento. Questo denominazioni sono in sostanza altrettanti giudtóU* ^ vero
altresì che questi sono giudici] dedotti, dirò còsi e di couseguenza del
sentimento, e non mai sono espressioni dirette del piacevole o doloroso sentimento.
Questo ini piace, o è capace di recarmi piacere; dunque è bello, o è buono – H.
P. Grice, on ‘good’ PROLEGOMENA – “I approve of x”. Questo mi dispiace, o ò
acconcio a recar mi disgusto: dunque è bruito, cattivo—NOT GOOD, H. P. GRICE
--, pericoloso, cc. Ecco f inavvertito e tacito raziocinio – H. P. GRICE
ENTYHMEMA -- che.! ih J pubblico quando da ciò che a Ini piace: o dispiace
denomina un oggetto bello o buono 5 brutto o nocivo. A suo luogo esamineremo se
questa maniera di ragionare sul sicura, e conforme alla verità o no. Pei ora
bastami d’osservare che l’ESPRESSIONE – H. P. GRICE, CROCE -- del sentimento
del piacere o del dolore, considerata in se stessa, non è direttarntmte
contemplata dal programma. Dall’affinità delle precedenti idee siamo naturalmente
condoni ad indagare se quella che dai moralisti e dai politici appellasi
opinione pubblica assumere si debba come oggetto contemplato dalla presente
questione. A parlare però con verità, si distinguono in essa due parti fra loro
assai diverse; l’una delle quali è opera dell’intendimento, e l’altra del
cuore. La prima, essendo un formale giudicio, può appartenere a questo
argomento. Ma l’altra, non essendo che un mero affetto, ne resta esclusa. E per
verità qui si chiede di ciò che può riuscire criterio di verità. non di quello
che può ispirare stima o disprezzo, conciliare onore o infamia, riscuotere
biasimo o lode. Ma siccome il dividere la parte del cuore dalla parte dello
spirito egli è un distruggere formalmente la nozione dell’opinione pubblica, la
quale essenzialmente risulta dall’unione solidale d’ambe queste parti. Così
presa come tale, vale a dire presa l’opinione pubblica nel suo vero e complesso
senso, non può entrare nella considerazione del quesito. A. line di sentire
esattamente la verità di questo ragionamento non v’ha miglior partito di quello
d’addurre la vera nozione dell’opinione pubblica, e precisamente di quella
opinione, la quale essendo nei rapporti della verità, cioè a dire che ne’suoi
giudicii coincide col vero merito delie cose, sembra eziandio avere la più
intima connessione col presente argomento, in cui si ricerca del criterio di
verità. Certamente esistono molte specie di opinione, alle quali abusivamente
s’applica il nome d’opinione pubblica. Ma è ben chiaro che se ve n’ha taluna
alla quale attribuir si debba il diritto a divenire criterio di verità, quella
sarebbe certamente, la quale essendo conforme ai rapporti dell’ordine morale,
ed a quell’unità sistematica che passa fra il vero [PROBABILITA, CREDIBILITA],
il giusto e il solido utile [DESIRABILITA] del genere umano, comparte alle
persone, alle azioni ed ai sentimenti onore od infamia, giusta il loro merito
reale. Ora quest’opinione pubblica io la definisco =uua guisa di pensare
uniforme e costante della massima parte della nazione d’ITALIA, mercè la quale
ella giudica qual cosa buona o cattiva, e ad un tempo stesso stima o disprezza,
loda o biasima, ascrive ad onore o ad infamia tutto quello che è giovevole o
contrario, conforme o difforme alla verità ed alla costante di lei felicità o
perfezione. Quest’opinione pubblica, le cui cagìoui, leggi, direzioni, forze.
ajutì, aumento e decremento Sono oggetti i quali non sono stali pera neh e uè
ben compresi, nè apprezzali nè sviluppati:, quest’opinione, che è la parte
precipua della legislazione, dal successo della quale sembra dipendere quello
delle altre tutte; questa, che sembra l’anima e lo scopo del quale il grande e
filantropo legislatore si occupa iu segreto, mentre eli’ egli sembra limitarsi
a particolari regolamenti' questa, benché tanto importante, tanto estesa, tanto
possente, non può partecipare, pell’aspetto suo totale e complessivo, alle
presenti nostre ricerche. Che se, come sì è osservato, la parte intellettuale,
cioè il mero giudielo che ne forma parie, può venirvi compreso, egli cadrebbe
propriamente sotto it problema generale, se i gittcìiciì del pubblico iu
materia di morale, di politica, od anche di bello, e di qualunque altra cosa
ch’interessa il di Lui cuore, possano pella parte del pero essere riguardati come
criterio di verità. Ma ciò tramuta affatto l’oggetto della ricerca: non
altrimenti che nell’ipotesi, che taluno propone ad un desolo d’addurgli le
dottrine completo appartenenti alla musica, egli si limitasse invece a
riguardare il propostogli argomento sotto l’aspetto solo delle fredde e
generali teorie delle sensazioni: e si restringe a spiegare come ramina senta
le noie, come le distìngua, corno lo giudichi ora simili ed ora diverse, ora
lente, ora rapide, ora appartenenti ad un is t ro llio n to, ora ad un altro, e
niente piu. In breve, l’opinione pubblica, considerata corno tale, non entra,
almeno direttamente, nel piano delle attuali nostre ricerche, e non è uno dei
termini della qui shunt' proposta. Ma che cosa ò fpiesto pubblico, e
specialmente questo pubblico – H. P. Grice, the man in the street -- che reca
ciudi ciò di qualunque cosa? Io credo, a parlare con esattezza, che questa
quistione si possa più sciogliere mercè la considerazione d’un’ipotesi, che
d’un fatto reale, segnatamente se venga ri vosi ita di tutte le circostanze
richieste dal quesito. E per verità è incontrastabile che pochi privati non
formano un pubblico, come è evidente. Non formano nemmeno il pubblico certe
classi o società, benché numerose, dello stato dell’ITALIA. Dall’altra parte
l’unione delle nazioni non è veramente il pubblico qui contemplato: sì per chè
esse propriamente formano fiuterò genere umano; e sì perchè appena si potrebbe
verificare la conformili del giitdiciu che si suppone o almeno ad ognuno che
brama di fare dei di lui giudioii un criterio di verità sarebbe impossibile di
rilevarne l’opinioue: e sì perchè finalmente nell’accettazione comune la
denominazione di pubblico non imporla un’estensione cotanto immensa di
concetto. Nemmanco sotto tal nome s’intendono molli uomini erranti in seno
d’una selvaggia indipendenza, poiché non v’è fra loro colleganza e comunione di
pensiero. D’altronde senza una estesa lingua non essendo intelligenti, non
possono propriamente recare giudicio sui varii oggetti dello scibile umano, e
mollo meno un giudicio che possa servire di criterio di verità. Per questa
ragione una nazione ancor barbara – come la BRITANNIA avanti alla visita di
CESARE, le cui nascenti idee sono peranco ravvolte ed aggravate nel pesante e
grezzo infarcimento dei sensi, i quali non permettono altre combinazioni che
quelle le quali vengouo tessute dai primitivi bisogni, nè suggeriscono altre
dottrine che quelle d’un'accidentale ed organica contemplazione degl’oggetti
mista all’illusioni d’una prepotente e sensuale fantasia; una tale nazione,
dico, non può certamente costituire il pubblico contemplato dal quesito. Rimane
adunque che una nazione, come L’ITALIA, per lo meno mediocremente incivilita e
illuminata, d’una comune lingua – H. P. Grice, “I can invent a language, and
call it Deutero-Esperanto, that nobody every speaks” -- , e vivente in
colleganza, sia il soggetto del quale qui si chiede. Ma questa stessa
estensione del numero degl’individui componenti la persona del pubblico – C. A.
B. Peacocke, POPOLAZIONE --, presa almeno come carattere essenziale della
nozione di lui, è forse soverchia, infatti, s’una cosa venga presentata ad una
popolata città, come BOLOGNA od Oxford; come, per esempio, una tragedia su d’uu
teatro, uno spettacolo su d’una piazza – dialettica bolognese – dialettica
d’Atene, dialettica di Bologna, dialettica di Bovis Vadum; e di siffatte cose
dagli spettatori venga recato qualche giudicio, si suol dire: la tale tragedia
o il tale spettacolo sono applauditi o biasimati dal pubblico; e, individuando,
si dice pur anche da quella città – SORBONA --, o dal pubblico di quella città.
Ma così favellasi del pari se ciò avvenga in molte città successivamente;
talché sotto la denominazione del pubblico molte città e molti pubblici, dirò
così, s’abbracciano. Pella qual cosa a questo cute così indeterminato, creato
dall’umano arbitrio, non altrimenti che ad una stessa figura fisica
suscettibile di varia grandezza, in forza del comune modo di legare le idee
alla denominazione, conviene assegnare limiti più o meno ampii, senza
costringerlo rigorosamente ad alcuno. Avvi pelò di comune in tutte queste
modificazioni della nozione del pubblico una specie d’unità ed una certa
circonferenza, che nc racchiude 1’estensione e lo separa d’ogni altro, la quale
necessariamente deve essere quella medesimà che d'altronde naturalmente
a-politicamente distingue una società qualunque o piccola o grande da qualsiasi
altra o vicina o lontana. La circostanza adunque, che la nozione del pubblico
di sua natura esclude sì è la divisione delle parti d’una stessa società: cioè
a dire, che non si può appellare pubblica mia cosa qualunque, quando dalia
posizione attuale escluda iu fatto o iu potenza una qualche parte d’individui
che la compongono lo mi spiegò; si affìgge a ragion d'esempio uno scritto in un
luogo ove tutti lo possono leggere: s’espone una cosa m mi luogo e con
condizione per cui LulLi vi possono intervenire. Benché forse i! minierò di
coloro clic leggono l’affisso o concorrono a vedere In cosa, sia talmente
piccolo che non ecceda il numero degl’individui componenti una famiglia: pure
la sola possibilità, la facoltà ampia, e lo circostanze Lutto dal cauto
degl’oggetti ad essere veduti da lutti fa si chidi consi esposti al pubblico.
Laonde ogni cosa acquista la denominazione di pubblica pella sua relazione a
tutti gl’individui d’una società. Onde è hiaro che nel concetto comune la
nozione del pubblico avvolge la considerazione di tutti gl’individui d’un
paese, come la EMILIA, d’una città come BOLOGNA, d’una nazione come L’ITALIA.
Pello contrario benché un numero assai maggiore intervenisse In altro luogo a
vedere altr’oggetti, ma che è destinalo o per alcuni. o per una certa classe
soltanto di persone – H. P. Grice, The Lay and the Learned -- , quantunque
effettivamente maggiore fosse il numero degli spettatori clic colà concorrono
di quelli che si recano alle cose esposte al pubblico, pure un Lai luogo e
gl’oggetti quivi presentati riterrebbero Sempre II nome di privati; cosi dicesi
un teatro privato, una privata accademia. Quando si parla d’una universalità
d’uomini componenti una o più società non si deve estendere la significazione
così rigorosamente che debba abbracciare tutù affatto gl’individui, ninno
escluso ma bensì basta legarvi l’idea dhma universalità morale – THE UNIVERSALITY
OF CONVERSATIONAL POSTULATES – KEENAN OCHS – SCHELLING FICHTE, THE CUNNING OF
CONVERSATIONAL REASON -- cioè a dire della mussami parte degl’individui, mcnLre
aldi sottodi tale misura la collezione cessa dessero pubblica e rimane del
tutto privata. E però conveniente che siccome si parla d’un pubblico che deve
riuscire giudice di verità, cosi in forza di Lale veduta è d’uopo precipuamente
ed a preferenza comprendervi la parte pia illuminata non tanto per un riguardo
aireccellenza di lei quanto anche pella relazione al fine per cui si contempla.
Ma y’è ancor di più. il programma parla del pubblico in generale né si limita a
quello dei paesi, nè a quello delle città, uè a quello delle nazioni. Perdo
nelle ricerche attuali no» lutti Ir compreu direni o in distili Lamenti OB Non
è iuuLìle d’osservare, die Impropriamente nei ragionamenti comuni s’accenna
resistenza anche d’urt' altra tal quale specie di pubblico, la quale viene
composta dalle persone coke ed intendenti, sparse a rari intervalli nei paesi
inciviliti. 31 a, a parlare esattamente essi piuttosto disegnar sì debbono col
titolo speciale di dotti – GRICE THE LAY AND THE LEARNED -- anziché di publico;
e conviene riguardarli come parti del pubblico 5 c come il flore più scelto di
Ini, anziché costi in irne un pubblico intero. Infatti essi sono divisi in
classi diverse, ed appellanti o metafìsici, o fìsici o politici . a moralisti o
poeti, e non pubblico. Così i giudici! sulle diverse materie da loro r e e a ti
«man a no da varii dij. m r ti menti s tn ceatieosi e sciti si vameule, che
quelli d’uno non vengono mai riguardati come appartenenti ad un altro diverso.
Ond’è, che per questo rapporto i dotti uno vengono giammai tutti avvolti entro
d’una sola denominazione collettiva, che li faccia riguardare ripetuta men té
nelle diverse materie come individui d’un tribunale unico e stabile che sempre
giudichi di tutte le materie disparate, i' sia naturalmente lo stesso nel
recare giudicii differenti. Ma, se ben si ritengono l’annotazioni precedenti,
essi d’un’altra parte vengono di già compresi nella considerazione totale di
quel pubblico 5 al quale o per dimora o PER LINGUA appartengono. 00. lì
pubblico ha aneli5 egli una certa vita a lui propria, la quale non é ristretta
al corto giro di quella degl’umani individui. Egli, al pari degl’altri corpi
lutti morali, come si suol dire, non muore mai. Sotto di questo rapporto Lo tic
lo vicende di □ pi mone si considerano avvenire in un solo soggetto, benché
appartengano a parecchie generazioni diverse. Così, oltre all’evertalo uè
naturale; del suo corpo, egli ira uu1 estensione successiva d’esistenza., la
quale, ragionando della verità, che è per se stessa immutabile, assoggetta I di
lui giudici! a condizioni le quali possono forse sembrare rigorose, ma che non dimeno
sono necessarie e naturali ai rapporti reali delle cose. Raccogliamo l’idee. Il
pubblico, del quale si ragiona in questo argomento, si deve riguardare come
l’unione della massima parte deg’individui componènti le società Incivilite,
compresevi speda Imeni e k persone colte che vi esistono. Del modo dei giudieii
del pubblico, TU Qualunque giudicio, die recar si può tól'iiomo intorno ad tmn
più cose deriva dalla cognizione perfetta o imperfetta dell’oggetto su del
quale sì giudica, o deriva d’una ragionevole o non matura deferenza alPaUrui
discer Dimenio. Qui non yT ha mezzo. La prima specie di giudicii può dirsi di
scienza e la seconda di CREDEBZA (CREDIBILITY AND DESIRABILITY) $ la pretta
originale e la seconda di tradizione; la prima propria, e la seconda di mi tori
là altrui. Questa differenza però riguarda la situazione interna, dirò crisi,
del giudicio e le fonti di lui. Ond'è dio portai motivo sposso élla rimane
occulta al Po celi io di dii ascolta, è no raccoglie Pestcrna espressione. Bea
è vero pero, che talvolta può avvenire che no riescano plesi le sorgenti. Jn
tal caso convien pure usare di regole diverse per misurarne il valore. Questo
triodo adunque, benché intorno, riesce allora una quantità filosofica, cui
né'calcoli dell'estimazione morale non votivie no trasandate inapprezzata.
DiffatLi s’il giudicio è origina Ir conviene valutarlo colle regole logiche dei
raziocina umani, in qua alo si riferiscono allo stato delle cose e della natura
del fu omo. Che se poi è ili pur.'1CREDULITÀ, conviene salire ai fondamenti
dell’autorità da cui viene trasmesso, come più ampiamente si ragionerà qui
sotto. Concìóssìachò non avendo allora che un valore puramente precario, e
tutta la verità stia risolvendosi sulla prima fonte d’onde deriva, è sempre o
mal sicuro, n precipitalo, o falso, s’è stato adottato o con dubbii fondaménti,
o senza ragione, o contro ragione. D'all rond e questa in aniera di giudicii se
sot1o di u il aspe Lto può dirsi pubblica, perchè dal pubblico viene professata
panni ciò non ostanie che a rigore al pubblico non si possa imputare: poiché
egli non c propriamente autore, ma solo crede con inventore, ma solo copista;
non sciente, ma solo CREDENTE. Il filosofo adunque, assumendo in considerazione
una siffatta classe di giudici! nei rapporti della ricerca attuale, è costretto
ad indagaru se LA CREDENZA del pubblico non in materia solo di fatti, ma
eziandio di riflessioni, di principila di scienze, puo èssere criterio di
verità o, a dir meglio, se i fondamenti e la maniere colle quali il pubblico
adotta un giudicio qualunque sull’asserzione altrui siano tali, onde L CREDENZA
che n’emerge si puo accogliere quale criterio di verità, ficco quale differenza
di considerazioni tragga secorj n està interna diffbronza de’modi dei giudicii
umani lui altro modo i alerti o dei giudicii di piu uomini, cui meglio appellar
si deve o difetto od ostacolo al pubblico giudicio, si è la frequente
discrepanza d’opinioni degl’individui sociali. So però soventi volte i cervelli
degl’uomini sono come i loro orinoliì quali mai non sono perfettamente
d’accordo nello stesso punto, ed ognuno crede al suo, come dice Pope; pure ogni
risultato derivante da questa circostanza rimane escluso dall’attuali ricerche;
imperocché se la discordanza è tale (die impedisca un comune ed uniforme
consenso – GRICE COMMON GROUND STATUS -- su di qualsiasi oggetto della massima
parte di società, è ben chiaro che s’impedisce o si toglie l’esistenza di
qualunque pubblico giudizio. Ora coi ragioniamo nel supposto ohe tale giudici o
esista. Cosi dicasi dell’assoluta ignoranza o della noncuranza del pubblico a
giudicare di qualsiasi oggetto intorno al quale per altro potrebbero cadere dei
giudici. E tròppo chiaro che colla prima non si può giudicare rie bene nè male,
e che colla seconda uou si giudica di niente e cosi tanto nell’uno quanto
nell’altro caso non esiste giudìcip di sorte alcuna. Rapporto poi al modo
esterno dei giudici! del Pubblico, il quale propriamente consiste
nell’espressione o manifestazione di bri. io credo che non si possa a buon diritto
e con sicurezza attenersi clic ad un solo, (I quale è appunto LA FAVELLA o
vocale o scritta: mercè d’essa FAVELA gl’uomini ESPRIMONO le toro idee dirci .t
amen le; ogni altro mezzo rimane equivoco, fallace, e talvolta perfetta mento
con Ira rio Così, benché l’azioni, i costumi, gl’usi 5 le mode, e cento altre
cose di fatto, possano per una e a Lumie connessione connotare in generale P
esiste u za d’un giudicio ili approvazione n dì disapprovazione, di piacere o
di dispiacere di lui Pubblica inlomo agli oggetti relativi; pure se da ciò si
volesse dedurre il pensamento preciso di lui intorno ai principi! pratici di
siffatte azioni ed usi, si tesserebbe, crcd’io, una fatica pello più
frustranea, d’un esito equivoco, e del tutto vana pei progressi o pella
scoperta della verità. Quante volle infatti molti uomini, ognuno dei quali
meglio d’agni altro dev’essere Consapevole dei motivi precisi delle proprie
azioni, prendono degl’abbagli, e fanno illusione a sè medesimi sulle ragioni di
molte loro azioni, di molte loro pratiche e di molti ragionamenti! Quante volte
lo stesso atto m tempi differenti parte da motivi non solo diversi, ma eziandio
opposti! Ora se tanto avviene in ogni singolare individuo mentre che ognuno ha
l’intimo scrutìnio del proprio pensiero, cosa dir si dovrà di rollìi olie si
rivolge al Pubblico col fine di dedurre dalie azioni i qraUeri dei giudirii di
quello? Non si trova egli forse ìu una tale posizìn nf‘F in cui non solo manca
di siffatto soccorso ma viene collocato nella massima distanza possibile, ed
avvolto nelle tenebro le più impenetrabili, onde scemerò le interne Speciali
ragioni di l'alto delle prati dui ili cui egli è spettatore? Non deV egli
conoscere mfimtamente meglio, pei rapporti concreti di fatto la sua famiglia, l
suoi amici-, it suo celo? Ora riguardo a questi ardirebbe egli infallibilmente
dì fissare i principi! specula Livi degli usi e della condotta? Pure per
potersi giovare di loro a ma'di ente rio converrebbe accertarsene chiaramente
come d’oguì altra cosa di fatto Ma. rapporto agli usi del Pubblico, noi soventi
volte abbiamo esperienze che ci possono servire di caparra onde congetturare,
che quando anche ci fosse permesso l’accesso nei cervelli umani, c’asterremmo
forse dall’assumerci la fatica del loro esame. Quante volte infatti gl’uomini
seguono in comune una pratica unicamente perché la veggono in a E trise n ?/
altra ragione o giudicio teoretico possibile intorno alla bontà o malvagità,
opportunità o sconveuienza, decenza o indecenza altitudi ne ad abbellire o a deturpare!
Pella qual cosa quello che appallasi la ‘lingua’ dell’azioni nel presente caso,
non si deve assumere mai non solo come ledale interprete ma nemmeno come
CONTRASSEGNO NATURALE d’una specie precisa di giudieii regolatori, o d’opinioni
riguardatili la verità o la falsila, la convenienza o la disconvenienza
d’alcuna nostra idea, Si. Attenendoci adunque al solo modo dell’ESPRESSIONE
vocale o scritta., qui non possono cadere ìu considerazione che quei soli
giudici! del Pubblico i quali in tal guisa vengono da lui manifestati. Dopo ciò
si potrebbe far ricerca io qual mudo propriamente constare ci debba che un
gìudicio qualunque sia veramente del Pubblico, ha risposta è semplice; ma Tallo
è pressoché impraticabile, o almeno non mai praticalo, E in verità, se consta
che non si può dire pubblico uu gra fi icio se non è veramente esteso alla
maggior parte d’una società; se non si può essere veramente certi de IT
esistenza di lui se non inarca LA FAVELA; è ben ebbro che nel ceso che taluno
dove farne uso come eli regola di verità, dovrebbe raccogliere l’opinioni del
maggior numero, ìncominciando sempre dalla parte più cotta non altrimenti che
in lui congresso democratico si raccolgono I voli. B3 Questa fatica però rende!
dei lutto superflua, se supposta audio per ipotesi resistenza di im siffatto
giudicio vsl dimostra che non può servirò di veruna istruzione. Ora se ciò sia
vero, o no Io veremo incontanente; e dedurremo quindi se dobbiamo sollevare il
ligio amante del Pubblico da questa serie di visite e di richieste
agl’individui che lo compongono. Quello che ora mi sembra non inutile
d’osservare si è che non avendosi mai praticata una siffatta raccolta
d’opinioni in verun genere, noi supponiamo una cosa possibile, cui per altro
ignoriamo se esista, o no; coutenti piuttosto di un semplice saggio fatto sopra
di alquante persone, che di un esteso sperimento ripetuto sopra il maggior
numero: conchiudendo che debba bastare pell’altre tutte da noi non onsultate;
quasiché ci consta d’una tanta uniformità di pensare fra gl’uomini, che dal
modo d’opinare d’uno o di pochi ci è lecito dedurre quello di molti, o di assai
più. Da ciò si scorge se con ragione all’incominciamento del saggio R. osserva
che qui versavamo più su d’una considerazione ipotetica che reale. Tutte le materie
possibili dei giudicii umani sono l’idee che 1’uomo può avere intorno a
qualsiasi oggetto. Ora fra lo sperimentarne I impressione ed esserne privi non
v’è mezzo; come non v’ha mezzo fra il loro concetto assoluto ed il loro
concetto relativo. Inoltre non v’è distinzione nè divisione in ogni idea, che
quella che passa fra la loro qualità e forma, e la loro attività aggradevole o
disaggradevole. Ma considerate l’idee nei loro rapporti alla verità,
l’affezioni loro piacevoli o dolorose, tutti gl’effetti che ne derivano restano
esclusi dal quesito. Inoltre ritenendo che debbonsi contemplare i giudicii che
riguardano le dette idee, e non la diretta loro impressione, restano perciò
queste del pan escluse dall’attuali ricerche, e quindi anche ogni espressione
ad esse relativa. Pella qual cosa scorgesi che tutte le possibili materie sulle
quali può cadere la ricerca del programma sono state comprese dalle precedenti
osservazioni almeno in una guisa generale, e separatene le stiauiere.
Circoscritto così tutto l’orbe degli oggetti delle presenti ricerche, e
presentato il tenore generale della quistione, giova ora passare alla soluzione
di lei. Soluzione del (/itesi lo. Esposizione ‘lelfaspetio ilr£cis0 cui
i,l‘lwl,,J di cliùunart' ad esame r g9_ Premesse le cose sopra discorse mi si
chiede di nuovo sn i Ridiede del Pubbli™» possa essere giammai un criterio di
verità. Put» marno che tjui si parla delle verità di riflessione. A ciò
rispondo: o consta abbastanza su quali fondamenti il Pubblico appoggia i suoi
giudieii: vale a dire, si conoscono i principi! le combinazioni delle prove da
cui risultano, o no. Nel primo taso d giudichi del Pubblico non può essere
mezzo a disceruere la venta, perni" diviene superfluo; nel secondo esserlo
non può, perchè rimane iuccWo. Il primo è chiaro; perchè il criterio è
propriamente tale solamente avanti di possedere la cognizione della verità, e
non dopo che è scoperta e riconosciuta: couciossiachè il criterio di natura sua
e dirette ed ordinato a scoprirla, e a distinguerla dall’errore; talché m
questo stesso uso e direzione consiste precisamente la di lui essenza. Criterio
di verità, a senso di tutti i logici, altro non è ch’una regola di cui su serve
i’uomo per acquistare la cognizione della verità; un mezzo oli c distinguere il
vero dal falso. Orai quando consta pienamente m Vigore della cognizione
intrinseca dei rapporti degl’oggetti, e delle loro convenienze o ripugnanze,
diviene superfluo il soccorso di qua siasi altra metodo, benché altronde
esiste, per «coprirla e comprovarla: poiché abbiamo di già ottenuto il nostro
intento. Tale infatti è oziami™ pratica delta ragione umana. Conoscendo, a
cagion d'esempio, per dimostrazione intrinseca che tutti gl’angoli d’un
triangolo, presi insieme, sono eguali a due retti, non sentiamo noi che sarebbe
ridicolo d’implorare U riudi ciò del Pubblico, quand’anche pensasse così, onde
affermare che questa è una verità? DI questo particolare adunque non facciamo
p« p avola. Passiamo all’altro membro della distinzione. Immaginiamoci che
talnno tessesse un corso ili geometria sui giudieii del Pubblico, e che
soppresse le dimostrazioni, dice al suo allievo; il Pubblico circa le tali
proposizioni giudica io tal guisa: quindi adol J. laLe le sue séti lenze pei
vere, semlevone imi fiducia no’vostri ulteriori progressi nelle matematiche Se
questi aderisse ai suggerimenti dei suo precetto ve, veramente dir non si
potrebbe eh ei sappia la geometria ma bensì che la crede soltanto. Ma se però 5
volendo anche prescindere dalle dimostrazioni singolari do gru proposizione,
egli amasse tuttavia rii assicurarsi, almeno iti generale, del fondamento dei
propri! giudichi, egli chiederebbe pello meno per quale ragione rimettere si
puo con sicurezza allWLorUà del Pubblico Ìli materie geometriche, e non anzi
dubitare della di lei validità. Allora è ben chiaro che il suo precettore
dovrebbe assicurarlo su di ciò o col dimostrargli ad una ad una ogni
proposizione ili geometria, c quindi fargli sentire che il pubblico
effettivamente non s’inganna; o almeno col tessere un discorso ben convincente,
con cui dimostrasse teoreticamente e, come si suol dire, a priori che in
materia di geometria d’EUCLIDE d Pubblico non si puo ingannare, \td prima caso
egli esaminando i fondamenti de Ih autorità ilei Pubblico, la rende superflua
ai suo allievo, emide evidente; ufd secondo poi converrebbe provare In
generale, che tale sia bindolo delle verità matematiche, e tale la loro
relazione colla mente umana e tale la forza della logge che la incorrere molti
ingegni umani nello stesso sentimento, da rendere impossibile al Pubblica
d’errare. Senza di questui Ili ma circostanza il Pubblico non godrebbe
veramente ver un maggior privilegio sopra d’ogni singolare individuo'; ed anzi
siccome è per questa sola ch’egli si distinguo dal privato, cosi da questa deve
dipendere in ultima analisi la preferenza de'gìndicn suoi, se la merita, sopra
(fucila dei privati. Se la ricercata prova poi veramente riuscisse, allora cóle
sto allievo, benché non potesse nutrire una certezza, dirò così, diretta ed
intrinseca delle verità, di geometria prodotta dall’intima cognizione dei loro
rapporti, avrebbe però una certezza di connessione prodotta dalla cognizione
intima di quelle leggi generali che le dettarono al Pubblico. Di là. come da
fonte comune, la certezza si spande sopra tutti i loro prodotti, e rende
indubitato ogni giudiciò pubblico di geometria per ciò solo che deriva da lui.
L pero manifesto clic tanto nel-Puna quanto nelTalira maniera ogni privato
diviene per diritto di ragione unico giudice ih-lla verità, e del Pubblico
stesso, luiatti supponiamo che 3 a fronte d’un asserzione del P„bldico su
qualche oggetto, io avessi tali argomenti uj mano, onde uè risulta la falsità:
potrà’ io mai dissuadermi ch’egli non s’inganni ì 5 Ibi. p qui par l'appunto
cade mb osservazione sul vero aspetto della qui si iena che esaminiamo. Abbiamo
dello che quando si conoscono intrinsecarne tile c chiaramente i rapporti
dimostrami ti uà verità il giudirio del Pubblico noti può servire di criterio,
Quando si conosce fa falsità d’un sì Paltò gkdlcio non sì può ih: sì deve a Ini
rimettere la nostra opinione benché egli sia dell’opposto partito; ma il
privalo ò in diritto d’aderire ai proprio privato sentimento, o almeno,
s’amasse dì apprezzare soverchiamente l’autorità pubblica, dovrebbe per necessità
rimanere in dubbio fra entrambe: orni1 é, die nemmeno allora il giudìcìo del
Pubblico potrebbe servire di criterio di verità, Dunque la quislione tende
propriamente a scoprire se quella specie dei giudici! del Pubblico, de’quali
soltanto signora la intrinseca ragiono, si possa assumere come mezza onde
disceruere uni verità peranche incognita; talché ogni cosa che convenga con
loro debba dirsi vera ed ogni cosa che con essi non convenga si debba riputar
falsa. lo non ho detto di quei giudieh, de quali le ragioni determinanti il
Pubblico ci sono occulte 5 ma bensì di quelli dei quali s'ignora la intri 11 s
oca ragione. Imperocché i sostegni della verità possono nello stato reale dei
rapporti essere ben diversi da quelli che esistono nello spirita del Pubblico:
potendo benissimo accadere, come tutto dì reggiamo, die una verità venga
adottata mercé argomenti del tutto privi di valore dimostrativo. Eh Nel caso
adunque ohe tali motivi insussistenti mi fossero palesi ma che d’altronde
avessi prove della verità del giudicio, io dir potrei non che il Pubblico
s’inganni, ma bensì eh5 egli è persuaso della verità per ragioni frivole, ed
anche assurde. Rei caso poi che non avessi i9 altronde prove delb intrinseca
verità o falsità dell’asserzione e che ad mi tempo stesso mi lessero nate le
ragioni determina alt in fatto il giudicio del Pubblico, ma che le sentissi ad
un tempo stesso in con eluderli i, io non potrei dire perciò che il di Ini
giudicio è falso, ma soltanto che non uè vengono addotte valide provo: e ciò
por la ragione sovra indicala. In tal caso quest’ultimo modo di giudicio dove
dal privato pareggiarsi a quei pensamenti de quali a lui vengono occultate le
ragioni: colla sola differenza che udì’mi caso ci sa che la deduzione espressa
è vana, e nell’altro ignora se è dimostrativa o no, g gp [g]fj è vero che il
vedere la causa della verità soste mila d’un patrocinio palesemente invalido
ingerisce comunemente una sinistra prevenzione contro di lei, essendo
scarsissimo il numero di quelle menti che si sappiano contenere entro i limiti
d’una filosofica moderazione nel limitare la sfera d’influenza anche dei
difetti, e che sappiano bene dividere i vizii delle cose dai vizii dei loro
trattatoti. Ma di ciò non e nostro Islluito di ragionare. Forse misi chiederà,
come puo avvenire che al privato sono occulte le ragioni me yen li il Pubblico
ad un dato giudieio, perciò stesso elisegli è pubblico. Ma io rispondo: die
siccome questo Pubblico è un complesso d’uomini, e siccome non è d’essenza ad
un uomo che mi palesi la ragione d’una sua opinione perchè solo me la propone;
così può avvenire (ed è. ciò appunto die pello piò accade) che io, anche
rapporto a molti, sappia beasi il contenuto d’essa, senza ch'io tic sappia le
Interne e mentali cagioni. Ritorniamo all’assunto. Dal fin qui detto parrò I di
potere a ragiono coochiudere che nel caso che il Pubblico o in tutti o In
taluno degl’oggetti delle umane cognizioni si dove tenere per un criterio di
verità, ciò avverar non si potrebbe se non In quei soggetti ne'quali nuu si
veggono [e di mostra zi cui. tfO-2. Il caso si verifica nella seguente maniera.
Esìste un dato soggetto sul quale io non so che cosa mi dovo pensare. Esiste
però intorno ad esso un giudizio del Pubblico. Si chiede s'io debba, o almeno
posso, sicuramente rimettermi a Ini per farne norma al mio giudìcio. Ma è
chiaro che a produrre in me una tale sicurezza converrebbe prima che, almeno
per una ragione generale, mi persuado che il Pubblico non si puo ingannare mai.
o almeno non si puo ingannare su di quelle materie a cui appartiene il soggetto
intorno a! quale lo bramo d’istruirmi. Ora. rapporto a questo, io ho detto clic
il giudicìo del Pubblico devesi riguardar sempre come INCERTO – H. P. Grice
UNCERTAINTY --, e quindi non mai come criterio di verità. Il dimostrare che un
critevio il quale non è sicuro cioè a dire un mezzo della cui costanza nel
farci discernere il vero dal falso o in tutti gl’oggetti, o anche in
qualcheduno speciale, si dove diffidare, non è propriamente un criterio di
venLà nè generale nò speciale, ma invece un mezzo fallace, e quindi non piò
criterio, il dimostrala', dico, una tal cosa è 'fatica del tutto superflua,
poiché ciò è posto in chiaro dal concetto stesso della cosa, (j nello piuttosto
che giova al caso nostro d’osservare si è, che la nozione medesima del criterio
c’iudica il carattere della prova clic dobbiamo usare, onde dimostrare la
verità della risposta sopra allegata. Qual genere di prova richiegga
dall’indole del c/uesito. Se il giudicio del Pubblico o in tutte le materie, o
in taluna, o sempre, o in alcun tempo puo essere un criterio di verità, ciò
avvenir dove in forza d’uu principio costante e generale di natura. Imperocché,
se si risguardi il caso contemplato dalla quistioue, tosto si scopre eh’ei uon
riguarda il Pubblico d’un dato paese o d’un dato secolo, nè certi individuali
oggetti, nè certi anni, ma bensì abbraccia il Pubblico d’ogui secolo e d’ogni
paese: eli’ è quanto dire una universalità – OCHS KEENAN GRICE UNIVERSABILITY
-- d’uomini e di cose, fra le quali non vi può essere di comune che ciò che è
proprio della natura. Del pari volendo elevare i di lui giudicii alla dignità
di criterio di verità o generale o speciale, conviene dimostrare in essi un tal
carattere costante di verità, che iu tutti i casi, in tutti i tempi, o almeno
sempre che ritornano certe circostanze e certe materie, eglino non Smentiscano
giammai la propria attività a farci discernere il vero dal falso. Infatti senza
una tale immutabile rettitudine di giudicio o su tutti gli oggetti, o su certuni,
quello del Pubblico è per ciò stesso mal sicuro, benché spesso è conforme alla
verità. A che mi gioverebbe che sovente non erra, se pur talvolta egli lo fa?
Non è egli chiaro clic nell’ipotesi che dove farne uso, e perciò nei casi
singolari dovendo io appoggiarmi totalmente e alla cieca sulla di lui autorità,
come sopì a si o dimostrato, io potrei a buon diritto dubitare se quello per
avventura foss« Vèspài se r&tuiasnt a ] De !' esprit. Discours I. fJ uiaLéR
Ics operano MS de I esprit se re- 'Liisént b. l'obsciTaLiot] des restiti
bftmces ei dee dìtTépenecs, des convÉiiances 1 tre s i, cli o per fissa re u
el1a memorla i 1 n a pereezione ricevuta e vvi pur d’uopo ili a tl&n s fon
e, a confessio u e de1lo stesso E l v òzi o, e comeanc 1 1 e viene dimostrato
dall’esperienza. Ora, benché quest'attenzióne, a riguardo dell’umana
cognIzione, no u si possa de fiuì re che una persistenza p1ù o rae«° lunga do
IL 'anima sulla stessa idea, perchè una definizione qualunque non potrà giammai
esprimere altra cosa, che affezioni della facoltà di sentire, vale a dire
dell’idee: pure, se scrutiniamo più a fondo la reali La delle cose, dobbiamo
confessare che la permanenza dell"idea nclfauima altro non è che un puro
effetto apparente d’un potere attivo di lei, il quale s’esercita meuLr essa
attende; e clic lattenzìone c realmente una vera reazione del’anima stessa
sulla sede fisica dell’idèa; quindi, eh 'essa e I’esercizio d’un potere attivo
di lei, il quale si fa sentire alla sensibilità mercé I’effetto die in lei
produce; il qual effetto è appunto quello deve corrispondere al di lei
esercizio. Conciossiachè siccome un dato organo, mosso d’un oggetto, produce
nell’anima un'idea, così se venga prolungato o rinnovato o aumentato il
movimento stesso d’una forza qualunque, deve produrre pella stessa ragione
l'effetto medesimo nella sensibilità, altro non essendo l'idea, nè potendo
essere in ultima analisi. che il risultato dei rapporti che passano fra l’anima
e gl’organi, e gl’orgaui e l’anima: rapporti fondati sulla natura degl’uni e
dell’altra. Io credo poi che non fa mestieri dimostrare che l’attenzione è
l’esercizi d’un potere attivo che reagisce nella guisa sovra spiegata; mentre
dall’esperienza risulta che mercè d’essa s’aumenta la forza d’alcune
impressioni esterne, e si rintuzza l’apparenza di alcune altre, col sottrarre
l’anima fino ad un certo segno dal loro impero. Mercè di’essa si sperimenta
eziandio che l’anima passa dalle più forti alle più deboli impressioni e pella
noja d’una forte e lunga sensazione, e pell’amore dell’uomo alla varietà, e per
cento altre morali relazioni. Ora se l’uomo può, mercè dell’attenzione,
aumentare l’impressione d’uua cosa, segnatamente se venga prodotta dalla
memoria – GRICE PERSONAL IDENTITY LOCKE --; e se, malgrado la sollecitazione
d’altri sensi, non si presta alle loro forti richieste, ma passa a suo
piacimento alle più deboli; non dovremo noi dire che dunque l’anima
nell’esercitare l’attenzione non è puramente passiva? perchè in tal caso essa
non puo avere che quelle idee e quel grado solo di sentimento, il quale deriva
dal grado dell’impressione degl’oggetti esterni. Inoltre essa è tratta
unicamente a beneplacito del concorso del’idee cui l’accidente solo esterno
guida ad occupare la di lei sensibilità, e le quali cacciate poi d’altre attendeno
d’esserne pure sbandite d’altre successive. Allora infatti 1’anima, simile al
passivo ed inerte cratere d’un mare, altro far non piuo se non s’accogliere nel
suo seno una folla d’idee, le quali al pan dell’onde lascia necessariamente
scorrere e incalzarsi a piacimento dei venti, e dell’altre cagioni che le
spingono nel vario loro corso ed agitazione. Conchiudiamo. Nell’attenzione
s’esercita un potere attivo dell’anima che re-agisce; e l’esercizio d’un tal
potere è necessario a fine di fissare le idee nella memoria. l’AJìTK li. Vili.
Co n tiri un zione* iVSècr.fij'.Hte ife/r attenzione a formare, l’idee astratte
a le generali Necéssità dei segni e dell' attenzione per conservarle. . ì\ cosa
nota e fuori di controversia presso tutti i filosofi che a formare l’idee
astratte richìedesi necessariamente il magistero dell’attenzione e che anzi a
lei sola doveri la loro f$gtnaziou c. Imperocché è sentenza nota, che
fasirazione non ò ali.ro ch’una fissazione dell’attenzione medesima su alcune
particolarità d’un oggetto qualunque complesso, sia bricco sia morale, mercè la
quale la vista o interiore o esteriore dellamcia viene su d’essa concentrata e
finii lata; non badando allora, nè accorgendosi, uè apprezzando Io altre
particolarità tutte circostanti. Quest' idea speciale, in lai guisa
contraddistinta da tutte le altro appartenenti allo stesso soggetto, e la quale
per un modo metaforico si separa appellasi perciò idea ASTRATTA – GRICE
ABSTRACT ENTITY -- cioè staccata dalle rimanenti colle quali prima giace unita,
le quali tutte per questa ragione hanno il nome d’idee CONCRETE. E noto in
oltre, dalla facoltà di aste ' art 'e. c quindi da11 rise rema dell’attenzione
derivare quella di GENERALIZZARE GRICE SPECIAL GENERAL IMPLICATURE -- fra loro
l’idee, come dicono i filosofi, parlando degl’oggetti complessi parte simili e
parte dissìmili; mentre il formare un’idea o una nozione generale altro non è
clic separare da molti individui quelle qualità che a tutti convengono, om
mettendo tutte quelle che soejo proprie e PARTICOLARI – non totale -- 5 e
formare di tutte ua aggregato, o, a dir meglio, un’associazione tale d’idee
accoppiate e di giudicii per cui sentiamo che quella tale idea, eh t noi
ravvisiamo, Gabbiamo con Ir addì stinta in tanti differenti soggetti. Ciò avviene
sì perche molto idee simili non sono poi elio la stessa idea ripetuta in più
soggetti diversi: e sì perchè tale essendo l’indole dell’esser nostro che mercè
la memoria siamo necessari amen le ri-collocati nella stessa situazione in cui
fummo un tempo per rapporto alla sensibilità; è forza che molti dei soggetti,
da cui abbiamo tratta l’idea generale, si riproducano: e sì riproducano sotto
la posizione medesima in cui li contemplammo al momento dell’astrazione e
dell’associazione loro cogl’altri tutti simili coi quali li paragonammo. Ecco
perchè alcuni filosofi hanno appellato l’idee generali coi nome di forme vaghe
ed incerte; efriè quanto dire non rigorosamente individuali, ma che però dentro
certi confini hanno una rassomiglianza. Ld ecco ancora perche alenili altri
filosofi più superficiali, confondendo l’associazioni sale accidentali
dell’idee generali coll’esistenza del principale soggetto, fratino detto else
ogni idea generale altro non è elio una immagine concreta d’una cosa materiale
ed esterna, o di inolio cose sensibili dello stesso genere, non avvedendosi
primieramente che ciò non hi può verificare in tutti, e clic inoltre quantunque
sia vero die uua data PARTICOLARITÀ esista in un soggetto, millafimeno non si
può dire d’essa a \o componga tutto intero, o venga contemplata confusa con
lui, tanche a lui sia congiunta. Ora questo ò il caso dell’idee generali
appartenenti a molti soggetti ili una PARZIALE – non totale -- rassomiglianza,
le quali non Soup in sostanza die molte idee simili, cioè a dire molte
PARTICOLARITÀ simili appartenenti a differenti soggetti insieme risvegliale
nell1’anima. Appena è necessario di rammentare clic alla formazione dell’idee
generali è necessario il magistero della memoria; mentre ninno ignora che senza
la presenza di molti individui, dai quali si traggono io idee simili e comuni,
ed ai quali poi eziandio s’applicano in progresso per applicarle pure a molti
altri, fa impossibile di compiere quest’operazione; alle quali cose può
soccorrere unicamente la memoria. Non è forse inutile di richiamare ancora che
a fine di ritenere l’idee astratte, e d’impedire che cessata la forza
dell’attenzione, hi quale, per dir cosi. La staccali i fogli dall’ammasso
intero, essa non dove un’altra volta rifare l’opera sua, lasciandole ricadere
di nuovo nel loro primitivo stato concreto, si richieggono I SEGNI dell’idee
stesse mercè i quali l’astrazioni, quasi da vincoli legate e dipendenti sì
scuotano, o renda usi presenti all'anima tali e quali iurooo astratte, Così
quelle porzioni dell’idea concreta, cui l’attenzione di già stacca, vengono
presentate all’intelletto: c senza siffatto magistero la ragione e le spettanza
mostrano che tutta idea concreta è persamente riprodotta appuntino come nella
prima volta: e l’uomo, dopo bavere per infinite maniere ripetute l’astrazioni,
non sarebbe niente superiore al bruto. Tutto questo si vede dm con pari diritto
applicar si deve anche alle nozioni generali le quali, al pari dell’idee
astratte abbisognano dui SEGNI otid7 essere ritenute, conservate c riprodotte.
Quindi giova osservare di passaggio quante LA PERFEZIONE DELLA LINGUA D’ITALIA
è necessaria ai progressi dell’umana ragione: e che una nazione è sempre
barbara o fanciulla riguardo allo cognizioni, lino a che non ha aumentato ed
esteso fino ad un certo SEGNO. II suo dizionario. Questa è la vera e naturale
norma indicante la misura dei progressi intellettuali Fogni popolo della Lena.
idlò. Ma siccome per associare tutte le n canta Lo idee coi loro SEGNI è d’uopo
dell’effetto dell’attenzione – GRICE THOSE SPOTS ARE A SIGN OF MEASLES --,
com’è già noto, c per conservare l’associazione è necessaria la memorici; così
anche per formare e per conservare l’idee astratte e le generali richiedesi il
magistero dell’attenzione e della memoria. Altre riflessioni sulla necessità
dell’attenzione analitica a formare l’idee generali. Una mente che astrae è una
mente che si può fissare e si fissa sopra gl’elementi dell’idee complesse; ed
una mente che eseguisce una siffatta operazione può ad una ad una tutte
sentirle, discernerle l’une dall’altre, e così per una chimica sentimentale
scomporre tutto intero il tessuto ideale; la quale operazione appellasi
metaforicamente analisi. Ma dopo ciò può anche ricapitolare tutte le distinte
ed enumerate idee, ed esprimerle; ciò che forma una descrizione o una
definizione, giusta il soggetto o individuale o generale su del quale s’è
occupata. Quindi ne viene che se il fondamento d’ogni scienza sono le buone
definizioni, il fondamento, o, a dir meglio, il mezzo ad ottenere le buone definizioni
è l’analisi accurata. L’analisi non è ch’una successiva astrazione sulle parti
tutte dell’oggetto, accompagnata dal sentimento paragonalo delle loro
scambievoli diversità: cioè un’attenzione forte, paziente e seguita, che fa
apprendere alla sensibilità le forme e le diflerenze di tutte le parti
d’un’idea qualunque complessa o fisica o morale – GRICE, ADULTO, COMPRENDERE –
in difesa d’un domma. Parmi d’avere qui sopra fatto vedere quanto l’analisi sia
necessaria all’evidenza nei soggetti già formati, di qualunque genere si sono;
e quanto questa lo è alla cognizione della verità. Ora mi propongo dimostrare
quanto è necessaria alla formazione stessa dei soggetti intellettuali, sia che
parliamo dell’idee generali delle cose della natura – GRICE THOSE SPOTS MEAN
MEASLES --, sia che contempliamo l’altre che si creano dalla forza
dell’immaginazione, delle quali anche abbiamo di sopra ragionato. Da ciò si puo
dedurre a quali condizioni la natura lega l’acquisto delle verità
intellettuali, ed ardisco anche aggiungere del bello il più completo; e quindi
se la capacità del Pubblico è a ciò proporzionata. Per verità, questo assunto
puo sembrare strano a qualche filosofo; perchè a prima vista apparisce
ripugnare all’indole dell’analisi, la quale non pare potersi conciliare col
generalizzàmenlo, se m è permesso il dirlo, dell’idee e delle loro arbitrarie
composizioni. Imperocché nell’analisi la mente si chiude entro i confini d’una
sola idea complessa – GRICE ADULTO --, di cui va discerpeuda le parti tutte; e.
ciò fatto, ha fluito f nifi ciò suo: all'incontro nel rendere generale un’idea
molle ne percórre anzi tutte quelle ch’hanno fra di loro ima data
rassomiglianza, Nell’analisi si tien conto esalto egualmente di tutti
gl’elementi d’un soggetto, i? tutti si registrano nella storia dell’attenzione:
ma uol rendere generale un'idea non si Lieo conto che delle solo particolari
t;i ra$so migliatiti dei soggetti Ira sa mia Le le al ire turre; e le primo m
lai gubn delibate noti si recano nel deposito comune della ragione. NoIlVirdiM
Liuto ressi: do I bittenziòne s’estende ugualmente a tutte le parti del
soggetto; ma ni contrario nel formare bilica generale si restringe ad mi
aspetto solo .lì tutti gl' in diri dui contemplati. Malgrado questo io dico che
l'analisi deve presiedere alla retta formazione dell’idee generali. E ni verità
supponiamo qnnltrocouln olgetti, ognuno dei quali ha CINQUE primarie qualità
semplici che ik eoa Etnisca no il carattere individuale. Supponiamo inolttr.die
cento dì questi si rassomigli uo fra di loro per QUATTRO qualità, r ch’ognuno
d’essi uc ha una differente: che gl’altri cento rassomiglino a questi pei Ire
solo qualità; e gl’altri cento a tutti i precedenti pi r DUE sole: e gli altri
cento per UNA. Ciò supposto, chieggo in: per clnssiEicure corno convieoe tutti
questi oggetti, e per applicare a tutti l’idee dee hanno verarneuLe comuni, non
conviene forse sapere die i primi cento Lamio QUATTRO qualità slmili i secondi
TRE, I terzi DUE. c gl’ultimi UNA sola. Ora a scoprire questo con certezza come
far sì potivi, se non coll5 e sa ni io a vi1 attentamente tutti gl’individui
classificati in ogni loro parie. e, disineguendo e ravvisando le loro finirne
forme, Leucr conto delle slmili s« ira san dare le differenh? E ciò non è forse
usare del magistero deh l’analisi ÌJ)7 i ^ Ma tutte Irclassi possibili di
specie o di generi. si primari! eh secondari] 3 che cosa altro sono mai che
qualità simili esteso ad im minore o maggior numero di soggetti, cioè a dire la
stessa idea cooiem putta dal’uomo qual elemento ch'entra nella composizioni: di
un mimerò piti o meno esteso d’idee complesse? Queste poi formano i! maggior
cori odo deh umana ragionevolezza. La cognizione estesa della prògremiva e non
interrotta gradazione dall’individuo a tutti i più alti gèneri, e delle
connessioni die indi ne nascono, caratterizza in gran parte L.j non dico perciò
che l’analisi soia presieda alla icjrmaziqiìe dell’idee gctiordl-, v'entra dopo
la lati olla di compórre, du\ rioì pi io! and li riti asdociando fi separate
commii cj i j J J l ri . le congrega m mi solo corpo o tjhziomi, e flp;
presenta i( quadra alPnmmo, lu imprime nella memoria, e lo riflette uni fo
uvffa :e u;dfjjfl|;‘ij cerne jji uno qtècclùo lf ! !' il aenio scientifico. Da
ciò uè Tiene, die l’aUeuzionG analìtica é la madre immediata della ragione
voleva umana e del genio. A règè'$fiià tlelValit'ti-ionc atta litica ne Un
'deduzione dèi rapporti ipotetici e nella perfezione dell’opere del btdlù.
Inoltre anche nella composizione arbitraria delle Ilice è necessaria l’analisi
per ottenere il fine loro consueto. E infatti, o si uniscono idee astratte o
concrete per coni coniarne fra di loro i caratteri, e dedurne i rapporti di
semplice convenienza o disconvenieriza; ciò che tendi alla scoperta delle
verità di supposto per altro sommamente ipotètico od allora è cosa evidenLe
elio ricercasi Fa 1.1 tifisi al pari che nelle altre venta di supposto
totalmente necessario, o slfTatU coni posiziono tende a produr diletto: di pur
vero dio per oLLenere il maggior diletto possili ]r da quella unioni: d'idee,
ciò die è In scopo delle belle arti e delle belle lettere, deve precedere
l’analisi. Infatti0 II bello che si vuole esprimere è di p tira imitazione o è
di pura invenzione. O è misto delFona o dell’altra. Se è di pura imitazione è
evidente che l’espressione d’esso non è giammai perfetta 5 se non accoppia in
se le rassomiglianze tutte visibili, ed anche inavvertite, le quali udì'
originale fanno ciò non ostante un reale e sentito effetto sui sensi umani. Ora
come puo così accoppiarle senza conoscerle perfettamente, e come puo tanto
finamente conoscerle senza una squisita e profonda analisi degl’originali? Clic
se poi il beilo che si cerca eli esprimere è di pura invenzione; allora siccome
egli risultar deve d’un collegamento arbitrano d’idee, i rapporti delle quali
producano il maggior numero possibile dr piaceri tanto assoluti quanLo
relativi, accoppiando la varietà con Fucila in guisa che ne risulti nelle date
circostanze d maggior possibile diletto: così è pur chiaro rendersi assolutamente
necessario che preceda una cognizione analitica dello particolarità tutto delle
idee, onde poter discendere quelle che sono valevoli a produrre meglio
l'effetto inteso; e rosi presentarle piuttosto sotto di un aspetto die sotto di
un altro, cioè a di-re fissando Fatteuzione dello spettatore più su di una
parte ohe su di e tu’ altra delle idee fantastiche e delle intellettuali,
Montaigne ha dotto ohe Orazio irrigava incessantemente nel magazzino dello
idee, per rappreseci arse! e nel loro più vivo lume. A u c 0 ra una ri II essi
0 n 0 su quesla specie di bello, il quale non può qui riguardarsi che sotto un
aspetto solo. Egli è certo ohe il bello tallo letterario di pura invenzione
vieu tratto precipuamente dai tropi; mentre senza di essi lo stile è puramente
storico, o rivolgasi alla nuda esposizione dello spettacolo della natura, o dei
fatti degli uomini, o delle nude idee delle scienze (anche in tal caso però
sarebbe foudato su di uu attento esame della cosa descritta). Ora tutti i tropi
possibili in ultima analisi riduconsi a risvegliare, mercè dell’espressione di
una idea, un’altra idea o per semplice associazione di circostanze, o per
analogia. Maio quanto maggior numero veggonsi le particolarità nelle idee
fisiche e morali che si accoppiano e si fanno contrastare piacevolmente
nell’animo, non si hanno forse tanti punti di più di paragone, e tante più
feconde sorgenti di bello letterario, e, quel eh è più, maggiori occasioni ad
esporre più corretti e più squisiti modelli di bellezza ? Ma il ben vedere
tulle le ricordate intime differenze degli oggetti letterarii non dipende forse
dal Vallatisi? L’operazione adunque che costituisce il merito principale del
filosofo, quella stessa eziandio prepara c feconda il gusto corretto del1
aitista e del letterato. Per tal motivo se la natura, come dicesi volgar mente,
forma il grande artista per creare le aggradevoli produzioni, per animarle, e
per superare 1 inerzia dominatrice della comune degli uomini: la filosofia ne
depura il gusto, ne previene gli sviamenti, e ne agevola il libero corso fra i
più occulti seni ed i più angusti recessi dell’universo ideale, onde possa
conquistare spoglie recondite e peregrine, ar l icchirne le sue produzioni, e
rapire i fremiti sublimi, i sospiri dilettevoli, e gli applausi entusiastici
delle anime sensibili. Fingete un uomo d’una illimitata capacità di conoscere.
Credete voi ch’egli, a fine di comprendere lo stalo assoluto e relativo delle
cose, e cosi le verità tutte possibili, abbisognasse d’assoggettarsi a tutte le
sovra-descritte operazioni, o che anche lo potesse? E ben chiaro che un tal
uomo nè fare lo potrebbe, e neppure ne abbisognerebbe. Imperocché per ciò
stesso, ch’egli fosse dotato di una illimitata comprensione, non potrebbe
angustiare l’intendimento suo nè su di un’idea singolare, nè su di una parte
sola di un’idea; ma per una necessaria e naturale forza, respingendo ogni
costringimento, rimarrebbe nella sua ampiezza naturale. . \y altronde, in forza
della illimitala sua iukdligeuza, Lulle vecìrobbe ad un solo trailo presemi 3 e
idee degli oggeUÌ, e mite le raffigurerebbe nelle loro precise forme: tutte ue
sentirebbe le differenze scambievoli; e quindi i rapporti lutti che fra le mie
e le altre escono: talché ], l to"uiasione delle verità lauto assolute
quanto relativo, tanto di sensa zione quanto di riflessione sarebbe l’opera
d'ima semplice visione intuitiva Per lui tulle le verità nou sarebbero che per
sì> evidenti, od egli uou avrebbe che giudici! Diretti. Quindi egli non abbi
sognerebbe di astrazioni, le quali noti sono clic attenzioni parziali, come si
è già detto:, e a lui sarebbero anche impossibili ad eseguirsi 180. Non
abbisognerebbe d'idee generali, le quali in sostanza nou sono, come si è già
veduto, se uou astrazioni rapidamente ripetute sopra molti soggetti, o
ripetizioni della stessa idea intera su molte cose simili, G 1Q |. Non
abbisognerebbe dì analisi, nò di raziocinio, nè dì altro qualsiasi metodo, com'
è evidente; e tutte nuche siffatte funzioni gli riu seirebberó di ima
insuperabile impossibilità. Se dunque elleno riescono indispensabili all1 uomo,
come la esperienza lo dimostro, ciò deriva dalla limitata capacità della di lui
facoltà di conoscere. Esse pertanto sono contrassegni indubitati dì un difetto,
e non di una perfezione $ o se pure riguardar si volessero come doli
significanti i'cccllenziu esse nou potrebbero riuscir Lali se uou relativamente
ad alili esseri aventi una pari limitazione, ma die fossero sprovveduti di pari
mezzi a scoprire t rapporti di db; cose. Laonde dir si potrebbe meno ìmperfetto
di loro, ma però sempre assai inferiore in potenza ed in mezzi ad una
intelligenza, la quale eou un’assai maggiore sicurezza, celerità, e con nessuna
[iena giunge allo stesso scopo. Se viceversa esistesse un nomo di una lauto
limitala e Indifferente capacità di sentire, che non avesse se non ad una ad
una lo idee singolari e concreto, e non ne provasse uè piacere uè dolore
disuguale, egli non avrebbe nò astrazioni nò idee generali, non eseguirebbe
analisi alcuna, non tesserebbe raziocluil; ed altro non sentirebbe, che le
immediate e momentanee differenze nel passare dallo irne allo alLre concrete
sensazioni. Così un tal nomo della massima limitazione mentalo rassomiglierebbe
in qualche parte all7 uomo dell5 illimitata intelligenza, c sarebbe di una
condizioni.:: totalmente opposta. Così anche in questa ipotesi si ve rifi e ber
ebbe che gli estremi si toccano senza con fonder si . Ha e l une c l 'altra
sono puramente fittizie. Se poi si ciliegia quali sono i gradi della limitata
capacità di conoscere dell’uomo, tosto l’esperienza ce li indica: poiché è
chiaro che i limiti di essa si racchiudono entro quelli della vista intuitiva
dei rapporti delle idee. La capacità naturale dell’ intendimento umano finisce
ove incomincia il raziocinio : conciossiachè se il raziocinio, giusta il
pensamento di tutti i filosofi, e queiratto per cui non polendo l’intelletto
scoprire immediatamente le relazioni di due cose, ossia di due idee, le
paiagona amendue ad una terza, colla quale entrambe abbiano una relazione già conosciuta,
per dedur quindi la relazione che hanno fra di loro* e chiaro adunque, che dove
incomincia a rendersi necessario il raziocinio, ivi finice la estensione
naturale della forza intelligente dell’uomo. Ora il raziocinio incomincia
precisamente, come la esperienza il dimostra, a rendersi necessario quando,
oltre la comprensione dei rapporti di due idee semplici, 1 intelletto nostro
tenta scoprire la relazione di una terza. Dunque risulta che la estensione
naturale della capacità intellettuale umana a conoscere i rapporti delle idee,
e quindi a scoprire la verità, non oltrepassa l’estensione di due idee
semplici* e quindi tutto ciò che al di là di tal confine si eseguisce è opera
di pura industria umana, che ripete le operazioni originali della facoltà di
conoscere, e le ripete colle stesse leggi della vista intuitiva e ristretta
naturale all’intendimento. Così l’uomo nel percorrere un lungo cammino ripete
sempre un solo passo; e se egli naturalmente non può abbracciare che un breve
spazio, pure ripetendo un tal atto abbraccia nel suo viaggio tutta la
circonferenza del globo. 187. E quand’ anche la forza sua mentale si estendesse
a qualche cosa di più, ciò sarebbe infinitamente poco in proporzione
dell’aspetto sommamente complesso e del numero illimitato delle verità che
rimangono a conoscersi. 188. Dalle premesse cose pertanto si deduce fino a
quale prossimità ridur si debbano gli aspetti delle cose in iscambievole
paragone, a fine di produrre la intera certezza; e se con ragione altrove io
abbia asserito che un evidenza pari a quella che si ottiene dalle verità
rigorosamente semplici rendesi assolutamente necessaria in tutti gli oggetti
possibili delle umane cognizioni, onde rilevare la verità delle cose; e quindi
che è pur necessaria l’analisi accurata, minuta e completa delle idée. J. OtóO
XV. Attila necessità delle nozioni e dei p rindpii generali ad aetj nidore hi
cognizione dei veri rapporti delle cose. c: ] $9 . Sop ra a I > b lama in
tra veduto iti 1 1 n a m ri n i era stiperficiale co m e y USO delle nozioni e
dei prinelpii generali sta utile, e iois^ anche necessarip. a co adegui re la
cognizione dei rapporti die esistono tra le cose. \] i sono esse veramente
necessarie .1 donde risalta una tale necessità? irl quale maniera risulta nelle
circostanze attuali dtdr nomo? . Queste S0I10 ricerdiC del tutto importatili,
mentre Geremia ino quali siano le condizioni clic la natura stessa delle cose
esige dallo spirito umano, onde conseguire la cognizione delle verità i ed a li
tic di scoprire da ciò se il Pubblico per legno generale possa costantemente
prati cor le. onde riuscire giudice sicuro, almeno in qualche materia, et 190.
inoltre più sopra abbiamo asserito che le nozioni ed i priju ipii generali e le
diverse categorie formano il migliore, anzi V unico coiv redo del Tu ma u a
ragione: ed è precisamente per questo solo che l'uomo si distingue dai bruti.
Por la qual cosa gii uomini, in quanto che sono ragionevoli, sono esseri
uaturalmenle metafisici . ossìa forniti di nozioni metafisiche : p cicli è la m
c la ti sì eà e per sè stessa rivolta a do m inare colle viste generali gli
aspetti delle cose, La religione e le leggi ce li suppongono tali, e le
grammatiche e i dizionari! ce ne indicano i diversi gradi di dottrina nelle
vane partì del globo. 1£M. Laonde, ciò supposto, si scorge che l'uomo, in forza
del solo possesso delle nozioni e dei principi! generali, rendasi propriamente
giudice competente di ogni verità: eoncìossiache nello stato di essere
senziente, c ristretto a particolari giu di eli* non dissimile dai bruti e
ridotto ad una perpetua infanzia, non potrebbe giammai riuscire giudice di
verità in alcuna materia. Certamente non di un Pubblico dì bestie, ma di un
Pubblico d’uomini, c d1 uomini ragionevoli^ parla il programma. Ora tale
essendo egli non mercè della sola capacità comune anche all’ inibiizia,, ma
dell'attuale possesso delle nozioni generali, perciò si scorge elio lo sforzo
principale delle nostre ricerche debb’ essere precipua mente concentrato a
scoprire Ì doveri dell’intelletto limano, a norma dell' indole e dell ampiezza
e delle relazioni di sii latte nozioni c di siila Iti pri nei pii generali^ ed
a fissare L’esistenza egli vero che collocala la mente a varie disianze, ho
pure differenti punti di vista, d’onde riguardare gli stessi prospetti, e
ritrarne concetti diversi ? Ma è pur vero altresì, clic tutte queste classi
hanno un diritto di tendenza alla realità, né la classe più generale può
escludere la meno generale, uà questa escludere la più vicina e la più speciale
da si da ila tendenza. Quindi, a Ime rii togliere tutte le ingiuste pretensioni
di ognuno che, avendo le sane idee di una categoria, s* avvisasse per avventura
di escludere altri punti di vista, o di asserire che non siano egualmente veri
della veduta ch’egli ha* perché é. cerio di contemplare le cose sotto di un
dato aspetto: a ime, dico, di prevenire un siffatto errore é mestieri cogliere
estesa me ut e, tulli i gradi della scala delle idee generali delle cose di cui
si ragiona; é. mestieri ordinare successivamente tutte le categorie delle
nozioni differenti, sì per fissare quanto manchi di valore reale alle idee che
si maneggiano, e sì per iscorgere a quale grado preciso definitezza delle idee
generali la mente sìa situata, onde non escludere né le più alte c rimole, nò
le più basse c vicine nozioni appartenenti allo stesso soggetto. ^ 2G0, Nella
elevazione delle considerazioni umane intorno allo stalo reale delle cose
accade all1 intelletto precisamente lo s Lesso di quello che avviene all occhio
fisico nelle elevazioni visuali. Se dal piano molli nonuni ascendano su ih una
montagna, e che ognuno ad un'altezza differente guardi in giù gli stessi
oggetti, tulli questi uomini potranno dire con venta di vedere le medesime cose
.ma non però di vederle nella stessa maniera. meno propria ad eseguire come
conviene le diverse operazioni mentali, onde apparecchiare, ridurre* ordinare e
connettere le varie idee nel rapporti della verità, 302. fino a ohe non si era
scorta chiaramente ed in una guisa speciale la connessione che passa fra una
certa struttura ed irritabili là organica colla felicità delle operazioni
intellettuali, si poteva pera nche dubitare di questa veri Li, Ma dopo che una
parlicela reggia^ e rannodala dimostrazione ha posto in aluaro P influenza clic
il fisico aver può sulla buona o cattiva costituzione e sulPuso dclT intonili
menta; c dopo clic si si e scorto come aver la possa: dopo che non oscuramente
si ó scoperto come dentro la latitudine dell’umana ragionevolezza si possa
rendere ragione delle diverse disposizioni alla riuscita delio spirito,
supponendo sempre ima pari enerva e direzione. de\V attenzione in lutti gli
uomini; dopo clic si ò veduto ciac dentro di qualcheduna di siffatte gradazioni
dev’essere racchiusa la tempra ihdP organizzazione umana relativa alle funzioni
del! i n tendi rnc uto * panni elio sia vano il più dubitarne. Se Etvezio
avesse comprese o calcolate tutte queste circostanze, noi! avrebbe certamente
(usando buona fede) promosso il più strauo, il più temerario ed il più
antipolitico paradosso cbe in buona filosofa applicar si potesse agl’ingegui
umani, dicendo e ripetendo espressamente, che tutta la loro differenza dipende
dalle sole cagioni morali . e nulla dall’organizzazione (De H espritI). Ma egli
tutte queste cose La ignorate, o certamente ommesse. 304. Dopo ciò, si potrebbe
forse chiedere di nuovo di quale condizione organica la natura abbia dotato la
comune degli uomini. E certo che questa quislione non può essere sciolta mercè
di una scienza intuitiva della struttura dei cervelli umani. Pure un profondo e
freddo analitico dedurre lo potrebbe dagli effetti esterni, e discernere quello
che è stato aggiunto dall’arte da quello eh’ è originalmente proprio della
natura. 305. Ma questa discussione, la quale anche di troppo ci farebbe divergere
dalle tracce dirette cui dobbiamo seguire in questo scritto, ad altro non
servirebbe che a procacciarci una vaga ridondanza di prove, dopo quelle cui
l’esame delle circostanze, e dell’uso generale che il Pubblico far può d e\V
attenzione, ci deve somministrare. A questo solo punto debbono essere limitate
le nostre ricerche, sebbene si ritenga quanto altrove abbiamo ragionato.
Quindi, anche supposti gli uomini tutti egualmente dotati della più perfetta
disposizione fisica alla perfezione intellettuale, ora passiamo a vedere che
cosa generalmente e costantemente possano fare, onde conoscere la verità nelle
diverse materie: e se il Pubblico possa inai esserne giudice competente ed
infallibile. Di quello che possono fare gli uomini per conoscere la verità. Li
attenzione, il cui potere ed esercizio abbiamo a parte a parte dimostrato
indispensabile nelle operazioni della mente umana, incominciando dalle
sensazioni, e giugnendo fino alle più vaste, variate e sublimi astrazioni, e
teorie ed invenzioni del vero, del bello e dell’utile (ved. Capo VII. al XI II.
della Sez. I.): l’attenzione, la quale, essendo ben diretta, è la madre di ogni
verità, di ogni perfezione dello spirito umano, e che costituisce tutta la
buoua educazione intellettuale : e che, mai direlta* diviene la sorgente di
tnlLi gli errori e di tutti i traviamenti: l’ attenzione, la quale non è elio
l’esercizio del potere attivo del resero pensa ilio * che nelle sue deterrei
nazioni non è punto diverso o distinto dalla volontà umana: o nello spiegare la
sua forza non è clic la stessa stessissima forza motrice ossia esecutiva di lei
* in quanto reagisce sulla sede Gsica delle Idee, onde aumentarne o prolungarne
i movimenti: Faite azione, dico, e un potere di sua natura Indeterminato^ e io
di (Cereri tc a qualunque allo speciale, per ciò stesso che è capace di molti
atti, anzi dì altrettanti alti,, quante sodo le idee diverse che si presenta no
alla mente. 307. Questa indeterminazione ci offre tosLo in sé stessa una specie
d’ inerzia essenziale alla natura del potere attendente. Tale infatti con buon
diritto ris guardar si deve una forza, la quale non viene determinala che da
qualche estrinseco impulso; e die per conseguenza non sì spiega, nè spiegare si
può, die a proporzione della vivacità e della durata degl'impulsi. L uà piu
evidente da m ostruzione di questo principio la ritroveremo piu sotto. 308. Qui
giova soltanto dì osservare, che questa forza d’ inerzia . di' io appellar
posso psicologica^ poiché in qualunque stato si Irosi l'anima, o separata o nulla
ad una macchina, ella deve sempre risentirne r impero* poiché è unicamente
fondato e derivante dalla natura del solo essere di lei: questa inerzia, dico,
si deve giudicare come essenziale all’anima umana. mo. Quindi si può adottare
come assioma primo di natura, che I esercizio del potere del la LLc azione si
determina in forza dei soli motivi*. che ne sono gli unici stimoli; e quindi
che l'energia. o a dir meglio i gradi di energia, coi quali spiegar si può
questo potere, saranno necessariamente proporzionati ai gradi della forza
stimolante degl' impulsi che lo determinano, dltì. Ma tutto eiù è ancor poco.
Se la forza dei ruotivi esercitar si dovesse solamente nelFanima collocata
nello stato dì nudo spirito; se Faiti vita loro non dovesse vincere, per dir
così, che la indifferenza sola dell essere pensante; questa legge sarebbe
semplicissima, nè dovremmo calcolare altre forze resistenti che le potessero
servire di ostacolo. Ma il fatto sta, che contemplando l’uomo come è realmente
costituito, e ritenendo quale sia lo scopo dell’attenzione,, ed il soggetto su
cui ella esercita la sua attività, noi non troviamo più una semplice
indifferenza; ma invece incontriamo una positiva resistenza li sica, e bene
spesso una reazione penosa sull’anima, la quale per una specie di ripercussione
la distoglie da! poterlo lungamente esercitare. Tulio questo è opera dei soli
scusi, al H 1 0 Fazionedd quali sia raccomandala tutta la sene delle affezioni
delio spirito umano. Dififa UÌ noi abbiamo vedo lo che il ministero del F attenzione
è lutto impiegato sul sensorio comune dello idee; die [effetto spe~ dal e
proprio di lei é di Reagire ulFoccasione dì un'idea sulForgano corrispondente ;
d onde si produce una prolungazione ed un aumento nel molo di lui * e si
conferma uro fe tracce ossia le disposizioni lasciate dalTazìone degli oggetti
sui sensi* e vengono ricalcale, dirò così,, nella memoria, Da ciò 1 idea resa
piu vìva e piò prolungata, richiamando a nè b vista limitatissima della monte
umana, ne dirige i concetti, i puntoni od i giudicò in una maniera imperiosa ed
assolata. Ma siccome questi sensi, al pari di tutti gli altri còrpi tendenti al
riposo, e per necessaria legge inerti, contrappongono una vera resistenza a
qualunque potere che voglia cangiare il loro sialo attuale, perciò oppongono la
medesima resistenza anche alla forza attendente del1 anima Incontrando quindi
ella dai canto suo una siffatta opposizione dei sensij deve subirla tanto
maggiore, quanto minori sono le forze accidentali tendenti al movimento
racchiuse ucIForgano stesso, mercé li' quali rattenzione possa essere
coadiuvala ne* suoi effetti. L esistenza dì queste forze accidentali, o
làìjnancauza accidentale di esse, può derivare lauto dalla natura, quanto da
IFed acazi uno* Dalia natura, quando il tessuto fibrillare del cervello sia
alquanto più grossolano* o meno imlabile5 o meno provvedalo dì del trias mo
stimolante; dalFediicazione, quando manchi [abituale esercìzio del Fatte unione
stessa sugli orgaui delle idee*, mercé il quale é noto quanto ad un tempo
stesso si vini orzino gli organi o se ue agevolino le diverse funzioni fisiche.
Allora la forza attiva mentale trova un ostacolo di più da superare: e maggiore
è lo sforzo che le conyien fere per piegare il cervella alle operazioni della
mente. Ma vfe di più. E cosa nota ai hslologisti essere proprietà naturale
dfegni fibra organica irritabile o sensibile, allorquando venga irritata r
scossa per un certo tratto di Leftipo, di richiamale a sé una maggiore qnauLita
di fluido stimolante, e di cadere eziandìo in una specie di rilassamento e di
atonia; talché spingendo più oltre la forza o prolungandone f esercizio,
produco nella sensibilità dell'anima un sentimento penóso dui giunge lai volta
fino al dolore* E ben cosa naturale che questo fenomeno dove assai più
fàcilmente avvenire in una fibra ili un lessato più pigro o meno esercitato,
che in fibre piò docili, non deboli, e piò avvezze ai movimenti . Imperocché io
molecole delle prime non possono turbarsi da [Fardi ire naturale loro se non
che con una specie di dissoluzione del j Bl I r a Lluale tessitura, Quindi
avanti di produrre l'effe ilo snniimeuLalfì ri- ridesto dal pensiero si debbono
dislocare assai piu elementi, lb r la qual cosa alla fine o non si pud olle
aere per veruna maniera, o in piccolis¬ sima parte,, l’effe Lio sentimentale.
Per una ragione opposta una libra assai tenera cade in rilassamento in un tempo
assai breve, e quindi oppone una vera pena all’anima, onde esercii, are a luogo
il potere del dalie ex. ione. Ecco perche da una parte i selvaggi, i popoli
barbavi, è tutti quelli eziandio clic io seno delle collo società non si
avvezzarono ad esercitare la loro forza mentalo, r dall'altra parte i fa
nciulli, gl'infermi di corpo, e generalmculc i rilassali di temperarne u tu .
durino Lauto di fatica e di pena ad applicare Fattelizinne e ad apprendere le
varie cognizioni, e perché tulli riguardino un I ale esercizio cou una vera
avversione. 5 diti. Ma non limitandoci a questi casi speciali, e invoco
considerai!do la costituzione delF intero genere umano, r forza dedurre die la.
notava formi l’uomo ignorante non solamente pendio lo fa nascere privo di
qualunque cognizione, ma assai più perchè pose in lui una gt'avititrinne
positiva verso di essa, od una vera resistenza fisica all' esercizio delle tue facoltà
mentali, il teologo cristiano troverebbe forse qui il luogo ove allogavi' la
spiegazione delle conseguenze do! peccato originale. Forse dir potrebbe clic
Adamo nello stato d innocenza aveva una macchina di un tessuto docile e pronto
a tutto le richieste delle cognizioni: ubbidiente alla forza dtd l 'attenzione,
e robusto nel non. cadere troppo presto in aioma ; ma che, dopo la caduta di
luì, alla generazione umana Iddio volle compartire un corpo più corruttibile e
più difettoso: e per la via medesi1^! per la quale s5 introdussero le infinite
infermila, per quella stessa 51 aggravò pure e si trasmise la cieca e negli]
Uosa ignoranza. Non divergiamo dalle tracce del nostro cammino . L inerzia
psicologica, cui è meglio appellare indifferenza delio spirilo e Fin orzi a
fisica sono yen ostacoli allo sviluppo delle facoltà umano. Quindi se la natura
destinò l’uomo ad una certa perfezione morale, e no predispose le facoltà,
dobbiamo dedurre ad un tempo stesso che abbia volli lo guida rvclo vincendo
degli ostacoli, e mercè risultati di forze opposte e contrastante dii). Con di
auliamo. Ndl’atUtale costituzione delTuomo sono assoIn la niente ne cessarli i
motivi all'esercizio dell' attenzione : essi soli sono le vere forze e tee del
mondo inorale. Per tal modo Fa tic ozi otte, la quale, come abbinano vedalo,
interviene come forza necessaria in tutta quanta economìa mtellettude,
incominciando dalla sensazione e giungendo firm al voli dui genie: 1
attenzione, la quale non è die Ceseremo delta volontà e della libertà umana, ci
offre ad un I vallo due grandi leggi fonda mentali ed universali del mondo
morale. La prima si è,, che se si ricercano gli affetti per far agire gli
uomini r sì ricercano pure per farli pensare; c che perciò lo spirilo ed il
cuore sono mossi mercé di un solo e identico principio^ quindi tulio l'universo
morale viene spinto, animalo e diretto mercè di una sola susta. L’economia
della natura riesce ia tal modo armonica, siste malica e semplice : ed in tale
ben collegato andamento, mercè dòma necessaria azione r reazione. luLLo cospira
alla perfezione ed alla felicità ilelFoomo, ed al grande ordine maravigliasti
di tutto l'universo, Questa grande verità si ravviserà rissai meglio nella sua
vera estensione, se oltre di considerare clic i motori precipui thli1 amor
proprio sono pur anco quelli della sana ragione 9 si giungerà a scoprire che
per mi ammirando vincolo quei soli mezzi c quelle sole Circostanze le quali
sono le più acconcio alla felicità personale e sociale dell' uomo, sono pur
anche quelle le quali riescono le più proprie e le più efficaci a produrre
generalmente So svolgimento ed i progressi dello spirito umano nelle parti
lutto del globo intorno a qualsiasi genere di cognizione. ZS on si credesse per
avventura die io abbia qui soltanto di mira la lunga pace ed i secoli rii lusso
delle nazioni. Se la prima è un bene, non c perù la sola cagione che la natura
abbia prescritto al progressi dell’ umana pem fetlibiliLà. Rapporto poi al
lusso, lungi dal giudicare le circostanze die lo producono e lo sostengono
(sopra tutto scegli è un lusso delle classi interne dello Stato, cioè se è un
lusso parziale : come eccita meri ti proporzionali ai veri progressi della
menLe umana nel grande piano dello scibile apparecchia Lo dalla legislatrice
natura, io dico che per lo contrario riguardar si debbono come possenti
ostacoli contrari! del pari al vero ed al grande di qualsiasi genere, che al
giusto. Quando io parlo di circostanze uguali giovevoli ai progressi dèlie
umane cognizioni ed al benessere umano, io parlo soltanto di quelle circostanze
che sono le più proprie a produrre ed a far fiorire fra i popoli la sociale
virtù. In questo scritto non in è permesso d’inoltrar mi ad esporre ed a
svolgere questa vasta ed importante veduta, la quale forse lino a qui non bene
avvertita, ad ingiuria della provvida sapienza sparsa per entro a tutto
l'ordine mornle e Lordine fisico, ci ha occultato, non dico una semplice
teorica e specula fica connessione fra II giusto ed II vero, ma una effettiva e
pratica influenza fra le circostanze promovenii la virtù sociale, e le
circostanze le più favo mo li alla pubblica ed alia privata istruzione. Senza
calcolare questa influenza e éOunessiGue, è ben chiaro clic ogni sistemi die
olir ir si volesse su di questo proposito rimaner dovrebbe del tulio chimerica*
Da tei sola le scienze traggono la loro apologia 5 e la dimostraiiona più
solida dulia loro utilità e noe essi Là al bene della società. L'altra legge
fon da montale, la cui cognizione emerge dalle precedenti riflessioni, si èche
le ine o Ita dell’anima umana tinte &i esercitano ad un tempo stesso tu
ogni operazione della mente, ! filosofi Latino dislieto ndranima la
sensibilità*, la volontà, e la forza csecutrìcùl ma tutte queste facoltà si
esercitano sempre ad un tratto in ogni operazione tendente ai progressi dello
spirito umano, c fin aoebe negli errori* Questa legge fondarne utale è stata
dimostrata da tallo quello die abbiamo detto sali attenzione* Per la qual cosa
riferire*, come lui fallo Bacon e ? alcune cognizioni o scienze alla me mona,
altre all' Immaginazione, ed altre al Ilo tendi mentoe su questa divisione
fondamentale piantare c diramare tutto r albero enciclopedico delle scienze,
egli è Lessero uua divisione del unto fattìzia* che puulo non sì verifica
rigorosamente in natura, o uhe senza di certe avvertenze guida a vedute false,
o assai imperfette. La memorili, il potere ordinatore dell'immaginazione e ì!
potere ragionatore sempre si esercitano ad un tratto; e tutt’al più dir si può
che la facoltà attiva detrattori zlone u delFumana ragionevolezza per uu altro
rapporto. I rifalli se F i $ l rii L Lare u TéducaLore, sia egli uu individuo o
una società, non avesse dapprima per sè lo idee clTei vuole o deve ingerire nel
suo allievo, non potrebbe certamente in lui insinuarle o radicarle giammai. Ora
andando all' indietro, grada Lame lite sì deve giungere fino al momento in cui
l’uomo in seno della sola natura e cinto dallo spettacolo delibi inverso
materiale, abbandonato quasi a sé solo ed alla serie delle circostanze esterno,
viene d’esse sole ammaestrato ed educato. Cosi sì giungo al momento ovtì
ritrovar si deve il fisico bisogno, e gli -avvenimenti o le circostanze
delbordine sensibile dell’univorso resi quasi soli maestri della specie umana,
Leggete la storia di moki popoli delFÀmerica al tempodella saperla, iii moke
isole dell’ Oceano meridionale, dei contorni del Capo di Buona Speranza e delle
1 erre Australi, e troverete uua prova storica di questa verità. 345, Ma o sìa
la natura, o sia la società la fonte dei motivi dell umilia attenzione, o siano
entrambe unite, egli sarà sempre vero clic, relativamente ad ogni uomo
singolare, razione, l’ intensità e la direzione deb r attenzione deriveranno
interamente dall’ ordine e dal concorso iLifiniLu e indeterminato delle esterne
circostanze fisiche e morali nelle quali I nomo si troverà collocato. Du nque F
impiegare la propria attenzione. l impiegarla con una certa forza, il dirigerla
su di certe idee piuttosto die su di certe altre, F ottenerne F opportuno
effetto, consistente nulla chiarezza dell5 aspetto, nella distinzione delle
forme e del numero, nell impressione nella memoria, nel collegamento coi segni
oc,, sono tutte casi? che rimarranno fuori del potere dell5 uomo. Sarà dunque
fuori del potere dell1 uomo Inseguire le operazioni preliminari necessarie alla
cognizione del vero, e alF esecuzione del bello e dell'utile. Per consegue^
anche il tessere un buon giudicm su di qualunque oggetto non dipendeva nella
sua vera origine, a rigor di diritto, dall5 umana industria. Ove leggeremo
dunque le leggi dei giudici] umani? ove trove¬ remo l’ordine e le forzo degl
impulsi pr-o moventi F estensione ed i pregressi deiriugeguo? La risposta è
fatta dalle riflessioni precedenti, Eccola: In quel Codice stesso, in cui sta
scritto il destino generale d ogm uomo. Da uu solo filo, da una sola concole,
da quella onnipossente forza. die ud suo ini me uso corso Lrasciua seco la
partì tutte del creato, che la succedere i secoli 5 e pad remeggia il destino
delle nazioni; in quella invisibile ed immensa catena, dm trae ora volonteroso
ed ora costretto l’uomo su certe trac eie, noi dovremo attingere la specie, il
numero e la direzione dui motivi regolatori delle opinioni e dei giudicii
umani. Così mentre nell* ordine della natura ravvisiamo un sistema unico e
vittorioso di economia, dalla forza del quale ugni atto ed ogni pensiero viene
sottomesso ad un ordine infallibile, che non viene smentito uè frustralo
nemmeno di un atomo, incontriamo una impenetrabile e deusa unite, elle ci
asconde la guisa determinata delle leggi di re Linei degli umani pensieri*
benché per sè. stessa sia fissa, inalterabile, precisa e necessaria u\ pari del
moto degli astri, g Questa rispettiva incertezza, che avvolge all1 occhio
nostro e presenta tu LI e le forme e le leggi di quella che appelliamo fortuna^
cinge tutta la serie e la direzione dei motivi dell/ umana attenzione. Quindi
so si riguardano per ora sotto di questo generale aspetto, ne deriva clic la
cognizione della y eri Là sarà un risultato di una combinazione all’ occhio
umanu puramente fortuita. KidoLLe cose le cose a questo punto di vista, benché
gli uomini in complesso non errassero giammai, pure siccome ciò non ci
consterebbe per un principio certo, universale* costante e conosciuto di
ragione nè teorico ne pratico: così per tale ignoranza o incertezza non
potremmo avere norma alcuna, onde riguardare t loro giudicii come sicuri
intorno a verno genere di cose; e quindi non potremmo giammai apprezzarli come
criterio di verità. Questi sarebbero i risultati inevitabili della nuda
precedente considerazione. Ma se passiamo a contemplare altri rapporti, allora
ci troviamo costretti non solamente ad adottare un sistema di dubbio sulla
fallibilità perpetua del giudicii umani, ina inoltre ad inclinare verso una precisa
probabilità di fallacia^ e uua copiosa, frequente e costante probabilità di
errore. Imperocché è cosa indubitata clic Io stalo delle verità, riguardando la
cos LÌ t azione ed i rapporti degli esser], è necessariamente determinato ed
unico tanto relativamente alle forme, quanto relativamente alle connessioni,
alle successioni, ed àgli effetti loro. Dunque le combinazioni dei veri
giudici] riditconsi in ogni caso ad una sola e necessaria. E eco p t ? veli è
la vev ì La c, come di cesi, una sola. Ma i a u te sono le combinazioni
possibili dei giudicii sulle stesse idee, quante sono le diverse e ombi nazioni
possibili delle idee medesime, e quante sonale combinazióni delie combinazioni;
le quali cose sono pressoché influite. Dunque havvi un numero pressoché infinito
eli errori contro una sola verità, Dunque, ragionando in astrailo sopra un
ordine di cose padani tuie j orinilo * e nel quale non si conosca una precisa e
Jelarmjtfjgg direzione a condurre sull unica traccia del vero, si deve
ammettere uribàjìniia probabilità deir esistenza dell1 errore contro resistenza
del vero: cioo a dire, si potrà calcolare che i uomo debba andar soggetto ad un
ini mero indefinito di errori in uu dato genere di cose, prima dì avere otte
nulo una sola verità. Ma se la cosa è cosi., taluno mi dirupa die varrebbe quel
tank' celebrato lume di ragione, raggio della Divinila acceso nellhi mano in
Leudimenio-, e dato per guida all uomo no suoi giudicai c nello sue iuipcvso ?
Non riuscirebbe egli del lotto vano, e riguardar non si dombb quale spenta face
in mezzo al Laberinlo inestricabile degli errori ed alla tempesta delle
passioni ? La natura, che non fa nulla diiuulilenò senza di un bue* la natura,
che prepara sempre i mezzi proporzionali a coliseguirlo, avrebbe dunque in uu
oggetto laolo importante smentite !u leggi di quella provvida economia che ris
plaude sovranamente nella minima delle sue Iatture? 0 dunque conviene non
lasciare ibi omo in balia d una serio torli l ila di combinazioni quando si
accinga a scoprire e giudicare il veroo conviene negargli il dono sublime di
cut Topluiono universale lo vuole tornito, e die 1 occhio hlosofico pure scopre
convcnieiUe alla sua natura dopo che in lui suppose la perfetlibiliLà. A quest3
ubbie Ito, che una nebbia plausibile di apparenza mviluppa, uon è disagevole
cosa il rispondere in una guisa soddisfacenti.;', c che combini e si concili i
colle vedute e coi principi! sovra esposti. lì . l'jcr verità, dire die V uomo
è dolalo di lume dì ragione non è certamente dire eh3 egli nasca scienziatola
qual cosa sarebbe follia; ma beli ai asserire eh egli nasce collo spirito
naturalmente gius L o ^ ossia retto. d o 3 Ora, bendi c lutto questo si
conceda, si toglie forse che le sopra allegate osservazioni siano vere ? E., In
veritàlo .spirito giusto o rotto non crea le idee, né le occasioni delle idee ;
non crea Lordine delle cose, no i inolivi dell’ attenzione; ma soltanto
discerne la verità quando gli viene presentata, e la di sceme per una legge
necessaria della natura delI essere pensante. Ma questa non è una qualità
aggiunta, o distinti* da quelle J elle quali in ogni età ed in ogni hìé^o è
fornito il nostro spìrito ; uia bensì altro non h, che la capacità di dì
scornare e di giudicare gli carrelli tali e quali vengougìi presentati. Così
quando giudica erroneamente, egli opera collo stesse leggi, collo quali egli
agisce quando giudica con verità.* L’effetto estrinseco soltanto è differente:
ma dal canto dello spìrito il giudicio si fa sempre d’ima sola maniera. , Cosi
giudicando egli d’uua sola maniera, conserva l7 essenziale sua rettitudine 5 ed
errando quando è posto in certe circostanze, prova coll7 orrore stesso cb’ egli
à naturalmente ed essenzialmente retto. Infatti quando coglie la verità, ciò
avviene perchè a lui sono stali presentali tulli rapporti di un dato oggetto, e
lutti gli ha sentiti, ed a norma di quello che ha sentito egli ha pure
pronunciato giudicio. Quando poi cade in orrovo, egli ha del pari sentito tutti
i rapporti che hanno occupata la sua sensibilità; ed a norma di questo sentimento
egli ha deciso. La differenza c derivata dal non essergli stati resi presenti o
tutti i fattio tutti i rapporti. o tutti i molivi clic dovevano provocare un
retto giudicio. Lo spirito giusto o retto adunque, coni7 ò troppo noto, non
predispone. uè può predisporre i dati relativi alla cognizione della verità,
jlgli pròpriamente somiglia ad un giudice, d quale ammettendo avanti al suo
tribunale chicchessia, senza scelta od eccezione, nonché le coso tutte che si
espongono, si domandano e si allegano, pronuncia soltanto sullo cose a lui
prodotto. Lev 3a qual cosa, affinché questo spirilo si avvenga nel vero é
mestieri che le occasioni e le circostanze offra ng li tutte le condizioni che
riescono necessarie al buon discernimento. Dunque le cagioni del pratico
giudicio di veulà si risolvono necessariamente sulle cagioni che offrono alla
mente umana gl] aspetti, lo connessioni e le derivazioni complete delie cose,
eh 7 è quanto dire delle loro circostanze estèrne. Ora 1' ordine, con cui le
esterne circostanze agiscono sullo spinto umano, apparisce alla nostra
cognizione puramente fortuito, e perciò avvolge in li aiti casi di errore
contro una sola verità. Dunque il lume della ragione, ossia lo spirito giusto,
non si oppone in nulla alla fallibilità frequentò dei gin dici i umani, foss’
ella anche infinitamente maggiore. Sii questo particolare' adunque resi
tranquilli, proseguiamo le ulteriori nostre osserva zio oh Se richiamiamo i
doveri logici dell’umano intendimento intorno alla formazione ed all’ uso delle
idee generali, veniamo tosto a com¬ prendere quanto numerose, gravi ed estese
siano le occasioni dell’errore al di sopra di quelle che avvenir possono
intorno a qualsiasi altro soggetto concreto o speciale. Quanti sono i doveri
dell’intendimento sopra di mi dato soggetto, altrettanti sono i generi delle
contrarie mancanze che vi si possono opporre. Queste mancanze possono derivare
da infinite cagioni, e mille maniere diverse possono assumere. Perciò siccome
la buona logica delle idee generali è assai più complessa e delicata di quella
delle altre idee, ed esige mol tiplici e circospette avvertenze, come si è già
veduto, cosl gli errori che vi si possono intrudere sono per infinite mauiere
assai maggiori di quelli che accader possono intorno alle altre classi di
cognizioni. 359. INon e necessario eh io entri in una lunga e specifica
enumerazione di siffatti casi; poiché si scorge tosto che dalla loro prima
formazione, la quale e opera dell umana industria, dalla loro apparenza
languida e indeterminata assai più che quella delle sensazioni, perchè risulta
dalla memoria e dalle astrazioni, passando alle classificazioni, alle
moltiplici avvertenze su diversi loro punti di vista, alla dilicata loro
economia, fino a che si giunga al loro uso, non solamente le cadute nell’errore
si possono moltiplicare all’infinito, ma riescono assai più facili, e soventi
volte pressoché inevitabili. Ciò si verifica anche prescindendo dal supposto,
che la serie delle idee sia o no l’effetto di una fortuita combinazione di
occasioni, perchè nasce dalla natura stessa di siffatte idee. Per la qual cosa
siccome per esse sole noi ragioniamo, per esse sole noi godiamo dell
intelligenza, per esse sole propriamente gli uomini ed il Pubblico giudicano
dei fenomeni e dei rapporti sì fisici che morali.' così dove più importava allo
spirito umano di andar sicuro dai falli e dai vizii, ivi appunto infinitamente
più grave, più frequente, più nociva e più estesa incombe la probabilità
d’incontrare la rea potenza dell’errore, purché si supponga che il retto
giudicio della specie umana in qualunque tempo ed in qualunque luogo derivi
propriamente da cagioni puramente accidentali. 361. Nella Sezione precedente ho
offerto un breve saggio della scienza dei diritti e dei doveri dell’attenzione,
fu questa ho incominciato a tessere la storia naturale di fatto dell’indole e
della condotta generale di lei in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, attese le
cagioni universali che la dirigono. Per la qual cosa se paragoniamo quello che
gli intendimenti fanno con quello che far dovrebbero, noi troviamo frapporsi
assai più di distanza e di opposizione fra il diritto ed il fatto
intellettuale, che fra il diritto ed il fatto morale. Gli uomini per legge
universale hanno propensione a riescire infinitamente più ingiusti o colpevoli,
per dir così, in linea di giudici i, che in linea di azioni morali. Il fin qui
detto si verifica nella supposizione di un corso fortuito e vago di circostanze
non soggetto a verun ordine fisso e determinato. Ma questa supposizione,
applicata al fatto reale, non si verifica in alcuna maniera. L’incertezza
versatile e casuale degli avvenimenti che influiscono sull’ economia dell’
attenzione da noi supposta, non risulta che dalla pura nostra maniera di
contemplare l’ordine delle circostanze operanti sull’umano intendimento. Questa
maniera o deriva dall’ignoranza nostra, prodotta dall’ impotenza di penetrare
lo stato intimo delle cose, e di abbracciare la catena immensa delle cagioni
tutte fisiche e morali che influiscono sul corso delle nostre idee e delle
nostre azioni; e in tal caso ciò non cangia per niente lo stato delle
circostanze, com’egli è in sè stesso. Ond’è, che potendo essere fisso, sicuro,
e fors’ anche tendente a guidare P intendimento umano alla verità, sarebbe un
cattivo raziocinio il fare illazione dal tenore delle nostre idee allo stato
reale delle cose. 0 la maniera anzidelta di riguardare le cagioni influenti
sul1 economia dell’attenzione risulta da una mera considerazione astratta e
assai generale, in cui si prescinda da altre notizie di fatto più speciali, per
altro cognite; ed allora volendo ragionare (senza assumerle in una precisa
considerazione) del fatto reale delle leggi direttrici dell’attenzione umana,
si cade nel grande e perniciosissimo vizio di cui abbiamo fatto parola là dove
offrimmo un saggio della logica riguardante le idee generali. Ed anche in
questo caso un tal modo di riguardare gli oggetti non solo non toglie niente
alla situazione loro reale, ma invece reca in se stesso un formale difetto ed
un erroneo modo di pensare. Ora per appressarci al fatto, egli è innegabile che
se l’ordine della verità è fisso e determinato, è pur anche fisso e determinato
lo gog slato e r ardine ili successione delle circostanze fra le quali gli
nomini si ritrovano. Ciò non è Lutto, Dobbiamo ritenere: 1.°che noi parli amo
del Pubblico, 0 perciò d’una moltitudine dWinioi viventi In society: cbe noi
parliamo di un Pubblico die può esser giudice o buono o cattivo di verità e
però dobbiamo supporre una società d* no ni ini in un’epoca dì ragionevolezza c
d’ in civili mento, c di moderata celiava; 3,°che dobbiamo contemplare questo
Pubblico iti quanto reca un giudi ciò comune al maggior numero degli individui
clic Io compongono; che dobbiamo calcolare quelle circostanze operanti in Lutti
i tempi. In tulli i luoghi di in tutte le materie, od almeno su certe materie
Dunque dobbiamo indagare* prendere di mira e valutare quelle cagioni, le quali
uni versai melile c costantemente sono valevoli a determinare c a dirigere le
cognizioni e 1 attenzione di una società incivilita d’uomini* ondo rilevare se
esse siano tali da guidare universalmente e costantemente le menti umane sulle
v?già segnate del cero* e nella guisa che il vero di natura sua richiede dah F
umano intendimento in ogni tempo,, in ogui luogo* e su qualunque materia. 360.
Siccome però la natura dell’ uomo non cangia* nò per conseguenza cangiar
possono le qualità naturali dell’ attenzione* così quella necessaria inerzia
fisico-morale, preponderante su I fai ti vi là del potere alti vo* le altre
leggi essenziali all’indole di lei, c la procedenza proporzionata dogli effetti
dell1, umano ingegno, noti cangieranno giammai: tnlche sempre ed in ogui luogo
e su qualunque oggetto affermare sì dovrà come assioma evidente, che poste le
occasioni delle cognizioni, ogni eh ietto dell’attenzione umana, e perciò ogni
operazione e giudicio che ne deriva, sia un risultalo derivante in ragion
composta ch'ila forza resistente dell’ inerzia fisico-morale, c della forza
comunicala ffalPattivila altee dente della mente umana. rùLenule così le
condizioni del supposto* sul quale aggirarsi debbono le nostre considerazioni,
veggi amo primieramente quali siano le generali circostanze sociali
apportatrici dei lumi, c quali le contingenze somministranti i motivi dell’ alte
azione, e quale forza e direzione da queste contingenze venga comunicata a
siffatti motivi; e fiuabìieuie quali siano gli effetti i quali, combinando
tutte queste forze coll indole e colle altre leggi dell’umana intelligenza,
derivar ne possono iti tutti i tempi, iu tutti i luoghi, e su qualunque
oggetto* In tal guisa emergerà U chiara soluzione pratica del gran problema
propostoci ad esaminarli = che cosa gli nomini, o dirò meglio il Pubblico possa
dal cauto suo eoa-Iribuire 5 onde conoscere la verità; e si dedurrà, mercè una
evidente dimostrazione 5 se quei giudicii di lui, che si aggirano su oggetti
complessi di riflessione 5 possano essere giammai criterio di verità. Quali
possono essere in società le costanti e generali cagioni dell’ istruzione umana
? Aspetto della ricerca presente. Dobbiamo primieramente indagare se nello
stato delle società incivilite esistano circostanze valevoli ad apportare retta
istruzione alla massa intera degli individui che le compongono; e nel caso
quali siano tali circostanze. Certamente esse risultar dovrebbero dalle parti
tutte della società, e da quei rapporti che ingerir possono idee, giudicii e
lumi agli uomini. Per la qual cosa, siccome nelle associazioni incivilite e
colte, oltre alla natura fisica delle cose, si riscontra la famiglia, l’unione
totale degli uomini coi quali si vive, le leggi, il corpo del governo, la
religione e i ministri di lei, le relazioni colle altre società; le quali sono
tutte cose, d’onde derivar possono materiali ed occasioni di lumi. Così esse riguardare
si possono come altrettanti istruttori per ogni individuo che compone la
colleganza. Il ricevere tali cognizioni io lo appello venire educato nello
spirito. Quindi se da siffatte cose egli riceve cognizioni, riguardar si debbe
come educazione intellettuale la trasmissione dei lumi che d’esse deriva.
Perlochè è mestieri distinguere: 1. ° Un’educazione naturale, la quale
comprende anche V accidentale concorso di quelle circostanze speciali, le quali
talvolta eccitano uel1 uomo inaspettate connessioni, e le quali, ben ravvisate
ed apprezzate, dimostrano che l’impero del V accidente sulle deduzioni e sulle
scoperte umane anche intellettuali è forse più esteso di quello che comunemente
si possa pensare. Si distingue inoltre l’educazione domestica, la quale
abbraccia quella che ricevesi dalle nutrici, dai parenti, dai compagni e dagli
amici, che formano la domestica società: dai maestri, che dirigono gli studii e
la condotta della prima età} e iu parte anche dalle letture nostre^ vale a dire
da quelle che dalla famiglia ci vengono prescritte. Dopo ciò viene l’educazione
sociale, la quale risulta da quella indeterminata serie d’infiniti incidenti
che ci si presentano nel vario commercio cogli individui componenti la città o
la nazione nostra. Si passa quindi a ravvisare l’educazione politica, che in
noi deriva non solo dai lumi emanati dalla legislazione e dagli stabilimenti
fissali alP istruzione relativa, ma eziandio dalla direzione degli interessi
comunicata dalla costituzione e dairammiuistrazione del governo, dal possente
esempio, dalla distribuzione dei premii e delle pene, dalle decisioni civili, e
da cento altre circostanze che agiscono e reagiscono sull’opinione degli uomini
componenti uno Stato. Si scorge pure esistere uu’educazione religiosa, la quale
abbraccia non solo tutti i dogmi sulla natura e sulla provvidenza della
Divinità, ma eziandio tutte le dottrine appartenenti al culto, alla morale
interna ed esterna, al riguardo dovuto a’ suoi miuistri, e ad infinite pratiche
cui l’umana istituzione può aggiungere, onde conservarne, rinforzarne ed
estenderne i sentimenti. Le quali cognizioni noi riceviamo indistintamente
dalla famiglia, dalla società, dai ministri della religione, dalle letture,
dalle leggi, ec. 6. ° Finalmente si aggiunge pur anche Peducazioue straniera,
in noi effettuata dal commercio colle altre nazioni o mercè i viaggi latti
dagli individui scambievolmente presso delle une e delle altre, dalla
comunicazione delle produzioni delle opere d’ingegno e dell’arte, dalle
relazioni delle loro gesta, degli usi, delle maniere, degli interessi, ec.
Tutte queste forze, tutte queste guise d’istruzione in fatto pratico non
agiscono separatamente o successivamente, ma bensì per lo più collettivamente,
ed a vicenda ripetono e ripigliano la loro azione: talché in buona fdosofìa di
fatto conviene necessariamente conchiudere, che in generale Peducazione umana
nelle colte società sia inevitabilmente un risultato derivante in ragion
composta dal concorso di tutte le ricordale circostanze accoppiate a quelle del
temperamento individuale. Per la qual cosa si scorge quanto il più perfetto
sistema di educazione domestica, eseguito colla più completa diligenza ed
avveduta sagacità, debba riuscire frustraneo senza il concorso armonico e
sistematico di tutto il complesso delle altre suddette circostanze, le quali,
come l’esperienza il comprova, hanno sì alto predominio sullo spirito e sul
cuore degli uomini. Quello però che più specialmente giova osservare nel
proposito presente si è, che l’esistenza e l’influsso di certe speciali e
private cagioni valevoli a guidare gli individui al retto pensare o a trarli in
errore, e delle quali più accuratamente sembrano essersi occupati i precettori
dell’arte di pensare, non vengono qui da noi assunte in considerazione; essendo
noi guidali dall’indole delle attuali ricerche a contemplare quelle sole che
agiscono sulla maniera comune delle nazioni, poiché ragioii in mo del Pubblico.
Quindi noia arrestai! Jori ur .sulle diversità indlv ideali di temperarne alo s
uà sullo accidentali in fermi tu fisiche o perni arifinfi o pa$S*ggicr abuso n
e3 Yordin ? didb materie, e nel n ic i o do il bp pi ic are a. u che in ogni
singolare oggetto; il," abuso uel conchittderQ e nel trarre ì risultati. E
per verità, pressato dall" azione composta della curiosi Là e dell
inerzia, egli si rivolgerà bensì alle scienze : ma fra molte offertegli si
appiglierà a quelle dulie quali a preferenza potrà sperare maggior dih-Llo:
oppure se successivamente ve n gang li prèse li Late, le rigetterà lino a die tuia
ne ritrovi adatta al suo gusto. E non contento di una sola, die soverchiamente
prolungata in lui produrrebbe noja o stanchezza, si apprgliera. ad altre senz
altra ragione die di soddisfare sempre al suo dòsideno col minimo di fatica* la
Ira queste avranno sempre la preferenza quelle che saranno animate dal
prestigio della novità 5 o dall’ idoleggiamento vago della fantasia. 5 399.
berciò Lene spesso accadrà cintigli mollassi a ricerche te quali saranno per
avventura o del tutlo inutili per se e per li suoi simili, o talvolta eziandio
del tutto nocive; o di un esito assolutamente impossibile allo spirito umano,
perchè eccedono le forze e i limiti dell’intendere suo naturale; o di un esito
impossibile relativamente, perchè io spirito nou apparecchiò preventivamente le
condizioni e le notizie necessarie onde trarne solido profitto. E tutto questo
non è egli abusare dell’attenzione nella scelta degli oggetti? Io credo
d’essere in diritto di riguardare come un abuso nella scelta degli studii
nostri l’applicarsi a cose inutili, di cognizione impossibile, ed assai più a
cognizioni nocive a qualunque oggetto del benessere umano. Infatti se, come ho
accennato, il principio animatore e fecondante del mondo scientifico è
l’interesse ben inteso, cioè a dire l’amore della felicità; se questo motore è
comune anche al mondo morale, talché l’uomo pensa per quegli stessi impulsi pei
quali agisce: è pur certo altresì, che lo scopo dev’essere perfettamente lo
stesso, vale a dire la maggiore nostra attuale e futura felicità. E perciò
tutto quello che uelle arti, nei costumi, nelle fantasie può contribuire a
procacciarci il bene e ad allontanare il male, si dovrà riguardare come vero
oggetto dell’attenzione nostra, ed altresì come unico oggetto di lei.
Imperocché in una vita così breve, qual’ è quella dell’uomo, e in quella
iufinitamenle più breve la quale è propria della ragione, nou si La spazio a
deviare dalle numerose cognizioni o necessarie o utili al benessere nostro, e
dal lungo studio richiesto ad apprenderle a segno di esserne veramente
conoscitori. Io non m’arresterò ulteriormente a dimostrare questa verità, dopo
quello che ne ha detto Bacone nella sua Logica, da lui appellata Nuovo organo
delle scienze . Ilo detto in secondo luogo, che un indeterminato amore delle
scienze, per cui l’uomo prediliga fortemente, almeno per un tempo
proporzionato, quella scienza a cui si applica; e tanto più la prediliga,
quanto e più vasta e difficile; sovente non lo guarderà da una mala condotta
nell ordine delie idee benché utili, e da un cattivo regime nel contegno dell
attenzione. Infatti se noi pensiamo quanto quest’ ordine sia necessario, si per
conoscere i rapporti delle idee, che per ritenerle ed usarne con profitto; noi
sentiamo ch’egli è uno dei primarii doveri intellettuali. Ma se osserviamo in
fatto pratico che quest’ ordine deve da una parte angustiare 1 intemperanza
mentale, figlia dell’ingenito amor del piacere di aver molte e variate idee
nello stesso tempo per gustarne altrettanti piaceri; c deve dall’altra
assoggettare l’uomo ad uua forte, prolungata e coliegaia fatica-, a cui ripugna
la naturale inerzia: noi troveremo, anzi dovremo aspettarci. Dell’ipotesi sopra
immaginata, di vedere l’uomoo abbandonare dopo un certo tratto di tempo la
fatica intrapresa, ed applicarsi ad un altro genere di scienza, e così dividere
l’ attenzione, cui era necessario tenere senza interruzione occupata sullo
stesso oggetto; o se pure proseguirà in essa per qualche estrinseco motivo,
egli non vi presterà che una leggiera attenzione, ad intervalli soltanto, o in
una guisa disordinata. Da tutto ciò emergerà l’abuso nel conchiudere lo studio
delle scienze, e nel trarne i risultali. E per verità, che cosa si potrà mai
prevedere ch’esca da siffatte disordinale o malamente scelte occupazioni, se
non nozioui inutili, ed anco pericolose, da chi male trascelse gli oggetti
delle sue riilessioni? se non idee confuse, dottrine imperfette, e spesso
connessioni precipitate ed erronee in tutti coloro che non serbarono l’ordine,
e non impiegarono il tempo necessario ad imbeversi perfettamente di una scienza
? Da tutto ciò si deduce che, in forza delle leggi naturali dello spirito
umano, a fine di approfittare dell’ istruzione non basta che esista una
disposizione favorevole delle facoltà dal canto dell’uomo: non basta che esista
un vago interesse a prò delle scienze: ma inoltre è d’uopo ch’egli sia tale da
eccitarci, e legarci fortemente e lungamente su di un oggetto, fino a che ne
abbiamo ben percorse tutte le parti, e ritenutine i risultali per via di
convincente dimostrazione. Io convengo che possono esistere, come esistono,
eccezioni; ma per ciò stesso che sono eccezioni, non entrano nei nostri calcoli
attuali, in cui dobbiamo soltanto valutare le cagioni comuni. D’altronde esse
veramente formano un’altra ipotesi. Questa e le altre sopra ricordate tre
condizioni sono quello che precipuamente rendonsi necessarie ad un Pubblico,
ond’ essere soltanto istruito da altri, ed esserlo come richiede la verità e la
natura umana. Ora veggiamo se il Pubblico possa essere in pratica a ciò
incamminalo. Riscontro delle condizioni necessarie all' istruzione scientifica
colla pratica possibile del Pubblico . II supporre un Pubblico, gl’individui
del quale in ogni materia s’interessino talmente da reggere coH’atleuzioue al
corso intero delle parti che sono necessarie ad esaminarsi oude saperle cose
per dimostrazione: che vincano gli ostacoli interni cd esterni, i quali s’
attraversano ai progressi d’ogui ingegno onde interessarsi per le scienze: che
siano dottili sii una tale perfezione di facoltà da sostenere un attenzione
penosa e ]uùga^ quale richiedevi eli* apprendere le cognizioni, e segnatamente
Jt; più utili, le quali sono per sè stesse assai vaste e complicate, che
possano essere giudiziosi nella scélta, ordinali nella distribuzione dello
materie. melodici nell1 esaminare le parla successive di ognuna, esalti md
coglierne e ri Le nera e tutti L risultali: condizioni tutte, le quali, come
abbiamo veduto, sono esclusivamentenecessarie all1 efficace e completa
istruzione: ella è questa una combinazione talmente singolare, unica, e rara-
che nel calcolo delle circostanze dì fattosi dove computare come una mera
eccezione. Chiunque mediocremente avverta sul T esperienza Io vede colla
maggiore chiarezza. Articolo I. Delle condizioni necessarie affinchè un
Pubblico possa essere passivamele istm ito in pratica su di un genere ceciate
di cauzioni. Prima condizione: riduzione detta idee del genio atta misura
comune di concepire, Ripugnanza del genio a questa riduzione ; ostacolo alta
pronta propagazione delle véri ho ^ 406. E per verità conviene supporre
primieramente almeno resistenza di un genio che abbia recato al massimo segno
di perfezione quella scienza, intorno alla quale gl7 individui della società si
debbono istruire; altrimenti il Pubblico sarebbe tuttavia avvolto non solo
nella scienza imperfetta, ma spesso eziandio negli errori, come si è veduto. Nè
precisa menti:: fissar si potrebbe l'època in cui egli ne potrebbe uscire,
essendo abbandonato lo spirito umano alle vicende dei pregiudizi! per un tempo
indefinito 5 e che non si può misurare. Imperocché ò innegabile che Lulle le
invenzioni ole scoperte delle verità dipendono in prima ed efficace origine
dall' accidente ; ed avanti di esse non si può da vermi noni o con sicura
fiducia giudicare ili nulla. Ora per ciò appunto che si deve far caso dell
accidente^ dobbiamo supporre 1 avvenimento di nu numero non calcolabile di
errore Ciò non è lutto. Alla praticabile istruzione non basta solamente che il
u o o più uomini di genio abbiano uff étto lo stato intero di una scienza; non
basta che abbiano esposti i risultati delle loro meditazioni; ma è mestieri
inoltro clic Ir scoperte loro vengano corródale dalla più minuta ed analitica
dima strazi cui e, senza la quale uno spirito comune, ancora straniero a quella
scienza, non saprebbe salire all’ altezza dei risultali ai quali la forza dollà
meditazióne elevò la mente scopri! vice. Di tutto ricerchi: su lla validità1
Dia giudichi, eg ciò abbiamo gta la Lio parola. Ora questo stesso qua alo dev'essere
raro aJ in con trarsi ! Spiati la latti gli uomini dì geirio dalla vivace
celerilà di pensare propria d’nu cervello ben temprato, c per lunga meditarono
akh Dialo celle materie sulle quali occupassi' avvezzi a ve dii Le estese *
disiiule dei rapporti delle cose ; e dall1 astratto passando eoo vasto e rapido
volo al concreto^ e dui concreto all astratto, senza bisogno di fare lenta
pausa sulle idee intermedie die coti giungo no gli estremi da essi veduti d una
sola occhiala : mal saprebbero piegarsi, e quasi direi condannarsi ad inceppare
ed a trascinare a ripetute pause l’aUca/.iouc su di ognuno dei piccoli gradi
necessari] a produrre l 'evidenza nel limitatissimo ed ancora ignorante spirito
altrui. Robusto ed alto giovane avvezzo al corso. ', che risento i moti di
fervido elettricismo, non dura egli fatica a guidare per mauo il debile
fanciullo, ed a rallentare e restringere i passi suoi? Questa pena riesce
doppiamente insopportabile all'uomo di genio ; si perchè angustiando sommamente
la espansiva sua forza, si oppone all'abito eh* egli contrasse di percorrere
velocemente moki estremi; e si perché bramoso di passare a nuove vedute (per
quel bisogno che risente og li i intendimento attivo e bramoso di pascolo,
soddisfatto dalle precedenti ricerche), troverebbe nella minuta istruzione una
fatica cernirò !' indole sua, senza una intrinseca ricompensa, ed anzi una
fatica di effetto per lui totalmente molesto, lo prescindo da un altro
sentimento spesso aggiunto dalla vanità, il quale è il desiderio di far sentire
la propria superiorità. Ora che I uomo di gemo generai mente agisca contro
tonti impulsi* contro ÌI suo stesso modo naturale, è ella cosa verosimile in
natura ? o non anzi il contrario de veri calcolare per regola certa ed
ordinaria? Qui I' esame di alcune delie rare produzioni dei più celebri uomini
potrebbe giovare alla co a fermasi ione delbasserrioo mia. Ma io lo om metto,
come cosa che ogni dotto leggitore conosce di lunga mauci. e che d’altronde non
è rigorosamente necessaria. Che se taluno si ritrovasse, il quale dopo le fatte
scoperte, pel desiderio d essere utile a1 suoi slmili, scegli esse pure con
tanto suo sacrificio di assoggettarsi ad una cura si minuta, e per lui quasi
mecca Luca; questi sarebbe certame uto un vero eroe scientifico^ c riguardar si
dovrebbe conio una eccezione assai più rara del genio stesso. D'altronde forse
ciò non sarebbe utile ai progressi dello spirito umano, mentre quell attività e
quel tempo ch'egli impiegasse a sminuzzare io sue dottrine poti ebbe meglio
rivolgersi ad allargare l confini delle sue scoperto. Non contemplando pertanto
ulteriormente questi singolarissimi casi, noi invece dovremo supporre per
regola ordinaria, che il ridurre le opere del genio alla comune capacità sia
opera di altri ingegni ausiliari! e subalterni, come dilfalti sempre avviene.
Scorgesi adunque essere necessario per regola generale di natura, onde un
Pubblico possa approfittare delle invenzioni del genio, che esistano siffatti
ingegni, i quali suppliscano agl’ intervalli delle idee intermedie lasciati da
quello: ne rischiarino, sviluppino, commentino i profondi pensieri, e li
proporzionino alla comune veduta. Ma quante condizioni ancora si ricercano
affinchè questi ingegni ausiliarii possano rivolgere lo sguardo all’apparire
delle scoperte, interessarsi per esse, ed assumerne lo studio! quante poi per
propagarle ed estenderle al maggior numero dei membri di una società! e quanti
osta¬ coli conviene ancora superare! Frattanto l’impero della prevenzione e
della scienza imperfetta si prolunga ancora per un tempo indefinito. E per
verità non basta che il genio risplenda di una nuova luce per essere preso di
mira; uon basta solamente che una scienza sia stata scoperta, o aumentata di
nuove dottrine, perchè venga coltivala anche dal Pubblico. Vi si ricerca di
più: è necessario un motivo che attragga l’attenzione comune ad istruirsene, e
una occasione propizia che ne inspiri l’interesse. Questa precipuamente si
verifica solo quando la comune stima, nata dal pubblico bisogno o reale o
fattizio, o da un certo spirito di sazietà delle altre precedenti cognizioni,
attiri l’attenzione di molti a coltivarla. Gratuitamente non si assume mai
fatica alcuna dall’ uomo. Quindi affinchè uu Pubblico simile a quello che qui
immaginiamo, il quale in sostanza è situato come una repubblica letteraria,
potesse senza ritardo approfittare delle scoperte del genio, converrebbe che si
trovasse in un momento in cui il genere delle scoperte del genio stesso
coincidesse con quello sul quale il Pubblico si trovasse attualmente occupato.
Lo spirito di moda diverrebbe così utile alla cognizione. Fuori di questo punto
di coincidenza sono inopportuni, benché maravigliosi ed utili, i lumi del
genio; nè di loro il Pubblico fa pregio, come di cosa d’un geuere o scaduto di
stima, o che non è attualmente in ricerca. A fine di sentire colla dovuta
estensione questa legge naturale di fatto dell umana istruzione non ci
dipartiamo giammai dal contemplare la maniera semplice, unica e primitiva con
cui si muove il mondo morale; voglio dire, in ragione composta del bisogno del
piacere, e della tendenza all’inazione. Ma siccome questa legge, inerente
all’uomo in tutte le situazioni.per sè stessa noa determina specialmente
effetto alcuno: cosi conviene di mano in mano vestirla delle sue determinanti
circostanze di fatto. Qui è mestieri calcolarne Fazione, meulre che si
considera lo stato necessario delle facoltà umane, ed i successivi gradi di
sviluppo intellettuale delle nazioni e delle vicende del gusto, ed in breve
tutti quc’ periodi nei quali, sia originalmente, sia dopo le scoperte fatte, si
effettua la gran legge dell’ umana perfettibilità. Articolo II. Necessità della
coincidenza delle scoperte del genio col genere attuale delle occupazioni del
Pubblico, prima condizione a propagare senza ritardo la verità. Se contemplo lo
stato delle attuali società, io trovo che il bisogno dell’ istruzione,
considerato o come suggerimento delPamor proprio onde sgombrare la noja, o come
mezzo nelle popolazioni incivilite d’essere utile a sè o aggradevole ad altri,
e quindi occasione a sè stesso o di ricompensa o di gloria; questo bisogno,
dico, è uno stimolo, mercè il quale molti individui si applicarono dapprima
alle scienze; e dopo, falli genitori, vi avvezzarono i proprii figli, o vi
furono anche spinti dalla pubblica autorità o dai privati stabilimenti. Ma
questa situazione, tal quale in oggi la veggiamo, è un fenomeno morale, il
quale presuppone la esistenza e la compostissima azione di un numero vario di
possenti, durevoli ed universali cagioni, le quali agirono nelle diverse
generazioni trascorse; e favorite anche dalle casuali combinazioni, collocarono
le società nello stato dell’ intellettuale e morale raffinamento in cui ora si
trovano. Ad ometto di ben calcolare tutte le circostanze e gli effetti di
queste lente e proficue rivoluzioni del mondo morale, è mestieri distinguere e
ben apprezzare due epoche; la prima delle quali riguarda le invenzioni.; e la
seconda la semplice istruzione intorno alle cose ritrovate. 419. La prima
abbraccia tutto quel tratto di tempo che dall infanzia delle società si estende
fino all’ età della loro ragione, quando mercè i soccorsi tratti dal proprio
fondo, dopo reiterati tentativi ripetuti nel lungo corso dei secoli, o per
opera di qualche straniera società, o di un privato in cui un concorso felice
di circostanze affrettò lo sviluppo dello spirito, o almeno allontanò gli
ostacoli, le più rozze popolazioni vengono fornite d’ogni genere di lumi onde
conoscere i rapporti del mondo fisico e del mondo morale. In tal caso non rimane
ad una siffatta popolazione sa:ì i:\iq la scelta fr a 1 Tarli rami dello
wcilji!e3 por istruii ai quindi in ognuno. Ora questa svelta ralteri di quell
epoca ebe rechiamo sotto al nostro sguardo, onde esaminarla nei rapporti dell'
istruzione e della moralità. 4 30. la da notarsi però nell’ ordine della natura
la suprema ed universale legge della continuità- direttrice delle forze dell’
amor propri» e dell inerzia, le quali producono sempre un effetto, ove siavi il
minim di forza attiva. Mercè una Lai legge nei progressi del mondo morale
niente si fa per salto, ma il tutto lo una .successione più o meno Ionia di
gradazioni fedelmente osservate; e ciò forse per la intima relazione e
connessione che l’uomo, essere misto*, ha per la sua parte fisica e oli*
universa materiale. Attesa una tal legge non si debbono considerare queste
epoche come IraLli distinti e staccati l’uno dall’ altro, e come situazioni le
cui grandi diversità si possano verificare, soppressi tutù i passaggi_lbu
belisi d’uopo contemplarle come progressioni di cangiamenti gradatamente
eseguiti per una insensibile e sempre aumentata forza o frequenza d'impulsi
eccitanti fumana attivila, e rattemperati in proporzione della forza d’inerzia;
ai quali corrispondono poi altrettante successive gradazio oi ili effetti. Se
la mente del contemplatore divido in certi spazi! distilli1 tutta la
progressione continuata, e per is f li maIe gradazioni di r ò ce sì prò1
ungala; ciu fa al solo fine ili agevolare la cognizione e Tesarne delle pili
contraddistinte situazioni . Io quali a certi intervalli diventano visibili^
diversissime dalle antecedenti; non altrimenti clic nel molo lentissimo deli
Indice delle ore di un orinolo non si può contrassegnare gli spasa percorsi se
non dopo certi intervalli, benché i progressi siano senza interruzione
continuati. Per la qual Cosa, mentre consideriamo nello stato delle nazioni
l’epoca doIT Immagina zio ne, dobbiamo ritenere che ila una parte eliaci va a
perdere per gradi hi se usi bili dentro la sfera della piu diretta ed organica
sensibilità, e dall’altra si confonde coITnurora della ragionevole^ temperala.
Ciò avviene pure ad ogni individuo nella società (vedi la noia all1 articolo
precedente), Si può dire in certo senso, clic la ragione comincia lino dalla
prima Impressione delia nascita: poi clic tutto si opera mercè una catena dì
cagioni Ida ciò ai può vedere la ragione di quanto coll autorità dì Bacone
abbiamo già sopra accmiuato iu Ionio a 1 latta 0 catti è u lo die molti
individui delle culto socleLà hanno per varie opinioni, le quali danno pascolo
alta fantasia ; poiché anclie nelle cube società Rincontrano parecchi, i quali
sono allo sLesso grado di Umn delle nazioni dominate dalla immaginazione.
Inoltre con liiui fantasia si 1 ultamente agitata, e ripiana deifi impero di
potenze or benefiche ed ora malefiche ^ nell ignoranza delle loro indili azioni
5 della estensione delti:1 loro forze e del tenore del loro dominio, la. quale
lascia un campi? Infinito a fingersi ogni specie di mali, non altrimenti che un
timido fanciullo, piena la incuto della credenza degli spettri e d’ immaginari!
pericoli, si finge mille spaventose figure e timori al fi aspe Ito delle
tenebre: come mai una società non sara compresa dai più violenti, più frequenti
e più irragionevoli terrori. Quindi la religione dovrà avvolgersi ira tutte le
tenebre, tutti S capricci e ì delirii della superstizione ^ c spesso del più
ardente e feroce entusiasmo* Tremando, e venerando ogni appare ut e indìzio
dell in flueuza della Divinità, il quale una fan Li sia rozza ed esaltata fa
sempre ravvisare in ogni fenomeno die sembri alquanto straordinari a. o nel qua
Irsi supponga qualche connessione eolia Divinità medesima, è ben cosa naturale
die una popolazione prestar debba cieca fede alle Bilie, alle Sibille, agii
oracoli di ogni maniera, alle predizioni, al pretesi predigli, spésso abusare
dei dogmi della vita futura. Quindi gli augurii, le divinazioni, le aruspiciuc,
i sacrifica di ogni genereanche fercidj se si sospettano grati alla
DivinilaQuindi per ima guisa troppo maturale di coki porre le Idue In ima
maniera analoga allo stato dello spirito, quale lo abbiamo ravvisato in questa
epoca», tuta nazione noi: sapra ini marmarsi altra Divinità che uno o più
esseri soggetti a tutte io passioni deli* uomo, c dotati di un potere
sterminato:, e» quel eli’ è peggio, la rivestiranno ili Lulle le passioni anche
più sregolate, meta* Ire m tal epoca, come tosto vedrà ssi, non esiste altra
nozione di giusiizia» ne altra morale, die quella delle passioni monlioatc
della forza, Impastata cosi la Divinità d’un aggregato dei più assurdi
attributi, datolo un impero ed una provvidenza a norma anche del vario genio
dei popoli ed a norma del clima stesso, ora si farà intervenire negl* affavi
umani, si esigeranno da lei prodìgi], s* inventeranno le prove giuridiche, si
farà pieghevole ai doni, vendicativa, parziale, sangui uam. e s inventeranno
anche stravaganze feroci per placarla: e ora stimmaginerà neghittosa, ora
voluttuosa » ora guerriera, ora astuta., c fin antri ghiotta c vorace ; e a
norma del genio a lei attribuito si dirigeranno pim: gli uomini nel loro culto.
Dal fin qui detto pertanto si rileva quanto la nascita del poli-teismo sia
naturale agli nomini ed alle sassoni nell’epoca ni cui le contempliamo, senza
che abbisognino d’ereditarne l’idee Jr ime dall’altre: e si deduce altresì la
chiara a generale origine dì Dilli e sì stra vagan li 'culti) dei quali è piena
la storia della Specie umana. Por una legge poi troppo naturale al cuore umano,
e spesso inavvertita, di spandere lo ai fez ioni nostre dal soggetto principale
die cc lo inspira sovra tutto ciò che con lui ci sembra avere relazione: ai
druKfai lama* ai profeti, agli auguri, al divinatori, ed a tutte in line le
persane giudicate soggette in qualche guisa all* Influsso o ài comandi o al
culle delle pretese potenze superiori, si estenderà parte della venerazione
professata per le potenze stesse collo quali si supporrai! no in relazione. Sì
temerà persino d’ incontrare l’ira coleste, se sì ardisse dì dubitare ^ loro carattere:
e si riguarderanno perciò come un ordine superiore ed inviolabile di esseri, sì
seguirà uno i loro impulsi, sì iddìi dirà ai loro comandi, si ricorrerà ad essi
come ad intercessori fra làn min e le superiori intelligenze, sì consulteranno
nelle sventure, $’ imploreranno i loro consigli negli affari, e sovente si
affiderà lóro il destino politico dulie popolazioni. Lcco i impero teocratico ;
ecco la universale crednliOt rinforzata dai più temuti e più reverendi vincoli,
mercè la quale intuiti boni ed inImiti mali si possono preparare, produrre,
perpetuare in un popolo. Se un Z oro astro, un Minosse, un Licurgo, im Salone,
un IN urna, un May* cu-capac, un Confucio vivono allora nel di lei seno, lei
felice; ma se vi esistono solo valgavi druidi, lama, bonzi, muftì oc., in tal
caso per serie indefinita di secoli f se pure la commista d’ mi popolo
straniero doti vi si frapponi) la sorta della nazione sarà di bruteggiare ncIL
ignoranza, di tremare ira le angoscio delta superstizione, e di gemere sotto il
peso del des poliamo. In tale situazione questa congrega di fanatici, d5
impostori, di ambiziosi, di malvagi, come non avrà il più forte e durevole
interesse di perpetuare il proprio impero, perpetuando nei popoli quell'
ilIasione sulla quale è fondalo ì Come nou daranno estrema importanza al
rispetto verso il loro ceto, al bendimi resi alle loro persone: e per Io
contrario pretenderanno gravissime colpe le trasgressioni e la uoncurauyjq non
senza l’artificio d’essere ad un tempo stesso rilassali uri più importanti
doveri della morate? Dà questo tenore sarà in quest’epoca (come la storia di
Lutti i paesi ce lo prova) la religione delle più rozzo società, Vi 4, Da
questo solo si potrebbe agevolmente prevedere quale esser possa lo stato della
monde e della legislazione^ la quale non è in sostanza die la morale stessa m
unita di sanzioni umane, avvalorala cogl’ in li ressi politici, colle
abitudini, colle precauzioni, e colla forza unita. LìuIlton ha osservato
giudiziosamente, che e ove la religione è imperfetta, ivi la politica società e
tutte le leggi deggiono essere del pari imperfette. La religione altro non è
che ima sublime filosofa, uè ver un uomo potrebbe vantarsi d’essere eccellente
nelle scienze politiche, se prima la sua mento non fosse rischiarata cd ampliala
dalle istituzióni della teologia; imperocché un errore di religione trae mai
sempre seco il guasto nelle leggi, (Storia d Inghilterra) Ma senza ciò,
consultando i lumi della ragione c i fatti della storia, troviamo elio in
quest’epoca 1’ uomo viola i più importanti doveri della morale socievole, per
quella stessa ragione fondamentale per cui nel l’epoca antecedente, limitato ai
primitivi bisogni, uon Ei poteva pressoché mai uè praticare, uè trasgredire. P
rosegli imenla deli1 darne della seconda età della società relativamente all*
istruzione umana* Della mortile delle nazioni. Sono costretto ad arrestarmi sul
proposito della morale delle nazioni m quest’epoca più ch’io uou vorrei, e
abbandonalo per un momento bordine progressivo delle presenti osservazioni,
debbo salire più alio al principii teoretici rii filosofia- onde schiarire e
convalidare ed estendere i risultati derivanti dal [Esperie p?.a delle nazioni.
A ciò vengo astretto non lauto dall importanza dell argomento, e dalla sua
affinità a queste ricerche ? in quanto egli formi una delle materie sulle quali
cade più spesso il giudicio del pubblico, ma eziandio perchè non essendo in
molli peranche spento il pregiudizio, per vicinissime relazioni cognato del
teosofismo, cne la comune degli uomini possa sicuramente giudicare della morale
senza l uso del raziocinio, e per un senso o per un istinto da Dio preparato,
ciò urterebbe di fronte la soluzione da me addotta del quesito proposto e le
ragioni allegatene. Quindi assumerò per un istante i loro sentimenti, e li
rinforzerò di quelle prove che li possono almeno apparentemente convalidare. Il
lìu qui detto (taluno opporrà) se verificar si può sotto uu aspetto, sembra non
aver luogo sotto un altro: anzi ripugnare all’ordine provvido della natura.
Concediamo (si proseguirà) che ad acquistare la cognizione della verità le
occasioni presentino alla mente gli oggetti, e che 1 attenzione umana si
adoperi su di loro in tal guisa da cougiungere e separare i rapporti apparenti
delle idee in un modo del lutto corrispondente alle convenienze ed alle
ripugnanze reali delle cose. Ma che perciò? Dunque non si potrà giudicare,
almeno delle materie morali, che col solo mezzo dei lunghi giri del raziocinio,
delle lente spinte dell’analisi, e del penoso procedimento dell’ induzione ?
Poniamo che una legge generale e costante somministrasse in natura le occasioni
opportune alla mente umana, ed inspirasse un forte interesse a considerarle; e
che la direzione di questo interesse, in forza della costituzione naturale
dell’ uomo e delle altre preordinazioni della natura, piegasse l’altenzioue
giusta le vere ripugnanze o convenienze delle cose, senza che fosse d’uopo fare
altri confronti per comprendere la verità e disceverarla dall’errore. In tale
ipotesi è chiaro che gli uomini presumere si dovrebbero sicuri scopritori e
giudici del vero, meno per scienza che per sentimento,* e quindi il loro comune
giudicio apprezzar si dovrebbe generalmente qual fermo ed infallibile criterio
di verità. Infatti, se egli non fosse tale in forza di raziocinio e di
dimostrazione, lo sarebbe in forza della irrefragabile autorità della natura.
Ora tal è la condizione dell uomo rapporto alle verità morali Imperocché se
dapprima si riguardi Y ordine di natura, i rapporti del i|Liale vengono appunto
espressi dalle verità* le quali non uè sono clic i risultali di cognizione, e
si supponga che la natura non abbia voluto liiy\ n-, hi vano : sì deve
certamente supporre che ne abbia altresì divisala V esecuzione. Quindi
giudicandola provvida ed antiveggente, si deve pur supporre clic abbia
preordinata le cose in guisa, die questa moltitudine ih esseri umani debba
essere spinta efficacemente, sulle tracce da lei segnate. per mezzo di quelle
facoltà stesse dì cui ella li fornì, e per le quali si muovono lu tutte le
altre loro 1 unzioni. 448, Pertanto ella doveva fornire all’ intelligenza loro
quelle occasioni* (Fonde eglino .trai1 potessero la cognizione delle di lei
intenzioni ; ed al cuor loro quegli stimoli, ui forza de quali secondar
dovessero i fini volali da lei. e fuggire I lini da lei proscritti. Ecco
infatti le sanzioni naturali annesse alla pratica delle leggi della natura, il
benessere consunto all'osservanza loro, e il disagio che no segue l1
inosservanza; ecco Fani tir proprio fatto F unico e glande motore nelF
esecuzione debordine morale di natura: ecco la legge naturale inscritta nel
cuor dell'uomo: ecco t doveri, i diritti, le virtù ed i vizi! uou ignorati:
ecco ì fondamenti di una morale sperimentale^ niente dissimile, sotto dì un
aspetto, da una fisica speri mentale, Per tal motivo adunque, trailo dalla
provvidenza c dall ordine delle cause finali della natura* esister deve cella
costituzione umana un comuno lo u d a me1lto, pe r il quale i n morale de b b
ano gli uomini, senza uso di teorie ed lu forza di sola esperienza e di
sentimento, pensare uniformemente e pensare con verità . laiche F errore
diventi una pura eccezione . Da ciò inoltre si vede come indie materie di
morale, e per la stessa ragione nelle altre cose lutto elio per se stesse
costantemente interessano il genere umano, le massime particolari, le quali
sono 1 espressione d altrettanti guidimi sugli effetti, debbano procedere i
sistemi, e le isolate osservazioni e gli aforismi assoluti debbano precedere lo
teorie, ludi nascono i proverbii delle nazioni, indi le sentenze e gli a poi
Log mi dei savii, avanti ebe nascano lo loro dimostrazioni. Così le conclusioni
dei raziocìnìi precedono la comprensione r la esposizione dei principi!
generali. Ma lutto ciò senza temerità, e per una sicura mossa della natura. Del
senso e tildi' istinto murale. I seguaci di IIuLcbesou, c degli altri filosofi
dell istinto molali mi sapranno forse buon grado di’ io abbia presentalo da un
lato assai vantaggioso la loro opinione prediletta. Alò nc.fi è possano essere
pm sicuri eli’ io ne contemplo tutto il tenore, uou credo inutile di esporlo.
Il dottor Hutcheson si propose di provare che l’uomo è dotato di un senso
morale. Egli appellava con questo nome una facoltà della nostr’anima di
discernere prontamente iu certi casi il bene ed il male morale per una sorta di
sensazione, e per un gusto indipendente dal raziocinio e dalla riflessione. Gli
altri moralisti lo appellarono istinto morale (e d altri sesto senso ), il
quale è, come dicono essi5 una inclinazione o tendenza naturale che ci porla ad
approvare certe cose come buone e lodevoli, ed a condannarne certe altre come
malvagie e biasimevoli, iudipeudentemente da ogni riflessione. Fra questi
sentimenti vieue annoverala la compassione ai mali altrui, la gratitudine ai
beneficii, la benevolenza sociale, 1 indignazione all ingiuria, o al racconto
di una iniquità commessa contro un nostro simile. L’ origine di questo
sentimento si attribuisce a Dio, che ha costituiti gli uomini in questa guisa,
e che ha voluto che la nostra natura fosse tale, e che noi fossimo affetti in
questa maniera dalla differenza del bene e del male morale, come lo siamo dalla
differenza del bene e del male fisico. La ragione poi ossia il fine per cui Dio
fornì l’uomo di questa specie d istinto comune si è. ch’egli si determinasse
più fortemente e più piontamenle in tutti que’ casi nei quali la riflessione
fosse troppo lenta, mentre i bisogni pressanti e indispensabili domandavano che
l’uorno fosse condotto per la via del sentimento, il quale è sempre più vivo e
più pronto del raziocinio. Ecco in compendio la dottrina dei difensori del
senso o del1 istinto morale, la quale ha avuto ed ha tuttavia seguaci, e venne
esposta come vera anche in un libro, del quale i dotti di una celebre nazione
pretesero di fare un ampio deposito delle umane cognizioni, e come il fiore più
scelto dei lumi del secolo ( Encjclopédie, Art. Sens inorai ). Del senso
comune. 45 G. lo non credo poi di dovere aver lite coi difensori del senso
cornane. Basta ch’io esponga le loro idee e le loro pretensioni per far sentire
che fra noi non vi può essere contesa. Per senso comune s’intende la
disposizione che la natura ha posto in tutti gli uomini, o manifestamente nella
più parte di loro, oude giunti all’ età della ragione recassero un giudicio
uniforme e comune sopra differenti oggetti dell’intimo senso della loro propria
percezione: giudicio che non è la conseguenza .ti aleuti altro principio
anteriore. Oud’ ò5 i lio questo senso comune sopravvieuc all1 uomo dopo la
fanciullezza ossia dopo 1’ educazione della prima ria ; e, a senso dei
filosofi, versa intorno a quelle elio appellatisi prime verità, 457. Eglino
però ammettono*, clic fuori, di queste primo verità si verifica la legge o
l'assioma comune, die la verità non e per ìa moltitudine ì il glie si verifica*
dicono essi* io lutti quei casi 5 ove sì tratta dì impiegare Fallendone e la
combinata. riflessione, di cu! la molli Ludi ne non è capace. Ma nelle altre
verità, die appellammo verità prtme9 può aver luogo certamente Feltro dello
comune, che la voce del popolo b voce dì Dio j la quale nello cose di puro
fatto eziandìo si può* come vedremo più sotto, con certe precauzioni cri lidie
verificare* 459. Ridotte pertanto così le cose, e ammesso questo senso comune $
che io non saprei negare in un Pubblico incivilito e ridotto al periodo della
ragionevolezza 5 per la ragione che deve esistere un fondamentale carattere
comune die lo faccia riconoscere per tale ; e questo dev’essere it possesso
almeno di certi principi! generali e primarii della ragione^ acquistati per una
serie di molli avvenimenti anteriori; ammesso*, dico*, questo senso connine,
non servirebbe non basta ancora per lare del giu dici q del Pubblico mi
criterio di veriisV in tutte le ricordate materie, e clic anzi tutto è fonda Lo
sopra imperfettissime nozioni. E per procedere cou ordine e con efficaci1
persunsiQne io dirò in prima delle cose morati^ iodi a suo luogo di quelle che
appellami dì semplice pus io. Articolo 11. Osservazioni generali iti risposta
alla precedente 'obbiezione. 40 G. Si vuole primieramente clic il Pubblico
possa essere giudici; competente e sicuro delle cose morali^ o si vuole clic lo
sia mm pei nziocinii teoretici o acquisiti, ma per mi scali meato sperimentale.
Ora io osservo die qui si suppone resistenza reale d*una cosa ili fiuto $ cioè
d un istinto morale qual legge di natura coni uno alla magginr parte degli
uomini. /.Gì, In tale supposto c cerLo ìu buona logica, che il filosofo davi'
ragionare col sussidio àeW osservazione ; altrimenti non vi sarebbe pi confine
alla smodata licenza delle mere ipotesi, delle congetture, deb ie illusioni e
delle chimere s nò distinzione alcuna solida fra la ve/UJt i1 V errore. Ciò
posto, egli non deve ammettere resistenza di cagioni la* comprensibili,
confuse, e di pura eccezione, quando dai fatti «Lussi piai trarlo ciliare,
noie, regolari, e fondato iu una comune-, semplice o primaria logge della
natura* Sarà sempre arbitraria, capricciosa e nulla ogui eccezione, a cui la
cognizione delle cagioni note delle cose non ci aloni di ricorrere Questi sono
pr incipit logici di una lorza, di un evidenza e dì un estensione, che ogni
uomo di buon senso non saprebbe nvpcìiru in dubbio. Ora, mercè un altea lo
esame della natura umana e dei rap porli costanti di lei, sì giunge a scoprire
eli e luLti i fenomeni a L tribù ili dal patrocinatori de! senso morale sono
pure derivazioni acrjuìsife derivanti dall azione combinata delle circostanze
esterne e delle laeolia uma¬ ne 3 al pari delle akre nozioni ed a Ile zip ni
clic al senso /fiorale unii si fanno appartenere. E non solamente si dimostra
come nascano, crescane e si estendano, senza ricorrere ad altrg eccezioni c
finzioni confuse; ma, quel cìFè più, si dimostra coi fatti positivi, più
moltiplicali, pìb cevh 0 più generali della storia scrìtta di tutu i popoli,
clic h esistenza e E forza di siflaiti sentimenti in fatto pratico deriva
interamente dall* azione r dalPordine delle circostanze de termi nauti F umana
sensibili Ln. Dunque non solamente si deduce che la dottrina del senso morale è
puramente gratuita, a nti di oso fica e nulla, in linea di ragione, ma. quel
cìdè più, positivamente falsa, e ripugnante alla verità di fatto ♦ 471.
Chiederei volentieri ai sostenitori del senso e deli' istinto morale, se
abbiano mai ridotto il loro uomo a quel putito di semplice considerazione, in
cui era d’uopo assumerlo per dar forza alle loro prove. Lo hanno eglino
spogliato dì tutte le acquisizioni dell’ educazione} della religione, dell1
istruzione sociale^ deli’ esempio * delle abitudini ^ e ridotto allo nude sue
facoltà abbandonate alla natura, onde scoprire se gli effetti che vergiamo
negl’ individui delle culle società siano prodotti dell1 istinto o di un sesto
senso, o non piuttosto dell1 educazione? Ciò era pur d'uopo di fare, per non
essere esposti al rischio dì attribuire ad una cagione puramente supposta
effetti realmente derivanti da altre conosciute sorgenti: e conveniva anche
escludere l’azione di queste note cagioni, o almeno dimostrarla totalmente
inefficace a produrre gli effetti che attribuir si vogliono al senso /fiorale.
Ma eglino si sono limitati a considerare 1 uomo la! quale si trova nelle culle
società, o almeno in uno stalo in cui egli è già rivestilo delle abitudini àe\Y
educazione $ poiché certamente nel perìodo dell' infanzia,, e cosi anche nell'
isolala vita selvaggia, non è nè morale, nè immorale. Ma venendo dire Ita m
cute all'esame dei fondamenti della ricordata opinione, io convengo di buona
voglia che la natura abbia divisato l ordine morale, che ne abbia voluto P
esecuzione, che uè abbia preparati i mezzi; ma che perciò? Dunque dir sì dovrà
che precisamente abbia voluto seguire le tracce disegnale dal capriccio di
alcuni filosofi? T\on era dunque possibile altra sarta di mezzi, die quella
immaginala da questi enigmatici creatori di istinti? 0 almeno un’altra maniera
di econonna non era forse più conforme alle viste complesse dei grandi suoi
disegni ? E quando mai sì correggerà la viziosa maniera di trarre illazione dal
metodo nostro di ordinare le cose a quello della natura? E Imo a quando
temerariamente si ripeterà s questo è utile, questo è ragione-» volo; dunque la
natura lo ha fatto? Perchè non dire invece: questo fu fatto dalla natura;
dunque è utile e ragionevole? fi i L Se dovessimo argomentare nella guisa oppostaci,
con pari diritto dir potremmo: la natura ha destinalo fuorno alla
ragionevolezza ed alla scoperta delle verità: dunque Pilorcio è sempre
infallibile ne suoi giudicib Qual differenza di titolo indar si potrebbe fra
queste due conseguenze ? Il principio, da cui si deducono* è Io stesso. E che
giova che il Pubblico si arrogisi il giudicio delle coso h i morsi? Frova ciò
forse eli’ egli ne giudichi per istinti)? Prova ciò forse et’ egli m sin
giudice infallibile ? Esclude ciò per avventura, che risicatone. r educazione,
hi religione, F esemplo, le abitudini noti lo possano porre in grado di recare
le decisioni ch’egli pronuncia? ilo forse io proteso ch’egli sempre commetta
errore ne5 suoi giudici i? e quindi die. istruito s peci alme ùle dal progresso
dei lumi ragionati sparsi in lui per credenza e per tradizione, non possa
giudicare sanamente della morale, del bello e del merito? Non lio io accennato
più sopra le fonti da cui derivano i lumi ? Ma in questo caso il Pubblico
ammette le cose più per credenza e per imitazione, che per un discernimento
interno o per raziocinio: doveché uelPaltro caso egli le conoscerebbe come per
una ispirazione rispettabile ni in Fai Ulule della stessi natura. Nel primo
caso egli non reca un giti dienti proprio . ma altrui: ed in tal guisa rac
conaio dato alF altrui autorità, che in lui riguardar si deve più per una
preoccupazione ossia per un pregia di ciò, die corno un sentirne uLo di intima
pr ovata pe rs uision o . Cosi adunque ridotti i suoi giudicii,, resterebbero
esclusi dall'ipotesi che combattiamo. Ma non constando die le abitudini e le
pieImi sioti i del Pubblico possano per se sole riguardarsi come diritti
derivali da un titolo proprio in Ini riposto, e racchiuso nel suo propri*}
landò* ad esercitare ]’ impero de! giu die io e delFopimcue, perciò non è
necessario eh" io mi trattenga ulteriormente a dimostrarlo, o ciò io
ritorni ad occupa r mene dappoi. Sembrami che questa risposta .sommaria
potrebbe bastare a far sentire { almeno ia generale) la nullità della con tra
ria dottrina, ^ amando io di porre in chiaro lume Ferì ore in mia maniera più
proficua a IF istruzione 9 vale a dire col dimostrare la opposta verità, c di
svolgere chiaramente Lotta la catena delle idee imperfettamente presentate, e
ai tessere l’origine naturale dei fenomeni morali, V ignoranza della quale fece
all’orgogliosa ed impotente curiosità immaginare un cieco istinto! io mi
accìngo ad esporre succintamente dapprima il comune e nolo principio delle
affezioni tutte del cuore umano, che e l- amore della j elicti unico ver a
Sènso ed istinto morale ^ come richiede la legge del raziocinio. Indi mi
sforzerò di far vedere che quelle affezioni stesso virtuose e sociali, che si
all riha irono allVjtfmfiK sono semplici e naturali atispnsizio ni risultati I i
dalle circostanze, e si vedrà come nascono: c che del pari tutte le viziose
discendono dallo stesso principiti. Premésse queste osservazioni generali,
comuni a tutti i icmj'ù a tutti i luoghi, a tutte le circostanze, perchè
emanano iramediatamea dalla chiara, provala e conosciuta costituzione della
natura umana, e dalle circostanze di fatto necessariamente inerenti a lei; si
puo indi agevolmente passare con una precognizione chiara di principii a
determinare quale esser debba la morale tanto di giudicio quanto di pratica
delle nazioni poste nell’ epoca dell’ immaginazione di cui ragioniamo: le quali
se, così dedotte, saranno conseguenze vere, saranno pur anche conformi alla
storia di tutte le società situate in un simile periodo; e mercè tale
coincidenza confermeranno le mie teorie, e rovescieranno opinione da me
impugnala. Così tutto sarà tessuto e ridotto a quella vera unità sistematica
che si trova sparsa nel grand’ordine della natura, e si potrà da tutte le cose
antecedenti ricavare un saggio della storia dello spirito e del cuore umano in
quest’epoca. Amor proprio. Sua indeterminata direzione. Conseguenza sul
carattere morale. E indubitato che i sentimenti morali sono nell’uomo meri
efjetti, che riconoscono una propria cagione. Ora questa cagione esiste o
nell’uomo solo o nelle circostanze, o nell’uomo e nelle circostanze
congiuntamente. Ma l’uomo non è nò può essere giusto od ingiusto, virtuoso o
malvagio, se non a proporzione che trova un sentito interesse ad esserlo. Egli
nasce colla sola tendenza ad essere felice, la quale si determina a norma delle
circostanze, o, a dir meglio, degl’interessi inspiratigli dalle circostanze.
Non si può dunque dire in astratto che l’uomo sia naturalmente o buono o
malvagio; ma bensì egli si deve dire indifferente all’ una e all’altra cosa. Se
dunque è vero quanto asserisce Machiavello, che in politica tutti gli uomini si
debbano riputare cattivi, ciò non può avvenire se non perchè il concorso delle
ordinarie circostanze o interne o esterne ilelle società sia tale, che faccia
riuscire il cuor dell’uomo vizioso. Nelle sole circostanze adunque operanti
sulla natura umana si deve ricercare la cagione, sulla quale in ultima analisi
vada a risolversi 1 origine del carattere morale della specie umana. L’uomo non
è nudo spirilo ma nasce coir ingombro di una macchina, a cui per conservarsi
per crescere e per propagare è mestieri di molti pimi soccorsi esterni, dell’
esigenza o della superfluità dei quali la sensibilità viene avvertita mercè 11
bisogno la sazietà o il dolore. Così bnomo si può dire che nasca con certe
occasioni 7 che determinano la sua tendenza a procacciarsi il benessere. Quindi
v chiaro ciò ci nasce colla tendenza a conservarsi, e perciò a respingere ogni
nocumento*' quindi V amore alla consertali trae, rodio aìF ingiuria, V impulso
alla difesa. 483. Ei nasce colla tendenza a nutrirsi, a difendersi dalle
iugiurh delle stagioni e degli animali, e a propagare la sua specie; e quindi
col desiderio di possedere gli oggetti al Li a soddisfare a siffatte
intenzioni. Quindi il desio del dominio delie cose, del co/ìkh'zìo coll* altro
sesso, t della libertà di procacciarsi il proprio vantaggio. 484, Ei nasce con
nna macchina che tende come LiilLi gli altri cor" pi all inerzia, no si
muove che a proporzione degE impulsi che riceve o dagli oggetti esterni o dallo
spirito; e ne ritiene le impressioni, e ripete i suoi proprii movimenti con
maggiore o minore facilità, a proporzione che sono più o meno ripetute le
proprie azioni o le impressioni esterne, e giusta le loro maniere. Quindi nasce
V imitazione: quindi si formano le abitudini; quindi [a loro forza sulla
natura, il loro durevole impero sull* nomo, la loro ostinata resistenza a
cancellarsi; quindi i caratteri individuali, quei di famiglia, di provincia, di
nazione. Ciò non e tutto. Siccome il corpo umano è uu automa di una
compostissima costruzione, le Cui suste molto esercizio affatica, c molta
quiete rende piu inerii e rilassate: così V uomo nasce con una tendenza
aJEazione in certi tempi, ed iu certi altri tempi al riposo. Inoltre., siccome
egli non è un Dio da bastar sempre a sè solo, così abbisogna spesso del
soccorso altrui anche nell’ esercizio pieno delle sue forze; e provatolo utile,
viene spinto a desiderarlo ed a procacciarselo, Perciò volendo accoppiare il
massimo di comodo e di piacere cui minimo dr incomodo e di dolore, egli
appetisce piò il soccorso altrui che il proprio lavoro^ e il dominio uuito
delle cose e delle persone più che il dominio delle cose sole. Quindi scorsesi
in generale 5 die l’AMOR PROPRIO – GRICE ON BUTLER ON CONVERSATIONAL SELF-LOVE
AND CONVERSATIONAL OTHER-LOVE OR BENEVOLENCE -- d'òguì individuo trasportalo in
società è un centro dì attrazione che tende ad appropriarsi il maggior numero
possibile di beni e di servigi; e che Para or proprio d'ogni altro simile., per
la stessa ragione, tende dal cauto suo ad attirare a sè con egual forza i
servigi di tutti. Da dò deriva, come da sua prima fonte, Pamor delle ricchezze,
del potere, del comando e della riputazione, che serve alP uno e all’altro: e che
eziandio solletica piacevolmente la sensibilità e per la prospettiva dei
piaceri che prométte, e per una ripetuta testificazione c compiacenza della
perfezione che si possiede. Da ciò eziandio si vede quanto questi sentimenti
siano connaturali alla specie umana, 489, Per la qual cosa è chiaro quanto
l'uomo sia naturaimente amante solo di sè H. P. GRICE BUTLER CONVERSATIONAL
SELF-LOVE : e che per sè solo egli opera anche quando agisce a prò dT altrui,
benché di ciò egli por avventura non s’avvegga. È pur chiaro quanto il bisogno
sia necessario per indurlo ad operare a prò della colleganza; cosicché se
['istituzione della società fosse un oggetto rii mero arbitrio e non dì
necessità, non si sarebbe mai effettuata società alcuna, anzi non sarebbe mai
stata possibile. Il grande argomento adunque che rimane tuttavia a discutere si
è. fino a qual segno naturalmente l’uomo si presti al soccorso altrui, fino a
qual seguo egli aspiri a soddisfare le proprie brame, e fino a quando egli
rimanga inerte; e d onde finalmente si debba ripetere la cagione dell eccesso o
del difetto, o dell'aberrazione de’ suoi affetti e delle sue azioni. Delie
affezioni sociali virtuose* Loro origine, Se contempliamo i reali bisogni dell1
uomo, noi scopriamo cb essi sono veramente imperiosi; ma sentiamo del pari*,
cito sono pur anche assai limitati^ nè esservi uopo di molto a soddisfarli.
Ond’ è chef sollevato che sia l’uomo da tali bisogni, gli può rimanere ancora
grande spazio ad agire a prò d’altrui. Ma se oltre la sfera dei bisogni cessasse
nelPuomo ogni vincolo di dipendenza e d interesse co’ suoi simili, come
potrebbe egli concorrere al loro soccorso? Agirà egli senza motivi? Cessa, è
vero, un bisogno materiale; ma éòtteutrauo per buona ventura, e per legge
naturale a Uri bisogni morali torse assai più efficaci dei primi, e certamente
di più estesa utilità. Solleutra nelle sventure, nei dolori e nelle indigenze
altrui la compassione, la quale recando nello spettatore o nelPudilore,per
un’associazione di idee analoghe, ma acquisite, un senso penoso, lo spinge a
soccorrere l’afflitto per sollevare sè stesso dall’ ambascia. 494. Sottentra
all’ aspetto o alla rimembranza dell’ ingiuria altrui un senso comune di odio
essenzialmente annesso all’indole delle idee componenti il concetto dell’ingiuria,
che spinge alla comune vendetta, che io appello convendetta, onde sfogare il
senso di odio concepito, riducendo le cose all’eguaglianza ingiustamente
violata. 495. Sotteutra all’aggradevole sensazione di un bene fattoci da
taluno, o all’aspetto di un bene da taluno recato ad altri, o alla rimembranza
loro, un senso aggradevole o diretto o riflesso, o attuale o ricordato,
naturalmente connesso all’idea del piacere, il quale viene appellato
rispettivamente gratitudine o congratulazione ; e per una naturale associazione
d’idee rivolto verso l’autore del beneficio, prende anche forma di benevolenza.
Da siffatte cagioni e per simili modi naturalmente si estende, si perfeziona e
si sublima la socievolezza. Cosi quei sentimenti, ed altri molti da essi derivanti
per una reazione naturale e felice a prò dell’uomo, riproducono e variano ed
accoppiano in mille modi tutti i fenomeni delia virtuosa sensibilità. Ond’è
che, diretti dalla conoscenza dei principi! dell’ordine e delle persone a cui
si debbono riferire, moderati dai limiti che debbono avere, assumono in
complesso il nome di umanità, di cfc vita del genere umano, di fdantropia.
Tutti questi sentimenti sono più o meno attivi, più o meno durevoli, a
proporzione che sono più o meno forti e durevoli le loro cagioni. Ecco come,
anche cessati i primitivi bisogni umani, la natura supplisce alla socialità
colle leggi stesse dell’amor proprio di ognuno posto in esercizio dalla
sensibilità, mercè i vincoli e le associazioni delle acquisite attive idee di
piacere e di dolore. Non è necessaria molta penetrazione a riconoscere che gl’
indicati sentimenti sono tanto naturali al cuor dell’ uomo socievole, quanto Io
sono i più concreti ed animali bisogni, mentre ciò risulta dalla loro stessa
esposizione. Si vede però eh’ essi non sono effetti nè di un sognato sesto
senso, nè di un oscuro istinto morale. Guai a colui che può dubitare
dell’esistenza di queste affezioni! Io non so se sia più da compiangere o da
detestare chi giunse a spegnerle. Egli può dirsi veramente aver sofferto iu
tutto il suo cuore una morte morale odiosa alla natura. Dell' intemperanza
morale. Quello che è più fatale alle nazioni si è, che senza il ministero dei
lumi viene talora a scemarsi la forza di questi sentimenti virtuosi, e fin
anche a soffocarsene il nascimento. Conciossiachè conviene sempre aver presente
eh’ essi propriamente non sorgono che da una restante porzione di quel
sentimento che sopravanza, per dir così, ad ogni uomo dopo di aver pensato a sè
stesso. Un uomo infatti preoccupato fortemente del solo proprio bene, uon può
prestarsi all’ altrui. Quegli che combatte coi flutti può egli essere mosso ad
accorrere alle grida degli altri naufraganti? Le affezioni sociali esigono
adunque almeno certi intervalli liberi dalle prepotenti passioni personali. Ma
le passioni fattizie usurpano nel cuore quella parte di sensibilità che l’uomo
volger dovrebbe a prò de’ suoi simili: e iucominciando dal renderlo duro e
freddo egoista, finiscono col renderlo ingiusto e scellerato. Ecco l’origine, i
progressi e i gradi della corruzione sociale. X fine di scorgere chiaramente
come ciò avvenga, ritorniamo ad esaminare in sè stessa la costituzione reale
dell’ uomo. Dalle cagioni di fatto universali e necessarie, esistenti nella
natura umana, noi deduciamo assai meglio e con più solida argomentazione non
solo l’esistenza dei naturali o necessairi effetti o buoni o cattivi, ma ci
viene inoltre concesso di prevenire i perniciosi e di preparare gli utili .
Questa dovrebb’ essere la prima scienza del legislatore e del politico, la
quale poi gradualmente dovrebbe discendere all’uomo della loro nazione e del
loro secolo. Solo in questa guisa eglino possono utilmente divisare ed operare.
Senza di questo metodo o si va brancolando fra le incertezze di un cieco
empirismo, o si dissipa il pensiero fra le chimere di un aereo idealismo; e
frattanto il bene delle società rimane avventurato al caso, o immolato agli
errori. Si è veduto come naturalmente l’uomo abbia bisogni reali, ed abbiamo
pur anche osservato quanto naturalmente egli eserciti le sociali virtù. Come
dunque con pari ragione egli aver può anche vizii sociali ? S egli non fosse
costrutto con altri organi che con quelli di un ostrica, ò chiaro eh egli non
avrebbe altro sentimento clic un oscuro e material senso di vita, nè altra
specie di bisogni che quelli della sua rozza macchina. Onde siccome quella è
condannata ad aprire ed a chiudere perpetuamente un guscio, a cercare alimento,
e a propagare la spceie: così 1 uomo sarebbe unicamente ristretto a tali
funzioni, benché fosse anche in mezzo a tutti gli oggetti di delizie e di
godimento. Egli quindi non sarebbe moralmente intemperante, nè farebbe mai
guerra a’ suoi simili per protervia, ma per solo bisogno. Limitato quindi nel
male alla pura necessità^ sarebbe moderato quand’anche recasse danno ad altri.
Se dunque l’uomo riesce cupido, astuto, intemperante, ciò deve avvenire in
vigore del principio stesso per cui egli è ragionevole, illuminato e sociale.
Ciò dev’essere un frutto di quelle facoltà e potenze stesse che formano la sua
perfezione, e la superiorità ch’egli gode sopra i bruti. Infatti, data la
possibilità che l’uomo possa conoscere ogni cosa, egli può pure, almeno in
astratto, desiderare ogni cosa. Quindi può desiderare anche ciò eh7 è oltre i
proprii bisogni reali, oltre le proprie forze, di altrui pertinenza o diritto,
e così contravvenire al dovere ed alla virtù. Quindi contemplato f uomo dal
canto della sola cognizione, egli può essere tanto più corrotto e vizioso,
quanto più estesa è la serie di quelle cognizioni che gl’ inspirano i desiderii
dannosi al suo simile. Ma se si riguarda la sola cognizione, può essere del
pari tanto più probo e tanto più virtuoso. 506. Egli è dunque V interesse che
lo determina a rivolgersi piuttosto ad una via che all’altra. Questo interesse
nasce dalle circostanze j e se queste circostanze sono universali, si debbono
ritrovare comuni alle società: e gli effetti che ne derivano debbono derivare
in ragion composta della natura dell’uomo e delle situazioni esterne. Ma se
tutti gli uomini, ancorché capaci di limitate cognizioni, non avessero altro
grado di società che quello dei Boschmanni, degl’irochesi, o d altri barbari
popoli, avrebbero del pari assai meno d’industria, d’invenzioni, di comodi, di
virtù, di scienze; ma avrebbero eziandio assai meno modi di cupidigia e di
corruzione, non tanto per ignorare variate e moltiplici combinazioni di reità,
quanto anche perchè queste propriamente non possono sopravvenire nell’uomo se
non dopo che sono soddisfatti i primi bisogni creati dalla natura, la
soddisfazione dei quali non solamente è lecita, ma altresì doverosa ed
irresistibile. D’onde viene, che la corruzione è una cosa del pari fattizia che
tarda nella società; e che nell infanzia di lei gli uomini possono essere bensì
ingiusti per ignoranza, e ciechi nella scelta del bene e del male: ma non sono
nè possono essere corrotti di cuore, nè malvagi per malizia ragionata. Ora
quali possono eglino essere in quest’epoca dell’ immaginazione^ seconda età
della società ? Veggiamolo. sfato r/torafe riporto affo v^mto ed al cuore delle
società nel perìodo della seconda età. 508. Non perdiamo di vista Tu omo di
fatto. In ogni società, segnala mente se è giunta a qualche progresso, mercè le
varie ed irresistibili combinazioni delle idee, parte delle quali deve
spontaneamente svolgersi in ognuno j e parte apprendersi ed imitarsi da altri,
le varietà e lo disuguaglianze di stato ira gl’individui debbono nascere
necessariamente e rendersi assai visibili, e produrre effetti e distinzioni
segnalatissime. Cosi se taluno ha dalla natura sortilo una felice disposizione
a combinare piu idee di un altro, per le ragioni fisiche clic si diranno
altrove; e che, coiti’ è ben naturale in quest'epoca, mercè lo stimolo dei
bisogni rivolga V ingegno suo a migliorare la sua fisica situazione; egli si
troverà in grado dJ inventare mezzi più numerosi, più facili e più utili di
provvedere alle proprie indigenze, od eziandio di procacciarsi fino ad un certo
seguo le comodità della vita* Ceco l'origine prima dello arti necessario e
alili alla specie umana t E ben naturale e giusto eh7 egli prima di chicchessia
profitti dei beni che ne ricaverà. Eccolo cosi, mercè V invenzione-, giunto in
situazione migliore di molti suoi simili, 509. Altri poi, mercè uno stimolo più
continuato, unito ad tm robusto temperamento, persìsterà nell' affaticarsi
sugli oggetti utili, ondo latrarne maggior prof Ito, di cui riterrà a
preferenza il possesso. Eccolo, mercé 1 industria, in miglior condizione di
molti infingardi, olG. Altri finalmente senza fi una u l'altra di siffatto
doti, giovato da un accidente le lice, si troverà nella situazione di
acquistare un maggior numero di boni di qualsiasi altro. Eccolo per fortuna
posto in uno italo più vantaggioso dì assai persone della stessa società. All’opposto
T infermità od altri casi inevitabili de] f or dine fisico ti morale possono
privare dei mezzi del benessere, già dapprima acquistati, parecchi individui;
ed eccoli posti al di sotto degli altri sopra rammemorali. A questo si aggiunga
una originale costituzione meno valida a lunghe fatiche, onde, anche volendo,
non si possa esercitare un' industria pan a quella di molti altri; un’indole
meno ingegnosa, meno inventiva, e quindi meno atta a migliorare la sorte
attuale; o finalmente la mancanza dogli stimoli eccitanti all* invenzione o
all’ industria: ed ecco una moltitudine d uomini in assai più infelice
condizione di parecchi loro compagni. Non fa bisogno provare che tanto le uue
quanto le altre cagiou agiscono in tutti i tempi, in tutti i luoghi, e in tutti
gli stadii della società. Àrdendo sempre nei petti umaui il desiderio del
benessere col minor incomodo possibile, e rendendosi palesi nelle società
queste differenze, si potrà egli evitare ch’esse nei più malagiati non eccitino
l’invidia, la cupidigia, e l’amore del loro acquisto? Supponiamo che in taluni
questi sentimenti possano limitarsi ad una tacita e non intraprendente
passione, e che in alcuni altri si restringano ad una emulazione lodevole:
potremmo noi riprometterci che in questo periodo una silialta moderazione si
estenda a molti? Consideriamo attentamente tutte le circostanze. Qui la società
è assai imperfetta dal canto della sua pubblica costituzione: tutto al più non
veggiamo che un governo di famiglia foudato piuttosto sull’ uso e su vincoli
volontarii, che su formali regolamenti sanzionati colle leggi, ed assodati
dalla forza comune. Quindi o le società sono piccolissime, e ad un tempo stesso
gl’individui sono assai indipendenti; ovverameute esse sono adunameuti
fortuiti, i cui membri sono collegati fra loro per condizioni eguali suggerite
dal bisogno, o da altre avventizie ed auche strane occasioni. In secondo luogo
in questo periodo, in cui per la legge delle gradazioni la società è aucor
vicina all’epoca della più macchinale sensualità; non possono gli uomini avere
acquistata idea veruna dell 'ordine morale, dei diritti, dei doveri, della
giustizia. Queste sono nozioni troppo astratte, troppo complicate. La legge
insuperabile delle al finità logiche sarebbe altrimenti violata; e d’altronde,
per la immutabile costituzione propria alla verità, essa non può esistere che
in una sola combinazione delle cognizioni intorno ai rapporti delle cose. Come
adunque nell assoluta ignoranza delle regole della giustizia potrebbero gli
uomini per un giudicio di relazione conformarsi a loro ? Vero è che esistono in
natura i sentimenti preordinati, che spingono all’equità ed alla virtù sociale.
Ma come in quest’epoca la più parte degli uomini vi potrebbe prestare
ubbidienza? Spinti dai bisogni assoluti, coi quali una mal agiata situazione
cinge e stimola incessantemente la loro sensibilità: o almeno eccitati mercè il
paragone del miglior essere altrui; incominciando a sentire il pungolo dei
bisogni relativi 5 cui l’intemperanza umana accoglie ed estende sterminatamente
in tutte le successive età: senza un freno esterno sostenuto da una forza umana
superiore che ne bilanci la violenza colla minaccia di una certa pena; senza la
tema interna di una sanzione invisibile, onnipotente ed i uìti: ii SEzmm: ri
capo \\\. inevitabile. clic spaventi f ingiustizia; senza Y abitudine d?uua
felice e moderala e due azione die modelli e diriga in una guisa conforme
aU*ordiue sociale i moli del cuore 5 con una gagliarda fantasia, che esagera !'
importanza di uu oggetto utile 0 piacevolone per conseguenza colla massima
violenta delie passioni operanti con tu Uà Ja naturale loro impetuosità; come
mai Je volontà non dovranno per un* assoluta, imperiosa od evidente morali;
necessità essere tratte a norma degli stimoli della cupidigia? I,a moderazione
e lenità qui sarebbero un fenomeno assurdo, un rovesciarne uto di tulle le
leggi della natura morale. Infatti una voIonLà eoi più violenti impulsi da una
parte, e senza nessun treno contrario che In rafctenesse dall1 altra,, se
agisse da quel lato dal quale mancano i motivi, sarebbe un vero assurdo morale.
Quindi è Inevitabile clic tutti coloro che per difetto d'ingegno, \V industria
e per infingardaggine si trovano mal acconci ai pacifici lavori delie arti, e
che sono insofferenti dogin occupazione, in forza della cupidigia e
dell’Inerzia che li spinge a voler ottenere 1 beni colla minor fatica
possìbile; è inevitabile, dico, ohe non solo aspirino alfa equi sto degli
oggetti utili, di cui veggono abbondare gli al Lei, ma eziandio per quel carattere
rozzo, non educalo, e che non conosce nè riguardi né modi indiretti, ed è
proprio di tutte siffatte societàeh leggano direttamente ai più agiati
possessori delle; cose utili 0 tutto o parte di esse, 0 assolutamente le
invadano per arrogarsele colla forza. E ben naturalo dall* altra parte, che per
quella premura in-gemia in ogni nomo dì con servare ciò che gli ù caro c ciò
che gli è costato fatica ed industria, i possessori neghino di cedere di buona
voglia gli oggeLU dei loro benessere, uè soffrano in pace di vedersene privati.
Ecco quindi da una parte, la violenza, la rapina, il ladroneggio; dall* altra
la resistenza, la rivendicazione. Ecco la guerra Lanto dì offesa, quanto di
difesa; la rappresaglia. Il saccheggio ilei viveri, delle vestì, dei bestiami,
dolio donne, c di ogni bene infine alto a procurarci sostentamento o ditello*
ha vendétta nasce ad un tempo stesso tanto dalla parte degli usurpatori, quanto
dei difensori, con tutta la violenza nel suo sentimento, con tutta la ferocia
nel suo esercizio, con tutta V estensione ut? suoi effetti, e colla massima
pertinacia nella durata e nella riproduzione. Ecco una seconda cagione di
guerra incessante: ecco Y origine dell5 indole feroce, brutali a, sanguinaria,
vendicativa ili quest" epoca. Ciò non r tulio, lina sorte favorevole, una
maggiore robustezza, 0 conto altre cagioni rendono . per qualche tratto almeno,
vincitore uu uomo, o una famiglia, o una banda di collegati. La sperienza
dimostra che l’offeso ritorna a molestare. Quindi la naturale antivedeva, od
anche un assoluto sentimento di orgoglio e di domiuio troppo naturale,
suggerisce di porre l’avversario nell’ impotenza di più reagire, quando non lo
si voglia privare di vita. Ed ecco nata la schiavitù personale. ])a essa 1
uomo, per quella naturai legge già accennala di procurarsi la so ddisfazione
dei bisogni o il godimento dei piaceri col minor incomodo possibile, non
tarderà a ritrarre profitto, e quindi a farsi servire dal fatto schiavo ; ed
ecco il despotismo della forza da una parte, e la servitù forzata dall’altra.
Molti fatti cosi ripetuti, il vedere la superiorità della forza e del coraggio
essere cagioni all’acquisto dei beni, del potere, del comando, ed inspirar
terrore e rispetto, è ben naturale che debbano eccitare la stima verso siffatte
cose, in vista di tutti i vaula^^i che ne derivano. L noto che la sorgente e la
misura della stima deriva dalla sentita utilità. Ecco l’origine àe\Y opinione
pubblica in quest’epoca. Essa deve apprezzare e lodare sovra ogni altra cosa la
forza ed il coraggio, e disprezzare e biasimare la fievolezza ed il timore, sì
pella ragione indicata, sì perchè mancaudo generalmente le nozioni di giustizia
e di diritto, od essendo assai imperfettamente conosciute, e di nessuna
conseguenza pratica per il reale comun bene, uon danno adito a diffidare della
falsità della comune maniera di pensare. Prescindendo dalla cognizione dei
principii della morale, io non veggo per quale diritto le culte società nell’
apprezzare cotanto ed in guisa assoluta le grandi ricchezze, e tutti i
contrassegni che vi hanuo relazione, si debbano in buona morale filosofia
riguardare come superiori alle barbare nazioni nell’ apprezzare la forza ed il
coraggio. Il solo appetito, il solo interesse detta tanto nell’uno quanto
nell’altro stato i giudicii pubblici. Anzi ardisco dire che in una società, ove
sopra ogni altra cosa si apprezzano i beni di fortuna, gl’interessi sono
dissociati, le virtuose affezioni o languide o sbandite, e la vera pubblica
opinione spenta. Ma ritornando all’epoca che esaminiamo, in forza degli
annoverati stimoli ne verrà che per inspirare stima ad altri, e per conciliarsi
i comuni applausi e la sociale ammirazione, si ecciterà nel cuore la brama di
dare tutte quelle esterne dimostrazioni, le quali possano ingerire o conservare
l’opinione della forza e del coraggio, e allontanare ogni sospetto di
fiacchezza e di timore. Per la qual cosa accadrà che, anche senz’altro bisogno
che quello di aver fama ed applausi, molli si occuperanno a dar prove di
valore, di coraggio, di gagliardia. Per lo stesso motivo la circospezione, la
prudenza, P artificio ( nell’opinione di quelle menti grossolane, le quali non
possono penetrare più addentro della prima superficie esterna delle cose, e non
hanno idee di ordine morale alcuno) appariranno irresolutezze derivanti da
timore: per tal ragione saranno generalmente disprezzate, biasimate, infamanti.
Per lo contrario una certa protervia, un’aperta e diretta manifestazione delle
proprie idee, della propria volontà, della propria condotta, verrà lodata,
esaltata ed onorata. A ciò aggiungasi altresì la rozza situazione dello
spirito, incapace di molte combinazioni, e per non esercitata pieghevolezza non
abituato a studiare raggiri, dissimulazioni, riguardi, cui d’altronde le
resistenze non mettono in necessità di praticare; e si scorgerà come l’astuzia,
la cautela, la dissimulazione non possano in questa età essere comunemente
praticate, ma nemmeno conosciute, ed anzi per lo contrario positivamente
infamate (ved. Plutarco). Ecco Porigine di quella schiettezza, lealtà,
franchezza, semplicità, buona fede, che si videro in quei secoli, e che in
un’epoca simile di barbarie ritornala ebbero vanto in Europa, e dovettero
essere onorate, apprezzate, ed encomiate. Ecco altresì come la natura prepara
sotto P inviluppo della rozzezza tutta la composizione di quelle virtù che
dappoi formar debbono il cemento della civile società, un pregio onorevole
degl’individui umani, una nobile sublimità dell’indole loro. Così nei seno
della terra, frammisti a vili materie, si tesoreggiano nelle miniere quei
lucidi metalli e quelle preziose gemme, le quali, disceverale col ma¬ gistero
dell’arte, dovranno formare un ornamento alle suppellettili dell’opulenza, del
culto e della suprema podestà. Un mezzo certo, onde scoprire ed apprezzare
quale sia la sentita morale speculativa e pratica di una società, sarà sempre
di rilevare quali oggetti vengano apprezzati o negletti o disprezzati da lei.
L’opinione pubblica sjlrà eternamente Punico, naturale e non fallace segno dei
sentimenti pràtici d’ogni nazione. Dalle riflessioni fatte sin qui, corroborate
dalla storia di tutti i popoli posti in quel periodo in cui ora li esaminiamo,
si deduce che, oltre i caratteri sovra ricordati, si verifica in essi una greve
ignoranza, una leggiera credulità, una mobile incostanza, una insolente
arroganza nelle cose prospere, un vile abbattimento nelle avverse, un’improvida
condotta nelle deliberazioni e nei regolamenti, un disordinato regime in tutte
le passioni: ed in fine P incapacità di ravvisare le cose nel loro vero
aspetto, di combinarne molte dal canto in cui si conciliano scambievolmente, di
connetterle in guisa sistematica, onde comunicare una certa conseguenza stabile
alla condotta. E cliiaro altresi, che tutti questi cileni derivano da animi
spinti da tutta la forza delle passioui, senza il contrapposto di sentiti
interessi che li risospingano all’ordine della giustizia e della virtù. 529. In
tale stalo potrà giammai un popolo, non dico giudicare rettamente delle materie
morali, ma nemmeno andarne ricercando convenienti istruzioni? Come giudicare e
sentire giusta una norma che ripugna a tulli gl’ interessi ed a tutti i
sentimenti attuali ? D’altronde le idee della morale sono di un genere astratto
e generale, e di rapporti complicati; e, quel eh’ è più, di un genere del tutto
relativo ad una regola immutabile, suprema ed unica della legislatrice natura.
Ond’è, che per la ragione medesima per cui le menti degli uomini, quali si
trovano in quest’epoca, si dovevano prima gradualmente preparare, onde porsi iu
grado di ricevere a suo tempo le opportune istruzioni scientifiche di qualsiasi
genere ; per la stessa ragione si debbono preparare onde ricevere quelle della
morale, e riceverle non per semplice cieca credenza, ma per dimostrazione che
produca un’efficace ed intima persuasione. La inorale infatti, sotto il
rapporto del giudicio, altro non è che una scienza, ed una delle più vaste ed
astratte. 530. Per la qual cosa il Pubblico in quest’epoca dell 'immaginazione^
massimamente nei tempi più vicini al regno dei sensi, non può essere peranche
acconcio alla passiva istruzione della morale, ed anzi all’opposto è tuttavia
rimotissimo dall’ averne la capacità. Articolo Vili. Continuazione dell’
Articolo precedente. Esame di quel tratto dell’ età dell’ immaginazione che piu
si avvicina alla ragionevolezza civile. 531. Più addietro, nel carattere morale
delle nazioni dentro l’epoca dell’ immaginazione abbiamo distinto due tratti di
un’indole assai differente 5 bencliè per continuala progressione fra di loro connessi:
l’uno dei quali si risente della vicinanza del regno dei sensi, con cui confiua
per un estremo, ritenendone molte affinità; e l’altro partecipa della vicinanza
dell’età della ragione, verso la quale per l’altro estremo si avanza. Ora
rapporto al primo tratto io credo di aver detto quanto basta al mio istituto.
532. Del secondo dirò alcun che sotto i rapporti dell’argomento da noi qui
contemplato. Per la qual cosa converrà accennare in succinto il carattere dello
spirito e del cuore umano in questo progresso, c indirare la maniera eolia i
piale venga effettualo in natura mercè 1' anione composi^ delPaLLivHà delle
passioni e della forza (F inerzia dirètta dalla legge iella contai ni Là.
Converrà poi dedurre qual grado di capacita una nazione possegga a ricevere i
lumi tic IP istruzione relativi allo stalo ubico della verità. Nel primo tratto
più vicino all* impero dei soli sensi, invece di trovare nelle menti umano
quella metafìsica in cui consiste la ragioneoolezz^ì ermi e abbiamo detto
altrove., vi abbiamo trovato un ordine d’idee parte interamente sensuali e
parte imperfettamente astraLlc, cioè a dire che erano tuttavia assai aggravate
dalle spoglie concrete., fra cui in oriè io e le Idee astratte stanno ravvolto.
La povertà del linguaggio doveva fare annettere molte ideo alto stesso
vocabolo, e quindi nozioni assai confuse e vaghe allo stesso discorso, I)’
altronde, siccome la generazione naturale delle idee astratte e generali
imporla eli esse vengano formate dall’attenzione t come si è veduto, e debbano
essere necessariamente tratte dalle idee concrete: cosi anche per quella
necessaria legge di continuità che regge le lorze dell'attenzione, e che è
propria della natura umana, esse non potevano se non mercè lente gradazioni
essere dedotte. 535. Così avvenir doveva che qui t fantasmi dovevano tener
luogo di idee astratta ; i bizzarri accozzameli LÌ tener luogo di idee
generali; e le Casuali combinazioni tener luogo di raziocinio; in una parola,
la sola fantasia in quel primo tratto tenero il luogo delia ragioneLoco la
metafisica delle nazioni nel primo tratto di questa età. Da ciò solamente si
poteva scorgere quale esser dovesse tutta la scienza del popoli intorno a
qualsiasi genere, C per verità, che cosa e propriamente la sana metàfìsica, se
non che V espressione dei rapporti comuni ossia generali dei fatti del mondo
hsico e del mondo morale - attesa la limitazióne umana. Io spirito non può
veramente conoscere o ragionare sulle cose se non padroneggiando questi
rapporti: e se non ptm padroneggiarli se non col renderli generali ( giusta
quanto si è discorso piu sopra)* come potrà egli possedere scienza alcuna senza
la metafisica l Inoltre, prescindendo dal contemplare i fatti, ossia la realità
delle cose, 1 uomo si gcLta nell' immaginario e nei chimerico. Come dunque
potrà possedere una solida metafìsica senza prenderli in considerazione ?
finalmente lordine fìsico p V ordine morato, oltre gli oggetti che compongono
la natura., e gf individui che compongono la nostra specie, possono eglino
racchiuderne d'altre maniere? Ed, olire siffatti oggetti, V Ha egli altra
specie di esseri esistenti conosciuti dall'uomo? Può egli qui adì esistere
altra specie di rapporti, die quella eli' è fondata su di essi ? Può adunque
esistere altra scienza ^ che quella che tersa intorno ad essi ? La vera
metafisica adunque è la espressione la più elevala di tulio lo scibile umano:
essa è un estratto piu sublimato della ter a scienza, e per conseguenza V unico
punto da cu! la mente umana veramente possa scorgere lo connessioni più ampie
dello cose. Perciò essa nel tracciare l’albero delle scienze devo essere h
madre e V ordinatrice di tutta la loro logica genealogia; mercè di essa sola si
possono esattamente tessere le origini e lo procedenze di tutte le cognizioni
D'altronde, però è chiaro, che so nella esposizione loro essa forma Io spirito
architetto ed ordinatore, ed è la prima scienza che si deve supporre: per lo
contrario nella generazione di fatto delle coedizioni, quale avviene nelle
menti umane, deve per ciò stesso essere 1 ultima a scoprirsi ed acquistarsi.
Per la qual cosa si scorgo chiara la ragione per cui quelle scienze nelle quali
essa esercita un più vasto dominio, le quali appunto sono le più vaste, le più
complicate e le più utili al genere umano; come, a ragion d’esempio, le scienze
del diruto, dei cosLumi, della legislazione, elei governi, e quella eziandio
delle più universali leggi del mondo fisico, debbano necessariameute riuscire
le ni Lime ad essere scoperte ed intese nella loro vera estensione, e le ultime
altresi ad essere apprese per modo di semplice passiva istruzione., e che fanno
ordina riamente presupporre una più provetta età. Ciò è del tutto naturale.
Imperocché, prescindendo anche dalle leggi dell' inerzia e dai molivi,
ùiì^attenilone^ che non ispiu gemo giammài per salto allo più ardue e laUcose
operazioni ed attenendoci a contemplare quella graduate c. preventiva serie di
cognizioni assolutamente necessarie alla mera loro intelligenza, e ritenendo ì
ordine successivo e ristretto cui lo spirito umano limitatissimo è forzato di
osservare; J 1 acciaino sentire questa importante distinzione, mercé di cui si
dimostra che cosa si racchiuda di vero in quelle opinioni die suppongono gli
uomini essere in ogni tempo conoscitori della legge naturale; e si fa sentire,
eoe a motivo solo di idee confuse e di un precipitoso passaggio alle
conseguenze si è stabilita una tesi che non era il legittimo ri su Ita mento
dei latti O’ dei principi l su cui riposava, 1W T, M5, Misi dica: non ò egli
vero die buoni o è un essere prima di divenire essere intelligente* Non è egli
vero che* a odi e dola tu JT intelligenza, non agisce die a norma delle idee di
cui r fornito? Cln: queste idee presentando Valile o il danno alla menta, e
stimolando il ctioiv col piacere o col dolore, lo pongono in esercizio a norma
della /oro diversa forza? Ciò posto, se confrontiamo I’ uomo provetto coti
altri esecri senzienti. o coll' nomo stesso bambino o del lutto selvaggio, che
cesa risulta da questo paragone sul punto della moralità? Affinché questo
paragone riesca più istruttivo, e la venta venga esattamente circoscritta e
fedelmente lumeggiata in tutti ì tratti cliilli riveste 5 r mestieri tessero
questo paragone sotto due rapporti s : cioi fi d'uopo riferire prima il nostro
soggetto alla facoltà di vedere speculativamente le cose; indi riferirlo alla
facoltà di volere e di agire a nomili degli impulsi ricevuti, e quindi
avvicendarlo al sistema realmente eseguito dalla natura. Cosi dapprima
ravviseremo la notìzia della morde et della mancanza di lei nell’umana
cognizione ; quindi 1’efficacia della medesima monde, e V efficacia di altri
impiliti, in mancanza della di lei r&òtizi&f sul fumana volontà; c per
ultimo la direzione seguita dallWie sotto gl’ impulsi dell’ordine naturale, I
bambini e i bruti li a ano una forza esecutiva della loro to* looLà al pari di
quella ddtòiomo dotato di ragionevolezza, 1/ ostrica ini' mobile nell'arena, e
che altro non fa se non die aprire et chiuderò il suo guscio* fa ciò che vuole.
Questa volontà ù determinata da una semaio nc? die ò quella della farne. La sua
forza-} in quanto non viene eslerioo mente impedita (e che è perciò libera:-) *
v dotata di libertà. (j, 54D* Gli altri bruii hanno una stura piu estesa di
azioni, por dii hanno organi piu complicati; tanto sensitivi, quanto esecutivi.
Come .suscettibili di un maggior numero e di una più estesa varietà di
moviairuli5 sono capaci di trasmettere all'anima più numerose e più variate
sensazioni ; quindi somministrano alla volontà più numerosi e variali pn uccn e
dolori, ossia motivi dì volizione ; quindi più numerose e variate
determinazioni c scolte: finalmente agli organi esecutivi le volizioni l rasiti
Atono più numerosi e variati movimenti, i quali a proporzione poi della loro
rispettiva stmlUira e forza variano, moltiplicano * e rendono più 0 meno
energici i medesimi movimenti. Cosi co usi durando questo llJ quanto non
incontrano ostacolo, uè vengono impedite nei loro impTiUL sì possono chiamar
libere. Giù nonpertanto la legge fondamentale ri eli -azione dell ostrica e di
quella della sciinia è perfettamente la medesima; i mezzi e i modi soli variano
di specie e di numero. NeH’uomo, essere misto, cioè a dire risultante dall’
unione di una ceri’ anima con un certo corpo, sotto di un rapporto non si
cangia nè si può caugiare questa legge fondamentale. Egli dai canto della
moltiplicità e della varietà degli organi esecutivi è assai meno superiore alla
scimia, di quello che la scimia lo sia all’ ostrica. Ma egli ha una facoltà che
lo distingue da tutti i bruti siffattamente, che esclude qualsiasi paragone.
Dal polipo alla scimia evviuna scala di gradazioni di sensibilità e di azioni
volitive ed esecutive, la quale in vero è assai estesa; ma in sì lunga serie di
gradazioni per nulla si riscontra la capacità di tessere tutti i gradi delle
astrazioni, tutte le composizioni delle nozioni e delle categorie generali; in
breve, nulla che costituisca la ragionevolezza . Per lei P uomo è costituito
nel carattere di essere intelligente ; carattere da lui goduto esclusivamente al
di sopra dei bruti. Le sue facoltà mentali, e l’ organizzazione per cui può
divenir tale, costituiscono realmente ciò che appellasi perfettibilità. Ora
l’uomo senza l’uso dei segni potrebbe mai riuscire a ciò? L’uomo non giunge a
questa elevazione se non per un graduale avanzamento eseguito durante l’
infanzia, epoca che dalla nascita si estende sino alla fanciullezza, la quale,
rapporto alle facoltà mentali, riesce più o meno lunga nei varii individui a
proporzione che l’organizzazione interna e le esterne circostanze sono più o
meno favorevoli allo sviluppamene; e siccome del pari la ragionevolezza si
svolge gradatamente mercè la scomposizione ossia l’atteuzioue parziale sulle
idee semplici, aggruppate e raccomandate ai segni, e di nuovo poi accozzate, divise
e paragonate in altre mille svariate maniere; così fra l’uomo essere senziente
c 1 uomo essere intelligente non si frappone un’ essenziale differenza^ ma
soltanto una differenza, dirò così, di preparazione e di lavoro di quelle
stesse idee e di quelle stesse affezioni cui egli ebbe ed ha tuttavia come
essere senziente ; diflerenza però importantissima, e che lo rende capace a
fare ed a pensare ciò che tutti i bruti dell’universo non potrebbero. ooh. Ma
ognuno accorda che l’uomo come essere puramente senziente^ ed allorquando si
trova, per dir così, ancor tutto ravvolto entro la crassa atmosfera delle idee
sensuali, non è superiore ai bruti; e (parlando al proposito della moralità)
uon è suscettibile nè di inerito nè di demerito, uè di premio nè di pena. Ma
perchè ciò? Perchè non è peranche ragionevole. Quando adunque nell’ infanzia
egli è mansueto, compassionevole: quando nello stalo puramente selvaggio i
genitori nutrono i figli, i figli accarezzano i padri: quando non rubano, non
ammazzano, uon pongono legami alla libertà altrui: non sono, a parlare
esattamente, agenti morali, cioè capaci di merito e di demerito, di virtù e di
vizio, di probità e di delitto, di premio e di pena. Eglino agiscono bensì a
norma della morale, ossia della legge naturale, ma uon la conoscono. Sono
allora simili ad un cieco, che brancolando passeggia le strade senza vederle.
Ma per qual legge l’uomo fa egli tutto questo? Per quella del piacere e del
dolore ch’egli ha sentito e sente, ch’egli rammenta e ch’egli prova, che le circostanze
esterne hanno associato nella sua memoria. In breve, ella è la sola
sentimentale utilità il motore e la causa di tutto questo. Ciò non si chiama
certamente aver idee di doveri, di diritti . di giusto e d’ ingiusto, di onesto
e di turpe, di lecito e d’ illecito. I ulte sono idee astratte, e relative ad
una regola; e questa regola non è conosciuta da lui, che non ha idee astratte
di sorte alcuna. 557. Che se perchè la natura lo ha preordinato in guisa, che
debba così sentire ed operare a fronte delle circostanze, dir si dovesse eh’
egli opera per un sesto senso, o per un istinto ; dire pur si dovrebbe, che in
forza di un sesto senso e d’un istinto egli scappa quando vede un uomo che lo
ha bastonato, si rallegra quando rivede un cibo altra volta aggradito, fugge da
un pericolo perchè gli rammenta passate cadute; e così dei resto. 558. L’unico
istinto è V amore al piacere e Yodio al dolore. L unico sesto senso è la
preformazione organica di tutti i sensi umani, per cm tutti essendo formati io
genere d’una sola maniera, è loro inevitabile il sentire tutti certi bisogni e
certe soddisfazioni . certi dolori e certi piaceri, in simili circostanze e
alle stesse epoche, e in certi gradi pressoché uguali. 559. Ma per qual motivo
godendo l’uomo dell’attuale ragionevole za, diviene egli un agente morale. J
Perchè in tale situazione raziocinando, e paragonando il presente col passato,
le idee generali fra loro e gli effetti colle loro cagioni, egli può conoscere
nelle diverse circostanze i rapporti che gli può somministrare il bene o il
male; egli può antivedere le conseguenze d’una propria azione: può discernere
il bene apparente dal bene reale; e perciò può determinarsi in vista di un
maggior bene antiveduto, e resistere alle sollecitazioni d’un utile presente e di
mera apparenza: la qual cosa far non può sotto l’impero di una sensualità
schiava delle sole idee fortuite . sia attuali, sia passale, accozzate in luì
dalie esterne circostanze, e dall1 azione degli oggetti esterni. Mercè di
questa sublime cognizione si erige mi regno proprio 5 per dir cosi, deli’ uomo
interiore, oye la volontà dirige i suoi decreti e le sue operazioni per impulsi
nati da interne e libera combinazioni. uOO, l udire, mercè la intelligenza e la
ragionevolezza può venire scoprendo che le regole delle sue azioni sono
espressioni della volontà d’ un Knte supremo e che alla sanzione annessa all*
ordine naturale si aggiungo uq’ altra sanzione di supplemento decretata dalla
di luì provvidenza. Fu vista quindi di essa l’uomo può vie meglio dirìgere la
sua condotta sopra una traccia diversa da quella dei nudi appetiti. 5G-L
Finalmente, mercè la intemgetiza * può essere capace dT intendere il senso
d’nua minaccia o dT ima proméssa annessa dall* uomo a certe azioni: e quindi,
in conseguenza dd timore e della speranza prodotti dalle istituzioni umano,
determinare le suo azioni In una guisa diversa da quella dd soli sensibili e
preseulanei appetiti. Ma se non avesse intelligenza come potrebbe in tendere il
significato delle leggi ! come antivederne le conseguenza 7 come applicarle
allo sua azioni, e Jeru e nonna ad esse? Come potrebbe adunque essere
meritevole d’ un premiò, cui non assunse uè potè assumer mai come inoltro delle
sue azioni? come essere soggetto ad uua pena, cui non potè nò temete nò conoscere?
5U2. In forza dunque dell1 intelligenza diviene un agente morale., un agente
capace dì merito c di demeritò, di premio e di pena ridia maniera sovra
indicata. 1? intelligenza o ragionevolezza lo costituisce tale, c lo assoggetta
ad un genere d5 impulsi Leu diversi da quelli dd sdo èssere seni tenie* Ma la
morula naturale altro non è veramente che il sistema delle regole che debbono
servire di norma alle azioni libere dell' uomo. La parti’ puramente
precettiva-) ossia prescrivente le tali e tali azioni, è, per dir così, una
serie rii tracce segnale dalla naturo qual sentieri clic r nomo deve percorrere
nulla vita. 50ò, La parte poi persuasiva., o movente* altro nou è die il
sistema ilei motivi die la natura annette allo azioni medesime.,! quali altro
con sono che il piacere o il dolore, l1 utile o il danno che deriva all' nomo
in conseguenza dsiresecuziouo o deirom missione di alcuni suoi alti liberi.
Dunque il conoscere la morale è lo stesso che conoscere siila Ile regole e i
loro motivi. Ma se per uno stimolo fortuito di sensibilità, nato dalle
circnstauze, egli percorresse le tracce medesime die la natura segnò, ne
verrebbe egli perciò che ne avesse letto il Codice legislativo, e ne couoscesse
gli articoli ? L’uomo adunque in quest’epoca può essere un agente morale 5 e
non conoscere la morale; agire a norma delle regole della morale, o violarle,
senza pur conoscerle. 5G8. Dunque conviene distiuguere nell’uomo tre distinte
situazioni. La prima, di essere non morale, cioè non avente ragionevolezza, e
non determinante sè stesso iu forza di riflettuti motivi tratti dal proprio
fondo, come souo appunto i fanciulli e i selvaggi più abbrutiti. La seconda, di
essere morale, ma ignorante le regole astratte dei proprii doveri, e i freni
speculativi delle proprie passioni, annessi a queste regole: che tuttavia
provando in pratica le buone e cattive conseguenze della sua condotta, come
sono appunto gli uomini nella prima barbarie e nell’epoca dell’ immaginazione,
agisce a norma dell’ utile più diretto. La terza, di essere morale, e istrutto
delle regole de’ suoi doveri c delle sanzioni della natura, com’è appunto
l’uomo sotto la istruzione delle leggi civili, delle leggi religiose e della
coltura. Allora prima di agire conosce la carta, dirò così, del paese che la
sua libertà deve abitare, e le vie eh ella deve percorrere per giungere al suo
meglio: allora egli riesce giusto o ingiusto, in quanto si conforma o si
dilunga dalla norma fissata. 5G9. Ma siccome iu tutti questi tre stati 1’ unica
susta che dirige l’uomo è l’ amore alla felicita; siccome gli stimoli
eccitatori sono il pia cere e il dolore; così in quelli egli non diversifica il
fine, ma i soli mezzi per giungervi. Egli è sempremai spinto dalla medesima
forza . Merce di questa forza, diretta dallo sviluppo successivo delle sue
facoltà, egli è avviato verso la cognizione delle regole. E mercè la cognizione
di queste regole egli poi diviene culto e sociale. Perche la cognizione delle
vere regole speculative della morale debba essere assai tarda, e difficile a
scoprirsi nelle popolazioni. Dal fin qui detto non si ravvisa ancora
distintamente la dimostrazione della proposizione di fallo da me esposta, che
iu quest’epoca di barbarie più vicina alla selvatichezza non possono le
popolazioni avere peranche la cognizione delle vere regole speculative della
morale. Ora, per convincere altrui di questa verità, trovo espediente di
applicare a questo particolare lo stesso metodo che mi sono proposto di sc i
8s;ì "aire per rapporto a tulio II complesso delle verità che riguardauo hi
soluzione del quesito* Cosi propongo brevemente di accennavo che cosa debba far
Idioma per conoscere le regole teoretiche della morale. D'onde emergerà se le
popolazioni possano o no in quella dà giungere alla cognizione di si falle
regole. Ciò diviene importarne a fi cole di una vol^ave opinione, la quale fa
riguardare la provincia della morale come quella sulla quale gli uomini in
complesso, o a dir meglio il Pubblico sembra arrogarsi una piu speciale
competenza di giudieu*, come alLrovc si h veduto, e sulla quale potrebbe
precipuamente cader dubbio che il giudieio del Pubblico s’abbia a tenere al
maggior grado possibile qual criterio, di ver Uh, Che debba fare L'uomo per
discoprire le regate f tpec illative della morale. Osservare gli uomini ed i
loro rapporti interni ed esterni, lau\o da uomo a uomo, quanto colla natura, in
quanto producono il bene o il male dipo udentemente dall' attività delle loro
azioni libere ; rilevare prima le complesse e concrete circostanze particolari;
ricavar poscia le astratte simili., meno complesso e generali; indagare le
cagioni da cui nascono e gl’effetti che producono; collocai duomo in diverse
categorie contemplandone le qualità ed i bisogni merce di piu semplificale
astrazioni, e a d it li tempo s t ess o abbraccia re una si era piu ai np iu .
dove appariscano le differenti circostanze; riportare le relazioni di latto ad
un centro comune, qual è il conseguirne ntu del bene e del male; nidi dedurre
quali diritti egli abbia e quali doveri ne nascano: e ad un tempo stesso dal
conflitto delle circostanze Inevitabili ed irreiormaLUi dall umano potere
dedurre i motivi eccitatori delta volontà che tende alla felicità; ècco in
compendio la più risi retta e generale espressione dei doveri logici, ossia del
metodo onde osservare in morale e trarne le regole tcoroi ielle di direzione,
ed ì motivi naturali efficaci a porle in pratica. Ma quante cure e quante
cautele l1 esecuzione di sii latte cose reca mai seco ed esige dal
contemplatóre a line di cogliere la verità! h* dopo ciò, quanto imperfetti no
debbono Urti avia riuscire i risultameli li l h Come lutano debba procedere
nello scoprire i primi generali fondujnen li della morale. Supponiamo che le
molteplici osservazioni d \ fatto siano conipiu te, c diamo un semplice saggio
di quello che rimane a lare dappoi Se ci trasportiamo alla categoria più
semplice e più universale. (Tonde lo sguardo abbraccia tutto il genere umano,
ne ravvisiamo, è vero. gT individui sotto il più uniforme ed unico aspetto; ma.
come beo si vede, egli è il più rimoto dallo stalo loro reale. Colà se
prescindiamo, come esige la semplicità, da qualunque stato o sociale o
selvaggio, noi tronchiamo dal concetto una differenza . la quale è pur cotanto
feconda di diritti, di doveri, di virtù e di perfezione.Se poi passiamo a
rivestire gT individui del carattere sociale, la contemplazione diviene meno
generale., e la nozione meno semplice. Ella non abbraccia più l’altra
circostanza di fatto degli uomini selvaggi; o, a dir meglio, questa nuova
differenza non si concilia più coi caratteri comuni anche agli uomini selvaggi.
Quindi le regole che ne nascono non convengono che ad una sola parte del genere
umano. Viceversa le regole che prima nascevano nella superiore universale
categoria uon bastano nè servono completamente all’uomo posto in società.
Dunque trasportandole così nude, vale a dire senza la dovuta aggiunta delle
circostanze sociali, riescono impraticabili in società, ed anzi di un uso
nocivo. Conciossiachè ciò clie deve e ciò che è lecito all’uomo fuori di società
onde procurare il suo benessere, non è tutto lecito all’uomo sociale onde
procacciarsi il suo; e così viceversa. Ma anche nella considerazione dello
stalo sociale, contemplato nel senso più astratto e generale, non si comprende
peranche la circostanza dei Governi, ossia delle società politiche. Laonde le
regole morali risultanti dai rapporti delle società non politiche, sia riguardo
a tutto il corpo, sia riguardo ai singolari individui, non sono applicabili
tulle come stanno alle società dirette da una sovranità; e così viceversa. 578.
Ma siccome anche nelle politiche società ogni individuo, oa dir meglio molti
individui separatamente, oltre all’essere uomini sodi e cittadini (i quali
appunto sono i caratteri appartenenti alle tre categorie ora contemplate),
taluni sono o magistrali o padri o figlia tanto separa' tamente quanto
cumulativamente, ovvero sono anche rivestiti di altre individuali o comuni
prerogative, circostanze ed accidentalità: così è chiaro che alcune regole non
possono vicendevolmente servire a determinare i diritti, i doveri, le virtù e i
motivi di benessere in tutti gli stati differenti. Così, a cagion d’esempio, le
viste di una individuale prudenza non convengono nella loro totalità ai
rapporti di famiglia: quelle di famiglia a quelle di membro d’uua professione;
queste a quelle di cittadino; e viceversa. Perlocchè, a fine di offrir regole
proporzionate a tutti questi stati, è assolutamente indispensabile contemplare
tutte le circostanze che racchiudono; rilevare i rapporti al benessere in una
guisa conciliabile con tutto il complesso degli altri rapporti generali;
cogliere i risultati interessanti di tutti questi rapporti promiscuamente
modificati, e così 1’ effetto del benessere individuale; e quindi trarne le
rispettive regole teoretiche, e i motivi della morale.Ma perchè mai la
considerazione di tutte queste cose è effettivamente necessaria a determinare
le vere regole teoretiche che servir debbono alla pratica esalta della morale?
La risposta è semplice. Perchè tutto l’ordine morale in fatto si fonda
sull’ordine fisico: quindi le redole sono necessariamente determinate in
ispecie, numero ed estensione dall’ordine fisico, sia permanente, sia
successivo. A fine di dare un saggio di prova di questa fondamentale verità, e
far sentire le conseguenze che ne nascono,, trasportiamoci di nuovo alla
sommità della scala delle morali categorie, e riguardiamo l’uomo nella sua più
assoluta ed astratta semplicità. Certamente in questo punto di vista egli ha il
minimo di reale . e riunisce in sè il maggior merito metafisico. Ora benché in
questo punto di vista non riteniamo che i soli essenziali caratteri, pure
troviamo una quantità assai complessa. 581. Esaminiamo questa quantità;
riportiamo le elementari e più importanti circostanze alle viste del diritto e
del benessere; e veggiamo che cosa ne risulti. 582. Se non contemplassimo
nell’uomo che la sola parte dello spi rilO) egli per ciò stesso avrebbe i soli
diritti, i soli doveri, i soli bisogni e la sola felicità propria dello
spirito: quindi, se si fingesse tale, non abbisognerebbe nè di nutrimento, nè
di vestito, uè di propagazione: non temerebbe uè la fame, nè il freddo, nè le
catene, uè la morte. 583. Quindi non esisterebbe diritto di dominio, nè tutta
quella ramificazione di conseguenze che Ya annessa a siflatto diritto: non
esisterebbero nè i doveri nè i diritti di matrimonio, non quelli della
conservazione dell’ individuo, non quelli della hsica esteriore libertà. I
delitti contro la temperanza fisica, contro la educazione e la società, l’omicidio,
il suicidio, il lurlo, le percosse, il libertinaggio d’ogni genere ec.
sarebbero cose di cui non si potrebbe formare tampoco un’ idea. La morale umana
detterebbe un altro catalogo di doveri, di virtù e di vizii, di cui non è
possibile formare alcun concetto. Ma per ciò che riguarda Dio, l’uomo avrebbe
le stèsse relazioni di dipendenza, e quindi sarebbe soggetto ai doveri
religiosi. Ma il modo di praticarli nello stato di puro spirito sarebbe diverso
da quello dello stato di essere misto. Dunque egli è la coesistenza di una
macchina, e di una certa macchina che determina la specie, il numero e l’
estensione delle vive regole della morale umana. Ciò tulto si esprime
brevemente dicendo che la morale umana è la morale di un essere misto. Dunque,
benché i rapporti ne siano necessarii ed immutabili tuttavia il fondamento di
questi rapporti non è niente più immutabile e necessario di quello dell’ordine
fisico. 1 rapporti di una figura materiale reale sono necessarii ed immutabili:
ma lo sceglierne la specie è cosa arbitraria; il farla esistere, distruggerla,
cangiarla, è cosa contingente. Questa macchina umana, benché costrutta come ora
la vergiamo, si può immaginare formata in altre guise. Se l’uomo, a cagiou d
esempio, riunisse entrambi i sessi, e fosse costrutto in guisa da moltiplicare
senza accoppiamento, egli polrebb’ essere padre e madre ad uu tempo stesso.
Ecco cangiati tutti i doveri e i diritti relativi a questo particolare. Se le
sue braccia invece di finire in maui flessibili andassero a terminare (come ha
immaginalo Elvezio) in una zampa di cavallo, non potrebbe fare lavoro alcuno.
L’arte della scrittura, dell’architettura, della pesca, l’agricoltura, la
tessitura, l’arte del falegname, del fabbro-ferrajo, ed in breve tutte le arti
di prima necessità non potrebbero aver luogo. Da ciò quanti beni sociali di
meno, quanti disagi di più! Anzi la società uou avrebbe luogo, poiché gli
uomiui sarebbero condannali ad abitarle caverne a guisa di bruti. Del pari un
numero infinito di diritti e di doveri sarebbe senza fondamento. 589. La
struttura adunque della macchina umana determina iu ispecie molli doveri e
diritti, e perciò molte regole della morale, e molli molivi di osservarle. 590.
L’uomo, quale ora lo conosciamo, ha una tessitura di organi distruttibili dalle
forze de’ suoi simili, talché ne può soffrir danno e morte, come anche ne può
ritrarre molti beni e soccorsi. Ma se questa strutlura fosse, per dir così,
invulnerabile, o se le forze dell’uomo fossero talmente fievoli da non recare
alcuna nociva impressione, o non prestare veruu ajulo al suo simile, cesserebbe
ogni fondamento di molli doveri tanto positivi quanto negativi, e riuscirebbero
impossibili molli vizii e molte virtù. La passibilità dunque della macchina
umana e la sua Jorza determinano altri diritti, doveri, virtù, vizii e delitti.
59 1. Ma se l’uomo, benché dotato di una macchina, non abbisognasse di un
nutrimento procurato dall’ industria, ma invece lo assorbisse dall atmosfera, e
per una via più compendiosa compisse il nutrìmento e Y assimilazione dei corpi
estranei 5 se la temperatura delle stagioni in certi climi non irritasse
dolorosamente le fibre del suo tatto, e talora non apportasse malattia e morte;
egli è chiaro che non abbisognerebbe dei frutti della terra o del regno animale
per ricovrarsi, nutrirsi c vestirsi. Perloccbè di nuovo la tanto estesa caterva
dei diritti e dei doveri annessi al dominio delle cose, tanti oggetti di
necessità, di comodo e di piaceri, e quindi tante passioni virtuose e malvagie
non avrebbero esistenza. Aduuque i bisogni fisici dell’ uomo, derivanti dalla
struttura e dalle determinazioni e relazioni della sua macchina, determinano
assolutamente certe regole della morale. Così (senza dilungarmi in ulteriori
enumerazioni) il numero, la diversità, l’estensione, Y intensità, la durata dei
bisogni, le forze ora maggiori ed ora minori a poterli soddisfare, saranno e
sono tutte circostanze che inducono e indurranno una diversità di numero,
estensione, specie, durata ec. di alcune regole della morale. Da questo brevissimo
saggio analitico consta abbastanza la verità della sovra allegata proposizione,
che Y ordine morale, tanto nel suo stalo, quanto ne’ suoi rapporti attivi, sta
interamente fondato e viene diversamente determinato dal Y ordine fisico. 595.
Dunque le regole della morale, quali possano servire alla pratica umana,
debbono essere tratte e definite dalle relazioni di fatto fisicomorali fra
fuorno e gli esseri che lo circondano ed hanno azione sopra di lui, e sui quali
egli pure reagisce; e ciò in quanto le sue azioni libere possono influire sulla
sua fieli ci là. Ma in questo elevato punto di vista mancano pur tuttavia
assaissimo considerazioni, onde determinare la morale sociale . Qui nou abbiamo
contemplato l’uomo se non nel suo più astratto e generale concetto: ma vi manca
la parte maggiore che può servirgli nel commercio co’ suoi simili, lo ne farò
quindi il più breve cenno, e generale. Il commercio tra uomo c uomo è
intieramente fisico: le anime loro non si comunicano direttamente : il corpo vi
sta frammezzo; e mercè di esso si eseguiscono tutti gii atti sociali. Di più,
col progresso dell iucivilimcnlo sorgono variatissimi oggetti fisici, che
divengono fondamento di nuovi diritti e doveri. H. Come V uomo debba procedere
nel determinare le regole della inorale sociale. 597. La mente umana, fatte le
convenienti osservazioni, scorge nell'uomo, al pari che negli altri esseri
animati, il line comune della cotiservazione degl individui e della
riproduzioue loro. Questa è uua legge di fatto naturale. Nella storia preliminare,
proposta a fondamento di questa scienza, si è notato esistere in tulli gl’
individui uua invincibile teudeuza al piacere, e un odio insuperabile al dolore
; in una parola, Yamor proprio ossia l’amore alla felicità : legge di fatto
reale della natura. Io terzo luogo alla conservazione, alla riproduzione, ed ai
mezzi a quelle tendenti fu annesso Y amore e il piacere, ed alle cose contrarie
Yodio e il dolore. Auche questa è legge di fatto reale di natura. 598. Mercè
quindi il collegamento dell’rt/nor proprio alle sovra espresse cose il
contemplatore scorge due leggi di fatto insieme coordinate allo stesso bue.
Dunque è costretto a dedurre in generale, che giusta l’ordine stabilito dalla
natura, e giusta i rapporti del comune interesse, la distruzione, l’incomodo,
la schiavitù, e in fine tutto ciò che tende a togliere o a sminuire la felicità
altrui, sono cose vietate dalla natura, e per le quali da’ suoi simili a lui ne
deriverebbe danuo, perii connaturale odio al dolore, per la tendenza alla
difesa, e per gli stimoli alla vendetta: mentre per lo contrario tutti gli atti
di soccorso e di beneficenza vengono muniti dall’approvazioue della natura
legislatrice, e sono vincoli di affezione e di colleganza. Da ciò vede esistere
una norma delle sue azioni, indipendente dalla di lui esecuzione, i rapporti
della quale gli arrecano o male o bene. Dunque egli scorge un bene ed un male
annessi a siffatti atti, che riescono di stimolo o di freno alla sua libertà.
Formando quindi la nozione degli atti che portano seco si fatte conseguenze,
nasce l’idea del dovere. Osservando che il bene e il male annessi sono per lui
inevitabili, e sentendo una unica ed invincibile tendenza alla felicità, ne
trae la nozione della obbligazione morale. In vista di uua nonna, ha uu modello
di paragone, onde nascono relazioni di conformità o di difformità fra quella e
le sue azioni. Ecco la nozione di giustizia. Siffatta norma essendo il
risultato di rapporti realmente attivi, ed esistenti iu natura, forma la
nozione di legge. Alla osservanza pratica od alla contravvenzione scorgendo
annessi il piacere o il dolore, per tale unione e relazione forma l’idea di
sanzione. Finalmente scoprendo clic per ciò appunto che la natura ha voluto la
conservazione e la felicita, é drl pan avrà autorizzato la voIopLà e la forza
ili ogni uomo a praticare r ii alti a lai fine tendenti od efficaci., ed avrà
vietalo ad ogni altro nomo E impedirlo ; cosi formerà 1 idea del diritto 5 G00.
Olimpio il dovere e il diritto non sono nella loro realità se non che modificazioni
della libertà eli fatto dtilTpQtóo. Voglio dire, eh 'essi non sono se dou che
gli atti stessi della sua facoltà di volere e dì eseguire le volizioni, in
quanto vengono riferiti alla norma ed al fine voluto dalla natura. g GOL Ma in
natura Tatto astratto non esìste j non esistono che atti indwiductli 'doli*
ticiBO. Presi come esistono, sono effetti di. una forza: agire altro non è che
produrre un certo elle Ito. La loro relazione non f\ die mi concetto dello
spirito umano: ben è vero che il loro esercizio è l'applicazione dì mia forza
sopra un oggetto. Dunque i diritti presi nella loro realità, e riportati alla
loro norma e al loro fine non possono essere altra cosa che T esercizio della
volontà r de IL forza umana sopra certi oggetti, in quanto questi alh sono
conformi alle leggi della natura, e Lendenli a procurare il benessere ut] i
ano. G(K;p. Dunque malamente e impropri a monte di cesi trasportare c svenarti
un diritto . Il trasporto e T alienazióne non cade che sull oggetto. L’uomo dal
cauto suo altro non fa. che raffrenare la sua forza dal praticare su ili un da
Lo oggetto quegli atti che prima a suo piacimento era gli lecito esci citare. 6
Od. Dunque una convenzione riguardante specialmente una cosa materiale, se si
considera dal canto suo movale-, altro non e che I espressione della volontà di
due o più uomini, per cui 1 uno ma mi està che a favore d? un suo simile egli
ha deliberato cd assicura di non esercitai più la sua forza legittima sopra di
ima data cosa 5 e 1 altro esprime di voler egli praticare senza oracolo gli
stessi atti . \ iceversa quando la convenzione ha per oggetto Tesecuzione
diretta di qualche aLLo personale* l'espressione è pure la medesima, postochè
dapprima una parte non era in dovere di praticate un atto della sua terza.
6(b>. Ma il possedere un dato oggetto materiale, oppure 1 esercizio dì un
atto personale nel commercio umano, è per sè cosa utile, e sovente necessaria.
Il continuare in siila Ito possesso Lrae seco importantissime conseguenze al
ben comune. Il richiamarlo contro la volontà del possessore apporta incomodo,
dispiacere 0 contrasto. Inoltre trae seco per necessaria conseguenza il
turbamento di molteplici connessioni necessarie al collegamento, alla
conservazione cd ai progressi della società. La società è d altronde uno stato
asssolutainente necessario al benessere eil alla perfettibilità umana. Quindi
nulla si può attentare contro di lei ; e per lo contrario praticar si deve ciò
che tende alla sua conservazione ed al suo meglio. 006. Da ciò la mente umana deduce
le regole riguardanti la fede e la stabilita dei patti non risolvibili senza il
consenso scambievole delle parli. Internandosi poi nelle rattemprate
modificazioni e nell’ incrocicchiamento dei diversi rapporti del tutto sociali,
e riportandoli al loro centro, ne trae, come per soluzione di un problema, le
limitazioni e *r 89 j Sì 5 Io sei io quanto la legge non li considera soggetto
a me; perchè ci obbliga entrambi a rispettarci ; perchè se imploriamo la sua
autorità, se si tratta di concorrere al ben comuue, ci riguarda con pari
affezione: ma non perchè ti debba lar parte dei frutti della mia industria,
della mia fortuna, degli onori da me acquistati e de’ miei onerosi privilegii.
Se tu avrai pari industria, ingegno, fortuna, merito, virtù, tu godrai uuo
stato eguale al mio. La tua eguaglianza astratta è dunque ipotetica. In tutto
ciò noi siamo diseguali : dunque diseguali debbono essere anche i diritti
relativi che godiamo in laccia della le°£e. Ma d onde nasce questa
conciliazione ? Dall’aver prese in considerazione alcune circostanze di fatto
dell’ordine reale di natura, non comprese nella nozione di fatto che formava il
concetto del principio astratto. Discendo alquanto dalla montagna, e dico:
tutti gli alberi sono egualmente alberi: ma non tutti gli alberi sono eguali.
Non altrimenti che le apparenze ottiche hanuo un’ effettiva verità alle diverse
distanze da cui si contempla l’oggello, talché ogni pittura che se ne fa si può
dir sempre fedele, ma pure diversa in date ilistanze; così pure nelle regole pratiche
avviene che i pii nei pii (benché nelle diverse generali categorie siano veri)
nulladimeno non sono completi che nel punto piu vicino alla realità, perchè la
pratica uon può mai essere astratta. 62 l. Lo stesso sperimento che ho tentalo
sull’eguaglianza eseguir si potrebbe egualmente sulla libertà. Ma ciò
soverchiamente mi devierebbe dal mio scopo. 62o. Si perdoni questa lunga
digressione all’importanza della opinione che io poteva temere contraria; si
perdoni alla mancanza di metodi precisi di ragionare in morale; e finalmente
alla rilevanza della materia medesima troppo interessante all’umanità, e in cui
per difetto di metodo si sono commessi e tutto dì si commettono innumerevoli
errori calamitosi alla società. Articolo li. Se gli uomini nell epoca barbara
della immaginazione possano conoscere le regole della morale. La risposta è già
fatta dalia dipintura dello stato di quell’epoca paragonato col complesso dei
doveri logici fin qui esposti. Che se il cuore di molti ripugna all’atrocità,
alla violenza ed alla soperchierà, non ne viene perciò che senta una tale
ripugnanza ia vista d’an paragóne con una regola teoretica, auzicliè per un
effetto di sensibilità determinato dairattivilà delle idee acquisite, la cui
efficacia ed impressione piacevole o dolorosa viene diretta dai rapporti della
sua natura, oiusta quanto si è veduto di sopra. Ad acquistare la cognizione
d’una cosa qualunque non vi sono che due sole vie: vale a dire o 1’ invenzione
propria, o Yistruzi0ne altrui. Ma la prima è impraticabile, se non si hanno
dapprima predisposte le idee, se la ragionevolezza e la coltura non sono giunte
ad un certo grado di sviluppamene proporzionato alla comprensione delle
astrazioni; e per conseguenza, se l’attenzione non venne fissata dapprima sugli
aspetti parziali delle cose, se non ne ha ritrovati i segni e annessevi le
idee, e in breve se lo spirito umano non abbia eseguite tutte quelle operazioni
che si sono dimostrate indispensabili alla ragionevolezza ed alla scoperta
della verità. L'istruzione poi è impossibile dove mancano le persone che siano
fornite di lumi, e li possano sommihistrare ad altrui - Ma in questa epoca
delle popolazioni e l’una e l’altra di queste condizioni mancano interamente.
Dunque manca ogni mezzo di conoscere le regole teoretiche della morale. Si
chiederà se colla guida del solo sentimento, benché acquisito e determinato
dalla natura nel modo sopra annunciato, possauo le popolazioni recare giudici!
morali tanto retti, quanto mercè il lume della più perfetta cognizione delle
regole teoretiche. 631. Rispondo, che se molte volte ciò far possono, ciò non
trattiene le popolazioni dal cadere spesso nell’ errore. Il sentimento diviene
fallace ogniqualvolta vi si mescola qualche estrinseco eterogeneo interesse. Il
sentimento diviene fallace ogniqualvolta vi si associa male un’idea. Cosi se
per alcune particolari circostanze in un popolo nasca la credenza che sia atto
di compassione l’uccidere i vecchi e 1 esporre i bambini, esso lo farà
freddamente, ed anzi s’applaudirà di praticare un atto umauo; se crederà
rendersi terribile ai vicini, o fare un opera meritoria mangiando o abbruciando
vivi i suoi nemici, ciò pure praticherà con allegria di cuore: e così dicasi
del resto. L’ospitalità, benefizio tanto costantemente usato presso tutte le
barbare nazioni della terra tanto antiche quanto moderne, quante volte non è
stata violata cogli atti ì piu immorali! Aprite gli annali del genere umauo:
leggete la storia delle nazioni in un’epoca simile a quella che esaminiamo, e
poi rispondete se entro a quella il solo sentimento possa servire di sicura
guida morale alle popolazioni. Ora se cotanta è la fallacia di questo mezzo,
come mai si po. tra stabilire la tesi generale, che il sentimento possa essere
un sicuro direttore dei giudicii morali, e quindi riescire un criterio di
verità? Io non dico perciò che il sentimento molte volte non detti quegli atti
medesimi che le regole morali additano. Ma se egli non esclude per sistema
intrinseco e generale le opinioni immorali, sarà eternamente vero che converrà
determinarne la direzione colla combinazione delle circostanze esterne 9 o
rettificarne le aberrazioni. Questa è l’opera delle leggi, e di una ragione
pienamente illuminata; e le une e l’altra non si riscontrano che in un’ epoca
ulteriore di incivilimento per lente e graduali progressioni eseguito. Ed anzi
in questo stalo medesimo di perfetta società v hanno gradazioni, le quali se
prima non sono fedelmente seguite, non si giunge alla vista della verità: la
quale all’ occhio umano non si presenta se non sotto un punto di vista unico e
viciuo, e dopo che è salito ai più sublimi gradi della perfettibilità, come in
parte si e già veduto, e più ampiamente si vedrà in progresso. Questo sarebbe
il momento nel quale, volgendo l’occhio sulle culte ed illuminate popolazioni,
dovrei fare l’applicazione delle teorie fin qui tessute allo stato di fatto del
Pubblico; e, riscontrando le cognizioni necessarie alla scoperta della verità
colla pratica possibile di questo Pubblico 5 far sì che risultasse
evidentemente la verità della risposta da me recata al proposto quesito. Ma
siccome l’unità sistematica, che appoggia e sostiene la catena delle verità,
non permette speculazioni dimezzate ; così debbo sospendere ora dal procedere a
sififatta conchiusione, lino a che non abbia esposte e sviluppate altre
fondamentali considerazioni. Necessità di conoscere la base della certezza
delle cose di fatto. Due sole specie di verità possono esistere; cioè a dire le
verità di fatto e quelle di raziocinio, corrispondenti appunto alla sensazione
ed alla riflessione. 636. Non escludo il raziocinio dalle notizie di fatto, ben
sapendo che a guidare 1 uomo alla loro scoperta, o ad accertarlo delle loro
qualità e delie loro circostanze, soventi volte è mestieri del raziocinio. Ma
allorché scopo primario del ragionamento sono le cose di fatto ^ egli noa
diventa se non che un mezzo subalterno, onde porle in luce ed in certezza. Ciò
però non altera nè corrompe l’indole e la costituzione della verità
rintracciala, uè può alterarne la specie; uon altrimenti che uua strada non può
cangiare la forma o la collocazione della meta a cui si lende. D’altronde in
ultima analisi i raziocina che servono ad accertare i fatti sono in se medesimi
altrettanti risultali di altri fatti diversi. per la ragione che i raziocina
risultano dalle idee acquistate coll’ esperienza. 637. Ripigliamo il (ilo a cui
tendeva l’incominciamento di questo discorso. I giudicii umaui, aventi per
oggetto la verità, debbono poggiare essenzialmente sullo stato reale delle
cose. Abbiamo accennato che ogni nozione anche astratta e generale noti è vera,
se non in quanto si può in ultima analisi ridurre ad uua idea di esperienza.
Dunque ogni teoria non sarà vera se non in quanto esprime la connessione ed i
rapporti vicendevoli di molti fatti reali della natura o fisica o morale o
mista. Ma se i fatti immaginati non sussistessero, ogni nozione sarebbe
puramente ideale ; ogni teoria diverrebbe un mero romanzo. Dunque l’uomo
giudicando che siffatte cose veramente esistessero, ed in natura fossero come
egli le concepisce, formerebbe un falso giudicio. Quindi affinchè ogni
pensamento umano si possa dir vero, lauto rapporto a’ suoi fondamenti, quanto
rapporto alle sue deduzioni, è assolutamente necessario che la sperienza nou
sia fallace. 640. Ma approssimiamoci vieppiù allo scopo a cui tendono le nostre
osservazioni. Siccome in natura qui non abbiamo che l’uomo e gli esseri che lo
circondano, così tutti i fatti si racchiudono entro questa sfera. Dunque i
raziocina aventi per iscopo la verità eutro questa sola sfera si aggirano, nè
oltre si possono estendere. 641. Ma siccome gli esseri uon sono fra loro nè
sconnessi, uè isolati: ma all’opposto per un’azione, per una reazione, per un
assorbimento scambievole si ravvolgono entro innumerabili sfere, or più ed oi
meno ampie, di reciproca influenza, talché fra loro alcune si aiutano, altre si
collidono, altre predominano, ed altre servono: così i fatti saranno risulta
menti necessarii della materia e dello spirito, modificati, aggirali, e in
milioni di guise composti dall’azione, dalla forma, e dallo stalo accidentale e
progressivo dei soggetti medesimi posti in iscambievole comunicazione e
dipendenza. Ciò premesso, approssimiamo ancora di un grado le idee al nostro
soggetto. La base prima delle scienze è la storia di qualsiasi genere, come ora
si vede. Ma quand’anche i fatti fossero certi in se medesimi. se chi deve recar
giudicii su di loro non avesse prove indubitate della loro esistenza e delle
specifiche eircostauze u per l’esperienza o prr indubitata autorità, i giudicli
nuli r Esulterebbe; ro mai certi.. Dall'altro cauto il dii mero dei J fitti die
possono emisi a re ad ormino mercé la prò* pria esperienza é ristrettissimo*
Dunque è inevitabile il riportarsi quasi intieramente all altrui tradizione o
scritta o verbale. Ma se sulla nuda in esaminata fedo altrui si ammettessero!
fatti* è troppo chiaro che 11 fondamento dei giudleii nostri sarebbe Le* m
erario. Allora col favore di questa precipitilo za si potrebbe sempre In* tra
dere e far ammettere come certo qualsiasi fallo non contestalo, e sovente
ancora fatti realmente falsi. Perl oche i giudici! clic ue sorgesspri) non
potrebbero tenersi mai qual criterio di verità. Che se ci rimanesse dubbio
sulla eerttcitU del Pubblico, curri mai potremmo esser certi della verità dirli
notizie a noi trasmesse tmri la via delia tradizione? Dunque, prima &i
Litio, deve esistere iu un* luna un fondamento certo ed uifutliLib1. il quale
ci rassicuri che la norrazione e la tradizione, poste almeno certe circostanze.
non sono men* zognere: altrimenti, mancando questo primo fmidameiiL'. imi s n r
u Eitn i o aggirati da un perpetuo dubbio su tutte quelle cognizioni quali
JL:,|j ci constassero per immemata esperienza, Periodi è quasi tutto lo sci L
il avrebbe una fonte meramente precaria. 645. Dunque, oltre l'avere un
principio indubitato ridia triV^a reale delle case à\fctttO,r avvi d uopo alia
ter Le zza dei giiidicii umani eh'1 esista un chiaro e formo teoretico
fondamento che ci assicuri dell .dlnn veracità. Nè pensarsi deve ch’agli riguardi
soltanto que#faUi dteformano la storia civile o religiosa, ma abbraccia
eziandio I dati e 1 dell ordine fisico, psicologico e morale misto. _ Quando II
Pubblico e il pm dei fisici medesimi giudicano che gli esperimenti di Newton,
di Haller, di Franklin, di LavoLi-r sono veri: quando ammeftouo corni'
autentiche le storie di Buffon, di BonneU di Réaumur. di Trembley, i
Spallanzani, ui Linneo, di Tourneforl: quando riportano con fiducia le loro
scene. Ora egli è pur vero che ogni idra, ogni affezione, ogni seminjento mio
non si può divìdere da me, che lo sento; e che Lauto dalI esperienza, quanto
dall ipotesi . esse non sono enti reali o diversi a staccati da me, ma soltanto
modi d’ esistere dell'essere mio senziente: la qtial cosa poi nel buon linguaggio
della realtà altro non significa, m non che esse non sono altra cosa che 1
estero mio cosi modi! ira lo, ossi:i I essere mio in quanto esiste ora sotto la
forma dell'idea delfodor di rosa, ora di color cilestro, ora di virtù sociale.
So tutto ciò è vero, a che casa propriamente fidar rts&Besi quella doppia
attività tll sopra supposta nelI* idea ? ^ 61 j, 11inLrmsechf! determinazioni
dell' esser mio, qualunque xiauo. noli atto che provo T idea del colore
cllestro determinano la mb sensibilità a vestirsi dell idea di detta colore;
egli sarebbe cosa ripuj .gnaulò il dire che uè] momento stesso siffatte do
terni inazioni tenda a o a sbandirla. Dunque fino a che questo determinazioni
non cangiano, non si cangerà nemmeno Io stato attuale della mia sensibilità. S
se 1 esser mio abbisogna di cangiare di de ter mi nazioni, code rivestire 1
altro stato successivo: e so lo stato attuale è uh effetto ! giusta I ipotesi J
soltanto delle determinazioni sue interne. indhJÈndi'rJ* temente da qualunque
esterna azione; come potrà dunque essere a stesso cagìppp (Jj cangiamento ? Se
l'idea del colore cilestro non è una sostanza reale, e per conseguenza non è
una po Lenza attiva e divisa da ine. ma è per se stessa un effetto, una
semplice modificazióne mia; in brrve, altro non è che Y essere mio cosi
esistente : non dovrò io dire, che siccome, a tenore dei priocipìi deir
idealismo 3 io non esco da me stesso nell atto di sentirla, e sono io stesso
che me la formo; cosi anche per cangiarla non debbo implorare il soccorso di
alcun agente esterno? G*G. Ora se la ragione di cangiarla si deve ripetere
nell’idea stessa attuale, anzi m è forza dedurla da essa sola, poiché ogni
stato dell'essere mìo passato e futuro non é veramente un Ila; debbo adunque
supporre m me un attuale, viva ed attiva determinazione ad avere fi idea stessa
ed a scacciarla da me, cioè a dire ad averla e a non averla nello stesso tempo.
Ciò rimi è tulio. Nelle alluci e combinate JetermmazLom delTesser mio de ve si
uou solo ri irò va re questa contraddittoria tendenza a produrre ed a far
cessare semplicemente mi’ idea; ma inoltre è forza racchiudervi una speciale e
determinala disposizione ad eccitare F altra determinala idea che succede: ciò
cho aggiunge una nuova ripugnanza. G78* Nè dir si po Irebbe clic Fidea precedente
generi la successiva al momento solo eh5 essa parte da! campo della sensibilità
5 cioè a dire, clFelia vi persista senza cangiamento, per una forza naturale di
conservazione di eè stessa, per creare la successiva al momento solo ch’ella
parte dall' anima. Imperocché dovrebbe sempre ritrovarsi una prima ragione, per
cui essa debba partire dalla mente; o5 per parlare più precisameli Le, per cui
Fan ima so ne debba spogliare. Nemmeno dir si potrebbe, die soltanto dopo un
dato tempo di durata nella sensibilità l’idea debba divenire madre di un altra:
poidie se da nessun altro agente esterno non sopravviene mutazione in tutto il
tempo eli ella si trattiene nella mente; c. sé ella non è un ente distinto e
sovrapposto alla facoltà di sentire, che vada cangiandosi per partì successive,
ma bensì è una nuda m edificazione della sensibilità; non v è ragione, per la
quale s* ella deve essere madre di un idea successiva, esserlo non debba al
primo momento che sT impossessa della mente : e per ciò stesso* clic nel momento
medesimo non debba sparire dagli occhi mici, per dar luogo alla pretesa e
necessaria sua produzione. Ma ciò (parlando senza allegorie] non involge forse
una formale contraddizione ed un fatto contrario alF esperienza f fufatLi, se
al momento che un1 idea si forma in me devo produrne un’altra, e svanire per
darle luogo; ciò deve far necessariamente supporre entro di me una
determinazione uno stato qualunque anche incognito, mercè il quale ìó debba
avere e non avere nello stesso tempo le idee tutto. Imperocché* se un idea al
primo momento clic esiste in me deve cessare, olla realmente non vi esiste nò
vi può esistere in alcun momento possìbile* cioè a dire non vi può esistere
giammai. Ora non ò forse questa la necessaria conseguenza dell idealismo non
solo, ma eziandio della troppo celebrata mi tempo ipotesi delV armonia
prestabilita^ nella quale soltanto per un supposto del tutto gratuito sì
ammetteva la esistenza della nostra macchina e degli altri esseri della natura?
Iti dunque non solo gratuita, ma assurda e ripugnante al latto la supposta
obbietta la attività generante delle idee; ed è dimostrata tale non in vigore
d'nna pretesa roguì/douc del F intima natura della nostra mente, ch'io professo
di nou avere, ma da] hi combina /ione sola dei rnj porli di quella ragione
stessa, colla quale l’ idealista si sforza di persia dermi de] la sua opinione.
Resta dunque provato che ressero nostro senziente e pensanti' debba ripetere
fuori di sè stesso la cagione determinante le affezioni tnlte della sua sensibilità;
ciò che è lo stesso come dire, che esiste fidò che cosa di reale e di attivo
fuori di noi* die è la cagione eccitatrice delle nòstre idee. 684, Prego a
ridettero attenta mente ni rapporti interni di queste ultime riflessioniLsse
rovesciano ogni fondamento tanto dell1 una quàt* to dell altra opinione che
combattiamo ancorché si pretendesse chi' In prima idea non si debba all azione
di verno agente esterno, ed aUcofcIfe si volesse tarmare dell essere nostro una
spècie di divinità, a coi aon abbisognasse nemmeno un primo impulso onde far
comparire e mettere ni moto tutte le parti della macchina nostra ideale, e far
succedere b ime alle altre tutte le variate scene delle nostre idee » delle
nostra affezioni; delle nostre volizioni, e tutta la catena in fine degli
avvenimenti della nostra vita, Confermazioni dei precedenti riflessi
Osservazioni sull' unità del L'essere pensarne. 685, Mi si permetta ancora una
osservazione atta a convalidare le prove Gli qui addotte. A ivo ed
irrefragabile come il sentimento della misi esistenza . io ho quello dell unità
del mio essere. Ogni dimostrazione, ogni raziocinio che tessere si volesse onde
convincermi che io non setto piu persone, ma una sola persona, uon solo sarebbe
del tutto superfluema ridicolo ed impossibile, come sarebbe una vera follia
tentare di persuadermi il contrario. Ora questa unità o è realmente singolare
propria indivisibile, c rigorosamente tale iu natura; oppure è una unità
soltanto col* ì e Ulva, Impropria, divisibile e nominale. Nulla prima specie di
unità sarebbe vano il tentare qualche divisione, o voler discente re
differenze^ poi eh e ciò renderebbesi impossibile dal concetto -stesso dulia
cosa. Quindi volendola definire, potrei ben indicare ciò ch’ella non è o non
può efc sere coll annoverare le qualità che non lo si convengonoma non potivi
mai insegnare ciò ch’ella sia in sè stessa a chi dapprima uou ne avesse idea:
non altrimenti che ad un cieco-nato non [rosso far comprendere che cosa sia la
intrinseca idea del color rosso. Nell’ uniti collèttmi poi io distinguo bensì
più cose; ma, a parlare propriamente, io le distinguo non Dell'idea di unità,
ma bensì ar|,po fletto a coi la giudico appropriala., Io mi spiego. Avarili di
me siasi posto, a cagion d’esèmpio, uu pentagono tua Le riale, o un dato
animale singolare. 1/ idea della loro totale indivìdua figura ò talmente
semplice e determinata, che non mi è possibile aggiungere o levare a lei almi
uà cosa senza distruggerne il concetto. Quindi essa è tale, o non è più, Ecco V
unità rigorosamente singolare sotto di un aspetto. Tale pur si verifica ne Ih
idea di ogni determinata grandezza, colore, figura, ec. Ma siccome, passando ad
un’altra considerazione, io veggo delle parti Ìu questo pentagono o animale; e
veggo che possono, come a n eli e Fesperienza me Io dimostra, esistere Funa
senza dell’altra; e comprendo che sono ira loro distinte e moltiplica quindi ho
sullo stesso oggetto l'idea di numero. Ciò non ò tatto. Come veggo che queste
parli moltiplici sono quelle stesse che concorrono a creare in me l’idea
Sémplice ed indivisibile di pentagono e di animale, laiche pare che questa idea
rigorosamente unica, singolare e io divisibile vada a chiuderle lutto entro un
solo co d ce L Lo indivisibile, ciò che gli scolastici chiamavano informare :
quindi per uri’ operazione dell anima mia, che racchiude amendue queste
considerazioni ad uu tratto, io dico che al pentagono, alFanimale, e cosi
dicasi ili un aggregato qualunque di cose, si può attribuirò soltanto una unità
collettiva^ e non singolare* 5 689. E però ma ni tosto . che propriamente non
esiste che una sola idea di un ità^ i;i un aggregato rii eni distinti l'uno
dallVdlro, aventi una esistenza fra di loro ludi perniatile. DebLo dire
altresì, clic questo di’-io appello un tulio, canal derato in astratto, non ò
veramente dal cauto renio della cosa clic un puro nulla * c ch'egli ò soltanto
uua idea prodotta in comune da tutti quegli enti uniti; e perciò che in natura
non esistono se non enti singolari e determinati, e niente più. g 602. Prego di
ponderare per un momento questo ultimo peri siero. Par mi che debba#! ammettere
come un assioma di ragione, che TiJn delVmte reale, applicata ad un soggetto,
sia per necessità metafòrica Ìliseparabile dall' idea di unità * cosicché
quando l'uomo afferma che quel fai ente esiste^ e elio quel tal ente è reale^
deve anche per Decessila inch in dorè nel suo concetto*, che per sé stesso è
unito; poiché se la realità o renliLà fossero moltipiub, dir non si dovrebbe
più che quel tal ente esule j ma brusi clic quei tali enti esistono. Che che ne
sia, non la impugnerei giammai con quell’ usi tato argomento col quale,
accordando che Dio abbia bensì la potenza di farlo, ma provando che gli sia
impossibile il volerlo, perchè ripugna agli attribuii morali ili lui il trarre
in inganno f uomo 3 si deduce che dobbiamo nutrire un assoluta c massima
certezza dell’ esistenza reale dei corpie degli altri esseri umani. 75L lo non
mi gioverei mai di questo modo di ragionare, perche i neh in de e si appoggia
su di un supposto lulso, o almeno non provato. Ammesso infatti die ripugni alla
Divinità V ingannare T uomo ; ammesso clic la veracità e la schiettezza, clic l
mortali apprezzar devono infinitamente, e riguardare come sacri doveri, perchè
costituiscono uno dei vincoli più importanti della società umana, debba pur
necessariamente annoverarsi fra gli attributi morali della Divinità £ si
pretenderà dunque altresì che per non farla autrice d’ inganno, essa si debba
fare anche malie vadrìce di quegli errori nei quali Tucano cade volontaria me uLe,
o i quali la ragione più illuminata trova pur mezzo di evitare? No certamente,
mi si risponderà. 752. Ora per ciò appunto che ammettete che Dio, attesa la sua
olivii potenza, abbia il potere di supplire nel mio spiritò a tutùle apparenze
delT uni verso, e che a voi è impossibile accertar vene per mezzo di
esperienze, polche non avete altra via di contatto; colle cose esterne, che le
soli; vostre sensazioni: ne segue clic vai dobbiate necessaria™™ le Coulessare
che non vedete impossibile che Io stesso effetto possa derivare di due cagioni,
c non avete prove evidenti da escludere l' intervento di unti piuttosto che
dell* a 3 tra. Dunque io tal caso attribuir si deve ad uria verri preti
jiUansff, se voi giudicate ch’esse possano derivare soltanto da una sola, citi
dai corpi. 1/ inganno adunque sarebbe dell’uomo, e non della Divinila, Pene li
è, a ca gioii d’esempio, tutto il mondo crede falsamente i carpì la se stessi
colorali, sonori, odorosi ec., dirà forse li filosofo clic la Divinila inganni
1 uomo? Gli sì potrebbe ben rispondere, che nella ragione umana abbiamo ii
mezzo di persuaderci del contrario ili queste cosa di latto. Cosi in questa
ipotesi, per ciò solo ohe si amine Ih. fisicamente il potare della Divinila ad
eccitare le idee nella uostE inuma, e elie ad un tempo stesso non possiamo
iliscernerri coti evidenza di sparirne n to se le dobbiamo o a lei o ai corpi,
abbiamo nel supposto me desi irto un argomento a dubitare del contrario, se non
in latto, almeno m linee dì possibilità* E quindi la ragione, lasciando luogo
ad im’ altra possibile causa, non è tratta necessariamente in inganno. Dunque
nel caso eh mia tal causa agisca su di ani per far le veci dei corpi, la tirili
u ire Fa&fonc medesima ai corpi sarebbe un gin die io nostro non
necessariamente derivante dai rapporti delle cose sulle quali giudichiamo, si
beni; una illusione tratta da una precipitosa ed inconsiderata operazione della
nostra mente. 755. Sapete quando propriameuLe potremmo essere tratti in inganno
? Allorquando o noi avessimo una certezza sperimentale sulla natura delle
cagioni esterne delle nostre sensazioni . che necessariamente si limitasse ai
soli corpo; o la mente nostra, per una necessaria legge del suo naturai modo di
ragionare, ci facesse sentire impossibile 1* intervento (Itila Divinità sola a
produrre in noi le sensazioni: talché, tanto per I uno quanto per Faitro
motivo, dovessimo escluderne la possibilità. 756, Laondea line di escludere E
intervento della Divinilà, P conviene assolutameli Le negare die Dio possa
fisica meri le agire sull amimi nostra a modo dei corpi : o, se ciò si ammette,
conviene anche ainnujLtere ebe tale azione noti ripugni agli attributi morali
di lui. 757, 5la fra emendile questi, casi, siccome il pifi approssimato
allumarla intelligenza, il più accomodato alF indole delle prove, rd d conforme
alle affinità delle cagioni, si è quello di supporre esseri limitati c distinte
dì numero, Lauto rapporto ai corpi in generale, quanto rapporta agl' individui
umani: cosi a questo naturalmente Fuma tiaragioue dona la preferenza, e su dì
luì sì acquieta. Quindi colui clic ammetto il potere della Divinità a produrre
le apparenze tìsiche in noi, deve pure ammettere la esistenza dei corpi e degli
altri esseri umani come dimostrata soltanto da una massima probabilità, contro
la quale per altro non vede poter esistere clic un unico caso in comprensibile,
Ridonali alla società dei □ostri simili, e bramosi di scoprire se lutti abbiamo
un simil modo di conoscere Io cose, onde accertarci so esista fondamento di una
verità comune dei nostri giudici! riguardanti i latti esterni: noi troviamo
sempre non solo di non avere altro mezzo di certezza che quello stesso che ci
persuase dell’esistenza degl’altr’uomini, ma che ci è audio impossibile averne
d’altra sorta. Imperocché, onde sapere con certezza di sperimento s’esista o no
differenza fra il modo dì sentire e ili conoscere proprio degl’esseri umani,
farebbe d'uopo essere sta Li successivamente in noi stessi e negl’altri. Ora ò
impossibile clic nessuno sia stato giammai fuori di sè stesso. Ciò posto, io
chieggo se un’ occulta diversità di sensazioni si concilierebbe mai con un modo
comune di esprimersi e dì agire non solo alla presenza degli stossi oggetti
esterni, ma eziandio iu infinite circostanze, rielle quali eglino ritornano, si
accoppiano o si modificano per cento diverse maniere* @ HUL Tutte le possibili
differenze che possono esistere nelle sensazioni Ira 1 5 u ] i o e Fabro uomo,
si riducono a due classi: Tona nella forma o specie della sensazione, e P altra
n&ìWattìviià piacevole o dolorosa che Ricconi pago a. Ciò è provato da]
['analisi che se ne può fare, seguendo r esperienza. Infatti ogni anatomia che
tentar piacesse di una sensazione* per rapporto alla sensibilità di ogni nomo
singolare-, non potrebbe somministrare al!1 occhio del filosofo clic duo parli
sole 5 io voglio dire I idea considerata come semplice maniera di essere dtdlr
anima ) e la dì lei attmih piacevole 0 dolorosa. 5 7(i f. Anche queste cose
però sono identificate colla maniera stessa ili esistere dell anima, nè si
distinguono clic per rapporto agli elicili, poiche, a parlare esattamente, il
piacere ed il dolore non pongono una diversità specifica nella forma delle
sensazioni -, ma solamente una diflevcn/ri., dirò cosi, di attrazione e di
ripulsione, ed una distinzione di gradi nella energia loro sulla sensibilità r
sulle facoltà attive delTuomo* Ne voTum, I, '£.tj lete una prora di esperienza?
Aprile gli ocelli sopra uu piano coperto ili nere, da cui si riflettano i raggi
dei sole. Per breve ora ne semirote piucerei indi passerete all'incomodo e al
dolore. La stessa stessissima sensazione continuata è quella clic vi fa provare
questi due stati opposti. | 762. Fingiamo ora per una mera ipotesi, clic ciò
eli* io veggo o alle o distante o lunsro o largo lui piede solo, al mio vicino
apparisse ihlla misura dì due piedi ; (Le ciò ch’io veggo plano gli apparisse
curvo, e viceversa; die il latte sembrasse bianco all’ tino, c rosso all'
altro; eh Fodere ch’io appello di rosa, fosse nell'odorato del mio vicino Fodere
di garofano, o viceversa: che il snono per me dì no flauto tosse nell’ orecchio
del mio vicino il suono d'ima zampogna: sarebbe egli possibile ube gli nomini
si potessero fra lpro in tendere c comunicare lo loro idee? A prima vista pare
di no: e cosi pure parve ad alcuni celebri pensatori. Ma ciò non pertanto,
considerando la cosa pni profonda menta, sì scorge die. malgrado tali
differenza poti' ebbero pure usar Lutti uu linguaggio sìmile, intendersi Firn
l'altro, ed esser*: persuasi se&mbkvoli nenie di avere le stesso idee. Ciò
non ò lutto, lo dico clic esisterebbe aoclie sempre uu fondamento di verità
comune, per rapporto alle idee, dei sensi coi loro oggetti. Infatti se una
certa misura apparisse diversa fi u due in db io ui. per qual cagione ciò avverrebbe,
se non atteso il mezzo per cui si Luis, mettono le sensazioni? Tale apparenza
sarebbe dunque un risultalo dei rapporti naturali delle cose. Posto adunque die
un aggetto avente la abiura per nifi di uu piede si sminuisca o si accresca
dolili metà . :he si sminuirà pur sempre in proporzione anche dl allio, tomo av
id uu occhio nudo e ad un occhio armato dì lente. 11 linguaggio *u mi pie sarà
simile fra entrambi, benché siano diverse le idee loro interiFu stesso dicasi
nei colorì . nei suoni, negli odori; poiché lo dUitn teca dea ciò e
rinnovandosi con un rapporto costante ira 1 sensi e g r re Iti, attese le
relazioni rispettivamente eh fiorènti c eoa Lauti ha la .li entrambi, si vanno
pure a rinnovare anche nelle idee di II un tuia. Per la qual cosa deve avvenire
che LO STESSO SEGNO o ricevuto > comunicato non solo uou può svegliare le
stesse sensazioni hi divn&i :e rv dii . ma deve svogli a rie a ssa
idifferen ! 1 5 c ad nu lem pós f.e sso al 1 1 'orno dei medesimi o di altri
simili oggetti risvegliare eoiStan temente stesse idee nel medesimo cervello.
Quindi in ogni uomo ingerii 1l01j a persuasione elisegli In Leo da il
linguaggio delle sensazioni altrui. u ' dive, che gli altri leghino le stesse
stessissime idee allo stesso segnò; keli è realmente ve ne annettano una del
luLLo diversa. Gettiamo uu lume maggiore su questa ipotesi, la quale sembra
abbisognarne, perché riesce troppo stravagante al comune ed usitalo nostro modo
di concepire gli altrui pensamenti. Supponiamo il caso che si presenti una rosa
a tre persone differenti, e cbe in una ecciti la sensazione del color rosso,
nell’altra del giallo, e nell’altra dell’azzurro. Egli è certo, cbe siccome ciò
avviene in forza della struttura organica degli ocelli di ognuno: così ogni
volta che si presenterà di nuovo lo stesso bore, egli rinnoverà in tutti le
annoverate diverse e rispettivamente identiche sensazioni. Per la stessa
ragione ogniqualvolta si presenterà qualunque altro corpo, la cui struttura
superficiale sia atta ad eccitare nell’uno la sensazione del rosso, avvenir
deve che negli altri due ecciti costantemente quella del giallo e dell’azzurro.
Così se dalla prima persona il colore veduto alla presenza della rosa venga
denominato rosso, e gli altri ne apprendano da lui il vocabolo, l’uno chiamerà
rosso ciò che nella mente dell’altro è giallo, e l’altro pure chiamerà rosso
ciò che nella mente dell’ altro è azzurro, senza che avvenga mai varietà alcuna
nella corrispondenza che passa fra il vocabolo e l’ idea a cui è associato, e
fra gli oggetti ai quali viene applicato. Oud’è, che anche negli altri colori,
dandosi le stesse costanti dilfereuze, useranno pure lo stesso linguaggio;
credendo ognuno in suo cuore fermamente di annettervi le stesse idee, le quali
altri vi fanno corrispondere, senza che ciò per altro effettivamente avvenga, e
senza che sia possibile accertarsi se fra loro intervenga disparità d’
immaginare. Ora passando dall’ipotesi al fatto, qual cosa dobbiamo noi tenere
per certa su questo argomento? Anche ammessa l’esistenza dei nostri simili,
tali e quali ci sembrano all’apparenza, siccome mai non potremmo avere
sperimenti o ragioni per accertarci se esistano o no siffatte differenze; così
dobbiamo limitarci ad una meno convincente analogia, e quindi ridurre anche
questa cognizione alla classe delle probabilità. Ben è vero, che se le
soprannotate differenze si possono fingere nelle sensazioni individuali dello
stesso genere, in guisa di conciliarle con un comune linguaggio, egli sarebbe
impossibile di farlo supponendo fra parecchi individui una differenza generica
di sentimento; cioè a dire, se piacesse di fingere che uno avesse le idee
appartenenti ad un senso, mentre che l’altro ne mancasse, o ne avesse un’altra
di un scuso diverso: e così se uno vedesse, mentre che l’altro non vedesse nulla;
o in vece di vedere udisse qualche suono. Una sì strana differenza fra due
individui aventi alla presenza dello stesso oggetto esterno non solo idee
diverse appartenenti allo stesso senso, ina idee appartenenti a sensi diversi,
farebbe sì che fra loro non s? intenderebbero in guisa alcuna, o che ognuno
accuserebbe l’altro di stravagante, di mal organizzalo, di pazzo o di
visionario. Il cieco-nato potrebbe mai ragionar di colori, e il sordo-nato
tessere teorie di musica? 769. Ciò non è lutto. Se con un esame paragonato si
osservinole esperienze somministrateci dal senso del tallo, e le inflessioni
diverse che debbono prendere le nostre membra per rapporto alla struttura degli
oggetti più materiali sottoposti al senso della vista, si trova un punto, benché
unico, tendente a confermarci nella opinione della somiglianza delle sensazioni
nostre con quelle dei nostri simili, ed un fondamento di analoga presunzione
anche per rapporto alle altre particolarità delle sensazioni visuali, e fors’
anche degli altri sensi. 770. Ilo detto un punto unico ; imperocché fra il
tatto e le inflessioni delle nostre membra e la vista non v’è altro genere di
sensazioni in cui concorra una corrispondenza di somiglianze, di differenze e
di successioni, come nella struttura o forma delle cose più palpabili.
Finalmente supponendo anche esistere fra uomo e uomo le sopra limitate
differenze nelle sensazioni, ciò non indurrebbe discordanza alcuna almeno in
quelle verità che debbono servire all uomo ragionevole, e riescono importanti
agli usi della vita ed al commercio scambievole dell’umana società.
Conciossiachè, a riguardo della prima circostanza, egli è certo che siccome le
differenze dubbie fra le sensazioni di parecchi uomini rispettano certamente i
confini dei loro generi; così rispettano pur anco lo stato delle idee generali
ed intellettuali, le quali, se ben si osservi il linguaggio della ragion
comune, sono le predominanti nelle verità anche di fatto. Eccettuando infatti i
ragionamenti che contengono o riguardano le descrizioni degl individui ed
alcune sensazioni specialissime, tutti gli altri sono più o meno generali. E d
altronde sic come anche le differenze, se esistessero, avrebbero un costante
rapporto fra gl’individui, e tale che necessariamente si concilierebbe colla
convenienza apparente di sentire fra uomo e uomo; convenienza clic bisogna
assolutamente tener per certa, perchè è una cosa di esperienza e cosa nota:
perciò l’uomo nulla dovrebb’ essere premuroso d’indagare gl’ impenetrabili
recessi della mente altrui, polendo benissimo valersi dell ajy parenza sola,
come di un segno costante e certo di verità nelle cose di fatto appartenenti
alle sensazioni. Per la qual cosa se, a cagion d’esempio, taluno a me dicesse:
io ho veduto un fiore giallo ; benché io dubitassi che a lui fosse veramente
sembrato rosso, io dovrei dire: il tale ha veduto un fiore, cui sJ io vedessi
troverei di color giallo; cioè ecciterebbe in me l’idea di giallo, benché in
lui abbia forse eccitato l’idea del rosso. E ben chiaro che, mercè questa differenza,
la cosa venendo ridotta ad una pura traduzione del linguaggio d’istituzione,
comune all’idioma mentale di ognuno, salva nonpertanto i rapporti che passano
fra i sensi di ognuno e gli esseri esterni: couciossiachè a quel dato vocabolo
nella mente dei varii individui si sveglia l’idea che ognuno vi ha legato; ed
oguuuo vi ha legato quell’idea che risulta dai rapporti necessari! che passano
fra il di lui essere e l’universo. Perciò una tale differenza sarebbe nulla per
la verità delle sensazioni. 774. Quindi ogniqualvolta io fossi solamente certo
che un mio simile esprimesse veramente l’idea ch’egli legò a quel tal vocabolo
in forza dell’uso suo comune di favellare, sarei pur anche certo ch’egli ha
veduto o sentito quel tale oggetto, al quale io ho legato quello stesso
vocabolo, o qualsiasi altro seguo d’istituzione. Oud’ è che ogui racconto,
purché fosse verace, sarebbe pur anche vero per rapporto alla realtà del fallo;
cioè a dire per rapporto allo stato esterno degli esseri che circondano l’uomo,
in quanto agirono sulle di lui facoltà. Il fin qui detto si riferisce soltanto
a quelle verità di sensazione, le quali riguardano meno davviciuo 1’ uso della
vita, che potrebbero perciò in paragone delle altre chiamarsi speculative .
Anche di queste mi conveniva qui ragionare, attesoché presentemente noi
riguardiamo non l’utilità o il danno, non il piacere o il dolore, ma bensì
l’esistenza o la non esistenza di una cosa qualunque in natura, e delle di lei
qualità e forme, affermala o negata da più uomini concordemente. Tutto questo
appartiene alla parte fisica e psicologica della veracità, d’onde risulta la
sua base reale. Parmi per altro che i ragionamenti esposti bastar debbano
contro i sogni dell’idealismo e contro tutti i dubbii del pirronismo. Dell'
unico metodo a scoprire le verità di fatto, ossia la realità. Avanti di
chiudere questo saggio sulla parte metafisica della veracità, giudico acconcio
esporre esplicitamente la nozione della verità di sensazione e dì accendere
almeno in geo citte ciò die lar dell mi IW ino per conseguirne la cognizione*
77S, Datemi un uccìdo umano, e datemi uno determinata quan tilò dì luce ebe
sotto certe leggi ne irriti P interno tessuto nervoso. Ne segno mi effetto
fisico nel Porgano della vista: ed a questo effetto fisico ne cor risponde liu
altro nella sensibilità rimana, ed e l’idea di un colore è di un ilaLo colore.
779. Questa catena dì effetti, risultante dai rapporti naturali, a. a a dir
meglio, dalle forze dì tilt Li quest’èsseri posti in i scambievole commercio
conforme e proporzionato alla loro rispettiva attività radicata nella loro
natura* costituisco necessariamente o rende la mia idea V espicisione di un
fatto reale . Questa catena è necessaria del pari dio h un* tura delle cose da
cui risulta. i 89. Siccome adunque qui intervengono esseri clic veramente
esistono. ed i quali producono un effetto reale, e proporzionato alfe Imo
attuali determinazioni j cosi all'alto eh* io bo P idea di i dato colore,
gladi* caudo 1." clic esista qualche cosa fuori dì me: 2." che lai
cosa agtSBS su di me: 3.u ebe V effetto^ che ne risulta, sia corrispondente ai
rapporti naturali delle cagioni attive, io giudico rottamente. Duco in buona
filfr sofia clic cosa sìa la verità ri e f gnidielo sulla realità delle cose
esterne, ossia la verità della sensazione stessa rappòrto al suo Aggetto. Dal
canb mio, qualunque ella sia, non posso esimermi dal sentirla tuie e rjuale mi
si presenta, e dall1 essere convinto di sentirla* Ma questa r la certe dei
sentimento, anzi di è la verità della sensazione. Se fucino fosse costituito
con sensi diversi, con scusi di raggiere attivili», non vedrebbe forse le cose
diversamente ì Per rapporto a quest7 ultima circostanza sembra che il
microscopio ci persuada allenanti vomente. In ogni caso possiamo dedurre ebe lo
stato delle verità di latto rapporto all* uomo sia puramente ipotetico. Ma
siccome non è in potere delPuomo di cangiare Patinale6*stillazione sua
naturale, e per conseguenza nemmeno le relazioni cogl' altri esseri e i loro
risultati*, ebe sono appunto le sensazioni; così egli o costretto a riguardare
le verità di fatto nella stessa guisa che se avessero un reale ed esterno
fondamento assolutamente immutabile. Otiti r, ebe per rapporto a ciò, senz'ai
tre cure, egli dev’essere attento sol Lauta a Leo rilevare te notizie
dell'esperienza dei scusi. Le condizioni clic In verità di fatto esigono dall
uomo sena dunque sempre le stesse, voglio dire quelle medesime ebe abbiamo già
Indicate come necessarie nelle verità di riilessiòneSpiavi: attentati! ente ri
1 lutti i fenomeni dei sensi.; raffigurarne minutamente le particolarità,
sentirne attentamente le differenze nell’alto di sperimentare la loro azione:
ecco la cura unica dell’ uomo che brama ottenere la verità delle sensazioni.
Ciò è dimostrato dall’esame dei rapporti interni della definizione che ue
abbiamo sopra addotta. Quindi V osservazione dei fatti non ò punto diversa àa\Y
osservazione delle idee acquistatene. Per la qual cosa l’arte di osservare non
sarà nè potrà essere altro che l’attenzione applicata con regola alle
sensazioni nell’atto di sperimentarle; la qual cosa si effettua tanto coll’
attendere accuratamente all’esperimento allorché ci viene fortuitamente oflerto
dagli oggetti, quanto coll’ applicare con certi modi gli organi per riceverne
le sensazioni ©«rispondenti; e finalmente coll’ indurre certe modificazioni
nelle cose, onde altre non ordinarie apparenze ci vengano rese sensibili. Aon è
questa sola cura dei fisici, ma lo è eziandio dei psicologisti, dei moralisti e
dei politici. Ecco che cosa sia a riguardo dell’ uomo la realita c lutto ciò
che può e deve fare l’uomo per conoscerla. È stalo detto che, ammesso il
principio che quello che sembra il più conforme alla ragione o all’ attuale
interesse dell uomo non influisca efficacemente sulle determinazioni della
volontà di lui, e non sia valevole a produrre infallibilmente l’effetto
conforme c proporzionato alla natura ed alla forza dei motivi; ammesso un tale
principio, dissi, sarebbe ad ognuno affatto libero il pensare che molli uomini
abbiano potuto mentire gratuitamente contro la testimonianza dei loro occhi, e
contro quello eli’ essi sapevauo colla certezza maggiore. La veracità e la
certezza morale sono adunque fondate sulla legge generale delle volizioni umane
H. P. GRICE PRICHARD DUTY AND INTEREST. Quindi la credenza di qualsiasi genere,
che tutta riposa sull’altrui veracità e che sì largamente si estende su tutta
la nostra vita, trae interamente il suo appoggio dall’ annoverata legge morale.
i. L ulil cosa esaminare attentamente le prove ili questo ragiariamente. a fine
di sperimentare la solidità delle fondamenta di ogni nos l rà crede nz a risgu
a r d ante i fai Li ? e t css e re c osi una scala gene r al o t Sei gradi
diversi di probabilità annessi alle circostanze ed ;d numero diverso delle
pèrsone elio concorrono a testificare un latto ^ e quindi far se o li rt cj il
a io certezza assegnar si debba alla testi moni ari za del Pubblica. Siccome il
palesare ed il raccontare un fatto qualunque, di cui lumino testimonìi, altro
non è ebe un atto della nostra volontà» ed una esecuzione di quésta stessa
volontà, die esprime coi segui colivi nienti all altrui intelligenza una o più
sensazioni che Panima nostra Ita provalo alla presenza degli oggetti esterni:
così questa slessa espressione è soggetta perfetta mento alle leggi della
volontà e della libertà umana: talché non v c* nè vi può essere eccezione
alcuna rapporto a lei, a mtìto che non si cangi Fessenza stessa 'dell'alto* ciò
che ù impossibile: osi ri* jormi la costituzione naturalo dell'etere umano, ciò
che non è no riunenti da considerarsi ueìT ipotesi dello stato attuale delle
cose. Ma esaminando la natura stessa di quest’ alto, si trova che I uomo può
bensì essere veritiero gratuitamente; ma die gratuitamente non può mentire*
Infatti a il esprimerà un fatto qualunque di esperienza basta la scienza del
fatto stesso: a mentirne l’ espressione vi si ricerca una invenzione cd un
interasse contrario» Ma è evidente ad un i * uipo stesso, che il fatto non
s'ignora, e si sente dentro di sè come realmente In: ed o chiaro del pari, die
le circostanze esterno di qua! dato luti-1 non hanno somministrata [a
composizione della menzogna per ciò stesso che è menzogna ; cioè a dire, nou ne
hanno offerte te idee o almeno b lorma complessa, il nesso successivo, e lo
stato generale. La menzogna dunque è un atto del tutto avventìzio, occidentale,
ed estraneo a quella situazione naturale, in cui la legge dell'esperienza pone
Idioma per l'apporto a quel fatto stesso sul quale egli mentisce. 700, Indire è
liu atto assai più cont pósto nella specie, nel numero c nella combinazione
delle mac laro che assume Lnnnio mendace. Ibso ricerca una fatica estranea e
divisa del ['attenzione a conciliare idee beo diverse da quelle che i fallì som
ministra no da sè sdì; cd a conciliarle col sentimento segreto di verità che
tenta di sprigionarsi, e ad annettervi un'espressione esterna, in cui sì
possano radunare plausibilmente tutti i requisiti della v erosi m igiut 1 1 za,
791 « Ma non può certa mentiIl menzognero, per regola di natura, sottrarsi
dalla logge tF inerzia propria delFuomo di seguire sempre ciò l-hu imporla meno
di fatica n udì' esercizio dolFaUcuzioiii:, o iu i|acllo delle facoltà
listello» INou può nemmeno darsi quelle idee cldegli non ha, e che sarebbero
pur talvoli a necessarie a conciliare certe ripugnanze osto rii e o interne fra
idea e idea, e fra le idee e le cose esterne. E ben eli è anche talvolta
rinvenir k potesse, non no potrebbe far uso se non a proporzione sol Lauto
dell1 indole, del numero e della forza dei motivi che lo spingessero. Quindi ne
deriva, che dì sua natura la menzogna essere non può cosi consonante nella
esposizione tutta dei fatti, cosi stabile, uniforme e comune a molli, che non
involga contraddizione, e non lasci un varco alla verità. Vero ò, che se esiste
un interesse prepotente contrario alla veracità., Tuomo agirà a norma di questo
interesse, convelli agisce a norma di lui quando e verace. Ma egli è vero
altresì, che nella veracità lazlono organica è conforme di natura sua alla
verità j talché molli uomini per essere veritieri non abbisognano di combinarsi
insieme e iTiuLe adersi su di un fallo qualunque, non potendo essere veraci che
di una sola maniera: dove eh e nella menzogna I interesso essendo diverge u Le
dalla traccia della verità., può essere diverso in i ufi Elite maniero.
Comandale che si segui la linea retta ria molti uomini sim ni tanca ménte :
doti nc uscirà che una sola. Comandate che ne segnino una non retta : ne uscirà
uno di in dui le maniere diverse. ). Da essi soli traggousi tutte le regole
possibili risguardauti lopportunità, Fuso e la necessità degli argomenti che
denominami dai critici negativi o positivi. Ecco i canoni che reggono la fede
storica . la fede legale . la fede religiosa, per rapporto agli avvenimenti. e
somministrano forza alle eccezioni che versano intorno all’abilità o inabilità
dei testimoni^ alla fiducia o al sospetto, all ommissione o ricettazione delle
loro deposizioni, ed in uua parola a tutto ciò che riguarda la certezza o V
incertezza, l’assenso o il dissenso sulla testimonianza di un fatto qualunque o
passaggiero o permanente, o palese o segreto, o vicino o lontano, affermalo da
uno o più uomini. Fondamento generale dei principii risguardauti la credenza
dei fotti. Ma se le leggi generali, colle quali agisce il cuore umano, fossero
di natura loro versatili e incerte, o nou si avesse principio sicuro onde
conoscerle: è ben chiaro che si toglierebbe ogni fondamento dì certezza alla
fede prestata alla testimonianza altrui, foss’clla ben anche di tutto il genere
umano unito. Ora queste leggi della volontà amar sono esse certe, invariabili e
conosciute. È cosa di esperienza che la volontà nou può agire senza oggetto di
volizione. D’altronde l’indole dell’anima, considerala da sé sola, è di natura
sua indeterminata, e per agire abbisogna d’impulsi spcc.ah: a meno che far non
se ne voglia un Dio a rigor d. termine, ma m Dio assurdo. La volizione adunque
è necessariamente un puro effetto, che trae la sua cagione, a meno occasionale,
da impulsi esterni. Non esistono in natura, ed è impossibile che esistano, se
non volizioni singolari e determinate: e perciò conviene ripeterne l’ origine o
dagl'impulsi speciali esterni, o dalle idee speciali presenti all’anima. Si
noli henc : qui se ne parla solo remonii, c all’ interesse loro ad essere
veraci o lalivamente alla buona o inala fede dei lestimenzogneri. l'.u mi m.
siùzrONK ii. c u>o il Le volizioni adunque sono necessaria m ente effetti o
di reazione o di pura pLl$S ibi t 1 1 ti », ile rivalili dall attiviLa del f
anima clie sì d dermi u a in vista di no' ideo, o è mossa da esterni impulsi.
Chi. la cosa di fatto ch’ella sì determina ed è spinta sempre verso del suo
meglio o apparente o reale. Questo fatto di esperienza non può essere invocalo
in dubbio da vcrun uo dìo dotato di senso comune, qualunque sia il sistema clic
sì anime L La sulla libertà umana. Dunque i! maggior piacere e il minar dolore
sono Ve cagioni efficienti delle determinazi o n i della voi 0 n tei, o a f rn
e n o o 1’ uno e I al tra som o i sego i naturali e connessi die corrispondono
costantemente alle leggi collo quali una cagione occulta qualunque determina Io
nostre volizioni 5 crea i nostri affetti, c ci spinge alle azioni esterne. $j
80 th Ma dico di più. Supponiamo che si volesse anche negare qrte-si* armonia
tra la forza dei motivi e le nostro volizioni, dopo di avere loro negata una
vera influenza di aziono impellente e de ter min ante, lo dico pur tuttavìa,
che siccome ò certo (per prova di ragione pari alla certezza della nostra
esistenza) che l'anima ha volizioni singolari e successive, e so fi re suo
malgrado disgustose situazioni; e non c, uè può essere a sò medesima ad ini
tempo stesso e origine e derivazione, c cagione ed effetto delle situazioni del
proprio essere: cosi sarebbe pur certo che dovrebbe cercare fuori di sè la
cagione determinante, o immediata o mediata, delle proprie volizioni. Ora lutto
questo sottomette tuttavia la volonLa umana a leggi Infallibili . certe e
conosciute dì azione. Couciossiaelii! per un princìpio certo, anzi per il
principio stesso di contraddizione, consta che ogni essere è di natura sua
determinato: cioè a dire, la sua costi tu zio no altro essere non può cheli
complesso fisso ed Immutabile di certe qualità ed attribuii che compongono la
sua natura: talché, cangiandosi in Lutto o in parte, non sarebbe più lo stesso
etite, ma un altro cui-:. Bùi. Consta altresì che il nulla non è capace di
aziono:, principio ili una pari evidenza del precedente* o clic perciò ogni
aziono, ogni db letto reale vuoisi attribuire all’ente reale ed esìsto ole 5 la
quale azione essere non può clic l ente medesimo, in quanto agisco. 802. So
dunque avvenga ohe un onte por determinarsi abbisogni dell azione mediata o
Immediata di un altro, egli è evidente che la dolermi nazione, che un
risulterà, altro non potrà essere clic il risultato ìiù~ céssàrio della natura
di entrambi, messa io mio scambievole 'commercio di azione e di passione, 0 di
aziono e di reazióne. Blbf. Che se volessimo supporre Y e fi etto fallibile*
cioè a diro che talvolta 1 aziono doli oggetto determinante potesse andare
frustrala sui suo soggetto, cadremmo in un assurdo. Imperocché per ciò stesso
che una sola volta produsse effetto, egli lo deve sempre e necessariamente
produrre. Infatti per qual ragione lo produsse una volta, se non perchè ambi
gl’esseri erano dotati d’ una forza attiva, e la natura loro non ripugnava allo
scambievole loro commercio, altrimenti belletto uon sarebbe giammai seguito?
Siccome adunque questa stessa natura sussiste pur ancora fra entrambi, così
sarebbe assurdo che non seguisse l’effetto connesso al loro urto scambievole:
il quale effetto per ciò stesso è rigorosamente necessario. L’efficacia del
fuoco ad ardere un qualche corpo è iu ragion composta dei rapporti che passano
tra il fuoco e la materia combustibile; i quali rapporti poi si risolvono nella
natura dell’uno e dell’altra. La combustione è il risultamento e l’effetto di
questi rapporti praticamente combinali, una legge cioè di natura. La
fallibilità dell’effetto sarebbe dunque una formale ripugnanza. 0 conviene
adunque uon supporre mai l’effetto: o supponendolo esistente con le stesse
cagioni, convieu concederlo sempre infallibile, e concederlo sempre necessario
c determinato. Potrebbe certamente avvenire che si desse la concorrenza di due
o più impulsi simultanei sopra uno stesso soggetto, prodotta da diversi
oggetti, e perciò che l’azione di uu altro precedente venisse tolta o collisa o
modificata. Ma ciò non distrugge o affievolisce, anzi conferma vieppiù il mio
precederne raziocinio sulla necessaria ìufallibilila dell effetto. posta la sua
cagione. Imperocché dall’ipotesi questo essere diviene renitente all’azione
completa di un tale agente estraneo, non in forza delle disposizioni sue
naturali e necessarie, ma bensì delle disposizioni acquisite e contingenti che
risultano dall’azione degli altri esseri sopravvenuti ad operare in lui.
Pertanto ora non si può prestare interamente, o almeno in parte, all’ azione di
un singolare oggetto, per la stessa ragione per la quale dapprima vi si
prestava, e vi si prestava totalmente. 806. E iu verità a questi nuovi esseri
attivi si deve pure applicare in generale la teoria da noi allegata a riguardo
del primo, avendo eglino comuni con lui tutte le determinazioni, i rapporti e
le leggi clic competono a tutti gli esseri. Quindi siccome sarebbe stato
assurdo il dire, rapporto al primo, che, data la capacità di agire o di reagire
fra due enti, e venendo l’un l’altro entro la sfera della loro scambievole
energia, non ne fosse seguita razione e l’effetto; del pari sarebbe assurdo 11
dire, anche riguardo agli altri concorrenti all’azione, che non producessero un
elìetto proporzionalo alla loro combinata attività, ed ai grado dell’attività
stessa esercitata sul loro comune soggetto. 807. Perciò eglino debbono
necessariamente impedire o moderare o rendere mista l’azione di un ente, per la
ragione medesima per la quale uno di essi la compiva tutta da sè solo, quando
solo si trovava ad agire sul soggetto suo; non altrimenti che un corpo mosso da
due eguali forze impellenti a direzione rettangolare deve seguire la direzione
diagonale per la ragione medesima per cui egli seguiva la direzione retta
quando era mosso da una sola. 808. Dunque anche nelle eccezioni apparenti la
legge della necessaria discendenza e stabile proporzione fra l’effetto e la
cagione si mostra in tutta la sua forza. Anzi il modo stesso e le condizioni
con cui riesce il risultato delle forze combinate portano in sè l impronta
d’una dipendenza tale, che corrisponde perfettamente al tenore dei gradi d
energia impiegata da ogni potenza a produrre in concorso 1 elicilo sul soggetto
comune. 809. Laonde, qualunque sia il sistema che si abbracci intorno alla
volontà, non si potrà giammai riuscire a sottrarla da leggi certe ed
invariabili di agire. E siccome abbiamo veduto, che o si ammetta che le
considerazioni del bene e del male, della felicità o della infelicità siano per
sè stesse motori efficaci della volontà a scegliere e ad agire; o anche, negalo
questo, si valutino come meri segni naturali e di corrispondenza fra le
modificazioni della potenza sentimentale e delle potenze attive dell’uomo; o
finalmente, negata anche quest’armonia, si ammetta per lo meno (come per
necessità metafisica si deve ammettere) che gli alti della volontà siano atti
singolari e veri eilelti; non si può sfuggire di adottare qualcheduno di questi
partiti: così sarà eternamente vero che le volizioni saranno soggette a leggi
fisse, inalterabili e conosciute, per ciò solo che si ammette che l’uomo è un
essere capace di elletlo. 810. Per la qual cosa la forza di siffatte leggi
dovrebbe necessariamente estendersi fin anche al caso che l’uomo potesse essere
a sè medesimo uuica cagione de’ proprii voleri, e non ne riconoscesse fuori di
sè nemmeno cagione alcuna occasionale o prossima o rimola; e che tra la facoltà
di sentire e di volere si supponesse anche frapposta una insuperabile barriera,
che impedisse fra di loro qualsiasi comunicazione. 811. Io mi limito a queste
principali osservazioni metafisiche, senza estendermi alle altre confermazioni
tratte dall’universale persuasione di tuLto il genere umano, che esista una
infallibile e costante connessione HC fra i muli vi clic sono prese uh all'
inLen dimenio, e le dclemiuaziaui rL-U l'umana volontà; e dio queste
dctormìuazioui .sia tra per 5 è stesse efìdli assolala inculo certi ed
invariabili, rdalivi e proporzionali alla .specie ed aireuergia dei molivi
medesimi. Le legislazioni Lutto religiose e politichi.', la murale* buso della
parola* l’edncariaae, le ricompense alle azioni virtuose e le pene ai delitti,
la sicurezza pubblica e la privala* il commercio, e in breve la condotta
universale del genere umano, sommi lustrerebbero infiniti mdizìi, Ma come
questa è una sovrabbondanza, così m\ rimetto a quanto ne dice h Genesi del
Diritto penale ^ 4D7 lino al , | SIS. 0 conviene adunque negare che 3 uomo sia
un ente rati le ^ 0 negare che abbia volizioni* 0 negare i priuclpii più
semplici, più uia* versali 0 pili incontroversi delle cose; o d alba ì Ito lato
ù forza anime tic- re la indicata invariabile e certa legge dello volizioni
umane (>). Le fondamenta dunque di quella che appellasi morale certezza sono
immutabili ed inconcusse lo non vorrei perù che si pensasse ch’io faccia agir
l'anima a guisa di un corpo, e ]’ nomo ragionevole al pari dei bruti* 1/ ànima
nou agisce nè può agire a guisa di mi corpo, perche non è uè può essere, come
pensante*, fin soggetto composto. Inoltre nell' nomo intelligente non sono
precisamente i molivi die determinano l’ anima* ma è beasi l’ aulma che determina
sò stessa in vista dei molivi: distinzione importantissima, che frappone una
diJìcn/uza inficila fra la spinta d' una pietra e le volizioni di un uomo* 8 1
4. Di più; non sono sempre le sole occasioni esterne die abbiano forza d'
influire sulle determinazioni sue, come nei bruti; ma bene spesso ella no trae
da II’ io terno suo i motivi: talché a molli appetiti svegliati dalle
circostanze esterne, e chi' il bruto segue senza riserva c senza previdenza,
Contrappose una ragionata, sublimo e mora! seria di molivi dT una superiore ed
antiveduta IV: li citò* \.' intelligenza di cui egli " dotato, e di cui
sono mancanti i bruti 0 gli stupidi, Jo rende capace ^intenderò il senso di una
légge, e di conoscere i rapporti di convenienza (1) Alte cose détte daU!Àntorc
da! h 1 1 Ijiiq e tilt vogliono tfi&ere intese rnd loro giusto senso, onde
evitare $^3 errori dui dei&rmunsmOz servo lì 0 di ujijjorEuno
stbiaxiMK-iilo il 7^7 e il ffdgìjéiaic. Fréga i! lèttene di vedere énebo lo mie
no ri ola/ ioni a divtj1* si ^ai-àgrall della Genesi del diruto penale circa il
li lj ero arbitrio e l’ a aio tic dei molivi stilla volontà. e disconveuienza
delle sue azioui con quella. La sensibilità poi, di cui è dotato, lo rende
suscettibile a piegarsi ueiratto pratico alla sanzione ; e runa e l’altra di
queste facoltà, considerate sotto questi rapporti, lo costituiscono un essere
capace di moralità ed attualmente morale, quando egli abbia l’anima fornita
delle idee relative. Queste sono qualità di cui mancano i corpi e gli esseri
irragionevoli. 815. Ma perchè l’uomo ha questa superiorità, perchè egli ha la
volontà, come dicesi, illuminata, e può fare, mercè l’uso dei segni e delV
intelligenza^ infinite combinazioni, e creare migliaja di motivi diversi ed
impossibili all’azione dei puri sensi (benché eglino siano la prima sorgente di
ogni idea); c perchè in vista di siila tte cose egli può essere uu ente morale:
si dirà dunque che questi qualunque sieno intellettuali motivi o legali, o
liberi da obbligazione, smentiscano la legge unica ed universale della
infallibile esistenza dell’ effetto, postane l’adeguata cagione? Anzi
all’opposto l’indole stessa delle leggi tutte sì divine che umane, e della
moralità, svela e predica altamente il supposto dell’azione e corrispondenza
infallibile del bene e del male sulle determinazioni dell’umana volontà, senza
la quale nell’un caso sarebbero un puro gioco illusorio, e nell’altro gratuite
ed irragionevoli crudeltà. 81 G. Ancora una parola in grazia della pia
timidezza di coloro che non sanno ben concepire fumana libertà. Io bramo di
cuore di trovarmi d’accordo colle persone di buona fede. 817. Qual differenza
v’ha fra un uomo di cinque anni ed un uomo di trenta? Quella sola, mi si dirà,
dell’età, e quella sola che l’ esperienza può frapporre nelle cognizioni di
questi due uomini. Ma la sostanza, la natura, le facoltà delle anime loro: il
numero e la struttura delle facoltà fisiche; le idee sensibili, gli appetiti
naturali e fisici, le passioni che ne derivano immediatamente, l’odio al
dolore, l’amore al piacere, la memoria nel rammentare le cose passate; sono in
sostanza simili in entrambi. Solo il fanciullo manca di idee iutelleltuali ed
assai astratte, di nozioni e princlpii generali, che, mercè l’uso dei segni,
disciolgano e sottraggano le sue idee dall ordine delle circostanze esterne, e
dall’impero meccanico col quale padroneggiano l’umana volontà, delle quali idee
intellettuali è fornito l’uomo di trent’auni. Questa differenza, la quale
consiste parte in una semplice separazione d idee, parte in un’associazione
spontanea di esse, e parte in un artificioso collegamento delle medesime fatto
dall’ attenzione, come sopra si è veduto; questa sola fa sì che l’uomo di
trentanni sia da tutti i filosofi, da tutti i teologi, da tutti i
giureconsulti, e generalmente da ricerchi: SI LLà VALIDITÀ’ dei giui.it cu, ec.
mo lutto il mondo considerato lìbero, ed il lanciLillo no: l'uomo di treuG
njnii un ente moru/e, che merita e demerita colle sue azioni; ed IL (alleluilo
un ente non ancor morale^ die non ha nè merito nò demerito, La libertà umana
dunque propria dell'essere ragionevole, e quale viene comunemente intesa,
deriva unicamente dal possesso delle idee in ielle Liliali, e dagli effetti
loro sulLnom^. Giù da me schiarito, eccoci riconciliali. Dalla nozione che nulla
prima Parte di questo scritto abbiamo esposta si vede cbe cosa noi intendiamo
qui sol Lo la denominazione del hihbhcQ (ved. Parte J. Capo \ I )* Chiedere
adunque se il Pubblico possa generalmente riuscire giudice autorevole di
verità, egli è lo stesso cbe chiedere se II maggior numero degli nomini
componenti una o più civili società possa recare giudicii I quali tenersi
debbano qual criterio di venta. Dapprima sotto uua considerazione meramente
ipotetica abbiamo [ i gu va Lo qu es Lo P u bb 1 i co fornito di tutte le
capacit à opportune e pròporziouatcì a giudicare (ved. Parte R Sezione li. Capo
IX), Ma questa è una pura finzione, attesoché realmente lo stato e le
circostanze delle civili società impediscono al maggior numero degli individui
componenti il Pubblico di acquistare e rivestire siffatte capacità. 5 ^44. Se
la costituzione, P estensione ed i nessi dello verità fossero versatili) laiche
or più ed or meno si potessero ampliare e ristringere proporzionatamente alla
comprensione di chi le contempla' forse un sii Pur ora -ci oon leu liomo di q
iresti re nrraltafli? tlt proposito qnoalo àtgo raetUo, Vcd *"’a motivo
editi più sono dobbiamo di nuovo Pone IV. Sose. MI. Capo Ili) Ari. U. fatto
Pubblico, quale realmente lo riscontriamo nelle civili popolazioni, potrebbe
divenir giudice competente di verità; e quindi le sue decisioni rivestire un
carattere autorevole di certezza, ed esprimere gli oracoli adequati dell’umana
ragione. Ma siccome la verità dipende dallo stato reale delle cose, immutabile
rapporto all’uomo: e siccome un tale stalo offre un vastissimo ed immenso
numero di relazioni, di esistenza e di non esistenza, d’identità e di
diversità, di origine e dipendenza da uoa parte, e di iudipeudenza dall’altra,
di coesistenza e di successione, ec.: e siccome altresì i giudici! umani si
racchiudono entro tali rapporti, talché la verità relativamente all’uomo non è
che la comprensione di siffatte cose, a norma dell’azione risultante dalle
determinazioni scambievoli del di lui essere pensante con tutti gli esseri
fisici e morali che lo circondano: così è troppo chiaro che i giudicii umani
per essere veri debbono abbracciare ed esprimere siffatte relazioni, lotte le
scienze, tutti i lumi, tutte le umane investigazioni hanno questo solo scopo e
quest’ unica sorgente. 845. D’altronde abbiam veduto che le verità per se
evidenti nou debbono entrare come scopo c materia nelle ricerche di questo
programma, ma bensì dobbiamo attenerci alle verità complesse. Dunque, parlando
del Pubblico nello stato reale, conviene esaminare se al di la delle verità
spontaneamente evi denti possa essere collocato in tali circostanze, che,
assumendo la Datu rale capacità della mente umana, egli possa recar giudicii i
quali siano il risultalo della cognizione dello stato complesso e dei moltiplici
iaj porti delle cose. Ma siccome abbiamo veduto che a ciò si vuole un’
analitica e profonda attenzione, il cui esercizio richiede tempo piopoiziouat
grandezza degli oggetti ed alla limitazione della vista RAZIONALE, oltreché
dipende dall azione . direzione, durala ed intensità dei motivi: così, riguardo
alla ricerca presento, convieu discoprire se nell’universalità degli uomini
componenti le civili società si trino siffatti motivi, che spingano a
ricercare, o almeno ad impau mercè l’altrui istruzione, a conoscere i rapporti
meno evidenti delle cose; e se pur anco loro ne rimanga il tempo proporzionalo.
847. Ridotta la questione a questo punto di vista, la risposta si piescota
agevolmente. D noto un calcolo che un acuto ingegno (sa rriaso) ha formato per
provare la necessità della rivelazione pei 1 1 1 alle verità morali. Onesto
stesso calcolo non solo prova la necessita ti parte mi. si; zi ohe n. capo ìx.
047 ìr istruzione scientifica* derivata ria quei pochi privati che hanno il
raro privilegio di essere inventori o pensatovi; ma, esaminalo a fondo, prova
che la universalità degli individui componenti le civili società non ha il
campo nemmeno di essere completamente istruita, onde formare giudici!
autorevoli di verità (0, Diciamo anzi* die per lo più si contenterà delle
decisioni del puro senso comune sulle cose più ovvie e triviali: ricevendo,
rapporto alle altre materie alquanto ardue, i giu dici I studiati .
dall’autorilà e dalla tradizione di pochi, in guisa che li ripeterà per una
cieca deferenza, e senza comprenderne il valore. 848. Ed affinché si ravvisi
più davvlemo questa verità* giova considerare che i primi lì vi ed In dispensa
bili bisogni invocano imperiosamente la nostra attenzione* Dopo di questi
sopravvengono I bisogni di comodità* In appresso convìeu sempre ricordare che
l'esercizio dell* at¬ tenzione, clic appellasi studio^ riesce penoso, In olire*
che ì piaceri fisici e di spettacolo hanno un grande a&ccmlcnie sulf nomo,
essere misto* Quindi tutto II coro dello passioni predomina generalmente alta
tranquilla ed imparziale passione della ricerca e cognizione della verità*
Questi sono fatti noli, e deriva ri li dalla cosile u zinne cognita dell
Panino, 849* Ciò posto, considerando dall’ altro canto lutto ciò che i
progressi dello stato sodalo esìgono dai membri della società, e combinando le
forze c le circostanze col carattere fisico e morale del genere umano* si
ritrova clic 11 maggior un mero di una popolazione* lungi da! potere In veruna
materia riuscire conoscitore competente e giudice autorevole di venia, vì
rimane anzi dccisivameuLe inabile* Si assuma in consklerazinue qualsiasi
popolo* in quanto sia capace di conoscere e giudicare della verità. Conviene
tantosto sottrarne la metà* cioè a dire Je femmine* l'educazione e la vi La
delle quali si oppone a qualunque profonda cognizione della verità* oltre lo
più evidenti e triviali, E d’uopo altresì del farne i lanciti Ili, i vecchi,
gli artigiani* gli operai, la gente di. servizio, 5 soldati di proiezione, i
mercanti, il gran numero degli agricoltori* ed inoltro genera Ime u le lutti
coloro ohe, in forza del loro stalo, delle loro dignità* delle loro ricchezze,
sono assoggelUili ad assidue occupazioni o dati in balia a piaceri che
riempiono molta parte dello loro giornate: e sì troverà quanto ristretto
risulti il numero di que? soli i quali possano giudicare della verità nelle
diverse materie meno triviali. (') P'^ge die qui véja°iìno richiamate l> ;j
n i uomo puà ri asci re passiva inrijtt addot li’ mullàmì iml^pcasabili, mcrrr le
quali I rinato, r^|;ì controversia, viene designato il complesso degl’
intendenti^ non limitato a numero, nò a paese. 1/ alito Pubblico viene sotto
alla denominazione di volgo i oppure di popolo; ed il quesito ha chiesto non
del volgo, nò ilei popolo, ma bensì del Pubblico in genere* In vista di ciò,
potendo essere avvenuto che codesta Reale Accademia abbia avuto di mira
siffatto Pubblico o còme soggetto solo, o come soggetto cumulali va; se io
tralasciassi. di volgere le, mie ricerche su di big non soddisfarei alle
intenzioni del qa esito, c le mie discussioni riuscirebbero fuor di proposito,
od i mpcrfóUe. 5 $G8* V’ha ben anche un'altra considerazione, che si può
conciliare coi termini del quesito ; ed è, che una situazione acconcia a
giudicare sulle cose complesse^ quale nel maggior numero degl’ indivìdui delle
rivelili popolazioni rinvenire non si può in fatto, ma che pure non ripugna, si
potrebbe porre nel novero di quelle circostanze contemplate dal quesito, entro
alle quali situando il Pubblico, può forse recare giudici i che talvolta
s'abbiano a tenere per criterio di verità* 8blh Lui altro motivo finalmente si
è5 che quand'anche si supponesse che il Pubblico disegnato dal quesito fosse
quello solo che più ovviamente viene divisalo; ciò non pertanto le mie ricerche
sulla validità dei giudici! della repubblica letteraria mi somministrerebbero,
rapporto alla validità o nullità dei giudicò del Pubblico, volgarmente inteso,
risultati di una forza trascendente Con cioss biche* se si dimostrasse che i!
gìudìcio concorde dei dotti non può essere in certe materie criterio di
veritìt^ argomentar sempre si potrebbe a fortiori ch'essere no '1 possa pel
Pubblico in genere. * Nelle altre materie poi, ove i dotti potessero essere
giudici autorevoli, riflettendo al come ed al perchè il giudicio loro concorde
possa divenire criterio di verità, si verrebbe a dimostrare In is pedalila, che
la Lesi mia generale contro del Pubblico (tesi della quale 10 medesimo ho fallo
la censura, come testò si è vedalo } viene pur an^ che verificata in tutti i
casi, o, a dir meglio* in tutte le materie. 870. Laonde, m vista dei premessi
motivi, mi è forza analizzare se il ragionamento lessato nel Capo precedente
sussista, o no. E posto che sussista, se m tutto o in parte sia conforme al
vero; c con quali cautele, e in quali materie, e dentro a quali circostanze si
possa egli verificate. Che, in forza di sole generali e piu favorevoli
considerazioni, il gì lidie io dei dotti tuffai più esser può un criterio
probabile, ma non certo, di verità .Per quanto il ragionamento esposto nel
primo Capo far possa iugombro alla mente, e per quante attrattive egli abbia a
cattivare il volo della ragione; uulladimeno non giungerà mai a persuadere che
il giudi c i o concorde e ragionato di molti riguardar si debba quale
infallibile norma di verità. Diffatti le prove addotte ci additano elleno per
avventura in una guisa speciale e dimostrativa la infallibilità scolpila nel
giudicio concorde e ragionato di più uomini? Escludiamo forse, mercè i rapporti
del ragionamento, la possibilità logica di un comune e concorde errore? Anzi
all’ opposto ci abbandoniamo ad una logge vaga, confusa, generale, e per noi
incalcolabile, qual’ è quella della fortuna degli umani pensamenti. Se reudiamo
esattamente conto a noi medesimi per qual via siamo giunti alla illazione che
attribuisce tanto peso al sentimento concorde di molti, ci avvediamo di aver
percorsa soltanto la dubbia e vaga carriera della probabilità, dove solo
penetra il barlume ed il presentimento, ma non la retta e piena luce della
certezza, per cui l’ anima e còlta da una irresistibile attrazione di assenso.
Abbiamo noi forse dentro i cervelli umani vedute le idee connettersi a foggia
di vero, benché tutte si esprimano in una sola maniera? L’errore è vario. Ciò è
vero. Ma fu forse dimostrato essere impossibile che molti uomini talvolta,
giudicando anche a proprio dettame nelle materie complesse, errino di una sola
maniera? E pur veio clic l’errore dipende dall’ignoranza e dalla mal diretta
attenzione. Ora ci consta per avventura certamente che in molti uomini non si
possa verificare il caso, che tutti ignorino su qualche materia complessa un
dato aiti colo, la cognizione del quale perchè appunto mancò doveva trarli ad
uno stesso errore, quanto più metodiche erano le loro ricerche e quanto pm
esatte le illazioni? Datemi un calcolo riguardante qualche cosa di reale, a cui
manchi una partita: lutti i più periti calcolatori dedurranno la stessa somma.
Ma applicato al fatto riuscirà falso. E perchè ciò ? Perchè vi manca una quantità
reale . A che giova per la verità che molti siano concordi nello stesso
risultato, se non ad assicurare che il calcolo è stato tessuto a dovere, ma non
mai che tutte le quantità convenienti sianvi state introdotte? parte iv. shznm:
i. capo nr. nri5 STA. Ora* per rapporto ai Pubblico,, si e forse dimostrato die
a motivo fhe molti concorrono a ragionare di ima stessa maniera sur uu sog-*
getto complesso, abbiano avuto tutte le notizie die la natura delle case esige
per la verità? Giù posto, dii ci assicura dall’ ignoranza, prosa rigorosamente
carne tale? 875, jn tale ipotesi sarà vero che non yì fu ammissione nei
radocimi; ma ciò basta farse per la verità ! Se un popolo di ciechi deduce che
il sole non fa altro che riscaldare il genere umano, prova ciò per avventura
die lealmente sul restante degli uomini produca questo solo effetto ? ^ 870.
Dunque esaminando 11 gì li dido concorde di molti per questo .solo rapporto,
che io chiamo rapporto allo spirito^ luti ' al più potrebbe produrre, la
certezza die non intervenne abbaglio nell7 osservazione e nella deduzione; ma
non mai V altra certezza ch'egli sia conforme alia verità delle cose, là quale
in $è stessa, cioè a dire nello stato reale, può essere diversa. Che se poi
esanimiamo questi giudicò reta tirameli le al cuore ^ vale a dire per rapporto
ai motivi dire Uovi deHaLLcnzione, il ragionamento sopra tessuLo non ci può
offrire il giudicio concorde di molti rivestito di certezza, nemmeno per
rapporto alla osservazione ed alla deduzione, se non si dimostra p recisa me u
Le che non vi possa intervenire una cagione contane di seduzione. Questa
agisce, come si e veduto, deviando 1J attenzione dal considerare quei rapporti
i quali comprendere si dovevano per pronunciare un giu di do vero; oppure non
istimolando abbastanza fa Udizione ad a r restar vi si per quel tempo e con
quella intensità eli* erano necessari! a percepire tutti gli aspetti delle
cose* 878. Fino a che non abbiamo un principio dimostratilo, il quale escluda
una siffatta cagione comune, non potremo mai riguardare quei giu die iì come
aLLi a servire di criterio di verità, 8 i 9. Ora nei proposto ragionamento non
ci consta dell7 esistenza di un principia chiaro, il quale escluda questa
cagione.— Dunque, contemplando L giudicò benché concordi di molti dal canto
delle leggi dell attenzione^ non possiamo, in forza dei soli dati generali
sovra espressi, ì quali, come ben si vede, sono i più favorevoli possibili:,
non possiamo, dissi, mai dedurre eh eglino s’ abbiano a tenere per im criterio
infallibile di verità* Solo ci consta che non possiamo decidere tra la f
allibii ila. o la infili iìbilità Dunque siccome tanto dal canto dello spirito,
quanto dal cauto del cuore* vi sì ravvisa la logica possibilità dell’errore, o
almeno non si può escludere; il giudicio concorde e ragionalo di molli non si
potrebbe giammai tenere per cerio ed infallibile, ma soltanto probabile
criterio di cerila. 881. Ecco in geuerale fino a qual segno il giudicio di un
Pubblico intendente tener si potrebbe qual criterio di cerila: tutt’ al più si
potrebbe farlo salire fino alla probabilità della esistenza del cero, ma non
mai fino alla certezza assoluta. 882. Per tal modo emerge un altro estremo di
conciliazione frale mie idee. Ilo dello che nei senso rigoroso di criterio, che
ho richiesto di un uso infallibile, il giudicio del Pubblico, ancorché vero,
rimaneva superfluo, perchè incerto. Qui trovandolo probabile ?, dico che, nelle
materie dove può verificarsi, egli serve ottimamente all’ uomo in pratica;
perchè temer potendo di abbaglio nel ragionare sugli oggetti complessi,
abbisogna di una testimonianza che lo rassicuri da tal timore; e in mancanza di
certezza, gli serve la probabilità. Spingiamo più oltre l’analisi. Per qual
ragione debbo io indurmi a presumere che nel giudicio concorde di molli
conoscitori si racchiuda la verità? Deve pure esistere un principio teoretico e
generale, certo per sè medesimo, il quale determini ed avvalori piuttosto
questa presunzione, che la sua contraria. Se io mancassi di un tale principio,
la mia presunzione sarebbe temeraria . Esiste questo principio fondamentale e
determinante? E se esiste, qual è ? 884. Se in natura non esistesse un mezzo
per sè infallibile onde conoscere le verità complesse; se questo mezzo non
escludesse di sua ua tura tutti i casi possibili dell’errore, e non
abbracciasse tutti gli accidenti favorevoli alla verità; a che gioverebbe
l’investigazione e l’autorità di molti uomini a produrre nel privato o certezza
o probabilità della di lei scoperta? È pur chiaro che tutte le viste del genere
umano sarebbero m tale ipotesi frustrate, e noi rimarremmo nella notte perpetua
del pirronismo. Dunque in tanto il giudicio pubblico si valuta qualche cosa per
la verità, in quanto si suppone che l’uomo sia fornito di qualche mezzo per sè
infallibile di rassicurarsi della verità. 886. Ma se all’opposto a tutti gli
uomini singolari ogni verità si presentasse in una guisa evidente, cosicché
escludesse la tema dell abbagito a die avrebbero bisogno d' invocare il
soccorso dell'altrui autorità? Dunque il gnidi ciò di molti in tanto si
considera utile e tu tanto Ottiene preferenza sopra quello dì un privalo, in
quanto si suppone else un solo o pochi possano errare più facilmente che molli
nel rilevare ] veci rapporti delle coso. 888, Dunque per ciò stesso si suppone
per regola generale e teo~ reiioa* che moki vengano o avvertano quello che un
solo o pochi non vedono* li i avvertono. Iu breve: si suppone che, a forila di
radezza te e disti ole osservai ioni, i molti emendino i diletti di spìrito e
dì cuore*, i quali possono rendere erronei i giudi rii d’ogtii nomo singolare;
e ciò in forza della sola moltiplico diversità delle loro vedute, dei loro
interessi e delle loro in eh nazioni. Se si riuniscono adunque gli estremi del
principio avvalorante lautorità di molti in fatLo di verità* egli in chiù de il
doppio supposto* che esista un mezzo infallibile a conoscere la verità*
escludente tutti 1 casi dell'errore* od abbracciatilo lutti eli accidenti fa
vere voli alla verità: e che questo mezzo* merco Tosarne di moltivenga ridotto
ad effetto piu probabilmente che da un sola nomo: e perciò ottenga V intento
della scoperta della verità. 890. Ora lutto ciò hi verifica egli di fatto? Con
quali modi e iu quali circostanze entrambi i supposti si possono verificare?
Potendosi eglino verificare in natura* come sì deve dirigere fuomo privato iu
pratica* onde accertarsi della loro esistenza noi casi Concreti, e determinare
il suo assenso al pubblici giudi eh ? Loco ricerche, la soluzione delle quali*
quando venga eseguita a dovere* deve ini allibii incuto soddisfare allo scopo
del proposto quesito. Prima però di entrare nella loro investigazione è d uopo
proporre altre p r eli ni i u a ri osse r v azio 1 ii . A tjualt confuti venga
ristretta V idea del l' libidico intendente, ossia della repubblica delle
lettere - . Anche la persona di questo Pubblico intendente sì deve
circoscrivere entro certi estremi. Se a costituire il pubblico consenso dogi i
intendenti si richiedesse il pensamento di tutti coloro che io ogni secolo edili
ogni paese giudicarono e giudicano cou cognizione di causa di qualche cosà, non
sólamente ciò renderebbe troppo ampio il concètto di questo Pubblico, ma Io
farebbe riuscire del Lutto frustraneo. II PubfeEeo colto d‘ oggidì si può forse
appellare il Pii JjIjMco del secolo di BUONAIUTO GALILEI di Bacone e di Newton*
o quello del secolo di }Lride o di Augusto? Se oggi esce qualche produzione,
stilla quale i dotti decidono, si dovrà forse attendere il gliidieio della
posterità per affermare che 11 Pubblico o la repubblica delle lotterà abbiano
giudicato? 804. Qud che vissero dapprima formano fan tirili l.'i o gli augnali;
quei che vengono dopo formano la posterità. Il Pubblico si racchiuda fra questi
due estremi. Egli è nella generazione rivelile. La tomba corii* tuisce la linea
di confine dm circoscrive il concetto del Pubblico, 895. Che se questo Pubblico
adotta i pensamenti delle antecedenti generazionis* egli aumenta il patrimonio
dei lumi che ne ereditò; tulio ciò gli appartiene* direi cosi, per sua speciale
proprietà. TJ diritto di rm* ionia pubblica, ebe le vecchie opinioni hanno è
fondato i nteramentij sul consenso della viveule generazione: la quale siccome
alcune oc a-o* nulla, ad altre deroga, e iu tal guisa fa si che non più
riescano gmdicìo del Pubblico, ma opinioni di qualche privatoo vìttime
dell’obbho: cosi se alcune ue ritiene, sicché possano dirsi pubbliche* ciò
avviene unicamente in forza di uu intrinseco ed innato diritto della vivente
età* S9G. Non dico perciò che molte vòlte gli antichi non possano aver ragione
contro un Pubblico moderno* ù che ìl Pubblico noti abbisogni in certi casi del
soccorso della loro sapienza per legittimare i suoi giudici! : ma dico
solamenteche n cosLiluiie il giudicio di un Pubblico riccr* casi unicamente il
complesso dei co aleni pora neh Questi sono 1 limili cU sembra fissare si
debbano al Pubblico ragion a loro per rispetto ali eia, dj 897. Ma se anche,
attenendosi ai soli eoo Tempera noi si volesse per un altro cauto oltrepassare
il cerchio degli intendenti racchiusi nitro alle nazioni culto poste in
iscambleyole 5 mòltiplice e regolare corrispondenza e commercio di lumiper
errare traviali Ira le piò e dissociate popolazioni a raccoglierne i pensamenti
sugli articoli speciali degli umani giudicii: questa cura sarebbe del pari
strana che ina prati cabile albi lì Lento die trar se ne dovesse. lì altronde m
Ila comune significazione si sente che siffatta ampiezza eccede smodatamente i
limiti dell' idei di nu Pubblico di dalli, o vogliaci! dire di una repubblica
‘-Ir. tu lettere, 898. Nemmeno poi credo che sia lecito restringerei ai
pensieri degli intendenti di una borgata o di una CiLlà. onde caratterizzare un
g1K' di ciò veramente pubblico, o poterlo dir e giudici o della repubblica
L-ttcr aria 5 trovandosi che nella comune significazione il suo concetto .
Proseguo, persìstendo sempre a far suonare sul cembalo ./la corda prima, e
passa sul cembalo lì a toccare la seconda corda, stento la differenza. Ecco un
secondo giudici^ negativo. 91 fi, Persisto sempre iu A sulla prima corda, e iu
B collo stesso metodo passo a toccare la terza, la quarta c la quinta corda.
Sunto scia, iti:. pre la dissonanza, e ut; ottengo uti terzo* un quarto e uo
quinto giudiciò negativo si ugola re Ritengo che B troll ha clic cinque corde,
notizia di latto preliminare; veggo d’averle percorse Lulle: concili udó die la
prima corda del cembalo A uoli consuona cou alcuna del cembalo B. Questa è ua;s
cotieljiusione generale su tutte le corde del cembalo B rapporto alla prima del
cembalo À . Questa couehlusioue forma un giudicio negativo, che si esprime
colla seguente proposizione! La corda prima del cembalo J non consuona cou
alcuna del cembalo B. La verità di questa proposizione risulta dalla verità di
tutte le altre proposizioni * ossia, di tulli i giudici! latti nel paragonare
il suono della prima corda del cembalo A con ognuna delle corde del cembalo e m
tanto appunto è vera,, perchè lui te le altre singolari sono vere, Ma come è
risultala questa verità? Prima dal sapere che il cembalo B La cinque corde; in
secondo luogo dafLayerlc come sopra paragonate* 9*20. Ma come si è saputo e
scoperto clic IJ aveva sole cinque corde ! Dall' averle ben distiate e
annoveralo, cioè dall* attillisi* Ma Favere cinque corde forma lo sialo di
fatto reale del cembalo, Dunque J 'analisi dello stalo di fatto delFoggetlo su
cui versa il raziocinio h la prima operazione preparatoria onde ottenere
certamente una verità riguardante una cosa complessa* dì cui st voglia al
fermare o negare qualche cosa in una maniera generale, Pili sotto giu sii li
cleri l'estensione generale da me data a questa couchitisiont. Frattanto
raccolga come un lemma. 922* L5 altra conseguenza poi si è, che il paragone
analitico 5 cioè fatto con ogni elemento delle idee complesse, distinto prima
col mezso de d'analisi*. è la seconda condizione pratica e necessaria nude a
Samare una verità generale, vale a dii e relativa a Lutto intero un argomenta
Se sopra si è veduto 'Capo antecedente) che tutto ciò c iodi ^pensabile all’
uomo attesa la naturale ristrettezza della sua comprensione, si vede ad uri
tempo stesso esservi un mezzo infallibile onde otteuere la scienza certa dei
rapporti* vale a dire V evidenzila 924. F però chiaro che il metodo usato in
questa specie di rag10nameutì compiessi è perfettamente identico a quello che
si usa nei 8iU' rlicii o ragionarne# ti semplici. Non v’ha altra differenza che
nell esseri ripetuta l’operazione, e nel riferire In £mc il sommario di queste
ripf;F ziuni. Mercé la conclusione generale veggo con un solo cenno il risultato
delle operazioni prore Jenljj e quindi neJFmvo rapidamente trascoi io . %3 più
oltre. Il motivo che mi fa riuscire indispensabile Tanalisi per ridurre tutto a
molti plicità) a fine appunto di ottenere due semplici vicine unità, è pur
quello stesso che mi rende indispensabile questo sommario, in cui le cose
singolari si riducono ad unità, onde ottenere il più semplice concetto
proporzionato alla capacità mia. Sarebbe agevole opera il dimostrare essere
questo metodo lo stesso di quello che si usa nelle matematiche; e quindi nasce
una conferma più speciale di una verità annunciata in generale più sopra.Ma se
da questo primo sperimento io volessi dedurre che nessuna corda del cembalo A
consuona con quelle del cembalo questa conseguenza sarebbe precipitosa. La
deduzione sarebbe un pregiudicio. . £ perchè ciò? Perchè se la prima corda del
cembalo A non consuona con tutte quelle del cembalo B, potrebb essere benissimo
che qualcheduna o tutte le successive consuonassero con taluna o con tutte
quelle del detto cembalo B. 928. Ma ciò non mi consta, uè mi può constare, se
non dopo che Lo ripetuto collo stesso ordine Io sperimento paragonato. Così
pronuncio un giudicio che uella maggior parte non è provato. Qui il difetto è
nella prima parte della proposizione. Quanti difetti di questa natura si
commettono tuttodì negli umani giudicii su di qualsiasi materia! Quanti
scrittori, quanti filosofi rassomigliano a quel Francese, il quale avendo in
Germania alloggiato ad un’osteria, ove la padrona era rossa di capelli e stizzosa,
scrisse utd suo giornale: tutte le ostesse di Germania sono di capelli rossi e
stizzose! A questo difetto l’uomo è assai proclive, lutte le opere che segnano
i progressi dello spirito umano ne fanno luminosa prova. Si scorge ch’egli,
dopo pochi fatti non bene analizzati, scappa con impazienza e senza riteguo
alle couchiusioni generali. Tulli i sistemi imperfetti dei filosofi, tanto
antichi quanto moderni, contestano questo fatto d’ una maniera tanto costante
ed invariabile, che si può porre per legge: esistere una intemperanza logica
nello spirito umano. 931. La cagione è nella natura. L’amore di conoscere molto
e senza fatica da una parte, e il ritegno dell’ inerzia dall’altra, producono
questo elfelto. La curiosità odia di andare a lente e piccole pause
trascinandosi . sui particolari, dai quali nou trae die pìccole cognizioni e tè
ime piacere, 1/ inerzia non procede se uou islimolata : e V ima e Mira, g n dir
rullio f uomo Tiene atterrito. dalla fatica della meditazione, $ 932. Questa
Intemperanza reca ìn progresso molti inali. Il primo si è d’ indurre i
pregmdicii e gii errori formali mercé l’ allettativo d’ima piccolissima dose di
verità clic abbaglia. Il mondo si trova iu onda Lo di cognizioni, le quali
rasso migliano alle mone Le dorate. L’apparenza è vero oro: l'Intrinseco è
pessimo metallo, Il seco □ do male» egli è di arrestare per lunga pezza i
progressi dello spirilo ornano: e ciò per due motivi. I] primo, perché Tappa
rema della verità attrae e lega, per dir cosi, lo spìrito -all’ errore epa quella
far* za istessa per cui dovrebbe andarne sciolto, vale a dire per Tamar del
vero. I titoli autentici e le prerogative della verità .si fanno servite di
passaporto all errore. Come mal non si attirerà egli la fiducia della mente eLe
pure lo odia, e che. ravvisatolo per quel di’ egli è. usui gli darebbe
certamente ricetto.’ ì] secondo motivo si è, perchè Io spirito umana vie* ne,
per dir cosi, adulato e lusingato nel suo stesso debole. Difiat li Li passione
predominali Le di chi si rivolge 1 studiare alcuna materia si è quella di
conoscerla. E come mai non sarà lusingalo da una co neh disio tic generale. la
quale appunto gli annuncia che conosce tulio? Come mui riposerà. egli con una
specie eh soddisfalla acquiescenza, d un far Le ri Linecamealo e d ona
compiacenza orgogliosa sulle proprie conquiste, o sul possesso di quelle che
suppone mime e coni pie Le verità? Come non d irriterà contro chiunque ardisce
sturbarlo, o diminuirgli od assai più tògliergli siffatto dominio? Rimarrebbe
troppo povero mi umiliato. Quindi hr controversie ìutoruo alle nuove opinioni,
benda vere quindi le censure e le persecuzioni contro 3 saggi nova t un dal
regno sdenuGcn; quindi lo umiliazioni e lo scoraggi inculo laro: e Tra-liaiito
più durevole T impero del Terrore. Tutte questo opposizioni derivano e derivar
debbono appunto da] più ricchi del regno scientifico, i quali ne soffrono il
maggior danno. Non è questa forse la storia pratica delle lettere e delle
scienze? Ora si vegga se T inerzia e Tamar proprio mal di* retto nou si debbano
riguardar corno leggi che largamente rnJlmSconfl sopra 1 giu dici! dogli
intende oli in tallì i tempi ed in talli i luoghi, fino a che un pieno lume non
rischiari tutte le oaasclieratc de IT errore, avvalorato da quel Tamar proprio
clic è imperfettamente attivo rudi’ acquistare. e sommamente tenace per la
medesima ragione nel posso doro, 935. àia questo nou è aucor tutto, .De neh-:
l’errore dipenda in ultima analisi ila quel motore medesimo che spinge
all’acquisto della ve ni'1 ocr, e solo ue differisca uri gradi progressivi di
energia e nella direzione : pure contro la verità rivolge le a Li ratti ve
medesime di cui ella si giova per ca LI Iva re il cuore deli" uomo. Se lo
spirito- umario non tosse svegliato dagli stimoli della curiosità, apula li ed
aumentati da altri interessi socondarli « egli si arresterebbe entro il più
augusto cerchio delle cognizioni limitatissime., procacciategli dai puri
indispensabili bisogni : quindi uou si potrebbe mai co m pierò l a grand7 o
pera dell a urna a perfettibilità. Ma al] 'opposto 1* incessante e sempre
rinascente bisogno di conoscere nuove cose è. per dir così, uno sprone a
percorrere una carriera immensa. Periodi è, da uno hi altro particolare sempre
scorrendo.. Fu omo non si arresta litio n clic non sia giunto ad una sfera,
d'onde realmente abbraccia o almeno credo abbruciare tulli i particolari o
generali delle cose. Si pud dire, i mila u do una frase antica, clic la sfera a
cui tende lo spirito umano sia 3 a regione metafisica. 937. Noi abbiamo altrove
accennato ., per quali gradazioni salir si debba a quella sfera, e come
discendere se ne deliba : le difettose dimore,, U rilassamento. Fa
"gravamento e la preci pi lanza. di cui si è parlato, rendono l’opera
imperfetta: ma puro si vuol soddisfare a qualunque costo aWnppàrenza. 938. Da
ciò nasce la tendenza a ridurre sempre le scienze m leone generali, in sistemi,
in corpi, in corsi. Se queste cose sono utili e necessarie nel Lempo della
piena cognizione., elleno sono ìiib mia mente nocive le uno stalo dì lumi
imperfetti, i quali non possono porgere più die meri aforismi, o assiomi meno
generali. Dico die Sono infinitamente noti ve : an/l aggiungo, che sono tutte
prestigli e adulazioni perniciosissime, le quali lusingano, seducono e
corrompono la ragione dell' uomo. e per lungo trattò ri e arrestano i
progressi. 939. E come no ? Se Io spirito umano si lusinga rii conoscere tutto,
non fa più nulla per Spingere più oltre le sue ricerche. Da un canto uou
sospetta dm esista un paese da conquistare alla sua curiosità: dall .alLro
Cairi Lo unii si riversa sopra la carriera trascorsa, perché non Ravvede delle
grandi lacune die vi Ita lasciale per entro. E cóme lo larebbe con oli anima la
quale non è mossa se uou dagli stimoli, e a cui si toglie per questo m ev,z o L
i ncrtiLìy o de Ibi r uriosi 1 à ? Da ciò il male si raddoppia, perché in chi
lo prova toglie la volontà di guarire, togliendo lino il sospetto d' abbisognar
di rimedio; r perchè dalla irritabile resistenza, di cui sopra si è parlalo, i
saggi u ovato ri vengono respinti, e viene loro Imposto silenzio: noti
altrimenti die quando un ammalalo, non cause io della sua infermitàcaccia da se
> medici. I Gli IHClIt EG. 941. Per buona fortuna la male imbevuta
generazione sparisce nella successione dei tempi: e la verità giunge a
trionfare* c lo fa eolie forze medesime con cui si volle difender Ferrare.
Imperocché se la eorcmue degli nomini coiti trascorre o. a dir meglioriposa
sugli estremi delle oiLi Le generali, olire le quali le spirilo umano non può
sospingersi: nasce il felice accidente di taluso che, dagli estremi procedendo
al centro, o a dir meglio attenendosi ai particolari, procede coti meno di
prccipibaza ai generali, e va discoprendo molli assiomi meno generali, e
moltiplica così ì puuU dì vista intermedi!. 942. Allora nuovi., pieni e più
solidi priucipii vengono discoperti; ma allora la vecchia scienza vh-n
cangiala* Appunto il complesso di questi nuovi principio o a dir meglio delle
viste intermedie, forma la nuova scienzae porge il campo alle conquiste dell'
uomo di genio, 1/ attività e Farle mdF eseguirle sono i caratteri che lo
contraddistinguono dalla comune! intelligenza. 943. Nasce, è vero, tra le
vecchie, imperfette od erronee dominaci! opinioni e le nuove un acre conflitto^
ma se da un canto Ferrare sest tnulo dal V amor pròprio combatte, ciò si
rivolge a profitto della vcritk. 944. L’ ardore della conLroyersia riconcentra
V attenzione del vero iuterprete*ed energico difensore della verità. Ogni nuova
trincea, tigni nuova difesa contrapposta al nemico riesce un nuovo sostegno
albi verità; e se l'notno di genio, prima di palesare le sue scoperte . prevede
fs resistenza, diffonde sulle sue idee un più chiaro ed irresi alibi! I u tri
o, a due di soggiogare F indomito e negli il toso orgoglio degli spirili
lusingali r, vincolali dal Terrore. Ecco per qual maniera 3 a verità giunge a
tnoufare colle forze medesime con cui impera i errore. 945. Hai fin qui detto
lice trarre una conseguenza impor tante A presente trattazione ; ed 4, che in
astratto un gindìcio cd un opiuieu!.' accolta o formata da dolLt in qualunque
epoca an tenore alla picca scoperta dei lumi non può veramente, essere tenuta
per un assoluto prol lutile criterio di verità^ ma solamente far prova della
sita i ila -ione legittima dai ricevuti principila Mi riservo a provare più
ampiamente tj mista verità, la quale riesce una delle fondamentali della
presente Opera, *j 94(4 E d'uopo altresì distinguere: le condizioni della
verità e dvlY errore nella loro intrinseca attività, e quali sì verificano in natura,
dalle apparenze loro esteriori, e quali si verificano solamente nella umana
opinione. Sotto iJ primo rapporto dotte cose sopra dette si deducono i seguenti
corollarii: cioè: Quanto più rm giu dici o è generale*, cioè comprendente
maggia punterò Ji ometti nel suo concettobenché abbia ne5 suo! fondamenti un'
apparenza o, a dir meglio, uni certa quantità di verità speciali che impongono
all- intelletto ; ciò non pertanto, per naturale difetto dello spinto umano,
trae seco una maggiore facilità pratica di errore. Onesto ìun corollario
applicabile a tutti i tempi., a tutti i luoghi, a tutte le materie 3 a tutte le
circolarne, per ciò stesso che vien tratto daL rapporti universali della
verità, c dalle leggi fondamentali della naturale umana fallibilità. 2/
Viceversa quanto meno un giu dieia e generale*, vale a dire piu speciale-} trae
seco una minore facilità di errore dal canto dell’ uomo. Forse dir si potrà
che, per lo contrario, a proporzione ciò reca seco una maggiore presunzione di
verità. Ma rispondo, che se se assume questa presunzione dal cauto dell
'apparènza esterna, ciò non si può verificare se non se provvisoriamente ed in
una guisa negativa: cioè a dire, se non lino a che non consti della falsità
positiva, e però dopo che si avranno tutti i dall che dal canto degli autori
del giudicio c dell* opimo* uè siasi posto In uso un esame accurato, il quale
(come sopra si è veduto. e meglio si scorgerà dappoi ) è acconcio a procurare
la cognizione della verità. Ma se poi si riguardi la cosa intrinsecamente,,
questa presunzione di verità non ai può legittimamente dedurre dai gradi
diversi della ftdUbilUa. Ciò è chiaro, poiché deriva dalla nozione intrinseca
della verità indivisibile ed invariabile. Forse clic ella rassomiglia ad un
liquore die possa esistere disperso iu parti ed esteso in Li u tura suite umane
Idee'? Ogni verità sta in un gtudicio; ogni ve ri Là relativa ad un oggetto
complesso sta nella couchiusionc del raziocinio. A dm giova che taluna delle
premesse sia in se stessa vera, se non ha un rapporto completo colla
conseguenza ? Questo rapporto completo non risulta torse dall influenza degli
altri dati, ossìa delle altre premesse? Lu solisma, perché impone . è desso
vero ? Ma pure impone a chi lo legge ed a chi lo ascolta. Dunque dalla minore 0
maggiore probabilità dell errore^ relativa alla maggiore o m ì □ o re
fallibilità umana, non è lecito dedurre una maggiore 0 minore presunzione di
verità sullo sta Lo intrìnseco delle cose. 3.° U altro corollario, che deriva
dalle cose discorse in questo Capo, si ò, che la riprovazione dei dotti al
comparire di una nuova opinione contraria alle massime da loro ricevute in
quella materia in cui sono versali. non può per se stessa formare una
presunzione legittima di falsità. contro la nuòva opinione, 0 di verità a
favore ddl antica.. Appartiene ad £C. un terzo il giudicare. Questo terzo è F
intimo senso còlto dall "evidenzaed il Pubblico che può esser giudice è la
posterità. Questa si deve annoverare fra le circostanze da registrarsi nella
risposta del quesito. 4.° Per lo contrario la favorevole accoglienza d’ima
nuova contraria opinione (altro non constando in contrario nè dal canto
delPiutimo senso. nè dal canto di un secreto interesse), quando venga fatta dai
dotti su quelle materie in cui tali si prolessauo (specialmente se sia
intervenuta controversia), induce per un’astratta considerazione nel privato
una ragionevole presunzione estrinseca di verità a favore della nuova opinione,
e una presunzione di falsità contro l’antica. Potremmo trarre altri corollarii;
ma qui non cadono per anche iu acconcio. I sopra dedotti richiedono per la
pratica alcune altre considerazioni; e noi ci limiteremo a suo tempo a quella
sola che precipuamente interessa Io scopo di quest’opera. Frattanto è d’uopo
non perdere di vista Io scopo speciale di questa Sezione; perlochò ritorno alla
mia similitudine. Il lettore si rammenterà ch’io ho fatto lo sperimento della
prima corda del cembalo A con tutte le corde del cembalo B. e l’ho trovata
dissonante con tutte . Ora a fine di scoprire con certezza la verità di cui
andava in traccia, vale a dire se iu ambedue que’ cembali ne esista alcuna che
consuoni scambievolmente, proseguo collo stesso ordine il mio sperimento sopra
tutte le corde, e giungo finalmente a scoprire che la quinta corda di A
consuona colla quinta di B. Ma quante operazioni mi è convenuto eseguire? Siami
lecito esprimerle qui tutte paratamente. Cembalo A. Corda 1.a colla » 1 .a .»
1.a . » 1.a 1 .a Cembalo B. 1. a dissonanti 2. a diss. 3. a diss. 4. a diss. 5.
a diss. Cembalo À. Corda 2;’ colla » 2.a, 2.a li 2;' 2? .. OPEJUZIONJS U.
Cembalo B? disse oan li 2." diss. # 3* disa, 4* diss* t, 5a diss*
OIT.RAZIOKE III- Cembalo A, Cembalo B Corda 3.“ colla . 1 3, 5 3* .5“ dissi or
uè. a vagine iv. Cembalo À. Corda 4 colla,, ìl 4.* a * 4* 4,a 4.a .
OPETU&fOrvPv. Cembalo J. Cembalo Corda 5.a colla 1.* dissonanti n 5.n fe*
diss. u 5 3* diss. .4 * diss. » 5t* . 5“ concordanti. Cembalo /?, 1,a dissoda
oli 2.a diss. 3;1 dìss, 4;1 di ss, 5,a di ss. Se si rifletta al tenore di
queste operazioni parziali, le *11ìl1'* formano il complesso particolareggiato
deir analisi generale e paragonala dei suoni delle corde nei due cembali, si
trova che ad oggetto di scoprii e se vi siano due corde consonanti io ho
eseguili ventìcinque confronti dai quali sono risultati venticinque giudicii
singolari e semplici, compendiati in cinque giudici i generali per rapporto al
cembalo /?, ma che per rapporto ad ogni corda del cembalo A di ventava do
singolari, Questi giudieii generali e subalterni . eccettuato l'ultimo, si
esprimevano come il primo, Ji e, ti sopra alziamo ragionato: cioè a dire:
nessuna Jelle corde del cembalo B consuona colla prima del ceni Li lo J; pi
casi ripetendo in seguito. 9 9ì J> Perìodi!* sì scorga clic ogni idea
singolare ossia eie m eoi are hJe tjo oggetto putii divenire un centro com uni:
di rapporti affermativi o ubativi con Lulte le idee di un a Uro oggetto. Si può
fìngere cosi eli 'ella fornii intorno a sè come tanti raggi, forbita dei quali
forma una nozione complessa ed unica, il cui centro sia 1 idea costituente il
primo estremo degni paragone, e la circonferenza le altre die no formarlo il
secondo estremo. 952. Allora questa nozione srrve conre di mi punto compendia
le * u ondò più spedita mente può Io spirito passare ari altre, allorquando gli
rinvenga di doverne far uso* Dilla Iti U mento non abbisogna di altro lampo a
comprendere, se non clic di quello che ricercasi per a hi tracciare tl concetto
di tana semplice proposizione. 953. Cosi nel nostro esempio tu ita quell’
analisi si riduce ad uà complesso di cinque nozioni. Queste si possono di nuovo
tradurre e restringere in una sola e generale. Eccolo. 1 itile le corde dei due
cembali A e lì sono dissonaci li fra loro, a riserva delle due ultimi. Questa
nozione esprime tutto intero lo stato dei rapporti Ji consonanza e dissonanza
dei due oggetti. Mercé di essa vie a ricomposti) nella mia mente ciò che
dapprima ella vide singolarmente diviso u ©Uà mentale anatomia, la quale era
total me ut e necessaria alle corto visti! della mia cognizione. Questa
ricomposizione esprime la natura. beco Il metodo unico per ritrovare la verità
dì ri flessione. 5 955, Ma I termini della mia ricerca quali erano? Sapere sa
tra In curde dei due cembali ve ne fossero delle consonanti, o no. J, idea di
consonanza era dunque il centro unico di tulle lo mie ricerche. Mì eseguirle
egli era il tèrmine primo di paragone con tutte Ir successive Idee singolari
dei suoni delle corde. Dunque la soluzione non poteva essere se non un gmdicio
semplice o affermativo o negativo; o lulL d più. due. giudidi. l'imo
affermativo fra f idea assunta per primo termine di paragone con alcune; parli
dell* oggetto, e l’altro negativo Ira la medesima idea ed altre parti del
medesimo oggetto. 956. Si è veduto con quale artificio questo si compia. 1 al è
pere il modo dì sciogliere qualsiasi problema n quesito filosofico, ma
tematico} fisico, politico: scmpreche il suo oggetto si possa analizzare. 5
957. Ilo deLLo semprechb si posta analizzare: poiché se col nostro esempio
constasse bensì che i due cembali avessero delle cordo* ma fos* I sero
collocali iti allo, e non fosse possibile, se non mercè qualche filo annesso
all’uno o all’altro tasto, di scoprirne i suoni, è chiaro che allora la mia
ricerca, se fosse generale, resterebbe delusa: e il problema riuscirebbe per me
insolubile, per mancanza di qualcuno dei fatti fondamentali. la cui cognizione
è necessaria a scoprire il mio intento. 958. Per altro allorché sapessi clic vi
souo più corde alle quali non posso far rendere un suono, la ragione ben
dedotta ne trarrebbe altri risultati * cioè a dire, che la verità ch’io mi sono
proposto di scoprire è superiore ai mezzi praticabili; e quindi che debbo
acquietarmi in una ragionala ignoranza, ed astenermi da chimeriche congetture.
L’altro risultato si è, che se le mie cure riescirono frustrate nel loro scopo
finale e generale, non rimangono tuttavia defraudate di frutto e di utilità.
Conciossiachè dopo i miei tentativi dir potrei: le tali e tali corde
consuonano, e le tali dissuonano. Queste sarebbero effettive verità singolari e
certe. Perlochè se l’oggetto fosse utile, ne otterrei sempre verita speciali,
acconcie a qualche uso. Dal fin qui detto si scorge che col metodo medesimo si
giunge tanto alla piena scienza, quanto alla necessaria ignoranza, della quale
si debbono rispettare i confini. 959. Quante volte avviene in ogni scienza che
lo scopo d’una ricerca riesca frustraneo? Ne abbiamo un’infinità d’esempii in
fisica, in * morale ed in politica, che ommetto e per amore di brevità, e
perchè più sotto ne dovrò fare parola. 9G0. Solo parmi che nelle matematiche
astratte dar non si possa veramente un problema intrattabile, a motivo appunto
che gli enti di sì fatta scienza essendo di creazione umana, cioè a dire mere
astrazioni, ovvero nozioni ontologiche, non possono racchiudere dati estremi o
mtermedii non reperibili coll’analisi. E se per avventura taluno dei proposti
problemi rimane intrattabile, ciò deve certamente derivare o dall’assurdo
racchiuso nella esposizione, o dal non essere l’esposizione fatta a dovere.
Quindi non si deve dire problema intrattabile, ma bensì assurdo e ripugnante
negli estremilo mancante dei dovuti requisiti. Potrei comprovare tutto questo
coll’esame di quei problemi un tempo cotanto celebrati, che fecero il tormento
di tanti matematici; ed eziandio collanalisi di quei pretesi misterii
matematici, che l’ignoranza per tali riguardo, perchè non salì giammai alle
prime origini delle cose. 961. Non debbo per altro dissimulare, che fra il modo
di ragionale delle mere logiche convenienze e discrepanze degli oggetti, e il
modo di ragionare delle dipendenze e delle connessioni fra le cagioni e gli
effetti, passa per un rapporto una totale diversità, Ma questa diversità noD
varia punto il concepimento Iodico della verità, nè la di lei struttura, dirò
così, nè la legge unica Ae\Y analisi applicata successivamente alle parti
singolari. La diversità consiste soltanto urAY ordine* o a dir meglio nella
distribuzione degli oggetti. Come in pittura posso ravvicinare nello stesso
quadro un edificio della Cbiua ad un edificio di Londra: così pure nella mia
immaginazione, quando scelgo di rilevare le somiglianze e le differenze di due
oggetti, posso prescindere dalla loro reale collocazioue in natura, e dalla
loro priorità o posteriorità di esistenza: in breve, mi limito alle loro
qualità, facendo astrazione dalle circostauze con cui esistono nello spazio e
nel tempo. Ciò appartiene agli oggetti che noi giudichiamo esistenti fuori di
noi. Per lo contrario ragionando delle cagioni e degli effetti, l’ordine non è
più arbitrario rapporto alle connessioni ed alle esistenze: ma viene
necessariamente determinalo dall’ordine e dalla successione reale delle cose, e
viene sillattamente determinato, che il negligerlo o il controverterlo
produrrebbe errori e assurdi formali; e gli uni e gli altri sarebbero
gravemente nocivi, attesa la natura degli oggetti cui appartengono. Per altro
agevolmente si scorgerà che collo stesso metodo esaminando le connessioni e le
dipendenze, previo un esalto stalo islorico o sperimentale della cosa, si
giungerà ad un risultato del pari evidente, il quale determinerà o la nostra
assoluta o respettiva ignoranza* ola nostra certa scienza ; e Luna e l’altra di
queste cose è infinitamente utile alla umanità. 963. Ben è vero che talvolta
nella mancanza di cognizione di certe o concause 1 intelletto umano attribuirà
interamente l’effetto alla sola cagione conosciuta: ma l’errore allora è
inemendabile, l’uomo non è colpevole; e altro non constando, è costretto ad
attenersi alla cagione conosciuta. 964. Da questa considerazione emerge una
necessaria limitazione alla proposizione proposta, in cui abbiamo enunciato
l’esistenza di uu mezzo infallibile a conoscere la verità. Noi abbiamo inteso
ed intendiamo che riguardi non le verità storiche, per dir così, e quali
esistono nei rapporti forse comprensibili all’uomo (ved. Parte II. Sez. I. Capo
XVIII. le Osservazioni), ma di cui però mancarono le notizie e le occasioni per
ottenerle; ma riguardi soltanto le verità di osservazione e di deduzione sulle
notizie che la presenza delle cose ha offerte o poteva offrire alla mente
umana. Qui il giudicio dei dotti è concorde: là è precario. Come il metodo
sovra esposto escluda lutti i casi possibili dell' errore, ed abbracci tutti
gli accidenti della verità. 9G5. Ritenuta la limitazione ora fatta sulle verità
e gli errori comprensibili all’uomo, mi rimane a provare fino a che si estenda
la forza e la sfera d’influenza del metodo sopra divisato; e dico ch’egli
esclude tutti i casi possibili degli errori di osservazione e di deduzione, ed
abbraccia tutti gli accidenti favorevoli alla verità. Alcuni filosofi hanno
asserito che la scoperta di tutte le verità nuove è effetto dell ’accidertte.
Se si parla della scoperta delle verità che sopra ho disegnate col nome di
storiche, ciò è vero. Che se poi si ragioni delle altre verità di osservazione
e di deduzione; se ciò si verificasse in fatto, deriverebbe unicamente da
qualche difetto di memoria e di attenzione, e perciò nel complesso degli uomini
sarebbe evitabile e correggibile. Ma sarebbe sempre vero che, mercè il metodo
sopra divisato, l’uomo di genio non sarebbe douo della sola natura e
dell’accidente, ma sì bene dell’arte. Conciossiachè se da prima noi abbiamo
sottomesso le occasioni d e\Y attenzione ad una specie di ordine fortuito (ved.
Parte II. Sez. II. Capo XI.), ciò da noi fu contemplato nei casi singolari; ma
per ciò appunto che si ragiona di un Pubblico, questo par che divenga caso di
eccezione, per le ragioni sopra allegale in favore dell’ autorità prestata
all’assenso di più uomini che di concerto rivolgono il loro ingegno allo stesso
oggetto. 9G6. D’altronde non conviene mai perdere di vista che le osservazioni
determinate dai rapporti generali vengono a grado a grado limitate dai meno
generali. 9G7. Che se auche dopo la scoperta del metodo piacesse, per l’uso
pratico di lui, attribuire all’ accidente tutto quell’impero che prima di tale
scoperta esso ha su \X attenzione; ciò non affievolirebbe in conto alcuno la
verità della tesi, per cui affermo esistere un mezzo infallibile a porre in
luce tutte intere le verità di osservazione e di deduzione. Conciossiachè la
mia proposizione non riguarda l’esercizio pratico dell’uomo, e nemmeno le
circostanze favorevoli ad adoperare siffatto metodo: ma sì bene affermo che il
mezzo racchiude di sua natura uua tale efficacia, che praticato dall’uomo gli
procura certamente la cognizione della verità. L’ una di queste proposizioni è
di fatto, l’altra è di diritto. Lungi pertanto dal collidersi, anzi conciliansi
scambievolmente. L’intemperanza morale, la quale produce tuttodì una
moltitudine iufinita di disordini, esclude ella forse 1’ esistenza di uua
regola di perfetta giustizia e di virtù? Premessa questa couciliazione,
procediamo oltre. Articolo I. Effetto ed estensione dell' efficacia dell'
accidente sulla cognizione della verità. 968. Quando dicesi che V accidente è
cagione di tante scoperte tisiche e morali, qual è il senso reale che annettere
si deve a quest’asserzione ? 969. Ogni verità per rapporto all’uomo non può
essere che uu giuclicio ; ogni giudicio non può essenzialmente venir prodotto e
creato se non dalla presenza delle idee e da uu atto di attenzione. Se dunque
alV accidente si attribuisce la scoperta di una verità, ciò non potrebbe
significare se non che esiste una combinazione di circostanze o non
comprensibile o non procurata, la quale introduce nella sensibilità di taluno
certe idee, e ne richiama 1’ attenzione a paragonarne i rapporti. La cognizione
del risultato di questi rapporti costituisce appunto la verità relativamente
all’ uomo. 970. Ma è ben chiaro che se V accidente non pareggia il metodo nel
guidare successivamente e adequatamente l’umana attenzione sugli aspetti tutti
di due oggetti, la verità scoperta sarà rapporto agli oggetti medesimi solamente
parziale. Il concetto integrale, ossia la conchiusione che abbraccia tutto il
complesso delle verità singolari, e che esprime la somma di tutti i rapporti
d’identità o di diversità, di cagione o di effetto, mancherà intieramente.
Venendo ora al fatto, io chieggo se l’attività accidente s1 può ella estendere
fino a questo segno. wSi noti bene: io qui non parlo di ciò che è possibile
metafisicamente, ma bensì di ciò che per legge stabilita di natura si può
ottenere. 972. A questa ricerca si presenta tosto un’ovvia osservazione. Pei la
ragione medesima, che veggendosi su di uua tavola una fila di caratteri di
stamperia, i quali esprimessero, a cagion d’esempio, Arma virimi rjue cano, non
si giudicherebbe mai essere stata opera di un getto fatto a guisa di quello dei
dadi; del pari una teoria, un’analisi seguita non si saprebbe tutta attribuire
ad una vista fortuita. Nelle cose di fallo dell’ordine fisico e morale non v’ha
altra norma solida di ragionare sulle Leggi stabilite, se non che ricorrere
alle consuetudini della natura, oe si afferma, a cagion d’esempio, esser legge
di natura clic l’anno abbia ili verse stagionile che il sole duri or piti ed or
meno sulio-rizzuplc; tale asserzione ò fondala unicamente su IT esperienza del
passato. 973* Per loditi ragionando della sfera attiva Aù\Y acci&jfàite
ueirimpero razionale 5 chieggo a quanto egli per se solo estenda le viste dello
spirilo umano allorché presenta le viste e sveglia FaLLenzioDe. La storia e la
sperìeuza ci mostrano ch’egli per se solo non somministra che ri strettissimi e
fuggitivi cenni, e nulla più. 974* Se poi sì chiede lì no a qual segno egli per
sè solo sospinga dappoi ì passi della ragione, e renda utile una vista
presentata; e spela Imeni e poi se egli esiga condizione alcuna preliminare onde
inspirare, diro cosila verità; io rispondo colle seguenti osservazioni. 975.
Soventi volte V accidente presenta le occasioni più favorevoli ;a vedere una
nuova verità, rna lo presenta in vano1 ignoranza o la diali Uè ozio oc vi si
oppongono. Ad un uomo della plèbe si presentano nel1 ordine morale certi
oggetti, che india Lesta di un filosofo avrebbero prodotta una luminosa e loco
u da teoria; ma nell nomo della plebe, quasi semi gettati su sterile arena
muojcmo senza germogliare* (Juaule volle ad uu pastore sui monti e fra i boschi
la natura svela certi segreti che il fisico si tormenterebbe invano d’
indovinare ì Ma allo sguardo zotico del pecoraio trascorrono inosservati,
ovveramente eccitano uno stupore' pass aggi ero, e nulla piu* La storia delle invenzioni
di ogni genere c la sperìeuza giornaliera sommiinsLrano infinite prove di
questa verità. Negli uomini stessi illuminali, se da qualche passione vengano
assorti, avviene il medesimo* Ma per ora atteniamoci ai rapporti della
cognizióne* e sorpassiamo quelli d e Watt eiti-i Oìie D’onde deriva che nel
filosofo clic avverte ad uu fenomeno o fisico o morale, ovvero anche ad un
accozzamento nou premeditato di idee, V accidente divieti fecondo di verità 1
È, troppo chiaro che deriva da ciò: che nel filosofo la mente si trova dapprima
fornita di altre convenienti cognizioni, le quali facilmente si accappiano
colle fortuite successive: ed all’opposto V idiota ne manca. Didatti qual è il
carattere che contraddistìngue l’uno dall’altro, talché 1 Accidente debba favorir
I uno, e l’altro no? Certamente è quello solo che distingue un uomo istruito da
un altro che non lo è, Ma approssimiamoci vie meglio alla verità La sperìeuza e
hi ragione ci dimostrano che se queste cognizioni precedenti non si Liovano iti
un rapporto assai vicino con quelle che vengono presentate dalV accidente^
questo nou olire sorgente alcuna di verità* Didatti so fra le cognizioni
attuali acquisite e le fortuite si frapponesse un’assai lunga distanza* ò
troppo chiaro clic sul momento la incute umana non pnLpelèe coglierne gli
estremi, perchò eccederebbero .sovcrcliittmeute la suri naturale capacità*
Uali'alLro canto,, passato ristante, I toccasi ni tc svanisce. non si produce
verun e Iteti o di Goni prensione c di giudicìo, 918, Dunque in fatto di
eerità, perché Yuccìdente riesca fecondo ili im buon pensiero o di un alquanto
estesa scoperta, sì richiede die il fondo, dirà così* dello spìrito umano sia
preparato c disposto a guisa di addentellato: ossia che le sue Idee siano in
tal guisa associate ed ordinate* che faci! mente innestare si possano colle
fortuitoNò ciò solo: ma ricercasi inoltre che V intervallo fra lo uno e le
altre non sia eonslrlfirabile, o. n dir meglio, elio le nue e le altre non
siano fra toro trinilo disparate, g 979. Può talvolta avvenire ( he la mente
umana avendo due serio separate di idee, non vi ravvisi eli anelli luLermcdd dì
comumcazintir. Allora P accidente servo a guisa di polite, il quale mostra c
rende praticabile la eonuiulcazione dapprima incognita fra due strade già
cognite ed appiattale: allora pronto e fecondo riesce Folletto dr
31V/iv.7t/c^A\ ila ;mfhc ia questo caso la caLcua intermedia delle ideo non può
esseu1 lungo, ed eccedere t limiti di un semplice raziocinio* altrimenti 1
cffe'àrìa àa\Y accidente riescireLhe frustranea per la medesima ragiono sopra
discorso* 980. Talvolta poi guida ad un varco non previ ditto. a£VT dente si ò
la vocazione ad una data scienza od arte. In tal case egli non apporta veruna
speciale cognizione della verità, ma solamente somministra eccitamenti ad
acquistarla. Allora rassomiglia a taluno che invili a leggere un hi mi.
predicandolo interessante senza spiegarne il Gnu Li uli te \p pari iene Cali
era mente al leggitore il rilevarne la dottrina e il trarne le couvenicalJ
istruzioni. Quindi allora non siamo debitori a \Y accidente delle nostre
cognizioni piu di quello che lo saremmo ad un cieco o ad uu ignora nòe il quale
ci additasse resistenza di im libro istruttivo. 982, Dalle cose esposte (ino a
qui si deduce che l1 accidente SI ilUU contemplare come operativo In tre
distinte maniere: cioè: 1 ."come limolo ad acquistare certe cognizioni*
2." co me apportatore diretto di cenni rapidi di cognizione; ecceomo
stimolo ed istnittorc nel medesimo tempo. La prima maniera non appartiene al
nostra assunto. Noi ragioniamo qui della cognizione iutiina della verità^ e non
della passione d’ intra prenderne la ricerca. Nemmeno la seconda maniera può
interessare la presente trattazione; perchè l' accidente in quella rassomiglia
a taluno che mostri in privalo una pagina di un libro, e uè lasci leggere una
riga, e poi lo chiuda e lo nasconda. Ora nel presente argomento di questo
scritto valutar si debbono le cagioni operanti sulla massa intera di un popolo
o di una colta classe di persone; e perciò la cognizione della verità si debbo
derivare da cagióni costanti e comuni: specialmente poi perchè ri viene
proposto II Pubblico in astrattole si deve prescindere da qualunque luogo,
paese, e momentanea circostanza. Quindi i vantaggi e gli svantaggi puramente
accidentali non possono recare al Pubblico alcuna prerogativa speciale sópra
del privato, ma all'opposto la comunicano al privato sopra del Pubblico. Tabù
appunto la sorte di molti nomini di genio, e di tutti quegli inventori i quali
a rigor di terni ine mentano questo nome. Della terza maniera non faremo
parola, come 4 ! [ cosa superflua: ella è una mera unione delle due
precedenti.— Non era innlil cosa il considerare da vicino questa sorgente di
COgmziouL postochè sembrava avere qualche iullueuza sulla opinione avvalorarne
i pubblici giudico. Articolo II. Come il metodo graduai niente analitico e
recapitolante escluda i casi dell* e irore, è racchiuda Hit il gli accidenti
favorevoli alle verità di riflessione. 985-, lo non dubito che chi dà un5
occhiata alla esposizione e albi pratica del metodo sovra esposto, non accordi
agevolmente eh’ osso raduna tutti gli accidenti favorevoli alle verità di
osservazione e di deduzione, ed esclude Lutti i casi possibili di errore. Se
tutte le convenienze e sconvenienze sono sentile; tutti i giudici! sono dunque
tessuti, Lutte le veri i. ù seoperie, tulli gli errori esclusi. Ciò è troppo
manifesto, e non abbisogna d' ulteriore dimostrazione, 985. Solo sembrami non
inutile cosa il iar osservare, che quando proponiamo di ritrovare con quel
metodo qualche speciale verità, ci avviene di abbatterci ito pensata mente in
altro luminose eri importanti veci là, delle quali non ci eravamo pur sognala
la esistenza. Scorgo in vetta di un collo un edilìcio che mi vico brama di visitare.
In salir vi debbo per un aperto sentiero, da me però non mai per Io addietro
praticato* Con qual grata sorpresa ni' avviene per via di vedere aprirsi avanti
allo sguardo mìo le varie scene* ove per lunga fuga boschi e colli e limine
paesi sono in vaga distri bustone disposti. 1’aspetto dei quali io oca
immaginava allorquando mi avviai per quel sentiero! Io chiamo iti testimonio
tutti que’ pochi pensatore ì quali hanno fallo uu uso completa dell'analisi ia
qualsiasi materia; e sono ben certo ch’eglino tnLli, or fin ed or meno *
saranno stati sorpresi da queste aggradevoli fughe d’icìcee scossi eia un vivo
trasporto di giojii si saranno vieppiù confermati nella persuasione della piena
efficacia di siffatto metodo in prò della istruzione umana. Ardisco predire,
che a malgrado dell’alta opinione che si uutrs della ricchezza dei lumi di
questo secolo, potrà avvenire tuttavia che io ogni materia esista un Archimede,
il quale colto da un' ebbrezza ili verità non solo esca dal bagno esclamando
inverti* inv&ìlij ma eziandio possa eoo trasporto esclamare: Io trovai
assai più di quello eh io ut’ era proposto di scoprire. Questi sono, se mi lice
dirlo, I colpi segreti della grazia razionale, coi quali il genio della venia e
della sana ragtoue tee* ferma ed infervora i suoi eletti nella difficile ed
unica via delta certezza. 9 SS. Non so con quale accoglienza siasi dai dotti
trattala ropiniene di un troppo celebre scrittore, colla quale sostiene per
principio necessano di natura, che ogni nuovo pensamento sia dono deli accidente'
50 però che la ragione ch’egli ne adduce è incoia eludente: a Una venia
intieramente incognita non può essere oggetto della mia meditazione»^ Questo
riflesso ò vero, ma la conseguenza non ò h‘gil!lma. Conciossw* che [ oggetto
cognito della mia meditazione, analizzato con metodo, ini può somministrare
certe verità* delle quali prima della meditazióne non aveva il minimo
presentimento: non altrimenti che un libro o uu gahi* netto che rni proponga di
visitare mi offre oggetti dapprima non vedali 51 dirà che altro è un oggetto di
meditazione, ed altro è un oggeilo mljsìbile incognito, lo rispondo: che no’
idea anche presente alhanhoa. dell-1 quale V attenzione non abbia per anche
distinti e rilevali ì rapporti e l particolarità s può somministrare almeno
tutte le Ideo relativo, ossia i giudici), in una maniera totalmente nuova. Si
sa clic ogni verità, di ll’^" sione consiste appunto nella cognizione del
risultati di si fatti rapporl1, Ne) paragone dei due cembali io poteva scoprire
clic tutta le collidi entrambi fossero dissonanti; la qual verità r lese irebbe
genera le p^‘ rapporto a quei due oggetti, mentre pure ch’io m’era proposto
soltauLo una speciale verità, la quale era di sapere se oc esistessero nkiim
concordanti. elici.;. Di: lv hr/mmr. Scct. II L Chap, U Per le cose fin qui
esposte convengo che esista uu mezzo infallibile a scoprire le verità di
osservazione e di deduzione, e che perciò il primo supposto inchiuso
neiropinione autorizzante i pubblici giudicii dei dotti sia pienamente vero. 988.
Ma tutto questo non determina peranche nulla per lo stato reale e pratico del
Pubblico, sicché si attribuisca a’ suoi giudicii una preferenza di verità sopra
quelli di un solo. Parlando metafisicamente, sì fatto metodo può essere usato
con pari felicità da un solo uomo, o da molti insieme. In tal caso meramente
possibile il privato nou abbisognerebbe dell’ assicurazione dell’ altrui
giudicio nelle verità di osservazione e di deduzione, come non ne abbisogna in
una dimostrazione geometrica. 989. Perlochè ora è d’uopo indagare se il secondo
supposto racchiuso neH’opinione convalidante i pubblici giudicii al di sopra di
quelli dei privati si verifichi, o no. Egli era quello che si esprime col
comune proverbio: plus vident oculi, quarti oculus. 990. Prima di sperimentarne
la verità stimo acconcio di additare in qual guisa si debba verificare, giusta
i termini che racchiude. Ma avanti di accingermi a questa intrapresa debbo
giustificare il contegno mio sopra adoperato, estendendo in generale un esempio
sensibile. Che il metodo e le leggi dei giudicii e dei raziocina delle cose
sensibili si applicano rettamente a qualsiasi materia. Quando io penso ad una
massa di piombo, la mia anima non rimane meno spirituale che allorquando penso
ad un angelo o a Dio. E l’un a e E altra idea sono sempre modificazioni del mio
stesso essere pensante: o, a dir meglio, egli è lo stesso mio spirito, in
quanto riveste 1 una o l’altra idea. Egli rassomiglia ad uno specchio, le cui
riflessioni si fanno colla medesima legge fondamentale tanto riflettendo l’una,
quanto l’altra pittura. 992. Se io ravviso le relazioni d’ identità o di
diversità, d azione o d’ efletto che passano fra due oggetti corporei; o, a dir
meglio, fra le loro idee, o fra due idee intellettuali, o fra una corporea ed
una intellettuale; Tatto del mio intendimento è sempre simile ed uguale. La
diversità sta nella natura intrinseca degli oggetti, gli uni dei quali sono
corporei, e gli altri incorporei; e non nel modo di concepire e giudicare
dell’anima, che è sempre il medesimo. 993. Inoltre l’essere le idee in se
medesime o semplici o complesse, o generali o singolari, non può indurre
varietà uè differenza fra le leggi dei coucetti e dei raziociuii che versano su
di loro; couciossiachè la semplicità e la complicazione delle idee sono
(jualità che si verificano promiscuamente tanto negli oggetti sensibili, quanto
negli intellettuali. La nozione di un essere che defluisco dotato delle facoltà
di sentire, di volere, e di eseguire le volizioni, racchiude essenzialmente il
concetto di tre distinte idee, le quali fanno riuscire l’idea totale complessa.
Ecco l’idea dell’anima umana, oggetto incorporeo. Se tentassi sottrarre taluna
di siffatte parziali idee, distruggerei il concetto di un’anima umana. Pure
quest’idea quanto è complessa a fronte di quella di un circolo tracciato sulla
carta! 11 carattere di complesso non si oppone al corporeo, ma soltanto al
semplice, il concetto del moltiplico in parti si oppone solamente al concetto
deli’ zm/co rigorosamente. Perl oche non si potrebbe sentire ripugnanza
ragionevole uel vedere che le conseguenze dedotte da un esperimento logico
fallo sopra due cembali si estendessero ad ogni maniera di giudizii. 995. Ma
perchè mai avviene che con pari facilità non si possano tessere le analisi e le
ricomposizioni sulle cose astratte e generali, come sulle cose sensibili ed
individuali? La ragione della differenza è troppo manilesta. Un oggetto
sensibile può realmente sottomettersi all’occhio., o esprimersi in figura; dove
per lo contrario uu oggetto astratto o generale non può essermi reso presente
se non col magistero della memoria, o voglia m dire della immaginazione . Ben è
vero che, dopo che è reso presente, può essere espresso coll’uso dei segni,
specialmente in iscritto; e quindi si scorge la necessità di una somma
esattezza uel foggiare ì vocaboli anche per uso di colui che produce una
propria idea. Qualunque scrittore avrà sperimentato soventi volte che la scelta
sola di un vocabolo avrà influito sulla cognizione di molli rapporti di una
cosa qualunque, e quindi sulla scoperta di una verità, e sempre poi sopra una
chiara di lei dimostrazione. 996. Ma se questo sussidio giova dopo che le idee
sono risvegliate, qual soccorso possiamo noi avere contro i difetti della
memoria, la quale o non riproduce assolutamente le idee in tutto o in parte, o
le olire m una guisa languida, o finalmente le affolla d’una maniera rapida e
coniusa, talché al momento che ne abbiamo espressa qualcheduna, le ahre sono
già svanite dallo sguardo della mente? Contro sì fatti diletti non v’è rimedio:
couciossiachè doli è in potere dell’ uomo il fissarsi sulle sue idee ueH’atto
stesso che ne distoglie la sua attenzione. Ecco dove consiste la differenza e
la difficoltà maggiore nel maneggiare analiticamente le idee astratte e generali,
e ogni rappresentazione interna in paragone di un visibile oggetto esterno. E
qui di uuovo si riconferma una delle cagioni fisiche che può frapporre una
grandissima differenza fra gl’ ingegni degli uomini. Si vede inoltre, che al
buon raziocinio ed alla vasta comprensione delle cose si esige una forte,
vivace e durevole memoria, vasta quanto la materia che si tratta. Onde parmi
che sia un favellare improprio il dire che una gran memoria escluda un grande
ingegno. Io sono d’avviso che dir si dovrebbe piuttosto, che una memoria
grandemente caricata di molte notizie non lascia il tempo, nè permette l’ abito
del raziocinio. In breve: contemplar non si deve la potenza della memoria, ma
si bene il di lei esercizio esclusivo. Degli aspelli diversi, sotto i quali si
pub assumere il giudicio del Pubblico . Dire che molti occhi veggono più che un
solo, suppone che molti occhi esaminino una data cosa attentamente, o almeno
ciascuno ne rilevi una parte, talché 1’ unione di tutte vicendevolmente
comunicate costituisca un concetto completo, altrimenti un occhio solo, attento
indagatore, vedrebbe assai più che cento occhi distratti. Inoltre col dire che
molti occhi veggono di più che un solo, non si determina quanto ci veggano di
più. Ora trattandosi di ravvisare la verità, è cosa importantissima il sapere
la comune misura di vedere del Pubblico anche illuminato. Le verità sono
immutabili, e stanno, pei dii così, collocate immobilmente in un dato luogo,
per raggiungere il quale è indispensabile percorrere una carriera più o meno
lunga. Ma per quanta velocità piaccia attribuire all’ uomo, egli non potrà
eccedere giammai 1 angolo che le sue gambe possono lare nel dar ogni passo.
Parliamo senza metafora: egli non potrà mai eccedere i limiti della naturale
sua intuitiva comprensione, talché sarà sempre costretto nelle materie
complesse a ripetere più o meno a lungo le sue occhiate 5 ne in ciò vi può
essere differenza fra un solo o molti. Quindi è, che siccome tutto un popolo
situato in una pianura non vede ciò che si apre allo sguardo di un solo uomo
collocato sulla cima di un colle vicino; del pari nel paese della ragione
esister può un solo individuo, che in qualche materia vegga di più che tutti 1
suoi contemporanei uniti. Tali sono appunto i genii, i quali hanuo ampliato i li
: inili (Jelltr limati e coguizìoui. Scilo questo puulo di vista il PnliLlico
M. me potrebbe mai esser giudice competente di verità avanti che gli fossero
comunicate le grandi scoperte, non dico di rigorosa invenzione t ma Jì pura
asservitone e deduzione* delle quali appunto parecchie s’iueouLrauo nella
storia delle scienze? È pur vero che dappoi le adattò e le riconobbe per vere*
ma è pur vero che dapprima fu imbevuto di un cernirne errore, che riconobbe e
riprovò. È pur vero ch'egli dapprima, nm conoscendo le posteriori scoperte, non
poteva far uso di incogniti priaeipii ue! recare i suoi giu di eli, ^ Dunque
siccome la storia dello spìrito umano presenta iti ogni materia errori comuni,
rivocali pur anco dal giudìcio concorde del medesimo Pubblico che pria li
confessò : così giova dedurre che il suo gludicto non si estenda a modellare i
prmripii direttori dei giudicli, ma sulamento abbia forza a pronunciare sulle
verità di mi paragone* assumendo per norma il principio ricevuto, e
riportandolo al nuovo oggetto. 1002. Con vieti dire per altro, che &* egli
cangia d'avviso, ciò timi avvenga in forza di si fatto paragone, ma bensì per
quel lume di ragia* ne di cui più sopra si è parlalo. mercé il quale venendogli
svelati ed oflerLÌ luminosa incute nuovi rapporti, udii si può esìmere dal
riconoscerne le forme e le connessioni. 1 003, E chiaro per altro, che sì latto
magistero non determina nulla di preciso per la verità, non altrimenti che la
bontà di un occhio umano non determina per sè medesima la struttura e il colore
di uu oggetto visibile (ved. loc. eli.). 4 004. Ma a bue che Io scopo delle
nostre ricerche non vada soggetto ad uno scambio facilissimo, attesa la
somiglianza dei termini, stimo acconcio premettere alcune generali e teoretiche
distinzioni. 4005. La frase di giudìcio del Pubblico si può assumere iti din;
scusi, ciascuno dei quali importa mia relazione ed un effetto assai diverso.
Ella può sigili beare lo stesso che un opinione del Pubblico intorno a qualche
oggetto, e può eziandio disegnare uaa mera decisione m* torno a qualsiasi
materia, 4 006, Sotto la prima interpretazione II vocabolo di giudìcio veste un
significato totalmente logico, attesoché è noto che ogni opinione con* sIsLe
appunto in un giudìcio. Nell* altra interpretazione poi niclmide un concetto
per dir così giuridico, e quale appunto egli presenta allorché il Pubblico
giudica fra due partili, fra i quali ferve una qualche controversia di opinioni
: allorché assistendo ad uno spettacolo ne afferma o nega la bellezza o la
magni bronza, o pronuncia sul merito di un libro 3 partì; di un’azione, di una
persona, di una manifattura, o assolutamele o comparativamente ad un’altra
opera o azione o persona. Nell’ usitato modo di favellare sembra che la
denominazioue di giudicio venga riservala più propriamente a questa seconda
specie : e che alla prima si applichi in vece più esattamente il nome di
opinione, che di giudicio. Diffalti dicesi che il Pubblico reca giudicio fra le
opinioni di Leibnitz e di Newton ; e viceversa dicesi più propriamente che il
Pubblico tiene opinioni religiose, morali, fisiche, politiche, di quello che
dire tiene giudicii religiosi, morali, fisici e politici. Ciò premesso, se
dobbiamo estimare il giudicio del Pubblico nel seuso di mera decisione, in
quanto ha rapporto alla verità, si debbono distinguere due considerazioui
fondamentali; la prima cioè di diritto, e la seconda di fatto . La prima
riguarda il principio o la regola che serve di norma al giudicio decisivo del
Pubblico; la seconda poi riguarda la pratica ossia le leggi di fatto naturali,
colle quali la ragione umana viene in molti uomini diretta a giudicare. 1009.
Ritenuto tutto questo, sembrerà per avventura a primo aspetto che il giudicio
del Pubblico intendente, riguardato come una mera decisione^ non importi un
apparato tanto grandioso di condizioni, come quello che abbiamo premesso. Ma se
più addentro si consideri la cosa, si scoprirà che anche un tale giudicio
soventi volte esige le medesime condizioni. le quali uelle prime parti di
questo scritto sono state da noi annoverate; a meno che da un canto non
vogliamo assumere per norma di verità una mera provvisoria apparenza delle cose
tanto nella loro intrinseca nozione, quanto uel modo di presentarne gli aspetti
e di tesserne i rapporti; e dall’altro canto non vogliamo ammettere che
qualunque grado di lumi del Pubblico, uelle diverse progressioni dell’
incivilimento, sia egualmente acconcio a renderlo giudice competente delle
verità complesse, e quindi sempre ugualmente dotto ed immutabile ed
infallibile. 1010. ITo detto soventi volte ; ed è quindi mestieri determinare
la ragione e i confini di questa limitazione. . Per due maniere il Pubblico può
recare una decisione: o assumendo per norma la verità possibile della cosa,
colla quale confrontando l’oggetto speciale, ne rileva la rispettiva conformità
o difformità, quindi giudica a norma del sentimento che ne riporta; ovvero
decide assumendo per norma un già cognito c professato principio, ovvero un
modello, intorno al quale ha data opinione di verità o di falsità, di bontà o
di malvagità, di bellezza o di turpitudine, di perfezione o di difetto. Nel
primo caso la norma che assume può essere in sè medesima vera e perfetta, c può
essere eziandio falsa e difettosa. Ma siccome iu torno a questa uorma si
presuppone che il Puhblico tenga qualche opinione, cosi la chiamerò giudicio
logico antecedente, a differenza del posteriore decisivo, cui nominerò giudicio
susseguente. Ma se il giudicio antecedente fosse iu sè medesimoyù/vo, è
iucontrastabile che anche il susseguente dovrebbe riuscire necessariamente
falso, quantunque molti Io deducessero In tal caso dunque, a fine di
caratterizzare un pubblico giudicio come vero, non basterebbe ch’egli fosse
formato rettamente: ma di più sarebbe necessario che il principio, da cui è dedotto,
fosse vero per sè medesimo,* e però che il Pubblico non avesse dapprima errato
nel giudicio antecedente. La validità dunque dei giudicii decisivi e
susseguenti del Pubblico risultar dovrebbe dal previo adempimento delle
condizioni che la verità esige dallo spirilo umano per fissare i principii
logici delle cose. 1012. Che se poi si tratta del secondo caso, allora ci
troviamo con principii dirò così di convenzione o di fatto positivo. I n questa
ipotesi la verità di un giudicio dovendo essere il risultato completo dei
rapporti fra due oggetti fìssi, Puno dei quali si pone come uorma di verità, di
bontà, di bellezza e di perfezione, e l’altro come oggetto di paragone: in tale
ipotesi, dico, le condizioni per giudicare rettamente sono meno difficili e meno
numerose, e quindi è più agevol cosa ottenere la verità. Ma ciò non pertanto è
sempre vero, che se tutte le esposte condizioni non si debbono riscontrare
nella pratica del pubblico, tuttavia vi debbono aver luogo quelle che sono
proprie dei più semplici giudicii di paragone. In tal caso per altro la
competenza dei giudicii del pubblico viene assai ristretta: conciossiachò
verrebbe esclusa dal recare giudicio autorevole sulle cagioni dei fenomeni e
dei fatti dell’ordine fisico e morale, e limitata ad un semplice giudicio
comparativo delle convenienze e delle disconvenienze, del più o del meno, del
bello o del turpe, del bene o del male, a norma del sentimento. Allorché si
vuole assegnare la vera e adequata ragione del moto della sfera di un oriuolo,
sarà sempre d’uopo indicare la molla elastica, i rocchetti e le ruote, e la
loro scambievole connessione. Perlochè o siano molti uomini od un solo,
esistano in tempo di barbarie ovvero d’incivilimento; finché non giungeranno a
sì fatta cognizione tutte le loro teorie e le ipotesi saranno sempre false, e
quindi i loro giudicii sulla vera cagione non potranno esser veri iu parte
alcuna ; attesoché l’effetto è un risultato unico, derivante in ragion composta
dalla considerazione di tutte le cagioui confluenti a produrlo. Quindi è, cìh:
se ìjj la l.to ili rassomiglianza o differenza o (lei |,i[ì e del meno apparir
possono verità parziali ed ovvie., ciò non può avvenire al torcile sì ragiona
delle cagioni e degli effetti. jj}.]5. Ma egli è pur vero, die nello spingere
successivamente i pria ci pii logici verso le loro origini non si deve
procedere all* in finito. \lh (ine si giunge ad un principio, o almeno ad una
classe di principi!, olire i quali h impossibile procedere. Perioditi siccome I
giudicìi auLecedciili sono dal canto loro susseguenti ad altri principiò non si
sellivi* la difficoltà esaminandoli parti Laro ente V uno rispett iva mente
all’altro* ma invece è d'uopo riportarli tutti ad una norma connine, qual’ ù la
verità essenziale delle cose. 10 Iti. Riduce odo però allo Stato reale delle
civili popolazioni que-,sla considerazione* si giunge ad una situazione, nella
quale troviamo la massa della società romita degli elementi costituenti la
ragionevolezza civile. Ma questi alla perline die cosa sono in sé medesimi?
Eglino altro non sono che le idre radicali . dirò cosi, della ragionevolezza,
le quali vengono tratte dalle più ordinarie scene c dalle più ovvie apparenze
delr ordino tìsico e morale. Ha a qual prò si potrebbero elleno allegare là
dove si tratta delle più complesse verità tanto tìsiche quanto morali, te quali
pur sono quelle die più largamente padroneggiano il sisLermi delle nostre
cognizioni l Ma eccoci ornai avviati dalle viste teoretù Le verso le con side
razioni di fatto. aie hi qualunque epoca della ragionevolezza esule una cagione
comune a cani ritenere errori simili e durevoli, Delia prima epoca. filosofa
volgare. Tutti gli uomini, prima di essere dotti ed illuminati, sono ignorali
li e rozzi: lutti 1 popoli, prima di essere politi. Furono selvaggi ghe
osservazioni, scoprendo che i pianeti hanno mi moto speciale* adegueranno loro
una sfera di cristallo trasparente in circoli perfetti, Ed ecco un * astronomia
intelligibile a Lutti, da tutti facilmente accolta^ nella quale tuLti o almeno
il maggior numero dei ragionatori converrai! no* perchè uri trovano una cornane
ovvia ragiona, o a dir meglio spiegazione, Così vedendo talvolta rovesci di
pioggia*, immagineranno, a somiglianza delle cose che veggono iu terra,
serbatoi da cui, come da vasi ed otri, hi acque vengano traboccate. 1 °22*
Nel!a fólgore, dopo certe funeste speranze di alberi scorticali e infranti, di
materie accese, di fabbriche diroccate, immagineranno, a somiglianza delle cose
più note e familiari, uà sasso o no ferro rovente scagliato con impelo
sorprendente, e collocheranno in cielo zolfi, biUuni. ed altre confuse malerie,
die esalate dalia terra, poi si accozzano e si accendono, 102^3. Osservando
inoltre che i vapori, il fumo, il fuoco ec. salgono in a Lo, I acqua discende
al basso, e la pietra gravita enormemente-, ini magheranno le varie sfere di
tendenza; e quindi la regione del fuoco sarà più alla, quella del fumo e dei
vapori più bassa, quella finalmente dei gravi nel seno della terra. 1024.
Sentendo talvolta la terra tremar sotto a’ loro piedi, la loro casa scossa
dall’impeto del vento, e il turbine schiantare alberi e atterrare abitazioni,
eglino si figureranno che sotterra i venti vengano fra loro a fiera lotta, e
facciano traballare la terra; ed ecco il terremoto . 1025. Passando ai corpi
organizzati, e riflettendo che tutti nella loro specie, siano animali, siano
vegetabili, vestono una forma simile, e nascono da ascose semeuti; e d’altronde
essendo loro noto che gli artefici hanno certe loro forme, onde sollecitamente
gettare e far sortire molte cose tutte simili, e che, ripetendo sempre lo
stesso getto, 1 opera ìiesce sempre uguale: così naturalmente immagineranno le
forme plastiche, ed altre preformazioui di siffatta specie. Alcune volte poi
quando nei luoghi chiusi s’ avvedranno di certi vermi o della muffa, nascerà
loro 1 idea della generazione dalla putredine o dall’ accidente. Finalmente
sperimentando che ogni luogo è pieno daria; che l’acqua penetra ovunque trova
meati ove porsi a livello; che laria e laequa s’ingorgano nell’atto di darsi
scambievolmente luogo, ma che nulla lasciano di vano, immagineranno nella
natura una innata tendenza a riempiere ogni cosa, ed una ripugnanza a lasciar
vuoti; e denomineranno tale tendenza orror del vacuo. 1027. Così se le prime
popolazioni, non conoscendo altie cagioni attive fuorché degli esseri animati,
dovettero immaginare in cielo, nell’aria e nel seno della terra uomini o genii
buoni o cattivi; la nazione incivilita per egual maniera spiegherà i fenomeni
della natura meicè le leggi più cognite e più grossolane, le quali a prima
vista nella natura e nelle arti si svelano o si aprono alla impaziente
meditazione di un ingegno che rifugge d’ intiSichire su minute, lente,
ripetute, spesso frustrale, sempre faticose e poco sorprendenti osservazioni.
Se fra le nazioni può esistere qualche varietà, ella sarà di modificazione, ma
non di essenza nel fondo dei pensieri. Nel nostro spirito non v ha pressoché
veruna nozione anteriore a quelle che apprendiamo dallo spettacolo diretto
della natura e dell’arte nel paese che abitiamo. Questo principio quanto non è
fecondo di osservazioni utili all’educazione. E come dunque non sarà questa la
prima fisica di tutte le colte persone nei primordii delle scienze? e come non
sarebbe e non sarà sommamente facile in tutti i tempi e in tutti i luoghi farla
adottare, ammirare, tenere per soddisfacente e certa? Ella sceude da principi!
o. a dir meglio, da notizie cognite, nè reca fatica ad essere compresa.
Rammentiamoci che anche in mezzo ad una generazione illuminata sonovi sempre
fanciulli adulti e ignoranti, e che ad ogni nuova generazione si presentano
forniti di tali germogli comuni, sui quali siffatta filosofia si può sempre e
poi sempre innestare. Se, per uua finzione, al dì d oggi tutti i libri e tutti
gl intendenti della sana fisica fossero rapiti dalla terra, io sono d avviso
che in capo ad un anno questa sarebbe la fisica di tutta r Europa. 1029. Io non
so se male m’apponga; ma parmi che quando uua filosofia si trova in tale lega
colle sempre rinascenti ed eguali nozioni volgari, nou può sembrare molto
meraviglioso che tenga un concorde, vittorioso e durevole impero sulle menti
umane. 1030. Molte volle avvenir può (come diffalti è avvenuto) che questa
popolare filosofia emigri da un popolo all’altro: ella serve al genere umano
come di primi rudimenti e di scala intermedia alla scienza della natura. In tal
caso però si avrebbe torlo di calcolarne la vera durala connettendo le
successive epoche iu cui dominò i pensatori nelle rispettive popolazioni. Se un
popolo che da cent’anni iu qua ìucominciò ad essere colto e adottò siffatta
filosofia, dappoi soggiogato ferocemente venga risommerso nell ignoranza, e la
medesima filosofia passi a regnare in un altra rozza popolazione per altri
cento anni ; non si dee veramente dire eh ella ha durato duecento anni nello
spirito umano, e che per tanto tempo lottò contro la verità? Ma compiamo il
giro dell’orbe intellettuale, e delle materie sulle quali cadono gli umani
giudicii, onde non uasca sospetto ch’io mi voglia, mercè l’esame di una parte
sola, disimpegnare dal restante. Avvezzo l’uomo dalla prima infanzia a
trasportare le sue idee fuori di sè ed ai membri del suo corpo, dirà di sentire
nella mano, nel piede, nella schiena ; e dirà quindi filosofando, che l’anima è
sparsa in tutto il corpo, oppure è tutta in tutto, e tutta iu ogni parte. _ Nei
forti affetti suoi sentendo certi plessi di nervi, collocati alle regioni del
petto, più sensibilmente irritarsi per la loro maggiore corrispondenza col
corvello, cosicché nasce una più forte sensazione, dirà che il cuore ama ed
odia. Avvezzo, come dissi, a trasportare le sue idee fuori di sè, attribuirà i
colori, i suoni, gli odori, i sapori, il caldo, il freddo agli oggetti posti
fuori di sè; gli parrà di palpare le realità, di vedere fin per entro le
essenze. Le sue idee saranno per lui immagini, la sua anima uno specchio. Le
larve, le entelechìe, gli specchietti delle monadi verranno in folla ad abitare
gli appartamenti della filosofia 5 come le ombre dei morti, i folletti, i gemi cattivi,
i congressi delle streghe, i vampiri escono di notte ad inondare la terra nel
regno della superstizione. I ragionatori allora giudicheranno con eguale
audacia delle qualità reali e dei poteri della natura; e tutta la intellettuale
filosofia nelle più astratte nozioni si risentirà di questo realizzamento, fino
al segno di inventare le forme sostanziali, le realità accidentali, e
convertire le specie e i generi in sostanze esistenti. 1035. A questo passo io
non so contenermi dal richiamare le fatte osservazioni, e di rivocare alla
mente le leggi generali dello spirito umano, che vien mosso per un canto da uno
stimolo di curiosità, e rintuzzato per l’altro dallo scoraggiamento di un’aspra
e incerta fatica, che spaventa la nostra inerzia e la nostra vanità, mentre la
nostra curiosità ha lieve pascolo: perloché avvenir deve che l’ingegno umano,
munito di pochi fatti, si rivolga ad abbracciare tutto lo spettacolo fisico e
morale posto sotto i suoi occhi. 103G. Che se poi sale a sottili astrazioni,
ciò avviene per la medesima legge. È certamente più comoda e agevol cosa in una
indolente solitudine riversar l’ attenzione sulle proprie idee, che uscire ad
accattar con istento le osservazioni singolari e staccate in seno della natura
e della società. Perloché lo spirito umano, in forza di tal legge, si darà in
balia alle astrazioni ed alle minute anatomie fatte ex abrupto, dirò così, sul
fenomeno tal quale gli verrà presentato, anziché cumulare i fatti, tessere
sperimenti, e derivare una buona genesi delle cose. Qual meraviglia dunque se
con sommi ingegni e coti lunghe meditazioni non solo non si allarghi la s fera
delle umane cognizioni, ma solamente si ammucchi! una illusoria scienza, la
quale arresta i progressi della ragione per l’apparenza stessa della verità?
Qual meraviglia che presso tutte le società dell’ universo si ritrovi
l’infanzia della filosofia cinta d’un’aspra selva delle più minute e sfumate
astrazioni, le quali sembrano dover piuttosto appartenere all’epoca della
maturità? La geometria potrà fiorire, è vero: ma la geometria nou è forse
figlia immediata delle astrazioni più ristrette? Grandezze, superficie, numeri,
quantità esigono forse la cognizione dei fatti della storia fisica e morale, e
le penose indagini e le difficili genealogie delle cagioni e degli effetti?
Giacendomi neghittosamente a letto potrò sapere, al di sopra di chi che sia,
tutte le più minute particolarità della camera che sia sotto gli occhi miei .
Ma per sapere con certezza la sola misura del territorio mi converrà uscire,
informarmi, far mille e mille passi, e spesso Tom. I. 63 indarno. Por sapere
come la mia camera fu formala, e il magistero Quindi . approssimandoci per uu
doveroso ritorno colle austro riflessioni al punto da coi ci dipartimmo, giova
tare? una 1 irti i tn^.iuuo ni stip posto autori^Mmic ì gmdiciì pubblici sopra
i e: iti die il privali, restringendolo entro certi caniini: cosiceli t: fino a
quando mi Pubblico non ha disceverato le sue vetluLe da quelle del volgo5 non
si potrà riguardate già m mai come più illuminato di alcuni pochi u di un solo
privalo. Avverrà bensì che in alcuni paesi ravviamento alla verità venga
maggiormente acceleralo: ma questo non isme olisce la regola sopì addetta.
Inoltre nel seno di tuia popolazione e fra ì dotti sì troverà lino i dissidènti
. Questa è ima provvidenza. Sorgerà poi l Ercole liberatote, Ma frattanto se
eglino non saranno nè Lauto illuminali * nè tanto robusti da riformare colta
possanza di uua irresistìbile cd ampiamente fruttifera evidenza i priacipiL e
non si trama dietro il volo universale, al[' opposto verranno trascuratile ùu
anco perseguitali* Le opinioni volgari hanno il vantaggio di affascinare colf
incantesimo dell appai Tinnì, t li interessare colla facilità di un’abituale e
comune serie di idee, e coi! «ablazione resa all’orgoglio: attesoché non
rinfacciano l ignoranza, urgSìigono limite alla curiosità. Dalla distanza che i
progressi del lumi frappongono fra il popolo e la repubblica letteraria* 1052.
Da quello che pur ora abbiamo discorso sembra die trarsi possa una conseguenza
in ordine invèrso; ed è, die in massa II giudicb dei moki intendenti deve
riuscire discordante w-Werrore* allorché le teorie sono, se m* è permesso il
dirlo, del tulio fattìzie; vale a dire, acquando debbono trarre tutto il loro
vigore dalle complete, razionali c graduale nozioni. ri mote dal volgari
concetti, Cóucios&iachè sembra efie avvenir debba la discordanza* tostochc
gli uomini non hanno, pernii cosi, più un punto comune di vocazione alte
medesime opinioni; m£l,u_ vece è Imo d’uopo scegliere da se la traccia, per la
quale procedere a qualche conclusione. Ma in fallo pratico questa io dipende
ale investigazione si vjvitìca ella mai pel maggióre complesso degl1 iute a
denti anche nel regno dei lumi non volgari? Lo vedremo tantosto. Frattanto
giova osservare dì passaggio, che questa è l’epoca più solenne (Dilla umana
perfettibilità; ma ad un tempo stesso è il momento della maggior reale povertà
dei bini i e dello esatte cognizioni. Se la voce divina e possente della Verità
dissipa finalmente l’ incantesimo di una seduttrice fantasia; se Tenerla
penetrante del genio supera gli ostacoli eretti dalla ignoranza e dall’
orgoglio, spezza le catene dell’ errore, sgombra gli spettri dei pregiudizi,
afferra la mano della ragione, la trae fuori dal vecchio recinto, e la sforza
quasi suo malgrado a fare un perpetuo divorzio dalla sua antica società; se
guidatala in una regione dapprima a lei incognita, sotto altro cielo, dove
signora di sè medesima può scegliere la via che la condurrà alla luce eterna
del Vero ed alla purissima beatitudine del giusto: con tutto ciò, se il genio
non le addita ad un tempo stesso il sentiero che deve percorrere, a quante
cadute umilianti egli non l’avventura! 1055. Il genio percorre d’uu rapido
sguardo il regno scientifico: sembragli intravedere il tempio della Verità, ne
traccia i contorni, ne eleva le mura. Ma l’edificio posa su labili fondamenta;
egli è rovinoso, perchè fu elevato in fretta, e non era possibile fare di più.
Le illustri e lunghe fatiche dei saggi a distruggere i vigenti errori e a
sventare i pregiudizi! non lasciarono adito a scoprire i rapporti diretti della
verità; o se parte ne scopersero, non ne poterono segnare tutti gli aspetti.
Ciò per altro era necessario, perchè a diritta ed a sinistra vi mettono capo ì
sentieri degli errori. Però il genio rese un alto servigio alla umana ragione,
egli ardi redimerla dalla schiavitù dei comuni nativi errori. 105G. In origine
questa fu l’opera di felici circostanze. Sopravvengono di poi altri geuii i
quali, approfittando dell’acquistata libertà, rovesciano l’effimero edificio
eretto dal genio precursore. A ciò non abbisogna grande sforzo, avvegnaché non
incontrano se non fatlizii ostacoli. L’edificio che atterrano non s’ innesta
coll’addentellato molteplice e saldo dei consueti e sempre rinascenti errori e
pregiudizii. L opera più grande di questi nuovi genii consiste nell’essere
legislatori della repubblica letteraria. Le imprese del primo sono le fatiche
di Ercole; quelle dei secondi T opera dei Licurghi, dei Numa e dei Manco-Capac.
Ma dopo che i pensatori sanno diffidare delle nozioni volgari, e vedonsi
forniti di meditati lumi dimostrativi, costituiscono in mezzo alle popolazioni
un corpo, nelle operazioni del quale il Pubblico comune non prende quasi parte
alcuna, attesoché le vie di commercio ed i punti di comunicazione sono
soverchiamente disparati. Allora per la comune ì giudicii dei dotti diventano
sempre più oggetti di mera credenza . Nella storia dell’ infanzia delle nazioni
coloro che primeggiavano in sapienza tenevano gelosamente celato al popolo il
tenore delle loro dottriue: quindi il Pubblico riceveva le opinioni a guisa di
oracoli, e le professava per credenza sostenuta ùdN autorità. Nella storia
delle più illuminate nazioni, dove i dotti comunicano apertameute le loro
cognizioni, il Pubblico non le cura; o se pure le riceve, lo fa tuttavia per
tradizione, persuaso dalP argomento dell’ autorità . Cosi gli estremi si
toccano senza confondersi. Quanto più una scienza sale ad uu punto maggiore di
perfezione, tanto più lunga e varia diventa la catena delle dimostrazioni che
racchiude. Siccome il metodo non si può dispensare dall’ indurre la certezza,
così non si può esimere dal segnare tutti i punti di passaggio necessarii alla
ristretta capacità dello spirito umano. Ma siccome tutte le scienze fanno
corpo, perchè tutte sono espressioni della natura, e sono deduzioni tratte da
comuni fondamenti, così verun uomo non si potrà a buon diritto chiamar dotto,
se non conoscerà le connessioni della scienza da lui coltivata. Quanto la
dissociazione delle scienze riesce di ostacolo alla completa loro cognizione,
altrettanto il ravvisarne i rispettivi confini e le proviucie, dirò così, fini
time riesce utile a fissarne la collocazione nella carta generale del legno
scientifico. Ma inoltre (quello che più importa) ciò serve a determinale le
fonti dalle quali ogni scienza trae il suo nascimento e la sua esisleu za, e ad
indicare quei rapporti successivi, mercè i quali o sola o iu coni pagnia di
altre scienze influisce sulla filiazione di altre subalterne. 10G0. Ma a
proporzione che si radunano le esperienze, che si mo tiplicano gli assiomi, che
si dilata il tessuto armonico delle teorie sui i versi oggetti dello scibile; a
proporzione pur anche ogni uomo no11 pui abbracciare se non un minor numero di
rami dell’albero scientifico, lei lochè nell’albero enciclopedico accadrà
appunto quello che vedesi ne0!i alberi di genealo già. All’infanzia delle
scienze i nomi dei dotti possono agevolmente abbracciare tutta la dottrina
cognita. All’ opposto nella loio maturità il nome di ogni dotto viene innestato
su di un solo ramo. Si può dire che a proporzione che i lumi si aumentano tocca
ad ogm uomo una sempre minor frazione della vera scienza. Perlochò l’elogio di
Ci cerone a Varrone ridurrebbesi nel secolo dei maggiori lumi ad una
incredibile adulazione o ad una satira formale. Un uomo tale ripetei cl’l c 5
\v, sue cognizioni corno il sergente di Storno nel Tristmm Sh.andy ret\ui la
predica. Si falli uomini sono i pappagalli del paese razionale : e„ljuo uon
possono divenire giudici delle cose, ma rimangono puri eredenti. Pare eglino ed
i loro piccoli confratelli, cacciatori di vocaboli, di molti, dello stelluzze
dei tropi ripetitori o estimatori di fogliame e di vernici * sono quelli die
menano più rumore nella repubblica delle lettere. Ma i solidi pensatori sanno
che il corvo così coperto delle piume altrui de/ essere rilegato col volgo.
Quando le scienze souo spiate ad un grado assai elevato tenti esi impossìbile
il creare grandi sistemi, perdi è sono giù scoperti. Laonde i grandi ingegni
non si possono riversare che sui particolari. Il campo è mietuto : conviene
spigolare. Da ciò si scorge che la repubblica delle lettere non si devi'
assumere come un tribunale, ì cui individui presi in complesso possano
giudicare su ogni materia; ma bensì come un unione, le coi competenze riseggono
ìu altrettanti dipartimenti divìsi, a ciascuno dei quali, ove mai giudicasse
oltre la sfera della sua competenza, oppor sì potrebbe ragionevolmente la
declina Loria del fóro» Il ?ie su (or uhm erepidam non si applica mai tanto a
dovere in epoca veruna, quanto in quella dei grandi lumi. 1063. Se dunque gl’
individui componenti il Pubblico letterario potessero recare giudici i che
tener si dovessero per un critèrio dt verità nello rispettive materie, tale
prerogativa non apparterrebbe ai meri eruditi, nò ai biologi, nò ai begli
spirili, nè ai ragionatori occupati fu una materia disparata, ma sì bene a quei
solì che fossero versati nelle materie proprie, sulle quali cade il gì inficio.
Se la necessità di rostri ugere alle persone testò rammemorale la proporzióne e
la competenza di quest* autorità risulta dai rapporti della sola cognlz ione^
ella assai più si còni erma so si ridette, alla necessità dotV attenzióne di
cui sopra si ù ragionato. Conciosslachò, dato eziandio che taluno possa
conoscere una cosa, siccome non abbiamo argomento ch'egli vi presti attenzione
iu una guisa proporzionala a rilevarne tutti; le parli se non per effetto dell*
Impressione' esternai e dall altro canto essendo indispensabile tale attenzione
iu chi deve giudicare : così a buon diritto siamo costretti a riservare
PauLórità del gìudicio sulle materie complesse a quei soli che consta appunto
essersi su di quelle rispettivamente occupati, od occuparsi attualmente. 1005.
Per quanta sia la propensione che ini spinga ad allargare vieppiù la competenza
di giudicare su di un maggior numero di persone. non ritrovo venni principio
logico il quale mi autorizzi ad ammettere sì latta estensione. Ritorno sempre
al mio principio: per giudicare con verità convien conoscere tutti i rapporti
delle cose, nella cognizione completa dei quali consiste la verità. Per
conoscere siffatti rapporti convieue esaminarli ad uno ad uuo. Per esaminarli
in tal guisa è necessario avere 11 metodo, il tempo e V interesse di farlo.
Chiunque è altrove rivolto o volontariamente o a suo malgrado, non fa uè può
fare nè l’uno nè l’altro. Parlando di un Pubblico, i cui giudici! debbono fare
autorità per essere di molte persone concordi, non si ha altro mezzo a
riconoscere chi sia in grado di aver tempo, metodo ed interesse di applicarsi
all’esame di uua materia, se non dalle notizie estrinseche ottenute dalle
opere, dalle lezioni, dalle conversazioni : in uua parola, mercè i segni estrinseci
o degli scritti o dei fatti o della favella. Collocandosi poi il Pubblico in un
epoca di lumi molto copiosi, quando i gradi intermedii per giungere dalla
sémplice ignoranza agli estremi delle già scoperte cognizioni sono molto
numerosi, dovrebbe per ciò stesso esigersi molto tempo ed attenzione: e perciò
una mediocre e superficiale dottrina* non potrebbe avvalorare il giudicio delle
persone in qualsiasi materia, quand’anche di quella sola si fossero occupate.
Dal fin qui detto però non vorrei che si deducesse ch’io voglia collocare e
restringere la competenza dei giudicii nelle materie complesse a quei soli che
professano una data scienza al momento che viene annunciata una nuova scoperta:
talché in qualunque situazione possibile si debba riguardare a preferenza quale
miglior norma probabile di verità. Solo intendo parlare di uno stato posteriore
alla scoperta dei lumi, dopoché cessato il conflitto fra le vecchie, imperfette
e scadute opinioni e le novelle, queste a mano a mano hanno acquistato il voto
universale, e vengono dal Pubblico coltivate. L’importanza, la latitudine e le
condizioni di questa limitazione si sentiranno assai meglio più sotto, dopo che
avrò sviluppato altre vedute. Ma a quali segni esterni riconosceremo noi
l’epoca della, se non completa, almeno maggiore scienza, quale per congettura
si può ripromettere? Non è egli vero che ogni secolo intenta la pretesa di
essere il più dotto ? E come no? Merce i sistemi suoi o ragionevoli o assurdi
abbraccia tulio lo scibile, ed anche quello che non si può sapere. D'altronde
non conoscendo le scoperte che i secoli avvenire faranno, non può avere norma o
misura alcuna nò della sua ignoranza, nè de’ suoi errori. 1068. Rispondo, che
il secolo dei maggiori lumi verrà riconosciuto precipuamente mercè due
contrassegni visibilissimi, e che non mi sembrano fallaci. Il primo si è una
vera e sentita stima che i coltivatori di tutte le scienze e di tutte le arti
professeranno scambievolmente gli uni verso gli altri. Il secondo poi si è F
intima persuasione di non poter conoscere nè giudicare di certe materie (di cui
più abbasso si farà parola), e la perfetta acquiescenza nella ragionata
ignoranza di quelle. 1069. La validità del primo coutrassegno si sente
tantosto, se si ridetta che allorquando una scienza od un’arte sono spinte ad
un allo segno d’ ingrandimento, si conoscono i loro estremi, le loro
connessioni, i loro sussidii, e le leggi di azione e di reazione che le une
hanno sulle altre. Siffatti rapporti di connessione, d’ influenza e di soccorso
scambievole esistouo certamente fra le scieuze, e ormai fra molte parti dello
scibile si sono comprese e si agisce in conseguenza. Se invece di avere informi
e mal distribuite classificazioni delle scieuze avessimo un vero albero
enciclopedico: se fosse esistito in Europa un genio, il quale invece di fare
partizioni meramente fattizie ed incongruenti avesse tessuta la filiazione
naturale delle scienze; il pubblico scorgerebbe al dì d'oggi fra le scienze
questa vicendevole connessione ed influenza, come in un albero genealogico la
vede fra le cognazioni. Siccome adunque ogni scienza esprime il complesso di
tutti i fatti e di tutte le nozioni tessute e concatenate, le quali or più or
meno a lungo serpeggiano, fino a che per rami distinti si giunga ad un tronco
comune; e siccome si sa che l’uomo coesiste costantemente con altri esseri, i
quali hauno e tra loro e con lui rapporti vicendevoli di identità e di
diversità, di azione e di passione, di cagione e di effetto : così le scienze,
le quali altro non sono che la espressione di siffatti rapporti, debbono per
necessità rappresentare un sistema di collegamenti, di relazioni, di
dipendenze, di azioni e di reazioni, di influenze e di effetti. Se dunque tutto
ciò vien compreso e sentito, le professioni rispettive dei dotti sentono di
poggiare le une sulle altre, e di attingere scambievolmente soccorso. Allora i
diversi loro coltivatori diventano stretti per una specie di cognazione e di
scambievole società. E se durante l’epoca di una corta intelligenza ogni
dipartimento aspirava al primato letterario, ciò non avviene più nell’epoca dei
maggiori lumi. Couciossiachè ognuno conoscendo il sistema degl’interessi
interni ed esterni del mo dominio, e la di lui collocazione ed estensione;
nell1 orbe scientifico, uou può ornai più nutrire mire ambiziose, le quii
verrebbero tosto rintuzzate dagli altri. le cui prerogative egli si volesse
arrogare. Inoltre conoscendosi evideu te mente e notoriamente debitore de* suoi
possessi alle fatiche di molli alivi, egli non può soverchiare altrui per la
prosperità e lo splendore della propria provincia. Se e T iuteresse che inspira
la stima, come uou potrebbe ogni uomo veramente scienziato stimare doppiamente
le professioni tutte, che vedo recare lauto sussidio ai ramo prediletto ila
lui, alla umana perfettibilità ed al benessere sociale? Quanto poi alla
cognizione dei limiti dello umane investigazioni, e alla necessità di
rispettarne i confini. ciò è troppo chiaro essere una naturale conseguenza di
una scienza completa. Quando gli uomini sono giunti ad un tal punto, invece li
gettare inutilmente 1 loro su riori in tentami superflui, o disperdere
stoltamente la preziosa attività delle loro meditazioni io un vacuo immenso, la
rivolgono sul campo li uno ir u idi era speculazione ♦ Sono inoltre costretti
per una inevitabile coalizione a divenire modesti e meno dogmatici- perchè
scorgono quanto sia* no limitale le progressive visto umane, e perchè s*
avveggono die gli ultimi limiti, a cui viene raccomandata la Galena della loro
scienza sulle cagioni e sugli effetti, sì stendono olire il loro sguardo per
ascondersi iu una notte impenetrabile, 1075. Per tal maniera i detti
costituiranno una vera repubblica letteraria, invece di rappresentare un
anfiteatro sii piccoli ambiziosi, gelo*], esclusivi, e sempre alle mani gli uni
cogli altri. Ecco i contrassegni esterni^ ai quali si riconoscerà V epoca dei
lumi più completi che ottener sì possano fra gli uomini. Dèlia seconda epoca
della civile ragionevolezza* Pii volgiamo ora i nostri ragionamenti a
comprovare Piutrapres-1-1 assunto. À ferreo lo i. Duo stali conviene
distinguere nella costituzione razionale di ogni Pubblico, per fissare P
estensione delle sue vedute, e la validità dei giudieìi che appellammo
antecedenti (ved. loc, sopra cit,). Il pruno si è quello della scoperta delle
verità: il secoudo si è quello della loro accettazione. Esaminiamo i rapporti
di fatto del primo stato. Toltene le più semplici, ristrette e triviali
opinioni, la scoperta o F invenzione delle verità complesse, sia che parliamo
di quelle che hanno una più ampia applicazione speculativa, sia che parliamo di
quelle che largamente influiscono sulla morale e sulle arti, è un privilegio
per ordinaria legge riservato ad un solo pensatore. Immaginare che molti
ingegni, senza una precedente scambievole comunicazione e per una specie di
simultanea ispirazione, creino uno stesso originale pensiero richiedente
qualche studio ella è cosa che la comune sperienza di fatto ed il sentimen'to
delle consuetudini razionali riconosce cotanto straordinaria, che quando due
veramente s’incontrano in qualcheduno di siffatti pensieri, si presume
piuttosto l’uno averlo tolto all’altro, che derivar esso da una originale e
simultanea concorrenza di idee. Io non dimenticherò giammai di ricordare, che
ad assegnar le leggi di fatto del mondo fisico e morale dobbiamo sempre
riportarci alle consuetudini cognite della natura. Questa legge fondamentale
della origine delle opinioni studiate, derivante da un solo, da cui dappoi il
Pubblico le raccoglie, viene più largamente confermata dalla storia costante di
molte scoperte, le quali rigorosamente non meritano un tal nome: pel merito
delle quali ciò non oslaute alcuni rari pensatori hanno acquistato gli
strepitosi nomi di inventori, di genii creatori, ed altrettali predicati da apoteosi.
Tali nomi e tale esagerata professione di stupore si direbbono meglio essere
una specie di tacito compenso cercato dall’orgoglio della mediocrità comune, la
quale veggendosi fuori della sfera di una facile emulazione, e nella distanza
troppo visibile dal merito, si sforza di rendere il genio pressoché prodigioso.
Per tal maniera si tenta di togliergli ciò che non si può uè dividere con lui,
nè offuscare. 11 genio per verità merita la nostra ammirazione, i nostri
suffragii e la nostra gratitudine. È dovere il professar verso di lui siffatti
sentimenti, tanto per una specie di ricompensa alle sue coraggiose fatiche,
quanto per aggiungere uno sprone a coloro che fossero còlti da sublime
entusiasmo di imitarlo. Ma conviene da un altro canto guardarsi bene dal
collocare il genio in tanto ardua altezza, che agli altri nascer debba F
opinione dell’ impossibilita di raggiungerlo. Non so se male io m’apponga, ma
parmi che questa mal misurata opinione sia da annoverarsi fra gli ostacoli che
si oppongono ai progressi delle solide cognizioni, e fanno si che il Pubblico
s’arresti, assai più di quello che F ordine delle cose comporta, in quelle
lunghe pause che si frappongono fra le utili scoperte. A dissipare questa
illusione 10 credo che sarebbe cosa acconcia il far entrare nella educazione
razionale la storia degli uomini celebri, più particolareggiata in quei tratti
che fisicamente o moralmente poterono influire sulla loro anima, aggiugnendovi
eziandio le pratiche da loro usate per rapporto all’ attenzione. Se ad
insegnare a pensar rettamente è necessario tracciare il modo col quale 11
pensiero deve procedere, dall’altro canto è pur d’uopo dargli stimolo a
camminare. Un muto e freddo apparato di regole che non movono il cuore come
potranno svegliare l’attenzione? E come si potrà svegliar l’attenzione senza
eccitare le passioni convenienti? Quanto è possente nei teneri cuori la sacra
fiamma dell’entusiasmo scientifico! Ma quanto è sopra ogn’ altro mezzo valevole
a suscitarla V esempio ! 1082. Quindi vorrei che un due terzi per lo meno
d’ogui corso di logica (la quale non dovrebbe esser altro che una pura
avvertenza di attenzione su quello che dapprima si fosse già fatto nell’
apprendere altre scienze ben insegnate) fosse occupato dalla vita e dagli
elogii dei più celebri scienziati. Vorrei per altro che anche nell’
incominciamento della carriera filosofica si proponesse, fra gli altri
eccitamenti, l’esempio della gioventù di siffatti illustri personaggi, e si
additasse solo in generale la celebrità a cui salirono dappoi, e gli onori di
cui i contemporanei o iposteri ricolmarono il loro nome. Io non sarò giammai
del sentimento di un moderno Inglese, il quale vorrebbe in siffatte vite
troncata ogni narrazione delle circostanze private, accusando di noja e di
superfluità il riferirle. Certamente se Foggetto per cui si narra la vita di un
gran letterato dovesse essere unicamente un dilettoso spettacolo onde ingannar
l’ozio degli svogliati lettori. egli avrebbe ragione. Ma se si considera essere
necessario il togliere all’inerzia umana ogni scusa, e prevenire lo
scoraggiamento nella comune degli uomini, i quali stupefatti dalla grandezza
delle opere dei celebri letterati s’ immaginano che siano concorsi mezzi assai
straordina rii a sublimarli a tant’ altezza di merito e di gloria; io credo alF
opposto essere cosa utilissima il dare a divedere, mercè la narrazione fedele
della loro vita privata, eh’ essi non furono collocali in veruna situazione
privilegiata al di sopra della moltitudine, e che generalmente la P0' sterità
non ha per questo rapporto altra scusa, che la pigrizia o la tumultuaria
applicazione determinala dalie seduzioni di un abbagliante lusso ideale. Io non
sono perciò disposto a credere che ogni uomo, il quale n’abbia il tempo, possa
divenire, mercè la sola arte, uomo di genio, siccome più sotto accennerò: ma
dico solamente, che per attribuirgli troppo il privilegio delle esterne
circostanze si toglie forse l’adito ad aumentarne il numero; e certamente si
respingono gli altri dal giugnere almeno a quel segno a cui senza ciò
potrebbero utilmente pervenire. Ripigliamo il filo del ragionamento. Ho detto
che a molle cognizioni si è attribuito il nome di scoperte, mentre pure no’l
meritavano. Non si avrà difficoltà alcuna a ravvisare la verità di questa
proposizione, se si dia un’occhiata ai monumenti più celebri dell’ umana
ragione. Se si eccettuano alquante scoperte dell’ ordine fisico; come, per
esempio, l’uso della calamita, della polvere da schioppo, della elettricità, e
di altre simili; le restanti tutte dell’ordine fisico, e generalmente tutte le
altre dell’ordine morale, sono un mero risultato dei paragoni e
dell’applicazione di quelle notizie eh’ erano già sotto gli ocelli di tutti. Ne
potrei citare molti esempii; ma, come noti, li tralascio per amore di brevità.
Le prime si possono quindi veramente dire scoperte accidentali ; le altre poi,
se tali furono talvolta in fatto, non lo sono però di loro natura: quindi le
appelleremo col nome di razionali. In queste ultime Y invenzione altro non è
che una più lunga e non ordinaria deduzione. Ma se il fatto costante di tutti i
secoli dimostra essere queste razionali invenzioni riservate sempre al privato,
si può fissar come legge di fatto dell’umana ragione che il Pubblico in
complesso non sospinge più oltre i progressi delle cognizioni; o, a meglio
dire, non deduce le complesse verità, le quali pure potrebbero essere raggiunte
col solo uso dell 'attenzione. 1088. Da ciò deriva una importante conseguenza;
ed è, che il Pubblico, propriamente parlando, in fatto di verità riesce, per
dir così, un conoscitore passivo, ritenendo il solo merito della scelta e dell
accettazione delle dottrine scoperte dal genio. Perlochè conviene esattamente
distinguere le circostanze che lo determinano a siffatta scelta, e all’uso
ch’egli ne fa dappoi. Se i progressi dei genio si possono riguardare come gli
slanci più energici ed ampii della umana ragioue; se la misura dello spazio
percorso dal genio ad ogni scoperta forma la misura della distauza maggiore che
passa fra il Pubblico intendente e gli estremi sforzi della ragione umana; e
se, mercè di tale misura, si viene a circoscrivere l’orizzonte della veduta dei
Pubblico, ed a fissare l’estensione del suo discernimento; egli è certamente
del nostro instiluto l’occuparci di quest’oggetto. H(1, ^r'ììc scoperte 'Ielle
verità due tratti specialmente primeggia* no; vale a dire ì essere elleno ad
assai rari intervalli sparse nella successione dei tempi, e Tessere ogfci volta
eseguito da! ministero di mi solo. La medesima cagione produce questi due effetti
9 e viene effettuata dal complesso delle circostanze che formano T uomo di
gemo, Qui noi parliamo del genio di riflessione, c die come La le doyrebbn
essere definito —h ve ditta ampia e distinta dei rappòrti che sodo fra % cose,^
Egli, occupandosi di no dato oggetto, prima abbraccia Lette k yc~ riti note al
Pubblico,, e in ciò è semplice tu ente dotto; ma ve ue aggiunge poi molte altre
dapprima incognite, o a dir meglio non avvertite. Con un piccolo progresso un
uomo sarebbe ingegnoso, ma non un genio. 1092. Ma siccome egli non può cangiare
la natura del suo essere! tì è le leggi del destino umano* cosi non può nemmeno
ampliare la capacita della sua Intuizione, togliere o scemare l’inerzia delle
sue facoltà, prolungare la sua vita, protrarre la sua gioventù. Quindi la legge
delle ripetute riflessióni e della graduale spinta delle cognizioni, la forza
dei motivi, T ordine delle circostanze, la necessità del metodo oc., sono
dominatori supremi a cui egli è costretto di servire e di soddisfare, 1 093.
Quali sono adunque le condizioni in dispensa lidi che producono ì\ geulo, e lo
contraddistinguono dulia comune dògli uomini ; L indubitato eh elleno esser
debbono quelle medesime* le quali, data L natura attuale dell uomo ed I suoi
rapporti colla verità, sono valevoli a produrre T e fletto che contraddistingue
il genio dagli altri minori iugegnb Quest effetto, come testò si ò veduto,
consiste nella veduta ampia na11 è gn à co ì anto ristretto ; qua 1 1 Lo più
ris L r e ito e ssere non dovrà II novero di coloro che adempiono alle
condizioni che la verità richiede dallo spirito umano l 5 noti. Ciò non è ancor
tutto. 11 noto qua u lo sìa prepotente sull’aoiino degli uomini V impero àt\V
autorità e della pubblica opinione, E nolo che questa, benché assurda,, ottiene
il sacrificio di tanti piaceri e tanti interessi. che eccita tanti alla uni c
tanti bisogni, che dalla capanna al trono regge imperiosamente la sorte delle
riputazioni, e spesso anche il deuino di molli uomini. Ora è ben evidente
ch'ella deve spesso affacciarsi IL uomo di genio come un terribile fantasma, ed
arrestarlo nella sua carriera, f pensamenti invalsi uel tempo precedente, e
adottati dai contemporanei. si rivestono dal Pubblico di un'autorità veneranda,
alla quale pare non esser lecito opporsi senza sacrilegio n ribellione. Molte
volte poi alla forza morale già troppo soverchiati te delYùpinione si aggiunge
eziandio la forza reale della pubblica autorità) la piale non bene distinguendo
ì confini della verità, della giustizia e del ben pubblico, interessa il sacro
c supremo suo potere per difendere opi^ ninni (die realmente sono iu
differenti, o nocive al rogge L Lo delle vere suu cure, talvolta poi, tremando
d'oguì novità, sbandisce indistintamente anche quelle che potrebbero riuscire
proficue alla verità, alla giustizia, ed al comune interesse. La storia delle
IcLLere somministra molti esempi! dì questi abusi. L uon parlo solamente delle
opinioni che riguardavano davvlemo la tranquillità ed il benessere delle
popolazioni, ma eziandio di quelle die erano più indifferenti e più rimote da
quella dignità che deve occupare i direttori delta pubblica felicità. Xou si è
forse vedutomi Parlamento d’Inghi [terra in ter e sdirsi della pronuncia di
certe lèttere dell'alfabeto greco? Siccome questo è un aneddoto non mollo
conosciuto. 10 riporterò culle parole medesime di un anonimo Inglese (0. « Sul
fra i» re del regno di Arrigo Vili. Smith e Check cominciarono a riflettere »
ai cattivi effetti cagionali dalla imperfezione della greca pronuncia. Os* })
servarono cV oratisi perdali i suoni di molle vocali e di parecchi dilli
tanghi: che un tale difetto privava la lingua della sua antica bellezza,,3 del
suo vero spirito e del suo carattere proprio, e re u dovala insipida c «
languida, Xon sentivano in questa pronuncia quell* armonia, nè quei » sonori
periodi, pei quali gl’antichi retari ed oratori greci avevano ìì acquistato un
si gran nome* Non potevano far comparire eloquenti » alcuna nei loro discorsi e
nelle loro arri □ glie, perchè mancava ad msr vi la bellezza c la varietà dei
suoni: ciò fece che pensassero ad una re ji forma. Studiarono la più parte
degli antichi retori e autori greci, 33 i quali aveouo trattato dei suoni: e
ritrovando in essi il modo d i n Irajr durre una mutazione, di consentimento
della più parte dei doti! dolili h [inversi Li si posero ad al faticar visi.
Furativi alla prima alcuni conta•j sii: ma iu dappoi quasi generalo V
approvarlo uè. » Era allora Cancelliere dell1 (Ini versili Croni vvclh Non
erano so-llo 11 di lui le riformarlo ni tanto pericolose* come sotto Gardincr
suo suiti ce sso re, il quale era nemico di ogni novità. Quest' ultimo lece per
iji^l ii che tempo ostacolo. lS i arrogò un potere* che non si ora giammai p1
-i Cesare^ di dar leggi alle parole. Scrisse a Check, professore a qLii'l ì'tn
i po di greco, perchè abbandonasse II suo nuovo metodo. Il qmdf [?l-Ll tutto t
dine era l'a litico e il vero* Check non si diè a vedere sommesso in » di Ini
volere. G ardine r mandò a nome suo e del Parlamento nix u ii che ha qualche
cosa di straordinario. Io qui non ne riferirò pi 1 >K 3? vita che due o tre
articoli* Ou isrj u is n os tra m potcs la lem agnoÈMs 3 sonos lilteris sire
graecis ( j ) R eflec i f o ns tipo n ha m 1 rcg\ w h e re / n i s skeft-n thè
iris uffici ency there&f in itssever&l pàHiculftrg^ in or iter in crine
e thè tisefuD netti a tid ne c&ssity; of lieve la t io ù . E u l rado l Lo
in italiano solilo il ri Loto di Trattalo della ìn tf Chi riconosce il nostro
pulci' » non osi dare di sua privata atùn certezza delle scienze. Vcni'Ktfl, p1
u ^ f CL'Sco Rii ter], 1 735, Vedi il Cypo Uh t|TlSr e seg, *. (0 CMi* De linp
grafie, pronti ,v >uL Simili, De prommt. linf: Ali. sive latinis ah usa può
Ileo mrae- sentis saeculi alienos privato j itili ciò a (fingere non andito.
tìmhthongos gpQccas* n editai lati nas. nìsi id diaerssis exìga sonix ne
diducilo. \f ah £ et es ah i ne distinguilo^ tantum in orthogmpìua disdirne n
servato; ??, i3 v ano eodcmqite so¬ no expria? do. Nè multa : in saniti o maino
ne pkilosophator^ sed utitor praesm* fàhus. )> rii alle lettere greche o
latine rt suoni differenti daJFuso pubbli ce n dì questo secolo. Ji Non is
componga i suoni dei s) dÌLLonghi greci o latini, se non lo n ridi lede la
figura di dieresi, » Si distingua cu da s e u da t a solamente nella
ortografia, r3 v » abbiano un medesimo suono. n Tu somma: non. filosofar sopra
» i suoni, mp ognuno si attenga al» l'uso. 1 i Nulla noi aggiungeremo a questo
esempio. Le riflessioni si presentano in folla da sè medesime, 1 ] 08. Ma se è
pur vero che V impero ridi' autori ih La cotanto predominio sulle menti umane,
talché il Pubblico per qu està parte ne sembra sotto un aspetto Io schiavo, e
sotto un altro il tenace difensore pronto a combattere contro ogni privato che
non ne veneri ciecamente i dettami se questo Pubblico è un padrone sempre
rispettato dagli individui: come in ai potrà agevolmente sorgere un uomo che
ardisca violare il senti mento della venerazione infuso in lui sino dall’
infanzia? 0,, se pure giunge ad emanciparsi, come vorrà poi per un'opinione sua
propria compromettere i! proprio nome; e fin anche la propria tranquillità? A
meno di un singolare e sLraordìnario entusiasmo, ciò non pare praticabile.
Frattanto lo .stalo delle umane cognizioni rimane per lunga pezza nella
condizione e md grado di depressione in cut si trova, e te scoperte riescono
rare. fili abusi della critica, moke volte dettata da motivi personali, ossia
dal1 amor proprio „ cadono sotto questa classe. Gli nomini si rassomigliano hi
tutti gli stati; o. a dir meglio, le passioni agiscono sempre di una data
maniera. La passione dei dotti sembra essere f ottenere e il conservare è
pubblici Goffragli e il primeggiare in riputazione. Un aulico scrittore chiamò
i filosofi animali della gloria. Nello stato politico la passione di chiunque
ha già soddisfatto alla necessità sì è pur quella di distìnguersi c di
dominare. Ora siccome i vecchi nobili, come ha riflettuto Bacone, invidiano gli
avanzamenti dei nuovi che ascendono del pari coloro che ( i) Frano» sci
Bac&n»S eie Y orni am io Sarmcatp.f fideU.^ Y J V,J0Q8 primeggi a no nella
repubblica delle lettere scorgono con amarezza la nuova fama di mi alLro
pensatore, e quindi pongono lutto in opera per reprimerne i progressi, clic
temono nocivi al loro domìnio sulla pubblica opinione. Arrossiscono di aver
potuto ignorare quale li e cosa nelle maL* rie Jl cui fanno professione, e
quindi spingono la censura lino alla mala fede ed alla sopcrchieria, Ancora una
riflessione avanti ili chiudere questo articolo, L condizioni sopra annoverale
per formare I' uomo di genio sono quelle: che possono farlo divenir tale. In
ultima maniera però il loro esercizio spiegato e pratico dipende da felici
combinazioni di fortuna, Questa jorluna a libracela alcune circostanze sopra
non avvertito: come, a cngiojK cl* esempio 5 il nascere o il trovarsi in un
paese dove siano coavemenla occasioni d istruzione, d’emulazione, d*
imitazione, rincontro di lettura proficue, r accesso ad uomini illuminati, e
finalmente anche quelle ultime accidentali determinazioni del pensieri, di cui
piu sopra si ù ragionala i yeti. Al fin qui detto aggiungere si deve, che
solamente ìli una certa epoca di cognizioni sono possibili certe scoperte; e
ciò forma U misura della forza del genio. La di lui attività non e infinita :
olla viene circoscritta dall' indole delln memoria* dalla estensioni: naturale
della, mente umana nelle intuizioni singolari, e dal tempo che iru piegare ^
può nella meditazione durante la ragionevole u robusta età. Se dunque ogni
scoperta nel caso nostro è una verità, e per conseguenza ella àia cognizione
delle connessioni che sono fra due estremi ; ogi-uqmjbch'1 questi estremi siano
talmente rimoti Limo dfitr nitro, che il trovarne gli anelli intermedii
sorpassi il tempo e la capacità di cui ora si la pavol.q, essi eccederanno per
allora la comprensione del pensiero umano. Ma sà * come poì col progresso di
più ingegni, che va nno a grado a grado 3g»lU' gnendu nuovi anelli, si ottiene
un avvicinamento maggiore Ira qui. sLl estremi: o* a dir meglio, si segnano
nuovi punti di passaggio : cosl ilvlene dappoi eseguibile ciò che dapprima non
era. Ond è, che rjiir-sL • situazione di avvicinamento, è una circostanza
favorevole a produrre d pieno effetto; ni a si può a ragione appellare opera
del tempo e del t rivoluzioni dello Spirito umano. fili. Dalle cose fin qui
disaminato si scorge la ragione per cingi uomini di £euio nello spazio dei
secoli e delle società delibano essere L° tanto pari. Sì vede ad un tempo
stesso che un tal fenomeno dipeline una stessa Cagione. Quindi non è meraviglia
se le scoperte siano tanti» scarse, i progressi della ragione cotanto lenti, e
i impero dei pregiudizi – cf. Grice, Prejudices and predilections, which become
the life and opinions of H. P.. Grice, by H. P. Grice -- e degli errori cotanto
durevole. Quello che abbiamo detto del genio si applica pur anche all’ ingegno,
da cui esso non differisce che per la sola misura. Articolo IL Osservazioni
preliminari sulla promulgazione delle opinioni, e sull' accettazione fattane
dal Pubblico . Mi lusingo di aver dimostrato il fatto e la ragione per la quale
il Pubblico dotto non iscopre le dottrine, ma gode solamente delle scoperte
fatte dapprima dal privato geriio. Nelle scoperte che appelliamo razionali le
verità non sono di rigorosa invenzione, ma bensì di pura osservazione e
deduzione. Dunque se il Pubblico dotto non eseguisce da sè siffatte scoperte, è
per ciò stesso evidente ch’egli per se medesimo non estende la sua attenzione
ad investigare i rapporti dapprima inavvertiti fra le cose, a connetterne gli
estremi, e a formar quindi giudicii logici espressi in proposizioni, in
sentenze, in teorie, in sistemi. Dunque il Pubblico non esercita il suo
giudicio direttamente sullo stato delle cose, ma sì bene sulle opinioni che
intorno alle cose medesime vengono formale dai privati dopo che tali opinioni
sono stale promulgate. Dunque la cura unica de’ suoi giudicii consiste nell’
approvare o nel riprovare, ammettere o rigettare un’opinione, un sistema, un
principio enunciato dal privato autore. Bla ogni teoria o sistema altro non è
che 1’ espressione dViua somma e serie più o meno lunga di giudicii taciti o
espliciti sopra una data cosa, di cui si affermano o negano i rapporti o
contemplativi o efficaci. Dunque il giudicio del Pubblico in queste contingenze
ad altro non si estende, che ad affermare o negare i rapporti indicati da un
privato. Ora se prima della scoperta fatta il Pubblico non conosceva questi
rapporti, ed auzi ne riceve la notizia dal privato, se sempre egli viene
addottrinato dal privato autore: come potrà egli giudicare da sè della verità o
falsità dell’ opinione promulgata? Forse per le censure o le lodi di un altro
privato? Bla primieramente quando siffatta critica o lode non esistessero, come
mai il Pubblico se ne potrebbe prevalere? Quando poi esse esistessero, il
Pubblico in tal guisa non giudicherebbe più per propria scienza, ma bensì su V
altrui parola e per cieca credenza . In tale ipotesi il suo giudicio non
sarebbe propriamente il giudicio di molti intendenti, ossia dei Pubblico, ma sì
bene il giudicio di un solo ripetuto da molti. In terzo luogo, con quale
ragione si dovrà presumere che il Pubblico modelli il suo giudicio piuttosto su
quello del critico, che sa quello dell’autore medesimo? Iu fondo della cosa
potrebbe darsi bellissimo che il critico avesse torto, e l’autore avesse
ragione: e talvolta accadere il contrario. Come dunque iu una cieca scelta si
potrebbe mai presumere la verità? Ma in fatto pratico . o sia che esista
controversia, o uou oe esista, il Pubblico talvolta approva, accetta e professa
l’opinione di un autore, e talvolta la disapprova e la rigetta. Ora dà ragione
ai critici coutro l’autore e i suoi difensori* ed ora la dà a questi contro dei
critici; e talvolta dà torto ad entrambe le parti. Finalmente avviene talvolta ch’egli
riceva un’opinione senza critici e senza difensori. Pared unque che in questa
condotta egli non assuma le suggestioni di una classe di privati come guida
de’suoi giudicii, almeuo iu quelle materie dove può giudicare liberamente, ma
bensì li pronuncila proprio dettame. Ciò è conforme anche a quel sentimento di
naturale indipendenza dei proprii pensieri, il quale si spiega energicamente
quando non preesisle la preoccupazione dell’autorità, o il costringimento della
forza e sopra tutto poi quando la veduta dei rapporti è lauto chiara e viciua,
che convelle, per dir così, e attrae diretlameute la nostra sensibilità.
Generalmente parlando, pare che, per qualunque estensione che abbia l’impero
dell’autorità altrui sul nostro spirito, tale impero non si eserciti
propriamente e completamente se non dove noi abbiamo uu confuso timor di
errare. Ma allorquando le cose ci si presentano sotto uu vivo, chiaro e
convincente aspetto, non abbiamo bisogno del soccorso dell’autorità per
giudicare, ed il di lei impulso o la di lei tesi slenza rendesi pressoché
nulla, a meno che non abbiamo adottala la precedente opinione dell’assoluta sua
infallibilità. Da ciò lice trarre una importante conseguenza per la plt; sente
trattazione: e questa si è: affinchè il giudicio del Pubblico non n' sca
sospetto di derivare da una mera ripetizione dell’altrui sentimento, anziché da
proprio impulso e persuasione diretta, essere necessario clic una nuova
opiuione di un privato sia ridotta così vicina allo stello ut tuale della
comprensione del Pubblico, che non debba durar molta lotica a coglierne le
connessioni. Qui cadono in acconcio le osservazioni già fatte; e si scorge
quindi che le condizioni necessarie alla passiva istruzione del Pubblico sono
pur anco quelle che rendousi necessarie affinchè egli possa veramente giudicare
a proprio dettame, e quindi costitu,re U11 giudicio che si possa con verità
riguardare come proprio del Pubblico. Ora supponendo che il pubblico giudichi
per intimo e libero seutimeato tanto nello scegliere quanto nel rigettare le
opinioni, e uel decidere su qualsiasi materia: con qual logge* nonna e
sentimento si diri^e egli* Devesi ammettere* o no, che il Pubblico sì attenga
allora alla vini là? ^ M2f2. AÌ casi in cui sì esercita la scelta eia decisione
del Pubblico se ne aggiunge un altro. Talvolta avviene clic il Pubblico sì
trovi fra due o più sistemi, Ira due o più teorie o sette o scuole, che
invocano tutte il suo voto e sollecitano i suoi suffragi). Allora egli si vede
avanti gli occhi la scena nella quale a Pirrone presentava □ si i filosofi di
Atene, eli egli ravvisava divisi in molte scuole opposte, gli uni dai Liceo e
gli altri dal Portico, gridando: Sun io che posseggo la verità: egli è qui che
sì apprende ad essere sapienti ; venite, signori, datevi la briga di entrare:
il iato vicino non è cheun ciarlatano che vi fura impostura. Eppure, malgrado
tanti dibattimenti dì opinioni, il Pubblico presta i suol suffragi ad una
parlo, e proscrive le altre: professa le dottrine di una scuola, r sommerge lo
altre nell ebbi jo. Questo scelta c decisione deve pm svcio una qualche
cagione, o buona 0 cattiva. Questa ragione qual* è y. Certamente ella è un
sentimento o imparziale, o determinato dalle passioni. Prescindiamo dalla
seconda cagione, od alleniamoci unicamente alla prima. Chieggo io: il Pubblico,
uel determinare la sua scelta e ueì pronunciare i suoi giudica, va egli
soggetto ad errore / Esaminiamolo. La decisióne e la scelta del Pubblico
intendente puh esser fallace. Lo stato ipotetico in cui ravvisammo il Pubblico,
egli è quello di nif epoca di libertà c dì ragione. Le materie sulle quali
abbiamo figurato versarsi il suo giucUcio^ sono quelle intorno alle quali non
può cadere sospetto di estranea passione clic rifranga le sue sentenze. Le
opinioni poi sulle quali egli pronuncia, furono da uni supposte di pura ov1
az-io ne e d ì dedrtz io 1 1 e, tìngendo eli 0 i fon d a ni enti di fa Ilo * i
a n o certi. Abbiamo con Lulle queste supposizioni Lr ovato che il I ubidì co
non giunge a procurarsi lo scoperte razionali, e per conseguenza ne a creare uè
a riformare i priuoìpii delle scienze, ma bensì che gli accoglie o li rigetta
dalla mano del privato autore. Quindi rassomiglia a colui che solamente gode
dei cibi apprestati, alcuni de* quali gusta, e ad alcuni Jk 1 altri non si cura
di stendere la mano, senza però essersi dato cura alcuna di prepararseli. Sotto
questo punto di vista trattandosi d’uu mero giudicio di scelta e di decisione,
io dico che, malgrado tante supposizioni favorevoli, il Pubblico va tuttavia
soggetto ad errore. Ilauuovi però gradazioni e modiGcazioni tali nella maniera
di errare, che in fine favoriscono la competenza del Pubblico, e danno una gran
preponderanza al suo discernimento. 1 12G. Nel comprovare la mia tesi non
pretendo colla mia privata autorità erigermi censore dei giudicò del Pubblico
ragionatore; ma beasi pretendo valermi della sua medesima autorità. Si è già
avvertito che il Pubblico in un secolo professava una concorde opinione, che
poi in uu altro secolo riprovò. Non è mestieri ricordare più specialmente i
falli sui quali è foudata quest’asserzione. Le dottrine delle quali più sopra
ho esibito un saggio, e le quali pure versano sopra materie intorno a cui
sembra che gli uomini nou debbano avere una passione ed un interessamento ad
errare, furono quelle di tutto il mondo culto un secolo fa, e pur tuttavia in
certe nazioni occupano e ritengono l’assenso della pluralità degli intelletti.
Ora se il Pubblico un tempo professò sentimenti che dappoi rigettò per
sostituirvi un’altra guisa di opinare, egli è certamente forza conchiudere che
o in un tempo o nell’altro egli abbia preso abbaglio. Dunque il Pubblico, anche
nelle materie dove non esiste una estranea spinta d’interesse a decidere
piuttosto in una guisa che in un’altra, e soggetto ad errore. Vero è che
talvolta, anzi il più delle volte, il Pubblico viene costretto, quasi suo
malgrado, a deporre le vecchie opinioni. In tal caso forse si dirà, che se si
può supporre che dapprima siasi ingannato, ciò non si può supporre dopo
l’avvenuta rivoluzione delle sue idee: imperocchè ella non potè esser l’opera
che di forti, chiare e ben rannodate dimostrazioni, le quali abbiano, per dir
così, avuto forza di divellere il suo assenso dal vecchio errore per annodarlo
alla scoperta verità. 1 129. Rispondo, che in questo caso esiste una maggiore
presuntone^ ma non mai una certezza della verità del giudicio del Pubblico,
assumendo il solo giudicio qual criterio di verità. Poiché convengo di buon
grado, che a fronte del conflitto della controversia, della imponente influenza
dell’ autorità, e dell’abituale impero delle ricevute opinioni. non è cosa
naturale che il Pubblico con libero impulso deponga •un’opinione per
abbracciarne un’altra, od anco semplicemente ne proscriva uu aulica, senza che
esista una più chiara e convincente ragione che a ciò lo induca; altrimenti
dovremmo rovesciare le leggi essenziali deh’umauo intendimento. Ma non segue
perciò che la nuova ragione sia in sè medesima indubitatamente conforme alla
verità, talché per questa sola vittoria dir si debba assolutamente certa.
Primieramente si sa quale distanza passi fra il distruggere un errore e creare
una nuova opinione. Per convincere taluno di un errore basta porre in chiaro le
sconvenienze fra quelle idee ch’egli connetteva: per lo contrario a stabilire
una teoria, un principio, un sistema ricercansi altre vedute. À dedurre un
carattere di certezza assoluta in favore della decisione del Pubblico non basta
che noi lo supponiamo preferire una opinione ad un’altra, bastando che la
prescelta apparisca più ragionevole dell’altra. Il sentirla più ragionevole
reca seco una persuasione puramente comparativa, ma non mai una certezza
assoluta. La certezza assoluta non può essere prodotta che dalla piena e
perfetta comprensione dello stato reale della cosa a cui il pensamento si
riferisce. Ora non solo non abbiamo alcun principio teoretico che il Pubblico
possegga la scienza assoluta delle cose; ma per lo contrario sappiamo che ogni
nuova veduta, in cui si ricerchi studio ed artificio, gli viene somministrata
dal genio di un privato autore. Come dunque avvenir potrà che il Pubblico possa
pronunciare il suo giudicio in vista di siffatta scienza assoluta? Dunque
tutt’al più il suo giudicio in favore della nuova opinione potrebbesi
rassomigliare a quello di un tribunale integro ed accurato, che pronuncia
giusta le cose allegate e provate in processo, ma non mai direttamente ed
immediatamente sullo stato reale delle cose. E la verità risiede nello stato
reale, non nelle deduzioni del contemplatore. E vero però che in questo caso il
Pubblico cangia di giudiciò per un sentimento che ogni volta più si approssima
alla verità, attesoché ogni volta abbraccia il verisimile, e lo abbraccia in
un’epoca sempre più copiosa di lumi e di scoperte. Perlochè la pratica del Pubblico
ad altro non riducesi, che ad uu esercizio del senso comune, o a dir meglio
della ragionevolezza, la quale pronuncia senza parzialità Y affezione che prova
alla presenza di un’opinione scoperta e a lei presentata. Ma ciò non ci
assicura che tuttavia non vi siano altre relazioni incognite da scoprire; anzi
questo modo di giudicare lascia le investigazioni a quel punto, sotto cui
vengono offerte. D’altronde la persuasione che aveva il Pubblico di non errare
si trovò pur priva d’un assoluto e perpetuo fondamento tosloché esso fu
costretto a riconoscere il suo errore ed a cangiare di opinione. L’unica norma
dunque onde trarre argomento clic la pubblica decisione non sarà più per
cangiarsi lìberaweole, sarebbe il sapere certamente che la Materia, della quale
si sano dall' autore seguali i lapponi, fu vera niente esausta. Ma il giudichi
del Pubblico non ci rassicura su questo punto: poiché anche dapprima esso
credeva veder tutto, mentre poi l'evento mostrò il contrario. Dobbiamo dunque
couveuire, die mercè il /urne naturale non si ravvisano gli a». se nou sono
ravvici ubili assai al centro dei roggi; e così come Tengono presentati, c
nulla più, lidi. Dunque con tutte le supposizioni favorevoli sovra espresse eì
È forza convenire cLe il Pubblico in ogni materia complessa vaia soggetto ad
errore * eouciossìachè se In quelle 5 intorno alle quali nou prova uu impulso
parziale di passione e di interesse . r costretto a soggiacere a fallacia; con
assai più torte ragione vi deve andar soggetto iu tulLi quei casi, dove elTelt
iva mente esistono seduzioni o secreto o palesi del cuore. Del pari se,
cangiando rii pensiero, a fronte della controvèrsi11 e di una penosa rinuncia
alle dominanti v cecilie opinioni, va soggetta ad errare, mentre pure aveva il
piu vivo interesse di esaminare ajscimtamenic i titoli delia confutazione o
della nuova opinione; con quanto maggior ragione non riescìrà fallibile la
decisione e la scelta in quelle materie dove manca la discussione, e per una
non contrastata apparenza e promulgazione, o per uu assoluta novità, uu
soggetto razionale s insinua nella grazia del Pubblico? Non dico perciò che
Fultima opinione del Pubblico sì debba assolutamente reputar jfals&ì ma
affermo soltanto non aver noi dal cauto della condotta del Pubblico uu principio
teoretico, ed no a norma e pietra di paragone, per accertarci clic la reale
verità sìa pienamente conforme ai caratteri die f opinione racchiude. Dalle
cose sopra discorse risulta che li Pubblico e q usuilo accetta e quando rigetta
uu? opinione la quale esigè studio ed artificio ad essere creata, ciò fa dietro
la semplice prima perisimi^liiuiz&ì 0 PCI un appaiente conciliazione coi
piincipii già ricevuti: ma non mai per uu profondo esitine delta materia
medesima, e per un 'antecedente piene scienza della verità. Quindi sì scorge
clic può esistere imi comune ùcw timento fra molli uomini sopra un dato
oggetto, senza che inevitabilmente siamo costretti a confessare che tale
uniformità sla effetto unico e proprio della sola venta. 1137. Affinchè r
illazione che si trae dall 'uniformità di pensare alla esistenza della verità
fosse legittima converrebbe dimostrare che tale uniformità nou potesse essere
prodotta che dalla sola verità. Bla toslocbè si vede che ella può derivare da
una passione o da una prevenzione comune, o da una semplice apparente
verisimiglianza che sulla comune faccia impressione, senza che realmente la
cosa in fondo sia vera; tale uniformità diviene in generale un connotalo
equivoco, e per conseguenza non può servire di certa prova a determinare in
particolare la presenza della verità, ed escludere quella dell' errore. Ogni
prova per essere veramente tale deve per sè medesima escludere resistenza degli
altri casi o diversi o con Irarii. 1138. Interniamoci vieppiù nei seni
reconditi di questo supposto. A fine di poter trarre vantaggio dalla disparita
dei pensamenti umani in favore della verità, allorché si verifica la uniformità
di pensare converrebbe dimostrare che un’opinione apparentemente ragionevole,
ma in sostanza erronea, non possa nel maggior numero degli uomini nou dotali
dapprima di lumi superiori fare una eguale impressione. Converrebbe aver
provalo dapprima esistere in natura una legge, per cui un giudicio non
evidentemente erroneo, passando da un uomo ad un altro, sempre svegli successivamente
una nuova vista di cose; o che ogni altro, cui viene comunicato, ve l’aggiunga
da sè: talché propagato a tutto il Pubblico, alla perfine non ottenga mai
l’uniformità di assenso e la pluralità dell’approvazione. Ciò non basta ancora.
Converrebbe aver provato che queste nuove e dispari viste, impedienti la
uniformità, derivassero unicamente dall’azione e dal sentimento dell errore.
Conciossiachè se anche una cosa vera producesse questa medesima disparità di
opinare, ella non potrebbe per una contraria relazione servire di distintivo nè
alla verità, nè aWerrore.Ma venendo alla storia reale dei giudicii del
Pubblico, si trova ch’egli molte volte di comune assenso ha ammesso un errore e
rigettata una verità anche in quelle materie dove nou interveniva un interesse
estraneo che deviasse le idee. Dunque l’assenso o il dissenso del Pubblico non
fa prova certa della presenza o dell’assenza della verità. Bensì in tale
ipotesi constando che in ogni uomo, che non sia fuor di senno o soverchiamente
invaso da una straniera forza, un errore evidente non può mai cattivarsi
l’assenso; così nella presenza evidente ed irresistibile della verità, Senza
ima patente mala fede 5 noa pohà esimersi dal tributare uu uniforme gludìcìa,
Dunque il valore dei giudicii del Pubblico si ristringe ad mi’ olvù*
convenienza o riptiguaÉin eolio stato attuale delle cognizioni di egli
possiede; e perciò non fa altra prova, clic della esenzione da un oc tuo ed
apparente errore. 1UL Àudiam più oltre, 0 supponiamo il Pubblico in uno stalo
in cuti non è fornito die dì nozioni volgari, le quali appellatisi ragion
naturale ; o lo supponiamo in uu epoca dì lumi acquisiti eolie mulilazioni dei
tioLti, die potrebbonsi dire cognizioni fattizie. 1 Di 2. Nel primo caso
traviamo mia cagione anipia di comuni errori. come sopra si è veduto, anche in
tutte quelle materie nelle qttsili non può esistere un prepotente estraneo
interesse a giudicare piuttosto in una guisa che nell altra* Ivi gii errori
sono durevoli e largamene predominanti, senza che la legge dei singolari
dispareri faccia sulla nia&.sa del Pubblico mi sensibile elle Ito. I I 43.
Se poi lo contempliamo neiPepoca dei lumi fattizii^ per v\ù stesso lo troviamo
sforniti) di uu patrimonio proprio e riservato di lumi ulteriori a quelli d/
ogni progressivo pensamento, sì quale riportarlo come a termine di paragone* M
44. Se dunque neglige o rigetta un pensamento nuovo, ciò non può avvenire che
in forza dei rapporti delle precedenti sue coguiziaaÉ. Che se poi lo accetta .
è chiaro che non deriva da uu discernì mento naturale^ col quale in ogni tempo
ed in ogni epoca d' Ignoranza, intendendo i rapporti di una cosa» ò spìnto a
giudicarne in una guisa retiforme alle impressioni ricevute ed al Tal Leu zinne
prestatavi. Ma siccome per regola generale non s interna mai assdissi/no nei
seni reconditi delle cose, talché per veder più oltre ha semfiai d uopo del
soccorso dei privati ingegni: cosi tale disccrnìnienLo noa rassicura da un più
ascoso errore. Nulla hi natura *si fa per salto, nò senza cagione. Tutto (fio che
avviene nel mondò razionate ha le sue leggiCosi data la misura della
perspicacia comune dell* uomo in quella clic appellasi prima trn/a ed ordinaria
attenzione per decidere, sì ha la vera misura del J lecerrnmecto del Pubblico,
c quindi della sua fallibilità. Dunque o con viene supporre che il Pubblico
dapprima ufìQ siasi Ingannato, n con vie n confessare che la sua approvazione o
disapprovazione, la uniformità o il disparere non provino certamente h
esistenza della verità n falsità recondita rispettivamente alle attua b sne
cognizioni. Il fatto comprova solennemente questa verità. Quante volle è
avvenuto, che essendo un tempo insorti molti critici ed ottimi innovatori, i
loro giudicii nel tempo che furono divulgati non ebbero effetto alcuno, od
anche furono rigettati, mentre dappoi il Pubblico s’ avvide che avevano piena
ragione? Dunque l’argomento riferito al principio di questa Parte inchiude un
supposto, il quale applicato indistintamente alla pratica riesce falso:
trovandosi che il convenire in un sentimento non è effetto della sola reale
verità, e viceversa la moltiplicità delle opinioni non deriva necessariamente
ed unicamente dall 'errore. 1150. I casi dell’ esistenza di varii errori non si
debbono calcolare matematicamente; cioè a dire, non si deve far uso del calcolo
delle astratte probabilità, supponendo che in ogni caso, dove non sia presente
la verità, siano egualmente praticabili tutti gl’errori che s’oppongono ad una
data verità; e che perciò moki dispareri possano effetti va meote nascere ad un
tempo stesso in un Pubblico, il cui discernimento si esercita in maniera
superficiale. Anche gli errori hanno le loro leggi fisse . le quali determinano
sempre resistenza di uno in particolare a preferenza di ogni altro. Ogni errore
è un giuclicio ; ed in ogni giudicio concorrono la comprensione e l’attenzione,
come cagioni efficienti. Dunque gli errori di un Pubblico sono determinati
dalle leggi attuali della cognizione e dell’ attenzione di questo Pubblico.
Sopra abbiamo veduto quali siano queste leggi, e come elleno operano; talché
qui è superflua ogni ulteriore dichiarazione. Dunque risulta, che lauto per
legge di fatto ^ quanto per legge di ragione, tanto a priori, quanto a
posteriori possono esistere cagioni di un errore simile e comune in un Pubblico
in qualunque epoca della ragionevolezza, senza che la moltiplicità delle viste
rivolte sopra uno stesso oggetto possano indurre un’ assicurazione sullo stato
vero e alquanto recondito delle cose. Dei diversi gradi del loro valore,
inalisi del senso comune. Abbiamo veduto i difetti e i gradi di debolezza del
discernimento del Pubblico; ora veggiamo le prerogative e i gradi di validità.
La esposizione delle cose per riuscir vera dev’ essere completa. Primieramente
si è veduto die il gin-lieto libero e ^njpiu del Pubblico fa sempre fede delia
esenzione di u m di lai opinione Ja una evidente ed ovvia falsità e ripugnanza
fra le idee noie; talché si può sempre dire: il Pubblico pensa cosi: dunque
questo pensiero non è ovviarti cute falso, 1 1 K siccome indie diverse
elevazioni della istruzione ei prò* cede sempre decìdendo a norma dei
principili dapprima ricevuti; cosi s ir il 1 u Id i ìco afferma o nega, sceglie
o rigetta liberamente c con pròpria scienza, dir si può ebe la sua decisione è
ragion eV0Ìe, com par a tivamente ai principi i cogniti e ricevuti. Ma anche di
siffatti principi! aulecedenti, professati liberamente ed a proprio dettame, si
può affermare fa medesima cosa. Dunque 11 canone predetto, col quale si
attribuisca una verità apparente ai giudicii del Pubblico coti tali condizioni
recali riesce gene-nule* Non abbiamo spiegato ebe cosa debba intendersi per
libertà del ghidicto, Non istinto però superfluo di far presente^ die Ih due
maniere si dove ella verificare: vale a dire tanto rapporto alla d sÈoue dello
Spirito^ quanto rapporto alla espressione esterna, lìelytiuTTinutc al primo
punto è chiaro che siccome la verità delle cose non dipende dall’ arbìtrio
umano, così i giudiosi dello spirito non possono dipendere dalle affezioni da
cui egli è preoccupalo, ma bensì debbono essere intieramente modellati giusta i
rapporti della verità. Dunque lo spirilo dev1 essere talmente disposto, che se
la verità gli delta una apimone, egli non vi si opponga; dev1 essere disposto
ad adottare lauto un pensiero, quanto il suo contrario. Senza questa perfetta
indifferenti, o H dir meglio impu rz la Itth . riesce sempre sospetto
qtfalsiasi giu ili ciò. M ria. Ma js attenzione è una delle cagioni necessarie
alla Ibrttìàz ione dei giudicii. Dunque Fumee* motivo tlvAV attenzione esser
deve un impegno generale a scoprire la veri Là della cosa, il quale ad un trmpo
stesso lascia sgombro il cuore dal desiderio dì ottenere piuttosto tiu 1 |j
saltato die il suo contrario. Dunque quaudo copta intervenire qualche
prevenzione o / n t è ress e che determini specialrncute un giudizio piali11'
sto che il suo contrario, il giu dici o diviene di sua natura sospettò; t;|l
abbisogna d'essere intierameute convalidalo da un'accessoria dlnmtìU'tizione
che ne taccia sentire la verità, rimanendo intanto nulla laulenU di chi lo
recò. - -Ecco quella ebe io chiamo liberta dì spirito nei guidici I del
Pubblico. Ma siccome si chiede se questi giudicii possano mai servne di
criterio di verità* così si suppone cito siano palesai f e palesati mtJI-ra mente
nella guisa eoo cui furono formati. Dunque allorché co ufi tasse che uon esiste
una perfetta libertà eli manifestazione, si potrebbe sempre ragionevolmente
sospettare se gl’individui componenti il Pubblico esprimano le cose nella guisa
con cui le sentono, e quindi se il giudicio promulgato sia conforme al concetto
intellettuale dei Pubblico, o no. Perlocbè, oltre alla imparzialità di spirito,
esige un’assoluta libertà di manifestazione, affinchè possa rivestire un
carattere autorevole, e riguardar si possa come la voce della ragione comune di
una nazione o della repubblica delle lettere. Questo è ciò che precisamente
intendo per libertà di giudicio, la quale si deve esigere come perpetua
condizione nei giudicii umani, affinchè possano servire di qualche prova della
comprensione della verità. il canoue sovra fissato si verifica iu una maniera
eguale in o^ni Pubblico. Conciossiachè sebbene due nazioni possano essere
dispari fra di loro in cultura, ciò non pertanto la misura di vedere d’
entrambe, considerata dal canto delle persone, riesce perfettamente uguale. L’
una vede maggior numero di oggetti dell’altra: ma la vista dell’una uon è in sè
medesima più lunga di quella dell’altra. Datemi due uomini di vista eguale,
l’uno posto in una valle, e l’altro su di un monte: benché questi scorga più
ampio orizzonte e numero maggiore di cose di quello che sta nella valle, non si
può dire ch’egli abbia miglior occhio dell’altro. La misura visuale media fra
molti si è quella che forma la misura della vista fisica umana. Del pari,
ragionando dello spirilo, il discernimento tra più uomini preso in simile
proporzione forma la vera misura di quello che appellasi senso comune, o lume
di ragione. Per tal maniera il Pubblico letterario non riesce punto superiore
al Pubblico popolare. Fra l’uno e l’altro non v’ha altra differenza, se non che
gl’individui del letterario sono collocali chi più chi meno alto nelle scienze;
laddove quelli dei popolare sono rimasti chi per necessità e chi per pigrizia
nella ignoranza. Perlocbè i popolari stando a quel basso sito, o non
giudicheranno di quelle cose che vengono ravvisate solamente da quelli che
stanno iu alto: o, se ne affermeranno alcuna, ciò faranno soltanto sulla
informazione e tradizione altrui. E se pur volessero di proprio capriccio dirne
qualche cosa, è chiaro ch’eglino parlerebbero a caso, e proferirebbono molti
errori. Ecco fin dove s’estende la condizione di parlare con cognizione di
causa, che noi abbiamo richiesta come indispensabile ai giudicii del Pubblico.
Quindi, oltreché siffatto giudicio non deve essere recato sull’altrui nuda
autorità, deve eziandio essere formato con competenza di cognizione; e però
presuppone una tale istruzione e dottrina, che il discernimento esercitato in .
uua «*»’«• Mimici* possa agevolmcute cogliere gli estremi fra |c preti,,denti
cog Dizioni di cui tabu, o è fornito, e Vogalo ani quale si s Jt6a RutHjae dove
consta intervenire* lina consìderabilwf&^ja fra i lumi di chi giudicacela
malaria «alla quale egli pronuncia, èktm ragionevole il Sospetto die 11
giudiclo non sia recato colla cognizione necessaria ed intima dei rapporti che
legano i concetti: e quindi non può né devesi mai tenere come un dettame della
ragione umana. I Hit. Abbiamo veduto qual differenza passi tra il Pubblico
volgare ed il Pubblico istruito. Questa differenza è pura monte estrinseca ^ ma
nuli di costituzione* dirò cosi, delle facoltà razionali: attesoché olla
rnu.siste nella sola maggiore coltura di cui uno è fornito a fronte dell altro.
Iticio è chiaro die tanto il Pubblico popolare strile nozioni volgari da lui
compreso, quanto il Pubblico letterario sulle acquisite con ispedah studio, sì
dirigono nella stessa maniera, e così godono mpettivameiito di pari autorità.
Couciossiadiè siccome fra gl' individui umani, beuelér esistano e ciechi e
miopi e oftàlmici e guerci, ciò non pertanto dicasi sempre che tulli gli uomini
ei veggono, e che fino ad una data lontananza dìscernono: del pari benché fra i
privali si riscontrino e stupidi e pazzi e prevenuti e la n alici e distraili,
dicesi però sempre clic gli Udini ni giungono comunemente a dis cernere e
comprendere duo ad uu dato senno. Qui si offre spontaneamente la ragione per la
quale a pari caso il giudici d pronuncialo dal Pubblico a proprio dettame* con
cognizione Intima della cosa e Uberamente, debba avere una decisa preponete cu
nzit sopra il gì ti dici g di uu privato, assunto come nuda untori lu . eu e
appunto perchè uri complesso degli individui componenti il ! Libidico
spariscono tutte lo subalterne individuali eccezioni difettose: R quindi
ottenendo il suo sentirli en Lo » accompagnato dai sovra richicsli requisiti,
si ottiene lo schietto e adequato sentimento della naturali1 h** gionevolezza
emana 5 posta ni un dato grado di sviluppata perfetti! àllta* Q li està
naturale ragionevolezza è la stessa cosa clic il senso coovine. Molti filosofi
hanno confuso un lai senso colla cognizione i o a dir meglio colla erudizione
comune. Se per senso comune s in leni la la misurai dei lami dei quali un
popolo si trova fornito, non si riscontrerà in realtà giammai senso, comune
alcuno: attesoché venendo allora riportato soltanto ad una varia, mutabile ed
estrinseca quantità) noti può mai essere ridotto a stabile definizione. Oltre
diete i lumi e le notizie forma no piuttosto F oggetto sul quale il scuso
comune si esercita, anziché costituire il scuso comune in sé medesimo* Se poi
per senso comune s’intenda la sola astratta facoltà di discernere e giudicare,
in tal caso non abbiamo cbe una nuda potenza :, la quale non contraddistingue
colui che dicesi aver senso comune da colui che dicesi esserne privo, o non
averlo per anche acquistalo; come sarebbero, A CAGION D’ESEMPIO, GLI STUPIDI E
I BAMBINI. Il senso comune sta collocato fra questi due estremi: egli dir si
potrebbe essere realmente la comune e subitanea capacità comprensiva dell’
intelletto umano, ossia dell’uomo dotato di ragionevolezza, posto in qualsiasi
grado di coltura. Questa nozione non si può sentire adequatamele fino a che non
se ne abbiano accuratamente distinte e sviluppate le parti; e specialmente se
non si abbia presente qual differenza passi tra i fondamenti ossia le idee
radicali, dirò cosi, della ragionevolezza umana, e le cognizioni scientifiche
più artificiali. Quando TACITO, MACHIAVELLO MACHIAVELLI, GALILEO BONAIUTO GALILEI,
Bacone, Locke, Leibuitz, Montesquieu hanno annuncialo le loro osservazioni, le
grandi loro vedute, hanno forse dovuto inventare un nuovo dizionario ? E chiaro
dunque che le loro scoperte non racchiudevano se non mere combinazioni diverse
delle già cognite idee radicali, tanto concrete quanto astratte, tanto assolute
quanto relative. La cognizione attuale di tali idee serve all’uomo come quella
dei caratteri alfabetici per leggere o scrivere. Se io conosco siffatti
caratteri, è ben naturale che quando vengami presentala una nuova parola non
mai da me veduta, io la rilevi e la legga e la scriva, quantunque ella sia
nuova. Del pari allorché l’uomo è fornito delle idee le quali servono quasi di
perpetui elementi ossia di materia prima alla industria intellettuale per
fabbricare le infinite sue combinazioni, ei può a grado a grado passare da una
in altra cognizione, senza bisogno di tessere dapprima entro la sua mente le
associazioni elementari fra i vocaboli e le idee. L’unica pena cb’ei proverà
sarà quella di seguirne le combiuazioni, segnatamente se vengano soppresse le
idee intermedie al di là di quelle ch’egli può per una subitanea comprensione
abbracciare o supplire. Se si tessesse un catalogo separato di tali idee
radicali comuni a tutte le umane cognizioni, vale a dire un catalogo separalo
delle idee rigorosamente semplici . espresse come tali, tanto di quelle che si
destano dagli oggetti esterni, quanto di quelle che stanno racchiuse nelle
affezioni interne della nostra anima; io ardisco dire che il catalogo
risulterebbe infinitamente più ristretto di quello che taluno possa figurarsi.
Ora questo catalogo esiste realmente in ogni uomo dotato di ragionevolezza fiuo
ad un dato segno, cioè fino al punto che le circostanze ordinarie della vita
civile comportano. Egli è già latto: ma si trova sparso e frammisto per entro
le idee complesse. le massime e Io opinioni che vengono tuttodì poste in opera
dagli uomini. Questo catalogo e queste cognizioni formano il patrimonio, dirò
così, del senso comune. La capacita poi naturale della vista intellettuale, ed
il modo ordinario di esercitare l’attenzione sugli oggetti tanto fisici quanto
morali, costituisce la forza e F estensione del senso comune. Laonde
ricomponendo tutte le parti d’onde egli risulta, si può dire che il senso
comune è la comprensione naturale dell’intelletto umano, in quanto trovandosi
fornito delle idee che la natura e la società olirono agli uomini inciviliti,
si esercita a norma dell’ attenzione diretta dalle circostanze. 11/0. Perlochè
se troviamo che le verità più semplici divengono, per dir così, acquisizioni
immediate del senso comune: egli è del pari vero che possiamo collocarlo anche
in uno stato accidentale e meno immediato: non altrimenti che se fingessimo gli
uomini non abitare dordinario che la sola pianura, potremmo ciò non pertanto
supporli abitare sui colli e sui monti. Ora se didatti collochiamo il senso
comune nella sommità della maggior perfezione ragionevole, noi troviamo eh egli
si esercita colle stesse leggi . cioè a dire comprende colla stessa forza ed
estensione proporzionale, colla quale comprendeva nello stato dell infima
ragionevolezza: nè v’impiega cura o tempo maggiore che prima. dita nel p
scorse, di comprovare che non si estendono oltre questi contini, ei o chè ogni
giudicio del Pubblico altro non è che la decisione del senso comune collocato
in tutte le graduali cognizioni delle scienze e delle aiti. Ciò posto,
qualunque siasi la materia sulla quale il I uhblico pronunci la sua decisione,
non se gli potrà mai negare, posti i convenienti requisiti già sopra espressi,
quella misura di autorità, la qu Qui siami lecito osservare, die la disparità
fra due mimi non può essere cotanto esorbitante. tra mie il caso die non
abbiano da indio tempo avuto mutue Cuti tiessi olii ed attivo commercio di lumi
e di utEJiliL Quindi a proporzione clic siffatto commercio fu ed è più Ìntimo e
molli jd ice, e die i pensatori usano di uua lingua intesa da entrambi i
popoli, o st moltiplica le traduzioni, o si comunicano i lavori e le mie f rie,
sarà il uopo a proporzione un lampo mollo minore, perchè la naymiue meno colla
possa decidere colla misura del senso connine o, a dir medio, del buon senso Il
quale non è elio lo stesso senso comune cali calo iti un grado non volgare di
lumi. La misura del tempo che abbi* sogna per divenire non dico gemi inventori,
uè tampoco ingegni che flg* giungano e rischiarino, ma soltanto semplici
addottrinati al seguo intuì \r scoperto sono gin spinte, egli è JI punto di
competenza dei giiidiciì di ogni Pubblico umano. . 1 ulte queste considera zìo
ni. tutte questi regole e cautele ri" riardano solamente d primo requisito
della validità dei giudico del Faibbeo: d qual requisito trae \ suoi rapporti
dalla sola cognizione* Compiuto cosi questo primo saggio sulla parto dallo
spirita $ passiamo -alle considerà&iuui degli elicili del cuore sui
giudici! del Pubblico, ed alb ! gole convenienti per Fare uu uso pratico della
loro autorità. Dette regola risguardantì l'uso del giudicH del Pubblico per
rapporti all imparzialità del cuore, ed ulta lìbera loro promulgazione* Pi I dr
Non là Insogno dimostrare die la imparzialità del cuori' 1 delI essenza di un
giudici^ vero: e la libera sua promulgatilo è iudispi'usa bile, ove si voglia
saperne il vero c genuino Umore. Così. per esempla, se nella geometrìa si
potesse introdurre un estraneo interesse, il auendovrebbe essere sgombro da
ogni desiderio che il quadralo ddFipohnusu iosso uguale al quadralo dei cateti,
affinchè riir potessimo che Sa concilia siooe del geometra sia stala vera, allorché
ci riportassimo alla di lui -JL]~ tenta. Ma tostoché constasse eli1 egli ha uu
estraneo interèsse a desiderare; che j! quadralo sia maggiore o minore, la sua
autorità ci di vorrebbe sospetta. Del pari ci dovrebbe constare che non abbia
iutarosse alcuno contrario a palesarci il multato della sua dimostrazione, e
alte cm non gli venga vietalo da ehi che sia: altrimenti noi potremmo
legittimamente: temere die la espressione esterna non sia conforme sfH ictteruo
pensiero. Questa medesima condizione diviene indispensabile ai progressi di
qualunque scienza ed arte. Dai elio deriva che, almeno negativamente, la
libertà sarà mia cagione confluente ai progressi dei lumi, delle arti e dell
iuemiinfèuto di qualunque società. Ilo detto negativamente* condola eh è la
imparzialità e la libertà risultano da una mera nemiune cd assenza di un
ostacolo interno ed estero. A. svegliare Fattività umana tanto a pensare,
quanto ad operare ? si esige un positivo stimolo efficace 5 il quale consiste
ne\V aspettazione di un bene o di un male fisico o morale. Da queste
considerazioni nasce una regola logica, che quando consta di parzialità n di
costringimento, l’uomo privato deve sospendere il suo assenso, e richiamare ad
esame la decisione emanata, e riportarsi al suggerimento della propria ragione.
Vm. ÌNon è cosa ardua lo scoprire le cagioni della p.v/mili là ° del costringi
mento del Pubblico. Conciossmhè non potendo tali effetti derivare se non dà
cagioni che operano sur una massa intera di uomini, per ciò stesso sono note e
palesi; e sì può agevolmente ravvisarle, e calcolame i gradi di estensione e di
attività sulle diverse materie. Do speci bcare siffatto cagioni c le rispettive
materie ci verrà meglio fatto più so Ito. et Ora ini si chiederà come il
privato operar debba quando non consti della esistenza di ostacoli interni od
esterni che il cuore o il potote oppongono alla perfetta cognizione e genuina
manifestatone della verità. _, Da risposta, è già latLa dalle cose discorse.
Quando si ver-iii nliinq i requisiti uecossarii dal canto della pura
cognizione, il giudicio del Pubblico sì avrà a tenere come F espressione del
senso comune r. come mi’ autorità di V arisi mig 1 i n . Appena egli è
necessario ricordare, che quando un se oli m auto esce dal Pubblico ad onta di
un contrario interesse, egli racchiudi' la maggiore vmWMì^ ianzu. È noto con
spiai occhio indulgente e coti quanta facilita l’un ino accolga le idee che
lusingano le sue passioni: per lo contrario con quanta, severità e renitenza
egli s induca a cedere àlh cose, se d cuore contrasta,. Per finale compimento
delFnso pratico che far si dove di. i giu dicli del Pubblico risai La che la
prigione dell uomo privato appon loro., per dir cosi, il suggello autentico
della probabilità relativa. Di (Fa uh SO quando una eoo vìnce ore ragione
oppugna nell’ intimo scuso dell uomo un pubblico giudieio, egli non vi deve
deferire; scapando ha aigomenu della loro invalidità, a motivo della mancanza
degli opportuni requisiti, gli è tF tropo riportarsi intieramente al proprio
interno dottami' . ricerchi: sulla validità' dei gfudigh, ec. egli è troppo
ciliare clic allorquando li trova con l'ormi ai risultati della propria
discussione, eglino acquistano il maggior grado possibile rii pròbahilm. Ed a
vicenda se siffatti giudici! del Pubblico succedano a convalidare il gitidicio
del privato, gli prestano una cauzione di verità, è Io rassicurano vieppiù dal
timore di avere errato* Sa quali materie t giudica del Pubblico possano o non
possano essere riguardati per un criterio di ve ri tic Le materie possibili dui
giudicii del Pubblico sono le materie lotte debili umunt pensieri* Ma sia che V
uomo col pensiero ascenda al cielo o si approfondi negli abissi, sia die
arretri la mente sullo spailo ÌliIiuILo del passato o la inoltri nel futuro,
sia che la contenga nel risibile o la sospinga nell’ invisibile, sia ciré
Raggiri sull’ esistente o la lasci trascorrere senza freno nel possibile, J
uomo non esce giammai da sé rarde.simo: le sue proprie idee sono mai sempre il
cerchio insuperabile in cui si ravvolgono i suoi pensamenti. Ciò posto, quante
specie di idee assolute e relative esistei' possono, altrettante sono le
materie dei giudicii del Pubblico, e le specie dei giùdici] medesima. E benché
qui riguardiamo siila Ito materie nel solo rapporto della validità del ||udmm
del Pubblico a divenire criterio di t 11 erìth.,* talché, analisi latta, si
scopra che alla perfine non abbisogni ionio di sì vasto apparecchio Dèlia
enumerazione delle materie: ciré nondimeno siamo costretti ad abbracciarne
tutto il complesso ideale, onde rassicurarci di non averne trasandata alcuna,
la quale potesse cadere a buon diritto sotto le nostre ispezioni. Per tale
maniera siamo obbligati a contemplare, almeno in mia vista generale, tutto
intero b albero enciclopedico, guidati dall analisi. la quale se da un canto si
occupa a dividere e ad Isolare con precisione le parti di un oggetto,
dalbalt.ro cauto però presuppone di tenerlo tutto intiero sotto II magi stero
anatomico. Fissato cosi il canapo della annali nostre osservazioni, passiamo a
distinguerne le parti clic costituìscoilo le materie degli umani giudici i.
Nella scienza Ili generale distinguo prima di tulio due cose: yate a dire Y
oggetto della scienza medesima, che con altro vocabolo appallasi malaria della
scienza ; ed il fine di lei. Il primo membro di quesia distinzione racchiude
tulle le idee possibili dell’uomo ; li secondo poi esprime il centro di
tendenza della mente umana ue IT occupare la sua alieczEonc intorno [die idee
medesime, . SoLLo il primo rapporto le idee uon sono altro clie un feuomnto
puramente storico ed esperlméntale ; sotto il secóndo divengono materiali per
simmeliizzare il grande edificio della scienza. Conciossiache ogni scienza ho
un /ine, e per ciò stesso esìge una determinala scelta e combinazione d’idee
confluente al centro o scopo suo; e così esclude ogni altra combinazione.
Appunto sotto questo secondo rapporto cì conviene conteraipiare le Idee umane.
Ciò ritenuto, è noto che il bue di ogni scienza 6 la verità, Ma . Quest
attività ò svegliala dall’ amor proprio (ved. Parte Ih Sez* Ih Capo. I), Dunque
tutte e tre I c fa coltà del 1 T e ssere pensante so u o ad un tra tto
esercitate u c 1la contemplativa o conoscitiva.Ma siccome la scienza mte
rasante non é che la stessa conoscitiva^ in quanto è rivolta a discerne re c a
discevera^' i rapporti utili c nocivi e i motivi de Tarn or proprio: e del pari
siccome la scienza operativa non è altro che la medesima conoscitiva^ in quanto
discerne, trasceelic o fissa le regole delle azioni* sia interne, sia esterne:
così anche Toni. I. 1038 ricerchi: sulla validità dei giudichi, ec. in queste
due parli tulle b* tre facoltà dell’etere pensante vengono impiegate ed
esercitate congiuntamente. Nella operativa avviene precisamente lo stesso. Le
idee, In cognizioni, i giudicii determinano la voloutà. e questa spinge l’
attività ad operare in conseguenza. In breve: nelle scienze, nelle arti, nella
vita le facoltà dell’ auima umana non solamente nou agiscono mai divise, talché
avvenga che quando l’ima si esercita, l’altra riposi: ma all’ opposto tutte
congiuntamente sono poste in esercizio. Ilo creduto dover trattenermi alquanto
più a lungo su queste considerazioni fondamentali, sapendo di avere a fronte la
divisione generale delle scienze fatta da Bacone, adottata da Ghambers, e
dappoi dagli enciclopedisti francesi. Credo così di offrire una significazione
di rispetto a tanti uomini celebri, posto die vengo a dipartirmi dal loro
modello per esibirne un altro. Connessione costante fra Varie e la scienza.
Aggiungiamo aucora un cenno, per dileguare F incantesimo che sembra
affascinarci quando contempliamo F edificio generale dello scienze e delle
arti. Se tutto ciò che l’uomo può scrivere, favellare, dipingere e formar colla
mano nou è che la espressione del suo stesso pensiero. accompagnato dall’azione
della volontà e dal sentimento dell’utilità: è chiaro che le scienze e le arti
vanno per una specie di ruota di ntoiuo al medesimo principio da cui partirono.
Questo è il punto più semplice di reintegrazione di tutta la gran macchina
deli’ esistente e del possibile per rapporto all'uomo. Le cose esterne, ch’egli
appella universo, clic cosa sodo re ramente per rapporto all’uomo, se non idee
di lui ? Se ne assegna Li causa ad un potere incognito esterno, ne vede però
solamente 1 effetlo in sé medesimo. Quest’ effello egli denomina appunto cose
esterne, b cose esterne adunque nou sono che sue m odifìcazioni, determinai a
uno o più agenti esterni. Per rapporto alle cose interne è nolo uoo essere
elleno che modificazioni determinate direttamente dai potei i che costituiscono
la sostanza dell y essere pensante. Dunque la speranza, la storia, le scienze,
le arti, in quanto formano la materia dell’umano discorso, non sono altro che
modificazioni dell’uomo interiore. Ma se il fine della scienza contemplativa e
conoscitiva c di scoprire Ja verità fra molti errori possibili; se del pari il
fine della scieuza interessante è di cogliere la verità per rapporto ai beni ed
ai mali, onde additare all’uomo i mezzi di felicità: e se finalmente nella
scienza farti: operatila 11 mestieri disceriRTe, fra mezzo ai modi die non
producono gli atti conformi alla intenzione, quei modi ed atli onde sì
eseguisce. Feifctto intese: si sente perciò che in lotte le arti e le scienze
interviene la cognizione guidata dall’ arte, e che ogni parte della scienza
richiede il soccorso di un'arte speciale. Così distinguendo le arti sussidiarie
ad ogni scienza Hall’arte essenziale costituente la scienza medesima, si trova
che nell'albero enciclopedico un 7 arte viene sempre sottintesa; questa
serpeggia, per dir così, entro le vene d’ogni scienza, le dà anima, vita, forma
e direzione Per sentir meglio questa verità giova riflettere, che se le
cognizioni umane fossero senza scopo e il mondo intelligente si dovesse
pareggiare ad un caos in cui le idee, a guisa degl’atomi di Democrito e
dell’Orto, non avessero connessione, nè centro alcuno di tendenza* noi avremmo
bensì una sensibilità in esercizio; ma la verità e F errore, il bene ed il
male, ridotti a puri fenomeni di cognizione passiva* sarebbero ricevuti con
pari iti differenza* Ma è chiaro che in tale ipotesi non esisterebbe scienza
alcuna. AH' opposto, to&lochè noi supponiamo uno scopo È mestieri trovare e
percorrere la via onde giungere a lui. Allora ecco la scienza. Ma ad un tempo
stesso ecco utiV/rfe, la quale in ultima analisi costi Luis ce In scienza . e
la contraddistingue dalla indeterminata cognizione Sperimentale delle cose.
Ecco del pari che convieu dividere e disegnare le scienze dal loro fina. Così
viene confermala la ragion e v ote zza della divisione da noi riportata. Arte
figlia dulia natura. 1*245. Ma se Varie uellT uomo fosse innata, ella non
sarebbe veramente più arte, ma natura : Fnomo non avrebbe bisogno di arte
alcuna, poiché giungerebbe in la 11 ih ìl mente al suo fine. Se poi ques Varie
non innata, come la discopre egli? Certo conviene elicgli la ritrovi senz'arte.
Dunque avanti di tutto si deve supporre ch’egli la ritrovi per semplice
speri.cn za. Dunque in prima origine le scienze e le arti si riducono e
ritornano alle leggi di -fatto della sensihilUh sotto il regime della natura.
1/ emblèma del serpente, che fi i cesi usato un tempo dagli Egizi i per
simboleggiar I anno, potrebbe pur servire di simbolo alla scienza. Da questo
punto di visLa V esperienza e la scienza non vengono punto distinte, e se
dappoi riescono diverse, ciò pure deriva in orìgine dalla forza e dagli impulsi
dclltes/jmm^. In tal guisa b natura di cesi maestra deli9 nomo. L uomo agisce
lauto internamente, quanto esternamene. Dunque la distinzione di cognizione e
di Opera, di scienza e dì potete zn. di scienza e di arte ha un fondamento
reale nella natura, L L nomo, consideralo corno un essere esistente 5 forma
parla della natura, hglì diviene a sè medesimo oggetto della propria eoa tempi
azione* oggetto dell arte. L aLlività sua., olire all* esercitarsi in risia di
un fine sugli oggetti esterni, si esercii a eziandio sul proprio interne, Gli
altri esseri esistenti fuori dell’ uomo formano II restsató della natura, che
più specialmente si appella universo. Mia natura corrispondono V esperienza e
la credenza. Gli oggelti di queste sono i fatti . i quali formano la universale
e comune prima base e materia delle scienze. 4 250, Come la natura non ci
somministra le case, nè le seggio I e, nu gli orologi formati, ma si bene Ì
soli materiali : del pari non ci eom ministra le idee astratte, nè le nozioni,
uè gli assiomi, no le teori b, nò i sistemi, ma i soli materiali di tutte
questo cose. E siccome le mÈuifalturc sono propriamente prodotti dell* arte
fisica esterna* cosi lo costì razionali sono prodotti dell arte psicologica
intenta* Llleno appellar à pòIrebbero lavori mentali La natura genera Varie,
coma si e vccIliLo . 1 arte serve alla natura per conseguire il fine della
verità e della utilità, Perlochè vi sono tante arti, quanti vi sono scienze, e
da esse acquistano la denominazione, Solo non esiste Varie di crear J arte^
perché è natura, come si è detto* Se i Jaiti^ ossia la natura, formano la base
c la materia tlì tutte le scienze; dunque i fatti somministrano i materiali
dell albero enciclopedico* Questo nella parte scientifica presuppone già 1 un
iene Li fatti tatti debordine fìsico e morale. La raccolta dei fatti può c
dev’essere ordinata ad usp Llb mente umana* benché nell’ universo tutto esista
in uno stato connesso- e concreto. La distribuzione delle materie di questa
raccolta forma le radici., dirò cosi, dell’albero enciclopedico, l veri rami di
quest’ albero dovrebbero essere quelli che abusivamente appellarsi elementi
delle sciente o della filosofia^ ì quali più propriamente appellarsi dovrebbero
risultati delle scienze. Dìffatti se. al dire del filosofi, eglino racchiudo^
il sistema dei pria ripa generali, racchiudono adunque quelle aozjQUb ie quali
sono veramente le ultime ad ottenersi coi ìien ordinari progressi del Fu mano
intendimento nella eognizioue delle cose. Il modo eoo cui separiamo queste che
chiamiamo radici delFalbero enciclopedico dai rami superiori che formano i
principi generali delle cose, corrisponde alluso ed alla successione della
sìntesi e delFanalisi. L’analisi riguarda i fatti: la sintesi riguarda Se
scienze. La prima prodace la seconda, e la seconda succede alla prima. Per lai
maniera si scorge che un albero enciclopedico tracciato in questa maniera deve
riuscire il più completo e fruttuoso. Una sola avvertenza mi conviene qui ri di
la mare, ed è: che sui fatti singolari^ attesa la nostra limitazione, ci h
forza impiegare il raziocinio . come altrove si è discorso. Ciò però non altera
F aspetto linaio ed essenziale della cosa (vcd. Parte li. Capo ultimo). Un
fatto sarà sempre una rappresentazione completa, quale viene o dovrebbe
venirprodotta a norma dei rapporti tutù attivi delle cose che fanno o farebbero
impressione su di noi: rappresentazione la quale, considerata nel suo stato
reale * non soffre astrazioni, nò paragoni, Questi sudo opera della nostra
mente. Quindi vi sono arti che tendono a scoprire o a verificare i fatti; come
appunto Yurte di $p$&ìmen$arC) di osservare, la critica, ee.Da ciò viene in
qualche modo turbato il vero ordine col quale delincar si dovrebbe V albero
enciclopedico, se tutti i i'aLti potessero constare alFuomo mercè la esperienza
diretta. Adattandoci quindi alla limitazione c costì lufcioa e attuale della
mente umana, noi osserveremo preliminarmente gli ultimi confini dell orbe
scientifico. A destra Tu orno ha, por cosi dire, il passato; a si nisira il fa
furo. Egli è posto nel mezzo del visibile, o. a dir meglio, del sensibile, A
fronte e a tergo ha Y invisibile^ ossia V insensibile. Però se l'uomo non
conosce veramente se non a tenore delle idée ricevute; dunque il passato ed lì
futuro non saranno nulla per la cognizione umana, se non in quanto attualmente
le apportano una cognizione certa dei fatti o accaduti o futuri. Ma il passato
veramente non esiste più. Dunque la certezza della di lui esistenza ò fondata
sui monumenti presenti che ebbero connessione col passato medesimo, che da ossi
viene indicalo mercè di siffatta connessione. 3 200. Similmente F esistenza
elei futuro non può, mercé la cognizione* essere determinala che per le
connessioni eoi presento: altrimenti rami esisterebbe fondamento di distinzione
ira il puro immaginar io ed il reale. Rapporto al abbiamo dimostralo che buoni
u nonne può conoscere le vere intime cagioni invoce egli è limitalo a segnare
nel prospetto enciclopedico la successione delle apparenza costatili fra gli
oggetti come cagioni delle loro azioni* passioni, fenomeni* effetti^ ec, Libi,
Ma per conoscere le cose convieu supporlidapprima già èststenti, e tali che
agiscano sull uomo. Dunque è chiaro eh1 egli non può nulla pron li a eia re
sulla primitiva origine dello medesime* e non può ai a iter marne* nè negarne
l'epoca e il modo. Le origini clic l'uomo conosce. e può conoscere * sono le
apparenze del nascere delle cose subalterne* vale a dire di meri lezio meni del
lutto secondarli, dopo eli»; le coso esislouo. 1203. I ulto questo si vede, se
sì ritiene che Fu omo non può conoscere i poteri reali della natura se non
mercè gli effetti clic producono in lui. Gli attributi essenziali delle cose
sono sepolti al di lui sguardo iti una notte impenetrabile. lAdieltiva primaria
cagione delle cose gli è iticomprensibile. La catena reale delle cagioni
primitive* producenti Lift inameni 5 e del pari ascosa* c cinta eia tenebre
insuperabiliLa qua bissi reale origine di tutti gli avvenirne u ti del Tu ni
verso viene n e ccss;j riandate ignorata dall uomo* Dunque eoo infinita me u te
maggior ragione egli uon poLri aver cognizione nè congettura alcuna dell’
origina c della fb& inazione delF universo. Da ciò si scorge che la scienza
delle cagioni ossia dei potAJ reali della natura non deve entrare uelhalbero en
ciclope dico* ma dev essere soltanto inscritta nella serie delle umane
credenze. Del pari sì du duce che la cosmogonia li Iosa Bea dev7 essere
aucldessa eliminata dJpm spetto delle scienze: parlo perù di quella cosmogonìa
che 1 uomo* invìi-*, il solo proprio ingegoo5 si Unge filosoficamente. . [al
contegno* li u o ad uu certo limite* si può usare rumbe nella cosmologia ♦
Imperocché V nomo non può promiuciare che mll" mere secondarie apparenze?
delle quali è spellature. Ma queste app^ieu_ zc . a cui corrisponde F ascosa ed
ini pepe tra bile realtà 9 connotai)0 11110 scarsissimo numero di leggi
generali di quello di’ egli appella universo ^ c se eccettuiamo la luce degli
astri ed il moto dei pianeti. Lutto il resinale della cosmologia resLrmgesì
alla tèrra el degli abitino per consegue^ somministra Io spettacolo
ristrettissimo di un solo punto dellòmivei'so. lo credo che prima di erigere
l'edifìcio enciclopedica sia à Ut)po divisare i materiali che vi debbono
entrare *, e quelli che convieu > gcLLarc. Se le scienze vengono determinale
dal loro fine* è tropp0 tVl‘ dente che non possono abbracciare uè quello che
unii si può sapere quello di ’ è falso. Il miglior servigio che rendere si
possa alla ragione umana non è solamente istruirla di ciò che ignora, ma
eziandio avvertirla di quello eh’ è impossibile di mai conoscere. Questa parmi
la prima cautela fondamentale nel tracciare i confini del regno delle scienze.
Dai confini passando all’ interno, distinguo in questa storia la parte
meramente descrittiva dalla parte ragionala. L’oggetto poi di lei è Y imiverso
e Yuomo. 1208. Nella prima parte descrittiva si comprende la cosmografia, che
si divide in uranografia ed in geografia. La geografia presenta la forma e la
struttura del globo, e in essa la materia organizzata e la inoro-anica. L’
organizzata abbraccia la materia animata, vale a dire gli ammali: e la materia
organica inanimata, vale a dire i vegetabili. La descrizione di questi riceve
il nome di botanica. 1209. La materia inorganica abbraccia la terra, il mare e
l’atmosfera 5 io una parola, quelli che dal volgo appellansi elementi. La tena.
presa sotto questo aspetto, dà campo alla descrizione delle miniere, delle
cave, delle cristallizzazioni, delle petrificazioni, ec. L’atmoslera, tutte le
meteore: il mare, tutte le sue vicende e diverse forme di vortici e correnti,
di tempesta e bonaccia, di flusso e riflusso, ec. 1270. Salendo all’altra parte
della storia che deve servire di materiale alle scienze, c’incontriamo nella
storia dell uomo. La di lui descrizione si divide in interna ed esterna.
L’interna riguarda il principio pensante, vale a dire l’anima: i fenomeni
puramente spirituali entrano in questa descrizione. L’esterna si è quella della
sua macchina e de suoi bisogni. Quindi la storia dell’uomo si divide in
psicologica e fisiologica. Questa storia riguarda l’uomo individuo. Ma siccome
l’uomo stesso vive in società, evvi una storia politica, civile, aneddota, ec.
Egli ha una religione, un culto, una credenza, e quindi la stona religiosa,
teologica o sacra o ecclesiastica. Le popolazioni vivono e si succedono per il
corso dei secoli: quindi la divisione della storia umana in antica ed in
moderna: quindi la cronologia presa come divisione de’ tempi. L’uomo e le
popolazioni formano certe opinioni, certi discorsi, certe combinazioni d’idee,
che palesano a’ loro simili. La recensione di tutte queste cose forma la storia
letteraria, in cui l’errore e la venta, i pensamenti utili ed i nocivi vengono
egualmente compresi. L’uomo, mercè la sua mano ed il suo ingegno, forma opere
elaborando la materia, o producendo mediatamente certi effetti esterni. Ecco la
storia delle arti e delle loro produzioni. Cosi percorrendo i sovra riportali
ed altri oggetti, si prepara il londo delle sciente e delie arii* le prime
delle quali siano coordinale alla verità, e le seconde alla utilità ed al
piacere. Dopo ciò sorge V edificio razionale^ distribuito in tre grandi parti,
a coi corrispondono altrettante parti dell’arte generale che costituisce la
scienza. Se le partizioni possono convenire alla sto ri a*, esse ripugnerebbero
alta struttura generale delle sciale: elleno deh bona essere esposte mercè rassegna/.
ione dello fonti da cui derivano. Per la )1. Ma a fine di veder vie meglio a
qual punto preciso debbono essere rivolte le uoslre considerazioni è mestieri
riflettere clic V atkn-,ione non è die I esercizio di uua forza* Questa forza
non può essere suscettiva che di due stati: vaio a dire di azione o d1 inazione
* JNdlJu stato di a Jone non si possono distinguere se non: P'J la durata del
Ji lei esercizio: '2, i gradi ora maggiori ed ora minori della di lei energìa:
e finalmente la direzione del di Iti esercizio, dia abbiamo veduta ebe fa
verità richiede dì sua natura che l’uomo si possa accomodare a com* prendere
tutti i rapporti clic le cose in eh in do no, quali sono iti sé mettasimi.
Dunque fino a che non consti che 1* attenzione del Pubblico v&ug realmente
spinta per un principio generale attivo a cogliere le coso ad loro vero
aspetto, non consterà che. il Pubblico giudicando per sentimele lo, giudicai
con verità. Dire eli e l inclinazione comune la giudicare così; e che dunque
ilgìudicio è vero, sarebbe un ragion amento temerario fin ù a ehc non constasse
che il sentimento del Pubblico venga d'altronde l3ìretto, per una legge
generale, giusta i rapporti della verità. Qui nasce una distinzione importante,
lo quale dà lame in tutte quelle decisioni nelle quali ha parte il cuore. Altro
è dire che un giudici,*) venga recato per uà intima com prensione delle idee e
della loro intrinseca redazione; ed altro é dire che venga recalo sulla veduta
e stille, connessioni degli aspetti offerti da tm sentimento interessato. 11
primi) modo di gìudlcii è propri a me ole teoretica; il secondo è di pù gitone.
Quantunque questa seconda specie potesse essere e lusso elle ni vanumi vera,
tuttavia la certezza non risulterebbe dalla illazione, ma binisi da un’armonia
tra la spinta dell' affetto e i rapporti della verità* Alloca la certezza
'divinile, per dir cosi, estrinseca. Ma onde accertarsi se ciò avvenga
veramente, è iV uopo dimostrare che io certe materie il cuore ^ i ige et
presenta al Pubblico le idee in guisa armonica colla veritàIto' que è d uopo
dimostrare che esista su certe materie una legge di jtdlo* per cui la natura
dirige colle spinte del cuore i dettami del Pubblico a norma della verità*
Fuori di questa certezza uon potremmo mai rig$fjp dare i giudica del Pubblico
porta ti per puro sentimento come legittimi? ma s\ bene come mancanti ili
prova: in ima parola, li dovremmo estimare come semplici preludici], che la
ragione deve poi ratificare u ri£d' lare mercè una diretta di musi razione.
Queste sono le nozioni direttrici, colle quali possiamo avviarci iu progresso a
determinare in quali materie il giudicio del Pubblico, che dobbiamo sempre
ritenere non essere se non l’oracolo del senso comune, tener si debba quale
criterio di verità. Ridurremo queste materie a cinque classi principali; vale a
dire: del vero e del falso speculativo; del giusto e dell’ingiusto; del bello e
del turpe; dell’ utile e del nocivo; del merito e del demerito. Del vero e del
falso speculativo. ]u questo Capo doli diremo nulla, oltre a quello che si è
già discorso. Lina sola ricapitolazione e necessana. Articolo I. Separazione
del vero e del falso speculativo, di cui il Pubblico non pub giudicare, da
quello di cui egli pub recar giudicio. 1290. Prima di tutto convien separare il
vero ed il falso speculativo, intorno al quale il Pubblico non può mai recare
giudicio per mancanza di cognizione. Ora dalle cose dette più sopra risulta:
Che nell’ ordine fisico ilgiudicio concorde del Pubblico non si potrà mai
tenere come criterio nemmeo probabile di verità, quando abbia per oggetto di
pronunciare sui poteri della natura reale, sulle veie origini delle cose, su
quello che per se possa recare di bene e di male, poste altre combinaziodi.
Nell’ordine morale il giudicio concorde di molli non si potrà tenere per un
criterio di verità^ quando col senso comune pronuncia sulle leggi delle umane
percezioni, attesoché iu natura esiste un fondamento costante ed universale di
errore, originato dalle abitudini e dalla inevitabile ignoranza, per cui deve
passare e principiare bordine delle umane cognizioni. Nemmeno sulle materie
religiose puramente tali, iu quanto il giudicio del Pubblico si occupa nel
pronunciare sugli attributi della Divinità, sui decreti della di lei volontà,
sull’ordine della di lei provvidenza, sul culto a lei dovuto. Non già che la
sana ragione non possa, poste certe cognizioni, dedurre alcune verità su queste
materie: ma bensì perché in natura vi sono leggi costanti, per cui il Pubblico,
diretto dal solo senso comune, deve comunemente errare . Qui il fallo di tutte
le false religioni convalida la mia proposizione. Nell ordine fisico-morale il
giudicio del Pubblico non può essere assolutamente criterio di verità in tutte
quelle materie, la determinazione e la cognizione delle quali dipende dal
concorso di molle minute, passaggiere e momentanee circostanze, e di viste
affatto private e spesso incomunicabili. Questa proposizione viene dimostrala
dai rapporti essenziali del giudicio. Per ciò stesso cbe si tratta di un
giudicio del Pubblico, comien supporre una materia la quale o per sè stessa sia
posta sotto gli occhi di tutto il Pubblico, o della quale almeno esistano prove
comunicate a lui. Ma come è egli possibile comunicargli, a cagion d’esempio,
quello che appellasi colpo d'occhio di un generale, di un politico, di uu
filosofo, di un artista, e di qualunque altro uomo che s’accinge a qualche
impresa? Come giudicare di quelli che appellansi presentimenti o passaggiere
apparenze, note ad un solo od a pochi privati? 11 Pubblico tutt’al più potrebbe
giudicare degli effetti esterni, di cui rimanesse una cognizione almeno di
tanta durala, che potesse completamente comunicarsi a tutti gl’ individui
componenti il Pubblico. Articolo II. Del vero e del falso speculativo nelle
materie di fatto . Separate cosi queste materie, rimangono tutte le altre,
sulle quali può accadere il vero o il falso speculativo. Queste materie altre
sono di fatto ed altre di riflessione . Su quelle di fatto-, siccome qui non
contempliamo il Pubblico come testimonio, ma bensì come giudice che ne afferma
o ne nega la verità; cosi noi siamo costretti a limitarci a quelle materie di
fatto ^ sulle quali egli giudica non mercè della propria espe rienza, ma per
altrui tradizione. Le prime sono propriamente cose talmente notorie, che ad ogni
uomo privato constano mercè un atto d intuizione, talché non abbisogna
dell’altrui giudicio onde pronunciale con certezza. Piestringendoci pertanto
alle seconde, esse non possono riguaida re se non che un fatto passato, di cui
soltanto esiste la memoria 50 un fatto presente, che avviene fuori degli occhi
del Pubblico; come, a cagion d esempio, in un paese lontano, ovvero in un luogo
del tutto privato. Qui abbiamo sott’occhio un Pubblico posto nella necessità di
trarre ogni sua notizia dal racconto altrui. Dunque trattiamo della credenza
del Pubblico, e quindi cerchiamo se i motivi di credibilità elio egli adotta si
possano riguardare come certi, perchè egli li adotta; e se 1 uomo privato debba
deferire alla pubblica credenza. Quest’ipotesi presuppone che esista la
testimonianza, sulla quale il Pubblico crede il fatto narrato. Questa
testimonianza dev’essere certamente nota a tutto il Pubblico, poiché egli
deferisce il suo assenso a lei. Dunque l’uomo privato può chiamare ad esame la
testimonianza medesima senza aver bisogno della credenza del Pubblico, onde
pronunciare se il fatto sia o no credibile, se sia certo o incerto, vale a dire
provato o non provato. 1294. Sarà sempre vero che la notizia del fatto noto
deriva da uno o più uomini. Dunque assumendolo dal canto della sua prova, non
può la credenza di molti, quand’anche si supponesse ragionata e determinata
dalle regole della più purgata ed imparziale critica, spingerci ad altro
risultato, se non a quello di sapere se il dato uomo, che narra il fatto, si
possa credere verace, o no. Dunque il fatto anche ammesso da più persone, mercè
l’uso accurato delle regole critiche non diviene niente più certo di quello che
essere lo possa mercè la fede del testimonio. 1295. Se dunque dal numero delle
persone che concorrono con discussione critica a credere un dato fatto si
volesse trarre maggior argomento della certezza di lui di quella che deriva
dalla testimonianza di chi lo depone, si argomenterebbe falsamente. L’unica
illazione che trar si potrebbe a favore di un fatto, quando la sua credibilità
fosse stata purgata dal crogiuolo della critica, si è: che dal canto del
testimonio non constano nè appariscono eccezioni di menzogna: che la nostra
credulità o incredulità non è temeraria, perchè viene misurata dal valor
critico della fede del testimonio, e nulla più. 129G. Ma ridotta a questo punto
la questione, si hanno tosto in mano le misure onde stimare il giudicio del
Pubblico giusta il suo vero valore . Didatti s’egli non è accertato
dell’esistenza del fatto se non col mezzo della testimonianza; se la credenza
per non essere temeraria deve essere richiamata a discussione; siamo dunque nel
caso che la certezza della credenza riposa sui raziocinii. Dunque risulta che
la credenza del Pubblico dev’essere stimata colle medesime regole con cui si
valu tano i di lui giudicii sulle verità complesse di riflessione. 1297. Ma ciò
non basta ancora. Fra le materie di fatto e quelle dì riflessione passa una
differenza essenziale . Nelle materie di riflessione non devesi ricercare se
gli oggetti esistano, o no: qualunque siano, quando souo presenti, Tuomo
giudica. La questione cade sulla sola cognizione dei rapporti. Non esistendo le
idee degli oggetti, non si può tessere giudicio alcuno sopra i differenti punti
di relazione e di tendenza che possono avere. Per lo contrario, benché il
Pubblico non abbia sott occhio prom alcuna dd lutto, In può credere e sposso lo
crede sulla sola asserzione dì mi uomo che rie propaghi il racconto o la
descmione. >— Unaqu e* affinerò la pubblica credenza possa servire di
qualche presiniziouc di verità . sarebbe necessario : 3r' die le prove dei
latti fossero i.: gualineute pubbliche e note, quanto il fallo medesimo; 2tu
che siffatte prfl?e fossero talmente sminuzzate ed ovvio, che per coglierne la
vali diti non si richiedesse che una prima vis la . un allo del senso comune;
3? vk questo Pubblico non avesse uu estraneo interesse^ nato dalle passioni, ;i
credere un fallo, avveramento un contrario interesse a non crederlo. 1298.
Poste tutte queste condizioni, si potrebbe dedurre die lame* deuza del Pubblico
fa prova dì credibilità, egualmente che dì verisimiglianza, nelle cose di
riflessione; o. per parlare più precisamente, de* dur si potrebbe che se il
Pubblica crede un fatto con tali fondi /doni, gli argomenti di credibilità sono
verisimili^ e quindi non si deve leggiennuate rigettare la credenza del fatto;
e lino a che non sì hanno più cornhe denti prove si dee giudicarlo come
probabilmente avvenuto, Ala riportandoci alla pratica costante dui Pubblico, uocitro*
viamo quasi mai die le tre sovra allegate condizioni sì yen fidi ino nella
credenza dui latti ch’agli ammette come certi : all* opposto troviamo gB*
nerakaente temeraria la sua credulità o incredulità. La ragione di questo
procedere si scorge contemplando da un canto quali rapporti tirila mente e del
cuore si richieggano per comprovare un latto * e qual cosa dall’altro prestar
soglia il Pubblico in siffatte investigazioni. Sì richiami alla mente qual’
estensione e penetrazione dì veduta abbia il senso comune ( ved. il Capo XV.
della Sezione prenderne); quale intriPP discussione sì riehiegga . onde
avverare il faLLo più minuto, e h ss aro e i gradi di probabilità ? e ufi
sfiline farà le meraviglie come aneli e nei fatti dove il cuore non rapisce il giu
dlcio, sì possa giudicare generai monte con som tua precipita □ za* Su qu®' sta
difficoltà. di verificare i fatti m’ appèllo ai giureconsulti iuteuii a
nscontrar prove dio hanno appena il minimo vigore filosohcoj della qualipure la
potenza umana è stata costretta di contentarsi per jjrancanza u prove piò
convincenti. Clic se poi esaminiamo la credenza dd Pubblico nei rapp01^ del
cuore, troviamo pratico monte cagioni di errore e dì pire cip! tauzn, anche
supponendo tuLLe le possibili facilità dal canto delle cognizioni. Si sa che Fa
more, Iodio, il falso zelo, l'or. irò dio nazionale., il desiderio c fi
speranza, il timore od il sospetto viziano egualmente e l’esposizione nei faui,
è la loro credenza o rigo nazione. A questo proposito ini rimetto a quanto ne
dissero i filosofi 5 a quanto si scorge nelle opere dei critici, e upf li il mi
ali dell’imposture. Basta aggiungere, die il privato ha un mezzo più direlLo e
breve per giudicare delle verità di fatto richiamando ad esame i fondamenti
della credenza de! Pubblico 5 mentre 11 privato in questo caso riveste il
doppio carattere di privato giudice c di membro del Pubblico; attesoché per
principio teoretico si dimostra che onrni fatto, le cui prove non siano
egualmente noie a! Pubblico come il fallo s lesso, non si può giammai
riguardare cerne probabile. \h ti colo 1IL Nulla di essenziale dobbiamo
aggiungere sul vero ed il falso speculativo nelle materie di riflessione^ dopo
le cose dette nella Sezione precedente. Solo por rapporto ai gradi di validità
dei giudicii del Pubblico, recati con cognizione di causa, con imparzialità e
con libertà, ci c. o u verrei i he entrare in qualche enitìneroztonù,
disegnando le relazioni diverse delle cose che forma no la materia dei giudicii
speculativi* c fissando In ognuna L gnidi diversi di ve risi mi glia nz a die
le decisioni del Pubblico possono ottenere. Conci ossiachè dapprima abbiamo
contemplato il giudi ciò del Pubblico su queste materie in complesso, e senza
una distinta loro recensione, e un calcolo speciale della diversa misura di
verismi iglianza delle decisioni de) buon senso intorno ad ognuna di esse. È su
pedino formare questa scala di probabilità, dopo quanto nr scrissero il Locké
(e Genovesi (a). Quindi io dico, che a proporzione dei gradi della cognizione umana
intorno alla identità o diversità, eguaglianza o disuguaglianza, esistenza
assoluta o coesistenza, connessione o dipendenza,cagione o effetto, i giudicii
del Pubblico avranno gradi diversi di yerisimigtifmza, ben ritenuto che il
punto da cui si deve salire, e quello a cui si può giungere, siano racchiusi
entro Ì soliti limili della comprensione e deli’ attenzione esercitale in ogni
atto del senso comune. Da ciò emerge, che in tulle le materie positive* dove si
t ru t E ; di cogliere le somiglianze 9 sarà più agevole al Pubblico il
giudicare, e quindi piu probabilmente egli si avvicinerà al cero. In natura
esiste un fondamento, mercè il quale gli uomini più facilmente giudicano con
verità allorché si traiti di pronunciare sullo somiglianze. Le idee si n (r)
Drì.P iute ridimmi' j umano, .Lièi' a Logica, chiamano scambievolmente nella
memoria mercè il (loppio vincolo dell’associazione e àe\Y analogia ; anzi
queste sono le uniche fonti del bello letterario: tutti i tropi in ultima
analisi riduconsi a questi due soli generi; le metafore e le allegorie si
riferiscono oXYanalogia; gli altri si riferiscono alle associazioni formate
dalle circostanze che costantemente presentano due o più idee connesse o di
tempo o di apparenza. Nelle somiglianze lo spirito umano assaissimo si
compiace. Quindi tanto a motivo della costituzione della umana memoria, quanto
a motivo dell’interesse che le somiglianze inspirano, si deve conchiudere chela
massima autorità nelle materie di pura riflessione attribuir si deve ai
giudicii del Pubblico allorché si occupa a decidere in fatto di somiglianza o d
'identità. Nemmeno sul giusto e Y ingiusto dobbiamo più a lungo trattenerci,
dopo quanto ne abbiamo scritto. 11 giusto qui si assume come relazione ad una
regola. Sotto questo rapporto fa parte delle verità speculative di riflessione.
Quando la regola teoretica è già nota ed ammessa, il giudicio del Pubblico
sopra un’azione o un sentimento riesce agevole, e riveste il massimo grado di
autorità. Allora non si tratta che di pionunciare se la materia o, a dir
meglio, il soggetto sul quale il 1 ubblico giudica sia conforme alla norma
adottata. Ma questa specie di giudicii non somministra che una verità ipotetica
e convenzionale, anziché care una certezza della reale verità. Questa non può
risultare c e a un profondo e moltiplice esame dei rapporti interessanti delle
cose, 1 cui il Pubblico nel giudicare non suole assumere giammai 1 ìucauco.
D’altronde le materie della morale e del giusto sono per sè stesse cilissime e
complicatissime, talché la scoperta delle venta viene esclusivamente riservata
all’uomo di genio. Che se poi chiediamo se il Pubblico possa formare gu
autorevoli intorno al giusto e all’ ingiusto, seguendo i dettami del cuoie;
rispondo che questa ricerca si risolve a sapere se i giudicii dell affetto
intorno all’utile ed al nocivo s’abbiano a tenere quali dettami di retta
ragione. Conciossiachè per ciò stesso che la guida a giudicare si è ì cuore, si
presuppone che l’unico criterio sia il sentimento dell utile o del nocivo, del
bello o del turpe. La risposta a questa ricerca si troverà nei Capi seguenti.
diffi teoretiche udicii Del hello e del turpe. | 1305, Se nel decorso di questo
scritto ìio serbato silenzio sull Argomento del hello e del turpe $ abbenchè mi
sia. proposto u □ a speciosa fibbie* ione», ciò fu per non disperdere in minute
e staccate osservazioni, e quasi in frammenti, tl complesso della risposta, j
1300. E prima di tutto osservo, che Hutcheson ha stabilita ]’ esu sten za di un
senso estetico; ma la cosa, m ultima analisi, si riduce a mere parole. Non si
nega che l’uomo sia dotalo di capacita a sentire il bello ed il turpe^ il buono
ed il nocivo; anzi e 1 uno e V altro sono tali unicamente in forza àe\Y effètto
che fuomo ne risento, piacevole o do I or oso, utile o nocivo alla sua
conservazione, ai mezzi del piacere, eri a tutti quégli oggetti che possono
soddisfare ì suoi bisog ni. Quello che più importa di sapere si è, se la natura
abbia dotati gli nomini rii tale sensibilità ed antiveggenza, ed abbia così
coordinalo il sistèma delle coso, che qualunque specie c grado di hello n di
turpe, di utile o di nocivo venga sentilo mercè un allo subitaneo die
rassomigli alla sensazione, e quindi Tu omo non prenda abbàglio nel giudicare.
1 307, Ora a schiarire questo punto non basta solamente dimostrare die V uomo
senta il hello eri il turpe. Vi Ulte ed il nocivo in molli oggetti;
conciossiadiè siila Ito fenomeno può benissimo verificarsi nelle materie di
pura sensazione fìsica, od anche nelle materie morali, fino ad un dato segno,
senza che per ciò necessariamente si debba supporre ch’egli avvenga in ogni
altra più profonda e meno prossima circostanza. Il risolvere adequatameli te
questo problema importa viste più grandi e varie di quelle che i partigiani del
senso estetico hanno abbracciate. Non solo è necessario arrestarsi sull7 uomo .
spiarne sottilmente i fenomeni sentimentali, e le conseguenze clic tic derivano
5 ma egli è indispensabile entrare nell7 economia generale della natura, nei
molli plici rapporti del fini da lei voltili nella umana costituzione, seguendo
però sempre i risultati ili ima esperienza paragonata fra le cose che avvengono
ndP indivìduo, e gli cileni che sì producono sulla massa elei genere umano nei
diversi periodi di tumì^ di gu sto e dì benessere. Quest1 astratta osservazione
verrà vie meglio sentita quando entrerò in qualche specificazione. Ora mi
limito ad un princìpio generale, ed è: che so la naLirra umana non viene a
cangiarsi nei diversi periodi di cognizione, non si dovrebbe II Appai; cangiare
II gusto, se fosse vero che runico sensorio del hello fi siedesse come iu un
seslo senso: attesoché nella stessa maniera che l’occhio, in qualunque tempo
cìie gli si presenta uu oggetto illuminato, produce una sensazione visuale, c
siffatta legge non si può smentire: del pari iu qualunque tempo si presenta un
oggetto di gusto, egli dovrebbe dall’ uomo essere sentito come hello, senza che
avvenisse giammai clic un secolo prima fosse ritrovato indifferente, ed uu
secolo dopo assai bello, o viceversa. Ora la sperienza comprova, che
segnatamente nelle materie di gusto ideali avviene iu tutto il Pubblico una
rivoluzione e contraddizione di giudicii e di sentimenti. E come dunque si
conciliano le funzioni di questo sesto senso colla esperienza? Se egli
esistesse, le sue leggi sarebbero del tutto simili a quelle della umana
perfettibilità e del senso comune: e quindi non verrebbero a somministrare
criterio al¬ cuno estetico, mercè il quale dir si dovesse che il gusto del
Pubblico sia una norma del bello reale. Qui per bello reale si assume quel
sentimento piacevole che viene prodotto o, a dir meglio, dev’essere prodotto in
ragion composta dei rapporti che passano fra la costituzione reale delle umane
facoltà, e l’ attività degli oggetti esterni o interni, lo non pretendo ancora
di assegnare una definizione, ma soltanto di accennare alcuni tratti
fondamentali che sono inseparabili dal bello reale. Ma, a fine di dare qualche
ordine alle nostre osservazioni, giudico necessario separare in diversi punti
di vista l’argomento sulle materie di gustosi* latinamente ai giud icii del
Pubblico. Non aspiro a raggiungere In meta che molti scrittori si prefissero
nel trattare del bello essenziale applicalo alle opere della natura e
dell’arte, ma sì bene mi limilo a trattarne rapporto al Pubblico, onde scoprire
se il di lui gusto possa servire di cu terio per discernere il bello dal turpe,
ed il men bello dal più bello. Delle rivoluzioni del gusto del Pubblico. Sembra
che lo spirito umano provi un’incessante inquielu dine fino a che non raggiunga
il bello e P ottimo: ma del pari sembi.i che, quando lo ha raggiunto, tenda ad
allontanarsene. Non è nei soli piaceri sensuali che l’uomo diventi logoro
‘blasé), usandone senza moderazione: ma lo diviene eziandio nei piaceri dello
spirito e nelle opeie del bello. Il Pubblico, pel solo motivo che persiste iu
un dato geneio i piaceri o in un dato modo di produrli, se ne sazia ed auuoja:
questa e cosa di fatto notorio. 1309. La cagione è fondata nella costituzione
stessa dell’u01110, una fibra viene scossa per la prima volta, reca seco il
piacere della nevilà: ma dappoi a poco a poco quella specie di energica
resistenza alla impressione dell’ oggetto, per cui reagiva sull’anima con un
tono di una interessante difficoltà, e per cui il piacere diveniva più vivace,
e s’aumentava eziandio dalla forza dell’ attenzione; tale resistenza, dico, va
degenerando in un’abituale e pieghevole facilità, e talvolta eziandio cade in
vera atonia. Quindi la primitiva aggradevole impressione si scema, e decade
alla noja od anche al dispiacere. Ma rimane pur anco una reminiscenza confusa
del piacer maggiore provato dapprima. Quindi si viene ad un involontario
paragone fra il minor piacere presente ed il maggior piacere altra volta
provato. Da ciò nasce una disaggradevole situazione, in cui col piacere attuale
si sente il desiderio di un piacere uguale o maggiore di quello che si provò, e
però una somma inquietudine, ovvero anche un positivo sentimento di
disperazione, allorché non si ravvisino i modi di soddisfarlo. Allora si fanno
tutti gli sforzi d’invenzione per pareggiare il piacer passato, ed anche per
superarlo. Quindi avvenir deve l’ abbandono totale dell’oggetto usalo, o almeno
delle forme e combinazioni che dapprima rivestì. Quindi si cercano altri
oggetti intieramente diversi, o almeno altre combinazioni e forme atte a recare
un nuovo piacere. E succedono le nuove invenzioni nelle arti, le nuove foggie
di frasi, di maniere, di vesti, di musica, di poesia. Nò giova, per impedire
queste vicissitudini, che un oggetto siasi dapprima riconosciuto rivestire i
rapporti più completi del bello: tuli’ al più si otterrà dal Pubblico una
fredda confessione: ma ciò non impedirà ch’egli non cada nella sazietà, e non
tenti variare. Per astenersi dall’innovare sarebbe d’uopo ch’egli potesse
mantenere la sede del piacere nello stesso sialo di energia, da cui l’uso solo
dell’ impressione la fa decadere. Ma siccome è impossibile cangiare la natura
dell’uomo, così è del pari impossibile che un oggetto quantunque bello possa
sempre piacere. Ma dall’altra parte l’incessante bisogno di godere stimolando
senza posa il cuore umano, e V ottimo in qualunque genere uou potendosi variare
od oltrepassare senza peggioramento ; non si può evitare dicadere nel mal
gusto, e subir sempre nuove e più rapide rivoluzioni. La sorgente dei piaceri
al di là dei modi della vera bellezza è sempre più sterile; il gusto loro
riesce vieppiù incompleto. Invano allora gridano i precettori del bello, che
nelle opere dell’arte non conviene discostarsi mai dal grande ed inesausto
modello della natura ; invano con precetti luminosi e critiche severe tentano
ri .j 054 siedesse come iu un sesto senso: attesoché nella stessa maniera che
rocchio, in qualunque tempo che gli si presenta uu oggetto illuminato, produce
una sensazione visuale, e siffatta legge non si può smentire; del pari in
qualunque tempo si preseli la uu oggetto di gusto, egli dovrebbe dall’ uomo
essere sentito come bello, senza che avvenisse giammai che un secolo prima
fosse ritrovato indifferente, ed un secolo dopo assai bello, o viceversa. Ora
la sperienza comprova, che segnatamente nelle materie di gusto ideali avviene
iu tutto il Pubblico una rivoluzione e contraddizione di giudicii e di
sentimenti. E come dunque si conciliano le funzioni di questo sesto senso colla
esperienza? Se egli esistesse, le sue leggi sarebbero del tutto simili a quelle
della umana perfettibilità e del senso comune: e quindi non verrebbero a
somministrare criterio alcuno estetico, mercè il quale dir si dovesse che il
gusto del Pubblico sia una norma del bello reale. Qui per bello reale si assume
quel sentimento piacevole che viene prodotto o. a dir meglio, dev’essere
prodotto in ragion composta dei rapporti che passano fra la costituzione reale
delle umane facoltà, e l’ atti vita desili ometti esterni o interni, lo non
pretendo ancora di assegnare una definizione, ma soltanto di accennare alcnni
tratti fondamentali che sono inseparabili dal bello reale. Ma, a fine di dare
qualche ordine alle nostre osservazioni, giudico necessario separare in diversi
punti di vista Pargomenlo sulle materie di gusto, ielativamenle ai giudicii del
Pubblico. iNon aspiro a raggiungere la rac,n che molti scrittori si prefissero
nel trattare del bello essenziale applicalo alle opere della natura e
dell’arte, ma si bene mi limito a trattarne i apporto al Pubblico, onde
scoprire se il di lui gusto possa servire di eie terio per discernere il bello
dal turpe, ed il men bello dal piò. Sembra che lo spirito umano provi
un’incessante i uquielu dine fino a che non raggiunga il bello e P ottimo; ma
del pal* semb1 che, quando lo ha raggiunto, tenda ad allontanarsene. Non è nei
so ì piaceri sensuali che l’uomo diventi logoro [blasé), usandone senza mo
derazione: ma lo diviene eziandio nei piaceri dello spirito e nelle opeie del
bello. Il Pubblico, pel solo motivo che persiste iu un dato geneie piaceri o iu
un dato modo di produrli, se ne sazia ed auuoja: questa c cosa di fatto
notorio. La cagione è fondata nella costituzione stessa dell uomo, c una fibra
viene scossa per la prima volta, reca seco il piacere della no di y i l ri : in
g dappoi a poco a poco quella specie di energica resilienza alla impressione
de|F oggetto, per cui reagiva sóli1 anima cou un tono ih una iuleress&plti
difficoltà, e per cui il piacere diveniva più vivacelo /aumentava eziandio
dalla forza dell1 atte unione; lalc resistenza, diro, va. degenerando in un’
abituale e pieghevole facilità, e talvolta eziandio cade iti vera atonia.
Quindi la primitiva aggradevole impressione si scema. e decade alla noja od anche,
al dispiacere. jj 1310. Ma rimane pur anco mia reminiscenza confusa del piacer
maggiore provato dapprima. Quindi si viene ad uu involontario paragone fra il
minor piacere presente ed il maggior piacere altra volta provato. Da ciò nasce
una disaggradevole situazione, m cui col piacere attuale si sente il desiderio
ili un piacere ugnale o maggiore di quello clic si provò j c però una somma
inquietudine, ovvero anche un positivo sentimento di dispera zio uè, allorché
non si ravvisino i modi di soddisfarlo, Allora si fanno Lutti gli sforzi tF
invenzione per pareggiare il piacer passato, ed anche per superarlo. Quindi
avvenir devo F abbandono toltile dell 'oggetto usato, o almeno delle torme e
combinazioni clic dapprima rivestì. Quindi si cercano altri oggetti
intieramente diversi-, a almeno altre combinazioni e forme atte a recare uu
nuovo piacere. E succedono le nuove invenzioni nelle arti, le nuove foggie di
frasi, di ma mere, di vesti, di musica, di poesia. 1312iNò giova, per impedire
queste vicissitudini, che un oggetto siasi dapprima riconosciuto rivestire i
rapporti più completi del belìo: tu If ai più si otterrà dal Pubblico una
fredda confessione, ma ciò non impedirà ch’egli non cada nella sazietà, e non
leu Li variare. Per astenersi dall’ innovare sarebbe d’uopo ch’egli potesse
mantenere fa sede del piacere nello stesso sialo di energia, da cui Fuso solo
dell1 impressione la la decadere. Ma siccome è impossibile cangiare la natura
de Ih uomo, così è del pan impossibile che un oggetto qnan t unque hello possa
sempre piacere^ Ma dall'altra parte F incessante bisogno di godere stimolando
senza posa il cuori: umano, e V ottimo in qualunque genere uou potendosi
variare od oltrepassare senza peggiora mento 5 non si può evitare di cadere uel
mal gusto, e subir sempre nuove e più rapide rivolo zio ui. La sorgeii Le dei
piaceri al di là dei modi delia vera bellezza ò sempre ] a u sterile 3 d gusto
loro riesce vieppiù incompleto. Invano allora gridano i precettori del bel Un.
che nelle opere dell’arte non conviene discostarsi mai dal grande ed inesausto
modello della natura : invano con precetti luminosi e critiche severe imitano
ridilaniare questo Pubblico di sensibilità obliterala alla purità del gusto;
invano citano le informi stravaganze della novità al confronto dei capolavori
antichi. L’amore della varietà, il bisogno di nuovi piaceri trascina gli
artefici ed i contemplatori per sempre più oscure e mal agiate discese d'
imperfezioue : fiuo a die la sazietà medesima e la noja., la quale assai
maggiore ed assai più pronta si fa sentire tra gl’ imperfetti piaceri della
decadenza, riconduca di nuovo gli spiriti per altre vie. e li riconcilii colle
Muse e colle Grazie. Queste sono le inevitabili vicissitudini del gusto del
Pubblico, le quali è forza che si succedano cou tanto maggiore rapidità, quanto
è più durevole e concentrata la persistenza di lui nello stesso genere di
piaceri, e quanto è più delicata la sede organica, per mezzo di cui si
percepiscono. Laonde dir si potrebbe che il gusto del Pubblico, in quello che
appellasi bello d invenzione dell'arte umana, non assicura della perfezione
dell’oggetto. Il pubblico non ha altro criterio del bello che il proprio
piacere. Dunque il suo gusto forma l’espressione diretta dello stato attuale
della sua sensibilità e cognizione, anziché della perfezione intrinseca
dell’oggetto stesso. Bramo però che si distingua il gusto dai giudicii estetici
del pubblico. Effetti delle rivoluzioni del gusto a prò dell'uvnana
perfettibilità. Le leggi del gusto sono in parte quelle dell’attenzionibe leggi
dell’attenzione sono quelle che determinano la direzione e 1’esito degl’umani
giudicii. Le leggi del gusto influiscono adunque nell acquisto della cognizione
di molte verità. Le leggi del bello, ed il bisogno che l’uomo ne sente dopo che
il conobbe, si possono riguardare: 1.°come impulsi a percorrerei gradi di
quelle cognizioni che un più ristretto bisogno non rende ue cessarie o
interessanti; 2.° come sussidii alla istruzione, allorché il blico giunse ad
intraprendere la coltivazione di una determinata dotti ina, 3.° come oggetto di
semplice stima e di puro diletto alla specie umana, la quale abbisogna
d’intervalli di ricreazione onde giungere al fine vo luto dalla natura. Nel
primo stato le leggi del gusto precedono e gm dano l’uomo sulle soglie del
tempio della Verità: nel secondo dalla soglia lo introducono al di lei
santuario; nel terzo poi giovano all uomo i genio, onde interpretarne gli
arcani, e renderli agevoli al volgo La natura determinando l’uomo alla
ragionevolezza e ad u li’ a Ita perfezione, dispose i mezzi ad ottenere il suo
fine: tali sono i bisogni naturali, i fattizii, ed il desiderio del bello. Ma
arrestandoci sopra quest’ultimo, noi troviamo una ragione importante nelle
rivoluzioni del gusto. Il piacere annesso alle idee sveglia ed adesca
l’attenzione ad esaminarle; la sazietà, il disgusto e la noja, appendici
dell’abitudine, lo distolgono dall’ arrestatisi oltre il bisogno, e lo invitano
a passar oltre all’acquisto di nuovi gradi di perfezione morale ed intellettuale.
1319. Se un oggetto fosse all’uomo affatto indifferente, egli non vi
arresterebbe giammai l’attenzione, e non potrebbe trarne profitto nè per la
verità, nè per l’utilità. Se all’opposto continuasse ad essergli piacevole ed
interessante come da principio gli riuscì, l’uomo non se ne staccherebbe mai
per trapassare ad altro meno piacevole. Dall’altro canto la scala dei gradi di
piacere viene determinata da altri importanti fini dell’umana organizzazione.
Perlochè il crescere sempre in intensità nelle impressioni dei diversi oggetti
diveniva certamente impossibile senza costruire organi diversi o crearne a mano
a mano dei nuovi, e senza violare molti altri rapporti sistematici del mondo
fisico e morale. 1320. D’altronde, quand’anche per una finzione si avesse supposto
un ordine di questa fatta, conveniva pur sempre coordinare le circostanze in
guisa che l’uomo non fosse mai condotto a scegliere i sommi gradi di piacere,
tralasciati i meno intensi; ma bensì condurlo ad incomiuciare dagli infimi e
più languidi gradi della scala, e successivamente fargli calcare ad uno ad uno
gli altri tutti consecutivi. Senza ciò, se gli eventi della vita in
quest’ipotesi avessero primieramente recato all’uomo il godimento di quegli
oggetti d’onde si attingono i più forti piaceri; come avrebbe egli, nel caso
che avessero durato sempre con eguale attività, potuto discostarsi per
discendere agli inferiori? Dunque il far sì che un oggetto da principio fosse
interes sante all’uomo, e continuasse ad esserlo fino ad un dato segno, e dappoi
il piacere continuando si scemasse, riuscir doveva un’ottima via per attrai*
l’uomo su altri oggetti sovente meno piacevoli dei primi, e così guidarlo ad
altre cognizioni. 1322. E poi necessario temperare la durata del piacere e
dell’ attenzione in guisa, che riescano proporzionate allo scopo della
ragionevolezza. Se l’attenzione cessasse troppo presto, le cognizioni
risulterebbero sempre incomplete. Se continuasse troppo a luugo, si
frapporrebbe un ritardo ai progressi della perfettibilità. Il mezzo unico
efficace fra questi due estremi era di porre un rapporto proporzionale di
eccitabi 11)58 ftICMCHK . lìti iì dì consistenza fra la tenacità dell1*
attenzione e la capacità c a mprc u et l va del Innitua . . fila esaminiamo gli
dìolti dello leggi del gusto nei Ire « sopra dipintiPresso ima nazione vivace
ed ingegnosa* in ima lungii pace, senza ostacoli alle invenzioni od alla
coltura, con opportuni $ussiiJn, molto più se si aggiungano eccitamenti
esteriori, massima rlnvVs&m la rapidità con cui le fasi tuLle del gusto si
succedono. Se alla perirne sì esauriscono lo sorgenti del diletto*, die dirci
quasi di lussò r amasie, ne nasco in appresso un bene* La nazione per togliersi
dalla uopi viene costretta a rivolgersi senza avvedersene a più solide
occupazioni, appunto perdi è le leggi del gusla la nutrirono col latte
primitivo del [dà saperdolale dilettò.* Cosi se nelle lidie arti
d’immaginazione s incominciò a dilettarla coir incantesimo della poesia, questa
re n desi vieppiù uiteres* stmle coti adornar le memorie nazionali, e rivestire
le massime delia morder II Insogno detta la scolla. I graduali avanzamenti,
latti cella legg’è della continuità, som ministra no il tipo del belio
proporzionato al grado di sviluppo delle facoltà della niente. Cosi se l’ epica
e la morale presta lormano i primi rudimeuli dell' istruzione nazionale, la
colta lirica clcvv sopravvenir più tarda, la drammatica vi sta frammezzo. La
nazione chi' si trova solamente capace a seguire I racconti dellr epica non
polffikk' mai tener dietro ai salii della più sublime lirica. Sono persuaso che
k Odi d’ Orazio, lette al secolo di Omero o di Romolo, non avrebbero desiala
ammirazione alcuna. 4324. Ma si scorge clic per entro le materie medesime
poedek u sono gradi di maggiore difficoltà, che ricMeggono attenzione Cosi la
natura a poco a poco illudendo Romana Inerzia, o a dir guidandola
Insensibilmente per una salila agevole e borita, e alienandola dal passato, la
guida ai gradi più elevati della perfettibilità. Ciò clic fu dello della poesia
si applica pure alla pittura, db scultura, alf ardii lettura, alla musica, alla
eloquenza, ed a tulle kmli in cui il piacere primeggia, e rutilila sembra
tenere un luogo subaltvJ alico. Ho detto le prime libere, avendo di mira
unicamente il gradualo svi lapparne a tu mercè i naturali Impulsi della umana
curiosità^ e inni delle pecche, straniere ed eventuali urg enzeQuand'anche
questi vi si mescolino In guisa da rendere necessaria una certa classe cu
cognizioni che ecceda l’atluale capacità del Puhldioo. non faranno perù eli’
egli aifelli soverchia ni cote la salita ai più elevati gradi dello cognizioni;
benché gli stimoli noti derivino dalle impressioni dirette del beilo, ma bensì
da DB bisogno originato dalle sociali circostanze. Ne sono Lesti moni! que
secoli, nei quali il diritto c la morale erano scienze più clic necessarie agli
i ci I eressi 'li certe nazioni; oppure gl’ interessi, i trattati eh decisioni
offrono un li izza no complesso di strane c male avvedute dia posizioni., Le
medesime leggi, la «lessa influenza del piacere e dulia uo\.f si veriflca.no
eziandio allorché non per propria in-veuziou e, my pt, i bJ. tur ;i dello opere
di .m’ altra colta nazione uu Pubblico ignorante viene coltivandosi. Le
traduzioni, EeiWiziff&e, lo studio degli originali, k loro imitazione, sano
i gradi pei quali questo Pubblico passar deve pei iu,L tersi in cani ini uo
parallelo colla uoziuue maestra. E per libera e spontanea inclinazione 3 dopo
le anno vera le materie, la fisica, la storia naturale, la eli-ùnica in Le lesseranno
le L',Ltl rhe del Pubblico. Dopo ciò per gradi insensibili e per quelle ùuigk
pause con cui le invenzioni si succedono, egli si rivolgerà a quegu aiutili che
dapprima lo spaventavano per. la loro dilucollàma die allora troverà più
proporzionali. et dall’ altro cauto nuovi, e cosi perverrà alla metafisica di
tutte le materie, ma prima al diritto, alla morale, alla legislazioue, alla
politica. 1330. Ecco come la natura per uu cammino eli graduale pendio,
proporzionato alla lena dello spirito uraauo, coll’ allettativa del piacere,
cogli impulsi e colle ripulse della sazietà, guida la specie umana allacquislo
delie più elevate e solide cognizioni. Perlochè dir si può che le belle arti e
le belle lettere alla mente umana, per rapporto al progresso delle scienze ;
launo la stessa funzione dei fiori di primavera negli alberi. Senza di essi i
albero non concepirebbe il frutto. Piacciono, durano poco, e cadono: ma al loro
cadere vedete già spuntato il frutto, che poi maturerà. Uu altro rapporto utile
si scorge in questa economia. Una lunga pace fa sorgere infiniti bisogni
dapprima incogniti, e moltiplici oggetti dell umana cupidigia. La società
diventa una macchina più complicata, ove sono necessarii lumi maggiori a
dissipare i germi di dissoluzione, e correggerne i pericolosi fermenti.
Perlochè se il progresso dei lumi e della coltura somministra Pulimento alla
umana intemperanza, olire pur anco i ritegni per raffrenarne gli stimoli, e
direi quasi neutralizzarne 1 attività imitante. Così nell’ordine fisico facendo
maturare in primavera la fraga, indi la ciriegia, poi le susine: nella più
fervente stagione fa maturare i maggiori frigidi, come il cocomero, il popone.
Che se per un deviamento l’uomo libero sconosce la natura, ciò non ismeutisce 1
ordine provvido con cui essa procede, e gli offre, per dir così, sotto alla
mano i proporzionati correttivi, a lato di quei mali che sono inevitabili nella
effezione del bene. i3o2. Seguendo la traccia con cui la natura promove e reca
al suo fine il progetto della perfettibilità umana, mercè le alternative spinge
del bello, del piacere e della noja in provvida successione, abbiamo adoperato
come il fisico nell’asseguare le leggi semplici e generali del flusso e
riflusso del mare. Insorgono nella pratica modificazioni le quali oppongono
qualche apparente eccezione; ma il fondo del sistema si trova sempre lo stesso.
Così se in una nazione esistono ostacoli esterni a quella espansiva forza della
ragione, la quale ricerca una sana libertà, gli effetti delle spunte della
natura non appariranno con pieno effetto. Ma nelle sue stesse forzate mosse
porterà l’ evidente impronta della potenza superiore che le opero: non
altrimenti che in una pianta cresciuta fia scogli che costrmgono lo sviluppo
delle radici si ravvisano le le^1 possenti della vegetazione, che tendono
all’accrescimento. E però a proporzione che gli ostacoli all attenzione sono
meno forti, la legge della 10ÙI perfetti bili tà ricevo il suo effetto, posta
pari ogni cosa dal cauto del dima, del suolo, della soddisfazione del primitivi
bisogni, della quiete e sicurezza del Pubblico. La vegetazione della pianta
imprigionata appronta di ogni spazio e di ogni vano per condursi ad accresci
mento e maturila. Periodi è dir si può della coltura ciò che fu dello della
popolazione, die per se non abbisogna essenzialmente di eccitamenti esterni, ma
le basta 11 riuaoY intento degli ostacoli, g 033. utile e la gloria sono due
sproni possenti a questo Hnej usa sarebbe una sconoscenza oltraggiosa alla
natura il dire che siano i n ditip e a $ abili a 1 1 V' He zi one del gran line
dello sviluppameli t o del Tu m a o a ragione voleva. GT individui capaci di
spingere più oltre la dottrina ne abbisognano solamente per superare gli
ostacoli accidentali ed esterni che ltì fattizie umane istituzioni oppongono ai
loro progressi, od anche per accelerare le mosse, attesoché quelle della natura
riescono assai più lente. Non si, deve confo udore la storia della coltura del
Pubblico colla storia delle invenzioni dd genio. Il Pubblico non produce
nulla,, ma si approfitta delle altrui fatiche. Egli rassomiglia a chi entra In
un campo ubertoso c pieno di frulli maturi, c li coglie finché, non trovandone
più, si volgo altrove a cercarne: bisogna dar tempo che altri ne germoglino,
per dare altro pascolo alla sua curiosila. Questo più specialmente verificar si
vuole in un’epocà, nella quale dopo un corso di vicende e di dottrine
elementari il Pubblico si trova, per dir così, proporzionato a pascersi d’ogui
novità razionalo. lj Ad®'. Questa col Loro viene eseguita, come si è già dello,
dagli ingegni minori, il cui ufficio è di ridurre a tale aspetto lo scoperto
del gerì i ih, che si p r educa la impressione del piacere e V ago v o I a
mento del la fa licy. La prima forma ì' impero positivo del hello; il secondo
ne adempio lo condizioni negatile : couciossiachc la minor fatica nel cogliere
i rapporti del bello complesso e uno dei requisiti propri i di lui. Gol vestire
degli ornamenti, della immaginazione i sublimi e vasti caucciù del genio, o
coffa pprossi mare gli estremi da lui segnati, gli spiriti rischiaratoli
ottengono l’uno a l’altro effetto. Col primo mezzo offrono l’allettativa, die
fa strada aff accoglienza della verità, col secondo si accomodano alla
fievolezza cd impazienza 3 che s’oppone ad ogni ardua iatica. Il diibeile
consiste nel conciliare queste due operazioni cosi, che gli aspetti della
verità non ne soffrano detrimento, e bini magi nazione rispètti i dettami del
buon metodo. Per tal maniera si scorge qual sìa buso del fatto udì acquisto
delle solide cd interessatili umane cognizioni, e come venga posto in opera
dalia natura, e come si possa adoperare dall’arte umana. 11 bello sensibile
d’imitazione, giunto ad un certo confine, non solfre vicissitudini, per la
ragione medesima che le umane sensazioni della vista non possono essere
cangiate dall’umano arbitrio. Io mi souo lungamente trattenuto sull’uso del
bellone sui (iui a cui può servire, per contrapporre vedute ragionate alla
obbiezione proposta nella Parte seconda di questo scritto, e tratta dall’economia
generale della natura. Ora appare in qual guisa combinare si possano le idee
generali e confuse, riguardanti la tendenza dell’umana sensibilità, coi
fenomeni versatili del gusto del Pubblico; e quanto a torlo da ciò trar si
pretenda, che il sentimento del bello riguardar si debba come un criterio di
verità estetica, la quale suppone un modello immobile, come esiste nei
principii teoretici delle scienze. Quand’anche esistessero questi modelli,
figli delle nostre astrazioni, non pare che la natura ci spinga a sagrificar
loro oggetti più gravi uelle opere del mondo morale. Sembra piuttosto che abbia
voluto farli servire di veicolo alla severa asprezza delle cose più importanti,
giusta il pensiero di Lucrezio espresso taulo lelicemente dal Passo. Ma io
stimo acconcio internarmi iu altre considerazioni dirette intorno al bello
contemplato nelle sue diverse relazioni. La distinzione fra il bello e X
interessante è taulo nota, che non abbisogna di lunghe trattazioni. Si sa che
il bello viene riguai dato come inerente alla forma ed alla disposizione delle
idee dell oggetto appellato bello ; talché viene tenuto come una sua qualità
così propria, che cangiato il complesso che lo costituisce, cessa di essere
bello. 1 ‘ i o contrario V interessante si riguarda come un effetto, anziché
come una qualità; un accessorio associato al bello, anziché una parte
iutegianlc di lui; talché soventi volte V interessante esiste senza il bello, o
questo senza X interessante. Tuttodì si dice: la fisouomia della tale PeiS0Ua
non é bella, ma è interessante. L’ interessante si riferisce direttamente ad un
affetto che viene svegliato iu noi iu relazione a qualche eonsido razione
estrinseca dell’oggetto stesso. Il bello per lo contrario, quantunque ecciti
piacere, si limita piuttosto ad una compiacenza conia11 piativa, quale appunto
sperimentiamo nel mirare un7 architettura, uua pittura, ed altre tali cose. VX
interessante si riferisce sovente all nido, a ìdc^ìucle il coni u so stmlimealo
ili ito nostro bisogno, o di qualsiasi pussiono usti ìo s££ a a cui 1 bigetto
può soddisfare. Ora soventi volte il bello si trova accoppiato al Y
interessante jn \nl\i) le materie di gusto. Allora l'uomo, per la contemporanea
impressione dell* uno e deli7 altro* attribuisce al bello tulio l'effetto
elisegli doveva ripartire in parie aneli e sopra l' interessante. P. per
sentire la voriLà di questo pensiero basta dare un' occhiala passeggierà, ma
atte ala. al vani generi di cose, intorno ai quali il Pubblico unire il
sentimento del bello . Noi ci avvediamo che in tutti si può accoppiare il
sentimento accessoria dell 'interessante^ e soventi volle vi si colliri unge e
fa sulla mente un effetto simultaneo, e dirò così soUdale* Supponiamo un quadro
die rappresemi Y addio di Ettore ad Androni aca* Supponiamo die riavendone, h
eotnpasidone, Y espresaioue il colorilo, il chiaro-scuro bisserò degni di tutta
lode; ma die venisse posto sull' occhio di no Pubblico che ignorasse il fatto.
Il sentìmonto di piacere, ebe un tal quadro sveglierà, sarà tutto proprio del
bello pittoresco. Ma se bugiamo che il Pubblico conosca e gusti Omero* quale
impressione proverà* oltre a quella die provò quando ignorava d l'alto? Non
solamente si sentirà svegliare in petto quel tremilo di piacere die desia il
bello pittoresco; ma per un' associazione inevitabile di itine proverà un
confuso e delicato assalto di moliti rapidi alletti, ebe colla loro commozione
accresceranno il piacere del bello. Un eroe, un padre, un marito, uu prìncipe
elio consacra il sangue alla difesa della patria: il destino di una boriila
nazione clic pende dal suo valori;; una virtuosa principessa desolata sulla sor
Le del marito: uu pargoletto die colle iuuucelili grazie dell* infanzia spando
la tenerezza; sono immagini commoventi, le quali ìli confuso sentir si debbono da
qualsiasi Pubblico intende u te e gouii ti-. ATTILIO REGOLO che RITORNA
PRIGIONERO A CARTAGINE; DORIA che col sacrificio del potere crea la libertà
della pairia, e altri argomenti di questa sorla v riuniscono certamente il
doppio cfletto del hello e dell' interessanée, 1340. In archile Lima se
vegliamo delineate, a e a gioii d esempio, le mine di ROMA, cì possiamo noi
tòrse sottrarre dal rammentare le grandi cose di ROMA ANTICA, e per un contuso
ed inavvertito sentimento ingrandir l'idea dell' architettonica maginiiccnza ?
E Nella musica disiiuguesi V armonìa dalla melodia^ la quale n o forma il più
seducente iueante simo . Una musica che non Locca il mi ore, a ragione si
pareggia ad una beltà morta. Tariini ai suonatori ili violino clic ambivano- u
visitarlo nel suo ritiromentre per dargli saggio della loro maestria eseguivano
pezzi di difficile agilità, rispondeva: Tutto è bello; ma (ponendosi la mano al
cuore) questo noti mi dice nulla ; c così faceva la distinzione fra il bello e
l’ interessante della musica istruinentale. L aggiunta dell’ interessante si
sente più chiaramente nella musica vocale, in cui all’armonia si aggiugnc
l’effetto della passione a cui le parole alludono. Per altri modi più distinti
P interessante si accoppia «d bello musicale. Una melodia nazionale, un’aria
militare che rammenta il trionio sopra un nemico, per naturai legge dell’essere
umano svegliano in un solo gruppo tutte quelle idee piacevoli che un tempo yi
si collegarono. IN ulla aggiungeremo intorno agli altri generi di bello
fantastico o intellettuale o morale o misto. Lo spirito, avvertilo a porvi
attenzione, ravvisa tantosto P interessante regnarvi iuseparalo nella guisa più
manifesta. Oguuno che conosca anche superficialmente il giuoco delle
impressioni simultanee rimane convinto ch’esse confondono talmente il loro
effetto, che anche al freddo analitico sarebbe impresa malagevole 1 assegnare
la misura del piacere che ognuna produce. 11 cuore le sente a modo di una sola
cagione: nè sa distinguerle se non allorquando si trovano accoppiate a
rovescio, cioè quando il bello si trova in compagnia del V interessante penoso,
o P interessante piacevole si trova accoppiato al brutto .Siccome la più
esplicita sensazione è quella del bello. j in quanto che la forma e la
distribuzione delle idee richiama principalmente la nostra attenzione: così la
sensazione àe\Y interessante divenendo quasi accessoria, serve ad aumentar
quella del bello; e tanto più he^a una cosa verrà giudicata, quanto più grande
sarà l’energia di questo misto effetto. Ora, parlando filosoficamente, questo
modo di giudicare non è veramente esatto; ed è mestieri separare le cagioni
combinate del piacere, ed attribuire a ciascuna il suo proporzionato effetto;
anziché usurparlo all’ interessante^ per attribuirlo tutto intero al bello, e
smentire così l’intervento dell’ interessante., o almeno sconoscerlo di ciò che
gli è dovuto. Pero i gì ridici i del Pubblico saranno sempre recali in questa
maniera. La natura che vide l’abbaglio non essere nocivo, ne lascio
provvidamente sussistere la cagione. I grandi artisti, sia per un avvisalo
sentimento, sia per un confuso barlume, sentono che l’unione del bello e dell’
interessante, anche là dove pare sfinire all’occhio, è il più e^' cace mezzo ad
ottenere la stima più grande del Pubblico. Quindi scelgono quegli oggetti che
per molti altri fini divengono interessanti alla società. Chi può dubitare che
uno scultore scegliendo a rappresentare un eroe caro alla patria, non riscuòta
maggiori applausi dalla sua nazione che rappresentando uno straniero ed
incognito personaggio? Ora P esempio di Attilio Regolo, di Doria, e di altri
simili a loro, non è forse un impulso alla virtù? Da una muta tela, da un
freddo marmo, da un insensibile metallo, che offre le immagini degli eroi, lo
spettatore trae un’ispirazione di meraviglia e di emulazione. 1345. Da ciò si
ricava per tutti gli autori delle opere del bello una regola nella scelta dei
soggetti, la quale coincide con quella delle scienze e delle altre arti. 1346.
L’uuioue del bello e c\e\Y interessante è una sorgente di varietà di giudicii
intorno al bello, se si paragonino quelli di un privato con quelli del
Pubblico, quelli del Pubblico di un paese con quelli di un altro, di un secolo
con un altro secolo. Questa varietà, supposta pari ogni cosa dal canto dei
rapporti del bello reale, non consisterà che in una diversa misura di piacere e
di stima, seuza passare a generi opposti di sentimento. Riassumendo gli esempli
sovra riportati, chi non vede incontanente che il quadro di Ettore doveva
sembrare assai più bello al brigio che al Greco? Il Frigio didatti vi
aggiungeva un sentimento di più; e questo si è F interesse e la gloria
nazionale. Così al Romano quello di Attilio Regolo, al Genovese quello del
Doria debbono sembrare più belli che ad uno straniero : quindi si può dire che
il primo e più forte grado del piacere è riservato al Pubblico a cui la
rappresentazione pittoresca più strettamente si riferisce. Il secondo e men
forte grado si è quello che in ogni colta ed imparziale società F interessante
risveglia in forza di quegli stabili e preziosi vincoli di affetto che la
natura pose nel cuore umano. Si potrebbe formare una scala, in cui ponendo
tutto il restante pari, tanto dal lato della dipintura quanto del discernimento
degli spettatori, si farebbe sentire una graduale progressione di intensità nel
piacere che deriva dall 'interessante congiunto al bello, la quale si
estendesse ad un numero sempre maggiore d’individui. Così il ritratto di un
amante può sembrar più bello ad un individuo, che alle altre persone di una
famiglia; quello di un antenato può sembrar più bello a una famiglia, che ad
una società; quello del fondatore di un corpo o del capo di una setta può
sembrar più bello ai membri che la compongono, che alla nazione intera; quello
di un eroe, di un re benefico, più alla sua nazione, che ad una straniera;
quello di un nume a tutti i seguaci d i una data religione, più che alle
nazioni che ne professano una diversa ; final nmi ricerche sulla v vuur i A’
dei giudicii, ec mr?nlcr J immagine dell’ inventore di un’ arte o ili un bette
di citi ^aJoiju luttr le civili società, può sembrar più bello alle nazioni
poli Liete* rlu: n quegli uomini dm non vivono sotto siffatto redime, L esempio
preso dal in' Ilo pittoresco sì eSteinle rr^tivol rilento a rutti gli altri
generi di bello fantastica o morale o Intel letto ale o misto. UlÌ può dubitare
die al Lìiéco t:d al Romano un dramma, ua poema epico, una storia, nu brano ^
docpienza, che alludano ad uu avvenimento nazionale, non debbano sembrare assai
più belli dio ad una straniera nazione l Alla stessa nazione poi deve apparire
molto più aggradevole, se essa e LuLLora costituita iti circostanze pressoché
simili al buio avvenuto, che se sì ritrovasse in un sistema d’iuicrcssi del
Lutto disparato. L immagine c i fatti di i biglie] ino Teli sembrerebbero forse
egualmente pregevoli e belli allo Svizzero vivente sotto il governo monarchitcS
chc sotto il repubblicano? È facile moltiplicare le applicazioni: e flap*
portutto 1 esperienza comproverà ad un attento indagatore l1 efficace influenza
dell interessante nei giudicai che iì Pubblico forma sul balbi i qualsiasi
genere- Da ciò si può trarre una regola logica intorno alla validità dei
giudico del Pubblico sul bello preso rigorosamente come tale: siccome nella
ricerca delle verità bisogna sottrarre le i junu rilà che derivano da mia
parzialità straniera. Mu siffaLLi operazione è più agevole ad eseguirsi e o n
una specuì t l tJva astrazione, die medio □ f e u □ a sicura direzione [ira
ben. Abbiamo veduto che ud mescolameli tu dello impressioni del bello o dell
interessante la mente del lilosofo assai difli ci 1 mento potrebbe se parare 1
effètto che ognuno dei due prmcipìì produce. Periodatanto più difficilmente ciò
si potrà ottenere ud casi pratici dei giudica ih! Pubblico intorno alle materie
estetiche, onde rilevarne la vera ftittiutt di verità, 1350, Tri generale
contentiamoci di dire che i giudicii del pubblico fanno fede della bellezza
dell'oggetto ma questa fede si sminuisce a proporzione che un estraneo
interesse concorre ad alterarne hi imjuvssiGxis. Questa regola ravvolge nel suo
concetto l'opinione dell’esistenza del bello o del turpe ^ i epa li per sò
medesimi siano capaci a recare una impressione aggradevole o disaggradevole.
Quindi si presenta uiP altra ricérca, od è: se i giudicii del Pubblico sul
bello schietto sabbiano a tenere per criterio di verità estetica ; vale a dire,
se il Pubblico pronuncia una cosa essere più 0 meti bella, ovvero turpe, si
debba per ciò stesso ammettere che realmente -sia tale quale egli la glU"
j deden ritmi ac tneiilnr bonus 0). » 1 433. Couchiudiamo. Le materie
politiche, e special tocn Li; fica di esse, si possono a buòn diritto riporre
fra quelle sulh 1N,J 1 1 Pubblico unii s’ha a tenere per giudice assoluto. Su
questo l;,JllliTI non mi arresto ulteriormente (m: ni capo \ n QucsLu parola
merito munto viene tuttodì usata in lauti diversi significati, che se seuliamo
darne una definizione ci si allacciano alla monte più idee, le quali ora
ammettono ed ora escludono certi elementi che in diverso aspetto sembrano iu
Destarsi sopra un fonde comune. 1435. È noto che dalfuso volgare di funesta
parola viene spesso disegnata una mera capacità a produrre in generale qualche
utile 0 piacere, In questo senso il merito si applica anche alle cose lira
gioii evo li ed inanimate. Dicesi: il tal componimento* la tede pittura ha
qualche merito. lieti é vero che più esalta mente a siila L Le cose viene
applicato V attributo di pregio o di valore. Parlando anche degli esseri umani,
ed avendo relazione a qualche dono di natura, si usurpa la parola di merito per
indicarlo. 1 43 G. Del pari questo vocabolo si applica alle azioni ornane, in
quanto venendo prodotte con intelligenza e con libertà, acquistano al loro
autore un diritto od una relazione morale a conseguir qualche bene, od a subire
qualche pena. Allora il merito si riferisco ad una qualche leggo morale. Cosi
dicesi che l’uomo dotato di ragione è capace di merito e di virLù, di demerito
e di vizio. 5 1437. Finalmente il merito si applica a significare qualche
talento, qualche disposizione pratica ad esercitare atti utili o belli ^ o in
qualunque altra guisa pregevoli, ed a creare certe produzioni di mano o d’ingég
n o co ii espressa coguizion tre libo r t A Questa specie dì meri io e \ pi dio
che è proprio della moralità delle azioni hanno questo di comune, 'clic in
chiudono nel loro supposto il concetto àc\Y imputazione^ senza la quale
qualunque uomo, benché sia fornito di qualche cosa pregevole, od ottenga
qualche bene od onore, o faccia qualche atto stimabile, dicesi essere senza
merito, lo breve, per attribuire merito a taluno si esìge una potenza
conoscente e libera, la quale sia cagione deireffeLLo premiabile. Nel caso
nostro perù si tratta di una potenza prossima ad un effetto praticabile, o, a
dir meglio, di ufi abito morale a produrre pensieri, ad esercitare atti, a
formare opere con disegno e con libertà, le quali siano nei rapporti del hello
o de IL utile. 1 439, Ciò premesso, si chiede se il Pubblico sìa giudice pompe
tenie del merito^ e se le sue decisioni s’abbiano a teucre per un criterio di
verità. La risposta a questa ricerca in gran parte ù già fatta mercé le cose
deltc più sopra. Imperocché qualunque esterna opera, d’onde uu uomo si può
conciliare l’opinione di aver merito* si riduce ad alcuua delle materie sopra
esaminate. Quindi verificandosi solamente il fatto che taluno ne sia autorete
che il Pubblico giudichi con cognizione diretta delle opere sia intellettuali,
sia morali, sia fisiche, si ha una tessera della validità de’ suoi giudicii
intorno al merito. Quello che rimane propriamente ad indagare si è, quali
requisiti debbano concorrere ad accertare se il Pubblico attribuisca merito a
taluuo con fondamento, oppure temerariamente: e se il diverso pregio iu cui
tiene le diverse specie di merito, e la stima che ne professa, si abbia a
tenere come il criterio della vera quantità del merito di un uomo. Agevolmente
si scorge, che se oguuuo non può essere vero giudice del proprio merito, il
giudice essere non può che un terzo: ma se questi fosse un semplice privato,
potrebbe più lacilmenle soggiacere alle eccezioni difettose della ignoranza o
della parzialità. Dunque per togliere di mezzo, per quanto è possibile, tutti i
vizii del giudicio non v ha miglior espediente che quello di ricorrere al
giudicio del Pubblico: ivi almeno svaniscono i piccoli particolari interessi
contrarii al mento. Ma ciò non ostante molte volte il giudicio del Pubblico,
preso indistintamente, non può assicurarci del merito. Queste considerazioni
possono cadere tanto sulla cognizione, quanto sugli affetti del Pubblico.
Esponiamoli paratamente. Articolo I. Dei giudicii del Pubblico sul merito per
rapporto alla cognizione che ne può avere. Trattando dei giudicii del Pubblico
sul merito di qualche uo ino particolare, non si deve dimenticare che talvolta
un Pubblico giudica del suo proprio merito, facendo elogi all’ ingegno e all
indole e a propria nazione. E troppo noto V accecamento dell’ orgoglio naziona
Quindi il voto delle altre nazioni tult’ al più potrebbe divenire uu mezzo
egualmente competente a giudicare del merito del Pubblico di un tao paese, come
questo lo è per rapporto ad un privalo. Un celebre scultore francese a decidere
la troppo strepitosa controversia intorno la premi nenza della musica italiana
sulla francese diede peso alle ragioni in vore della prima. Ptagionaudo quindi
del merito dei particolari, due cose con vien distinguere nei giu dicii del
Pubblico: vale a dire le notizie difetto parti; j (>80 ri.sguairtla.nLi le
prove ed ì molivi ptu quali si possa giudicare aver tabulo mi merito} e la vera
cognizione de! valere e dei gradi del medio medesimo- 1445, Rapporto al primo
punto, o le prove sulle quali il Pubblico pronuncia stantio 'Spilo gli occhi di
lutto il Pubblico, come quando si tratta di ima rappresentazione teatrale, d?
uu libro iu lìbera circolazione, d'ima cosa esposta nei luoghi pubblici; o
siffatte prove gli vengono Lram amia te per altrui privala tradii ione. Nel
primo caso rimane ad indagare scegli abbia le cognizioni e disposizioni
convenienti: e se la maggior patte degl 'individui che Io compongono siano
proporzionati a recare un gì ridi ciò, sul valor del quale si possa nutrire
fiducia. Nel secondo caso è indispensabile riscontrare tulle quelle condizioni,
mercè le quali egli può venire accertato dell* esistenza di un fatto
particolare. Noi qui non ripetei cruci ciò die ai è giu esposto su questo
articolo (veda! Capo llì. ili questa Sr/., Art. Hi Solo faremo riflettere che
il merito .y la cui esistenza uon è legittimamente comprovata, deve ascriversi
al novero di quelle tante vane credènze di cui tuttodì si moltiplicano gli
esempli. Non perciò ragion evo I mente si negherà die un tal uomo, vantato come
meritevole senza prova alcuna esistente sotto gb occhi del Pubblico, sia Investo
di merito. Piuttosto sì sospenderà il giudirio, e con un si dice -s* evi Lenì
dì a doti a ro ima falsa opinione. Passiamo ora ad esaminate il gibdìcio del
Pubblico sull’uO' ino di merito, ì cui titoli siano per la parie di fatto
indubitati. Per conoscere u meri Lo dì ima persona bisogna rilevare ima
connessione fra a di lui talenti o d carattere movale, ed uu modello ali verità
o di bellezza, o uu effetto Stimabile o perfetto. Tutto questo importa. che chi
deve giudicare conosca il pregio della cosa, ed eziandìo conosca i mezzi pei
quali taluno sia giunto a produrre ì azione qualunque die serve di fondamento e
di titolo alla stima del Pubblico Ciò riesce perfeLta mente identico con quanto
abbiamo detto sui gin elidi del P Libidico intorno alle verità di riflessione^
intorno al giusto* al buono ed al bello. Laonde se si usano gli stessi canoni,
i giudicii del Pubblico intorno al merito avranno sotto questo rapporto la
medesima autorità che rivestono allorquando si aggirano sulle ricordate
materie. Qui prego a richiamare eziandio quanto abbiamo notalo sull' uomo
superiore al smsecolo o sull’ nomo prontamente celebre. Per quello poi che
riguarda i mezzi, mercè dei quali Idiomi particolare ha acquistalo opinionedi
mento*, non y’ ha dubbio die quanto piò di cognizione; c di arie la loro
esecuzioni: importava) lauta piti il me dette più sopra. Imperocché qualunque
esterna opera, d’onde un uomo si può conciliare l’ opinione di aver merito, si
riduce ad alcuna delle materie sopra esaminate. Quindi verificandosi solamente
il fatto che taluno ne sia autore, e che il Pubblico giudichi con cognizione
diretta delle opere sia intellettuali., sia morali, sia fisiche, si ha una
tessera della validità de’ suoi giudicii intorno al merito. Quello che rimane
propriamente ad indagare si è, quali requisiti debbano concorrere ad accertare
se il Pubblico attribuisca merito a taluuo con fondamento, oppure
temerariamente : e se il diverso pregio iu cui tiene le diverse specie di
merito, e la stima che ne professa, si abbia a tenere come il criterio della
vera quantità del merito di un uomo. Agevolmente si scorge, che se ognuno non
può essere vero giudice del proprio merito, il giudice essere nou può che un
terzo: ma se questi fosse un semplice privato, potrebbe più facilmente soggiacere
alle eccezioni difettose della ignoranza o della parzialità. Dunque per
togliere di mezzo, per quanto ò possibile, tutti i vizii del giudicio non v ha
miglior espediente che quello di ricorrere al giudicio del Pubblico: ivi almeno
svaniscono i piccoli particolari interessi contrarii al mento. Ma ciò nou
ostante molte volte il giudicio del Pubblico, preso indistintamente, non può
assicurarci del merito. Queste considerazioni possono cadere tanto sulla
cognizione . quanto sugli affetti del Pubblico. Esponiamoli paratamente.
Trattando dei giudicii del Pubblico sul merito di cjualcl mo particolare, non
si deve dimenticare che talvolta un Pubblico dica del suo proprio merito,
facendo elogi all’ingegno e all imo e propria nazione. È troppo noto P
acciecamento dell orgoglio nazioi Quindi il voto delle altre nazioni tutt’ al
più potrebbe divenire uu m | ^ egualmente competente a giudicare del merito del
Pubblico di uu paese, come questo lo è per rapporto ad uu privalo. Uu celebre
sonilo francese a decidere la troppo strepitosa controversia intorno la pie™1
uenza della musica italiana sulla francese diede peso alle ragioni m vore della
prima. Ragionando quindi del merito dei particolari, due cose vien distinguere
nei giudicii del Pubblico: vale a dire le notizie ci/ risgttardanli le prove ed
i motivi pei quali si possa giu di care aver tal trito fin merito: o la vera
codili /dono dd valore e dei gradi del merito medesimo. Rapporto al primo
punto, o le prove sulle quali il Pubblico prou un eia stanno sotto gli occhi di
lutto il Pubblico, come quando Si tratta di una rappresentazione teatrale, d1
nu libro in libera circolazione^ d’uua cosa esposta nei luoghi pubblici: et
siffatte prove gli vengono tramandale per altrui privata tradizione. Nel primo
caso rimane ad indagare scegli abbia lo cognizioni e disposizioni convenienti;
c se la maggior parie degl* individui clic lo cdfiut pongono siano
proporzionati a recare un gl udlrio, sul valor del quale si possa nutrire
fiducia, Nel secondo caso e indispensabile riscontrare lotte quelle condizioni,
mercé le quali egli può venire accertalo dell’esistenza di un fatto
particolare. [Noi qui non ripeteremo ciò die si è già esposto su questo
articolo. Solo faremo ri ile Iter e. che il merito la cui esistenza non r
dritti inamente comprovata, deve ascriversi al novero ili quelle Laute vane
credenze di cui tuttodì si moltiplicano gli esc m pii. Non perciò rag! ou evo I
mento si negherà che un tal uomo, vantato come meritevole senza prova alcuna
esistente sotto gli occhi del Pubblico, sia fornito di merito. Piuttosto si
sospenderà il giudici®, e con mi si dice s*evi lem di n dottare una falsa
opinione. Passiamo ora ad esaminare il giudicìo del Pubblico stili* uomo di
inerito, i olii titoli siano per la parte di fatto indubitati. Per conoscere il
merito di una persona bisogna rilevare una connessione fra ì di lui talenti e
il carattere morale, ed no modello dì verità o di bellezza, o un elicilo
stimabile o perfetto. Tutto questo importa, che dii deve giudicare conosca il
pregio della cosa, cd eziandio conosca i mezzi pei quali taluno sia giunto a
produrre Fazione qualunque che serve di londarnento e di titolo alla stima del
Pubblico. Ciò riesce perfettamente identico con quanto abbiamo detto sui
giudici! del Pubblico intorno alle verità di riflessione intorno al giusto, al
(mono ed al belio. Laonde se si usano gli stessi canoni, ì giudicai del
Pubblico intorno al merito avranno sotto questo rapporto la medesima autorità
che rivestono allorquando si aggirano sulle ricordate materie. Qui prego a
richiamare eziandio quanto abbiamo notalo su IF nonio supcriore al suo secolo c
su 1F uomo prontamente celebre. Per quello poi die riguarda i mezzi* mercé dei
quali Fuouin particolare ha acquistalo opinione di merito, non v’ha dubbio che
quanto piò di cognizione e di arte la loro esecuzion : importava^ tanto più il
me l'ilo medesimo cresce, a motivo appunto che il suo carattere essenziale
importa intelligenza e liberta. Su dì questi messiti si può pensare clic un
Pubblico ^ comunque intenderne., noti possa mai essere adequataruectc informalo
3 onde recare una illuminata decisione. Conciassi adì è il pili delle volte
refletto esterno non manifesta quanto siasi contribuito ili artificio, di
fatica, di cure, di virtù e di cautele. Se t pochi e rari conoscitori giungono
ad avere qualche lume intorno a questo proposito, lo ottengono piuttosto
paragonando quello che a Ih irò stessi costa ima eoa dello stesso genere, die
per una diretta comprensione dei mezzi lEp6" gali dall'uomo di merito*
Pcrlocliè il già die io del Pubblico uou puA essere giammai un perielio e
adequato criterio del merito iulkra di un nomo. n Dei gntdkìi dei Pithblieu sul
me ri lo, considerato uvi rapporto dritti rii luì stima. Pino a qui dir si può
dm io abbia ragionato sopra uea ficai possibilità e sopra uu’ ipotesi*
attesoché per comodo dell analisi b° !iLP rato nei giudi di del Pubblico la
cognizione dagli affetti* Il fatto sta i"1che uo merito non isti maio
comunemente unn viene riguardato comi; merito, ma unicamente come talento di produrre
cose di uhm , Io generale, quantunque sia vero che la solida e vera a-i ^ debba
essere lo scopo delle opere e dei pensieri dell uomo i, veti. \ . tuttavia in
latto pratico rosta a determinale se >i qualunque circostanza il Pubblico
possa essere Leon conoscitore n que sia comune utilità, c se efleLtivamente la
conosca e la risconto produzioni *, quindi determini la sua stima a norma del
vero f. j o se pure molte volte lo sconoscale quindi non gli renda la gius11*
che Mi è dovuta. Si noti bene: altro è din1 clic il Pubblico tiJ‘ altro è dire
che, esondo ; due la sua stima se non se al merito olili? a lui: qualunque
merito realmente utile . In stimi sempre. Questo so a a proposizioni totalmente
distinte. La prima è vera, eri è indora monte conforme ai rripp0^1 dell’ amor
proprio r, della ragione. Uoll’amor proprio; conciossia > ben noto che ciò
che porta seco Pi-dea eli un nostro vantaggio deve eoo odiarsi per Jcuge ili
fatto il nostro amore! e vi sì deve accoppi31 u :T\. u,.. i, Ula difficob della
nvll’ csecu/dotiC; nude d suo autore riveste una specie di stipiì senti mento
piu nobile di pregio quando ci avvediamo loriiif ti di sopra della comune. E
poi conforme alla ragione 5 a motivo che la natura ci addita l’importanza e la
nobiltà della sociale virtù. 1452. Solo convien rammentare, che siccome vi sono
anche delle virtù di pregiudicio, così può anche esistere un merito ed una
stima di pregiudicio. L’opinione dell’utile presente o futuro, politico o
religioso, detta i sentimenti del Pubblico. Senza ricordare la stima agli
àuguri, agli indovini, agli astrologi, di cui tutte le popolazioni furono
prodighe, non vediamo noi ad arditi impostori tributarsi una sentita stima
presso molti popoli anche oggidì? Dunque la stima del Pubblico non è sempre
adequata al vero merito, e per conseguenza non può essere norma sicura ed
universale a contraddistinguerlo. Ma evvi ancor di più. Supponendo anche un
oggetto veramente stimabile sotto gli occhi del Pubblico, egli non si sentirà
spinto ad apprezzarlo fino a che almeno non gli venga evidentemente mostrato
nei rapporti pratici di una immediata e materiale utilità. Prima di vedere una
siffatta connessione egli sarà avaro della sua stima; e quindi il merito
rimarrà negletto, e soventi volte disprezzato. Pure hanuovi certi rami delle
arti e delle scienze, i quali sono, per dir così, le radici dell’albero che
fruttifica a prò del Pubblico. Senza queste radici egli non coglierebbe
certamente il fruito. Ma il Pubblico non è grato se non a coloro che glielo
spiccano e glielo apportano, e non apprezza il merito prodigato intorno alle
radici. Tali sono le scienze solidamente teoretiche, senza delle quali non
sarebbe possibile giungere ad alcuna utile scoperta. Ma se queste si trovano un
solo grado fuori della più immediata e presente utilità, il Pubblico non ne fa
pregio, e le riguarda come cose di vana curiosità. Un primo sguardo del senso
comune non estende taut’oltre le sue vedute. Ma qui non finisce peranche la
cosa. Date due azioni notoriamente importanti e vantaggiose, il Pubblico non
accorda sempre una stima proporzionata al grado della loro utilità pubblica, ma
sì bene a tenore del più o meno forte accidentale sentimento eli’ egli ha di
tutte queste cose. Se le vicende degli umani eventi fossero sistemate su di una
scala di proporzioni morali; se la nostra attenzione, la nostra fantasia, e la
forza dei nostri desiderii, delle nostre speranze, dei nostri timori, delle
nostre urgenze fossero proporzionate al merito delle cose, io di buona voglia
accorderei che il sentimento del Pubblico potesse pur anco servire di norma a
fissare i diversi gradi del merito. Ma siccome anche avendo sottocchio le
circostanze tutte del merito avviene sempre che non vi presti il dovuto esame;
e più occupato a godere del beneficio, che ad esserne riconoscente verso Fa
utore, non calcoli il vero grado Um di eccellenza : così il Pubblico deve bene
spesso mostrarsi i u giu sto per recesso e per diletto. A eoulerinare questa
verità fìngiamo uno di quegli uSempii* dei quali sovente vediamo il modello
nella storia di Lutti i popoli, lo gè aerale vince ima battaglia contro un
esercito incanìminato verso una capitale, 1 □ politico eoa avveduto Irutlalive
allentata una guerra clic sarebbe stata ancor [dù fatale, perchè con un nemico
mollo piu poderoso ed agguerrito, il Pubblico non ignora tal fatto, f tuU.i I
estensione del pericolo ila cuj il negoziatore Io sottrasse. lappine il
Pubblico attornia il generale vittorioso) Io accompagna iu trionfa, gli L N^e
statue, v riguarda il negoziatore come un grande riguarda tiu m bLjoii servo.
Pure il bene ebe il politico reco fu realmente maggiore I quello dm recò il
generale. Egli senza sanane, senza spese, senza terrari jli - ij I anò un
nemico assai più pericoloso. L’altro all’ opposto non potè contro nu rneu furie
u* urico otLeuere lo stesso bue se non col sarriljciu di molte vite, col lutto
di molte famiglie, e colla perdita di molli lesali. N-' dir si può che derivi
ria ciò, die i talenti dell1 uno siano 1 uferiori a quelli dell'altro. E noto
die le viste di un avveduto politico sua o pili complicate di quelle ili uu
generale. i, Ala por togliere anche quest'apparente diversità si sappDtigano
due generali . I’ nno dei quali vinca il nemico al remoti confi aidr:J| impero,
e l'altro lo scoti figga alle porte della capitale, fo sono cuiidfe dto al
primo non si tributerà giammai la stessa ammirazione clic vien dimostrata all
altro. Il timore medesimo fa piu 1 orlc me ale avvertire al pericolo* c lo
ingrandisce, e rende vieppiù interessante il becchetti ricevuto: bandii:
l'utilità sia pari . c la difficoltà vinta sia miuore. Perlock Rvvi un ardore o
un languore d1 interesse, il quale infiamma o rallreddàt I immani nazione,
perpetua nutrice dei nostri alleili* Conchi udì am£Jj clic 1 opinione del
Pubblica non può indicare la vera misura del mèrito nemmeno quando ò uuLorio, c
tnlti gli aspetti di luì iu sono JunHtima* mento presenti, e I oggetto di lui c
giusto e granfie, 'S I4uf>. S\ potrebbe a udì e q ni a t tendere l 'opera
del tempo > ^,J (F‘1^ lasciando calmare V effervescenza di uu preso ala neo
interesse m progresso prescolare una più matta misura del merito evidente e
fidibliou. Ma se il tempo modera gli eccessi della immaginazione* malte radi1
adda dui lutto quei scotimenti i quali abbisogna v ano d’f^1'0 T^P" più
animati, lo però sono ddvviso. elle non intorno alla misura del tifa rito, ma
sì bene in torno alla solidità dell 'oggetto di lui SI tempo sia itia tuetra di
paragone, per cui E uomo di merita acquista dai posterà qftfclftf ;,Jie gli
venne negalo da’ suoi contemporanei. Il manoscritto che noi possediamo ha fine
con questo Capitolo, in calce al quale si trova la seguente intestazione
aggiunta di pugno dell Autore. Cap. Vili. Raccozzamento e prospetto del
complesso dell’ Opera. Recensione delle circostanze generali e speciali, in cui
il giuclicio del Pubblico pub essere tenuto come criterio di verità.
Conclusione. Questo titolo sembrerebbe annunziare compiuta la discussione
dell’argomento. Se non che si trovò fra gli scritti inediti un brano, scritto
tre o quattro anni dopo, in aggiunta alla dottrina del bello. È un sollecito
abbozzo, o piuttosto una prima nota di pensierima fa credere che l’Autore
meditasse una generale ampliazione del suo lavoro. Più volte eccitato a
pubblicare quest Opeia die da tanti anni giaceva inedita, palesò il proposito
di rifonderla e modellarla su quei vasti disegni che nella lunga meditazione,
nell’ esperienza del secolo e nella pratica delle cose era venuto
architettando. Questo frammento per verità non era destinato a venire al
cospetto del Pubblico nella sua presente forma; ma sembra ad ogni modo che i
pensieri che vi si adombrano sembrassero alT Autore non indegni d’essere
conservati. Il perchè non ci parve convenevole di abbandonarli aU’obblio.
Ltiggv della con tinnita. Si riferisce ai paragrafi 4-fìi, e 13.05 ai t-4-np \
4,7. Nell Opera inviolata AVeerc/te tWAitó ek£ et uditi i l - i.fH, .itictl*.
vmnnw IIM gvtuuufl del Pubblico a dis cerne te il vero dal falso Lo indagato F
origine Jd sentimento del bello per rischiarare i fenomeni se eli menadi del
gusto, Onesta teoria è fondata nella economia delie umane facoltà, c nella
unità sistematica dei principi! motori del mondo morale. La misura necessari ri
del! umana comprensione e del giuoco delta memoria nel riprodurne :e
conservarne le idee entrano come elementi rii spiegazione. Le due grpudi leggi
deir associ abilità delle idee, e particolarmente Y analogia* spiegai-io j l'
oo me ni degli accompagnamenti: quella della misura comprfensiva spiega
gLiutervallL i riposi, la distribuzione equabile delle parli; éd unendosi
entrambe, spiegano quello deli* unità e della semplicità. Queste due, congiunte
poi col senso fondamentale ed e speri ritentale de! piacere. o5 dirò meglio,
del desiderio del piacere., spiegano il bisogno della varietà nelle idee piacevoli;
per cui si La nel minoro spazio la maggior somma compatibile colla semplicità,
coll1 unità, e con quella moderala estensione che si proporzioni alla forza
rappresentativa della memoria e alia capacita comprensiva dell* anima. A cui se
si aggiungi I altere s* sante 9 si produce il massimo di diletto. Si può dire
allora: opiM tulli punctum. Questa teoria riduce così i fenomeni alle leggi
primitive dello spirito umano; ma par tuttavia Ita bisog no di un'aggiunta.
Questa nguarda la gradazione, la successione c l’ordine delle varie idee
piacevoli Ò® entrano nelL oggetto, e più precisamente la legge della continuità
estetica. S Là. ^8, Per rischiarare lo stato della ricerca distinguo: 1 ■ L
estensióne totale del l'oggetto che dì cesi bello* 2d La divisione delle sue
[farti corrispettivameuto alla facoltà comprensiva umana. d*° La varietà ira
gli elementi. 4." La lacile loro cospirazione AY uniti f . che ne j !
capitola c couHundc il e ance Lio: ciò chi* appellasi ordine. In lodevole seni
pii e itti, cioè l’ economia nella varietà per corrispondere alla facile
comprensione; cosiceli è gli elementi non siano lauto stivati ila rendere
difficile II pronto sentimeulo, uè tanto scarsi da renderlo languido. (1° La
distribuzione, per cui queste variet à vengano race Muse dentro certi spazii e
con certo ordine, oltre i quali sta la confusi onc^ come al di sotto sta Sa
insipidezza; e abbiano luogo i riposi, die possono essere una nuova fonte di
piaceri relativi* T.° Gli accompagnamenti per cui la energia deirìmpressìone
venga a fu Tata con una specie di ripercussione ogni t piai volta la serie
cominci iuì eccedere la forza comprensiva dello spirito. Dopo Lutto questo
rimane a schiarire come le varie singolari idee debbansi succedere per produrre
il primo necessario elicilo dellarmoidn. Resta dunque a parlare della
gradazione, successiva^ ossia della continuità accoppiata alla varietà
medesima. La varietà si riduce alla differenza scambievole della loro
intrinseca qualità o quantità rappresaltatila. Si Lrova p. c. ndl^sperieoaia,
die certi colori collocati successivamente fanno piacere all’occW mentre altri
cosi successivamente accompagnati non fanno che dispiacere. Si trova die una
forma protratta giusta una certa linea fa piacere, e quindi nasce la curva
della hdlez&a; ma protratta in una maniera diversa ? non fa piacere. Del
pari una data voce elio succede □ si accompagna ad un' altra produce r armonia
musicale, mentre un3 altra ih dissonanza. Qui non Vale propria mente la teoria
della varietà^ perchè élla può coesistere a questi difetti: non vale la teoria
della sempUciih* perdi è gli dementi possono essere nel giusto numero ed essere
tuttavia disarmonici: non vale parimente la teoria thAl'onìine. àcU’ untiti e
della distribuzione. Ciò premesso, si ricerca quale sia la teoria fondamentale
del piacere annesso a questa intrìnseca graduale armonìa* Essa deve cospirare
colia teoria del hdlo^ ed esserne un necessario accompagna mento. ]I giuoco del
sensorio e della memoria, per quello thè riguarda l intensione sola delle Idee,
non può essere soddisfacente. A questo aggiungiamo 5 che iva due idee comunque
diverse non si vede ragione per cui luna debba avere piuttosto affinità con
certe, che con certe altre. Parlando metafisicamente. la diversità è una
qualità outo logica, fondamelilalo* semplice, indivisibile-, die non può essere
cangiata senza upugiiauza, ossia senza violare i fondamenti di ragione. In una
parola* due idee diverse lo sono per infinito od eguale concetto di distanza.
Con tutti questi riflessi presentì rn propongo mi pensiero clic uou voglio
adottare come vero, nò rigettare come falso, lino a die non si esperimenti alla
dimostrazione. Eccolo. Se nel succedersi di due idee varie si eccitasse il
sentimento di una terza per un mero tacito accompagnamento, che cosa si
produrrebbe? Vi avrebbe: 1.°il piacere assoluto di queste due idee; 2. il
piacere relativo per la successioue ed il paragone loro : 3.° il piacere
relativo pel doppio rapporto colla terza tacita, e inoltre uua ripercussioue di
energia che rifluirebbe sulle due iblee espresse. E questo lutto iu uu solo
punto. Se all’ opposto queste due idee si succedessero senza eccitare
secretameutc quella terza, uou •.mei che il piacere prodotto da esse due
immediatamente, e più oltre ancora io sentirei uua disarmonia. I Se questa
terza idea, che già per se viene suscitata dalla puma, e che pei l altro
estremo di connessione può giovare alla seconda, venisse espressa, certamente
si diminuirebbe assaissimo il piacere ^ poieh' si allontanerebbe l’ impressione
simultanea fra le due idee estreme pei espiimerne una intermedia, la fruale
viene già suggerita da sò. ) i o. AH opposto se invece si scegliessero fra le
idee espresse due clic non siano valevoli ad eccitare una tacita idea
intermedia qualunque, quale consegueuza ue verrebbe? Il seusorio, in cui le
impressioni successive non si possono fare che in tempo determinato, si
potrebbe forse trovare affetto iu guisa da uou seguire agevolmente le leggi a
lui propiie, e quell affluita graduale di moli che è propria alla di lui natura,
e che auzi questa venisse controvertila; o almeno la espansione di lui uou
venisse avvivata o secondala, ma lasciata cadere ed estinguere. 146 4. Volgiamo
ora alla verità dei fatti. Uua legge naturale della memoria si è di
risvegliare, per un solo uodo di analogia e di affluita, idee che 1 uomo
contemporaneamente non ebbe. Una idea simile è la medesima idea ripetuta, e
però vi corrisponde la medesima impressione dal sensorio. Risveglialo questo
movimento, si risvegliano anche gli altri associati dalle circostanze, e però
anche le idee corrispondenti. 1465. Due idee analoghe non sono due idee
identiche, ma talvolta non hanno clic un’affìuilà di rassomiglianza assai
rimola. Ciò stante, tutto quello che uou è rassomiglianza è vera differenza. Se
l’uomo non fosse disposto a percepire che le perfette somiglianze, ossia lo
vere identità, e non fosse per necessaria legge indotto a percepire anche le a
finita meno viciuc, accadrebbe mai questo fenomeno di latto? h uomo è
costituito in guisa da percepire una serie di idee giusta una certa ostensione
di affinila, senza che a ciò sia necessaria una impressione esteriore. Ma
queste affinila lianno un confine. La minima differenza graduale, unita alla
più vicina rassomiglianza, va via via estendendosi in ragione inversa; cioè a
dire, a proporzione che si aumenta la Carenza si diminuisce la rassomiglianza,
e viceversa. Questo costituisce la continuità. Si può graduare la voce così,
che il passaggio dal tono più acuto al più grave si faccia d’una maniera
impercettibile. In una lunga lettura fatta ad alla voce si offre questo
fenomeno. Nei colori le gradazioni e le sfumature si possono fare in guisa, che
l’occhio non possa determinare il punto preciso del cambiamento. Se si
sopprimono queste impercettibili gradazioni, si hanno le sensibili differenze,
e senza ti queste le rassomiglianze hanno una ben estesa espansione. Quali
considerazioni somministra questo fenomeno. La differenza è un modo di sentire,
ma non è percettibile che a certi determinati intervalli, fuori dei quali per
l’essere senziente non c’è vera mente differenza. Ma s’è certo che si può
passare a questi intervalli per gradazioni impercettibili, è pur vero che i
nostri organi sono fatti per sentire queste impercettibili gradazioni. 1469. Se
la gradazione non si può fare che di una sola maniera, nè può stare in arbitrio
dell’uomo il produrla eccitando d sensorio in altre maniere, è pur anche certo
che le leggi della di lei impressione sono necessarie. 1Se le gradazioni
vicinissime non somministrano il senso chiaro della varietà, ma bensì
sovrabbondano in quello della uniformila, e chiaro che non possono essere nei
massimi rapporti del bello, che esige la varietà. Se finalmente le analogie
servono di eccitamenti a risvegliale idee corrispondenti, è chiaro che fra due
idee d’una determinala varietà se ne debbono eccitare altre inavvertite
intermedie d’una minore varietà, che possono dare come una sfumatura di
piacere, e clic pure debbono ad un tempo stesso avvicinare l’impressione delle
idee anteriori e posteriori espresse, che non sono rimote da essa idea
sottaciuta ed inavvertita, e produrre così il piacere già disegnato nei
prenotati ante tm Yi“ chiamate t set hctltiicnle^ ossia coi segui di
convenzione, 10. Questa osservazione è forse nuova, tua è importa u Le e decisiva
yw la sorte iutiera della scienza. Essa abbisogna non solamente, come Lai riire
nostre produzioni intellettuali, d’essere rappresentala in uua sola maniera, ma
di essere espressa in due maniere diverse. Considerando in generale i progressi
dell’umana ragione, si scopre che col distingue/ e si crea la ricchezza, e col
rappresentare si dona la possanza razionale. La ricchezza sarebbe perduta, se
la rappresentazione non la coprisse colle sue divise. Così mirabile e possente
si è il magistero rappresentativo, che pare costituire il dominio eminente del
mondo umano. Vedetene la piova nella moneta, nella scrittura, nei pesi, nelle
misure, nella bussola nautica, nei barometri, termometri, igrometri, nei
pesa-liquori, e in mille altri stromenti e segnali che ci assicurano delle
qualità o quantità delle cose, dei fatti, e perfino delle nostre stesse
volontà, ec. ec. I progressi del magistero rappresentativo, come assicurano,
così testihcauo visibilmente le crescenti nostre cognizioni. Ma esso variar
deve a norma del bisogno. Quando esso viene applicato alle cose fìsiche, egli
ha l’oggetto suo corrispondente rappresentatoci dai sensi, e quindi dalla
memoria; quando esso esprime qualche nostro sentimento, qualche nostro bisogno,
qualche nostra passione, esso ha pure nel mondo interiore il suo ometto
intelligibile, fabbricato dirò così dalla natura: ma quando versa sulle idee
matematiche, esso non può ricorrere alla rappresentazione verbale, se prima non
compie la razionale. 11. Voi mi direte che in Matematica vi sono le figure, le
cifre numeriche, e gli altri segni. Ma di buona fede credete voi ch’esse siano
e tali e tante da supplire al bisogno dello spirito degli apprendenti, e che la
maniera colla quale vengono usate supplisca a siffatto bisogno? Questa ricerca
mi porterebbe a trattare un argomento speciale, sul quale dovio appunto dir
qualche cosa. Basti tutto questo per far presentire il bisogno di riformare il
primitivo insegnamento delle Matematiche . Io qui prescindo da quei molivi che
riguardano l’intima natura dei metodi complessivi della scienza. Posto tutto
questo, e volendo tracciare un buon metodo d’istruzione, parmi che convenga
considerare tre cose ad uu tratto; cioè: 1.° che cosa esiga da noi la
cognizione più breve, più lacile e più proficua del vero, avuto riguardo all’
indole propria della materici da insegnarsi; 2.° che cosa esiga, avuto riguardo
allo scopo morale c sociale a cui destiniamo l’insegnamento; 3. che cosa esiga
finalmente, avuto riguardo allo stato particolare ed al bisogno degli apprendenti.
S 12 1 risultati di queste tre considerazioni, contemperate le uue colle altre,
formano le condizioni di qualunque buon metodo d’insegnameulo. HI Iti c Toro 2
io 111 non i naie ZIOilG 2 PRODUZIONE onsegueuza di queste condizioni si
stabiliscono le regole. Ampio Lisi ri chiederebbe^ se si volesse di proposito
trattare so queste is^ tanto in generale rpiauLo io particolare per le
Matematiche « Ma intendendo che di motivare una proposta ; credo clic basti
aeccualcuni principi i che piu da vv Scino riguardano la primitiva istruivate
malica. Esaminando i termini della prima ispezione, essa ci porta alla riucrca
= quale idea formar ci dobbiamo della Datura e dèlia generazione degli enti
matematici, ossìa meglio dei concetti primitivi che intervenivo come elementi
nella scienza della quantità* =±= Questa ricerca dopo Loti secoli dovrebbe
essere stata esaurito, e quindi la risposta dovrei» b esftere \a pponto* Ma
considerando attentamente le cose che sì dettano c s’ insegnano, siamo noi
certi di poter rispondere con verità? L'esame di alcune sentenze fondamentali
dei matematici cì convincerà che noi abbisogniamo ancora, di un'analisi
psicologica dì questi primitivi concetti. Ma essi corno costituiscono V abbici
della scienza, somministrano pure i primi lumi logici del metodo : la
cognizione adunque almeno abbozzata dalla loro indole e generazione vera
naturale è indispensabile per istalline le condizioni di questo metodo* 14.
Generazione naturale del punto c della lìnea. 1 primi concetti matematici sono
quelli che versano sull’ estùrmone. Una grandezza senza forma in Geometria è mi
assurdo filosofico. Le nitrazioni colle quali si è preteso di generare gli enti
geometrici debbono essere uniformi alla natura logica delle cose, ed alla
maniera con cui opera Ì1 nostro intelletto. Con un'astrazione non è permesso di
cangiare l'essenza del concetto originario 5 ma unicamente si deve far
avvertire all’idea ultima che si è voluta dislaccare dalle altre. Dunque Fidea
astratta deve portare F Impronta autentica della sua origine; altrimenti essa e
dirò così apocrifa, e quindi falsa in fatto. Seguendo questo princìpio, jo uou
dirò mai, per esempio, che la lìnea sia prodotta dal flusso del punto
indivisibile ; ma dirò invece eh* essa è V estremità d'una superficie. Diluiti
il concetto della linea si genera in noi concentrando l’attenzione STi questa
^tremila, l, idea nata da questa concentrazione separata Haliti a [ire si
chiama astratta $ segnata con un nome, appellasi linea. Voi presentando 5 per
esempio, una carta bianca tagliala sotto una forma qual, tjuque, fissando 1
attenzione sul suo contorno, formate ridea delEn litica o rena o curva, a norma
della forma che avete soli* occhio* Dividendo jicu questo contorno in minime
parti, e ferma udo Fatte azione sopranna di esse, estraete l’idea del punto;
come pure la formate i marmandovi no roto odo appena discernibile, o tutto
nero. L idea del flusso di im punto è tutta artificiale . per far in le udore
come si formerebbe la lìnea se si potesse seda generare iu natura. Essa ° 1 operazione
inversa del l'astrazione già fatta. Ma altro è il meccanismo mannaie, ossia la
formazione arti Belale dima cosa* ed altro è la generazione logica o
psicologica della medesima. Voi* per esempio, descrìvete l elisse col giro di
un h lo raccomandato a due punte; voi costruite la parabola con un filo
attaccato, e col movimento di una squadra: direte voi perciò che questa sia la
generazione naturale di queste curve? ÌSo certamente; perche un altro ve le
presenterà con un tagliò del cono. 0 qualche altro forse eoo altro strumento.
Le nostre costruzioni artificiali conscguenti allo studio non formeranno mai
l’origine net tur die di un idea presentataci dalla natura * Ma nuche dato che
voi vogliate per comodo vostro spiegare come si possa simboleggiare e descrivere
una linea ed un punto, lungi che voi possiate applicar loro F attributo d
inestesi ^ vi ponete anzi uelF impossibilità di far nascere questo con celta.
La inauo e 1 occhio non creano uè crear possono cose incstese 0 invisibili.
Ihii ancora: dalle cose vedute o toccate è assolutamente impossibile ricavare 1
idea dell invisibile e àclY inesteso f Ma voi generar volete lesf.ee alone per
mezzo delFiucsteso, nell7 atto stesso che Iu una maniera serisibilo, mediante
il movimento della linea, fate nascere la supci'fteie e il solido. Così ponete
e negate ad un tratto l’estensione* Ma, per flauto vogliate illudere voi stessi
ed altri, voi non potete mai e poi mai riuscire ad accozzare insieme questi
concetti. Da ciò ne viene, che a dispetto dei matematici il concetto del punto
0 della linea non si possono spog^arfl giammai deli idea di una minima
discernibile estensione. S i5CIie d Punt0 matematico non è il princìpio de Ha
figura, ma è la stessa figura, // punto, di cesi, è il principio di tutto . Ed
io rispondo, volete: essa sarà sempre 0 un circolo, o un quadralo* 0 un
triangolo ec. cc. Convertirla in un punto non è solamente un distruggere il
concetto di lei 5 ma egli è un pretendere clic il punto possa essere ad un
tempo stesso circolo, quadralo, triangolo; ossia che il suo concetto possa
simultaneamente essere identico e diverso. Qui non v’è mezzo: o conviene che il
concetto del punto sia nello stesso tempo il concetto di tutte queste cose
insieme (locchò è logicamente impossibile), o conviene che non sia veruna di
esse; perchè il concetto del punto e essenzialmente diverso da quello di ogni
determinata figura. Ridotta dunque la figura al minimo termine possibile
imaginario, essa rimarrà sempre com è. peichè la sua forma costituisce la sua
essenza. Devesi dunque ammettere in Geometria una specie d’impenetrabilità
logica, come in Fisica si ammette P impenetrabilità materiale. Anzi, a dir
vero, l’impenetrabilità logica è ancor più manifesta della materiale. Ciò non è
lutto. Supponendo il punto inesteso, essenzialmente si esclude la possibilità
di formar V esteso ^ perchè il concetto della negazione esclude quello àe\Y
affermazione. Il concetto negativo dell estensione ripugna al concetto positivo
della medesima, come il nulla ripugna all’essere, e il bujo all’illuminato. Ma
supponiamo il punto anche esteso: egli tuttavia non potrà logicamente essere il
principio formale della figura, perchè la forma individua d’una figura non può
ripetere il principio che dalla stessa sua essenza. Per quella ragione che il primo
esteso ripete da sè stesso la propria forma, ogni altro esteso la ripeterebbe
sempre da sè medesimo. La forma univoca d’una figura o semplice o complessa è
logicamente unica, indivisibile e propria, talché non può risultare che da un
concetto univoco e indipendente da ogni altro. 0 conviene abolire il concetto
dell 'essenza logica delle cose, o conviene concedere che il principio della
figura sia la stessa figura. 1 6. Delle essenze logiche e del possibile ideale.
La mente umana ragionar non può che sulle essenze logiche, e trarre la certezza
e la evidenza se non che dalla loro considerazione. L’essenza logica altro non
è che quel tale concetto, senza del quale non possiamo affermare che una cosa
sia o possa essere. Pensando quindi che una cosa esista o possa esistere, noi
giudichiamo essere impossibile la sua esistenza senza presentare questo suo
concetto. Il verbo essere inchiude queste idee. Quando parliamo di oggetti
distinti, parliamo di oggetti particolari ; e quando parliamo di particolari
diversi, noi concepiamo in uno ciò che noi concepiamo negli altri. Le essenze
dunque particolari sono necessariamente qualificate, ossia hanno ognuna un
determinato caratterc. Ma ila] l’altra parie tolti questi caratteri. 3]
concetto della cosa svanisce. Dunque 1 Videa di questo carattere o di queste
qualità b insepèraLile dal concetto dell essenza* Ecco Eattrìbuto ed ecco pure
l5 immutabilità perpetua di un’essenza, sia reale, sia possibile. ba differenza
fra il possibile e Vesislente consìste; quanto a noi* nella d inerenza fra lì
reale c il puramente imaginatìo. Ma questo con celta nou altera quello degli
attributi essenziali degli oggetti. Dunque la differenza fra l esistente e il
possibile^ lungi dal cangiare il concetto esseri zia le delle cose, anzi fa sì
die Elido serva, dirò così; di specchio all'altrò. CoHaggranjfirfi o
impiccolire non si altera it carattere formale delta figura. Queste nozioni
sono certissime, primitive, c comuni a tulli gli oggetti dei nostri pensieri.
La Matematica dunque non può die ubbidire alle medesime. Impugnarlo o
tramutarle egli è pretenderò che Diamo aLqim il buon scuso, o cangi le leggi
del proprio intelletto. Ciò premesso5 proseguiamo. Ogni figura può essere
considerata o rispetto a sé. stessi o rispetto ad altre. Considerala in sè
stessa, come far si può dTun astro solo in grembo al bujo assolti Lo, essa d
presenta E Idea di un esteso finito avente una data forma. Questi sono
attributi essenziali di lei, .Domandare il perchè siano tali e non altri, è lo
stesso che domandare il perchè il bianco sia bianco, e il rosso sia rosso. Il
vero e il fatto qui sono tu Li’ uno. Non sono i limiti che facciano esistere Io
spazio: ma t Io spazio finito che somministra E idea dei lìmiti La diversa
maniera colla quale può esistere ossia figurarsi questo spazio, costituisce la
forma o le vane forme che appella usi figure. L’idea della forma è semplice,
individua, immutabile, come quella di uu odoro, di un sapore, del caldo e del
iietldo. Essa è attributo specifico, ossia costituisce Eessenza particolare Con
ciò essa si qualìfica, e si distingue la figura. Cercare concetti equivalenti è
un assurdo, perchè sarebbe lo stesso che cercare di tramutare il L in nQ>
Considerando una figura isolata reale, noi c7 imaginiamo che po^sa essere più
grande o più piccola* Ma questo concetto è logicamente relativo^ perchè colE
imaginazione si finge la stessa forma o più graude o più piccola. Se dunque nel
grande o nel piccolo distingue si il concetto positivo dal comparativo, ciò non
nasco che dalla diversa maniera di paragonare, Nel positivo prescindiamo da
qualunque paragone special^ come quando diciamo uu uomo grande o piccolo. Nel
comparativo n riferiamo ad una data finita grandezza. La denominazione adunque
ito . I j 7 lala di grande o piccolo inchinile mi paragone generico $ la
locuzione di più grande o pili piccolo involge un paragone specìfico. Qui
sorgono ìe idee del maggiore o del minore rispettivo* Questo s lesso può essere
deie rminatoo in deierm it i a i o . 11 concetto adunque che domina in tutte
queste consrd orazioni è sempre relativo^ e puramente relativo. Ma il relativo
non può alterare i a imita i cara1eri spcci/ici degl’oggeiti; ;m zi il r eia
tivù è lutto fondato su questi caratteri., e risulta appunto essenzialmente dal
paragone di questi caratteri* Dunque, parlando delle figure e di ogni altro
oggetto possibile, vale il detto* che il pili e il meno noti muta la specie. Ma
se non muta la specie, dunque uou mula né le relazioni, uè le affezioni, nò le
funzioni annesse ed essenziali alla sua specie. Fu detto di sopra, che il
principio della figura è la stessa hgurs. Dunque il grande e il piccolo non
potrà mutarne la specie, o snaturatile le funzioni. J magma Levi pure un
circolo, un'elisse, un quadralo, oppure qualche minima parte imita o figurala
di ogni figura possibile. Le loro relazioni saranno le stesse, perchè la loro
indole è immutabile. Voi potrete ampliarle ed audio divìderle mentalmente, come
per ravvisar meglio una cosa lontana vi avvicinate, o per vedere una cosa
minuta a doparate una lente o un microscopio. Ma ciò non altera punto il
carattere specifico della figura o della quantità: ciò è anzi impossibile, come
ognun gente Dunque logicamente assurda sarebbe tuia dimos trazione, la quale si
fondasse sul supposto che il grande a il piccolo possa tramutare le funzioni
logiche degli oggetti geometrici, 18, Fallacia del concetto della divisibilità
infinita dell'esteso fluito. Di mesi raziona logica di rei La. Ogni parte di
spazio finitoossia ogni estensione finita, esclude essenzialmente il concetta
di infini tOi E pure sogliono i matematici parlare à' infiniti', e d’ infiniti
maggiori gli uni degli altri. Essi suppongono la divisibilità infinita
delLesteso finito In questi discorsi qual è il concetto che illude? Il concetto
che illude si è quello die nasce dalP accoppiare la nuda e fantastica
possibilità delbaggrandìmeuto o impiccolì mento deifestoso colto stato positivo
c coi rapporti determinali della misurazione o della divisione* Da ciò nasce il
giudizio, clic l’idea delf aumento o decremento metafisica mente possibile delf
estensione si posso accoppiare coll'operazione della misurazione o delta
divisione. Ma questo giudizio, se bene addentro venga esaminato, si trova
essere contro ragione. Ecco q e la prova. Egli c certo che Leste n si onc in genere
si può in un senso astrailo Voi 1* H Sfollilo raffigurare judo fini (.amen le
suscettibile di aumento o dee renne uto^ nm egli t* mio drl pari, cIjc 1 idea
di un palmo è finita come quella di un digilo, g che 1 estensione finita di un
palmo ò maggiore dell’ estensione finita di un digito. Ogni esteso reale è
finito, e però i limiti delPestensioue esistente sona sempre determinati, Lo
spazio infinito uou è più una quantità, perché non ò suscettibile di aumento o
di decremento. Non di a u ni e a lo . pe v c ì t o si figura i ufi n i Lo : non
d i de e re m e ulo . ] >e r eh è se fosse suscettibile di decreti] en lo.
stando la sua natura ò? infinito. sarebbe perciò s lisce ui bile di gradii noli
ulto stesso che non sarebbe egsenzi a Ime'ut* su scelli bile di aumento. Cosi o
cesserebbe la sua essenza logicalo si dovvebbe ammettere uu co n cello con
irati dii torlo, Da ciò uè viene, clic lo spazio infinito ed I! punto in esteso
si rassomigliano col non ammollerò I idea di quantità, V idea dunque dì
quantità estesa Pia fra te chimeriche idee del punto inestéso e dello spazio
infinito, li piu e il meno -adunque noti si può logica mènie verificare che
nelLesteso finito elhnitain, Pro codiarti olire. Ogni aumento a decremento di
un esteso finito ioTolge nel suo co ned lo uu* addizione o sottrazione di una
porzione esU’* sa finita. Questa^ porzione» qualunque siasi, è positiva. ;
questa porzione ar-lfa data ipotesi o aggiunge o sottrae una pari e .rispettiva
estesa, avrà dunque sempre mi residuo esteso e finito, sia uguale, sia
dwBgpalo. sia aliquota, sia non ali quo Lo, LSc talvolta voi non potete
ragguagliare il residuò colle prime porzioni che avole fallo, oppure non potete
ha cn incidere sui esteso col metro che avete assunto, ue viene mo la
coasngueuza della divisibilità infinita dell'esteso che avete sottocchio?
Unnici conseguenza legittima che ne viene si L che voi non pollile trovare uoa
coincidenza metrica^ sia fra le porzioni separale e la residualo, sia fra d
metro vostro e. l'estero misuralo, e nulla più. Dedurre la con segue clic
Testeso finito residuali', sia infiailàmeate divisibile, egli è lo stesso The
affermare ad un solò tratto ch'egli sia in finitamente esteso, c sia nelI allo
stesso suscettibile di aumento o di decremento; lo che è un assiu'n manifestissimo.
Allora lo spazio infinito sarebbe lo stesse clic mi alomo estesa, ossia le due
idee dello spazio infinito c ri 1 Vaio fa o saiehb*^0 l.,i Riessa cosa. Allora^
anche quando avete una misura coincidente, poIresle dire che ogni digito ed
ogni atomo è infinito: e quindi avreste mtìniii maggiori, minori, od ugnali ad
altri infiniti. Ma a che vidurrehbcsi allora la cosa ; La cosa si risòlverebbe
a significare clic I infinita sarebbe propria dei maggiori, dei minori e degli
eguali estesi finiti; e quimh !-KV sta in non cale questa qualità comune,
rimarrebbe sempre la necessita di determinare rannidilo o il decremento
rispettivo di questi estese L’mfinita divisibilità pertanto, comune ad ogni
esteso e ad ogni porzione di lui, rimarrebbe sempre una qualità puramente
oziosa. Ridotta al suo vero, valore, essa si risolve nel concetto proprio del V
esteso^ in quanto è suscettibile di ampliazione o di diminuzione, di addizione
o di detrazione, e nulla più. L’idea della suscettibilità astratta del V esteso
di soffrire tutte queste alterazioni senza fissar limite alcuno, associala
all’idea di vcirii estesi finiti, fa dunque nascere l’ illusoria ed
irragionevole idea di questi enti ad un solo tratto infiniti e finiti, maggiori
gli uni degli altri. 19. Come nasca il giudizio della divisibilità infinita
dell’esteso finito. Sua irragionevolezza. Se voi raccoglierete l’attenzione sul
vostro intimo senso, voi troverete una conferma di queste osservazioni, e
v’accorgerete in che consista 10 scambio logico dal quale nasce la vostra
illusione. E di fatto che voi nel misurare gli estesi non fate uso del punto
iuesteso, ma adoperate l’esteso, ed agite sull’esteso. Ora sotto questo
rapporto il moltiplicare e 11 dividere vale lo stesso. Voi dunque proseguite a
dividere. Ma l’idea di una cosa estesa sta sempre avanti gli occhi vostri,
perchè agite sempre su di lei. Per quanto adunque ripetiate questa operazione,
essa vi darà sempre lo stesso concetto. Egli è lo stesso come se diceste: io
penso ; io sento di pensare ; io avverto eli sentire di pensare ; io sento di
avvertire di sentire di pensare; e così all’infinito. L’idea d’ infinito sapete
dove sta? Nell’astratta idea della possibilità di proseguir sempre a ripetere
la stessa cosa: e però non istà nell’oggetto, ma in voi. Lo stesso avviene
quando vi occupate a dividere l’estensione. L’indefinito infatti si verifica sì
nel grande come nel piccolo, perchè entrambi vi presentano sempre un esteso.
Quindi voi avete sempre il motivo o di ripeterne la misura, o d’ impiccolirla a
piacere. Finché dunque non fate cangiar natura all’idea di estensione, essa
starà sempre presente al vostro intelletto, e produrrà in voi lo stesso
concetto. Ma col farla crescere o diminuire non la distruggete. Dunque
ripetendo senza fine la vostra operazione, e pensando di poterla ripetere senza
fine, voi giudicate che la divisione o l’impiccolimento possano essere
infiniti, e quindi che l’estensione sia infinita. Con questa maniera voi
potreste dire anche un sapore, un odore, un suono iufinito, perchè potete imaginare
gradazioni senza fine. Ma il fatto sta, che questa infinità non è che
illusoria, ed altro non significa che un’idea non si può cangiar mai iu
un’altra. conferma Li dimost razione 05 (Questa irradio fievolezza, E per verri
à sì il gititi ile die il piccolo li anno un’essenza ed miesislenza o reale o
intellettuale, Ripugna logica mente die nello slesso punto siano e non siano,
IMa (piando divìdete o impiccolite nn oggetto, Io supponete per ciò stesso
esistente co’ suoi attribuii essenziali* Dunque nella funzione della divisione
l’idea di esistenza interviene sempre nel vostro concetto. Ma quest’idea è
immedesimata colFidea delFftfó€tt£ft* ossia cogli attributi qualificanti il
soggetto* Dunque ned la divisione dell* esteso interviene come indistruttibile
l’idea dclFé\?/envfQrae. Questa conseguenza è evidente al pari del sentimento
della nostra stessa esistenza* a meno che non convertiate 1T idea di
divisione*, efiè indica parti esistenti e sussistenti* in quella di
aìinientamcnto^ che indica la negazione di ogni esistenza. Ora vi domando se il
sì possa diveltar no. E vero* o no, che la divisione richiede un oggetto
positivo, le -parti del quale si vogliano separare? Dunque peT ciò stesso si
sùppongoim parli esistenti c sussistenti. Ma se sono esisto Dii, e se lo
coucepilo e5È* stenti, come poi eie voi risolverle nel nulla? Se parliamo di un
tutto èstero dm sia un aggregato, le parli non so no che ripetizioni
dell’esteasiouc. Allora figurate più csLesi die compongono un esteso: ma
separati, esn vi danno sempre l’idea d’uua propria estensione, c voi siete
sempre da capoAllora abbandonate la divisione, e ricorrete all*
impiccolimejitQ, e con accade una perpetua ripeliziouc dì concetti, come sopra
ho annotalo; fi quindi pronunciale F estensione infinita. Ecco il vero tenore
dell infinito dei matematici. 2 I C he la pretesa Infinità suddetta altro in
sostanza non e die la impossibili1 di cangiar V essenza logica della quantità.
lu qualunque concetto di una grandezza o massima o mlmnu UOk associamo due idee
che &i confondono; la prima è quella di esiste la seconda è quella di
estensione. Ma siccome all 'estensione ^crol P1'' i I pih od il mono, così ci
fig u v j a ino d ì po Ter divide re o i m piccoli r ] y 1 1 finitamente. Ma a
questa maniera, come ho già detto, posso indeiunlnmente diminuire un suono e
qualunque altra sensazione, e quindi dirle infinite, e però considerar rae
stesso, dm tutte le provo, come un essere infinito, ila se per verità, come ho
già dimostrato, tutto ciò non so-1 fica altro che F i m possibili I à di
cangiar Fesseuza logica di una cosa, e di convertire il sì in ?ìo, egli ne
segue che F infili ilo dei matematici è uu& mr*ra illusione, anzi una vera
e positiva assurdità logica, X on v'àcéorgetó voi della contraddizione che voi
stessi commettete, quando da una parte mi ponete avanti 1’ infinitamente
grande, l’ infinitamente piccolo, e dall’altra i punti e le linee inestese
generatori dell’esteso ? Se la divisione può essere infinita, dunque non si
potrà finir mai coll inesteso. E se 1 esteso può incominciare coll’ inesteso,
dunque la divisione e 1 impiccolimcnto non saranno punto infiniti. Se volete,
io vi darò infiniti più meravigliosi. È di fatto che uno specchio ha la facoltà
di riflettere l’imagine di tutti gli oggetti presentati* ecco un influito di
riflessione. È di latto che una palla ha la facoltà di seguire tutti gl’impulsi
che le vengono dati: ecco un infinito di movimento. Questi attributi sono
proprii tanto d’uno specchio grande, quanto d’uno piccolo; tanto d’una palla
grossa, quanto d’ una minuta. Questi attributi dunque non sono annessi nè alla
grandezza nè alla piccolezza, ma alla natura intrinseca della cosa, la quale
finché sussiste darà sempre lo stesso effetto. Ecco una parità per l’estensione
infinita dei matematici e per qualunque altro simile concetto, lo lo ripeto: 1
infinito non è nelle cose, ma nel concetto interno dello spirilo: o, per dir
meglio, non è in verun luogo; a meno che non vogliate erigere in oggetto
infinito l’impossibilità di cangiare le essenze logiche coll’ aggrandire o
coll’ impiccolire. 22. Da che deriva l’illusorio giudizio dell’infinità
dell’esteso finito? Da che adunque derivò che tanti uomini insigni adottarono
con persuasione le idee di questi infiniti? A me pare che debbasi attribuire a
due cagioni influenti ad un solo tratto sui nostri giudizii. La prima consiste
nel confondere l’idea dell’ aggregato materiale, che ci si presenta unito in
un’idea sola, colla idea nuda d e\Y estensione ^ o almeno nell’ associarle in
modo che l’una non vada disgiunta dall’altra. La seconda consiste nel dar corpo
a tutti i nostri concetti della quantità, e costituirne altrettanti oggetti
reali dolati d’una positiva esistenza. E quand’anche non si empia il mondo di
sillatte creature, si considerano almeno come qualità reali, ossia come idee
corrispondenti a qualità reali esistenti nelle cose. Ma se avessero pensato che
la mente umana, sia che si alzi al firmamento, sia che scenda agli abissi, non
esce mai da sè stessa, avrebbero conchiuso che l’universo non è che un fenomeno
ideale presentatoci dai rapporti reali che passano fra lo spirito nostro, e gli
oggetti a noi incogniti esistenti fuori di noi. Allora avrebbero riguardate le
idee tutte di spazio, di estensione, ed altre simili, come puri segni naturali
corrispondeo ti a questi oggetti, e nulla più. Anzi avrebbero riguardate queste
idee come segni secondarii e rimoti, perchè furono dedotte da noi col magistero
deli astrazione. Allora avrebbero distinto ciò che ci viene dal di fuoii da ciò
che ricaviamo totalmente dal nostro fondo alP occasione delle idee che ci
vengono dai sensi. Allora avrebbero veduto che tutte le essenze sono puramente
logiche per noi, e che non possiamo nè potremo conoscere giammai che cosa siano
le realità degli esseri esistenti fuori di noi, e nemmeno conoscere Piutima
nostra realità. Quando la filosofia avrà acquistata quella finezza, quella
certezza e quell ampiezza che la di lei natura richiede; quando eserciterà i
suoi dintli su tutti gli oggetti che le appartengono: cesseranno anche quelle
illusioni le quali predominano a proporzione che l’impero della fantasia
prevale su quello della ragione. Allora svaniranno gl’ infinitamente grandi e
gl infiniti piccoli. Allora non s’imbroglierà più lo spirito degli apprendenti
con paradossi respinti dalla ragione. Allora non si dirà più a loio: ecco due
parallele protratte indefinitamente; da un dato punto della parallela superiore
tirate laute linee obblique alla parallela inferiore: 1 angolo si andrà sempre
diminuendo; ma non si raggiungerà mai la parallela superiore. Ecco quindi un
infinito reale. Traducete questo discorso, e dite: lo spazio in forma di lista
rètta ed uguale non sarà mai simile allo spazio in forma di angolo; locchè si
risolve nella proposizione, che la lista non è angolo. Sua equivalenza coll’
infinitamente piccolo. bino a qui abbiamo esaminato un giuoco irragionevole di
fantasia, o dirò meglio un’inavvertenza nel non esplorare le alterazioni ideali
nate nei passaggio che fa la mente dai concetti generali ed assoluti ai
concetti speciali e relativi. Pare scusabile questa inavvertenza; ma che cosa
direste voi quando vi venisse dimostrato che quegli stessi matematici che
adottarono gl’infiniti maggiori e minori degli altri proposero nello stesso
tempo 1 idea di quantità più piccola di qualunque escogitabile ? Svol gendo
questa idea, non solamente essi distruggono gl’ infiniti suddetti, ma si
abolisce perfino, senza bisogno, l’essenziale concetto della stessa quantità. E
per verità, quanto al bisogno io osservo che il calcolo non La d’uopo dell’idea
d’una quantità più piccola di qualunque escogitabile; imperocché il piccolo e
il grande sono idee puramente relative 5 e non possono essere che relative. Ma
per ciò stesso che le fate servire, sia per paragonare la grandezza di due 0
più oggetti, sia per segnare la nspet j] ViJ liniere)) voi creato uu misuratore
geometrico tu! aritmeticomediante il quale intendete di scoprire V identità o
la diversità di quantità delle "raudezzc paragonate, Quando questo metro
abbia soddisfatto a quest'ufficio, T intelletto non abbisogna dì altro. Ora por
soddisfare a quest’ ufficio non è necessario che questo metro sia una quantità
piu piccola di qualunque escogitabile, ma basta che sia tanto piccola da
esprimere o* ni valore che attribuite ? o qualunque differenza che segnar si
devo nel dato processo. Dico nei dato processo^ e non in ogni processo
immaginabile* Voi oil direte elio ha v vi la quantità conti un# m
commensurabile* e die questa abbisogna di essere valutata. Ma qui vi domando se
voi col misurare pretendiate di convertire il diverso essenziale in identico, e
se ciò far si possa coll'assurdo concetto della quantità pili piccola ili
qualunque escogitabile. Dico concetto assurdo; imperocché una quantità più
piccola di qualunque escogitabile significa realmente un'idea che sfugge dia
percezione, e però uu nulla logico. lo secondo luogo poi c certo, die quando
pone Le l'idea di quantità, voi vi figurate una cosa suscettibile di aumento o
dì decremento. Questa condizione è così inseparabile dall’idea di quantità, che
senza di essa si distrugge il SUO concetto, coinè consta dalia sua de
finizione* Questa condizione è anzi quella che determina Tesseoza stessa della
quantità. Dunque qualunque quantità è esseri zialmen te suscettibile ddm picco
iirnen lo; dunque è metafisica mente impossibile il figurare una quantità più
piccola di qualunque escogitabile* O con vie uè adunque aborre l’idea di
quantità 5 la quale, nei suo essenziale concetto involge la possibilità di
aumento e di decremento, o bisogna rigettare come assurda l’idea di ima
quantità più piccola di qualunque escogitabile. Tutto questo è per se evidente,
nè potranno mal Ì matematici controverterne la verità. Ora domando se fra la
quantità più piccola di qualunque escogitabile, e gli infinita mente piccoli
esitali o resuscitali nei calcolo* passi una vera e logica dille reo za. Dove
non si discerne nulla non si concepisce nulla* )Ia così è, che neU’iu finito
non si dia cerne nulla, nè si pr e finisce nullo e specialmente si esclude
l’idea di aumento e di decremento. Dunque gl’ i ufi u ila niente piccoli
suddetti sono equivalenti alle quantità più piccole di qualunque escogitabile;
dunque invano si potrebbe pretendere di riformare i fon dame a li della Materna
Li e a col far resuscitare o e olTìm piegare questi piccoli infiniti, come ha
faLto recente mente mi trase e li denta lista del IN orti* Il Le nozioni
speculative della Matematica debbono necessariamente servire alle operazioni
del calcolo. Ma il calcolo è un’ arte ; e quest’arte sarà più 0 meno
illuminata, a norma che le nozioni speculative saranno più o meno adequale. Nè
il meccanismo, nè Y espressione materiale distinguer debbono le specie diverse
del calcolo delle quantità. Questa distinzione deve ripetersi dalla natura
dell' oggetto 5 cui mediante il detto calcolo ci proponiamo di conseguire.
Questa sentenza è fondata su di un principio logico, del quale si parlerà nel
Discorso quarto. Quest’ oggetto non può consistere che in una data cognizione o
in una data opera. Essa forma lo scopo 5 il calcolo ne forma il mezzo. Ma
questo mezzo non ìiesce efficace, se non si conoscono le affezioni particolari
e le leggi delle quantità. Queste affezioni e queste leggi sono fondate sulla
natura della quantità del numero. Dunque conviene formarsi un’idea esatta sì
del1 una che dell’altro. Io non esibisco un Trattato di Matematica, ma sole
osservazioni sull insegnamento primitivo. Quindi dovrei ommellere il parlare di
proposito dall’indole intrinseca della quantità e del numero: e volentieri lo
farei, se anche qui non avessi a fronte autorità contrarie imponenti. La
quantità astratta può essere bensì concepita come qualunque altra idea
semplice, ma non può essere definita. Noi anzi non possiamo nemmeno formarcene
idea, se non quando l’applichiamo a qualche soggetto reale. Allora apparisce
qual’ è veramente; allora veggiamo eh essa non è che quel modo di essere, pel
quale una cosa è suscettibile di aumento o di decremento. Il concetto della
quantità racchiude in un solo punto quelli dell identità, e della diversità,
per ciò stesso che racchiude le idee di piu e di meno . Questa condizione è
così essenziale, che senza di essa svanisce il concetto della quantità. Tutto
ciò che non è suscettibile di gradi non è suscettibile di quantità. La verità,
la certezza, 1’esistenza, ed altre simili idee, non ammettono gradi, c però non
sono suscettibili di quantità. La verità primitiva ed assoluta altro non è die
un sì od un no immutabile. La certezza consiste nell’affermazione 0 negazione
di una cosa escludente il dubbio del contrario. Quando nell affermazione o
nella negazione entra il dubbio, nasce la probabilità, la quale ha tanti gradi,
quanti ne ha il dubbio. Il dubbio assoluto esclude anche la probabilità, perchè
l’animo non propende nè per il sì nè per il no: la ragione sta in equilibrio
perfetto, e non giudica; sente il peso, ma uou propende da veruna parte. L
'imparzialità logica somiglia a quella di una bilancia che regge pesi uguali.
L’eguaglianza non ha gradi* c però anch’essa non è suscettibile di quantità. Lo
stesso dicasi dell’equilibrio perfetto. Il concetto universale della quantità
si riferisce a tutte le cose suscettibili di più e di meno. Ma tutte le nostre
sensazioni, tutte le nostre passioni, e molti altri modi nostri di essere o di
agire, sono suscettibili dell’idea del più e del meno. Dunque sono suscettibili
dell’idea amplissima di quantità. Dico amplissima, perocché nel comune
linguaggio non si fa uso della parola quantità in tutti gli oggetti
suscettibili di più e di meno. Non si dice, per esempio, quantità della bellezza,
quantità delI ingegno, e nè anche quantità di un odore, di un sapore 5 di un
colore. Il concetto dunque proprio della quantità si restringe alle cose
vestite, dirò così, di estensione, sia ch’essa venga attribuita in senso
diretto, sia che venga attribuita in senso metaforico. A quest’ullima specie di
quantità si restringe la sfera delle Matematiche; e però essa forma il soggetto
universale d’ogni specie di calcolo. 25. Del concetto del numero. Opinione di
Newton e del d’ Alembert. Finché l’animo non pensa che all’unità isolata non
può tessere calcolo veruno: esso incomincia a calcolare quando pensa ai numero.
In generale il numero non è che una pluralità compresa sotto di un solo
concetto. In questo senso il numero abbraccia anche le cose prive di estensione.
Noi figuriamo allora un aggregato sotto di un solo concetto. In conseguenza di
ciò noi gli prestiamo implicitamente Fidea di un tutto esteso. Questa maniera
di concepire dir si può metaforica, perchè presta ad una pluralità di cose non
estese un concetto complessivo esteso. Senza un concetto unico complessivo nou
esiste Fidea del numero. Col ripetere sempre uno e poi uno, senza dir altro,
non si forma un numero. Ma quando dico tre, quattro, cinque, annunzio pluralità
con un solo concetto. Questo concetto unico, preso per sé solo, costituisce la
grandezza numerica. Il concetto di lei è così positivo ed assoluto, come quello
di un esteso circolare, quadrato, triangolare, o simile, che mi venga posto
avanti gli occhi. Io posso allora paragonare queste figure numeriche, le quali
mi presentano una forma geometrica più spiritualizzata, e posso quindi trarne
rapporti e risultati; ma questi rapporti e questi risultati sono secondarii, e
realmente non sono che verbi miei, che io esprimo coi segni del calcolo. Essi
dunque non costituiscono il concetto positivo del numero, ma la logia del
numero. Ciò posto, parmi che dir non si possa con Newton, che ogni numero non
sia che no rapporto. Con questa definizione non si esprime il concetto positivo
del numero, ma solamente la logia numerica. La spiegazione stessa d7 Alembert
(') parrai che possa giustificare la mia opinione. « Nous remarquerons d’abord
(egli dice) que un nombre, suivaut la définition de M. Newton, n est
proprenient qu un rapport. Pour entendre ceci, il faut remarquer que tout
grandeur qu7 on compare à » une autre, est ou plus petite, ou plus grande, ou
égale; qu7 ainsi tout » grandeur a un certain rapport avec une autre à la
quelle on la com» pare, c’est à dire que elle y est contenue ou la contieut d’une
certame manière. Ce rapport ou cette manière de contenir ou d’ètre conteuue est
ce qu7 on appelle nombre. Analizziamo questo passo. In primo luogo qui si parla
di grandezzose di grandezze che possono contenerne delle altre, come formanti i
termini dai quali sorgono i rapporti. Qui dunque abbiamo in primo luogo il
supposto di cose estese, le quali sono poste come fondamento positivo a questi
rapporti. Dico il concetto di cose estese, perocché la capacità di contenere o
d’essere contenuto non si può applicare che a cose estese. In secondo luogo si
suppone che queste grandezze possano avere dimensione variata, poiché si
suppone che possano essere rispettivamente maggiori, minori od eguali, e in
conseguenza somministrare i ìappoili dei quali si parla. Qui dunque ci si
presentano veri enti geornetnci, o simili ai geometrici, in vista dei quali
sorge il numero. Ma come si la nascere il numero ? Dal paragone estrinseco di
clue" ste persone. Qual è l’oggetto logico di questo paragone ? Sapere
quante volle una grandezza ne contiene un’altra, e come la contenga. Posto
tutto questo, si pone ogni grandezza a guisa d una unità stac cata dall’altra
per rilevare soltanto il rapporto estrinseco suddetto. H coU tenere o 1 essere
contenuto non è qui che finzione, perocché si suppone che ogni grandezza esista
per sé; ed altro uon esprime che il rappmto commensurabile dell7 una
coll’altra. Ora ponderando questi concetti, che cosa risulta? Risulta, che da
una parte o si toglie o si dissimula il concetto proprio della grandezza; e dall’altra,
che le idee di ragione, di proporzione, di commensurabili tàs di simiglianza
ec. sono scambiate coll’idea propria del numero . Primo, si toglie o si
dissimula il concetto proprio della grandezza . D Pel* ve' Enciclopedia^
articolo ArUhmélique. rità nel mondo matematico che cosa è una grandezza
maggiore o minore di un’altra, fuorché una quantità più o meno concreta? Il
fondo, dirò così, della grandezza altro non è che la stessa quantità finita.
Ora ditemi che cosa sia una quantità finita maggiore o minore di un’altra. Se
questo non è un numero generico, che cosa sarà esso? In secondo luogo, dico che
qui scambiansi le logie numeriche col concetto proprio del numero. Altro è che
la mente nostra nell’esaminare un oggetto che chiamiamo grandezza faccia
paragoni, pronunzii giudizi^ dai quali emergono le idee relative suddette; ed
altro è che queste idee relative costituiscano il concetto proprio del numero.
Quando io pronunzio tre, quattro, cinque, non mi rompo la testa a paragonare
nel modo voluto dal d’Alembert, ma mi figuro ad un tratto un tutto composto di
tre, di quattro o di cinque elementi similari che chiamo unità, e nuH’allro. Io
entro in una camera, dove veggo qua e là collocati molli frutti. Non comprendo
a primo tratto quanti siano. Fin qui altro non concepisco, che una indefinita
pluralità. Dico indefinita, e non illimitata. Tale sarebbe quella mirando il
firmamento sparso di stelle. Ma se raccolgo questi frutti, e li conto ad uno ad
uno. e che ogni volta che ne accresco uno, uso un segno diverso, nascerà Videa
dVun aggregato, che esprimerò con una sola locuzione. Ecco allora la naturale
idea del numero. Questa idea è fatta qui per una successiva apposizione ; ma
essa viene somministrata anche in una maniera più immediata colla divisione di
un lutto in due parti. La mia mano è il primo modello che mi offre questa idea.
Volendola semplificare ancor di più, piglio, per esempio, un quadrato, o un
altro tutto uniforme, e lo divido in parti aliquote. Allora esprimo un tutto
distinto in parti similari; ed ecco di nuovo il numero. Esso dunque comparisce
sempre come una pluralità espressa con un solo concetto. Legge prima ed ultima
dell’unità con varietà che forma V essenza prima d'ogni algoritmo. Sua forma
ridotta ai minimi termini. Questo concetto complessivo è quello che costituisce
appunto la grandezza. E siccome la pluralità è maggiore o minore, così la
grandezza riesce maggiore o minore. L espressione numerica delle patti della
grandezza può essere varia; ma ciò non altera il suo rapporto estrinseco con
un’altra grandezza. Io posso dividere la stessa area, e posso lasciarla senza
divisione alcuna. Nel primo caso avrò una valutala grandezza; nel secondo ne
avrò una non valutata. È vero che. paragonando una grandezza totale minore con
una maggiore, potrò figurarmi che stia tante volte nella maggiore; ma in questo
caso io figuro la grandezza minore come parte della maggiore; e così se può
capirvi molte volte senza che avanzi nulla, diventa parte aliquota della
maggiore. Ma in questo caso che fo io ? Io fo un imaginaria divisione del corpo
della maggiore mediante 1 applicazione della minore, e fo nascere il numero. Ma
io posso fare lo stesso dividendo questo corpo direttamente in tante parti
eguali alla grandezza minore, la quale in questo caso fa la funzione di unità |
metrica, e nulla più. Il numero però consisterà nel complesso di queste unita,
nelle quali e ripartito il corpo della grandezza maggiore, e nou nei rapporto
univoco primitivo ed estrinseco fra le due grandezze. Iu questi esempli il
concetto proprio del numero apparisce coperto dalle spoglie sensibili deli’
estensione. Ma, per verità, esso predomina anche scevro da queste spoglie.
Così, per esempio, come nominiamo tre globi, così pure nominiamo tre suoni, tre
colori, tre odori, tre sapori, tre pensieri, tre esistenze, ec. ec. Il numero
adunque non indica che pluralità di concetti abbracciati con una sola
considerazione. Se più oltre spingiamo la nostra attenzione, noi sotto l’idea
del numero veggiamo trasparire quella legge suprema ed ultima deH’animo nostro,
colla quale nel mentre che distinguiamo le diverse nostre idee, noi le riuniamo
in un solo concetto complessivo; e quindi ravvisiamo sempre il tipo di quell lo
unico, che ad un solo tratto sente e distingue, e che nel sentire e nel distinguere
riunisce i suoi modi d’essere in un unico centro, cioè nell’unica facoltà sua
di sentire. La pretesa dualità, annunziata da un trascendentalista del Nord,
non contiene la legge suprema che veramente presiede ai calcolo; ma altro non
esprime che l’atto puio di distinguere, e però non esprime che una parte sola
di questa legge. Diffatti quando dico uno piu due fa tre, oppure in generale a
più b fa c, io formo un numero. Ma qui realmente ho due idee concorrenti ed una
concludente, due termini coefficienti ed uno risultante. Ma 1 idea di questo
termine risultante è una terza idea così semplice, così unica e così propria,
che non si può confondere colle altre due. Più ancora: senza questa terza idea
non esiste il numero, nè verun risultato da me ricercato. Con questa terza idea
poi io unifico così le cose, che dimenticar posso i coefficienti, ed avere ciò
non ostante il concetto domandato. Nou è dunque sotto forma di dualità, ma di
trinità individua che la legge suprema di ogni algoritmo può essere presentata.
Delle vere astrazioni matematiche. Tutte queste discussioni servono di saggio
per provare il bisogno di purgare la Matematica dai concetti illusorii e
lambiccati coi quali, a dispetto della buona filosofia, si è voluto svisarla.
Le prime nozioni sono quelle che abbiamo esaminato. Ora qual meraviglia se
tanto penoso, tanto lungo, tanto tortuoso, tanto sconnesso riesce il cammino
della scienza intera? Svestiamoci una volta da queste illusorie e mal tessute
spoglie trascendentali, le quali, oltre di guastare i veri concetti logici,
gettano nelle nostre scoperte e nelle uostre dottrine una durezza, una fatica,
un gelo, ed oso dire una violenza ributtata dalla natura. Io non pretendo con
ciò che le idee astratte e generali debbano essere bandite dalla Matematica: ma
pretendo che debbano essere banditi que’ fantasmi che usurparono il loro posto.
Togliere le idee astratte e generali. egli è lo stesso che ridurre l’uomo alla
condizione delle bestie. Ma altra cosa sono le idee astratte e generali, ed
altro le sfumature illusorie partorite dall’ ignoranza o da giudizi!
precipitati. Le vere idee astratte e generali non ammettono nè quiddità
scolastiche, nè analogie volgari, che si perdono nelle nuvole; ma esse si
restringono all’espressione eminente dei fatti reali, raccolti con diligenza,
esaminati con ordine, ed interpretati con sagacità. Queste genuine idee
astratte e generali debbono dar forma e somministrarci i veri concetti e la
fedele espressione degli enti matematici. Ma esse non possono compiere
quest’ufficio sinché noi non interniamo le nostre ricerche sul modo col quale
essi naturalmente si generano ed agiscono anche aH’insaputa nostra. Questa
ricerca esigerebbe un lavoro fatto di proposito, del quale ora manchiamo. Qui
io mi restringerò ad accennare solamente quel tanto che parmi necessario per
fondare il miglior metodo dell’ insegnamento primitivo. 28. Legge universale di
associazione dei concetti geometrici ed aritmetici. Il calcolo è opera tutta
nostra. Esso in sostanza riducesi all’espressione artificiale delle leggi
necessarie che dettano i nostri giudizi! nel paragonare le quantità. Questi
giudizii risultano dalla combinazione di date idee. Gouvien dunque conoscere
tanto l’indole di queste idee, quanto le leggi naturali del nostro
intendimento, allorché si occupa su di esse. Ciò posto, io avverto che se con
un concentrato raccoglimento interroghiamo il nostro senso interno, noi
travediamo che in tutte le operazioni matemaliche intervengono due specie di
concetti sèmpre associali. Il pT|mo Io chinino aritmetico^ ed il secondo
gùQmeirico. In astrailo si possono confondere, perchè il misurare, riducasi In
fme ai mia enumerazione di parti espressa con una o più preposizioni : ma
esaminando piu addentra la natura loro, noi ci av veggi amo essere eglino
diversi, F concetti deb ì tmUà elementare e del numero me ne somministrano una
primo piova. Che cosa c veramente l 'uno aritmetico^ o, a dir meglio, a che
cesa riferiamo noi l unità aritmetica ì L chiaro che noi la riferiamo alla sda
idea di esistenza. Dunque V uno aritmetico è segno d’una esistenza*, e nulla
più, L tefiò geometrico* per Io contrario, indica una data porzione di spazio,
ossia mia (lata estensione lunta. Da ciò ce. viene, che il n u m$¥Q aritmetico
è Lutto metafisico; il geometrico, al Top pò sto. è Lutto fisico. Col numero
aritmetico indico tanti uomini, tanti alberi, Lauti animali tc, se,, nulla
importando se siano grandi o piccoli, slmili o dissimili E dunque manifesto che
nella semplice enumerazione non si considera che la nwda esistendo ma dall altra
parte Fidea di esistenza è per se semplice cd in divisibile i dunque ne viene
che l ei emonio primo è perpetuo della nuda enumerazione e esse oziai mente
semplice ed indivisibile. La cosa non procede così nella divisione, e meno poi
negli altri rami del calcolo. Ivi. anche uou volendo, sT introduce V uno
geometrico. Ivi noi non veggi a ino e non possiamo vedere che lui-, ed agire
che su di lui. In esso concorre bensì l'idea astratta di esistenza ; ma essa
non è la sola olio ne costituisca il conce Lio. Questo co oocito è
precipuamente formala dall idea d una estensione distinta e finita. Ma per giù
stesso che è finita . è anche figurata, Queste due condizioni sono per noi
inseparabili, Quando parliamo in particolare, la nostra Imaginazione si ferina sulla
idea della data figura’ quando poi parliamo In generale, si sveglia uoa confusa
idea o di una o di molle corrispondenti ai nomi che impieghiamo. 1 vocaboli
generici di figura v di potenza, di termine, di piti, di meno^ e simili, non
possono svegliare iu noi altre idee che queste : ahri" menti sono vuoti di
senso per noi. Tutte le nostre Idee generali si presentano nella stessa guisa;
e a norma delle parole die impieghiamo si risvegliano nella stessa maniera.
Allorché ci occupiamo suìYmeso col senso aritmetico^ uou poniamo mento uè alla
forma, nè alla collocazione delle superficie; ma altro non facciamo che
numerarne le parli, ed annunciarne la somma, Diflstl'» colla valutazione, noi
prescindiamo da queste circostanze in modo, clic dinamo equivalenti tuLte
quelle superficie variamente conformate, le, Co \ m [amo quell' unita co ai p l
essa olio sfugge ogni e a 1 c pio, Con esso anello 1’ nomo di genio riceve
quelle subitanee inspirazioni, le quali sono indi pendenti dall’analisi o dal
sillogismo* A questo apparitene pure quello die appellasi tatto morale o di
esperienza tanto nei giudizi!, (punito negli usi delia vita Questo senso riceve
maggior perfeziono quando od mi felice organismo sì accoppo una buona
educazione. Egli opera in noi ad ogni istante della vita: e quindi in lutto le
nostre me dilazioni. In esse i concetti, che cadono sotto il discernimento,
sono parli dei conce Ili integrali, segnale ri più o meno larghi intervalli.
Mediante poi il senso differenziale la nostra ini diligenza avvertita mente comincia
da una parte colla natura, e dall’altra coi n osi ri simili e con noi medesimi.
Diffalti la mìa mente nnn può avvertita mente comunicare nò eoa me, nò con a
Uri, se non mediante quelle cose che d Incerilo, e quei sentimenti dd quali
posso dar ragione a me stesso. Ma tutte le scienze, le regole, le dottrine, le
ordinazioni umane derivano dal disccrti ini etile; dunque esse non potranno
raggiungere giammai tulle le gradazioni, uè esaurire il fondo, dirò così, del
senso mie graie. 1 dettami dunque scientifici particolari si possono
rassomigliare a quelle colonnelle che sì pongono lungo una strada: esse segnano
a largii! intervalli il cammino; ma lo spazio di mezzo ò lascialo senza in dica
zio ac. Ma scegli è vero che dove non sì dìsceme piu non si può paragonale,
perchè dove non si discerne piu non si sente differenza ? malgrado pure che
esista e l'accia la sua minima impressione; sarà pur vero che ri dì là di celti
limiti deve accadere nei nostri concetti una trasforma eztone^ per la quale la
scienza deve cessare o cangiar linguaggio, ossia cangiare [espressione dei co u
ceni, Bidone dii la iti le coso a questa estremila, le opposizioni si
convertono in distinzioni, e le differenze in gradazioni. g 34. Vera natura
delle Idee ontologiche. Loro connessione collo Idee matematiche. Né la cosa può
procedere altrimenti, perocché FideiiUtà e la diversità non esprimono veramente
che due modi di se- mire dell'animo noslro, associali a qualsiasi specie d’idee
presentale a noi in una guisa risaltante. fu qualunque stalo si trovi o si
finga l’animo nostro, sia che si trovi unito ad un corpo con sensi o maggiori o
minori, sia che abbia idee senza l’inlervento dei sensi esterni, si
verificherebbe sempre questo carattere. Tutte le idee ontologiche sono di
questa natura: esse, parlando propriamente, non ci vengono di fuori. Le cose
particolari hanno forme assolute e particolari: espresse in generale non
cangiano natura. Le idee ontologiche non esprimono forine^ ma pure logie:
quindi esse non appartengono all’esterno, ma si riferiscono solamente a
funzioni fondamentali ed ultime dell’animo nostro, le quali intervengono
perpetuamente nel sentire e concepire qualsiasi cosa. Così nello specchio, dopo
le diversità delle imagini, trovate che tutte sono riflettute; ma la riflessione
è la funzione fondamentale dello specchio, e non degli oggetti. Le idee
matematiche sono, fra tutte, le più contigue alle ontologiche, e per un certo
lato si confondono colle ontologiche. Questo fa sì che la sfera delle
Matematiche ha per noi un aspetto immenso, e a prima giunta uniforme. Ma s’egli
è vero che la nostra intelligenza è limitata; se ella ha certe leggi; se ognuno
di noi è conformato d’una sola maniera; e se l’ io che sente le differenze in
un oggetto materiale è quello stesso io che le sente in un oggetto
intellettuale; sarà pur vero che una sola legge dovrà presiedere a questo
sentimento. Que’ simboli segnati con un nome, che chiamiamo idee astratte,
intellettuali, generali, non possono mutare la nostra capacità, nè sottrarci da
questa legge. Quelle clic i matematici chiamano proprietà dei numeri saranno
dunque effetto di questa legge. 11 numero non esiste in natura, ma egli è un
concetto dui nostro spirito. 3 5. Della sfera delle Matematiche considerata
nella loro fonte primitiva psicologica. Quanto poi al raffigurarli, noi non
abbiamo altro mezzo che quello di un seuso distinto, risaltante, e che abbia,
dirò così, una certa latitudine. LIu rapidissimo ed un lentissimo movimento si
rassomigliano. Pare adun que che la numerazione distinta esteriore richiegga
una certa vibrazione dei nostri organi. Se l’aspetto o la successione delle
cose esterne eccita quella vibrazione con quel dato intervallo, nasce la
distinzione; se non eccita a quel seguo, con quella tale latitudine e con
quelle tali pause, nou si ottiene verun concetto particolare distinto. Le
produzioni specialmente organiche conosciute ci presentano specie distinte,
nelle quali colla varietà particolare della loro struttura vc0 giamo accoppiata
una similarità di leggi e di azioni compatibile colla costituzione organica di
ogni specie. I germi racchiudono sicuramente le prime cause determinanti di
queste forme e di queste leggi. Se il nostro sensorio fosse conformato in guisa
di un germe, o in altra simile forma, che cosa ne dovrebbe nascere? Una
psicologia sagace, e ben corredata di fatti, potrebbe recar qualche luce in
questi reconditi recessi del nostro essere . Ciò servirebbe di guida a spiegare
in progresso molli fenomeni sentimentali che oggidì ci appariscono isolali, e
che ci presentano la dottrina deir uomo interiore a guisa di una raccolta di
viaggi di molti navigatori, i quali hanno bordeggiato le sole coste, o non si
sono internati abbastanza nel paese, per darcene una carta specificala e
complessiva. Se la Matematica fosse trattata a dovere, essa dovrebbe
somministrarci la prima interpretazione delle leggi del senso differenziale
unito all’ integrale; perocché nella semplicità delle idee, che maneggia,
queste leggi operanti contemporaneamente si debbono mostrare alla scoperta. Noi
avremmo allora la storia naturale dell’ animo umano, il quale ad un solo tratto
sente e distingue; perocché la denominazione di senso integrale e differenziale
non è che una locuzione per dare ad intendere la natura di due funzioni e modi
d’essere dell’ANIMO – GRICE PSYCHE, SOUL -- nostro. Io trovo, per esempio, che
in architettura s’assegnano certe proporzioni: che della musica si danno certi
elementi coi numeri. Ora domando se siasi ridotta la teoria ad una tale unità
sistematica e primitiva da mostrare la radice comune di fatto delle regole
architettoniche e musicali. E pure questa radice comune esiste. Essa riposar
deve sopra un fatto primitivo, o sopra alcuni fatti primitivi, dei quali se non
possiamo trovare altra ragione, basta che constino a noi per servire di
fondamento alle nostre dottrine. Dicesi, per esempio, nella Musica che le
ottave si rassomigliano; e si considerano nei loro rapporti come una stessa
voce. Si è mai filosoGcamenle analizzato questo coucelto? Le voci non hanno né
figura, nè colore: come dunque trovate voi fra il grave e l’acuto, che sono due
idee diverse, una identità come questa? Qui avete identità e diversità in un
punto solo. Mi sapreste voi dare un emblema che rassomigliasse e mi desse
ragione di questo fenomeuo psicologico? Alla Matematica pienamente sviluppala
toccherebbe di offrire questo emblema; e, quando fosse convenientemente
esposta, presenterebbe all’ umana intelligenza uno specchio, nel quale questa
ravviserebbe sé stessa ed i proprii movimenti allorché si occupa a studiare le
quantità. Essa vedrebbe allora, che i concetti aritmetici appartengono
propriamente j 1 .sènso differenziale e eliti perciò debbono essere più
semplici e. piò universali ilei geometrici, e servir quindi ai paragoni ed ai
risultati geometrie i. Di rialti quando la m e □ Le nostra sempìieemeule di
stiogu'e o limila un oggello, non ritrae allro concetto clic quello dì utia
diversità o rlì ima latitudine astratta, la quale non si può risolvere in vétun
altra più semplice idea. Da ciò ue viene, clic col senso aritmetico voi
determinate anche le misure di quelle cose*, le quali non presentano superficie
alcuna, lu questi casi perù il senso aritmetico viene assistilo dal geometrico.
Cosi ci serviamo dello spazio per misurare il moto: e dello spazia n del mota
per misurare il tempo. Così so noi cì occupiamo a determinare 3 a caduta, la
prelezione, la direzione o diretta o ribattuta di un solido o di uo fluido, I
imaginazione traccia per una pronta finzione b linea ch’ossi descrivono. Quanto
alle forze, si associano le idee dtdresUuisione o dei numeri per segnare ì
gradi: lai clic quesl’associazinue del senso geometrico coll 'aritmetico ù
costante, universale, inseparabile. Nò la cosa, logicamente parlando., potrebbe
mai procedere diversamente; perocché le idee di diversità^ di distinzione. di
limiti*, dì ptìo di meno ec. sono tulle puramente relative* Ma per citi stesso
che sono relatice esse, involgono il concello de’ termini^ dai quali sorge la
relazione* Somministrare le idee di questi termini appartiene appunto al senso
geometrico. Esso presta, dirò cosi., il fondo sul quale si esercita ogni specie
di calcolo: esso quindi è il primo die agisco in noi. A lui dumpu: appartiene
in prima ed ultima analisi il concetto positivo dell1 unità si metrica che complessiva.
SO. Del concetto dell' un ilei complessiva. Copie si condili col senso
discretivo. L’unità complessiva 5 sia sensibile, sìa mentalo ; riunisce molli
concelli, i quali presentano qualità esclusive e qualità comuni nelle parlL ed
una proprietà semplice individua nel tutto, clic non si può tramutare in un
altra. .Da ciò deriva Lalvoka una incommensurabilità assoluta»Ciò però non
toglie chT essa non si possa risolvere in dati elementi. bolla sola cognizione
però dì questi elementi non si giunge a quella arnia. Non sarebbe più vero che
esista una forma unica indivisibile^ e tutta propria del solo complesso, so
ridea d dV elemento potesse esprimere quella del tutto, Un falegname costruisce
la ruota di un carro, ed un muratore fabbrica una torre rotonda. Tre cose si
possono domandare. Da prima, quanto materiale sia stalo impiegato nel dato
lavoro: la seconda, quali lorme . \k\ Sp ecià H u y e&s e po le partì ni a
gg tori e omponen li q u est5 op e ria, e quante di uùa forma e quanto di iuj
'altra siano state impiegate, e come siano siate collocate nel costruire
l'opera suddetta; la terza finalmente quale sia b dimensione di tutta l’op qv a
s u d di vis ala. Quaudo v oi doma udate q u a uLq matòfe sia stato impiegalo,
voi fate astrazione tanto dalla forma unica complessiva del tutto* quanto dalla
forma o formo diverse delle parli singolari: quando voi chiedete della figura
delle parli maggiori, del numero e tifila collocazione di queste figure, voi
fate astrazione tanto dalla forma complessiva di tutta Peperà, quanto dalla
qualità e quantità degl l elementi primi, ossia degli atomi che compongono
queste parti maggiori; quando finalmente vi rivolgete alla dimensione del
tutto, voi prescìndete dalle minute particolari Là sopra ricordale, per
ottenere invece un concetto semplice ed univoco di questa dimensione. Ma è cosa
di faLLo, che tanto lo forme, quanto il numera degli atomi. delle parti
maggiori e del tutto esìstono congiunte nell' opera; egli è di fatto, che tulle
concorrono a costituirla nella vera sua dimensione e ftrmra semplice ed unica.
Ora vi domando se, malgrado ciò io possa o no convertire la dimensione del
tutto ili una forma discretiva di grandi parti dissimili ; se io possa o no
trovare i componenti razionali di queste grandi parti, fenoli è F espressione
loro complessa sia incommensurabile. Miro jè il dire che un dato effetto derivi
dalle date cagioni; ed altro £ ;] dire ch’egli sìa di caràttere o simile o
dissimile di quella delle sue canoni. Altro è il dire eli5 egli sia in sè
stesso composto n misto; ed altro è II dire che abbia un'essenza cosi,
semplice, univoca e propria* corno quella di ogni cagione considerata
singolarmente. Due spinte uguali ad angolo retto fanno seguire al corpo
sospinto la diagonale dì un quadrato: due dati suoni fanno sentire sotto un
cerLo angolo un terzo suono. Ora domando se la direzione del corpo sospinto dai
due impulsi suddetti. od il terzo suono che si fa sentire per la vibrazione dei
due, siano o no cosi semplici o indivisibili come le due direzioni c i due
suoni presi si li gelar m cu le, nell' allo puro che sono tulli e tre
dissimili. Che cosa segue da ciò? Egli ne segue* che io non potrò certamente
tradurre l'idea dd terzo suono, o della direzione diagonale, iu un'altra,
perchè ne distruggerci il concetto, e convertirei il sì in no; ma potrò ciò
nonostante trovare gli idem cu li coefficienti deifessenza da me concepita.
Ecco ciò che accade nei nostri concetti nel compórre, o nelF analizzare Funi Là
complessiva. In essa V asso eia zi ori e del,v en*ù geometrico ed aritmetico si
palesa apertamente, In tutti i composti assoggettati ad umLà dir sì può die il
centro formale e reggitore dell* unità complessiva iwu risiede dentro ale a uè
delle parti si ugola ri» ma fuori (lolle medesime* l([ là egli comunica al
latto le sue affezioni* Da ciò nasce die iu ogni parte dd> Lono esistere
Lauto le qualità singolari^ quanto le attitudini comuni ; seu /a ili die non
potrebbero concorrere a formare un solo tutto individuo, e dotato di vera uni
Là. Queste atti Ludi ni sono il fonda me ulti dello proporzioni} le quali nell
unità complessiva logicamente sostengono molti rapporti simultanei, tu esempio
Io abbiamo accennato già sopra, tpiaudo abbiamo parlato del quadrato dell*
ipotenusa. Disi lozione della commensurabilità dalla unifica bil ria. Per fa
qual cosa tino dui primordi i della scienza conviene aectmilamente distinguere
la commemurahiUth dalla unificabili la. La prima ad altro non si riferisce,
fuorché alla coincidenza dei limili dati alle parli di un tutto*; sia con un
metro comune, sia col paragone ad un alito tutto. La seconda per lo con trario
si riferisce alfa cospiri rione simultanea di piu cose anche diverse a formare
un lutto semplice ed indivi' duo, fatta astrazione se queste cose siano o non
siano fra di loro cornine □ su rabdh òla questa unificazione viene considerala
qui per quel Punico aspetto che può interessare la logica della quantità :
dunque conviene ben distmguere il concetto proprio matematico dì essa da quello
ili qualunque nitro finitimo* Il numero a prima giunta presunta uno di questi
finitimi conccLli. Ma se voi considerate il numero conni ["espressione di
elementi ideali simili ed eguali (corno sarebbe aritmelicameule quello di più
esistenze. e gecun eliacamente quello di più punti escogitabili), voi non ruggì
ungere te mai ridea generica dell’uailà complessa; perocché questa può
abbracciare nel suo concetto unità, varietà e cniitinuiLà, Ora per ciò solo,
che ili linea di quantità contiene solia u Lo la varietà, essa con in. ne parli
disuguali ariime bearne ubi, e parli dissimili geómetricamenle/ruUa al più
dunque il numero, considerato come sopra, potrebbe bensì fermare una specie
particolare doll’umlà complessiva, tiui non ne racchiuderebbe tulli i
caratteri. Dir dunque si dovrebbe quei numero essere unità complessa similare^
tua non unità complessiva genericaQuesta distinzione h impor Lautissima per il
calcolo, perche, uc fa variare necessaria roc ut c il metodo. Questo metodo
dev’essere atteggiato a norma della natura propria delle parti e del tutto, e a
norma dei rapporti logico-matematici che si multai) Aleute passano sia fra
parte e parte, che fra le parli ed il tu ILO. Questo basti per ora. onde
preparare il concetto delle idee primitive matematiche in mira allo
stnbìlìmeolo del miglior metodo deli’ insegnaiocuto primitivo. Queste idee
implicitamente cd eminente monte racchiudono la virtù logica die deve in
progresso determinare anche le vedute pratiche. Un ulteriore sviluppa mento
delle medesime sara forse necessario nel progresso delle proposte disquisizioni
31i riserbo adunque di presentare questo sviluppa mento, pago essendo di aver
fissato nota solo h proprietà dei primitivi cuuceLLÌ? ma eziandio la
connessione loro razionale colle altre tenni cria conosciute del nostro
intendimento. Cosi si avrà quel nodo v t? 3"5 D * # e si conosceranno
quegli anelli di comunicazione che connettono le sdente mate maliche colla
razionale filosofia. iNìola al Solini ente coll' aurora della buona Filosofia i
matematici hanno tralasciato dal riguardare il punto c la linea come enti reali
^ ma non so se siano gì un li a riguardarli come segni di pure logie ossia come
segni di idee ultime relative estratte soltanto dal nostro intellètto. Prima di
quest1 aurora, al punto ed alla linea veniva attribuita una realità sostanziale,
la quale ripugnava colla ragione. Ci^ fece dire ut Labbé: » Quid est punctum?
Si coLorem quncris, expers si a parles, non habet; si nomcn, nihii acutius; si
naturarci, niliil obscuriusj si ok m lieta, nihii ineertiiis. Noe corpus est,
quia malcriam neseit* nec spirilus, quia ), qimjiiitatcm rèspicitj nec
quanlilM, quia partes cxdudit. Quid est puna ctum ? Nihii, si cxperientìac
credisi aliquid est, si rationem consniis ; et ah» quid et nihii, si
plnlòsophos àudis. Aliquid est, quia par Ics net Ili 5 et nihii est, 3ì quia
durti est pun etimi, vinculiitn esse nequit. Quomodo enim partes necLit, si 33
non Ungiti, si non adacquai? Quomodo adacquarsi est minila ? Quomodo n non est
miims,sÌ est punctum? Et si est mi ntis, quomodo id taluni unit, quod » totum non
tangit? Quomodo unum non est minus, et alte min majus? Quoj> modo unum non
est niimtS, si est punctum j et alterniti màjns, si est lo „ tuns ? Quid est
punctum? Si non interrogai*, sei&j si urges, nescioq si )> mavìs, ludo.
» Ho detto che dal modo di assumere il punto qui supposto dal Labbe hanno in
oggi receduto i matematici. Leggale il Grandi ed il Lacrolx nei loro KJeinenLi,
0 ve ne convincere le. Ivi vedrete le giuste definizioni anche della linea,
deli' angolo ec. oc-, c vi convincerete vie ptu della verità delle cose da me
esposte iu questo primo Discorso. Sull oggetto, sulle parti e sullo spinto
delle dottrine m atema ti eli e . Passaggio dalia contemplazione metafisica ed
isolala alla spedale e di fatto delia quantità, Conce Et I nuovi e reali che no
nascono. L unità, sia metrica, sia complessiva . considerata nella massima
tu;generalità, non veste alcuna posizione determinala. Ma questo aspe Ilo ì
puramente fattizio. Esso viene preso lu non siderazione da noi soltanto per
semplificare V oggetto delia nostra analisi, e determinare I caratteri eminenti
e perpetui dell’oggetto analizzato. Co li vi no duncpio disceudm da questo
punto altissimo di prospettiva, onde rilevare piu davvicitioii naturale aspetto
di lui. In questo secondo punto di vista die cosa vergiamo noi ? Noi non
vegliamo più F unita indefinita ma E vediamo finita, e veramente figurata. Noi
non veggi amo più il numero a gelsa tF unii «empii co pluralità 5 nò una
grandezza geometrica, come un pici o no mcuo di estensione, ma a questi concetti
sì aggiungono quelli delle loro proprietà naturali -, siano assolute, siano
relative, Mtoru gli cali matematici ci appariscono dotati d’uua specie di
personalità propria, come le altre cose tutte esistenti in natura. Rappreseti
tamloli con ordiu&j si forma la loro storia naturale, e nello stesso tempo
si generano i pieni elementi del calcolo. Qui appunto consiste tutto Io spirito
eminente della dottrina di fatto del primitivo insegna mento delle Matemali di
e. S Necessità dì questa contemplazione speciale e di fatto per oLEcuerc h
prona scienza ed il calcolo efficace. Indole e leggi della quantità dt fatto.
L'arte di osservare somministra Farle di calco lare. Ma Farle di osservare è
necessariamente determina la dallo stato reale difatto dui soggetto, e dai
rapporti che pass a un fra di lui e la nostra intelligenza. Sarà dunque
necessario di porre sotF occhio tutto il soggettò cóme sta J altri menti non
avremo uf piena scienza, uà calcolo efficace. Pochi squarci saltLiarii o uno
sfumalo profilo non somministreranno adunque clic risultali imperfetti, o di
una rimotissima applicazione, I veri concetti matematici non sono nè fantasie
poetiche, nè elaborazioni trascendentali. Essi sono risultati necessarii degli
oggetti aritmetici e geometrici esaminati da noi. Ma questi oggetti ci
presentano qualità assolute e qualità relative proprie e inseparabili. Dunque
prima di tutto conviene studiare queste qualità, e le leggi necessarie che ne
derivano. Questa sentenza è comprovata tanto dai nostro senso sperimentale, quanto
dalla proposizione, che il principio della figura è la stessa figura. Questa
proposizione altro non è che l’espressione di una legge necessaria, la quale,
anche non volendo, si manifesta agli attenti calcolatori. Essi veggono diffalli
più volte comparire ora una similarità dominante fin nelle minime parti d’ una
divisione determinata dalle ragioni costituenti un tutto ; ora un predominio di
certi termini posti in una data maniera; ed ora altri fenomeni consimili. Tutti
questi accidenti sono la necessaria conseguenza di una legge necessaria che
deriva dalla natura degli enti matematici medesimi. Se gli enti geometrici
fossero soltanto generazioni di punti fluenti e di linee scorrenti; e se gli
aritmetici fossero nude pluralità più o meno ampliate, ossia elevale a maggiori
o a minori potenze; tutti questi accidenti e tutte queste affezioni, che ad
ogni tratto si palesano nel calcolo, non potrebbero sorgere giammai. Qual
partito adunque ci rimane? 0 di studiare di proposito la natura e le leggi
proprie di questi enti, o di ricorrere alle qualità occulte dei peripatetici
del medio evo. Ma se l’occulto si potesse render palese, non è egli vero che,
ommeltendo le ricerche, noi ci condanneremmo ad una ignoranza volontaria? À che
prò allora studiare di proposito le Matematiche? Forse che carpire qua e là con
fatica improba qualche teorema forma la ricompensa e costituisce il vero frutto
degli sludii matematici? 40. Antichità dello studio sull’indole e sulle leggi
della quantità. Sua interruzione. Necessità di ripigliarlo. Lo studio che io
propongo non è nuovo: ma è tanto antico, quanto la scienza. E°ii è in sostanza
uno studio abbandonato od interrotto dalla o solita nostra impazienza di
scorrere di salto al generale ed all’assoluto, prima di avere gradatamente esaminati
tutti i particolari. Le Matematiche poi hanno dovuto subire una vicenda
particolare non comune agli altri rami dello scibile; e questa si è V arcano
che uno spirito di naturale ed universale analogia ha suggerito ai primi
coltivatori e maestri. Questo arcano, al quale si unirono gravi interessi, ha
soltanto permesso di esternare i metodi delle prime operazioni aritmetiche,
occultando la loro origine e le loro ragioni, e il mezzo onde renderne
sensibile la derivazione. Così il mondo fu condannalo a contentarsi di un cieco
meccanismo, anziché ottenere una filosofica derivazione dell’arte di calcolare.
E tempo ormai di ristabilire la scienza nelle sue basi; è tempo ornai di
riannodare il filo interrotto della sua generazione: è tempo ornai di conoscere
le ragioni di ciò che operiamo; è tempo ornai che gli apprendenti siano
sollevali dall’ improba fatica di un insegnamento preso per la coda, o fatto
con precipizio. 41. Come dev’ esser fatto questo studio. Per far ciò convien
salire dal sensibile, dal semplice e dal particolare, all’ astratto, al
complesso ed al generale. E poiché il senso geometrico deve prestare il fondo,
e questo fondo è essenzialmente vario, egli fa d’uopo incominciare ad occuparsi
su di lui, ed acquistare la cognizione almeno delle qualità matrici da lui
presentate, per indi passare alle filiali . Queste qualità matrici si rilevano
dall’esame delle differenti forme, e dai ualurali movimenti e periodi delle
rappresentazioni simboliche delle quantità. Il nome di simbolo sembrami più adatto
che quello di figura^ sì perchè negli studii puramente teoretici non intendiamo
di rappresentare forme esistenti realmente in natura, e sì perchè l’oggetto del
loro esame è propriamente quello di condurre all’arte del calcolo. Il loro
carattere simbolico si è quello appunto che può autenticare i dettami
scientifici. Questo carattere consiste nel porre sotto agli occhi le posizioni,
le distinzioni e le composizioni nostre mentali. Ogni specie di disegno
ricavalo dalla nostra fantasia ha questo carattere. Essi altro non sono
chepitture del pensiero. Questo schiarimento è più importante di quello che a
prima giunta possa comparire. Senza di lui si dà luogo a tutte quelle
illusioni, alle quali un rozzo senso di analogia trascina gli uomini. Senza di
lui non si distingue ciò che ci viene dal di fuori da ciò che noi ricaviamo dal
di dentro. Senza di lui non si rintuzzano quelle pretese colle quali intendiamo
di dominare la natura . Senza di lui finalmente togliamo la fiducia logica alla
scienza, stante eh è col personificare i nostri concetti noi comunichiamo loro
una natura indipendente da noi, la quale, oltre d’involgere un falso supposto,
gli assoggetta alla critica dei fenomeni esterni. Per lo contrario col
riguardarli come puri modi della nostra mente ce ne assicuriamo come di
qualunque altro reale nostro sentimento. Questi simboli dunque si debbono
riguardare come le note della musica, e farli servire come ci serviamo delle
note suddette. Scoprire le qualità razionali degli enti matematici, prodotte o
dalla loro composizione ? o dalla loro divisione, o dai loro nessi, e così
discorrendo, ecco Toggetto logico immediato del primo esame di questi simboli.
Varie possono essere le forme o del tutto o delle parti loro; ma esse non
possono servir tutte al calcolo. Le prime sono quelle che nascono dalla
formazione o divisione di un tutto avente unità di concetto con radici
razionali. Esse allora fanno la funzione di guide e di mediatori proprii e
naturali. Senza il loro soccorso ogni concetto rimarrebbe necessariamente isolato;
senza le indicazioni loro non si potrebbero veramente tessere certi calcoli.
Esse formano, dirò così, i muscoli ed i nervi del corpo matematico. Il calcolo
è un’arte che riposa sopra una scienza di fatto. La scienza di fatto non si
acquista che colla osservazione dei fatti medesimi. Questi fatti altro non sono
che i concetti nostri geometrici, sia primitivi, sia secondarii, coi quali
comprendiamo o paragoniamo le quantità. Per fatti primitivi io intendo quelli
che si manifestano per via di una ordinaria attenzione, madre del senso comune;
per fatti secondarii intendo quelli che si manifestano per via di una studiata
induzione. Quando la scienza è nata, si trascelgono e si classificano questi
fatti. Quelli che debbono essere sottoposti agli occhi degli apprendenti, sono
certamente i più semplici, ma ad un tempo stesso i più fecondi. Tutte le
posizioni dunque primarie del mo ndo matematico debbono in via di fatto essere
poste sottocchio. Vedete la natura: essa non ci presenta ver un testo mutilalo.
Imitiamola dunque almeno nella prima proposta, per far intendere che quando
studiamo in particolare non dobbiamo rimanere stazionari!. Le prime posizioni
sono rappresentate col simbolo dell’ unità geometrica, che a bel bello si va
trasformando, e secondo le apparenze ampliando, diminuendo, ed associando con
altre. La trasformazione somministra la vera ed essenziale differenza ; V
associazione somministra la vera unità complessiva. Tutte queste forme debbono
essere proposte e delibate, riserbando l’esame delle leggi generali ad altro
periodo. I, Jfezri e modi rii questo sii ni io. Uso ilei ceiÌcqIo primitivo
natura]^ dfslinìii tini secondario arltfieiule. Oltre di ri levare i fenomeni
deità quantità ? >1 dm1 far avvertii^ ai movimenti nostri interni. Nel tessere
questo esame si dovrà certamente for uso ili raziociuih e però di un vero
calcolo. \Ia questo calcolo non è il calcolo matematico aftìjtziaìe^
conseguente alla cognizione delle leggi della quantità: mai' un calcolo
primordiale generale della teoria, e quindi delle regole speciali de Ila le
dalla cognizione di queste leggi . Calcolo inizialivo pertanto denominar si
potrebbe quello elio ricce impiegato in questa prima operazione; nella quale si
tratta di scoprire l’indole c le leggi delle diverse follile della qp aulì là.
la questo esame primordiale non basta fare Fanalbi dei simboliche slan nojkòri
di noi, ina convieu fare eziandio avvertire ai movimenti eie accadono dentro di
noi nell'atto di compiere quest'analisi. Per Iti qual cosa convieu far bene avvertire,
ohe ora il senso aritmetico è suWdiin-to al geometrico, ed ora il geometrico
all1 aritmetico, in modo però che omeudue Intervengono sempre a dar l'orma ai
nostri giudizi! rd alk nostre espressioni. Posto diffatli lo stesso simbolo
Figurato, egli può diviso o estimato in mille diverse maniere. Fra tuLte però
con vira preli'rire quella sola die viene determinala dai rapporti essenziali
della sna posizione, e dai bisogni della nostra mente, rivolta a determinare sì
il vaiore di tutte le parti dell'esteso esaminato, clic le loro prò j elioni,
le lai a con cessioni, le loro convergenze; e, in breve, tutto ciò clic può
èsig.'w in futuro il mini s lem del calcolo. Ordine delle ricerche sui fenomeni
della quantità. Queste ricerche nascono spontaneamente le noe dalle altre
alforcliè Insanie venga incominciato a dovere. La figura stessa, corno Vi
somministra le risposte, cosi vi suggerisce anche le ricerche clic dovete
insilare. \ fine d? incominciare a dovere quest’ esame si debbono proporre tre
generali ricerche: la prima, quali siano i caratteri propni di tjaell.j lai
figura la seconda, quali ne siano i coefficienti tanto a riguardo oeh porti,
quanto a riguardo del tutto: lo terza finalmente, quali ne siano i vincoli di
connessione, di tendenza con altre, e quindi quali ^ìì elementi per convenire a
formare mi tutto individuo. I risultali di queste rkudic. fatte a dovere
somministrano tutti i lumi primitivi di fatto per conoscer le leffgi naturali
della quantità. Studiando posatamente queste formano le regole speciali e
getterai: del calcolo. Distinzione della parte ostensiva dalla parte operativa
della dottrina. Definizione generica del calcolo. Con queste regole si
effettuano le leggi delP.umana intelligenza rivolta all’esame della quantità.
Le figure diverse, esaminate in senso diviso e in senso unito, vi presentano di
nuovo un gran tutto, le varietà del quale altro non sono che le metamorfosi,
dirò così, cì’una grande unità. La serie ordinata di queste metamorfosi, le
relazioni e i passaggi dalle une alle altre vi somministrano appunto i termini
e i modi del calcolo universale matematico. In lui si riuniscono tutte le
differenti specie di calcolo come altrettanti rami d’uno stesso albero. Qui noi
entriamo nella parte operativa delle Matematiche, nella quale appunto consiste
il merito loro. La parte ostensiva o contemplativa non è che il mezzo per
giungere all’ operativa. Questo scritto versa sul metodo d’insegnamento . La
parte dunque operativa esige una speciale attenzione. Domando adunque in primo
luogo che cosa sia il calcolo. Esso viene comunemente definito = quella
operazione del nostro intelletto* mediante la quale noi procuriamo di
determinare e di esprimere i diversi rapporti delle quantità. = Questa
operazione, a norma dell 'oggetto e dello scopo speciale che si propone, riceve
pure speciali denominazioni, la tutte queste specie per altro l’operazione
suddetta tende sempre a ridurre a termini più semplici e più compendiosi, che
può, l’espressione di questi rapporti. Quando si conoscono i mezzi opportuni di
far tutto questo, si conoscono le regole del calcolo; quando effettivamente si
sa impiegarli con esito, si ha la perizia del calcolo. La collezione o il
complesso di queste regole costituisce l’espressione dell’arte: il possesso
pratico maggiore o minore dell’arte forma la perizia maggiore o minore, e
quindi il merito maggiore o minore di un calcolatore. Domando in secondo luogo
il perché sia necessario il calcolo. Perchè da una parte gli oggetti che
dobbiamo o vogliamo conoscere sono tanto varii, tanto numerosi, e in massima
parte nascosti: e dall’altra la nostra percezione è tanto angusta, confusa, ed
arrestata dalle prime apparenze. Questo fatto è comune ad ogni specie delle
nostre cognizioni; e però in tutte le nostre deduzioni interviene veramente una
specie di calcolo. L’argomentazione e opera doli" iute Utenza limitala.
Mediante il paragone di due idee eoa una terza, essa può scoprire quei r ri p
porli i quali immediatamente non si presentano alPinLelleHo. La natura è la
prima maestra. L’arte alleo non fa else imeagtee quelle maniere le quali
l'esperienza mostrò seconde ad ottenere ['inizilo proposto. Ecco la logica
artijièiafe. figlia e campagna della naturiti a Dico anche compagna^ perocché
anche dopo il ritrovamento del!V$ciale essa esercita ancora il mio dominio iu
mille e mille occasioni, le quali non furono contemplale dall arte, La logica
dunque naturale si più dir sempre predominante^ perocché sono inolio piu
numerose le circestanze nelle quali si ragiona cd agisce senz’arLe, che quelle
nelle quali si ragiona cd agisce con arte* Per tal mozzo l’uomo anche nella più
inah trata civiltà è più discepolo della natura, che delle instìluzioui fat
tizie della socieLà* \ eneo do al calcolo, noi siamo costretti a confessare che
il calcolo matematico è figlio del calcalo naturale ^ e forma un ramo
particolare di questo calcolo primordiale, Diffatù cello studiare la storia
naturali della quantità per ricavare le leggi della medesima, e quindi far
nascere )e regole del calcolo matematico, noi slamo costretti di usare il
calcolo. Per la qual cosa le regole del calcolo un a temati co derivano da un
litro calcolo anteriore, il quale si confonde colpirle di pensare comune a
tutto lo scibile umano. Non con fon diamo le regole del calcolo coi principii
filosofici del medesima; né lo origine e V analisi dei concetti logici oollr
pure definizioni e collo deduzioni secondarie. Il calcolo èun arte, ed un'arte
di prima necessità; esso ha preceduto la scienza filosofici, crune tutte le
altre arti primitive* In esse la ragióne dell’arte viene dedotta dal1 a pra
fica e dall e prod azioni dell’arte medesIma. La prima creazior e è inspirata,
dirò cosi, dalla natura, I/norrio allora contempla F opera della sua mano Da
ciò dia ha fallo impara a far qualche co sa di piu; ma per lunga pezza prosegue
a fare. Finalmente studia la ragione di quella eh fece; lacchè egli pratica
rientrando iu sé stesso, ed indagando h natura e 1 andamento de suoi pensieri.
Iti mane certamente*, come rimarrà sempre, molto di inavvertito e di occulto:
perocché la ma un può fare assai più di quello die la mente possa discernereed
intendere: ma smaniente collo studiare ciò che si può Jisceraere, c col dare la
ragione di ciò clic fi può intendere, si può ampliare il nostro dominio
razionale Necessità dell'analisi filosofica del calcolo. Pare a prima giunta
che il calcolo non abbisogni di alcuna analisi filosofica, perchè egli porta un
frutto certo che acquieta 1’ intelletto. A che rompersi la testa, dirà taluno,
ad indagare la natura propria del calcolo, quando veggiamo offesso ci
somministra i risultati che domandiamo? Prima di tutto io rispondo: non esser
vero che col calcolo usitato si ottenga tutto ciò che si vuole. Se ciò fosse,
io non sentirei a parlare nè di casi b’reducibili, nè di equazioni
irreperibili, nè d’insufficienza della Matematica applicata, nè di altrettali
argomenti. In secondo luogo rispondo: che per lo stesso motivo il farmacista,
il tintore, ed altri che professano molte altre arti, potrebbero pretendere che
la Chimica sia inutile. In terzo luogo poi rispondo: che quando al calcolo si
voglia attribuire il privilegio d’essere usato senza la cognizione di cui
parlo, allora non conviene parlarmi più nè di calcolo algebrico, nè di calcolo
sublime, ma solamente del comune aritmetico. Diffatti nell’algebrico non solo
si considera la quantità sotto un aspetto più eminente che nell’aritmetico
usuale, ma eziandio si fa uso di certe affezioni e di molte leggi comuni degli
enti matematici. Ne abbiamo una prova luminosa nell’applicazione dell’Algebra
alla Geometria. Quanto poi al calcolo sublime, noi scopriamo che le di lui
massime fondamentali non possono essere nè giustificate nè migliorate senza la
cognizione filosofica, della quale parlo qui. Invano pertanto ci potremmo
sottrarre dalle proposte ricerche sulla natura primordiale delle quantità, a
meno che non preferiamo un cieco e fortuito empirismo all’ illuminato e
ragionato modo di operare. 49. Necessità di conoscere ciò che si deve ommettere
e ciò che si deve fare. Esempio. Il calcolo è un’opera di ragione, e non ài
fatto arbitrario. Dunque è necessario di conoscere tanto le cose che si debbono
ommettere, quanto le cose che si debbono fare. Quanto alle cose che si debbono
ommettere vige un principio generale, che tutto ciò che è assurdo logicamente,
e tutto ciò che è fraudolento praticamente, dev’essere bandito dal calcolo,
sotto pena di nullità. Se per una considerazione generale non fosse possibile
di annoverare tutti questi assurdi e queste frodi, dovrebbero almeno i maestri
segnalare quegli assurdi e quelle frodi che illusero con effetto tanti uomini,
e salire alle cagioni che ne possono rinnovare gli esempli. Il celebre Lagrange
ha pubblicato un libro che porta il seguente frontispizio: Teoria delle
funzioni analitiche, contenente i principii del calcolo differenziale scevri da
ogni considerazione d infinitamente piccoli o di evanescenti, di limiti o di
flussioni . e ridotti all' analisi algebrica delle quantità finite. Questo solo
frontispizio manifestali colpo d’occhio e il sentimento d’uu uomo di genio, che
non tollera nè l’assurdo, nè la frode. Qui l’autore allro non dichiara, che di
volere far senza di infinitamente piccoli, di quantità che svaniscono, di
limiti per tramutare gli eterogenei in un solo concetto commensurabile, di
flussioni per confondere in uno le essenziali dissimiglianze. E perchè mai egli
non si è prima occupato a dimostrare che se ne deve far senza? Perchè mai quel
gran genio non ha voluto precluder l’adito a quei metodi che egli ha rigettati,
mostrandone l’illusione logica e la fallacia? Col dire semplicemente al
pubblico: ecco che si può far senza di questi melodi, non ha dimostrato che se
ne debba far senza, e però ha lasciato ancora la facoltà di usarne, come se
anch’essi fossero acconci a trovare la verità. Ma qui siami permesso di
domandare: o l’autore era persuaso della irragionevolezza dei metodi dai lui
rigettati, o no. Se ne era persuaso, dunque non doveva lasciare a’ suoi lettori
la facoltà di abbracciare o la scuola Leibniziana, o la Newtoniana, o la sua :
perocché fra il vero e il falso, fra il leale e il fraudolento non si può
transigere. 0 l’autore non era persuaso della mentovata irragiouevolezza ; ed
allora fare e dimostrar doveva che il suo metodo fosse piu facile, piu comodo e
piu spedito degli altri da lui rigettati. Se diffatti anche questi venivano da
lui riguardati come altrettante strade conducenti allo stesso scopo, altro
motivo non rimaneva per far preferire la strada segnata da lui, che quella
della maggiore comodità e speditezza. Ma egli non ha fatto nè l’una nè l’altra
cosa, forse per la somma modestia che Io animava. Cosi noi siamo rimasti
defraudati di un massimo servigio che quel sommo genio avrebbe potuto rendere
alle Matematiche. Solamente col dimostrare l’ irragionevolezza dei metodi da
lui rigettati egli avrebbeci compartito un inestimabile ed eterno beneficio.
Abbattuto una volta dalla possente destra del genio il grand’albero piantato da
suoi antecessori, e strappatene le radici per sempre ; eretto quindi un muro
insormontabile ai veri confini della scienza; tutti coloro che venivano dopo
avrebbero almeno imparato a non tentar più la strada dell’errore e della Irode.
Perciò, quand’anche non avesse egli segnata la via diretta, avrebbe obbligati
gli altri a non ismarrirsi pei sentieri fallaci tracciati da’ suoi antecessori.
Questo beneficio sarebbe stato durevole, quantunque il metodo da lui inventato
avesse dovuto perire. Consumata una volta l’opera della di ùtmzione.n si
avrebbero potato rinnovare più volto anche io vano i tonfativi della edificazione'
ma quelli clic fossero striti ben distrutti ima volta non sarebbero risorti mai
più. Per la qual cosa so fosse vero quanto da un settentrionale
trascendentalista è stato bruscamente rinfacciato al Lagrange., die il di lui
metodo è falso OX avremmo almeno un criterio negativo per giudicare se quello
del suo censore sia escuto dai vizii già diin o stràni. Dico un criterio
negativo*) per far intendere che se Tan La gomito avesse impiegato mezzi già
riprovali dalla ragione nel costruire il suo nuovo edificio, si avrebbe potuto,
posta una chiara dimostrazione* accordargli esser vero non avere il La grange
ancora indovinato il vero metodo del calcolo proposto' ma esser vero nello
stesso tempo clic il suo censore ha pure tentato invano Y opera medesima. Difetti,
dimostrata una volta con rigore lilosohco Tir ragionevolezza dei metodi
rigettati, ossia dei loro mezzi fondamentali j se per avventura il nuovo
riformatore gel leu Lrionale si fogge prevalso di alcuno di codesti mézzi?
ogni, lettore avrebbe potuto dirgli : Guardate bene, o riguo re* che voi
adoperate un mezzo assolutamente riprovato* e però il vostro assoluto
trascendentale è un assoluto trascendentalmente, e In via assoluta riprovalo.
Tutto questo serva in via di esempio per far sentire quanto sia necessario
(specialmente prima die Limi scienza o un- arte sia giunta al suo apice!,
quanto, dico* sia necessario di far notare le cose che si debbono ora me Ltere,
prima di mostrar quello clic sì debbono o che si crede dovérsi praticate* 11
mostrare quello che doveri uni mettere non Importa assola lamento la cognizione
di ciò die po trebbi:. ri con buon successo operare. Io mostro ad un navigante
esservi scogli e voragini in doli punti dell3 Oceano ; il mare in certe
stagioni essere soggetto a desolanti tempeste, Se io tralascio di mostrargli la
via più breve c più sicura onde approdare ad una data costa, o die io la
ignori, o che io prenda abbaglio, cesseranno forse d1 esser vere le notizie di
fatto da me date? Tingiamo ora che taluno proponesse di seguire la via piena di
pericoli, e che porta a certa perdizione, come se essa fosse strada opportuna:
lasserebbe forse d: esser vero che colui mostra la via della perdizione invece
di quella del salvamento? Dalla similitudine passiamo al fatto* Per dimostrare
le cose dalle quali ci dobbiamo attenere nel calcolo non è sempre neces (i)
Wruoski, Intimi tiz> *atc atta filosofia ttnllè Materne iu-ht'* pBg* • ario
possedere Carte del calcolo, Àtìzi quando non si ira Ita delle jdid maniere di
esecuzione^ ma si Lratta invece dei prmeipii eminenti di rà$0n$rj ed anteriori
al calcolo, non solamente non è necessario di possedere il meccanismo del
medesimo: ma, anche possedendolo, la d’uopo guardarsi dall usarne* specialmente
quando si vogliono dimostrarci dovéri negativi eminenti ed universali. al*
terza dei doveri negativi. Con quali principi! debbono essere discussi e
stabiliti. LIó clic uon si può uè si deve fare in forza soltanto dei prindpii
primitivi universali ed irrefragabili di ragione costituisce il tenore ili
questi doveri negativi. Se ni un mortale ha diritto di comandare alla Logica* e
meno poi di capovolgerla, i maestri di Matemàtica dunque dovranno piegare il
collo a questi doveri. Invano porrebbero sottrarsi col mostrarmi una lanterna
magica, un giuoco di bussolotti-, o una i'antasmngona. \ 01 commettete,
risponderei loro, un circolo vizioso. Qui si tratta dei principi! di ragion
comune. 11 terreno, sul quale dobbkmi disputare, non è quello delle fate, ma è
quello del buon senso e della natura* A oi, col rifiutarvi dal venire in questo
campo, vi sottraete dal combatli mento decisivo. Qui si deve cót&battere e
qui si deve vincere, per dichiarare so la vostra vittoria sia legittima, o no:
ogni altro partito è wa sullerfu gio, ed ogni sotterfugio è nu rifiuto di volere
una decisione- le*giltima della causa della verità. Si racconta che Cremo nino
peripatelico.j invitala da Galileo a mirare col suo telescopio il ciclo, abbia
ostili a lamenta rifiutalo di farlo, per timore dT essere costretto a
confessare cLe i cieli uon erano incorruttibili e cristallini, come aveva
imparato -dulia scuola, ed aveva pur egli insegnato. Ecco il caso di quei
matematici éz si sottraggono dalla discussione dei primitivi principi! di
ragion coiti Dee che presieder debbono al calcolo, o che alle censure della
filosofia contro i melodi adottati contrappongono no colpo di fantasmagoria
matematica. Primo dovere: non confondere il sensibile fisico coti1
escogitabile. Esempio. Invano per altro ricorrono anche a questo partito,
perocché la Biosofia sa cogliere i concetti nascosti, sa decomporre i composti,
e sa dissipare gl’ illusoli!. U per verità quando i matematici, nell’
impotenza- di far coincidere la valutazione di due oggetti essenzialmente
incomincnsul abili, stabiliscono un valore o una misura di mera
approssimazioncj'd ragione mi dice die se essi presentano una cosa
speaditiivameMe inutile, non mi presentano almeno una cosa logicamente assurda
o fraudolenta. Ma allorché, dopo aver diviso ed angustiato l’ oggetto, e
ridotte le cose ad un residuo, a loro dire minutissimo, e peggio infinitamente
piccolo, lo volessero scartare, e quindi valutare Foggetto accomodato senza far
entrare lo scartato, la ragion primitiva, ossia il senso comune, mi direbbe che
essi non solamente mutilano Foggetto proposto, e realmente lo tramutano in un
altro, ma pretendono che io debba riguardare Foggetto scambiato come identico
al primo proposto. Quindi esigono che il calcolo che versò sull’oggetto
scambiato venga da me riputato come fatto sull’oggetto domandato, e però che
tutte le proprietà, tutte le leggi e tutte le affezioni dimostrate jiroprie
dell’oggetto sostituito si debbano appropriare per equivalenza all’oggetto
principale proposto. Così, dopo aver modellato le persone sul letto di
Procuste, pretenderebbero che io dovessi riguardarle come dotate della
dimensione che sortirono dalla natura. Quanto all 7 approssimazione^ ho detto
in primo luogo essere speculativamente inutile. Con questa frase intendo
significare, che se per gli usi della vita può essere utile di stabilire valori
approssimativi, ciò è inutile per la teoria intellettuale della quantità. Negli
usi della vita noi abbiamo per confine il discernibile fisico, e per motivo un
interesse sensibile. Voler eccedere questi limili sarebbe una follia
frustranea. Per la qual cosa siamo obbligati di adattarci ai pesi ed alle
misure sensibili, e sensibili il più delle volte ad occhio nudo, malgrado che
colla mente possiamo concepire che rimanga ancora qualche margine, il quale
potrebbe essere assoggettato a divisione. Quindi è bene che la Matematica
insegni il modo col quale si può misurare e ragguagliare colla possibile
esattezza il campo del sensibile, malgrado che raggiunger non si possa la
quantità escogitabile. Lungi adunque dal rigettare assolutamente i processi approssimativi
per gli usi della vita, io li conservo e gli apprezzo : di modo che io terrò in
maggior pregio, per esempio, la geometria del compasso di Mascheroni, che tutti
gli assoluti d’un trascendentalista. Ma allorché dal mondo esteriore ci trasportiamo
all’interiore, couvien cangiare di maniera. Nel mondo interiore dobbiamo
prendere per norma i confini dell’ escogitabile per la stessa ragione per cui
nel mondo esteriore prendemmo per norma i confini del sensibile. Ora siccome il
più o meno sensibile di un oggetto materiale ne fa cangiare la quantità fisica,
così pure un più od un meno escogitabile di un oggetto imaginato ne fa cangiare
la quantità pensata. Il concetto intellettuale della quantità è così
immedesimalo collo stato particolare di lei, ch’egli è violato allorché viene
in qualunque minima parte alterato lo stato suddetto. Allora, qualunque sia,
non è più quel desso di prima, ma un altro. Imperocché l’essenza stessa della
quantità consistendo nell’attitudine di ricevere aumento o decremento, ogni
stato della medesima consiste appunto in quella tale grandezza, sia numerica,
sia geometrica, e non in altra. Dunque ogni piu ed ogni meno escogitabile
costituisce essenzialmente uno stato diverso della quantità. Dunque siccome è
metafisicamente impossibile che un meno sia nello stesso tempo un piu
nell'identico subbierò, così sarà metafisicamente impossibile che una data
grandezza pos1 sa rimanere identica togliendo o aumentando qualunque benché
minima parte escogitabile alla medesima. Qualunque sia il nome che voi diate a
questa parte, qualunque sia il concetto sotto il quale la presentiate, tosto
che essa è suscettibile del concetto di parte della grandezza.?, ssa
costituisce un piu od un meno rispettivo. Ma tostoché costituisce un piu od un
meno rispettivo, essa per ciò stesso fa cangiare stato alla grandezza, e ne fa
nascere un altra. Con qual nome piace a voi di chiamare questa parte?
scegliete: per me è tult’ uno. Amate voi di chiamarla un infi ultamente piccolo
? Qui vi risponderò: o voi volete ch’esso sia un vero nulla, o che sia qualche
cosa. Se è un vero nulla, dunque è assurdo appropriargli il nome di piccolo, il
quale involge l’idea di cosa esistente e sussistente $ dunque è pazzia farne
menzione nel calcolo, in cui si tratta di combinare e di paragonare resistente.
0 volete che sia qualche cosa, ed allora egli è una vera quantità.
Considerandolo poi come parte d una grandezza, egli ne costituisce così l’unica
essenza, che senza di lui ella cessa di esser tale. Col dirlo infinitamente
piccolo altro non dite che esser egli d una piccolezza indeterminata rispetto
al tutto col quale lo confrontate, e nulla più. Con ciò che cosa mi dite voi? 0
mi ditedi non sapere di quanto sia minore: o figurandovi un quanto, non volete
esprimere questo quanto. Che se poi vi saltasse in capo di prescindere dal
rapporto speciale della data grandezza, e mi voleste scambiare questo
infinitamente piccolo puramente rispettivo con un infinitamente piccolo
assoluto ed universale, in tal caso io vi rimanderei alla irrefragabile
dimostrazione già fatta nell’antecedente Discorso, e vi convincerei di formale
assurdo, degno solo d’essere guarito nella casa dei pazzi. Questa dimostrazione
altro non è che una traduzione del principio stesso di contraddizione, come
ognun vede; e però essa è cotanto rigorosa ed irrefragabile, quanto il
principio stesso di contraddizione. Questa dimostrazione è comune tanto alla
quantità geometrica, quanto all’aritmetica: anzi, a dir meglio, essa è
eminentemente universale e primitiva: essa altro non è che uno sviluppamene
dell7 idea stessa della quantità. Niun trascendentalista assoluto potrà
mostrarmi concetti più estremi, e ontologicamente anteriori a quelli dei quali
ho fatto uso. A che dunque servir può il concetto dell7 infinito nel calcolo matematico
speculativo? In buona logica non serve a nulla di determinato. Bla per ciò
stesso che non serve a nulla di determinato, non serve a fissare niuno stato
positivo della quantità, il quale risulta da un piu% da un meno definito. Non
serve dunque a stabilire alcuna induzione rispettiva, e quindi non può fare la
funzione di verbo. L’unica espressione ragionevole pertanto, che ricever può
questo infinito, sia grande, sia piccolo, si è quella che indica che una data
cosa figurata viene concepita indeterminatamente maggiore o minore di un7
altra, e nulla più. Bla col semplice epiteto di maggiore o minore voi esprimete
lo stesso concetto, senza ricorrere a locuzioni tenebrose d'infiniti grandi e
piccoli. Bla ridotto il significato al suo vero valore, ed impiegando quindi le
nude parole di maggiore o minore, io domando ai calcolatori che usano degli
infiniti: potete voi, o no, adoperando le nude parole o i segni di maggiore e
minore, far procedere uè più nè meno il vostro calcolo? Se mi rispondete di sì,
allora io v’intimo in nome del buon senso di abbandonare la tenebrosa e subdola
denominazione d’ infiniti, e di far uso degli umani e ragionevoli vocaboli di
maggiore e minore. Se mi rispondete di no, allora, anche prima di entrare nel
labirinto del calcolo, fermamente vi predico che quel che fate con questi
infiniti è una mera illusione, alla quale sta sotto l’assurdo, perocché l’opera
vostra è un vero logico delirio. Voi stessi alla lunga ve ne accorgereste con
vostro rossore. Allora, aprendo gli occhi, comprendereste che la vostra ragione
fu preda di un sogno ingannatore, e vi riconciliereste colla ragione comune e
colla buona filosofia. Poste queste considerazioni fondamentali, io predico che
nel calcolo speculativo non solamente ammettere non si dee veruna considerazione
di quantità infinitamente grandi o piccole, ma eziandio che astener ci dobbiamo
da ogni espressione definitiva frazionale e da ogni tentativo di
approssimazione, il quale scinda la unità rispettiva, sia complessiva, sia
metrica, determinata dai rapporti uecessarii dei termini assunti. Prematura
sarebbe qui la dimostrazione di questa conclusione particolare, perocché non ho
ancor posto in luce tutta F indole essenziale e lo spirito logico del calcolo.
La vera imagine filosofica del calcolo sfuma sotto i processi, come il
principio dell’organizzazione e della vita sfuma Sotto Fan alisi e Je
combinazioni chimiche* Quest'imagtne uou pnò esser colta c tratteggiata che
media u te quello luce mtille#luale e mediante quella perspicacia che fa
ravvisare i tratti reconditi dell uomo interiore. 53Dm' ere fo mia menta le
negativo nel calcolo degli escogitabili. Esempio. Nou eccedendo i confini del
punto di prospettiva, dal quale ora rimiriamo il nostro soggetto, e valendoci
soltanto dei principi! primitivi di ragione, qui si presentano alcuni doveri
negativi risgtiardanli 11 calcolò degli escogitabili, il primo consiste = nel
non confondere ciò die ò imagi uà ria in ente, e in senso diviso dìciam
possibile con ciò che véramente ed in senso unito può esistere, ed effetti vani
ente può esser fatto. = Contro questo dovere si pecca quotidianamente anche dai
sommi matematici* e da questi peccati sorgono concetti mostruosi e locuzioni
assurde. Io mi spiego eoo un esempio. Posto un circolo diviso in quattro parti
e Inscritto mi quadrato, In di cui diagonale venga da me presa come F
ipotenusa, avrò due latici quadralo inscritto, elio faranno la funzione di
caldi. Qui lutto pòrta Firn prò ola del l eg u a gli a nz-a * ma qui ne11o
stesso tempo si pr c c 3 U d e fallito a distinguere* a paragonare, ed a vedere
ciò che una diversa mìstin dei cateti presentar ma potrebbe. Ira questa
posizione però io rilevo certe proprietà e certe leggi, le quali essendo
indipendenti dalla ccfìtsiderazbue dell eguaglianza dei cateti, si dovranno
rispettivamente verificar sempre* anche posta la disuguaglianza, dosi ve^^n.
per esempio* clic dal vòrtice dei triangolo rettangolo tirala una
perpendicolare sino al fondo dei quadrato deli’ ipotenusa, ognuna delle parli
di questo quadrato* qu dunque ne sia la dimensione* sarà eguale rispettivamente
al quadrato del cateto che le sta sopra la lesta. Cosi pure veggo, die se qui
l’altezza ilei triangolo rettangolo coincide col raggio perpendicolare a
lFipdi^ti usa, quest'altezza non si può verificar pili, tosto che variano I due
cateti inscritti nello stesso semicircolo e poggiati sulla stessa ìpotoaosa
Allora per necessili deve scemare l’ area del triangolo rettangolo uel
semicircolo, il quale altro non c che la metà del para 1 eli og rem ma
inscritto cairn tutto il circolo. Veggo allora che cessa un’ altra coincidenza
superficiale ha l’area del triangolo rettangolo ed il quadrato del raggio
perpeu dicchi. Allora nascendo un quadrilungo maggiore di quello di due
quadrati perfetti* ue segue, che il quadrato del Iato minore di questo
quadrilungo m mi può offrir più F equivalente della mela delFarea di lutto il
quadrilungo: come il quadralo delfallem del primo quadrilungo, compila di due
quadrali perfetti, ini oilrìva le qui valente della mela deJFarea dello stesso
quadrilungo ('). Qui facciamo punto, Se per una considerazione puramente meta
fisica io penso di formar due cateti disuguali, quali induzioni trarre ne
potrò? Io potrò tosto figurarmi che questa disuguaglianza sia, in astratto,
grande o piccola, vistosa o minima. Io dovrò vedere allora uou so lame irle
diminuirsi la lìnea dell'altezza del triangolo rettangolo formato dai cateti e
dairìpotcnusa, ma questa linea più o meno discostarsi paralellamenta al raggio
perpendicolare col quale prima coincideva 3 e lasciare frammezzo uno spazio più
o meno largo in forma di lista rettilìnea* Allora io veggo che la potenza della
linea di quest'altezza, più la potenza di quella che forma la testa della
lista, mi cou trassegnano due quadrati, b somma dei quali equivale all area del
quadrato del raggio. Allora veggp nel così detto quadrato geometrico della
testa della lista un equivalsole di quello che è stato tolto alla metà del
quadrilungo primo, composto dai due quadrati perfetti, cui chiamerò
(jundrilungo dette guafianza primitiva. Qui dunque paragonando la posizione
delheguaglianza con quella della disuguaglianza suddetta, trovo nella prima
elementi tutti costanti, e quindi risultati sempre identici. Per lo contrario
nella posizione della disuguaglianza possibile dei cateti e dello altre parti
conseguenti no lì trovo di costante che l’ipotenusa e il suo quadrato, il
raggio del circolo ed il suo quadralo. Ora se io soltanto dicessi essere
possibile che Io stato delle linee e delle aree vari! più o meno, che cosa avrei
dello io che possa servire al calcolo? (Nulla, e poi nulla. Converrà sempre
almeno che io liguri in via di prima posizione ipotetica l-n nò o vk ìyieino
positivo, sìa per via di aumento, sia par via di decremento, sia per, via di
aggregazione, sia. per via di divisione, sia per via di proporzione, sia per
via di ragione, cc, Questa verità ó ontologica mente evidente, pensando
soltanto che il calcolo, consideralo anche me la fisica mente, consiste nel
complesso delle funzioni necessarie, ossia di quello che far si deve per
giungere alla valutazione delle quantità algoritmiche (ah La t dilatazione ^ io
lo ripeto, la salutazione forma V oggetto finale del calcolo. Ora è vero, o
nocche lava (i) lo adopero ìi nume di quadrilungo nir he nc connota io il parai
«Ito grani ma a venaiiehe col volo di celebri od e, gatti ma lena alite quattro
.angoli rcìlù con quattro lati* due ci, i quali col nome generico di pardìàfo*
più lunghi e due più corta. (Vedi Legeodre.) gramma ( 50 1 lo il quale anche
gli antichi (2) YV ronfila. Introduzione itila filosofiti, comprende vano si ài
quadrato che qualunque delle Matematiche, pag. s&G. figura a lati parale!
li) ri con escono non velutazione è metafisicamente e praticamele impossibile
senza la considerazione di una quantità positiva determinata? Dunque la nuda ed
astratta considerazione del piu o del meno della variabile grandezza, sia
aritmetica, sia geometrica, ossia meglio il concetto della metafisica
possibilità di questa variazione, e quindi dei gradi comunque possibilmente
piccoli, è una considerazione od oziosa od incompetente per il calcolo, o per
qualsiasi altra funzione nella quale si tratti di paragonare le quantità. Per
la qual cosa, tornando al mio esempio, io potrò bensì figurarmi cbe la
perpendicolare ebe divide il triangolo suddetto possa per ugainsensibile lista
discostarsi dal raggio, e quindi cbe debba a bel bello sempre più accorciarsi.
Potrò quindi anche figurarmi cbe il raggio perpendicolare e verticale a guisa
d’una sfera di orologio vada scorrendo tutti i punti del quadrante, fino a
coincidere colla metà dell’ ipotenusa proposta, ossia col semidiametro
orizzontale: e, scorrendo questi punti. miseI gni l’estremo di tante
perpendicolari verticali di altrettanti triangoli. Potrò in conseguenza
figurare un graduale incremento o rispettivo decremento possibile di aree, ec.
Ma a cbe giova tutto questo per effettuare la valutazione, o per istabilire
qualsiasi differenza positiva o geometrica o, aritmetica? Nulla, e poi nulla.
Io traccio su d’una carta un circolo; tiro il diametro; poi colla penna segno
un taglio a capriccio o sul diametro o sulla periferia, senza sapere cbe cosa
abbia tagliato. Piglio questa figu; ra, e dico ad un geometra: determinatemi il
valore dei cateti, delle linee e delle aree cbe vengono in conseguenza di
questo taglio. Che cosa aspettare mi potrei da questa proposta? Ognuno mi
risponde, che quel geometra mi domanderebbe ch’io gli dica quanto abbia
tagliato; e cbe quindi si presterà alla mia inchiesta. Ma se io, non volendo o
non sapendo dirgli questo quanto, pretendessi ciò non ostante che soddisfacesse
alla mia inchiesta, cbe cosa aspettar mi potrei? Ognuno mi risponde, cbe almeno
in suo cuore quel geometra direbbe cbe io sono una gran bestia. 54. Principio
logico del detto dovere negativo. Dall’esempio passiamo alla teoria. Altro è
cbe una considerazione metafisica mi presenti l’astratta possibilità della
valutazione, ed altro è : cbe me ne somministri il mezzo. Altro è cb’essa mi
fissi certe condizioni costitutive della qualità o delle leggi essenziali d’una
grandezza, ed altro è cbe mi ponga in fatto i dati pei quali possa determinare
la rispettiva loro quantità. La valutazione generica altro non è cbe quella
funzione, per cui stabilisco il giudizio cbe un oggetto è maggiore, minore o
eguale ad un altro. La valutazione specifica è quella funzione, per la quale
conchiudo 0 essere ella maggiore o minore di tanto di uuT altra, o lessero la
somma delle parti alìquote dell' una identica alla somma delle parli alìquote
dellVUra, La valutazione specifica forma, o no.. Loggcttc finale del calcolo?
Se io do hi Latamente lo Forma, sarò dunque assurdo il far entrare concetti
incompatibili con questa funzione, od esigere condizioni impossibili alla sua
possanza. Ma così è che questa valutazione risulta essenzialmente dall* impiego
di mi dato eleménto die mi serve di misura, e quindi dì criterio, per
pronunziare un pia od anche uu meno positivo. Dunque egli sarà assurdità
stravagante il volere nello stesso lompo o sciogliere P elemento assunto, o
scambiarlo o mescolarlo con un altro vago $ metafisico non avente veruna
corresp&££u> Uà col soggetto propósto, lu questa sola c or respeL Evita
consiste la potenza di mena iva ilcllVlemcnlo ; perchè V uno metrico assoluto
non esiste né può esistere per età stesso che esistono incommensurabiìi.
Certamente sia in mio arbitrio d dividere, per esempio, una data linea o uu
dato spazio, o allargare un *é Spr.esSiene aritmetica qualunqueMa tosto che io
scelgo una di queste parti come punto di paragone, c che uè fo uso, non mi è piu
permesso di togliere il concetto di questo termine. Egli è un fabbricare e uu
distrugaere nello stesso tempo. Posso in vero cangiare la scelta; ma in quesLo
casa rin noverò la valutazione sul secondo metro da me Irascelto ; ma non mi
perderò mai alla considerazione che questo possa essere o maggioro o minore :
come quando peso o misuro non mi perdo a pensare inutilmente che i gradì della
ì dia u eia o del metro potrebbero essere più piccoli o più grandi. lJer un*
inversa operazione poi io veggo essere frustraneo, ridicolo ed assurdo il
volere, al favore della considerazione metafisica del pili o del meno,
stabilire un criterio positivo di valutazione, il quale esser roti può clic
puramente rispettivo, concreto e ipotetico. Hiteuiamo il principio fonda me
fila le e massimo, che nella valutazione la i ntclli^ctìza e subordinata alla
potenza .« io voglio dire, che utd calcolo di valutazione i risultali non
dipendono da ciò che si può in astratto pensare^ ma da ciò che si può effe
Divamente praticare. Se i matematici avessero posto mente a questa importante
distinzione, non si sarebbero penosamente ed invano affaticati a violentare la
natura, ed a sottomettere ad un'assurda identità di trattamento gli enti
essenzialmente dissimili mediante la male intesa applicazione di un
escogitabile puramente metafisico. Io presento ad un geometra un cerchio, in
mezzo del quale sta un raggio mobile simile alla sfera d’uu orologio. Io muovo
a capriccio un tantino di questa sfera, Metafisica meri le parlando., lo spazio
percorso è realmente una quantità ri spettiva del circolo. Ma, posto questo
fatto, potrà mai il geometra servirsi teoricamente e col solo pensiero di
questa porzione di spazio percorsa, onde tessere un calcolo qualunque, o per
misurare in qualunque maniera tanto le linee quanto le aree? Ognuno mi risponde
che ciò sarà impossibile fino a che io non determini la porzione di spazio
trascorsa, Qui dunque vedete che la cognizione da me domandata rimane
essenzialmente subordinato alla condizione concreta di determinare lo spazio
suddetto. Qui dunque la potenza dell’ escogitabile è necessariamente dipendente
e subordinata alla determinazione di fatto dello spazio suddetto. Io non potrò
mai conoscere i valori delle aree e le dimensioui delle linee, se prima non
conosco di fatto la porzione rispettiva dello spazio suddetto. Ma per ciò
stesso cbe si tratta di correspettivo, si esclude ciò che non contiene la
correspettività, e per ciò si esclude ogni altro rapporto diverso puramente
escogitabile, e possibile soltanto in una diversa o in milioni di diverse
posizioni. Imperocché il primo è essenzialmente determinato, ed il secondo è
essenzialmente indeterminalo: il primo si riferisce ad un dato tatto, il
secondo- volteggia e sorvola libero nel caos immenso del \* idealismo. Egli è
dunque pessimo ed irragionevole partilo quello di fermarsi allo sfrenato e vago
escogitabile, per trarne indi una regola direttiva di ciò che è praticabile, e
dipendente da una determinata ipotesi. Tale appunto è T infinito, ossia l’
indefinito, dal quale sorge la incommensurabilità, contemplato in una vista
indipendente e generale. Rispetto a questo concorre una doppia assurdità. La
prima è quella che risulta dalla considerazione di una vaga e metafisica
differenza, quasi che ogni grandezza rispettivamente incommensurabile non
avesse uno stalo determinato, o quasi che vi fosse un’unità metrica assoluta, e
ch’essa non fosse cbe puramente rispettiva. La seconda assurdità poi, che qui
concorre, i risulta dall’attributo d’ infinito^ cui assoggettar si vuole a
valutazione, sia di eguaglianza, sia di differenza. Malgrado l’evidenza logica
di queste osservazioni, io trovo i seguenti due teoremi, cui rimetto al
giudizio del lettore, prima di tradurli logica| mente, ed indi giudicare del
loro merito. I. Lorsq’on peut prouver que la différence de deux grandeurs »
invariables est plus petite qu uue graudeur donuée, quelque petite que )) soi t
celle-ci, il en resuite que les deux prémières grandeurs sont ega» les
entr’elles. » e IL Lorsque trois grandeurs sont telles que la première,
variable, » surpassant toujours les deux autres, qui ne changent point, peut ap
. f i ca >i prodi ti t e u m £ metemj )S de t onte a deux, a assi pr ès qn
'a a v ou dra, e es ?j deux demléres grande urs sotiL cgat.es atilr’clles (’X n
V questi due canoni si riduce quasi tutta 1T altissima sapienza moderna
matematica in latto di salutazione nou ordinaria dei commensurabili, ma degli
intrattabili ed indefiniti in commensurabili. Questi canoni. una volta
stabiliti, autorizzano a coniare tutti ì zero relativi., c ai quali si è
tramutato il nome degli in fin i temente piccoli. Queste denominazioni di zero
relativo^ sinonimo dì quantità infinita mente pìccola $ le trovi amo anche
presso il proclamato riformatore nordico delle Matematiche Wrousfii, pagp 204
della citata Introduzione. 55. Cautela ììlosofica conseguente. Se invece di
tentare questi gì noe Li di forza., riprovati dalla ragioneed eseguili col far
intervenire il puramente fantastico escogitabile nelle operazioni della pratica
possibile alPtiomo : se invece, dico, di questo irragionevole partito, i
matematici avessero voluto rispettare i veri confini della sragione ., essi
avrebbero tenuto II seguente discorso. Sappiate che per un essenziale concetto
passo un? insormontabile differenza tra il curvilineo ed il rettilineo 5 fra
certe grandezze e fra certe altre, sia geometriche, sia aritmetiche. fS oi
riconosciamo di buona fede la impotenza dello spìrito umano a ragguagliare con
una sola misura queste grandezze. Quindi nei cìrcolo, per esempio, non potendo
noi far uso che di rette linee . Io rappresentiamo come un poligono di lauti
lati, quanti fa di bisogno pel nostro calcolo ili valutazione; intendendo
peraltro sempre che k periferia non serva che di limile a questo poligono* Jn
conseguenza noi non vi presentiamo questo poligono nè come requivalenle dell5
area del circolo, nè come esprimente la sua periferia* ma invece noi lo poniamo
solfi occhio corno figura adattala ed accomodata ai nostri bisogni, e come una
creazione dirò cosi della nostra mano. Li circolo resta in natura qual è;, la
figura per lo contrario da noi conformala serve di mezzo allo scopo che si può
colle nostro forze aLtuaìl oli cu ere, fio stesso diciam pure della altre curve
s delle quali abbinino bisogno sia per calcolare il moto, per esempio, dei
pianeti, sia la linea segnata da un pròjelLile, sia per determinare certo leggi
meccaniche, co. ec. In breve, tutto questo lavoro altro non è che una possibile
approssimazione per supplire ai bisogni della ragione nello studiare la fisica
quantità e per giovare alle opere (e) Vud, lì&eroibq Essalssur
l'enseìg,ne-mmt tu generai et sur r cisti des ]\$athvmatiqnc$ en partivtdikrej
pag, it)&, Paris iBiib dell’ arie Per la qual cosa dici] a ariamo di non
voler .sorpassare le forze deiromano intendimento, e meno poi di violare i
concetti logici delle rose, tramutando il diverso in idèntico, e viole uLin do
la potenza della vakt azione co c uno sfrenato Ubali* ma ; o, viceversa,
pretendendo che ho barlume indefinito, clic si riceve ad occhi chiusi, serva di
metro e dì criterio ad mia valutazione determinata* (*ou questo discorso ogni
nomo di senno avrebbe applaudito al buon critèrio ed alla perspicace industria
dei matematici. Ma ben lungi cbW abbiano voluto rispettare i confini dello spìrito
umano, hanno tentato ìdvece dì occupare il posto di un Dio, al quale nou
abbisognano nè cab coli nè induzioni, ma che lutto comprende per un atto
puramente intuii ivo. Con quéste osservazioni io credo di aver dato abbastanza
ad intendere quello ebe ammettere sì deve rigirarle del calcolo; o almeno credo
di avere richiamalo la dovuta attenzione sul peccalo capitale della moderna
Matematica nel calcolo delle quantità. Gli altri doveri negativi sono mollo mi
non ; e ciò da cui dobbiamo astenerci è più facile a ritti* v arsi, ed è. opera
di osservazioni pii! particolari e pratiche, le quali nou potrebbero trovar
luogo in questo Discorso, né in verini1 altra parie di quest5 Opera 5 rivolta
soltanto a fondare le basi del buon insegnamelo primitivo dello Matematiche.
56. Di ciò ebe far si deve. Prima avvertenza: conoscere il perchè di quello che
far si deve* Dopo di queste osservazioni .generali su ciò che dehbesi o'mmeUm:.
nel calcolo, passiamo a ragionare di c iò che far sì deve*, colla mira soltanto
di comprendere in che consisti lo spiritò eminente dell’arte di calcolare. Ciò
che far sì deve non differisce sostanziai mente da ciò dii: a fa o far sì può
naturalmente : ma rid acesi a far bene, e in una nani ora avvertita e
preconosciuta, ciò che si fa o si può fare naturalménte* Fra 11: diverse
maniere possibili dì fa re, scegliere quelle che possono riuscire, ossia quelle
che ci procacciano Pimento proposto, e ce Io procacciano in una guisa piò
facile, più breve e più proficua, ecco in ée consistè r invenzione d \ fatto d’
ogni arte nostra. Con essa insegniamo tutto quello che far si deve, ed
ommetliamo quello che far non sì de V& Scegliere poi queste maniere non per
un cieco empirismo, ma colla cognizione del perchè si debba fare piuttosto così
che così, assicura I invenzione deli* arte scoperta, e tic estende la sfera
finc a quel segno si quale giunger può la nostra potenza. Imperocché conoscendo
il perche delibi tic, si distingue per ciò sLesso quello che si può da quello
che non si può 5 quello che si deve fare da quello che si deve ammettere* Ma
cau ascendo ciò che far si può, sì spìnge l'arte fin dove può gri u ngere * e
quindi si aumenta la nostra possanza lino a quel segno al quale può es~ sere
porla la. e nella Ilo stesso si previene ogni lenta live frustraneo. Conoscendo
poi ciò che (are od ammettere si devt\ ed il perche si debba fare od ammettere*
si presta la direzione utile, e si prevengono i traviamenti nocivi. In [Questa
maniera soltanto si verifica il dello di Bacone, che l'uomo tanto può quanto sa
; ritenendo che il sapere non sia ristretto alla perizia empìrica^ ma comprenda
eziandio la perizia filosofica» Ciò premesso, io doma mio in che consista lo
-Spirito positivo e f dosa f co dell1 arie del calcolo ì Badale Lene ni termini
della qu istinti e, Se voi voleste rispondermi col mostrar mi come si fa a
calcolare * voi non soddisfareste a questa domanda: imperocché quella risposta,
che voi mi date, io r ottengo anche dalla macchina aritmetica inventata da
Pascal, Orsù dunque, se volete, mostratemi pure il fatto del calcolo: ma
esponetemi eziandìo le parti e le ragioni dì questo latto, e io sarò pago. Così
volendo essere bene instruilo del meccanismo con cui da una macchina si segnano
le ore, voi mi soddisfarete quando rm mostrerete le parli prima segregate, indi
congegnate delia macchina; e mi segnerete la forza che la rn ove e quella che
nv. tempera il movimento, e i modi meccanici della spinta e dei tempera nòe n
ti. Coll queste condizioni potete voi rispondere alla mia domanda ? Se lo
potete allora potete fissare anche le condizioni del Luca metodo del primitivo
in segna me cito dello Matematiche ; ma allora egli riuscirà ben diverso dal
praticato. Noti potete voi risponderò colle condizioni da me richieste 7 Allora
io dico fermamente chele Malemaliche sì aggirano tuttavia entro la crassa
atmosfera d'un cieco empirismo, e che l'arte del calcolo non è ancora divenuta
arte dì ragione*, ma rimane ancora arte puramente sperimentale, ne Ih atto
stesso che aspira ad una possanza eminenti; ed illimitata. 57. Confutazione
della massima de ir empirismo cieco. Per quanto io potessi pensare ad unire
questi estremi, io lì troverei logicalo ente Inconciliabili. Passiamo ora al
fatto positivo, ho sento da lui a parte che sómmi matematici erigono V
empirismo in principio dì ragione difettiva; e dall’ altra sento altri
egualmente celebri, che mi citano i risultali infausti dei metodi sperimentali
adottati nel calcolo sublime. Ecco gli esempli, Sauriu impegnalo a sostenere e
a propagare d calcolo ìnhn itesi male, e volendo togliere di mezzo le
difficoltà che veni v a egli o.ppoTom. E 7Ì | fi}G . sic. baciò scrìtto nelle
Memorie dell’ Accademia delle Scienze ili p)|&j del 17*23 quanto segue : t1
tròp, non à la raisou, mais aux raisonaemens _ Nos calcufe nWtpas n tanl de besoia
qu gu penso d’elre éekirésj ils portoni avec eux uce » lumière propre; et c'esl
#ordinaire de lenr sebi mème que snrt touli >j celle qu W peni rópandre sur
eux, et que peut recavo ir le sujet fjuon ■ traite.... Ce rissi jamais le
caleul qui nous trompé quaud il est' biro a fidi: il tda pas besoiu d'otre
appcyé par des raisoutieniens: mais dW)) diuaire ce soni les raisounemeus qui
uous trompen t. et qui ne dolvcu* » nou$ determinar quauLnut qu il sout appuyés
par le cale ni). m Con questo discorso ognuu vede canonizzato il cieco
empirismo del calcolo sublime. La somma di questo discorso rido cesi a dire,
die bastar deve il vedere belletto e la riuscita dì questo calcolo, senza
vederne h ragione; Ma per mia fè, qual è il principio di ragione col quale qui
sì tenia di gius li fiep re questa sentenza ? 1 nostri calcoli, sì elice, una
hanno tanto bisogno d? essere illuminali: essi portano con sé una luce propria.
1 filat soli coi più gran lumi e le migliori intenzioni potrebbero guastar
lutto, dando troppa non alla ragione, ma a) ragionamento. Esaminiamo questa
causale. Che cosa è codesta luce propria, cui i calcoli portano con sè? e che
cosa ò questo guasto^ che Olosolì Èli orni nati, i quali vogliono sdbiarìr
tutto, potrebbero recare? Forse che la luce algoritmica è luce dina sole che,
dire itameli te miralo, abbaglia i riguardanti? In tal caso essi abbaglierebbe
tanto coloro che maneggiano il calcolo senza pretesa (li schiarirne i movimenti
e le ragioni logiche primitive, quanto coloro che volessero investigare questi
movi menù e queste ragioni, lo questo Cftw dunque il fatto del calcolo, e
spinalmente del calcolo sublime, invitalo dopo lauti secoli e praticato da
tenie poche persone, sarebbe uu nomeno imperscrutabile, simile a quello del
principio della vita. Cosi ridurrehbesi la cosa al punto dì ricevere ima
invenzione larda ed elaborata dell' arte umana, come non suscettibile di genesi
razionale. Cosi uè segue, d/essa amministrar si dovrebbe senza cercare il pere
h è, anzi epa espressa proibizione dì cercarne il suo perche . Io venero fi
abilità dina Ycd. Lbcl’oìx, Opera eriarn. pag, ^fg^tljo. uùi calcolatore: ma,
sapendo che ragionevole dev’essere d mio ossequio., gli domando i molivi della
fede cieca ch’egli esige da me. Egli mi parla di luce intellettuale, e quindi
di ragione che discerne; ma egli nello stesso tempo mi vieta d’usare di questa
ragione* Come va questa cosa nella Matematica ? scienza eminentemente razionale
ed evidente? Come va questa cosa nel calcolo sublime, metodo Lullo artificiale,
e inventato per una elaborata induzione di uomini moderni, dei quali veggi a
nio seguati tulli i passi, e i quali, Leu lungi di aspirare al titolo d una
rivelazione sovrumana, si fecero mi dovere di assegnarne I fondamenti e 1T
artificio / Voi dite che i filosofi coi sommi lumi c colie migliori intensioni
del mondo potrebbero guastar tutto, dando troppo non alla ragione, ma ai ra
gionamenti. Qual linguaggio ò questo mai? Che cosa sono i ragionamenti, altro
else V esercizio stesso della ragione, vale a dire la ragione stessa non in
potenza, ma in atto? 0 questi ragionamenti sono giusti, o uà. Se sono giusti*,
essi non possono venire in con il ilio colla verità e con qualsiasi principio,
perche essi non sono che l’ espressione stessa della ve ri Là : o sono fai si,
od allora nan meri tane lì nome di m gì onarnenlLm a di sragionamenti; c sì
potranno dimostrar labi analizzando i termini die contengono. Ma voi II
supponete fatti con sommi lumi e di buona fede. Dunque voi temete che la
massima del calcolo vostro non possa reggere a ragionaménti fallì eoo tutto l1
Ingegno, con tutta la dottrina e con tutta la buona fede. Voi esigete Inoltre
d'essere dispensalo dal mostrar la fallacia di questi ragionamenti, e che ciò
non ostante si riceva il vostro calcolo, lo non permetto che sì vada
investigando il mistero del calcolo sublimo, ma esigo cdie venga ricevuto come
sta, e maneggialo alla cieca, pago dì vederne ]’ dì et Lo. Ecco la forinola
vostra* Basta averla accennata. perchè venga rigettala Imo dal scuso comune*
Piacesse al ciclo che questa fosse una pretesa particolare del citalo
scrittore: ma essa pur troppo è quella del volgo dei matematici, e perfino di
taluno che occupa fra essi lui posto eminente. Un esempio lo abbiamo in
un’Opera d* un celebre matematico 5 piena di eccellenti viste suir insegnamento
delle medesime. Questi c il signor De Lacroix, il quale, dopo di avere
applaudito ai sentiménti del Sa uri u* ripetutameli le professa d’ignorare la
maniera colla quale sì acquistano le idee del numero c della grandezza. Je
confessa mori ignorane e sur la manière doni ics idées de nombre et. de grati
denti? £ acqui érent. In un'altra Opera pubblicata cinque anni prima sul
càlcolo infinitesimale egli aveva di già emessa questa professione dì fede. (i)
Ve J. Da croi Opera diala, 'pi. I l OS 1 ja prelesa (degli empiristi ma le
malici pare else fosse fondata sopra la sicurezza dì possedere uno strumento di
universife valili azione. Loro bastava il possesso di fatto di questo
stromeuto, e si credevano dispensanti dal discuterne la legittimità Ma questa
sicurezza pare che cessaidebba a fronte del terribile scandalo avvenuto coi
calcoli di Eràtnp, dd merito del quale ninno può dubitare. Egli è stato
sospinto suo malgrado, a tante mostruosità; al dire del Wrcaslu, che lo stesso
Kvamp h lasciata scritta 3a seguente sentenza, die ri fi il e questioni dei
prmdpìi matematici i piu grandi geometri sono obbligati dì confessare ingenua
mente la loro ignoranza (0. $ £5S. Cenno di una massima posk ivo- fon da meni,
alt? per Parie (Iti en I l u-1 u di valutazione! degli escogitabili» Ciò posto,
rimane ancora la necessità dì discutere quésti prkieipìi: o, a dir meglio,
rimane Fobbliga zinne di scoprirli, c di derivarli dalfunìca loro fonte
legittima. Questa è la filosofia che. mediante un T analisi allenta ^ ordinata
e perspicace, ponga in luce le condizioni e le leggi io uriamentali della parie
operativa del calcolo, e supplisca indi e rettifichi w fi che è stato fatto sin
qui» Afon è del mio istillilo il tentare tanta impresj; nè questo sarebbe il
luogo opportuno per farlo. Annoterò ciò non osinoli' un’idea fondamentale, che
pai mi luminosa e decisiva per la buona riaf scila dell arte di calcolare. Fino
a che la teoria della valutatone uón venga intimamente associala con quella
delle ragioni e delie proporzioni, iu modo che il passaggio dall’un a all’altra
nou sia e (letto àe\V industri^ ma della condizione necessaria degli cuti
geometrici ed aritmetici, ì quali concorrono a formare un tutto sistematico di
ragione., l’arte del calc.sb universale sarà essenzialmente imperfetta. Essa
esisterà soltanto albi® certamente e pienamente soddisferà all’intento cui è
destinata. Ma questo intento non si può ottenere col ramo delfalgariLmo
algebrico separalo dal geometrico i, e, quei eh’ è più, senza riunirli amen due
eoo up ucuId comune, e mediante un terzo criterio indicato dalla sLcssa natura,
CoiFaTgorilmo algebrico si passeggia realmente sulle creste dei monti, senza I
discendere mai al piano che gli unisce. JL’algoritma algebrico non è dunque nè
potrà essere mai del tulio soddisfacente ai bisogni della valulazione, ma vi
soddisferà soltanto imperfetta mente. U imperfetta riuscita dì Ini, applicato
alla Geametrkj è un fatto solenne riconosciuto da celebri matematici, e fra gli
altri dal Alaseli croni. Esso diiTaUi non comprende (i) WWski. Introduzione
aìfo filosofa delle Matematiche, pag. a5-j. 1 ! tì9 tutti i termini naturali
die realmente intervengono, e die sono necessari! per valutare anche
simbolicamente le quantità. Fisso dunque appellar si può col nome di algoritmo
semilogico. La sua pienezza deve ancora essere supplita, e quindi la lacuna
sarà riempiuta. Tutto ciò sìa detto semplicemente di passaggio. Qui io mi
contenterò solamente di accennare a! ernie osservazioni psicologiche intorno a
ciò che accade nello spirilo nostro nell'atto di calcolare, onde preparare le
basi del metodo dell’ in segnarne □ lo primitivo. 59. Dei conceLU meritali che
Intervengono nel calcolo. Del conce Ito complessivo del medesimo. Incominciando
dalPogrgjbtto proprio del calcolo matematico, io fo avvertire che questo non
consisto in qualunque quantità, ma solamente m quella clic può dirsi finca. La
prova risulta dalle cose dette nel Discorso primo. Questa quantità fisica però
non viene considerala fisicamente . ma solo razionalmente } vale a dire, noi
prescindiamo (lolla consideratone dello stato reale delle cose esistenti in
natura., e volgiamo V esame sai mondo solo intellettuale. Per questo motivo
distinguiamo la Matematica pura dalla mista o applicata, Sebbene l3 intellettuale
derivi dal lisico, ed involga il concetto del fisico, ciò non ostante
distinguiamo l'uno dall' altro per la maniera con cui la mente nostra Io
contempla Riuueado quindi questi tiara Iteri, dir possiamo die la quantità
jidca intellettuale forma l' oggetto materiale dal calcolo matematico puro .
Dico Y oggetto materiale per distinguerlo dalle logie, ossia dalle idee
parameli Le relative eccitate e risultanti dai paragoni e dalle connessioni, e
che appartengono tutte al nostro intimo scuso. Su di ciò non abbisogno di
estendermi, dopo le cose notate ned bau lece dente Discorso. Le diverse qualità
dell' oggetto materiale determinano lo diverse relazioni. Dunque i diversi
concetti propri! delle quantità, paragonati o uniti agli altri, determinano le
logie. Il complesso delle idee degli oggetti materiali delle logie e delle
funzioni a Ulve del nostro spirito, riguardanti la quantità fisica-in Ielle L
tu ale, forma il concetto complessivo del calcolo matematico puro. La parte
Intuitiva non si può disgiungere dall’ operativa, pero celie qui la cognizione
subordinala all’opera serve unicamente all'opera. L'uomo non è un automa, ma un
essere in .cui qualunque azione esteriore od interiore avvertita deriva sempre
dal conoscere^ dal volere e dall' eseguire ; talché 1’ effezione dell* opera
appartiene solida* mente a tulle tre lo suddette facoltà Del magistero logico
del calcolo. Sua affinità col magistero generale scientifico. Esempio.
Studiando la maniera con cui queste tre facoltà operano nel calcolo matematico
puro, si comprende qual sia il magistero di questo calcolo. Esso presenta per
sè stesso tanto i caratteri generici, quanto gli speci, ilei; voglio dire,
tanto le condizioni comuni, quanto le proprie. Con ciò noi giungiamo a
stabilire la differenza fra il magistero del calcolo matematico puro, ed il
magistero del calcolo generale scientifico. Certamente ' Ira 1 uno e l’altro
bavvi molto di comune: perocché l’ io che calcolalo Matematica è quello stesso
io che calcola in Fisica, in Morale ed in Psicologia ; e però convien conoscere
questo comune aspetto, per rilevare quindi quello che è speciale al matematico.
Il calcolo scientifico, del quale parlo qui, non riguarda la scoperta d’ogni
specie di verità, sia di fatto . sia di ragione. L’arte di verificare i latti,
che appellasi critica* nou entra nelle nostre considerazioni. Non vi entrano
nemmeno le disquisizioni sulle cause e sugli effetti, e sul modo j di agire.
Rimane adunque quella parte che ha una maggiore affinità col calcolo matematico
puro. Questa, sebbene non si occupi della quantità, ma si restringa alla
qualità delle cose, ciò non ostante manifesta un magistero, il quale si
verifica anche nel calcolo matematico puro: talché per | questo lato si può
dire con tutta verità, che il magistero fondamentale del calcolo è lo stesso,
sia che si tratti di determinare il piu, il meno o Vegliale incognito nelle
cose, sia che si tratti di dedurne la occulta somiglianza o dissomiglianza . Io
entro in una camera, e vi trovo due cembali vecchi abbandonati. Alzo il coperchio,
e veggo che non rimangono piu che le cinque prime corde ad ognuno. Mi viene la
voglia di scoprire se le corde dell’uno siano concordanti o discordanti da
quelle dell’altro. Che fo io? Incomincio a toccare la prima corda del cembalo
A* e tocco pur anche la prima del cembalo B. Sento che queste due sono
concordanti. Ecco un primo giudizio semplice d’identità. Esprimo questo
giudizio, e I nasce la proposizione singolare, che la prima corda del cembalo A
con| corda colla prima del cembalo B. Passo avanti: e sempre toccando la '
prima del cembalo A, la paragono colla seconda del cembalo B. Qui sento la
discordanza. Ecco un secondo giudizio, ma di diversità, ed una seconda
proposizione che lo esprime. Vado avanti toccando la prima corda del cembalo A,
e la paragono successivamente con la terza, la quarta e la quinta del cembalo
2>, e la trovo discordante con tutte. Fatto questo primo giro, io esprimo i
cinque giudizii singolari con una sola proposizioue, dicendo: tutte le corde
del cembalo B, tranne la prima, sono discordanti dalla corda prima del cembalo
A: oppure dico: la prima corda del cembalo A non concorda che colla sola prima
del cembalo B. Con questa semplice proposizione io effettivamente esprimo
cinque fatti, cinque rapporti e cinque giudizii diversi, uno affermativo, e
quattro negativi. Questa proposizione adunque inchiude una recapitolazione, un
compendio, e in fine esprime un concetto di risultato comune e semplice, il
quale non si può confondere con veruno dei giudizii singolari prima emessi. Io
prego il leggitore a far punto su di questa osservazione. Procediamo oltre.
Fatto questo primo giro, passo al secondo. Qui tocco la seconda corda del
cembalo A, e ne paragono successivamente il suono con quello delle cinque corde
del cembalo B, e lo trovo discordante con tutte. Ecco cinque altri giudizii
singolari ed uniformi, tutti affermanti diversità. Questi cinque giudizii
singolari, colle loro proposizioni rispettive, gli esprimo con una proposizione
negativa, sola, semplice e comune, e dico: la seconda corda del cembalo A non
concorda con veruna, del cembalo B. Con questo metodo passo a confrontare le
altre, e non trovo più consonanza, lo dunque conchiudo colla proposizione
generale, che tutte le corde di questi due cembali, tranne le due prime, sono
fra loro discordanti. Quest* ultimo giudizio generale e questa semplice
proposizione che cosa suppongono veramente? Essi in primo luogo suppongono
venticinque confronti, che somministrano ventiquattro giudizii negativi, ed uno
affermativo. In secondo luogo suppongono che questi venticinque giudizii
singolari siano stati convertiti in cinque giudizii speciali ; e finalmente che
questi cinque speciali siano stati convertiti in un solo generale. Tutte le
cognizioni generali, dedotte con senno, esigono questo processo: perocché le
condizioni di lui sono rese necessarie dai rapporti reali e costanti che
passano fra la limitata nostra comprensione e gli oggetti delle nostre
cognizioni. Dunque parmi di potere giustamente affermare, che il magistero
fondamentale del calcolo è sempre lo stesso, sia che si tratti di dedurre le
quantità, sia che si tratti di scoprire per via di deduzione qualunque altra
cosa. Passata la sfera deiriuluilivo simultaneo, incomincia quella del calcolo.
Qui V intuizione non è ristretta solo alla sensazione, ma comprende anche
quella che ci può essere somministrata dalla memoria o di fantasia. 1 1 n . g
Gl* %irito eminente ed ultimo del magistero del calcolo. Cui calcelo
scientifico noi vogliamo ottenere la vera cognizione Mle cose, Dunque qualunque
specie di calcolo forma uu ramo della Lo* gica generai,.!. Dunque la Matematica
è uu ramo di questa Logica, Ecco perchè io E Lio denominala la Logica dette
quantità* Scoprire uri 'incognita identità o diversità mediante mi' identità o
divemità già coaoscÌLita, ecco a clic si riduce io spirito eminente ed ultimo
del magistero del calcolo, e di ogni minima mossa del medesimo. Nel calcolo
jiritmetico noi ci occupiamo a scoprire l' identità o la diversità della
quantità fra più oggetti diversi, o Ira le parti di uno stesso oggetto: nei
geometrico noi ci estendiamo a determinare anche la situazione, le forme e
l’auihmeuto ec. di un dato soggetto. Amen due perù questi calcoli uao seni o
che parli dei medesimo processo* Ogni quantità considerala ruspe Ito ad inda lira
è identica o diversa. L ìdenti ii rispettiva non può avere che un solo
concetto: questo è quello dell eguaglianza. La diversità ne può aver due; e
questi sono il piu ed il meno. Li eguale e il disitguale non è die uu verbo
nosLro, LVgfóflgìianza altro uovi c elio V identità di quantità applicala a due
o più aggetti, lussa esprime uu giudi/io affermativo di questa identità . La
dò1uguaglianza non è che I affermazione della differènza, di quantità fra due o
più soggetti* e quindi la negazione di eguaglia nza fra i medesimi. L 7
eguaglianza c la disuguaglianza si possono esprimere a n die con forme
rispettivamente negative. Dico con j$jtrne negative*, e non con un concetto
negativo * si perche io non conosco idee negative, e si perche Fan imo nostro
sente la diversità come sente ['identità. Io sento cosi positivamente la
differenza fra d bianco e il rosso., co me sento p o sitivi m co te V im
pressione del solo bianco e del solo rosso* Più ancora: per affermare che il
giglio è bianco come la neve, ini è necessaria l’idea di ameuditc; come per
affermare che il giglio e pili o meno bianco del narciso. S 52. Deli intervento
dulie idee rì1 eguaglianza e di disuguaglianza. L 'eguaglianza interviene
perpètua mente nei nostri calcoli ^ come v' interviene la differenza. In essi
ora forma lo scopo delle1 nostre ricerche* ed ora forma uno del mezzi per
giungere alla scoperta che desideriamo. là eguaglianza h nome ó.’ identità,
come la dUitguagìianz-a è nome di diversità. La semplice distinzione dònna
Grandezza da uu altra non io chiude il concetto uè di eguaglianza, nò di
disìtguaghanza^ perchè due o più cose distinte possono essere s't eguali che
disuguali- come possono essere simili o dissimili. La sola distinzione adunque
può costituire una circostanza, ma non un elemento del calcolo. L’elemento del
calcolo matematico rigoroso viene somministrato dal più e dai meno di un dato
oggetto o di più oggetti. Quando annunziate un più od un meno, voi esprimete
qualche cosa di più o di meno. Questa qualche cosa è veramente un’idea positiva
che voi riferite ad un dato oggetto. Il nulla infatti non forma oggetto nè di
più) nè di meno. Se non manca nulla ad una cosa, o se non tolgo o aggiungo
nulla, non si verifica nè il più. nè il meno. 11 più e il meno adunque
inchiudono Tidea di una quantità positiva, che riferisco ad un oggetto pure
positivo. Questa relazione è o ipotetica o eli Jatto, assoluta o condizionata.
Coll’ ipotetica o condizionata altro non dico, che se aggiungessi o togliessi
tanto, ne seguirebbe la tale conseguenza: per lo contrario colla relazione
assoluta e di fatto esprimo di aggiungere o levare, o che è stala aggiunta o
levata, o che manca o che esiste una data quantità. Nella relazione
condizionata altro non fo che paragonare, lasciando intatto il valore della cosa:
nell’ assoluta per lo contrario altero effettivamente la quantità. Usando del
più o del meno condizionato, finisco coll’ affermazione o negazione de\Y
eguaglianza^ e collo stabilire una data proporzione o un dato valore. Usando
per lo contrario del più o del meno assolute ), io aggiungo o tolgo una
quantità al soggetto aumentato o diminuito. Colla prima maniera rimane tutto
nel soggetto, a cui applicai il più od il meno; colla seconda per lo contrario
se ne cangia la dimensione, il valore, la proporzione ec., ed esso non è più
quello di prima. La verità dunque dei concetti esige due espressioni diverse
per due operazioni cotanto fra loro diverse. Lasciando al più o al meno
assoluto i nomi di piò o meno, io denominerei il condizionato colle parole di
se-più o se-meno (0. Con questa distinzione io fo tosto comprendere se io
annunzio uno stato della cosa, o la mia operazione di aggiungere o di levare
qualche cosa al soggetto, o se pure semplicemente misuro o paragono per
giungere alla scoperta bramata. (i) Io esprimerei, per esemplo, 11 più o Il
meno assoluto col soliti segni di -fo di . 11 se-meno o il se-pi'u io gli
esprimerei nella seguente maniera: t H primo signifi cherebbe se-meno, il
secondo se-piu. Spediti, semplici e analoghi mi pajono essi, e pero acconci per
gli apprendenti. Evvi una terza ma niera, nella quale s’impiega il più e il
meno, e questa è quella del binomio. Con questa non si accresce o detrae nulla,
ma si segnano distintamente i coefficienti di un tutto semplice. Per questa
espressione impiegherei I SEGUENTI SEGNI [cf. Grice, the formal devices] :
-j-^, ovvero Nell1 esami tiare le diverse quantità intervengono, secondò 1
casi. Inalo i giudizi! di differenza assoluta^ quanto quelli di distanza
maggiore o minore dall eguaglianza. Queste idee sembrano coni penetra Le. ma
jjure sono diverse. La differenza quantitativa risulta dal rapporto immediato
fra due grandezze. La distanza dalla eguaglianza risulta dai rapporto di queste
grandezze eolio stato di parità non esistente fra le me! destane. Nel primo
caso T intelletto paragona solamente i due soggetti fra di loro: nel secondo
caso li paragona coli un terzo archetipo, ossia colla forma pari5 clic
risulterebbe togliendo qualche cosa attinia, e dandola all’ altra. La
differenza dunque assoluta si potrebbe denominare totak J,.a disianza poi dall’
eguaglianza dir si potrebbe differenza media, Li assoluta in chiude l'idea di
appartenenza di un pili ad mi dato so"* getto, e di mancanza rispettiva
all1 altro. La media per lo contràrio involge il concetto dWa detrazione di
questo di piìt dall uno dei soggetti, e di ripartimenlo eguale di esso fra amen
due. In tutti i casi nei quali sì tratta di lar intervenire gli esftejni ed i m
edi t la distanza ni aggìore o minore dall'eguaglia n: a è cos i de e biva .
eli essa per sé sola sembra somministrare una positiva creazione o
auuientameuto^ quantunque il senso geometrico attesti il contrario. Col
trasportare soltanto no àtomo dall’imo all’ altro medio per tenderli arabi
egiuli, voi non diminuite in nulla la superficie del tutto; e pure nel prodotta
della moltiplicazione avete un aumento, lo accenno questo fenomeno per far
sentire quanto importi ili distinguere la differenza assoluta dalla media. \J
assoluta si può calcolare co 117/ no,' ta media solamente col due Ciò nasce
dall’essenza stessa di relazione doppia e di pari aggio, ^ t>4. DcL vario
conccLto del piu e del meno che interviene nel calcola. Tutto questo avviene
quando si tratta di differenze dete/umnate. ta queste ha propriamente luogo un
tanto di pia od un tanto di m$nO,$ non un meno o uu piu indefinito. Il pili o
11 meno indefinito si espimi! colla maggiorità o minorità generica. Il maggiore
o II mio ore in gè urrà non vi dà di per sè l’idea di quanto uu soggetto sìa
maggiore o minare di un altro; ma altro in sostanza non esprime s se non eli’
essi inaurai di eguaglianza* ossia che sono disuguali Fra ridea della
maggiorità o minorità* e l’idea di un dato vaiar nutrì urico, sia quella della
rispettiva grandezza* e quindi -jaclU delle proporzioni. La proporzione
determinata non importa per sè stèssa il concretto' di un determinalo va love
intrinseco o io a Itera bile aritmetico, perocché ad una grandezza determinata
sì possono dare tanti valori, quante sono le parti nelle quali possiamo
dividerla. Se io figuro una superficie o una figura doppia, tripla o quadrupla
di Linf alLva, io altro non fo cdie determinare lui rapporto estrinseco ira di
esse, e nulla più. Quindi io le astrazione ? sia dalla generazione, sia dai
eordficieu LÌ dai quali può risultare., sia dal valore metrico interno che può
o deve ìli tali casi ricevere, sia da T attitudine sua ad unirsi con altri
soggetti per costituire o una serie o un complesso, e così discorrendo. lt
concetto di grandezza determinala segna i limili rispettivi della quantità sia
discreta, sia continua. Essa di per se non presenta dati dimeusivi particolari
se noti quando concorre con altre a formare un tutto* g 65. Del paragone dei
dìsTtgiialq e di ciò else allora avviene nel nostro spirito. Quando paragonale
duo quantità disuguali, che altro avviene nello spirito vostro? Ciò die ò pari,
sia grande* sia piccolo, lo considerate come una cosa sola, e non ponete mente
fuorché alla disparita. Allora è lo stesso paragonare due grandezze, per
esempio, dì quattro o cinque digiti, come paragonarne due dì quattrocento o
cinquecento. Gin non è lutto. Questa operazione implica una sottrazione di puro
paragone di tutta la grandezza pari di lei* ossia un sè-meno. Ma il concetto di
questa grandezza rimane immedesimato eoi soggetti paragonati, c serve di punto
d'appoggio al vostro intelletto. Qui dunque la forma di eguaglianza astratta
serve a determinare la differenzaSe dunque il sentimento della differenza è
positivo, il mezzo dì determinarne la misura viene somministrato solo da ir idea
di eguaglianza. Ma questa non è che mia ideatifa ripetuta. Quest'identità deve
io vestire un qualche oggetto, ossia consiste essenzialmente nel concetto di
qualche oggetto geometrico. Dunque la cosa si risolvo in ultima analisi nel
concepire un soggetto geometrico come sta, e farlo servire di punto di paragono
onde determinare la diversità di quantità con un altro e eon molti altri. 66.
Mezzo conscguente di valutazione. Suo princìpio fondamentale logico ed unico.
Omogeneità. Qui facciamo punto. Fu detto di sopra e dimostrato, che Yunò
metrico generalo non esisto uè può esistere*) ma ch'egli è sempre rispettivo*
Parimente ogni grandezza ò cosi determinata, e di un concetto cosi individuo ed
immutabile, che non si può aggiungere o diminuir uulla senza tramutarla in
un’altra, e così senza distruggere la sua essenza. Dunque se venga o paragonala
o accoppiata ad un’altra, nasceranno certi rapporti, e non certi altri; certe
convergenze o divergenze, e non altre; certe proprietà comuni o certe
opposizioni, e non altre. Questi rapporti saranno necessarii ed immutabili,
quanto l’essenze stesse delle grandezze dalle quali emanauo. Se dunque queste
grandezze siano considerate come parti di un tutto, esse dovranno
necessariamente somministrare un metro analogo ai rapporti che sostengono. La
natura dunque di questo metro risulterà o semplice o composta, a norma dei
rapporti essenziali della posizione loro. Dunque ne viene il solenne ed
inconcusso principio, che per calcolare con verità nei casi in cui queste
grandezze essenzialmente diverse concorrono insieme, non si potrà far giuocare
nè il piccolo né il grande, ma si dovrà far uso soltanto dell’omogeneo . Quest
omogeneità non consiste nè nell’ unità polverizzata, nè nel1 estensione
microscopica, ma nell’essenza composta secondo l’indole della figura. In
Geometria ciò viene confermato anche dalla proposizione sopra dimostrata, che
il principio della figura è la stessa figura. Ma la presente dimostrazione
essendo tratta dalla natura comune dei concetti sì geometrici che aritmetici,
ne viene che il principio suddetto dell o/?zogeneita e comune a tutta sorta di
calcolo. Allora cessa Fuso i/nmoderato dell estrazione delle radici: allora
vengono banditi gli infinitamente piccoli; allora non si parla più di
approssimazione ; allora non si tenta più di dividere la certezza come una
focaccia, e di trarne risultati mostruosi: allora sottentra uu’ altra specie di
calcolo analogo ai dettami della filosofìa e all’andamento della natura.
Conseguente ripugnanza c falsità positiva matematica dell’ algoritmo
infinitesimale. Io non pretendo per questo che si debbano abolire i metodi
attuali; ma solamente partiti che in certe parti si possa illuminarli di più, e
quindi riformarli ed unificarli. Questo può esser fatto soltanto usando del principio
dell omogeneità, il quale esige come condizione, che a parte rei nulla venga da
noi alterato nel concetto delle quantità impostate o derivate, e per pai te del
calcolatore la piena cognizione della posizione intiera della quautità e dei
rapporti logici di lei. Voi mi direte che si sono fatte molte scoperte. Ed io
vi rispondo domandandovi, se tutte siano solide; e quelle che sono solide,
nelle specie dei casi di cui parlo, non coincidano appunto, senza saperlo, col
principio dell’omogeneità. Niuua verità può fare i pugni con un’altra, nè la
verità matematica può venire in conflitto colla buona filosofia. Ora ditemi se
questa possa ammettere le denominazioni di calcolo infinitesimale, di
infinitamente piccoli o grandi, di quantità aggiunte o neglette, ed altre
simili. E quanto alla denominazione di calcolo infinitesimale, credete voi che
sia filosofica? Chi chiamasse la pittura arte delle ombre userebbe egli d’una
denominazione conveniente? Lo stesso è in Matematica coll’ attribuire ad un
calcolo il nome d’ infinitesimale. Il calcolare importa discernere e
paragonare. Ora sull’iufinito si può forse esercitare il discernimento? Dove
non si discerne regnano le tenebre per noi. Attribuire adunque il titolo et
infinitesimale ad un calcolo è lo stesso che denominarlo calcolo tenebro SO)
calcolo delle ombre. Questa denominazione impropria, la quale manifesta una
pretesa incompetente allo spirito umano, sembra derivare dal trascendentalismo
mal inteso, del quale ho già parlalo. Essa poi suppone che si possano oltrepassare
certi limiti che la buona filosofia dimostra insormontabili, e che vi possa
essere un’essenziale differenza fra il grande ed il piccolo . Sappiate, dice
l’inventore di questo calcolo, che i fondamenti della mia invenzione non sono
rigorosamente dimostrati, ma sono passabilmente veri (')• Tutti piegano la
fronte, malgrado le grida della Filosofia e del buon senso. Così pure il Leone,
nel tempo che pioveva, e nell’atto che i suoi cortigiani grondavano d’acqua,
avendo sostenuto che risplendeva il sole, i suoi cortigiani d’accordo
proclamarono che il sole gli avea bagnati. Ma, per mia fè, che cosa significa
questo passabilmente vero, fuorché un’asserzione non dimostrala? Ora
un’asserzione non dimostrata può forse servire di fondamento ad una teoria che esige
una rigorosa dimostrazione? La dimostrazione non ammette nè verità dubbie, nè
verità passabili; ma accoglie soltanto un vero pieno ed un vero dimostrato. Da
quando in qua la Matematica, che appellasi la scienza emi (i) Il calcolo
differenziale, basato sopra gli altri principii (cioè diversi da quelli del
Lagrange), forma una scienza separata dall'Algebra, giacché in essa non avviene
mai che quei principii s'inconlrino. Talvolta questi principii dimandano che si
accordi la sussistenza di cose le quali hanno in sè delle proprietà contrarie
affatto alla geometrica evidenza e ad ogni comune concetto; e questi sono gli
infinitesimi, che ora si prendono per nulli, ora per quantità di misura che si
confrontano con altre, e sopra le cui analogie ebbe a dire lo stesso Leibnizio,
Acta Eruclitorum, Lipsiae, ch’esse non sono vere, ma ioleranter verae.
Brunacci, Memoria premiata dall'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di
Padova,. Edizione di Bettoni. Padova nenie mente certa ed eminentemente
dimostratila deve ri posare su basi passabilmente vere? Questo é ancor nulla Se
taluno affermasse elio il quadrato di un cateto può essere uguale al quadrato
dell' ipotenusa, o che il calete stesso può essere uguale all* ipotenusa, uou
direbbe l'orso ima propó^iótte apertamente ed agiatamente falsa? \ oi lo coti
vincereste di falsità si colla dimostrazione della figura, e si col tagliare
una lamina ed uri cartone in modo ch’egli dovrebbe confessare la falsità
palmare delia sua proposizione. La verità della proposizione pitagorica è
assoluta ed uaiv ers al e, perocché in essa si prescinde dulia considerazióne
di qualunque divisione o proporzione particolare dei cateti o dei loro
quadratile però per fa sua vera nni versali tà può sostenere il confronto della
ebe dei Lcil>mziani. fi a sta aver delibalo i primi elementi ili Leoni etri
a per essere Intimamente convìnti di questa universalità* Ora se, contro V
uaivefsale verità ed evidènza del dogma pitagorico, io volessi contrapporre S
etmempimenti Loie r et n ter veri 5 coi quali Letbmlz stesso denominò i fondam
e u li del suo calcolo, cLe cosa si direbbe di ine? Dir si dovrebbe che i
pensamenti toleranter veri debbono cedere II passo agli avide nUr veri; e che
se i toleranter veri ripugnassero agli evidenter veri essi diverrebbero evidentemente
falsi, per ciò stesso ebe gli altri fosseroe^dentc mente veri. Ora dico,
sostengo e dimostro, che il concetto Lada monta le del calcolo di Lcibnitz
ripugna positiva mente al dogma suddetto pitagorico ; e però coacbiudo, essere
il pensamento Leibmziano evidentemente e ma te ma tic a mente falso. La prova
di questa ripago ansarisulta dalla dimostrazione posta appiedi di questi
Discorsi. Come mai mi ’ impostura come questa ha potuto trovar seguaci iti
tanti nomini d’ ingegno di Lutti I paesi d'Europa ? Come mai un fantasma, il
quale comparve sul Leatro matematico coperto non colle diviso della evidenza,
ma colle spoglie ingannevoli d'ena volgare fantasie, mori tata col
trascendentalismo e coi passi vacillanti del passabilmentetwo, potè illudere
cotanto da regnare stille menti dei matematici, e resistere agli assalti del
buon senso? Come mai anche oggidì egli esteuJe la sua dominazione, ed acquista
campioni al suo partilo? Forse sta scritto nei libri del fato che aoche il
mondo matematico debba talvolta essere colpito da uno spirito di vertigine come
il mondo civile? Vi avviereste voi forse di dire che il dogma pitagorico è
dogma geometrico e uou algo ritmico -i e che però noo può colpire la massima
del calcolo Inim ilesini ale, nel quale si fa uso di principi! algoritmici? In
questo caso $ Ai dimostrerei che il dogma pitagorico ò e mi ne me ni ente
algoritmico ed li ni camente algoritmico, e versa intieramente sullo scopo
unico d’ogni calcolo. E per verità il dogma pitagorico non determina egli il valore
dei quadrati dei cateti rispetto ai quadrato dell’ ipotenusa in tutti i casi
nei quali i quadrati dei cateti o siano eguali fra di loro, o possano differire
per qualunque quantità escogitabile? Ciò posto, domando io: la valutazione non
è essa lo scopo unico del calcolo? L’algoritmo non è forse il mezzo di questa
valutazione? La determinazione del piu^ del meno, eguale * sia delle quantità
impostate, sia delle derivanti o costanti o variabili 5 sia delle indicate, sia
delle differenziali, non costituisce forse la funzione, anzi 1’ essenza propria
dell’ algoritmo ? In esso si domanda forse di conoscere o quantità dubbie, o
quantità insussistenti, o quantità false; o non piuttosto quantità certe,
sussistenti e vere? Ora se la valutazione attribuita dall’algoritmo
passabilmente vero ripugna colla valutazione evidentemente certa del dogma
pitagorico, non si potrà sfuggire l’assurdo, perchè cade sullo stesso soggetto
e sull’ identica operazione. Invano pertanto si avrebbe ricorso alla
distinzione suddetta per sottrarre gl’ infinitesimi dall’anatema del buon
senso, e invano gli Ercoli del calcolo potrebbero accorrere per impedire la
caduta dell’edifizio poggiato sopra i medesimi. Mi direte che non sempre la
massima del calcolo Leibniziano esige l’impiego di questi infinitesimi, e però
che quel calcolo non resta sempre colpito dalla taccia dell’assurdo e della
frode. A ciò rispondo, che qui si cangia di quistione senza affievolire la mia
dimostrazione. Io ho parlato del modo praticato degl’ infinitesimi nel calcolo,
e non ho parlalo del calcolo eseguito senza di essi. Ora se mi parlale del
calcolo in cui essi non intervengono, voi non mi parlate più del calcolo
veramente iulìuitesimale, ma di un’altra cosa; e però la vostra difesa cade su
di un soggetto diverso. Allora il calcolo sublime altro non è che il calcolo
naturale elevato a regole più generali, e nulla più. 68. Principio preservativo
dagli errori e dalle frodi. Onde però togliere per sempre la sorgente primitiva
di questo e di altri simili delirii, è d’uopo avvertire che altro sono le
considerazioni del possibile fantastico « ed altro le considerazioni del
possibile esistente. Egli è metafisicamente possibile che esistano Pietro,
Paolo e Giovanni; ma allorché figurate Pietro esistente, egli è metafisicamente
impossibile eh’ esso sia nello stesso tempo Paolo e Giovanni. La esistenza
effettiva della persona di Pietro rende metafisicamente impossibile ch’egli sia
nello stesso tempo Paolo e Giovanni. Così dicasi delle quantità. Una grandezza
è metafisicamente suscettibile di vani gradi tr atimenlo o ijpcn> mento: aia
posto iti fatto qualunque aumento o decremento eseegtlabtJiì di lei. si esclude
per ciò stesso resistenza di fatto di qualunque altro aumento o decremento
meramente possibile, e por ciò s Lesso di quatuqqiEfi altra possibile
differenza, ragione, proporzione o rapporto logico poggiala a termini diversi.
Questa sentenza altro non e che cu a traduzione del principio stesso di
contraddizione. Posto questo dato, ce viene che quando in fallo voi figurate die
una quantità impostata riceva tei dato aumento o decremento qualunque
escogitabile, voi escludete perciò stesso qualunque altro auménto a decremento
maialisi cani ente possibile di i 'crso d?i quello elio voi figuraste,
qti&ud’ anche non sappiale 0 uou esprimiate d valore di questo pìk o di
questo meno. Allora il pih ti il Meno figuralo riesce necessaria mente parte
aliquota o non aliquota della quantità impostata. Potrà essere a voi
sconosciuto il valore rispettivo di questa parto. Ma la ragione vi dice sempre,
che siccome ossa noti può esistere e non esistere nello stesso tempo,, nè
essere ad un solo trailo identica e diversa; così (quanti* a nell e il di lei
valore non sia da voi conosciutoj, ciò) non ostante essa esclude la possibili
la della coesistenza di uno sfiato diverso da quello, sotto del quale realmente
esiste • Con ciò Inni gli altri stati mela fiate amen le escogitabili rimangono
sepolti ad caos dell idealismo, e non ha véramente luogo che quello stato solo,
sello il quale essa esiste. Indefinito dunque a parie rei non è nò può essere
questo sialo; e però) è logicamente assurdo il concetto di un influitoti
indefinitamente piccolo esistente* sia ideale* sia reale. Io sfido tutti i
matematici a sovvertire la verità di questa o* set' razione. Ma nello stesso
tempo domando loro se sia vero, o no. die col loro do: non lanciano intervenire
e coesìstere tutti gli stati metafisicamente possibili della piccolezza,
nellatlo che non è possibile fuorché la esistenza tT li o solo di èssi? se sia
vero, o no, die confondono il meta stato incognito col possibile stato
escogitabile di questo quantità, e cfuda questa confusione e da questo scambio
sorga la mostruosa progenie degl* infinitesimi e la Illusoria fabbrica del
calcolo relativo ? Perché io non conosco quanta sia faltezza dei monti della
luna, pollò io dunque supporla indefinita ? Voi mi parlate di grandi e di
piccoli come di oggetti del calcolo, Voi dunque distinguete un grande ed un
piccolo ad uso pratico W calcolo. Ma questo grande e questo piccolo vengono da
voi associti o tu senso unito o i u senso diviso [Grice: Don’t multiply them!]
. Sogli assumale in senso unito, e m a a sfésLo che dire e provar mi dovete in
che consista il grande^ e dove n ni* sca per dar principio al piccolo. Se poi
gli assumete in senso diviso, voi mi dovete dare un criterio certo e stabile
per distinguere il grande dal piccolo, perchè io possa iodi attribuire ad
ognuno il suo posto e la sua funzione. Senza di ciò io taglio un terzo di una
montagna ? e gli pongo il nome di infinitamente piccolo. Invano ricorrereste
alla puerilità volgare del granello d’areua di Wolfio ; perocché questo stesso
granello, o sotto al microscopio solare, o agli occhi d’un animale
microscopico, pare o una massa di un metro di diametro, o una montagna. Il globo
terracqueo è un punto rispetto all’universo. Queste norme nel regno
dell’evcogitabile non possono aver luogo, e però conviene determinare il
piccolo e il grande in via di rapporto logico assoluto. Ora dico essere
logicamente impossibile agl’ in fi n itesi malis ti lo stabilire
filosoficamente in che consista il grande e il piccolo per ciò stesso che gli
stabiliscono indefiniti, stantechè V indefinito non ha confini. Dunque per essi
è logicamente impossibile lo stabilire il fondamento primo esecutivo, ossia
pratico, del calcolo del V escogitabile. Dunque quand’anche egli non fosse
logicamente assurdo e matematicamente falso, egli sarebbe umanamente
impraticabile. Universalità «Duna stessa legge segreta che presiede al calcolo.
Lasciamo questi assurdi, e proseguiamo. Vi può esser forse un aspetto, sotto
del quale la massima del calcolo Leibniziano può essere accolta come vera: ma
questo aspetto non può essere presentito che internandosi nei più reconditi
misteri dell’algoritmo naturale, e non può essere annunziato colle forme
assurde degl’infinitesimi. Penetrando questi misteri si distingue il calcolo
coerente dal calcolo vero; perocché havvi una specie di calcolo, la bontà o
inutilità del quale non può essere scoperta e verificata se non si sale alla massima
sua fondamentale. Allora si esclude quello che non tiene conto della diversità
originale ed essenziale degli elementi, e che tratta gli enti matematici sul
letto, dirò così, di Procuste. Io non posso e non debbo entrare nell’esame di
queste massime, perchè dovrei dare un trattato di Aritmetica o di Geometria,
invece di osservazioni generali sul primitivo insegnamento delle Matematiche .
Quindi non è mio disegno d’impugnare veruna costruzione fondamentale dei
calcoli usitali dai matematici. Ma altro è la meccanica del calcolo, ed altri
sono i principii filosofici del medesimo; altro è la verità intrinseca
dell’operazione, ed altro è l 'espressione conveniente della medesima. Ciò che
ho annotato, parlando del calcolo sublime, versa soltanto sull’ abuso degl’
infiniti, e non percuote il merito intrinseco dello stesso, Su questo mento
aneli e noo conoscendolo * si può osservare ciò che deriva dai principi t d'ima
solida filosofia, e può interessare la prlmEtiva istruzione, la però, parlando
del calcolo sublime, dico che se la tnassitua di questo calcolo e giusta, essa
dev'essere stata traila da un fallo certo* ed essere conforme a leggi perpetue
già conosciute. Uno è il» getLo della scienza . e identiche sono le leggi dell*
umano intelletto. Le diverse specie di calcolo non sono che diversi artifici]
per roggiiiogetsi diversi concetti delle quantità; ma questi artifici! non sono
che medi diversi di queste leggi lo rida meu tali, Per vedere il sole e la luna
vi bastano gli occhi nudi: per vedere i satelliti di Giove c l anello di Salem
bastano i telescopi] ordiuarii: per vedere Urano, ed altri più lontani o più
minuti oggetti, occorre d telescopio di Jlerskclma per questo vengono forse
alterale le leggi della luce o quello dell’ Ottica? La massima dunque sulla quale
è fondato il calcolo sublime, deve derivare da un fatto certo . primitivo ^
costante, e dì una influenza generale. Questo latto, lungi dal contrastare
cogli altri, dovrà apparirci concordante. Dunque tutte le. specie possibili di
calcolo dovranno risentire la sua inOueiiza, e però adattarsi ai rapporti
ch’egli fa nascere. Dunque fino dai primo r sd 1 1 della scienza egli iu fluirà
sui nostri concetti anche senza che ce ue avvediamo, e determinerà i nostri
risultali dì ragione. Quando lo reggiamo alla scoperta, lo esprimiamo co’ suoi
lineamenti genuini; quando all’opposlo non facciamo che presentirlo, o no I
ravvisiamo che al favore di un languido barlume, uni gli prestiamo una forma
confusa 3 la rappresentiamo con divise non sue, e, quel ri/ é peggio, gli attribuiamo
funzioni Incompatibili colla di lui natura, lo potrei recare iu mezzo esempi i,
nei quali celebri matematici fanno eseguire all’ infinitamente piemia le
funzioni le più strane e k più assurde. Qua lo vedete far la funzione del mallo
del tarocco; là lo vedete far la figura ò* un. blietri; qua le funzioni dei
maghi di Faraone > f ioà cangia le curve in rette, e i segmenti In tangenti
; là fa la funzione di giocoliere, facendo sparire e comparire ciò che si vuole
; talché qualche gran maestro, invece di voler adattare i uoslri concetti
distinti a ciò che accade in natura, ha preteso clic la natura non possa
procedere che secondo questi concetti Lnv.I^ iJ di cui arco si assume come arco
di circolo. Ma a rigor geometrico è dimostrato che il quadra Lo sopra AI C è
uguale alla lista E P Q E Questa lista poi costituisce la differenza fra il
semiquadra lo A B F E ed d quadrilungo A B Q P . Brunitevi, Memoria schietta,
Aln i Leibniziani considerano questa corda come se non esistesse. Essi dunque
tolgono Li lista suddetta, e quindi annullano la relativa differenza. Dunque
essi 05» su mono il quadrilungo, che forma la parte, come eguale al
semiquaJrab, che 1 forma il tutto. Questo tutto c appunto compost# dal
quadrilungo e dalla lista suddetta. Qui domando se il porre una parte uguale al
tutto sia cosa che conceder si possa come passabilmente vera. Voi mi direte che
tutto questo si fa per giungere ad una valutazione tipprossima tiva, a fronte
d’linairis u pe ra h il e in comme n su ra bili tu. Pi ù cose si posiono
opporre qui. La prima si é, che non dovete porre avanti cose assurde per
coprire 1 impotenza vostra j ma dovete far la dichiarazione già sopra espressa
La seconda si tì, die lungi di aprirvi La dito alla co mmensu razione
rettilinea possibile, voi lo precludete* Lai esèmpio perpetuo per tutte le
gradazioni dell'area del quadrato lo vedremo nel Discorso VI. Parte 3» Ivi
faremo vedere che nei casi della rettilinea incommensurabilità tanto la
valutàz.icjnfl superficiale competente, quanto là conversione in forma
linearmente r[ tunica bile dipende assolutamente dalla fissazione della potenza
della minima corda circolare soppressa dai Leibnìziani, e dalla tassazione rie!
laro infinitamente pìécdì di primo o di secando grado* Fu pure dimostrato il
mudo di determinare questa potenza. Tutto ciò vien fatto procedendo in una
maniera precisamente contraria a quella che viene praticato dai Leibnizirmi,
Egli è vero che questa teoria non fu mostrala fuorché pei casi della graduale
diminuzione del quadrato) ma egli è vero del pari che può essere colle debite
aggiunte estesa: e sopra tutta é vero die con essa si escludono tutti i
processi impotenti ed assurdi inventati per superare io scoglio delia
incommensurabilità almeno relativo . Dico della relativa? perocché ogni sforzo
è inutile nell1 assoluta, la quale risulta dal curvilineo rispetto al
rettilineo. La valutazione è un processo che suppone identità ira le idee
paragonate. L3 omogeneità s posta come principio praLico di vahttaztonCj rende
indomabile qualunque essenziale c t erogene ita. fra gli Oggetti paragonali, La
regola che obbliga a paragonare quantità della stessa, spècie è di assoluta
necessità. Chi sara da tanto da volerla infrangere, e da pretendere ciò non
ostante di somministrare un calcolo di fatto dimostrativo? È ornai tempo di
abbandonare una ciarlataneria, colla quale, imitando I giocolieri eli
bussolotti > ^i vuoi far travedere i sempliciotti. Dell' unificazione
matematica sì logica che morale. 71, In quanti sensi si possa prendere la
parola u n ijìciizioìic* Presa come operazione di calcolo, che cosa significhi.
In due scusi si può prendere V unificazione fìiatanctticu* II primo come
operazione di calcolo $ il secondo conio ordinamento della scienza in uno.
Presa corno calcolo, tosto si distingue la coacérv azione dall’wn/ficazione 5
come si distingue un m« echio di pezzi dTuna macchina dalla loro co ni pagìna 1
1 ira. Altro è d i f fa Iti fo r m are a gg re gali, ed a Itr o è unì licare
altro ò numerare e sommare, ed altro è porre in rapporto una quantità. La prima
operazione, altro non considerando, non produce che una collezione* e ntm mai
un unità complessiva. Produrre quesPuniLà è opera appunto delF unificazione
Essa importa che non solamente le parti stiano insieme, ina clic vi stiano con
tali rapporti da produrre un co u cotto cosi unico ed indivìduo, come quello
che appartener può ad ogni parte presa singolarmente, Se si possà proseguire ad
unificare, come si prosegue ad enumerare. Considerando le cose in una vaga
possibilità, paro che Fu ubicazione ìioo abbia confini, e si possa seguitare od
unificare come si prosegue a numerare. Se qui distinguete la pura amplt azione
dall luiijìcazioìie, e \ unificazione primitiva dai perìodi soli della
medesima, non pare che in Ma Le ma t le o si possa a mine Ile re un inde Unita
unificazione di quantità nel senso di produrre uu' unità veramente complessiva,
nella quale si trovi varietà e continuità accoppiata ad un solo e individuo
concetto. Imperocché da una parte converrebbe che immensa fosse la comprensione
umana . e dall’ altra clic i rapporti cospiranti delle quantità fossero pare
indefiniti. Quando parlo dì comprensione * io intenda non la sola facoltà di
percepire c di combinare, ma quella di abbracciare simultanea cicute molle cose
distinte* La parola stessa con? prendere racchiude questo significato. Ora,
lungi che noi ci possiamo vantare di questa mi* mensa comprensione, ci dovremmo
anzi lagnare di una somma angustia. Quanto poi ai rapporti cospiranti della
quantità, vale la stessa ragione sotto un altro aspetto; perché questi rapporti
non sono che le idee re* Jative dei nostri stessi concetti della quantità, nate
dalle leggi fondamentali del nostro discernimento. Dico del discernimento 5
perocché i rapporti indiscernibili non possono formare materia di calcolo.
Questo discernimento è tutto relativo alla costituzione attuale del nostro
essere; come 1 attitudine d’uu cembalo a dar suoni distinti, e quelle tali loro
combinazioni e non altre, viene determinata dalla sua costruzione. Ora se m
questo stato di cose tutto divien finito, e conformato d’unadata maniera, ne
segue necessariamente che i concetti dell’ unificazione saranno non solo per sé
circoscritti, ma che non potranno eccedere un dato numero di variazioni. 73.
L'unificazione appartiene al senso integrale: da ciò nasce l’implicito. L
unificazione appartiene al senso integrale, del quale abbiamo parlato da
principio; e quindi essa è l’operazione la più originaria e la più naturale di
tutte. L’unificazione matematica dunque pare ridotta soltanto a collegare i
concetti del senso differenziale, e trovare i mezzi discernibili coi quali far
si può l’unificazione naturale. Ma il senso differenziale non può raggiungere
mai l’integrale. Dunque rimaner deve sempre un margine, dentro il quale eseguir
si deve l’unificazione matematica. Questo margine dovrà al nostro discernimento
apparire come una caligine, la quale limita il campo della luce intellettuale.
Anche questo margine, quando è finito, potrà servire al calcolo; ma ciò in
diversa maniera: imperocché avvi in Matematica un non so che, il quale riesce
principio e fine dei concetti successivi della quantità, e che dir non si può
essere egli stesso una data quantità. Egli non è nè lo spazio, nè il tempo, nè
1 estensione, nè l’unità metrica, nè il numero; ma egli è un reale senso
recondito, dal quale sorgono rapporti aritmetici e geometrici determinati. Egli
quindi nou è nè un infinitamente grande o piccolo immedesimato colla
sostanziale quantità intesa; ma è una cosa posta fioriti lei, e che fa sorgere
varii rapporti con lei. Egli è nello stesso tempo variante ed unificante;
continuo nella sua essenza, e discreto ne’suoi effetti; esteso ne suoi
progressi, e perentorio ne’suoi limili; diverso nelle sue forme, e identico
nella sua potenza; dilatato nel suo sviluppo, e comprensivo nel suo concetto:
egli è, per dirlo in breve. I’ indice ultimo della nostra attuale intelligenza
riguardante la quantità estesa. Usando una greca etimologia, io appello questa
specie di recondita potenza col nome di implicito posotico, dal nome greco
iro^òryjg 5 che corrisponde al latino QVANTITAS. L’esistenza di questo
implicito fu presentita da qualche profondo matematico, ma non fu qualificata;
perocché l’esistenza di una potenza occulta non può essere definita o
contraddistinta se non mediante i suoi effetti. Così distinguiamo la forza
motrice, la forza di coesione, ed altre simili a noi sconosciute, colle idee
degli effetti che producono, o che crediamo dover loro attribuire. Se questi
matematici avessero esplorati i fenomeni di fatto della quantità estesa, essi
avrebbero scoperti questi effetti, e in conseguenza avrebbero indicati i
caratteri proprii di questa potenza, e ne avrebbero espressa almeno l’essenza
nominale, nell’impotenza di assegnare la reale . Un solo di questi fenomeni fu
da essi oscuramente presentito; e questo consiste nel sostenere il carattere di
termine nascosto, o di punto di paragone algoritmico, senza che a lei
attribuire si possa il carattere positivo di quantità, quale viene comunemente
iuteso. L’esistenza di questo principio occulto non può essere scoperta per via
d’induzione, analizzando le quantità in sè stesse; ma apparisce soltanto
indirettamente come un fatto primitivo nello sviluppamento progressivo e
paragonato dei numeri naturali posti in un certo ordine. Ciò verrà fatto
palese, almeno in parte, allorché esibiremo l’alfabeto aritmetico e geometrico,
il quale, secondo il nostro parere, servir dovrà di primo fondo del primitivo
insegnamento delle Matematiche. Ivi ci verrà fatto di mostrare che in virtù di questo
implicito si fa nascere una vera quantità comparativa, simile alle altre
quantità differenziali, la quale nella prima volta è uguale alla quantità
esplicita impostata. Questa comparativa quantità non sorge dal paragone di due
quantità esplicite impostate, ma bensì dalla relazione immediata d’ una
quantità esplicita col luogo dell’implicito. Questo luogo non entra nè punto nè
poco come elemento sostanziale nel calcolo; e però non riceve nè aumento, nè
decremento, nè stato positivo alcuno proprio della quantità. Egli forma il
tuono, dirò così, decisivo del senso integrale. 74. Scambio irragionevole dell’
implicito, sia colla quantità impostata, sia col nulla assoluto. Lo scambiare
il concetto d e\Y implicito col noto concetto della quantità, o porre la quantità
sostanziale al posto dell’implicito, fa nascere tutte le oscurità, tutti gli
enigmi, tutti gli assurdi logici, de’ quali viene accusata la Matematica
sublime. Così lo attribuire ad un’imagme riflettuta da uno specchio i caratteri
materiali dell’oggetto presentato fa K j il 1 1 , nascere la falsa supposizione
che esistano due masse concrete, mentre che non ne esiste che una sola. \
iceversa il supporre che qualunque apparenza non possa nascere che dalla massa
medesima presentata direttamente alF occhio, esclude la potenza reale dello
specchio a provocare il paragone delle identità distinte. Lo stesso dicasi in
Matematica. Ivi è del pari erroneo Y attribuire all’implicito i caratteri della
quantità variabile conosciuta, ed il negare allo stesso qualunque virtù od
influenza sui nostri giudizii nel calcolo. Non si può dunque riguardare Y
implicito nè come uu residuo indeterminato della esplicita quantità, uè come un
nulla . ossia una negazione assoluta di essere o di potenza ; ma conviene
ammetterlo come una virtù occulta residente in noi, la quale per se influisce
in alcuni giudizii comparativi, nei quali non veggiamo il secondo termine del
paragone vestito dal concetto di reale e nota quantità. II fatto ci palesa
l’esistenza d’una causa occulta, che in dati luoghi fa sorgere una quantità di
paragone esplicito. Questo stesso fatto poi ci fa toccar con mauo che l’
implicito non ha alcun carattere riconosciuto proprio delle quantità
sostanziali ; talché egli non ci palesa altro che il suo luogo, e ci nasconde
la sua persona. À torto pertanto si è preteso di vestirlo colle divise della
quantità comunque escogitabile: ed a torto pur nuche si è preteso di
annientarlo, o di privarlo di qualunque virtù. Fra questi due estremi hanno fin
qui fluttuato i giudizii dei matematici, mentre pure che i fatti primitivi
dettano un concetto intermedio, il quale d altronde si concilia colla ragione e
colla esperienza del calcolo. Io mi riserbo di allegare questi fatti, dai quali
sorge questo concetto intermedio fra il discretivo esplicito ed il zero. II
discretivo esplicito nasce per via di addizione o di sottrazione, o anche di
segno apposto da noi fuori delle quantità impostate, che formano il corpo da
valutarsi. L’implicito per Io contrario sta nel fondo della nostra intelligenza,
ed opera anche senza che noi Io vogliamo e che noi ce ne avveggiamo. Egli è un
oracolo interiore, il quale, consultato da noi, pronuncia sempre risposte
fedeli e veraci, e ci avvisa della posizione nella quale ci troviamo nel mondo
geometrico ed aritmetico. Allorché passeggiamo tra le file di una serie
naturale di quadrali, egli ci avverte dove dobbiamo proseguire, dove
arrestarci, e dove rivolgere i nostri passi. Qua ci mostra la mela della
coincidenza e delFeguaglianza prodotta dallo sviluppamelo completo dell unità
complessiva naturale. Qui, egli ci dice, si compie il primo viaggio della
ragione algoritmica; qui si consuma la prima evoluzione dell’unità logica
complessiva; qui s’incomincia un altro pen°do staccalo, il quale non racchiude
più la pienezza del primo. L quando aravamo per viaggio, se volevamo arrestarci
a certe pause, nelle quali incontravamo due termini massimi concorrenti c un
terzo eoo eludente, latti e tre perfetta me ni e razionali, quest’oracolo ci
avvertiva che lo sviluppa mento logico non era ancor compiuto* perchè ci
mostrava mancare ancora V interiore naturale coincidenza, nella quale non sì
verificava la omogeneità unificante V algoritmo. Allorché poi in mezzo alle
file giungiamo alla fine del primo stadio integrale e differenziale, noi
vegliamo sorgere il mezzo assodante e conciliatore della prima parte
sviluppata, onde unirvi un’altra parte a formare un tutto massimo dì unifica
zio ce razionale geometrica ed aritmetica. ^ ih* Predominio naturale del senso
naturale implicito nella unificazione. Nella unificazione poi. della quale ci
occupiamo in questo Discorso, questa potenza p esotica interviene precipuamente
non tanto per collegare, quanto per limitare i confini della unificazione
medesima, c per la r sentirò eziandìo come si possa accoppiare Fidentità colla
diversità. L'impero del scuso integrale è Firn-puro della stessa natura. Dunque
vi avrà una unificazione naturale che si opererà in noi per una legge secreta*
la quale agirà anche all’ insaputa nostra. Onesta legge diffalti si fa sentire
cosi in tutti ì passi latti da! discernì me u Lo, che pare non potere Fin ielle
tto nostro riposare finche non abbia soddisfatto allo inchieste di lei. Questo
sentimento naturale, costante, invincibile, riesce tanto più forte, quanto è
più viva la nostra curiosità, e quanto più una fantastica analogia gli presta
un interesse estrinseco. Se voi percorrete la storia dello scibile, o delle
inslitimom che no derivarono, voi al lume dì questo fatto troverete la cagione
di tante dottrine, di tante allegorie, di tante pratiche, di tante usanze, ec,
ec. 1/ unificazione artificiale si può dunque considerare figlia della
naturale^ e come rappresentante piccoli abbozzi grossolani della naturale, o, a
dir meglio, come esprìmente alcuni simboli staccali della naturale. Ecco a die
si riduce il valore anche della unificazione matematica considerata come
operazione del calcolo. J 7£i, Ragione intellettuale che caratterizza
Firnificazione. Quest* ultima specie di unificazione non è legata nè alla forma
apparente del simbolo, nè all1 espressione accidentale numerica attribuita chi
principio da noi : ma appartiene in fieramente alla ragione intellettuale, che
risulta dai rapporti intrinseci ed essenziali fra le partì e il tutto. f j
96SLi che voi tentiate dì scoprire questi rapporti per dlscerncre il valore e
la connessione o la forza delle parli;, sia che voi stesso abbiale per iscopo
di comporre un tulio dotato di rigorosa india, voi dovrete sempre attenervi
alla ragione intelletto ale suddetta* Voi potrete dunque per comodo del vostro
discernimento allargai' e repressione,, ma non cangiti' re giammai i rapporti
della unificazione-. Se cangiaste questi rapporti, voi mutereste lutto 11
corpo, dirò cosi, de3F oggetto prima proposto. Iti questa posizione adunque di
cose col numerare non si uuificitj ma sì divide; e col. far frazioni realmente
non si divide, ma si moltiplica, Allorché dunque si tratta delFun die azione
non si deve badare nè alk forma nè alla espressione materiale, ma bensì al
rapporto che passa ha 1 una e 1 altra quantità. Quindi si può e molte volte si
deve tradurre una figura o una espressione numerica Iti un’altra! salva fessene
lo ridarne □lale dei termini da paragonarsi, ossia della ragione clic passa fra
Fune e 1 altro. Ciò si fa per porre in evidenza il rapporto medesimo, e Far
sortire il mezzo conciliatore, il quale indichi la ragione unificante, ossia il
rapporto coll unita complessiva. Questo artificio, che dir si potrebbe 1
istanza delia niente* forma appunto 31 merito dei buoni metodi. Trova* re.
queste istanze* mostrare quando è d’uopo le seconde e le terze, segnare le loro
traduzioni, fissare l'ultima più breve; ecco In che consiste 1 essenza e il
merito delle formolo matematiche* Dall unione dì queste forinole nasce uua
specie di topica nmlcmat tea, della quale si suole far uso nei casi occorrenti.
In tolte le operaio* ni che formano questo calcolò unificante, se annientate o
detraete sfiata toccare le ragioni fondamentali*, voi non aumentale e non
diminuite nulla : ma altro non late, che domandare il rapporto bramato. E
quando stabilite i medii5 voi realmente non fate entrare persone straniere; ma
sos lag zìa Ime irte non faLe che unire le due ragioni in una terza, e vi
senile poi di questa per legare gli estremi. 77. Dd mezzo logico dcìT unificazione*
Né la cosa, parlando filosofica mente, può procedere dive rsame ole. Ogni
ragione è un’idea per se unica, semplice, indivisibile: quiudi essa non si può
dividere per ritrovare qualche cosa di mezzo* Dunque questo mezzo apparente non
può essere die un composto di queste due: ragioni 5 ossia dclJespressione di
queste due ragioni per concorrere in compagnia a far nascere F unità. Questo
composto forma per sé stesso una cosa a sé. Esso fa nascere nuovi rapporti
cogli elementi suoi, e dal complesso di questi rapporti nasce F unità che
domandate. Dico l’unità} e HOT poh YtinOf vale a diro quella unìla complessiva,
la quale comunica tosi a tutto faggrcgaLo la sua natura individua, eh e non si
può cangiare fuorché distruggendo il concetto suo essenziale. Per ìa qual cosa
in ultima analisi quelli clic di co osi incommensurabili o irrazionali si
potrebbero considerare come prodotti di razionali ri dotti ad unita. Qui si
entra nello scabroso delle Malemaliche, il quale forse non riesce tale se non
perchè non furono premesse le cognizioni necessarie sì Rifatto che di ragione,
Ho sentito valenti matematici a distinguermi la quantità discreta dalla
continuai e lagnarsi della difficoltà di cogliere quest* ultima. Cerio,
semplicemente numerando, essa non si coglie. Io veglio dire, che usando dei
metodi ordinari! propri i della sola quantità veramente discreta, dove
sfuggirvi. Anzi dovrà avvenire talvolta, senza dio ve ne avvediate, che
Rincontriate in un nodo nel quale queste due specie di quantità sono venute ad
incontrarsi ed allora voi col metodo discretivo vi trovate in imbarazzo. Ma se
le cose fossero preparate a dovere, questi scontri non recherebbero sorpresa:
u, a dir meglio, se avvenissero, ciò accadrebbe senza sorpresa, e si saprebbe
come rimediarvi. q 78, Della continuità., e quindi della maturità. Degli
estremi e dei mediò Ma, prescindendo da questi arcani altissimi della
Matematica, io fa riflettere che le altre cose riguardanti V unificazione
matematica sì possono rendere intelligibili, ed anzi visibili, onde porre in
guardia gli apprendenti a non confondere la numerazione o f aggregazione colf
unifrazione. Ora che cosa viene praticato nelle nostre scuole? Ld dicano tutti
coloro che hanno fatto II loro corso con una sincera applicazione. Credete voi
forse di poter applicare il calcolo discretivo per indovinare le 1^1 della
natura, e quindi soccorrere le arti? Quanto sarebbe delusa questa aspettazione!
La natura, si suol dire, non va per salti, ma tutto procede per via d’ una
stretta gradazione, Da ciò fu dedotta la legge della continuità.; la quale
imperiosamente presiede a tutte le opere del mondo fisico e morale. Quella che
dicesi opportunità, maturità, si può dire essere il complesso dello condizioni
necessarie ad effettuare la legge della continuità* Quando questa legge nou sia
effettuata, io stato delle cose è puramente fattizio, e quindi o violento o
debole, e sempre non durevole. Ora ditemi, di grazia, quali cavalieri
concorrono nella continuità ? Quello della varietà accoppiata all1 unità. Ma la
varietà suppone dilleTonni. f . reuza fra le cose appellate varie. Dunque bevvi
non differenza che u [mè associare colf uniti, Limila complessa inchinile a
ppUDlo questi Lewisiti, Quest5 uni Li complessa si verifica Lauto n elle /òrme
apparenti, quanto nelle forze operanti Essa imporla il concorso degli estremi e
dei weda collegati per una specie di mutua transazione 3 nella quale le forme
vane e le disuguali iorze producono un solo ed individuo effetto. L’eccesso nou
è estremo anzi è tanto opposto alleeremo. quanto 3a tlisLruzioiie è opposta
alla conservazione, la discordia all’armoma, la vita alb morte. L’estremo
consiste in un tale stato, pel quale stando la ci i versici o la dis
uguaglianza rispettiva d?una cosa, essa può concorrere con altra a produrre io
stesso effetto, L5 eguaglianza perfetta tra le forze porla 1 equilibrio, i!
riposo, e quindi mancanza di viLa5 di varietà e di progres* so: la Smodata
sproporzione di queste forze porta oppressione, ed ancfj.c distruzione* Perche
dunque siavi vita, conservazione e progres.soje forze disuguali debbono stare
fra di loro in una data proporzione, Ss il maggior eflelio nasce dove havvi ÌJ
maggiore eccita meu Lo dello forze, questo maggiore eccitamento nou segue dove
sono le più grandiose forze, ma dove queste forze stanno fra di loro in un
rapporto che faccia succedere la reazione in conseguenza dell’ azione. Ma se
questo, rapporto non e quello della eguaglianza perfetta, se non è quello della
disuguaglianza smodala, resta dunque che sarà quello di uua disuguaglìaozà
dentro ceri! limiti. Il termine di proporzione di questa disuguaglianza
appellar si potrebbe termine temperante e conciliante, o termine moderai ore.
Questo termine moderatore riveste essenzialmente un concetto sen^ pliee^
univoco, e nel tempo stesso relativo . Ma è logicamente impossibile il ricavare
la nozione di questo termine dalla con side razicae isohte dei due estremi,
perchè eglino, considerati isolati, non offrono che itetmini di una scambievole
discordia. Dunque è assolutamente necessario di ripetere il concetto di questo
termine da una considerazione composta di questi estremi con qualche altro
cosa. Questa Èpa si de razione composta non si può fare che con una so^
posizione, ossia solamente con un dato stato. e non con altri; perocciii uu pili
od no meno, sìa nelle formo, sia celle forze, non produce pii l efletto inteso.
Dunque la possibilità di produrre questo effetto dipende da urna posizione
unica di tutto il complesso. Dunque essa appone cosi esclusivamente aìV unità
variata, continua e vitale, die eoe c possibile alla mente umana ili ripeterne
il eoucetLo fuori clic dalla meda si ma. Dunque sarà impossibile col calcolo di
enumerazione, di sovrapposizione, di aggregazione, di ampliazione, di
sottrazione dei singolari estremi di stabilire il termine moderatore e
vivificante, dirò così, di questa unità. Voi potrete bensì esaminare le parti
di lei come si fa nell’Anatomia e nella Chimica ; ma il principio della
organizzazione e della vita non si raggiugne. 79. Unità, varietà e continuità
delle cose naturali. Insufficienza relativa del calcolo oggidì usitato. Tutte
queste considerazioni nascono dalla natura stessa del soggetto. Ora venendo al
positivo: se esaminate la natura e l’arte, voi troverete che la vita, la forza,
l’ armonia, la bellezza composta derivano appunto da una serie di transazioni
fra due o più estremi accoppiati in un sol tutto, e che però involgono
l’esistenza dei termini ora esposti. Ciò posto, io domando se col solo calcolo
discretivo proprio delle cose isolate si possa determinare questa unità. Il
calcolo comune alle cose isolate è insufficiente per ciò stesso che è comune.
La qualità di comune toglie appunto quel che è necessario sia per iscoprire,
sia per formare l’unificazione: o almeno prescinde, sia dai rapporti, sia dalle
regole speciali richieste dall’unificazione. Esaminando diffatti l’indole di
lui, si trova che non tien conto di questi rapporti e delle regole conseguenti,
come palmarmente io potrei dimostrare esponendo la massima di questo calcolo.
Dunque ne viene la necessaria conseguenza, esser egli insufficiente tanto per
esprimere, quanto per imitare l’unificazione e continuità delle cose naturali.
Dunque col solo calcolo discretivo la Matematica non potrà certamente servir
d’interprete della natura, uè cogliere quegli oracoli che nello stato nostro
presente essa ci può rivelare. Pochi e simbolici sono questi oracoli iu
paragone di quelli che ad intelligenze superiori potrebbero essere comunicati.
Ma se tralasciamo d’impetrar dalla natura quelle risposte eli’essa ci darebbe,
la colpa è nostra, e però la maggiore ignoranza è solamente imputabile a noi.
Gl’antichissimi coltivatori della scienza, con assai minori sussidii di noi,
erano più solleciti a stabilire e ad insegnare una Matematica opportuna a
questo intento; e quindi distinguendo, come i Pitagorici, l’unità dalr z/zzo,
s’occupavano a rintracciare l’unità e a mostrare i mezzi di ritrovarla. Nè qui
obbiettar mi potreste, che se queste cose sono vere in un’astratta Metafisica,
o se sono buone per vaghe considerazioni morali, non valgono per la Matematica,
nella quale si tratta di un finito certo, su cui far riposare l’intelletto;
imperocché con questo obbietto fareste fare alla Matematica un divorzio
perpetuo dalle cose del mondo, per non costituirne che un oggetto di sterile
curiosità. Allora non vi sarebbe male che la professione di questa scienza
fosse ridotta ad una specie di monopolio esclusivo a’ suoi coltivatori. Ma se
da una parte è vero chela 3Iatematica servir deve a spiegare le opere della
natura ; se essa venir deve in ajuto della potenza umana: e se dall’altra parte
è pur vero che 1 unità complessiva forma il punto massimo del vero stalo delle
cose; sarà pur vero che la ricerca di questo punto dovrà formare uu oggetto
massimo delle Matematiche. 80. Spirito filosofico del calcolo di unificazione.
Io prescindo dalla questione, se il calcolo dell’ unificazione sia
implicitamente o esplicitamente compreso in qualcheduno dei rami del calcolo
oggidì praticato. Dirò solamente, che in linea di fatto egli non parte dalla
supposizione, che il punto indivisibile generi la linea, che la linea generi la
superficie, e la superficie il solido: che egli nemmeno pone verun
infinitamente piccolo senza forma e senza virtù, il quale si possa maneggiare o
espellere a piacere del calcolatore : ma che rispetta i i apporti della
quantità, e li tratta ognuno secondo il suo merito uatulale. Dirò inoltre, che
in linea di risultato egli non pretende che in tutte le posizioni debba
risultare l’espressione della perfetta eguaglianza nei prodotti degli estremi e
dei medii, perchè sa che l’unità complessa abbraccia tanto i razionali quanto
gl’ irrazionali; e sa pure che fra grandezze essenzialmente diverse, poste in
una maniera non conforme alla loro vera natura, il pretendere F espressione
della perfetta eguaglianza, come fra grandezze della stessa natura, è un
assurdo logico. Dirò finalmente, che altro é il paragone di puro fatto
dell’eguaglianza e della disuguaglianza individuale delle parti, o dei
coefficienti dell’unità complessa, ed altro è la loro convenienza in uno, ossia
la loro attitudine a costituire 1 unità complessa, nella quale concorrono i
requisiti dell unità, della varietà e della continuità. Certamente essere vi
dovrà un criterio pei distinguere quest attitudine; e questo criterio dovrà in
prima emergere dalle leggi conosciute e certe del calcolo praticato: e però
esige, come prima condizione, che mediante il calcolo praticato si faccia
sorgere il testimonio assicurante della verità del calcolo di unificazione. Ma,
ottenuta questa testimonianza, non ne viene la necessaria conseguenza che il
calcolo di unificazione, nel quale solamente si tratta della convenienza in
uno? debba essere nella sua ultima espressione perfettamente identico al
calcolo discretivo o infimo o sublime praticalo. Anzi il pretendere quest’
assoluta identità sarebbe un pretendere cosa ripugnante alla ragione, perchè
sarebbe un pretendere che ciò che è essenzialmente diverso diventi identico.
Per la qual cosa deve avvenire che, trattando gli enti di diversa natura nella
maniera univoca e nella forma perfettamente uguale, propria degli enti della
stessa natura, dovrà nella prova degli estremi e dei mezzi sortire la
differenza nominale del piu e meno uno; per la ragioue stessa che fra enti
della stessa natura sorte l’espressione zero, ossia il segno della perfetta
eguaglianza. Io ho appellata nominale questa differenza; imperocché analizzando
profondamente la quantità estesa, e facendo uso di rigorose dimostrazioni
geometriche ed aritmetiche, si trova infine che la quantità estesa si può
figurare a guisa di un zodiaco, il quale abbia due limiti, ed una linea di
divisione nel suo mezzo. Nel valutare questi limiti si verifica per necessità
il piu e meno uno nel prodotto degli estremi e dei medii tutte le volte che ambi
gli estremi non sono quadrati aritmetici perfetti. Il piu uno, quando emerge
dalla moltiplicazione dei medii, può essere ridotto alla equazione zero^
trasportando quest’ uno ad uno dei medii medesimi. Quando poi il piu uno sorge
dalla moltiplicazione dei due estremi, non si può fare questo trasporto. In
questo stalo di cose, trattandosi di stabilire valori superficiali, si debbono
adoperare solamente elementi superficiali. Estrinseca riesce dunque la potenza
quadrata dei contorni. Nella unificazione, in cui si tratta non di distruggere,
ma di conservare la quantità estesa sostanziale, quest’avvertenza è
assolutamente necessaria. Dall’altra parte poi viene soddisfatto ad un gran
principio filosofico, qual è quello che l’unità dell’esteso non viene mai da’
nostri calcoli esaurita, ma più o meno limitata; talché rimane sempre un fondo
inesausto di qualunque specie di unificazione si fìsica che intellettuale. Per
la qual cosa soggiungerò, che il calcolo dell’unificazione si deve riguardare
come il calcolo eminentemente naturale, non solamente perchè egli è il solo
acconcio per avvicinarci un po’ più alla cognizione delle leggi che reggono la
natura esteriore, ma eziandio perchè indica, dirò così, i limiti ultimi
dell’alleanza fra il nostro senso integrale e il differenziale, e ne esprime il
simbolo il più chiaro possibile. Dico i limiti, e non la linea; perocché le
produzioni integrali non furono, non sono e non saranno mai suscettibili d una
espressione sola, assoluta e perpetua. Ciò apparisce specialmente quando i così
detti irrazionali o incommensurabili concorrono nella unificazione. Allora si
presenta, dirò così, un emblema di tutto l’uomo interiore. 11 cuore umano vuole
spaziare in no indefinito Ubero, e J intelletto ama di riposare sopra un finito
certa Casi il senso integre non vuole assoggettarsi ad espressioni uni? oche,
fil diffcrénziale non sa usare che espressioni finite. Àia nella varietà stessa
dell espressione sta, dirò cosi,, la vera sapienza ^ a facon dita del calcolo.
Imperocché lungi die questa varietà restringa a scienza, essa per lo contrarlo
? amplifica e raccomoda ai rapporti oc* djc sosteniamo colla natura. Imperocché
in ogni posizione 'voi avete la conveniente espressione nata dai rapporti
intrinseci delle quantità poste a paragone; per cui sorgono altri enti, dei
quali vi potrete prevalere uelfe composizioni non solo della mente, ma eziandio
della mano: carne, per esempio, nelle architettoniche e nelle meccaniche.
Conseguenze pel metodo delT insegnameli lo primitivo. ha perfetta cognizione
dei fondamenti e dello léggi da questo calcolo drAta anche le leggi del buon
metodo particolare dell’ insegnamento. Culi essa si stabiliscono aulicipatàmeu
Le gii oggetti da Osservare, c se traccia la via che gli apprendenti debbono
percorrere. Nulla havvi desolato sphcialmente nelle Matematiche, nelle quali la
Geometria e l'A ri Implica gènerale formano tutto il corpo della scienza. Tutte
le parti di questo corpo, come ognun sa, sono subordinale le noe alle altre: e
però ciò clic vieu dettato da principio, serve sino alla fine. Ma se ciò che si
pone al principio è insufficiente per quel che segue, come riuscir potrà T
istruzione ? Se . parlando in particolare ddi unificazione, gli apprendenti non
possono ancora conoscere le leggi uerali, e i arne applicazioni iu guisa di
problemi, si può, anzi si deve ciò non ostante esercitarli sopra esèmpi!
particolari proporzionali alla loro capacità. Dunque converrà che i meLodi d’
istruzione siano rivolti a questo punto, come a compimento della scienza.
Dunque difettosi saranno quei metodi, uri quali questo soggetto non sia
diligentemente tiàltato. Che cosa direste d un Corso distruzione
architettonica, nel quale s insegnasse come vada formala una porta, una
finestra od un pilastro ec., e si tralasciasse di parlare della solidità,
comodità ed armonia del tutto..? Tal'è h istruzione matematica, se òmmette di
proporsi come Eoe vm~ simo lo studio dell1 unità complessiva e della
continuità. La scienza allora è fermata a mezza strada, e, quel cld è peggio, è
interrotta colla ignoranza dello scopo il più importante al quale doveva essere
diretta* I dati per cogliere quest/ tufi frazione si presenteranno natura
Innate mediante uno studio posato, graduale e bea simboleggialo degli coli
geometrici ed aritmetici. Per la qual cosa non avrete bisogno di andare a caso
o di instituire penose disquisizioni, perchè la natura stessa vi guiderà per
mano, e sembrerà dirvi : Mirate, esaminate $ là troverete quel che ricercate.
Se il modello dell’ unificazione fosse una invenzione artificiale, egli non
avrebbe nè Timportanza uè l’influenza estesa, della quale è dotato. Egli
nemmeno inspirerebbe quella fiducia, nè si concilierebbe quell’adesione che è
propria del linguaggio della natura. Ma questo modello non è punto artificiale,
e da sè stesso si mostra a chiunque sinceramente ed energicamente voglia
ravvisarlo. Energica, sincera e insieme temperata deve essere questa volontà:
perocché non dee volere spaziare in problemi indeterminali, i quali sembrano
lusingare la nostra piccola capacità, ma seguire docilmente i suggerimenti che
lo studio naturale va comunicando. Io non pretendo con questo che noi dobbiamo
ripudiare l’eredità dei nostri maggiori ; ma anzi pretendo che dobbiamo darle
un valore che senza questo studio essa non può acquistare. Le cognizioni
didatti che abbiamo trovano il loro posto, si collegano e si rassodano con
questo studio. Quando la scienza tocca il suo apice, tutte le vere opinioni si
conciliano, e le erronee stesse si spogliano di quella larva o di quei
mancamenti che le viziavano. Quel poco di vero che contenevano apparisce sotto
il suo genuino aspetto, e concorre ad accrescere il tesoro delie utili verità.
82. Obbiezione contro la possibilità del calcolo di unificazione. Io sono
convinto, mi potrà dire taluno, della immensa utilità che apportar potrebbe
alla scienza delle cose naturali ed alle arti la teoria matematica
deH’unificazioue. Ma è forse cosa che ridur si possa ad effetto certo, stabile,
solido ed universale? Da punctum ubi consistami caelum terramque movebo^ diceva
Archimede: ma siccome il trovare questo luogo, che servisse di punto
d’appoggio, era cosa impossibile ad un mortale abitatore della terra: così
l’opera di muover cielo e terra rendevasi impossibile. Altro è la
considerazione speculativa di un fine, ed altio e la possibilità del
conseguimento del medesimo. Questa possibilità risulta soltanto dalla
considerazione delle forze e dei mezzi che stanno in nostro potere. Non basta
dunque presentare l’idea della unificazione, e farne presentire i rnaravigliosi
effetti che ne risulterebbero; ma fa d’uopo eziandio mostrarne a noi la
possibile esecuzione. Voi prima mi dite che col puro calcolo discretivo,
usitato dai matematici, non è possibile di effettuarla. Dunque bisogna
inventare un’altra specie di calcolo, che appellar dovrebbesi calcolo
sinottico. Ora di questa specie di calcolo quale nJua ne alziamo noi? Nessuno,
e poi nessuna* Due specie dì unifiéteione es^Ler possono, come voi avete
annotalo sul principio. La prima risulta dal complesso sìa naturale sia artificiale,
di più oggetti dolati di qW luà, atteggiati in. modo da formare un' individua
unità, La seconda risii Ita dal collegaménto e dalla cospirazione delle vario
parti, ossia dei vani metodi particolari (Marie matematica, in modo da formare
un alLcro sistematico ed individuo di operazioni ragionate. Con ciò silW ^eie
oli lutto composto non solamente di funzioni e di parti contigue i ma di
funzioni e di parli coprenti per logiche affinità, e cospiranti Lutti! olto
stesso in lento. La prima specie di unificazione riguarda gli 'oggetti della
nostra Contemplazione, ì quali per noi altro non sono clic ifiiùgini dello
stato o reale o ipotetico delle cose o dei simboli ne1 quali ravvt&iamo ^
omta complessiva summenlovata. La seconda specie riguarda 1 àppo* razioni della
nostra atiìeiUt. rivolta ad ottenere lo scopo propostoci)!! quindi abbraccia il
complesso dello funzioni valevoli ad ottenere rpieslp intento. Lio vien fatto
col magistero dell arte, il quale appunto merita un tal nome, perchè ordina e
dirige Jri nostra potenza in una guisa prò conosciuta efficace ad ottenere ciò
chebramiamo. Per brevità damjue chiamar potremo la prima specied’u nifi nazione
col nome di unìficmhM sostanziale i la seconda col nome di unificazione
magistrale. Ora parlando della possibilità della unificazione sostanziale*
osservo cne in essa non si potrebbe far uso del metodo conosciuto dei lì filiti
a degli indeterminatiperchè questo metodo non ha un punto fisso a m arrestarsi,
mentre clic voi volete dati me dii e dati estremi, e perciò stesso arrestate ad
un dato seguo il corso della limitazione. La limitazione, isolata per sé
stessa, non conosce altri confini, che quelli ileJlWogitabik. Negli estremi per
Io contrario Lavvi sempre un dato numeratore ed un dito denominatore n cos Lauti
o variabili. Nel me dii poi esiste mi rapporto determinato di ragione. Ma per
ciò stesso che si parla di numeratori e di denominatori, e di rapporti
determinati, si esclude l'indefinito^ c si costituisce il definito ; e, quel
eh7 è piu, se lo atteggia ad ogni caso concreto . nel quale si tratta di
raffigurare un tutto avente unità, varietà e continuità. Ora vi domando come
ciò sia fattibile in Geometria, a. fronte del fatto notissimo, certo* costante
ed universale, lì quale ci manifesta clic il commensurabile sì alterna
perpetuamente col Li n commensura bile, o si mescola In varie guise nei
composti geometrici? Come ciò sarà fattibile in Aritmetica, a fronte dell'altro
fatto egualmente noto delL impossibili ti di estrarre da Lutti I numeri
inlenuedii ai quadrati numerici le vere radici? Non è egli manifesto die sì in
Geometria che in Aritmetica converrà almeno necessariamente ricorrere all’
approssimazione^ la quale involge nel suo supposto la posizione d’un indefinito
dal canto della quantità figurata 5 e di un processo indefinito di diminuzione
della mente del calcolatore? Figuratevi pure limiti determinati., fra i quali
poniate queste indefinite quantità. Esse saranno sempre un indefinito, cioè una
quantità non assoggettabile a porzioni aliquote comparate » e quindi realmente
incommensurabile 5 e non riducibile a valor determinato. Ma toslochè manca il
valore domandato, non restiamo forse defraudati del nostro intento? 11 calcolo
allora non divien forse nullo? Qual è E oggetto proprio del calcolo, fuorché il
conseguimento di questo valore^ fatto con mezzi aritmetici e geometrici? Sia
pur vero che voi distinguiate la coincidenza metrica dalla convenienza in uno:
sarà sempre vero che voi dovrete determinare se le parti della vostra
unificazione abbiano E attitudine di convenire in uno, e che dovrete
accertarvene in una guisa irrefragabile. Ora in fatto di quantità ciò importa
uri estimazione* una valutazione, e quindi una misurazione sì geometrica che
aritmetica. Ora l’ indefinito, E incommensurabile, il mancante di radici
razionali contrappone sempre un ostacolo insormontabile. Dunque anche nella
convenienza in uno, nella quale si voglia dimostrare il concorso della unità,
della varietà e della continuità, sorge quesE ostacolo. Egli in sostanza forma
la pietra dello scandalo d’ ogni calcolo sì generico che specifico, sì
primitivo che secondario, sì infimo che sublime. Ora, a fronte di tutto questo,
non dovrò io forse temere che E unificazione sostanziale da voi concepita non
rimanga che un puro desiderio? Veniamo all’ unificazione magistrale. Egli è di
fatto che le diverse specie di calcolo conosciute fin qui non ci presentano
quel magistero connesso, continuo, unico e soddisfacente, cui dalla semplicità,
unità e coerenza delle Matematiche aspettar ci dovremmo. L’Àlgebra, per
esempio, delle quantità finite, che occupa il luogo di mezzo fra l’Àritmelica
comune e il Calcolo sublime, uè soddisfa intieramente alla scienza, nè serve a
tutte le mire del Calcolo sublime. Che l’Algebra non soddisfi intieramente alla
Geometria è un fatto notorio ai nostri padri, e ne troviamo la confessione
negli scritti di molti matematici. Che poi non serva a tutte le mire del
Calcolo sublime, questo è pure quanto viene preteso da alcuni celebri
matematici moderni. Tutti poi riconoscono una differenza fra il magistero
dell’Algebra suddetta e quello del Calcolo sublime. L’Algebra dunque, posta fra
EAritmelica comune ed il Calcolo sublime, apparisce come u n tronco staccalo
dalle sue radici c da' suoi rami superiori, mentre pure die il magistero dì lei
dovrebbe risultare coerente ed tui dicalo così da fermare uu tutto Individuo 3
compaginato e contiene, mediante il quale Fumana ragione potesse salire,
scendere ed aggirarsi per ogni dove, colla scoria delle stesse massime di
ragione, c con modificazioni soltanto di un magistero unico ed universale. Lgli
è vero che il calcolo per la sua data è la più antica delle arti razionali 5 cd
ha esistito e prima e senza della scrittura : egli è vero ciac per la sua
materia offre concetti più semplici di qualunque altra parte delle umane
speculazioni: ma egli è vero del pari, eli’ egli oggidì um ù assoggettato ad uu
magistero unico e contìnuo. Ora, senza di questo magistero, come sarà egli
possìbile a qualunque mente umana o di costruire o di raggiungere mediante il
calcolo Vunijlcaztone reale o ideale'/ Egli sarebbe lo stesso che voler salire
alla cima di un muro o senza scale, u con addentella LÌ posti tratto tratto ad
una distanza che non possa essere raggiunta dalla mano dell'uomo. Nelle cose
clic eseguir si debbono*, non por un cieco empirismo, ma in conseguenza di
princìpi! ragionatala potenza umana è Lai mente subordinata alla scienza, eh
egli è impossibile (H efieLLuare colla mano ciò che la mente non dimostrò prima
praticabile, e se non dopo che la ragione espressamente insegnò la maniera onde
operare. Ciò posto, se man elimino della unificazione magistrale $ come comjùe
re si potrà la sostanziale? Due ostacoli pertanto si oppongono alla
unificazione da voi concepila. Il primo sorge dagli oggetti i quali voi volete
sottoporre, o nei qual) ten tate di scoprire Firnificazione, e le leggi dalle
quali essa risulta» Il secondo sorge dagli strumenti o dai mezzi che oggidì
possediamo p^r gere a questo intentosia che si tenti di ottenerlo in via di
costrti^ont sia che si te n li di ravvisarlo in vìa di semplice scoperta, il
primo ostacolo risulta dalla incoììimensiirabiliia degli elementi che concorrer
debbono a formare un solo tutto dotato di unità, varietà e continuità. H seco a
do ostacolo risulta dall* Insufficienza riconosciuta dell’algoritmo algebrico,
il quale se dentro cerLi limiti è riconosciuto sicuro, riesce impotente a
raggiungere e a determinare le quantità tutte che concorrono nell7 imitazione.
Gonlro questi due ostacoli si è fino al di d'oggi lottato invano. Quei sommi
uomini, i quali hanno tentato di abbatterli, rassomiglia no a 4UW Uniti
orgogliosi che vanno ad infrangersi a’ piedi d’ uno scoglio solida ed enorme.
£3* A quali condizioni soddisfar debba la soluzione de IR obbiezione proposta.
Grave, lo confesso, è r obbiezione espressa iti questo discorso; e lauto più
grave per me, quanto più mi senio mancante della forza di quei gemi», i quali,
si sono studiali di vìncere gli ostacoli ora accennali* lo quindi non farei
altre parole sulla possibilità del calcolo di unificazione, se non sentissi
quanto ella sia decisiva per fissa re le vere condizioni del perfetto
insegnamento primitivo delle Matematiche. Pare che P insegnamento per sè stesso
possa essere fatto bene», sia efie la sciènza sia perfetta., sia disella sia
imperfetta. Insegnar bene quello clf è stato scoperto. pare che soddisfi allo
scopo di ogni insegnamento. Ma più addentro investigando lo cose, io trovo che
colla scienza imperfetta non si possono stabilire che metodi imperfètti e puramente
precarii, c mai il metodo perfetto c durevole della data disciplina. La bontà
d; un metodo d' insegnamento. clje prescinde dalla perfezione intrinseca della
scienza o d tirarle, non ò che bontà puramente relativa, e non assoluta;
estrinseca, e non intrinseca. Un precettore potrà porre ordine, chiarezza e
allettamento; ma se egli non conosce pienamente i caratteri, ìc partì, i
principili e i nessi della cosa insegnata, sarà mai possibile che il suo metodo
soddisfaccia allo scopo logico delF insegnamento? .11 metodo che io richieggo
si è quello che riguarda la dottrina quale può e deve essere / perocché da
questo stato bolo ili lei si possono determinare le condizioni di ragione dei
linoni metodi. Non esistono due intelligenze in noi, nè due mondi fuori di noi;
e però non esistendo che un solo fatto ed un solo vero ed una sola mente, e non
essendo possibile che questo vero sia inteso e sìa bene esposto, se tutto
martino non è compreso, ne viene di necessità che il perfetto metodo dT
insegnamento è inseparabile dalla perfetta cognizione dulia cosa da insegnarsi*
Ecco il perchè io mi sono avvisato di parlare del V unificazione * la quale
forma il fuoco centrale di tutta la scienza dello Matematiche. Io non ho
dissimulalo nè a me stesso nè ad altri la difficoltà somma di questo argomento,
come ognun vede dui discorso lo via di obbiezione ora presentato; ma nello
sLesso tempo pormi dì aver fatto se n Lire olia la riuscita del buon metodo, in
quanto riguarda il merito intrinseco della scienza, dipende unicamente dalla
cognizione delle leggi di questa unificazione. Altro dunque non ci rimane, che
il vedere se la difficoltà opposta si possa superare* I due ostacoli sopra
mentovati csisLouo pur troppo; ma sono essi forse insuperabili? Se le
discipline matematiche fossero stale nella nostra età preordinate al lume d’una
risplendente ed esatta filosofia; se tutti i recessi ei movimenti non meramente
possibili, ma indicati, della mente nostra nel valutare la quantità estesa,
fossero stati diligentemente esplorati e riferiti; se i lineamenti tulli dei
nostri concetti fossero stati abilmente disceverati e compiutamente
tratteggiati; io confesso che dovrei riguardare come disperata 1’ impresa di
sciogliere l’opposta difficoltà. Ma egli è più che notorio che oggidì il paese
delle Matematiche si può riguardare come una terra non esplorata ancora dalla
razionale filosofia, benché dalle officine di questa terra ci siano pervenuti
tanti lavori sorprendenti per l’improba fatica che dovettero costare. Le
pochissime cose detteci da un Condillac, da un Mejran di Berlino e da un Limmer
ec. 5 il silenzio assoluto conservato dagli inventori dei calcoli superiori, e
la stitichezza straordinaria degli espositori nella parte che precipuamente
abbisognava di luce 5 ci lasciano ancora in un bujo, dal quale almeno non
risulta la prova dell’ assoluta impossibilità di sciogliere la difficoltà
proposta.Una lusinga pertanto ancor ci rimane, la quale se non possiamo elevare
al grado della speranza, non ci getta almeno nella desolante certezza dell’inutilità
di qualunque umano tentativo. Lodevole dunque sarà almeno il tentare; e se
l’esito non corrisponde al desiderio, si potrà almeno finir col detto: in
magnis voluisse sat est. Io non credo potersi affronlare addirittura la
difficoltà, ma doversi prima preparare la strada per giungere alla soluzione
della medesima. Così adoperando, la scienza vi guadagnerà sempre, quand’anche
la soluzione non riuscisse. Cogli inutili tentativi di ritrovare il mezzo di
convertire i metalli in oro, e di fabbricare Yelixir vitae, fu arricchita la
farmacia di utili ritrovati. La soluzione della proposta difficoltà
necessariamente importa di entrare a trattar di proposito di tutto il magistero
del calcolo matematico, in mira specialmente di assoggettare a valutazione
quelle persone geometriche, le quali ci si presentano sotto un aspetto
incommensurabile. Per questa sola qualità esse somministrano al nostio
discernimento un margine deserto, oltre il quale incontrando ancora il
commensurabile, nasce in noi l’idea di un passaggio, nel quale non sentendo una
distinta vibrazione numerica, siamo portali a qualificare questo tratto
intermedio come indefinito. L’ostacolo di questo indefinito si affaccia fino
dai primordii dello studio delle Matematiche, e quindi deve esser tolto di mezzo
fiuo primo periodo di questo studio. Ma in questo primo periodo non può aver
luogo che quel calcolo che denominammo iniziatico. Dunque col calcolo
iniziallyo si deve superare l’ostacolo dell’ intervallo indefinito fra i veri
commensurabili esplorali nel primitivo insegnamento. Questo intervallo altro in
sostanza non è, nè può essere, che un prodotto della fondamentale e nascosta
unità intesa, che si fa divenire misuralrice di sè stessa. Ma in questa
funzione la mente nostra è necessariamente soggetta alle leggi naturali e
recondite dei concetti differenziali ed integrali, discreti e contiuui, variati
ed uniformi, segregati e uniti, progressivi e periodici, ec. ec. La maniera di
superare quest’ostacolo deve soddisfare alle condizioni fondamentali fissate nella
nostra Introduzione* e però dovrà soddisfare tanto al V indole propria della
materia da insegnarsi, quanto al bisogno mentale degli apprendenti. Ma nello
stato attuale del magistero matematico troviamo noi forse la maniera di
superare col calcolo iniziativo il tenebroso intervallo dall’uno all’altro
commensurabile? Non solamente non lo troviamo nel calcolo iniziativo, ma
nemmeno nel sublime. Resta dunque die per ottenere l’intento dell’ottimo
insegnamento primitivo si dovrà perfezionare il calcolo iniziatico in modo da
superare la difficoltà dei così detti incommensurabili, che si presentano entro
la sfera del primo periodo della scienza. Dunque entro questi soli confini si
dovranno limitare le ricerche onde ottenere il calcolo primitivo di unificazione,
contro la cui assoluta possibilità versa 1’ obbietto proposto. Ognuno prevede
che con questo perfezionamento noi innestiamo il calcolo algebrico sull’
iniziativo, o, a dir meglio, noi diamo all’algebrico tutte le sue vere radici,
e lo poniamo in grado di protendere i suoi rami superiori fino a quel seguo che
la mente umana può arrivare. Allora il calcolo algebrico acquista una luce ed
una possanza ch’egli attualmente non ha, e quindi tutto il magistero diviene
coerente, compaginato e compiuto. Il calcolo algebrico si può considerare come
occupante il posto di mezzo fra il calcolo iniziativo ed il sublime. In esso
fanno capo e si sfogano tutti i passi dell’ inizia tivo ; come da esso prende
le sue mosse il sublime, o ritorna a lui, o si ritorce in lui. La forza dei
rapporti naturali è tale, che il calcolo stesso infinitesimale non si considera
veramente compiuto se non quando risolvesi nel calcolo algebrico. Il calcolo
infinitesimale (dice » Carnot nella sua bella Memoria scritta sulla metafisica
di questo cal» colo) è un calcolo non finito, o che non è compiuto ancora;
perchè » diffatli, eseguita l’eliminazione delle quantità sussidiarie, egli
cessa di » essere infinitesimale, e diventa algebrico. Riflessioni di Carnot
sulla metafisica giunte del Magistrali, 3o. pag. 26. Pavia del calcolo
infinitesimale 3 traduz. con agi8o3, tipografia Bolzani. Qui si aggiunge S
^ella metafisica del calcolo iniziative). Prime osservazioni per trovare; I
mezzi termini sostanziali di questo calcolo. Per la qual cosa col dare la vera
logica del calcolo iniziative si compie la logica di tulio il calcolo
universale, ossia meglio si dà la prima ed unica logica fondamentale di tutto
il calcolo matematico. I na logica incombuta non merita il nome di lògica^
avvegnaché essa non può soddisfare al suo in Leu Lo. Logica, magistero e
metafìsica del calcolo (preso il flonoe dì metafisica nel senso u sitato dai
malematici) significano la stessa cosa, Quella che t matematici chiamano
metafisica di un calcolo altro non è ]n sostanza che il magistero ragionato,
ossia il complesso delle massime di ragione direttrici delle operazioni del
calcolo. Le regole pratiche sono figlie di queste nozioni direttrici. eiezione
di queste regole forma il meccanismo del calcolo. Ma queste nozioni direttrici,
quando siano vere e quindi proficue, che cosa possono essere in sé stesse,
altro che ima espressione di quelle leggi naturali che nascono dai concetti
uostri riguardanti le quantità? Queste nozioni non sono dunque arbilr&rk^
ma sono necessario. La forza dei rapporti che le dettarono è tale, che la
potenza della niente umana è obbligata ad ubbidire alla medesima. Tutte h. 1
cosi ruz ion L La Lt e J c trasform a zion u, Ini Lo 1 e combinazioni nosi re a
rtificiali uno sono dunque né possono essere fuorché mezzi pur far sortive v
rendere espliciti od avvertili quei rapporti. i quali stanno nascosa ni nastro
sguardo allorché imprendiamo a valutare le grandezze., ossia i vani stali della
quantità estesa. Trovare il mezzo termine della valuttìzione^ ceco la forinola
generale della prima funzione del calcolo. Jpplì* cure questo mezzo termine al
caso proposto) ecco la fot mola generale della seconda ed ultima funziono del
medesimo. Ogni specie di od cu io sublime, medio ed infimo non può sottrarsi da
queste due funzioni* perocché esse altro non sono che urf applicazione delle
leggi universali indeclinabili e perpetue dell’umana intelligenza. Il mezzo
termine altro io sostanza non ù, che f espressimi e ossL d concetto esplìcito
dei rapporti logici fra una cosa cognita ed un+:dira incognita. Trovare un’
identità o diversità incognita mediante una identità o diversità già
conosciuta, ceco l’ufficio proprio ed essenziale del mezzo ter 7 nine,
JTalgoritmo altro non è che un maniero di v ah dazione. ^ lmmù in noia : «
Ognuno sa infatti, cLe un calcolo, slitta lesa ttez sia ilei risii! lato SR
nt>n^L- JLj' «in cui fini l’ilio $elLè quantità miinilesimali, n mento in
rj«t le quantità infici tesi nóf li ** di uonta pfìitertninatOj e ciiq non ni
va" intieramente clini indie. Di 11 aerila adunque ili ogni algoritmo
consisterà nell' insegnare come si possa trovare il mezzo termine della
valutazione* Ma il mezzo termine è determinato dai rapporti essenziali logici;
e talmente determinato-, ch’egli non è soddisfacente se non quando comprende
tulli 1 rapporti cospiranti a far nascere [a valutatone. Dunque V algoritmo è
nullo quando uou è pienamente logicoossia quando Ì1 mezzo termine non è assoli!
lam eia te plenario. Ora domando quali possano essere le forme del mezzo
termine di valutazione, e quali condizioni racchiuder debba per essere
plenario. Il mezzo termine, di cui parliamo, può avere ad uu solo tratto tre
forme. La prima appellar si può mezzo termine dell eguaglianza; Ina seconda m
ezzo termine della disuguaglianza ; la terza mezzo termine dell’ unificazione.
Questi tre aspetti derivano tanto dalla posizione della quantità, quanto dalla
operazione fon da menale del nostro intelletto, fi concetto di ecuagm aìvzà
all.ro non è che quello di nn ideati tà ri peliti a; esso non ò che una idea
ontologica £ esso uou è elio una mura logia, e Dulia più 5 esso non è che
quella espressione prodotta dal giudizio col quale pronunciamo non esistere
differenza alcuna fra le quantità paragonate* Egli esprime adunque un nulla
assoluto differenziale. La disuguaglianza* per lo contrario oltre di essere una
logia ^ involge nel s li o concetto un piu di reale quantità. Questo più è una
vera entità essenzialmente indistruttibile, fino a che almeno si pensa che
esista realmente, Il concetto adunque della disuguaglianza involge l'idea di un
piu reale che si afferma esistere nella grandezza maggiore, c che non le può
venir tolto senza distruggere la sua essenza. Dunque è cosi assurdo e
ripugnante che il piti possa coesistere collo stato di eguaglianza nello stesso
soggetto, coni7 è assurdo, ripugnante ed impossibile che l’idea dellV.vsere sia
identica con quella del nulla assoluto. Questa osservazione è decisiva per il
maneggio dei numeri pari c dispari, nei quali si verifica appunto questo nulla
e questo essere^ e nei quali l’unità o in vìa di addizione o di sottrazione
discreta, o in vìa di ampli azione o 86. Dell’ elemento sostanziale della
continuila. Accentrare i rapporti costituisce la condizione precipua e
fondamentale di questa legge; impiegare un espressione comune forma la seconda
condizione di questa legge. Quando abbiamo scoperta V eguaglianza^ che cosa
abbiamo noi in mano, fuorché la cognizione dell’ identità di quantità ? Ma che
cosa ne risulta da ciò per P unificazione vitale ? Ancor nulla, e meno di
nulla. Abbiamo scoperto al più lo stato di equilibrio; abbiamo fissato il punto
della morte. Questo punto adunque non può servire ad altro, che a fissare i
limiti di esclusione della vita, ma non mai le condizioni attive ed efficaci di
questa vita. Negativa è dunque la norma delP eguaglianza per la teoria
dell’unificazione vitale. Essa non può divenire positiva se non quando si
aggiunga la cognizione di una data quantità sostanziale, che riesca simbolo
d’una forza centrale appartenente non al vuoto àe\Y eguaglianza^ ma residente
nella reale sostanza con tali rapporti da congiuugere la varietà colla unità e
col progresso graduale. L’eguaglianza dunque è, nella teoria dell’unificazione,
termine critico, ma non termine sostanziale. Esso serve per limitare, ma non
per comporre; esso è, in una parola, mezzo per confrontare, ma non elemento per
costituire P unità sostanziale complessiva. Resterà dunque sempre a ritrovare P
elemento sostanziale della continuità e della unificazione. Ora domando io:
dove dobbiamo noi rintracciare questo elemento? E facile il prevedere la
risposta. Noi lo dovremo rintracciare nelle viscere stesse delPe.vte.JO ridotto
alla più stretta ed uniforme unità, esplorandolo mercè un’altra unità di forma
diversa, ma egualmente semplice e individua. Un esempio ci potrà servire di
lume. Aprite un compasso speculare (0 sotto qualunque angolo vi piaccia. Se voi
per caso v’incontrerete in un angolo che divida il circolo in tante parti
aliquote, egli vi darà altrettante divisioni perfettamente uguali, e vi
ripeterà altrettante volle l’oggetto unico presentalo, computando anche
Poggetlo reale. Allorché poi Paperlura di detto compasso non dia un angolo
dividente aliquote, egli ripeterà alcune volle Parco segnalo, e vi darà
condensato il residuo che sopravanza a pareggiare l’eguaglianza degli archi
tagliati. Lo stesso potete fare anche con un circolo descritto sulla carta.
Posto questo fenomeno, qual’é la conseguenza che ne deri (i) Questo compasso
speculare è formato da due lastre di specchio che si aprono e chiudono a guisa
di compasso. va? Che vi sono divisioni del contorno circolare, le quali ripar
lire lo poprno in laute parli aliquote; e ve uè sono alcune altre, le quali non
servono a questo line. Ma da idi e derivar può questo fallo, se non che dàlia
natura ìntima e recondita della i orma circolare, la quale riesce Miscelò bile
deirideutilà o non identità ripetuta di nua data dimensione delle sue parli? lo
non voglio ora procedere più, addentro a s qui ubare la tintura ed i rapporti
dì questo fallo: mi basti dì averto accénuatOjper formarne oggéilo di
meditazione. Ora posta questa proprietà naturale di questa forma estesa, Don è
lorse chiaro di’ essa imporrà alcune leggi necessarie alla nastra ragie* uc
tulle le volle che assumeremo questa forma o come criterio di eguaglianza, o
come associata nei proce dimenìi del nostro calcolo? Non è egli chiaro che la
forma circolare ci rileverà molti misteri della quantità esLesa, semplice,
uniforme, paragonala coi rettilinei? Ora se colla unità ci presentasse accoppiala
la varietà e la continuità, uoiì dovremo noi forse accogliere come una specie
di oracolo tulle le indicazioni che Liei vari! siali della quantità essa fosse
per manifestare? Ecco ciò che io prego di avvertire come un punto d1
insegnameli lo primitivo delta Matematiche. o come li u lume decisivo per la
geometria di valutazione. Ritrovare 1* elemento sostanziale della continuità e
della unificazione* ecco dò che resta a fare alla Matematica per compiere 11
calcalo si u ottico. A scanso dì equivoci c di aLssurdi che si possono
insinuare colla mllucuza d uno stolido trascendentalismo 5 io prego di
distinguere i;i contiguità dalla continuità * La contiguità astratta nel regime
della quantità esc ogì Labile è una parola vuota di senso* o almeno un idea priva
dì qualunque virtù algoritmica. La contiguità, viene espressa con punti estesi
o non estesi, ì quali si toccano im mediala niente. La continuità per lo
contrario è quella ragione logica* la quale la che una grandezza passi
successivamente por diversi stati d* incremento o ni tleciennmto senza interro
in pere o violare i rapporti d eli’ unità imperatile dia presiede a questi
stali diversi, e però salva lutti i riguardi delle affinità iudoLte dalla
potenza predominante nascosta. La contiguità è un idea mal eriàle o puerile,
dalla quale non sì può ricavare alcuna legge ll1" glorie* continuità
alPopposto forma una condizione j ) ri rn aria del vicolo di unificazione. Rite
nula ferma questa distinzione, io insìsto di nuovo sulla ricerca del Tele me
uto soslauziale della continuila. Qui, come ognun senfe, Laitasi una qui silo
ne aritmetica, geometrica psicologica, o5 a dir mcgh^Ja questione del fondameli
lo primitivo logico della valutazione della tjimn tifa continua e ào\V unità
complessiva. Quest’ elemento sarà certamente omogeneo agli stati diversi delle
quantità che possono cospirare a costituire l 'unita complessa. Unico adunque
ed uniforme non potrà essere in sè stesso., ma sarà variato secondo la natura
delle diverse quantità alle quali dovrà servire di mezzo termine. Poniamo
eziandio che si potesse esprimere a guisa di un numeratore frazionale, e che
fosse identica la espressione: sarebbe sempre vero che il corrispondente
denominatore cangerebbe necessariamente, per ciò stesso che il numeratore fosse
costante, e che il corpo della grandezza andasse variando. Ciò che caratterizza
il valore d’ un esteso non è Tespressione singolare o letterale, ma bensì il
rapporto proporzionale delle grandezze paragonate. Questo è ancor nulla. Dopo
reiterati e certissimi sperimenti, e dopo la considerazione della legge
fondamentale dell’umana ragione, si trova che l’elemento di continuità non può
venire somministrato che dal fondo stesso unith complessiva strettamente tale
quale fu da uoi definita. Questi sperimenti di fatto e questa legge di ragione
ci accertano in una guisa indubitata, che in ogui nostro calcolo intervengono
costantemente i tre concetti dell’ zz/zo, del piu e del complessivo in una
maniera così associata, che, posto il più) non si può respingere l’impressione
del complessivo . II pari e il dispari aritmetico uon sono che mere circostanze
di questo fallo primitivo. In forza di questa legge ne viene che il complessivo
o aritmetico o geometrico deve necessariamente da sè stesso, e per una suprema
necessità, indicare l’elemento proprio della continuità tutte le volte che il
calcolo parziale discretivo maneggia grandezze, dalle quali con coefficienti
puramente razionali e quadrati uon può emergere la quautità necessaria a
convenire in un solo concetto complessivo. Questo fenomeno viene posto in
evidenza anche usando della più rigorosa geometria di proporzione. Qui
propriamente si tocca il vero punto di contatto, o direi meglio il nodo vero di
connessione logica fra la geometria delle proporzioni distinte e quella delle
proporzioni associate . Allora questa geometria unisce i suoi rami, e diventa
geometria di valutazione. In questa geometria conviene formarsi una ben chiara
nozione della commensurabilità ed incommensurabilità, e delle diverse idee che
questi nomi traggono seco. iVItro è T incommensurabilità lineare, ed altro è la
superficiale. La lineare si verifica allorquando paragonando due ì2m fra dì
lo-ro, med ìnule non divisione qualunque sii dell’ una sia del1 altra, nou
potete trovar mai una coincidensa perfetta,. ma vi sopravgtiza sempre qualche
cosa, L’ itìeoaìmDDsuT'abHità superficiale si verifica, aliai quando, latta
astrazione dalla dimensione particolare del contorno, e considerando la pura
superfìcie; voi no a potete ritrovare mai coincidenza fra gli elementi estesi ?
nel quali potete figurare divìsa l’arca d’nua data figura. La commensurabilità
superficiale si può spesso accoppiare colla in* commensurabilità lineare.
Tagliate uu quadrato per mezzo della diagomde: voi avrete due triangoli
rettangoli isosceli. Pigliate uno dì questi triangoli: voi avrete nei due lati
di quest®: triangolo due cateti perfettamente uguali, e odia diagonale avrete P
ipotenusa rispettiva, È nolo ck il rapporto lineare fra la pura diagonale e il
Iato del quadrato eoa si pim definire, e quindi sono rispettivamente
incommensurabili, Ma, malgrado ciò, non è forse vero dm voi potete affermare
clic l'area del quadrato della diagonale è doppia di quella di uno dei lati?
Questa proposizione che cosa è in sé stessa 3 fuorché una valutazione
superficiale? .'Miro esempio. Descrivete un triangolo equilatero. Dal vertice
di lui calale una perpendicolare sull® base. Voi troverete che il quadrato di
questo perpendìcolo sta al quadrato del lato come tre a quattro* ossia clic
egli La una superficie minore di un quarto di quella del quadrato del lato.
Questo perpendicolo adunque è linearmente incommensurabile rispetto al lato*
perchè non esiste un numero clic,, moltiplicato per se stesso, vi dia per
prodotto il numero Irei tua ad un tempo stesso questa incommensurabilità
lineare non v’impedisce di stabilire II rapporto superficiale di ire a quattro.
Questa specie di commensurabilità superficiale accoppiata alla
incommensurabilità lineare, si verifica in tutte le gradazioni intermedia fra
le radici perfettamente quadranti. Il primo e massimo problèma della geometria
di valutazione consiste nelfasseguare la legge naturale coti cui itali unità si
passa alla pluralità 5 e così, per esempio., cerne da IL quarta parLe di un
quadralo si passa alla sua metà. Conosciu ta la legge naturale od intima dell
ampliandone continua, si conosce pur anche quella della menoiftazione. La
soluzione di questo primo problema imporla di con ist ambiare i modi diversi di
misurare, c molto più esclude la pretesa d’impiegare un modo solo: ed esclude
pure fuso universale di cstrrirre radici aritmetiche dove esister non possono
siffatte radici. La misurazióne lineare univoca non può convenire che a
grandezze superficiali per ogai pur Lo tignali, e pe deità mente slmili allumo
misuratore assunto. Ver ben I>1 iole Dii ere Lullo questo Io fr>
osservare, die altro è la potenza ^ ed a 11 io |a dimensione ài uua linea. La
potenza ài una linea altro non è che la espressione relativa alla grandezza del
quadrato geometrico die descrivere si può su tutta una data linea, e nulla più.
La dimensione della linea altro non è die I1 espressione dd numero delle parti
nelle quali un dato contorno o una data parte di esso si considera diviso. Dico
un contorno. perocché la linea astratta fisicamente non esiste, né può
esistere. La linea reale non è, nè può essere, die V estremità della superficie
j e par ciò stesso altro non è, die la superficie stessa considerala nella sola
sua estremila, come fu giù dimostrato nel Discorso primo. Dico poi, die la
dimensione non e die l'espressione numerica; 0 dirò meglio, altro non è che il
concetto stesso complessivo dd numero di queste parli. La dimensione adunque è
cosa della nostra intelligenza, e non è proprietà dellVstoo. Essa è una logia
applicala, e uon tiu! alleai tuie reale cleri I esteso. Ad una data area identica
voi potete applicare tutte le divisioni die a voi piace, senza che si cangi lo
stato dellditoo. La dimensione adunque è cosa puramente mentale, nostra, e
nulla più. Passiamo alla potenza della lutea. La sua significazione lu da ni e
legata al concetto di un quadrato geometrico. Dico di un quadrato geometrico
per indicare la forma sola della figura estesa, indicata da tutta una data
linea, prescindendo dalla considerazione se questo quadralo sia 0 non sìa anche
quadrato aritmetico. Per quadrato aritmetico intendo il prodotto di un dato
numero di unità identiche molli plica lo por se stesso. Il quadrato aritmetico
appartiene al numero metafìsico distinto dal numero matematico, li numero
matematico porta con &è l'idea di estensione, perocché la quantità estesa
forma P oggetto delle Matematiche, La forma quadrata estesa è per finzione sola
quadrato aritmetica. Essa è tale sol La n Lo quando un lato del quadrato viene
da noi diviso m tante parti eguali. Allora per F identità dei lati e degli
angoli la somma dèlio parti è Identica col prodotto della radice moltiplicala
per se stessa. La dimensione lineare o è asso lutti* 0 è comparativa, L
assoluta si verifica allorché in divido un dato lato di un esteso in date
parti, senza considerare se queste partì possano 0 non possano essere 0
aliquote, 0 crì.u rìdenti colle parti del contorno di indoliva grandezza. La
comparativa per lo contrarlo è quella clic si serve dell’imo misuratore dì una
data linea appartenente ad u uà grandezza, per misurare e valutare la linea di
un'altra. Questa dimensione sì dovrebbe appellare col nome di camme
figurazione, perocché essa piglia da una data lunghezza ì unita sua dime
oziente, per farla servire di unità di m cimeli le d un altra lunghezza. Prima
che colla incute o colla mano io divida una liuca iu parli ideutiche od
aliquote per far nascere il numero ed il quadrato aritmetico, si può a questa
linea associare l’idea di potenza univoca, qual’ è appunto 1 unita estesa di un
quadrato geometrico, al quale la linea serve di limite o d indicatore. Così,
per esempio, come mi figuro uu’ipolenusa della potenza di 50, mi posso figurare
i cateti della potenza 25, senza pensare che questi cateti possono essere
divisi iu cinque parli, I’una delle quali non può essere mai aliquota dell’ ipotenusa.
Finche considero un quadrato geometrico per sè solo, qualunque ne sia
l’ampiezza o la piccolezza, io posso dividerne il contorno in quante parli mi
piace. Ma allorché lo confronto con uu altro d’una diversa ampiezza, potrò io
più pretendere che la parte aliquota àeWuno sia aliquota anche dell’altro ?
Tulio ciò che in teoria generale io posso stabilire si è, che dividendo amendue
questi quadrati iu tante parli di numero eguale, ogni siugola parie del1 uno
starà ad ogni siugola parte dell’ altro, come l’un tutto sta all’altro tutto.
Proporzionali adunque solamente risulteranno queste parti, e nou
comparativamente aliquote. L’ essere o non essere comparativamente aliquote uon
può risultarmi che da uu rapporto logico assolutamente indipendente dall arbitraria
divisione da me praticata. Per ottener dunque la bramala valutazione per mezzo
della conimensurazione competente io non mi posso giovare del partito di
dividere le linee in più minute parti eguali all’infinito; avvegnaché Y uno
misuratore della prima grandezza starà sempre all’arco misuratore delT altra,
come l’un tutto sta all’altro tutto. Il mezzo meccanico adunque della divisione
e suddivisione della linea . come non può alterare il rapporto logico delle
proporzioni, così è del tutto inconcludente a stabilire la vera ragione della
commensurabilità. In ogni divisione pigliando Inno elementare del quadrato
geometrico A, e confrontandolo co\Y uno elementare del quadrato geometrico B.
si può ripetere eternamente la stessa pioposizione annunciata da principio;
vale a dire, che il quadrato uno elementare di A sta al quadrato uno elementare
di B, come il quadralo A sta al quadrato J5, ec. Nella co mmen sur azione
pertanto il metodo suddetto è frustatorio per condurre la mente nostra ad una
valutazione omologa ed univoca di due grandezze estese. L’impero della
relazione logica, la quale sta sopra ai concetti dell’esteso, e la quale altro
non è che l’esercizio mentale del discernimento nostro, è tale che conviene
onninamente consultare le sue leggi? oude stabilire la vera commensurabilità
i\e\Y esteso. Consultando queste leggi, noi troviamo che ogni esteso per sè
stesso è un quid unum determinalo. Piira^o u li Lo da noi con im a Uro, fa
sorgere Vkha relativa d^idetiLÌLà o di (Uvei1* iti di dimeusioutì o di formal'osla
una torma identica, si possono verificare diversissimi valori delle aree, come
posta una forma diversa, vi può essere equivalenza di area, U equivalenza altro
non è che il conceilo della slessa quantità di estensione racchiusa sotto una
diversa fiorai geometrica. Essa ò in sostanza V eguaglianza estesa trasformata.
Due figure diverse equivalenti sono certamente commensurabili fra loro quanto
alfarea. Ma sono forse sempre commensura bill fra loro quanto al loro con
torno? Ecco ciò cito nino matematico potrà affermare giammai. Cotrje vi sono
estesi simili od equivalenti superficialmente, ma di lati commensurabili, cosi
vi sono estesi dissimili equivalenti superficialmente di lati incommensurabili
* Ciò ù più che notorio, nè abbisogna di essere comprovalo» Ma qui ancora sorge
la stessa osservazione già fatta di sopra, che la grandezza proporzionale e
rispettiva dell’ esteso si desume non dalla dita e n si one m atonale di una l
i r> n a, ma dalla rctg io n c ilei! e sup e rji c le, d \ modocbè la grandezza
viene spogliala da ogni considerazione della sua forma, e si pone mente
soltanto all' astratta quantità della superficie, e Dulia più „ Questo concetto
dunque è tolto spirituale, tutto mentale, tulio logica. Citi amasse di
simboleggiarlo, dir dovrebbe die in quesla posizione la mente umana nel
valutare lo grandezze estese fa essenzialmente uso citili' idea di unità
individua spogliata di qualunque forma speciale, sotto la quale potrebbe
esistere. g S8Del mezzo di Valutazione considerato in sè stesso Procediamo
oltre. Posto questo concetto, allorché vogliamo valutare due grandezze clic
cosa ne nasce dal canto della incute nostra ì il -.'aiutare importa di trovare
una data quantità, la quale misuri completameli Le le due grandezze proposte.
Fu già dimostrato a quali necessità soggiaccia la potenza nostra meuLale in
questa funzione. Qui volendo considerare questa funzione rispetto olla
commensurabilità degli estesi, è necessario distinguere \' intento dal mezzo.
Duo soli possono essere gl'inlEnli proposti nella commcnsurazione dell’esteso.
11 primo riguarda la dimensione paragonata divisa o unita dei lati : il secondo
riguarda la dimensione paragonala divisa o unita delle superfìcie. L’estetmoue
sola non può occasionare che queste due sole ricerche, perchè la superficie non
presenta fuorché uno spazio uniforme fiuilo. Nel cercare la dimensione Ad™ dei
r.A'i'i si vuol sapore se i! lato di un estero possa essere più lunga, più
corto u eguale a quello dell’altro, e di quanto ecceda p manchi dell'altro.
Nella cemmeusurazione poi unita ilei In li si vuole sapere quanto l'un Imo
unito all’aliro può offrire di luogJiej'.zn, e quindi aneli e quale He sarebbe
la potenza risultante. Nel cercare poi la dimensione diviso o unita delle
superficie si vuol sapere quanti elementi estesi identici comprenda una data
area rispetto all'altra, o rispetto ad un tutto di cui quella data area forma
parte integrante. Cosi, per esempio, avendo su dinas diagonale di un quadrato
descritti due quadrali, l’uno dei quali è doppio dell altro, volete sapere
quanta sia l’estensione o il valore superficiale dei complementi, ossia dei
quadrilvtugLi cimisi dai lati dei due quadrali? In questo caso la ricerca è
tutta superficiale, ma limitala alla data figura. ( tnde soddisfare a questa
ricerca può giovare certamente il sapere la dimensione comparatila dei Iati. Ma
l’ottenere questa dimensione è forse si ntpre possibile ? Ogni matematico di
buona fede mi risponderti sicuraniente essere ciò impossibile tutte le volte
clic le due grandezze geomeii ielle non stiano Ira loro nei rapporti identici
ai quadrali aritmetici. Paoli ni quésto caso i lati saranno discretivamente iu
commensurabili, e però non potranno venir disegnati che eoi nome fi ella
potenza a cui appartengono. \ ani adunque risulterebbero lutti gli sforai per
assorge Ita re fjiu’sh iii lì ad una dimensione discreta e veramente
aritmetica. Frustraneodunque riuscirebbe ogni tentativo di giungere per questo
mezzo all j bramata valutazione, la qui cade la risposta sul seconda membro
delta proposta inspezi od e. Questo riguarda appunto il mezzo della vai
illazione. Qui sì possono ins Litu Ire due ricerche : la prima si è3 di qual
natura ila il mezzo che ricerchiamo^ la seconda 3 quale esser possa la maniera
di adoperarlo» Quanto al primo punto., osservo clic noi versiamo ora nel paese
della Matematica pura 3 nel quale valutar dobbiamo F estensione pensata. Ciò
posto, altro streme u lo non abbiamo 3 fuorché 1 esteso per misurare I esteso.
La natura del mezzo ò dunque identica a quella delf oggetto da valutarsi.
Quanto alla maniera poi5 in generale altro dir non possiamo due quésta
dev'essere analoga alla natura delle idee e alle leggi fendamentali della
nostra intelligenza . Certamente, a simigliatila delf é$te» so materiale, noi
ricorriamo naturalm&nle alla misurazione lineare j mà ossa deve forse
essere sempre la a lessa ? Piu ancora . Conosciam poi bei-m tutte le funzioni
mentali ciac all'insaputa nostra intervenga*»? 1 mal mente abbiamo noi forse
scoperto il gioco segreto primo ed mi timo dei concetti geometrici ed
aritmetici, i quali talvolta si avvicendano por imprestare c per togliere un
elemento costante o decisivo della vaio t azione ? I rapporti logici della
grandezza estesa continua non possono esse¬ re sempre identici, specialmente
nei concetti pari e dispari. Nel pari havvi un intermedio di eguaglianza, il
quale non si verifica nel dispari. Più ancora: nei concetti sinottici o
periodici della enumerazione, applicali all* esteso i se s’incontra una
costante legge, esistono però rapporti speciali ad ogni grandezza periodica. La
sfera della potenza dell’unità continua è limitala quanto è limitata la nostra
mente, e non può essere simboleggiala che a seconda delle affezioni interiori
della nostra mente. Ciò posto, ne viene che un unico e material modo di
misurazione non potrà mai soddisfare a tutti i bisogni della valutazione.
Converrebbe che l’unità continua crescesse a modo di circoli concentrici, la
distanza e gP intervalli dei quali fossero eguali al diametro del primo circolo
figurato come uno elementare. Con una, due o tre linee uguali, ovvero colla
divisione identicamente lineare di un contorno, voi in primo luogo non potete
indicare che una radice aritmetica superficiale. Se questa linea è retta, voi
indicate perfetti quadrati singolari, e nulla più. Ma Vano quadrato elementare
ha un determinato rapporto rispetto al tutto. Esso poi in sè stesso è sempre
una grandezza suscettibile o d’essere accoppiala ad altra in via di
aggregazione sgranata, o di essere ampliata in via continua. Ma quando dividete
il lato di un tutto in tante parti eguali, voi create effettivamente un numero
che vi dà l’idea della radice . Vi dà poi l’idea del quadrato se figurate tutta
la figura generata da questa unica radice simile all’ elemento unitario
assunto. Da ciò ne segue, che colla divisione di una sola liuea fatta con
un’altra linea voi supponete o siete forzato a supporre un tutto perfettamente
simile al vostro uno perfettamente quadrato; e però se fingete che il vostro
uno lineare stia tante volte e non più nella data linea, voi dividete un tutto
in tante parti quadrate aggregate, oguuna delle quali vi rappresenta un’unità
elementare. Ma qui è evidente che l’ eguaglianza predominante ed unicamente
predominante nou dà luogo fuorché ad un rapporto identico ripetuto, e nulla
più. La vostra radice altro non è veramente, uè può essere, fuorché una serie
di sgranati quadrati elementari identici ; ed il vostro complesso altro nou è
che una determinata pluralità di questi quadrati elementari. Questa pluralità
poi la figurate limitata d’ogni parte da un identico contorno egualmente luogo
di quello della serie o della lista, cui chiamate col nome di radice. La
commisurazione dunque finita e perfetta univoca lineare degli estesi rettilinei
risolvesi in ultima analisi nel ragguaglio duna grandezza univoca, l’elemento
radicala della quale non pnft essere die identico col l' elemento nui-radicale
.Tuo’ altra grandezza. Dico uni-radicate,^ b., re c,ie fIllesto elemento vieu
proso soltanto sopra di un solo lato ilelIV, fe.ro, e fa parte aliquota di
questo lato. Ecco il concetto nascosto odia commisurazione finita di due sole
linee. Jlav vi certamente un’altra commisurazione finita, e fatta con radici
Sgranate di altri estesi rettilinei: ma questa non è unitaria, perché rigo
l'HLa con più radici sgranale. Tutti i parale diagrammi non equilateri, fatti
e°[^a m°HiplIcazione di due frazioni lineari identiche, cioè o eoa tatù -a n
non è die una pluralità o ripetizione maggiore dello stesso elemento del ] 0. 1
io qui non maneggiamo che la polvere o Parerla delle Malcmaliche. Le grandezze
die dicami discrete si possono considerare a guisa appunto di aggregali
composti, o cdie si possono risolvere in elementi sgranati, che stanno insieme
per via di cumulazione. Esse sono la omomerie del mondo matematico, nelle quali
la quantità crescènte va in lirn^a risolversi. Ma la considerazione isolala o
cumulativa di queste omomerìc non vi palesa ancora J* ultimo arcano della
valutazione, perdiodalla considera zi oii e della pura identità non può nascere
quella della diversità, L eguaglianza predominante in tutto il corpo dulie
grandmi? razionali isolalo (come sono i singoli quadrati geometrici ed
aritmetici) non vi può no potrà mai somministrare l'idea positiva delLw/ifl
soélniizialc della rispettiva diffidenza contmta; come le tenebre non vi danno
lume, nò il silenzio vi dà il suono, il più continuo, posto fra un prfmn uno
esteso ed il suo duplo o triplo continuo, come non è partorito dall idea di
eguaglianza, cosi pure non è uu elemento sgranato attaccato per apposizione.
Accoppiando due radici eguali, la grandezza aniLaria quadrata non si duplica,
ma si quadruplici 1 ignratevi pure distintamente queste grandezze, e dividetele
pun? ì una e 1 altra in tante partì rispettivamente aliquote. Sarà sempre vero
che ogni parte aliquota. delFono starà ad ogni parte aliquota dell1 altro,
coinè l’un tutto sta aUàhrn tutto. Qui dunque Vidcntica dividane 6 in cd udu de
lite per Li valutazione sia Molare, sia superficiale di fucsie grandezze.
Allorché poi vi piacesse di uni rie per formare una figura sola, e costruire uu
solo lutto 5 voi sareste privo di qualunque lume* H imàrrèbbe dunque sempre la
necessità di litro vare la parola s ossia il mezze termine comune, di
valutazione dell" esteso considerato ueT suoi diversi stati, e questo
dovrebbe sorgere dai rapporti stessi cieli’ unità sostanziale collo stato
diverso al quale passò, c non mai limitandosi ai rapporti ùuWùgH&glìanza
individuale. Assurdo è dunque l’uso di applicare t grandezze prive di radici
discrete quadranti il metodo di valutazione, proprio soltanto agli aggregati
numèrici, aventi radici aritmetiche qua> tiraoli. Illusorio è dunque il
finire con uu’ approssimazione indefinita* Dico indefinita, perocché avvi una
riduzione di residuo indicala, la quale può prestare un lume massimo alla
geometria di valutazioni; La quantità continua non tollera die ragguagli
superficiali; e però la linea non si può assumere che come segno indivisibile
di potenza unita, e con come radice d’ una grandezza di aggregazione, A dir
vero, anche odia grandezza di aggregazione Tn/ro lineare è puro segDo di
potenza* ma allorché si accoppia cou altre unita eguali e discrete, indica una
po lenza divisibile in parti eguali; doveché nella potenza continua indica èiij
rapporto solo dì proporzione che non tollera una data intima divisione
razionale lineare. Consultando la natura propria della quantità estesa . si
trova che moli si è fallo veramente nulla fino a {fbc non si lavora che sulla
linea pura matematica. Conviene trovare le liste estese indicate dai rapporti
stessi delle grandezze estese, e determinare il valore areale di queste listi;.
Per esse e per esse sole si possono indicare le leggi di incremento e di
decremento della quantità continua^ sia colJTaggiuugere, sia col determinare la
potenza delle diagonali che nascono naturalmente, sia finalmante Col ridurre
agli ultimi termini possibili gli elementi iniziativi delle diverse
proporzioni. Imperfetta, grossolana e senza simbolo è quella Geometria, la
quale pretende di esaurire sempre I esteso^ e di spingere tutto all
indivisibile ed qlW insensibile ; quasi che i nostri raziocina e le nostre
valutazioni o versassero sul nulla, o in sliluir si potessero nelle tenebre. Io
sfido lutti I matematici dell’universo colla posizione mera dei punti e (lidie
linee inestese a mostrarmi come le grandezze aritmetiche, geometricamente
simboleggiate, passino per una vera affinità logica da uno stato all5 al ivo di
grandezza continua. Questo passaggio, senza la cotìfcì[lera zi onc ed il
maneggio d una Geometria superficiale e di un rapporto concludente di grandezze
estese, rimarrà sempre incognito, e? quindi il calcola sempre tenebroso. La
quantità estesa, io lo ripeto3 la quantità estesa forma 1 oggetto vero delle
Matematiche, e però i concetti contigui forma no 11 primo loro elemento. £9*
Delia incommensurabilità spuria; suo uso nelle Matemàtiche. ialvolta nella
geometria di valutazione in mezzo ad estremi veramente razionali (ossia con
efficienti lineari veramente commensurabilii si accoppia un inGommettsìnabiluà
parziale. Ma questa è in sostala pu* ramenle relativa, e quasi direi precaria;
perchè applicando il principe dell omogeneità e dell unità di denominazione
viene agevolmente superala. La comparsa di questo fenomeno non è nè casuale, nè
urbi tram; m t soggetta a certe leggi determinate, e nasce natura! mente nel p
presso paragonato della quantità estesa discreta. P reziusi sono questi scontri
all attento osservatore, perocché essi fanno Tufficio di interruzioni d’n ua
catena elettrica, nelle quali II fuoco elettrico si mostra alla scoperta, o
indica date qualiLi e date leggi proprie* Dilla Ili da questi scontri, uà li
nello stesso paese del commensurai/ ile, si pone costa n temente in chiaro ck
la possibilità della yà lutazione, cosi delta razionala finita dipende
iutieramante dalla coincidenza dei limiti delibilo misuratore, il quale iev’es*
sere identico specialmente per valutare tanto i mezzi termini dì eguaglianza e
di disuguaglianza, quanto il termine concludente,, come dimostrerò a suo luogo
con esempli. Allorché poi vien tolta di mezzo questa specie d
incommensurabilità melante l’mntà e l’omogeneità della delio' mlnazionc, siamo
condotti per man o alle vedute sinottiche*, le quali ci rivelano le recondite
leggi e gli intimi rapporti di affinità e di continuili fra I diversi progressi
della quantità. Questa spuria incommensurabilità è appunto mi mezzo Le rad né
fra il discreto e il continuo, il quale, mediante mi' analisi indicata, ci
conduce In Irne a ritrovare con qual legge e con quali proporzioni accrésca o
decresca continuamente la potenza rettilinea. Essa didatti procede passo passo
5 e segue con minimi coefficienti rettilinei tutte le graduazioni indotte dalla
curva circolare nel tagliare le rette e nel far nascere certe potenze lineari,
e quindi certe grandezze estese proporzionali coesistenti coi rapporti della
varietà, della continuità e dell' unità, sia iu uno stato addensalo 5 sia In
uno staLo diradato. Essa mconnucia da una posizione rispettiva di eguaglianza e
di rispettiva unità e varietà, C aggiunge Vano continuo. Così vegga rao II
passaggio proporzionale al .più con ti uno; e ci a v veggio mo che questo
passaggio corrisponde all’ ultima vibrazione della grande unità implicita, che
presiede a tutto il sistema dell’enumerazione, ossia meglio del senso
differenzia le, che distingue e calcola l’unità estesa. Per essa si determinano
non solo i graduali incrementi traili dalle viscere medesime del primo uno
sostanziale, ma si determinano eziandio i medii di eguaglianza superficiale
segnati dal primo movimento del centro e della curva circolare5 che va
diminuendo l’ area compresa fra due curve, ec. ec. 90. Conseguenze per fondare
la possanza del calcolo iniziativo sinottico. Sperimento proposto. Tavola
posometrica. Esclusi quindi gli antilogici e tenebrosi concetti di un
trascendentalismo indeterminato ed assoluto (nel quale le vere e reali leggi di
fatto naturale della mente nostra non sono consultate), noi seguiamo le
indicazioni necessarie del vero naturale algoritmo, il quale predomina e predominerà
mai sempre qualunque nostra operazione di calcolo. Allora fi incommensurabilità
lineare non oppone più ostacolo alla vera e competente valutazione delle
grandezze continue estese: ma per lo contrario serve di ajuto ed anzi diviene
mezzo termine necessario per questa valutazione. Didatti senza questa
incommensurabilità non si potrebbero rappresentare i termini concludenti, ossia
le grandezze continue risultanti dai coefficienti razionali, ossia discreti.
Qui lutto vien regolato con un metodo unico, ma adattato alla natura della
quantità discreta e continua. Allora la Filosofia e la Matematica non solo si
conciliano, ma si danno scambievolmente lume ed ajuto, e ci prestano una
potenza prima sconosciuta. Tutte queste cose si operano mediante un magistero
facile, spedilo, e quasi intuitivo, il quale non eccede punto la sfera del
calcolo iniziativO) benché i casi che maneggiate e che scegliete contengano per
lo meno vere equazioni di secondo grado. Questi casi coll’algebra comune
(allorché soltanto si tratta di superare l’ incommensurabilità spuria ) non
vengono sciolti che per una triviale approssimazione, mentrechè coll’omogeneità
complessiva vengono luminosamente e di salto definiti in una maniera finita e
senza residui inesauribili. Io sembrerò forse promulgalore di sogni a tutti
coloro i quali non sono iniziati nella scienza primitiva della quantità estesa.
Prodigii matematici sono questi, dirà taluno, affatto incredibili, perchè nè
veduti mai da noi, nè praticabili colla forza dell’arte che possediamo. Io
perdono questa incredulità, nè esigo che venga deposla fuorché in conseguenza
di fermissime e luminosissime dimostrazioni. Tollererò quindi con pazienza la
taccia di sognatore, d’illuso e d’ignorante, fino a che produca le prove di
liuto ciò che asserisco. Dico fino a che produca tali prove, perocché io sono
certo che alla prima comparsa loro svanirà ogni dubbio contrario. Duoimi che
l’indole di questo scritto non mi permetta di soddisfare incontanente alla
giusta curiosità de’ miei leggitori. Io debbo compiere prima tutta la
proposizione del mio soggetto, essendo questo il fine primo di questi Discorsi.
Io debbo quindi astenermi da ogni discussione sopra oggetti particolari 5
perocché diverrebbero digressioni enormi, condannate da quella economia che presiede
ad ogni libro bene ordinato. in aspettazione però delle prove da me promesse io
invilo qui ogni lettore a gettar boccino sulla seguente TAVOLA POSO-METRICA.
Radici Gno mon Qua¬ drati Radici Gno mon Qua- i tirati Radic ( Gno mon Qua¬ li
diati Radic Gno 1 mon Qvai diati o 0 0 5o 99 25oo 00 000 0000 100 «99 10000 1 i
4 49 97 2401 5 1 101 2601 99 «97 98o‘ 2 3 48 95 23o4 52 io3 2704 98 195 96°4 3
5 9 47 93 2209 53 io5 2809 97 «93 94°9 4 7 16 46 9i 2116 54 107 29,C 96 «9«
92lC 5 9 25 45 % 2025 55 109 3 0 2 5 95 189 9025 6 ir 36 44 87 i936 56 ni 3 1
36 9Ì 187 883G 7 i3 49 43 85 1849 57 ii3 3 249 93 i85 8049 8 i5 64 4 2 83 1764
58 n5 3364 92 i83 8404 9 81 4i 81 1 68 1 59 117 348i 91 181 8281 IO «9 100 40
79 1600 60 “9 36oo 9° «79 8100 1 ] 21 1 2 1 39 77 l52 I 61 121 3721 89 «77 7921
I 2 23 «44 38 75 «444 62 123 3841 88 i75 7744 1 3 25 .69 i96 57 73,369 63 125
3969 87 i73,5C9 *4 27 36 7i 1296 64 127 4ouC 86 «7« 739C 1 5 29 220 35 ®9 1225
65 129 4225 85 169 7225 16 3i 206 34 67 1 156 66 i3i 4356 84 167 7066 *7 33 289
33 65 1089 67 i33 4 489 83 i65 6889 1 8 35 324 32 63 1024 68 i35 4624 82 i63 6
724 ' *9 37 36i 3 1 61 96 1 69 i37 4761 81 i6r 656 1 20 39 4oo 3o 59 9°° 70 i39
4900 80 i5g C O 2 I 4r 44 1 29 57 841 7 « i4i 5o4 1 79 157 62^1 2 2 43 484 28
55 784 72 x43 5 184 78 i55 6o84 23 45 529 27 53 729 73 i45 5329 77 i53 5929 24
47 576 26 5r 676 74 147 5476 76 i5i 5776 2 5 49 626 75 49 S II DISCORSO ®ERZO,
\22ì) F o lo prego a fissa v raltouziooe almeno sitile due prime colonne di
que¬ sta tavolo. Nella prima,, scendendo dal primo grado lino ai ventesimoquai
lo, voi vedete difessa contiene una serie Maturale di radici Crescenti dall1
uuo (ino al ventiquattro. A fronte delle ventiquattro nella seconda colonna sta
la 20. che va salendo tino al 50* Qui la prima colonna presenta uua serie che
daìFaUo al basso va crescendo ad ogni grado con una radice sgranata,
accresciuta sempre di un' unità j e viceversa salendo dal basso all’alto, la
serie va decrescendo dèlia stessa unità. La colonna seconda va del pari sempre
crescendo d’ima radice: ma ciò fa salendo dal basso in alto. Da ciò nasce., che
qui abbiamo due serie finite di 24 gradi* Tuna crescente e l’altra decrescente.
Luna parallela all’ altra* Tn questa posizione se da ogni quadrato della
seconda colonna noi deduciamo il quadralo clic le sìa contro nella prima, noi
troveremo una serie di differenze crescenti dal 100 al 2500* e che ogni termine
di questa serie rii differenze dista dall’altro dì 100 unità. In questa serie
di differenze voi trovato cinque perfetti quadrali aritmetici. 1. 10.0 radice
10 Tf. 400 » 20 III. 900 » 30 IV. 1600 » 40 V. 2500 50 Prescindiamo ora dal
quinto 5 e fermiamoci sugli alili quattro, Scegliete quello che vi piace.
Unitelo col quadrato della prima colonna clic gli sia di fronte. Voi avrete due
quadrati perfetti coefficienti^ iul mi terzo complessivo. Così, per esempio*.
57G (r. 24 ) -|100 £r. IO) : fì'rfì (r, 26), 441 ( r. 21 ) -j400 { r. 20) = 841
{ r. 29). Compiacetevi ora di simboleggiare geometricamente qualcheduna di
queste composizioni. Figuratela secondo la costruzione pitagorica dei quadrali
del? ipotenusa e dei cateti. Per agevolare poi meglio i confronti,, pigliate la
metà deb l'ipotcnusa: e fattone raggio* descrivete un circolo. Nelle ipotenuse
divise in numeri dispari voi sarete costretto a dividere V uno esteso, e quindi
si duplicherà 1 espressione della radice, e si quadruplicherà il valore delle
aree. Ciò, per fare un semplice esperimento * non importa. Il fenomeno risulta
sempre Lo stesso, sìa che dividiate, sia che conserviate luterò l’uno primo
componente le radici suddetto. Fatta questa costruzione*, esaminate le parti
della vostra figura. \oi troverete chetaci onta dei cateti e dell' ipotcnusa»
tuLti razionali,, sorgerà a primo tratto V in eom m cnsu ra bili l a spuria fra
i aegmcu li deir ipotcnusa e la mezza proporzionale che viene costituita,
calando una perpendicoToiii. T* 78 •1 230 lare dal vertice del triangolo
rettangolo sulla sottoposta ipotenusa. Domandale a voi stesso il valore, sia
lineare, sia superficiale, tanto di questi segmenti delP ipotenusa . quanto
della mezza proporzionale. Glie ue avverrà? Se voi impiegale di salto l’Àlgebra
comune, non otterrete che una triviale indefinita approssimazione: ma se
applicherete il metodo della omogeneità ed unità di denominazione, la pretesa
iucommeusurabilità sparirà, e voi otterrete i valori finiti di ogni segmento e
di ogni differenza. 91. Concorso del curvilineo e del rettilineo per valutare
le grandezze estese, e quindi fondare il calcolo sinottico. Fu detto di sopra,
che vi possono essere due specie R incommensurabilità: la prima di contorno ;
la seconda di superficie. Quella di contorno si può verificare tanto fra il
curvilineo ed il rettilineo, quanto fra i rettilinei medesimi. Fra i rettilinei
però ; come fu detto, l’incommensurabilità dei lati non fa ostacolo alla
competente valutazione delle superficie. Non è così fra il curvilineo ed il
rettilineo. Fra la curva eia retta è così impossibile la coincidenza lineare,
come è impossibile che un filo metallico fissato nelle sue estremità, e teso
come una corda sonora, venendo tagliato, possano le sue parti toccarsi fuorché
in linea retta. Alzando od abbassando queste parti di un solo punto, per
toccare la curva j di cui formano la corda, amendue non si polrauno mai
vicendevolmente toccare. La curva quindi non può essere mai rappresentala con
due soli punti, ma per lo meno con tre. 11 minimo dunque della curva inchiude
tre relazioni, mentre che la retta ne inchiude essenzialmente una sola. L uno
esteso e finito esige per lo meno tre limiti rettilinei, ossia per chiudere
qualunque spazio si esigono per lo meno tre linee rette. L uno esteso adunque
finito, ridotto a’ suoi minimi termini possibili di contorno, sarà
necessariamente un esteso o triangolare o circolare. Seguendo le analogie, e
rammentando ciò che abbiamo detto nel paragrafo antecedente rapporto
all’espressione estesa delle linee rette, potremo conchiudere che al perfetto
quadrato rettilineo corrisponde il circolo, ed al quadrilungo corrisponde
l’elisse. L area circolare adunque si può figurare come unità curvilinea
continua ed univoca; l’area elittica per lo contrario si può figurare come
pluralità estesa curvdinea. Così simbolicamente la linea retta unica non può
essere che segno associalo di unità o quadrata o circolare, assumendo questa
linea o come lato del primo, o come diametro del secondo. m\ QfS premessa
dominilo se n«co.mmensural.)iIitii curvilinea, e prlmar j a erteti l e la
circolare, possa formare ostacolo alla Geometrìa ili valutatone, Io prego ad
esaminar bene i termini della quislione. Altro è dire die fra la curva e la
retta sia impossìbile ogni coincidenza metrico- linetire, cd altro e il dire
che questa impossibilità dì coincidenza possa servire di ostacolo alle
valutazioni superficiali. Parimente altro è domandare se si possa stabilire il
valore superficiale delParea del circolo, cd altro è il dire se quest’area o il
giro della periferia possa servire di ostacolo alle valutazoni superficiali
rettilinee determinate dal giro o dal taglio della curva circolare. Sarà sempre
vero die il concetto della curva circolare non c identico a quello della linea
retta c viceversa. Sarà piu vero essere impossibile una coincidenza metrica fra
queste due specie di liner, lo dunque non sarò cosi pazzo da voler misurare le parti
dell’ mia colle partì dell' altra, e pretendere di trovarne il ragguaglio. Giù
involge un assurdo, perde si suppone una possibilità di coincidenza, e quindi
una identità fonda me □ tale de non esiste. Ma, malgrado questa diversità
essenziale nella forma dei contorni, ninno vede l’ impossibilità di determinare
le superficie dei veri o sparii quadrati fabbricati sulle rette determinate dal
giro della curva circolare, senza per altro esaurire mai la diversità fra
questa curva c la retta. Così, per esempio.* alzando dal diametro diviso in
tante parti alcune perpendicolari alla periferia, io posso ottenere rapporti
certi fra le diverse grandezze dei quadrati fabbricati su queste rette. Si dirà
perciò de io possa ritrovare la quadratura del circolo? Ciò sarebbe ridicolo ed
assurdo. Ma dall'altra parte poi non si potrà negare che io possa ritrovare la
superficie dei veri quadrati geometrici c aritmetici, de si possono fabbricare
sulle diverse rette variamente limitale dal giro di questa curva, iu
conseguenza della divisione da me fatta del diametro sottoposto. Ognuno vede
didatti de qui la curva non segua die due estremità della linea retta, la quale
non cangia per la diversità dello str omento che taglia o limila, ma viene
variamente limitata per la distanza solamente fra i due punti che formano
l'estremità della lìnea medesima. La curva circolare pertanto nella Geometria
di valutaziooe sì deve considerare come uno strumento variamente limitante la
lunghezza delle linee rette; ma con tal legge però, che le diverse dimensioni
da lei indotte stiano fra di loro con determinali rapporti, soltanto propri! dì
una grande unità? la quale viene rappresentata appunto dal raggio del cìrcolo
stesso che percorre gradai a mente i punii diversi che formano l’estremità
delle ordinate e delle ascisse. Ora considerala la cosa sotto di questo punto
di vista, c meditando tutti i fenomeni che nascono dalle rispettive
costruzioni, lungi che nelP andamento circolare e nella rispettiva
incommensurabilità curvilinea si possa trovare un ostacolo alla Geometria di
valutazione ed alla teoria del calcolo unificativo, vi si trova al1 opposto
tutta la virtù logica necessaria alla valutazione ed alla unificazione. Tutto
considerato, noi siamo condotti alla conclusione, che nel1 incommensurabile sta
racchiusa la vera unità metrica rispettiva^ nou posta dall arbitrio dell’uomo,
ma determinata dalla natura stessa del soggetto analizzato. Talvolta questa
unità metrica della natura coincide con quella che lu posta da noi: e ciò
accade appunto scorrendo gl’intervalli Ira le radici quadranti. Ma il passaggio
e l’unione logica dei coefficienti a formare una sola grandezza appartiene così
all* unità non materiale, ma all intellettuale, che sembra potersi solamente
rappresentare dal simbolo della curva circolare, e non da quello della linea
retta. V associazione logica de\Y identità e della diversità, la quale
costituisce l’essenza di ogni mezzo termine, si effettua appunto associando
l’azione della curva circolare coll azione della linea retta. Questo è così vero,
che se per un ipotesi impossibile si potesse ritrovare la così delta quadratura
del circolo, la figura rettilinea che ne sorgerebbe non potrebbe giammai
prestare gli ufficii logici che la curva circolare presta e prestar può alla
Geometria di valutazione. Questa nou segue la materiale dimensione della
superficie racchiusa in un dato spazio, ma bensì la ragione intellettuale e
logica delle diverse grandezze accoppiate insieme, ed associate ad una mentale
unità sistematica, nella quale lo spirito umano adempie la legge fondamentale
di ogni raziocinio. Infinitamente dunque più estesi ed importanti sono i
servigi di questa Geometria di valutazione ( la quale sa giovarsi dell’
incommensurabilità medesima), che i vantaggi o i servigi che ritrai’ si
potrebbero dalla impraticabile quadratura del circolo, lo prego a por mente a
questa osservazione, la quale versa propriamente sull ultimo fondo delle leggi
del nostro spirito nel paragonare 5 giudicare e comporre le diverse grandezze
estese. Didatti per virtù di questo simbolo noi possiamo cogliere i traili
caratteristici del principio dell’omogeneità applicato con un’identica
denominazione, tradotta e trasformata dappoi in conseguenza dei rapporti ue1
cessarli che ne emergono. Guardiamoci dal confondere l’unità del principio
colla uniformità delle maniere . L’uniformità di maniera nou può convenire che
a grandezze identiche logicamente: l’unità del principio deriva, per lo
contrario, dall’unità e dall’identità della mente che istituisce il calcolo, e
che nel far ciò è necessitata a sentire i rapporti concorrenti ed i concludenti
dei proprii concetti. L’applicazione del principio dee variare a seconda
dell’oggetto. Così Io sguardo corporale varia di movimento o di mezzi, secondo
l’aspetto degli oggetti ch’egli ama di esaminare; ma la legge ottica è una. Se
didatti trattar dovete le famiglie delle grandezze continue e delle discrete,
delle linearmente commensurabili e delle incommensurabili, la vostra ragione vi
annuuzia ipso facto, che deve occorrere qualche diversità nel metodo della
valutazione, per ciò stesso che gli oggetti presentano qualità tanto contrarie.
L’ assoluta o perfetta identità di maniere pertanto non solamente riescirebbe
sospetta, ma costituirebbe almeno una fortissima presunzione di falsità e
d’incompetenza. L’esperienza verrebbe indi in soccorso di questa presunzione, e
vi accerterebbe che non vi siete ingannato. Ora tornando al proposito dei veri
e pienarii mezzi termini di valutazione, si può stabilire la massima: che se il
principio dell 'omogeneità e dell’ unità essenziale dei metodi di valutazione
deve predominare nel calcolo, debbesi nell’atto stesso soggiungere che
quest’omogeneità variar deve secondo la reale natura degli enti valutati: e
però che l’omogeneità importa bensì unità, ma non uniformità perfetta, la quale
anzi violerebbe il principio stesso dell’omogeneità. L’omogeneità è appunto
tale, perchè segue la natura delle cose. L’unità poi essenziale ? e non modale,
verificar si deve atteso appunto l’identità e la diversità che si accoppiano
nella quantità estesa. Tutte queste osservazioni riguardano il inerito
intrinseco del calcolo, la potenza del quale risulta appunto dall’ attitudine
sua a somministrarci le valutazioni che bramiamo. Io sono ben lontano dal
pretendere di aver dimostrato in che consista e da che derivi la plenaria
possanza del calcolo iniziativo che ci occupa. Converrebbe stendere un lungo
Trattato per rendere palesi gli elementi di questa possanza, e corredarlo con
esempli. Si ritenga dunque ciò che ne ho detto come una mera proposta e come un
primo presentimento 5 per indicare in generale qual’ idea formar ci dobbiamo, e
dove dobbiamo volgere le nostre disquisizioni per fondare la possanza di questo
calcolo. Passo ora ad una fondamentale ispezione, riguardante la maniera di
procedere nello stabilire le prime teorie della valutazione. A questa maniera
si riferiscono le tre condizioni seguenti. Per esse la teoria della valutazione
dev’essere: l.° prefinUa nella sua tendenza ; obbligata nei suo maneggio ;
omogenea nelle sue conclusioni Quando dico clic deve essere prefinita nelle sue
tendenze, io intendo che si debbano escludere tutti i tentativi arbitrarli e
casuali, e però che ogni passo debba essere indicato dalle uozioni ritratte
dallo studio precedente già compiuto nella parte ostensiva della scienza. In
esso appunto ci vengono rivelate tanto le affezioni e le leggi della quantità
estesa, quanto le esigenze della nostra mente nel meditare questa quantità.
Colla cautela di stabilire la teoria della valutazione in vista d indicazioni
preparate e preconosciute, si dà finalmente nesso, vita e possanza alla intiera
logica della quantità estesa. Per questo mezzo si empie quella fatale lacuna,
la quale oggidì è frapposta fra la Geometria e I Aritmetica: per questo mezzo
si connette strettamente Puna coll’altra, per farle servire amendue allo studio
della natura ed al perfezionamento delle arti. Così l’Àlgebra, figlia della
Geometria, rammentando dopo molto viaggio, e dopo molte gesta impotenti, di
avere una madre, volge indietro lo sguardo e i passi suoi, e va a porgere la
mano a colei che da tanto tempo fu abbandonata sulla strada; e da essa implora
lume ed ajuto per poter camminare senza traviamenti e con buon successo nel
paese specialmente degli incommensurabili, e indi servire ai bisogni del1
umanità. La Geometria, io lo ripeto, la Geometria dee fondare la vera e piena
teoria della valutazione ; e deve farlo in una maniera certa, facile, breve, ed
a mano a mano preindicata dai simboli stessi della quantità. Couvien dunque
compiere Io studio della Geometria, per compiere la teoria fondamentale delle
valutazioni àe\V esteso. Questo complemento importa di fare uno studio speciale
di un ramo ebe io appellerei Geometria di valutazione, del quale la teoria
delle proporzioni ci offre già molle preparazioni importantissime. Quando io
scorro i libri di geometri abilissimi; quando ad unauiea facilità e limpida
chiarezza veggo accoppiata uua buona scelta (loccliè specialmente ammiro negli
scrittori francesi), io esclamo: Qual pe ccato che così belli ingegni siensi
contentati di darci soltanto una vecchia materia, o non fabbiano aumentata che
di qualche particella! Ad essi eia nota pur troppo l’insufficienza e la
difficoltà degli algoritmi usitati. E perchè mai non si sono occupati ad
indagarne la cagione ed a suggerirne il rimedio? E perchè mai non si sono presa
la briga d’interrogare la natura e di ascoltarne i primi suggerimenti? Essi
avrebbero scoperto coti quanta munificenza questa -buona madre soglia premiare
i figli c^e ^ consultano con raccoglimento, e ne seguono fedelmente le
indicazioni. Lume, facilità, certezza, possanza razionale, e indi Gsica e
morale, sono i Lenefizii che la natura largamente comparte a’ suoi ingenui
cultori. Te nm ugjjre difficoltà, incertezza, impotenza, sono i mali che a fil
isserò* aifiigrotiu e affliggerà uno semp re tulli coloro die o per ignoranza o
per orn 1 5 ìj si scostarono, si scostano e si scosteranno dalle tracce segnate
dalla natura. Così anello nel mondo intellettuale regna un ordine eterno,
munito d’irrefragabile sanzione; così coll* irrogare le pene suddette la natura
relrospinge ì traviali entro V orbita del grand3 ordine col quale reg£rc r urna
uila ; cosi col castigo stesso ci fa sentire la sua provvidenza, 0 C'L conduce
e sospinge a quella perfezione a cui essa ci destinò. Ho dello die la Geometria
di valutazione ha una in Lima connessione con quella delle proporzioni* Ora
soggiungo, che la Geometrìa di valutazione non è nè può essere altro, clic la
teoria stessa graduale delle paorjpitssioiNij raccolta da tutti i rapporti
deli/ unita cohplessiva, estesa e maneggiata col principio dell omogeneità lu
questa teorìa io disliuTuo due grandi parli. La prima contiene le condizioni
assolide; la seconda le condizioni relative. Giù che So dico del tutto verificar
si deve in ogni parte, e però anche nella soluzione di qualunque particolare
problema. Se la cosa non fosse cosi, non sarebbe più vero che la data legge
generale presieda ai procedimenti dei calcolo; perocché essa Io tanto è
generale, in quanto regge e predomina in tutti i casi particolari. Io offrirò a
suo luogo un esempio d1 una soluzione latta con questo procedi monto preludio
aio, al lume del quale sì potranno m s lituiro esperienze dì questa Geometria
di vaio Lazio ne. Ora mi conviene iar avvertire a’d una particolarità dì questa
Geometrìa, a ila quale non SO se 1 moderni abbiano posta bastante attenzione; e
questa è la suddivisione indicata delle prime radici naturali dei quadrati
posti Io serie con Linea (LX Lo scoui parto di questa serie fu latto (iti
conseguenza dTma uàturale indicazione) in la fitte colonne, ognuna delle quali
contiene ventiquattro termini, facendo in modo che il ventesimoquiuto serva di
anello e di con ne ssi mie per unire una colonna coll’altra. Queste colonne,
consiiltjrate come una via percorsa, presentano l’idea di altrettanti stadii
della unità elementare: perocché si può figurare che Vano primo metrico
progredisca successi vameu le per una data strada retta, e a mano a mano si
vada con identiche ri petizioni discrete ampliando ad ogni passo con certe
leggi tanto assoluto quanto relative, bua palla che rotola gin per un erto
pendio coperto di neve-, come farebbe una ruota sempre girante sopra uno stesso
asse * e che a mano a mano ravvolga una striscia di i ') Valgasi liL tavolaL In
quéijifr invola vicini csposi.a Solww l1 espressione numerica- luuiiu Lililulc
quiialO superilo ni c* mìe* lxI 1K. iJtìVldcUa larghezza odiale al proprio
diametro; una "rossa, ma assai JlessUjìht ° 0 pasta d ima data grossezza,
la quale si figari inca rnine! are ad avvolgersi con uà noccìuaìo di diametro
eguale alla jjliìi grossezza, fa sorgere In fìtte im rotolo, la di cui base vi
presenta un rotondo fatto a lumaca, ossìa diviso in una spirale cui potete 3
quando vi [date, chiudere iti un solo circolo. La grossezza della pagina
ravvolta, considerata nella sola sua superficie, vi presenta una lista minima
super* licitilo j la larghezza quadrata delia quale (ossìa il quadralo della
cui testa j sì può assumere come unità prima superficiale. Estraete quesihma
meln co quadrato, e sen itevene come di elemento fondamentale prima Noi vedremo
cou quali rapporti naturalmente indicati si faccia la visione ricercala di
questo elemento, a quali tisi poi serva questa sudilivisione nella soluzione
dei profilami competenti io mi riserbo dì presentare osservazioni convenienti
sulla costruzione e sui rapporti si di /ulto thè di ragione di questa tavola,
Lauto per la dimensione lineare, quanto per le valutazioni superficiali: e eli
porre in evidenza lo scambio antilogico clic viene praticato dal più dei
calcolatori, special mente della linea colla lista, e dì far avvertire ai
risultati tenebrosi e mortali che iodi ne derivano. Proseguiamo. Esaminando,
per esempio, la prima colonna o studio di questa serie ad oggetto di ottenere
una suddivisione indicala dalie radici, ossia meglio delibano elementare esteso
(che dapprima si presento compatto nella sua torma e ne' suoi passi }, io non
trovo che il salo ter mine decimo* il quale mi olirà una naturale e non
artificiale indi cazioa& di questa sud di visiono. Potrei certamente nel
dccimoterzo e nel diciassettesimo conseguire suddivisioni indicate*, e ciò cui
duplicare la radici:, sia colla divisione, sia eoli' addizione: ma questo
tentativo sarebbe arbitrario e prematuro, nè mi prese uterehfie gli altri
rapporti naturali dÌTtflutazione che concorrono nel quadrato decimale. !.. uico
pertanto iu qaesio primo stadio riesce questo quadralo, atto a soddisfare alle
condizioni imposte al mio procedimento. Dopo di lui viene il ventesimo. Convita
dunque arrestarsi al sìmbolo di questo termine* ed in ogni sua parte esami uà
rio. Qui non conviene perder nulla, perchè ogni indicazione contiene rapporti
importantissimi per tutte ì valutario ui cansec ulive. Q ci sta propriamente la
luce prima del calcolo inìziativo specialmente cotiìfi inalo, perchè qui prima
di tutto sì palesa lo stato dogli estremi massimi vitali entro l'unità, come fu
sopra spiegato. Qui sorgono ì primi rapporti palesi della composizione continua
di due ragioni, luna doppia dell’ ah tra, e della coincidenza in una stessa
persona. Qui sì palesa e da qui sideduce il medio limile fra i limili eli
unificazione (diversi da quelli di semplice esclusione) ri s guai danti la
ragione fon dame u tale del simplo e duplo raccolti nel concetto unificato del
tt iplo^ e riportati alla legge* e sottoposti all’impero primo ed ultimo dell’
implicito 3 del quale abbiamo di sopra ragionato (ved, 73), Ida ciò sorge una
nuova specie di calcolo trilogicQy Tunico proprio del? unità estesa, e concorde
alle leggi fondamentali e perpetue delbumana intelligenza. Qui si nasconde
eziandio un mediatore massimo razionale per comporre cd unire grandule di
natura diversa complessa, come si vedrà a suo luogo. Il calcolo del quale
parlo*, per essere iudicato, deve soddisfare alle condizioni assolute e
relative* Si deve Incominciare dall’ esame delle assolute per fondare r dati
delia competente valutazione, c passare indi alla costruzione di movimento, per
dedurne poi le suddivisioni del't’ftfto metrico prima assunto. Con ciò sempre
proceder dovrà F in segnarne □ lo primitivo delle Ma tema licite. \, chi ama il
ben tenebroso ed il ben difficile queste cure sembreranno vere fanciullaggini;
ma il fatto sia, ebe questi signori coi loro x -jV + 3 si trovano talvolta bene
imbarazzali, cd anzi del tuLlo incapaci a sciogliere questioni clic vengono
agevoli&simamenle sciolte con queste fanciullaggini. Sprezzato quindi, come
fa il giudizioso viandante, il garrire di queste cicale, o9 a dir meglio, di
questi automi calcolatori, io proseguirò fermo nella mia carriera. g 93. Come
riguardare ed usare sì debba del? implicò o. Nel mio secondo Discorso bo fatto
presentire clic la legge (là quale Del Calcolo sublime assoggetta
gPincommcusurabili ad un dato algoritmo) si dove far certamente sentire fino
dai primordii delle valutazioni delF esteso. Il Calcolo sublime, riguardalo nel
suo complesso, deve essere eziandio calcolo di .unificazione 5 senza di die
egli inanellerebbe della sua parlo migliore, ed uuzi essenziale. In questo calcolo
la possanza implicito si la sentire gagliarda mente « sia per differenziare,
sia per palesare le leggi di una serie, sia per segnare certi periodi. L
implicito quindi e decisivo, sìa comemezzo di salutazione^ sia come mezzo di
linutazione., sia come mozzo di conclusione^ ec. Egli, non ravvisato nella sua
lucida origine, viene sfigurato sotto l'assurda denominazione ora $
infinitamente piccolo, ora di zero relativo, ora di quantità sprezzabile e da
eliminarsi^ oc. cc. Nel l'Algebra stessa quest' implìcito dà causa alle radici
immaginarie^ e confonde sotto una stessa legge artificiale le valutazioni del
commensurabile c fall’ incommensurabile 9 ossia del dìscroto enumeralo c del
contìnuo. In tutti questi concepimenti bavvi certamente un f ondo nascosto pieno
ili verità. Lo sconcio pertanto risaita dalla cattiva maniera di esprimersi: e
questa cattiva maniera di dirti nasce dalla contusa maniera di concepire. La
confusa maniera poi di concepire deriva dal non salire alla cognizione delle
leggi primitiva e fonda mentali di puro fallo, clic reggono imperiosamente la
nostra intdJjgeu&a nello valutazioni della quantità estesa. Questa
cognizione primitiva nou si può acquistare fuorché cou esperimenti variati,
reiterali e cerli^ i quali facciano sortire alla nostra vista le leggi
recondite ed inde* olioabili della nostra intelligenza nel concepire,
paragonare e combinare lo quantità estese. Quella pondera zione,
quell’industria, quella pertinacia, quella saga dia che viene impiegata intorno
Tele liricità, il magnetismo, Jj Chimica, per far parlare, dirò cosi, la
recondita natura fisica, si J gì* p u i c i m piegare pe r lai* pa r I a re d
reco□di lo uomo i rt ter i o re. 0 ra e s epeitata a dovere 1 arte di osservare
cogli sperimenti co nvenienti, e rilevatele parli coi arila tulle, emerge
appunto anche una quantità implicita mntale^ì a quale non appartiene
propriamente agl] estesi rettilinei ini posta* h 5 raa mteryicne sempre nei
concetti dei cosi delti incommensurabili pei compiere la vera e logica
unificazione. Questa scoperta è un fatto primitivo semplice-, e dirò quasi
intuitivo, col quale si rettifichilo tulle lo cattive maniere dì diro adottale
dai matematici, e uel fatto stesso si dà ragione dell esattezza dei loro
calcoli, e del fondo di verità ravvolto sotto le cattive loro locuzioni. L
implicito si ravvisa pròpria meri le da* suoi effetti a guisa dulie Jorze
esistenti io naLura. e non già per la sua forma, come ho già avvertito di sopra
(ved, l3y, V olendo neJjf uuificazio no magistrale Impiegarlo a dovere, conviene
necessaria mente conoscerne lo 1? Ì juUitrali^ uuLl altrimenti che per dar
corso ad un'acqua, o per dirigere una correalr delinca, è necessario di
conoscere e dì rispettare lo leggi naturali di questi di ti dì. Ora si domanda
por quale maniera si possono urna destare a noi le leggi naturali di quesLo
implicito. Ogni ma te malico filosofo mi risponderà che tali leggi ci verranno
rese manifeste mediante le funzioni naturali della quantità estèsa, come le
leggi della natura vivente vcagcìJtJ rcsc manifeste dai fenomeni che accadono o
che emergono da sugaci esperimenti. Determinalo questo mezzo, che cosa dunque
ci resta a fare per ricoprire almeno le prime leggi naturali che bramiamo?
Ognuno mi risponderà, che converrà incominciare da uno sviluppa mento in Serie
^ proseguire indi colf analisi si assoluta che comparativa indicata dai Litio
mi di questa serie, e ciò sì per le grandezze discrete che per lo cmiliuue5 e
finir ludi culi’ indicazione dei risultali che nc emergeranno. Qui io non posso
presentare questo lavoro. Ciò nou ostante in via eli primo presentimento io
invito il lettore a gettar nuovamente Y occhio sulla tavola posometrica qui
annessa. Dopo un breve esame, limitato soltanto ai fenomeni presentati dalle
due prime colonne, si avvedrà che allorquando noi vogliamo contemplare le cose
sinotticamente, ci si presenta una segreta funzione precisamente inversa di
quella che esplicitamente abbiamo eseguila. Noi infatti, incominciando
dall’zmo, avevamo per una positiva apposizione fatte crescere radici e
fabbricati quadrati. Ma considerando bene le cose, noi ci avveggiamo di avere
invece praticata una divisione d’una grande unità nascosta, e ciò tanto per
tutto il corpo dell’unità, quanto pei gradi di distanza fra l’uno e l’altro
termine. Più ancora: troviamo ebe ciò che ne fa specchio nell ultima
evoluzione, nella quale si effettua Y eguaglianza^ e si finisce assolutamente
il primo periodo, ciò, dico, che ci fa specchio,non è il zero segnato di Ironie
al termine di 50, ma bensì una quantità nascosta, la quale ci dà per differenza
Io stesso quadrato di 50. Nè qui dir si potrebbe che la costruzione di questa
tavola sia arbitraria ; ma all’opposto confessar si deve ella essere indicata.
Mirate prima di tutto le ventiquattro desinenze scritte dei quadrati perfetti.
Esse si variano solo fino al grado di 24, e appuntino si ripetono identicamente
all’infinito; talché leggendo voi materialmente qualunque numero espresso con
tre cifre o più, e non incontrando qualcheduna delle dette 24 desinenze, siete
certo ch’egli non è un quadrato aritmetico. Paragonate in secondo luogo ogni
quadrato di ciascuna colonna col quadrato di quella che gli sta contro a
sinistra. Voi vedrete che fra la prima e la seconda la differenza ad ogni grado
cresce costantemente di 100; fra la seconda e la terza cresce di 200; fra la
terza e la quarta cresce di 300, ec. ec. Tutto ciò si fa con tal legge, che
giunti al fine di ogni colonna vi avvedete che il periodo è così compiuto, che
non potete far valere l’aualoo ia, e proseguire in via di differenza a far
nascere il quadrato che naturalmente vien dopo, nemmeno duplicando o
rispettivamente triplicando i termini indicati. Il primo periodo è il più
pieno; ed in questo non si possono eccedere che i primi cinque quadrati
naturali. Oui taluno mi potrebbe ricordare che noi abbiamo cinque dita in una
sola mano; che siamo dotati di cinque sensi distinti; che noi colla mente o
coll’ occhio possiamo ad un solo tratto al più cogliere un com¬ plesso di
cinque idee, come avvertì anche Carlo Bonnet; e che, oltre a questo segno,
siamo costretti a contare. Queste indicazioni però non presentano che una
congettura di analogia per Spiegare la legge indicata dilla favola. Li basti il
fatto per farci avvertire die lumi nello sviluppa- incubi ilei concetti nostri fpsometrici
mia legge segreta, la quale si mauilr.'iia nello sviltippament# paragonato
della quantità Ma vestendo i concetti aritmetici con forme estese, e congegna
qlIoIì ni modo che la ragion nostra abbia sotto la mano i termini assoluti ei
tei mini relativi convenienti per eseguire V unificazione giusta le conilizjom
pienamente logiche già accennate, che cosa ne dovrà seguire? Egli seguiva, che
la mente umana dovrà conciliare lo ragioni proporzionai! intellettuali colle
spoglie, colle forme e colle condizioni irrefragabili del1 esteso. \ olendo
quindi trattare eongi un Lamento due o piu proporzioni con una forma di
eguaglianza incompatibile all’indole logica di esse* tlnv ra lW£cere nei
prodotti uu pia ed nu meno rispettivo, il quale 3 Iirugi dui i iprovarc 1
esattezza del calcolo, anzi lo gl li stili citerà, e cì potrà servili di
passaggio e di mezzo termine a comunicare la forma logica coma alle assunte
grandezze. Allora ci verrà fatto palese l 'elementi) rispettivodi continuità;
allora vedremo come co Ih identità si c'oodlii b varietà, come la
disuguaglianza vitale si cangi unga colla eguaglianza eiemontare; allora
vedremo come le parti stiano insieme, e tutte conciprra- 1,0 a ili re un tatto
unico, individuo, pieno di concordia, di forzai di bellezza, ect e e. Aulla è
qui 1 industria, come è nullo V umano arbitrio. Tutte è kdicalo espressamente e
determinalo imperiosa meuic da Uà mi ame rito al.eslSo della natura, la quale
corona l’opera di colui che seppe in lei' rogar là. e volle docilmente seguirne
i dettami . Io sarò come J ho 5 dice in suo cuore il trascendentalista: ma egli
non s avvede, clic invece di occupare il trono della luce e della possanza, si
assido su quello delle tenebre ù dell impotenza. Egli non s? avvede die legge
di oscurantismo ù quella t,h egli detta seguendo 1 orgogliosa pretesa di
possedere uu assoluto ae* goto ad ogni mortale. Egli non travede il pericolo
che il genio delle leu e lire a l quale egli serve, possa essere debellato
dalla luce possente q dalla spada acuta della semita e parlata ragione. Bastino
questi cenni per segnare almeno In via di prima proposta lu tracce generali
dell unificazione magistrale domandato. Qui non n Irattava che del semplice
magistero del calcolo sinottico, atteggiato iu conseguenza delle leggi necessarie
delia utiiiìcaziouù sostanziale. I /esce il alone positiva di questo magistero
darà, a suo Wmpo, lume, e presterà la prova e la sanzione a questa proposta.
94De II’ unificatici n e morale delie Matematiche. Quando il calcolo di
unificazione venga fondalo, dimostrala, è fino dai primordii della disciplina
esercitato, cito casa avvenir de? e nelle Malemaliche? Ognuno lo prevede
agevolmente, dopo le cose accennate ud 83. T junie. possanza, unità,
semplicità, facilità in tutta la scienza, saranno le conseguenze dì questo
genere di calcolo. Allena si andranno a fondere io uno stesso complesso tulle
le scoperte faLle sin qui: allora lolle le opinioni vere si daranno mano, e le
erronee sLesse si spoglieranno di quella larva o di quei difetti che le
viziavano. Quel dì vero che contenevano apparirà sotto il genuino suo aspetto,
e contribuirà ad accrescere il lesero delle utili verità. Di questo tesoro bau
diritto gli apprendenti di approffklsfBr, ed c dovere dei precettori di coma
oleario, per quanto si può. genuino, splendida. completo. Ciò fare non si può
con una esposizione la quale manchi dì unità; o quest'unità mancherà sempre
fino a tant o che le nostre ricerche saranno, dirò così, diramate, come veggi
amo nelle Opere dei matematici. Convien dunque almeno riunirle ed unificarle,
riducendo le cognizioni alle cose fondamenta li, e di una vera e solida
utilità. Ma per eseguire conio conviene questa intrapresa convien possedere fa
n a lo n i ia e la fisiologia, dirò così, m a te m allea la qual a’n o s E ri
giorni pare negletta, o non forma almeno che V occupazione segreta di i]u:er fa
qual cosa l’aver ereditalo uu ricco patrimonio non ci dispensa dal sapere come
vada amministrato ed aumentato* Quindi l'economia dell5 insegnamento dev’essere
tanto più perfetta, quanto più le ricchezze nostre sono accresciute. Ma la
perfez ione di questa economia uou si otterrà mai se non a proporzione che
imiteremo enn piena cognizione ed accorgimento il primo periodo della
invenzione. Fu detto che gli estremi sì toccano senza confondersi: ecco ciò che
osservar dobbiamo nelle opere nostre.! primi passi furono fatti alla cieca, ma
furono giusti. Ripetiamoli con piena cognizione, e facciamo che siano graduali
ed opportuni,e saranno più rapidi e più utili. Con questo consiglio io non intendo
che svolgere dobbiamo le panne della storia positiva delle Matematiche, e trame
indi modelli d.' imitazione. lo proporrei una sciocchezza, ed una sciocchezza
d? impossibile esecuzione. Le origini matematiche si perdono nella calìgine di
un indefinita antichità, della quale una abbiamo monumenti. Dall7 altra parte
sì tratta di valerci dei prodotti dell5 invenzione, per trapiantare le
cognizioni acquistate nei tardi posteri che vengono al mondo. Quando propongo
dJ imitare gli antichissimi coltivatóri, io intendo d* impiegare una frase
ch’esprima lo spirito filosofico, c non la forma positiva del metodo da me
creduto necessario. Processo logico della parte dimostrativa. Sue funzioni
emine mi. Tutto l'affare adunque si riduce ad eseguire le condizioni indispensabili
prescritteci dallo natura ad apprendere con verità e con profitto. Fin qui ho
accennate le condizioni eminenti di questo metodo. Ho di¬ stinto lo scopo
logico dallo scopo morale ^ e la parte dimostrativa dalla parte interessante*
Ora mi conviene dire io particolare qualche cosa della parte dimostrativa della
istruzione matematica, perchè essa è quella che somministra l’oggetto proprio
che si pretende di conseguire. Le altre condizioni non riguardano clie la
maniera migliore di trasmetterlo e di assicurarlo. La parte dimostrativa, della
quale intendo parlare, non riguarda la forma minuta ed esteriore, colla quale
si scioglie un problema osi dimostra un teorema: ma bensì il complesso delle
funzioni logiche, colle quali si acquista la scienza. Tutto il processo logico
pertanto forma per ora 1 argomento del mio discorso. Questo processo iutiero si
è quello che io comprendo col nome di parte dimostrativa dell’ insegnamento. Le
parti di questo processo sono le stesse in Matematica, come io qualunque altra
disciplina. Io mi restringo qui alla parte eminente, perocché gli artificii
pratici sono una conseguenza dei dettami della medesima. Distinguere,
connettere, esprimere, sono le funzioni simultanee ed inseparabili di qualunque
invenzione ed istruzione possibile umana. Lsse sono indispensabili alla
limitata nostra comprensione, perocché ad un solo tratto non possiamo ben
cogliere colla mente se non quanto cape una nostra mano. Queste successive
funzioni non sono necessarie allTutelligenza suprema: come nou sono necessarie
quelle forme simboliche che denominiamo idee generali, le quali realmente non
sono che monogrammi per ajutare la limitata nostra comprensione. Distinguere,
connettere 5 esprimere uella maniera la più facile, la più breve, e la più
proficua all’ intento che ci siamo proposto, forma il inerito dei buoni metodi
sì d’invenzione che d’istruzione. L’effe Ito primo ed intrinseco, il più
segnalato di essi, si è quello di ridurre le idee ai minimi loro termini. Con
ciò intendo dinotare quell’ operazione, per la quale si estraggono e s
incorporano i concetti, e si rannodano a pochi centri di richiamo, per mezzo
dei quali tutte le idee principali, riguardanti quel tal soggetto logico,
vengono ad un tratto risvegliate. Da ciò nasce quello che dicesi colpo cl’
occhio, il quale forma il merito eminente dell’ingegno: e quando coglie gli
estremi più lontani e li unisce, costituisce il genio. Il distinguere si può
prendere in due sensi: il primo come pui'O fatto, ed il secondo come operazione
logica. Il distinguere, considerato come puro fatto, altro non significa che
quell’alto mentale, por il quale facciamo sortire le idee differenti componenti
i nostri concetti. Questo risalto puramente mentale deriva dall’esercizio della
nostra al tentivitìi} ossia dell’ attivila dell’ animo nostro, il quale nelle
masse delle percezioni, sia interne, sia esterne (le quali a prima giunta si
presentano confuse, uniformi, incorporate), si sforza di discernere, sia le
parti che le compongono, sia i limiti che le separano, sia le relazioni che le
connettono, e cose simili. Fino a che non figurate uno scopo a questo
esercizio, egli rimane un’operazione di puro fatto, ma tosto che voi volete con
questo esercizio scoprire la verità, la operazione di distinguere esige
d’essere fiancheggiata da quelle funzioni, senza le quali sarebbe impossibile
di conseguire la cognizione del vero. Posto questo scopo, conviene avvertire
che altro è il distinguere, ed altro è il disgiungere . La prima operazione
altro non importa, che di avvicinare l’occhio o adoperare una lente, per vedere
in una maniera distinta e propria ciò che veggiamo in confuso. Il disgiungere,
per lo contrario, importa il segregare un oggetto, e costituirne una cosa
avente o un esistenza propria, o un attività isolata. In ambi 1 casi interviene
un nostro giudizio. IN e 1 pumo si atti i— finisce un’essenza ed esistenza
puramente logica, propria all’ oggetto; nel secondo se lo considera spogliato
da ogni relazione o di causa o di effetto o di concorso; in breve, se lo
riguarda come dissociato. È più che noto, che non tutti gli oggetti logicamente
distinti possono essere realmente esistenti ; e che non tutti gli oggetti
realmente esistenti sono effettivamente disgiunti. Eppure un rozzo istinto ha
tratto e trae ancora alcuni pensatori a confondere questi concetti. La famosa
setta dei Nominalisti, combattuta e fin condannata dalla Sorbona, mostra quanto
grossa e illusa (benché astrattissima e meglio sfumatissima) fosse la filosofia
dominante di quel secolo. Le produzioni poi moderne di alcuni cervelli lenti e
grossi ci somministrano le prove attuali. Per ben distinguere e per ben
disgiungere ricercansi gli occhi e le ali dell’aquila, e non gli occhi e le
gambe della talpa. I cervelli grossi e lenti non potranno mai e poi mai nè ben
cogliere le differenze, nè bene abbracciare il complesso degli oggetti logici.
Dunque il loro ufficio nel mondo scientifico è quello di occuparsi di que’
lavori che si fanno coll’arco della schiena, e non col cervello. Quando,
violando la loro vocazione, si vogliono ingerire in ufficii superiori, e dal
portar sassi e calcina vogliono passare a far da architetti, le loro produzioni
sono moli informi, slegate, rovinose, oltre d’essere meschine, goffe, e senza
splendore. Voi diffatti non ravvisate che brani staccati di concetti compatti.
\oi vedete che colle loro pretese astrazioni uon iscompongono le idee, ma le
piglia¬ no pei capelli, e le palpano al di fuori, limitandosi quasi sempre o al
davanti, o al di dietro, o al fianco, c mai abbracciando il tutto della cosa.
im Oa ciò devo nascere, CO me nasce difftt ti * che uhm osservatore si Lrova
d’accordo coll’alito; e quindi,, so egli La seguaci, si formano ialite scuole,
le quali sì rombatoli o a vicenda* e souo lutti cebi che. giro» caco alle
bastonale. Finn a che essi si limitano all1 anfiteatro de IF idealismo puro,
essi non presentano die uno spettacolo ridicolo: ma aliarci u: invadono le
scienze e le discipline interessanti. il loro procedere dive afa intollerabile
non solamente per le mostruosità che partoriscono, ma per la boria colla quale
deprimono e rigettano le cose veramente eccellenti non Configurate alla loro
maniera. A] brn distinguer è e al ben disgmngere ostano pure i cervelli vivaci,
sottili, ma puerili, i quali pigliano j concetti a volo di uccello. La
vivacità, la varietà e la disi u voi tura alba* gllano, ma non creano opero die
reggano al crocinolo (Firn pieno esolido esame. A udì’ eglino bau do II loro
orgoglio; ma è più scusabile c pii tollerabile di quello dei primi. DiffatLi se
consideriamo le loro produzioni. esse non banuo ! aria goffa e pesante, ovvero
stentala e strana dei pumi: essi a banco di no concetto pie no non pongono un’
appicciata ra, nò dopo di un pensiero nobile soggiungono una trivialità.
Leggende le Imo Opere non vi sembra di camminare sopra una grossa gìnaja* ma mv
pia un terreno sebbeu disuguale, dò nonostante agevole, spedito, e circondalo
di amenità. IJ loro orgoglio poi è più tollerabile: perocché se essi non vi
ofirouo le produzioni di un genio vasto, possente, profondo c solido, ciò
nonostante Lamio Mèitudme di sentirne almeu di lontano il pregio, e dì stimarlo
ari die co! plagio. Che se poi passiamo alla sfora dell Inteièssante^ essi non
li armo la balorda pretesa di violentare la natura c dì trattarla sul letto di
Proclisìe, come lamio i primi; ma sì piegano alle voci della medesima. E se
mancano di grandi principi!, almeno suppliscono colla finezza di un senso
morale clic nobilita e raccomanda i loro divisamente Vi sono altri cervelli, i
quali hanno una profondità parziale* ma mancano di quella Ubèra spiritiudita*
la quale non solamente sa sollevarsi alle grandi vedute, colle quali ben si
connette e ben si disgiunge ma eziandìo si spoglia da quelle illusioni, e
sgombra quei fantasmi clic circondano la si era delibiamo interiore. Di dò
làmio fede lo loro produzioni. delle quali vedeto profondità e disordine,
indipendenza e pregiudìzi i. presentimenti morali c violenza; e sogliono
mancare sempre di varietà, di finezza, di amenità e di armonia. Anche questi
hanno il loro orgoglio ma esso non impedisce loro di stimare c di riconoscere
il btto ll0; qua mF anche uou sia fatto alla loro manierale di accoglierlo con
istòria* Sonovi finalmente cervelli d’ una tempra viva, ma riposata, aimonica
ed estesa, i quali presentano le cose con isplendore, finitezza, armonia e
connessione, quale si ricerca per la scienza completa. Tali erano, per esempio,
quelli dei Greci. 103. Delle funzioni sussidiarie ai ben distinguere. Ho detto
die per ben distinguere sono necessarie alcune funzioni sussidiarie. La prima
di queste funzioni consiste nella proposta della materia o dell 'oggetto della
data scienza o disciplina. Se, senza presentare un oggetto al vostro sguardo,
voi non lo potete esaminare, egli sarà egualmente vero che se no’l presentate
tutto, non lo potrete esaminare per intiero. Ma non esaminandolo per intiero,
l’idea ultima particolareggiata, che ne risulterà, non costituirà giammai
l’intiero concetto distinto della cosa. Ora mancando una parte di ciò che
cercavate, voi siete realmente defraudato nel vostro intento. Esso anzi manca
intieramente, perchè voi volevate il tutto, e non la parte. Bonuni ex integra
causa; malum autem ex quocumque defiectu. Dunque la proposta dell’intiero
soggetto ed oggetto è la prima condizione assoluta per ben distinguere. La
proposta dell’oggetto non può dirsi logicamente intiera fino a che non lo
presenterete co’suoi estremi. Vi sono estremi intrinseci ed estremi estrinseci.
I primi costituiscono V unità delle cose; i secondi ne segnano la latitudine, e
però più propriamente meritano il nome di limiti o di confini. Questi però non
sono che rispettivi alla nostra intelligenza ed ai rapporti che noi sosteniamo
colla natura. Gol nou conoscerli si tralascia di ottenere tutto quel bene che
la Provvidenza offre alla nostra potenza; col volerli trascendere si dà di
cozzo contro un muro di bronzo. Ma quando si conoscono, non si pensa di
oltrepassar¬ li. Parlando della prima proposta scientifica, io non esigo altro
che gli estremi estrinseci, perocché gli intrinseci non si possono conoscere se
non dopo l’esame. Non ogni proposta scientifica si può fare colla stessa
facilità. Questa facilità cresce o decresce a norma del posto che la data
scienza o disciplina occupa nell’albero enciclopedico. Diffatti, inoltrandoci
in esso, si trova in molte parti non solo che i risultati di più scienze
antecedenti formano le radici d’una stessa scienza conseguente, ma eziandio che
i limiti d’una data scienza sono fissati dai limiti delle altre confinanti.!:
|(U. Della prima proposta filosofica, Suoi llmiÈÌ, suo interno, suo spirito
eminente* La prima proposta puerile e sensibile della Melemalica è fatta dàlia
stessa natura coll’ averci dato cinque dila por mauo e per piede) ed uh sole ed
una luna die dilla mina no. La prima proposta, per lo contrarlo) filosofica non
può essere dettala fuorché dalla cognizione profonda dolio leggi die governarne
la nostra intelligenza* Queste leggi debbono essere esplorate con Sperimenti
certissimi e concatenali, i quali ci addilitio i yen limiti della scienza. La
proposta data in esame agli a ppre uditili deve riunire V apparenza puerile ed
il valor filosofico : quella deve eoadurre alla scoperta di questo. Il valor
filosofico della proposta dev'essere eminente io voglio dire, ch'egli deve
virtualmente comprendere tutta la sfera dell' oggetto^ in modo che Pesame, che
si farà, somministri i risultali che si ricercano* Dunque la proposta apparente
dovrà essere espressa in modo da abbracciarti virtualmente tutta la sfera
suddetta. Una buona proposta pertanto non può esser fatta da un mero erudito in
una data scienza o disciplina, ma solamente da colui elio conosce il valore
complessivo della m ed esima. Quello che i Latini dicevano pitti et potesiatem
tenere è cosi Indispensabile, che ninno potrà nemmeu dare il vero succo di un
libro senza possedere la materia di cui egli traila., o almeno senza avere qnel
colpo d’occhio il quale sappia cogliere le idee fondamentali* e radunarle in un
compendio ordinalo. Considerando io scopo vero della Matematica, essa definir
si potrebbe la logica delle quantità . Essa è dunque un arie razionale. Qui
dunque la re téma servir deve all’ opera. Il calcolare costituisce appunto
quest’opera* La dimostrazione d'un teorema o la soluzione d'un problema
geometrico sono un vero calcolo, perocché ogni raziocinio, nel quale si tratti
di scoprire i rapporti di qualunque quantità, ò no vero calcolo. In natura si
presenta no quantità finite e quanlit k indefinite. Quando voi pesate una cosa,
voi maneggiate una quantità i n defili ititi quando all’opposto misurate una
pianta, voi maneggiate una quantità finita. Ntl primo caso, dopo avere
stabilita l’oncia e il gratnma, potete ancora suddividerli fino a clic F indice
della bilancia non segni alcun movimento ad occhio mi do.. Voi potete ancora
figurare una bilancia pili sensibile e un occhio armato di microscopio, che vi
segni altri gradi ancora* Dalfeltra parte poi l’idea della forza di gravità,
alla quale attribuite il p15’ so, non vi presenta ver un limite fisso, al quale
possiate riportare la divisione della quantità* Ciò che ditesi della forza di
gravila dire pur si deve dì qualunque altro concetto non circoscritto da limiti
conoscili Le Per lo contrario nella misura della pianta v ha un limite certo,
oltre iE quale vedete c toccale elfessa nou esiste* Qui dunque la quantità può
essere dvfinita^ sia per voi* *sia per la formica che cammina sulla pianta* \
oi usate uu metro più esteso di quello della formica. Ma ciò è puramente
rispettivo. Ogni idea sémplice ed isolata è perse, illimitata: essa non viene
circoscritta die col paragone di altre della stessa specie. Po suono non limita
fidea dTuno spazio; nè un sapore quella di un colore. Col raduna* re molti
odori, molti sapori, molti colori; o molli suoni 5 non si può uè fondare nò
esprimere un calcolo dimenslvo. Voi potrete bensì sentire che Tono ù diverso
dalP altro, o che lo stesso è piu o meno gagliardo 5 ma non poLrete misurarne
due diversi, e meno paragonarne il più 0 meno delibino coti quello delbaltro,
per determinare l’eguaglianza o la disuguaglianza reciproca., cd ottenere i
concetti logici del calcolo dimenslvQì Quando ne esprimete molli, altro non
fata che annunziare la diversità di tutti con una sola locuzione A v re Le
dunque un calcolo enumeratilo^ ma non dimenswo. Il calcolo dimensìvo adunque in
ultima analisi deyesi ali7 idea delV ostensione derivataci dalla vista e dal
Latto. Dico anche dal tatto; perocché (senza entrare in disquisizioni
psicologiche, e dimostrare la potenza primaria del tatto) osservo che i ciechi
nati calcolano quanto i veggenti. Testimonio ue sia il cieco- nato Sauuderson «
il quale meritò ili succedere nella cattedra di Matematica al celebre Newton,
Ma l’idea dell* estensióne^ presa vagamente* non determina ancora il calcolo
dimensivo. Essa ricerca d'essere finita e circoscritta. ÌJ illimitato può, dirò
così? servir dì margine^ come il bujo spesso servo di limile ad un esteso
illuminato:, ma non può costituire un elemento di calcolo. Chiudete gli occhi,
c poneteli contro il sole o contro una fiamma vicina. Avrete un {barlume
rosseggiante ed esteso, ma non definito né circoscritto. Questo ed altri simili
soggetti sono sottratti dal dominio delle Matematiche* Ilio muras aeneus esto,
dico la Filosofìa a qualunque uomo il quale voglia conoscere tutta la
latitudine possibile dell4 orbe matematico. Dico dell'orbe matematico-; e con
ciò comprendo tanto la parte contemplativa* quanto l’operativa : tanto la
geometrica, quanto l’ar itm etica, lauto i limiti della quantità escogitabile*
quanto i limiti dell* algoritmo praticabile, « L’algorilme (dice d 'Alembert
nell'Enciclopedia] selou Sa force des mots siguifie proprement l’art de
supputer avec justesse et faeili» té.... c’est ce qu’ou appelle logistique
nombrante ou numerale.)) L’algoritmo adunque forma in sostauza il calcolo puro
aritmetico. Ora per questo calcolo esistono due principi!, coi quali si fissa
la massima latitudine sì del suo oggetto, die del suo mezzo ; e quindi si
determina la massima sfera possibile della sua possauza. Questi principii sono
proclamati dai matematici. Col primo si prescrive che le quantità adoperate
debbano essere della stessa specie \ col secondo che il nulla e il tulio sono
due estremità poste fuori dei numeri, e quindi fuori del regno dimensivo
escogitabile. Siami qui permesso di servirmi delle parole proprie di matematici
celebri, per indi procedere senza contrasto a quello che sono per dire in
appresso. « L’unico mezzo di misurare una quan» tità (dice il celebre Paoli) è
quello di riguardare come cognita e fissa » un’altra quantità della medesima specie,
e determinare il rapporto di » quella a questa (l). » Questo principio riguarda
il mezzo e l’ intento d’ogni possibile algoritmo. Esso presenta l’iniziativa
del principio dell’omogeneità, del quale ho parlato nel GG. Se questo
principio, annunziato da Paoli, non racchiude tutte le condizioni positive
dell’ algoritmo in qualità di mezzo termine logico plenario, esso però segna
gli estromi dell’algoritmo stesso: di modo che dir si deve impossibile,
allorché per misurare una quantità si volesse far uso di una quantità di specie
diversa, o che non si potesse tradurre in una specie identica. Frustraneo poi
diverrebbe l’algoritmo allorquando non servisse a determinare il rapporto
domandato. Tutto questo riguarda i limiti della parte operativa di tutta la
Matematica, sia quanto all’intento, sia quanto al mezzo, sia finalmente quanto
alla potenza umana nell’ occuparsi della quantità. Passo ora ai limiti ultimi e
massimi della parte contemplativa . Il cel. Leibnitz in una lettera scritta nel
Settembre del ITI 6, ultimo anno della sua vita, esponendo il vero significato
dei nomi, e il vero valore meramente approssimativo del suo calcolo
infinitesimale, dopo d’aver dimostrato che Io zero moltiplicalo per l’infinito
darebbe l’unità, prosegue, (c Mais on peut dire que cela y va, et non pas qu’il
y arrivo, car a la » rigueur nihilum, qui est l’extrémité des nombres en
diminuant, de¬ li vrait ainsi étre divise par omnia, qui est l’extrémité des
nombres en » augmentant. Mais X omnia pris cornine numerus maximus est une
elio)) se contradictoire comme numerus minimus. Les deux extrenutes nani » et
omnia sont hors des nombres, extremitates exclusae non inclu (i) Elemenli di
Algebra. Tomo I. pag. i e 2. Pisa iyg4 -1 sa e (0 » Qui, come ognun vedo, si
parla dui nutnero puramente aritmetico a metafisico, v. mm del vero numero
matematico esprimente la quantità fisica escogitabile. I limiti della Fisica
coincidono con quelli qui tracciali dal Leibnitz L’idea di quantità estesa sla
fra le chimeriche idee del punto ine steso e dello spazio infinità . Al punto
iuesleso geometrico corrisponde il nihìlnm aritmetico, ed ulF omnia aritmetico
corrisponde lo spazio in lini lo geometrico* Detratto cosi V esteso illimitato,
cesia dunque per le Matematiche il solo esteso circoscritto. Questo è o
commensurabile, o incommensurabile 5 vale a dive suscettibile di misura
coincidente 0 non coincidente con un dato altro esteso fluito e circoscritto,
preso come termine di paragone. Ma per ciò stesso che esisto uu
incommensurabile esisto un indefinito entro certi confini. Ilavvi dunque un
indefinito illimitato ed im indefinito limitato 11 primo è sottratto totalmente
dal calcolò ; il secondo può andarvi soggetto. Ma., atteso hi sua di versili
dal commensurabile^ il calcolo avrà alcune leggi spedali. Queste leggi proprie
de IV incanì mensurahile soffrono modi fio azioni subalterne, a norma delle
diverse specie d ' incommensurabili ih. Due specie principali $
incommensurabilità $ incontrano: la prima ì V apparente^ la seconda ò la reale.
La reale poi si suddivido in omogenea ed eterogenea. L’omogenea u quella che,
sottoposta al trattamento della moltiplieadoue dogli estremi e dui mediì, vi dà
ntf identità perfetta fra i prodo Lti. L’eterogenea poi è quella che non
somministra questa identità, quantunque vada soggetta a leggi corte, e
conciliar si possa colf unificazione. Senza calcolare V indefinito limitalo à i
m possibile di misurare le forze e le composizioni della natura 0 delle arti, é
anche d1 illuminare i risultati che riguardano quei soggetti limitati e finiti,
i quali esistono od agiscono in uno stato unito e continuo. 11 calcolo del
fruito c dell’indefinito limitato sono adunque due parti integranti cd
essenziali della stessa scienza ed arte, sia integrale, sia differenziale, sia
compositiva, sia risolutiva, sia primitiva, sia secondaria. Essi non solamente
sono inseparabili quanto allo seopo^ ma eziandìo quanto al processò: io voglio
dire, che con si possono far succedere in senso diviso, ma usar si debbono
alternativa mento, secondo V avvicendamento del commensurabile e
incommensurabile^ c si debbono far concorrere In compagnia nell* unificazione*
Per la qual cosa i due algoritmi debbono essere associati Fimo all* altro per
compiere il viaggio, e debbono darsi mano per tutta la strada, Opero, omnia.
G-rmHiu si pad Frairvs Dei olirmi, i-p^. ] général, cornine nous Favons déjà
remarqné en dounauL la doductiou » de la tedi Die de ralgovitbmie . Nnus le
repétous : toni ce quìi j a de » géaéral daus la lésolulltm lliéorique des
équations, ai usi que dans toujj te la ili éo rio de faigoriLlimie, se Irouye
domié par les lois londamenì) lales que nous avous assìgtiées aux differeuLes
brauebes de collo ih do» rie: oii no saurait alter au-delà; et jamais mi n’auva
des lois oli des j j procédés li j é o ri ques gét i ère t ux d i fio r e u s
de con \ que nous avous d e l o r3i luinos. La certitude absolue de euLLe
assertion osi lo lido e sur les pnu» cipes i neo Lidi tic nnels dcsquelles
derive ni les lois iheonques doni il 31 Sigilli ('). Siena reso grazie al signor
W ronski, il quale cou queste ed alito simili dichiarazioni ci La rivelalo la
nullità completa delle sue formule algoritmiche, dedotte dalla con siderazione
delle somme ed ultimo generalità. Grazie si angli pur rese per la causale
ch’egli adduce di questa nuli ila, benché questa causale sia assolutamente
antilogica. .Mi si domanderà da quale litoio di ragione io derivi questo
giudizio. Prima di rispondere categoricamente mi si permeila di domandare se
sia vero, o do, che il signor Wronsld abbia confessalo cou lutto il mondo, che
lo scopo d’ogui calcolo consiste uelT oLle nere le misure o le valutazioni da
noi domandale. Qual è il mezzo per olle aere questo scopo, se non che l
algoritmo? In che consiste F essenza dell' algoritmo, se non se nella virtù,
ueda possanza, ne ih efficacia a farci ottenere il suddetto intento ? Senza que
si* efficacia che cosa diventa ^algoritmo, fuorché una spada che nou taglia,
uno stromento che non suona, un interprete che non parla; in breve, un mezzo
futile, incompetente e nullo? Ma d’ oude l’ algoritmo U'ar può la sua virtù e
la sua efficacia, se uou che dalla qualità degli oggetti e dalle leggi naturali
e indeclinabili del nostro intendimento ? Dunque sono oziose ed incompetenti le
considerazioni colle quali si prescinde dal concelLo intiero e pratico delie
leggi di questo intendimeli Lo applicato alle quantità matematiche* io m L
riserbo nel sesto Discorso di porre in chiaro la maniera di vedere del signor
Wronsld in fatto di Filosofia. Allora il Pubblico vedrà, che altro egli non. La
fatto elio seguire appuntino ìl solito costume di tulli (0 Inli'ùdiicttQJi à ht
i>htlwoj>Jitc ics Mitih àmitujucs2 pag. uGi-aGa. rm i Jvati risii . Essi
senz'altri .apparecchi escono dal mondo e &’ tu abituo nei
tnt&endentalismO) per ivi cercare h pietra filosofale ètftasmkk. Quando
credono di possederla rientrano nel mondo; ed a costo dì-faro a p tigni col
pieno cero pretendono che a\V assoluto si assoggetti ogni cosa. Scorrete le
Opere degli scolastici dei medio evo; esaminate Indoro maniera di vedere, di
parlare 3 e perfino dì tessere alberi di idee; eroi ' accorgerete tantosto eh
essi rassomigliano ai moderni trascendentali^ r specialmente al signor Wronski,
Cosi adoperando-, si fa precisamente !' tiocedeie la scienza, e sì riconduce lo
spirito umano ad una seconda ignoranza peggiore della prima. Nell a prima i
concetti delle cose riuscivino iucompeLeuti per mancanza di distinzione; nella
seconda lo som i •-! mancanza dì pienezza. La prima ignoranza presenta vasi
coti linea* menti grossolani; la seconda si annunzia con viziose dicotomie. Ma
celli j nniLi ignoranza si aveva la realità} e non mancava die la dlsiuiziom:
> U acciò, progredendo, si poteva cogliere il distinto senza sorpassare il
*i £l e' '^ll secoada ignoranza, per lo contrario, si abbracciano quasi ìt S0 K
Uuvo^5 e progredendo si allontana vieppiù dallo stato reale delie ose, t. dalle
condizioni necessarie alla potenza logica umana., ( |Jll0Da 501 te fi?
Matematica, specialmente pratica, è cosa che non 1 u soiliiie ti svisamenti ; e
però, trattandosi delle equazioni, non si posu. lai vuleic algoritmi frustranei
. Quindi Y assoluto deve contentarsi au pi im.jto di puro nome, e iP investire
i suoi seguaci del possesso l • campagne dei poeti d1 Arcadia* Tutto ciò è in
regola, uè può ac* . a^1 hricnli; perocché col disfare non si fabbrica, e collo
sciòglierò uon si tesse. h* che * par tic ola ri sono indipendenti fra di essi
e da og ì ce u mento generale, Disti ugniamo la diversa possibilità astratta 1
A i,J diversa possibilità delle leggi logiche alle quali postiti delìu! forril°
e ceni binazioni materiali possono essere il costa/1"'3 T 3 L algoritmiche
sono essenzialmente limitate, certe stoiche ] l inazioni dei vocaboli sono
indefinito: si dirà per qui v m l^L ^ bar|are siano indefinite, e che le regole
grammatica /KJ^U yUtì rJa °&ai procedimento generale? Onesto scambio no puU
vacare latech* mi «g0o del caos 8 della fotte, ma noe »d r° esistente, nel (i[b
ale tutto è soli||ósto a leggi determinale C°S,TÌe S‘ 1>UÒ Jirc “*>
Fontcelle. cLo la Lg uita .1 ruord'f.! r* ?* *°U0 iu **M*m tjucsle leggi
«lgorilmkbe L ^ 0èr‘cI1^ lcog' psic.blogicLe, leggi di r^e, loggiato interiore
? Voi, voi stesso ce lo dite al principio del vostro libro. « Il » faut savoir
qu’il exisle, pour les fouctions iutellecluclles de lhomme, » des lois
déterminées. Ges lois trascendentales et logiques caraclerisent » T
intelligence humaine5 ou plulòt constiluent la nature meme du sa» voir de l’h
ottime. Or en appliquant ces lois 5 prises dans leur purete » subjective, à l’objet
generai des Mathématiques, à la forme du monde » pbysique, il en resuite, dans
la domaine de nòtre savoir, un sistème » de lois parliculières qui régissent
les fonctions intelle cluelles spécia» les porlaut l’objet de cette application
sur le temps et l’espace. Ce sont ces lois parliculières qui constiluent les
principes philosopbiques des Mathématiques, principes que nous avons nommes 0).
» Ciò posto, ne viene la conseguenza: o che tutte le buone teorie in ogni ramo
possibile dell’umano sapere si riducono ad una sterile speculazione; o che esse
regolar debbono 1 casi contingibdi entro la sfera del consueto, al quale esse
si estendono. Larghissima riesce questa riflessione per la Matematica, nella
quale non si tratta che delle pochissime leggi della misurazione, e nella quale
la posizione dei fatti non importa 1 arte congetturale necessaria alla storia
reale, fisica, morale e politica. Fra l’algoritmo e la grammatica avvi la più
grande somiglianza. Come l’algoritmo è l’arte di supputare con giustezza e
facilità, così pure lagrammatica è l’arte di parlare con giustezza e facilita.
I nomi rappresentano le quantità sostanziali; i verbi le loro funzioni. Le
altre parti dell’orazione poi rappresentano le affezioni, i rapporti e le
combinazioni dei concetti matematici. Facile mi sarebbe di provare questa
somiglianza, come utile l’eseguirla. Questa verità risulta dalle cose dette da
Condillac nel suo libro intitolato Langues des ccdculs, nel quale se non
troviamo questo ravvicinamento, si può ciò nonostante ricavamelo. I parlari
degli uomini sono infiniti, nè può mente umana comprendere in quante forme
particolari si possano accozzare i particolari concetti e le loro espressioni.
Dovremo noi dunque dire che la risoluzione pratica dei casi grammaticali dip
enda intieramente dall’azzardo? Fino a che si mescolerà lo sfrenato
escogitabile col reale contingibile, fino a che si confonderanno le esistenze
possibili dei fatti colle leggi logiche dell umana ragione, e si userà ed
abuserà delle viste sommamente astratte e generali, si commet¬ teranno questi
peccati. Oltre a ciò, non si comprender anno mai i pim” cipii solidi e le vere
leggi delle cose, se non si tralascerà il costume di affrontare ex abrupto le
scienze, e non si avrà la pazienza di procedere socraticamente; ma per lo
contrario non si farà che oscurare e traviare. (i) Introduciion à la
philosophie des Malhernalic/ues, pag. 2. Delle forinole compete ufi* Lasciamo
la falsa causale allegala dal sig. Wrouski delFmefecfa del suo algoritmo, e
ricerchiamo da che veramente proceda. Como è faipossibile di eflettuare la
valutazione cou dati incompatibili^ cosi puro è Imslraueo il tentarla con dati
insufficienlL La prima parte di questa proposizione in ampiamente provala nel
Discorso secondo, Quanto nlEa seconda parie, ella è per se manifesta, pensando
che un mezzo insufjl dente non può procacciare un line plenario. Ma così è, che
una formo la troppo astratta e generale non vi somministra punto i dati suflh
cienii, ma anzi ve li toglie; dunque con una formala troppo astraila n generale
reti desi frustraneo ogni tentativo dolina piena c perfetta va- iu La zio ne*
Ma quale sarà la formo fa troppo astratta o troppo concreta } e perdi
incompetente, e quale la forinola competente? Ogni formala altro non ò *-fi.e
un indicazione più o meno direna di una data nostra maniera Jì operare, lolle
le arti hanno le loro forinole, come tutto le scienze possono avere le proprie.
Principiando dal cuoco, dal farmacista, dal datore, e giungendo duo al sommo
matematico, al sommo filosofo e al somma politico, tutti hanno o possono avére
ie loro formolo. Regole t canoni, fa rm oh, ’i c elle, prò cessi 5 m o ditte,
oc. e c . * esp ri m o n o in sosia xm J a sfossa cosa: esse contengono il
magistero o parti del magistero dellarte, o a ! rn cn o segnano t dati im media
ti, dai quali si p u ò tosto rie avare il' magistero suddetto. La for mola è
giusta., quando ci fa conoscere con verità.} la formula è Intona, quando ci fa
operare con effetto, ed ottenere Fé/fello inteso, Ma la formala è data per essere
applicata come sta; s^nza tli ciò non è completa. La formula è tino stromento,
il quale, SD abbisognasse d essere ancora ridotta ad uso deJFuomo, uou
meriterebbe il nome di formata, ma di principio tT una forinola. Concedo che m
I ormala può essere più o meno speciale; ma essa dovrà essere sempre di un uso
immediato. La brevità, la fci0lità e V applicabilità a tutti i casi di una
datasfera sono pregi della forinola ; essi ne costituiscono la perfezione. io
ho già accennato iu die consista Io spirito delle forinole maternalidie . e la
topica die ne nasce. Ora rispóndendo alla fatta domanda, quale: sìa ia forinola
competente, dico che dir si deve cornpatonte quella formula die soddisfa
all’ufficio a cui è destinala; incompetente, quella die non vi soddisfa. Ma
qual è l'ufficio proprio ed immediato al -piale è destinata la forinola?
Indicare la maniera pronta r sicura (li ottenere In data cognizione., di
produrre II da Lo offe Lio, Ma nel regno razionalo a eìje ridar sì può quest*
ufficio delle formolo ? Nell' indicare il mezzo pel quale dal cognito si possa
procedere ;iW Ìncognùo7 e con da li ammessi coree celli acquisi a re là regi
licione di una incognita verità . o confermarne la dimostrazione, La formola
non è una storia o ima dot Irina spianala: ma, dove si traila di conoscere,
altro non è che un rj sl.ro meri Lo per acquistare una cognizione bramata.
Sommi ni$ Ir a rei dunque il mezzo efficace costituisce il vero ufficio, e
quindi la vera competenza, il vero valore, il vero merito di una formola scientifica»
Parlando adunque del mondo mtelleLLuale» il valore d'ima formola si ridurrà a
somministrarci il mezzo termine logico di una scoperta o di una dimostrazione.
o almeno ad indicarci il modo sicura e pronto di cogliere questo mezzo termine
(0. Qual' è la conseguènza ciré deriva da tulio questo? Che incompetente sarà
in Matematica quella formola la quale ci taglie la vista del mezzo termine
logico sia coll* ài lontana rei da lui. sia col non condurci a lui. Ma il
troppo generale e il troppo compatto producono questi effetti: dunque le
forinole troppo generali o troppo compatte sono forinole incompetenti* Volendo
fissare i requisiti delle formolo competenti ^ osservo che noi abbiamo già
notato intervenire nei calcolo tre cose cioè gli oggetti, le logie e i movimenti,
Le forinole in ultima analisi riguardano i movimenti nostri intellettuali» c
propriamente quelli àeN attenzione * la quale costituisce il vero potere
esecutivo razionale. Sebbene lo formolo vengano esibite alla facoltà di
conoscere^ esse veramente si riferiscono alla facoltà di eseguire* Esse vengono
presentate alla facoltà di conoscere ^ perchè non esiste altro modo possibile
per farle passare alla facoltà di eseguire. Agire è lo stesso che produrre un
dato effe Ilo, e nou un altro, lui solo di questi effe Iti produr si deve: gli
altri debbono essere scartati. Escludere V arbitrario » ecco l1 ufficio
primario negatilo di una buona formola \ somministra re il mezzo efficace all’
intento proposto, ecco l'ufficio suo positivo. L 'arbitrario dev'essere
escluso, perché il vero non è che tiu solo, e però ogni altro concetto diverso
non è quello che vogliamo ottenere, ma che anzi vogliamo sfuggire. La moralità
del vero ha le sue leggi certe, necessarie, eterne* come la moralità del L
utile ; e però come vi sono diritti e doveri astemi per le azioni, vi sono pure
diritti e doveri interni per li pensieri. Prefinire i modi certi 5 eoi quali
di', rosa ;-.ìa (jiictUj mezzo iprmiftp io l'ho spiegato él! fl-h entro Li
sfera del consuèta debba la meste immuri procedere, ecco in clic consiste l'ut
fimo immediato dhiuu buona forni ola. Coti ciò ad untolo tratto si esclude \
incompetente v ì’ arbitrario ^ e aT ìndica Ì1 mezzo kimine confacente all uopo,
bacile riesce rescindere \'incompetenle3 perché si tratta di un ufficio
negativo. Piu diffìcile riesce di escludere V arbitrarlo^ perché importn di
scegliere Ira le diverse maniere di agire quella che mèglio rnudnea allo scopo
proposto. Scegliere un modo qualunque d’agire importarli preferirne uno e dì
lasciare gl’altri. La preferenza doverosa poi importa la necessità
d’appigliarsi alcuna, e di escluderò tutto l’altre. Ma per preferire in questa
maniera couvlen conoscere il merito della cosa Irascelta Ora in matematica chi
ci condurrà a questa cognizione? o, per parlare più in particolare^ ohi ci
guiderà a ritrovare le forinole alga ritoclic escludenti ogni arbitrario
procedimento, e conducenti più facilmente alle valutaci oui ? À questa
questione fu già risposto ned 92, al quale mi rimeUo. 112. Se l'algol timo
delle equazioni sia puramente fortuito. ì ernia dèa al positivo. Il sig. \\
ronski pretende d'aver trovato la formola massima ultima ed immutabile di ogni
a Igor limo algebrico, c pi'fitende che tutte le formole si risolvano nella
sua. Dall’altra porto consta di lutto esistere per le equazioni „ almeno fino
al quarto grado, oc raetodo di soluzione, Malgrado ciò, il slg* \\ ro usiti
sostiene che l algoritmo delle equazioni sia commesso al caso, il motivo di
questa sua scalena e ioudato sul riflesso, che ^algoritmo delle equazioni sia
iudipeuikiilp da ogni procedimento generale, come resistenza di ogn i caso
comparisce a noi iu dipo udente dall’esistenza dell’altro caso. Oui v’è uno
scambio ih termini ed una falsità di iaLto. Prima, scambio di termini, pevch|
IlflLJ s* tratta dell esistenza o della posizione dei casi c dei problemi, ma
bensì elidi, 'i maniera colla quale si possono sciogliere. Ciò posto, qui h
scambia 1 oggetto materiale dell1 algoritmo coll7 oggetto logico del medesimo.
Inhuite possono essere le suonalo che si presentano ad un perito esecutore3 e
queste tutte iudipeudenti le uno dalle altre: dirò io duuq11® che sarà puro
caso elicgli Le eseguisca a dovere? Dico in secondo luogo, che la causale del
sig. Wrouski in eh in de una falsila di fatto. (Quando a taluno si presenta uu
problema 5, uu quesito, un caso da sciogliere^ elio cosa si fa dal proponente e
che cosa d.J rispondente? fi proponente domanda la soluzione, cioè domanda di
co11 ose ere una cosa ch’egli non vede. Che cosa far deve il risponde1» le Prima.,
esaminar bene le condizioni del quesito ; secondo* trovare il mezzo termine
della risposta; terzo, tessere finalmente in via di risultato la risposta sull’
oggetto domandato. Ecco il processo logico nella soluzione di qualunque caso
matematico : qualunque nome piaccia di dare alle parti di questo processo, la
sua sostanza è quella cbe ora con vocaboli più comuni e più noli generalmente
ho qui indicata. Posto ciò, io domando in che si risolva la possibilità della
soluzione del quesito, fuorché nella possibilità di trovare il mezzo termine
della risposta. Ora questo mezzo termine è racchiuso nelle date condizioni, o
no. Se e racchiuso, la soluzione è possibile; in caso contrario, impossibile.
Ma Wronski parla di casi di soluzione intrinsecamente possibile, e pei quali
appunto egli dice aver trovato le formole eterne, benché in pratica
inapplicabili. Ristretta la considerazione a questi casi, io domando se la
formola esposta teoricamente da lui sia almeno analoga al procedimento
effettivamente praticabile. Se risponde di sì, dunque altro non resta che
vestire la foimola generale colle circostanze che i diversi ordini di equazioni
esigono, e così assoggettare le leggi algoritmiche ad un solo sistema
concatenato, unito, continuo. Se poi mi risponde che il procedimento indicato
dalla formola universale non è almeno analogo all algoritmo delle equazioni
praticabili, allora soggiungo francamente che il suo algoritmo è un vero
castello in aria. Aggiungo di più, ch’egli a torto gli attribuisce il nome di
generale, perocché non ha quella virtù e quella influenza che procacciar gli
può il titolo di generale . Il generale e il particolare sono termini
correlativi. Qui si parla d’algoritmo, e però si ha in mira la sua virtù
operativa, e non la sua forma materiale. La mano d’una perfetta statua di cera
è simile alla mano di un uomo vivente: si dirà per questo che la mano della
statua abbia la virtù della mano dell’uomo? Pare che si possa pronosticare
esservi un sistema concatenato algoritmico anche pei differenti ordini di
equazione; ma questo sistema non potrà essere stabilito giammai colle viste,
dirò così, spolpate, e coi semplici scheletri aritmetici usitati fin qui; e
meno poi colle considerazioni trascendentali ed assolute del sig.Wronski.
Converrà migliorare e completare il metodo, e ristabilire sulle sue basi
naturali la scienza; altutnenti non si farà che traviare sempre più, o dar di
cozzo contro uno scoglio insuperabile. La boria di sapere e di poter tutto
colle cognizioni che si posseggono, è un insulto alla ragione umana. Con questa
boria si lenta di spegnere anche la speranza di migliorare, lacendo credere
impossibile di giungere ad una meta perché non fu raggiunta traviando. Se noi,
per esempio, dovessimo prestare una cieca lede a quanto dice Wronski, noi dovremmo
giungere ad uua conclusione. la quale nelI atto che sarebbe fatale alle
Matematiche, formerebbe uu pessimo augurio per tutto lo scibile umano. Se
l’algoritmo veramente utile fosse abbandonato al caso : se nel ramo il più
semplice, il più antico e il più uni'ersale dell umano sapere fosse necessario
commettersi all’impero d’una cieca fortuna: che cosa sarebbe dell’arte tutta di
pensare e d’insegnare? A che giova rompersi la testa in teorie, direbbe taluno,
se quando veniamo al fatto pratico siamo costretti di darci in braccio alla
fortuna? Allora torna meglio gittarsi a dirittura ad occhi chiusi nel pelago
che ci deve trascinare, invece di stemprarci il cervello onde acquistare uua
possanza illusoria. A questa conchiusione spinge il trascendentalismo sfrenato.
Fiat noxv egli par dire al genere umano: ma coll’augurare la notte perpetua ed
universale non pronuncia forse un voto impotente? Le buone lormole
costituiscono certamente il miglior fruito della ìeoiica delle arti. Ma per
trovare quelle che sodo veramente buone, per ben esprimerle, per ben ritenerle,
e per facilmente applicarle, che cosa c ouv^en fare? Eccoci alla seconda
disquisizione proposta. Abbiamo detto che nell’algoritmo concorrono le quantità
impostatecelogie ed i movimenti. I movimenti sono diretti dalle logie ^ e le
logie sono determinate dall aspetto degli oggetti contemplati. È dunque prima
di lutto necessario che V aspetto degli oggetti sia atteggiato iu modo da
suscitare in noi le logie algoritmiche, e quindi determinare i movimenti . Atteggiare
questo aspetto appartiene alla buona costruzione ed alla buona posizione
dell’oggetto da esaminarsi. La bontà d’uua costruzione consiste nel presentare
gli elementi dai quali sorger possano i mezzi termini lo0ici. Ma quali saranno
le buone costruzioni algoritmiche almeno pei 1 insegnamento primitivo? Quelle
dei simbolic i quali rappresentino sensi bli elementi necessairi a far sortire
i mezzi termini di valutazione e la maniera d’ impiegarli. Dico anche la
maniera d' impiegarli, peiocchè non si tratta solamente di giovare alla parte
ostensiva, ma eziandio di dirigere la parte operativa. In conseguenza di ciò
dico, che le vere figure algoritmiche debbono essere costrutte ben diversamente
da quelle che comunemente sono presentate agli apprendenti; ed invece si deve
ripigliare l’antichissimo costume di costruire figure complesse. L’importanza
delle figure complesse U Semita aQche daI celehre Leibnitz, il quale, dopo
avere annotato che primo ii romper*' il ghiaccio io questa parte tu Giovanni
Keplero, nel fjbro IL *3ol suo il armonico prosegue dicendo, che con queste
complicazioni non solamente si può arricchire la Geometria 1 infiniti nuovi
Leon: mi, ma eziandio die questa è f unica strada di penetrare negli ai>
cani della natura. Il primo motivo viene da lui provalo eoi far osservare rìie
con ogni complicazione si forma una nuova figura composta. Studiando le di lei
propri età 3 si creano nuovi teoremi e si danno nuovo dimostrazioni Quanto poi
al secondo motivo, riguardante lo studio della natura* osserva che tutte lo
cose grandi sono formate dalle piccole, qualunque sia il nome elio dar vogliate
a queste cose piccole. Chiamatele atomi, molecole^ elementi, ec.: sarà sempre
vero che la legge apparente della natura fisica sarà sempre questa. Qui LT autóre
distingue le figure in rettilinee e in eufvilmce ; e facendo valore il buon
senso sperimentale e naturale, non lenta di confondere i concetti umani con
finzioni sofìstiche, ma rispetta le essenze logiche delle cose. Figura omnts
simplex (dio egli), md rectiìinm, ani curvilinea est lìeciìlincae omnes sym
metri cae: commuti e entm omniuni principium tnangulm. Ex ejus variti complica
don ìbus con gru is omnes figurac redi line a e eoeuntes^ idest non hiantes,
ordinine. Qui Ledimi lz ci auiumzia uu risultato scientifica delle figure
rettilinee. Egli esprime il principio filosofico, che oirui figura rottili uca
sì può risolvere finalmente nel triangolo. Dopo ciò prosegue: Veruni
cuivilineamm, ncque circuiti et in ovalem eie., ncque contea reduci poteste
ncque ad aliquid communi Qual è lo spirilo di questa proposizione di Leibnitz ?
Che le essenze logiche delle cose essendo immutabili, non si possono tradurre
le nnc nello altre nemmeno per equivalenza Latte le volte che il diverso loro
concetto sia univoco. Questo ha luogo anche fra gli oggetti dello stesso
genere, come appunto ha il circolo e lelìsse, Da questa proposizione stessa
emerge che il principio formale della figura è la stessa figura, come fu detto
nel principio di questi Discorsi. Dopo queste distinzioni Leibnitz prosegue
classi fica u do le costruzióni, distìnguendo quelle di forma continua da
quelle di forma discontinua, allorché ci figuriamo vacui inlermedu, eli* egli
chiama hiatus . Egli accenna le zone, ossia le liste estese. Egli dice
positivamente, che linea Imene nonnisi ejus de m gèneris imponi poteste verbi
grati a recta ree Ine; cui vilinea ejus de m generis et sectionis, Parlando poi
della costruzione complessa delle figure discontìnue, ch’egli chiama tessiture*
concilili de. dicendo; Satis est prima line amenta du. visse tractationis de
texluris hactenus fere n egire ine. Queste furono trascurale totalmente anche
dappoi. Io invito i lettori a consultare nell’originale tutta questa Memoria,
che versa sull’arte combinatoria ('), e l’altra sui complessi C2), e trarne i
principii fondamentali, e svolgerli come si deve. Malgrado che il genio di
Leibiiitz fosse come pianta agitala dal vento dell’eslreme generalità, e quindi
piegasse all’impeto, ciò non ostante tornava a rizzarsi, e non fu mai strappata
dal suolo suo naturale, e data in balia del vento che imperversava. Questo è
così vero, che parlando egli del suo parto prediletto, pel quale avea dovuto
sostenere la lotta coi partigiani di Newton, io voglio dire del calcolo
infinitesimale, egli non Ira potuto tradire le inspirazioni del buon senso,
come far sogliono que’ compositori di caratteri algebraici, i quali stanno al
senso materiale delle cose. In Leibnitz la coscienza del vero non fu soffocata
dall’amor di padre. La voce del filosofo si unì a quella del matematico per
pronunciare la decisione ultima del suo genio. Con questa decisione fece
trionfare la filosofia a dispetto delìmposluia. Quantunque io creda che la
lettura di questa decisione non sia per correggere quella plebe che vuole agire
senza coscienza logica, ciò non ostante io la riprodurrò a luogo opportuno,
quale preservativo degli altri che non amano di essere zimbello delle
illusioni. La costruzione complessa delle figure è destinata a concretare e ad
agevolare tanto lo studio delia parte teorica, quanto le funzioni della parte \
ìatica delle Matematiche. Ecco lo scopo di questa costruzione. Essa, come bià
detto, dev essere atteggiata in modo da far sorgere le logie, e quin11
a^oritmi* Ecco ^ forma eli ragione di questa costruzione. Ma eoa questa
pioposizione non s’indicano che le condizioni fincdi della costruzione, e non
la forma positiva e sensibile dei simboli e dei mocelli. Oia si domanda come
questa forma debba essere disegnala. Cercare come dev’essere conformata una
figura onde riuscire algoritmica presuppone una scelta fatta fra mille altre
che l’imaginazione può creare. Quale dunque sarà il criterio di questa scelta?
Questa domanda involge due requisiti in colui che deve farla. Il primo, ch’egli
conosca ] ttamcnle gli ufficii ai quali servir deve la figura; il secondo, eh
egli 1 trascelga quei tratti che sono idonei a prestare questi ufficii. Servire
al calcolo, ecco l’ufficio generale ed ultimo della figura algoritmica e della
sua costruzione. Ma tre specie di calcolo esister debbono nell’orbe mate(0
Questa trovasi nel Tomo II. Parte I. [*ag. 34o in avanti. (2) E questa si trova
nel principio del To¬ mo malico. 11 primo è lo sperimentale, che denominammo
anche iniziative); il secondo è il logistico, che denominammo anche derivativo
; il terzo finalmente è il sinottico, che appellammo anche di unificazione. In
queste tre specie di calcolo l’ oggetto materiale è sempre lo stesso: ma noi
lavorar dobbiamo su di lui in diversa maniera. Così, per esempio, nel calcolo
sperimentale si tratta di scoprire i fatti dei numeri matematici; nel logistico
di determinare le leggi comuni; nel sinottico finalmente di riunire i due
algoritmi, e ritornare con coscienza filosofica sullo stesso oggetto. Si
piglierebbe un grande abbaglio se si confondessero questi tre aspetti del
calcolo colle specie ora conosciute e praticate. Esse intervengono e intervenir
possono bensì come sussidii, ma non costituire i veri caratteri specifici di
questi aspetti. Ciò verrà spiegato meglio nel Discorso in cui esporrò i tratti
principali del metodo primitivo proposto. Proseguiamo. Le tre forme di calcolo
suddette esigono viste diverse: dunque per ogni specie di calcolo si dovrà
scegliere una costruzione corrispondente. Siccome però in tutte tre le specie è
mestieri sempremai presentare i mezzi termini logici, così ogni figura dovrà
racchiudere la costruzione valevole a somministrare questo mezzo termine. Havvi
dunque una costruzione dominante per tutte tre le parti del calcolo teorico, ed
havveue una propria e subalterna adattata ad ogni specie di calcolo. La
costruzione dominante deve racchiudere gli elementi dell’identità e della
diversità, dell’ uguaglianza e della disuguaglianza, del discreto e del
continuo, del diviso e dell’ unito, dell’ assoluto e del comparato, come condizioni
essenziali ai mezzi termini logici. La costruzione subalterna poi deve
racchiudere le particolarità che dipendono e si rannodano col mezzo termine
comune . Qui, per non divagare in discorsi generali, dovrei parlare delle forme
relative al calcolo sperimentale o iniziativo; ma questo è argomento proprio
del Discorso nel quale ho divisato di esporre i tratti principali del metodo
suddetto. Ora mi resta a parlare di un’altra costruzione, e questa ò quella dei
modelli delle funzioni. Altra è la costruzione delle varie forme della quantità
estesa, ed altra è la costruzione dei modelli delle funzioni. Le prime dir si
potrebbero modelli di proposta ; i secondi modelli di sviluppo. Coi modelli di
proposta si cercano e si determinano i valori fondamentali dei composti
geometrici; coi modelli di sviluppo si ripartiscono, si riducono, si
amplificano, si associano, ec. ec. Coi risultati emergenti dall’esame della
proposta si passa a costruire le funzioni. I modelli di proposta si possono
dunque appellare antecedenti ; quelli di lunzione dir si possono conseguenti .
I primi si possono ralfigurare come . poi te d ingresso, i secondi come
altrettante guide conducenti ad esplodale i seni reconditi dei composti
algoritmici. L'arte di costruire questi modelli si potrebbe denominare
simbolica matematica. Mi si domanderà se con modelli sensibili e perpetui si
possano convenevolmente rappresentare le funzioni principali algoritmiche. Il
fallo risponderà meglio delle parole. Con questo fatto si vedrà che almeno nell
inseguamento primitivo si presta una tale stabilità, una tale facilità od una
tale evidenza alle operazioni algoritmiche, che non solamente non si possono
dimenticar più, ma aprono una strada a scoperte importantissime. Nò qui temer
si potrebbe di privare la Matematica di quella semplicità e generalità che la
rende o almeno render la dovrebbe pregevole, imperocché non si eccede la sfera
delle figure geometriche. Ciò mette al coperto il punto della semplicità. Nihil
(diceva Leibnitz) in reus corporeis figura prius, simplicius et a materia
abstractius cogitando consegui licei. L b01 a *a generalità, osservo cb'essa in
ultima analisi è una iteutita applicata a tutti gli oggetti di uu dato genere.
Ora le figure gelimeli jc e algoritmiche non sono, specialmente nel primo
insegnamento, a. stessa figura assoggettata a diversi valori a norma delle
divervi si o u i e pioporzioni congegnale. Dunque rilevali una volta iu una
uzione i caialteried i rapporti che esistono indipendentemente dai va on
particolari, non si può temere che i risultati manchino di quella generalità
che giustamente desiderar si può nelle Matematiche. Soggiunb l 01j che il
cogliere precisamente queste generalità appartiene al secondo stadio dell’
insegnamento. E però quando anche nel primo nou si tassei o fuorché i
particolari, colla semplice coscienza della Joroparavi(dJbe fatto assaissimo
perii vero e solido frullo della scieuisti li lo di generalizzare iu Matematica
dev'essere frenato per il moche in I sicologia dev'essere risvegliata l’analisi
dell'uomo inQeriie la coscienza matematica vale assai più che far correre a
mente per le oasi dei teoremi e per le giostre dei problemi. 116. Necessità
assoluta ed universale dei modelli proposti. 1 utt° considerato, io ardisco
affermare che senza la pratica di que1710 C 1 a " alemallca tutta non
acquisterà mai e poi mai quel corpo, (•) Epistola quarta ad Thomasium. Orcra
omnia, queir anima e quella vita che deve avere, e che presso di noi oggidì non
ha. A questa proposizione alzeranno forse altissimo grido di scandalo tutti
quegli uomini volgari, i quali, abituali ad una cieca pratica, si appoggiano
all’idolo dell’esempio. Ma se fossero suscettibili d’un poco di buona
filosofia, si accorgerebbero che io non ho bestemmiato, ma che tendo a
promovere il vero studio delle Matematiche. Se col generalizzare le idee non si
debbono mutilare, con pari ragione le idee competenti non si dovranno
presentare in nube e in una maniera così fugace da sfuggire ad un’analisi
ponderata. Senza idee distinte, stabili e lucide c impossibile cogliere tutto
il vero. Dove la memoria non ci può presentare uno specchio fermo, fedele e
luminoso, supplir si deve altrimenti. La prima rappresentazione dell’oggetto
decide di tutti i concetti e di tutti ; risultati conseguenti. Ricordiamoci che
nell’arte convien vedere per operare, e convien veder bene per operar bene. Ma
credete voi di veder bene a proporzione che vedete più in generale e col
soccorso della sola fantasia, o non piuttosto a proporzione che acquistate una
maggiore facoltà ad’ operare utilmente? Perchè insegnate voi la Matematica?
Forse per addestrare i vostri allievi a fabbricare castelli in aria e ad
eseguire giuochi di forza, o non piuttosto per somministrare loro un mezzo
d’indovinar meglio la natura e di esercitare arti utili? E quand’anche far
voleste delle Matematiche oggetto di mera speculazione, non è forse vero che
voi dovreste proporvi di cogliere il pieno fatto ed il pieno vero ? Ora questo
pieno fallo e questo pieno vero non si coglie a proporzione che si fanno
sfumare le differenze individuali, o che si ravvolgono nello nuvole del
fantastico; ma bensì a proporzione che si afferrano quei rapporti distinti e
complessivi,! quali ci danno in mano le redini dell’umano sapere. Senza di ciò
voi imitereste il cane della favola, il quale per cogliere la carne da lui
veduta nello specchio dell’acqua perdette anche quella ch’egli teneva in
realtà. La quantità estesa limitata, e variamente determinata, forma o no la
materia prima ed unica della Matematica pura? Qui non v’è dubbio. Ecco dunque
il campo, entro il quale dobbiamo aggirarci. Di che si vale la mente nostra per
esplorare questo campo? Leggete, svolgete, meditate : e troverete eh’ essa si
vale del solo senso aritmetico, il quale altro non è che la facoltà nostra di
distinguere, cui in Matematica applichiamo alla quantità estesa. Ora vi
domando: col nulla di esistenza si può forse ragionare in Aritmetica? Voi mi
rispondete di no. Come in Aritmetica non si può ragionare col nulla di
esistenza, così pure in Geometria non si può ragionare col nulla di estensione.
Questo è aucor poco. Siccome il giudizio 'Mi’ esistenza suppone il fatto Jeìb
cosa esistente, c la distinzione di più esistenze inchiude se u zia Im ente i ì
fatto di piu cose esistenti^ cosi né viene la conseguenza, eJltJ ^ ^ea
delPgj/ejp limi fato precede, coesiste, ed é accoppiata colle lofie di
distinzione : così clic lobi I concetti assoluti dei fatti esteri, ee&sa*
uo i conce Iti relativi, ossia le logie che ne furono provocate. Spingiamo le
considerazioni alla massima possibile generalità. $oi esprimiamo tanto
l’esistenza dei fatti, quanto resistenza delle logie; wSl U01 esprimiamo tanto
una serie di l[l^' f'g t1rati? (fi,jiic.jtìiì guantoni, di jjncfiO fjt murai.»
qìigoWc di i|uesie braccia!' successive varietà ed alle successive differenze
si associno le viste della perpetua concorrenza logica, conforme alla
generazione naturale delle quantità e dei rapporti della data operazione
proposta. Ora parlando della quantità estesa, vi domando se colle sole cifre
sia possibile rappresentare alla mente i varii stati o isolali o complessivi, o
fissi o varianti, o primitivi o secondarii, o progressivi o regressivi, o
dominanti o dipendenti, necessarii alla loro valutazione. Non solamente coll’
usare delle sole cifre è impossibile di far tutto questo: ma, restringendosi ad
esse, si nasconde positivamente il punto di allusione, e quindi la relazione
logica fondamentale cbe predominar deve sulla vostra operazione. Sollevate, se
potete, lo sguardo all’ultima considerazione fondamentale della possanza
algoritmica. Dopo averla ben raffigurala vi prego di fermar V attenzione sul
mezzo termine, del quale facciam uso per valutare la quantità estesa. Questo
mezzo termine, come fio già avvertilo al 84, ha tre forme; cioè quelle del più)
del meno e del Vegliale. Queste tre forme sono sempre accoppiate: ma ora
predomina la vista dell’ una, ora quella dell’altra. Cosi, per esempio, nei
quadrati perfetti aritmetici e geometrici quantunque si paragonino grandezze
disuguali, ciò nonostante predomina la ragione dell’eguaglianza. Le forme dei
pih e del menov delle quali parliamo qui, non appartengono allo stato materiale
delle grandezze, ma alla ragion logica nascosta, cbe ne forma, dirò così, il
carattere morale . Questo pih e questo meno poi non si desume da una vaga
possibilità, ma bensì dall’essere una data grandezza al di sopra o al di sotto
dello stato di perfetto quadrato aritmetico e geometrico. Questo stato si
verifica in tutte quelle grandezze alle quali gli algebristi attribuiscono le
così dette radici sorde. Supponiamo per ipotesi cbe, rispetto a queste
grandezze, si ritrovi e si giunga a quella equazione logica, la quale è
richiesta dalla vera natura e dagli essenziali rapporti della continuila. In
questo caso i mezzi termini per valutare queste grandezze racchiuderanno certe
condizioni; ma la ragione dell’eguaglianza presterà la sua sanzione al calcolo.
Ma colle sole cifre aritmetiche, e meno poi colle algebriche, non si potrà mai
salire alla prima generazione dell’ algoritmo. L’Àlgebra non solamente suppone
questa generazione, ma incomincia ad esercitare la sua possanza solamente dopo
che nacque, dirò così, la parola matematica,e senza poter mostrare come nacque
ed originariamente si sviluppò. All’opposto colla Geometria di valutazione,
prefiuila nella sua tendenza, obbligata nel suo maneggio, ed omogenea nelle sue
conclusioni, quale appunto fu caratterizzata nel 92, questa parola si palesa in
una maniera lucidissima. Così dove incomincia la possanza algebrica si potrà
far finire il primo sviluppo della Geometria di valutazione. Venendo ora al
metodo naturale matematico, quale sarà la conseguenza di questa quanto facile,
altrettanto luminosa impresa? Che restringersi alla sola indicazione delle
cifre egli è un voler navigare senza bussola, e senza la carta avanti gli
occhi. Si potrà giungere a qualche fine, perchè si sente all’ingrosso la
tendenza algoritmica; ma è forse questo il lucido e compiuto processo delle
Matematiche? Vi sono stati uomini zotici che hanno sorpreso il mondo per la
loro possanza nel fare conti a memoria. Ma che perciò? La vera Matematica è
forse ristretta alla volgare Aritmetica? Collo studio di queste cifre mi
potrete heusì segnare alcune grandi e comuni logie puramente aritmetiche; ma
non mi indicherete mai le connessioni e le relazioni di fatto, le quali sorgono
dallo stato complessivo delle proporzioni delle grandezze estese coesistenti ed
associate. Ma, se mancano queste connessioni, voi non mi potrete coudurre
giammai a cogliere il vero mezzo termine delle valutazioni subalterne. Io
potrei convalidare la mia sentenza anche coll’esame dello spirito dei diversi
metodi oggidì u si tali. Come verrebbe posta in chiaro la loro incompetenza,
cosi verrebbe dimostrata la loro correzione. Ma ciò mi spingerebbe fuori dei
limiti che mi sono proposto. Attenendomi invece all oggetto proprio di questo
Discorso, credo di poter conchiudere colla seguente TESI Lo studio e 1
insegnamento specialmente primitivo delle Matematiche dev essere fatto
simbolicamente, nel senso sopra spiegato: I. Atteso 1 oggetto veramente logico
delle matematiche. IL Atteso i bisogni della ragione, e la tendenza naturale ed
iuyiucibile del nostro intimo senso. IH. Atteso lo scopo morale e sociale delle
Matematiche. Atteso finalmente l’imperiosa necessità d’adattarsi allo stato
mentale degl’apprendenti. Lettre a Dagincourt sur les monades et le calcul
infinitésimal. II. 1 our ce qui est du calcul des infinite simale s, je ne suìs
pas loutà fiait coment des expressions de monsieur Herman dans sa réponse à
monsieur Nieuwentyt, ni des nos autres amis. Et monsieur JSaudé a raison dy
finire des opposilions. Quand ils dìsputerent en France avec Vabbé Gallois, le
Pere Gouge et A autres, je leur lémoignai, que je ne croyois point quily • eut
des grandeurs véritablement infinies ni véritablement infin itésima l es; que
ce nétoient que des fictions, mais des fictions utiles pour abréger et pour
parlei' universellement, commes les racines ima ginaires dans V Algebre, telles
que ; quii fiaut concevoir, par exemple, l.e le diamètre A un petit élément di!
un graia de sable, 2. c le diamètre du graia de sable méme, 3.e celai du globe
de la terre, 4.e la dislance d’une fiixe de nous, 5.c la grandeur de tout le sy
sterne des fiixes cornine 1.e une dififièrentielle du second dégré, 2.c une
dijfièrentielle du premier dégré, 3. e une l’igne ordinarne assignable, 4 .cune
ligne ìnfime, 5.e une ligne infiniment infiinie. Et plus on fiaisait la
proportion ou V intervalle grand entre ces dégras, plus on approchoit de V
exaclilude, et plus on pouvoit rendre Verreur petite, et méme la retrancher
tout d’un coup par la fiction d'un intervalle infimi, qui pouvoit toujours otre
réalisée a la facon de démontrer d! Archimede. Mais comme monsieur de V Hópital
croyait que par là je irahisois la caus e, ils me prièrent de n en rien dire
outre ce que j'en avois dit dans un endroit des Acles de Leipsic, et il me fiat
aisé de défiérer à leur prióre, III. Pour venir enfia à -JL-, ou zero divise
par V infini, et choses semblables, je dis que cela aussi ne peut avoir lieu
que dans une interprctalion commode, en prenant zero pour un nombre Aune grande
pelilesse, et Vinfini pour un nombre très grand . Or plus vous diminuerez le
numérateur, et plus vous augmenterez a proportion le denominateli}' de la fir
action, plus vous approcherez du zèro - et . I 00 -, ce qui va vers = 0, T : oo
i ou — = 0, ou rc rc = 0, de sorte que le carré de V infimi, mulliplié par le
zèro, donneroit l’unité. Mais on peut dire que cela y va, et non pas quii y
arrive ; car à la rigueur nihilum, qui est V extrémitè des nombres en
diminuanl, devroit aitisi dire divise par omnia, qui est V extrémitè des
nombres en augmentant. Mais /'omnia pris cornine numerus maximus est une chose
contradictoire comme numerus minimus. Les deux extrémités nihii et omnia sont
hors des nombres, extremitates exclusae non inclusae. IV. Il est aisé de tomber
dans des paralogisìnes quand on ne reclifie pas ces choses par les idées que je
viens de donner. Un habile matliématicien de Pi J2!Ì0 0^/V/rj G'rajijf/i, àpiMl
ioutemi f/f om ^Var ^ jj ensemble foisoienl mie grtmdeur assignable, ùi aitisi
par tuie elégànte tillégo* ti, il illa strali In production des crea Lurex du
rieri par le more ri de l’ htjhii d fon fieni Alessandro 3f archetti, nutre
fiatile ntathémnibien de Pise, ffiàppo'"'J disunì tjit tuie infinite de
rum s ne seroi f j a me is mitre chose que rièri* Ei pr$utìnt h s ien a la
rtgueur, il avoit raison. Cepe fidata le Pére. Grandi prouvoit sa pi oposiuon
pm fa divisimi. / vu$ save*, monshur, qifien divisa rii ~ - on l:i>Cu i X ^
I (i>ca fivKrt" (fi eie. à V infui L Doni a fi tuta \, il y tundra 1 2
1 IX I 1X1 1 età. d rinfittii ce qui filtra 0X0 Xi)X!JXO eie* On nfia consulte
la dessus, et vinci camme je cróis (Vavoir tifi thtfirv l cntgme. Il ne fata paini
dire qi fi ime infinite de rie tu pris à la rigum fusseia queh] uè chose ‘
nessi rette sfi rie ne le dii paini, quoique elle paramele due. ] our la bien
entendre il funi la resoudre en sfirifis fi nics dpprocharues é f infinte. SoU
dono la serie 1 lX ! 1 eie* jinìe, alors si vous prenez tir, n umbre impair,
par eoe empio 1 anités ì lxl 1 X 3 IX !> h tò«f fitit 1. Or lors tjftiè cela
ce termine dans l' infìtte m il ni a ni pnir, ni impaip il finn prenda e le
milieu arithmfitique etnee 1 et 0> qui est -1 . €ar dans lesestiwmmbigueSj
quand il }li a pas plus de raison pùur Puh que pour f a atro, il futi prandi e
le milieu uriihmétique. Par exemple entro 1 et m il finii prandio j cut ',,
oxt, i u diro cesi udire - a V-J ai tacile de m aepliquer, et fio spère d’avoir
ré assi passabletnerUÌiltLg/ud dune persona e de voi re p énfi trai ioti mais
qua ut tinse dijf culle s tpn pira vent resicr dans ime ma dò re (lussi
difficile t que collo doni il s tigli j fio taciturni *fir satlsfaire, oi ce
sera le moren d fida ire ir la vérde* Ju reste je svisele. Nanii, Come nel
regime civile per formare buoni cittadini e buoni magistrati si considerano gli
uomini quali sono, e le leggi quali debbono essere; così nel regime scientifico
per formare buoni allievi e buoni maestri si considerano gli studiosi quali
sono9 e i melodi quali debbono essere. La bontà di un metodo, come la bontà di
una legge, viene desunta dalla bontà del suo line accoppiala alla convenienza
dei mezzi ch’ella pone in opera. Ogni buon metodo adunque ed ogni buona legge
formano per sè stessi un ordine attivo di cose cospiranti ad un dato line.
Quest’ordine viene in prima configurato in forza delle necessità costanti e
transitorie della natura, in mira al fine proposto; e poscia viene da noi
accomodato alla possibilità dell’esecuzione. L’esame adunque dell 'ordine
finale antecedente e ùeWordine pratico conseguente deve somministrare per
risultalo necessario il buon metodo che ricerchiamo. Ecco il motivo e Io
spirito eminente di lutto quello che abbiamo discorso fin qui. L’ordine delle
materie, l’andamento dei pensieri, il tenore dei principi!, la possanza dei
risultati altro non furono che applicazioni di questa formola filosofica alle
discipline matematiche. Abbiamo distinto un ordine finale antecedente da un
ordine pratico conseguente. Ora parlando del mondo scientifico mi si domanderà
in che consister possa c\ues\l ordì ne finale antecedente. Esso consiste nel
complesso dei mezzi necessairi per giungere alla cognizione di un dato geuere
di verità. Questi mezzi altro realmente non sono che le operazioni
ipoteticamente necessarie della nostra mente e della nostra mano, onde
conseguire l’intento di conoscere la verità (0. Essi dunque formano altrettanti
doveri logici dell’uomo. Considerati come norme per agire, essi sono vere leggi
di ragione scientifica. Dico leggi di ragione per di Dico anche della mano j
perocché incaniche, ec. ec., è sempre mestieri che la ma cominciando dalle
costruzioni geometriche, no venga in soccorso, dirò così, dell’ occhio,
passando per gli esperimenti fisici, e venendo ossia della melile finalmente
alle prove p. e. chimiche, alle mec I. klingiiedc sì dalTordiuc necessario
Rifatto della uaUira, e si dalle leggi Ri [mi 'o fatto umano seguilo o per un
casuale impulso, o per pura imitazione o per deferenza sola all* altrui
autorità* Ma donde ricavar possiamo In cognizione di quest' ordine?
Offiatccurata c chiara cognizione dello stato sì assoluto elio relativo de^li
oggetti. combinata colEadcquata cognizione delle leggi della nustra
inielttgenza. Imperocché (siami permesso di ripeterlo) la eogubdom; vera ddln
cose non dipende dal nostro arbitrio, come non dipendono dalla nostra potenza
le forze che facciamo operare* Le cognizioni sono determinale dai rapporti
reali e necessari! che passano fra la nostra io tei licenza ei genuini concètti
delle cose. Dunque è manifesto che la cognizione dd* l'ordine teoretico se te 1
1 tifico, e quindi del buon metodo essenziale, dev essere tratta dalla suddetta
considerazione combinata* Lcco il motivo (Iella prima ispezione proposta nella
Introduzione a questi Discorsi In ossa m traila di sapere che cosa esiga da noi
T Indole propria della materia ila insegnarsi, per ottenerne la piu facile, la
più breve e la più proficua cognizione del vero, i tre primi Discorsi furono consacrati
a questa ricerca, II quarto poi fu rivolto a soddisfare alla seconda ispezione
cnacern ente lo scopo morale e sociale, al quale dev'essere destinato I
itisegnàmenLo delle Matematiche, L qui furono di proposito considerate le leggi
necessarie di jatlo e di ragione della mente umana, sia in se stessa^ aia per
rispetto alle Matematiche, sempre colla mira di ottenete lo sc0P° quale sono o
debbono essere destinate. Ma, considerando la tetìdeaza di questi quattro
Discorsi, noi cl av vergiamo che tutti insieme riga andino Il soia fine logico^
morale e sodi de de Ih insegnamento suddetto, e prò sono puramente finali e
antecedenti. Resta dunque a parlare della parie conseguente d eli1 istr azione:
tocche abbraccia ì mezzi convenevoli pei avere buoni maestri e buoni allievi.
Certamente col formare buoni allievi si preparano anche i buom maestri : ma
siccome Fra pochi buoni allievi ne sorgono molti cattivi » cosi, posti anche i
buoni metodi, si possono fare pessime elezione Ad evitare le cattive scelte
conviene avere un criterio si pei’ disltti gnerc anticipatamente i buoni dai
cattivi precettori, e sì per assiemala di non esserci ingannati nella scelta da
noi fatta. Prima della scelta^ db possiamo far valere che mere presunzioni; ma
dopo la scelta possiamo accertarci cogli sperimenti. Per far tutto questo è
necessario di conoscere pienamente tanto il vero metodo essenziale, quanto la
maniera di comunicarlo agli appreu( demi. Come si. distingue il magistero di
un'arte dal suo tirocinio^ si distingue la massima dell’ insegnamento dalla
maniera dell’ insegnamento. La massima riguarda propriamente il metodo
dimostrato, considerato in sè stesso: la maniera, per lo contrario, riguarda
gli artificii coi quali si fa apprendere ed esercitare il metodo medesimo. Ho
già avvertito che quest’artificio è perfetto quando, compatibilmente alla
natura delle cose e degli uomini, egli riesce il più breve, il più facile e il
più proficuo possibile. Quando il buon metodo è scoperto, altro più non rimane
cbe di tradurlo alla capacità degli apprendenti; ma quando o non fu scoperto, o
fu perduto, cbe cosa rimane a fare? Ognuno mi risponde cbe in questo caso
conviene prima scoprirlo: poi dimostrarne la verità, l’efficacia, la fecondità,
la facilità; e, per dirlo in breve, conviene dimostrare cbe il magistero, o
inventato o dissotterrato dalle ruine del tempo, racchiuda tutti quei caratteri
e quei pregi cbe sono inseparabili dalle opere umane modellate secondo tutte le
istanze della natura. Se mancano queste condizioni, o qualcuna di esse, allora
sorge una forte presunzione cbe il metodo sia imperfetto. E quando il metodo è
imperfetto, conviene necessariamente sospettare cbe sia stata trascurata
qualche condizione richiesta dalla natura degli oggetti, e dai rapporti loro
reali e necessairi colla intelligenza umana. Se i metodi perfetti si
contraddistinguono dagli imperfetti per la loro possanza, essi riuniscono
eziandio il pregio d’un’esimia facilità. Questa facilità è come una leva
congegnala in modo cbe può essere agevolmente maneggiata con mezzi ovvii cbe
sono a disposizione di tutti. Le cose più facili sono appunto quelle cbe più
naturalmente si connettono colle cose più perfette ; e la facilità di
apprendere le cose perfette deve formare l’ultimo voto di un ordinatore di
studii. Fare cbe il calcolo più sublime matematico sia accomodato ai non
matematici, ecco il supremo termine di perfezione di questa disciplina. Pie
rumque (diceva Leibnitz) facilia negligimus, et multa quae clara videntur
assumimus (cioè le pigliamo ed usiamo senza esame). Quod quamdiu faciemus,
numquam ad illud quod mihi videtur in rebus intellectualibus summum perveniemus
; nec genus calculi etiam non mathematicis accommodatum obtinebimus 0. Ora
passando allo stato odierno di jatlo dell’insegnamento primitivo, cbe cosa presumere
possiamo circa la perfezione dei metodi? Considerando le cose già notate negli
antecedenti Discorsi; considerando la difficoltà, la secchezza e l’astrazione
cbe ributta ogni spirito generoso; (i) Epìstola Leibnitz ad Oldenburgiurn
ISewtono communicanda. Opera omnia 1 2jM. considerando il recente toivol girti
culo (fatto per pigrizia ) di insega re 3 "Algebra prima die la elementare
Geometria sia esaurita 5 e special, mente prima die la Leoria si speciale clic
generale delle ragioni e delle proporzioni sia Leu conosciuta c
simboleggialaconsiderando che k de* finizioni delle Idee tuono ovvie e meno
famigliar! vengono espresse molto imperio LLaraen le, e sempre senza genesi
logiche^ o almeno ssflza una spiegazione particolare dei loro termini, illustrate
con esempi! ||eidi; considerando V liso di presentare brani staccali soLLo
l'orma di problemi c teoremi, invece d1 un corpo unito e dedotto; considerando
f abuso di imbarcarsi senza biscoLLo nell'oceano ddla dottrina, e l’ impazienza
] tiene® Ics vcrités gbisniétnqnes. Non seulcmcuL elle accou Lume Ics elu-,j
dìans 3 uno grande rigueur dans le raìsoDuemeol. ce qui est un avan-,> lago
prócitmx; mais elle leur offre en méme lemps uu geo re d’exer» esce qui a son
cara etere pa r tieni lev, dì fiere uL de celui de Faualyse, et >} qui, daus
des reclmrebes matbematiques imporlanlcs, pcut aider puls„ sarament à trouver
les Solutions Ics. plus simples et les plus elegante^. » Ua poco dopo soggiunge
quanto segue: u Les àncious qui ue connois» soienE pas F Àlgebre, y suppléoìeut
par le raisoimcmenl et par Fusagc des proportìous, qu’ils mauioìeut avec
beaucoup de dextérite* Poni* no us, qui avo ufi cet mstrumeut de plus qu’eux 5
nous aurions lori de » iFcu pas l'aire usage, s'ìl eu peni resulter uno plus
grande farilitéO). n A quest’ ultimo tratto ohe cosa vi dice una sana filosofìa
;J Essa vi dice ebe qui il signor Legendre col rimanente de suoi contemporanei
pretendono che per conoscere la generazione algoritmica delle proporzioni è
meglio far uso dei risultati generici di questa generazione, di quello che
mostrare i dati primitivi di fatto dai quali naturalmente deriva. Più ancora:
che per Scoprire i risultiti particolari 5 ed 1 fenomeni d istinti ebe ne
nascono in conseguenza, è meglio valersi degli effetti generali e indistinti 5
di quello che seguire F andamento e le combinazioni delle cause distinte e
competenti* Dubitate forse voi che questo senso sia giusto? Compiacetevi di
esanimare non il meccanismo algebrico, ma l' ìndoli: propria dei concetti
adoperali in Algebra: e poi decidete se io abbia ramane o torlo. A fine di
porre iu evidenza il vostro giudizio, ditemi che cosa sia propriamente
TAIgebra. A questa domanda risponda per ine il Leìbuitz. Qaantilatem interdum
quasi extiijinsece re Elio ne seti rei tiene ad aliati in smisi unni {nempe
quando munerus partium co gnitus ilòti est) expo ni. Et haec origo est
tngeniosae. annuite a è. spe El*! meritò tic Gifauivtric XWI$, chez I’ ir min
J)kEuì. i8o, deli/ insegnamento delle matematiche. non dosa e, qua ni excoluU in
primis Cartesius^ poste a in praecepta colle» getti Fnmciscus Scuttcnìus et
Erastnus Bartholinus hi e edemmth Mg» theseos universalìs^ ut vocaL Est igltur
aualysis dùchina tic rat log [Luì et proportiouibus^ seti CìU arili tute non
exposita, Arilhnìètìcd de qu;mtilate e.\posila3 seti e li me vis ([). Il Paoli
dice che FAlgebra Ita per fì£getto di considerare i numeri elio rappreseti Li
do la quaulil+ serza arcr riguardo alle diverse specie di quantità cifrasi
rappreseci. ano (fl). k Lea ^ nombres [dice Wronski) 3 cotti tue ioni les
olqets inkdlecluels, peu« vedi étre considercs en generai et en particuliei ;
c'est-A-dire qfl'oti | » peni, consulti ver sepa romeni les loìs des nombres
et. Ics Jaits des □ e ni» bres. Par ex empie 3 + 4 = 7 est un lait des u ombrosa
et la proposiìì liun la lucilie de la somme*, plus la moitió do la dillo rene e
de tic ut u nombres egri lo ni Je plus grand do ces uornbres, esL mie loi des »
nombres. m n Cotte cousidéralion est puromenl ìogirjue^ et idapparlieel par
eoaii acque uL qné à la toc th ode de la scieuce: quoique qtfll cu soit
k&mh zi des uombres formuli Vohjet datine brandi e de Falgo i' itimi le,
qui est » FA u+ef.e : et les faits des uombres formenL Polijet duine aelre
bran» dio. qui est 1 A iTir meti qlt e (j). » Io Lo seri lo ad arte le sentenze
diverse di questi tre auto ri ^ perebb malgrado le loro dissomiglianze* tutti
tre convengono che i concetti., i quali vengono assunti e maneggiali
dalFAlgcbra, sono d1 una ceserauta la quale nou può essere uè ben intesa, nè
ben ritenuta se ood dopo che si è veduto quali sia un i fatti della quantità
cou creta* Se ili.iA.i F Algebra fa uso di sole idee di jl apporti co.vum5
dunque si deviane prima conoscere i tèrmini positivi dai quali sorgono questi
rapporti. I w ancorar se questi rapporti sono generici^ essi sonoper ciò stesso
(isttai^ I fi, ed appropriati a tutti gli siati simili delle grandezze. Ma
corca formar ci potremo F idea AxAV astratto» prima di aver idea del concreto^
t come potremo noi fare applicazioni genera U, prima di aver idea "'i
particolari J La natura delle cose* il senso comune5 e; I istinto, diro Cos«
generale cospirano òi accorato contro questa sovversione 3 c impenni mente
comandano un a u da mento opposto. Aprile i libri dei ma le co a Liei* svolgete
le pagine della storia della Matematica: c voi scoprirete che duo all'età
presente non cadde in mento ad alcuno di capovolgere, come ora si fa. il metodo
del primitivo insegnamento 5 ma che. per universale coir Operiti u /finta.
Ttmio IJI, p:ig, 3r [. (+ Clementi dì ilpvùra* Toni, I, pag. a, PjsEi 1 .7 A
égaux.Le poligone se nomine quavré.v Lacroix, Elémens de Geometrie. Pari. I.
Scct. I N.° 14 a. Così nella divisione prima e compatta dell’esteso l’alfabeto
v’indica i primi venticinque modi, i quali se dappoi si suddividono ed
ammettono intermedii, ciò non ostaute non alterano nè l’indole individuale, nè
le ragioni interne ed esterne, nè la loro azione periodica. Anzi, considerati,
do le cose più addentro, si prova che i termini più compatti sono eminentemente
i più predominanti. Passo ora all’interna loro struttura. Ogni nome rivestir
deve la forma di termine progressivo rappresentante i suoi componenti
alleggiati e ripartiti secondo la legge degl’estremi e dei medii, e con una
derivazione continua, lo mi spiego con un esempio. Nella tavola posometrica al
grado decimo troviamo il quadrato 100, la di cui ladice è 10. Di fronte
troviamo il gnomone segnato col numero 19. Ne bi amate voi uua pittura
sensibile? Gettate 1’ occhio sulla figura della tavola annessa. Ivi vedete il
gnomone Peb 'K E ineguale a 1 9. Là vedete il quadrato E N e b spigolare uguale
ad un ceutesimo del quadrato dell’ ipotenusa, che può fare la funzione di primo
estremo, nel mentre che le due liste possono fare quella di medii. Questo
ripartimenlo è comune a tutti i gnomoni della tavola. 11 valore di questi
guomoni è sempre il doppio della radice del quadrato inchiuso, più 1 unità
elementare: ed è pure il doppio della radice del quadrato iuchiudente, meno la
detta unità. Che cosa è questo gnomone, fuorché la difitrenza che passa fra
l’antecedente grandezza quadrata e la susseguente? Come quésta differenza forma
la misura dell’aumento dell’una, così forma la misura del decremento
dell’altra. Ma questa differenza e questa misura è veramente in sè stessa una
grandezza reale? Essa è una superficie determinata al pari di quella dei
quadrati, dei quali forma la differenza, anzi essa è parte integrante della
superficie del quadrato maggiore. I nomi adunque di differenza o di misura, di
aumento o di decremento non sono che puramente relativi oII’ufficio che questa
superficiale grandezza compie in questa posizione. Se considerate la differenza
fra un gnomone e 1 altro, questa è costantemente di due unità sostanziali.
L’uuitcà assunta forma 1 uno misuratore tanto delle moli generate, quanto degli
stessi gnomoni. Quest osservazione è sommamente importante per tulio il
calcolo. La mole del grado nono è tale, che formata in quadrato perfetto
geometrico, si può dividere io nove liste uguali, ed ogni lista si può suddividere
in nove quadratali perfetti. La lista prima appellasi radice; ogni quadratelo
della medesima appellasi unità elementare . È per sè mauifesto che i nomi di
radice e di elemento non sono che nomi di uffizio^ e di uffizio, dirò così,
domestico ed interiore alla grandezza, della quale lo lista o il quadra tello
formano parte. Qui ò 13 e cessarlo fare attenzione alle due prime maniere colle
quali siamo accostumati ad usare dì queste misure. La prima maniera si può dire
monogrammatica3 la seconda poligram malica. La mono granì malica consiste nel
supporre una data figura perfettamente quadratal e quindi nel considerare la
potènza quadrala di uu solo lato come rappresentante il valore di tutta la
superficie . La poligrammatica consiste Liei considerare la potenza radicale di
ogni lato come concorrente a formare la potenza di tutta la superficie
cldu&a da questi lati . Quando voi moltiplicale una base per un* altezza, e
determinate un'area, voi usale di una forma digrammatica. . Voi usate della
digrammatica implicita audio quando adoperate due radici eguali . Se 1*
eguaglianza vi dispensa dalla doppia estimazione delle radici, la funzione fon
damen tale non lascia d’essere ! a medesima. Nel trattamento monogramma Lieo
abbiamo parlato di potenza quadrata, nel digramma Lieo di potenza puramente
radicale. Perche questa differenza ? Pensateci uu momento, e voi ne troverete
là ragione. Quando su tutta una linea io fabbrico un quadrato perfetto, la
potenza di questa linea uon acquista che una sola espressione. L area dei qua
di ali tulli perfetti fabbricati sui lati di un quadralo perfetto è sempre
uguale a lui. L'espressione adunque potenziale esterna è identica coll
espressione superficiale interna . Non è cosi quando ad una superficie vengono
fissati limili disuguali. Figuratevi un quadrilungo, uu lato del quale si possa
dividere iu tre, e l’altro in quattro parti identiche. La sua superficie
risulterà di 12 quadrateli!, ma la potenza quadrata de7 suoi lati non coincide
col prodotto dell'uno Dell'altro. Oiffatti il quadrato sul lato 3 ò uguale a 9
quadratoni: il quadrato su! loto 4 è uguale a 1(5. Qtiesli valori non sono
quelli dell' area del quadrilungo, ma solamente dei quadrati creiti sui lati di
questo quadrilungo. 11 valore adunque potenziale univoco dei f ati d'una figura
è lutto p,stuilskco al valore superficiale intèrno di lei. il valore potenziale
individuo dì un lato non può essere equivalente ossìa identico col superficiale
interno se non nel solo caso che tutta una superficie simile ed uguale venga
ripetuta, e ripetuta in uu modo simile. Dico anche in un modo simile-.Eccovi un
quadralo clic fa la I unzione di unità. Volete voi averne un secondo, ritenuta
la potenza dei lati del medesimo? Voi dovrete contornarlo con altri Ire. Lite
cosa olici (t) Un detto eliti queste sono te due prime fjufiltì si Là prr Lina
sm-n \ntazumc Simile a 'p1 I ? Miniere, o noti tutte le maniere. Havv.cnc h Sà
quadrata dcilvipùienusa, o per uu amtUmuiL una icraa ÌLidlvUna a siqicrfkiulr .
La piiazwne incommensurabile. rete voi? Un grande quadrato perfetto, composto
di quattro quadrati primitivi. Ecco il processo di apposizione dei contigui
simili ed uguali') processo che si verifica anche colla divisione di una
superficie continua quadrata in parli tutte uguali e quadrate: ed ecco il vero
simbolo della prima serie naturale discreta dei perfetti quadrati aritmetici.
La tavola posometrica annessa al terzo Discorso è fatta in sostanza con questo
processo. Ivi il quadrato del secondo grado non è una duplicazione superficiale
del primo elemento, ma una quadruplicazione del medesimo. Questa
quadruplicazione qui viene fatta per un'associazione del quadrato primo
antecedente col gnomone susseguente. Tutti i nomi quadrati della tavola vengono
formati nella stessa maniera. Dal si m pio al quadruplo evvi un salto:
frammezzo evvi il duplo e il triplo. Or bene, tutta la progressione è fatta con
questi salti. I gnomoui mostrano la misura di questi salti. Essi fra l’uno e
l’altro grado segnano col loro valore la grandezza di questi salti. Ma questi
salti si verificano con una serie di radici senza salti, perocché la radice
antecedente nou differisce dalla susseguente che di una unità sola elementare.
Questi salti sono una condizione necessaria ed inseparabile del processo
monogrammatico discretivo quadrato fatto con un elemento ideuiico. Dunque le
latitudini d’ogni nome monogrammatico quadralo si possono considerare come
limili discretivi di altrettante superficie continue che si succedono giusta
una legge graduale e compotenziale. In forza di queste ampliazioni fatte colla
serie progressiva di gnomoni aventi in ogni grado la differenza costante di
due, e con radici aventi la differenza costante di uno^sì formano grandezze di
superficie similari quadrate sì geometricamente che aritmeticamente \ le quali
grandezze, nelLaHo che si possono tutte convertire in elementi identici,
presentano certe leggi costanti ed universali, parte proprie e parte comuni coi
non quadrati, come si vedrà più sotto. La pluralità maggiore o minore delle
parli di queste moli, la quale è relativa alla rispettiva loro grandezza, non è
che una pluralità mentale, la quale altro non fa che concretare tanto lo stalo
rispettivo proporzionale delle moli generate, quanto la misura della differenza
fra le medesime. Sotto quest’aspetto esse sono comparabili tanto fra sè stesse,
quanto colle moli intermedie e colle altre grandezze che naturalmente si
associano in forza del trattamento per estreme e medie ragioni. Con questo
trattamento appunto è costrutta la tavola ; ma costrutta in modo, che il
compositivo, il differenziale ed il co inpotenziale esercitano simultaneamente
il loro uffizio. Li mp m m cu sniiibili tà di alcune grandezze intermedie non
oppone ostacolo alcuno. Figuratevi else queste suino simili ad altrettante
dissi * come i quadrati sono slmili ad altrettanti circoli. L’un a figura, come
os¬ servò anche il Lcibnitz, non si può tradurre nel l’altra; ciò non ostante
esse vi danno teoremi algoritmici di sommo uso. Serva d’esempio il teorema col
quale si esprime che qualunque poligono inscritto nel cerchio sta al
corrispondente polìgono Inscritto ivelT elisse s corno il diametro del cerchio
sta all’ altro asse dell5 disse. Vi sono grandezze metafisiche di ragione
elittica, come ve nc sono di ragione circolare. Questo carattere è indipendente
datila forma sensibile della grandezza, ^ 125, Dell5 alfabeto del non quadrati.
Ora passiamo all' alfabeto, dirò cosi, artificiale di queste grandezze
cliniche. Questo è un alfabeto, col quale in forma quadrata geometrica si
esprimono i non quadrati -aritmetici. La tavola A annessa a questo Discorso uè
offre uri modello. Essa con 97 termini svolti dalle viscere della ragione di
48:49, compagna della ragione di 3:4, percorre algoritmica mente lo stadio
delle ragioni e proporzioni inchiuse ed associate fra il si m pio ed il
quadruplo. La forma materiale della serie è quale appunto era desiderata dal
Lcibnitz, come rilevasi dai passi delle tre lettere scritto aì signor De la Lo
ubère, membro dell1 Accademia Francese e di quella delle Iscrizioni e Belle Lettere
(0. lo ignoro se il De la Loubère abbia pubblicato le sue ricerche. Quanto al
Lcibnitz, egli soltanto ne congettura la possibilità. Fato (egli dice) hoc
possibile esse, et ex attenta conskìeratione rntionum commensurabiiiuìn talern
rnethodum generalem clìgì posse • Ea attieni habita^ haberetur*. ut diri.,
algorithmus talls caladi*, et periti-* de calca lare possemus adhìbilìs a e
sfanno ni bus aids quìlmslibei fmltis ordinari is . Antequam miteni alias
hrtjusmùdi calca II algórithmus intteniattfT} id estralionum addillo et
compositìo, sic e multi pi leni, io sem riva h.erebimuS, nec ni si panca et
faciliora dabìmus. Nell’ ultima lettera del Novembre 1705 scrive quanto segue:
Je souhaìterois. moti sieur 5 que cous fusale : de loisir et di humour de poursuwre
vos bel Ics pensée s sur les pròportions^ en Ics eherchant par là cole de F
inquisii ton^ maxìmae comtminis mensurae, on par urie su bs tra ct i on retetee
du RE&imr (come appunto ho fatto io). Il est remarquable^ que par cette
vote non seulement la rock orche se termine quanti les grandeurs (e) Opera
ojtuiìa, Tom. Iti. pag, G 5-4 C 5 G . A' e di questi (re dibatti in 13 lic. 1
soni commensunibleS) mais musi qua mi [ ìneomtmnsimd filiti est ài premier
dégne; c’èsi-à-dire, quanti Tèquation est dii seconda la propor don infime des
quoiiens est périodlque. Cod questo metodo appunto fu stesa la delta tavola.
che si potrebbe intitolare Alfabeto posometrico dì yon quadrati aritmetici
trattati informa quadrata geometrica. La secondo aspetto di questo alfabeto
vieti presentato colla tavola B. Ivi si veggono i nomi generici delle
proporzioni diverse colla rispettiva valutazione finita in serie confinila e
concatenata. Questi nomi generici tengono appunto luogo delle radici segnate
nella scala ordinaria dei quadrali naturali aritmetici, lu questa favola B si
rilevano i seguenti fatta principali, 1 ♦ Se unirete le membra dei dii è numeri
tassanti le due prepuziali u voi rileverete che la loro somma forma sempre un
quadralo privilo aritmetico d’ un numero pari. La serie incomincia dal quadrato
prie Ilo di 4, e giunge fino al quadralo perfetto di 192. Così, per esempio,
avete le ragioni Ih IV* r di cui numeri sommali danno G, La prima parta 1 2, c
la seconda 24: unite le due somme, avrete 36 / 6. IL II membro maggiore
d’ognuno dì questi quadrati snstieue col minore proprio Ja data ragione,, la
quale differisce dall* altra di due gradi, Egli poi passa a costituire il
membro minore del quadrato susseguite, ed a rappresentare un termine di ragione
minore t\f un grada, ili quello eli’ egli portava u dinante cedente. Con ciò i
membri sodo conca te nati. III. La somma degli esponenti delle duo proporzioni
forma appunto la radice d’ogni quadrato diviso nei due membri suddetti. CosL
per esempio* Il + IV 6 | 12 -f24 == 36 6. Con questa legge pròcede tutta la
serie. IV. 5c unite gli esponenti delle due proporzioni della stessa casa. v
moltiplicale la somma pei numeri romani esponenti, voi avrete pr prodotto il
numero sottoposto di valutazione. Così I + 111 = 4 4 X 1 4 | 4X3 r12 4. -f 1 2
=; 1 6 ir + iv— 6 0X2—12 0X4 = 24 12 + 24=30 m + v= 8 8X3=34 8X5 = 40 40 +
24=04 fi) I numeri rnnumi jnilicano ter proporr a .fti sta nome ire a rinquts,
o ebe v’K.L.itJ «iftuì, Così, per esemplo, Uh V significa ire sa5 : 5 j>u
1325 discorso quinto; è intermedio fra il quadrato 16 c il 25: il gnomone 25 è
inierme/12 i/13 dio fra 1 44 e 1 69 : e così del resto. IL Questa tavola vi
dice clic tre dì questi gnomoni appartengono alla prima colonna 5 gli altri
sono ripartiti ad uno ad uno sulle colonne seguenti. Cosi 9, 25, 49 cadono
sulla prima colonna; la seconda non ha che 1T 81 : la terza, che il 121 ; e la
quarta, che il 169. III. Ponendo mente al numeri delle distanze, e alla
differenza costante di 4 fra questi numeri, la tavola vi dice che P elemento
normale di proporzione nascosto, che regge questa serie, è il 2: perocché in
tutte le serio differenziali il numero ultimo identico, come in questa, è
sempre il doppio del numero reggitore. Questa osservazione sarebbe prematura
per gli apprendenti; ma qui non si tratta di quello eh5 essi osservar
potrebbero, ma di ciò che osservar debbono l maestri per conoscere il valore e
la possanza delle cognizioni che. debbono comunicare. Soggiungo adunque, che l’
indicazione di questo 2 nascosto allude alla ragione circolare, ossia alla
progressione dei quadrati perfetti aritmetici. Ciò si vedrà meglio nel seguente
Discorso. Trovati i componenti quadrali di queste radici, ed anche trovata
soltanto la progressione aritmetica delle disianze e delle differenze, ognun vede
di leggieri il metodo ch’egli può usare per andare avanti a trovare altri
termini maggiori, 0 tornare indietro per ritrovare i minori. Nell’esame delle
serie ciò è importante, perche molte volto esse nascondono la loro sorgente,
nella quale sta riposta la virtù eminente che si manifesta in tutto lo
svolgimento delle medesime. Se si fosse pensato che qualunque variabile
soggetta ad una data legge non è che una creatura soggetta ai rapporti com
potenziali cFuna serie, si avrebbe mai preso il partilo tV infrangerne le
leggi, assumendo anche in vìa sussidiarla una linea da potersi maneggiare àq
arbitrio «ostro? Questa linea sussidiaria nelT esame p, e. d* una curva, quando
sia presa o fra le ordinate 0 fra le ascisse, non diventa forse necessariamente
una variabile soggetta alle leggi com potenziali di questa curva? Posto ciò,
non è forse manifesto, ch’ella esclude ogni nostro arbitrio? Studiate adunque
le leggi delle serio proprie, e uou malmenale lo stato naturale e necessario
delle cose, IV. ih visibile che coi soli sei gnomoni quadrati espressi nella
tavola posomclrica, che va fino alla radice 100, non si compie la serie dei
hinomìi di quadrati dei primi nove numeri semplici; ma che questa serie ò
troncala, e vi mancano i due ultimi di 113 e 145. Per rendere adunque compiuta
questa prima serie couvieue aggiungere anche questi due termini. Con ciò
abbiamo la prima serie naturalmente composta di otto termini. Si vedrà iu
progresso quanto ciò sia naturale ed essenziale aliandole della duplicazione,
considerata come ragione segreta di compotenza logica proporzionale. Noi
abbiamo qui un primo segnale dei miti periodici naturali di questa ragione.
Comunque si possa continuare indefinitamente, resterà 'sempre vero che questa
ragione espressa in serie si dividerà sempre in altrettanti periodi composti, o
almeno risolubili in otto termini fondamentali. Anche di quest’asserzione
daremo una prova a suo luogo. Ora passo alla composizione riflessa. Dovrò io
temere d’essere giustamente censuralo per questa denominazione? A me par di no.
Ditemi infatti: quando voi assumete in astratto le potenze lineari di due
differenti grandezze determinate col disegno di farne risultare unaterzaje
ponete queste due linee ad angolo retto, e tirate l’ ipotenusa, è vero o no che
fate una composizioue riflessa ? Prima di esibire la forma di questa
composizione debbo avvertire, che niuua figura sì geometrica che aritmetica
deve essere data a brani, come far sogliono generalmente i matematici. Con
questi rottami non si può mai cogliere assolutamente il complesso delle
affezioni e delle leggi della quantità, e quindi far sorgere quelle logie,
dalle quali risulta la scoperta : allora per lo meno si rende assai difficile
l’esito di una ricerca, e manca sempre il corpo sì della scienza di fatto, che
del magistero dell’arte. Per la qual cosa conviene dar sempre ogni figura
compiuta nel suo genere. Essa sarà nel suo genere compiuta, allorquando a guisa
di specchio rifletta sempre l’imagine di quel tipo che interviene sempre in
tutte le composizioni naturali posometriclie. Due estremi ed un medio, un
principio ed un fine, un’evoluzione ed un periodo, uno slancio ed un riposo:
ecco i fenomeni ed i segnali comuni di una figura compiuta. Passo ora alla
composizione proposta. Qui. come ogimn vedersi hanno binomi i con
coefjficietrti 3 0 somma complessiva Ut Hi quadrali, A dii voglia continuare la
serie noa resta altra briga die di frapporre fra lo radici delle ipotenuse le
distali* Ze c^]e passano fra i quadra ti perfetti* e pnjò procedere dove vuole
Ora vegliamo come si possano per se stesse comporre le ràdici deb le ipotenuse
mediante una costatile ed una variabile iu serie. Co ni posilo n£ dello radici
dei quadrati aventi per coefficienti due altri quadrati peregrini I 11 IH IV V
VI VII fui IX 25+1 25+4 25+9 '25+16 25+25j 25+36 |5+49 25+64 25+81 26 29 34 4)
50 Gl 74 S3 m 3 5 7 0 11 13 15 17 Da questa serie apparisce manifestamente che
tutte le ipotenuse esprimono nella loro misura lineare altrettanti hiuomii
aritmetici di quadrati, La prima misura ha sempre 25 unità, loccliè ari Lm
elicameli le inrma II quadrato \/5* e Ja seconda misura ha per nome la serie
pat. orale dei quadrati aritmetici.) incominciando dall7 uno, e proseguendo
iadelìnìtameute. Questa serie abbraccia i primi 9 nomi quadrali, associali col
nome quadrato di 5, Con ciò l’ abbiamo prolungala quanto la sene precedente dei
gnomoni. e per uniformarla alia medesima; ciò non ostante si deve notare^ eli7
essa in forza dei pieni suoi rapporti manca di tre levmini, Questi sono i
seguenti: X Xt mi 23+ 100 25+121 25+ 1 44 -- 125 ] 46 m 1 9 21 23 Con quest’
ultimo termine, il quale rappresenta il quadrato portello aritmetico di 13. sì
pone In corrispondenza il termine primo ih 26 = 13> sta serie come sta* Vi
Tom. I. 85 ìm Ossbrvjlziqkb. Trilla ispezione dì questa serie ognuno vede clic
dalla parie siuislJ-i i cateti decupli hanno il di sopra: nella destra poi di
chi legge Jirmaoit di sotto, Nel centro i termini diflerenzialL ossia i residui
di sottrazióne^ si concentrano al punto iélFunilù, e le differenze di questi
resi dai vca^fono alla perfetta eguaglianza. Da ciò si ricava Jd i u dolci di
questo ped> do? il di cui mezzo è occupato dai tre termini neutrali. Nel
mezzo ap punto nasce il pareggiamento dei cateti, meno un* unità; c quindi il
passaggio dei decupli in meno. Cosi figurandovi un diametro di un circolo, nel
quale diverse corde si vanno aumentando da sinistra a diritta * si giunge al
mezzo. L28. Delle prime sii In he matematiche. Fin qui abbiamo esaminato le dna
maniere spontaneamente offerte od espressamente indicate dalia tavola
posomolrica* onde ottenere emuposti geometrici di lati perfettamente
coiruaensurahilì per un ideatici} elemento. Queste sono per gnomoni ufi nome
quadrato c per luncmii quadrati, dedotti dal paragone a specchio colla serie para
iella di quadrali irai arali. Ora ci resterebbe a parlare di una terza fonte
primitiva di coro* mens orazione razionale, la quale nasce dalle ascisse
razionali sfatte sia dalla scala naturale dei nomi quadrati, sia dalla
riduzione a eanniae misura delle medie proporzionali, le quali nei gradi
compatti della seno dei quadrali aritmetici presentano una spuria
iiieonmsensurahilitàMa re credo di trasportarne V esposizione dopo clic avrò
discorso delle sillabe matematiche. Dico delle sillabe^ e non della compilazione
matcmàtkn. Con ciò lo voglio indicare asse re azioni teoriche sulla cosa, e non
H$h ì e m agistra li per fari e appronti e re . lo lo ri pelo: non parlo della
man i ^ ra di comunicare agli apprendenti il metodo . ma parlo de! minilo dd
metodo medesimo. Con questa mira Lo esaminato 1T alfabeto. Se si fosse trattalo
della maniera di farlo apprendere, avrei dovuto procedere diversa mente.
Volendo parlare delle sillabe matematiche teoreticamente sortii posso
dispensare di porre solfoceldo almeno il materiale. Proseguiamo. Il punto delP
eguaglianza perfetta forma il zero differenziale, ossia la negazione d7ogni
differenza. Ecco il puulo positivo d ogni mossa algoritmica. Ciò posto,
qualunque punto voi prendiate, per esempio, nella semicirconferenza A C/?(fig.
VI. tav. I.), sia a diritta, sia a sinistra del punto C, voi avrete un segmento
di curva. Sia questo punto scelto in il/. Tirando la linea MB parallela ad E F,
voi farete nascere la lista E JS P F. Lo stesso avverrà figurando che per gradi
comunque piccoli la linea E F si abbassi parallelamente. In amendue i casi voi
avrete una lista, la quale conterrà un arco di cerchio più o menogrande. J1
quadrato sopra il/ C sarà equivalente a quella lista. Che cosa sarà questa
lista, fuorché una porzione reale del quadrilungo A EFB? Questa lista può
essere parte aliquota o non aliquota, sia del quadrilungo, sia del tutto. Ma
l’essere o non essere parte aliquota dipende unicamente dai rapporti logici
essenziali della figura, e non dall arbitrio del geometra. Dal suo arbitrio
dipende la posizione del fatto, e non la ragione del fatto. Qui per ragione non
s’intende il motivo^ ma il rapporto intrinseco e logico degli oggetti. Ciò che
abbiamo detto figurandoci un movimento dall’ allo al basso, accade pure
figurandoci un movimento da diritta a sinistra, e viceversa. Così, per esempio,
nella figura XVIII. tav. I. posso figurarmi che la linea Cd proceda a diritta o
a sinistra per misure date verso l’una o 1 altra estremità del diametro; e
viceversa, che la linea DF proceda verso (») Qui si può proporre ai matematici
il sedi uno dei binomii incrociati, trovare il memguente problema = Dato il
membro minore bro minore dcll’allro binomio. = j[ centro, lu luLlì questi casi
avrò a dati intervalli le liner e le superficie die vedete nella figura. Queste
linee o ascisse ra-ppr esenterà» no diversi stati di questa linea, die perciò
di cesi variabile* Qualunque sia la mussa di questa variabile, sarà sempre vero
che dal punto delia partenza al punto della sua prima fermata ella avrà lasciato
uno spazio dietro a sà, Questo spazio sarà essenzialmeuLe finito e determinato
dai rapporti ai quali nella data figura va soggetta la detta variabile. Altro è
die io pòssa o non possa valutare con misura comune questo spazio e le sue
particole 5 ed altro è ch’egli non sìa in se sLesso esse ozi al me n Le finito
e determinato. Figurare un’ eguaglianza reale o un infinito reale, perchè 10
non posso trovare un espressione numerica determinala di questo spazio 5
sarebbe la più mostruosa assurdità. Perche ti mancano gli occhiali per vedere
il grano di cenere, dirai tu ch'egli non esista? perché 11 manca il compasso
per misurarlo, lo dirai tu infinito ? Nella Matematica pura dipende da te
fissare la prima lista. Comunque minima ella sia, sarà sempre un che, ossia una
quantità reale e finita sottratta da una delle parli eguali. Paragoni Lu la
parto scemata colla parte integra ? Allora dovrai dire che la parte scornata è
minore d’un tanto della par Le integra, e che la parte integra è maggiore di
quello stesso tanto della parte scemata. Allora dir devi quel tanto essere una
grandezza reale. Divìdi lu questo tanto, e aggiungi tu la parte divisa alla
parte scemala? Finché non raggiungerai £ut£as vi resterà sempre un meno che
toglierà regu-aglianza* Alte corte: ira il con ce Ilo dell' 'essere e dei nulla
muta fisi O co, ossia fra V eguaglianza e la disuguaglianza astratta non si può
figurare veruna determinala quantità. È dunque assurdo e stranamente assurdo lo
stabilire come logicamente possibile una quantità minore di qualunque
assegnabile, perchè appunto in astratto si può assegnare qualunque differenza
escogitabile. Come la logia àeWegttaglianza astratta non ammette gradi, così la
logia della disuguaglianza astratta non ammette limiti. Se ho fatto uso
dell'idea duna linea variabile* Filo latto per adattarmi al modo volgare
ricevuto. 11 fatto sta però, che quest1 uso non è uè filosofie o 5 uè
algoritmico* Non filosofico, perchè uua linea in est e sa non può ne
camminare*! uè generar l'esteso (C; c però in realtà colla variabile non si se
ti) Linea utcumq.uc multi jdì&ata ( disse Newton) jiq |ì potei t evadere
siipeìficìe^ ìdeoque haec mperficìei e iuteh generano (ùnge alia est a multipli
callo ne (Ari Mimetica mnversalisj Py,i £ 1. La mohlplk-nzìcme fìmu pie superficiale
é prò pii a™ co le quale I abbiamo sopra presentata, e si fa o poi' via di
quadra Lo, odi a! tre fi gore semplici prese coinè uni Là. JAiso ha iAto
prevalere di prendere il quadrato come unità (vedi Ne\vto)ifÌoc.cii.). deli/
insegnamento delle matematiche, JHJa che un limite d’uoa superficie estesale
però si allude essenti al metile ad uno spazio variamente limitato^
fipusideraio ila un Iato solo, fc è poi q 1 1 es t’ u $ o verameute a ìgo rii n
i ico [Grice, decision procedure], a ] m eco finché non si c an side n1J0 r
libili ili questo esteso in modo che ne sorga imo spazioseterminato chiuso da
confluì, e configurato d7 una data maniera. Alloro egli contrae un'essenza
propria, dalla quale sorgono tutti i rapporti di competenza l' orse si crede potersi
a beneplacito arrestar Pesame ad un profilo^ senza considerare i] resto» Quando
ciò si volesse fare abitualmente y cd ottenere ciò non ostante una valulazioue,
sia complessiva* sia comparjti^ a* lia 1® parti della figura* si tenterebbe una
cosa impossibile; prcìi è i valori non possono risultare fuorché dai rapporti
dì compotenza del erminati dal] unità individuale costituente e caratterizzante
la data fruirà, Come la data foglia, il dato ramo di uu albero, il dato membro
di un corpo animale sono determinali dall’unità organica ed unificante del
tutto y così i rapporti geometrici compitemi a li ed algoritmici sona
essenzialmente determinali dalFiiuità individuale c caratteristica della data
figura* 1 rollami adunque ed i profili staccali delle figure non possono essere
esaminati con frutto e valutati con effetto, se non eoustderandalì in relazione
al tutto di cui fanno parte* Dunque in Ma I ematica procedei si dee come nell
Anatomia e Fisiologia dei corpi vegetabili cd 3nimalu Dopo che si acquistò l’idea
della forma, delle proprietà e delle leggi del tutto 5 si potrà certamente far
uso di costruzioni frazionarie; ma prima di questo tempo sarebbe il più stolido
e il piò riprovato partilo quello di proporre ad esame questi rottami e questi
profili spolpati* Aidlo studio adunque primitivo della quantità estesa
incominciar si deve col presentare lutto iutiero il ritratto della cvealunt
matematici c passar iodi ad esaminarlo partita mente, e fino ne’suoi ultimi
coni ponenti c indi ritornare con mi senso distinto allo stesso concetto
complessi* \ o* che dapprima apparve contuso. Foco il perchè avendo in confi a
ciato culi assumere il quadralo geometrico* credo necessaria la costruzioni et
hi no Olii incrociati. Mediante questa sola costruzione si possono otieucn-' le
convenienti valutazioni nei tre stati successivi già sopra distìnti delle
grandezze estese quadrale*, ed ottenerle nella maniera la pia breyc3 la più
facile e la più proficua. In conseguenza diffaliì dei binomi! incrociali si
segnano e si valutano i differenziali 1353 poiché la sua base, come modio, è
propriamente in A C. Tosto si vede che l’area di questo modio è uguale al
quadrato geometrico che si può costruire sulla perpendicolare FG. Così si può
stabilire perpetuamente, che il modio nato daH’unioue di due triangoli
rettangoli isosceli sarà sempre uguale al quadralo delle due altezze riunite di
questi due triangoli. Forse taluno crederà che la costruzione di questo modio
sia improvvisata. Bene al contrario. Essa è anzi preindicata dalla costruzione
a binomii incrociati. Ciò consta osservando che il quadrato del cateto maggiore
del binomio verticale è appunto eguale a questo modio. Si esamini la fig. VI.
della tav. 1. Ivi vedete il cateto il ID. Il quadrato di questo cateto è uguale
al quadralo del detto modio. Usando del teorema pitagorico, noi non otteniamo
clic la metà del nome necessario per le valutazioni dei composti geometrici di
quadruplice relazione. Il tetragonismo logico non consiste nella forma quadrata
materiale ed isolata, ma risulta invece dalla quadruplice possanza e compotenza
variata ; così che posta la varietà, ed ommesso un solo dei termini, manca
necessariamente la valutazione. IBI. Delle trasformazioni preindicale. Noi
abbiamo notato di sopra esservi tre maniere primarie di costruzione della
parola matematica, cioè la prima per posizione, la seconda per trasformazione,
la terza per trapodestazione . Queste due ultime maniere possono eseguirsi ad
un solo tratto, come abbiamo veduto nell’esempio del modio ora osservato. Ma
giova il vedere come siano preindicate. Quanto alla trapodestazione, ne abbiamo
offerto l’esempio: quanto alla trasformazione, serva il seguente esempio.
Ritorniamo alla figura. della tav. I. Ivi vedete il triangolo rettangolo A MB.
Mirate ora la fig. XV. Questo stesso triangolo lo vedete segnato AEB. Parimente
nella figura VI. abbiamo fatto osservare l’altro triangolo rettangolo D M C .
Ora volgete l’occhio sulla fig. XVI. Ivi vedete questo triangolo segnato in
AEB. Se nella fig. XV. e nella XVI. dalla parte inferiore descriverete il
triangolo eguale AI1B, voi formerete i due quadrilunghi che vedete dentro lo
stesso circolo. Questi due quadrilunghi inscritti sono, come ognun sa, eguali
ai quadrilunghi aventi per lato la diagonale degli inscritti, e per altezza la
media proporzionale, ossia il lato comune dei due triangoli simili AEG ed EG B.
Ma i lati dei quadrilunghi inscritti non sono nè punto nè poco eguali ai lati
degli impostati sul diametro, e chiusi dalle tangenti J A, FB: abbiamo dunque
aree uguali con lati disuguali. Ciò incomincia a somministrare l’esempio d’una
trasformazione lineare più aritmetica che geometrica. Dico piu aritmetica che
geometrica, perocché i due quadrilunghi inscritti sono simili ai non inscritti,
ed eguali in superficie, ma non eguali in Iati. Dunque la misura e quindi la
potenza dei lati è cangiala, senza che siasi cangiata nè la superficie, nè la
forma complessiva generica della figura. Così supponendo che in ambi i circoli
il diametro sia diviso in dieci parli, e che AG nella figu ra XV. sia eguale a
2, ne verrà che A E sarà eguale a 20, ed EB~ 80. Ma siccome il quadrilungo
ABFI—AO, dunque il quadrilungo inscritto AEBJI sarà eguale a 40. Or qui d
ornando se A E ed All siano commensurabili. Dunque abbiamo qui la stessa area
prima compresa fra lati commensurabili: e questi sono i lati IA ed A 2?, il
primo di 4, ed il secondo di 10: poscia fra lati incommensurabili, il primo di
potenza 10, ed il secondo di potenza 80. Ecco quindi una trasformazione
lineare. Bramate voi un esempio di trasformazione di figura? Mirate la figura
\. della tavola I. Ivi la curva A L 11 è un quarto di cerchio, avente per
raggio tutto il diametro A B diviso in dieci parli. La linea B d" (eguale
a questo raggio) viene portata in cl" un grado al di là della metà; di
modo che avremo d'Bz=G. Ora se Bd"— 10, avremo cl! d"— 8. Dal punto
d" tirate la linea di' A; avremo il triangolo AdtB, la di cui area sarà
40. La di lui area sarà dunque uguale al quadrilungo superiore AJSBB. Bastino
questi cenni fuggitivi per far intendere i tre stati della parola da me sopra
indicati. Fra questi quello della posizione prima del quadrato dev’essere
rappresentato in modo da soddisfar sempre ad un quadruplice rapporto. 132.
Delle parole composte. Come vi sono parole semplici, così vi sono anche parole
composte . Questa distinzione non si può comprendere fino a che non abbiasi
formato il concetto della personalità della figura. Quando figurate uu
quadrato, un triangolo, e qualunque altro poligono, voi da principio li
ravvisate con uu concetto solidale ed individuo. Se poscia pensate che iu forza
di quei dati lati, di quei dati angoli e di quella data superficie ne debbano
nascere date relazioni, e non altre, voi potete attribuire ad ogni figura un
carattere proprio geometrico, in virtù del quale nasceranno date affezioni e
date leggi. Ecco ciò che costituisce la personalità logica della figura. Fino a
che voi vi aggirale entro la sfera personale, voi non trattate che la stessa
parola. Essa si moltiplicherà, se farete altre fi discorso quinto. iggs gure
sìmili; ma tulio avranno la sics sa personalità* Questa si altererà, quando di
due persone dlssìmUi ne farete una terza. Ognuno iu leu ile che Ih composizione
non sì può coli fondere eolia trasformazione, quale sopra lu definita;
imperocché colla nuda trasformi azione altro non si fa elio sostituire sotto
forma diversa una data superfìcie identica ossia uguale alla prima. Ciò potrà
bensì f ar cangiare i rapporti parziali $ ma essi saranno sempre puramente
individuali* Cosi io potrò a lutto il complesso, considerato come un tulio ^
cangiare un quadrilungo iu un quadrato o in un triangolo, e viceversa; ma i
rapporti compolcnziali delle partì riusciranno sempre puramente individuali. Un
esempio luminoso delle parole composte si è quello della composizione coi
quadrali peregrini, di cui sopra ho ragionato : la quale, fatta nei primi sta
dii della tavola poso metrica, fa sorgere un* interna spuria
incorumepsuralaililà. Nelle parole semplici, quali sono espresse nella figura
sopra esaminala, questo fenomeno utm può sorgere, pèrdi è Lutto viene ivi
determinato in conseguenza delia divisione data al diametro. Allora fra le
divisioni di Lutto il diametro, e quelle rlcì dì lui segménti determinati dalla
media proporci ou alo, li avvi sempre una perfetta coincidenza. Nelle parole
originari aMffjyrE composte questa coincidenza manca. Badate bene: dico
originariamente^ per dinotare che la coincidenza operata dalla successiva
conversione dei nomi superficiali in lineari non deroga per nulla all7 indole
fondamentale di questa logica composizione. Io mi spiego con un esempio.
Spiegate la tnv. Ih, e mirate la fig. IX. Ivi vedete il triangolo rettangolo a
b c. Fingiamo che èia fatto iu modo, che la linea eh sia un terzo piò lunga
della a e. Avremo il quadrato della a e~4, e quello della c b = Ih II quadrato
adunque dell’ ipotenusa ab sarà eguale a 1 3, Dunque qui la linea ab sarà
incommensurabile. Suppóniamo ora che dal punto c sia calata una perpendicolare
sulla ah. Questa £ nell* aito che farebbe nascere due triangoli rettangoli
simili fra di loro, e simili al terzo che li contiene) dividerebbe f ipotenusa
a b iu due parti. Si domanda ora quale sarebbe la misura dei segmenti dell1
ipotenusa, e quale quella della perpendicolare suddetta. Ognuno mi risponde,
che converrebbe trovare una misura comune, la quale, senza alterare le ragioni
delle quantità impostate, mi sommiti ìs trasse la valutazione bramata. Dovrò
quindi determinar prima queste ragioni^ e riguardarle come condizioni
inalterabili. Fissata questa preliminare ricerca, veggo in primo luogo che il
quadrato di a c al quadrato di he sta co un.' h a 0, Veggo in secondo luogo che
l'area del triangolo ab c è uguale a \ dell3 uno, ed a l dell'altro. Ciò
premesso, ecco come io procedo, Si converta il nome superficiale di ab io nome
lineare. Allora avremo bai tra ìig-m-a mgmiH^ in cui A B sarà divisa io tredici
parli. Sa questa linea se pendete quattro parti, ossia ^ * voi prendete il nome
superficiale dì e [p trasportate in A II Allora avete A lì— A e Moltiplicando m
p I uno per l’altro, avrete D L’rzz 3G, e quindi la linea D 6T=G, Ma pr
ottenere la misura lineare di I) C potete dispensarvi da questa operaione ' ta
quale dandovi il quadrato vi obbliga ad estrarre la radice) col mi Implicare
invece le due radici del quadrati delle a c e cb^ e dire 2X3=6; P dunque
7TLr=G5 /Jc“36. Compiendo la figura come la vedete, avrete p p da uua’parlc A L
7= 16 + 30 = 52, dall1 altra Clì—Si + 3G = MT, Som ma: 1 G9 = 1 3X13.
Moltiplicando poi /) C per A /», e presa la metà, avrete barca del triangolo A
Cfi 39. Ora tutti questi valori non serbano forse le prime proporzioni ? 52=
I3X^ 117 = 13X'I 39 = 1 3 X 3 1G9 = 13 X 13? Qui dunque avete po r misuratore
comune il nome superficiale del( T ipotenusa, iudballo che avete fatto uso
della divisione lineare. Xna discostandomi dal mio proposito 5 ed incontrandomi
m ila tavoli prometeica nel grado 13, e facendo la seconda costruzione ora
eseguita, egli h manifesto che bavrei fatto risultare dalla divisione della
radice, ossia del diametro; ma la composizione del quadrati dei cateti sarebbe
forse stala primitiva, originaria e semplice ? Non mai. Qui col 52 e col I IT
alidaino due grandezze che st anno fra loro come 4 a 9 se no neh è non abbiamo
due nomi quadrati, ma due non quadrati aritmetici, i quali non sono nemmeno
multipli dei quadrati originarli. Ciò che abbiamo eseguito qui si può eseguire
in tutti i casi nei quali abbiamo cateti rispettiva meate corri mena tira bili,
sia o non sia razionale 1* ipotenusa* lì i teniamo adunque, die ciò che
costituisce la parola composto nJrttematica non consiste nella ripetizione o
divisione materiale della Jais figura, ma bensì nella compaginala™ solidale ed
univoca di più persone diverse e indipenden ti NeH’incomiuciamento del 1 28 ho
indicato come terza fonte di commensnrazioue lineare le ascisse, le quali si
possono dividere in parti aliquote identiche a quelle di tutto il corpo al
quale esse appartengono. Yarii, estesi ed importanti sono gli ufficii loro.
Spiegherò il mio pensiero con alcuni esempii. Mirale nella tav. I. la fig.
XVIII. Ivi la prima ascissa DF è divisibile in tre parti decime dei diametro.
Unendola dunque alla linea F F\ avremo DF' = 13. Parimente l’ascissa a et è
uguale a 4. Prolungata dunque sino al fondo, avremo eia" zzi 14. Questi
valori comuni e preiudicati somministrano vincoli di cognazione fra diversi
nomi dell a tavola posometrica. Tutte le radici dei quadrati aritmetici, le
quali, detratta un’unità 5 segnano un nome quadrato, hanno questa proprietà. Il
valore potenziale della prima ascissa è appunto sempre uguale al valore
superficiale della radice, meno un’ unità. Così \/5 1=4, eguale al quadrato
della prima minore ascissa, e però essa sarà eguale a f; v/10 1=9, eguale al
quadrato della prima minore ascissa, che sarà f0; \/l7 1 zzz 1 G, eguale al
quadrato della prima minore ascissa, che sarà di 4, ec. Per la qual cosa, presa
la scala naturale dei quadrati, ed aggiunta a tutti un’unità, si avranno radici
colla prima ascissa razionale. Ottenuta questa prima ascissa razionale, ne
viene in conseguenza tanto l’ordinata corrispondente, quanto un’altra ascissa
maggiore . Gol soccorso loro acquisterete il potere ora di porre in movimento
il lato del quadrato inscritto e di trovare altri coefficienti, ed ora di fare
ulteriori composizioni, suddivisioni, e in fine stabilire serie estreme e
medie. Mi spiego con un esempio. Ritornate alla fig. XVIII. della tav. I. Ivi
vedete la DjFz=3, D C zìi 5, ed F C zzi 4. Ora su C B (che è l’altro
semidiametro ) pigliate CG—acl FD ; alzate quindi la perpendicolare G E. Questa
perpendicolare sarà uguale ad F C. Uniti i due punti D E, voi avrete D E uguale
al lato del quadrato inscritto; avrete l’angolo D C E retto, ed il rispettivo
triangolo DCE uguale ad \ del quadrato inscritto, ed uguale ad l del
circoscritto. Se poi dal punto D tirerete la paralella D IL questa taglierà la
linea E G ad angolo retto nel punto /,* e però avrete i due cateti D I ed 1 E.
Quando il valore lineare o potenziale di essi o di uno solo dei medesimi siavi
noto, voi determinerete il valore di due nuovi coefficienti dello stesso
quadralo deH’ipolenusa D E uguale al quadralo inscritto. Quando non avete una
radice pari, come nel caso antcGedènk', ma una dispari, cui non vogliale
duplicare, allora soUciilra la cosUndoinj della hg, XI. della tav. IL Con
questa voi potrete talvolta essere condollo a nomi che non abbiano veruna
comune misura eoi nomi originagli dai quali furono tratti, e però potrete
creare persone (Futi Carattere totalmente proprio. Cosi si ottengono le nuovo
composizioni prcindicatepcDa si col Legano anche i numeri per sé primi; cosi sì
passa alle analisi spechi Questo non è ancor tutto. Colle costruzioni dì
movimento, lòlle eolie ascisse suddette, si passa a suddivisioni indicale, le
quali sona cuiw le dissoluzioni chimiche necessarie a formar nuovi composti, lì
donila nifi alla lig X\IIL della tav, I. Ivi vedete il triangolo DEL Cotte
L-uliatc FaUenzìoce sul primo segmento DJ. Ivi vedete il piccolo triangolo Bit,
C certo che la linea il sta alla D / come la 2?/ sta alia D L Ma E I . DI :! :
7; dunque il;D l II ì :7. Dunque si deve dividere ogni grado in fólte minuti;
dunque À B sarà suddiviso in 70. Senza questa suddivìsile non potreste passare
alle, couve uien li valutazioni che far dovrete nelle successivo composizioni
dipendenti . Ciò ohe abbiamo osservata iti questo caso si verifica in lutti
quelli nei quali accade di ottenere 1 movimenti ed i valori simili a quelli ora
osservali. Questi triangoli analitici, accoppiati alla parte alla quale sono a
[lacca li . sì possono estrarre da tutto 11 corpo della figura, è passare a
composizioni graduali pie in dicale, e tessere una catena non interrotta di
composizioni e di analisi, e quindi dedurne serie differenziali ih un uso
universale. Fissate Io sguardo sulla fig. Vili, della tav. IT. Qui nel
triangolo ABC vedete uno di questi triangoli analitici: cosi pure ne vedete un
altro segnalo D L C*1 1 la Lo L C é quello del maggior coef6 cicale. Compiendo
la figura, si ottiene sempre uu quadrato in seri Ilo iu un altro. Si hanno pure
i differenziali di primo e di sccond5 ordine, valn I uttr suddivisi, ec. Il
minimo triangolo poi C a b vi dà le misure comuni Ira le tre grandezze quadrale
complessive di questa costruzione, alla quale impongo il nome di compasso
algoritmico. Tutto questo fu accennato di volo por indicare gli nfficii che
prestare o derivar possono dalle ascisse razionali . c far p rese ù lire con»
ess.fi divengono fonti rii commeusurazioui discrete. Altri servigi subalterni
risultano pure; ma di essi non conviene far parola che in uri Tra Lia lo fallo
di proposilo. Colle cose esposte fin qui intorno agli alfabeti, alle sillabe,
'alle parole. e alle fonti di commensurazione ragionale, altro da me non 1 lì
fitto, che addurre alcune pcu'Hcoltiriiìu le quali possano raccomanda re il
modo col quale io crèdo clic incominciar si debba lo studio delle Matematiche,
Mi rimane ancora di esporre i! magistero di quello clic appellai calcolo
inizialo. Ciò ven a fatto da me nel segue n Le Discorso, 1M. Della composizione
delle parole di comm co àura zio ne lineare quadrata. Problèma. Risposta,
Raccogliamo in uno le membra divìse del ramo esaminalo fin qui, e riportiamolo
all’ oggetto reale, sul quale caddero le ultime nostre cousiderazioni» Quest'
oggetto qual fu? Il tetragonismo 5 in quanto può essere valutato discretiva
mente. Intatto è ancora il campo dei veri continai^ altri meati detti
incommensurabili* Qui ci siamo ristretti a cogliere le co m potenze quadrale
che si manifestano per misure lineari aliquote. Qual fu il fine primario di
queste ricerche? laudare una Geometrìa di valutazione. Glie cosa intendete
dinotare cou questo Dome ? lo iute u do dinotare un corso primitivo analitico e
compaginato di osservazioni di fatto sulla quantità estesa, mediante il quale
si possano assegnare canoni plenarii algoritmici. La quantità estesa,
considerata in tutti i suoi stati possibili 3 presenta uu campo immenso, nel
quale si possono fare per secoli milioni dì osservazioni e di combino zio eh.
Conoscere Iti Lio queste possibili circostanze, o tentare tutte queste
possibili combinazioni, non può formare lo scopo logico morale e sociale delle
Materna lidie | cogliere quei fatti e quelle leggi che ci possano condurre a
dettare linone regole ad uso dilli a vita, ecco Toggetlo duale dì questo esame.
Fra mille sìmboli abbiamo prescelto come primo il quadrata. I suoi stati
diversi offrono intervalli à' una coramensurazione discreta. ì rapporti di
questa co m mense razione sono dipendenti dalle leggi di com potenza, che
padroneggiano tanto i discreti, quanto i continui. Avendo prescelto i gradi nei
quali si può manifestare la possibilità delle valutazioni discrete ) b
necessario di vedere il complessivo aspetto di questi gradi. Cosi esaminando un
paese nel quale a dati Intervalli sorgono colonne miliarie3 e trovato con qual
legge proceda la distanza dall' una all'altra, si può indovinare anche la
distanza di quelle che non furono sottoposto al nostro sguardo, 11 tei}
agonismo^ simboleggialo con blu ormi incrociali, presenta sempre due mezze
proporzionali, le quali sono coordinate ad angolo retlo. Queste coordinate sono
appunto un'ordinata ed un’ascissa, le quali formano due lati di un triangolo, o
due lati d’ un quadrilungo. La diagonale di questo è costituita dal raggio.
Cercare a quali intervalli queste coordinate siano commensurabili, o possano
divenir tali, ecco il primo argomento dell'esame del tetragonilmo
simboleggiata. Posto questo argomento di ricerca, si può fissare il problema
die serve di multalo delParalisi premessa. Questo problema è 31 seguente.
=sDato qiuiluDijni quadralo aritmetico, trovare radici che servano a formare
sempre due quadrati, la somma dei quali formi un terzo quadrato. = I, Prendete
un quadralo aritmetico qualunque, ira eoe l’am Scrìtto il quadrato, detraete da
lui mi' unità. II residuo (z/) segnerà h radice di uno dei coefficienti. Ih
Prendete la radicò di questo sLesso quadrato 5 c duplroalcla. Il prodotto ( B 1
costituirà la radice quadrata del secondo coefficiente. HI. Prendete ancora il
quadrato assunto, ed aggi ungetevi ni/ imiti La somma (£)5che oc risulterà,
formerà la radice quadrante della somma suddetta. Così potremo rappresentare
linearmente cou un triangolo rettangola tutte queste radici. E quindi // sarà
eguale al primo cateto. B sari eguale al seco □ do cale Lo, C sarà eguale all7
Ipotcnusa. Qm, come oguuu vede, per tonnare A si sottrae; per formare Ètì
moltiplica: per formare C si aggiunge. Le operazioni cadono sullo stessa
oggetto, Dato un quadrato numerico, se aggiungete a lui un’ .natili, sorge n u’
ipotenusa : se la togliete, sorgo uno ilei cateti: se duplicale- la radice,
sorge Tallio cateto, il rama le voi di tessere in un modo immediato c semplice
laverie di questi catc li e di queste Ipotenuse? Scrivete una serie che
incominci dal o . e progredisca in definì la mente 5 colla differenza di due
fra ogni termine. Scrìtta questa serie, se volete ottenere i cateti 0 scrivete
un 0 ; 0 sommatolo co! primo termine, seguitate a sommari;, come ali i 1,1
Esempio h { i 5 A et 4 + 1 = 5 C, 5x3 = Jj 4 x 4 j6 h X h = a:S a* B3 C1
Esempio II, 1 s A 1/3x2= fi il 9 -Jr = io c Sx 8— Ci A' fix 6= 56 B3 io X ro
too C'J A 22. a i?= G a c a8t) l/,vuijitù IN. ifi 1 il, A K4x& a B i fi q -
1 1 ^ c Fiatilo l'alto nel generare la potè □ za delle ascisse circolari. ìSe
volute ot- tenere ripoteuu&a C? scrivete sotto ai 5 un altro 5V e fate lo
stesso. Ecco un saggio. Serie fondamentale 5 7 9 lì 1 3 1 5 ec* Serie delle
ipotcnuse 5 IO 17 2G 37 50 65 ee. Serie loudanientale CaLeli A B 5 7 9 1113 15
ec. 3 8 15 24 35 48 63 4 6 8 10 12 14 Iti Pigliate su t numeri, e fate le
figure; avrete: a b 3 4 c a b S 6 c 10 rt h lo 8 ce. ce, C 17 Le due prime
ligure a b sono i due cateti ossia le due radici dei coefficienti; la terza,
segnata c, è V ipotcnusa, ossia la radice del quadralo risultante. V1 accorgete
voi qui dì avere in roano i mezzi termini per costruire lutti i b inondi
incrociati discretiva mente valutabili? V’ accorgete voi die ; rappresentali
questi elementi colla forma sviluppata conveniente al te Ir agonismo, voi avete
in mano b ordinate^ le ascisse ed il raggio., lutti fra loro commensurabili, e
per ciò stesso avete in mano i tre mezzi term i o i n e e e e sa rii al tei
ragon ism o di-sere io? Per intendere quos to risellato mirate ìa fig. \ L
delta tav. T., e paragonatela colf esempio pi imo sovra prodotto . In quest*
esempio abbiamo it cateto a = 3* Mirale nella figura Lordi naia M Q: ecco
questo cateto. Nello stesso esempio abbiamo il cateto b— 4. Mirate nella figura
L’ascissa M c : ecco questo secondo cateto. Nello stesso esemplo abbiamo V
ipotenusa o = 5. Fingete nella figura II raggio MQ: esso formerà V ipotenusa
rispetto ai cateti M Q ed ili (\ corno costituirebbe la. diagonale del
quadrilungo M C 0 Q. Ottenuti questi tre termini, voi loslo compite le parli
tutte sìmbolidie del tétragOnisiiiò ed avute tutti gli altri valori lineari e
potenziali del binomio incrociato t e quindi gli elementi fon darti onta Li
della valutazione discreta. Ciò die qui Iio mostrato nel primo grado della
detta serie si può eseguire in tutti gli altri gradi : c però il cateto minore
forma V ordinata, il maggiore Y ascissa ^ F ipotenusa il raggio. Quelli
forbimmo nel tei ragù r i ism o i m c % % i termini dell a disugu ag l la n za
; ques la della eguaglianza. Così abbiamo tutta la scala graduale dei binomii
incrociati valutabili discretivamente, e il modo spedito di descriverli. Dico
anche il modo spedito di descriverli ; imperocché costrutto un quadrilungo coi
lati disegnali pei cateti, e tirata la diagonale, e con questa diagonale fatto
raggio di un circolo, si hanno tutte le condizioni per compiere la figura.
Costruite adunque geometricamente i gradi successivi di questa scala
progressiva, e voi incomiucerete a disegnare il primo ramo della Geometria di
valutazione, della quale ho parlato di sopra. Non tutto questo ramo con ciò
viene disegnato, ma un solo profilo del medesimo. Qui non si vede altro che una
progressione in serie, ma non si ravvisano ancora i periodi singolari della
medesima, e però uou si scorgono i punti rispettivi degli estremi e dei medii
singolari, in forza dei quali tutta la scala si può ripartire in tanti tronchi,
ognuno dei quali contenga una propria sfera di compotenza estesa e sopra e
sotto fiuo ad un certo grado. Le ascisse e le ordinate suddette furono qui
assunte in modo, che il lato maggiore del triangolo rettangolo servisse di
raggio ad un cerchio, per cui ne sortisse la fig. VI. della tav. I. Il tetr
agonismo discreto adunque fu qui rappresentato sotto forma, dirò cosi,
quadruplicata e di un uso immediato; ma questa forma si può cambiare, e far sì che
le due coordinate formino due corde d’uu semicircolo, al quale il raggio serva
di diametro. Allora, come ognun vede, le due coordinate esercitano un impero
proprio, indipendente ed unito, in forza del quale convien ragionare con altri
rapporti. Qui è dove nasce la spuria interna incommensurabilità nel costruire
il binomio incrociato. E per addurre un esempio luminoso io sceglierò il sesto
grado della serie. 49 1 =48 V 7X2 = 14 49 + 1 = 50 Ognun sa che, preso un
cateto eguale a 30, l’ altro eguale a 40, si ha internamente tutto il
razionale; di modo che la mezza proporzionale è uguale a 24, il primo segmento
dell’ ipotenusa è uguale a 18, il secondo eguale a 32. Parimente nell’ altro
binomio l’ ipotenusa è divisa in 49 ed 1 ; di modo che i Iati dei triangoli
simili, che fanno le funzioni (li mezze proporzionali, coincidono colle
divisioni assunte dell’ ipotenusa. Tutto ciò segue in conseguenza del binomio
sommato di radice 30 e 40. Ma colla divisione del sesto grado della serie ora
espresso non accade più questa coincidenza, e quindi avviene una spuria
incommcnsurabililà, come nei quadrati di composizioue peregrina. Onde veder
lutto mirale la lig. XI. della tav. I. Sia _///?:= 50; sia MC~ 1 4: sarà M D—
48. 14X'l/i19Gz -MC 48 X 48 = 2304 = M D Somma 2 5 0 0 ~ D C Domaudo qui: cosa
sarauuo il/ T, C T, TD, o almeno la loro potenza? che cosa saranno i latino
almeno le potenze dell’altro biuomio? e però, che cosa saranno AM* MB, A R, RB,
RM, o almeno le loro potenze? Ognuno troverà, che per rispondere a questo quesito
convieu distruggere la spuria incommensurabilità che nasce pel motivo che la
linea M T non cade su alcuna delle divisioni stabilite alla D C, e quindi
stabilire una comune misura. Tutto questo vien fatto in una maniera immediata,
senza Algebra, e senza il lungo giro delle proporzioni, come sopra si è veduto.
Questo sia detto di passaggio. Al proposito nostro mi giova osservare, essere
questo un altro aspetto del ramo dei commensurabili lineari, mediante il quale
si passa ad altre ricerche e ad altre affezioni del tetr agonismo discreto .
Con ciò si tesse anche una serie di binomii sommati di composizione peregrina,
la quale nasce dalle differenze a specchio della serie dei quadrati naturali,
come abbiam veduto al 127. A questi, dopo la comune misura, si aggiunge Y altro
binomio sommato incrocialo. Questo nuovo aspetto tien luogo della teoria delle
frazioni o dei frazionali, perocché appunto convien suddividere (salvi tutti i
rapporti di proporzione) l’unità elementare assunta in più minute parti. Per tal
modo si ottengono i nuovi rapporti di compotenza colla legge di omogeneità, e
coll’unità dei nomi. Io mi riserbo a dimostrare che quel meglio che si dà in
Algebra non forma nemmeno l’abbiccì dei vero e pieno algoritmo naturale .
Lascio il modo grossolano e anlifilosofico dell’ estrazione delle radici sorde,
e attenendomi al solo razionale, dico essere ben poca cosa l’elevazione delle
potenze e il maneggio dei poliuomii ec. tal quale viene praticato. Colla scala
dei binomii sopra seguata si fa realmente passare la grandezza quadrata da un
grado all’altro, e però si ha una serie di trapodestazioni. Tutti i nomi
quadrati della tavola posometrica sono convertiti in tante ipotenuse,
coll’aggiunta di un’ unità. Allorché poi si uniscono due quadrali in una figura
di cateti per formare un biuomio indipendeute? si La il metodo universale delle
frazioni accomodato sempre al quadruplice rapporto del le trago [risma.
Preparati questi materiali, si può passare a tutte le funzioni aho. ritmiche
cLe si vuole con im processo proindicato uclle sue poloni, obbligato nel S1I0
maneggio, e plenario nelle sue conclusioni. Largii sono i gradi
dell'espressione razionale; c lauto più largiti, quanto più sono compatii ed
apparentemente contigui. La cosa è tale, die ih il primo e secondo grado accade
la duplicazione lineare, e quindi la quadra* pi reazione superficiale.
Riteniamo perpetuamente, che nella quantità estesa . trattata aritmeticamente,
col progredire si divide e suddivide a guisa di raggi distribuiti iu tante zone
circolari, le più lontane .(Itili [uà i accolgono tutte le divisioni
antecedenti, e vi aggiungono lo proprie, iNTot.a I. al H9, pag. 1294. Dell*,
analisi dallo prime idee matemàtiche. Le prime idee Fondamentali e perpetue
adoperate hi Matematica sono quelle di estensione e di numero. Ma sull* una c
sull'altra idea si arrestano forse i prece Li ori come si deve ? Fanno essi
sentire la differenza logica fra la prima comparsa (cui direi materiale) di
queste idee, e l'ultimo loro concetto 3 die può dirsi intellettuale? Fanno essi
notare clic in Matematica noi abbandoniamo il primo, e ci prevaliamo
costantemente del secondo? fi vero che l' idea di estensione è un1 idea tanto
semplice, quanto quella del colore, dell'odore ecq nè si può definire, ina solo
connotare. 1 Vgli e vero del pari che Videa di ostensione per sè sola è
astratta, perchè in tintura noi non possiamo figurarla per sè esistente, ma
solamente come qualità dì un ente reale. Ma egli è vero del pari che, In forza
di altre operazioni nostre intellettuali, questa idea primitiva e materiale
subisce tali trasformazioni, per le quali ella forma una nuova materia tutta
propria del mondo ideale, e somministra leggi applicabili vigorosamente al solo
escogitabilePer essere adatte al fisico a b l>ìsogna no o di detrazioni o di
supplementi, come tuttodì cì viene attestalo dalle scienze fisiche c dalle arti
meccaniche. Ognuno converrà, dopo quello clic Tu no Lato nel 1d7, clic in
Matematica noi investiamo Y estensione col concetto delVass cinta continui* lù,
di cui fisicamente manca j c nell’ ano stesso la priviamo di solidità, ossia la
rendiamo assolutamente penetrabile. Allora assunta ì*cstensìone.3 o a dir
meglio il fantasma mentale dì lei il più astratto possibile, è tolto allo
stesso ogni limite determinato, noi ci eleviamo in fine all'idea dello spazio
assoluto, la quale forma In sostanza V ni timo concepimento intellettuale ed
artificiale deli estensione. Che cosa è dunque lo spazio? V idea dèli1 esteso
continuo indefinito. Dico V idea j si perchè, quanto a noi, nulla esìste so non
por le idee die nc abbiamo j si perchè è dimostrato che Fu ni verso stesso non
è che un fenomeno ideale di risu fiato necessario e sì finalmente perchè noi
conósciamo la genesi logica dell'Idea dello spazio, c ben d accorgiamo essere
egli un grande fantasma configurato dal nostro pensiero. Sìa pur verri eli e
non possiamo immaginare corpi distanti, senza figurarvi uno spazio intermedio.
Sarà sempre vero che lo spazio assoluto costituì ra 1 idea generale che
racchiuderà tutti i possìbili intervalli, e che questi intervalli si
considereranno come Laute partì di questo spazio assoluto* Qua bè la differenza
che passa fra lo spazio assoluto e la superficie piana geometrica? Quella clic
passa fra un' indefinita atmosfera che ne circonda, e nella quale siamo
immersi, ed un piano imaginano di quest atmosferaConsiderate voi questo piano
limitato e circoscritto? ecco la figura piana geometrica. Considerate voi
questo piano indefinito? eccovi una superficie indeterminala. Ma si Luna che V
altra superficie sono della slessa pasta si La loro, che fra Io spazio
assoluto. La differenza consiste solo nei Limiti elio il penaìer nostro \\
aggiunge» Questa identità fra il tutto e le parti, questa identità suscettibile
tarito di divisioni grandi e piccole, quanto delle varie forme Mille
escogitabili, costituisee appunto il fónda mento eri il principio della
possibilità delle commensurazioiu c delle valutazioni escogitabili. Senza di
questa identità di natura, eq^. sta varietà di forme e di misure coesistenti ed
associate nello stesso oggetto, etssa. la possibilità ds ogni logico paragone c
d' ogni dimostrativa induzione, Con ! questa identità e suscettibilità dì
divisione e di forme il numero sia nascosta nel1 unita, e Y unità investe la
moltipiicith con un semplice ed individuo .ecncfitlo* Poste queste
considerazioni indubitate, io domando se sia o no necessario dj stabilire
queste prime nozioni come il perno massimo sul quale versa la Ma| tematica
pura? se sia o no necessario di porle nella più chiara lacere di co-n£ rassegna
rie come anelli di passaggio, i quali connettono la co in un e razionali
filosofia colla scienza ridia quantità estesa escogitabile 2 Senza la genesi
5vitup* pata, senza ^esplicita coscienza dell'Ìndole Vera e della potenza
propria delfc^gelto studiato s non t forse manifesto che maneggiamo cià che non
conosciamo., die camminiamo senza bussola, e inventiamo solo per caso? Ora clic
cosa viene praticalo nell' attuale Insegnamento? Il pritTìO mateiiaic e
fortuito concetto d diptero viene assunto tal quale si affaccia a primo iniLto
alla mente nostra, e si passa di sai Lo ad un alleo genere d'idee che pare la
stesso, e che si assume come perfettamente equivalente, mentre pure eh 'egli l
logicamente diversa* Che cosa ne segue da ciò ? Con un accozzamento imi ig ss
lo si corrompono i veri concetti geometrici. Là seconda idea fondamentale e
perpetua, della quale facciamo n$o ndlìi Matematica pura, si è quella del
jvumsro. Anche questa idea, ai pari di quella del L esteso, dev3 essere
considerata in due stali diversi* Il primo è quello di prima comparsa meniate ;
il secondo è quello di risultato di ragione. Nel prima stato ella è un' idea di
puro assunto; nel secondo ella e nozione Jilésof cu. quasi tutte le nostre idee
morali si veri deano questi due statiE però plbrcàvii tratta di defluire se
suole dai più diligenti distinguere la semplice slgnifcuziom ilei vocabolo
dalla definizione lo pie a ; la definizione nominale dalla JihsoJìcà. Nella
nominale $\ esprimono appunto le idee di assunto, cioè quali nei coutil senso
si affacciano a primo tratto alla mente nostra* nella filosofala per lo con^
Irario si esprimono le idee di risultato^ vale a dire quelle che dopo un esatta
disquisizione si trovano costituire gii attributi essenziali e perpetui del
dato Oggetto* Nel parlare del numero conviene diligentemente presentare amen
due qui* sti stati. Ma che cosa si a fatto sin qui, alLro che ripetere da lutti
la défniìXW^ nominale di Euclide, alla quale Newton volle aggiungere quella
delle eaàfér guenti logié numeriche? Ma domando io se la definizione di Euclide
sia la vera o pieno nozione filosofica del numero, o non piuttosto la prima
idea, dirò cosi, materiale del numero'? Badate bene alla quistione, Jo non dico
che la deli ardo ne di Euclide sfa falsa; dico solamente ch'ella non ò la
definizione filosofica àcl nu> in,*!'.'. I indicazione materiale di mia cosa
non è falsa j ma la indicazione o Ja descrizione materiale non è una
definizione. Euclide deli ntsce il numero cóme segue : IVumerus est ex
unitatibus compost ta jnu hi nido. Per ben conoscere filosoficamente che cosa
sia ì inumerò è necessario di esaminarlo tanto come fenomeno me ntale, quanto
come oggetto avente la sua logica essenza. Esaminandolo come fenomeno ? noi
indaghiamo da quali cause egli derivi, e come agiscano queste cause onde
produrlo: esaminandolo poi come oggetto logico, noi lo raffiguriamo a guisa d’
un essere di regione, del quale dcterminiamo i caratteri essenziali. La chiara
c completa enumerazione dì questi caratteri essenziali costituisce appunto la
logica definizione del numero che ricerchiamo. Ora considerando iit primo luogo
il numero come J'en amen o mentale, noi in» fine troviamo ch’egli altro non è
che l'espressione unica ed indi visibile dell azione simultanea del senso
discretivo e comprensivo, come il corso di un pianeta e l1 espressione
delazione simultanea della forza centrifuga e delia centripeta. Dico che questa
espressione è unica ed indivisibile ; perocché tanto il concetto solo di
oggetti dispersi e veduti ad uno ad mio, quanto il nudo concetto isolato delibi
trita non somministrano fi idea di numero, ma si esige una pluralità da noi
compresa e veduta in un solo concetto. Ma siccome il distinguere più cosce
funzione del senso discretivo, e il comprendere ed unificare e funzione del
complessivo* cosi ò per se chiaro che il numero, consideralo come efe nome no
mentttle7è fi espressione della simultanea azione di questi due sensi. Passando
poi a considerare il numero come oggetto avente la sua logico es* senza, cadono
tutte le considerazioni da me fatte negli antecedenti Discorsi, L’idea dì
numerò è d’un uso assolutamente universale, e si accoppia a tutti i concetti
nei quali interviene pluralità ed unite. Essa si nasconde nell esteso continuo
per parteggiarlo in parli escogitabili; essa si avvolge nello Spazio assoluto
per dividerne gli Intervalli; essa investe la successione per dar essere al
tempo; essa percorro le serie per distinguerne le partì anteriori e le
posteriori; essa si interna nelle forze per segnarne i gradi ; essa si ripiega
sulTaninio per annoverarne gli aLti, cc. ec. Ma in tutte queste funzioni ih
numero presenta sempre la stessa essenza logico, e si mostra sempre come
effetto composto ed individuo dei due sensi sopra notati. Da ciò si può
intendere che I estensione matemai tea in ultima analisi è un effetto di questi
due sensi, e viene ini medesima la nel numero* Allorché nella Matematica pura
si fa uso del numero, si fa forse dai precettori avvertire che si assume il
numero solamente maritato C°H esteso, e però non si prende in considerazione
che una sola fra le moltissime comparse logiche iM numero? Allorché poi ci
isoliamo all1 Aritmetica, si faforse avvertire che assumiamo il numero
spoglialo e solitario, e solamente appoggiato alla nuda idea di esistenza?
Nulla, nemmeno per sogno, sì fa di LuLto questo; c solamente facendo valere un
cieco impulso, si confonde ogni cosa. Allora nascono le improprie denominazioni
di numeri intieri e di numeri rvtìi, invece di dire numeri assolati c numeri
relativi ; allora nascono le radici sorde, e peggio poi le imaginane ; allora
per dire che una quantità è al di sotto dello stato di eguaglianza si denomina
minore dello zero ; allora s’inventano enigmi, nei quali si tira in iscena Y
infinito a fare da mago, per coprire da una parte col suo manto o l’ignoranza o
T impotenza, e per allontanare dall’altra il mondo dall’ indovinare il mistero
tenebroso. Mancando la limpida e filosofica nozione del numero, si sovverte o
si violenta anche quella dell’ unità. Io trovo in Leibnitz il seguente passo:
«Quandj’ai » dit que 1 unite n est plus résoluble, j’entens qu’elle ne sauroit
avoir des par» ties dont la notion soit plus simple qu’elle. L’ unite est
divisible, mais elle n’est J> Pas rdsoluble; car les fractions qui sont les
parties de Yunité, ont des notions » moins simples, parce que les nombres
entiers ( moins simples que Yunité) en» trcnt toujours dans les notions des
fractions. Plusieurs qui ont philosophéen » Mathematique sur le point e sur
Yunité, se sont embrouilles, faute de distin» guer entre la résolution en
notions, et la division cn parties. Les parties ne i) sont pas toujours plus
simples que le tout, quoiqu’ellcs soient toujours moia» dres que le tout. »
Opera omnia, tom. IL pag. 332. Che cosa vedete voi qui, altro che un confuso presentimento,
nel quale le idee non essendo ben disceverate, si accozzano aspetti
incompatibili? Distinguasi 1 unita aritmetica dall unità logica, Y individuale
dalla complessiva, e tutto rimarrà conciliato ed illuminato. Noi abbiamo già
spiegata questa distinzione nei paragrafi 36. 37. 71, ed altrove. Leibnitz dice
che 1 unità è divisibile, ma non risolubile. Distinguo: o mi parlate dell unità
aritmetica, o della geometrica . Se dell’aritmetica, nego che sia divisibile,
perche 1 idea nuda di esistenza non è divisibile : l’ irresolubile e
l’indivisibile qui sono tutt’ uno. O mi parlate dell’unità geometrica, e qui
suddistinguo di nuovo: o mi parlate dell oggetto materiale abbracciato ed
investito dal concetto complessivo esteso o mi parlate dell’idea individua ed
astratta che da forma all oggetto stesso. Se mi parlate dell’oggetto materiale
suddetto, concedo eh egli sia divisibile; se poi mi parlate dell’idea astratta
ed individua del1 unita, io nego eh ella sia divisibile, salva la sua essenza.
La divisione o fa nascere altre unita similari, come la facoltà d’uno specchio
rotto moltiplica le stesse imagini ; o fa nascere altre Jorme diverse, come i
triangoli che dividono un cei chio. Nell uno e nell’altro caso però la vera
unità complessiva è assolutamente perduta. Dunque Y unità logica, presa nel suo
semplice e rigoroso concetto, non è ne risolubile, nè divisibile. Dunque Y
unità estesa, presa soltanto come corpo dell esteso, è divisibile; ma non è
divisibile la forma logica chela costituisce, senza cessare d’essere unità.
Allorché presso i sommi genii delle Matematiche convien disputare sull abbicci
della scienza, avvi o no motivo di bramare una ristaurazione ? imi Nota II al
suddetto. Sullo studiò anticipato dél-V Algebra. il celebre Newton riguardava
cotanto necessario di far precedere le studio della Geometria a queliti dei
l'Algebra., che spesso dolorasi di non avere incoiai intinto coll"1
applicarsi di proposito alla Geometria degii antichi, n Mane (cioè quella
Geometrìa) esse voluti praeparationem Ànalysi addi scenda t abunde Lestaji iLis
est Isaacus Newtorms f quemadmodum eutn dìt-ère solitum refert llcnrijj cus
Pembertonus in praefa tiene ad Phìlosophiam Newtonianam. Doluti saepen numero
vir summus, quod rum se studio mathematica totum iiadidisset, priits „
sdChartesii Gcomehiam aliosque scrìptores aigebmicos progress us fuisset, quam
» Elemento liudidis attente perlegeret. Nec utujitam probavii tiorum conrilbì
m, jj qui Geomelriae mcllmdo syrnhetica veterum prorsus neglecta, in solo
calculo algcbraico studìum ornile consti m paia se ut E qui questo commentatore
di Newton soggiunge: Nam s ut alia omìttani:, ahsquc ornili Geomelriae »
praesidio vii calai lo algebra 3 co focus esse patos tj elpraeterea ii qui ad
ahi ora ji proficisei volent, esperimento intelÈigent plora interdum oecur rere
probiemata, » quae metti odo ve torti in multo brevìtis et degan Lì us
solvuntur, quam per caln eolum amdyticum, qui persa epe ad modula perplexus et
o pero su s esh » Altri insigni geometri posteriori s e fra gli altri il
celebre Mascheroni nella sua bella Opera Della geometria dèi compasso,
osservarono clic in molti casi col soccorso dall'Algebra non sì può giungere
alla soluzione dei problemi -, c questi casi, come osservò un altro valente
matematico, sono quelli nei quali le condizioni della soluzione dipendono dal
carattere particolare e limitato delle figure. So diffatti il generato riceve
la sua possanza c la stia forma dal generante, e non questo da quello 7 se dì
più questo generato, non raccoglie in sè stesso che i rapporti comuni a molti
generanti-, ommessi ì pvoprii ad ogni particolare, egli è logicamente
impossibile c lic V Algebra, figlia delle generalità geometriche ed
aritmetiche., possa supplire a tulle le ricerche speciali. Tutto questo nasce
io conseguenza del tenore intrinseco deiralgontmo algebrico. La filiazione
essenziale di lui è tale, clic si riprova come strano travolgimento l'
insegnare 1* Algebra prima che 3 di lei naturali fondamenti siano resi
manifesti e familiari. Le idee assolute debbono precedere lo relative, e quelle
dei rapporti generali debbono succedere a quelle degli oggetti dai quali essi
derivano, Senza che voi stesso ve ne a vveggia te 3 sentite a primo tratto un
urto, una violenza, ed un tenebroso che vi respinge tutte le volte che volete
affrontare, o che altri vi vogliano far affrontare un oggetto di rapporto senza
la cognizione {.} AWkmtH/m unhemlìs /«*»« *>»Cfip.IProp.I. SflhoEona
-%P»g6M^'oiodi G:>mwvutarhim* martore. Antonio Lee, lari r758: ex lypugmila
Biblioteca Ambr. chi De nielli odo mcXytko. Lih. IL Bari. I. apucl Marcili 1,
tk-i termini fondamentali. Ciò ù comune a qualunque scienza. La Ma le malica ha
pai questo di particolare, che gli end primi della medes una essendo per
sihtEssi Sommamente intellettuali e fattìzi!, non può somministrare le ultime
sue foriti^ generali fuorché come prodotti d} una terza sfera del Lutto lontana
dalle idee consuete alla specie umana, jNciretà in cui una corpulenta e
tumultuante fan tasm non può ad un solo tratto convertirsi in una spirituale e
pacala intdlellualilu, nulla vi può essere ili piò ributtante e di più violento
del partite di ferie ricevere i prodotti dì questa terza ed ultima sfera
artificiale spiritual iz^, fot la qual cosa ù sempre avvenuto t come avverrà
sempre, quanto narra il lodato commentatore: « AnimadverU longo a ano rum
esperimento > ex quo lapidarli >j hunc volvo erudicndae in mathemalicus
(disciplinisi s t udiosac juventnlb, adoj> ìescenles plerosque Geometri ani,
Medi a ni cen, Sia Eicon, rdiquasqoc Malheu seos aijipéniores partes avide il
la 5 qn idem arripero., ijsque so totos d edere. Al w gebram v ero Ita o m i i
es prop c fastidiose reqr > ti e re, ni a I i ire 1a l o confe.$ I i m ped c
j> ante hujus discendae voi uni a Lem abficknlp quam ÀÌgebram ip.sam primi),
Ut » ajuntj e limine sa luta verini j ali! vero oliquot post mensibus, ne
clicum fUebuSj. » verccundius castra deserant; pauci admadum innpepLo persista
ut; » (d A questo grido costante ed energico della natura non solamente si sono
ned sordi j precettori matematici > ma hanno vie più imperversato fino ai
puntadt premettere e rendere assorbente V insegnamento dell 'Algebra ; ed
alcuni hanno spinto le cosa al punto d’insegnare la Geometria per via di
semplici coordinata Questo e 1 estremo della stoltezza c dell' assurdo, e
questo è l'ultimo attentato contro la vita slessa delle Matematiche. Malìa
prefazione al suddetto trattato, sull’uso sussidiario dell’algebra. L’ufficio
dell’Algebra di venire in sussidio allorché il numero delle parli non é
conosciuto, non si può verificare in un senso assoluto in tutte le materie.
Nella Geometria, per esempio, allorché incontrate l’ incommensurabilità spuria,
voi mediante l’Algebra non ottenete che una volgare approssimazione, la quale
da una parte riducesi ad una vera frustrazione, e dall’altra ad una privazione
di luce dannosissima. Molti esempii io potrei allegare • ma qui mi contenterò
di un solo. Ad un valente matematico ho proposto il seguente puerile problema.
= Dato il diametro di un circolo diviso in 58 parti, e dati due cateti, l’uno
dei quali sia eguale a 40, e l’altro a 42, avremo si i cateti che l’ ipotenusa
razionali. Dal vertice del triangolo rettangolo calate la perpendicolare sul
diametro: essa costituirà la media proporzionale fra duesegmenti del diametro.
Dal centro del circolo elevate pure il raggio perpendicolare: esso riuscirà
paralello alla suddetta media proporzionale, e farà nascere la linea intercetta
fra l’estremità del raggio e l’estremità della media proporzionale suddetta.
Ora si domanda: quale sarà la misura lineare, o almen potenziale, tanto dei
diversi segmenti del diametro, quanto della media suddetta? In conseguenza
quale sarà il secondo binomio incrociato ? = A f ine di rispondere a questa
interrogazione ognuno vede essere necessario di trovare il comune misuratore,*
e per far ciò conviene usare del metodo indicato. Ma volendo a dirittura
tentare coll’Algebra la soluzione del quesito giusta i metodi adottati, sorge
l’inciampo della 1/2, la quale rende impossibile ogni valutazione definitiva domandata.
Ecco ciò che al detto matematico e ad altri pure avvenne. Oltre di far mancare
la soluzione definitiva, si toglie 1 adito di vedere la varia legge colla quale
la stessa spuria incommensurabilità suole agire nei varii casi. Cosi, per
esempio, se nel caso recato nel 130 vedemmo clic dopo la suddivisione i primi
cateti rivestono una misura meramente potenziale, noi troviamo che nel caso
presente essi ricevono ancora una misura razionale . Cosi pure si rivela il
fenomeno d’ una compotenza concentrata, la quale a guisa di germe racchiude una
eminente virtù algoritmica, per la quale passandosi dal superficiale al
lineare, o viceversa, si assoggettano le moli elittiche allo stesso trattamento
delle circolari, e si compie con due radici la misura finita delle elittiche,
come si compie con una nelle circolari. In conseguenza le cognazioni,
l’influenza, il passaggio, il predominio, ed altre tali cose, si manifestano
all attento indagatore. Questi ed altri tali lumi sono tutti perduti,
attenendoci al1 uso esclusivo o male applicato dell Algebra. Quando col segno X
? od altra lettera, voi disegnale un' incognita, voi non definite mai if
carattere naturate di ques fincognita. Ma se dà questo caràtteri* dipendessero
i rapporti logici della sua valutazione, non è forse manifesto clic i risultali
riuscir dovrebbero o ambigui, o impotenti, o fallaci? Resta dunque* /issare
ancora la dottrina de 11’ app He abilità dell* Àlgebra alle diverse materie ed
ai vani casi die si presentano ncfla Matematica pura. I_ rosegtio senza
interruzione {'esposizione delle nozioni fondamen¬ tali die dovranno formare la
maLcria dèlT insegnamento primitivo. Le osservazioni de me divisate sul libro
do! signor W ronski sono subalterne a queste nozioni . Esse debbono servire a
sebi a ri re o a confermare alcuni tratti, cui non potei maggiormente
sviluppare dapprima. Non per ismauia di criticare, ma per necessità d'istruire,
ho divisato di esaminare il libro suddetto. Io bo in co in in ciato colfesporre
i fondo menti della Geometria di valutazione, cui il signor W rem db chiama
Geometria algoritmica. Coti questo nome egli disegna quella che volgarmente vi
en chiamata Geometria analitica. Qui il nome dì analitica viene desunto dall1
Algebra, appellata Analisi. L'Àlgebra 5 come venne caratterizzata da Leibnitz,
altro non à che la scienza generale delle grandezze lì ci Le. da questa scienza
generale ha i suoi fondamenti e la sua origine nei particolari, uè può essere
intesa, uè di buonavoglia a ffro n t a l a, fu orcb è d a Ics te già i m bevute
dalle cognizioni dei particolari Produrre e dimostrare questi particolari, ecco
V oggetto e i limili della Geometria di valutazione destinata agli apprendenti.
Essa noti è dunque la Geometria analitica usitata, ma bensì una p ile fa
razione a questa Geometria. In questa preparazione fatta a dovere si ordiscono
tulli gli arti Li eli dVin nuovo calcolo. Il solo vero ed il solo utile: io
voglio dire del calcolo di unificazione annata, nel quale sì vanno a fondere
tutti gli algoritmi conosciuti fui qui. La Geometria che conosciamo non ci
somministra che altrettanti amminicolh i quali (issano alcune
condizioni-estrinseche di questo calcolo. Essa anzi aspetta da lui la sua unità
e la sua possanza. Una leg.au imperiosa ci sforza a procedere in ordine inverso
di quello col quale L concetti della quantità nascono di fatto nella mente
umana. Per insegnare con vie u distinguere, connettere od esprimere, mentre
pure else n pluralmente iu cominciamo coll' ammassare e col confondere, Tom, I.
Quest’avvertenza é importante $ perocché se, amando di ripesare sopra un finito
certo, iu cominciamo a studiale e ad occuparci per eiezione dd partito c del
dìscret&Q elementare 5 noi dall* al tra parte siamo segreta* monte tratti
ad iti cominciai'1 per natura coll' unito e col caulinno complessivo, e sempre
alludiamo a lui, [ u segreto antagonismo fraia ragù* ne clic distìnguo e
divide» e fra il senso die confónde ed unisce, sospiuge la me ule nostra per
una via di mezzo, odia quale convìen transigere perpetuamente col senso
discretivo e col continuo, nell* atta pure, ck sin ino costretti od esprimere
successivamente le affezioni di queste due Jorze mentali. La necessità di
dimostrare le cose a brani successivi fa sì clic eoa possiamo raccogliere il
vero concetto delle cose die alla fine della trattazione; e frattanto siamo
condannati ad nua sospensione di giudei, die Irrita la nostra impazienza, o die
ci porta a conclusioni precipitata. Ma per adoperare diversamente converrebbe
avere una mente divina die apprende, distingue ed esprime ad un solo tratto.
Ciò sia detto per rendere ragione dell1 andamento usato nel Discorso antecedei]
le. Ivi avendo impreso ad esibire I primi materiali dell’ insegnamento
primitivo delle Matematiche, fui costretto a separare Tesarne dei quadrati
aritmetici dai non quadrati intermedi]. Dico degli intermedi!, perocché i nomi
non quadrati in genere non possono tonnare oggetto di primitivo insegnamento,
co. Ma in questa separazione pura me Elle mentale, fatta solo per agevolare
Tesarne delToggetto proposto, io udii ho mai preteso di snaturare il vero
concetto delle grandezze estese* t meno poi Intesi che fosse om messo l’esame
dello stato interno delle grandezze da noi studiate. Io ho voluto sollaDto che
venissero cólti i grandi e progressivi intervalli nei quali si annunziano i
tuoni Interi razionali, riserba adorni di compiere lo spazio Intermedio, ossia
di segnare I algoritmo necessario a valutare logicamente questo intermedio.
Dare un saggio del metodo di valutare questi spazi! intermedli forma appunto il
puma oggetto di questo Discorso. Dico il primo, perocché il secondo consisterà
uclTesame del libro del signor "YYrouski* Io debbo necessaria mefite
restringermi a pochi Lraili primitivi, ed esporli in un modo intelligibile ai
non matematici. Le osservazioni si presentano In folla. Io trascesile! ó quelle
sole che vanno a dirittura allo scopo proposto. Primo snggio dell' algori Imo
dei continui dittici, Esempio; valutare il quadrato deli’ eccesso della
diagonale di un quadrato rispetto al quadrato del Iato. Fissale lo sguardo
sulla lig, IX. della lav, I. Sia descritto il quadrate A CD lì, e siano tirate
le rispettive diagonali A 1\ BC. Presa la metà di una delle diagonali {e cosi,
per esempio, la C K ), si faccia centro ju C, e si porli sui due lati CD e CÀ,
li compasso taglierà la CD nel punto IL e la CA nel punto EParimente fatto
centro in A, e presa Salila metà A Iv, e portato il compasso sul lato AB,
questo verrà tagliato in GFinalmente fatto centro in IL e preso il raggio D K,
e portato il compasso sul lato D lì 5 questo verrà taglialo nel punto F.
Congiungote i punti, e voi avrete; Luil quadralo interno E GII 1 di un'area
eguale alla metà dell3 esterno; 2.° avrete il gnomone E 111 I)B A di area
eguale al detto quadralo interno. Questo gnomone è ripartilo in tre parti, La
prima è formata dal quadrato dello spigolo GIF lì, e le altre due dalle due
braccia o quadrilunghi ÀE1G ed IHBF. Si domanda rpiale sarà il valore
particolare di queste àree, o almeno in quale pròporzione staranno, sia col
grande quadrato interno, sia coll3 esterno, Prima di pensare a stabilire valori
veggiamo se la costruzione geometrica imponga condizione alcuna, onde servire
di guida e di garante ai nostri procedimeli ti. Fissata questa, ispezione, io
rilevo quanto segue. I, Comi iato là geometriche alle quali il calcolo deve
soddisfare. Posto che il grande quadralo esterno AD è il doppio dell1 interno E
li, ne verrà che la quarta parte del quadralo A D sarà eguale alla metà del q u
a d ra lo Eli. D n n q u e II tri a ago! o D K B sarà eguale alla m e là del
quadrato E IL Ma anche II gnomone suddetto è uguale allo stesso quadrato E H.
Dunque la di lui metà IilB I) sarà eguale al triangolo DTCB. Detratta dunque la
porzione comune I) MI Bg ne risulterà clic il triangolo IKM sarà eguale al
triangolo M II D. Dunque il lato MD sarà eguale al lato MI. Ma MD ù idiote u
usa rispetto ad HHeHI). —fi,, ^ Dunque MD è doppia di HD. Alzate ora lo
sguardo. Voi vedete II quadralo spigolare GII B diviso in due parti eguali,
ognuna delle quali è per costruzione uguale al triangolo M II D, e per ciò
stesso a! triangolo IKM. Dunque il triangolo MIL sarà eguale al dello quadralo
spigolare. Ma questo triangolo non è che la metà di un quadrato. Dunque tutto
il quadrato su LI sarà doppio del quadrato sulla IF. Compiendo quindi la
costruzione, avremo là %. X. Che cosa vegliamo in essa? Noi veggio mo tutto il
grande quadrato A BD C diviso in modo, che nel suo mezzo presenta il quadrato
NOQP d’area doppia di ognuno dei quadrati spigolali. Il rimanente poi è diviso
in quattro quadrati e quattro quadrilunghi, che formano tanti complementi. Ma
qui dentro esiste pure il quadralo E 0 MG, die è identico col quadrato EIIIC
della fig. IX. L’area di esso è divisa appunto in modo, che sulla sua diagonale
OC stanno descritti i due quadrati NOQP e PLCG, il primo dei quali è doppio del
secondo. Esso dunque contiene ed eguaglia il binomio pdrtito fatto dal quadrato
del1 eccesso della diagonale sul lato rappresentalo dalla linea CL, e dal
quadrato PO duplo di questo, coi rispettivi complementi. Osservo
incidentemente, che se nella fig. X. fossero tirate le diagonali dei quadrati
spigolati, noi costituiremmo un ottagono perfetto, l’area del quale sarebbe
uguale a tutto il grande quadrato, meno il quadrato centrale NOQP. Quest’
ottagono diffatti escludendo la metà dei quattro quadrati spigolar!, queste
quattro metà pareggiano appunto il detto quadrato centrale NOQP. Invito i
matematici a cogliere l’addentellato che qui si presenta, e che forma un primo
anello d’una importante catena di teoremi. Proseguiamo. IL Costruzione e
valutazione del rispettivo binomio incrociato. Metodo di assimilazione. La
geometrica costruzione ci ha somministrati i dati sopra notati: ora tocca
all’Aritmetica a fare il resto. Si tratta di determinare il valore relativo
ossia proporzionale del quadrato spigolare CP(fig. X.) e dei due complementi.
Come procederemo noi in questa bisogna? Mirate la fig. XI. Sia il diametro AB
diviso in tre grandi parti. Quella di mezzo verrà suddivisa in due, e però il
segmento B 0 sarà eguale ad un sesto del diametro. Alzate la perpendicolare BM.
Dal punto Murate le due linee MA ed MB. Compite il binomio incrociato tirandole
altre linee M C, MD. Ciò fatto, per una facile dimostrazione troverete che il
quadrato sulla MB sarà doppio del quadrato della AM. Disegnau —q —9 do per la
stessa lettera q il quadrato geometrico, avremo A M • MB •• I : 2. Parimente
ABI : AB ;; 1 ; 3, Finalmente MB ; AB ;«* 2 • 3. \ 3ì 7 Per uno necessario
costruzione abbiamo diviso 1 Ipotenusa A. 13 in ~q “ Ora arrestai] deci alla
fig. AIA., il quadrilungo V B iN lo vedete nel vicino e crns. La sua metà e C
df sarà uguale all'area A LB del suo vicino. .IL aedf àchg. Dunque achg sarà
uguale all’ area dui triangolo rettangolo suddetto. Qui il quadralo echi è
uguale al quadrato della mezza proporzionalo. Qui il braccio i h df c uguale al
braccio aeig Dunque unendo il delio quadrato a questo braccio, avremo il
rettangolo tfcàg uguale alla metà del quadrilungo e c ni s. Dunque il
rettangolo màj sara uguale all area del triangolo vicino A L IL Dunque l'area
di questo triangolo é uguale al quadrato di della mezzo proporzionale, piu nn
braccio di detto gnomone* Convien ridurre le cose in questa forma per la
comodità e speditezza del calcolo. Venendo ora al concreto, e nchiamaudo i gin
fissati valori, ecco la loro espressione ì A C 2 33 ex* 33 544 Somme F 35 577 E
612 G À =r alio spigolare, B a quello della media proporzioni aie- G ~ al
braccio del gnomone. Fatte le somme, abbiamo E alla metà del quadrilungo* e
quindi al- barca del triangolo rettangolo AMD della XL lav. I. Abbiamo F =: al
braceio. più d quadrato spigolare. Unendo queste due parli, abbimi iti G al
quadrato del raggio. Ottenuto il valore dell'area suddetta^ ecco come si
procede alla lormazloue del modio, Qui portate l attenzione sulla Lav\ IL 6g.
Posto che A 1?‘= 8 I fis sarà F \l 408 ^ G E A. Posto elisi E i 1 032, sarà E
et 8 1 G J > E B Som m a 1 22 4 rrz all7 inserii te. F è uu quadrato 5 e
posto che il l ri □ ugole Alili è uguale alla sua melò, ue verrà che il
quadrilungo À fi SD san. uguale a tutto II quadralo FATI D. 4.° La porzione A N
M D è composta dal qua d ra to m a ggì ora E }J e dal complemento E N, Dunque
{la esso detracndosi lì quadriiango A US D (eguale alla metà del tu ilo),
rimarrà la lista R S M N a n q u e nel riparti to re q li osto ri da Cesi a d
i, e j >e r ò uguale al ' J uadrato della metà del laLo di questo
eccéssoProseguiamoli quadrilungo AMHS = BIG -f 577 = 131)3Il quadri^ A 11 SD z
1 189Dedotto questo da quello, rimaiie 204, Dunque k lista li ài \ S =r 204.
Ora se prenderemo quattro di queste liste, come nella %* V.s più quattro metà
di 35 5 ossia 70 5 avremo 810 + 70 z: 88G. Se aggiungeremo lutto il quadrato E
F 11 G eguale a quello della % IV-, cioè 2378, avremo 32G7, Ala. SiO. Dunque il
qua* 4 tirato \BDC è ugnale a quattro quadrali delFesUremo maggiore, senza
AUMENTO? NiL DIMINUZIONE, Fate la stessa operazione con qualunque eom me usura
bile s e voi avrete lo stesso risultalo* V. Analisi p proTP cloHn vai u Lezione
del secondo btnoniiu. Dopo di aver esaminala la prima parte della parola 5 cioè
il binomio appartenente alla parte superiore (direttamente predominata dal
curvi 9 —(ì lineo 1. cioè il binomio prima sommato, e poi pdrtito da AM + MB,
fìg. XL lav. I., ragion vuole che esaminiamo l’altro binomio appartenente alla
parte inferiore dipendente 3 e più dire tiara ente spettante al rettilineo.
Questo è il biu orma pdrtilo sopra T D. Il primo termine è segnato dalla
potenza di T 0, elio è il quadralo della media proporzionale: il secondo dalla
potenza di O LE che è il quadrato del raggio s ossia della metà dell’
ipotenusa. Onde raffigurare le cose nel loro lucido aspetto colivi e u
trasportarci alla fig, XIV. della stessa tav. I, Ivi il quadrato erta deve
figurarsi esser quello ebo viene costruito sulla TD, fig. XI. Ivi la linea ih
corrisponde alla T 0. lig. XI.:, e la linea ho corrispondo alla O D, fig. \I,
Ciò stante, il quadrato eihctft rò quello della media proporzionale, ed il
quadralo h o l n sarà quello del raggio, ossia della metà dell’ ipotenusa* Qui
dunque abbiamo il binomio pdrtilo dei due mezzi termini della disuguaglianza e
della eguaglianza. Questi formano gli estremi. 1 loro medi! o complementi sono
i due quadrilunghi cho il ed ir uh* Questi quadri lunghi sono fallì sul lato
della della mezza proporzionale e del dello raggio* Che cosa ne risulta? \
eggumudo. Il quadrilungo irnh è formato dal quadralo fu ugnale a quello della
mezza proporzionale, c dalla id eguale ad una delle braccia del gnomone già
sopra valutalo. Dunque Farea di questo quadrilungo è esattamente uguale a
quella del primo triangolo rettangolo inscritto. Dunque gli fi Lessi valori ebe
formarono i me dii., ossia i Complementi delFaulece dente binomio, formano pur
anello i medii, ossia i complementi di questo binomio susseguente* Dunque Ira
11 quadrato della mezza proporzionale e quello del raggio intervengono gli
stessi MED ri proporzionali che intervengano fra i semìqtiadrati del primo
binomio inscritto nel semicircolo. Ora venendo al caso par Li colate proposto .
ecco le valutazioni clune sorgono. 1386 DELL’ INSEGNAMENTO DELLE MATEMATICHE.
1.° Fu dello che il quadralo della inedia proporzionale è uguale a . 544 2. °
Che quello del raggio è uguale a . 612 Somma 1156 (44 il quadrato della mezza
proporzionale. Attigua a questa vedete la squadra 08 e gu a 1 e al quadratude 1
1 a d i (Te re n z a fra F u u a e Fa l tr a, e sop a u e vede le 11 riparto
nei numeri 33.33 clic segnano il braccio del gnomone, e nel numero 2 che segna
il quadrato spigolare. Ora qui vedete 16 sottrazioni che vanno a finire in
zero, cioè nelFgguagZ/VzftStf fra il sottraente ed il sottraendo. In tutti i
biuomiì sommati composti di due quadrati* fra i quali intercede una ragione
prossima proporzionale (come sarebbero simplo e duplo, duplo e triplo, triplo e
quadruplo, quadruplo e quintuplo, ec.) avviene sempre l’ultima equazione
perfetta, della quale parlo qui. La tavola numerica è generalo. Non conviene
confondere questa equazione fra i quadrati delle due ascisse ( cioè della media
e del raggio ) coi quadrati dei cateti. Noi qui parliamo dt quelli, e non dì
questi. Questi sono i principali, quelli i secondarli ; questi gli antecedenti,
quelli i conseguenti. Tom. f. $8 . f secondari^ per adempiere le funzioni
rigorose ed algoritmiche di principali, abbisognano di ulteriori preparazioni,
sulle quali nou posso estendermi per ora. Considerando adunque la serie
dipendente di questi quadrati delle medie in relazione ai quadrati del raggio .
importa di osservare eli e i nominativi delle proporzioni si assumono sempre duplicati.
Così per la possibilità del calcolo non possiamo dire 8:9;maconvien dire 16:
18, come nel caso nostro. Ciò nasce in conseguenza dei rapporti necessairi del
metodo di assimilazione applicato al tetragonismo. Così si vede quali gradi
subalterni vengano racchiusi entro il dato grado. Onde ravvisar meglio questa
circostanza esaminale la tavola numenca B. Questa incomincia dove l’altra
finisce. Ivi vedete alla casa XY1, e X^ III. seguati i quadrati della media e
del raggio. Ivi vedete, giusta la già fatta osservazione, formare entrambi
uniti il quadralo numerico perfetto di 34, somma dei due esponenti XVI. e XVIII
(0. Qui pure vedete che nella fissazione dei valori, mediante il processo di
assimilazione, il calcolo estimativo delle due ragioni del simplo e duplo non
può essere portalo ad altro grado più di sotto. Qui non finisce la cosa. Un
braccio del gnomone circondante il quadrato del raggio è uua specie di radice.
Qui quello del raggio ha il valore monogrammatico di 35. Il braccio di quello
della media ha il valore di 33. La somma dei nominativi delle due proporzioni è
34, intermedio fra 33 e 3o. Se poi uniamo le aree ossia i numeri lassativi che
stanno di sotto, abbiamo il quadrato di 34. Vi prego a notare questa
circostanza, per cogliere i primi dati apparenti dei tre termini inseparabili
dell’eslimazione dell’esteso continuo. Ciò tutto appartiene alla serie
decrescente subalterna fatta per sottrazione gammata. Il frutto che voi potete
ricavare da questa operazione egli è quello stesso che si può ritrarre in
Chimica dalla dissoluzione d un composto, vale a dire somministrare la
cognizione degli elementi per noi discernibili dei corpi. Quest’ ufficio si
palesa anche qui. Eccone un esempio. Allorché sopra nel n.° IH. di questo
paragrafo, considerando le figure IX. e X. tavola I., cercammo di valutare il
quadralo dell eccesso della diagonale sul lato (cioè lo spigolare in
conseguenza della più ristretta assimilazione di 8 con 9), questo quadrato ci
risultò di 70 in relazione a 408. Ora che cosa ci dice la nostra Chimica
espressa nella (i) Credo inutile di avvertire che io distinguo, come sogliono i
matematici, l 'esponente dagli esponenti. Qui parlo del primo, e non dei
secondi. Al primo io imporrei il nome di nominativo della ragione o
proporzione, lasciando agli ultimi il nomo di esponenti. DISCORSO SESTO PARTÌ;
PIUMA. i 39 I tavola numerica À? Essa ci dice che questo 70 è un composto eli
seconda mano} il quale comparirà più lardi a Fare la sua funziono, Geltale
l’occhio sulla casa XCT\ . Ivi vedete il residuo 12: attiguo vi vedete il
gnomone 5-j-o + 2. Ponetelo lulla iu figura ^ avrete la seguente \ A .2 C 5 G 5
lì ri Qui, come vedete,, avete il gnomone uguale all5 a rea del residuo ni-
terno j qui nel complesso avete il 24, che nella tavola À occupa la seguente
casa XGI11. 5 è il di cui braccio di gnomone è 7, Questa corrisponde alla casa
terza della tavola lineila quale vedete i nominativi li. IV,* i quali, sommati,
danno 6, il quadrato del quale è 36, Qui ricordiamoci essere stato questo il
primo quadrato dell* ipotcnusa per formare Ì termini dcirassimila/.ioue; e perù
operavamo Érnza saperlo Ira lo radici 5 e i. Proseguiamo, Fatto questo schema
primo 3 voi avete gli elementi per formare un binomio p&rtito. Prendete 12
(A) per primo estremo. Piglialo 24 (G) per secondo estremo. Pigliate A + B per
medio da una parte e dall’ altra, avrete: A 12 un B17 C 24 F 70 Eccovi il 70,
ossia il nome equivalente ricercalo. IX. Elementi coin potenzia li, (lai quali
rUulci 11 vàio re dato ni quadrate dell’ eccesso delia dindonale sul lo lo, I
n’ altra osservazione i m porta u Le cade qui. I due numeri 29 (Di e 41 (E) qui
seguano le due parli di tutto il quadrato geometrico del valore di 70 (F).
Queste due parti souo realmente i quadrati del due cateti che costruire si potrebbero
sul lato del quadrato F, e i due quadrilunghi rappresentano il loro valore
superficiale. Ora 29 (D) e 41 (E) fanno le funzioni di due biuomii sommati di
quadrali, come abbiamo veduto uel Discorso V. pag. 1327-1328. Considerali come
radici lineari, noi troviamo il 29 risultare da 25 +4, e il 41 risultare da 25
+ 16. Considerati poi i loro quadrati ed i loro coefficienti nella tavola
posometnca, troviamo la rispettiva loro composizione peregrina. Egli è vero che
nel Discorso V. souo considerati come nomi lineari, mentre che qui si
considerano come nomi superficiali; ma egli è vero del pari che anche sotto
questo rapporto essi sarebbero sempre due binomii di 25 44 e di 25 41 G. Oltre
ciò, in forza del processo di assimilazione per tulli i casi simili, mostrato
di sopra 5 questi coefficienti si possono, anzi si dovranno convertire in
lineari, ritenute le condizioni aritmetiche; e però anche il quadrato
risultante subirà la relativa conversione. Per la teoria delle quadrature ciò è
indispensabile; ma vien fatto con un processo frazionale preindicalo ne’ suoi
dati, obbligalo nel suo maneggio, ed omogeneo nelle sue conclusioni; quindi
filosofico e dimostrativo in tulle le sue parti. Esso respinge tanto le radici
sorde, quanto le imaginarie; esso non fa uso di minuti indefiniti ritagli, nati
da suddivisioni e suddivisioni materiali; esso li lascia alla zotica
commensurazione fabbrile, la quale, giunta al fine del suo lavoro, trovasi
ancora impotente come al suo principio. 137. Dello stato monogrammatico e digrammatico
dei continui dittici. Scelta del metodo preindicato. Prima di proseguire questo
primo saggio del calcolo iniziativa degli incommensurabili, applicato
specialmente alla serie delle proporzioni continue associate, ragion vuole che
io dia ragione di ciò che ho più volle accennato sul trattamento algoritmico di
queste proporzioni. Insisto su quella del simplo e duplo. Io ho presa la prima
mossa alla maniera consueta, proponendo un problema, e sono saltato al metodo
di assimilazione per un analogia coi razionali. Ora prendiamo la cosa
altrimenti. Procediamo con preindicazioni già stabilite, e usiamo del metodo
devi vativo. Ritenuta ogni condizione sì generale che particolare della
Geometria come condizione sine qua non, scelgo di lasciarmi guidar per mauo
dalla natura. Questa legge è così indeclinabile, che l’Algebra stessa deve
rispettarla assai più di quello che il più ligi o vassallo feudale li spettar
doveva la fede data al suo signore 0). Ricordiamoci sempre, che noi maneggiamo
la quantità estesa escogitabile, e che però le condizioni assolute dei nostri
giudizii sono di esclusivo dominio della Geometria. Qui per condizioni generali
intendo quelle che nascono dai rapporti necessarii dei binomii incrociati; per
condizioni speciali poi intendo quelle che vengono indicate come proprie al
binomio del simplo e duplo. Quanto a quest* ultimo, noi abbiamo rilevato quelle
che nascono immettendo il simplo nel duplo, e abbiamo veduto che col metodo di
assimilazione le valutazioni soddisfacevano, benché noi trattassimo le nostre
grandezze a guisa di quadrati aritmetici ed in forma monogrammatica. La sola
differenza di un elemento uasceva fra i prodotti degli estremi e dei medii
moltiplicati fra di loro. Io ho detto che questa dilterenza non era eh e
fattizia^ e però più nominale che reale. Ma quand anche fosse stata reale, come
nelle approssimazioni materiali, si avrebbe avuto almeno una valutazione
relativa. Per la coscienza larga dei Leibuiziani, i quali considerando il
comodo, non si fanno scrupolo di violare il rigore geometrico, questa
inequazione sarebbe nulla, specialmente quando i termini della serie sono assai
inoltrati (2). Ma siccome questi signori hanno per costume di esigere da altri
una coscienza rigida, neH’atlo che per sé stessi si prevalgono d* una coscienza
lassa, egli è perciò che anche rispetto ad essi sarò tenuto a giustificare la
mia teoria. I. Esempio della proporzione del simplo e duplo su due ascisse
nello stesso circolo. Forma non quadrata dell’eccesso del duplo sul simplo. Per
far ciò in una maniera preindicata osservo quanto segue. Nel 133 ho già fatto
osservare, esaminando la fig. XVIII. della tav. I., che la seconda ascissa a d\
tirata sino al fondo, è uguale a 14. Alzate lo (1) Je dis encore une pois, quii
esttres-aise de se tromper en Algebre quand on ne raisonne pas avec rigueur, a
la facon des anciens geom'etres. Leibnitz, Opera omnìas tom. III. pag. 636. (2)
Io propongo il seguente schema, il quale risulta dalla quarta evoluzione del
simplo e duplo. ^ i386o 10601 G X B 19601 27 720 Moltiplicate A per B: avete
384,199,200. Moltiplicate G per G: avete 384,199,201. Qui la differenza 1,
rispetto a trecento oltan- taquattro milioni e più, sarebbe o no una quantità
sprezzabile, secondo i Leibniziani? Nei calcoli ordinarli di approssimazione è
vero o no che, quando siamo solamente a cento millesimi, i matematici si
sogliono contentare ? j 304 dell" iìvse giramento delle matematiche.
sguardo sulla figura \ . \ oi vedete questa linea nella bblf’.Ota fingiamcclie
su questa lìnea venga costruì lo un circolo. Qui compiacetevi di osservare la
tavola IL. e di portare lo sguardo sulla figura XIV. Sia Ab \ h: ? —q ^arà ALI
1 1? G. La linea A 0 sarà raggio. Dnuque AÙ 49. Da À Ó detraete \ : avrete A E
% ed E .0 ” 5. Dunque A Jò 4: E 0 =: Sfi. Ciò posto» alzate la perpendicolare
lino a die lacchi la circo uiWeD&i in C: ìndi tirate la linea CO. Questo
non è clic lo stesso raggio, il quale vi fa la Inazione d’ ipoleu usa rispetto
ad K 0 e ad E C. Sopra abbiamo q q q veduto die CO /j-9ma EO 25 ; dunque E C ~
24, Ora da ÀO detraete un unità. Sara EF = 4. Dunque El: ' = 16; q dunque 1' Q
1. Se dunque alzate la perpendicolare l E), avremo il suo quadrato ~ 48. Ma E
ti ~ 24. Dunque E C ■ I' D *• 1 ^ Abbia* mo dunq ue qui, dentro lo stesso
quarto di cerchiole due ascisse EEe D F5 tra la cui rispettiva potenza passa il
rapporto del sire pio al duplo. Aggiungasi tanto alTuna che a [fa lira linea la
porzione inferiore: avremo cd 90, e i) il 7= 1 92. Ora portiamo amen due queste
linee sullo stesso piano orizzontale, come nella fig, XV*, in modo che amen due
siano perpendicolari adii stessa lìnea (1 L a ritenuta fra di esse la stessa
distanza che avevano deatro al circolo* Avr e mo C G fig, X V = C G fig. XIV, e
D li %XV- DII fig. XIV, Più, avremo ognuna delle linee A D3 CE* G li figXV,
%fua‘ 10 ad EF fig. XIV, Ciò ritenuto, pigliale la distanza G €/ e fallo centro
in II 3 portale 11 compasso sopra la linea |ID: voi la taglierete in E.
Portatala sopra la Gl : voi la taglierete in I. Campite la figura: voi avrete
due rcUaugoh, E uno dentro dell' altro. Il primo sarà E F I II, che per la
fatta costruzione sarà uu perfetto quadrato : ma quanto all’altro^ ossia al
maggiore., c cosa da esaminarsi. È 10 dubita Lo eli e il quadrato che venisse
costruito sopra D li starebbe al quadrato sopra Eli in ragione del duple al
sintplo* Ma nella prcseuLe costruzione non sappiamo se 1)E sia eguale a CE* c
però se i! rettangolo A D £ C sìa un perfetto quadrato, ©ra carne potremo noi
accertarci del sì 0 del no? Eccolo, Se A D E C fosse quadralo perfetto, e
quindi i lati CE e DE lasserò uguali, noi avremmo non solamente i! gnomone
uguale in snpurfa al quadrato interno E I, ma avremmo eziandio questo
rettangolo spigo DISCORSO lare maguloue almeno di ln sesto dello stesso
quadrato interno (Ned. 1 I 9) Ora questa maggioranza si veri Bea forse qui?
Niente allatto. Imperocché $ abbia m o veduto eli e la G E 4, e però C E ~ I G.
A bbia tuo ved lì to e h e GG = 96; e però che EFI H=9B. Ma I 0 : 96 sta
appunto come 1 a G, Dunque G E qui non sùpera questo sesto ; dunque egli non
eguaglia i! vero quadrato spigolare del sitnplo immesso nel duplo in forma
monogrammatica. Ma dall'altra parte è certo die DE forma Y eccesso del duplo
sul si m pio. Dunque J.) E sarà maggiore di G E. Dunque lo due ascìsse del si m
pio e duplo entro lo stesso senili: ircelo non tengono fra loro una distanza
eguale alla differenza della loro rispettiva lunghezza. Dunque la loro forma di
esistere entro V unità assoluta circolare non e monQgrammatic(t) ma digram
malica* Dunque la forma monogra tu malica e perfetta mente similare da noi data
a questo due grandezze, come nelle ligure [X, e X, della tavola I., è del Lutto
artificiale. Quale sarà dunque nel caso nostro la conseguenza ? La conseguenza
sarà, che nella fìg. XV. Lav. 11. dovremo riconoscere che il quadralo ilei sim
pio viene inscritto in no rettangolo, un la Lo del quale è di potenza dupla del
primo: e I altro lato poi è uguale a quello del siniplo, piu aggiuntavi la
potenza di Ciò, lo confesso, sarebbe da un lato poco sodili sfaceli le : ma
dall’ altro Iato otteniamo il luminoso principio risguardunlc la forma o il
modo d’esistere di queste due grandezze rispetto all’ unità circolare* li.
Delta (orma alternativa quadrala e non quadrala del si in pio o duplo. E qui
non posso contenermi dal far osservare ebe il quadrato a ri \ melico perfetto è
per se stesso essenzialmente circolare per essere appunto monogramt natica in
tùlio. Aritmetica mente parlando, se il sì m pio è quadrato, lo potrà forse
essere anche il duplo, o viceversa? Non mai. Ora sappiale che la Geometria vi
dice esattamente lo stesso. Essa quando vi dà il s ira pio in forma di
quadralo, ossia circolare, vi dà il duplo iu forma di quadrilungo, ossìa
dittico ; aozi ossa avvicenda perpetuaci eoi e queste Forme, come io potrei
dimostrare con molti c molli esempli, Ciò accade sempre, sia che le due
grandezze vengano immesso fumi nel ['altra, sia clic vengano poste contigue,
sia che vengano sommate. Ognuno Intende che io parlo di queste grandezze
risultanti hi radku razionali, le uno mon ogra tnmalicam cute, le altre
digrammaLicanienLe. Nm parliamo di l 'illutazioni aritmetiche* nui parliamo di
calcolo 'discretivo. In questo conviene usare Io stesso trattamento tanto pei
commensurabili quanto per gli incommensurabili ; senza di cbe non vTè uè
logica, nè fifa, sofia, nè ni a tematica. 5 13b, Della forma razionale degli
eli Ilici, ossia dei non quadrati aritmetici. Esempio sul simplo c duplo, À 6
ne di procedere anche in questa parte con un metodo preludicato5 giovami di
richiamare alla memoria due cose* La prima, eli e abbianao veduto Ltelfesamo
della divisione decimale, lav, I. lig. V., ris alla rei la linea bh ~ 1 -i. La
seconda. che in forza del movimento fatto udla bg, X\ IH, abbiamo suddiviso
ogni grado in sette partì: talché il lato do! quadralo iutiero vìe oc diviso in
TO* e Tascissa a a* viene suddivida In 28 parli. Così abbiamo qui 98= 1 4X? 7
Ili tenute queste preludienti oiii3 trasportiamoci ora alla fig. X. lav, II.
Ivi sia C D = 98, e sia C A = 1 00 : con aggiungere 1 del grado decimai
intacchiamo bensì la lista della squadra», ma non assorbiamo il margine della
figura. Qn est' aggiunta era necessaria, posto che abbiamo veduto che il
segmento verticale del rettangolo spigolare èra più lungo del semento suo
trasversale. In forza di questa costruzione avremo farsa del j rettangolo A B D
C = 9800. Ciò fatto, sul lato AB prendiamo i! segmenLo A 1=28, eguale appunto a
quello determinato dalla divisiuoc circolare. Parimente sul lato A G prendiamo
il segmento À H= 3:0. Tiriamo le linee paralelle IL ed HG. Che cosa ne
risulterà? liicorJjaniod clic dobbiamo verificare tutte le condizioni imposteci
dalla Geometria nella 1 orina mouogrammatica5 e che furono già esposte ne l
paragrafo antecedente. Posto ciò, ecco che cosa in primo luogo risulta da
questa costruzione, L Posto cL e il lato A lì =98*. c che da esso fu detratto
il segmento A r = 28, ne verrà che Ì1 segmento 1 II saià=Ttl. Par ini cote,
posto che il lato ÀCt=100, e che da esso fu detratto il segmento AH— ne verrà
clic 11 reslauLe segmento LI C sarà eguale a 70. Avremo dunque perla
costruzione la linea IB alla HO. e però le altre tutte paralclle parimente
uguali Avremo dunque FE, ED, D G, GF, tulle quattro eguali, e poste ad angolo
retto $ e però il quadrata F G D E inscritto uel rettangolo avrà per suo Iato
70. Ma 70X70=4900. hf area dunque di questo quadralo inscritto sarà eguale alla
metà del barca del quadrilungo circoscritto* Dunque il gnomone circondante avrà
un'arca eguali? d quadrato inscritto o immesso* Ecco la prima con dizione
soddisfatta. La seconda condizione precipua sì è, che la grandezza spigolare
de! gnomone risili tao te dalla immissione del simplo nel duplo sia maggiore
del sesto del si m pio. V uggiamo se questa condizione sia adempiuta, e come lo
sia* La grandezza spigolare, della quale si IralLa qui, la vegliamo nel
rettangolo À l F H. Due Iati di questo rettangolo sono eguali a 28* due alti! a
30, Ma 2S> Ivi pure vedete il duplo sotto figura di quadrilo Ugo compreso
dalle quattro linee estrema . Il simplo è ~ MÌCIO; il duplo è " 9800* Ma
il duplo eli 980 0 è '! 9 G G 0, quadrato di ì 4 0 . A h b. iam o q u i d uu qu
e u u q uà d r alo aritmetico che può essere rappresentato geometricamente .
Questo quadrato aritmetico è duplo d’un rettangolo c quadruplo tFun altro
quadralo. Ora si domanda quali oc saranno gT inter valli . Facile è la
risposta. Ea linea À C~100. Dunque aggiunta xm’aUra linea 4G, si avrà uua delle
distanze daH'oQ duplo alTaltro duplo. Parimente la linea b D = 9S. Aggiunta
dunque una Enea = 42, si avrà 1 altra disianza. Dunque 40 dall'alto al basso 5
e 42 trasversalmente saranno i gradi di distanza Ira l'ultimo rettangolo ed i
lati di questo quadrato di 140. Dunque lo spigolare sarà uu rettangolo di 1G80,
eguale al centrale i1 EMQ. Così li a il duplo ed il quadruplo bavvi un gnomone,
il quale sarà eguale all'area del quadrilungo duplicante, e le di cui
proporzioni intime, siano lineari, siano superficiali, vengono determinale
colla maggiore facilità, A1F addizione discreta appartiene questo esemplo, e
nell' addizione discreta si vede la vicendevole forma di quadrato e di
quadrilungo, colla quale le grandezze si succedono. Qui si fabbrica un
importante addentellato per le composizioni medie. Ma per porlo in evidenza
sono obbligato di esporre prima un’altra operazione, della quale ignoro se
esista alcun esempio, ed il relativo modello. Essa è universale per l’algoritmo
della duplicazione, e ci rivela un'arcana possanza algoritmica. Essa pare
formala per dar vita a dii non Fka, e a portar giustezza a chi u'era privo.
Essa supplisce al metodo di assimilazione nella duplicazione, ed anzi lo
inchiude nel suo seno s e Io pone in opera senza che noi s lessi ce ne
avveggiamo, I. Coa umici tic doirapproSEÌTnatcnc di equazione. Lugge d'i nere
mento che ne risulta. Differenza dell* unità nei discreti. Per intendere tutto
questo fissate F attenzione sulla fig. X1L della tav. II. Ivi vedete lì
quadrilungo acjnp. In questo si distinguono due parti: la prima è il quadrato a
r k p+, le parti del quale sono segnate coti lettele maiuscole latine; la
seconda si è il quadrilungo rknq* le parli del quale sono sognato con lettore
niajuscole greche. Considerando la prima parte, voi vedete di' egli vieu diviso
in modo da contenere nove qnaémti perfetti minori (e questi sono A, C, E, E. X,
l\ X, Z, B ), e Tarn, l quattro quadrati pure perfetti maggiori (e questi sono
G, I, R? T). Oltre a ciò, egli co u tiene dodici complementi (e questi sono B,
D, F, II, IL M, 0, Q, S, V, Y5 A'). Quanto poi alla seconda sua parte, cioè al
quadrilungo posto a’ piedi, voi vedete esser egli composto di tre quadrati
minori, di due quadrati maggiori, e di ciuque complementi. Se voi domandale da
quali iudicazioni io sia stato condotto a costruire questa figura, io potrei
indicarne parecchie tutte cospiranti. Scelgo la più semplice, e la prima che si
presenta nella tavola posornetrica. Questa è il binomio pdrtito del quadrato di
5. Consultate il 134, pag. 1359. Ivi vedete il uumero 5 formare la prima
ipotenusa nella serie dei quadrati ivi contemplati. Fate ora la seguente
costruzione: A. 4 G 6 G 6 B 9 Che cosa vedete voi qui? Voi in prima vedete che
i due estremi danno il binomio diquadrato di 13, il quale co’suoi complementi
dà il quadrato numerico 25. Questo binomio sommato 13 sta fra il quadrato di 3
ed il quadrato di 4. Esso non comparisce nella tavola posornetrica ma ciò non
ostante nou lascia di esistere . Ora raccogliete i numeri su perficiali di
questo schema: voi avrete il numero delle parti componenti il quadrato della
detta fig. XII. Voi avrete: 1.° il 9 consacrato ai quadrali minori; 2.° il 4
consacrato ai quadrati maggiori; 3.° il 6 -f 6, cioè 12, consacrato ai
complementi. Raccogliete ora i numeri radicali 2, 3, 5 ; e voi avrete i numeri
delle parti del sottoposto quadrilungo, e così avrete: 1.° il 2 consacrato ai
due quadrali maggiori: 2.° il 3 consacralo ai tre quadrati minori: 3. ila
consacrato ai complementi. Sommaudo adunque le parti di tutto il rettangolo,
avete 12 quadrati minori, 6 maggiori, e 17 complementi: in tutto 35 parli in genere.
Questa somma divisa in 25 e in 10 (che forma due' parti di ragione di 5:2), e
indi suddivisa ogni parte come sopra, non offre in ogni suo membro che
altrettanti moltiplicatori di estremi e di medii, astrazion fatta dal
rispettivo valore concreto di questi estremi e di questi medii. Questo modello
adunque si può considerare come una fokmolA figurata. primo aspetto questa
forra ola non è clic binaria; ma considerandola nel successivo suo sviluppo,
non comparisce tale che pei periodi materiali delle operazioniEssa allora È
cosi binaria come la pila yoltiauà nella Fisica, o come una spirale in
Geometria 0). Ora passo a sperimentarne V effetto^ ed a mostrare 1' uso di
questo modello. Incomincio da] tipo stesso di sopra recato, dal quale si può
ricavarlo. Sia in primo luogo preso il grande quadrato arkp segnato colle
maiuscole Ialine. Ogni quadrato minore sia valutato 4. Avremo Ì nove 1 _ Ufi
rumori. Ogni quadrato maggiori' è valutato 9. Avremo i quadrati maggiori .Somma
dei valori I complementi essendo dodici, ed ognuno avendo per va loro 6, sarà
la somma di tutti . . Somma dì tutto il quadralo arkp .1 4 A y \ 2 E manifesto
che prendendo le radici lineari 2 + 3 -j-% 3 + 2, avre mo 12; il quale,
moltiplicato per se stesso, dà per prodotto 144. Qui, come ognun vede, Lavvi
una perfetta eguaglianza in in Ilo. La somma dei valori di minori estremi uniti
è qui eguale alla somma dei maggiori estremi uniti. La somma poi dei maggiori e
minori estremi uniti è uguale alla somma dei dodici complementi. Procediamo
oltre. Nel quadrilungo posto a' piedi, e segualo colle lettere rqnk, veggi amo
i Ire quadrati minori FI T Q eli 4. Somma = J 2 Veggiamo pure i due maggiori A
A 9. Somma I N Somma,, . . “ 40 Veggi amo i cinque complementi segnati F 0 H ^
T di tu Somma .... “ 30 Totali 60 ( i } Questa ìbnnòla figurata può a vere
un’altraorigino; e questa può essere tratta dàlia fini: dal primo periodo della
tavola posarne trite», còme ora fu tratta dal principio di questa periodo. La
fine di questo periodo è segnala eoi So, Ora fai a un oìrcolo, il di cui
diametro sia diviso in So parti, come nella fì / U 6 ] L V. Clic nel quadralo
dell’eccesso del triplo sul duplo sta la prej orinazione organica, anzi il
germe compiuto delle due proporzioni già valutate lo grande, poiché À : 13 : :
2 : 3. Più sì offre il binomio partito di queste due ragioni m forma di estremi
e medii. Ma supponendo die la valutazione non fosso siala giusta, sarebbe mai
sialo possìbile che ìu ultimo ne risultasse 11 residuo similare qui ottenuto ì
Questo residuo similare non ci svela forse la legge arcana di quella cOMpOlsnzu
che investe uu tutto unificato ? Non è l'orsa questo un aspetto di quell impU
cito z del quale ho ragionalo nel Discorso terzo 1 Quest5 implicito B.o.n torma
forse il verbo essenziale, i delta mi del quale costituiscono la sapienza
matematica? Ju ultima sentenza dì questo verbo (il quale nel diflereumie, ossia
nel quadrato dell’eccesso d5uua proporzione sull altra, ci svela i rapporti
complessivi identici del gran tutto prima impostato ; non rende forse una nuova
testimonianza^ la quale conferirla la giustizia delle nostre operazioni, e
sanziona ripetutamente il nostro algoritmo? Vi, Ottenuti questi germi organici,
ognuno vede cifessì divengono altrettanti moduli per ordire una seconda forma
di Geometria (che dir si potrebbe di estratto o derivata)* la sola adatta per
interpretare le opere della natura e giovare a quelle delle arti. Questi moduli
formano propriamente altrettanti luoghi geometrici nella scienza della quantità
estesa escogitabile ; c la teoria sfumata delle coordinate viene rimpiazzala da
grandezze coni poto oziali clic passarono pel crocinolo. Di questa seconda
Geometria dirò qualche cosa più so Lio, Qui passar mi conviene a mostrare
alcuni esempìi di uif assimilazione di secondo grado, dopoché ho esaminato
quello del primo, e più vicino a lui. Dopo V unità radicale conviene studiare
la pluralità, C 50 A 40 Il 00 D 48 V 10 V 8 l H S 18 'Esempio d’una valutazione
di secondo grado nella valutazione della proporzione di tre a sette. Ritorno alla
tav. I. fig. V. Abbiamo già fatto notare i due cateti Ac e c D. Secondo la
costruzione della figura, il diametro AB viene diviso i . ~ci ~(l in modo che
Ac/ = 3,ed il segmento c'B = T. Dunque Ac : cB :: 4 i termini In un circolo) :
avremo X Moltiplicate estremi e medii Ira di loro* Da una parte avrete 195, e
dalfaiha 196* differenza 1. la quale è il quadrato della media distanza
suddetta. Dc'i vftl uri dti due limo ih il io caccia ti nella tleiia
proporricinc di 3 ; Premessi questi schiarimenti, torniamo al nostro esempio*
fu conseguenza «lei valori sopra stabiliti presentiamo il prospetta nfiUato dei
due binomi i incrociali. Incomincio dal primo. AM( = 30)> avremo Q L— 5, Ma
siccome V 6) 1 : dunque À Lzz (ì„ F u detto che Q B— 5 : dunque Q B 25* Ma Q L
5 ; duo bug ' V q tf L B dO. Cosi se A L = G, e se L B =3 30, avremo la somma
dìM A EDiffalli G X 0—36: dunque 0 d 9 e QO = -'i. Fu detto die QL 5, e clic 0
C !b Unendo questi due tiòmi, formano 14, Quadruplicandolo 3 avremo 56. Con
questo moltiplicantla ? 7 —a Q F ed O Cj sarà Q L rzz 280 ^ e CO 50 4. La
differenza ira c n tra jnhì t di 224. pari appunto a 56X4. Posti questi valori,
couvien disili H buire gnomonicamente il valore di QO. Per far ciò io dico: 0()
% Dunque QO 4. Ora 4X4 = 16; e L(>X2 =3‘2. Detratti 32 da 224. rimangono
192. Questi divìsi in due parli danno 90, Douqueanc —q ' » mo LP 224; P C :=
32; L C 256, Ogni braccio del gnomone 06. Or ecco lo schema ; 32 96 96 280 128
376 504 Ridotti i valori ai loro minini termini, e moltipllcali gli estremici
medi], avremo la differenza di 4, come uelFakro caso, la quale: colla il
DISCORSO SESTO PARTE PRIMA. 142,1 visiono cidi prodotti suddetti può essere
ricolta all’ unità. Tra spoi lata poi h detta differenza, ci conduce a dare
alle moli la loro forma razionale competente. Ottenuti e verificati questi
valori * passiamo a valutare ìE rimanente, —H ^ ^ f .? e ritorniamo alla
predetta Lg. XIII. tav. I. A Lm 0X56“ 336. L .13 = 30X56 = 168(1. Dunque A 6 =
2016, eguale appunto a 36X56. v “ff ~y Dunque CD=2{HG. Ma 1. C =256.
DulraenJolo adunque da C D, re sLerà LD = 1760. Ma dallbltra parie LP= 224,
Detratto dunque da L I), resterà PD = 1530. Valutato cosi il binomio
incrociato, immettiamo il simplo nel quiutu pio, come al solito. Per far ciò io
dico: AL 1 GB, L B = S40, 168 “IT TT + 256 = 424. Detraili da 840, avremo 416.
Ma = 208. Dunque avremo X Dunque V eccesso del quintuplo sul simplo stara um
aoR i66 ne in questo grado compatto al simplo stesso, come 32 : 21. I medi! poi
staranno 26 : 32 e :: 26 : 21. Date la prova colla moltiplicazione, e voi vi
accerterete della verità. Ecco dunque un altro caso, nel quale praticando
l’assimilazione di secondo grado, e spingendo il quadra Lo dei minimo, ossia
della dìi Icren za di secondo grado, alla potenza quinta, si ottiene l'oggetto
desiderato. Con questa valutazione e colle altre simili si preparano i mezzi
termini, coi quali si veggono ad un solo tratto tanto le proporzioni
principali, quanto le associate, e soprattutto i quadrati degli eccessi cogli
esempli allegali. Oltre il triangolo equilatero e il quadrato, potrete valutare
anche il pentagono con lutti i suoi annessi e conseguenti. A questo proposito
mi resta ili avvertire, che fra le costruzioni geometriche del pentagono, la
più semplice, la più facile, la piu luminosa, la più feconda, e la più
conducente alla valutazione, si è quella di lolorneo astronomo alessandrino,
riportata da Glavio(’). Essa vi dà ad un solo tratto d lato del pentagono e del
decagono da inscrìversi ne Ilo stesso circolo, e v’indica nel medesimo tempo b
strada della valutazione finiLa di Ini e de’ suoi accessorii. Soggiungendo poi
la dimostrazione di Gam ( i Lib.XlII. TJiaar. y. Prupo.ùt. y . ^choljitm., pag.
1 RL' mstc, apu, Ma 7 446^4— 1784. Dunque 11 G = 7 I 30, Per la regola /issata
il primitivo valore del minimo deve portarsi a 32. Dunque aggiungendolo al
valore di estimazione di M3G, avremo 7158. Dunque per le fatte dlmostrazio ui
31(3 = 71 08. Questo sarà pure il valore della lista EFQP. Ora si coordinino»
se si vuole, tutLe le valn [azioni. Ma qui possiamo abbassare V espressione, ed
ecco in qual modaAb* hkmo detto che 110—7136. Detratto il minimo 32, si divida
il residua hi due parti eguali. Avremo 3552, ognuna delle quali segnerà il
valore superficiale del rispettivo braccio della squadra che circonda il
quadrato delia mèdia proporzionale 31 R, Ora si divida fino al quarto: avremo
il valore = 888. Si faccia Io stesso col quadralo spigolare; avremo et Ecco lo
schema :1 425 A 8 G 888 G 888 B 98566 D 896 99454 E (0 v Riportandoci quindi alla
suddetta fìg. XI. tav. J., avremo CO 100.350: A lì = 401,400: A INI = 1 73,940
; MB = 227,460; MR ' —q J ? = 98,566; 110 = 1784. Avremo pure per l’altro
binomio MG = 1792; M D = 399,608 ; T U = 397,824. Premessi questi valori,
passiamo ad immettere il minor termine del q —q AM MB primo binomio nel
maggiore. - =86970. - = 113730. Sommata 2 2 la metà di ÀM con MC, avremo
88,762. Detraendo questa somma dalla della metà di MB, avremo per residuo
24,968. Diviso questo residuo per metà, avremo 1 2,484. Ecco quindi lo schema :
( i) Stendete la tavola dei puri quadrati dispari colla massima della tavola
posometrica annessa al Discorso III. ( vedi la tav. C): i gnomoni saranno
geminati, e il quadratino spigolare sarà sempre 4> perchè havvi fra un
termine e l’altro la distanza di due. Distribuite le parti di questa serie in
tanti rami paralelli, contenente ognuno dodici termini, piu il i3 appartenente
al quinario, e disposti collo stesso ordine serpeggiante e continuo della
tavola posometrica. S’incontrerà nel quadro retto dall’anello 2 25 \/i5 il
primo ramo contenente il quadrato di 221. Questa radice è uguale al nome
superficiale primo della mezza proporzionale sopra segnata. Ora la superficie
tutta del gnomone geminato, che con torna 4884 squadrato di 221, è appunto 88S,
che nello schema non occupa che un solo braccio del gnomone. Ma se al quadrato
suddetto aggiungete due radici superficiali, avrete un rettangolo di 49283 =
221X223. Questo sarà esattamente uguale alla metà del quadrato B dello schema.
Voi potrete in conseguenza trasformare il quadrato B in complemento del
binomio, i due termini del quale siano le radici 221, 223, e viceversa fare la
costruzione dello schema. Oltre a ciò, il quadrato v/22 1 ed il quadralo \/6o
formano l’altro quadrato v/229; talché qui esiste un nodo massimo, la soluzione
del quale guida ad ulteriori preziosissimi risultati. 12484 00 8G970 cì Ora
lormiatno il binomio partito, e assoggettiamolo al ripartimeuto della fig. IV.
tav. II. Il quadrato L AEG sarà .= 86,970 Il quadrato EBMD sarà = 113,730 Somma
A 13 . 200,700 Il complemento CEDO 99,454: così pure il complemento A N B E =
99,454. Unendo questi due numeri all’ antecedente somma, avremo il quadrato
LNMG = 399,608, appunto eguale al quadrato del maggior cateto del minor binomio
incrociato. 11 quadrato AFDH è uguale alla metà di tutto il grande quadrato
suddetto, e però viene valutato a 199,804. Detratto adunque dal quadrato sulla
AB ~ 200,700. rimarranno per residuo 896=:BH. Dunque la di lui metà, ossia il
quadralo sulla R N, sarà eguale a 448. La porzione ANMD è uguale al maggior
termine del binomio, più il complemento. Dunque questa porzione sarà 213,184,
Detratta dunque la porzione A 11 S D uguale alla metà di tutto il grande
quadrato, rimarrà la lista R N M S ni 1 3,380. La sua metà dunque sarà n: 6600.
Ma se da questa metà vengano detratti 448, eguale al quadrato della lesta della
lista, rimangono 6242. Dunque la lista accollata al minor quadrato del binomio
sarà zr 6242. Ottenuto questo valore, formiamo un gnomone, nel quale il primo
braccio sia 6242, e dibattiamo dallo stesso il 448. Avremo 5794. Duplichiamolo,
ed aggiungiamo il 448. Avremo in tutto 12,036. Dibattiamo questa squadra dal
quadralo LA E C, e seguiamone il residuo. Di nuovo spingiamo Boperazione fin
dove può giungere. Che cosa otterremo? I. Dopo dodici sottrazioni abbiamo per
residuo 390. Ma questo 390 era appunto il nome del quadralo del minor cateto
del binomio maggiore anteriore all’assimilazione. Dunque abbiamo qui per via di
successiva sottrazione gammata il termine primo del binomio restituito come
prima. IL Questo nome porla per suo estremo di confronto 448, e per complementi
due nomi identici di 418. Quanto al 448, sappiamo essere il quadrato deli7
eccesso del termine maggiore sul minore; e quanto al 41 8? nome d’ogni
complemento, si dimostra essere egli appunto il bino* mio partilo e completalo
della ragione del simplo e triplo essenzialmente legato al triangolo
equilatero, cui gli antichi ponevano come simbolo della Divinità. III. Se da
418 dibattete 390, rimangono 28. Ripetete il 28, unitelo a 390: avrete 446.
Dibatteteli da 448: rimarranno 2. Ecco lo schema : 2 28 28 390 30 418 448 Pieno
d7 infinito senso e di somma importanza si è questo schema; perocché
dall’impero della pluralità si passa sotto quello della singolarità ^ e però si
accenna un importante passaggio teoretico, che vedesi appartenere allo sviluppo
delle ragioni di 13 a 17, la somma delle quali è il 30. IV. Preso il binomio
partito del simplo e triplo co7 suoi complementi, espresso dal numero 418, e
fatto esso stesso servire di complemento alle altre due grandezze
monogrammatiche corrispondenti di 448 e 390, ne nasce il seguente schema : |
390 418 | 418 448 808 866 1 674 Ouesli numeri sono suscettibili di divisione
senza frazioni. Quindi dividendo tutto per mela, abbiamo: 1 Vi 8 1 WS 20.9 X
209 22 4 404 438 837 4Xukip]icale estremi e rnedii: voi avrete per di Ile rem a
I fra i priftiotli, benché fra 195 e 224 siavi la differenza di 29. j1 1‘wdralo
avente per radice 1 4 =190. ile ma Lo di un'uuità 1 9n. Così pure il quadrato
di 1 5 = 225, scemato di un’ uniti = 224 Dall’altra parte poi 195= 13X15, e 224
= 14X10. Parimente 209 = 19X1 I. Prendete la figura iutiera: avrete 3(1 xfl 4.
3'2x 14, 22X19, ovvero 3Sx 1 1 A I. Ma ciò oli e importa sopra lui Io di rii e
va r c ss c 1 V n i/ìe tizio n t?, ossìa meglio il germe della mi è fica zi quo
particolare clic otteniamo (la tutto questo processo, il quale nelle altre
nostre costruzioni non era possìbile di ottenere colla eterogeneità dell’ unità
e della pluralità. g 142. Osservazioni algoritmiche incidenti. Prima
osservazione . Il valore del minimo di primo grado à ugnale a due. Quello del
secondo e dei eotiseguenlt luguale alla quarta potenza duplicata della
differenza primitiva fra il quadrato della media proporzionale c quello del
raggio. Seconda osservazione sul passaggio dal superficiale al lineare. Le
disquisizioni antecedenti cadono sui due primi casi, nei quali si può
luminosamente praticare IJ metodo di assimilazione, e ricavare ìt minìmo
relativo clic forma la luce iniziativa eli tutta In valutarne. Il primo caso è
quello, nel quale adoperando i più ristretti valori, il quadrato ddJa media
differisce da quello del raggio del quadrato unoIvi la proporzione ira i due
termini del primo binomio è continua, come per esempi 2 9 2 : 3 s 3 : 4, oc. Il
seco ej do caso poi è quello, nel quale sì i quadrati dei mezzi termini, cito
quelli del binomio impóstati, differiscono dal quadrato quattro de im
mediatameli le sussegue quello delibo. Nei primo caso abbiamo trovato die,
faLta F assimilazione, il minimo riesce uguale a 2 $ u per fi eia J e, N el
secondo caso p pi ri esce se m p re u gua le a 32: Lacchè costituisce la quinta
potenza di 2 lineare. Onesta valutazione proporzionale JYt trovata anche comune
agli altri gradi, elevando cioè il co me lineare primitivo, che forma la
disianza fra il raggio e la media, alla quarta potenza duplicata (0. Ora qui
cade un’osservazione subalterna. Assumendo ogni quadrato perfetto del raggio,
si può dal superficiale passare al lineare, e costruire quadrati d’ ipotenuse e
di cateti tutti commensurabili; Ioccbè apre l’adito ad una nuova specie di
calcolo, dirò così, di suddivisione, ed a procedere dall’ esteriore all’
interiore Geometria, e dalla valutazione delle grandezze impostate alla
valutazione delle grandezze dipendenti o associate per logica compotenza, ec.
ec. Noi abbiamo mostralo il metodo di primo grado nel 132 col sottrarre 1’ uno
quadrato da una parte, e coll’ aggiungerlo all’ altra, e col duplicare la
radice del dato numero quadralo. Abbiamo quindi segnala la serie di questi
cateti e di queste ipotenuse tutte commensurabili, formanti lo stesso corpo di
figura. Ma questo magistero ristretto allumo relativo e alla duplicazione della
radice del quadrato assunto, era appunto correlativo al primo grado solamente.
Ora soggiungo, che anche usando del 4 si ottiene la serie della triplice
commensurabilità: e, quel eh’ è più, eh’ essa può essere derivata dalla stessa
fonte materiale geometrica. Per intendere questa particolarità conviene
rammentarsi che lo stesso diametro diviso in sei parti ci ha somministrato le
prime valutazioni per il sim (i) Qui ricorre alla mente una doppia analogia fra
il lineare ed il superficiale. Abbiamo veduto nella costruzione
tricommensurabile, l'atta coi quadrati che appellammo peregrini, che da tutte
le fissate ipotenuse maggiori del 5o detraendo questo numero io quintuplicato,
si ricavano gli altri due cateti razionali. La maggioreo minore lunghezza non
contrappone ostacolo. Così nel caso nostro, oltre l’unità metrica dividente il
diametro, quando la media sia linearmente incommensurabile (fatta l’
assimilazione come sopra), detraendo la quarta potenza duplicata del numero
lineare intercetto fra il raggio e la media, si ottiene il ripartimento dell area
del quadrato di questa intercetta. Più ancora abbiamo veduto (pag. 1 336) che
il nome medio e quasi reggitore delle compotenze si è il 1 6 0, la cui radice è
i3. Qui se osserviamo la serie lineare seconda, che daiemo più sotto, si trova
che il numero delle parti della prima ipotenusa è u, e quindi il suo quadrato è
169. Se poi osserviamo nella va lutazione fatta sì dall’approssimatore, clic
altrimenti, quale sia il medio fra il simplo e il duplo paragonati in primo
grado, troviamo pure lo stesso 169. 1° 1 169 /|o8 239 577 816 Sembra dunque che
come il 5 o il 10 è costituito primo reggitore dell’ zz/zitó, il i3 lo sia
della pluralità. L’uno e l’altro però sostengono fra loro la relazione di
estremi : talché se ognuno nel proprio zodiaco regge le rispettive serie, havvi
fra loro un altro medio che può associarli e reggerli ad un solo tratto. Quanto
al lineare, ne veggiamo la traccia ; perocché nella fig. XVIII. tav. I. la
linea A G; è uguale a 5, e la stessa prolungata in DF' è / l uguale a 10,
ovvero AL~ 10, eDF— i3. lJio e duplo, come ce le ha somministrate per il simplo
e il quintuplo. Periodi è il quadrato del raggio eguale a 9 è riuscito in
entrambe il primo termine costante di conlronto e di consociazione, e quindi
elemento di assimilazione. Ora volendo convertire il superficiale in lineare ad
oggetto di tessere una serie indefinita, nella quale si abbia la triplice
simultanea commensurabilità dell’ ipotenusa e dei cateti anche colla
sottrazione ea addizione del 4, come l’avemmo coll’1, questo stesso 9serve al
medesimo scopo. Eccone la prima sorgente. Grado I. Grado II. 9—1=8 8X 8= 64
3X2= 6 CX 6= 36 9+1=10 10X19=100 9 4= 5 5X 5= 25 3X4 = 12 12X12 = 144 9+4=13
13X13 = 169 Mirate ora I esempio II., prodotto in nota alla pag. 1360, e voi
vedrete che nel primo grado si può tentare l’esperimento sul quadrato anteriore
di 2, cioè 4. Ma l’esperimento comune non può essere eseguito che in quello
della radice 3, cioè 9 (0. Se voi proseguirete gli esperimenti sui quadrati
successivi delle radici 4, 5, 6, 7 ec.5 voi troverete tanto fra le ipotenuse
quanto fra i cateti ottenuti per la sottrazione costante di 4 la progressiva
differenza di 7, 9, 1 1, 13 ec., e fra i cateti fatti per la moltiplicazione
della radice col moltiplicatore costante 4 voi troverete la differenza di 4.
Paragonando poi le due serie di primo e di secondo grado fra di loro, voi
troverete che si può passare da una all’altra, aggiungendo alle ipotenuse di
primo grado la serie intermedia di 0, 2, 4, 6, 8, 10, ec. Con quest aggiunta
ogni ipotenusa di primo grado diventa cateto di detrazione di secondo grado.
Duplicando poi l’aggiunta suddetta, e facendo 8, 10, 12, 14, 16 ec., ed
aggiungendoli alle rispettive ipotenuse della prima serie, voi pareggiate le
ipotenuse della seconda. Per vedere tutto questo si faccia attenzione alle
seguenti due serie, esprimenti misure lineari. La prima appartiene al primo
grado, del quale abbiamo già parlalo nel Discorso quinto; la seconda appartiene
al secondo grado, del quale ora parliamo. (i) Io prego di ricordar qui il
problema così dello postumo di Leibnilz, inserito nel tomo III. delle sue Opere
minori s pag. 4, 22 I, apre I adito ad una bellissima costruzione, e quindi ad
una luminosa analisi feconda di interiori ed esteriori rapporti co nipote
oziali. Qui non mi è permesso di estendermi a dare queste costruzioni coi loro
accessorie Bastar mi deve di aver somministralo alcuni sussidi] al calcolo
iniziativa, il quale formar deve oggetto dello studio primitivo delle
Matematiche. Debbo però avvertire, che dopo le prime costruzioni giova assai
più procedere dalle maggiori dimensioni alle minori, che dalle minori o dallo
zero di differenza alle maggiori. III. Prospetto unito delle serie delle
ipotenuse e dei cateti tutti commensurabili. A compimento necessario dei primi sussidii
del calcolo iniziativa ì cosa indispensabile di ravvisare il prospetto unito
delle serie delle ipotenuse e dei cateti tutti commensurabili. seguendo
l’ordine della tavola posometrica. Qui mi ristringo ai soli primi nove termini
componenti la tavola pitagorica, avvertendo che questo prospetto abbisogna
d’essere ampliato per compiere almeno il primo stadio. La tavola D annessa al
presente Discorso offre questo prospetto. r^re direzioni conviene rilevare nei
termini che compongono il prospetto. La prima è quella dal basso all’alto, che
appeller erao verticale^ la seconda da sinistra a diritta, che appelleremo
orizzontale,• la terza dalla punta sinistra della base al vertice, che
appelleremo trasversale od obbliqua. Golia prima e coll’ultima si passa pei successivi
gradi del prospetto 5 colla seconda si percorrono i termini successivi dello
stesso grado. Il grado è costituito dall 'identità del quadrato, che sempre si
sottrae dai successivi. Cosi nel primo grado si sottrae sempre il quadrato 1,
nel secondo il 4, nel terzo il 9, nel quarto il 16, nel quinto il 25, ec. ec.
II. Nella direzioue verticale salendo dal basso all’alto, e segnando la
differenza fra le ipotenuse dei diversi gradi, si trova sempre la progressione
di 3, 5, T, 9, ec. CO. Nella direzione orizzontale la differenza procede colla
stessa progressione: ma il primo termine in ogni grado non incomincia sempre
collo stesso termine come nella verticale, ma o col secondo, o col terzo, o col
quarto, ec., a norma che il grado è più o meno rimoto dal primo segnalo col 5.
Quanto alla trasversale, le differenze procedono colla progressione di 85 1 2 1
6. 20. 24. ec. ec. * come vedesi appunto al 12G, pag. 1324. 111. E qui cade un’
importante osservazione. La serie espressa alla pagina suddetta segna le radici
sulle quali cadono i guornoui di nome quadrato della tavola posomelrica annessa
al Discorso III. Ora confroutando il prospetto D, si vede che questa serie è
appunto la trasversale sopra notata. Ma iu questa trasversale si colgono
soltauto i capi primi di ogni grado successivo, e non si percorre mai il grado
stesso. Dunque la serie dei nomi, sui quali cadono i gnomoni aritmeticamente
quadrati, contiene i capolista d’ogni grado successivo. Questi capolista
lineari, come vedesi alla delta pag. 1324, sono formali in una maniera, dirò
così, concatenata, perchè vengono formali unendo il secondo membro del nome
antecedente col primo del susseguente. Si può dire adunque che la trasversale,
la quale va a finire nella punta della piramide, rassomigli ad un ramo della
catena omerica dell’algoritmo primitivo. Rammentiamo qui, che con questo stesso
magistero procede appunto la tavola B annessa al precedente Discorso. In essa
viene esposta la serie delle proporzioni continue, in modo che il membro
maggiore del quadrato antecedente forma appunto la prima parte del susseguente,
come nella serie razionale ora prodotta il uome quadrato antecedente forma la
prima parte della radice susseguente. IV. La sola metà del primo stadio di
questa serie trasversale fu segnata nella tavola D $ perocché dev’essere spinta
fino al grado 20, irn V/ 29 V 20 v/21 portante il nome lineare di 841, formante
la somma di 400 e 441; e però 1’ ultima differenza fra un ipotenusa e l’altra
dev’essere di 90. Questo grado è il primo punto di riposo, un gran centro ed un
gran nodo pieno di luce algoritmica. V. E qui non posso contenermi dal far
osservare, che fatto il diametro di 58 e i cateti di 40 e 42 cotanto vicini
all’eguaglianza, e che rappresentano una specie di equatore algoritmico, si fa
nascere una spuria incommensurabilità fra i segmenti dell’ ipotenusa ed altri,
per togliere la quale convien convertire i nomi superficiali in lineari, e
giungere appunto alla dimensione suddetta di 841 del raggio. Così per una legge
comune il grado 20 compatto, formato dai quadrati .400 e 441, che forma il
primo termine di riposo posometrico, da superficiale si converte in lineare.
VI. Quanto alle serie orizzontali conviene rammentar qui le cose dette
nell’antecedenle Discorso dalla pag. 1328 alla 1340. Due cose distinte debbomi
ivi rilevare, I.;ì prima si ò la seria propria, :i cui sin ia mezzo il 169,
quadralo di 13; e 1* altra la serio disimi &[ anteriore * che finisce col
oli. Mirale il quadro iu seri to alla par*, Jj$j Ivi vedete k cinque prime
case, che dal 20 vanno al 50; e poi redele le altee olio, che dal 61 procedono
avanti. Le prime cinque apparta* £oao ai ll» il cui capolista è 26: le altri?
ad un aliro.it cui a polista è Gl. Il prospetto D vi segua il luogo competente.
Per vederi! auche questo innesto esaminate il quinto grado del prospetto R Tvi
vedete in capolista i due cateti 11 e 60, e V ipotcnusa 61. il nome del vm
minore, cioè 1 I, è Identico col quarte termine progressivo della dilL ronza 5.
L 9, 1 L Volendo voi procedere dal 6! in ordine relrogra^ colla progressione
suddetta farete 61 11 56 | 50 9 ^4l | 1 fJ i | o-j 3 29 | 29 3 =z 26* Ora
mirale il premito Bv e voi vedrete clic dal piano del primo senliuo del grado
quia tosi passa ad una linea i magi n a ria di 50, duplo di 25, che vedete in
fidate di sotto. Indi si scende immediatamente a! primo scalino degrada,
quarto, e si Locca Pipoteuusa 4L Qui si cala giù a piombo, ossia pia verticale,
e s’ incontrano appunto il 34, il 29 e il 26. La progressione continuala
salendo, qui vien fatta nella segaeMff maniera : Grado L verticale* 20 3 IL 29
HI. 34 IV. 41 Qui dal nome dell’ipotenusa 41 si passa al quadralo assurte 25, e
si duplica, così si fa il numero 50, il quale dista di 9 da 4L e dì 11 da 61. \
IL 11 grado al quale come capolista appartiene il 61 è il grado quieto di
questo primo prospetto. JNel prospelte non vergiamo che il ramo destro di
queste grado ; il ramo sinistro è soppresso. Esso pur .litro vedasi esposto ,
nelle quali abhiBfma insistite sulTanalist dei termini, dell* economia e della
compoteu/.a propria di questo grado. Importava assaissimo per P algoritmo il
ponderate a preferenza i rapporti di questo grado medio, perocché da lui si
apaade una luce dolina vastissima possanza. vili. Se voi vi arresta! e ad
esanimare la posizione maierìale di questa grado, voi lo vedete chiuso di sopra
e di sotto dà due serie, lo quali fanno, dirò così, causa coli Ini, e le quali
costituiscono ì due ESTitEVti paradelli, Ira i quali egli sla nel mezzo. Tutto
il prospetto pertanto si può figurare riparlilo in tre grandi, zone contigue,
ognuna composta di tre gradi. La prima contiene i gradi pili compatti: la
seconda i medi! più vitali e ró.m potenziali ; la terza i più dettagliali. La
pjù in fi nenie e la più ricca di lami riesce la media, perocché in essa conlluiscono
i rapporti coni potenzia li di tulio questo primo prospetta. IX, E qui lue orni
nciando ad esaminare V ultimo termine segualo dall* ipotenusa 109 . che forma
il centro di questo grado, voi trovale □el grado superiore e nell’ inferiore le
rispettive ipotcnuse coi loro cateti star fra di loro colle ragioni di 3, 4, 5,
come stanno naturalmente sempre nella ragione della divisione quinaria del
diametro., per rendere ;d oTado 50 tulle le linee del binomio incrociato
commensurabili. Nello c stesso tempo le misuro dei cateti rispettivi dell*
ipotenusa 169 vengono fissale coi rapporti della più vicina «gangliari za, cioè
in 120 e 111), Se esaminate la tavola poso metrica, voi al grado 26 del
paragono avete ì cateti di costruzione peregrina eguali a IO e 24, c f'
ipotcnusa eguale a 26, Togliete 13 n commensurabilità spuria, e voi ridurrete
il raggio a 1 60, tiuVrdinata a 11 9, e Fasclssa a 120. Così in questo
prospetto avete naturalmente l'ultima liquidazione della triplice
commensurabilità, come Fa veste negli altri gradi. Quando i tèrmi ni si
avvicinano così all’ eguaglianza come qui, e nell equa loro del grado 29, si
possono infine alternare le linee, e costruire 1 lati superficiali, Allora la
Geometria è al suo colmo. X. Il magistero algoritmico che presiede alla
formazione di questo prospetto e unico ed invariabile; le qualunque grado dal
quadrato aritmetico assunto còme capo di lista si sottrae il più vicino minore.
11 residuo forma la misura del primo cateto, c pei' conseguenza la prima radice
od il primo termine del binomio. Golia doppia radice del quadralo sottratto si
moltiplica la radice del quadrato assunto, e col prodotto si costituisce la
misura del secondo cateto e il secondo termine del binomio. Fin film ente al
quadrata assunto si aggiunge il quadralo di sottrazione, e culla somma
risultante sì costituisce la misura dell* ipotenusa, ossia la radi oc del terzo
quadrato complessivo. Il modello del binomio algebrico limalo, qual. ih da noi
offerto all \ png. 1351, non apparitene elio al hinowio pttrt'Ho* e non serve
punto .il Tu fri. T, t)1 ì W8 mromio sommato ragionale co me questo, Pormi
coUstn una lacuna da; doveva essere supplito nei primi elementi, XI [ sondo tli
questo magistero, nei due primi gradi nasce una perplessità, la quale non viene
lolla che al terzo. Nel primo grado respressìone delle due radicq che serve di
moltiplicatore, eccede nominalmente il quadrato sottrailo di 1, ed anzi Io
duplica per intero: nel secondo grado la dóppia radice del quadrato 4 sottratto
lo pareggia: e però liayvi una coincidenza di nomi, la quale lascia ambiguità
se si debba per nidifi pii calore assumere il quadrato sottratto 3 oppure la
doppia radice soli. Quest* ambiguità vieti tolta al terzo grado, e viene
dissipata per sempre nei successivi, ne' quali si vede che la doppia radice del
quadrato sottratto forma il vero ed unico moltiplicatore della radice del
quadrato assunto, onde costituire il secondo cateto, che direi ih
fitQltiplicftzionG, come II primo è di soìtrazione* Cosi a nell e in questo
caso si palesa ì' indole logica fonda mentale della relazione ternaria : e si
conferma che se il 2 segua distinzione* non somministra un completo giudizio.
Per lo contrario col ternario si sviluppa il discernimento, e si conclude il
giudizio. Ciò è conforme ai priaci pii logici e geometrici tli già esposti nel
*2G ed altrove. Cosi dirsi può che il primo numero logico e y ora mente
razionale è il 3; come il primo puramente discretivo ò il % 11 primo
complessivo è il il primo associ a. ni e poi è il 7. Nelle perfette costruzioni
algoritmiche conviene pa mente a queste proprietà, s tantoché quelle che noi
chiamiamo p copra, tu dei numeri altro realmente non sono che leggi necessarie
logiche della niente umana nel pensare alla quantità, Perla qual cosa dopo h
notizia generica delle proporzioni tassa Le conviene assumere divisioni ? e
stabi lire valori d’uua piena virtù e di una completa com potenza. XII. Fu già
cìa noi osservato col LeìbnitZj che il |ud#cipio tinte lice di tutte le figli
re geometriche rettilinee si riduce al triangolo* clH chiamo questa
considerazione alla Geometria sistematica ? noi tsoviamo che il parlilo di
studiare il quadrato, e quindi il triangolo rettan^o o* è una strada di mezzo
fra le gradua te situazioni che presenta r Puo stesso triangolo, Diffatti,
consultando il Già vio nel Tu Iti mo suo 1 eon^1 accessorio al Teorema ,
corrispondente alla famosa Proposizione n. di Euclide, col quale in una guisa
più generale di quella di I Appo 1 mostra l'eguaglianza rispettiva dei para le
Ilo grammi costituiti sopm i di un triàngolo qualunque d \ noi ci accorgiamo
che un angolo I t ) È rtc/ii/ì s Eie ni ce tv ru w 1*3 J>, XV, L Ih, I. p,
^i.Rom ac, apriti Burlliolo ai 1(111 ^ ' 1 aL/1 golo gradualmente avvicinandosi
al cello, la proposizione pluagorlca forma ini solo grado di no a più generalo
teoria, XI li. Più ancora* per passare alle curve geome D i che fingete per
primo esempio il seguente. Da un piano orizzontale alzale due perpendicolari
paraletle Furia, all’ altra indefinita mente. La lista che ne nasce veofTa
divisa per mela da un* altra slmile paralella perpendicolare indefinita, Sulla
base orizzontale potete alzare lauti successivi triangoli, i quali abbiano
lutti una base comune, ed i vertici dei quali cadano luLli stilla parai dia di
mezzo. Cosi successiva mente Fangolo ve ri [calo di ognuno Susseguentediverrà
sempre più acuto del precedente* che sta di sotto. Oui paiole variare le
distanze di questi vertice Fingiamo che ira I uno e l'altro vertice passino le
distanze potenziali degli eccessi del duplo, triplo, quadruplo, quintuplo ec.
superficiali. Falla questa costruzione, dividete in due parti quesla lista, e
ponete ad angolo retto le due parti, in modo che ogni semilriangolo abbia
l'origine delle sue ipotcnuse in un solo punto. Voi farete una squadra, colla
quale alzando e congiungendo le rispettive parcelle, disegnerete i punti pei
quali passa un* iperbole. Questa iperbole congiungerà i punti angolari dei
rettangoli appartenenti alle diverse proporzioni continue sopra figurate. Il
lato esteriore delle due liste rappresenterà gli assi titoli deifi Iperbole*
Ciò sia dello come esempio delle, costruzioni sistematiche risanar Jan lì i
rapporti com potenziali geometrici, ì quali sembrano Ira loro eterogenei. 14:!.
Riflessioni relative al metodo sovra esposto. Arrestiamo per un momento ì
nostri passi, e riflettiamo uu poco su quello che abbiamo fatto, c sui mezzi
tanto materiali quanto intellettuali die abbiamo Impiegati. Pensiamo che
abbiamo un sommo bisogno cT inferire una coscienza matematica^ e che qui non si
tratta di dimostrar teoremi o di sciogliere problemi, ma di accennare soltanto
alcuni traili principali del metodo del più facile e del più naturale primitivo
insegnamento, In conseguenza di ciò discendo alle seguenti riflessioni. Dtii
modelli di proposta c iti funzione. Osserva?. ion è sull’ 1x50 elei medio, I
/esposizione dei primi passi delTalgorUmo dei continui dittici fatta si lì qui
sembrerà lunga, perchè lu analitica, 0 perchè si trattò di esporre uu nuovo. 0.
a dir meglio, un dimenticato arlifìciò. Ma. la loro esecuzione pratica é rapida
. semplice» evidente, e quasi intuitiva. Essa è resa visibile dai modelli
sensibili di proposta e di funzione^ che furono da uoi impiegati (vcd. '1 IG\
Quanto ai modelli di proposta . uoi abbiamo usalo due binomii incrociali -t dei
quali abbiamo giù giustificata la necessità* l' imporla nza e la fecondità
logica ;ved. 120). Quanto poi ai modelli dì funzione^ noi ne abbiamo impiegati
sei, a norma delle operazioni algoritmiche occorrenti alla \ abitazione, Questi
sei modelli sono i seguenti: cioè L 11 vicnio. clie voi ve de Le nella fig. I.
della lav, II. IL La squadra, clic risulta dalla immissione di un quadralo:
minore dentro mi maggiore, come nelle figure l\. e XIV. Parte IL tav, 1. HI. Il
eTn'ovtiq partito dellé grandezze principali*, come per esempio nella fig* XII.
tav. I. Ivi il quadrato A E l G forma la prima grande^za. e il quadrato 1 II 13
F forma la seconda. IY. li in parti ronK. quale voi vedete nella fig* I\* tav.
IL 1 /associa n te progressivo. quale sta descritto nelle figure M. VII. e VIIL
della tav. 11. VL Finalmente f approssimato he di equazione, quale sta esposLo
nella fìg. XII. della stessa tav. 11. Questi sei modelli sensìbili sono
perpetui e di un uso universale. JUspetto al ai omo però occorre una
osservazione 5 ed. è: eia og li con k universale se non nel caso delle
composizioni dimezzate ^ le quali sci vono a fissare la mole media allorché ci
restringiamo a con templare e ad agire entro V unita circolare. Del rimanente,
allorquando si vaglia passare a modelli composti e complessivi, dei quali non
In ancora pailn I o5 conviene adoperare tutto intiero il rettangolo o quadri 3
ungo interno* Io mi spiego. Mirale le figure \\. e XYL della lav. IVói ivi
vedete il ' risultato dì 35; quindi quello del L ll,*la delia lista sì dovette
dividere iti IT, b Questo in co li veti leu Lo non &au accaduto, se
avessimo prese le due principali grandezze nella b|T0 t'-'ul beta. E però la
regola vuole allora elic si duplichi il valore del mino1 * mine del binomio in crociato:
e invece di prendere la sola arca Jcl ftaiti golo rettangolo per complemento,
.sì deve prendere tutto il quabi ' H ' L c&-e-, la divisa di sensualismo*
nel mentre pure eli e Condrite è quel desso die La a minutalo come fondamento
essere 1 universo un fenomeno ideale,, nel scuso sopra spiegato, e nel mentre
che Gouddlac Ila arricchito la filosofia della bella e fondamentale teoria
della forma/, ione delle idee astratte et della loro associazione, mediante le
quali veniamo sottratti dalla schiavitù dei sensii quali ci assoggÉftavano al
solo corso fortuito della esterne impressioni? lo prescindo dai liLoli di
benemerenza che Condì] he si è acquistato applicando 3 a sua teorìa alTarte di
pensare e di scrivere: cosa che niun trascendentalista assoluto potrà fare
giammai. Dirò solamente., che se la lingua del calcolo non piacque come opera
matematica al sig. Wronski ciò nulla detrae al merito di Condillac 5 il quale
non si propose di trattare della filosofia della Ma tematica, ma solamente
volle offrire oaJ iti astrazione della sua teoria in fallo di linguaggio^ q
nulla più. Leggasi il solo frontispizio dell’Opera, c si rileverà la prova di
quel che dicoEccolo come sia nelf edizione di Parigi di Carlo llouel* dell’anno
sesto repubblicano* m La langue des calcola onvragc posili u me et Cementai re,
imprime » sur les manuscrits aulograpLes de l’autonr. dans le quel des
observa>s tious fai ics sur Ics coni m enee me ns et les progni: s de celle
I angue, deil, moulrent Ics vices des langues vulgaircs, et fo ut voir coni
meni un » pourroit; dans toulcs Ics Sciences*, reduire Lari de raisouner à urie
Irm>j gue bieii fai Le* » Leggasi l’Opera, e si troverà no limpidissimo
dizionario filosofico h He primitive nozioni algoritmiche,, la lettura del
quale noti saprebbesi mai raccomandare abbastanza agli apprendenti per
calcolare con una esplicita coscienza^ lontana del pari dal cieco meccanismo
degli empiristi, che dalli: : sfumate elaborazioni dei trascende ala listi. La
difesa dello dottrine di Goudillae e inseparabile da quella dei progressi della
coscienza fi toso fica anche in Matematica* Cosi pure l’esame dell’Opera del
sig. Wronski da me vico fatto sellante colla mira dì porre in evidenza i
principia e te regole della matematica filosofia* in quanto specialmente
concerne l insegnamento primitivo* l. ua critica fatta di proposito della sua
Opera esìgerebbe ben altro lavoro. Lo mi contenterò dunque di Irascegliere
solamente quei tratti i quali riguardano direttamente L’oggetto di questi mici
Discorsi. L’Opera del sig. Wroushi, alla quale egli diede il pomposo titolo d
'Litmduzione affa jilosùjia delle Matematiche, altro veramente non fi che un
saggio di metafisica aritmetica. Io nou voglio entrare ad esaminare gli
algoritmi dell’ autore* sì perchè qui non esibisco vermi Trattato di
Matematica, e sì perchè non amo di eccedere la sfera del primitivo
inseguamenlo. Mi restringerò dunque a sfiorare quegli aspetti i quali
convengono aU’assunlo di questi Discorsi. Le mie censure versano sulle
opinioni. Io rispetto assai la persona del sig. "Wronski, e nulla detraggo
alla possanza de’suoi calcoli. Io anzi godo di vedere che lo spirilo eminente e
filosofico delle sue teorie (comunque espresse con un gergo per noi strano)
collima collo spirito fondamentale della vera arte matematica. 145. Di alcune
nozioni preliminari del sig. Wronski. Le prime cinque pagine del libro del sig.
Wronski sono consacrale ad indicare V oggetto universale delle Matematiche, ed
a segnarne i grandi rami, per concentrarsi indi sulla parte teorica deiralgoritmo
numerico. Quanto all’oggetto esteriore ed interiore delle Matematiche, egli
ripete meramente le idee di Kant; quanto poi alla partizione loro, egli ripete
la solila divisione della Matematica in pura ed applicata. Egli suddivide la
pura in due rami, l’uno dei quali egli ascrive alla Geometria e l’altro alla
scienza numerica astratta, ch’egli chiama Algoritnua. In ognuna di esse
distingue la parte dimostrativa dalla parte precettiva. Alla prima dà il nome
di teoria, alla seconda di tecnica. I teoremi appartengono alla prima ; i
canoni o le regole alla seconda. Ciò tutto era uotorio. Il sig. "Wronski
premette tutte queste nozioni alla sua Introduzione alla filosofia delle
Matematiche. Noi dunque avevamo diritto di aspettarci qualche cosa di filosofico
in questo ingresso. Noi tanto pai potevamo pretenderlo, quanto più è certo
ch’egli, dopo un breve esoidio sul complesso della disciplina, concentrò il suo
lavoro sulla parte numerica astratta. Ora che cosa ha egli fatto? Le nozioni
preliminari, ripetute colla scorta di Kant, parte sono false, e parte nulle.
Eccone le piove. Se voi domandate al signor Wronski che cosa sia la Matematica,
egli nou vi risponde con una categorica definizione; ma vi dice solamente, che
la forme, la manière détre de la nature ou clu monde phjsique est l'objet
generai des Mathémcitiques. Gli scolastici distinguevano la sostanza dalla
forma, come si distingue la materia dalla figlirai ma nello stesso tempo i più
giudiziosi confessavano che la forma non è che un modo di essere della sostanza,
di maniera che la forma do» Può sussistere per sè stessa, come la figura d’uu
corpo nou può esistere senza di lui. Con ciò la cosa si risolveva nel dire, che
in realtà la forma altro non era che la stessa sostanza così esìstente, e che
Ja distinzione dell una dall altra non era die puramente mentale* Fin qui non
avvi nulla che ripugni alla ragione. Ma queste Idee impastata dal t rasc&n
d e u t ali fi m o assoluto som ministra no recipienti) nei quali si fa vedere
forma e contenuto, e Le monde » pliysiqtie presente, daos la causatile unii
intelligente, dans la nature*, » deux objets distìnets; Fun, qui est la forme ^
la manière dVlre^ Fa atre, » qui est le conienti} Fessence mème de Faci imi
plmupe. Con queste parole s’intnfiiì a qii Introduzione alla filosofìa delie
Matematiche, .Analizziamo questo passo. Quali sono i primi nominativi di questa
sentenza? il mondo fisico, una causalità noti intelligente nella natura. Ma
parlando filoso ficamen te, che cosa è e può essere rispetto a noi questo mondo
fisico, fuorché un fenomeno ideale in noi eccita Lo dfi [Fazione e reazione ira
qualche cosa ^incognito che crediamo esistere fuori di noi, e fmert? nostro
pensante? Questa è una verità rigorosa, la quale emana dal fatto, che Funaio
pensa ole non esce mai da sé stesso, e non può nè vedere nè render conto se non
di ciò cV egli vede e sento in se stesso. Ciò posto, il mondo fisico si risolvo
realmente nel complesso dello idee da noi attribuito ad oggetti esterni, e
nulla piò. bissata questa nozione, la sola filosofica possìbile, io distinguo
nel mondo esteriore tanto particolarità, quante ne distinguo nelle idee da me
attribuite ad oggetti esterni, i quali essendo lutti individuali^ altro
concetto non mi som ministra no, che quello di cose semplici o complesso, le
quali in diversa guisa affettano ì miei sensi, o, a dir meglio, suscitano in me
ideo e sentimenti che io classifico secondo ì mezzi pei quali mi figuro che
vengano iu me suscitati. lo quindi non conosco nò posso conoscere cause prime ;
ma altro non conosco, che effetti seconda rii e di puro rapporto. Questi
effetti non sono che idee mie, le quali Io debbo riguardare come segni reali dt
effettiva corrispondenza ? e ualla più. Ma non conoscendo le cose esterne nella
lóro realtà, ma veggendole per speculato et in enìgmateò lungi che Io possa
ragionare di causalità intelligente o non intelligente} e peggio poi dell* ras
tr stessa dell' azione fisica (come pretende il sig, Wronski ), io mi veggo
cestro Ito a limitarmi al puro l'atto delle apparenze.. e delle apparenze che
accadono nel mio essere senziente, L1 essenza dell* azione fisica*. secondo il
sì g. Wronski, forma il contenuto. lo so che il cibo è contenuto in un ventre,
come so clic un liquido è con Lo nulo in un vaso^ ma contesso di non saper
comprendere come T me/Crt delazione fisica possa divenire contenuto di qualche
cosa. Agire è lo slesso clic prodarre uq certo effetto. l'azione mm è che Ve
servìzio di una forza, ossia ima funzione di un èssere attivo. Laute reale,
l'auto esistente, e la sola cosa di fatto esistente in natura, Lersenza logica
di mi azione consìste nei caratteri eli e la contraddistinguono da qualunque
altra cosa. Come applicare a lotte queste idee il carattere di colite tutto/
Per contenuto intende forse l’ cute esistente? In tal caso egli contiene se
stesso, ossia esiste cornac, e nulla più: continente e contenuto è inumilo. La
causalità non intelligente deila natura formali recipiente . e questo
recipiente presenta appunto forma e contenuto, Ma ciac cosa ù questa causai Uh
non intelligente ? Jl forse la materia} ù forse la chimera scolastica ? Che
diavolo è mai essa? Dobbiamo fera1 apprendere la trascendentale filosofia per
mezzo di sibilimi! e ili strambotti? Gli eqiiipondialiter e gli archi gingie c
di alcuni scolastici dui medio evo erano modi eleganti in confronto di questo.
Forma e maniera di essere sono tu IL’ imo pel signor W'roùsH La forma sin qui
fu riguardata come una delle qualità essenziali dei colpi; ma ogni maniera di
essere del corpi nou fu mai ridotta alla sola forma. Le maniere dì essere
risultano da tutto il complesso delle qualità essenziali, e non da una sola dì
queste qualità. Quando II sìg. W reo sii ami di dir cose ragionevoli, o parli
diversamente . o si degni almeno di darci d suo dizionario. a La deducimi! de celle
dualità de la nature, prosegue Wronski appartieni à la Philosnpliie: uous nous
conteuterous iti i de nòtre savoiiq eL uommèmenl daus la diversi! ó qui se t
rotivi calie >> le lois transcéndantales de la sensibili te (de la
recepibile de notte » voi r), e! des lois Iranscendantales de Tenie □ de meni
(de fa spontanulc 3> ou de racliviLÓ de no tre savoir). (Tesi, ca effet,
dans la divergile {1U1 jj roani te de Tappi ìcation do ces lois ani pljcuomèues
donnea a postene » ri, que consiste la dualità de T aspect sous le quel se
presente la ualA1 ?; re; duali E e quo iious raugoons, conduits de nonveau par
des bbs tia“ >y scénda □ talea, sous Ics conceptìons de forme et de conteim
du 1110,1 c p pi iy si que. » ff Or Informe^ la manière d'étre de. la nature,
ou du monde ph)ftl » que. est lèda jet gèuèràl des Matiiììmatiques f et sou
contenti^ &ml cS" ii scuce meme est Tobjel gè udrai de la Pitystquti.
Mala laissnns celle deiti i ère. pour ue nous occupar icl que des
MatLèmatiquOs. » Clie cosa vegliamo in questo passo? Clic Fautore pretende di
ghermire le esisf.jvze stesse componenti il mondo ìsico. Con queste ptcf.csi
non siamo forse gettali u elio plebe© Illusioni^ lo quali precèdettero la
nascila della Filosofia? Come? V essenza stessa del mondo fisico forma IVg^etto
generale delle scienze fisiche? Futti gii uomini di senso comune dichiara no
eoo De Buffon, che noi non solamente non conosciamo essenza alcuna.,, rna che
tulle le nostre fisiche teorie consistono nello spiegare un effetto meno
cognito e particolare mediante mi effetto più coguito c generale. Effetti c
puri effetti (e mai cause prime, o peggio poi essenze) noi conosciamo, e
possiamo solo conoscere. Volendo tradurre in un senso ragionevole h cose delle
dal signor VVi-ónski. pare thè ne esca il seguente scuso . La natura sì
presenta a noi sotto lui do (Mio aspetto, il quale nasce dalla nostra maniera
di vedere le cose, Ber questa maniera noi distinguiamo la sostanza e ì u fórma.
Alla prima appartengano gli attribuii essenziali: alla seconda le diverse maniere
di esistere ìu conseguenza di questi attributi e della loro azione. Posto
questo senso, la dualità da lui asserita riesce puramente mén tale, lassa
consiste nella distinzione da noi latta fra 1 idea deli essere. c quella dei
diversi modi coi quali egli può esistere . Ma col dirci tutto questo die cosa c
insegna egli? Passando all’ uomo interiore, la facoltà di sentire viene del
pari logicamente disilo La da quella di ragion ci re Fa il is l in z 1 o i u j
del senso dalla ragione è la uto antica, quanto è 1 a Filosofia, Abbisognavano
forse le Matematiche dJ incorni Gelare dall esordio dell' Ideologia, e da un
esordio così vago, per mostrare la loro generazione filosofica ? Proseguiamo. «
Informe dii monde pbysique, qui resulto de F apri pii calie n des lo i s tra
ascendati talea de la sensibilità aux phenommes » [PEANO successione GRICE] do
u n és a posterìot'ì* est le temps ponr tous Ics objeLs physiques cu » generai,
et Vespa ce pour Ics objels physiques extérieurs. » Spazio e, tèmpo
costituiscono, secondo II sig. AVronski, la forma del mondo fisico. L n spazio
è una forma; il tempo è una forma. Ma lo spazio e il tempo quale forma folca
possono essi avere? Più ancora: L’aggregato dei corpi, considerato intrìnseca
mente^ sarà dunque zero? Volendo parlare contro senso, non v’ha nulla di
meglio. L’ ombra è tutto, e il solido b nulla. k Qe sont dono les lois du temps
et de V espace, en considera rtt ces » derni èrs cornine appartenant aa monde
phjsìqne donne a posteriori, » qui font le pèritabie oh jet des Matliémaùques.
h L( £b appliqui! ut a u temps. considerò objeclivemeut comm e appari®» uant
au\ phònornónes pbjsiques doriùòs a posteriori. les lois trauscenri danlales du
sa voi r, et uommémont la première des lois de IV n terni e)i meni, la
quanlib-' prisc daus Loute sa generalità . il cu ròsulle la conception de la
succession des instans, et daus la plus grande abstra» clion la conception ou
plutòt le schema da nombre. De plus, eu ap» pliquant la méme loi
transcendantale à rintuition de l’espace, ce der» mèr etant de raème considerò
objectivemeut comme apparteuant aux » phénomènes physlques donnés a posteriori,
il en résulte la conception » de la conjonction des points, et daus la plus
grande abstraction la con» ception ou plutòt le schema de Yétendue . Ges deux
déterminations » particulières de l’objet generai des Malhématiques donnent
naissance » à deux branches des Mathématiques pures. La première a pour objet »
les nornbres : nous l’appellerous Algoritiimie. La seconde a pour ob» jet V
etejidue : c’est la Geometrie. . Esame delle nozioni preliminari suddette.
Eccoci finalmente entrati in argomento. Qui domando se la Filosofia possa
ricevere le nozioni somministrateci dall’autore. Egli, senza definirci che cosa
sia quantità, ci annunzia in un tuono assoluto, ch’essa forma la prima legge
dell’umano sapere. Fin qui si è sempre pensato che la quantità consistesse in
un attributo o in uno stato pel quale una cosa è suscettibile di aumento o
decremento, e però niuno al mondo sognò mai ch’essa fosse una legge dell’umano
sapere. Egli pretende con Kant, che l’idea del numero nasca dall’idea del
tempo. Ma il senso comune respinge questa sentenza, come un travolgimento della
naturale generazione della idea del numero. Ho già dimostrato nel Discorso
primo, che il concetto del numero è concetto individuo e complessivo .
Quest’idea è iuchiusa nelle definizioni del numero dateci dai matematici da
Euclide in qua. Ciò essenzialmente importa. che gli elementi omogenei siano
compresenti al nostro pensiero, e compresi sotto di un solo concetto; così che,
tolta questa simultaneità e consociazione, cessa l’idea propria di numero, e
soltentra quella di unità sgranate e disperse. Ma il carattere precipuo
dell’idea del tempo consiste nell’idea di successione. Se coll’ajuto della memoria
e della fantasia noi non ci formassimo l’idea complessa ed unica d’una serie
d’istanti o di esistenze, mai giungeremmo a creare l’idea individua del tempo,
e vestirla con un coucelio proprio; ma saremmo affetti passivamente da
un’attualità staccata d’istanti, senza poter distinguere nè passato, nè
presente, nè futuro. Lungi adunque che la successione effettiva (che
costituisce il tempo reale ) somministrare ci possa l’idea del numero, essa per
lo contrario ce ne priverebbe perpetuamente. Ma la fantasia presentandoci i
successivi a guisa dei simultanei col giudizio della loro successione, noi
investiamo la successione col concetto individuo del numero, il quale, così
conformato, presenta la nozione del tempo . Diffatli il passato ed il futuro
realmente non coesistono col presente. L’istante presente soltanto esiste; ma
l’istante presente non può somministrar mai l’idea di numero, ma quella sola di
unita. L’idea di numero essenzialmente importa quella d’una pluralità compresa
in un solo concetto. L’idea dunque del tempo non è idea matrice, ma idea
filiale del numero. Essa non può essere conformata e intesa da noi se non in
conseguenza del concetto d’una pluralità d’istanti compresi sotto di una sola
nozione; locchè appunto involge l’idea di numero. In questo senso il concetto
del tempo altro uou è che quello di un numero trasformato, ossia meglio altro
non è che l’idea di numero associata a quella di successione. Le unità di
questo numero sono gli istanti. Chi all’opposto dicesse die il numero altro non
è che il tempo trasformato, non travolgerebbe forse ogni senso comune? Eppure
questa è la nozione sublime e trascendentale che ci viene somministrala da
Kant, e ripetuta dal signor W ronski. Veniamo ora alla generazione dell’idea di
estensione . Assegnarle come origine la congiunzione dei punti è un vero
controsenso. Figurate voi questi punti inestesi ? Allora accoppiate un assurdo.
Figurate voi punti estesi ? Allora l’estensione si presenta da sè stessa come
uu’idea primitiva, uè abbisogna d’essere altrimenti generata. Cosila
successione degli istanti per creare il numero, e la congiunzione dei punti per
creare V esteso, attestano che razza di filosofia sia quella che ci fu regalala
da Wronski. Questo non è ancor tutto. Wronski pretende che l’estensione presentataci
dal mondo fisico sia identica all’idea di estensione maneggiata in Matematica.
Con questa sentenza egli ci prova che il vero senso trascendentale non è stato
da lui raggiunto, come non fu raggiunto nel pensare al numero ; imperocché,
tutto considerato, si trova che l’idea di estensione, quale viene assunta e
maneggiala in Geometria, non è propriamente quella che la ragione può ammettere
nel mondo fisico, ma è bensì un’idea fattizia, derivala dalla vista uniforme e
indistinta delle superficie. Dico che l’estensione, quale viene assunta in
Geometria, non può filosoficamente essere attribuita alla natura esteriore; e
ciò non solamente per essere astratta, ma eziandio perchè la continuità
assoluta, chele prestiamo, ripugna alla pluralità di estesi discontinui .
Figurate monadi, atomi, od altri elementi sensibili. Le loro aggregazioni
respingono l’idea d’una rigorosa continuità, com’essa è respinta da un rnucchio
di sabbia, al quale imprestiamo un individuo concetto superficiale. Fra l'idea
inlriseca di estensione geometrica attribuita alla monade, considerata come
unità elementare, e quella di cui rivestiamo l’area di ima grande figura, non
v’ha differenza alcuna. Se questa differenza esistesse, 1 identità di specie,
che forma la condizione prima e fondamentale della commeusurazione,
mancherebbe, nè sarebbe possibile nè valutazione, nè algoritmo alcuno.
Secondaria dunque ed artificiale risulta l’idea dely estensione, della quale ci
serviamo nella Matematica pura. Essa è esattamente quella dell’ uno continuo e
indiviso. Essa per questo concetto forma appuuto il mezzo termine comune delle
valutazioni. Da ciò ne segue, che la quantità fisica escogitabile non è una
copia materiale della fisica reale della natura, ma uu emblema enigmatico di
quella dell’esteriore natura. Questa quantità fisica escogitabile, io lo
ripeto, non può essere sensibile, ma puramente logica. Essa è un impasto
formato da noi per valutare l’esteso in generale. Mercè questo impasto noi
vestiamo gli aggregati colle spoglie dell’ unità: e viceversa, a grandezze
continue associamo l’ idea di valori numerici. Per la qual cosa la Matematica,
a parlar rigorosamente, non fa uso nè della quantità discreta, quale esiste in
natura; nè della continua, quale può e dev’essere concepita; ma veramente assume
la sola quantità continua parteggiata. L’unità dell’ io pensante, che apprende
e distingue ad un solo tratto, crea per una naturai legge questo enle f
attizio, e ne la uso senza nemmeno avvedersi della sua indole e del suo vero
valore. Noi siamo forzati a valerci di questi concetti; perocché per questi
soli simboli ci è peimesso di ragionare sulle cose esteriori. Logica dunque e
non fisica 11guardar si deve V estensione della quale facciamo uso nella
Matematica pura. E però allorché dall’escogitabile passiamo al reale, deve
ìnteivenire una traduzione di concetti. 147. Prima conseguenza pratica. Calcolo
superficiale. In forza di questo concetto dell’esteso ne segue non poter noi
frapporre differenza fra il commensurabile e l’incommensurabile, se non a riguardo
della potenza del nostro senso discretivo. Una corda pei date i tuoni maggiori
ben distinti dev’essere divisa a dati intervalliEcco il commensurabile lineare.
I gradi inlermedii escogitabili occupano il campo tra l’uno e l’altro limite
commensurabile. Ma sì ueH’uno che nell altro caso per paragonare l’esteso debbo
computare le superficie, e quindi assumere le lince o le divisioni come
equinotanti, e non come equivalenti a superficie. Tanto la linea, (pianto
qualunque altro indice anime im tìco litri) Li otisi assumere come segni, c non
come ii reale oggetto valutato. Se si fa corrispondere mimerò a numero ? non
conviene sostituire il concetto del segno al concetto della -cosa, .1 /assumer
lineo o parti di esse udii si deve considerare che come un’ indicazione
indiretta, e come mi segno eomspoudeuLe di commeosu razione superficiale. La
computazione lineare è utile quando usar si può; ma essa riguardar si deve
sempre come un mezzo parziale^ e non mai come esclusivo*, uè padroneggiatile
tutto 1’ algoritmo. Impiegatelo dunque, ma senza dimenticare ch'egli non
lignifica qualche cosa se non colF associazione dei concetti superficiali. La
buona Matematica non ripugnò mai a questo metodo anche quando fu dominata dalla
mania delle quadrature, e fu illusa dalle viziose dicotomie, f( Mos oblili Li
ii (disse Newton), ut geucsis seti descriptio superri. ideici per linearti
super aliarli linearci ad ree Los angulos moventem, cìì» catur multi pi icario
i siimi m l'mearum. Nam quamvis linea ni ulti plica la » non pomi evadere
superficies. Ideoqtie liaec superiìciei e lineis gene» ratio [ùnge alia sìt a
nuilliplieatione ; io hoc tamen conveniuut, quod y> numerila u ni taluni in
al ter u tra linea, m uhi plica tu $ per mime rum titilli p furti in altera
produca! abstracLum numerimi uni taluni in superficie I| i_t e i s islis
compre] musa, si modo unitati super ficialis de buia tur ut son Ih. quadratoni,
eujus balera suoi imitateti superficiales. » [Àrithmetka ttnivers'aUsi £b ) Il
sig. La Croi*. ne* suoi Elementi di ^Geometria CO osservò che a mesurer des
grandems u’étant autre chose que comparer etitre clles H cclles de ménte
espèce^ il est d vide ut que la mesure dos aires doit Jf avfqr poviv bui de
savoir combien ime aire qu eleo n que en conticnt >} Ul]e auire psiae arbitraircment
pour servir de termo de comparaìson.» Usando egli di questo principio dimostrò
la proposizione, che due rettangoli qualunque stanno fra di toro come ì
prodotti della loro base per |Li joro altezza* o come i prodotti dei due lati
contigui. Dopo di aver data la dimostra zio uè, soggiunge in noia: w Je me suis
servi ebdessus de la » muUiplieatiou par ordre camme du moyeu plus sito pie
pour par venir » a u resultai eh orche: mais il pourrail arriver que Fon
éprouvat qucl» que àif fienile à concevoir ce efrangemenl daus le quel il
serable quii )> faut mulliplier des aires eulre elles. Celle difficili té
cesserà si Fon imu rnaglue que ccs aires pour ótre comparées mitre elles soni
rapptwlées ?)à urie certame aire pvise pour mesure comniune ou pour unite, » La
(i) Siemens (h Geometrie. Hulttoe nditlon, PaiL T. n.° 167'itì^ Paris, chez
Gourcicr, ai), difficoltà téinuta dall'autore tiou può cadere die nelle teste
stravolte o tu quelle che non avvertono che nella cmnmen sur azione geometrica
con si la uso propri am e u te die di aree anche quando si assumono sole lineo
: orni v lia che l'esteso che possa misurar restoso. Golia idea ustru U ìa non
si fissano fuorché rapporti di confini e di direzioni; ma noti si può creare
uno slromeulo vero misuratore e di geometrica valutazione, 1 più valenti
geometri c'insegnano che le superficie astratte si debbono considerare come
puri limiti dei corpi, e le linee astratte come estremità di queste superficie
; e finalmente I punti come limiti di queste linee. lutto questo non segna che
logie nostre, e non il carattere coiliUUivó delle grandézze reali estese* Anzi
queste logie si fondano tutte è si qipoggiano così al concetto intuitilo ed
intero dell' esteso, che senza di ciò uè esistere potrebbero, nè servire ai
nostri raziocini!. Glabre senza corpo, segni senza significato riuscirebbero
essi senza la realità dell esteso primitivo. Newton disse, che la
moltiplicazione a non tantum fit per » abstractos un in eros, sed etiam per
concretas quantitates* ut per li» neas superficie^ motum Incateni pondera etc.,
quatenus bue ad ali» quam sui generis nolani qua alitateci tamquam un itale in
relatae ram tiones nunierorum esprimere possunt el vices supplire. »
{Arithmetica universalis, 8.) Il numero per se non indica alcuna specie deter min.
a la dì cose, come ognun sa. Dunque egli non altera ì caratteri delle cose 5 ma
si associa con Lutti. Dunque ndlo valutazioni il numero serve a questi
caratteri. Dunque, parlando dell'esteso, lascia al punto ed alla linea
geometrica la loro natura; e però nell'atto che no connota Io parti non
attribuisce loro altra virtù dimermva*, che quella eh essi hanno naturalmente.
Ma E essenza di questi enti di ragione esclude in essi Ir qualità proprie
dell’esteso reale, c lascia loro soltanto la virtù rii segni associati, e nulla
più. Dunque nelle valutazioni superficiali l’uffizio delle linee sarà solamente
equinotante. e uon propriamente valutante c di~ mensfaa deiresteso. Tutto
questo è d’ftna verità così rigorosa, che non può essere impugnato senza
distruggere il principio stesso di contraddizione, perocché nasce dal concetto
stesso essenziale del punto ? della linea c deb V esteso. Io dunque non escludo
l'uso delle espressioni numeriche lineari, come non escludo l 'espressione
numerica dei luoghi, dei grttdh delle combinazioni 3 e di qualunque altra logia
ripetuta; ma avverto urlio stesso tempo uon essere permesso di sovvertire le
leggi di ragione 3 f acendo che la linea usurpi i! posto della superficie* o
che la superjicie si converta in linea . Viceversa poi dico e sostengo, essere
principio es&en m ziale di ragione. che la valutazione geometrica* sì
continua cbo disco ntifimi* iìA essenzialmente superficiale, e clic l'algoritmo
lineare sia essenzialmente sussidiario^ associato e subordinato ai superficiale.
La natura stessa della mente umana si fa. dirò così, giustizia da sè stéssa.
Ellaa dispetto dei matematici non bene avvisali, ì quali vogliono sottoporre il
superficiale al lineare, si emancipa da questa tirannia; imperocché trattandosi
di valutar superficie» olla sostituisce aneli e a nostra insaputa il numero
superficiale al lineare. Di [Talli un vittorioso is liuto ci fa sentire essere
impossibile valutazione alcuna delle aree, se non si assumessero altre aree
elementari* Distinguasi dunque la posizione del numero lineare daìl'Vifo di
questo numero. Se Fuso inirin seca mente non fosse quale io fi annunzio» i
risultati della valuLazioue superficiale o sarebbero assurdi 3 o sarebbero
nulli. Gol!7 iuesteso non si misura l' esteso. Ponendo a paragone l’esteso co-Il’inesLesò
5 non solo non paragoniamo quantità della stessa specie, ma ragguagliamo coso
fra loro ripugnanti. La Geometria riposa perpetua mente sulla base della conim
emulazione superficiale tutte le volte cld essa paragona Festensione rispettiva
di due grandezze. Cosi la famosa proposizione pitagorica viene dimostrata
confronta Lido superficie con superficie, S aro I j Ij e ben c osa ettrana die
u 11a for m a, u n a 1 egge 5 u n fistio, un mezzo clic si dimostra e che si
usa pei generali usar non si potesse audio pei particolari ; o viceversa, die
ciò clic ripugna ai particolari co live n I v dovesse a i genera l L 11 i te n
i a in o dunque, che le uni tà e i uumeri lineari uou sono dementi, ma
equinotanti degli elementi super fidali. Questi poi sono i soli competenti alla
valutazione degli estesi: e però ci gioviamo dei concetti lineari come di
sussidii o di segnali e gut notanti^ ma non equivalenti. Ecco un canone
fondamentale per valutare gli estesi. In forza dì queste considerazioni non
solamente rimane giusliiicaLo il calcolo superficiale geometrico come primo,
precipuo cd unico, ma la natura*, gli uffizi^ la competenza^ \ limiti del
lineare sussidiario vengono filosoficamente determinali. Allora si vede che col
subordinare il superficiale al lineare, o col voler generare la scienza col
lineare, egli e lo stesso che far dipendere il corpo dall* ombra, e coll* ambra
generare il corpo. Rovinoso, distruttivo» antilogico sarebbe dunque l’ insego
amen Lo primo della Geometria per mezzo di due od amebe di tre coordinate. come
alcuni pretendono. Questo mezzo tu L fi al più sarebbe buono per richiamare in
ultimo un profilo delle leggi algoritmiche riguardanti la Geometria. Allora con
una incute nutrita delle cognizioni della naturale generazione degli enti geometrici
ed aritmetici SI POSSONO FABBRICARE ALCUNI SIMBOLI – cf. Grice on Austin
SYMBOLO --, ai quali associandoci le mille idee sottaciute (le quali dal
processo nudo delie coordinate uou possono essere presentalo';, cspvi1110110 le
leggi generali geometriche . come coUfAlgsbra si seguano le leES'1 generali
numeriche. 1/ ultimo eccesso, n a dir meglio l3 assassinio massimo dell is
Inizio uè, sarebbe il sostituire I* insegna tn e alo per coordinate a quello
della primitiva arte di osservare. Concludo ponendo per primo canone pratico 31
valutare con elementi superbcsall le quantità estese presentate e computate nel
primitivo msegna rimi ito, 148. Da quanta eticità hi VI a le malica vigente sia
dominata'* secondo il sig. Wfon&bi, Kitoruo al sig* Wrorisbi. Dalle prime
pagine del libro mi con vieti saltare alle ultime, perocché Iti queste a lui è
piaciuto di concentrare i motivi reali del suo lavoro. Kg lì fa la seguente
domanda: e Quid était » Téiat des MaLbomatlques. et sur toni de IbAlgoridirme,
avau t celle piliss losophle des Ma ib erna ti ques? » A questa dmnauda cosi
ampia egli risponde restringendosi soltanto a ciò clic spetta al puro
algoritmo: perocché dello stalo della Geometria non fa cenno, e solamente si
contenta di dame in Bue i rami attuali in forma di albero .all’ uso di quelli
degli scolastici del medio evo ('X Ristretto quindi Tesarne allo stato dell
algoritmo. dice in primo luogo clic i primi principi!, ossìa i me La fisici,
risguardanti T arte di computare . non avevano prima di lui fuorcliè una ce
/'tozza problematica. Resta a vedere se dopo di Ini abbiano acquistata una
certezza soddisfacente. Sarà vero per altro clic presso la comune non avevano
certezza veruna, perocché una certezza probi ente tied noti è uè punto nè poco
certezza. Il carattere essenziale della certezze Caa_ siste nell7 escludere
qualunque dubbio del contrario. IN luna meraviglia può nascere sulla
controversa natura della metafisica di Non impugnando il latto s e tributando
omaggio al discernimento del si*-, Wronsk't si domanda se and/ egli abbia
conosciuto il principio riguardante queste quantità imaginarie. Se lo avesse
veramente conosciuto, coinè pretende, non si sarebbe, prevalso deUVpileto di
ideai u, ina avrebbe usato f|uel!o di snaturate.) e snaturate per via d’uu incuocetenti-:
artifìcio ([). So di' egli La preteso di giustificare la sua sentenza \ ma il
mezzo da Ini impiegato è una viziosa petizione dì principio . Per confermare
poi filosoficamente il suo assunto ha avuto il coraggio di regalarci un
tenebroso paradosso ^autìstico dopo una più tenebrosa dimostra?, ione
ccU’iubnÌLo, e Quaut à Fefipcec do contro die lion qne ecs » ìw mbres pava
ssent im pi i q a e r* c t dont ti o u s nyons don u la de d action, » ou volt
in ai u le nani qne cc n’est poiut ime coutradiction l&giqite qui o Ics
reudrait ahsurdcs., mais bien uno conlradiction tra nscc n da nlale^ JA-iniè
veri tabi e antinomie dans luntclligence ìmmaine, pvovenant de » lopposilion
des loia de l’enten dome ut avec les lois de la valsoli. >s (Pag. 1 Gì,) (n
II celebre Lcibuil» cliUmiava queste raposti fra l' essere e il nulla. Opera
omnia, dici imiigiiiarb eoi nome di mostri amfibìi Esame della sentenza del
signor Wronski intorno le radici imaginarie. la questo passo la sana ragione
rileva tre cose. La prima una mostruosità assoluta morale; la seconda un
controsenso matematico ; la terza una stravagante applicazione di questa
mostruosità, onde giustificare questo conlrosenso. Queste tre qualificazioni
debbono essere provate per esteso, perocché qui si tratta di una legge
fondamentale della natura umana, la quale oggidì non solamente è poco
conosciuta dalla comune dei filosofi, ma, quel che è peggio, fu presa in senso
contrario a quello che viene indicato nella suprema economia della natura. I. E
cosa nota che l’uomo non è predominato da un ristretto, uniforme e materiale
istinto, come i bruti: ma è governato da una forza e con leggi tali, per le
quali nei diversi secoli e nei diversi paesi egli uou solamente varia le sue
maniere di pensare e di agire, ma in certi luoghi egli va migliorando il suo
modo di vivere, vale a dire, equilibra ognora più i mezzi di potenza cogli
stimoli dei bisogui. Le rondini ed i castori del dì d’oggi fabbricano i loro
nidi e le loro case come al tempo di Adamo* ma gli Europei del dì d’oggi non
errano più nei boschi per pascersi di ghiande, uou si rifugiano più negli
antri, nè abitano più semplici capanne, costrutte con rami strappati, e coperti
di fango (l). Le campagne coltivate, le paludi asciugate, le città innalzate,
le vie appianate, i ponti costrutti, l’oceano tutto navigato, il fulmine
condotto, le invenzioni tutte diffuse, ec. ec., sono tanti fatti visibili e
palpabili, i qnali attestano in faccia al sole la possanza morale della quale
la natura dotò la specie umana. Per essa gli uomini si perfezionano cogli anni,
e le nazioni coi secoli. Posto questo testo indubitato, luminoso, solenne,
quali sono le os servazioni prime di fatto che si presentano? Una è la specie
umana, e identica fu sempre la sua costituzione ed il tenore fondamentale della
di lei economia. Ma daH’allra parte la storia tutta ci fa fede che la possanza
morale umana dovette talvolta sormontare sì ardue difficoltà e vinceic si gravi
ostacoli, che gigantesche ci appajono le di lei imprese. Talvolta poi Di
quest’ultimo modo di abitare non veggiamo esempli fuorché o in paesi oppressi
da un assorbente inveterato feudalismo, come sarebbe l’ Irlanda, le Ebridi, e
le rnonta& della Scozia, o nei paesi posti sotto al C11C0 polare. eìb
cammina cosi moderata e cosi tenue, che a guisa di persona adagiata su d’ima
barca sembra abbandonarsi a grado del vento delia fortuna. Qual’ è la
conseguenza prima di questi altri fatti? Esisterò nella costituzione dell
essere umano mi principio motóre^ 1T energia del quale, cornunque finita,
misurar non possiamo. Dunque ti imi uomo preveder può (in dove giunger possa la
sfera di questo motore segreto, nè quali fenomeni ulteriori apparir possano nel
mondo delle nazioni. Così nel mondo lisi co veggeudo i turbini e gli oragani
die sconvolgono il mare e la terra3 e i zefiri ed i favoni! die accarezzano i
fiori e fecondano le piante, noi non possiamo tassali vani e nl.e prèfiu ire la
forza assolata dell1 atmosfera, benché asserir dobbiamo esser ella finita. Ma
come nelTa imo sfera lo zefiro e lordano sono effe L ti della stessa forza e
della stessa legges cioè della tendenza a ristabilire l\i Iterato equilibrio:
così pure nella specie umana i conte a rii effetti intellettuali, morali*
economici, politici, sono elfeLLi della stessa forza, e conseguenza, della
stessa legge. Quella molla che in un orologio ben compaginato e ben equilibrato
vi segna esattamente il corso del tempo, quella stessa molla lo segna male o
arresta la macchina, quando le condizióni del buon meccanismo sono alterate.
Anzi questa contrari elei di effetti fa lede deibum? a del principio energico,
perchè sarebbe logicamente assurdo che, variale le condizioni degli impulsi e
delle resistenze, no dovesse ciò non ostante seguire lo stesso effetto. Qui
facciamo punto. E vero, o no, che la contrarietà dagli effetti deriva in ultima
analisi dalla contrarietà del meccanismo, e non da contrarie qualità della
inolia centrale? Essa si suppone sempre la stessa: la sua forma, la sua
dimensione, la sua energia elàstica, per la quale tende a svolgersi, non è
punto cangiata. E dunque più che manifesto, elio se pav [spiegare la
contrarietà dei fenomeni io affermassi o che la molla cangiò di natura^ o che
racchiude in se stessa qualità e leggi contraddittorio, Io pronunzierei
un'assoluta bestialità. Ecco il caso deUVmtfriiouria morale del
trascendentalismo di Kant, ripetuto qui dal sig. Wronslri., E per far sentire
che la parità corre perfettameuLe, io prego il lettore a seguirmi con
attenzione. In altra mia Opera ho detto che se, prescindendo da particolari circostanze,
si volesse assegnare una grande leggo generale, dir si dovrebbe che il cuore
umano ama di spaziare in un infinito libero i e lo spirito ama di riposare su
di un finito certo * Tutto questo nasce dalla indefinita capacàtxi di bramare
tuUo ciò che può appagare i suoi deriderli. Questa capacità deriva in sostanza
dalla facoltà di sentiree di volere, non limitata da verno particolare istin*
to (0. Gii effetti di questa indefinita capacità sono appunto la creazione, i
periodi e le vicende del mondo delle nazioni, delle quali parlai nel detto
libro (1 2): e quindi la maturità rispettiva, da cui deriva V opportunità^ la
quale altro non è che la necessità pratica della natura riguardante la specie
umana (3). Questa prau legare universale fu ricevuta a controsenso dai vecchi
moralisti e politici. I moralisti divisero l’uomo in due parti fra loro
contrastanti; e distinsero un uomo inferiore, al quale attribuirono cecità di
mente ed intemperanza di cuore : ed un uomo superiore, al quale attribuirono
lumi intellettuali e temperanza di affetti. Nelle transazioni poi delle diverse
età delle umane aggregazioni riguardarono i successivi progressi dell’
incivilimento come aberrazioni della specie umana, e come un’antinomia delle
leggi fondamentali di lei. Così fu fatto insulto a quella divina economia,
nella quale se si pone l’uomo fatto ad imagine di Dio, è cosa assurda ed empia
lo stabilire uu manicheismo, pel quale o conviene ammettere non esservi più
speranza di migliorare la vita umana, o che la causa prima non voglia far
trionfare, per quanto può, la sua bontà e la sua provvidenza (4). Questa
sconcia dottrina fu coniata perchè l’ordine morale fu da loro configurato colle
massime claustrali, e la bontà della sua economia fu misurala giusta i dettami
di un amor proprio individuale. L’umano intendimento non era ancora stato
espressamente ìuvaso da questo manicheismo; ma Kant tentò di assoggettarvelo, e
il siguoi Wronski di aggiungervi la conquista del paese delle Matematiche. La
teoria dei progressi dello spirito umano respingeva queste sentenze, e le aveva
rigettate nell’ ammasso delle rugginose ed ammuffite produzioni del medio evo;
ma ecco che si tornano a porre in commei ciò sotto forme più oscure e con un
aspetto più elaborato. Qualunque però siano queste forme, qualunque sia il
linguaggio col quale si vogliano presentare, non lasciano d’essere assolute
mostruosità. E prima di tutto osservo, che s’incomincia a scindere la mente
umana in due parti: l’una denominata intendimento, che è la facolta di assu
mere, concepire ed intendere; l’altra denominata ragione, la quale è la facoltà
di avvertire, distinguere e giudicare. Ma è più che notoiio che queste due
facoltà non si possono distinguere fuorché per una men a e Assunto primo della
scienza del Diritto naturale Vedi la mia Introduzione allo studio del Diritto
pubblico universale astrazione. Una è Y anima, uno è l’ io pensante. Quando si
considera questuo pensante in fatto, senza badare se pensi giusto o no. gli
diamo il nome generico di intendimento ; quando poi lo consideriamo occupato a
sottoporre a sindacalo i suoi pensieri, e a pronunziar sentenze a norma di una
verità o reale o presunta, allora gli diamo il nome di ragione. Così
distinguesi il fatto dal diritto. Ma il diritto è sempre un jatto, ed un certo
fatto^ vale a dire è un fatto regolato ; dovecbè il fatto nudo può essere
sregolato. Così pure la forza in genere può essere una forza regolata o
sregolata; ma è sempre forza. In che dunque si risolve la distinzione fra V
intendimento e la ragione ? Nella sola distinzione dell’ esercizio delle sue
funzioni, o, a dir meglio, della direzione di questo esercizio. La ragione
altro non è né può essere che lo stesso intendimento, in quanto è occupato a
pronunziare i giudizii aventi per iscopo la verità. La mira a questo scopo
forma la tendenza che caratterizza la ragione. Il complesso dei mezzi creduti
valevoli ad ottener questo scopo forma V ordine o reale o presunto di ragione.
Questi mezzi trascelli, purgali, confermati e proposti come modelli perpetui,
formano le regole di ragione. Ma questa ragione non è che lo stesso
intendimento in funzione, ed occupato in un certo ordine di funzioni. La sua
tendenza, anche quando sbaglia, è sempre una e sempre la stessa, vale a dire la
cognizione del vero. So che vi sono uomini che scientemente impugnano la verità
conosciuta, e si servono della conosciuta menzogna. Ma so del pari che la
simulazione e la menzogna non possono alterare la interiore coscienza del vero.
La legge dell’mtendimento è così necessaria, quanto è necessaria la visione
colla luce. Ma ommessa la simulazione e la menzogna, e concentrandoci nell’
intima coscienza dell’animo, ognuno sa che, posta qualunque nostra indagine, si
possono frapporre due ostacoli all’ intento di acquistare la piena e certa
cognizione d’uua data cosa. Il primo di questi ostacoli è Y errore^ e il
secondo è la mancanza dei dati competenti. Questa mancanza è vincibile o
invincibile. E viucibile allorché l’oggetlo è compreso entro la sfera dello
scibile umano; è poi invincibile allorché l’oggetto è fuori di questa sfera.
Così la cognizione delle essenze, quella delle cause prime, dei fenomeni,
quella della fabbrica totale del mondo, quella del futuro, ec. ec.,
oltrepassano la sfera dello scibile umano. Vane adunque sono le ricerche,
insolubili i problemi, interminabili le quistioni che si possono agitare. Prima
che la filosofia abbia dimostralo i confini insormontabili dell’umano sapere,
l’umana curiosità tenta di penetrare, e si lusinga di poter giungere alla
cognizione di quel clic brama. In questa posizione o ella si persuade dell’
impossibilità della soluzione della quistione, o no. Se si persuade di questa
impossibilità, ecco pronunziala una seulenza giusta. In caso contrario possono
presentarsi due partiti. Il primo si è quello di astenersi da qualunque
giudizio definitivo di fatto, ma pure di lusingarsi della possibilità della
soluzione. Il secondo si è quello di supplire con ipotesi, con analogie, con
induzioni imperfette, e farle valere come dati pieni, certi e concludenti. Nel
primo caso si commette un errore di presunzione ; nel secondo o un errore d ì f
atto positivo 5 od un giudizio temerario. Ma in tutto questo processo la mente
umana agisce come in tutti gli altri casi, e niuno potrà trovare nè antinomie,
uè contrasto fra le leggi dell’ intendimento e quelle della ragione. Sia pur
vero die la curiosità, ossia il desiderio di sapere, porti l’uomo a ricerche
eccedenti la sua possanza: e che per ciò ? La curiosità è un bisogno, e non una
legge di ragione ; la curiosità è la madre del sapere ; la curiosità è lo
stimolo che porta a ricercare e a domandare. Tocca alla ragione e tocca sempre
alla ragione il pronunziar la sentenza sulle domande della curiosità; la
ragione e la ragione sola fu, è, e sarà il giudice. Forse che per trovare antinomie
si farà valere l’umana fallibilità ? Che razza di antinomia sarebbe questa mai?
Essa è la conseguenza dell’ inseparabile limitazione umana; essa non richiede
un manicheismo logico, ma solamente l’abuso nel giudicare. Colla stessa ragione
si giudica bene e male, come colla stessa forza si fa bene e male. A questa
fallibilità poi viene o presto o tardi rimediato colla revisione delle sentenze
pronunciate, e colla riforma delle erronee. Questa revisione ìaie volte vien
fatta dai primi giudici, e spesso un secolo posteriore rifoima i giudizii degli
anteriori. La cassazione versar può su tre punti; vale a dire la falsità, l’
incompetenza e la temerità. Orsù dunque, dove sta X antinomia trascendentale
asserita? Foise nella curiosità, ossia nel desiderio di sapere ciò che alla
nostra possanza non è dato di scoprire? Ma, prima di conoscere i confini dello
scibile, qual è l’oracolo che mi dica che io tento una ricerca frustranea? Ufi
ancora: senza di questa indefinita curiosità potrebbe mai la specie umana giungere
alla cognizione delle verità competenti? Chi è che coraggiosamente apre il
cammino in regioni sconosciute prima, fuorché 1 illimitata curiosità ? Chi è
che rovescia i sistemi chimerici, o compie gli imperfetti, fuorché l’
illimitata curiosità ? Chi è che, ricercando cose impossibili. ha arricchito il
mondo di scoperte utili, fuorché l’ illimitata curiosità? Chi è che apre la
guada ad u l ili rivelazioni, fuorché l’illimitata cuj'ÌQScta? Chi è Infine die
fa progredire I lumi, eliminare i p regni dizìi, purgare gli errori, ampliare
le dottrine, migliorare le Invenzioni, ec. ec., fuorché V illimitata
citriosiih? Un osservatóre si reca ìli una bigattiera per vedere il nascimento
cd i progressi del baco da seta. Egli vede schiudersi 1 uovo, e s cime il bruco;
indi lo vede cangiare la sua pelle, chiudersi nel bozzolo, e trasformarsi in
farfalla. Volendo dio sola re. ecco il suo argomento. Un bruco, come bruco, per
la legge generale dei viventi tende a conservarsi nel sno stato di bruco. Egli
difTalli mangia, cresce, riposa come bruco. Ma in veggo che getta via le pelli,
e si cangia in farfalla. Dunque esistono in lui due leggi-, due poteri, due
economìe $ e quindi àm facoltà fisiche trascendentali opposte, lima delle quali
vincendo Fai tra. ne nasce la metamorfosi. Clic cosa direste voi di questa
filosofìa? Il corso delFuma.no incivilimento è una serie continua di
metamorfosi. Il principio impellente sono i bisogni fisici e la curiosità . A
uhm mortale è dato di prevedere quale possa essere Fui timo termine delle
acquisizioni delFumaua potenza sospinta da questi stimoli. Stolido è dunque il
contrasto figurato fra l'uomo guidato dalla spinta dei secoli e Fuomo della
presente età. Su la natura non ci condannò ad un’ eterna infanzia, deve dunque
essere accusata di antinomia '? Eleviamoci a considerazioni eminenti. Negli
oggetti individuali della natura noi dobbiamo collocare mi* energia
sovrabbondante* della quale non conosciamo I limiti. Dalla coesistenza, dal
congegno, dall’ azione e reazione scambievole dogli esseri attivi nasce
l'energia vitale, per la quale fd effettuano I temperati sistemi e Y armonia
universale. Fino a che a guisa di lumache non ci occuperemo che del nostro
guscio, fino a elio penosamente non ci trascineremo che da particolare a
particolare, fino a eh c ri a li al ih r acciere mo la calena conosci I ili e
della nato r a e d ci secoli, noi calunnieremo sempre la Provvidenza.
Ripigliamo. Nelle ricerche delTettero pensante la curiosità* avvivala aneto da
estranei interessi, interviene per isti mola re ; ma Y intelligenza sola in ter
vien e per vederee per giudicare. 1uq n està li iteli ige nza non racchiudasi
ubo una sola forza, un solo principio, una sola essenza* una sola tendenza .
Coglie l'uomo la verità? questa tendenza è soddisfatta. Coglie egli l'errore?
questa tendenza e realmente frustrato: ma di fatto è appagata, perchè si crede
dovere abbracciata la verità. In Lai caso il giudizio di aver colpito il vero
Licu luogo del giudizio vero, c apporta la stessa soddisfazione. Che se poi
parliamo di una curiosità che non può venire soddisfatta perchè l’oggetto
sorpassa la sfera dello scibile umano, lungi dal vedere alcuna opposizione fra
V intendimento e la ragione, noi altro non veggiamo che una impotenza ed una
limitazione di mezzi a scoprire un vero nascosto. Uua potenza anche angustiata
non è una potenza gladiatoria, ma uua potenza contenuta eutro certi confini, e
nulla più. Fingere dunque nell’io pensante potenze contrarie, e personificare
la f'agione come diversa dal V intendimento ^ e che lo fa ubbidire suo
malgrado, è una mostruosità la quale non può venire partorita fuorché da quei
cervelli che veggono gli uomini come alberi ambulanti, e dipingono gli oggetti
colle gambe in su. Stringiamo Pargomento. Distinguendo anche a modo vostro V
intendimento dalla ragione, a quale dei due attribuite voi la funzione di
giudicare ? 0 P attribuite alla ragione sola, o la rendete comune all’
intendimento. Nel primo caso non esistendo che un solo potere giudicante, non
esiste più un altro potere discordante, il quale possa suo malgrado essere
costretto a cedere al potere della ragione. Uno sarà sempre il giudizio, sia
vero, sia falso, ed uno l’assenso dello spirito umano. Dunque chimerica,
mostruosa e contraddittoria riesce allora P antinomia e Y opposizione delle
leggi asserita da Kant e da Wronski. 0 volete porre duepoteri giudicanti con
tendenze e leggi diverse nell’/o stesso pensante; ed allora non solamente voi
stabilite una duplicità ed una opposizione di potenze senza prove, ma
introducete una mostruosità, un assurdo nell’economia dell’essere umano e di
tutto Puniverso.il senso comune non ammette jatti senza prove, e senza prove
chiare, tassative e concludenti. Il fatto di questa duplicità intellettuale non
solo non e provato da verun sentimento nostro interno, ma è fisicamente assmdo
in vista della triplice unità sopra dimostrata. Dunque risulta che questa
duplicità è un’assoluta mostruosità morale. Le funzioni contraddittorie delle
opinioni vere e delle false ? delle adottate e delie ritrattate, delle mature e
delle precipitate, delle compe tenti e delle eccedenti, non sono fisicamente,
ma solo moralmente con traddittorie ; e sono tutti fenomeni d’una stessa
potenza, e conseguenza d’una stessa legge. Dico in primo luogo che non sono
fisicamente contraddittorie. VLU la parola fisicamente non viene da me assunta
nel senso materiale o corporale, ma solamente nel senso di cosa appartenente
alla realità di una sostanza o d’una potenza effettiva. Posto qu esto senso, io
vi domando se l’imagiue dello stesso oggetto presentata da diversi specchi, 1
uuo perfeltaineule piano, labro ondulalo, l'altro cilindrico, co. cc, siano
forse funzioni fisicamente conir addii lori e, e che palesino una opposizione
nelle leggi della riflessione della luce* Tulli vi dicono quello clic vi
debbono dire ed io tutti la legge della riflessione viene modificata senza
violare la sua unita. Invano voi mi opponete die uno vi presenta una faccia
storia, un altro una testa lunga che non avete. Voi scambiate con questa
opposizione la quistioxie ài fatto colla quistione di diritto $ senza
controvertere il principio delpHmtà fisica da me asserita. Quando contrapponete
la vostra faccia dritta e corta, voi uscite dallo stato di fatto dei fenomeni,
e ricorrete ad no modello esterno che late servii di regola Allora voi fate
contrastare fatti véri, reali e costanti di natura coli un altro fatto
ipotetico preso da voi come archetipo. Ma por verificare questo fatto archetipo
voi dove te porre in fatto altre circostanze reali : e voi otterrete il fatto
archetipo e regolare in iorza della stessa potenza c della stessa legge
generale, per la quale otteneste ì fatti non regolari. Tal1 è appunto la
costruzione dello specchio perfettamente piano, e tale la riflessione
conseguente della luce. L'opposizione dunque da voi imagi nata non k fisica ^
ma ò puramente morale ed ipotetica ; vale a dire, che assumendo per norma un
dato stalo non esìstente, voi lo trovato non conforme all* esistente. Ma che
perciò ? Ne vico forse la conseguenza, esistere nella potenza e nelle leggi
reali il e II a natura un’originaria contrarietà? Molli uomini insigni sono
caduti in questo scambio. Essi assumendo il diritto astrailo ed ipotetico come
norma dei faLLi fisici della natura hanno Ogn rato aberrazioni ed opposizioni
fisiche nell’ aito ch'esse non erano che puramente specolative, f pè nate dalla
considerazione dei faLti, i (piali fisicamente essendo ciò che debbono essere,
non sono quali moralmente dovrebbero essere. Ma questa moralità nascendo dal
solo paragone con un Ordine finale concepito dalla nostra ragione 5 non no
segue altra conseguenza, che cangiando le esterne circostanze che fanno nascere
il fatto moralmente discordante ^ e introducendo quelle circostanze che possono
produrre il concordante^ si la allora coincidere il fisico col morale i c si fa
coincidere in forza di quella stessa potenza c di quelle stesse léggi
fondamentali, le quali produssero i lalLi moralmente discordanti. Ecco il vero
punto di vista della reale economia della natura riguardante le nostre azioni
cd ì nostri pensieri. La seconda qualificazione da noi dala glia sentenza del
sig. Wronsti è quella di contenere un con tro.se uso matematico. Il vero
elisegli dogmaticamente afferma di aver dimostrala la legittimità delle ràdici
imagùiane; ma. esaminando i mezzi da lui adoperati, si scopre F illusione-c fa
iallacia del suo tentativo» idgli, maneggiando le cifre delFny finito
assqj.cto. reca una dimostrazione la pi li tenebrosa possibile, ed anzi la più
antilogica di tulle. Quando Leibuitz pretese di giustificare il calcolo nifi ni
Le si male, egli Lento di coprirne il difetto colle radici imagiuarie.
Viceversa il sig. W-tfoaski per legittimare le radici -ima gin arie ricorre al1
infinito assoluto, e con ciò ne dice ciré esse « emanenterc tonte pur et é
>j de la facul le méme qui donne des Icùs à Fili te 11 igeo ce humaiuc. n
Così mi artificio in ventato pochi secoli fa per sottoporre tutto ad un tratta*
mento unico razionale o discreto r dal sìg. Wrouski viene convertito in una
legge di sapienza purissima sovrana e ciò vico da lui fatto colle cifre dell7
infinito. Provare una cosa tenebrosa od assurda per un altra egualmente
tenebrosa e non accettabile, ecco, secondo il sig. \Y r a ositi, le leggi
altissime die coti tutta purità emanano dalla legislatrice ragione; ecco i
mezzi coi quali egli pretende die venga soggiogato suo malgrado 1 umano
intendimento. «Telie est la ddducliou methapdjpiquc ile » ces nombres vraimeul
e^traordiualres, qui forme uL un des plieflótìiè» nes inteUectucds Ics plus
remarquables* eL qui donne ut uue preuye » non equlvoque de Finllueuce qui
eierce daus le savoir de 1 hormne la » Jciculté legislative de la raisom douL
ces nombres soni un produrt en » quelque sorte malore VentendemenL » Ma dii ha
dello al sig. Wrouski che queste radici imagmarm siaco Lina produzione di
questa ragione sovrana legislatrice? Forse la sua dimostrazione por infiniti
assoluti? no certamente* Forse la buona filosofia? nemmeno. Forse la storia?
nemmeno. Anzi la storia e la filosofia attestano lo strano travolgi mento che
partorì questi mostri. Se d signoi Wrouski avesse consultata l’Opera veramente
classica del sommo aiatematico Cassali . riguardante la storia dell’Algebra
fcdj sarebbe £taLo largamente istruito dell1 origine di questi mostri di
ragione (dj C del torlo ( i ) Orìgine tra$portt} in ì ial ia > progressi in
essa de IF Àlgebra* Storia critica. TJ.l]]:i rtì filo lì pag rafia pru’menar:.
l’jr'j-, i'ì ) I larjiic elci^nns el mi rubi le. utilizi uni repcrit «n ilio
Ànalfseos mi macula idvahs tu itndi .piene imur ens et nati ruS cpicd radiùem
imagin&rìatn ^ppr-tbJ“:MS>,ì fcg Leìbrnf.a, Opera ojnnm * ^ ^ lL na 5^
hi, Qui Lribnili manifes.13 SG|J o l’ urlo dell^aspBUa tli quegli uiòstrì-i
ltlA die baiano i malemalici di farne uso. Egli avrebbe veduto ch’essi furono
partoriti dalla mania della commensurazione fabbrile, e dalla tirannica pretesa
di prender sempre come prevalente il razionale volgare, a Sono » qui dunque
(dice il lodato Cossali) le parti delle radici » imaginarie, laddove nell’
antico metodo da Fra Luca esposto a pagiuna 126 risultavano reali. E d’onde
cotanta differenza ? Dal tenersi » nell’antico metodo all’ in violabil legge di
prendere per rappresentante » della somma dei quadrati delle due parti della
radice cercata il ternii» ne del proposto binomio piu potente, ancorché
irrazionale ; e dal )) prendersi nel moderno metodo, con legge diversa, a
rappresentante di « essa somma dei quadrati delle due parti della cercata
radice il termine » razionale, ancorché meno potente % E quale di queste due
leggi è la » giusta, la conforme alla natura? La prima senza dubbio. » E qui
l’autore entra con un chiarissimo calcolo a dimostrare la sua sentenza. Indi
prosegue: « E che? E egli dunque vizioso il metodo moderno? Non si » può a meno
di non riconoscerlo illegittimamente generalizzato, od » esteso dal suo al non
suo caso. » Da questa fonte illegittima escono appunto le radici imaginarie ; e
però in qualità di mostri, e di mostri inutili, vanno bandite dal paese delle
Matematiche. Se il signor Wronski nella sua riforma dell’algoritmo algebrico ha
ignorato lutto questo, ed anzi è trascorso all’eccesso sopra notato, noi
dobbiamo confessare che, malgrado la da lui proclamata propria superiorità di
aver veduto o insegnato in Algebra ciò che veruu mortale non ha nè veduto nè
insegnato fiu qui, e malgrado il non plus ultra da lui intimatoci, egli è
dominato ancora da tutti i pregiudizii volgari della preseute età. Una doppia
prova 1’ abbiamo nel vederlo buonamente manipolare l’ infinito in molti casi, e
specialmente per avvalorare il nefando paradosso sovra piantato; locchè accusa
non solo la mancanza di quella filosofia della quale si vanta, ma eziandio la
privazione di quello slro mento algoritmico, il quale da uno studio profondo e
conforme alle leggi della natura viene somministrato ad una mente sagace. non
di averne conosciuta P origine. In generale la mente di Leibnitz aveva delle
grandi inspirazioni ; ma esse furono da lui lasciate quasi sempre compatte ed
indigeste. Così il vero merito dell’uomo di genio manca a’ suoi scritti. Fino a
tanto che non si padroneggiano le idee travedute, e non si dà ragione a sè
stessi e ad altri del loro tenore, della loro connessione e della loro verilà,
non si può dire che un pensatore abbia adempiuto il suo ufficio. Ma per far
questo conviene essere dotati di quello spirito analitico, il quale non è dato
che ad uomini cui un cielo benigno fece sorgere ed educò. 1 \u Delle lacune
algoritmiche ulteriori accusate dal sig,Wronski. Il sig+ W rousskì prosegue, u
La théorie generale de la numératiqNj h doni le schèma est raarqué, et qui
embrasse Ics séries (Vili.) et » les Iractions contiuues (I\. ), ifétait poi n
t contine daus ses pnucipes, jì Eu eflet, la forme generale (2 '2; de S algori
ih me de la numeratili » u etait pas ancore deduite; et la loi fonda mentale de
celle theorie, qui n en embrasse tonte Félendiie.) n’esl pas non plus cornute
eneore: oous » la don nero us daus ìa seconde panie de cet ouvrage. Quant i Falgo>]
rì ih me des uumcrales 5 formanl un cas parliculier de la iLeoriu w de la
numerario □, ou ue le disli inguai t pas eneore. >j n La theorie generale
des facultes iTétait co un ne que par indù« cUon* Le principe premier de cette
ih norie-, marquó (3 1 : . et sa loi fondamentale que uous dounerons également
daus la seconde parile » de cet ouvrage, u etaieni point counus. Quanl à
l’algorithme des fa» c lori el les (25), il n'est qti’mi cas particulier de la
iLeovie des Lctillcs. ?j tf La loi fondamentale de la ihéorie des logaritit^es.
marquees (40) » et (A l), on daus sa plus grande generatile (43)s n’était.
eucore deduile » que de la ili éo rie de smas. De plus, la loi fondamentale et
la plus sitav pie de cette thdorie, marqoée, natali poi ut reconnoe ancora pour
w le principe mème de la Littorie des logarilhmes: ou ne la considerai! « qtie
cornine une expressiou in slru mentale, pronte à donner les devei> loppemens
de ces fouctions. Quaut au principe archi teetonique de » ceLLe théorie, la
transitioo de la numeration aux facaltesj on non avaat » pas li dee. 33 ff La
loi fondamentale de la tliéòrie des smus* marquèe (47), cl les 33 expressious
(48) qui en proviennent 5 uetaient point connnes. Ien » plus, cette théorie. eu
la considerali! me me daus le premier ordro de 3> son état transceodaut,
rrietait eucore do onde que par L GEometne. 33 Pour ce qui concerne les ordres
superìéurs de la Lheorie des sauiis>J auxquels correspondent les expressions
(54), (55) et (5Ì?)5 ^ otaieut » enlièrement iriconnus. m « La loi fondarne
alale de la ih do ri e generale des diffÉrENcEiSt> » quée ( C ) et (c)'?
u’étaiL pas con no e. Mous savana bien que Ondarci j) etait parvenu, par
inductiou, ù Feipressiou marqoée (A). qui eSt >i le plus particulier de
cette loi; mais nous ne savori s pas qu’on ai1 ^e_ ìì dujt rexpression genera
le (c) s et sur lo ut qiTon Fait recounue p our ^ h Ini fon darne nlàle de
tonte la thè ori e des différeaces et des diilerenticd DISCORSO. 147!) ?>
Ics, directes et inverses, Sons savona au eonlrairc que* poni* ce qui )j
concerne en piarlieulier le calcai différeutiel, on o fini par cu méccrnj} u
altro enti ère meut la Dature, en lui dormati t, polir principe, le pròn tenda
Lbéorème de Taylor, ou dWtres ejtpressious teclmiques pa» reillcs. » a La
tlmorie des ghades et des gradueles n’était pomi connue; on j> n’eu
soupconnail rrième pas Tcxistence. » a La lol fondamentale de la tliéorìc des
nombres, marquée (D\ qui i) est le principe de la possibilité des congruences,
élait iu. contrae. Il eu >? élait de me me du prìncipe arcliileGlGiiique de
ce Ho timóri e. n a Les principes téléologiques de la thè arie generale des
equjvalenw CES ufétaìent pomi eonnus: et quant aux lois fondarne mlales de
cotte n rimerie, la loi principale, marquée, n'était pas coprine non plus: n
ori ne connaìssait que la loi marquée qui est yisìlilemeul d uno )> m omette
importa noe philosoplrique. » (t La résolution ibéorique des équati'oks jTéqui
valevo e élait deve)) nue tont-à-fait problématique. On ne eonnaissait que la
rèsola ti on des » équations des quatres premiers dégrés, et on u’avait nulSc
idee de La n nature et de la forme des raciues des équatìons des dégras
supèrieurs. Cesi cotte nature et catte forme qui donne la loi generale de la
resoa lulion des équatìons d’éqnivaleoce, exposée dans larticle coueernaul
i> ces équatìons, et dorivée de la loi fu oda montalo (pp) de la thè n ne
des » equi vai ences* >? La résolution thè ori que des equations de
dtffkhences et de diejj ferentielees élait eucore plus imparfaite* Les precède
s qi/ou a pone » Ja résolution de quelques cas pmiculìers de ces équatìons,
soni mdi» vecls cl arlifciels: ìls ne sout pas numi e encorc ramenés à la loi
gé» cerale de la résolution de ces équatìons; à la loi qui est exposé*; dans »
farli eie concerna ut Ics équatìons des dilTérences, et démée de la luì j)
fonda mentale de la lliéorie generale de ces fonctions* » v La résolution th
cori que des Équatìons des giudes et des gra»j dueeés n'était pas eucore eu
question. » u Enfia, la résolution fhéorique des Équatìons de con cruente se J}
tròuY.ait dans le mèma ètàt dumperfection que la résolution des équa» tiuns de
différéuces et. de d i ffére ali elle s. n ii Tour ce qui concerne la tecunje
de l’algqkii jimie. oh u\jii avait » encore nulle idée; et eu offet, la
déuomìualiou iucxacle de méthodes n d*appróximatim qumu avail do uuée a
quelques procedei Lecbmques » isolés, aux quels on s’ctail U-ouvc forcò de
recourrir, prouve, avee cvi h deuce, toute Tabsence de l’idée de cette partie
intégrante de l’algo» rithmie. On ne se doutait nullemeut que les différeus
procédés techni» ques, qu’on nommait methodes d' 'approximation, formassent des
sy» stèmes particuliers et dépeudaus d’uu principe unique. Meme dans ces »
methodes isolees on ne connaissait eucore que les cas les plus parti» culiers:
par exemple, dans les methodes dites d' approximation, qui « fouruissaient les
séries, ou connaissait seulemeut quelques methodes » dépeudautes du pretenda
théorème de Taylor: la loi de la forme plus » generale (X) des séries, et eucore
moins la loi de la forme la plus gé» aerale (Vili) des ces fonctions
techniques, et par conséquent les mé» thodes fondées sur ces lois, n’étaieut
nullement connues. Quaut à la » loi technique ou algorititmique absolue
(XXXII), et aux methodes )) qui en dépendent, on ne s’en doutait méme pas. » «
Voilà quel était l’état de rAlgorithmie avant cette philosophie des »
Mathematiques. Pour ce qui concerne la Métaphysique méme de 1À1» gorithmie, il
est superfiu d’en parler, parce que, suivant nous, ou n’eu » avait pas eucore
entrevu l’idée (0. » A questa umiliante Iliade che cosa sanno rispondere i
matematici ì Basterebbe la metà per far sentire il bisogno d’ una ristaurazioue
generale di questa disciplina, e prima di tutto dell’Aritmetica. 151. Se nel
supposto dell’ insufficienza degli attuali algoritmi il sigWronski abbia almeno
cominciato a provvedere come doveva. Alla quistione proposta in questo
paragrafo fu antecedentemente risposto nei paragrafi 110. 111.112. Poco nocivo
sarebbe il cattivo esempio di Wronski, perocché il suo libro porta il suo
correttivo con sé. Ciò di cui dobbiamo dolerci si è il costume invalso di
trattare una disciplina pratica come le Matematiche con formole algebriche
astratte anche quando si deve esporre un nuovo argomento di dottrina
interessante. Questa è una positiva sovversione degli ufficii della Matematica,
cd un vero insulto ai comuni bisogni. Io mi presento ad un uomo di Stato e
filosofo, e lo prego di darmi il progetto d’un buon Codice civile. Clu fa egli?
Scrive la seguente forinola = Pareggiare fra i privati rutilila mediante
l’inviolato esercizio della comune libertà. == Ecco, egli mi dice, in che
consiste tutto un Codice civile. Sia pur vero che questo sia lo scopo di un
Codice ; sia pur vero ehe tutte le sue disposizioni si debbano poter ridurre a
questa formola: ma egli è vero del pari, che con (i) Wronski, Inlroduction d la
philosophie des Mathematiques, pag. 257 alla 260. Vi S Ì questa sola forinola i
giudici, i magistrali e i privali rimarranno privi ili uea direzione pratica
negli usi della vita. Svolgete dunque od applicate questa formola traducetela
ai casi piu. frequenti risguardariti lo stalo delle persone., le cou
trattazioni c le successioni ereditali e; e voi soddisfo rete alla mia domanda.
Questa mk risposta sarebbe essa ragionevole? Eppure i grandi calcolatori non La
vogliono ammettere. Con poche direalgebriche si cavano d’impaccio: e qua odo
siamo per applicare le loro forinole con vie u tessere una specie di trattalo,
prima di poterci accostare all’ applicazione. Questa peste ha invaso anche V
insego a mento : e però nell1 atto die si soddisfa alla pigrizia dei
precettori, si proclama metodica in eri Le la boria. F ignoranza e l1 oscurali
li sino. Quanto al signor Wrouski, io m1 appello a tutù quelli che 1 hanno
letto., se non sin necessaria un7 improba fatica per intenderlo, cd un. assai
più improba fatica per guidare le suo formolo a qualche pratica applicazione.
Eppure egli si vanta di aver dato a tutto 1 edificio delle Matematiche i
fondamenti dei quali egli mancava. Notale bene: i fonda-* mentii ed i
fondamenti non conosciuti di latta la Matematica. Gol proclamare s col ripeterà
j coir inculcare i suoi non plus ultra fondamentali ogni uomo crederebbe averci
egli rivelata la scìen za fo nda menta h \ distinta e complessa de IV esteso
escogitabile e delle leggi numeriche. Per la qual cosà dovevamo presumere aver
egli dato alla teoria delle curvo geometriche una genesi concentrata, connessa
ni unificata, di cui ora mancano, c della quale sono pure suscettibili (come
verme già effettuato da un valente nostro matematico in un lavoro ancora
privato). Da questo lavoro, accompagnato da un armonico tessuto rettilineo, la
prima Geometria può ripetere queir ordinamento in orco da lauti secoli
aspettato. l'ila nulla di tutto questo fu operalo, tentato, e nemmeno
sospettato dal signor NVrouski, il quale pretese dare alla Matematica i fonda
Nienti dì cui mancava. Ma abbandonata la Geometria, egli si è concentrato
io(forameli Le entro la sfora algoritmica, quasi che in questa tosse possibile
vedere ed agire senza il soccorso della Geometria, ad oggetto special’ meute di
conseguire il nero intento ultimo delle Matematiche, Ma anche seguendo i suol
passi in questa regione tenebrosa . e volendo pur conoscere se egli abbiaci somministrato
non quintessenze slama Le, ma i veri e solidi fondamenti dell'algoritmo^ noi
troviamo che egli ha praticato precisamente 1? opposto di quello che
pretendeva. Gol darci le ultime astrazioni delle foggi più universali
algoritmiche non da i fondamenti della piramide scientifica 5 ma E ultimo
vertice della medesima. 1 veri e solidi fonda menù dovevano consistere nella
cognizione beo dedotta da fatti accertati delle proprietà e delle leggi
primordiali delle quantità numeriche, sia quadrate, sia non quadrale,
riguardale particolarmente in serie ; e nel farci rilevare la fonte da cui
emanano, i luoghi che le uniscono, i periodi ai quali vanno soggette, e le
leggi compotenziali alle quali ubbidiscono. Così avrebbe fondata la vera teoria
dell algoritmo, e l’avrebbe atteggiata a norma delle esigenze perpetue dello
spirito umano. Ma nulla di tutto questo fu praticato dal sig. Wronski. Con qual
titolo dunque pretende egli di averci dato questi fondamenti ? L’Opera del sig.
Wronski dev’essere riguardata come un y ultima esaltazione dei cattivi metodi
regnanti. Essa al più è un volo fatto con ali più robuste degli altri: ma un
volo fatto nella regione del caos e della notte. Que’ pochi frammenti che ci
furono trasmessi dai nostri antichi progenitori giacciono ancora nello stato di
rottami staccati, i quali furono dissotterrati dalle mine del tempo e della
barbarie. Noi gli abbiamo fin qui descritti a modo degli antiquarii: ma non mai
gli abbiamo studiati col genio di uu Bramante, di un Michelangelo e di un
Palladio. V’è ancor di peggio. Noi gli abbiamo confinati in un magazzino; e di
là estraendone alcuni pochi, presumiamo di ordire la tela della dottrina con
fili di ragno, e di affrontare così Io studio della natura, e di soccorrere le
arti. E fino a quando dureranno questi traviamenti? E fino a quando ci
risolveremo noi a ricalcar le orme tracciate dalla natura? E fino a quando ci
persuaderemo che l’oscurità, la secchezza e la difficoltà non sono gli
attributi della buona scienza, ma l’appannaggio del cattivo metodo e della
imperfetta o snaturata dottrina? Io m’accorgo di predicare oggidì al deserto, e
di seminare nell arena. Di ciò sono tanto più convinto, quanto più il metodo da
me proposto è totalmente contrario al praticato. Ma so che la verità è la più
forte delle cose, e che la voce della ragione, il bisogno dell’istruzione si fa
sentire nell’alto che la secchezza e l’oscurità disgustano ed annojano. Per la
qual cosa se non potremo raccoglier nulla nell’adulta vivente generazione, a
bel bello la verità si farà strada presso un’incorrotta posterità. Pour moi en
particulier j’aurois souliaité de voir votre méthode d esimici » les grandeurs
par la recherche de la commune mesure (ou d une serie de quo » tiens, lorsque
cette mesure ne se sauroit trouver) poussée plus avant. Vous » vous
souvendriez, peut-èlre, que j’avois coutume deprimer votre sèrie des » quotiens
par une Ielle équation: a 1 n + 1 p + - h eie. 8.&+i.tì5— = IV 1 83+ 182+ 2
193 18624 igt . la' + a 1 8024 384 38q 17800 576 17484 %a 17112 568 195 + 1881
7 384 18240 1 9012 7 7^+ L 70+2 IX 1 ++1 73+^ X e 7 1 4” ^ 7 ^ H— 2 XI
^9+iG+j-a X[[ 017+167+1 35* 15312 548 14904 544 14620 391 1 4280 356
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00 17161 13 L 1 j 21 441 /|OU 841 29 71 5041 j 200 6241 79 121 14641 3000 16641
12S 23 1 529 atro 729 27 73 1 5329 600 5929 77 123 15129 1000 16129 1 27 1/24
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27850 28561 29241 29929 fe5 b 1 C 800 iD4no l/j.000 1 2600 1 ì 200 g8oo 8^j 00
7006 56 00 fy 200 ^ Stili i4oo 3960 J 3 8 809 38025 37249 36481 35721 34969
34225 33489 5*761 32041 I 31329 1/ 175 30625 fi Cd 199 197 195 193 191 189 187
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sd \201 40401 2 1G00 6.200 L 24:' 203 41209 igS&o 61009 247 205 ; 42025
18000 60025 24d 207 42849 16200 59049 247 209 | 43681 i44or 58081 241 . 211
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L 49729 1800 51529 1 m V/225 50625 i prospetto unito Della prima serie delle
ipotenuse e dei cateti Lutti commensurabili seguendo la Tavola posometnea .
Tav. D . Caldo cori Calcio con X Ipotenuse con -f- 4— i = 100 8izz 19 10X18=180
1 00 + 8 izzi 8 1 1 2 1 - 8 IZZ 4° 1 1X18=198 12 1+8 1ZZ202 144—81= 63 1
2X18=216 1 44 + 8 1=225 /^y 81—64= 17 9XiGzzi44 8i + G4=»45 100 64= 36 1 0X1
Gzz 1 60 100+ 64=164 121 64= 57 1 iX 1 6=176 121 + 64= 1 85 144 64= 80 1
2XiG=ig2 i44+G4=208 • .x'j/ b'VX /v%y G4 49= i5 8x1 4— 1 1 2 G5 + 4g=* i3 8l—
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aaasaasa&aa CONSlbKlUZION] Kb ESEMPI I IHSUOAJtDANTl I.* IKSKGNAMBXTO
PRIMITIVO IH ESSA Pt GIORGI dotto* e im musoni e m léggi \H.Ì\ SERVIRE l>I
DI G. D. R. Dì Torri, I. AVVERTIMENTO [Io creduto conveniente aggiungere
all'Opera del Roma- gnosi sull insegnamento primitivo delle Mateiiiatiehe que¬
sto mio breve Saggio* pensato già molli anni prima che mi fosse nota, sembrandomi
che possa servire ad essa di opportuno schiarimento* perchè si accorda in molte
idee fondamentali con quelle dellÀutore* e ad un tempo s acconcia meglio al
linguàggio adottato da tutti i cultori delie scienze esatte. Ciò che mi proposi
in questo opuscolo il Lettore lo rileverà dalla Prelazione che vi premetto,
ÀDGL PREFAZIONE (Questo Saggio, come indica il suo titolo, non è un Trattato di
Algebra, ma soltanto la sposizione di alcune dottrine fìlosolìche che mi sembra
possano condurre a formarsi una giusta idea delVindole della Matematica, ad
apprezzare l’importanza dcllinsegnamento primitivo di questa scienza in vista
dello scopo suo, e quindi a stabilire quale sia il miglior metodo d’
impartirlo. Io non mi proposi però di dare tutto lo sviluppoche si potrebbe ai
principii che accenno; ho cercato soltanto di toccare le idee capitali, come
esigeva la natura di questo breve scritto, limitando pure le mie considerazioni
all'Algebra sola: e procurai di rendere evidente col mezzo degli esempii alcuno
tra i canoni che indicai rapporto al metodo. Se avessi voluto far vedere tutte
le applicazioni delle dottrine da me esposte, avrei dovuto stendere un compiuto
Trattato di Algebra; ciò che era fuori del mio assunto. Mi sono quindi
accontentato di dare il piano di un Corso d5 Algebra elementare, accennando le
materie che mi sembrano da trattarsi, e i limiti entro i quali dovrebbe essere
ristretto V insegnamento ; e quanto agli esempii, scelsi la dimostrazione della
formula newtoniana del binomio per l’esponente intero positivo, e il metodo per
l’estrazione delle radici quadrata e cubica dai polinomii e dai numeri. Della
prima mi cadde in acconcio parlare trattando brevemente la quistione
importantissima del valore della induzione "scientifica nelle Matematiche;
ls altro lo esposi 1490 estesamente, onde rendere manifesto in qual modo io
vorrei associare Y insegnamento dell'Algebra e dcU’Àritmetica. In questo metodo
quanto a!! Vstrazi one delle radici dalle quantità numeriche, oliera ciò su che
piu mi premeva d insistere, io parto dal principio, che le potenze dei mimeri
si possono e debbono considerare come potenze di polinomii; e fin qui io ripeto
ciò che fu detto da altri. Ma, per ridurre il metodo alla maggiore evidenza,
stabilisco che la scomposizione delle radici numeriche non debba essere
arbitraria, ma quella di tre cifre si debba avere come un trinomio, quella di
quattro come un quadrinomio ec., secondo il loro ordine, cioè imita, decine,
centina ja echi questo credo essermi scostato dalla comune maniera di considerare
le radici numeriche, e quindi le loro potenze. Se pur qualche cosa tf
interessante v’è in questo seritto, mi pare debba essere la dimostrazione della
formula newtoniana del binomio per Y esponente positivo intero, tentata assai
volte, nè mai ottenuta coi mezzi elementari. Io spero d’ esservi riuscito, c di
averla ridotta al principio d* identità; senza che non potrebbe appellarsi
dunosi fazione, Io la deduco dal seguente assioma: dati identici fattori^ si
debbono avere identici prodotti Del resto, io pubblico questo mio lavoro più
filosofico che matematico senza alcun’ ombra dì pretensione. Il uno scopo è
soltanto quello di pormi in grado di sentire il giudizio altrui sulle nuove
dottrine che per avventura lo ssei o in questo Saggio, onde rettificarle se errate,
o averne la conferma se saranno trovate giuste. Lungi adunque che la cri fica
mi sia per i spia cere, io anzi crederò di avere conseguito il vero fine che mi
proposi nello scrivere questo opuscolo, se arriverò ad ottenerla. Dell indole
del calcolo. leseti do essenziithì alla metile umana il procedere sempre {lai
particolari alle genertìjLà, la classificazione come modo indispensabile alla
formazione appuro dei concètti Onerali, è assolutamente necessaria per avere
delle notimi distinte degli oggetti. La limitazione delle sue facoltà costringe
l’uomo a ridurre tulli gli oggetti a certe classi, onde rapprese n[arseli
disliiUanmnle, e non [smarrire nella immensità degli individui. Da quest!
principi i, che la Filosofia ci somministra* ne viene che uno dei primi bisogni
dell* uomo sia quello di calcolare* lì calcolo infatti non è che la maniera ili
classificare gli etiti cotit ingenti rapporto alla loro quantità. La qualità e
la quantità sono il fondamento di qualunque classificazione, I numeri non sono
altro che generi o specie; ma generi e specie che, èssendo formati mediante 1
astrazione di una proprietà comune a lutti gli individui, quali che siano per
altra parte le loro qualità, abbracciano tutto quanto esiste o può esistere,
quando sia capace di aumento e diminuzione, ossia quando abbia quantità CA)«
ilo dello che calcolare non è altro che classificare. Infatti uel cairn lo non
si fa altro in line che numerare e de nume rare (05 ossia riunire molle unità
omogenee, onde formarne un aggregato che si chiama numero; o quando si abbia
l’aggregato, scomporlo u e' suoi elementi. Né ciò è vero soltanto per la
quantità discreta^ alla quale appartiene il calcolare propriamente detto ; ma
anche per La quantità continua, alla quale spetta il misurare. Misurare non è
possibile senza un regolo, un elemento; ciò che dicesi unità di misura. Dunque
tutta la differenza che alil i potesse vedere fra il calcolo delift quantità
discreta e la misura LT Ente supremo emendo esanimaimenfr uno? non Ism 'quanti
tàj quindi non 6 soggetto a calcolo. Tutto ciò die ha rapporlo'W ordino morale
ri ter ami osi alla quai'Utt, non pud essere soggetto a calcola. L’anima li ori
è spggaua a calcolo che per la quantità discreta (molle udendo hjuiiaie), non
mai per la ; ìjuànlìta continua f mancando di estensione Mi si perdoni un
vocabolo clic limi sarà Torse in nessun 13 ut io noria, ma che però è
indispensabile per rendere esano la nozione di feltra; vocabolo che non
significa niente s o almeno non significa quel clic con esso si vorrebbe significare.
tifila quantità contìnua non è che apparente; ma in sostanza In tutta la
Matematica non si tratta di i;ir altro che comporre o scomporre ; nume* rare
cioè, o eie numera re. Si dice, con molla esattezza, dir* la Matematica è la
scienza de! rapporti della quantità* Ora un rapporto non è altro che r
eguaglianza o la differenza di date quantità, e l'eguaglianza o la differenza
non si possono determinare che mediante il confronto tra una quantità e Pulirà;
Ptjjxità di misura nelle quantità eguali, quando non si riferiscano ad una
comune misura, è Puna o V altra di esse quantità: Punita di misura nella
differenza è la minore delle da Le quantità, ovvero una terza quantità
determinata [»er convenzione. Dunque quando si cerca jl rapporto fra due
quantità continue, o si prendano a vicenda per unità se si consideri la loro
eguaglianza, o si prenda jier unità la minore se si tratti deliri differenza,
oppure si confrontino ad una terza quantità, sempre trattasi di numerare o de
numerare anche nella quantità continua: perchè nel [elmo caso si considera la
quantità coatimia come unità : nel secondo si prende per unità la minore, c la
maggiora è il composto risultante dalla numerazione ; e finalmente nel terzo si
considerano tanto ie quantità eguali, che le differenti, come il risulta me
ilio della composizione formala colla terza quantità presa come unità Ilo detto
die ì rapporti delle quantità sono soliti nto l'eguaglianza e la differenza, nè
credo che su ciò possa cader dubbio; giacché aneliti quando si riferiscono le
quantità te mie alle altre per averne o confrontarne i quozienti (come nelle
proporzioni ma lamcute appellale geometriche) non si fa che diridere z ossia
compendiosamente sottrarre, che io a ppe Ilo de numerare . La verità di questa
proposizione, che anche nella misura delle quantità continuo una si fa che
numerare e de nume rare ^ mi sembra assai evidente, per quelli almeno che hanno
rifleUtiLo pili al T Indole delie Matematiche, die alla loro l'orma* Può darsi
però che ad alcuno apparisca strana, attesoché non si trovano simili
considerazioni in veruno scrittore di cose matematiche. Ma ciò non importa alla
verità del principio, che lotto in M atematica si riduce a numerare e
denumerare^ a comporre c scomporre; in una parola, alla sintesi e alP analisi.
Il sdo ConcIUlac, oidio mi sappia, ne intravide la verità; ma lo ha limitato
&jIUttLl0 alla quantità discreta, cadendo in una manifesta contraddizione
colPaltro suo principio, die l'Algebra è la lingua in cui sono scritte le
Matematiche Liti gira il^ì caLolù Se la scienza delle quantità di qualunque
specie non d altro può occuparsi che nel determinare i loro rapporti; se i
rapporti delle quantità non sono che eguaglianza e differenza ; se 1*
eguaglianza e la differenza non si determinano che colle frasi dell Àlgebra: il
calcolo dunque si applica tanto alla quantità discreta che alla quantità
continua: o piuttosto il misurare la quantità non è altro che calcolare, cioè
numerare e denumerare . Non insisto di più su questo punto, perchè essendomi
proposto di ragionare in questo Saggio dell’ indole dell’Algebra, ossia della
parte delle Matematiche che si occupa del calcolo della quantità discreta, il
fermarmi più a lungo su ciò che spetta alla Geometria mi farebbe uscire del mio
soggetto. L’Algebra dunque non è altro che il mezzo indispensabile onde
classificare gli enti contingenti rapporto alla loi'o quantità. Sotto il nome
di Algebra io non comprendo soltanto il calcolo delle quantità espresse con
segni generali, come sono le lettere dell alfabeto, ma altresì il calcolo delle
quantità espresse con cifre. La sola differenza fra il calcolo colle cifre e
quello colle lettere è dal meno al pili) dal generale al V universale. Un
numero è una generalità di quantità ; una lettera esprimente qualunque
generalità e 1 universalità della quantità. Ogni lettera può esprimervi
qualunque numero, e perciò non ne indica alcuno. Supponete di avere una formula
ossia una frase della lingua algebra, che vi esprima qualche relazione tra
quantità espresse con lettere: voi potrete dare a queste lettere qualunque
valore, ossia potrete adoperarle per esprimere qualunque numero, purché
conserviate i rapporti. La quantità universale è necessariamente meno
determinata della particolare, ma fa vedere con maggior precisione i rapporti.
E d’onde nasce questa precisione? Siccome le parole sono indispensabili per
fissare nella mente ed esprimere agli altri i concetti particolari, generali ed
universali formati colle qualità degli enti, così sono necessarie le parole per
fissare i concetti esprimenti la loro quantità. Le lingue comuni o volgari
servono anch’esse ad esprimere i concetti della quantità, e in questo modo di
esprimerli non hanno i concetti della quantità nessun vantaggio su quelli delle
qualità per rapporto alla precisione. Ma l’indole della quantità permettendo di
adoperare una lingua tutta propria di lei, ammette un’esattezza che d’ordinario
non si riscontra nelle altre scienze, perchè le lingue adoperate per
apprenderle e per esporle non hanno i caratteri distintivi della lingua della
quantità. IA repressioni costatili, brevi e ciliare, rispondenti sempre
esattamente ad nu oggetto ben determinato; procedimento da un’espressione
all’altra, conservando la più rigorosa identità : ecco ciò die rende l’Algebra
una scienza lauto esatta. Dissi l identità 5 uou F analogia . come malamente il
Condillac nelI Opera sopraccitata. L'analogia non è clic rassomiglianza, e Fuua
dall’altra sono immensamente distanti. Egli definisce \' analogia «una
relazione di somiglianza; oud’ è che *» una cosa esprimere si può in molte
maniere . non essendovene alcuna ” che ad altre molte non rassomigli.?» Ma se
le molle maniere devono egualmente esprimere una data cosa, esse sono fra loro
identiche, non soltanto rassomiglianti. Se per avventura egli avesse confuso F
analogia colla identità, noi avremmo una buona ragione per ritenere che il
tuono di superiorità anche ributtante non può far le veci del buon senso, e
mollo meno dell’ingegno o del genio. L’ identità^ che è il principale motivo
dell’esattezza della scienza o lingua che diciamo Algebra, non riscontrasi
soltanto nelle espressioni o frasi sue. ma innanzi lutto nel suo oggetto, che è
la quantità. Senza ciò non sarebbe possibile la perfetta identità neppure nelle
espressioni. La quantità infatti, considerala come attributo delFente, è sempre
costante ed identica in tutti gli enti. Se voi prendete un individuo, egli è
identico per la quantità con qualunque altro, di qualsiasi altra specie, per
quanto differente nelle qualità: nelle qualità vi possono essere delle
differenze nel grado di loro perfezione, nella quantità non mai. Quantità è la
proprietà delFente, in quanto si considera capace di aumento o diminuzione ; o,
come la definisce il Ilomagnosi^ « quel modo ?» di essere, in virtù del quale
una cosa si rende capace di aumento o di »» decremento »» (2). L’intelletto non
ha quantità: non si accresce o diminuisce l’intelligenza; ma si sviluppa, si
perfeziona. L'unità è l’ente puro: al vero ente appartiene propriamente 1
unita; quindi a Dio solo. Degli enti contingenti è proprio il numero o la
pluralità; e però 1 unità dell ente contingente non si può considerare che come
elemento di più composte pluralità, che diciamo numeri. L’unità non è numero;
ma si considera come numero, in quanto esprime l’elemento del numero. Il
calcolo e la classificazione degli enti rapporto alla loro quantità. l’Algebra,
compresa F Aritmetica, è il mezzo per questa classificazione; e (i) Lingua dei
calcoli. Introduzione. (2) Nell 'Assunto primo del Diritto nat.} l’àlgebra non
è altro die la lingua in cui sono scritte le Matematiche, come la Geometria è
la lingua in cui è scritto il gran libro dell Universo. Premessi questi cenni
sull’indole del calcolo, vediamo quale sia lo scopo del primitivo insegnamento
delle Matematiche, e quali le regole fondamentali per impartirlo in modo
conveniente allo stesso scopo. A che debba tendere 1 insegnamento primitivo
delle Matematiche. Difetti di alcuni metodi. Un geometra uscendo dal teatro
dopo avere assistito ad una tiagedia del famoso Raciue, indispettito dagli
applausi dei quali era stato testimonio5 chiedeva : che cosa ella prova ì Ecco
il difetto troppo comune ai matematici, di non trovare cioè niente
d’interessante nè di provato, fuori delle loro lucubrazioni. Certo che gli
applausi dati dal pubblico ad un capolavoro dell arte non provano che i tre
angoli di un triangolo sieno eguali a due retti, ma provano il buon senso e la
coltura di una nazione. È inutile ch’io avverta (il lettore lo pensa da sè),
che accennando qUi [ yizii dei matematici, non intendo parlare di tutti i
cultori delle scienze esatte, fra i quali furono e sono uomini pensatori. I
matematici si possono dividere in due classi: matematici ragionatori, e
matematici calcolatori. Se ad alcun matematico sembra strana questa
distinzione, tenga pure per provato ch’egli appartiene alla seconda classe.
L’insegnamento primitivo delle Matematiche è forse diretto a preparare soltanto
dei matematici calcolatori? Se ciò fosse, Galileo avi ebbe avuto gran torto
quando interrogalo a che serva lo studio della Geometria, rispose: a misurare i
goffi. Egli avrebbe dovuto dire invece, che serve a formarli. Altro dunque dev’
essere lo scopo dell’ insegnamento primitivo delle scienze esatte. Questo scopo
è doppio : per una parte si tratta di preparare alle più sublimi dottrine della
scienza della quantità quelli che vi si destinano di preferenza: per l’altra
parte di esercitare la mente anche di quelli che d’altre scienze vorranno
occuparsi, mediante la ginnastica intellettuale, eh’ è frutto delle scienze esatte
studiate a dovere. MtìG Soauniaistrare le nozioni fon dame ululi per pntor
procedere lidio stu ^e^'Matematiche* preparare la mente allo studio di
qualunque sclenza: ecco il doppio scopo doli’ iu sogna meato primitivo dì cui
parliamo, i )h il secondo c il più importante: poiché se manchi, non si è fatto
(pianto è necessario a preparare gli allievi neppure allo studio delle alte
dottrine matematiche. Quindi mi sembra clic il peccato capitale de llf
istruzione primitiva su quieto punto (generalmente parlando) alia nel
trascurare lo scopo principale. per guardare soltanto al secondario. Ih qui
nasce,, die quelli i quali si dedicano allo studio esclusivo delle Matematiche
riescano calcolatori, anziché veri mafemulìri ragionatori; e qurlii che sì
danno ad altre scienze non vi riescano t menu poche ecce* zhuin, come sarebbe u
desiderare. Di qui ancora trae origine il disprezzo col quale per ordinario si
guardano dai matematici le scienze morali, quasiché quella ragione die è buona
a dire la verità in Matematica non servisse più nelle altre scienzo, coniti se
il io ndamento della verità e delia certezza fosse diverso. 10 potrei citare
dei rispettabili materna Ilei che non hanno rossore dì dire che la Geometria è
una scienza sperimentale . e ridono quando ai parli di verità dimostrate a
priori / c questi per quanto siano estese In loro cognizioni matematiche, sono
calcolatori, non ragionatori. Dada trascuranti dello scopo principale dell'
iusegnsuneiiU) primitivo delle Matematiche ; che sta, come dissi, nel preparare
forti e giusti pensatori 5 deriva un altro disordine, che è poi anche una delle
cagioni dei vizi! de’ mate malici che teste accennava. Tale disordine consiste
ne! h stendere di troppo questo insegnamento primitivo. 11 tempo accordato per
impartirlo è di un anno scolastico, e questo basta per preparare le menti dei
giovani alle discipline superiori. Ma guai se r istitutore voglia in un periodo
così breve esaurire tutte le teorìe elementari che servono di fondamento alle
sublimi ricerche della Matematica! Egli è allora costretto a percorrere di
passaggio mi enorme ammalo di dottrine che ingombrano la, mente degli allievi
di mal digerite nozioni, egli da una lunga serie di calcolisenza farne vedere
le in lime ragioni; e in luogo di preparare alle scienze delle menti esercitate
alla riflessione e al ragionare esattamente, forma invece delle teste
imbarazzate, e ibrs anche disgustate di uno studio die è pure della più alta
importanza. Forse il difettodi cui parlo, è ima conseguenza deila estensione
che ricevettero k Matematiche, eh' è veramente maravigfiosa nella parte
Speculativa, non so poi so altrettanto nella pratica, lo su questi) non voglio
proferire giudizio: ma se è vero che gli antichi erano assai più indietro di
noi in fatto di cognizioni matematiche, chi non deve rimanere sorpreso
confrontando l’immenso cumulo di teorie, che ingombra tante menti da qualche
secolo, colla potenza esecutrice degli antichi? Ponendo a paragone ciò che
hanno fatto gli uomini di trenta secoli fa. col non plus ultra che ci consentono
le tante applicazioni delle nuove dottrine matematiche, siamo portati a
stabilire, almeno per certe cose, la nuova legge, che quanto piìt procede la
teoria, tanto la pratica resti indietro . Per quanto strana possa parere questa
conchiusione, inviterei quegli che non Y ammettesse a veder modo, con tutti i
nostri progressi, di costruire una piramide come quelle dell’ Egitto, di
tagliare da una cava un monolite come l’obelisco del Vaticano, e d’incendiare
una dotta con degli specchi, come ha fatto Archimede. I frutti delle nostre
cognizioni saranno più vantaggiosi, sebbene meno giganteschi, ne convengo; e
ciò vuol dire, che noi le dirigiamo ad una meta piu ragionevole! ma sembrami
fuor di dubbio che, prescindendo dall’uso che ne facevano, la potenza degli
antichi sia immensamente superiore a tutto ciò che il vantato nostro progresso
ci pei mette di eseguire. Forse io sono un tratto uscito dal seminato : ciò che
dissi valga, se non altro, a renderci meno orgogliosi del nostro sapere.
Ritorniamo all’argomento. e limitiamo le nostre considerazioni all’Àlgebra,
come esige l’indole di questo scritto. Le condizioni cui deve soddisfare l’
insegnamento primitivo delle Matematiche sono determinate dal suo scopo,
indicato nel precedente Capo. 1. ° Sviluppare l’intelletto di quelli che si
dedicano allo studio di qualunque scienza. 2. ° Offerire le nozioni
fondamentali, onde procedere nello studio delle più elevate teorie di questa
scienza, per ottenere non dei calcolatori, ma dei veri matematici. Ecco le due
condizioni essenziali cui deve soddisfare l’insegnamento primitivo delle
Matematiche, e clic segnano anche le norme al giusto metodo d’ impartirlo. I
canoni principali di questo metodo mi sembrano i seguenti. 1. Osservare la
maggior brevità, ossia limitare V insegnamento alle sole nozioni strettamente
elementari, onde rimanga tempo di mostrare agli allievi il fondamento, la
ragione dei metodi insegnati, e lasciar qualche cosa da fare anche ad essi. 2.
Non far precedere un esteso Trattato di Aritmetica all’Àlgebra, ma insegnare
congiuntamente l’uua e l’altra. Esporre almeno i rudimenti e alcune capitali
dottrine dell’Àlgebra, prima di procedere molto innanzi nell’insegnamento della
Geometria. Del primo canone ho detto nel Capo precedente quanto mi consentivano
i limiti che mi sono proposto in questo scritto. II secondo potrebbe forse non
essere così facilmente ammesso, giacché ho veduto a questi ultimi anni qualche
scrittore di cose matematiche esporre assai estesamente l’Aritmetica senza
cercare alcun soccorso dal1 Algebra (0. Io stesso un tempo non aveva avvertito
alla sconvenienza di questo procedimento, e prima che mi cadesse tra mani
l’Opera di cui intendo parlare aveva tentato dimostrare la legittimità di
alcuni metodi usati nell’Aritmetica senza il soccorso dell’Àlgebra, a cagiou
d’esempio quello per l’estrazione delle radici dai numeri. Ho dovuto però
convincermi che ciò riusciva inutile, ed anche dannoso. A che prò infatti
battere una strada lunga e piena di difficoltà, per arrivare a risultati che si
potrebbero ottenere con semplicissime osservazioni? A che prò impiegare delle
frasi oscure e inesatte, in luogo delle brevi e chiare dell’Algebra; e invece
di approfittare dell’ immenso soccorso di questa lingua, perdersi nel labirinto
delle lingue comuni? Un Trattato di Aritmetica scritto a questo modo è inutile
allatto allo studioso dell’Algebra, che cammina per vie più brevi e più facili
; ed è inutile e dannoso a chi vuole apprendere estesamente la scienza dei
numeri, perchè esige un dispendio di tempo e una fatica enorme per acquistare
delle cognizioni che si possono ottenere in brevissimo tempo, e con molto
minore fatica. Del terzo canone poi niente si avrebbe a dire, ammesso l’
incontrastabile principio esposto nel Capo !.. che l’Algebra è la lingua in cui
sono scritte le Matematiche, perchè è impossibile imparare una scienza (piando
(|) Intendo dire dall’ Algebra propriamenmenti sieno espressi con parole o con
segni te detta, poiché è impossibile trattare scienconvenzionali, per la
sostanza della cosa è tificamente l’Aritmetica senza l’ajuto di una tutt’uno;
non però cosi per la facilita, chiacpialehe specie di Algebra. Che i
ragionarezza e brevità – Grice: be brief: avoid unnecesary prolixity --.
s’ignori la lingua in cui è scritta. Però siccome in apparenza io mi discoslo
su questo punto dall’opinione di sommi matematici, die vollero la Geometria
insegnata prima dell’Algebra: cosi gioverà aggiungere ancora un cenno sopra
ciò, onde mostrare che queste due opinioni, in apparenza opposte, si conciliano
benissimo tra di loro. È indubitato die l’Algebra trasse origine dal seno della
Geometria: ma è altresì indubitato che la necessità del sussidio di questa
scienza fu la cagione che determinò, per così esprimermi, la Geometria a
procrearla. « Fu la Geometria una madre che partorì nell’Algebra una figlia
pveci» puamente a suo vantaggio (0. » Se adunque l’Algebra è di grandissimo
sussidio alla Geometria (ed io aggiungo, appunto perchè l’Algebra e la lingua
della Geometria e di tutta la Matematica pura ed applicata), non si potrà
negare che sia necessario insegnarla prima della Geometria, per la gran ragione
che i mezzi devono precedere lo scopo che con essi si vuole conseguire. Io però
non ho detto che si debba del lutto lasciare dall un dei lati la Geometria,
finché non sia esaurita la trattazione elementare dell Algebra: ho detto
soltanto, che non si proceda troppo innanzi nella Geometria, prima di avere
insegnato le capitali dottrine dell Algebra. Mi si potrebbe opporre, che
l’Algebra esseudo nata dalla Geometria, per insegnarla convenientemente
bisognerebbe procedere dall originante al derivato, dalla causa all’effetto,
dal principio alla conseguenza, dalla madre alla figlia. A ciò rispondo, che
altro è il metodo dello scopritore, altro quello dell’ institutore. Guai se per
insegnare le scienze si avesse a camminare per la strada lunga e spinosa che
calcarono quelli i quali all’attuale loro ingrandimento le condussero 1 Noi
abbiamo nell’Algebra uu sussidio potente per lo studio delle Matematiche:
ebbene, facciamo nostro prò di esso, e lasciamo alla storia della scienza il
mostrarci che strada abbiano tenuto per rinvenirlo i primi che ne la
arricchirono. Io prego il lettore, che prendesse qualche interesse in questo
importante argomento, a meditare il Capo Vili, del tomo II. della celebre Opera
del Cossali, che ho citato di sopra, nel quale sebbene non sia espresso il
principio che io annunciava come terzo canone riguardante il metodo dell’
insegnamento primitivo delle Matematiche, e dell’Algebra iu particolare; tuttavolta
si trovano delle riflessioni e delle applicazioni a molti casi, le quali
giustificano pienamente questa mia proposizione. Cessali, Origine, trasporto in
Italia, lume li. Cap. Vili. pag. e seg. Edizione primi progressi in essa dell
Algebm., ec. Vodella Reale Tipografia di Parma,, in /,.° 1500 Non iusisto
maggiormente sulle cose dette in questi tre Capitoli, perchè mi sembrano
bastare ad un semplice Saggio. Serviranno di maggiore schiarimento a questi
brevi cenni gli esempii che darò dopo avere esposto il piano di un Corso di
Àlgebra puramente elementare die mi sembrerebbe da adottarsi, avuto riguardo
allo scopo dell’ insegnamento primitivo delle Matematiche, e segnatamente
dell’Algebra, che è la lingua in cui è scritta tutta la scienza delle quantità
. Premessi, a modo d’introduzione, brevi cenni sull’indole delle Matematiche,
sui diversi rami in che si dividono, sull’origine dell’Àrilmetica e
dell’Algebra, io dividerei tutto il Corso di questa scienza in sei Sezioni,
delle quali ecco il prospetto. Cominciando dalle prime operazioni sulle
quantità espresse colle cifre arabiche, si dovrebbe man "ere alla ricerca
dei divisori. Essa potrebbe essere divisa in tre Capi suddivisi in paragrafi
nel modo seguente. Capo I. Delle operazioni che si fanno sulle quantità
espresse colle cifre numeriche. Della somma o addizione. Della sottrazione.
Della moltiplicazione. 4. Della divisione. Capo II. Delle operazioni principali
che si fanno sulle quantità espresse colle lettere. Della riduzione. Della
sottrazione. Della moltiplicazione. Della divisione. In questo Capo, oltre le
osservazioni essenziali sul coefficiente, sull’ esponente, sull’ uso dei segni,
e sulle quantità negative, conviene por molta cura nel fare avvertire la
essenziale differenza tra queste operazioni fatte sulle quantità espresse colle
lettere, e l e stesse operazioni eseguite sulle quantità espresse colle cifre
numeriche. Se ogni matematico anche il più superficiale sa che passa una gran
differenza fra la sottra aritmetica e l’algebrica, è pur vero che nell’insegnamento
molte volte si passa leggeraveute sopra cose elio sembrano piccole, ma alle
quali è legato il frutto ilelF insegna mento elementare delle Matematiche* Io
forse nr ingannerò: me ne dorrebbe molto, perchè eli quanto scrivo ho
acquistato il convincimento dopo avervi meditato sopra assai, dopo averne fatto
l’esperienza nelle lezioni che privatamente ebbi occasione di dare, e dopo
avere adempiuto oltre misura al precetto oraziano: nonum p re nudar in annum .
Io vorrei pérò bene clic misi dicesse come si fa ad avvezzare rapprendente a
riflettere alle cose grandi, so non si comincia a fargli osservare le piccole.
Ho sostituito alla parola somma l'altra di riduzione^ relativamente alle
quantità esprèsse colie lettere, seguendo Fe seni pio 4 li altri. Se avessi
saputo Lrovare nuove parole per esprimere con più giustezza anche le altre
operazioni algebriche, lo avrei latto. XjC definizioni e gli schiarimenti
debbono nel Trattato supplire al difetto ili migliori espressioni. Capo FU. Di
alcune operazioni secondarie sullo quantità espresso colle cifre, e colle
lettere, I* Del raccoglimento dei fattori — 2* Della ricerca del divisori — 3,
Dei numeri primi, ec. n[ FRA Zi ONU Intitolo così questa Sezione, per
abbracciare tanto il calcolo delle frazioni veramente tali che appartengono alF
Aritmetica, così proprie come improprie, quanto anche le espressioni algebriche
che uou hanno altro ili frazionario che la forma; essendo ben noto che in
Algebra uou vi sono propriamente frazioni, ma divisioni indicate* Questa Sezione
si divide in cinque Capi come segue. Cato IV. Idea delle frazioni^ e modo di
calcolarle* (V ^ /dea delle frazioni ; e principii fondamentali — Della ricerca
del massimo comune divisore di due o più quantità, * % Somma delle fr azioni.
Sottra delle frazioni. Moltiplica delle frazioni Divisione delie f 'azion L
Delle frazioni letterali od algebriche* Velie frazioni decimali. è j . Somma
dei decimali. Sottra dei decimali Molli/ dica dei decimali. Divisione dei
decimali. Utilità dei decimali. Eh Trasformazione delle frazioni ordinarie in
decimai ì} e viceversa. Caco Vii Delle serie. C apo Vili Delle frazioni
continue « Tomr L 9^ i r>0‘ 2 DELLE POTENZE E DELLE RADICI. Delle potenze
dei monomii. Delle radici dei monomii. Capo XI. Delle operazioni che si fanno
sui radicali. 1. Della riduzione dei radicali eterogenei. Semplificazione dei
radicali. Somma dei radicali. Sottra dei radicali. Moltiplica dei radicali.
Divisione dei radicali. Elevazione dei radicali a potenza. 8. Estrazione di
radice dai radicali. Delle quantità imaginarie. 1. Somma e sottra delle f— au+
4 a*b+ G aW+ 4 « b>+ b' a'b 1 IO a'b*— 40 a*i5— 5 abK—b\ Supponendo
finalmente che un termine sia positivo «. e 1* altro negativo) si ha: (« t)a a
s 2 a b + (a— 4)s=as— 3 à*h + 3 ab*—b* (a a*— 4 a H> + G n^5— 4 a //+ 4* (a
bfzzz a 5 a 'b 10 a*b*~ 10 ttE4s+5 ab'—b3. Esaminando attentamente i risultati
ottenuti dalla successiva moltiplica zio ne di a + 4, —a lu a b per sé stessa
una, due, tre, quattro volte, si vede che i termini di questi sviluppi formansi
colle seguenti leggi. I, Gli esponenti del primo termine a vanno sempre
decrescendo secondo 1 ordino dei numeri naturali: di modo che il primo è il
gradodella potenza cui si eleva il binomio, e Tu Rimo ò zero, che rende uguale
ad J il primo termine del binomio nell'ultimo dello sviluppoGh esponenti del
secondo termine h invece vanno sempre crescendo secondo lo stesso ordine ; in
guisa che il primo è zero, e l'ultimo è il gradò della potenza* IL lì
coefficiente del primo ed ultimo termine dello sviluppo è l, quello del secondo
termine è uguale al grado della potenza cui si eleva il binomio. Quello poi
degli altri termini è uguale al coefficiènte del termine precedente,
moltiplicato per l’esponente del primo termine del binomio rìde nel termine
precedente, e tutto diviso pel numero dei termini antecedenti: per esempio, nel
termine 10 a 'b* il coefficiente 3 0 è 2 2 HI. U numero dei termini dello
sviluppo è espresso dal! esponente cui si eleva il binomio, aggiuntovi 1 ;
cosicché la seconda potenza ha tre termini, la terza quattro, la quarta cinque,
ec, iy jje]i0 sviluppo di ciascuna potenza vT e un coefficiente massimo, dopo
il quale ritornano i coefficienti precedenti con ordine inverso. La ragione di
ciò si rende manifesta solo che si osservi, che si Sarebbero ottenuti gli
stessi termini con ordine inverso, se invece di sviluppare il binomio a + b si
avesse preso l’altro b + a; in guisa die il primo termine sarebbe stato
rultimò, ed il secondo il penultimo, ec. Tale massimo coefhcicnle è quello del
termi ue medio per le potenze pari, e per le dispari il primo dei medii. Questa
legge riguarda il valore dui coefficienti: non la loro forma, la quale resta
sempre quella indicala nella legge IL y [ termini dello sviluppo sono tutti
positivi tanto nelle potenze pari che nelle disparis se quelli dei binomio sono
pure Lutti positivi; e per h pi di- use ['il cucile se sono tulli negai ivi :
sono invece Lutti, nr gali vi nello potenze disparì, se quelli del binomio sono
tulli pur negativi Finalmente se im salo termine del binomio è negativo, sono
negativi tulli quei lumini dello sviluppo, in etti entra tome fattore il
termine negativo del binomio con esponente dispari. Queste leggi, secondo lo
quali sono formati gli sviluppi delle potenze del binomio, noi le abbiamo dedotte
dai casi speciali di questo cinque potenze. Possiamo noi ora conchiuilcrc che
si verificheranno per ogni altra potenza ? Ecco il secondo caso dT induzione
applicata alle Matematiche, clic accennammo poco sopra» Le s pressione u-\-h è
tutta algebrica, e perciò noi possiamo stabilire che, qualunque siano i valori
di a e di si verificherà la legge duo alla quinta potenza. Ma 1 esponente fin
qnì assunto è numerico, c perciò, quanto alle potenze, non ìndica clic casi
speciali l dunque noi non possiamo co&cLitulefc Funivi -realità di quelle
leggi, se prima non dimostriamo elicsi verificilino per un esponenti qualunque
m> Noi dubbiamo dunque ritenere, filetto tale semplicissima osservazione,
che questa specie di induzione non può essere sufficiente fondamento per
ìstabilirtì 1’ universalità delle esposte leggi. Ma giova cercare se vi sia
modo di dimostrare la verità della formula newtoniana coi mezzi elementari
almeno per 1 esponente m posi! ivo intero, perchè avremo occasione di fare
dulie riflessioni phi diffuse sull' importante argomento del quale ci
occupiamo. Questa dimostrazione elementare fu tentata da altri matematici, c
valentissimi; maio credo offessi non sieno stati mai persuasi pièna melile di-
Ila giustezza dei metodi coi quali corcarono giungere al loro intento, giacche
la dimostrazione che generalmente fu adottata involge sempie una petizione di
principio. So noi infatti cominciamo a dire che se h leggi sovra esposte si
verificano, a c a gioii éf esempio, fino alla quinta potenza, si avrà la
formula generalo (a -f b)m =am + m am~' h + m (m 1) 5 i: se sulla baso dì
questa formula si dimostri clf esse si verificano audio per 1J esponente m -jJ,
noi abbiamo già posto ciò clic si deve appunto provare, cioè la verità del
canone newtoniano per fi esponente generale m; abbiamo conduuso dal particolare
al generale senza aver reso legittimo questo nostro passaggio. Abbandoniamo
adunque questa via già battuta con esito inldiCC, c tentiamone uu 'altra So iu
buona Logica noi non possiamo argomentare dai particolari ade generalità in
quello scienze ove si esige la certezza assoluta, come sono appunto lo
Matematiche, niente c’impedisce di passare da una forma paiticolare ad una
generale, dacché l’indole della scienza, di cui trattiamo, ce lo consente, onde
poter osservare i rapporti delle quantità che calcoliamo. Mi spiego. Noi non
siamo autorizzati a dire che la potenza in del binomio a + b sarà formata
secondo le leggi newtoniane, perchè lo sono le potenze seconda, terza, ec. ; ma
possiamo ben dire che se si supponga 5 », lo sviluppo ottenuto per (a + 6)5
sarà identico collo sviluppo di (, i + b)n ; ed avremo in questa trasformazione
il vantaggio di poter osservare meglio le relazioni che sono nei termini di
esso sviluppo. Dietro ciò, posto re in luogo di 5, avremo : (a + re an~ lb +
n(n t)re"““52 + » (re 1 ) (n 2) a " 3 b ' 2 . 3 + re (re 1) (re 2)
(re 3) re’1-4 è4 2 : 3 : ~ + re (re 1) (re 2) (re 3) (re 4) a”"5 b\ 2 ! 3
’ 4 ' 5 Espresso a questo modo lo sviluppo della quinta potenza di a + b,
moltiplichiamolo per a+b, onde avere la potenza successiva, cioè la sesta.
Disponendo ed eseguendo l’operazione al modo solito della molliplica5 avremo :
a" + n an~'b + n (n \) an~%V + re (re 1 ) (re 2) re ” b 2 2.3 + re (re— 1)
(re 2) (re 3) re”-4 è4 2 ' 3 ' 4 + re (re 1) (re 2) (re -3) (re 4) re”-5 b‘ 2 (
3 ! 4 ! ~ a + b + 1 q nau b + n (re 1) re”-’ b* + re (re 1) (re 2) re b 2 2 . 3
+ » (re 1) (re 2) (re • 3) a”-3//' 2 • 3 ! 4 4» Ire D(re 2) (re 3) (re 4) 2 ^ 3
! 4 1 5 i + a n et + n un^1 b3 -{n { n I) a n“a 6S-|n (n 1 } (n 2) a * “3 b*' 2
2 . 3 + n (n 1) [n 2) ( n 3) ati~^b5 2 7 I ! 4 + n (» 1) fri 2) (n 3) (ri 4)
an~*b* 2 .3 ; 4 ; 5 ' (ri + f) rz ^ J + n 1 ^ a*~s // n (n *) / f » 2 \ a *-a
&3 2 ^ 3 ' n (n 1 ) (n 2) f 1 -f ri 3 ^ a n ~ 3 &4 2 ~ 3 ' 4 / n (« f)
(n 2) (n 3) ( fl + n 4 ^ ^ 2 3 . 4 v 5 ' n(n—1) (n 2) (« 3) (n 4) a 2, 3 « 4, 5
Osservando il modo coli cui sono forma Li i termini di questo prodotta, sì
scorge a prima giunta che il coefficiente di ciascuno coasia di due coeh
fìcienti consecutivi della serio presa a moltiplicare, in guisa ohe fuori della
parentesi si han no successivamente i coefficienti dei termini di questo
sviluppo, e dentro la parentesi 1 + n 1 . 1 -f ri 2 3 1 + n 3 ec. 5 2 3 4 cioè
n 1, n + A, n + f 2 _ 3 Quanto agli esponenti s essi evidentemente seguono
nello sviluppo la stessa legge thè nel moltiplicando. Quanto al numero dei
termini 5 essi nel prodotto sono uno di più che nel moltiplicando. Quanto all
ultimo termine del prodotto^ egli è identico colf ultimo del moltipllcando ; m
guisa che essendo LI coefficiente di questo eguale ali’ unità, è uguale
all'unita anclic il coefficiente di quello* O' i segni non parlo, giacché è
troppo chiaro che so b~ a. cagion d'esempio, fosse negativa, sarebbero negativi
e nel moltiplicando c nel prodotto tulli i termini ove b fosse elevala a
potenza dispari. Tutto ciò dipende dalla natura della moltiplicazione
algèbrica, e non abbisogna di alcuna spiegazione. Facendo ora n + 1 z= r, il
prodotto trovato acquisterà la seguente. forma : (a + by—a'+ra'-’bi-r (r— 1)
ar“*ia+ ;■ (f— 1) (r— 2)ar~ib 2 2 . 3 + r{r 1) (r 2)|r— 3)« *4‘ 2 . 3.4 4r(r 1
) (r 2)(r 3) (r 4) ar~9 45 2 3”. 4 . 5 + r fr 1 > Cr 2) (r 3) (r 4) (r 5)
aT~f‘ br' 2, .3 . 4 . 5 . 6 Par ridurre l’ ultimo termine alla forma degli
aliti nou ho fallo alito ohe moltiplicarlo per r, cioè per 1 . L'identità di
questa formula eoo quel6 la dello sviluppo di (a -f b)" uon abbisogna
d’essere avvertita. Se eoi ora moltiplicassimo questo sviluppo di (a + b)r per
a + b, onde averne la potenza r+ 1, cioè settima, potremmo ripetere le stesse
considerazioni che abbiamo falle, e così in segnilo. Onde resta dimostrato, che
per qualunque potenza intera e positiva del binomio si ottiene uno sviluppo
dell’ identica forma, cioè formato secondo le esposte leggi. Ma come avviene
che quella conseguenza, la quale non ci credevamo autorizzati a dedurre quando
ì coefficienti erano numerici, pensiamo poterla trarre ora che hanno la forma
algebrica? Ossia perchè allora l’induzione uon ci bastava, e adesso la troviamo
sufficiente fondamento alla bini os trazione ? Perchè il principio induttivo lo
abbiamo ridono a principio tutto rimonaie: o, a meglio dire, perchè all’
analogia, fondamento dell’induzione, abbiamo sostituita l’identità, che è il
solo fondamento proporzionato della dimostrazione. La conseguenza Infatti che
noi deducemmo dalle considerazioni sul prodotto ottenuto dalla moltiplica dello
sviluppo di (a + b)n per a + ^ non è altro che V applicazione di epe s Lo
assioma: Dati identici fattori*, debbono aversi identici prodotti Dobbiamo dunque
conchiude re j che Y induzione scientifica non è fonie di cognizioni tu
aiematiche neppure presa nel secondo senso accennalo in principio dì questo
Capo. Veniamo al terzo caso et’ induzione 5 die, come dicemmo 3 è quando dalla
legge elio seguono alcuni termini di una serie deduciamo clic tutti gli altri
termini di essa saranno formali allo stesso modo* Abbiasi da sviluppare in
serie la espressione frazionarla — Dispo I ~X nendo ed eseguendo F operazione
al modo solito della divisione, avremo \ a a -f a x 1 x # + a x a -|ax + ax*+
ec* a x + a x' a x a ar'4a;5 * + a X* Osservando i termini ouenutì per
quoziènte, noi diciamo che* proseguendo quanto sì voglia nella divisione 5 ogni
termine del quoto «ara eguale al suo antecedente moltiplicato per x* Ma non v’ha
Insogno di molte parole per rendere palese che anche in questo caso poi
argomentiamo Sriiìl’appoggio del principio delFitlenliù, porcile restano sempre
identici il dividendo, il divisore, eT indole della operazione colla quale si
ottengono i successivi residui. Siamo dunque condotti a conchiudere questo Capo
collo stabilire io t^si generale che ~V Induzione scientifica, fondata sull*
analogia, non può mai essere fonte per dedurre verità matematiche; o che se in
qualche caso sembra che a ciò P induzione ci servai1 intervento suo non è che
apparente, poiché sempre ove vi è verità dimostrata non altro può essere d
fondamento che il principio della identità, = . Della estrazione delle radici
dai polinomi! e dai numeri* Io accennava nel Capelli, come mio dei canoni del
metodo, che F insilamento dell1 Yritm etica e delFÀIgebra sia impartito con gin
ala mente* .Molti esempli dovrei addurre per mostrare h diverse applicazioni di
tale principio; ma i limiti che mi sono proposto Io questo Saggio non
consentendomi maggior diffusione, scelsi esporre la teoria della estrazione
delle radici dai poli nonni e dai numeridiserbate ad altro fiori t lo so lo
circostanze me lo coose olirà imo, appi io a zio oi più estese. Osservando come
si formino le poterne dei binomi itrinomi! oc., ci è facile rinvenire il metodo
per 1 estrazione della radice dai polinomi!. Abbiasi ad estrarre la radice
seconda del polinomio a + 2 a x + a;3. La prima osservazione da farsi è, se il
dato polinomio sia una potenza peifetta del grado indicalo dalla radice (nel
nostro caso del secondo grado). Per accertarsi di ciò basta esaminare se il
dato polinomio sia conforme a tutte le leggi, dietro cui vedemmo formarsi le
potenze dei polinomio Gin fosse esercitato abbastanza per fare in ogni caso una
tale osservazione, potrebbe estrarr® a colpo dmecbio la radice di qualunque
polinomio clic fosse: potenza perfetta, o risparmiare, nel caso contrario, una
operazione talvolta lunga, per accertarsi die il polinomio dato non è una
perfetta potenza del grado indicato. Facilmente ncUVdotto polinomio si scopre
eli' egli è potenza seconda perfetta di un binomio a + a?, perchè è composto di
ire termini, del quadrato di rt, di quello di e del doppio prode Ilo dì iQlLo
positivo Ma non sempre è possibile, specialmente ai principianti, lo scorgere
così a colpo d* occhio la radice delle potenze dei gradi superiori ? od aneli e
delle seconde dei polinomi! di molli termini Però conoscendo che il primo
termine di un polinomio elevato ad una potenza qualunque segue nel suo sviluppo
lordine decrescente dei numeri naturali dal grado della potenza fino all’ 1, e
conóscendo con quali leggi sieno formati i termini dì una potenza qualunque, ci
è facile ottenere la radice dei polinomi! con un me lodo un poco più lungo, ma
sicuro. Converrà dunque primieramente ordinare il polinomio dato per rapporto
ad una lettera, precisamente come nella divisione dei po! inondi per polinomi!.
g 1, Estrazione delia radice quadrata dai polinomii. Abbiasi dunque ad estrarre
la radice seconda dal trinomio mz +J* + 2 mf* Ordinato questo trinòmio per
rapporto ad m. si Là: quadrato radico ) -f m + / ™ _ 2 in residuò m + ‘i»‘f+.r
Siccome il primo termine della potenza contiene il primo termine della radice
elevato (nel caso nostro) a seconda potenza, così il primo termine della radice
sarà + ni. Faccio il quadrato di /??, lo sottro, ed ho il residuo Ora il
secondo termine è e dev’essere un pro dotto, in cui entra come fattore il primo
termine della radice moltiplicalo per 2 ; pongo sotto la radice questo fattore
2 ni, e dividendo il termine 2 mf per esso, trovo Y altro fattore f eli’ è
necessariamente il secondo termine della radice. Moltiplico 2/»X/; e faccio il
quadrato di f Sottro: e vedendo che non ho alcun residuo, con chiudo che i m
i/^ la radice quadrata del dato trinomio : radice che si è ottenuta facendo
precisamente le operazioni inverse di quelle con cui si eleva alla seconda
potenza un binomio. Il doppio segno si pone per la stessa ragione che nei
monomii. Se invece di un trinomio fosse dato un polinomio, si opererebbe in
sostanza allo stesso modo: poiché nella formazione delle potenze dei poliuomii
non vi sono che delle differenze accidentali, e non essenziali. Sia, per
esempio, da estrarre la radice seconda del polinomio a'-2^3 + ^-2aV + 2 &V
+ c6 CO; avremo 1. ° residuo 2 a%b2-\-b^ 2aV + 2^c5 + cs radice ja2— c\ -f 2
a2b2 bw 1.°divis.2a2 2. ° residuo *— 2 «V + 2 Z>V + c6 2.°divis.2a2— W + 2
ac% 2 b2cz c6 Nel secondo divisore abbiamo raddoppiato i due primi termini
della radice a 2 b2, onde avere i doppii prodotti che sono nel quadrato. Del
resto non si fece altro che distruggere ciò si era fatto innalzando alla
seconda potenza il trinomio a 2 b2 c3; con che si ebbero appunto i tre quadrati
a\ b\ c\ e i tre doppii prodotti 2 a2b2, 2 ac\ 2 b2c\ Sembra che in questo caso
non si conservi la regola degli esponenti; ma una tale eccezione è solo
apparente, e deriva dall’essere i termini della radice essi pure affetti da
esponente. (i) Essendo il termine 2 aV dopo il ternon la contiene. Ma in questo
caso è inutile mine h\ sembra che il polinomio non sia oril trasportare il
termine 2 aV, poiché Tespodinato per rapporto ad a, perchè dopo due nenie di a
è ancora 2, come nel termine termini che contengono a ne viene uno che 2 a2l2.
Estrazione della radice quadrata dai numeri . Olii numero si può considerare
composto di tante parti, quante sono le cifre delle quali è formato. Per
esempio, 26 si può considerare composto di due parti, cioè di 20 + 6; 359 di
tre, cioè 300 + 50 + 9, ossia tre centinaja, cinque decine, nove unità; ed il
quadrato che si ottiene moltiplicando il numero 359 per sè stesso, sarà il
risultato dei vari! termini che si otterrebbero sviluppando la espressione 300
+ 50 + J nel modo con cui si opera per innalzare al quadrato l’espressione
algebrica a + c + d. Ciò è evidente solo che si consideri la generalità della
formula à + 2 a c + 2 ad + c2 + 2cd + d\ che è la potenza seconda del trinomio
a + c + d. Sarà dunque 3592 = (300 + 50 + 9) 3002 +2. 300. 50 + 2. 300. 9 + 502
+2.50.9 + 92 90000 + 30000 +5400 +2500 + 900 +81 = 128881. Volendo ora
rimontare da questo numero alla sua radice, il metodo algebrico vuol essere
alquanto modificato, perchè le varie parti componenti il quadrato non più si
scorgono dopo la loro unione in un termine solo, essendo la loro somma
eseguita, mentre nell’Algebra è soltanto indicata ; ma però siamo sicuri che in
esso si contengono tutte quelle parti che costituiscono la seconda potenza di
un trinomio. Vediamo adunque in qual modo si venga a scoprire la radice di un
numero. Per comprendere chiaramente il metodo che siamo per dare, premettiamo
alcune osservazioni sulla natura dei quadrati dei numeri. I. I numeri semplici
non hanno nel loro quadrato più di due cifre, giacché il quadrato del minimo
numero composto, cioè di 1 0, è 100, minimo numero di tre cifre. I quadrati dei
numeri semplici sono: numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 quadrati 1, 4, 9, 16,
25, 36, 49, 64, 81 II. Il quadrato di un numero terminato con degli zeri è
uguale al quadrato delle cifre significative coll’aggiunta di un numero doppio
di zeri. Il quadrato di 1 0 p. e. è 1 00, quadrato di 1 coll’aggiunta di due
zen; il quadrato di 100 è 10000 ec. : giacché tali quadrati dipendono affatto
dal sistema della nostra numerazione per decine. Così il quadrato di 40 è 1600
giacché 40 X 40 non è altro che quaranta volte quattro decine, cioè 40X4X^ =
160X10 = 1600. III. Un quadrato non può avere più cifre, che il doppio di
quelle della sua radice. Per esempio, il quadrato d’ un numero di due cifre non
avrà più di quattro cifre, perchè 100, primo numero di tre cifre, ha per
quadrato 1 0000, primo numero di cinque cifre. In tal caso il quadrato ha un
numero pari di cifre, poiché il doppio di qualunque numero è pari. I\ . Un
quadralo non può avere meno cifre, che il doppio di quelle della sua radice,
meno una. Il quadrato di 100, per esempio, mimmo numero di tre cifre, è 10000,
die è il minimo numero di cinque cifre. Qualunque altro numero adunque di tre
cifre, che è necessariamente maggiore di 100, non potrà avere nel suo quadrato
meno di cinque cifre. In questo caso il quadrato ha un numero dispari di cifre.
Y. Dalle cose anzidette rilevasi, che dividendo il proposto quadrato in membri
di due cifre, si avranno tanti membri, quante sono le cifre della radice. L’
ultimo poi di tali membri potrà essere anche di una cifra sola (nel caso del n.
IV). Tale divisione in membri si farà da destra a sinistra, poiché così
vengousi a riportare ai loro luoghi gli eccessi delle somme delle cifre dei
varii ordini, come si rileverà più chiaramente da quanto diremo in appresso.
Fatte queste osservazioni, disponiamo l’operazione nel modo seguente: quadrato
proposto radice termini eliminati 12,88,81 359 300 . 9 1.° divisore G,5 1.°
dividendo 38,8 2.° divisore 70.9 2. 300. 50 + 502 . —32 5 2.° dividendo 638,1 2
. 300 . 9 + 2 . 50 . 9 + 92 638 1 0 Ripartito adunque il proposto quadrato in
membri di due cifre da destra a sinistra, come dicemmo, osserviamo
primieramente: che la radice del massimo quadrato contenuto nel primo membro 12
è la prima cifra della radice ricercata, e non può nascere mai il caso che
dalla somma dei doppii prodotti e quadrati si riporti tanto, che confonda il
quadrato della cifra dell’ ordine massimo della vera radice con quello di un’
altra cifra. Se, per esempio, la cifra prima di una data radice di tre cifre
sia 1, non si potrà mai riportare 3 di eccessi; con che si avrebbe nel primo
membro il quadrato di 2 invece di quello di 15 e non si saprebbe determinare
per conseguenza se tal prima cifra della radice fosse 1, oppure 2. La ragione
di ciò si è, che siccome la data radice non arriva a 200, così il suo quadrato
sarà minore di quello di 200, che è 40000. Ma essendo essa radice di tre cifre,
il suo quadrato deve avere almeno cinque cifre (pel n.° IV); ed un numero di
cinque cifre minore di 40000 non può avere 4 per cifra massima, come è
evidente. Dunque è certo che non potrassi mai cogli eccessi, che si riportano,
confondere il vero quadrato della cifra massima con uu altro, valendo uu simile
ragionamento per ogni caso possibile. Ciò posto, dal massimo quadrato contenuto
in 12, eh’ è 9, estratta la radice 3, poniamola al suo luogo; facciamone il
quadrato, e sottriamolo da 12. Abbiamo il residuo 3: onde intendiamo essersi
riportate tre decine di migliaja dalla somma delle varie parti del quadrato.
Conosciuta così la prima cifra della radice, che è 3, esprimente centinaja
(dovendo la radice avere tre cifre pel n.° V.), ed eliminato dal proposto
numero il primo termine di quelli ond’ è composto, cioè il quadrato appunto
delle centinaja 300’, abbassiamo accanto al residuo 3 la prima cifra del
secondo membro 8, alla quale deve certo arrivare il doppio prodotto delle
centinaja nelle decine, perchè egli arriva almeno alle migliaja; cosicché
dividendo 38 pel doppio delle tre centinaja scoperte, cioè per 6, il quoto che
otterremo sarà la seconda cifra della radice, esprimente le decine. Il quadrato
di queste, che è almeno di centinaja, deve arrivare all’ altra cifra del
secondo membro, che appunto esprime centinaja. Abbassiamo adunque anche questa
seconda cifra, e separiamola con una virgola, indicando di non tenerne conto
nella divisione che siamo per fare del 38 .* 6.Diviso 38 per 6, abbiamo 6 di
quoto. Prima però di scriverlo alla radice conviene esaminare se 6 divisore
moltiplicato per 6 quoto, più d quadrato di 6, si possa sottrarre da 388.
giacché questo prodotto e questo quadrato devono essere contenuti, come
dicemmo, in 388. A tale effetto posto il quoto accanto al divisore, così, G6,
ed eseguita la moltiplicazione per 6, abbiamo ad un tratto il quadrato ed il
prodotto, che danno 39G. Ora essendo 396 >388, dobbiamo conchiudere che 6 è
una cifra troppo grande, e che conviene diminuirla di 1 (e, se occorresse, di
2, di 3 riducendola anche allo zero, come nella divisione). Fatte le stesse operazioni
col 5, avendo per risultato 325 c 388, poniamo 5 al luogo della radice, e
sottriamo 325 da 388. Ci resta G3. Noi abbiamo con questa seconda operazione
eliminati altri due termini, cioè 2 . 300 . 50, e 50 . Accanto al G3, che
rappresenta gli eccessi riportati dall’ altre parli del quadrato, abbassiamo
l’ultimo membro 81. Nel G381 si deve contenere il doppio prodotto dello
centmaja nelle unità, quello delle decine nelle unità, ed il quadrato delle
unità* Nessuno dei due prodotti può appartenere all ultima ci Ira clic
rappresenta unità : essi sono adunque compresi nelle cilro 038. Ora i doppi i
prodotti conte nuli in quéste cifre inumo due i allori comuni, cioè il 2 e La
cifra che esprimerà le unità, gli altri due sono tre centinaja e cinque decine.
Se ri divida adunque 638 pel doppio di Ire centinaja, più cinque decine, cioè
per 70, noi troveremo ad un trailo l altro iatture esprimente le unità.
Separata dunque dal G38i 1 ultima cifra 1, ed eseguita la divisione di 038: 70,
abbiamo per quoto 0. Posto il 9 aceanLo al divisore 70, ed eseguita la
moltiplicazione di 709 X 9, abbiamo ad un tratto il doppio prodotto dell® unità
nelle centi naj a, e delle unità nelle decine, ed il quadrato delle unità 6381
3 che sottriamo; e non avendo residuo alcune, concliiudlamo essere il 9 la
terza cifra della radice, e quindi esattamente \/ 128881 r: 3 59. Con questa
terza operazione abbiamo eliminato i tre termini *2 * 300 * 92.50,9, 9*. Se di
maggiori cifre fosse composto un dato numero, di cui si volesse la radice
quadrata, è evidente che si opererebbe in un modo affatto simile a quello testé
esposto, vale a dire distruggendo dò che si fa colT innalzamento a potenza. Se
poi il dato numero non fosse potenza perfetta, si avrebbe un resìduo. Rapporto
alT estrazione della radice quadrata dei decimali, essa si la come negli
iutieri. Soltanto è da avvertire, che siccome nel formare la seconda potenza dì
un decimale si separano tante cifre nel prodotto* quante sono quelle del
moltiplicando, piu quelle del moltiplicatore ; cosi nella radice, che si
troverà, dovrà separarsi la metà di cifre Contenute nella potenza. Le quali se
saranno in numero dispari, si avrà 1 avvertenza di aggiungere uno zero, che già
non altera ii valore, onde sia possibile separare nella radice le cifre die dicemmo.
Cosi, per esempio, V 3b i ~ 1/ 5 I j0 71 circa: ed aggiungendo altri due zeri
al quadrato; V 5 17000 = 7,19 più prossima me u te. Lo stesso vale, coro e
otnaro5 anche qualora non vi siano intieri, ma soltanto decimali; ed altresì pd
easo clic un dato mimerò non sia potenza perfetta, onde levala la radice del
mass Imo quadrato in esso contenuto, rimanga un avanzo: poiché aggiuntivi due,
quattro, sei zeri, o più se occorra, si troverà la radice approssima*# espressa
in decimi, centesimi, milleri mi, oc. OssKfiY AZIONE, Nel caso die un numero
non sia quadrato perfetto, potrebbe nascere il dubbio se la radice trovata sia
quella del quadrato massimo contenuto nel numero proposto, o se un quadrato
maggiore in numeri interi vi si contenga. Per uscire d’ incertezza si esamini
se il doppio della radice, aggiuntavi Punita, superi il residuo. Se ciò
avvenga, il quadrato della radice trovata è il massimo che si contenga nel
numero dato. Infatti chiamando a questo numero, b la radice trovata, il resto è
espresso da a b, e la radice prossimamente superiore a quella che si rinvenne
sarà b + 1, il cui quadrato è b1 -f 2b + 1. Se dunque sarà 26 + 1 > a b\
sarà anche 2 6 + 1 + 6 2 > a (aggiungendo da ambe le parti 62). Ora 5 3 _p 2
b + 1 non è altro che il quadrato di b -f1 : dunque il quadrato di b + 1 è
maggiore di a . Dunque il massimo quadrato, in numeri interi, contenuto in a è
b. 3. Estrazione della radice cubica dai polinomio 3 Abbiasi ad estrarre \/ ( a
3 + 3a6 + 3a6s+ ò3). Essendo già ordinato questo polinomio per rapporto ad a,
disponiamo 1’ operazione nel modo usato di sopra per l’estrazione della radice
seconda. a1 + 3 ab + 3 a b2 + 6 5 radice + b a5 3 a residuo 3 ab + 3 ab + bl 3
ab 3 a 65 6 5 * * ~ Caviamo la radice terza dal primo termine, sapendo eh’ esso
contiene il solo primo termine della radice elevato nel caso nostro alla terza
potenza: con ciò otteniamo il primo termine a della radice cercata, che si pone
al suo luogo. Fatto ora il cubo di e sottrattolo, abbiamo il residuo 3 l) _[_ 3
a 5 2 + bs. Siccome il secondo termine della potenza è il triplo del quadrato
del primo termine della radice moltiplicato per l’altro termine della stessa ;
così fatto il triplo del quadrato di che è 3 a\ ed assuntolo per divisore, noi
potremo scoprire l’altro termine della radice. Dalla divisione otteniamo il
quoto 6; ma siccome nella potenza data, oltre del termine 3 ab, vi deve essere
anche il triplo del quadrato di b moltiplicato per così, per accertarci che b
sia veramente un altro termine della radice, esaminiamo se il termine 3 b‘ a
corrisponda ad un termine che si trovi nella data potenza. Vedendo che ciò si
verifica, fatto anche il cubo di 6, sottriamo dalla potenza i tre termini 3
a26, 3 ab\ 63; e non avendo più alcun residuo, conchiudiamo che a + b è la
radice cubica del dato polinomio. Basla dfire un occhiata a queste operazioni
per conTom, I. 9G SAGGIO FILOSOFICO 4 518 vincersi che non sono altro che le
inverse di quelle con cui si ottiene la terza potenza di un binomio. Alquanto
più complicata riesce la estrazione della radice cubica dai polinomii che hanno
una radice trinomia, quadrinomi ec., ma però sempre dipendente dal modo con che
si formano le potenze. Debbasi estrarre, a cagion d'esempio, (/ (a3+ 3a3c + 3
ad 3a c* + Gacd + c5+ 3ad3-\3 c d\ 3cG?‘-f-(f). Disponendo Iterazione al modo
solito, avremo radice I a -p c + d 4,° divisore 3 a 2.° divisore 3 cì -f 6 a c
+ 3 c* a 3 + 3 a2c -j3 ad + 3 a c-f G a c d + c3 + 3 a d3 + 3 c*d + ^ cc^
"t" ^ 4 .° res.° +3 a c -(3 a’d + 3«c3+ Gacd -(c3 -f3 ad' 3 cd + 3 cd
+• d 3 a3 c 3 a c c3 2.° residuo * +3 ad * +6acd * + 3 a d*+ 3 cd + 3 ctf+ d* 3
ad 6 acd Sad Zcd—Scd'—d' Essendo il polinomio già ordinato per rapporto ad
cominciamo ad operare come nel caso precedente. Estratta la radice cubica dal
pi uno termine, abbiamo a; fattone il cubo, e sottrattolo al solito, abbiamo il
primo residuo. Preso ora come divisore il triplo del quadrato di ? 0100 3
abbiamo il secondo termine della radice + c. Fatti i due piodotti 3 eie, 3ca,
ed il cubo c3, li sottriamo, ed otteniamo il secondo residuo. Assunto adesso
per secondo divisore il triplo del quadrato ( i a abbiamo alla radice -fd.
Fatti i soliti prodotti, cioè (3 a + G aC - f 3c2) d, 3 d~ [a -fc), ed il cubo
cP, li sottriamo; ed osservando che non si ha verun residuo, conchiudiamo che a
-fc -fd è la radice cubica del dato polinomio; la quale noi abbiamo
evidentemente ottenuta eseguendo le operazioni inverse di quelle che si fanno
per innalzare un trinomio alla terza potenza. Osservazione. Sarebbe facile
stabilire dei metodi per estrarre la radice dei gradi superiori al terzo da
qualunque polinomio che fosse potenza perfetta del grado dato ; e ciò dietro la
semplice avvertenza, che per estrarre la radice basta eseguire le operazioni
inverse di quelle colle quali si ottiene l’ innalzamento a potenza, le leggi
del quale sono già note. Questi metodi non hanno altra difficoltà che la
lunghezza dei calcoli ? e in pratica non sono quasi di nessun uso. Però, senza
cercare oltre, si possono estrarre alcune radici di gradi superiori nel modo
che abbiamo usato finora. Così per estrarre la (/ basta estrarre due volte la
radice seconda dal dato polinomio, giacché p. e. (a + bf =: (. KOMAGWOSI
wvertimento Questi Opuscoli medili., coi qua [I si compie il preseti te
Ycdunrc, avrchhi'ro dovuto andare uniLi agli alivi che si leggono dalla pagina
469 alla '44, se Q1 momento della stampa di questi ne avessi avuto notizia, ed
agio di pTouij farmeli* 11 lettore, die sa quanto sia difficile cosa
raccogliere ed ordinare scritti inediti, tollererà questo lieve sconcio* 1
paragrafi sono pru> nunu reti in seguito all'ultimo degli Opuscoli edili,
COL Or. Ilo alla denominazione di leggi dell' umilila perfettibilità io
contèndo lauto lg leggi di «paolo quelle di dovere. t) 602, Per leggi di fatto
io intendo li modo connine e naturale cui quale gli uomini in generale, ossia
meglio le unzioni procedono cello sviluppo del loro spirito relativamente alle
scienze, alle arti ed ai costami; ossia il costume dalle nazioni tenuto, o che
pur anche terrebbero e terranno sèmpre tanto nelle invenzioni, quanto nell’
addottrinamento o nella civilizza e io ne* G, G03, Per leggi di dovere io
intendo generalmente tutto quello che le nazioni far dorrebbero, non tanto per
Scoprire il vero, sia speculativo, sia interessante, ed evitare l’errore; quanto
per ottenere di farlo nel modo pii! breve e più facile, e col maggior frullo e
durala possibile. g GOL Ogni legge di fitto, qualunque siasi, altro essere non
può elio ui/risnltalo dei rapporti che legano le cose fra di loro. Questo
risultalo, che, a parlar propriamente, non è die un effetto, non potrà ma!
essere conosciuto a dovere, se non si conosceranno convenientemente 1 rapporti
e le forze delle cagioni che lo producono. È dunque &’ uopo il conoscere le
forze ed i rapporti dello spirito umano, lauto per assegnare la ragione di
quello che fa, quanto in parie per additare la regola ilt quello clic far deve
e dovrebbe rispettivamente alle scienze ed alle arti. Come infatti potreste voi
esattamente assegnare le leggi di fallo colle quali scorre un fiume, e quelle
colle quali farle lo potrebbe dirigere, se prima nou conosceste le leggi
fondamentali e le forze della gravitazione e dell’equilibrio dell’ acqua tanto
in istalo di quiete . quante in istato tii ruoto? Da qui adunque nafica !a
necessità di ricercare e di fissare,,,JU!iUl° “ P“6» (iudI° cL° Ptó fare l’uomo
tanto iu fctralLo,, manta 0Gcret0‘ Per apporto die scienze ed alle arti» dof' '
ÌJ ^ ^ 1 ^elerm‘Qtlre questa potenza conviene conoscerne fiuÌ y ' | P
estensione* Tutto questo non si può ottenere eoo ve 5lj p . ll t &amr: dei
reali primitivi, e seuza commentali], Oueiti* qua i qui Ji contempliamo 5
costituiscono Io stato fonda me ala k ^ Dm#° C°r^ °ggeUÌ tutti dello scibile* t
dunque mestieri spingere le j', cucili tino a questo punto estremo * o, a dir
meglio, è cosa lui sa bile incominciare Ja qticy t0 punto, per procedere a
detcrmi..." ~_J '* ài potenza e dì é&mm ddl'utnana perfeìfjiiitóf / 11
uili cosi dei lumi fondamentali, e chiamando ad esame d inthia la storia
eogaìia del geuere umano . uoi potremo assegnare r ndurre a certe determinate
leggi generali e costanti Ai fatto \\ costamitui liL intellettuale delle
nazioni nei loro processi rapporto alle -cieuze ed ^ alle arti: o, a dir
meglio, potremo scoprire queste leggi di (UtQ) so esistono. À vicenda poi da
quello eli’ è avvenuto costantemente in circostanze -simili potremo trarre la
conferma delie cagioni che ne addurremo, e della teoria clic ne risulterà» y
Gli 8, Cosi si vedranno Io cagioni delle verità e degli errori 5 dei ritardo e
deilfpceleramenlo della coltura, do ll’au mento e delia decadenza -,lL i si
giungerà ad uu risultato forse non mai osservalo linea qui: qual e. che tanto
gli errori tutti umani, ossia la false opinioni; quante il mal gusto e la
depravazione delle arti, hanno leggi cosi reali o costanti, come le venta ossia
come I giudizi! veri, e come il bello e buon gusto: e chti gli uni e gli altri,
e piuttosto tali che tali altri* sono fruiti di stagione. t) G09. Dal hu qui
detto pertanto sì può indovinare die tre sono le gieiudi parti di quest* Opera,
oltre la parte preliminare sui fondamenti delle scienze e ddle arti. b CIO.
Nella prima tracciar si deve la storia filosofico dello sviluppo della
perfettibilità delle nazioni, per feci) prime le leggi naturali indecliu a bili
e generali Ai fatto in tutti i periodi del di le! sviluppo. OH. Nella seconda è
mestieri assegnare quello che le nazioni possono lare, a norma delle forze e
delle leggi con cui agisce necessariamente lo Spinto umano, per procedere oltre
nelle scienze e nelle arti. 01 2. Nella terza poi. die è il vero scopo (kit’
Opera, si dovranno prescrivere le leggi normali per le nazioni e per
gl’individui, «ode 0 Renerei progressi delle scienze e delle a rii nel modo più
ideilo e [dii fet* e col maggior frutto possibile. -. 1/i2£) Giova per altro
aver presente, che siccome quello che Tuomo fa e deve lare non può eccedere,
quello ch'egli può fare ; e quello ch 'egli può fare in alto pratico non è
sempre quello die fare potrebbe assolutamente i cosi questa parte, concernente
la potenza dello spirito umano, è suscettibile di diverse trattazioni, ed entra
necessariamente come un ingrediente attivo nelle altre due parli. Nella prima,
per dar ragione dei fenomeni dello spirito umano nei diversi periodi della
perfetti hi lìti sviluppantesi, nella terza, per determinare il modo ed i
confini dei doveri intellettuali sotto la direzione del buon metodo tanto nell'
invenzione, q uan lo n Ìli ? istruzion O., Ciò non pertanto non vengono cosi
assorbite le considera** zio ai risanar danti la potenza dello spirito umano
nello mentovate due parti, che uou rimanga ancora tutto intiero l'oggetto a
trattare separa la niente. Imperocché là dove viene In acconcio per determinare
il latto dei fenomeni e delle vicende dello spìrito umano, so ne osservano
piuttosto gli effetti in ragione composta dì certe determinate circostanze .
clic E intrinseca assoluta estensione od energia della potenza medesima* Là poi
dove essa si considera rapporto al dovere, viene piuttosto fatta un’
applicazione ed un uso pratico di essa, anziché il ritratto, dirò così, della
di lei personale e propria entità, e della sfera assoluta della di lei energia*
Gl 5. Ciò premesso, sì fa ornai luogo ad esporre e ad intendere tnl La
l’orditura dell5 Opera ch'io progetto, o, a dir meglio, che ho progettato:
avvegnaché mi sarebbe stato impossibile formare il piano di un’Opera nuova come
questa, se dapprima non avessi almeno all'inda grosso scoperto lo parti che
deve contenere, e il nesso che queste parli debbono avere, e le ragioni della loro
esistenza o dolio loro connessioni. Piano ragionato della parte pud ini in are,
ossia del Trattalo dei fondamenti * G. Gl G. Pinna di Lutto deve precedere,
come ho già accennalo, la esposizioue dello stato naturale e reale dell’ uomo
cogli oggetti dello scibile, cui anche Ito definito* Quante coso deve
comprendere questa trattazione preliminare 1 con quanta antiveggenza ne debbono
essere raccolti i pezzi! con quale economia irascel li e trattali! cou quanta
solidità assicurati! cou quanta chiarezza cd ordine esposti! Questi pezzi quali
sono? È chiaro ch’essi debbono essere tali, che dopo averli ottenuti uou
debbasi più ricercare la dimostrazione della loro verità. Quindi o che eglino
debbano inchiudere in loro medesimi la certezza, oppure che debbano essere
dedotti in guisa, che con irresistibile evidenza si senta o che non ne può
essere addotta dimostrazione alcuna, o eh essi s’appoggiano davvicino ad una
base che esclude ogni ulteriore inchiesta. Gl 8. Dunque o ch’eglino debbano
involgere nella loro enunciazione il seguente concetto; cioè io sento, e sento
in questa maniera ; ossia meglio: ogni uomo sente in questa maniera, senza
abbisognare di altra deduzione. Oppure che da questo latto primitivo, e non
suscettibile di raziocinio, ma solo di esperienza, debbano procedere tutte le
viciue coucbiusioni d una necessaria ignoranza o d’una irresistibile certezza.
Dunque questo Trattato preliminare sullo stato naturale dell’uomo cogli oggetti
dello scibile non deve racchiudere se uou che o mere esperienze sentimentali
notorie ed incontroverse, oppure conchiusioni evidentemente dedotte e
dimostrate dai puri rapporti di queste stesse esperienze. E però tali
conchiusioni non debbono inchiudere nei loro elementi o involgere nei loro
supposti relazione alcuna a veruno stato particolare di fatto o reale o
ipotetico delle nazioni. G19. Non credo ciò non ostante che sia mestieri il
fare una storia completa dell’intimo senso, la quale rassomiglierebbe
assaissimo ad una Psicologia sperimentale; come dall’altra parte non credo
nemmeno di dover sorpassare totalmente certi oggetti che sono di quella sfera,
e passare di salto a trattare direttamente l’argomento dell’Opera. Quindi io
avviso essere necessario fra questi due estremi lo scegliere certi punti che
hanuo un’influenza universale in tutto il progresso dell’Opera; e ciò vieppiù
perchè fino al dì d’oggi, per quanto è a me noto, alcuni non sono stati nè con
bastante accuratezza snocciolati, nè colla dovuta forza compiovati, ed altri
non furono per anche scoperti. G20. Questo partito, nell’alto che ci fornirà
preventivamente eh ccili lumi necessairi a guidarci e ad assicurarci della
certezza di quello che dovremo in progresso osservare, ci farà eziandio evitare
nel corso dell’Opera lunghi episodii, i quali se da una parte si rendessero
necessari* a dimostrare la verità di certi risultati che resterebbero privi di
certezza, dall’altra parte però colà situati riescirebbero d’imbarazzo al corso
spedito e strettamente collegato delle deduzioni. Questo inconveniente sarebbe
certamente effetto di mancanza di quell’ordine, mercé il 9liale convicn porre
lo cose al loro luogo. Le altro osservazioni di esperienza sentimentale poi, le
quali Li questi preliminari non prendiamo in considerazione, farse cadranno in
acconcio nel progresso delf Opera,. e sarà allora opportuno far presunte il
tenore ora delle ime ora delle altro, appunto perchè se ne sentirà il bisogno;,
ma ciò far si potrà senza disordine, perde oltre 1’ evilare vane e sconcio
ripetizioni, sì produrrà assai meglio la persuasione merce il ravvici nani culo
delle cagioni ai loro effetti, dei principi! alle loro conseguenze, senza che
ciò ne possa costringere ad inopportune digressioni per provare i principi!
medesimi, essendo essi di quelli, cui basta d essere rammentati pur essere
dimostrati, g 022. Dal [in qui licito adunque risulta, de in questo Trattato
dei fondamenti : 1+° Non debbono essere esposti quei dati primitivi,
concernenti lo stato naturale e reale dell' uomo cogli oggetti dello scibile, i
quali siano d' un'assoluta notorietà, o, pome sì suol dite, per se evidenti,
essendo più acconciodi farli presenti nelle parti interiori dell1 Opera, quando
l’uopo 10 richiederà-: ma solamente occupar ci dobbiamo di quelli che
abbisognano di dimostrazione* 2. ° àia nemmeno lutti quelli che in questa sfera
abbisognano di dimostrazione debbono entrare in quesito Trattato, ma solamente
quelli che per il progresso delle nostre ricerche divengono di uso universale,
Che debbono essere dimostrali in guisa, che veggausr appoggiati sciiz 'ambiguità
ai fatti evidenti primitivi e sperimentali dell'intimo senso, 4*° ©he la loro
trattazione non dev'essere protratta in guisa, che sTiiuoIlriuo nelle partì
interiori dell’Opera, ma bensì che debbano ad esse parti trovarsi così vicini,
che se ne possa far uso senza trattenersi in uno svolgimento preparatorio per
tessere la dimostrazione dell’assunto attuale. E però debbono essere per
maniera preparati, che con uno dei loro estremi tocchino il confine
insormontàbile e primitivo della sperieuza sculi mentale 5 è coll'altro estremo
giungano ad occupare, dirò così, 11 vestibolo ossia il confine delle materie
proprie di quest' Opera, il di cui campo almeno in generale è stato aulici
palarne □ te determinalo. lu questo modo è chiaro che per una parte l’Opera
intiera riuscir dovrebbe a guisa d' una grande catena, i di cui anelli tulLi
appoggiano sopra un punto Turni inconcussa solidità: e dalbaliva parte ì pezzi
integranti non solamente sarebbero allogali a dovere, ma inoltre dilatati e (se
mi e lecito il dirlo) impinguati in guisa, on d'esse re scambievolmente tu un
giusto avvici □amento, anzi in un contatto logico, per cui produrre la facilità
e la certezza tanto in me, quanto in ogni altro sensato leggitore. Si è detto
di sopra, che non tutte le primitive nozioni, che per se stesse abbisognassero
di dimostrazione o di sviluppo, debbono aver parte in questo nostro Trattato
dei fondamenti, ma solamente quelle che iu progresso ncscouo d’uu uso
universale. Ora come faremo noi a disceverile dalle altre, onde lame la scelta,
e sottoporle alla nostra meditazione? . Qui ci è d’uopo d’uu colpo d’occhio,
che almeno ci faccia pievedere ad un tratto la sfera d’influenza di questi
fondamenti in tutta la macchiua che abbiamo divisato di fabbricare. 625. Esiste
egli per avventura un punto centrale di vista, che ci possa guidare a questa
scelta? Se esiste, egli pare che dovrebbe essere 1 idea universale stessa delia
scienza, dello scopo di lei, e del modo cou cui 1 acquistiamo o la possiamo
acquistare. 626. Analizzando diffatti la nozione medesima della scienza, noi vi
scopriamo tautosto due grandi parti: la prima riguarda i dati primi, i quali
nel soggetto universale dello scibile non sono che fattizia seconda riguarda il
ragionamento che sui fatti medesimi si va tessendo. Così la cognizione dei
primi appellar si potrebbe la erudizione, o la storia, o i materiali, o i dati
della scienza. La cognizione poi, o, a dir meglio, 1’uso del secondo appellar
si dovrebbe l’esercizio dell’attenzione umana sopra dei fondamenti, a fine di
scoprire il vero di qualsiasi genere. La prima parte diffatti corrisponde alla
sensazione, all’esperienza, all’osservazione; la seconda corrisponde alla
riflessione, al raziocinio, alla teoria. 627. Per quello poi che concerne ai
mezzi coi quali acquistiamo o acquistar possiamo la cognizione dei fatti, non
ve n’ha che di due maniere; vale a dire o per propria esperienza, o per altrui
tradizione, la quale deriva appunto in ultima analisi dall’esperienza fatta da
altri. Di queste diremo qui sotto. Ora torniamo a contemplare la scienza in sè
stessa, cioè facendo astrazione dal modo col quale l’acquistiamo. 628. In ogni
scienza, e principalmente in quelle che hanno pei °noetto di conoscere lo stato
delle cose, due sono gli argomenti precipui delle umane ricerche, il di cui uso
è universale; cioè: L Le qualità e circostanze costituenti l’entità, sia reale,
sia fittizia, delle cose di fatto ^ o siano permanenti, o transitorie, o
assolute, o relative, ec. ; lo che appellasi anche stato o tenore d’una cosa.
2. Le derivazioni delle cose medesime ; lo che riguarda la cognizione tanto
delle cagioni loro, quanto del modo col quale le cagioni operano nel produrre
questi loro effetti. 629. Nel nostro Trattato adunque dei fondamenti è mestieri
in primo luogo trascegliere quei dati primitivi abbisognanti di dimostrazione.
i quali Laudo una relazione necessaria ed universale eolia cognizione vera e
certa tanto del tenore quanto delle derivazioni degli oggetti Lutti di fatto
fondamentale dello scibile* | fi 3 03 1 . Ma il cercare del tenore e della
derivazione d'uua cosa presuppone resistenza della qualità e delle cagioni, e
per ciò stesso T esìste u za reale della cosa medesima* Ora o queste ricerche
versano sulla propria nostra persona, o sono rivolte ad altri esteriori
oggetti. Sulla ventai e sulla certezza della nostra propria esistenza, e di
tutto quello che uni sentiamo, non è necessario far parola; ma rapporto alle
cose esterne con è più lo stèsso, 032. Altro è la certezza del sentimento d’uua
cosa, altro la certezza della dì lei realità, Da prima è un fatto di
esperienza^ ma la seconda ine! linde un giudizio, mercè il quale affermiamo
resistenza reale d’uua cosa fuori di noi, cagione del sentimento che ne
abbiamo, od almeno corri^ ponderi te a lui. Questa esistenza è un fatto posto
fuori di noi, e però non può involgere nel suo concetto un evidente e
sperimentale sentimento di verità- 033, Di più, anche supposta resistenza reale
d’uua cosa qualunque, altro è la certezza di sentire un impressione di lei, ed
altro è che noi possiamo assicurare che a queste impressioni diverse veramente
corrispondano negli oggetti altrettante qualità a modi reali. La ragione è la
medesima che per f articolo dell’esistenza. Ma anche supposta ls esistenza
reale di queste diverse qualità o modi reali corrispondenti, altro è la
certezza di sentire le tali e le tali, ed altro è che noi le sentiamo, ossia le
conosciamo o le possiamo conoscere tutte. Per la ragione medesima sovra recata
questo punto c vieppiù complicato. g (335. Anzi tari Lo è lungi eh a quegli
articoli possano essere certamente decisi mercè d’uua sola occhiata di senso
comune, quanto più 6 certo ch’ossi tutti sono ancora, dalla nascita della greca
filosofia in qua, soga disputa. Nò si può dire che questa sia una petulanza di
alcuni inTom. o visionarli o temerarii. benché si opponga al consenso, dirò
cosi, (li tutto il genere umano, mentre da alcuni stimabili pensatori moderni.
Con tutto questo però ben volentieri io mi esimerei dall’aggi1Jrmi su questo
orlo estremo del mondo intellettuale, se fare il potessi senza ledere gl
interessi della verità: o, a dir meglio, se questo punto non avesse un influsso
decisivo sopra molte cose di cui debbo trattare in piogresso. lo non parlo
della certezza o della incertezza fondamentale di tutta quella parte dello
scibile che riguarda l’universo intiero. La questione tutta sarebbe, se la
realità di tutto quello ch’esiste fuori di noi si debba riguardare come
ipotesi, o come verità: se avrebbesi altro da ricercare. o da decidere. Io
parlo dell’influenza sopra molte regole di pratica nelle scienze derivanti
dalla decisione di questi articoli. E per verità, benché sembri chiaro che in
qualunque ipotesi la convenienza e la discouveuieuza delle idee, la loro forma
di astratte, di generali ec., e tutte le deduzioni ed i sistemi di riflessione,
in conseguenza della semplice forma o numero delle idee medesime, e di tutti i
loro rapporti che ne derivano, possano avere una verità, una certezza, anzi un
evidenza incontrastabile, anche riguardando l’universo tutto come un fenomeno
puramente ideale; e che però quelle che dai nostri secchi denomiuaronsi verità
subbiettive non soffrano alcuna scossa dal1 incertezza di questo punto:
tuttavia se ci volgiamo a quella classe di idee che riguardano la potenza o
l’impotenza, il possibile o l’impossibile reale, le cagioni o gli effetti, le
origini, le successioni, e fin anche a tutta la fondamentale sfera
dell’ontologia; non possiamo più trovare questa indifferenza nella decisione
dei mentovati articoli, come appunto vedremo nel progresso di quest’Opera. Ora
quante cose ne derivano dall’uno o dall’altro partito? Apprezzare giusta il
loro valore vero le idee tutte ontologiche, sulle quali riposano tante
fabbriche anche importanti di valentissimi pensatori, ed assegnare indi l’uso
logico che far se ne può; valutare non solo l’intrinseco, ma il progettatolo di
tutte le cosmogonie, sulle quali gli uomini dall’ infanzia della ragione in qua
si sono preso diletto di occuparsi; dar retta o rigettare certe generali
quistioni sui pnncipn motori, e su quello che può o non può fare la natura;
avere od essere privi di una parte almeno delle osservazioni sulla ignoranza
necessaria o sulla scienza ottenibile, e quindi una fonte di precetti sulla
moderazione dell’umano ingegno, per non disperdere la sua attività in fru ii
straripi ricerche, ed occuparsi delle fruttìfere: deciderà se esista o nou
esista un punto dì vista nel tare d vero albero enciclopedico di cui tuttavia
manchiamo, nude inserire od escludere dal corpo delle scienze certi oggetti per
eccitare gli uomini ad occuparsene, o per rilegarli nella storia del fenomeni,
o, a dir meglio, delle aberrazioni della mente umana: tutte queste ed a II
rettali cose interessar debbono certamente il filosofo che si occupa delle
leggi di fatto, di potenza c di dovere dell’umana per fruibilità rapporto alle
scienze ed alle arti. Ora questi sono oggetti, sui quali, a mio credere, non si
potrà mai prendere un parlilo decisivo, se prima non si decidano i tre artìcoli
sopra mentovati, e se rie deducano i conseguenti corolla ni. 638. Ecco perchè
io mi sono determinato a farli entrare nel trattato dei fondamenti dclf Opera
da me divisata, addicendone appunto una mia soluzione dedotta dai principi!
primi di ragione 5 comuni ed incontroversi tanto all’ idealista che al
pirronista, e dai quali anche la parte interna della celebre ipotesi deira
emonia prestabilitasi dimostra assurda; senza per altro convenire uè’ mici
risultali coi filosofi del contrario partito, no cogli altri in generale in
quello che concerne la cognizione della realità. Qui si sente che in dovrò
spingere le ricerche verso i risultali, ed in questi cercare lo scopo comune a
tutte le scienze, cioè 1 unità e i di lei fondamenti. E siccome essa ha per i
scopo m questi oggetti la rea-* litù. ; quindi la verità, di cui qui trattar si
deve, è quella che denominasi di sensazione^ ossia, come i nostri antenati I
Spellarono, verità obbiettivù.: perciò con verrà mmi definirla e valutarla, per
potere da questo lato apprezzare lo scibile intiero. Ma prima di lutto sarà
mestieri raffigurare e valutare la verità in genere, che abbraccia tanto questa
specie, quanto l’altra detta di riflessione^ ossia verità mbhiettiva^ cosi
dagli scolastici appellata, ed al lume di un senso più semplice fissarne
l’idea. 5 640. Scarsa, io lo confesso, è la luce di chiarezza che iu cotanta
profondità può rispondere sopra questi argomenti, e l’aspetto loro non è punto
fatto per piacere: solo può interessare per la relazione alla solidilà ed
all’economia di quello che viene in progresso. Ciò nou ostante io mi studierò
di raddoppiare il lume, pei' quanto sarà da me. Cosi mi lusingo che arii
intendenti non riuscirà discaro di aggirarsi meco entro questi ullìmi fondarne
ululi recessi di tutto lo scibile umano. Cosi un abile architetto, ohe brama
istruirsi in tulle le parti del T arte sua, nou si contenta solamente di
visitare, come fanno I viaggiatori di diletto, le parti esposte di un vasto e
ardilo edificio: ma affrontando l’incomodo d’ incontrare : oscuri! ìu umidità*
ed un camminar chino, discendendo por 1 ungo ordine df anguslc, disagevoli ed
oscure scale, si porla a ricercare tutto il sotterraneo. dove ie basse voile, i
frequenti rei enormi colonualt, ì rozzi muri, 1 apparente disordine ve la
mancanza della dilettevole simmetria punto 11 0 ^ rd m Unno 5 ed anzi lo scorge
inevitabili, e le approva rii buon grado, piucfji? giunga a scoprire con quale
-artificio le parti nobili c magnifiche di tu [lo l edificio superile vengano
so s te ri u te, onde recare ai risguard Liuti quell imponente meraviglia che
risvegliano, e possa cosi trarre una nuova regola del come le leggi della gre
viti si possano far cospirare alla maggiore magnificenza, senza nuocere alla
maggiore solidità. bàL Dopo la Irati azione di questi putiti fondamentali,
quali alili ulrar fieli trono !□ questo trattato preliminare? liti solo momento
di attenzione sulla prima parte della scienza ci rende avvertiti che la
cogni^oujr ri, die qualità e delle eircosla uzr dei falli sia apparenlc . sia
reale, uni versai metile necessaria per le scienze e per le nrli Lulle* Ibi 2.
fo in questi preliminari non mi d'-M io occupare specialmeflta di quello che
far debbono o possono o fanno le nazioni per acquistare la pui vera e la pia
completa cognizione del tenore dei falLi che servono singolarmente a certi rami
di scienza ; ma bensì debbo primimmÉiito indagare se, prima di trattare di
quello dtp riguarda l'ininuscco dei falli m genere, sia necessario assicurare
qualche alito principio primitivo di ragione, onde procedere poi speditamente e
con solidità alfa trattazione loro intrinseca. Ora esaminando i mezzi coi quali
Lauto le nazioni quanto i privati acquistanti od acquistar possono cognizione
del tenore deifatli. Li lì mezzi, come si è già delio, si riducono a due; e
questi sono^ l'La propria speriti nza, la quale produce la scienza propria (lei
lalti, e che ^guardasi anche come la più certa, 2." V informazione o
relazione o tradizione altrui. Questa in luogo della scienza propria produce la
credenza. Essa ha per fondamento r altrui auto ritti 0. 043. Quello che pensar
si deve intorno ai fondamenti della certezza della propria spene nz a ci viene
appunto som ministra lo dai risu Ila li sogli auledi espressi di sopra. Ma cosa
pensar si deve intorno al fonda menb della credenza? Questione importante e
d’un uso universale* weulie non si troverà quasi scienza alcuna risanar dante
tanto 1* ordine fisico, tpumlo (') To w Ja™ ajll^e la imita vcrìrà bqjfrrlantc,
e ili un Oso prati*0 Fr Jc *lal]j Ài lei ^eutra^kjnr t ossia dui modi, eoo
bcÌvivic c per Ir; urti, cui si l’or cria io noL fluì quale si rileverà una j
i> r J i ne m ora I e, i di cui fatti fon da men tali in in a ss \ tu a pa
ite, pe r gl inventori, per gl’ istruttòri e per gli addottrinali particolari,
non riposino sulla fede alt mi. (j 044. È chiaro per r alita parte * die nell’
arte £&' verificare i fatti, speda tenie del genere dei fmraitòm, consiste
appunto quello che far debbono gli uomini per ottenere quella maggiore certezza
che è possibile. Ma quest’arte suppone un fondamento primitivo teoretico e
naturale 5 giustificante nell'uomo dissenso alEasserrione altrui: In ima
parola, suppone in natura una base di fatto solida della credenza. Di questa
base non è certamente acconcio il trattare là dove si deve solamente parlare di
quello die deve e può far I' uomo per verificare criticamente i fatti. 645.
D'altronde non tanto di queste regole critiche sarebbe vano Posare in qualsiasi
argomento* quanto sarebbe anche impossibile aJPuomo il trovare verno fondamento
di certezza autorizzante la credenza specialmente dei falli passaggcri.se prima
non esistesse in natura un principio di ragione ceri amen Le dimostrabile, che
almeno, poste certe condizioni. 1T asserzióne a Unii si può riguardare come
certa* ossia che esista la veracità; e che. poste certe circostanze, affermare
si deve che essa viene fedelmente osservata. Questa mia proposizione non può
soffrii controversia, Dilla Ili. posto dall’un cauto E nomo privo della notizia
intuitiva dei fatti; e posto dalla Uro questo stesso uomo, che non può entrare
tietl* interno del suo slmile per vedere se i fatti siano veramente stati da
lui veduti e sperimentati in genere, e come lo siano; e però se hi di lui
esposizione corrispónda alla di lui esperienza* e la di lui esperienza sia
stata fatta a dovere: c troppo evidènte che se per un altro proprio principiò
di ragione non esistesse un fondamento di credibilità, la nostra fede sarebbe
per lo meno sempre precaria, o« a dir meglio, sarebbe avventurata ad un
sentimento di un ragionevole perpetuo dubbio. Gi 6. È dunque mestieri in questa
parte preliminare dei fondamenti E esporre colla dovala forza e chiarezza
questo princìpio ; ìocchè è tanto più necessario, quanto meno i pensatori si
sono occupati di lui. Così il trattato su di questo argoménto, inserito nei
nostri preliminari, dovrà liuire là dove appunto gli altri trattati di crìtica
incornili ciano. g 547, \on debbo per altro ammettere un* avvertenza. L* arte
di osservare riguarda i falli che cadono sotto alla propria esperienza : 1*
arte critica propriamente delta versa intorno ai fatti conoscimi per altrui
Iradi rio ne. Ora qui si presenta un' importante riflessione, V arte di
osservare ha pei: oggetto di verificare la realtà delia cosa stessa: por lo
eouk.irìo {'urta critica non ha altro scopo, clm di verificare la verità della
testimonianza. Ma se l’aulor primo della tradizione non può avere notizia del
latto che mercè la propria sperieuza; dunque X arte di osservare e tanto
necessaria a lui per iscoprire e quindi esprimere tutta la verità, e per non
prendere abbaglio, e quindi trarre in inganno anche altri, quanto è necessaria
a qualunque altro che osserva per solo proprio conto il tenore dei fatti
medesimi («). G-48. Ciò stante, se contro la verità e la certezza dell
'esperienza propria può sorgere il conllitto degli errori di una osservazione
mal eseguita, contro la verità e la certezza della credenza possono militare
tanto questi errori di osservazione, quanto la menzogna avvertita. Là abbiamo
la sola nostra testa a dirigere ; qui abbiamo la testa e il cuore altrui da
esplorare e da valutare. G49. Da ciò ne nasce, che prima dei canoni critici
propriamente detti conviene aver notizia dell 'arte di osservare, ed esporre le
regole, onde trarne indi per l 'arte critica una seconda sorgente delle di lei
regole, qual è quella che concerne l’accuratezza dell’ osservazione fatta
dall’autoie della tradizione nel rilevare il tenore dei fatti notificati.
Amendue queste arti, in quanto vengono specificate (e conviene anche farlo),
appartengono a quella parte dell’ Opera, dove si tratta di quello che debbono
fare le nazioni per il progresso delle scienze e delle arti. Quindi a questa
parte preliminare non riserveremo se non le cose generali, e la ricerca se
veramente e certamente nella natura dell’uomo esista una forza impellente ad
osservare i fatti in geuerale, e quali ne siano le leggi, e quali finalmente i
risultati di cognizioni che ne possono derivare per la cognizione del vero
completo tenore dei fatti. G50. Ottenuti questi schiarimenti, ci sarà facile in
progresso, esaminando lo stato non solo degli uomini particolari, ma delle
nazioni medesime, e ponendo mente alle circostanze operanti o ordinatamente, 0
disordinatamente, o per eccesso, 0 per difetto, o per giusta proporzione sulla
loro attenzione, e calcolando lo stato reale delle cose e delle persone
medesime, ci sarà, dissi, facile il trarne una moltitudine di risultati non
Tutti 1 primarii precetti per gli storici primitivi, sia dei falli della
natura, sia dei latti umani, derivano da queste basi. Dopo manca solo additare
l'arte di esporre in quanto all’ordine ed allo stile. La storia primitiva altro
non può essere che un sussidio all’osservazione sperimentale dei fatti per un
ente come l’uorno, che non vederli tutti in un medesimo istante, nè 2re in
luoghi diversi, nè occuparsi nel Jgliere simultaneamente i fatti, e làbbriun
sistema. ( fucilo adunque che deve dirsi dell os zione, con maggior ragione dir
si deve storia, dove un muto foglio deve pone BELLE LEGGI DELL’UMANA
PERFETTIBILITÀ’. 1 5L5L» solo concernenti la critica dei fatti, ma eziandio
riguardanti gli oggetti di tutte e tre le parti dell’Opera che progettiamo.
Diffalti tutta iutiera l’arte eli ragionare in tutte le scienze possibili:
tutta 1 educazione concernente lo spirito, tanto per le scienze quanto per le
arti; tutte le risorse e gli eccitamenti per isvegliare ed estendere i lumi ed
il gusto; cosa altro sono veramente, che impulsi, soccorsi, direzioni date all’
umana attenzione (>)? Cosa sono inoltre tutti gli errori, se non che effetti
immediati d’una mal esercitata attenzione ? A cosa si riducono infine in
massima parte i poteri degli uomini e delle nazioni per inoltrarsi nelle
scienze e nelle arti, se non che a quello dell’ attenzione? . Cercare adunque
dell’esistenza, dell’indole, delle leggi di jatto sperimentali e naturali di
questa facoltà umana ; dimostrare solidamente c distinguere accuratamente i
risultati, dev’essere uu oggetto precipuo di questa parte preliminare della mia
Opera concernente lo stato naturale dell’ uomo con tutti gli oggetti dello
scibile e del praticabile. . L’importanza di quest’oggetto viene tanto più
sentita, quanto più è manifesto che l’opera della perfettibilità dello spirilo
umano anche in fatto riducesi in sostanza all’esercizio attenzione. Esame
fatto, si giunge al grande ed unico risultato che spiega la legge suprema di
fatto, cioè che il principio attivo dell’ umana perfettibilità è l’ attenzione.
. Ma analizzando le leggi dell’ attenzione, noi ci troviamo necessariamente
condotti a parlare degli effetti che ne derivano. Quindi le astrazioni, le idee
generali, i raziocinii, le teorie divengono oggetto delle nostre ricerche.
L’ordine stesso delle cose altronde ci guida a questo punto, 654.Proseguiamo, e
proseguiamo con ordine. Qual è il punto di prospettiva, sotto del quale
rimiriamo noi ora lo scibile? Egli è pari a quello col quale contempleremmo
l’aspetto della terra in un planisferi, nel quale tutte le masse fossero poste
giusta le loro proporzionate dimensioni: oppure egli è pari a quello, sotto del
quale vedremmo l’orbe lunare in vicinanza di alcune centinaja di leghe. 655.
Tutto sta sotto il nostro sguardo, e nulla veggiamo d’ individuale. Solo le
grandi masse rendonsi visibili; ma tutto vi è confuso, duello che ne otteniamo
non è che la universalità del complesso e le «randi differenze. Conviene qui
adunque insistere per determinare gir ometti ch’fentrar debbono nei fondamenti.
(t) Sarà bene il vedere un’Opera d’uno superflua reudizioue ha studiato di
provare Spaglinolo, il uguale con uua vastissima ma questo punto rapporto ix\Y
educazione. Egli è vero die per l'utilità delle scien» e delle arti conviene
discendere da qu«ti punti di vista rotante elevali, ed approdi mar si agU ogge
li leali ; e clic queste viste generali non sono di valore, se non sono .1
risii tato piano, socco», c .piasi direi un perfetto compendio delle cose
panico ari analiticamente indagate, paragonate e re capi telate. Ninno più di
me può essere persuaso di questa verità. Ed anzi, per quanto mi verrà concesso
dal tempo e dalle forse, io procurerò. modo più certo, o almeno più ridarò,
onde ottenere sùkiLLi risultati gtujcralb l i ai ti iman. I ai te ddlìcilissimn
di lar uso delle stesse nozioni generali nelle materie concernenti la pratica,
3 Finalmente, nell’ eseguire l’Opera lidio progetto, gradatamente isct ui ni n
dalli piu coiiiuse, vaste eri uniformi viste generali, alle più k LiuU, i faln
iti. . dille renti e particolari * distinti prima i rami principali dello
scibile ungilo, .3 separatili «In quelli che alm-sÌYftmeute furono iV hn,>Ì
tu 1 corpo di lui: Io mi sforzerò «li accennare in ognuno quello die j.Li
tltitbono ^ I i uomini tanto per V invenzione, quanto per f istruzione. Ma cori
tutto questo io persisto tuttavia a sostenere esser ti1 uopo,,mzi isslm.
indispensabile per ora, d'mtrat tener ci in questo punto di viste elevatissimo
. malgrado che noi reggiamo solamente in confuso; e ciò appunto per ottenere di
vedere dappoi tutto distintamente, e trarne valevoli sussìdi! per la verità,, e
per il più completo progresso delle scienze e delle ani. $ bòì. Biffa Ltj le
viste generali e confuse ili assunto precedono Pana[i.m. e ne danno il tema; le
generali, figlie dell’esame, e che io denominili th risultato, la seguono, e ne
somministrano un distinto compendio. Li; prime presentano 1 ulto il campo dell’
osserva dune : le seconde ne ajportano il Irulto. Senza le prime l’analisi non
si potrebbe aggirare con ordine, nè essere avvertito se rimanga tuttavia o no
qualche cosa ad esaminare; e quindi rimarrebbe dubbio se le nozioni generali di
risultalo siano compirle. Senza le seconde non si potrebbe mai avere una
distìnta notizia dello stalo delle cose: e però saremmo soggetti agli errori,
ai pregiudizi!, ed alle teorie azzardale. U seconde adunque alla perfine
debbono coincidere col corpo delle prime, cioè avere la medesima estensione
delle prime, senza averne la confusione o la precarietà. Le prime adunque
assicurano il compimento alfe seconde; le seconde dando il giusto valore e
scòta nmento alle prime. ti.iS. ibi ciò uc vii.ne, ebe delle prime non si può
far uso ohe per preparare le ricerche alla ragione, ma eiasu di esse non è
lecito prònunciare sul vero stalo delle cose ; che l’abuso consiste nel
sostituii le a quelle che debbono risultare dall’analisi. Che all’opposto
incominciare un’analisi senza di quelle, egli c un esporsi al rischio di farla
tumultuariamente, e che il risultato rimanga incompleto; e però tale risultalo
venendo valutato come generale, riesca falso. L’analisi non può che separare le
parli: ma per sè saper non può d’avere il tutto sott occhio, o no. Dunque tali
viste generali sono necessarie, anzi indispensabili nell ìntiaprendere
qualunque lavoro, specialmente là dove il concetto ideale della cosa tiene il
luogo della cosa medesima da analizzare. 659. Se diffatti io abbia solt’ occhio
un animale od una pianta, io assicurare mi posso di averla ben nolomizzata in
tutte le parti, e posso da una in altra procedere ordinatamente, per la ragione
appunto che i miei sensi m’assicurano di tutto il suo complesso. Ma se il
soggetto stesso fosse, come il nostro, per sè astratto e intellettuale, è
evidente che conviene appunto incominciare dal raffigurarlo per una prima vista
nel totale e nelle sue grandi parti, per ass icurarsi di non ommelter nulla, e
di procedere con ordine. 660. Allora l’analisi procede con compiacenza; allora
ne sorgono le buone nozioni generali, che sono la recapitolazione in compendio
dei particolari giudizii rettamente iustituiti. Questo paralello, sebbene
verissimo, è ancor troppo compatto per potere ravvisare lutti i rapporti delle
nozioni venerali tanto di assunto quanto di risultato nelle provincie tutte
dello scibile. Egli basterebbe, se una scienza sola fosse l’ oggetto delle
umane cognizioni. Ma essendo molte le scienze, e le uue essendo più vicine, e
le altre più remote dalla storia pura dei fatti; le une essendo logicamente
anteriori ed autrici, le altre logicamente posteriori e dipendenti; ne viene di
necessaria conseguenza, che le nozioni generali di risultato di una o più
scienze diventano come elementi integranti delle nozioni generali di puro
assunto di altre più complesse e vaste scienze. Allora nasce un nuovo corpo di
nozioni, in cui sebbene le parti, prese individualmente, siano conosciute colla
dovuta distinzione ; tuttavia il complesso unito producendo nuove idee relative
che inchiudono nuovi ed incogniti rapporti. egli è d’uopo sottomettere il corpo
stesso ad analisi; e però tali nozioni speciali, nel loro carattere non di
risultati d’elementi costituenti, osSia come costituenti un tutto, diventano
puri argomenti proposti alla decomposizione intellettuale. 661. Tali sono quasi
tutte le scienze pratiche, ma particolarmente le morali. Se si ponga mente
tanto all’indole delle nozioni che la scienza susseguente prende, dirò così, ad
imprestilo dall’ antecedente, quanto al iT* I ontmc materiale cou cui ri
smjècdouo, sembra a prima vista clic il mygìslero sia sintetico. Ma ciò che
risulta non si verifica. AOiacLè dù avvenisse conterrebbe che le nozioni
generali di risultalo si rivenissero, dirò cesi 3 entro la sola provincia da
coi furono estratte, e cui virtualmente i jppn sentano. Vi i allorché esse
vengono impiegate coll" unione di altre ad una nuova provincia dello
scibile > lungi d’usare Ai una sintesi, altro veramente non si fa che un
vero progress©, cioè un lutavo e piè esteso Um.i non Lini Lo di queste medesimo
unzioni, quanto anche di altre coli cui si accoppiano por formare il tòma di un
altra carpo di scienza piu complessa, djr riveste nuovi caratteri, nuovi
rapporti, e che produce una nuova arte ed altri speciali eiTeltL Ad mira dunque
dell* astratta gcnerstEiia calta quale sì presentano le nozioni particolari
dello scienze successive. che fanno uso dello parti metafisiche d' una scienza
anteriore, tali nozioni non Coflitutseono propriamente la vera metafisica dulia
scienza posteriore, ma unicamente certe parti singolari, e nulla piu. 9 (ibi.
Laonde parlando delle nozioni cldcntrano nel corpo delle scirri* ze pratiche,
le quali sono sempre derivanti dai risultati di fatto dello siala ossia delle
qualità e delle leggi del le cose tutte, egli devi' sempre avvenne die le loro
prime teorie sembrino meta tìsiche, ad onta die rispetti vani tute alla scienza
in cui s impiegano non Io siano veramente. Old. Lcco quello die si verifica
nelle scienze dì Diritto, e pyrlkoja ralènte in quella del Diritto pub Idi co.
Esse lamio uso do ila cognizione dei risultati proprii «lelTaudroiogia, e delle
relazioni fisico-morali degli uomini:; ma nello stesso tempo si occupano a
determinare un sistema sii azioni particolari, di cui esse costituiscono un
corpo dì scienza separato, e die si fonda sulla pura osservazione, dirò così,
storica ed immediata dai fenomeni fisici, morali e misti, che nascono m\Y
ordine di fatto dèli universo. Così affinchè le sue prime nozioni fossero meli fisiche
per I&h cou‘ verrebbe ch'esse esprimessero almeno in generale il sistema
risultante dalla c Olisi de raziono dogli uomini in società, avuto riguardo al
fine eli essi debbono conseguire. Ma nulla di lutto questo avviene, uò può
avvenire, se non che nella ricomposizione progettata, 064. Non si può, è vero,
negare che un vero premesso generale di risultato particolare d’analisi non
avvenga ned dall dì fatto eh7 entrano nulla scienza dd Diritto pubblico, ma ciò
non viene praticato pel caialtere essenzialmente costitutivo della scienza
medesima, ma solamente sopra di un ordine parziale d’ idee del di lei soggetto.
Il di lei carattere esse oziale u costitutivo è propriamente finale e
precettivo, perdi è il caratLi-rr proprio e spedale delle di lei teorie è quello
di addurre luì sistema di foli ^ di azioni 0 di effetti più 0 meno subordinati
al bue generale, u quindi dedurne delle regole per l'arte fisico- morale di far
gli uomini felici, 0 mono infelici che si può, mercé Y azione pubblica delle
società e dei privali, L'ordine adunque graduato dei fai Li dal generale a!
parti coh^e 5 quale fu esposto, è una concomitanza necessaria bensì, ma che non
viola T Indole delf analisi che et impiega per le competenze proprie della
scienza medesima. Periodi è le viste generali proprie delle scienze proposte,
prima dei dettagli analitici, sono nozioni di pura proposta, ossia di assunto,
le quali è d'uopo analizzare, e quindi ricomporre, per rilevare di effetti in
senso unito, GG5. Per le scienze pratiche quindi abbiamo un punto normale
generale ben provato, dì cui non rimano che una felice applicazione. Quella
pertanto che appellasi sintesi presuppone tre altre operazioni : 1d la
preliminare veduta generale e provvisoria dell’ oggetto: %° la di lui analisi;
3.° \ risul Lati, ossi ano i principi i generali. Da questi poi si procede all'
applicacene, ed il metodo onde farlo costituisce appunto la sìntesi. iSoa e
dunque no di sintesi, uè di prmeipii sintetici, di cui io fa uso iu questo
piano, e di cui intendo prevalermi nell* esporre effettivamente i fondamenti
dell'Opera: alfopposto io mi prefiggo di far uso dai soli fatti reali e delle
cose ben provate, senza ulteriori raggiri Qui poi altro non f0 Gbe preparare il
campo alle meditazioni, e dare la ragione degli oggetti che io (ras colgo Lauto
per formare il corpo del soggetto, quanto per preparare i dati die servano di
fondamento. Ma ciò basti per quest' oggetto. Iti tori damo in sentiero* 5.
bbO.. Dopo la notizia dei fatti, e dopo le ricerche sulla certezza della V fri
la loro, sia intrinseca, sia estrinseca, e prescindendo per ora da ogni s pi :
c i Gcazi 0 n e sull a qual i là de i fatti m e desimi, q uà I al Lro ogge Ito
d ’ un a p.iL'l influenza universale e della s Le ssa categoria dobbiamo noi
scegliere, il quale si possa veramente dive clic appartenga ed anzi che faccia
parte dello stato naturale dell' uomo collo scibile intiero, e che, giusta Le
condizioni sovra proposte, debba entrare uelf Opera preliminare dei fondarne ni
1 ? In conseguenza della cognizione dei fatti, come si è già osservato, in ugni
scienza si formano le deduzioni, ossia il ragionamento^ mercè il quale appunto
si fabbrica la scienza medesima. L’oggetto del ragionameli Lo è la verità.
Questa è appunto quella che risulta dai paragoni moltiplica e di vario genero
die fa la mente umana fra le idee che da prima no ricevette: questi paragoni,
eseguila m una maniera, som miai strano la verità; tessuti in una maniera
diversa, producono Y errore. Questa verità*, la quale nasce da tali operazioni
del : ! intendimento, appellasi dt riflessione o di deduzione, È Lea chiaro
djt' i requisiti di questa, come anche che In può accompa fronre, entrar
debbono nella imi Lagone dei fondamenti. Sarà qimtìfi 0pportai*® notar qui un
importante risultato di mi caso universale die ne deriverà ; qual e, che l
'evidenza rigorosamente tale può appartenere a tutu li: materie dì riflessione^
comunque complesse, ossia a Lulle le scienze, i cui dati si possano analizzare
u paragonare fra loro* 0(jSr Esposto Io scopo, sì fa passaggio al mezzo, cioè
al raziocinio j fenomeno della mente umana, il quale fa fede così della di lei
estrema piccolezza, come della dì lei meravigliosa industria* Se lo scopo
ultimo di lui si ò, come si disse. In cognizione della verità, è chiaro che il
di lui tenore consiste appunto nei paragoni evidenti ed accurati, recapitatali
poi e ristretti nel più piccolo spazio possibile. Lordi eappunto costituisce lo
spirito Ji tutti i metodi possibili utili per F uomo in ogni ramo dello
scibile. ClìO. Ma quante cose debbono procedere prima di potere upprczzare, fri
usta il suo vero valore ed estensione ^ questo magistero della m etite umana, e
prima di assegnarne le natura II ed artificiali leggi di fatto, di potenza e di
dovere ì G7ib Misurare ìa forza comprensiva naturale stabile, e non mai
aumentabile, dello spirito umano relativamente allo stato reale degli oggetti
dello scibile, d'onde nasce appunto h necessità del raziocinio, delle idee
generali, dei metodi, e delle troppo voluminose scienze, che sarebbero assai
più brevi e più piene dì risultati, se 1T uomo rii gambe cotanto corte non
dovesse prima far tanti passi per giungere alle concJiiusiom ; determinare in
conseguenza Io leggi dì fatto è di potere di questa forza, per acquistare la
cognizione delle coso; indicare ad un tempo stesso i sussidii delle facoltà
umane, e delle circostanze che di fatta concorrono o concorrer possono alla più
completa e pronta cognizione delle cose: ecco il gran campo che ci si presenta
in questa parte dello stato reale naturale della mente umana da percorrere,
prima d’ indicare le leggi dì doeere dei ragionamento per servire al progresso
dello scienze r dello arti: ài eCco pur anche quello che per altri ridessi ci
con vieti prima meditare, onde prepararti in questa parte dei fondamenti quelle
basi solide, quelle nozioni direttrici, e quelle connessioni sistematiche 5
senza delle quali r Opera riuscirebbe, a guisa di un accozzamento fortuito
distaccali. pezzi, inutile all intento. , Urti ci sarà il’ uopo per iiiLro di
molta au Li veggi -ir za v rii sur» tnii economìa, si por non oauueiiei* nulla
di quella clic dopo necessario d* aver già preparato, e si ancora per uou
lasciarci trasportare a trascorre^ avanti tempo entro il campo proprio ridi
Opera clic succedo ai pivliminan. E siccome I soggetti della meditazione
cPentrambe le parli ìi anno fra di loro una grandissima affinità; così sarà
bene distinguerli, pur avere avanti agli ocelli tuia chiara norma di contegno
nella trattazione, Perloeliè, hi cominciando da quelle che concernono la potenza
comprensiva dello spirito umano, conviene aver presenti le considerazioni die
segno no. * I;"1 ConSider astone. Ewi nell ordio e naturale e reale delle
cose un confine, il quale, quand'anche ci figurassimo Y uomo dotato d'una
comprensione quanto si vuole più vasLa (03 non sarebbe mai possibile di olire
passare, attesoché ripugna alla natura ed ai rappar.li naturali della
cognizione, ossia alla nozione die della cognizione noi ci possiamo formare.
Per cognizione intendo Y acquisto, il sentimento dell’idea di qualsiasi «‘osa:
per comprensione poi intendo la simultanea. cognizione di cui ì: capace la
mente umana in un solo alto. Tal è didatti anche la forza del vocabolo
comprendere^ che esprime abbracciare tu uno le cose* 673. Da questa prima
considerazione nasce l' idea di. una potenza e rispettiva impotenza assoluta
comprensiva, propria dell’ ente pensante in genere, e che appellar si potrebbe
metafisica. "La potenza abbraccia lutto il campo die sta entro al confine;
Y impotenza principia da questo confine, é si estende a tutto l5 infinito. 677,
2,a Corvsinj; inazione. Contemplato fu omo colla quantità di forza comprensiva
di cui egli è realmente dotato, ma ad un tempo stesso prescindendo da qualsiasi
angustia derivante da esterióri impedimenti, avvi un confine, oltre il quale ei
non può estendere la sua comprensione* De1 e imi uà ti tali confini* noi avremo
tu Ita l’ampiezza della comprensióni; naturale effettiva dello spirito umano in
qualunque possibile sì Inazione, cioè quand’anche V nomo fosse dotato ili
maggior numero di sensi, o se anfdm nc fosse spoglialo * e che ciò giovar
potesse a spiegare la massima di lui naturale comprensione. Questa d fornisce Y
idea d’ una seconda misura di quella potenza o impotenza. Questa ò tutta
propria dello spirito umano: in lei reggiamo il max unum effeUivù della sfera a
cui si può fi) Quésta Ei adori nè un unite di carmivenati die io usa ài comma
modo di penswe, per agevolare, il punto, di vista che ptcfi'énto* Del resta s
parlando filosofiti mente, io non so so quella tmatonc si possa Iì^ arare
acnnneno possibile, Sfinii violare al tre no al ani e reWJpkni troppo note sull
espcro nopiro pensante, il solo a noi veramente cogrillo, e elio servir ci
possa di norma in tutte le ipotesi apprezzabili sol tonto a quel lume della ragione
che risulta dalle G.p.gtiite c fon* dam cnl ali le^gi di lei. estendere la di
lui forza comprensiva in qualunque stato. Quindi la potenza e la rispettiva
impotenza, che ne seguono, sono assolute del pari clic le antecedenti, perchè
non è possibile, senza cangiare la costituzione naturale dell’ uomo, variarne i
limiti. 675. Se per altro il concetto di questa misura è assoluto, e in forza
del concetto fdosohco della cosa stessa è veramente tale: pure considerando una
tale potenza relativamente alla situazione di fatto del genere umano,
calcolando cioè tanto il complesso delle umane facoltà, quanto le condizioni
alle quali in realtà l’esercizio loro deve so". 3.a Considerazione.
Ponendo questa forza reale accompagnata e determinata da tutto il complesso
delle facoltà che costituiscono l’essere umano, ma ad un tempo stesso
collocando l’uomo nelle migliori circostanze possibili per la sua completa
comprensione delle cose, evvi un confine reale cui lo spirilo umano non può
oltrepassare, e vi sono delle condizioni alle quali è forza sottomettersi nell*
esercizio della forza comprensiva. Ecco una terza maniera di considerare la
potenza o Y impotenza della forza intelligente dell’uomo. 677. Se qui non viene
diminuita o aumentata la forza intrinseca dell’ente pensante umano, ne viene
però legato l’esercizio a certe determinate condizioni, e sottomesso
all’influsso delle determinazioni d’ un essere misto dotato di certi sensi e
d’uria certa struttura. 678. Quindi la esposizione di quello che può fare
l’uomo in quella considerazione deve essere un risultato derivante in ragion
composta del concorso di tutti gli elementi che compongono l’ipotesi, ossia di
tutte le condizioni che costituiscono l’essere reale umano collocato per altro
nelle migliori possibili circostanze. 679. Questa per altro meno astratta e più
prossima considerazione non si può riguardare ancora come esprimente il fatto
universale delle nazioni. Dallo stato in cui si considera qui l’uomo, allo
stato reale in cui egli fu, è e sarà su questo globo, vi passa tanta distanza e
differenza, quanta si può figurare che ne passi dalla situazione del più
grand’uomo di genio, preso nelle ore della sua meditazione occupato intorno ad
un soggetto, i cui dati ei conosca perfettamente, e che di più sia nel piu bel
fiore degli anni (vale a dire di cervello il meglio temperato possibile, e che
abbia tutti i soccorsi possibili, e ne approfitti il meglio che sia possibile),
alla situazione comune della vita umana nelle società. Cioè alla situazione
degli ingegni ordinarli collocali nelle circostanze comuni. Riguardando
finalmente quella forza comprensiva dello spirito umano, collocata e modificata
come realmente e di fatto sta nelle diverse nazioni della terra, senza per
altro discendere ai minuti dettagli storici 5 ma solamente contemplandole nei
passaggi che subir debbono e dovettero, o rispettivamente dovranno fino alla
scoperta del buon metodo; e proposto e scoperto l’oggetto dello scibile, e
computando in questa considerazione lo stato di una società incivilita, ed i bisogni,
le vicende, i soccorsi e le relazioni indispensabili, sia fisiche, sia morali,
che costantemente l’ accompagnano ; valutato specialmente il diverso ipotetico
temperamento ed eccitamento mentale (0; evvi pur anche un confine reale, o, a
dir meglio, una legge imperiosa ed indeclinabile, alla quale questa forza,
qualunque siasi, è d’uopo che si sottoponga, e proceda in consonanza nei
progressi delle scienze e delle arti. Ecco una quarta maniera di considerare la
forza comprensiva dell’ uomo, per determinare quindi quello ch’egli può o non
può fare rapporto allo scibile. Questa considerazione è veramente più concreta
della precedente, ed anzi la rinchiude in s è tutta, coll’aggiunta di altre
condizioni più vicine all’uso pratico. Ed anzi se tutti gli elementi di questa
considerazione verranno scelti a dovere, e tutti compresi nel di lei tenore,
ardisco dire essere essa appunto quella che potrà servire di norma onde
valutare la forza intellettuale delle nazioni e del genio, e suggerir potrà in
conseguenza quello che conviene provvedere. G81. In tutta questa serie di
considerazioni, se poniamo mente a questa forza comprensiva, noi rileviamo che
il concetto di essa dal più semplice punto di vista passa successivamente al
più composto, ed a guisa (piasi della cima d’una piramide, discendendo dal più
astratto e generale al più speciale e complesso, va via via aumentando di
volume; talché i risultati debbono riuscire in proporzione vieppiù complessi.
Diffatti nella prima considerazione abbiamo sottocchio la forza intelligente,
senza che vi sia mescolata circostanza alcuna imaginabile, avendole levato
persino ogni limile che ne possa determinare la quantità. In questo punto di
vista i caratteri di lei sono universalissimi; e tali caratteri si possono
estendere (i) Sotto di questa denominazione, cd in questo caso in cui si
contemplano i fondamenti del raziocinio, io non comprendo se non le condizioni
della aie/noria, cioè una memoria piò o meno fedele, più o meno rapida, più o
meno vivace; a cui appartiene anche l’ magi nazione, la quale per lo spi rilo
umano è la miglior serva e la peggiore padrona. Nel progresso di questo Piano
si sentirà la decisiva influenza di questo temperamento per r invenzione, e si
potrà arguire quanto la natura debba contribuire per formare T uomo di genio.ad
t>"Eii imaginabjle intelligenza; ma è pur anche varco, che in questa
elevatissima categoria ella c spogliata di tutti quei caratteri reali, coi
quali ella esiste In natura, per non riteucre che quella salo cl/è
indispensabile, e senza del quale sarebbe distrutta ogni dì lei idea. Onde sì
può dire che ella, a proporzione che acquista di estensione estrinseca, perde
altrettanto di realità intrinseca, G82. Nella seconda considerazione poi ella
viene vestita de1 suoi limiti naturali, od acquista cosi un grado di
approssimazione allo stato suo naturale: ma ad mi tempo stesso perdo' il
carattere superiore di universalità suprema c li 1 essa iti quel grado aveva,
ossia il di lei carattere non può convenire ad ogni genere d* intelligenza,
G83, VI fu terza e nella quarta accade lo stesso iti proporzione; ij divenendo
intrinsecamente più complessa, ili pari passo cessa d'essere più generale, 084,
Ju fi ite nr Ila prima considerazione la forza comprensiva umana viene figurata
come quelle ili im Dio; nella seconda come quella di pii angelo; nella terza
come quella di un uomo perfettissimo ed eruditissimo-; nella quarta finalmente
come suole realmente esistere nelle diverse popolazioni della terra, 085. Ora
venendo al nostro proposito, dico die le tre prime maniere dì raffigurare la
forza comprensiva dell’uomo appartengono appunto a questa parte preliminare dei
fondamenti; la quarta appartiene alle parli interiori dell' Opera progettala*
68 G. Parlando poi delle leggi di fatto e di dovere, che anticipatameli te si
possono e debbono esporre . io fò osservare quanto segue* Per quale ragione
premetto queste considerazioni? Certamente per potere dappoi con chiarezza, con
certezza, e con Luna estensione spiegare, dimostrare e determinare quello che
far debbono e possono gli uomini pei progressi delle scienze e delle arti, dopo
dì aver fatta la storia di fatto dello sviluppo dell’ umana perfettibilità, ed
assegnata la cagione dei fenomeni che nello svolgimento di lei sì presentano
all'&sservataEC. Giù pósto, sarebbe cosa inutile, anzi stravagante, 1*
imaginare fatti puramente ipotetici che non abbiano una vera influenza su
quello che in progresso si dovrà meditare. Dunque se può essere cosa
interessante il rilevare i limiti della potenza o impotenza di questa forza
nelle due prime ipotesi, per con chiudere sòlidamente o con maggior ragione i
limiti di lei in atto pràtico, uou potrebbe certamente essere del pari
interessante il fantasticare in dettaglio sulle operazioni dì tali situazioni,
cui d’altronde de tenui cani non potremmo che gratuitamente, per non essere noi
mai siati nè Dei, nè angeli. 087. Non può essere adunque conveniente il
ragionare di quello che fa o far deve l’uomo se non nella terza ipotesi, cioè
in quella in cui si considera l’uomo reale e naturale nella migliore situazione
possibile. Ma il fine per cui anticipatamente ci occupiamo in questo esame qual
è ? 1. ° Per dare la ragione dei fenomeni reali naturali della perfettibilità
umana in atto pratico, ossia per poter trovare le leggi di fatto del costume
delle nazioni nell’ avvezzarsi nella carriera dello scibile, e dimostrare che
tal legge è vera, naturale, indeclinabile. 2. ° Per potere indicare la
conformità o le aberrazioni della mente umana dalle traccie del vero, e cosi
avere come una modula di paragone, onde valutare il metodo naturale della mente
umana abbandonata, diro così, al destino delle cose. 3. ° Per potere dappoi
dire in concreto quello che le nazioni far debbono e possono per giungere nella
maniera più breve, più facile, più certa e più fruttifera allo scopo inteso
delle scienze e delle arti. G88. Ciò stante, è chiaro che in questo trattato
preliminare dei fondamenti io debbo identificare quello che può far l’uomo
sulla terra, ipotesi la più perfetta, con quello che far deve nel ragionamento,
per avere un punto di vista che serva a questi fini consecutivi. G89. Ma qui
nasce un dubbio. Come dunque si distingue quello che far debbono le nazioni, di
cui trattar si deve qui in progresso, da quello che far deve l’uomo nella
situazione assunta in questi preliminari, a fine di ottenere la cognizione
della verità? Se il metodo che si assegna è il solo ottimo, se tutto è fondato
sui rapporti reali dell’uomo, se la verità è invariabile, se deve servir quindi
d’unico modello aH’uomo in ogni stato; cosa rimarrà più oltre a dire su questo
proposito ? G90. Prima di tutto io rispondo: che rimarrebbe sempre ad esporre
quello che far deve l’uomo in tutti i rami principali dello scibile, di cui mi
sono prefisso ragionare; sebbene anche in quelli non rimanga che l’applicazione
del metodo universale. Ma siccome quest’ applicazione deve per ciò stesso
abbracciare degli oggetti più concreti ancora, così anche il metodo diviene più
complesso, quantunque abbia in sè stesso un’invariabile conformità alla massima
generale, che serve come di bussola nelP immenso oceano delle scienze. G91. In
secondo luogo, prendendo anche lo scibile iu massa, cioè sotto di un unico
concetto generale, tuttavia passando alla considerazione del cenere umano, come
sta esposto nella quarta considerazione, non Tom. T. i ri vm) k a ri i n \ no m
i„v operi pub ^ "l'-rxlo risili m ut.' utili rapporti de Un sia in più
somplhe antecedente Minio bastare por far produrre dio ii azioni -1 '
iuoi'cmuiili desiderali «elle scienze e nelle ari t. Rimane auc nmoliti a fare
per citeriore Ymt f 1 j to+ Ora questo, n rimati, r mi* rigirinola ili piu rii
spirilo che finir* hoiio fare. Orni è, dir siddinm il metodo siti lo slesso iu
entrambe le situazioni. vate a dire eb egli io luti il la sua strati lira soffrir
ami debba imitazione alcuna nel passane all’alto pratico; La Ita via non è da
se solo capace, quando ria anelili atto a produrre 1* intento voluto, e perù vi
occorrono altri sussidi) ohe deh ho no essere impiegali. Per conseguenza ne
viene, cric quel lo die realmente far debbono le nazioni per ^avanzameli’ lo
dette scienze e delle arti consiste udì’ unione di questo metodo cori unii gH
altri sussidi i a quel to relativi* Queste complesso costituisce lui corpo ili
scienza pratica, ossia maglio di arte, die io chiamerei Legista"ione ossia
Politica scienUJièjji. lauto por l’ in v dizione . quanto peri' istruzione
nelle scienze e orile arti. G92. Ecco la grandissima differenza che passa fra
quello die bir tlcbbono gli uomini, nella, considerazione astratta propria di
questa parie dei fondarne ri li, e quello die veramente debbono fare lo nazioni
nelle sthi azioni complesse iu cui si trovano nell’ universo. GtKb Qudlo che
viene esposto nella detta parie preliminari sn questo punto (che per altro non
ò die un ramo sdo dì lei) abbracciar deve il meglio, e quello ancora die manca
d’ importante, e direi quasi di capitale, ai piti celebri Trattati di Logica,
alle arti di pensare, agli organi delle scienze, die dai filosofi fino al di
d’oggi ci sono stati fomiti. Diftalli in essi si contempla l’uomo iu altra
forma, o almeno non si assumono altri efementL ebe quelli die convengono all*
nomo ipotetico, clic «db i rza considerazione abbiamo rappreseti tato, E perù
con do veniamo avvertiti. die comunque eccellen ti possano essere i loro
precetti, manchiamo perù tuttavia di quei s^ggerimenlL ossia di qnd corpo
complesso c ben dedotto di metodo e di leggi, die più largamente e più da vv
lcuio e cou vera efficacia contribuir deve all’ incremento dello scienze fi
delle arte 5 G9i. Q indio poi dio esporre si deve nella terza parte interiore
del* lT Opera racchiuder deve tutto il complesso del metodo dei banda menili,
senza ripeterlo; e solo riassumendo i risultati finali antecederli** die a
vicenda servir debbono di altrettali fi principìi per avanzare più (dire,
aggiunger dov cassi tutta la collezione dei sussidii c dei mezzi die s mas
praticamente indispensabili alle nazioni por effettuare i progressi intesi.
Quesii sussidii non debbono essere ìmaginati a forma di progetti jpo&Sibili,
m a bensì debbono essere dedotti dall’intima cognizione delle nren
m\fKfrmiLlTA\ i 55 i stanze reali iti cui furono, in cui sono, e ut cui
potranno o dovranno scmprfe essere le nazioni 'Iella terra* 695. Ciò tutto
schiarilo, tanto per propormi una norma certa, in cui le lince di demarcazione
vengano fortemente eoo (rassegnate e le parli esattamente subordinate, cju auto
audio per far comprendere il segreto magistero dello stesso lavoro, e darne
come il tipo, si vede ormai fino a ijual punto possa essere nei preliminari in
u oli rata la trattazione sul ra~ gionamento* e quali oggetti possano esservi
più specialmente compresi. In tre SENSI – Grice: “Do not multiply them!” --
diversi si suole comunemente assumere la parola morale e moralità* Noi primo sì
vuole denotare la capacità in genere di conformare io proprie azioni
interessanti sé stesso e gli altri ad una redola preconosciuta. Da questa
capacità viene costituita quella che appellasi libertà mora le, dia li n La
dalla mera spontaneità; perocché una volontà illuminata da una norma
preconosciuta ed Interessante, ed una forza esecutiva esènte da ostacoli, pud
sottrarsi dalla direzione dei ciechi appetiti, ed uniformarsi alla norma
preconosciuta. In questo senso la moralità forma il fondarne alo della cosi
detta imputazione morale ^ in vista delia quale sì ascrive a merito o a
demerito un’azione onesta o colposa, doverosa o criminosa* ti €97, Nel secondo
senso la parola morale si assume come attributo degli atti umani; e come dicesi
bella o brutta una cosa* dlcesi morule o non morale nn atto. Qui si veriGcano
due concedi: il primo è quello di essere conforme o non conferme ad una data
norma: e il fiction do di essere o no praticato io una maniera imputabile.
Quando è imputabile, Fazione forma un allo così detto Umano ^ ucl scuso del
moralisti, sia flloscdi, sia teologi. 698. Il terzo senso usi tato della parola
mortile si è quello di regoAi. ossìa di norma delle, azioni interessanti sia sé
stesso, sìa gli altri. Cosi dìcesi, per esemplo, h morale pU$ffirìca$ la
stoica* la peripatetica, per significare le dottrine direttive dei costumi
secondo gl* insegnarli culi di queste tre scuole: cosi puro dieesì la morale
eva ngelica, la mìmsultnanica 5 ec. 5 In tu Ltì . jnesli sensi però con viene
por melile aIPo££efto unì* u e proprio sempre su! Li u le so 0 sempre con Lem
pia Lo» Questo sì à quello ( he viene denominalo il costume ossia i costumi}
chiamati In latino maresi CL1 condannati dalla buona Morale, c vengono dal
senso comune qualificali come immorali. 702* Poste queste considerazioni, che
cosa ne segue? Cbe in ultima analisi il concetto di moralità e à* immoralità
viene atteggiato dalla conformità o deformila dì uu alto coir ordine voluto e
dettato da una norma direttrice degli alti liberi ed interessanti;. talché non
basta che il motivo ne sia plausibile, rna si esige che lotto eseguilo sia
regolale* (j 7 (Kb Affinchè però questi ruotivi lodevoli non sicno traviati, ed
aiti nolo1 le passioni non sic no cieche, si esige clic la volontà sia
illuminala,; mediante l’intelletto venga sospinta giusta le direzioni dell
ordine normale di ragione. Con questo mézzo sì opera anticipatamente sulla
sor^"'[ilc delle azioni morali; con questo mezzo si opera sulle cause
stesse de* costumi, li! siccome per far ciò si esìge la cognizione dell’ agire
umano dedotta dalle sue cagioni, così si esìge quella che diccsi morale
jdosojica. Conoscere le cose per via delle loro cagioni assegnabili costituisce
ciò che appellasi filosofia: assegnare e suggerire i motori c le direzioni ibi tu
opere in conseguenza delle leggi naturati di questi motori costituisce h
filosofia pratica. Volendo quindi dirigere la volontà umana giusta nua data
norma, conyien parlare alla ragione, e mostrare e far sonine i mutivi
impellenti di questa norma. 5 704. Quale dunque sarà 1* ufficio dalla morale
filosofia ? = Parla re alla coscienza di un uomo ragionevole; mostrandogli le
norme drl ben vivere, deLEate non dall’ arbitrio : ma dalle necessita
interessanti, indotte dall’ ordiue: naturale delle cose. = liceo 1 ufficio
pròprio, essenziale e caratteristico della morale filosofia. Con questa
cnimziazioiie generale la morale filoso Ila non paro distìnguersi dalla scienza
del diritto : ma piu accuvalametile considerando fi? coso, si trovano rimili
tratti che diversificano l’ima dall’alt m dottrina, Prima di lutto nella
scienza th 1 diritto no u si assumono clic gli ulti i quali md commendo degli
ugnimi possono toccare gli scambievoli interessi: e però col diritto si
regolano solamente le azioni verso gli altri uomini. Nella filosofia morale,
per lo contrario, si contempla 1’uomo in tulle le posizioni, in tutte le
relazioni; di modo die a lui si mostra come fin anche nel governo del suo
pensiero egli proceder debba onde godere tranquillità e soddisfazione. 705. Iu
secondo luogo nella dottrina dei diritti e dei doveri reciproci conviene
attenersi alla venta estrinseca, e talvolta comandare cose che la Morale trova
indifferenti: e viceversa lasciarne libere alcune die la Morale disapprova, ed
abbandonarle al sindacato dell’opinione ed alle sanzioni della convivenza. La
sicurezza sociale da una parte, e il rispetto alla padronanza naturale di
ognuno dall’altra, obbligano a scegliere partiti ne quali al minimo d
inconvenienti sia accoppiato il massimo de’ vantaggi del tutto. Nella morale
filosòfica per lo contrario, se pensale ai limiti, voi vedete che, dopo aver
accolto lutto quello che la giustizia sociale comanda, si sorpassano i gretti
confini del diritto, e si tratta delle virtù e dei vizii, del merito e del
demerito, delle buone e delle ree intenzioni, delle sane e delle nocive
opinioni. Se poi pensate al fondo, voi vi accorgerete di non ragionare sullo
stato esternamente dimostrabile delle cose, ma sopra 1 essere ed il fare loro
intrinseco: e sopra tutto di considerare gl interni motivi degli umani voleri,
dei buoni o tristi effetti dentanti realmente dalle umane azioni. Finalmente
nel Diritto si tratta di afforzare la colleganza: nella Morale di santificare P
umanità. Si nel1 esempio del diritto che in quello della morale personale
agiscono gli stessi motori: ma nel Diritto essi piegano alla necessità della
convivenza ed alla forza dei tempi. Per lo contrario nella Morale essi dominano
colla convinzione della loro intrinseca bontà, e si giunge al seguo di mostrare
Puomo innalzato e potentemente agitato da emozioni scevre da mire cosi dette
interessate . Questo trionfo della ragione, questa elevazione delJ umana
natura, per la quale Puomo si emancipa in certa guisa dai ceppi dell’autorità
terrena per sovranamente dettare, a sé stesso le leggi de’ suoi voleri: questa
elevazione sopra la sfera del mondo fortunoso, per cui Puomo si accosta al
carattere della Divinità, non sarebbe possibile, se la natura non avesse dotato
l’uomo di certe tendenze della mente e del cuore : peiocchè la specie umana non
può operare verun bene stabile o abituale, se Dio non è con lei. Come l’arte di
ben pensare altro non è che la logica naturale perfezionata, così Parte di ben
vivere non è che la morale naturale (. sovranaturalmente ) perfezionata. E
siccome Parte di ben pensare pare esercitarsi nei meditati pensieri, e nel
rimanente supplisce Pabiluale buon senso; così Parte di ben volere pare
esercitarsi nelle meditale azioui? e nel rimanente supplisce un senso morale
comune. Diciamo di più: quando si giunge ad abituare la mente ed il cuore a ben
pensare e a ben sentire, sembra essersi ottenuto il miglior frutto della
educazione. 706. Ma benché una buona coscienza sia il più bel dono del Cielo,
ciò non ostante rimane esposta a traviamenti, quando non sia soccorsa dalla
ragione. Decipimur specie recti . Altri uomini poi esistono, pei quali una
buona azione diviene un affare di calcolo. È dunque necessario che la ragione
si armi di possenti motivi, onde dirigere tutti coloro che travierebbero, se mancassero
di lumi ossia di motivi illuminati. J litio considerato, l’ufficio dell’Etica
consiste più nel dissipare 1 ignoranza e nel rattenere l’intemperanza, che
nell’eccitare ai doveri ed alla virtù. Or ecco la necessità della morale
filosofia, nella quale si distinguono due grandi parli, la prima delle quali
versa sull’ ordine normale del libero arbitrio individuale, e la seconda nell’
istruire la mente sulla necessità di mezzo di quest’ordine. La cognizione di
quest’ordine non si vuole solamente a modo di autorità o di morale istinto, ma
a modo di dimostrazione, come la cognizione delle teorie fisiche e meccaniche.
L attributo di filosofica imporla la cognizione delle cose per via delle loro
cagioni assegnabili. Queste cagioni assegnabili non sono che effetti ossia
leggi più note e generali, assegnate come tanti perchè di altri effetti o leggi
meno note e particolari; perocché le cagioni prime e propriamente tali non sono
da noi assegnabili. Nella filosofia de5 costumi queste cause assegnabili sono i
così detti molivi, i quali nelle azioni libere eccitano la volontà. La
cognizione dei vantaggi procacciati dall’osservanza dell’ordine non sarebbe
sufficiente, se non si aggiungesse anche quella de’ guai che vanno annessi alla
di lui violazione. Socrate, che, al dir di Cicerone, trasse la dottrina morale
dal Cielo, fu sollecito nell’ insegnare che i mali seguono l’infrazione
dell’ordine, come l’ombra segue il corpo. Senza la doppia sanzione dei beni e
dei mali, la giustizia diventa una speculativa norma destituita d’ogui forza
motrice dei cuori umani. La sapienza del dolore forma la precipua salvaguardia
della Morale. 707. Benché la morale filosofia non sia scienza contemplativa, ma
bensì operativa; benché insegni ad essere operatori e non meri contemplatori; ciò
non ostante essa si occupa nel conoscere, per operare secondo l’ordine
necessario dei beni e dei mali. In essa si vuole beu conoscere. attesoché
conoscere il vero egli è lo stesso checonoscere il reale; e quindi possedere il
vero é lo stesso che possedere il modo di far servire le forze reali delle
cose, e. a dir meglio, di prevalersi dell’ordine ei-fettivo. Per questo mezzo 1
uomo diventa veramente possente. Così la sapienza diviene per 1 uomo madre
della possanza, e l una e l’altra autrici del godimento. Questa parte della
scienza forma il fondamento della teorica della morale fdosofia. Ma questo
stesso fondamento della teorica riposar deve sopra un principio operativo di
fatto e di ragione, il quale predomina tutta quanta la dotlriua. Questo
principio operativo consiste nella cognizione della forza motrice perpetua ed
universale che interviene in tulle le umane azioni, e delle leggi, per noi
irrefragabili, colle quali questa lorza suole operare. Come importa conoscere e
dimostrare le leggi naturali delle acque, per dirigerle con utilità e
divertirne i danni: così importa conoscere le leggi naturali dei libero
arbitrio, onde dirigere gli alti umani a procacciare i beni e ad allontanare i
mali. La tendenza assoluta ad uno stato felice, e l’avversione ad uno stato
infelice, è un fatto d’immediata coscienza, del quale è impossibile dubitare.
Questa tendenza viene assunta come principio certo, operativo, assoluto, dal
quale dipende tutta la certezza, tutto il valore, tutta l’efficacia della
morale filosofia. Senza di esso la dottrina riesce o illusoria o assurda. T08.
Ma questa cognizione non basta; si esige eziandio la cogni¬ zione dei mezzi
possibili di agire di questa forza. Dal desiderio di guarire non viene
suggerita la medicina opportuna. La tendenza suddetta è dunque principio, ma
non direzione, nè caratteristica della scienza. Col1 amore del bene si
compiscono ogni sorta di azioni anche estrinseche alla scienza del giusto e
dell’onesto. Non è dunque l’amor del bene principio direttivo, ma semplicemente
impulsivo. S’ egli è finale, egli però non suggerisce la via. Non qualifica
dunque la scienza, ma solamente la spinge e la rinforza. IL Opinioni disparate
sui fondamenti. 709. Dopo una lunga serie di secoli, durante i quali gli uomini
e le genti insegnarono precetti c leggi dettate da incognite ispirazioni del
senso morale, accolte ed applaudite dalla coscienza comune, finalmente
domandarono il perchè tali precetti e tali leggi obbligar dovessero gli uomini.
Allora il consenso, comunque rispettabile, ai proverbii, alle massime ed ai
precetti di Morale, fu sottoposto a sindacato, come qualunque altro ramo
dell’umano sapere; e prima di tutto fu domandalo, se tutto l’edificio della
morale avesse basi certe e dimostrabili, talché 1* uomo si dovesse realmente
tener obbligato a seguire certe vie, e a lasciarne certe altro. Allora le
dottrine morali dal dominio del cuore passarono sotto quello dell midi elio* o,
a lIi l* mèglio, al dominio del scuso morale comune si volle aggiungessero
quello della ragione dimostrativa, onde comunicare al rispettivi dettami la
certezza, la probabili I à 0 il dubbio che meritavano. Allora fu che si disputò
sulla natura del libero arbitrio; allora si propose li problema del come il
giusto e 1 utile si associano o si escludono; allora sì parlò delle azioni
interessale e delle disinteressate; allora fu imitato della concordi a e del
conili Ito fra la morale sociale e la individuale: allora si disputò delle
sanzioni naturali e delle soprannaturali; in breve* le questioni sugli articoli
fon da mentali della Morale furono posto in discussione. L'esame di questi
articoli, come ognun vene, ioima uno studio preparatorio e preliminare alla
teorica stessa della morale filosofia, come nella costruzione di un edificio
raccertarsi della solidità del terreno preceder deve li gettare dei fondamenti,
7 IO, La necessità di questo studio lui sentita lino dalla più alla antichità,
come si può vedere, fra gli altri libri, in quelli di Cicerone, ma runico
risultato che se ne ottenne fu, essere necessario di accertarsi ferma mente dei
fondamenti logici deli7 Elica, L Etica sta al volere, come la [logica sta al
ragionare. La logica fu detta arte di ben ragionare:, cosi l Etica dire si può
l'arte di ben volere. E siccome la logica Irne la sua solidità ed il suo valore
da unii scienza anteriore che ci assicura della verità degli umani gìudizii;
cosi ridica trac la sua solidità e il suo valore da una scienza anteriore della
norma obbligatoria degli umani voleri. Come dunque esiste mia proto lo già
logica, così pure esiste una proto logia etica. In questa appunto si tratta
degli articoli fondameli tali sovra annoverati, sui quali gli scrittori non
sono fra toro d’accordo! e però la filosofìa morale non è ancora riconosciuta
come vera scienza, ossia dottrina dimostrata con logico rigore, ^ 71 b Queste
dissensioni per altro presso gli Europei non influirono sensibilmente sul
regime pratico delle genti, sì perchè i disputami riconoscevano che utdia vita
pratica conveniva obbedire al senso morale c comune, e si perche per buona
sorte bau tonta delle leggi, della religione e dell'opinione comandavano i
buoni costumi ed i buoni esempli. Linai ai popoli se dovessero essere
ballottali a grado delle scuole diverse! La differenza de’ costumi non armò gli
uomini gli unì Cóntro gli altri, come fece la differenza de' culli. Se fu forza
respingere ltinvasioni, se si dovettero reprimere i facinorosi, la diversità
delle opinioni morali non eerìtò quel fanatismo e quelle persecuzioni clic
informarono le diverse setto religiose. La movale pratica rimase sempre fórma,
r le dìspute dei filosofi furono rilegale nelle aule accatendehe 0 nd licL
Necessità di richiamare il j cassato. i 1 2, Siccome però importa clic le
grandi convinzioni penosamente raccolte da una lunga tradizione fra le genti
incivilite, non aleno dimenticate. specialmente ìli mezzo alla maggior
complicazione e le divisioni degli interessi di uu alta civili a* cosi giova
richiamare alla memoria la parte più solida di quella Morale, la quale
infiltrata nelle leggi ? nella religione e nelle massime volgari, ci richiama
la sapienza de* nostri antenati, IFnrp e c nocivo si è il non usare della
miglioro ere ili là de' nostri maggiori: questa trascuratila siccome equivale
ad una ripudiazlone * cosi ridonda a nostra vergogna ed a nostro danno. E
quand'anche dall' antica sapienza non si potesse a ili nostri ritrarre dogmi
pratici proporzionali allo stato nostro attuale, ciò nonostante Io studio delle
scuole antiche farebbe fede come a boi hello si fosse proceduto nella dottrina
de* costumi Meditando lo spirito e l'andamento delle antiche scuole, non
solamente ci vien fatta palese la cagione delle apparenti discrepanze delle
medesime, le quali pur troppo sussistono tuttavia fra le moderne: ma ci si
rivela eziandio un altissimo punto dì vista, il quale domina tutta F economìa
degli agenti morali, e dimostra la possibilità di elevare l'uomo intcriore più
amalo dal Cielo ad una specie di sereno e tranquillo Olimpo, dal quale si
ravvisano sotto i piedi [e nubi e le tempeste domin atrici nella bassa sfera,
entro la quale si avvolge una moltitudine bisognosa di direzionee nella quale
d'altronde la fantasia robusta e non disseccata può sospingere a gagliarde ed
nidi imprese. Col In morte filosofica del Pitagorico s'iucommcjava h vita del
sapiente non ascetico, unii (spruzzatore degli interessi materiali, non
trascurante II bene de* suoi crm cittadini e delFnmamt^ ma del sapiente
convivente e dirigente questi materiali Interessi senza essere schiavo de
medesimi, e che si vale dell' opinione volgare p^r condurre i suoi simili a
convìvere con industria, con dignità e con cordialità, la scuoia stoica sì può
;t buon diritto riguardare come uu ramo della pitagorica t e i dogmi stoici
professati dai sapienti di Roma, fanno formato ['eccellenza dei loro responsi .
INI ori panni che questa opinione si possa sospettare come dettata da boria
nazionale, perchè emerge da prove positive di fatto già conosciute. 713. Se i
moderni, i quali si sano occupati cotanto di chimica psicologica, si fossero
egualmente occupati a considerare le scuole antiche non da! solo canto delle
loro esterne divise, ma eziandio dal cauto del loro spirito e dell' occulta
loro filiazione e del loro elicilo, forse avrebbero prevenuto sia un umiliante
sensualismo, sìa un desolante astenici sm o5 sia una tra scen dentai e nullità,
sia ni d esecranda versatilità nella parte pratica della Morale, Se dunque
lodevoli furono lo loro mire nell accertarsi del fondamenti, fu dall1 altra
parie biasimevole la loro trasc u ralezza a non tener vive le buone tradizioni»
Perchè calare il sipario sul passato, e dilaniare fallendone degli spettatori
su di una polemica in» considerala, nella quale da una parte vedasi il divorzio
fra gl’ interessi materiali e gf interessi morali, e dall* altra una guerra fra
gY individuali ed i sociali: da una parte le affezioni generose sacrificate ad
un egoismo dissolvente 5 dall* altra fissale norme senza impulso: e: così
discorrendo? Io li oli sono per condannare le discussioni e le controversie; ma
dico che era un dovere degli scrittori di non lasciar cadere in dimenticanza
quel meglio che nell1 antica filosofìa contribuisce ad elevare ad una sfera,
dirò così, celestiale d saggio, e renderlo augusto a sè stesso, sia quando
diffonde al di fuori le delizie delle virtù, ssa quando Lsla fermo contro Fa v
versa fortuna, Fissi tulli dovevano dire ai loro lettori : eccovi le lezioni
che la sapienza de5 nostri maggiori ci hanno trasmesse, e die Fesperìenza de'
secoli ha confermate. Fino a qui esse hanno per sè 1 autorità de' maestri e F applauso
delle buone coscienze. Vero è che a' di nostri sono insorte dispute sol loro
logico valore: ma questa è una lite pendente e non finita, Frattanto la
presunzione della verità milita pei dettami dell’ autorità e della integra
coscienza. Dall'altra parie e voi e noi abbisogniamo di massime prati eh e e di
precelli speciali non rivocali in disputarci vi raccomandiamo d' informarvi dei
medesimi, di penetrarvi della loro rettitudine, e di riguardare le nostre
dispute fonda me u tali come puro spettacolo, o come una lite che aspetta
ancora la sua decisione. Con questo contegno gli scrittori moderni avrebbero
saviamente proceduto. 7 1 h . Fra Se dispute sugli articoli fondamentali e i
dettami dell aulica sapienza sta il tessuto primordiale della morale filosofia
propriamente detta, cioè di quello 'Stadio nel quale si vogliono conoscere le
cose per via dello loro cagioni assegnabili. Queste cagioni vengono rese
manifeste col doppio studio delF ordine necessario dei beni e dei mali, e dell
iodolo e leggi naturali di fatto dell* uomo interiore, considerato sì \u senso
assoluto, che sotto F impero del tempo e della fortuna. Col primo studio si
rivela la cognizione dell' ordine normale necessario onde ottenere il vivere
migliore; col secondo sì scuoprono te tendenze del cuore umano, sia propizie,
sia contrarie, e le disposizioni indotte dall* impero del tempo in relaziono
alla pratica possibile delVordine suddetto. Avvertiamo che qui sS irrita duina
scienza operativa: ram meri tiamocì di dover dipendere dati l'ordine di lla
natura, della quale formiamo parie. Posto ciò, la vera c completa morale doso
11 a consisterà es se n alai metile nel doppio studio ora divìsalo. 7[fn Dopo
un Picoloroini ed un Panila* che scrissero piu distili iai nenie in Italia nel
XV J, secolo intorno I Etica, lo SleUlni, nato sulla fine del \\1L secolo, din
un nò In Morale suddetta primordiale colla psicologia la più accerta la* Si1
Bacone traccia il metodo della fisica, egli non indirò come trattar si dove la
morale* I suoi Serrnonas fulclcs sono pensieri staccali esposti alla ma ni era
degli antichi: 1 suoi Cenni psicologici non sono che riproduzioni dulia maniera
di vedere I uomo interiore insegnata dagli scolastici della sua età . [topo lo
Stelliti] l' Italia ebbe la Diceosina del (ienaveri; ebbe ripetitori e
compendiatovi: rnn un lungo letargo succedette, e libri rimarchevoli sulla
morale filosofia in balia non comparvero più. Ni : almeno si fosse pensato a
volgere nella É avèlla il aliali a la grand-opera dello Stellili!, si avrebbe
forse contribuì Lo a risvegli .uè l' industria di altri ingegni* ma uemmen
questo venne latto; laicità una vergognosa inGugardaggine oscura al di d’oggi
il nome italiano. C\ 7 IO* À line di scusare questa mancanza, taluno dir mi
potrebbe : a che vi querelate voi perchè sia stato om messo ogni nuovo
tentativo* mciiIre confessate che dura ancora la disputa sopra gli articoli
fonda tu midi, Mentre il terreno ci trema salto i piedi, còme sì può fabbricare
. A 1 In. servir può l' istruzione» se manca il fondamento della credenza?
loiyeliù almeno il dubbio non intacca tutti j singoli dettami, allorché esso si
aggira sui fondamenti ? Yoi accusale il bisogno di direzione inni .di. *. J 11
J rollò religione e Còlle leggi non si provvedo forse abbastanza •* La
religione e le leggi, io rispondo, sono cose eccellenti ed indispensabili: ma
esse amano rii non avere meri servi* ma bi a roano avere quanti più compagni
trovar si possano. La religioso eie h -ned sa suonano, ma non dimostrano
razionalmente la Maiale. L,m una legge reale effettiva, polente di lotto, la
quale domina si la. mente che il cuore. Allora si può dallotdiue dei beni e dei
mali ricavale e l-Tt scegliere un ordine normale, nel quale la filosofia del
pensiero e qau a della volizione ai può disciplinare collo stessa principio e
colla sU,ssj 1jos sauza. All'opposto se si potesse sol dubitare che questa
reciproca tu ueit za sta an? illusione, ne seguirebbe che la consistenza logica
della may c svanirebbe, per lasciarci in preda ad un desolante pirronismo. Qua
Hno poi avrebbero gli ardimenti dei soverchiatovi quando potesseio losin gar$l
o sol dubitare di non aver contro di loro la forza onnipotente l o a natura, e
Tira presta o tarda del Nume? 723. 11 capo saldo adunque massimo ed unico, al
quale sta lacco mandata tutta la dottrina dimostrativa del conoscere e del
volere umano, consiste nella dimostrazione della reale esistenza e della
reciproca azione delle cose esterne sul me umano, e di questo me sul mondo
estenui1-* lo nou mi occuperò in questo Discorso a tessere tale dimostrazione.
in mi lusingo di aver già tìata nella prima Parte del mio Discorso Su lift n ì
m t e sa mt; e per ò procedo olire V. Necessità di accertare la possibile
influenza delle lezioni dell Etica. . \\ secondo punto scientifico assicurativo
dell1 Etica consista isp\ formarsi una giusta e distinta idea della potenza
interiore dell’uomo sotto il regime dell' ordine reale del mondo da Itti
abitato. L'Etica si propone di guidare le azioni col ino ve. re la volontà: ma
se questa volontà fosse cosa che sfuggisse sempre dalle mani senza che si
potesse mai colpire col discorso, o che fosse trascinata da fatali impulsi che
mai vincere io potassi colle mie ragioni, è vero o no che le mie parole
sarebbero geliate a! vento? Frustranea allora sarebbe la dottrina, e stolida la
pretesa di "miliare la umana volontà con qualunque discorso. Ora se voi
figuraste la volontà o trascinala da un ferreo fatalismo . o sempre in dipeli
don le dair impero della persuasione, è vero o no che vi mancherebbe la
possibilità di rendere progne le lezioni della Morale? Dunque prima di spiare
il corso di queste lezioni conviene assicurarci se dalle dimostrazioni e dai
precetti avvalorali come quelli dèli' agricoltura posslam riprometterci qualche
frutto. La possibilità o impossibilità di far frutto non si pud scoprire, se
voi non proviate la pieghevolezza della volontà umana alla impressione dei
molivi presentali alla ragione sviluppa La : e però se non conosciate a dovere
quale sia la naLnra ossia la legge di catto naturale che distingue la
spontaneità dalla libertà. Questa legge venne disegnata dai moralisti col nome
di libero abbi trio, sol proprio dell'uomo già reso ragionevole: e che si
distingue dall' istinto, ossia dalla spontaneità animale, 725. Duole al filoso
lo d’ internarsi nel tenebroso recesso sul quale cotanto In disputato dalle
scuole, e su cui in oggi stesso si discorre senza discernimento. 1 legislatori
e gli uomini d affari si ridono con ragione di queste controversie, e a
dirittura operano sugl' interessi come su qualunque altro oggetto industriale.
Ma chiamato il filosofo ad appagare f intelletLo, egli è condannalo a sostenere
la lotta tanto delle illusioni di buona fede, quanto dei sciismi di obbliqua
intenzione. C> 72f>. L’importanza e l'uso pratico de IL argomento della
libertà morale, ossia del libero arbitrio, negli affari civili e di coscienza,
a fronte della confusione e dei dispareri delle scuole, e di storte apologie
sosteTgrl t99 nule tiri difensori dei delinquenti, obbligano J 'espositore
dell3 Etica a siabilire un’ idea chiara e dimostrata sull indoli;' propria del
lìbero arbitrio. Dovrà dunque il maestro di Ltiiui prendere le mosse dai daLi
certi e conceduti, e progredire a segno ili far sortire ht genuina nozione del
libero arbitrio, T2T. V oi accordale, egli dir potrà che in esseri
irragionevoli non regna, nè regnar può il libero arbitrio. Ma l'essere fornito
di ragione non m verifica solamente col! essere capace a divenir ragionevole,
ma bensì col possedere elteuivuineule l'uso della ragione. La libertà dunque
morale, ossia il libero arbitrio, non può essere attribuito al bambino, al
pazzo, a! rimasto stupido, et:, ec. Ninno diffalti sognò mai di giudicar?
costoro imputabili di merito o demerito, uè di dar loro abilità a scacciare le
tentazioni degli appetiti. 5 728. Ma d barn buio pensa, vuole e agisce per
energia sua intima e personale, e gradatamente giunge al possesso della
ragionevolezza, la questo intervallo qual è il carattere che attribuite a suoi
voleri ed alle sue azioni ì Quello della spontaneità^ ma non quello della
/fiorale liber* tà * L’uso dunque di questa libertà è acquisito come fuso della
ragione, e mediante la ragione. Dunque la libertà morale, ossia il libero
arbitrio, non è un potere primitivo sostanzialo innato dell'essere senziente,
ma un modo di essere dell’umano svilii ppamen Lo. (2!b Posta questa prima qua
[ideazione, mi si domanderà come la libertà morale si distingue dalla mera
spontaneità . Rispondo colle seguenti osservazioni. Altro è un impulso esterno
accompagnato da piacere o da dolore- ed altro è uu motivo di volere^ nel quale
interviene razione tutta dell'uomo che usa della ragionevolezza. Altro sono poi
in quest uomo ragionante i ino Lo ri di prima azione,, ed altro i motori hi
lane ulti e in line prevalenti. Si gli uni che gli altri possono assumere il
nome di motivi; ma gli uni operano in uu modo assai diverso dagli altri. A dìi
meglio, r uno agisce con modo Leu diverso. L’uomo sensuale agisce da schiavo
degli appetiti; Tu omo ragionante, all'opposto, agisce da padrone, io un spiego,
rdO. Il nome di motivo., sin animo dì motore*, quale idea esprime. Quella di
una forza morale impellente o repellente della volontà. Se figurate l'animo
umano come una monade la quale riceve uu dato impulso esterno, voi non potete
supporre uu' azione contraria a quest' mi polso : ma se aHoccasione di quel
tale impulso sì suscitano altri impulsi interui contrai il. pari o prevalenti,
voi prevedete che l’atto sarà rat tenuto, 0 seguirà il contrario. Ora contro
disordinati o ciechi appetiti somministrare impulsi coibenti o debellanti è
opera della educazione, ossia delle idee acquistate delfieducazione, madre
della ragionevolezza. Allora voi vedete 1" intelletto die pondera, la
volontà che oscilla finché abbia deliberato: allora vedete lallazione e
fiirresolutezza che viene abilmente espressa nei buoni drammi ; allora ingomma
vedete l 'esercizio della morale libertà* 5 732* Volete voi sapere come ciò si
operi? Rispondo, che ciò si fa col gioco de U’asso eia % torte delle ideo
prodotte dall educazione e vali orzate da IT abitudine . Quando voi educate il
vostro cavallo e fa una mossa inconveniente, voi adoperate la sferza, e nello
stesso tempo gli fate eseguire il da Lo movimento regolare. Co! ripetere alcuna
volta queste pratiche che cosa uè nasce? Che l'Idea dell1 in condita movimento
si associa all’idea dolorosa della frustata, e però il cavallo si astiene dal
ripetere il vietato movimento: la frusta allora sla, dirò così, nel cervello,
od agisce per prevenire in futuro il cattivo movimento del cavallo. Questa
frusta mentale esercita o no una forza ripulsiva dì questo cattivo movimento?
Con quest'ufficio merita o no il nome di malore ossia di motivo? Ciò che dicesi
d’uti motivo doloroso è repellente, dir si deve di uno piacevole ed impellente.
Or bene, ecco come nell’ uomo ragionevole si possono considerare svegliarsi ben
altri motivi distinti, e contrarii a quelli di prima azione, sia dei sensi, sia
della fantasia* Quésti debbono essere preparati; r ciò si fa sia colf
istruzione, sia eolia riflessione dell’uomo educato. fi 734. Nel cavallo io no
1 posso fare che colla frusta; nell’uomo per lo contrario ciò si fu colf
Istruzione, sia comunicala, sìa procacciata da luì si esso: da ciò fi uomo può
prevedere ciò che aspettar si deve d alfa zio no proposta. 735, Questa
previdenza costituisce fiunmo agente morale; e quando non sia violentalo, lo
rende mponsabile del suo operato: dò che dir non potete del fanciullo, del
pazzo, dell' insensato, nel quale preparar non potete quest? previdenza e
questo corredo di motivi preconosciuti. 736. Voi dunque vedete la diversità fra
la spontaneità animale e la morale libertà. Da questa diversità risulta il
vero, unico e concepibile concetto del libero arbitrio; da ciò intendete come
io, dotato di ragione, sia libero autore degli atti mici, come sono lìbero
espositore de’ miei pensieri, Allora voi vedete come io sia Imputabile delle
mie azioni, e come le léggi divine ed umane, e la fede storica e la morale
sicurezza riposino sulla stessa base, e concordino col senso comune. fi 737.
Bastino questi pochi cenni per indicare il tèma della trattano uc su E Ubero
arbìtrio, Se la capacità Ut volerti in 1 1 le e imUè coso divèrsa rd anche
contrarie suppone necessariamente una facoltà che abbisogna di essere piegata
da tic ter mi nate idee interessanti . e se Fammo umano non è un Dio. che abbia
il principio e il fine ditlf-agir suo In se stesso: ne consegue che il libero
arbitrio sarà un effetto*, e l’agir suo dovrà formar parte del grande movimento
dell* universo, al quale l’essere umano appartiene, ed in lui riceve c rimanda
le impressioni sue giusta le sue forzo limitate, vi Controversie sul principio
direttilo* e quindi .irti merito dclln Morale * Ì 38, Posto I uomo in commercio
sostanzi a le col mondo dèlia natura e degli uomini che lo circonda, e
conosciuta la legge colla quale le facoltà sue interiori effettuano i di lui
liberi voleri . coiivieii passare a vedere il modo col quale agire dovrà al dì
fuori la di lui moralità, 1 dii Or eccoci ad nn altro campo di dispute e di
sentenze contrastanti 5 tuttavia vigenti sulta regola degli atti liberi degli
immi ni e delle genti, e specialmente nei vicendevoli loro uf fieli, * AD. Qui
tratta dì sapere qual sia la vera forza e podestà d*dlu forale* considerata
come regola degli alti umani: e ciò prima ili esaminarle i dettami particolari.
Se tn dimandi alF agricoltore se esìsto mi’artc di coltivare fa terra : se Io
ecciti a decidere se quest* arte sia reaie o immaginaria: quale risposta ti
puoi tu aspettare? Se poi pii domandassi se tulli ì terreni, in qualunque luogo
ed in qualunque clima,, debbano esscn Dal iati alio stesso modo, quale concetto
formerebbe di te? Eppure in iaLlo di Morale queste ed altre simili questioni
furono e sono trattate sul serio, c i dispareri sono tuttora vigenti a danno
immenso della vita CJV'le e politica. 1 Ninno ignora che prima che la Morale
fosse trattata come scien za, la quale riposa sui falli a] pari della idraulica
e deiragidcoltura, alcuni negarono esìstere un ordine di cose, che viene espuso
col nome di nata ridi1 diritto, da cui nasce la relazione del giusto ed
ingiusto morale. Essi asserirono essere Lulle queste cose parti dell* opinione
imaginati al['opportunità di governare gli uomini. Con questo ateismo morale s’
impugnò un faLLo visibile e palpabile dei l'eco no mfo reale deirnroanUà* e si
tentò di annientare il potere della coscienza. S ™2* Altri confondendo doperà
deli- urna uà ragione nelFeconomia di fatto dell'universo, e non pensando che
all Etica, fattosi l'uomo centro di mi sistema, van tessendo la tela mentale
deirade del miglior vivere. Questi ima " in ino no una contraddizione
Interna reale ed universale ueir economia stessa di fatto della natura, u però
introdussero una specie di numidi sismo morale, il quale suscita acerbe querele
contro la naturale provvidenza. 743. Miri finalmente non avvertendo che le
leggi morali sono bensì di ragione necessaria, ma di posiziono contingente (non
però arbitraria all'uomo^ e che questa posizione è tanto ampia quanto la
necessità e I ordine della natura operante sull'uomo nei luoghi e nei tempi,
invaginarono certi modelli spolpali, i dilessi bili, uniformi di Morale, ai
quali sottoposero h vita privata e pubblica delle genti viventi nel tempo e
sotto il vario impero iTuna prepotente fortuna. 744. Da ciò uè seguirono due
alternativo del pari disastrose, Fai Lu vali re le assolute e rigide formule
stabilite * Ecco la vita umana trattata sul letto di Proc uste. Vuoi tu per lo
contrariò dispensarti dalle dette (orinole ? Eccoti gettato ueir arbitrario;
eccoti una morale secondo le passioni, ed un diritto secondo la forza. g , Mia
perfine che cosa pretèndete voi dalla Morale? Voi mi risponderete di voler
adempiuto ti voto dogli uomini, i quali nelle reciproche loro relazioni
invocano pace, equità e sicurezza, e nel loro interno tranquillità e
contentezza. Ottima risposa, io replico; ma soggiungo nello stesso tempo di non
lasciarvi trascinare ad astrazioni ed a raffinamenti che conducono ad un
misticismo inconcepibile, o, dirò meglio, ad mi vero con Irose uso. Guardatevi
dall attribuire alle frasi vaghe e sfumate di felicità e di sommò bene altro
senso, che quello che possono avere in natura; guardatevi diti confondere i
canoni di ragione dedotti dall intelletto col procedimento eli fatto della
natura medesima, e lo condizioni strumentali dei beni prefissi alla scelta
degli uomini (denominate necessità di mezzo ) col regime positivo e prepotente
di questa stessa natura. Con questa confusione voi uscireste dal mondo per
gettarvi senza posa nel cieco caos dell’ idealismo, onde lottare senza frutto
colla servitù o colla licenza. Ma l’amóre della felicità uoa è forse cosa
reale, ingenua, permanente, invincibile nell' uomo? lo rispondo che questa
tendenza si trova mi singoli atti umani, 1 soli possibili in natura: ma che
l’amor separato e generale suddetto nè esiste, nè può esister giammai. L’amore
della ieiìciLà non è die conseguente degli atti concreti umani. Desiderare di
sentire sempre più aggradcvolmeute e lungamente che si può, ridotto a forinola
generale, altro non è che un’ astrazione intellettuale. 14 amore della felicita
realmente non è che un desiderio sempre riprodotto j ma non è che desiderio,
ossia meglio una serie di singolari desiderii. si tratta del cancella della
legge morale di natura. Le cose dette da quel celebre pensatore meritano di
essere sottoposte ad. esame, perocché appunto presenta una di quelle
conclusioni le quali derivano da molle verità e da molte con fusi oni Ù), (ij
L'Autore parla divisameli te itagli erimi Genesi del Diritto n>ri di Bentham
e delta confusione d1 idee péft&le. fDG) elle ài trova nel io tuia meliti
lIcI ntio sisicrna, Vello studio pieno dell' Etica. . Or eccoci condoni allo
studio pieno dell’Elica, lutto il disegno fin qui tracciato non riguarda
realmente fuorché la prima Parte, e piuttosto E introduzione, e non la
esposizione competente della scienza. Non il corpo della dottrina, ma la radice
e le direzioni sole vengono somministrale dalla trattazione generale usi tata
fin qui. La cosa coll andar del tempo fu ridotta a tale, che i limiti di questa
scienza furouo ristretti a mano a mano ; e troncata la parte tutta della civile
sapienza, tutto il campo fu ridotto ad una esposizione più imperativa che
dimostrativa dei doveri verso gli altri e verso sè stessi; ed oltracciò fu
spolpata di modo, che sotto l’alchimia dialettica di Kant fu mandata in fumo.
Quanto poi alle altre scuole nelle quali fu trattata con basi più larghe, essa
non soipassò i confini della parte che io riguardo come solamente primordiale e
introduttiva della morale filosofica. Il punto di vista, sotto del quale è
necessario di trattare la scienza, si è quello che somministra la iagione
dell’ordine reale più 0 meno progressivo dell’economia divina risguardan te la
natura umana; e però dopo l’ordine normale di ragione discende alle
disposizioni degli uomini considerali nel loro vero stalo natuiae, che non fu
nè potè essere mai l’insociale. L’uomo individuale interiore si può
nell’ordinazione naturale appellare figlio del suo secolo, e le sue opinioni e
i suoi costumi riguardar si possono come altrettanti . frutti ^ 1 stagione .
Quella graduale dissoluzione dei poteri originali indivi ua ^ gretti e
compatti; quella divisione, direm così, delle capacita Peis colla contemporanea
fusione nel tutto sociale : quella successiva ia 1 ne dell’eredità
intellettuale e morale de’ nostri maggiori a mano a mano aumentata, e insieme
purgala e concentrata: quella continuità di fon zioni effettuata negli umani
consorzii civili, e per la vita stessa ^s a mente fissala sui lerritorii:
quella formazione di grandi Stali sorti ca tribù ignoranti e barbare;
quell’ordinamento, in una parola, lento, ie condito, possente, che si appella
vita degli Stati, nei quali si ravvisa un conoscere, un volere, ed un potere
solidale, e ne sorge una vera mora t persoli filila nula dalla cospirazione dei
voleri, dei poteri e dei doveri dui più: è vero o no thè presenta il vero e
reale stato dogli uomini e delie ge nti? Qui il volere* il potere e il dovere
umano, concepiti in astratto, jù trovano, per dir cosi, talmente trasformati
dal processo vitale organico operato in società e per la convivenza m società,
clic la filosofiti molale usilata si trova trasportala come iti un mondo nuovo,
benché realmente sia li mondo da lei supposto. Nel mondo delle nazioni
s’eccitano e dirigono i motori mo-,-nlÌ in una maniera cosi assorbente, così
determinata c cosi propria, eli e -lì appetiti, i desiderai personali e le
affezioni verso degli altri acquistano o perdono di vigore, pigliano una retta
o storia direzione, compiscono un moto ascende nle o retrogrado, o rimangono
stazionari!, a norma delle varie circostanze predominanti. I tre motori dei
beni, dell'opinione e dell'alito ritù imperante sono o no gli eminenti nella
vita sociale delle nazioni? Le sole aspettative incoraggiate o scoraggiate, le
opinioni comuni rette o storte non esercitano forse una possente decisiva
influenza uni vivere civile? Siene dunque pur veri gli avverti menti normali
dei moralisti e dei politici; siano pur sante lo massime proclamate: sarà
sempre vero che tali avvertenze e massime riscuoteranno sempre una fredda
approvazione ed applausi speculativi, tutte le volte che Tonda degl1 interessi
ed 1 fantasmi delT opinione non saranno, almeno all’ ingrosso, concordi con
quelli dell1 onda morale. 762. Ora col modo fin qui tenuto nello studiare e
nell* esporre le dottrine morali, vie li forse reso manifesto come le suste ed
il movimento naturale sociale possono concorrere alT esecuzione deli"
ordine normale di ragione? Diciamo di più: apparisce almeno come dev’essere
tracciato questa stesso ordine morale sociale di ragione ì SÌ dimostrano forse
i conte m pera m culi degl* interessi e dei poteri indispensabili alla
socialità, di m odo che la teoria della vita civile si vegga trattata come Tarn
male, certamente assai più difficile a stabilirsi? Dall1 altra parte c vero o
no non esistere nè ragionevolezza nè umanità senza società, e senza una data
società? f? unica dunque filosofia morale vera e possibile naturale si è quella
nella quale interviene la dottrina della vita degli Stati, e non ciucila che
viene dettala dalle consuete astrazioni, o dai soli dettami privati. Non mi si
dica che questo punto di vista formi un ramo speciale della scienza generale, c
che iu esso si faccia un applic azione dei principii della scienza. Come mai,
io rispondo, potete considerare quale ramo vm processo di fatto, per cui la
natura va creando voleri^ poteri e dottóri? che nel punto di vista astratto non
erano contemplali ? l' orsechè la specie umana si può pareggiare alle rondini
ed ai castori, i quali in oggi fabbricano i loro nidi e le loro case come al
tempo d’Adamo? Forsechè le ostinate fantasie e gli educati costumi, rattenuti
anche da lreni politici, agiscono colle compatte illusioni e colla violenza di
una fanciullezza sbrigliala o di una adolescenza sconsigliata ? Dall’altra
parte poi sarebbe grave errore figurare che nel punto di vista da me inteso si
tratti solamente dei doveri verso gli altri, e non piuttosto delle relazioni
tutte dell’ uomo, e dell’ azione e reazione fra tutto l’uomo collettivo e tulio
l’uomo individuale. Quell’amore immenso del vero, e di un vero, direm così,
disinteressalo di un Archimede, di un Galileo e di un Newton, per cui le storie
ci presentano lino abdicazioni fatte al principato: quella caldissima carità
sociale ricordata negl’ateniesi e nei Romani, perla quale l’individuo sembra
rinunciare alla stessa sua personalità: quella elevazione augusta e religiosa,
per la quale l’uomo sembra dimenticare la terra: si riferiscono o no alla
triplice relazione verso sè stesso, verso gli altri, e verso la suprema
Provvidenza? Or bene, ditemi se sia possibile sperare colali sensi fra i
Boschmans e gli Eschimesi. . Voi mi parlale di applicazione de’ prineipii
astratti. Perchè non parlarmi piuttosto di aggiunte sostanziali? Mi direte
forse che nelle comuni dottrine si comprendono tacitamente le vedute da me
accennate . Qui vi rispondo, che ciò che espressamente non viene contemplato
non esiste in una dottrina; vi rispondo, che da prineipii astratti e generali
non derivano che conseguenze astratte e generali: vi rispondo, che dovendo
maneggiare oggetti reali, i quali per necessità di natura non esistono sempre
in una data maniera, non interessano in una data maniera, non soccorrono in una
data maniera, le forinole generali riescono insulficienti e disastrose:
insufficienti, perchè mancano di speciali direzioni, disastrose poi, se vengono
applicale colla loro cruda generalità. Potici anche soggiungere l’irruzione
dell’arbitrario non prevenuta da codeste formole astratte, atteso che si
lasciano negli affari vastissimi campi non disciplinati, e però non guardati da
sanzione dimostrabile, costituente motivi efficaci alle coscienze: ma questo è
un inconveniente abbastanza nolo, e pur troppo sentito colle desolanti dottrine
de5 casisti. Vili. Quanto sia necessario questo studio delia civile filosofia*
765. Per la qual cosa ognuno può giudicare se a ragione o a torto io riguardi i
Trattali morali lino al di d’oggi conosciuti come altrettanti prolegomeni della
vera ed integra morale filosofia. Resta dunque ancora a tra U arsi del merito
naturale pieno e proprio d i cjuesLa scienza* Il proporne il tèma esige per se
solo una vastità di vedute ed un accorgimento di scelie, che non possono
derivare fuorché dallo studio di quella oidio chiamo civile filosofia. La sua
necessità nello studiò delle dottrine morali si può dire dimostrata, quando
questa necessità sìa dimostrala nelle dottrine intellettuali, Ognuno sa che non
si possono avere Linone volizioni seu za buone cognizioni ; ognuno sa che il
coltivare L intelletto forma una parie degli uffici! dell1 Elica; ognuno sa che
il dì scemi ni e Mio morale onde valutare rettamente un bene ed uu male, e
quindi la possanza pratica del libero arbitrio, consiste nella coltura
intellettuale oltre gh impulsi della coscienza, Allorché dunque la necessità
della civile filosofia sia dimostrala por ben conoscere le leggi reali della
mente sana, questa necessità si deve' riconoscere anche per ben conoscere lo
leggi reali del cuore umano. Io mi credo dispensalo di tessere la di mas
trazione domandala, dopo quello clic no ho scritto negli ultimi cioquc num.1
dell’Opu&colo Dotta suprema economia delì umano sapere in relazione alla
mente sana. Tutto questo riguarda la connessione Intima ed indispensabile fra
le firnriunì intellettive e le volitive. Ma qui non sta ancora tutta la cosa. \
oi mi parlate nell’ Etica dell' amor dell’ ordine,, di quello della giustizia,
della patria, e così discorrendo. Ma V amore si può farse comandare, o non pii
mosto inspirare,3 L* amore anche spontaneo non viene forse raffreddalo. e in
line ributtato da uiLudiosa corrispondenza 7 Piu ancora: rolla coscienza che
altri debba in certi oggetti prestarci uffici! corrispettivi cui effettivamente
non presta, si potrà forse af tribunale della coscienza accusare tal uno di non
essere affezionato ad un ingannatore e ail uno sleale 7 Ora d vedere e il
dimostrare come la natura proceda neri lT attiva re e nello sviluppare! motori
morali, e come essa somministri Lordi na mento fonda mentale, o, a dir meglio,
i mezzi ed i poteri sia fisici, sìa morali di questo ordinamento, appartiene
essenzialmente ed e&cWiv arnen lea ! Ia ci vi1e filósofia. Dunque cs sa è
la y er a madre della morale adatto agli uomini individuali e collettivi, posto
che l’ individuale, in forza rii naturale necessità, riesce privo di valore
senza del collettivo. Lo stimolo non manca; solamente vi occorre di conoscere
la strada sicura, i» ili essere in grado di affrontare la lotta di potenze
avverse. L’istruzione non può die illuminarvi ; il potere della coscienza deve
Compiere L impresa. Allorché ì suggerimenti di un buon cuore erano sufficienti
a provvedere ad un cerchio ri sire Un dì circostanze, la Lesta, d cuore, il
bràccio si trovavano collegati nella loro azione in virtù di una naturalo
bontà; ma allorché col progresso si allargò quid cerchio, allorché fu
necessaria hi sperienza c la tradizione. quesLo collegamento uou si potè ornai
più effettuare clic mediante la dimostrazione scientifica. Questa dev’essere
tanto più convincentespecificata c connessa, quanto meno é ovvia. quanto piu
contrastata e più importante. Loco l’opera che rimane ancora a compiersi. Il
successo di lei non può mancare, perchè la verità è la più forte ili tutte le
cose. 767* Frattanto ponendo metile all' ordinamento dello studio della morale
filosofia, io osservo essere questione capitale: se gli uomini nascono buoni o
cattivi. Questa quistioffe di fatto è stata pur troppo decìsa contro 1 umanità
: e 1 opinione sinistra adottata suggerì dottrine detabuli. La questione doveva
esser posta in altri termini, e domandarsi doveva: se F ignoranza e l'appetenza
in defluì la umana nell* economìa della natura si possano per fatto generale
opporre oli1 eflezione dell’ordine morale di ragione; ed in caso affermativo, in
quali oggetti, dentro a quali circostanze, e fino a qual segno valer possa
questa opposizione* % 168. La soluzione di questo quesito, siccome necessari a
mefite involge la posizione degli umani individui in uuo stalo di sociale
convivenza. così avrebbe condotto ne cessavi amen Le ad indagare quale sia la
legge suprema dell’ umano incivilimento sotto il regime uaLurale del tempo. Or
ecco lo studio della civile filosofìa ripartilo ne3 suol tre rami essenziali;
cioè F economico* il morale ed il politico* Senza di questa cura la morale
biosofia si aggira negli spazi! imagmarii: e non conoscendo la provvidenza
naturale, non solamente avventura la sorte umana ad un cieco empirismo, ma
accora non si trova in grado di combattere dottrine maligne o soverchiasti. 760*
Volendo voi trattare della migliore coltura di una pian La. potreste mai
prescindere di trattare c del terreno e del clima piu opportuno? La
suscettività stossa della pianta a fruttificare non è forse affetta da queste
circostanze ? Mir ale nelle nostre serre la pianta della noce mosca da, e
rispondete* 770. E qui sì apre uu’alLra grande considerazione* ebe dimostra la
necessità dello studio della civile filosofìa. Figuratevi un uomo, il quale non
abbia veduto la pianta della noce moscada fuorché nei nostri paesi, e ignori
d’onde sia venuta, e non sappia che nel suo clima e torre native reca frutto:
che cosa direbbe questiona.©? lo non ho mai veduto piatile di noce moscada a
far frutti: dunque codesta pianta è in fruttifera. Ecco quello che per solito
avviene a coloro che intraprendono a trattare della Morale senza la precedente
cognizione della civile filosofia. Colpiti dalla folla dei fatti della storia,
la quale quasi sempre non rammentò che le opere dell’ignoranza e
dell’intemperanza umana, pronunziano sentenze sinistre contro il carattere
ingenito dell’umanità: e se per sorte si rammentano loro esempli di sode ed
alte virtù, essi li nguaidano come eccezioni, ed a guisa delle mostruosità del
mondo fisico. Di mala ed instabile natura sono gli uomini, dicono essi: e però
conviene rattenerli e fermarli colla forza. 771. Ma questo modo di vedere è poi
giusto? Se all’uomo figuralo nel sovra recato esempio voi presentaste il frutto
della pianta noce mosca da: se con moltiplici testimonianze lo convinceste non
essere quella pianta europea, ma orientale; che cresce nelle isole indiane, e
che produce il frutto da voi mostrato; è vero o no che cangierebbe opinione
sulla suscettività naturale della pianta suddetta? Or bene, ecco l’effetto
naturale della civile filosofia, quando venga mostrata e provata a dovere; e,
quel eh’ è meglio, quando si vegga randamento della natura, la quale se tende a
cangiare, è per migliorare. 772. Ponete (dice questa filosofia) gli uomini sul
terreno e sotto il clima propizio, e voi scoprirete di quale bontà, vigore e
sublimità sia suscettiva la natura umana, e con quanta inconsideratezza voi
confondiate le provvide innovazioni del tempo con una insana e riprovevole
instabilità . Voi vi querelate che la natura vi sia stata matrigna, e gridale
per le battiture che soffrite nel mondo delle nazioni. Ringraziatela piuttosto
(risponde la civile filosofia) che adoperi il flagello, per avviarvi sul
terreno e sotto il cielo da lei destinato. 773. Io preveggo che questo mio modo
di vedere incontrerà molti increduli. Io li scuserò: ma tempo verrà che questa
incredulità sarà dissipata, e i detrattori rimarranno certamente disingannati,
semprechè questa filosofia civile venga loro mostrata col suo corredo e colla
sua possanza. Frattanto io non posso dispensarmi dall’ eccitare lo studio di
lei, tanto per riempiere l’ immensa lacuna che ancor rimane nello studio delle
morali dottrine, quanto per dar vigore all Ltica medesima, la quale senza la
posizione di uno stato normale di fatto riesce pressoché nulla. Milano, 6
Maggio 1830. Bi ano sul 1 aleuto logico^ e he può servire di sviluppo a qual
che luogo delle Vedute fondamentali sull arte logica, . 7 7 i. li nome di
talento non esprime una facoltà o una disposizione qualunque a pensare o a lare
qualche cosa, ma bensì a pensarla o a lai la bene. Questo ben Jare o pensare
costituisce un tipo normale dell opera o del pensiero, lo imaginazione è nome
di potenza di puro fatto generico, sia o non sia ordinala, bene o male
disposta. Per lo contrario il talento dir si potrebbe una imaginazione bene
disposta a pensare o ad operare qualche cosa. Ciò serva a spiegazione della
parola. ,el ras. dal quale fu trailo questo brano gli tìen dietro un altro
intitolato: Della memoria e della sensibilità estetica in relazione al ben
pensare. Questo si omette, perchè leggesi testualmente nell’ Introduzione allo
studio del Diritto pubblico ai 221-422. fDG; OSSERVAZIONI DI GIORGI som v
Intorno ai 1 delle Vedute fondamentali sul? arte logica, pag, 241-242; e al 2
degli Opuscoli pag. 472. Il sW. Ab. Rosmini, nella sua Opera sul Rinnovamento
della filosofia in Italia ec, (Lì-b, III. Gap. XLYJII. pag, 506-5.67, ediz.
IL), dico molte cose intorno olio opinioni m ani festa le dal nostro Autóre in
questi luogIlÌ: e specialmente rispetto alle parole del 2 degli Opuscoli
filosofici cosi sì esprimer « Io vorrei dimandare se sia in potere di alcun
nomo il d definire, clic v’abbia una sola fra Le verità a noi conoscibili, die
si pos» sa dire al tutto inutile. A credersi autorizzati di pronunciare una somw
>j c/li ante sentenza, o couvien conoscere Pi ncateu amplilo di tutte le
verità i) fj »aute esse sono, o couvien essere un ignorante Per altro il Romaji
.>110 si è coerente al principio: lolla la verità assoluta, resta la sola
venta j> pratica, che non è verità: la contemplazione è inutile in questo
sistema* flutto si riduce alla vita attiva: che è appunto il sistema contrario
di^rittamente a quello di colui che disse dell* amante contemplatrice, che
>3 optima m pari em eie. gii, 33 Si potrebbe osservare primieramente che*
senza essere ignorante, e smiza bisogno di conoscere l'iutiera connessione di
tutte le verità, si pnò lieti dire che vi sieno delle verità in utili* proprio
inutili. Poniamo 5 a cagion d'esempio, due uomini, uno dei quali si proponga di
voler trovare il numero de' sassi che coprono una certa porzione ile! letto di
un torrente * e l’altro invece la natura dei terreni circostanti e la coltura
ad essi adattata. Tutti due cercano una verità: il pruno trova Tom. I. *^a che
quei sassi sono 100,000: l’altro trova il modo di rendere fertili delle pianure
prima incoile; e il senso comune giudica stolto il primo, saggio e benefico il
secondo: giudica cioè inutile la prima verità, utile la seconda: quel senso
comune che dettava la nota antica massima: nisi utile est quod facimus, stulta
est gloria. Ma lasciando da parte tutto ciò (giacché in queste osservazioni è
mio scopo trattenermi soltanto di quello si riferisce direttamente alla
dottrina religiosa del R.), mi pare che l’osservazione del Rosmini, fatta in
fine del brano riferito, sia del tutto insussistente. Infatti il R. parla
soltanto relativamente all' ordine naturale, e quindi non è da opporgli una
sentenza riguardante Y ordine soprannaturale. E poi, questa evangelica sentenza
è ella veramente opposta al principio, che il valore del sapere consista
nell’opera proficua, e che ogni speculazione dalla quale non derivino
cognizioni utili sia vanità? A me pare che no. Diffatli la contemplazione non è
sinonimo di speculazione, perchè la contemplazione non esclude certo Y amore;
anzi la vita contemplativa è apprezzata a preferenza della vita attiva, perchè
appunto giova a condurre l’uomo ad una maggior perfezione di carità. La stessa
fede è morta, se dall’amore scompagnata : tanto più lo sarebbe la nuda
speculazione, scompagnata dalla carità e dalla fede. La scienza gonfia, e la
carità edifica; dunque la contemplazione non è apprezzata se non in quanto la
scienza che procura serve alla edificazione. Ora edificare, amare è sì o no
opera, ed opera proficua? H bene morale sta egli forse nella sola speculazione?
II premio è egli promesso alla nuda scienza, o non piuttosto allamore? Dunque
la contemplazione è scienza accompagnata da opera proficua; ha valore per
l’opera proficua, eh’ è appunto la carità; e qualora si riducesse a nuda
speculazione, sarebbe vanità. Pare dunque che ogni dubbio in proposito cessi,
quando si avverta che la vita contemplativa non esclude l’opera; anzi la esige
tanto, che senza questa si ridurrebbe a vana speculazione. Intorno al delle
Vedute fondamentali ec., Il eh. sig. Ab. SERBATI (vedasi), al proposito della
parola utilità adoperata dall’Autore in questo paragrafo, e riferendosi anche
ai 650 e 651, dice: « La morale filosofia del R. non mostra quasi mai alcun »
altro fondamento, se non quello dell’utilità, e dirò anco deH’utililà ma„
teriale. » E nella nota: «Alcuni col vocabolo di utilità comprendono » anche i
beni morali, cioè la virtù e la giustizia. Il R., non par» landò che di que’
beni che nascono dall’azione di noi sulla natura e J u della natura su noi, ci
toglie fin anco la possibili là dr Interpretare il suo >j detto In un senso
meno abbietto* » (ÌUttnov. ee,, . od. Ih) lo non entrerò qui a parlare diffusa
mente intornio al senso in die il Roma gii osi adoperò la parola utilità, si
perchè sarebbe cosa troppo {natta per ima semplice osserva dono, si perchè ne
bn detto a sufficienza nelle noie alla Genesi del Diritto penale e in quelle ùW
Assunto primo del Diritto naturale* sì perchè in (ine avrò campo ili trattare più
di proposito quest* argomento nel Sàggio promesso. Dirò adunque poche cose. In
primo luogo la censura del Kos mi ni 4 cadendo sopra un brano staccato* non
merita di venir calcolala, perché il senso delle parole di un autore deve
risultare da tutta l'opera, e non da brani trasenti. t LSi osservi ili
passaggio che il censore usa la frase restrittiva quasi orni: o di queste
espressioni se uè vuol tenere gran conto I) I u et ec ondo luogo, qua u do pu
re alcuna volta il R orna g li c si avesse parlato dell1 utilità in senso vago,
ed anche materiale (ciò che però non concedo \ non ne verrebbe per giusta
conseguenza ch’egli avesse ammesso il principio delPulllilà In tutta la sua
estensione, e con tolte le sue conseguenze: potrebbe nelle deduzioni e
applicazioni aver offeso la logica, o salvale delle esigenze molte più Sante.
tu terzo luogo non è poi vero che le espressioni di questo paragra lo, anche
prese isolata meri te, in chiudano quel scuso abbietto che loro attribuisce il
Rosmini* La parola natura si prende io senso latissimo, die abbraccia tanto la
natura tìsica che la natura spirituale e morale ; e mi pare che il tenore ilei
paragrafi seguenti, e specialmente , tolgano ogni dubbio sul senso datissimo in
cui si prende in questo la parola natura. Ora 5 e parliamo, a cagione d*
esempio, dei beni morali, della virtù, delle azioni le più sublimi, noi potremo
giustamente dire die essi ci sono procurati dall' azione di noi sulla natura e
della natura su noi (o sulla nibuLe nostra, come dice R.)» Infatti, so Fatto virtuoso
è tale che si limiti alla sola iÉÈjenzione, esso è il risultato di un* azione
nostra (della- volontà) sulla natura morale dell’uomo, colla quale azione vien
diretta la mente a quei pensieri o guidici che sono moralmente buoni, ossia il
bene morale. So poi Fatto morale è anche esteriormente manifestato, egli non
pnò esserlo se non a condizione eli e P uomo agisca sulle cose esterne, ossia
sulla natura materiale. Reciproca metile dalle cose esterno possono venire
degli eccitamenti auclie al bene morale, come avviene mediante l'esempio, gli
scritti, l'eduedizione cc. : e questi eccitamenti sono un’azione della natura
esteriore su non Onesto cenno, a imo credere, basta per provare l'assunto
proposto™ mi. che in questo paragrafo non vi è quel senso abbietto che crede
vedervi il Rosmini. Intorno al delle f edule fondamentali ccv pag. 2tì2, nella
nota. Piacque al cL Ab. Rosmini richiamare a serio esame la noia del Romagnoli
a questo paragr, 704. e interpretatala nel senso In cui egli intese altri
luoghi del nostro Autore, gli parve poterne trarre delle couseguente cosi
serie, che meritano un imparziale e diligentissimo esame. Ecco come egli si
esprime nella som Opera // nn nova mento della lulosojifi ec., , Ediz. IL t*
Uno dei poco dignitosi artificii del Romagnost si è pur quello di « avvolgere
insieme alcuni sistemi manilesta monte erronei e strani con » delle verità
religiose certe, ed anco dogmatiche; pittando poi queste » c quelli in un
fascio fra le cose mutili . e peggio* A ragion d* esempio, J) trae in beffa
quelle di* egli chiama ultra- astrazióni Fino che per noi >ì non si sa che
cosa egli in tenda per codeste ultf'dfi^traz loni^ ninno » adombramento ci
nasce della sua dotti Ina: ma non cosi ove si licer» chi che voglia significare
con quel vocabolo nuovo» opportuno ali bi» lento d’avvolgere in un notai velo
quanto intende cT insegnare con esso. » Udiamo noi adunque la spiegazione
ch’egli stesso dà di quel vocabolo, w = Sotto il nome di u Itr a~as traz imi i
io intendo que* predoni irnaginarii) ne* quali Y uniformare e Fagg raudire
vet^nò spiali df ultimo seguo escogitabile. Tale è, per esemplo, la sostanza
unica di Spinoza: !o spazio Immenso per tatti ì versi, da Newton appellato
sensorio dì Dìo; jj durata senza tempo; la perfezione somma attratta; in kne V
assolai* Lutti questi concepimenti derivano in sostanza dal convertire una
relazione iu entità, e ragionarvi sopiti, come appunto fanno i matematici colle
loro infinità, le quali appartengono appunto a queste u Iti a-as trazioni. lo
non voglio per ora dir nulla del loro valor ontologico, e però non definisco se
entrar possano nel conto di mere! logiche. 1/ istinto mentale non basterebbe a
soddisfare alla decisione* perocché allora il politeismo r ogni altra illusione
sì dovrebbero assumere come fonti di verità: dirò solamente ciò clic Lribnitz
disse dell' infinito matematico, cioè dm queste n l Ua-as trazioni non
istillano dentro, ma fuori del calcolo. Ad ogni modo io sono autorizzato a
lasciarle da una parte, a farne conto come gli scolastici della loro chimera,
di cui così spesso facevano menzione nelle loro logiche dottrine, e a lasciarle
a chi vuole camminare nelle tenebre e correre dietro ad ombre di morte. =
Merita questo brano, che gli si dia tutta l’attenzione, a fine d’in» tender
bene la mente di R., e di conoscer la sua maniera di » esprimersi. Osserviamo
adunque, che In esso egli ci mette insieme un sistema panteistico, quello » di
Spinoza, e un’ardita e gratuita opinione di Newton, con due o Ire »
proposizioni, che per molti altri filosofi sono verità delle più iuconcus)) se,
e per tutti i Cristiani sono dei veri dogmi religiosi: cioè: 1.° la du» rata
senza tempo, ossia l’eternità : 2.° la perfezione somma astratta, e »
l’assoluto, ossia Dio. Questo amalgama di veri così rispettabili ed au» gusti
non meno in filosofa che in religione, con delle empietà e delle » stranezze, è
cosa che sola basta a dar notizia chiara di un uomo che » non è sciocco, e che
non può credersi non avvertire a quello che dice. » « 2.° Or egli dichiara di
tutte queste dottrine di così diverso gene» re affastellate insieme, eh’ egli =
non vuol dir nulla del loro valore « ontologico, e non vuol definire se entrar
possano nel conto di merci » logiche. = Ma però notate bene, che nello stesso
tempo ch’egli vi fa » questa dichiarazione, vi dice ancora francamente: a) che
quelle dot» trine sono prodotti iniaginarii; b) che tutti questi concepimenti
deri» vano dal convertire una relazione in entità, il che è quanto dire in er»
rori madornali, come è appunto il prendere una mera relazione per » una cosa
reale: c) che non istanno dentro, ma fuori del calcolo ; d) che » si può
lasciarli da parte, riguardandoli come là chimera degli scola;) siici, cioè
come un essere fantastico, privo al tutto di realtà: = finalmente ch’egli crede
di poter lasciare quelle dottrine a chi vuol cam» minare nelle tenebre e
correre dietro ad ombre di morte !! = » Ora leggendo tutte queste belle cose,
accompagnate dalla solenne » protesta di non voler dir nulla sul valore
ontologico e logico di tali » dottrine, è egli possibile che ad un uomo di buon
senso non corra to» sto alla mente la filosofia beffarda dei sofisti francesi
del secolo scorso; » e che non ravvisi in R. i vizi! dell’ età in cui crebbe, e
i ve» sligi di una scuola che, per grazia di Dio, pute nauseosamente al nuo» vo
secolo in cui viviamo? Dopo di tutto ciò, viene quasi superfluo l’osservare,
che il Ro» magnosi non solo limita la conoscenza del vero alle cose sensibili,
e » n’esclude le soprasensibili; ma non concede neppure, come la il C. M., tm »
che a queste si possa pungere colf istinto, il quale, dice, se aver pon tesse
antoiità, convaliderebbe fio anco le stravaganze del politeismo, r Ma che è eu\
dopo cì dogli già disse, che 1* eternità, la somma perfé>] zìone, l'
assoluto, sono tenebre ed ombre di morte? Nò possiamo rim spondere che il
Romagtiosi nomina Ideila con rispetto in molti luoghi >j delle sue Opere;
perocché non cl starai noi accorti dì aver clic fare i) con una filosofìa
beffarda ? >1 H nel suo et iggio sulla dottrina religiosa dì Ro magnasi^
inserito anche nel Volume delle Opere dì Apologetica * così parla Saggio
separato, e \ìeW Apologetica) u ÌE Romagnoli dice, che la durata senza tempoy
ossia ìe temiti, la » perfezione somma astratta^ e Vassoiata^ che non è altro
che Dio sleali so, sono ultra-astrazioni ; e dichiarasi autorizzalo a lasciarle
da una » parte, e di farne conio come gli scolastici dulie loro chimere, dì cui
» cosi spesso facevano menzione nelle loro logiche dottrine, e lasciarle ii a
chi vuole camminare nelle tenebre e correre dietro ad ombre di « morie. ~ » «
Ma 1 eternità. Li perfezione somma, e Dìo, sono i fondamenti del »
Gattolicismo, come anco della re li gioii naturalo. » e Dunque la dottrina del
Roroagnosi in questi punti é anticattolica*^ Ometto tulio ciò che può essere
questiono di sola iilosoha. coni e mio costume; perchè sulla moralità della
polemica ho dei gran dubbi, quando non vi sìa una grave necessità dì usarne,
anche se si rispettino quei confini che la decenza e qualche altra cosa ancora
prescrivono;! quali credo di non avere oltrepassato in questa, nella quale fui
obbligalo ad impegnarmi dal convincimento di fare opera giusta e santa* Limilo
quindi le mie osservazioni a ciò che riguarda le capitali venta che il Rosmini
crede offese dalle espressioni del lì orna gnosi, Sì potrebbe innanzi tulio
notare, che un’accusa eli smhl blta porta già con sè un cerio sospetto
d’inesattezza: perché se d Roma gnosi (come confessa il Rosmini : nominò con
rispetto Iddìo in tnolH luoghi delle sue Opere; se egli, come risa Ila dai
passi che ho citato nella seguente osservazione (al 84 J delle Vedutè^onàa
mentati)) ammise chiaramente ed esplicita mente hi vita futura, cioè Icieruità;
non è a presumere eh* egli voglia con parole velate insegnare il contrario di
ciò che disse enti parole aperte, le quali per Io meno sarebbero state da lui
omesse, ove avesse avuto in animo dJ insegnare II con Ira rio in modo non
bcilniente intelligìbile* Pare adunque che Su tali circostanze mr passo oscuro
dovrebbe essere inteso m buona parte, almeno per non far torio al buon scuso
dei lettori imparziali Ma lasciando questo argomento,, dirò cosi, # priori,
andiamo al fondo della questione. Spremerlo il succo di lutto il discorso del
Rosmini, noi ricaviamo che la sua censura va in fine a cadere sulla
qualificazione di prodoLLi iraaginarii ec,., data da Roniaguosi a queste tre
cose, che c^ama ultra-astrazioni Ciò sono: La durata senza tempo. La perfezione
somma astratta. L’assoluto* Analizzi a mole una alla volta. La cluni ia senza
tempo viene dal Rosmini presa puvamenie e semplicemente come sinonimo dì
eternità, E ciò posto* quale conseguènza più giusta dì quella eh' egli ne trae?
Ma 1 imbroglio non Istà già uelPammettere la sua conseguenza, accordata la
promessa : rimbtfBglio sta appunto ucir accordargli la premessa: giacché non
credo che ad alcuno sia mai caduto in mente di definire Y eternità in durata
senza temp0 ; e (pianti' anche questa definizione fosse stata data, non ne
seguirebbe clic fosse giusta. La parola eternità si prende in due sensi: nel
primo ìndica la csistanza senza principio 0 senza [ine, e questo concetto deir
eternità non può applicarsi che a Dio; nel secondo indica la continuazione
senza Ime didl’esistenza attualo ch'ebbe principio, e si applica, a cagion d
esempio, alle pene della vi la futura. Tanto nell’ uno che nell1 altro senso la
parola eternità non può esattamente tradursi nella frase durata senza tempo.
Infatti la durata esprime la continuazione dell’ esistenza anteriore, ma non
esclude i concetti di principio 0 di fine: il tempo poi esprime un complesso
finito d’ istanti. Ld e ciò così vero, che. anche nel comune linguaggio si
contrappone il tempo all1 eternità. Ora F idea di eternità nei primo senso
esclude l'idea di ogni limite, e net secondo senso esclude ridea del fine.
Volendo dunque tradurre la parola eternità in un'altra espressione,
bisognerebbe chiamarla durata senza limiti nel primo significato, c durata
senza Jitie nel secondo, e non mai durata senza tempo, lo me ne appello a
quanti sanno apprezzare II valore delle parole, anzi al linguaggio comune. Ma
v’ è qualche cosa di più. Se le parole durata e tempo hanno il significato
sopra stabilito, com* è fuor di dubbio, esse In sostanza sono idee cosi
connesse, che 1 una non può stare senza dell* altra: non potendosi concepire la
continuazione dell esistenza precedente, se non m ull complesso d* Istanti
successivi. Perciò la durata senza tempo è un concetto contradditorio, come
sarebbe quello di quadrupede bipedenò più uè meno; 0. per parlare più
chiaramente, e con maggior relazione alle frasi del R. nel luogo che
esaminiamo, il volere separare dall’idea di durala, cioè di continuazione
delPesistenza precedente, l’idea di tempo, è un astrazione viziosa,
un’ultra-astrazione, che conduce a un concetto contradditorio, vale a dire a
una chimera. Che se esaminiamo ancor più intimamente questi concetti, quello di
tempo non è che un’idea di relazione, nel quale necessariamente si unisce
all’idea di durata: se questa relazione noi la convertiamo in una realtà, e
vogliamo separarla dal concetto nel quale si compeuetra non come attributo
reale, ma coinè semplice relazione, noi andiamo, come si diceva, nell’ assurdo,
nel contradditorio, audiamo dietro ad ombre vane. Tanto è lungi adunque che
l'idea di eternità sia traducibile in quella di durata senza tempo, che anzi,
ammettendo la possibilità di questa versione, si verrebbe a stabilire che
l’idea di eternità fosse assurda, contradditoria, e quindi impossibile; perchè
appunto assurda, contradditoria, impossibile è l’idea di durata senza tempo. Ma
poniamo che tutto questo ragionamento fosse falso, cioè che le nozioni di
durata e di tempo, come io le diedi sull’appoggio del comun modo di adoperare
questi vocaboli, non fossero giuste: sarebbe sempre da vedere se quelle parole
avessero nella fraseologia del R. il significato che io loro attribuiva,
giacché alla fine poi le parole adoperate da un autore vanno iutese in quei
senso in cui le usava. Per accertarci su questo punto, vediamo com’egli
definisca la durata e il tempo. Io trascrivo le parole sue dai degli Opuscoli
filosofici, Tutto il mistero (in qualunque cosa capace di più e di meno)
consiste nell’unità continua, a cui si ae^iun^e il nostro giudizio di potei J
co o u, crescere o diminuire all’infinito. Questo giudizio, speculativamente
metafisicamente concepito, viene di fatto applicato alle cose reali esistenti
fuori di noi, senza avvertire se questo modo e se questo giuoco delle no sire
idee possa o no effettuarsi in natura. Un’analisi più esatta dell idea del
tempo, e quindi della durata, potrebbe vieppiù rendere chiara questa verità.
Siccome il numero altro non è che una pluralità compì esa sotto di un solo
concetto, così pure il tempo si può dire essere una pluralità di istanti
compresi sotto di una sola nozione. = = 11 carattere precipuo dell’idea del
tempo consiste nell’idea di successione; e questa idea si forma colla
compresenza di un’idea stabile e di altre variabili. Cosi, per esempio, da una
parte sento il movimento prolungato di un carro, e simultaneamente sento molti
tocchi di una campana, che si succedono l’uno all’altro. Durante il romore del
carro conto dieci colpi di campana; questi si associano all’idea unica del ro
Dòli? more del carro: ed ceco che io mi formo Videa di un periodo. Io jueoutrn
piùcasi simili presentatimi dalVespcrienza, e quindi passo ad estraniti l'idea
generale: c con qo està estrazione generalo nasce V idea del tempo in generale.
Per quella tuiuione poi ordinària del mio intelletto di togliere ì limili,
forino 1 idea di un tempo indefinito e di una durala senza fine. =* Risulta da
questo passo, clic Ru mago osi intendeva la durala e il Lem* pò nel triodo clip
ho sopra spiegato, cioè secondo sodo intese queste parole nel comune
linguaggio, giacché egli viene a stabilire: C Che ! idea di durata è correlativa
a quella di tempo, poiché dice i.lut aLiollsi più esatta dell idea di tempo, e
quindi della durala, = Gtc il tempo si può dire una pluralità d’ istanti
compresi sotto una sola nozione, come appunto io lo definiva. 3V Che lidea del
tempo e della dorata inddudc dei limiti, i quali bisogna togliere quando si
vuol formare Videa di tempo indefinito, di durata senza fieleDunque il
significalo elio lì ornagli osi dava alle parole durata c tempo confermi quanto
dissi; e perciò resta fermo, elio lespressione durata senza tempo è assurda,
perché eolie funzioni della nostra mente non possiamo formarci che Vìdea di
tempo indefinito e di durata senza fine, c non mai quella di durata senza
tempo* perchè non possiamo formarci idee contradditorie. Ma di ciò basta. Passiamo
alla seconda frase da Ramaglia# qualificala per ultra-astrazione, che è la
perfezione somma astratta* lo uou saprei Leu dire se SERBATI (vedasi) censuri
queste parole prese da sé, oppure le consideri unite còlle altre, durata senza
tempo e V'assòlulQ. Pare dai due brani sopra riferiti, ch'egli prenda 1
-espressione di perfezione somma astratta unita alla seguente, V assoluto, come
sinonimo di Dio ; e se si guardi al modo con cui espóne nuovamente
uellV//ìtf/ogeiica a questo luogo di R., ripetendo ciò che aveva detto nel
llitmQV&nictitQ ec., pare anzi che le unisca insieme tutte Ire, perchè così
discorre, tc li Romagnoli dice, che della durala senza 3i tempQ) della somma
perfezione astratta* e del l* assoluta ^ il che ò qu aulì to dire del V
eternità di Dio, egli fa quel conte che della chimera face» vano gli scolastici
esc.» (Saggio sulla dottrina religiósa pag. tffl.) Che che pero ne sia, egli ò
evidente che quelle frasi sono da R. prese di sg.iu uta metile : e ad ogni
modo, se non hanno, isolato, quel senso clic loro dà il Ilo smini, non lo
avrebbero neppure unite. Venendo dunque ad esaminare questa seconda frase; la
perfezione somma k co usid ariamo o in Dio, o udlVuomo. Toi La perfezione in
Dio esprime queiratlributo essenziale della divinità, il quale consiste
neiresclusioue d’ogni difetto, d’ogni limite in tutti i sensi : e quindi la
perfezione somma non può, a parlare propriamente, convenire che a Dio. La
perfezione nell’uomo, ente finito, non indica che il continuo accrescimento o
sviluppo in qualsiasi sua facoltà, c specialmente ravanzamenlo sempre crescente
nel bene morale, nella virtù, ed inchiude sempre l’idea di limite, essendo
l’uomo un essere finito; per cui la perfezione nell'uomo non può mai dirsi
somma. Dunque la perfezione somma non può ammettersi che in Dio. 3Ia quale idea
possiamo aver noi mai della perfezione di Dio? Quando abbiamo detto che in Dio
non havvi alcun limile nò alcun difetto, abbiamo detto tutto. Il filosofo e il
teologo asseriscono Dio perfettissimo, ma, se sono sani di mente, non intendono
con questo vocabolo altro die l’esclusione da Dio di ogni difetto in tutti i
sensi: e se qualche filosofo vuol parlare della perfezione somma astratta, e
pensa di comprendere che cosa sia, e ne discorre come se ne avesse l’idea
distinta; egli spinge la sua mente a cercare l’ incomprensibile, e parla di ciò
che non conosce, ne può conoscere; egli ingrandisce oltre la misura delle forze
della ìagione umana quell’ idea di perfezione limitata, e quindi impropriamente
detta, die si è formala coll’astrazione; e questa sua perfezione somma asti
alta si può giustamente lasciarla da parte, perchè è fuori del dominio e a mente
umana. Malebranche, che certamente non era ateo, nè aveva un idea bass. e vile
della Divinità, diceva molto giustamente: Vous devez savoir que pour juger
dignement de Vieti il tic Jan lui attribuer que des atlributs incompréhensibles
. Cela est ai * puisque Viete est t infini en tout sens ; que rieri de fini ne
^Hl c 01 vient ; et que tout ce qui est infini en tout sens, est en toutes n
nières incompréhensible à l'esprit huniain. ( Entretiens de Metap ; que. Entr.
VII. Ve Vieti et de ses attributs.) . j. Ora, se nessuno può dubitare che la
perfezione, come attributo Dio, è infinita; se nessuno può negare che
l’infinito sia incompien bile alla mente umana finita; ne segue che molto a
ragione il R. collocò fra le ultra- astrazioni la perfezione somma astratta, in
quant con queste parole si pretenda esprimere un’idea distinta della peifezio
ne somma considerata in sè, e si pretenda di ragionarci sopra, corT1 si farebbe
in quelle cose che stanno nei limili delle forze della mente umana. Non saprei
come si potesse trovare in ciò nulla che offenda Religione, la quale, ben lungi
dall’ ingiungerci di occupare la mente no sira nella ricerca di cose
incomprensibili, ci avverte anzi che: scrutator ma j estati s opprimetar a
gloria. Riflettendo un momento a questo brano del R., che nomina Iddio con
rispetto in molti luoghi delle sue Opere (e la confessione del Rosmini mi
dispensa da ogni citazione), e che, al dire del censore medesimo, non è
sciocco, e non può credersi non avvertire a quello che dice ; si vede apertamente
ch’egli pensava di lasciare a chi vuole camminare nelle tenebre quei
concepimenti che sono assurdi e conlradditorii, ovvero incomprensibili, i quali
tutti stanno fuori del calcolo, cioè non possono essere oggetto dell’umano
pensiero, alcuni perchè importano l’assurdo, altri perchè sorpassano le forze
della mente umana. Io credo che queste riflessioni rendano così evidente non
essere nel passo che esaminiamo nulla che offenda le cattoliche verità, che più
non si potrebbe ragionevolmente desiderare. Ci resta a parlare dell 'assoluto^
da R. pure chiamato ultraastrazione, prodotto imaginario. Io non so come mai il
Rosmini, conoscitore profondo qual egli è dei sistemi filosofici, abbia potuto
credere che con questo vocabolo venisse significato solamente ed esattamente
Dio. Io non andrò cercando nella storia della filosofia le molte significazioni
nelle quali si prese la parola assoluto: questa fatica, quantunque poca,
sarebbe gettata, poiché resterebbe ancora a stabilire iu quale di queste
significazioni lo intendesse R.. Adunque riferirò qui a dirittura un brano del
nostro Autore, dal quale rileveremo apertamente in che senso egli intendesse
l’assoluto, e se avesse ragione di non farne alcun conto. Si noli che questo
brano è tratto da un articolo sulla filosofia di Kant che si pubblicassero le
Vedute fondamentali sull'arte logica, nelle quali si legge questa nota sulle
ultra-astrazioui censurata dal Rosmini. Ciò avvertito, ascoltiamo le parole del
R.. Dapprima Senofane fra i Greci antichi, indi Spinoza un secolo e mezzo fa, e
finalmente alcuni successori di Kant iu Germania, si avvisarono di annientare
la reale esistenza della pluralità degli esseri, per ritenerne un solo che
fosse senza limiti e senza condizioni, e che fu denominalo assoluto, il quale
avendo in sè stesso il principio e il fine di tutte le esistenze, non
abbisognava di accattare il sapere da veruna potenza. Ecco il così detto
sistema dell1 identità e dell1 idealismo trascendentale ; sistema il quale,
come osservò l’Ancillon, non è che una modificazione dello spinozismo. E nolo
che Spinoza sostenne non esistere che una sostanza unica, che fa la figura di
mondo, di uomo e di Dio. Or bene, alcuni maestri alemanni annientano Y
individuo, «e si posano nel seno dell’assoluto, dal quale sortono poi mediante
diversi atti liberi della loro onnipotenza, per dar nuova vita agl’ individui e
per generare le scienze. Se l’assoluto inghiottì tutto, ciò fu per restituire
la sua preda. Hanno ridotto tutto al nulla, ed anche loro stessi in qualità
d’individui, onde arricchire r assoluto; e l’assoluto si mostra riconoscente a
questo servigio col riprodur lutto. Questo sistema si ò quello dell’ idealismo
trascendentale. » = =z Si domanda che cosa sia questo assoluto, che assorbisce
tutte le esistenze individuali per formarne una sola. O ò un nulla, o ò qualche
cosa. Se è qualche cosa, egli sarà un ente reale ed una sostanza unica.
L’idealismo dunque trascendentale altro non òche lo spinozismo sublima to.
Aucillou qui descrive i modi di questo sistema; ma la tesi è: uou esistere
fuorché una sostanza unica, la quale si pascola colle sue fantasie. Lidea lismo
di Fichte, ristretto agl’ intelletti umani, fu trasportalo alla sostali za
unica universale, che fa la figura di mondo, ili uomo, di Dio, animai landò
l’universo lutto, compreso Y io umano. Leggansi le Opere di Sche ling, di
Villers, di Krug, di Bardili ec., e si troverà quest ultima £ia,^a zioue
dell’aseismo (devaio alliufiuito.zz: [Opusc»fdos.^ Questo assoluto infine non è
dunque altro che la relazione di dipeli denza del finito, del contingente
dall’Essere infinito e necessaiio, conve ti La in entità reale, per cui
quest’assoluto si figura essere il lutto. Ora non pare che Uomagnosi
s’ingannasse, dicendo che asso u un prodotto imaginario ! Ecco a che si riduce
tutta la censura di SERBATI (vedasi). Io credo c ic possa più restar dubbio sul
senso vero di quelle tre espressioni l’oggetto delle nostre ricerche; c quindi,
riassumendo, arriviamo a | ste conseguenze : La durala senza tempo non vuol
dire eternità . La perfezione somma vien giustamente collocala lia astrazioni,
non in quanto si limili ad indicare l’esclusione da Dio ( 1 o difetto in tutti
i sensi, ma in quanto la perfezione somma asti alta comprensibile. 3°.
L’assoluto non è per molti filosofi che un’espressione equivalente a quella di
sostanza unica: e il R. lo intende e ceUSU in questo senso. 4.° Dunque la
dottrina di R. non è in questi punti aulì cattolica. Se la giustizia vuole die
le parole oscure di un Autore d’intemerata fama sieno intese nel miglior senso,
ne segue che le espressioni di questa nota dovrebbero essere prese in buona
parte, auche se fossero veramente oscure, anche se non avessimo altri luoghi
delle Opere sue che le rischiarassero. Che si dovrà adunque fare quando le
frasi, ch’egli dichiara prodotti imaginarii, sono tali realmente, e non hanno
che fare coi dogmi cattolici; e quando abbiamo de’ luoghi chiari delle Opere
sue nei quali parla di Dio con rispetto, e si professa veneratore delle grandi
e sublimi verità cattoliche, dall’ esprimere le quali le frasi da lui riprovate
sono tanto lontane, quanto la luce dalle tenebre ? Intorno al delle Vedute
fondamentali 1 e 41 degli Opuscoli filosofici^ . Delle cose dette dal R. in
questi paragrafi il Rosmini ne parla nell’Opera sul rinnovamento della filosofia
ec., Lib. III. Cap. 33. pag. 385-387, ediz. IL; e nell’opuscolo sulla dottrina
religiosa di Romagnosi* pag. 8 ( pag. 304 Apologetica). Nel primo luogo egli si
esprime di questa maniera: « Il R. dice che sulle disposizioni della economia
divina » riguardante la natura umana = convien far punto =, soggiungendo » di
poco buon umore: = e che perciò? vorreste forse colle tenebrose » vostre
cosmologie gettar ancora la filosofia nelle larve analogiche nien» te più
valevoli delle cosmogonie caldaiche, indiane, cabalistiche ? A » che prò
trascinarci in un pelago oscuro, infinito, inutile alla mentale » educazione?
{Vedute fondamentali = » « Ora questa maniera di parlare è, a dir vero, non
poco equivoca. » Si nominano, è vero, con dispregio le sole cosmogonie caldaiche,
ìn» diane e cabalistiche ; non si parla dell’ ebraica : ma che intende egli »
per cosmogonie caldaiche? io non voglio rilevarne il mistero. Dico bensì » che
quella maniera di parlare esclude tutte le cosmogonie, e non le n sole
nominate. Se ad una sola egli facesse grazia, se avesse voluto ser» bare
l’ebraica, e almeno come documento storico non polca preterirla, » l’avrebbe
assai probabilmente nominala. Ma egli vuole che sull’ econo» mia divina
riguardante il genere umano si taccia del tutto. Or questo » assoluto, questo
profondo silenzio sopra ciò che forma e formerà sem» pre T interesse massimo
dell’umanità, e di cui si parlerà sempre, chcc» che si faccia o si dica, nou
solo è impossibile, non solo non ista con » chi professa la religione di Gesù Cristo,
ma non è degno nè pure di » un filosofo; e chi proibisce a’ suoi simili il
ricercare onde provennero e a quale destinazione vanuo, il meno che dir si
possa di costui si è, » ch’egli professa uua filosofìa assai povera, e al tutto
insufficiente ai hi» sogni dell’ umanità, una filosofia a cui egli medesimo dà
ben poco va» loro 5 quando non la crede atta a travalicare di un passo il breve
cir» colo della materia segnato alla vita presente. » u E però non fa
maraviglia se dica in un luogo, che zz il limite del» r impenetrabile riguarda
le cause prime zz {0 pus c. filo s.^ 1), dopo » aver detto che zz
l’impenetrabile è assoluto, perchè non si può tra» scendere da veruna potenza
umana zz (ivi). E tuttavia fa maraviglia la » maniera onde esclude la filosofìa
dell’economia divina sulla vita futu» ra, perocché dice che zz essa non
abbisogna delle arguzie della filoso» fia per assicurare il suo trionfo zz
(ivi, 41). Anche coloro i quali so» no persuasissimi di questa sentenza
converranno meco, che ella non » può essere sincera in bocca del R.: ch’ella
pare anzi conle» nere un dispregio affettato della filosofìa, alla quale in
tanti luoghi lo » stesso R. commette l’umano perfezionamento. Piuttosto il di»
videre sì fattamente la filosofia dalla religione., e il non volere che quel»
la si mescoli punto nè poco delle cause prime e degli eterni destini »
dell’uomo, potrebbe indurre altri a credere, che si voglia con ciò sta» bilire
una filosofia ai tutto materiale, e, mi si permetta il vocabolo per ))
ributtante eli’ egli possa parere, atea. » E nell’opuscolo sulla dottrina
religiosa di R. (. Apologetica-: « 11 R. dice che zz l’impenetrabile è
assoluto, perchè non si » può trascendere da veruna potenza umana zz: e poi
dice che =1 impenetrabile riguarda le cause prime zz; e che sulle disposizioni
del» l’economia divina riguardante la natura umana zzeonvien far punto »
escludendone anche le cognizioni positive e storiche, non solo le fdo))
sofiche. » « Ma il Cattolicismo ci svela l’economia divina riguardante la na»
tura umana; anzi non tratta, si può dire, che di questa sublime e » consolante
economia, e ci dà in mano dei documenti storici, che ci di» chiara infallibili,
i quali manifestano inoltre le disposizioni divine e po» silive circa i destini
dell’umana specie. » « Dunque la dottrina del R. in questa parte non si
concilia )) colla dottrina cattolica. » Ora se abbiamo ascoltato pazientemente
queste amare parole, ascoltiamo anco il R.. Egli nel luogo in parte citato dal
Rosmini dice precisamente: = accordo che il mondo della natura non viene
compreso fuorché nei rapporti dell’economia divina riguardante la natura umana.
c però conTien far punto suUe di^ensa^oni Ji questa economia. E che perciò ?
Vorres Le forse colle latebrose vostre cosmologie oc. = Negli O/^ic^^o/a poi
($$9. 40. 4f) cosi saleimemenle sì osprime3 ch’io reputo conveniente riferirli
qui, alide dall immediato confron 10 tra la censura rosmìnkiua sopra qualche
lrasc ambigua o.° che questo dogma basta per sè solo a far perdere
irreparabilmente la causa al materialista; C. che 1 articolo dell’economia
divina sulla vita futura, base su cui riposa la sanzione religiosa, trionfa
senza bisogno dei puntelli delle umane sottigliezze; 7.‘J che non bisogna
confondere ciò che spetta alla filosofia con ciò che spelta alla teologia, ec.
ec. Ora domando se tutte queste proposizioni facciano supporre che chi si
esprime cosi chiaro ed aperto non creda alla rivelazione. Domando se un luogo
oscuro possa essere interpretalo cosi aspramente, a fronte di confessioni di
questa fatta. Domando infine se una filosofia, la quale conduce dii la professa
a simili conseguenze, possa essere sospetta di ateismo, di materialismo !
Potrei aggiungere, che le oscure parole tanto temute dal Rosmini significano in
sostanza, che quantunque si debba ammettere una divina economia riguardo alla
natura umana, tuttavolta non si deve spignere la curiosità fino all’
intemperanza, e pretendere di scandagliare colla ragione gli abissi di questa
economia. Potrei soggiungere che il cattolicismo, a parlar propriamente, non ci
svela V economia divina riguardante la natura umana; ma ci svela solo gli
effetti, i decreti, le disposizioni di questa economia, che servono a nostra
guida e conforto; mentre quando c’instruisce, a cagiou d'esempio, sulla
redenzione, sulla grazia, sulla predestinazione, ce li dichiara misterii
incomprensibili all’umana ragione; c T insegnar dei misterii non è certo
svelarli. Èri Potrei dire queste e molte altre cose, potrei addurre altre
testimouianze del Romaguosi; ma ciò non mi è concesso dalla brevità che mi
proposi, e temo di aver violata anche troppo in queste osservazioni ; e non è
poi neppure domandato dalla necessità di convincere i più ritrosi della verità
di quella proposizione che ho tante volte ripetuta e spero provata, non essere,
cioè, anticattolica la dottrina di R. 10 dovrò altresì ritornare un tratto
sulle cose dette dal Rosmini in una nota al luogo sopra riferito, ed altrove,
riguardo ai Cenni di Romagnosi sui limiti e direzione degli studii storici, e
confido di recare altre prove della medesima consolante verità testé accennata.
Intorno ai delle Vedute fondam. ec., ; e al degli Opuscoli JìlosoJìci, 1. 11
SERBATI (vedasi) riferendo alcune frasi di questi paragraG, crede poterle
interpretare in modo da essere condotto a pensare che la dottrina di Romagnosi
penda, e non poco, al materialismo. Io riferirò per intero le parole sue, come
al solito; sembrandomi che io dispute cosiffatte il lettore, per giudicare
rettamente, abbia bisogno di aver sottocchio le frasi scelte a base dell’
accusa e il preciso tenore di questa. Il Rosmini adunque nell’Opera più volte
citata: il rinnovamento ec., adduce le seguenti espressioni del Romaguosi, ove
parla del potere della ragione: Quando tu saprai dirmi che cosa intrinsecamente
sia la vita, allora pure dir mi potrai che cosa intrinsecamente sia questo
potere. Forse fra amendue esiste una comunione ed un nesso segreto che finora
non fu rivelato. ( Vedute fond . = ; poi prosegue: « Con dei semplici » forse^s
i può trarsi mollo innanzi nell’indagine di un’assoluta certez» za? Per altro
queste parole assai chiaro dimostrano, che il Romaguosi » non afferrò
l’essenziale distinzione fra il conoscere e il vivere animale ; » e però non
vide l’opposizione che il primo tiene al secondo per sì fatta » guisa, che la
natura dell’uno esclude la natura dell’altro. Sospettò dun» que che il
conoscere sia qualche cosa di simile ad una funzione amma» le; il che solo
basta a mostrare che la sua certezza non è concepita da » lui come dotata di
vera razionalità, e però non è punto nè poco cer» lezza. » E nella nota così
discorre: « Quanta attenzione io credo doversi porre a non attribuire agli
scrit» tori opinioni men rette, le quali non appariscano chiare nelle loro »
scritture ; altrettanto estimo non doversi dissimulare o velare quello » che v’
ha d’ erroneo e di pernicioso per entro alle opere loro fatte di pubblica
ragione ; il cbe darebbe in noi mostra o di vile adulazioue, o di
pusillanimità, o di piccolo amore pel pubblico bene. Dirò dunque » di nuovo*
secondo il mio costume, assai francamente quello che io » penso della dottrina
del llomaguosi: penso eh’ essa penda, e non poco, » al materialismo. Intanto
qui si vede, che fra il potere razionale, e la » vita animale, egli non trova
una essenziale differenza; anzi vien sospet» tando fra loro una comunione, un
nesso secreto. Questo già è molto, » perciocché è un disconoscere nell’
intelligenza quell’ elemento immula» bile e veramente eterno che la
costituisce; quando nella vita animale » nulla v’ha che non sia distruttibile.
Ma che concetto s’ è poi egli for» mato della vita animale ? Quiudi conosceremo
il concetto che s’è for)) mato anche dell’ intelligenza, die con quella
sospetta aver secreta co» munioue. Il nostro autore dà manifesto segno di
credere che la vita » animale sia un risultamene di atomi e di gaz! In un luogo
egli vuol » mostrare che tutte le idee sono derivate. Ora fa Y obbiezione a se
stes» so, che le idee hanno de’ caratteri opposti a quelli delle sensazioni, p.
)) e. la semplicità. Ma egli risponde, che non si può da questo dedurre, «
quelle idee non essere un prodotto di più forze anche estese, perocché » un
effetto di nozione semplicissima può derivare da cause cornpo )) stissime =: (
Vedute fondi .); e reca in esempio la vita che risul w ta dagli atomi e dai
gaz, sebbene con essi ella non mostri alcuna ias» somiglianza, m Vorreste
forse, dice egli, darmi la vostra impotenza a » conciliare le cause delle cose
sperimentali per pronunziare sulle ori» gini ? Allora io comincierei col dirvi
non esistere vita alcuna, peulu » cogli atomi e coi gaz non posso vedere come
nasca la vita. (Vedute ì) fond ., 8 05). In un altro luogo esprime lo stesso
pensiere, dicendo » contro quelli che dall’ analisi delle idee vogliono indurne
che non ven » gon tutte dai sensi: rz nei composti razionali di unita complessa
anno » scomposizioni dialettiche, come se si trattasse di scoprire semplici rap
» porti di quantità. Ma è noto che come sotto all’ azione della chimica^ » vita
sparisce, e la forza vitale non si coglie giammai; così sotto a ^ » mica
dialettica si dissipa la forza razionale, e la generazione m » non si raggiunge
giammai in. {Opusc. filosofie). Quesle Pa10 ' non avrebbero nessun senso e
valore, dove non si supponesse per c » to, che la vita è un prodotto di elementi
chimici, ragionando 1 auloi » nostro così: Come gli elementi chimici e
temperati insieme a „ foggia producono la vita, ma scomponendoli questa si
perde; cosl scoro » ponendo il pensiero umano, ci restano tali elementi, coi
quali non vec » giamo il modo di ricostruirlo. L’ argomento è antilogico, come
ogmm vede; e, a (lire solo alcuni dei molti peccati che gli pesano addosso: »
1.° la esso si suppone per certo che la vita animale sia un risultamen» to di
elementi materiali: or questo è meno che un'ipotesi, è meno che ))
un’affermazione gratuita, è un errore. La parità dunque non vale, non » prova
nulla, non esiste in natura. 2.° Nella scomposizione chimica la » vita ci
sfugge, e ci restano in mano delle particelle materiali morte. Non )> è già
così nella scomposizione dialettica; anzi in questa ci restano in » mano degli
elementi vivi, e tanto vivi, che son questi appunto, queste » nozioni e idee,
che involgono una contraddizione in terminisi voler» le dichiarar sensazioni.
L’argomento avrebbe qualche forza, se dopo » aver noi analizzati e scomposti i
pensieri, non ci restasse che seusazio» ni, e ci svanisse tutto ciò che è
razionale; allora si potrebbe dire in qual» che modo: ecco qua gli elementi del
conoscere: è vero che il razionale » è svanito; ma ciò sarà avvenuto, perocché
egli dee essere un risulta» mento di questi elementi fra di sé congiunti, noi
non sappiamo in che » modo. All’opposto, facciasi ciò che si vuole, la parte
razionale non si per» de mai; sta sempre là innanzi agli occhi dei sensisti, ferma
come uno » scoglio: taglia, assottiglia, lambicca; la parte razionale non si fa
che più » pura dal senso, più inesplicabile. la fatto adunque riesce per
appunto al » contrario di ciò che afferma il R., e prova dirittamente contro di
» lui. Gonvien riflettere che le ultime, le più elementari idee non hanno »
nulla di comune colla sensazione: ove fossero solo differenti da questa, » si
potrebbe Tampinarsi; ma che nature intrinsecamente contrarie sieno » prodotte
da altre nature intrinsecamente contrarie, ciò cozza non solo » col principio
di causalità, ma ben anco con quello di contraddizione. » Molli altri errori
potrei osservare ; ma me ’l vieta la brevità di una no» ta. Raccoglierò
piuttosto l’argomento, e dirò: L° il R. sospetta » una comunità fra la vita
animale e il principio razionale dell’uomo; » 2.° la vita animale è considerata
dal R. come un accoppia» mento di particelle al tutto materiali. Dunque la sua
dottrina precipita » verso il materialismo . Recherò altrove delle altre prove
della rne» desima increscevole conclusione, e tutto ciò in avviso alla buona
gio» venlù italiana. » Abbiamo già veduto nella nota precedente quale
materialismo di nuovo conio sia quello del Romaguosi: gioverà però rifarsi un
tratto sull’argomento, che è, per verità, di grandissima importanza.
Analizziamo adunque le frasi sulle quali il Rosmini appoggia queste sue
censure, onde vedere qual senso abbiano, specialmente quando si leghino alle
precedenti o alle successive. fu queste parole: quando tu saprai dirmi che cosa
intrinsecamente sia la cita, allora pure dir mi potrai che cosa intrinsecamente
sia questo jjotere (della ragione), io uou so vedere che il R. sospetti il
conoscere essere qualche cosa di simile ad uua funzione animale. Parmi che egli
voglia dire soltanto, che V intrinseca natura di questo potere è incognita.
com’ è incognita l’essenza della vita; cioè che la natura di quello e di questa
hanno ciò di comune, d’essere entrambe iucoguite. Forse (soggiunge il R.) fra
amendue esiste una comunione ed un nesso segreto che finora non fu ricelalo. La
quale espressione s’ intende benissimo nel senso, che tra la vita e il potere
della ragione vi sia un nesso, un legame, una relazione ancora ignota: ma non
mi pare se ne possa inferire che il R. non trovasse alcuna essenziale deferenza
fra il potere razionale e la vita animale. Tanto più ch’egli tosto soggiunge:
ina siccome, a fronte dell' ignoranza dell' essere intimo della cita, si può
distendere una igiene ed una chimica ; cosi pare che . malgrado r ignoranza
dell' indole intima del senso razionale, stabilir si possano le condizioni dei
buoni melodi scientifici, della buona educazione morale, e dei confacenti
ordinamenti sociali. Nelle quali parole ini sembra confermato il senso che io
credo, fuor di dubbio, doversi dare alle altre testé riferite, e segnata
evidentemente la separazione dell ordine materiale dal morale, e non già
confusa la vita animale colla ragionevolezza. Il Rosmini stesso nota, che le
parole del R.: un effetto nozione semplicissima può derivare da cause
compostissime, sono tiatte da quel luogo, ov’egli vuol mostrare che tutte le
idee sou derivate. Che ne segue dunque ? Ne segue che quel paragrafo fu inteso
da SERBATI a rovescio di quel che suona, perchè l’Autore evidentemente vuol
dire, non potersi dalla semplicità delle idee dedurre che uua o più sieno ni
nate, potendo bene un effetto di nozione semplicissima 5 coni è il Pcu siero,
derivare da cause compostissime, cioè dalla percezione avuta col mi nistero dei
sensi e dalle operazioni dell’anima su queste percezioni. L al tributo di
composta non si riferisce certamente ad alcuna di queste cause presa
separatamente, ma all’azione loro unita; esso cioè significa soltanto il
concorso, l’unione di più cause a produrre un effetto semplice. Ciò si conferma
anche dalle altre parole di questo medesimo paragrafo, clic cosi suonano: di
tutti i pretesi trascendentali si dimostra la genesi dallo sperimentale fatta
dall' astrazione e dalla imaginazione. Quanto poi alla similitudine ch’egli
nuovamente adopera nel succes sivo nel ITO degli Opuscoli filosofici . tratta
dagli clementi della vita, io non disputerò sul suo valore scientifico; dirò
bensì dia non so vedere alcuna tendenza male rial fatica in queste espressioni
(se mai a tal senso volesse traile ì! Rosmini), perdi è il dire die scomposta
la vita si hanno i tali elenìenli* e scomposta la forza razionale rèsta uo i
tali clementi, non è confonderò la natura degli elementi stessi, nè dd
risultato ddla rispettiva loro composizione. Riassumendo adunque il fin qui detto-,
risponderemo allò ultime conclusioni di SERBATI: CR. prende la vita animale
come similitudine ad ispirare i suoi pensamenti circa il potere della ragione e
non già come cosa che si possa confondere con questo potere* 2° Che la comunità
da lui accomiata fra la vita animale e il principio razionale non c identità o
somiglianza di natura 9 ma solo nesso, legame fra Runa e Fai Irò ; e quindi,
qualunque sia il modo, anche erroneo* nel quale egli intenda la vita materiale,
non può questo essere argomento per dire che la sua dottrina precipiti verso il
inalemlismo* E, a maggior conferma di Lutto ciò, sentiamo ancora una volta ddh
splendidissimo dichiara zio ni del nostro \ li ture. Egli nel ’H degli Opuscoli
filosofici cosi discorre sull’idea dell’anitiiik = Studiando sè sLesso, c
fissando Y esame sul me interiore, 1 uumo scopre in questo me tre funzioni
massime psicologicheQuesto sono? il conoscere i il volere e Y eseguire. Egli
sente di possederle m proprio, c quindi le riguarda coniò attributi propri! di
sè medesimo. Le dico por essenziali. perche mancando di alcuna di esse non
esisterebbe pm >'u tne che iutende* vuole od eseguisce, ma bensì un essere
di diversa natura. Queste tre funzioni generali sono tre modi d’essere di una
sebi od individua sostanza: perocché l'io pensante sente d'essere uu solo ed
individuo ente senziente, volente ed operante. VI non essere non possiamo
attribuire facoltà veruna. Ora siccome io scoto di pensare * di volere e di
operare: Cosi conchiudo esistere in me un che reale che compie tutto questo.
Dall- altra parlò poi sento di essere imo; e però concimilo che questo che
reale è un solo ed individuo onte, una sola e individua &n~ stanza-) e non
una pluralità di sostanzeCiò è sinonimo di semplice* spi rituale, indivisibile,
indistruttibile, cc_Ecco fufea ddftìfniÒHrt. Quésta idea è dedotta da fatti
indubitati quanto la stessa mia esistenza : talché il è e mi mento complessivo
di questi fatti c inseparabile dal conci:. Ito univoco della mìa esistenza.
Questa idea mi soni miufa Ira un’ essenza logica pari a quella di ogni altro
oggetto, Tu definisci l’arcimà non in conseguenza della cognizione dell’intima
realità, ma bensì della cognizione delle di lei costanti e certe operazioni. la
questa guisa ci formiamo il concetto dello forze conosciute della natura.
Quando nominiamo la forza motrice, h aLlrafliva, In ripulsiva, esprimiamo noi
forse die cosa sicrto in se stesse? No certamente: altro non diciamo, se non
che esiste ima forza eli e fa movere, una forza che avvicina, una forza clic allontana,
senza saper dire che cosa inlrìnsecameute sienp in se medesime. Un che
incognito sfa sotto di questi concetti. Lo stesso avviene rispetto alla
cognizione dell'anima nostra. Un che incognito sta sotto di queir io unico ed
Individuo, il quale pensa, vuole ed eseguisce ; e però io non posso definirlo
se non mediatile il concetto delle sue operazioni da me conosciute. Le
riflessioni sono ovvie: il lettore le farà da sii, lo credo di aver detto
troppo piu che non era necessario per produrre m lui il fermo convincimento
dell5 insussistenza delle accuse di SERBATI (vedasi). I ormino queste
Osservazioni rinnovando la protesta che ho latto altre yolle, di non voler cioè
recare alcuna offesa allo intenzioni dell' illustre AL Rosmini. To mi proposi
soltanto di far vedere il torto elicgli ebbe nel reputare anticattoliche certe
prò posizioni di R. Quanto al modo col quale adoperò fame della critica contro
un uomo celebre, che non polca piu difendersi perchè era morto, io converrò con
tutti essere riprovevole, perchè questo è nu fatto clic balza agli occhi alla
semplice lettura dei passi che ho riferito; c l'ammettere i fallì, c II dire ad
un uomo voi siete ito ma ^ non è fargli ingiuria. Però siccome anche dai falli
altrui possiamo trarre degli utili ammaeslramentì, cosi dai difetti che si
scorgono nella polemica rosromiana possiamo imparare, che la polemica anche
sotto la penna dei grandi uomini e religiosissimi non perde la sua uattira, di
essere facile a trascorrere all’ ingiustizia, e a varcare i confini segnati dalla
moderazione. (Sì leggano le Prefazioni alla Genesi del Diritto penale e alle
Opere sul diriitto filosofie Ò, e fra queste le Note all’Assunto primo del
Diritto naturale) Padova. C tinnì sulla "Vita di G, IX R. Avvertimento
deir Editore. LA LOGICA dem/Àe. GENOVESI (vedasi), Ài Lettori l’ Editore .
Ragione dell’ Opera (di R.). Prefazione dell’Autore. Proemio Jìdìa definizione
della Logica {Aggiunta di R.). Della p&fihìone della Logica (Aggiunta di
R.i). Dell1 emendatrice, Ctro Della natura dell’anima «inaila, e delle sue
facoltà e operazioni. Della definizione dell uomo (Aggiunta di R.) IL Oidi1 igi
larari ?,a3 ddlVrrore e delle prime loro cagioni Ili, Degli ertovi provenienti
dal corpo.Delie cagioni de’nostri falsi giudi zìi, clic sono al dì fuori dì noi.
DEGL’ERRORI CHE NASCENO DALLE PAROLE. Dell' inventrice. C*.eo L Della natura e
delle varie specie delle idee, e forme c noi Die delle nostre sensazioni, c
còse dio ne sono gl’oggetti. IL origine o invenzione dell’idee, ossicno notizie
delle cose. DELLA NATURA E FORZA DELLE PAROLE. So gl’autori han potino e voluto
sempre spiegarsi. Dell'arte dì ben intendere ì libri, chiamata dai Greci
Kriìtejteyiic&. Della giudicitricl. Del vero e dd falso in generale. Dd
gradi delle nostre conoscenze. In clic ni odo si vuol giudicare pel* Patte
stazione dei sensi. Dell' usò ddl'au ter dii umana nd formare i nostri
giudizìi. Come si vuol giudicare dd fatti per rapporto ai diritti qhc nr
nascono. Della evitica dei libri. PROSPETTO DELLE OPERE. Delle enunciazioni, dette
altrimenti proposizioni e come se ne debba giudicare. Dell’altre proprietà
delle enunciazioni.Della ragionatrice. Della capacità, estensione ed attenzione
che si richiede a ben ragionare. Del raziocinio in generale. Delle usitate
maniere di argomentare. Dell' arte sillogistica. De’sofismi. Carattere dei
cervelli romanzeschi, fanatici, sofistici . . io! L’arte di disputare. Della
ordinatrice. Del metodo, ossia ordinamento de’ pensieri per iscoprire od
insegnare il vero . . ina Regole della sintesi, o del comporre.Del metodo
analitico. DcH’ordinamcnto delle nostre idee. Considerazioni su le scienze.
VEDUTE FONDAMENTALI SULL’ARTE LOGICA di R. AGGIUNTE ALLA LOGICA DEL GENOVESI.
Prefazione dell’autore . Introduzione. Del conoscere con verità. Della scienza
dell’uomo intcriore. Indicazioni generali. Limiti e tenor pieno della scienza
dell’uomo iutcriorc. Studio del perfezionamento umano. Della maniera di
studiare e di esporre la filosofia dell’uomo. Avvertenze generali. Avvertenze
speciali. Valore delle scienze, dei metodi e del criterio. Del vero e del falso
possibile. Del campo e delle funzioni del potere intellettivo. Generalità.
Suilà psicologiche. Dell’ operare con effetto. Della causalilà. Della causalità
in relazione alla scienza dell’uomo interiore. Causa delie intime emissioni.
Delle apparenze. Delle idee innate.Della co gì» mone in linea di fatto. Della
legge fondamentale e per pelila del movlrnenli intelleUoal]. Idea della, i a na
ragione. Della legge fon sperata nella maniera la più generale iVeeejjiró di ben
défhiitv Vi dea di legge. Concetto fondamentale tornirne a quaìtmqjte idea dì
legge Quale sia Videa predomiftànte c caratteristica inchiusa nel concetto di
qualunque legge. (3uaJe idea ci dobbiamo formare dei rapporti attivi d'onde
risulta tefijp Ìvi Inaile applicarmi dell' idea di necessitò, Quale è la
necessità che iMendene nd concetto della legge. Primo aspetta della miti ito.
delle leggi. Illustrazioni ddh antecedenti veditte fìellt% legge considerata
come cagione Della legge considerata come effetto Odia tiunitmé dei due aspetti
della legge Etfezione della legge in senso universaleDelle potenze elettrici.
Definizione universale della legge . Deir opime in generai e consideralo come
legge, Variò a ppiic azioni deU." idea di ordine, Di (piali di e^i parla
qui . Prima carattere dell' ordì ne legale. MotipBciia di leggi Seconde
carattere dèlt ordine legale Concorso di più leggi pMdurre in comune lo stesso
effetto FINE E MEZZI. FINE E MEZZI INDISPENSABILI ALL’ESISTENZA D’UN ORDINE
ATTIVO. – H. P. Grice, P. G. R. I. C. E. Philosophical Grounds of Rationality:
Intentions, Categories, Ends. Means and Ends. Doppiò carattere che investono le
leggi singolari nella supposi zio di un o ridite legale. Legge considerata come
norma. Giustìzia universale Che cosa propriamente è la giustizia universale.
Come l’idea di giustizia si verifica in OGNI SPECIE D’AZIONE anche fuori delle
cose di diritto. liti mutabilità e realtà ncdV ordine. Come si dove intendete
che ógni ordine è necessario ed immutabile. Leggi è ordini esclusivi e non
esclu/wì. Leggi e ordini di posizione necessaria e non raeccjwìz’in. Del l '
arte ivi 5.^0 Neees&ttà delle relative nozioni ÌVecejfitò madre
delTarte.Ufortsifc conrcgueiUe. Quaìltó importi una definizione analìtica dell
arte Entro quali D'iprUisì restringa qui la trattazione.Sua mira universale.
Primo Miri bùio dnll’a rie. Imputa /ione morale. Primo giudizio nascosto nella
nozioni dell’arte, Imputazione Azione reale dell arte. Suoi caratteri proprìi .
. Timi. PROSPETTO DELLE OPERE Presunzione che interviene nell'idea detrazione
dell'arte. Precognizione e libertà essenziale all'arte . Differenza fra l
industria delle bestie e l'arte dell'uomo, e fra gli altri atti di lui
ucConseguenza per distinguere la scienza dall'arte. Differenza fra l'arte e le
operazioni così dette naturali e le avvertite. Passaggio all' efficacia
dell'arte. Secondo attributo, bfficacia. Sue condizioni essenzali. Donde si
deduce l’esistenza o la mancanza della potenza artificiale. Definizione di
questa potenza. Come l’efficacia venga associala alla nozione di arte.
Distinzione fra la potenza virtuale e la effettuale. L’arte non puo essere che
effettuale. Efficacia reale e presunta. datura puramente contingente e relativa
dell' arte. Sua opportunità. Elementi dell' efficacia dell'arte. Terzo
attributo dell’arte. Direzione. Elementi costituenti di lei . applicazione loro
all'arte come ente morale. Del magistero. Sua definizione. Parti del magistero.
Educazione madre di tutte le industrie. Sua necessità $ sua definizione . Tre
stati dell' industria. Torma conseguente della causa delle arti . Stato
personale e cause originali della direzione delle arti. Definizione risultante
dell’arte. Sua derivazione dalla natura e soggezione perpetua a lei.
Definizione dell'arte come funzione . Famulato reciproco della scienza e
dell'arte . Connessione loro inseparabile . Derivazione originaria loro.
Principio vitale del pensiero Occhiata retrospettiva sulla ragione umana . vf
Reazione dell arte sulla natura. Emancipazione dalla cicca fortuna. Impero
conseguente umano .Concorso delle società e dei secoli per fondarlo ed
ampliarlo Predominio della natura tuttavia assoluto . . Necessità perpetua
della connessione, dell'opportunità e della continuità nelle opere dell'arte.
Conseguenze pratiche pei tempi piu illuminati Universalità delle leggi di fatto
dell'impero della natura rispetto all' arie Fiducia nel regime della natura a'
tempi della coltura maggiore. Dei. provare con certezza. Nozioni prime sulle
prove. Prima idea della prova e dei mezzi relativi. DELL’INFORMAZIONE [cf.
FLORIDI, GRICE, SPERANZA] e della sue specie Dei man i di prova e dei loro gen
ti ri . Dal valore delle prova. Della certezza ? della probabilità e del
dubbio* h„ 'Delle diverse q udì ifc azioni date ai giudi ili di fatto in conseguenza
del vaio jv dalle prove Fdmenii dell’INFORMAZIONE (Grice, Floridi, Speranza).
Estimazione delle prove. Delle presunzioni) della vcrisimigliànza e
dell’inverishniglianza. Fondamento universale e primo dell' impero delle prove
. Effetto comune ddl' accertamento sperimentalee del tradizionale. Necessità di
occuparsi qui del tradizionale . 1 »> fin» Dell: 'accer tomento tradizionale
e. de1 suoi fondamenti. Estensione ed importanza massima delt accertamento
tradizionale. „ Come fi generi là credenza. Cke cosa tacitamente supponga la
credenza. Deli integrità. c verarità della notizia dì H. Defmìmne &W
trictt'ifi-iriéjtfo -Pimio di vista da trattarsi qui . Estrèmi contrarii entro
cui sta F incivilimento. Aspetto logica V. idea sommaria della viift di unii
Stato incivilita . Economia fondamentale di lei .Effetti civili Jt/OÌ Vr Come
intendere si dove che uno Stato puo andare effeituàn, volta c soddisfacente
convivenza. Detta colta e soddisfacente convivenza . Cvndhiotù assolute della
soddisfacente vita civile. Per quali mezzi r con quali impulsi è avviata mi
inoltrata a vr degli Stati j(J \ [ ! . Poi r ri vitali degli Stari e rispettivo
antagonismo ed ac renio a q J paludi . {10 /[S2 l’HOSI'KTTO IJKI.Li: OPERI:
l(W(ì VJN Procedimento originario detti nei vili menta. rHmo modo .png-, ij-a j
\'1V tanti nunzio rtt Umt dell opinione di potenze iimsìàilì. W.
Cvnlimuizittrir F due azione untale à'h& inciampo ad emanciparsi . ijii \V
I. Stcù/idù mòdo dei procedimeli fu origintinu dell tneivilìmenia TRi?f5ECU
Quali sie.no. Della Protohgia . 3ieiìiiìEÌpJìe . 1 7 emcrità dialettica dd
trascendentalisti. , / niosa mauiertt di studiare i fatti ' Ultimo eccesso
trMcendentahu Circolo illusorio. Causa naturale di questo eccesso. Nodo capi
tuie di tutte le questioni. Soluzione fondamentale dì tutti i sommi problemi.
Grave ommisdone anche oggidì praticata nello studio del pennuto. l)i unti,
filosofia dd sapere umano positivo. Sua alleanza, colla psicologìa. Istanza
fattane dal pubblico. Come si debba e possa soddisfai a questa istanza. Co tuli
zi u ni uuusegueaù di questa filosofa. Esposizione storico-critica dei Kantismo
e delle consecutive dolivi. Cniduuiaziotie dell' Articolo precedente. QuesiicÉ.
sulle apparenze tisiche sull’ esteti sione e sulla durala 5i8 5 ig 530 5a t Si2
ivi Sji.I &2& a filosofia. L? a b ite S5'i 5> 5gt Co i5(i5
iUì:>,4 ^74 Orano sul talènto logico che può servire di sviluppo a qualche
luogo delle Veduta fondamentali sull’arte logica. RICERCHE sulla validità dei
giudizu DEL PUBLICO A UISCERNEUL n. VERO DAL FALSO. Ai Lettori V Editore
Esposizione dui quesito. Imparzialità e rispètto dell Autore. Stato della
quistioke. Supposto del quesito. Ordine delle ricerche. Considerazione di que*
rapporti ohe possono servire a determinare lo stato dulia qm&uone. Delta
testimomanza del pubblico. Della credenza del pubblico. Del gusto de! Pubblico.
Della opinione pubblica. Della nozione del pubblico. Del modo del grildicu del
pubblico. Vili, Ri capitola zio rre . P«£7av nJJ rji 74. 7 4 li rM
Soi,i:z.io-ìk pel questo. I. Risposia al quesito. Esposiiionc delfaspeSio
preciso cui è d'uopo di chiamare ad esame. Qual genere di prova ri eh legga si
dall1 indole del quesito. Inefficacia dèlia prova tratta dai soli fatti. Teoria
sulla fallibilità perpetua dei giudicii del pubblico. Modo di dimostrarlo. Di
LI ti CHE L* UOMO NK CES SA RI Attente R et &K E IRA l SI R* T E DEBBA
CONtMUUIHE r£E CflKOSCtUt LA VERItL I, Sialo delle verità in generale [L Delle
yerllà semplici. Dell’evidenza [Cf. Grice, “Do not say that for which you lack
adequate evidence”]. Che lT evidenza può appartenere a nttte le Utenze. Del
metodo ad ottenere l1 evidensa. Necessità n^olttta di e quindi dui metodo
opportuno alla cognizione della verità DcLl'uomo superiore al suo secolo e
delEuomo prontamente celebre. Esclusióne delle verità per sk evidenti dalle
ricerche del programma. Avvertenze sulla necessità di Umiiarc le nostre
osservazioni a quei rapporti generali delle venia complesse per cui reminosi
necessarie cel le operazioni dello spirito umano a ben comprenderle VII. Dello
coesioni c delle dipendenze fra le verità. Deir attenzione 0 della dì lei
natura - Sua necessità a fissare le ideenella memori. H VILI. Coni in nazione.
Necessità thW attenzione a formare le idee astratte c 1C generali, Necessità
dèi segni e dell’intensione per conservarle. „ IX. Co sitimi azione, Altre
riflessioni sulla necessità della Udizione analitica a formare le idee
generali. Necessità dell1 astenzione analitica nella deduzione dei rapporti
ipotetici e nella perfezione delle opere del bello. Perchè l’uomo debba
uecesBàrlamcnlc contribuite dal ruoto suo tmir le sovra enunciate operazioni a
fine di co uose ere la ve ri La qSÌi, 7 -M,S5 l6!» n* 1 t ] * j'ó X I f xm. xii
r ÀKT. FU US PETTO DELLE OPERE Quìstiorjt' itillu necessita dell# nozium e dei
principi! generali ad ar rjyr^ttrc U cognizione dei veri rapporti delle rose .
pa Necessita d Lina breve analisti Ielle idee generali, onde scoprire Ea
ragione per cui I uomo ne abbisogna a conoscere le retila. Degl] oggeili
sìmili. Degli pagelli di unn scambievole differenza totale, . lidie nozioni
generali degli oggetti di rassomiglianza parziale. Occasione di esaminare le
nozioni ontologiche Degli universali e della loro vera estimazione . ^
ornlamtmio d estensione della necessità delle idee generati, . lidie regole
proprie alle nozioni ed ai principi! generai»,, onde relUiniente ragionare.
Ricapitolazione delle condizioni nei escane allo spirilo umano, onde ro
tiosevrc t) giudicare della verità . Appendice suda memoria. Delle quali là
della memoria relativamente alla it matta ragion evclezza. Del potere della
natura e dcllVduciiziouc sullo spirilo umano. Di pcnu.0 ciie possono vvxi eri
comi ni feH CONOSCE HK 11 VélllTi. Nccessi li dei molivi all’ i sere r zio
dtìd’aUenzionr. Ostacoli e Ima? Proporzione tra la forza dei motivi e l’cnergra
iMI'at tensione Corrispondenza lia la direzione daU’attenziottC e la
drittibuziané dei molivi sugli oggetti. Cagioni degli errori. Fonti elei motivi
dell1 attenzione. Cognizione fortuite della verità. Probabilità somma delD-muc
tttì grudieii umani T, Del lume della ragione Falli bili là maggiore intorno
alle idee generali Passaggio alle clrtosianZB di fatto sodali Quali possono
essere in società Ircosi enti e generali cagioni cieli* i«iruzione umana?
Aspetto della ricerca presente. Confermazione della fallibilità perpetua del
giudici! del Pubblico. Prime prove deU* etì attiva fi i ronie loro SlliblM »
Con ferma zio ne del Capo precedènte, Errori frequenti ed inevitabili del
Pubblico in ogni genere dello scibile, in qualunque epoca ni' Ila ' | u :j I e.
Il maggior mimerò di una .^n. irtà rum nc perluiia metile istrutte. . v n .
Delle condizioni necessarie alla propagazione -lei lumi. . Efscontro delle
cognizioni necessarie all" istruzione scientifica coi!» pr&J lice
possibile del Pubblico . t >t E Dette condizioni necessarie affinchè uìl
Pubblico possa mhh* passivamtMù istruì io in pratica su dt un genere speciale
di sógni* zimu. Prima condizione: Jhéùtiùiie delie idee, dd genio alla misura
comune di condire. Ripugnanza dd gufilo a questa ridati o ne i ostacolo alla
pronta propagazione dette verità li ÌYoecsshù detta coincidenza. delle scoperte
dd gemo col genere attuale dette occupazioni del Pubblico, prima condizione a
propagare senza ritardo la verità . ( f1' ivi iM 7«D A 79J 8oi finti Sia Si 5
S»7 Suo 2 2 84 Hji.j 83 o 83a m 838 S3q B-J ’S A h, t Esame della prima età
detti società relativamente alt' istruzione umana . Esumi' delta seconda età
delle società, relativamente distruzione umana . Delle affezioni sociali virtuose.
Loro origine . Dell intemperanza morale. Dello stato morale rapporto allo
spirilo ed al cuore delle società nel periodo della seconda età > 5» ^1)
Vili, Continuazione dell' Articolo precedente . “ Esame di quel tratto dell'
età dell imaginazione che pià ai avvicina alla mgiozMTO' lezzo ernie . In qual
senso fi debba intendere V espressione^ che i popoli in quest' epoca non hanno
le pozioni della morale. Perché 2u cógniaian&' delle vere regole
speculative della morate debba essere assai laida e dilfidlc a scoprirsi nelle
|M>pd|^xioui . . . 88a A ut. I. Che debba far l'uomo per discoprire le
fregole speculative della morale. Se gli uòmini nell epoca barbara della
imaginazione possano co nosperc le regole della morale . Necessità di conoscere
la base della certezza delle cose dì latto. Ricerche relative. Dei giudicii deu
Pubblico sui fatti esterni. Paute [metafisica nnm y^jucirà. (Xro 3. (Questioni
sulta veracità del Pubblico. . Il, Tràine dpP idealismo. Delta prima idea - .
UT, Corttiuua&ifiue, Dello idee posteriori. Couimuaziottc, Con l’erma zi
one deiCapi antecedenti . Obbiezione. Esame del fondamento delP armo nia
prestabilita comune utL1 idealismo Jp0 Conferma z ione dei precedenti riflessi
Osservazioni Su IV unità deh T essere pensante. Applicazione delle idee del
Capo antecederne alta esistenza reale de gli oggetti Inori dì noi Della
cognizione della iiainra dello cose, n D1,J IX, Co rdc ma alone del Capo
antecedente . Certezza invariabile ne1 nostri giudici! per rapporto allo stato
reale del le case nella totale ignoranza della loro natura Dell' esistenza
degli alivi uomini »* {P-s Ita PROSPETTO DELLE OPERE Capo XII. Della
convenienza ilei giudicii ili sensazione fra gli uomini Limitazione . • . rton
. y-*7 Nozione filosofica della verità di sensazione. Deirunico metodo a
scoprire le verità di fatto ossia la realità . Deila parte morale della
veracità [Grice: Do not say what you believe to be false – try to make your
contribution one that is true] Capo I. Principii della credenza c della critica
rapporto all'esistenza dei fatti. „ g3i II. Fondamento generale dei principii
riguardanti la credenza dei fatti. Schiarimento. Quale specie di certezza vada
annessa alle testimonianze umane . „ q\o VI. Gradazioni della credibilità.
Della credibilità in favore del Pubblico. „ g{i VII. Continuazione . g^ó Vili.
Se la credenza del Pubblico possa servire di prova alla esistenza di un fatto .
. g4 j Se il Pubblico comunemente inteso, c quale sopra lo abbiamo definito,
possa riuscire generalmente giudice autorevole di verità Come, quando, in quali
materie e fino a qual segno IL GIUDICIO CONCORDE DI MOLTI s’ ABniA A TENERE PER
UN CRITERIO DI VERITÀ. Preliminari e generali teorie. Capo 1 Dove sia fondata
l’autorità attribuita al giudicio concorde di molti intendenti sopra quello ili
uno o di pochi privati . Conciliazione del Capo precedente colle cose dette
dapprima. Necessità di esaminare il ragionamento precedente . 9ja III. Che, in
forza di sole generali c più favorevoli considerazioni, il g>" dicio
dei dotti tutt'al più esser può un criterio probabile, ma non ^ certo, di
verità Quali precisi supposti racchiuda la tesi che attribuisce al giudicio di
molti intendenti una maggiore presunzione di verità che a quello di un privato
. » 9° VA quali confini venga ristretta l’idea del Pubblico intendente, ossia
della repubblica delle lettere . 9J7 SEZIONE II. Esame delle questioni proposte
nel Ciro 1^ • della Sezione precedente. Verificazione del primo supposto. Del
mozzo infallibile a scopile la ^ verità .Degli errori nelle materie complesse
IV. Come il metodo sopra accennato escluda tutti i casi possibili dell cr rore
ed abbracci tutti gli accidenti della verità. Di quali errori e di quali verità
. V Continuazione. Come il metodo sovra esposto escluda tutti i casi ^
possibili dell’errore ed abbracci tutti gli accidenti della verità • » 9 iJ
Art. I. Effetto ed estensione dell' efficacia dell' accidente sulla cognizione
della verità . Come il metodo gradualmente analitico e recapitolante escluda i
PaS . casi dell'errore, e racchiuda tutti gli accidenti favorevoli alle verità
di riflessione. Che il metodo e le leggi dei giudici! e dei raziocini! delle
cose sensibili s’applicano rettamente a qualsiasi mateiia. Degl’aspetti diversi
sotto i quali si può assumere il giudicio del pubblico. Che in qualunque epoca
della ragionevolezza esiste una cagione comune a commettere errori simili e
durevoli. Della prima epoca. Filosofia volgare. Della distanza che i progressi
dei lumi frappongono fra il popolo e la repubblica letteraria. Che il giudicio
sulle materie complesse potrebbe al più avere validità nell’epoca dei maggiori
lumi quando deriva dai pochi versati specialmente nelle materie intorno alle
quali s’aggira il giudicio. Dei contrassegni – GRICE, SEGNO E CONTRA-SEGNO --
esterni ed ovvii per riconoscere il secolo della maggiore scienza. Della
seconda epoca della civile ragionevolezza. Della scoperta delle verità.
Osservazioni preliminari sulla promulgazione dell’opinioni, e sull'accettazione
fattane dal pubblico. La decisione e la scelta del pubblico intendente può
esser fallace. Che la concorde uniformità o la moltiplice diversità dei pareri
su di un dato oggetto non può servire di contrassegno – GRICE, SEGNO E
CONTRA-SEGNO -- certo per indicare piuttosto la verità che l’errore. Quale validità
aver possano i giudicii del pubblico per accertare della verità. Dei diversi
gradi del loro valore. Analisi del senso comune [cf. H. P. Grice, “Common
sense, scepticism and ordinary language”] Dell’uso pratico che in generale far
si deve del giudicio del pubblico. Come si puo il privato accertare
dell'esistenza del primo requisito necessario alla validità dei giudicii del
pubblico. Delle regole riguardanti l'uso dei giudiciidei pubblico per rapporto
all'imparzialità del cuore ed alla loro promulgazione. Su QUALI MATERIE I
GIUDICII DEL PUBBLICO POSSANO O NON POSSANO ESSERE RIGUARDATI PER UN CRITERIO
DI VERITÀ. Prospetto generale delle materie dei giudicii del pubblico.
Divisione generale delle scienze. Radici dell'albero enciclopedico. Nozioni
direttrici per determinare in quali materie il pubblico può recar giudicio
autorevole. Del vero e del falso speculativo. Separazione del vero e del falso
speculativo, di cui il pubblico /-7I r-i/j orrli itiifi T'pf'ni ' tri urli CIO
10D4 pub giudicare, da quello di cui egli pub recar giudicio. Del vero e del
falso speculativo nelle materie di fatto. Del vero e del falso speculativo
nelle materie d’inflessione. Del giusto e dell’ingiusto. Del bello e del turpe.
Delle rivoluzioni del gusto del pubblico. Effetti delle rivoluzioni del gusto a
prò dell'umana perfettibilità Della distinzione e combinazione fra il bello e
l'interessante, considerato come cagione dei giudicii del pubblico. PROSPETTO
DELL’OPERE Del bello per se ossia considerato separatamente dall' ittterefsa flit,
jiit^ S r-}f>I[a differenza dei giudica intorno al bello reale schietto
Delle specie diverse del bello e dèi valore del gl lidie ii del pubblico iti
torno ad esse. C^o VI Bel giudi di del Pubblica intorno »U*u(ilu ed a! nocivo,,
Ur E Dei giudìcu del Pubblico intorno all utile ni al nocivo fìsico . O. Dei
giudici i del Pubblico intorno alle materie politiche. Della legislazione. Dell
applicazione delle visir legislative alla pratica. II. DO merito . A ut. I. Dei
giudìcii del Pubblico sul merito per rapporto alla cognizione che ne puh avere
li, Dei giudica del Pubblico sul turrito considerato nei rapporti della dì lai
stima Nata dei primi Editori. Aggiunta alla tedili a del bello. Legge del In
continuità. Avvenimento dell' Editore DELLO INSEGNAMENTO ^PRIMITIVO DELLE
MATEMATICHE Dedicatoria deli’ Autore., Motivo dell' Opera. Sl.L],’ IMiqLE E
GtxLfLAZIDNJt iNATt «ALE nti PII IMITIVI CONCETTI MATEMATICI. Necessità di
ctìaofe-tTc l'indole e Ih gtmertìztone degli etiti ma toma ilei . Genrtazìàpc
naturalo delle idee del punto e della finca . Che il punto matematico non é i]
principio roAMiiE della figura-, ma è la stessa figura, 11 Delle essenze
logiche c del possibile ideale . Dei [‘esteso finito e figurato. Limiti Grandma
e piccolezza, CoTo^gcandiro o dopa -cu li re non si altera il carattere formale
della Sgm^ Fallacia dd concetto della divisibilità infinita ddfesteso finito,
DimustraKiune logica diretta, {.jome nasca il giudizio ddla divisibilità
infimi» de llf esteso finito. Sua ir ragionev a ìczzu, . Si conferma fa
dimostrazione di questa irragioncvolezza ., che la pretesa Infinità sudile! u
altro in sostanza non à clic la impossibilità di cangiar l'essenza logica della
quantità . Da ohe deriva I illusorio giudizio dòli' infinità dell’ esteso
finito. Assurdità del concetto fefjl I IDJ f Eoi no; lira ivi 1 j i4 1 e e a
ufi ili; ! I I Cj I I iO ivi 112 1 I V ii 1 1 rH I Uà I>*7 contenuti; in
questo volume. Delle vere Retraziont mote maliche wajj ^ , Legge universale dì
associazione dei concetti geometrici cd aiiMnetìd Distinzione fra 1' idea di
estensioni e quella della materia. Virtù logica fondamentale dell'idea
d’estensione, identità e diversità in un punto solò rt a r33 Tki. Senso preciso
della commensurabilità co-esistenza in uno stesso oggetto dei ili versi rapporti
di simigliEmza, ragione, proporzione, coni me usura biUtiiK esempio. Delle
quantità poste, dello imprestate, u dèlie logie die intervengano ridi'osarne
della quantità stessa Dd senso integrale e del senso differenziale in generale
natura dell’idee ontologiche loro connessione coll’ideo Mnienifl tiche jj itc
della sfera delle matematiche considerata nella loro fonte primitiva
psicologica s» S j(>. od concetto dell’unità complessiva. Come si concili i
col senso discretivo. „ t i4c> distinzione della dammènsurahiltlà dalla 11
ni Inabilità 1 f4a ttm al if\ .Suli/ oggetto, sulle parti e svi, lo spìrito
belle dottrine ZIàT ematiche passaggio dalla contemplazione metafisica od
isolata alla speciale c di fatto della quantità. Concetti nuovi c reati che ne
nascono necessità di questa con torri pia-zio ne speciale e di fatto per
ottenere la piena scienza cd il calcolo ctàoàcé, indole e leggi della quitti
irta di fatto aniirhità dello slml io sull’indole e sulle leggi proprie della
quatti. Sub in terra zinne necessità di ripigliarlo come dov’esser fatto questo
studio oggetto logico immediato di questo studio natura della quantità mezzi e
modi di questo studio uso del calcolo primitive naturale Il significare
naturale primitivo il significare artificiale secondario GRICE distinto dal
secondario artifìciale oltre di rilevare i fenomeni della quantità si deve far
avvertire ai movimenti nostri interni ordine delle ricerche sui fenomeni della
quantità distinzione della parte estensiva dalla parte operativa della dottrina
definizione generica del calcolo. lt4q „ I* crollò sìa necessario il cale ole
Come nacque in prima il calcolo e si perfezionò m5o „ 48Necessità dell'analisi
filosofica – philosophical analysis was in everybody’s lips – Grice -- del
calcolo Necessità di conoscere ciò che si deve ommetterc n ciò che ei deve fare
Esempio, ivi un. Dei doveri negativi. Della laro cognizione. Forza dai doveri
negativi [Grice, IMPERATIVES, conversational, “Do not...”]. Con quali principi!
debbono essere discussi c stabiliti Sa, Primo dovere: non confondere il
sensibile fisico co! Lesto gii abile, Esempio M Sa. Dovere fon d amen tal e
negativo uni calcolo degl’escogitabili Esempio Principio logico del detto
dovere negativo. CAUTELA FILOSOFICA – “My motto” – Grice -- conseguente. Di ciò
che far si deve. avvertenza: conoscere il perchè di quello che far si deve 1
iG.| I f>2(> confutazione della massima dell’empirismo cieco pai cenno di
una massima positivo-fondamentale per farle del calcolo di valutazione
degl’escogitabili. Dei concetti mentali che intervengono nel calcolo del
concetto complessivo del medesimo del magistero logico del calcolo sua affinità
col magistero generale scientifico esempio spirito eminente ed ultimo del
magistero del calcolo dell'intervento dell’idee d’eguaglianza e di
disuguaglianza distinzione fra la differenza assoluta e la distanza
dell'eguaglianza del vario concetto del più e del meno che interviene nel
calcolo del paragone dei disuguali e di ciò che allora avviene nel nostro
spirito mezzo censeguente di valutazione suo principio fondamentale logico ed
unico omogeneità conseguente ripugnanza e falsila positiva matematica
dell'algoritmo infinitesimale principio preservativo dagl’errori e dalle frodi
universalità d’una stessa legge segreta che presiede al calcolo condizione di
ragione del calcolo universale sul postulato fondamentale del calcolo
infinitesimale deli unificazione [Grice, AEQUI-vocality thesis] matematica si
LOGICA CHE MORALE in quanti sensi si possa prendere la parola unificazione
presa come operazione di calcolo, che cosa significhi se si possa proseguire ad
unificare come si prosegue ad enumerare l'unificazione appartiene al senso
integrale da ciò nasce l’implicito scambio irragionevole dell’IMPLICITO [cf.
Grice, IMPLICATURA], sia colla quantità impostata sia col nulla assoluto
predominio naturale del senso naturale implicito nella unificazione ragione
intellettuale che caratterizza l’unificazione – Grice: “Why I love Occam’s
razor!” del mezzo logico dell’ unificazione della continuità e quindi della
maturità degl’estremi e dei medii unità varietà e continuità delle cose
naturali insufGcienza relativa del calcolo oggidì usitato spirito filosofico
del calcolo d’unificazione conseguenze pel metodo dell’insegnamento primitivo
obbiezione contro la possibilità del calcolo d’unificazione a quali condizioni
soddisfar debba la soluzione dell’obbiezione proposta della metafisica del
calcolo iniziativo osservazioni per tiovaic 1 mezzi termini sostanziali di
questo calcolo dell’uno misuratore e delle quantità indicate e sussidiarie
considerate in sé stesse dell’elemento sostanziale della continuità delle
diverse specie di commensurabilità e d’incommensurabilità del mezzo di
valutazione considerato in sè stesso dell’incommensurabilità spuria suo uso
nelle matematiche conseguenze per fondare la possanza del calcolo iniziativo
sinottico rimento proposto tavola posornetrica Spc- Concorso del curvilineo e
del rettilineo per valutare le grandezze estese, e quindi fondare il calcolo
sinottico dell’unificazione magistrale in che possa e debba consistere come
riguardare ed usare si debba dell’implicito dell’unificazione morale delle
matematiche considerazioni generali sul metodo dell’insegnamento della scelta
degl’oggetti dell’istruzione primitiva matematica in mira allo scopo morale e
sociale di lei distinzione dell’oggetto logico dal materiale entro quali
confini versar debba la detta istruzione con qual ordine ne debbano essere
presentati gl’oggetti logici taccia a Bacone ed agl’enciclopedisti galli della
scienza e dell’arte legge suprema a cui soggiacciono conseguenze pel metodo
dell’insegnamento sua triplice opportunità dell’imitazione degl’antichissimi
coltivatori delle matematiche processo logico della parte dimostrativa sue
funzioni eminenti della funzione di distinguere attitudine dei diversi cervelli
delle funzioni sussidiarie al ben distinguere della prima proposta filosofica
suoi limiti suo intento suo spirito eminente della forma logica della prima
proposta degl’oggetti bando della forma sintetica della funzione di connettere
sue condizioni della funzione di esprimere della rappresentazione competente si
intellettuale che sensibile delle cose e degl’algoritmi della competenza
algoritmica osservazione fondamentale per ottenere la bontà assoluta fatti
comprovanti la incompetenza assoluta dell’astratto smodato delle formole
competenti se l’algoritmo dell’equazioni sia puramente fortuito della
rappresentazione sensibile degl’oggetti e delle funzioni algoritmiche delle
diverse costruzioni sensibili algoritmiche utilità dei modelli [cf. H. P.
Grice, “A model of conversation”]. Necessità assoluta ed universale dei modelli
proposti si conferma la detta necessità lettre à Dagincourt sur les monades et
le calcul infinitesimal tratti principali del metodo DA R. PROPOSTO oggetto di
questo discorso necessità d’una ristaurazione dell’insegnamento primitivo dei
primi fondameuti della ristaurazione del primitivo insegnamento canoni
fondamentali osservazioni teoretiche per istabilire i canoni derivanti
dall’esigenze naturali della mente umana degl’alfabeti algoritmici PROSPETTO
DELL’OPKUK 7G2S degli uMibcti dei quad ilrati V*l «j i s5* dell’alfabeto dèi
non q u rada ti t. iab, dei gnomoni e delle differendo quadrate fra ì termini
della serie ripiegata osservazioni sui quadrati di eomposmonc peregrina, H [àH,
delle prone siila tx? matematiche tacp delle parole matematiche did Limimi'
incrociati . w i3a dei binomi] portiti e dei complementi dèlie traforaiazioni
prcmdicate tJ sài delle parole composte osservazioni speciali sitile ascisse
razionali r sui loro ufficii primitivi.della cornposidione dolio parole di e q
1 1 1 incus uni zio nc lineare quadrata problema risposta dell’analisi delle
primi idee mtttewÙUich# nota IT. al suddetto sullo stmli» antro; peto defflÀ
ìgèbra nota UT. b! Suddetto sull'uso sumuilario dell'algebra DISCORSO \L P s
rtk 1* £ |35, oggetti di questo discorso saggio drirfllgontmo dei coni inni
(dittici esempio i valutare d quadrato dell'eccesso della si ing;osia.lc di un
quadralo rispetto al quadralo del lato condizioni geometriche alle quell il
calcolo deve soddisfate, *T li. costruzione e valutazione del rispettivo
binomio incrociato metodo d’assimilazione NT soluzione categorica del proposto
problema tre maniere rchuivi'. piu ma maniera o risposta conseguente circa il
valore cercato seconda e terza pianterà della l'orma al tornali va quadrata ©
non quadrata del film pio c dup o della (orma razionale degli dir, ilei, ossia
dei non quadrati aritmetici esempio sul riraplo e duplo. i3q. dell’incremento
dei quadrati dcU1 mcrerneolò eonliìiutì esclusione assoluta dell’iollrul o, F #
¥ dell’incremento discreto cenno su dì un incremento arcano ,f I. costruzione
dell’approssimatore d’equazione legge d'incremento ebe ne. Risulta differenza
dell’unità nei discreti alternazione di questa differansia d’unità nei discreti
UT azione recondita del lappi-ossi malore nella duplicazione per ctìmìtirre il
valore imperfetto del quadrato dell'eccesso ni suo giusto limite. ivi r^Q V.ì
taffS i38B i) i5p‘ iqi |qr>«%G 1 |oo j44 1 i 0 s S '. jfì del secondo grado
di’assimilazione valutazione preliminare della ragione di quattro a sei, ossia
del duplo al triplo esempio d’una valutazione di secondo grado nella
valulazioue della proporzione di tre a sette osservazione sulla prova per moltiplica
d’estremi e medii essa è di confronto, ma non di stato dei valori dei due
binomii incrociati nella detta proporzione di 0:.,, V. esempio della
valutazione di secondo grado trovare il quadrato dell’eccesso del quintuplo sul
simplo, onde poi servire alla valutazione del pentagono valutazione di secondo
grado valutazione della proporzione di 10:.analogia mirabile degl’ultimi
risultati di sottrazione colla valutazione di primo grado ricomparsa del primo
termine del binomio impostato come nella proporzione di 2:0. osservazioni
algoritmiche incidenti prima osservazione il valore del minimo di primo grado è
uguale a due quello del secondo e dei consguenti è uguale alla quarta potenza
duplicata della differenza primitiva fra il quadrato della media proporzionale
e quello del raggio passaggio dal superficiale al lineare della serie di
diversi gradi di commensurazione lineare saggio d’una tavola di quadrati
dispari fatta a specchio prospetto unito delle serie dell’ipotenuse e dei
cateti tutti commensurabili riflessioni relative al metodo sovra esposto dei
modelli di proposta e di funzione ossservazione sull’uso del modio aumento dei
complementi degli dittici nel passare dalla forma monogrammatica irrazionale
alla digrammatica razionale punti capitali dell’algoritmo valutazione del
minimo formazione delle tre moli legge di coincidenza ambiguità della dualità
come debba essere considerata la valutazione finita dei così detti irrazionali
o continui dittici giudizio filosofico sulla valutazione del minimo delle parti
del processo di valutazione finita della divisione mascherata onde ottenere un
comune misuratore limiti e leggi compotenziali di lei indicazione d’altre
grandi operazioni ommesse delle quadrature come si debba assumere lo stato
delle grandezze geometriche rettilinee della geometria di valutazione e de’suoi
gradi necessità dell’intervento della filosofia per creare la doppia geometria
indicata osservazioni sull’opera di Wronski oggetto proprio di questa parte
d’alcune nozioni preliminari di Wronski esame delle nozioni preliminari
suddette conseguenza pratica calcolo superficiale da quanta cecità la
matematica vigente sia dominata secondo Wronski esame della sentenza di Wronski
intorno le radici imaginarie delle lacune algoritmiche ulteriori accusate da
Wronski PROSPETTO DELL’OPERI; VAI Se nd supposto i^ra:iW n'pe/u/a, M saggio
filosofico sull Ugebra plemmLire considerazioni ni esempli riguardatili
l'insegaamento primitivo ili questa sciènza, ili a+ ix a, per servire ili
appenditi n e sdì io firn caloall’ Insogna* rilento pnniilivo delle M a terna
tiri i e il i G J>. JloaucNQ&i* Avvertimento., H f1 PrefaìtiQne . t «
Givo L DftlT infide dei calcolo . Uno classi di matematici, A che debba tendere
I insegnamento primitivo delle Materna! ielle, Difetti di alcuni metodi
Condizioni cui t leve soddisfare rinsegnamento primitive delle Matematiche.
Plano di un Corso (IVAÌgcbra demminrc. Della indimene ccm^derma ndsuor rapporti
colle Matematiche. Dell’estrazione delle radici dai poi in ornili e dai numeri.
Estrazione delia raffici' quadrata dai fnììnamit. Estrazione detta radice
quadrata dai numeri. Estrazione della radice cubica dal palìnamii. Estrazione
della radice cubica dai numeri. ifjf t4- iLoo 1 Sei» i S H» i b m) .1 NOIE ED
OSSERVAZIONI PRINCIPALI AGGIUNTE. Nlu Lo note presegnate con asterisco non sono
cicli' Editore. Nella logica di GENOVESI (vedasi). Delle vedute fondamentali
sull’arte logica. Sul manuale della storia della filosofia di Tennemann, con
supplementi di POLI (vedasi). Sulla metafisica. Sulla vita contemplativa.
Sull’utilità. Intorno alle ultra-astrazioni. Sull’economia divina riguardante
la natura umana, Sul materialismo. SULL’INCIVILMENTO NATIVO ITALIANO – Grice:
“When I started my serious study ino Italian philosophy, I noted that whereas I
always took pride on my ‘civilmento,’ Italian philosophers especially proceed
in an inverse way: they take pride on the INCIVILMENTO NATIVO ITALIANO, as
Romagnosi calls it – I suppose to justify what Italian philosophers should do
for their nation!” -prospetto delle opere , Su IT idra dj Db cc. Sullo scopa
delle ptinubni da certe iegip a nìIìIL^ aulì animali omicidi. {jt ftiegii
Opuscoli lilusoiici. S i, Vedi lt osservai iuni al (Selle Vedute fondamentali,
ifiot 3. ^ udì le osservazioni ai dóo e Ibi delle Vedute fondamentali Vedi b
osservazioni al 8.', i lìdie Vedute fondamentali . „ ifc'oi J4^> Sulla
catena delle eosÉ? e isull'oTiii ne attuale ddl'tìoi verso ec. >t &3(? «
V edi le osseryaziijul oi delle Vedute fQiidftnwnudi„ ido5. Dì una questione
relativa alla cognaiouo delle essenze 1t 3k|iì, Sulla creazione 63u „ ìSj,
Lettera del Prof. B, Poli, tratta dalla Biblioteca Italiana, nella quale espone
il piano di una Statistica degli usi pedagogici dei diversi paesi dT Italia.«,
4oó. Cenno sulla Filosofia di De Malslre, u *fi£i .p5 Cenno sulla Filosofia di
Condillac. Sull* ecciti Isroo Sul vario significato dell'espressione di timor
proprio CORREZIONI E VARIANTI Nella V ilo dell’A ufo ce, mila jjog. vni dopo la
linea 2$ 4 fg giucco ia alarne copie il se- gui'tj Lf periodo. Multe accademie
vollero ascritto 31 fiomagnosi a] loro consorzio^ noteremo fra tante ¥ Istituto
Beale di Francia, die lu nominava suo socio per J a classe delle scienze morali
con, diploma ÌH3jk Sì mostri egli ricono- stente ii questo Leo meritalo non
comune onore, mandando ad esso Istituto una Memoria intitolata {'edule eminenti
per a mmìnìstrtire 1’economìa suprema dei- V incivilimento e lasciandogli colla
sua disposizione di ultima volontà una grande medaglia col suo ritratto a
cesello, opera dì CESARI (vedasi), che una società di estimatori suoi gli aveva
offerto poco tèmpo prima della sua morte. !S e-.: n 1 1 1 1 o un tu s. d u li 1
0 [>e fa SulT insegna jnefltQ primitivo delle Metejfiatiche^ alta pa timi 1
'fc 7 ", yn luogo di dò che sta dalla lin lo alili t(j, dovrebbe leggersi
coinè segue I politici poi riguardarono le innova/doni del tempo come attentati
di una rea intemperanza, e quindi suggerirono un regime reprimente e
retrogrado. Ninno quindi rese omaggio alia suprema provvidènza della natura e a
quella di¬ vina i -con ornili, nella quale e rusa sssurda eil empia il supporre
cose tra loro cotanto ripugnanti. Più ancorai con questa specie rii morale
manicheismo non si avvidero di ragionare secondo impulsi plebei. L'ordine
morale fu da loro configurato e e. 1 ~. nella nota. Credo si trovi /en-gi Si
trova. lin. ult. co 1 I. nota. si scoprirono/egli scoprì 55 107* » Che giova
nelle lata dardi cozzo.1 InJ'. Cauto v. . .penult nota pel punto/sul punto per
regola/per la regola uh.. del fato Forse si dee leggere del fatto Veggasi
un’espressione simile uh. uota psicologioi/prieologiei a. importanti/importali.
Villers Nell’edizione originale si legge it 1600.. Villers f 'eiller. Sembra
però clic vi sia errore. Vedi la nota . vedemmo formarsi/si formano penult. nota
reudizionc erudizione. Impresso in Padova coi tipi di Sitea. Luglio. S B.N. Ucc
I\3hS ‘ S. Gian Domenico Romagnosi. Romagnosi. Keywords: scienza simbolica,
scienza simbolica degl’antichi romani, il vico di Romagnosi, la terza Roma, la
prima Roma, la prima eta, la terza eta, la logica di Genovese, la matematica,
Sacchi, Cattaneo, incivilamento, gl’italiani, la nazione italiana. Refs.: Luigi
Speranza, "Grice e Romagnosi," per il Club Anglo-Italiano, The
Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria, Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Romanoto: la ragione conversazionale e l’implicatura
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). To be identified.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Roncaglia:
la ragione conversazionale alla palestra – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Studia a Roma e
Firenze sotto GREGORY (si veda) e MAIERÙ (si veda). Insegna a Tuscia e Roma. Si
dedica alla storia logica fra il medio-evo e Leibniz. Saggi: “Intero e frammentazione”
(Roma, Laterza); Rivista di filosofia dell'intelligenza artificiale e scienze
cognitive ; “Palaestra rationis: una discussione sulla copula e la modalità” (Firenze:
Olschki); Università Roma Tre. Dimissioni organi consultivi Mi BACT. Note a
margine del concorso per CCCCC funzionari del Ministero Beni Culturali: mezzo
bibliotecario per ogni biblioteca? E la tutela di libri e manoscritti chi la
fa? Tuscia. Nel parlare di e-book per
la didattica, c'e un primo e fondamentale quesito che occorre porsi: il formato
'libro elettronico' e davvero adatto a
veicolare contenuti didattici? II libro
a stampa, lo sappiamo bene, e ormai da secoli non solo strumento per eccellenza di produzione e
trasmissione culturale, ma anche
strumento didattico di primaria importanza: il concetto stesso di 'libro di
testo' basta a ricordarcelo. I nostri modelli di insegnamento sono figli della cultura del
libro, e si tratta - a mio awiso - di
un'impronta della quale non debbono affatto vergognarsi. II libro elettronico, che nasce per
trasferire nel mondo dei nuovi media e
dei supporti digitali un'esperienza di lettura la piu vicina possibile a quella del libro a stampa,
sembra un candidato naturale a veicolare anche contenuti rivolti specificamente
al mondo della didattica e della
formazione. E tuttavia, a mettere almeno
in parte in dubbio questa apparente certezza sono alcuni dati di fatto che
sarebbe sbagliato ignorare.
Innanzitutto, va considerato che esiste gia un vasto spettro di strumenti informatici e multimediali nati
come supporto alia Una prima versione di
questo intervento era apparsa nell'ambito del forum di MediaMente dedicato ai
libri elettronici Libri elettronici. Pratiche della didattica e della
ricerca didattica. Si pud anzi
affermare che il campo della didattica e
della formazione costituisce uno dei settori trainanti
dell'editoria multimediale. Ebbene, il
punto di forza di questi strumenti che
viene piu spesso sottolineato e proprio la loro capacita di superare i
limiti del libro a stampa in termini di interattivita, flessibilita dei percorsi,
ricchezza multimediale dei contenuti. Se il libro elettronico si propone di fornire uno
strumento di lettura direttamente ispirato al modello del libro a stampa, non
vi e il rischio di riproporre attraverso
di esso tipologie di contenuti e modelli di
organizzazione deH'informazione che il campo dell'editoria didattica
multimediale ha gia superato? D'altro canto, e a parziale conferma di questi
timori, si puo osservare come i primi
libri elettronici realizzati (mi riferisco qui
specificamente al formato e-book, owero a testi elettronici nati per essere letti su 'lettori' portatili,
dalle dimensioni e dal peso simili a
quelli di un normale libro a stampa) rientrino per lo piu nei settori della letteratura e della
saggistica: ambiti di produzione testuale tradizionalmente caratterizzati da un
'organizzazione fortemente lineare
deH'informazione, e da una decisa prevalenza
della scrittura rispetto ad altri codici comunicativi. Si tratta,
non a caso, dei settori che erano stati
finora meno direttamente influenzati
dalla rivoluzione digitale, dato che la scomodita delle interfacce di lettura (il monitor del
computer) non era stata compensata da immediati ed evidenti vantaggi nella
fruizione dei testi. In buona sostanza, la situazione sembra
quindi essere la seguente: esiste gran
copia di software e di strumenti didattici
multimediali - in una miriade di formati diversi, ma nella maggior parte
dei casi non in formato e-book - ed esiste ormai un Quali ebook per la
didattica? certo numero di e-book,
nella maggior parte dei casi non specificamente pensati per la didattica. Questa situazione impone qualche
riflessione. A mio awiso, potrebbe
essere interpretata in due modi radicalmente diversi: 1. come testimonianza di una differenza
insanabile fra il modello di testualita
proprio del libro e quello proprio di altre
forme di editoria elettronica orientate all'interattivita,
all'iper-testualita e alia multimedialita. Se si accetta questa prospettiva, e
si considera il formato e-book come specificamente orientato verso testi fondamentalmente
lineari e prevalentemente scritti, i libri elettronici conserveranno certo una
propria e specifica utilita didattica, ma limitatamente alia realizzazione di
strumenti testuali abbastanza 'tradizionali'. Corsi interattivi, test di autovalutazione, sussidi
didattici multimediali continueranno ad essere costruiti utilizzando
strumenti diversi dal libro
elettronico; 2. come testimonianza
della relativa 'giovinezza' dei libri elettronici, ancora limitati nelle
proprie capacita e potenzialita
espressive. Se si accetta questa impostazione, l'orientamento iniziale del formato e-book verso testi
prevalentemente lineari e 'poveri' in
termini di interattivita e contenuti multimediali dipendera sia dalla maggiore semplicita di
tali modelli testuali, piu adatti alle prime sperimentazioni con strumenti
ancora tecnicamente immaturi, sia dal
desiderio di estendere i vantaggi della lettura elettronica a testi che,
proprio per le loro caratteristiche di
linearita e basso contenuto multimediale,
erano rimasti ai margini della rivoluzione digitale. In questa prospettiva, l'evoluzione futura potra
portare a libri elettronici che, pur mantenendo con l'eredita della tradizione
testuale Libri elettronici. Pratiche della didattica e della ricerca a stampa un legame piu stretto di quello
proprio di altri settori dell'editoria multimediale, presenteranno un contenuto multimediale piu ricco, una maggiore
interattivita e la possibility di strutturare l'informazione in maniera piu
complessa e articolata. La scelta fra queste prospettive dipende,
come e owio, da due questioni ancor piu
radicali: da un lato, cosa si intenda per libro
elettronico; dall'altro, che livello di ricchezza multimediale,
interattivita, complessita ipertestuale si consideri piu adatto a veicolare
contenuti didattici. Si tratta di temi
che richiederebbero evidentemente una discussione piu articolata di quella
possibile in questa sede. Mi limitero ad avanzare al riguardo tre tesi,
piuttosto generali ma non per questo
necessariamente condivisibili. Qualora siano condivise, tali tesi indirizzano -
per vie in parte diverse - verso la seconda delle prospettive sopra
delineate. La prima tesi e che, anche
se il concetto di libro elettronico
dovrebbe assumere il libro a stampa come primo modello di organizzazione
deH'informazione e di fruizione dei contenuti 2, dovrebbe pero nel contempo
accettare di interpretare tale modello in
maniera flessibile e non rigida. In particolare, si dovrebbe accettare
la possibilitd (il che non implica owiamente la necessita) che un libro elettronico comprenda, accanto a
contenuti testuali, anche contenuti
grafici, sonori o filmati. Perche si continui a par- 2 Su questo tema, cfr. R. Libri
elettronici: problemi e prospettive, in
Bollettino AIB disponibile anche in rete all'indirizzo, e Id., II libro elettronico in biblioteca, Milano,
Editrice Bibliografica, in corso di pubblicazione. Quali ebook per la
didattica? lare di libro elettronico (e
non di semplice e generico prodotto
multimediale), tuttavia, il ruolo del testo dovrebbe restare
fondamentale, in particolare nel delineare il 'filo narrative-'
dell'esposizione, e gli strumenti offerti dal dispositivo di lettura
dovrebbero essere particolarmente orientati
alia manipolazione testuale dell'informazione.
Analogamente, si dovrebbe accettare la possibilitd di una strutturazione non lineare ma ipertestuale
deH'informazione, e dunque la possibile
presenza di snodi e articolazioni esplicitamente interattivi, nei quali e
richiesto l'intervento diretto del lettore per scegliere uno dei percorsi di
lettura proposti dall'autore. La
seconda tesi e che - ferma restando la grande varieta di tipologie e necessita didattiche, alia quale
corrisponde una (almeno) altrettanto
ampia varieta di possibili soluzioni sul piano
delle modalita di articolazione deH'informazione e delle scelte di interfaccia e di funzionalita offerte dai
software didattici - il lavoro didattico e formativo vada normalmente associato
all'idea di percorso, e dunque a un
processo che, se non e necessariamente lineare, e quantomeno orientato, ha
punti di partenza, punti di arrivo,
tappe intermedie spesso obbligate. Cio implica che la complessita ipertestuale tipica della maggior
parte degli strumenti didattici (testi, ma anche corsi interattivi, strumenti
di autovalutazione ecc.) non possa
essere di norma troppo elevata 3 . Chi
usa questi strumenti ha a disposizione alcune scelte, ma tali scelte (a differenza di quanto puo accadere
ad esempio nel caso 3 Sul concetto di
complessita ipertestuale cfr. R., Ipertesti e argomentazione, in Le comunita
virtucdi e i saperi umanistici, a cura di Carbone e Ferri, Mimesis, Milano, Libri elettronici.
Pratiche della didattica e della ricerca
dei giochi 4 ) sono disposte aH'interno di percorsi in larga parte predeterminati, ed anzi accuratamente
studiati da chi ha elaborate) i contenuti del prodotto didattico. Questo tipo
di limitata complessita ipertestuale pud bene
associarsi a strumenti 'ibridi' che ereditino dal libro a stampa una impostazione fondamentalmente lineare a
livello di macrostruttura, ma assorbano dalla lezione degli ipertesti la
possibility di un'articolazione interna in percorsi differenziati in
funzione delle scelte (e dunque della preparazione,
delle capacita, degli interessi
specifier) del singolo utente. Se i libri elettronici accetteranno questo
allargamento di prospettiva, potranno rivelarsi
eccellenti strumenti didattici.
La terza tesi e ancor piu generale, per certi versi meno precisa, e
forse piu radicale. Ha a che fare con i dispositivi di lettura. Sappiamo che - proprio come il termine libro'
- l'espressione 'libro elettronico' puo
essere utilizzato sia con riferimento al testo
e alle sue modalita di presentazione, owero a una componente strettamente informazionale, sia con
riferimento al dispositivo di lettura,
owero all'hardware utilizzato per leggere. Ebbene, ritengo che anche nel
parlare dei contenuti, della loro strutturazione e delle loro tipologie, dovremmo prendere
molto sul serio la componente rappresentata dall'interfaccia hardware. Si
tratta a mio awiso del campo piu
delicato per l'affermazione dei libri elettro- Non intendo qui negare la
possibile utilita didattica dei giochi di simulazione, della quale sono anzi un convinto
sostenitore. Ritengo pero che i giochi di simulazione rappresentino una
tipologia piuttosto particolare di strumenti didattici, e siano in grado di fornire i risultati
migliori se integrati anche dall'uso di materiali piu tradizionali. Quali ebook per la
didattica? nici, e di quelle- nel quale
- a fronte della 'perfezione ergonomica'
dei tradizionali libri a stampa - devono ancora essere fatti i maggiori
progressi. E alle carenze delle interfacce hardware (oltre che alia difficolta di individuare standard
condivisi e politiche semplici e funzionali di gestione dei diritti) che si
deve a mio awiso in primo luogo lo
scarso successo conosciuto finora dai libri elettronici 5 . Gli strumenti di
lettura per libri elettronici che si affermeranno in future- potranno essere
macchine strettamente dedicate e monofunzionali, ma piu probabilmente saranno -
e in parte gia sono - strumenti che
permetteranno di leggere libri
elettronici (auspicabilmente assegnando a tale funzione un'alta priorita a livello di progettazione
deH'interfaccia), ma che permetteranno anche di fare altre cose: ascoltare
musica, telefonare, controllare la posta elettronica, e cosi via. Ora, credo
che in casi di questo genere la
plurifunzionalita associata a un unico
strumento hardware abbia la tendenza a generare nuovi paradigmi
interpretativi 'ibridi' che fondono e intrecciano cio che in origine era distinto. Dove in partenza si
vedono funzionalita radicalmente diverse (libro elettronico, scrittura,
navigazione in Internet, ascolto della
musica...), alia lunga si potranno vedere
aspetti e caratteristiche diverse di un unico strumento, al quale si verranno ad associare connotazioni nuove.
Se gli studenti utilizzeranno, a scuola o all'universita, un unico dispositivo
di lettura per leggere libri elettronici ma anche per ascoltare musica, guardare un filmato o navigare in rete, il
fattore decisivo non Si veda al riguardo il capitolo dedicato ai libri
elettronici in Calvo, Ciotti, R., Zela,
Internet, Laterza, Roma-Bari, e II libro
elettronico in biblioteca cit..Libri elettronici. Pratiche della didattica e
della ricerca sara quale particolare
componente software debba essere utilizzata per 'leggere' un determinate)
prodotto didattico, ma il semplice fatto che quel particolare prodotto
didattico possa essere utilizzato su
quel particolare lettore, su quel particolare strumento hardware. Chiamare o no
'libro elettronico' (nel primo
significato, quello relativo al contenuto informativo e alia sua articolazione) lo strumento didattico in
questione potra rivelarsi una questione
almeno in parte nominalistica. Cio non
significa, si badi, che sia opportuno o anche solo possibile prescindere dalle
questioni di definizione e di indirizzo,
limitandosi a delegare all'evoluzione tecnica la nascita dei nuovi paradigmi di testualita (e di testualita
didattica). Al contrario, la lezione da
trarre e a mio awiso che anche gli aspetti di evoluzione tecnologica, lo studio
delle interfacce, l'organizzazione delle
funzionalita offerte dagli strumenti hardware, vadano studiati con un'attenzione specifica, considerandone
le ricadute sulle forme di testualita e
sui modem didattici. In altri termini: se
vogliamo (come vogliamo) che gli e-book siano uno strumento per preservare e far crescere la cultura del
testo, dobbiamo essere noi a mettere i
testi nella macchina, dobbiamo sapere che la
macchina modifichera i testi, e dobbiamo pensare che questo processo puo essere studiato, interpretato,
indirizzato. La comunicazione nelle scienze biomediche di Maurella Delia Seta L'informazione nelle
scienze biomediche Preparare un intervento dedicate alle scienze biomediche
nell'ambito di un convegno dedicate al libro elettronico non e compito facile.
Infatti, mentre in altre discipline il libro elettronico si e gia affermato come strumento per la
diffusione delle conoscenze, questa considerazione non e del tutto valida per
l'ambito che stiamo prendendo in esame.
Nel settore della scienza e della tecnologia in generale, e in particolare per
la medicina, la classica monografia (a
stampa o in formate elettronico), per quanta sempre fonte insostituibile di conoscenza,
non riveste l'importanza che ha per
altre discipline; l'aggiornamento in campo medico awiene prevalentemente tramite altri canali,
tra cui la consultazione di articoli pubblicati su riviste e quello piu comune:
la tempestivita nell'aggiornamento dei dati e la necessita di una pronta
diffusione dei risultati privilegiano infatti l'articolo rispetto al libro.
Prendendo spunto da questa considerazione, in questo lavoro si esamineranno le principali tipologie di
fonti informative in ambito biomedico,
soffermandosi in particolare su quelle in formate elettronico e sulla loro
diffusione in Internet. Come primo
punto e opportuno interrogarsi su chi ricerca
l'informazione medica in rete. Da una parte il medico o il ricercatore,
dall'altra l'uomo della strada, il paziente o i suoi familia Libri elettronici.
Pratiche della didattica e della ricerca
ri: le esigenze di queste due categorie di utenti sono diverse e diverse sono le prospettive e le fonti a cui
rivolgersi al momenta di effettuare una
ricerca. Per quanta riguarda l'utente
non specializzato, e stato calcolato che "ogni giorno nel mondo vengono
condotte su Internet dodici milioni di
ricerche sui temi della salute, che il ventuno per cento degli europei, prima di andare dal
medico, consulta la rete, che nei paesi
occidentali il trentanove per cento dei malati di cancro cerca informazioni online. E anche
noto, pero, che la ricerca di
informazioni mediche in Internet non sempre riesce ad ottenere i risultati desiderati. Benche la ricerca
di notizie su argomenti delicati come
tutti quelli che coinvolgono la salute sia
una delle motivazioni che piu frequentemente spingono al collegamento in
rete 2, la semplice immissione di un termine medico in un motore di ricerca produce spesso un
numero di citazioni elevatissimo. Non
sempre, come e noto ai navigatori Internet, cio
che piu potrebbe interessare compare tra i primi risultati, ed e quindi inevitabile lo scorrimento di pagine e
pagine prima di riuscire a ritrovare
informazioni valide e pertinenti. Come orientarsi quindi nella scelta di
risorse mediche, come giudicare quali
siano attendibili e come districarsi nel mare magnum del Web? La necessita di strumenti di guida e
orientamento e tanto piu 1 Riccardo
Renzi, Internet e salute: come districarsi nella rete, in "Corriere
Salute" La medicina e anche l'argomento piu trattato nei media, nelle
trasmissioni televisive e nelle rubriche scientifiche dei quotidiani. Si veda,
a questo proposito, B. Montolli,
Osservatorio permanente sulla comunicazione scientifica attraverso i media, in "JCOM: Journal on science
comunication", Seta, La comunicazione nelle scienze biomediche sentita se consideriamo che la diffusione in
rete deH'informazione nel settore della salute, rivolta sia al professionista
che al cit- tadino o al paziente, e la
possibility di accedervi liberamente
costituiscono temi di grande interesse e molto discussi nel decennio appena trascorso. Ogni responsabile
di politica sanita- ria si e ormai reso
conto che rendere accessibile al grande pub-
blico l'informazione sulla salute e sui farmaci potrebbe da una parte migliorare il livello di prestazioni
del sistema sanitario, in quanto un
paziente ben informato stimola il medico all'aggiorna- mento professionale; dall'altra garantire a
lungo termine un risparmio sui costi
della spesa pubblica, in quanto un innalza-
mento nel livello delle conoscenze potrebbe influire su una miglior utilizzazione dei farmaci, nonche
indurre una maggiore consapevolezza
dell'importanza della prevenzione e dell'adozione di stili di vita piu salutari. Si
indicheranno quindi nelle pagine
seguenti alcune realizzazioni di metasiti, cioe di selezioni di risor- se Internet affidabili e valutate secondo
criteri di qualita, parti- colarmente
indirizzate verso l'utente non professionale.
Passando adesso ad esaminare l'altra tipologia di utenti, cosa motiva il medico a ricercare informazioni su
un determinate argomento in rete? In
genere, la preparazione di una relazione
scientifica o un intervento a un convegno, oppure la risoluzione di un problema clinico strettamente correlato
ad un paziente: nell'ultimo caso la
necessita di reperire informazioni attendibili
ed aggiornate e ancora piu impellente Bagagli, EBM e ricerca
bibliografica in medicina generate, Societa italiana di medicina generale Libri
elettronici. Pratiche della didattica e della ricerca Gia nel XIX secolo il moltiplicarsi del
numero delle riviste scientifiche
rendeva difficoltoso l'aggiornamento del medico e del ricercatore. Nascono in quel periodo i primi
repertori di riviste, tra cui il piu
celebre e Vlndex Medicus, che inizia la pubblicazione, grazie all'intuito di Billings, responsabile della biblioteca medica
dell'ufficio del Surgeon General of the
Army, negli Stati Uniti. È lui infatti
che, dopo qualche anno di direzione, comincio a pubblicare un catalogo della biblioteca e un indice
periodico della letteratura corrente
(Index Catalog of the Library of the Surgeon General's Office), prototipo del futuro Index Medicus,
che corse peraltro il rischio di cessare
la pubblicazione gia dal volume 6, in quanto
con la morte del primo editore vennero a mancare i fondi necessari.
Fortunatamente venne trovato un nuovo editore e la pub- blicazione pote continuare senza
interruzioni, fino ai giorni nostri,
nonostante alcuni cambiamenti nel titolo e nella periodi- cita 4 . Lo sviluppo della tecnologia
informatica fece si che dal 1964
divenisse operativo il MEDLARS (Medical Literature Analysis and Retrieval System), un sistema di
analisi e di reperi- mento della
letteratura medica, che venne utilizzato, in un primo momenta, essenzialmente per registrare su
nastro e gestire i dati relativi alia
letteratura medica indicizzata per Vlndex Medicus, che aveva raggiunto una dimensione tale da
non poter essere piu trattata con
procedimenti manuali. Contemporaneamente il
sistema MEDLARS veniva usato a livello sperimentale per effet- Per
maggiori informazioni sulla storia deW'Index Medicus e sul PubMed si veda: Dracos,
Seta, Cammarano, PUBMED: guida pratica alia consultazione del Medline su
Internet, Roma, Di Renzo. Seta, La comunicazione nelle scienze biomediche. Gino
Roncaglia. Roncaglia. Keywords: palestra. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Roncaglia”
– The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ronchi:
la ragione conversazionale e la ragione conversativa -- il conversativo, o, filosofia
della comunicazione – filosofia italiana – Luigi Speranza (Forlì). Filosofo Italiano. Forli,
Emilia-Romagna. Si laurea a Bologna e consegue il dottorato a Milano sotto SINI.
Insegna all’Aquila. Dirige “Filosofia al presente” per Textus, di L’Aquila e
“Canone minore” per Mimesis di Milano. Dirige la scuola di filosofia
Praxis. Si dedica alla passione -- “Sapere passionale” (Spirali, Milano) e
alla questione della comunicazione intesa filosoficamente come partecipazione
alla verità e fondamento ontologico della stessa pratica filosofica (“Teoria
critica della comunicazione: dal modello vei-colare al modello conversazionale”
(Mondatori, Milano) -- Grice: “I like ‘conversativo,’ Almost a Spoonerism for
‘conservative’!” --; “Filosofia della comunicazione. Il mondo come resto e come
teo-gonia” (Boringheri, Torino). Propone una revisione del modello vei-colare o
standard della comunicazione e una critica al paradigma linguistico del
vivente. Al problema della raffigurazione e al suo rapporto col dicibile nella
filosofia è invece dedicato “Il bastardo: figurazione dell’invisibile e comunicazione
indiretta” (Marinotti, Milano). Grice: “This shows a distinction between
‘ingelese italianato.’ To call indirect communication bastard would be a bit
too much at Oxford!” --. Grazie ai suoi studi su Bergson si è segnalato come
una voce significativa della cosiddetta “Bergson renaissance”. – cf. Grice,
“Speranza e la cosidddetta “Grice renaissance””. In “L’interpretazione” (Marietti,
Genova) e “Una sintesi” (Marinotti,
Milano) guarda a Bergson come a un filosofo in grado di dare risposta a
questioni tuttora aperte del dibattito filosofico. Bergson non è un filosofo
irrazionalista, spiritualista, ostile alla scienza e ai suoi metodi. Per lui la
filosofia è un metodo rigorosamente empirista, che consente la massima
precisione possibile nella descrizione dei fenomeni. Bergson è anzi il filosofo
che cerca di emancipare la scienza da quanto di meta-fisico è ancora
inconsapevolmente presente nelle sue pratiche. Con le sue celebri nozioni di
“durata” e di “memoria” (cfr. Grice, “Personal identity: my debt to Bergson”) ha
costruito un nuovo modello di intelligibilità del divenire, alternativo a
quello del Lizio, in grado finalmente di spiegare, senza riduzionismi, il
“vivente” quale e descritto dalla biologia evoluzionista. Il pensiero bergsoniano
è presentato come uno snodo essenziale della filosofia. La sua dirompente
attualità è mostrata attraverso un confronto sistematico con la fenomenologia,
l’esistenzialismo, l’ermeneutica, il pensiero della differenza e
l'epistemologia della complessità. Al tempo stesso però, Bergson è ricollocato dall’interno della
tradizione filosofica come un capitolo, tra i più alti, dell’indagine
filosofica sulla natura: un capitolo che continua l’opera di quei filosofi e di
quei teologi che, dai accademici a Cusano fino a Grice e GENTILE, hanno provato
a pensare la natura come vita vivente e come divinità immanente. Impegnato
in una definizione e ri-abilitazione del filosofico contro il pericolo della
sua dismissione (“Come fare: per una resistenza filosofica”, Feltrinelli,
Milano), proprio grazie al confronto con Bergson e ai filosofi amici di
quest’ultimo -- Grice, and Grice’s immediate sources: Gallie and Broad -- define
la sua posizione filosofica inscrivendola in una costellazione ben precisa,
ancorché minoritaria -- “Canone minore: verso una filosofia della natura” (Feltrinelli,
Milano). Empirismo radicale, realismo speculativo e “pragmatica”
“trascendentale” sono le definizioni che, più di altre, esprimono il senso e la
direzione della sua ricerca, improntata com'è a criticare quella che chiama “la
linea maggiore della filosofia” e che definisce dualistica, soggettivistica e
antropo-centrica. In una parola: moderna. Da Kant sino a Derrida, la
filosofia è stata infatti caratterizzata dal primato accordato alla finitudine,
alla contingenza, all'intenzionalità griceiana, alla negazione e al linguaggio
e la semiotica. La filosofia di questa linea maggiore è, in fondo, un’antropo-logia
cui oppone una filosofia del processo radicalmente monista e immanentista che
contesta la tesi dell'eccezione umana e che non pone come apriori il principio
della correlazione soggetto-mondo -- anche nella versione offertane
dall'ermeneutica e dalla fenomenologia. Alla svolta trascendentale kantiana è
opposta quella cosmologica whiteheadiana e, al dispositivo aristotelico del
Lizio potenza/atto, dispositivo insufficiente a cogliere la natura naturans, la
nozione di gentiliana di “actus purus”. La linea minore della filosofia è,
infatti, anche e soprattutto una linea megarica che, alla potenza
logico-linguistica e umana troppo umana dei contrari, sostituisce una potenza
che non può non esercitarsi -- sia essa quella dell’uno di Plotino, della
sostanza di Spinoza o della durata di Bergson. La filosofia della linea minore è
una filosofia del processo -- categoria che oppone all’aristotelica Kinesis del
Lizio -- che, pur confutando il nulla e il possibile come pseudo-problemi, non
sacrifica il carattere creativo e dinamico del reale. Il problema filosofico
del rapporto uno-molti da sempre al centro della riflessione cioè risolto nei
termini di una co-generazione reciproca fra i differenti per natura, in cui
questa differenza non di grado tra il principio e il principiato funziona come
causa dell’immediato essere uno dei molti ed esser molti dell’uno, ossia
come la causa di quella unità cangiante di tutte le cose che chiama immanenza assoluta. Altri saggi: “Luogo
comune: verso un'etica della scrittura” (Bocconi); “La scrittura della verità:
per una genealogia della teoria” (Jaca, Milano); – modello conversativo. Grice: “As I say, I
like ‘conversativo;’ perhaps I should adopt it! ‘conversative,’ rather than the
pompous ‘conversational’! -- Liberopensiero. Lessico filosofico della
contemporaneità (Fandango, Roma); Brecht. Introduzione alla filosofia (et al.,
Correggio ) Zombie outbreak: la filosofia e i morti-viventi (Textus, L'Aquila );
Credere nel reale (Feltrinelli, Milano); Dispositivi (Orthotes, Napoli) -- realismo
speculativo, Sini, Gentile. Ronchi. Keywords: filosofia della comunicazione,
immanenza, in defense of the minor league, natura naturans, Gentile, atto puro,
implicatura conversativa. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Ronchi” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosa – implicature in
deutero-esperanto --la scuola di Susa – filosofia torinese – filosofia
piemontese – filosofia italiana – Luigi Speranza (Susa). Filosofo torinese. Filosofo piemontese.
Filosofo italiano. Susa, Torino, Piemonte. Scienziato naturalista, direttore
del museo zoologico di Torino, da alle stampe il suo progetto di lingua
internazionale nel Bollettino dei Musei di Zoologia ed Anatomia Comparata della
Regia Università di Torino col saggio, Le Nov Latin, international scientific
lingua super natural bases.’ Muore a Novi Ligure. Appassionato d’evoluzionismo
e ottimo conoscitore di lingue antiche e moderne, decide di basare il suo
studio di lingua a posteriori, come si deduce dallo stesso nome della lingua,
sul lessico latino. R. dichiara che la sua lingua può essere letta da qualsiasi
studioso senza che questi la abbia prima imparata - fondamentale caratteristica
che sola può rendere una lingua veramente internazionale - e può essere scritta
dopo appena poche pagine di spiegazione, senza il bisogno del dizionario. Vedasi PEI (vedasi), One
language for the world, New York, Biblo and Tannen. L'alfabeto è quello latino, con l'unica differenza che
non è presente la lettera «y», e la pronuncia dei grafemi e delle loro
combinazioni è quella italiana. Il sistema d’accenti segue le regole
dell'accento latino, per cui: le parole bisillabe hanno accento sempre sulla
prima sillaba (es. lat. LAUDO ['lawdo]). In parole con più di due sillabe,
l'accento tonico cade sulla penultima sillaba se questa è lunga (es. lat.
AUDIRE [aw dire]), altrimenti sulla terzultima (es. lat. ANIMUS [' animus]).
L'accento non cade mai prima della terzultima sillaba. Gl’articoli si dividono
in determinati, al singolare «le» e al plurale «les», e indeterminati, «un» di
cui non esiste la forma plurale – cf. Gric (Ex), “some, at least one” – “the
ones” --. I nomi e gl’aggettivi sono indeclinabili, ridotte alle loro sole
radici. Le funzioni dei casi sono espletate dalle preposizioni. S’ottengono
eliminando le lettere finali delle parole prese nella loro forma genitiva
singolare latina, fino ad ottenere la loro forma radicale (la cui costruzione
risulta allora chiara per i sostantivi di prima e seconda declinazione - es.
lat. LUPI > «lup» -, ma molto meno per i sostantivi di terza, quarta e
quinta - lat. DIEI > *«die»/*«di» - e forse, in definitiva, a discrezione
del lettore, poiché non specificato dall'autore. Il genere è naturale e
solamente le persone e gl’animali di sesso femminile sono indicati con
terminazione «-a». Il plurale è ottenuto grazie al suffisso «-s» o «-es»,
secondo regole di eufonia decise dall'autore. Il plurale negl’aggettivi è
indicato solamente se questi non sono legati a un sostantivo. I gradi
dell'aggettivo sono indicati con le parole «plus», «mult», «vere». I numeri cardinali sono
«un, du, tre, quat, quinq, sex, sept, oct, nov, dec, dec-un, dec-du,... vigint,
trigint, quadragint,... cent. mill,..un million». I numeri ordinali si formano regolarmente aggiungendo
ai numeri cardinali il suffisso «-esim» (es. «unesim, duesim, treesim»).
Tuttavia, sono presenti anche «prim, secund, terti». I numeri molti-plicativi
si conservano «semel, bis, ter» e gli altri si formano aggiungendo ai numeri
cardinali le parole «vices, tempors» (es. «tres vices»). I pro-nomi personali
sono «me – “me Tarzan, te Jane” --, te, il, ila, nos, vos, ils, ilas» ai quali
viene aggiunto «hom» alla maniera del “on” francese (es. fr. on parle, it. 'si
parla'). Il pro-nome riflessivo è «se». I pro-nomi sono tutti indeclinabili. I
pro-nomi (e aggettivi) possessivi sono «mei, tui, sui, nostr, vestr, lor». Vi
sono poi tutta una serie di pro-nomi, conformi a quelli latini, ma ridotti alle
loro radici («ist, il, id, alter, qui, aliq, quicunq, quidam, omn, null, nihil,
tal, qual, tant, quant, ips, - e, dal latino volgare *METIPSIMU(M) - medesim»)
che possono prendere il suffisso del femminile (se non sono legati a un nome
che già lo esprime) e del plurale.Vi sono poi tutta una serie di pro-nomi,
conformi a quelli latini, ma ridotti alle loro radici («ist, il, id, alter,
qui, aliq, quicung, quidam, omn, null, nihil, tal, qual, tant, quant, ips, - e,
dal latino volgare *METIPSIMU(M) - medesim») che possono prendere il suffisso
del femminile (se non sono legati a un nome che già lo esprime) e del plurale.
La forma dei verbi cambia in base al modo e al tempo, ma non in base alla
persona, secondo le seguenti regole. L'infinito termina in «ar, er, ir» - cioè è
come l'infinito latino meno la vocale finale - ed è uguale all'indicativo (es.
«me amar» 'io amo' e 'amare'). L'imperfetto termina in «aba, eba, iba» (es. «me
amaba» 'io amavo'). Il participio presente termina in «ant, ent, ient» (es.
«amant» 'amante'). Il participio passato termina in «a, e, i» (es. «ama»
'amato'). Il futuro si forma attraverso il prefisso «vol» (es. «me vol amar»
'io amerò'). Il condizionale si forma attraverso il prefisso «vell» (es. «me
vell amar» 'io amerei). Non vi sono né il congiuntivo né l'imperativo. I tempi
passati si formano tramite l'ausiliare «haber» seguito dal participio passato
(es. «me haber ama» 'io ho amato', «me habeba ama» 'io avevo amato', «me vol
haber ama» 'io avrò amato', «me vell haber ama» 'io avrei amato', «habent ama»
'avendo amato'). La forma passiva si forma coniugando il verbo «star» 'essere'
e aggiungendo il participio passato del verbo (es. «me star ama» 'io sono
amato', «me staba ama» 'io ero amato'). Per quanto riguarda i verbi deponenti,
si trattano come se fossero attivi e si determina il loro infinito aggiungendo
la desinenza dell'infinito attivo alla forma presente indicativa della seconda
persona singolare, una volta eliminata la desinenza -IS (es. lat. HORTÄRIS >
«hortarar»). L'infinito dei verbi irregolari si ottiene dal tema
dell'imperfetto con applicazione del morfema della -r dell'infinito (es. lat.
VOLEBAM, inf. VELLE > «voleba», inf. «voler»). Il verbo 'essere' (lat.
ESSE), poiché troppo irregolare, è sostituito dal verbo regolare STARE, «star».
Gl’avverbi, le preposizioni, le congiunzioni, le interiezioni sono identici a
quelli del latino. La sintassi, che a detta dell'autore è simile a quella delle
lingue romanze e germaniche, deve seguire l'ordine più logico, evitare gli
idiotismi, le espressioni metaforiche (cf. Grice, “You are the cream in my
coffee”), in virtù della loro non universale intellegibilità, sopprimere tutte
le parole che non sono strettamente necessarie. A questi lemmi latini sono da
aggiungere, al bisogno: le parole di lingue derivanti da greco o latino,
opportunamente riportate alla loro forma originale e poi nuovamente mutate
secondo le regole del Nov Latin; le parole internazionali con ortografie
particolari, che si mantengono tali e quali (es. New York). Le parole
internazionali che non derivano né dal greco né dal latino e che hanno forme
diverse in ogni lingua, quanto più avvicinate alle regole della grammatica
latina e, quindi, del Nov Latin (potrebbero essere un esempio le onomatopee).
L'autore con il termine "parole internazionali" intende parole che si
trovano almeno nelle lingue romanze e germaniche insieme. Si veda un esempio di
Nov Latin fornito dall'autore stesso: Le nov latin non requirer pro le sui
adoption aliq congress. Omnes poter, cum les precedent regulas, scriber statim
ist lingua, etiam, si ils voler, cum parv individual modifications. COUTURAT,
L. LEAU. Il progetto di R. si configura più come un breve elenco di indicazioni
generali che come una vera e propria grammatica. La critica che si può avanzare
ad un sistema di tal sorta è che non risponde veramente al problema
dell'universalità linguistica visto che per poter essere utilizzato è
necessario che i suoi fruitori conoscano già il latino. Posto anche che questi
lo padroneggino, il Nov Latin, più che lingua ausiliaria, si presenta come una
semplificazione di una lingua che già di per sé potrebbe essere indicata come
universale, almeno tra i dotti. Se lo scopo è una semplificazione in vista di
una comunicazione più veloce tra scienziati e studiosi, allora il fine può
considerarsi raggiunto. Se invece lo scopo è creare un sistema utilizzabile ex
novo da qualsiasi persona, l'operazione appare discutibile. BOLLETTINO Musei di
Zoologia ed Anatomia comparata della R. Università di Torino N. S9 pubblicato
VOLA D° R. Eu e.rp diettraa. international scientific lingua super natural
bases. I am convinced that any really efficient new international language
which is to be elabored for practical use in science must be based upon a
modified Latin vocabulary and a simplified modern grammar. HENDERSON.Lingua. N.
B. Indications pour faciliter la lecture des pages qui vont suivre. Article
determine « le », plur. « les » ; indeterminé : « un ». Les noms substantifs
sont derivés du genitif singulier latin, en retranchant les desinences e, è,
és, us. Les adjectifs sont derivés, suivant la méme règle, du genitif singulier
masculin. Pluriel es ou s. Signe du genitif : « de » -- cf. H. P. Grice on
Hardie, « What do you mean by ‘of’ ? » -- , signe du datif : « ad ». Les verbes
ont pour toutes les personnes à l’indicatif présent la desinence -ar (e. g.
MENTARE), -er, ir (e. g. MENTIRE), a ’imparfait ada, eba, iba, au participe
present ant, ent, ient, au participe passé d, é, > « I am loved » staba amd
jPétais aimé « I was loved » - haber sta amd Jai èté aimé « I have been loved
»habeba sta ama j'avais été aimé I had been loved » vol star amà Je serai aimé
i shall be loved vol haber sta ama J'aurai été aimé i shall have been loved
vell star ama je serais aimé i should be loved vell haber sta amd j/aurais été
aimé i should bave been loved stant ama étant aimé being loved habent sta ama
ayant été aimé having been loved amd aimé loved 21. Les m20ds et les tempors
qui non star supra enumerd star traducé cum les formas plus conveniént inter
ils qui nos haber supra retiné.Le franformation de les latin verbs în verbs de
le nov latin desinént in ar er ?îr accider sequént ist regulas: Les regular
verbs perder solum le desinentia e. — Ex.: amare), timer(e). Les irregular
verbs star transformà sequént le indicativ im- perfect — sic nos haber: poter,
imperf. poteda (lat. posse, potebam), voler, voleba (lat. velle, volebam),
ferer (lat. ferre, ferebam); praeterea nos haber les defectivs oder (lat.
odisse), meminer (meminisse) etc. Le verb esse nimis irregular star substitué
cum le verb star (hispan. estar). c) Les deponents star transformà sequént le
secund persona de le indicativ — sic fer (= utor, uter-is), 70rîr. (morior,
morir-is), hortar (hortor, hortar-is) etc. d) Les reflex verbs star obtiné
adjungént ad le activ forma le pronomin personal me, te, se etc. — sic: ramus
frangiîtur devenir: le ram se franger. e) Les impersonal verbs star traducé cum
star (p. es,: star dicé = lat. dicitur) aut cum Rom (hom dicer, fr. on dit,
germ. man sagt). Les adverbdies star sicut in latin. — Hom poter substituer ad
les adverbies deriva ex adjectivs aut participies, les ips nov-latin adje-
ctivs aut participies. In les grades de comparation les adverbies sequer le
regula de les adjectivs Les praeposttiones star sicut in latin, sed le
signification de aliq inter ils deber star limità acceptànt le plus commun
sens: sic 7 significar solum stat in loc (non contra), 00 exprimer causalitàt
etc. Plures poter star traducé cum brev periphrases. 25. Conjuncliones et
interjectiones, sicut in latin, ee Sintax. Un quisq poter sequer le sintax de
quilibet neo-latin aut anglo-saxon lingua, observànt les sequént regulas: 1.
Sequer le ordin plus logic. 2. Evitar les idiotismes et les metaphoric
expressions qui non star universe intelligibil. 3. Aboler tot les vocabuls aut
particulas qui il vider non star ab- solute necessari ad le comprehension. Ist
ultim regula star mult importànt — sic les praepositiones de (gen.) et ad
(dativ) post un verb vel un alter praeposition deber star omitté quand ils non
star necessari. Vocabulari. Un nov-latin lexiîc star complete inutit. Un quisq
cum le even- tual auxili de un parv latin lexic poter formar sine difficultàt
les nov- latin vocabuls. Le nov-latin vocabulari deber star formà cum les
sequént elements : 1. Latin vocabuls (includént les scientific, scholastic,
legal etc. ter- mins). Vocabuls non vere latin sed derivà ex le latin (aut ex
le graec). Ist vocabuls deber star reducé ad le forma qui ils vell haber in
latin et deinde transformà in nov-latin vocabuls sequént les regulas qui nos
haber exponé supra. Vocabuls non derivà ex le latin aut ex le graec sed qui
star jam international, et qui haber in les singul linguas divers formas. Ist
vo- cabuls star transformà aliquant arbitrarie reducént ils ad le plus simplic
forma. International vocabuls, latin aut non, qui in tot les linguas servar le
forma qui ils haber in le lingua unde ils haber stà deriva. Ist vocabuls star
adoptaà sine modification et cum le original orthographia. Les vocabuls de le
prim categoria deber praevaler super les alters. Sed quand’ils deficer aut star
nimis parum cognit hom deber adoptar ils qui pertiner ad les sequént categorias
seligént ils qui star plus in- ternational. Un vocabul star international solum
quand il star inveni simul in anglo-saxon et in neo-latin linguas. Hom poter
etiam formar composit vocabuls sicut in german et in anglic. Ex.:
dulc-aqua-pisces, vapor-machina etc. Si hom deber introducer nov verbs ils
deber desiner in ar. Ex.: te- legraphar, telephonar, microscopar, etc. MSA Aliq
latin verbs deber mutar vel ampliar le lor signification. Ex. star significar
in nov latin esse, apparer significar videri, alter modifica- tiones poter star
successive introducé sed solum quand ils star absolute necessari, Le « Lingua »
de Y. G. Henderson. Hom haber proponé in ist ultim tempors mult international
linguas. Ist linguas, volapùk, pasilingua, spélin, internacia etc., haber .un
commun character; ils non star absolute intelligibil si non ab il qui cognoscer
le lor grammatica et le lor special vocabulari. Ob ist character ils non poter
star adoptà sicut scientific lingua, nam le seriptor voler star intelligé ab le
plus grand possibil numer de lectores. Le « Lingua » de Henderson star contra
sufficienter intelligibil, il star fundà super les medesim bases sicut le
nov-latin. Nos voler hic comparar les du linguas et notar les plus notabil
differentias. Me haber implicite acceptà sine modification le latin a/pradet et
le latin pronunctation. In futur aliq modificationes vol poter star introducé
sed nunc star necessari non crear inutil obstaculs. Henderson contra introducer
modificationes in le alphabet quia il voler saepe imitar le son de les exotic
vocabuls qui il introducer in le lingua. Id star, me creder, un error. Nos
cognoscer saepe les exotic vocabuls solum sicut ils star scribé, non sicut ils
star pronuncià, ita ut si ils star scribé se- quént le pronunciation nos non
poter recognoscere ils. Henderson derivarles substantivs et les adjectives ex
le genitiv plural omittént les desinentias 72 vel rw sic: mensar(um),
domino(rum), die(rum), gru(um), navi(um), ciner(um), bono(rum), felici(um),
divit(um). In le nov latin derivant ist vocabuls ex le genitiv singular nos
obtiner : mensae, domini, diei, gruis, navis, cineris, boni, felici, divitis.
Le resultàt star saepe identic sed le method de Henderson star plus difficil
nam il qui non cognoscere mult bene le latin star saepe incert si le genitiv
plural star orum, ium aut um etc.; star mult facil sumer cinerarum pro cinerum,
pauperorum pro pauperum etc. Praeterea non star facil scire quand nos deber
omitter w2 et quand rum, cur nos deber scriber puero(rum) et melior(um). Le
p/ura/ in le lingua star etiam s vel es, les cases star etiam abolé, et indicà
cum praepositiones. Ist praep. star pro le genitiv o (ex le anglic 07) et pro
le dativ « (arbitrari); me haber contra adoptà de et ad qui star intelli- gibil
sine explication; me creder quod nos deber vitar grammatical par- ticulas de
non latin origin quia sic le selection vell star arbitrari. Le articul
determinà star etiam apud Henderson /e, sed il admitter un articul indefini a,
qui, ut in le anglic lingua, star distingué ab un 00 = (definit unitàt). Ist
distinction deficer in omn les non anglic linguas, et me non haber acceptà il.
Les personal pronomins star apud Henderson me, tu, è, la, îd, nos, vos, ls; me
haber adoptà non ‘vu sed fe, nam me voleba vitar les discordànt expressiones de
fu, ad tu; il, ila, ils etc. star obtiné sequént le general regula de les
pronomins (16). Les nov-latin verbs star omnino different ab ils de le Lingua
de Henderson et, sicut me creder, mult magis natural et intelligibil. Hic
Henderson haber absolute relinqué les natural bases et haber formà les verbal
formas sequént processes qui star sine exempl in les Arian linguas et qui
pertiner ad les Turanic agglutinativ methods. Sic ab le verb scr7d (= sceriber)
il obtiner les sequént formas: Me scri’b-num, me scri b-num-i, me
scri’b-num-ivi, me scri b-tum, me scri b-tum-i, me scri b-tum-ivi, me
scri’b-qum, me scri’b-qum-i, me scri’ b-qum-ivi, me scri b-num-ivi-i, me sero
b-tum-ivi-i, me scri’b- quum-ivi-i, scri'b-qu, es-scrib-tu etc. ll haber etiam
composit-verbs qui praesentar formas sicut: /w-scî, fu-es-nosc, es-pati-i etc.
Omn ist formas star anti-arian et non intelligibil sine explication. In le nov
latin tot les verbes star reducé ad le forma de les activ regular verbes. Le
indicativ praesent star aequal ad le infinit. (Sic etiam in anglic: we love,
you love, they love = inf. to love; sic in german: wir lieben, sie lieben =
inf. lieben). Le indic. imperfect star aequal ad le imperfect latin sine les
desinentias variabil secund les personas; ex.: amaba(m), amaba(s),
amaba(t),,amaba(mus) etc. Le participi passiv star etiam aequal ad le participi
latin sine le desinentia; sic amd star derivà ex amatus, amata, amatum. Le
participi activ derivar ex le participi activ latin sequént le regula de les
nomins et adjectivs; sic amant ex amans, amant-is. Les alters mods et tempors
star abolé vel exprimé anteponént particulas aut auxiliaries sicut in les
anglo-saxon linguas et partim in les neo-latin linguas. Les alter discrepantias
inter me et Henderson star de parv moment et me non voler hic insister super
ils. Id qui me haber dicé star sufficiént ad demonstrar le differentia et le
plus grand facilitàt de le nov Zatin. Sed Henderson haber stà le prim qui haber
indicà ad nos le rect via, et non considerant les defects de le sui Lîngua, nos
deber star grat ad il pro le sui fecund labor. HENDERSON Lingua, an
international language. Tribner London, SCI AD LES LECTORES. Le nov-latin non
requirer pro le sui adoption aliq congress. Omnes poter, cum les praecedént
regulas, scriber statim ist lingua, etiam, si ils voler, cum parv individual
modificationes, ils deber solum anteponer ad le lor opuscul un parv
praeliminari explication sicut il qui star in le prim pagina de ist nota. Sic
faciént ils vol valide cooperar ad le uni- versal adoption de ist international
lingua et simul ils vol poter star legé ab un mult major numer de doctes quam si
ils haber scribé in quilibet alter vivént lingua. Les lectores qui approbar ist
schema star precà voler contribuer ad le sui diffusion (le reproduction de ist
opuscul star liber) et mitter ad le scribént un visit-charta cum le littera A
significànt solum approbation. D" DANIEL ROSA R. Zoologic Museum Torino
(Italia). En vente chez Carlo Clausen, succ. Loescher - Turin, 3633 - Tip.
Guadagnini e Candellero, via Gaudenzio Ferrari, 3 - Torina IR praa GAY Q n°
MASTODONTE di Cagli so 9A ce Mi, AS TERAN î di trade alora; sth nidi y NUIT.
TRE RATIVA dns di gv apo P9) Mi toro My; ag nea + Rini di od AS wii A Baht, US:
i atlete alovtalzig rta sais ra Atti ser ia if atifotato Eri “tettoia. * i LIg
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_e-_ d Ò Mr - hg. Biiadiagiiri + pda aiena sr posi VNCEUN 6 VR e Daniele Rosa.
Rosa. Keywords: deutero-esperanto di Grice. Refs.: “Grice e Rosa.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosandro: la ragione
conversazionale degl’amici filosofi – Roma – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. A philosopher who becomes an acquaintance of Elio Aristide.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosatti: la ragione
conversazionale e l’implicatura – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano Marcello Vitali
Rossati.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Rosselli: la filosofia italiana nel ventennio fascista –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo. Important Italian philosopher. There
is a R. Circle in Rome. Teorico del socialismo liberale, un socialismo
riformista non marxista direttamente ispirato dal laburismo inglese e dalla
tradizione storico-politica del radicalismo liberale e libertario. Fonda a
Firenze il foglio clandestino “Non mollare e insieme a Nenni, la rivista
milanese “Il quarto stato”. Fonda il movimento anti-fascista “giustizia e libertà”,
che combatté per la repubblica nella guerra civile spagnola, all'interno della colonna
italiana R., costituita assieme agl’anarchici. Ucciso in Francia insieme con il
fratello R. da assassini legati al regime fascista. Nato da una famiglia politicamente
attiva, avendo partecipato alle vicende del Risorgimento italiano: Pellegrino R.,
tra l'altro zio della futura moglie di Nathan, sindaco di Roma, è un seguace e
stretto collaboratore di MAZZINI (si veda) ed un Pincherle è nominato ministro nella
Repubblica di S. Marco, instauratasi nel Triveneto a seguito d'una massiccia
insurrezione anti-asburgica guidata da Manin e Tommaseo. I R. abitato per
un considerevole periodo a Vienna. Si trasferirono a Roma. Qui, dopo la propria
nascita, venne alla luce il fratello R. La madre, separata, si trasferì
con i suoi figli a Firenze, dove frequentarono la scuola. R. mostra in quel
periodo poco interesse per gli studi e la madre lo ritira dal ginnasio,
facendogli frequentare la scuola tecnica. L'entrata in guerra dell'Italia è
accolta con entusiasmo dai R., decisamente interventisti. Il fratello maggiore
è arruolato come ufficiale di fanteria e muore in combattimento. R. collabora al
foglio di propaganda «Noi», fondato dal fratello, anche se l'editoriale Il
nostro programma, è redatto con buone probabilità da lui. Il manifesto, che
l'ingenuità di due ragazzi indirizza verso una fiduciosa speranza in un mondo
migliore, propone sin da allora alcuni tratti fondamentali della sua personalità,
ossia un amore incondizionato per l'umanità e la spinta all'azione nel solco
dello spirito mazziniano, che lo inserisce nel filone dell'interventismo
democratico. Per «Noi», licenza saggi, uno sulla rivoluzione russa, altro sull'entrata
in guerra degli Stati Uniti. “Libera Russia” esalta il risveglio del paese
di Gorkij, Tolstoj e Dostoevskij, supremi interpreti di un rinnovamento in atto
già dal secolo precedente, per cui la rivoluzione non e che il punto culminante
di una lunga preparazione all'avvento di una società più giusta. Vi è tutta una
massa che sale lentamente, inesorabilmente. La marcia si puo ritardare ma non
impedire. Dei recentissimi eventi, inoltre, viene esaltata la componente
pacifica, la loro attuazione relativamente non violenta. Il saggio “Wilson”
mostra tutta la fiducia nutrita per l'uomo che define il conflitto come “una
guerra per porre fine alle guerre”, uno slogan che rappresenta bene le sue speranze
di e di tutta la famiglia R.. È chiamato alle armi. Frequenta a Caserta
il corso allievi ufficiali e venne assegnato a un battaglione di alpini in
Valtellina. La guerra finisce senza che egli avesse dovuto sottomettersi al
battesimo del fuoco. Il contatto con militari e molto importante per lui. Apprezza
la massa furon posti in grado di comprendere tante cose che sarebbero loro
certamente sfuggite nel loro isolamento di classe o di professione. Diplomatosi
all'istituto tecnico, si iscrive a Firenze al corso di scienze sociali,
laureandosi a pieni voti con una tesi, Sindacalismo italiano,” e si prepara a
sostenere anche gl’esami di maturità classica per ottenere il diritto di frequentare
altri corsi universitari. Tramite il fratello, conosce Salvemini, professore a
Firenze, che e da allora un costante punto di riferimento per entrambi i
fratelli. Gli fa rivedere il suo saggio sul sindacalismo rivoluzionario, che giudica
non un saggio critico, equilibrato, sostanzioso, ma in essa e incapsulata
un'idea fondamentale: la ricerca di un socialismo che fa sua la dottrina
liberale e non la ripudiasse. S’avvicina al partito socialista, simpatizzando,
in contrapposizione all'allora maggioritaria corrente massimalista di Serrati,
per quella riformista di Turati, che egli ha poi modo di conoscere a Livorno
durante lo svolgimento del congresso del partito, che sance la definitiva
scissione dell'ala di sinistra interna filo-bolscevica che prende il nome di partito
comunista, e scrive svariati saggi per “Critica Sociale”. MUSSOLINI sale al
potere. I riformisti di TURATI sono espulsi dal partito socialista. Si trasfere
a Torino, dove frequenta il gruppo della “rivoluzione liberale», in quel
momento fortemente impegnata in senso anti-fascista, e con la quale incomincia a
collaborare. Conosce Matteotti, del partito socialista unitario, nel quale
erano confluiti GOBETTI (si veda) e la componente riformista espulsa dal partito
socialista, come Rossi. A Firenze, il gruppo dei socialisti liberali che si
raccoglie intorno alla figura carismatica di Salvemini inaugura un circolo di cultura.
Oltre ai R. vi sono Calamandrei, Finzi, Frontali, Jahier, Limentani, Niccoli e Rossi.
Gli ex-combattenti del circolo adereno all'associazione anti-fascista “Italia
libera”. Si laurea a Siena, con “Prime linee di una teoria economica dei
sindacati operai” e parte per Londra, stimolato dal desiderio di conoscere la
capitale del laburismo, di seguire i seminari dei fabiani e di assistere al
congresso delle unioni operaie. Vi è anche Salvemini, che tene un seminario sulla
storia della politica estera italiana al King's. Tornato in Italia grazie
anche ai buoni uffici di Salvemini, si impiega come assistente volontario a
Milano. Prosegue la sua collaborazione a “Critica Sociale” di Turati. Vi pubblica
un articolo, invitando il partito socialista a rompere con il marxismo, che
giudicava espressione di cieco e tortuoso dogmatismo, per mettersi piuttosto
sulla linea di un sano empirismo all'inglese. Collabora con la rivista del partito
socialista unitario, «Libertà», scrivendo proprio un saggio sul movimento
laburista inglese. Dopo il delitto Matteotti s'iscrive al partito socialista unitario.
Spera invano che in Italia si costituisse una seria opposizione anti-fascista
moderata in grado di offrire un'alternativa politica alla borghesia che guarda
con simpatia al fascismo. Una di queste avrebbe potuto essere l'unione
democratica nazionale d’Amendola, alla quale adere il fratello. D’Inghilterra invia
al giornale del partito socialista unitario la «Giustizia», le corrispondenze
sull'evolversi della situazione politica inglese, successiva alla vittoria
elettorale dei conservatori e alla rottura dell'alleanza tra laburisti e
liberali. E pessimista sulle condizioni politiche dell'Italia. La
secessione aventiniana non produce effetti, con i suoi sterili tentativi di
accordo con il re, con i generali e i fascisti dissidenti. Del resto, i
fascisti stano re-agendo. Lo dimostrano anche devastando il circolo di cultura,
che, come non basta, venne chiuso dal prefetto con una singolare motivazione. La
sua attività provoca il giusto risentimento del partito dominante. Lasciato
l'incarico a Milano, insegna a Genova. Scrive a Salvemini. Forse non ha
apparentemente alcuna positiva efficacia, ma io sento che abbiamo da assolvere
una grande funzione, dando esempi di carattere e di forza morale alla
generazione che viene dopo di noi. Appare così con la collaborazione di Rossi,
Salvemini, Calamandrei, Traquandi, Vannucci e il fratello, che ne ha proposto
il nome, il foglio clandestino “Non mollare”. Alcuni redattori della rivista sono
Traquandi, Ramorino, Rossi, Emery, e i due R. La denuncia di un tipografo provoca
la repressione e la dispersione d’alcuni tra i redattori del foglio. Rossi
riusce a fuggire a Parigi, Vannucci in Brasile, Salvemini è arrestato a Roma è
denunciato per vilipendio del governo fascista. In attesa del processo, messo
in libertà provvisoria, a causa delle minacce dei fascisti, passa la notte a
Firenze, in casa dei R., che non sono ancora fra i sospettati. Gli squadristi
però, venuti a conoscenza del fatto, devastano l'abitazione il giorno dopo.
Scrive R. ad Ansaldo. Io sono di ottimo umore e l'altra sera ho financo bevuto
alla distruzione compiuta! Se i signori fascisti non hanno altri moccoli, possono
andare a dormire. Aspetteranno a lungo la mia rinuncia alla lotta. Ormai preso
di mira dai fascisti, è aggredito a Genova mentre si reca all'università e poi
disturbato durante la sua lezione, con la richiesta del suo allontanamento. Si attiva
infine lo stesso ministro dell'economia, Belluzzo, che chiede il suo
licenziamento. A questo punto, prefere dimettersi. Pochi giorni dopo, a Firenze,
sposò con rito civile una laburista venuta a Firenze a insegnare nel British
Institute, conosciuta da R. al circolo della cultur. Lapide commemorativa:
«In via Ancona vive il martire anti-fascista e qui ha sede la redazione del ‘Quarto
stato,’ rivista socialista a difesa della libertà e della democrazia. R. vive a
Milano, dove fonda con Nenni la rivista «Il quarto stato’. La rivista ha vita
breve, venendo chiusa con l'entrata in vigore della legge sui provvedimenti per
la difesa dello stato fascista italiano. Scopo della pubblicazione è il
tentativo di rappresentare un punto d'incontro di tutte le forze socialiste e
di sviluppare temi di politica culturale al cui centro e il perfezionamento degl’uomini
e l'elevamento della vita dei cittadini. Con Treves e Saragat costitue un
trium-virato che, costitue clandestinamente il partito socialista dei lavoratori,
che prende il posto del partito socialista unitario, sciolto d'imperio dal
regime fascista a causa del FALLITO ATTENTATO A MUSSOLINI da parte del suo
iscritto ZANIBONI. Bova, Turati, R., Pertini e Parri a Calvi in Corsica dopo la
fuga in motoscafo da Savona. Oganizza con Oxilia, Pertini e Parri l'es-patrio
di Turati a Calvi in Corsica, con un moto-scafo partito da Savona. Mentre
Turati, Pertini e Oxilia proseguirono per Nizza, Parri e Rosselli, ritornati
con il moto-scafo a Marina di Carrara, SONO ARRESTATI, nonostante tentassero di
sostenere d’essere reduci d’una gita di piacere. È accusato anche di aver
favorito la fuga d’Ansaldo, di Silvestri, di Treves e di Saragat. Venne
detenuto nelle carceri di Como, poi inviato al confino di Lipari in attesa del
processo. Quando e ricondotto da Lipari a Savona per essere processato,
nell'isola siciliana giunge il fratello, condannato a V anni di confino.
Al processo si difende attaccando il regime fascista. Il responsabile primo e
unico, che la coscienza degl’uomini liberi incrimina è il fascismo che con LA
LEGGE DEL BASTONE, strumento della sua potenza e della sua nemesi, inchioda in
servitù milioni di cittadini, gettandoli nella tragica alternativa della supina
acquiescenza o della fame o dell'esilio. La sentenza, rispetto alle previsioni,
e mite: X mesi di reclusione e, avendone già scontati VIII, avrebbe potuto
essere presto libero. Ma una nuova legge speciale permisero alla polizia di
infliggergli *altri* III anni di confino da scontare a Lipari. La vita al
confino trascorre con le letture filosofiche di Croce, Mondolfo, l’epistolario
di Marx ed Engels, e Kant. Intanto, si prepara la fuga, che venne
organizzata dall'amico di Salvemini Tarchiani. Evase da Lipari con Nitti e
Lussu, con un moto-scafo guidato dall'amico Oxilia diretto in Tunisia, da cui
poi i fuggiaschi raggiunsero la Francia. Nitti narra l'avventurosa evasione in “Le nostre prigioni --
e la nostra evasione”, mentre R. racconta le vicende del confino e
dell'evasione in “Fuga in IV tempi”. A Parigi, con Lussu, Nitti, e un gruppo di
fuoriusciti organizzati da Salvemini, e fra i fondatori del movimento anti-fascista
"Giustizia e libertà". “Giustizia e Liberta” pubblica diversi numeri
della rivista e dei quaderni omonimi ed e attiva nell'organizzazione di diverse azioni
dimostrative, tra cui il volo sopra Milano di Bassanesi. Critica appassionatamente
il marxismo ortodosso, colonna portante della stragrande maggioranza dei vari
schieramenti politici socialisti. Il socialismo liberale propugnato da R. si
caratterizza quale una creativa sintesi della tradizione del marxismo
revisionista, democratico e riformista -- quello, tra gli altri, di Bernstein,
Sombart, Turati e Treves -- ed il socialismo non marxista, libertario e de-centralista
-- come quello di Merlino, Salvemini, Cole, Tawney e Jászi. Attacca dirompente contro lo stalinismo della terza
internazionale che, con la formula del “social-fascismo” accomuna social-democrazia, liberalismo borghese e
fascismo. Non stupisce perciò che uno fra i più importanti stalinisti,
Togliatti, define il socialismo liberale
un magro libello anti-socialista e R. un ideologo REAZIONARIO che nessuna cosa
lega alla classe operaia. “Giustizia e libertà” adere alla concentrazione anti-fascista, unione di
tutte le forze anti-fasciste non comuniste – REPUBBLICANI, socialisti, CGL -- che
intende promuovere e coordinare ogni possibile azione di lotta al fascismo. Pubblica
i "Quaderni di giustizia e libertà". Dopo l'avvento del nazismo
in Germania, “Giustizia e liberta” sostenne la necessità di una rivoluzione
preventiva per rovesciare i regimi fascista e nazista prima che questi
portassero a una nuova tragica guerra, che a “Giustizia e Liberta” sembra l'inevitabile
destino dei due regimi. Bandiera della colonna italiana, nota anche come centuria
giustizia e libertà, che sostenne i repubblicani nella guerra civile spagnola. Scoppie
in Spagna la guerra civile tra i rivoltosi dell'esercito filo-monarchico, che
effettuarono un colpo di stato, e il LEGITTIMO GOVERNO REPUBBLICANO del fronte popolare
di ispirazione marxista. È subito attivo nel sostegno alle forze repubblicane,
criticando l'immobilismo di Francia e Inghilterra. I fascisti aiutano FRANCO
con uomini e armi agl’insorti. Combatte la sua prima battaglia. Cerca poi
di costituire un vero e proprio battaglione -- intitolato a Matteotti. La
prima formazione italiana, che prende poi, dopo l'uccisione dei due fratelli,
il nome di colonna italiana R., annovera tra i 50 e i 150 uomini, reclutati fra
gl’esuli italiani in Francia dal movimento “Giustizia e libertà” e dal comitato
anarchico. Tra questi c'erano anche gl’anarchici Marzocchi e Berneri. Marzocchi
scrive sulla comune esperienza anti-fascista di anarchici e di militanti di “Giustizia
e Libertà”, "R. e gl’anarchici". In un discorso, pronuncia la
frase che poi diverrà il motto degli anti-fascisti italiani: "Oggi in
Francia, domani in Italia". È con questa speranza segreta che siamo
accorsi in Ispagna. Oggi qui, domani in Italia. Fratelli, compagni italiani,
ascoltate. È un volontario italiano che vi parla dalla radio. Non prestate fede
alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari come
orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta. A contrasti con gl’anarchici
si dimette da comandante della colonna e fonda il battaglione Matteotti. Soggiorna
a Bagnoles-de-l'Orne per delle cure termali, dove è raggiunto dal fratello.
Sono uccisi da una squadra di miliziani della Cagoule, formazione eversiva di
destra francese, su mandato, forse, dei servizi segreti fascisti e di Ciano. Con
un pretesto sono fatti scendere dall'automobile, poi colpiti da raffiche di
pistola. R. muore sul colpo; il suo fratello, colpito per primo, venne finito
con un'arma da taglio. I corpi vennero trovati due giorni dopo. I colpevoli,
dopo numerosi processi, riusciranno quasi tutti a essere prosciolti. I R.
sono sepolti nel cimitero monumentale parigino del Père Lachaise. I familiari
ne traslarono le salme in Italia, a Trespiano. Salvemini tenne il discorso
commemorativo alla presenza del presidente della Repubblica. La tomba riporta
il simbolo della spada di fiamma, emblema di “Giustizia e Liberta”, e l'epitaffio
scritto da Calamandrei. Giustizia e liberta. Per questo morirono per questo
vivono. L'unico saggio pubblicato da R. mentre è in vita è
"Socialismo liberale", scritto durante il confino a Lipari, in una
situazione di semi-prigionia. “Socialismo liberale” si pone in una posizione
eretica rispetto ai partiti della sinistra italiana del suo tempo -- per i
quali “Il capitale” di Marx, variamente interpretato, è ancora considerato come
la bibbia. Indubbiamente è presente l'influsso del laburismo inglese, da lui
ben conosciuto. In seguito ai successi elettorali del partito laburista, R. è
infatti convinto che l'insieme delle regole della democrazia liberale sono
essenziali non solo per raggiungere il socialismo, ma anche per la sua concreta
realizzazione -- mentre nella tattica leninista queste regole, una volta preso
il potere, debbono essere accantonate. Pertanto, la sintesi del pensiero
rosselliano è: "il liberalismo come metodo o mezzo, il socialismo come
fine". Pisacane, L'idea di rivoluzione propria della dottrina
marxista è fondata sulla concezione della dittatura del proletariato -- che, in
realtà, già ai tempi di R. si sta traducendo, in unione sovietica, nella
dittatura del vertice di un solo partito. Essa viene respinta da R., a favore
di una rivoluzione che, come si nota nel programma di “Giustizia e liberta”, è
un sistema coerente di riforme strutturali mirate alla costruzione di un
sistema socialista che non rinnega, ma anzi esalta, la libertà individuale e
associativa. Alla luce dell'esperienza spagnola -- difesa dell'organizzazione
sociale di Barcellona compiuta dagli anarchici durante la guerra civile -- e
dell'avanzata del nazismo, R. radicalizza la sua posizione libertaria. Influenzato
dalle idee di Mazzini e di Pisacane, R. propugna il socialismo liberale: il
fine è il socialismo, il metodo o mezzo il liberalismo, un metodo o mezzo che
garantisce la democrazia e l'autogoverno dei cittadini. Il liberalismo deve
svolgere una funzione democratica, il "metodo o mezzo liberale" è il
complesso di regole del gioco che tutte le parti in lotta si impegnano a
rispettare, regole dirette ad assicurare la pacifica convivenza dei cittadini,
delle classi, degli stati, a contenere le lotte -- peraltro desiderabili se
limitate. La violenza è giustificabile come risposta ad altra violenza -- per
questo è giusta la lotta contro il franchismo e sarebbe stata auspicabile in
Italia una rivoluzione violenta in risposta al fascismo. Il socialismo è una
logica conclusione del liberalismo. Socialismo significa libertà per tutti. R.
ha fiducia che la classe del futuro è la classe proletaria, la borghesia deve
fare da guida al proletariato. Il fine è la libertà per tutte le classi. Archivio
R. Bio. Tranfaglia, Dall'interventismo a “Giustizia e Libertà” (Bari, Laterza).
Il circolo di cultura a Firenze, chiuso da Mussolini, e rifondato a liberazione di Firenze appena
avvenuta, per iniziativa del Partito d'Azione e dei soci superstiti e
intitolato ai R.. Assunse così il nome di circolo di cultura politica R. La sua
prima manifestazione è presieduta da Calamandrei. Con decreto del presidente
della repubblica è stata costituita ed eretta in ente morale la Fondazione
Circolo R. per sostenerne l'attività. Martino:
Fuorusciti e confinati dopo l'espatrio clandestino di Turati nelle carte della
R. Questura di Savona in Atti e Memorie della Società Savonese di Storia
Patria, Savona, e Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R. Questura,
Gruppo editoriale L'espresso, Roma. Commissione di Milano, ordinanza contro lui
(“Intensa attività antifascista; tra gli ideatori del giornale clandestino “Non
mollare” uscito a Firenze. Favoreggiamento nell'espatrio di Turati e Pertini”),
Pont, Carolini, L'Italia al confine, Le ordinanze di assegnazione al confino
emesse dalle Commissioni provinciali, Milano, ANPPIA, La Pietra, Cfr. Commissione di Firenze, ordinanza contro
N. R. (“Attività antifascista”), Pont, Carolini,
L'Italia al confino Le ordinanze di
assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali, Milano, ANPPIA, La Pietra, Cfr. La storia
sotto inchiesta: Fuga da Lipari, un esilio per la liberta trasmesso da Rai
Storia. Il discorso di R. su Roma civica.net in.
Fiori, Casa R., Einaudi); Franzinelli, “Il delitto R.: anatomia di un
omicidio politico” (Mondadori, Milano). Altre saggi: “Oggi in Spagna, domani in
Italia” (Einaudi, Torino); “Scritti politici e auto-biografici (Polis, Napoli);
Ciuffoletti e Caciulli (Lacaita, Manduria); Lettere Salvemini, Tranfaglia,
«Annali della Fondazione Einaudi, (Torino); “Socialismo liberale” (Einaudi); Il
Quarto Stato» di Nenni e Rosselli, Zucàro, Sugar Co, Milano, Epistolario
familiar (SugarCo, Milano); Socialismo liberale, J. Rosselli (Einaudi, Torino);
Socialismo liberale, J. Rosselli, introduzione e commento di Bobbio, «Attualità
del socialismo liberale» e «Tradizione ed eredità del liberal-socialismo»,
Einaudi Tascabili. Saggi, Scritti dell'esilio. «Giustizia e libertà» e la
concentrazione anti-fascista Costanzo Casucci, Collana Opere scelte” (Einaudi,
Torino); “Scritti politici, Ciuffoletti e Bagnoli, Guida, Napoli, -- una grossa
anteprima del libri. Scritti dell'esilio. Lo scioglimento della concentrazione
anti-fascista, Casucci (Einaudi, Torino); Liberalismo socialista e socialismo
liberale, Terraciano (Galzerano, Casalvelino Scalo), Giustizia e libertà,
Limiti e Napoli, prefazione di Larizza, Roma, con la tesi sul sindacalismo (Firenze).
Scritti scelti, Furiozzi, “Quaderni del Circolo R.” (Alinea Editrice, Firenze);
Salvemini, “Scritti Vari”, Agosti e Garrone, Feltrinelli, Milano, Opere scelte,
Cultura e società nella formazione, buona anteprima del pensiero di Salvemini
con i rapporti e la grangia politica correlata Gremmo "Alla Cagoule"
Silenzi e segreti d'un oscuro delitto politico. Storia Ribelle, Biella.
Garosci, "Vita", U, Roma, Giustizia e Libertà, Levi, "Ricordi” La
Nuova Italia, Firenze («Quaderni del Ponte»). Merli, "Il dibattito
socialista sotto il fascismo. Lettere di Morandi, Rivista storica del
socialismo», ricompreso in Id., "Fronte anti-fascista e politica di
classe. Socialisti e comunisti in Italia,
Donato, Bari, Movimento operaio; Tranfaglia, "Dall'interventismo
all'antifascismo", «Dialoghi del XX», Cfr. il informazioni su volume "R. e l'Aventino:
l'eredità di Matteotti", «Il movimento di liberazione in Italia», Cfr.
stralcio di "L’Aventino. L'opposizione diventava per la prima volta
opposizione, minoranza; come minoranza, avrebbe potuto darsi una psicologia
virile, d'attacco. Ma aveva troppi ex nelle sue file, era troppo appesantita da
uomini che avevano gustato le gioie del potere e della popolarità.» «Fu
questo il miracolismo dell'Aventino. Credere di poter vincere con le armi
legali l'avversario che ha già vinto sul terreno della forza. Pregustare le
gioie del trionfo mentre si riceve la botta più dura. Evitare tutti i problemi.
Gobetti dice. L’Aventino ha un mito, il mito della cautela" -- sperando
che la borghesia dimentichi Quanto alle masse popolari, che si mostravano nei
primi giorni in stato di effervescenza, guai a chi avesse tentato metterle in
movimento! Solo i comunisti e le minoranze giovani chiesero lo sciopero
generale. Ma le opposizioni non vollero, per non spaventare la borghesia e il
sovrano. R. dall'interventismo a «Giustizia e Libertà»" (Laterza, Bari, Biblioteca
di cultura moderna); in appendice: scritti di R. e Lettera di R. a Nenni; "Dal
processo di Savona alla fondazione di Gustizia e Liberta, Le fonti di
«Socialismo liberale»", «Il movimento di liberazione in Italia», Lolli,
"Alcuni appunti per una lettura del «Socialismo liberale» di R.", «Il pensiero politico», Fedele,
"Lo «Schema di programma» di «Giustizia e Libertà», Belfagor, Bagnoli,
"L'esperienza liberale di R.,, Italia Contemporanea, L'antifascismo
rivoluzionario dei «Quaderni di Giustizia e Libertà»", «Ricerche Storiche»,
Santi Fedele, "Storia della concentrazione anti-fascista prefazione di Tranfaglia
(Feltrinelli, Milano); Garbari, "I «vinti» della Resistenza. Nel
quarantesimo del sacrificio di R. e R.", «Studi Trentini di Scienze
Storiche», a"«Quarto Stato» di Nenni e R.", Tavola rotonda fra Bauer,
Grimaldi, Spadolini, Zucàro, «Critica Sociale», Valiani, "Il pensiero e
l'azione”, Nuova Antologia, Tranfaglia, "L'anti-fascismo", «Mondo
Operaio», Vivarelli, "Salvemini", «Il pensiero politico», Poi
compreso Spadolini, "R. nella lotta per la libertà", con lettere tra
Reale e R., «Nuova Antologia», Colombo, "R. e il «Quarto Stato»",
«Nord e Sud», "Giustizia e Libertà nella lotta antifascista e nella storia
d'Italia", Atti del convegno internazionale organizzato a Firenze dall'Istituto
storico della Resistenza in Toscana, dalla Giunta regionale toscana, dal Comune
di Firenze, dalla Provincia di Firenze (Nuova Italia, Firenze); Bauer, "R.
e la nascita di Giustizia e Liberta in Italia". Petersen, “Giustizia e
Libertà in Germania”; Guillen, "La risonanza in Francia dell'azione di Giustizia
e Liberta e dell'assassinio dei R.”; Rosengarten, "R. e Trentin, teorici
della rivoluzione italiana”; Salvadori, "Giellisti e loro amici degli
Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale". Fedele, "Giellisti e
socialisti dalla fondazione di GL alla politica dei fronti popolari”; Zunino,
"Giustizia e Libertà e i cattolici”; Garosci, "Le diverse fasi dell'intervento
di Giustizia e Libertà”; Marzocchi, “Gli’anarchici"; citazione sottostante
da un articolo di Finetti. Infatti considera una barbarie le stragi di
anarchici in Catalogna, tra cui l'uccisione di Berneri, l'anarchico che lo affiancava nella
guida della prima colonna italiana formata da MMM anti-fascisti, i primi
accorsi -- e si ricorda, nel prosieguo, anche la ferma presa di posizione delle
brigate partigiane di Giustizia e Libertà quando Canzi e rimosso da comandante
unico della XIII zona operante nel piacentino e grazie a questa presa di
posizione e reintegrato dopo un breve arresto. Le brigate partigiane di
Giustizia e Libertà sono in gran parte
influenzate dal pensiero di R.. Tommasini, "Testimonianza -- L'eredità di Giustizia e Libertà". Piane,
"Rapporti tra socialismo liberale e liberalsocialismo". Codignola, “Giustizia
e Liberta e Partito d'azione". Tranfaglia, "R.", in "Il
movimento operaio italiano; “Dizionario biografico", Andreucci e Detti,
Editori, Roma, Colombo, "R. e il socialismo liberale", «Il Politico»,
Bagnoli, "Di un dissidio in «Giustizia e Libertà». Lettere di Levi, Giua,
Chiaromonte, Garosci «Mezzosecolo»,
Centro studi Gobetti, Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, Archivio
Nazionale Cinematografico della Resistenza, Annali Cirillo, "Il socialismo",
Fasano, Cosenza); Lussu, "Lettere e
altri scritti di «Giustizia e Libertà»", Brigaglia, Libreria Dessì,
Sassari. informazioni su Storia della Sardegna di Brigaglia, son presenti
correlazioni fra i succitati personaggi. "Le componenti mazziniana e
cattaneanea in Salvemini e nei R.. Belloni", Convegno, Domus Mazziniana, Pisa. Arti
Grafiche Pacini et Mariotti, Pisa, Comprende: Colombo, "Il «Quarto
Stato»" Varni, "Derivazioni mazziniane nella concezione sindacalista
di R.", Ceva, "Aspetti politici dell'azione di R. in
Spagna", Tramarollo, "R. e il regime",
Bagnoli, "Il revisionismo di R.",
in "Guida alla storia del partito socialista. La ripresa del pensiero
socialista tra eresia e tradizione", Talluri, «Quaderni del Circolo R.», Galasso,
"La democrazia da CATTANEO (si veda) a R.", (Monnier, Firenze); «Quaderni
di storia», R., Una tragedia italiana" (Bompiani, Milano); Kostner, "R.
e il suo socialismo liberale", Lalli, Poggibonsi, Linee politiche; Bagnoli,
"Tra pensiero politico e azione", Passigli, Firenze, Colombo, "R.
e il socialismo liberale", in "Padri della patria. Protagonisti e
testimoni di un'altra Italia", Angeli, Milano, («Ricerche storiche» ).
Invernici, "L'alternativa di «Giustizia e Libertà». Economia e politica
nei progetti del gruppo di R.", Angeli, Milano («Studi e ricerche
storiche»). Valiani, "Da Mazzini alla lotta di liberazione", «Nuova
Antologia», Scacchi, Colombo, presentazione di Spadolini, Casagrande, Lugano, («Quaderni europei»). Vivarelli, "Le
ragioni di un comune impegno. Ricordando Salvemini, R. e R., i, Rossi",
«Rivista Storica Italiana», Spadolini, "R. e R.: le radici mazziniane del
loro pensiero", Passigli, Firenze («Letture R.»). Malandrino,
"Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da R. a Silone"
(Angeli, Milano); Bandini, "Il cono
d'ombra: chi armò la mano degl’assassini dei fratelli R.?", SugarCo,
Milano, Colombo, "I R., due guardiani per l'albero della libertà", "Voci
e volti della democrazia. Cultura e impegno civile da Gobetti a Bauer", Monnier,
Firenze («Quaderni di storia»), Nel nome dei R.. Quaderni del Circolo R.»,
Angeli, Milano, Muzzi. "A più voci,
Arfé, Casucci, Garosci, Malgeri, Rapone, “Scritti dell'esilio", Il Ponte, Il
carteggio dei R. con Silvestri", Gabrielli, «Storia Contemporanea», Fedele,
"E verrà un'altra Italia. Politica e cultura nei «Quaderni di Giustizia e
Libertà»" (Angeli, Milano, Collana di Fondazione di studi storici Turati);
Ciuffoletti, Il mito della rivoluzione russa e il comunismo", in
"Socialismo e Comunismo, Il Ponte, Bagnoli,
"La lezione di R., La nuova storia. Politica e cultura alla ricerca del
socialismo liberale, Festina Lente, FNicola Tranfaglia, "Sul socialismo
liberale"; "Dilemmi del liberalsocialismo", Bovero, Mura,
Sbarberi (Nuova Italia, Roma, «Studi Superiori, Scienze Sociali»). Atti del convegno
"Liberal-socialismo: OSSIMORO o sintesi?", organizzato ad Alghero Dipartimento
di Economia istituzioni e società dell'Università Sassari. -- fu pubblicato il
primo numero di “Libertà”, periodico legato all'ala socialista del movimento
antifascista, il sottotitolo fu la frase di Marx ed Engels: Alla società
borghese, con le sue classi e con i suoi antagonismi di classe, subentrerà
un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione
del libero sviluppo di tutti e, su invito Treves, Mondolfo e Levi, Rosselli
scrive un articolo “Il partito del lavoro in Inghilterra” in cui R. riafferma una
parte del suo pensiero del periodo. Il partito laburista in base agl’elementi
che lo compongono può definirsi come una federazione di gruppi economici e di
gruppi politici. In realtà è l'organizzazione politica federativa ed
associativa del movimento operaio più vecchio e potente del mondo. Suppa,
"Note su R.: temi per due tradizioni", in I volume "dilemmi del
liberal-socialismo, Puppo, Il Quarto Stato, L'attualità di R. e del socialismo
liberale. Dialoghi tra: Bosetti, Foa, Maffettone, Marzo, Tranfaglia, Supplemento
a di Croce Via, Edizioni Italiane, Napoli, Atti del dibattito svoltosi a Napoli
in occasione della presentazione
italiana del volume "Liberal socialism", lavoro di Urbinati, tradotto
da William McCuaig, Princeton, Princeton, Urbinati, "La democrazia come
fede comune", «il Vieusseux», Bagnoli,
Rosselli, "Gobetti e la rivoluzione democratica. Uomini e idee tra
liberalismo e socialismo", La Nuova Italia, Firenze («Biblioteca di
Storia»). Casucci, "La caratteristica ", con un vademecum,
«Belfagor», Visciola, Limone, "I Rosselli. Eresia creativa, eredità originale",
Napoli, Guida, Graglia, "Unità europea e federalismo. Da Giustizia e
Libertà a Spinelli", il Mulino, Bologna) "Il dibattito europeista e
federalista in «Giustizia e Libertà»", «Storia Contemporanea», Lisetto, Le
élites. Una teoria tra l'elitismo democratico e la democrazia partecipativa",
«Scienza et Politica», Pagine scelte di economia, Visciola e Ruggiero, Firenze,
Le Monnier, Mastellone, "Il partito
politico nel socialismo liberale «Il pensiero politico», Furlozzi, "R. e
Sorel", «Il pensiero politico», L'eredità democratica da Bignami a R.",
Angeli, Milano, Mastellone, La rivoluzione liberale del socialismo»". Con
scritti e documenti inediti. Olschki, Son riportati testi pubblicati da R. non
inseriti nel I delle «Opere scelte». R.,
“Dizionario delle idee", Bucchi, Riuniti, Martino, Pertini e altri
socialisti savonesi nelle carte della R. Questura, Roma, Gruppo editoriale
L'espresso, Franzinelli, "Il delitto R.: anatomia di un omicidio
politico" (Mondadori, Milano); Dilettoso, "La Parigi e La Francia di R.:
sulle orme di un umanista in esilio", Biblion, Milano. Bagnoli. Il
socialismo delle libertà. Polistampa, Milano, Bagnoli. Socialismo, giustizia e
libertà. Biblion, Milano, Treccani Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Iacchini, Socialismo liberale ma... vero!,
Movimento Radical Socialista brigata Garibaldi. Archivio dei R.. I fratelli R.,
genesi di un delitto impunito. Berneri. Vite parallele d’Ortalli (da
"Umanità Nova" Fondazione R., Centro di ricerca, Circolo R. Firenze, "Pecora" Socialista e liberale. Bilancio
critico di un grande italiano, su politica magazine. Spini, "Perché i R.
parlano ancora a questa Italia", sul sito repubblica. Carlo Alberto
Rosselli. Keywords: sindacalismo, sindacalismo revoluzionario, laburismo,
partito laburista, I fabiani, Mill, Bonini, liberalismo, sindacato, sindicato
nella storia italiana, sindacato in Roma antica, socialismo liberale –
l’ossimoro di R.. Refs.: Luigi Speranza,
“Rosselli e Grice,” per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library,
Villa Grice, Liguria, Italia. Rosselli.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosselli – scuola di Firenze –
filosofia toscana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Firenze). Filosofo italiano.
Firenze, Toscana. Per limitarsi ai filosofi italiani, di mnemotecnica si occuparono
DOLCE (si veda) in “Della memoria”, il domenicano fiorentino R. In “Thesaurus
artificiosæ memoriæ” (Venezia), e BRUNO (si veda), che nella sua “De umbris
idearum” (Parigi), da lui dedicata a Enrico IlI di Francia e che gli procura
una cattedra, espone l'Ars magna di Lullo e dà un fondamento
metafisico-gnoseologico alla mnemotecnica che appoggia sempre al sistema
topologico-simbolico. Del resto, l'insegnamento di quest'arte, della cui
efficacia BRUNO porta a testimonio la propria memoria eccezionale, gli da
spesso i mezzi per vivere. Altri filosofi italiani che scriveno di mnemotecnica
sono PORTA (si veda) nell’”Ars reminiscendi” (Napoli), MARAFIOTI (si veda), di
Polistena nell’“Ars memoriæ’ (Venezia), e il palermitano BRANCACCIO (si veda)
nell’ “Ars memoriæ vindicata” (Palermo). THESAVRVS ARTIFICIOSÆ MEMORIÆ,
Concionatoribus, philosophis medicis iuristis oratoribus
procuratoribus,czterisd; bonarum litterarum amatoribus: Wigocisfócibn,
infüper,alijsd; fimilibus, tenacem, ac firmam rerum MrzMoR:IAM cupientibus,
perutilis. vc omnes [ui amatores, po[fessores valde locuplesansyinfimnla,
decoranss cum rerum celestium atque terrestrium tenax, ac tutum fcrinium esse
poffit; AKFTHORE R. P. F. R. florentino, sacri ord. pradic. minimo professore
cum indicibus locupletiffimis, tum Capitum, tum rerum omnium infigniorum CVM
PRIVILEGIO, VENEZIA. Apud Antonium Paduanium, Billiopolam Florentinum. Y Vet
vtæ kh VG 4 mI TT. ie S i et, 8 SUY CPC Eos beriganiots bibsM, didi Ol: "i
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svb TN PIRE PAN D.O.M TWO DOMINO CARDINALI IVSILNPANUO EF DAMIANFVS R. ordinis
pradicatorum, salutem eo felicitatem E004 MNIAJjam in promptu erant
llluítrissime, ac reverendissime, domine, quz circa artificiofz TM morix opus
R.; germanus meus is chariffürus, non parvo tempore; ac studio ETE] Ac vero
improba mors, que 2. i inceptis vt plurimum invidere solet, (cum nostrorum
operum 1am protenfam telam gladio fuo fxuiffimo fepe numero fuccindere,
nofcitur ) huic etiam operi, a multis eruditissimis viris concupito, acnon
paucis paruisa; laboribus ipsius autoris, confe&o, clare inuidit. Nam,
& ft operis profe&ionem minime abítulit, cum ipfi extrema iam manus
imposita fuerit; candore tamen, et luce, et gloria totum illud pro viribus
priuare est aufa. uod vtiq; obtinuit, cum in lucem sub tuis gloriosissimis,
clarissimisd; auspicijs edi sua fxuitia omnino negavit. Iccirco meum erat,
illustrissimejaac reverendissime Domine, fratris mei labores vna cum corpore
pene mortuos impreffioni tradere, vt ad vitam a nor paucis optatam euocarentur.
Quod optime accidit, cum sub alarum tuarum protectuone pofiti exiftant, sicuti
in epistola, amplissimo dominationis tue nomini, una cum opere dicata, ia
aperte videre licet. Qua inre, humilibus ac ardenuffimis precibusmmenfam
humanitatem, atq; tuam benignitatem, cx intimis deprecor, nefratris mei
defuncti "d "Tu tam paruum ac minimum,magnitudini tz, donum defpiciat
: fed fimulque cum illo ma-. gnam voluntatem,latumQque cor meum benignitatis
fuz: oculo infpicere dignetur ; ac me ipfim denique in feruorum fuorum numero,
licet indignum et inutilem, habeat. Quod fauoriglorizQue gratiffime afcribam.
Florentiz ex Sandi Marci cenobio, Pridie. ILLVSTRISSIMO Ls REVERENDISSIMO ADD M
TIN DOMINO CARDINALI j JW S TINMIBNO Ex Ordine Pradicatorum a[fuzmpto, F .R.
florentinus y ordinis em[demn.alfecla salutem plurimam dicit: Foelicitatemque
tum temporalem in totius Chriftianc Republic bonum,tum fpi ritalem atq;
perpetuam vehementer exoptat. FTIV M, immo€S9 flagitium «niuer[rs bominibus
infenfi[fimumyes busmanapolitia ac confuetudimi admodum obio XIumyac ipfi
Ln[uper Deo-val NU) Aur de contrarium, et abominabir. Yr AC euer D.
beneficiorum exiflit obliuto, €9' tngrat.tido, qua etiam pietatisfontem exic
exiccareperbibetur cia voniuev[os bomines eius redandantia €9 diffafionis
abundantia reddat indi qnos. At cui noftrum (mifortefabulofo letbe
biberit)fabrapere poteft obliuto eorum qua nobis,no[tro que ordini, vel olim,
vel nunc temporis indulta funt,et cotiuuo indulgentur à D T. llluftriff-ac Re uerendi[.beneficiorum
? Quis ne[ciat,velquis obli u10nls ommo ita inueniatur arveptus atqy
percu[fus;&9 eims deufisfimis tenebris fic obfitus, e9 obuo lutusqui non
apprime recordetur bumanitatis bo nitatis benignitatis, Illuftrif-ac
Reuerendi]J. D.q.dum quonda Dominicanam rempublica; affaliliue zodo (cunctis
profecto gratiffimo ac [a lnberrimo ) gubernaret, ac moderaretur ? Has fer mé
ingenij, €59 anima-vires atqyvirtutes tunc ma ximopere oftendit,cum nostram
banc Romanam prouinciamyac ordimempené vniuer[um, eiu[dem ue patres, acfratves,
vifitantis perfungens officio ; binc €9 indepertran[iensgnuieret humanitus,dul
citer alloqueretur.fructuose con[olaretur elo Dei feruidus conflanter
hortaretur, foueret bonum,fa ueret hu dtofis vetula vestauraret : restaurata conjirmavet:[apienter
ordinaret,qua oportuit:pra denter qua dirigi debuerantyinue[ligaret. Ea pro
pter pteryot putoyoniuerfi noftri ordinis profeffores;tua Milufirisfimasac
Reuerendisfima Dominationi deLitas per[olueve gratesyvel extera-voce, vel
(altem £ntima admoniti recognitione, fe fatentur oLftri&os. INon nullis
tamen,aliquam nattis occafione (quamdinimpen[e de[iderio praflolabantur ) con-
ceffum est,quibu[dam etiam beneuolentia frenis,be neficiorum memoriamses exinde
animi ambrem, veluti fi iliceignem abfcon[nsn.foris excutere,et cor disintima
affectionis fcintillas emittere .. Quibus profecto remises" [I mon quantum
voluerint,gman turn [altem voaluerint,obliutonis noxam,extero ctiam fecalca[fe
pede desnonfirant. Inter bos for j fan numerari dignus extiterim,fi quod.
cogitaui, fouere, ac benigno digneris amplectifauore. lntur eqosminimus [ane
inter noftri ordimis profejfores, beneficiorum in «niuer(ali ac im particulari
(cumopus fuit) nobis exbibitorum particeps, ac minimeimmemor pre[ens opu[culum,
breue maumu[culum:[ummatamen beneuolétia fignum, amo vis indicium deuotionis,
mea qualecumque mont mentumyofferre geftio, ac veipfa nunc gefliensoffe- Yo,
atq; [ub tuo nomine dedico .. Quod beneuolenHa fignum (nom inanivatione
deductus) Speroyatque que confidoyac in[rper vehementer defidero, Domi nationi
tua gratumtua fore bentgnitate:Quod eg abstefatisefllagito, cum [at miifuturum
exifti mem fi oeleoerbo audierimyvel (altem figno percipiamgratum quid tibi
feciffe. Nam, €9' fi debita exili boc snumu[culo haud me per[olutffe non
ignovemyattamen pro debitis tfleper[oluendis, ac ga tiarum
actionereddenda:Dominatione tuam ala eviter (afcepiffe evatulari potero,
9" iterumgaudens ingentes tibi reddere gratias. Comtenientisfi ye ergo, ob
rationes adductas [uperius,tratlatus efle pra[ens de artificio[a memoria Tua
Illuffrifama,ac Reueredifma D.olim patri,munc domino, beneficentia, ac
munificentia baud immemori : à tuoolim [nbdito,atque religionis gratia,au[im
dicere,filto : nunc autem ob Apo[lolica dignitatis eminentiam (qua fulges)
etiam feruo, dicari debuerat. Cut nam,qua[o, poteramyaut debueram artificiofa
memoria tratkatum dicaffe melius.quz tibi, qui naturali, felicique (vt omnes
pernouimus) MEMORIA pollens, 9 fulgens omni in flatu officio eradu. dignitateqs
confhitutus,omnium no-Siri ordimis. profejforum immemor. nequaquam nec olim
extiterisnec impra[entiarum exiflistNón Hi mo igitur ot remini[carisyoel tua
augeatur memoria, ad te tratkatulus ifle nofler diretius csl: ci quem Pius V.
Felicifima memoria pie cogitando euexit:quem fingularis dignitas digne auxit
que gradus itte extulit quem merito mundus bonoratnunquam obliuto (qua crebro
magnatum funbrepit mentes,€9' obliuionem incutit illis ) a nobis abítulerit;vel
longe con[Ituerit:mec immemore «l ladignitas fecerit, nec tuam bemgnitatem
minute rityvel affabilitatem prolibuerit:fed ideo ad te opu fculuiflud
direximus : ot bac artificio[a memovia tibifelicis memoria Iluffrif. ac
Reuerendifo no dicata domino aterna quide digno memoria ac identidem o mnium
noslrum baud immemor decoretur,illnftretur, perficiatur .. AÀccipiat ergo atque
(ufcipiat D.tua Illofhrifüme ac Reuerendifn me domine, boc exile munu[culum,nec
illud dum taxat, verum, €9 beneuolum ammumsac intima mea affectionis [rena
perno[cat,e9 amet.V ale Illa ffrifüme, ac Reuerendi(üme mi Domaine.
Aluftriffj-eg? Reuerendiff-Dom.tua feruus F.Cofma Or4. Pras4. FRATER NICOLAVS
ALESXIVS PERVSINVS. Ordinis Predicatorum. ; $5 Sicre Theologix Bo. ac
Sandhilfing Inquifitionis Commiffarius : Cofmno Reffellio P. Reurendo.. $. D.
BRUCH D metam vai difcutiendo perduxi AC P.Z. quod reliquum erat lucubra tionum
tuarum. €quidem illas om BA mes agno[co, c probo : ee nihil in . hiseffe
arbitror, quod non cum fiz de Catholica recle confentiat ; ] Quin non Cleantis
AUR oleat, e EN: (quod aiunt ) fapiat unguem. "Dignum itaq; opus existimo,
quod publice commoditati propediem edaz tur. Multa [unt qua bic admirer, (9 que
mihichariorem eo reddant. Jod amenitas ingenij tui, que non mediocriter hic
clare[cit : Deinde eruditionis besar cum liber ifle tuuscvaria te leclionis
e[fe hominem plane testetur : uippe cum te Pbilofopbie rece[[us, 1 beologie
adyta., cAflrologie arcana, Poetarum carmina, Oratorum Diaz tribem, EU I UR
faluta[Je : [cd penitus. funditus, per uafi[[c, "veram multtudo prafe
ferat. T rabit "ec in P2 AGnt Y d N AN ja S : S S " EA ja v S Ny TJ N
ATI EEDEL admirationem maiorem, fermo concinnus, eo- lepidus, qai evel
Ciceronis facundiam, eo» phrafin emuletur. 9 uamo brem, etiam fi te numquam de
facie noui[Jem, mihies iam ifto nomine longe amicisfrmus:nam, e» fi quando de
te [rz to incidat, te ipfum commendare non defiflo. c 4rrident ergo mibi, que
[cripfifli omnia, e» meo illa probo cuna calculo; bertorá,ut quam primum illa
in lucemadas. "Ua le. Datum Peru[ia. Yi. Kalendas
Iunias, 1 5 7 5. Carmen ad Léctores in operis encomium: eiufdem Magift. Nic.
Alexij Com.S.Inquifttionis, SE Vid prodeft [ludijs, fi nocte dieq;
"vacando Protinus ex animo que didiciflis eunt ? N2q; ea ditaxat, memori
mente tenemus, JCATMEDMD qeimusat oblitis tempus inane fuit. Hunc igitur,
fladiofa cobórs ver[ate libellum: estate bunc "ve[lro nocte dieq; fina : Q
uem Rofeus ('o[fmas vobismunc adit ; ibidem Adnemofinen mira prouidus arte
iuuat ; Et loca perquirit, totum quoq; fpe£lra per orbem Fa[ce breui : Mundi
Machina "va[ta patet. Dumq, bomines Cofmas,rerum docet e[fe tenaces : ente
oculos illis cuncla creata locat. Hinc memores fieri, doctiqs probiq; valemus,
T anta viri virtus: tanta Camena fuit. Jure igitur Co[mas vocitatur, (Cofmicus
baros Iure Rofa, buic Rofeo, nomen habere licet. Eiufdem : in laudem operis Vid
prodeft ludis noctesq; díesq; vacare Voluendisq; diu [e macerare libris: $i mox
ex animo qua legeris illarecedant? Sic impen[a perit; Tempus inane fluit. Ergo,
9 ui[quisaues, tanto [uccurrere morbo: E xhibet y excellens boc opusczdntydotum
; Kl anc tacitus retinens Cofmas RofJellius artem, Communem vt faciat publicus
urget amor. REVERENDI PATRIS PRATATS 1 R. FLORENITTTWNI, ORDINIS PRÆDICATORVM.
Epistola ad Candidum Lectorem. mMSNISZBVS hbominilus liquido NS UN patet (
candide lector ) naturam eorum fingulis baud tribui[e : fed aliquibus eorum,
diflribuilfe potius naturalia [ua quedam dona, pers fectioness. Etenim, quamuis
[ua E omnia, omnibus in genere bominiz bus tribuerit : non tamen eorum
fingulis, ea ipfa omnia, lar gita efl. Homoenim bomini prestat.
eapropter, quod boc in bomine,natura deficiende fecir abiectum; illud in alio,
ez minentiori modo fecit exiflere. 9 uamobrem » quod abiectis in Uno: id in
alio,infi igne,excelle ntiféimi ue con[bicimus. Pro pterea, quodcunque abiectum,
vel etiam nobile ex ipfa na tura, nobis in ee nouerimus, quam primum vigilanti
anis mo, diligenti studio, induftria, arte, exercitiog; excolendum erit ; ut
quod abiectum qz) minimum, nobile eo infi gne; co quod magnum, e illuflre,
egregium, excellentifei mumæ fieri queat. Profect) qui arte artisque labore
Agros frhueftreis A ES S filueflveis etiam uelit excolere; eorum fructus
tberrimos pe detentum letus. accipiet. Dubitabit
ergo nullus, quod per fécliones quis nancifci poftit. diuer[as : fi habitibus
vel artibus ue "viresexcolat mentis vel anime. " Pelagus bic immen[um
[icco pertran[eundum pede percen[eo, «ox [ub filen tio claudere, diuer[arum
artium emolumenta ; quibus vel natura operiuntur defectus, vel eifdem
babitibus, que nis mium abietla fuerint,eadem in re nobiliffima appareant om
nibus. efrtem enim nsturam perficere : ac multa complez re, que nequaquam
natura perficere poteft, philofophorum omnium princeps a[[euerauit eAriflot. €
ua etenim «vis ani miuo[lri, que potentia, qui fenfus, quod denique membri
arte, ac ingeni inuentu perfici non poterit ?. 9 uare cenfores libelli buius
nolumus cos, qui "vix operis iflius infpetlo titulo ( ne dicam perlecto
opere ) tanquam Cicerone, € uin tiliano, c» Seneca pratermiféis quampluribus
alijs doctifGi mis "viris fapientiores vel artem fimpliciter,vel in bunc
orz dinem à nobis digeflam defpiciunt, quia for[(an memoria naturaliter
clarent, qua bac confirmaret praceptio,clarioréz que redderet, quia ars
perficit naturam, fi ezarifloteli cec ditur, vt [upra diximus. "Nec illos
admittimus, qui pri ma philofophie elementa non attendentes, aut applicare ne
fGientes, vel for[am non intelligentes : [enfibiles hauras,bona fronte negant,
prodeffe po[fe memorie : affirmant; hanc per fenlibiles figuras memorandi artem
laboriofiorem effe, quàm frmplicitereg naturaliter memoriter baurire, €?» re
tipere: quibus, c [i rationibusrefpondere po[[umus, dediz. gnamur namur quidem.
Hoc tantum illisve[bondentes, quid iuxs ta illos exempla que dantur,
fimilitudinesue, qu& à docen tibus traduntur di[centibus, "vt aliquid
difficile, mente ca piant eo intelligant: fuperuacaneum,ac laboriofifcimum e[fe
04, vltra dotlrinam,exempla etiam, eo fimilitudines eos intelligere co»
retinere oporteat. A aior etiam labor evit(pro pe iflorum errorem) acu [uere
quàm abs, illo, co quid && az cumyeo filum,per foramen trabere debeat
utor. Non ne pueri infantili curru a eAMatre demiffi,melius ambulare
difcunt,quam fs ibidem non ponerentur ? Attamé fe ipfos regere, co currum eos
in[uper fecum trabere oportet. Intelligant quafo ili, memoria fenfum magis à
fenfiLilibus mouerieo figuras buiu[modi artis, noflrum infiruere fenfum,ut
facilius ac velocius recordemur.. A tne nos à pro pofito abera[[e quis
exislimet, de memoria nam, dicturi : quid perficiatur arte, quid nobilitetur
artificio &&* augeatur indu[iria affirmamus,quod ex antea dictis,eomin
bis,que fc. quentur per[Picuum e[Je poterit. uave,fi multo labore, e indaflria
conati [unt quamplurimi corporis aut animi vires arte perficere ; nequaquam
erit indignum, banc memorandi artem addi[cere,qua dormiens memoria excitatur à
[onno; labilis fit tenax: ignobilis nobilitate donatur ; abic£la clarefcit
parua accipit incrementum;mouetur immobilis, mortua reuiui[cit: que memoria, [i
natura,vigilans ac tenax nobilis e? clara,mobilis & viuax aliquo inbomine
extiterit:in co ipfo artificio,eo induflria praflantifsSimam foresequo animo
pollicemur.Q uis igitur tam egregium memoria donum, cius que que multiplices
fru&lus, bac breui avte cape[feve moli? Nul. jn ? enim [cire appetant
omnes,omnes itidcm memini[[e ue lint neceffe eft. T unc enim arbitramur [cire,
cum memoria tenemus.[nter ceteros autem illi maximopere meminifJe de Ridcrant,
qui diuer[arit artium liberalium, "vel fciétiarü fta dijs affolent
inuigilare;v t que auide bau[erint, firmiter veti pert queant. Eodem defidevio,
acinfuper cvebementiori tenentur illi,qui alios docere "vel hortari
voluerint vel qui aj quomodo apud alios [unt verba facturi.) uis enim intrepido
ac constanti animo, alios docere vel hortari poterit: [i di. cenda à [ua
excidere memoria facile dubitat £rgo bis omni bus adiumento effe, e maximo
quidem, boc noflro in opere promittimus, quod ad amuf'im pref affe illi qui
av;i buic ali quatenus inuigilauerint cognofcere poterunt 7 fateri. Ef ac
igitur artem, qua prateriterummemini[fe e» ea tanquam li teris exarata,vel in
marmore (culpta ob oculos babere pofei mus (^ quod ab omnibus concupitifeimi
eft) amplexamini "vos omncs,qui cupitis [cire (]/ memorie [cita qua plura
manda re,ac cum oportunum fuerit vobis vel Alijs,ea ipfa foris vo ce,ac lingua
proferre defideratis. Atq; exinde in vobis, vel natur ueftra benignitatem in
memorando pro[picientes, bac freti arte propéfiora dona [Perate :eveletiam
noxam eiu[dé ac defectus confiderantes,eadem arte complete.Deoá, ma ximo, qui
optimis viribus mentem "vef vara donauit, quid, 1n» ca omnium artium
naturam perf. cientium femina » benis gnusinfudit, immortales reddite gratias.F
ale. ELENCHVS EORV M QVJE IN TRACTATV DE artificiofa Memoria continentur Ordine
Alphabetico à c4 SESS] QV Æ diuiftones [fecundum. diuerfa que ERN SW SY ut ANE
diuerfis in partibus eius inueniuntur. par. ON pri capit.s. fol16 MxDoSp ees)
CAPUT IS regiones tres quarum "Unaqueque iux ta meteorologicos in tres
portiones diuiditur Ppes a equas imprefsiones p.p. cap.s. 1g Ærea impre[fiones.
ibi cap.3. 18 edqua partiiiones ub figura.cap.s. 20 c Æris partitiones [ub
fisura cap.5. ibid. e/fngelorum nouem chori.p.p.cap.s. 32 eAngelorum quilibet
ordo quo preciofo lapide defignetur,eo quaratione p.p.cap 5. 33 eIngelorum
veftes metbaphoricé quomodo colore [ii precio ft lapidis [blendeat. p.p. cap.
5. EET e-4ngelorum nomina ad choros eorum pertinentia. p. p. ca picelo LL 33
c/drbor «vita p.p.cap.. 30 c Animalia quatuor circa (bristi thronum p-p.eap.s.
. 35 e-drbores celebres in facra [criptura p.p.cap.s. 48 Arbores Arbores que
diuerfis [antlorum agminibus quodam myle rio a(fignantur,ad boc "vt artis
nostr loca qz figura mul tiplicentur. ibid. efmpliimorum locorum «v[us in
communi p.p.cap.6. 5t e^fmpliora loca que dicantur p.p cap 7. $i Ampliorum
locorum partitio p.p.cap.7. L Ampliorum locorum "Uus p.p.cap.7. $3 Ampla
loca qua [int p.p.cap.8. $4. Ampliorum locorum "U[us.p.p.cap.8. $4 Apothece diuer[& p p. cap.1o. $7 Artifices diuerfi
p p cap.10. $6 Artifices diuerft fvernaculo fermone Animalia quadrupedia
diuerfa alphabetico ordine. p. p. capitulo I$. i 66 Animalium pradi&torum
vel fimilium partitio arti accomo da p.p.cap.iz. 65 Animalium pradiclorum
diuifiones fub figura p.p.c11.. 67 Arborum diuer[arum nomina p-p.cap 12. 69
e/Arborum aromaticarum nomina p.p cap.12. 69 edrbor;, vulgari nomina-vernaculo idiomate p.p.c.a.
Arborum omnium portiones fingula Pp capas. 7;0 Arborum omnium "v[us p.p
cap.12. ipi. Animaduer[iones circa loca.p p.caa3. 71 Alphabeti Hebraici Graci
co» Latini characferes.1 p oUpi tulo 6. ! 91.92 Animalium terreflrium. paruorum
ac "vermium quorunz dam nomina alphabetico ordine.1.p.cap.5. 86
e 1A A qua stibqearilbvo animalium quorundam nomina talpbabeticoor
dine.1.p.c.4-. 8€ eduium quarumdam nomina ordine alphabeti s :.parte caz pitulo
4. 88 eInimalium quorundam nomina ordine alpbabeti 2.p.capi tulo 4. 89
Alphabeta EAPoilouni: Gracum: Caldeum: Arabum. a.p. cap. 6. 91.91 A lphabetum
de rebus naturalibus,vel artificialib.in figuris fimilibus de[umptum Alpbabetum
aliud de[(umptum ab humanis membris figura retinentibus in fui difbo[itione
naturali characterum al phabeticorum.WAT weil aliud "varia digitorum
bominis compofitione extrabitur.1.p.c.7. 10I Alphaberum à à "vocibus
quibu[dam hominis Alphabetum à [onitibus,e7: uocibus quarumdam rerum,co -
animalium Animalium voces diuerf& pro alphabetis Ocli undecim ppp. (lorum
nomina. ibid. (lorum Celorum feptimum planetarum portiones. 2L Celi [eptimo
planetarum quomodo et quo ordine feptem me to -galliefameant.. ian) ox Nom etse
ee eA ue Celorum cuilibet figura datur ut loca. arti de[eruientia atq; figure
multiplicentur. : » ibid. (lorum quodlibet eo f ab angelo moueatur, tamen folum
-trescalos pof uimus,quibus angeli præ[fe dicimus. ad bo tantum "Ut
diuerfificaretur e [ic arti noflra de[eruiret. ppp. EY 22.€7* 218 Celorum
quodlibet quo colore in bac arte. oportet imaginari coloratum.p.p.cap.a. 14.
Celorum omnium ordo fub figura... 28 Celi empyrei fitus fupra omnes.p.p.c.s. 38
(eli empyrei partes prout modo deferuiumt negocio capiz tulo 5. ' 49 Celi
empyrei, Muri T urres *Porte Plates a/D.lob.Euang.pofite.p.p.c.s. 4o Celum
empyreum [ub ciwitatis figura difpofitum.prima par te.cap.5. 40 (uiratis
cuiuslibet partes communts.p.p.c.8. $4 Ciuitatibus quomodo vtimur p.p.c.8. $4
Cenobiorum petitiones.p.p.c.9. 55 4 onditiones quamplures locorum omnium.prima
p^rte, capi tulo 13.c.14. 71.72
Celeflinm figurarum nominis 2.p.cap.5. 89.90 D D d ^ D Amnatorum pene noftro
de[eruientes propofrto.p.p.ca itulo 1. 3. 4-5 Demonum diuer[a [petra prout arti
noflre de[eruiant.2. ar.C.T. 4 Diuites alphabetico ordine pofiti.p.p.cap.it. 64
E Lementa quot.p.p..cap.s. I$ E Elementorum partitio iuxta ea querealiter
continentur in eis. ibid. Elementorum alia diuifio memorabilior.p.p.cap.. 19
Elementorum omnium ac eorumdem diuifiones multipliz ces fub figura.p.p.cap.s.
10 Ecclefiarum bac in arte u[us.p.cap.o. $5 Elementa quomodo in corpore noflro
inueniantur 1. p.c.8. F F Ons vita in celo ponitur p.p.c.$. 30
Flumen Dei inparadi[o quomodo circuire illum fumilitudinarie dicatur p.p.cap.s.
30 Fortifeimi fortitudine corporea. p.p.cap.nt. 63 Figurarum in bac arte
deferuientium diffinitio, diuifiones, c fubdiuiftones.z.parte.cap.x. SES 77
Figure Figura infernales qua. in bac: arte f tnt imaginanda.a. "AT Figura
in bac arte diuer(a ion: 2p per totum.Fruticum nomina ordine
alphabetico.2.p.cap.5. 94 Figura celestes quadraginta, eg ocfo.2. p.cap.5. 85 G
G 'Ummarum quarundam nomina ordine alphabetico.z.. p^r-cap.3. 85 924 EH Omihum,
As ni D .cap.u. Vutew Hominis cuiuslibet diuer[ portiones:diuerfis modis af
fumpta p.p. np. 61 Efominis partitiones fub figura p.p.capaa.. 67 4ominibus
quomodo «utamur bac in arte. p.p.cAs.,.c. 67 Herbarum "vulgarium nomina
ordine alphabetico. 1.p.c4pitulo 5. * 84 Hominis geflus,membra et difpo[itio
eg) voces non deartiz culata varias alphabeti literas pra[cferentes.z.p.c.7..98
KEforio quomodo contineat omnescreaturas 2.p.c.8. 107 I ] eNferni feélioin communi.p.p.c.1.
2 Infe rni difbofitio. ibid.. Inferii locus [fecundum doctores. 3 loferni
nfeyni flumen. 6 Anferni totius figura arti nofira deferuiens. 12 Jgnea
impre(fiones in æve.p.p.c.s. 19 dgpneirum imprefcionum multitudo ibi. J4gnis
partitiones quomodo in bac arte poffint affignari. - ibi. 1gnis diuifiones fub
figura. 19 Iris in circuitu fedis Chrifli po[itus.p.b.c.5. lacob (cala
exponitur.p.p.c.5. jo IHtinerum feciio bac in arte Immagines deferuientes
noflra arti.2. p per totum. Imaginum d uerfitas.vide [ub nomine figura.
Infernalia [pe£lra in bac arte .2.p.c.1. 78 Impre[Ssionum ærearum aquearum, e
ignitarum thomina «fub alphabeto:1.p.c.4. 87 P L Ocorum omnium artificio[e
memorie de[zruiendum dif finitio,diuifio eo fubdiuifio, Loca tmplifima in bac
arte que fit.p.p.z«c. 2 Lymbus [anélorum patrum ubi. Py Lymbus infantium. ibid.
Locorum ampliffimorum in bac arte efus i in communis Locis ampliffimis
quibu[dam regulis utimur. p Loca ampliora bd AULAR Lg. $2 Loca ampla que
fint.p.p.c .Loca gqlks di JL oca mediocria qua frnt.p p.c.8. Me s : $4. Locorum
ampliorum u[usp p.c.7. $53 "Locorum mediocrium vfus Pp j4 Locorum minorum
diffinitiormumerus partitiones, ex eu[us Loca minima qua fint ee eorum
partitiones et ufus in arte P peapau- 6o Literarum amantiffimi.p.p.c. 1. x Loca
minima alia a [uprapofrtis eo» eerum partitiones pp pitulo T 66 "Locorum
minimorum ev[us p.p.c.iz. 67 " Leguminum quorundam nomina.1.p.c.5. 85
(MEmoria artificio vtilitas in proemio per totum. E: M ZMemorie artificiof
laus. : ibid. Mineralia quedam numerantur p.p.c.3. 16 Metalla in particulari
numerata. ibid. Metalla ac mineralia actione [lellarum eo precipue folis in
terra "vi[cera compenetrante gignuntur.p.p.c.s. 16 AMortium [céliones
celebres. p.p.c.7. $3 Medici excellentiffimi ordine alphabetico Mineralia 2.
p.c.2.. 82 eZMetalla omnia.z.p.c.2. ds ^ ON : N Vmerorum. aliquorum facratorum
recitatio, [ecunda arte.c.8. : 109 d O E ? 204 TUNET O Fficine diuerfa &'9
earum vo [ut,. a, a P Vieus inferni.p.p.c.z. 3 Purgatorium p-p.c.2. : 6
Purgatorij locus [ecundum dolores. : ilid. Purgatorium [ub figura arti nostra
de[eruiente.e.s. 10 Paradifi quedam apta difpofitio metbaphorica quidem, fcd .«
Sollro propofito [eruiens.p.p.c.s. Paradisi figura arti buic fauens.p.p.c.5. 37
Paradifi terreftvis diuifto. D Paradifi terrestris Lignum vita Lignum fcientie
boni,cox mali Fluuij quatuor. $3 Planitici cuiuslibet portio arti
deferuiens.p.p.c.7. $3 Poffcffionum
partes. ilid. Palatiorum partitiones QUU VIE- $5 Pala tiorum uus p. p.c:9. $6
Plitearum partitio,co "vfus Pp-69- $6 "P hylofophi ordine alphabetico
p. p.c.11- 6i Poeta fecundum alphabeti ordinem. E . Partium vvniuer[arum in
hominc cxiftentiam fitus C0: n0omina:-velconfideratio. 64 Pifces alphabetico
ordine .p.c.a. 86 Pradicamentorum omnium ad propofitum applicatio.s.p. .per
totum.. 10v. C7 infra. Planete, Planete,eo fina celestia quibus faueat corporis
membris. 2.p.cap.8. III n Sanclorum omnium quedam d;[Pofitio ez fituatio noftra
arti de[eruiens.Sanélorum bominum diuerft gradus Pp. 36 Solium [anta trinitatis
ab Ezechiele quomodo pofitum.p.p. cap. j- 3I cala lacob qua:et eius graduum
quedam intelligentia Pp. cap. $- 3j ftagnorum parter affigmanda in hac
arte.p.p. j3 daxa,eox gemma.z.p.c.2. : 8o Serpentium nomina ordine
alphabetico.1.p.c.s. 85 Begetum nomina ordine alphabetico. g Similitudoradix
applicationum figurarum ad memoranda Simile aliquod alicui dicitur
multipliciter &* nunc fimilitu dine aliquo pradicamento.z.p. Terrepartes
varie affignantur Terre partesafsienantur fecundum diuer[a,qia in eis ve
periuntur.p.p.c.5. 16T ronus ChrifHiad inflar illius a Salomone fabrefaéli
ponitury'ot noftro de[eruiat propofito p.p.c.s. "na ! M
y T ilitas artificio memorie in proemio per totum. 1 V "Ufusampliffimorum
locorum p.p.c.6. $1 : 4j. vj "U [us ampliorum locorum p.p.cap.7.. $r Usis
ampliorum locorum p.p.cap.8. $4. V fus locorum mediocrium p.p.cap.9. $4 Vfus
omnium locorum minimorum p.p.cap.12. 66 Vfus locorum omnium in communi,eg»
animaduerfiones cir. ca "Ufum, ez) quibus cum conditionibus eifdem locis
utaiur. Vermium quorundam nomina alphabetico ordine. (ecunda s paraps. (0 86
'L'olatiliam c2 auium nomina [ub alpbabetis. [ecunda part€ cap. 4. j lu Aa
Voces animalium diuer[&e pro alpbabetis.a p. Voces litteras non
dearticulare pro alphabetis.s p.c. 105 Principalium materierum in hoc opuículo
tractata rum ordinata con geries. i. Inprima parte. M Emorie artificio[a
vutilitas necefcitas eo laus in proe mio narratur.p.p. 1 J:Memoria quomodo
locis,c imaginibus conflat pb a Loca quomodo fint multiplicia ac diuer[a. ibid.
De inferno,eo eius partibus, Damonibu:: Damnatis: eo Pe nis tratlamus in cap.2.
TES A De elementis: eo impre(Gionibus, qua in eis vecipiuntur De celis, eo
flellis, co imaginibus, quas eis affigimus caz. pitulo 4. yw [S De De celo
empyreo:folio Dei : Y brono Chrifli : fedecvirginis, angelorum choris,[anélorum
manfi onibus,ceterisá,, vel realiter,velper wetbapboram, e fimilitudine
accipien Depradittorum locorum v [u.c.c. De paradifo terre[tri, R egionibus,
prouinciis f milibusqi, €o* eorum partitione.c.7. $2 De cenobijs,ecclefiis,
palatijs et ffi milibus, eeeorum partitio ne cov [nu in artec.9. 53 De
cAtrtificibus diuerfis:e) eorum officinis, e) "v[u ecrun dem:c.1o. $6 De
hominibus diuer[arum conditionum.c.w. 6 De Philofophis.litterarum amatoribus:
Medicis : Fortibus: Diuitibus De membrorum principalium in bomine numero ac
nomini bus;c.i1. 64. De diuerfis s animalibus eo eorum portionibus.c. (2. 66.67
De diuerfis arboribus cov eorum diuifionibus.c.ia., 69 De animadærfionibus
circa loca.c.15. 7r De conditionibus locorum.c 14. : 7i In fecunda parte
agitur. De multiplici denominatione, eo partitione fieurarum in bacarte
Defigurisinfernalibuse.a. OD De figuristerreds, Metallis,e mineralibusc.o ^ 82
De figuris [ubterraneis animatisatq; [erpentibus.c.1. .8, De freticibus Herbis:
Giemis: Segetibus: Legutmninibus.c. 5.84, "De quibu[dam animalibus
paruulis.e) vermibus De figuris aquatilibus: pifcibus €7c.C. 4. 86.87 De figuris æreis co impre[sionibus Æreit, Aqueis
igneis. caz : pitulo 4. ibid. De cuibus,co aliquibus alijs volatilibus.c. 4:
IET. De quadraginta,ee octo figuris.c 5. 89 De cAlphabetis: Hebraico: Greco:
Latino e2. c.6. 91 De elphabeticis literis [umptis a vebusnaturalibus, vel ar
tificialibus.c.6; 94 De alphabeto à membris bumanis.c.7. is 98 De alphabeto à
diuer[a digitorum di[pofitione De alphabeto à*vocibus bominis diuer[is.c.7. 10f
"De alphabeto a quibuf dam [onitibus,ee "vocibus.c.7. - Yo6 De figuris
in quolibet pradicamentorum genere,co* de appliz catione earum ad
memoranda.c.8. 107 De figuris alijs modi a fuperioris fa bi fimilibus: eo de
appli- . €«atione earum.c. 9. 113 De applicatione quorundam [pecialium
memorandorum. ad fuuras.cio.,.. 123 Deanimaduer[ionibus circa figuras.c.11. 129
De conditionibus figurarum. c.12. I3I Exempla multayquibus bac ars intelligi
pofcit.c.3. 152 Deampliftimorum locorum vv[uyexemplum concionatoribus peretile.
133 De-v[um locorum minimorum. 135.136 De humanorum digitorum u[ujin bac arte. 139 "De vv[ii quorundam membrorit bominis, ac
fc&lionibus. De quibu[dam figuris buius artis. 140 De motibus «variarum
rerum ec. AI De vfu alpbabetorum omnium,egc. 141.142 De vfu alphabetorum ex
litteris, eo characleribus. 142. De vilitate alphabeti bebraici. 143
Interpretatio duplex litterarum bebraicarum. 143.144, Authoris intentio 2
excu[atio. EORUM OD 49 a i1 f ^ taf " i E INPS S "x i] ONORBIS S NUN
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RE E s pw a rPIGOIOS e A a AVTORE R. P. R., ORDINIS PRÆDICATORVM. ozuxc32)
Emori« tbe[aurum, adeo omnes di ENSE eA (o fertifsimi rethores communi a[Jen: 1
fa celebrauere,cot corum quzm plu op rimi, minime dubitarint : oratoria Ves (
artis [(ummam, in ip[o confislere. S) t» eandem perinde fententiam cono eT»)
firi T beologi ferunt de concionanz diarte difputantes. Dei etenim donis
[upernaturalibus, in Cancionatare [uppofitis: Inter naturalia eiuf dcm; ft
pronun ciatio Thesauri memorie artificiose eiatiopyimum. Memoria secundum fibi
vendicat locum. Q uod cum ita effe babeamus omnes, ac identidem in non pullis
multum i in aliquibus veroparum, Memoria fenz fum vigere fciamus : regalas atqi
precepta, quibus ip[4 in «Utrisque maximum accipit incrementum, in niedium pros
firamus./U erum enim vero, locorum atq; figurarum artiz ficio, memoria
comparari;apud huius artis gnaros,proditum ef : 9 uamobrem localis memoria
"vocitatur ab aliquibus; a plerisqi autem artificialis : que e» à Tullio,
quarto retho ricorum libro, artificiofa dicitur. Eapropter de locis primo: de
figuris deinde, diflinle dicemus. Ideoqs traciatum nofirum in duas [ecamus
partes, in prima quarum de locis:in fecunda de figuris agemus. * Prima partis
capitula, quaz tuordecim erunt: [uis diflincta titulis. De locorum
diffinitione; in communi:diuifione fubdiuifioneq; cum declaratione fingulorum
membrorum. Cap. I 35 Gl Ocus noflro propofito in[eruiens dicitur omma Eel
illud, quod figuras naturales, [eu etia artifrs NÉ ciales, reales velfiélas :
recipere. pote[E ata; à) feruare : «vt bicetngulus, bac columna; rvel talis
chimera talem rem : puta vas. 2964 .. 4
wo ad diuiftanem Locorum quedam communia vos camas : quadam particularia. Loca
communia funt illa ; que Pars prima. 2 qua particularia continent, in que co
diuiduntur ; quaf. ge mus in [pecies [uas .c/dliter. Loca c; munia fant, qiue
partes magnas babent eo infignes vel Efomogeneas,vt, elemen tum quodlibet: celi
«ubi flelle non funt eoc.fiue Heteroge neas,ut corpus bumanit: "vt arbor:
vt domus ciuitas €oc. Loca particularia, unt. pradi&lorum locorum partes,
qua loca eo» ipf dicuntur; quia fiquras ambire «9 continez re poffunt.
V'elaliter : Loca particularia fant, qua(vvt plus rimumnyon autem [emper
)imagines immediate, continere folent: «ut hic e dngulus, banc flatuam. Locorum
vero communium, quedam minima [unt, quedam mediocria: S wedamhis maiora : c/Alia
ampla : e/4lia predictis ampliora. 9 uedam "vero amplifsima. orum autem
locos rum vna quedam communis conditio eft, quid [cilicet ma fora minora
continent ; vel po[unt aut faltim a[folent, cos titere: "De quibus omnibus
e fingulis dicluri,ab Ampliffis mis tanquam roniuer[alioribus incipiemus. De locis Ampliffimis, que et quot fint, et dc partitione
eorum :figuriíq; in eifdem contentis. 2 3y[0« communia ampliffima, funt, quie
alios (EM rum omnium funt capati fima, qued; alia 1 multa; Ium communia,tum
particularia; €on / e S » 9 hs tinere po[junc. vf £ Locorum Thefauri memoriz
artificiofe Locorum vero communium amplifimorum: Quedam sunt inferiora e
subterranea: € uedam dictis fuperiora o contigua: (eleflia alia: fi
upercelefliacultima : de quibus omnibus figillatim dicendum est. Locaautem communia
ampliffima Irferiora ; funt Ins ernus damnatorum ; Purgatorium purgandorum ;
Lymz bus fan&lorum patrum ; Lymbus infantium defunctorum, in originali
peccato. £ uo ad partitionem, notato. Infernus diuidi poteft in fe&liones
vndecim : In «vna quarum (qua prima nobis erit) puteus inferni exiflimetur:
quem in medioinferni fez vé pun£tnaliter ponimus: de quo infra. (rca ipfum
puteum quatuor gradus inibi exiflentes pro tot inferuicut partibus. Septem
alias inferni portiones € partes ( de quibus infra) fuperioribus adijcimus,
iuxta Jeptem peccatorum genera, in damnatis diuer[avim poenarum generibus,
gradis ufq; puniuntur -Varietas enim penarum, iuxta, peccas torum diuerfitat£
inflictasez ipforum damnatorum diuerfa fituatio eo difpofitio; varijqs gestus
eorum : multum Jd emorid proderunt;pluraq; loca dabunt. "De varietate
ergopænarum: feétionumq, inferni d'ffo fitione eorundemque paktium eonuenienti
fituatione mul ta dicemus. 5 et de loco fi tu; di[bofitioneq; inferni, co eius
cuiu[libe partis, "ubi bi-velilli puniuntur daniati, pertractantess
eon[onum erit infi pul edicere, quas diuerfis in partibus inz férni luant
penas, varijs peccatorum generibus obftricti. : Verum Pars prima. EE Verum de
infirno dæmonibus ded, damnatoYum pani agentes, à facra ( quoad fieripotefl )
volumus, qua dicis mus;baurire fcriptura. verum rislta metbaphorice gp
fimilitudinem tantum intelligenda ponere nosoportet. Ins fuper cg multafingere
hoc in noflro negocio meliori ac cona uenientiori, quo potuimus modo, coacli
[umus, non vt fanclifimue aliquid addamus [cripturz,[antiorumq: ac ca
tholicorum doélorum illam exponentium inteligentia, nec ita effe vt finxerimus,
credamus, [ed vt facilius recordes mar locorum atq; figurarum, quibus cuti
voluerimus. rca igitur terra centrum, vva[lifSimus ac pene planus. fit tibi
locus, rotundæ crcularifa: figura, borribili &2 tencbrofa luce perfu[us...
MM In cuins rotundi loci medio puteus altiffimus [it, veles ynenti eMluans
igne, flammi[que fumo permixtis:quiq; ignis demones inibi veclufos excruciet :
extrad, ospuiei, quaft. lamboens egrediatur : Co per «vniuer[um infernum eiusd
pertes quafi ferpenszincedendo diffundatur,palmogæ tauz tum à terra furgens co
profiliens ( ne damnatos nobis occul. tct) eof dem cruciet €» torqueat. cft
circa ip[um puteis, quatuor gradus lapideos brachio: rum triam velquatuor
latitudinis ; duorum, «vel circiter altitudinis ; ipm circumquaq: puteum
ambientes. e) cirz eundantes;rumum alio [uperiorem exiflimato.in quorum fu
periore,qui orificio putei proximior efl : Ldefl in primo barez tici fint
[acros [criptura libros difcerpentes nam perquam ffequenter [anctas ifi
peruerterant Jeripturas In fequenz ti,qui 'Thefauri memori: artificio(ze ti,
qui medius eft, Iudei fint &reis vel ferreis frontibus, vt eorum obfLinatio
fi gifs cetur, velvelatis oculis, evt corum cacitas
demonflretur:"velinclinata ceruiceyvt cordis duris tia declaretur corum,
confingantur. In tertio idolatre cum fuis proftrati idolis imaginentur.
Kyppocrite in quarto gra da ponantur qui cvltimus eft. 1gne "vehementi
predicli damnati à putei ore egrediente torqueantur. upra os putei Lucifer
quafi à puteo egrediens, figura appareat inis Lili, flammis quaft infidens, ac
ab eis circundatus Des feenfis autem quatuor pradiélis gradibus, circa nteum
exi flentibus, ip[umq; 4 parte extera circundantibus ; feptem lineas
pertrabes,a planta cvltimi gradus, [qs ad platea cir cunferentiam fluentes,
ipamq; proportionabiliter diuidenz tcs. In quolibet autem [pacio inter lineam e
lineam : vel mlius inter murum eos murum(nam loco linearum muros, latitudinis
unius brachij finges: à terra. tribus aut quatuor palmis fargentes) : In
quolibet igitur [acio inter murum e» muram conslituto, ptem damnatorum genera
iuxta feptem peccata mortalia co llocabis: Ffoctamen ordine, quód f'perbi in
illo collocentur [patio, quod dextris Luciferi e pa. teo cgredientis,velpotius
ab umbilico &g) fs ur[um egre cisfttualiter conrefpondet. "Destras
enim mn Dei fed Démos: nis, bac peccatorum maximo quo damoniacam malitiam:
imitati funt. fibi antea in uita pofiti wendicauérunt. - Depenis autem
fuperborum, noftro inflituto de[eruiet Efaia fententia «4. capite fcripta,
Derralta eft ad inferos fuperbia tua:concidit cadautr tuum. Et illud. à. 2f
ach... Incbriate Pars prima. 4 Incbriaté eum calice ire domini,quomiam contra
dominum erecius csl. Ifi ergoin bac eorum inferni partitione, qua in
ordine-qu'nta efl ; imterram deiécli, ac proflrati imaginenz tin,
validifsimo.cruciatiigne. TH Inter quos appareant damoues(iuxta illud
Iob,cvenient: fuper eum horribiles) Leonum effigieni babentes, atq; ronguibus L
uperborum corpora per terram trabentes, eo infiz: mulea di[cerpentes eg
dilaniantes. Leonibus enim fua in fuperbia ifl [imiles fuere. ! ! 1n [ecundo
[bacio, quod fua poftione eo» frtu. dextram: Lwiferi coxam, non in recía
pror[ne linea, [cd parumper pendente refpicit int auari:&) uorum (extra
banc poft tio nem)recte recordaberis,quia in dextro coxe pradicie; locus los eg
mar[upium ( quod ifH [emper concupiere ) tenere [os lent bomines. uiEnY iro Rd
Ifi waltibusin terram deprefQis exiflimenturjtotoq; in-" clinati
corpore.cld terram emm terrenaqi ve[bexerunt ifti dum *viuerent. laxta illud
Hieremia.vx.ei ui Vero octis li egcor ad auaritiam.Hflorum ctiam fanguis in
loco ona rum, ac i diuer[is corporis partibus, à [anguifugis eliciatur. Anter
bos admixti [iit dmones,vultibus lupimisuelbu fonum apparentes, qui baculis
iflorum dor(a percutiant. Hi enim tanquam lupi «9» ceu bufones eg [evpentes
terrazin(a turabiles auro £9 argento extiterunt. "9 In tertio [bacio ideft
ante Luciferum veia linea; laxuriof ponantur cuius pofitionis rationem,
quilibet ex fe bone sle confideret. TERN ibt: T ales 'Thefauri memoriz
arttificiofx T ales corrodantur à uermibus in pe£tore. tuditb 16 ."IDa Lis
ignem c9: vermem in carnem eorum, vt vrantur fem per. Et Efd.vltimoyvermis
eorum non morietur : €» ignis corum non extinguetur.De «verme proprié diclo,non
negat. Se Augullinus boc intelligi poffe Sicut. D. e.4nton.vefert.4. parte
tit.14.(Cap.s.De vermibus etiam E [aias quarto di cit, fubter te [lernetur
tinea, &o* operimentum tuum erunt vermes Caie.in "D Marci Cap.9.
metaphorice vermcm fami tradit, cum dicitur, vermis eorum non morietur. iz ce
etiam ardenti iflorum corpora perfundantur :quia carnis delitijs
[eruierunt.eMpoc.-vlt. 9 wantum [e exaltauit, e in delitijs fuit, tantum date
ei tormentum eo luctum. De fimilibus, Efa.5. In die illa auferet
dominusornamentum calciamentorum, &e* lunulas ex torques eo* monilia cc. €)
erit pro (uaui odore feetor,e9* pro zona funiculus, eo pro crifbanti crine
caluitium;e pro fafcia pectorali cilicium;ta libus ergo ifi aut fimilibus
agitentur penis. Erecli autem flent boc in [pacio homines gj mulieres cincli
colubris eo rum mordentibus carnes:maxime eo in loco, vbi iam carna les fibi
dele£fationes admouerunt.Calui in[uper [rnt,ez) pro compta coma a[pides, vipera
ce T hyra ev. a capite dcfluant; vermes infuper carnes corrodant corum. . Inter
bos demones adfint quorum aliqui porcorum forz n24m pra[cferant : lj mulorum z
Hircorum-*ve ceteri, qui eorum carnes ficut [upra pralibauimus,ardenti pice
perJundant: Interq; pedes corum flercura eo limus, fordidifsi mumq; perip[ema
inueniantur. In [p4cie Parsprimadt o [ In [bacio quarto, quod ad fi nifira
coxam fitum e$t, iras cundi difponantur. nam finiflvo in terra offirmato pede,
ad effandendum f anguinem,pluries iratus bomofe mouet. Hi autem
vunguibusyUultum pectusq; dilanient e: exz corient:oreqs aperto "Deum
blaphemantes i far[um ereélis eultibus fpumantesqimanu[qs proprias pre rabie
morden tes, imaginentur. c/dpoc.t6 b. ( ommanducauerunt linguas fuas pradolorz,
eo blafphemauerunt Deum celipra dolo re, eo vulneribus [uis.Per os autem, na[um
e oculos, fuz mus borribilis, igne admixtus, egrediatur.C uo ad fitum po
fitionemqi pradiclorum, Hj pedibus "vno ab altero longe feiunclis,[lent.
Damones multi,in rabidorum canum -vr[orumqi,aquilarum etiam figura inter ip[os
apparere fingantur ; qui ferz reis "Uncinis vunguibu[q; retortis, dor[a,
renesq; totas excoz rient,excarnificentqi. In [bacio quinto,quod finiftro
Luciferi humero corre[pon det,gulofi fedeant. Horum finiflramembra,rut brachia,
T i bis;inhirmiora cateris membris, in gulofis e vvoracibus effe folent:ac ob
dejluentes bumores à crapula genevatos ; multis teneri cruciatibus. 1d circo
boc fitu, finiftram Luciferi refpi ciente : eorum aliquatenus memini[fe
cvalebis. Ml intro ia gatture linguaq;, igne ardentifsimo crucientur; ficut e)
de epalone logitur: LucA6.crucior in hac flamma. Potum ama viffimum eAb[ynthio
eg felle permixtum; feculentumue bi bere à demonibus compellantur, Ffierc.1.3.
Ecce ego cibabo co5 ab[ ynthio, co potabo cos felle. Exgc.2 Et calicem maroz 5
ris Thefauri memoriz artificiofze yis triflitia bibes co potabis v[q; ad
faces.Sedeant ifiimaci lenti, extenuati, quorum cutisofibus tantum adbareat,
e[urientes fitientesque credantur, co pre fame «9:fiti taz befcant. à Inter iflos
gulofos, demonia furgant figuram bolorum ev felium babentia : que in borum
damnatorum ora cvi emarifsima pocula,eliquatumq; plumbum, effundant: Hoz rum
peccatorum aliqui, euomant interiora ex «vifcera. Retro in [pacio, inter lineas
à posterioribus partibus, fiz nifiri humeri ad circunferentiam pradicla platea
defluenz tes,inuidi maneant: Q) ui bene retro collocati exiflimentur: quia et
[lercore malo.fbroximi, letati [unt: &) d contra bos num illius, «velut
flercus reputauere, dum illud vilipende runt, vituperauerunt ab[conderuntq;. s
Inuidi autem in toto corpore varios liuores babeant: pal lidieoc. Hos autem
Ouidius pinxit. Pallor in ore fedet: macies in corpore toto: ]N'u[quam recía
acies, liænt rubigiz ne dentes./U'ifcera felle virent:lingua est fuffua
-veneno. Hiproflrati in terra iaceant;atq; duriffimis flagellis,ut puta
taurinis atque plumbatis à dimonibus pa[ferum vel "Draconum figuram
habentibus, durifime verberentur. In feptimo (pacio dextro Luciferi
corre[pondéti bumero pigrosponimus acediaque percu[Jos : € ui in tali inferni
loco conflituti;ligati fint manibus e pedibus: Iuxta illud; ligatis manibus eg*
pedibus proijcite eum. ide[l Seruum inutilem, in tenebras exterviorcs.Iaceant
bi, in avena: pedibus in compedibus reclufismanici[q; ferreis ligatis
manibus:catbe nifq; Pars prima. 6 ni[qy multis vintli eg cireundat?. Inter
iflos diabolifint, fa cies mergonum «oelmerguum babentes.afr noram aliqui: qui
acut ifsimis Siismalis pradictos pangendo torqueant. D«moz numq; aliqui,
merguum "vel mergonura efhiciem babentes, tanquam [mper eos [edentes €
equitantes, calcaribus co. rumconfigant, eg) compenetveni latera; baculifa;
pofteriores eorum percutiant partes. Impleta platea damnatis predis Cis,
gelidarum aquarum vapidum flumen [ua inter littera fluens, co plateam predictam
ambiens,ponimus. c^dt hic notato, quid inter finem platea infex ut dixiz nus
diuif& /pacia, eo arenarium litus interius buius flumiz nis quemdam murum,
terra tribus furgentem palmis, e plateam claudentem, cg» ab arenario eam diuidentem
féparantem,te oportet confingere:te loca indiflincla confufionem noftre
ingerant menti FPofl quem murum plateam recludentem litus fequitur:totam
circundans plateam: Deinde flumen : nigras fecibusá, permixtasa fundo ebulliens
aquas. 1n boc autem flumine :in ante.f. Luciferi Cymbam, ani marum plenam
exiflima : In qua atrocifimus fit d«mon, nauim ip[am gubermans, eg» animas
peccatis oncratas diuerfis, deportans: mon ob id ( barontis claffem admittimus,
ftd bec metaphorice [umimu. Mflas aiit predictas animas, damones multi in
pradicla naui exiflentes, in varias pr«dicle platea c inferni portiones eo
[paciaymaximo impea tu proijciunt "vel deportant. Extra flumen pradicium,
quod totum circuit infernum NET à parte Thefauri memoriz artificio k parte
dextera l uciferi,1n cripta Lymbum infantium: 0845. : Retro Luciferum,
Purgatorium:incripta et TA tras f'umen pofitumcexiflimetur. 2L miftri 35 in
cripta Lymbum [antforum patrum: Ho vUmrationem pofitionis breuitati ['udens
omitto. ct ciendum, quód Lymbus infantium mortuorum in originali peccato locus
efl [ubterraneus continuus cum infer no,ee parsinferni.[ed tamen fuperior
eoloco, quem infers num dicimus : locum autem iflum, in duas diuidimus partes:
in quarum «vna infantes mares [int : in altera femelle morentur/De boc Lymbo,vide.$.T
bo. :fen.dif.45.quaz fio. 1 im ratione ad eandem qu&fiienen. Purgatorium, qui locus purgandorum est, in altitudine
füperior fit predicto Lymbo;qui locus rotundus fit, quaft pu teus fed latin. Et
ibi fint ( lerici Presbyteri: E pifcopi ec. A eligioft, Monachis Abbates
coc.bomines prinati mulie res. Locus ifle flammis excande[cat eg fumo: Et
tanquam balnea; fedi ignem non aquam cbulliens exifHinetur. In
mez dio fupra quandam exisimatam petram vel in porta:uel melius in balnea
circuitu «vel vltimo per ærem : cfngeliconfortantes exiflimentur.. Lyiibus
[anéborum patrum; locus fubterraneus eft; pa lo fuperior Purgatorio
exiflimandus. Santi enim patres;in quibus. minimum erat de ratione culpa,
[upremum ee mis nus tenebrofum locum habuerunt,prout a [antlo T homa.4.
fen.dift. 45. uni ar. diste haurire po[Jumus. Locum autem bunc quadratum
exiflimemus, eo in pi »70 angalo [int [ anti Patriarchæ: in fecundo fancti
Propheta:intertio [ancli:eo: Iu[li bomines: In quarto infantes circuncifi:
omnes ifli ibidem aliquando fletere, v[que.[- adi Chrifli defcen[um, e& ab
inferis a[cenfum. Additiones operi infert ab codem authore. F. Cofma Roffello,
ad ampliorem noti timeorum, qua fupra pofuimus:& adlcgentium maiorem
vtilitatem : et vberius oblectamentm. e Oft quam pra[enti operi de memoria
artificio JJ fa. finem dedimus : placuit co nobis, vut ea, qu& de
inferno,elementis celeflibus.[bberis, QU celos, Empyrto diximus, ac feripfmus
spi. &ura commendarentur: bac nempe de caufa, ut videlicet. tum in[hetlori
maximo e[fent emolumento:tum, vt illis c. [picientium animus oblectaretur ac
hifce fludijs peram na uare,vel"vtili, vel voluptate, vel certe
"Utrod, permotus pene compelleretur. Igitur curantes, vt Infernus,
Paradiusd, omni, qua potuimus diligentia, pingerentursmelius edo Cli,addere
quedam, aliqua in melius commutare, paucifriz mac, excludere, neceffe fuit.
Et,rvt eorum omnium, qua de pila fuerunt, notitia plenior haberetur omnium
pradictoz fum declarationem, ibidem a latere. appofuimus : cut que. pittura
includeret;feriptura declaventur. Ef as ergo Inferni pne "Paradifi 7
Thefauri memoriz artificiofe Paradifiá, declarationes pleniores eo locu;
letiores, non om nes,ne iam [cripta replicentur [cd e duntaxat, que im mo fro
libro minus plene po[uimusi buic nojtro operi, inferimus &) [ «bncclimus.
DeInferno in communi,& de damnatorum poenis in vniuerfali. qr&me ug LN
terra medio centro, Infernnm damnatos J num effe,etft mon certo probabiliter,
tamcn fa » [ eri afferunt doclores,vt 5. T bo.in 4-quilibet g «elol]
"videre poteft. qui locus vviliffimus eft .Ut pos te qui "vilium
mancipiorum, perpetuus incolatus exiflat, "Profundus.nam circa centrum
e[Je creditur. Hforribilis ex viftone demonum. vt'D. Greg. autumat.P auperie
egestaz ted, omnium bonorum a[berrimus, verme con[cientiam cor rodente
intolerabilis, P'ermibusá, forfan corporeis fatis plez nus, quod ee
D.efuguftinus non negat.nam etfi naturaliter ibidem, pre[ertim pofl. iudicium immoto
primo molili e[Je non poffint, Dei tamum miraculo in damnatorum pena ade[Je
poterunt: uod gg tunc litteraliter de ipfis damna ris exponeretur illud.
"Dabis vermes in carnes ipforum.Inz faper locus ifle inextricabili
confuftone plenus ef : ibidem. enim nullus ordo,fed [empiternus borror
inbabitat.1gne ve bementifimo exefluans: Putridus maleq, olens : Gelu æ frigore
indicibili flridorem dentium incuriente vepletus: flez tucinlatu, clamoribusq,
auditui infenfr[imis, [be longe la4 ted Pars prima. 8 req [emotus. T'enebris
gratie ac gloria plenifeime opacus ác in[uper lucis extera admodum priuatus.
Ita qud ignis ille im Inferno exiftens,non ad leuemen, fed ad penam videri
poféit,isq, horribili fumo permiflus flammæ, fabrübea, vel t mili terrorem
incutiens,penamiá, damnatis in ffüigens. € ui denid, locus,carcer eft
apo[Fatarum [birituum ficut de eoer uator no[Ler a[Jerit. Q aiparatus et.
diabolo c: cngelis, eius;in[uper [celeflum bominum habitatio: Perpetuum ve
proborum exilium:pra[citorume digna cauerna.[pelunca. fla bulum, bominum
illorum: qui, vt animalia irrationalilia in boc mundo vixerunt exitlit, Q
uidamnati bominesomnes er finguli, fi non equa li modo: (quia [ecundum.magis
[altem ee minus) attamen eifdem penarum [Deciebus excruciantur, cum pene damni pena,
[enfus «niuevft [ubiaceant:iU'erum enim vero, diuerfos danmatos diuer[as luere
pemas,coruma, peccatis [ac tis contienientes,ex [acra [criptura, «ut plurimum
decerpfimus:quas cadem [criptura, evelproprie, evel per metaphora dixit;cut eft
illud E[aie .Erit pro Zona funiculus, co pro erilbanticrine caluitium:vel in
toto,vcl in perte accipitur, ut eft illud, Ibi erit fletus.quod per finechdoché
idcft won pro emifsione lacrimarum:[ed pro dolore cayitis, eo» contortioue
panniculi cerebri, accipi debet.fecundum D. Lo. elias in[uper penas non
finximus, vt in[Pector, vel ip[as penas ifl is uel illis damnatis conuenientes
conf deret, "vel certe ipfe idem le&lor ex fe excogitet quofdam
cruciaz tis pradictis fcripto fignatis vel depictis perfimiles: fed lonz 4t
atrocios Thefauri memoric áitificiofx ge atrociores : ipfistamen damnatorum
peccatis corre]bonz: dentes,A Dco inflictos, vel infligendos e[e. Nam
clarifti-: mum ex [acra deprompfimus [criptura, penas peccatis con: uenire
debere.€) uod «9 rationi [atis confonum eft. D. etia T ho. dicit, quàd nil in damnatis erit quod eis
non fit mates ria triflitie : nec deerit aliquid pertinens ad triflitiam. Ca.
propter, fuperbos in Inferno proflratos conculcatosá, à deme: nibus
difhofuimus: "vt qui in "vita gloriam humanam affez élauere conf ufi,
eg omnium de[peclifimi ( ficut vei mil eris. probabit euentus ) con[sderentur
in Inferno damnati: ficá, de ceteris cruciatis eo cruciatibus intelligas .SNec
te chaz vifsime leéfor fallere poteft pi&lura, qua aliquando nostro in
uentu diuer[os diuerfimode excruciatos oflendit. Nam coz gita fi potes omnia
atrocifcima tormentaya[perrimasá, pez uas àmundo condito à diuerfis tyrannis
bominibus infli ctas etiam (Chriflo domino, illas et omnes, qua bumano inz
uentu infligi po[Jent, nec tamen parem "ollam inuenies, qua etia minima
infernipena-vel [enfus,vel damni coaquari po[sit:quod cox doctor nofter
c/4ngelicus afJerit, rationibus, probat. Idcirco qualibet bac in pi&fura
data pena, damnaz ds quedam [ingulis, [ed longe maior erit excogitanda : qua eminenter
ba[ce depiclas continere credatur. 94 parz Pars prima. M De pattibus Inferni
hac in charta depi&ti,deque diuerfis damnatis pradictis in por .
tionibus,ac de diuerfis eorundem cruciatibus. SN tartari obfcuriffimo loco. eo
lacu, ac inz e. fuper in putei cenofa profundad, "voragine, innumeros
demones ibidem excruciatos atz Ic tendito. Luciferum etiam omnium demos um
principem, flammis fumod, ex puteo egredientibus cir. cundatum, Qj à putei ore
prodeuntem,animasá, torquentes con[idera. e/4 puteo pradiéfo ucbementiftima
egreditur flamma, qua per totius Infernipartes debaccatur, omnesá, damnaz zos
iuxta [ingulorum merita torquet. quia dei inflrumétum e[?. Ligat autem ignis
ifte animas, eruciatá,ac miro tormis ecomnium damnatorum impenetrat corpora
Hleretici in primo [unt pofiti gradu, qui [acros libroscom burunt d
ilacerantá,: [acrarum enim [cripturarum germaz nos fenfus in bac luce
conflituti,deprauare folebant. peruer tere in[uper,et cas aliquando abolere
aufi funt. Secus istos, Iudæos obflinatos, duraá, ceruice ac mentis eculos
obcecatos habentes, ignis idem [pro eorum excruciat sheruis. Idolatras in
terram prostratos, uebemens à puteo egrcfz f^ flamma excr uciat. 4H» ppocritas
im quarto grada circa puteum conflitutos Z locauimus, hefauri memortz artificiofe
locauimus, à quibus demones laruas ouinas detrahere, eo feces turpiftimas
denudare finguntur. Retro Luciferi dextram,rvsd, ad frmiflram circulaviter
progredientes, feptem mortalibus capitalibus culpis obnoxios difbonimus.bos
omnes «varijs penis cruciatibusue diuer fs defatigatos cernere poteris: ficut
gj [uperius abunde diximus. De flumine vel ftagno Infernum ambiente. I uS
Elidarum aquarum flumen Infernum am $25; sh biens po[uimus. proinde 10b.s4. de
quolibet : Ua" damnato fcriptum efl.c-4d nimium calorem, hem] manfiet ab
aquis niuium. Conficiant. ergo aqua i4, vel paludem ; «vel flumen, vel aliud
quid : ita quid feparata fint ab igne, vel pluribus in partibus Inferni ea iple
aqua appareant : "vel virtus duntaxat eorumiq, geluip quadam confufione e?
permixtione, ot Doctores di cunt, damnatos ipfos excruciet : nibnoftra refert.
fat cnim tobis cfl, abfonum non efe immo con[onum fuiffe, [criptus req, lancla
con[entaneum, aquas in Inferno po[uifJe. Cocytum autem flumen eas appellare,
quod luctum [oz pat,uelpaludem.fLigiosq, lacus,quod me[iitiam [igna tucl
Lethe,quod obliuionem importat, ron est inconueniens:im$no. nomina ifla
my[lerijs baud carentiquod c palam a[Jes rimus,non «vt Poetarum figmentis f
aueve velimus ; [ed vt quod illi muffitantes dixere ; hoc nos (brifliana
"veritate plerifjime A ES Pars prima. HE: 10 pleniffime eruditi
declaremus, e tanqu&m ab iniquis po[féfforibus,ut D. Hieronimus ait, qu«
«vera dixerunt a fs menti extrabentes in noflram referamus e'tilitatcm. De
Lymbo Puerorum. 9] Imbum puerorit, extra preditium fumé -oel V Hlagnum in
crypta difbofitum inuenies. ui SA locus, cum Inferno continuus efl, ac inter
eius a asse] partes a docloribus connumeratur;[ed tamen eo [uperiorem
difpo[uimus. In quo exiflentes anime, dupliz ces tenebras patiuntur gratie
[cilicet :eo- glorie.e 4t iflipez na [en[us moleflias non patiuntur.Hfic
defcendebant infan tesilli, qui in nature lege ab originali non abluti peccato,
de cedebant: llli in[uper;qui olim in priori tefl amento incircum cifi et vita
migrabant : nunc "vero omnes, qui ante rationis evfum facro non fignati
bapti[mate moriuntur. De Purgatorio. x] Urgatorium est locus purgandarum animaJ
rum:quod L»ymbo predicto fuperior intcl/iga tur : nà longe [uperiores gradu
animabus pue 2j rorum existunt ife puyganda.cizd qué pors ro locum,
pr&dicle anime deducuntur ab cZngelis : Comis tantibusramen co afiftentibus
dæmonibus.) uo in loco £lo rie tantum, non tamen gratie tenebras fubflinent, 6)
pas a Ve set 1 tiuntur, T hefauri mcemorix artificiofic diuntur, ignei, cox fi
non perpetuo, temporáliter tamen per maxime affiguntur eo craciantur. Igitur
pena danni pe nad, fenfus tempovaliter torquentur, «bi cj: demones, etfi non
torquentes ; attamen illudentes €) conuiciantes conuez niunt Nam ratio
expostulat,"t viclores à «viélis minime torquentur, et fi aliquantulum ab
eif demilludantur. Efoc proinde in loco anima exiftentes,nofl ris [acrificijs
orationi bus, leiunijs,uigilijs, peregrinationibus,flagell ationibus, E lce
"mofinis ceterisd, fimilibus bonis,à parmis [ubleuantur. ua iuxta.
y.cdug.[ententiam,pradictis animabus profunt:uel, «vt ipf pena tempore,rvel
intenfione diminuantur,vel ab eifdem ipf anima penitus ab[oluantur. Aliud
leuamé eo» ee anima con[equuntur. nam ibi non de[unt. c/dngeli, qui ps gratas
apimas bortentur, «9 quafi [ua pra[entia 0HeAnt. De Lymbo San&orum Patrum.
V] zdnélorum patrum Lymbus paulo fuperior eff Purgatorio, ee pradiétis locis
minus obfcu gebantur: [ed glorie tantum fplendore;fez cundum prefinitum tempus
priuabantur.9) u& locum [ubito pofl mortem adit Iefus [lendore beatiffime
anime locum animasd, illuftrans eo illuminans, bean:á, omnes illas vix fione fs
diuinitatis. £) ui locus, educlis inde patribus, cau in poslerum fuit ac
perpetuo erit. T 5M "De fN aii Pars prima. Hu De Naui Animas deferente. 8T
7 fi naui non indigent anima, ned, veclori Gus cateris,cut pote demonibus:
"vt ad fua loa ca pro meritis, iuflitia «urgente diuina perue niant ce
perducant:attamen ad celos, ange portaretur ab efngclis. Et Ecclefia boc fere
ide demon[lra re "videtur, dii dicit "Data e[l e/dtchangelo
Michælipote flas [per omnes animas [anclorum [u[cipiendas. fic de qui bufdlam
prauis bominibus, quid ad infernum à dæmonibus perducantur, [ epius legimus. Q
uod etiam de [acra [criptuz ra te[limonium baberi videtur, dum dicitur. Ecce
repetent animam tuam à tec alibi, Tradidit ei tortoribus quou[ ue redderet
«vniuer[um debitum. Ideoó, actas à demoni ds naues pinximus, quibus animas ad
portiones diuer[as infirni, damones ipfi deferant, e proijciant.e *vt boc fis
gno multorum. bominum anima etiam «v ifibiliter sd, ad Infermum per datla
intelligantur, cum quibus € perpetua focietatem inuite pertrabent. Dc Cryptajin
qua cauerna et aditus ponitur. Axes] U'amuis anime Infernum petentes. fouca sel
MC aliquo huius modi, "vt in infernum impenez j/4] trent es defcendant,
ee) ab eo diglutiantur, NeeeA] non indigeant : attamen expostulabat ratio, CCS
vt illorum 'T hefauri memoriz artificiofe vt illorum infelicium animarum ad.
Infernum de[cenfu:, qui pingi non poterat, bec figno in[bectori^us declaretur.
cetcmnmn iadicij tempus aducnerit, quo «niuer[ et anima cor pore denuo
"ve[lHicturit»c freut olim [upra Datbaan et Abi ron congregationesá, eorum
cos uiuos deglutiens terra aperta eft: Ita cg peracto extremo vvniner[aliá,
iudicio,ea ipfa ter ra cora damatis magno aperietur hiatu eo abyfci magna pu
teus fuper cos urgcbir os [uum, e viuos deglutiens perpez tuis ibidem tenebris
veclufos eruciabit. Q uefo vosomnes lectores in[beGloresa, viuentes: ad inferni
profunda cogitas tu "ve[tro defcendite, penasá, «niuer[ as perpenditeyut
eru ciatibus predictis admoniti, c7 bac invita illis quafi "vul neribus
percufisatà, perfofet, a peccatorum fomno,iam hora exifleute, furgatis. 9).
uo [obrij eo "vigilantes,atá, precincti libero patétio, ince[J: u, virtut4
omni femitas peurrere poe tis, «o ad eterna beatitudiné in calo perfruéda
pertingere. Omniam prædictorum locorum figuram ad maiorem euidentiam pono. in
qua fane figura-vniuer[a quia [uperius féripta funt, dijpofita inuenies-fed mon
precife eo quo fupes rius diximus, modo: nam in melius qua fcriptærat mutare
(rut in bis additionitus uides.) fapientis erat, e» tilitati con[alentis: In
eadem figura,candem ob caufam, quedam addita inuenies. Nec ob id miretur
lector, nam [cripto boc opere absa, figuris, ess iterum illi Wacantes,ut pro
maiore dez claratione in ip[o orit, qe [cripfimus,ponerétür figura. qua dà
mutare:queda addcre placuit nobis. €) uod et in [equéti bus,ne eade repetere
i1eneamur nos ferua [Je animaduertito. ALlodd queen YT AT ER bU P " AUC
WUCAMECS Axes UE V REENC IT VE MI Miiisiecviá ws, CIA Hm e "1 Y Y3CAY W ER
; FE SETS pe Tr EIE e E. QA y EI o 4 S 8NOlV5odA CO ÆSES NI V F3 res Las uigne
PER uteri mieu SUC. T ACT ADRIAG ST app V VAR MORES qe Me DR, ETC ce ADR xpi ei
xu o d ed ei oen Thefanri memoriz artificiofx 7 /oniam in. carminum
compofttione minus JJ] apti minu[ue eruditi [umus,ea propter ne ali j quid
noftro defit operi, quod lectoribus fore (NES 9) gratum € vtile exifhimemus :
ideo qu profa diximus, xut carmine comprehenderetur,curauimus. 4 uapropter.
R./P.F.SNicolai Alextj Perufini celeberri mi in (acra T beologia profe[Joris,
ac [anct Inquifitionis di ligentiffimi commi[[arij opem € operam efflagitantes,
[ua tum benignitate tum praclara in [ludis ommbus eruditione,meruimus
quantocyus exaudiri. litur que cito, fed eleganti copiofoá fbylo profudit
carmina, hic infraa nobis poz nentur:tie buius noflri operis lectores,ac
figurarum in[pectores, bac ( quam carmina donant ) animi oblectatione priz
uéturimmo que pro[ayt diximus, declarata uiderintycar sine bec eadem [e
babuilJe letentur: vt qua animi oblecta mento auide legerint : ea ab eif dem
iocundius € "vtilius [n [cipiantur, co fixius in corum figantur qo rccondamur
semoria. RP. * P? M. NICOLAI ALEXII BB R.VoOS LOU ORDINIS PRÆD. COMMISS,
S.Inquifitionis, Carmina. DE OENFERNOS SS DAMNATORVM GENERATIM. d ades, iam fi
ifle gradum, circum [pice formam j Tartaream, € penas pedore conde truces ;
C-ARCER atrox Nerterd d grauis,uer TT o meid Voraces T'errifica facies, borrida
Monflra, ('Fuces ; Eftcalor intenfusyriget intolerabile frigus, eNunc buc,nunc
illbuc perdita T urba ruit ; Lutlus co Virrices Cura, [bes nulla falutis, Styx
nigra fax pallens, Pax procul;acl 4 quies "Dira fames,violenta fitis,
truculenta cupido, E xplere at nallis,bic,[ua ota datur ;. Sic femper miferi
cupiunt,numquamq, cupita. Percipiunt, Thefauri memorie artificiofx Percipiunt
ira binc bisrabio[a furit. Hac tibi [ab varijs [unt bic defcripta figeuris, "Ut
mage ftc no[cas, £ ue grauiora manent : eNam nec Praxireles fcelpat,nec pinzat
c-Apelles "Penarum [pecies.E) uas locus ite tenet. DE RV ITO. A Lius hic eft "Puteus, T enebris
oppletus eo igne, Q uil emurescruciat. Lucifer ora tenet,
Hovribili a[pe£tu, ( unclos torquere paratus : e tá hicjatá illhic, fors
"variataviget. In primo Fzretici. H Ic fant Fíerttici Q) ui (acra Volumina
[cindunt &. 1 c/4ur pedibus calcant, Dogmata falfa ferunt. " In
(ecundo Iudzi. H Ic natio Iudæa gemit, Cui ferrea ceruix: Kl Cuiclau[us
Mo[es,luminayvelat egunt. Intertio gradu iuxta Puteum Idololatrz F eAlforum hic
confraGla iacent fimulachra "Deorum. X. Q uorum cultores v[tulat ignis
edax. In quarto Hyppoctitx H Ic funt byppocrite, ficlapr obitate doloft, XJ
Laruis depofitis,iam [ua Damna videm. In Pars prima. 14. in quinto Superbi.
Hhos trabit,bos trudit,ora Leonis babens."wee À Vla fuperborum adDextram
Plutonis .eórima; In fexto Auari. Ic curuos ceras "vacuosá, numi[mate
auaros, H £) uos [ab fronte Lupi, [eua Megera quatit. dNaná, "vorax Lupus
est,fic nec fatiatus auarus ; Vt Bulfo,defit,ne fibi terra,timens. Infíeptimo
Luxuriofi. Oram Lucifero, Veneris quos fcda libido e Perdidit,Ignis inefl
turpia membra creans, cAnguibus oratument colubris coma colla cerastis, ircorum
effigie:quos lemures domitant. In octauo Iracundi. Cce bic irati lacerant fibi
"Petlus, et exit b eNaribus,atq; oculis flammeus ccce uapor. En mordent
fibi dente manus, pia numina carpunt, "Portenta bos vexant Lurida,more
canum, In nono Gulofi. E Suriunt,fitiuntá, Dapes,abfintbia felle Et fecemisia
Grues,P oculad, atra ferunt. Diues adeft epulo, guttam petit,€e* nequit cUnquam
" P e4ccipere, b Ld. et Thefauri.memorix'àrtificiofz eAciptre, Unde ardet
iugiter ille fiti. In decimo Inuidi. I 3 I1refident quos Hio. edit, qui i T abe
matrefcunt, "Dum mala auent alijs, nec bona ferre qucunt y Hhs in (ublimi
tractos fera pulfat Erymnis, F nde his ies U erbere térga fonant. In vodécitnio
Accidiofi. H Ic " cgnes berent manibus pedibusd reuin&lis ) ; Rupibus
in flygijs,ad P blegetontis aquas, 405 .$ Ma afinos mentiri, pulfi bus furgent,
egi us Aleéo verberat "vs JV. Eia De du si inesqu od am bitin GPS s.
Gniuomum obuallat cirtumfii tatartara flumen, TS ] 9 uod multis cAnimis caleat
onujta R atis. €xonerant Claffes Loca dat [ua cui, C barontes, *Proqi (a uo
Penas (rimine qud luunt. ^ 1n Purgatorij oftio.1 1 Ic z hài eft animis
purgandis tempore certe: e Angelica, exter[as portat ad Mise uar Lyrnbus
Patrum...: ^ «4 H Ic "vetus ille manet Lymbus, quem Chriflus adiuit. dd
din occlufos extulit inde Patres. Lis jte Pars prinva. in 1j LymbusPuerorum. Y
À ec Pueris eft dicla Domus, Q uibus ante perire H Contigit,ac labes prifca
veuul[a foret."Dant penam "Damni, non [en[usynanq; videre Haud unquam
po[Junt numina clara Dei. Idem ad Amicum fium F. Cof. Roffellu m. A (cipe T
hefpiadum fubito deprompta furore. Proq; mco tantum redde Labore preces. Yt
tantas Eereli nobis euadere penas; Det Deus,Co valeat mens meapace frui. De
locis ampliffimis communibus fuperio ribus pre diétis:ded; corum diffini- tione
parutione et numero. Ar « Oca communia amplif'ima es fuperiora illa 4 funt,que
[uprà inferiora [unt pofita, eo [unt CÆ quatuor elementa: T erra: equa: c/4er:
ea P mLLN Ignis. Eorum autem elementorum uni 'quod qut: in P ERUAN fecernitur
partes:qua quidem partes in[Hituz o noflro perutiles erunt. ]Nullus tamen
miretur, quid boz dum bomogentorum partes, qua fibi [imillima funt, pro loz cis
bac in arte(qua locorum varietatem quantum poteflrez quirit)deféraiani Nam duo
funt, qua diuifionibus ca nobis ! 4pta Thefauri memoriz artificiofze epta
reddunt. Primo ves, qua diuerfis in partibus elementos rum vclimueniuntur: «vel
inueniri po[Junt: «vel faciliter in eifdem imaginari valemus(ct infra uidebis.)
fecundo eorum notabilis magnitudo, quam attendentes diwifr ones faci liter
predicla eleméta recipere poffe cognocimus. uorum quidem notabiles portiones, à
uobis aufugere nequeunt. T er ra enim [ecundum [e totam,a nobis def umpta (fi
Alphagra no credimus)girat triginta millia;[upcr emille quingenta mil liariaqui
numerus [ub aritbmeticorum figuris pofitus atque redactus, talis eft 315060.
Groffities «vero eiu[dem atque diameter mille ej) viginti duobus miliaribus
conslat.( um iuxta Archimedis fententiam diameter tertia fere pars fit
circularis circumferentiareicuiufübet orbicularis figura.Se midiameter autem
terre (qui noflro propofito maxime dez feruiet,cum bac fubeelefles J[pheras ic
infra fub figuris Ca non integras fed medias duntaxat demonfirantibus ponaus,
quod non. tantum nobis noflroà, negocio fufficit : fed clariorem plane noflram
reddit doctrinam)erit quinq, millia co voxdecimmilliaria. ur autem de
milliaribus loquimur. bic,eos infra deno Sis intelligimus. Ad noflra cnim
milliaria recentiores, que veteres po[uerunt, laboriofa fupputatione
reduxerunt. Az qua "verotamva[ta amplitudinz atq; magnitudine fuperz
eminet terra. ac tam grandicam [ua excedit quantitate, quid iia decuplum
pradiéius Alphagranus cateriq; (eidem ceu bac in re doctiffimo adberentes)
terram ipfam excedat, autument. Eadera quantitatis proportione er A quam: et
Jenis Pars prima. 16 Ignis c/feré excedit,eg: fuperat. Ita quód dotfiffimi
c/A$lro nomimaxime cAlpbagranus, à Terza ad evsá, Lune cali numerent triginta
€? duos terre [ernidiametros.qui,cut diximus, ex quinque mill ibus
"undecim milliaribus conflat. Q uamobrem iuxta corum [upputationem, Lune
celum à terracentum [exaginta millibus &z* quadringentis «viginti feptem
milliaribus diflat.16o 41.7. bfonum ergo non erit, imó eg) quamplurimum con[onum
atq; perutile inucniendis locis atq; figuris predicta elementa diuidere.Q
uantltatum eiiam pradiczarum ifLorum elementorum, vt experientia di[ics,
aliquando ia noflro negocio memimi[fe iuuabit. B d r& autem noftram
redcuntes,ab[omum non erit,imo e9: «valde confonum extiterit atque perutile,
inueniendás «o con[litué dis locis atá, figuris, predicta elementa in [uas(qua
in jfra po nontur)diuidere partes. € uod crgo ad corum [Pectat parti tionem,
ierra incipientes, in [ex portiones dicimus eam dis uidi pofJc. T'erra prima
pars fit illa, aue prope ex immediate fuz pr^ lufernum efe, que pars pure
clemétum e[l, cum miflioz nem aque non recipiat, neq; alterius vei, qua pars
ficca exifit et frigida, colore etiam differens a ceteris terra partibus,
fecunda pars et, ubi aquarum funi meatus,ubi aque mine rales [ulfuvee e calide
etiam pertran[cunt,et bac pars [n perior e[fe pradicia exifl netur. Y ertia ct
fuperior [ecida: in qua metalla ee mineralia omnia actione [olis ac flellarss
maximeq, planetarum gianuntur influxu. Q uartaterrepartem affignancus co in
loco, ubi Hie es T hefauri memoriz artificiofe Ies aque defluunt de[cenduntà in
qua &o* maximarum avz. borum radices pertran[eunt: Vbi eo quedam
mineralia,ut Gypfi us, T upbus,$axaymarmora. Q uinta pars ibi ef,yubi Serpentes
excauant,eg» anima. lium latibula inueniuntur,cvt [erpentium,vt formicarum, Ut
Soricum,ut rubetarum vel bufonum, «vt talparum,ce : zerorumé, fi milium. exta
pars, qua, &) berbiseviret eo» floribus videt, calca tar ab bominibus,
teriturà be[Lijs,in qua eeneratur germa, eo apparent arbores. Q ue percutitur
grandine eo incbriaz £ur pluuia, eTluat S ole,albe[cit niue,conflringitur
glacie eo f'igefcit ventis.Hec autemterre pars,que fuperficies eft,di uiditur
in tres partes im Á fia, Africa, eo» Europam.V'el fic, in orientalem plagam,
occidentalem, meridionalem ev [es prentrionalem; vvelfic inpartem qua eft
"ubi nos [umus, eo in aliam oppofitam pedibus noftris, ubi antipodes; 'Uel
frc, In Plauities e9x in montes. - Deminoribus autem eius partibus. regionibus
e» pros sincijsinfra fumus dicturi. ! Partes uerb elementi aqua [unt [ecundum
pra[enté [bez culationem.Profundum maris,in quo lutum,quodá, vapoz res fpirat
flelarum lumine 5$ olisq,, qui "Uapores ebulliétes,in procellas erampunt
ita vt efundo Saxa corum impetu [ur fem moueantur.ut docet Albertus illemagnus.
AMedium aquarum pro altera parte affignamus, in qua beflie marine, ceta
evcperambulant. à Tertia pars paterit accipi in ea parte aquarum, «ulivez e€.
ta i ] Pars prima. r7 tia iaciuntur ad capiendos pi[es, inqua e» mintrespis
fics dicimus p. s Q uarta p^'5 fupzrficies 4quarum eft, fvepra quam perz
tran[cunt naMucs, que extera quatitur zempe[late 3 "uli Ius mentes flulus
apparent, vli mirabiles videntur mari elationesyvbi venti maxime dominantur. -
Quinta autem pars eius, fint naues ibi imaginata, qua contigua [ant cum aquis,
ideod, quaft pro altero aquarum lo có qualibet earam baberi poteft ; 9Nauium
autem portes fentina: medium-vbi «varie merces; ('amerula nauta, alie,
manfiones: f'«perior pars,que est dif cooperta, rcbi inz fire métabellica.Q
uinta cubi velum.funes, malus. exta corona ubi uexillum columen e Acris partes,
[unt multa, ac notifime mobis que pro lo eis baberi po[Junt. In tres auteyn
pracipue [ecatur partes. ^. fPrima pars eius:prima regio æris efl ;cov eft
illa, que no. bó propior esl,et terre, co 4qua cvicina ez contigua, € ue calida
co» illuminata est. ex radiorum folis eo» flellarum re flexione; (ed mon femper
eodem modo fcfe babet, fed diuerft mode diuerfis anti. temporibus, propter.
propinquitatem folis eec. Secundapars eft [ecunda regio, qu e» media dicitur, a
terra e» ab igne femota, frigida ez tencbrofa, quia cft ab dgneremota, ad quam
[lellarum vad/j à [uperficie terra ve flexi minime perueniunt. T'empefluofa
etiam efl. tertia. pars, fuprema vegio $1, que prope ignem efl e ipfi contigua
631, ey à terra maxime diflans : tranquilla, quia in ea.nec E «vent us
'Thefauri menksoriz dttificiofz eventus efl nec pluuia « Calida ab igne ;eo
Wellis vicinis ej) mota, Pura, (non cut prima) ex cuius fubeiliori parta
generatur ignis. R dra; quia in [uà perfetlioneconfiflit..Lu cida, propter
ignem : Mo ilis, quiacireunducitur ad moz. tum ignis, em bec pass eÆfhus, dici
folet. qualibet autem. harum regionum in tres partes diuiditur. E PNE
Prima,vbiyapparent "Uapores, aterra egredientes, qua attrabimus cg
repiramus,qua vve[ cimur, quam peruolant apes, mu[cay ve[pes, feci gi aues
quedamparuula: cobi apparct ignis fatuus fequens, coel antecedens bomines. Can,
dela circa cemitcriacateraq, fimilia. dn . Secunda esl illa æris portio, qua
peruolant quada aues magna. 'Ut c.4quile, AMilui,cornices turmatim, (igni It
ordine volantes. austin "EM Tertiæf illa,robiros fecundum Commentatorem gi
gnitur : non autem fecundum c-dlbertum magnum. à nhac etiam generatur pruina;
fecundum ilis PO al T'res autem pradicla partes: portiones. prime regionis
æris, fecundum pra[entem [peculationem ponantur, 2 uarta media regio tresetiam
ipfa pofcidet partes fs cut ee prima. de quibus partibus, eg fi metbeorologici
diz fincte eg figilatim mention minime faciant: de regione tamen tota fimul c9
in communi, deq; impreffionibus que ibidem fiunt fatis fuper, loquuntur..Quarum
imprefGiones aliquas in prima con[lituemus parte buius regionis, que nobis
quarta cfl. in ordine, € boc non immerito,vt ipfe teffa tur fenfus
AMeteorologicorum doclor «s director. Sunt era go inibi » Pars prima. go inibi
nubes; funt pluuia: Apparent fulywra, fulgoves,cor rufcationes ; Generantur
fnlmina, atq; ab eain terra vi de[cendunt ; 4bi tonitrua fiunt. Et ex eoloco in
terra evés torum de[cendumt turbines, iuxta c/driflot.[emtentiam fez cundo
AMeteore qc. Q uinta.In fecunda parte buius regionis media, que eo in ordine
quinta eft ez media,quo velis ordine.(. £) uoniam ab ignis fulgore € celi
lumine distat, Et item à reflexione radiorum folis ac [lellarum terram
percutientium «valde remota efL,unde tenebrofa exiflit): ponimus demones effe,
quos hanc partem cueleirciter, babitare exploratiftimum eft ut eft videre apud
A) T bom..4.6 A-Art. 4.€9* apud Jj. efug.[uper Gem. ad literam, Li dicitquid ær
caliginoz fus eft quafi carcer damonibus,v[que ad tempus iudicij. ^i de etiam
eumdem libr.8.de ciuit. cap. fecundo. Et libro de e/4gone Chrifliano ad
Deogratias psbyterit. "Demoneser «go banc regionem inbabitantes in [ccunda
€ media buim fecunda co medie regionis ponamus. Sexta in tertia parte regionis
pradicle,que [exta efl in erdine,reliquas impreffionese[fe dicamus, quas
metheorolo gici in hac cadem constituunt regione, quauis diftintle non - dicant
nec loquatur, nec tute affirmare poffint, eas ipfas im prefeiones hic fieri
tantum, nec fupra nec infra, quonia boc difficilimum eft affignare. Reliquas
ergo imprefGiones,quee hac in fexta parte vel prope ca inueniuntur, funt Halo,
qd Jatine corona dicitur, qua corona in talis acris regione etia flens,nofiris
oculis apparet taquam circulus circa folem soel SSTY 2 lunam Thefauti memorie
artificiofx - lanam vcl aliam flellam infrsnam. Hic notatojquid fas lorum
fpecies plures [ant,quadam fubnigra: quedam alba: quedam virides eec. Hic etia
biatus; eo vvoragines, Hic diuerfi colores videntur,ob quos apparent a[lva. [ub
«umo nunc colore, nunc fub alio. f. ubofcuro «vel rubeo «vel allo vvel viridi.
Iris etiam hic appart. Item cviroa albe:lucide vvclnigre:aliquando virides:
etiam punicee, Hac circa foz lem cffe apparent, In fuper
*Paraylij.i.[Emilitudines «vel - effigies folis. Septima. Sequitur nunc de
partibus tertia regionis, que ficut procedentes fe, im tres fecatur portiones ;
Prima er&o pars buius vltima qj [upreme regionis ( qua in ordine feptima
erit) illa e(l, in qua fecund' M etheorologicos ec. apparent [Hipule ardentes ;
domus incen[ce, candele flam ma rutilantes, 1gnis perpendicularis,
lanceaardens, Et fcintille tanquam qua a fornace egrediantur. Oclaua. JAMedia
buius fuprema regionis pars,que oclas ua eft inordine illæfl, inqua videntur
capra [altantes, "Draco tortuofus, volantia $ydeva .. Hic esiam fecundum
c^ loer.mag, a. lib. trac primo,cap.tertio Meteor.ez)c.G ez neraturros: edt
fecandum Commentatorem fit infra. Nona. Suprema pars buius fupreme regionis,
qua nona eft inordine, ignis [Dherz contigua eft, Et inifla apparent
Comct&barbat e Crinite : Caudate diuer[orum colorg: (olumna piramidales:
Candeal accen[: Columne arden t6 : Et titio, qui arabice dicitur Afub : Hac de
Æris partibus. ja 60s dus war Suprá Parsprima. "E. 19 ur Supra ederet
Regio eff ignis, quam in tres f[ecernimus portiones. In bac ergo regione
notato, quid [eeundwum profpettiua c tutborem lib. vltimo,propofitione
vltima,cum fuo (Lommentatore recipitur galaxia, qua fecundi vutrosd, «via
latfea efl lucidarum eo albarum concurfu nubium fà la. 9 ui quidem author duas
a[ferit Galaxias, ficut in[icientibus nocle celo fereno patere pote[E 5 Quarum
vna, («vt ipfe ait ) intercifa e$t, e fuperior : Altera continua eov inferior.
- SNosergo noftro negocio attendentes, eo regionem pras "diclam
diuidentes, dicimus, quid A . Prima eg inferior pars ignis illæfl, qua ipft
contigua eft co ex qua ignis defcendit, a[cenfos vapores incenden:. 2. Secunda
pars, qua co mediæ[t, in ipfa Galaxiam recipi nunc concedimus. T'ertia,qua orbi
lune contigua efl mobilis valde pre diclis purior rarior [ubiilior, in qua
Galaxiam alteram.i. interci[am recipi dicimus, [eceundum c/Authorem
profpettiue,non ilum bac in. ve fequentes (nam in o&laua [hera fccundum
Albertum mag. case[fe ponimus) fed noflro atten dentes negocio : Ignis enim
partes talibus infignite impre[3 Jionibus occurrent celerius, memorandarum,
quamverum magis receptibiles erunt. Alio autem modo tum breuiori tum faciliori
ac memo: rabiliori, æris partes aff ignamus. ' Primam ergo æris partem dicimus
eam, qua re[iraz mus, quaue aues paruule peruolant qg)c. vt fupra. Secundam:
Thesauri memoriz ártificiofe Secundam: Ubi aues magna pertranfeunt, de quibus
fuperius. Tertiam immediate [ub nubibus conflituimus, [ub quiz bu: fluit aqua,
que in grandinem aliquando congelatur in grandenulam eo niuem Ubi pruina gre. Q uartam "vbi nubes [un: fulgores: fulgura € cetera
alia,de quibus [upradiximus. Quinta
fit, bi demones manent. Sexta, vobi impreffiones ignee vt plurimum apparent.
Jgnis partes eo modo, quo [upradiximus,diftinguantur. Predicforum elementorum
f(céliones fub figura ferm circus lari difpofitas hic infra reperies. E D
CONTINVAAPPARETIY J $ x- SCEND ad AS fce E coils: e AO eec DRACO CADENTIA svpE
PA ENTESACANDEE Acc CR EUR à SERES NA AN : SV. j Y AND. «S 0L [aS ANSA «92 CE.
VESPES "AUS e r .» x MS BNSENT-INOS EOULEY e US 74 ESI VREIMINO, OE SN bg
NATA ON Je NE FU d QUO CUERS a NON v5 APA E AMA BEES ANENENCN VS ADÆ LANG El :
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pe TN b « aue dirempta, ^ Partibus. £t t d et eit, pur té,Paxá, i. cAlicra]
parar minus JUcnas tenth, p M meatus; RÀ P nde Minerales A qnadi lira n mit tit
aquas. " Y» ! Tertia producit n nobis g qenus o omne : Mtetalli, Latages
cese. turum, ! E agentium. : martiaé, arma perit. ONE 9r eART cA, Domum prabet
Buffonibus, atá, ceraftis, AMuribus d alpis; UN at iflalatent.. "m In
fumma «vero facie, 8 ofa a, Lilia. herba. M Vexà Medea Planie ora iid, e arua
uirtnt. x Bit T, L ^ 250 89^ Hqua Thefauri memorix artificiofze Aqua. D Elluri [uccedit À qua, et quatuor quod partibus ambi,
Et circundat eam limite cintla (uo. Prima
profunda, paritá, fole trabente «vapores. Vnde fluunt nubes, lympha,
procella,miues. . Altera. fert pi[ces.eov mon[tra [ub E quore multa, Hic Balena
natat, cetus, tz orca, Boues. $N'on ita
Pars grandes, Pelagi dat tertia, ifces, Hic Anguilla, Lupus, T incha, Locufla,
Lepus. Q UARTA velit claffes,tumidas quoq; fugit 3
vndas. depius in preces, "Naufraga puppis abit. Æreo DR D Ebhinc cer
f[uccedit à que, Repionea trina, In totidem fed pars, Queq, re[ecla manet. Jnde
rouem [urgunt, Qua viuimus,infima pars eft, Qua F uci '?* Mu[ca,quaue agitantur
Apes. Portio Pbanices Aquilas, Miluosq fecunda, Prouebit, bic etiam per iuga
tranfit olor, T'ertia progenerat Rores, tenuesá, pruinas Frigore concretas,
qua*vaga terra madet e Quarta gerit nubes pluuias largitur e imbres Fulninat,eo
fufa grandine vo aflat &gros. AMurmurat bic celum fonitu,tonitrud, remugit,
€t "Notus to» Boreas bella cruenta cient. Efl data demonibus Pars quinta,
cubi pralia mifcent, ANoffrad, Pars prima; 2 eNoftraá, follicitant pectora
mille mods. d'exta nitet varijs formis, bic gignitur balo, Iris, hiatus
adeft,rvirga,rvorago,color. d'eptimapars [lHipulas, candelas edit eo» baflas,
Ignem pendentem, flammea tela, Domos. Saltante: gignit capreas octaua,
Dracones, Labentes fTellas cernere epe licet. *N'ona faces affert torres,
rutilasd, cometas. Pyramis co flammis feta columna nitet. Ignis : Era flat
fupra vulcanus,concaua lune T'angens, gp) com[l at partibus ille tribus, €t
furfum raptos accendir prima vapores c/Altera laclentem, T ertiad, ipa viam. Cap. 4. delocis communibus ampliffimis coeleftibus, et
eorum diffinitione et numero. Oca communia ampliféima celeflia, funt ils Jaque
[upra predicla omnia fita [unt: vns decim.f-celorum [here. In primisá feptem
planctars celi: videlicet celum lune, quod eft primum cteli ab. inferioribus
incipiendo: Celum Merz eurij, quod eft fecundum. Tertium celum cfl
"veneris: Q uartum e(l Solis, co efl medium inter fepté planetarum celos:
T hefauri memoriz artificiofze celos: Q uintwes Martis: Sextum Iouis: Septimum
Saturz nici: Oclaua feheraque fixas continet flellgs: SNonum celum: Primum
wobile;Celum empyreum. Q uo ad partitionems, (Jelorur feptem planetarum par tes
non afrignamusi quoniam frmillima [unit (quod memorie officit). et uodhbet ergo
celum pro vro loco erit :pro altero planeta eiu[dé accipi poterit : pro tertio
loco imago rei illius (a quo planeta 'boc vel illud nomen accepit) [upra ipfum
di fpofíta,deferaiet. Velcerte pro tertio loco,
motorispradicliceliimaginas ta figura in[eruire poterit. Verum, *vt eorundem
remini[camur facilius, vnum quoda, [éptemplanetarum celum, ex illorum metalli
maz teria con[Lare fngamus, [upra quam vel quod boc planeta «velillud dominium
babet eo: virtutem influit 'Tafis enim diuerfitas noftra conducit memorie,ne in
id pluries incidaz mus,fi fimiles fi biinuicem illos e(fe crederezmus. $unt
autem feptem JMetallorum genera principalia, feptem planetis ee planetarum
calis corrcfpondentia tanquam effecius can fis: Quequidem metalla (quibus
planete fauent e incres menta pr&ftant,eóuiuoce corum virtutem
párticipant,ac «vim corum [ufcipiunt. Celum lune in argétum [olidum influit.
Colum Mercurij in argentum "viuum. Ceelum vveneri in Æs. (elum Solis
virtute operatur in Aurum, (clum var tis imprimit in ferro. ('elum Iouis fauet
flanno.Celum $a turni dominatur plumbi metallo. vi da g., uods Quodlibet igitur
celum imaginenur illius conflare me tallo,cui vim imprimit. C lum ergo lune crit.
ex argento folido: Mercurij ex argento viuo: 'eneris ex ære: $ olis «tu reum:
Marti ferreum: louis flanneum: Saturni plumber. "Unumquodá, autem corum
conum tibi tantum locum daz Lit. Et quoniam cuilibet predictorum celorum
affixum eft Planeta "vnii, quodlibet corum planctarum pro altero erit
loco. Iterum fupra quodlibet planeta «vel alatere imagis pem runam ponimus tali
planete talis Celi conueniens, vt fupra pralibauimus : Planeta luna,
pulcherrime mulieris imago refideat, qua luna pulchritudine tibi "Dianam
dewotet,quam [upra lune partem latere [eius [edentcm,eo» argenteis cveflibus
rutilantem finges,quomiamargéteum cfl celum, cui illa ?nfidet: "Planete
Mercurij infideat ipfe Mercurius alatis pedibus [labit,cur[orisá, figuram.
ve[tiz bui coveffigie prafeferet;cuius quidem we[les quoad fub[/ tiam eg
colorem lucide fint argento "viuo fimiles. Super Planetam voeneris,cveuus
ipa erecla apparcet erine [ubtili [Farfo, ef oie pulcherrima;cultu muliebri mii
o ornata modo, «ve[libus talibus circumamitia, qualibus nimpha circumamiciuntur.
Supra S olem «'eleius cælum, *Pbhalbus æl e4pollo curri igneoad currédum
difpofito, ap pareat, ot apud poetas inuenies. /A latere planeta Martis, Mays
armati ardenti infi deàt equo. Iuxta planetam 1oz nis, fedes eburnea poftta
fit; fupra qua Iouem Deorum ma aimum ("vt falfo erat apad Gentiles)
locato, vel fupra pra dictam federn Iouis imhaginern flanneam [latuas.9) ui Tup
py. pier "Thefauri memorix attificiofz piter planetam fuum pedibus tangat,
ipfo, pro [cabello «vtatur.Saturniplanete, ftatua Saturni plumbea, fcné calz
uum canum eo tardum prefeferens refi dcat. Celum otlauum diuerfis coloribus
rutilanté confinges, quandoquidem ipfum celum eg ineo contenta [ydera va rís co
penz infinitis rebus corporeis(que diuer[orum colori exilunt) in cas influendo
corre]pondeant : Philofophorum enimnon nulli dixere nil pene efe in terris,
quod inochaua fphera maxime ficllam fiti dominantem c7 influentem non babeat.
Olaus aute. [here partes multa [unt ; Q uoniz quod E liber fignorum duodecim
poteft [altem provo loco feruire. Signa autem pradicla, [unt ifla. c/dries,
T'aurus y Gemini, (acer, Leo, irgo, Libra, Scorpius, Sagittarius, Capricor
nus,crdquarius, Pifces.Q uelibet etiam reliquarum 4$. fgnrarum ceeleftium, qua
omnes inoclaua [hera fixe perz manent. Et
quil ibet aliarum [lellarum Globus et qualibet infignis flella,pro tot locis
haberi poffunt. Siquis ergo erranz tium [')derà aliarumq, ft ellarum notitia
baberet, ac earune dem cogno[ceret difinétionem et differentiam,multos fiti
acquireret locos. eMetrodorus namá, fe in duodecim Signis, per que fol
incat;tricenos eg» [exagenos inueni[Je iactauit. Supra Celum hoc Angelum cius
motorem imaginalez ri effe, flola indutum aurca, [tells qua pluribus diflincia
micantibus, Q ui tibi pro altero loco poterit effe. eNone [pher&, noni
fcilicet (/eli partes non ponimus, ob gimiam Parsprinma. 057 13 pimiamintra fc
inuicem [imilitudint. fit tibi evgo tale Cæ ]um pro uno duntaxat loco. uod
quidem C alum quod aqueum dicitur, quaft ets darum fimilitudimes babens finges.S
upra boc ( elu: quod aqucum cflyimaginemur c^fngelum efe cvefle cerulea ira
cumami£lum,vcl aqueum colorem babent. Et. quemads modum cum 'vndi aqua
pinguntur, ita ft illa veflis,ndis per totum depicla « &) wid, c^fngelus
motu eius (ali, qd mouct, moueatur [it ergo ibi quaft qui in [umimitate currus
triumphalis pofiuus eft. Ertalis cdngelus "n tibi pn alio loco. Decime
itidem partes non damus.camdem ob. caufam fphera ifta primum mobile dicitur,
moueturá motu diurno. qui motis motus raptus dicitur,refpectu inferiorum orbium
ab ipfo motorum,cotitra cuiu[libet orbis particularem matuz valemá, motum. €
ue [bhera cerulei ('eleftisé, coloris fir, "velcerte imaginetur ex
chryflallo conflaretur, qua pro "Uno loco baberi potest. TS DÀ Decimo buic
celo infideat c/4ngelus motor eiu[dé', qu£ maiorem exiflimabimus duobus
[upraditlis, € vve[libus difcoloratis indutum, uel chryflalli [bendorem
pra[efeventibus.er) ft tibi pro altero loco a Célo ciu dem. RUNG "Undecime
autem [phare partes.i.C eli empyreimon po nimus; propter carundem inter [e
inuicem fr militudincm. fit engo tibi pro vno loco tantum. e S uoniam c&le[libus
iflis corporibus [apemumera diuerfa eccafione qj) tempore bac in arte «ti
cogimur, non tantum I"? Thefauri memorix artificiofze pr loci:, fed eo pro
multiplicibus memorandorum- figuris (rut infra videbis) idcirco de eismulta
[cire admodum uti le erit: quandoquidem qui circæa diucr[a nouerit, pro diz
werfis ea ipfa fibi in[eruire experietur. 1d enim cui multa atq, diuer[a ine[e
vel conuenire nouerimus: boc dubio pros S Hai diuer(a à nobisinuenta,intelle£la
eo confide rata:diuer(a (prout voluerimus gg) figno notauerimus) vez
prafentabir,atá, ita figuras nobis quidem perautiles pro mes miorandis
multiplicabit.'De bis infra. Hac autem funt, qua in bis corporibus cele[Tibus
principaliora,in[igniora, notiora eo noflra arti magis conducens tia
inueniuntur, e9* de eifdem dicuntur SNomina: Motus : Colores:
Magnitudines:charatferes, quibus Planete atque duodecim Caleflis Lodiaici fi na
motantur:z-Prafidentia; Fauor in fabcaleftia caterad, fimilia. YXESCUEA De
nominibus coelorum atque planetatum, V Ltræaq upra cripfimus celorum atd,
*Planetavis, V. vulgatanomina, Mercurius Stelbon dicitur: Ienus, Hhe[perus:
Lucifer, wve[per:quamauis de veneris flelle atá planeta nomine diuev(a diuerfi
[entiant e? affwrment:qu& noftro negocio baud officiunt - Mars P byrioma eo
Pyrois. Tappiter Phatonta. Saturnus P baton «vel. Pbanum. De multiplicibus.
quadraginta. ev o&lo figuris firmamenti infra [ecundaparte capit. quinto,
fub alphabeti ordine ad lungurn fceipfrmus "De oir , «ccnconm 24. ^7
"Deeelorum motibus. 47v clum Empyven baud mouetur pct infra ex S.T bo. C
uirium Primum mobile, quod abaliquibus aqueum €) chryflallinum dicitur; viginti
quatuor horarurn [Dacio fuum pficit motum. Percurrit auté [upra mundi polos ab
Oriente in Occidentem declinan:yac [ecu inferiores orbes vvniuer[os
circulariter trahit... MS *Nrona [hbaraé comuerfo ab Occidente in Orientem ab A
ugelo mota, gradum:vix vnum in centum amnis percurs rit,qua omneseo ip[a subi
inferiores celos [uo rapit tHotti. - Qólaua:atque etiam inferiores onmes €
fingula ab Oc «eidente in Orientem mouentur.. Flac atitem obfaua [pbara, qua co
firmamentum dicitur, trepidat e7 trepidando iux ta cAllphagrani € cdlbuma[far.
affertionem centum. az norum [bacio ac tempore gradum unum et ipfa folummoz «do
cornplet y «t4, ita in tributatinorum. millibus unum f gnum percurrit: 'umá,
duodecim fint figuasquorum quod'libet eviginta continet gradus, ex gradus
quilibet fexagins tà minuta patere omnibus pote[l quid in triginta [ex milli
bus annis, motum [aum complere po[Jet. Hic autem eft mas gnus ille annus, de
quo multa qe «vana (ne[cientes eo» [lul tif apictes eo naniloqui P hilofophi:)
dixerunt,e infipide a[[cruerunt:2Ne te moueat leclor, quüd notiætiam viia
oclaua quidem maior longioris, eircunferentia(iuxta proa batosautbores incétium
Beluact[em Alexadrum Pics colomincum aliosá complures ) moueri dicatur (fi
tamen oes Deus à T. ns. ud "hefaunri memorisz artificiofx "Deus
opt.max.hoc fineret) quafi eodem temporis interuallo,quo mouetur ociana:Cum
ipfaotCfaua [phera cétum atis nis gradum perficiat «onum: nona «unum. eos ipfa
syadum, fedvix compleat. SNam caleftiumorbium moles magnitu do atq;
circunferentia baud cst velocioris vel tardioris mo tus vadix € caua. Alioquin
Primum mobile omnes infez riores molis magnitudine ce longifima circuitus
quantitaec [aperans, morofiori,imo co» tardiffmo motu,C9* non fpa cio viginti
quatuor borarum moueri debuerat. ES Saturni calum triginta annis, [uum circulum
complet. Juppiter duodecim annis ad fui circuli punclum, à quo ince pit
moueri,reuertitur. Mars duobus annis.Sol trecentis fes xaginta quinque diebus
atque fex boris.evezus trecentis eo quadrraginta ocfo diebus... Mercurius
trecentis triginta nouem diebus Luna viginti feptem diebus, €» quaft. decem
boris. ! i «odit Omnes uere ifl feptem inferiores Orbes ab Occidente in
Orientem circulariter girant. Fforumetia celorum nullum fibiinferiores orbes
[uo girat motu : quamuis illis cibus fus periores fphera fcilicet oclaua nona
(9) decima omnes infez riores fecum moueat. in De coloribus feptem Plonetarum..
I "Une color blandus efl: Mercurij
radians: "veneris can et dens refulgens:Solis ardens ; Martis igneus :
Iouis clarut faturni candidus, E.x lfido. Mutant aut£' colores non infe fad
refpecluno[lri propter variam æris difpofitionem (4 qua Dars prima, 1j eo
qualitatem: ficutide Halo € flellis rubicundis eo ni gri, ceteris, fimilibus
docli "IMeteorologici affeuerant. De eorundem Planetarum magnitudine.
Olomnium celeflium luminum maximus, Terra mas b jor exiflit cetwn [2x aginta
fex uicibus. Saturnus nonafinta eg quinque vicibus. luppiter nonaginta c2
"vna. Mars fere duabus vicibus eam [ua excedit magnitudine. Venus Ü'erra
ipfa minor c[E, «2s in quantitate [ua vna efl triginta feptem T erra partium. L
una «vna feré eft trigina ta nouem T'errepartium eMercurij *P laneta omnium
minimum [ua im quantitate "Una fere efl trium millium. cens tum
quadraginta trium terre partium. Deduodecim coeleftium fignorum Zodiaci fupra
citatorum nominum interpretatione et eorundem fignificationibus, qua fumuntur à
varijs effe &ibus Solis, cum in ifto aut illo figno curfum peragens fuum
pertranfic. : Rietis [renum fic appellatum eft, quonia fol ad. inflar Arietis,
quod animal tota c^fe[late dextro in laterc cubat ; ita e fol. fub illo
tranfiens fígno dexteram cali partem percurrit. T'aurus celestis fic diclus efi
quia fol fub illo difcurrens, G eeu Thefauri memoriz art iciofe ceu tatrus,
corna in igneum calorem eigié,ac terram aras bile veddit.Gemini fic [unt
«vocitati,eüqd. [ub illis aradies fol diem geminat. [ub illis namq, ducbis amplius
dicbus, quà fab alijs moratur .('ancer frc diclus,co quid in ipfo,-vel melius
dixerim,fub ip[o fol curfum peragems veluti cancer retrocedit. ! i pu Leo fic
appellatus. *N am [ol fub eiu principio ardentes emittit radios fub fine quafi
friget quoáii. A uaufto contin git: Leo enimin anteriori parte calidus i
pofleyiori autem frigiduseft. : U'irgo propterea appellatus, quia foi fub boc
piraf és ft gno, "velut virgo, quafi Hferiliscst : nam eo tépore, fcilicet
Septembri nil fere gignit. Libra fic dicitur, quoniam fol
librando equinoclium faz €it in Oclobri. Scorpius ita evocatus, quia fub co fol
pluribus in locis srandines multas progignit:quod QNouembris menfe euenire
folet. Sagittarius boc nomine appellatus e[t, quia fol fagittas ideft fulminum
i&fus excitare folet-9) uod mez fc "Decembri quibu[dam in locis folet
euenire. Capricornus boc nomine dignas efl, quia fol tanquá Capra, alta petens
a[cendit : definit -oero in Pi[ces, quia finis pliaialis eft. ed anarius ita
nominatur, quoniam fub eo fol folutis muLibus imbres emittit. i Pifces,quia fub
ipfis (ole percurrente, tempus pluuiale fo let effe Hic potato,qu)d alij aliter
ifla interpretatur nomi na,vt infra dicemus. Horum fignorum prima fex foptenz
trionalid: Pars prima. ig 16 erionalia.Catera non fant feptemtrietalia.
Dequadam eorum prx fidentia.. Vi, elementotriafigna refpondet igni cries:
Leo:Sa e gittarius.T'erre, T'aurus: V irgo Capricornus :DoeVftri Gemini:
Libra:c Aquarius. 4que Cancer Scorpio: P ifces. . Luna argento præft : £Mercurius
argento rUiuo. lentus eri : Sol auro. Mars ferro .. Iuppiter Slanno. Saturnus
pluméo. Le numero ftellarum à nobis cognitarum. ! Xceptis, planetis, qua
erratica flele nuncupantur,milz E le c2» viginti duarum diuer[ magnitudimis
flellarum tam "veteres quam noui recentesq, A ftrologi cognitionem
habuere. His autem figurauerunt eo [ua formauerunt ima ginatione, quadraginta e
oclo figuras cele[les in oclaua fp hera: tN'on tamen bac rationeyvt putarunt
quidam, quia earum in fremamento frtuatio e difbofitio predicias ima gines eff
ngerent eo fugurarent cum earum fituatio eg: di fpofttioetiamres alias figurare
videatur : ficut apud Afro "logie gnaros exploratifimum e[t:[ed wvelnec
quia carum fu pra fubealeflia profidentiaatq, dominium [imilitudinem quandam
peculiarm babeat. prediclis cum animalibus : tum quia nec omnes if! e caleftes
figura animalium nomine vvocitentur:tum quoniam nec longa ab A firologis
obferuatione : cautum fit arum, qu& animalium nomine appellaz t funt,
dominium pr«dicis animalibus corref/ponderve non GG. ergo T hefauri memoriz
artificiofe ergo predictis rationibus vvelpotius imaginationibus A fl ro logi
permotitalibus eftes figura animalium nomine vvocitentur:tum quoniam nec longa
ab A firologis obferuatione : cautum fit arum, qu& animalium nomine
appellaz t funt, dominium pr«dicis animalibus corref/ponderve non GG. ergo T
hefauri memoriz artificiofe ergo predictis rationibus vvelpotius
imaginationibus A fl ro logi permotitalibuseas nominil vs uuncupauerc: [ed ideo
t4 tum, "vt aliquos ilaffres bomines nominibus iflis [empiters nis flellis
aftignatis qz) commédatis, immortales(-ot ipfi pu garant) redderent: e» corum
ab ei[dem egregie factorum memoriam fere fempitermam facerent, e» eam [eculis
fua peruenientibus relinquerent. Ef c efl verior de celeflium figurarum
nominibus addutia fententia, non tantum cAlexandro *Piccolomineo, bac in re
diligentiféimo fcrutatori:cverum et alijs compluribus admodum arridet,e placet.
"De diuer[a magnitudine flellarum pradiclarum mille uiginti duarum in firmamento
fixarum. In fex ordines iuxta fex diuer[os quantitatis gradus in predictis
[lellis ob(eruatos:eas omnes, quas ob[eruaueritt, €? quarum cognitione
babuerunt, diuiferunt. cAflvologi, maxime cAlbuma/[ar caterid, : Reliquarum
autem in firz snaméto [lellarij minorum pdiclis métioné A fTrologi non fe
ccrant, tum quia difficile admodum erat ey* laboriofam, flellas alias minoris
quantitatis ob[eruare: tum quia carum influxum parum in bac inferiora agere
iudicauere : quauis pallatenus fit a[ferendum [uperfluuma quid, uel diminutum
aliquid in "Dei operibus (nift natura defecluyut in inferioz ribus islis
corporibus pala eft videre ) euenire po[Je. telle ev £o fuprema quantitatis, eo
prime magnitudinis, funt ille, qu& l'erram continent cvicibus u$. Secunda quantitatis flelle vicibus 86. T ertit
Patéprinidsii.cixo 5175 der Tertie quantitatis «vicibus. 71. Q uarte
magnitudinis vicibus. go. 9 uinta magnitudinis «vicibus.46. Sexi& eg vltima
vicibus 10.terram continent. De caracteribus feptem Planetarü et duodecim
fignorum infra fuo loco dum de figuris loquimur in fecundo tra&atu capit.
nono,füb eiufdem fine capituli ponuntur atque fignantur. H Orum ergo calefli
corporum ( quibus pro amplifeimis A. 3 focis evtimur) cognitio ee fuper eifdem
«varia ee dis uer[a meditatio ee confideratio memorie artificio[z, fatis
fuperá, conducere poteftquamobrem breuiter praditia de eis perflvinximus.
Iflorum autem. amplifsimorum eg caleflium locorum, quamdam figuram ponere
curauimusque et fi non omnia nobis [cripta repre[entet: principaliora tamen
o[lendet, ac itæ, qua [uperius diximus, leGlores intelligent facilius, co eorum
remini[centur celerius, Figura coeleftium omnium fpherarum. R-
p. M NICOLAI ALEXII PERVYSINA ORDINIS .P.RÆD. COMMISS. S. Inquifitionis
Carmina.baden COELIS5. Luna.. SPHÆRÆ COELESTES. XE Roximus iic mox" Luna
argenteus M orbis. ^ 2,4 (m Argento f Je celitus illa fauet. EA Mercurij Addio
i Qui tegmiM ne miuum m ROS ez prafidet In enio, M Venus veflita nitet quia
»^af T» &rí, Illius é caflo fodere [irat amor. e/dureus eft autem
Pbabuinand, 4 incubat e Auro, Curribus auratis, aurea feeptra tenens. Ferreus
eb Mauors, ibi cui cura Metalli eft, cBilem T hefauti memoriz artificiofx Jilem
faccendens,ore manud, minax. Srannca flella louis,cui f anni credita cura cAtá,
^ nimis no[tris effe benigna [olet.' "P lymbeus es demum $ A TV REN'U
S,trilis Co» aber 4AMorofusá, fenex tergora curua gerens. Octaua fphzra.
Pberacfl innumeris oClaua coloribus vt que Innumeris A ftris hec redimita
micet, Hic Aquila, bic C ignus manet ^ f'ianacta Bootes, Delphinus,C biron,
Cimba, 7M edu[a.chelis. Angelus hanc propria Spheram virtute reuoluit,
Lodiaciq, amplus circulus ambit cam. Li bi funt c Arics, Taurus, Gemini, (acer,
Leo,V'irgo, - Libra Nepa, ^ reitenens, T ifcis to» curna, Caper. Eoc trepidare folet, dum paruo "voluitur orbe. E t
[éptem annorum millibus explet eum. LH LANC G lobus efl [Nonus circum, cui
eNomé. aquarum "Ponitur, curfu tardior effe (olet. AMillibus ^ nnorum
tricenis,atá, nouenis l'urriculum peragit fi Deus boc fineret. Sphara fubit
decima,bac motu exagitata volucri, Secum retror[um,fydera cuncta rapit. Alger
hanc "vertens numquam la[Jatur, €7 hoc eft Adobile, quod primum iam [cbola
docta vocat. At Globus Empyreus cuncris [opereminet : «des lfta Beatorum eft,
dalcis,amena Domus, O felix, Pars prima, 19 Ofelix,o faufta
"Domus/Domus-vndi plena Delitifs,opibus, gaudia plena ferens. fec (ammi
celebranda modisyvrb; optima abun dans (nibus, bac [ummis pollet vbique bon is.
Fertilis in msdio € vernans attollitur Aybor U'iuificans omnes,cfurea poma ger
ens. Fons liquidis emanat aquis: binc flumen inundat, 9 uod vitreis riuis Atria
latarigat. Fons de monte venit,media 9 wi furgit in P'vbe, Q uet tu bic fub
Regis fede manere "vides. Arboris in [ummo magnus Sol-vertice feet, Cui triplex
facies, lumine cuncla fouens. Jtant circum Seraphim, precincti vefte rubenti,
(um [enis alis, Carmina leta canunt. M REX fedet in folio CHR IST'U $,cui
fubditur orbis, Cuius ad Imperium nutat "uterá, Polu. Zfunc circum
Cherubinus ouat, (acer ordo colore (elefli prope quos flat pia 'U'irgo parens.
Hec Regina,caput Liffenis [Mendicat afhris, Sceptra manu-vibrat, f. oled
amiécía nitet. Ecce thronoscernis flabiles, cernisa fequentes, Hos quibus
Imperium, feu Dominatus adeft. "Virtutes [abeunt edant qua mira,mouentá,
Calorum celeri corpora vasta manu. Inde Poteflatum gradus emicat.be quibus
omnes Subduntur lemures, "verbera, acta pauent. Principibus datur ordo
alius. Q uibus addita cura efl, A. Prbibus Thefauri memotix artificiofze
Vibibusrotpvefint,nofl vag, Regna regant. AMagnarum e[l eerum interpres A
rchangelusata; olesrthana in Mundo nunciat alta Dei; 0 Anzelicus c borus
extremus, cuflodia mofira, 07 Et fuus à-vitie limine cuid, datur. (rne
beatorum [edes miroordine.*P atres, Abs Co forti milite caftra Dei. Partbeazos,
caflidy thori connubia, faclo,. €t qui fe abdcntes;terga dedere malo. En
3aprisla foris,comes cft buic Angelus, vrlcm Cui calaini certo limite, dextra
meat. ; Parte alia Exechicl, filo metitur candem, Ad valias oenint agmina
magna-virum, AMiificis exculta capat, titulisá coronis, He: qj 3b Anzelicis
[unt comitata choris. is dfe A as de locis ampliffimis fupercoelcitibus,
difpofitioneque co- rum ac partitione. CI Uprà. celum empyreum multa loca babez
masque fuperceleflia nominamus.Hec au ten loca [unt imaginat« [ituationes eg
diz Parsprima, ze ons gp) Arbor vite: Muri Porte Plates Co'c.que omnia quaft
celo pradicto affixa, Co in eo immobilia erunt exifíi manda,ne noflra in recen[endo
vacillet memoria. Ad intelligédum autem loca pradicia, imaginare,quüd in medio
immen[z plate« celi empyrei murus quidam ft rotundus, ac circularis figure ad
modum rotunda mola az pidibus pulcherrimis preciofis fulgétibusg,
intextus,aureoz que conglutinatus cemento; cuius diameter vigintiquinque
brachiorum frt in latitudine:ex uero cubitis à praditia pla tca in
altumextendatur, ej confurgat : ita vt "vniuer[ predicte platee, ac inea
habitantibus promineat, ac fus pev eos cleuetur. Medium autem pradicli
circuitus, non vacuum, fed plenum, e lapide pario. fardonico ceterisque flatum
exiflimetur. : - dupra bunc locum fic difbofitum co» eleuatum ceu fupra montem
T hbronus C HRASTJ con[lituatur, ct abomni bus faciliter contempletur. Retro 7]
bronum Arbor vite maxima pulcherrimaue in altum [upra 7 bronii CRISTI
"Utgintiquinque brachijs eleuetur, vvirideso fresdos fd, ramos pomis
innumerabilibus oneratos proteudat. ^ d radices arboris 1 parte oppofita CHRIST
4 7 brono fons vite limpidifimus; undis argenteis rutilans, con[urgat ct
ebulliat: T hronum C HR AS T JHcircumiens onnesq pas radifi portiones ("vt
infra per figmam di]]unemus) quef. per canales co» aquedutius, dicoopertos
tarnen, tranfeat.[otnéosá, letificet. £Q uoniam apud te efl fons vite figuraliter
Zu dicit 'Thefauri memoriz artificiofx dicit fcriptura. Et alibi de effeélu
[anclarum aquarum fcri bitur.F luminis impetus letificat ciuiatem Dei. Et
orrente «voluptatis tue potabis £05. e^4t fupra arborem T rinitatis $
anclifsima folium col. loca Solis lucentifSimi fpeciem baben:. Q ui Sol magne
acroti d« exiflat figura (ficut [phare atque tres pulcherrima reuerédaq, facies
fic in pdiclo igneo globo ac [plendidiffimo .$ ole, e in qualibet eius parte
appa reant:quid à cunclis [anis omni ex parte paradifi Solem diclum cernentibus
con[bici queat. 9 uamquam enim figu rabilis in fe fit "Deus ac T
rinitas:tamen vt facilius di[caz mus, banc illi figuram effingimus.(rca
autempradicum Solem multitudint Seraphim difponas,que quidem quaft [ertum circa
ipfum faciant,coz ronamque conficiant : ita tamen, quod mec Seraphin non totum
ambiant Solem, ne illum nobit occultent :'Sed [n pra Solem, ac [ub codem, «o»
ab "vtroque duntaxat latere dextro [cilicet gg fimiflro: appareant ficut
in [uppofita figu ra patebit. i De boc folio E[aias fexto cap.vidi dominum
fedenz tem fuper folium excelfum co eleuatum,e7 plena erat do mus à maie[late
eius : e&* qua fub ipfo erant replebant tem plum: Seraphin labant fuper
illud; [ex ala «vni, et fex ale alteri:duabus velabant faciem eius: e duabus
-velabant pedem cius:eo duabus volabat.Et clamabant alter ad alz terum,eo
dicebant. San&lus. Sanclus. Sanéius. "Dominus Deus exercituum, plea
eft omnia terra gloria eius Cg c.Et » AU Pars prima. il s Regni capitulo
Adicheas propb.-vidi dominum [edens tem [uper folium [uum,eg omnem exercitum
celi afciftenz tem ci,à dextris gj à finisris. (berubin autem CHRIST 1H
bumanati ambiant tbros num à dexaris fcilicet et finifiris eius, eo» fuper
ipfiuscaput fertum aliud,oblongum tamen circum ipfum conficiant.vt infra in
figura patcbir. De throno autem CHRIST I multa imaginari po[fuz mus eo
debemus,rot rnagis fenum moueat, eo: memoriam excitet. Fingamus igitur
tbronummaterialem in "Paradifo, vbirefidcat Chriftus ad instar T broni
Salomonis, de quo fancta [irptura 3. Reg. x. fecit rex Salomon T hronum de
ebore grandem, e "vesliuit eum auro fuluo nimis, qui babebat [2x gradus,eo
[ummitas throni rotunda erat in pars tc pofleriori: Et due manus hinc,atq, inde
tenétes fedile, et duo Leones labant iuxta manus fingulas : «9 duodecim
leunculi flantes fuper fex gradus, binc atq; inde. Non cfl factum tale opus in vvniuer[ts regnis eec. 2.
.Par.9.c Addit. fecit etiam [cabellum aureum. Varia autem eo pulcherris ma
[chemata in biblis facris eg) figuratis inuenies. Hic animaduertito, quód ebur
primo: Aurum: Rotunditas: Due Manus bincees inde: Duo principales Lcones: Duo
ordines leunculorum: fcx gradus: [cabellum aureum, eum [int throni
partes(quando fuerit opus)tot nobis loca da re poterunt. In ip[othbrono CHRIST
VS fpeciofus pfilijs bominum refideat,, cuins facies Solis fuper ey [plendorem:
cuius utes niuis candoré excedant. Et in f amore fcriptum babeat, Rex regum c9
dominus dominatium. In manu vei gale f[ceptrum gemmis corru[cans:e9 in capite
coronam auz ream preciofis in[culptam lapidibus babeat. Sub thronoplanum
quoddam fit, à platea eleuatum, quaft mola quedam,[iratum lapidibus preciofts,
«vt dixis emus, «o in bac montis planitie ante prediclum thronum 0H5
"Viutts emanet. Defcenfo autem bac quaft monte, ad eius radices in anz. te
Chrifli eo fub pedibus eius Beate 7Marie [em per vvirz ginis "Dei Matris
Sancti[ sime [edes con[picua fit ipft monz ti contigua ba«ens eg appodiata. At
circa ipfum montcm binc cox inde à latere dextro eo: frnifivo, irginis M arie
fedes multas, e& bas quidem infignes eo nobiles per circuiz tum pradicli montis
difponimus,culi throni fedentes ( Qui fpiritus fedes Dei dicuntur ) collocamus
: 1ta temen, quid virginis fedes, qua in boc circuitu, qui montis radices cir
cuit,eo ante ( hrifli pedes fita esl, alijs excelftor pulchrior infignior fit,
cubi celorum regina, ornatu regio fulgens, coronam [lellarum 11 .in capite
babens, Lumamq, pedibus comprimens, folis, vestita [plendore ponatur. Æliatos
autem [ex Angelorum ordines in reliquo buius plate diro nimus. . S
uamplateam,ceuro[am fingimus: quam fic diuif «m affignabimus, quafi fit ro[a
quedam im ocio diuifa folia.I1a. quod rof medium fit locus ille. eleuatus,obi
CER 1T I thronum exifl it, Co circa quem vvirgo.&) [piritus, qui diz
cuniur, Pars prima. 3L cutitur tbroni;difpofiti (unt. Odo aatem predicta folia:
per plateam. extendantur ad modum eorum, qua a voa fluunt foliorum.£) urit prin
cipium co coniunctio cum rofaà pedibus T bronorum inz eipiat. cPrimum eo
vltimum folium «vtrique partium renun Chrifli directe correfondeant .In primo
erit: innocentium martiram multitudo [anguine rübricata. In vltimo folio quod
dextro renum Chrisli corre[pondet: paruulorum cirz cunciforum eg) baptizatorum
vel fub lege natura per aliud à Deo ablutorum ab original ipeccato cetus
confiflat «2Mul torura autem iflorum pazuulorum capita vvix videri pote runt,
eg: ab imaginatione inuc[ligari t quia retro thronum fant. at aliquos videre
fat erit noftro negocio. Secundum folium dextro corref[bondeat humero Chriz fli
boc tamen modo, quid retro humerum cius aliquantuli extendatur, £o «U[quea
latere pradicti bumeri perucniat. In boc "Dominationes fint, qui reliquis
angelorum agmini bus downinatur : € uorum facilis erit memoria, quia eas in
loco digniori,e in Chrifli dextro conftituti, co eo in loco in quo corporalium
«virium noflrarum [edes a natura confts tuta eft. Uirtutes in [equenti folio,
quod Chriflicox« correfFonz lir ponantur:[upra quam regni (ui virgam appodiat.
Hoc €rgo verbam.[-virga, «vbi [int virtutes erit in ditium:proz pier trorum,
vverbor * [fimile principium. Pote[lates in «quarto eruat
folio, quod [ura ( hrifti dextre corre[Pondet: fura autem quia. P figuram conficit: ideo ea; poteflates [as tis ignari
po[funt. "Principatus in gue quod finiflra correfpondet ure: cuius fure
figura alterum * P. dabit. quo fce gno [atis commotus eorum recordaberis.
c/Arcbangelos in [exto ponimus, quod iviflre cox« corre[pondet, upra quem
brachium finiflrum retortum ad modumarcus,c"Afrchangelos demonstrabit.
edngelos in feptimo folio, quod yumero fimiflro correa f[pondet,locamus. Hac de
fitu omnium Angelorum. verum, «0t memorie fenfus vehementius excitetur,de
ge[lis ornatu eft vestibus eorundem multa loquemur: quibus illorum officia eo
de eis qu&dam archana nobis aperientur. Dum dc -veilibus dicemus, de geslu
e ornatu eorunz dem multa fubnetlere volumus: De vve[libus ergo [anctoz rum
[pirituum principaliter et primo dicedo, dicimus, quid vunu[auifque ordinum
Angelorum veflibus illis bunc vel illum colorem habentibus, eft induendus:
qualem colorem lapis ille preciofus babet, qui talem defignat ordinem: aut
certe "ve[libus unuqui[que cooperiatur, gemmis lapidibusQ, illis contextis,
que cuid, ordini afsignantur.De his lapidibus preciofis, uniuer[os Angelos
fignantes, extat vaticinium É/ai.. 8. omnis lapispreciofus operimentum tuum.
Sardius Topatius co Lafbis. (bryfolitusonix eo berillus. Saphirus carbunculus
ee Smaragdus. € ui nouem lapides, nouem choros ^ ngelorum demon[lrant ideft 5
eraphin, Cherubin, T bronos, Dominationcs,/ irtutes, Pote[lates, Principatus,
Archanz Pars P rima. 33 efrchangelos, Ancelos. Primusergo ordo [pirituum
beatorum, efl Sanclorum Seraphin: Primum ergo preciofum lapidem eifdem affigna
mus.i.Sardium T'opation Cherubinis, ac [ic de ceteris.Ses vaphin igitur qua
circa T rinitatis S acliftime folium funt, accéfis vultibus, (ficut et
pinguntur) propter feruoré chari tatis imaginentur, alisq, rubentibus : (cuius
coloris eft lapis fardius) vel certe fardis contextis eg ornatis, aut depi£tis
eonfingütur :ore itidem aperto,ac diuina laude repleto, an us; Sancius Sancius
proclamantia. Alarum autem numerus earum, geflus: extenfro eo: ue
latio:color:eo* clamor; Seraphinorum eorum declarant offi ea eo dignitates. Be
dena - Cherubin, qui T hromum ((hriffi, eo quo fuptadiximus ordine, ab «vno
latere Chrisli afcendendo [upra caput eius; eo ad aliud latus de[cendendo
ambiunt: duas alas babere; ficut eo piclores fingunt, imaginentur. que ale
virore auz ri pulcherrimo, ad vviriditatem tendente re[blendeant:cvel
iopatijsornatæ et intexta exifimentur:ac fub cuiusQ, C bez yubin facie ac mento
libellum apertum C7: minimis caratíe dibus infcriptum e[fe confinge: qua eorum
[ubtilis &2* acris denotetur [Gientia, aut certe eorundem pennas fingulas
in inferiori parte literis in[criptas effe exifiimato. à T hroni qui fub throno
Chrifli eg) ad ipfius montis radit ces in girum, [uper [edes difbo[iti unt,
ve[libusexiflimenz tur indati rübeiset albis lineis diflin&lis: ac guttulis
refpers [is fimilibus, [icut im diuevfi generis Iafpidicus eft «videre. F. Ed
Thefauri memoria attificiofz Vel veflibus isli fpiritus imaginentur ex
la[pidibus con textis indati. "Dominationes fequuntur., qua in folio qucd
dextrum ve[picit bumerum Chrifli locanimus: veflibus chryfolitis in textis
indate ponantur: vel f*lgentibus ardentibus, [civil lis auroq. fimilibus:
talisevenim coloris eft chryfolitus. Ef et coronas aure. chry[oliris flgentesin
capite babeant: et in manibus in/lrumenta d.uer(a, que per[onent.v.g. iram:
Spadicen: P [alterium.C ymbalum, T impanum : Chara: T esludineum in'rumentum,
quod «vocat l iuto. Cortilos: Epigeneum c7 illud. quod FTarpe dicitur. Virtutes
in equentifolio locata vestibus induantur oni cibus intextis: cvel[ubcandidum
colorem habentibus. talis eft enim onix. edtquia ifli [piritus celi [pheras
mouent: €a propter fub manu dextra vel [imiflva, vel ambabus cuz iu/libet
corum:orbes effe magnos piclos in charta aut certe pi las qua[dam infignes ex.
marmore vvelalabaflro «vel ferpentino vel porpbyrite, celos reprafentanics ima
ginaberis, Pote[lates in altero folio predicto contiquo eve[l ita fimt
indumitis berillis intextis,vel pallorem in auri colorem de clinantem
habentibus: T alis efl enim Berillus.G eft ibus iftà Jic di ponantur, qud
demones ab energumenis e ab arrez piitijs (quos inter ipfos ponimus)expellere
cvideantur, ficut fupra diximus. Ob poteslaté quam aduer[us demones exz ercent
fecundum D.Greg. pradicli [piriwus potestates nut £upntur, i; "Principatus
in fequenti folio, "vestes $ apphiris ornatas babeant, Pars prima. 24.
babeat,rvel ceruleo colore depictas. Ifli fDiritus in manibus babeant regiones
&& regna cec. in charta depicía vvelin pe trayvel marmore vel quauis
materia [culpta:nam genti diuzr[arum regnorum nationumq, rvariarum moderatores
€) gubernatores exiflunt, vt facri "Doclores affirmant. Archangeli in alio
no[lre rofa folio, prediéfo proximo, eo contiguo:cve[les carbunculis micantes
babeant vel ignis f'lgorem babentes, qualis eft carbunculus. £) ui(vt praliba
umus ) "Ducibus, Principibus E Regibus j Imperatoribus, Prælatis, E pif
copis, ( ardinalibus eecinter ipfos exiflenti bus,in auvibus loquantur:atq, ex
eis aliqui:quo/dam ex diz élis [uperioribus manducant: alij, viam digito
"vel manu demo[lrent. Inter iflos]biritus, Michælarmis coopertus appareat:
G. abriel cum lilio: Raphæl cum "unguenti alaba flro fingatur: Et ex
predicto Choro Aliqui buccinis ad ors pofitis confingantur. Archagelus
enim «voce e» tuba dei ca net eo mortuirefargent. Angeli in penultimo folio,
quod Jinistro humero Chrifli re[bondet vt fupra diximus, pofiti veflibus
induantur ex fmaragdis contextis -vel notulis diuer[orum colorum conz Jperfis,
qualiseft [maragdus : quorum diuerfitate colorum, quia diuerfis rerum [peciebus
con[eruandis praponuntur tt di. f hom.docet,admonemur.Yflorum Sanélorum
Spirituis aliqui fimplices priuatosq, viros manu ducant:alij alios am plexentur
: alij obices et [axa tollant e abijciant,ue forte. offendant bominesad lapidem
pedes fuos. Incvltimo folio, quod vetro renes (brifli eiat, fint,vot 3 I 4
diximus, Thefaurimemorrx artificiofx diximus, Sautli circuncifione uel [cro
fignati leptifmate, *velfubloge natura conflitati ab originali noxa, alio Dco
placatimodoyabluti, albisindwftjs circumamitii,firtisque, Albis ex floribus
lilijsd confeclis, vedimiti. Hi fimiles ^ nge lis fuereytum propter
inocentiam,tum ob corum virgin ilg munditiam: ea 0b cau[am prope angelos non
incongrue co[demiocamus. Inter hoc vltimum folium,quod ab «vno late
re.contiguum eft primo.fons [uperius ante Chrifli tbrenum, pofitus pes alueum
binc de[cendens trancat per difcoopertis aquaduclumyv[aue ad extremitatem
«vtriu[que folij- ea inde tanquam torrens cuel flumen circularviter extendatur.
ipaque extremitatibus foliorum moflre rof propinquus, ima unb contiguus
exiftimetur. Torrente enim vvoluptatis potas Lis. Sanclos [uos Deus .&2s, Q
uoniam apud te c[ fons uita; cdit propheta. wy E Finitisautem folijs nostravofz.
eo pradiclorum c/nge. lorum [an&lorumq, infantium vepletis agminibus, eo*
predi &o tórréte vel flumine reclufisco quaft munitisextra torz rentem
bunc, quem per canalem fluere finxcimus, [ex circus los fex intermedijs noftra
rofa folijs corre[bondentes imagiz naberis. In hovum primo;qui refpondet fua
fituatione folio fecun do,vbipo[uimus dominationes fint p a[lent c 4postoli: In
fecundo Patriarcha: In tertio* P ropheta:In quarto Marz tires: In quinto
Confe[[ores: In [exto I/irgines. "erum los: €u5,qui contra primum eo
vltimum folium, qu& retro thro. wu funt, inuenitur y hebreorum illa
roultitudine repletus Ma SIN exiflat, Parsprima. . 35 exiftat, de qua. fcriptum cfl, Et erat multitudo
corum. 144. millia [ignats ex omni tribufiliorum 1/ræl. Hac de fria Numc de
veflibusegveorum infiguibus, ut magis memoriam exeitent, dicemus... : zx Sancti
à pojtoli et Euangelifla: difcipulia. domini, ui in prinio circulo [unt, Eo
amicti ndo, quo eo pingsmury imaginentur, cum eorum inf nibus : Jdcirco.S.
Petruscum clauions aftet. Paulus
cum euaginato enfe, co» libro.e dns drcas cum cruce. Iacobus cum pilco,eo
peregrinantium bacu lo.Iohznnes cum calamo atramentario, libro, &?* aquila
fex: cus pedes fuos commorante.T homas, qui manum digitum,
protendatzBartholomeus cum gladio e corio proprio fuper bumerum finisirum
reiecto: «AM. attheus cum libro c9 4n gelovvelbomine: Simon TAaddeus
cumvretibus: Lucas cum libro eg) boue. : Marcus cum libro £o Leone. $int autem
animalia bec quepropé Euangeliftas difonimus, £uangeli&karumque omnium veflimenta
oculis vndiá, plena. co «unumquodá, corum [enas babeat alas. In [ecundo
('irculo, «vbi funt * Patriarcha et Sancti Pa tres veteris teflamenti: Abraam
[it cum magno gladio. Ifaac cum fa[ ce lignorum e ariete.Iacob cum [cala,quam
vviderat,eo lapide fuper quo dormiuit,g9 baculo quo "Utez batur.SN'oc cwm
archa lignea. Iofeph cum corona [ceptrod : Moyfes cum lapideis tabulis eg*
cornuis fulgentibus cum virga pc.e bel cum baculoyeo* agno. Iob cum
cicatricibus filsétibus.lofuue loricatus cum enfe: Bhinees cum gladio uel.
mucron-eSan['on cum columnis:el'afimi maxilla, ucl val : uis:et 'Thefíauri
memorixz artificio(c uis:et cum Leone mortuo. fNaboth cum lapidibus. Gedcon
cum "vellere buccina ados pofita,lagena, &) Fiydriacum lumine in ea
abfcondito. Iepbte, Caleb, Eleazar, T obias, Baracb,alij 4, cum torum
ivfignibus. In tertio (Circulo, vbi funt Vrophete.Dauid aflet cultu regio
fplendens cum cithara -velp[alterio: Heligs Zona indutus pellicea,cum igneo
curru. Helifeus caluus cum. Helie pallio,baculod .Samuelgrandeuus cum olei
cornus gemensa, fingatur.1[2ias cum erra. bacuc cum Angelo, qui eum in. capillo
capitis in Babilonem a[portauit. fieremias cum laz pidibusDaniel cum pila evel
ma[Ja quam fecit ex. pice adi pe «v pilis,eg coctam in os draconis proiecit, ac
fic interfez cit. Dan. 1 4.cAfmos cum vecte, qua ab Oziaper tempora transfixus
efl.Ionascum cete, ac hederevamo.Hi omnes in manibus ramos babeat oliuarum,quibus
Victoria, quam de mundo per[equente adepti [unt, fignificetur. In quarto
Circulo Martires Sanctirubeis fericeisá, «vez fHiantur indumentis, manuq,
palmarum ramos tenentes:et cam infrgnibus imaginentur.ru.g. Stephanus cum
lapidibus: Laurentius cum crate ferrea: Clemens cum anchora: Sela $lianus cum
telis eo fagittis : Cofmas eg: "Damianus cum aureis ua[culis. Ignatius cum
corde in[cripto. * anctus Pez trus mart.cum. gladio fupra bumerum .Blafius cum
pectitibus.G eorgius armatus. In ilis autem principaliores cicatrices (quibus
aloriofum pro "Domino fanguinem fuderunt) fplendentes appareant. In
quinto, Sanctorum ConfeJforum catus, viridibus ins duti Pars prima. 36 dui fint
ve[libus ; fericeisq, eo cum eorum infignibus exis ynentur .Idco.S. SN'icolaus
cum tribus pilis vel fpharulis evel mafsis aureis afciflat Martinus cum gladio
[cindente clamidis partem. Gregorius cum regno eg celumla ad au. res. lofeph
cum virga florente. Ludouicus cum corona egj feaptro.S. Hieromymus rubeis
vestibus indutus, et pileo, nuz dopeclore,[axumq, manu tenens,et cum Lcone.5.
Domini cus fuo indutus Palin cum lilio: Stella in frontesmundo fub edibus: cane
aculam accen[am ore tenente JT boraas nofier cum cappa stellis vndique
plena.V'incentius cum manu digito, ad modum concionantis minantisá,
protenfis.S.Fra cif cus cum [ligmatibus. S. Bernardinus cum nomine YESV. in
libro depicto. Inter C onfe[fores: Epifcopi Mitra ornentur: à rchicpiz fpi
Arce: Patriarcha cum arce [upra pectus tran[uer[a: Pontifices maximi regno C7
pluuiali,cvel cappa fericea.£ b bates curn difciplina fingantur. In fexto
irculo ; qui finiftrum CHRIST! Jbuneriz re[Picic, proximus inuenitur foiio, in
tton e^ ngc iy5 ir gines [ant,qua albis induta fint veflibus,liliaá manibus te
pentes imaginentur: Interqs pedes corum [ibtusq,Z erra ui re[Gat fronde[cat. c
floreat. Ibi. ( baterina A arüir ca rotis appareat: ^ gnes cum agno: Cecilia
cumorganis Lucia cum oculis c9 pugione in gula: Margarita cum dracone: Do rotb.
a cum Jportula fiorumm: Barbara cum turri: à gatha cit forpicibus. c be omnes
cum palmis. $. € 'atherina de Sc nis cum libro: cracifucoQ uin manibus.
etera[que V. irgiues et Am '] hefauri memoria artificiofze etiam non
martires,bocin loco difbonimus. etro thronum in magno circulo illa bebreorum
maxis ma multitudo ab ce » de qua [upradiximus : vve[tibus fit induta viridibus
: nam fide «7 gratia pleni ffe futori Meffia [alui facti funt. Hos omnes
[peciales circulos, in quibus diuer[os [an&los repo[uimus : ('irculus
quidam eos omnes ab extra ambiens eo includens imaginetur latitudinis decem
«vel viginti cus bitorum:perquam circuli latitudinem,"vclut per a'ueum et
di[coopertum aquedutium aqua fuperius pofita, eo per canalem ibi de[cendens,
per totum circulum perfluat ej) diz fcurrat : ot qui fuperius [unt Sancli: e
qui infra ponenz tur à facris vnda quafi letificari pofcint prout figuraliter
dictum efl, Fluminis impetus lætificat ciuitatem Dei. Extra bunc circulum,in
quo aqua di[currés,omnes alios ambit eo circuit: extra inquam circulum,co:
circa omuem fuipartem, omnium Sanélorum innumerabilis multitudo appareat:
uirorum fac mulierum, paruulorum,Iuuenum, fenum oc. de qua [criptum eft ^
pocalypfis. Vidi turbam magná, quam dinumerare nemo poterat, ex omnibus
gentibus ez) tribubus co populis et linguis flam: tes ante thronum: [n quorum
copioftfc imamultitudine,aliz. qui fimt auratis induti veflibus Adulti
indumentis glauco. colore depictis: e/lij croceo achanto: Á lij dif coloratis
vefli bus: eo ali alijs eoc. Ætro bos [anélos, [pacio quinquaginta vel potius
cena 8n ! tum pez Pars prima. um tum pedum, murus quidam omnem circuiems
clauden[aue plateam, imaginetnr.qui lapidibus expolitis eryflallinifque
compactus eo contratius oxislimetur. bc eo in loco, qui dis recle contra
thronum ve[pondet : ideft in throni faciem rcfpicitampliffima
porta:pulcherrimad, imaginetur, plena in troeuntibus viris ee mulieribus, qui
omnes albis veftibus: fertisq, in capite pofitis,credantur introire. T'urres
auters inprediclo muro Paradi[um circundana té;quodam interuallo interpofitoue
bacio difpofite lapidia bus pr«eciofts edificate imaginentur. Hec de
ampliffimis locis di&fa fint, quibus addere «vel eninuere quifque fue
arbitrio poterit. 0E a iai ? H Ib l " VM TAI U. à : 3 i A iens mm ih $7 ON
e ) drmSNx f ! M Ne Mm NZ zi all Y N S "A 3 a ( eu p 4 V d x SN 4; ato nig
Es inr i ZA Jun - P, r m Dassprima. - v ADDITIONES QVÆDAM AB eodem.
F.Cof.Roff.in vberiorem Ce-. :r li empyrei declarationem,.7e Icut [uperius, de
inferno agentes, quedam «ROI addidimus, ratione ibidem addulia:fic eo A de
Paradi[b [cribentes,qua ad eius amplioa, xi rem notitiam pertinent C que
eruditione nostram ad augeant, bic infra addere eo [ubneclere-volu mur: evt non
dumtaxat leclori memoria artificioe notitias detur: verum gy) eorum, q eius
gratia ponuntur, inferatur declaratio,e** conferatur notitia: €) uod eg ab[onum
mini ve erit: cum eorundem plenior intelligentia &7 copioftor de
"laratio (que alias nobis perutiles funt) noftre ctiam memo rie multum
prode[fe pofint .. Sic etenim artificiofius fubtilius atque celerius pro locis
atque verum commini[cendarum imaginibus eis vti poterimus:Q uod fiquis amplius
contens dat: afferens illud Hhratij Flacci dicti :SNon erat biclocus: audacter
illi repondemus: Prater cam,quam diximus uti litatem,etia m bisque nunc
addimus, ft confiderare uelint, inueniri multa non fuperius pofita, qu&
noflra arti defer:Wwiat.Ceterum 2 quibu[dam amicis (quibus bac negare nez
cefitudinis gratia baud potuimus, fed nec debuimus ) ue idum impulfi:(ed eo
pene coacti fuimus, R eplicare auté qua «dam fuperius dictanos ip[c rerum ordo
coegit.In[erere vez -rohéec egxea inter illa difbonere,qua de eodemcelo Espy
«rto fuperius diximus, qi fuo proprio ponere loco,ip[a teme xax ; ES pors 6
Theíaurimemoris artificiofix poris breuitate eo inflantis negocij occupatione:
a aua iam im profiioni intendimus prohibiti fumus. Diligés autem lector, qua ad
pxopius mernoria avtificio[e attinent incrementum, extraher 6,7 reliqua.
linqucre,que alio tempore: alio coma modo atjue occafi one legere poterit, De
Caclo Émpyseo Péndiógde Beatorum, .: quem bic.à latere: pingere fecimus: deá
;xdiftinétione partium, manfionumq; Sur ac de Sanctotum omnium in eo ditpofito
rüm, », diuerfis ordinibus. 3: 19^ "3 3 M Oclum E Mbyéuh fupremum e
eft:cUt pott fu per omnes alios celos,in ipfa creatione con ditos pofitum eg)
conflitutum:quod Ph5lo wwe) [o phii ignorauere. IN et fi naturale quodda
'exiflar: materiamá, "vt cetera alia (licet excellétifimam) babeat, ct
concernat, quia tamen fenfui à à quo noflra orar «cognitio (vut Arifl. ait )
nec directe vel indirecte [ubieélis Worunt : idcirco id non intellexere.e[l
ergo hac de caufa: ot *D.T bo.placet: 9 uid intelleciuale, quod bumana ratione
dnuefligari non poteft cum non [ubijciatur vifui.[ed "Diui ^nus ille Plato
in Pbedone à átq; quaplurimi ex academicis ip fum Platonem [zquentes,tam pro
male,quàm pro bene me wentibus : alias alibi iflis terre[lribus manfionibus vel
in[rs quiores cv excellentiores, veletiam deteriores «9 vilioz 1 » y^ res pif
Pars prima. : 39 ret: pijs elimpijs praparatas e[fe € viquad.m veritatis occulta
commoti) fateantur. Mercurius quoq; T vif megiflus, dum moreretur hac
derc(aliquid veritatis eo ipfc pvo cul olfaciens) ad optimam illam beatamá,
Ciuitatem vez gredi ee ingredi [e po[Je (Calcidio referente) ex iflimauit, €)
a[[crit. Pytbagore infuper fententia ad metrum reduz a, boc ipfum re[onat et
demon[irat. Corpore (inquit) depo fito,cum liber ad etbera perges, €uades
bominem, fatlus "Deus ætheris almi. (um quo Platoeadem difciplina imbuz
tus in P bedone dixerat. € ui pie pra cateris vixilfe inuez miuntur, biex bis
terrenis locisitanquam 6 carcere foluti ad «ltiora tran[cédunt, puramá, fupra
terram babitant regioz nem, cvLi premium pulchrum eft, ce fpes ingens. De hoc
ergo noftri Theologi, facris difciplinis imbuti,fe curius latius e. expre[fius
differentes co pertra&lantes, id J'upremum celum, ficut c9 nos fupra
diximus. ee in loco dumtaxat per accidens, ac per partes: eg beatorum bominum
magis, quam c/fngelorum locum e[fe;ad congruitatem contemplationis, non
nece[sitatem e[[e a[ferunt :concreatum an[aper materie informi Immobile maxime
: formale: 1n -«orruptibile : Lucidum,quamuis radios vifibiles nobis non
emittat: Influens in inferiores: eg» in ipío influxu ad ordine [ubflatiarum
pertingens,cum [ine motu influat,ut D.T ba. in quolib. afferit. V'irtuefiffimumque
et maximum corpos rum e[fe affeuerant. X Et boc: in loco corpora beatorum
futura. e[fe dicunt. ^ uod cm iam olim illico creatum Angelis, iuxta Strabon TA
e pes "l'hefauri memóritz attiAciofte eo Bedam, repletum fuiffe dixerunt.
Ffoc éro celum in facra fcriptura eo à [acris doctoribus diuerfis ominibus ob
diuer[a myfleria nuncupatur. ]NL'am locus [anlus dicitur, quia vere fantla
[actorum exiflit:in quo [an&li omues, fan élum [anctorum perpetuo facie ad
facicm intuentur Qo» con templantur. Mons
domini, monscoagulatus, nons pinguis dicitur. Mons inqua, quia à terra maxime
eleuatur;et a terra terz renisd, as exemptos recipit. Domus eterni patris,quia
ibidem omnes e/Angeli e) bo wines fw "Uno et fupremo patrefamilias *Unius
Ynoris €xz iflentes,recepti funt,recipiuntur, c in futurum recipiétur, «t ait
Diuinus P(altes,Q wi habitare facit vnius moris in domo.et lili: In domii
domini ibimus. Et Seruator nofler, Andomopatris mei manfiones multa [unt.
Kierufalem propter eternam claramá, pacis fuprema *vifionem et fruitionem.'De
qua D. Paulus:illa que furz fum eft. ferufalem Ciuitas [ancta. Ciuitas
"Dei dicitur, propter oniuer[orum, fupernorum Ciuium "vnitatem.Glo
riofa, ait "Propheta, dicta [unt de te ('iuitas Dei. De qua (imitate Excechiel
atque Iobannes Euangelifla., mira los quuntur,et "vndiq; plenamyflerijsque
fere omnia, bacinpi &turaponere enixe curaumus. Terra
in[uper viuentium appellatur : quia illorum eft, qui Aqua "viua,
gratia.[.CHR1ST lin vitam eternam falieate,in bacuita mortali de gentes potati
et repleti fuere. Quia in ('elacviuentes dicuntur, quiarvita naturale que zd
qynione Pars prima. Wr 4 «nione anima ad corpus conurgit, fed tamen reformata
et. fpirituali feliciffima c7: beata perpetuo viuent. € ui ue inz : faper uita
gloriofa on folum corpus, [ed amimam beante in. eiernum viuent. Q ui demum deo
viuo omnium "vita bea. tifima:cviuunt et perfruumtur. T'erraitem
promifionis dicitur quia fanctis bominibus. repromilJa, et ab ip[a mundi
conflitutione preparata, ab ip fà Saluatore afferitur. Beati inquit Mies,
quonia ipfi po frdebunt terram. Regnum celefle,in quo Rex Regit, et Dominus
domis nantium, [uam fuis gloriam regni perpetuo donat. € uo in: ANeguo reges
omnes illos confliruet, quos benedicit, dicendo. V'enite benedicti patris mei,
percipite regnum eec. De hoe. autem pluribusin locis facra [cripture
mentiofit.t ibi, Re gnum meum non eft de boc mundo. Memento meidum ve neris in
regnum tuum. Ego dilbono «vobis ficut difbofuit mi. bi pater meus regnum,cc.
Coelum celi ctia vocatur, vt ibizCelum celi domino. (e licelorum te capere non
poterunt. uet Caluns Empyreum.i igneum à T beologis dicitur, nom propter
ardorem ignis, fed propter corporale lumen in co diffs[um. "Paradifus
uoluptatis, vt in Cæchiel. Im Paradifo Dei mei fuifliet in delirijs paradifi
dei-et Chriftus: Elodie mez e; eris in Paradi[o.*Na et fi de Lymbo [anctorum
Patrik dixerit VE S V S, obi Dei gloria reuclata eft [anctis,mulzo magis de
carla empyreo hoc nomen conuenit : cum ibidem [upra Thefauri memorix
attificiofe fs pra perpetuo fint Dei maie[latem contemplatusi. ; Hortus
delitiarum prafiguratus in [acro Genefcos lis bro. De quo Iocl.1.a-quafi hortus
uoluptatis.e7 cant.s.a.cve ui in bortum meum [oror mea, [bon[us [bon[« dicebat.
In boc autem (slo [unt cAltaria illa,de quibus, c/Altaz: ria tua domine
coirtutum funt Manfiones diuev(e. [anélis c^fngelis &o bominibus date vel
dade [unt e illa felicifz: fima tabernacula, ad 2 [u[pirans Dauid, aiebat, Q
uam de. lila tabernacula tua domine virtutum »concupi[cit eo dez. ficit anima
mea.Esl eo men[a, de qua, [edebitis fuper méz fans meam in regno.-meo. &*
fuper qua cibus €» potus inu: wifibiles, qui ab bominibus "videri non
po[Junt, exiflunt funt et ibi [edes et throni, vbi [edebimus,et difctumbemnu:,
pracincfo domino et tran[eunte, et miniflrante vt ipfemet clariffime a[[eruit,
dicens : Amen dico vobis, quid pracinz get,fe et faciet eos difcumbere et
tranfiens miniflraLit illis. Hoc ergo Celum pingttes, et in cius figura, et in
bisque ia co gontinetur ea [equentes, que a [acra [criptura, maxi sne
Ezechiele, et Iobanne Cuangelifla de eo, nb nomine Ci uitatis Sancte et
Hieru[alem nous, defcripta funt:in quatuor partes dinidimus iuxta quatuor T
urres,quas proportio. nabiliter et eque diflantes,in circuitu ('iwitatis,
diuerfts in locis diflinximus Nam ct fi B. Iobannes dicat in quadro initatem
pofitam e[fe nonin civculojmos pifure atque pis Gori confentientes, circularis
figura, "ut pote,capacioris ea finsimus,et pingere fecimus : fed tamen.
eius circuitum in quatuor difinximus partes,iuxtà quatuor turres,u t dixi APR
us vt Pars prima. 41 must [faltim boc viodo ciuitatem in quadro pofrtam effe:
fgnificemm. à In eiufdem autem ciuitatis [uprema parte, fupraarbos. rem vita
ameniffimam:qua fupra monté in "Paradifi mez dio,vt E sangelifta Iohannes
docet locauimus [olium fans £e Trinitatis eleuatum et excel[um,iuxta E [aie
*vaticis nium : quod multis [erapbinorum [ertis circundatum poniz mus. Quod
folium inaccefüibile gloriam dicimus, qua Deus inbabitat,iuxta D.Pauli
fententiam. uilucern inbabiz tat inaccefsibilem.De bac autem luce eo lumine,
dominum amiclum dixerat Dauid: Amitfus lumine, [icut uefliméto. Flac ergo in
lucem, eo in igneo, ut ita dicam, globo (nam "Deuswoster eft ignis ardens)
e in boc fupra mundano Sole,à quo lumen omne. creatum emanat, tres
[eciofiffimas facies, tres per[omas in*vna deitatis fabflantia: perfonali.
dumtaxat. differentia, diuer[as finximus non quid T'riniz. tas peronarum
effingi pofsit, fed vt ex hoc aliquid maxiz, mé noftro negocio de[eruiés
addi[camus. Ab hoc aut& fupra celefti fole ceumundus à noftro: ita ( fed
faliciori m odo): vvniuerf a fanéla noua cox [uperna illa. Ciuitas illuftratur.
Quod nempe lumen diuina gloria nobilifeimi illi ciues fus perne (Ciuitatis
perpetui babitatores po[fe[Jores ac comprehé fores, indefelJe ac perpetuo
contemplatur, fub boc folio arbe rem vite prediclam, fraclibus duodecim
exuberantem, videbis. E CHEM (s x Dein montem, domini montem coagulatum et
pingue, montem in quo beneplacitum efl Deo babitare in co, confi 4L derato:
Thefauri memoriz artificiofe derato:[upra montem CHRTSTH, T bronum iride pul
cherrimo.ot lobanni [ancliffimo placet, circundatum pin ximus:in quo [cdere
Ecclefia confbexit,quem adorat mlt tudo c Angelorum. Hunc etiam ad inflar
illius,quem $ aloa. mon fecit,ob multa myfleria difpo[uimus. Atcirca CHRIST 0H
7 hbronum,in terra,ut ita dica.i. circa locum illum, in quo predicta fedes pofita
efl, quatuor illa animalia Euangeliflas fignificantia, oculis vndis, ples n4,
fenas alas babentia cernes. e/Ante vero T bronum, e fecus e/dgni "Dei
pedes, fons «viuus emanat. ui fons in torrentem totius voluptatis pro E lapfus,
per omnes Celi Empyrei partes,ad electorum omz nimodam [ocietatem, [obriamá,
ebrietatem difcurrit. Sub fonte, nec non (9) [ub monte, qui vniuer[ celefli
prominet urbi, eo in medio T bronorum quos binc c2: inde fedentes diflinximus
l'irginem Dei param,duodecim fulgentium flellarum ornatam. corona, amitfam Sole
[ub pedibus Lunam habentem,rofarum falcitam floribus; fli patam malis.vite
florente, [uauitatem odoris fruélificante, candidisá lilijs circundatam. Palma
€) Cedriiucundifüiyia wnbra prote£lam. Cinamomo ce Balfamo mirum odo vem
fragrantibus obfitam,multa ob myfteria confiderato... ub monte, in quo refidet
Chriflus:ac ipfius montis cir cuita, T bronos locauimus, En[em et lances
tenentes quibus duflitiam Dei [uper illos [edentis e Jua iudicia deceruétis,
prefeforant er) fignificent. Jub T bronis,quos ad radicesin circuitu
fedentesfinxiz mus Parts prinia. 4 ymus [ese veliquos ordines conflitutos
"videbis in fex artificio fisfolijs quaft cuin[dam vof? C HRAS T Ly
Thronum eo» montem in anteriori parte dumtaxat ambientibus. cl dextris autem CH
R I S T l incipientes et inantez riorem partem paulatim c [ucceffine
procedentes, fecuna da Hierarchie Angelos ponimus,loca vero finiflr is Saluaz
toris corre[Pondentia vltima Hierarchia [Diritibus repleta pro[picies. Uerum
bic animaduertito diuerfitatem fitus e loci varietatem geftuum e infignium
"ve[liumá,, diuerfos colores eorundem diner[os ordimes : propria ac
principaliora officia (prout in piclura fieri potuit) declarare. Illorum ergo
Angelorum ordines, qui ad fuprema pertis nent Hierarchiam, quoniam in Deo primo
ez: vniuer[ali principio,rerum cau[as immediate contemplatur, idcirco in
fublinsioribus locis in tres ordines diflinclos, c2 Deo viciniores pofuimus.
Nam et Seraphin Dei folium ambientes, *vvt E[aias dixerat, fignauimus: ( berubin
vero T bronum Chrifli à [ummo vv[que deor[um ambientes finximus. eJ demum T
bronos monti Chriflum Dei ee bominem exciz picnti proximiores,immo co contiguos
con[Hituimus. Secundam Hierarchiam, qua rerum cau[as vationesi, tanquam ab
vniuer[alibus caufis dependentes intelligit in inferiori frtu.i. ad (brifli
dextram locanimus. T'ertiam,quavationesrerum tanquam à proprijs caufis
dependentes, &» quatinus ad particularia applicaz tu, in tuenturyad eius fi
niflram fi 'gnauimus. : Colores autem vvellium pradiclorum Angelorur, a: ge 1
fu; L Thefauri memori áttificiofze flus corum diuerfi 1 quadam ipf orum
Leatorum [firituum offic ia Arc an44 multa nobis referant atqi declarant. Nam
(o curauimius "ot ve[Lium colores quilus diuerfos e-4ngelo rum: induimus
choros ignitis illiscorre[bonderent lapidibus, qui bunc vel ilum chorum
defignare po[Jent. Nouem autem praciofi
lapides funt, ut im Ezechiele legimus, qui noz uem. Angelorum ordines: Gregorio
fancloexponente figuz rant,eg fignant. "De quibus ipfe vates 28.
capitulolóqués aiebat: Omnis lapis pracio[us operimentum tuum: Sardius
T'opatius, gj Iafpis: Cryfolitus Onix ev Berillus : Sapbirus Carbunculus cé»
$maragdus: N [upremo igitur pracioz fà lapide incipiétes cvnicuid, ordinum vnum
affignauimus, quem e in [erto cuiu[libet [iritus in ipfo frontis medio. ful
gentem anneximus, co in[eruimus. Florum vverolapidum colores diligenter
exquirentes veftes cuniu[cuiusa ordimum ei[dem coloribus tinximus, quibus ipfi
lapides emicant e refalgent Sed ne de coloribus prædiorum lapidum oriatur
pagnasmexe ta ipfe fallaris,memento quid fere omnium lapidum ignitorum atq,
fulgentium non una tantum, fed diuer[z funt [pecies eo colores.) uorum lapidum
colores illos elegimus, qui vel varietatem ponerent, vel myflerium f
gnificarent .c/4t cuius coloris vnufqui[que illorum exiftat; in libro noflro de
avtificiofa memoria. diffufe traclauimus. ibidem ergo pradictos calores qui
voluerit requirere. eg lez gerepoterit. Hic
autem [at erit incAngelerum vveflibus eos micantes pro[picere. C oloribus ergo
pradictorum lapidi, qui tam facile ab infpectoribus conbiciuntur, ad eo Pats
prima. 43 ad eorum fignificationes proprietates effectus, properates: quo
my[Lerio lapides ifli preciofi Angelorum ordinibus conueniant, paululum
infiunare, cg breuiter libare in aniz "De Seraphin loguentes,quos circum
dei folium in [arti modum difbof uimus,islis Sardius myslerio conuenit. Hos
autem finximus omnium pulcherrimos,ac rubeo colore ful gentes:quo colore itarum
ceele[Hium métium feliciféimos av dores, eg» ignitum amore gratia Dei bonitate
fignificarez mus.Seraphin enim ardentes vel incendentes dicuntur. In corde [axi
praditli fardij lapis imenitur: Et gaudium act" dit: T'imorem repellit:
Reddit audaces: E xacuat mentem: € [ anguinis fluxum re[lvingit: At per
fimilitudinem Sera phicus ordo in (/briflo petra, per quem ipfi c omnia «9 in
qua principio vt cfurelius Aug. exponit, creata fant. flabi le funtlamentum
habet: eo tanto ceteris cdngelorum ordi nibus excellentius, quanto pra illis in
natura, c gratia ] uülz limiorem obtinuit gradum:In corde autem deicateris omni
bus pre magnitudine amoris "viciniores inueniuntur. Q uid, [Diritus ficut
pre cateris A ngelorum agminibus in dei amoz rem feruntur ardentius: ita €» pre
cateris letantur iocutiz dius.Ceterum pradictas [ardij proprietates effectus
perfez «&lionesq, [upereminenter tamen ita continent poffident et
con[eruant:rut non tantum illas perfecliffimo modo(rvt poz tefupereminentia)
illi d fed occulta quadam cvi vniz uer[as illas ab inaflimabili ea qua ardent
charitate ( à qua denominantur ) fi per[Picaciter confideraueris, liquido
noueris "I hefauri memoris& artificiofíx noueris emanare. Q uod longum
effet edicere Fla auté favdij proprietates preditle co clarius $ eraphbin
incffe a noflro materiali intellectu(cot Dyon-*vtar vverbis)eor[picicntur:fs
bominum illorum, qui boc feraphico per participationem arz dent amore;
perfectiones confiderétur. ui cnim feraphico c7 diuino ardet ainore : gaudet in
domino femper:nec unz quam tristi [uccumbit cogitatui: €) uia non contriflabit
iuSlam quicquid acciderit ei. qN'on timet quia charitas foras amittit
timorem.cfudax velmelius fortis redditur, quo arz daa pracipue pro dei amore
aggrediatur. ]N à operatur maz gna, fi amor eft dixir.S.G1eg. Acumé poffidet
mentis:quia unctio eg [piritus paracletus,quo dei amor, e charitas in cordibus
noftris diffunditur:omnem edocet "virtute, eo: oma nia.(uggerit
[anuinem,velut [ardius amor ifle, fi in corde geftetur,reslringit:immo e7-
voluptatem omne reftringit: nam omnia [peruit, eg ceu ffercora carnem €)
[anguincm cov vniuerfatemporalia arbitratur. Predicta Seraphin fenas alas
babentia, vt £faias.6. edocet, pinximus. ]N' dua ale, qua extédantur in altum,
diuinorum contemplationemyqua corum naturam tran[cen dant fignificant: qua
"vero circa eorum corpora : cognitione propriam ac naturalem
defignant.Postremo ale ille, que in inferius protenduntur, e profluunt
inferiorum rerum coz gnitionem denotant. ( berubin (quos a fummo "v[que
deor[um: ab vtraque parte T bromi e fedis ('hrifli quaft deflu£tes fignauimus.
) J'opation datar. Ergo colore etbereo ata, in auri pakorcm declinante, Pars
prima. uT 44 declinante,refulgeant.T alis efl .m.T'opation. Hunc autége minis
coloré illam non tantum corum,'vt ita dica, Etberca fcicntiam naturalem, ep
propriam, qua «9 pra cateris,in férioribus firitibus egregius potiuntur,
defignare. dicimus, Jed principaliter [uper celeflem eo» [uper naturalem. bea
tá atq, diuinam,'ot pote charitate fulcitam,qua adepti illi o fuere,cum primum
ad beatitudinis gloriam peruenerunt. Hanc autem [icut co priorem pra
inferioribus fhiritibus frm. gularius eg) egregius pofsident.Jflam vero geminam
[cientiam: qua pre ceteris excels. lentius pleni funt, cum-vicinius quam cateri
inferiores Dci. claritatem contemplentar: non folum gemino colore: fed et
duabus alis in ei[dem depiclis : ac infuper pennis alphabeti. caraclevióus
infcriptis : a demum libro aperto fub mento difpofito, legentibus «9«
in[picientibus demon[lrare coacti, fmmms. c n yis d "Pradicla autem gemma
T'opation dicla,quam C he-. rubinis afsignauimus,omnium gemmarum. amplifima cl,
ee "velut [peculum circunflantia, atq, pra[entia recipit eg» reprefcntat:
qua co Lunaticam pa[éionem amouct. Tiff iz tiam ambigit. Iram fedat.Dominatur
libidini. ('outra moz xios motus, frenefim,e fubitanea mortem «valet. Vndas
etiam feruentes compe[cit,ee ebullire probibet. In borum enim e^Zngelorum
egregia [cientia,qua eclut clarifiimum,necnon e puriftimis Jpeculum fulget,pre[cnz.
tia omuia,nec dicam multa futura:tum inferiora : tum [uz periora; (que tamen ad
illorum pertinent gloriam)emicant. Q ue ue Thefauri memoriz artificiofx 9 ueue
fcientia amplifima quidem cfl, nam eo naturas lia ifle celeftes effentia
norunt: eo fuper celeflia pra cetez ris inferioribus per[picacius intelligunt :
eo contemplantur. Verum qnia pa[fionibus quibu[dam, vt pote concupi[cé tie vel
fimilium: nec tenetur, nec propter [piritalem natus ram teneripo[Junt : ideo
ille que T opation attribuuntur per fééliones, qua buiu[cemodi paffiones
[upereminenter tàtum iftis [piritibus conuenire credantur. Eorum enim [cientia
auro charitatis decora excellentiffimi gaudij in eis cumulii generat. Letatus
[um, quoniam antecedebat me isla [apietia Dixit qui ciuft dem aliquantulum
particeps erat. Mun: disfimos etiam eos atque purisfimos reddit, non contra
libidiné,a qualonge aliena eft eorum natura, fed contra ignora tiam.) uod eorum
nomen defignat. [Nam C berub. Plenitudo fcientie dicitur. ing Nec nobis obflat
qd Iob.v.dicitur. (Celi non [unt mun di in con]peálu ciuset alibi.2
s.capituloflelle non funt m&d« in con[peclueius immo nec lucent. co illud
quarto cap. In cAngelis [uis reperit prauitatem.Cum eiu[modi nom per realem
pofitionem,fcd per comparationem dumtaxat intel tellisi debeant .[Nameelorum
at, Stellarum.. c mgeloz rum munditia eo puritas : Lum eg: [plendor f
Gientie:bonitas eo anclitas eorundem; ad Dei ineffabilem mundie tiam,
puritatem, claritatem lucem inacce[sibilem, fcientia eminente bonitate,
fanétitudinemq, relata immunditia et impuritas, tenebra et ipnor&tia, atque
prauitas pene appaz: rent etreputantur. Hanc autem munditiam et puritatem, 5
qua Pars prima, 43 uA ifle preciofus lapis operari dicitur, quifquis noftrum k
[oa (herubice fcientia particeps fuerit nanci[ci poterit. namo: de diuina
fapientia dicitur. "Primi ej puriféimi frutlus illius.pro.3. €7 attigit
vvubiá propter [uam mundis tiam. 9) ua ce mundos ca praditos conflituere
poterit. Re liqua in[uper perfectiones attribute T opatio.per quandam excellétiam
ei[ dem cngelis attribui debent. erum enim evero in bominibus buius [cientie
participibus e& omnes et fingula apparent manife[Hus et intelliguntur,
faciliu: ficug ev quilibet ex [(z deducere, eo intelligere poterit. T hronis,quas ad radices montis ipfum circumdantes los
canimus, Iafpis conuenit. Hi cve[libus gattulis vubeis atque fanguineis
re[berfis veflHiuntur. uo colore ipa diuina iu[1i tia, cuius ipft [unt [edes,
fignificatur.Q) ue etiam in gladio eg lance: qua in eorum po[uimus manibus
apparere poteft: ifli enim [untycvt 'D.Greg.ait;in quibus,-vel per quos iudiz
cia [ua decernit "Deus. Hos autem [edentesfinximus,ut ta li L tu ac poft
tione nominis corum ratio eg interpretatio ba beatur.]Nam Y bronus fedes,cvel
folium dicitur. A ttendiz te que[o qualis fit [edentis iudicantisq, dignitas :
cum fedes eum excipientes nobilifima inueniantur. Iajpis autem febres
propul[at: FIydrapem fugat:fanta[mata pellit T utum bominem reddit
-Infirmitateso, dicerz nere facit. Index ergo ille,qui [uper thronos iudicas
iuslitit refidet, laj]ide boc [piritus ornans, cvniuer[os infiruit iudi ces:vt
ab anima fecbribus,ab Ef ydropi maxime:que auari tia efl alieni : timore
"ullo pauidi: nec ullo agitati exiftant A amore: Thefauti memorix artificiofx
amore:eos domum vt infirmitatum iudicandorum diuerz fas fpecies grauitatemq,
diligenter exquirant:deinde petptz dant,di[cernant,ee» iudicent. Iu JFerum,ne
in longum hec nostra protrabatur oratio, eo declaratio, ne3e acri ingenio
preditis inferre mle[lia, nec non co defi dibus «2 cra[J Minerua bominibus
nimis f? uere videamur: de inferioribus ordinibus ad mcdiam et po firemam
Hierarchiam pertinentibus traclaturi, methodo "Uti in animo eft.
Dominationesad C HR I1 $T I dextra difbofite, q alijs dominantur [piritibus,
qued, alijs imperam e impe rio dirigunt, auro e) gemmis ornatas e cveftibus
vetinétes fimilitudinem auri atque marini coloris: quibus cbryfoliti colores
imitentur,pinximus. In borum Angelorum proprio! nomine
dominium, quo alijs pre[unt liquido intcl'igitur. 9 uod ee [upercelefle effe.
qp) charitate perfufum a[Jerit iphus cbryfolitbi marinus ee celeftis color,in
auri pallorem declinans. 065, SURAN Vna autem (hbryfolithi-virtus, vt de
cateris tacea, efl contra no£lurnos valere timores, co: tanquam ignis fcintilz
lare, radiosá, [plendentes emittere. Ergo [pendere virtutis bus:eo contra
timores cvniuer[os etiam maximos : per noz &lurnos pauores fignatos conf
lanti animo qui alijs domina tur exiflant,co intelligant predicto chry[oliti
colore celes fli quomodo à celorum domino data eft illis omnis regnandi
pote[las: Per me reges regnant. F'irtutes,
qua celorum mouent C agitant ide ob ; id it Par$phONA oU! ^ 46 id in eorum
manilus vides effe depiclos. Q ud, virtutes miracula faciunt : vt D.Greg
placet,ve[l ibus circuman is ciuntur,buman& ronguis fimilitudinem
retinentiLus. «7: oz nicis colere micantibus. Hoc autem colore pene bumano ofué
ditur:quia predica officijs in bominum bonum funguntur, cum il!a virtutes
bumanis tum internis: cum exteruis(licet diucrfi mode )faueant viribus atque
virtutibus. € uisncz [ciat eas fuere. corporibus cum celos moutant,atque cof dé
animabus fuccurrere noslris, cum miracula faciunt? Onix autem triflitiam
excitat: T imorem ee pall'orcm incutit: fentafr mata generat: Rixas ev lites
accendit. Eia "Vero virtutes effeciusq i&i f«lices [Diritus, per quada
wm ez thaphoram in rebus illis,quibus [e applicant, vt [uis pradiz is fungantur
officiis, demonslrat,et operatur N à quia di uer[a illa naturalia, quibus vt
miracula fiat, Deo primo et principaliter fautte et operate paguntur, [ecer bic
ordo ]bi rituum [c[e applicat: cum commotionem imitatione,cvcl alterationem ab
ei[dem patiantur fpiritibus, dum ab illis vvel trabuntur &) extenduntur:
vel comprimuntur, e pri uantur ;"vel faltim ordinantur ee diriguntur,
præparatur c7 difbonuntur:commotionem, vel immutationem vel al terationem co
quidem maximam extracvel[upra uel ccn tranaturam patiatur:quafi f[ubmurmurari
€grixári: tri[Lari "vel pallere:in litem accendi,vel in timorem à pr«diis
[piritibus induci dicuntur. "Demum in malis bominibus dum harum vvirtutum
mi - tilllerio miracula fiunt; Lis cox difcordia : Pal'or e T is. JM mor:
Thefauri memori artificiofz ynor:e diuerfa a[folent oriri phantafrnata:ficut
cum (bri flus miracula operaretur diuer[a, varia in prauis bominis bus
oricbantur phanta[mata eo opiniones, di[cordia et liz 1es:dum alij dicebant,
quia bonus: al;j non, ed [educit turbas:alij cumoculos caci nati aperiret,
dicebat,non efl bic bo mo à Deo'et fchifma erat inter illos. A [jj timore
malopau£ tes dicebat,quid facimus, quia hic bomo multa figna facit. In bonis autem
[anélus oriebatur timor: nam cum 'U idue filium [ufcitafet, fcriptura
[ubiunxit:c/Accepit aut£ omnes timor,et glorificabar Deum dicétes, quia
propheta magnus furrexit innobis. Pote[latesyBerillo,qui oleo vel aquis marinis
f; milis uio laceic colorisexiflit, ornantur. c/4t [i de praciofis lapidibus
tra&lantibus credimus, contra capitis dolorem, fu[piria,et contra boslium
pericula "valet Berillus: quaobrem perqua optime Pote[latibus Anglicis
contra demones dimicantiz bus, affignari debet. SNam et fi potestatum officium
[it ordi nare, ficut ex "D. P au.Doclor nofler deducit: ad eos ét per
tinet demonum audaciam refrenaresin[ultws probibere:uir ratem corum reprimere :
et nobis aduer[arum poteflatum nequitiam et dolum pertimefcentibus et pra
dolore fu[piras tibus, fubuenire:et fu[piria tollere.Capiti etia et noftro corz
di, videlicet perturbatione commoto, adhibere medelam. Principatibus [aphirus
refpondet. Hic autem ordo veffi bus collucet ceruleo, cum purpura admixto
colore:fulgentiz bus, aureos, pulueres [par[os habentibus. Ffi autem prouin..
cias, regiouts et regna in chartis depitla demonflrant:nam nationibus Pars
prima. 47 pationibus diuerfis prefunt;ac regnis. US aphirus contra fraudem,
inuidiam,terroresá, que omnia ip[a regnaconturbant, valere dicitur,et ad pacem
gratiofus exi[tit. Heec auté omnia egregius ac clarius in regna fibicommi[fa
operantur ifle diuine Mentes. Archangeli, intelligentia [unt,qui [umma nunciant
[rz ent de fancto Gabriele proditum efl. Pralatos ac [uperioz res quofque
gubernant: ea propter Pontifices, Cardinales, A eges, Principes, "Dominos,
caterosá, alijs prafcálos inter' €o5 locauimus. His afsignatur carbunculus
[emper ardens, qui nocle minime «vincitur, fcd quaft noctis vigilias cufloz
diens, [emper ardet. ui etfguram [ui ipfius omni lapidi imprimere poteft, et e
comuer[e:et lapidum figillum dicitur. Horum enim. hrchangelorum cuftodia fuper
prafidentes maxime Pralatos,nec nocle tacet. De quibus intelligi pfet illud
Ef2.62. [uper muros tuos hierufalem conflitui cuftos des,tota die et tota
mo&le mon tacebunt: cum fere femp Pre latos illuminent: et erudiant: et
eorum Lux et illuminatio tenebris non occultetur. 9 ui et qu& bona norunt
nofiris im primenda mentibus non dedignantur imprimere, et [igillis. no[trum
exislerc. ! c/Angeli, Smaragdi colore refuloent : Quo circa viridiz bus
"ve[libus, Smara di «videlicet colorem imitantibus, circumamitti
con[piciuntur: qui poflremus ordo,bumano ge neri à (ummo conditore conceditur.
Ita quód cuilibet boz minum vnus ex boc ordine efngelus, ad illum cu[lodiens
dum deputatus fit:ut talibus ducibus atque magislris:tuto ribus, Thefauri
memoriz artificiofe ribus eo» focijs,quibus quilibet ad vitam perducig of it
eter nam, ea propter inter illos diuer[arum condition: bomines di[pofuimus.D'e
borum cu[lodia dicitur: ? ngclis [uis man-dauit de te, vt cuflodiant te in
o3bus vijs tuis. e q [equi zur. Et Saluator nofler:c/Zmen dico uobis, qu.d ^
ngeli eos vum in celis, [emper vident faciem patris mei, qui incez li eil.
"De [maragdis Solinus loquens dicit: fmaragdis nil iocun. dius,
nil-vtilius vident oculi, nam defatigatos reficiunt ocu los: in umbra fulgent :
longius nitent.e7 fecundum Diofcoz ridem, .Morbum caducum, eo: bemitritheum
curat .: vis fum debilem confortat: ill'efumá, con[eruat:lafciuos motus compe[citzmemoriam
reddit: T'empeflatem auertit: fertur (47N diuitias augere: gratum bominem in
verbis facere: perz fnafionem in omni negocio operari: dentes firmare: prode[fe
parturientibus. eost c/driflo.placet,ft [uper arteriam poz natur,temperare
calorem. In(uper contra demcniacas vaz lere illufiones affirmant. Hic
[uperfluum puto ha: virtutes e[fectusd, predictis [Piritibus applicare :cum mon
[olum tales effeclus (ed co alij tum fimiles, tum diuerfi namero ac noli litate
memoratos longe excedentes, e [uperantes in molis eorum operari minijlerio
vtilitate fentiamus ; €? mtchntc f evelimus intelligamus. . AManfionibus
c/4ngelis diffributis ad [an&lor? boninit ordines tranfcamus:quos ideo ab
e-4ngelis [aparatos ponis pmus,tion "Ut "D. Greg. qui [an&los pro
meritis diuerfis, diuer fis edngelorum agminibus coniungit,contra dicerc
uelirmus: ed ftd,t diflin£lins(quo ad nos inquam) procedétes, tum oculo
fatisfacere,tum memorie prode[fe pofimus. ( «terum c7 Ecclefia in omnium
[an&lorum festo, Angelos prius quam c^Apoflolos caterosq, [anélos
commemorat. edd CHRISTI dextram locauimus noui teflamé ti Patres: principes
populorum à Deo con[litutos : Ecclefie fundamentum:lucem mundi: fal terra:
Indices [eculi: Dei amicos ac dome[Hicos ab ipfo nimis bonoratos.i.duodecim di
feipulos, qus GHRISTVSAÀ po[lolos nominauit. Ffoj aute prefignarit duodecim
filij Iacob. 2! fontes aquarum in Heli.2.dariffimi lapides ex medio Iordanis à
luco feles Bio Terra [anéda ex ploratoves.vy prafetfioperum à a3 lomone
conflituti. 2, leunculi flantes in T broni yalomonis 'radibus.ti. boues mare
tépli Dei tenétes.2 Prophetarum o[fa pullultia As: bore uere dici-i.(brisli.Y2.
Cophini fragz mentorum2, Margarite € preciofi lapides ciuitatis [an la. ficut
D. T bo.defcribit. AUN; In borum medio "vitem pulcherrimam floribus
fuauita tem odoris [Dirantem, fructus ferentem voberrimos, "Uiris desq
palmites [aper illos protendentem, &) obumbrantem, conytitwimus. Hoc autem
figno commonemus in[Dicientes lez gentesQ, Apoftolos palmites fuiffe, co» viti,
Chrifto videlis cet inbafiffe, ej) exinde multum frutlificantes, ficut olim
predixerat illis Saluator nofler. Patriarchas fecus A postolos pofuimus,rUt
patres evete-. ris teflamenti,velut [anctifimi, ac Deo chariftimi Patriz bus
nouitefLamenti pene coniungantur. "Patriarche autem A pofLolos "T
hefauri memoria artificiofz e/fpoftolos tempore prace[Jerunt ."Uerantamen
ab ei[dem A postolis,officio && dignitate pcelluntur..Fios Patriarchaa
«ve[tibus celeftem colorem prafeferentibus induimusquibus eorum in terris
celeslis conuer[atio «2» vita figmarentur.. Inter P atriarchas Micem pofuimus.
)Nam ad Micem eMambre Abraam Patriarcha Deo dilecfiimus tres An gelos vidit,
&o*vnum adorauit, ac myflerium Trinitatis agnouit. illos bofbitio recepit,
ez» de A4 efeia fa liciftima proz mifsionem accepit. Fiuius ergo Ilicis depitía
[pecies, tot nos bis myfleriapandit : bac bo[bitalitate Patriarchas infignes
tile commemorat : nosá, admonet talibus bofTjs promereri Deus.Item lici
tberebintum adiunximus:propterca quia e^dbraa [anctiffimus nepos Patriarcha
lacob,idola [ubter T herebintum infodit, «vt Dei ad fc loquentis imperium ad
impleret:quod fidei finceriftime Patriarcharum,eg: maxiz me lacob inditium
extitit.que arbor (ua extentione ampliz radinem meritorum" Patriarcharum
oft enait 4 [ub quaruto combra,per imitationem degentes ab oniuer(a buius munz
di æris intemperie protegentur. In tertio coetu. €? loco anctos illos bomines,
ad uetuste flamentum pertinentes, locauimus:quos prophetie doni decorauit, ac
excelfoscon[lituit.Q) ui propter iuflitiam perfez cutionem pafsi, eg) propter
cveritatem corum multi mortem fmslinentes : E xcellentis victoria vel certe
martirij corona adepti funt. "De his autem Protbomartir Stepbanus dixez
rat, Indorum exprobrando duritiam,atá, [ euitiam. €) w€ prophetarum non funt
pere cuti patres ucsiri? Et Jeruator illis Pars prima. UD Y illis comminando,
dicebat. Hieru[alexm, Hieru[alem, qua occidis prophetas, e lapidas eos, qui ad
te mifi [umt. Hhos tanquam "viéloresin tribulationibus pro Deo €
"veritate equanimiter toleratis, e&« eorum multos bijfz dem de caufis,
morte etiam "violenta percuf[os, f ub oliuo des gentes po[uimus. -
eMartires rubro ve[flimento circumtecli eo quaft proz prio [anguine rubricati
[ub palma euidentiffimo victoris f gno ponuntur. SN'am clarius celeriu(q, calum
intuentes, et viclorie premia propius pro[picientes, poft mortem,ad celi
lucidiffimas [edes euolaueve. Palma ergo qua infigne ac noz bili Firmum eft
«vittoria figuum, Martirum noui tefl amen ti excellentis viclorie [Mendorem,
glorie coronam, Martiz ri aureolam,eo certaminum *uniuer[orum premia proxis
miora demon[lrat:nam pro Deo occifi "Propheta ad Lym bum Sanctorum
de[cenderunt. eat: martires noflri agone felicis mortis expleto;illico
a[Jumuntur in celum , vt ibid gloria perfruantur eterna. fequuntur Sancti
Confe[Jores, quorum. multi doGlores extiterunt. € ui doctrinæt vita celefli
communiti: quaft Cipreffus exaltati [unt fupra Dei populum : quem Viren ti
pabulopa[centes, eternam docuerunt [perave [alutem-".F'irgines Deo dicata,
lilijs fragrantes eg vofis,fub malo granato:cuius [rmilitudinem tanquam C H RAS
T fpon [e retinuerunt.cut (ant. fienificatur: choreas ducétes con fidera. Ft
arum aliquas indumentis albis virginitatern fignantibus, ve[liuimus: reliquas
ob fanguinem ob.C HR Íyet eND o S T I amorem efufum,rubricatis induimu:. Sancli,
qui in veteri teflamento floruere, in fronte T. hau fignati : poftti funt in
fexto circulo, (ub viridi uro. (Nam boc in mundo «velut fpe longa concertanz
tes, egvevita fublati : itidem fub fpe in fima cabraba id efl Sanclorum. Lymbo
reclufi perfeueranere. - Ætrodextrum CHRISTI armum, funt. Innocenies, qui pro
€o occifi ab Eferode fuerunt. Reiro aute Slat quoniam velut virgines vivginem C
HR1STVM fequuntur non [olum. munditia. decorati, fed. proprio etiam rabricati
[anguine. Hi rubeis floribus ornati funt. Retro finiflrum armum, illos po[uimus
infantes, qui circuncifione in "veteri, ee baptifmate, in nouo. teilamento
fignati funt. bos floribus. albis lilijsqueredimitos. cernes. In "vltimo
circuitu [cecus Ciuitatis fuperna excelfa maz via, turbam innumerabilem
con[hice ; de qua : *Uidi turbam magnam, quam dinumerave nemo poterat:, ex omz
gibus gentibus eo tribubus € populis, ev linguis flantes ante T hbronum. Demi
murorit Ciuitatis pradicla Ieru(ale, latitudine altitudiné atq; longitudinem
equales e[fe confi derato. Fios rum murorum firuclura ex. la]bide conflat.
fundamenta eiufdem "vrbis, ex duodecim preciofis lapidilus, videliz cet
Lafpide : Saphiro : ((alcedonio : .5 maragdo : .$ ardoz nio : Sardio :
Chry[olite : erillo: T'opatio : (y[opafvo: Hyacinto : edmetbi[lo.in qua ein
murorum flru£tura Ine 12.port& Pars prima. [^ 12.portde funt, quas ff
ngulas fingule exormant Margarita. "Platza (Ciuitatisex auro mundo fimile
«vitro perlucido. Hac autem omnia, dum in altum "volat Aquila caleflis et
vidit ce teftificata cst. VHS US Schalam,quam ante Paradift fores
pofuimus,illam effe confiderato, quam lacob raptus [omno vvidit.buius fcha Le
gradus: diuer[2 [unt immundo creatura, pecie e pera féeélione diuev[s. Efos
creaturarum gradus diuer[os, ^ ngez lici Diritus afcendentes gg) de[cendentes
gubernant, atque custodiunt. quibus creaturarum gradibus intelleclis, ad
"Dei fuprema cau[& cognitionem, qui in celis habitat, peruenimus,ui
dixit "D. Paul. inuifivilia enim ipfis à crea tura mundi per eaqua facla
[unt intellecta con[biciuntur, eo cetera. Hac autem cognitio, fi fide augeatur
c illuflre tur, Charitateque ornetur, eg perficiatur, celeflis nos regni
baredes conflituet, eo diuine con[ortes glorie efficiet.Uerum.n.uero quoniam
quatuor elementa, eo ndez cin celi totius orbis cum c/dngelis tamen principales
partes exiflunt: ideo. prediéía buius noflra [chale gradus exis Want: fupra
quos gradus [Diritualis profe&fus nostri pedem ponimus,cum fupra illos, per
quodda donum, "vel per quadam [ocietatem, (ut cam Angelorum gradum
pertingimus )a[cendimus, vt "Deo in vita coniungamur «terna: Supra terram,
que primus noflra fchala gradus exiflit, a[cendimus,dum corpus ieiuniis,
vigiliis ev ceteris fimilibusterimus. Tu per catevos pradicle fchale gradus,
fimili modo difcurras. v, MEO Ad T hefauri memoriz artificiofx Ad hanc.
Cinitatem nos dignetur perducere ille à quo omnis nofira [alus dependet. uico
mirabilis efl in maz ieflate [ua, terribilis atque laudabilis ce faciens
prodigia, eo in [an&lis fuis admirandu exiflit. eo bac in Ciuitate magnus
€) laudabiliá ritnis inuenitur, Deus fcilicet, per . omnia benedictus.
d'equitur Figura (nitatis Sancl«. mg -GGÀ edd 2 134 4 MY "S D- LO 7 AC ] -
; NT nu rj Sce SSULTED AS : TAPPA ZA c3 Thefauri memoriz artificiofz c/Armina
boc in loco inter[erenda: quia iterum pofita C funt, pofl carmina de ocfaua
f[phara, pagina 28.-vLi incipit, c^t globus empyreus ec.v[que ad finem :
con[ulto dimifimus, ne cadem [epiusrepetamus. de vfu ampliffimorum locorum. e
Timur locis predictis, modo infra dicédo. Lo ER] camus enim rem primo
recen[endam «vltiz r9 VA « mo loco,verbi gratia,in vltima inferni p^ rev Qi te
in puteo. f: ee deinde alias in locis fuperio ribus [uccfeiue ponimus:
"U[que dum ad "Dei [nlium peruez niamus, prapo[tero etiam ordine
procedere po[Jumus, vt [incipiamus à fuperiori loco, e ab illo in inferiores
ordina te de[cendamus: *vel alio modo.[. à loco medio a[cendendo: "v[que
ad [upremumyvel de[cendédo v[q; ad infimum:pro ut locande figura, ac
memorandarum fpecies exigunt : vcl etiam commini[cédarum rerum ratio
expo[Lulare «videtur. Sienim in [ermonis tui principio, pro memoranda vei
figno, locandus fit c Angelussin Cælo potius qua in inferno et. eius imago
ponenda. A lia deinde alijs in locis unt [ucceffiue e ordinate, conslituenda.
Et quamuis locis quibu[libet non omna memoranda, nec vniuer[ c memorandorum
figura, (quas locare evolucz ris )conueniant:arte tamen qz) exercitio, e
cyebeméti ima ginatione ita id poterimus comparare, *ut cuilibet loco rem omnem
cuius memini[[e volumus, eiusq, propriam figuram inuenire Pars prima. Td es
inuenire eo accommodare. [ciamsus. €). uod fieri et experti. fiunt, manifc[le
fatentur. Cuius autem imagines conrra naturam eg e[fe rerum aut artem vel vfum,
ab imaz ginatione locata funt, frequentius oportcbit rcbetere, vut exercitio
a[Jequamur, quod longe à naturali ordine rerum con[picimus à nobis e[Je
locatum. Vr autem locis fugure ponenda conueniant (quoad fieri pote[) 'atagere
oportetvt fr figure quinto loco ponéde fex ro potius loco comueniant, magis
ibidem in fexto ponantur. Et qua in fexto alias reponi debuerat, in quinto
collocttur. Zfoc autem dixerim, fi permutatione banc repetendaz vum verum ratio
patiatur:ficuti in aliquarum rerum di[cur fà fieri contingit. Siquis enim
duodecim iciunij fruclus dicez re propo[ uerit, vefert nihil fi quintum Sexto
preponat, vcl poft ponat abfolute loquendo: A b[olute inquam, quonia aliz
quando(quamwuis ravo)in coni milibus ordinem dicendorum cogimur ob[eruare. In
vfu ctia pradiclorum ampliftimorum locorum, illud oportet animaduertere:nece(Jum
nequaqua e[[e, vt in una eadem, oratione vo el concione uel leélione,vel alia
rerum recitatione prediclis omnibus, e fingulis utamur locis.T'ot enim loca
fumenda dicimus,quot pro figuris ponendis [uffiz cere pojJunt aliad, linquenda.
Si enim paucorum meminiffe «volueris : fat tibi erit aliquando folum
principalia [umere loca ab(que corum partibus. verbi gratia [umere infernum pro
*ouo loco tantum, Purgatorium pro alio ec. "el poteris [umere locum «oni
principalem, verbi gratia infernum, cum fais partibus pro tot locis, ee alia
linquere, qua for(an vvice alia, (cum multa in diclis locis reponere
"volueris)mas ximo commodo erunt-Q ue autem figna fint bis locis ponen da
acil dicemus. Cap.7. Delocisamplioribus diffinitione, numeto, partitione et
vfu. 5 Y Oca communia ampliora illa funt, qu& inam 4 DmRM plif(imis
continentur,et ipa [uis in partitus, «B XE y ampla loca, Mediocria, Minora,e9:
AMiniz LÍ BE AX oma queque continere poffunt. Loca autem talia;[ant bac.
Regiones ez prouinc ie: fecundo * Paradi[us terre[Iris: tertio Itinera ab-vna
in aliam Preuinciam «vel (juitatem:quarto Montes ej omnes colles: quinto Planiz
ties'fexto * Poffeféiones:Septimo Lille: OClauo Fluminum decur[us : nono Stagna
cum corum circuitu. uo ad partitionem borum locorum in partes: que partes pro
tot dez feruient locis, quod quilibet corum diuiditur, a[Jerimus. Et quo ad
primum Regionum ee: Prouinciarum partes potez tunt e[fe Flumina: .$ tagna:
Silue: T vactus, €7 [hacia terz. rarum slerilia:culta quoque pinguia atque
fertilia loca:C iuitates: Caflella: P agi : vel vici: P o[feféiones
infrgnes:doz, minia diuer[orum Principum : Montes THAN, nomina. ti.Vie
celebres:Balnea: P lanities. fParadifi Terreflris spartes,illa poterunt ef quas
fucra. fep in codem effe commemorát. Ut multitudo lignoz; ) rum Pars prima. MA
WÀ run fractiferorum, palchrorum vifu, eo ad ue[cendum. fuauium. 1. Lignum vita
in medio Paradifi. 5$. Lignum infuper [centia boni cz mali. ^ dg M
4-Fluuius,qui inde diuiditur in quatuor capita. N'ome vni Phifon: SNomen fecun
di Gion: SNomen terti] D'igris: uartus Eufrates.ex Gen.[ecunao. if Malta
praterea. ineo loca poteris imaginari, nec incons ueniéter,ut letiftima
nemora,vt ameniffimos montes, flos ventes agros, ridentia prata, pulcherrima
planities, cetez ra fimilia. pan RN v 03. Ommnt iter ac via ab "vna
Prouincia, "vel (Ciuitate in aliam [nas partes baber, ee funt"
Po[feffiones celebres: (muitates (Caflella:vilLo: P agi: c edificia infignia:
H'o[bi talia:eccle[ie:montes: planities:fluuij:Biuit: triuiziS tabla diuerfa: Q
uelibet caupona. Q uelibet officina co apothez tha; Quéque aliaa nobis euntibus
per illam vel redeuntiz bus obujant zo occurruntyvt lapidum acerui [upra depras
datos peregrinos comportati: Pontes:Silus : illeq, maxime, que infidiantibus
latronibus latibula funt loca infuper fle trilia: Fertiliætiam eg fruclibus
accommodata. 77 7o 4 Montisui collium, fecliones ab eor inferioribus par tibu;
incipiendo, funt flumina «vel omnes ad coru vidfz ces: T 'orrentes ex ipfi $1n
m4 fluentes. Etiam ea,que in c0rum a[cen[u-vel defcenfu oceurrunt,cvt
"Domus,P alatia, Ecclefte: Monafteria:aliaue edificia. Infuper
po[fefriones, hor. t,pomeria,namora Jftlua, Supercilium montis: ciui catu i n O
men Thefauri memoris artificiofx m. Infupcr. Jantes putei aquarum: "Decipule
co fóuea ad "capienda animalia. Loca laqueorum tuenanri aMGÉ memorabile,
quod occurrit in COCWRIMBODU 1 $- Plaviticipartes, Domus, «dcs hui Lacw: Lafter
lunii, fend lios 6. PofJeffiones habent
p» partes; apud 'Agrós: vineas: V ilias: :Oliueta: Frutleta., 'e-fucuparia. vel
MARIÆ laco, Semitas fontes, torrentes.eo«.. « 2. Fluminum decur[us partes [unt:
rh m A silia, Jéapuluf as de[céfus, AM olendina,Pifcineectrbores drcums quaque:
oca Pifcantium. ,.. RStagnorum partes po[[unt'e[fe tot, quot maris, de quo
fagradiximus praterea Portus: sinus: Ciuitates : C aftella; mirteta: Oliucta.
einen, ca pi[cantium » m n ád E777 9 4.0c4 autem Bi cn omnia, qué elt ss Leonie
oKamaus,ndis notifftima e[fe debent; qua lcaseg locorum par tes ft minæ nouifli
vel vidi f fimilia. ijs confingere lie «dit, ct CICERONE (vedasi) dicit,. Ufus
autem taliseft, vot hisin UE auia figuras (que ibidem funt vel e[[c, de ABE Jut
plurimum pes [ludeamus, / cut ie C Midi locis dic XÜHMS ou De locis communibus
ampliff. et par titione, & víu,& difinitione,& numero. id () Oca
communia ampla funt, que in ampliféía mis continentur, et ipfætiam continent in
p fuispartibus alia loca.[-minora co:minima. Y NI Hofpitalia, locus officinarum,cArcus
infignes,T efludines &dificiorum,cAfrcts, ^vieres, Propusmænla. ^0 00s o x,
Locaautem. iflasxtea: ('inirates,mon debent effe vont, Thefaurt memoria
attificiofz gnis ciuitatibuscUti(quoniam tibi faltem mote [unt, qui f: paruarum
notitiam minime babes) [ume in illis vias prinz cipaliores : eov infigniora
edificia : Forum aliasq partes et loca notiora, dimifsis alijs. uo ad-v[um..
Hac loca ficut [uperiora omnia congrua funt reponendis figuris omnibus
naturalibus, qua ibidem funt, vel po[[unt ibi effe:zNaturalibus autem figuris,
que ibid? non funt, nec naturaliter effe po[Junt: Infuper &j
artificialibus, eg ima. ginarijs,non ita, (ed minus conuenientia funt. Attamen
inz duflrius bomo, c& ad imaginandas figuras locis conuenienges idoneus,omuibus
quibullibet locis ad quecunque memoz randa poterit vti: ut apud expertes:
exploratifsimum cit. Ád quacunque ergo memoranda commini[cendasd, res om nes,
figuris mediantibus aptiffima [unt loca pradicía, ficut precedentia omuia co
fab[equentia. De locis communibus mediocribus, et ^sdeeorum
diffinitione, numero; partitione et vfu. . PEU] Oca commutiia mediocria
[unt,qua in [upra ERU :diilisaut continenturyaut contineri po[unt; SA que «7
alialoca.[.minima poffunt continez M eA] reset funt Cenobia; Ecclefie; Palatia,
Doz mus mediocres Ædificia alia, P latee, Diuerforia, Diuer ticula, Pie. oo
lows - c Canobiorumy inferiores partes [amt : Clauffra, ave ds p um: tc 4 v
Parsprimas $$ Ium: Schola. Officina: RefeClorium : Cella uinaria: Et ora, TED
he partes fuas babent. 2 tielibet enim manf o di uiditur in quatuor angulos :
cg omne etiam infigne in tali bus manfionibus pofitum poteft [eruire pro
loco,cot porticus, vt [l'atuayut [cala cec. Cenobia habent partes [speriores, €
[unt dormitoria,Bibliorbecam,eo alias manfiones prz. ter cellulas fratrum,qua
ob nimiam mfra [c ip[as frmilituz dinem difficillime pro locis deferunt;
fimilitudo enim men. tem errare facit:eo» ex boc loco in alium fibi fimilem
tranf meare:quod experientia millies comprobatum e[t. c^4t ft quifpiam eis vti
"voluerit, in ofl io cuiuflibet illas rum fignum aliquod ponat,quo una ab
alia differre caideus tur.Signa autem bac imaginariæruntyer) inibi babitantiz.
bus (quoad fieri pote[]) conuenientia, «vt memoriam ma-. gis excitent o[lium, vuerbi
gratia, Sacrifl a boc modo poterit. obfignari.c/4ppendam per imaginationem in
eius oflio claz nium multitudinem in catenula ferrea infixam : qua catez. nula
etiamper foramen alicuius Spherule lignea vel marz more« tran[eat,rvt meliustot
[igna memoriam excitent.In. oft io indici pones librum rationum mathematicarum,
vel rátiocinationum prouétuum conuentus vel ('enobij. Et fic de cateriscellulis
officialium. A ljs autem cellulis priuato rum fratrum vti, cg eorum o[lia
fignare, difficile aliquanulum erit Uerum enimuero ipfis etiam uti co eas
frgnaz ve poterimus.In "vno enim o[lio immaginare, qui d [it in[criz prus
numerus talis cella.In altero, quid fit nomen fratrisindabitantis: In alio,
quid aliquis [anclus fit depictus, eo ca^ m £erá The(íauri memoriz attificiofx
tera fimilia in illis ponere «vales,qua ibi aliquando funt,vel f«cile effe
po(funt. ^ cidunt f'epe [pius multa in boc vel il loloco,qua pro fignis
tibi poterunt de[eruire, Ut patet. Sis gnum etiam memorabile erit:quia
aliquardo«vidifli in iflo. «velillo ii qa in terra cecidi[Je, "vel uas
vupiffe, vel eleunm effadiffe:-vel fimilia eo in loco contigiffe. mW Ne
Ecclefiarum partes funt gradus ante porta introitum, "Porticus et
vesisbulumyfi adfint. Porte,Va[cula lapidea «el marmorta aque Sancie, qui
introeunt ibus primooccur. runt.c/frguli principales: Sacella fingula: aliaue,
qu& diuer frtatemin fua figura eo diffofitione ey) magnitudine prz
feferant. 1n quoliber autem (acello babes quatuor A ngulos ord inate:ee
c/dlrare e medium [acelli, qu& omnia pro tot deferuient locis: Spaciaitidem
inter pradicla Sacella tot los ۈ dabunt: 'olumues Sepulchra. in[igniora: que
in pariete exislentia,foris [apereminent. Sepultura erce uel marmo rt21 terra
ceteris infigniores. Sculpture: Pictura:feneflre principales: Poflica. Gradus
presbyteri dlrare maius.cho vus cum angulis cos-ombone:Orcana:" Prefepealiaque
inz fignia, que Di extiterimt partes funt Ecclefiarum. io "Palatiorum gj
Domuum partes, oflia principalia ex onmes manfroncs cum angulis fuis,
vo«omnibus vebnainfis qnibus in ipfis existentibus, verbi gratia,
columnis;imagim i bu, Seulpturis, Mis, fedilibus, Menf r: difbenfatoria, (.a
nino, Ofliolis, Ælutorio, Strath, eo fimilibus aljs : feneJis: Armaris,
("apfis eot. ym Wer urtease s oat ^ CPlatearam pagórumue partes f^ nnt
plare: officine tuel t contigu Patsprima. .;^-07D 56 eontigue "vel
(eparata, "Putei, fontes, exitué Uiatum., Satlla Ecclefiarum: co P
alatiorumzez Domuum; aliorum, ædificiorum facies extrinfeca : Columna : Statue,
qua ibi funt; cc. utt 3? De à; TUM - G uoad v[um,loca ba inter omnia alia
fuperius dicla, eptima [unt ad omnia locanda. Hic animaduertas qua fuz pra de
ciuitatibus loquendo notauimus, ne.[.in cadem loca particularia bis
incidas,circumeundo manfiones,e ne slatuendo vária loca in "vna cademq,
manfione vel domo,mi ?is appropries locis iam à te pof. tis vel confi itutis,
Co tuis iam replendis figuris (e imaginibus ; ne confufioncm ingez Tani inenti
loca iàm fibi propinqua, (y) ne imagines ibi à te reponenda [ecomprimant. ' 000
00 007 : Cap. ro. Délocis communibus minoribus, "^7.
"difiniuonejnumero et víu. Y Oca communia minora. : minima, de quibus :
ler 4 infra CMMSREUR cel nie pn. cel 1 le a pls realiter vel [ecundum
imaginationem. Fac Der X9 autem poterunt e[Je owines officime diuerfoz
rumartificum: quarum multas infra ponimus fecundum c dIpbabeti ordinem plures
Íab qualibet if tus litera, t "ex ei /ymamus quas co quot fuerint nobis
nece[faria." D of fmmus autem fumere 7 iginti officinas, f. ul qualibet
litera "Unam quarum «ona queque loca quinque dabit, ct infra
"dicengus.ex quibus centur oca pro memorandis, figurisque OWBaW reponendis
"I hefauri memoris artificiofze reponendis babebimus que fat erunt noftro
negocio. Plura autem bis babere nece[e mon efl neq tutum:ne locor muls titudine
nimis grauetur memoria. L Oca auté bac [epe mente inuifere,et imaginatione pers
currere opus ef1, cut familiaria nobis fi at,quo ad ficri po tefl, con eis
faciliter vti po[[umus, ibiq, noflras collocare fis £uras,prorebui memorandis
quatiaocunque «voluerimus. Sequuntur diuerforum artificum denominationes,
fecundum Alphabeti ordinem; quorum officinis pro locis minoribus vti
mur.Suntauteminfrafcripu. iRehitetlores, WÆe Aromatarij. SN jJ Alutarij.i.(7o
Æn ÆS riarij. Aurifiz ces,acupictores, uocatur Phry giones, qui aurum e colores
«vefl ibus intertexunt. Braclearij, qui bracicas faciunt, quiq; aurum,rnalleis
raum, ej) ad quauistenuita tem daclile, rebus inauradis
reducitBalneatoresyBalnca ramminiflratores. la Stwfa. Chirurgi Medici
uulnerarij. (eroplafte : Cereas rum imaginis Artifices. (inerarij cg C
iniflones dicun tur, T on[orcs, Calceolarij qui calceos con[uunt et con
ficiunt, Coriarij, Crepidarij, Fabrilignarij, qui Carpe taconficiant.. 0
Duliarij. Piflcres.Plaz centarij. "Darda nartj dicup tur propole, qui
omnia prz emunt., "vt charius poslea vendant. l'ars prima. vendant. E (fc
darij dic cuntur f^ li effedorum ehiculorum. Fartlores,qui farcimina faciunt,
ex in [echa carne et adipe " Ferramentarij: Ferraz mentorum Faclores : F
urz hio eG angaba ', qui SH otiera portant : Gemmarij : Gemmarum venditorcs.
orrearij, (wflodes bor reorum dicuntur. In itores,rerum delicaz tarum
-venditores,Ce* nego ciatores. : Librarij, Lanarij qui la "as curat.
AMen[arij, Trapezite, AMolirores,qui vulgo, Mo lendinarij; Macheropij gla:
diorum fabri. N'ouacularij, qui fti0uaz culas;feuraforios cultros con ficiunt. t
Odorarij, qui odores con^ Sas EI 7 fíciamt eo cvédunt, Cencos poe qui taberna
vin: expo nunt, C rganici Organorum au ifices. "Pigmentarij,qui pigme
tacvendunt aut conficit. *P iflores, feu in[ores dia cuntur Furnari, Pharmaz
copole -Ollicacitét um ue ditores. "P lumarij, qui acu pingunt feu
polynita rij. Ratiari] ; amgréitorer, qu ex ipfa rate qrajium f^ ciunt.
Sal/ametarij, alfarij.a "d ditores ciborum, [ale dre rum,eo Sellularij
fedentas rij,qui opus aliq uod ad fcdé um conficiunt ..$ tatuarify qui Slatuas
fingunt. T helonarij,ct T lelines, dici po[Junt tributorum colle éores. : -
Uulnerarij, qui (o (bis. rurgij."veteramélari,qui ue teres ueiles
calceosque refiz ciunt, P Si -. Thefauri memoriz artificio (ze » autem:alicui
placuerit oficinas diuerfa "fecundum eundem Alphabcti otdinem. ^vernaculo habere fermone, vt occurrant facilius, ex
intrafcriptisquas et quot vo-, lüerit fü mere pone It. *
Rmarulo 5 eMgguindo t4, ccauis gliah eg Arrotatore, AL- : ba: 03:
jsAguchiatore. Santo, Bartiloro /Berret. tai, Barbiere)Beccaio, Bic dhieraio,
orta, Bande: ran. à AC. Cappellaio., : io, Cinzia. - Dipintore, Dogana. *
Fabhro, Fornaio. Forlis ! ciaio, Filaioio, F atidaco, Formyiaio, Giielliere. -
Hole, Horiolaio, » M .. latore di fe - Cartolaio, P alzolaio,/ eraiuolo,
('ialda. baio, C alderaio, Colrellina Ld * PAIR negli. tore. - Lana, Lanaiuolo,
Li ina ies 3 Latternaio, Lanz: ciaia. : acManiseleo ddaniéus, e Merciaio,
Muratore, Mi : i niatore, Mugnaio, Aatera[faio. (o EAT à 55 SN'otaio,
SNotatore.: i», -Qrafo,Oliendolo;Ottoz t4io, Ochialaio ; Qrtolaza no,
xProfiniari: qi lieder, lo; Pelliccinia y Pollsiualo, Pe[cheria, -.- s E c
uoiaio., Aicanatore ipei Riuendilor C. Asa Sculptorty fcarpellino, eta iuole
Pavsprirt: ;8 iolo,Sarto, Spetial, Spada T'reccone; l'o rbidto; Tira io,
Sellaio, Segaiuolo; Sar ^ telo, P'iraferro, T'iraloro. giaio,yeggiodlaio. ^
Ueletalo, P'afaio ; T'e[fitor dipapi;di drap . 'aiaio. Num pi d'efracarie »
Tine: os Zeccolaio,Lecea.. T dex] Uoad vfum vtimur locis predictis frequen VI
tius alijs f'apra pofrtis, cum pro memorandis : ^e / Jj] occurrentibus
aptiftima inutniantur.proptez REN e rea, quia in cás babemus locafamiliaria, e
not ifsima nobis,eo que fenfum excitent y ez fatitafiaimoG04At E872 propier
diuerfitatem inflrumcentorum €o* "vas rietatem -vendililium, 4 inibi
[unt,ti propter operationes, q 4b cMrtificibus exercétur in ipfis.Q ue locætiam
adfis: guras inacfHisandas eov fimulachra inuenienda pro diners fis memorandis
commodiffima [unt; eo quXd "varijs natura ' libus rebus alique iflarum
apothecarum artificialibus ms. nes-rutrisque fimul multe plene inueniantur;
quibus amnis bus,prout fuerit opus; pro notis atque figuris optime poterant ^
eferaire. (33 POS tA ji - Ordo autem in eorum v[u eft, ot prius affumas offici
nam,cuius nomen incipit à prima liteva.[.c/4. [cundo offici. nam [ub [ecunda
literæ fic deinzeps.o.g. ^ E^: Prius pro locis particularibus comparandis fura
; banc officinam Armaiolo,"vel aliam, proutevolueris, fub eadem ^ litera
incipientem.pofl banc aliam Barbieve, «vel aliam ut" uolueris ciu[ dem
littera : et fic deiuceps [umas, tot quot tb? a d ud fuerint : LJ 9. Thefauri
memoriz artificiofx f«crint Æce[faria; M^q- TANT d) ue fi noninueniantur in.
Ciuitate vel Terra boc or dine digefla,eo* boc fitu difpofita v f'abrefatta:
pofJumus €as noflro marte di[bonere &&* ordiare: eg earum multis modis
pradictam. difpofitionem, ordinem cAlphabeti, reminifci. o Primo ; [i literarum
c/Alpbabeti ordinem fic mente vez tineamus,ut pofl. talem literam,verbi
gratia.cA [ciamus, que [equaturyverbi gratia, B.eo* fic deinceps-quarum fi ve
Gle ac celeriter remini[ camur, fubito officine quorum nomi na [ub ipfis
literis incipiétoccurrét,exépli.g.recordor litere. cd. (ubito occurret
officinaillius litere, que eft in tali Ciuis " tatis locoyputa
platea:cvelforo, vel via. "Deinde pofl. A. [cia quid fequitur. B. tunc
occurrit officina alia,litera pdiz Gs. B. qua for[an in alio loco Ciuitatis
erit, qua ft forte con. tigua c[[ent melius, gg) velocius remini[ceremur carum,
et fic de alijs omnibus... - Arf alique prediclarum c/Apothecarit, diuer[orum
ta. men artificum [iviul e» contigue in rei veritate, in Ciui tate aliqua
extiterint: "velocius carum recordaberis,ab[que boc, quid pro ipfis
inuenicridis ad literas carum cogaris on fugere; quibus ad officinas mann
ducaris. ! Secundo. predicto ordine c/Alpbabetico Officinarum di uer(aram.
recordabimur, fi per imaginem veletiampitta ram in vna magna manfione vel
duabus, wvel etiampluri bus ordinate et [uccefiue plures artifices diuer[arum
artis fib qualibet litera num,- quos nouifie oportebit, ponas. mit « Pars
prínra. ET $9 muss. efrtilices autem in duas proprijs cellibu z7 Labinbus: iffi
aliquod, «vcl aliqu. ; fua artis inlrumenta in manis Lus ye Q uorum omnium
artificum quolibet corum ui fà ab imaginatione ad ciu[dem officinam [latim
animus po terit éuolare ibique [ua laca e ni T277, imagines perdus firare. -
Tertioreminifcemur officinarum odisii ia ditio.f. eAl phaleei fi earum nomina
ucl principia diclorum nominum, fcilicez literas,à quibus ipa nomina incipiunt
in parietibus "vnius cel plurium man[iomum literis,eo: caratferibus na-
gnis fcrip[erimus vel atramento,cvelrubeo colore;«vel aliox 4ui ctiam opere
celatorio Jculpferimus, uel cereis literis,vel alteriss rei. caracleribus in
4ngulis manfionum, wel certe interfHirjs parietum inter angalum, ej angulum
alicuias manfiopis impre[ferimus. Vel
faltem fi talia nomina wel ea rum principia [cripta vel [culpta. efe
inpradiclis manftom bus imaginati fuerimus. Q) wolibet autem «vifo nomine «vel
litera,adl eiu(dem nominis vel litere officinam in tali ciuis tatis loco pofi
itam. protinus tranfire poterimus. Q warroviam mente confingere po[umus,im qua
cogita tus nostri opere viginti fabricemum officinas, [ub qualibet Alphabeti
litera, "vnam quam «voluerimus ordine aped tico. €) wod faciuntmulti, quos
nouimus. : - Rterum, f has officinas aliquoi in loco,et quidem optime malam
memorabili fingere «velis : duo fratrum claustra: fumes,in quibus casomnes
locare poteris. qN'am quodlibet" UM tredecim officinas, cvel[altem decem
continere poterit: Thefauri memoriz ártifi cio fc poterit: In quolibet; fcilicet
angulo duas e ininterflitio fci dicet inter angulum £g) angulum,unam (excepto
intcrflitio llo, inquo porta vel quedam apertura fingenda eff, «val per quam
intra in meditullium clauflri ; mente ingrédi 9 egredi poffit.) Et
iterum umama fimiflrisyalteram a dextris pdi&te porta uel apertura, boc
infrafcripto ordine localis. 4ngredicsido uim predicium meditullium à finifiris
prope porta locabiscunamofficinam,cuerbi gratiayofficinam aros watarij:
infequenti angulo ponam aliam, verbi gratia, ofs ficinam Traclearij : ineodem
angulo fed corre[bondenti az teri parti claufivi aliam, puta (Coriarij: in
medio aliam : frc. deinceps: v[que dum deuetias ád partem dextramporta, per
quam mente ingve[Jus espradiélum meditullium ;et inz termedium
clauflri,quod.(ub dio eft ... ev c^t tiotato; quód amnes bas officinas intra
cdlauft H9 ;. quod coopertum efl, ponimus, (ed tamen earum aperturas «verfus
meditullium di]bonimus, quod tanquam plateam, «vel forum negociantium
imaginato.. sss Wh es Q uinto nomina veleorum principia, elementa fcilicet
literarum;a quibus incipiunt in digitorum noflrorum articu lis effe depicla vel
[cripta imagineris : evelcerte ca calamo iidem defcribas bore vnius (bacio
perman[ura, quo ad vu[que videlicet corum runiu[cuiusq, in tali articulo cffe,
vbi illud [cripfifhi cosaddifcas facillime vemini[ci.£ia au tem modas optimus
$1, fi diclarii memini[fe velis officina.. rum, [ecundum pradiclum A
lphaberiordinem. : - QNotandum.tamen, qud ft plures nouisli officinas &uf- em
» Parsprima3. 077 6o dem artis,verbi gratiasplures aromataviorum officinas sn
udrijs ciuitatislocis pofitas,derelihis alis cogitatum tuum, ) mentem in
"vna tantum obfirmes, a ramen opibus alijs infigmior tibi fit eg morior...
S0 ED c Diéxbpus ob[eruandum, quód vnam tamcn apad vel officinas habeas cox
teneaneiufc dem artis, e litevs;et non plurcs. puta.fs / fub. A. litera babes
officinam. aromatus rj ;nàn [umas;nec queras aliam (ub eadem litera imcipienz
kem,verbi gratia officinam et lutartj. Et adiecimus, quód ordo A
lphabeticusobferuetur, vt post apetheca incipient ab a, [amas aliam
incipiertem.. A Begin 1ron. incipientem 4 litera. f. vel D. Hoc autem ad eos
pertiner, qu/d-utvez cordentur talis: apatheta. pua Caupone. C-tantura
litérafrá pfi uerunt. € ui enim po[uit integrum nom£ "vel. ipfum. r
tificem vel inflramentum illius artis, alteram eriam eiu[dem litera;puta
Apotheca Co oríarij poterit [umere e alias etiam quot. "voluerit. eiuíd dem littere. Item esiam post
Apothecam littera, p Jumere poterit aliam, littere «videlicet. Se T. eo. quia
ratio [ui ordinis nom [unt ^ lphaleti líera: fid Artifices: E in frumenta corum
hic vei ibi dis : [of MATS IA pA "fi quis enim vighiti P cina disci 14. 1n
"Una eadem 1 eia vel duabus nofceret e]fe [ecas, nn oporteret imo offi ^
ceret, ordinem alphabeti retinere, e fitum earum verum, coxrealem relinquere. ^
nimaduertendum efl, quod in v14'Uia, vbi [unt multa officine ein[dem artis,
po[u"may dibemus,vna [umpta, alias linquere, ct ad d.uers [as Thefaurt
memortz artificiofz fas fequentes apothecas tran[mearc. 4n vu eiiam eorum [cire
deberrus, centum loca particu laria fufficere nobis, pro occurrentibus
memorandis, T ot aw tem loca. 100. videlicet in. vo. officinis babere pojjumus
et ualibet officina quatuor ^ ngulos babet (jj medium: qui anguli c? medium
quinque luca dant.cviginti ergo dir boc modo. ioo-loca dabunt... IE Omnes
officinas in una Ciuitate vel opido ec patueris, babeas,ne magna diflantia
oblivionem inducat vel faltim tot barum habeas, quot pro uva
lectione,veloratio: nc,cvel recitatione occurrentis diei deferuire poterunt. De locis communibus minimis,& diffinitio ne eorum,
que &€ quot fintin numeto et ^ víueorundem. La 1I. ER d 'Ocacommunia minima
funt, que in omnibus 51€ alijs locis [upradiclis contineri poffunt. Sunt. i jn
li auté multa : uolumus "vero ponere plwa eoz 9 9 rum, que notiora [unt
nobisalijs pretermi[r 5, € (ab c dlphabeti ordine claudere, vet quado €: il (P
quibas voluerimus vti poffimus. Pars primá. 61 Hxc autem loca (unt homines,
Anímalia et Arbores. Omines autem (unt aut ma[culini [exus, co [ic omnes et «iri,
aut feminini,ut mulieres. 1. 9 uidam eiu[demna tionis Co rcgionis, vt Hiz
fpani-eoc. 2. eli eiu[dem Pros uincie,ot T'a[cis qoe. 5. Aj ciufæm Patri£, zvt
Florentia. 4c Alij eiu(dem ("omma -tonis. 5 Alij eiu(dem Patris. Multi
eorumdem vel 4i Pad diuitiarum. 7. Multi fimilis 2Nobiitatis: -. 8 Alij fimilis
Domi ] : vog. Alrj frwnilis pulchriz tudini. 10. fimiles Ingenij. 1. Einfdem religionis; 1:. Eiu(dem affeclionis eo
factionis. TC Ewfdem dbi. tionis. I4. PACTIS profe "fion nis Co arti s
mechanicz. 15. Eiufdem artis libez ralis. 16. Eiu[dem fele: 17. Eiu(dem
«virtutis, 18. Ciu(dem vits. 19. iuf dem babitus. . £0. Eiu(dem Infortus nj
"vel Ewufortunij. ednimaz 2 t Thefaurimemoriz artificiofz SW EE AN U 2t^ M
BUZZ eNimaduertendum, quid fecundum quam.Is 3 Get condition bomiwum, potevis
formare zc feEANS)E fcribere Alphabetum nominum eorum bomi IBN] mum eandem conditionem
babentinn, verz bigratia bominum alphabetum, in quo fiut nomina bomiz an, qui
babuerunt talem vel talem conditionem,nobilita tem, "vel diuitias g)e.
Hortamur autem buius. artis cupis dosis nhoditoordinationes bominum diuer[arum
éonditionum formare co pre manibus habere.£) uosautem fuz vélus, qua ve.
commoda [int percepturi, qui. coordinatiomibus pradictis aliquantulum
inuigilauerint, tacere uolumus. Fyrastuum eum borum effc præcones eos dumtaxat
vvoluz maus, qui buius non [unt atis expertes,cvel infuturum moz nar eos;qai
eiuf dem.artis exercitio nauavint operam. AIn coordinationibus autem preditlis
folum bomines ili feribantar $ quorum notitiam babes ; vel quia éos
"vidisti, «vel quia plura de illis audifli, aut quia multa. de ipfislegiz
fli aur certe quia erum imagines pluries con[pexifli. Proz pterea cotilifimum
erit. dita fcripta. gesla, vitamq, pradi &orum bominum. apud varios
authores videre,maxime apud Diogenem Lærtium. Cum enim corum dicla «vel fac la
cognoneris erit baud difficile de eis aliquam figuram: fimilitudinem vel
fimulachrum cuiu[libet conueniens men te concipere eo excogitare. Coordination
auté iflarit alique infigniores, «vtiliores, et notiores bic infra à nobis
ponetur, ptermiffis alijs quaplus vimis: Leilores enim noftros ad Ioanis
Rauifij textoris o cinam gm Pars prima. » 6, cinam romittimus, in qua
diuer[arum conditionum Lbomis num -vberem copiam eft videre. Philofophi
Alphabetico ordine. SESS Rrifloteles, »M Anaxagoz: ras, Anaxi: mander, Az
naximenes, cfrchelaus Ariflippus,' Arcefilaus, cntillenes, Alemo, ez nAXAYCHÁ.
Bias,Dio. Chilo, ("leobol", iub Cebes, Crates, Crantor,Car neades, (C
litomacus,leanz tes, Crifrppus, Clearcus. Diodorus, "Demetrius, Diogenes
(inicus, "Dionyfius, Democritus, Dioz genes. Epimenides, E [chines,
Euclides, Erillus, Empe docles, Epicarmus, Eudoz ' Xus,Cpicurus. Q341
Ferecides, Fedo, Filoz laus. Glauco. H'iparchus, Hippafus, Hes racletus,
Efevaclites. L acides, Leucippus. AMifo, Menedemus, Moz nimus, Menippus ; mt
trocles. - Ontficritus ; Onedjres. Periander, Plato, Pols 220,
"Pythagoras, Protagoz ras, Parmenides, Pittacus. Solon, Socrates, Stilpo,
Simo, Simonides, Simia, Speufs ppus, Strato. Tales, T'heophraflus j Y dno.
Zenophon, Lenocrates, Ze. BOCILEACUS CHO. PRN iri m Thefaurimemoriz
artificiof:e c Mirrdoái& literam amantifz fs eodem ordine.. F5 xi Leibiadei
, Lx NS cufonius, Eye -ehriflides : eV grat Bularchus, Burfas, Bef f Arion.
(Claudianus, Cicero, Cy dias, Cyrus poeta, CATONE (vedasi) nep.. E wipides
Homerus, Hf ppoerates frxss «5 soigne " muapgndne Jfocrates, Iulius Cæfar.
Ouidius. "Pindaras,. Plinius Ius nior, Petravcha, P bilo. Quintilianus. 4
opbocles, Statius. 7 ucidides, T bemiftos cles: - Tertullianus. Terentius
"U'ayro. VIRGILIO (vedasi) VARRONE (vedasi) LA Ueptfianus ila ot æe epe
bland ocHise Alphabetico. SU e Pollo, eJefculaWC
pius,c/fefclepia : A des, Arab, Anci vanus, Auicenna. 7] tius, Berofus. iron,
Cornelius (els fnis, ('rifippus, Cofreas eo Damianus Sancli. - Diofcorides,
"Dexips pus, Diodes. Epiclamus, Erafifiraz mus Enforbius; Galenus FH ermogene:.
Lucas. $. €uangclifia. Lyeus SNcapolitanus, epud Pünium. eMenecrates. SNicas
medicus.P yrri. Oribafius Sardianus y qui [cripfi 7t 7idibros mez dicine
Ocularius in c 4egi pto pra antiffimus: À utboz MD so PE ET E rec 14vcrüaugíQ.,
63 Pacon, P etriclius, spud Plin.libro fecundo, Pródis cus Medicus, E
[culapijid fepulus, t bili ift ion, de quo Gellius lib.v7.cap. x j. Poda
briusflius Ef. culapi. 7 bemifon,de quo Plin. €o Iuuenalis, T beombroz tus, de
quoidem.T be[jalusy de quo idem, F. eft ius. i Poetz ordine Alphabcetico. S1
Lceus, Aratus, Architas, Arz chilocus, * bius, 5 vul Aurelius Praude tius, a
Miflophanes. SB acchilides,Battus. ( berillus, Callias, ( als liznacus.
"Disdóraus, Dioxippus, "Discles Democlus Euripides, upbronius, Rie.
arl Qin Ennius, Vudoxius, Eumenides, Fabius Frfinus, Fausfius Galbus. Germanus
Brixius. . Homerus, Hippomax. E phefrus, 1 deus Rhodius.. I. ycophron. -
eMo/lcus Siracufanus, AMenader..ielitus. * 2Neflor, Nicollratus, *Nicandrus
colophonius. Oppianus, 'Thefaurt memortz artificiofze Oppianus, Orpbeus cro
toniata, Olympius, Ouiz dius. Phocilides,
Phormius, PAilocdes, Pindarus, Proper tius, Politianus, Pontaz nus. 9 nintus
Catullus. €. *Nonius.Q. Atta.Q.Corni ficius. . Horatius. Flac Cus. I NEED
Sappho, Steficorus, Simo nides, Sophocles, Sillinas. . T'riphiodorus,
T'imocles; Thales, T be[pis, Tibullus, "Virgilius, Voconius, Iis &lór
Roma floruit, Adriano Imperante, Venantius. Xenarcus. Zenodotus. Fortiffimi
fortitudine corporea. Gat bo, Ariflomenes, Atbanatus, Attilius, Amelongus.
Jiitbon. Cleomedes,Caccus, (Ci neyius, Carolus magnus, Corbulo florentinus.
Dioxippus. £utbymius. . Firmius, Fuluius Sal. uius, Freficus. : Gratianus
Glaucus. Ærcules,. . 0. AMilo,eMonicus, Maximinus eM. Seruilius. - SNe[lor.
Odenatus. Peleus, Periclimenus. A boetus. Scinis latro, Szfon, Sabi nus
;Syrus,Scillis, Sonerdis, Seleuchus.Siodus. T he[eus, itormus, Tau rea
lubellius,'Yritanus, Ti deus, Telamon. Ufo. Alphabetum Y Alphabetum,
Diuitum.Esopus Antiochus Crefus, Cacilius, Claudius, Calliz Tfus, Camertes,
Cyrus, Cez far: (Antonius. C. Gal'igu . Ja, Cifamis, Callicrates Dorilas, Dion,
Dauid, Darius. £ufobopes Gale[us Herodes, Helio gabalus, . Iob. Licinius,
Lentulus, L. t Lucius, Lucrius: Aruera nus. eMidas, M. Cra[fus, AMurena,
Mamurra, Minyas, Menander. "Narcilfus, SNicamor. Pallas, Ptolomeus, Pys
thius, Bithiniu perfeus. s *P. Claudius, PLINIO (vedasi) Junior. Í
Abampfinitus, Sycheus, T lla, Seneca, Æfoffris, Semiramis alos »on.
Tariusrufus, Tantalus. Volunx. E Hiftorias T hefauri memoriz àrtificiofx
Hiftoriesautem przdictorum hominum in Alphabeto,;& fuperioribus ordinibus
po fitorum videre poterisapud Ioán. textorcm infua oficina;Et apud Plin Etino
cabulario Ambrofij Calepini : et ed Vincentium Bcluacenfem... ] Etc periran[eat
amice lector alia A Iphales ta bominum a te cognitorum, formare rhjje» qua
quidem "maiori commodo erunt, quim pracedetia: propterea quia tibi
familiariora erani» sz wart hortamur,*vt [cribas. Alphabetum. bomiz num
diuitum, quos tu nofi i aliud [apiétium: À lind talium: militum eec.
ceterarama, conditionum, vut cum [uerit opus, adl ip(a recurras, uo ad
partitiongeoris in partes ^ "AS : Y 7 partes jn. fot locis inferuiét: €
uod uniufcuiufa; conditionis bómo in TM pertes diuidatur,dicimus. Ejus autem
partes, ba infrafcri pre ez fimiles poterunt e[fe. Manibra ev partes dextij
lateris adi ibet bominis, M abimo dextri. latetis [pnt Prima pars. Caltangwn ;
Secunda cauum inferius. Lm tia digiti, Q uaria tütaparsfuperior ufque ad collum
imi i pedis, eo talos, et litt m eiu[dem. 1. Cris. dextrum e7 eius partes,que
funt .Prima,col dao pes; à talis vel ligatura, "U[que ad [uram exclufiue. Secunda, X2 (9 e LL. Secunda, tibia, que eft os cruris.
T'ertia Sura,qua ell caro eius po[lerior. 3. Coxendix «velcoxa dextra, cuius
prima pars, à genu "v[a; ad femur, fecunda femur, qua [uperior pars efl
cox, à quo enfis dependet, qua vv [aue ad cincluram procedit. 4.
Latus, quepars à cinclura "U[que ad inferiorem par tem, [ub brachio,qua
proprie c/Axilla vocatur.c4xilla ergo altera pars fit, aliusq, locus. 5.
Scapularum una -velarmorum alterum.i.bumerus, eneri aptus. 6-Brachium e partes
eius. Prima pars, qu& ab humero fluit víaue. ad iunfluram inbrachij medio.
c/4lia pars 4 pradicla iunélura v [que ad Aliam, qua ci coniungitur manus. i; o
qMan alia pars efl, Cuius portiones, Vola «vel pals ma,qua efl media pars
manus, eo digiti, vel fimulomnes "vel diuifim eorum finguli. 8.Genarum
altera dextra fcilicet. Tempus dextrum. 9.c duris dextra. 10.24embra [iniftri
lateris tot erunt, quot in dextero numerauimus, fcilicet decem. Et primo auris
fmiftra eo: cetera membra defcendendo. "v [quc ad pedem imum [inilrum
incluftue inuev[o ordine, € numerando frillatim 'unumquodque;ficut afcendendo
ecimus. o1 - Pofl ifla locain bomine, que particularia pominamus, quia partes
[unt bominis, [amer alia in codem po[[urcs in NECS ECT acipien do ab ambolits
poplitibus 1 que funt partes genibus oppojt t que cursantur:fi c dici quàd poft
plicentur. i 1:54 -Poplites ergo pro aliolocoi bomine. ^ s 23-Natessqua Junt
conglobataváro «uerfus os facrum 4d [effionem apiifsimaa. "Sus dst nad Sh
pn^ 2.4. Lunnbi,qui à natibus, « que ad cincluram a 'fcenz dunt, co» à
cincluraad nates profluumi. 2 5. (Cinctura ipfa. Aaol d A6 Remphudines
velvenes, que à cinclura vv[que ad fumimitatem earum fub collo, afcédunt,que
diuiduntur in olas c [binam. a7. Collum vbi nerui. ! bh, vus 8.Ocaiput; vel
occipitium, quod ef? poflerior pars capi tisin qua memoria. PSUM :. 23. Vértex
velcorona vel [ummitas eiufdem capitis. 30 Frons anterior capitis pars
occipitio oppofita EN 31.7terque oculus 52. eNa[ us, 9 S$N'ayes. 33. Oscum
partibus dentibus,palato lingua, fandibu.epc. Mentum eoxbarba.ss. Guttur,
Gula.56. Peclus, quod ex coflis con[Lat cum mammillis. 37.Stomacus,qui
immediate ft ub pe&lore in cauo f ub cofis innenitur. WB 3 * (Corpus cum
umbilico pro vno loco. 39. Ima pars corporis. 40-Gremium.i.coxendicum partes
anteriores. 4n.Genua,que [unt commifsiones ee coniunctiones fez morum ac
crurum. yequantur alie (echionet, e? diuiftones M rum 3 membrorum Pars prim
membrorum (cu partium, eo» portionum bominks, incipiens do à partibus,que foris
apparent, et procedendo vfque ad interiora. 1. (apilli capitis, Pili aliorum
membrorum. ». Pellis cutis.3 .(Caro.4 V ena.s.eo fanguis. 6. Muftuli,qui [unt
mollia.7.INerui,qui dusa funt liga menta.8.lacerti o[fa,et corum medulla. 10.
Arteria.1i.Pinguedo. 12. Panniculi. 5. Cerebrum. fequuntur intetina quedam. 14.
Lien,velSplen.i s. Fela6. Iecur,vel bepar. 17."Uenter,'vel
ceterusA8.Pulmonesi9.Cor,à quo cfr teris. Lo.Rete.21.vejtca. Sequuntur alie
partes[biritualiores. axsSen[us commuhis.13.F atajta. 2 4-cogitatiua. a s. Me moria. NIS »6.Intelletlus et
potentie eius.[intelle&fus pofübilis,in telleiusasens. E norum !
27.Foluntas,qua efl appetitus rationalis 28.4 nima tota "vniuer[aliter
confiderata. Inpauciores e principaliores portes diuiderc poteri bo minem pro
"ut tibi pro occurrentibus memorandis neceffe fuerit-2N'on enim tot
bominis dimenfiones, eo portiunculas pofiimus,ot ijf dem omnibus et fimgulis
[emper debeas uti: fed ad boctantumut necefitatzs tépore, quando multorum
recordari volueris, locis abundes,cubi figuras multas vepoz perepofis, 707 : s
As De Thefíauri memoriz artificiofze De alis: locis mitimis.i.de Animalibus et
x. arboribus, Alialoca minima funt ani malia et arbores. Cap.X] (3 gl Onimus
autem fub qualibet litera multa anima lia,eo« Arbores, A Ipbabetico Ordine, vt
ex mul «l ris fub qualibet. litera pofitis [(umamus «vnum keen] evel Arboreim
quamcunque voluerimus notiorem. nobis, ce propofito nofiro aptiorem. iisrnn
Animalium ; và bed "s Eg gonoceros.. Ug 3Bos Bubalus, Jionacon, Boza[us.
3.Camelus, Capi Ces : uns, (l'anis, ('aniculus, ('atz tue, aper, Centaurus, Ca.
melopardus, Cercipitecus (tor. 4. Dromedarius, Damz mula, Dromeda, "Duran.
s. Equus, Elephas Eriz uacius, Eale, Euchires, qud T auro eff h mile. 6.F.
alena, F iber,qui co? caflor. dicitur. Furo, Fu runculus. .. . g.Gali, tui 8.
]5 d$be Hadas, H;- l;flrix, Eryena, Hippolaz pss, Efinnulus.. t E 9. Ibis
Innulus ; kinus quod idem eft quod eripaz cius. Inachlin. 10. Leo,- Leopardus,
Linx, Lupus, Lutfira; La pus, Lamia, Leuiatam. ii. Malus ificiofze i menori«
art T hefaur BM ! / n j ju BA E eH 4 / 7 AAT Á z () iA e, "d (;)7 / [P ETT
VuT 7 p i 1) «c ih 1 / (^ t f 1 Q7 72 D . 11. Mulus, Mula, 2M ticora, e Monoceros, ZMus quilibet, 4 quo
mu[cus gene ratur. 12. Quis, Oricentaurus, Orix,Ora[ius, Onager,Ono centaurus.
z1 3.Pardus, Panthera, Por:us, Pocphagus, Pæanz 67 L4. Pinoceros, R binoce
phalus. Aansiuer, Rofurelz la. 15 Simia, Sus,Storco. (bi nca, Sciurus, Sphinx. 16.7 aurus,T igris, T ava drus,
T Axus, T'efludo. 17/Urfus,'U acca, CU itu lusyU'eruex, I1 ulpis, rus der. !
Bol agreflis in Germania. "Nimauda utem pradaicla e [imilia bis,
diuidaniur A; fnas partes, quas eo ordine quo eas hic ponimus (uel alio, vt
tibi libuerit,conuenienti tamen ex memorabili mo do) (quando fuerit opus) mente
inuifere c perluflrare debest ibi vel figuras à te pofitas cernas, eo» ves,
quas figu ris illis commendasli,tuo cogitatu éxtrabendo recipias. AB 'ANTERÍORIBVS
PARTIBVS ANIMNELIS IINGIPIENTES Uterq; pes imus, eg» crura cum genibus funt. 2
Peílus 7 Aures 12 T'ergus 3 Guttar 8 Cornua ft afint. 13.Pofleriora
tergoris 4 0: 9 Caput 14. Cauda $Nafus 1o (Collum 1$. Pedes pofleriores. 6
Oculi Ii "Dorfi prima pars uli offa. Ul incipe apilis ficat fpra de bomine
diximus. Quo clarius bominis portiones ceterorumque animas lium corporum mole.
[pectabilium nente percipiantur, hic infra [upra depicto: bomines e) animalia
[cripto e? lineis diflinélas inuenies : In[uper ibidem cernes quo ordine quas
rundam grandium auium (fi "velimus ) affignari debeant partes. edrborum
etiam partes per anticipationem antea quam enumerentur ipf-e arbores,po[uimus
impre[Jorum eg imprimentium commodo conde[cendentes. Sequuntur figura. Sequitur Alphabetum arborum,quz pro
locis et ipfx defcruient, et optime quide. NN ANANAS LEUTE zl 4 1 21d ha un 2.
; [ü*we. idis Ric DEVE me cn ÓQ n! Ó€ MÀ vlt nhu N Padi PNCAR S ETt /) Un M d í
j i j E] i4 i DL) SBuxtis,Bdellium, Bac« Cus. Cedrus, Cipreffus vel Cupre[Jus, aut. C ipari[Jus,
Caflanea, Cera[us, Cidoz »ia, Cedrus, Cornus. Dipítws, Dalilus. €bamus,
Efculus. Fagms, Fraxinus, Fi» Cus. Genesa, Geneflula, ZLfedlera, Flarundo.
Ilex, Inniper. Lenti[cus, Laurus, Liz . cios. Lotibos, Larix. eAMirtus, M
alungrana 69 tii, Malus cotoniut, MeJpilus, Mirabolanua. Nux, Nux mu[cata,
pinea. Olea, Oleafter, Olcoz sella. *Palma,Populus, Pirus, Pinus,Platanus,
Perficus, Prunus. E uercus. Aofmarinus, Ramnus, Kubus, Robur. falix, Sicomorus,
Senz tix, Sorbus, Suber vvelSuz beries fecundum fidorum Spina alba. s Tamarix,
vvel'Tamarifceus, Taxus, Tilia, Tarbitb. Ulmus
Vimen, itis Alphabetum Arborum aromaticarum. Loes, Amomum. Bal/amus. Calamus,
afia, (inanomum.Cyperus. AFiflula. X sgLibatus. $ 6.24atir, E ' I hefauri
memoria artificiofze 6. Adatir, 14 óreba. 7Nar dus. 8.Piper, Piflacius, iz C4,
4 quà pix emanat. Storax. Thus, Therebintus. Vulgari idiomate placet nobis
ponere arborum multitudine fub eodem ordine, vt fa cilius et promptius nobis
(qui vernacuas lo fermone fxpius de eis mentionem facerefolemus) occurrunt. A
AS Peto, Alloro, I Arancio, Arz MA Licocco, Arbo D bSeuen r0, ACETO. uff, 2
dellio. Cipre[fo, Cedro, Ciriez gio ( orguolo, C érbezolo, (a agno. Dattilo. -
€bano. Frafino, Fagpgio, Fic. Gelfo, Ginepro, Griugz giuolo, Ginestra, -
Helera. Leccio, Limone,Lazza ruolo, Lentifco. AMor tine, «Mandorlo, Melagrano,
Melangolo Miliaco Melo Meloco tognoy ZMelappio. SN'efpolo, 2Noce, SNocciuolo.
Oldmo,Ontano, "Palma, Pino, Poppio, Pero,Pi[lachio. uercia. Temite :
Runiflico, Ro^ore. Salcio Sicomoro, Sorbo Sufino,S enti Sent T bamerigo, d im
The rebintho. «U'etrice,I liuo, vpe Vinco. HÀ RVAM HARVMAVTEMPART TES HOC
ordine poni debent et recenferi. Primo Radices. 6.F olia. 2. T rancus.
7.Fruclus. 3. A amus. 8. Vertex e apex, vbiniA-Surculi e ramu[culi. dificant
aues. Figuram y.Gemma. fuperius pofuimus. psoome gum e l ! ux] E vu omnium
prediclorum locorum miniz NIENS SAM morum dicimus, quid omnibus pro locis vti J
po[Jumus e2* eos affigere. (nam loca nimis ES i] ( (o NI mobilia funt ) ee
dilbonere pluribus in locis, «verbi gratia,in officinis,in ecclefi js,in foro
mari et fimilibus in locis: we loca, ad qualibet memoranda aptifii mayip[a comprobabis
experientia De animalibus autem et arboribus dlicimus,quid ifla in agro :
"vel borto uelnemore fimili funt ordine di[bonenda, quo c apothecas
diflinximus."veruntamen [cito, qud admodum facilis memorabilisq, modus
radica difbonendi erit, fi aliqua fratrum clau fira [umas eo intro fub dio
ingrediens tu per aliquam porz tam "vel aperturam quam finges in medio
vnius quatuor partium. clauflri a finiflris locaueris una arboré prima litte
r& alphabeti fi co ordine procedere "velis) wverbi gratia, Abietem co
[ub abiete vnum animal eiu[dem littere,ver bi gratia afinum. Et [upra auem eiuf
dem litera, verbi gra 237.2 ti4 Thefauri memorizx artificiofz tia cq ula v Sed
notato, quod animal tibiyprimo cccurrat memori deinde arbor e$ tam animali quam
arbore(cum fuis dwifionibus,de quibus fupra ) vti poteris. In angulo propinquo.
aliud animal verbi gratia, QSubaz lum:eo [ecus eum arborem, verbi gratia,buxum
: icq, in intermedio inter angulum € angulum, donec veuertaris, apertum, ubi
intrafli. Inmedio autem aliud animal, e aliam arborem ponas. Verum [cito, qu d
hic aptiffime «vti poteris multis locis amplifcimis. nam [ub arbore c/Abietis
in imo «venas auri et argenti conflitues,qua per a littera incipiunt.fic
reliqua mi neralia, qu& infra inuenies difboft ta ordine alphabetico : Et
[arfum procedendo [ub radicibus arboris pones quedam fubterranca animalia eodem
alphabeti ordine, ficut infrà babes.1d f2ntias de reliquis arboribus, [ub
quibus reliqua mi neralia alpbabeti ordine pones. At fub arbore qua in medio
efl loca ampliftima infcrioz ra co infernalia recenfere poteris. Reliquas
arbores qua ex alphabeto tibi abundant, in alijs reponas claufiris. Missi De
animaduerfionibus circa prxdicta loca. Vlta circa locos animaduerficne fant
digna, quorum quadam iam fuis proprus locis futt dicla,quadam hic infra ponenda
[un:. In primis animaduertedum, quod entia omnia tum vcalia tum etia imaginaria
(dummodo partes habeant infignes) eo magnas "vel mediocres (altem,ita ut
aliquarum fi nt receptiue figurarum) pro locis babere po[juz mns, quapropter
formice caput, vel os veletiam ipfa to1& pro locis inferuire non poterit
nobis, alioquin ft utamur illa evel eius partibus, difcrimini magno ipfi nos
ponimus,na par HA res e memoria noftra faciliter effugere poteft. 2 Etfi
omnibus fere memorandis loca omnia apta fint (ot infra dicemus cum de
figurispertraclabimus ) attame i/His velillis memorandis, e? mediantibus
figuris reponédis in locis, quedam loca aptiora, quadam ineptiora €: minus
idonea inueniuntur. 5i quis enim cvefHimentorum f(acerdotalium memini[fe
«velit, acrarium vel facrifliam e2» eius partes, ej) non Coz quinam bonoris
caufa [umere debet. 5i quis impre[Sionum ignitarum "vel aquearam ant etia
ærearum «voluerit recor dari,melius evit vt ærem cum fuis
partibus,"vhinaturaz liter isle flunt,eo generantur, quam domum ucl
plateam, C? [ic de ceteris. 3 Propterea elaborandum,vt multa baleamus loca di
utr[A uer[a,eo variat diuerfis, (prout occurrerit;) memorandis,diuer[a loca
correfpondeant,quo ad fieri poteft. Eifdem locispro diuerfis memoradis, ee pro
alijs fi guris ponendis eodem die vel (equenti non vtimur, [ed tri bus vel
quatuor tran[actis diebus vel pluribus, quou[4, «ve terum fimulacrorum ibidé
pofitorum penitus obliuifcamur. Loca cadem iam figuris impleta ad alia
reponenda non vez fumimus,ne forte in eifdem locis diuer[e pofita note [e inui
cem prepedientes y) prauenientes, menti noflra ultro [cfe obijciant,ac fimul
omnes occurrant memoria, e confufioz nem ingerant non mediocrem,dum e?
præteritorum, quoz rum pro nanc recordari: € illorum,que pro tunc meminiffe
volumus imagines, figüra indifferenter occurrunt. 5 Siergo babeas cétum loca
vel plura, e te oporteat fin gulis dicbus aliquibus corum vti pro occurrentibus
quotidie memorandis,in tres evel quatuor partes numerum locorum diuidas, e
locis primi numeri primo «vtaris.[ecunda «vice fecundi, tertia tertij numeri
locis qc. Deinde reuertaris ad primos locos, boc dixerim, quia talis vel
fimilis diflanz tia téporb: quatuor.[. dierum antequa eifdem locis iterum «vti
cogaris,ad obliui[cendum priorum imaginum fufficere poterit, eg ad alias
figuras ponendas idonea reddere loca valet. 6 Contigit autem,quüd figurarum
aliquarum, qua conuenientis[imo artificio boc «vel illo leco pofita crant pro
memorandis difficile obliuifcamur, vt eorum loca longo tem pore ami[Ja, «o» pro
alijs reponendis inepta cen[eamus, c.t ou non Pars prima. 75 aon ita ef],
quoniam frequens eXercit atio, fortis imaginatio «ox à memoria facía, freqaies
repetitio,nouarum fgurarum nuper fabrefactavum, ey) talibus in locis pofitarum-veteres
figuras ita diflurbat, eo delet.-vt vbi erant ille maneant ifle. 4t de delendis
fsguris infra traéiabimus. DEMICA, qua pro his, quorum [emper memorari
"vola mus,eg* babere pre manibus con[lituimus,ad alia reponen da, non
erunt idonea, ea qua fuperius dicam, eo vatione. 8.9 uidam pro locis
particularibus ubi immediate (rut in pluribus) figura ponuntur angulos babent
mafionum: qui da «vero intermedia inter angulos ipfos, quod vltimum won [aiis
approbo, p'opierea quia iam didicimus in una ma Jtone (maxime fi parua fit)
imagines pofte in intermedijs € interftitijs predictis nimás illam replere, et
propterea ali quando confujionem non paruam generare: Q we autem in angulis
[unt pofita figure duplicem nobis pra[lant "utilitas tem. primo quoniam
nón ita vt prime manfionem repleue vveloccupant, aut offufcant, immo eam
expedita reddunt, et latam effe demonfirant-[ecundo quia fixius angulis pre
diclis inberere figura nobis "viditur, quam in intcrmedijs. &) uod
tenacem ac firma veddit memoriam. Verum [fi ma gna fit in longitudine ce
latitudine manfio, non [olumangulis, [ed e interflitijs ipfis prolocis uti
poterimus. 9 Platcayvie, Itinera,et reliqua buiu[modiminus apta loca dicimus
ecclefi js: domibus fimilibusue locis, propterea quia nimio[dbendore
refalgent,eo: immoderata [unt magni tudine,quod "Vtrum imaginationi nocet.
eNeé Thefauri memoriz artificiofz *Nec propterea dicimus ita inepta effe loca,
ut illis alis uando utinon debeamus, quod contra Ciceronem e alio: e[fet:fed vt
raro cvtamur ifia docemur amimaduerfrone. De conditionibus locorum. V Itas effe
locorum conditiones ip(a experiétia do JB V cuit, fine quibus multos buius
artis cupidos errafi2 M fe circa locæligenda, quam plures buius artis ex pertes
nouerunt, cox confefi funt. De conditionibus ergo locorum, quas noflro
experimento didicimus pertratlantes, di cimus rk criptas, e hifce fimiles effe
videlicet primo: In uariabilitatem:[ecundo Immutabilitaté; fiue firmitatéiterz
t10 ANumerum:quarto proportionem:quinto continuitatem: fexto diuerfitatem:
[eptimo Q uantitatem continuam mo deratam:otlauo Claritatem mediocrem:nouo
Succeffioné, Ordinem, diflantiam notabilem, folitudinem, Poffeffionem, de
quibus figillatim. 1 Circa primam conditionem, qua efl inuariabilitas [ci
to,quia multum memorie officit, fs locum nunc fub vna frs gura e[Je videas,
verbi gratia, triangulari : munc [ub alia, «verbi gratia, quadrangulari: «vel
quomodolibet notabiliter evaratum. ficutie[[et,ft nunc inillo angálo tali uel
talis pla re&;,officinam fabri carpentarij, paulopo[l "vnguentarij ape
thecam e[Jé videres: quam ft [emel "vel bis videas ita imz mutatam e[[e,
dubio procul prioris tátum recordaberis,vls la ab(que difficultate : nec tibi
talis variatio confufionem ingerere Pars prima. 73 ingerere poterit. unde fic
ca poteris vti, quafi immutata non fit. e/At fi epe [epis eam te «videre
oporteat, "vnum € duobus f«cito, vel multiplici repetitione mente priorem
res cen[eas (ut eius non obliuifcaris) [ed fixe priorem retinea:: «vel certe,
(quod potius [uadeo tibi ) prioris forme loci illius obliuifcens, mentem fige
in posleriori forma pradiéli iam vvariati loci. Et fi talis loci puta officine
cav pentarij partes dam figuris imple[li, perpetuo man[uris, propter quada que
femper pra manibus te oportet babere:commuta figuras, et memoranda nowis
fieuris comménda, qua in poslerioris offe cine partibus [unt, vvel e[fe
poffunt. SN am im diuerfis officin tis diner[ a [unt ajJumende fygure pro
memoradis que locis copueniant,ut infra dicemus. € uod fr loco illo non
perpetuo memorandis, [ed prooccurrentibus tantum quotidie uteris, nullatenus
priorem loci modum vel figuram re[erues, [ed ta li modo predicli loci
dimiffo,locum iam "variatum oculis, ac mente inuifere, eo«in illo mentem
figere: «7 firmare memo riam debes. ! 2 Circa immutabilitaté, que [ecunda
conditio ef, anis maduertito loca immobilia, uel faltem firma e[[c debere jte
im ipfis recen[endis mensnoflra. poft illa-vagetur : Et dez mum rvagando ab
eius memoria excidant cum figuris et memoeradis. Idcirco, fi qua loca habeas,
que molilia [int ffe cuti ef] bomo, Leo, Arbor eo. ( cum cis pro locis non pro
figuris vteris) im immobilibus locis uerbi gratia, angulis pla tarum vel domuum
caterisá fimilibus locis ea ponendo e figendo.fir mitatem dones. SNauim etiam f
[ro loco acciz jd pi^fi^". veleamfirma [upradiélo modo fngevco eam intali
"angulo effe, vel ponendo ibidem eius depiciam imaginem, «vel certe in
portu tali,ubi aliquando haue vidifi aliga «tam ejJe arbitrcris, evel denique
anchora fundatam et obfiv matam ibidem in portu,aut alibiin mari immobilem
exifle rc imagineris fi enm loca flua nt figure in eis locate à mez moria labi
nece[Je eft. : 34 Numerum vero locorum babeas talem,ne laboret ni mium mens in
ei[dem retinendis e recen[endis,numero[a nimium locorum multitudine pregrauata,
co maxime fie tem non dum fueris expertus:quapropter Cicero dixit cenz twm loca
fufficere po[Je.quem numerum prestare cuna etia mediocris ecclefia cum
aliquibus manfionibus circum ea exi flentibus verbi gratia [acri[!ia, Capitulo,
( laufiro,nos ipz Jf experti [umus.Centum autem loca [ufficere poffe pro ocz
currentibus memorandis tantum, etiam experimento fatemur. ct [i quis non [olum
occurrentium rerum memoriam babere uelit uerbi gratia concionum,[ermonum,
le£tionum, collationum, qu& omnia quot idie occurrunt fed multa preter
occurrentia illa cupit memoria mandare: 9N ece[fe erit il li ce alia babere
multa. ficut qui multa fcribere "voluerit, plucima-vellongiori indiget
cartba. Petrus. R auennas, in bac arte exercitatiffmus, dece fee millia babuit
loca;aliaz que prater illa fe fabricare dicebat.quod mea ententia pro. fit iTi,
quia memoria infigni vigebat.quod co fi memoria &lariscon(alendum e[fe, eo
nos ipft dicimus: attameé his qui Ao Lantum mediocri, verum etia infirma funt
donatimez "oria, i: Pars primo 55x 74. moria, ne dum dicam prodeffet
"verum officeret nimium Jf «uitra mille locos baberent. 4 De quarta
conditione dicius, proportionem: locorum cum memorandis(cum fieri commode
poterit) feruada e[fe ; vt ip/æligantur loca,que memorandis pro bac vel illa ma
teria fernanda conuenientia ['nt: "vt eiusrecordemur facis lias,cu»m
proprijs "utimur locis.æ qua conditione «vide in fc cunda animaduer[ione.
Continua aut contigua aut faltem vicina et proxima fibi inuicem debent e[Je
loca illa, tum communia,tum parti eularía, quibus «uteris pro conferuanda «vna
atque eadcm concione [eu lermone aut collatione eg»c.me erret mens recen fendo
memor da,qua fub figuris in locis remotifimis et et prioribus valde diflantibus
po[uifli. Itaque impleta vna apotheca uel domo aut ecclefia aut alio quolibet
fimili locos figuris eo femulacris verum, quarum recordari "veli: ad alium
locum vicinum eo proximum qj) collateralem, ft fie ri pote/!, procedas,co* mon
ad remota loca,ni for/an concios nem,vellectimem in partes diuidas, eo primam
partem in taliloco repmas:eo« aliam in alio à priore,remotifimo lo: co. Poterit
enim mens aliqua facla paufa ad-remotiftima etiam loca: tranfmeare. €-uod fi
inteydum aliqua ex cau[^ti remotifmis locis cóncedismus, (puta quia
cosiuenicttiora [unt talibus memorandis,loca veémota proximis eo ui cinis
"vel quiaimplefli vicina loca, eex adbuc funt ej) alia memoranda : -oel
quia remota melius no[li quati; vicima, qua [equantur) attamen quod raro.
facias intadem ates hi9 £52 ria lo vialocanda, «9 commini[iendà dicimus &o«
hortamur. - 6 Loca communia, diuev[a e diffimilia fintalioquin dun fueris in
primo loco,cverbi gratia,tali manftone vel ec clefia eec.ad aliam illi fimilem
facile mens tua tran[uolazre poterit,quod omnes experiuntur.'Unde apud omnes
con fnltifimum e[l neminem cellulis fratrum aut fimilibus loxcis vti debere,
propter nimiam inter [c ip[as fimilitadin. Cellularum oflia, aliqui fignis
notant quibu[dam vt [upra diximus, At tutum e[Je illo modo «vti dei exiflimamu.
Ni ergo defint tibi loca, ea dimi[fa facias. as 7 Ecdefie co domuum manfiones,
ez) quelibet alia los ca.comimunia, oportet; quid in. quantitate continua
medios. critatem babeant : nam ficut in amplis locis res ibi exiflenz^ t£ 5 ab
oculis nostris aufugiunt,ft milimodo à mentis oculo iw ipfis elabuntur imaginate
figura c Ampla emim loca vagasreddunt imagines, ca occultant Necnimis arcla
delent efa fe loca, tiam imaginum collocationem angu[la loca c idene tar capere
non po[[e.loci ergo mediocres [int. x ..8 Claritatem, (cd mediocrem, babeant
loca omnia, ne aut occultentur tcnebris imagines ponenda, aut blendore
prafulgeant nimis.-Ut enim corporis oculus, ita c9» mentis, nimio luminis
[plendore offufcavi videtur bancob cau[an, Jilicet [blendorem nimium: P
lateayvig. Itinera,eo eiufz. mo lireliqua loca minus idonea [unt ecclefris,
domibus ; e». of cinis eic que lumé moderatum [ufcipiunt et Petinent::
"Unde gg clara monflrant pofita fimulacra claritate mon opprimene
intellectus nofiri vi[um, [ed excitante mentis : nofir& uni c E nofira
[énfum v aciem. 9 Sicut in.locis communibus comtintitas;et propinquitas
obfernanda efl, ita in particularibus locis. [uccefcio locorum: tenenda eft. !
"nga Loca communia funt Ecclefia Domus Cc.particularia
autempartespradiclorum eg«[nmilium locorum; vut czilta ria, dnguli, Columna
erc. tlle ergolocus.qui tibi introtum ti,uerbi grat !4, ecclefiam, primo
occurrerit pro primo baben. das efl. ille autevo,qui primo fuccedit,eo poft ium
fequi tur, quia, collateralis efl ili y pro [ecundo locoiqui tertio ter tius,
€g frc de alijs.Sic autem procedens circum eas totà eca cteftam, cx
omniaparticularia loca sotabis,et qualibet fa cella, et raria,
Portas,callaterales;presbiteria ez/c.donec cin cumeundo reuertaris ad prioré
locum, à quo recefcifri-) uod f Ecclefia tot quot*volueris loca non dederit, dum
eam cir. cais, particularia loca notando, f facilem ingre[fum báa beasyintra
facrarium,Camiterium, Clauf rum, €7 ceteras collaterales e&&
propinquas, ac contiguas man[iones, co» nes tatis particularibus locis corum
ordinate e [uccef'iue reuer tere in Ecclefiam,et figna reliquæ parteseiu[dem
ecclefia, quou/que circumeundorewertaris prope primum locum; «vt diximus. uod
de ecclefia diximus, de alis etiam fimilis bus locis intelligas. ! : "s
10. Cum intras loca communia «t in éifdem notes parti cularia, bic ordo tibi
[eruandus ; t.f.à latere frniflro mme rare incipias particularia loca, víque
dum tircumeundo de acnias ad "ulumpun [igiflri lazeris, cumdbunc ordinem
com wHI muniter I hefauri memoria attificiofe muniter [cribentes obferuent,
quosvoslibentevin bze arte, fequimur,cum locare figuras fere differat nibiiab
avte fcis bendiyvt ait Cic.confuetudo emim talimodo c2» ordine [cri bendi,eo in
collocandis figuris promptos e faciles nos veda det: à finiflro incipere
lateremaxime cum aliqua in parieti bus [cribere ip(a nos cogat nece[sitas, ut
dicemus.5N'e ergo in. uer[o ordine cogitatu noflro fcribere, ey) fcripta
repetere coz gamur;à fimiflro incipiamus..5i quis autem bebreos [criptoz res
[equens,à dextro incipiat, in finiflrum procedédo, quod omniex parte erret non
dicimus, motus cnim et dextro inci pit;ait c/Avifloteles.Q wolibet modo
procedas, "vel à finiflvo incipiens,vel à dextro, illum [equere [emper, ne
dimittas pifi maxima -vrgente cau[a,netalimutatione oriatur con ffo eo furrepat
obliuio. s n "Diflantia locorum particularium ab inuiccm paulo plus aut
minus pedi trigenum fit. nà. ut afpacius,ita cogita tio minus "valet :
Siab uno loco ad aliii nimisremotum per tranfire debeat: quod fi vvehementer
prope admoueris, id quod videri, velcuius recordari "volucris, «9 locum
loco quafi coniunxeris: propinquitate conturbaberis .pyediéiem autem difl
antiam à Cicerone traditam ob[eruandam: dici mus,quandoloca [unt
ampla.Diflantia enim quindecim,et «etiam vundecim pedum at erit,cum apotbecii
uel aliquibus mediocribus manftonibus evtimur,cvt [ape probawin us. Similiter
probamus frequenter, quod fi cna e? eadem mafione plura fint loca particularia.
ab inuicem differétia, vt femdfire edblutorium manuum, ( aminus,osiium Tas à
tua Parsprima, .- 76 tua zo talibus rebus infr gnita loca, quzuir propinqua
conz fionem non ingerunt, fcd memoriam [ua excitant varies "tate. si autem
in man[ionibus aliquibus mon e[fet aliquid in figno, fed parietes tantum,
profecto anguli folum,*veletia intermedia,fi oportuerit, € ft loca amp!a fuerint
pro locis inferuient. €) uod fi in eif dem alia particularia componere loca
vvellemus,ce laboriofum opus c periculofum a[Jumez remus. Cum loca communia
intras,non tantum loca particu Maria in eif dem con[ideres notes, tov ob[erues
[ed eo: qua in - illis [unt ob(ernato.contingit enim («pe [pius loca. fi expoli
14 non [unt, [ed rebus aliquibus referta, non [olum locandi figuras facultatem
praberc, (ed figuras multas vealiter no bis offerre ut armaria,
fedilia,[canna,[lrata ceteraq, [imi lia,quibus pn figuris quorumlibet
memorandorum uti omni diligentia c9 arte nitimur: relictis imaginaris
figuris,quas p memorandis querere, inuenire, e per imaginationem in pradiclis
locis nos ponere, eg) frngere oporteret, non nift cum magno labore Duo auté
commoda,nobis proueniunt, ft furis in locisinuentis "Utamur.primo enim non
tenemus no uas qu&rere, e locare:feciido quia facilius recordamur fiz
gurarum realiter pofitarum,quàm fi Clitiarum.N erum non negamus, quód memoradis
rebus multoties confingé da ima gines magis conueniat quam ibidem inuenta
figura: [ed fa temur etiam indu[lrium bominem,eo in bac arte aliquan tisper
expertum. feré figuras omnes [uis memorandis adaz piare po[Je. quod fi
aliquando non valeat quis, ad libirum conj.ngat Thefauri memoriz artificiofz
consingat De bis autem diffuftus infra dicemus. 15 Solitaria debent effe
loca.Solitudo cnim locorum cogi tatwn noflrum aggregat e» ecollizit. at loca
bominum fe quentia occupata confufionem faciunt memoranti, cox men tem
diflurbant. 1d circo commmnes platea, ej) fora pro los eis tibi raro
deferuiant. Verum experti [ant aliqui,vt Petrus Rauennas.[ufficere aliquando
talia loca-vidi[fe vacua, quod e7:nos tez flamur. Loca quibus
vticvolumus,antequa ipfiscotamur,oporz tet [epe [.epius oculis inui[ere,eox
cogitatione percurrere rut féciliora nobis reddatur,ne cum figuras ponere
uoluerimus, - tunc primo ea familiariter pofsidere fludeamus. Prudens fcriptor
chartas [emper praparatas babet eo tenet. E xplicit prima pars tra&latus de
Memoria artificiali. PE d TRACTATVS DE MEMORIA ARTUEICIOSA PRÆPHATIVNCVLA ON
folum locis, verum etiam fiz guris(cut diximus) artificiofa COfi-Sat memoria.
£) uapropter cum in faperioribus delocis.[atis fuperq, di Glum fucrit, de
figuris ordine infra pofito dicluri [umus. P1imo enim f guras,non omnes Jed
notiores nobis, e» psum qua noflra memoria pr ode[fe p ofcint,porez re
cvolumus, ee» exinde illarum applicationé ad diuer[a me moranda gene ralibus
quibu[dam regulis trademus. U af ecundo, Thefauri memoriz art 'ficioíz Secundo,
de applicatione figurarum: in communi, ad res xenoraudas,eo e conuer[o. fA
T'ertio,de animaducrfionibus circa figuras, eo conditios nibus earandem. y ^ EM
) vh. Q uarto, de v[u quorumdam locorum eo figurarum, in particulari,
[ub.cxemplis, quibus intelleHlis quilibet locis vti e? figuris ad quecunque
memoranda, idoneas inuenire po[fit De quibus omnibus ordinaté tratlabimus;ut in
primo bu ius fecunda partis capitulo patere poteft. Secundi tra&atus de
diffinitione figurarum.. "oco tali "ponam. ^ In diffinitione nota ly
Immediate: quod ponite ad dif ferentiam Pats fecunda.. VEN A ferentiam locorum
qui non nifi mediantibus figuris memos randaretinent ej conferuant.atque ex
inde, nobis feruata pra[entant, quaudo fcilicet pradiclarum figurarum recore
dati fuerimus ) uo ad [ecundum,id efl fisurarum multiplices denonci pationes,
evt fequentium intelligentiam habere pofsimus, «oportet nofcere, quod ba
[upradicla figura, buic noflra arti in[eruientes multiplici appellatione, ab
buius artis peritis, denominantur. Dicuntur enim etiam imagincs:Simulacra, -€9*
Idola:.$ igha quodi, fimilitudines, ac J[pecies, Not ctia evacitantur,eg«
memorandorum vvmbr a. j £ uo ad diifionem figurarum, (ciendum, quod illarum -
quadam (unt naturales, quadam artificiales, €» quadam . BRAgIBATIA. o ss VOTE
CRISIS MEOLGE 1 Naturalium quedam maxima,quadam minores. AMaximarum quedam
inferiores, vt Infernus, Purga - torium 9 vuterq, Limbis. 9 uedam fuperiores,vt
elementa omnia. - £uedam Celeflescvt Celi,eo eAdslra. Q9) uedam [uper Celefles,
«vt ea qua [upra Empyreum ' clum e[fe iam [upradiximus, quorum omnium partcs
inz ter figuras computari poterunt. De quibus vide in prima parte, cum de locis
tra£tauimui ^N mireris, quod qua pro locis fupra pofuimusypro figu vriánunc
Apta e[fe dicamus. Locænim pradicía pro figuris, (fecundum diuerv[os ve/Pecius)
[eruire poterunt. ( quamuis minu fint apta [équétibus, cum fi pro figuris ca
babere tec Q limus limus,vix locus aliquis ilnueniatur, qui tales figuras
capere, pofiit) Dicimus enim nos, extra Celum embyreum, omnia locata e[fe, co
eapropter pro figuris etiam pradiéla baberi po[eimmoe illud po[Je pro figura
vvelfiguris deferuire,st infra dicemus. reos i03 bi mass n oy 3 ^ SNaturalium
autem figurarum minorum. * 9 uedam inferiores cut infernaler.-vt Diaboli. Dame
nati,eorumq, varia tormenta egc. MS Q uedam [unt [uperiores praditlis, fub
terram tamen, . quarum alique funt inanimate;ut eMetalla, et Mineraa lia:alique
animata,ut animantia [ub terra commorantia, "eer [erpenteseo. tV UY X 5:
hs on T voc Quedam materieterra brüiniores eo fimiliores, evt qua fapra terram
[unt,cvelqua inprima terre [uperficie commorantur,'ót Lapides pretiofr."
hy] "u^ Quedam etiam [unt terre adberétes, gp) ipfa impenez trantes, eg:
tamen ab ea exeuntes, eo procedentes, eo fw praipíam furgentes, vt Arbores
fru£lices ev berba .. 9 uedam terreftres, e fuper terram ambulantes, vt '
animalia,quorum aliqua funt magna aliqua parua. £ uedam quee vel aquatiles,cut
qua in mari inucni ri po[Junt vt *Pifces,conchilia ev. i Quadam autem æree,
quarum alique animata (ibidem pertran[euntes,non tanquam in proprio loce
flantes)ut aues omnes cz "volucres parue vel magna. clique inanimata ibi
generate tanquam in proprio loco,ee ibidem aliquantulun perimanentes,vt
imprefsiones varia, qua ibidem funt ignea, Pars (ecunda., 79 ignt&,vtl
aduea ec. 225 01 Quedam C eleftes,"ut Stella. Q uada [upercele[les, vt
an&li et corum ordines ec. -; x1eZfrtificiales autem figure funt, qua
humano inuenz tu con[urgunt eg» fiunt, eo proizunc funt! "varia «dificia
"varia apotheca. Insflrumenta artificum diuer(a. 9 uaz zum omnium verum,
que pro figuris babere po[Junt, le gentibus copiam dare in animo cfl, nc
negligentia inquirendie difficultate inueniendi prapediti multi,ab buius ope E
ftudio auertantur eiusQ, optata careant vvtilitate. Pra oculisenim omnia
quodamodo ponere volumus,ut cuilibet huius artis cupido diuer[& et
multiplices imagines, occurrere pofsint,quas pro memorádis rebus, ponere
valeat, . prout fibi placuerit. «0 wofatlo, ip[arum applicationem ad memoráda,
me fiori, quo poterit modofieri fub aliquibus regulis co inslituz tis,tradere
volumus. Nuncautem frgillatim de [upradiclis figuris dicendam eB, em omijfis
hguris maximis, naturalibus, de quibus in, primo traclatu differuimus, [ub
nomine locorum de minoribus loqui in [zquentibus capitulis intendimus. Thefauri
memoriz artificiofx De ffigutis naturalibus minoribus. Et primo de his,qua
inferiores vel naturales dicuntur. Secundo de figuris terreis. Tertio de
fubterraneis i inanimatis.C uarto fubterra " pmeisanimatis "^
(Qap" TE lgure infernales funt diuer[a "Dæmonum [pe S Ln imaginesd, ;
eorundem "varie t [ub diuerfis animalium gj befliarum figuris danatis ap'
E e parentibus. V ide in [uperiori parte tratlatus in Pe " locis
inferioribus, diuer[as eorum imagines, e deformiores et turpiores illis, tu
confingere poteris,prout pro memorandis occurrentibus, tibi vifum fuerit
oportunum. (Ex fcriptura autem [acra figuras conuenientiores dea . mon
imaginaberis. P't quid aliqui demones fint [miles lu pis. Secundum iZud, quod
de damonibus, ait Abac primo: "velociores lupis vve[pertinis. c Aliqui
Leonibus, Secundum illud: "Togun Leo "uqiens rime Petri quinto. A
liqui À quilis. Secundum illud :-velociores fuerunt prr fecutores nostri,
dquilis Celi*Tbrenorum quarto: cliqui fimiles [erpentibus. tertio G'enc.ed
ferpés erat callidior cunclis animantibus. Ali; jin forma Draconum, c9: ^
[pidum, co Bafilifcoz run E^ 9o.Super Afbidem eo Bafilifcum.zo c. - 4nfguris
etiam Coruorum apparent. G enc. 8. Capitulo, post Parsfecunda.. 8o pol diluui
decrementum [cribitur: Aperiens Noe feneftra, dimifit coruum. c/dAdde ctiam,quo
et ipfi "Damones fint iu forma Stra kbionyn, fecundum il'nd Deuteronomi
quartodecimo Capitub. "Na firuthioi inter aues immundas computatur : Et in
ibo alijs borrend's formis eos conf ngas. "Damnati etiam varijs
penis(prout ia predicto loco pri mi tracfatus pofuimus) pro figuris deferuir e
eco femi liaá, his fingere poterimme. - "Supplicia etiam diuer[a, rot
ignis calidifimus VANS Tnt xtinguibilis, fons borribilis,odor peflilens, ob[curitas
borrida, gelidiféima aqua fletus, flridor détium, Voces flebi Jés, Chaos
magnum, V ociferationes altiffime,Coniortio ocn lorum, Faciei deprefsio, totius
corporis cruciatus. 2M altituz do etiam damnatorum, eo corum confu[a congeries.
T wmultus,&) «varia tormenta pro figuris baberi poffunt. In Purgatorio
bomines «vultu maflifsimo, fed patienLiffimo animo cruciati tormentis varijs,
et igne,promeritis, £A ngeli eos confortantes, pro ima cinibus defcruiett. In
Lymbo infantes svarij, diucrfis vninbéi; c? coloriz bus,prout bicvidemus. SUE
DE TERREIÍS IM AGINIBVS. T'errez veroimagines, fum: [axorum et petrarum cvaria
genera, lapides etiam pretiofi quorum nminum aliquos i» 1gniores ordine
Alphabetica ponimus: T t reliquos in lapi . dario-viderepoteris, Et in [Fecalo
naturali Vincentij A Iphabcrum 'Thefauri memoriz artificiofz Ed aod lapidum
fimul et Gemmarunr. Www] Ænacius laMEN pis fiu libus b. s i E xS contritus eft
maris. Alabafrites. Achaz tes, Adamas, Ametiflus. Al lecorius. 2, Berillus,
Borax lapis, qui &j) Nofe, Carbunculus, Chryfolitus, Corallus, Cryftallus,
Celidonia, Coz tis qui lapis [eciidum fido. [ic diclus, eo quid ferrum ad
incidendum acuat : cotis enim grace inciftoest: Cari fieus lapis, qui viridis
eft, "unaque esi marmoris [pes cies. 3 D«emenius, "Draconti des,
Daicodos, Daymantiz ««o5, Dionyfia, Drofelitus. 4 Ebanus, qui lapis al Rs efl,
Emathites lapis ruboris fanguinei, Etbites pez tra aquilina eft, Elo pro lapide
ft placet, £matbites, Enidros, Efcflis. $ Falcanus, Filaterus, F longites, F
luuiatilis,Edift tjs aptus lapis e 6 Galiclites lp alius est, qui attritus
[fuccum red dit,faporem lactis babente, Galacies lapis ad fimilitudi nem
grandinis, et frigidifis "mus. 7 Hiena lapis, qui in Lie na beflie oculi
inuenitur, HhYyeratites. 8 Ja[pis, lacintus,I acinz tizonta. 9 Kacabre, JOE NM
Kamam. ro Lapis Lazuli, Liz [chinis, Lapis efl refulgens, "Ut lucerna
ardens. 11 eAMarmor, 7Molaris Lapis, ex quo fiunt mola. eMargarita ^
-Parsfecunda;i Margarita lapis,qui ex ma vinis colligitur conchis, AMelotbites.
12 "Nitrum,. lapis est fabalbidus eo perfpicuus. eNofe, qui «9 Borax [upra
[ub itera B. 13 Onix,Opalus, Optallius,Orithes,Oflratites. 14 Pumex, Pipirinus,
Porfidus, Pantberus. ig 44 Jrmilitudinem P anthez ra, Paragont, quo "verum
probatur aurum afalfo.. . 1) Q wirinu lapis, ua nidros..Ramnivel vali, id quod
bolus armenicus, Raz daym, qui donatides etia di citur, inuenitur in. capite-.
Galli ez. . Y Serpentinum,mvelOz phitis. Serpentium enim,ma., gulis con[ber(us
efl, unde et á "vülgo etiam ferpentinum dicitur, ilex, Spongia,Spez 81
cularis lapis, faphyrus, Sara dius, Sardonicus, Smaraga dus, Succinum, vel
fnccis nus,"uulgariter dicitur Am bra. 18 T ilurtinus lzpis, To phus,
T'opation, T urchois, T beogolitus. ty "Uarabc. feu fanguis draconis.
[ecundum. Arift, lapis efl, Venix valet cona tra mieiancholiam, egeta naitalica
gemma e[, "nio, efl quidam lapis. 10 7 ris, Iridi fimilis. 21
Zimeniellazuri-vales contra melacholiam, €t con tra quartanam ej) Sincoz pim.
idem esl cum lapis laa guli. too im 21 Zignites lapis ell «vi treicoloris, ee
fanguinem fringit eg) mentis alienatio. ncm depellit : flamam ignis extinguit.
: X: Ub-vna eadéa littera plures lapides vel faxa mo etiam aliquando po wimtus,
«vt eifdem indigeat AA nemo.es ad boc,vt quifque quem «voluerit, € quem [uo
propofito viderit, accommodatum [fe e deferz uire, eligat, eo tollat, ceteris
pro illa vice dimiféis. Eorum autem ez fequentium quorum c/4lpbabetum
ponimus,cver bi gratia, animantium crborum tum f. guras,tumnatuz vas, tum
commoda ex ipfis [i nouerimus optimo,e7 eficaz ciféimo adiumento nobis in bac
arte eas e[fe probabimus. 1dcirco "vtile admodum erit in naturalium eo
Phificorum libris eorundem naturas perquirere, vt pro figuris ocurren tium
niemorandorum audacler ea ponere, €2* locare po[fim. Inter figuras terreflres e
terreas placet nolis feces et excrementa rerum diuer[arum ponere : tamquam
cateris compofitis. infra ponendis minus [uperiorum elementorum «virtutem
retinentia:immo illis omnibus terre materiei proz "seimiora:"vel
certe tanquam indigna obtutibus noslris praz fentari: vel [altem minus bumano*v
(ui apta:(ed penc diz gna dumtaxat terraip[a recondi. [unt autem bac c7 fimiz
lia bis. ! c4 cAmurca,que fæx est olei: Analecla,qua ciborum funt purgamenta:
Apluda, que purgamentum ea. Milli: Panicieo fi[ame:cA[[ule,quas "vitruuius
vocat fragmen ta, qua ex operibus deijciunt Marmorarij. 93
"Bolytus-cvel'BolytonBubulum flercus eft. F Fufur farina cfl purgamentum,
Floces purgamenz £4'vuarum Pars fecunda... $2 ta vuarum eos vini: Flaces
purgamenta [unt oliuarum. G Gra[um fignificat lanarum [ardes in ouibus. E
Helcifma;[coria efl ex argento. I Ipeleuthrum, fuis flercus. M.
Magmata,vnguenti fæces dicuntur. eMuccus, narium fordesefl. Mu[cerda. Murium
flercus eft. M etys, purgamentum esf cæra. O Onida gg Onthon, eAfiniretrimenta
(Celius dicit. Oiptoten ouium fLercus eft. P. Prefegmina c? Re[cgmina, que ex
"onguibus pras fecantur. i; SScoria, Spurcitia omnis meialii.
Sparyle,flercus bos minis.Spyrada e& Spyrathia caprarum. Sciri, Sordes e
fpurcitie cafei. Schidia fragmenta lignorum, que veijciuns tur ab abictarijs. T
Tartarum :Fæx vini eft. j -DE SVBTERRANEIS NON tamen penitus terreis figuris.
MIS FERE. U bterrance autern figure inanimate que minus - "rediclis terree
matericiproximiora [unt ac ces ANSA gri terorum elementorum naturam
excellentius par "uot metalla uniuer[a: vt aurum ec. eo que cx r ^ 1 f. mE
Q ticipant,iu ipfis arte fiunt, ut auricalcum: Et mineralia cuncla, vt Sulphur.
de quibus omnibus vide aliqua, qua ivfra po puntur. c eMctalla principalia
funt. Aggentum folidum, &sgenz Pl tum Thefíauri memoriz art' ficiofx tun
viuum. As, Aurum, Ferrum, S tannum, P luyibusn: Q uaaatem ex ipfis arte fiunt,
funt [equétia, ien: Æs,quod "vulgo dicitur Bronzo. Extra [eptem metalla -(
que inter mineralia primum obtinent locum) bac ue infra ordine alphabetico di s
anus,ab. Alberto .ZMagso eo» Mi numerantur aut bai Ads Alphabetum Miselatíum ;
ex, Alberto Magno. nare pani Alidena WC feri fpecies i inoz N riepte, Aurum ui
Aum, quod e ex argento nimis incenfo fit, Auricalcum, Ar fenicum, quod co Auri
piga mentum dicitur, eo colligi : tur ex auraria materia, in "Ponto,
Atramétu quod Plinio tefle fit vel arte hama. a, vel terra fulpburea, An
qimonium, quod fecundisa plumbi mortui e[t, Arena, Æs quod Bronzp. Bitumen,
quod c faxo profluit. eun 3 oem; quod valgo ' Rn e Peltro dicitur Chal, Cre
t4;C eru(a,quod flos plumbi eft, Chalcites, Calcantum, Cernfa. 4 Difriges,
quod. ect - eotloeremanet: ^^ v -s Electrum feu [nccint/, Fu Bituminis genus
cfi € faxo profluens: non arboris n lacryma, vt peo "Ucteres. 6 H. alitis,
qe lapis e, de quo ipfum «s coquitur,, Hidrargirum. 7 Lytargirium, quod ji ex
argento eg) ploibo quod - nos argenti JL Hocamue. $.A4etala Pars fecunda. $
Atetallii, quod mixtu væfl,ex qud conflántur ca ca pana: Minium. 9
"Nitrum. YO Ocrea, n AnA,yvis eri genus et. u Pomex, Porph igo e 3 IL
Sulphur, Salnilifüss, quod ee Salpeftre FW "Nritro differens, de quo ali
qui opinantur (beciem e[Je ni tri,Sandaracha. 15 Tupbus, Tubal, quod eris
coria. 14 U'itrum.* "Aimate autem C MA »s r7 Men funt Sors . Y, peter
0mnes,co- quadam alia animalia paruula, edlphaberic dicemus. Alphabetum,
fcrpentiun,. i UA Es pisc atmphilofes naycfnger, Amps. dites. 2
Bafilifcus,'Boa, Becmot. 3 Cotrodilus, Cecula, Cenchris,C Ws C erasies,
Cantarides. 4 Draco, Dipfas, Tra gocompides. s Enydris, Emorrois, Exidaa.
qu& fub terra me de quibu; Rgilitim ordine 6 Fetnatrix. «4 7 Glandofa. v BS
ermorrois, Ffydrts, £r ydra. 9 laculus, Ichneumon. 10 Lacertus, Leuiatam. ^
mNea,Natrix.12 Olites. 13 Pharias, *Prefler, Porphyrus. 14 Rutila, R egulus. 1
Salpinga, .$ rellio, Sæ lamaudras "I hefauri memoriz artificiofx lamandra,
Syrena,qua Ser pers eft in Arabia, i 16 Taranta, Tyrus, Tortuca. 17 Vipera.
Alphabetum paruorum animalium fub terra degentium. : f Neuilla. Bufones, Dorax,
! Sotracha. . s ((unicula, Caflio, Clo-. chea, Cancer, Cuniculus. AFormice. s
Glires fi placet, Gama lcon,G urgulio. 6 Herinacins. 7 Locusle nigra;que in
«vere nocle canunt, Lums bricus. 8 Muflella, Mufaraz neus, lv ures, e7Martires.
o Rane, Ruletz. to ftellio,Sciurus, Salamandra,Sorex. 1 Talpa, Tefludo. 12
J/ermces etiam omz pes, qui [ub terra condunz HT. Pe Pars fecunda... 94. De
figuris terre(tribusaniimatis tantum, qua funt vegctabilia, et de figuris
verreítri bus animatis fenfibilibus, qux funtanimalia. Cap. ELE : Me. 3 Rbores
m herbe: Animalia etiam omz 3 aia, eo magna, e? parua pro figuris, et.notis N u
erunt in bac arte nobis perutilia: d'ímodo coz e: de^ y rum naturas,eo
proprietates [ciamusyvt f ieiiimlbon dicendorum facilius in eis inuenire
poffimus, tex pro memorandorum Tismulaceis in locis dfbonere.: 1dco2 que nos
inordinem Alpbabeticum difponimu &g). vedigiz mus ea folum "vel TE
Bor, "vel qua de facili nofcere pol[umus. c drborum autem eo: animalium
magnorum bic c ALphabeta non ponimus cum [upra in primo tra&latu, ea viz
dere liceat. Frué£ficum ergo 7 herbarum ac paruorum «ni malium terresirium
coordinat;ones fub Alphabeto bicss f^ redigimus. Alphabetum fru&icum.
Dfintbium, quod briofa,que vulgo canapac ee ponticum dicis cia, Artemifia
mmor,il mas tur, Altea, que co ciale, ^ rundo. enaluafilueflris, Artemis ^ i
Brofia. fia wel Ambria,"velàmz : 3 Canabum. h 4 Dipfeua Thefauri memoriz
artificio 4 Dipfcu:. E. s Feniculum. 6 Gine[la,vel gue € g ineftula. yi
Liquiritia, que co Glicoria, c9 Glicoritia diz citur. 8 Malua. " 9 Rubus,
PB m quod e ali lithos vocant. Ao[a, Rannus. 1C Jentix, -Sambucu. Saluia,
Symapis. uU itis, Vepres. E T inter frutlices predi£la numerantur à
naturalibus, «vt apud co: pa[eim el «videre,ex quorum e et alia extrahere poteris.
Alphabetum herbarum vulgarium et plantarum. CHMMiÉ: Pyos AS Allium, Az pium,
A[paragus, efuena, Atruneolus, Amaz ranthi.i.[ciamitini. 2 Bleta, Beta, Borago,
Bulbus, Buglo[Ja, 'Battis tula... 3 Camonilla, C. pilus eUeneris, Capparis,
Cepa ^ Crocus, Cucumer, Carz [TU l b [ duus, (enti foeni, Corono pus Calendula.
(ichorim. .4 Dracontea, T argone, $ Endiuia, E linee, qe intybu: dicitur eruca.
6 Filix, Fumus terre, Faba, Far, Fafcolum;Fra go; Fabecula,.F arpnota dium. hes
"T 7 Gragmé, Gáfifliná d Ælitrapium, Elexbn pireris Pars fecunda..
piperis, Hf fonus. 9 (uncus, Intybus i. Endiuia, Intybum erraticum.i.
cichorium. 10 Lappa, Lacíuca, l ilium, Linum, Lens, Lupiz num; Lanceola,
Langenia; Lupoli. . n cMaiorana, Meli ifa ipa efi Citraria berba,
aMeiba,«Milium, Marra biun,M elomes. I 2 /Nepa, vel nepita, eNaflurcium. 13
Ordewm, Origanum, Ocymum. 8; 14. "Plantago, Pauper, Pepo, P astinaca,
Pidrofeliz non.Porrus, Pifum, Paniz cum, Pulegium, "Portulaca. 15 Radix,
Raphanum, Rapa, Ruta, Rubia ; Aiz fum, R obelia. 16 Semper viua berba, ipfæ[l
Louisbarba, S cirpus, Satureia, Serpillum, Saxiz fragia, Siligo, Sanfucus. oiz
Tuifolion, Yirimaiz lus, Trina Triticum. 18 Vifcus, Viola, 'Urti€4,V acia,
vicinia. 1 19 Fus /[opus. E "iila fermone quilibet fili poterit herbarum
nota V rum abundantiimum Alphabetum formare,quod et fuademus, 0nusq, hoc
leuiffimum le&lori relinquimus, tum quia herbarum nomina apud. diuexfa loca
permaxime uaz riantur ("vt fere omnibus compertum efl) tum ne tractatus
lus nosler optata a nobis breuitate priuetur. "E Alphabetum T hefauti
memorisz artificiofx Alphabetum Gummarunmb. AMoniacus cf a2 fetid«. L DBernix,
Borax, diidella. ; Campbora, Cedria, Colofonia. 4 Dragantum. y Eaforbium. 6
Gummiarabicum. 7 Karabe vulgo. Labra. $ Laíla, Licium. 9 AMaflix Myrrha : 1o
Opobal[amum, Bal [ami fuccus eft. n Pinca reina : t? Refina lacrima cft arboris
cuiufcunque vel fru ticis (uccum. fudantis c exhalantis. Jarcocolla,Stacte, ft
rax,Sanguis draconis. 14. Thus, T berebentinz.. 15 P'ifcus. : 16. Zuccharum,
quod infra cannam generatur in Hyfbania. Similes autem guttas co lacrimas in
arboribus fcife ris,"ut in cerafio, pruna qe-requiras. Alphabetum (eminum
fegetum vel leguminum,vel &c. "Doreum, quod eft tritici genus, Aniz
fum, ^ uena. 2 Bromos,Branx, genus Farris. ('andreos,genus tritici: ^.. e *
(minum, Coriadram, Cicer. 4 Daucus, [umen banz ci&. $ Eurus, Pars fecunda.
3 Curus, Erifmui 6 Faba, Far, Farrago, Fafcolus,F eniculum, F az Aum H4
r&cum. 7 Gith.genus leguminis: cimino fimilis. 8 €rbum fiue Orobum, uod
"vicia dicitur. 9 Lens,Lupinus, Lolium.l ini [emen. 10 Milium. i Ocynuri,
Ordeuni, Ocymum, quod bafilicum 96 vocant. 11 Panicum, Pifo, Paz poser. 13
Risum, Rubelia Sefema ex Indiaaz [portatur Siligo, cenus tritici: Siliqua genus
leguminis, Sifamum,Synapis. 15 Triticum. 16 Vela, icia. 17 Zea, Lizania, quod
fecundum S. E'iero.Lo lium eft. Lphaletum florum eo frutluum ab berbis eo
arbori A bus [upra pf tis quilibet ex fe formare poterit. Alphabetzum
animantium terreftrium paruorum. Rantus;c Afcaris A des. 2 Bufo » Borax,
drucus,Bratla, Bupre[tis. 3 Cimex,Culex,Cama leon, Centipeda-vermis pis lofus
eft, Cryfalis, Coffus, Cicidile,( ofli, (nips.qui in ligno vvermiculus eft,
Cips frumenta corrodig, («ree lio. A4 Eruca, Emigraneus. Viidr s Gura Thefauri
memoriz artificiofze s Gurgulio, qui in faba efi.Gryllus, Galba. 6
Hepacontinus, Herz: pes lps "vermis eff, Idibis. 8 Lita, Locu[la,
Lumbricus, Londes, Tier Leoneephos. 9 AMelolantha, Milipe da, Milochos, Mida,
qui in fan me. AMirz smicoleon. 10 Opimacus, Olobygon, it Pulex,Pediculus. 12 Ricizus,
« qui canum: auribus inberet. 15 Scerpius,Sanguifuga. u4 Tarmus, Teredo, Tinea.
^ 15 Vfía, qui vermis est porcorum y eos urens, viz: werd. H À ec dicía fint de
pu qua e quomodolibe adterra pertinent:nunc de aquatilibus.ezc.
Defigurisaquatilibus Æreis et igneis, qux in aquis, in Igne et ære inueniuntur
pro figuris nobisiníeruient.Primo igitur hzc inueniuntur In aquis. x $) guilla,
Aras NE nea, Allec, mS Ariens, Arni. ? i Barchorá, Talena, Cap. III. *Borbotha,
Botha, Brenta. 3 Caab, (anis, ( ancer, (etus : de quo. 5. Ambrof. qu d [i
quando [upernatet fluclibus, ambulare infulas putes Pars fecunda; putes,
Coruus, Conger, (n che . 4 "Draco, "Delphinus, :
"Dentrix,Dies,qui Una tà: tum die viuit. 15 Equus, Echinus, Effi mieron,
Eccola, concha efl margaritifcra. et Felco,Foca, Faflaz leon, F icis, Faflen. 7
Galata, G ammacus,Go bio, Granus, Gladius. ^8 Hirundo, Hircus, Haz ig. 9
Karabo, Kilon, Kolchi. 5óf^" 1 Lacíus; Lupus, Lepus, ro Iricius, Icinus
mari 97 Leo, Locuffa. iz Mulus, Muflella, AM ugilis, Miluus, M «na. 5 Narcor,
Nubes, Nau tilos. 14 Offrea, Orca, Orbis. : 15 Porcus, Purpura, * "Pinna,
Plais, Perna, Pi rix. 16 Rombus, Raba, Raz na marina. ; 1 7 Stella, Scorpio,
Stuz: rio, Salmo,Scolependra. 1$ T'orpedo Irucía, T hinnus, T enca, Trcbio. 19 Vulpis,
P itulus mari nus.Uentb..- 20 Zedrofus, Zefio. Et plura alia qua breuitatis
caufa omittuntur. Q ua in ære inueniuntur in duplici differentia, quedam ibi
generantur, cz per aliquod tempus ilidem mant, €) apparent quadam [olum
ibipertran[cunt. Qus ibi generatur [unt impreffiones c/Ærea uel A quorum omnium
Alphabetum ponimus, "vt eorum facilius: rimini[camur, et eis cum
"voluerimus, pro figuris memorat. dorum vti fuo loco pofei dora i [o loco
po[simus, A fub, Thefauri memoriz artificiofz A) ub,c/fqua. 2 Barbata [lella,
qu& ex cometarum genere cf Bruma. 3 Crinitaflella, qua ex cometarum genere
eft. Coz lumna ardens, Capra (alta tes, l'orru/cationes. 4 Domus ardens, Draz
ca volans. $ Fatuus ignis, Fulgura, Fotamina cali. 6. Grando, Gradenula. .3
ZHalo.i.corona circa Solem. Lunam vel alis quam sellam. 8 Ignis cadens, Iris. 9
Lancea ardés. o Manna, Mellis que dam [pecics, qui "'vulro dici tur
melata. ! 1 Nimbus ventorum, *Nix,SNubes varia. 12. Perpendicularis ignis
"Pruina,Paraylij. 13 Aos. 14 sintille tanquam à fornace. egredientes,
Stella cadentes. 15 Turbines ventorum. 16 "U'irge rubea, c Alba, VU'irides
aliorumque caloriz. enti vartj,'U apores "uavij a[cendentes. Extra bac
diaboliibidem [unt,tanqua incarcere, vut upra dixiz mus, quibus pro figuris( eo
f finc inuifibiles ) vti poteri mus. V2 aute tibi per æreyn [-pertran[cunt,
fimt «voluQ"' cres pennate eo "volatilia cetera, que optime pro furis
vti poterimus. [ecatur autcm animalia bac in: animalia Adaiora (o minora: de
utrique autem. A Iphabeta ponimus tum voulgariter,tum latino fermone. Alpbabeto
Parsfecunda.. Alphabeto de vcelli, Lodola, e"fccegs gia, Ánitra, Ajfloz
re, Allocho, Accerz tello o. ^ ffiolo, A uoltoio. Bubbola, Barbagianni, Buzago,
Brauieri, che e picz colo, :Bonicola fimile alla flarna, Bechafico. ^
Cicorna,Cigni, Colomz Lelle,Cuculio, [ ecero Cors bo, Cornacchia, Capinera,
Cingallegra, Calézuolo, Cal derino,Cutretala. Formicone, Folagbe, Fagiano,
Fringuello,F orci. glione, Fioralifo, Frufone; Fanello. Germani, Gru, Gallo,
Grifone,G azza, Gaza marina, Ghiandaia : Geppio, ufo. Lucherini, Lufignoli. aM
origlioni Mozzetti : «vccelli d'acque tutti duoi : Merle,Mergoni,o Mugnaij,
Montanelli. Nibbio. Ocha. P a[fzre de diuerfe fhecir, Pagone, Papagallo,Pi/ p
Pettiroffo. $ uaplia. AR ivogoli, R aperini, Ron 011. Smerizlo, Jtarne, Stors
nello, Struzolo, $1erlo, che piglia le allodole, Scricz ciülo, :
"Terzuolo, Tordo, T ortole. Zigoli. Alpbaletun "Thefauri memorisz
artificiofe Alphabetum Auium latino fermore,. 9 uila, Ardea, Ac cipiter, Anas,
A lau da, Achantis, qui et iur fecundum 1[id. Á criophilon, Alcedo, Az Sar, ^
pos, ^ egoncephalus 2. 'Bubo,Botaurus, qui in genere eft accipitrum,Biflar
da,Beno[a,Berencha. 3 Ciconia, Cuculus, (Co chilus, qui € rex auium di citur,
Coruus, Cornix,Capo Cygnus, que eft. olor, Colum ba, Coturnix ; Calandriw, C
ypfellus. n PU Diomedis,que eo hes rodius. S Egythus, Emeria, Er cinia,C
rythacus.. Falco-velherodius, vel Girifalco vel Diomedis,Fi cedula, Fringilla,
Faftanus. Grues,Gallus, Gracuz los, Grippes, 1Lis auis Nili fluminis. - Harpia,
auisrapax in Arabia, fere [emper in[atia bilis, H'irundo, nee br. c an X bin
epe cornix, iden e[t. Linachos, Lucinia, La gus, Laro, Leucon.. Ad co A Mos
sedula, Merula. : Niclicorax, Nifus. :Onocrotalus, O:hus,aff olo Oft ifiaga,
Opimachus, Oriolus,Ofina,Otis, €Palumbus, T auo, Pelli catus, Perdix; Penix,
Piz C4, "Picus, Pf tt4Cus, T4 [er$ uerquedula. Regulus, R iparia, Ru fica.
Strutbio, Sturnus,Selen tidis,Strophilus. T'ur dus, Pars fecunda. 39 Turdus, T
urtur, T ar2 da, Tragompan, T'erraa ncola. "Upupa, "Uultur Velia,
"'efpertilio, U anclius, V lu lay'U ipio. Alphabetum paruorum volatilium..
Pes, À filus. A Jibio. Canthbaris, Cinis fex, Cinomia, Culex,Cicaz da,Conops,
Cicindula, qua e) nitedsla. 4 Engula. $ Fucus, Formicoleon. 6 Grillus. 7 Ibcneumon,vefpa
ma ior. 8 Lampyrides, ex genes ve [unt [carabaorum. 9 AMuf[ca. 10 IN Gitedula,
e) *Nocli luca. 1 Papilio,Pbalena, Far f^lla. 12 Scaraleus, Jcabro, Sphalangio.
13 Tabanus. 14. U/efpis. F Igure autem, que injgne inueniuntur [unt. Galaxia
intercifa, eo Galaxia continua, qu in ignis regione, fes eundum Autborem
profpecliue veficiunturton autem fes cundum Albertun eMagnum. Thefauri memotizx
artificio(z De figuris coeleftibus Qe fupra ceeleftibus; "Cap. V. ^ SUN
Ocli omnes extra Empireum non folum pro SZ] locis,cverum-etiam profiguris
eruient: Imn: o e Empireum.ft extra illud c fupra,aliud sere quid (ipfum
continens)imaginaberis. Celi aw tem [unt. xj. Q worum primi feptem planetis
[eptem infigniti funt;à quibus cg denominantur. Celum enim «Li Luna ell, Celum
dicitur Luna: eo fic de ceteris : Os auz tem celi eo fepté errantia )dira, 9
uadraginta € octo figura firmaméti,et easquas fupra in prima parte cap.4 fe
guras [upra celum quodlibet finximus,pro tot noflra artis figurisinferuient.
MOM TO queas q EY 2, S Quadraginta autem et octo figuris o&auz Spherz fub
ordinc alphabeti, ca hic infra di gcffimus, ratione quà fuperius adduximus. ^ À
Rie, À quarius : Artbofilax, quod : et Arclurum, eo. Jiootes dicitur, Anguis,
An dromeda, Anguis ophiuchi, . Aquila, equus alatus, quod pega[us, Avgo, quod
eo . tuis dicitur, Ara. 2 Bootes, quod c7 arciu Caffiopea, Caput Medu[u, crum
vtdiximus. 3. Conofura, quod e? *Planice, c2 vr[a maior, Cygnus, quod cox
EHolor, Circulus Iunonius, Cepheus, Canicula,quod eft canis ma ior, quod
procion, Cancer, ( apricornus, Cetus, quod Parsfecunda.. eo Piftrix, Chiron,
quod phillyrides, Ciphus, Coruus. 4 Draco, Delphin, Dels toton, quod ez
triangulus. y Elice, quod «o "vría minor,Cngona[is, quod Gez nunixus,
Eridanus, E goceros, quod ee Capricornus, Ericthonius, quod co Hec niochus,e9*
c/duriga. 6 Fidicula,quod €? Ly 74. 7 Gemini, Genunixus fu pra En gonafis. 8
Ffolor, quod e» Cygnus. E niochos, de quibus fu pro; Hydra. 9 Lyra, [upra fub
nomine fidicule, Lepus, Lugule, «eliugula, quod € Orion, 9o Leo, Libra. 10
SN'auis fupra Argo, Notius pifcis. I Ophiuchus, A nguifer, Orion de quo.f.
Lugule. 12 IPer[eus, Pega[us .;. equus alatus, Pici, Pbanice, quod «e ur[a
minor, &) cynofura; vt fupra diCum est, Piflrix, quod eo (etus,
Procyon,quod ee ca nis minor, vr (upra, P hillyrides,quod qz) chiron, P i[cis
MotiusyUt[upra. 13 Sagitta, Sagittarius, Sinus, Scorpius. 14. T aurus. 15
Vr[amaior, Vr[ami nor,I'irgo. Vper celefles autem figure [unt,c.4ngelici
fpiritus fan 2 Cli homines eo «Mulieres, cox qua ibidem difbo[i tiones,
ordines, co Gradus inter illos Junt, cut fupra diximus.Item platea ex auro
purifimo: fons arbor "vita: Porte: Comiuis qp men[«: T'urres 'c.de quibus
fupra. 2 o£ 'De 'Thefauri memoriz artificiofz De Artificialibus heuris. SS
Rtficialesfigure funt que arte, non natura PM con[urgutt, ca autem ab
artificibus facta in QE nofiram-vtilitatem a(Jumimus. funt autem esos eæ
Palatia, Domus, Manfiones,e 4pothece ee fingula bis [srailia, que fupra pro
locis enumerauimus. Nec dedecet inbac arte(ut iam fupra diximus)quod illud,
quod pro loco aliquando babuimus, pro figura altera vice babeaz mus:dummodo,
quod pro loco antea babuimus, fr aliquado pro figura babere velimus, loco
alicui affigatur, qui tamen locus ita fit capax, quod continere ee» capere pofit
figuram. (Cuius medi autem loca, que pro figuris "volueris, (fcilicet
&dificia diner[a coc.) vel ibidem, vbi funt, pro figuris dez féruient,
"veletiam per imaginationem alicubi transferre poteris,ft tibi opus
fuerit. Q uod raro vel nunqua fieri conz fultiffimum erit. Inter figuras
artificiales computantur etiam voniuer[a, que in praditlis enumeratis, aut
fimilibus enumeradh adi ficijs conduntur e referantur, V t puta qua in
palatijs, in monaflerijs,in domibus,in apothbecis eec. inueniuntur.quaz uis illorum
multa naturalia fint, ficuti funt frumentum, vi num, Panni: Et domus, aut
palatij [upelleclilia queque. Inter pradi/Las artificiales figuras
connumerantur inflrumista omnia cuinfuis artificis, eut ferra,ut malleus e. Hac
autem inflrumenta procomperto babeas in bac arte valere Pars fecunda: ! 9t
«valere quamplurimum, e) ea tibipermaximeprofutura e[Je pollitcimur : qua
propter buius artis cupidum, monitum e([e volumus,vt multorum artificum
inflrumenta pernos fcat y c in fcriptoea ardisie alphabetico redigat Co confer
et, quou[q; familiaria fibi reddantur, vt cum fuerit oporzunum aliquod vel
aliqua illorum infirumentorum producate eo vel eb profiguris valeat vuti :
"Diximus autem, quod multarum artium inslrumenta in alpbabetiordinem
vedigenda [unt,cuius dicti ratio praflo eft. Si quis enim fabrilignarij
infirumenta cognofcat alpba betico ordine. facilius eorum cum "voluerit
eminifci poterit (cwm ordo memoriam adiuuet,tefle Ariflo.eo (cerone)ac in[uper
eis pro literis vti velit (vut infra dicimus) ea magis in promptu babere
poterit, que [uo [erwire poffint bropofito. Figuras ctiam artificiales
appellamus, e/Alphabeti €lementa-[unt auté tria principalia alphabeta notifsima
muls tis. latinum, quod constat notis Vigintitribus. ABCDEFGHIKLMNOPQRSTVXY L
Grzcum, quod conftat literis infrafcriptis. ABRyS$en6Óix^ uvriompeTuxqQdLs
'Thefauri rnemoriz artificiofz Alphabetum Hebraicum. Virinint" : ar.
HEBRA* Parsfecunda.::5.0527 92 Alphabetum,;Períaru m, Turcarum omniumqQ;
Arabum. : dJIT3WN^1l HD 4865 jJ Hav5 Jar] wv] RIW (25 nn Cz veru» 33 EA i em m
NE) Rs i4 i2] Alphabetum Caldaicum.) Ocin loco ne te pertran[cat alia. plura
alphaleta r H naturalibus rebus nos accipere po[Je : Ctenim ab animaz: libus
alphabetum «unum accipimus boc mod o. P ro litera. A. Sumimus animalcuius nom
ab eadem incipiat littera,ver: Li 2ratia, e dgnum-pro B.bouem, pro C.C apram
esc. - € uod fane alphabetum voberrimum efl, dum in eo que libet littera nobis
multiplicatur : quoniam fi ub cade littera y: plurium animalium nomina incipere
no[cimus, verbi gras. ti, fub a.littera [cimus effe bac Nomina animalium. [. A2
gni,c Arietis, ^ fini boc autem esl. nobis commodo gj) nece[-. frati mam [i
plurium litterarum fpecies e figuras volu mts :eis abundamus. Eodem autem modo
à cateris fimilis: bus naturalium rerum ordinibus alphabeta accipere. pofus.
mus. Q uapropter bic te meminif[e oportet naturalium illaz. rum rerum, cg
mineralium ee lapidum, eo animalium. eo berbarum,eo arborum, eo volucrum,ee
Celestium fi furarum, eo ceterorum omnium, quorum fupra mentione fecimus, 7
alphabeta pofuimus, in prima: € in fecunda: bac parte:qua ibidem ipfa-videre
pots. ^ bæ wer . eft for[an tibi illa minime [ufficiunt yel in promptu (tibi
inquam non [unt,cveletiam [emper eis*uti mon liber) a4 diuer[orum artificum
mercimonia confugias, €) cuiu[li bet artifi cis mercimonia in alphabeti ordinem
digesta baz beas, quibus pro litteris vti poteris, fi corum nominum quibus. a
nobis appellantur principia [umas : vt de Animalibus, co e diboribus, alijsq,
rebus fupra diximus. CuinllibetetPam artificisinflrumenta, fab alphabeti 0f« ]
cda dine Y T hefauri mémoriz artificiofx dine congrégabis,qua eo modo quo fupra
de alijs rebus dixiz pus,pro literis inferuient. .' Alio autem modo, ee quidem
optimo, prater alphal.eta pradiclaalterii formare e habere poterimus, fi
videlicet. figuram talis littere, vverbi gratia. C-diligenter confiderez mus,eo
ad naturalia feu avtificialia confugientes, ac figuram tantum illorum
attendentes, quod eiu(dem figura,vel. faltem fimilis efe iudicabimus, pro tali
littera, cuius [imis litudinem restalis babet, [umamus uerbi gratia, pro.C.litz
tera [emicirculum:cuius.(". littera fimilitudinem babet. Verum experti
fumus inter cetera alphabeta iflius moz dialphabetum pro maiori parte [ui ab.
artificialibus [ums pi? inflrumentis, maiore quà alia aphabeta nobis
"vtilitaté" praflare.quod euenit,tum quia inflrumenta
artificum,"Ut. in pluribus familiariora [unt nobis, eorum, multa [ape [ec
pius c7 pra manibus c7 pra oculis babere contingit: "Tum demum, quia à [z
inuicem figura diuerfificantur: quod pluri snum noftre conducit memorie.e?*
propterca hic infra id uo lumus ordinare, € illud quidem «vernaculo idiomate
poz sere, ne corum aliquod circum[cribere cogamur, quod clare aliquis babere,
c9 aperto "vocabulo imelligere vellet. I eAlphabetum Parsíecunda.. 24
Alphabetum fümptum à fimilibus figuris rerum artificialium,vel etiam aliquando
naturalium.. $quadra de mura- tori, Archipendo lo de medefimi (ompaffo c efle,
grande di legno. da legnaiuoli. Vna Feala in tre hie che f uf; 49^ à potare e
cogliere frutti. 3B. Acciaiuolo, Ceppi di ferro ritti da vnabada: fe ro da
finefIre, doue ft tengonoe pannelli.ezc. C. Corno : mezo cerchio : ferro da
cauallo: Luna quan do c piccola. D. Meza luna,Bigoncisolo,co' manichi diflefo.
Ma náia, Ceftone bocconi, cioe rimboccato in terra. E.'Unamezaruota una.
c^dncora p il trauer(o vitta, [ga col legno dalla parte del lacorda,
Capellinaio, Raz flrello, Pettini: Forcone,tut te quattro queste cofe vitz te
per canto, ti vapprefente ranno la lettera E. volte all'ingiula lettera. 2M. Av
chetto da fonare la lira anChor potrà [eruir pr£. € F. Fnafalce fenaia col
ferro volto all'infu, una [ci mitarra fitta interra. G.'Una chiocciola, V na
cornamu[a, Una Gucchia ra da muratori i. Cazuola, ó me[lola «volta all'infu, "Una
[ega da fegar grano col piede all'ingiu, fiafchets to XIrozato. Hf. vna botte
sbarrata. "Dua colonne legate com una fune nel mezg. c4 1 1.Vno ) Thefauri
memoria art'ficiofx 1. Vno oncino da corre i futi, «na Colonna, "Un Pe[ce
attaccato, rvnabacs chettaritta, Vno fbontone. da' Peregrini, na Torre,
Vncampanile.. L. Scura,o acetta col fer ro alli ingiu, 5 quadra da fear. pellin
ino d oitonc c ritta, Alareo Capo fuoco. M. Vn. T repic da cals daie,
Defchetto, Corona uol ta all'ingin, ^ quila che voz li alTinfuytutte q[le co[e
che feruano per E volte all inz [2 feruiranno per M. N.Vna fum legata à due
"Colonne à ) pali, "n paio. di forche, "vn paio di Molle. O.
Cerchio da botte, V n popone mela pe[cas à fimili frais, ai i fi milfigura
rotonz da, yonaglio, Mondo di ipinto,e molte altre cofe. p."Paflorale
Bandiera mezaripicgata, Meza forbicia da farto col ma: nico al l'infu, 0 da
cimatori an hora.. DO. Q. Vnaparte di fuis cia da cimatori, con tutto quel
torto,che ba da lato do ue [1 ticne 1n mano,eg quefla fta wolta per il
trauer[o. R. Vn'paio ditanaglie, Vs freno torte da. vno de picdi, e [lien
"volte al'infa alquanto aperte. .. 9. SETPE, T romba tortá, (ada di porco.
T. Martello, Martel lina, Beccaflrino da murato: riySucchiello, Anchudine. V.
Ra[oio mezo apertoalT in[u, Vn paio di Sefle mez "c aperte. all infu:
:ferettoio da libri : molle uolte all'in[a dua dita aperte ali in[u,c fimilia.
T X. Vna Croce, 9Naue con la vela raccolta atrauer[o allo arboro. Y. Vitticcio
di vite, Zuccba,eg« col quale fi As I5] Parsíecunda; ^ 95 pA, €
Pattacahpali,che lingin, me[fa à. trauer[o, li fono dati per regimento. cioe à
fliancio. ZL.Lappa col manico " Ecundum ordinem iflum pradiclis litterarum
figuris, S alias addere poteris, e forf an conuenientiores, qua;tia bi [altem,magis
fupradictis «tiles erunt. sN'otandum e[t autem circa pradiclas figuras, fitum
il larum valere quamplurimum- Refert enim multum.fi i[lo «el illo modo
ponantur. 4d alleus enim nunquam.T /ittez vam demonilrabit, nifi erectus
ponatur alicubi, ficque de alijs. At fi iffarum multa figura tibi minime
placeat, alias qu&tt, CP memineris diéli Ciceronis, quüd eade figura vez
rum memorandarum, omnibus baud placent. Facile cnim erit inuentis addere. PRG
equuttur F igura. ficio fie 1 mmemoriz arti q Mæ 2 cuyas Uus. ÆG P. Ner A hr
PEE US IIR IRÆ Ce e - Te i e ep "ERAT Ww. 4 DLE - ; A ai: HGGKUAT.
ARENFOSL AA Dr. tht Næ runs : x ip X. " COMI (4 eNWWSA h 1 Ttetum
defigurisartificialibusa'is à pra diáis Cap. VII. Vnt quedam res naturales
"vel artificiales, Q que literas Alphabeticas nobis reprefcniæ [pofitione,
varias præferens literas erga te imagination£ videlicet tuam, bicuel ibilocatus
fit: ita quod tu ipfc facie evel venes eius vel humerum rocl eo caterva prout
opus fuerit afpicias. Situs enim varius diuer[aq, pofitiomultum nofiro negocio
«vel prodest vel obefl. A. igitar: buius caracte ris dabit bomo ante [uam
imaginationem locatus : feiunclis ab inuicem cruribussimisq, pedibus flans vel
fedens. Item NK dabit cauum imi pedis cuiu[libet bominis. «. LH uius caratferis
[i ligatis manibus ante pectus appaz reat: "vel brachijs fuper alterutrum
diffofitis. e. Iterum [utor evel L'urca [edens pedibus in crucis moz Bb a dum T
hefauri memoria arttficiofx dn collecfis. A .talis chara£leris flomaci donat
figuta. 8. Dabit na[us aquilinus. b. Huius charatleris dabit bomoretortum fup
bumerum [init rum brachium tenens. : C. In amplexum conico vel duobus brachiis
ruens. d.$i dextrum brachium [upra dextrum humerum rea tortum teneat. o. Huius
caracleris fi [iniftrum brachium [upra caput ve[lexerit.d. buius charatteris fi
dextrum veflexerit [upra caput. D.buius figni:corpus hominis prominens.
E.Simaxum velpedem nudum digitis a fe inuicem [e iunélis oftendet. T. Sidextrum
in altum erexevit brachium ; finistro in eius medio in modum crucis tran[uer[o.
Iterum ft finistro pede in terra defixo tran[uer[aliter fimiflrum [uper illum
retorftrit.. G. 5i finiflrum ad petlus brachium veflexum tenuerit dextroin
figura (J.proten[o. Item : qu&libet auricula eandem preJefert literam. H.
$i inter gena dextri. fi nillrumq, baculum aut aliud quid ca quaft aperiens pof
ueris. Li in altum protenderit brachium. j. uius figura fi extenfoin altum
brachio manum paz rumper reflexerit. K.5i brachij finiftri cubitum
cin&lura. laterió, contiguit tencat,rcliquo brachij à cubitu f. 7 fur[um in
ante " um: Pars fecunda; : 99 fum: Item eodem modo coxa fuper coxam
difbofita: Iterum membra qua «.. dant. L.Si extera fimiflro brachio:uel pede,
ft in alto vel am bobus pedibus fi in terra [deat homo, dabit. AM. Sibrachium inter
crura deflexerit. "vel fi in moz dum mifericordiam pofcentis deor[um
«vtraque deflexerit brachia:uel fi manus "vel pedis digitos deorfum
extenderit. n. Si in loco [ablimi [edenspedes pendentes teneat. NL. Fl'uins
figura fi inter cos aliquid tran[uer[aliter poz f uerit. O.rachia circulum
componétia: uel Caput: Os aperti. o.' Paruum-vterq; oculusumbilicus, cateraq id
genus. P.'Utraque coxendicum propter conglobatam carné «ver fusos [acrum :.
Iterum qualibet [ura cum tibia, qua eft os ruris. p.Paruum dabit cvterq; pollox.
q.Huius charatleris ea membra dabunt, que [upra b.de dere:dummodo diuerfo
di/ponamur fituseo dextris pro [iz niflris utamur. R. J) t ^ » Dabunt capilli
retorti S.Iterit dabit bomo pede vetro veflexo, e in ante capite inclinans co
pendens ficut qui reuerentiam alicui prabet, f«cese fola. T Manus [uper caput
dilbofita dabit: vel bomo fedis, furamá, (upra genu tenens. Vtraqi brachia uel
pedes in alti ereli et extéfi donat. ificiofze ü AC B :3i dye ' ! Pars fecunda.
ic TEE Re leq j C^ Q7 3777 2-5 ^ Sa S S IN Ni en Pg Ll hos d] Thefauri memoriz
artificio(ze E 7771/7, 11e 5 (4 ? 7 : (MÀ á * $ UA 775 dau eye pata air pn v
A174, e a M " í W : wuET id ST itt L^ € X! S4 MJ /7 : p ut 162^ // ; À n
ANC M, i ez B 47, : ES ; t -. RAS co - UC 5n jondese] -: es So 3 Qo e [es es Oo
nh Me ? rn [s Ca . ; x! : Lis b Mecul UIT: mri [LM mpm : ds Alphabetum à varia
digitorum difpofitione defüumptun, : a. Juins praccdentis characleris compones
; fi pollicem fupra indicem tran[uer[um aliquo in bomine confinxeris. A.Si indice
) minimo terram ver[us protenfis alios ad colam plizatos homo tenuerit: € uod
in-vtraque manu fe ri facilimepoterit, a minorem habebis, fi pollicem dextre
manus pradiclus bomo in terram extenderit indice tamen fub codem curuato. b.Si
pollicem dextrum in figuram cuiu. dam arcus ad in dicem deflexerit. Ate
conuer(oin finiflra eueniet manu, eNa in altum pollice exten[oindicem ad
pollicem incuruare oportet.- (Si index et pollex cuius vis manus [e in
femicirculi figuram retor[erint. d.Dabit index dexter, fi fe ad pollicis
vetor[erit medint. D. autem huius figura dabit index i[dem ad «uertice pollicis
deflexus. E.Si digitos trescvel e fimul oés extenderit bomo non in altum non in
terra. nam 7M .daret:[ed erga te verterit. F. Si digito medio ad celum
erecto,index (in predicto bomine ante te, vel imaginationem, pofito)
tran[uerfus in. crucis modum confingatur. G.Dabit index aliquantulum retortus,
e fub eo pollex curnatus, quafi ad c. figuram componendam:dummodo tamen plus in
fe ip[um idem pollex retor[erit,quam ipn az Parsfecunda K.Eadem digitorum
compofitio dabit:que A. talischa racleris dedit. boc tamen ob[eruato : quod
index eq minia mus fur[um eleuentur, non deor(um incuruentur. 1.Q uilibet
digitorum in altum proten[us. L.Figurabitur, fi index vel pollex in altum, in
qualis bet manu fe eleuauerint,runo corum in latus exten[o AM.Sicut eo E
componitur : [itu tamen manus varias tot [upra diximus. Nn. Index co medias
vver[us terram extentivelme lius. «Pollex ee index «verus terram difbofiti, ab
inuicem tamen [eiuncii. O.Si pollex cum indice in [ummitate (e. comiunxerit, in
uauis manu. P.p.Si indici dextro bominis ad terram extenfo polle fe retorferit.
q. Figurabitur ft é conuer(o pollex ad terram in eodem bomine difpofito, ad eum
[e veflexerit index. Reliquas literas varia digitorum compofitione conficere
poteris. Hic que[o notato, qu)d barum, quas fcripfimus literaz rum qua[dam in
"vtraque manu bominis ante tuam imagi nationem pofiti,vel e in qualibet
tuarum manuum ab[ai aliqua "variatione videre potes : qua[ dd tamé in vna
ma nu non in alteracernes : € uod fitus diuerftate contingit : ficut [upra de
b.litera notauimus.-verum eo animaduertis to quod bas literas, quas infra
digitorum varia di[bofitios nt formatas inuenies, in manutua [iniflra vt
plurimum Üc 2a difbofi uimus: 'Thefauri memoriz arttficiofz d fo fuimusyco
tamen qua [cripfimus in manu dextra bos minis "velbomini ante te pofitorum
formauimus: bac ratio ne permoti.ut illarum quas fcripfimus legendo,e in]Picien
do,iflarum quas lineas formauimus infpicien do tantum evberem copiam babeas,et
*otri[qs demum abundes : aba; nostri operis optata detrimento breuitatis.
Sequuntur Figura. YA dh i ] o" MU yf mamme : bi at omar Pa Tars fecunda..
Thefauri memoriis artificiofze IO $ laletum Ab bd Pars fecunda.. Thefauri memoriz
artificiofzx Alphabetum àvocibus hominis naturaliter fignificantibus:vel faltem
non perfecte de articulatis extractum. A Dalit bominis quedam "Uox
exprobrantis «el eriam minaztis: vel iterum bominis dignum inis mico [upplicium
tion inuenientis, idcirco conquez entis. 9. dabit indignati bominis minantisq,
vox: eandem. 4, li teram veplicantis, addita litera vocali.a.«vel e. C.Ft
infra. TNrinfa. (1 "eras. E.Uox aliquem al incepto opere vel [euitia eoe
pratextu milericordia retrabere cupientis:cvel-vox ad «oerez cundiam
inaucentis. ut F.vox ventum vvalidum:-vel arcus bellici [onum exz primere
tentantis:addita tamen vocali litera v. "vox tediam interius uel
infirmitatem gemitu quoz dam demonflrantis. j Zt. vox citbaredum male pulfantem
deridens : addita «vocali.o.vel a. Reliauas alphabeti literas eo duplicatas €)
triplicaz tas: [upraditlasd, infuper ingeminatas: eg) «ct plurimum follabátas,
quod maxinzo adiumento efl, exprimunt bomi nes diuer[as aues «9 animalia
aduocando:expeliendo:oncz rando:[limulando:percutiendo cz «. Has Pars(ecunda..
106 FEfas ergo bominum «voces diuer[as, e ft negocio tioflvo perutiles effe
fateamur:attamen bic infra posere volumus: 9 uwilibetergo artis huius
percupidus eas fibi profuturas ex cogitet :. [ciatq, hanc artem in [uo effeciu
quidem egregiam nobilem defiderabilemq, existere: verumtamen in vfu ips fius
cam quandoquidem in quibufdam «vilibus abie£lisd, rebus ej) prope deridendis
valere multum:cvigere qua plus rimum cg [«pius confistere: Nec fime vatione
autboritated, loquimur. SNam imagines, que admirationem e rifum) "utl
aliquid buiu[modi («vt ('icero &&* Rauemas a[ferunt, excitarint, aliis
meliores inueniuntur. : Alphabetum a quorundam animalium vocibus, et quibufdam
rerum fonitibus ex. preffum:defumptum. i A ni Dabunte nates, culus frigulans:
Gallus 7 . dum iretinunt, COUR edhnferes, dum curiens.eox G allina Jac il,
JaPEA T S ONPM gratitant : Iterum Aféllus. / D. Campana paulatim rudens eo
oncans. pul/ate fonus. B. Bos vel Taurus muz F. Fragor efrborum : iens: Ouis
balan:.Canislas Felisvixans : ventus va» trans; "vulpis ganiens: Bubo
bubans: "vpupa [uo cantu. '* Coruus crocitans.Gra4 lide proflans à G .Grus
dum gruit Sues grunnientes : Grilli dum Qd 2 grillant. hs grillant. I.Equus
Efinniens: L.'Uox cuiu[dam auicule. JM. eMiluus dum lips p^ P.P affer pipiens.
Plaufus manuum: [onus exufflantis. -..Q. SNoGlua cucubans: (culus cuculans.
R.Rana coaxans: Ruz beta conclamantes. S. Jtrix ve[pertilio Thefauri memoriz
artificiofz Slridentes : ferpens fibillans; AMurium flridores. j p^ Clangor buccina:
fonus cornu. T Sonus gutte [uper pes tram cadentis : vel faxi in terram. U.
Vllula vel fecundi alios ulula vlulans. Z. edpes. bombilantes: Regulus (o
merops zinzus lilantes:[carabei : ve[pes foz num [uum emittentes. A Lias pent
infinit às figuras quilibet bis vifisexcogita (Xre poterit diuerfis [uis
conceptibus commimcédis infer sientes: SNam figuris abundare diuerfis quilibet
huius artis cupidus: quique quam plurima memoria mandare defides
rat,nece[Jarium admodum e[fz perno[cet. o0 XXe Parsfecunda;i:0:57 7 107 De
applicatione in communi figurarum pre di&arum ad memoranda: et € conuerío
memorandorum adfiguras. Cap. V II. v7 Ofttis figuris, nunc confequenter quomodo
ad 7a d) memoranda applicentur dicendum reflat.5imilitado autem in ve bac figurarum
ad memo 2 randa ege conuer[o: tota eft ratio iftiufmodi applications. Ea
propter quot modis ves aliqua alteri fit fi milis indicare conabimur.V erum
enim vero antequam «vl tra progrediamur,, pratereundum non e1,quid [i aliquod,
cuius memini[Je "uolo, pre manibus babeoyeius fimilitudin£ non queram, (ed
ip[ummet, tali loco,vel angulo reponam: «ut puta fi repetenda e[Jent à me
"vniuer(a, quein bac noz Slra man[ione eg cella, conduntur:omnia illa (uis
locis ordi tate difbonere: e tempore fuo:ordine quo [unt difbofita, mente
percurrerem fimul, ac memoriter retinere conarer. Caterum,quoniam «ut plurimum
querum recordari-vo lumus copiam nou babemus:idcirco ad fimiles res debemus
recurrere, qu& aliquo modo pradicla no[lre mentivepre[enz tare
"valeant e per fimilitudinem,quam babent ad ea:il lorum imagines fieri:
quibus uifis mens,corum(quorum [unt imagines, et fimilitudinem reprefentant)
recordari ualeat. Similitudo ergo bac in arte, tota efl ratio mucniendi «p
plicandi4 ; ad memorada figuras: Ea propter quom ado mul tisiodis, Aliqua. res
alteri [it fimilis ratione (gj. apertis €X€in pus Thefauri memoriz artificiofz
exemplis declarare tentabimus. Et boc expleto, quomodo ad literas, (etentias
conceptusque commini/cendos, appliz centar figura: fubinde docebimus. i. Efl autemres
aliqua alteri fimilis in fubfl antia velcor porali, vel ab[lratla: quamobrem
vvnaw: pro alia fumere otero. «"Ponamus difcurfum aliquem e?
fubneGlamusapplica tionem:quod nobis pro exemplo eripi ts 4 e "De
excellentia bominis locuturus [um, de quamulta di cendo,ad bunc difcur(um
deuenio, quod [cilicet. Homo creaturarum omnium corporalium 9» fubceles fiium
maxima efl. F/omo eft enim praftatifimum animal, ait 4riflo. Q uid aio? qj)
etiam corpora. celeftia fua dis gnitate e nobilitate pracellit : ip[osque
attingit angelos, cum [it medius inter corporea, c7 pura intellectualia. Etéz
nim bomo non immerito. dicitur eMicrocofmos. i paruus mundus, omniumq,
creaturarum nexus pulcherrimus, qui omnium [ubcelefliura pfe&tiones miro in
fe modo recludit. "Difcurrite, que[o,per fingula quaque /U'idete terram,
ac inde noftras per[picite carnes, binc ee attendite illa, quo dam excellenti
modo in noflra carné tecludi: T etro 6; im colore in fe ipfa terra. nigre[cit :
at carnibusin noftris ipfa erlucet. Ages in ied da In oféibus lapides
faluantur,et marmora: In carne, ifla: in terraillaconclufa. ENSE T'erra aqua
perfunditur. Flegma; humores quoque om965 aque pre[eferunt clementum,ac
multoties circumquaz que Parsfecundas; 57207 que abundanti (udore membra noflra
madida efficiuntur, tanquam Ægyptus Nilo c. TS eferem rejbirat hbomo,ac in fe
calorem retinet ignis. -Ceeloinfupex ip(o., in. (uo corpore excellétior! [i
tamen ce lun ab[qua anima efe fateamur) inuenitur:proinde in ani ma [ue
[ub[lantia angelis etia, qui [eparata dicuntur [ubs flantia, ac à materia
prorfus abilracta, comparantur e fimilantur. - T'otum bunc di[cur[um locare
poteris in locis, qui fupra: amplifimi "vocitantur: Ita-vt primo terram
[umas.deinde elementa cetera: celum etiam, demum angelos,qui [upr celos fait so
uma VENIT : T'erra ergo carnem: lapides offa, Aqua. bumeres,z Ær ba. litum:
Ignis calorem:celum corpus: c4nge lus animaim hoz minis reprefentabit. Hinc per
totum dilcur(wn vnam [ubzflantiam poni pro altera cernisseos vides utpote
terram pro carne, aquamypro bumoribus eec. quod c9» clarius appavt in
/apradiidis vltimis daabus collatienibus, pradicli cis fcurfus. ! MT Obiter
autern [cias fimiles difcur(us. ("vtetiamtu ipfe experientia comprobabis)
duo loca apriffima vbi locentur, babere. diner[. usd, higuras etenim difiurfus
pradiciu alid Jivmles in bomine locari polfant, in cius carne terram : in
ofsibus lax a:in anhelitu ærem - quorum omnium predicia fi militadinem babent,
quamobrem co figura infuper ejje poffunt, Caro./ offa, anbelitus c9 cetera iam
dicía: Ita ta«. men,qu d vbi prius terra Carnem mibi reprefentabat e €id$ *
'Thefauri memortz artificiofz eiuserat f. gura:eo. aqua humores, e fic de
alijs:modocaro terram vepre[entat,bumores aquam ege. I ipid Nec mireris, quàd
eedera res, qua pro lecis feruiunt in «uno cgxeodem difcur(u misime alterato,ac
in codem tema pore, etiam pro figuris de[eruient. in con[imilibus enim diz
fcurfibus eafdem ves eo» figuras effe € locanon dedecet; fatis eft enim tales
illas ves, ab aliquo alio contineri, verbi gratia, in boc
difcur[uprapoftto,[atis est bominem(in cuius. partibus locauimus, ce
defignauimus carnem terram vepre fentantem:o[Ja lapides: «gc. )ponere et
obfirmare in tali uel tali angulo. Forte dubitas in codem di[cur(uycum terra
car nem reprfentat, 4qua humores cz. vt [upra:ubi ifiu[mo di elementa ee celos
pro figuris babes, quis locus talesconti nere poft figuras, (atis efl inquam,
ip[am-[-terram aquan& ærem egc.(cum f(umuntur mon pro locis, fed pro
figuris) a fnis contineri co» ambiri partibus, que partes "vicem locoz rum
gerunt. Et tamen in pdicfo difcur[u pofito,cverbi gra tia in terra
ifliusclauttri velplatea, ea terga mibi fufficit proterra,qu carnem
repre[entet, queque carnis comminifeenda exiflat figura: que profecto terra
portio, ab alijs reli quis terre partibus, ("verbi gratiareliqua terra
)continetur, €) circundatur tanquam à [uo loco ec. 4dem de alijs ele snentis
fimilibus dicimus, eo» de celis eoc.te cadem [pius cogamur repetere. : 2
Similitudo etiam inuenitur in diuerfis rebus, fimilis autem quantitatis
di[creta : fimilis inquam non eiu[dem y quando quidem q fi [ecumdum
abstractionem "Æm " AMT inaria Pars fecunda. 109 binario minime
[pecie differat, fed idenifceturtin concrea to tamen confideratum et [umptum,
ficut et v os [um inzus) iflud binarium, quo numerantur dueiflg nuces,fim
ile,non idem efl ifi, quo numerantur hec duo mala panica. € uapropter iffas res
talis numeri poni poterunt pro dis uer[is rebus ciu[dem tamcn numeri. E xemplum
ponamus. Eioc mane concioni adfui, atque concionator in [uo quoda propoft to,de
facrorum mifleriorum numcro loquens, talem fecit difcurfum, dicens:SNouem [unt
bominis fen[us,quinz: que exteriores, et interiores quatuor. S. T bo.p.q.78.
Decem (unt pracepta legis,quatuor cardinales uirtutes: T'res E beologales.7.
dona Spiritus.7.Sacramenta:quatuorz decim articuli fidei.duo caritatis
pracepta:vmum ( aput Ec clefie Chriflus.omnium tamen istorum finis vnus.'Una có
rona pro iu[litia de reliquo repo[ita ec Unum lumé Deus, Vna-vifio, Vnus
denique omnium 5 anclorum bominum locus, (lum empyreum : N na cum [an£liset
Angelis perz petua focietas ..F.ec autem omnia Concionator ampliauit
vverbis:dilatauit circumlocutionibus:ornauit [ententijs Gen tilium,
corroborauit c confirmauit [criptura,quorum e f non omnium tamen multorum recordabor:Si
diclorum cas pita principalia, puncta, aliquo in loco reponam fs ub certis
figuris, ipf areprefemantibus. Horum ergo dictorum talis erit memoria. Sratuo
bominem (fupra quem omnia bac ponere "volo ) in talilocoputa apud
parietem, qui alteratim nudos pedes agitet,atq; corum nobis [ammitates
demonflret:ex qua diz Et giti Thefauri memorix artificiofx giti procedunt ex
prominent. quinque ergo digiti finiflri pe dis (qui ignobilior ef?
dextro)quinque [en[us cxteriores(qui interioribus ignobiliores funt)demonsirabunt:
Digiti autem dextri pedisinteriores fenus : eo quod nobiliores a nobiliori.
fianificari con[onA fit. At quoniam. [en[us imtevni quatuor funt:digiti quinque
: ideo vnus corum, verbi gratia, mini "mus ab[ci[Jus exiflimetur. e4t fi
tu paruam e[fe banc conuenientiam. inter figuras. eo figurata iudicabis:
[citoquod non omniumrerum f, guras proprias, habere po[Jumus : in[uper fi
auditor concionis immemor omnino non fuerit di£lorum à concionatore: etia
minimo figno commotus, facillime recordabitur. Atque hic le&lor
animaduertito artem banc ignaris verum omnium ez«vniuer[orum penitus
obliui[centibus minime dari: Opor tet enim talibus, non vemini[cendi artem
tribuere, [cd mesuorie potius fenfum prabere : "Pro decem praceptis pone
iflum bominem vtráfc que f mulprotendentem manus,exa tendentemá, digitos omnes,
quorum mumerus,praceptorum numerum emonf rabit, to maxime cum manibus co
operationibus Dei precepta compleatur, fecundi illud, Leuaui sanus mcas ad
mandata tua, qua dilexi."Duotum autem brachiorum partes,in quibus nofira
corporales coirtutes:i.ui res apparent, quaque numerum conficiunt quaternarium,
cvirtutes quatuor indicant cardinales. A fcendendo autem «venio ad faciem talis
hominis, ibiq, in [ua inferiori parte confidero tres efe fen[us inferiores, et
yuum fuperius, tres illi, tres tbeologales virtutes fignificæ im unt,
Parsfecunda.. I10 bunt, Guflus charitatem, eod, dulcis fit Amor, e» fapida
charitasodoraus fpem, etenim celi gaudia iufli;in "Domi no jperantes
leuiter olfaciunt[: atiabuntur autem cum appa ruerit. Auditus fi dem
demon[lrat,quia fides ex auditu. In ore autem muli bomines, quatuordecim dentes
babent, in fuperiori parte, totidemá, in inferiori:in duos ergo feptenaz
rios,uperiorempartem diuidentes, in una ponimus numez rum [eptem donorum [an£li
(piritus : in altera [eptem Ecz clefie [acramentorum numerum. Inferiores autem
dentes, 14-f/ant, qui numerus quatuordecim articulos demonflras bit. Aliam
barum figurarum cum figuratis predictis conue nientiam preter numeralem (fi
illa non [ufficit) ex [e quili bct excogitet. Sur[um procedendo, «vides illius
bominis duos oculos ex cuna tantum manantes potentia, vvelcerte melius in vna
Humtaxat potentiam concurrentes: qui duo charitatis pres cepta ab «vna manantia
charitate motabunt: Oculibene fiz gnificant. duo precepta Amoris, fime quibus
bomo manu tentat,eo: in tenebris efl,vt ait [criptura.[ur[um a[cenden do
inuenitur iflius bominis caput, Caput autem noslrum (Chriftus efl. Evgo caput
Chriflum ostendet. In capite autem fit. [acerdotalis corona, qua eternam
fignificabit, l'apra caput bominis percutiat e ve[blendeat Sol.itle lust
repre[entabit diuinum,in quo videbimus lu men eoc.[upra Solem celum empireum,
locatum e[Je credi f?us nos omnes. In ip[o communio, et focietas [anclorum
inuenitur, que EM: duo Thefauri memoriz artificiofz duo quoniam (unt illamet,
quorum recordari voluxaus,fe fe - nobis offerent. lis d: Multa praterea funt in
quantitate continua, fi milem - uel quafi fimilem quantitatem habentia.
Recordaricvolo certaminis Dauidis cum G oliat cuius hiftoriam [cio : fufficit
4, mihi in communi eiu[dem certaminis vecordari:pono er qo vtrorumque imaginem
rverifimilem congruamq "Vel f -moui bominem magnum, pono pro Golia t
puerumaq rufum gro "Dauide ponam : illum armatum,Et galeam,e9 bafla imaginor:iflum
funda munitum,eo baculo.N erum dubitas forfan, ac dicis, f bominem magnum [ine
bala, eo puerum fine fanda, ponere, neutrius recordarer,vidédo coris [olumz
modo quantitatem:Ca propter quantitas [ime babitu hoc in oco parum prodeffet:
O0 id non diximus figuras bas, "vel Ji miles borum e fumilium occurrentium
memorandorum;in quaititare tantum continua conuenire debere. Aliquando -enim eo
fi non [emper:alia ctiam requiritur fimilitudo. Similitudo etiam e[l in vtroque
correlatiuorum, runde illorum quodlibet alterum repra[entat. At quia relatiua
in triplici [ant differentia, vel quia [unt equiparantie rvel [uz per
pofitionis vel [uppofitionis: ideo cuiu[libet [beciei relatiz num pro altero
poni,e& pro figura [ui correlæiui afJummi poz terit, cut in fuppofitis exemplis,
etiam ignorantibus logicen manifestum e[t. : Hominem puta. Siluefl vum, Petro
vicinum vel amiz cum aut inimicum, «vel collegam wel comuiuam,con[obvinu, Co
mpatrem, ( lientemcou[ortem,velcondifcipslum, vel aliqui Darts fecunda. tH
aliquid buiu[modi pro ipfo Petro reponam .. uod euenit propter [imilitudinem
relatiozis alterius ad alterum,qua fiz ilitudine, alterum pro altero nobis
offertur. In fecunda [pecie patrem profilio, Dominum pro feruo, vMagiflrum pro
di[cipalo babere po[Jum. Ité pro-casfato cau[am,vt in artificialibuspermaxime
fit quapropter in vna T'u[ciz ciuitate quandam numisma tis [beciem à quodam
artifice tufam ej) impre[Jam, ipfius artificis nominc "vocitabant omes,
quo in cafu caufatum procaufa (umebatur. xxl U'oniam Planeta gj frgna cele[lia
et fi uniuersa 3p [ales caufe [rmt et equiuoce re[peéiu inferiorum Apes) eos
fubceleftium corporum: quibuf: dam tamé bg mani; membris bominumá, partibus
apblicátur (vnde eo inflaunt illis et fa uent) id circo boc in loco,ubi cau[a
pro cau [ato ponitur, ex € conuer[o : mon incongrue eo ipfa pro cis ponentur,
ee é conuerfo. Planetis ergo e» cele[libus [iz gnis atque figuris ; multis
noflro negocio defernientibus noz dis,vutimur: Inter quos «unus efl, «vt
planeta quodlibet, Et Jignorum cvnamquodque:aliquam noflri corporis parté cui
faucet fua figura, demon[lret. Eficergo Planete eo figna;et quibus bominum
faucant partes enumerentur. 1. Sol capiti cg: cordi conferre dicitur. à
Mercurius lingua cg» ori. 3. Saturnus [Pleni. e 4-Tuppiter Epati. jd dars fanguini.
Venus renibus co femini genitali. 7. Luna [lomacho. Ex Crin.lib.i2. Capa.
"Duodecim figna que mébris bumanis fauere. dicuntur, eandem vtilitatem
noflre memorie pre[lamt, quam co planeta donant. Le/drieti caput bumanum
fube[fe autumant. 2.7 auro Ceruicem. 3.Geminis humores. 4-Cancro Cor. $. Leoni
Peélus e$: flomachum. 6.U'irgim "ventrem. 7. Libro renes vertebrasQ.
8.Scorpioni genitalia. 9-Sagittario femoralia. 10. Capricorno genua. I1. A
quario tibias. 1. Pi[cibus Pedes. Manilius &9 Crini.vbi [upra.i. lib.
12.Cap.*. Iterum,quia Authore eodem Crin.ubi fupra, 4€ quamz pluribus alijs. 1.
Caro à terra prouenit. 2. Humor ab c^fqua. 3. Anbelitus ab c Ære. 4. Feruor ab
igne. $- Ingenium a "Deo: c/4 quo bona cuncía procedunt: Ideo ergo caro
terram in bac arterepre[entat e e connerfo, ej f/« de ceteris. £ uoniam Pars
fecun da.. It - Quoniam elemento cuilibet tria iuxta cAflvologos Zos diaci
figna re[pondent eg) pre[unt, bac ergo de caufa Eles mentum quodlibet im bac
arte pro quolibet trium fibiprafidentium fignorum figillatim atque diuifim :
«velpro oibus tribus fimul [umptis poni potefl, e: € comuer[o. Igni præt Aries:
Leo: Sagittarius : À eri Gemini: Libra : Aquarius: Aqua, Cancer:
Scorpio:Pifces: T'erre, T aurus: V ingo: Caz pricornus. Iterum pro fordida,
«vel pulchra figura, vel Jculptura, vvel [cripto, vel alia quauis ve artificio
fabrefacta, ipfum eius artificem tuo loco repones. € conuer[o in tertia [pecie
fit, quia pictura "velfculptura fium repra[znta: artificem. SNam [i à
pidlura quis fibi nomen aliud à proprio aliz quando vendicat (^ut piclori illi
contingit, qui à pingenz dis auibus miro mido, Magifler
ucellosmuncupabatur)quaz re ctiam, ipf a pidlura, alicubi pofita per realem
pofitionem vvelimaginariam, ip[um picloré non repre[entet:que quan oque fe pingentam
prater proprium alio nomine donat : Amplius: diur[arum qualitatum [becies,
l'ecund quas bomines "vel aliares, quales e(Je dicuntur € funt, faculta
tem non mediocrem nobis inueniendi pro memorandàs figu ras conuenientes,
prabent eo donat. LH abitum vel difpojrz tionem(qua in prima qualitatis [becie
computantur ) baben tes,pro alijs, qui ciu[dem funt qualitatis, nom
incomueniéter ponuntur. deo (im prima qualitatis [becic commorando )
edilronomum, pro altero eiu[dem babitus [ciétifici ponam, Thefauri memoriz
artificiofz eo babcamyverbi gratia, A tblanté;cvel Prbolomeum (qui iam pridem
in astronomica floruerunt [ciétia) pro tali astro nomoputa Iobanne babere
poteris C7 e conucr[o.Sic idetiz dem inter omnes illos bomines, qui babitibus
intelle£fualiz bus fiuc moralibus, fiue naturalibus, [eu diuinis refulgent,.
evel reful[ere, fimilitudinem talem efl inuenirc,qua bic pro illo ponatur, €
isle atium repr&fentet,in noflra artificiofa memoria. Similiter idem de
"vitis, qua in hac reponuntur fpecie; fantiendum.*unde pro adultero
Paridem ponas «vel Phocam Imperatorem vcl Ce[arem Buguflnum pro gulofo:.
Claudium (Ce[arem, vel Holofernem, vel Cambyf[em. Pro crudeli: Eferodem:
Diocletianum "Domitianum ; *vcl Neronem vel Madeam: vel Athilam.fíc de
ceteriseo e conuer[o:nam rvitiofum quem nofii, pro quolibet fimili poz nere
"vales. Improprie autem animalia quedam hifce e fimilibus paffiombus
pradominata: diuer[os uitio[os repre[cntabunt. Uude vrfumpro bomine irofo,
Leonem pro fuperbo : pro auaro [erpentem:pro luxuriofo,columba:pro
«vanagloriofo, equum eg pauoné:pro gulofo,'voracem lupum «(J[umam. Hic te no[[e
oportet, qualitates in abfiracto, fr 'gnificari po[]e per illa, qua in concreto
nouimus aut etia (cn[u «videa mus co ca propter, fi qualitatum aliquarum recordari
evelis,aliqua tales qualitates babentiaspro figuris ponere utis le admodum erit
: Idcirco, ut [ub exéplis loquamur de qua litatibus dumtaxat fpiritualibus (idé
aut£ erit iudicium de ceteris [eciebus qualitatis) diciumus, quod, M, Ed a
Parsfecunda ; 15 Si multarum [cientiarum "vel artium nomina, vecenfere mos
oporteat, ucl eiu[ dem callentes,cvelearum inuentores, aut etiam amatorts, non
dedecet pro carum poni figuris. «Unde Laurentium V allam, vel Prifcianum,pro
Grama tice pono: MT ull.pro Retborica : pro Dialeclica,e driflo. € pro
Philefophia: Platoné;pro T beologia: Galenum vel Iippocratem, pro e edicina:
Alchimedonem, pro fculptus ra: Pbyadam vel zeufim, propitiura : Democratem, pro
Architettura: Atblantem, Zoroafte,rvel Ptholomeum pre e Aflrologia: Archimedem.pro
Geometria: A ppollinem,Orz leum,vel Iopam, pro Muftca: Penelopem vel Lucretia
vel Iudith procaflitate: Cacum vvel Neflorem,vel T hefeum, ucl H'erculem,vel
Milonem, aut certe Sanfonem, «vel Goliat pr fortitudine etiam animi.
"Pitbagoram, Zoos roaslé, Simonem, Samarcum pro Magia: T'raianum «vel
Ca[arem, aut T itum, ey Vefpaftanum, aut Antoninum pium.pro Clementia £o
humanitate. 'Themifloclem, Pomz peium pro modeflia,cvel-verecundia: Socratem,
Zenonem, pr fobrietate, co temperantia. Item A ppollonium, lohannem Baptitlam,
Heliam,c/fmos, pro auckoritate. Aliud bic infra exemplum ponere volumus,
concionato vifor[an baud ingratum, &j) boc quidem materno. [ermoz ne ficut
to concionaturus vti a[folet. Sicome un bel prato di wvagbi e diuerft ftori
'adorna; et come il corpo noflro di ricche e nobil vefli coperto, e) varie
parte di quellocome corpo, collo,braccia,mane, eo dita di varij ornamenti.
vi[blendenti danno gran confolatione Ff all ocs Thefauri memoriz artificiofz
All occhio che li miras cofi il prato dell'anima noflra con tut 1 le fæ nobil
parti, quando fi troua delli odoriferi fiori dclla «virtu coperto; &g* la
noflra incorporea [uftanza quando ff tona delle nobile ricche «ve[li delle
[pirituali perfettioni veslitayeo delli eterniornamentivifhlendente dona inesti
mabile vtile al poffeffore » €2* à i vigmardanti con[olatione, eo infino quafi
à gli Angeli marauiglia. Che "vago, €» odorifero fiore € l' bumiltà,
ch'infino ne aggiugn: al Cielo. MORI 3 - SNardas mea berba bumile, e piccola,
dedit fuauitatem odoris,dice la V ergine. T rouafi pia leggiadra rofa,cbe
lapatientia,che alle tem pefte (empre € cvigorofayanzi quanto piu neuica,0
grandina, pin bella ne appari[ce,et fi trouaficut aur probari igne etc.
"Vedete di to7. ( onftderate di Y obia. Haute mai inte[o vna conditione di
vefte,piu maraui &lio/a di quella della pouertá, che quanto piu fei
pouero;tan. £o meglio ti copra, anzi vve[le,che quafi infinitivicchi:fbrez.
zate le loro,banno pre[a qfl1a per e[fer meglio coperti,come il Santiffimo
Aleffio : dellaquale ancho il. R icchiffimio "Dio prendendo carne humana
[& ne vvolfe ve[Hire. £) ui cum di ues e[fct, pro nobis egenus factus eft.
Rare eo fignalate ve[li la elemoftna, e hofpitalità:la «vaghezza delle quali
tir nol tabernacolo di Abraba itre Angeli. riceuerno nello ho[pitio d' Emaus -
briflo, cg cifan no meritare Dio, T'alibus enim bo[hijs promeretur. Deus, die
San P olo. Era Pars fecunda; 114 Era Giouabattifla nc] deferto non mollibus
«ve[litus, ma della bonorata veste e da Chrifto lodata austerità,dal capo à
piedi coperto : chi vorra.opporre à questa «ve[te loda ta da Chriflo? Q uid
exiftis in de[cretii nidere bominé mol libus v elitum? uata ricca gioia €
quella dell'anello della [anta fede, con la quale Dio [pofa l' anime nostre.
"Defbon[abo te mibi in fide; (Come refplendeua di quella il Centurione,
che vibe deua pev quella come di fplendidiftimo carboncolo trà tutto ['
ifrælitico popolo: SN'on inueni tatam fidem in Mræl,diffe C/hriflo. At ual
Corallo che in ornamento al collo fi tiene, che à chi loporta,[econdo i F
ilofofr dona allegrezza, ft puo ag guagliare D, quello ornamento della
[peranza,che et tiene in feflaSpe gaudentes: Eccoui "Dauid:l atatus fum e.
*Pretiofiffimo metallo, e belliffimo ornamento, l'oro,che doue fi troua, ogni
cofa ra[fetta : che i Signori intorno alle braccia, à al collo per collane
tengono. ma dicattiuo conio ee di ba[[a lega fi troua à comparatione del.
Celesle oro dellacharità, che perfettiffimamente adorna lamima:perche efl
vinculum perfzclionis:onde,[nadco ribi à me emere aurum ignitum,probatumyt
locuples fras.dile San Gioua. nel Apocalipft. Oxnium barum virtutum optime
recordaberis.fi homi ncs illos,in eifdem florentes, quos dedita opera in
predicto difcurfu pofuimus pro imaginibus talium «virtutum, babue ris: Malta
preterea inueniuntur animalia: Aineralia,lepi F fF 2 des T hefauri memoria
artificiofz des: Avbores,eo bis fimilia, que propter corum varios effez
&us,virtutes, f apores,colores ceterad, fimilia, diuer[as vir tutes
reprafentare poterunt. Quapropter Bal[amum Graa tiam: Aurum charitaté.fmaragdus
[pem: ^vgétum cbariz tatem: Nardus bumilitatem: lilia virginitatem:Carbunz
culus feruoré.£bur ca[litatemr. Mirra mortificationem c. repre[entat. 1d ip[um
iudicium feras de vitijs. De habentibus etiam corporales babitus.[-[anitatem,
robur, elegantiam, agilitatem, idem dicendum efl .[-quod "Unum pro altero
pori pofiit. Hominem robuflum proSan* fone.polchbrum pro Dauide: Nifum,aut
Eurialum pro agili, ac fic de cateris:eo- é conuer[o. Multa preterea f milia
funt inter cayqua babent uctu talem potentiam, wvelimpotentiam,que [ecundæft
[pecies qualitatis,qua aliquod potentiam habet *velinclinationem faciendi
velpatiendi vel alicui refiflendi, qua propter pro altero [(umimus.I/nde (uem,
ponimus,pro muliere multos gi gnente liberos, Ciconia promutriente patrem. Hac
autem exempla impropria cg» nos fcimus in bac qualitatis [pecie ; fed etiam
noflro apta negocio nouimus, propterea ponimus. Fungum "vel fruticem cito
à terra profilientem pro ve. cito ere[cente: Lacertum, Mufcas pro obliuiofis,
deficientibu: in bac naturali potentia : fed «ut aptioribus vtamur exemplis
dicimus,quüd Cyneam: Mitridatem:T bemifloclem: Horz tenfium: pro aliquo vel
aliquibw memoria claris: Meffala: qui ui nominis oblitus fuit,pro obliuiofo.
Méte captum pro flulto:Cacum pro Tobia; (laudi pro Miphibofet : Durum ]'?
Patsfecuhdaz ^ 75 ang po duro, quod reftfien di facultatem habet. Interca item,
qua fi milem paffionem vel pafübile quas. litatem (qu&tertia [eciese[?
eiufe dem pradlicámenti) obtiz nent :requirenda ell fimilitudo, vt «onum poffit
pro altero poni. Hinc nigri coruum, pro c/fetiope earegie ponimus. C y.
gnum,pro albo -velcano bomiæ .c-4marum ab[yntbium, pro aliave amara,ot puta
agarico,c/Aloes ec. Pallidam,eco f"lzid ; auricalchum, quod forfan pra ma nibus
habes, pro auri imagine (quod forte non babes) talilos co puta méfa, locabis:
Mclpro manna (quod forte nunqua vvidifli (ee confequenter fguram difficaler
fabricare poz te A wmor,Murmur, e Twnultas,pro defluentibus aquis, vel [onitu
maris. Rofaredlolens,prove alia [nauem odorem fpirante d € comuerfo ec.
Sicinter cetera qualitatibus buiufs modi qualificata.[. humido ficco, frigido
grami leui, et alijs ef? fimilitudo rez quirenda,-ot exemplis imnentis ej
datis, erit addere haud difficile. i: Iterum in tertia [pecie pafsione
iracundia aliquis agita tus, pro alio poni poterit, vt pro aliquo iracundo
Alexana drum "vel Herculem vel Æ[chinem ponam: fic e conuer[o faciam.
Animalia etiam bis predominata pafionibus: Ut fupra de vitis diximus, nobis
inferuient, ut homines ipfis fimiles fignent. €9 repre[entent: unde equus co
mulus. pro fuz rio[o:Vr[uspro ira[cente ponatur.QQ uia timet lepus,pro ti mido
erit. T riftis (7 melancolica eft felis,pro triftis hominis figura deferuiet.,
eo é contrario, T'imidum pro Lepore ponimás:egsfié de alijs...T Addere que
figura cel forma (que quarta [pecies e[D)ft. bi fimilia fint; [uperfluum
puto,cum bac omtiium notifcima Etiam in agere vel aclione inter ea qua diuerfa
funt fpecie vel indiuiduo adeft fimilitudo,eo:-unum alterum ve pra[entare-valet.
V nde in [uo ince[Ju,leo &) Inuis ales,eo« equus, ei in [na rota pauo
[uperbum "vel [uperbiam vepraz fentabunt, Bufo ac ferpens deuorans terram,
auarum terz. renisin[iflentem ac inbiantem lucris: Canis ad vomitum rediens,
peccator em recidiuantem. Leana buc illucque diz.
furrensiiracundum,velimpatientem. Homo manus frez quenter mouentem, fe in
diuerfa «vertentem, et ora ad ( æ lum erigentem: iram patientem Nuda brachia
protendens aliquis, lacertos, [uos acoffa fubinde demon[lrans, coin pugnos fuas
manus refkring eus, fortitudinis eel fortis ima ginem tua offeret menti.Cancer,
T'efludo,eo e/4finus, c9 3Bos lento incedentes gradu : vel Hotno manus [ub
afcella reponens,pigri bominis nos admonet recordari. A d men[am per
imaginationem poft tus bomo, parum bibens, eo» comez dens,vel aliud
animalpaulatim aquam in vafe;velflumi ne bibens: parcum ac temperatum
vvelparcitatem €? tem perantiam. j Antiquitus duodecim men[es anmi: duodecim
bominum imaginibus (qui fere omnes «varijs geflibus e acl.onibus fe fe circa
diuer[à occupabant officie )pingebantur, tt eX tva riarum UrsParfecunda. 5 116
riarum lelionum [ylua colligitur : e abalijs extrabitur «authoribus. Idcirco
boc in pradicamento, prediclorum men fium imagines videntur(eo fi non omties )
pro maiori [als tim eorum parte ponendze: quarum qualibet ab imaginatio nc
"vifa, menfis fibi ipfi correfbondentis recordabitur, «9 e comueríó. 7 0
1d gu EUM, r- Januarius fianificabatur per bosniné piclum ad men fam fplendidam
opulemtamá, [edentem,ac auide comedenz tem : manumq, ad crateram mera plenam,
tanquam quid bibere velit, extendsté: tlloenim in tempore cum feeundu
Hippocratem [lomachi calidiffimi fint: faciliter cibos [um ptos digerunt, e ad
alios [umendos frutluofe anhelant. 2. Februarius, perfenem igni fe calefacientem:Cuius
ra tio freni, efl, "vel quia menfis bic reliqua frigoris ventorum ac
int:periei,que Ianuario debebatur, fepe numerovetinet: vel quia iam in co
vltima hyemis [enechus adueneritz- 7 3. Martius per bortulanamCuius ratio
omnibus: pratipue ipfi hortos feréti plana e[V. Q uis ne[ciat hortos Martio
operoftas coli, eg) tunc carlo fauente bolerum [ufcipere [eri n4: z) quantocyus
herbas multas progignere? 4. 5 prilis.per iuuenem flores manu tenentem,cum tune
temporis vniuer[:e fer? arbores ex herbe flores emittere fo lite, iam
cosemifi[Je cernantur? $-Maius,per iuuenem equitantem mollibus veflitum, €o
mann accipitrem tenentem :quo frenificabant il'ud tem pss vagandi
[patiandi,equitandi,itinerandiue aptum:ccoluptatis inf: uper principium effe
c2: a4 indulgendum uniuer "t cora Thefauri memori artificiofze fis
corporis commoditatibus atis idoneum. ! 6. Iunius.per c gricolam falcem
grandem, qua fenum fécatur, manibus arripientem «vel arreptam tenentem. 7-
Iulius, per alium, minorem falcem, qua [ecatur f t/a menta,tenentem.
Augufius,per bominem currui inf dentem:nam tcm pore illo frumenta equorum fuper
illa difcurrentium terunz tur pedibus,rveliterum per bominem -ventilabrum
tenenté ad purgandum aream e. c September, quo men[e iam vindemia tempw adest,
per bominem «vuas legentern. 1o. OClober, per bominem (accum [uper bumerum
reiez &Wum babentem,eg [emine plenum:nam eo tempore [emi"4 terra
conduntur. x1. SNouember, per bominem glandes à. uercu baculo deijcientem:SNam
co in tempore matura glandes inucniume tur,e7 [uibus impinguandis (olent
offerri. December, per hominem [uem cccidentem et exenterantem: Pradiclarum
imaginum [um in noflra memo ria [uperius diximus. Apes ab aluearibus gregatim
currentes ad florea rura: Formica euntes «9 redeuntes onera, portantes, prudentis
«velprudentia memini[]e nos excitant :in ceteris, vifa bac vvia,tu ipfe
di[curras. 6. ue aliquando pa[Jus eft aliquis, (in fcflo predicaz »mento
loquentes)alterum in boc fibi fimilem [ua demonflra bit imagine:pauper bomo
fcabie plenus, 10b :vlcerofus, Las zari yotonbiar sfecundas 0: oT ] 17 zári
erit figura-Obedientis vecórdaberis, fr bóminim capite demi[[o.«? v intlum
manibus c9 ab alio duclum imagine. rispatientie,fi bominem percu[Jum, [capulas
«vel genas ofa ferre confinis: vis sow won esi ctn ome 7. ue boc in tempore
«velillo à natura gignuntur in terra, tempora*varia poterunt demon[lrare:
Flores Maj men[em, Amigdala viridia: Cerafa Iunium: (iceves recen tes, Iulium:
Pepones,sAugu[lum:V ua; Ficus, Septembrem: "Dira, Mala,Oclobrem:Sorbes,
Mefbila, SNouembrem : Iterum-vetu[laves, vt Columna, lignum,fene[lra annos fa
quercus, anno[ad, pinus, bominem longeuum,vel aliud " quid peruetustum
cuius recordari ccolueris. --.,8.Locus locatum demonftrat: 1gitur (colaféolaves
(ias: rus uinum, Menf[a epulas, C'aminus ignem, fuo abfle pofita: femulacro
reprefentabunt. EL 9."Pofitione fua fimia, bominem demon[lrat: que feffio:
si "velutbomo]e aptat. jet 10.Inbabitu multa funt digna confideratione
.nam ve flitus bominum:ac ornatus mulierum, fpecies quam pluris mas, co imagines
rerum commini[cendarum nolis alunz de miniflrant. "Uirgo niuis indumentis
fidem : viris dibus [pem: Auratis j ier Cinereis cel pallidis bumi litatem;iN
igris mortificationem: pannofis, Co refarc itis pau pertatem veprafentat. Regis
etiam optime recordaboris. fr Coronam:€pi[copi,fi Mitram: Doctoris, [i "T
unicam talas rem vel pratextam: Religioft fi habitum alicubi pofuerisz. [altem
per imaginationem. quit UN er 9 uoniam cit. Thefauri memoriz artificiofze v
uoniam Ægypti «vice literarum: (qua tumc teyporis inusnt& non erant )immo
non.folum litevarum,everum etia C9 "vice nominum c conceptum anirnalibus
alis rela maltis vtebantur, que arti nofira non mediocriter prodez? runtádcirco
hicinfia ponentur,eo«iflarum notarum [imiles quilibet perquirere poteritzaliqua
tamen ratione deductus. fiet e pafim boc i in noflro traélatu maxime in boc
capitu lo e$) *rniuerfis in purtibus eins nos [pius feciffe omnis lez gens
videre potefe - Flas autem notas idcirco infine. buius capituli [ubnectimus:
quoniam barum notarum fimilitudo.. cwn rebusmemoradis:non un& tatum, [ed
plura circuit pre dicamenta:cum illarum queda feipfis:quedam [ua actione:
quadam naturali potentia: Alia paféione: cla f. d effigie. diuer(a. nobis
offerunt. eg repre[cntant. Exempla igitur aliquot Hierogliphicarum notarum,
qui, bus Ægyptij rütebantur, [unt infrafcripta, teftibus &pollonio,
interprete Beroaldo, Crin. lib. 7.cap. 2 e Macrobio lib; 3- cap. v7. Celi.
libiY6 capias. Diodiro alis "vt puta Stra vefibus bo fept. lib. «Plinio.
aru (fignificat. Wen. derpéscauda fibi mordens: A: "nj; airs torii,
difcur[us iiir ^ Ocul«s luflitie feruator et corporiscuflos i interpretatur.
fuus ^ Auris memoria ['ignificat Aures leparis erecta : magna E owes
igaraleonis; Furorem indicat... (memoriam. jo" ^ Amteriorespartes conis:
Fortitudinem divoruón: Ine-. Mufca impudentem. Canis, quia blanditur e nren cA
fpem:futurum tempus ez. denia. F ermica: C du c» prouidentia. y GS
4otsuPanfeeundal 02077 n8 ! Cáput leonis: «vigilantes aut Cuffodes :
velfecundum vigi alios tempus pra[ens., ram - QCelum pictumrorem
eijciens:Difciplinam evelartem. ig (d Pellicani forma: infidiantem. Infidiz. C
ucuf. £ effigies: i ngratitudinem. S pn ( conia: parentum amatores defignat.
dan or Columba: tngratitudinem: l upustempus prateritum, V7 quia caret memoria.
007 rib Vipera: Muliere m «viro infidiantem. "icm f yena picta:
Incon[Lamem bominem. oen neos Pellis Hyens: Fortune co« calamitatis
contemptorem. Capra figaraoptime audientem. oe. c efnguilla: omnibus inuifum,
vel alijs inuidenté: 9 uia bomi. boc animal aliorum pifcium focietatem non
babet. peus (amclus: Pigrum. Sw s Pigritis; Apiseffigies: Regem indicat. Cni
Valtur. Genium et AMaieflatem, velnaturam.Amias *n0 Marcellino c Authore.
*"Bouis figura: T'erram. Terra; Sceptrum cum oculi [becie: O syrim feu
folem. Sol. Perdicescontumeliofos bomines. b (. ; f, at. * ippopotani
"ungule deor[um ver/e; Impium Inia- lor hi fluma, [rgnificat: : ju. A
ccipiter:rem denotat cito fatlam. dur. TO REMIT ow. Solicitu Dextera manus
paffis digitis:libertatem fronificat. do. Sinistra comprefüs: T'enacitatem: Hec
tamen Ultima ceaaquatuor,de Acthiopibus Diod.intelligit. "n Gg; i C pedis
dI Thefauri inemoriz attificiofze Malum: "Cocodrilus Malum notat :
Baptifta in annotatióiibus etia) prioribus. Literarum Ajieroglyphicarum
nieminit Lucax soo ams libadis verfibus. SNon dum flumimeas Memphi conte xere
biblos nouerat: Et faxis tátum-volucresi, ferzá: Scul pad, [ernabant magicas
animalia linguas. E: Apul. libr. euliino Afini Aurei De opertis aditi profert
quofdam liz bros literis ignorabilibus prenotatos: partim figuris huiu[cez modi
animalium concepti fermonis compendiofa uerba [ug gerentes:partim nodis cain
modum rote tortuofi capreolaz timq; conden/is ait curiofitate prophanorum
leclione munita Et Gornelius T'acitus.Primi, inquit, ^ egyptij per K guras
animalium [cenfus mentis effingebamt x €otamiquifima rio i numinta memoriz
bümane faxisimpre[[a cernuntur. li - erárit inuentores perhibentur «.Pradicta
litere potius note - fignad, conceptus mentis explicantia effent dicenidasct,
aus : thoritatibus predictis patere pótefl: cveruntanien quia litez gis nomina
Cos cvtrba [cripta componuntur, € ita nominibus eo verbis conceptus mentis
explicantur : ideo quod . everbis vel nominibus attribuitur(quia mediantibus
literis - boc fit. )etiam literis verba componentibus attribui poteft. Hac ergo
vatione litere Ægyptiace dicla [unt pradicta animalia cateraq, rem aliquam ad
rationem fpectantem, . ideft conceptum mentis explicantia: cum potius note «uel
fr (2 gna conceptuum dici debui[femt. Q9) uiatrgo ad explicandos, . vel melius
dixerim,ad [cribendos conceptus mentis c "vo «ees eos literas nou babebant
Ægyptij,animalibus pradiclis que rebus co bis fimilibus vfi [unt,loco &g)
vice literaruns »omind Passfedinda sS] 7 ^ 79 omina cz verbaque fcribi debeant
componentium, atà que exinde conceptus mentis demenflrantium ...Hoc auté.
dixerim, *vtnemo exiflimet buinfcemodi nota ^ egyptioz «um pro literis, [ed
pro'conceptus mentis explicantibus, poni polfe-1deo ab illis non litera: [ed Hieroglyplice
litere: ditla funtideft nota quorumdam animalium, uelaliarum vea rum £c-quibus
vice literarum vtebantur. De fimilitudine,& confequenter de applica.. tionc
figurarum ad memoranda fub alijs modisà przdicus. .Cap. IX. QE Ei ad rem
fimilitudinem exquirentes in [uperiori capitulo diximus,rem aliquam altcri
conius cg eiufdem pradicamenti fimilem ef tu WO SW] fe, eovconfequenter
repra[entare pofJe :c.At nunc operofius ac [ubtilius rerum inter fc inuicem
fimilituz dinem per[crutantes,alias infuper [imilitudines, quibus Yes fe nobis
offerant., et altera [uo fimulacroreprefcntare po[fimi, indagare «volumus, «vt
nobis vndequaque [uppetant menorandoramfigure. Res ergo primo quafi per fe
ip[am twerepre[entarimez smorj« poterit, ficut fupra prelibauimus - Quod tunc
audaz ler fecerés, cum ip[iuspra[entiam babes: fi ergo que tua in manfione
"vel cella-velin tua [unt pote[late recen[ere figils latins debeas, fuo in
loco ordinate cuncla difpones,viu perz : lastres The(auri memoriz ártificiofe
luflves, deinde mente vecen[eas: "Non enim alie ab illis fum abfle tunc
pro memorandis confingenda figura. Secundario per [peciem rel iam pridemabste
vie, eg) in mtinoria fenfu feruatam,e per imaginationem in tali lozcataps
angulo, vcrbi gratia Equi, quoniam eum multoties evidi memorabor. fi in tali
loco, «vbi mili placuerit, eius fis mulacrum e[fo, imaginatus fuero. 3
Tertioper imaginem pilam vel [culptam. Vnde [i Vir ginis Marie recordari
vvoluero,eius illic [uam ponam imaz ginem realiter vel per imaginationem. uarto
per literam vnamyvt Dei recordabor fi D.se tam in tali loco reponam,In(uper per
literas omnes illius no minis, quo resnominatur : quas oportet e[fe infignes :
"Ut j^ uoluero T abule vecordari,in [cribam vel [culpam realiter, «ucl per
imaginationem in pariete, literis aurcis,rvel nigris, evel rubis boc nomen,
TABVLA. Li Q uinto per literas fíélas, ([umptas ab alphabeto anis
maliam,velauiumyvel arborum,vel herbarum,vel lapis dun velaliarum rerum,de
quibus [upradiximus)qua com ponant nomen illius rei, cuius memorari volueris:nderez
&le adinodum recordabor buius nominis, ær.[i pro. A.pona A finum.pro €.
Elefanté;pro. R. R inoceroté.N erum enim vero,rot melius alphabeta. tibi
de[eruiant : cum aliquod eorum literis, nomen componere volueris, [ume primam
li IerAm ab vno alphabetoyverbi gratia,animalium:alteram «vel duas (equentes ab
alphabeto c/Arborum, pro ut tibi [ia buerit.nam experientia difces pro futuram
tibi non prem, ! banc Parsfecundaz 065817 m0. banc abste literarum fiélarum
diuerfitatem offampram. fi enim quod agant aliquid figura nece[fc fit,cvt
diximus, e dicemus: eor a nobis, im ponendis figuris a[Jumpta diuerfi tas,
quamplurimum no[lro negocio proderit. [i eim litere: JM eov C. vecordari
«volueris, murem corrodentem ciceres. («o* bac acbione tuam excitantem memoriam
faciliter) fin. ges.Quod fi pro JM milium, ej) pro C.Ciceres poneres,quid apere
inter [2 ifla poterunt,quo tua excitetur memoria? Sexto reprefenzatur res nobis
per aliquod [olo nomine fimile fibi,ut in equiuocis di[currentibus patere
poteft jfi eteznim Canis Celeflis recordari voluero, ('anem auimal terz
reflve,"vel pif cem pro cius afJuinain fcgura. - Hc tibi im equiuoco.
laborare ne timeas : comextus. enim dictorum fuperius, dicendorumue inferius,
te aberras renon finet - te ese ELSE CADÆNY Septimo per ironiam, quado fcilicet
pro f apiente pono fa tuum. Et Pocte denfum nemus vocant Lucum;eo quod ng
luceat.1tem bellum, eo quod minime bellum .Et Pifcinam dicimus,quibuf dam
terminis,reulu[am aquam,pi[cibus cas. rentem. : Oclauo per (beciem impre[Jam
aliquandoin aqua vel eculo "vel terra vel niue:-unde recordor T tij, eo
quod in tali loco «ubi fbecalum efl vidi eum [e contemplantem: lus pisquia cius
ip niue cernuntur impre[[a vvefligia. INono per aliam rem nominis eiu(dem, fed
noneiu[dem pronuntiationis:ut pro porr), porrum ponam:pro «ver, 'U/crum, pro
fane:[anum qgc-« € conuer [oye 6. ups wach Decimo 'Thefauri memortzartificiof ^
"Decimoper aliquam fimilitudinem, qua babet in prin. cipioynomen unius
rei,cum alio nomine altevius-rei... Unde procAriflotele ponam Ariflam: ein
vulgari Vna Avifla. e'arrofloo Rofla, e* é conuer[o.pro locetiam uerbo Aupus:
ponam Asum.Per fi militudinem quam babet nomen, cura alio nomine,in medio uel
fine,ut pro boc nomine ambo ipone tur a me N mbo, Hominem babentem faniem
egc.pro fané. babeam. Ffic modus inuenitdi figuras primus efl omnium,. ce
admodum facilis, quo ut plurimum ego utor: eiusd utilis tatem pernofco. aie Sum
Undecimo per [imilitudinem uel identitatem, quam ba. bet cum [uo genere
[pecies, e € conuer[o.V nde fi woluero ve. cordari huius nominis, e/4nimal,
ponam Leopardum. ('onz fultum tamenerit,quod fi quando generis alicuius
vecordari: uelis,multas [pecies in [imul uno in loco imagineris, V nde. Bos, eo
Afinus e» Gallus eg* Cuniculi vc. in ftabulo poz fiti, melius tibi pro figura
animalis in[evuicnt. SUPE Duodecimo, inflrumenti, quibus artifices tuntur, eof.
dem artifices nobis pra[entant in [uper egs artem: vt Ruffi ci, eo Agriculture
recordor, fiin angulo Ligonem ponam uel uideam.erjc. Mruteti-62130 8. "093
Qni Iterum infignia inanium Deorum ut feeptra, t tela efues, arbores ee
fimiliayà Gentibus eo infidelibus eifdem dicat«,eos repra[entant, e € conuer[o:
Yn[uper pradicta,ea. nobis repre[entaripo[Junt, ob que talia illis aktributa
fuere. nde fingularitatem natura excellentis, [plendorisá, [oliss. Phenix nobis
iufipuat,cum in mundo una [ila, fingularisq, orsias Xl "Phenix L
Parsfecunda.. I2Í Dhenix inueniri dicatur [olidemtidem Phenicem indica. vt
poteft. "Uitis, «o ex uite uinum, Bacchuns Liberumq, p4 trem: Et iterum
Bacchus vinum indicat. ( iem enim pluries eiu/dem rei, vel nominis vel vtriusq,
: diuer[is in locis «vs nius er) einsdem orationi «e concionis recordari, €
confequenter pro talibus memorandis figuras poncve uoluerimus, ne pluries in
idempenitus, c7 eodem modo propter eamdem in diuerfis locis difPofitam figuram
incidas : &&* ex: boc loco in alium vel fuperius poft tum vel infra
locatum abso, orz dine pertranfire cogarissoportet "Ut eiusdem vei vel
nominis diuer[as figuras babeas,que diuerfis in locis difbofite,camz dem rem
[ub alio conceptu, vel alio ordine recitandam fub miniftrent, Co porrigant. Hoc
autem terminos intellieenti absa, alio exernplo clariffimum efc pote[l Ut evgo
abunde mus figuris: bac funt, que Dij: prediclis attribuuntur. loui : c/fquila,
[ceptrum e Fulmen : c/fefculus eo Quercus arbores eMarti: Picus eo* Framea
Mercurio : Harpe, quod gladius e$t. falcatus : Q uod &) Oyllenides dicitur.
foli: Pbenix eo» Currus. "Ueneri: Columba, Cycnus &) Mirtus Iunoni:
Pauo. Plutoni: ('upre[fus. *Pano'Deonature : Venus, AMinerue "vel Palladii
N ochua: Et afla quam "tibrat: oleum -veloliua: cox lana. Hb Neptuno:
Thesauri memoriz artificiofx Neptuno: Fu[cina, que eo Tridens 500000004 *-.
efpollini vel "Pbabo: Coruus €» Cyenus : Laurus e: Loto ee Palma arbores:
Lyra: Gryaneum: Arcus Sagitta. €^ Clipeus. V IS ro qmeR ist : Herculi : Claua y
Leonis pellis ac baculus : Et Populus arbor, : "Diomedi: Cataracle aues.
€T hetidi: c4lciones. " "Baccho: Hedera,'U'itis e» Ferula tefle
Plinio. T byrfuscetiam. à; - Palamedi: Grües, que eo dicuntur SNaupliada. (bel:
Pinus data efl. 55 rerum infignia gentium ac eorundem T ela:vel uiua »modiillis
aliqua attributarationeeamdem «vilitatem pra flant mam eafdem demonfirabunt
gentes, €x é conuer[os Fulmen ergo Scythas demon[lvabit. G allos olim Buffone:,
nunc Lilia: Romanos Aquila. [us Phrygios: Arcus t9 Pha retra Perfas : Anglos
Leonesem Ro[e.Senas Lupa: Floren diam Leo:Lucam Panthera coc. Grypbos Perufiam:
Framea Germanos. R omp bea T braces. Lacea Kifbanos: Pila Romanos: 16
'Boios.Sari[Te Macedones:Sibini Llliricos dez enon[lrant,e esonuerfo. 7 LEM
Iterum Populive aliqua infignes, illam reprefcutant, ev é conuer[o. Populi ergo
infra[criptiinfrapofitis rebus celebres extitere. Scytha equitatus gloria:
Seresorientales populi noliles [ant "vellere.Itburei : Medi «9
"Parthi [agittis: T'u(ci falsi, c drufpicio infignes ab infidelibus
diccbans Iur. Addis Pars fecunda. bur: Phoenices literarum in uentione:
fnderurmn: e Nana liume ac bellicarum artium: Marfi-umbri : *Pylli venenis
clari fuere Ægiptij fiftro: eg) iterum Nemptii 7 Babilogi e 4ffrologia: Lacones
breuitate:Scytbe, Cretenfes eo» Geloy ifa gittis: Curetes ^ eve T yffaceta eo»
Lyrce venatibus, quibus €? viuunt: Beotij palestra (o pymnych exercitationilus
: e/ftbenien[es naualibus ej) Geometria: Lacederznones legis bus:Greci
ingenio.c Alexandrini dolis. 4mazones pelti eos fecuri: (rotoniate medicina:
Ægenire Atbletica:7 bel ani, Tibiarum modulis. eMitylenei arte citbaredica.
Iterum caratiberes quibus apud ^ f!'rologos feptem plas netayam, ee daodecim
[igna Zodiacinotantur: eadcm fis gna ég planetas demon[lrant:€o € conuer[o: ey:
plurimun noftro de[eruiem negotio. vau robin 000€ Hb i (uas T hefauri memoriz
artificiofz "CAR ACT TERES : PLANE TAG] ERTSOLIS. n zm zi RE LED inENET Xu
&ua Pars fecunda... 113 T'ertiodecimo, organum alicuius fen[us,puta oculus
tc. alicubi pofitus pilus uel imaginatus, admonet dc uifiua pos sentia,eo de
aclu,qui e[] "videre. Q uartodecimo ( bimere quedam, à nofira imaginatione
confecla, cut equus cum capite aureo,pedibus eburneis Cg. memoranda
repre[entare po[[Junt. Harum autem machinationum (( himerarumque. coz piam dare
baud decet. multitudinem enim talium figu rarum fi quis uoluerit in promptu
babet, unde accipere ques at: Q uocirca mi[Ja bec facere volumus : admonentes
intez rim predicfatunc ualere quam plurimum : cum alie tibi figure non
f'uppetunt. De applicatione quorundam memorandorum ad figuras. Cap.X. -
"Ptime recordaberis rei, ff. cam figuris quafi ] SW depinxeris:quod facile
erit, fi ea ves [enfibus D NS «0 A exrerisemaxime uiui taclui £u! eiq, tempe P
OS 23 re elapíoosqeipotuerit D uod inomnibus bis y 0677 : slorijs recen endis,
fatis cà mode fieri affoiet. Eapropter f byfloriarum ueteris tell amc nti aut
noui wel certe e ctbnis caruwn [ecalariumq, meminilfe velis : fimiles gura» in
tuis locis repones: quarum attionibus seflisqi gre. ilarum facile ecord iberis.
Exempla tamen lic ponere nol'amus auandoz quidem i4 omuibus artis bains cupidis
facizima e[fe [ciamuse Senicna Sententiarum aut? [acre [oripture "vel
fanclori dotTes run cum recordari voluerimus: e« im duas vel tres partés
evelplures fecanda [unt. Et memineris, quód non quodlia bet verbum nece[[e cfl
[na nos obfignare figura : (. exceptis quibu[dam, rt infra dicemus) [ed «vna
figura pofita trius «vel quatuor "velplurium uerborum ad [c inuicem quadam
chatena colligatorum,vt puta quia alind eft [ubflantiuum, aliud
adiecliuum,aliud verbum eo: pronomen ; que omnia «verba cum nece[Jariam
colligationem ad [e inuicem bas beant, memori faciliter eccurrent. eft inquibu(dam
fententijs, quorum unum uerbum cum alio ligari baud apparet : multiplicare
figuras, €» cuilibet. everbo fuum donare fimulacrum cogimur : fi enim illius
pul cherrime [fententia Rom.1. Tradidit illosin reprobum fen fum," faciant
ea, qua non conueniunt; R epletos omni ini quitate, malitia &7«. cuilibet
verbo [uam affignabofrgus ram: qua eorum quodlibet repre[entetur. Et pro
principio 7 fententieimaginabor deum bomines multos babitu philofoz phico,
indutos (nam de philofophis eft [ermo. ) ex pellentem illos 2 (ua facie,
impellemtemq; in rupem [entibus plenam, qui ibiobícena multa patrant: Ecce
prima vcrba figuris do mata. [tradidit illos inveprobum fenfum:vt faciam
ca,qu& son conueniunt. nam rupis : [entes ee facinora qua ibidem p nbi v
regulas, [upra in oCLauo Capitulo pofitas præ dicla verba repra[entant.
fequitur in [ententia : Repletos omni iniquitate : malitia. Provverbo
Repletosomni iniqui tate y fecus illoscva[a plena, inequaliatamen: tamumdem:
enim Pars fecunda. enim fignificat iniquitas.idefl nom æquitas, non «qualitas :
Pro verbo malitia,quendam bominem huius nominis, qu£ noui,in aliquo loco
dif[ponam, «vel inum malis repletum. "Pro. verbo nequitia,pigrum bominem
ocio[umq;. nam nox quitia inertiam fignificat eo. Siillius fententia diui"
Pauli 1.ad Corinthios.ij. ter vir giscafus [um:[emel lapidatus [um:ter
naufragium feci coc. recordari velis, fingulis tantum dictionibus vna efl
confiz gnanda figura, reliqua autemnaturali commendanda mez morie : "Unde
uno in loco pro prima diclione pones bomiz. nes virgis hominem alium
vverberantes : pro fecunda lapis dantes : pro tertia nauim periclitantem :
"Nocle e? die [ub «una feneftra fila uel era, qua modo aperiatur, modo
clau datur. pro in profundo maris fui:fub fcneflva ab intra maz gnum-o0as aqua
fal[e,co in profundo funis pro fà ey)c. In itineribus [pe pro bac dictione
innumeras formicas ad dis. uer[a loca procedentia confinges.vel mures: vol
peregrinos: dammodo fui loci limites nullus tran[grediatur. At fcito buiufmodi
[zntentie (upra bominem «vel anizmal,'vel arborem:vel edificium, vt puta
turrim, pertesq, eorumdem ab imo incipiendo, ac in ei dem partibus multipli
cándo,figuras poni co locari po[fe, €) perquam conueniens. terne loca absqs
neceffitate multiplicentur.1dcirco prior fen tétia, Wepletos omui iniquitate:
malitiæ 7c.imaginabor ba minem in pedum digitis [cabie repletum: qui
digitiinequaz les funt pro hoc verbo. Malitia.pedis collum melle inanctit,
Nequitia inter tibia e tibiam fuperius. fN. confinximus : idco T'hefaari
memoriz artificiofx idco bac litera totius vverbi nequitia erit inditium ec.
Nominum autem ( feu fint [ecierum,cut arborum, vut animalium diuer[orurm ec.
(eu indiwiduorum,cvt elemenz torum,celorum, Stellarum,aliquorum angelorum :
bominis ceterorumq, fimilium ) recordamur, [i primas eorum literas vel
fyllabas, fub aliqua figura difbofue imus. verun tamen egregie [upra bominem
talium nominum imagines lo care experientia comprobatum efl: € uod propter
imnumez ras pene diuifiones ee figuras, qua inibi reperiuntur, vut fu pra
diximus: a[Jolet euenire.Ver[us vergilij eu aliorum poetarum, i principia tans
mum eorumdem figuris noflris exarauerimus:eof dem facili ter recen[ere
poterimus : Nec elaborandum (*vt in pluribus loquor ) ut fingulis verbis
fingula dentur figura, nc innume rabiliam figurarum congeflio, aut oneret
[en[um nofiri vl tra quam oportet: aut naturalem memoriam «/tili [uo exer citio
priact. Numeri "vero bis fequentibus fimilibusq: fignis figuram
ti,occurrent memoria. Pro vvnitatis figura,omnia illa poni pofJunt,qu& fupra
pro figuris litere coc. pofuimus : illisq; fimilia Pro numero binario vnitatis
figura duplicato, € fic de reliquis. Pro codem binario figure arithmetica
[ignatopis fern os aperiettem uel erpenteryel aliquid huiufmodi, co dabit duo
quafi buius figura. Pro tersario tripadé ponas : vel aliud quid triangularis
figure: REitide quadrangularé, pro quatuor [rc de cateris. Pro numero
quaternario poni feretrum poteft, quo mortüi deferuntur : vel aliud quid : ot
quedam [edium [pez cies, que quatuor pedibus con[lant : vel animal quadra pe
ec. Pro quinario anguem : c? ea omnia, que [upra profigus ris litera. S.
pofuimus. Iterum que pro bypfilon figura fupra pofuimus, ea quinarium dabunt
buius figura.v. Pro fenario tripodem [upra tripodem pones. Pro feptena rio, ex
quatuor boftij angulis unum eorum:quod fi quatuor ponas, eg obfignes,cviginti
«e oclo dabunt :[t duo, quatuorz decim: fi tres,rviginti eg vnum. Iterum pro
[eptenario vez ftis fab figura huius caratleris 7. confracta vel fciffa : Poz
mum [upra pomum difpofitum .. O Clo dabit buius figure 8. Nouenarium dabit
pomorum "vncinus. Denarium buius fgura.x .crux dabit: buius autem alte
rius 10. malum velpepo vel aliud fimile [pherice figure, [e ens baculum
ere&lumpofitum. Cateras numeri fpecies fub figuris huius artis quilizet ex
fe reducere poteritcum figura eedem in ceteris [equentibus numeris veplicentur.
- Jterum'vnitas per pollicem dextrum figura bominis an e te locati
fignificabitur. Binarius per indicem erect, fica, de fingulis "Us, ad
decem : boc tamen ordine, quod cum «ve neris ad pollicem alterius manus, qui
pro [enario ponitur, ad volam manus plicerar, reliquiq; [equentes, vt bac pera
motus differentia, tua non vacillet memoria: À liqui etiam codem ordine pedum
digitos attendentes, v[q, ad «viginti, li mnanez Thefauti memoria artificio fze
pumcrando perueniunt. Menfes bifce idolis reprefentabuntur.Nam Aaiw, foves
repr&/cntant : vel bomo magna Slatura:cvel virgo flos ribus redimita.
Iunium : Iuuenis[peciofus : evel [Lecies agri frages metendas continens.
Iulium,talis Imperatoris imago,'vel cerafa, amig dala: aliac fimilia,que co
tempore mature[cunt esc. Augufum, ein[dem Imperatoris figura, pepones.eec.
Septembrem:vua ficus: Mala perfica ez«c.indicabunt. Oclobrem,mala cotlonea.
punica eo. Nouembris atQ, "Decembris,mumerus proprius erit ins dicium.
Ianuarium, lanus bifrons : vel pauper algens : vel nix
reprafentant.Februarius,memoria occurret, ft roo bo minem "ventrem
purgantem ponas : febri enim idem ef, quid purgo. Martium, infita,uel Romuli
pater indicabgt. Dics fic occurrent. Pro die luna: Luna uel Dianam: ffc de
cateris:de quibus [upra inprima parte tratlatus locuti fumus, capitulo quarto.
i 1 INegociorum,qua quotidie nobis occurrunt, memoria: in - locis,puta
ecclefits, apotbecis,manfionibus, ponitur. Infuper optimie in digitis manuum
vel in digitorum articulis multi ponunt eorumdem [igna : ita quod cuiuslibet
negocij momen per primam tantum literam geflu digitorum confecta expri
mant:-velpropter quandam conuenientiam,quas multi ada inueniunt inter
digitos,eorumq; articulos,ad (ua negocia:ut aliquibus iam diclum, e ab eifdem
experientia pofimos dum comprobatum eft. Si multa argumenta abfte fuerint
replicanda, fufficit, vut pro corum de memoria media tantum [ub figuris
veponas,cetera faciliter occurrent : Q uid fi volueris utramq; extremitatem
concluftonemq, locare : Primam extremitatem in capite bominis alicuius (ft
[upra bominem difponere solueris,ficuti eg) confilium eft ) [ub aliqua reponas
figura : fecundam in peclore : conclufionem (ub pedibus locato, wel éconuer[o.
[. Maiorem inter pedes, JMinorem in pecore, Conclufionem in capite. Geflu
autemcapitis evel manus fu prapecfus mota vvelpedis illius, quod affirmatum vel
affirmandum fuerit, «vel negatum aut negandum recordaz beris. Scias autem
prudens leGlor, argumenta multa fupra eidem hominem, qui in difputationibus
contra te, vel coram te fitus efl vel in tali angulo tibiprefenti,vel alibi per
ima ginationem abfle locatus vel locandusest,poni p^[fe - :Nam nilprobibet,ac
nilobe[l immo eo quam plurimum prodefl, primum argumentum circa pedem imum
[iniflri lateris pra dicli bominis, [ub aliqua uel aliquibus figuris reponere:
[ecia dum [ub a[cella in eodem tamen latere.Tertium circa manü brachíjq dextri
partes: € uartum fupra bumerum. Q uinz tum in capite vel fupra caput. Cum autem
ib; perueneris, ne defcendas [uper finiti lateris partes, alia argumenta: (ft
forte alia fuper[unt ) ibidem locando : ni forte tibi [appetat tempus, quo
figuras, morofe eo conuenienter inuenire, e inuentas artificio eo audacter
locare ac bene difboneve : e» d'ilpofitas bis vel ter ante quam alijs
profundas, tu ipfe tez CET cum Thefauri memoriz artificiofz cum vecitare pofsis
: Cur ergo fuper caput borniris quintum argumétum locauerisad faciem decendito,
in qua [éxtum difbones. Im pe&lore obbauum,circa corpus nonum eec.Et f
vvolueris non tantum medium argumenti, [ed eo maiorem £p) minorem diflincle
locare,et [ub figuris veponere:quamz libet predi&larum partium in duas
diuidito portianes:quaz rum prima-vbi maiorem extremitatem reponere debes illa fit
qua prim) ab imo incipientibus &) [ur[um numerando a[cendentibus nobis
occurrit: fit ergo prima extremitas pris mi argumentifub pede dextro pradicli
bominis fecunda in ipfo pede vel circa ipfum fub vel [upra vel circatalos: Et
frc deinceps de alijs argumentisxemplo autem,vt morem. geramus amicis
petentibus, e lectoribus cupientibus, hac do Cina clare[cet. Sit ergo tale
primum argumentum. Omne quod ex materia conslat,eft corruptibile. Cælum con[lat
ex materia. Ergo ez. T'erre cumulus in pila uel fphere fieuravotundus imagiz
pgatusmateriei figuram eo: imaginem gerere poterit : cum fb diuerfis formis
plufquam catera elementa elementataqi uniuer[a [ape f apius appareat.eo feciidi
d.T ba.q.66.ar.1. infra. Materia terra dicitur,quia informis eft. Intra rotun
dà terra glebam, corruptos cvermes ex ip[a capofitos,exifle re imaginaberis:Ly
autem omne. fignum vUniuer[ale adhaz rens [ubieclo, ipfumq; determinans per
rotundam figuram pradicti terrei globi defignabitur. Ergo figura pradicta ly
omne demonf[lvat .'Yerra materiam osten dit, intro corrupti "Vermts ly
corruptibile, "Pes autem imus ( dexter yii : alicuius hominis [upra
pradiclam terram aliquantulum i? arcum ve[lexus. C literam, € confequenter per
regulas [i prapofitas celum demonf[irabit : quàd fi tibi bac litera pro celinon
fufficit figno, flellis pedem e[fe depiclum, vt claré calum reprefzntet,
imaginato. fi autem "Utramq, extremitatem probationibus munire
cvelisquoniam ee etiam medio criingenio memoriaq praditis faciliter occurrent:
ideo nai ralifunt commendanda memoria. 'U erum e fi pro probationibus memoratu
difficilibus figuras babere, eg «ubi boe in exemplo ee fimilibus poni posfint,
cire de[ideras: Nota t0 probationes cuiusqs extremitatis, prope diclas
extremita tes,tamquam ad illas pertinentes poni debere. Probatio er goprime
extremitatis predicli argumentistalis effe potest. Materia per cAriflo. [emper
machinatur ad malum .'Uel,. "Materia efl in potentia,ergo fatis idoneis
familiaribusq, ho rum ab c drift. diclorum figuris omifgis: ( quas ratione
[atis digna exprimere nolumus:[ed oretenus [icut alia multarefe randa co
explicanda feruamus ) dicimus, quid pradiclus terre cumulus materiam
pre[eferens inflrumento quodam (quo moles aliqua impelli folet, que e2* machina
dicitur) ta 4i agitari eg circum uolui credatur, quod inflrumentum a manu culuf
dam bominis melle linita comprehendi fingatur. Sufficit ergo, cot buius
uerbiymachinatur, aliquo frgno pmotus recorderis, vut totius fententia [emus
occurrat: Manus autem eg 2d elbper ly Malum in propofitione predicta fygni ficabitur.
fi autem pro probatione velis illud: Materia est in potétia cc. prope pradicium
cumulum puteum fine oriz. cio, Thefauri memorie attificiofe ficio, quo
faciliter ipfe cumulus intra eum impelli eo immit ti poffit imaginato. Probatio
minoris.i.celum con[lat ex ma eeria.fi caufa exempli bac minor probari debeat,
e) prope eam,vt diximus, probationem poni oporteat : prope digitos evel ad
talos vel [upra pedem imum eft fub aliqua vedigen da figura. Poterit ergo talis
e[fe probatio. Omne corpus con ^ flatex materia: Cel efl corpus.ergo, vut
totius argumenti eistibioccurrat, (ufficere tibi poterit,ut recorderis, quód ce
lum corpuseft .. "Partis ergo humani corporis ( qua vulgo corpus
dicitur,quod [ub ftomacho fitum e[t,e& prominet eo turget ) [pecierm
fimilitudinem figuramq; egregie gerit imi pedis fuperior parsqua cum comuexo 9
cauo pedis, quod pro celo po uimus,correfbondet :quod celum eft corpus indicat.
Lficautem timeo,ne legens.perdifficilem, tedioplenam,eo numquam nifi magno cum
labore e? longo exercitio fibi banc artem comparandam fore arbitretur propter
infinitas feréfauras fimilitudinem memorandorum vetinentes,quas in bacarte
inuenire eo uti compellimur.atq; itá poft longam pradicla artis le&lioné,
animo deiectus ab incepto defiflat, opere eg optata ab illo vtilitate priuetur.
[cito ergomi le&lor, qud poslquam fex menfium [bacio uel circiter operam
buic artinauaueris, exercitiog; qua legifli a[fequi e comz plere conatus
fueris, qud tam facile,tam celeriter, tam cos piofe tibi memorandorum occurrent
figure: quam facile, di aliquid cribis, literarum alpbabeticarum tibi [upperumt
no t&: Quod ideo dicimus,non vt cuiusq, minime rei femper guram ponere «uel
vilitate debeas vel neceffitate cogaris: (nam pro vebusprincipalibus duntaxat
funt neceffitate con fiugéda figura, atq; pro di[curfibus £f rerum multarum ve
plicationibus pro reliquis dicendis e recitandis figuras pos nere non
impellimur ) fed ut artis buius vim exercitiíjqi uti litatem perno[Cas. [ed ad
vem noftram reuertamur. Fore fan memini[[c defideras fub qua figura &&*
in quo figura modocompofita fit argumentatio facla. ft verbi gratia in pris ma
figura cec. fi. in barbara vel darij ege. Eorum remis nifceris, fi tecum ip[e
antequam in medium diffutationis de fcendas figurarum co: modorum : tales
confinxeris imagiz nes, que illos repre[entent modos, qua prope argumenta pro
fignis [unt difponenda figurarum atq; modorum. cft fi multiplicentur
argumentavecen[enda: multipli centur bomines [upra quibus bac [ub figuris
collocentur. «ve rum alio gestu diuer[oq; motu, moueri, aliaq; opera facere,
fecundum bominemyvbi reliqualoca[H argumenta, confitz gasfic de ceteris. Q
uoniam in difbutationibus: corum queneganda aut ntgata,C o corum que
affirmanda-vel affirmata funt ano bis velab alijs,remini[ci uolumus: idcirco €»
ea fignis quis bu[dam funt obfignanda.cverum quoniam fapenumero boc contingit
ideo plures ( e» diuer[as multoties. ) affirmatios nis eg negationis figuras €)
modos pramanibus nos oportet babere:Éapropter pro affirmationum ee negationum
fignis atq; figuris,ea ft wolumusya[Jumere po[Jumus, quibus antiqui pro
ab[oluendis «vel damnandis:pro fauore vel denegatios ne "vti [olebant: Fac
autem erant buiu[cemodi. Calculus thesauri memorie attificiofe Calculus albus
in. ab[oz lutione. Fabe albe in abfoluz tione. $ Litera c4 in abfolutione.
Litera T.cumvesplaz ceret. Et nota ab[olutionis. 9 Pollex pra[Jus fauorisft
gnum. Calculus nigerin dame natione. Fabanigra in damnaz tione. LiteraK in
damnas tionc.Litera Thitadamnas tiohiserat. to Pollex «verus denegan tium esl fignum.
ip Creta motarunt ruetez 1». Q ue viciffim fugiens rt5,qu& fequenda erant.
da, carbone. "Perfius fatyra quinta.(Crindli.6 6.8. aler.de in[li.anti.
Plut. Polit.eoc. Rebus.geflis eo fignis, quibus in ab[oluendo «vel fauenz
do-vtebantur, pro affirmatione vel afhrmatis velaffir mandis a[Jumes: Eis autem
qua in damnando "vel negando «ptebantur, pro negatione, vel nogandis vel
negatis; tu ip fe tuisin di[putationibus vti poteris : ita vt ei[ dem «vti fim.
gas: vel circæa aliquid agere imagineris figuras illas, bos mines.[.*vel
animalia cetera,cvel alia que viua aliquo mo do dicuntur,cut ignem, «vt aquam :
qua pro predictis affirz mationibus uel negatiomibus locandis a[Jumph li. Mille
etia modis alijs, fisnamus qua affirmata «velnegata [unt, vt eo tu legens
experientiadifces.Si entiz dientimemati recordaricvolueris,vel comfequentiaruns
multarum, fimilifque generis avgumentationumypar erit eas rum fingulis fingulas
donare figuras. Exempla autem ponere baud e[fet difficileveri regulis
exemplifque [uperius datis noua apponere [uperfluum effc puto:co maxime, quia
tedio non [olum acri ingenio le&lores praditos:everum eo mediocri pollentes
2M inerua nos 4fficere po[e, timemus : ea propter dimi[Jeis eifdem, ad finem
tracfatuli properamus. Deanimaduerfionibus circa figu tas. Cum rebus paruulis
pro figuris cuti cvoluerà: Ut puta formicis, apibus eoc.multiz tudinem copiofam
a[[umas. Sicut locis non eodem die, nec fequenti "vtimur, ita nec hguris
implemus : «vt fu pra de locis.. 3 Rem aliquam,qua beri v[us fuifli pro figura
ne tam cis cito «v g.bodie pro alterius rei imagine loces, ne forte menti tue,
quod prius illi dedifli, redonet. Sienim malum punici; pro cibo egroto
conuenienti,collocafli,ne altera die ipfum ponas pro Kege pomorum omnium, eoqu!
d Coronam babeat. Si quercus pro alicuius walidi[ simi ligni figura;pofita fit,
poft tam parui temporis interuallum, non cfl pro figno cibum por corum
repre[entante,ponenda. Kk. Ao Pros Thefauri memoriz attificiof:e 4 Priores
figuras à fuis locis delere difficile nonerit, ali quo interit£lo tempore.Verum
fi alijs poft paululum [imt ves plendafiguris:bominem man[ionem intrare,
cuntiaque fiz mulacraad terram prosjcere, c7 inde foris emittere,cvel per
feneftram protjcere fingas : eAMented, coneris fepius noua. uiferc fimulacra,cut
memoria tenacius bareant. AMemoranda vesprius,quàm figura con[cruanti donetur:
bis velter, diflincle legatur.[icut &&x Ciceroni placet. 6 Figuris
naturalibus uel [alternm ab[(que intellectus neftri opere cz
pra[entiimaginatione ex iflentibus: (vot [unt natu ralia omnia,co artificum
manibus fabrefacta) quo ad fieri potefl uti nitaris: Et iterum ea qua tibi in
loco, quem figuris implere conaris,occurrunt, [unt pro figuris a[Jumenda : nam
femper imaginarijs vti figuris imaginationem nofiram nia mis laborare compellit.
Fatigatur enim tam ipfas querenz do,quam inuentas conuenienter locando,cz
locatas per ima ginationem recen[endo. et uod noflvo experimento didiciz mus,
ej) fatemurycum pro figuris res, que in manfi onibus no flris vel locis vbi
babiramus,occurrunt inquirimus, c9» los camus;parum velnibil nos laborare. 7
Figuris autem illis uti laborandum est que loco (quern implere volucris) apte
conueniant. Q) uod exercitio cor paz ratur,z» admodum vtile reperies. 8 Cum
igitur proloco Uteris terra,terreis figurissutaris, cit. aqua aquatilibus, cum
Carlo celeflibus eg: Nu[qua aut r4 roin cdere edurum imaginandam erit, 9
*Natura docet locatum loco,e» é conuer[o, conuenire des bcrc. To bere.£t ea
propter,nec in Cella aut Ecclefia afinusper imas ginationem ponendus. "Ni
forfan depitium : «vel aufugiffe conn igA$. 10. //patantum litera vera vel
fifa(. fab alpbabetis ani malium «vel fimilium verum [umpta) totam unam [enteuz
tia vel-ver(um integrum repre[ent«t,quod fufficit multis. Ji quis.n.V'irgilij
verfus quámplurimos repetere debeat,[at forte illi erit. primà lizera
cuiullibet poneres uerfus uel carmi nis pro uer[u evgo,0 R egina nouam, cui
condere Iuppiter etc, ponet onagrit ; [equitur, Iuflitiaq; dedit gentes
frenare;pone ilice. T roes te miferi ec. pone taurii.Oramus prohibe etc po nc
olearum montem.s Alium modum locandi, et confi ngedi fuguras pro [milibus infra
ponimus fub codem exemplo. Cii figura defunt, cuius recordari velis, vocabulum
fcribas, quod euenire facile efe, cum locare nos conuenit nomina fta cunda intentionis,
vel res [pirituales: deprimoyvt cum vez mini[ci volumus buius wocabuli
[ubieGlum pred catum con clufto eec. De fecundo, "vt cum recordari cupimus
intclles lus rationis Mentis ec. 1c Aifigurarepre[cntare debeat vé, quam [ub
[exu MASCULINO vel feminino nominamus, eiu[dem fit ipfa fexus: vn de fi
paupertatis meminif]e volo, non pauperem bominem, fed paupercalam mulierem pro
figura fuo loco veponam. 1L Si forte difcurfus aliquis cverbotenus ate fit
memoria retinendus. V erbum quod primo occurrit, illud locato: fit i lud
[ubieclum prædicatum, adietlinum nomen «vel fub.
flantiuum:prepofitio:interietlio vel aliud quid: deinde ca. mi. Kk 2 tera
Thefauri memorisz aitificiofze teractrba. 0 dus 13. eft notato,qu d fi locato
"umo verbo. v.g. primo tui di[curfus eg)c.facile [equentis vel plurium
[equentium vecordaris,neceffam non effe, qud pro illis, quorum facile recorda.
ris,alias adinueuias figuras: [ed tran[cas ad alia, qua memo ratu [unt
difficilia, eo illa tuis notis obfiena, «vt q fupra diximus. 14 emimaduertito
nece[farium baud effe vut quilibet los cus na tantum impleatur figura: nam
experientia difces in eodem angulo uel alio loco plures figuras memorandorum
deberi, ee» po[Je reponi:ni fov[an iu dicendo aliquis notabilis tran[itus
fiat:ot contingit in dicendorum principalibus punlis et capitibus:que vut
plurimum fingularia expetunt loca. I$ dienim quidam diui Thome articulus ftt
memoria icti. nendas-v.g.-vtrum Deum c[fe fit neceJarium: cA firmati. uam
conclufionem e corpore a[umptam vno in loco fab fn ra reponam. E t ibidem (fi
potuero) vel in loco fequenti figu Y45,142 quinque rationes ( quibus ea
probatur concluft 0) reprelentantzordinate difponcre po[Jum. Ineadem
leclione,feu concione, [iue oratione, feu quarum uis rerumrecitatione,caue ne
bis candem a[[umas imaginem pro diuerfis, nec etiam pro eif dem memorandis e»
rc. petendisyne forte contingat retrogradi propterea evgo pluris bus atque
diuerfis abundare figuris : literarumque diuerfis e vvarijr affluere
caracleribus eo fignis, quibus ip[a litere fignificentur, confultiféimum erit :
De bis Juperius abunde locuti fumus. In bacarte nouitij pro principalibus
punttis duntaxat figuras confingant : ne multip licibus figuris corum grauetur
moeinoria.[at eximerit pro qualibet lectione «uel czcione etc. dccem «vel
quindecim vveladplus viginti principalium me morandorum [pecies € imagines fnis
locis ordinate di[pofaifi 17 Q uorum vt in pluribus euenire folet,cot memorari
ve lis, corum longe antea [unt confingenda figura: bac ideo de caufa, "vt
cum in tua fuerint condenda reponendaque memoria, tuis in locis, [uis [ub
figuris quantocyus reponi ualeat. Etenim ft [nrifle terminos: vel fimplicium
berbarum: feu diuer[orum bominum vel regionum "vel Stellarum nomina
fimiliumque rerum [ciasste in breui auditurum, memoriaq, ca retinere ez)
repetere uelis,vel cogaris, earundem rerum. figuras adinuenire debts, «vt
tantummodo cum audieris non adinuenire figuras, (ed ordinate eas locare. e
difponere pofGis. 18. (Cum in codem loco,puta ecclefia vel palatio e. diuer fa
locara debeas,memento, «vt cum contingit de difcur[u in difcur[um tran[ire,
cuel de materia, dicendorum in materia alia, in principio illius rei, uidelicet
conceptus "vel difcur fs a primo diuerfi, talem figuram componas, qua
conceptus variationé diuerfitatemq in[inuet. co.g fi de e[feclibus cha
ritatis,quos D.Pau.enumerat dicés,C barita: patiens e[l, be pigna efL, charitas
non emulatur, non agit perperam ec. t-afire velim paucis interiectis uerbis ad
fructus fpiritus enu mcrandos:quos ipíe met. D.P aul. alibi ponit : tunc inter
effecum Thefautimemoris artificiofze fec uus charitatis: fpiritusd, fructuum
figuras : arborem pooeisoneratam ponam, qua fructuum omnium [4 ubfequenzer
dicendorum erit figura: Deinde prope illam ponas figuram primi fructus, qui efl
pax : duo uidelicet feofculantes, em fc deinceps: Etenim ft ab[as predicta
arboris figura: dco fé tibi oculantes occurrant, quid tua quefo indicabunt mes
morie? Nil ; uel fi aliquid concepti obtruncatum, aut cum fuperiore
continuationem oflendent : quod exrore pleniffiz mum eft. 19. eAMulta alia.
animadwerfione. digna. circa. figuras inueniendas [iue locandas fuis in locis
[upra digeffimus. De conditionibus figuratum. a Maginaria, vel reales figure
mediocris flature [umáturjmaxime fi loca, in quia bus figure [unt collocande,
ampla non font, ne locamimisvepleta, confufionem p inducant memoria:ft autem
loca fint am pla,magnas ibidem figuras locari nil vetat : immo 2: conuenit. z
Ineoaltitudinisgradutua fimulacraponantur vt abf. 4 nimia oculorum
cleuationeaut eorundé depre[fione,ea cuncta perluflrare "valeas. 5
"Nota &) imagines mediocri fint luce perfu[u, ficut [upra de locis
a[feruimus. 4 Dillent ab. inuicem figure [patio decem cubitorum, ni forte
locusnotiffimus fit tunc enim fsgura figurat propior pos terit e[[;. Ef oc
autern dixerim nece[fe fore, cum fit tranfitus ab una in aliam rem:mamy,vt
diximus, in codem loco n res fyguras ponere non deæcet. : $ Cera vel aliquo
buiufmodi imagines conf ngere, quam plirimimultum prode[fe memoria experti
funt. 6 (uwnfiguras locas,videas que[o,ne prima qua occurrit, fubito in loco
ponaturymift frt tibi conuemientiféima nam poft quam cam locaueris (clariffimum
e$t ) per difHicilem effe (fi occurrerit alia comuenientior,) primam 4 fuo loco
proijcere. 4 7 Figura aliquid agere imaginentur, alioquin memoriam non
excitant.fi equus ponendussungula terram fodiat; fi ln pus; deuovet:ft bomo,
aliquo geflu capitis manus uel pedis uel corporis [e moueat. motus autem fit
talis, quid fe a fuo loco. nequaquam remoueat. 8 Siplures figuras fimul ponere
te oporteat (ficut contingit, cum mome:, aliquod litteris animalium «vel auium
componé duin efl ) inter fe inuicem figure ordinate imaginentur, eo nain aliam
aliquid agere confingatur:fi boc nomen, Deus,. componendus fit, pro*D.
Draconem, pro.E Elefa ntem, pro V Uv[um,pro,S-Serpentem ponam. Draconem
exten[um ponam in terra, Elefantem eum conculcantem pedibus anz terioribus,
quem V r(us in po[leriora mordeat dentibus, eg: vvnguibus excarnificet, et Ur
pedem ferpens «vel (uscorz rodere exiflimetur. 9 Poftisfiruris mel faltem,
amequam alijs vepetere dez. beas,tuipfévecenfeas. Pe Thefauri memoriz
ártificiofze De vía in particulari quorundam locorum ' &figurarum fub
exemplis. Cito prudens lector, quid alphabetamulta 1 fupra pofuimus, ut pote
flellarum, impre[Lonum ærcarum caterarumá ue anima« zeros) Igm,arborum, lapidum
co cetera. 9 uorum (us efl ut omne illud, quod fub aliqua litterarum alphabeti
vedegimus,ad compofitionem dictionis vel nominis deferuire poterit. "vnde
[i componere «voluero. boc nomen etrium, pro a, [umam arietem vel abietem, vel
egc. po. taurum vel ezc. 2 eZliquandoip[a nomina rerum, que fub. alpbabetis
pofnimus,velin parte vel in toto «vel fecundum mmen dunz taxat eam rem cuius
memini[[e uolo, repre[entant; ficut est in equiuocis videre;ficut fuperius
diximus;idcirco, malum, quod pomum eft : malum quod morbus efl, velrem malam
repre[entabit:eox canis terreflris:celeflem e. Tertio cffetius operationes
natura, diuerfitas corum,que fub alphabetis pradiclis reduximus,de[eruicnt,ut
frmilium rerum(in aliquo [altim fimilium)recordari pofSim, ficut [upra inotkauo
capitulo [cripfimus. 4. Officinis diuer[orum artificum artificibusá ue eartdem
animalibus, quadrupediLus, arboribus, auibus: deinde herbis: locique omnibus
ampliffimis optime wvtimur:fi quodam orz dine in duobus fratrum claustris per
imaginationem, omnia predicta di[pofuerimus. $À y; 4n $ 1n quolibet enim angulo
deambulatorij claustri eo dua [unt ordinanda officine, quarum apertura co oflit
platea, vliberba, claustrique meditullio centróque corres [pondeas Anter
angulum deinde priorem, [equentemá, una tantum,e? fic deinceps 5 o boc fecundum
alpbabetiordinem. itaque primo loco vnam officinam [ub nomine a: v.g. edbaco,
cdritbmetici fcbolam, fecundo loco 'Barbiton[oris apothecam. e fic deinceps. :
6 Inmedioueloflio quarumlibet officinarum,cArtificem ipfum fub eadem litera
difpones. e Ante uero quamlibet of ficinamyarborem,fub arbore animal, fupra
arborem auem: qu& omnia ab eadem incipiant litera, collocato. Impleto fic
clauftro,tum in parte interiori, tum exteriori, inmedio fautam
imaginato,qualu[que ad infernum pertingere videatur:ex qua apertura infima eo:
ampliféima cernes loca:quibus tuis obfignatis figuris,ad [uperiora
perges;cu[aue ad fus perceleflia. inclufiue:ft opus tibi fucrit. eio nS 7
Jibocordine pradiclis locis utiuelismaximo tibi emolu méto e4, effe
promittimus.c/Alioetiam modo, vt fapradis €um e[L:prediclis vrimur locis. Hk ..
Omifsis con[ultó exemplis, que ad loca ampla pertinent, "Ut puta
ciuitates, caslella eoc. "Uel ad loca mediocria, «vt puta
eccleflassedificia:vel minora, vt officinas diuerz. fas(quoniam apud diner[os
diuerfis inlocis diuerfrficantur ) de reliquis locis in prima. tra&latus
parte citatis: qua loca epud omnes eodem [émper modo [e babent:eo exempla [uz pra
dedimus, c» quedam infuper pro artis buius pleniore à : Ei declas Thefauri
memorix artificiofx declaratione ampliori, intelligentia in pre[entiarum addi
mus cox [ubneclimus: Q) uibus pofitis,quedam exempla de quarundam figurarum
"vfu, vut amicis quibu[dam morem geramus,in medium adducemus.
Dcampliffimorum locorum vfu tale nobis occurrtexem plum,quod Concionatoribus
haud erit inutile. rius [imilitudiné [pecificam babeat: propterea quia. !
omnia.bumana corda fab «vna cademque, ficut eo ipfi bomines omne [Deciesreponuntur.
V eruntamé in genere mori, diuer(a diuerfis hominibus ine[Je corda fateri cogia
mur:e: ea diuerfis nominibus iuxta corum diuer[(as qualis tates
conditione[que,nuncupari,e epitheta diuerfa [ortiris eAliquorum enim bominum
propter [celefüifimos cogitatus e» obfcuri[fima defi deria,quibus agitátur, cor
profundum «velut inferno fimile dicitur. veh qui profundi eflis corde. J/aie
primo. cAliorum graue appellatur, Fili bomini v(q, quo graui corde. P [al.s. 4i
enim terrena [ubfl antia. «vel inbiant irrationabiliter : uela celo cecleflibus
«ve rebus abflracli atque feclufi in terram corde. fere [emper inueniuna tur
deprefsi:diffolutum eft cor eorum Iofu.5. dicitur de illis, qui in multos
atque. diuerfos [ape [pius cogitatu atque affactu dilabuntur errores : Q uicvelut
[nperabundans aqua Yogiones multaá infundit, fi ctales fuis fluidis cogitatibur
af L ids. Et si secundum naturam cor cuiu[libet bominis altes féGlionibusd, per
diuerfa. quafi inumdantes aqua labuntur: Immo £g) velut amariffimum mare
ebullive dicuntur. Cor. impij quafi mare fernens. E[a. 57. edliquorii corda
vana gloria velut ære inflata vvefica diflenduntur:q ét ttao faci lius eleudtur
in ære, quanto inani fubtili leuique re pleniora inueniuntur: De eorum quolibet
Iudith. primo Cor eius eleuati efl. Q ueda vero corda fic inflatur fuperbia,
quüd ad celum "v[que elata dicantur. Eleuatum efl cor eius t anteritum
[uum:et indurabitur quafi lapis, tob. 4 .A lij diui[um cor babent: Diuifum efl
cor eorum,O[e« decimo: bi fant, quiin duas claudicant partes: Quiue duobus
dominis feruire ge[fliunt.Cor durum alij retinent : Cor eius induraz bitur
quaft lapis, Iob. 41. eAlij [ptem peccatorum nequitia. impurum cor pofsident:
feptem nequitia funt in corde illius, : "Pro. x6. A lij cecum,de quibus.
Eph.a tenebris ob(curatum babentes intelle&Ium, alienati avita "Deiper
ignoratiam, qua eft in illis;propter cecitatem cordis ipforum. Cor uanum.
retinent multi, de quibus Pfal. 4. Corcorum vanum eit. evacuum, videlicet
meditatione inarde[cente:eo» aL [aue bo ni affelione:quo fit,ne bona quidem
loquatur, [ed t4quam fapulcrum patens cor corum exiflat, in[nauem exbalans
odorem.Peruer[um etia cor inuenitur, quo && nature, deiq, ordinem
difpofitionemque peruertere in [eip[o molitur : c rebus pene vniuerfis inuerfo
vti nititur ordine.Veb autem pr omnibus eis, qui peféimum habuerint Cor :quo
etiam contra Deum ipfum eleuantur eg eretlo callo,vt fcriptura dicit, contra
dominum quaft procedant, dum aduerfus eum. Ex cogitas Thefauri memorisxe
ártificiofze cogitationes pefimas machinantur: Hoc ergo cor Deo infenz f fimum
exiftit, ficut eo [acra(Prou.6.)f criptura comme morat. Cor machinas
cogitationes be[fimas.1a ergo audiflis cordium diuer[orum bominum variam
malignitatem,imz probitatem atq; nequitia UVUCrUIm qui voluerit cti (os Deus
annceritcontra bas omnes mali cordis pesfimas conditiones: 4 nalitatesq moliri
bellum,dimicare:etia eo illas oppugnas rec expugnare poterit: ee
"Deiroboratus munimine, vitiorum cvice totidé virtutibus id orare valebit.
Eapropter. quiprofundi cordis erat,celeflibut repletus edulijs, (quee fur fim
eleuant: mentem ) a/cen[iones im corde fuo difonat -wi graui diuina imbutus
[cientia uel fapientia exaltabiz tur apad proximos fuos, qj) nomé bavcditabit
aternit:Gra--. «i corde beside tale quid. D. * P[(altes [uadere wvoluir s:
fabiungédo.Et fcitote quoniam mirificauit ec. Q) ui enim. gloriam [anclorum
nouerit, gg quomodo deus eos in celo fit: honeflaturus à f acra [criptura
cognouerit, graui cacitatis et dgnorantie onere in terra demiffo, celeriter
rapietur incez: lum-CPer ceteras mali cordisconditiones qualitatesá,quas fupra
citauimus, di[currens concionator, &» contrarias cx aduer[o cum predictis
conferens:eas mon folum exaggerare: «verum eo audientium animis [uadere, et
pene in[erere nititur: FLarum autem diuer(arum conditionum cordium ad inuicem
ab cafaéta collatio,eundem concionatorem bis ex integro a fummo vv [ue
deor[um("vel quo «voluerit ordine) pra litum difcur[um repetere cogit.c t
predicti difcuvfus iterata vecitatio Cg» repetitio, [ub «vna cademá, vecladetur
sii iX artificio artificiofa memoria, ac eif de in locis [ub eifdem figuris
conferuabitur. SNam poflquam prima vice loca perluflzaueri oniuer[a, in quibus
fub figuris bac predicta difhofuifti:aliquo [igno vltimo in loco difbofito,puta
manu regref fum demon[lvante: vel bomine obfiflente ne vlterius pros grediaris,
fed gefíu pedis vel alterius membri de vepetitioz ne co reuerfione
admonéteseadem loca pertranfire, figuras inuifere ee» conceptus peneseas
difpofitosextrabere poteris. Loca autem buius difcurfus [unt infra[cripti.
Profundum inferni deferuict, pro corde prima conditionis: Elementum terra, quod
inter cetera eleméta grauisfimum efl, pro corde fecunde conditionis. Pro tertio
corde,ideft diffolutoe 4qua propter [ui diffuffonem. Pro quarto ær,quod
elemétum primun eft, quod upra noseleuari con[picimus. Pro quinte ignis
de[eruict, qui omnium [ubceleflium corporum primus esf eo loco catcris
[ublimior. Pro (exto corde ideft diuifo, nobis de[eruiet celi Lime infima
fuperficies terram ver[us difpoftta:qua e fubceleflia terminaris, eo ibidem
cele ftia inchoare,co quafi "vtraque diuidere, «o ea ab inuicem feparari
cogitato. Pro corde epté nequitiarum: Planeta ois, qui feptem fant,poni bac in
arte conuenientiffimo poterunt..Pro corde excacato, celum fixarum slellarum,
que cales fles oculi dici affolent, es per ezantip brafimcacum cor,tale celum
demonfivat. ( lum nonit,cvanum cor indicabit:na, "vanum ac [uperflu)
pofitum à quibua ee inuentum a[ferunt multi: Pro peruer[o primum mobile, quia
peruer-Jo vel melius inuer[o vefpetu tamen inferiorum orbium, contra Thefauri
memorixz attificiofz contrarioque motu mouetur. Cum id ab oriente inoccidenz
téferatur : reliquis Jpheris ab occidente in orientalem plaga tendentibus.
Celum empyrcum vbi Incifer eleuauit fe contra Deum,;pro pesfimo corde audacler
reponitur. Exempla ponere quomodo fingulis ampliffimorum locorum partibus vti
pofsimus [uper(luum,tedio plenum.graue nobis, lecfori grauisimum, co noflri
tra&latuli breuitati (atis contraz rium exiflimo, ac ideo deditaopera ea
dimittimus. €) uod €? de aliorum locorum infra dicendorum portionibus vvni
uerfis,nos feciffe intelligas. Devíulocorum minimorum, qui homines funt, quzdam
nunc exempla fubnecto. O Cto euagelice beatitudines,que funt «voluntaria pauM
pras Mititas Luclus: E[uries.Mifericordia: ( ordis vunditiapacificatiosmalorum
toleratia,et eorum voly.nta ria (f lata perpefsio,[upra bommem ( quem tamé
noueris:) fic locato. Sicut apud [acros doclores capilli capitis, pro fus
perfluis rebus, ac diuitijs(ft affluant)poni [olent:fic eorum uo l'itaria à
nobis abrafío fa&la paupertatem indicare poterit: 1n capite ergo pradicli
bom'nis capillis abra[o paupertatis fignum Atque Jfugura poterit apparere.
Deor([um autem gradatim ac pedetentim à capite iam [epe dicli bominis in inz
fériores partes defcendendo, Mititatis recordabimur:fi am borum [uperciliorum
in arcus in. ipfrus medio deflexi figuram co: quaft charaélerem M figurantium
co[pexerimus. Lucium oculi. Osexuriem, Brachia deor[um eni ubin Parsfecunda.. ^
m6 fbinde Manus aperta mi[ericordiam.e Atque fub ipf. Co intei ipfas cor
locatum,atque ànatura in medio fere difpoz fitum pettore, eius munditiam
demonslrat. Crarum utro3 ramque figura duplicem P.tali figno demon[lvantes
pacifia. cationis Co per[ecutionis exi[tere po[Junt figura. Iterum decorundem
minimorum locorum vfu. DE bonis, qua in terra viventium perfruuntur Leati, los
quens concionator,multa,qua à [acræxtraxit fcripta va, populo deprompfit,
dicens. ( um de veliquo repofita fit no bis corona Iulitie,qua in illa die
reddet nobis iulus Iudex: 1dco post bac (in calo videlicet) corona aurea gemmis
com, pluribus circum ornata micantibus,perpetuo coronati inuee piemur. In celo
gaudium eternum cii angelis poffidebimus. Gaudent in celis anima [ancforum,
canit ecclefia. In Paz radi[o Dei noflri, Leetitia inenarrabili perfruemur:nam
[is eut la£fantium omnium babitatio eft in te, dixerat Dauid: Et alibi,
Letamini in domino,co: exultate iusti. 9 ui les tabuntur in cubiculis fuis.
Yerum ergo ibi magna erit beatorum exultatioin domino,dum exultabunt [ancli in
gloria; Pf-149.In "Domo patris domini noftri, eli man[iones mul t [unt
perfectiftima ( «vt pote beata) [ciem:ia decorati eris mus: et wando fcilicet
Deus perfetle fcientiam [anctorum, dederit nobis, ex) boneflauerit in laboribus
ee compleuerit labores noftros, ficut $ap. vo. fcriptum eft. V ifione infuper
Dei,vvt clariori vtamur [ermone;ip[o,in loco [anto eius,. aperiiftima
beatiféimad, ppete? pfruemur. ua co p maz xin Thefauri memoriz ártificiofze
xime letificabimur: letificabis me in gaudio cii "vultu tuos eNam bac efl
"vita eterna, vt aperta atque beata vifione, ze uerum Deum cognocant, «o
quem mififli Lefum Chri fiumi oh.17. t Q uid inquam?Beatiqui babitant in domo
tua domine, in fecula feculorum laudabunt te:Os nostrum ergo inferius exteriusQ
laude diuina (dulciori quidem [vper mel e fauum )repletum erit.Inibi igitur
laus in Deum refonabit ater na. Suauifcimietia cantus.dulciffimumque
Melos,latifiz mumue.cAlleluia,eo« F/armonici concétus audiétur.Cibus. €? potus
beatos uniuer[os in eterna uita con[eruanies inuiz fibiles erunt, [icut eo R
apbæl c/4ngelus dixerat de (c. £go cibo ej potu, qui ab bominibus videri non
pt, utor: qui cibus 7 potus "vniuerfis animabus conuenire credendi [unt.
Nec exteriorapa[cua deficient, quà oniuerfi [en[us noslri vefecti permaneant :
nam ingrediemur e9- egrediemur,D iz. uinitatem contemplantes eo perfrwentes:et
egrediemur bu manitaté Chrifli [ublimé in gloria con[picientes, et pafcua
inueniemus: [en[us. n. noflri Chrisli bumanitate maxime oblectabuntur.Cibus,
frumenti adeps erit:cibabit eos ex az dipe frumenti: P[al.8o.Et alibi: adipe
frumenti [atiat tte] qua autem [apientie [alutaris,potus erit. Et aqua faz
pientie [alutaris potabit nos Deus. Ecclvg De [anctaauz && ac fobria
ebrietate, qua inebriabuntur fancti ab ubertate domus Dci: «Ac de faturat:one,
qua fatiabuntur cum apz parucrit gloriæius, uullus [atis,nerno digne loqui
potefl .Infuper im monte boc [ancto Dei, fummus inerit ac perpetuus "x
necp cord; Pars fecunda. 17 cordi Iubilus, quem apprime ac perfecliftime Dei
populus im celo exiflens, uere inre folix dicipote[l. Beatus populus, qui [it
iubilationem. P 21.88. IfHs,in ciuitatis [upernataz ernaculis omnimoda ab[(que
fastidio inuenitur vepletio: "Nam replebimur in bonis domus tua :
predixerat "Dauid Pfal.6 4.1llic in [apercelefti Hieru[alem.) uoniam
confor tauit dominus [eras portarum [uarum.[ecuva [effio erit pulcherrimum
pacis [ubfellium babens : fedebit. enim populus meus in pulchritudine pacis,ait
[criptura.E[/aie 31. Pax au tem erit continua. wes noninterrupta, [omnus
fuauiffis mus non interci(us : alienationem mentis non operans : nec
intellectus (peculationem minuens uel interpellans: [ed viz gilem
continuumque:quietum atq, [ecurum beatifima cons templationi animum
con[lituens. Inibi merces magna nis mis, Deusin fecula benedictus : Ego ero
merces magna ni. misipfz olim Fabræ loquens, promi[erat, Gen.14.. vide. te
quefo coagitata eo» [uperfluenté meritis vestris menfura in finum veflrum
dandam, ev A*vobis letanter fufcis piendam. Videte magnificam munificamue
retributionem: Denarij fuperceleflis,in quoconueni[lis, praciofttatem
attendite, eterna glorie pondus, quod modo operatur in noz bis: (leue quid ac
momentaneum tribulationis noflra) quod quidem in aterma gloria
posfidebitis,confiderate,Cocatera. CPrediélorum decem eo» nouem capitum buius
difcur[us. memoriam [upra quendam bominem tibi notum e in talilocopofitum, hoc
infra dicédi modo, locabis.Imaginata co. rona anro fulgens gémi[que maxime in
[wiipfus [ummita-. eim te co- "T hefauri memoriz artificiofze ec
coru[catis corona in celo perfruence, ac conditionis cif dem erit indicium.
Galerum autem fipra «velcirca qsod predicta corona difbonimus, gaudij extiterit
f. gnam prigu las in 9. cap. [ecund« buius partis traditas. G alerurn esté
praditfum aurea gemmataque ornatum corowa [upcrpradicli bominis caput locatum
imaginaleris. Per vegulas (uz pracitatas latitie figuram babebis fi morbicuiuf
dam capiti aduenientis bumano gp) primas letitia fllabas vetinentis recordatus
fueris, quo e predicti bominum caput languens imaginaberir. E xaltatio autem
qua quis exultans vel admirans frontis in altum erigit ee eleuat rugas,
exultatioz uem indicabit [anclorum. Interiorum [enfuum in capite locatorii,
quorum primus communis dicisur fenfus circa frin tis partem interiorem refidés
confideratio fcientia qualemcunque fimilitudinem dabit cur nil [dentiam, ni
illud qd per illos ordine quodam pertranfierit: Circa ac intvoparzem interiorem
frontis, cuius frontis in [uperiori capite difcur[us pre[entis mentionem
fecifli ordinate € fuccefüiue difponuntur à fen[u communi incipiendo: Ordinem
evzo tes nemus in noflra memoriadum exultationem in fronte, c^ féientiam
immediate [ub fronte fub citatis figuris reponis mus. eA capite iflius bominis
im anteriores partes eiufdem ordinate de[cendendo occurrunt oculi. Q ui
beatifica viz fionis poterunt effe figura labia laudem demonfivant, tum quia in
os lingua reuerberante laus exterius e[fonat : tum praterea, quia labia ca[dem
«votriu[que nominis primas rez einent literas. fonus autem à labijs inguad
repercu[sione COH. Pars fecunda confeclus, eo ab illis ad nos exiliens cantus
exiftit fioura. Interiores autem ipfius oris partes, vbi, ac quibus nadinus
cibum deglutimusd potis, cibi nos admen et potusá, celeflis.Thefauri memortz
artificiofz Inore autem flomaci, quod pradictis fnccedit ac fubefl partium:in
quo eo primi facillime (aturatio redundat, e digno[citur ebrietas : V'triufque
"vocabuli veiq, indicium exi[lere poterit.Cor,'vt ita dicamyexterius,
carneum [Gili cet,in pe£loris parte, [i fupra flomachumytamen [ub ipz fius ore,
ab ip[o uulgo non incongrue penitus credito, pofitum : quodq, iuxta
Ffippocratem, benigno affluens [anguino,letitie ctiam exterioris in carne
redundantis caufa eft. Interioris iubiliin celo perfruendi erit
imago.V'enter,qui in inferiori noftri corporis portione conslitutus eft,
repletionem indicat ni forte fuperius dum [aturationis mentionem fez
cifli,repletionis etiam recordatus fueris. Siautem [edeat homoprediclus:eius
fc[fio fe[fionem illam fuperius citatam indicare poterit utraque fura cum
utroq; tamen offe cruris propter figuram. P. [imilem:quam exprimunt; pacem in
pra[entiarum demon[lrant. €) ua £t ratione pes imus à taz lis incipiens,e ad
digitos u[qs profluens.Q -buiusfigure de monflrat,indicatá, quietem:cfnte buius
bominis pedes interea effufa pecunia mercedem fignificabit: Modius autem fecus
pecuniam ordinate, gj) [ucceffiue locatus men[uram: fupra ipfam denarium
"vel multa denaria collocata: eÆternum denarium [ignificabunt; circa
uidelicet os eius : Pro ponderis figura flatera deferuiet;fi [upra uel fecus
pra diéía ordinate locetur. Quomodo Parsfecunda.. Quomodo humanis digitis
noftra hac vtamur in arte. Q/amplures [acra fcriptura expofirores,ac catholici
. declamatores, quinque afferunt impedimenta,qui bus "Damon,tanquam
inimicus bomo, quinque digitis maz nus os peccatoris obfiruere foler ne
Confeffario in [ui [alut£ fua pandat peccata: € uorum primum impedimentum,
iuxta lob. Raulin : Impotentia efl, qua ipfe peccator, Dei mifericordiam non
attédens,peccato [e credit non pof fe vefifleve. Secundum: Fidei fractio tépore
elapfo pluries reiterata: Longioris-vite [pes fallax e$l flulta pra[umptio:
edmor fii ipfius amicorum-ve."U erecundie moleflia, dum quis qua fecit,
vel cogitauit obf tara ore confiteri compelli tur. Digitus,pollex dicitur;quia
cateris potentior e[I:per anz tiphra[im impotentiam o endit.Index,quo celum
verfus. erecto iuramus,codem figura fidei fra&tionem figurat. Me dius,qui
ceteris longior eft longa -vite nos admonet.e 4nuz laris ( ad quem-v[que, iuxta
M acrobium eo c Albertum magnum, cvena à corde procedens profluit co extenditur
; ob quod etiam anulo infignitur. ad matrimonij fidem amoremá, indicandum ):
amorem: proprium peccatoris extez rumq,, quo amicos amat, demomflrat: AMinimus,
qui oms nium de[pecii imus eb, eo auricularis dicitur, quia eo mundantur aures:
P'erecundia caufas talemrve paffionem trobis oftendit. Iterum Thesauri memoriz
attificiof Iterum de vfu eorundem digitorum exemplum aliud. .NL oclaua
quatlione prima partis "DT bo. a[ferit omni] bus in rebus Deum tribus
ine[Je modis: Per potentia prs fentiam eo e(fentiam : Poles evgo potentiam:
Index quo pra[entia demonstrantur pre[entiam; Medius,qui ab alijs compre[[us
vallatusà, pene occulituryvix 4, «videtur,e[fenz tiam,que "videri non
potest,indicant. Iterum in bonis bominibus per gratiam ej) charitatem inbabitat
Dew:. In fanélis per gloriam.cAAnularis, quia amoris,cvt diximus,in dicium e[l,
gratiam e&* charitatemeAMinimus, qui poflrez mus eft, gloriam quam po[lremà
dat Deus qualitercunque vepre[entare pote[? : per antiphrafim autem
digitusinglorius, co ignobilis aloria fignum memorabile erit. De modo quo
quibufdam hominis membris ac Ícctionibus eiufdem fupra in cap. xj. Secunda
partis pofitis utimur. Embra diuer[a bumani corporis, diuer[a nobis indi M
cant. Digiti pedum eorum, articuli velocem, e« evelocitatem nobis ofkendunt :
Ofium crurum reclitudo furis oppofita ve&lum, veclitudinem. Genua timorem
tresmorem vel bumilitatem. Gremium fouentem vel fauen tem cvelfauorem "vel
verenda lca verecundiam : az Flitatem, pudicitiamyuel aliquos,tales conditiones
pofidéz i te5: Parsfecundu: - i140 tes : Iteyum generationem «vel generatum:
filium,patrem, matrem,egc E mbilicus centrá rei cuiuslibet, medium vel
medictatem ; Omnem im communi virtutem,que confislit in medio: Stomachus
fobrietatem «vel [obrium, ieiunium, uel iciunum eec P etluus conlantiam:iterum:
Peclus di« fcoapertum [inceritatem : coopertum duplicitatem. Omnia autem membra
interiora diuer[as fignificabunt ves noflro propofito deferuientes Nam cor amorem.
Feliram. Puls enones animo deicélum,pufillanimitatem: 7d anus e» brachia binc
eo inde deorum pendentes: petentem mi[ericorz diam, vel ipfam mi[ericordiam.
Manus iniuncle eo elenate orationem: eXMamus cancellata, ideft digitis infertis
compofite admirantem, admirationem .. Brachium in alzum extentum eo» inpugnum
complicata manus pugnam, iram, fortitudinem Brachia nuda: virtutes, cutres.
Ffumeripatientiam.:onus Charütatem ac Pietatem Collum, in quo neruorum omnium,
qui dura (unt corporis ligamenta, Cg à capite in totum corpus defluunt : R ei
alicuius vel revum colligantiam:coniunclionem, conuenientiam;atque fisilia
defignant. Senfus oymnes ac eorundem organa preter atlus ipforum [en[uum, quos
apertiftime demonflvant, alia etiam nobis indicant. Ociuli,qui iuxta
e/dri[l.reiá, veritatem inucntioni deferuiunit,rem inuentam vel inuentorem
fanificant: Iterum intellügentiam, intelleclum, fcientiam,
curiofitatem,peiulantiam,luxuriam.fatuitatem, frmiliad, qua oculis facillime
demom[trari folent. e4uris inflrumenz tum eg [abictfum auditus, Difcipline nos
admonet;atque à Pa 'Thefauri memoriz artificiofz dolhrina: difc ipuli etiam
atque do£lovis imago poterit esse: e/fuditus enim di[ciplinam à doclore
traditam indicar: Iterum auris obedientiam bumilitatemue pra [e fert. Os, cuins
in pártibus exercetur gustus, « obrietatem,parcitatem, abflinentiam.eo
iterum,quia ore loquimur, locutione. atque filentium/Nafus odorum di[cretiuus,
difcretionem, iuxta D.c/dntoninum .. Frons difcooperta, nulla
notatuminfamia:cooperta infamem: Reneseo lumbi, caflitatem vel luxum. fNates
igpauum defidemqa, : conglobata enim caro ad fcffionem apta buiu[cemodi bominem
fignificare potez vit." Poplites,qui [ic dicti [unt,quid posl plicentur,
duplici. tatem fraudemá pratendunt. Q ue membra "virtutes fi gnificare
diximus, quia contraria debent fieri circa idem: idcirco vitia opposita
demonstrare poterunt.Q) uadam auté »nembsa alia ratione contraria
finificant;[cilicet per antis hrafim,ut intuéti patet. Hic tertio
animaduertito, quid 3 in ab[lracto aliquid fignificare diximus, inconcreto
eadem fignificare intelligas, eo € conuer(o: Pectus enim non tans tum
con[lantem;fed gj con[lantiam fignificare potefl, e fe de c&teris. De
quibufdam huiusartis fi guris. Et primo dehumanis digitis, ac co rundem
nominibus, &., eorum víu in hacarte prafenti H Vmani digitiin qualibet manu
funt quinque: Primus, A. A qui cateris breuior, [ed cunctis potentior, unde e:
Pol lex Pars secunda.. lex dicitur:eAppellatur etiam ez) Ffallux quia fuper
alios faltat «e [candit. Secundus Index efl, quem alio nomine veteres falutaré
dixerunt. Ffoc digito filentium etiam anz tiquitus indicebatur ft ad os
compre[Jus € [uppofitus oflenfus fuiffet, Martia. libro de Nup. *P bil. T
ertius medius efl,qui ce alias uerpus à "verrendo podice diclusefl. nde eo
terri) infamis vvelfamofus, vel impudicus diclus eft : $ uartus Medicus evel
medicinalis e? anularis appellaz tur: uintus,qui minimus €? auricularis
nominatur.Pollex ergo potentiam.faltum,[canftonem vel a[cenftonem fi gnificare
potefl: Index [alutem:e falutare, falutiferà etc. filentium,iuramentum c7
fidem.ZMedius,quia medium te inet,bonorem uel bonoratum:regem:prafidentem:Q)
uia lon Jor eg maior ceteris:maiorem vvelmaioritaté: longitudinem:excellentiam
qualibet "Uel quia wverpus dicitur infaem, impudicumá, demon[lvat:
MedicussZMedicii,mez dicina. €) wia anularis:matrimonium:amorem, fidelitate,
obfignaturam eo obfignatum: M inimus bumilem atq, dez eCfum : cvel obedientem,
quia auri deferuit:evelimmundum:*Nlec arti noflra officit, quod idem membrum
diuer(a €» aliquando ctiam contraria fignificet : nam diuerfo bropofitodiuer[is
in locis : tempore diuer[o: pro diuerfis eodem «uti membro,ac etiam qualibet
artisno[lre figura res rez [cferente diuer(as nom dedecet, mon inconucnit, immo
boc fapius ipfa nece[sitate compellimur. eN n Iterum: Thefauri memorrie
artificiofx Itérum motus diueríi corporis. variarum rerum : nobisimagines
donant. Eeuatum igitur caput [uperbiat indicat: Os apertum; E celum,
blafphemiam, bla[phemantem eec. AManus complicata auaritiam: Malus aperta
liberalitatem: Yterum dextra liberalitatemymunificentiam s finiftra
auaritiam,cupiditatem;tenacitatom: Dextra iterum bonor em, profperitatem:finistra
ignominiamjinfortunium. "Pes. dex ter affeilionem eo afectum bonum :
finifler in malum accipi ur. "Pes defixus immobilitatem,
firmitatem,con[lantiam.Oculus in terram depre[Jus, «verecundiam, honéftatem.
Oculorumautem motus diuerfi plura interiora cordis oftendunt pafsionesq, multas
bominis indicant nobis. Pedes: ad fugiendum compofiti, fugam,
timorem:commordens fibi digitum, 'vindiclam vuelbla(bbemiam.Primi dextre maz
nus digiti, quafi ad numerandum compofiti,&el ad [criben dum deflexi,numerorum
vel [cripturarum: vel numeran ti vel [cribentis indicia [unt.fic de cateris De
vfu alphabetorum omnium fiue characteribus. conftantium, vt füht alphabet
grzcum:hebrai cum:Latinum ; ceteraque: vel ipfis naturalibus rebus: vt fun t
alphabeta mineralium, lapidum; gemmarum, herbarüm,arborum; jummatü:pi
Ícium,auiü,imprefsionü, ftellarum, horum &c. é: Vn qua locanda [unt, «vt
memoriter teneantur:qua vel effe non babent prater opus intellectus, "vt
intentionalia Pars fecunda. 141. riohalia omnia vel pure [piritalia funtzct
gratiatvt virz tutes feré omnes, qua vix éxterius apparentyvixq, compre bendi
po[Junt:. uorum omnium [imilitudo ac exterior figu ra excogitari eg inueniri
baud occurrit: tunc ad alphabeta predicta fuperiusque ordinate difbofita
confugiendum res flat; quibus prædictarum [piritualium rerum, eo fecunda
intentionis nomina componas. fi cut fupra prelibauimus eo bic denuo tanquam
memoratu necc[Jarium con[ulto vepetimus De vfa alphabetorum ex literis et
caractheribus: compofitorum. y Rocuiuslibet rei figura, per regulas [uperius
ditas in p nono capitulo omne illud poni pote[!, cuius nomen inis tium babet ab
eadem litera, à quaves cuius memorari vvolueris, incipit: Quapropter apte
recordor peffimorum ludi fi«iuum effe&tuumq,, fi infbiciam in manuum
articulis uel Alibi difpofitas per imaginationem literas illas;à quibus pra
diclorum frulunm nomina initium babét .'Unde quidam declamans,e ludi errores
exaggerans co» commemoras fe cundum albbabeti literas viginti, tot enumerauit
errores ; quot apud Gabri.Barl.eoj Paral. D.czaninuenies. N»e5 a Iterum
Thefauri memortz artificio fz Iterum de eifdem alphabetis ex characteribus
compofitis.. qox sIMnes litera: cuiuslibet fint alphabeti, numerum diÓ quem
denotant : ed prima noflri alphabeti litera : e4lpha prima in greco: ac Aleph
prima in bebraico,viitatem eg principium numeri denotant: B binarium :
C.trnarium numerum, e fic de ceteris alphabetis ; C9 alpia. betorum literis.Uer
enimuero figuris caracteribusq, qibus aritbmetici numeros fignant,cUti
pofJumus: In[uper cia quibu[dam alijs modis, [icut [aperius prolixe [atis
diximus, prædicti numeri notaripo[Junt. ez4t quia uarietas €g* duer fítas,qua
diuer[os notamus numeros,conducit memorie go eam tenacem reddere valer:ideo
dicimus, quód fi [piu di uer[orum numerorum. [pecies haurire memoria cvelis vel
ea[dem pluries replicare, e ab[que tadio.«v fine ervrris nagationisque periculo
eas &ud celerius occurrere menti defi deres, omifis quibus atitbmetici
vtuntur figuris : vel ea[ dem pluries replicare fpecies, quibus non frequétius
vvtimur, cum uon [atis memorabili figno ab inuicem. difinz guantur, ad predicla
alphabeta vecurreré peteris, charaGeres atque figuras : eg quodlibet elementum
ez liera numerum aliquem tibi donare poterit, prater primam, que prima vice in
figuram defumpta, non numerum, [ed numeri principium co unitatem donalit. *
Prima ergo e4lphaberi litera v. £. e]. nitatem: 9. Linarium numerum donat.ce
[ic deinceps. cvniuerfis aiit literis prima «vice dez curfis, Párs fecünda,. 55)
343 curfis,ad eA iterum redeas, && duplicata figura pro vigez nario
[upra "nitatem deferuiet numero: fic de reliquis lite ris alphabeti
pradicli dicimus, In infinitum boc modo litez ras replicando procedere
po[Jes,[ed tutum baud efl :nec arti noftra con[cntaneum; idcirco duplicatis
characleribws litte raríjs, quibus nos cvtimur,per bebraicum atque gracum eos
dem modo di[curras. De Alphabeti hebraici vtilitate,. A 9 Hebraico alpbabeto
aliam vtilitatem noftro defer uiente negotio extrabere po[jumus:-nam quia
my[Teris multis haud caret, et quoniam eiu[dem qualibet littera fiz
gnificartionem ctiam duplicatam qj triplicatam babet: id circo tales
charatleres ; diuer[arum verum per ipfos fignificatarum indicia ce [igna erunt,
co é comuer[o: Harum aus tem litterarum eg» pradiclorum charatlerum nomina eo
appellationes:e fi fuperius po[uimus cum bebraicos chavaz eres difboneremus :
hic tamen eafdem replicamus litteras litterarumque nomina bac dum taxat de cau.
4, "Ut pene il las earumdem fignificationesponeremus, tum ad noflra ar tis
pleniorem notitiam, tum ad legentium «vtilitatem e eorundem animi
obleclamentum. eN n 3 Alpha t Thefauri memoriz artificiofz "Alphabetum,
Hebraicam. z E Ames le Lo Q0 HÀ AVN SAMECH NVN vw v SADE ALPHABE-, TAV
Tnterpretátio Hebraicarum litterarum Diui Ámbrofii Alepb. 2. Beth. 3. Giumel.
Dalet. s. He. 6. Vau. fuper Psalmum dicitur Doctrina. interpretatur Confufio.
dicitur Retributio. fignificat Timorem, feu natiuitatem. denotat effe vel
viuere. Interpretatur vt ille;vel non eft. 7. Zain 22. 23* 24. $4. 26. 27 Int
I. 2. 3 Teth..|. interpretatio eft Exclufio. Lameth.fiue Lamed. interpretatur
Cor. vel Parsíecingdai. oir Zain. .. fiue Sæn fignificat Ducte, vel huc.. Heth.
dicitur Pauor. ipd mech Ioth. significatione confeffio vel defolatio dicitür.
Caph.. fignificat Curuati funt... 5 s Caph. iterum fiue fecüdum idem
fignificare poteft. | rra quodeft verbum.i.íeruo,feruas. Mem. SIGNIFICAT ex
intimis,velignis ex vltimis: Mem. fecundum.idem fignificat. Nun. Interpretatur
vnicus.vel pafcua eorum. Nun. fecundum.vt fuperior littera. Samech. dicitur,
Audi,fiue firmamentum. Ayn.. Oculus feu fons interpretatur. Pe.
Interpretatur;erraui,fiue os aperui. Phe. Interpretatur forfan vtlittera
fuperior. Zadich. dicitur Coníolatio. |... Zadich. fiueZade,vt præcedens
interpretatur Coph. fiue Cuph.Interpretatur cóclufio,vel Afpice. Res. | Caput
fiue primatus dicitur. Schin. feu fin. Interpretatur fuper vulnus. Téu.ss
errauit;fiue confumauit. erpretatur Hebraicarum litterarum Iuxta Domini Vgonis
Cardinalis expofitionem fupe Cap. X X X I Prouerbiorum. Aleph. interpretatur.
Mille vel doctrina interpretattonum. E Beth. — interpretatur domus vel
habitaculum. Gimel. Interpretatur Retributio vel Plenitudo Daleth ND T"
Thefauri memoriz attificiofe 4. Dalet. Interpretatur tabulz vcl tabulatum, aut
Ta 5. He. 6. Vau. 7. Zain. ' | 8. Heth. 9. Teth. 16. Toth. 11. Caph. 12. Caph.
nua. Interpretatur Ele vel viuere, vel üfci cipiens velfufceptio. Interpretatur
Hec vel ipfa fiuc ipfe aut ille. Interpretatur Ducte.velhuc, fiue oliua;aut
fornicatio;vel arma,fecuhdum quendam, Interpretatur vita vel pauor.
Interpretatur fubter. vel infra fiue bonum. aut exclufio. Interpretatur
fcientia vel dominatio. Interpretatur Inclinatio;fecundum alium vo la feu palma
manus. iterum;interpretatur vt dictum est. Lamed. Interpretatur Doctrina
difciplina. 14. Mem. 15. Mem. 16. Nun. 17. Nun. Interpretatur vifcera.
iterum.interpretatur vt fupra. Tnterpretatur Pifcis vnicus aut fempiternus:
Iterum; Interpretatur vt ante. Samech.Interpretatur erectio fiue fübftentatio.
Ayn. 20. Pe. 31, Phe. 23. Zarils 23. Zade. 24. Coph. 25. Res. 26. Schin. 27.
Tau.Interpretatur fons vel oculus. Interpretatüur.Eructatio velabore. Nihil
fignificat nifi forfan quod de Pé dictum eft. velZade.Interpretatur venatio.
iterum vt fupra Interpretatur. fiue Cuph. Interpretatur coriclufio feu exclu
fio, vel fecundum quemdam fcimia. Interpretatur fapientia. fiue fih;
Interpfecatur fuper vulnus; INTERPRETATVR SIGNVM Pradiz Parsíecunda P Radiclis
exemplis de diuer[orum locorum atque figuz rarum v [u, eos ad "vtrorumá ad
cà, qua memini[Je «uo luerivaus applicatione ad noflra artis: pleniorem.
notitiam (^et in principio ecunda buius partis promi[eramus ) poft tis:ad finem
[aue 1ralfatulus ifle nofler peruenit. E.a au tem exempla hoc in prafenti
capitulo eo alibi bac in (ecunda adduximus parteiqua Concionatoribus
de[eruiant, cum precipue iftis adiumento. e[fe defideremus. P hilofopbus :
Lurifla: Medicus: Procurator ceterid, ipfi fibi conuenientes figuras
excogitent. e confingant, atque [uis in locis ptodiueris memorandis ordinent
eg) difhonaut. /ia etenim inz ueniendi locos atqua figuras y €» eas applicandi
rebus illis,. quarum recordari "voluerimus, [atis [uperá, [upradiclis
exemplis omnibw patefacta e[l. $i quis autern plus forté iu flo in dandis
exemplis proceffiffe * e&x in applicandis locis atque figuris prolixius
quam par erat nos extendi[Je [ermonem incu[et : meminerit ómnium legentium
defiderijs nos baud occurrerepotuife. Flanc enim artem "'oebémenter cus
pientibus, co* à nobis fepe ['epius eam cflagitantibus : eg uantocyus eamdem
cape[Jere,eg ea vti po[Je defiderantils fatisfacere in animo érat. Exemplis
enim datis, quilibet legens, quas in communi dedimus regulas, celerius fuo
applicare propofito poterit. Q ue fi à nobis appofita proliz xius non fui[[ent
multo cum t«dio, labore,exercitio, ac [atis longo temporisinteruallo, vix eam
artem noltri lectores a[[equi potuiffent.F tilitati ergo legentium intendentes,
bu- cusQ, traclatuli noflri artem protraximus. Hie autem [ub ifo (RC
"'Thefauri memoriz artificiofe ipfo pre[entis operis fine con[lituti 1
«vniuer[os buius noflri operis admonemus le&lores,ot fi qua forte
inuenerint à no. : h fcripta, qua "vel non illis [atis vel etiam minime
plaz. ceant: quod Jf non opus laboresá, noftros confiderare velint: altem nimis
auidum cunclis [atisfaciendi animum confi. derent, eo attendant : f qua autem
boc in opere legerint ; qua cvtl (atis vtiliaexifliment vel delectabilia, vel
aliz quo modo fibi grata perno[cant : in Deum ipfam referant «vniuer(a, à quo
Lona cuncla protedunt : 1n cuius laudem prafens opu[culum laboresá, nostros 2
omnia tum interio- ratum exteriora noflra, gp) nos etiam ipfos veferimus,ac in
pofterum veferre, ipfo anmuente;proponimus. ' Cui laus e bonor in fecula. voee
Fitieaot wu 3j 6 Acta, Finis T'raclatus de memoria artificio[a editi &.
R.*P. F. Co(ma RofJello Florentino Ordinis Predicatorum. ERRATA SIC CORRIGITO.
Pagina r. pag.7. a. pag.1o.b. pag. 1 1.2. pag. 1 3. b. pag. t f. b. pag.ead.
pag.23.2. pag.24.b. pag.5o.b. pag. 52.2. pag.ead. p32.3 4.4. pag.37.a. pag.
42.2. pag.43.a. pag.44.b. pag.45.b. pag.6o.a. pag.72.b. lin.7 lin.4. lin.4.
lin.1o. lin.t1. lin. 17. libezh lin.10. Iin.i7. lin.18. lin.12. lin.8. liti.
14. lin.9. lin. f. lin. 1. lin. j. lin.2t. pag.68.poft fig. Equi, et Aquilz,locandz
funt figure hominum ; que, quia per errorem pofitz funtad pag. rco.&
ror.idcirco ibi delineabis, lege, lin. pen.lege, lege, lage, lege, lege, lege,
lege, lege, lege, lege, lege, lege, lege, lege, lege, lege, lege, lege, et
repones prout dixi. pag.of. et 96. ez duz pri in Titulo, lege Auttore F. Cofima
R.offello. notitiam. claufus. perducantur. fculpat. 31500. decemmillia,
conftare. moueant. infigurabilis, ad latus. quz reliquis.& lin.feq.lege,
dominantur. nmanuducant circundantes Contemplantur gratiz dei. Tenentur et
demum. Duximus uariatum quaz.n.eft prior,debet effe pofterior pag.rrr.a.
lin.zr. lege, pag.irz.a. lin.rr. lege, pag.r18.a. lin.25. lege,, pag, 127.2.
lin.vlt. lege, pag.156.a. lin.16. lege, lege, pag.ead. b, lin.6. partibus fuo
loco fparfis digitis; fiue orificium latantium interius mz figurz funt
przpoftero ordine pofita. o us qe nem e 5st Cil 1211 H i «Cididcli € i s i E wr
Qr WO T T 4 p * E 1 . j - 1 -- i : . LU a f B 4 á et :Dotux eb | DO V E 0 0n LC
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"ao CNSSSERGAN PSU NR QN i ip rn. 2^ OE op nie. QE aC Pl e Ws (oda pedi d.
« vom i iii 1 xd w Là t J ig i - Je» er. MEMORIA 'ARTIFICIOSA. Cosimo Rosselli.
Keywords: mnenomico, personal identity and memory, chiave universale. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Rosselli.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosselli:
la filosofia italiana nel ventennio fascista – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo
italiano. Roma, Lazio. Diresse il mensile “Noi”. Discusse con SALVEMINI la tesi di laurea su “MAZZINI (si veda) e il
movimento operaio”. Pubblica saggi su riviste storiche italiane, tra’altri, “MAZZINI
e Bakunin: XII anni di movimento operaio in Italia” (Torino, Einaudi), e “PISCANE nel Risorgimento italiano” (Torino,
Einaudi) -- raccolti in “Saggi sul Risorgimento italiano” (Torino, Einaudi). Inizia
a far politica ed è col fratello R. (si veda) tra i fondatori del giornale
"Noi". Col fratello e con Calamandrei, e col patrocinio di Salvemini,
fonda un circolo di cultura -- chiuso dai fascisti. Fa parte dei fondatori del
gruppo fiorentino di “Italia libera”, fra cui, oltr’al fratello, Bocci, Rochat,
Vannucci, Traquandi. Adere alla fondazione dell'unione nazionale delle forze
liberali e democratiche promossa d’Amendola, e partecipa alla fondazione del
giornale anti-fascista clandestine, “Non Mollare”. Arrestato e condannato a V anni
di confino a Ustica. Rilasciato, venne nuovamente arrestato e condannato a V
anni di confino a Ustica e Ponza, dopo la fuga da Lipari del fratello. Ottenne,
su intercessione di Volpe il passaporto, con una sollecitudine che ad alcuni
amici, tra cui Calamandrei, parve sospetta e motivata dal fine di arrivare
attraverso lui al rifugio del suo fratello. A Bagnoles-de-l'Orne è assassinato d’una
squadra di miliziani della Cagoule, formazione eversiva di destra su mandato,
forse, dei servizi segreti fascisti e di Ciano. Con un pretesto vengono fatti
scendere dall'automobile, poi colpiti da raffiche di pistola. R. muore sul
colpo, R., colpito per primo, viene finito con un'arma da taglio. I corpi
vengono trovati due giorni dopo. I colpevoli, dopo numerosi processi,
riusciranno quasi tutti ad essere prosciolti. Commissione di Firenze,
ordinanza contro R. (“Attività
antifascista”). Pont, L'Italia al confine: l’ordinanze d’assegnazione al
confino emesse dalle commissioni provinciali, Milano (ANPPIA/La Pietra), Ustica celebra la libertà dei R., profilo di
Volpe, profile nel sistema informatico dell'archivio di stato di Firenze. Fiori,
Casa R., Einaudi, Franzinelli, Il delitto R.: anatomia d’un omicidio politico”
(Mondadori, Milano). Altri saggi: “ “Inghilterra e regno di Sardegna” (Torino,
Einaudi); Ciuffoletti, “Un filosofo sotto il fascismo: lettere e scritti vari”
(Firenze, Nuova Italia); Colombo, I colori della libertà fra storia, arte e
politica” (Milano, Angeli);Belardelli (Catanzaro, Rubettino); Visciola, “La scuola
di storia moderna e contemporanea. La prima fase della ricerca di storia
diplomatica, in Politica, valori e idealità, Maestri dell'Italia civile, Rossi,
Roma, Carocci, Visciola, “Soi "maestri". Il rinnovamento della
storiografia italiana fra le due guerre, in i R.: eresia creativa eredità
originale, Visciola e Limone, Guida, Napoli, Visciola, Uno filosofo salla
ricerca della libertà in tempi difficili: appunti sparsi per una biografia
complessiva ancora da scrivere, in I fratelli R.. L'antifascismo e l'esilio,
Giacone e Vial, Roma, Carocci, Tramarollo, “Tra mazzinianesimo e socialismo”, Belardelli, Un filosofo anti-fascista” (Passigli,
Firenze); «Il filo rosso». Il carteggio di i R. con Silvestri, Gabrielli,
Storia, Franzinelli, “Il delitto R.: anatomia d’un omicidio politico” (Mondadori,
Milano). Treccani Dizionario di storia, Dizionario biografico degl’italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Sabatino, R.. Nello Rosselli. Rosselli.
Keywords: risorgimento, Mazzini, operaismo, movimento operaio, risorgimento
italiano, Piscane. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosselli” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rosselli:
la ragione conversazionale dell’apologeticus, o implicature cucullate – la
scuola di Gimiliano -- filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Gimiliano). Filosofo
calabrese. Filosofo italiano. Gimiliano, Catanzaro, Calabria. Far dobbiamo
onorevole menzione di lui, letterato insigne del suo tempo e filosofo di grido,
Cattedratico in Napoli ed in Salerno; il quale, a dir del Barrio, partitosi pel
genio di visitare l'Africa, e ucciso dal proprio schiavo. Della famiglia di cui
è stata la madre del celeberrimo Scorza, matematico distintissimo, istruttore,
autore di merito, ed illustratore della scienza per metodi ed invenzioni, morto
non ha guari in Napoli. Conchiudendo adunque, pare non dubbio essere stato Nifo
calabrese di origine, ed avere avuto tra noi i primi rudimenti di letteratura,
tali da avergli dato a vivere. Dal contesto di scrittori calabresi,
contemporanei alcuni, e vivuti altri dopo breve tempo della morte di lui, a cui
noto veniva per recente tradizione, chiaramente se ne rivela il vero. Discepolo
del celebre NIFO (si veda), per la sua dottrina e prescelto a leggere filosofia
per più anni a Salerno. Saggi: “Apologeticus adversus cucullatos philosophiae
declamatio ad Leonem X Oratio habita Patavi in principio suarum disputationum;
“De propositione de inesse secundum Aristotelis mentem libellu” --- LIZIO -- ;
“Universalia Porphiriana”. Calabria, Le biografie degl’uomini illustri delle
Calabrie, Accattatis, Di questo filosofo si occupano nei loro studi, tra gli
altri, Zambelli e Franco. "Rosselli di Gimigliano. Dalle origini a
noi" (O/esse) che ricostruisce la sua vita e le sue opera. Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. L'Apologeticus
adversos cucullatos è un'opera del filosofo Tiberio Rosselli (1490 Gimigliano -
1560 Africa), pubblicata nel 1519 a Parma grazie a Girolamo Sanvitale che
accoglie il filosofo calabrese presso la sua corte di Fontanellato. Apologeticus adversos cucullatos Autore
Tiberio Rosselli 1ª ed. originale 1519 Genere Apologia Lingua originale latino
La prefazione dell'Apologeticus che consiste in una storia delle vicende che
portano alla sua composizione, è dedicata al vescovo di Lodi, Ottaviano Sforza,
figlio naturale di Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano. Alla fine
dell'Apologeticus si legge una peroratio, che non è più rivolta allo Sforza, ma
al Conte di Belforte, Gerolamo San Vitale di Parma, suo mecenate. Dopo questa Peroratio, si legge la
declamatio e infine sei brevi componimenti poetici in lode all'autore; chiude
il foglio il seguente colofone: “Tiberii Russiliani Sexti Calabri Apologetici
Finis ad laudem Individuae Trinitatis”.
L'esemplare parigino reca sul frontespizio, sotto i titoli, un breve “Ad
librum Carmen”, composto da due distici elegiaci; mentre nell'ultimo foglio
sotto il colofone presenta la seguente annotazione a mano: “Parmae MDXX”, e
cioè il luogo e la data della stampa.
Che il libro sia stato stampato a Parma viene confermato da Girolamo
Armellini, il quale, nel suo libro, intitolato Jesus vincit, scritto proprio
contro l'Apologeticus, fornisce queste notizie:
«...dopo l'abiura sotto riportata, temendo tutti i luoghi sicuri,
profugo delle varie scuole d'Italia, si portò a Parma...ivi di nascosto stampò
l'opera sua velenosa; scoperto il suo inganno da me inquisitore, (come
richiedeva il diritto) viene chiamato in giudizio, coperto dallo scudo della
contumacia; viene condannato all'anatema, vengono requisiti i volumi stampati,
vengono interdetti e bruciati. Dopo che in seguito venne scoperto fuggiasco a
Pisa, e, cosa veramente impudente, nel mentre andava in cerca di una cattedra
di filosofia, per mezzo della quale potesse infettare i giovani col veleno
della sua perfidia, con la forza e l'aiuto dell'allora reverendissimo Cardinale
Dè Medici ed ora Papa Clemente VII codannammo che fosse arrestato e che in tale
posizione fosse rinchiuso nelle carceri di Firenze; da queste carceri tuttavia
col favore di alcuni scappò libero prima che gli fosse fatto il processo.» Tiberio scampa all'ira di Armellini, il quale
non potendolo processare, compone contro di lui lo scritto già menzionato, il
cui lungo titolo richiama tutti i capitoli dell'Apologeticus.Tiberio
Russiliano-Sesto. Tiberio Rosselli. Rosselli. Keywords: apologeticus, adversus
cucullatos philosophiae; de propositione de inesse, universalia porphiriana,
Lizio. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Rosselli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rossetti:
la ragione conversazionale del fratello perduto – la scuola di Vasto -- filosofia
aburzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vasto). Filosofo abruzzese. Filosofo italiano. Vasto, Chieti,
Abruzzo. Grice: “A philosopher can also discover an ‘antro di pipistrelle.”” Filosofo,
illuminista poli-edrico, poeta estemporaneo, tragedio-grafo, archeologo e
speleo-logo, da Martuscelli. Studia a Napoli e Roma. Si trasfere a Elba.
Ceelbra la liberazione del gran ducato di Toscana con il canto estemporaneo“La
superbia dei galli punita” (Firenze, Gio). Si sposta in Sardegna, sotto la
protezione del vice-ré Carlo. A Sassari compose e rappresenta la tragedia “Morte
di S. Gavino” (Oristano, Arborense). Si sposta in Provenza, a Nizza, dove scopre
la piramide di Falicon, che gl’ispira un poema, “La grotta di Monte-Calvo”
(Parma). In seguito, si trasfere a Torino, dove conosce Caluso, e si stabilisce
a Parma. Inizia a dirigere “Il Taro”. Altri saggi: “Cantata in occasione
d'essere l'augusto imperator de’francesi Napoleone I coronato re d'Italia” (Parma,
Luigi); La note” (Parma, Paganino); “Alla tomba di Hoffsteder” (Parma, Luigi);
“Ode saffica” (Parma, Giuseppe Paganino); “Le nozze d’Esculapio De Cinque” (Lanciano,
Carabba); “Annibale in Capua (Napoli, Flautina); A. Lombardi, Storia della
letteratura italiana” (Venezia); Andreola,
Biografia degl’uomini illustri del regno di Napoli’ Gervasi, La famiglia Pietrocola di Vasto; Spadaccini, “R.
e le sue battaglie per la libertà”; R. e quei versi ispirati dalla cacciata dei
francesi, Catania, R. e la grotta del monte Calvo, Mugoni, “Il fratello perduto:
R. e R.”, in Studi medievali e moderni. Nei panni dello speleo-logo ante litteram,
si avventura in una cavità del monte Calvo, scoprendo nelle viscere della terra
un antro, che ama definire fascinoso ed insieme orribile. Ne celebra la
scoperta con la pubblicazione di “La grotta del monte Calvo”; dato alle stampe
a Torino, per i tipi di Domenico Pane, Parma. A Pezzana sub-entra nella
direzione. Si mostra più attento alle notizie scientifiche e contribue ad
introdurre nel periodico notizie leggere, come favole e indovinelli che il più
delle volte incensano il nome di Napoleone. Con la sua direzionei supplementi
al periodico, da semplici elenchi riguardanti le vendite per espropriazioni
forzate, si trasformamo in pagine che arricchiscono i contenuti culturali e di
svago della testata. Marchesani, Storia di Vasto, Apruzzo Citeriore, Napoli,
Torchi dell'Osservatore Medico, retro copertina di Spadaccini, “R. e la Grotta
di Monte Calvo: tra mistero e leggenda” (Lanciano, Torcoliere); Martuscelli. Saggi:
“Opere” (Parma, Paganino); “Ai liberatori dell'Italia: ode di Tavanti; Chiari nella
Condotta, Anelli, Ricordi di storia vastese, Arte della stampa, Oliva, “Abum di
famiglia: documenti, testimonianze, immagini” (Lanciano, Carabba); Dizionario
biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Domenico
Rossetti. Rossetti. Keywords: il fratello perduto, la Dora, L’Emonia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Rossetti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rossi:
la ragione conversazionale della volontà e della temperanza – la scuola
d’Appignano del Tronto -- filosofia marchese -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Appignano del
Tronto). Filosofo marchese. Filosofo italiano. Appignano del Tronto, Ascoli
Piceno, Marche. Grice:
“Rossi touches many Griciean points: universalia, strength of will, and etc. –
he also commented, like I did, on Aristotle’s metaphysics.” Attivo filosofo fra Aureolo e Rimini, dalla
parte di Occam e Cesena, e oppositore di Giovanni XXII, nelle dispute dei fraticelli,
che portarono alla sua espulsione dall'ordine. Ha idee innovative e spesso
influenti in teologia filosofica, filosofia naturale, metafisica e teoria
politica. Soprannominato come "doctor succinctus" e
"doctor praefulgidus", come osservabile dalle iscrizioni su uno degli
affreschi del convento di Bolzano, e studiato e commentato soprattutto per
alcune tesi risalenti del suo commento alle sentenze, i Libri IV Sententiarum
dichiarazioni autorevoli sui passi biblici che l'opera riune di LOMBARDO. Le
sue vedute contribuiscono all'evoluzione della filosofia basso-medievale. Appignano
del Tronto fa parte all'epoca della Marca di Anconada. Nacque da una famiglia
con il nome di Rossi (Rubeus). Studia sotto Scoto. Insegna a Perugia. Sottoscrive
la risoluzione con la quale viene dichiarata lecita la tesi secondo la quale
Cristo e gl’apostoli non mai possedeno beni. Prende parte attiva alle
lotte interne riguardanti la povertà che divide l'ordine. Insieme a Michele da
CESENA, Occam e BONAGRAZIA di Bergamo, sostenne una regola di assoluta povertà
per i successori di Cristo e per la chiesa. Si ribella a Giovanni XXII,
sostenendo il suo avversario, l'imperatore Ludovico. I francescani che rifiutano
la condanna della critica dei frati minori della bolla Cum inter nonnullos di
Giovanni XXII sono accusati d’eresia. Questo avvicina l'ordine allo
schieramento anti-papale rappresentato da Ludovico. Questi era divenuto ostile
a Roma dopo che Roma rifiuta la conferma
e l'incoronazione come imperatore dopo l'elezione a re di Germania, preferendogli
Federico I. Ludovico scomunicato, rispose con un Appello. Con esso Roma fra
l'altro, viene accusato d’eresia, quindi delegittimato per la sua presa di
posizione nella disputa sulla povertà. Lo scontro divenne acceso, la
conciliazione di CESENA al capitolo di
Lione falle. Cesena venne convocato e trattenuto ad Avignone insieme a BONAGRAZIA
da Bergamo ed Occam. R. come lector nello studio generale dell'ordine,
sottoscrive una protesta redatta da CESENA contro l'operato di Giovanni XXII. Ludovico i
giunge in Italia, prende la corona imperial. Dichiarato deposto Giovanni XXII.
Nomina Pietro da Corbara, con il nome di Niccolò V. Scomunicato da
Giovanni XXII, R. decide di raggiungere, fuggendo, Ludovico a Pisa con i suoi
con-fratelli prigionieri. Ancora una volta si ribella per protestare contro la
sua scomunica. A Pisa i quattro pubblicano un documento, l'”Appellatio maior”,
nel quale Giovanni XXII e dichiarato eretico per la sua posizione nella
questione della povertà. Lui e i suoi compagni andano però perdendo le simpatie
all'interno dell'ordine. Il tentativo di CESENA di impedire lo svolgimento
del capitolo generale convocato a Parigi falle, mentre la riunione dell'ordine
conferma la scomunica di CESENA ed elesse, quale nuovo ministro generale Guiral
Ot, ovvero Geraldo di ODDONE, favorevole alla curia. Lui e i suoi compagni
sono condannati ed e formalmente confermata la loro scomunica. R. ispira la
protesta espressa nelle “Allegationes religiosorum virorum”, che dichiara
invalida la deposizione di Cesena e l'elezione di Oddone, per l'esclusione di
metà degl’aventi diritto alla partecipazione al capitolo. I quattro
francescani, con Marsilio da Padova, entrano a far parte della curia di
Ludovico. Con lui, raggiunsero Monaco di iera, ove si stabilirono nel convento.
Perseguitato dalle autorità ecclesiastiche in Italia, fa una ritrattazione
formale -- che dove servire da esempio per tutti i dissidenti successivi -- e
si riconcilia con la chiesa e con l'ordine. Nel Improbatio, si concentra sulla
determinazione di quando e dove i diritti di proprietà hanno origine per
sostenere la convinzione che Cristo vive in povertà assoluta. Distingue tra due
tipi di proprietà: la proprietà prima della caduta di Adamo, e la proprietà
dopo. La proprietà prima della caduta di Adamo, nota anche come la proprietà
dello stato pre-lapsario, momento in cui tutte le creature del divisno si
rallegrarono nella felicità, sono profondamente collegati tra loro, e condivisa
nella creazione del divino. La proprietà dopo la caduta d’Adamo è stata causata
dal primo peccato d’Adamo, rendendo la questione del diritto di proprietà distintamente
umana. Giovanni XII nega che l'origine della proprietà è legato agl’esseri
umani, sostenendo che e il peccato d’Adamo in sé ad esserne la causa. R. convene
che, senza peccato non c’è il diritto di proprietà. Tuttavia, il peccato non
porta immediatamente al concetto di diritto di proprietà. Sostenne che la legge
umana è responsabile della formazione del concetto di diritto di proprietà, non
la legge divina. Usa la storia di Caino e Abele, citando volontà corrotta di
Caino per sostenere la sua convinzione. Fiorirono una serie di studi nel
contesto della filosofia naturale in relazione alla dottrina del Lizio del
movimento applicata al moto del proiettile. Per Aristotele un corpo inanimato si
muove spontaneamente verso il loro luogo naturale. Un corpo in movimento deve
alla presenza continua, e per contatto, di un motore che dirige il corpo verso
un’altra direzione. Già Filopono mosso logiche obiezioni a questa
dottrina. Con la definizione di un “impeto”,
la discussione prosegue, ripresa d’AQUINO. Solo con R. si giunse a
conclusione. La sua teoria sul moto del proiettile o moto para-bolico, indicato
come virtus de-relicta (forza rimanente), è descritta nelle sezioni di suoi
commenti sulle Sentenze che spiegano la consacrazione dell'Eucarestia, in una
quaestio sull’efficacia dei sacramenti. Il moto di un corpo è causato da una
forza lasciata dal corpo che agiva su di essa forza, quella forza residua
impressa al proiettile durante il lancio. A differenza della teoria
dell'inerzia che ha lo scopo di spiegare solo il fenomeno naturale, la sua teoria
della virtu de-re-licta è una spiegazione che include i fenomeni naturali e
sopra-naturali. Questa virtu derelicta spiega diversi tipi di moto perpetuo e finite
ed è destinato a tener conto delle variazioni innaturali. Gli elementi chiave
della de-re-licta virtu includono: Un corpo viene messo in moto da un
altro corpo, che lascia la forza rimanente in corpo in movimento. All'inizio di
un dato movimento, la ‘de-re-licta’ virtu puo lavorare con o contro la naturale
disposizione del corpo in movimento. Se funziona *contro* il corpo in
movimento, la virtus derelicta si dissipa ed eventualmente lascia il corpo,
cessando il moto. Se funziona *con* il corpo in movimento, la virtus derelicta
rimane nel corpo, provocando il potenziale moto perpetuo. Ci sono stati diversi
filosofi prima del suo tempo, come ad esempio Richard Rufus di Cornovaglia che sembrano
disporre già di versioni della “virtus derelicta”. Quindi non è chiaro se
questa teoria sia veramente originta autonomamente da lui. Tuttavia, filosofi
come Buridano e Odonis utilizzano la teoria di R. per affinare i propri
concetti di virtus derelicta, confermando che gioca un ruolo chiave
nell'evoluzione della filosofia sulla fisica. Nel secondo libro dei Commentari
sulle Sentenze, si focalizza su come la volontà potrebbe agire contro la
ragione con conseguente colpevolezza morale. Se la volontà potrebbe o agire
prima, o contro giudizio razionale. La volontà è la causa dell'azione. Dopo che
l’agente elabora un giudizio, la sua volontà decide di agire sia in conformità
con tale giudizio o *contro* di esso. La volontà e il termine medio tra
giudizio e azione. Senza di volonta, il giudizio richiederebbe un'azione,
negando il concetto di libero arbitrio e colpevolezza morale. Inoltre, la
volontà dell’agente è sotto una legge che *obbliga* a compiere un atto buono.
Senza questo impegno non ci sarebbe peccato, o colpevolezza morale. Per
rispondere a come la volontà dell’agente puo andare contro tale obbligo,
distingue tra l’atto apprensivo e l’atto gidicativio. L’atto apprensivo è
necessario per far funzionare la volontà. L’atto apprensivo è frutto della cognizione
intellettuali e del giudizio. L’atto giudicativo è formato dalla *conoscenza* più
complessa in cui il ragionamento si applica giudiziosamente. La volontà non
richiede un atto giudicativo da eseguire. Ciò spiega come gl’esseri umani sono
in grado di peccare. La volontà non dipende da un giudizio *razionale*. Per
evitare l'obiezione che il giudizio è necessario per il ragionamento e non può
essere ignorato nel processo deliberativo, offre un'ulteriore distinzione tra *conoscenza*
apprensiva e *conoscenza* giudicativa, e due tipi di giudizi riflettenti
razionali. Queste distinzioni consentono un giudizio da selezionare su un'altra
causa della forza che riceve da essere *selezionato* dalla volontà. Altri
saggi: “Improbatio contra libellum Domini Johannis qui incipit Quia vir
reprobus, una confutazione alla bolla papale di Giovanni XII. Quodlibet cum
quaestionibus selectis ex commentario in librum Sententiarum. Affronta i
principali temi: le relazioni delle persone divine all'interno della trinità e
il rapporto tra il creatore e il mondo, la libertà di dio nel creare, la pre-scienza
divina e la pre-destinazione alla salvezza. “Sententia et compilatio super
libros Physicorum Aristotelis Quaestiones praeambulae et Prologus” -- Riflette
sullo statuto scientifico della teologia e della metafisica. Distingue primi
libri prima ad decimam Questes super metaphysicam. Repertorium biblicum Medii
Aevi, IMatriti Visita triennale di O. Civelli, Picenum seraphicum, Ratisbona,
Chronica de ducibus ariae, Leidinger, in Mon. Germ. Hist., M. Firenze, Compendium chronicarum
fratrum minorum, in Arch. franc. hist., Emmen, in Lex. fA. Heysse, Descriptio
codicis Bibliothecae Laurentianae Florentinae S. Crucis, Plut. A. Heysse, Duo
documenta de polemica inter Gerardum Oddonem et Michaelem de Caesena,
Perpiniani, Monachii, in Arch. franc.
hist., A. Pompei, Enciclopedia filosofica, Venezia, cfr. anche impeto, Possevino,
Apparatus sacer, Venezia; A. Tabarroni, Paupertas Christi et apostolorum. L'ideale francescano in discussione Roma A.
Teetaert, Deus et homo ad mentem I. Duns Scoti. Acta Congressus scotistici Vindobonae,
Roma; C. Dolcini, “Crisi di poteri e politologia in crisi” (Bologna); “C.
Dolcini, Il pensiero politico di Michele da Cesena, Faenza, Roma, Schabel, Il determinismo,
Picenum Seraphicum. C. Schabel, “La virtus derelicta e il contesto del suo sviluppo”
in C. Schabel, “La dottrina sulla predestinazione di Rossi,” Picenum Seraphicum,
F. Giambonini, Giovanni dalle Celle, L. Marsili, Lettere, Firenze, Repertorium
Commentariorumin Sententias Petri Lombardi, F. Tinivella, Enciclopedia
cattolica, Vaticano, Gonzaga, De origine seraphicae Religionis franciscanae, G.
Cantalamessa Carboni, Memorie intorno i letterati e gli artisti della città di
Ascoli nel Piceno, Ascoli, G. Mazzuchelli, Gli scrittori d'Italia, Brescia,
G. Sbaraglia, Scrittori francescani piceni; G. Sbaraglia, Supplementum et
castigatio ad Scriptores trium Ordinum S. Francisci, Roma; I.A. Fabricius,
Bibliotheca Latina mediae et infimae aetatis, Firenze; L. Wadding, Annales minorum,
Quaracchi, L. Wadding, Scriptores Ordinis Minorum quibus accessit syllabus
illorum qui ex eodem Ordine pro fide Christi fortiter occubuerunt, priores
atramento, posteriores sanguin. christianam religionem asseruerunt, recensuit
Fr. Lucas Waddingus ejusdem Instituti Theologus, ex Typographia Francisci
Alberti Tani, Roma, Ludger Meier, De
schola franciscana Erfordiensi. N. Glassberger, Chronica, in Analecta
franciscana, II, Ad Claras Aquas; Schneider, Mariani, “Francisci de Marchia
sive de Esculo, Quodlibet cum quaestionibus selectis ex commentario in librum
Sententiarum, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata; N. Mariani, Francisci
de Marchia sive de Esculo, Sententia et compilatio super libros Physicorum
Aristotelis, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata; N. Mariani, Due
Sermoni, Archivum Franciscanum Historicum Nazareno Mariani, Francesco di
Appignano OFM, Contestazione, Appignano del Tronto, Nazareno Mariani, Francisci
de Esculo, OFM, Improbatio contra libellum Domini Johannis qui incipit Quia vir
reprobus, ed. (= Spicilegium Bonaventurianum) Grottaferrata; N. Mariani,
Francisci de Marchia, “Quaestiones super Metaphysicam”; Spicilegium
Bonaventurianum), Grottaferrata; N. Mariani, Francisci de Marchia sive de
Esculo, “Commentarius in IV libros Sententiarum Petri Lombardi”; “Distinctiones
primi libri a prima ad decimam”; Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata; N.
Mariani, Francisci de Marchia sive de
Esculo, “Commentarius in IV libros Sententiarum Petri Lombardi; “Distinctiones
primi libri a undecima ad vigesimam octavam, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata,
N. Mariani, Francisci de Marchia sive de Esculo, Commentarius in IV libros
Sententiarum Petri Lombardi. Distinctiones primi libri a vigesima noa ad
quadragesimam octavam, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata); N. Mariani,
Francisci de Marchia sive de Esculo, “Commentarius in IV libros Sententiarum
Petri Lombardi”; “Quaestiones praeambulae et Prologus, Spicilegium Bonaventurianum,
Grottaferrata); N. Mariani, Franciscus de Esculo, “Improbatio”, Grottaferrata);
Mariani, “Questioni sulla metafisica”, Spicilegium Bonaventurianum, Grottaferrata;
N. Minorita, Chronica. Cividali, Il beato G. dalle Celle, in Mem. dell'Accad. dei
Lincei, Gauchat, Cardinal Bertrand de Turre, Ord. min.
conc. "Quaestiones in
Metaphysicam", Serino. Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, R.
Lambertini, “La proprietà di Adamo”; “Stato d'innocenza ed origine del dominium
nel Commento alle Sentenze e nell'”Improbatio” di F. d'Ascoli, in Bull.
dell'Ist. stor. ital. per il Medio Evo, Bennett, Offler, Guillelmi de Ockham
Opera politica, Mancunii S. Baluze Mansi, Miscellanea novo ordine digesta,
Lucae, Cipriani, Dizionario ecclesiastico (Torino); Collectanea franciscana, Nani,
Duba, Carron, Etzkorn, “Francisci de Marchia, “Quaestiones in secundum librum
Sententiarum”, Reportatio, Quaestiones, Leuven; Eckermann, Hugolini de Urbe Veteri
Commentarius in quattuor libros Sententiarum. Francesco d'Ascoli, Francesco della Marchia,
Francesco d'Appignano, Francisco de Esculo, Franciscus Pignano, Franciscus
Rubeus, Francesco Rossi, Schneider, A proposito della teoria dell'mpetus nella
filosofia della natura. Sbaraglia, Supplementum et castigatio ad scriptores
trium ordinum S. Francisci a Waddingo aliisve descriptos; cum adnotationibus ad
Syllabum matyrum eorundem ordinum, S. Michaelis ad ripam apud Linum Contedini,
Roma, Wadding, Scriptores Ordinis minorum, Roma, Napoli, Biblioteca Nazionale. Explicit
fratris Francisci de Marchia super primum Sententiarum secundum reportationem
factam sub eo tempore, quo legit Sententias Parisius anno Domini; Commento ai
primi sette libri della “Metaphysica” di Aristotele, N. Minorita, Cronaca, G. Pamiers,
Quodlibet “Acta, gesta et facta fuerunt
praedicta coram religiosis et honestis viris, fratribus Ordinis Minorum”, Francisco
de Esculo, in sacra theologia doctore et lectore tunc in conventu Fratrum Minorum
de Avenione. Lambert, Povertà francescana; La dottrina dell'assoluta povertà di Cristo e
degli apostoli nell'Ordine francescano, Biblioteca Francescana, Cf. MS Firenze,
Biblioteca Laurenziana, Santa Croce, pluteo, sinistra, Appellatio maior, N. Minorita, Chronica. Cui
appellationi et provocationi incontinenti adhaeserunt et eam approerunt
religiosi viri frater Franciscus de Esculo, doctor in sacra pagina. F.
d'Ascoli, Occam, Enrico di Talheim e Bonagrazia da Bergamo, Allegationes
religiosorum virorum, Baluze-Mansi in Miscellanea, Lucca e dallo Eubel in
Bullarium Franciscanum, Roma, Lambertini, “Rossi e Occam: alcuni aspetti di
un rapporto non facile, Convegno su Francesco d'Appignano; Jesi, Terra dei
Fioretti; Lambertini, F. d'Appignano ed
Occam: alcuni aspetti di un rapporto non facile in AConvegno su F. d'Appignano;
Jesi, Edizione Terra dei Fioretti; G.
Filipono, Commentari alle opere di Aristotele, “Sulla generazione e corruzione”;
“Sull'anima”; “Analitici primi”; “Analitici secondi”; “Le Categorie, Fisica,
Meteorologia Fabio Zanin, Francis of
Marchia, Virtus Derelicta. -- "How is
Strength of the Will Possible? (cfr. H. P. Grice, “I’ll show Davidson how
continentia and temperantia are POSSIBLE!”). Dopo la grande edizione critica di Mariani,
Grottaferrata, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Centro Studi Francesco d'Appignano. Francesco Rossi della Marca.
Rossi. Keywords: continentia, temperanza, giudizio, giudicazione, volonta,
volere, atto apprensivo, appresione, atto giudicativo, conoscenza apprensiva,
conoscenza giudicativa, decisione, libero arbitrio, colpavolezza morale, agire
l’atto buono, possibilita della colpavolezza morale, la legge, la volonta sotto
la legge, giudizio razionale, agire razionale, ragionamento, conclusione,
sillogismo pratico, elezione, la caduta d’Adamo, la teoria dell’elezione e la
deliberazione, i peripatetici, virtus de-re-licta, teoria del moto, moto
perpetuo, virtus contro il corpo, virtus con il corpo, volonta con il giudizio,
volonta contro il giudizio. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Rossi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rossi:
l’implicatura di Lucrezio – la scuola di San Giorgio -- filosofia campanese -- filosofia
italiana -- Luigi Speranza (San
Giorgio). Abstract. Keywords: Lucrezio, materialismo, psicologia filosofica,
filosofia romana, lingua latina. Filosofo campanese. Filosofo italiano. San
Giorgio, Campania. Il più grande e puro metafisico" nelle parole di VICO
(si veda). Vive a Montefusco. Studia a Napoli. Scrive diverse saggi tra cui il
più importante rimane “Della mente sovrana del mondo”. Altri aggi:
Considerazioni di alcuni misteri divini, raccolti in tre dialoghi, Dell'animo
dell'uomo, Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. DISPUTAZ10NE UNICA DELL’ANIMO DELL’UOMO DEPUTAZIONE UNICA Nella quale
fi fciolgono principalmente gli Argomenti di LUCREZIO (si veda) contro
all’Immortalità. OPERA DI R., abate Infoiato di S. Giorgio ec. -J> fi D All’
Illustrissimo Signor Marchese D. LORENZO BRUNASSI VENEZIA. Con Licenza de'
Superiori w>5' ! •yr&Si fftm/rbr Nil tam diffìcile eff, qtiiu qiuerendo
inveffigari poffìet. Ter. Heautontim, A3, 4. Se. r. % 1 ILLUSTRISSIMA % 9
SIGNORE tv Ella dimora, che in questa nostra città di Montefufcolo per alcun
tempo fatta avete, tanti argomenti di virtù, e nel riguardevole uffizio di
Regio Uditore, e in_> tutti gli utti -cibila vita^ avete dati; che in ogni
parte di quella ben ampia Provincia, la lode, e’1 nome vostro nelle bocche degli
Uomini rifuona da per tutto. Per la qual cofa io non folamente ho dovuto
rivolgermi verfo di V oi ad ammirarvi, ed amarvi con tutti gli altri; ma ancora
ho potuto alla degniffima persona vostrà alcun particolare oflequio preftare :
e fi il mio libro dell’immortalità dell’animo, che ora efee alla., pubblica
luce, dedicare, e confecrare. Concioffiachè la V irtù fola di per fe, fenza
dover altro cercare, fia potentiffima cagione, perché riveriamo, ed onoriamo
colorò, che adorni ne fieno: e più quelli, che nel più alto feggio di lei
collocati veggiamo. Nel che nondimeno, mentre l’af: ' • fe lezione dell’ animo
rivelente, e divoto ho fegui ta; nel tempo medefìmo all’ opinione del libro, e
I9ia?r ip cr e do a -baflanza a ver provveduto. Perciocché io non dubito, che v
quella mia Opericciuola, (qualunque ella ha) oltre a’ confini dell’ Italia, ed
• oltre al ter mi ne d ella prefenteEtà,inRegioni rimote, ed a futuri tempi
coll’autorità del tifone volo, e chiaro nome voffro nom> abbia a trapaliate.
Grande fermamente, e di gran laude degna è la Virtù voftra, che fin dalla prima
giovanezza con perpetuo tenore, belle, e laudevoli opere ed alle private, pe
rione, ed alle pubbliche cofe profittevoli arrecando, fi è dimoftrata. Nel ti
lumi di Giurifprudenza, quanti ivi fono, ri luffe., ella con grande ammirazione
di tutti : poiché appena varcati tre luftri, a prò di litiganti, e di rei, '
tifiti a dotte, ed eleganti, e fpiritofeOrazioni vi udirono recitare. Per la
qual cosa di dì in dì Tempre più crefcendo l’ opinione del valor voftro, del
pregevole ornamento della Toga di Giudice della Gran Corte maturamente fu il
voftro merito onorato. E in * quel gra vidimo Miniftero con lucidezza di
feienza, e con incredibile coftanza il dritto cammino del V ero Tempre tenendo,
e in ogni affare la prudenza ufando; cosi bene avete adoperato, che
l’approbazione, e l’amore di ognuno, e in quefti vicini ben avventu roti tempi
il favore ancora della Maeftà del Gloriofiffimo Re noiìro avete meritato. Quin‘
di l’ alta di lei Regai provvidenza, il -primo onore confervandovi intero, a
moderare i Tribunali delle Provincie, ed a tenerne gli errori, e le corruttele
lontanila conofciuta V irtù voftra ha prefcelta. E a 2 ben la Città noftra
innanzi ad ogni altra, e tutta la Provincia, delle diritte, fagge, e fcorte
maniere-, voftre con comune ripofo, e comun contento copioii frutti han
ricolti. Ne folamente nella nobili^ ma fcienza delleLeggi,ma in altre parti
ancora dell’ umano fapere Voi avete molte fatiche, e vigilie, collocate: le
quali e la noja adergono di quegli ftudj, e ne ajutano l’ intelligenza, e la
cognizione dilatano, e compiono dell’ Uomo. Ne finalmente^, nelle pulitezze, e
amenità delle Lingue più belle non avete ancora efercitato lo ’ngegno : poiché
con elette Poefie tofcane e latine, della nobile Academia Cofentina, e della,,
famofa Arcadiadi Roma, ove liete aferitto, avete fuperata l’ opinione. Ma la
voftra loda più ricca, e adorna £ difeopre, e più chiara, e luminofa nelle
dovizie, e negli fplendori del delle magnifiche, e memorande laudi del Signor
Duca di San Filippo voftro degniffimo Padre. Le quali fe non diftintamente
narrare, ne degnamente celebrare, che non è luogo, ne io con niuno ingegno
potrei; perchè fon pur voihe, debbo almeno in alcun modo additare. E in
particolare alcuna parte del veramente maravigliofo governo, che delle
pubbliche cofe egli ha fatto, nel confiderabile. Ma Digitizéd t Magiftrato di
Eletto del Popolo debbo rammentare in ogni modo. A quella importantiffima
ammiri ideazione in tempi difficili, e pericolofì, con tutti i fuffragj più
volte chiamato il Signor Duca, con mirabil fapienza, e con.» incredibile
iludio, e fatica i pubblici affari ha condotr ti a felice fine. Egli la
pubblica falvezza fempre meditando, e a quella ogni penfiero, ed ogni operai
rivolgendo, una cofa affai difficile ha confeguita: che per tutto il tempo, che
quell’ immenfo pefo ha_» foftenutó, giammai ne per colpa murray-rtc-per
qualunque fortunofo evento, ne di fterilità, ne di guerre, ne di altro
fimigliante, nella Città, e nel Regno la fcarfità, e la fame fiali potuto
introdurre. Perciocché, oltre ad ogni altro ingegno di fcorto provvedimento, in
ogni tempo da lontane Regioni per lunghi tratti di mare co- t « piofe annone
fonofì fatte approdare ne’noflxi Porti. Nel che con raro efempio di carità
verfo la Patria, di o/Iequio verfo il Principe, delle fue proprie fo~ ftanze
molto oro ha profufo. Sopra tutto di eterna memoria degno è quello,
cheneiravvicinamentodelle vittoriofe Infegne dell’invitto, pio, felice^. Re
noftro, in tempi pieni di timori, e di fofpetti, premendo ancora il nolfro
Suolo le armi nemit'àìf b che; s che; mercè de’fuoi alti configli, nella Città,
e contorni ogni cofa videfi tranquilla, e quieta. Orche le rapine, le
occifioni, i tumulti, che i trifti, e iediziofi Cittadini in foIniglianti tempi
meditar fogliono, tenefiè dalla. Città lontani; Egli follecitamente le cofe
alla vita neceflarie appreftando 5 e gli animi feroci della plebe mitigati, e
addolciti co’ Signori conciliandola tranquillità, e la pace nella Città, e quindi
in tutto il Regno fuori di ogni opinione ritenne. Onde potè dirti allora, che
eglf il Signor Duca la Città faiva, falve le vite, e foflanze de’ Cittadini al
Gloiiofo Re noflro avefle ' conferva te. Caro pei - tan„ * to al Re, alla Regai
Cit„ tà, ed al Regno, a.fublinii. degnità fi è veduto meritevolmente afcefo. E
prima il pregevoliffimo onore ottenne già di dover b 2 Egli Mf Egli colla fua
Famiglia, in uno qual più voleffe de’ nobiliffimi Seggi, fra Patrizj effer
annoverato, e delcritto-. Pe^qticfte vie, e con ifplendidiffime affinità la fua
Cafa nel più alto luogo de’ Baroni, e Signori del Regno ha follevata. Oltre al
le nobili Famiglie Spina della Sardegna, e Poliaftri della splendida nobiltà
Cosentina, in donando a Voi in Isposa la Signora Marchefa D. Marianna Orenghi,
Dama di rare doti, tutti i pregi di quella nobiliffima Famiglia nella fua
propria Cala ha trasferiti.Per chiù- '. quella chiariffima Famiglia ella è
nobile in Ventimiglia,Città principale pofla nel fuolo di Genova. Ella è
altresì nobile in Roma, rocca dell’Eccleiiaftico Imperio. Ed ivi a > |
quella Repubblica faggi,>, Togati » e prodi Capitani; equi Senatori in Cam-
dere in brieve giro più cofe pidoglio, qual fu un Giovan Angelo Orenghi, e_>
degniffimi Prelati, e Car-, dinali; tra quali il Cardinal Niccolò Orenghi di
onorata memoria, alla-, Chiefa ha donati. In oltre alla Signoril Cafa Maffa
degli antichi Baroni del Vaglio gli Orenghi Erettamente appartengono : ' della
qual Cafa fu già l’Ava paterna della Signora Marchefa, che del lodatiffimo a
memoria noftra Cardinal Girolamo Maffacafanatte, è degnifsima ma Pronipote.
Quella picciola parte delle voftre_> amplissime lodi ho io qui potuto
ricordare, molte,' e grandi cofe lafciate addietro. Dal che nondi. meno lì può
vedere, che di fommo pregio è la mia fperanza, che ’l mio libro, che ora al
volil o merito inchinato vi prefento, dedico, e confacro j ficcome 1’ accefo
delìderiadel di voto animo mio contenta in parte; cosi fra molte genti, e pe r
mol•. :. . " te. / . te età debba effe re .durevole memoria della ferviti!
mia; della quale fopra ogni altra cofa del Mondo onorandomi--, -volentieri mi
confermo f'- 1 Di U. S. Illuftriflima ma rno Divotifs ., eri Obbligatifs.
Servitore - L' Abate Roflì di S. Giorgio. Oicbè può avvenire, che quefa mia Difputa
capiti nelle mani di alcuni, che le vane fittilit'a, e, pregiudizj feguono
ancora della vo/gar Ftlofofia; e' fa di me fieri, che io qui alcuna cofa ne
dica, che mi pare dover dire per liberarla, fe è pnjjìbilc, dalle coloro
accufe. Imperocché eglino cerfh mente bia finteranno leu maniera di filofofare,
che io ho prefo a feguire : e le dottrine, che vi arreco t tutte, o parte come
nuove, e frane rifiuteranno : e nelle ofeurità, nelle quali forza è che alcuna
volta fi abbattano, e dove da' fienfi, e parlari loro i miei fi dipartono,come
fogliono in sì fatte accu fe di leggieri trascorrere \ fufpicberanno ancora per
avventura, che alcuna cofcu» vi fi a fionda, che colle verità della' nofra
Santa Religione non ben confenftt, Or io innanzi ad ogni altra cofa /* Alti fi
fimo Dio chiamo in tefliShnio, che con-, * c quefa + t quejla tuia fatica altro
non ho io intefo, che quelle verità, quanto più per me fi è potuto, nell ’
ordine naturale ancora co * fumi della Filofofia avvalorare, e oi di quel
torrente d’Eloquenza divina, con la quae vi avete fatta una fpezie di favellare
tutta vo:lra propia ? perch è p ropia di co tal Jcienza ? Dela bellezza, e’
leggiadra de’ traf porti, che ufate_» tutti opporti, dome debbono eflere, a
quelli, che ufa l'eloquenza Umana; perchè quefta debbe fare dello fpirito
corpo, e voi in certo modo fate del corpo fpirito. Voi liete degno, Signor D.
Tomma- \ fo, non già di Montefufcolo, ma della più famofa Univerfità dell’
Europa. Laonde poiché la voilra modedia, eguale alla voftra gran dottrina, e
virtù ve ne fa contento, almeno giovate il Mondo di coterta fappfentiflìma
Scritturai la quale l’aflìcuro, che recherà gloria, non che a Napoli, all’
Italia tutta, con merito grand irti rno inverfo della Pietà, che fi rifonda in
utilità di tutte le Repubbliche, e molto più Criftiane: e vi fo divota
riverenza. Uantunque negl* infelici tempi del Gentilefimo denfiflìme tenebre d’
ignoranza delle cofc Divine, (alvo il Popolo Ebreo, premettero tutta l’Umana
generazione; pure per lo Covrano magillero della Mondana fabbrica, e per
l’ordinato, e collante corfo de’ moti, e delle generazioni da una parte, e per
la virtù dell’Umana intelligenza, c per 1’interna, e comun legge, e regola
delle operazioni della vita,dall’ altra; delle quali cofe, quella è certa, ed
illultre lignificazione, e quella è chiara, ed indubitata cognizione di Dio;
aggiuntevi ancora te reliquie della tradizione de’ primi. Uomini; pec tutte
quelle cagioni, era nondimeno nelle menti degli Uomini altamente infitta A Topi
NI nz T opinione dell’ autorità, e del principatoDivino, edinfieme dell’
Immortalità degfi Animi umani, e del t fa patta inferno opinioni di' loro al
futuro Secolo. E tra’Filofofi,i più gravi, e fublimi, purgata la Religione
daldella Satura h ttolta moltiplicazione delle Deità, e divinale dei r
dalFaltrc feoncezze, e fozzure della V olaumdeirvo- f U p Cr ttizione, vennero
a conofcere, on folo Autore dover vi etterc, e un folo Arbitro di tutte le
cofe:c la Divina origine, e l’immortal condizione degli Animi noftri, e le pene
degli fcellerati, e i premji degl’innocenti ebbero per fermi, e più minuti, ed
ofeuri, febbene ne la forma zionc dell’ Univerfo, per potere, ed ingegno di
mente fovrana; ne l’informazione del corpo umano, per condizione di mente
inferiore informante, comprendere potettero; tuttavia la più parte di loro, ne
provvidenza di Mente Eterna, r ne realità di Animo Immortale in altro modo
negarono, che, nel Mondo la rea4* lità del Divino cflere, e nell’ Uomo, la.
verità del dovere onefto ritenendo. Il che i moderni Epicurei con tutta laco #
pia de’ lumi de’ noftri avventurofi tempi non fanno; come quelli, che per
eftrema malizia, ò cecità, non de l tut to convinti, per non potere concedere
in Dio realità di Edere fenza verità di legge, e nell* Uomo verità di legge fenza
realità di natura foffanziale; e per non volere l’una per l’altra in Dio, e
nell’ Uomo rirenerc; fi gittan più tofto negli effremi dell'empietà del totale
annullamento di ogni realità, e di ogni verità Divina, ed umana. Ora per forza
di que’ naturai» lumi, e di quelle antiche origini, e’ non è da maravigliare,
che Lucrezio, il più fiero nemico del culto, e dell' Immortalità, abbia
nondimeno per vere, ed affermi alquante cofe, che l’infelicità de’fuoi tempi
fol potè fare, che noi conduceflfero per diritto cammino al conofcimento del Y
r cro. Le quali prima di ogni altra cofa convien notare, con alcune altre
offervazioni, % che lafciate addietro, più intrigata, e malagcvole fenza dubbio
rederebbono l’ intraprefa inveftigazione. E in prima quel Filofofo, dopo avere
argomentato, che f/To Lucrezio i tre Volgari Elementi, l’Acqua, l’Aria,
g^EicZnti e’I Fuoco doveflono l’Animo, e 1’Anima non vagliano dell’ Uomo poter
comporre; .«g p°' LE3Èi2 con apertiflime parole, che quelle tre Na- gfUe. A 2
tu Jflfc. m v lì .aÉ Bt m S «fitti ftkjili Jfr ! 4 il fr 4 t f V',,4 4 É 4.
r> j2^ W m Anìmofecon do LUCREZIO fon di altro genere, dcu que' dm ve gnono
agli occb\ e agli al tri fenfi* chi; ma d’ altro genere più fublime, e più
vigorofo, e più mobile di gran lunga. Nunc age, moveanf animum res accise : tir
unde ^monl Qu >**'«» i > nilfimo, dove fuole ella rifuggire per trarne
comuni (limi argomenti in tutte le ' piùofcure, e malagevoli quiftioni della
Natura. Qnefto tcgttt*tnfinito, nel quacureineU c le truovano eflì e copia per ogni
fuftanza, mafatuol 1 c d ingegno per ogni lavoro, c virtù, e r infinito. '
porere per ogni maniera di operazione. Sicché vergendo, non potere al
fortunofoconcorfo degli atomi lagrande, e maeftrevole opera dell’ Uni verfo
aflolutamentc affegnare;dicono f che per un tempo infinito, dopo infiniti varj
accozzamenti, fien finalmente gli aromi potuto a quel termine pervenire, come
nel. li‘ ' bro v: Nani certè neque confìtto primordi* rerum Ordine quoque fuo,
atque fataci mente locar unt: Nec quo: quoque darent motu: pepigere profetici.
Sed quia multa modi: multi: prìmordia rerum Ex infinito )*m tempore peretta
plagi:-, Ponderi bufque fui : confuerunt concita ferri, Omnimditque coire,
atque ormila ^er tentare, Qut rMa «v Qutcumque inter fe pqffent congrega crenrez
Troptèrea Jìi, ufi magnum vulgata fer piane, e Semplici cogitazioni noflre. E,
in fine è affai malagevole a ritrovar cotal Uyr.. .r’iVero a forza di
fillogiftici ragionamenti; poiché l’una parte, e l’altra della contradizione,
contradicenti fillogifmi quinci, e quindi fomminiflrano, e vie « più
inviluppano la difficoltà. Onde i più _ fenfati, e collanti fon coflretti a
fofpenderé i giudizj; ed i malavveduti, c leggieri fi rivolgono a difendere 1’
uno de’ due Conrradittorj, e fra loro di vili l’ un contro dell’ altro
oftinatamente combattono. Il Vero minuto, c fcompigliato della foflanza
materiale ùmilmente e’ non può ne forma fantallica dipingere, ne intellettuale,
o ragionevole efprimere, nc conchiudere fillogifmo per una contraria ragione.
11 noflro intendimento, poiché dalla parte dell’ Animo è unirà, che aduna, c
contiene il numero, che è la vera diffinizione dell’Intelligenza, ed è
manifefla nel raccoglimento, che ella fa del numero della materia nej. fenfo, e
de’ fenfi nella cognizione, e_,, ' delle varie cognizioni nell’ univerfale, cd
0 cd in fe medcfima, per quella cagione», non può raggiugnere, c diftinguere
quello ccce/Iivo sminuzzamento, e dilfipamenro, ne può accozzarlo, e cederlo a
comporne 1’ eftcnfione. E poi una affai ardua imprefa di pervenirvi con
argomenti : perciocché la mente dell’Uomo nel fuo intendere, che è il Tuo
edere, non avendo niuna abilità per quella maniera di Vero cotanto a lei dilfi
migliaate, fenza feorta, e fenza lume fi svia-, qua, e là adirquctlo, o quello
con mal fondati ragionamenti; ficcome è manifedo nelle molte, e varie fentenze,
delle quali niuna ha niuno pofitivo argomento per fondare il proprio Vero; e
tutte, e ciafcuna han molti, e forti argomenti per abbattere il Vero contrario
delle contrarie. Quindi ficuramente, fe T amor delle parti non in rutto gli
acciecafie, porrebbon giungere finalmente a conofccre, che il Vero non può
trovarli nel dil’cioglimenro degli enimmi in uno de contradittorj, ma dee
ricercarli nel temperamento, e nell’ accordo delle contradizioni, e nel viluppo
degli enimmi, e nelle maraviglie. Stando così le cofe, i filosof antichi del
giardino preoccupati da quel pregiudizio, e i Novelli fpaventati dall’
apparente^, contradizione, o affatto non han ricercato il vero maravigliofo, o
leggiermente i ~ facendolo, tolto quelli alla preoccupa zione, e quelli allo
fpavento cedendo,, ' fonofi late iati fedurre dalle vicende delle forme
corporali ad aver per cert3 la mortalità degli Animi noflri, con
ifconvolgiroento, c rovina della Naturale, e della, ' Morale feienza, e della
Ci vile 3 e della Di vina altrelì.E qui lien terminati gli avvertimenti, dopoi
quali è ormii tempo di fare quello, che gli Epicurei non han fatto, cioè di
farci a confidcrare l’ inrendimentodeli’ Uomo, l’ effenza, la proprietà, e le
operazioni lue : nc per tanto tutta la felva degli argomenti, che di là, o
altronde trar fi poffono, penfiamo di allegare, che sì trapaleremmo i limiti di
uua Difpura, eforfi alquanto ci difeofterem Sì arrecala mo dalla P ro P°H l
foluzione, m t tanti, e teiere timo- tali ne feerremo, quanti, e quali credere
ijlinzlonf mo P'ùf,ire al propolìto fenza rincrefcedelle idee del- Vole
proliffltà. JtiU* ‘Iute ^ in primo luogo conviene allegare la ria, a,em
diftinzione, e la dilucidazione dell’Idce della Mente, c della Materia, che
ivi., altra guìfa propofta, che da’ Volgari non fi è fatto finora, e farà ella
un gagliardiffìmo argomento dell’ immaterialità dell* Animo, ed agli altri
argomenti maggior forza, e lume fomminillrcrà, che arrecheremo dappoi. Per non
tacer nulla di quelle co fe, che lafciate addietro ofeurerebbono la
dottrinajleldee dellaMateria, e della Mente, s’io non erro, elle in noi, e con
noi nafeono a quello modo. Nell* Uomo di corpo, e di anima comporto,
(cheunquefia l’Animo ) per erta coftituzione nafee certamente il fenfo del
proprio corpo, il qual fenfo apprende la prima, ed ampia, e comune azion
Tonificante della lortanza corporale : Similmente da quella cortituzione
mcdefima rifulta la cognizione, o cogitazione del proprio animo, e del proprio
intendimento, Ia^. quale comprende, ed esprime la prima, ed ampia, e comune
significazione del1’Edere mentale. Quelle due Idee così dirtinte, con dirtinte
significazioni, ed espressioni, sono ad ogni uno per la cofeienza della propria
cognizione, e del proprio senso manifede jdccome è a tutti parimente manifeda
la contenenza, o inclusone, e la lignificazione, o efpreffion loro. Cioè 1’Idea
del corpo chiaramente contiene, ed include, e significa, ed efprime P
eftenfionc; e 1’idea dell’ Animo, e dell’ Intendimento con pari lucidezza la
cogitazione efprime, e include, e contiene. Orio non poffo acquetarmi a quello,
che gli altri fanno, che da quelle fole idee della mente, £«. della materia, e
da quelle fole contencnze, senza dir altro, traggon 1’ argomento della
didinzione delle due Sudanze. A mio giudizio con troppa fretta coniar mqftra ìl
chiudono, che 1’e de n za del corpo da F difetto dcll'ar- Sdendone, c non già
l’Intelligenza, o de' cartellante Cogl fazione; e che 1 cuenza dell Aniin far
quella mo la Cogitazione, o Intelligenza, e non fazione? 0 ' già 1’ Edenfionc.
Ma credo in ogni modo doverd andare più oltra, e più a minuto olTervare lecofc,
per poter su fondamentapiù falde, e più ampie fondare quella importantidìma
confeguenza. Per modrar di padaggio il difetto, e la debolezza di quel corto
ragionamento; P edenfione, che il corpo di fe apprefenta ad apprendere,
certamente ella è quell'eder medefimo, che nella coftituzione dell’ Uomo, e per
quella coftituzione può il corpo oggettare,e lignificare; e che l’intendimento
noftro dall’altra parte può percepire, ed apprendere: ma non è già egli certo,
che quella lignificazione cosi fatta arrechi il primo, e principal edere
corporale, in cui è dovere che fi riponga laSuftanza, o Edenza ;o almeno none
cofa delira, che il corpo con quel foloeffere tutta la fua edenza, o Suftanza
appresemi all’Animo a comprendere. Oltre a ciò l’ eftenfìone, come è un edere
uniforme, e univcrfale; così è il più tenue, e leggiero, ed è come nel
frontifpizio della propria codituzione dell’ Edenza corporale locato; il quale
perciò la proprietà, cioè la propria differenza, che è l’atto e la forma, onde
fi termina, e compie V edenza, Secreto, e ripodo,non può discoprire, ed efporre
al primo SenSo, ed alla prima percezione dell’Uomo. E quella^, uniformità, e
comunità, di più per quella fteda ragione di edere uniforme, e», comune, è
neceffariamente confuSa, e indiftinta: che pe r tanto certezza, e chiarezza
niuna in niuna guifa può infondere nell’ idea.La qual cofa tanto più è da
credere, che nella fofianza delCorpo del rutto di vifìbile è uopo, che una
moltitudine di particularità infieme adunandofi, vegna a confonderfi in una
uniforme, e comune percezione in quella prima Idea, eh c ancor effa dal fuo
lato fottile, leggiera, cftrema, cojnune, uniforme, indiftmta. Or chi potrà
dire, che in quella indiftinzione, e confufione, ed in quella leggerezza,ed
eftremità di cofe, d’ idee, c di fignificazioni, ripor fi polla l’eftenza? Per
dir tutto in poche parole, quella fignificazione elfendo come una produzzionc
della foftanza corporale, che di là ft propaga nel fenfo dell’ (Jomojegli è
fenza dubbio un manifcfto errore,il riporvi il primo, e principale, e ftante, e
profondo e fiere, qual’ è, e qual efter dee l’effenziale delle cofe. Finalmente
fe 1» Idea contiene, e comprende, ed efprime 1* efìenfione, fermamente ella 1*
adegua ancora, e fi combacia con lei, che altrimenti come polla comprenderla, e
contenerla, non fi può dire. Adunque l’idea, e 1’Animo, diciam così, ideante,
fi vede per quella via, che coll* ellenfione che apprende, ed efprime, pofla
eftenderfi ancor elfo, e sì P Animo nell’ idea dell’ ellenfione dal lato della
potenza, e* pareeftenfo, quantunque nell’ideadella cognizione, dalla parte
dell’ obbictto, tale non fi ravvili. Ed allo ’ncontro, perche l’idea della
cogitazione non è dell’Animo solo; li perchè animo folitario non è nell’ Uomo,
onde il corpo ancora nelle produzioni mentali dee in alcun.» modo concorrere;
fi perchè nella cognizione de’ materiali obbietti, ne impreffione, uè efpreflione
fenza corporale eftenfionefi può .concepire; per quella cagione il corpo dalla
fu3 parre fi fa vedere in alcuna guifa cogitante dal lato della potenza;
avvegnaché dalla parte dell’ obbietto, come tale non fi ravvili nell* idea
deli’ ellenfione. Or come in quella ultima oppofizione si è fatto, così in
tutte le altre, quanto fi è detto del corpo, per far vedere l’insufficienza
dell’idea dell’ ellenfione a dimolìrare 1’ Eflenza corporale, tanto con
altrettante parole fi può dir dell’ Animo, per fare intendere, che l’Idea della
cogitazione none fufficiente a poter diffinire l’ effienza, o lultanza mentale,
In fine non debbo falciar di dire, che il volere colle prime, c (empiici, c
comuni idee dell’Animo il voler noftro diffinire l’ c (lenze delle cole, è per
lenze deill_> Dio cola tanto pericolola, quanto e per' refe eolie fri- verfa
maniera di filofofare. Alle quali ra"cìidee^è'co- g on quando io pongo
mente, inrendo fei pericolofa, bene perchè quella celebre dimoftrazionc
Cartefiana in quel modo propoda,fia (lata, e fia ancora da moiri con ogni
argomento fieramente combattuta. Adunque per quelle due prime (empiici idee..,
della Mente, e della Materia, e per quelle indiftinte, e comuni loro
lignificazioni, non può giuftamente venirli a quella graviffima conchiufione;ma
è neceffiario riguardare per tutta 1’ effienza corporale, e in tutte le fu e
forme, e modi, e moti, ed operazioni;ed oltre ciò offiervare tutta Ledendone
del fenfo, quanto egli c nel proprio corpo congiunto, o quanto da circolanti
corporali obbietti riceve. Ed ancora in tutta l’ effienza mentale, ed in tutte
le fue forme, e modi per tutta la capacità della coscienza, e della Scienza,
quanto in fe medefima vede, o dall’altre cofe raccoglie, e ciò fatto, fe_
troverai!!, che nell’ Elfcnza del Corpo la fola Eftenfione fifeerne da per
tutto fenza niun eflerc, o potere di cogitazione, o intelligenza; e nell’
£lfenza_, mentale, fé feorgeraflì folo intelligenza, o cogitazione in ogni
ricetto fenza niun edere, o modo di ettenfione; allora, e non prima fi potrà
conchiudere, che quefte fieno certamente due™. Elfenze, o foftanze, l’ una
dall’ altra™, realmente didime. La ragione del dover negare alle fempliei idee
quel che fi crede dover concedere all’intera, e compiuta cognizione della
feienza, ella è, a chi ben v> attende, chiariflima. La significazione, ed
espreflion particolare, e manchevole, qual’è quella delle fempliei idee, già
ella molro, o poco laici il in tenebre una parte dell’ effenza, che non è in
niun modo lignificata, ed efprelTa : onde volcndofi a_> quella elfenza donar
qualche attributo, non fi può fare lenza gran temerità: conciottiachè
ragionevolmente debbafi dubitare, fe nella parte non lignificata vi rimanga
afeofa alcuna ragione efcludente quello attributo, che le fi vorrebbe concedere,
e volendofi negare, non può niuno, falvo fe non è fconftgliato, e temerario,
rifolverfiafarlo: perciocché fi dee poter fufpicare, che nella^ parte non
lignificata alcuna ragion fi rimanga, che includa quel cotale attributo, che le
rivorrebbe negare. Adunque l’ Idea del corpo, che contie nc l’cftenfione (
qualunque ella fia ) cfTcndo pur nondimeno particolare, forza è che ne lafci in
dubbio, fe altro vi fia nell’ effenza corporale, che includa la cogitazione, o
intelligenza; e fimilmcnte_, qualunque ella fia 1’ idea della cogitazione dell’
Animo, e quantunque didi nta, e chiara fi voglia, giacché ella è. particolare,
ne fa per quella cagion fofpicare,che altro pofla efTervi nell’ Animo, che
includa Fedendone. E pertanto per fi fatte idee non può giammai giugnerfi a
tale, che quelle due Eflenze fi veggano in tanta luce, che chiaramente
apparifea l* Animo efTer foftanza_» cogitante, o intelligente. Ma nel fatto di
una intera, e perfetta lignificazione le cofe danno altrimenti; imperocché ogni
elTenza col fuo mcdefimo edere lignificando, per modo che l’effere medefimo fia
lignificare, e’1 lignificare altroché federe non fia,cdel tutto imponibile, che
la lignificazione cotanto dall* efifere fi difcofti,e quello da quella cotanto
fi diparta, che tutta intera una lignificazione niente affatto lignifichi, di
un ampio elfere che fi c; e che un ampio intero elfere non fia nulla affatto di
una perfetta lignificazione, che fi ha. Ora egli è, o agevolmente può elfere ad
v ognuno manifefto, che in quanto colla., zioneficon Icorta’del fenfo, e col
cammino della_, ^caadejbefeienza li olferva, o fi argomenta nella materia, di
foftanze, forme, lavori,; • % movimenti, generazioni, e qualunque operazione,
per tutta cotaf ampia, ed intera lignificazione niente affatto fi feorge, ne pur
leggiermente adombrato, ne di effenza, ne di modi di effer della mente : ed è
parimente, o può di leggieri efferc a tutti manifefto, che per tutta la
fignificazione, ed efpreffion mentale, che ci viene o dalla feienza, o dalla
cofcienza, nulla affatto di materia, ne cffenziale, ne modale, nc edere, ne
operare vi fi (cerne. Adunque egli è imponibile, che la materia fia, o che
abbia, o produca tutto il magnifico edere mentale, e che niente di quell’ edere
dimoftri in niuna parte dell’ ampia, ed intera Tua lignificazione; e che la
Mente fia, o che abbia tutto l* edere materiale, e niente di quello dimoftri
in_» niuna parte dell’ ampia, ed intiera lignificazione Tua. Tanto era da fard,
che non fi è fatto, per condurre quel; v Vi*’ la dimoftrazione ad una chiaridi
ma chiarezza La ragione, che dalli materia dritdelP immorta- tamente efclude la
cogitazione, per la mo Umano* 11 * ^ ^iare °S n ‘ circuizion di parole, ella 11
° non è altro, che quella reai diftinzione, che per tutta la foftanza materiale
per ogni parte s’interna, per modo che niuna parte c della materia, che o in
altre parti da fe contenute ella non fia da dividere; o che niente contenendo,
non fi debba ad una ftrema minutezza di ogni contenenza vuota ridurre. Per
cotal ruinofa diftinzione, la foftanza della materia, o nell’un modo, * o nell’
altro, ella è tutta diftinta, e tutta divifibilc: tutte le Tue parti fon Fune
fuori dell’ altre, foni’ une all’ altre avveniticcie,ed eftranee; non fi
potendo a niun patto ritrovare parte della materia per nello di reale identità
nell’ altra implicata. Anzi di vantaggio il tutto medcfimo fi può dire in certo
modo, che e’ non fia, c non infida nelle», fue parti: inquanto che il tutto non
è tale unità, che intera, ed indivifa nel numero delle parti fi eftenda. E le_*
•parti allo ’ncontro in certa guifa pur puoffi affermare, che non fieno nel
tutto, inquanto che elle non fono di quel numero, che fenza confufione_, benché
indiflinte, nel tutto fi adunino. In sì fatta maniera di efTere, più fiate in
più luoghi altrove efplicata, è cofa^ manifefta, che le parti non poffono infra
di loro in guifa alcuna comunicare; ne 1* une nell’ altre per niuna via
penetrare; ne può avvenire giammai, che elle in niun modofcambievolmente fi
contengano, o comprendano, o inchiudano : Ne finalmente comunicazione, o
penetrazione, o contenenza, comprendone,o inclufione alcuna può ef fere I
L'imfenetrabVita della Materia, ovejh da ri fOì’re. «fere ne pur fra ’I tutto,
e le parti ^ Or tutto quello novero di ragioni, che vicendevolmente l’une 1’altre
implicando, fono ccrtiffime produzioni della reai diftinzionc, che noi fotto
una ap. pellazion comprendiamo d’impenetrabilità, come le contrarie con un fol
nome di penetrabilità nominiamo; quelle ragioni, dico, fon la (lefliilima
cecità, O amenzia della materia. Siccome quella profonda, e difcorrevole
diftinzion reale difperde ogni penetrazione, e comunicazione di elTenza, cosi
fa ancora di ogni penetrazione, e comunicazione di fcienza. Conciofliachè la
Scienza, o intelligenza, ed ogni cognizione, e cogitazione, altro che
comunicazione, e penetrazione non fia: ficcome la fcomunicazione, e l’
impenetrabilità, altro non fono che cecità, o fconofcenza. Per Dio la facilità
fola, e’1 chiarore di quella luminofa dimoftrazione potrebbe per avventura per
un fol momento farne travvedere la fermezza, e la ficurezza. Imperocché come
può la materia intendere quello, che non contiene ? E come contenere quello,
che elTa non è ? Per qual via, e con qual potere fi effonderà la materia ad
includere colla conofeenza quello, che efclude coll’ effenza?Come diftinta
effondo dall’ altre cofe, ‘comunicherà con quelle medefìme per apprenderle ?
Come dentro di fé, e quali da fé (leda diftinta, ed efclufa, potrà o a fé ri
volger fi, o in fe il fuo edere raccòrrò, per intender fe, e le cofe fue ? In
qual modo pofta fuori delle cofe, che ella non è, e fuori di fe niedelìma, che
non contiene, potria 1* altrui, o’I fuo proprio edere dentro di fe conchiudere
coll’ intelligenza ? Qual farà il fentimento di quel tanto deuro, quanto
celebrato principio, che l’operare fiegue all’ edere, fe non quello; che federe
è regola, e norma dell* operare : che quale, e quanta è Cedenza, tale, e tanta
eder dee 1’ operazione: che l’operazione non può fuori eftenderd dell’edenza:
che in dnc l* operare è una produzione dell’cderc, dechè l’effonzada operante;
d’operare mededmo,el’ operazione da edftente, e da edo edere a rincontro. Per
le quali certi (lime regole fedi maggior lume abbifognade, vie più lì
dichiarerebbe ciò, che diciamo; che non fi può contenere, ne includer quello,
che non fi è; come quello che non fi contiene, ne include, non fi può
intendere. Adunque certifiimo argomento, e chiarifiìmo di cecità, ed
infenfatezza, è ladiftinzion reale coll’ impenetrabilità, fcomunicazione, ed
efclufion materiale. La diltinzione, che per varj divarie cofe, e diflacca 1’
eflenze, e proibifce le coriofcenze; nella coftituzione dcll’intutto divifibile
material fotlanza giugneall’ ecceflo di diftinguere; per modo che affatto ogni
comunione tronca di eden za, ed ogni via chiude d’ intelligenza. Laonde e’ non
è da maravigliare, fe in tutte le Lingue più belici’ intelligenza colla
penetrazione, comprenfione, contenenza, ed inclufione è lignificata; e con
contrarie appellazioni è lignificata la fconofcenza. Ed è da ammirar molto, che
i novelli Filofofi fien così ciechi, che la cecità della Materia per quella via
non abbiano ravvifata, che fi prefenta nel primo afpetto delle cofe, non che
nel procefio dell* invelligazione. Con dimoftrare la cecità della materia,
abbiamo inficme dimoftrata 1’ immaterialità della mente; Imperocché fe la
materia è cieca, perchè ella è di vilibile, la mente dee eflere indi vilibiie,
perchè è intelligente. Pur nondimeno c uopo in efla intelligenza oflervar la di
lei immaterialità, come in efla natura diviflbilc la cecità, c l’amenzia
abbiam’ oflervata. Adunque fe la Mente cono- °V e f,a fce le fue cognizioni,
come per la pri- trabiitàdeima, e più interna, più lucida notizia I* Mente.
della colcienza è certiflimo, ella certamente le Tue cognizioni, e 1’ eflere di
quelle, e ’i fuo medefimo dee in fc contenere : e con quelle Tue operazioni, e
con tutto il fuo eflere, per pcnetrevole comunione, e per indiflolubil neflo d’
identità, efler dee una cofa medelima realmente indiflinta, ed indivifa. E poiché
per mezzo delle cognizioni apprende tante cofe, quante ve n’ ha, in tutte
l’Iflorie, e in tutte le Scienze, ed Arti; la Mente quell’ immenfa ampiezza, e
quel novero infinito di forme memorabili, fcibili, ed agevoli conterrà tutte
nel fuo intendere, e nel fuo eflere penetrando, e includendo : F con reai neffo
tutte le cofe comprendendo, cd unificando nella Tua intelligenza; e la Tua
intelligenza in tutte le cofe eftendendo, indiftinta, ed indi vita da quelle
così, come è dal fuo efte-[ re medcfimo,e dalle fue medeGmc cogni. zioni.Dal
che chiaramente fi feerne, cfter l’intelligenza, e per confequcnte 1’Eflcnza
mentale con tutta quell’ ampiezza, e 4; con tutta quella dovizia, che accennata
abbiamo efier, dico, nondimeno indiftinta, femplice, ed indivifibile.Concioflìachc
comunione, penetrazione, e inclufione, Veneu-abi- fono co ip indiftinzione, o
identità una hta, e rden- r ... tiù fono um cola, c per poco una ragione, o
notizia c»fa medejì. medefima. Siccome la reai diftinzione fminuzzaper tutto la
foftanza della ma* teriajondel’eflere materiale è impenetrabile^
incomunichevole; così la penetra-» zione, la comunione, e l’ inclufione per
tutto realmente conduce, e connette l’in. telligenza; onde l’ intendere, e 1’
eflerementale efter dee indiftinto, femplice ed indivisibile, immateriale, e
immortale. Certamente la fola eftre ma chiarezza di quefta dimoftrazione a non
fani intelletti può per avventura far dubitare della fermezza per un momento.
Imperocché come potrebbe la Mente, o non contenere quel, eh’ intende, o non
eflerc quel, che contiene, o edere da. ciò che contiene realmente diftinta ?
Come mai potrà efcludere, e (terminare coll’eft’enza quel, che include
coll’intelligenza ? Come fopra di fe ritornando, o in fe il fuo effere
raccogliendo A ) 0 ad intender fe, e le fu e cognizioni; trebbe poi cfler tutta
in fe, e quafi fe realmente diftinta, ed efclufa ? E in fine il proprio, e 1*
altrui edere, nell* intelligenza accogliendo, come può avvenire, eh’ ella fia
pofta fuori delle cofe,che intende, e che efler dee, e fuori di ' fe medefima
ancora, qual certamente larcbbe, fe fuflc divifibile, e materiale ? Non ci ha
dcll’indivifibi!ità,c dell’immaterialità argomento più ficuro di quello, che
eia penetrabilità, e della comunione, che è l’intelligenza. L’Identità, che per
varj gradi di varie cofe fomminiftra 1* intelligenza, c connette l’edenza;
nella coftituzion della mente giugnendo fino alla penetrabilità, ed infelfionc,
che adduce ogni comunio : Fa ne di eflere, ed ogni lume d’intendere, viene in
tanta chiarezza, che egli è una maraviglia, che alcun de* Filofofi abbia
difperato di poter trovare (ufficiente ragione deli’ Immortalità dell* Animo
dell* Uomo, la quale fenza fatica d’inveftigazione nel primo afpctto delle cofe
ci fi apprefenta. Con quello argomento fenza fallo ^ffHré P, °mate- fino il
fondo è fiato difcopcrto dell’ riale quale efienza materiale, che è la reai
diftindeU^mmte 2 j one ^ e j a di vifibilità, onde la cecità, e 1’ infenfatezza
immediatamente dipende. E infiemcmente il principio, e 1* origine dell’ efienza
mentale abbiam ritrovato, che è la reale indiftinzione, e 1’ indivifibilità;
onde l’immaterialità, e immortalità neccflariamente difcendono. Ora da quel
primo fondamento del, - materiale eflere, molte altre proprietà procedon della
materia: ciò fono mutabilità, e mobilita; novità, e contingenza; impotenza, ed
inerzia; e in fine fug ^gezione, c dipendenza, che tutta l* effenza della
materia adempiono per avventura. Come altresì da quel principi» ^ pio dell'
Efler mentale molte proprietà provengono della mente : quali fono, coflanza, ed
immobilità; neceffità, ed antichità; potenza, ed arte; e finalmente libertà, e
independenza, che tutto 1 ’ effer mentale fi può credere, che adeguino. Le
quali cofe fono altrettanti fermiflìmi argomenti, 1 * une della cecità della
Materia, e l’ altre dell’ Immortalità della Mente. Ma alla difputa di fi fatte
ragioni e’ fa di meftieri premettere una confiderazione, con utilità de novelli
Epicurei, per fargli fin da ora argomentare la debolezza degli argomenti Lucrcziani
: e di tutti gli altri, per agevolargli l’ inrelligerfza di quanto imprendiamo
a dire di quelle ducEffenze.Io prefuppongo, che quelli novelli abbian già fatto
quel, che gli antichi non penfarono di fare, o fecero leggiermente, e
trafeuratamenre : cioè che abbiano afTai filofofato fopra la Natura
immateriale; che nondimeno per la cagione, che dirò, fi fian rimafi
nell’errore. Prendendo eglino la corpulenza, e la forza fenfibile della materia
per falda, e chiara verità, e realità; e per la finezza, e fotti 4 tutto
corporeo, e dirtolubile, e mortale apparifee; e dall’ altra, per gli altri
argomenti fi feerne incorporeo, ed Immortale : non può niuno ne a quello, ne a
quello, ne alla mortalità, ne all’ immortalità, non prima avendola va nità de’
contrari argomenti dimoftrata, fe non per temerità, e per capriccio attenerfi.
E trovandoli per avventura amenduele parti inaceslibili, cd inoperabili, c
dovere allora, che fi temperi, e fi mitighi la forza degli uni, e degli altri
argomenti, affinchè o un qualche comune effetto infieme lor forza comunicando,
arrechino; o lor forza dividendo, in diverfe foftanze, o modi, divedi effetti
producano. Nel qual tem- pcramento,e mitigamento egli è fenza,e fallo riporto
il Vero maravigliofo : come del Vero della Mente abbiamo già detto doverfi
fare: e come a fuo luogo in quefta medefima Difputa, col favor di Dio, noi
faremo in effetto. Frattanto fe lo feopo degli argomenti Lucrcziani è, che la
Ragione, e l’Animo dell’ Uomo fia del tutto diffolubile, e mortale; che egli
prende da diffipamenti, fucccffioni, vicende, e mutamenti, •che vi fi veggono :
e per contrario i contrarj argomenti vanno a dimoftrare, che la fortanzial
ragione, e I’ Animo egli è in fe medefimo indiffolubile, ed immortale; non c
egli un giurto, e ragionevole temperamento, e mitigamen-to del contrarto degli
argomenti, il dire, che l* Animo debba effere in fe, e verfo di fe immortale
per forza de’ fe-tèéà condi argomenti; e che la forza de’ primi più oltra non
vaglia a conchiudere, fe non che l’Animo lia dall’ Uomo diffolubile, e in
quello fentimento, e in quello rifguardo mortale ancora? La fola Compofizione,
che è nell’ Uomo, ella è fufficientiflima cagione di ogni variazione, la qual
perciò a quella compolìzione fola puoflì attribuire : onde necelfità di dover dedurre,
che-, elTd Natura ragionevole immediaramente patifca que’fvariamenti, ed ella
debba clTer caduca e mortale, non vi li, fcorge niuna affatto. Gli fcadimenti,
gli avanzi, i eominciamenti,e i lini fono varie guifc, evarj modidieffa
compolizione.La compofizione è principio, ' ». 41 c radice di ogni variazione.
La natura ^luziongeL ragionevole, quantunque ella in le da ti gli argomutamenti
corporali immune, e libera; nienti ima* tuttavia congiunta colla variabile
mareria, dee neceffariarnentfc non in altra guifa, che variando, difpiegar le
fue« ragionevoli operazioni. Sarà quella Tempre una generai foluzione affai
fondata, c forte di tutti gli argomenti di Lucrezio, che può offufear eziandio
quella apparente evidenza, con che ha prefi i materiali intelletti de’ Cuoi
feguaci: e’1 farà ella Tempre, finché eglino non auran dimoftrata 1’
impofiibilità della., natura immateriale, o 1* impoflibilità del concorso, ed
unione della medesima colla materia, e che a natura immateriale fia ripugnante,
il potere con quelle variazioni, che nell’ Uomo veggiamo, in niuna guifa
operare. Il che ficcome finora non han fatto, così non éda credere, che fian
per fare in avvenire. Ora ritorniamo al propofico, per dimofirare in oltre per
la mutabilità, o mobilità cieca la Natura materiale; e per l* immutabilità, o
immobilità, immortale l’intelligente: come già prima . nbbiam fatto, per la
reale difiinzione, ed efclufione dell’ una, e per la reale_ indifiinzione, ed
inclufione dell’ altra. Nell’ eftenfione, o efirapofizione, che - firZlonc' 1
^- ne ^ a materia è manifcfta, noi feorgendo Ucecita della allora quella
difiinzione, ed efclufione, de tornir* ne argomentammo la cecità, ed amenzia: e
nell’ intelligenza, che è in noi, e nell* e (Ter noftro evidente,
veggendol’indiftinzione,e P inclufione; quindi raccogliemmo, •*» • • tal ila de
Hi Mente. . 51 mo dover la mente edere indivifibile, ed immortale. Ora nell’
eftrapofizione me- - 4 -v dcfima, di più la mutabilità, la mobilità, e’1 moto
oflcrvando; e nell’ intelligen- r za, di più la immutabilità,e l’immobilità, e
la quiete ritrovando; di nuovo 1* una, e l’altra conchiufione dell’ una, e
dell’altra natura verremo a provare. V -. L’ Eftrapofizione, per cominciar
dalla prima, c la radice di ogni variazione,. 1 mutazione, e moto; perciocché
mancando alla materia unità reale, che_,. aduni,0 unifichi le parti, e 1’ edere
dell’une nell’ altre implichi, e le Aringa, e fermi indillolubilmente; per
necelfltà deonfi poter le parti 1* un e dall’ \ altre feparare, e fcambiarft
infra di loro, e variare, c mutare, e muovere. Il reai numero delle parti,
l’une dall’ altre in realtà diftinte, e 1’ une fuori dell’altre eftftenti, è il
medcfimo etter mobile, e variabile della materia: c Ia_, fletta mutabilità, e
mobilità: è il principio di ogni attuai variazione, c mutazione, e moto. Il
difetto di quella reale unità, che contenga il numero a quel ^ Materia, modo, é
il verace vuoto, col quale, e. . G 2 nel quale dee poter muoverli la materia:
che gli Epicurei ad altra maniera di fallo vuoto trafportano; e i novelli
Peripatetici, e i traviati de’ Cartcfiani n:egano a torto, quello vero vuoto
con quel falfo degli Epicurei confondendo. V Annone delle parti, Fune all altre
in ordine al luogo fuccedcnti, è come un fluflo, c una fuga delle medelime per
Io fpazio: la quale di fua natura domanda I’ attuai variazione, c mutazione, e
’I moto attuale. Il moto allo ’ncontro egli è l’atto dell’ eflenfione, o
efirapofizionc : ed è prefcnte,ed attuai efienfione, e fuccelfione. Nel moto di
per fc conlìderato non folamenre e lubricità, e flufTo, e fuccelfione di parti
in ordine al luogo; onde le parti fieno 1’ une fuori dell’ altre allogate : ma
e altresì fluflo f e fuccelfione in ordine a tempo; onde le parti fieno I’
unc_, dopo dell’ altre nel tempo efifienti : dimodo che ognuna delle parti del
moto • allora ella è, quando 1’ altre fue compagne o fono già preterite, o fono
per efiere in futuro: che o più non fono, o ad elTere non fono ancora
pervenute. II che vero cdendo, come infallantemente è; qual maggiore (Minzione
può avervi dell’ edere, e del non edere ? qual più certa efclufione di quella,
che Pelle r fa del nulla, ed il nulla fa del Ee Aere all* incontro ? come ciò,
che c, può mai procedere egli a contenere, ed includere quello che non è,
quantunque o fia dato da prima, o debba edere dappoi ? ficcome non vi ha
maggior diftin* zione dell’ edere, e del nulla, ne più chiara efclufione;
perciocché il nulla, che non è a niun patto, c ogni efclufione di ogni realità;
e l’ edere che realmente è, è ogni efclufione di ogni nullità del non edere:
così non ci ha modo più potente a diftinguere, ed cfcludere,cpcr confegucnte
più certo, e più chiaro modo di efcluderc, ed eftingucre ogni intelligenza di
quello, che è il moto, che perchè fia, 1’ edere, c’1 non edere congiunge
inficine : le cui parti deono edere tali, che una edendo, T altre afFarto non
fono, dovendo e(Fcre o preterite, o future. Non eie, ne può eflervi più chiaro
argomento dice o nio cita, ed infenfatezza, della mutabilità, J' 30é-' UHP nn.
1 a \ "W" 2 •* Wa * >• ' le le parti non poflbn Pune dalPaltre
fcevcrarfi, ne (cambiarli infra di loro, ne murarli, o muoverli in niuna guifa.
J L’identità delle parti, l’unc nelP elTere " dell’ altre infiflenri, P
unc nell’ altre penetranti^ deflfo elTere invariabile, ed immobile dell’ intelligenza,
è elTa in va- #• riabilita, ed immobilità, e coftanza, e virtuofa quiete della
mente. L’ inclusone è la virtù maravigliofa, che Urigne,e aduna, e contiene,
econferma_.. -1 P clTcnza mentale ad eder libera, e immune dalle mutazioni, e
da moti della materia, e ad elTere in quello riguardo invariabile, ed immobile,
e quieta. Quella identità, ed inclulione è ella il Ver 5 verace pieno della
Mente, che ne i voi- Tra magari Peripatetici, ne gli fciocchi de’ Car- ta!e '
tefiani, e tanto meno gli Epicurei intendere non han potuto finora. L.’infi- -
^ > Y' llenza, ed infeifione delle parti, che ne luoghi eftendono,ne
difpergono tempi, è quello che ogni corporale lubricità, e fltilTo, e
fuccelfione allontana^. • ** ì dall’ elTere intelligente. Ma di cotalin-
fillenza,o penetrazione, o inclufione, egli è da fapere, che altra cofa non è,
che (lane l’atro, che 1’ Idea, o percezione. L* intelligenza è principale,
radicai percezione, ed Idea: e 1* Idea, o percezione, è prefente, ed attuale
intelligenza; nella quale 1* immobilità, cd invariabilità del mentale edere, e
1* indivilibilità, e Immortalità in chiaridimo lume lì difeoprono. La
prefente,cd attuai percezione dell’ Idea, niuna parte della potenza
intelligente, e niuna parte dell’ intendevole obbierto preterendo, o in futuro
rifervando, cioè ogni parte della cofa, che intende,infieme comprendendo tutto
aduna in un atro, ed in una prefenza di un femplice edere indi vifibiìe. Poiché
l’ intelligenza penetrando, ed includendo tende all’ influenza di ogni fuo clTere^
in una unità di eflenza: la percezione c, prefente, ed attuale inclusone, c
penetrazione, ed influenza. Ella è l’atto di quella virtù, c la fermezza, c’1
ripofo, e la quiete della mente, nella.., pod'cdìone dell’ edere, c del fapere.
Non vi ha maggiore indiftinzione, ed inclufione del’ogni edere, cioè di quella
edenza, che tutto il fuo proprio esere poflìede, che di fé, e delle fue cofc
ogni nullità efcludendo, include ogni fua realità: onde l’atto, e la prefenza,
cioè il prefente edere attuale, che ogni realità a fe appartenente contiene, è
nel colmo dell’ indidinzione, e dell’ inelulione, che ogni nullità, e vacuità,
e lubricità, e fluflo, e mutamento efclude. Tal fermamente è la percezione, o
idea, le cui parti sì elleno fono a fe prefenti, che una parte eflendo, tutte
l’ altre con quella, ed in quella eder deono fenza edenfione di luoghi, e fenza
fucccflìone di tempi; tutta prefente, ed in atto in fe, e con fcco tutto il fuo
edere conchiudendo. Siccome il moto edende, e (minuzza, e difperge le parti
della materia; ed è perciò eda variazione, e mutazione : così la percezione, o
idea, diciam così, intende, e conclude tutto l’ edere della Mente : e per tanto
è la dedìdima invariabilità, o immobilità, o permeglio dire, è edo
ftabilimcnto, ed eda quiete della Mente. Non è nella natura, ne in Cielo, ne in
Terra unione più dretta, ne piu intima, ne più falda, e indidblubile della
percezione: non ci è della percezione più ficuro, ne più chiaro argomento
d’invariabilità, ed immobilità, e di. . quiete. La Mente che nell’ inclufione,
ttjftmo arco - e penetrazione deir intelligenza fi dimenio d' m- moftra
femplice edere, ed indivifibile, faòlaìwia!' ^ cm P^ ce » penetrabile. La
Materia per la compofizione, edeftenfione,o eftrapofizione è divifibilc,
variabile, mobile : la Mente per la penetrazione, ed inclufione è immobile, ed
invariabile. La Materia ha il fuo proprio atto della ;, propria edenza, che è
il moto: la Men te, ella ancora ha il fuo proprio dei proprio edere,che è F
Idea. Nell’ eden* dono, efcludone, variazione, e moto la Materia dimoftra da
fua cecità, ed amenzia: e la Mente ndia'penetrazio& ne, inclufione,
invariabilità, ed, immoti lì bilica biliti fi diicopre indiviiibiie, ed
immortale. Non ci ha cofc più tra fe diverfc, della Materia, e della Mente: non
re ci ha piu evidente contrarietà di quel- / ra U M/ela, che è tra l’Idea della
Mente, e ’1 rìsela Mammolo della Materia. Ma affinchè niu no rivolgendoli alla
materia, ed alla mente deli’ Uomo, ed a’ mori, ed alle idee del medefimo, non
fi turbi, o eoa tacita oppofizionc non contratti quella nottra dimoftrazione;
promettiamo in luogo più opportuno di quella Difputa far vedere, come nel
congiungimento di quelle diverfe nature, e di que’ diverfi modi-, vie più venga
adilluttrarfi, e confcrmarfi la prefente dottrina. Dall’eflerc indiftinto,
penetrevole, ed inclufivo dell’ intelligenza, e fegue Quarta dìdi neceffirà,
che l’ intelligenza eflcr deggià interminata, e univerfale : come-, tdfà-Atuu
dall’ eflerc dillinto, impenetrabile, ed uc elclufivo della materia, necefli
riamente avviene, che la materia debba efler terminata, e particolare. E benché
la penetrazione, ed inclufione chiaramente voglia aver con beco infiniti,
eduniverfalitir e l’ efclufionc, ed impenetrabilità pur con pari chiarezza
arrechi terminazione, e particolarità, anzi più torto la penetrazione, ed
inclufione-, paja eflere non altro, che erta infinità, cd univerfalità: e
1’efclufione, ed impenetrabilità colla particolarità, e-» terminazione pajano
edere una medelima ragione; contuttociò quelle due ragioni fono due nuovi
rilucenti (Timi lumi, co* quali nuovamente per nuove vie rinveniremo coll’ uno
la cecità, ed infenfatezza delia materia, e coll’ altro l’ immaterialità, ed
immortalità della Mente. Le quali cofee’ perciò conviene, quanto più c
podibile, fpiegare,e dichiarare paratamente. Per ^Aeco- cominciar quindi,
Univerfale c quello, che tutte le cofe, o quelle che gli appartengono, cioè
tutto il numero, e tutta la varietà delle differenze, forme, e modi pienamente
contiene, e sì contien egli ciò che e’ contener dee, che le forme,o le
differenze per lungo ordine di cagioni l’ une dall’ altre procedenti, e tutte
da una prima, e principale pendenti, effo Univerfale dee produrre-,, eziandio.
Una principale unità per altri mezza. DELL’ UOMO. 6 1 mezzani principi
inferiori, che indi provengono, ed ordinatamente gli uni agli altri fuccedono,
con fucceffive produzioni fi eftende fino all* cflremiti degli ultimi
particolari a contenergli, e produrgli. Or quella cflenza, o nozione, o ragion
di univerfale, manifefta mente ella efler dee indivifibile,ed immateriale.
Conciofliachè eflere immateriale, ed indivtfibile altro e* non fia, che eflere
in tutti, e con tutti i particolari, e tutti comunicando, penetrando,
includendo, adunare in una fempliee, indi viabile unità di efienza, o foftanza.
Senza quella principale unità contenente, e unificante, ficura mente le
diftinzioni, e le differenze de* particolari fminuzzerebbono, e difperderebbono
ogni comunicazione, e contenenza: e fenza_» quel numero contenuto, fenza fallo
T uhità rimarrebbe ruota di ogni pienezza, e ubertà. Or 1* intelligenza^ deir
Uomo, che ella efprimendo, eraffojtiigliando, fi eftenda da per tutto> a
imprendere,e conchiuder tutto il numero, e tutta la varietà dell’ Univerfo i*
Iftorie, e le Scienze x eT Arti il roani fe y V.jt., nifdhno a chi che fia.
Adunque l’Univerfale,chc non altro, che una ragione, o nozione, o Idea parendo
elTere da fé nel primo afpetto non dimoftra realità; li Icorge pofcia, ed è
reale», nell’intelligenza; la cui realità il chiaro lume della cofcienza a
tutti dimoftra. E l’intelligenza, che è una realità, o reai natura, o foftanza;
c pertanto nel primo afpetto non arreca univerfalità; fcernefi pofcia aver vera
univerfalità nell’ idea,o nozione, o ragione dell’ Univerfalc; la cui
immaterialità a tutti innanzi appretta 1* evidenza», della ragione. Cotal
ritorno, e fcambievole fomminiftramento proprio dì qualunque più invitta, e piu
illultre dimoftrazione non intendongli Epicurei: onde nell’ LJniverfale, che di
per fe i {blamente nell’ idea della Mente, turtocche ben vi veggano
indivifibilirà, ed immaterialità; credon pur nondimeno non più che ideale, e
immaginario V ellere immateriale: e poi nell’ intelligenza, che è, e fi vede
edere folo in nature particolari, febben ravvifano univerfalità; pur ii fanno a
credere, che materiale, e divisibile efler debba quella natura univerfale;
dovendo per forza»* di sillogiftica dimollrativa conneffione, all’ Univerfale,
per l’ intelligenxi, conceder realità; cd all’ intelligenza, per l’ univerfale
donare immaterialità. Ma egli è ben uopo quella univerfalità, che nell’Arte,
nell’ litoria, e nella Scienza fi manifefta, deferivere più particolarmente :
affinchè quello argomento non paja anzi un lavoro di fantafìa, che vero, e
fermo, e fondato in Sicure, e indubitabili realità. La nollra intelligenza,
come ognun vede, mifura tutti i modi dell’ eftenfionc, e diftingue, e
diffinifee tutte le forme del numero; onde eHa è aritmetica, e geometrica : ed
al medefimo modo tutte ancora le varie fpezie, e varie operazioni delle co* fe
oflerva, e difeerne, ed eftima; onde ilìorica, e fisiologica può divenire. Non
è adunque la Mente una particolar diterrainata dimenfione, ne c un»* certo, e
particolar numero diterminato; ne finalmente è ella certa,e diterminata forma,
o fpezie di quelle, O quelle nature; ma efler dee, ed è uni> 4 P» P verfal
ftwrtl* I Univer fatiti deità Screma* del P Arte, e della Storia. (Séif 4/. ^4
V V, St>\ °S n ‘ cofa efplicando, e argomentando: che è Io tteflo che dire,
che ella i numeri, e i peli, e le mifure, colla, univerfalità, dentro di.fc il
molto nell’uno accogliendo, e il molto dall’ uno riproducendo, diftingue, ed
efprime: ficcome con più ragioni nel noftro Volumetto Metafilico abbiam provato
per ogni parte .Ora dalla univcrfalità, della quale abbartanza fi è favellato,
trapaffiamo alla necertità, ed antichità per ricoglierne altri argomenti. Ma io
non prendo ad ofiervare Peffere necertario, per trar quindi drittamente
Immortalità nuovo, c contingente per argomentarne cecità, ed infenfatezza nella
materia. Perciocché agevol cola è ad intendere, quanto nell’ indiftinzione la
nec ertiti, ed antichità; tanto nella neceffità, ed antichità 1’ertere
indivisìbile, ed immateriale: ed al primo afpctto, come /iella dirtinzione
della materia fi ravvifa torto novità, e contingenza j così nella novità; c
contingenza 1’efler cieco, ed infenfato fenza molto (lento fi riconofce. Onde
il far quegli argomenti, farebbe più torto di ciò eh* è (lato detto, una
riftucchevole ripetizione, che di nuovo ingegno, una dimoftrazione novella.
Benché non porta negarli # argomenti d’ immaterialità, ed 1 salirà nella Mente
: ne 1’erter m . ss» a negarti, che la ncccifità fopra la indicazione; e la
contingenza fopra la diftinxione aggiungono una, come dicono, nuova formalità.
Adunque nella neceffita. fi vuol notar folamenteil primato, .e’1 principato del
proprio edere : che è*il più forte de’ nobililfimi argomenti Platonici, da più
degli .Autori trattato con poca dcgnità.E nella contingenza deefi moftrare fol
la fuggezionc, e la dipendenza, che meglio di ogni altra cofa ne conduce a quel
Vero, che nella materia andiam ricercando. E vuolfi per tanto dcfcrivcrc prima
la necclfirà, e_ poi la contingenza: avvenendo per fimiglianti acribologie, che
mirabilmente e l’ idee fi dichiarino, e li fortifichino gli argomenti. Or la
neceflità, che altro è Jìù*cbeelia fc non identità, o inclufione_ Jìa.
dell’clferc in una fempliee unità; onde l’efienza con ogni fua parte, e con
feco medefimaè infeparabilmente conneffa ? E poiché un cotal nello non può
conccpirfi che fia, fe non infra più Ragioni, o elementi, o parti; 1’identità
dell’uno col numero inclufo;e del numero coll’ uno includente; c delle parti
if. tr del numero infra di loro in quell’uno» medefnno, e’ farà certamente il nello
della uccelliti. E in fine non potendo» tutto ciò edere fenza intrinfeco
producimento, e fenza intrinfeco procedo dell’ uno dall’ altro; nelj’ efienza
necef» faria, necelfiria mente eflèr dee principio, mezzo, e fine:, così che il
principio internamente produca il mezzo, c’I fine, e a quelli comparta tutto il
fuo edere, e in tutto 1’eflere di quelli fi diffonda •e ’l mezzo, e ’l fine
vicendevolmente tutto il loro edere nel principio rifondino, e in quello
ritornino,, e fi ripolino. La necelfita è edenza., avente unità, e numero,.
principio, mezzo, e fine per interne comunicazioni indivifibilmente congiunti.
E adunque la necelfita in fc, e con feco,,eLda fe medefima, ed avendo in fc
mer. ìzo, e fine prodotti da un principio,, che è ella medefima; viene con ciò
avere il primato, e ’l principato del fua> proprio edere, da ogni altra
edenza m? quello rifguardo libera, c indipendente. Dichiarate così quelle
nozioni, di-' eiamo’ che la neceflirà, o non è ella_, MI». a fiat “nitiVarl
l.,T> rx uX ' T ..V Vk K T' V • rV‘ te. -a -V ; u. e procaccievolc la fcien
onde pròve' za • Quello è dedò ficuramente tutto il i ™. nerbo di quel famofo
argomento platonico, che T Anima dell’ Uomo muova fe medelima: e perciò da fe
dipartirli, ed abbandonare fe (leda a vcrun__» patto non poifa giammai. E di
queiraltro pur di Platone, che nel primo è implicato, cioè che l’Anima dell’
Uomo,*' fia eda vita, onde il corpo fia, e li di? t ca vivente : e per tanto
finir di vivere platonico del? per niuna contraria forza di natura non immortaliti.
poflain niuna guifa. Perciocché qual’aitra cola è ella la vita, fe e* non è
un«, atto perenne, e podcrofo nelP edere, e nell* operare? la vita è edcnza
attuola, ed atto eflenziale, o foilanziale: è edere, ma perfetto, pieno,
vigorofo operante : è ella altresì operare, ma faldo, tobufto, incettante. La
qual cofa unicamente è polla nella generazione, comunicazione dell’ edere.
Nella vita adunque è pofleflione dei proprio cfsere, e del proprio operare, che
fi diftingue, e fpecifica nella pollone del vero, e del retto, e della fcienza,
e della legge, col potere ad apprenderlo, e confeguirlo : e nella pofseflione
del proprio potere, colla fcienza ad intenderlo, e a reggerlo colla regola. La
vita perfetta è il fapere, volere, e potere della mente. Ma fonovi nondimeno
certi gradi d’ imperfetto vivere, per gli quali a quella fommità della vita
mentale, dall’imo d’ impcrfcttiflìme vite fi afccnde, che altrove forfè
dilegueremo ., •divediamo ora della Novità, e Contingenza della materia, e del
fuo eflere^ f. fpregcvole, fuggetro, e dipendente. Il v che, per quel che dell’
intelligenza detto abbiamo, come facile a comprendere, preftamente in pochi
motti fpedireroo. Siccome nell’inclufione dell’ intelligenza è il vincolo della
neccffità ma-. ' i mfcfio ;cosi nella efclufione della mate- \ • • 4 ria
chiaramente feernefi l’ infragnimen- to, e ’1 difcioglimento della contingen-
ebetekj La contingenza ella è sì fatta, che Z£ s l™. 1 • parti, 1 ’ une all’
altre fono rtra «• K 2 mere, ,la Materia fi fpopjia dì ogni prin CÌpGtO «
nierc,avveniticcie,e nuove; ed al tutto ancora, che non in altra guifa, che
l’une all’ altre avvenendo, e congregandoli infierae, compongono; e 1’ une
dall’ altre dipartendoli, c fegregando- fi, agevolmente depongono. Come
rincontro per le ragioni medefime, il tutto alle parti Tue, onde ora è
coftrutto, ed ora diftrutto, egli è Uranio, nuovo, e avveniticcio. E giacche l’
indiftinzione decedere è il nodo infolubiie della necedità; ben egli è uopo,
che nell’ogni diftinzione- tanta contingenza li ritrovi, quanta non può edere
altrove. La Materia adunque per cotai difetti non può in fe edere, ne confetf
co, ne da fe;ne può avere interni principi, mezzi, c fini per interne comunioni
infcparabilmente infieme avvinti. Il perchè non potendo muovere, o reggere fe
medefìma dentro di fe; ne_, fuori di fe altrove in altre cpfe penetrare a
muovere, o reggere foftanze da fe diftinte; è forza che ella fi rimanga nuda
d’ogni primato, e principato di edere, c di operare, fenza lume di faperc,
fenza nume di volere, ., ZT. ' efenza fermezza di potere, di fcienza, di arte,
e di regola fprovveduta, eie- v ca, infenfata, inerte, informe, ed im- a
potente del tutto. Quel capo di foggezione, e di dipendenza, fecondo quella
generai ragione del non edere, egli è come radice di tre più proprie, più
fpeciali dipendenze: il primo di non intendere alcun edere, o vero; l’altro di
non appetir retto, o bene niuno,c’l terzo, ed ultimo di non avfcre niun_»
vigore verfo niun obbietto, di muovente fe medefima. E qui altresì è cofa degna
di maraviglia, che in quel generai difetto, è manifefto lo fcioglimento, e’1
fluita della contingenza, quafi dei non edere; onde 1* edenza, o fuftanza ^
della materia è rifolubile, caduca, temporale. La qual contingenza fi diriva, e
comparte ne’ tre capi fudeguenti: deche nel primo di quelli c la contingenza
del non fapere; onde la Materia è cieca, ed infenfata :c nel fecondo è la
contingenza del non volere ;, onde la Maceria è difinchinevole, ed indifferente
: e nel terzo è quella del non potere, onde la Materia è pigra, e feioperata.
Quello egli c tutto il fà yf reomento mofo argomento Ariftotelico di là
preAnjtotelico rii r r • dciu Divini. *° » che qualunque corpo fi muova, e ta
debba da altro corpo efler moflfo : onde per non procedere in infinito, abbia ad
efTcrvi un primario principio, da fe movente il tutto. Conciofliachè, come il
potere della Mente ritorna nel Capere, e nel volere, per gir colla cognizione
verfo il vero, che fi conofce, e coll’amore verfo il rètto, che fi appetifee;
così il non potere della materia fi ellende al non Capere, e al non volere il
vero, che non s’ intende, e ’l buono, che non fi vuole. Adunque come nella
coCcienn za dell’ Uomo,da que’ tre principi del»trìnci} j men - le tre poteftk
mentali fi perviene, a co* **• noCcerel’ Immortalità della mente dclP Uomo;
onde poi di più conoCcijmo la cecità, ed inCenCarezza della materia; così nella
conoCcenza, che abbiamo della Materia, fimilmente da’ tre principi de vizj
materiali, fi comprende la cecità di quella Coftanza, e 1* inerzia, e 1*
indifferenza, ed impotenza:* onde poi vegniamo a conoCcere 1’infinito Capere,
volere, e potere della mente del Mondo. Imperocché il primario generai capo
viziofo, ci mette dinanzi agli occhi Come da tre il difettofo lubrico edere
della Mare- ^{Tcomjce ria: onde argomentali infinita efl'enza, l’impotenza^ che
l’abbia dovuta trarre dal nulla. Il primo fpczial vizio del non Capere, ne
zadeltaMe * h fa intender chiaramente il difordinato, Um,c turbolento, ed
informe edere della_, medefimajonde fi argomenta infinita lapienza, che
coftanza, ed ordine, e—; .forma le abbia donato. Il fecondo, e’I terzo del non
volerete del non potè- *>-, re, fa veder l’ edere materiale del tutto
impotente, ed inetto: onde fi raccoglie dovervi edere Comma benevola po- vV tteda,
ed onnipotente Nume, che dritti, e fruttiferi inchinamenti, e moti le abbia
conceduti. L’ uno, e T altro è egli un ben triplicato argomento dell r
Immortalità della Mente dell’ Uomo,e_ dell’ efidenza della Mente del Mondo • c
della fuggezione, e dipendenza della Materia particolare dalla Mente
particolare dell’Uomo; e della materia univerfale mondana dalla mente
univerfale del Mondo. Il quale Aridotelico argomento nondimeno, menti
tenebrofe, v altri 4W4 ' i A Vii T-' Cowf /* della Scienza, mento, quel Filofofo
riftretto dentro de’ confini deli’ attività del fenfo dalle materiali origini,
che in quelle ofeurttà, e in quelle anguftie poflono parere e’ prende, e così
efprime ne’ feguenti ve rii. -m* j w* Tum cum gìgnimur, et viu cum limen humus
: i&wrf ftu conveniebat, uti cum corfore, cìr «nà Caw membris videatur in
ipfo fanguine creJTe; velut in cavea per fe Jìbi vivere folam Conventi, ut
fenju corpus tamen affluat orane. Siccome contro all’efiftenza della». Mente
univerfale, 1* argomento, che dalla fenfuale origine del Mondo traggo 1 più i
novelli, che i prifehi Epicurei, cioè che nell’Uomo, e nel Mondo, altro che *1
corfo de’ penlìeri loro, ed altro che la mole, e i moti della materia non
veggendo; nell’ Uomo alsfro che un fugace penfiero, e nel Mondo altro che
mobile materia non elTere argomentano; quell’ argomento, dico, per quella fola
dottrina delle due fpc-t 2,c di foftanze, c di origini, fenza far altro, rimane
fviluppato,c fpianatoper ogni parte. Perciocché, fe niun di loro, non convinte
prima di vanità le fpirituali follarne, e le fpirituali origini, che con
chiari, ed invitti argomenti abbiam dimoflrate, crede di premerci ancora coll
'apparenze delle origini fendali; egli è Scuramente uno feempio. Con tutto ciò
e’ fa di meftieri, che quelle inviabili origini in quello luogo in alcun modo
almeno deferivamo. Adunque poiché 1* eflfer neceflario, e_ T efler eterno fono
i primi, e più certi, e più fplendidi lumi dell’ umana cognizione; e poiché 1'
infolubilc della.* neceflità, e 1’ antico dell’ eternità fon proprie doti
dell’elTenza indillinta, penetrevole, e comunicante; e* non altrove, che nelle
tre principali forme del fapere,del volere, e del potere indiftinzione,
penetrazione, e comunicazio* ne può rinvenirle d’altra parte e* non ci ha cofa
più fparuta, e vana, e fuggevole della contingenza, c della novità, le quali
quanto dal vincolo della neceflità, e dal primato dell’ eternità li dipartono,
altrettanto dall’ edere, e dal conofcere fi allontanano; e come la novità, e la
contingenza fono proprie., dell’ cflenza tutta divilìbile, e impenetrabile
della materia, così alla medeflma materia la neceflità, e antichità, o eternità
fono improprie, e repugnanti; e finalmente poiché non altrove 1’ ogni
diftinzione, colla divifibilità,e impene dell; uomo- sj trabilità ritrovali,
che nella cecità, indifferenza, e impotenza materiale; Poiché, dico r tutte
quelle cole per lucidilfime nozioni, e per certilTimi argomenti fon vere, e
manifelle, e conte : egli è in ogni modo da dire, che la neceflità, e V
eternità non già nel vuoto^ nel nulla, ma nel pieno, e neH’cffererne nell*
edere della materia difttnta, divifibile, impenetrevoFe, e contingente, e
nuovo; ma nell’ edere della mente, fndiflinto, indi vifibile, penetrevole,
necelfario, ed eterno, lì debbano allogare. Anzi che la neceflità, ed eternit*
fiano Ta fteflìflima mental natura primaria, e lovranare che FjLj M ente prima
altro ella non ITa, cheeffa neceflità, cd eternità, di Capere, volere, e potere
dotata. La quale per Letìfere necelfario, ed eterno, da unico, fupremo, libero,
e indipendente principio' del fuo elfere, che è l r ogni eflfere fpiritnafe; e
dell’ elfere della materia, che è l r ogni edere corporale, cut abbia ogni
folhnza, ed ogni potere conceduto, ed apprettata ogni forma. Por, perchcogni
particolare alfuouniverfale, come a Fonte rivolo fi dee riportare; Umilmente è
da tener per fermo, che-* come la materia dell’ Uomo dall’ immenfa felva dell’
Univerfale materia ella è tratta; così la Mente particolare del medefimo,dall’
infinito potere della Mente univerfale è provenuta. Ma la Mente dell* Uomo,
benché ella è in alcun modo di neceflità,e di antichità partecipe, e delle tre
forme ornata; onde può fignoreggiare la Materia, e di -vita, moto, fenfo, c
d’ideali forme fignificanti cogitative, e fenfitive fornirla; tuttavia perchè
ella è finita, e particolare, non può dominar la Materia, ne con produzioni di
foftanze, ne con introduzioni di reali forme. Dal che li raccoglie efler dritto
della Mente univerfalc, che ella, come ha prodotta, e moda, e moderata la Materia
univerfale per la formazione di tutte le fpezic delle cofe mondane, ad edere;
così parimente abbia prodotto, e moda, e figurata la materia particolare per
1’informazione, onde fieno l’idee, e forme SIGNIFICANTI a fentire,e a
conolccre. Nel qual noftro diviiamento è pure, a mio giudizio, memorevole un
bel cambio di libertà, e di dipendenza tra la Mente particolare, e la
particolar materia nella coftituzione dell’Uomo. Imperocché la Mente, comechè
per le tre forme mentali aver deggia primato, libertà, ed indipendenza; con
tutto ciò perchè è terminata, e particolare, non può ella da fé trarre la
Materia al fuo consorzio, ed alla compofizionc dell’ Uomo: onde per la
particolarità, e terminazione, ella è in quello ancora, e fuggett 3,e
dipendente : e la materia, benché per le tre forme viziofe materiali, di Tua
natura fia dipendente, e ferva; nulladimanco, perchè è ella con tan- ' to
ingegno formata, che debba eflcrc informata al fenfo, ed alla cognizione; è
libera, ed independente dalla materia univcrfale. Conciollìachè quella forma,
che è magifterio di Sovrano Sapere, non Solamente la Sottragga alla debolezza,
cd alla cecità della materia, ad ogni altra formazione di per Se impotente; ma
oltre ciò la debba diftinguere, e Segregare dall* univerSal Seminario, e dalla
formazione universale dell’ altre co •M Se. ' ¥ ri. 1 » Vera orìgine dell' Uomo
rintracciata col lume della filofofia. Origini mafaiche eziandio all’ umano
faPere chiare, efuminofe. Sicché per quelle vie vienfi a conofccre eziandio,
che dalla mente univcrfale, non già la fola mente particolare per creazione; ma
infieme la particolar materia deir Uomo, quanto alla formazione, immediatamente
è dovuta procedere. Quella è ella 1* origine deir Uomo, che con quell’ altra
del Mondo giunte infieme, fono il vero pieno, perfetto, armonico, e
maravigliofo delle facre origini mofaiche, con ogni ragione,c con ogni legge, c
regola concordi : quanto ofeure a’ baffi, e caliginofi intelletti, tanto a’
fublimi, e purgati eziandio dentro i confini dell* umano faperc Iuminofe.
Laddove e», manchevoli, e difordinate, ed inette,e da ogni ragione, e regola
difeordanti, le origini di Diodoro, e di LUCREZIO (vedasi), e d’ altri fenfuali
Filofofanti, anche al lume del mondano fapere per falle fi riconofcono. Per
fare come un Epilogo delle cofe della natura dell’ Animo finora deputate; prima
abbiam provato, che*. 1* Animo è ineftenfo, e penetrevole. Secondo, che elTo è
immobile, ed invariabile .Terzo, interminato, ed umverfale T abbiam dimoftrato;
inquanto Tinimobilità, e T infinità fi oppongono alla mobilità, e finizione
materiale. Quarto, che e’ debba avere dell’ edere neceffario, ed antico.
Quinto, ed ultimo che egli abbia libertà, cd indipendenza, e primato, e
principato del proprio efTere, e dell’ alrrui. Da tutte, e ciafcuna delle quali
ragioni egli fi è conchiufo, dover T Animo in__. ogni modo edere immateriale,
ed immortale. Di più colf ultimo argomento del primato, abbiamo feoperta la
vanità di uno de’ principali argomenti dell’Avverfario. Ma quante ragioni
abbiamo allegare, per convincerne della diverfità delle due nature dell* Animo,
e del Corpo; e per conofcere T edere fpirituale,ed Immortale dell’ uno, e T
eder cieco, ed infenfato dell’ altro; altrettanti oftacoli pare che dinanzi ci
fiamo opporti, per non intendere il concorfo, e la congiunzion loro a
coftituire un_i principio di edere, e di operare nelT Uomo. Imperocché quanta
fra quelle^ due nature è diderenza nella foftanz# Mto* M 2 dell’ ci *» DELL’
ANIMO .deir edere, e nella maniera dell’ operare; altrettanta ripugnanza pare
dovervi edere ad unirli infieme alla coftituzione di una natura. La qual
diflicultà ella è tale, che come l’altra dell’unità dell’ edere, e dell’
operare dell’ Uomo, prima ha fofpinti gli Epicurei a credere che l’animo, e’l
corpo fiano una medefima natura; così la difficoltà del potere edere due nature
diverfe, gli ha», poi nell’ errore vie più confermati. Gonciodiachè prima fi
prefentò loro innanzi quella unità, onde facilmente», ConcKiufero la dmiglianza
delle due nature : e pofeia contro ad ogni più forte argomento, che l’animo di
altra natura dover edere dimoftrade, han fatto riparo con quella ripugnanza :
che nature cotanto diverfe non potelfono convenire infieme a comporre una
medelima eflenza. Sicché tutti gli argomenti della mortalità da quelli due
capi, che ora abbiamo additati, difendono. Ed ancora quella immaginata
ripugnanza, cotanto ella ha potuto fopra lo fpirito di alcuni moderni
Filofofanti; che per le loro vie, e giuda i loro principi, non potendo eglino
unire infieme lanatura fpirituale, e la corporale a formar 1’Uomo, fonofi
rivolti a voler riftringere, e rinferrare la foftanza dell’Ani- irrori di mo
chi ìh una parte, e chi in un* al- t&StS. rra acl i^elabro,come già
argomentato tomo alta Se. avea Lucrezio, che dovette farfi; T animo di fuori
venitte a compor l’Uomo, e non gii col corpo da fimiglianti principi nafcefle.
Or chi crederebbe che anzi quella diverfirà è ben ella la, cagione, onde la
natura fpirituale, e la corporale fono inchinevoli, e prette a convenire
infieme, o nel mondo alla formazione per lo produci mento di tutte le fpezie
materiali, o nell’ Uomo a produr 1* Uomo, e le forme fenfitive, e lagionevoli
all informazione? 1 cotanto egli è vero, che P inveftigazione, dal principio
male avviata, per tutto il corfo, poi fino alla fine fa traviargli Uomini dalle
verità, quantunque agevoli, e piane. E per difingannareognuno, noi dicemmo gii,
che la Mente 7 per 1 inclufionc, o penetrazione è ella * i n S e et nj °fa f
attuo fa y operante; e per la raedefima cagione è altresì invariabile w ^ «P f
I, e per così dire,impallìbile, o impaziente: e che la Materia, per l’
efclufione, o impenetrabilità è infenfata, viziofa, fcioperata; e per tanto è
oltre ciò mutabile, e per così dire, paflibile, o paziente: poiché immobilità,
ed invariabilità, che della Mente c propria, egli c il medeiimo, che
impaflibilità, o impazienza: e mobilità, o mutabilità, che della Materia efler
propria dimoftrammo, è lo flelTo che pazienza, o paflibilità. In quella
impaflibilità, per cui la Mente non può edere moda, mutata, o variata, e può
parer vizio, o difetto, e nondimeno è virtù: e propriamente ella c l’atto
pieno, perfetto, vigorofo, onde la Mente è, ed intende tutto ciò che eder dee,
ed intendere: ed infieme produce ad edere, ed efprime a conofccre ogni
foradiera edenza. E così la padibilità, o pazienza, per cui la materia non è
immobile, e invariabile, può parere virtù; e tuttavia è vizio: e propriamente
ella è la potenza vacua, imperfetta, inferma, onde Ia_# materia non ha proprie
forme di edere, ne d’ intendere; ne di produrre, ne di efprimere realità, o
idee nell’ altre cofe. E ficcome V atto mentale, cheper 1’immobilità fembra
dover edere infertile, ed informe, dalla fua unitali conduce alla moltitudine,
a produrre-, molte, e varie forme di edere, e da intendere nella variabil
materia; così la potenza materiale, che per la mobilità par dover edere
fertile, e formofa,da fe trafcorre ne’ difordini,e negli errori. Ma ben ella
dalla moltitudine all* uno,, cioè ar conciglio, all* ordine, ed alla forma eder
può condotta per forza, ed ingegno della Mente, LaMateria da fe non ha forma,
ne atto ^nzTddl^L alcuno; ma per quello appunto ella è virtù della tutta
capace, ed abile a ricevere ogni ^detuM^ forma, ed ogni atto. La fodanza eden-
mia.. fa, rutta didinta, e di viflbile della materia, che in dividendo o non
mai ad alcun termino perviene, o termina in indivifibili edremità: quanto per
quedo ella apparifce mobile, e variabile; tanto s’ intende eder pieghevole, ed
arrendevole, ed odequiofa a prendere tutte le forme, e i modi,, che *1 fapere,
e volere mentale può ritrovare. Se la materia non forte tale qual’ è, eftenfa,
impenetrabile, divifibile, e variabile in ogni modo; non potrebbe ella efler
capace a ricevere forme, ne reali operanti nel Mondo, ne ideali lignificanti
nell’ Uomo. Se la Mente non forte ineftenfa, indiftinta, immobile, ed
invariabile; non avrebbe ella ne potere, ne ingegno di forme; ne potrebbe aver
virtù, ne modo d’ informar la materia. La_. leggerezza, ed incortinila, e
variabilità, ella è della abilità della materia ad erter formata, o informata.
La fermezza, e cortanza, ed immobilità, ella è deffa virtù della Mente a
formare, o informar la materia. La Mente per la virtù, che è il fuo atto, è
principio delle cofe operante. La Materia per lo difetto, che è il fuo edere
potenziale, è principio delle cofe, per così dire,paffivo. Quella è la più
rimota attitudine, e capacità della materia per la produzione del Mondo, e per
la cortiruzione dell’Uomo a concorrere, e a congiugnerfi colla Mente. Ma altro
e* fa ben di meftieri, che polTa edere vicino apparecchio a sì grandi opere
maravigliofc. La Materia, fecondo l’ opinione di coloro, che nell’inizio delle
cofe vogliono il vuoto, dee edere fcompigliata, e fparfa in moti difordinati, e
turbolenti : e fecondo 1* altra degli altri, che noi vogliono, dee darli
immobile, e fcioperata: nell’uno, e nell’altro fiftcma ad ogni formazione
inetta, ivi per lo fcompiglio,e difordine, che proibire ogni fruttuofa
compofizione, equi per 1* immobilità, e fcioperaggine, che toglie affatto ogni
sforzo ad ogni intraprefa. Il perchè gli uni, e gli altri per viediverfe
s’ingegnan di adempier quei difetti della materia, e di apparecchiarla, e
condurla alla formazione. Ma lafciato da parte dare il contrado di quelle
rimotc origini, che qui non ha luogo; egli è certiflimo, che la materia di per
fe impotente, ed infruttuofa, con due condizioni può pervenire a comporfi, e
variarli, e a comporre, e produrre i var j frutti delle varie fpezie delle
cofe. L’uno è il contatto, che aduna le parti; l’ altro è il confenfò, o
concerto, che unifce infieme i movimenti. La Materia quando ha le parti N con
Due condizioni necejpiriea comporre, e Variar la Materia; congiunte in un lol
corpo, e i moti cofpiranti in un fol moto; allora è ella nel colmo dell’ eflere
variabile, e pieghevole, e offequioSo. La Materia pria Sminuzzata, e raffinata,
colle parti inficine accolte, e co* moti tutti in uno convegnenti, ha la
maggiore Squisitezza dell* eflere paffibile, o paziente, che è,o a raflomigliar
l’ idee mentali modali, o a congiugnersi con idea Softanziale, la più vicina, e
più pronta diSpofizione. Imperocché in quello fiato, con quelle doti la materia
in certa guiSa allora è con Seco, e da Se, ed in Se : ed ha il primato, e *1
principato del Suo proprio eflere, nel tutto le parti adunando; e ’l tutto alle
parti eftendendo; e le parti fra loro, e col tutto infieme giungendo : ficchè
ne moto in una parte può SuScitarfi, che per tutte V altre parti non diScorra,
e per tutto in ogni lato non fi diffonda; ne modo, o forma può imprimerli in
una parte, che», ad ogni altra infiememente da ogni banda non fi comunichi. Con
che la materia tanto all* eflere mentale fi avvicina, che ben può tutte le idee
della mente agevolmente cipri mere, e tutti i numi prontamente efeguire, c la
fuftanziale idea fecondare, e con quella Erettamente collcgarfi acoftituir
l’idea, e’1 nume dell’uomo. Colla copia, e col contatto delle parti, e col
consenso, ed armonia de’moti, la materia ha tutta la felva, c tutto il potere,
e tutta l’abilità per appreftare a Mente fuperiore tutte le forme delle cofe,
colla produzione di tutte le fpezie mondane^ c per appreftare fe medefima a
Mente conforte, per la coftiruzione dell’ Uomo, col producimento di tutte le
forme ideali fenfirive, c ragionevoli. Ma per deferivere più particolarmente la
maravigiiofa unione delia Mente, e della materia nell’Uomo, non già per
hmfrabÙZ^, confermarla, che di già abbiam fatto; è uopo affifarci ad oflervare
le opera- t^Materi zioni dell’ animo noftro : che giufta il nell'Uomo veriflimo
volgar principio, quale 1’ effer delle cofe, tale ancora è l’operare: e
vicendevolmente qual è quello, tale efter dee quello infallantemente. Quando
l’Uomo apprende le forme fcnfibili della materia circoftante; e in appren. » N
2 dendo Sì prende ad adombrare .t i» f: Coro* Al-» . A lente apfrc r da le
formai ì • de' fenjtbili obbietti li dendo quelle forme da* piccioli indizj -,
c rudimenti negli organi de* fenfi introdotti, come altrove abbiam ricordato,
le difpiega, e dilata; certamente allora la mente nodra, e raccoglie in uno i
numeri, ed adegua le dimenfioni, ed efprime le modificazioni della materia. In
quelle fcnfuali figurazioni la mente ha per fuo oggetto la materia formata; e
in quell’ edere della materia, diciatti così, obbiettivo, la mente fi congiugne
in alcun modo colla materia ;ficchè ornandoli delle di lei forme, dentro di fc
nel fuo eflere eftende, fpiega, e figura la material fodanza. Similmente quando
da’ geometrici elementi, e dalle-, combinazioni, e da’fillogifmi, la Mente
dell’ Uomo da fc giugne a trovare forme artificiose, da trasmettere nella
materia; quelle forme medefime, nel fuo medefimo edere codruifce; molti
particolari in uno, cioè nell’ una* fua_. Semplice, e indivifi&ile edema,
edenStoni, figure, e numeri effigiando. Adunque nelle mentali nodre operazioni,
due cofe quanto certe, tanto memorevole intervengono* L’una è, che la Mente con
Vf. V M VÙk' i, % dimento. Per quello novello fiflema.» coflrutto fopra
faldilfime fondamenta, S’intende bene quali fieno i principi . ;. LHj dell*
Uomo: e le maniere dell’ operare, utilità del come colle più interne, e più
fecrete nuovo fijiema guife dell* eflere mirabilmente confentano : e la Mente
dell’ Uomo, e dell’ Univerfore la materia dell’ uno, e dell' altro: e TofTequio
di quella, e di quella materia :c la virtù di quella Mente, e di quella; dell’
una a formare, e dell'altra ad informare, con mille altre verità finora alla
maggior parte degl’ ingegni nafcofte, vegnono a conofcerfi chiaramente. Sopra
tutto per quefta_r> dottrina, 1’argomento di Lucrezio, che dal confenfo
dell’animo, e del corpo, il contatto di quelle foftanze; e dal contatto
l’uniforme natura di amendue*. Vucrezio. vuol concludere ;'nel quale tanto
confìdanoi novelli Epicurei; fi difcopre-chc Secondo argomento di | / l 'egli è
ufeito dal più cupole più renebrofo fondo dell’umana ignoranza. L’ar gomento è
efpreflo in que’ verfq : - hit. Uh H, *tm e. L bt. enim propellere membra, f
I.v Corpoream docet effe. Ubi. enim Corripere exjomno corpus, mutar eque vultum,
Atque hominem tqtum regere, ac ver far e videturz {Quorum nil fieri fine ta8u
pqffe videinus^ '1 J«M! r i t.*V.mentale, che è la penetrazione, e i’ in»
elulione. E che 1’ eftenfione, la fucceffione, e ’l moto con quel contatto, e
con quel contenta, fono il più pronto, c predo inchinamento, ed olTequiodella
materia. E in fine, che P oflequio apprettato con quelle condizioni, e’1 pòcere
efaltato con quelle doti, fono la maniera più adattata, e più conface vole di
unire infìeme la Mente, c la Materia alla coftituiione dell’ Uomo. Ma fe
Lucrezio colla feorta de’ tanfi non potè penetrare in quelle profondità; almeno
dalla poteflà, e dall' imperio, che P Animo ha fopra il corpo, potea coll*
efempio d* illullri Filotafi alcuna cofa argomentare di più pregevole, che non
ha fatto. Tanto più, che quella prerogativa cosi bene efprirae in quelli verta
: 0 Citerà pars arùieé per totum dljjìta corpus Paret, et ad numen mentiti
momenque movetur : a \dque Jìbi Jolutn per fi fipit, cSr fibi goudeti Cum ncque
res animami neque corpus commove t ulta • Concioflìachè lo fptendore di cotal
prin ., tn« » wn io8 folo, ma tutti in un colpo avrem ricili i nervi di tutta
1’ argomentazione Lucreziana. E benché con dimoftrarc lo fcambievole
inchinamento, c combaciamento di quelle nature, fi è in parte-, (pianata la
difficultà; tuttavia ci c altro da dire ancora, per farne da prcflo ad
offervare quella maravigliofa unità. Nel fenfo, e nella cognizione dell’ Uomo,
o per la percezione delle efterne for-» me, o per la concezione dell’ interne
idee; egli è da por mente ad una cola affai memorevole, che non fi è finora
nelle bocche udita, ne su i libri letta delle novelle famiglie de’ Filofofanti
: cioè, che quanto da noi, o concependo fi penfa, o con percezioni fi apprende,
tutto dee effere in fé raccolto, acconcio, ordinato, e comunicante: e niente,
che o diflìpato fia, o confufo, o difcordantc, può ne effere efpreffo dagli
edemi obbietti, ne per interne idee figurato. L’ obbietto del noftro fenfo, e
della noftra cogitazione, proporzionevolmente fecondo che più, o men-» vive, e
chiare fono le fenfazioni, e le idee, egli de’ bene effere ordinarameu• j,. i *
o te confetto, c congegnato: licchè le parti ciafcuna al fuo luogo adattate,
etra loro congiunte compongano ciò che_ deono comporre: e poi per lo moto, il
tutto colle parti, e le parti col tutto, . ed infra di loro, comunichino
infieme vicendevolmente. Imperocché, come altrove è flato detto, qual’ è nella
Mcn- OlfaV è la te la penetrazione, e 1’ inclufione; tal’ L///ES, è il moto
nella materia: onde la pene- limato trazione, un moto della natura fpiri- ne ^
t,AaUr,a ' tuale fi può dire che fia; c ’l moto all’ incontro una penetrazione
della corpo- ' ralc. Oltre a ciò la confettura, e’inumero, e le dimenfioni con
arte voglion ettere difpofte: ed in numero, c mifura regolatamente vuole il
moto per tutto da un capo all’ altro trascorrere :e di quindi nella fua origine
ridondare: e-, tutto ciò variamente, fecondo il vario ingegno, c ’l vario modo
delle cofe. Conci oflìac he, come nell’ efprelfione dell’ efterne
fignificazioni, o azioni, tutto l’ ingegrio, e tutto il movimento vien da
fuori, e fi riproduce nel fenfo dell’Uomo; così nelle figurazioni interne, a
formar 1’opere dell’ arte, tutto r in V / I JT Luce, e lenebre che fiato elle.
I,no T ingegno, e ’l movimento dall* interno fenfo dell* Uomo provenendo, nelle
materie efteriori pofcia fi diffonde. Fermamente ove è diflipamento, tumulto,
difordine, e difeordanza, quivi ci ha egli un chaos tenebrofo al fenfo, ed all’
intendimento dell’ Uomo : ed ove è adunamento, ordine, e concordia con vigore,
ed attività; ivi èchiariflima luce. Sicché le tenebre non fi può dire, che
altro elle fieno, fc noru» che difordine, e dilpergimento, e difeordanza di
parti, e di movimenti: e la luce all’ incontro ben fi può credere, che altro
ella non fia, che piena, vigorofa, ed ordinata comunicazione di modi, e di
moti. Perchè la Mente dell’Uomo è ragione, ordine, regola, virtù, ed atto
penetrevoleje le operazioni mentali, fono elleno o elementi, o congiungmmenti,
o fillogifmi di feienze, e di arti; non può per tanto la». Mente altrimenti
operare, che fimiglianti modi ordinati, e ragionevoli, ed attuofi, e
penetrevoli, o per le formazioni producendo, o riproducendo per 1’efprelfioni.
Cioè adire,ficcome ali in in intendimento noftro fon naturali, e proprj gli
elementi, o generi, le combinazioni, e i fillogifmi dialettici, metafifici,
geometrici, ed altri d’ altre Facoltà, e Scienze, che tutti dal copiofofon- **
te della foftanziale, ed univerfal ragione, eh’ è della Mente, produconfi; così
folamente le acconcie,ed ordinate, e ragionevoli, e penetrevoli forme, modi,
ancora dell’efterne significazioni, ed azioni fono al medefimo intendimento
adattate, e proprie: e feonvenevoli, e fconcie, e difadatte, e per confeguente
infenfibili, edifintendevoli fono le cofe difordinate, e feompigliate, e
difeordanti. La qual cofa, per quello tante tolte da noi ricordato principio,
che qual è delle cofe Federe, taf è l’operare, è affai chiara, e manifella. E
come le Scienze, e 1* Arti fono ampliarne tele di ragioni, e di mo- ze te e /^
m di, e lavori con penetrevole comunio fino mfiìffine conteftej e le
fignificazioni efterne, che figurano, c fiedono il fenfo, firnilmente con
forme, e modi, e moti mifurati, e comunicanti compongono di cofe fatte, o nate
la Storia; così è da tenere per fermo, che Cielo, Terra, Mare, e tutta la
macchina mondana, di elementi, e di congiunzioni, e fillogifmi aritmetici,
geometrici, e fiatici coftrutta; e di copiofe,e vigorofc forze, e moti fornita,
da un principio per tutte le linee fino all* ultime eftremità, per continuata
ferie gli uni dagli altri procedenti, tutra confcco medefim.'L, comunichi, e in
fe medefima fotti Ita, e da fe a fe, da’ principj a mezzi, c fini, virtù, c
vita fommimftri. I quali modi, e mori j maeftrcvoli ingegni di fovrana
fapienza, ne’l fenfo noflro, ne 1* intendimento può diftinguere, e fccrnere a .
V niun patto: e chi di proprio ingegno a s ^ fuo modo di fingergli ardifce,
egli è \ certamente un infano. E per li quali modi, perchè ordinati, e ragionevoli,
.la materia è, per così dire, fcibile; e è non per fe fletta : perchè d i fe
flef f er onevor*' c ^ a ® inferma,ed informe, dal diviìntlol no Platone per
tal cagione condannata duce la Men. a rimanerli in perpetue tenebre fe potrà.
Ecco adunque del conofcimento dell* informazione un aliai notabile profitto. La
Materia dell’ Uomo, per ordine, ed incatenamcnto de' principi, mezZl, e fini,
tanto nella fabbrica dell' organo .quanto nell’ influenza del moto, ella e
comporta con tale ingegno, che tutta m fe infittente, ed in fe raccolta, e per
tutto operante, e rivolta ad apprendere le forme efterne degli obbietti
elterni, e a produrre l’ interne degl’ interni : e fecondo querte, e quelle,
che fanno un concerto di lumi a profittar nella icienza, a regolare la vita, c
ad operare nell'arte. L’altre naturali compolizionl, e l’univerfo medefimo
della Matura, non fono in altro modo, che per e fiere efpreflTe da idea nel
fenfo, c ^ : ne i a n.°f; ta210ne: ma Ia magnifica opera dell umano comporto è
tutta ordinata ad efprimere, ed apprenderle cole. Il corpo organico è un
arrificiofifli P/ r ef P rimere, e raflbmigltare tutte le forme, e apprendere e
fUn ca cor t° bile Tfl,e – azi de fpeciofi, ed attuofi obbietti circoflanti. La
materia dell’ Uomo a quel modo coftrutta, e modificata è infine una mente
materiale. Adunque la Men P te. : r unità diir Uon w. 1 ar ri4« tc, modificata
fecondo quella ordina* fì fwV» ta » c ragionevole modificazione del corpo
organico, in primo luogo fente, o avverte quella fua modificazione : e per tal
cagione, e in oltre per 1’intima unione, avverte ancora, o fente la materia
congiunta. Conciofliachè quanto quel modo V è apprettato dalla formai
corporale; tanto ella da fe per naturai virtù lo produca : ficcome appunto
avviene nelle minute, e variabili, e lievi informazioni de’ fenfi, e delle
cogitazioni particolari. Comunque egli ciò fia, la Mente fenza fallo i
universa» composizione delle parti, e V univerfo confenfo de* moti, che tutte
le parti in uno, e tutti i moti in un fol moto congiunge, por P influenza de’
principi ne* mezzi, e ne* fini, e per lo ritorno di quelli in quelli ;Ia
compofizione, dico, e’1 confenfo univerfale, prima conclude nell’ unità della
ifua univerfal cogitazione; e poi, in quanto è modificata ne’ principi, fente
quivi il ritorno de’mezzi, e de’ fini: ed in quelli allo’ncontro, fecondo i
quali fimilmente è modificata, fente 1’ influHo de’ principi : onde viene a
formarli un confenfo lucido, univerfale, con che più efpreflamente avverte, e
fenre la Tua unione) p’I corpo organico congiunto, e tutte le parti, e tutte le
azioni fra loro Team {fievolmente comunicanti. E in cotal modo, della materia
con ferma, e (U* bile modificazion ragionevole, ordinata al fenfo,ed allo
’ntendimento; e deN la Meme, che è erta lòftanzial ragione, che per naturai
producimento, e per P unione del corpo, nel corpo imprem de quella
modificazione medefimaj dell’uno, e dell’altro ftretri infieme, ed uniti, in
quello già deferitto intreccio di (labili, e fondamentali percezioni, •fa fic
ne il fenfo ragionevole, e la cogi- dei fenfo tazion fenfuale, che è la Natura
dell’ e della cog?Uomo. Ne è da lafciare addietro, che uz,one • de’ due modi di
operare, l’uno della», diftribuzione dell’ univerfale ue* molti ^particolari, e
l’altro del raccoglimento de’ molti particolari nell’ univerfale, -da Mente qui
con quello fecondo mordo adopera; poiché di molte partile -di molti momenti, e
movimenti forma un corpo folo,ed un folo movimento: ficcome fa delle forme
aritmetiche, e geometriche, e dell* altre di lor natura eflenfe, e divifibili,
che aduna nell’ineftenfa, e indi visìbile fua cogitazione; così nelle
concezioni, quando ella da fe le inventa; come nelle percezioni r quando ella
in quelle già inventate, e fatte s’ incontra. Laddove per contrario nelle percezioni
degli obbietti eterni, nell’organo univerfale dell’ univerfal fenfo,e ne’
particolari de’ fcnfi particolari, la fua unità, ed univerfalità già piena, e
feconda comparte ne’ minuti indizj, o immagini, all’ impresone, che ne riceve;
tutte dall’intimo univerfal fenfo, e cogitazione riproducendole. E ormai, a mio
credere, ritrovata già 1’unità dell’ effenza, e della operazione dell’ Uomo.
Poiché ogni unità, o metafilica, o fifica,o etica, di arte, od altra come che
fia, fe vi ’ ha di altro genere, certamente ella fi compie per unione di atto,
e di potenza; così che, o per identità, o per naturai produzione, o per azion
morale, o artificiofa, 1’ atto colla potenza, cquella con quello fi avviluppino
infame, © fievole fi difeopre. Imperocché primamente il fenfo lucido
ragionevole, che dalla coftituzione delle due nature rifulta.è quello, che
nafce,e fi eltingue coll’Uomo : e che propriamente per gli varj gradi dell’ età
quelle variazioni, e quelle vicende patifee: e non è già la pura, e lineerà
intelligenza della parte pura, e lineerà fpirituale. Quel fenfo, che è
univerfale, nella già cfplicata univerfal modificazione della materia
congiunta, al variare della materia medefima, ne’ varj particolari modi, e
moti, che al moto, e modo univerfale fopravvengono, o dentro dell’Uomo
fufcitati, o di fuori tra fm e Hi, ancor elio dee elfcr variamente figurato, e
mollò. E quando nel procedo dell’ età, al variare degli anni, o ancora per
morbo, o per qualunque altra cagione i modi,e moti li pervertono, e turbano, o
illanguidifcono, o celiano, o fi cancellano in parte, o in tutto; allora forza
è che quel fenfo, di che parliamo, più, o meno, tutto, o parte pervertito, e
difordinato, ofparuto, o deformato ne vegna. Ne’ quali cangiamenti, nella parte
materiale, e non altrove, come defcrivonfi i modi, c fi miniftrano i moti; così
i difordini, e » fopimenti, e i vuoti, ed ogni altro vizio principalmente
addivengono. E da quel lato, onde eflo fenfo è di conditoli variabile, e
mortale, a tutti quei cangiamenti, ed accidenti è fortopofto, falva, e intera,
e illibata rimanendo la parte pura dell’intelligenza, che a quelle varietà la
fola univcrfal cognizione, o cogitazione fomminiftra, c’ tutte-, quelle varietà
lènza moltiplicazione, e fenza giunta riproduce. E qualunque fa la (ecreta
guila della unione delle-, due nature, e cheunque ne rifiliti,!! Mente, ficcome
nella reale, e (labile informazione del corpo organico, che è come foftanzial
percezione, indiflinta, c indivifa, include, c penetra, ed adegua il vario
lavoro di quella prima', e (labile modificazione; e come nelle percezioni, che
fono ideali, e leggiere, e fugaci informazioni, fimilmente indiftinra,
indivifa, e invariata, penetra, c include, ed efprime quei varj minuti modi
particolari; c sì quella prima fo-. ftanzial modificazione, come quelle
fecondane accidentali dall’ unità, e dall’ univerfalità della fua virtù, e
natura», produce, o riproduce; così quando quei modi, c moti fi turbano, o
cedano, o fi cancellano tutti, o parte; la v Mente allora, o in parte, o all’
intutto fofpende le lue produzioni, c depone quelle modificazioni fenza
pervertimcn- gbi di 'modi to,e fenza detrimento della fua foftan- corporali.
za, falva,ed intera prima nel fenfo univcrfale' raccogliendoli; e poi, fe elfo
univerfal modo, e moto organico coffa, o fi cancella; nella fua propria unità,
ed univerfalità della fua pura natura, e intelligenza raccolta, li rivolge ad
altri obbietti, e di altre forme fi adorna, ad altro vivere, e ad altro fapere.
' 'f Quella nofira foluzione non lafcia», luogo a dubitare della vanità, ed
infcrmezza dell’argomento Lucreziano. Imperocché nel noftro fillema tutti, dr
cram J * vv rz8 ciani così, i fenomeni delle fenfuali,e ragionevoli operazioni
deli’ Uomo, con quei crefcimenti, e fallimenti venendo pianamente efplicati:
ficchè,dato che— È intelligenza dell* Uomo fia fodanziale, e la materia fia
bruta, c cieca, come noi affermiamo, e niegano gli Epicurei; le operazioni
della ragione, e— del fenfo pur nondimeno così darebbono elle, come ora danno;
per certo che quell* argomento il più riputato, non vale a concluder nulla. Che
fe poi fi pon mente, che gli Epicurei, con tut- « to l’ingegno loro, non han
finora potuto da niun modo, o moto argomentare della materia niuna diffidenza,
eabilità all’ opere fenfuali ragionevoli dell’Uomo; tantoché l’imprefa di
fpiegare quei fenomeni difperando, hari— lafciata dare; allora certamente la
no-, dra foluzione farà ancora dell’ ederefpirituale,e immortale dell’Animo una
novella dimodrazione. E per ìfcorgere la convegnenza, eia bellezza della
dottrina, tutto il penfamento è qui oratempo di rapportare. Noi adunque prima
poniamo due tra fe lontaniffime-f;: cdre r av A eftremità, 1’ una del più e
ccelfo flato di perfetta intelligenza, e l’ altra della più bada condizione
della cecità della materia. Le quali Mente, e materia in quelle eftremità
conflderiamo, che amendue per contrarie ragioni ugualmente da fe sbandifcono
ogni docilità. L’ intelligenza perfetta da un lato, per 1 °& n’includono, e
penetrazione dovrebbe ella certamente ogni lubricità, e fluflo,e fucceflione
efcludere di dottrina: e si perfetta dottrina, e perfetta feienza in ogni tempo
pofledere : e non mai in niun tempo docile poter effere; che fenza il lubrico,
e ’l vicendevole di variate, e fugaci percezioni, e ragioni non può ftare.La
Materia dall* altro lato, nell’ eftremo deli’ impotenza, e deformità, per la
dimoftrata impenetrabilità, ed ogni efclufione, docile in niuna guifa non può
ella eflèr giammai : fe la docilità con tutta la fua incoftanza.e lubricità,
pur tuttavia includono, e penetrazione inftantemente domanda. Appreflo, quelle
due nature da quell’eftremità argomentiamo poter ricede 4 R re zza* ' 4 *t X +W
rM re a quello modo: Cioè, che Ueflfere mentale da quella fublimità, per varj
gradini di varie foftanze giù dechinando, giunga finalmente a poter
congiungerfi in uno colla materia, e a poter cfprimere modi, c mori materiali :
e che T eifer della materia dall’ imo di fila imperfezione, per varj gradi di
variate forme, e lavori innalzandoli fu pervenga al fine, fino a collogarfi, e
ftrignerfi. colla Mente, e a poter railomigliare, e lignificare modi
fpirituali, e mentali: e così nell’ Uomo, in cui,, in fine quell’ingegno
medefimo,fe non altro, ci (copre l’origine dell’ errore. Perciocché la Mente
piegando all’ imo dell edere mentale, c la materia ergendoli al lammo dell’
edere materiale a formar 1 Uomo; in quella natura, e propriamente nel fenfo
lucido, la Mente per 1 edendoni, e variazioni materiali, e la materia per gl’
ingegni, e lumi mentali li tengono afcole : onde la Mente, materiale edere; e
la materia poter edere mentale gli Epicurei han_» Cagiont-* creduto, alle fole
lignificazioni fenfua li rivolti. Ma eglino avrebbon potuto w‘. penfare, che fe
la Mente nella propria fua altezza non potria mentir la materia : e la materia
nelle fue natie badezzc non può fimigliare la Mente; perche i \ i la Mente in
chiara luce feernerebbefi immateriale; e qui la materia chiaramente infenfata,c
cieca fi ravviferebbe; nell’Uomo, ove 1 ’ una fotto alle fembianze dell’ altra
fi tiene afeofa, è una neeelfità, che ne 1* effer cieco della materia, ne 1’
immaterialità della mente, per altra via, che per quella^ degli argomenti col
cammino della ragione non fi podano ritrovare. Quella è certamente una nuova
dimoftrazione, che abbiam tratta dalP intelligenza, rifguardata nell’ idea di
fovrana perfezione : laddove tutte le altre prima allegate fono (late tolte
dall* intelligenza, confiderata nel fuo edere generale, e comune : avvegnaché
dalla comunità de’ generi all’ idee perfette, e da quelle a quelle fiavi
commerzio, e comunicazione vicendevole di cogni' zioni,e di feienze, come nel
primo capitolo della noftra Metafilica abbiamo dimollrato. Colla dottrina della
univerfal percezione, che fidamente 1* anima contri' buifee a* varj modi, e
mori, che nella materia avvengono; e con quella dell’ univerfal fenfo dall*
unione delle due.* nature rifultante, che c la proprietà dell* Uomo, e che
propriamente per cagion della parte materiale, dee con_> quei moti, e modi
efler modificato, e modo; con quella dottrina, dico, tutC te le altre
difficoltà vegnono ancora a dillrigarfi degl’ impedimenti, e de’ turcibamenti,
che cagiona l’ebbrezza; e de’ delirj, e de’fopimenri, edetarghi, che certi
morbi arrecano; e in particolare il pericolofo diflipamcnto, che produce la
velenofa forza dell’ Epilelfia, ed ogni altro fìmigliante accidente. Che come
tutte convegnono in quell* uno argomento generale delle variazioni, che_ dalla
materia nelle operazioni dell’animo trapalano a turbare, o interrompere, o
abolire il fapcre; così tutte con quell’ una generai dottrina, ugualmente per
ogni parte fviluppate rimangono. Cioè dire, che quegli accidenti, che*l vino,
e’I veleno epilettico, come Lucrezio l’appella, e gli altri malori inducono
nell’ Uomo, fono eglino folamente valevoli a difordinare, o interrompere, o
affatto caffare le forme fenfitive, e cogitative ne moti, e modi corporali, e
non altra cofa altrove. I quali lafcia allora la Mente di più avvivare, e
illuftrare in tutto, o in parte, eoa-» fofpendere, come fu detto abbiamole fue
produzioni, e con deporre le modificazioni: ed indi prima ne’ principali feggi
corporali, e poi, fe più oltra è (dipinta, nella fua propria unità, ed
univerfalità fi ritira da quello ffrazio. Ma è in alcun modo diftinto 1*
argomento del timore, e del lutto, che LUCREZIO amareggiando, ed affannando
l’animo, foventi volte conducon l’Uomo a morire. Imperocché in quel primiero
capo di argomenti de’ varj gradi dell’età, e de’ varj accidenti de’ morbi, le
variazioni immediatamenre, c principalmente il corpo immutano, ed offendono: le
quali perchè nelle operazioni dell’animo ancora trasfondono i difetti, e i
difordini; per quefto folo, fono a LUCREZIO argomento di mortalità. Ma il timo
re, c ’l lutto fono morbi dell’ animo, e l’animo immediatamente, e propriamente
conturbano, e affliggono : e quando • l’Uomo per quelle offefe viene a finire,
nell’ animo è il principio, e V origine del danno, e dall’ animo al corpo .
trapaffa; fìccomc per contrario ne’morbi corporali, dal corpo all’ animo
Lucrezio argomenta, che debba la mor-, • te trapaffa re. Così ugualmente per
gli morbi, che fono manifeffe cagioni della morte corporale, perchè varie
paffioni nell’ animo inducono; e dalle passioni, doni, che fono manifede offcfc
dell’animo, perchè c morbo, e morte al corpo arrecano; pare à Lucrezio dall’ima
parte, e dall’ altri potere la mortalità dell’animo argomentare : c poi dclla,
cu ragione dell’ uno, e dell’ altro propone come un nuovo argomento,
foggiugnendo. Addere enimpartes, aut ordine trajicere &quume(l y Aut ali
quid pr or funi de fummx detrabere illuni, Commutare animum quicumque adori
tur, le cogitazioni, e tra le fen(azioni,e gli V affetti; così tra' le
cogitazioni, e gli affetti c più ffretta appartenenza, e con r • neflìonerper
modo che non mai, ne coa • gitazione fenza ogni fenfo di affetto, ne affetto
fenza ogni lume di cogitazione fi può trovare. Da cotcfte cole Quii fiati (ì fa
chiaro, che come il fapcre, cosi '1 volere dell’ Uomo non è la pura, e fincera
parte dell’ animo; ma è quel vo- lece proprio dell’Uomo, di fenfo inficine, e
di ragione commifto, che dall’ unione delle due nature dee rifultarc. Laonde i
varj moti, e modi delle va- ' i r ie affezioni, o paffioni propriamente in quel
volere, e non già nella parte pu ra dell’ animo le loro vicende ingerif’ m
cono: e le anzie, e gli affanni, e i tedj ' del timore, e del lutto quella
parte-, conturbano, e corrompono fino a condur 1’Uomo mi fero alla morte. E
dell’ Animo avvien folo, come nc’ modi del Capere, che fofpenda le produzioni,
e diponga le modificazióni del volere; e . intatto, e purgato, e puro fi ritiri
nel • la fua univerfalità, per rivolgcrfi ad altri obbietti con altri amori più
puri, e più e più finceri. Ma perchè noi nei prefente ragionamento del fa pere
dell’uomo, di altro genere di operazioni 4 che delle fcnfuali,e fantastiche non
abbiati! fatto menzione; non è per tanto, che dentro gli angufti confini del
fenfo, e dell’ efpreilioni fensuali, debba efler ristretta la cogni'zion
noftra. Da quelli univerfal cogitazione, o cognizione, ficcome perchè dalla
parte corporale è ella fenfitiva, ne debbon nafeere Itu, fenfazioni, e l*
efpreilioni di fenfibili obbietti; così perchè dalla parte immateriale, e
ragionevole, ed intelligente, le ragionevoli cognizioni provenire ne debbono.
Siccome nel fenfo univerfale, per fomma finezza, pieghevolezza,, c mobilità, e
per uniformità di virtù, e di foftanza, onde è come un genere generaliifimo del
fentire, fono i primi elementi, o principi, onde rutte le par*» ticolari
fenfazioni, ed efpreilioni fenfibili formate ne vengono; così in efTa_,
cogitazione, o cognizione, da ogni altra cofa fceverata, ed in fe r ccolta,
fono tutti gli clementi, o principi delle ragionevoli produzioni, e delie
Scienze, S a che cd elfa cognizione è infieme generale cflenza, e generai conofcenza
: e i fuoi elementi, onde è coftituita, fono. inficmemente parti, o principi di
quella eflenza ad edere; e fono prime nozioni, o ragioni di conofcere, o
intendere alla Scienza. Cotefto è il bivio deh fapere dell’ Uomo, nel quale in
oltre., è da notare, che TUomo nella via del fenfo è analitico, conducendofi
da’ particolari a gli universali; e nella via. della Scienza è Sintetico, dagli
universali ai particolari avviandosi. Ma gli elementi del SenSo, in quanto Sono
minuti, imperfetti, informi, fon pure come altrettanti generi: e le nature
fenfibili-y in quanto perfette, e compiute, fono anco in quel riguardo
particolari. E le eflenze perfette ragionevoli, e intelligibili, perciocché
quando vi fi perviene, illuminano tutta la Scienza, fono come univerSali: e i
generi, perchè fono imperfetti, ed ofeuri, in quello riguardo fono come
particolari da riputare. Similmente come il fapere, così il volere, o dalla
parte impura fenfuale genera volontà, ed affetti foraiglian Bìvìodel jà ^cre
delP ti, dietro a gl’incitamenti del fenfo; o dalla parte pura fpirituale
produce», voleri, ed affezioni ragionevoli dietro alla guida della Ragione. E
quello è il bivio della vita,in cui fcorgonli le origini delle due celebrate
porzioni dell’Uomo, che il volgo de’Filofofi, quanto con magnifici parlari
decantavamo con ofcuri fenfi intriga, ed ofeura. Adunque la Mente noftra, per
la virtù tante fiate ricordata, e in tanti modi provata di muovere, e reggere
fe fteffa, prima fopra le fenfazioni medefime. E ixti tiMnet certo : velut
aurei, atque oculi funi, Atq\ aliifenfus, qui vitam cumque gubcriumt:. t Et
Dilati mnust atque ‘ oculut t ntirefvs féorjltttv Secreta a ‘nobis nequeunt
fentiret neque effe : Sed tamen in parvo linquuntur fenipore tali i Sic animus
per fe non quii fine corpore, dr ip/ó ' Efse hominet illiut quafi quod va; efse
videtur : .'o'F 1 .' Qs, t # Sive aliud quidvts potius coniunaius et i • .«li»
> yjp r i M Etagere quondoquidem e #*, corpus, adixret. V.v. -tftbv* "o
>s Tutto il nerbo di quello argomento egli è r a mio credere*!!) quella una
sola cosa riporto; che 1* operare, fia^ del Tutto, di cui è ancora 1’edere :
onde a niuna delle parti, che’1 compongono, quell’edere, e quell’ operare
medefimo debba edere attribuito Il fentire adunque, e’1 ragionare dell’Uomo,
che certamente è dell’ Uomo’, cioè del comporto, e del tutto, all’amo mo
folitario non dee poter convenire : c per confeguente 1* animo folo, fenza il
corpo, e senza 1’Uomo, non può fentire, ne ragionare, ne affatto edere :
fcevero di fenfo,e di ragione, non potendo già avvenire, che l’animo da in niun
modo. Si aggiunge a quefto, che P eder di Parte è fermamente effe- ^ t re di
relazione, o di rapporto; onde», la parte al tutto appartenga, e col tutto da
congiunta infeparabilmente. Egli T-V* è vero, che ci ha alcun genere di parte,
che verfo di fe condderata, ella ancora è un tutto : quali fono le parti del .1
«à-J tutto cftenfo, e variabile, e quali in», ogni altra accidentale
compodzione. Con tutto ciò cotali parti, quando elle * fono fegregate dal tutto,
perdon quell’ eder di parte, con ogni altra cofa, che in quel rifguardo lor
conveniva. E che Lucrezio a quefto ancora abbia rifguardato, dalla dottrina del
medefimo intorno alla indivifibilità de’ primi corpi, è manifefto. Volendo egli
indivifibilt quei primi elementi, e volendogli variamente figurati; acconfente
bene, che quelli abbian parti, non già avveniticcie, ma natie; non quinci, e
quindi raccolte a compor P elemento, ma in quello nate: il cui edere, tutto fia
dell’ elemento, che le contiene; ed abbiano a quello necefTario rapporto ;on.
de Pune dalP altre, e dal tutto non_, poffano per qualunque potere effer
feparate giammai. Il luogo di Lucrezio ciUd^Lucre- è alquanto malagevole ad
intendere j zio, non ’m - Picchè P acutezze de* più nobili Spofitor ‘ P oturo
falciar delufe. Il qual jj>ojì on % nQ j ^ er j a p ua importanza abbiara
voluto qui arrecare, ed mterpetrare ., I», Tum porri, quorum e/l exttmum
quodque cacumen Corforìs ìll\us % quei noftri cerner* fenfitt Jam nequeunt : hi
nimhrutn fine fartibuy extat >, \ Et minima cwtfat naturai nec fuit umquam '
Uh. U JL Ver . Ter fe fecretum, neque pofìbac effe v debiti Alterius quoniam
ejìrpfum : frinì* quoque, fluire a/ùe fìmiles ex ordine parte: gmine condenfo
naturavi eorforis explent. quoniam per fe nequeunt confi are ^neceffe ejl
H*rere, ««c/e ?«e Hatura nitritale Jì truova la vera ragione di ejfer un tutto.
t. domanda, che dentro di fe abbia a contenere tutte (e parti, onde è
coftituito: e la parte allo Scontro vuol’ efler tale, che tutta quanta ella è,
con ogni fuo eflere, (la, diciam così, incorporata nel tutto. Di modo che l*
eflere del tutto in quello principalmente confida, che contenga le Tue parti in
guifa,chc non pofla ne eflere, ne intenderli, lenza che lia,e s’intenda con
quella contenenza : e 1’ edere di parte in quello lia unicamente riporto, che
debba del tutto eflere, e nel tutto abbia ad edere contenuta; licchè non eflere
giammai, ne pofla immaginarli lenza quel rapporto, e lenza quella, per così
dire, partiva inclusone .Se quello è vero, come è appreflo di erto Lucrezio
ancora; egli è da tenere per fermo, che la verace, e fincera, e perfetra
condizione dell’ efler tutto, altrove, che nella natura fpirituale, c mentale
non pofla_, rinvcnirfue che la natura corporale, e bruta non più, che di una
imperfetta limiglianza di quell’ eflere lia capace ' Imperocché la natura
mentale, per Io fenfo,e per l’ intelligenza di le, e dell'altre cofe che
fente,ed intende; chiaramente dimoftra dover ella contener fé medefima, e 1’
altre eflcnze con ogni identità, e comunicazione: e fé medelima,e 1* altre
eflenze dover penetrare da per tutto. Con che quella inclufione, e quella
contenenza, che *1 tutto ha delle Tue parti, e quel paflivo incorporamento, con
cui le parti fono nel tutto, dimoftra dover fola perfettamente pofledere. Nella
qual cofa è principalmente riporto il reciproco rapporto, e la neccflaria
conneflione, onde il tutto dalle parti, e quelle da quello, e», 1* unc dall*
altre non portano fepararrt. Per contrario la natura corporale tutta per ogni
vcrfo limitata, ed efclufa, c diftinta, di quella inclufione, e di quello
incorporamento non è capevole:febbene, come qui, ed altrove abbiam dichiarato,
può la Materia per finezza, e per fublimità, ed attività di foftanze, e per
conneflione di parti, e confenfo di moti cotanto ingentilirli, che vegna tanto,
quanto a Materia è poflibile, un tutto perfetto a raflomigliare. Oltre a ciò,
contenenza, ed uni V vcrfalità fono una cofa medefima : Teflere un tutto, e l’
edere univerfale, fono una medefima elfenza. Donde fi può intendere, che alla
perfezione del tutto, due cofe vi fi richieggono necef fariamenrc; l* una,
chc’l tutto debba aver perfetta pienezza in ampia indivi» fibile unità;
l’altra, che tutti i particolari, che gli appartengono, dentro quella pienezza
fiano realmente comprefi. Benché quelle due condizioni ad una fola finalmente
pofiono riferire : concioflìachè, ne perfetta contenenza., fenza palfiva
inclufione, ne pafliva inclufione fcnza perfetta contenenza, poffa clfervi in
alcun modo. Per cotclle_ leggi, primieramente ogni fpezie di tutto,
generalmente confiderato quell’ effere, dee con tutte le fue cofe efl'erc-, • •
in fe medefimo riftrcrto,e chìufo,e da •J t gegno, colla noftra principal
dottrina potta fcioglierlo di leggieri; pure per produrnoi il frutto delle
noftre fpecu- ’ \ {azioni, ci rifolviamo a parte trattarlo. Adunque quel che di
tutti gli altri argomenti abbiam fatto, e faremo apprettò; di quello argomento
ancora facciamo al prefcntc; ingegnandoci a più potere fortificarlo da ogni parte.
La neceflità del dover 1* Anima fcparata effcr fornita de’ cinque fenfi, che
Lucrezio fcmbra voler confermare colle immagini de’ Pittori, e de’ Poeti, che
attedino l'antico comun fcntimento, ella è in fatti da quel Fiiofofo data
appoggiata fopra quel fermidìmo principio; che ogni edenza, o natura comune»,
dee con alcuna delle fue differenze, o proprietà elfer diterminata
neceffariamente : e che fenza ogni fua differenza, o proprietà non può ella
dare in_» niuna guifa. Siccome allo’ncontro, proprietà,o differenza niuna e!
può avervi mai fenza il fondamento, diciam così, della Natura, o edenza comune.
Perciocché 1’Anima con generai fenfo, e percezione delie cofe, per ogni modo
dover edere; anzi altro, che quel fenfo, e quella generai percezione non effere,
egli è ad ognun che vi ponga»» mente, manifedo .Dal che fegue bene, che il
fenfo, e la percezione generale, come con alcuna delle fue proprietà e
particolari forme eder dee compiuto, e perfetto; così quelle proprietà, e
particolarità medelime di necedità egli implica nell’Anima. Fermamente non può
capirfi a niun patto, come l* Anima feparata poffa aver niun fenfo, o
percezione, che nel tempo medefimo X ella m: m ^ Sottilità dì Lucrezio non
inteja da gli Sfojìtori, ella nc veda, ne oda,nc per niuno degli altri fenfi
particolari, niuna percezione abbia degli obbietti. Dall’altra parte, 1’
impoflibilità di avergli in quello flato, egli è per certo una gran fottilità,
con che Lucrezio la compruova, che niuno degli Spofitori ha potuto penetrare
finora .Onde, e nel variar Iniezioni, che ftanno bene, e nel fupplirvi i
fcnfi,che non vi mancano, eglino fonofi affaticati in vano. Prende egli a
conliderare i fenfl in idea, fecondo le loro, per così dire, formalità
metafificamente,c gli rapporta all’Anima : e infieme gli confiderà nelle loro
realità, e corpulenze filicamente, e gli riferifce al corpo: e poi argomenta,
che come i fenfì, ne effere, ne operare pofTono feparatamente dall’ Anima; così
allo fteffo modo non deono potere, ne edere, ne operare feparati dal corpo, e
dall’uomo. Concioffiachè 1* anima ila l’uno Ideale, o formale, o metafilico,
onde le proprietà, o differenze de’particolari fenfi debbano procedere; e
1’Uomo, e’I corpo fia V uno Reale, o materiale, o tìfico, nel quale quelle—
proprietà, e differenze medcfime debbano eflere incorporate diverfamente,
fecondo quei diverfi rifguardi, di diversi principi, e procefTi.Con ciò viene
egli a conchiudere, che poiché l’Anima da una parte non può edere sforni- 7 ta
de’ fenfije dall’ altra non può in niuna guifa efferne provveduta • che ella
non può ne fentire, ne in altro qualunque modo operare, ne effere affatto dal
corpo, e dail’Uomo feparata. Udiamo le parole fue proprie, e poi vegniamo alla
Soluzione. Vr eterea fi immortali t natura animai efi, Et fentire poiefi
fecreta a corpore nqfiro : QuinqueiMt opinor)eam/aciendum efifenfibus auHantt
Ntc ratione alia nofmet proponet e nobis " i t Tofiumus infermi animai
Acheronte vocari. riHores itaque, et f criptorum Stola priora Sic animai
introduxerunt fenfibut cucì ai r L * At ne 1° natura ragionevole, ed
intelligente, e’I Tuo operare efplichiarao, e la fenfibile non lafciamo
addietro, deono difdire che nel più alto, e puro dell* intelligenza medcfima,
quanto a Uomo è conceduto, poggiando, a quelle fublimità non afccndtamo ? Ma
nulladimanco in cotali cofe, affai probabili ragioni, e dove di farlo ci è
permelfo, giufte dimoftrazioni allegando, V affare condurremo a tale, che anzi
da defiderio di più oltra conofcere accefi, che da difperazione di potervi
altro edere, confufi rimanghiamo. Per rifecare ogni rincrefcevolc lunghezza, io
dico fulla e lucidezza. Sicché il fenfo dell’ Uomo, ove egli è più virtuofo, e
più lucido j quivi è in quefle, e quelle parti diflinto, c diviio : ed ove è
unito, ed uno; ivi è torbido, confufo, ed ofuro. Ma nello fla r è w l’Anima,
fepnrntn dee potere operare con piìi francbezza, e virtù. to della Separazione,
fenza far violenza nc a ragione, ne a cofa alcuna, e’ ci convien credere, che
l'Anima fottratta a quelle gro(Tezze,e da quelle angurie Sprigionata, a voler
riguardare la natura di lei, e la fua virtù naturale, quel potere medefimo, che
ella ha fopra la; materia penetrcvole, con più Sovranità^ più vigore efcrcitar
polla; e maggior copia di maggior finezza, ed attività di quella materia
dominare. E per confcguente non riftretta fra quei cancelli, ne in quelle
nnnurczze fpartita; ma dilatata, e in fc raccolta, con uilfolo ampliamo fenfo
universale, polla e più diftinramcntc (cernere, e più altamente penetrare, e
più chiaramente apprendere tutte le forme,e tutte le«, azioni delle cofe
materiali. Se l’Uomo per virtù dell’ Anima ha imperio, e poreftà Sopra la
materia pcnetrevole in» terna; e dona a quella, e nc riceve a rincontro le
modificazioni; e col minifierio della medefima produce il fenfo, e la
cogitazione univerfale; e fecondo la divilata varietà in tante maniere il
difiignuc, quante in noi le ne veggono;. i 1 pri,? cip > primi, e’1
temperamento loro, c l vaftarata. g j 0 ingegno de’lavori, e tutte le
generazioni, e le fufianae, e gli ordinati procedimenti » e k virtuofe
influenze v de* ikir de’ Celefti corpi, e tutto il concerto r e ’1 fiftema del
Mondo, e la cottruzione dell’uomo può meglio efplorare r e penetrare, ciascuna
fecondo la propria capacità r e virtù. Perciocché è da credere, che le menti
finite emendo, abbiano le proprie fpirituali tnodi-i ficazioni; onde fieno
dall’ infinito circoferitte, ed infra di loro diftinte.Ein particolare, che la
menre dell’ Uomo, per una cotal proprietà di più fra ella propriamente
inchinata, ed adattata a congiugnerfi colla materia per la cortituzione deli’
Uomo. Per quefti nottri divifamenti s’intende ciò, che dir vollero quei
Filofofi,che di certi veli corporali, gli Spiriti puri diceano dover effere
provveduti; e alcuni Padri, che le Anime e gli Angeli corporee foftanze
riputarono. Cioè non altro eglino a-ver voluto infirmare da quello r che noi
della maniera di operare dell’Animo feparara abbiam conchiufo, fi dee: tenere
per fermo. Cosi fimilmente è da interpetrare quella Sentenza, che la_. Mente d’
un’ altra mezzana natura abbisogni, per potere attemperai alla materia *
Finalmente, che la villa Tifacela non per inrromilfionc della luce». '. 1
efterna nell’occhio, ma per eftramillione della interna verfó gli obbietti; è
fenza dubbio nata dalla cognizione dell* imperio, e potere della Mente fopra la
materia penetrevole, e dal minifterio, ed oflequio di quella verfo di quella :
onde è il vigore della virtù mentale alla produzione, o alla percezione delle
cofe.E qui poffumo dire aver terminata la Dilpnra colla foluzione degli
argomenti più principali, e più forti. Perchè dopo avere ben fondata la reai
difìinzionc dell’ intelligenza : e dopo avere altri punti ftabiliri, così come
fatto abbiamo delle più rilevanti verità; gli argomenti, che ci rimangono, così
leggieri, e piani 1} difcoprono; che più per non parere, che nftuf aulente gli
tralandiamo, che per necdfiti, che abbiano di particolar foluzione, gli dobbiam
ricordare, a ciafcuno argomento adattando quelle generali dottrine : il che
farem brevemente. E prima veggiamo di quello, che c in quei verfi efpreflo:
Denìque cum corpus ncque at per far e mimai Dìjjìdium, quirt in tetro tabefcat
odore r Quid dubitar quin ex imo y penitufque coorta Emanar iti uti fumus y
diffufa anima vis 1 Atque ideo tanta mutatum fu tre ruina Conciderit corpus
pcnitus I quia mota loco funt Fundamenta forar anima r manantque per artus,
Terque viarum omnes fiexus y in corpore qui funt r Atque / or amina : multi
modi s ut nofcere pojjìs Difpertitam anima naturavi exijje per artus 5 Et prius
effe /ibi diflraclam corpore in ipfo, Quitm prolapfa forar enaret in aCris
aurar 1 ' Dalla. dillofuzione, c putrefazione del corpo umano r che al
dipartimento 1 dell’Anima fegue immantinente, vuol Lucrezio inferire r che L’
Anima debba eflere fparfa per tutto il corpo: che i di lei principj componenti
fieno con_* quelli del corpo talmente intralciati T c intrigati; che quella
eflcr 'debba la cagione, onde al dipartirti- dell’ Anima, una totale
fovverfione al corpo ne avvenga : ficchè tutto fi cangi, e impu• m tridifca., c
tramandi fuora 1’intollcrabil fetore - E poi ne’ feguenti verfi foggi tigne,
che il folo deliquio, avvegnaché allora 1 ’ Anima non vada via, ma foi
difiratta, o opprefla languifca; tanti cangiamenti nel volto, e negli occhi, e
in tutto il corpo produce; quanti le grida, e le lagrime badino a rifvcgli3re
^riterfetri ^ e ’ circoftanti. De’più migliori Interno» ban capì- pcrri di
Lucrezio, non bene han capila la forza ù t;1 la forza dell’ argomento. Eglino
moMntO'. arS ° firan di credere, che quel Filofofo teglia, che F Animo, e l*
Anima flano una medefuna cofa; e quanto qui dice dei doverfi in morte
difperderc i componimenti dell’Anima, onde il corpo imputridifca; che tanto
intenda di dire dell’ Animo, e dell’ Anima infieme, E una natura coll’ altra
confondendo crvvéro prendendo efli 1* Anima per la fola parte incorporale; e
quella idea t * e quell’ appellazione alla mafia degli umori, e degli fpiriti
non concedendo, fecondo quefto lor proprio fentimcnto. prendono l’argomento
Lucrcziano: fon contenti di rifponder folamentc, che la putrefazione, e ’l
fetore del corpo morto, non è effetto della divifione, e del dilfipamento dell’
Anima; ma di altra cagione tutto diverfa. La qual. rifpofta, fe vuolfi
comprendere la par- ..., te fenfuale, è certamente falfa : c fe, meffa da banda
la fenfuale, come quella, cui V appellazione, e 1* idea d’anima non convegna,
della sola parte incorporale si vuole intendere; e senza dubbio fcempia, ed
inetta: perciocché corre a far difcfa, dove non bifogna e quella parte, ove è
indrizzata 1’ oppofizione, fcoperta lafcia, e fenza diFefa. Si aggiugne a
quello, che quando LUCREZIO (vedasi) dice, dover efTere dal profon- '• t *' do
fcolfi i fondamenti dell’ Anima, e fuora difTipati, e difperfi; dicono eflì,
che con ciò s’intenda elfer 1’ animo il, fondamento del corpo; il che è ancora
vero: ma eglino non intendon già per fondamenti i primi componenti, il cui
dilTipamenro cagioni quello effetto. :. ne’ corpi morti: che è per certo un non
# - affatto intendere 1 * argomento. Ad un- cye f e “ c e re *j } 0 e que
Lucrezio tratto dalla forza del ve- PAAimi^L* ro, tenne per fermo, che 1’Anima,
c 1’Animo, cioè il principio intelligen- Mmrumt. Hmìz O' te tc, c la parte
corporale miniera del fenfo, foflono due nature didinte : per modo che contro a
quella opinione, che l’Animo altro e’ non fotte, che un* armonia, o concerto, o
temperamento, con lunga fchiera d’ argomenti fieramente combatte; e vuole in
ogni modo, che T Animo fia una fpezie,ed una fodanza. Con che viene a dire, che
r Animo fia una fpezie, ed una fodanza didima dalla mafia, e modi, e moti
animali. Poiché certo dell’ eflere dell’ Anima; dell* Animo folo, come di una
cofa aflai ofcura, va ricercando che e* fia: e in quella ricerca dice,che e’
non fia già un’ armonia, o qualunque altro modo, ma una certa particolar
foftanza. Appretto, comechè per l’Anima e’ dica efiere baftevole il calore, e
l’aria e l’aurc; tuttavia a produr 1’ Animo, niuna di quelle cofe crede poter
badare: ne altro e’rirrova nella felva delle corporali fpezie, cui pofla
attribuire quella maravigliofa produzione. Onde conclude, che cotal natura
producitrice dell’ Animo, fia del tutto nafcoda, ed ignota, e innominata: di
che fin dal principio della Difputa nc abbiamo allegate le teftimonianzc di più
luoghi .Finalmente c’diftingue bene gli utfizj dell' Animo, e dell’ Anima; e ’1
fupremo dell’ intelligenza, e del reggimento del corpo all’ Animo aflegnando;
le parti dell’ ubbidire, e dell’ efeguire all’ Anima accomanda. Ed
efpreflamente,che l’Animo, e l’Anima fono due foftanze tra loro diftinte,
febbene {grettamente infieme congiunte: e per la {{retta congiunzione, quanto
argomenta della natura dell’ Anima, vuol che dell’Animo ancora s’intenda. Sopra
il qual fondamento buona parte degli argomenti di lui fono appoggiati. LUCREZIO
(vedasi) adunque da quel fubito cangiamento de’ corpi morti, o languenti, non
può, ne vuole egli inferire il difperdimento, ed annullamento dell’Animo; ma sì
bene il difperdimento, e l’annullamento dell’anima; cioè della parte bruta, e
fenfuale : e quindi per la {{retta unione, delle due nature, vuole che lo
lìruggimento dell’ Animo infieme fc ne argomenti. La qual cofa, comechè e’ ben
vedelTe non efler neceflaria conchiu Z 2 fione di neceflfario fillogifmo;
perciocché di cofe diftinte, comunque infieme congiunte, mancando 1* identità
dell’ edere, dall’ una all* altra cofani non può con certezza condurli
l’argomento a conchiuder nulla; con tutto ciò, tra perchè l’Animo una
fottiliflìma, e le vidima foftanza cder e* li avvifava; e perchè la robuftezza,
e’1 potere dell’Animo nell’intendimento di lui, e degli altri Tuoi pari,
fparuta, e debile cofa appariva; per quelle cagioni pensò egli, che come il
totale disfacimento del corpo, non altronde, che da quello dell’ Anima
proviene; cosi il diflìpamento dell’Anima fenza 1* ellinzion dell’ Animo, non
potede avvenir*. Ed ecco come noi in efplicando il fenfodi Lucrezio, abbiamo
infieme difciolto il fuo argomento. Imperocché abbiam fatto vedere, come
edendol* Anima, e l’Animo, cioè la parte corporale minilira dclfenfo,e
l’incorporale principio dell’ intelligenza, due nature dillinte, quali ad elfo
LUCREZIO (vedasi) pajon d* edere, 1* argomento in buona Loica dal didìparaento
dell’ Anima, quello :i dell’Animo non può conchiudere a ni. un patto. Ne dalla
(fretta congiunzio •v-W, del senso sono stromenti, il cui consenso, e
cospiramento, anima egli appella, ciò intefe di affermare; quantunque, che
1’animo ancora sia divisibile, vuol che da quella si fatta divifione fi
argomenti. E dell' infermezza di tal conchiufione per la diftinzionc di
quelle», due nature, che LUCREZIO (vedasi) appruova,e noi abbiam provata, con
tutto quello, che al precedente argomento fi è fatto, non riman luogo a
dubitare : e così tutti gli altri a quello finiiglianri, che dal confondere in
uno il principio intelligente, c la parte fenfualc, tutta_, lor forza
ritraggono. I quali tutti, non già col folo ribattere, o fchifare i colpi
negando, come ufano di fare i Vol gari; ma la foftanza indi vifìbil e
dell’Animo, e le fue maravigliofe operazioni, ed ogni altro dimoftrato pregio
v^per tutto opponendo; e quindi da cer' ti, cd indubitati principj
argomentando; fi fa chiaramente vedere, che’l varino e’ percuotono dell’ ària.
Più larga '-via ne apre il feguente argomento a derivarvi i fonti della
principal noftra dottrina, il quale con chiarezza è ne* .r : fe-. iSs fegucnti
verfi efplicato :. Dtnifue cur animi numquam mens, confili umqu Gignitur in
capite, aut fedi bus, manibufve ? fed unii . v Sedibus, «ir certi s regionibui
omnibus bar et ? Si non certa loca ad nafcendum reddita cuique Sunti «ir ubi
quicquam fojjit durare creai um; Atque ita multimodis prò totis artubus effe y
Membrorum ut numquam exijlat prxpojìerus orda. Vfque adeo f equi tur ret rem :
neque fiamma creavi Lib. tll. Nono argomento. Fluminibus /olita e/ly neque in
igni gignier algor. Circa 1’origine dell’Anima, in prima e* ci oppolc Lucrezio,
che ella nafeer debba infieme col corpo; perchè fi vegga col corpo, e con tutte
le membra crcfcere inficine. E poi del feggio, dove l’Anima fia allogata,
ftabilifce che certo, diflinto, particolare, e proprio e debba clfere.
Finalmente, amendue quelle cofe giunte infieme, dal nafeere, c dall’ cficre 1’
Anima in certo, e ditcrminato luogo, egli argomenta, che fuori del corpo, e
fuori del fuo proprio luogo non polfa folTiftere. Noi allo ’ncontro con bello
intreccio di metafifi. A a che per altre opportunità; delle cogitazioni: c nel
fecondo per la finezza, c vivacità del fenfo, e per lo fervore, e_. Copia de’
fluori più (pi ri rosi; degli affetti; ma ben ella è in tutti i luoghi, e ini.
tutte le parti del corpo organico colla fortanz'a > come è in tutti per 1’
opera-. zione del fenfo, e della cogitazione. Or due foli argomenti di quelli,
che wnfaìm !r- Cì ^ am proporti, rimangono a trattare: Sfotefuo^ de’ quali il
primo più al platonico dogma della preefiltcnza dell’ Anime va a ' '.T colpire
dirittamente, che nel punto .. f,"*; .- dell* immortalità : che per
diletto de’* plausibili divifi di quella (cuoia, non_* abbiam voluto lafciare
addietro, coti-, gli altri che contro a quella medefima opinione,o alla
pitagorica Metemficosi, o ad altro, che alla principal noftra quiflione fono
indirizzati: c’1 fecondo, il tedio, c 1 a /Fan no di coloro, che.,, muojono, ci
oppone contra, di faciliffìma foluzione. Col quale, efpugnati prima di grado in
grado i più robufti argomenti, convien conchiudere la prclentc difpurazione. Il
primo adunque que’ vcrfi, che con leggiadria, ed acutezza è da LUCREZIO
(vedasi) spiegato. Tr eterea fi Immortali s natura animai, L'I Conflati et in
corpus najeentìbus infinuatur; cuì Juper cnteaElam atatem j neminijjf nequimus
f Interi iffe, c ir qut nunc ejl, nane effe creatam. Nec vejìigia gejlarum
rerum ulla tenemus l .-*• fi t-'Mope™ e Jl animi mutata potejlas, Omnrs ut
aBarum exciderit retinentia rerum: No» ( ut opinor ) id ab Uto jam longius
errai. Quapropter fateare neceffe ' eff, qu « fift ante, interìiffe,. co col
dire, che fenza giufta cagione, la pura luce deli’ Anime da Cielo inTerra/i
traeflono, a congiugnerti co’ tenebrofi corpi terreni. Per quelle medefimp
ragioni Lucrezio e’ fi avvisò, che 1 * anticipata produzione dell’ Anime, e’I
comun loro nafcimcnto co’corpi, bollono due ellremità, delle quali una vera, e
1’ altra falla ncccllariamente eflcr dovefie. Onde mcllolì a convincere di
fallita il primo efiremo dell’ anticipato nafcimcnto, per quello che 1’ Anime
congiunte, di andare cofe niuna memoria (eco arrechino al mondo;
conchiufe,che’i fecondo diremo del comune, e promifeuo nalcimento dovefie cfler
vero: e per confeguente, che l’Animc corporee doveflono edere; e come i corpi,
elle ancora corruttibili, e mortali. Tutravia gli antichi Platonici co* loro
profondi fenfi, c magnifici parlari, le minutezze, e le arguzie degli Epicurei,
picciola allora nazione de’ Filofofanri, aveano per nulla: e col temperamento
della reminifeenza-, che ne -viva, ed cfprclla memoria, nc c tota- 5 -' le
oblivione; e col dimollrarc come-, l v ' l’antiche notizie, col conjugio de’
corpi porefiono effcrc ofcuratc; il prefente argomento deludevano di leggieri.
Ma noi tra quelle eftremità il vero mezzo abbiamo apprefo, che 1’Anime non già
co’ corpi, ne da’ corpi, ne per tanto innanzi a loro, ma bene in eflì nel punto
medelimo da principio ideale, a mentale debbano effer create : e tutto ciò
dalla natura dell’Animo, c da quella del corpo, e da una mirabile armo, nia di
natura, e di legge, e da ogni parte del ragionevole umverfo comprovando; c’I
vero del mirteto platonico difcoperro,e la difficoltà di quello argomento
abbiamo fpianata Al fecondo argomento, che è l* ultimo di tutti; dato, e non
conceduto, che ogni Uomo in morte fi dolga di morire; il che de’ vizioii
Uomini, cui i vifibili obbietti, e l’idee ofeurare, e gli affetti rapir fuo!c r
è egli vero, e non_» già de’ virtuofi, che colla meditazion della Morte ogni
fpecie, ed ogni amore del prefente fecolo deporto, vivaci idee, e acccrt
affetti nudrifeono dell’ invirtbile Mondo; dato dico, c noiu conceduto, che
così dea la cofa, come canta Lucrezio; giuda i noftri principi rifpondiamo
brevemente, che quel do* lore e* non è della pura intelligenza, ne dell’ Anima
fola; ma bene è del fcnfo impuro dalla unione delle due nature rifultante: ed è
dell’ Uomo per quella unione medefima codituito. Il qual fenfo, coll’ Uomo.,
eder mortale, fol viene a concludere 1’argomento. Al che Soluzione possiamo
accomodare l’acutezza di Lattanzio col dire, che finche 1’ Uomo vi mrgonunto.
ve, quando l’Anima è ancora nel corpo congiunta, c’ non è tempo di dover ella
fentirc la fua liberazione; anzi più tolto i languori, e le corruzioni
corporali di quegli ultimi momenti le convien fofFerirc: e quando I’Uomo è già,
morto, e’ non è tempo allora di poter fignilicare il fuo fenlò. Sicché Lucrezio
da ogni parte ingannato fi mife a dire: Db. Uh quod fi immortali nofira fcret
mens, * Non lavi f e morlens dijjolvi conquereretur : Sed mogis ire f mas,
vcfiemque relinquere, ut anguis, Gaudenti frtlonga fenrx aut ccrma cervus. fi 7
" : W Con quella ftiedefima riTpofta, la vanità deirargomenro, che
a’recitati ver- Dtmde c ! mo. li immediatamente va innanzi, li dimo-
fuafoivzione. {Ira ancora. Dove dice, che 1’Uomo in morendo, non lo
fceveramento dell’Anima, ma il diftruggimento (ente, ed avverte :1* Anima non
da un luogo all* altro del corpo intera trapalare, ma_, nel Tuo proprio luogo,
come ogni altra parte infievolire, e mancar lente appoco, appoco. Perciocché è
da dire, che l’uomo è quello che muore; e di quel- '' la vita, e di quei fenfo,
che dalle due nature rilulta, e’puo efifer vero quel che e’ dice fentirfi, ed
avvertirli in quel punto; donde il patimento, c ’l mancamento, c la mortalità
dell’anima pura, e del fenfo, o intelligenza pura, che niente di quello
foflFrono, e niente fentono,o avvertono, non dcefi a niun patto argomentare.
Finché 1’ Uomo vive, e finche l’Anima è col corpo congiunta, il fenfo proprio
dell’ Uomo, e la vita propria dell’ Uomo per legge di unione è fol operante. E
quivi lono i mancamenti, e i profitti : e in quella parte, di quella fono i
fenfi, e l’ avvertenze, -«4 C c che fi fentono, o avvertono. Se più rodo coll’
allegata acutezza di Lattanzio, che propriamente contro a quello argomento
ritrovò quel nobile autore, non fi vuol far difefa; che ben_ può Ilare. Sciolti
a quello modo tutti gli argomenti Lucreziani, perocché alcuni piti minuti, e
leggieri, che o fono eftcnfioni,o particolareggiamenti de* più prinf en f°
cipali; o in qualunque maniera a quelli JSf/. I* 1 rapportano; ed altri,che ad
altro fc-, gno mirano, che al punto dell* Immortalità, inutile, e nojofa opera
farebbe a volergli perseguire partita mente; fciolti, dico, gli argomenti, e
fatte le dimollrazioni dell’ immortai natura dell’Anima dell’Uomo, niente
rimane, perchè non Ita terminata la prò polla Di Sputa. Ma tuttavia del fenfo
degli Animali bruti conviene foggiugnervi un brieve ragionamento, per placare
ogni Sollecitudine, ed affanno degl* ingegni vacillanti, edubitoli. Imperocché
dalla comune, c volgare openione nafeene-, pure un molefto argomento, o
fofpicamento in contrario. Concioflìachè la cognizione, che nella via del
hlofohco inveftigamento fola ne fa lume nel ricercare l’immaterialità, e 1*
immortalità dell’ Anima umana; comunque, e qualunque a gli animali bruti li
conceda; non pare, che in quel cammino poffa edere così ficura,e così fida
feorta, come ella è in effetti. E adunque con ogni fludio da dimoftrare la
fallita di quella ftolta openione:'il che altra via tenendo da quella, che
finora han tenuta i moderni Fifiologi, con altri argomenti, *col favor di Dio,
faremo fpeditamente. E’pare, che i difenfori dell’Immortalità dell’Anima ragionevole,
ogni cognizione debbano difdire a’ Bruti; ovvero colla cognizione conceder loro
i’immarerialità, e l’ immortalità parimente. Perciocché dal dover 1’Anima
ragionevole», effere immateriale, ed immortale, perche è di cognizione dotata,
tanto può conchiuderfi, che i bruti, perchè e’ non», fieno immateriali, debbano
edere di cognizione privi; quanto che i bruti eziandio abbiano ad edere
immateriali, perchè abbiano cognizione. Siccome gli C c 2 EpiL’ opinion volgare
dit/ avori /’ Immortaliti dell’Anima-» delf Uomo Epicurei, i quali tcgnono,che
l’Animo umano fi a materiale, non poflono, a mio giudizio, a’ bruti non donare
alcuna Torta di cognizione: ne’ quali da una parte veggono ordinate operazioni;
ed a* quali dall’ altra non fi può negare— qualunque più pregevole condizione,
o fpezie di materia. Ma con tutto ciò, come potrebbe agli Epicurei venir voglia
di negare ogni cognizione a’ bruti, con dividere dal fenfo cieco la cognizione
-, c l’uno ad una fpezie di materia, e l’altro ad altra fpezie aflegnare; e lafciata
l’inferior materia fenfuale a’ bruti, la miglior parte all’ Animo dell’ Uomo
riferbarejcosì de’partiggiani dell’Immortalità, una parte fi fon voluti lafciar
condurre a concedere a’bruti cognizione, con diftinguere più maniere di
cognizioni: e quelle così diftinte, come loro è paruto,tra l’ immateriale, e la
material natura, tra gli Uomini, e le beftie compartire. Onde non c da reftarfi
in quel -folo argomento, il quale nondimeno noi tratteremo a fuo tempo; ma fa
di meftieri di una intera deputazione. In così fconcia openione, e come farem
vedere dcre dappoi, a gli Uomini, ed al fommo Dio ingiuriofa, più per forza di
pregiudizi 1 che per niun valevole argomento fono eglino caduti. Nella qual
preoccupazione nondimeno, c dalla quale», pofcia e’ fon giri raccogliendo degli
argomenti : o più torto le preoccupazioni, o i pregiudizi mcdefimi han fatto
contro al vero, arme di argomenti. Or per cominciare, ognun fa che 1* ingan-.
no de Volgari e non e altro, che que- de'isolg* fto.Le operazioni animalefche
fono elleno certamente diritte, e regolate cotanto, che il naturai diritto
monaftico, quanto loro conviene, adempiono interamente: ed al focicvole
domeftico,ed infino al politico ancora in alcune fpezie pervengono: lafciando
ftarc mille», varj particolari ingegni di operazioni in quelli, e quelli
animali, che fanno le maraviglie del volgo. Adunque per quel veriflimo
principio, che ogni ragionevole azione dee da ragionevole principio provenire;
tantofto fenza», niuna difamina, a quelle cotali operazioni interno principio
di cognizione», hanno eglino attribuito. E ficcome que-fio lo pregiudizio è di
fuori venuto dalle cofej così dall’altra banda, da eflo Uomo, e dalla di lui
natura, e fua maniera di operare un’ altro n’ è Torto nientemeno del primiero
faftidiofo. Giacché il fenfo a’ bruti in ogni modo fi deeconcedere, e’1 fenfo
proprio dell’ Uomo nella cofcienza di ognuno fi dimoflra edere di cognizione
illudrato jquin. di eglino, che’l fenfo altresì degli ani• mali di alcuna
cognizione fornito etter debba, han creduto. Per parlar prima di quello fecondo
pregiudizio, che hanno i Volgari in conto di gagliardo argomento, e che del
primo può di leggieri più prettamente fpedirfi; batta ricordare, che alla
coftituzione dell’Uomo due diverfe nature concorrono. Per la qual cagione, come
delle due foftanze un folo ettere, che è 1 etter proprio dell’Uomo rifulta
;così parimente de’ due generi di operazioni, che a quei diverfi principi
rifpondono, un folo operare, che è il proprio operar dell’ Uomo di amendue
quelle proprietà dotato, dee provenire : ciò che in più luoghi di quella
Difputa, e nella soluzione degli ultimi argomenti abbiamdimoflrato. Donde, che
’l fcnfo dell’uomo e’ non Ha Tempi ice, e puro Tento; e che la cognizion del
medctìmo non pura, e Tcmplice cognizione ella ila; ma che quello con alcuna
luce di cognizione, e quella con alcuno adombrameli. to di TenTo, efler
debbano, argomentammo .Giuda quel noftro veriflimo diviTamento, Ticcomc chi
dalla cognizio- B contórni ne dell’ Uomo inTcrir voletTe, che le jenfaiTf^fo
cognizioni degli Tpiriti puri, Toflon elle furo jènzj^ altresì commifte di
TenTo, per non po- f^orìtroije ter capire, che cognizione Tenia ogni TenTo Ti
poffa ritrovare, egli in grande errore fi abbaglierebbe r così parimente va
errato colui, che dal TenTo dell’uomo argomentando, il TenTo ancora delle bedie
voglia credere, che fia con cognizione congiunto, per non potere intendere,
come TenTo Tcevro di ogni cognizione rinvenire fi potTi. Se nell’ Uomo Tolo le
due nature convcgnono infieme ad edere, ed operare: e ", fuori dell’ Uomo
e’ non è altrove in altra Tpezie sì fatto mefcolamento :e per cotal cagione è
nell’ Uomo il TeuTo mi do fio di cognizione, e la cognizione a_# rincontro è
comporta di fenfo; e’ pare per Dio una chiariflima evidenza, che fuori
dell’uomo, come cognizione non può efferc fe non pura, fenza niuna nebbia
fenfuale; così fenfo non pof• fa avervi non del tutto cicco, fcnza ogni
lucidezza di pognizione .Da tutto ciò chiaramente fi comprende, che.» quanto il
fenfo limano agl’ inconfiderati c occafion di errare, e di credere-, che il
fenfo de’ bruti è a quello dell’uomo fimigliante; tanto è chiaro argomento a’
più fenfati di tenere per fermo, che come la cognizione del genere puro
fpirituale, perchè non è cognizion di Uomo, non dee erter fenfuale : così il
fenfo del puro material genere, perchè non è fenfo d’Uomo, non può erter
luminofo. Intorno a che egli è affai da maravigliare,che i Volgari
Peripatetici, ed i Cartefiani, fono i g iriejìa- eglino da una medertma cagione
ftari fofpinti in diverfe eftremità di erroiia vmcÀgton ri eftremamente
contrarj. Imperocché medejìtna fi - gjj un j jC gjj a |tri fedotti dal fenfo
urna trarfinorT. no, credendo non mai poterli fenfo da cognizion feparareji
primi per non torre il fenfo a’bruti, la cognizione ancora 1’han conceduta : e
i fecondi per non donare a’ bruti cognizione, il fenfo ancora P han tolto. Le
quali eftremc openioni noi ugualmente falfe riputando, liam venuti a quello, di
dover feparare quelle due facoltà, per lafciare a’bruti il fenfo folo, ed alle
pure immateriali Portanze la fola cognizione. E tanto balli aver detto di
quello fecondo pregiudizio, per torgli ogni forza, non folo di argomento per
convincere, ma_. ancora ogn’ illulìone di pregiudizio per preoccupare. Ma quel
primo ha egli per le menti degl’uomini fparfe tenebre più denfe, e più
univerfali :che dicemmo già eflcr nato dal vedere gli Animali bruti, diritte, e
regolate, ragionevoli operazioni produrre ogni ora. E intorno a quello, onde,
come fopra abbiam notato, falli ancora il principale argomento loro, dee rutta
la feguente Difputa aggirarli, in dimoftrando,che altra cagione vi lia del
diritto, e ragionevole operare de’ bruti, che quella delP interna cognizione. B
. D d pri no Epicurei Jo- bachè la Mente, e la Materia colle iomigliante. ft
anzc>c co’modi loro nell’Uomo convenendo abbian gli Epicurei medi in
confusone; per modo che eglino la_> Natura immateriale, che è il principio
intelligente, annullando, han l’anima dell’uomo tra le pure materiali fpczie
annoverata: e i modi mentali, e i modi, e foftanze della materia, negli animali
bruti avvenendo, abbian confufi i Volgari; (ìcchè fpiritualizzata, diciam così,
la materia, V Anima delle beftie nel ruolo han meflfa delle foltanze
cognofeitive. Perchè nell’Uomo, da una parte la fola materia è al fenfo
riguardevole; c dall’ altra le mentali operazioni,che ficemorrfi n'dta'
cofciùiiza,Co’ modi, e moti materiali, e loro vicende, e variazioni procedono;
i fenfuah Epicurei -han creduto, che la Materia a tanta finezza, e attività,e
ingegno pervenga, che poffa ella efler principio dell’ umane cognizioni. B i
Volgari, negli animali bruti, perchè la materia de’modi 4 prima è bello il
vedere, che 1’inganno L 1 instino j c ’ volgari Peripatetici è a quello dede
luefloVeJi gh Epicurei aliai fimigliante. Conciof 2ii modi dell’arte, e della
feienza mentale ornata, cd ordinata, veggon produrre ragionevoli opere da una
parte: e, dall’ altra al Colo uomo, come è dovere, concedono immatcrial
principio intelligente: fono eglino perfuafi,che la materia porta in alcun modo
e/Tcre principio di alcuna cognizione. Nella qual cofai Volgari per certo più
bruttamente errano di coloro. Imperocché gli Epicurci, negata una volta la
natura^ immateriale, che è tutto il loro errore, concordan poi con feco rteflì,
e giuda i proprj principi da prima preferitti, profeguono a dire, quanto poi
affermano appreso dell’Anima dell’Uomo. Ma i Volgari da’ loro principi ben
lungi fi dipartono, c apertamente fi contradicono: quando, concedo che. vi fia
natura immateriale, c nell’ crter principio di cognizione la colei eflTenza
riporta; pure ne’bruti alcuna cognizione poi donano alla materiale per colorir
Tinca danza, e mitigar la contradizione; nuove fpezie di nature immateriali, e
nuove fpezie di cognizione a capriccio poi fingono. Dalla qual cola il comune
aiv D d 2 gogomcnro è tratto di coloro, che niega-, no a’ bruti ogni qualunque
cognizione: il quale argomento allegheremo noi pofcia, fé avremo tempo, e luogo
opportuno di farlo. Ora alcune più rimote, e più geneil fenfo i ra jj confiderazioni
ci deono condurre uniforme, a quelle f che piu vicine tono, e pra proprie del
propofito noftro E in ogni modo in primo luogo fi dee efplicare, come il fenfo,
o natura fenfuale è una, ed uniforme, che tutte le maniere, e, forme delie
fenfazioni in quella unità, ed uniformità comprende : che medesimamente è il
fuo edere ampio, ed universale, qual’ è, ed efler dee ogni altra natura
comunella qual verità bene intefa, non fi può dire quanta luce fia per arrecare
a quella ofcuriflima quiftione. •Adunque fiocone la cognizione, o ragione, o
natura ragionevole tutte guife, e tutte le forme di ragionare 'in una uniforme
unita, ed univerfalità contiene, infino a perfetta luminofa Scienza, arte, e
legge ragionevole; così al termine di perfetta material feienzà, irte, e legge
fenfuale*, da fimigliante • w « v principio uno, uniforme, e univerfaie il
ienfo eziandio fi conduce. Alle quali due nature giacché con Peripatetici, e
non già con L’ORTO ora deputiamo, dobbiamo aggiugnere la natura intelligente; quelle
tre nature a quello modo ordinando. Che la pura Intelligente nella fua immobile
uniforme s! unirà, tutte le intellezioni di tutti gl’uè intelligibili accolga
fenza vicende, e Nature, /«lenza variazioni: c che l’impuro Senfo ^onroole^e
tutte le fue proprie varietà di fentire, Scnfualt. in una mobile, e divifibile
unità con moti, e modi con perpetuo flufio varianti, debba contenere : E la
natura ragionevole polla in mezzo al fenfo, ed alla intelligenza, moti
fenfibili, e lumi intelligenti inficmc congiugnendo tutte le fue particolarità
Umilmente in fe aduni, fino al fine di perfetta feienza, legge, ed arte
ragionevole. Sicché 1’Intelligenza fia ciò che ella è, fenza millura di fenfo ^
il Senfo fia il fuo proprio edere, fenza ogni luce d’ intelligenza : e la
Ragione così abbia le fue proprietà, che mefcoli infieme col torbido fenfua le,
il chiaro dell’ intelligenza. Due fonimi generi, P uno dell ’ effere terilene
feltro dell' ejjer immagine reale, che non è propriamenove fi ritruo- f c
quella, o quella fpezie particolare. v ’-> ed mela Così flando elleno quelle
cofc, ad in- ' ìarila >. aiUC0 ' tcllerti metafifici cotanto chiare, quanto
più non fi può dire, P Intelligenza (la Ragione, e ’l Senfo fono ciafcuna una
unità uniforme, efprelfiva, e raflomi• gliativa di quell’ elfere, ed a quel
modo, eh’ è a fe convenevole. L’ Intelligenza è un Siiiogifmo già perfetto,che
con totale penetrazione, e con cccelfiva chiarezza comprende Puniverfo effere
intelligente lenza ombre, e lenza vicende. La Ragione, o cognizione umana non è
ella altro, che un argomcnto: cioè una poterti, o facilità, per così dire, di
rtllogizzare, che tutto l’ertere ragionevole va a conchiudere con vicende, ed
ombre. Secondo che noi nella noftra metafilica abbiamo rtabilito, la ragione
dell* Uomo, ella non in altro modo giugne a conofcere gli obbietti, che
argomentando dalle minute, e rozze loro fimilitudini; ed indi le intere, e più
perfette immagini riproducendo, ed efplicando. Ella adunque ertendo coterto
Colo crtere di argomento, che è erte-. Cfme r/tm re ideale, ed efprertivo, uno,
unifor- e£?mto“ emme, penetrevole, uni verfale: viene con ten £ a tutt^ ciò a
potere efprimer tutte le differenze, e forme ragionevoli, una rimanendo, ind
irti nra, indivifa, con quell’ una unità efprefliva, argomentativa. La Ragione,
tutto ciò che le rt apprefenta con argomento in fc raccogliendo, e fe medefima,
c ’l fuo fenCo, e le fue percezioni, e cogitazioni penetrando, c includendo,
tutto il novero apprende. delle forme, che T appartengono. Così il fcnfo,col
contatto, e col conciglio, Comelffene confenfo della più fin 3,e più valente E
e porzione della materia in quel modo r che noi già dichiarammo, divenuta
penetrevole, le azioni, e le significazioni de’ fcnfibili obbietti, ed eziandio
degl’ interni appetiti con incredibile agevolezza, e virtù raflbmiglia : ed
iniicme per adattati canali, con abili dromenti produce operazioni ad ogn’
interna-, r ed edema lignificazione corrifpondenti. il Senfo è Egli è il fenfo
come un materiale argoargomento* mento; cioè una elprelhone, e riproduzione,
con che la più virtuofa parte della materia raccoglie in fé tutte le
particolari, minute, ed imperfette lignificazioni, ed azioni materiali .. A
llmiglianza della natura intelligente, e della ragionevole alTai più, il lenfo
ancor efìfo è una efprefliva ideale unità materiale, uniforme, ed universale: e
cotale ella effetido, le varie maniere dell* edere Tenibile dee tutte produrre,
fino a poter pervenire a perfetta faenza, legge, ed arte fenfuale.
L’intelligenza ella è purgata da ogni grettezza, e impurità^, ed c libera da
ogni mutamento, di pure t e lucide notizie conteda in una amplif^ ->•*«* •;
• - ima * S*V-'VT et ♦ {ima faenza deli’ ogni effere intelligibile. Il fenfo è
impuro, variabile, tcnebrofoj e nondimeno con cieche idee, e combinazioni, e
fillogifmi conchiude Tumverfa materiale erprclfione, e produzione d’ ogni
fenfibile obbietto. La cognizione, o ragione di fenfo commifta, e di lume d’
intelligenza, per convenienti idee, e componimenti, e per fillogifmi fi
raccoglie in una ben ampia fcienza lucida argomentativa. Siccome la fcienza
ragionevole è penetrabile, e inclufiva per interne comunicazioni, e produzioni;
così il fenfo egli è a fuo modo pur penetrevole, e inclufivo per finezza, ed
agevolezza di materie, e moti. La fcienza ella è un* ampia forma univerlale del
vero ragionevole, piena, e feconda delle ragionevoli forme, fino alle più
particolari, ed eftreme : c’1 fenfo è umvcrfal forma del vero fcnfibile, con
ferie di limili forme fubordinate, potente a produrre tutte le guife delle
fenfibili ope- H && è razioni. Il femo e della corporal natu- cieca-.
ra come una fcienza cieca : come la_- •frtowdcofcienza è della natura
incorporale, per fumìmfo. E c 2 Così dire, un fenfo luminofo. Poflfono adunque
i Volgari Filofofanti fé non-, credere, fofpicare almeno, chele infinite
combinazioni, e fillogifmi ciechi de’ principi, o elementi, onde il fenfo è
coftituito, vaglion di per se soli, senza niun lume di cognizione a produrre
tutte l’ordinate azioni significative ed operative degl’animali. Cotefte-, '; r
v tre Nature, ciascuna di per se separatamentc nel suo proprio regno, hanno
elleno perfetti principi operanti. Ne all’intelligenza e* fa uopo ne de’procedi
della ragione, ne delle macchinazioni del senso. Ne il senso, o degli {labili comprendimenti
dell’intelligenza, o delle lucide argomentazioni della ragione abbisogna. Ma
nell’uomo, nel qual solo due nature convengono, senfo, ed intelligenza e si
mescolano insieme: e come le turbolenze sensuali ^rToffufeano la luce della
cognizione; cofienìt la cali- sì i chiarori ragionevoli illustrano la«. frJIAZ
caligine del senso. dell'intelii- Cosi dette quelle cose, più per afteretenza
ger loro il malnato pregiudizio, che per convincergli del tutto j rivolgiamo
ormai il sermone a quelle, che maggior forza d’argomento ne pare che debbano
avere. Benché ne il pregiudizio e* v ’. V * •. si è potuto combatterete non in
alcun modo argomentando; ne argomento niuno si potrebbe adoperare, sé non in
qualche maniera contro al pregiudizio combattendo; ne altronde parmi po % ter
meglio cominciar quella parte, che dalla famosa definizione del Lizio della
natura, la quale i volgari di lui seguaci malamente interpetrando,
discreditano; e i meno feorti moderni affatto non intendendo, deridono.
Perciocché il secreto di quella misleriosa definizione difeoperto, tutta
affatto dissiderà la nebbia del volgare abbacinamento. Lasciata Ilare ogni
altra cosa, che dir si potrebbe, per esplicar quella definizione, che qui non è
uopo; io \ à d'^nìziow porto ferma opinione, che quel filofo- Arìj tot elicne
fo, quando e’ dice, la natura esser principio di moto e di quiete; che egli,
allora intese insinuarne di più la comunicazione, e la definizione, che infic-
mementc la natura ha colla scienza, e coll’arte. Sono certamente natura, Scierà
scienza, ed are tre primarj principi, natura - j c h e ogni genere di forme
compiono Jnejcnò t, e 1’univerlità delle cose. La natura mol?' n yù.i timi
vendo, o producendo: che produzioL-nivirjo c moto £ C omc più giù dimostrere
mo)fonó una medesima cosa. L’arte componendo, e formando; e la scienza
penetrando, e intendendo. La scienza generalmente considerata, altro non è ella
che principio di cognizione: siccorae 1’arte pur presa in generale, e non è che
principio di formazione. La natura, ne di formazione come l’arte, ne di
cognizione come la scienza; y mafol di moto e di quiete e principio. Quella
definizione di quelli tre principj additar volle il filofofo in quella sua
definizione con ifceverar l’idea, e ‘ l’essenza della natura dall’idee, ed ef viV'X
fenze della scienza, e dell’arte; e con rillringerla alla lua determinata
proprietà. Ma fono nulladimanco quei princiComunìone di pj tra loro inficme
comunicanti, cofueì trefrìn* mG dalla defìnizion medefima è facile c ' iJ '
argomentare. Perciocché, nc l’Arte e’ può di niuna formazione elTer principio;
nc la Scienza di cognizione senza virrìi di produrre, che e la Naturar e
Icambicvolmente nella Natura è inficine Ja feienza, e 1* Arre; perchè a_, niun
patto c’ porrebbe la Natura cfler principia di produzione senza idea, e regola,
e modo di produrre; il che è cfler Scienza, ed Arte. Quanto è imponibile, che
v’abbia alcun producimene di cognizioni foie n tifi che r e di forme
artificiose senza potere di produrre: altrettanto potere, o virtù ninna e’non
può eflervi senza modo, o regola di produzione. La scienza, l’arte senza virtù
di produzione farebbono (lenii r ed infruttuose per impotenza, e si
rimarrebbono in una ofeura, e tenue generalità di sapere. E la Natura senza
via, e regola, farebbe, per tumulto, e difordine di parti, e di moti ancor ella
infeconda, e rollerebbe in una sparuta, e informe comunità d’edere. Tanto la
scienza, e 1’arte; quanto la natura, come è ben uopo t hann’elleno potenza, ed
atto, de’quali come di due necessarj principj si compiono. La potenza
dell’arte, e della scienza è la virtù producente; 1’idea T o for V i*. o forma,
o regola è il di loro atto. Per contrario la forma, o regola, o idea è la
potenza della natura; e’1 suo atto è la virtù produttiva, L’atto proprio
'QuùIJùl^ d e i| a scienza è la potenza della Natu f unita della K Natura qua-
ra : e 1 atto proprio della natura e la le de ! i,i s I icn potenza della
scienza, e dell’arte». ili /f | • r • con bel reciproco lovvenimcnto j
soccorso. La regola, o idea ella è l’unità della natura; la qual fottratra,
difturbafi l’adunamento, e’l consenso delle parti, e de’moti; onde la Natura in
molte, e varie parti, e in molti, e difeordanti mori fi frange fi difperde, che
nulla producono. L’unità della Scienza, e dell’Arte è egli il potere di Natura:
il qual tolto, la comunicazione, o inclusone s’interrompe: dal che 1’Arte, e la
Scienza in molte, e varie idee ^.cogitazioni fi fmhiuzza, che nulla conoscono,
ne formano. Ma tuttavia. è da notare, che 1’edere, c’1 potere della Scienza,e dell’Arte,
quantunque egli è foftanzievole, e naturale, cfler dee nondimeno inclusivo,
penetrevole, e luminoso: che altrimcnte la scienza e l’arte con edere, e con po
vi 'l 1 za. ‘:\v j xfcr ui, r*v.' V 1 ,jr * tv*gj NpJ V S •'i *#• La Scienti
'una N aura Aquella fcientifiche, c quella artificiofe, con edere, e con potere
penetrevole, lucido, inclufivo.E la Scienza coll’Arte, non vuota, vana,
fpoflata, fantaftica; ma è reale, vera, piena, collante, poderola, per edere, c
per potere di reale follanzievole natura: nel che l’Eternità della Scienza,
dell’ Arte, e della Legge è locata : la qual cola, dopo "lunghi contraili,
e’ non han potuto nettamente difpiegare i Volgari. E la Natura non è ella
informe, irregolare^* difordinata; ma è formofa, ordinata, diritta, per idee, e
regole di verace, e falda Scienza, ed Arte : nel che la fempiternit'a
dell’Universo è ripolla, che i filosofi del GIARDINO intendere giammai non-,
han voluto. Quel che al prefente rileva è, che con quanto ho detto della.» •
Natura, e degli àTtrf due principi, io fon venuto a dimollrare, che le
ordinate, e ragionevoli operazioni della^ Natura particolare degli animali
bruti, come quelle della Natura univerfale, deono poter provenire da principio
interno di Scienza, ed Arte cicca. E perchè il maravigliofo potere delle idee
cieche, che alla Natura abbiamo attribuite, finalmente tutti ricono- P!ìt
fpezie lcano; egli è da notare, che oltre alle ^^ orme forme reali delle cofe,
che già fono in eletto, e fono a’fenfi nortri manifefte, e vi ha altresì delle
forme ideali, checosì appelliamo, divife in tre diftinte • Jpezie, o più torto
in tre ufficj diverfi. Il primo egli è dell» ideali, come lor dicefi plaftiche,
dalle quali generalmente a formarli, ed efplicarfi vegnono le reali. Quello
genere è egli principalmente riporto, e chiufo nel feno degli elementi; onde
nella prima origin loro, Erbe, e Piante, e Animali ufeiron « fuori alla lucè :
ed al prefente ancora non di rado ne avvengono novelle produzioni. E in fecondo
luogo le medelime ideali, nelle fortanze delle cofeper tutte le fpezie elle
ferbanfi involte : donde ogni cofa può produrre il lìmile, e propaginar la fua
fpezie. Il fe. condo genere è dell’ ideali, cui noi diciamo lignificati ve, che
fpiccanfi dagli r&jt obbietti, e a rapprefentar vegnono a’ V Mainiiioltri
lenii tante varietà di colori e di rettrici f ono forme, quanti già ne
veggiamo. Il ter- tt Pi • Ffa zo, che fa al propofito, è dell’ ideali
direttrici fopra tutte 1’altre di fommo valore, e pregio, che il fovrano
uffizio hanno elle di reggere i moti, e le operazioni. La Natura di tutti e tre
quei . ! generi d’ Idee eflfer dee fornita: del primo, e fovrano delle
direttrici; affinchè i movimenti fieno regolati, profittevoli, e fruttuufi: del
fecondo genere delle plaftiche; affinchè le forme, o fpezie delle cole fieno
durevoli, utili, egradite : e in fine del terzo delle fignificative; per
fomminiftrare al fenfo acconce lignificazioni, ed efpreflìo ni, onde fi
promuovano le operazioni, e le comunicazioni delle particolari nature infra di
loro fi compiano. E ritornando alle direttrici, è affai ragionevole
penfamento,che cotali Idee ne’ corpi Celcfti, e ne’ loro fiti, ed afpetti, c
movimenti fien ripofte. E non per altro, che per quelle tre Idee moderatrici è
da credere, che il Mondo, magnimi-, KtlU Kd Animai fu da Platone appellato.
Nella tuv sensuale particolar Natura del fenfo e’ ci ha ètuualapcr fut t; a
perfezion della Natura Univer si 0 * natU " fale *. Oltre al fommo potere,
ed al perfetta fetro concilio de’ principi coll’ idec_, plaftiche, e
fignificative, avvi ancora la fovrana regola delle idee direttrici per Io
governo della vira. La Natura fenfuale ella è (opra tutte le corporali nature
perfetta, e Copra tutte lì avanza ad imitare la Natura Univerfale: ficcome
l’uomo,’ nel quale tutto il filloma del fenfo, fornito d’ ogni maniera dMdee,
egli è oltre ciò governato dall’ Idee lucide ragionevoli, Copra tutte le
terreftri foftanze rafTomiglia, 1’Univerfo me de fimo illudrato dall’
intelligenza della Mente Unìverfale. Or poiché è neccflario, che negli Animali
bruti vi fin (ufficiente provigione d’idee direttrici ben ordinate; per qual
cagione e’ vi richieggono di vantaggio il reggimento delle cognizioni ? Non
fono forfè l’ Idee cieche direttrici badevoli a moderare 1’ arruolo moto del
feafo ; e fecondo i movimenti interni, o fecondo l’eftcrne significazioni, non
sono elleno valevoli a produrre quelle, e quelle ditcrminate operazioni ? Come
potranno- le plaftiche idee diftribuixc il chaos della Materia fcminale,, e-,
reggerne i moti per generar erbe, ed alberi, ed artificiofiilìme forme di
Animali ; e non varranno le direttrici a. moderar l’azioni, e i moti fcnfuali
per confervare la vita^E egli per avvenrura il fatto della confervazione della
vimerzio tra ta P*u ingcgnofo, e piu artihciolo deljiicbe ? 7 e f° rrnaz ' one
medefima ? Egli non ci ideejìlnifi- ba tra quelle due fpezie d’ idee dieative.
rettrici, e plaftiche, somiglianza, e comunicazione, e commerzio si fatto, che
l’impreflìoni talora delle plaftiche ' pervengon fino al fovrano feggio delle
lignificazioni, e direzioni, e quivi figni’• ficative, e direttive divegnono ;
ed al lo’ncontro le figure delle direttrici, e lignificati ve difcendono giù al
luogo delle generazioni, e per così dire, plaftico - w ingegno, e potere
acquila no ? Siccome la mafia dellgk^a*e*i*,dà*i»m così, genetliaca, è egli un
indigefto, e confufo chaos, e in certo modo indifferente, e indeterminato,
che'' nondimeno l’idea plaftica diftingue, dirermina, e forma fino a perfetta
generazione; così il moto fenluale è propriamente indeterminato, e
indifferente, e come confufo, e indigesto chaos,che tuttavia l’idea direttrice
dee poter diftinguere, e formare fino all* intero governo del vivere animalefco
. Egli è fopra ogni altra cofa da por mente, che il moto del fenfo è della più
preziofa.,e più agevole materia; ed c il più vigorofo, ed efficace tra tutti
gli altri, Tempre pronto, e fpedito, ed operante: e che 1’ idee direttrici del
medefimo fenfo fono vivaci, ed efprefle, e ben ordinate, e compiute ; cioè per
diftinta, e lunga ferie fono in sì fatto modo compartite, che da certe più
ampie, e generali, che in una, prima, e principale, ampliffima, ed
unrverfaliffima idea fono accolte, tutte l’altre minori procedono; e quefte
medcfime infra di loro 1’une dall’altre, da quella prima comuniffima idea fino
all* eftreme, e particolari ordinatamente dipendono . Òr egli efleiido
nell’animale, da una parte quel virruofo, e perpetuo, e univerfal movimento; e
dall’altra quel ben fornito, ed ordinato reggimento di efficaci idee ; qual’
altra 'cofa fia uopo, perchè l’animale poffa^ agi’inrerni incitamenti del fuo
corpo, w ed agli efterni de’ corpi circoftanti regolare le operazioni, di che
la vita abbifogna ? Siccome fciocchiflìmo penfamento c* farebbe di chi alla
virtù feniuale, altra forza d’ altra potenza aggiugner volctfe, per muovere
l’animale; cosi ugualmente, a mio giudizio, vaneggiano coloro, che all* intera,
perfetta regola fcnfuale, altra regola d’ altro ingegno vogliono fopra porre-.
JtJèZjòT* P er governarlo . Il fenfo è vigorofa virtù motrice, per idee cieche
direttrici, valevole a produrre ordinate, e profittevoli operazioni . Quindi
raccogliefi bene effer dovere, che 1’animai bruto, che è indocile, nafea
addottrinato di quanto ha a fare per fua difefa : e per contrario l’nimai ragionevole,
che è docile, imperito, ed indotto de’ Tuoi f affari e’ convien chfc nafea al
mondo, Poiché ridec del Bruto e’ sono corpoTer qual co- rali, e cieche ; deono
elle con tutto rottone- 1’ apparecchio della materia, c con tutvnie rufea in-
to il lavoro delle forme infiemementeT dotto, effer trafmefTe per via di
generazione:, Siccome l’ idee genetliache, di fimil fat ta, tanto nell’Uomo
quanto negli altri animali, non per difciplina fi apprendono, ma bene per
naturale operazione fi fommimftrano . E poiché tutte.» ridee dell’ Uomo fono
lucide, elle di neceflìtà colia luce delia cognizione, l’una dietro all’ altra,
e dall’ altra l’una efplicandofi, crefcer deono a formare la feienza . Per
rimontare ali’ altezza.» de’ primi principj, di che largamente nella fuperior
Difputa fi è favellato, la. Mente è ella in fe, e con fe medefima, ed è in fe,
e con feco operante : il perchè 1 ’ Uomo di Mente dotato, a quella guifa
operando,- fe medefimo infegna o nella Mente univeraale, o nella universal
materia, da’particolari a gli universali, e da quelli a quelli discorrendo; e
in cotal modo arti inventando, ed esplicando scienze, ed iftorie teflendo . Ma
il SenSo cicco materiale, da ogni altra coSa e in Se, e per poco da Se fieflo
diviSo, e non può fermamente in Se, e con Se operando come fa la ragione
dell’uomo, insegnare Se medefimo : e perciò con tutte 1’altre forme, ed
operazioni, e lavori materiali, unicamente per gencrazio G gne efler dee
formato, ed idrutto . Erme derano b cn dj m olto i Volgari, che voogc,u ' gliono
l’animale addottrinato per quaErroredìal - lunque cognizione . Errano eziandio
fan mcdefima debbono immediatamente procedere . Ed in ciò egli è ben latto
éeU’Vom* avvcrtire » che la Mente deli’ Uomo la Materia da una parte; e la
Materia univerfalejeZnoUtrfn- ^ a ^ l{ d rr3 > cileno amenduc affettano il
creato . primato, e’1 principato dclfc cofe . La Mente dell’ Uomo per 1’
indifiolubil m ncflTo della penetrevole, e comuniche vole identità, per la
quale in alcun modo ella da fé procede, c in fé ritorna, e in fé ripofa; avendo
principio, mezzo, e fine infeparabilmente connetti in una indivifibile, reale
unità; e per l a . quale è ancora a Tuo modo proporzionevolmenro ampia, ed
univcrfalc: e la materia per la fua ampiezza, ed univerfaliti, onde ogni efifere
del fuo genere abbraccia, c contiene ; cd onde in alcuna gnifa, una,
penetrevole, e comunicante f! fa vedere . Perciocché a fondare il fourano
primato, e principi- t to dell’ efifere, due cofe infieme concorrono ; Luna è
I’identità, che invincibilmente unifee tutta l’ettenza, o foflanza, e tutta in
ogni parte rendela a -fé medefima infittente, e prefente: l’altra c l’ampiezza,
e contenenzjuwrit'er fale, che ogni eflerc dentro di le di ogni genere
largamente comprendevi anzi primato, ed univerfalità e’ paioli di eflerc una
medefima eflenza ; l’ univerfalità per efler prima, e (buratta, ella è uopo,
che all’ampiezza aggiunga r identità de’ principi ; che il tutto alle parti, e
quello a quello infeparabilmente connettendo, arrechi verace contenenza. E così
eziandio identità, c primato pajono flmigliantemente una fola cola ; ma e fa di
meftieri, che l’identità, col neflo infolubile dell’essenza abbia infleme la
contenenza. ili ogni effere, per efler perfetta, prima, e poderofa, e con
perfezione, pienezza, e potenza efler prima, e fourana . Orla Mente deli’ Uomo
per I* identità de* principi, che feco adduce alcuna università : e la materia
mondana per l’univerfalità, che pare aver fe.co alcuna comunicazione, elle
ambiscono il principato delle cofe appreflo degli Uomini ftolti . Dal che begli
nella fisiologia Torta l’opinione dell’ eternità del mondo, e quella dell’
autorità, e del potere della Fortuna, ed ogni altra Scempiaggine, che fa
produzione delle forme ideali, e reali, umane, e mondane fottragge all’ Idea divina
: ed indi altrefi nell’Etica c egli derivato il pregio del fallo, dell’
utilità, e del piacere, che colle frodi, e colle violenze introducono nelle
Civili focietà la peftilenziofa Tirannide . Ma l’una, e l’altra nell*
intelligenza de’ dotti da quelle alture nel più infimo luogo, ciafcuna del fuo
genere fono fiate ritrai te ; conciolfiachc la Mente dell* Uomo fenza la vera,
e piena univerfal contenenza c ella rifirctta, e circol’critta da ogni lato,
minuta, angufta, povera,ed impotente, c di minute, c varianti, e caliginose
cogitazioni, e idee fol preveduta : Sebbene ella per forza della r penetrevole
identità, e lumi, e Segni della Mente uTTiVeffale, e dalla uni- . verfal
materia ricevendo, può b.Z » t i ft BMv *“v ji. ! 2 •” Sfe: . yin. /S ' Ev* *>
L^J 80KT9i fi.:- t- if ^ % Vi V,. ingegno mentale può ella, forma, ed ordine, e
bellezza, e forza acquifere. Così la Mente dell’ Uomo, 1* uni verfai eflere e
fapere, che è 1» ogni eirere, c ogni fapere, fuori di fe avendo ; e di la fatta
accorra di edcr ella piccioni porzione, e fottil produzione di quell ampia
umverfalità ; e la Materia avendo fuori di fe ogn’ idea, che è ogni ingegno, e
forma, ed arte ; ben ella lì dimoia e/Tere una partecipazione, ed un limuiacro
delia verace prima univerfal torma. Con che elleno, non già il va- Doppio». no
lantafima del loro fa4fo pnncimrn «omento del che creano nel fenfo degli ftolT;
maj del vero principato della fovrana Mente divina, doppio, rubufto,e luminofo
argomento fom mi ni Arano; quella colla cognizione, e quella colla
significazione : quella col conokere, indiritta verso 1 ogni fapere, ed ogni
elTere, onde procede; e quella col lignificare, additando il medelimo ogni
elTere, ed o",w,r, a. flf-ft V K Ve : vacuità» e difordine e tumulto c
deformità» e infermezza, cd ogni inutilità, e danno sbandifee » bontà »
pienezza, potere, Capere, e con erti ogni frutto, ed ornamento Ceco arrecando
da»# una parte ; e dall* altra fe nell’ erbe, e nelle piante, negli animali »
ed in ogni altra corporale fpezie, cogli occhi della fronte e* fi. vede cotal
perfetta cofpirazione, e comunione con tutte quelle virtù, e bellezze: e nell’
Uomo particolarmente tutto il corpo organico con ogni fila parte feorgefi
ordinato all* inveftigazionc, ed al profeguimcnto del vero, c del bello» £ nell’
Univerfo altresì nel corfo regolato, e collante » negli fplendor» della luce »
nel potere della formazione, c in quello della firnificazione, nell* infinità
delle forme reali, che opefàn ò*7'c felle ideali, che lignificano, egli è
apertiflima » e lucididima cofpirazione, e comunione con ogni bontà, e
belleza,e utilità, e ubertà, e dilettamento; fe, dico, tutto ciò è vero, come
fermamente è ; ficcome vedefi per quello dalle cofe difcacciata ogni vacuità di
edere, che è il nulla; ed ogni difetto di configlio, che è il cafojcosì con
indicibil chiarezza l’ogni comunione perfetta della mente fcer-nefi ancor
chiaramente significata. Di cotali comunicazioni, e significazioni, onde è
l’iomo d’ogn’ intorno cinto, e delle interne comunioni, e significazioni del
proprio edere, e del proprio fapere, egli è ccrtiflima produzione V Idea di
Dio,che il divagamento, e divi/ione de’ penfieri, e ’l tumulto, e lubricità
degli affetti ofcurano, e cancellano fino all* infano Ateifmo, che come più
fiate è per noi flato detto, è dpiù cupo.abbiL fo dell’umana ignoranza, Ora per
rimetterci in cammino, quello danno ancora inferifcono alla fcienza quei, che
per 1 * ordinate operazioni degli Ani- •' mali bruti, non contenti delle forme,
fue cegni o idee materiali direttrici, di vantaggio ӣ> pjcurala vi
richieggono la cognizione : quella fffi^, az '° ne illuflre fignificazione
divina della divina autorità ofeurando non poco ; come fa altresì chiunque T
idee direttrici dell* Univcrfo non riconofce . Perciocché le forme direttrici,
con più fretto, e più certo xommercio elleno fon ni H h 2 coll’• 4 * RJ *m._
l*E3 >, ^ « vP, sr &» l\r iSPIEjS &, feAfl ». vv. .^•’MI j»4 V >»
.”-fc> v : \ I ¥ ' j fi Si- „• Sè?L"; i'r*:r'- fe V,*. .•Q©:ii"e'1
ri*»' • ® ! «r* 51anino a fvegliarvi le ufo, o cognizione ; ma più tolto, che
da un capo all’altro, non in altra maniera qualunque modificazione fi diffonda,
che per virtù della penetrevole materia, fuccelfivamente d’ una in un’ altra
parte di fpiriti, onde tutto il corpo abbondi, moltiplicata, e propagata. Imperocché
ficcome è il cielo di aere, e d* etere ripieno, e di luce, che da per tutto è
in perpetuo atto, e moto ; così il corpo dell’animale della spiritosa sostanza
è tutto in ogni fua parte irraggiato, e con perenne vigorofo atto-, e mo
vimento operante. Il qual penfamento,(ee più acconcio a Spiegare la
maravigliofa comunicazione delle cognizioni de’ lenii, e degli affetti; e in
particolare il subito momentaneo contentò, con che l’imperio della volontà
fecondano i movimenti de* membri; ed all 1 incontro jfilg» incoi a’ sensi nelle
membra fufeitati rifpon- rjffondenzcu, dano i penfieri, e gli affetti: e fe è
egli più atto a fpiegare la mirabil propagazione delle figure, de’ colori, e
de’ tuoni in tante parti, e in tanta diftanzaje iu ifpczieltà 1’ incredibile
velocità del- mfe le illuminazioni, e figurazioni della luce, che non fa la
comun volgare ope- nione ; e* non dee già niuno offendere la novità delle cofe.
A quella guifaor dimoslrata 1’origine, e la virtù, e le~, varie guise
dell’operazioni ideali, noi fermamente abbiamo refa più accette- vole la
fentenza, che per le fole idee direttrici, fenza niuna cognizione, si governi
la vita degli animali bruti. Pure, come per l’ ingegno, e lume delle idee
direttrici abbiam moflrato, poter la materia avvicinar^ al fapere della mente:
così d T altra parte, alla potestà della mente medesima poter ella farfi
dapprefTo col vigore del moto, conviene che dimoflriamo. E adunque uopo, che
ritorniamo all* definizione lizia del moto: la quale interamente fpianancknp'
vcrrenTo a conoscere da una parte 1’atto della mente, che c la cognizione; e
dall’altro l’atto della materia, che è il moto: e ’l potere deli’ una natura, e
dell’altra; dell’uno, e dell’altro atto, che dirittamente va a toccare il nodo
di que* fla difficile Quifiione. II moto, dice-u jquel FILOSOFO, egli è atro di
ente iiu. potenza, in quanto in potenza: diffìnizione dcrifa c da moderni
Filici, ma che in più, e diverse maniere interpetrata, alti spro- fondi fenfi
difeopre, che la coloro leggerenza, o feempiaggine ravvi farvi non ha potuto.
Noi l’ altre cofe, che potremmo addurre, ad altro uoporiferva- te, due fole ne
feerremo, che a fu pe- rare la malagevolezza, che abbiamo innanzi, crediamo più
opportune . Pri- Prima /*. 1^3, il moto non è una particolare e r P e,raz 'mn*
diterminata mutazione a produrre- #£!%£. quella, o quella diterminata cofa, che
nizione * qualificando il subbietto, il termini, e ’l compia in alcun modo ; ma
così ?gl.' £ ? tto » e c °sì ( diciam così) attua il subbietto; che altro
movendo non li faccia, ed altro non fi polTa dire, fe^ non che quello fi muova,
e fi muti ge- neralmente. Il moto e già non è di quella fatta di modi, o
qualità, chc^ con qualificare, o modificare f compia in elTere il corpo movente
; ma egli avviene all’ente già perfetto, e com- piuto, ed attuato con ogni
atto, e per- £ I i selezione, e compimento del Tuo eflerè': il qual eflere
perciò e* non è in poten- za, che al moto foloy cioè a mutazio- ne, e variazion
generale, che altroché mutazione, e variazione e* non fia.On- de avviene
eziandio, che in qualunque modo, e quantunque muovali il corpo, Tempre e’
rimanga libero, e fpedito, e in potenza a muoverli più oltra in in- finito. La
mobilità adunque ella non è certa, e diterminata potenza a quello, o quel
certo, e diterminato atto . Il di lei atto non è tale, che così ne di- termini
Tinfinità, c T indifferenza ; che in oltre altro atto, ed altra dttermina-
zione, e perfezione e’ non li abbia a», ricevere . La mobilità non h potenza à
produrre, o operare; non è a ricevere nulla, o patire ; non è ne attuofa, ne
paziente mmi*— * tì iiffr» tua' bene ella è ima potenza generale, ordinata ad
un generai atto, che attuandola; tuttavia nella fua capacità, o poffibilità
ancor la (èrbf. Quello è egli effe re in potèn- za, in quanto potenza; onde
Arinotele con profondo acume potè dire ciò che dille del moto in quella
dWfinizio-' ne A* otete^tffa-cggn^ ìzrònKéT Bà r » l tW l IH 1 ! g medefima
maravigliofe forze a conofce? re. Imperocché fa Mente puo^lla a fd medefima
rivolta, fopra di fé ogni fu a azione adoperare : ficco me fopra noi còti 1
altrettanti argom enti abbia m dimostra.’ > coniQqj^iioMjfrt( l pf73^5TPa Ja
yacjjj.' tà*#Plffipotenza della materia . Siccome la cognizione, non come il
moto della' materia è atto di ente in potenzi, in guanto potenza . La
cognizione non è* eftrinfcca, ma intrinfeca alla foftanza mentale, e
intrinfecamente la termina, e compie ; eflfere, e forma, e perfezionò * in lei
rifondendo. Da qucikTnfigne 4 differenza della mente, c della materia, della
cognizione, e del moto e si viene con somma chiarezza a conoscere da una parte
il sovrano edere della men- cognizione te pura; e dall’altro, l’infimo edere
della Ù pura materia. Imperocché nella totale acuità, e impotenza della materia
e’ben li ravvifa la suggezione, la dipendenza, e lestremo bisogno, che ella ha
di ede- re moda, variata, e figurata: e per conseguente la Cua natura vuota di
ogni potere, e d’ogni atto, e luce mentale. E nella virtù della mente, che ella
ha di muovere, e for ma n e c ornare Ce fteC- fa, e’bene si riconosce la
sovranltà, e l’indipcndcnza, e la pienezza, e’1 potere di defima differenza
s’intende ancora, che è il proposto nostro, la natura del senso ragionevole
dell’uomo, e la natura del senso cieco animalesco: quella nella congiunzione di
mente sostanziale, colla materia formata; e quella nella comunicazione dell’
atto mentale alla materia ii forme. Ed ecco la natura sensuale, tutta con tutte
le operazioni ragionevoli, espressa, ed effigiata nella sola materia. Quando
per virtù della mente pura e paffa nella materia 1’atto mentale dell’ogni
comunicazione arimmetica, geometrica, statica;-c-+ l arrcr tfelt ogni potere
del moto nella materia più fina, agevole, ed attuosa con perpetue circolazioni,
ed ordinate diftribuzioni,jcon principi, progressi, e ritorni; e quello in fine
dell’ogni formazione coll’ideali plastiche, e della direzione, e
jigiuficasioiie coll’ideali direttrici significative. Ecco allora un principio
movente, ampio, pieno, perfetto, poderoso e fruttifero: onde nella materia mondana
è la direzione, e significazione ne’ corpi celesti di giorni, mesi, e d’anni, e
di ordinate stagioni, e di altri più ampii, e più perfetti periodi, ed è 1’ogni
formazione, o produzioo^di er- 1 f - ff dell’uomo, be, di piante, e d’animali,
e di ogni altra possibile spezie corporale . 11 qual principio è egli la natura
universale. E nelle- u^'- matene particolari coslrutte, ed ordì- vt rjÀlc. nate
con quegl’ingegni, e fornita di quelle virtù, e forme reali, ed ideali
e’proviene, e la produzione, o formazione de simili, e la significazione e
direzione di tutte le ordinate operazioni necessarie alla vita. 11 qual
principio a suo modo capa- -^ rt * ce, e potente, ed ordinato, c egli lana- f0
/ *¥ «• +*jàf ['•"'•a S*1 % 4 f# • ?• j* ! L.i « L J #- m^^Sr v%? j 1 5A 4
° ?r SI 2 ‘ * r&Z. i 1 f P'^3pMWF ttèfe ••* lìi” „ c tp -i* 4 \ f SjJ f ~
A*'$ f* * # .^ "i ” « 12 IwNP %ìj *47 V«> tl ^4 M. Tommaso Rossi.
Rossi. Keywords: implicature moderna, argumenti contro LUCREZIO (si veda),
Lucrezio, De rerum natura, animi degl’uomini, anime degl’uomini, animo/anima,
corpi degl’uomini, corpi degl’animali, degl’affetti degl’uomini, il senso, il
moto, i corpuscoli, ossessione con Lucrezio come filosofo romano. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Rossi” – The Swimming-Pool Library.


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